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8 maggio 2011 - 13° Incontro sul Salterio

PROF. DON GIANNI BARBIERO (P.I.B., ROMA)

“I SALMI E IL REGNO DI DIO”

IL TEMA DEL REGNO DI DIO NEL SALTERIO

Il tema del regno di Dio è centrale nel salterio. Esso viene proposto all’inizio,
nel Sal 2, che presenta la rivolta dei re della terra contro il regno di JHWH e del suo
Messia (Sal 2,2), e viene ripreso alla fine, nel Sal 149, in cui i fedeli sono invitati a “e-
sultare nel loro re” (Sal 149,2) e a compiere in suo nome il giudizio sulla nazioni.
Al centro del salterio c’è il quarto libro, Sal 90-106, che è accentrato a sua volta
sui salmi della regalità di JHWH, Sal 93-100. In questi salmi risuona come un ritornel-
lo la frase: ‫יהוה מלך‬, “JHWH è (divenuto) re” (cfr. Sal 93,1; 96,10; 97,1; 99,1).
Per comprendere la portata di questo tema, occorre ricordare che esso è anche al
centro del messaggio di Gesù, che inizia la sua predicazione annunciando il vangelo
del regno: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al
vangelo” (Mc 1,15 par.). Il Regno di Dio viene qui presentato come il “compimento”
del tempo, qualcosa che i profeti avevano predetto e che si sarebbe realizzato nei
“tempi del Messia”.
Il Regno di Dio era dunque oggetto dell’attesa del popolo di Israele. Non a caso
a conclusione dell’anno liturgico la Chiesa pone la festa di Cristo re. Significativa-
mente, come prima lettura della Messa, viene proposto il brano di Dn 7, un brano che
risale allo stesso tempo e allo stesso ambiente spirituale in cui veniva redatto il salte-
rio.
Il cap. 7 del libro di Daniele parla di quattro grandi bestie che salgono dal mare
Mediterraneo: esse raffigurano i grandi imperi che avevano detenuto il potere in
quello che era nell’antichità il mondo conosciuto. Esse rappresentano il regno
dell’uomo, caratterizzato dalla violenza e dalla sopraffazione. Sembrava allora (ma
oggi non è diverso!) che il mondo fosse in mano ai più forti, che imponevano la loro
autorità con l’uso delle armi.
A questo punto il profeta ha una visione: vede un vegliardo dalla veste candida
seduto su un trono, attorniato da schiere di angeli. Il mondo non è, dunque, nelle
mani degli uomini. Il vero re dell’universo è Dio e lui instaurerà, alla fine, il suo re-
gno. Per far questo egli si servirà, sempre secondo Daniele, di un misterioso “figlio
dell’uomo”, a cui concederà il regno dei popoli. Questa figura misteriosa ha un carat-
tere individuale, personale, è cioè il Messia, ma ha anche una dimensione collettiva.
Secondo il libro di Daniele è infatti “il popolo dei santi dell’altissimo” (cfr. Dn
7,18.21-22.27).
Se il Sal 2 mette accanto al re divino il Messia, il Sal 149 rappresenta la dimen-
sione collettiva della speranza messianica. Qui il ruolo del Messia è occupato dai “fi-
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gli di Sion”, cioè dal popolo messianico di Dio, il nuovo Israele, in cui noi cristiani ri-
conosciamo la Chiesa.
La disposizione dei cinque libri dei Salmi non è casuale. I recenti studi sul salte-
rio hanno cercato di dare ragione dell’idea teologica che sta sotto la struttura del li-
bro. Un’idea che certamente ha guidato gli autori è quella di ripercorrere la storia di
Israele. Nei primi libri si riflette sulla storia di Israele durante la monarchia, quando
ancora in Israele c’era un re. Su questo re, discendente di Davide, riposavano le spe-
ranze del popolo: si pregava per lui, perché realizzasse sulla terra il regno di Dio. I
salmi regali che caratterizzano il primo libro riflettono questa speranza (cfr. Sal 18;
20; 21). Il secondo e il terzo libro riflettono sulla tragedia dell’esilio, quando Israele ha
perso la monarchia e vive sotto un re straniero. Il terzo libro termina con il Sal 89,
che, dopo aver ricordato la promessa fatta a Davide di una discendenza eterna, ter-
mina con una constatazione amara: “Dov’è, JHWH, il tuo amore di un tempo, che per
la tua fedeltà hai giurato a Davide? Ricorda, JHWH, l’oltraggio fatto ai tuoi servi:
porto nel cuore le ingiurie di molti popoli, con le quali, JHWH, i tuoi nemici insulta-
no, insultano i passi del tuo consacrato” (Sal 89,50-52).
A questa domanda angosciante rispondono gli ultimi due libri del salterio, an-
zitutto il quarto, al cui centro stanno, come abbiamo, visto i salmi del regno di
JHWH. Se la monarchia è finita, essi dicono, non per questo è finito il regno di Dio. È
morto il re terreno, ma il vero re di Israele è Dio, e lui non muore. Proprio sullo sfon-
do della crisi della monarchia terrena, la proclamazione della regalità di JHWH as-
sume un nuovo significato. Lo sfondo storico di questi salmi è la predicazione del Se-
condo Isaia (Is 40-55), che vedeva l’istaurazione della regalità divina nella liberazione
dall’esilio. Già una volta JHWH si era mostrato re di Israele liberandolo dalla schiavi-
tù egiziana: il nuovo Esodo, che egli avrebbe operato, sarebbe stata la sua intronizza-
zione escatologica come re non solo di Israele, ma del mondo intero.
Noi ci lasceremo introdurre in questa riflessione sulla regalità universale di
JHWH dal Sal 93, uno dei salmi più corti del Salterio, ma che condensa in pochi ver-
setti un profondo contenuto teologico.

IL SALMO 93

1. JHWH è (divenuto) re,


si è rivestito di altezza,
si è rivestito JHWH,
si è cinto di forza.
Davvero saldo è il mondo,
non può vacillare.

2. Saldo è il tuo trono fin dal principio,


da sempre tu sei.

3. Alzarono i fiumi, JHWH,


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alzarono i fiumi la loro voce,


alzano (ancor oggi) i fiumi il loro fragore.
4. Più delle voci di grandi acque,
– potenti sono i flutti del mare –
potente nell’alto è JHWH.

5. Le tue testimonianze sono durevoli, molto:


alla tua casa s’addice la santità,
JHWH, per la durata dei giorni!

Struttura
Il Sal 93 si compone di due parti: vv. 1-2 e 3-4. A sua volta, ciascuna di queste
parti si divide in due strofe: A = v. 1; B = v. 2; A’ = vv. 3-4, e B’ = v. 5. Le quattro stro-
fe si corrispondono in forma parallela. La corrispondenza tra B e B’ è chiara: ambe-
due i versi 2 e 5 sono caratterizzati dal discorso diretto (TU), e dal tema della stabili-
tà. Alla stabilità del “trono di Dio” (v. 2), corrisponde quella della sua legge e del suo
tempio (v. 5). D’altra parte il v. 1 corrisponde ai vv. 3-4, in quanto in essi si parla in
terza persona, al v. 1 di Dio, ai vv. 3-4 degli elementi caotici (“fiumi, grandi acque,
flutti del mare”). Dio e gli elementi caotici sono i due contendenti di una battaglia: da
una parte nel v. 1 si parla di Dio che si prepara come un guerriero alla lotta (“Si è cin-
to di forza”); nei vv. 3-4 degli elementi caotici che si rivoltano a Dio (“Alzarono i fu-
mi la loro voce…”) (cfr. Tab. 1).

Tabella 1
A. v. 1 LUI Battaglia
Prima parte: vv. 1-2
B. v. 2 TU Stabilità
Seconda parte, vv. 3- A’. vv. 3-4 LORO Battaglia
5 B’. v. 5 TU Stabilità

Il tema del salmo è quindi quello di un combattimento cosmico tra il Dio creato-
re e le forze del caos, un tema che affonda le sue radici nella letteratura dell’Oriente
Antico. In Mesopotamia si celebrava la vittoria del creatore nel capodanno, nella fe-
sta dell’Akitu. Marduk, il dio creatore, era divenuto re vincendo Tiamat, il mostro del
caos. A Ugarit si parlava della vittoria di Baal su Yam, il “mare”.
Il nostro testo riprende questi miti antichi, ma li “storicizza”. Dietro alla rivolta
di mari e fiumi c’è la rivolta dei popoli, lo scatenarsi della violenza e dell’ingiustizia
che turba la pace del mondo. In particolare, ci sono le sofferenze del popolo di Dio,
preda dei violenti che vogliono usurpare il trono di Dio.

La prima parte (vv. 1-2)


JHWH è divenuto re! (v. 1abcd)
La frase ebraica ‫ יהוה מלך‬può essere tradotta come “JHWH regna” (cfr. ICN),
oppure anche “JHWH è divenuto re”. Lo sfondo del combattimento cosmico fa prefe-
I Salmi e il regno di Dio 4

rire questa seconda traduzione: JHWH è divenuto re vincendo la battaglia con le for-
ze del caos. Qui però subentra una difficoltà, perché al v. 2 si dice: “Saldo è il tuo tro-
no fin dal principio”. “Dal principio” significa che JHWH era re anche prima della
battaglia, come la frase che segue conferma: “Da sempre tu sei”. Il problema si risol-
ve pensando a un “riconoscimento” della regalità divina da parte del mondo. JHWH
è re da sempre, ma egli ha dimostrato al mondo la sua regalità (e quindi in qualche
modo “è divenuto re” agli occhi del mondo) vincendo le forze del caos.
Il segno che JHWH è divenuto re è che egli ha rivestito le insegne del potere.
L’insegna della regalità è, nel nostro salmo, il manto regale: “Si è rivestito di altezza,
si è rivestito, JHWH”. Della regina Ester si dice che “rivestì la regalità” (Est 5,1). Dio
si riveste di “altezza”. Il tema viene ripreso al v. 3, quando si dice che i fiumi “alza-
rono la loro voce”. Per quanto “alta” sia la voce dei flutti, essi non arrivano a scon-
volgere l’altezza del re dell’universo! Lui abita nel cielo. L’“altezza” è, nel nostro
salmo, metafora di “potere”.
Il Cantico del mare inizia con le parole: “Voglio cantare a JHWH, perché si è ve-
ramente innalzato, cavallo e cavaliere li ha gettati nel mare” (Es 15,1). Il parallelo col-
lega il nostro salmo con la Pasqua, ed è significativo che nella liturgia della notte pa-
squale si ricordino insieme la vittoria di Dio sulle forze del caos nella creazione, la
vittoria sulle forze del faraone nell’Esodo, e la liberazione dalla schiavitù babilonese.
Per noi cristiani la resurrezione di Gesù è la vittoria definitiva di Dio sulle forze del
male e della morte: con la sua resurrezione, Cristo è stato stabilito re del mondo.
Il legame della regalità con la con la lotta vittoriosa contro il male viene ribadita
dall’espressione che segue: “Si è cinto di forza”. Uno si cinge di forza quando deve
combattere: il v. 3 spiegherà perché Dio si è dovuto “cingere di forza”.
Saldo è il mondo (v. 1ef)
Nell’ultima parte del v. 1, si passa dal passato al presente: “Saldo è il mondo,
non può vacillare”. Si rappresenta qui il risultato della vittoria divina. Il mondo era
stato minacciato di “vacillare”, ma le forze del male sono state vinte. Il presente di
cui parla il salmo è, da una parte, quello della creazione, dall’altra quello escatologico
dell’instaurazione del regno di Dio. I commentatori rabbinici lo identificano con il
tempo del Messia.
Nella nostra concezione, il mondo è stabile, siamo abituati a vedere sorgere il
sole ogni mattina, a vedere succedersi le stagioni. Ma ogni tanto gli sconvolgimenti
naturali, come i terremoti, lo Tsunami, i tifoni, ci ricordano che la stabilità del mondo
non è così ovvia. L’uomo antico vedeva la stabilità del mondo come un prodigio, una
vittoria del dio creatore contro le forze del caos, che continuamente minacciano di
precipitare il cosmo nel disordine e nella morte (cfr. Sal 24,2; 46,3-4.6-7; 75,4).
Più ancora, poiché per l’uomo antico non c’era separazione tra mondo naturale
e mondo umano le “colonne” su cui poggia il mondo sono anche di ordine morale.
Dice il Sal 11: “Quando sono scosse le sue fondamenta, il giusto che cosa può fare?”
(Sal 11,3, cfr. ancora Sal 82,5b; 60,4; Is 24,19). Fondamenta del mondo sono la giustizia
e la verità. Come nel caso del diluvio, l’ingiustizia precipita la creazione nel caos. Il
vero caos del mondo è l’ingiustizia.
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In ebraico il termine “saldo” è al passivo, ciò significa che esso è “tenuto saldo”
da Dio. È il re dell’universo, che con la sua forza, vincendo le potenze del male fuori
e dentro l’uomo, garantisce la sua stabilità.
È da notare che JHWH, il Dio di Israele, viene qui presentato come il creatore
del mondo, e quindi come il Dio di ogni uomo. Questa coscienza che esiste un solo
Dio per tutto il mondo fonda il monoteismo, che è tipico della religione biblica, e per-
ciò la pretesa, inaudita per un piccolo popolo, che il Dio di Israele sia re dell’intero
universo.
Da sempre tu sei (v. 2)
Il tema della stabilità unisce il verso 1 con il v. 2. Il mondo è “saldo”, perché il
trono di Dio è “saldo”. Il “trono” è il segno dell’ufficio del re e di quello del giudice
(cfr. Sal 94,20). I due aspetti sono uniti tra loro, nel senso che secondo la concezione
biblica il compito del re è quello di realizzare la giustizia. Il Sal 89 dice: “Giustizia e
diritto sono il fondamento del tuo trono” (Sal 89,15, cfr. 97,2). La stabilità del trono è
dunque connessa con l’esercizio della giustizia, intesa come ordine cosmico.
L’affermazione che segue è straordinaria: il trono è stabile “fin dal principio”.
Questa dimensione di eternità viene confermata nella seconda parte del versetto: “Da
sempre tu sei”. Cogliamo qui la differenza tra il Dio di Iraele e gli dèi creatori delle
religioni vicine. Marduk è divenuto re vincendo la battaglia con Tiamat, così Baal a
Ugarit. Il loro regno ha avuto inizio con la creazione del mondo. JHWH invece è re
da sempre, prima ancora della creazione. Dice Sal 90,2: “Prima che monti fossero ge-
nerati, e che tu partorissi terra e mondo, da sempre e per sempre tu sei Dio”. Da
quando egli esiste, e quindi dall’eternità, JHWH è re. C’è un inizio per il mondo, ma
non c’è un inizio per la regalità di Dio. E quindi noi comprendiamo il “divenire re”
come un riconoscimento temporale di un regno che esiste da sempre. L’anteriorità di
Dio sulla creazione fonda la sua superiorità su di essa. JHWH non ha dovuto guada-
gnarsi il titolo regale eliminando i suoi concorrenti. Egli non ha concorrenti. La lotta è
vinta prima ancora di cominciare. Effettivamente il nostro salmo non descrive una
lotta, ma la superiorità di JHWH sui suoi avversari.

La seconda parte (vv. 3-5)


La rivolta di fiumi (v. 3)
Il v. 3 è collegato in diversi modi con la prima strofa. Anzitutto al tema della
stabilità (vv. 1ef-2) si contrappone il movimento tumultuoso dell’elemento acquatico.
In secondo luogo, all’altezza di Dio si contrappone l’“innalzarsi” del fragore dei ma-
rosi caotici: è una sfida che chi è più “alto”. Il mare sfida in altezza il creatore. Com-
prendiamo ora perché JHWH ha dovuto “rivestirsi di altezza” e “cingersi di forza”:
si trattava di abbattere la rivolta degli elementi del caos. Da un punto di vista tempo-
rale, il v. 3 riporta l’azione a un tempo precedente il v. 1: prima c’è stata la rivolta dei
fiumi e dei mari (v. 3), poi Dio li ha vinti ed è divenuto re (v. 1).
“Fiumi” e “mare” sono nella mitologia ugaritica le forze del caos, vinte dal dio
creatore Baal. Il parallelo fa pensare anche nel nostro caso al mito della creazione, a
cui alludono anche altri salmi (cfr. Sal 74,13-15; 89,10-11; 104,7). Ma altri paralleli fan-
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no comprendere questi “fiumi” in senso figurato, come i pericoli che hanno minaccia-
to Iraele nel corso della sua storia. Nel Sal 46, i flutti dell’abisso si trasfomano in
“genti” e “regni (Sal 46,3-4.7; cfr. ancora Sal 65,8). Così anche in Is 17,12-13: “Ah, ru-
more di popoli immensi, rumore come il mugghio dei mari, fragore di nazioni, come
lo scoscio di acque che scorrono veementi. Le nazioni fanno fragore come il fragore
di molte acque”.
Al caos della natura, che da sempre minaccia la creazione, si sovrappone il caos
della storia: il predominio della violenza e del terrore, l’instaurazione dell’ingiustizia,
il dominio dell’uomo sull’uomo, la sfida a Dio. Improvvisamente il salmista passa
dal passato al presente, ricordando come la minacccia del caos non sia solo di ieri, al
momento della creazione, ma sia pienamente attuale: “Alzano (ancor oggi) i fiumi il
loro fragore”.
L’ultima parola, che noi abbiamo tradotto con “fragore”, deriva da una radice
ebraica che significa “frantumare” (‫דכא‬/‫)דכה‬. Parliamo anche noi di “frangenti”, per
descrivere i flutti che si abbattono contro un corpo solido. Ma il termine esprime an-
che lo “sbriciolarsi” della forza del mare contro quella “roccia” che è Dio. Esso viene
usato infatti anche in Sal 90,3: “Tu fai ritornare l’uomo in polvere (‫”)דכא‬. Nel Sal 93,
ad essere “ridotti in polvere” sono i “fiumi”.
Potente nell’alto è JHWH (v. 4)
Nel v. 4 vengono posti di fronte i due contendenti, che si disputano il dominio
dell’universo. Ai “fiumi” vengono accostate ora “le grandi acque” e i “flutti del ma-
re”. Sono tre sinonimi per indicare l’abisso acquatico, l’oceano su cui fluttuava, nella
concezione antica, la piattaforma della terra, tenuta stabile dalle sue “colonne”.
L’autore sottolinea la forza dell’avversario di Dio. Il fragore di un mare in tem-
pesta è impressionante, e la sua forza distruttrice è terribile. Le immagini dello Tsu-
nami che ci sono giunte dal Giappone in questi giorni sono raccapriccianti: “Potenti
sono i flutti del mare!”.
I paralleli dell’espressione “grandi acque” conducono da una parte alle acque
del diluvio (cfr. Sal 29,3), dall’altra ai nemici storici di Israele (cf. Is 17,13; Ab 3,13). In
Ct 8,7 esse rappresentano il potere della morte (cfr. ancora Sal 32,6): “Le grandi acque
non possono spegnere l’amore, né i fiumi travolgerlo”. Il nostro testo è aperto a una
pluralità di significati: tante forme acquista il potere della morte.
Ma la potenza dell’avversario, da non sottovalutare, viene affermata solo per
dire che Dio è infinitamente più forte. Nel v. 2 si diceva che la superiorità si misura
dal punto di vista temporale, perché le cose create hanno cominciato ad essere nel
tempo, mentre Dio è “da sempre”. La precedenza nel tempo significa superiorità
nell’essere. Ciò che è temporaneo non può misurarsi con Colui che è eterno.
Ora, al v. 4, si ripropone la metafora dell’altezza. Per quanto le acque del caos
“alzino” il loro fragore, esse non raggiungeranno l’altezza di colui il cui trono è nel
cielo, infinitamente al di sopra degli elementi di questo mondo (cfr. Sal 115,3: “Il no-
stro Dio è nei cieli, egli opera tutto ciò che vuole”; anche 121,1-2). Perciò la battaglia
degli elementi caotici è persa fin dall’inizio. Propriamente non c’è battaglia. Si stabili-
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sce solo che Dio è infinitamente “superiore” alla forza, pur elevata, del caos. “Potente
nell’alto è JHWH”.
L’eterno si fa presente nel tempo (v. 5)
Il v. 5 è giudicato da alcuni esegeti come un’aggiunta, infatti finora si parlava di
combattimento cosmico, la visione era universale: ora la prospettiva si restringe, si fa
nazionale. Si parla della legge e del tempio di Gerusalemme, due realtà che hanno a
che vedere con il popolo di Israele. E però queste due realtà hanno, nella mente
dell’autore, una portata che non si restringe a Israele, ma attinge il cosmo intero.
Le “testimonianze” di cui qui si parla si riferiscono alla legge mosaica (cfr. Sal
19,8; 25,10; 78,5.56; 99,7; 122,4, e ben 23 volte nel Sal 119). Il termine è tardivo, certa-
mente postesilico, ci conduce al tempo in cui la legge era divenuta il fondamento del-
la vita di Israele. Nella visione del Siracide, la Torah era la personificazione della sa-
pienza, cioè dell’ordine cosmico (cfr. Sir 24). Dio aveva creato il mondo attraverso la
sua Parola: è la Parola di Dio che sostiene l’ordine dell’universo (cfr. Gen 1). Attra-
verso l’obbedienza alla Parola, l’uomo partecipa all’opera del creatore, debellando le
forze del caos e della morte. Poiché le testimonianze di JHWH sono “durevoli assai”,
esse condividono la “stabilità” del trono di Dio. La monarchia può traballare, ma la
Parola di Dio no, essa rimane: su di essa l’uomo può fondare la sua vita. La Parola di
Dio è ben più stabile del mondo. Ricordiamo, per il Nuovo Testamento, il detto di
Gesù: “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (Mt 24,35, cfr.
Mc 13,31; Lc 21,33). La parola di Dio è eterna come Dio, a differenza del mondo (cfr.
Is 40,6-8).
La seconda realtà menzionata nel v. 5 è il tempio. Il tempio ha un legame parti-
colare con la regalità di Dio. Esso era la presenza, sulla terra, del trono celeste di
JHWH (cfr. Is 6,1-4; Sal 11,4: “JHWH nel tempio santo, JHWH ha il trono nei cieli”).
Come la legge, esso aveva parte alla “santità” divina. Secondo la mentalità orientale,
il tempio rappresentava la “collina primordiale” emersa dai flutti del caos, dove per
la prima volta il Dio creatore aveva debellato le forze del caos. Il Sal 46 ricorda questa
concezione: “Non temiamo se trema la terra, se vacillano i monti nel fondo del mare.
Fremano, si gonfino le sue acque, si scuotano i monti per i suoi flutti. Un fiume e i
suoi canali rallegrano la città di Dio, la più santa delle dimore dell'Altissimo. Dio è in
mezzo ad essa: non potrà vacillare. Dio la soccorre allo spuntare dell’alba” (Sal 46,3-
6).
Nel tempio santo, il fedele sperimenta la vicinanza con il creatore, che rinnova
la vittoria sulle forze del caos. L’importanza data al tempio riflette la spiritualità della
comunità giudaica postesilica, che viveva attorno al tempio di Gerusalemme. Il re
terreno non era più presente, ma il vero re di Israele era presente nel suo tempio.
Nella liturgia del tempio Israele poteva fare esperienza concreta della forza invincibi-
le del Dio creatore.
I Salmi sono ambientati al tempio. Essi respirano la mistica della casa di Dio.
Eppure Israele ha fatto esperienza anche della distruzione del tempio. Tanto che nel
Sal 22 il “tempio” viene sostituito dalla recita dei Salmi: “Tu sei santo, tu abiti le lodi
di Israele” (Sal 22,4). Già nell’AT perciò è percepibile quella spiritualizzazione del
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tempio che sarà poi operata nel Nuovo Testamento. Comunque l’importanza della
preghiera liturgica rimane anche nel Nuovo Testamento. Accanto alla legge, la pre-
ghiera rimane l’altra maniera di rendere l’eterno presente nel tempo, di sentirsi parte
del regno di Dio. A tal riguardo è illuminante l’affermazione del Sal 8: “Con la bocca
di bimbi e di lattanti hai fondato una fortezza a causa dei tuoi avversari, per far tace-
re nemico e vendicatore” (v. 3). I Salmi sono le armi dei poveri di JHWH (“bimbi e
lattanti”), di cui Dio si serve per instaurare il suo Regno nel mondo.
Nel delineare la struttura abbiamo osservato il parallelismo del v. 2 con il v. 5.
Da una parte, al “trono” celeste di Dio (v. 2) corrisponde quello terrestre, il suo tem-
pio (v. 5). Dall’altra, se il v. 2 si richiamava al tempo prima della creazione (“fin dal
principio, da sempre”), il v. 5 presenta l’altra direzione dell’eternità: “per la durata
dei giorni”. Attraverso l’osservanza della legge di Dio e attraverso il contatto con lui
nel tempio il fedele sa di superare l’effimero e di partecipare all’eternità del suo re.

Gianni Barbiero

Viboldone, 8 maggio 2011

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