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L’autore

Kenzaburō Ōe è nato nel 1935 nell’isola dello Shikoku, nel sud-ovest


del Giappone. Scrittore di fama mondiale, ha vinto il premio Nobel
per la letteratura nel 1994, oltre a numerosi altri riconoscimenti.
Sempre presente nella vita pubblica, ha fatto sua la campagna
contro l’energia nucleare. Tra le sue opere Garzanti ha in catalogo
Insegnaci a superare la nostra pazzia, Il grido silenzioso, Gli anni
della nostalgia, Un’esperienza personale, Il salto mortale, La vergine
eterna, Il bambino scambiato e L’eco del paradiso.
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Traduzione dal giapponese di


Gianluca Coci

Titolo originale dell’opera


Suishi

In copertina: © Fabiola Miriana Viviano / Arcangel Images


Art direction: Camille Barrios / ushadesign

© 2009, Kenzaburo Oe
All rights reserved.

ISBN 978-88-11-81334-7

© 2019, Garzanti S.r.l., Milano


Gruppo editoriale Mauri Spagnol

Prima edizione digitale: novembre 2019


Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.
È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.
LA FORESTA D’ACQUA
«Una corrente sottomarina
Gli spolpò le ossa in bisbigli. Come affiorava e affondava
Traversò gli stadi dell’età matura e della giovinezza
Entrando nel vortice.»

A current under sea


Picked his bones in whispers. As he rose and fell
He passed the stages of his age and youth
Entering the whirlpool.

T.S. ELIOT
PARTE PRIMA
IL ROMANZO DELL’ANNEGAMENTO
PROLOGO
La battuta

1.

Le antiche famiglie di luoghi remoti, comprese quelle prive di una


storia illustre, custodiscono leggende e tradizioni uniche tramandate
di generazione in generazione. Episodi o semplici «battute» che
suonano bizzarri o perfino stravaganti si trasformano in aneddoti di
portata mitica, che tuttavia restano vaghi e incomprensibili per chi
viene da fuori…
L’anno in cui cominciai a frequentare l’università si verificò un
evento che mi è rimasto impresso nella mente. Ero tornato a casa in
occasione di una delle ultime funzioni commemorative in onore di
mio padre, scomparso prematuramente. Per la prima volta dopo
tanto tempo la nostra casa pullulava di amici e parenti, e fra gli ospiti
era presente un mio zio la cui figlia maggiore aveva sposato un
funzionario statale laureato presso la facoltà di Giurisprudenza
dell’università di Tōkyō.
«Bene», mi disse lo zio, «quindi sei riuscito a entrare anche tu
nella stessa università. È un’ottima notizia, complimenti. In che
facoltà sei?»
Quando risposi che studiavo letteratura, lui non fece alcuno sforzo
per dissimulare una certa delusione.
«In questo caso», sentenziò, «non ti sarà facile trovare un lavoro
decente dopo la laurea.»
Allora mia madre, che in situazioni del genere si mostrava
piuttosto riservata, intervenne ed espresse un parere del tutto
inaspettato. Le sue parole mi lasciarono perplesso, confuso, visto
che fino ad allora avevo immaginato di diventare tutt’al più uno
studioso di letteratura francese.
«Se non riuscirà a trovare un buon lavoro, male che vada farà lo
scrittore!» esclamò entusiasta.
L’affermazione fu accolta da un silenzio assordante, ma per
fortuna la tensione si dissolse in un baleno, grazie alla frase che si
affrettò ad aggiungere.
«In effetti, già solo nella nostra valigia di pelle rossa c’è materiale
a volontà per scrivere un romanzo!»
E tutti, in particolare i parenti più prossimi, scoppiarono in una
fragorosa risata.
Quella valigia di pelle rossa conteneva una parte delle leggende di
famiglia, era il forziere che custodiva le nostre bizzarre e stravaganti
tradizioni. Le sorprendenti parole di mia madre misero radici
profonde dentro di me, alimentate fin da subito dalle stesse risate
divertite dei miei parenti.
Nel corso dei tre anni che seguirono, benché non avessi ancora le
idee chiare sulla strada che avrei intrapreso, provai a scrivere alcuni
racconti. Con mio grande stupore, uno di quei primi tentativi letterari
fu pubblicato nel giornale dell’università di Tōkyō, e questo in un
certo senso mi autorizzò a percorrere la via della scrittura. Perciò
non è sbagliato dire che l’inattesa battuta di mia madre abbia
contribuito a spingermi verso il mio destino.
Nella storia che mi accingo a raccontare, quella battuta si
ripresenterà in una veste tutt’altro che comica, ma mi riservo di
parlarne in seguito, al momento opportuno.

2.

Da diversi anni mia moglie Chikashi aveva l’abitudine di


scambiarsi gli auguri per il nuovo anno al telefono con mia sorella
Asa. Di norma quest’ultima lasciava un breve messaggio anche per
me, poche parole pronunciate alla fine della conversazione. Pertanto
fiutai subito che c’era qualcosa di strano quando un giorno si prese
la briga di telefonare a casa nostra a Tōkyō e chiese espressamente
di parlare con me.
«Sono passati dieci anni dalla morte di nostra madre», esordì, «e
nel rispetto della sua volontà, così come scritto in alcune note
informali che lei stessa mi ha dettato, è venuto il momento di
consegnarti la famosa valigia di pelle rossa. Credo sia meglio non
aspettare fino al 5 dicembre, anniversario della sua scomparsa,
perché so già che sarò molto occupata e non se ne farebbe più
niente, e allora ho pensato che quest’estate, invece di andare a Kita
Karuizawa come al solito, potresti venire nello Shikoku, nella nostra
piccola valle immersa nella foresta, e approfittarne per prendere la
valigia. Non te ne sei dimenticato, vero? Ultimamente non mi pare
che tu abbia così tanti impegni. Per quanto ne sappia, hai smesso di
scrivere romanzi e ti occupi solo di una rubrica mensile per un noto
quotidiano nazionale, o sbaglio?»
«Sì, è così», le risposi. «E comunque non mi sono dimenticato
della valigia e di tutto il resto. Nostra madre temeva che grazie al
materiale conservato lì dentro avrei ripreso a lavorare al “romanzo
dell’annegamento”. Chi è stato a escogitare i dieci anni di…
proroga? Tu o lei?»
«Io non c’entro niente, è stata lei a volerlo. Negli ultimi tempi non
ci vedeva quasi più e non era in grado di scrivere, ma è rimasta
lucida fino all’ultimo. Credo fosse convinta che saresti passato anche
tu a miglior vita abbastanza presto, non oltre dieci anni dopo la sua
morte, visto che gli uomini della nostra famiglia non sono noti per la
loro longevità. A ogni modo, quando prima ti ho detto che verso fine
anno prevedo di essere molto occupata è perché mi sono lasciata
coinvolgere in un progetto teatrale da un gruppo di giovani attori.
Forse Chikashi ti ha accennato al fatto che ci siamo sentite diverse
volte per discutere dell’eventuale utilizzo di alcuni tuoi vecchi
romanzi. A proposito, ho consentito ai membri della compagnia
teatrale con cui sto collaborando di usare la Casa nella foresta, dopo
aver chiesto il permesso a Chikashi, è ovvio. Non preoccuparti, si
tratta di giovani molto in gamba, fanno attenzione ad aprire le
finestre per arieggiare l’ambiente e a fine giornata rimettono sempre
tutto in ordine. Se deciderai di venire qui per dare un’occhiata al
contenuto della valigia, perché non ti fermi per un po’ alla Casa nella
foresta? È tanto che non ti fai vivo da queste parti.»
La valigia di pelle rossa, il «romanzo dell’annegamento»… Dopo
la telefonata con Asa, nonostante il peso degli anni, sentii rinascere
con prepotenza lo scrittore che dimorava dentro di me. Mentre il sole
era ancora alto nel cielo, mi ritirai nel mio studio/camera da letto,
accostai le tende e mi distesi sulla brandina a riflettere.
All’epoca in cui ero un giovane scrittore venivo deriso e criticato da
gente che affermava cose del tipo: «Avendo esordito nel mondo
delle lettere quando era ancora uno studente universitario, è chiaro
che questo scrittore non è in possesso di esperienze di vita
significative e presto si ritroverà in un vicolo cieco. O forse ha in
mente di fare come altri giovani autori della sua generazione e
proverà a dedicarsi ad altro, producendosi in un clamoroso cambio
di rotta». Eppure non mi diedi per vinto e andai dritto per la mia
strada, senza mai esitare. Dentro di me sapevo che non appena i
tempi fossero stati maturi avrei scritto l’agognato «romanzo
dell’annegamento». Nel frattempo sarei andato avanti e avrei
acquisito giorno dopo giorno le capacità necessarie.
A volte immaginavo che avrei cominciato a scrivere la storia in
prima persona e che mi sarei lasciato trasportare dal flusso del
racconto, affiorando e affondando tra le onde dei ricordi, in preda
alla corrente. Ma un dubbio mi tormentava: e se lo scrittore e io
narrante finirà per essere risucchiato in un gorgo, nel momento
preciso in cui avrà terminato di raccontare la sua storia?
La verità era che fin dai giorni in cui non avevo ancora letto un
romanzo degno di tale nome dalla prima all’ultima pagina mi
capitava sovente di sognare una scena cruciale del «romanzo
dell’annegamento». All’origine di quel sogno ricorrente c’era
qualcosa che avevo sperimentato in prima persona, quando avevo
solo dieci anni. Poi, a venti, m’imbattei nelle parole «morte per
acqua» leggendo un poema di un noto poeta di lingua inglese
(accanto c’era anche la traduzione in francese) e, sebbene non
avessi ancora messo su carta quella mia esperienza da bambino, mi
resi conto che quel romanzo esisteva già, da qualche parte dentro di
me.
E allora perché non sono andato avanti e non ho cominciato a
scrivere subito il mio libro? È semplice: perché sapevo di non essere
ancora in possesso delle qualità letterarie e delle conoscenze di cui
avrei avuto bisogno. Eppure, anche se ero dilaniato dai dubbi e non
avevo nessuna certezza di diventare un vero scrittore, tutto
sommato riuscivo a conservare un certo ottimismo. “Un giorno”,
pensavo di continuo, “scriverò quel romanzo…”
Venivano momenti in cui sentivo che sarebbe stato meglio
affrontare l’impresa al più presto, ma in un modo o nell’altro finivo col
sopprimere quell’urgenza dicendomi che non ero ancora pronto.
Dovevo acquisire le competenze e l’esperienza necessarie lottando,
soffrendo e sforzandomi di superare tutte le difficoltà che avrei
incontrato durante la stesura dei romanzi che avevo in mente di
scrivere prima, quasi fosse una sorta di preparazione. Se mi fossi
rifugiato fin da subito nel «romanzo dell’annegamento», la mia
strenua lotta non avrebbe più avuto alcun senso.

3.

Una volta, però, ci ho provato. Avevo trentatré o trentaquattro anni


e avevo già pubblicato Il grido silenzioso, romanzo che sembrava
attestare il raggiungimento di un buon livello di competenza e mi
dava la fiducia necessaria per tentare l’approccio al «romanzo
dell’annegamento».
Scrissi il prologo e lo spedii insieme ad alcune schede con vari
appunti a mia madre, che allora aveva una sessantina d’anni e
viveva come sempre tra le foreste dello Shikoku, nella piccola valle
dove sono nato e cresciuto. Aggiunsi una lettera in cui le spiegavo
che per completare il romanzo, incentrato sulla figura di mio padre,
avevo assoluto bisogno di dare un’occhiata al contenuto della
famosa valigia di pelle rossa, che lei stessa aveva acquistato molto
tempo addietro durante un viaggio a Shanghai. Ma non mi rispose,
sebbene in passato avesse ripetuto svariate volte che per scrivere
quel romanzo avrei dovuto servirmi proprio del materiale conservato
in quel vecchio bagaglio. Non si degnò neanche di restituirmi la
bozza del prologo e le schede che le avevo spedito.
Così, senza avere altra scelta, fui costretto ad abbandonare il
progetto. Ma l’estate dell’anno seguente, ancora in collera per il
comportamento di mia madre, scrissi Il giorno in cui lui mi
asciugherà le lacrime. Protagoniste del racconto erano due figure
che corrispondevano a una versione caricaturale e grottesca di me e
mio padre, e c’era anche lei, mia madre, trattata forse anche peggio.
Non molto tempo dopo ricevetti una cartolina da mia sorella Asa,
che all’epoca abitava insieme a nostra madre. Mi scriveva:
«Ultimamente la mamma è furibonda e ti rivolge continue accuse,
ricorrendo a parole ben più aspre di quelle perfide e astiose con cui
tu l’hai descritta alla fine del racconto. Dice che da questo momento
in poi troncheremo ogni rapporto con te, Kogii».
Kogii, il mio soprannome da bambino.

4.

Alcuni anni prima della pubblicazione di quel racconto, il mio primo


figlio era nato con una grave malformazione cranica, e le numerose
difficoltà che dovevamo fronteggiare giorno dopo giorno mi aiutarono
a ricucire il rapporto con mia madre. L’enorme preoccupazione per
Akari, che miracolosamente era riuscito a sopravvivere e a superare
mille ostacoli, servì come collante tra i membri della famiglia. I canali
di comunicazione fra Chikashi e mia sorella e gli altri parenti nello
Shikoku furono riaperti e ci impegnammo in un lungo e graduale
processo di recupero dei sani rapporti familiari.
Eppure, fino al giorno della sua morte alla veneranda età di
novantacinque anni, mia madre non proferì parola sul capitolo
introduttivo e sulle schede del «romanzo dell’annegamento», né
tanto meno sulla valigia di pelle rossa. So che di tanto in tanto si
confidava con mia sorella, lasciandosi andare a ricordi del tipo:
«Quando Kogii era un ragazzetto e stava qui nella valle, spesso
attraversava momenti di difficoltà e io non ero in grado di aiutarlo, e
forse ho finito per provocare un danno irreparabile nella formazione
del suo carattere». Probabilmente non voleva correre il rischio di
ripetere gli stessi errori che era convinta di aver commesso durante
la mia educazione. E, come se non bastasse, si era presa la briga di
programmare una porzione del mio futuro, fino a un massimo di dieci
anni dopo la sua morte!
Nonostante tutto, come ho già detto, non avevo mai messo in
dubbio che un giorno avrei scritto il «romanzo dell’annegamento». E,
nel caso qualcuno ci tenesse a saperlo, devo ammettere che di
quando in quando mi sono ritrovato a pensare a quel progetto in
perenne fase di stallo. Per esempio alcune volte in cui ho vissuto per
un certo periodo all’estero, o anche all’indomani della morte di
persone per le quali nutrivo grande stima e affetto. Tuttavia mai e poi
mai mi è capitato di rimettermi alla scrivania con la precisa
intenzione di scrivere quel romanzo che avevo interrotto.

5.

Dopo che Asa mi ebbe riferito che finalmente, a dieci anni dalla
scomparsa di nostra madre, era giunto il momento di prendere
possesso della valigia di pelle rossa, di colpo convogliai i miei
pensieri in un’unica e sola direzione: il «romanzo
dell’annegamento». Ero incapace di pensare ad altro, dovevo
riprendere a tutti i costi quel lavoro rimasto troppo a lungo sospeso
nel vuoto. Al contempo, pur sentendomi animato da un entusiasmo
improvviso e incontenibile, mi accorsi che in realtà mi stavo
preparando all’impresa già da parecchio, anche se in modo solo
inconsapevole. Ero assolutamente certo che tutto ciò che mi serviva
si trovasse nella valigia che Asa era pronta a consegnarmi: il
materiale e i documenti che nostra madre aveva conservato per tanti
anni, oltre alla famosa bozza del capitolo introduttivo e alle schede
con gli appunti che le avevo spedito quasi mezzo secolo prima e non
avevo più rivisto. Riguardo alle competenze per portare a termine un
romanzo così lungamente atteso, oserei dire che ormai avevo
acquisito gli strumenti necessari, grazie ai numerosi anni di piena
attività nell’arte della scrittura. Ma il mio atteggiamento positivo
doveva purtroppo venire a patti con una realtà ineluttabile: la mia vita
di romanziere si avvicinava ormai alla fine.

6.

In un modo o nell’altro ero pronto a rituffarmi nel «romanzo


dell’annegamento». Prima di tutto, però, dovevo prendere possesso
della valigia di pelle rossa. Ed ecco che, forse per volere del destino,
accadde qualcosa di strano e inatteso che contribuì a rendere
ancora più allettante il mio viaggio nello Shikoku.
La casa dove abito, a Tōkyō, è situata su una bassa collina al
margine estremo della piana di Musashino. In origine si trattava di
una zona paludosa. Ma ora, percorrendo la strada in discesa sul
versante occidentale della collina, si può notare che l’intera area si è
sviluppata urbanisticamente intorno a uno stretto canale. È stata
costruita perfino una pista ciclabile e pedonale, sfruttata molto
volentieri dai residenti delle palazzine che torreggiano dall’alto
sempre più numerose.
Un giorno, mentre camminavo con mio figlio disabile lungo la pista
pedonale che costituiva il percorso del nostro esercizio quotidiano,
mi imbattei in una persona che non mi sarei mai aspettato di
rivedere… Questa scena figura nelle pagine iniziali di un romanzo
che ho scritto poco dopo aver compiuto settant’anni. Ora, se
cominciassi la stesura del mio nuovo romanzo in modo simile, con
ogni probabilità la gente direbbe: «Ma guarda te, il povero vecchio
scrittore sta plagiando sé stesso per l’ennesima volta!». Ma la verità
è che per una persona anziana come me, che in linea di massima
conduce una vita reclusa e solitaria tra le pareti di casa, non
esistono molte occasioni di contatti casuali con il mondo esterno…
Era una mattina d’inizio estate. Avevo lasciato Akari a casa ed ero
uscito da solo per fare quattro passi. Negli ultimi anni il declino fisico
di mio figlio era avanzato al punto tale che qualsiasi sforzo
prolungato si trasformava in una dura prova, e inoltre aveva bisogno
di dosi via via più massicce di farmaci per tenere sotto controllo le
crisi epilettiche. Mentre procedevo tranquillo, sentii un rumore di
passi leggeri e regolari alle mie spalle, e un attimo dopo qualcuno mi
sopravanzò senz’affatto cambiare ritmo. Si trattava di una ragazza
minuta, con lunghi capelli tinti di castano scuro e raccolti in una coda
di cavallo. Indossava una maglia beige e pantaloni di cotone
morbido e leggero dello stesso colore, del tutto privi di increspature e
appena un po’ lucidi. Le stavano a pennello, mettendo
splendidamente in risalto le sue forme. Le cosce erano sode e ben
tornite, senza essere troppo muscolose, e le curve del piccolo
sedere tondo e perfetto sembravano ondeggiare flessuose a ogni
passo. Mentre ero lì a osservare rapito la sua figura da dietro, la
ragazza si allontanò in fretta e sparì dalla mia vista.
Dopo un po’, continuando a camminare a un’andatura molto
pacata, la vidi di nuovo: stava facendo stretching e qualche esercizio
di ginnastica in un’area fornita di panchine, sbarre e altri attrezzi per
il fitness. Allungava adagio una gamba in avanti, abbassava i fianchi
altrettanto lentamente e manteneva la posizione per diversi secondi.
Poi cambiava gamba e ripeteva l’esercizio. Prima, quando mi aveva
superato, l’avevo intravista solo di sfuggita e mi era parso che
avesse un viso tondo e grazioso. Ma ora che potevo vederla meglio
e di profilo, notai che assomigliava piuttosto a un’attraente e bella
demonessa dalla carnagione chiara, uno hannya. Ora che mi viene
in mente, una volta mi è capitato di leggere un brano che parlava di
una teoria secondo cui le bellezze giapponesi si possono dividere
essenzialmente in due categorie: il tipo otafuku, caratterizzato da un
viso tondo e paffuto; e il tipo hannya, dai lineamenti marcati e
spigolosi.
Nel frattempo il gorgoglio dell’acqua del canale era cresciuto
d’intensità. In quel punto la corrente era più forte e generava piccole
rapide, e inoltre il fragore era amplificato dalla struttura che
sosteneva il ponte d’acciaio delle ferrovie Odakyū, che formava una
sorta di tettoia sul canale. Attratto dal rumore impetuoso, volsi lo
sguardo verso la superficie dell’acqua e vidi qualcosa d’insolito e
stupefacente. Dopo di che, accadde l’imprevedibile. Mentre
avanzavo distratto, gli occhi rivolti al canale, andai a sbattere con la
testa contro il palo di un lampione, forte, molto forte! Al punto che mi
si formò un ematoma nerastro che si estendeva dal lato destro della
faccia fino all’angolo dell’occhio e che rimase visibile per almeno
quattro o cinque giorni.
Mi si annebbiò la vista, sentii le forze venir meno e mi resi conto
che stavo per svenire. Poi, all’ultimo momento, percepii l’abbraccio
solido eppure soffice e flessuoso di qualcuno che mi sorresse da
dietro. Due braccia forti mi si avvilupparono intorno e mi tennero
stretto, e mi ritrovai semidisteso e con il sedere poggiato su quella
che di primo acchito mi parve una sorta di pedana fusiforme. Ma in
breve mi accorsi che la pedana, o qualunque cosa fosse, era calda e
viva, e allora dedussi che doveva trattarsi di una gamba umana. Al
contempo mi resi conto che la mia schiena era adagiata contro i
morbidi seni di una donna. Non so nemmeno io come riuscii a
rimettermi in piedi e ad appoggiarmi col braccio al lampione contro
cui avevo sbattuto poco prima. Mi sforzai di riprendere a respirare
con regolarità, cercando di restare calmo, e intanto emettevo dalla
bocca una specie di rantolo cavernoso.
«Stia tranquillo, si segga di nuovo sulle mie ginocchia, se vuole»,
mi disse con voce gentile e pacata la ragazza: era lei, la giovane
donna con i pantaloni di cotone beige attillati! E io, da bravo uomo
anziano in preda a un attacco di vertigini, riassunsi la posizione
precedente senza farmelo ripetere. Dopo qualche minuto – era
passato più o meno lo stesso lasso di tempo che occorreva ad Akari
per riprendersi dopo una crisi epilettica di media intensità – mi alzai
e mi allontanai dalla coscia della ragazza, che intanto era diventata
molto più calda di prima e sudaticcia.
Mentre, con un certo impaccio, cercavo di esprimerle la mia
gratitudine, lei mi interruppe e chiese: «Mi scusi se mi permetto, ma
le accadono spesso incidenti di questo tipo?».
«No.»
«Ah, meno male. Se fossero frequenti ci sarebbe di che
preoccuparsi.»
La ragazza aveva il tipico atteggiamento positivo e conciliante di
una persona sui trent’anni, sempre allegra e sorridente mentre
parlava. Anche se in quel momento avevo il volto contratto in una
smorfia di dolore, sentii l’urgenza di riferirle le possibili cause che a
mio avviso, dopo una rapida riflessione, avevano provocato quello
strampalato incidente.
«Questo punto è abbastanza in ombra perché, come sa, qui sopra
passa la linea Odakyū», cominciai a spiegare. «E poi la parte
inferiore di questo lampione è larga e ben visibile perché dentro la
base c’è un meccanismo che ne regola l’accensione in automatico,
mentre verso l’alto diventa più sottile e non l’ho notato. Ma la verità è
che sono andato a sbatterci contro perché avevo sentito un rumore
strano provenire dal canale e mi sono distratto per guardare in
basso. Non era il solito fragore d’acqua, ma qualcosa di diverso,
simile a piccoli tuffi ripetuti. Difatti erano pesci! Li vede? Ora sono
laggiù, stanno saltando sull’acqua in prossimità dell’altra sponda del
canale. Quattro o cinque splendide carpe, molto probabilmente
esemplari maschi che si azzuffavano tra loro per contendersi i favori
di un unico esemplare femmina che scappava davanti. Credo che
questo sia il periodo in cui depongono le uova. Nel fiume della valle
dove sono nato è molto raro, se non impossibile, vedere carpe così
grandi nuotare in quel modo in gruppo, e perciò ci sono rimasto di
stucco, come ipnotizzato. Non mi sono accorto del palo e a un tratto
ho sentito una botta tremenda sulla faccia… Da giovane, quando i
riflessi mi funzionavano bene, molto probabilmente sarei riuscito a
scansarmi all’ultimo istante e avrei evitato l’impatto, ma ora…»
«Ho capito, grazie», disse la ragazza, trattenendo a stento un
risolino. «Immagino che la precisione e l’attenzione per il dettaglio
dipendano dalla sua professione, giusto?»
La ragazza mi aveva riconosciuto; del resto, me n’ero accorto fin
da subito.
«Sì, ma la cosa più assurda e bizzarra è che mentre tentavo di
ricostruire quello che mi era successo me ne stavo adagiato sulle
gambe di una giovane sconosciuta! Le chiedo davvero scusa per
non essere stato capace di reggermi in piedi, ma il dolore era
insopportabile. La ringrazio infinitamente per avermi aiutato.»
«Meno male che non ha sbattuto la tempia», disse lei, fissandomi
in volto con aria preoccupata. «Però sembra che il sangue si stia
diffondendo sottopelle al lato della fronte, forse le conviene tornare a
casa e metterci del ghiaccio.»
Quando mi rimisi in cammino in direzione del ponte sul canale,
che di solito costituiva il punto di svolta del mio percorso, notai con
sorpresa che la ragazza mi si era accodata adeguando la sua
andatura alla mia. Fu in quel preciso momento che mi balenò in
mente l’idea che forse non si trattava di un incontro fortuito. In
precedenza doveva avermi superato di proposito con passo spedito
ed era andata a piazzarsi nell’area attrezzata in attesa del mio
passaggio, così da avere conferma della mia identità e con
l’intenzione di avvicinarmi per parlarmi di chissà cosa. Ecco perché
si trovava a pochi metri da me quando ero andato a sbattere contro il
palo della luce. Aveva afferrato letteralmente al volo l’occasione e
sfruttato la pronta e inattesa operazione di salvataggio per rompere
gli indugi e avviare la conversazione. Non poteva essere altrimenti.
«Mi scusi», mi disse un attimo dopo, affiancandosi pian piano,
«avrei dovuto presentarmi prima…» Fece una pausa e scrutò
l’espressione che mi era appena affiorata in viso e che diceva
chiaramente: “Ma si figuri, sono io che devo scusarmi per quello che
è successo”. Dopo di che andò avanti tutto d’un fiato, ritrovando un
pieno sorriso: «Faccio parte della compagnia teatrale di Anai Masao,
il Caveman Group. Lei e Anai vi conoscete da molto tempo, vero?
Più o meno all’epoca in cui è stata fondata la compagnia, so che lui
le ha scritto una lettera per chiedere il permesso di mettere in scena
alcuni suoi lavori del primo periodo, e lei è stato molto gentile e ha
acconsentito subito. Come certamente saprà, la versione teatrale de
Il giorno in cui lui mi asciugherà le lacrime ha riscosso un ottimo
successo e ha ottenuto persino un premio, il che ha rappresentato
un grande stimolo per la nostra compagnia, anzi diciamo pure che
ha segnato la svolta. Poi ci siamo trasferiti nello Shikoku, a
Matsuyama, e abbiamo fissato lì la nostra sede. Attualmente siamo
impegnati in un progetto che prevede la messa in scena di altre sue
opere. Sua sorella Asa ci ha dato un aiuto straordinario, le saremo
debitori in eterno. Io ho avuto la fortuna di recitare nella nuova
rappresentazione de Il giorno in cui lui mi asciugherà le lacrime. Sul
programma e sui manifesti compare anche il mio nome: Unaiko. È
così che mi chiamano tutti. È un piacere enorme e un onore
conoscerla».
«Sì, più o meno sono informato su ciò di cui sta parlando. Asa ha
riferito qualcosa a mia moglie, la quale mi ha messo al corrente dei
fatti.»
«È da tanto che sognavo di conoscerla, incontrarla di persona era
un mio grande desiderio. Questa settimana avevo in programma di
venire a Tōkyō per alcuni impegni personali e ho pensato di cogliere
l’occasione. Asa mi ha sconsigliato di tentare di chiederle un
appuntamento formale, dicendomi che lei non ama questo genere di
cose e – mi perdoni se oso, ma sono testuali parole di sua sorella –
anche perché si considera ormai una persona in età avanzata.
Perciò alla fine mi ha suggerito di organizzare un… incontro fortuito.
Mi ha detto che quasi tutte le mattine lei viene a passeggiare da
queste parti e che non avrei dovuto fare altro che appostarmi lungo il
percorso e… tenderle un agguato. Mi perdoni, ma sua sorella ha
usato questa precisa espressione, e si è persino presa la briga di
telefonare appositamente a sua moglie per chiedere verso che ora
era solito fare la sua passeggiata, evitando di scendere troppo nei
dettagli, è ovvio. E oggi, al primo tentativo, è stato subito il mio
giorno fortunato, anche se forse non lo è stato più di tanto per lei…»
Di nuovo Unaiko si interruppe e soffocò a stento una risata, prima di
aggiungere in tono ironico e con voce sottile: «Insomma, nel suo
caso è evidente che non si può parlare di fortuna, ma per me lo
scontro con quel palo della luce è stato provvidenziale!».
Secondo il percorso usuale, attraversai il ponte, mi portai sulla
sponda opposta del canale e seguii la stradina pavimentata con un
materiale soffice e gommoso rossastro che riconduceva al punto di
partenza. Unaiko continuò a starmi accanto per tutto il tempo e a
chiacchierare. Intanto mi si erano formati due grossi bozzi, uno nella
zona tra l’orecchio e il sopracciglio e l’altro sulla fronte. Li sentivo
pulsare e mi facevano un male tremendo. Sentivo di avere la febbre
in tutto il corpo, perciò mi limitai al ruolo dell’ascoltatore passivo e
non proferii quasi parola.
«Mi scusi se mi permetto», disse a un certo punto Unaiko, «ma ho
saputo da sua sorella che forse quest’estate tornerà nello Shikoku
dopo una lunga assenza. Presumo che starà alla Casa nella foresta,
difatti Asa ha chiesto con largo anticipo a noi giovani membri del
Caveman Group di dare una bella sistemata. Naturalmente ci siamo
messi subito a disposizione e abbiamo fatto del nostro meglio, era il
minimo che potessimo fare. Abbiamo lavorato tutti insieme per una
settimana circa e siamo venuti a sapere il motivo del suo probabile
ritorno nella valle. Asa ci ha spiegato che, nel decimo anniversario
dalla scomparsa di vostra madre, deve consegnarle una certa valigia
di pelle rossa che le aveva lasciato in custodia prima di morire. Ci ha
anche detto che con ogni probabilità riprenderà a lavorare a un libro
che aveva iniziato a scrivere molti anni fa, e che per farlo utilizzerà il
materiale contenuto nella valigia. Ha fatto riferimento al libro con le
parole “il romanzo dell’annegamento”, perciò posso presumere che
forse comincerà con il racconto di ciò che accadde quando il fiume
che scorre nella valle ruppe gli argini provocando una grave
inondazione. Visto che tornerà a casa dopo tanto tempo, Asa dice
anche che molto probabilmente vorrà fare ricerche sul campo per il
suo romanzo: location scouting, come si dice nel gergo
cinematografico. E ha aggiunto che Anai Masao, che conosce a
menadito i suoi romanzi e sta scrivendo un dramma teatrale basato
su alcuni suoi lavori, potrà darle una mano nell’opera di ricerca, così
come lei potrà darla a lui. In particolare, per rievocare la tragica notte
dell’annegamento di suo padre, si potrebbe ricorrere a una barca
simile a quella in cui si trovava lui quando è morto tra le acque in
tempesta del fiume in piena. Ah, sempre secondo sua sorella,
noialtri membri della compagnia potremmo essere d’aiuto non solo
nelle pulizie e in altre incombenze manuali, ma anche in lavori di tipo
più concettuale. Masao è di un altro livello, lei lo sa meglio di me, e
in tutta sincerità non so se noi giovani abbiamo le capacità
necessarie per renderci davvero utili da quel punto di vista…»
Evidentemente era una mera dichiarazione di falsa modestia: mentre
pronunciava le ultime parole, Unaiko aveva conservato
un’espressione che rivelava piena fiducia nei propri mezzi. «In ogni
caso», proseguì, «posso assicurarle che siamo entusiasti all’idea di
poter collaborare con lei e speriamo di poterle essere d’aiuto. Ma
forse sua sorella l’ha già messa al corrente di tutto.»
«Sì, ho parlato al telefono con Asa e penso che trascorrerò un
periodo alla Casa nella foresta per riprendere possesso di alcune
cose che ha tenuto in custodia per me in questi anni: il prologo di un
romanzo che ho scritto da giovane, certe schede con alcuni appunti
e un po’ di materiale e di documenti che riguardano nostro padre.
Abbiamo anche discusso della possibilità di fare ricerche sul posto
per il mio romanzo, così che io possa riprendere a scriverlo nel
migliore dei modi. Inoltre mi ha parlato di voi, del Caveman Group,
pur senza entrare nei dettagli come ha fatto lei adesso.»
«Prima che partissi per Tōkyō, Masao non ha fatto che ripetermi
queste parole: “Ascoltami bene, Unaiko, se avrai la fortuna di
incontrare il signor Chōkō, cerca di non essere troppo insistente. Sta’
attenta a non esagerare, altrimenti lui reagirà male e non combinerai
niente”. Masao mi conosce bene e aveva paura che potessi
mandare tutto a monte comportandomi in modo aggressivo. Ma i
suoi timori sono del tutto infondati, perché io non desideravo altro
che incontrarla di persona e riferirle che noi del Caveman Group
speriamo che lei venga nello Shikoku e possa completare il suo
romanzo e collaborare al nostro progetto. Credo che l’incidente del
lampione sia un vero miracolo, un gran colpo di fortuna, almeno per
me, perché mi ha dato la possibilità di parlarle faccia a faccia.»
Dopo un po’ ci fermammo davanti a un dissuasore metallico che
serviva a impedire il passaggio dei mezzi a motore, nel punto in cui
la pista ciclabile incrociava la carreggiata stradale. Lì, di solito,
intraprendevo la faticosa via del ritorno verso casa, in salita.
Frattanto i bernoccoli vicino all’orecchio e sulla fronte avevano
continuato a inturgidirsi e li tenevo premuti con la mano nell’illusione
di mitigare il dolore. Fermo in quel posto, mi lanciai in una nuova
spiegazione.
«Questo percorso pedonale procede lungo le sponde del canale, e
i due lati sono collegati da un ponte. È ovvio che, a seconda della
persona, può essere utilizzato anche come pista da jogging e non
solo per passeggiare. Ora, nel caso di un incontro accidentale lungo
il tragitto, le variabili non sono molte: puoi imbatterti in qualcuno che
proviene dal senso opposto, o puoi superare qualcun altro che
procede più lentamente, o ancora puoi essere superato da qualcuno
che avanza da dietro a passo spedito. Se lei fosse arrivata di fronte,
dalla direzione opposta, e mi fossi accorto che mi stava puntando,
molto probabilmente avrei tirato dritto senza aprire bocca, anche nel
caso in cui lei mi avesse rivolto la parola e fatto cenno di fermarmi.
D’altra parte, anche nel caso in cui mi avesse incalzato alle
calcagna, avrei avvertito inevitabilmente una certa pressione e
reagito senza dubbio nello stesso modo. Sono quindi d’accordo con
lei nell’ammettere che l’urto con il palo della luce deve nascondere
un qualche significato profondo, in quanto anch’io sono molto lieto di
avere avuto la possibilità di dialogare con lei. Ora le chiedo scusa,
ma da qui incomincia il mio ritorno verso casa. La prego di riferire ad
Asa di telefonarmi. Arrivederci.»
Senza aggiungere altro, mi avviai lungo la strada in salita che
conduceva alla mia abitazione. Tuttavia Unaiko, anziché salutare e
allontanarsi, mi venne di nuovo dietro e mi pose una domanda.
Stavolta sembrava quasi intontita, di colpo la sua espressione era
mutata, come se si fosse ricordata di qualcosa che la turbava da
tempo.
«Mi scusi, non c’entra niente con il discorso di prima, ma se non
sbaglio un suo vecchio professore di letteratura francese ha tradotto
un grande romanzo del XVI secolo. E mi pare che l’opera contenga
un episodio su un uomo che si serve di un enorme branco di cani e
scatena un putiferio nelle strade di Parigi…»
«Esatto. L’opera a cui fa riferimento è Gargantua e Pantagruel di
Rabelais. Il primo volume, che è in tutto e per tutto un romanzo
monumentale, si intitola semplicemente Pantagruel, dal nome del
protagonista. Pantagruel appartiene a una famiglia di nobili giganti, e
in un capitolo il suo fedele accolito, Panurge, gioca un brutto tiro a
una nobildonna che aveva rifiutato le sue avances. Secondo il
racconto, Panurge trova una cagna in calore e la nutre con ogni tipo
di delizia, presumibilmente allo scopo di rinvigorirne le energie. Dopo
di che l’ammazza ed estrae qualcosa dal suo grembo materno, lo
maciulla e se lo infila nella tasca del cappotto. Quindi scova l’odiata
nobildonna e le sparge la poltiglia sul vestito, dappertutto: sulle
maniche, tra le pieghe della gonna e così via. Ovviamente il forte
odore attrae una vasta schiera di cani, che saltano addosso alla
signora come impazziti, dando vita a scene di violenza e a un
pandemonio inenarrabile. Le lascio immaginare cosa potrebbe
accadere se “più di 600.014 cani” – l’autore cita il numero esatto – si
scatenassero nello stesso momento.»
«Mi chiedo che cosa abbia potuto estrarre il servitore dal ventre
della cagna dopo averla ammazzata.»
«È un po’ complicato da spiegare. Nel senso che è imbarazzante
parlare di certe cose con una giovane donna che ho appena
conosciuto…» Il dubbio di Unaiko mi aveva messo a disagio, ma al
contempo mi aveva fatto riaffiorare alla mente il ricordo del caro
professor Musumi, in particolare la sua espressione entusiasta e il
modo di parlare esuberante e coinvolgente. Allora feci del mio
meglio per spiegare alla ragazza ciò che il professor Musumi aveva
scritto in una delle note della traduzione di quel famoso romanzo
medievale. «Era l’utero della cagna. L’organo in questione era noto
agli studiosi fin dai tempi dell’antica Grecia per le presunte proprietà
terapeutiche. Da qualche parte ho anche letto che i maghi del
medioevo lo utilizzavano come ingrediente nelle pozioni d’amore.»
Senza dire niente, Unaiko fece un lieve inchino in segno di saluto
e andò via. Che strano, di colpo mi sentivo in forze e di buonumore,
e mi resi conto che la disponibilità e le richieste del Caveman Group
mi avevano reso incline ad accettare una volta per tutte l’invito di mia
sorella a tornare dopo tanto tempo nello Shikoku.
1.
Arriva il Caveman Group

1.

Asa venne a prendermi in macchina all’aeroporto di Matsuyama e,


strada facendo, mi diede alcune informazioni.
«I ragazzi del Caveman Group non vedono l’ora di incontrarti. Non
stanno più nella pelle sapendo che ti fermerai per un po’ alla Casa
nella foresta. Anai Masao è molto felice e rincuorato. Poverino,
quando ha saputo che Unaiko, che come avrai capito è uno dei
membri di punta della compagnia, aveva deciso di testa sua di
venire a Tōkyō per parlarti, si è molto preoccupato perché temeva
che andasse tutto sottosopra. In realtà lei si era rivolta a me e le ho
dato qualche consiglio… Per fortuna tutto si è risolto per il meglio,
meno male. A proposito, non c’entra niente, ma mi sono ricordata di
una questione che ti riguarda e che va risolta. Quelli del comune ci
stanno chiedendo già da tempo in che modo intendiamo regolarci
con la pietra commemorativa che come sai è stata eretta quando hai
vinto quel premio importante, perché la sua collocazione attuale
intralcia la costruzione di una nuova strada. Ne ho già discusso con
Chikashi e ho riferito le sue idee a chi di dovere. Come ha detto
anche lei, quel che importa non è l’intera installazione, ma solo la
pietra con l’iscrizione. A noi interessa quella e non vogliamo che sia
ricollocata chissà dove, possiamo occuparcene anche di persona.
Quanto alla base, inutile e pesante, possono farne ciò che vogliono,
anche distruggerla. Mi sembra così ovvio: bisogna mettere al sicuro
solo la parte del monumento che riporta la poesia da te composta
citando alcuni versi che hai scelto personalmente dagli scritti di
nostra madre. Mentre pensavo al da farsi mi è venuto in mente che
in effetti non hai mai avuto occasione di vedere il monumento dal
vivo e nello stato finito, perciò, se ti va, potremmo passare a dare
un’occhiata. Da qui a Ōkawara, nella valle, ci vuole un’oretta e
mezza, perché non provi a dormire un po’?»
Asa fece silenzio e si concentrò sulla guida, mentre io sonnecchiavo al suo fianco.
Come aveva preannunciato, dopo poco più di un’ora arrivammo in un posto dove la riva
del fiume era stata adibita a parco. Si raggiungeva dopo aver attraversato il nuovo ponte
e seguendo la strada statale in un tratto in cui procedeva dritta, là dove erano previsti i
lavori di ampliamento della carreggiata e la costruzione di una nuova variante. Asa mi
disse che nostra madre aveva fatto piantare camelie e melograni intorno al monumento,
ma purtroppo erano stati sradicati in vista dei lavori. Una grande pietra rotondeggiante
spuntava dalla nuda terra, sembrava un frammento di meteorite. Quando mi avvicinai e
provai a guardarla meglio – assomigliava anche a uno strano ammasso vegetale verde
acqua –, notai che recava un’iscrizione di appena cinque righe. Erano i versi della poesia
che avevo scritto con la penna stilografica alcuni anni prima: avevano ingrandito i
caratteri e li avevano trasferiti sulla pietra.
Non hai preparato Kogii a salire su nella foresta
E come preso dalla corrente del fiume non tornerai mai più.
A Tōkyō durante la stagione arida
I ricordi mi affiorano alla mente all’incontrario
Dalla vecchiaia fino agli anni dell’infanzia.

«Non è male», commentai, «suona meglio di quanto ricordassi.»


«Purtroppo i primi due versi, quelli composti da nostra madre»,
disse Asa, «hanno suscitato critiche negative fin dall’inizio. Molti si
sono lamentati perché non si tratta né di uno haiku né di un tanka. Io
non vi ho dato troppo peso, ma poi il professore responsabile del
comitato per l’istituzione del monumento mi ha convocata a
Matsuyama e ha manifestato pure lui un forte disappunto. “Che
cos’è?” mi ha chiesto. “Una specie di parodia di una canzone di
Misora Hibari?” Come puoi immaginare, mi sono venuti i nervi a fior
di pelle. Gli ho risposto chiaro e tondo: “Guardi che il verso della
canzone di Misora Hibari al quale forse si sta riferendo dice ‘come la
placida corrente del fiume’, mentre nella poesia è scritto ‘come preso
dalla corrente del fiume’. Mia madre non ha mai copiato nessuno!”.
Dopo di che ho provato a spiegargli che a volte dalle nostre parti si
usa l’espressione “preso dalla corrente” quando qualcuno annega
nel fiume oppure viene tratto in salvo dopo essere stato trascinato a
valle durante un’inondazione. Le persone portate via dalla corrente,
sia quelle che purtroppo annegano sia quelle che vengono salvate
dalle acque in piena, in un certo senso finiscono per abbandonare il
villaggio, e perciò quell’espressione indica un po’ un allontanamento
senza ritorno. Non a caso la usiamo anche in senso ironico, nei
confronti di quelli che lasciano il villaggio per andare a studiare a
Tōkyō e restano lì per sempre, anche se al momento della partenza
avevano promesso che un giorno sarebbero tornati… Tu sai meglio
di chiunque altro di cosa parlo, eh? Ed è ovvio che chi è nato dalle
nostre parti è in grado di cogliere al volo in quei versi il riferimento a
te. Ho fatto del mio meglio per illustrare al professore tutte queste
sfumature, e quando gli ho detto che in fondo mi rendevo conto che
soprattutto il primo verso poteva risultare incomprensibile per la
gente di fuori, lui si è messo sulla difensiva e ha ribattuto, con la
classica aria spocchiosa da docente universitario, che ha scritto non
so quanti libri sul folklore e la storia della regione. Non ha voluto
saperne della mia interpretazione, l’ha rifiutata di sana pianta, ma
alla fine mi sono assicurata che avrebbero iscritto sulla pietra la
poesia così com’era in origine, dalla prima all’ultima parola.
Comunque ho i miei dubbi che il professore abbia compreso il
significato del primo verso. Innanzitutto non credo sappia che il tuo
soprannome da bambino era Kogii, né tantomeno che all’epoca
avevi un alter ego immaginario con cui passavi buona parte del tuo
tempo e che rispondeva allo stesso nome. Solo chi ha letto e
conosce a fondo i tuoi libri può comprendere questi dettagli. Dalle
nostre parti si usano diversi modi di dire molto particolari. Quando
per esempio diciamo che qualcuno è “salito su nella foresta”,
intendiamo che ha esalato l’ultimo respiro e preghiamo per la sua
anima. Non si può escludere che il professore sia a conoscenza di
queste e altre notizie, visto che per scrivere i suoi libri deve avere
fatto un bel po’ di ricerche sul folklore locale, ma è difficile che
sappia di te e della nostra famiglia…»
«A proposito, tu non hai idea del punto esatto dove fu rinvenuto il
corpo di nostro padre dopo che la corrente del fiume lo ebbe
trascinato a valle, vero?» le domandai. «Hai sempre detto che il
primo ricordo della tua infanzia coincide con il momento in cui il
cadavere fu riportato a casa…»
«Non potrò mai dimenticare che mi chiedesti di controllare se per
caso ci fosse un bambino morto accanto al futon dove giaceva il
corpo senza vita di nostro padre. Dopo circa vent’anni, quando ho
saputo che facevi uno strano sogno ricorrente, all’inizio ho pensato
che fosse una cosa su cui riderci su, ma poi mi sono resa conto che
invece era qualcosa di molto triste e doloroso, forse legato al trauma
che avevi subìto. Ho continuato a chiedermi se e fino a che punto il
tuo sogno avesse una relazione diretta con il fatto che riuscisti a
evitare di salire a bordo della piccola barca che portò il nostro povero
padre verso la morte. In ogni caso, quel giorno accolsi la tua
richiesta e mi misi a girare intorno al suo corpo coperto da un
lenzuolo bianco. A un certo punto incespicai e caddi, e quando
allungai il braccio toccai una ciocca dei suoi capelli umidi con la
mano. Ricordo come fosse ieri la sensazione che provai in
quell’istante, e ti ho creduto fin da subito quando dicesti che annegò
dopo essere stato “preso dalla corrente”.»
«Ti ricordi, no, il periodo in cui frequentai solo per un anno il liceo
locale dopo la riforma scolastica, prima che il villaggio fosse
incorporato nella cittadina vicina? Un giorno, durante la lezione di
educazione artistica, andammo al fiume per disegnare dal vero,
all’aria aperta. L’insegnante, originario delle nostre parti, aveva
sistemato il cavalletto in prossimità della riva, contornata da fitti
arbusti di Salix gracilistyla, e stava lavorando a un dipinto a olio.
Mentre gironzolavo là intorno, mi chiamò e disse: “Non so se lo sai,
ma questo è il posto in cui tempo fa il signor Chōkō fu ritrovato morto
dopo essere stato preso dalla corrente. Non è che per caso ha a che
fare con la tua famiglia?”. Noi avevamo alzato una cortina di estrema
riservatezza intorno alle circostanze dell’annegamento di nostro
padre, era come se ci rifiutassimo di sapere, ma gli altri sembravano
essere a conoscenza di numerosi particolari. Credo sia anche per
questo che nostra madre ci abbia tenuto a inserire le parole “preso
dalla corrente” in quella breve poesia.»
Asa e io ritornammo alla macchina camminando fianco a fianco
lungo una fila di ciliegi, i cui rami frondosi e robusti formavano una
galleria scura sopra le nostre teste (la loro fine era vicina, presto
sarebbero stati abbattuti). Durante i venti minuti circa che ci
separavano dal villaggio incastonato in una piccola valle immersa
nella foresta, Asa mi mise a parte di alcune questioni sulle quali
evidentemente stava rimuginando da tempo.
«Ascolta, Kogii», cominciò, «tu non immagini quanto sia stata
felice quando mi hai detto che ti saresti fermato per un po’ alla Casa
nella foresta. Finalmente, dopo tutti questi anni, avrai modo di
risolvere una volta per tutte il mistero della valigia rossa. Ma ti
confesso che allo stesso tempo un pensiero triste ha continuato a
vorticarmi nella testa: “Caspita, non ci posso credere, mio fratello è
diventato vecchio!”. Un particolare che ho notato man mano che
passano gli anni e si invecchia è che si viene pervasi sempre più dal
desiderio di sistemare le cose nel miglior modo possibile, senza
lasciare niente di irrisolto. Ed è inevitabile, in questa fase, pensare
con molta frequenza alla morte. È ovvio che anch’io sono diventata
vecchia, come te, come tutti, ed è per questo che mi vengono in
mente certi pensieri. Credo sia naturale, no? Eppure continuiamo a
vivere, e penso sia molto importante per ognuno di noi quello che
avverrà da adesso fino al momento finale… Anche se ci si rassegna
all’ineluttabilità della morte, bisogna sempre e comunque misurarsi
con il tempo che ci separa da quell’ultimo giorno. La morte verrà,
prima o poi farà visita a tutti, eppure dobbiamo affrontare con piena
responsabilità quanto ci resta da vivere. Riflettiamo di nuovo sulla
poesia di nostra madre: diciamo pure che è uno haiku, va bene? Io
sono convinta che quei versi costituiscano una sorta di messaggio
per te, un messaggio scritto partendo dall’idea che tu lo leggessi al
ritorno a casa, inciso su quella pietra commemorativa: Non hai
preparato Kogii a salire su nella foresta / e come preso dalla
corrente del fiume non tornerai mai più. E tu, nei tre versi successivi,
hai fornito una risposta e hai messo in chiaro che non saresti più
tornato a vivere nella valle. Sei lontano, a Tōkyō, impegnato a
meditare su varie cose – sbaglio o hai fatto riferimento a certi versi di
Eliot? Eccomi, vecchio in un mese arido… Va benissimo, per carità,
solo che a confronto con i due versi di nostra madre la tua risposta
suona così distaccata, anche se del resto è nel tuo stile e non mi
sarei aspettata niente di molto diverso. Quel che è certo è che lei,
quando ha scritto quelle parole, ti vedeva ancora come Kogii, e forse
era preoccupata perché non sapeva se e in che modo tu stessi
facendo qualcosa per preparare Akari a salire su nella foresta. Ma
alla fine, dopo averci riflettuto a lungo, sono arrivata alla conclusione
che uno dei motivi alla base del tuo ritorno quaggiù giace proprio
nella tua volontà di compiere i preparativi necessari per la salita nella
foresta, nel rispetto del significato locale di questa espressione.»
Dopo il lungo monologo, Asa guidò in silenzio per diversi
chilometri e a un certo punto accostò a bordo strada. «Ecco, siamo
arrivati», annunciò. «Segui il sentiero in salita e raggiungerai senza
problemi la Casa nella foresta. Lo so, sembra più adatto a un
animale selvatico che non a un essere umano, ma sono sicura che
ce la farai. Non dirmi che hai dimenticato le nostre mitiche
scorciatoie. Scusami se ti lascio qui, ma si è fatto tardi e devo
correre a casa. Tornerò da te fra qualche ora e ti porterò la cena e
anche i bagagli, va bene? A proposito, Unaiko, la ragazza che hai
conosciuto a Tōkyō, verrà alla Casa nella foresta domani, insieme
ad Anai Masao, che come certamente sai era un allievo di Hanawa
Gorō. Unaiko mi ha detto che vogliono parlarti di vari argomenti e
che sperano di poter condividere molto tempo con te, ma forse te ne
ha già accennato quando vi siete incontrati a Tōkyō. Domani
verranno alla Casa nella foresta anche alcuni giovani membri della
compagnia: installeranno la pietra commemorativa. Dopo di che,
Masao e Unaiko si augurano di poter parlare con te della vostra
imminente collaborazione. Non vedono l’ora, è da un pezzo che
aspettano questa occasione, sii gentile con loro, per favore!»

2.

Il mattino seguente, Asa, che come al solito si era ben organizzata


e aveva dato prova una volta di più della sua lungimiranza, diede
incarico a un paio di giovani membri della compagnia teatrale di
andare a ritirare la pietra commemorativa. Aveva sistemato le
questioni burocratiche in anticipo e non restava altro che occuparsi
della ricollocazione materiale della parte del monumento che recava
l’iscrizione con la poesia mia e di nostra madre. Nel giardino sul retro
della Casa nella foresta spiccavano un corniolo da fiore e un acero
della varietà Ōsakazuki, che Chikashi aveva portato dal nostro
giardino a Tōkyō insieme a un melograno regalatole in passato da
mia madre. Quegli alberi erano cresciuti in modo armonioso e
proporzionato rispetto alle dimensioni ridotte del giardino. Concordai
subito con mia sorella: collocare la grande pietra di fronte agli alberi
era una splendida idea.
I membri del Caveman Group arrivarono a bordo di un furgone
che recava il nome della compagnia bene in vista sulla fiancata.
Quella scritta, ingrandita e applicata ad arte sulla carrozzeria della
vettura, doveva essere opera di Hanawa Gorō. In piedi nel giardino
antistante alla casa – non era niente di che, era stato ricavato da un
lembo di roccia sporgente e ricoperto con uno strato di ghiaia – Asa,
che si era fatta dare uno strappo con il furgone della compagnia
teatrale, mi presentò ad Anai Masao. Lo avevo già visto in
precedenza, mi ricordavo di lui. Era un uomo sulla quarantina,
semplice e modesto, e aveva tutta l’aria di respirare teatro da un bel
po’. Al suo fianco, la schiena ben dritta e con indosso abiti da lavoro
e un gran sorriso in volto, c’era la giovane donna in cui mi ero
imbattuto a Tōkyō. Asa era al corrente del nostro rocambolesco
incontro, ma non ne fece menzione. Disse soltanto: «Sono molto
lieta di presentarti Anai Masao e Unaiko».
Dopo un rapido scambio di convenevoli, Anai Masao fece segno ai
due allievi giunti insieme a lui di prelevare la pietra con la poesia dal
retro del furgone. Era avvolta in una vecchia coperta e ben legata
con una fune. Quindi disse ai suoi aiutanti di seguirlo e li guidò verso
il giardino sul retro. I due giovani trasportavano il pesante carico con
evidente sforzo, facendo del loro meglio per tenerlo in equilibrio su
due robuste tavole di legno.
Unaiko rimase ferma dov’era e, mentre la ringraziavo per avermi
prestato aiuto a Tōkyō dopo l’incidente del lampione, Asa mi
interruppe e disse indicandola: «Forse non lo sai, ma tua moglie
Chikashi ha qualcosa a che fare con il suo soprannome».
Unaiko annuì. «A proposito di soprannomi», disse poi, «ho saputo
che il primo a chiamare il leader della nostra compagnia “The
Caveman” è stato il famoso regista cinematografico Hanawa Gorō,
suo caro amico e fratello maggiore di sua moglie. Asa mi ha
raccontato che una volta vostra madre affermò che sua figlia Maki le
ricordava una bambina dei tempi antichi – una unaiko, per via della
sua acconciatura – e mi ha pure detto che mi assomigliava. Per
questo, e anche perché quella parola ricordava Anai, il cognome del
nostro leader, mi è venuto da dire, scherzando: “Be’, forse dovrei
cambiare nome e farmi chiamare Unaiko!”. L’idea è piaciuta molto,
soprattutto ai colleghi giovani della compagnia, perciò da quel giorno
tutti mi chiamano così, Unaiko.»
In effetti la prima volta che Chikashi aveva portato i nostri figli nella
valle per conoscere la nonna, la maggiore, Maki, aveva più o meno
lo stesso taglio di Unaiko, anche se in una versione più infantile. A
mia madre piacque moltissimo, la trovò deliziosa. Al ritorno a casa,
mia moglie mi riferì per filo e per segno le parole ammirate di mia
madre. Me le ricordo ancora: «Oh, le donano tanto, è un amore.
Molto tempo fa sia i bambini sia le bambine portavano i capelli legati
in quello stesso modo, in un’acconciatura chiamata unaiko. Proprio
come la piccola e dolce Maki quest’oggi».
«C’ero anch’io quel giorno, ero presente quando mamma e
Chikashi si scambiarono quella conversazione», disse Asa. «Nostra
madre citò anche una vecchia poesia che includeva il termine unaiko
e ne declamò a memoria un paio di versi. Era molto bella, parlava di
violente piogge estive, cuculi cinguettanti e bambini dai capelli al
vento, tutti con quella stessa acconciatura. La mamma sembrava
molto felice mentre citava quei versi, era al settimo cielo perché
finalmente i suoi nipoti erano venuti a trovarla.»
Intanto Anai Masao ci raggiunse di nuovo e Asa spese uno o due
minuti per aggiornarlo sul contenuto della nostra conversazione,
prima di andare avanti con il racconto.
«Comunque», continuò, «per l’intera durata della permanenza di
Chikashi nella valle, tutti presero a chiamare la piccola Maki
“Unaiko”. E di recente, molti anni più tardi, ho riportato la storia a
un’altra Unaiko, oggi qui presente.» Asa fece una pausa e aggiunse
in tono vivace: «Che ne dite, non vogliamo entrare in casa e dare
un’occhiata a come se la stanno cavando i nostri giovani amici sul
retro?».
Quando ci sedemmo al tavolo della sala da pranzo e provammo a
guardare il giardino attraverso la grande finestra di fronte a noi, ci
accorgemmo che la pietra gigante era già al suo posto e che i due
giovani e baldi lavoratori si erano concessi una breve pausa ed
erano in trepidante attesa del nostro giudizio. Allora dissi ad Asa che
a mio avviso la posizione era perfetta e lei fece un segnale in
direzione della finestra. I due giovani si avviarono con aria
soddisfatta verso il davanti della casa e Asa uscì per andare loro
incontro. Noialtri restammo seduti a fissare il giardino, gli occhi rivolti
ai versi incisi sulla pietra.
«Sua sorella Asa ci ha spiegato il significato dell’espressione
“preso dalla corrente”», esordì Anai Masao. Ora che potevo
guardarlo di profilo, finalmente capivo perché Gorō, che aveva un
talento particolare nell’affibbiare nomignoli e vezzeggiativi alle
persone, lo aveva soprannominato The Caveman. Naturalmente
aveva giocato sul fatto che il primo carattere cinese con cui si
scriveva «Anai» significava «buco», «cavità» ed era anche il primo
carattere della parola «cavernicolo», ma di certo quel soprannome
era dovuto anche ai lineamenti di Masao, in special modo all’arcata
sopraccigliare molto pronunciata e alla fronte leggermente obliqua e
rientrante, che gli conferivano un’aria di selvaggia e primitiva
rozzezza. Il senso dell’umorismo di Gorō era spesso caratterizzato
da uno spirito d’osservazione di straordinaria finezza. «In effetti»,
diceva intanto Masao, «ho riflettuto a lungo sul modo estremamente
drammatico in cui il suo alter ego, Kogii, appare in molti suoi romanzi
come una sorta di tema ricorrente. Ora, leggendo e rileggendo la
poesia sulla pietra, non posso evitare di pensare che l’idea di
“mandarlo su nella foresta senza i preparativi necessari” sia in netta
contraddizione con il mondo mitico che lei ha creato in tutta la sua
opera. Kogii, l’amico immaginario della sua infanzia, in origine viene
giù dalla foresta e in seguito fa ritorno nei boschi da solo, volando,
perché conosce la strada da sé, o sbaglio?»
«Ha perfettamente ragione», risposi. «Ma il Kogii a cui si fa
riferimento nella poesia sono io, quello era anche il mio soprannome,
come lei certamente saprà. Mia madre usa il mio nomignolo da
bambino nel tentativo di annichilire il mio sé adulto, evocando la
questione cruciale dei preparativi in vista della mia dipartita da
questo mondo, nonché di quella di mio figlio Akari. In poche parole, i
suoi due versi iniziali dicono che la cosa più importante che mi tocca
fare in vista della morte è preparare Akari ad affrontare il suo viaggio
nella foresta, che potrebbe tranquillamente precedere il mio.»
In quel preciso istante Asa ritornò in sala da pranzo e si rivolse ad
Anai Masao dicendogli: «I ragazzi hanno fatto un ottimo lavoro. Mi
hanno detto che andranno a fare un giro in macchina dalle parti di
Odamiyama e che saranno di nuovo qui fra circa tre ore. I tuoi allievi
sono bravissimi, hai messo insieme un gruppo davvero niente male.
Quei due non solo hanno eseguito un compito a dir poco gravoso,
ma hanno anche avuto la premura di lasciarci soli e tranquilli,
sapendo che avevamo diverse cose da discutere. Si sono comportati
con un’educazione esemplare».
Masao volse lo sguardo in direzione della sua fidata assistente e
disse: «Il merito è soprattutto di Unaiko, è lei che si occupa di
quell’aspetto del training».
Dopo che i due ragazzi se ne furono andati – in teoria in sala da
pranzo ci sarebbe stato spazio sufficiente anche per loro – Asa
preparò il caffè e Unaiko lo servì in tavola. Mentre eravamo seduti,
Asa mi disse: «Masao ci tiene a farti sapere che il suo principale
obiettivo durante la tua permanenza nella valle è fornirti tutta
l’assistenza possibile: potrai contare su ogni singolo membro della
compagnia. Ma allo stesso tempo lui e gli altri sperano che potrai
aiutarli a realizzare il progetto teatrale basato sui tuoi romanzi al
quale lavorano ormai da diverso tempo. Ora lascio la parola a
Masao, sarà lui a illustrarti i dettagli».
«Ah, sì… grazie», balbettò Anai. «Le parole di Asa sono molto
gentili e ci fanno apparire generosi e altruisti, ma in realtà devo
confessare che il nostro atteggiamento è alquanto egoistico.
Eravamo impegnati già da parecchio nel tentativo di allestire un
dramma che prendesse spunto dalla sua intera opera e contenesse
elementi di tutti i suoi romanzi e, quando sua sorella ci ha messi al
corrente della sua intenzione di tornare nella valle, quasi non
credevamo alle nostre orecchie, ci è sembrato come un dono del
cielo. Così, parlandole del progetto, ci siamo permessi di chiederle
se a suo avviso lei poteva essere propenso ad ascoltarci e a darci
una mano. E la risposta è stata, sue testuali parole: “Credo che mio
fratello, mentre sarà qui, si dedicherà a un lavoro di sintesi di tutto
ciò che ha scritto finora, perciò posso immaginare che non sarà
molto difficile conciliare il suo progetto con il vostro”. È stato
magnifico apprendere che in qualche modo i nostri obiettivi
coincidono, visto che puntiamo entrambi a un’opera di retrospettiva
finale. In seguito, sperando che per lei vada bene, vorremmo che
desse un’occhiata al lavoro che abbiamo fatto finora e ci desse dei
consigli, ma prima, e cioè oggi, mi piacerebbe parlarle delle modalità
generali con cui stiamo tentando di affrontare la sua opera.
Innanzitutto abbiamo estratto singole scene dai suoi romanzi e le
abbiamo trasposte in forma teatrale, una a una, dalla nostra
prospettiva. Poi abbiamo iniziato a immaginare come convertire le
varie parti in un unico flusso e, dal momento che abbiamo la rara
opportunità di parlare con lei di persona, abbiamo pensato di
intervistarla e inserire i suoi commenti all’interno del dramma, così
da aggiungere al tutto profondità e spessore. Non appena avremo
accumulato una quantità di materiale sufficiente, sempre che lei sarà
d’accordo, troveremo il modo più adatto per incorporarla nella
rappresentazione teatrale, in base al nostro metodo. Stiamo
pensando che qualcuno potrebbe impersonare lei, lo scrittore, e quel
qualcuno – ovviamente si tratterà di un attore del Caveman Group,
che reciterà anche in altri ruoli – sarà intervistato sul palco come
parte integrante dello spettacolo. I vari personaggi che emergeranno
via via dall’intervista allo scrittore saranno interpretati a rotazione
dagli altri attori della compagnia. Abbiamo già fatto ricorso a questo
stratagemma, fa parte del nostro metodo recitativo. Come
probabilmente saprà, ho già scritto e portato in scena una serie di
drammi ispirati ai suoi romanzi, ma stavolta è mia intenzione puntare
a una summa di ciò che ho fatto finora. So che non sarà facile, ma
voglio impegnarmi al massimo per riuscirci. Ho in progetto di fare del
suo doppio, Kogii, il punto cardine di tutto il lavoro. Immagino che si
starà chiedendo come renderemo sulla scena un personaggio così
singolare, ma posso dirle che ho già in mente qualcosa di speciale.
Oltretutto, una volta che avremo dato il via alle interviste, mi auguro
che le nostre conversazioni registrate potranno rivelarsi utili anche a
lei e al suo progetto personale. Asa ci ha riferito che attingerà ai suoi
scritti precedenti e li combinerà con materiale nuovo. Noi siamo a
sua completa disposizione, spero potremo esserle d’aiuto in
qualunque modo lei desideri, magari anche fornendole il nostro
punto di vista sui suoi romanzi.»
«Ho rivelato ai nostri amici del Caveman Group», intervenne Asa,
«che hai intenzione di dedicarti al tentativo di integrare alcuni tuoi
lavori precedenti con il materiale contenuto nella valigia di pelle
rossa e, correggimi se sbaglio, di scrivere un nuovo libro, una sorta
di ultimo grande sforzo. Una volta mi hai detto che avevi provato a
rileggere i tuoi vecchi romanzi e di non essere riuscito a venirne a
capo. Allora mi è venuta un’idea: perché non tentare di rivisitare quei
romanzi insieme a queste persone che conoscono molto bene la tua
opera? Ti assicuro che Masao e Unaiko stanno affrontando la stessa
missione in modo estremamente audace e innovativo.»
La prospettiva di vedere i miei vecchi libri rinascere attraverso gli
occhi di Anai Masao e la sua compagnia mi intrigava non poco. E
poteva essere al contempo una magnifica occasione per mettere in
nuova luce il mio alter ego dei tempi dell’infanzia, Kogii, che in fondo
non era mai scomparso dalla mia vita.
«Stando così le cose», dissi, «forse si potrebbe pensare di
incentrare le nostre interviste soprattutto su Kogii.»
«Sì, certamente», concordò Unaiko. «Da parte nostra siamo pronti
a cominciare anche subito!»
Evitai di proposito di incrociare il suo sguardo e mi voltai verso mia
sorella. Quand’eravamo giovani, Asa cercava sempre di mettermi in
guardia di fronte a un certo tipo di donna così tenace ed estroverso,
ma stavolta non aveva battuto ciglio e io mi fidavo ciecamente del
suo giudizio. Del resto Unaiko non vedeva l’ora di passare all’azione,
si capiva al volo che non aspettava altro che mettersi all’opera. Con
gesti rapidi e consumati, cominciò a tirare fuori l’attrezzatura
necessaria per registrare da un borsone di tela che in effetti mi era
sembrato troppo grande e poco alla moda per essere un semplice
accessorio femminile.
A onor del vero devo precisare che Unaiko e Anai non mi misero
sotto pressione e non iniziarono subito a intervistarmi. Unaiko
appoggiò molto adagio l’attrezzatura al centro del tavolo, un pezzo
per volta, sotto lo sguardo attento di Asa e del suo capo. Quello fu il
mio primo impatto con il singolare metodo sul quale si sarebbe
basata la mia collaborazione con il Caveman Group. Mi resi conto
una volta per tutte che mi trovavo di fronte a persone capaci e fidate,
che si erano consultate più volte con Asa e preparate ad accogliermi
nel migliore dei modi, e perciò lasciai scorrere via gli ultimi residui di
riluttanza.

3.
Anai Masao si volse dalla mia parte e cominciò a parlare, lo
sguardo concentrato.
«Anche se non avevamo ancora ottenuto il suo consenso ufficiale,
signor Chōkō, siamo andati avanti lo stesso e abbiamo cominciato a
riflettere sulla struttura generale del nostro nuovo progetto.
Naturalmente ne abbiamo discusso prima con sua sorella, e la sua
reazione è stata molto positiva, anche se ci ha lasciato intendere che
dovevamo parlarne con lei, come è ovvio che sia. “Mi sembra un
ottimo progetto, non credo ci saranno problemi”, ci ha detto
precisamente, “ma vi consiglio di affrontare l’argomento con mio
fratello con molta cautela.” Come forse saprà, esiste un fondo statale
destinato a sostenere i direttori di piccole compagnie teatrali, ma per
presentare domanda e ottenere una sovvenzione occorre essersi
aggiudicati un premio o qualcosa di simile. Ora, anche se non ha
avuto modo di assistere alla messinscena del dramma che abbiamo
tratto dal suo romanzo breve Il giorno in cui lui mi asciugherà le
lacrime, credo abbia saputo dell’ottima accoglienza che abbiamo
ricevuto da parte del pubblico e della critica. Siamo molto soddisfatti,
è andata oltre ogni più rosea previsione. Ma ora, se lei è d’accordo,
passerei alla descrizione del progetto. All’inizio avevamo pensato di
dare un seguito al dramma basato su Mi asciugherà le lacrime
lavorando a una sorta di sequel, ma nessuno sa meglio di lei che
non esiste un romanzo che ne costituisca la continuazione. Perciò
mi è venuta l’idea di scovare nella sua intera opera un tema
ricorrente, un emblema assoluto in grado di legare tutti i suoi
romanzi. E l’emblema che ho trovato, come ho già avuto modo di
accennarle, è Kogii. Reputo molto interessante il fatto che nei suoi
libri il nome “Kogii” sia assegnato a diverse entità. In principio “Kogii”
era il suo soprannome da bambino. Poi ha condiviso il nome con il
suo inseparabile e misterioso amico immaginario, che dimorava in
casa sua e le assomigliava come una goccia d’acqua. Kogii era
sempre rimasto con lei, finché un giorno, all’improvviso, se n’è
andato librandosi leggero nell’aria per fare ritorno nella foresta da cui
proveniva. In altre parole questo essere sovrannaturale, che nella
forma corporea era visibile solo a lei, possedeva la capacità di
levitare e fluttuare nel cielo. Fisicamente le assomigliava, in pratica
eravate identici, ma lui aveva poteri che superavano di gran lunga
quelli di un bambino. Ora, nella domanda che ho presentato agli
uffici competenti, ho tentato di persuadere la commissione preposta
all’assegnazione della sovvenzione a finanziare il progetto
spiegando nel dettaglio come intendo rappresentare questa creatura
che trascende la realtà, trasformandola in una figura tangibile e
concreta. La questione era: conviene farla apparire in scena come
personaggio dotato di una forma fisica, o è meglio tentare di far
percepire la sua presenza al pubblico lasciandola invisibile? E la mia
conclusione è stata che, in termini di impatto drammatico, l’ideale
era seguire la strada della semplicità. Allora ho raccolto dai suoi
romanzi il materiale necessario per la creazione e la
caratterizzazione del personaggio e l’ho ricopiato di volta in volta su
varie schede. Ovviamente ho adottato la tecnica di prendere appunti
su schede di cartoncino imitandola e leggendo i suoi saggi fin dai
tempi dell’università. Dopo di che abbiamo utilizzato le sue
descrizioni di Kogii come fonte d’ispirazione per la creazione di un
pupazzo, una specie di fantoccio di pezza. Unaiko ha realizzato un
prototipo in scala ridotta cucendo insieme diversi pezzi di stoffa e
inserendo un’imbottitura all’interno. Se decideremo di far apparire il
fantoccio in scena, lo collocheremo il più in alto possibile, di modo
che sia visibile da tutti gli angoli della platea. In realtà abbiamo già
fatto ricorso a uno stratagemma simile in un’altra rappresentazione,
pertanto possiamo contare su una certa esperienza. A ogni modo, il
pupazzo di Kogii osserverà lo svolgersi dell’azione dall’alto e
influenzerà gli attori in scena. Chiamiamolo pure “effetto Kogii”… A
proposito, qualche giorno fa mi stavo sforzando di ricordare quando
Kogii è apparso per la prima volta nelle pagine dei suoi lavori, e
allora mi è venuto in mente che in un’intervista il suo amico
compositore Takamura aveva affermato che era rimasto folgorato da
un suo vecchio racconto. Mi sono messo a cercare tra i miei libri e
l’ho trovato…»
«Ah», lo interruppi, «scommetto che si riferisce a quello in cui un
giovane musicista immagina di vedere il suo defunto bambino che
fluttua nel cielo, grande come un canguro e con indosso un lenzuolo
di cotone bianco. Il nome di quell’apparizione è Aghwee.»
«Sì, esatto!» disse con entusiasmo Anai. «L’io narrante della storia
è un ragazzo che accompagna il musicista durante le sue
passeggiate. Lavora per lui part-time ed è convinto che sia
mentalmente instabile e che la creatura che afferma di vedere nel
cielo non sia altro che un’allucinazione. Un giorno, mentre
passeggiano per una stradina angusta, si imbattono in un tizio che si
trascina dietro una decina di dobermann dall’aria minacciosa,
descritti come belve feroci, forse in maniera un po’ esagerata. Il
musicista quasi non vi fa caso, impegnato com’è a tentare di
comunicare con il neonato dalle dimensioni canguresche che
continua a scorgere nel cielo. Invece il ragazzo è sopraffatto dal
panico e teme di essere assalito e divorato dai cani. Sentendosi
perso, chiude gli occhi e le lacrime prendono a scorrergli lungo le
guance. Poi, di colpo, qualcuno gli tocca la spalla…»
«“Sulle mie spalle si posò una mano incredibilmente gentile”»,
cominciai a recitare con trasporto, «“gentile come l’essenza di tutte
le gentilezze. Quasi fosse Aghwee a toccarmi.”»
«Sì, perfetto. Quando ho riletto il racconto, mi è affiorato alla
mente il pensiero che la mano che sfiora la spalla del ragazzo
potesse essere quella di Kogii. E così ho scritto una scena in cui
Kogii, come il neonato gigante che fluttua nel cielo, osserva lo
scrittore dall’alto, cioè lei, Kogito Chōkō… Legata a questa, c’è la
scena finale di un romanzo che ha scritto oltre vent’anni dopo, Gli
anni della nostalgia. Il defunto Fratello Gii e i suoi familiari si trovano
sull’isoletta del lago artificiale, l’isoletta degli “anni della nostalgia”. È
presente anche Akari, sotto il nome di Hikari – ah, invece sua moglie
Chikashi è chiamata Yū –, per cui Kogii assume quasi una duplice
esistenza e si può ricollegare alla scena precedente. Ho portato con
me una fotocopia dell’ultima pagina de Gli anni della nostalgia e, con
il suo permesso, vorrei provare a leggerla. Il “dignitoso vecchio” che
a un certo punto viene citato è Catone Uticense dell’isola del
Purgatorio di Dante… “Ma il tempo scorre, scorre circolare; e di
nuovo io e te, Fratello Gii, siamo distesi sul prato, Setsu e Asa
raccolgono l’erba, e Yū, simile a una ragazzina, e Hikari, piccolo e
immacolato, il cui handicap non fa che risaltare la sua candida
bellezza, si uniscono alla raccolta. È una giornata radiosa; il verde
tenue dei germogli di salice risplende magnifico, il verde intenso del
Maestoso hinoki è ancora più intenso, e la massa bianca di fiori di
ciliegio sulla riva opposta ondeggia nell’aria senza sosta. Il dignitoso
vecchio dovrebbe riapparire tra non molto e impartirci il suo ordine. È
un gioco serio e sereno che si perpetua nel cerchio del tempo.
Finché il vecchio non verrà e non ci dirà di andare, noi resteremo a
gioire sul giovane prato, di nuovo sull’isola del Maestoso hinoki…”»
La lettura ad alta voce di Anai Masao ebbe un impatto potente e
convincente su di me. Ebbi la sensazione di aver appena colto, con
le mie orecchie, l’innegabile evidenza del suo talento come regista
teatrale.
«È un evento raro avere il piacere di sentir pronunciare da una
voce ben addestrata le parole scritte o dette in passato, come se
fossero recitate sul palcoscenico di un teatro», commentò Asa.
«Spero di essermi spiegato a sufficienza ma, come ho già detto»,
asserì con voce ferma Anai, forse rassicurato dalle parole di mia
sorella, «abbiamo intenzione di fare della metafora di Kogii il punto
centrale del nostro lavoro. Tuttavia esiste un altro possibile
approccio, che consisterebbe nel permettere a Unaiko di aggiungere
al tutto una sua personale interpretazione. Il Caveman Group è una
compagnia molto libera, non è caratterizzato da una struttura ferrea,
e tra l’altro sono convinto che la nostra particolare flessibilità potrà
avere un effetto positivo e stimolante anche sul lavoro che lei stesso
sta per intraprendere. Non c’è bisogno che glielo dica io, ma sbaglio
o ultimamente in ambito accademico non c’è quasi nessuno che si
occupi dei suoi romanzi?»
«Masao, così rischi di mandare tutto all’aria», intervenne in tono
brusco Asa. «Non vorrei che mio fratello decidesse di fare un passo
indietro e rinunciasse alla collaborazione… Forse conviene
procedere con calma, senza forzare i tempi, e sperare che la
creatività dell’uno possa servire da ispirazione per l’altro e viceversa.
Prima hai detto che Unaiko ha un suo punto di vista personale.
Perché non chiediamo direttamente a lei in cosa consiste la sua
idea, così da non lasciare nulla in sospeso?»
Fino a quel momento Unaiko era rimasta in silenzio ad ascoltare,
simile a una ragazzina con un’acconciatura d’altri tempi diventata
donna senza cambiare più di tanto. Ma poi si liberò in un attimo
dell’espressione incerta e pensierosa e mi si rivolse con piena
convinzione. «Nutro un grande interesse in questo progetto», esordì
guardandomi negli occhi, «e sono certa che la collaborazione tra lei
e Masao si rivelerà molto positiva e darà ottimi frutti. A ogni modo,
se è possibile, ci sarebbe una questione di cui vorrei parlare con lei
in privato. Se e quando sarà disponibile, è ovvio.»
«Sta’ attenta, mia cara», la mise in guardia Asa, in un tono che
tuttavia non suonava affatto come un rimprovero, «quando uno tenta
di avvicinarsi troppo a mio fratello, lui spesso tende a scappare…
Ha-ha-ha! Comunque adesso ha un bel po’ di lavoro da smaltire,
deve dare un’occhiata al materiale conservato nella valigia rossa. E
poi anch’io devo chiedergli e dirgli un mucchio di cose, soprattutto su
quella vecchia valigia, perciò tu e Masao non dovete avere fretta,
d’accordo?» Dopo essersi lasciata andare a quella strana
affermazione, Asa fece una pausa e mi disse: «A breve i due ragazzi
saranno di ritorno dalla scampagnata a Odamiyama. D’ora in poi ti
faranno spesso da autisti, perciò potresti anche mostrarti generoso e
invitarli a restare per cena, no?».

4.

Il lunedì successivo, alle nove in punto del mattino, il furgone del


Caveman Group arrivò di nuovo davanti alla Casa nella foresta con
a bordo Anai Masao, Unaiko e i due ragazzi della volta precedente.
Al fine di evitare il traffico dell’ora di punta, il gruppetto aveva
lasciato Matsuyama prima delle sei, ed evidentemente la partenza
sul far dell’alba aveva lasciato il segno sui due membri più giovani.
Mi salutarono con una faccia pallida e spenta, che sembrava dire:
“Ci scusi, siamo ancora mezzi addormentati!”. Ma nel giro di pochi
minuti, in una formidabile esplosione di energia, si rimisero in sesto
ed erano già all’opera insieme ad Asa, impegnati a trasformare una
parte del pianterreno della casa in un piccolo teatro.
I due giovani sembravano abbastanza avvezzi al lavoro manuale,
e il compito che stavano svolgendo – convertire la Casa nella foresta
in uno spazio dedicato alle prove di scena e alla vita in comune –
richiedeva non a caso uno sforzo fisico non indifferente. Asa e
Unaiko avevano programmato tutto a priori, e mia sorella era riuscita
a vincere la mia iniziale resistenza assicurandomi che il
cambiamento sarebbe stato solo temporaneo. La Casa nella foresta,
che già in precedenza Asa aveva concesso al Caveman Group per
le prove, possedeva una struttura che si addiceva molto bene alle
attività previste e allo speciale metodo della compagnia. Il giorno
prima, domenica, Asa aveva provveduto da sola a una prima pulizia
sommaria, e ora era concentrata a dirigere la nuova forza lavoro. La
camera da letto/studio e biblioteca dove lavoravo e dormivo era
situata in fondo al piano superiore, sul lato ovest della costruzione,
insieme a un’altra camera. In base a un preciso accordo tra me e
mia sorella, quella zona della casa era off-limits. Riguardo al piano
inferiore, in origine la porzione nord del lato est era concepita per
fungere da salotto, ma non era mai stata utilizzata. La parte sud
includeva uno striminzito vano d’ingresso, una stanza da bagno per
gli ospiti e la scala che portava di sopra. Nell’area principale della
zona nord, separati dal vano d’ingresso da una porta, c’erano la sala
da pranzo e, un gradino più in basso, un ampio soggiorno. Al pari
della sala da pranzo, la zona living disponeva di una grande finestra
che dava sul giardino. Infine, sul lato ovest, c’erano due camere da
letto per gli ospiti destinate solitamente ai parenti, con stanza da
bagno dedicata.
«Adesso i ragazzi sposteranno la mobilia dalla zona living al
salotto: il tavolo con le sedie, gli scaffali removibili, il divano e il
televisore», mi informò in tono solerte Unaiko. «L’anno scorso,
quando nessuno poteva prevedere un suo ritorno qui alla Casa nella
foresta, abbiamo accettato con molto piacere la gentile offerta di sua
sorella e abbiamo utilizzato l’intero piano inferiore come spazio
esclusivo per le prove. Sgombrando la zona living, la parte sud può
essere adibita a palcoscenico. E se riusciamo a portare via il tavolo
dalla sala da pranzo, possiamo usare quello spazio come platea per
il pubblico.»
«All’epoca in cui venivo qui tutti gli anni», dissi, «quando non ero
di sopra a leggere o a lavorare, di solito mi mettevo disteso a
riposare sul divano in un angolo del soggiorno. Perciò vi sarei grato
se poteste lasciare almeno il divano lì dov’è, ma sentitevi liberi di
spostare il resto come meglio credete. E non preoccupatevi di
rimettere in ordine, non ce n’è bisogno. Del resto anche Asa, nel
periodo in cui aveva fondato una piccola compagnia teatrale con i
giovani di queste parti, sconvolgeva a suo piacimento la disposizione
dei mobili. Ah, forse mia sorella ve l’ha già detto, ma una volta ho
utilizzato io stesso quello spazio come una sorta di teatro in
miniatura. Invitai un piccolo ensemble di musicisti professionisti che
aveva registrato un CD di composizioni molto semplici di Akari e
organizzai un concerto per pochi intimi. Mia madre, Asa e un’altra
decina di persone presero posto davanti al “palco” e in sala da
pranzo, e mettemmo il pianoforte in soggiorno accanto alla grande
finestra, lì, sulla parte rialzata. Tra l’altro il soggiorno ha un soffitto
molto alto, ricordo che l’acustica era eccezionale.»
«Con il suo permesso, abbiamo in mente di fare varie cose proprio
in soggiorno», disse Unaiko. «Oltre alle interviste con lei e al lavoro
di inserimento delle parti rilevanti nel copione, ci dedicheremo
ovviamente alle prove. Inoltre, abbiamo riflettuto sul fatto che non ha
mai avuto occasione di vederci in azione dal vivo, e perciò ci
piacerebbe offrirle un saggio del nostro metodo recitando apposta
per lei una versione ridotta de Il giorno in cui lui mi asciugherà le
lacrime.»
Unaiko si produsse in un lieve inchino e si diresse a passo svelto
in sala da pranzo. Appoggiò le mani sulla penisola divisoria al
confine con la zona living e si guardò intorno, dopo di che alzò lo
sguardo al soffitto e annuì in segno di chiara approvazione.
«Come nostra regola imprescindibile», continuò, «le performance
pubbliche del Caveman Group si svolgono sempre su un
palcoscenico posto nella stessa area della platea, se possibile un po’
più in basso, di modo che la gente possa vederci dall’alto e dai lati.
Per afferrare bene l’idea, provi un po’ a immaginare il pubblico
seduto anche in giardino, da dove può vedere ciò che avviene in
scena attraverso quella grande finestra.»
Dopo che i due giovani apprendisti ebbero finito di rimuovere dal
soggiorno tutti i mobili e gli accessori possibili, a eccezione del mio
adorato divano, Unaiko si mise a passare l’aspirapolvere sul
parquet. Nel frattempo, andai ad aprire le due piccole finestre ai lati
di quella fissa per far arieggiare l’ambiente. Anai Masao e Asa erano
lì fuori fianco a fianco, intenti a contemplare i risultati del minuzioso
lavoro di giardinaggio svolto da mia moglie in passato. Spiccavano
grandi e folte piante di rosa, sia in vaso sia in terra, dove si erano
sviluppate fino a occupare un’ampia fetta del giardino. E poi c’erano
il melograno con il suo lussureggiante fogliame, il corniolo da fiore e
alte betulle bianche. Chikashi mancava dalla valle da alcuni anni, e
così era Asa a prendersi cura delle piante.
«Questi alberi hanno un aspetto diverso da quelli della foresta,
forse sono di un’altra varietà», notò a un certo punto Anai Masao. «A
volte nei dintorni di Matsuyama capita di vedere cornioli ai lati della
strada, ma non sono alti e rigogliosi come questo. Forse quelli sono
più giovani, o magari questo è un posto speciale. Anche queste
betulle bianche sono straordinarie: di solito non diventano così alte.»
«Gli alberi che Chikashi ha portato qui provengono dalla casa di
Seijō, a Tōkyō, ma in origine erano stati trapiantati da Kita
Karuizawa, dove lei e mio fratello hanno una casa di villeggiatura»,
precisò Asa. «Chikashi se n’è presa cura per almeno vent’anni.
Alcuni li ha salvati quando erano già alberi adulti, dopo che erano
stati piegati dal vento forte che soffia da queste parti, ma anche
quelli che ha piantato direttamente in questo terreno sono più alti e
belli della media. All’epoca Chikashi era giovane e piena di energie,
come tutti noi, e si dedicava anima e corpo alla cura di questo
giardino.»
«Dal gran numero di rose in vaso e dal modo in cui deve essersi
prodigata per far sì che questi alberi crescessero più del normale»,
osservò Anai, «ho l’impressione che la signora Chikashi possa avere
qualcosa in comune con il compianto fratello, Hanawa Gorō.»
«Ma Gorō non ha mai mostrato il minimo interesse per alberi e
piante», intervenni io.
«No, però Masao non ha tutti i torti», disse Asa. «Ho notato per
esempio una forte somiglianza tra Chikashi e Gorō nel modo in cui
lei ha sempre aiutato e sostenuto Akari nello studio della musica. In
fondo, tu, io e i membri della nostra famiglia abbiamo un carattere
diverso, non possediamo la stessa tenacia. Ora che ci penso»,
aggiunse guardandomi negli occhi, «quando hai conosciuto Gorō,
all’epoca in cui frequentavate il liceo a Matsuyama, non eri
affascinato proprio da quel lato particolare della sua personalità?»
«Be’, Gorō era decisamente un uomo unico», risposi. «Tra l’altro
manifestò un sincero interesse per la vicenda dell’annegamento di
nostro padre e fu la prima persona non di famiglia alla quale rivelai il
mio sogno ricorrente.»
«Sì», disse Masao, «ricordo che spesso Gorō pronunciava frasi
del tipo: “Ma Chōkō ha Kogii!”. Ed è anche per questo che
l’immagine dei due Kogii – lei e il suo alter ego – mi è rimasta
impressa a fuoco nella memoria. Non a caso questo peculiare
dualismo è alla base del nostro nuovo progetto. Per il momento
abbiamo stabilito a grandi linee la struttura del palcoscenico e
l’allestimento generale, ma prima è importante decidere come
inserire e presentare in scena le interviste che io e Unaiko le faremo,
e sono convinto che convenga partire proprio da Kogii. A questo
proposito pare che Hanawa Gorō avesse in mente di fare qualcosa
sotto forma di film, ma non mi ha mai svelato niente di preciso, tutto
quello che so l’ho appreso dalla lettura dei suoi romanzi. Dunque,
per cominciare, che ne dice di provare a scambiare due parole su
Kogii?»
La richiesta di Anai suonava del tutto spontanea, e io non avevo
nulla in contrario. Come la volta precedente, Unaiko dispose
l’attrezzatura per registrare sulla penisola divisoria tra la sala da
pranzo e il soggiorno e mi sistemò il microfono al colletto della
camicia. Intanto Anai disse ai due giovani e forzuti aiutanti di andare
a recuperare due poltroncine in salotto e le fece disporre al centro
del palcoscenico improvvisato. Nell’osservare quell’operazione
rapida e finemente orchestrata, mi sentii ancora più coinvolto e mi
lasciai andare con tutto me stesso.
«La prego, si metta a suo agio», mi disse Anai, indicando una
delle poltroncine. «Magari in seguito useremo un approccio diverso,
non lo so, ma per ora starò in piedi di fronte a lei, leggermente un po’
spostato da un lato, e le porrò qualche domanda. Se a un certo
punto sarò stanco, mi siederò anch’io, va bene? Naturalmente, se lei
si annoierà a stare seduto, si senta pure libero di alzarsi e fare due
passi nella stanza. Il microfono wireless funziona anche in
movimento. Ora provi a guardare dritto davanti a lei, immagini di
fissare la grande pietra che qualche giorno fa abbiamo collocato nel
giardino sul retro. La poesia incisa sulla pietra inizia con due versi
che abbiamo stabilito di definire uno haiku, al di là delle rigide norme
poetiche. Cominciamo dal primo verso: “Non hai preparato Kogii a
salire su nella foresta”. Ora, sappiamo bene che questo Kogii è
diverso dal personaggio Kogii presente in molti suoi romanzi…»
«Certo, come lei ben sa», dissi, «quei due versi sono opera di mia
madre, perciò occorre riflettere sul significato che intendeva
attribuire a quel particolare Kogii. Quello che sto per dirle l’ho già
spiegato in alcuni miei libri, ma quando mia madre ha scritto quella
poesia, durante gli ultimi anni di vita, usava il nomignolo Kogii anche
per indicare mio figlio Akari, nato con un’evidente malformazione
cranica. Era molto in pena perché temeva che non avessi svolto i
preparativi necessari per affrontare l’eventuale morte di Akari. In
quel periodo pensava molto alla morte, sapeva che la sua fine era
vicina. E con ogni probabilità pensava anche che la fine di suo figlio,
cioè io, che ero soprannominato Kogii da bambino, non dovesse
essere così lontana. In definitiva credo che il suo riferimento a Kogii
nella poesia possa essere interpretato come un modo trasversale
per esprimere la preoccupazione che non mi stessi preparando
adeguatamente alla mia inevitabile dipartita da questo mondo, a cui
da queste parti si fa riferimento con l’espressione “salire nella
foresta”. In pratica mia madre ha legato insieme due idee e le ha
utilizzate per muovere una doppia critica nei miei confronti. In quel
verso dice anche che Akari aveva un bisogno urgente di una guida
che gli indicasse la giusta via da seguire per salire nella foresta, e al
contempo aggiunge che la responsabilità era mia e che quella guida
avrei dovuto essere io. Tutto questo implica anche il fatto che a suo
modo di vedere non stavo facendo nulla per mettere in ordine la mia
situazione personale, gingillandomi in uno stato di totale
dimenticanza e trascurando pericolosamente i preparativi per la mia
morte. Il secondo verso recita: “E come preso dalla corrente del
fiume non tornerai mai più”. Ispirato dalle parole di mia madre,
ammettendo che aveva ragione, composi infine i miei tre versi: “A
Tōkyō durante la stagione arida / I ricordi mi affiorano alla mente
all’incontrario / Dalla vecchiaia fino agli anni dell’infanzia”. Ora, prima
di procedere oltre, ci sono altri dettagli di cui vorrei parlare a
proposito del soprannome Kogii, dettagli che per me rivestono
un’importanza speciale. Forse per lei e Unaiko, che avete letto tutti i
miei romanzi, non rappresenteranno una novità assoluta, ma credo
valga la pena di menzionarli adesso. Prima di tutto è ovvio che
“Kogii” deriva dal mio vero nome: Kogito. I miei familiari mi
chiamavano così da bambino, era una sorta di diminutivo. Inoltre,
anche se nessuno al di fuori di me poteva vederlo, avevo un amico
inseparabile che era la mia copia esatta: stessa età, stesso corpo,
stessa faccia. Eravamo come due gocce d’acqua. Lo chiamavo con
il mio soprannome, Kogii, e vivevamo insieme in perfetta armonia,
fino al giorno in cui lui salì nella foresta e mi lasciò solo. Lo dissi a
mia madre con le lacrime agli occhi, il cuore stretto in una morsa di
sofferenza, ma lei mi ignorò. Senza darmi per vinto, le riferii per filo e
per segno, ripetutamente, tutti i particolari sulla dipartita di Kogii e sul
modo in cui aveva lasciato la nostra casa. Asa – e non è la sola –
sostiene che quell’episodio sia alla base della mia scelta di fare lo
scrittore. Quel giorno Kogii era in piedi nel corridoio esterno della
parte posteriore della nostra casa, che dava sul fiume. Indossava un
kimono sfoderato in tessuto kasuri, le cui lunghe e ampie maniche
pendevano flosce sulla balaustra di legno, e fissava il bosco di
castagni sulla sponda opposta. Ho un ricordo molto vivido di quei
momenti, quasi come fosse una fotografia immaginaria: io sono lì a
destra, in piedi non lontano da lui, ma la mia figura è leggermente
sfocata, come se qualcuno avesse mosso l’apparecchio al momento
dello scatto. Ed ecco che d’un tratto Kogii si arrampica sulla
balaustra. Sulle prime pensavo stesse scherzando, e invece così
non era. Di colpo allarga le braccia e resta ben fermo sulle gambe,
immobile: si tiene in perfetto equilibrio. Quindi muove un passo nel
vuoto, prima con una gamba e poi con l’altra, e l’attimo successivo
scuote le braccia come fossero ali e si libra nell’aria, in alto. Sorvola
il campo di granturco di mia madre, oltrepassa il muretto di pietra e il
greto del fiume, e fluttua sulla verticale del centro esatto del corso
d’acqua, muovendo le gambe come se camminasse. Poi distende di
nuovo le braccia, infilate nelle larghe e ampie maniche del kimono, e
si lascia trasportare dal vento come un enorme uccello privo di ali,
fino a scomparire dalla mia vista. In quel momento me ne stavo
fermo nel corridoio esterno, non osavo muovere un passo, e la
sporgenza della tettoia mi ostruiva parzialmente la visuale. Quando
mi decisi a uscire e alzai gli occhi al cielo, vidi Kogii librarsi sempre
più in alto verso la foresta, roteando nell’aria con un movimento a
spirale. Se ne andò via e mi lasciò solo. Corsi da mia madre
piangendo – lo avrei fatto per giorni –, e le dissi che il mio compagno
di giochi preferito mi aveva abbandonato all’improvviso, ma lei non
volle darmi ascolto, rifiutava di parlare dell’altro Kogii e non voleva
ammettere l’esistenza di quel bambino che era vissuto a lungo nella
nostra casa, un bambino che mi assomigliava come una goccia
d’acqua. Ero triste, ma la vita andava avanti. Ed ecco che un giorno
si verificò un altro evento che non avrei più dimenticato. Era
trascorso diverso tempo da quando Kogii si era involato nella
foresta, ricordo che il pendio al di là del fiume aveva già assunto le
tinte rosseggianti dell’autunno. Era una notte di luna piena, e a un
certo punto mi accorsi che stava accadendo qualcosa di insolito fuori
dalla finestra. Esco di casa per controllare e lì, a pochi metri da me e
girato di spalle, c’era Kogii. Senza dire una parola, comincia ad
allontanarsi, stavolta restando con i piedi saldi sul terreno. Si
incammina per la stradina in salita che si snodava tra il municipio del
villaggio e il santuario shintoista, avanza a passo svelto sotto il
chiaro di luna. Credevo di essere distante solo pochi metri da lui, e
invece ben presto mi ritrovo a camminare da solo nella foresta. Kogii
sembrava essere svanito nel nulla. E, non so nemmeno io come e
perché, a un certo punto mi infilo nel tronco cavo di un enorme
faggio e passo tutta la notte rannicchiato lì dentro, addormentato o
svenuto. Alle prime luci dell’alba riapro gli occhi e do uno sguardo
all’esterno. La pioggia veniva giù a dirotto, inzuppando le foglie
rosso scuro degli alberi. Poi non ricordo più nulla, dovevo aver perso
di nuovo conoscenza. Quando rinvenni, tremavo e non riuscivo più a
fermarmi, avevo una febbre così alta che mi sentivo il corpo in
fiamme. Per fortuna i vigili del fuoco del villaggio mi ritrovarono
giusto in tempo e mi estrassero dall’incavo secco e marcescente di
quell’antico albero. La squadra di soccorso mi avvolse in una
mantella impermeabile e mi portò via attraverso la foresta umida e
odorante di pioggia. E dopo un po’ feci ritorno a casa, giù nella valle.
Col passare dei giorni, mentre la febbre diminuiva, a poco a poco mi
resi conto che era stata un’intuizione di mia madre a salvarmi la vita.
Incredibilmente era riuscita a spiccare il balzo e a raggiungermi nel
regno dell’immaginazione, seguendo un ragionamento contorto e
ipotizzando che con ogni probabilità mi fossi inoltrato nella foresta in
cerca del mio caro amico. Durante quella notte di plenilunio, dopo
che ero uscito di casa e non ero più rientrato, la pioggia aveva
cominciato a cadere copiosa, mentre le acque limacciose e
verdastre del fiume rumoreggiavano sul fondo della valle. Le acque
erano in piena, scorrevano con impeto furioso, e tutti giunsero alla
conclusione che fossi caduto nel fiume per essere trascinato via
dalla corrente. E questo ci riconduce al secondo verso inciso sulla
pietra in giardino: “E come preso dalla corrente del fiume non
tornerai mai più”. Ora, date le condizioni del tempo e la sua
personale esperienza – tra l’altro, a differenza di quanto affermo
nella poesia, eravamo nel pieno della stagione piovosa di fine
autunno – sarebbe stato più che logico se mia madre, una volta
scoperta la mia assenza e raggiunta la caserma dei vigili del fuoco,
avesse detto qualcosa del tipo: “Vi prego, iniziate le ricerche lungo il
fiume, a fondo valle!”. E invece no, lei scelse la strada opposta e
preferì fare affidamento sull’immaginazione, e chiese di cercarmi
nella foresta. Anche se la pioggia torrenziale aveva allagato la via
che portava su e l’aveva trasformata in un fiume di fango, insisté
affinché la squadra di soccorso si aprisse un varco in quella
direzione, procedendo come se risalisse la corrente. Poi, forse
sfruttando un momento di tregua del temporale, i vigili del fuoco
avevano vinto la riluttanza iniziale e avevano trovato un piccolo
essere umano accoccolato nella cavità di un gigantesco albero, tutto
tremante e con una febbre spaventosa. Quel bambino, in preda al
delirio, aveva tentato di respingerli come fosse un cucciolo di
cinghiale impazzito, ma per fortuna loro erano riusciti a tirarlo fuori e
a riportarlo a casa. Per inciso, quel particolare albero era noto in
tutta la zona, considerato e venerato come una sorta di santuario
shintoista naturale. Comunque c’è un che di misterioso e
inesplicabile in questa storia. Come faceva mia madre a essere così
sicura che mi fossi diretto su nella foresta e non giù al fiume? Diede
dimostrazione di un istinto formidabile, un sesto senso raro a
trovarsi. Alcuni adulti del villaggio avevano l’abitudine di dire cose
perfide e poco piacevoli ai ragazzini del posto, e per parecchio
tempo dopo il mio salvataggio si divertirono a prendermi in giro con
frasi come questa: “Ehi, ragazzo, avevi una tale fissazione per il tuo
amico Kogii e non vedevi l’ora di ritrovarlo che alla fine ti sei perduto
nella foresta e hai causato un bel po’ di pasticci ai nostri bravi
pompieri… Sei un monellaccio!”.»
5.

Dopo la prima sessione ufficiale di registrazioni, Anai Masao era di


ottimo umore.
«Oggi avrebbe dovuto essere solo un test per permetterle di
prendere dimestichezza con il nostro metodo, e invece abbiamo già
confezionato un’ottima intervista!» disse con entusiasmo.
«Naturalmente, sappiamo benissimo che avrà un gran da fare con la
valigia di pelle rossa e che quella sarà la sua attività principale, ma
speriamo che di tanto in tanto potrà dedicarci del tempo per aiutarci
a realizzare il nostro progetto. Non pretendiamo niente di troppo
impegnativo, ma se procederemo più o meno come oggi presto
avremo un bel po’ di materiale da inserire nel cuore pulsante del
nostro dramma. E mentre lei lavorerà al suo libro, incastrando un
pezzo dopo l’altro, forse questi incontri potranno fornirle un buon
feedback. Siamo tutti sulla strada giusta, ne sono convinto. Se è
d’accordo, pensiamo di tornare la settimana prossima, e nel
frattempo Unaiko trasferirà in un file del nostro PC la sessione
odierna. Il primo favore che le chiederemo sarà di dare un’occhiata a
quelle pagine. So che lei, quando tiene delle conferenze, ha
l’abitudine di rivedere gli appunti e pubblicarli sotto forma di saggio in
varie riviste. Leggo sempre i suoi articoli, per me è molto importante.
Ma l’approccio del Caveman Group è diverso, limare e ripulire
eccessivamente è incompatibile con il nostro modo di fare arte, e
inoltre il pubblico resterebbe deluso, perché il nostro scopo ultimo è
mantenere alta la tensione e garantire l’effetto drammatico. In poche
parole, noi facciamo teatro! Non le chiediamo di rileggere ed
eliminare eventuali contraddizioni e parti poco significative, né di
riscrivere il tutto in un linguaggio meno colloquiale. Quello che
vogliamo è una maggiore elaborazione del racconto in senso “fisico
e corporeo”, tenendo bene in mente che dobbiamo trasformare la
sua narrazione in una forma fisica da portare in scena.»
Unaiko continuò il discorso più o meno da dove Anai Masao lo
aveva interrotto, ma in tono molto più pacato e composto. «Signor
Chōkō», disse, «vorrei discutere con lei di un dettaglio che ho notato
verso la fine dell’intervista. A un certo punto ho avuto l’impressione
che fosse un po’ in difficoltà su come proseguire, mi è sembrato
come se avesse a disposizione due possibili direzioni e stesse
decidendo quale scegliere.»
«Sì, esatto», confermai subito. «Lei è un’ottima osservatrice,
complimenti.»
«In realtà ho solo acquisito l’abitudine di ascoltare con attenzione
quello che dicono le persone mentre registro le interviste», ribatté
con molta modestia Unaiko.
«Forse avrà anche notato che mentre parlavo», aggiunsi, «tenevo
gli occhi fissi sulla pietra commemorativa al di là della grande
finestra. Mi stavo chiedendo: “Mi conviene iniziare facendo un
collegamento tra il primo verso della poesia, su Kogii, e il verso sulla
corrente del fiume? O forse è meglio optare per una strada diversa e
procedere in tutt’altra direzione?”. Ma alla fine, è ovvio, ho scelto la
prima soluzione.»
«A questo punto», intervenne di nuovo Anai, «non le nascondo
che mi piacerebbe sapere qualcosa in più sull’altra strada. Per caso
si tratta di qualcosa che ha già scritto nei suoi romanzi?»
«Sì, certo», risposi. «E ha a che fare con un brano di un mio
romanzo che lei stesso ha citato qualche giorno fa. Prima mi sono
chiesto come avesse fatto mia madre a capire, o forse dovrei dire a
intuire che quella notte i vigili del fuoco avrebbero fatto bene a
dirigersi nella foresta e a dare un’occhiata all’interno del grande
albero cavo. E, mentre riflettevo e cercavo di esprimere i miei
pensieri, mi è affiorato alla mente uno dei motivi più affascinanti del
folklore locale, che mia madre conosceva a fondo e citava spesso.
Nello specifico parlava del mito della “foresta meravigliosa” e diceva
che, pur essendoci diversi modi di inquadrarlo e raccontarlo, lei
possedeva un punto di vista personale. La sua versione è citata più
o meno testualmente in uno dei miei romanzi, M/T e la storia delle
meraviglie della foresta.»
Anai prese a sfogliare eccitato il suo grande quaderno degli
appunti, finché non trovò la citazione che cercava e cominciò a
leggere le parole di mia madre ad alta voce, con enfasi teatrale.
Ora siamo tutti convinti che la nostra vita individuale rivesta una grande importanza. Ma
in passato, quando eravamo nella «foresta meravigliosa», facevamo parte di un unico
grande insieme, pur essendo entità individuali. Eravamo contenti e soddisfatti delle
nostre esistenze, perennemente inondati da un sentimento di infinita nostalgia. Tuttavia,
a un certo momento, abbiamo dovuto abbandonare la mitica foresta e avventurarci nel
mondo di fuori per rinascere come esseri umani. Ora, per come la vedo io, dal momento
che ognuno di noi possiede una vita unica e propria, non appena lasciamo la foresta
veniamo dispersi ai quattro venti, a caso. Naturalmente questa è solo la mia teoria e va
presa per quello che è. Ma non è forse vero che, man mano che viviamo la nostra vita
terrena e passano i giorni, continuiamo a sentire una malinconica e persistente nostalgia
dei tempi in cui eravamo tutti insieme e felici nel mezzo delle meraviglie della foresta?

Unaiko aveva certamente parlato delle meraviglie della foresta con


Anai e, quando lui ebbe finito di leggere le parole di mia madre,
espresse un commento personale.
«Date le circostanze», disse, «l’ipotesi più plausibile sarebbe stata
quella di immaginare che il bambino disperso fosse caduto nel fiume
in piena. Ma per fortuna quel bambino era dotato di uno speciale
senso dell’orientamento, per non parlare della sua straordinaria
affinità con le meraviglie della foresta, e questi due elementi lo
hanno condotto verso l’alto – “a casa”, in un certo senso –, nel cuore
della foresta meravigliosa. Tuttavia, prima che potesse farvi ritorno
per sempre, sua madre guidò i vigili del fuoco al grande albero cavo
in prossimità dell’accesso alla foresta e fu riportato indietro nel
mondo dei vivi. Se la mettiamo in questo modo, allora credo che
tutto abbia un senso.»
Unai Masao annuì con evidente entusiasmo, mostrando pieno
affidamento sull’intuito artistico e le capacità di sintesi di Unaiko.
«Sì», disse, «se svilupperemo la storia in questi termini, la vicenda di
Kogii sarà un motivo portante perfetto per il nostro dramma.»
E io ero completamente d’accordo.
2.
La prova della versione teatrale de
Il giorno in cui lui mi asciugherà le lacrime

1.

Dopo qualche giorno, quando ormai mi ero riabituato alla mia valle
tra le montagne, pensavo che finalmente Asa mi avrebbe
consegnato la famosa valigia di pelle rossa. Tuttavia, come lei
stessa aveva sottolineato in presenza dei membri del Caveman
Group, voleva che mi dedicassi in tutta calma all’esame del suo
contenuto, senza correre il rischio di trascurare nulla. E così,
all’inizio, mi concesse solo le bozze del prologo del mio incompiuto
«romanzo dell’annegamento» e le schede con gli appunti che avevo
spedito a lei e a mia madre circa quarant’anni prima, quando
vivevano ancora insieme. Al momento di porgermi il sacchetto di
carta con il materiale, mi disse che nella valigia rossa c’erano alcuni
scritti che desiderava fotocopiare in ricordo di nostra madre, prima
che portassi per sempre con me a Tōkyō quel mitico cimelio di
famiglia.
Quando provai a dare un’occhiata al contenuto del sacchetto, mi
sembrò che ci fossero molti meno fogli di quanto ricordassi. A parte
le schede con gli appunti, c’erano meno di venti cartelle manoscritte
con la parte iniziale del prologo. Avevo spedito quelle pagine a mia
madre insieme a una lettera in cui le chiedevo di mettermi a
disposizione tutto ciò che secondo lei poteva essermi d’aiuto per
sviluppare il mio romanzo, ancora in forma embrionale. Ero
interessato in special modo alla corrispondenza di mio padre: lettere
che aveva ricevuto e brutte copie delle sue risposte. Nel sacchetto
c’era anche una serie di lettere tenute insieme da un elastico, che
avevo spedito da Tōkyō nel corso degli anni e che, evidentemente,
erano state conservate nella valigia di pelle rossa. Erano indirizzate
ad Asa ed esprimevano un netto disappunto per il fatto che nostra
madre aveva ignorato le bozze del mio romanzo e non si era
degnata di rispondere alla mia domanda sulla corrispondenza di
nostro padre e altro eventuale materiale utile…
Ormai ci ho rinunciato, perciò le pagine che vi ho mandato potete anche bruciarle. Se
nostra madre continuerà a negarmi il materiale che le ho chiesto, mi riserverò di ricorrere
a un metodo diverso e punterò in un’altra direzione. Abbandonerò la via della realtà e
scriverò un libro di pura e allucinata fantasia, in cui l’io narrante non sarò io ma un
giovane trentenne ricoverato in un istituto di igiene mentale. Il personaggio ispirato a
nostro padre morirà in seguito a una ferita d’arma da fuoco e non per annegamento. E
siccome la storia sarà ben lontana dalla realtà, almeno in apparenza, nostra madre non
potrà biasimarmi per aver sfruttato la figura di nostro padre e non potrà opporsi alla
pubblicazione. È ovvio che, come avrai capito, l’essenza di quello che dirò su di lui e
sulle sue idee corrisponderà al vero!

Intenzionato ad andare avanti, mi ero dedicato con solerzia al


nuovo progetto, in sostituzione del «romanzo dell’annegamento».
Avevo scritto un romanzo breve e lo avevo pubblicato in una rivista
letteraria con il titolo di Il giorno in cui lui mi asciugherà le lacrime.
Mia madre e mia sorella, inorridite, erano andate su tutte le furie e mi
avevano «rinnegato» (questo il termine alquanto pittoresco utilizzato
da entrambe le parti in quella diatriba trascinatasi a lungo). Di
conseguenza, avevo evitato di tornare nella valle per alcuni anni.
A ogni modo, nel prologo non ancora definitivo del «romanzo
dell’annegamento» avevo fatto chiaro riferimento a un triste e
drammatico evento consumatosi nel lontano 1945 e che all’epoca
sognavo quasi tutte le notti…
Qui vicino c’è un posto dove il corso del fiume devia intorno a una roccia sporgente nella
cui ombra tranquilla si radunano banchi di piccoli pesci. Ma questa notte la piena ha
trasformato quell’ansa simile a una vasca poco profonda in una sorta di piccola baia
tempestosa. È lì che teniamo ormeggiata la nostra barca a remi, mio padre è già a bordo
e io sono in piedi sull’orlo del muretto di pietra, pronto a raggiungerlo. Muovo un primo
passo nell’acqua scura e mi stupisco di quanto sia più profonda del solito. Senza quasi
accorgermene, resto immerso nelle acque gelide del fiume fin quasi al collo. Come se
non bastasse, qualcosa mi urta con violenza contro il petto e mi provoca un dolore
atroce: forse sono rami di piante spinose, o piccoli e molesti insetti alati. Senza avere il
tempo di liberarmene, avanzo tra le onde schiumose tenendo alta la testa, mentre il
ruggito della corrente furiosa mi rimbomba nelle orecchie.
È notte fonda, la pioggia è cessata. La luna piena splende attraverso una crepa nelle
nuvole e illumina mio padre, in piedi a poppa con indosso la sua uniforme civile. Ha la
schiena dritta come un fuso, ma tiene il capo piegato in avanti. Alle sue spalle il chiaro di
luna si riflette sull’enorme onda di piena che d’un tratto sopraggiunge come dal nulla,
simile a una grande muraglia. Continuo ad avanzare a fatica nell’acqua torbida e
increspata nel tentativo disperato di arrivare alla barca e raggiungere mio padre a bordo,
ma di colpo mi fermo, distratto dalla fila di “botti ragnorosso” che si sono staccate dalla
riva e vanno alla deriva oltre la roccia sporgente. Torno indietro più veloce che posso,
afferro un capo della corda e cerco di legarlo di nuovo per bene all’anello metallico
fissato nel muretto di pietra, ma è troppo tardi… Neanche il tempo di finire di assicurare
la cima e vedo la barca trascinata via dalla corrente furiosa, mio padre che perde
l’equilibrio e finisce in acqua. Poi, un attimo dopo, scorgo Kogii in prossimità del punto in
cui ho visto mio padre per l’ultima volta, prima che fosse travolto dal fiume in piena. Si
tiene con sicurezza al bordo della barca e mi guarda con un’espressione vaga e
indefinibile. Intanto la corrente vuole portare via anche me, è terribile, ma riesco a dare
fondo a tutte le mie forze e mi tengo stretto alla corda…

Avevo completamente dimenticato il modo realistico in cui avevo


descritto Kogii in quella scena fissata sulla carta oltre quarant’anni
prima. E quando rilessi quel brano e rividi davanti a me
quell’immagine che mi era così familiare, mi resi di nuovo conto che
tutte le volte che facevo quel sogno (era sempre uguale, a parte
pochi dettagli che cambiavano a seconda del mio umore del
momento), lui, Kogii, era sempre presente e mi fissava con quello
stesso sguardo che non ero in grado di descrivere se non come
«un’espressione vaga e indefinibile».
Tutt’a un tratto mi vennero in mente le parole di Anai Masao a
proposito del significato e della possibile rappresentazione di Kogii
come entità sovrannaturale esistente al contempo anche nelle vesti
di un normale essere vivente. Pensai che avrebbe trovato molto
interessanti quelle pagine, e così chiesi a mia sorella di fare delle
fotocopie e dargliele, visto che doveva già fotocopiare una parte del
materiale contenuto nella valigia rossa.
Un paio di settimane dopo, Anai, Unaiko e Asa si presentarono da
me con il solito furgone della compagnia teatrale, alla cui guida e nel
posto accanto c’erano stavolta due ragazzi che non avevo mai visto
prima. Entrambi indossavano un completo molto sgargiante e alla
moda, tanto da lasciarmi perplesso, almeno fino a quando Asa non
mi spiegò che erano vestiti così perché dovevano partecipare a uno
spettacolo dal vivo. Stando alle sue parole, a Uwajima c’era un
piccolo teatro che fungeva da trampolino di lancio per nuovi talenti
nella speranza di attrarre pubblico dallo Honshū, in particolare
dall’area del Kansai, da cui si poteva raggiungere lo Shikoku grazie
al grande ponte di Seto. Quel posto, quella mattina, costituiva la
destinazione finale di quei due giovani ben vestiti e pieni di
entusiasmo. Facevano parte del Caveman Group ma si esibivano
anche come duo comico a sé stante, sotto il nome di Suke & Kaku.
«Il loro stile e le loro performance sono molto… postmoderne», mi
informò Asa. «Inutile dire che la scelta del nome così rétro è
chiaramente voluta. Hanno tratto i loro nomi di scena, Suke e Kaku,
dallo sceneggiato televisivo Mito Kōmon, 1 che probabilmente va in
onda da quando sono nati.»
«A volte i fan degli sketch di Suke & Kaku vengono alle
rappresentazioni del Caveman Group e scoppiano a ridere come
matti nei momenti meno opportuni», precisò Anai. «È una cosa che
in genere dà alquanto sui nervi, ma d’altra parte produce un effetto
di straniamento molto interessante.»
Presto venni a sapere che Anai Masao e l’intera troupe avevano
letto la trascrizione della prima intervista e avevano già in mente il
nuovo argomento di cui discutere: il prologo del «romanzo
dell’annegamento» e il mio sogno ricorrente su Kogii. Demmo così
inizio alla seconda lunga intervista.
«Prima di rileggere quelle pagine che avevo scritto tanti anni fa»,
cominciai, «non ero in grado di cogliere bene il ruolo di Kogii nel
sogno. Ma quando poi l’ho messo in relazione a quello che voi mi
avete detto a proposito della trasposizione teatrale, mi è parso subito
chiaro che la sua presenza costituiva un elemento cardine. Se
riflettiamo un attimo sullo haiku di mia madre, dove dice: “E come
preso dalla corrente del fiume non tornerai mai più”, emerge subito
una questione molto importante. Dopo aver pensato a lungo e in
modo ossessivo al problema, rimuginando e riformulando chissà
quante volte quei due versi, viene spontaneo chiedersi se tutto ciò
che mia madre desiderasse fosse far leggere quelle parole solo a
me e che solo io le capissi fino in fondo… Ho raccontato il mio sogno
ricorrente in apertura del prologo che scrissi per il “romanzo
dell’annegamento”, in cui Kogii appare solo alla fine, in poche righe.
Ora, però, so che devo meditare più approfonditamente sul
significato di quello che lei, Anai, ha definito “la metafora di Kogii”,
approfittando di queste interviste, fosse anche solo per chiarirmi le
idee. A casa avevamo una vecchia e sgangherata barchetta militare
a remi, che non era più adatta al servizio attivo e che un giovane
ufficiale dell’esercito nostro conoscente aveva donato a mio padre.
La chiamavamo, molto semplicemente, “la barca”. Quando quella
maledetta notte fu trascinata via dal fiume in piena – e tra l’altro non
sapremo mai se si trattò di una mera fatalità –, Kogii era a poppa, in
piedi accanto a mio padre… Ora, il punto è: perché continuo a fare
quel sogno ancora oggi? Prima di tutto devo dire che la presenza di
Kogii sulla barca di mio padre è racchiusa nella mia mente come un
autentico ricordo, un episodio accaduto nella realtà e non solo in
sogno. In altre parole ho sempre avuto la sensazione di non sognare
qualcosa che apparteneva in via esclusiva al mondo della fantasia,
bensì mi sono convinto a poco a poco che quella scena onirica fosse
avvenuta per davvero, nel mondo reale. O meglio, credo
fermamente che quel sogno sia un riflesso della realtà e sia da essa
scaturito… Quella notte avevo intenzione di spingere la barca in
acque tranquille, nella parte più ampia del fiume, e di saltare a bordo
con mio padre, ma purtroppo mi vidi costretto a lottare per la mia
stessa vita e dovetti abbandonare il piano iniziale. Andò davvero
così, non solo nel sogno: da un momento all’altro mi ritrovai immerso
in quelle acque burrascose, sospeso tra la vita e la morte. Non si
tratta di un prodotto della mia immaginazione, dovuto alla volontà di
annichilire eventuali sensi di colpa dopo che mio padre annegò e il
suo cadavere fu riportato a casa. Ma quando in seguito provai a
parlarne con mia madre, lei si rifiutò di ascoltarmi, esattamente come
aveva fatto alcuni anni prima in occasione del ritorno di Kogii nella
foresta. Quando ho scritto il prologo del “romanzo
dell’annegamento”, dopo essere diventato uno scrittore adulto, ho
rivissuto quella notte attimo per attimo. Ero alla ricerca di un modo
per esprimere la gravità dell’accaduto, volevo comunicare a mia
madre il dramma che anch’io avevo vissuto, ma alla fine, in un atto
di autentica codardia, ho descritto l’intera scena come fosse solo un
sogno. Va da sé, come ho ripetuto più volte, che quel sogno l’ho
fatto per davvero e continuo a farlo tuttora… Chiedo scusa per il
discorso un po’ intricato, mi rendo conto che la mia spiegazione può
sembrare poco chiara e involuta, ma è così che stanno i fatti…
Adesso cercherò di fare ordine, una volta per tutte: l’evento che ha
dato origine al mio sogno è accaduto veramente, tutti i dettagli che
ricordo sono radicati nella realtà. Durante l’estate del 1945, poco
dopo la sconfitta del Giappone nella guerra del Pacifico, ci fu una
notte indimenticabile in cui una tempesta infuriò nella foresta e il
fiume si ingrossò fino a rompere gli argini, straripando e causando
una grave inondazione in tutta l’area. Ora è diverso: dopo la
costruzione di robusti e alti argini, il fiume non fa più paura. Basta
uscire qui fuori e guardare in basso, il suo corso è tranquillo e
protetto, non ha quasi più niente a che fare con il fiume di un tempo.
Comunque mio padre finì con la sua piccola barca tra le onde in
tumulto, la furia della corrente lo trascinò via in un baleno e annegò.
Accadde tutto nella realtà, così come l’ho appena descritto, e
persino mia madre dovette accettarlo, anche se in famiglia non ne
parlavamo mai. Io, però, continuavo a tormentarmi, non riuscivo a
darmi pace: perché mio padre aveva deciso di uscire in barca in
quella notte tempestosa? Come dice anche mia madre nel secondo
verso della poesia, mio padre fu preso dalla corrente del fiume e non
tornò mai più. Il suo corpo esanime, a causa delle condizioni avverse
del tempo, fu ritrovato lungo la riva a fondo valle e riportato a casa
solo nel pomeriggio del giorno seguente. Ora, leggendo tra le righe
dei suoi due versi, credo che mia madre stesse tentando di dirmi
questo: “Insisti tanto sul fatto che tuo padre fosse andato al fiume nel
mezzo della tempesta, durante la piena, ma in ogni caso il suo corpo
è tornato da noi, per cui non è stato portato via dalla corrente per
sempre, e non è vero che non abbiamo potuto rivederlo mai più”. E
in particolare nel secondo verso sembra aggiungere in tono di
rimprovero: “Non sei tu, piuttosto, che come preso dalla corrente non
sei tornato mai più a casa?”. Difatti, anche nel primo verso è chiaro il
suo biasimo nei miei confronti, stavolta per un’altra ragione. È come
se mi dicesse: “Se non ti occuperai dei preparativi necessari per la
fine della vita terrena di tuo figlio, e della tua stessa vita, sarà come
lasciare Akari in balia del fiume in una notte buia e spaventosa
senza alcuna spiegazione e permettere alla corrente di portarlo via
per sempre”. E i miei tre versi, a continuazione dello haiku di mia
madre, rispondono praticamente: “Se la metti in questo modo, devo
ammettere che hai ragione”. In effetti la mia parte della poesia va
intesa come un’onesta accettazione dello stato delle cose: “A Tōkyō
durante la stagione arida / I ricordi mi affiorano alla mente
all’incontrario / Dalla vecchiaia fino agli anni dell’infanzia”».
«Sì, ma nei suoi versi», ribatté convinto Anai, «piuttosto che
cedere alla pressione di sua madre, mi pare anche che lei reagisca
alla voce ammonitrice che permea lo haiku iniziale rispondendo: “È
vero, forse mi sono lasciato portare via dalla corrente del fiume e mi
sono trasferito nella capitale senza più tornare indietro ma, prima di
farmi inghiottire per sempre nel vortice e andare a fondo, mi sforzerò
di ricordare tutto ciò che mi è accaduto nella vita, dai giorni
dell’infanzia fino al momento presente”. In questo modo, forse, le
sarà possibile capovolgere quel triste stato di cose messo in
evidenza nella poesia. Altrimenti perché fare riferimento ai famosi
versi di Eliot che riecheggiano in modo palese tra le sue parole?»
Non dissi niente ed evitai di rispondere, ma Unaiko, senza
spegnere il registratore, ne approfittò per pormi subito un’altra
domanda: «Mi scusi, signor Chōkō, ho un dubbio che mi tormenta:
che cosa sono le “botti ragnorosso”?».
«Sì, ha ragione, credo sia opportuno fornire una spiegazione
completa, anche perché ho la sensazione che parleremo di Kogii
molto a lungo, e inoltre la questione del mio sogno dell’alluvione
rappresenta una parte cruciale della storia. Da bambino non ero
certamente in grado di comprendere il mondo di mio padre come
adesso, ma l’osservavo con attenzione e traevo le mie puerili
conclusioni, frammenti che in seguito sono riuscito a rimettere
insieme e di cui ho ricostruito almeno in parte il significato. Mio padre
non mi ha mai parlato del posto in cui era nato e cresciuto: non ne
faceva parola con nessuno, ma sono quasi sicuro che mia madre ne
fosse al corrente. Loro due si sono conosciuti a Tōkyō, e dopo il
trasferimento qui nella valle, nella casa nativa di mia madre, lui non
si è dedicato più di tanto al lavoro; era come se nella seconda parte
della sua vita avesse deciso di mettere altro in primo piano, o
almeno questa era la mia impressione da bambino. Dato che era il
direttore di sé stesso e aveva tempo libero in abbondanza, spesso
riceveva visite da parte di giovani ufficiali dell’esercito di stanza a
Matsuyama e beveva sake in loro compagnia. Durante quegli
incontri si lasciavano andare a discorsi importanti? Avevano in
mente di realizzare una piccola insurrezione? Non avevo alcuna
certezza, ma ho sempre pensato che se avessi avuto modo di dare
un’occhiata al contenuto della valigia di pelle rossa avrei potuto fare
scoperte molto interessanti, magari grazie alle lettere di una
misteriosa guida spirituale con cui erano in contatto lui e i suoi amici
ufficiali, al suo diario personale e ad altro materiale. Era una
speranza che in fondo è rimasta immutata dentro di me e che mi ha
spinto a tornare qui dopo tanto tempo. A posteriori mi sono reso
conto che forse mio padre non viveva nell’ozio come pensavo. Era
convinto, per esempio, che in un futuro non molto lontano l’intero
Giappone sarebbe rimasto gravemente a corto di scorte alimentari, e
allora aveva ideato un metodo alquanto inusuale per rimediare al
problema in caso di bisogno. Come ben sapete, il fiume Kame si
snoda attraverso questa valle montana, e all’epoca il vasto pendio
sulla riva meridionale era ricoperto da boschi di castagni; alcuni di
quegli alberi sono ancora lì, ma ormai ne restano pochi. Mio nonno
si occupava dei prodotti della montagna, ne aveva fatto il business di
famiglia: imballava castagne e cachi e li spediva nel Kansai. A un
certo punto aveva avuto un’ottima idea e aveva convinto alcuni
produttori locali a piantare i cosiddetti “arbusti della carta” in mezzo
ai castagni. La corteccia fibrosa di quegli arbusti costituiva una delle
materie prime per la produzione della carta utilizzata per le
banconote giapponesi, e così l’intero raccolto di quelle piante veniva
spedito alla tipografia di stato. Prima, però, gli arbusti dovevano
essere opportunamente coltivati e la corteccia andava rimossa con
cura e trattata con il vapore. Poi, dopo che era stata essiccata e
legata in fasci, veniva riposta in via temporanea in un deposito. La
lavorazione era affidata ai contadini della zona, le donne e gli anziani
collaboravano facendo spugnare la corteccia grezza nel fiume, dopo
di che la pelavano in strati sottili. Mio padre, che tra l’altro era una
specie di inventore dilettante, aveva ideato una macchina per
spellare la corteccia nel modo desiderato e ne aveva affidato la
realizzazione a un’azienda specializzata in coltelli a serramanico
tradizionali. Va anche ricordato che in tempo di guerra erano
utilizzati notevoli quantitativi di corteccia, per il fatto che il metallo
scarseggiava perché ampiamente sfruttato nell’industria bellica.
Inoltre, per rispettare gli standard imposti dalla legge e ottimizzare il
trasporto su camion, mio padre faceva comprimere quella corteccia
bianchissima in balle di forma regolare. Aveva inventato anche un
macchinario per imballaggio di grandi dimensioni ed era riuscito
persino a farlo brevettare. Per quanto ne sappia, non aveva mai
studiato ingegneria, eppure aveva una spiccata propensione per le
macchine e la risoluzione dei problemi di ordine pratico. Io credo di
aver ereditato almeno in parte la sua passione per il… chiamiamolo
“bricolage”. Dunque, scusatemi per la lunga divagazione e veniamo
alla soluzione che mio padre aveva individuato per rimediare
all’eventuale carenza di scorte alimentari. Da un po’ di tempo aveva
notato che a inizio autunno il pendio sul fiume che ho menzionato
poco fa assumeva tinte rosso vivo, non appena i gigli ragno rosso
che crescevano selvaggi tra i castagni cominciavano a fiorire.
Dall’autunno dell’anno precedente alla sconfitta del Giappone –
precisamente in corrispondenza della fine della stagione dei gigli
ragno rosso a ottobre – fino alla primavera successiva, ovvero fino a
non molti mesi prima dell’estate del suo annegamento, mio padre si
dedicò a un progetto pubblico a dir poco sorprendente. Cominciò col
chiedere al preside della scuola elementare e media locale se gli
studenti potessero essere coinvolti nel lavoro di dissotterramento dei
bulbi dei gigli ragno rosso. Riuscì persino a garantire ai giovani
lavoratori un piccolo compenso. I ragazzi svolsero il compito con
grande entusiasmo, e ben presto il deposito solitamente utilizzato
per le castagne e i cachi fu riempito di bulbi. Mio padre requisì una
porzione dell’orto di mia madre, che era recintato da un muretto di
pietrame, e approntò una sorta di fabbrica in miniatura sul retro della
casa. Fece ricorso a lunghi tubi di canne di bambù per assicurarsi
l’acqua corrente dal vicino fiume e costruì una macchina per
polverizzare i bulbi. Dopotutto, questo tipo di sfide ingegneristiche
erano il suo forte: era capace di mettere a punto sistemi rudimentali
di rara efficacia. Fissò nel terreno una serie di gradoni di pietra che
conduceva al fiume e dispose un gran numero di botti di legno su
una piattaforma di cemento a due piani che aveva fatto installare
sulla riva, assicurandole al suolo con robuste funi. È molto probabile
che si rivolgesse con una certa frequenza ai suoi bravi e disponibili
amici militari per procurarsi il materiale necessario. La fase
successiva consisteva nel bagnare la polvere dei bulbi di giglio
ragno rosso con l’acqua del fiume. C’era una spiaggia di ciottoli
abbastanza spaziosa un po’ più a valle della nostra abitazione, e fu lì
che mio padre predispose numerosi ripiani coperti da stuoie di paglia
da utilizzare per far essiccare la poltiglia ottenuta. Infine, dopo che il
prodotto si era asciugato, l’ultimo stadio del progetto prevedeva la
sua conversione in forma commestibile. Ora, anche i bambini
sapevano che i bulbi di giglio ragno rosso erano velenosi, eppure
c’era stato un tempo, parecchi decenni addietro, in cui i bulbi
venivano trasformati in una polvere simile a farina e utilizzati come
viveri di emergenza in caso di carestia. La gente pestava e
macinava i bulbi e aggiungeva alcune erbe officinali raccolte nella
foresta per neutralizzare la tossicità. Tutti gli abitanti della valle, mio
padre incluso, erano a conoscenza di questa abitudine tradizionale,
alla quale facevano riferimento addirittura alcuni testi molto antichi.
Tra l’altro mia madre e mia nonna, esperte di erbe officinali e note
per questo in tutta la zona, sapevano benissimo che la foresta non
poteva garantire il quantitativo necessario di erbe adatte a fungere
da antidoto in caso di un’eventuale intossicazione da bulbi di giglio
ragno rosso. Tuttavia mio padre, senza darsi per vinto, chiese a un
amico che lavorava presso un’università del Kyūshū di sviluppare un
agente chimico in grado di sostituire le erbe necessarie e riuscì a
procacciarsene una discreta scorta. La sua idea di base prevedeva,
a patto che fosse in grado di allestire e far funzionare a dovere la
fabbrica di conversione dei bulbi, la produzione di ampi quantitativi di
amido di alta qualità. Mia madre e la maggior parte della gente dei
dintorni impegnata nei lavori della fabbrica erano alquanto scettici
riguardo all’efficacia dell’agente chimico in sostituzione dell’elemento
naturale, ma il progetto andò avanti lo stesso. Ricordo molto bene le
file di botti piene di polvere rossa fino all’orlo sulla riva del fiume.
Tutto procedeva per il meglio, almeno finché non arrivò il periodo
delle grandi piogge…»
«Tornando alla storia principale, mi corregga se sbaglio», disse
Anai, «sappiamo che quella fatidica notte la luna piena splendeva
attraverso una fessura fra le nuvole in un momento di tregua della
tempesta, e che in quel preciso frangente suo padre tentò di
affrontare il fiume in piena con la sua piccola barca e finì per
annegare. Asa ha confermato la sequenza degli eventi, ci ha detto
che le cose devono essersi svolte così come lei le ha raccontate.
Però, se devo essere onesto, mi riesce difficile considerare pura
verità anche quello che è successo subito dopo… Non oso mettere
in dubbio che lei non sia riuscito a raggiungere la barca e suo padre
perché distratto da quelle botti, ma fatico a immaginare che abbia
visto per davvero Kogii in piedi a poppa, lì che la fissava con quella
strana espressione… Insomma, mi pare ovvio che quella parte della
storia fosse solo un sogno, un sogno che certamente ha contribuito
a conferire alla realtà una dimensione più profonda. Mi sbaglio,
forse? In ogni caso non importa, perché quello che sto cercando di
realizzare non intende mettere in rilievo il lato surreale della vicenda.
Voglio portare in scena quella sequenza come pura realtà e non
come sogno, sulla base della sua convinzione che quel bambino di
circa dieci anni, in quella terribile notte di pioggia e vento, vide per
davvero il suo alter ego, Kogii, davanti a una muraglia di acqua.
Ammetto che non sarà facile ricreare una scena del genere sul palco
e che non ho ancora pensato a una soluzione valida, ma spero che
le idee mi si schiariranno man mano che procederemo con le nostre
interviste. Sarei molto felice di concepire una scena in cui il Kogii che
immagino io, che come abbiamo detto è una sorta di creatura
sovrannaturale, assuma le sembianze di un comune bambino.
Sarebbe fantastico riuscirci.»

2.

Era domenica. Il programma iniziale prevedeva la messa in scena,


alla Casa nella foresta, di una prova della versione ridotta
dell’adattamento teatrale del Caveman Group del mio romanzo
breve Il giorno in cui lui mi asciugherà le lacrime, così da offrirmi un
saggio dal vivo del metodo della compagnia. Tuttavia, dal momento
che due giovani attori che dovevano partecipare alla
rappresentazione avevano ottenuto la possibilità di esibirsi altrove
nelle loro vesti di duo comico – Suke & Kaku –, la prova a mio
beneficio era stata rinviata alla settimana successiva. A quel punto
mi ero già fatto un’idea sulle dinamiche interne del Caveman Group,
basandomi su quanto avevo avuto modo di vedere a proposito della
leadership forte e autorevole e al tempo stesso leale di Anai Masao,
una leadership che molto probabilmente lui condivideva con Unaiko.
Del resto, quel cambiamento di programma non aveva fatto altro che
rafforzare la mia convinzione che la compagnia si reggesse su
un’ammirevole e sana democrazia.
E così una settimana dopo, di nuovo di domenica mattina, il solito
furgone e altri veicoli sbucarono dalla strada privata che veniva dalla
foresta e si presentarono nello spazio antistante alla casa. Nel giro di
pochi minuti i giovani attori del gruppo erano già immersi nei
preparativi per la messinscena, sotto la supervisione attenta di Anai
Masao e dell’inseparabile Unaiko.
Quanto a me, avevo ceduto volentieri il piano inferiore al drappello
di efficienti e pimpanti lavoratori (erano così concentrati sul compito
da svolgere che a stento mi avevano rivolto un saluto) e mi ero
ritirato di sopra nel mio studio. Dopo un po’, la voce di Masao che mi
chiamava risuonò forte dal basso delle scale. Scesi di nuovo al piano
di sotto e notai che anche Asa si era aggiunta al gruppo.
Non appena io e mia sorella, che formavamo un esclusivo e
sparuto pubblico di sole due persone, ci fummo seduti con le spalle
alla penisola divisoria della zona living, Masao avanzò a grandi passi
al centro del palco improvvisato e cominciò a parlare. Il «palco», per
inciso, era dotato di una brandina militare che i giovani attori della
compagnia avevano portato giù dal piano superiore e di una sedia
della sala da pranzo. Per presentare il nuovo progetto teatrale al suo
ristretto pubblico Masao partì con una spiegazione introduttiva, ma il
tono della sua voce, al contempo naturale e ben impostato, già
sembrava offrire un saggio del suo peculiare modo di fare teatro.
«Dopo aver letto la bozza del prologo del “romanzo
dell’annegamento”, Unaiko e io abbiamo pensato che sarebbe stato
interessante aprire con un monologo della persona che è solita fare
il sogno ricorrente descritto in quel passaggio iniziale… Una piccola
barca a remi è ormeggiata in una minuscola insenatura fluviale. Il
padre del nostro narratore è in piedi nella barchetta traballante,
girato di spalle, e sullo sfondo spicca la drammatica onda di piena. In
primo piano c’è un ragazzino, immerso fino al petto nell’acqua
torbida, anche lui con le spalle alla platea. In alto, al di sopra della
barca, fluttua la figura solitaria di Kogii, unica presenza in scena a
essere rivolta verso il pubblico. È più o meno così che immaginiamo
la scena di apertura, ma siamo ancora in una fase di studio e non c’è
nulla di definitivo. Lei, signor Chōkō, dovrà passare al setaccio il
contenuto della valigia di pelle rossa, e solo allora il “romanzo
dell’annegamento” si rivelerà dinanzi ai nostri occhi nella sua
interezza. Occorre ancora tempo, ne siamo consapevoli, e d’altra
parte in questo momento siamo impegnati nella fase di rilettura della
sua opera omnia, perché speriamo di poter rendere il nostro nuovo
progetto e le nostre scelte quanto più possibile incisivi e convincenti.
Perciò quest’oggi ci limiteremo a presentarle soltanto alcune scene
tratte dal nostro adattamento definitivo del suo Il giorno in cui lui mi
asciugherà le lacrime. Nella prima scena, un ragazzino di dieci anni
segue passo passo il padre, che tutti conoscono come “Chōkō
sensei” 2 e si prepara ad andare in battaglia a capo di una
sgangherata compagine di ufficiali dell’esercito, probabili disertori del
reggimento di stanza a Matsuyama. La susseguente pantomima si
svolge a passo di lumaca nella parte anteriore del palcoscenico; la
lentezza è inevitabile, perché Chōkō sensei è a bordo di un “carro”
costituito da una specie di cassa di legno dotata di ruote rudimentali.
Va precisato che la scena si sovrappone al racconto riferito da un
uomo affetto da squilibrio mentale, disteso in un lettino d’ospedale in
fondo al palco. All’inizio il ruolo è affidato a Unaiko, quasi del tutto
nascosta da lenzuola e coperte. Seduta accanto al letto c’è una
persona di notevole stazza in divisa da infermiera, che ascolta la
storia del paziente in silenzio e con in volto un’espressione alquanto
scettica. L’infermiera è impersonata da Kaku, uno dei membri del
duo Suke & Kaku opportunamente travestito. L’azione che ha luogo
sulla ribalta dà vita ai ricordi del paziente, che giace a letto e riporta
a galla dal fondo della memoria alcune vicende dell’estate del 1945;
e il ragazzino di dieci anni, che altri non è che lo stesso paziente una
ventina di anni prima, esprime quei ricordi a viva voce. Signor
Chōkō, dopo che la rappresentazione avrà avuto inizio, se si sentirà
emotivamente coinvolto, non esiti a recitare a fior di labbra le battute
insieme agli attori. Abbiamo cercato di mettere in scena il suo
romanzo punto per punto, nel massimo rispetto del testo originale,
per cui immagino avrà voglia di unirsi a più riprese alla recitazione.
Bene, direi che a questo punto possiamo cominciare!»
Solo una singola vetrata separava l’estemporaneo palcoscenico
dal giardino ricco di colori estivi, dove le rose – alcune di una tenue
tinta violetta, altre rosso vivo – erano sbocciate in grappoli folti e
rigogliosi. Al di qua del vetro, un cambiamento repentino aveva
avuto luogo sulla scena: il paziente disteso sulla brandina era
interpretato da Suke, mentre Kaku continuava a starsene seduto
sulla sedia pieghevole lì accanto, travestito da corpulenta infermiera.
Entrambi restavano in silenzio, ma era evidente che l’ammalato
stesse ricordando il suo passato di bambino in quell’estate alla fine
della guerra… Di colpo una visione onirica, forse frutto di
un’allucinazione: il ragazzino, impersonato da Unaiko con un
berretto militare calcato in testa, fece irruzione sul proscenio e
cominciò a urlare con voce stridula e penetrante.
«Mamma! Mamma! È terribile! La situazione si è fatta così critica
che insorgeranno e papà sarà il loro capo, proprio come pensavo,
proprio come pensavo! La situazione è così critica che hanno scelto
papà come il loro capo! Dobbiamo controllare la lista con i nomi delle
persone che hanno detto che papà è un traditore della patria e un
disfattista che desiderava la sconfitta del Giappone e contare quanti
sono! Ne avremo di cose da fare! Mamma! Mamma! È proprio come
avevo pensato!»
La scena andò avanti molto a lungo. Avevo la sensazione che il
mio vecchio romanzo riprendesse vita dentro di me, ma con una
piega nuova e intrigante.
Nella scena successiva, che si svolse di nuovo nella parte
anteriore del palco, mio padre in uniforme militare fu sistemato in
una rozza e malandata «carretta di legno» e fu spinto adagio per
qualche metro e infine caricato su un mezzo militare. Era pressoché
immobile, muoveva quasi solo la testa e gli occhi, ridotto a una
specie di fantoccio. Più o meno contemporaneamente, il ragazzino,
che nel frattempo era rimasto in attesa nelle retrovie del
palcoscenico e ora si era trasformato nel paziente disteso nel letto
d’ospedale, emerse dall’ombra e ricominciò a parlare, stavolta non
nel tono isterico e concitato di prima, ma con la voce calma e
naturale di Unaiko.
«Comunque, una mattina di agosto, prima ancora che nella valle
le tenebre cedessero al tenue chiarore dell’alba, io e i soldati
caricammo mio padre sulla carretta di legno improvvisata e ci
incamminammo lungo la strada nella più completa oscurità, a passo
di tartaruga; poi, all’uscita dalla valle, trasferimmo mio padre e tutto il
carro sul camion militare e, ormai diventati una banda di insorti,
partimmo alla volta di una grande città, lungo la strada piena di curve
e tornanti che portava su al passo. Durante la rapida fuga in camion,
i soldati cantavano in coro una canzone in lingua straniera,
ripetendone le strofe senza alcun ordine logico. “Che cosa vuol dire
questa canzone?” chiesi. E mio padre, sempre a occhi serrati,
mentre gocce di sudore gli scorrevano sul viso pallido e liscio come
porcellana, il corpo enorme sballottato contro le pareti della carretta
di legno, mi rispose con un insolito fare paterno. Di quella
spiegazione, solo queste parole sono rimaste nella mia memoria: “In
tedesco Tränen vuol dire ‘lacrime’ e Tod ‘morte’. ‘Sua Maestà
l’Imperatore asciugherà le mie lacrime con le sue mani. Morte, vieni
presto, tu che sei sorella del Sonno, vieni presto, Sua Maestà
l’Imperatore asciugherà le mie lacrime con le sue mani’, è questo
che stanno cantando. ‘Aspetto con ansia che Sua Maestà
l’Imperatore asciughi le mie lacrime con le sue dita’, questo stanno
cantando!”»
In quel preciso istante, a conferma della sapiente ed efficace regia
di Anai Masao, partì in sottofondo una cantata di Bach per voce
solista. Mi vennero i brividi nel ricordare la volta in cui avevo avuto
modo di ascoltare quella stessa musica appassionante a una
performance d’avanguardia alla quale ero stato invitato circa venti
anni prima, in un piccolo teatro. Intanto la recitazione andava avanti,
come a voler contrastare l’onda in crescendo della musica, e infine
la voce del narratore fu spazzata via dal flusso impetuoso e
inesorabile della cantata di Bach.
Da wischt mir die Tränen mein Heiland selbst ab.
Komm, O Tod, du Schlafes Bruder,
Komm und führe mich nur fort… 3

E, mentre il coro cresceva d’intensità, sentii qualcosa muoversi nei


recessi più profondi della mia anima…

3.
Alla fine della rappresentazione i giovani apprendisti invasero la
scena con la stessa solerzia di prima e si diedero da fare per
rimettere tutto a posto. Non erano ancora le quattro del pomeriggio
quando tutti se ne furono andati, eppure la luce aveva già preso a
scemare in quella nostra valle simile a un grande vaso. I ragazzi, in
particolare, avevano fretta di rientrare a Matsuyama, dove avevano
un impegno di lavoro che prevedeva sia una parte attiva sul palco
sia un’altra di assistenza dietro le quinte, nell’ambito di un concerto
di un noto cantautore che veniva da Tōkyō. Non avevo mai osato
andare a un evento di quel genere, ma riuscivo a immaginare quanto
potesse essere importante il supporto dei giovani ed energici membri
del Caveman Group.
La prova alla Casa nella foresta si era rivelata subito molto cupa,
tanto da evocare atmosfere funeste e malinconiche. I personaggi
principali costituivano un gruppo tutt’altro che allegro: il ragazzino
interpretato da Unaiko che si lamentava con voce stridula (in altre
parole, me stesso quasi sessantacinque anni prima); il paziente in
brandina e l’infermiera in fondo al palcoscenico; e infine mio padre,
con un cancro alla vescica all’ultimo stadio, in piedi nella sua ridicola
carretta di legno in una pozza di urina sanguinolenta. Dopotutto, non
c’era molto di cui stupirsi: così come nell’opera originale, non c’era
traccia di personaggi gioiosi e positivi. La messinscena seguiva il
mio romanzo con assoluta fedeltà, inclusa la parte in cui mio padre,
impalato nel suo carro, veniva sistemato sul pianale di carico di un
piccolo camion di scena fatto di legno e cartone, con il ragazzino
come al solito incollato al suo fianco e i soldati in fila alle sue spalle.
Alla rappresentazione avevano preso parte più di venti attori,
giovani uomini e donne del Caveman Group che nella maggior parte
dei casi non avevo mai visto prima. Gli attori che interpretavano il
drappello di soldati agli ordini degli ufficiali ribelli avevano un berretto
militare fatto a mano e una spada, e quando tutti insieme avevano
dato vita al coro che intonava il canto di guerra tedesco, il palco e lo
spazio circostante erano come esplosi in un incredibile fulgore.
Da wischt mir die Tränen mein Heiland selbst ab.
Komm, O Tod, du Schlafes Bruder,
Komm und führe mich nur fort…
Verso la fine del canto corale, il paziente (in quel frangente
interpretato da Unaiko), rimasto per tutto il tempo a letto a
raccontare la sua storia, si alzava in piedi di scatto. Mutando
radicalmente il suo stile recitativo, fino ad allora blando e alquanto
distaccato, cominciava a declamare con voce potente, tanto da
assumere il dominio della scena.
“Morirò combattendo nell’esercito che mio padre guida alla rivolta!” Mentre così pensavo,
un aereo da guerra proveniente dalla città sorvolò il passo a bassa quota e i soldati
cominciarono a gridarsi l’un l’altro: «Eccoli che arrivano, i bastardi che se ne infischiano
di quello che potrà accadere! Dobbiamo procurarci subito gli aerei che ci servono, prima
che ce li distruggano! Ce ne servono almeno dieci, ci saliremo e cadremo uno per uno
come fiori umani sopra il Palazzo Imperiale, cuore del glorioso Giappone! Il nostro
obiettivo è morire facendo junshi! 4 Tutti noi faremo junshi!». Tutti noi faremo junshi! Le
spine ardenti di quelle parole trafissero il mio piccolo cuore e vi rimasero dentro,
continuando a bruciare… «Noi moriremo tutti nella rivolta capeggiata da quell’uomo. E
questi soldati cantano di voler morire il più presto possibile e di aspettare che Sua
Maestà l’Imperatore asciughi le loro lacrime con le sue mani.» E alla fine cominciai
addirittura a cantare con la mia voce acuta, imitando i soldati e gli ufficiali.

Subito dopo Unaiko, di nuovo nel ruolo del ragazzino, avanzava


sul proscenio e prendeva a condurre il coro fungendo da prima voce.
E quando l’appassionante cantata si avvicinava ormai al crescendo
finale, persino io cominciai a cantare dal mio posto in platea!
Da wischt mir die Tränen mein Heiland selbst ab.
Komm, O Tod, du Schlafes Bruder,
Komm und führe mich nur fort…

«Kogii, fratello mio, non mi sarei mai aspettata di sentirti cantare


ad alta voce e con tanto trasporto, addirittura in tedesco!» mi disse
dopo un po’ Asa, lo sguardo fisso all’oscurità che avvolgeva sempre
più la valle e le montagne. «Naturalmente non sono in grado di dire
se la tua pronuncia fosse buona, ma mi hai davvero sorpresa. Sono
seria, la tua voce si amalgamava molto bene con quella degli attori,
loro che di certo avranno fatto pratica ripetendo chissà quante volte
la cantata di Bach sotto la direzione di Anai Masao. Ti conosco da
una vita, nel vero senso dalla parola, eppure mai e poi mai avrei
immaginato di vederti e soprattutto di sentirti così! Ho assistito a
diverse rappresentazioni ufficiali del Caveman Group e le ho trovate
sempre molto ben fatte, ma non mi ero mai commossa come oggi. In
precedenza Unaiko mi aveva spiegato il significato dei versi che
anche tu hai cantato, e, anche se non condivido affatto l’ideologia
alla loro base, non ho potuto fare a meno di lasciarmi commuovere.»
«Nel mio romanzo», replicai, «quei versi sono resi così come me li
aveva spiegati nostro padre. Heiland selbst significa “il Salvatore
stesso”, che in questo caso si riferisce all’imperatore, anche se
ovviamente è impossibile che l’imperatore del Giappone si lasci
andare a un gesto come quello evocato nei versi della cantata di
Bach. Ricordo che i giovani ufficiali che venivano a bere il sake da
noi quasi tutte le sere spesso intonavano a squarciagola quella
cantata in tedesco, mentre ascoltavano il disco della RCA Victor Red
Seal. Un giorno, nel periodo in cui mi apprestavo a scrivere quel
romanzo, provai a cantare a Gorō la parte del coro che ricordavo a
memoria, e lui seppe dirmi subito di quale cantata di Bach si
trattasse. Si prese persino la briga di procurarsi una copia dell’LP e di
portarmela. La mettemmo sul piatto del giradischi e cantammo
insieme, mentre Gorō di tanto in tanto alzava il braccetto per
spiegarmi il significato del testo in tedesco. Oggi quelle parole sono
riemerse pian piano dal fondo della mia memoria, mi sono sentito
travolgere dai ricordi e, a un certo punto, quando gli attori hanno
iniziato a cantare e ho sentito quel suono magnifico, potente e
drammatico, non ho potuto fare a meno di unirmi al coro. Devo dire
che dopo ho provato una strana sensazione, piuttosto ambivalente.
Quel che è certo, però, è che gli attori del Caveman Group sanno
essere coinvolgenti.»
«Sì, puoi dirlo forte», concordò Asa. «Io ero lì, seduta al tuo fianco
con la mente rivolta anche ad altre faccende, ma all’improvviso ti sei
messo a cantare a pieni polmoni, lasciandomi di stucco. Sono
passati almeno sessant’anni da quando hai perso l’innocenza
dell’età infantile, eppure nella tua voce è rimasta una lieve traccia del
tono stridulo che avevi da bambino, e quando ti ho sentito cantare mi
è venuto spontaneo pensare: “Caspita, mi sembra qualcosa di
veramente puro e genuino!”.»
Asa aveva usato l’aggettivo «stridulo» per descrivere la mia voce,
un termine non molto lusinghiero. In passato avevo approfondito la
mia conoscenza di quella cantata grazie alla registrazione del noto
baritono Dietrich Fischer-Dieskau che Gorō mi aveva procurato,
perciò fui tentato di dire a mia sorella che avrei preferito sentir
definire la mia voce impegnata nel canto come simile a quella di un
caldo baritono, anziché sentirla paragonare a una sorta di garrito
preadolescenziale.
«Ho avuto la netta sensazione che il tuo canto provenisse da un
insieme di emozioni intense e profonde», proseguì Asa. «E sono
stata subito certa che il tuo coinvolgimento non aveva niente a che
fare con quei soldati che cantavano di voler morire il più presto
possibile e desideravano che Sua Maestà l’Imperatore asciugasse
loro le lacrime con le sue mani. In quel momento mi è parso come se
nel tuo cuore si fossero riaccese le emozioni di quand’eri bambino,
così sono rimasta seduta immobile e in silenzio ad ascoltarti; mi è
venuta la pelle d’oca. Ripeto, non ti avevo mai sentito cantare con
tanta passione, neanche quando andavi a scuola. Forse quella
cantata è rimasta sepolta dentro di te per tutti questi anni, nella tua
anima, ed è stata risvegliata nell’istante in cui hai potuto riascoltarla
dopo tanto tempo, intonata in coro dai giovani attori del Caveman
Group. Inutile dirti che mi sono messa a ripensare anche al tuo
romanzo, che Anai ha riportato in vita nella sua versione molto
fedele per il palcoscenico. Mi ricordo perfettamente Il giorno in cui lui
mi asciugherà le lacrime, perché come sai ha causato una
sofferenza enorme a me e soprattutto a nostra madre. L’insurrezione
descritta in quelle pagine avrebbe dovuto avere luogo il 16 agosto,
perpetrata da alcuni militari delusi dalla resa dell’Impero giapponese,
ma nella realtà non ci fu alcuna rivolta, in nessun luogo del paese.
Come giovane scrittore forse temevi di essere messo alla gogna dai
critici della vecchia guardia. Quella era gente severa, che tendeva a
dare molta importanza alle questioni relative alla fedeltà storica, e
per questo ti sei inventato uno stratagemma per aggirare l’ostacolo,
descrivendo quella ribellione grottesca e surreale come il frutto del
delirio allucinatorio di un paziente rinchiuso in un ospedale
psichiatrico. Quell’uomo, che da bambino aveva vissuto
un’esperienza traumatica e indimenticabile, ricorda le voci dei soldati
che cantavano a bordo del camion mentre si dirigevano verso il
luogo dell’agognata rivolta… ed è in quel preciso momento che si
mette a cantare anche lui in tedesco nel suo letto d’ospedale. Si
capisce lontano un miglio che è tutto frutto di pura fantasia, e
d’altronde la stessa madre del paziente spende parole di biasimo nei
confronti di quell’incredibile delirio. Comunque, e nessuno può
saperlo meglio di te, la storia trae spunto da un episodio reale che
hai vissuto molti anni prima di scrivere quel romanzo breve. Come
hai accennato tu stesso poco fa, negli ultimi quattro o cinque giorni
prima della morte di nostro padre diversi ufficiali del reggimento di
Matsuyama venivano da noi e scambiavano lunghe conversazioni
bevendo sake a fiumi, e alcuni di loro si fermavano a dormire nel
magazzino accanto alla casa. È stato allora che hai ascoltato per la
prima volta quella cantata, ripresa in coro dai giovani soldati
ubriachi, ed è così che ti è rimasta impressa nella memoria. Si tratta
di una cantata di Bach e, ovviamente, non ha niente a che fare con
l’imperatore del Giappone; eppure, in quelle parole e in quella
musica deve esserci qualcosa che tocca in profondità le corde del
tuo cuore, ancora oggi. E anche se in quel romanzo non lo hai scritto
in modo esplicito, sono convinta che sentivi un legame viscerale con
il fervore e l’entusiasmo di quegli ufficiali. Oggi, ne sono sicura, ti eri
preparato ad assistere alla prova del Caveman Group con occhio
critico e distaccato, ma quando il coro ha cominciato a cantare sei
diventato tutto rosso e ti sei unito con slancio al canto, con quella
voce forte e stridula. Mentre ti guardavo, stupefatta come non mai,
continuavo a pensare: “Incredibile, è tutto così intenso, fa quasi
spavento”. Ma come ti ho già detto prima mi sono commossa, e ora
per me è tutto così complicato.»
Non riuscivo a capire. Cosa ci trovava mia sorella di tanto
«spaventoso» e «complicato» in quello che era successo? Rimasi in
silenzio e provai a riflettere sulle sue parole. Eravamo fianco a fianco
nella penombra, mentre fuori il piccolo e grazioso roseto di Chikashi
e l’intera valle erano a malapena rischiarati dalle poche luci artificiali,
ora che ormai era sopraggiunta la sera. Il cielo coperto, che
minacciava pioggia fin dal primo mattino, era venato di pallide e
soffuse tracce di un impercettibile tramonto.
Dopo una lunga pausa, Asa alzò gli occhi per prima e riprese a
parlare. «A preoccuparmi non è tanto il timore che tu possa essere
criticato per aver mostrato un innocente trasporto verso un qualcosa
che può essere definito di destra e appartiene alla sfera
nazionalista», disse. «La verità è che non posso fare a meno di
pensare che forse, data la tua età, stai per intraprendere quello che
potrebbe essere l’ultimo progetto della tua vita. So bene che di qui a
breve ti concentrerai nell’ispezione della valigia di pelle rossa, con
l’aiuto del Caveman Group, ma tremo all’idea del putiferio che
potrebbe scatenarsi se l’eco di quel canto in tedesco finirà per
risuonare anche solo lontanamente nel tuo ultimo romanzo. Con
quest’ansia addosso, subito dopo la prova, Unaiko e io abbiamo
accompagnato i ragazzi alla stazione di Honmachi. Poi, insieme – la
vecchia signora e la giovane donna nel fiore della vita –, ci siamo
attardate sulla banchina ferroviaria sopraelevata ad ammirare il
panorama, con la valle e le montagne circostanti, e abbiamo avuto
una conversazione breve ma molto intensa. Non te l’ho ancora detto,
ma io e quella ragazza ci scambiamo anche molte e-mail, siamo in
contatto da parecchio tempo e andiamo veramente d’accordo, come
due grandi amiche, indipendentemente da Anai Masao. Mentre
eravamo lì a osservare quel fantastico paesaggio, le ho confessato
che anch’io, proprio come te che non sei riuscito a trattenerti e ti sei
unito al coro di giovani voci quando hai sentito le note della cantata
di Bach, mi sono commossa fin quasi alle lacrime. E le ho detto
anche quello che sto cercando di dire a te, e cioè che gli “strascichi”
– per usare una parola che ti è cara – della prova del Caveman
Group hanno già iniziato a manifestarsi. Sono felice di riaverti qui,
nel posto dove siamo nati e cresciuti insieme, e finalmente sono
pronta a consegnarti la valigia di pelle rossa, perché ora so con
certezza che sei mentalmente preparato ad affrontare tutto quello
che potrai trovare al suo interno.»

1 Mito Kōmon è il soprannome con cui era noto Tokugawa Mitsukuni (1628-1701),
nipote dello shōgun Tokugawa Ieyasu e daimyō (capo di una casata aristocratica militare,
proprietario di vaste terre e al comando di un esercito personale) di Mito, nel Giappone
nordorientale. Uomo di grande erudizione e amante delle arti, fu esperto di storia e
letteratura e diede forte impulso allo sviluppo della cultura e della coscienza nazionale.
Intorno alla sua figura di funzionario virtuoso, colto e leale, si è sviluppato un vero e proprio
mito, sfruttato ampiamente nel mondo del teatro e, in seguito, in quello del cinema, della
televisione e finanche in quello dei manga. [n.d.t.]
2 Termine giapponese (lett. «nato prima») che ha spesso l’accezione di «maestro» o
«insegnante». Oltre che in ambito scolastico, viene usato anche nelle arti marziali, nelle arti
e tecniche tradizionali, per indicare i medici e, in genere, le persone dotate di autorità ed
esperienza in vari campi. [n.d.t.]
3 Il Salvatore stesso asciugherà le mie lacrime. / Vieni, o morte, sorella del sonno, /vieni
e portami lontano. [n.d.t.]
4 Termine, composto da due caratteri cinesi che significano rispettivamente «seguire» e
«morte», che in origine indicava il suicidio rituale (seppuku) del samurai volenteroso di
seguire il proprio signore (daimyō) defunto. [n.d.t.]
3.
La valigia di pelle rossa

1.

Asa doveva aver udito il rumore dei miei passi. Senza darmi il
tempo di bussare, aprì la porta della sua casa e mi fece strada lungo
il corridoio che portava al ripostiglio situato all’estremità opposta. Da
un lato, nel salotto con tatami, si intravedeva il vecchio tavolino
basso che mi era molto familiare, con sopra un vassoio di manjū alle
castagne di un’antica e rinomata pasticceria di Honmachi, già lì
pronti per il tè. Conservata in un angolo del ripostiglio, accanto ai CD
e al lettore che Akari usava per ascoltarli durante le visite nella valle,
c’era la valigia di pelle rossa di mia madre.
Nell’ottavo anno dell’epoca Shōwa, vale a dire il 1933, i miei
genitori erano già sposati e vivevano a Tōkyō ma, per via di alcune
complicazioni riguardanti in particolare la situazione di mio padre,
erano stati costretti a rinviare il ritorno definitivo al nostro villaggio
nello Shikoku e l’idea di occuparsi dell’azienda di famiglia. Allora mia
madre ne aveva approfittato per andare a Shanghai a trovare una
sua cara amica d’infanzia, che aveva sposato un uomo che lavorava
per una grande società commerciale giapponese e aveva da poco
avuto un bambino. Alla fine, una cosa tira l’altra, era rimasta a
Shanghai per più di un anno! E quando mio padre si era deciso ad
andare a riprenderla fino in Cina, quella valigia di pelle rossa faceva
parte dei suoi bagagli. Già all’epoca non era nuova: mia madre
l’aveva acquistata in una libreria di Shanghai gestita da un
giapponese che vendeva anche articoli di seconda mano. Non c’era
modo di sapere quanto fosse vecchia, era in buone condizioni, e lei
ne ha avuto sempre grande cura, quasi come fosse un piccolo
tesoro. Con il passare del tempo la pelle aveva iniziato a creparsi e a
venir via qua e là, ma in generale la valigia aveva conservato il suo
caratteristico colore rosso vivo, forse si era solo un po’ scurita. Non
era molto grande, ma era mille volte più robusta e resistente delle
moderne valigie da donna.
«La chiusura è rotta», mi spiegò Asa, «per questo è legata con
una corda. Quando mamma morì, diedi un’occhiata rapida al
contenuto e la misi subito via; da allora non è stata più riaperta.
Prima lei la tirava fuori dallo sgabuzzino almeno una volta all’anno e
la metteva un po’ al sole. Ha un leggero odore di vecchio, è ovvio,
ma io non lo trovo affatto sgradevole. Allora, direi che ci siamo… Ora
la sleghiamo, sei pronto?»
«Veramente preferirei portarla così com’è alla Casa nella foresta»,
risposi.
«Come vuoi», disse Asa. «Tra le lettere di nostro padre ce n’erano
alcune del famoso mentore o guida spirituale che lui stimava tanto, e
anche alcuni acquerelli e lavori di calligrafia opera di quella stessa
persona. Ai margini papà aveva scritto a matita delle note che col
tempo si sono sbiadite, ma Masao mi ha spiegato che facendo delle
fotocopie a colori dovrebbero essere meglio leggibili. Gli ho detto di
procedere: non appena avrà finito, Unaiko ci riporterà gli originali e le
fotocopie da Matsuyama.»

Finalmente la valigia di pelle rossa era a mia disposizione, non


vedevo l’ora di aprirla. La portai subito al piano di sopra, la misi
davanti alla finestra della camera da letto/studio che guardava a sud
e slegai la corda. Le viti e le parti metalliche che tenevano insieme il
coperchio e il corpo principale della valigia erano andati perduti
chissà da quanto tempo, e le due metà si separarono all’istante,
senza alcuna resistenza. Sul fondo, da un lato, c’erano alcuni oggetti
voluminosi e dall’aspetto pesante: non appena li presi, la valigia si
inclinò di scatto da una parte e mi urtò contro la coscia. Erano tre
libri molto spessi, con sulla copertina il titolo in inglese – The Golden
Bough – e il logo della casa editrice Macmillan. Quando mio padre
era ancora in vita, una volta mia madre disse che «quel professore
di Kōchi», che per lui era una specie di mentore, gli faceva leggere
«libri straordinari che parlavano di tutto il mondo». Forse la presenza
di quei tre volumi nella valigia – l’opera completa ne contava molti di
più – aveva a che fare con quel professore e con quella particolare
abitudine. Di colpo ricordai che quand’ero studente mi era capitato di
acquistare un’edizione ridotta di quel libro pubblicata da Iwanami
shoten, in traduzione giapponese, ma ero quasi sicuro di non averla
mai letta.
Nella valigia non c’era traccia di altri libri; tirai fuori dei vecchi diari
e provai a sfogliarli, il che mi riportò alla mente un vivido ricordo di
mia madre seduta di schiena, mentre scriveva con il pennino
metallico che di tanto in tanto intingeva nel piccolo calamaio con
l’inchiostro. Una volta, in un periodo di tregua di uno dei nostri litigi,
mi ero recato in visita nella valle dello Shikoku e Asa mi aveva
prestato in gran segreto una piccola parte dei diari di nostra madre.
Aveva lasciato che vi dessi un’occhiata dietro solenne promessa che
non li avrei mai utilizzati come fonte d’ispirazione per i miei romanzi.
A quanto pareva, nostra madre era al corrente della speciale
concessione di cui godevo grazie ad Asa, ma non aveva detto niente
e il suo silenzio era suonato, in fondo, come una sorta di tacita
approvazione. Nella valigia trovai in tutto quindici diari, molti dei quali
mai letti.
A proposito, come ebbi modo di apprendere dalla precedente
lettura dei diari, l’amica di mia madre che viveva a Shanghai era una
persona di notevole importanza per la nostra famiglia. Era l’unica
figlia dei proprietari di una vasta residenza costruita su un’altura che
dominava la valle e il villaggio, e lei e mia madre erano amiche per la
pelle fin dall’infanzia. Noi la chiamavamo la «zia di Shanghai». La
parte preponderante dei diari di mia madre consisteva nella
trascrizione precisa e accurata delle lettere che la «zia» le spediva
dalla Cina, dove viveva da quando si era sposata.
Guardare quei diari, sfogliarli e rigirarmeli tra le mani mi riportò alla
memoria anche il sistema che aveva escogitato mia madre per non
farmi mai mancare materiale da leggere durante gli anni della guerra
e in quelli immediatamente successivi. Mi ero infatti appassionato
alla lettura, innamorandomi all’istante de Il viaggio meraviglioso di
Nils Holgersson. Lessi e rilessi quel libro non so quante volte, avrei
potuto recitarlo quasi tutto a memoria. Mia madre prendeva alcune
spesse calze di cotone dell’esercito che ricevevamo come parte del
razionamento in tempo di guerra e ne faceva robusti sacchetti, che
riempiva di riso e distribuiva ai vicini, molti dei quali vivevano col
terrore perenne dei bombardamenti aerei. Barattava quei sacchetti di
riso con i tascabili della Iwanami shoten, apposta per me, così da
assecondare il mio piacere per la lettura. Fu così che ebbi modo di
scoprire Le avventure di Huckleberry Finn, uno dei libri che mi ha
cambiato la vita ed è diventato la prima pietra miliare del mio
percorso nel mondo delle lettere. Quanto a Nils Holgersson, ho
dimenticato di precisare che fu regalato a mia madre dalla zia di
Shanghai. Avevano frequentato insieme la scuola elementare del
villaggio, ma poi si erano perse di vista perché la sua cara amica
d’infanzia era andata in un istituto per sole ragazze di Matsuyama e
in seguito si era iscritta a un’università femminile di Tōkyō. Anche
questa storia, come molte altre sul conto di mia madre, ho avuto
modo di apprenderla grazie alla lettura clandestina dei suoi diari.
La prima volta che quegli scritti mi erano capitati sottomano mi ero
limitato a scorrerli con una certa rapidità, saltando da una pagina
all’altra. Ora, invece, mi riproposi di rileggerli con la massima
attenzione, uno per volta e da cima a fondo, senza badare al tempo
che avrei impiegato. Dopo aver esaminato rigo per rigo diversi
quaderni senza trovare niente di interessante, me ne venne a tiro
uno molto particolare e meno vecchio degli altri, con una
sovraccoperta variopinta in carta tradizionale chiyogami. Tuttavia,
con mia grande delusione, anche il contenuto di quel quaderno non
forniva grandi novità; mia madre si limitava soprattutto a rimuginare
all’infinito sul sentimento di struggente nostalgia scatenato dalle
lettere che riceveva dalla zia di Shanghai. In quelle pagine non c’era
traccia dell’argomento relativo alla mia ricerca finale: informazioni sul
passato di mio padre, in particolare sul periodo che riguardava gli
anni della guerra, fino al 1945. Anzi, sembrava quasi che mia madre
si fosse impegnata nella stesura di quei diari per cancellare la
presenza di mio padre dalla sua quotidianità.
A un certo punto mi resi conto che conveniva procedere a un
esame più ampio e approfondito della valigia di pelle rossa. Senza
quasi accorgermene avevo fatto le ore piccole a leggere i quaderni
di mia madre, e così potei dedicarmi alla seconda fase della
«missione di ricognizione» solo nel pomeriggio del giorno
successivo. Avevo tirato fuori l’intero contenuto della valigia e lo
avevo suddiviso per categorie: le diverse pile di materiale
occupavano la scrivania, una parte degli scaffali della libreria e
persino il pavimento. La corrispondenza di mio padre, che per ovvi
motivi era l’obiettivo principale dell’indagine, non era ancora rientrata
dalla fotocopisteria di Matsuyama, perciò al momento la mia
attenzione era incentrata sulla propensione segreta di mia madre per
il collezionismo. Il suo «archivio privato» includeva un gran numero
di ritagli di riviste e giornali, conservati così a lungo che erano
diventati fragili e sottili. Rischiavano di sbriciolarsi tra le dita se solo
provavo a spiegarli e a distendere le numerose grinze. Cercai di
risolvere il problema sistemandoli con cura tra le pagine dei pochi
volumi pesanti e di grandi dimensioni posizionati negli scaffali più
bassi della libreria, per esempio i due tomi dello Shorter Oxford
English Dictionary. Alcuni ritagli più vecchi erano già ridotti a
brandelli, così mi armai di forbici e scotch e mi consacrai a un’opera
di scrupoloso restauro. Man mano che procedevo, davo una lettura
rapida e ordinavo i ritagli in base all’argomento. I titoli erano peraltro
molto vari: «Firmato a Londra il Trattato per la limitazione e riduzione
degli armamenti navali», «La questione della violazione del comando
supremo», «Crollo nella produzione della seta grezza», «Il debito
delle comunità agricole raggiunge quota 4,8 miliardi di yen!» e così
via. C’erano articoli su altre questioni sociali ed eventi di attualità,
per esempio sull’incidente di Wushe a Taiwan, e la maggior parte
risaliva al 1930 o giù di lì. In poche parole, cinque anni prima che
nascessi, mia madre aveva iniziato a manifestare un forte interesse
per il mondo e le questioni internazionali. Evidentemente lo scambio
epistolare con la cara zia di Shanghai le servì anche da stimolo e si
rivelò molto istruttivo e fruttuoso. E la sua personale formazione, che
contribuì enormemente all’ampliamento dei suoi orizzonti, continuò
anche e soprattutto quando andò da sola in Cina per far visita
all’amica, con la quale restò per un periodo molto più lungo del
previsto. A conti fatti, se mio padre non si fosse deciso a
raggiungerla a Shanghai e a riportarla di peso in Giappone, io non
sarei mai venuto al mondo!
Il ritaglio citato per ultimo riguardava un evento storico che mia
madre mi aveva raccontato quand’ero piccolo: una sanguinosa
rivolta condotta da oltre ottocento indigeni nativi di Taiwan, che
ebbero il coraggio di ribellarsi armati di soli bastoni, machete e lance
di bambù. Forse non era la storia più adatta da raccontare a un
bambino, ma lei me l’aveva presentata come fosse una favola un po’
misteriosa e crudele, o comunque come un antico evento avvenuto
in un passato molto lontano.
Un altro ritaglio che catturò la mia attenzione conteneva una
speciale pubblicità a colori (una rarità per l’epoca) della birra
Sapporo. La pagina mostrava una giovane donna in vesti succinte
che appariva al tempo stesso molto moderna eppure
inequivocabilmente giapponese. L’immagine snidò un’antica
reminiscenza da un angolo remoto della mia memoria: ricordai di
aver sentito dire che un noto e influente concittadino e amico del
fondatore del famoso birrificio era legato alla famiglia della zia di
Shanghai, e di conseguenza mia madre aveva avuto modo di
conoscere da giovane quell’uomo abituato ad ambienti altolocati.
Inoltre c’erano decine di ritagli sulla «Guerra di Shanghai del
1932», che constavano di fotografie più che di testo scritto, e un
articolo intitolato «Celebrata a Mukden la fondazione del
Manciukuò». Una foto mostrava una fin troppo tranquilla e pacata
processione di cinesi stranamente alti. Un altro ritaglio recava un
titolo crudo ed essenziale: «Rinvenuto il cadavere del figlio di
Lindbergh».
In passato mi è capitato di leggere un saggio di Maurice Sendak in
cui l’autore ricorda un giorno della propria infanzia in cui, mentre
passeggiava con i genitori, davanti a un’edicola dei giornali aveva
visto di sfuggita la fotografia del corpo senza vita del bambino rapito
(a proposito, ho scritto un romanzo – Il bambino scambiato – che
indaga sul concetto del changeling ed è ispirato almeno in parte
all’opera di quel grande genio della letteratura per l’infanzia).
All’epoca ero convinto di non aver mai visto quella straziante
fotografia e di aver semplicemente trasformato in una specie di falso
ricordo quello che avevo letto nel libro di Sendak, ma evidentemente
mi sbagliavo e dovevo averla vista con i miei occhi da bambino,
forse mentre mia madre la ritagliava dal giornale.
Mentre sistemavo i ritagli in ordine cronologico, aiutandomi con la
data – la maggior parte era precedente a quella della mia nascita – e
il nome del giornale scritti a matita nel margine destro in alto, iniziai a
intravedere una strada in grado di portarmi al punto di partenza da
cui ricominciare l’avventura del «romanzo dell’annegamento». Di
primo acchito quegli articoli sembravano scelti senza alcun criterio,
ma a ben riflettere era possibile individuare una certa logica
riconducibile a mio padre. In parole semplici, pensai che la sua
influenza – conscia o inconscia che fosse – doveva aver giocato un
ruolo determinante nell’interesse crescente di mia madre per le
questioni politiche e internazionali. Allora decisi di dedicarmi appena
possibile al tentativo di reperire una prova tangibile della mia nuova
ipotesi, leggendo tutte le lettere indirizzate a mio padre e le bozze
delle sue risposte. Inoltre valeva la pena di ridare uno sguardo
accurato ai diari di mia madre, prestando particolare attenzione al
modo in cui le sue annotazioni erano cambiate nel corso del tempo.
Se fossi riuscito a cogliere una chiave concreta e avessi continuato a
scavare nel punto giusto – e magari anche se fossi stato in grado di
incorporare nel nuovo progetto le idee che avevo espresso molti
anni prima ne Il grido silenzioso e avevo sovrapposto alla storia e al
folklore della valle –, forse avrei potuto raccontare la vita e la morte
di mio padre e i legami con quel periodo triste e oscuro della storia
giapponese. Il punto era che mio padre, a modo suo, dava sì grande
importanza alla storia dell’epoca in cui viveva, ma la sua visione
ideologica oltremodo rigida e inflessibile lo aveva spinto a pianificare
un’azione estrema e senza ritorno. Un’azione che non si poteva
definire appieno comica e ridicola solo perché si era conclusa
tragicamente, assumendo connotati compassionevoli e purtroppo
fatali…
Era salito da solo (o forse in compagnia dell’altro Kogii) a bordo di
una piccola barca nel mezzo del fiume in tempesta; la barca si era
capovolta, lui era caduto in acqua ed era annegato. Probabilmente,
però, non era morto sul colpo e, sballottato sott’acqua dalla forte
corrente, prima di andarsene per sempre, mentre annegava, doveva
essere passato di nuovo per le varie fasi della sua non così lunga
vita, dalla gioventù fino alla maturità.
Forse, mettendo in fila quei vari stadi, avrei potuto fornire una
precisa struttura al mio romanzo: un modo vivo e armonico per
raccontare la storia della vita di mio padre, una fase dopo l’altra. E,
quando infine era stato risucchiato dal vortice, non era da escludere
che avesse sentito per un’ultima volta quel canto…
Da wischt mir die Tränen mein Heiland selbst ab.
Komm, O Tod, du Schlafes Bruder,
Komm und führe mich nur fort…

Mentre immaginavo la scena, mi sorpresi a intonare a fior di


labbra la cantata di Bach.

2.

Il giorno dopo, mentre me ne stavo seduto nello studio davanti agli


scaffali dove avevo sistemato il contenuto della valigia di pelle rossa,
Anai Masao lasciò per un po’ da soli i giovani membri della sua
compagnia (erano indaffarati come al solito, impegnati a spostare la
mobilia e tutto il resto da un posto all’altro, oltre che a rimuovere le
apparecchiature acustiche e le luci) e salì da me al piano di sopra.
«Mi scusi se mi permetto, non voglio metterle fretta», disse, dopo
aver fatto capolino sull’uscio della porta, «ma non posso fare a meno
di chiedermi come stia andando la sua ricerca… Ha trovato qualcosa
di interessante?»
«Non si faccia problemi», risposi con un lieve sorriso, «la sua
curiosità è del tutto naturale. Al momento sto ancora cercando di
fare ordine, il materiale è tanto e ho bisogno di tempo.»
«Sì, certo. Comunque io e i ragazzi ci stiamo dando molto da fare
da questa mattina presto, siamo dietro ai lavori pesanti. E intanto le
ragazze, sotto la guida di Unaiko, stanno riflettendo e discutendo su
certe nuove idee. A proposito di Unaiko, mi ha chiesto di dirle che
avrebbe bisogno di parlare con lei, solo per pochi minuti.
Inizialmente aveva intenzione di lasciare qui me e i ragazzi e
rientrare subito a Matsuyama per una commissione, e quindi di
tornare di nuovo più tardi. Ma poi ha cambiato programma o, meglio,
è stata costretta a farlo… Quando ha telefonato alla cartoleria dove
abbiamo portato le lettere di suo padre per le fotocopie a colori e ha
domandato se erano pronte e il prezzo finale, le hanno chiesto una
cifra altissima e lei si è inalberata e ha finito per scatenare un
putiferio. Ora toccherà a me andare a sistemare le cose. Porterò con
me le ragazze, ma Unaiko resterà qui.»
Poco dopo scesi di sotto e trovai Unaiko in mia attesa nel
soggiorno, rimesso in perfetto ordine e accogliente come e più di
prima.
«Volevo chiederle della prova, come l’ha trovata?» mi disse,
venendo dritto al sodo. «Asa mi ha suggerito di parlarne con lei
senza peli sulla lingua… ed eccomi qua. Immagino che sua sorella
le abbia già manifestato alcune preoccupazioni…»
«Sì, certo, ma questo non influisce sul mio giudizio, e comunque
le assicuro che non mi ha messo sotto torchio per estorcermi
impressioni personali sulla vostra esibizione. Anzi, devo dire che più
che altro mi sono limitato ad ascoltarla.»
«Ah, capisco», replicò Unaiko. «Asa mi ha anche consigliato di
metterla subito a parte del mio punto di vista, senza aspettare. Mi ha
avvertito che lei è abituato a trovarsi di fronte a persone pronte ad
ascoltarla molto a lungo, per cui non è facile interromperla mentre si
lascia andare ai suoi discorsi… Ma io ci proverò, senza perdere un
attimo. Rifletta un momento su Anai Masao, per favore: quell’uomo è
completamente assorto nei suoi romanzi, signor Chōkō, al punto che
si sta impegnando con tutto sé stesso nel tentativo di portare in
scena una grande sintesi di tutta la sua opera. Allo stesso tempo,
però – e trovo questo molto importante – è capace di giudicare il suo
lavoro con il dovuto distacco e l’occhio critico delle nuove
generazioni. La sua ammirazione per i suoi libri è disciplinata dalla
capacità di valutarli con assoluta obiettività, e credo che questo sia
fondamentale per adattarli per il teatro in base al suo metodo
personale. Quando parlo di questa particolare “ammirazione critica”
di Masao, devo dire che un’ambivalenza molto simile ha
caratterizzato sempre anche il mio punto di vista nei suoi confronti,
signor Chōkō. Ma ci sono differenze, è ovvio, già solo per il fatto che
io sono un’altra persona, con una mia individualità e un mio modo di
vedere le cose. Ho lavorato con grande entusiasmo alla prova de Il
giorno in cui lui mi asciugherà le lacrime, eppure allo stesso tempo
sentivo un certo distacco, se non addirittura qualcosa di vicino al più
puro scetticismo. Non è facile da spiegare, ma era come se fossi al
contempo molto coinvolta e anche molto dubbiosa. A essere sincera,
durante la rappresentazione e anche dopo, quei sentimenti
contrastanti non mi hanno mai abbandonata, e anzi si sono fatti via
via più forti e quasi ossessivi. Nella scena in cui i soldati partono
dalla valle e si apprestano a compiere la loro infruttuosa e grottesca
rivolta, il ragazzino si mette a cantare insieme agli adulti. E alla fine
del canto la persona che interpreta il ruolo del ragazzino nei panni di
uomo adulto urla quelle stesse parole in giapponese, come fossero
pronunciate dal padre ormai fuori di senno… “Sua Maestà
l’Imperatore asciugherà le mie lacrime con le sue mani / Morte, vieni
presto, tu che sei sorella del Sonno / Vieni presto / Sua Maestà
l’Imperatore asciugherà le mie lacrime con le sue mani…” Ora, se
proprio devo dirle la verità, tutta quella parte non mi piace per niente,
mi dà i brividi. All’inizio, quando ci stavamo preparando per la prova,
ho espresso chiaramente a Masao i miei dubbi e gli ho rivolto
diverse domande: “Dobbiamo recitare quella parte con senso critico,
lasciando trapelare un certo biasimo o no? E i personaggi – il
ragazzino con la sua voce stridula e infantile; i soldati che cantano in
coro con grande veemenza; e il leader, malato terminale di cancro,
immobile nella traballante carretta di legno – devono diffondere
un’aura di grottesca comicità, oppure vanno interpretati in modo
neutro, senza una particolare caratterizzazione?”. E Masao mi ha
risposto a sua volta con una domanda, secca e un po’ criptica: “E la
madre del ragazzino? Dopotutto intendi interpretarla a modo tuo”.
Non ero sicura di aver capito, perciò gli ho chiesto ancora: “Vuoi dire
che dovrei limitarmi a enfatizzare le parole in cui esprime con
sarcasmo il proprio biasimo?”. E lui di colpo si è arrabbiato e mi ha
detto, nel suo consueto stile enigmatico: “Dove sta scritto che dovrei
trasformarmi nel puerile messaggero dell’infatuazione di Chōkō
Kogito per il concetto della democrazia del dopoguerra?”. Poi si è
calmato e ha cercato con pazienza di aiutarmi a comprendere la sua
posizione. “Nelle opere e nel pensiero di Chōkō Kogito”, mi ha detto,
“accanto a una coscienza politica alquanto dogmatica e a una
condivisione del sentimento antinazionalista, è presente anche
un’idea molto particolare, oscura e profonda della tipica sensibilità
nipponica. Ed è proprio per questo motivo che mi sono sentito
attratto da Il giorno in cui lui mi asciugherà le lacrime, e ho la
sensazione che lo stesso dualismo si potrà riscontrare anche nel
‘romanzo dell’annegamento’, che sperò vedrà la luce al più presto.”
Quando finalmente abbiamo messo in scena apposta per lei Lui mi
asciugherà le lacrime, qui alla Casa nella foresta, mi sono
commossa senza volerlo, nel senso che non me lo sarei mai
aspettata. Anche sua sorella ha avuto una reazione simile. Non è la
prima volta che Asa e io siamo in perfetta sintonia, andiamo
veramente d’accordo. Ma vuole sapere che cosa mi ha emozionato
di più? Lei, signor Chōkō, quando tutt’a un tratto si è messo a
cantare in tedesco con incredibile passione e trasporto. A scanso di
equivoci, ci tengo a sottolineare che la cantata di Bach non ha avuto
strani effetti su di me, non mi sono lasciata travolgere da un’ondata
di ultranazionalismo e di fedeltà al sistema imperiale, per carità.
Nutro una forte avversione nei confronti di quel tipo di ideologia e ho
iniziato a fare teatro con il Caveman Group anche per dare un senso
al mio modo di vedere le cose. Le spiegherò meglio più avanti, prima
voglio dirle che condivido appieno la posizione che lei ha sempre
sostenuto contro la rinascita di ogni forma di ultranazionalismo.
Ammiro molto il fatto che lei si sia schierato pubblicamente contro
certi concetti assurdi e reazionari, soprattutto nei suoi saggi e in vari
altri scritti. Mi rendo conto che l’esperienza che ha vissuto da
bambino, e che ora ha rivissuto assistendo alla nostra
rappresentazione, deve aver avuto un impatto notevole sulla sua
formazione come uomo e come scrittore. Quel libro, Il giorno in cui
lui mi asciugherà le lacrime, mi ha segnata nel profondo e ha fatto
nascere in me un grande interesse nei suoi confronti e nei confronti
di tutta la sua opera. Ora ho un’idea diversa rispetto a prima, e credo
che questo sia dovuto anche alla versione teatrale di Masao del suo
romanzo, che possiede una sua intensità. A ogni modo, come le
dicevo poco fa, c’è una cosa che mi riguarda e di cui mi piacerebbe
parlarle, un’esperienza che mi ha lasciato il segno. Ha a che fare
con il santuario di Yasukuni… Non mi fraintenda, quel posto e il suo
significato non rientrano fra i miei interessi, ne so poco o nulla… Un
giorno, diciassette anni fa, una mia zia mi portò con lei a quel
famoso santuario. Fu la mia prima e ultima visita al santuario di
Yasukuni, non ci sono più tornata, ma quell’unica volta mi ha
segnata per sempre, ha rappresentato un punto di svolta della mia
vita… Mia zia era sposata con un alto funzionario del ministero
dell’Istruzione, un uomo che non aveva mai lavorato altrove in tutta
la sua vita. Ora, non so dire di preciso chi dei due abbia influenzato
l’altro, fatto sta che erano entrambi di destra. Il nonno di mia zia era
capitano di fregata della Marina Imperiale ed era morto in guerra, e
forse è per questo che quel giorno di diciassette anni fa lei mi portò
al santuario di Yasukuni. Non si trattava di una cerimonia particolare
in onore dei caduti di guerra, era un giorno come un altro, ma c’era
folla. Quando raggiungemmo l’area d’ingresso, ci mettemmo in fila
insieme a un gran numero di persone venute a pregare o
semplicemente a visitare il santuario, e pian piano arrivammo in
prossimità dell’altare principale. La zia suonò la campana e batté le
mani come da rituale, quindi chinò il capo e si mise a pregare per
l’anima di suo nonno, il defunto eroe di guerra. Rimase così molto a
lungo, per un tempo che mi pareva interminabile, e io ero lì al suo
fianco, immobile e in silenzio, annoiata da morire. Finché, a un certo
punto, un grido risuonò tutt’intorno e mi fece trasalire. Alzai la testa e
notai che la gente, che fino a poco prima gremiva l’intera area, si
stava spostando velocemente ai lati. Ancora adesso, a distanza di
anni, quella scena resta scolpita a fuoco nella mia memoria, così
vivida, come fosse accaduta ieri… La bandiera più enorme che
avessi mai visto sventolava davanti ai miei occhi: un’ampia
superficie di cotone bianco con al centro un sole nascente rosso
vivo. Naturalmente mi resi subito conto che si trattava della bandiera
giapponese, ma era talmente grande da sembrarmi mostruosa.
Faceva paura, mi si mozzò il fiato in gola. A reggerla, l’asta stretta
con entrambe le mani e leggermente inclinata in avanti, era un uomo
in abito scuro. La faceva oscillare rapida da una parte e dall’altra, e
quel gigantesco rettangolo di stoffa bianca con la sfera rossa al
centro riempiva il mio intero campo visivo, come se in quel momento
non esistesse nient’altro al mondo. Non smetteva di ondeggiare, era
in movimento perenne, e a un certo momento si spostò da una parte
e riuscii a intravedere un’altra figura alle spalle dello sbandieratore:
un secondo uomo, con indosso una vecchia uniforme militare
dell’esercito e un berretto con visiera e copricollo, brandiva in alto
una lunga katana. Recitava a pieni polmoni una sorta di giuramento
o qualcosa del genere, ripetendo le stesse parole a ciclo continuo,
lentamente, eppure non ero in grado di coglierne il significato. Un
istante dopo mi piegai in due e iniziai a vomitare. Allora la zia tirò
fuori qualcosa dallo scollo del kimono – un fazzoletto, credo – e
provò a coprirmi la parte inferiore della faccia, ma io seguitai a
vomitare a raffica, non riuscivo più a fermarmi. Alla fine la zia si vide
costretta a sfilarsi di dosso lo haori e me lo avvolse intorno al busto,
cosparso dei resti grumosi di un pasto maldigerito. Mi prese
freddamente sottobraccio e mi trascinò quasi di peso verso l’uscita.
Forse aveva paura che il tizio in divisa potesse incalzarci con la
katana sguainata, come a volermi punire per aver profanato un
luogo sacro. Scappammo dal nostro possibile inseguitore senza
esitare, come se la nostra vita fosse in pericolo. E posso assicurarle
che non me lo sono immaginato, andò veramente così, dal momento
che anche mia zia conserva lo stesso identico ricordo. Da diciassette
anni a questa parte non ho mai smesso di ripensare a quella
stravagante esperienza al santuario di Yasukuni. Dopo il diploma di
scuola superiore cambiai un lavoro dopo l’altro, tutti impieghi di poco
conto, finché una collega non mi portò ad assistere a una
performance del Caveman Group. Mi sembrò di rinascere, fu come
una rivelazione. Capii che quella era la mia strada, non potevo
gettare la vita al vento continuando a fare l’impiegata. E così, senza
abbandonare subito il lavoro, mi iscrissi a un corso di teatro e mi
impegnai a fondo, come non avevo mai fatto prima. Eppure, anche
in quel periodo così intenso e importante, di tanto in tanto mi
riaffiorava alla mente quel maledetto giorno al santuario di Yasukuni,
impresso nella mia memoria come un cancro inestirpabile. All’epoca,
sarò sincera, non conoscevo ancora i suoi romanzi. Invece Masao li
aveva letti tutti ed era già all’opera per realizzare un primo
adattamento scenico. E così, quando ebbi la fortuna di entrare a far
parte della compagnia, mi immersi subito nella lettura del copione de
Il giorno in cui lui mi asciugherà le lacrime. Quello fu il mio primo
incontro con il suo mondo, signor Chōkō, un incontro che mi ha
cambiato la vita e che è stato possibile grazie ad Anai Masao e al
Caveman Group. Lei un po’ la conosce la storia di Masao e della sua
compagnia, no? Come ben sa, fu preso non ancora ventenne sotto
l’ala protettrice di suo cognato, Hanawa Gorō. Credo che in quel
periodo abbia avuto modo di conoscere anche sua moglie Chikashi.
Masao mi ha raccontato che spesso Hanawa Gorō gli suggeriva di
leggere con molta attenzione il suo romanzo Avventure di vita
quotidiana. “Se un giorno scriverò una sceneggiatura tratta da quel
romanzo di Chōkō Kogito e ne farò un film”, gli diceva, “tu, Masao,
sarai l’unico attore al mondo in grado di recitare la parte del
protagonista Saiki Saikichi.” Come sa, quel film non è mai stato
realizzato, ma da quel momento Masao ha letto e riletto tutti i suoi
libri, li conosce da cima a fondo. Credo di poter affermare che si
tratta di una specie di miracolo: chi altri della sua generazione si
sarebbe mai dedicato con tanto entusiasmo a una simile impresa,
senz’affatto considerarla un autore del passato? Il lavoro e la
passione di Masao hanno dato ottimi frutti, a partire dalla versione
teatrale di Lui mi asciugherà le lacrime. Da allora non si è più
fermato ed è andato avanti lungo la stessa linea, e ora è impegnato
come non mai nella creazione di un dramma che sia una sintesi
finale di tutte le sue opere. Non ha esitato a trasferire la sede della
compagnia da Tōkyō a Matsuyama, così da essere più vicino ai
luoghi in cui è ambientata la maggior parte dei suoi romanzi. Poco
dopo il trasferimento, Masao ha cominciato a far visita a sua sorella
Asa con una certa frequenza, e spesso mi ha portata con lui. Asa si
è mostrata fin da subito molto gentile e disponibile, ci ha lasciato
usare la Casa nella foresta come laboratorio teatrale in cui svolgere
seminari e altri lavori di gruppo. È stato in uno di quei giorni che ci ha
messi a parte del suo ritorno nella valle. Non è scesa nei dettagli, ma
ci ha detto che lei doveva dare un’occhiata a del materiale che sua
madre aveva conservato per molti anni e che le sarebbe servito per
portare a termine un romanzo incompiuto, forse l’ultimo della sua
carriera di scrittore. Quando Asa ce ne ha parlato, Masao è andato
in visibilio, non stava più nella pelle. “Sì, fantastico!” ha gridato.
“Deve trattarsi del famoso ‘romanzo dell’annegamento’ di Chōkō
Kogito!” Asa non aveva detto niente di preciso in proposito, ma
Masao ha sviluppato una sorta di sesto senso quando si tratta di lei
e dei suoi romanzi. Conosce tutto a memoria, pensi che si prende
persino la briga di leggere le opere dei vari poeti che cita. Da parte
mia devo confessarle che ho sempre pensato che sarebbe stato
meraviglioso se l’autore di Lui mi asciugherà le lacrime abitasse
vicino a noi e potessimo conversare liberamente, proprio come
stiamo facendo adesso… Mi sembra di vivere un sogno. Anche
perché non ho mai abbandonato la speranza che parlare con lei e
conoscere la sua opinione sul santuario di Yasukuni, sul
nazionalismo, sulla destra radicale e così via mi avrebbe finalmente
aiutata a capire a fondo il disagio che provo nei confronti di quel tipo
di ideologia. E così, visto che amo trasformare subito il pensiero in
azione, ho deciso di agire in prima persona per favorire il suo ritorno
nello Shikoku. Ecco perché mi sono permessa di tenderle quella
specie di agguato, a Tōkyō, durante la sua passeggiata quotidiana.
E devo dire che sono stata molto fortunata perché, grazie a un
imprevedibile sviluppo della situazione, sono riuscita a fare centro al
primo colpo!»
“Sì, puoi ben dirlo”, pensai. “Una mattina presto, sulla pista
ciclabile e pedonale che si snoda lungo il canale nei pressi di casa
mia, tutt’a un tratto ho perso i sensi e stavo per cadere all’indietro,
quand’ecco che un’ignota salvatrice mi ha sorretto per le spalle
evitandomi il peggio. E quando sono tornato in me, mi sono ritrovato
adagiato con tutto il peso sulla coscia forte e flessuosa della mia
soccorritrice. Devo ammettere che ho faticato non poco per riuscire
a capire cosa fosse successo e perché mi trovassi in quella strana
posizione…” In ogni caso preferii non dare voce ai miei pensieri e
lasciai che Unaiko continuasse il suo interminabile discorso.
«Comunque, mettendo da parte quello che Masao ha detto a
proposito della sua infatuazione per le riforme democratiche del
dopoguerra e del suo pensiero politico dogmatico, devo dire che
all’inizio sono rimasta sorpresa quando ha affermato che nei suoi
lavori “è presente anche un’idea molto particolare, oscura e profonda
della tipica sensibilità nipponica”. Non riuscivo a cogliere il nesso, mi
sembravano parole senza senso. E invece, nell’istante in cui l’ho
sentita cantare in tedesco durante la prova dell’altro giorno, il quadro
mi si è chiarito e sono stata molto contenta. Conoscere un altro suo
lato è stata come una rivelazione e ho cominciato a pensare a lei
sotto una luca diversa. Ecco perché oggi ho voluto parlarle a tutti i
costi e condividere con lei una piccola parte del mio passato.»
«Non posso nasconderle che sono un po’ stupito per quello che
sta succedendo», dissi, cercando di mascherare l’imbarazzo. «Come
dice Asa, non sono abituato a stringere legami e a partecipare a
progetti insieme a persone che a stento conosco; tuttavia, nelle rare
occasioni in cui capita tendo a dare tutto me stesso. Ma stavolta
devo ammettere di aver provato subito curiosità e interesse nei vostri
confronti, anche e soprattutto grazie a mia sorella.»
«Masao ripete spesso che Asa è una donna eccezionale, e che tra
l’altro ha svolto un ruolo determinante anche nel suo lavoro di
scrittore scegliendo di restare qui, in questa valle circondata dalla
foresta, per occuparsi di vostra madre. E io, anche se in effetti la
conosco solo da poco, sono completamente d’accordo e credo che
sua sorella sia una di quelle rare persone disposte a sacrificarsi e a
dare la vita per gli altri.»
«Sì, certo, posso confermarglielo. Quello che volevo dire, prima, è
che sono rimasto perplesso anche per la sua stessa decisione di
collaborare con voi fin dal primo istante concedendovi il suo aiuto,
pur senza conoscervi a fondo e senza sapere bene la strada che
avreste intrapreso. Io, che sono suo fratello e credo di conoscerla
abbastanza, ovviamente sono incuriosito da tutto questo e sono
impaziente di vedere come si evolverà la situazione.»
«Per me è rassicurante sapere di poter contare su una persona
come Asa, e capisco benissimo quello che sta cercando di dirmi. Ma
il punto è che nemmeno io so bene dove voglio andare e quale
strada intraprendere… Masao è la mia guida, senza di lui non sarei
quella che sono, e certamente non smetterò di farmi coinvolgere nei
suoi progetti teatrali, perciò credo che continuerò a beneficiare del
supporto e della generosità di Asa per un bel pezzo. Però ho la
sensazione che prima o poi la mia strada si dividerà da quella di
Masao e che a quel punto dovrò andare avanti da sola. Dopotutto è
lui il capo della compagnia, ed è un uomo. Anche su questo sua
sorella ha afferrato al volo la situazione e mi ha aiutato a riflettere.
Giusto qualche giorno fa mi ha detto: “Ascolta, Unaiko, è meglio che
non ti aspetti più di tanto da mio fratello, neanche se dovessi trovarti
in difficoltà. Però ti assicuro che potrai sempre contare su di me,
perché sono una donna”. E poi ha aggiunto che lei l’ha aiutata in
varie occasioni anche dal punto di vista economico, offrendo un
contribuito ai suoi progetti nel sociale, ma ha sottolineao che il suo
aiuto assume un valore ineguagliabile soprattutto quando mette a
disposizione la sua competenza in qualità di scrittore, o al limite di
sceneggiatore. In ogni caso so bene che devo andarci piano, Asa mi
ha ripetuto che devo stare attenta a non superare una certa linea e
che non devo pretendere troppo da lei. Capisco benissimo la
necessità di porre e rispettare dei limiti, ma ci sono ancora molte
questioni che non sono riuscita a risolvere, e inoltre vorrei conoscere
il più possibile di lei, signor Chōkō… Asa e io parliamo molto, come
le ho detto siamo in perfetta sintonia, e spesso mi racconta di lei e
mi aiuta a farmi un’idea sul suo conto. La prima volta che mi ha
parlato di lei – non potrò mai dimenticarlo – mi ha detto più o meno
questo: “Mio fratello può dare l’impressione di essere una persona
indulgente e ottimista, ma d’altra parte ha anche la tendenza a
rimuginare molto sui propri errori. È ossessionato dai rimpianti e dai
dubbi sul passato, non dimentica mai niente. È sempre stato così, fin
da bambino, e devo dire che io gli assomiglio molto. Però, visto che
ora ho deciso di collaborare con voi del Caveman Group e ho
stabilito un ottimo rapporto con voi ragazze – in particolare con te,
Unaiko –, cercherò di fare il possibile per superare questo lato del
mio carattere. Ho notato che le giovani donne come voi non hanno
mai rimpianti, né alcuna preoccupazione per il fatto che le azioni
presenti possano causare rimorsi in futuro. Il che del resto mi
sembra abbastanza naturale, dato che forse non sapete neanche
cosa sia il rimorso. Affrontate le cose con coraggio e con la giusta
spensieratezza, non vi fate mai troppi problemi. All’inizio lo trovavo
assurdo, ma poi, dopo aver conosciuto meglio te e le altre, ho capito
che il vostro non era un approccio negativo e sto cercando di
adeguarmi giorno dopo giorno. Voi non vi pentite mai di niente
perché giustamente pensate solo al momento presente e a fare del
vostro meglio oggi, ora. Se tu e le altre potete vivere in modo così
libero ed emancipato, a maggior ragione posso farlo io, nonostante
l’età. Dopotutto sono una donna di oltre settant’anni e non avrò
neanche il tempo di pentirmi delle mie azioni presenti, per quanto
possano essere folli e avventate. Perciò non devo fare altro che
seguire l’esempio di voi giovani donne, anche se non potrò fare
granché di nuovo e originale. Sì, ho deciso, non ho niente da
perdere, d’ora in poi nella mia vita non ci sarà più spazio per i
rimpianti!”. E subito dopo si è lasciata andare a una promessa molto
toccante: ha giurato solennemente che si sarebbe schierata sempre
dalla mia parte, anche a costo di entrare in conflitto con lei, signor
Chōkō. Nessuno sa meglio di lei che Asa, una donna fantastica che
appartiene a una stimata famiglia residente da generazioni in questa
valle remota, non ama particolarmente il contatto fisico, non usa
sfiorare le persone con cui si intrattiene a conversare; ed è proprio
per questo motivo che il tocco delicato della sua piccola mano sulla
mia spalla mentre mi diceva quelle parole resterà scolpito per
sempre nella mia memoria.»
Così dicendo, Unaiko mimò quel gesto sfiorandomi la spalla con la
mano destra.

Il mattino seguente, mentre risistemavo il materiale che avevo


tirato fuori dalla valigia di pelle rossa e di tanto in tanto facevo una
pausa per dare una lettura veloce a tutto ciò che catturava la mia
attenzione, Anai Masao si presentò da me per consegnarmi le
fotocopie a colori che Asa gli aveva commissionato.
«La ringrazio infinitamente per aver concesso un incontro privato a
Unaiko, ieri», esordì. «Se devo essere sincero, ero un po’ sulle
spine. All’inizio pensavo che sarebbe stato solo uno spreco di
tempo, soprattutto se Unaiko si fosse messa a parlare dei suoi dubbi
sulla nostra versione di Lui mi asciugherà le lacrime e l’avesse
definita come una specie di tripudio di ultranazionalismo fanatico
degno del santuario di Yasukuni o qualcosa del genere. Ma l’altro
giorno, durante la prova, qualcosa è cambiato… Precisamente al
momento della scena in cui i giovani ufficiali e il ragazzino si dirigono
verso il campo di battaglia e cominciano a cantare in coro i versi in
tedesco che esaltano il concetto di Heiland, il “Salvatore”,
equiparabile a una visione mitizzata del nostro imperatore. Con
grande meraviglia di tutti i presenti, lei si è commosso e non ha
potuto fare a meno di unirsi al coro degli attori. Al termine della
rappresentazione, Unaiko mi si è avvicinata e mi ha detto che
avrebbe dato tutto pur di sapere che cosa provava in quel momento.
Dopo il vostro incontro di ieri mi ha anche detto che è rimasta molto
colpita dal modo attento e paziente con cui lei ha saputo ascoltarla,
al punto che ha smesso di nutrire qualsiasi diffidenza nei suoi
confronti. La sua disponibilità ha rappresentato per Unaiko una
grande sorpresa, visto che Asa le aveva spesso ripetuto che lei non
è mai particolarmente propenso ad ascoltare gli altri. E Unaiko sa
bene che cosa voglia dire, perché anche lei non è abituata ad
ascoltare molto gli altri… A questo proposito, il mio metodo teatrale
si pone all’opposto, in quanto ogni messinscena prevede una
molteplicità di voci, modi di pensare e pareri diversi e finanche
antitetici, così da offrire a tutti la possibilità di esprimersi e
caratterizzarsi senza dover arrivare per forza a un unico punto di
accordo. Ascoltare e saper ascoltare è molto importante per noi. Può
sembrare paradossale affermare una cosa del genere, ma l’arrivo di
Unaiko ha avuto un impatto molto positivo sul nostro gruppo.»
«Quando è entrata a far parte della compagnia non aveva ancora
trent’anni. Deve essere in possesso di una personalità e di una
sensibilità non indifferenti, visto che è riuscita a imporsi nel giro di
così poco tempo.»
«Sì, Unaiko è una persona speciale. Non so dire il perché, ma è
capace di influenzare sia le ragazze più giovani sia quelle più
anziane di lei. È diventata un membro in pianta stabile del Caveman
Group da soli cinque o sei anni, eppure ha già scritto e messo in
scena una sua pièce, con l’aiuto delle altre ragazze sue coetanee. Si
tratta di una breve performance di circa mezz’ora che non manca
mai di raccogliere i favori del pubblico. Si intitola Lanciando cani
morti… Forse ne avrà sentito parlare. Naturalmente risale all’epoca
in cui eravamo ancora a Tōkyō, in periferia. I membri giovani della
compagnia si svegliavano presto tutte le mattine per fare esercizi
all’aria aperta: corsa, camminata veloce, ginnastica e così via – a
proposito, non c’entra niente, ma so che anche lei è un amante del
walking e che lo pratica a scopo salutistico. In ogni caso le sto
parlando di un periodo in cui la tendenza a trasferirsi nei dintorni di
Tōkyō, in posti che in fondo erano poco più che quartieri dormitorio,
era ai massimi livelli. Molti abitanti di quelle nuove comunità
suburbane avevano dei cani, si trattava di un vero e proprio boom, e
ai nostri giovani attori capitava con una certa frequenza di scontrarsi
e litigare con le signore che se ne andavano a spasso con i loro
cuccioli. I ragazzi cercavano di correre e di allenarsi con impegno
sull’apposita pista pedonale, ma non di rado erano ostacolati da
gruppetti di giovani donne che, con il cane al guinzaglio, usavano
chiacchierare come se niente fosse al centro del percorso. I nostri si
lamentavano esausti, ma quelle se ne infischiavano, come a voler
marcare il territorio. Allora Unaiko, che si allenava in prima persona
ed era un po’ la leader del gruppo, iniziò a studiare con attenzione il
comportamento di quelle donne con i cani al seguito e ne trasse
ispirazione per scrivere una pièce molto fantasiosa, in cui si
proponeva una soluzione alquanto ardita e ironica per risolvere il
problema delle signore perditempo e dei loro amici a quattro zampe.
Unaiko ha inserito direttamente in alcune parti dei dialoghi frasi e
affermazioni pronunciate dai suoi giovani colleghi durante il training
mattutino, ma ha avuto l’intuizione e il merito di concentrarsi
soprattutto sulle giulive proprietarie dei cagnolini e sulle loro reazioni
spropositate nei confronti dei nostri attori. La sua rappresentazione
delle ostilità in crescendo tra le combattive e presuntuose signore e i
giovani del Caveman Group, che si sviluppava in un ruvido scontro a
colpi di insulti e minacce via via più volgari e scurrili, era davvero
magistrale, da lasciare senza fiato. I ragazzi erano posizionati in
platea e urlavano continui improperi verso il palcoscenico, dove le
ragazze con in braccio i loro preziosi esemplari da mostra canina
reagivano lanciando buste di plastica zeppe di escrementi. Man
mano che la battaglia si inaspriva, le donne cominciavano a
scagliare anche i cani contro gli avversari, fino a raggiungere il
climax della messinscena. Inutile dire che sia gli escrementi sia i
cani erano finti, niente più che semplici oggetti scenici. Il titolo –
Lanciando cani morti – fa ovviamente riferimento al drammatico
finale. Colpisce dritto nel segno, tragico e comico allo stesso
tempo… Ha-ha-ha!»
A quel punto mi affiorò alla mente un episodio che in qualche
modo riguardava un cane e lo raccontai brevemente a Masao. Alla
fine degli anni Sessanta, nel periodo in cui in Europa la
contestazione popolare contro la guerra del Vietnam era al culmine,
Günter Grass aveva scritto un romanzo sul movimento giovanile in
Germania Ovest. Una delle parti più drammatiche e sconvolgenti del
romanzo, che ricordo ancora molto bene, raccontava di un giovane
studente che si chiamava Scherbaum e minacciava di bruciare vivo
in pubblico il suo adorato cane in segno di protesta contro la guerra.
«Se uno studente di Berlino si fosse lasciato andare per davvero a
un gesto del genere, il che in fondo non mi sembra neanche così
impossibile, si sarebbe scatenato un putiferio», osservò Masao. «La
nostra messinscena di Lanciando cani morti ha provocato una
discreta ondata di proteste da parte delle associazioni cinofile, e
come responsabile della compagnia sono stato chiamato a difendere
il nostro lavoro da chi ci accusava di promuovere violenza e crudeltà
nei confronti dei cani. Naturalmente si trattava di accuse assurde e
insensate, ma mi sono sforzato di essere il più possibile diplomatico
e di venire a un compromesso. Invece Unaiko e i suoi coetanei non
hanno resistito alla tentazione di dare sfogo alla rabbia e dire chiaro
e tondo quello che pensavano. Alla fine, dopo che avevo deciso di
sostituire quella rappresentazione controversa con qualcosa di meno
aggressivo e provocatorio, loro si sono riuniti all’interno del teatro e
hanno cominciato a protestare per rivendicare il diritto alla libertà di
espressione. Ce l’avevano a morte con me perché avevo ceduto alle
pressioni esterne, e non mi sarei stupito più di tanto se mi avessero
sottoposto a un lancio di escrementi e cani morti! È stato un
momento molto difficile e stressante, ma per fortuna è passato e
tutto si è rimesso a posto.»
«Avete rischiato di dover sciogliere la compagnia e mandare a
monte i progetti del Caveman Group?» chiesi.
«No, non eravamo arrivati a quel punto, l’esistenza del Caveman
Group non è mai stata in discussione. Del resto, l’evolversi degli
eventi ha rappresentato un’esperienza formativa molto interessante
per i nostri giovani attori, soprattutto per i ragazzi, e inoltre l’euforia
del momento ha dato loro una scossa e ha contribuito a cementare
lo spirito di gruppo. Quanto a Unaiko, che si porta dentro da anni
quell’esperienza amara al santuario di Yasukuni, è chiaro che non si
arrende mai, e perciò in quel genere di situazione ci andava a nozze.
È un lato del suo carattere che apprezzo molto: la rende più che mai
unica.»
«Mia sorella Asa le assomiglia parecchio, è anche lei una
combattente. Forse è per questo che tra lei e Unaiko è scoccata
subito la scintilla. Sono convinto che non le farà mai mancare il suo
aiuto e che la seguirà in tutto quello che deciderà di fare… Nei limiti
del possibile, è ovvio.»
«Sì, Unaiko ha trovato in sua sorella una grande alleata, hanno
formato un duo molto dinamico e insieme sembrano invincibili. Non
posso fare a meno di pensare che a un certo punto tenteranno di
trascinare anche lei dalla loro parte, signor Chōkō, persuadendola a
condividere la loro visione delle cose. Forse le sembrerò
presuntuoso ma, dopo averne discusso con Unaiko, sono sicuro di
aver individuato la chiave giusta per procedere alla riduzione teatrale
dei suoi romanzi, alla quale lavoro ormai da tempo e con grande
impegno. Come ho già avuto modo di dire, la mia idea prevede di
intrecciare scene tratte dai suoi libri con le interviste che le stiamo
facendo. Il personaggio di Kogii sarà il fulcro della narrazione, anche
se non ho ancora messo bene a fuoco i dettagli e la struttura
generale. Unaiko pensa addirittura che dovremmo sovrapporre il
tema di Kogii e tutto il resto direttamente al suo “romanzo
dell’annegamento”, man mano che lo scriverà.»
«Be’, che dire? Tutto sommato è così che sta andando nella
realtà. Stiamo a vedere come si svilupperà la situazione, non è detto
che non sia la soluzione giusta.»
«Sì, speriamo solo che Unaiko non oltrepassi inavvertitamente
certi limiti… Come dice sempre Asa, in termini simpatici e
amichevoli, bisogna sempre stare molto attenti a non contraddirla e
a non chiederle troppo, no, signor Chōkō? Almeno fino a oggi
l’esuberanza e la caparbietà di quella ragazza non hanno mai
causato problemi degni di nota al Caveman Group, e mi auguro che
non debba essere proprio questa la prima volta. Tra l’altro non ha
mai abbandonato un’idea folle e a dir poco trasgressiva: mettere in
scena una versione lampo di Lanciando cani morti al santuario di
Yasukuni… In ogni caso, contando sulla sua preziosa e
indispensabile collaborazione, siamo tutti molto ottimisti e più che
convinti che insieme riusciremo a portare a compimento anche la
versione teatrale del “romanzo dell’annegamento”, con la nostra
Unaiko a guidarci lungo la via. Naturalmente sappiamo bene che
tutto dipenderà da lei e dal romanzo che scriverà, signor Chōkō.
Senza il suo romanzo, la nostra opera teatrale non vedrà mai la luce.
L’intero progetto si regge su una premessa cruciale: quello che lei
riuscirà a trovare nella valigia di pelle rossa.»
4.
La battuta diventata realtà!

1.

Nell’attimo in cui Anai Masao mi consegnò le buste con le


fotocopie, iniziai a provare un senso di disagio. Erano enormi, ma
molto meno spesse e pesanti di quanto mi aspettassi. In tutto erano
solo tre, rettangolari e di formato A3, e contenevano sia le fotocopie
a colori sia gli originali, che consistevano perlopiù in fogli di carta
tradizionale di grandi dimensioni decorati con acquerelli, disegni e
varie annotazioni in bella grafia degni di un artista e di un
intellettuale. Le fotocopie erano così ben fatte che si riuscivano a
scorgere persino le minime sbavature dell’inchiostro e dei colori.
Tuttavia ero deluso, perché in quelle buste non c’era traccia delle
lettere che avevo tanto sperato di trovare.
Nella mia mente riaffioravano ricordi fugaci di mio padre nel suo
piccolo studio, un rifugio stretto e angusto dove si dedicava ad
attività che non avevano niente a che fare con la conduzione
dell’azienda di famiglia. Prendeva uno di quei grandi fogli che gli
spediva di tanto in tanto il suo mentore da Kōchi e lo sollevava con
somma riverenza, restando a fissarlo per diversi minuti come a
volerne studiare ogni singolo centimetro.
«Chissà cosa c’è scritto su quei fogli, eh?» chiedevo a mia madre.
«Roba che molto probabilmente né tu né io potremo mai capire!»
rispondeva in tono sbrigativo lei, ma senza nascondere un profondo
rispetto. In seguito, quando non ricordavo quasi più di averle chiesto
un’opinione su quei misteriosi fogli di carta tradizionale, mi aveva
fornito una breve spiegazione.
«Su quelle pagine c’erano parole che neanche tuo padre era in
grado di decifrare, ma di solito riusciva a trovarle nel primo volume
del Grande dizionario dei caratteri cinesi di Morohashi Tetsuji», mi
aveva detto di punto in bianco, prima di aggiungere che quando quel
noto lessicografo avrebbe portato a termine la sua grande opera in
tredici volumi, molto probabilmente neanche un singolo carattere
cinese o una sola parola sarebbero rimasti fuori. E la mia risposta,
tra il serio e il faceto, era stata: «Se tutte le parole saranno incluse in
un dizionario, allora non sarà più possibile trovarne di nuove e non ci
sarà più alcun divertimento!».
«Quando ho riferito a tuo padre quello che hai detto sul dizionario
del professor Morohashi, è scoppiato a ridere», mi aveva detto più
tardi mia madre. «E poi ha aggiunto scherzando: “Forse nostro figlio
ha intenzione di scrivere qualcosa che non sarà possibile trovare in
nessun dizionario!”.»
Da quanto ebbi modo di capire, quei lavori pittorici e calligrafici di
buon pregio artistico erano stati eseguiti sulla carta che mio padre
aveva ricavato dalla corteccia degli «arbusti della carta» che la
tipografia di stato aveva giudicato inadeguata per la produzione di
banconote e aveva rispedito indietro. La sua decisione di utilizzare la
corteccia rifiutata mi era parsa azzardata, se non addirittura
sovversiva, ma mia madre mi aveva tranquillizzato. «Ovviamente
“inadeguata” non è il responso che ci attendevamo, ma tuo padre è
stato capace di convertire quel verdetto negativo in qualcosa di
positivo e ha commentato, col sorriso sulle labbra: “Non c’è
problema, riuscirò a ricavare ottima carta dalla nostra corteccia!”.»
Nelle parole di mia madre, che evidentemente si sforzava di suonare
ottimista, avevo colto una nota di chiara perplessità nei confronti
della reazione fin troppo allegra e fiduciosa di mio padre.
Tutte le volte che lui inviava della carta al suo maestro spirituale a
Kōchi, per il quale nutriva una stima incondizionata, quello era
capace di trasformare quei fogli in piccole opere d’arte impreziosite
da disegni e lavori di calligrafia. Glieli rispediva con una certa
frequenza, spesso accompagnandoli con lettere scritte su carta di
grana diversa, ottenuta da gelsi da carta o da Diplomorpha
sikokiana, che mio padre gli mandava di tanto in tanto insieme ai
fogli ricavati dalla corteccia rifiutata dalla tipografia di stato.
Talvolta quelle lettere includevano brevi post scriptum indirizzati a
mia madre. Un giorno, quando avevo provato a chiederle cosa
dicessero, lei aveva risposto con una certa freddezza: «Niente, sono
solo ringraziamenti per i matsutake, gli ayu e altri piccoli pesci
essiccati che ho spedito».
Appoggiai su uno scaffale della libreria le tre grandi buste che
Masao mi aveva portato, ancora sconvolto per il fatto che non
contenessero nemmeno una copia delle lettere indirizzate a mio
padre. Non c’erano neanche le brutte copie delle risposte, che lui
usava scrivere con estrema puntualità e abbinare alla lettera
corrispondente, busta compresa, legandole insieme con un elastico.
Mia madre elogiava spesso le sue doti da perfetto e infallibile
archivista. Eppure, per ironia della sorte, quelle brutte copie e quelle
lettere sembravano essere svanite nel nulla. Trascinai una sedia
accanto alla libreria e ripresi a esaminare con calma il contenuto
delle buste, una fotocopia alla volta. La luce del pomeriggio che
inondava la valle cominciava a dissolversi, e l’entusiasmo che mi
accompagnava quando mi ero messo al lavoro poco prima di
mezzogiorno era in netto declino. Mi sforzavo di restare positivo, ma
ormai il sole si apprestava a cedere il posto alle ombre della sera e il
mio spirito era prossimo alla resa, al termine di quella giornata
oltremodo deludente.

2.

Dopo il tramonto, quando Asa venne a portarmi la cena come di


consueto, gli ultimi scampoli di ottimismo erano stati sostituiti da
un’amara desolazione. Le bastò uno sguardo rapido alla mia
espressione fosca per intuire il mio stato d’animo. Mi osservò in
silenzio mentre afferravo le bacchette e raccoglievo abulicamente il
cibo che mi aveva messo davanti.
Dopo un po’ mi rivolse la parola con un piglio per nulla
compassionevole. «Quando nostra madre ci vedeva ancora bene»,
iniziò, «ogni tanto le piaceva rimettere la casa in ordine e
sbarazzarsi di alcuni oggetti del passato. Tutte le volte che si
dedicava a quel compito, mi fermavo a guardarla mentre frugava tra
la corrispondenza e le altre cose di nostro padre. Per lei sembrava
essere una questione d’importanza vitale, e non potevo fare a meno
di pensare che prima o poi tutte quelle lettere sarebbero andate
distrutte e sarebbero rimaste solo le buste.»
«In effetti ho sempre sospettato che la passione di nostra madre
per il riordino della casa avesse ben poco di casuale. Sarebbe stato
strano se non si fosse sbarazzata mai di niente. Oggi ci ho pensato
molto e, in tutta onestà, devo dire che non me la sento di biasimarla.
Tutto sommato quelle cose le appartenevano di diritto, e d’altra parte
sappiamo anche che le aveva fatte valutare da antiquari e librerie
dell’usato e aveva scoperto che valevano poco o niente. La verità è
che aspettavo da tempo immemore di controllare il contenuto di
quella valigia, per me era diventata quasi un’ossessione e mi
aspettavo di trovare determinate cose. Mi ero illuso che scavando
nella corrispondenza, nei diari – ammesso che esistessero per
davvero – e in altri documenti di nostro padre avrei potuto fare
chiarezza su alcune questioni che mi tormentano da varie decadi e
risolvere una volta per tutte i miei dubbi, anche in rapporto agli anni
del dopoguerra e alla storia del Giappone moderno.»
«In realtà credo che nostra madre ritenesse che quel materiale
non potesse esserti di nessun aiuto per stimolare la fantasia.
Altrimenti non si sarebbe mai liberata di quelle lettere. E forse ha
conservato solo alcune buste perché magari il nome dei mittenti
evocava in lei un alone nostalgico.»
«Sì, penso che tu abbia ragione. Questo mucchio di carta non
contiene un singolo foglio o anche un solo frammento che possa
contribuire a stimolare la mia fantasia, per usare le tue parole. Ormai
me ne sono fatto una ragione, anche se con una certa riluttanza, e
trovo strano che in tutti questi anni io non sia riuscito a smettere di
fantasticare sulla vita di nostro padre. Mi sono lasciato andare a
numerose ipotesi e a congetture sulle sue azioni e i suoi pensieri, a
partire dagli eventi cui ho accennato nel prologo del “romanzo
dell’annegamento”. Devo confessare che ci sono stati momenti in cui
mi sono chiesto se ciò che accadde in quella notte di tempesta non
fosse solo frutto della mia immaginazione. Come ben sai, ho scritto
di quella vicenda ne Il giorno in cui lui mi asciugherà le lacrime.
Credo che per nostra madre bruciare quelle lettere sia stato un
modo per distruggere le mie fantasie. È come se avesse voluto
dirmi: “Le tue ridicole teorie sulla presunta eroicità di tuo padre sono
infondate”. E infine, ora che sono diventato vecchio, mi vedo
costretto a rassegnarmi perché non ho nessuna chiave e neanche
uno straccio di evidenza che mi permettano di sostenere la mia tesi.
Se fosse stata una causa giudiziaria, nostra madre avrebbe vinto su
tutta la linea.»
«Dal mio punto di vista, la cosa più strana è che tu ci abbia messo
tutto questo tempo per rendertene conto. Il fatto è che io stessa ho
preferito ignorare la valigia di pelle rossa nei dieci anni dopo la morte
di nostra madre, perché temevo che tu, aprendola, non avresti
trovato quello che cercavi e ci saresti rimasto male. Quando lei era
ancora viva, qualche volta sono riuscita a dare un’occhiata di
sfuggita alle carte contenute nella valigia. Capitava che
all’improvviso l’aprisse e tirasse fuori qualcosa, come presa da un
antico ricordo, e io ero sempre lì alle sue spalle, pronta a sbirciare. È
così che ho scoperto che a un certo punto aveva iniziato a bruciare
le lettere e altro materiale in un vecchio forno di pietra. Non ha mai
voluto dirmi cosa gettava tra le fiamme e perché, ma se manifestavo
la minima preoccupazione mi diceva qualcosa del tipo: “Oh, niente,
era solo cianfrusaglia inutile, roba che non mi serviva più”. In fondo
pensavo che fosse plausibile che nostra madre avesse deciso di fare
pulizia tra le sue cose e nel suo passato allorché si preparava ad
affrontare la seconda metà della sua lunga esistenza. E d’altronde
era chiaro che quei periodici falò non fossero una conseguenza di un
impulso del momento. Era determinata a rimettere in ordine la storia
della sua vita, poco per volta e con la dovuta ponderazione… Nei
tuoi romanzi hai sempre descritto nostro padre con un’enfasi
esagerata, fino a farne un personaggio grottesco e irreale, talvolta
con una sfumatura ridicola e caricaturale, e in altri casi accentuando
i connotati di eroe tragico. Non hai mai abbandonato questo
approccio variegato e antitetico, non lo hai mai trattato sempre e
soltanto in un unico modo, ecco. È anche vero che non avevi alcuna
certezza e che non potevi giungere a conclusioni definitive ed
eccessivamente realistiche. Sì, forse in parte nostra madre mirava
anche a distruggere i tuoi sogni e la tua immaginazione, ma credo
che a modo suo volesse soprattutto essere leale e corretta nei
confronti di suo marito. E non penso che in questo c’entrassero
l’eventuale rancore, l’amore e in generale i sentimenti che provava
nei suoi confronti, come hai detto tu una volta, ma era piuttosto una
forma di rispetto e onestà verso una persona cara defunta. Lei era
sempre molto critica nei confronti di quello che scrivevi. Tra l’altro
sospetto che abbia ridotto in cenere una buona parte del materiale
semplicemente per evitare che tu potessi venirne in possesso dopo
la sua morte e trarne conclusioni errate. Non lo so, forse era rimasta
sconvolta dalla corrispondenza di nostro padre con i suoi amici più
eccentrici ed estremisti, forse cercava soltanto di proteggere il suo
caro consorte da una nuova possibile opera caricaturale da parte
tua… Lo so, sei molto giù di morale e mi fa male vederti ridotto così,
ma allo stesso tempo sono più che convinta che nostra madre abbia
fatto la cosa giusta. Consegnarti la valigia a distanza di dieci anni
dalla sua morte aveva uno scopo ben preciso: doveva essere come
un lungo periodo di riflessione, così da permetterti di affrontare la
questione in modo il più possibile razionale e senza cedere più di
tanto ai sentimenti. Anche se ora ti senti sfiduciato, non devi
arrenderti, perché sai bene che alla nostra età è facile passare da
uno stato di profondo avvilimento a uno di pacifica tranquillità.
Vedrai, sono convinta che supererai presto questo momento di
delusione e che saprai trovare la forza di reagire. A proposito,
quando ho dato a Unaiko e agli altri la bozza del prologo del
“romanzo dell’annegamento”, ho tenuto con me le tue schede e le ho
lette. Come di certo ricorderai, contenevano soprattutto alcuni
appunti su eventi di cui fosti testimone o ai quali partecipasti in prima
persona, come quando i giovani ufficiali dell’esercito venivano da noi
e si lasciavano andare alle loro interminabili riunioni conviviali, o
quando i soldati di leva, che erano ancora più giovani, ti portarono in
barca per insegnarti a manovrare il timone. Sembra che in qualche
modo tu abbia fuso quei ricordi con le rare e vaghe reminiscenze di
ciò che accadde nella notte dell’alluvione. La parte in cui descrivi
come la barca di nostro padre viene trascinata via dalla corrente è
abbastanza realistica, ed è molto interessante il modo in cui gli
eventi si intersecano con i momenti in cui immagini di vedere il tuo
alter ego sulla barca. Nell’insieme il racconto non suona molto
veritiero, ed è comprensibile che nostra madre non prediligesse quel
tipo di narrazione così poco ancorato alla realtà e basato soprattutto
sulla tua fantasia. A ogni modo non si può negare che lei sia stata
molto caparbia e anche un po’ egoista nella scelta radicale di
“mettere ordine” nella valigia di pelle rossa. Però, in tutta onestà, non
credo che lo abbia fatto con malizia premeditata e allo scopo preciso
di stroncare il tuo proposito di portare a termine il “romanzo
dell’annegamento”. Se avesse avuto questa intenzione, avrebbe
potuto dirmi di prendere la valigia e gettarla nel fiume durante una
piena, mettendo tutto a tacere per sempre. Scusa se te lo dico in
modo diretto, cedendo al sentimentalismo, ma nostra madre ti
voleva un bene dell’anima. E, riguardo al “romanzo
dell’annegamento” a cui tenevi così tanto, credo che alla fine si fosse
rassegnata all’idea che tu lo scrivessi. Lei voleva solo metterti in
guardia e sperava ti rendessi conto che la tua idea su nostro padre
era sbagliata: desiderava che lo tenessi bene a mente mentre
procedevi nella stesura del romanzo. Era amore, nient’altro, nei tuoi
confronti e in quelli del nostro sfortunato e incauto padre. La sua vita
non era scevra da una temerarietà quasi insana, ma ciò che lei
trovava più folle e assurdo era il fatto che lui si fosse lasciato
influenzare dal cosiddetto mentore di Kōchi. A causa di quell’uomo,
quando finalmente la guerra finì, nostro padre rimase coinvolto in un
futile complotto insieme a quel gruppo di ufficiali di Matsuyama. Che
cosa avrebbe dovuto fare nostra madre? Mi sembra fin troppo ovvio
che la scelta più prudente fosse quella di eliminare una volta per
tutte le tracce di quell’assurda follia distruggendo le lettere che i
seguaci del “maestro” disseminati qua e là nel paese spedivano a
nostro padre, lettere che non parlavano soltanto di pura teoria e
incitavano soprattutto a passare all’azione. Mettendola su un piano
molto più semplice, è possibile che abbia voluto ridurre tutto in
cenere perché non sopportava l’idea che il suo povero marito fosse
uno sprovveduto e un ingenuo. Nella valigia c’erano un bel po’ di
buste vuote. Una volta, mentre facevo prendere aria al suo
contenuto, lessi una di quelle lettere, una sola… Suonava molto
confidenziale, ironica, sembrava quasi che l’autore prendesse in giro
nostro padre, indirizzandosi a lui come al “Fratello della Brigata della
foresta” e usando altre espressioni del genere. Ammesso che
esistesse un vero piano per una rivolta, ho il sospetto che nostro
padre fosse l’unico a crederci, e penso anche che il solo risultato
concreto fu il suo corpo annegato nel fiume. Ora, cercando di
immedesimarmi in nostra madre, trovo più che ragionevole che non
fosse il caso di descrivere tutto questo in un romanzo. Eppure,
nonostante il desiderio di mettere un punto fermo su quel periodo
infausto, ha lasciato intatte alcune delle buste che racchiudevano
quelle lettere. E, nel rispetto delle sue ultime volontà, mi sono sentita
in dovere di custodire per tutti questi anni la valigia di pelle rossa e il
suo contenuto.»
«Sì, hai ragione. Per troppo tempo ho continuato a nutrire illusioni
e fantasie su nostro padre. E forse nostra madre si aspettava che un
giorno scrivessi un romanzo in cui lui non fosse poco più che un
semplice fantoccio… Le cose che mi stai dicendo oggi suonano
nuove e scioccanti alle mie orecchie.»
«Circa tre anni dopo la pubblicazione de Il grido silenzioso,
spedisti a nostra madre una copia delle prime pagine del “romanzo
dell’annegamento” e le relative schede con gli appunti. Poco dopo lei
mi inviò una lettera a Kyōto, dove abitavo in quel periodo, e mi pregò
di tornare appena possibile a casa perché voleva che l’aiutassi a
leggere quelle pagine. “Asa, vieni qui prima che puoi”, mi diceva.
“Tuo fratello mi ha spedito una cosa e non riesco a capirci niente!”
Quando le dissi che trovavo molto strano che tu le avessi mandato
solo un frammento di un libro che a stento avevi cominciato a
scrivere, lei rispose che molto probabilmente non riuscivi ad andare
avanti perché non avevi a disposizione il materiale della valigia di
pelle rossa e speravi che ti lasciasse esaminare il contenuto. Allora
le dissi che a mio avviso non era il caso di accondiscendere alla tua
richiesta, e lei concordò all’istante, sottolineando che era giunta alla
stessa conclusione dopo aver letto quelle pagine. E quando ti scrissi
per metterti al corrente della nostra decisione, tu accettasti il verdetto
senza protestare, al punto che non riuscivo a credere a quello che
leggevo. Dicevi chiaro e tondo che potevamo anche bruciare il
manoscritto e le schede che avevi spedito, visto che le tue speranze
di avere accesso alla valigia di pelle rossa erano state deluse.
Mamma interpretò positivamente la tua risposta e fu molto felice, ma
non volle saperne di bruciare il materiale. Disse: “Non lo farò mai,
sarebbe un peccato enorme! Conserverò quelle pagine e quelle
schede nella valigia di pelle rossa, saranno la prima nuova
acquisizione degli ultimi vent’anni”. Era davvero contenta, ricordo di
averla vista così allegra solo in un’altra occasione, quando Akari,
nonostante la disabilità, le spedì una cassetta con la registrazione
della sua composizione musicale intitolata Le meraviglie della
foresta… Poi, più o meno un anno dopo, scrivesti Il giorno in cui lui
mi asciugherà le lacrime. Mamma lo lesse e rimase sconvolta, non
riusciva a mettere insieme una frase di senso compiuto. Quando ti
riferii la sua reazione, mi dicesti che non era il caso di prendersela
tanto, perché in fondo era un lavoro di fantasia e lo avevi scritto
senza ricorrere al materiale della valigia di pelle rossa. Poco dopo mi
spedisti una lettera in cui ammettevi di aver trasformato nostro padre
in un personaggio caricaturale e di essere stato poco clemente
anche nei confronti del personaggio del figlio, ovvero di te stesso,
all’insegna di una dura autocritica. Nel racconto nostra madre
rappresentava l’unica voce razionale, con le sue osservazioni calme
e assennate, ma questo non bastò a mitigare la sua avversione
estrema per quello che avevi scritto. Finì con l’odiare quel libro con
tutta sé stessa, e al contempo tu ci accusasti di voler limitare la tua
libertà di espressione. Sia lei sia io avevamo la netta sensazione che
ti fossi trasformato in un’altra persona, uno scrittore di Tōkyō
distaccato e spregiudicato. Stentavamo a riconoscerti, non eri più il
nostro Kogii… E così, come purtroppo ben sai, decidemmo di
troncare ogni rapporto e non ci sentimmo più per un bel pezzo.
Nostra madre ne soffrì moltissimo, anche negli anni a seguire.»
Rimasi in silenzio, non sapevo cosa dire. Mia sorella serrò forte le
labbra e iniziò a piangere. Aveva le guance infiammate, piangeva
come nostra madre e come molte donne anziane della zona, senza
nascondere tra le mani il viso cosparso da un diffuso rossore e
palesando una rabbia pervasa d’innocenza. Fece una lunga pausa,
dopo di che ricominciò a parlare con voce rotta dai singhiozzi.
«Kogii… il prologo del “romanzo dell’annegamento”, che ti ho
restituito dopo quarant’anni, inizia con un tuo sogno ricorrente.
Come hai scritto in quelle pagine, esiste un grande dilemma: quel
sogno si basa su una tua esperienza reale? O forse hai sognato
prima la scena che hai descritto, hai finito col credere di averla
vissuta per davvero e poi hai cominciato a risognarla in una forma
diversa? Eri così confuso da non riuscire a distinguere il confine tra
realtà, sogno e ricordo. Fin dalla prima volta in cui ho letto quelle
pagine, dopo essere corsa a casa da Kyōto con un treno notturno,
ho sempre creduto che in qualche modo tu stessi solo fingendo di
non conoscere la risposta a quelle domande, mi sembrava tutto così
assurdo… Sul serio hai dubbi su ciò che accadde quella sera?
Ricordo come fosse ieri che mi mandasti nella stanza in fondo alla
casa per vedere il corpo senza vita di nostro padre, dopo che fu
ritrovato sulla riva del fiume, giù a valle. Era disteso su un futon, e
senza volerlo finii per toccare una ciocca dei suoi capelli bagnati…
Scusa se te lo dico, Kogii, ma credo di conoscere il motivo per cui
hai continuato a ripetere di non sapere se la scena al fiume
appartenesse al mondo dei sogni o alla realtà e hai sviluppato
l’ossessione di voler finire a tutti i costi il “romanzo
dell’annegamento”: quella sera avresti dovuto essere sulla barca con
nostro padre quando la corrente se lo portò via per sempre, e il
senso di colpa per aver assistito impotente alla sua fine non ha mai
smesso di tormentarti. Se non ricordo male, ti aveva chiesto di
raggiungerlo subito e di occuparti del timone, ma te la prendesti
comoda e arrivasti al fiume solo in un secondo momento, e lui, che
non era un uomo paziente, si stancò di aspettarti e salpò senza di
te… Ora ti rivelerò una cosa che nostra madre mi aveva fatto
promettere di tacere per sempre… Quella sera lei scavalcò il muretto
di pietra intorno al campo che si affacciava sul fiume e vide tutto ciò
che accadde. Mi disse: “Meno male che Kogii non è andato con suo
padre”. Molto probabilmente non te ne ha mai fatto parola perché
pensava che sarebbe stato atroce dirti che aveva visto tutto. Forse si
era resa conto che era meglio che tu non sapessi della presenza di
un testimone, lì a fissare il fiume dall’alto sotto il chiaro di luna,
altrimenti ti avrebbe privato dell’unica via di fuga: fingere di non
saper distinguere il sogno dalla realtà.»
«Nostra madre pensava sul serio che fosse un fatto positivo che
non mi fossi recato per tempo al fiume? Nostro padre si fidava di me,
si era preso la briga di insegnarmi a manovrare la barra del timone,
ma, nel momento in cui aveva più bisogno di me, ho avuto paura e
sono rimasto a guardare immerso fin quasi al collo in quell’acqua
torbida, mentre la corrente se lo portava via per sempre. Se lei era
lassù a spiarmi dall’alto del campo, allora forse avrà notato anche il
terrore e la disperazione che in quel momento si erano impossessati
del mio volto, illuminato dalla luce della luna piena che era appena
spuntata tra le nuvole dopo la tempesta.»
«Comunque sia, mamma mi raccontò che tu, dopo che la barca fu
trascinata via dalla corrente, riuscisti a tornare pian piano indietro
nuotando a cagnolino. Quando si fu assicurata che eri in salvo sulla
riva del fiume, si sentì il cuore invadere da una gioia indescrivibile.
Ora, non so se e in che modo tu abbia intenzione di continuare a
scrivere il “romanzo dell’annegamento”, ma non posso fare a meno
di manifestarti i miei dubbi… Pensavi, grazie al tuo nuovo romanzo,
di restituire l’onore al nostro povero padre e di cancellare il senso di
colpa del ragazzino che quella notte tornò disperato a riva, nuotando
come un cagnolino? In che modo, in concreto? E nutrivi forse la
vana speranza di ottenere come per magia una chiave per risolvere
tutti i problemi semplicemente passando in rassegna il materiale
contenuto nella valigia di pelle rossa?»
Anche se il rossore di poco prima si era dissolto, il volto di mia
sorella era ancora teso e contratto per l’emozione, e le lacrime
continuavano a scenderle lungo le profonde rughe che partivano
dagli occhi e arrivavano fino alle labbra. Rimasi seduto immobile e in
silenzio, completamente annichilito. Dopo un po’, Asa alzò di nuovo
lo sguardo e riprese a parlarmi. Aveva smesso di piangere, ma ora
sul suo viso campeggiava un’espressione cupa e depressa. Tutto
lasciava intendere che fosse giunta a una conclusione molto difficile,
dopo una lunga lotta interiore.
«Visto che ormai sono venuta meno alla promessa fatta a nostra
madre, tanto vale rivelarti anche il resto. Circa tre anni prima di
morire decise di registrare su un nastro magnetico il racconto della
tragica notte di tempesta in cui nostro padre perse la vita. Ora quel
nastro è in mio possesso e vorrei che tu l’ascoltassi. Come sai, dopo
che mamma cominciò a perdere la vista e non fu più in grado di
scrivere lettere, prese l’abitudine di utilizzare un mangianastri – lo
stesso che fino a poco prima aveva usato solo per ascoltare le
composizioni musicali di Akari – per registrare soprattutto messaggi
di ringraziamento e spedirli al posto delle consuete lettere cartacee.
Ora che ci penso, tu stesso hai sfruttato alcuni suoi commenti su Le
meraviglie della foresta di Akari tratti da una di quelle cassette e li
hai citati in un tuo romanzo. Come puoi immaginare, io ero l’addetta
alla supervisione della registrazione delle cassette, e quando un
giorno mamma mi disse: “Sai, mi piacerebbe fare una cassetta su
quella famosa notte”, non riuscii ad afferrarne il senso, anche perché
mi venne spontaneo pensare che una registrazione del genere
avrebbe potuto costituire nuovo materiale per i tuoi libri. In ogni caso
si vedeva che per lei era molto importante e feci del mio meglio per
assecondarla. Quella cassetta è rimasta a lungo nella valigia di pelle
rossa, insieme a tutto il resto, ma di recente l’ho tirata fuori e l’ho
messa da parte… Bene, si è fatto tardi, ora devo tornare a casa.
Stanotte Unaiko si fermerà a dormire da me, chiederò a lei di portarti
la cassetta. Nessuno sa meglio di lei come usare l’impianto audio
che hanno installato qui per la prova, anche se questa non è l’unica
ragione per cui preferisco che tu non sia solo… Dato il contenuto
della registrazione, è opportuno che ci sia qualcuno con te mentre
l’ascolti.»

3.

Il furgone si fermò davanti al giardino e Unaiko scese


dall’abitacolo. Era vestita come al solito, in abiti casual. «Ho portato
questo da parte di Asa», disse, mentre entrava in casa e depositava
un fagotto sul tavolo della sala da pranzo. All’interno c’erano una
fiaschetta di terracotta con dello shōchū e tre tazze da sake di
pregevole fattura, lasciate a mia sorella dal defunto marito, ex
preside della scuola media locale. In più c’erano anche dei bei piatti
di ceramica Bizen contenenti un assortimento di creazioni culinarie a
opera di Asa, ben coperti con la pellicola alimentare. Da qualche
anno avevo messo al bando le bevande alcoliche, mi tenevo il più
possibile alla larga da sake e liquori ad alta gradazione, ma afferrai
lo stesso la fiaschetta di shōchū con fare consumato e lessi
l’etichetta con l’attenzione di un esperto bevitore. Intanto Unaiko era
indaffarata a preparare il sistema di riproduzione audio.
«Vuole ascoltare la cassetta durante la cena?» mi chiese.
«Di solito Asa non mi porta bevande alcoliche…» replicai. «La
presenza di questo shōchū mi fa presumere che a suo avviso avrò
bisogno di qualcosa di forte dopo l’ascolto della cassetta. In ogni
caso credo sia meglio procedere intanto che sono ancora sobrio.»
Unaiko andò a posizionarsi accanto al mixer che controllava le luci
e l’audio, mentre io trascinai una sedia della sala da pranzo fino a
una delle estremità dell’ampio soggiorno, che ricordava ancora un
piccolo teatro, con gli altoparlanti e varie attrezzature disseminati
qua e là. Lasciai vagare per qualche attimo lo sguardo fuori dalla
finestra, dove giganteggiava una betulla bianca illuminata dalle luci
del cancello d’ingresso. D’un tratto la voce di mia madre, più flebile
di quanto ricordassi, cominciò a diffondersi in tutto l’ambiente.
All’inizio era poco più che un sussurrio, e anche dopo che Unaiko
ebbe regolato il volume e riavvolto il nastro da capo continuò a
suonare molto debole. Era chiaro fin da subito che mia madre
raccontava immaginando di rivolgersi sia a me sia a mia sorella,
quasi fosse una confessione a scoppio ritardato…
Vostro padre aveva deciso di uscire in barca nonostante il fiume in piena. Così, mentre
lui schiacciava un sonnellino, aggiungemmo alcuni oggetti che ritenevamo potessero
servirgli – un cambio d’abiti, un asciugamano e così via – alle altre cose che aveva già
messo nella valigia di pelle rossa, piena di varie carte e documenti. Sotto quel mucchio di
fogli c’era anche una camera d’aria di bicicletta. Come ricorderete, vostro padre si
divertiva a smontare e ad aggiustare vecchie biciclette arrugginite, faceva tutto da solo.
Kogii, di solito il tuo compito era aggiungere una spruzzatina di olio qua e là, perciò eri
eccitatissimo quando lui ti chiese di estrarre quella camera d’aria dalla gomma di una
delle sue vecchie bici e ti desti un gran da fare per gonfiarla a bocca. C’era un negozio di
biciclette lungo la strada che costeggiava il fiume, ma a un certo punto smise di
occuparsi della vendita e finì col dedicarsi solo a riparazioni di fortuna, visto che era
impossibile procurarsi parti di ricambio nuove. In fin dei conti riuscivano più che altro a
rimettere a posto una catena, a riparare alla meno peggio una gomma bucata e cose del
genere. Una volta che la camera d’aria veniva tirata fuori da una gomma non c’era verso
di sostituirla, in quel periodo mancava tutto. Si dovette aspettare parecchio dopo la fine
della guerra prima che la situazione tornasse più o meno alla normalità. Ti ricordi, no,
Kogii? Infilasti una corda nelle gomme di una vecchia bicicletta sgangherata e te ne
andavi in giro per le strade del villaggio. Ci accorgevamo subito quando stavi per tornare
a casa, perché quei trabiccoli con le ruote tutte storte e rabberciate facevano un fracasso
incredibile. Dunque, tornando a vostro padre, a cosa poteva mai servirgli quella camera
d’aria, una volta estratta dalla gomma della bicicletta e gonfiata al punto giusto? Da boa
galleggiante, è ovvio. Grazie a quella camera d’aria bella gonfia e arrotolata al suo
interno, la valigia di pelle rossa sarebbe rimasta a galla anche nel caso in cui la barca
fosse colata a picco, e così non sarebbe andata perduta per sempre. A parte la camera
d’aria e quell’ammasso di lettere e documenti, vostro padre non aveva messo nient’altro
nella valigia. Molte di quelle lettere avevano a che fare con la persona che aveva
suggerito a lui e ai suoi compagni di condurre un’insurrezione, erano fitte di istruzioni su
come procedere. Dal momento che il piano fu ordito qui nella valle, dove tutti si
conoscevano ed era impossibile mantenere un segreto, vostro padre e gli altri cospiratori
residenti a Matsuyama e in altri posti più lontani si tenevano in contatto tramite
corrispondenza epistolare. Se per esempio avessero fatto ricorso al telefono, l’operatore
del centralino del villaggio avrebbe avuto modo di ascoltare le loro conversazioni. Ecco
perché nella valigia c’erano così tante lettere e vostro padre voleva portarsele tutte
dietro. Con ogni evidenza aveva in mente di impacchettare l’intera corrispondenza,
caricarla sulla barca e farsi trasportare fino a valle dalla corrente del fiume in piena, in un
posto dove le acque fossero calme e piatte sopra i campi e le risaie. Forse immaginava
che se fosse riuscito ad arrivare così lontano sarebbe stato in grado di raggiungere la
riva e abbandonare la barca, per poi fuggire seguendo i binari della linea ferroviaria e
seminare gli eventuali inseguitori. Se tutto fosse andato esattamente in questo modo,
non ho idea di quale sarebbe stato il passo successivo. La sola cosa di cui possiamo
essere certi è che quella notte vostro padre aveva deciso di scappare. Quanto alla scelta
di utilizzare la sua barca a remi, mi pare abbastanza scontata: nei dintorni lo
conoscevano tutti, non poteva permettersi di allontanarsi via terra e rischiare che
qualcuno lo guardasse con sospetto mentre lasciava il villaggio con una valigia in mano.
Ecco perché aveva deciso di andare via in barca, raggiungere un posto il più lontano
possibile dal villaggio e iniziare la sua nuova avventura. Ora, se quella sera le condizioni
del tempo non fossero state così inclementi – il fiume era in piena già da un paio di giorni
–, forse il suo piano avrebbe funzionato. Ma purtroppo così non fu e la barca, presa dalla
corrente e ingovernabile, andò a sbattere contro un banco di ghiaia e sabbia a fior
d’acqua in prossimità di Honmachi e si capovolse. E vostro padre, scaraventato nel fiume
in tempesta, annegò. Era quasi riuscito a farcela, non mancava molto!
Il fatto che avesse deciso di portare con sé nella valigia di pelle rossa tutte le lettere e i
documenti che riguardavano la rivolta sembra indicare in modo chiaro che quel materiale
era troppo importante, se non addirittura compromettente, e non poteva essere lasciato
incustodito. Era come se pensasse che sarebbe stato un vero disastro se mani estranee
si fossero impadronite della valigia e il suo piano fosse stato scoperto, ma d’altra parte
sembrava che non volesse che quelle lettere e quei documenti andassero perduti per
sempre. Altrimenti perché ideare quel rudimentale dispositivo di galleggiamento con la
camera d’aria della bicicletta? Non sarebbe stato più logico abbandonare la valigia e il
suo contenuto alla corrente del fiume? Almeno questo è ciò che ho continuato a pensare
per molti anni dopo il suo annegamento, e vi assicuro che ci sono molti altri dubbi forse
irrisolvibili che continuano a tormentarmi tuttora. Come ben sapete, la valigia fu ripescata
giù a valle e portata al posto di polizia. Ce la riconsegnarono solo in seguito, parecchio
dopo la fine della guerra.
Sono convinta che all’inizio vostro padre non credesse sul serio nella rivolta e nella
possibilità di realizzarla. Gli ufficiali suoi amici venivano da noi, bevevano sake a fiumi e
facevano un gran parlare di insurrezioni e rivoluzione, ma era abbastanza chiaro che in
principio fossero solo discorsi astratti. Poi, a poco a poco, quelle semplici chiacchiere si
sono trasformate in qualcosa di più preciso e tangibile, e allora vostro padre, giunto alla
conclusione che gli ufficiali stessero pensando di scatenare una vera rivolta, avrà
cominciato ad aver paura e avrà deciso di fuggire… Ha affrontato il fiume in piena ed è
annegato. Come pensava di potersela cavare con quella ridicola barchetta? Quella notte
il fiume era una furia, la corrente era fortissima! Ora, col senno di poi, credo che in quel
frangente fosse concentrato unicamente sul momento presente e sulla fuga dalla valle,
senza avere modo e tempo di pensare al passo successivo e al pericolo imminente.
Altrimenti non si spiega la sua condotta a dir poco scellerata e la volontà di portarti con
sé, Kogii, in quel breve viaggio senza ritorno tra le onde del fiume in tempesta. Ed è per
questo che quando ti vidi riguadagnare pian piano la riva, in quell’acqua scura e fangosa,
provai una delle più grandi gioie di tutta la mia vita.
Vostro padre era un uomo stravagante, ma non faceva mai niente a caso. Per tutti questi
anni sono stata convinta di un’altra cosa: non volle rischiare che la valigia di pelle rossa
andasse perduta per sempre perché sperava che in qualche modo noi potessimo
recuperarla. Lo so, sembra assurdo, ma non vedo come spiegare altrimenti quella
camera d’aria sul fondo della valigia. Forse aveva previsto tutto, forse sapeva che se
fosse annegato qualcuno avrebbe portato la valigia alla polizia e dopo un po’ ce
l’avrebbero restituita senza troppi problemi, visto che la guerra volgeva ormai al termine.
Non era improbabile che sperasse che noi di famiglia leggessimo quei documenti e
finalmente ci rendessimo conto del perché quella notte aveva deciso di affrontare il fiume
in piena e fuggire. Vostro padre, che indubbiamente aveva preso parte all’organizzazione
di un piano di rivolta insieme a un gruppo di ufficiali agguerriti e insoddisfatti, con ogni
probabilità voleva passare all’azione e alla fine aveva scelto la fuga solitaria verso un
infausto destino. Kogii, da bambino ritenevi tuo padre un eroe, era il tuo idolo, e la tua
reazione a molti anni di distanza fu scrivere Il giorno in cui lui mi asciugò le lacrime, che
suonava quasi come una punizione nei miei confronti. E se già allora avessi potuto
scrivere il tuo «romanzo dell’annegamento» avresti fatto lo stesso, o sbaglio? In quelle
orribili pagine descrivevi la condotta di tuo padre in un modo estremamente negativo, lo
facevi apparire ridicolo, grottesco e patetico, mentre io facevo la figura di una donna
malefica e sarcastica, sempre pronta a criticare lui e gli altri. Eppure non ho mai finto di
non sapere che un giorno avresti voluto ricominciare a scrivere il «romanzo
dell’annegamento», magari per restituire a tuo padre l’onore e celebrarlo come in fondo
lo hai sempre immaginato: un intrepido e coraggioso eroe…

Feci un cenno con la mano a Unaiko, che era rimasta per tutto il
tempo accanto all’impianto di riproduzione audio, attenta a ogni mia
reazione. Le dissi che preferivo ascoltare il resto della registrazione
da solo, con calma e in un secondo momento, e aggiunsi che mi era
venuta voglia di assaggiare lo shōchū che mi aveva mandato Asa.
Allora lei fece riavvolgere il nastro con mano esperta e lasciò
l’impianto acceso. Presi la fiaschetta di shōchū e me ne versai un bel
po’ in una delle tazze, quindi ne indicai un’altra a Unaiko, che in quel
momento aveva appena tirato fuori dall’involucro di stoffa una
bottiglietta d’acqua e la stava appoggiando sul tavolo. Declinò
l’invito, dicendo che di lì a breve le toccava guidare e non poteva
bere alcol. Bevvi tutto d’un fiato il mio shōchū e me ne versai subito
un’altra tazza.
Unaiko doveva essersi accorta che il contenuto della registrazione
mi aveva turbato. L’espressione del volto e i suoi gesti sembravano
suggerire che avrebbe accettato di buon grado il ruolo
dell’ascoltatrice paziente e comprensiva, ma in quel frangente non
mi andava di parlare, né con lei né con chiunque altro. Mi guardava
meditabonda mentre continuavo a bere da solo e in silenzio, finché a
un certo punto non mi rivolse la parola.
«Quindi il romanzo che ha intenzione di scrivere su suo padre,
morto in tragiche circostanze più di sessant’anni fa, dovrebbe essere
un romanzo di redenzione. Una volta Asa mi ha detto che vostra
madre, che tra l’altro nella registrazione usa l’espresione “romanzo
dell’annegamento”, era certa che sarebbe stato così, e in effetti
questa registrazione sembra confermarlo. Ora capisco perché era
contraria al suo progetto… Prima che quest’estate lei tornasse qui,
nella valle, Asa è stata molto gentile e ci ha permesso di fare uso di
questa casa, la vostra mitica Casa nella foresta. Abbiamo fatto le
pulizie generali e rimesso un po’ in ordine, visto che era rimasta
vuota per un bel pezzo, e l’abbiamo utilizzata sia per il training sia
per passarci la notte. Vi abbiamo trascorso solo un breve periodo,
una settimana circa, ma spesso sono rimasta a dormire da sola,
perché i giovani membri del Caveman Group erano impegnati in
lavori part-time e Masao era molto indaffarato a Matsuyama. Asa,
pensando che avrei sofferto la solitudine, veniva a tenermi
compagnia la sera e ci lasciavamo andare a lunghe chiacchierate.
Ho sempre cercato di non rivolgere a sua sorella domande troppo
dirette; tuttavia, a mano a mano che la data del suo ritorno nella
valle e della consegna della misteriosa valigia di pelle rossa si
avvicinava, ho notato che Asa non stava nella pelle al pensiero di
rivederla ma era anche molto in ansia. Masao, che tende a essere
incredibilmente perspicace in circostanze del genere, diceva che
aveva la sensazione che nella valigia non ci fosse granché, o che
comunque non ci fosse nulla in grado di fornirle gli stimoli necessari
per finire il romanzo. E i suoi timori, inutile dirlo, erano anche i miei e
mi angustiavano non poco. Così una sera, mentre ero qui con Asa,
le ho manifestato senza volerlo le mie preoccupazioni. Era molto
tardi, e ricordo che alle fine le dissi queste precise parole: “Se le
nostre paure corrispondono al vero ed effettivamente nella valigia
non c’è il materiale che tuo fratello spera di trovare, credo non
sarebbe una cattiva idea dirglielo al più presto, magari subito dopo il
suo arrivo”. Mi rendevo perfettamente conto che forse avevo
oltrepassato i limiti, e non sono rimasta sorpresa più di tanto dalla
reazione di Asa, che sulle prime sembrava addirittura offesa. D’altra
parte, però, non mi piace nascondere quello che penso. Quando
Masao è impegnato nella regia dei suoi drammi e istruisce gli attori,
di tanto in tanto urla frasi del tipo: “Ragazzi, sappiate che mi sto
trattenendo per evitare di arrabbiarmi!”. Lo fa per impedire che gli
attori più giovani “si rattrappiscano” – utilizzando il termine che usa
lui stesso –, nel senso di abbattersi e scoraggiarsi. Le dico questo
perché credo che quella sera Asa stesse facendo qualcosa di simile:
tenere a freno il disappunto, contenere la rabbia. Poi, dopo un po’, si
è rilassata e mi ha detto: “In fondo credo non ci sia niente di male se
ti rivelo le cause del mio tormento”. È andata a casa, vicino al fiume,
per prendere il pigiama, l’asciugamano e il necessario per la notte ed
è tornata da me. Abbiamo steso i futon sui tatami uno accanto
all’altro, ci siamo infilate sotto le coperte e abbiamo continuato a
parlare tutta la notte. Venendo al succo, mi ha raccontato che la
valigia di pelle rossa fu ritrovata molto più a valle rispetto al luogo del
rinvenimento del cadavere di vostro padre e poi riconsegnata dalla
polizia direttamente a casa vostra. All’inizio la valigia fu conservata
così com’era, chiusa; in seguito, col passare degli anni, vostra
madre iniziò ad aprirla di tanto in tanto e a leggere alcuni documenti
per poi disfarsene. E, nel corso di questo lungo processo, si rese
conto dei fatti in cui vostro padre era rimasto coinvolto. Sulle prime
pare che lui fosse semplicemente contento di intrattenersi in lunghe
conversazioni e di bere in compagnia dei giovani ufficiali di stanza a
Matsuyama, che un giorno si erano fatti vivi con una lettera di
presentazione del famoso “maestro” di Kōchi e da quel momento in
poi erano diventati assidui frequentatori di casa vostra. Vostro padre
offriva loro sake in gran quantità e diverse prelibatezze locali, tra cui
gli ayu che venivano pescati con le reti durante i mesi in cui erano
più ricchi di grasso ed erano poi arrostiti, fatti essiccare e conservati
fino alla stagione successiva. Immagino che non mancassero
neanche granchi d’acqua dolce e anguille, pescati al fiume dai
ragazzini del villaggio. Vostro padre faceva del suo meglio per
essere ospitale e talvolta metteva in tavola anche carne di manzo,
proveniente da animali macellati in gran segreto e conservati appesi
in grotte naturali tra le montagne. Se non erro, in un suo romanzo ha
scritto che un giorno vi fu consegnata una coda di bue sanguinolenta
avvolta in un foglio di giornale e vostro padre si incaricò in prima
persona di cucinarla. Ma, stando alla versione di vostra madre
relativa allo stesso episodio, pare si trattasse di normale carne di
manzo e non di coda di bue. Comunque sia, gli ufficiali
apprezzavano molto quei suoi lauti banchetti ricchi di sapori
autoctoni, e vostro padre se ne stava tranquillo ad ascoltare le loro
animate conversazioni, senza intervenire più di tanto, in
quell’atmosfera vivace e conviviale alimentata da fiumi di buon sake
locale che in qualche modo la vostra famiglia riusciva a procurarsi.
Poi, una riunione dopo l’altra, quelle discussioni cominciarono ad
assumere un senso di urgenza, e i giovani ufficiali iniziarono a
parlare della necessità di compiere un atto estremo e radicale nel
tentativo di cambiare ciò che percepivano come il disastroso corso
della storia giapponese fin dalla Restaurazione Meiji. 1 Da quel
momento le ragazze del posto che fungevano da cameriere durante i
banchetti non furono più ammesse in casa, e vostra madre,
poverina, era costretta a occuparsi di tutto e a servire a tavola. Il
ruolo di vostro padre durante quegli incontri consisteva soprattutto
nell’assicurarsi che il sake non mancasse mai e fosse ben caldo, ma
i discorsi dei militari lo appassionavano sempre di più e li ascoltava
con la massima attenzione. Dopo qualche tempo si lasciò
coinvolgere nell’intrigo e cominciò ad assumere parte attiva nel
dibattito sulla rivolta che gli ufficiali stavano pianificando. Finché, un
giorno, si esaltarono alla notizia che nel vicino Kyūshū era stata
istituita una nuova base aerea delle Unità speciali di attacco, da cui
decollavano gli apparecchi equipaggiati con bombe e carburante
sufficiente per compiere missioni di sola andata… D’allora in poi,
tutte le volte che era in corso una di quelle riunioni segrete, vostra
madre poteva entrare giusto il tempo per servire cibo e sake. Fu più
o meno in quel periodo che vostro padre, per motivi che a quanto
pare vostra madre non ha mai saputo spiegarsi, prese l’abitudine di
rinchiudersi fino a tarda notte nel suo piccolo studio per leggere
alcuni grossi e pesanti volumi in inglese. Se per lui quei libri erano
tanto importanti, non avrebbe dovuto conservarne almeno qualcuno
nella valigia di pelle rossa, insieme alle lettere?»
«Sì, certo. Difatti l’altro giorno ho scoperto che nella valigia ci sono
il primo e altri due volumi della famosa terza edizione in vari volumi
di The Golden Bough di James Frazer. Per la mia generazione
leggere la traduzione giapponese di quell’opera, pubblicata in
versione ridotta nei tascabili della Iwanami shoten, era una specie di
mania, una cosa da fare a tutti i costi.»
«Perché proprio quel libro?» mi chiese perplessa Unaiko.
«Non ne ho la più pallida idea…» risposi scuotendo piano la testa.
«Poi, purtroppo, suo padre annegò nel fiume in piena e vi
chiudeste nel silenzio; nessuno di voi volle affrontare l’argomento. A
distanza di anni, lei ha scritto Il grido silenzioso ed è diventato uno
scrittore affermato e, nel momento in cui ha dichiarato di voler
scrivere un romanzo sulla vita e la morte del suo povero padre, il
famoso “romanzo dell’annegamento”, sua madre ha cominciato ad
angustiarsi. Rifiutò di concederle il materiale di cui aveva bisogno e
alla fine, volente o nolente, fu costretto a congelare il progetto,
anche se aveva già scritto il prologo. Poi fece sapere a sua madre
che in fondo la valigia di pelle rossa non le serviva più, e lei ne fu
molto sollevata. Ma poco dopo scrisse Il giorno in cui lui mi
asciugherà le lacrime e, stando a quanto mi ha raccontato Asa, la
situazione cambiò in modo radicale. In quel romanzo breve, in buona
parte frutto di pura fantasia, ha trasformato suo padre in un
personaggio grottesco che guida alla rivolta una banda di
strampalati, a bordo di una sgangherata e ridicola carretta di legno. Il
loro scopo è rapinare una banca di Matsuyama per procurarsi il
denaro necessario a finanziare l’insurrezione, ma il protagonista
viene colpito a morte dalla polizia. Sua madre ne fu inorridita,
interpretò quelle pagine come una grave mancanza di rispetto nei
confronti della vostra famiglia e continuò a ripetere a lungo che
rappresentavano un terribile affronto alla memoria di suo padre,
morto in tragiche circostanze. Asa mi ha detto che spesso in quel
periodo si lasciava andare a commenti del tipo: “Ma chi si crede di
essere? Chi o cosa gli dà il diritto di scrivere questa roba assurda e
indecente?”. L’espressione che campeggiava sul volto di sua sorella
mentre mi raccontava tutto questo era incredibile, un’attrice della mia
generazione troverebbe molto difficile, se non impossibile, imitarla.
Non saprei dire se si trattasse di dolore, afflizione o tristezza, ma era
chiaramente qualcosa di molto intenso, che veniva dal profondo. E
stasera, mentre Asa cercava la cassetta che le ho portato, ho notato
emergere sul suo viso quella stessa espressione… Mi dispiace,
forse mi sono spinta di nuovo oltre il lecito, ho esagerato.»
«Non si preoccupi, non c’è problema. Dopo ascolterò di nuovo la
registrazione di mia madre, e immaginerò Asa seduta al mio fianco,
con il viso contratto nell’espressione che mi ha appena descritto.
Che ne dice adesso, giusto per concludere bene la giornata, di bere
un bicchierino insieme a me?»
Mi ero sforzato di apparire carismatico e persuasivo, ma la mia
voce suonava semplicemente pietosa. Versai lo shōchū – era
davvero buono e di ottima qualità – nella tazza più vicina a Unaiko e
abbozzai un sorriso impacciato. Ma lei si alzò dalla sedia senza
berne neanche mezzo sorso.
«Come può immaginare, sua sorella è molto preoccupata per
l’effetto che l’ascolto della cassetta potrà avere su di lei. E devo dire
che anche Masao non è affatto tranquillo. Per favore, non esageri
con l’alcol, stanotte.»
Dopo aver pronunciato quell’ultima frase, Unaiko accennò un
rapido saluto e andò via.
Una volta che iniziavo a bere, avevo l’abitudine (o forse era una
debolezza di carattere) di trangugiare un bicchiere dopo l’altro.
Mentre mi avvicinavo di nuovo alla sedia di fronte agli altoparlanti,
feci una sosta e mandai giù lo shōchū che avevo versato per Unaiko.
Poi, dopo un attimo di esitazione, rinunciai a riempire la mia tazza e
lasciai la fiaschetta di terracotta sul tavolo.

4.

Il mattino seguente mi svegliai molto presto, dopo una notte del


tutto priva di sogni. Erano le sei. Andai in cucina a bere un bicchiere
d’acqua e, quando alzai lo sguardo verso la zona living, vidi Anai
Masao nel giardino sul retro. Era da solo, la testa abbassata e
circondata da un alone di luce dorata che filtrava tra i rami frondosi
del melograno alle sue spalle. Se ne stava seduto sulla pietra
commemorativa su cui era incisa la poesia mia e di mia madre,
incerto e pensieroso, come afflitto dal dubbio. Andai in sala da
pranzo e presi posto al tavolo, in una posizione che mi consentiva di
dirigere lo sguardo in diagonale verso Masao. Tutto era rimasto
come la sera precedente. Afferrai la caraffa di plastica, versai
dell’acqua in una delle tazze da sake – sapeva ancora leggermente
di shōchū – e la trangugiai in un solo sorso. Reiterai la stessa
sequenza diverse volte, avevo una gran sete.
Fuori dalla grande finestra, Masao sollevò la testa e si accorse
che mi ero svegliato. Senza salutarmi, si alzò in piedi e fece il giro
dal lato ovest della casa. Qualche attimo dopo mi giunse all’orecchio
il rumore della chiave nella porta della cucina. Evidentemente era
ancora in possesso del mazzo di chiavi che Asa gli aveva lasciato a
uso del Caveman Group. Entrò, mi salutò con un cenno del capo e si
sedette sulla sedia di fronte a me. Si versò un po’ d’acqua in un
bicchiere che aveva preso in cucina e la mandò giù con un gesto
rapido. Poi si riempì di nuovo il bicchiere fino a metà e versò l’acqua
che restava nella caraffa di plastica nella mia tazza, attento a fare in
modo che ne avessimo entrambi la medesima quantità.
«Se il romanzo che aveva intenzione di scrivere venendo qui non
vedrà mai la luce», mi disse in tono molto franco e diretto, «significa
che toccherà la stessa sorte anche all’opera teatrale alla quale
stiamo tentando di lavorare con la sua collaborazione?»
«A essere sincero non ho avuto neanche il tempo di pensarci»,
risposi con altrettanta franchezza. «Ma devo ammettere che il
proposito di stare qui e riprendere la stesura di quel romanzo,
ricorrendo al materiale che mi sarei aspettato di trovare nella valigia
di pelle rossa di mia madre, non ha più molto senso.»
«Sta dicendo che ha intenzione di interrompere il suo soggiorno
nella valle? Sbaglio o aveva detto che in ogni caso questa sarebbe
stata l’ultima visita ai luoghi della sua gioventù? Sarò molto sincero
anch’io e le dirò quello che penso: dal nostro punto di vista una sua
eventuale rinuncia sarebbe un danno non indifferente. Speravamo
tanto nel suo aiuto, e ce la stavamo mettendo tutta; ma non sarebbe
un duro colpo anche per lei, Chōkō Kogito, impegnato nell’ultimo atto
della sua vita di scrittore? Sua sorella è preoccupatissima:
stamattina mi ha telefonato quando fuori era ancora buio e mi ha
detto che tutto questo rischia di essere per lei una disfatta colossale.
Mi ha parlato delle sue paure, della sua probabile delusione, e mi ha
anche rivelato che ultimamente lei si lascia andare a discorsi sempre
più pessimistici e racconta che si sveglia tutte le mattine all’alba con
la sensazione di essere diventato più fragile e stanco, la mente
assalita da pensieri negativi. Asa è in ansia anche perché crede che
non sia un bene che lei stia da solo in momenti come questi, al
mattino presto dopo il risveglio, e allora mi sono permesso di fare
irruzione a quest’ora per dirle che sono a sua disposizione, sempre
che non le dia fastidio.»
Rimasi in silenzio. Dopo un po’ avvertii una specie di ronzio nelle
orecchie, un sibilo sottile. Nella porzione di foresta che confinava
con il giardino posteriore e costituiva il perimetro della proprietà della
mia famiglia, restavano ancora alcuni antichi alberi di latifoglie che
formavano gruppo a sé e non si erano mescolati con la massa
enorme di conifere, nella fattispecie criptomerie e cipressi hinoki.
Alzai lo sguardo verso quei vecchi alberi coperti di foglie
lussureggianti, la loro chioma verde fulgida e brillante sotto i primi
raggi del sole, un bagliore sfumato di rara bellezza. Da circa
vent’anni, tutte le volte che rimettevo piede alla Casa nella foresta, la
misteriosa quiete di quella grande selva verdeggiante mi permetteva
di cogliere un fruscio magico in fondo alle orecchie e di sentirmi un
tutt’uno con il suono della foresta. E quella mattina, a distanza di
anni, in quella radiosa e immensa distesa di verde mi parve di
sentire di nuovo la «musica» della foresta. Di colpo mi dimenticai
della presenza di Anai Masao ed ebbi l’impressione, nella mia veste
di fragile e vecchio settantenne, di udire il primo verso della poesia di
mia madre sovrapporsi alla flebile melodia che sembrava provenire
dagli alberi: Non hai preparato Kogii a salire su nella foresta…
Nel frattempo, mentre ero immerso in quello stato simile a trance,
Masao aveva assunto lo stesso aspetto cogitabondo di quando era
seduto in giardino sotto il melograno. Aveva un enorme quaderno
appoggiato sulle ginocchia, ma non sembrava intento a leggerlo. Mi
era capitato di vedere una scena molto simile in diverse occasioni,
solo che al suo posto c’era Unaiko.
«Che cos’è quello?» gli chiesi, indicando il grande quaderno.
«Una sorta di “copione del regista”?»
«Non proprio… Ho letto una marea di libri scritti da illustri
esponenti dello shingeki, 2 seguaci del metodo Stanislavskij, ma
devo dire che i miei appunti sono molto semplici e non hanno niente
di troppo rigido e metodico. Li metto nero su bianco così come
vengono, impressioni, pensieri estemporanei. A volte li rileggo dopo
tempo e non ricordo neanche quando li ho scritti e perché. La cosa
più divertente è che spesso le informazioni e gli spunti che pesco
qua e là e trascrivo o fotocopio e incollo direttamente nel quaderno si
rivelano quasi sempre più utili delle mie idee originali. Forse questo
dipende anche dal fatto che una buona parte delle mie creazioni
teatrali è basata su una sorta di stravagante collage di citazioni…»
I miei occhi erano attratti in modo irresistibile dal quaderno che
Masao continuava a tenere aperto sulle ginocchia. Non dava segno
di volermi mostrare quelle pagine, ma d’altro canto nemmeno faceva
nulla per nasconderle. Spiccavano i versi di una poesia, scritti sia in
giapponese sia in caratteri latini, alcune parole sottolineate in rosso
e con note a margine a matita. Quelle pagine erano belle anche solo
a vedersi, possedevano un che di artistico, e avevo come la
sensazione che in quel momento Anai Masao, regista teatrale
pratico e impegnato, mi stesse consentendo l’accesso esclusivo a
un lato diverso del suo mondo interiore.
«Questi versi li ho ricopiati dal prologo del “romanzo
dell’annegamento” che lei ci ha permesso di leggere», mi spiegò
Masao. «Ma non riguardano la scena del sogno. Sono rimasto molto
colpito dalla sua citazione di Eliot, sia in originale sia nella traduzione
in giapponese di Fukase Motohiro, che lei ha analizzato a fondo fin
da quand’era giovane. Mi ha stupito molto il fatto che le parole poste
in epigrafe, almeno nella versione provvisoria che ho potuto leggere,
siano scritte in francese, anche se si tratta di versi di Eliot, che
ovviamente scriveva in inglese. E ho trovato molto interessanti, io
che adesso ho suppergiù l’età che aveva lei quando ha scritto quelle
pagine, le sottili differenze fra le tre versioni in inglese, francese e
giapponese. Tra l’altro mi pare ovvio che abbia fatto ricorso
principalmente alla traduzione di Fukase Motohiro, ma credo abbia
prestato attenzione anche ad alcuni elementi di quella altrettanto
nota di Nishiwaki Junzaburō. Comunque, quello che sto cercando di
dire è che in questo quaderno ho l’abitudine di appuntarmi dettagli
del genere, sull’onda dell’entusiasmo del momento. Ecco, prenda
per esempio i versi in cui Eliot dice: “Traversò gli stadi dell’età
matura e della giovinezza / Entrando nel vortice”. Nella traduzione di
Fukase diventano: “Passò attraverso i numerosi stadi della maturità
e della giovinezza / Entrando nel vortice”. Mentre Nishiwaki li rende
in modo molto più libero: “Uno dopo l’altro, rammentò i giorni della
vecchiaia e della giovinezza / Entrando nel vortice”… Mentre
leggevo il suo manoscritto e le due diverse traduzioni nella nostra
lingua, mi è venuto in mente il termine che Eliot utilizza per indicare
una delle due età della vita: age. Scommetto che anche lei, da
giovane, ha riflettuto a lungo su questa parola e sulla scelta di
Fukase e Nishiwaki nel tradurla rispettivamente con “maturità” e
“vecchiaia”. Inoltre ho provato a tradurre alla lettera dalla versione
francese della poesia di Eliot e ho ottenuto più o meno questo: “I vari
stadi della sua vita passata”… Ora, quello che più mi preme sapere
riguarda il personaggio di Fleba il Fenicio, “morto da quindici giorni”
come scritto nella suddetta poesia. Fleba non aveva ancora molti
anni, forse aveva trascorso una splendida giovinezza e una misera
infanzia… In ogni caso uno dei due traduttori, Fukase, ha scelto di
contrappore il termine “maturità” a “giovinezza”, mentre l’altro,
Nishiwaki, ha preferito “vecchiaia”. Invece in francese si è optato per
un’unica espressione che contemplasse entrambe le età: “I vari stadi
della sua vita passata”… Comunque sia, mentre leggevo il suo
prologo e riflettevo sulla poesia di Eliot, non ho potuto fare a meno di
chiedermi come avrebbe rievocato e descritto i vari stadi della vita
passata di suo padre, morto per annegamento nel fiume in piena
della valle.»
«Intende dire nel “romanzo dell’annegamento”?» chiesi in tono un
po’ assente. Per un breve istante, la declamazione dei versi di Eliot e
gli interrogativi di Masao mi avevano trasportato indietro nel tempo,
in un passato molto lontano.
«Sì… Immagino che per lei, che all’epoca era uno scrittore
giovane e con poca esperienza, rivisitare la vita di suo padre doveva
essere un’impresa molto ardua, o sbaglio?»
«Lei ha letto la parte iniziale, tra l’altro non ancora definitiva, del
mio “romanzo dell’annegamento”, perciò sa bene che non ero
andato oltre il punto in cui mio padre si preparava a partire con la
sua piccola barca, tra le onde del fiume in piena e con Kogii a poppa
che stringeva il timone. Ero ancora giovane, sì… Ora mandiamo il
nastro veloce in avanti ed eccomi qua, circa quarant’anni dopo,
pronto – o forse no – a rimettere mano alla storia là dove l’avevo
interrotta e a finire il romanzo. Lei, se non ho capito male, mi sta
chiedendo come intendo procedere, no? Prima di tutto devo dire che
la sua idea di seguire la genesi stessa del “romanzo
dell’annegamento” attraverso una serie di interviste mi ha mostrato
una nuova via e mi ha fatto sentire più coinvolto che mai. Ha
ragione, scrivere di mio padre e delle varie fasi della sua vita è
un’impresa molto ardua, tuttora e non solo molti anni fa. Quando ero
giovane lo era soprattutto perché non ero in possesso di
un’adeguata esperienza di vita e non era facile rievocare uno a uno i
ricordi di un’altra persona. E, ora che mi ritrovo nella veste di
narratore di quelle stesse vicende, sono diventato un vecchio
scrittore prossimo all’ultimo lavoro della sua vita e non sono in grado
di sovrapporre i miei pensieri a quelli di mio padre, che allora era
molto più giovane di me adesso. All’epoca, quando ho scritto quel
prologo rimasto incompiuto, volevo rispondere a questo genere di
domande: mentre mio padre era portato via dalla corrente e
annegava nel fiume in piena, quali erano i suoi ultimi pensieri? Come
era arrivato a quel punto della sua vita, anno dopo anno? L’altro
giorno, dando un’occhiata alle schede che accompagnavano il mio
manoscritto, mi sono accorto che contenevano appunti scritti sotto
forma di una sorta di cronaca fedele e diretta delle vicende
dell’epoca, compresi alcuni fatti che mi erano stati raccontati in
quegli anni da mia madre e mia nonna: folklore e leggende locali,
episodi relativi alla storia della nostra famiglia e così via. Ma come si
inseriva mio padre in quel contesto? Da dove veniva e qual era la
sua storia? Le sole tracce che avevo a disposizione erano legate al
vago ricordo di conversazioni origliate quando avevo suppergiù tra i
sei e i dieci anni, e l’unica altra opzione che mi restava per riempire i
tanti spazi vuoti era affidarmi alla mia fervida immaginazione di
giovane scrittore. Ma come dare forma ai pensieri e ai ricordi di mio
padre prima dell’annegamento? In che tono e in quale ordine?
All’inizio cercai di affrontare la questione in modo abbastanza libero
e trasversale, per esempio rileggendo Le nevi del Kilimangiaro.
Prima di impegnarmi nella stesura vera e propria del romanzo,
avevo l’urgenza di trovare una strada per incorporare frammenti di
storia e folklore locali – in particolare quelli rimasti esclusi da Il grido
silenzioso – nel tessuto narrativo, uno a uno e con la massima
attenzione, senza ispirarmi a particolari tecniche realistiche ma al
contempo cercando di aderire il più possibile alla situazione storica
dell’epoca. Avevo in mente vari episodi da inserire qua e là al
momento opportuno e mi ero appuntato ogni singola idea sulle
schede. In effetti ero ossessionato soprattutto da questioni di tipo
tecnico: in che modo l’uomo che stava per annegare, mio padre,
avrebbe dovuto rievocare le quasi cinque decadi di vita prima che la
corrente furiosa del fiume se lo portasse via per sempre? Avrei fatto
bene a cominciare con eventi per lui più freschi e vividi, riguardanti
l’età matura – o alla sua relativa vecchiaia che dir si voglia? Va detto
che all’epoca, specialmente in una remota zona di provincia, un
cinquantenne era poco meno che un vecchio… Oppure sarebbe
stato meglio risalire fino ai primi anni della sua vita, iniziata durante
la prima guerra sino-giapponese, 3 e tentare di ricreare episodi della
sua infanzia e della gioventù? Intanto che riflettevo su questioni del
genere e rimuginavo sulle storie che ascoltavo soprattutto da mia
nonna, mi venne in mente che sarebbe stato molto utile trovare un
modo per accertarmi una volta per tutte di alcuni dettagli biografici. E
così, a un certo punto, chiesi ad Asa il favore di fare da tramite per
domandare a nostra madre dove e come avesse conosciuto nostro
padre, e anche per avere notizie circostanziate sul periodo, nella
prima fase del loro matrimonio, in cui lei andò in Cina a trovare una
sua cara amica d’infanzia, la “zia di Shanghai”, e rimase in quella
città molto più del previsto, fino a che mio padre si vide costretto a
raggiungerla per riportarla in Giappone. Già allora tra me e mia
madre si potevano riscontrare i primi segni del dissidio che in seguito
ci avrebbe impedito di frequentarci per diverso tempo. Ma ormai
anche questa è una storia che appartiene a un passato lontano. Ora
tutto sembra essersi risolto in un nulla di fatto, perciò ritengo che
anche per il “romanzo dell’annegamento” non ci sia più niente da
fare, la strada si è interrotta forse per sempre. Ricordo che in quei
giorni la speranza di poter dare un’occhiata al contenuto della valigia
di pelle rossa e trovare quello che cercavo mi pareva un sogno
irrealizzabile… E oggi, a distanza di moltissimi anni, il sogno è
rimasto tale.»
«Sì, la capisco… In effetti sono passati circa quarant’anni, il suo
romanzo è rimasto troppo a lungo dormiente.»
«Quando ho provato a riascoltare la cassetta che Unaiko mi ha
portato ieri sera, ho capito una volta per tutte che sono stato un
povero illuso a credere che mia madre mi avrebbe aiutato a scrivere
un romanzo su un argomento che rischiava di mettere in cattiva luce
il consorte e la sua vita privata. Solo un pazzo, o al limite un
inguaribile ottimista, poteva pensare che avrebbe ceduto e mi
avrebbe consegnato la valigia con il suo contenuto originale per far
sì che potessi rimettere mano al “romanzo dell’annegamento”. Asa
sapeva tutto fin dall’inizio, ma ha preferito non dirmi niente per dieci
lunghi anni. In fin dei conti mia madre e mia sorella mi hanno tenuto
sotto scacco: quando quelle due facevano lega non ce n’era per
nessuno.»
«Le sue parole mi riportano alla mente una cosa che ho detto a
sua sorella e a Unaiko un po’ di tempo fa, prima della sua decisione
di tornare nella valle. Non me ne voglia, all’epoca la situazione
appariva complicata, lei sembrava molto indeciso e mi sono solo
sfogato. Comunque, ho detto più o meno questo: “Mi chiedo se non
sia stato proprio il desiderio di Chōkō Kogito di riscrivere la storia del
nostro paese in quegli anni cruciali, creando una realtà alternativa in
cui suo padre fosse una sorta di eroe decaduto, a compromettere
già in partenza l’intero progetto”. Purtroppo la situazione non sembra
essersi messa al meglio, ma non vorrei darle l’impressione di cedere
al pessimismo né, peggio ancora, di voler prendere le cose alla
leggera. Quello che intendo dire è che, se anche il “romanzo
dell’annegamento” resterà incompiuto in eterno, continuerò a
ritenere molto bella e interessante la sua idea di giovane scrittore di
raccontare la storia di suo padre facendo riferimento a La morte per
acqua di Eliot. Preso dalla corrente del fiume, come affiorava e
affondava, traversò gli stadi dell’età matura e della giovinezza…
Sarebbe stato illuminante vedere come un romanziere del suo
calibro avrebbe sviluppato e messo in prosa i versi del grande
poeta… In “termini di metodologia” – usando un’espressione alla
quale lei ricorreva spesso intorno ai quarant’anni, per la “gioia” di
alcuni critici letterari suoi detrattori – credo sarebbe stata una delle
imprese più importanti della sua carriera.»
«A dire il vero, quando ero un giovane scrittore e mi accingevo a
scrivere il “romanzo dell’annegamento”, certi critici letterari ce
l’avevano con me proprio perché rifiutavo l’approccio metodologico e
a loro dire non facevo altro che trasporre la mia vita privata nella
forma del romanzo, senza particolare sforzo. La scelta di ricorrere in
qualche modo al “romanzo dell’io” rendeva indispensabile quella
valigia di pelle rossa: avevo un bisogno disperato del suo contenuto,
e la situazione non è cambiata. L’anno in cui mi iscrissi all’università
e mi trasferii a Tōkyō, tornai a casa per partecipare a una cerimonia
commemorativa in onore di mio padre, e mia madre si lasciò andare
a una scherzosa battuta dicendo che forse un giorno sarei diventato
uno scrittore e avrei scritto un romanzo basato sul materiale
contenuto nella famosa valigia di pelle rossa… Non l’avesse mai
detto! Forse solo mia sorella aveva previsto ogni cosa fin dall’inizio,
lei che sa sempre tutto… A proposito di Asa, c’è ancora un po’ di
quell’ottimo shōchū che mi ha mandato ieri sera. Che ne dice di
finirlo insieme?»

1 «Meiji» – scritto con due caratteri cinesi che significano «governo illuminato» – è il
termine che designa il periodo storico che va dal 1868 al 1912. Il nome fu scelto, secondo
consolidata prassi, dall’imperatore Mutsuhito al momento dell’ascesa al trono. Tra il 1866 e
il 1869 diverse insurrezioni su scala nazionale condussero alla restaurazione del governo
imperiale (Restaurazione Meiji), segnando la fine dello shogunato Tokugawa e innescando
un processo di radicale mutamento nella struttura sociale e politica del paese, nonché
determinando l’apertura del Giappone all’Occidente. [n.d.t.]
2 Teatro giapponese moderno di ispirazione occidentale, sorto intorno agli inizi del
Novecento. [n.d.t.]
3 1894-1895. [n.d.t.]
5.
Le «grandi vertigini»

1.

Asa non si faceva viva da diversi giorni e non avevamo ancora


avuto modo di parlare della sconvolgente registrazione audio di
nostra madre. Unaiko, che da quella sera si era fermata a casa sua,
mi aveva informato che avrebbe provveduto personalmente a
portarmi i pasti, mentre mia sorella si sarebbe dedicata ai propri
impegni, che aveva trascurato dopo il mio arrivo alla Casa nella
foresta. Quanto a me, ormai avevo deciso in via definitiva di lasciare
la valle. Ero consapevole che quello avrebbe potuto essere il mio
ultimo soggiorno in quei luoghi, perciò avevo bisogno di qualche
tempo per sistemare le mie cose e sgombrare per sempre la casa.
Un giorno chiesi a Unaiko di riferire a mia sorella che avevo
intenzione di tornare a Tōkyō all’inizio della settimana successiva.
Non appena le fu annunciata la notizia, Asa mi telefonò e mi disse
che sarebbe passata da me per discutere di alcune questioni
pratiche.
«Ho sentito Chikashi poco fa», esordì, senza neanche salutarmi.
«Mi è sembrata molto tranquilla, come al solito. Quando le ho detto
che non sei riuscito a trovare il materiale di cui avevi bisogno per
completare il “romanzo dell’annegamento”, che ovviamente
costituiva lo scopo principale della tua venuta nello Shikoku, ha
risposto così: “Ah, va bene, scommetto che sta già facendo armi e
bagagli e che tra poco tornerà a casa”. Ci tengo a dirti che l’ha presa
bene e con calma solo perché ero preoccupata che la decisione di
abbandonare un lavoro importante potesse causare problemi
economici alla tua famiglia, ma Chikashi mi ha subito rassicurata
affrontando l’argomento di sua iniziativa e in totale schiettezza. Mi ha
spiegato che le entrate provenienti dalle edizioni tascabili dei tuoi
libri e dalla cessione dei diritti di traduzione all’estero sono in netto
calo, ma che per fortuna continui ad avere una rubrica fissa in un
noto quotidiano e a tenere conferenze in piccoli posti da cui ricavi
saggi che una rivista pubblica sistematicamente garantendoti un
buon compenso. Ha voluto precisare che in fondo è sempre andata
così per gli scrittori di letteratura pura e non di semplice
intrattenimento, soprattutto nelle fasi finali della carriera. So che te
l’ho già detto un’infinità di volte, ma sei stato molto fortunato a
sposare una donna come Chikashi. Tua moglie è una persona
magnifica, non ce ne sono molte come lei. Ora, scusami se cambio
argomento, ma sono venuta qui anche per parlare della cassetta che
ti ho fatto recapitare qualche giorno fa. Conoscendo a memoria il
contenuto, ovviamente mi sono sentita un po’ in colpa quando ho
deciso di fartela ascoltare. È per questo che insieme alla cassetta ti
ho mandato anche una bottiglia di shōchū: ho pensato che ti
avrebbe aiutato ad alleviare la sofferenza, anche se ormai hai perso
l’abitudine di bere alcolici forti. Ero molto in ansia per l’impatto che
l’ascolto di quella registrazione avrebbe potuto avere sul tuo stato
emotivo, ma poi Masao, che è venuto qui da te il mattino dopo, mi ha
detto che gli eri parso lucido e vispo, e così mi sono tranquillizzata.
Eppure mi sono un po’ pentita di averti fatto avere quella fiaschetta
di shōchū, dopo il tuo coraggioso ed efficace tentativo di chiudere
con l’alcol ad alta gradazione. Prima, quando sono entrata, ho
temuto fortemente di trovare la cucina disseminata di bottiglie vuote
di Scotch scadente, di quello che oggigiorno ci si può procurare
dappertutto, anche al piccolo supermercato di un villaggio sperduto
tra le montagne com’è il nostro. Ti confesso di aver provato un gran
sollievo quando ho dato un’occhiata di là e l’unica bottiglia in vista
era quella che ti ho mandato io. Comunque più tardi verrà di nuovo
Unaiko a portarti la cena. Spero non ti dispiaccia, ma potrai
concederti un altro piccolo strappo alla regola, perché le darò anche
della buona birra fredda. Ho pensato che potreste bere un paio di
bicchieri insieme, mentre conversate. Ora che il tuo progetto è
svanito, immagino che anche la collaborazione con il Caveman
Group sia da ritenersi conclusa, perciò è ovvio che Unaiko vorrà
parlarti di un po’ di cose. E, nella speranza che il tuo umore possa
migliorare, credo che trascorrere un’ultima serata con lei sia molto
meglio che startene a chiacchierare con la tua anziana sorella, dico
bene?»

2.

Unaiko si presentò alla nostra cena d’addio indossando


un’elegante tenuta estiva: una camicetta a fiori dai colori tenui e una
gonna lunga e ampia. Di solito, e specie in occasione della recente
prova, l’abbigliamento molto casual e funzionale le conferiva un’aria
da tecnico di scena più che da attrice, ma quella sera, finalmente
libera dagli «abiti da lavoro», sembrava molto più giovane, quasi una
ragazzina (più o meno come quando l’avevo incontrata per la prima
volta lungo il canale nei pressi di casa mia a Tōkyō). Asa aveva
preparato diverse pietanze semplici e appetitose, utilizzando
prosciutto, würstel e verdure selvatiche che aveva raccolto lei stessa
nei dintorni e fritto in olio abbondante. Unaiko mangiò tutto con gusto
e non si astenne dall’alcol. Forse, per rassicurarmi, mi disse subito
che non reggeva più di tanto le bevande alcoliche e che si era
messa d’accordo con Masao perché passasse a prenderla un paio
d’ore dopo, alla fine della serata.
Come sempre era di buon umore e molto loquace. Il suo
atteggiamento mi aiutò a superare lo stato di depressione che mi
attanagliava da diversi giorni e, come per magia, mi ritrovai a
chiacchierare con lei in assoluta cordialità. Sulle prime mi rivolse la
parola nel suo consueto tono calmo e inoffensivo, ma in breve
tempo, come tutte le altre volte, passò a maniere molto più decise e
cominciò a esprimere con estrema franchezza tutto ciò che aveva in
mente.
«Suppongo non le piaccia tornare su argomenti superati, ma c’è
un’immagine del suo sogno ricorrente che non riesco a togliermi
dalla testa: la scena in cui suo padre è nella piccola barca sul fiume
in piena e viene trascinato via dalla corrente. Nel sogno, come ha
scritto nel prologo del “romanzo dell’annegamento”, lei riesce a
vedere distintamente ciò che suo padre indossa perché la luna piena
spunta dalle nuvole e illumina il paesaggio sottostante, giusto?»
«Sì, in quel momento la visibilità è perfetta…»
«E tutte le volte che ha fatto quel sogno, in tutti questi anni, i
dettagli non sono mai cambiati?»
«No, mai. Il sogno è sempre lo stesso, è quasi come guardare una
vecchia fotografia in bianco e nero fissa nella mia testa. Può darsi
sia per questo che ho la netta sensazione che la scena della barca
nel fiume in tempesta sia accaduta nella realtà.»
«A proposito dei vestiti di suo padre, che cosa indossava
esattamente? Asa mi ha detto che aveva indosso un tipo di uniforme
che i civili usavano portare durante la guerra, ma non si è spinta
oltre. Le dispiacerebbe dirmi qualcosa in più? Nella versione teatrale
de Il giorno in cui lui mi asciugherà le lacrime, per esempio, suo
padre era un veterano di guerra e indossava una comune divisa
militare.»
«Innanzitutto l’uniforme civile era color cachi. In tempi di guerra
tutti i civili dovevano indossarla. Nel sogno, mio padre era vestito
con quell’uniforme e portava anche un berretto militare. Teneva la
valigia di pelle rossa ai suoi piedi.»
«Sua madre, nella cassetta, afferma che all’inizio suo padre si
limitava più che altro ad ascoltare i discorsi dei giovani ufficiali suoi
ospiti, in qualità di semplice cittadino privato. Poi, man mano che la
natura cospiratoria di quegli incontri acquisiva concretezza, cominciò
a sviluppare un interesse diretto e si lasciò coinvolgere nel
complotto. E la ragione per cui quella sera di tempesta decise di
scappare andrebbe individuata nel suo timore che la scellerata
azione rivoltosa fosse ormai prossima alla realizzazione. A me, se
devo essere sincera, il comportamento di suo padre appare del tutto
naturale. Nel suo sogno si presenta come un normale essere
umano, sensibile e in possesso delle piene facoltà mentali, a
differenza del suo corrispettivo patetico e grottesco ne Il giorno in cui
lui mi asciugherà le lacrime. Mi sbaglio, forse?»
«No, è proprio così. Qualche giorno fa mi sono lasciato trasportare
dalla commozione e mi sono messo a cantare in tedesco, ma questo
non cambia la mia opinione su quel romanzo breve che ho scritto
tanti anni fa. Era un lavoro molto immaturo. Ora, con il senno di poi,
posso dire che l’unico elemento positivo è il modo nel quale la madre
critica la sconsideratezza infantile delle attività in cui il marito e il
figlio si lasciano coinvolgere.»
Unaiko, che evidentemente cominciava a sentirsi un po’ alticcia,
mi guardò con un’espressione di puerile stupore, sembrando come
al solito molto più giovane dei suoi anni. «Signor Chōkō», mi disse,
«ma nel “romanzo dell’annegamento” voleva o non voleva ritrarre
suo padre, deciso ad affrontare il fiume in piena con la sua piccola
barca, come un uomo nelle sue piene facoltà mentali?»
«Certo che lo volevo. E mentre continuavo ad aggrapparmi
all’innocente convinzione che mio padre stesse per intraprendere
un’azione eroica, intendevo anche raccontare quella tragica notte sul
fiume in tempesta come parte di una precisa sequenza di eventi che
sarebbe dovuta culminare in una rivolta o qualcosa di simile. Il mio
sogno ricorrente riflette la prospettiva molto idealizzata di un
ragazzino che credeva con tutto il cuore che il padre stesse per
compiere un atto eroico. Volevo scrivere il romanzo dal punto di vista
di quel ragazzino, doveva essere il racconto in retrospettiva della vita
di suo padre, mentre affiorava e affondava preso dalla corrente del
fiume, prima di entrare nel vortice. Ecco che cosa doveva essere il
“romanzo dell’annegamento”.»
«Ne Il giorno in cui lui mi asciugherà le lacrime, la madre è
scettica e diffidente dall’inizio alla fine, ma il padre appare
indubbiamente come un elemento chiave e indispensabile nella
rivolta dei giovani ufficiali, per cui credo sia inevitabile che il figlio lo
guardi come una specie di eroe.»
«Ho concepito quel racconto dopo aver abbandonato il progetto
del “romanzo dell’annegamento” a causa della mancata
collaborazione di mia madre. Penso che il mio risentimento sia fin
troppo chiaro in quelle pagine surreali e grottesche che ho scritto in
risposta all’occasione mancata.»
«Comunque sia, alla fine della storia la madre emerge come il
personaggio più puramente umano e realistico. È l’unica che osa
dissentire quando il figlio insiste nel sostenere che il padre è andato
incontro a una morte eroica. Nelle sue intenzioni era così fin
dall’inizio? Voglio dire, la madre doveva essere la sola persona
lucida e razionale di tutta la storia?»
«No. A essere sincero, quando ho scritto quel racconto non ho
badato più di tanto al fatto che una sola persona fosse dotata di
piena sanità mentale e tutte le altre avessero perso il senno. I vari
personaggi avrebbero dovuto avere lo stesso peso nell’economia del
racconto: il padre malato di cancro nella sua carretta di legno, il
ragazzino con il finto cappello militare, gli ufficiali che cantavano a
squarciagola in tedesco e così via.»
«Io non sono un’intellettuale, anzi sono una persona molto
semplice e ingenua, ma mi chiedo se dietro la sua scelta non ci
fosse un significato preciso, qualcosa che riguardava la sfera sociale
e politica… Comunque sia, lei è venuto qui per dedicarsi al “romanzo
dell’annegamento”, che spesso ha definito personalmente l’“ultimo
lavoro della vecchiaia”. Ora tutti sappiamo come è andata a finire,
ma, se fosse andato avanti, non esisteva forse la possibilità che il
risultato si rivelasse assai simile a quello de Il giorno in cui lui mi
asciugherà le lacrime? Non credo che l’epilogo del romanzo avrebbe
raccontato una rivolta, né con ogni probabilità avrebbe indicato quale
fosse la cosa più importante. Alla fine l’uomo annegato, suo padre,
al di là dei ricordi e degli aneddoti che avrebbe raccontato con la
propria voce, non sarebbe stato risucchiato lo stesso nel vortice? Il
buio, la morte… Mi corregga se sbaglio, ma non credo sarebbe stato
possibile un finale diverso. Ora, mi scusi se oso esprimere
un’opinione personale ma, nel caso lei non avesse deciso di
abbandonare il “romanzo dell’annegamento”, penso che sarebbe
stato molto interessante evitare un anticlimax tragico e puntare a
qualcosa di diverso. Per esempio, suo padre avrebbe potuto
raggiungere miracolosamente la riva, sfuggire alla polizia e ai soldati
che lo inseguivano e portare a effettivo compimento la rivolta. So
benissimo che nei giorni seguenti alla resa del Giappone nell’estate
del 1945 non avvenne niente del genere, ma ho pensato che
aggiungendo un evento drammatico e inaspettato, a maggior
ragione trattandosi del suo “ultimo lavoro della vecchiaia”, la trama
avrebbe potuto beneficiarne. Sarebbe stato un finale molto diverso
da quelli cui ci ha abituato in tutti questi anni, sempre poco esaltanti
e all’insegna dell’anticlimax. L’altra sera, mentre ascoltava la
registrazione di sua madre, lei si è reso conto una volta per tutte del
fatto che suo padre scappò via dal villaggio perché era terrorizzato
all’idea di ciò che sarebbe potuto accadere. E, mentre cercava di
fuggire affrontando il fiume in piena, la sua piccola barca si
capovolse e annegò… Ma forse è inutile parlarne, visto che a quanto
pare il “romanzo dell’annegamento” non vedrà mai la luce. Anche in
questo, mi scusi se mi permetto, non si denota forse la sua tendenza
estrema e inveterata a prediligere l’anticlimax e i finali poco
esaltanti? Asa è stata malissimo quando ha constatato la sua grande
delusione per non essere riuscito a trovare le informazioni e i dettagli
reali di cui aveva bisogno per scrivere il romanzo. Era mortificata,
come se le dovesse delle scuse innanzitutto per averle consegnato
la valigia di pelle rossa, perché sapeva già quale sarebbe stato il
risultato. Ma poi deve aver capito che non poteva andare
diversamente e che non c’era niente che potesse fare per cambiare
il corso delle cose. Io credo che Asa stesse semplicemente
cercando di forzare il suo caro fratello ultrasettantenne – che si era
creato una falsa immagine eroica del padre morto annegato e che
continua a fare tutt’oggi un sogno ricorrente su quella tragica notte in
cui aveva solo dieci anni – ad affrontare una volta e per sempre la
realtà e a recuperare la piena lucidità. Ho aiutato sua sorella a farle
ascoltare quella cassetta, perciò in parte mi sento anch’io
responsabile e credo sia assurdo che lei abbia deciso di
abbandonare il progetto del romanzo. Da quello che ho potuto
capire, suo padre non aveva un ruolo attivo nella rivolta. Ho avuto
l’impressione che fosse più che altro un vecchio e cocciuto
campagnolo di provincia preoccupato per quello che i suoi temerari
amici stavano complottando, al punto da sentirsi costretto a
scappare il più in fretta possibile con la sua piccola barca.»
Unaiko stava esagerando? Come reagii alle provocazioni della
mia giovane interlocutrice ormai in evidente stato di ebbrezza? Mi
inalberai e diedi vita a una scenata coi fiocchi, come un vecchio
scorbutico? No, niente di tutto questo. Conservai la massima calma.
Seduto lì, al tavolo della sala da pranzo, e circondato dal suono
vibrante della foresta, percepii che il mio umore oscillava tra
un’insopprimibile voglia di ridere e una ripida discesa nella
malinconia. Mi sentivo stranamente appagato, non ravvisavo
neanche il bisogno di riempirmi il bicchiere di birra.
Alla fine della serata ci raggiunse Masao, che non si scompose
affatto nel vedere Unaiko in preda ai fumi dell’alcol, quasi che vi
fosse abituato. Ma, lungi dal trasmettermi un senso di liberazione, il
suo arrivo mi provocò un’inattesa tristezza.
3.

Il giorno seguente Anai Masao mi portò la colazione a tarda ora,


dicendomi che Unaiko era ancora a letto con i postumi della
sbronza. Mentre mangiavo, Masao diresse lo sguardo verso il
giardino posteriore e prese a fissare la pietra commemorativa con la
poesia mia e di mia madre. Dopo un po’ cominciò a parlare e disse
che Unaiko gli aveva chiesto di rivolgermi una domanda che aveva
dimenticato di farmi la sera prima. Masao mi raccontò che tempo
addietro si era imbattuto in un ex collega di università che insegnava
giapponese in un liceo locale e che insieme avevano deciso di
intraprendere un progetto: una serie di letture drammatiche e
performance teatrali basate su romanzi moderni e contemporanei
allestite dal Caveman Group presso le scuole medie e i licei della
zona. Durante l’estate, in vista del nuovo quadrimestre, avevano
stilato un programma incentrato su un’offerta didattica alternativa, ed
era a questo che faceva riferimento la domanda che Unaiko avrebbe
voluto porgermi.
«Ogni singola performance avrà una durata di circa novanta minuti
e sarà suddivisa in due parti», mi spiegò Masao. «Nella prima sarà
presentata la storia, mentre nella seconda si darà spazio alle
domande degli studenti. La nostra idea è di dare forma a una specie
di dibattito, che a conti fatti amplificherebbe l’aspetto drammatico e
teatrale dell’evento. In precedenza abbiamo già effettuato
performance di questo tipo, imperniate su romanzi e racconti molto
noti: Una notte sul treno della Via Lattea di Miyazawa Kenji, Ragazzi
nel vento e Le quattro stagioni dei bambini di Tsubota Jōji, Kappa di
Akutagawa Ryūnosuke e altri. Quest’anno ci hanno chiesto di fare Il
cuore delle cose di Natsume Sōseki, e attualmente siamo impegnati
nei preparativi. Uno dei nostri attori principali interpreterà il ruolo del
maestro, focalizzandosi sulle parti dialogate e la lettera d’addio,
mentre un altro darà voce ai dialoghi e al monologo interiore dello
studente io narrante. Ai giovani attori del gruppo spetteranno alcune
parti minori e soprattutto compiti di assistenza. In questo preciso
momento stiamo lavorando alla stesura del copione, basata su una
versione ridotta del romanzo, ed è proprio un aspetto relativo al
nostro possibile adattamento che ha destato fin dall’inizio le
preoccupazioni di Unaiko…»
Masao fece una pausa e aprì uno dei grandi quaderni che portava
sempre con sé. Stavolta non sembrava lo stesso della volta
precedente, quello che conteneva gli appunti per il nuovo dramma
del Caveman Group, ma un altro molto simile che probabilmente
condivideva con Unaiko. Aveva anche un volumetto delle Opere
complete di Sōseki della Iwanami shoten, che aprì subito dopo.
«Verso la fine del romanzo», continuò, «stiamo incontrando una
certa difficoltà dove si parla della morte dell’imperatore Meiji. Se per
lei va bene, gliela leggo un attimo ad alta voce: “Poi, nel pieno
dell’estate, è morto l’imperatore Meiji. Ebbi l’impressione che lo
spirito dell’epoca Meiji avesse avuto inizio con l’imperatore e fosse
finito con lui. Fui sopraffatto dalla sensazione che io, come chiunque
altro cresciuto in quell’epoca, fossi rimasto indietro, a vivere come un
anacronismo. Ne parlai a mia moglie, e lei sorrise senza prendermi
sul serio. Poi mi disse una frase curiosa, quasi per burla: ‘Bene,
allora commettere junshi è la soluzione del tuo problema, vale a dire
che seguirai il tuo signore nella tomba’”. Mentre stavamo lavorando
alla sintesi della parte che contiene la lunga lettera d’addio del
maestro, che in pratica racconta la storia della sua vita, Unaiko
leggeva il testo e io lo ripetevo mettendoci una certa enfasi. A un
certo punto lei ha assunto un’aria pensierosa e mi ha posto una
domanda, alla quale però non ho saputo dare risposta. Ecco perché
era intenzionata a rivolgerla anche a lei ieri sera, ma se n’è
dimenticata e mi ha chiesto di fare da tramite. Dunque, la domanda
è questa: “Se è vero che ciò che Sōseki definisce lo ‘spirito
dell’epoca Meiji’ permeava l’intero regno dell’imperatore Meiji, allora
ogni singolo individuo che visse durante quel periodo ne era
imbevuto?”. Può sembrare una domanda semplice e banale, eppure
né Unaiko né io siamo riusciti a darci una risposta soddisfacente,
ecco perché ci teniamo molto a conoscere la sua opinione. Entrambi
siamo stati d’accordo nell’individuare una certa similitudine con le
particolari variazioni di cui lei parla nella Trilogia della strana
coppia. 1 Il maestro di Sōseki si sente emarginato rispetto alla sua
epoca, e decide fin da principio di vivere come se fosse morto. Ma
persino uno come lui è in grado di evitare l’influenza dei suoi tempi,
in altre parole lo “spirito dell’epoca Meiji”?»
«È una domanda molto interessante, per nulla semplice e banale.
Sarà un caso, ma spesso anch’io mi chiedevo la stessa identica
cosa quand’ero giovane e non riuscivo mai a trovare una risposta
che mi soddisfacesse. Ora, invece, la risposta mi affiora alla mente
con sorprendente chiarezza e rapidità. Può sembrare paradossale,
ma a mio avviso sono in particolare coloro che tentano di vivere in
un modo che si discosti dalla propria epoca, e anche dai propri
contemporanei, a essere maggiormente influenzati dallo spirito del
tempo in cui sono nati. Di solito i miei romanzi sono popolati da
personaggi che vivono perlopiù in un loro mondo privato, eppure il
mio scopo principale è quello di esprimere in qualche modo lo spirito
dell’epoca in cui la storia è ambientata. Non sto rivendicando alcun
merito speciale per questo mio approccio, per carità – tra l’altro la
mia popolarità è in netto calo, come ha sottolineato lei stesso un po’
di tempo fa –, ma indubbiamente è un elemento immancabile nei
miei libri. Potrà suonare come un’esagerazione, ma se dovessi
smettere di scrivere e morire non posso fare a meno di pensare che
per me sarebbe come commettere junshi, nel senso che seguirei
nella morte la mia epoca e i princìpi per cui mi sono sempre
battuto.»
«Mi scusi, ma sta facendo allusione alla sua fine come a qualcosa
che accadrà in un futuro il più possibile lontano? O per caso è pronto
ad azzardare una data, magari sulla base di un presentimento o
qualcosa del genere?»
«Questo è un altro degli incredibili quesiti di Unaiko, o per caso
l’ha pensato lei in questo istante?»
Nel tono della mia replica c’era un chiaro intento di fare il verso
alla domanda scherzosa di Masao, come a voler stemperare la
tensione che nel frattempo si stava accumulando.
«A proposito», disse lui, mostrando subito di voler cambiare
argomento, «ha già ultimato i preparativi per rientrare a Tōkyō? Che
programmi ha per oggi? Asa mi diceva che aveva intenzione di
andare in perlustrazione nei dintorni per studiare i luoghi in cui
ambientare il suo romanzo, prima che decidesse di abbandonare il
progetto. Io avevo già fatto qualche ricerca preliminare: che ne dice
di fare due passi fino al fiume Kame? Da queste parti lei ormai è un
forestiero, forse anche più di me, ed è probabile che un eventuale
incontro con gli abitanti del posto desterebbe una reciproca
sorpresa. Però la gente di qui sa bene chi è lei, qualcuno potrebbe
riconoscerla e non è da escludere che voglia scambiare quattro
chiacchiere, e forse sarebbe imbarazzante reagire facendo finta di
niente e tirando dritto. Perciò, ecco che cosa ho pensato: se
qualcuno dovesse tentare di avvicinarsi e rivolgerle la parola, io
potrei replicare con un saluto gentile e lei potrebbe limitarsi a un
lieve e rapido inchino del capo, così da lasciare intendere che
abbiamo una certa fretta. Che ne dice, può andare? Facciamo una
prova? Sono sicuro che non avremo problemi.»
Quella mattina Anai Masao era venuto da me con in mente un
piano ben preciso, ormai non avevo dubbi.
«Se lei è d’accordo», continuò, «potremmo fare una nuotata dalle
parti delle “Rocce Spose”, dove una volta da bambino ha rischiato di
annegare dopo aver infilato la testa in una fessura per osservare un
piccolo banco di leucischi. Prima che lei arrivasse da Tōkyō, Suke &
Kaku hanno manifestato l’intenzione di visitare i posti descritti nei
suoi romanzi e hanno fatto un’immersione intorno a quelle rocce.
Quando sono tornati, hanno raccontato di aver visto quei pesci
nuotare in quello stesso tratto di fiume! Non le sembra incredibile?»
Masao e io indossammo il costume da bagno, una T-shirt e
pantaloncini e ci incamminammo lungo la stradina in discesa che
portava al fiume. Le vacanze estive erano terminate e la scuola era
già ricominciata, prima che altrove, dal momento che era prevista
come sempre una nuova pausa in concomitanza con il periodo di
picco della stagione agricola. In giro non si vedeva l’ombra di un
ragazzino, né per la strada che si snodava lungo il fiume né per
quella che correva tra le file di case a monte degli argini. E non
c’erano nemmeno adulti pronti a salutarci. Se mai mi fossi imbattuto
in uno dei miei vecchi conoscenti, è ovvio che avrebbe avuto
sessanta o settant’anni, forse anche di più, ma quella mattina non
c’era nessuno in circolazione, era come se tutti gli esseri umani
fossero scomparsi dal villaggio. In fila indiana, io e Masao
scendemmo una rampa di scale che portava sul greto del fiume. Non
c’era anima viva nelle vicinanze delle Rocce Spose, che un tempo
durante la stagione estiva costituivano uno dei luoghi più popolari di
tutta la zona per fare il bagno. Ma ormai i ragazzi erano abituati a
nuotare in piscina, a scuola. La famosa roccia da cui prendeva il
nome quel piccolo lembo di terra in riva al fiume era in pratica un
enorme masso a forma di piramide, la cui parte emersa raggiungeva
un’altezza di circa tre metri. In passato ce n’era un’altra molto simile
giusto accanto, una roccia gemella, ma diversi anni prima, quando il
materiale da costruzione scarseggiava, la metà della «coppia» era
stata fatta saltare con la dinamite e ridotta in frantumi per ricavare
pietrame da utilizzare nella costruzione di un nuovo ponte di
cemento ormai in stato di abbandono. Secondo una credenza locale,
quella roccia rimasta sola era vista un po’ come un simbolo di
separazione coniugale, e qualcuno pensava fosse per questo che
nella zona ci fosse una discreta concentrazione di vedove, mia
madre compresa. Col tempo si era formata una sorta di piscina
naturale abbastanza profonda, lì dove la roccia superstite frenava il
corso della corrente, e così il posto era diventato una meta estiva
molto frequentata dagli abitanti dell’intera area. Era proprio quella la
«piscina naturale» dove molti anni addietro, in quella notte di
tempesta, il fiume in piena aveva trascinato via mio padre e la sua
piccola barca…
Masao e io ci liberammo di maglietta e pantaloncini e ci
immergemmo nell’acqua fino ai fianchi, dopo di che ci voltammo
nello stesso istante verso la grande roccia. Risalendo piano la
corrente, diressi lo sguardo alla foresta sulla riva opposta. Gli alberi
torreggiavano dritti e maestosi, più alti di quanto ricordassi, e i loro
rami sporgevano robusti e armoniosi, copiosamente adorni di
fogliame. In generale l’intero paesaggio appariva molto più prospero
e salubre rispetto agli anni del dopoguerra, quando la foresta che
circondava la valle versava in uno stato di fiacchezza assoluta, da
troppo tempo trascurata. Da allora, nel corso di oltre mezzo secolo,
gli alberi avevano riacquisito a poco a poco la loro vitalità, in modo
inversamente proporzionale all’esodo in massa dei giovani che
lasciavano la valle.
Quando il livello dell’acqua ci arrivò più o meno al petto, Masao e
io cominciammo a nuotare a stile libero in direzione della grande
roccia. Indossavo gli stessi occhialini che usavo da molti anni in
piscina a Tōkyō. Quando fummo giunti in prossimità della roccia, ci
aggrappammo alla sua parte sommersa e restammo un poco fermi
per riprendere fiato, esattamente come facevo quand’ero bambino.
Masao, che non aveva occhialini, mi fissò con occhi arrossati e mi
disse in leggero tono di scherno: «Da qualche parte ha scritto di aver
imparato a nuotare da autodidatta, leggendo manuali in inglese e in
francese. Ora, dopo aver visto il suo stile libero, ho capito che era la
pura verità».
«Sì, quel metodo mi ha aiutato indubbiamente a migliorare il mio
stile molto personale…»
«Sul lato destro, procedendo per circa un metro lungo la roccia e
guardando sott’acqua, è possibile scorgere un’ampia fenditura verso
la base. Lei la ricorda bene, no? Suke dice che la fessura è larga
abbastanza perché un bambino possa infilarci dentro la testa con
facilità. Sappiamo come è andata a finire l’ultima volta che ci ha
provato… Ma forse ora potrebbe fare un nuovo tentativo,
ovviamente senza spingersi più di tanto all’interno. Magari, dopo
tanto tempo, avrà modo di rivedere un bel banco di leucischi.»
Seguendo le istruzioni di Masao, avanzai molto adagio rasente
alla parete della roccia, controcorrente. Spesso da bambino, quando
cercavo di procedere in quello stesso modo, la forza dell’acqua che
si infrangeva senza sosta contro la roccia mi costringeva a mollare la
presa e mi spingeva via, rendendo vano il mio tentativo. Invece quel
giorno, ricorrendo alle tecniche natatorie che avevo affinato durante i
lunghi anni in piscina, riuscii a cavarmela tenendo le gambe molto
divaricate e le punte dei piedi orientate verso l’esterno, così da
opporre resistenza alla corrente. In quel momento mi resi conto che
ero in grado di sfidare la natura grazie all’abilità acquisita con
l’esperienza, nonostante la debolezza fisica che mi rammentava
inesorabilmente il passaggio degli anni. Non appena ebbi raggiunto il
punto che ben ricordavo, mi immersi sott’acqua e provai a
incunearmi tra le due lastre rocciose, ma la mia testa di adulto era
troppo grande e non ci fu niente da fare. Almeno riuscii a intravedere
l’acqua scintillante nella grotta che si apriva ampia e luminosa oltre
la fessura. Lasciai che il naturale e intenso movimento dell’acqua mi
sbatacchiasse di qua e di là per qualche secondo, dopo di che
piantai con forza i piedi sul fondo del fiume, feci dietro-front e tornai
da Masao nuotando a stile libero.
«Dopotutto era scontato che la sua testa non sarebbe entrata
nella fessura», disse. «Forse conviene abbassare le pretese e
puntare semplicemente a dare un’occhiata dall’esterno,
appostandosi in prossimità della grotta. In questo modo credo che le
garanzie di successo saranno molto più elevate.»
Concentrai gli sforzi sul nuovo obiettivo e tornai verso la fessura
nella roccia. Finalmente, attraverso i miei preziosi occhialini graduati,
mi si spalancò davanti una scena dal forte sapore nostalgico: nella
grotta illuminata da una debole luce azzurrognola, decine di leucischi
nuotavano disperati nell’inane tentativo di risalire la corrente,
restando praticamente fermi nello stesso punto. I loro occhi neri sui
lati del capo blu argento ruotarono per un breve attimo nella mia
direzione, come se si fossero accorti della mia presenza. Restai
immobile a guardare quello spettacolo finché non mi mancò il fiato.
Poi mi allontanai dallo spuntone di roccia cui ero rimasto a lungo
aggrappato, riemersi con la testa in superficie, riempii i polmoni con
una boccata di aria fresca e lasciai che il mio corpo andasse
tranquillo alla deriva, trasportato indietro dalla corrente. Dopo essere
rimasto passivamente a galla per un po’, mi rimisi in posizione
orizzontale e nuotai di nuovo fino al punto dove Masao mi stava
aspettando.
«Nella prima edizione de Il fanciullo dal volto malinconico», mi
disse non appena mi vide tornare, «lei racconta di aver visto
centinaia di quei pesci quando aveva dieci anni, qui, in questo
stesso posto. Infilò la testa nella fessura sott’acqua e, riflesso negli
occhi di quei pesci, vide sé stesso, Kogii. Mentre cercava di
guardare meglio, rimase incastrato con il capo tra le rocce e rischiò
di annegare. Ma forse quel giorno di pesci ce n’erano solo alcune
decine e non centinaia. Ho avuto modo di parlare con una persona
che veniva a pescare da queste parti molti anni fa, e mi ha detto che
il numero di leucischi intorno alle Rocce Spose non ha subìto nel
tempo grandi variazioni. Quindi credo sia lecito affermare che la
scena che ha visto poco fa sott’acqua sia pressappoco la stessa che
ha lasciato in lei una profonda impressione più di sessant’anni fa.
Anche oggi c’erano solo poche decine di pesci, dico bene?»
«In realtà non saprei dire quanti ce ne fossero di preciso… Se
quella volta, quando rimasi con la testa bloccata tra le rocce, fossi
annegato, forse un giorno sarei rinato come uno di quei pesci. E, se
fosse accaduto per davvero, io diventato pesce oggi avrei guardato
me stesso uomo.»
«Aspetti un attimo, non la seguo… Se quel giorno fosse annegato,
il lei che osservava i pesci non sarebbe più esistito in questa
dimensione, giusto?»
«Sì, in effetti ha ragione. Io sono adesso il vecchio che non è mai
diventato uno di quei pesci – che fossero solo poche decine o
centinaia – che nuotano in eterno nella luce azzurrognola della
grotta subacquea oltre la fessura nella roccia.»
«A proposito di annegamenti, lei ha detto che non è mai stato
capace di immaginare come dovesse sentirsi suo padre, che
all’epoca aveva più di vent’anni in meno rispetto a lei oggi, quando fu
travolto dal fiume in piena e trascinato via dalla corrente, con il corpo
senza vita che affiorava e affondava nelle acque agitate.»
«Sì, è vero. E non posso fare a meno di pensare che forse il
cadavere annegato di mio padre assomigliava a uno di quei pesci.
Lui, molto più di me, è diventato uno di loro.»
Gli occhi mi si velarono di lacrime, ma Masao non sembrò
accorgersi del mio cedimento momentaneo al dolore e alla
commozione. «Unaiko si è infuriata con me quando ho espresso
l’intenzione di venire qui con lei, signor Chōkō», mi disse in tono
spigliato, senza la minima titubanza. Il contrasto tra le mie spalle
cadenti e rinsecchite e le sue, forti e abbronzate – eravamo entrambi
immersi nell’acqua grossomodo fino al petto – era desolante e
sembrava sottolineare più che mai la netta differenza di età. «Era
molto preoccupata dall’eventualità che lei potesse buscarsi un
raffreddore o addirittura una polmonite, restando così a lungo in
acqua.»
Masao si voltò e guardò a valle, dove due ponti di cemento – uno
vecchio e l’altro nuovo – erano sospesi in rapida successione sul
corso d’acqua. Su quello più vecchio, da lungo tempo non più in uso
poiché non era in grado di sostenere il traffico crescente, Unaiko e
Asa agitavano le braccia in segno di saluto.
«Vogliamo andare?» disse Masao.
Ci allontanammo dalla roccia e nuotammo fianco a fianco a stile
libero. Evidentemente desideroso di mettersi in mostra agli occhi di
Unaiko e di mia sorella, che ora lanciavano grida d’incoraggiamento
dall’alto del ponte, Masao aumentò di colpo la frequenza delle
bracciate nel chiaro tentativo di lasciarmi indietro. Ma riuscii a
rispondere al forcing con sorprendente energia e non mi feci
staccare di un solo centimetro. All’epoca della mia infanzia, dopo
aver fatto il bagno, io e gli altri ragazzini del villaggio tornavamo a
riva facendoci sospingere dalla corrente impetuosa che increspava
la superficie dell’acqua intorno alle Rocce Spose; quindi
raggiungevamo la strada che costeggiava il fiume arrampicandoci
sui massi lì di fronte. Masao, invece, evitò di guadagnare subito la
sponda opposta e continuò a nuotare in diagonale, finché l’acqua
diventò poco profonda e fummo costretti a fermarci. Quando ci
alzammo in piedi sul fondo ghiaioso del fiume, con l’acqua che ci
arrivava poco sopra le ginocchia, mi voltai per un attimo indietro e mi
resi conto che avevamo coperto una distanza di almeno
centocinquanta metri. Più tardi, riflettendo, capii che il mio fisico non
era più all’altezza di nuotate del genere, e difatti la fatica per lo
sforzo compiuto non tardò a farsi sentire.
Masao e io tornammo dove avevamo lasciato le nostre cose.
Mentre ci asciugavamo il busto e le spalle con l’asciugamano, provai
un senso di forte disagio al pensiero che Unaiko stesse guardando
le mie povere gambe tremanti per la stanchezza. Non appena ci
fummo rivestiti ed ebbi modo di lanciare uno sguardo all’insù, mi
accorsi che nel frattempo lei e Asa erano state circondate da un
nutrito gruppo di schiamazzanti ragazzini delle medie di ritorno da
scuola e che erano impegnate e interloquire con loro. Non avevo
nessuna intenzione di raggiungerle sul ponte nello stato in cui ero –
avrei fatto una figura ridicola e indecente davanti a quel gruppo di
giovani studenti, in particolare di fronte alle ragazzine –, perciò
preferii restarmene in riva al fiume a chiacchierare con Masao.
«Durante l’autunno dello scorso anno», mi disse, «era possibile
ammirare una gran quantità di magnifici fiori rossi sul pendio alle
spalle delle Rocce Spose, un po’ più in basso rispetto a quel che
resta dell’antico bosco di castagni. Allora ho pensato che forse si
trattava dei famosi gigli ragno rosso.»
«Sì, esatto. È proprio lì che si raccolgono i bulbi di quei fiori…
Ammesso che al giorno d’oggi ci sia ancora qualcuno che lo faccia.
Quando i gigli ragno rosso sono nel periodo della piena fioritura, con
i loro stami e i pistilli che sporgono prepotenti dai petali ricurvi in
cima ai lunghi steli, si può assistere a uno spettacolo davvero unico.
L’intero pendio si trasforma in un’autentica meraviglia della natura.»
«Sì, è vero. Lo scorso autunno, mentre ammiravo il panorama, mi
è venuto spontaneo pensare che se ne potrebbe ricavare un
business niente male. Del resto il mercato dei fiori secchi non
conosce crisi. Inoltre sono andato col pensiero ai giovani ufficiali che
frequentavano la zona durante la guerra e ho immaginato che forse,
nel vedere quel pendio ricoperto da una distesa di fiori rossi, devono
aver pensato che fosse avvolto dalle fiamme come il resto del
paese…»
Non avevo nessuna voglia di mettermi a discutere di quei giovani
ufficiali, un argomento sul quale Masao sembrava aver riflettuto
parecchio. Quando vide che non accennavo a rispondere, evitò di
insistere e cominciò a parlarmi della sorprendente popolarità di
Unaiko nella valle e nei dintorni.
«A proposito, non so se ne è al corrente, ma Unaiko ha una nutrita
schiera di fan da queste parti. Non solo i ragazzini che sono ora sul
ponte, ma anche numerose liceali di Honmachi. Il suo piano,
semplice ma geniale, è di utilizzarle come tramite per arrivare ai loro
genitori, agli adulti. Ecco perché si sforza di coltivare relazioni
amichevoli con gli studenti della zona. Ha in mente di andare oltre
l’aspetto puramente teatrale e spera di sfruttare quelle relazioni per
uno scopo più alto: dare impulso ad alcune questioni politiche e
sociali a cui tiene molto.»
«Gli effetti della nuotata iniziano a farsi sentire», dissi cambiando
completamente argomento. «Non è che potrebbe andare a prendere
la macchina e venire all’imbocco del ponte? Unaiko e gli altri sono
venuti fin qui con il solito furgone.»
Masao mi guardò e assunse una strana espressione, come se si
fosse accorto solo in quel momento che ero esausto. Mi disse che
tutto lasciava intendere che Unaiko avesse in programma di restare
ancora per un bel po’ insieme ai ragazzini della valle, per cui non mi
rimase altro da fare che trascinarmi fino alla Casa nella foresta
arrampicandomi a fatica su una scala di ferro e seguendo a passo
lento una vecchia scorciatoia, con Masao incollato alle calcagna.

4.

Quella sera andai a letto presto e mi svegliai molto prima dell’alba.


Durante l’ultima fase di sonno ero già alle prese con un senso di
panico vivo e concreto, che percepivo quasi a livello fisico. Nelle
tenebre qualcosa di strano apparve davanti ai miei occhi: una forma
inafferrabile e dai contorni imprecisi, qualcosa che era lì eppure non
c’era e la cui unica ragion d’essere era disintegrarsi e sparire nel
nulla. Quella forza distruttrice mi sottoponeva a uno shock non
indifferente, eppure era come se il mio cervello non reagisse e
restasse in assoluto silenzio. Ancora tra la veglia e il sonno, allungai
un braccio e accesi la lampada sul comodino. Non appena aprii gli
occhi, un oggetto stupefacente riempii il mio campo visivo. Una
specie di disco nero dai bordi irregolari sembrava stazionare tra la
parte superiore della libreria e il soffitto, inclinato a circa sessanta
gradi. Pian piano il disco prese a ruotare verso destra e in breve
acquistò una velocità pazzesca, dopo di che precipitò di colpo al
suolo e andò in mille pezzi. D’istinto chiusi gli occhi. “Non mi è mai
successo niente del genere, ma so che sta accadendo per davvero,
ora, in questo preciso momento”, pensai. Ero in preda a un attacco
di vertigini tremendo. Riaprii gli occhi e la scena si ripeté: vidi
riapparire il disco nero, nella stessa inclinazione di prima. Riprese a
ruotare in fretta in senso orario e precipitò al suolo eclissandosi nel
nulla. Stavolta non chiusi gli occhi, mi sforzai di restare vigile, anche
se le vertigini erano fortissime. Forse, mentre dormivo, avevo
continuato a «vedere» nel buio quel disco nero che non smetteva di
ruotare e ridursi in frantumi. E alla fine, al mio risveglio, il disco
doveva essere scivolato in qualche modo dietro i libri sugli scaffali,
caduti uno dopo l’altro come sotto i colpi di una falciatrice. Con uno
sforzo enorme allungai il braccio destro, flaccido e rattrappito, e
spensi la lampada, facendo ripiombare la stanza nell’oscurità. Anche
a luci spente avevo la netta sensazione che quell’instabile disco nero
continuasse a girarmi intorno con le stesse modalità di prima, ma
almeno il suo moto vertiginoso era meno insopportabile, se rimanevo
con gli occhi chiusi ed evitavo di guardarlo direttamente. Era
impossibile fare diversamente: l’attacco di vertigini era terribile e
incessante. La forza sconosciuta che mi aveva assalito mentre
dormivo, o forse più precisamente nel momento in cui,
avvicinandomi a quel doloroso risveglio prima dell’alba, avevo diretto
lo sguardo al soffitto buio, non dava segni di resa. Anzi sembrava
raccogliere nuove energie e farsi sempre più intensa.
Senza aprire gli occhi, provai a sollevare la schiena, ma l’intero
busto era debole e fiacco. Avevo la sensazione che tutto il corpo
girasse in tondo e ricaddi subito disteso. Man mano che riacquisivo
le piene facoltà mentali, mi resi conto una volta per tutte che ero
stato appena colpito da un violento attacco di vertigini, il più intenso
che avessi mai avuto. E mentre ci pensavo – per fortuna il mio
cervello funzionava regolarmente, a differenza del corpo sopraffatto
da un senso di totale instabilità –, fui colto dal timore che fosse solo
l’inizio e che il peggio dovesse ancora arrivare. Di lì a breve non mi
attendevano forse un mal di testa atroce e feroci attacchi di nausea?
Prima che questi e altri sintomi si manifestassero, mettendomi fuori
combattimento, c’era una cosa che dovevo assolutamente fare…
Sollevai le palpebre. Ma ebbi l’ennesimo forte capogiro, tanto da
avere la sensazione che la libreria stesse per crollarmi addosso, e
fui costretto ad abbassarle di nuovo. Fortunatamente avevo avuto
giusto il tempo di guardarmi intorno, non avevo perso il senso
dell’orientamento e capivo bene in che posizione mi trovavo.
Tenendo presente la struttura della stanza e consapevole della
direzione in cui muovermi, mi accinsi ad alzarmi dal letto e a mettere
i piedi a terra. Ma all’atto pratico mi riuscì impossibile persino
compiere quelle semplici azioni.
Alla fine trovai il modo di girarmi a pancia sotto, e da quella
posizione fui in grado di scivolare pian piano dal letto sul pavimento.
Dopo essere rimasto immobile per qualche momento, mi trascinai a
fatica in corridoio, strisciando al suolo. Il temuto mal di testa tardava
a farsi vivo e, a condizione di tenere gli occhi ben chiusi, riuscivo a
pensare e a ragionare senza grandi problemi. Attento a non aprire gli
occhi per nessun motivo al mondo, continuai ad avanzare lungo il
corridoio in direzione della stanza da bagno, strisciando lentamente
sul pavimento. E intanto cercavo di riflettere su quello che mi stava
succedendo, lasciandomi andare a una supposizione dopo l’altra.
“Forse”, pensavo, “il mio povero cervello sta andando in tilt. Non è
che mi sta venendo un ictus o un altro accidente del genere?”
Negli ultimi tempi, diversi miei conoscenti più o meno coetanei
erano stati colti da quel tipo di malanno da un momento all’altro e,
purtroppo, alcuni ci erano rimasti secchi. Quanto a quelli che erano
sopravvissuti, nella maggior parte dei casi avevano subìto danni
permanenti e non erano più in grado di condurre la stessa vita di
prima. Se fosse accaduto a me, avrei potuto dire addio al mio lavoro
di scrittore, e in pratica la mia stessa vita sarebbe giunta al
capolinea. Che fossi morto sul colpo o che avessi riportato danni
cerebrali irreversibili, per me non faceva granché differenza, perché
in ogni caso la mia carriera di romanziere sarebbe finita. In quel
momento sentii l’urgenza assoluta di sistemare i lavori in sospeso
prima dell’arrivo del mal di testa, che davo quasi per scontato e che
si sarebbe potuto rivelare fatale.
Avevo bisogno di una persona che si assumesse l’onere di
eliminare tutto il materiale non ancora pubblicato, sia gli scritti in fase
di stesura sia quelli già finiti e da revisionare. Se fossi riuscito a
scrivere un messaggio con le istruzioni in proposito, di certo
qualcuno si sarebbe fatto carico di eseguire le mie volontà (va da sé
che in quel momento non mi veniva in mente nessuno). Di colpo
ricordai che nello spazio tra la testiera del letto e la finestra che dava
a sud c’era la poltrona su cui mi piaceva sedermi a lavorare e dove
lasciavo la mia preziosa tavoletta da disegno portatile sempre
munita di fogli. Nello stato in cui ero non sarei mai stato in grado di
scrivere una lettera, né tanto meno anche solo di maneggiare una
penna stilografica, ma accanto alla poltrona c’erano alcune matite a
punta grossa già temperate – erano blu, tedesche, della Lyra – e
pensai che avrei potuto prenderne una e buttare giù qualcosa di
leggibile senza dover aprire gli occhi. Ma di cosa, esattamente,
avrebbe dovuto sbarazzarsi la persona alla quale avrei affidato
l’incarico di eseguire le mie ultime volontà? Non riuscivo a pensare a
niente, e non perché l’attacco di vertigini avesse messo il mio
cervello fuori uso; al contrario, sentivo che la testa mi funzionava a
meraviglia ed ero assolutamente lucido. Il motivo per cui non mi
veniva in mente niente era un altro: non avevo nessun lavoro in
corso d’opera, zero assoluto. Provai una sorta di tragica e
autoironica pietà verso me stesso, accompagnata da un senso di
sollievo dovuto al fatto che non mi sarei lasciato alle spalle alcunché
di incompiuto. La mia esistenza era ormai priva di sostanza e
significato, quasi come se fossi già morto. E siccome ero già morto,
era naturale che non avessi nessuna paura di morire. In fondo ero
abbastanza sereno.
Tuttavia, pochi istanti dopo andai col pensiero alla pietra
commemorativa in giardino e fui colto da un altro genere di lacerante
apprensione. Se avessi potuto lanciare uno sguardo alla poesia
incisa su quella pietra, avrei certamente provato un grande
avvilimento nel realizzare che all’apice dell’età matura la mia vita
non aveva più senso. Tutto sarebbe finito all’istante, lì, al buio, se
solo un atroce e devastante mal di testa si fosse deciso a farmi
visita.
Invece, nonostante tutto, riaprii gli occhi. E, prima che il disco nero
si mettesse a vorticare di nuovo, immaginai di leggere ad alta voce i
primi due versi della poesia sulla pietra:
Non hai preparato Kogii a salire su nella foresta
E come preso dalla corrente del fiume non tornerai mai più.

5.

Tre giorni dopo il terribile attacco di vertigini ero già di ritorno a


Tōkyō, nella mia casa di Seijō. Il medico mio vicino che mi visitò e mi
prescrisse alcuni farmaci – col tempo era diventato un amico di
famiglia e avevamo fatto ricorso al suo aiuto numerose volte – si
dichiarò ottimista sulle mie condizioni di salute e mi suggerì di
sottopormi con calma a un paio di accertamenti in ospedale. Dopo
aver ascoltato con attenzione i dettagli sul malore che avevo avuto
poco prima di lasciare la valle, mi disse che si trattava quasi
certamente di un problema transitorio e mi diede una grande
iniezione di fiducia.
Trascorsi una settimana circa senza uscire di casa, attento a
seguire i consigli del medico e desideroso di rimettermi al più presto
in forma. Una mattina, mentre dormivo nella mia camera al piano
superiore, fui svegliato dai ripetuti squilli del telefono in soggiorno.
Chikashi mi aveva riferito che Akari stava attraversando un brutto
periodo: era sempre di cattivo umore, e da un po’ di tempo aveva
rinunciato all’abitudine di rispondere al telefono. Dal giorno in cui ero
rientrato dallo Shikoku avevo enormi difficoltà ad addormentarmi la
sera e restavo a letto fino a dopo pranzo, ma quando provai a dare
un’occhiata all’orologio appeso alla parete mi accorsi che era ben
prima di mezzogiorno. Mi alzai in piedi e, mentre scendevo le scale,
il telefono smise di squillare.
Akari era seduto su una sedia in soggiorno, abbandonato contro lo
schienale e con i piedi appoggiati su una seconda sedia, lo sguardo
fisso su alcuni fogli pentagrammati che aveva sulle ginocchia. Era il
ritratto perfetto di un uomo di mezza età in preda a una lunga crisi di
depressione. Nonostante tutto sembrava intento a cancellare una
parte della sua ultima composizione, e non alzò neanche lo sguardo
per darmi il buongiorno quando misi piede nella stanza.
Giusto in quel momento il telefono riprese a squillare. Era
Chikashi, stava chiamando dall’ufficio postale. Mi disse che la sera
precedente a tarda ora era arrivato un pacco raccomandato e che il
postino, anziché rischiare di disturbarci suonando il campanello di
casa, aveva preferito lasciare un avviso nella buca delle lettere.
Così, quando Chikashi aveva telefonato all’ufficio postale per
chiedere notizie, un impiegato le aveva letto il nome e l’indirizzo del
mittente e le aveva suggerito che l’opzione più rapida era andare a
ritirare il pacco di persona. Adesso era in coda, ma c’era molta folla
e l’attesa si annunciava più lunga del previsto. Mi aveva telefonato
soprattutto per dirmi che Akari aveva un appuntamento per una
visita di routine e non se la sentiva di scapicollarsi per
accompagnarlo fino all’ospedale universitario e sperava che la
sostituissi. Non appena ebbi finito di vestirmi e rendermi presentabile
(per fortuna Akari era già pronto e continuava a lavorare alla sua
composizione), Chikashi rientrò a casa in taxi. Io e Akari ci
precipitammo fuori, la salutammo al volo e salimmo su quello stesso
taxi per raggiungere l’ospedale.
Arrivammo giusto in tempo per il nostro appuntamento delle
undici, ma un avviso accanto allo sportello dell’accettazione diceva
che il medico aveva accumulato un ritardo di circa un’ora sulla
tabella di marcia. L’imprevisto non mi turbò affatto: avrei evitato di
dover entrare nell’ambulatorio trafelato e avrei avuto tutto il tempo di
riprendermi. Tra l’altro Chikashi aveva optato per quel medico in
particolare perché era un noto specialista ed era il responsabile del
reparto. Era più che comprensibile che di tanto in tanto dovesse
assentarsi per qualche emergenza e che fosse in ritardo con le visite
ambulatoriali. Quando consegnai in accettazione la tessera sanitaria
di Akari, l’infermiera allo sportello mi disse che intanto si poteva
procedere con le analisi del sangue. Diedi un’occhiata rapida alla
cartellina in cui tenevamo l’assicurazione sanitaria e gli altri
documenti di Akari e trovai la prescrizione per le analisi che, come
ricordavo, erano previste il giorno dopo. Evidentemente l’infermiera
aveva avuto la premura di anticiparle seduta stante, così da
permetterci di sfruttare il tempo che avevamo a disposizione prima
della visita. Per il prelievo occorsero solo pochi minuti, ma Akari si
innervosì molto e il suo umore peggiorò ulteriormente. Aveva una
fobia tremenda degli aghi e non era pronto psicologicamente a
sottoporsi al prelievo in quello stesso giorno.
Assicuratomi due posti in sala d’attesa, mi sedetti tranquillo e mi
preparai ad aprire il pacchetto che Chikashi mi aveva consegnato
dopo essere scesa dal taxi. Era stato inviato per posta aerea da una
cara amica, una donna americana che conoscevo da molti anni e
che rispondeva al nome di Jean S. Nel messaggio che
accompagnava il contenuto del pacco, Jean diceva che finalmente
era riuscita a passare in rassegna alcuni oggetti appartenuti al
nostro comune amico Edward W. Said, grande studioso di culture e
letterature comparate da poco scomparso, e si era imbattuta in una
cosa che aveva a che fare con me e che a suo avviso mi sarebbe
piaciuto vedere. Perciò me l’aveva spedita senza pensarci due volte,
in una cartellina di cartoncino robusto. Nella cartellina c’erano tre
libretti dalla lussuosa rilegatura artigianale: gli spartiti musicali delle
sonate di Beethoven per pianoforte numero uno, due e tre, stampati
su spessa carta di cotone di ottima qualità.
Jean S. era la persona che mi aveva presentato a Edward W. Said
molti anni addietro. Loro erano amici di vecchia data, e il suo
elegante appartamento ai piani alti di un edificio in una delle zone
più ambite di Manhattan vantava persino una «Edward W. Said
Room», decorata con motivi ispirati ad antichi testi islamici. Per caso
mi trovavo a New York nei giorni in cui Said fu dimesso dall’ospedale
dopo il primo di una lunga serie di ricoveri, durante la lotta contro il
male che alla fine se l’era portato via per sempre, la leucemia. Jean
organizzò un piccolo party per celebrare l’evento e fui invitato
anch’io. Tutti gli anni, da quando ci siamo conosciuti, Said e Jean
avevano l’abitudine di telefonarmi la sera della vigilia di Capodanno
(in Giappone era già il pomeriggio del primo giorno del nuovo anno),
dovunque si trovassero a cena in compagnia dei rispettivi familiari.
Ricordo anche quando Said mi inviò un fax (confesso di non essere
mai passato all’e-mail) per dirmi che aveva saputo da Jean del
suicidio di mio cognato Hanawa Gorō. Quel giorno Jean S. stava
dando un’altra delle sue feste a New York. Edward W. Said era
presente e intratteneva gli ospiti suonando il piano, e quando lei lo
mise al corrente della tragica notizia che riguardava Gorō, lui andò a
sedersi in disparte e scrisse un breve messaggio di condoglianze sul
retro dello spartito del brano di Beethoven che aveva da poco finito
di suonare. In seguito Jean ricopiò quel messaggio su un foglio
bianco, trascrivendo con cura le parole scritte nella calligrafia quasi
illeggibile di Said, e me lo inviò via fax a Tōkyō. Dopo la morte di
Edward W. Said, Jean mi disse che se un giorno fosse saltato fuori
l’originale me lo avrebbe spedito per posta.
Per la prima volta in quel giorno Akari mostrò un certo interesse
per quello che stavo facendo, lo sguardo da esperto fisso sugli
spartiti che erano appena emersi dal pacchetto postale. «Quelle
sono le tre sonate dedicate a Haydn», disse con piglio sicuro. Grazie
a una lunga lettera che Jean S. mi aveva scritto in precedenza,
sapevo che a quella festa Said stava suonando la seconda di quelle
sonate. Provai a sfogliare i tre spartiti e notai subito alcune
annotazioni a matita scritte nella sua inconfondibile grafia. Dopo di
che rimisi i libretti al loro posto nella cartellina.
Accompagnai Akari alla toilette più vicina, giù al piano terra. Poi, in
uno slancio di efficienza, lavai per bene le sue mani e le mie. Di
solito Akari svolgeva da solo quello e altri compiti elementari, e il mio
gesto non fece altro che peggiorare il suo stato d’animo già molto
precario. Mentre tornavamo al piano di sopra, ci fermammo allo
spaccio dell’ospedale e comprai due matite, HB e B. Quando
ritornammo ai posti dove avevamo lasciato le nostre cose, porsi ad
Akari la matita B (la più morbida delle due) e gli spartiti delle sonate
di Beethoven. E lui, allungando le mani per prendere in consegna
quegli oggetti, assunse finalmente un’espressione gioiosa.
Tutte le volte che si metteva a leggere uno spartito, Akari tracciava
con la matita leggeri circoletti intorno ad alcuni dei valori che
indicavano la misura musicale. Inoltre aggiungeva ai margini del
foglio una serie di simboli e scritte di cui non riuscivo ad afferrare
minimamente il significato. Mi ero già accertato che quegli spartiti
che avevo ricevuto per posta aerea, regalo postumo del mio caro
amico Edward W. Said, fossero stampati su carta robusta e di ottima
qualità. Una volta tornato a casa mi sarebbe bastato ricopiare sul
libro che raccoglieva gli spartiti di tutte le sonate di Beethoven tutto
ciò che Akari stava scrivendo. Dopo di che avrei preso la gomma da
cancellare e, usandola pian piano e con molta attenzione, avrei
eliminato ogni traccia superflua dai libretti di Said.
Akari cominciò a leggere la musica, tenendo uno dei libretti stretto
in mano e il braccio teso in avanti più o meno all’altezza del petto.
Per un attimo colsi lo stesso odore forte e penetrante di carta e
inchiostro delle edizioni speciali di alcuni vecchi libri europei allineati
sugli scaffali della mia libreria. Dopo uno o due minuti, mio figlio era
completamente assorto negli spartiti di Beethoven, tanto che mi
sembrava un peccato disturbarlo.
«Che te ne pare, è interessante?» osai chiedergli a un certo
punto, sottovoce.
«Sì, molto!»
«Posso vedere un attimo il libretto della sonata numero due?»
«Ah, sì, c’è una parte veramente bella. È molto simile alla Sinfonia
K550 di Mozart!» replicò Akari, tamburellando con le dita sul bordo
dello spartito a ritmo di staccato.
«In una lettera, un’amica mi spiegava che il primo tema suonava
abbastanza allegro e divertente, mentre il secondo diventava molto
triste e dolente. Allora io ti chiesi di scegliere il tuo CD preferito di
quella sonata dalla tua collezione… Ti ricordi?»
«Sì! Presi quello di Gulda. E infatti suonava proprio in quel modo.»
«Già… E il suono era così dolce e soave! Potresti per favore
segnare quei passaggi con la matita, di modo che anch’io possa
capire? Dopo, quando torneremo a casa, vorrei ascoltare di nuovo
quel CD, guardando lo spartito con le tue annotazioni come
riferimento.»
Un ampio sorriso si disegnò sul viso di Akari: era la prima volta
che lo vedevo così felice dopo il mio ritorno a Tōkyō. Spostò ancora
una volta la sua attenzione sullo spartito, e provai un gran senso di
sollievo nel guardarlo seguire con intensa passione il tempo indicato
dalle note stampate sul pentagramma, mentre di certo la musica
sgorgava ad alto volume dentro di lui. Di colpo ricordai che prima di
uscire avevo afferrato al volo il primo volume di The Golden Bough
di James Frazer per portarmelo dietro. Avevo preso l’abitudine di
leggiucchiare ogni tanto qualche pagina a caso di quei libri che
avevo trovato nella valigia di pelle rossa. Tirai fuori il volume dalla
borsa e cominciai a sfogliarlo.
Intanto Akari aveva finito di esaminare il secondo dei tre libretti e
lo stava rivedendo nel dettaglio, a partire dal primo movimento. Il
posto di fronte al suo era occupato da una signora che aveva tutta
l’aria di essere un’insegnante di scuola media o di liceo. Lo spartito
era abbastanza grande e invadeva lo spazio della donna, e per
questo provavo un certo imbarazzo, anche se lei non sembrava
infastidita. Anzi, dava l’impressione di essere positivamente
incuriosita dalla profonda concentrazione di Akari.
Quando finalmente arrivò il nostro turno, dopo tre ore buone di
attesa, mio figlio aveva ormai posizionato lo spartito sulle ginocchia
e lo fissava con sguardo assente e stanco, tenendosi il capo tra le
mani. Mi ci volle più tempo del previsto per rimettere i tre libretti nella
cartellina e nel pacchetto di posta aerea, e Akari, che mi osservava
ansioso con la coda dell’occhio, iniziò ad agitarsi e si avviò da solo
verso la porta dell’ambulatorio. In quell’istante la donna seduta al
nostro fianco mi rivolse inaspettatamente la parola e disse: «Se
vuole, può lasciare tutto a me. Il mio turno è ancora lontano».
Dopo la visita, Akari e io tornammo in sala d’attesa. La donna mi
restituì la cartellina con gli spartiti e Akari riprese la sua diligente e
accurata lettura della musica. Lo lasciai lì seduto e andai a mettermi
in coda allo sportello per il pagamento. Quando ebbi finito e rimisi
piede nella sala d’attesa, vidi Akari porgere qualcosa alla donna
mentre lei si alzava dalla sedia – evidentemente l’avevano appena
chiamata per la visita. Nell’attimo in cui ci incrociammo, mi sventolò
una grossa penna davanti agli occhi e mi sorrise. «Questa penna è
molto pratica, sa?» disse. «Ha due colori e l’inchiostro sul foglio si
vede molto bene, così suo figlio non deve sforzare troppo gli occhi.»
Dovetti faticare non poco per tenere a freno la rabbia che in quel
momento era esplosa dentro di me. Corsi in silenzio da Akari, seduto
con uno degli spartiti aperto sulle gambe. Aveva tracciato una linea
spessa e nera tutt’intorno al passaggio di cui avevamo parlato prima,
e nello spazio bianco in cima alla pagina aveva scritto «K550» a
caratteri cubitali e indelebili! Mi guardò raggiante di gioia, ma, non
appena scorse l’espressione arcigna emersa sul mio volto, il suo
sorriso scomparve all’istante.
«Non mi piacciono le scritte troppo… sottili», balbettò sottovoce,
gli occhi puntati verso il basso.
«Sei uno stupido!» lo rimproverai senza mezzi termini.
Per un breve istante rimase come paralizzato, mentre il viso gli si
contraeva in una smorfia nervosa. Poi sollevò le braccia all’altezza
del capo e prese ad agitarle forte vicino alle orecchie, come se
volesse punirsi. Era un pezzo che non lo vedevo compiere quel
gesto, ma in passato, nelle rare occasioni in cui lo avevo sgridato,
aveva reagito allo stesso modo, assumendo un’aria molto
imbronciata e tentando di lasciarsi andare al castigo fisico per
autopunirsi. Sotto lo sguardo fisso e incredulo dei presenti – era
impossibile biasimarli, vista la condotta di mio figlio poco consona a
un uomo sulla quarantina –, gli diedi uno strattone e lo costrinsi ad
alzarsi in piedi. Poi raccolsi i libretti con gli spartiti, che erano finiti
per terra, e lo condussi al piano di sotto. Era profondamente turbato.
Avevo agito d’istinto, senza riflettere sulle conseguenze che le mie
parole dissennate avrebbero potuto avere su mio figlio. Ma già in
quel momento continuavo a ripetere dentro di me: “Sei tu lo
stupido!”.

6.
A bordo del taxi diretto verso casa, Akari restò per tutto il tempo
con la faccia voltata dall’altra parte. Il suo atteggiamento parlava
chiaro: Ti odio, non ti voglio! Non sfregava la fronte contro il
finestrino, come faceva talvolta quando era sconvolto; si limitava a
starsene seduto immobile e a guardare fuori, la schiena dritta e
rigida oltre il normale.
Quando Chikashi aprì la porta, mancò poco che Akari la
mandasse per terra, mentre correva di filato nella sua stanza. Posai
il pacchetto con i tre spartiti sul tavolo della sala da pranzo e presi
posto su una sedia. Chikashi aveva fiutato subito che c’era qualcosa
che non andava. Dopo essersi seduta accanto a me in silenzio per
un paio di minuti, si alzò e andò da Akari.
Evitando di guardare le pagine che erano state danneggiate in
modo permanente dall’inchiostro della penna a due colori, presi i tre
libretti dalla cartellina e li appoggiai sul tavolo. Quindi provai a
leggere le parole scritte in piccolo a matita sul retro della copertina
del secondo spartito. Lo riconobbi immediatamente, era il messaggio
di Edward W. Said che Jean S. aveva ricopiato con la penna
stilografica e mi aveva faxato a Tōkyō. Quel fax era rimasto appeso
al muro di fronte alla mia scrivania per due o tre anni.
Sul retro dello spartito della sonata di Beethoven, Said aveva
espresso in inglese il suo cordoglio e l’incoraggiamento alla notizia
del suicidio del mio caro amico Hanawa Gorō. In seguito avevo
tradotto quel messaggio in giapponese e lo avevo letto nel corso di
una cerimonia in ricordo dello stesso Edward W. Said, dopo la sua
morte per leucemia. Ricordo ancora quelle parole a memoria…
Ho appena saputo della grande difficoltà che di certo starai fronteggiando negli ultimi
giorni. E per questo voglio subito esprimerti solidarity e affection. 2 Tu sei un uomo molto
forte e sensibile, perciò sono sicuro che saprai superare questo momento.

Chikashi tornò in soggiorno. Lo spartito deturpato giaceva sul


tavolo davanti a me, ma non osavo guardarlo. Mia moglie cominciò a
parlarmi, lo sguardo fisso sui tre libretti.
«Akari è molto dispiaciuto per gli spartiti delle sonate di
Beethoven. Ma mi ha anche detto che lo hai chiamato “stupido”: è
vero? Non era mai accaduto prima… Stento a crederci, sono
sconvolta. Ti ricordi certamente di quella volta, molto tempo fa,
quando sei venuto alle mani con quel tizio che aveva osato rivolgere
a nostro figlio quella stessa parola. Eravamo sul treno di ritorno da
Kita Karuizawa, stavamo rientrando a casa e fummo costretti a
scendere a Takasaki. Gli agenti della polizia ferroviaria dissero che il
caso era abbastanza serio e ti portarono in commissariato. Ho detto
ad Akari che forse si era sbagliato e che non era possibile che tu lo
avessi rimproverato gridandogli una parola del genere. Ma lui ha
continuato a ripetere: “Papà mi ha detto che sono uno stupido!”…
Nostro figlio sa bene di aver fatto una cosa inopportuna, ma ci ha
tenuto a spiegarmi il motivo. Mi ha detto di aver segnato alcune cose
sullo spartito della sonata di Beethoven perché glielo avevi chiesto
tu, per aiutarti a capire non so che cosa, solo che purtroppo lo ha
fatto con la penna.»
«È vero, l’ho chiamato stupido, non lo nego.» Ero immensamente
triste e mortificato, ma non ero ancora riuscito a domare la rabbia
che covava dentro di me, perciò provai a razionalizzare e a
difendermi. «Il fatto è che la versione originale del messaggio di
condoglianze che Edward Said scrisse a casa di Jean S. subito dopo
aver saputo della morte di Gorō è proprio sul retro di quello spartito.
Jean lo ha trovato accanto al pianoforte e me lo ha spedito. Come
puoi immaginare, per me si tratta di un oggetto molto prezioso.»
Dopo aver mostrato a mia moglie il retrocopertina con il
messaggio di Said, aprii lo spartito alla pagina del misfatto,
distogliendo il più possibile lo sguardo per il dolore. Chikashi prese lo
spartito così com’era, tenendolo aperto, e si diresse di nuovo nella
stanza di Akari. Riuscivo a sentire la conversazione in modo chiaro e
distinto: mia moglie che ripeteva la stessa domanda all’infinito, con
voce bassa e pacata, e Akari che dopo una lunga pausa rispondeva
sempre più o meno allo stesso modo, sforzandosi di vincere la
propria resistenza.
Andai in cucina con l’intenzione di prendere un bicchiere d’acqua,
ma strada facendo cambiai idea e versai in un grande boccale una
lattina di birra scura e una di chiara, per poi mandare giù tutto in un
solo sorso. Alla fine trassi un sospiro profondo e cavernoso,
qualcosa di molto simile a un’eruttazione. Nell’apprestarmi a tornare
in soggiorno, vidi Akari venire fuori dalla sua stanza insieme a
Chikashi. Mi ignorò del tutto, prese un CD dallo scaffale e lo porse a
sua madre. Allora feci dietro-front e mi riempii di nuovo il boccale di
birra. Un attimo dopo mi giunsero all’orecchio le prime note di un
pianoforte. E mentre ero lì ad ascoltare la magnifica esecuzione di
Gulda, per l’esattezza il primo movimento della seconda delle tre
sonate che Beethoven dedicò a Haydn, fui scosso ancora una volta
dal pensiero che forse Edward W. Said era abituato a interpretare
quel brano in un modo molto simile.
La musica si interruppe per qualche secondo e subito dopo
presero a risuonare nell’aria le note della Sinfonia K550 di Mozart.
Non ero in grado di dire chi dirigesse l’orchestra, ma la melodia
sembrava riprendere in modo inequivocabile il tema del brano
precedente. Mandai giù il secondo boccale di birra e andai in
soggiorno, dove mio figlio era impegnato a rimettere i due CD nelle
custodie di plastica trasparente.
«Akari mi ha spiegato che stava cercando di utilizzare lo spartito
che gli hai dato in ospedale per mostrarti ciò che le due composizioni
di Mozart e Beethoven hanno in comune», mi disse Chikashi.
«Perciò è rimasto scioccato quando ti sei rivolto a lui brutalmente e
gli hai gridato: “Sei uno stupido!”.»
Lanciai uno sguardo riluttante alla pagina dello spartito musicale
rovinata crudelmente dall’inchiostro della penna a due colori, che
Chikashi aveva messo di nuovo in mostra sul tavolo. Nessuno aprì
bocca per diversi minuti, ma nell’aria aleggiava qualcosa di grave e
importante, come se fosse imminente una decisione cruciale. D’un
tratto Akari, che forse era in attesa di un gesto conciliatorio da parte
mia, sbuffò e si eclissò definitivamente in camera sua. Non potei fare
a meno di pensare – e non era la prima volta – che la sua
caratteristica andatura avesse qualcosa in comune con quella di
Hanawa Gorō da giovane.
Tutto questo accadde un sabato. Passò una settimana, durante la
quale vidi mio figlio molto di rado. Trascorrevo la maggior parte del
tempo nel mio studiolo munito di letto al piano di sopra, mentre Akari
se ne stava rintanato dal mattino alla sera in camera sua al piano
terra. In realtà per lui non si trattava di una grande novità, visto che
d’abitudine restava per lunghe ore chiuso in quella stanza, dove
poteva ascoltare in tutta libertà i programmi radiofonici di musica
classica utilizzando l’impianto stereo posizionato accanto al letto.
Quando era stufo della radio, selezionava vari brani dai suoi CD
preferiti, che teneva costantemente inseriti nel lettore multi-disc, e li
ascoltava a ripetizione. Per evitare di incrociarlo a colazione o a
pranzo, sgattaiolavo fuori dal mio studio e scendevo di sotto a metà
mattinata; consumavo un brunch veloce da solo e tornavo di nuovo
su.
Un giorno, nel corso di quel periodo triste e solitario, Chikashi mi
portò come al solito la posta e una tazza di caffè. Mentre davo
un’occhiata alla corrispondenza, lei riassettò in fretta il letto e si
sedette in un angolino. Quindi, in tono molto pacato, tirò in ballo la
questione del litigio con Akari. Da quando era successo non ne
avevamo più parlato.
«Akari mi ha detto che la settimana scorsa all’ospedale gli avevi
chiesto di mostrarti le similitudini musicali tra la sonata per pianoforte
di Beethoven e la sinfonia di Mozart. Evidentemente, mentre si
apprestava a segnare con la matita i passaggi pertinenti, la donna
che era seduta al suo fianco deve averlo visto e gli ha prestato
quella penna a due colori. Sai bene che per Akari non è facile
distinguere certe sottigliezze, lui non poteva prevedere la tua
reazione furibonda solo perché aveva usato una penna al posto di
una matita. Ha accettato quella penna in modo innocente, non
sospettava minimamente che ti saresti arrabbiato. Dopo gli ho
spiegato tutto con calma e ha capito, si è sentito molto in colpa per
aver rovinato il tuo prezioso spartito, ma non lo ha fatto con cattive
intenzioni, lo sai bene. Ora, a causa della tua reazione spropositata
– lo hai ferito nel profondo, per lui non potrebbe esserci niente di
peggio –, non se la sente di ristabilire il rapporto amichevole che
avevate prima. Da parte tua, come è evidente, non sei disposto a
cedere e a fare il primo passo verso una possibile rappacificazione,
e perciò la situazione è a un punto morto. Stamattina ho parlato al
telefono con Maki, e devo dire che il modo freddo e diretto in cui ha
criticato il tuo comportamento mi ha dato i brividi. “Papà non ha il
coraggio di fare pace con Akari”, ha detto. “Lo ha chiamato stupido,
non è una cosa da nulla, chiunque è in grado di capirlo. Sono sicura
che adesso starà vagando nelle tenebre del suo cuore e si starà
chiedendo se esiste un modo per cancellare quel brutto episodio
dalla mente di Akari, valutando varie opzioni prima di giungere alla
conclusione che purtroppo non c’è niente da fare. La verità è che gli
manca il coraggio di muovere un passo indietro, non vuole essere lui
a chiedere di fare pace e si arrenderà definitivamente.” Poi è andata
avanti dicendo che nell’ultimo anno, tutte le volte che è venuta a
trovarci qui a Seijō, ha notato un cambiamento graduale in Akari e
pensa che tu lo abbia sottovalutato. “Papà e Akari sono
praticamente inseparabili da più di quarant’anni”, ha detto, “e mi pare
che l’atteggiamento oppressivo di papà nei suoi confronti sia
diventato col tempo sempre più netto. So che forse ha a che fare
con l’età che avanza, ne sono consapevole e in un certo senso lo
capisco, ma temo che se le cose andranno avanti di questo passo si
arriverà a un punto in cui non staremo più a parlare solo di brutali
insulti verbali. Quello che sto tentando di dire è che non è da
escludere che si arrivi a uno scontro fisico e a una rottura
definitiva… Ho paura che papà possa fare la stessa fine di Re Lear”,
ha aggiunto a un certo punto, “condannato a vagare da solo nella
desolazione più assoluta, senza neanche la compagnia del suo
giullare. Se la solitudine lo trascinerà alla follia, forse deciderà di
risolvere le cose da sé, in modo drastico, prima che possa fare
qualcosa che rischi di causare uno scandalo. E se davvero deciderà
di farla finita per sempre, qui intorno è pieno di luoghi deserti e
abbandonati dove compiere un atto estremo…” Maki, non ci vuole
molto a capirlo, è molto arrabbiata per come hai trattato suo fratello
e per il fatto che lo hai chiamato stupido. È per questo che si è
lasciata andare a certe affermazioni severe, mi pare ovvio. Ma ora,
mettendo da parte le sue ansie, ci sono alcune questioni che
preoccupano anche me e di cui vorrei parlarti. Tu e io ci stiamo
facendo vecchi, è inutile negarlo, ma hai mai riflettuto sul fatto che
ormai anche nostro figlio sta invecchiando, soprattutto a livello
fisico? Da quando il dottore ha detto che dovevi portare Akari fuori
tutti i giorni per garantirgli una buona dose di esercizio, hai aggiunto
una passeggiata quotidiana alla tua routine sedentaria caratterizzata
da intere ore passate unicamente a leggere e scrivere. Sei andato
avanti a lungo, con una costanza ammirevole. Poi, quando Akari ha
cominciato ad avere gli attacchi epilettici durante le passeggiate, con
una frequenza via via maggiore, hai preso l’abitudine di uscire da
solo per un’ora al mattino presto. Hai abbandonato l’intento iniziale e
non lo hai più portato con te. Ti sei arreso. Ma credo che entrambi
sappiamo che il vero motivo della tua rinuncia non sta nel
peggioramento dell’epilessia, bensì nel processo di invecchiamento
degenerativo che purtroppo negli ultimi tempi si è acuito e gli ha reso
difficile continuare a uscire. Per non parlare della situazione dentale
pessima: più della metà dei denti di Akari è messa molto male. E so
anche che il dottore ti ha parlato dei risultati delle ultime analisi del
sangue, di cui ho visto io stessa il referto, e che ti ha detto che è
necessario fare una lunga serie di accertamenti. L’apnea notturna
non è per niente migliorata, anche se abbiamo fatto del nostro
meglio per farlo dimagrire. Del resto il motivo per cui si addormenta
così spesso durante il giorno risiede nell’insufficienza di sonno
notturno. All’epoca in cui Akari andava ancora a lavorare al Centro di
volontariato per disabili, il responsabile mi mostrò quel grafico molto
scoraggiante sulle aspettative di vita basato sui dati delle persone
che avevano frequentato il centro in passato. Tu eri con me, ti
ricordi? Ci disse che a partire da una certa età gli individui con
disabilità intellettive cominciano a invecchiare più rapidamente dei
loro genitori, e quando provammo a discuterne insieme tu reagisti
chiudendoti nel silenzio. Purtroppo credo che sia proprio così, è tutto
vero, e il problema è che ormai anche noi due stiamo invecchiando
molto velocemente… Cambiando per un attimo argomento, all’inizio
non avevo capito fino in fondo quanto ti fosse costato in termini di
sconforto e delusione essere stato costretto ad abbandonare il
progetto del “romanzo dell’annegamento”. Correggimi se sbaglio, ma
credo sia la prima volta che, oltre a non finire un libro che avevi
cominciato, hai smesso completamente di scrivere. In precedenza ti
eri preso una pausa, ma era stato proprio quando avevi iniziato a
scrivere quel romanzo, tanti anni fa. Solo ora comincio a rendermi
conto dell’impatto che la rinuncia al progetto ha avuto e continua ad
avere su di te; basta guardarti: da quando sei tornato a Tōkyō sei
sempre giù di morale. In passato hai avuto altri momenti difficili, ma
forse questa è la prima volta che ti vedo così abbattuto, e di
conseguenza anche Akari è più depresso di prima. Vi ho visti tante
di quelle volte seduti uno in soggiorno e l’altro in cucina, tu a leggere
e lui a scrivere la sua musica. Per non parlare di quando ve ne state
rintanati ognuno nella sua stanza, concentrati nel vostro lavoro.
Questo per dirti che ci sono abituata, solo che stavolta avete smesso
completamente di parlarvi, e neanche per me è stato facile
accettarlo. Era come se ci fossero due enormi cumuli di profonda
depressione che stazionavano in permanenza in due punti della
casa, e io lì che tremavo al pensiero di cosa potesse accadere se
quelle due masse gonfie di infelicità si fossero scontrate. E ora è
semplicemente accaduto, siete entrati in collisione e questo è il
risultato, avete sospeso ogni forma di comunicazione… Da quando
Akari è nato non lo avevi mai chiamato stupido, non gli avevi mai
detto niente del genere. Lui ha capito perfettamente il significato di
quella frase crudele, e più ci penso più mi trovo d’accordo con Maki
e comprendo perché tu non riesci a trovare il coraggio di muovere il
primo passo e fare pace con nostro figlio. So che sei profondamente
pentito per averlo ferito, ma d’altra parte non sei disposto ad
abbandonare la tua posizione… Stamattina mi sono svegliata molto
presto e ho continuato a riflettere su questa orribile situazione, non
riuscivo a darmi pace. A un certo punto ho avuto l’impressione che
anche Akari fosse sveglio – fuori era ancora buio –, e quando sono
andata a controllare in camera sua, temendo che avesse una crisi
epilettica, l’ho trovato che piangeva. Non so se l’hai notato, ma dopo
quello che è successo all’ospedale non ha più ascoltato musica di
sua iniziativa. È stranissimo, non era mai accaduto prima.»
Ero alle corde. So che quanto sto per dire suonerà molto puerile,
ma in quel momento speravo solo che mi venisse un altro attacco di
vertigini, così da sbarazzarmi di Chikashi e delle sue critiche
implacabili. Ma purtroppo nessun giramento di testa si presentò in
mio soccorso, né possedevo le capacità recitative sufficienti per
simularne uno, perciò non potei fare altro che starmene seduto in
silenzio e subire le accuse blande ma evidenti di mia moglie.
A tarda sera, mentre ero disteso sul letto nel mio studio e mi
sentivo ancora col cuore a pezzi, di colpo attraverso il cuscino mi
giunsero all’orecchio le note della seconda delle tre sonate per
pianoforte che Beethoven dedicò ad Haydn. Qualcuno stava
ascoltando il CD in soggiorno, a un volume insolitamente alto. Non mi
mossi, ma quando fu la volta del brano successivo – Mozart,
Sinfonia K550 –, che esplose a tutto volume, non fui più in grado di
controllarmi e mi precipitai di sotto. Rannicchiato sul pavimento
davanti allo stereo c’era Akari.
«È molto tardi, non puoi rimandare a domani?» gli dissi.
Non si degnò neanche di guardarmi, mi fece andare in bestia.
Allora mi avvicinai e mi accovacciai al suo fianco, nel tentativo di
guadagnare la sua attenzione, ma lui reagì alzando ancora di più il
volume dello stereo. Continuava a guardare dritto davanti a sé,
ignorandomi, e potevo scorgere la sua nuca e la guancia che
s’imporporavano a vista d’occhio. Chikashi emerse dalla sua stanza
e mi lanciò uno sguardo inquisitorio, ma non appena intravide
l’espressione truce sul mio volto fece marcia indietro senza proferire
parola.
Quando il brano finì, Akari mise via il CD con la consueta cura e si
alzò. E quando incrociò il mio sguardo non riuscii a trattenermi e gli
dissi: «Sei proprio uno stupido, lo sai?».
Tornai nella mia camera da letto/studio e, dopo aver fissato a
lungo il buio, accesi la lampada sul comodino. Per la prima volta
dopo il ritorno a Tōkyō, mi avvicinai alla libreria e afferrai il primo
tascabile che mi capitò sottomano. Non appena cominciai a leggere
una pagina a caso, il rettangolo di carta fitto di minuti caratteri e
contornato da spazi bianchi ai margini iniziò a tremolare e a vorticare
paurosamente davanti ai miei occhi… Questo episodio, non so bene
perché, mi riporta alla memoria una chiacchierata molto vivace con
un antropologo culturale, un architetto e altri amici sul fatto che in
inglese gli spazi bianchi intorno alla superficie del foglio sono
chiamati margins, mentre le annotazioni e i commenti che talvolta si
scrivono in quegli spazi sono detti marginalia. Non ricordo come
arrivammo a parlare di una questione così concreta, soprattutto
perché in origine il nostro discorso verteva sul concetto astratto di
«marginalità». In quell’occasione, un altro caro amico – il
compositore Takamura – sembrava immerso nei suoi pensieri e non
partecipava più di tanto alla conversazione. Ipotizzai che l’argomento
non fosse di suo interesse e perciò rimasi molto sorpreso quando,
non molto tempo dopo, scrisse una composizione di leggiadra
bellezza intitolata Marginalia. Ripensandoci adesso, a distanza di
parecchi anni, quei giorni furono con ogni probabilità i più creativi e
stimolanti di tutta la mia vita.
A ogni modo, come stavo dicendo, le mani con cui tenevo il
tascabile sembrarono piegarsi e collassare all’improvviso e
andarono a sbattere contro lo scaffale della libreria, mentre il mondo
intorno a me prese a oscillare con una tale violenza che la mia linea
di visuale sembrò inclinarsi a un angolo assurdo, oltre i sessanta
gradi. Il terribile disco nero rotante era tornato.
Quello fu l’inizio del secondo attacco di vertigini, un grave
malessere che a poco a poco è diventato cronico e mi va
procurando molto fastidio. Una serie preoccupante di crisi che tutti i
membri della mia famiglia, a eccezione di Akari, sono soliti ormai
chiamare «le grandi vertigini».

1 Comprende i romanzi Il bambino scambiato (Torikaeko – Chenjiringu, 2000), Il


fanciullo dal volto malinconico (Ureigao no dōji, 2002) e Addio, miei libri! (Sayōnara, watashi
no hon yo!, 2005). [n.d.t.]
2 I due termini sono in inglese nel testo originale. [n.d.t.]
PARTE SECONDA
LA SUPREMAZIA FEMMINILE
6.
Lanciando cani morti

1.

Dopo il secondo attacco delle «grandi vertigini» sviluppai una


singolare abitudine. Quando i capogiri si placavano, mi
addormentavo di schianto e sprofondavo in un mondo di tenebre. Se
dopo il primo attacco fosse sopraggiunto un sonno di morte, il
passaggio verso l’ignoto non sarebbe stato poi così traumatico. Ma
ero sopravvissuto, come dimostrava il fatto che la mia coscienza
continuava a funzionare. Cogito ergo sum! Ero ancora vivo e vegeto
in questa realtà.
Ma chi ero esattamente? Chi o cosa ero diventato? A volte aprivo
gli occhi nell’oscurità ancora mezzo addormentato – magari era già
giorno, ma le tende scure impedivano l’ingresso della luce – e non
avevo la più pallida idea di chi fossi né di dove mi trovassi. Allora
prendeva a risuonarmi nella testa una poesia pregna di nostalgia,
parole che si ripetevano come una cantilena e offrivano una
spiegazione al mio stato esistenziale: Una corrente sottomarina / Gli
spolpò le ossa in bisbigli. Come affiorava e affondava / Traversò gli
stadi dell’età matura e della giovinezza/ Entrando nel vortice… E
cominciavo a riflettere tra la veglia e il sonno, perdendo la
cognizione dello spazio e del tempo… Travolto dalla corrente
sottomarina, continuava ad affiorare e affondare, su e giù senza
sosta, prima di entrare nel vortice degli abissi. Io sono io, ma sono
anche qualcos’altro, perché sento che sono al contempo anche lui:
in altre parole, io sono mio padre. Lui, mio padre, che solo ora mi
rendo conto annegò nel fiore degli anni; mio padre, lui, che perse la
vita quando aveva più di vent’anni meno di quanti ne abbia io
adesso, all’indomani delle mie «grandi vertigini»… E quella
consapevolezza improvvisa era spesso seguita da un’altra
illuminazione ai confini della coscienza: Io amavo mio padre! Gli
volevo un bene dell’anima! Allora mi svegliavo in via definitiva, preso
tra due emozioni contrastanti: un imbarazzante senso di sollievo da
una parte e una disperazione dilaniante e profonda dall’altra.
Il mio stato mentale e il modo di riemergere dal sonno generarono
in me un’altra inedita abitudine. Talvolta restavo sveglio fino a notte
fonda, assalito dal presentimento di un nuovo violento attacco di
vertigini, e alla fine mi decidevo a prendere la medicina che mi era
stata prescritta in caso di emergenza e che però, di solito, non mi
permetteva di dormire abbastanza a lungo. Solo qualche volta,
quando riuscivo a starmene immobile e tranquillo a letto, scivolavo in
un sonno profondo e mi risvegliavo ben riposato poco prima di
mezzogiorno. Quei farmaci erano molto potenti, perciò cercavo di
farne uso il meno possibile ed ero consapevole che avrei fatto bene
a smettere al più presto. Quando riaprivo gli occhi prima dell’alba, a
distanza di poche ore dall’assunzione, mi ritrovavo preda di un
prodigioso «risveglio della memoria»: miriadi di idee e ricordi mi
attraversavano la mente a un ritmo incredibile, vividi e dettagliati. E
quando mi risvegliavo la seconda volta, di solito poco prima di
mezzogiorno, buttavo giù degli appunti veloci – sommari ed
elementari come schizzi a matita – sui ricordi e le idee che erano
emersi dal fondo della mia memoria alcune ore prima. Non potevo
fare a meno di chiedermi se quell’enorme attività cerebrale fosse in
qualche modo collegata all’energia stupefacente che si
accompagnava agli attacchi di vertigini, e avevo la netta sensazione
che quel recente malessere racchiudesse in sé un più ampio
significato. La comparsa delle «grandi vertigini» negli ultimi anni
della mia vita non poteva essere un fenomeno del tutto casuale.
In quel periodo si fece strada in me un’altra convinzione strana e
incrollabile: quella serie di attacchi di vertigini, forti e implacabili
come nient’altro in tutta la mia vita, prima o poi non avrebbero
causato un danno permanente alle mie facoltà mentali? Ne ero
certo, e non nego che la prospettiva di un evento così catastrofico mi
terrorizzava. Eppure, proprio perché ritenevo che la mia lucidità
fosse a rischio e avesse i giorni contati, mi sentivo più che mai in
dovere di prestare attenzione alla recente ondata di ricordi, che
sembrava volermi comunicare qualcosa prima che fosse troppo
tardi. Negli ultimi cinquant’anni circa, quasi come fosse un rito,
avevo sempre iniziato la giornata di lavoro appuntando sulle mie
preziose schede di cartoncino bianco i dettagli salienti dei miei sogni
e delle susseguenti e vaghe riflessioni tra la veglia e il sonno.
Spesso quegli appunti mi offrivano spunti importanti per i miei
romanzi, perciò non potevo assolutamente permettere che il nuovo
flusso di ricordi cadesse nell’oblio senza essere fissato nero su
bianco.
Tuttavia, avevo deciso una volta per tutte di abbandonare il
«romanzo dell’annegamento» e avevo messo un punto fermo anche
all’idea di dedicarmi a un lavoro di narrativa sulla lunga distanza.
Semplicemente non sentivo in me un altro romanzo. Che fare,
allora? Perché mi ostinavo a trascrivere su carta quei ricordi? La
spiegazione era una sola: riempire quelle piccole schede era per me
come una malattia cronica per la quale non esistevano rimedi.

2.

Durante uno dei miei accessi di «ipermemoria» mi capitò di


imbattermi nel ricordo del giorno in cui finì la guerra. Nuvoloso e
coperto: così molti scrittori della mia generazione hanno descritto il
cielo in quel fatidico giorno d’estate. Ma nella foresta dello Shikoku il
tempo era bello e sereno. Mancava poco a mezzogiorno e potevo
distinguere perfettamente la posizione del sole. Giù al fiume c’era un
posto dove le donne che abitavano nell’agglomerato di case sulla
sponda settentrionale usavano fare il bucato. Tra i massi che
affioravano dall’acqua spiccava in particolare un grande blocco
roccioso rotondeggiante, con alcuni cespugli di Salix gracilistyla che
spuntavano da una fenditura più o meno al centro. All’ombra di
quell’enorme masso, non lontano dalla riva, c’era una porzione di
fiume grossomodo triangolare che formava una piscina naturale. Mi
piaceva un sacco guadare la corrente, immergermi in prossimità
della grande roccia e infilarmi nella rientranza simile a una piccola
grotta alla sua base. Facendo leva sulle gambe, mi spingevo
all’interno fin dove potevo, la roccia sporgente sopra di me a fungere
da tettoia. Quell’ansa isolata del fiume era al riparo dalla corrente,
perciò l’acqua tendeva a stagnare e sul fondo c’era un accumulo
permanente di materiale argilloso e fanghiglia. Quando me ne stavo
dritto e fermo, il corpo veniva avvolto quasi per intero da quella
melma soffice e limacciosa; se mi appiattivo sul fondo, le donne
accovacciate sulla riva vicina a fare il bucato non si accorgevano
minimamente della mia presenza. Dopo che ebbi perfezionato la
tecnica di infilarmi nella grotta segreta senza essere visto, presi
l’abitudine di recarmi in quel posto con una certa frequenza, per il
semplice gusto di assaporare la libertà di immergermi beato per ore
e ore in quel nascondiglio melmoso.
Quell’angusto luogo appartato era spesso protagonista dei miei
ricordi di primo mattino, e altrettanto spesso era accompagnato da
un altro ricordo che lo rendeva ancora più mitico e intenso. Dopo
aver intrapreso la carriera di scrittore, mi capitò di leggere un
romanzo di un autore francese in cui la famosa storia di Robinson
Crusoe veniva raccontata dal punto di vista di Venerdì. Crusoe,
naufragato sull’isola deserta e spossato da una routine quotidiana di
duro lavoro e costante pericolo, aveva a disposizione una grotta
segreta piena di fango umido e soffice dove poteva riprendere fiato e
bearsi per qualche ora. Tutte le volte che leggevo quella scena, mi
sentivo travolgere da un entusiasmo indicibile, a livello emotivo e
anche fisico. E il ricordo di quel libro si sovrapponeva in modo
inscindibile a quello del mio magnifico nascondiglio nella melma del
fiume.
Tornando a quello storico giorno, noi bambini della valle fummo
radunati in fila poco prima di mezzogiorno e seguimmo i nostri
insegnanti lungo la salita alle spalle della scuola, fino alla casa del
capovillaggio, che era situata su un’altura. Dal momento che
l’accesso alla residenza era riservato ai soli adulti, ci fecero
raggruppare accanto alla siepe che circondava la proprietà. Il cielo
era un’immensa distesa di azzurro terso, la foresta splendeva sotto
la luce del sole e tutt’intorno risuonava il canto delle cicale.
Dall’interno della casa si sentiva provenire il brusio preoccupato
degli uomini e, a seguire, dopo un discorso del capovillaggio che
invitava alla calma, il pianto sommesso delle donne si trasformò in
un lamento funereo e prese il sopravvento. Subito dopo due
insegnanti tornarono da noi, uscendo dalla porticina di legno accanto
all’entrata principale. Ci dissero che l’annuncio alla radio
dell’imperatore era terminato e che potevamo tornare giù nella valle.
Mentre marciavamo in fila, la terra che scottava sotto i piedi nudi,
alcuni ragazzi più grandi ci comunicarono che il Giappone aveva
perso la guerra, e a quel punto rompemmo i ranghi e ognuno tornò a
casa propria. Quando giunsi davanti alla mia, notai che le imposte
scorrevoli erano chiuse come al solito e immaginai che mia madre
fosse impegnata in qualche lavoro manuale nella stanza sul retro
(quelle finestre non erano state più aperte dal giorno della morte di
mio padre). Mi incamminai per gli angusti viottoli in mezzo alle case
del villaggio e mi diressi verso le Rocce Spose. Giunto al fiume, mi
liberai degli indumenti intrisi di sudore e li abbandonai sulle rocce
piatte accanto alle quali le donne usavano fare il bucato. Con
indosso nient’altro che l’ecchū fundoshi, mi immersi nelle acque
placide del mio nascondiglio segreto. Allungai le gambe, allargai
leggermente le braccia e galleggiai supino in superficie, lasciando
che l’acqua quasi mi entrasse nelle orecchie. Rimasi a lungo in
quella postura, perso nelle mie fantasticherie. Dopo un po’ sollevai
un braccio dall’acqua e mi accorsi che finalmente l’aria si era
rinfrescata. Mi rimisi in posizione eretta e volsi lo sguardo alla
grande roccia che emergeva dalla superficie scintillante del fiume.
Tutt’a un tratto mi balenò un’idea nella mente: lasciai le acque chete
del mio nascondiglio e nuotai in direzione del posto dove le
increspature del fiume si infrangevano contro la grande roccia, e
mentre mi avvicinavo mi abbandonai alla corrente. In breve mi
ritrovai in prossimità di uno dei lati dell’enorme monolito; di colpo i
miei muscoli si misero in azione da soli, sapevo a menadito cosa
fare. Affidandomi alla forza delle braccia e delle gambe, mi spinsi in
avanti, mentre la corrente mi vorticava contro il petto. Quando
raggiunsi la mia meta, presi fiato guardando il cielo, mi immersi
sott’acqua e infilai la testa nella fessura alla base della grande
roccia. Dal lato opposto i raggi obliqui del sole penetravano
all’interno della fenditura e illuminavano incantevolmente la cavità
subacquea. D’un tratto vidi davanti a me decine di leucischi argentei,
sospesi in quell’acqua azzurrognola mentre nuotavano con vigore
controcorrente. E al di sotto di quel banco di pesci, avvolto nella
fanghiglia sul fondo scuro, ebbi la netta sensazione di scorgere un
grande corpo nudo… Mio padre! Il suo cadavere fluttuava
dolcemente, cullato dalla corrente sottomarina. E io, lì a guardarlo,
cercavo di imitare i suoi movimenti.
A distanza di decenni, nel pieno di uno dei miei accessi di
«ipermemoria», presi una scheda e scrissi: «Amo mio padre
disperatamente». E un attimo dopo, seppure in quello stato di
profonda commozione, aggiunsi in piccolo in inglese «desperately» e
pronunciai lentamente a fior di labbra ogni sillaba di quella parola.

3.

Caro Kogii,
ho ricevuto una lettera molto gentile e accurata da parte di tua
moglie Chikashi. Ho usato questi due aggettivi non a caso, perché
credo descrivano in modo perfetto il tono e il contenuto della lettera.
Neanche un solo rigo è stato sprecato all’insegna di un futile
ottimismo o di un superfluo pessimismo. Chikashi si è limitata a farmi
un quadro semplice e diretto delle tue condizioni attuali. Tuttavia, nel
dubbio che la mia interpretazione delle sue parole possa essere
stata alterata dal mio punto di vista soggettivo, ti chiedo per favore di
darmi conferma delle conclusioni alle quali sono giunta.
1. Le «grandi vertigini» non sono riducibili a un unico episodio
avvenuto mentre eri nella valle. Dopo il tuo ritorno a Tōkyō si sono
ripresentate altre tre volte, giusto?
2. Il vostro medico di famiglia ti ha rassicurato e ti sei adagiato un
po’ troppo sugli allori, e non sei più andato all’ospedale universitario
per fare una risonanza magnetica e altri esami. Chikashi e Maki ti
hanno ripetuto più volte di non perdere tempo e fare tutto quello che
serve, ma tu continui a non ascoltarle. L’attacco di vertigini che ti ha
colpito mentre eri nello Shikoku ti ha colto completamente di
sorpresa, e forse temi che i risultati degli esami medici possano
essere ancora più scioccanti. Se si dovessero riscontrare danni
irreparabili al cervello, molto probabilmente saresti costretto a
mettere un punto fermo al tuo lavoro di scrittore, e tutti noi
dovremmo accettare il fatto che non saresti più in grado di riprendere
la tua normale attività.
Quando il professor Musumi, nonostante sapesse che qualcosa
non andava, rifiutò di sottoporsi agli esami per accertare la presenza
di un cancro al polmone, ti assumesti il compito – dietro richiesta
della moglie – di tentare di convincerlo a farsi curare. Ma lui non
volle darti ascolto, con le conseguenze fatali che tutti conosciamo, e
ora sembra che tu voglia imitarlo ricorrendo alle stesse scuse.
Chikashi è disposta a rispettare le tue scelte, e io sono d’accordo
con lei. Al di là di quello che è accaduto e accadrà, ho la sensazione
che il tuo recente ritorno nella valle sia servito a farti capire qualcosa
di molto importante. Se per caso mi sto sbagliando, spero che
potremo riderci sopra insieme, come abbiamo fatto in passato tutte
le volte che ci siamo imbattuti in tue strane idee preconcette e
convinzioni errate.
3. Qualunque sarà la diagnosi, ti converrà concederti un periodo di
riposo, così da poter essere poi in grado di riprendere un ritmo di
lavoro regolare – entro i limiti imposti dalla nuova situazione, è ovvio
–, proprio come il professor Musumi nell’ultimo periodo della sua
vita. Se continui a restare bloccato nella fase di diniego
dell’eventuale malattia e la tua scrittura dovesse cominciare a
mostrare i segni di un declino mentale, sarebbe un problema molto
serio, non credi? Per essere certi che questo non accada, Chikashi
starebbe pensando di ideare un sistema in base al quale tutto ciò
che scriverai d’ora innanzi sarebbe sottoposto al controllo accurato
di alcuni dei tuoi editor più fidati, prima della pubblicazione. E se si
dovessero riscontrare problemi gravi, in qualsiasi momento, alla
casa editrice spetterebbe l’onere di annunciare pubblicamente e con
effetto immediato il tuo ritiro dalla scena letteraria.
4. In questo momento, anche se ti senti molto giù, non penso che
la tua vita sia così diversa da prima, quando eri in buona salute. È
vero, hai smesso di lavorare al «romanzo dell’annegamento», ma
continui a scrivere tutti i mesi per un noto quotidiano. E presumo che
le tue abitudini di lettura non siano cambiate, forse a eccezione del
fatto che leggi meno libri in lingue straniere perché dover cercare le
parole nel dizionario può essere stancante.
Un altro motivo per cui ho deciso di scriverti è dovuto alla volontà
di trovare il modo migliore per restare in contatto costante ora che le
«grandi vertigini» costituiscono un elemento rilevante della tua e
della nostra esistenza. È ovvio che in caso di emergenza Chikashi
mi telefonerebbe subito a casa. Ma io non sto parlando di questo,
bensì della possibilità di sentirci con una certa frequenza, in base a
un metodo che vada bene per te.
Da parte mia non ho grandi novità da riferirti, a eccezione
dell’attività teatrale di Masao e Unaiko. Dopo che sei rientrato a
Tōkyō, si sono mostrati entrambi molto gentili e premurosi nei miei
confronti e mi hanno coinvolta ancora di più nel loro lavoro. Unaiko,
in particolare, si sta aprendo molto con me e il nostro rapporto
diventa di giorno in giorno più profondo. Mi mette a parte dei suoi
pensieri e delle sue emozioni, parliamo di questioni importanti, e ho
la sensazione che presto affronteremo argomenti di cui avrò bisogno
di discutere anche con te.
Chikashi mi ha detto che non esiste nessuna garanzia che tu
possa rispondere a tutte le mie lettere, ma visto che ultimamente stai
scrivendo un bel po’ delle tue schede – anche se non hai nessun
progetto in vista –, si è gentilmente offerta di fotocopiarne alcune e
spedircele, con il tuo permesso, è ovvio. Unaiko e io cercheremo di
interpretarle come fossero risposte ai nostri numerosi interrogativi.
Come sai, abbiamo già ricevuto un primo blocco di appunti da
Chikashi e stiamo esaminando tutto con grande attenzione. Unaiko è
molto entusiasta, lo sta facendo con la stessa energia e con lo
stesso senso critico con cui interagiva direttamente con te. È rimasta
molto colpita, in senso negativo, dalle righe in cui confessi in modo
così esplicito il tuo amore «disperato» per nostro padre. Tra l’altro mi
ha detto che durante una delle vostre conversazioni alla Casa nella
foresta ti ha parlato della sua esperienza traumatica al santuario di
Yasukuni. Credo che sperasse non solo di ricevere la tua opinione al
riguardo, ma anche che le parlassi di te e della tua ideologia
antinazionalista – che come avrai capito condivide appieno – così
come della tua reazione contraddittoria in occasione della
rappresentazione privata de Il giorno in cui lui mi asciugherà le
lacrime, quando ti sei lasciato trascinare dall’emozione al punto da
metterti a cantare in tedesco. A dirti la verità è rimasta un po’ delusa,
ha avuto l’impressione che non fossi disposto a parlare più di tanto
dell’argomento con lei.
Unaiko intende ricorrere al teatro per esprimere la sua posizione e
i suoi sentimenti su temi importanti, che molto probabilmente sono
collegati a quell’esperienza giovanile al santuario di Yasukuni. Sente
la questione del nazionalismo, del militarismo e di simili ideologie in
modo molto intenso e personale, e penso sia per questo che è
rimasta perplessa di fronte alla tua improvvisa e inaspettata
dichiarazione d’amore per il nostro povero e incauto padre. A
proposito, tu avrai anche messo un punto fermo al progetto del
«romanzo dell’annegamento», ma devo dirti che Unaiko e gli altri
sperano vivamente che torni sui tuoi passi e possa riprendere a
collaborare con loro, anche in relazione al metodo di Lanciando cani
morti, la pièce di cui come sai è autrice la stessa Unaiko.
Ora, permettimi di aggiornarti in concreto e nel dettaglio sul lavoro
recente di Unaiko. Prima, però, devo dirti che forse è stato Masao a
restare più deluso di tutti dalla tua decisione di abbandonare il
«romanzo dell’annegamento». Diversamente da me, lui tende a farsi
scoraggiare molto dalle occasioni mancate e non dimentica
facilmente. Quando gli ho detto per la prima volta che saresti venuto
nello Shikoku per finire il tuo libro, si è messo a fare i salti di gioia.
«Finalmente! Finalmente!» esclamava tutto contento, sembrava un
ragazzino. Non lo avevo mai visto così entusiasta, persino Unaiko è
rimasta a bocca spalancata e ha riso per uno o due minuti di fila.
Naturalmente sappiamo tutti molto bene quanto Masao sia
ossessionato dall’idea di trasporre per il teatro la tua intera opera, e
perciò la sua reazione allegra e puerile era più che comprensibile,
così come la sua grande delusione quando il progetto del «romanzo
dell’annegamento» e della vostra collaborazione è crollato. Invece
Unaiko, per quanto scottata, non si è lasciata abbattere e sta
cercando di imprimere una svolta positiva alla situazione, insistendo
sul fatto che in un certo senso può essere un bene che tu ti sia
finalmente liberato dal peso di quel romanzo incompiuto. Non so se
è nel giusto, ma è convinta che assumendo un atteggiamento critico
nei tuoi confronti riuscirà in qualche modo a ristabilire una
collaborazione con te. Comunque sia, immagino tu sappia che
attualmente il Caveman Group è impegnato in un progetto teatrale
che coinvolge le scuole medie e i licei di tutta la regione; nello
specifico, stanno lavorando a un adattamento de Il cuore delle cose
di Natsume Sōseki. Unaiko e Masao hanno preparato un copione di
massima, lasciando ampio spazio all’improvvisazione, e sono già
stati in diverse scuole. La prima versione della performance è stata
accolta positivamente e hanno ricevuto nuovi inviti e richieste da
molte altre scuole.
Ma Unaiko, come avrai capito, non è propensa ad accontentarsi di
una manciata di elogi e critiche positive. Non ama ripetere sempre e
soltanto le stesse cose, a lei piace guardare avanti e puntare alla
novità. Pensa che si è presa la briga di registrare le impressioni degli
studenti sul finire di ciascuna performance, durante lo spazio
dedicato al dibattito, e sta cercando di mettere in evidenza i loro
commenti nella nuova versione dell’adattamento de Il cuore delle
cose. In altre parole, vuole che la performance si evolva passo dopo
passo e si trasformi in qualcosa di nuovo. Ora, con l’aiuto e
l’esperienza di Masao, è impegnata nel tentativo di mettere a frutto i
risultati del suo lavoro preliminare e farne un’opera a sé stante,
un’opera camaleontica e in continua evoluzione. Inoltre ha
continuato a perfezionare il metodo e lo stile del suo Lanciando cani
morti senza mai fermarsi, e sta tentando di utilizzare lo stesso
approccio incisivo e coinvolgente per animare il più possibile la fase
del dibattito e la stessa performance. È riuscita, per esempio, a
ottenere la collaborazione attiva degli studenti di varie scuole e a
convincerli a lanciare numerosi «cani simbolici», innescando una
sana e produttiva battaglia dialettica. Al momento attuale, come
accennavo prima, è impegnata a mettere insieme le risposte,
compreso un certo numero di opinioni negative, e a rielaborare il
tutto sotto forma di un nuovo copione riveduto e corretto
dell’adattamento del romanzo di Sōseki. In tutto questo c’entri anche
tu… Un professore del liceo di Honmachi aveva pensato di affidare a
Masao e al Caveman Group l’organizzazione di una performance
presso l’auditorium cilindrico della scuola media della valle. E credo
che Masao e Unaiko ti abbiano parlato del progetto e ti abbiano
chiesto alcuni consigli sull’allestimento de Il cuore delle cose. Al che
il preside della scuola, al corrente di questo, è venuto da me e mi ha
proposto di organizzare nello stesso giorno anche una tua
conferenza. Io, forse un po’ ingenuamente, ho risposto subito di sì,
ma non ti ho detto niente perché in quel momento non avevi ancora
visionato il contenuto della valigia di pelle rossa e ho pensato che
non sarebbe stato giusto informarti della proposta e chiedere la tua
disponibilità. Poi è sopraggiunto l’attacco di vertigini e, anche se tu
non ne sapevi ancora niente, mi sono sentita in dovere di riferire la
situazione al professore del liceo e scusarmi. Ma lui mi ha risposto
che ormai il progetto era partito e che erano state coinvolte diverse
scuole per mettere insieme il budget necessario, per cui non si
poteva più tornare indietro e bisognava in ogni caso organizzare
qualcosa. Allora mi ha proposto di pensare a messinscene pubbliche
in grande stile, basate sulla nuova versione de Il cuore delle cose del
Caveman Group, alle quali avrebbero assistito i docenti e gli studenti
di vari licei della regione, delle scuole medie e forse addirittura i
genitori e i parenti degli studenti. A quel punto ho temuto che il
professore non avesse capito che la tua conferenza era da
considerarsi annullata, per cui gliel’ho ribadito con parole chiare e
inequivocabili. E questa è stata più o meno la sua risposta: «Certo,
questo cambia tutto, non è più la stessa cosa. Mi sa che dovremo
cambiare programma. In base alle informazioni che ho ricevuto dai
miei colleghi più giovani, che bazzicano spesso su Internet, pare che
la rappresentazione di Lanciando cani morti del Caveman Group a
Matsuyama abbia raccolto ampi consensi. Si potrebbe pensare di
applicare il metodo e lo stile di quella performance all’adattamento
de Il cuore delle cose. Credo che non sarebbe affatto una cattiva
idea».
Tuttavia, a dirtela con sincerità, il progetto sponsorizzato dal liceo
di Honmachi con il coinvolgimento dell’intera regione, che prevedeva
la performance del Caveman Group e una conferenza a tema
letterario, aveva ricevuto una pessima accoglienza. L’idea di
organizzare l’evento in un edifico noto per le sue qualità
architettoniche molto peculiari, ovvero l’auditorium della nostra
scuola media, era piaciuta parecchio, ma il problema eri tu… Molti
studenti hanno reagito dicendo: «Ma cosa c’entra Kogito Chōkō?».
Alla fine, quando si è saputo che la tua conferenza non ci sarebbe
più stata, nessuno si è strappato i capelli… Allora si è giunti alla
decisione finale di mettere in scena una nuova versione di
Lanciando cani morti, della durata di circa il doppio rispetto alla
precedente. All’inizio si è riscontrata una certa opposizione riguardo
all’utilizzo dell’auditorium della scuola media, spesso criticato perché
è costato un mucchio di soldi e in fondo il numero degli studenti è in
continua diminuzione, ma poi si è pensato che magari
ribattezzandolo con un nome accattivante, tipo «l’Anfiteatro» o
qualcosa del genere, e trasformandolo in un centro culturale attivo,
avrebbe potuto rivitalizzare il villaggio e attrarre gente anche da
fuori. E ti assicuro che a quel punto le autorità scolastiche e cittadine
si sono ricredute e hanno iniziato a entusiasmarsi all’idea. Ora, visto
che non dovrai tenere più nessuna conferenza, mi sono presa la
libertà di rendermi disponibile a chiederti di aiutare Unaiko a stilare il
nuovo copione, un lavoro che eventualmente potrai svolgere anche
a distanza. Ti sarò, anzi ti saremo molto grati se potrai offrirci il tuo
aiuto.
Qui, in questa piccola valle sperduta in mezzo alla foresta, sono
stata considerata a lungo semplicemente come la sorella di Kogito
Chōkō, famoso scrittore talvolta al centro di numerose polemiche.
Come risultato, per fronteggiare tutto questo, alla fine non ho avuto
altra scelta e mi sono trasformata io stessa in un agguerrito animale
politico!

4.

Conoscevo Lanciando cani morti, sapevo grossomodo di cosa si


trattava, ma non mi bastava. Quando mi si chiede di prendere parte
a un progetto o a un’iniziativa, voglio conoscere tutti i dettagli. Sono
fatto così, è più forte di me. Ero al corrente del lavoro dei giovani
attori del Caveman Group per adattare Il cuore delle cose di
Natsume Sōseki per un’audience di studenti; Anai Masao me ne
aveva parlato. Ero disposto a collaborare, ma avevo alcuni dubbi.
Prima di tutto, riguardo alla messinscena: non riuscivo a capire come
avessero in mente di procedere per trasformare il romanzo di Sōseki
in una performance teatrale interattiva. Difatti, in base al peculiare
metodo di Unaiko, l’interazione spontanea tra pubblico e attori in
scena costituiva un aspetto fondamentale della produzione. Nello
specifico i cosiddetti «cani morti», elemento di scena a dir poco
essenziale in quel tipo di teatro, erano semplici e innocui animali di
peluche. Ma come fare a integrare il loro lancio dalla platea al
palcoscenico e viceversa nell’ambito delle drammatiche vicende
narrate ne Il cuore delle cose? E, soprattutto, quale sarebbe stato in
quel caso il significato dei suddetti cani?
Provai a spremermi le meningi piuttosto a lungo, ma alla fine mi
arresi e decisi di chiedere a Chikashi di interpellare Unaiko per farsi
dare i dettagli di cui avevo bisogno. La risposta di Unaiko, sempre
tramite Chikashi, non tardò ad arrivare. Disse che il copione
provvisorio di Lanciando cani morti che stava utilizzando (come già
mi aveva spiegato Asa) si basava sulle registrazioni audio del
dibattito e dei commenti degli studenti che avevano partecipato alle
performance in varie scuole. Lesse al telefono a mia moglie alcune
parti, specificando che avrebbe desiderato ricevere al più presto un
mio parere. Chikashi, che palesava di non disdegnare il suo ruolo di
intermediaria, trascrisse quei brani su carta e me li mostrò. Unaiko le
riferì anche ulteriori dettagli sulle origini del «lancio dei cani morti» e
sull’evoluzione di quella stravagante trovata. Come si era arrivati a
quell’incredibile battaglia a colpi di peluche, che al culmine della
rappresentazione volavano da un lato all’altro del palcoscenico,
nonché dal palcoscenico alla platea e viceversa, scatenando un
putiferio senza eguali? E pensare che l’idea di partenza, nata dalla
mente di Unaiko in seguito al contrasto con alcune casalinghe che
portavano a spasso i loro cagnolini, prevedeva il lancio di buste di
plastica zeppe di escrementi canini, poi sostituite da animali di
peluche! Ne erano scaturiti una pièce e un vero e proprio metodo
teatrale molto originali che avevano riscosso ampi consensi da parte
della critica. Tutto era iniziato in maniera alquanto casuale, durante
una rappresentazione del Caveman Group ispirata a certe
commedie di una compagnia di Ōsaka che godeva di una buona
popolarità negli anni prima della guerra, nell’ambito di una sorta di
revival del periodo d’oro dello shingeki. Nella scena in questione,
una giovane moglie interpretata da Unaiko era seduta su una sedia
in un salotto in stile occidentale con un cucciolo in grembo (un cane
di peluche). A un certo punto, senza un motivo apparente, il pubblico
aveva cominciato a schernire il personaggio di Unaiko e lei, aizzata
dai fischi e da continui motteggi, a un tratto aveva distorto il viso in
una smorfia e aveva finto di strangolare il cane; lo strangolamento
era apparso molto realistico, dato che Unaiko aveva fatto credere di
essere in preda a una vera e propria crisi di nervi. Dopo di che aveva
scagliato con rabbia il peluche in platea, e gli spettatori, continuando
a rumoreggiare, lo avevano raccolto e glielo avevano rilanciato con
altrettanta veemenza. Quello era stato senza dubbio un momento
topico nello sviluppo del metodo drammatico di Unaiko. In pratica
aveva realizzato che, mentre nella comune realtà la maggior parte
del pubblico non aveva niente contro di lei e gli altri attori, nel
contesto della rappresentazione quegli stessi spettatori erano
spronati a deridere gli attori sul palcoscenico. Quella prima
interazione del tutto involontaria tra palco e platea aveva destato una
certa euforia, per cui nella replica successiva si era deciso di ripetere
la scena dello strangolamento del cane, stavolta intenzionalmente. Il
provocatorio botta e risposta con il pubblico era stato aggiunto al
copione, e a poco a poco il serioso e compassato dramma che
risaliva a vari anni prima era stato stravolto e trasformato nel folle e
divertente Lanciando cani morti. L’elemento interattivo si era rivelato
molto ben gradito e in breve era diventato il marchio di fabbrica del
Caveman Group.
Poi il metodo era stato perfezionato ulteriormente e si era giunti a
inserire tra il pubblico un certo numero di complici, ovvero attori sotto
mentite spoglie che avevano il compito di scatenare una
coreografica battaglia sull’asse platea-palcoscenico. Col passare del
tempo si era formato anche un gruppetto di devoti fan che
assistevano alle rappresentazioni armati di peluche, e dunque il
numero di «cani morti» che volava da una parte all’altra del teatro
variava di sera in sera, aggiungendo suspense allo spettacolo. Alla
fine, nella maggior parte dei casi, le performance raggiungevano il
climax e si concludevano spontaneamente al momento del
pandemonio innescato dal lancio dei «cani morti».
Unaiko confessò a mia moglie di essere un po’ in apprensione per
quello che sarebbe potuto succedere durante l’imminente
messinscena della nuova versione de Il cuore delle cose del
Caveman Group. La partecipazione del pubblico rappresentava
come sempre un’incognita imprevedibile e tutto poteva accadere.
L’audience sarebbe stata costituita da studenti di scuole medie e
licei di tutta la regione, accompagnati da docenti e familiari, e
l’evento si sarebbe tenuto presso il famoso auditorium cilindrico della
scuola della valle, il cosiddetto «Anfiteatro». Nella prima parte della
performance, il Caveman Group avrebbe semplicemente interpretato
il copione, senza eccessivi fronzoli. Dopo di che, nella seconda
parte, gli attori che avevano appena finito di recitare si sarebbero
posizionati sul lato sinistro del palcoscenico e i loro colleghi
sparpagliati in incognito in platea si sarebbero alzati e avrebbero
guadagnato il lato destro della scena. A quel punto, i falsi spettatori
avrebbero iniziato a rivolgere domande e commenti provocatori agli
attori, e a poco a poco l’atmosfera si sarebbe surriscaldata e la
discussione sarebbe degenerata in un’accesa disputa. Tutto questo
in base al copione, con i due gruppi di attori che si sarebbero limitati
a recitare le battute assegnate durante le prove. Ma era prevedibile
che durante il «dibattito», man mano che il contrasto si fosse
inasprito, i veri spettatori avrebbero preso coscienza della legittimità
dell’approccio interattivo e si sarebbero sentiti autorizzati a
intervenire. E a quel punto, se tutto fosse andato come previsto, la
scena si sarebbe trasformata in una baraonda totale, con una
caterva di «cani morti» lanciata selvaggiamente da una parte all’altra
dell’auditorium.

5.

La prima dello spettacolo di Unaiko, che si è svolta presso


l’Anfiteatro della valle l’ultimo sabato di settembre e alla quale hanno
partecipato studenti delle scuole medie e dei licei, è stata un trionfo!
Unaiko temeva di non essere riuscita a comunicare in modo
esauriente per telefono l’essenza del progetto a tua moglie – e di
conseguenza anche a te –, ma posso dirti che in questo momento è
davvero contenta e soddisfatta. Se possibile, ti chiederei di
condividere la lettura di questa lettera con Chikashi, sono sicura che
la troverete molto interessante.
Ti confesso che in parte ti scrivo anche per convincerti ad aiutare
me e Unaiko nel nuovo progetto, che è partito con l’incredibile
successo della nuova versione di Lanciando cani morti ispirata a Il
cuore delle cose di Sōseki. Conserverò la giusta dose di energia per
parlartene più avanti, perché prima desidero farti una cronaca
dettagliata della grande affermazione teatrale di Unaiko.
Prova a immaginare: un edificio cilindrico, un palcoscenico a
semicerchio e file di posti tutt’intorno. Nessun sipario tra il palco e la
platea, gli sguardi del pubblico convergono verso il palcoscenico
ancora vuoto e buio, simile a un buco nero al centro dello spazio in
basso. Il teatro è immerso nella penombra. Una figura esile e sottile
comincia a intravedersi sul palcoscenico, completamente immobile:
è Unaiko. Man mano che le luci la illuminano, si intuisce che ha
l’aspetto di un’insegnante di lingua e letteratura giapponese di liceo.
Va ricordato che negli ultimi tre anni circa ha fatto il giro delle scuole
medie di tutta la regione dando lezioni di teatro, e di conseguenza
tra il pubblico ci sono molti suoi giovani ammiratori. Stringe in mano
un volumetto delle Opere complete di Sōseki della Iwanami shoten.
Si tratta per la precisione de Il cuore delle cose. La performance
parte dalla premessa che Unaiko stia facendo lezione agli studenti
delle medie e dei licei presenti sul palco e in platea. Inutile dire che
sia le parole che rivolge alla classe immaginaria sia il modo in cui si
svolge la seconda parte della rappresentazione tengono conto del
fatto che in teatro sono presenti diversi studenti che hanno assistito
a sue precedenti esibizioni e sono abituati a interagire con lei. Sul
contenuto e le modalità della seconda parte credo sia inutile darti
spiegazioni dettagliate, visto che Unaiko te ne ha già parlato la sera
in cui avete bevuto insieme alla Casa nella foresta.
«La prima volta che ho letto questo libro avevo più o meno la
vostra età», esordisce. «In quell’occasione, così come nelle riletture
successive, stringevo in pugno la mia matita rossa e blu e
sottolineavo o cerchiavo diverse frasi e parole. Forse lo fate anche
voi, ma usando evidenziatori di vari colori. A ogni modo, ho letto e
riletto questo libro numerose volte. Fin dalla primissima lettura mi
sono venuti in mente svariati dubbi e domande, ed è proprio da
questi che voglio cominciare il mio discorso. Come di certo
ricorderete, in vista di questa lezione vi avevo assegnato due
compiti. Uno era una sorta di questionario in cui vi chiedevo di
elencare le parole e le frasi del romanzo che più vi avevano colpito.
L’altro era molto semplice: leggere Il cuore delle cose da soli,
esattamente come ho fatto io tanti anni fa. La storia comincia con il
protagonista e io narrante, un giovane di cui non conosciamo il
nome, che instaura una profonda amicizia con un uomo più anziano
al quale si rivolge sempre con l’appellativo rispettoso di sensei –
“maestro”. Ma a un certo punto il maestro si suicida lasciando una
lunga lettera d’addio. Il giovane, sotto shock, legge la lettera
dall’inizio alla fine, ed è più o meno questa la struttura basilare
dell’intero romanzo. Ora, noi cominceremo con la lettura della parte
della lettera in cui il maestro ricorda l’inizio della sua amicizia con il
giovane protagonista e la decisione di confidarsi con lui. A leggere il
brano sarà un attore della nostra compagnia teatrale, che mi
raggiungerà a breve portando con sé il testo. Il suo compito
consisterà nella lettura di un solo passaggio, ma in seguito altri attori
entreranno in scena e interpreteranno vari ruoli. Alcuni resteranno
sul palco, altri si limiteranno a una breve apparizione e torneranno
dietro le quinte. In entrambi i casi, ricordate che non ci sarà bisogno
di applaudire tutte le volte che un nuovo personaggio farà la sua
comparsa in scena. Bene, direi che possiamo cominciare con la
lettura!»
MAESTRO: A volte ridevo, e tu ti mostravi spesso insoddisfatto. In quei momenti chiedevi
che io dispiegassi davanti a te il mio passato, come un rotolo dipinto. Fu allora che
cominciai a rispettarti, perché tu avevi deciso di afferrare, sia pure con una certa brutalità,
qualcosa che era vissuto nella mia anima, volevi aprirmi il cuore e vedere il sangue
scorrere. Io allora vivevo ancora. Non pensavo alla morte, e rimandavo la tua richiesta a
qualche altro giorno. Ora, aperto il mio cuore con le mie stesse mani, voglio che il mio
sangue bagni il tuo viso. E sarò soddisfatto se, quando il mio cuore avrà finito di battere,
un vita nuova avrà trovato posto dentro di te.

«Come ho detto all’inizio, quando ho letto per la prima volta


questo brano e il resto del romanzo avevo suppergiù la vostra età.
Potrà suonare banale, ma quando il maestro permette al giovane
protagonista di chiamarlo con quel termine ossequioso – sensei –,
sembra quasi che assuma un atteggiamento molto cordiale,
premuroso e al tempo stesso pedagogico, perciò sulle prime ebbi la
netta sensazione che si trattasse di un romanzo che voleva
insegnare qualcosa sulla vita alle giovani generazioni. E invece non
era affatto così. Sebbene vi sia un certo numero di dialoghi tra i due
personaggi principali, nella maggior parte dei casi il maestro non
intende insegnare nulla al giovane io narrante. Per esempio, a un
certo punto il giovane chiede: “C’è davvero colpa nell’amore?”. E il
maestro replica laconico: “Certamente”. Più avanti raccomanda al
giovane amico di assicurarsi la sua parte di beni familiari al momento
opportuno, ma non c’è altro. Poi, in seguito, si scopre che quei due
temi – l’amore e l’eredità di beni materiali – avevano creato al
maestro notevoli problemi e imposto un certo indirizzo alla sua
esistenza. Quando finalmente sono giunta alla lettura dell’ultima
parte del romanzo, interamente occupata dalla lunga lettera d’addio
del maestro, mi sono resa conto del fatto che forse l’autore aveva
scritto questo libro soprattutto per esprimere i propri pensieri
attraverso quella lettera. Il maestro aveva vissuto una buona parte
della sua vita imponendosi un isolamento forzato, rifiutando qualsiasi
contatto con la società, e tutto lascia intendere che avesse deciso di
scrivere quella lunga lettera con la piena consapevolezza che si
trattava dell’ultima possibilità che aveva a disposizione per rivelare la
sua storia. Qual è il messaggio alla base delle decine di pagine che
scrive prima di togliersi la vita? A questo proposito bisogna riflettere
sulla seguente frase, inclusa in quelle pagine: “Vorrei che tu
ricordassi bene una cosa: questo è il modo in cui ho vissuto la mia
vita”. Quindi mi pare abbastanza chiaro che, per il maestro, scrivere
una sorta di racconto delle fasi salienti della sua peculiare esistenza
fosse l’unico modo per parlare della propria condotta dopo decenni
di silenzio. Ma in cosa consisteva esattamente la sua condotta?
Perché alla fine era arrivato a quella decisione estrema? Prima di
tutto, all’età di vent’anni, si era visto sottrarre ingiustamente l’eredità
da uno zio senza scrupoli. Da quel momento si era trasformato in
una persona molto diffidente, poco disposta a instaurare relazioni
schiette e cordiali con gli altri. Durante gli anni dell’università aveva
un caro amico, con il quale andava d’accordo al punto che avevano
deciso di alloggiare insieme presso la stessa pensione. Ma, dopo
aver appreso che l’amico era innamorato della figlia della
proprietaria della pensione, il maestro si era dichiarato alla ragazza e
si era fidanzato con lei, senza dirgli niente. L’amico, tradito e
sconvolto, ci era rimasto molto male e alla fine aveva scelto la via
del suicidio. E poco dopo lo stesso maestro si era ritrovato di fronte
alla scena raccapricciante del corpo senza vita dell’amico. Ecco, ora
vi leggerò io stessa il passaggio in questione.»
MAESTRO: Rimasi pietrificato. I miei occhi increduli si erano trasformati in vetro. Ma
l’emozione iniziale se ne andò in un attimo, come un soffio d’aria. Il mio primo pensiero
fu: “Troppo tardi!”. Allora si stese sopra di me la grande ombra nera che avrebbe
oscurato tutta la mia vita. Una voce mi bisbigliava: «Troppo tardi!». Cominciai a tremare.

Kogii, sarò sempre la prima a riconoscere che Unaiko è dotata di


facoltà intellettuali e di una sensibilità fuori dal comune, ma
purtroppo come attrice non è mai stata giudicata molto
positivamente, e devo dirti che non lo trovo affatto giusto. Quando ho
assistito alla messa in scena di Lanciando cani morti, che in fondo è
una piccola produzione senza troppe pretese, sono rimasta molto
colpita dal fatto che la sua recitazione inizia in modo estremamente
leggero e comico e poi, tutt’a un tratto, si trasforma in un crescendo
mozzafiato di sfrenata irruenza, all’insegna della combattività tipica
del suo stile drammatico.
In ogni caso, mentre Unaiko era sul palco e leggeva la dolorosa
lettera d’addio in cui il maestro si impone di dare voce ai suoi tristi e
atroci ricordi, ho notato qualcosa di stupefacente. A parte le luci sul
palco, il teatro era illuminato solo dalla poca luce naturale che
penetrava attraverso i finestroni nella parte alta della struttura
(lasciati leggermente aperti) e i lucernari a cupola nel soffitto. Ora,
mentre Unaiko leggeva quelle frasi intense ed emozionanti, mi è
parso di scorgere come un lampo di luce scura attraversare il
palcoscenico, un’ombra nera…
Nelle ultime pagine della lettera alla fine de Il cuore delle cose, a
un certo punto il maestro racconta che dopo il suicidio dell’amico era
andato avanti lo stesso e aveva sposato la ragazza che entrambi
amavano, senza rivelarle nulla sul motivo che aveva spinto l’amico a
togliersi la vita. Ma era dilaniato dai sensi di colpa, non smetteva mai
di rimproverarsi ed era assolutamente incapace di vivere una vita
normale e farsi strada nella società. E quando, alcuni minuti dopo,
Unaiko ha letto quella parte, ti giuro che ho visto di nuovo quel
lampo di luce nera. Alla fine della performance mi sono avvicinata
incredula a Masao e gli ho chiesto: «Stavolta Unaiko si è occupata
da sola della regia e tu hai intrepretato vari ruoli e hai dato una mano
con le luci. Tra l’altro so bene che soprattutto nella scena del “lancio
dei cani morti” le luci giocano un ruolo molto importante, perché
servono anche per incrementare la tensione e il livello di euforia
generale. Perciò mi chiedevo se quel lampo di luce nera che di tanto
in tanto attraversava il palco fosse un effetto che hai ideato di
proposito». Lui mi ha fissato negli occhi per un attimo ed è scoppiato
a ridere, e allora ho capito che si trattava solo di uno scherzo della
mia immaginazione. Ecco, comunque, il brano che mi ha permesso
di vedere per la seconda volta quella luce nera. Te lo ricopio qui di
seguito:
MAESTRO: Da allora, di tanto in tanto venivo invaso da una paura senza nome. All’inizio,
senza il minimo avvertimento, sembrava assalirmi dall’oscurità che mi circondava, e il
soprassalto mi faceva ansimare. Più tardi, invece, quando presi familiarità con
quell’esperienza, il mio cuore cedeva alla paura, o forse le rispondeva; e io cominciavo a
dire a me stesso se quella paura non avesse sempre dimorato in qualche angolo
nascosto del mio animo, forse addirittura da quando ero nato.

La lettura potente di Unaiko ha lasciato un segno indelebile dentro


di me, e ora sono più che mai convinta che quella ragazza sia anche
un’attrice molto dotata, oltre ad avere mille altri talenti. Naturalmente,
visto che sul palco interpretava soprattutto il ruolo dell’insegnante,
doveva dare continue spiegazioni al pubblico, ma credo che i
momenti più intensi della sua performance fossero quelli in cui si
immedesimava completamente nel personaggio del maestro e
leggeva i brani dalla sua lettera d’addio. Perché era proprio quello il
metodo ideale per mostrare come e quanto il maestro si sentisse in
colpa nei confronti dell’amico defunto e fosse alla ricerca di un modo
per tirare avanti. In particolare, mi riferisco alla seguente citazione:
MAESTRO: Benché avessi stabilito di vivere come se fossi morto, a volte il mio cuore
rispondeva al movimento del mondo esterno, e sembrava quasi danzare con energia
repressa. Ma non appena io tentavo di farmi strada attraverso la nube che mi circondava,
una forza dotata di uno spaventoso potere mi si avventava addosso, non so da dove, e
mi serrava il cuore; io arrivavo al punto da non potermi più muovere.

Unaiko, nei panni del maestro, interpreta con grande efficacia il


brano, dopo di che ritorna con altrettanta bravura nelle vesti della
professoressa di liceo e riprende la sua lezione. «Come si può
evincere dal brano che ho appena letto», dice per l’esattezza, «il
maestro non è nelle condizioni di affrontare la società e di svolgere
un normale lavoro. Perciò decide di tirare avanti, vivendo una vita di
reclusione insieme alla moglie e affidandosi a quel che resta del suo
patrimonio – va precisato che si tratta di uno stile di vita, negli anni in
cui l’era Meiji volgeva ormai al termine, alquanto inusuale. Allora,
dopo un primo incontro fortuito, succede che un giovane studente
universitario entra nella sua vita e tra i due si instaura un profondo
legame.» Kogii, in questa spiegazione Unaiko si è veramente
superata, è stata fantastica, credimi. A mio avviso è stato uno dei
momenti più belli di tutto l’evento. Subito dopo è tornata a
concentrarsi sulla lettera d’addio, affermando che in quelle pagine
viene chiarito in modo inequivocabile che il suicidio era per il
maestro l’unica opzione sensata.
Come ti ho già detto, ho assistito diverse volte alla messinscena di
Lanciando cani morti e ho una certa familiarità con quel tipo di
approccio, ma in effetti era il mio primo incontro dal vivo con una
performance del Caveman Group basata su un’opera letteraria, e ti
confesso che ci sono rimasta di stucco quando all’improvviso sono
cominciati a volare «cani morti» ai piedi di Unaiko in segno di
simbolico dissenso da parte del pubblico nei confronti delle sue
affermazioni. A pensarci bene avrebbero potuto colpirla facilmente
alla figura, ma credo che in fondo la reazione della platea volesse
essere per l’appunto solo simbolica. E la risposta di Unaiko ai
ragazzi che continuavano a bombardarla con animali di peluche si è
rivelata estremamente calma e pacifica: in pratica, ha continuato a
leggere parti della lettera del maestro, senza mai scomporsi.
MAESTRO: Potresti chiederti come mai arrivassi a quella conclusione. Ecco… il fatto è
che quella terribile forza strana, che mi afferrava al cuore ogni volta che pensavo alla mia
fuga dentro la vita, mi lasciava almeno l’illusione che io fossi libero di trovare una via
d’uscita dentro la morte. Se proprio volevo muovermi, potevo farlo soltanto verso la mia
fine.

E poi Unaiko rilegge quasi gridando la frase che aveva già


menzionato in precedenza, come a volerla lasciare scolpita a fuoco
nei nostri cuori: «Vorrei che tu ricordassi bene una cosa: questo è il
modo in cui ho vissuto la mia vita».
Dopo una breve pausa a effetto, riprende a parlare in perfetto tono
da insegnante. «Ragazzi, devo dire che la vostra risposta al
questionario è stata eccellente», annuncia, per la gioia dei veri
studenti presenti in sala. «Tutti i termini e le espressioni che avete
elencato coincidono alla perfezione con quelli che l’autore usa a più
riprese per sottolineare i suoi pensieri. Siete stati molto bravi,
complimenti.»
Poi spiega che tra le parole citate nei questionari degli studenti
kokoro – cuore, anima, ovvero «il cuore delle cose» – è quella più
ricorrente, con ben quarantadue occorrenze. A seguire, il termine
affine kokoromochi – sentimento, umore, stato d’animo –, ripetuto
dodici volte. E infine kakugo – risoluzione, preparazione, ma anche
rassegnazione – che conta sette occorrenze. Unaiko sottolinea che
anche se tutti questi concetti svolgono un ruolo fondamentale nella
storia, alla fine è un evento esterno a determinare la decisione
definitiva del maestro di porre termine alla sua vita macchiata dalla
colpa. E dopo aver messo in evidenza questo pensiero, riprende a
leggere la lettera d’addio con voce vibrante di emozione.
MAESTRO: Poi, nel pieno dell’estate, è morto l’imperatore Meiji. Ebbi l’impressione che
lo spirito dell’epoca Meiji avesse avuto inizio con l’imperatore e fosse finito con lui. Fui
sopraffatto dalla sensazione che io, come chiunque altro cresciuto in quell’epoca, fossi
rimasto indietro, a vivere come un anacronismo. Ne parlai a mia moglie, e lei sorrise
senza prendermi sul serio. Poi mi disse una frase curiosa, quasi per burla: «Bene, allora
junshi è la soluzione del tuo problema, vale a dire che seguirai il tuo signore nella
tomba».
[…] Mi girai verso mia moglie e le dissi: «Se vuoi, commetterò junshi. Nel mio caso, però,
lo farò per lealtà verso lo spirito dell’epoca Meiji».

A quel punto la prima parte della rappresentazione è giunta al


termine. Questa lettera è diventata già troppo lunga, scusami, mi
riserverò di raccontarti il seguito alla prossima occasione.

6.

Il secondo atto comincia con la chiusura dei cinque lucernari a


cupola per mezzo di un sistema automatizzato e l’oscuramento della
sala (da qui si entra nel vivo della parte più originale della
rappresentazione). Dalla platea è impossibile scorgere Unaiko, già in
piedi al centro del palcoscenico avvolto nelle tenebre, ma di colpo si
sente risuonare la sua voce e una luce nera attraversa di nuovo la
mia mente. Stavolta, insieme alla visione del lampo, s’insinuano in
me queste precise parole: “la grande ombra nera”.
MAESTRO: Lo chiamai, ma non ebbi risposta. Lo chiamai ancora, ma il suo corpo non si
mosse. Subito mi alzai e andai alla porta. Da lì guardai la stanza nella mezza luce della
lampada.
[…] Rimasi pietrificato. I miei occhi increduli si erano trasformati in vetro. Ma l’emozione
iniziale se ne andò in un attimo, come un soffio d’aria. Il mio primo pensiero fu: “Troppo
tardi!”. Allora si stese sopra di me la grande ombra nera che avrebbe oscurato tutta la
mia vita. Una voce mi bisbigliava: «Troppo tardi!». Cominciai a tremare.
[…] Poi mi voltai, e per la prima volta vidi il sangue schizzato sui fusuma.

Subito dopo la lettura del brano, il palcoscenico è stato illuminato


da fasci di luce obliqui e orientabili. La presenza di una moltitudine di
granelli di polvere che si levava lentamente dal suolo rendeva più
evidenti che mai quei raggi luminosi, che quasi sembravano
l’immagine residua dei lampi di luce nera che avevo «visto» poco
prima. I fasci di luce obliqui hanno rischiarato due vecchi fusuma che
in quel momento venivano spinti in avanti dal fondo del palco. Sulla
loro superficie erano evidenti tracce di colore rosso, frutto di un paio
di rapide pennellate. Anche se si trattava di un arredo scenico molto
artigianale che rispecchiava poco la descrizione di Sōseki, era
palese il riferimento al brano appena letto e agli schizzi di sangue sui
fusuma della stanza dove l’amico del maestro si era suicidato. Passa
qualche secondo e i fasci di luce che provengono dall’alto si
spengono. Un gruppo di liceali (inclusi alcuni giovani membri del
Caveman Group camuffati da studenti) irrompe in scena dalla platea,
tra le immagini residue stavolta lasciate per davvero dai fasci
luminosi, e trascina via i fusuma in un angolo buio. Si tratta di
studenti maschi, che però vengono presto raggiunti da un gruppo di
studentesse; sono una quindicina in tutto. Unaiko, ancora nelle vesti
dell’insegnante, è da sola a una certa distanza, all’estrema sinistra
del proscenio. Comincia a parlare, si rivolge in particolare agli
studenti insieme a lei sul palco, ora illuminato da una luce
omogenea.
«Scusate se mi ripeto, ma quando ho letto per la prima volta Il
cuore delle cose e avevo più o meno la vostra età, all’inizio pensavo
si trattasse di un romanzo educativo. Sono rimasta molto delusa nel
constatare che non c’era quasi traccia di conversazioni e scambi di
idee tra il maestro e lo studente che potessero essere definiti
formativi o edificanti. Poi, quando ho riletto il libro di recente –
reread, non so perché ma mi piace dirlo anche in inglese –, mi sono
resa conto che invece si trattava esattamente di un romanzo
educativo, oltre che di formazione. Nella lunga lettera d’addio, il
maestro si chiede chiaramente che tipo di lezione il giovane studente
possa imparare dalle sue tragiche esperienze, e a un certo punto
dice: “Vorrei che tu ricordassi bene una cosa: questo è il modo in cui
ho vissuto la mia vita”. Il passo successivo dopo una frase del
genere, in termini “educativi”, dovrebbe essere un’affermazione
espressa al futuro. Forse qualcosa del tipo: “E questo è il modo in
cui morirò”. Ne Il cuore delle cose, al pari dell’io narrante, leggiamo
la lettera finale quando il maestro già non appartiene più a questo
mondo. Perciò ora vorrei chiedere a ognuno di voi di immedesimarsi
nello studente del romanzo e di esprimere il proprio pensiero.
Cercando di parlare dal punto di vista di quel personaggio, sentite di
aver imparato qualcosa di utile dalla lettera del maestro, che in effetti
è un po’ come un messaggio ultimo dall’aldilà?»
Gli studenti presenti sul palcoscenico hanno reagito con molto
entusiasmo, uno a uno, e proverò qui di seguito a sintetizzare le loro
risposte. Credo che essenzialmente fossero basate sul copione che
Unaiko aveva ricavato dai precedenti dibattiti nelle scuole della
regione, ma i ragazzi si esprimevano benissimo e suonavano molto
naturali. Per non rischiare di confonderti, preciso che le loro
osservazioni sono inframezzate da domande e commenti da parte di
terzi.
«Mi spiace, ma credo di non aver imparato niente.»
«Non so, forse ho imparato qualcosa…»
«Potresti essere più preciso, se possibile?»
«Be’, un uomo per il quale nutro grande stima e rispetto si toglie la vita, ma prima decide
di condividere i suoi segreti più intimi con me, segreti che l’hanno spinto a quel gesto
estremo prima ancora che potessi leggere la sua lettera d’addio. Perciò, dopo la sua
sconvolgente confessione e il suicidio, consapevole di avermi abbandonato, deve esserci
per forza qualcosa che ha voluto comunicarmi, insegnarmi. Nei panni dell’io narrante
della vicenda, avrei certamente la sensazione che per la prima volta mi sia stata
impressa nel cuore una lezione importante sulla vita, una lezione a dir poco
indimenticabile.»
«Sì, d’accordo, ma quale sarebbe in concreto il contenuto di questa lezione
indimenticabile su una vita vissuta in un certo modo e una morte decisa a priori? Forse
che l’amicizia è sacra e non si dovrebbe mai tradire un amico al punto da spingerlo al
suicidio? Ma questo è un concetto ben noto, che tutti conoscono. Quello che pensi di
aver imparato ti è davvero utile nella vita reale? Io, invece, credo che la situazione
descritta nel romanzo sia unica e individuale, e non così universale.»
«Mettiamo che ci sia una ragazza per la quale non provi un particolare interesse. Poi,
quando il tuo miglior amico si innamora di lei, cominci a ricrederti e scopri di essere triste
all’idea di perdere qualcuno che fino a poco prima non sapevi di desiderare. Allora
confessi alla ragazza i tuoi insospettabili sentimenti e lei ne è felice e ti corrisponde. Tutto
questo, però, getta il tuo amico nella disperazione e lo conduce al suicidio. Ora, credi che
una cosa del genere sia possibile anche nella realtà? Sul serio, riflettici bene, pensi che
alla vostra età siate già così seri e maturi? Ma supponiamo che tutto questo accada per
davvero e che la ragazza in questione decida di sposarti, d’accordo? A quel punto, se
non sei in grado di trovarti un lavoro fisso e farti strada nella vita, non pensi che lei
potrebbe lasciarti? O forse, prima che questo accada, ti sentiresti propenso a
commettere un suicidio rituale per esprimere lo spirito dell’età contemporanea?»

Gli studenti, sia i pochi sul palco sia tutti quelli seduti in platea,
hanno reagito alla raffica di domande rumoreggiando e ridendo.
Nell’allegria generale, si distingueva una sola persona chiusa in un
silenzio contrariato, immobile, lo sguardo fiammeggiante di rabbia
rivolto alla studentessa che gli aveva posto tutte quelle domande. E
quella persona dall’aria cupa e imbronciata non era affatto uno
studente, bensì un membro del duo comico Suke & Kaku, che anche
tu hai avuto modo di conoscere quando eri alla Casa nella foresta. Al
suo fianco, sul palco, c’era l’altra metà del duo, che sghignazzava di
fronte alla reazione sconcertata del partner. Anche la giovane donna
che aveva rivolto le domande a Suke o Kaku – non sono riuscita a
capire di chi dei due si trattasse – non era affatto una studentessa,
bensì Ricchan, la direttrice musicale del Caveman Group. Per inciso
Ricchan è molto amica di Unaiko ed è sempre stata la sua fidata
consigliera fin dai tempi del suo ingresso nella compagnia, oltre che
coinquilina e assistente. È una donna molto discreta e modesta, una
di quelle persone su cui si può sempre contare. È stata
semplicemente perfetta nel ruolo della studentessa un po’ scettica,
con un abbigliamento e un’acconciatura che la facevano sembrare
molto più giovane. Mi è piaciuta così tanto che mi veniva quasi da
gridare: «Ricchan, sei fantastica!».
Dopo un po’ Unaiko si è fatta avanti e si è unita al dibattito. «In
tutta sincerità e per quanto ironico», ha esordito, col solito piglio
convinto, «non credo che il riferimento alla nostra era sia molto
calzante, nel senso che il paragone con l’epoca Meiji non regge. Lo
spirito dell’epoca Meiji è qualcosa di estremamente importante,
perciò direi che forse è meglio rimandare a dopo questo discorso.
Ora gradirei che tutti coloro che ritengono che il giovane studente
non abbia imparato niente di rilevante dalla lettera del maestro si
spostino nella parte destra del palcoscenico. Tutti gli altri, per favore,
si mettano a sinistra… Benissimo, grazie. Procedo subito con una
prima domanda rivolta al gruppo di destra: mi confermate che non
vedete in alcun modo nel maestro la figura dell’educatore, anche se
in fondo sacrifica la propria vita per rendere pubbliche e condividere
le esperienze personali che voi giudicate inutili? Se è così, secondo
voi a che pro avrebbe scritto la lunga lettera d’addio? Credete forse
che lo abbia fatto senza un motivo particolare?»
A rispondere alla domanda di Unaiko è stato lo stesso falso
studente di prima, Suke o Kaku, il cui volto accigliato lasciava di
quando in quando spazio a brevi risolini.
«No, personalmente non credo che il maestro abbia scritto quella
lettera senza un motivo preciso, solo per fare scena. Come
sottolinea lui stesso, aveva scelto di vivere la sua vita come se fosse
già morto ed era ossessionato e paralizzato da una “terribile forza
strana” cui fa spesso riferimento. Dopo tanti anni vissuti nella colpa e
nel tormento, forse aveva raggiunto il punto in cui morire gli
sembrava l’unica cosa giusta da farsi, il naturale epilogo delle sue
azioni.»
«Sì, può darsi», ha assentito Unaiko. «Ma se, come alcuni di voi
credono, il maestro non voleva comportarsi da educatore, qual era
allora il senso del suo comportamento? Perché scrive quella lettera
d’addio al suo giovane amico?»
A quel punto Anai Masao, che era seduto tra il pubblico in platea,
si è alzato e ha fatto cenno di voler prendere la parola. Non posso
esserne sicura, ma in quel momento mi è parso molto spontaneo,
secondo me non c’entrava niente il copione. Credo stesse
improvvisando, ecco, per dirla in termini più consoni al contesto.
D’altra parte suddividere i partecipanti al dibattito in due fazioni e
tentare di rivitalizzare la discussione aggiungendo una terza linea di
pensiero forse rientrava nel processo di evoluzione continua e «sul
campo» delle tecniche sperimentali utilizzate in Lanciando cani
morti.
«Con ogni probabilità sono più vicino alla generazione dei vostri
padri che non alla vostra», ha cominciato Masao, rivolgendosi agli
studenti, «e ho certamente molti più anni di voi sulle spalle. Scrivo
testi per il teatro e mi occupo anche della regia. Così come lo
scrittore Chōkō Kogito, originario di queste parti e che molti di voi
conoscono, esprime sé stesso attraverso i suoi romanzi, anch’io
tendo a utilizzare il teatro come mezzo di espressione del sé. Rifletto
molto spesso sul concetto di espressione ed esteriorizzazione del
proprio essere, perciò permettetemi di esprimere la mia opinione sul
tema del dibattito di oggi. Come tutti voi sapete, avendo letto il libro,
il maestro de Il cuore delle cose spera, grazie alla lunga lettera
d’addio e alla sua stessa morte, di infondere una nuova scintilla
vitale nel giovane studente che legge le sue accorate parole quando
lui non fa già più parte di questo mondo. “E sarò soddisfatto se”, dice
precisamente, “quando il mio cuore avrà finito di battere, una vita
nuova avrà trovato posto dentro di te.” Mi sono commosso quando
ho letto per la prima volta questo romanzo, da ragazzo, e ricordo che
mi sono chiesto: “Davvero esistono persone che pensano e dicono
queste cose quando stanno per morire?”. Naturalmente, come
spesso accade, mi ero immedesimato nell’io narrante e proiettavo in
lui i miei pensieri e i miei sentimenti. E non potevo fare a meno di
chiedermi: “Come mi sentirei se qualcuno sulla soglia dell’aldilà si
mostrasse così affettuoso e gentile nei miei confronti al punto da
scrivermi una lettera del genere?”. Tuttavia con il passare degli anni
ho fatto molte esperienze e sono cambiato, e ho notato che quando
di recente ho riletto il romanzo ero molto meno ricettivo di prima. Mi
sono ritrovato a pormi domande come questa: “Il maestro ha
riflettuto a fondo sull’impatto che le sue parole e la sua morte
avrebbero potuto avere sul giovane studente?”. Secondo me, non
più di tanto. Credo che il maestro fosse un uomo che pensava
soprattutto a sé stesso e molto poco agli altri. Ma chi era
veramente? Perché decide di togliersi la vita, per giunta in modo
così drammatico? Fino ad allora era andato avanti per molti anni
chiuso in sé stesso, evitando il più possibile ogni forma di contatto
con la società, si era insomma ritirato a vita solitaria. Per dirla con un
termine moderno che tutti conoscete, era diventato una sorta di
hikikomori. 1 La sua lettera d’addio è un chiaro atto di
autoespressione: forse, per la prima volta nella vita, il maestro
decide di estrinsecare i propri sentimenti e i propri pensieri in modo
completo e profondo, in forma scritta. In altre parole decide di
scrivere quella lettera solo e unicamente per diffondere il suo
“comunicato” finale. Non ha nessun altro scopo all’infuori di quello.
Ed ecco che può giustamente venire spontaneo chiedersi come
potesse sperare che la sua cupa confessione e l’annuncio del
suicidio avrebbero infuso una nuova scintilla vitale, “una nuova vita”,
nel cuore del giovane studente. La chiave sta a mio avviso in una
frase che oggi è stata citata più volte e che mi piace ripetere: “Vorrei
che tu ricordassi bene una cosa: questo è il modo in cui ho vissuto la
mia vita”… Il maestro segue un metodo ben preciso per esprimere la
sua interiorità: decide di condividerla, forse anche più del dovuto,
con una persona che in fondo non fa nemmeno parte della sua
ristretta cerchia. Difatti lo studente non è né un suo parente né un
suo intimo amico. In tutta onestà, più provo a riflettere su questo
comportamento e meno mi piace, lo trovo una mera forzatura. E
sono certo che alcuni di voi la pensano esattamente come me. O
forse no, cari miei?»
In quel preciso momento, dopo aver concluso l’intervento
assumendo una posa teatrale e alzando la voce fin quasi a urlare,
Masao comincia a essere bersagliato da tutti i lati da una valanga di
«cani morti». Man mano che i peluche lo colpiscono e ricadano al
suolo, lui li raccoglie e li esamina uno a uno, con una maestria da
attore consumato. Quindi, stringendone tra le braccia un bel po’, si
rimette seduto dopo aver eseguito un inchino verso gli spettatori,
come a voler prendere atto della sconfitta.
Il pubblico scoppia in una nuova, fragorosa risata. Il tono
volutamente ampolloso e magniloquente di Masao aveva catturato
l’attenzione degli studenti, e certamente la sua intuizione di mostrarsi
arrogante all’inizio e umiliato dal bombardamento di «cani morti» alla
fine si era rivelata una trovata geniale per alleviare la tensione e
scatenare le risa generali. La sala rumoreggiava ancora quando
Unaiko, che evidentemente aveva deciso che era ora di intervenire,
è avanzata verso il centro del proscenio. Facendo appello alla calma
severa e imperturbabile che solitamente caratterizza gli insegnanti
esperti, si è rivolta alla platea eccitata e ha tentato di placare gli
animi.
«Cari studenti, un po’ di attenzione, ho un’altra domanda da farvi»,
ha cominciato a dire. «Sentendo qualcuno esprimersi in modo così
critico nei confronti del maestro e della sua lettera, a nessuno di voi
viene voglia di controbattere, magari con una frase del tipo: “Sì, ma il
maestro stava per togliersi la vita, quindi forse non è giusto giudicare
il suo comportamento in riferimento a uno standard generale”.»
Mentre parlava, Unaiko ha fatto cenno a Ricchan e a Suke & Kaku
di separarsi dai due gruppi di liceali sul palco e di farsi avanti. Erano
tutti e tre vestiti da studenti, ma a quel punto il pubblico doveva
avere capito che si trattava di attori adulti nei panni di giovani
adolescenti.
«Poco fa», ha continuato Unaiko rivolgendosi ai tre colleghi, «uno
di voi ha affermato che in fondo era naturale che il maestro avesse
deciso di suicidarsi a quel punto della sua vita. Ti dispiacerebbe
chiarire questo aspetto, in relazione a quanto è scritto nella lettera
d’addio? E alla stessa maniera, per dare pari opportunità a tutti,
chiederei anche a chi di voi si è espresso in modo contrario di
spiegarsi meglio. Dopo di che, quando avremo ascoltato entrambe le
posizioni, inviterei voi del pubblico a chiamare a raccolta tutte le
forze e a lanciare i “cani morti” contro la fazione con cui non siete
d’accordo.»
In risposta all’invito di Unaiko, Suke ha fatto un passo avanti e ha
cominciato a leggere ad alta voce un brano del libro di Sōseki che
era già stato citato in precedenza (finalmente l’illuminazione del
palco mi permetteva di distinguere senza equivoci il volto dei due
giovani membri del duo comico).
MAESTRO: Potresti chiederti come mai arrivassi a quella conclusione. Ecco… il fatto è
che quella terribile forza strana, che mi afferrava al cuore ogni volta che pensavo alla mia
fuga dentro la vita, mi lasciava almeno l’illusione che io fossi libero di trovare una via
d’uscita dentro la morte. Se proprio volevo muovermi, potevo farlo soltanto verso la mia
fine.

«La mia affermazione fa riferimento in particolare a questo


passaggio», ha detto Suke dopo aver finito di leggere. «Forse il
maestro sentiva che, dopo la morte dell’imperatore Meiji e quella del
generale Nogi che aveva scelto di suicidarsi per seguire il suo
sovrano, erano venute a crearsi le condizioni necessarie per mettere
fine alla propria vita. Aveva visto in quella situazione unica e
irripetibile una via naturale e legittima per chiudere una volta per
tutte il suo legame con il mondo terreno.»
«Sì, d’accordo, ma quale sarebbe secondo te il nesso tra quella
“via naturale e legittima” e lo “spirito dell’epoca Meiji”?» lo ha
incalzato Ricchan, ancora nella sua tenuta da liceale. «Sappiamo
che il maestro ha tradito il suo caro amico, gettandolo in una
disperazione tale da spingerlo al suicidio, e che per questo si sente
dilaniato da un senso di colpa che lo tormenta per il resto dei suoi
giorni. Eppure, nonostante ne sia pienamente consapevole e soffra,
riesce a tirare avanti per molti anni senza mai pensare sul serio di
togliersi la vita. Quando afferma: “In conclusione, decisi di continuare
a vivere come se fossi morto”, non stava forse cercando di
giustificarsi con sé stesso per garantirsi un rinvio dell’esecuzione a
data da stabilirsi? Poi, quando dopo lungo tempo decide che era
giunta l’ora di farla finita una volta per tutte, stabilisce in via del tutto
arbitraria che la sospensione della pena era terminata e compie il
gesto estremo. E siccome lo “spirito dell’epoca Meiji” era
effettivamente tramontato con la morte dell’imperatore, in un certo
senso si potrebbe dire che il maestro stesse semplicemente
seguendo quello spirito attraverso il suicidio rituale. Ma perché lo
“spirito dell’epoca Meiji” diventa un elemento così determinante
proprio in quel frangente? Se vogliamo parlare di naturalezza, è
naturale – scusate il gioco di parole – che il maestro tiri in ballo la
“lealtà verso lo spirito dell’epoca Meiji” solo alla fine della lettera,
poco prima della conclusione della storia? Fino a quel momento, sia
prima che dopo il tradimento nei confronti dell’amico, non aveva mai
fatto appello a quel concetto. Perché ne parla così all’improvviso,
non è strano e… artificioso? Insomma, non sarebbe stato molto più
naturale se avesse dichiarato in tutta semplicità che era stanco di
continuare a vivere come se fosse già morto e aveva deciso di
mettere fine alla sua lunga agonia? Oltretutto, cosa sarebbe di
preciso questo “spirito dell’epoca Meiji”? È per caso da mettere in
relazione con la “terribile forza strana” cui il maestro fa riferimento
per esempio nella parte della lettera in cui dice: “Benché avessi
stabilito di vivere come se fossi morto, a volte il mio cuore
rispondeva al movimento del mondo esterno, e sembrava quasi
danzare con energia repressa. Ma non appena io tentavo di farmi
strada attraverso la nube che mi circondava, una forza dotata di uno
spaventoso potere mi si avventava addosso, non so da dove, e mi
serrava il cuore; io arrivavo al punto da non potermi più muovere”? O
si tratta piuttosto di una forza di tipo opposto o di altro ancora?… Ah,
scusatemi, forse mi sto dilungando troppo e rischio di perdere di
vista il nocciolo del discorso. Venendo al punto, ecco quello che non
riesco a capire e su cui vorrei delle risposte: dobbiamo concludere
che tutti coloro che sono vissuti in quel periodo di ricostruzione della
nazione iniziato con la Restaurazione Meiji, incluso il maestro di
Sōseki, condividessero un comune punto di vista ideologico e
spirituale? Io concepisco questo romanzo soprattutto come la storia
di un singolo individuo in difficoltà che decide di ritirarsi dal mondo
perché non riesce a perdonarsi il tragico errore commesso in
gioventù. In definitiva, mi chiedo, come si fa a mettere in parallelo
una singola persona e il radioso “spirito dell’epoca Meiji”, incarnato
dalle migliaia di cittadini che in quel periodo erano volenterosi ed
entusiasti membri della società giapponese?»
«Tu non capisci niente perché sei una donna!» ha gridato Kaku
con tutto il fiato che aveva in gola, avanzando al centro della ribalta.
Quella dichiarazione a dir poco infelice è stata come una ferita
mortale che ha determinato la disfatta di Suke & Kaku. Tempo un
paio di secondi e si è scatenato un autentico tiro al bersaglio contro
di loro, con decine e decine di peluche che volavano verso il
palcoscenico da ogni lato della platea.
Le studentesse che in quel momento si trovavano sul palco si
sono unite compatte e hanno fatto gruppo contro quell’insulsa
manifestazione di becero sessismo, e sono entrate in azione
raccogliendo i «cani morti» atterrati tutt’intorno. Non certo per
lanciarli debolmente contro Suke & Kaku, bensì per utilizzarli come
armi per colpire in faccia con irruenza i due attori. L’istante
successivo, tutti coloro che erano presenti in scena si sono aggiunti
alla battaglia, appropriandosi dei peluche che non smettevano di
arrivare sul palco e lanciandoli ovunque con tutta la forza possibile,
mentre continuavano a proferire ad alta voce le proprie opinioni. Era
un vero pandemonio. Ma proprio quando il caos pareva sul punto di
raggiungere il culmine, le luci si sono abbassate e hanno trasformato
i movimenti convulsi della folla sul palco in una sorta di grande gioco
delle ombre, dando un’ulteriore dimostrazione della bellezza e della
qualità della messinscena. Al contempo anche le voci degli attori e di
tutti gli altri si sono gradualmente affievolite, fino a ridursi a un unico
sussurrio intenso e appassionato. E infine il gioco delle ombre si è
fermato e la rappresentazione è giunta al termine.
Come è ovvio che sia, un anfiteatro non può avere un sipario, ma
l’illusione del sipario calante è stata creata ugualmente relegando il
palcoscenico in una graduale e totale oscurità. Poi, quando le luci si
sono riaccese, le studentesse, guidate da Ricchan, erano tutte in
piedi e raggianti, mentre Suke & Kaku se ne stavano accoccolati per
terra sul lato opposto, dando la sensazione di essere sepolti sotto un
tappeto di «cani morti». Quella scena finale ha suscitato uno
scroscio di applausi entusiasti e una lunga serie di «Bravo!» e
«Bis!». Sul palcoscenico è calato di nuovo il buio e, quando le luci si
sono accese di nuovo, stavolta Suke & Kaku erano in piedi e
barcollavano paurosamente in mezzo al mare di animali di peluche.
Un misto di applausi, risate e fischi di disapprovazione ha salutato la
scena. L’alternanza buio/luci è andata avanti per parecchio, un bis
dopo l’altro, e numerosi «cani morti» hanno continuato a essere
lanciati avanti e indietro tra il palco e la platea.
È stata una serata indimenticabile, e la versione de Il cuore delle
cose con lancio di «cani morti» è stata un successo strepitoso!

1 Sostantivo derivante dal verbo hikikomoru – traducibile grossomodo con «stare in


disparte», «ritirarsi», «isolarsi» – che indica la tendenza sempre più diffusa tra i giovani
(soprattutto di sesso maschile) a segregarsi tra le mura domestiche interrompendo in
maniera più o meno drastica i contatti con la realtà circostante. Gli hikikomori – il termine
può essere utilizzato anche per definire i soggetti interessati da questo fenomeno
comportamentale – comunicano, al limite, mediante il computer e il telefono cellulare, ed
escono di casa solo a notte fonda per fare incetta di junk food, manga eccetera presso il
konbini più vicino. Si tratta di un’anomalia comportamentale che spesso ha origine da
situazioni di disagio in campo scolastico o lavorativo. [n.d.t.]
7.
Gli strascichi continuano

1.

Ti ho già raccontato di Unaiko e del successo fenomenale del suo


spettacolo rivolto agli studenti e basato su Il cuore delle cose di
Sōseki in versione Lanciando cani morti. Dopo qualche giorno le ho
illustrato un’idea che mi era venuta in mente mentre assistevo alla
performance e sono stata molto contenta di ricevere il suo parere
positivo.
Te ne voglio parlare in questa lettera perché la mia piccola idea ha
a che fare con fatti recenti e soprattutto con la Casa nella foresta, e
mi auguro con tutta me stessa che tu possa essere d’accordo.
Questa mia introduzione ti sembrerà eccessiva, ma la verità è che
non ti ho mai chiesto un favore così grande. Mi rendo conto del fatto
che forse ti metterò alle strette, ma sai bene che non è nella mia
indole e spero capirai che lo faccio solo perché ci tengo da morire.
Mentre leggerai questa lunga lettera, ti prego, non dimenticare le
parole che ti ho appena scritto.
Premetto che il mio piano ha iniziato a prendere forma in seguito
alla tua decisione di abbandonare il «romanzo dell’annegamento».
Anzi, in tutta onestà, dovrei dire che mi hai fatto un gran favore a
lasciar perdere quel romanzo, perché altrimenti il progetto di cui sto
per parlarti non sarebbe mai nato. Ti ripeto che non mi sono mai
sentita dispiaciuta per la tua scelta, per un motivo molto semplice:
quando hai deciso di accantonare per sempre il tentativo di scrivere
di nostro padre e della sua morte, ho avuto la sensazione di aver
contribuito in qualche modo alla realizzazione delle ultime volontà di
nostra madre, che come sai era contraria alla pubblicazione di un
libro del genere. Devo ammettere che nel corso dei dieci anni dopo
la sua scomparsa mi sono comportata in modo ambiguo e persino
ipocrita, anche se avevo le mie buone ragioni. La verità è che
sapevo che il materiale di cui avevi bisogno per finire il «romanzo
dell’annegamento» era stato distrutto da tempo, ma dovevo sentire
dalle tue labbra che avevi deciso di abbandonare una volta per tutte
il progetto, dopo aver controllato il contenuto della valigia di pelle
rossa.
Ora, visto che la questione del «romanzo dell’annegamento» è
stata liquidata per sempre (perdonami se mi esprimo in modo così
brutale), posso finalmente fuggire dalla lunga ombra di nostra madre
e cominciare a camminare da sola. E mentre prendevo coscienza di
questa nuova ed esaltante prospettiva, mi sono resa conto che
avevo già iniziato a muovermi al passo di Unaiko, fianco a fianco con
lei.
Come ti ho già detto, sono rimasta profondamente colpita e
ispirata dalla sua recente performance all’Anfiteatro della valle e,
quando le ho annunciato che d’ora in poi mi piacerebbe concentrare
le mie energie e le mie risorse per aiutarla nei suoi progetti artistici,
lei ha risposto in modo molto rapido e positivo. A essere precisi, si è
concessa un minimo di tempo per consultarsi con Ricchan, ma è
tornata subito e mi ha detto che per lei era il momento di un grande
cambiamento e, anziché continuare a lavorare con Anai Masao o
qualsiasi altro uomo, sarebbe stata felice di collaborare con una
donna come me. Allora ci siamo abbracciate forte per celebrare il
nostro sodalizio, contente ed emozionate come liceali nel giorno del
diploma.
Adesso, e con questo mi avvicino al nocciolo della questione,
devo dirti che fino a poco fa il problema irrisolto della valigia di pelle
rossa occupava sempre uno spazio rilevante nella mia mente, ma
d’ora in poi ho deciso di dedicarmi il più possibile al progetto legato a
Lanciando cani morti. Ti sembrerà un’esagerazione, ma ho
intenzione di vivere tutti i giorni della mia vita allo scopo di offrire
supporto a Unaiko e al suo lavoro creativo, in tutti i modi possibili e
immaginabili. Il caso ha voluto che questa mia decisione coincidesse
con una svolta fondamentale nella sua carriera, e sono perciò
ancora più contenta di avere l’opportunità di consacrare il mio tempo
e le mie capacità per aiutarla a realizzare la sua visione artistica
unica e originale.
So con assoluta certezza che devo liberarmi dall’influenza di
nostra madre, e anche dalla tua, prima di essere veramente
autonoma e potermi unire a Unaiko nella nuova avventura. Se tu mi
chiedessi cos’altro ho fatto nella mia vita di così stimolante, audace
e impegnativo, penso che ti risponderei senza dubbio il mio lavoro
per La madre di Meisuke scende sul campo di battaglia, film che
come sai non è mai stato distribuito nel nostro paese a causa di
problemi contrattuali. Ma, ora che ci penso, anche in quel caso ho
agito nella tua ombra e in quella di nostra madre; non ero affatto
libera e indipendente. Tu hai scritto la sceneggiatura ed è stato solo
grazie al tuo coinvolgimento nel progetto se siamo riusciti ad attrarre
una star del cinema internazionale del calibro di Sakura Ogi
Magarshack.
Ma questa volta è diverso, sono fermamente intenzionata a non
dipendere in nessun modo da te. Perciò, sempre che tu sia
d’accordo, Unaiko e io staremmo pensando di stabilire con te un
formale accordo per trasformare la tua sceneggiatura originale del
film in un copione per un dramma teatrale. A essere realistici, è
ovvio che senza il tuo aiuto iniziale non saremmo mai in grado di
dare avvio al progetto, ma siamo convinte che una volta superata la
prima fase potremmo cavarcela da sole e mettere a frutto le idee
innovative di Unaiko. Lei è molto più giovane di me, ma è in
possesso di un bagaglio emotivo non indifferente, legato a eventi
passati molto più duri e spiacevoli di tutto ciò che ho avuto modo di
sperimentare io nella mia vita in fondo semplice e tranquilla. Sto
parlando di sofferenze che lasciano il segno, sofferenze che Unaiko
non ha mai dimenticato e che vuole tentare di sconfiggere. Ecco
perché adesso, a distanza di anni, sta organizzando una battaglia
cruciale legata a un capitolo oscuro e traumatico della sua vita.
Ricchan, che oltre a essere un’attrice di indubbio talento e una
persona molto creativa è anche una manager fenomenale, ci
accompagnerà in questa impresa. Ora che è giunto per me il
momento di uscire dall’ombra, sono eccitata al pensiero di unire le
mie forze con quelle di Unaiko per combattere la nostra battaglia
fianco a fianco.
Venendo all’enorme favore che intendo chiederti, a questo punto è
necessario fare un passo indietro, esattamente a quando mi hai
detto che verrà un giorno, forse non così lontano, in cui non sarai più
in grado di fare ritorno nella valle. A tale proposito, se ben ricordi, mi
hai chiesto di riflettere su come affrontare il lato pratico ed
economico della questione. Allora sono stata in comune e ho
scambiato quattro chiacchiere con un giovane impiegato, che è stato
molto gentile e mi ha spiegato vari dettagli. Quando abbiamo
costruito la Casa nella foresta, l’idea di nostra madre fu di intestare a
me la proprietà del suolo e a te quella del fabbricato. Ora, visto che
Unaiko ha intenzione di rendersi almeno in parte indipendente da
Masao e di fondare una sua compagnia ispirata al metodo di
Lanciando cani morti, stavo pensando che sarebbe meraviglioso
poter utilizzare la Casa nella foresta in pianta stabile. Del resto
l’ultima volta che sei stato nella valle hai detto tu stesso che forse
non potrai tornarci mai più. Non ti sto proponendo di cedermi la
proprietà, sia chiaro; tra l’altro, sto pensando io stessa che prima o
poi avrò bisogno di trasferirmi in un luogo meno remoto. Né tanto
meno ti sto suggerendo di fare in modo che mio figlio diventi il futuro
proprietario della casa. Quello che sto cercando di dirti è che ti sarei
grata se tu potessi donare formalmente la Casa nella foresta a
Unaiko. È ovvio che io farei lo stesso per quanto riguarda il suolo.
Inoltre vorrei che tu provvedessi al pagamento delle relative tasse e
che sovvenzionassi la conversione del piano terra in una vera e
propria sala prove: un progetto, questo, che come sai è già in corso.
So che ti sto chiedendo moltissimo, ma magari potresti accogliere le
mie richieste come un modo per ricompensarmi del tempo che ho
dedicato alla cura della Casa nella foresta in tutti questi anni. Inutile
dirti che se vorrai venire ad assistere alle nuove esibizioni teatrali di
Unaiko, o se avrai voglia di prendere parte attiva a un progetto (noi,
come puoi immaginare, speriamo di poter contare sulla tua
assistenza artistica), o anche se vorrai semplicemente venire a
trovarci, sarai sempre il benvenuto e potrai usufruire del piano di
sopra per tutto il tempo che vorrai.
Riguardo alla decisione di Unaiko di aprire un nuovo capitolo della
sua carriera, non ti ho ancora detto che è strettamente legata a
qualcosa che è accaduto molto di recente e che ha reso necessaria,
se non addirittura inevitabile, la scelta di andare avanti da sola. Dopo
il grande successo del suo spettacolo nella valle, ha cominciato a
ricevere più critiche del solito da parte dei sostenitori di alcuni gruppi
di estrema destra locali. Per fortuna al momento si tratta solo di
un’aggressione verbale a distanza, ma, se la situazione dovesse
degenerare, Unaiko sarebbe costretta a reagire. La questione è che
Anai Masao si è sempre dichiarato estraneo a qualsiasi attività e
ideologia politica, sia nella vita privata sia in quella professionale,
mentre lei non è sulla stessa posizione e sente più che mai il
bisogno di combattere e dichiarare pubblicamente che intende
lasciare il Caveman Group per rendersi indipendente e avere piena
libertà di azione. Dal punto di vista pratico è chiaro che all’inizio avrà
quasi certamente bisogno di chiedere un prestito bancario, e il fatto
di poter dimostrare una certa solidità economica grazie al possesso
di un bene immobile potrebbe rivelarsi determinante. Ecco perché ti
chiedo di prendere in seria considerazione la mia richiesta e darmi
una risposta non appena ti sarà possibile.

2.

Non so come ringraziarti, sono così felice che tu abbia risposto


positivamente alla mia richiesta! Visto che la precedente lettera era
più che altro una sfacciata implorazione di aiuto, stavolta spero di
compensare con un resoconto dettagliato di quello che è accaduto
dall’inizio di quest’anno, dopo il trionfo dello scorso autunno
all’Anfiteatro.
Subito dopo il grande successo de Il cuore delle cose in versione
Lanciando cani morti, Unaiko si è messa a lavorare a capofitto a un
nuovo allestimento destinato a un pubblico più adulto. È andata in
scena in un piccolo teatro di Matsuyama, dove ogni tanto si
esibiscono anche compagnie d’avanguardia di Tōkyō, e ha riscosso
un altro successo strepitoso. Sono rimasta molto colpita dalla sua
capacità di estrapolare alcune critiche mosse alla versione
precedente nella fase del dibattito – in origine erano tagliate su
misura per stimolare gli studenti delle medie e dei licei – e
incorporarle in modo efficace e inappuntabile nel nuovo
adattamento.
Nelle lettere precedenti mi sono concentrata soprattutto su brevi
descrizioni riguardanti singole scene e ciò che avviene sul
palcoscenico, e perciò stavolta vorrei provare a trasmetterti in modo
più ampio il senso di quello che succede nell’intero teatro durante le
performance di Unaiko e dei suoi colleghi. Vorrei concentrarmi non
solo sul concreto, ma anche sui concetti e in particolare sulle
atmosfere e sull’immagine d’insieme. Mi rendo conto del fatto che
non è un’impresa facile e che persino un giornalista esperto e
navigato avrebbe qualche difficoltà, ma voglio provarci lo stesso,
anche se sono solo una dilettante, perché ritengo sia molto
importante. Trattandosi di un tipo di teatro poliedrico, è ovvio che
durante la performance accadono vari eventi contemporaneamente,
non solo sul palco. Mi piacerebbe anche riuscire a evocare la
speciale atmosfera di novità, autonomia e imprevedibilità insita in
tutte le produzioni di Unaiko.
Come ti ho già detto, spesso si sviluppano discussioni vivaci e
improvvisate tra gli attori presenti sul palco, magari in un angolino
immerso nella penombra, e altrettanto spesso il dibattito si estende
fino al pubblico, invogliando gli spettatori all’azione. Tutte le volte che
questo accade, Unaiko è attenta a monitorare ogni singolo dettaglio.
È incredibile, riesce a seguire diverse conversazioni
simultaneamente; mi ricorda il principe Shōtoku Taishi e la sua
leggendaria capacità di ascoltare un gran numero di persone in una
sola volta! È solita individuare due o tre spettatori dall’aria
interessante e invitarli a raggiungerla sul palcoscenico. A quel punto
gli attori più esperti prendono i nuovi arrivati sotto la loro ala, quasi
come fossero dei tutor, e offrono loro supporto per aiutarli a
esprimere opinioni di qualsiasi tipo. Naturalmente, come ho sempre
sottolineato, l’approccio interattivo rappresenta il fulcro del metodo
teatrale di Unaiko. Lei è in grado di tenere tutto sotto controllo e
dirigere le operazioni in modo geniale: se, per esempio, una
discussione collaterale che sembrava interessante comincia a
perdere colpi, Unaiko non permette che la tensione cali e fa in modo
di scatenare la «battaglia di cani morti». Così, sotto la pioggia di
animali di peluche di ogni tipo e dimensione, le stesse persone che
poco prima erano state invitate sul palco sono costrette a battere in
ritirata, facendo sì che l’attenzione del pubblico resti immutata. Da
questo credo si possa evincere che Unaiko, a parte tutto il resto,
possiede anche un certo talento da moderatrice.
La sera della prima rappresentazione al piccolo teatro di
Matsuyama, uno dei primi spettatori a essere invitati sul palco è
stato il professore di liceo di Honmachi che ho avuto modo di
conoscere anch’io. Tra l’altro era presente anche all’Anfiteatro della
valle lo scorso autunno. Ha cominciato a esternare la propria
opinione sulla performance sottolineando che all’inizio un attore
interpretava il personaggio del maestro de Il cuore delle cose e si
esprimeva in prima persona, mentre, al momento delle citazioni dalla
lettera d’addio, il monologo passava alla terza persona. In poche
parole, il professore voleva far notare che, poiché il personaggio del
maestro non partecipava attivamente alla fase del dibattito, la sua
figura non era efficace e coinvolgente come nella prima parte
dell’esibizione, quando parlava per l’appunto in prima persona.
Allora qualcuno dal pubblico ha controbattuto con ironia, urlando una
frase del tipo: «Be’, non le sembra normale, visto che a quel punto il
maestro si era già suicidato?». Ma il professore non si è lasciato
intimorire e ha replicato più o meno così: «Non vedo quale sia il
problema. Niente impedisce l’apparizione in scena di un morto o di
un fantasma, dopotutto si tratta di un dramma teatrale… Qui fuori, in
un angolo del foyer, ho notato una sedia a rotelle. Per esempio, si
poteva pensare di far sedere l’attore che impersonava il maestro su
quella sedia, magari con la testa e la faccia coperte da un panno
bianco in modo da far capire che era morto. Poi, non appena
qualcuno lo avesse chiamato in causa, lui avrebbe potuto rispondere
in prima persona! Sarebbe intrigante, no? Se fosse possibile, mi
piacerebbe richiamare il maestro dal mondo dei morti e rivolgergli
alcune domande. Ne stavo giusto parlando con un amico seduto al
mio fianco, e non credo di essere l’unico a nutrire questo
desiderio…».
Presto detto, presto fatto! Forse non ci crederai, ma Unaiko ha
colto al volo il suggerimento del professore; sono rimasta stupita io
stessa. Con straordinario tempismo, nel giro di due o tre minuti è
riuscita a improvvisare una nuova scena. Il pubblico è andato in
visibilio quando ha visto la sedia a rotelle irrompere sul palcoscenico
e Suke & Kaku gettare un panno bianco sulla testa di Unaiko, che si
è abbandonata sulla sedia e si è lasciata spingere al centro della
ribalta. A quel punto, accontentato in pieno e senza avere altra
scelta, il professore del liceo ha cominciato a rivolgere le sue
domande al «defunto» maestro…
PROFESSORE DEL LICEO: Mi permetta di chiederle alcune cose sulla sua lettera
d’addio, che ho letto e riletto numerose volte insieme ai miei studenti. E mi scusi per il
preambolo che mi accingo a fare ma, quando si tratta di esprimere certe opinioni sulla
nazione in un liceo pubblico, in questo XXI secolo, un insegnante deve essere molto
cauto. All’incirca sei mesi fa, quando questo stesso spettacolo è stato messo in scena
nella nostra cittadina tra le montagne per un pubblico che includeva non solo abitanti del
posto e studenti ma anche adulti agguerriti che venivano da fuori, decisi di non
intervenire nel dibattito e mi limitai ad ascoltare i commenti degli altri spettatori. Oggi,
trovandoci in un comune teatro e non in un edificio scolastico, ci tengo a sottolineare che
sono presente come privato cittadino. Non mi sto esprimendo nella mia veste di pubblico
insegnante, ma solo a titolo personale, la scuola non c’entra niente. E nel caso lei si stia
chiedendo a chi è rivolta questa mia precisazione, la risposta è: ai membri del consiglio
scolastico della cittadina dove insegno. I signori sono qui presenti, hanno deciso di venire
a Matsuyama appositamente per assistere a questa rappresentazione teatrale. Immagino
lo abbiano fatto per rendersi conto di persona del suo contenuto, in considerazione del
clamore e di alcuni contrasti sorti dopo la messinscena presso l’auditorium cilindrico della
nostra scuola media. Li guardi bene anche lei, signor maestro, converrà che non si tratta
del genere di persone abituate ad assistere a performance sperimentali in un piccolo
teatro come questo… Bene, vorrei cominciare parlando di quanto è accaduto in
occasione della messinscena nella nostra cittadina. Il progetto originario prevedeva di
abbinare alla rappresentazione una conferenza di Chōkō Kogito, lo scrittore che molti di
voi conosceranno e che dopo la guerra è stato uno dei primi studenti a frequentare la
scuola media della nostra valle circondata dalla foresta, subito dopo il passaggio al
nuovo sistema scolastico dettato dalla riforma. Purtroppo, a causa di un violento attacco
di vertigini – più che comprensibile, direi, almeno a giudicare dal fatto che leggere i suoi
romanzi pieni di frasi difficili e contorte fa girare la testa un po’ a tutti (il professore fa una
risatina) –, la conferenza è stata annullata e il comitato organizzatore ha deciso di andare
avanti lo stesso e proporre la rappresentazione teatrale come evento a sé stante. Ora,
dal punto di vista del consiglio scolastico cittadino, è abbastanza chiaro che si trattava
della soluzione migliore, politicamente parlando. Per caso si sta chiedendo come mai,
signor maestro? Be’, perché come scrittore Chōkō Kogito ha sempre mostrato un
profondo attaccamento emotivo al vecchio sistema scolastico, o meglio alla vecchia
«Legge fondamentale sull’istruzione». Nei decenni prima della guerra, non solo da noi,
c’erano molti studenti impossibilitati ad accedere al grado scolastico successivo a causa
delle scarse finanze familiari, ma quando al villaggio fu istituita una nuova scuola media
finalmente qualcosa iniziò a cambiare. Chōkō Kogito fu uno dei primi studenti a
beneficiarne. La scuola, in base alla grande riforma del sistema scolastico, seguiva
ovviamente le norme e i princìpi del dopoguerra incarnati dalla nuova costituzione e dalla
nuova «Legge fondamentale sull’istruzione». All’epoca le leggi venivano modificate di
continuo e in modo massiccio, forse eccessivo, e in diverse occasioni Chōkō Kogito ha
asserito che tutti noi avremmo dovuto portare sempre in tasca un opuscoletto con la
versione originale della «Legge fondamentale sull’istruzione». A un certo punto fece
addirittura stampare un certo numero di quegli opuscoli a proprie spese, ma riuscì a
venderne solo pochi, fu un mezzo fiasco. In fondo non si trattava mica di un romanzo…
anche se, a pensarci bene, neanche i romanzi di Chōkō Kogito hanno mai fatto registrare
vendite stratosferiche (risatina). In ogni caso, io fui uno dei pochi ad acquistare una copia
di quell’opuscolo, ce l’ho qui con me e mi piacerebbe leggerne un estratto. «L’istruzione»,
dice, «non deve essere sottoposta a una gestione iniqua, bensì deve essere a
disposizione dell’intera nazione, senza disparità alcuna e con piena responsabilità.» La
legge attuale riporta tale e quale la prima frase che ho appena citato – «L’istruzione non
deve essere sottoposta a una gestione iniqua» –, ma poi cambia e continua così:
«Tuttavia, può essere esercitata in base a questa o ad altre nuove eventuali leggi
regolarmente approvate e in vigore». In pratica stabilisce che qualsiasi tipo di istruzione è
consentito, purché risponda alle cosiddette «nuove eventuali leggi». Ora, venendo a noi
e alla realtà odierna della nostra regione, ripeto che bisogna procedere con molta cautela
quando si affronta il tema dell’istruzione. E, visto che stasera mi hanno già lanciato
contro tre «cani morti», credo sia meglio entrare subito nel vivo della questione, prima di
essere colpito di nuovo… Dunque, leggo un brano dalla «lettera d’addio»:

«Poi, nel pieno dell’estate, è morto l’imperatore Meiji. Ebbi l’impressione che lo spirito
dell’epoca Meiji avesse avuto inizio con l’imperatore e fosse finito con lui. Fui sopraffatto
dalla sensazione che io, come chiunque altro cresciuto in quell’epoca, fossi rimasto
indietro, a vivere come un anacronismo».

Maestro, quando ha provato a riferire a sua moglie quello che sentiva, ha avuto
l’impressione di non essere stato preso sul serio, giusto? La sua consorte è scoppiata a
ridere e le ha detto: «Bene, allora junshi è la soluzione del tuo problema, vale a dire che
seguirai il tuo signore nella tomba». Ma su questo punto, mi perdoni se mi permetto, non
sono molto d’accordo. Mi sembra tutto così strano, e perciò ci terrei a puntualizzare
alcuni dettagli, anche se so che le costerà non poca fatica riandare con la mente a un
passato tanto lontano. Nella lettera, afferma che lei e i suoi contemporanei eravate
influenzati moltissimo dallo spirito dell’epoca Meiji, ma ne è proprio sicuro? Il suo amico,
mi corregga se sbaglio, si è suicidato a causa del suo tradimento, un tradimento scaturito
unicamente dal suo comportamento e dalle sue scelte individuali, signor maestro, e non
certo dall’influenza diretta che lo spirito dell’epoca Meiji ha avuto su di lei, sulla sua
personalità. In poche parole, non è assolutamente possibile biasimare lo spirito di
quell’epoca di grandi cambiamenti per quello che lei ha fatto. È stato un terribile errore,
un errore che l’ha costretta a isolarsi dalla società per motivi personali e a vivere molti
anni della sua vita «come se fosse già morto». In ogni caso, ripeto che a mio avviso lo
spirito dell’epoca Meiji non c’entra niente con le motivazioni che l’hanno spinta ad agire in
un certo modo… A essere sincero, io penso che a indurla a comportarsi in un certo modo
sia stato il suo cuore, la sua anima individuale. Nella lettera fa spesso riferimento a una
«forza dotata di uno spaventoso potere», una «terribile forza strana»… Ma quella forza
non nasce forse dalla sua anima, ovvero da dentro di sé e non dall’esterno? Mi perdoni,
ma non riesco a condividere la sua convinzione che lo spirito dell’epoca Meiji vivesse
dentro di lei, lo trovo così insensato… E poi c’è la questione di sua moglie e della sua
lunga sofferenza. Di primo acchito può sembrare una persona semplice, ingenua e
remissiva, ma in realtà è a pieno titolo un membro effettivo del genere femminile,
misteriosa e imprevedibile come tutte le donne. Provi a pensare per un istante a lei e alla
sua vita al fianco di un uomo che non va a lavoro e vive perlopiù rinchiuso in casa, un
uomo paralizzato da una forza oscura di cui non riesce a parlare con nessuno, neanche
con la propria consorte. Ora, quando un uomo del genere manifesta di punto in bianco il
proposito a dir poco tragico di togliersi la vita, quale può mai essere la reazione della
moglie se non quella di ridere nel tentativo di sdrammatizzare? E quando, probabilmente
senza nemmeno rendersi conto di quello che diceva, ha replicato con quella frase in
apparenza assurda e canzonatoria – «Bene, allora junshi è la soluzione del tuo
problema, vale a dire che seguirai il tuo signore nella tomba» –, non crede che forse un
po’ faceva sul serio?

Kogii, a quel punto mi sono alzata in piedi di scatto e ho


cominciato ad applaudire. E ti assicuro che non ero la sola: almeno
un terzo degli spettatori ha avuto la mia stessa reazione, tutti ad
applaudire entusiasti, qualcuno addirittura si è messo ad agitare le
braccia al cielo. Credimi, non sto esagerando, la risposta al discorso
del professore è stata quanto mai ardente e appassionata.
Tuttavia, in fondo alla sala (era strapiena, per una volta si
registrava il tutto esaurito), c’erano tre o quattro uomini in
impermeabile, avevano un’aria sinistra. Di colpo si sono alzati e
hanno iniziato a far roteare dei «cani morti» sopra la testa,
producendo un sibilo tremendo, evidentemente a significare la loro
contrarietà nei confronti delle parole del professore. Non lo so, se
avessero lanciato quegli animali di peluche come al solito, forse la
loro protesta sarebbe parsa meno forte e incisiva. Erano inquietanti,
facevano davvero paura. Non credo fossero membri del consiglio
scolastico cittadino di cui aveva parlato il professore, ma dal punto di
vista ideologico avevano tutta l’aria di appartenere alla stessa
cerchia. Di sicuro erano al corrente di ciò che è accaduto dopo
l’esibizione di Unaiko e del Caveman Group all’auditorium della
scuola media della valle lo scorso autunno e sono venuti a dare
un’occhiata di persona. Per evitare di dilungarmi sintetizzerò le loro
osservazioni come se a parlare fosse un unico individuo, sotto il
nome collettivo di «popolo».
POPOLO: Ehi, per caso stai mettendo in dubbio le parole del maestro quando dice di
aver avuto l’impressione che «lo spirito dell’epoca Meiji avesse avuto inizio con
l’imperatore e fosse finito con lui»? Il maestro afferma senza ombra di dubbio che lui,
«come chiunque altro cresciuto in quell’epoca», era influenzato moltissimo dall’essenza
del periodo Meiji! E questo nessuno lo può negare! Perciò non è affatto insensato che
abbia voluto suicidarsi «per lealtà verso lo spirito dell’epoca Meiji». Non starai mica
tentando di sminuire una morte così nobile?

A quel punto, il «popolo» ha scagliato i «cani morti» in direzione


del professore. Tuttavia la maggior parte del pubblico, inclusi alcuni
giovani, simpatizzava chiaramente con lui, e difatti si è scatenata
una tempesta di animali di peluche contro i quattro uomini in
impermeabile. È stato un contrattacco coi fiocchi, dal punto di vista
sia della pura forza sia della supremazia numerica. Nel pieno della
baraonda, Unaiko, che fino a quel momento se n’era stata seduta
immobile sulla sedia a rotelle nei panni del maestro defunto, è
scattata in piedi. Si è liberata del panno che le copriva il capo e ha
rivelato un volto pallidissimo, simile a quello di un cadavere. Il
silenzio è calato sulla platea e lei, facendo appello al suo formidabile
talento recitativo, ha cominciato a parlare del maestro di Sōseki con
un certo distacco, ricorrendo allo stesso tono di voce che aveva
utilizzato in precedenza quando aveva interpretato il personaggio in
prima persona. In poche parole era come se il «fantasma» del
maestro apparso in scena parlasse di sé stesso all’epoca del
suicidio…
MAESTRO: Poc’anzi ho recitato la parte di me stesso, ma in tutta sincerità non ho
ancora capito a fondo cosa si nascondesse nell’animo oscuro dell’uomo che ero un
tempo. Non sono mai riuscito a guardarmi bene dentro e a comprendere la mia
interiorità, so solo che a un certo punto avevo fretta di farla finita e mi sono suicidato. Vi
leggo un brano dalla mia lettera d’addio…

Sul giornale avevo letto le parole che il generale Nogi aveva scritto prima di uccidersi.
Ero così venuto a sapere che, fin dai tempi della guerra di Seinan, quando il nemico gli
aveva sottratto la bandiera, Nogi aveva desiderato riscattare il proprio onore mediante la
morte. Mi ritrovai a contare, automaticamente, gli anni e i mesi che il generale aveva
vissuto con il pensiero della morte. La guerra di Seinan, come sai, è avvenuta nel decimo
anno Meiji. Quindi, il generale Nogi deve aver vissuto trentacinque anni aspettando il
momento opportuno per morire. Io mi chiesi quando ebbe a soffrire la peggiore agonia,
se durante quei trentacinque anni, oppure nel momento in cui la spada si immergeva
nelle sue viscere.
Fu due o tre giorni più tardi che, alla fine, decisi di suicidarmi. Forse potrà sfuggirti il
motivo per cui io sia sul punto di morire, ma non più di quanto a me sia sfuggita la
ragione per cui il generale Nogi si è tolto la vita. Tu e io apparteniamo a epoche differenti,
perciò la pensiamo in modo differente. E non possiamo fare niente per gettare un ponte
sul vuoto che ci separa. Certo, sarebbe più esatto affermare che noi due siamo differenti
solo perché siamo due distinti esseri umani. Comunque, io ho fatto del mio meglio, in
questo memoriale, per farti capire la strana persona che io sono.

Come si può evincere dal brano che ho appena letto, ero ossessionato dalla questione
dell’animo umano – dell’individuo, dall’individuo e per l’individuo! – e, dopo aver fatto del
mio meglio per farlo capire al mio giovane amico, mi sono tolto la vita. Ma come ho fatto
a considerarlo un sacrificio nel nome dello spirito dell’epoca Meiji? Non capisco… In fin
dei conti mi sono suicidato nel segno di un’espiazione tardiva, per me stesso… Se siete
d’accordo con me, sentitevi liberi di lanciare tutti i «cani morti» che volete contro quegli
uomini in fondo alla sala! Forza, fuoco alle polveri!
3.

Eccomi con un’ennesima lettera. Quelle precedenti, prima di


spedirle, le ho sempre fatte leggere anche a Unaiko, visto che
parlavo soprattutto di lei. Ma stavolta è diverso, toccherò argomenti
molto più personali, dopo le due sconvolgenti lettere che ho ricevuto
ultimamente da tua moglie. Avrai già capito a cosa sto alludendo, ne
sono certa. Le recenti notizie che Chikashi mi ha riferito mi hanno
colta di sorpresa, sono state un vero shock. Sapere che state
affrontando una duplice crisi di questa portata mi rende così triste da
togliermi il sonno.
Da una parte c’è il rapporto tra te e Akari, che non è mai stato così
compromesso, e dall’altra la notizia della grave malattia da poco
diagnosticata a tua moglie. Per fortuna so che i medici si sono
espressi con un certo ottimismo e che Chikashi ha buone probabilità
di guarire. Mai come in questo momento un raggio di speranza è più
che benvenuto. Avendo lavorato per molti anni come infermiera, so
che a volte i medici nascondono in parte la verità e dicono ai pazienti
solo quello che vogliono sentirsi dire, ma questo non può certamente
essere il genere di stucchevole sotterfugio da usare con una donna
tutta d’un pezzo come Chikashi.
Naturalmente, tu sei al corrente della situazione fin dall’inizio, e ti
confesso che ci sono rimasta un po’ male per il fatto che non mi hai
detto niente a proposito di quello che stava succedendo con Akari.
Chikashi, che sicuramente è stanca di vederti depresso e
immusonito, ha preso l’iniziativa e mi ha scritto una lettera calma e
razionale, lasciandomi per l’ennesima volta ammirata di fronte alla
sua capacità di fare sempre la cosa giusta al momento giusto. Scusa
se te lo ricordo, ma eravamo rimasti che mi avresti tenuta al corrente
di ogni nuovo sviluppo dopo il tuo ritorno a Tōkyō, e, per renderti le
cose più agevoli, l’accordo prevedeva che avresti annotato i tuoi
pensieri sulle solite schede e che qualcuno li avrebbe ricopiati e me
li avrebbe spediti. Devo ammettere che sei stato preciso ed efficiente
nel raccontare le varie fasi della tua ripresa dopo le «grandi
vertigini», ma non hai scritto neanche una parola sulla crisi con
Akari… So bene che sei sconvolto e che stai soffrendo da cani
perché il rapporto con tuo figlio versa in uno stato precario senza
precedenti, e so anche che sei doppiamente provato e che ti senti in
colpa perché è stato il tuo comportamento a provocare questo
disastro, però ci eravamo messi d’accordo. Non sai la delusione che
ho provato quando Chikashi mi ha rivelato che avevi scritto diverse
schede sull’argomento, quasi come fosse un diario, ma avevi dato a
Maki (che come sai ha accettato l’incarico di trascriverne alcune al
computer e inviarmele per e-mail) precise istruzioni di non
condividerle con me.
Venendo a Chikashi, come pensi di porti nei confronti della sua
malattia? In base al tuo recente comportamento e al tuo stato
d’animo attuale, non credo si possa fare più di tanto affidamento su
di te. So che Maki verrà spesso da voi e che si occuperà delle
faccende domestiche, ma Chikashi mi ha scritto che vorrebbe che
venissi anch’io a Tōkyō per offrirle supporto con la mia esperienza di
ex infermiera. È ovvio che sarei più che felice di mettermi a
disposizione e di dare tutto l’aiuto che posso.
Chikashi è preoccupata più per la situazione molto tesa tra te e
Akari che per la propria battaglia contro il cancro. E Maki, da sola,
non può fare tutto: occuparsi della casa, delle faccende burocratiche
riguardanti il tuo lavoro e anche dei bisogni di Akari. Senza contare
che correrebbe il rischio che i troppi impegni e lo stress possano far
riaffiorare i segni della depressione di cui ha sofferto negli ultimi
tempi. La situazione non è facile, e difatti Chikashi, in una delle sue
lettere, mi ha chiesto esplicitamente di darle una mano, cosa non da
lei.
Mentre riflettevo sconfortata alla ricerca del metodo migliore per
affrontare i due grandi problemi che affliggono la vostra famiglia (e
non solo) e tentavo invano di scriverle una lettera, Chikashi mi ha
telefonato. È stata una delle sue tipiche chiamate, molto scrupolosa
e gentile, in cui lei stessa mi ha chiarito diversi dubbi sulla questione.
Ha atteso che finissi di pronunciare i soliti convenevoli e mi
informassi sul suo stato di salute, dopo di che è venuta dritta al
punto. Non sembrava affatto una paziente affetta da una grave
malattia, il suo modo di parlarne suonava completamente pratico e
distaccato. So che il vostro medico di famiglia ti ha già informato
sulle condizioni di Chikashi e che ti ha fatto un quadro clinico
completo, perciò eviterò di ripetere dettagli inutili.
Prima di telefonarmi, senza smentire il suo modo di essere,
Chikashi aveva già chiaro in mente quello che voleva chiedermi. Ha
ribadito che mi vuole a Tōkyō per dare una mano come infermiera, e
ha anche detto che le farebbe molto piacere se tu e Akari poteste
trasferirvi qui per un certo periodo, nello Shikoku. Mi ha pregato di
pensarci seriamente e ha ripetuto non so quante volte che ha
bisogno di me. Ha già pensato a tutti i dettagli, anche se ha fatto del
suo meglio per farlo trasparire il meno possibile – sai bene che è nel
suo stile agire così –, e sono stata molto felice di sapere che si fida
di me. Mi sono messa subito in azione e spero di poter esaudire le
sue richieste. L’altro giorno ne ho parlato con Unaiko e Ricchan e mi
hanno assicurato che ci aiuteranno: sono disposte a occuparsi di te
e Akari nel corso della vostra eventuale permanenza alla Casa nella
foresta, mentre io sarò con Chikashi a Tōkyō per assisterla durante
la convalescenza. Sono fatta così, lo sai, dopotutto è il mio stile.
E ora passo al prossimo punto: Chikashi mi ha riferito che negli
ultimi sei mesi Akari non ha più ascoltato musica. Quasi non riesco a
crederci, mi sembra così inverosimile, per Akari la musica è
fondamentale. È stata una notizia scioccante, quasi quanto la
malattia di Chikashi. Non sto esagerando, non mi sentivo così
scossa da quando Gorō si è suicidato.
Kogii, non era difficile prevedere che avresti attraversato un
periodo di profonda depressione dopo la decisione di abbandonare il
«romanzo dell’annegamento», e certamente le «grandi vertigini»
hanno contribuito a peggiorare la situazione. Ma tutto questo non
giustifica il modo in cui hai trattato tuo figlio. Se nostra madre fosse
ancora viva, ti urlerebbe contro: «Kogii, come hai potuto?!». Mi
sembra quasi di sentire la sua voce… C’è poco da fare, sei
responsabile fino in fondo di quello che hai detto ad Akari e delle
conseguenze che le tue orribili parole hanno avuto su di lui.
Ovviamente so bene che anche tu stai soffrendo moltissimo per
questo, e sono in pena sia per te sia per Akari, al pari di Chikashi.
Eppure non riesco proprio ad accettare quello che hai fatto. Ma
come hai potuto comportarti in modo così crudele e scellerato?
Possibile che tu non abbia pensato alle conseguenze?
Chikashi mi ha parlato della situazione alla sua maniera, senza
scomporsi. Ha mostrato una minima traccia di emozione solo
quando mi ha confessato di essere molto in ansia per quello che
potrà succedere d’ora in avanti tra te e Akari. Io ho reagito dicendole
la prima cosa che mi veniva in mente, nel tentativo di confortarla…
«Chikashi, in una situazione del genere non c’è altro da fare che
attendere. Il tempo provvederà a tutto. È un po’ come quella volta in
cui Akari aveva smesso di comporre musica. Poi ha ripreso…» Che
parole vuote e inutili, era meglio star zitta! Ogni volta che ci ripenso,
mi viene un nervoso tale che non posso fare a meno di alzarmi in
piedi e mettermi a fare avanti e indietro per tutta la casa. Chikashi è
rimasta un po’ turbata dal mio commento, in fondo era prevedibile,
ma ha mantenuto la calma e ha replicato nel consueto tono mite e
compassato: «In quel caso Akari aveva smesso di comporre di sua
completa iniziativa, e poi ha ricominciato altrettanto
spontaneamente, senza pressioni di alcun tipo dall’esterno. Era
padrone del suo destino, dipendeva soltanto da lui. Certo, ammetto
che il solo pensiero che Akari smettesse di comporre musica in via
definitiva era terribile, devastante, ma qualsiasi decisione spettava a
lui e a me non restava altro che accettarla. E comunque in quel
periodo continuava ad ascoltare la radio e i suoi CD… Ma ora la
situazione è ben diversa e decisamente peggiore. Ho la sensazione
che Akari non voglia avere più niente a che fare con la sua famiglia,
in particolare con suo padre. Si è isolato completamente, chiuso nel
suo mondo. Non avevamo mai patito una crisi del genere, e la cosa
più strana, adesso, è vivere in una casa senza musica».
Come sai, ho il brutto vizio di non fare tesoro dei miei errori…
Ecco la mia risposta, a dir poco avventata: «E se tu provassi a
mettere i CD di Mozart, Bach e tutti gli altri a basso volume, quando
mio fratello non è in casa?».
«Non mi sembra una buona idea, non vedo perché Akari debba
agire nell’ombra. E comunque non gli farebbe piacere.»
A quel punto la voce di Chikashi al telefono suonava abbastanza
severa. Ho immaginato il suo viso normalmente sereno contrarsi in
una smorfia di disapprovazione, le sopracciglia aggrottate. Mi sono
venuti i brividi. Per fortuna la sua rigidità è durata solo un momento e
ha ripreso a esprimersi in tono neutro e riflessivo, quasi come se
parlasse a sé stessa: «Da noi, a occuparsi della musica è sempre
stato Akari, era come una sua esclusiva. Ho paura che un mio
tentativo di invadere il suo territorio, scegliendo i CD al posto suo,
rischierebbe di peggiorare la situazione. Per lui la musica è luce, non
posso rischiare di trasformarla in buio».
Purtroppo, sebbene Chikashi mi avesse tolta dall’imbarazzo grazie
alla sua generosità di spirito – tua moglie è incredibile, non ho mai
capito come faccia a essere sempre così gentile e magnanima,
anche nei momenti peggiori –, ho fatto l’ennesimo passo falso, mi
sono superata…
«Hai detto che non era mai successo niente del genere tra Akari e
Kogii, ma possibile che mio fratello non abbia fatto nulla per tentare
di porre rimedio all’errore?» le ho chiesto. «In passato, se le cose
fossero arrivate a questo punto, sono sicura che avrebbe fatto del
proprio meglio per riportare al più presto la situazione alla normalità.
Più o meno come ha scritto anche in Svegliatevi, uomini nuovi!» 1
Chikashi ha risposto alla mia domanda in un tono che di norma
non le appartiene, quasi non sembrava lei. Fino a quel momento, per
esempio, si era riferita a te chiamandoti «mio marito» o «Kogii», e
invece tutt’a un tratto ha cominciato a dire «quell’uomo». Ti giuro che
mi sono sentita raggelare il sangue nelle vene. Ha detto cose
talmente dure e inclementi che in seguito credo di aver modificato
senza volerlo le sue parole nella mia mente, come per una sorta di
meccanismo di difesa. Si esprimeva in modo astratto, poco concreto,
ma ricordo fin troppo bene il contenuto e il messaggio di fondo, che
proverò a sintetizzare qui di seguito:
«Il modo in cui quell’uomo ha cercato di tendere una mano ad
Akari per rimediare all’errore è semplicemente futile e superficiale, e
forse qualcuno oserebbe dire anche artefatto. Magari in passato il
suo modo di fare ha funzionato, ma a mio avviso il problema è alla
radice, nell’oppressione che quell’uomo ha sempre esercitato su
nostro figlio. Non vorrei dirlo, ma la verità è che dispone di alcuni
espedienti che in passato sono bastati per risanare piccole fratture,
solo che ora, data la situazione di grave crisi, non servirebbero a
niente, e a essere sincera non vorrei assolutamente che vi facesse
ricorso. Se ne sta spesso seduto da qualche parte a bere e a
rimuginare sui propri pensieri, e si lascia andare a gesti impulsivi
come correre a comprare nuovi CD che secondo lui potrebbero
piacere ad Akari e che porta a casa come offerta di pace. Non mi
dispiacerebbe se si astenesse anche da questo tipo di iniziative
puramente materiali e quindi irrisorie. La musica ha sempre costituito
un elemento fondamentale e imprescindibile nella vita di Akari, la
sua ancora di salvezza, e non bisogna assolutamente contravvenire
a un principio basilare: Akari deve ascoltare la musica di sua
spontanea volontà, deve essere lui a sceglierla e non gli altri. E per
essere certi che la sua libertà di ascoltare musica sia preservata fino
in fondo, bisogna essere pronti a rispettare anche la sua libertà di
non ascoltarla. Ricorrendo a uno dei concetti preferiti di quell’uomo,
non si tratta forse di una “questione di diritti umani fondamentali”?
Forzando Akari ad ascoltare musica contro la sua volontà, ed
esercitando quindi l’ennesima forma di oppressione, rischierebbe di
causargli un danno emotivo e psicologico irreparabile. E non è da
escludere che lo stesso Akari potrebbe reagire esprimendo la
propria contrarietà in maniera violenta, come non ha mai fatto prima,
scagliandosi contro quell’uomo con tutte le forze. Ecco, senza
volerlo ho finito col prendere in prestito un pensiero già espresso da
Maki, che in fondo condivido. Se le cose dovessero prendere una
brutta piega, Maki è pronta a far trasferire Akari da lei, e io, per il
bene di tutti, non credo che avrei il coraggio di oppormi».
A quel punto, non so come, forse Chikashi ha sentito la mia mano
tremare paurosamente all’altro capo della linea telefonica, fatto sta
che ha smesso di chiamarti «quell’uomo».
«In una precedente occasione», ha continuato, «ho detto che era
come se nella nostra casa di Seijō stazionassero due “enormi cumuli
di profonda depressione”, e ora provo un’angoscia tremenda quando
penso a quei due “enormi cumuli” da soli, qui, tra queste pareti
silenziose, nel loro stato attuale. Perciò, prima di essere ricoverata in
ospedale, vorrei che si trasferissero per un periodo in un posto in
grado di offrire a entrambi una chance di ritrovare insieme un minimo
di pace e armonia. E per tuo fratello, in particolare, non credo ci sia
posto migliore dello Shikoku, nella sua amata valle circondata dalla
foresta. Mi rendo conto del fatto che questo richiederebbe uno sforzo
organizzativo ulteriore da parte tua, dopo che ti ho già chiesto di
venire a Tōkyō per assistermi durante la convalescenza, ma non ti
nascondo che sarebbe l’unico modo per non farmi stare troppo in
pensiero. Grazie.»
Le gentili parole di Chikashi alla fine della conversazione
telefonica mi hanno fatto sentire un po’ meglio dopo tutto quello che
aveva detto su di te, ma il tono aspro del suo atto di accusa ha
continuato a risuonare a lungo dentro di me. Pensa che non ce l’ho
fatta a restare da sola e sono corsa alla Casa nella foresta, nella
speranza di incontrare Unaiko e scambiare due parole con lei.
Purtroppo non c’era nessuno, la porta e le finestre erano chiuse;
evidentemente, lei e Ricchan avevano da fare altrove. Non avendo
con me le chiavi, ho fatto il giro e sono andata a sedermi nel giardino
sul retro, davanti alla pietra con la poesia, e ho letto prima di tutto i
versi di nostra madre:
Non hai preparato Kogii a salire su nella foresta
E come preso dalla corrente del fiume non tornerai mai più.
Kogii, quello che stai facendo adesso è persino peggio del tuo
comportamento di allora, non credi? Perdonami se giro il coltello
nella piaga, ma sai bene che la situazione in cui ti trovi ora è molto
più terribile e disperata di quella in cui ti trovavi quando hai scritto il
seguito di quella poesia:
A Tōkyō durante la stagione arida
I ricordi mi affiorano alla mente all’incontrario
Dalla vecchiaia fino agli anni dell’infanzia.

Mi auguro che saprai ascoltare con attenzione tutto ciò che


Chikashi e Maki ti diranno. E, ti prego, rifletti bene e non prendere
decisioni affrettate. Devi agire con la massima cautela, soprattutto in
considerazione di due aspetti della tua situazione attuale. Il primo
riguarda il mio timore che il definitivo abbandono dello sfortunato
progetto del «romanzo dell’annegamento» ti abbia deluso al punto
da recidere l’unico legame lavorativo che ti teneva aggrappato a
questo mondo. L’altro, sul piano più personale, interessa il tuo
rapporto in bilico con Akari. In tutti questi anni siete sempre stati
molto uniti, ma ora sembra che il vostro connubio perfetto si sia
sciolto. A questo punto mi viene spontaneo chiedermi se tu non stia
pensando che forse si è incrinato anche il tuo stesso legame con la
vita terrena. Ho paura, Kogii, e ti prego di stare molto attento a non
precipitare in quello stato d’animo tedioso, vacuo e irragionevole
che, purtroppo, è comune tra le persone di una certa età, perché
sappiamo bene entrambi a cosa può portare.
Naturalmente non mi aspetto una tua lettera in risposta a questa
mia, ma spero che presto Maki potrà inviarmi nuove copie dei
prossimi appunti che scriverai sulle tue schede.

4.

Fondamentalmente credo che il metodo sul quale si fondano


l’esistenza di Akari e la sua capacità di andare avanti – non mi
sembra vero, ormai è un uomo adulto di quarantacinque anni – si
basi sulle attività tra loro interconnesse di ascoltare musica classica
e comporre brani molto brevi ma davvero deliziosi... Almeno fino a
prima dei recenti e catastrofici eventi.
Akari ha inciso e pubblicato quattro CD di sue composizioni
originali, e Hanawa Gorō ha persino girato un film basato sui miei
romanzi che riguardano la nostra famiglia, ed entrambi – il film e i
romanzi – ruotano in particolare intorno alla figura di Akari. Quando
mio figlio prendeva lezioni di musica da un esperto professionista,
non si è mai sottratto allo studio e si è sempre impegnato al
massimo delle sue possibilità. Questo processo ha subìto
un’interruzione durante il lungo periodo in cui ha smesso di
comporre, ma dopo due anni circa è ricominciato con la stessa
intensità di prima, e Akari si è rimesso a studiare i fondamenti della
teoria musicale con estrema diligenza. Tutti i giorni la sala da pranzo
e il salotto della nostra abitazione erano riempiti dalle note di grandi
maestri della musica, suonate a volume moderato: Bach, Mozart,
Beethoven, Schubert, Chopin e talvolta persino Messiaen e
Piazzolla. Per moltissimi anni la musica scelta da Akari è stata la
colonna sonora delle nostre vite.
Ma ora, purtroppo, quella musica classica è svanita
completamente dalla nostra casa. Certo, Akari continua a controllare
l’elenco dei programmi nella guida settimanale delle radio fm, e non
ha abbandonato l’abitudine pressoché quotidiana di correggere
refusi e altro riguardo ai nomi dei compositori e ai titoli dei brani
riportati nelle pagine finali dei mensili musicali. Né ci sono stati
cambiamenti nel suo impegno costante di riorganizzare gli scaffali
dei cd in base a complessi princìpi strutturali in progressivo sviluppo
e di sua esclusiva concezione. Tuttavia, negli ultimi sei mesi, non c’è
mai stato un solo momento in cui abbia ravvivato il nostro spazio
vitale comune con la musica, come faceva un tempo. Stando alle
parole di Chikashi, fedeli alla solita efficace stringatezza, nostro figlio
ascolta la musica solo a tarda sera, rintanato nella sua stanza e con
le cuffie stereo calcate sulla testa, come a voler tenere il suo mondo
tutto per sé.
Cosa c’è alla radice di tutto questo? Le maledette parole che gli ho
urlato contro in un imperdonabile accesso di rabbia: «Sei uno
stupido!». Una frase breve, semplice, ma disgraziatamente volgare e
assertiva.
Molti anni fa, in un bosco di betulle di Erman a Kita Karuizawa,
stavo portando Akari bambino a cavalcioni sulle spalle quando
pronunciò le prime parole della sua vita in risposta al richiamo di un
uccello nei pressi di un vicino laghetto. «È un porciglione», disse
distintamente.
Da quel momento in poi il suo vocabolario crebbe con una rapidità
sorprendente, e nel giro di tre o quattro anni era ormai capace di
comprendere il significato delle malignità e degli insulti che talora gli
altri bofonchiavano al suo indirizzo. Ricordo una volta in cui Maki
tornò da scuola – frequentava le medie – e si precipitò in cucina per
riferire a Chikashi che era andata a prendere come al solito Akari al
corso per ragazzi disabili e lo aveva trovato circondato da un
gruppetto di studenti più grandi che lo minacciavano e deridevano
con cattiveria. Akari, intanto, era già in soggiorno e aveva acceso lo
stereo, e quando feci capolino lo vidi con le mani premute sulle
orecchie e i gomiti allargati ad angolo retto, chiaramente intenzionato
a non lasciar filtrare lo spiacevole racconto della sorella e a
continuare ad ascoltare solo la sua adorata musica.
Ora è fin troppo evidente che Akari abbia ricollocato me, suo
padre, tra gli individui fonte di dissonante e cacofonico dolore: un
mostro capace di urlare al figlio parole orrende. Questa situazione
perdura già da sei mesi e va deteriorandosi di giorno in giorno, col
sospetto che potrà andare avanti per altri sei mesi, un anno o forse
anche due. E non è da escludere la possibilità che io e Akari
continueremo a condividere uno spazio senza musica addirittura per
i prossimi dieci o quindici anni.

5.

Maki è come sempre una persona molto paziente e a modo, è un


vero piacere avere a che fare con lei. È stata così gentile da leggere
le tue schede, raccogliere le riflessioni sulla crisi tra te e Akari,
trascriverle al computer e inviarmele. Non so se in qualche modo
abbia voluto controbilanciare il tono dolente delle tue parole, ma mi
ha mandato anche una lettera che Chikashi ti ha scritto poco tempo
fa. Sono certa che l’avrai letta quando l’hai ricevuta e che avrai
scritto tanto di risposta, ma, visto che Maki mi ha spedito l’originale e
non la fotocopia, ora non è più in tuo possesso e ho pensato di
inviartela via fax, nel caso avessi voglia di rileggerla.
Di recente mi è tornato alla mente un giorno di molti anni fa in cui ricevesti una lettera da
un giovane lettore e, subito dopo averla letta, ti mettesti disteso sulla brandina nel tuo
studio senza dire una parola. Me ne sono ricordata quando ho notato il libro che stavi
leggendo, appoggiato accanto alla poltrona. Tu eri dal barbiere, mentre io mi stavo
preparando per andare in ospedale per il ricovero, da sola. Il libro era rivestito con una
sovraccoperta e non era possibile vedere il titolo, ma l’ho aperto e mi sono accorta che si
trattava de Il cuore delle cose di Natsume Sōseki.
A ogni modo, quel giovane lettore ti aveva scritto a proposito di un tuo breve saggio
pubblicato in uno di quei libretti di piccole case editrici che vengono distribuiti
gratuitamente, soprattutto nelle librerie universitarie (all’epoca eri anche tu molto giovane,
la differenza di età con lo studente che ti aveva scritto doveva ammontare tutt’al più a
una decina d’anni). Il titolo del saggio era una citazione dal romanzo di Sōseki: «Vorrei
che tu ricordassi bene una cosa: questo è il modo in cui ho vissuto la mia vita». Dopo
aver letto il saggio, o forse anche solo dopo aver visto il titolo, lo studente andò su tutte le
furie e ti scrisse parole molto dure su un foglio strappato da un quaderno, con una grafia
rabbiosa e affrettata. Erano frasi del tipo: «A chi ti stai rivolgendo, con chi credi di
parlare?», «Per quale ragione dovrei sprecare il mio tempo a ricordare come hai vissuto
la tua vita?». Eppure la sua reazione e i suoi commenti, stranamente, non mi sembrarono
così fuori luogo, tanto che mi scappò da ridere, cosa che ovviamente peggiorò il tuo già
cattivo umore. Era facile intuirlo, anche se non dicevi una parola.
Tornando al presente, prima di andare in ospedale sono salita un po’ di sopra. Mentre
guardavo gli scaffali con i tuoi libri, mi sono ricordata di nuovo la reazione indignata di
quel giovane lettore (ora avrà anche lui i suoi anni) nei confronti della tua citazione de Il
cuore delle cose e mi è scappata una risatina, proprio come in passato, anche se non si
tratta esattamente di un ricordo piacevole. In ogni caso guardare tutti quei libri mi ha dato
un’idea e vorrei chiederti un favore… Ti dispiacerebbe estrapolare dai tuoi romanzi le
parti in cui citi parole e frasi dette da Akari e farmele avere in ospedale? Potrei chiedere a
Maki di metterle insieme e farne un fascicoletto, magari usando un bel font Minchō,
anche se il suo PC non è molto recente.
Ti suonerà un po’ forzato, ma sono ottimista sulle possibilità di superare la grave crisi
familiare che stiamo attraversando. In passato, tutte le volte che abbiamo avuto a che
fare con problemi di qualsiasi entità, sono sempre stata fiduciosa e alla fine ce l’abbiamo
fatta. Riflettendoci bene, per fortuna tutti noi siamo nati con un fisico abbastanza forte e
in salute, Akari compreso (fatta eccezione, è ovvio, per la malformazione cranica
congenita). Ti ricordi quel famoso aforisma in latino che il professor Musumi amava citare
di tanto in tanto: Mens sana in corpore sano. Però lui si divertiva a scherzarci su
aggiungendo che non si poteva escludere che una mente sana non potesse coesistere
con un corpo insano e viceversa. Probabilmente aveva ragione, ma… No, stavolta voglio
resistere alla tentazione di sottolineare che entrambi ci stiamo facendo vecchi e che
presto le nostre crisi avranno fine. Piuttosto, desidero pensare in positivo e prendere in
prestito una frase di Céline che hai tradotto decenni fa: «Teniamo alta la testa, su,
coraggio!».
La verità è che sentirsi dire di punto in bianco: «Ricorda bene tutto questo!» o una frase
del genere, suona come un imperativo categorico. Mi è venuto spontaneo pensarlo, forse
allo stesso modo di quel giovane tanti anni fa, mentre guardavo la tua collezione di libri.
Come ben sai, ho deciso di non leggere più i tuoi romanzi da quando ero grossomodo a
metà della lettura de Gli anni della nostalgia, in cui hai scritto anche di Gorō, però ho
continuato a leggere i tuoi saggi, alcuni dei quali contengono mie illustrazioni. Ma…
ricordi il brano in cui Sōseki scrive che il maestro de Il cuore delle cose si ritrova a
contare i mesi e gli anni con le dita delle mani? Ho appena provato a farlo anch’io e mi
sono resa conto di come sono trascorsi già vent’anni da quando ho smesso di leggere i
tuoi romanzi. E tuttora, scusami per la franchezza, non sento minimamente il desiderio di
dedicare ai tuoi libri il tempo che avrò a disposizione durante il ricovero in ospedale.
Perciò ti chiedo, sperando che tu possa esaudire la mia richiesta, di procedere con il
lavoro di estrapolazione dei passaggi in cui Akari dice qualcosa ed esprime i suoi
pensieri. Una volta, se non ricordo male, mi hai detto in tono serio che hai sempre
inserito le sue parole nei tuoi romanzi così com’erano, senza alcun abbellimento, perché
non potevi certo fargli vedere le bozze e chiedergli se eventuali modifiche gli andassero
bene.

6.

Maki mi ha spedito una copia de Le mie parole, il grazioso libretto


che ha messo insieme dopo che tu hai estratto dai tuoi romanzi un
certo numero di citazioni attribuite ad Akari (tutto stampato in
grassetto, risulta di facile lettura e consultazione; inoltre riporta
davvero una bella collezione di pensieri, osservazioni e commenti di
Akari su vari argomenti, così come li ha pronunciati lui stesso).
Unaiko è rimasta incantata dalla bellezza del contenuto, dalla
prima all’ultima pagina, e non fa altro che citare una frase o l’altra a
ogni possibile occasione. Maki, nella breve lettera acclusa al libretto,
dice che non è d’accordo fino in fondo con la tua scelta dei brani e il
loro ordine, ma suppongo non te ne abbia parlato più di tanto.
Una volta Chikashi mi ha raccontato che da bambina Maki era
socievole e vivace, ma che poi il suo carattere è cambiato
all’improvviso verso il secondo anno della scuola media, quando è
diventata molto più tranquilla e introversa. Inoltre, come ben sai, a
un certo punto ha cominciato a essere soggetta a forti attacchi di
depressione, e solo in quei momenti tendeva a esprimere tutto
quello che pensava in modo molto diretto, senza alcun freno. Al
tempo in cui facevo l’infermiera, ricordo che molti farmaci
antidepressivi contenevano una sostanza che poteva causare
eccitazione e aggressività oltre la norma. Te lo dico perché so che in
questo periodo Maki sta facendo uso di antidepressivi, e credo
possa essere un elemento rilevante per aiutarti a capire come mai
ultimamente il vostro rapporto ha preso una certa piega.
Nella sua lettera, Maki sostiene che in passato ci sono state molte
altre occasioni in cui Akari ha manifestato resistenza e opposizione
nei tuoi confronti. Mi ha fatto venire in mente alcune pagine di
Svegliatevi, uomini nuovi!, quelle in cui racconti di un tuo viaggio in
Europa, durante l’ascesa del movimento di protesta antinucleare, per
partecipare alle registrazioni di un documentario televisivo. Finisti col
restare all’estero molto più a lungo del previsto e Akari, chissà
perché, si convinse che eri morto… «Davvero, è sicuro? Tornerà
domenica della prossima settimana? Sì, ma, anche se tornerà, in
questo momento è morto! Papà è veramente morto!» Akari – come
dici nel tuo libro – comincia a ribattere con puntiglio alle osservazioni
di sua madre, che ovviamente era viva e cercava di persuaderlo che
anche il padre lo era. Le risponde in tono molto aggressivo, non
vuole sentire ragioni, e quando finalmente tu torni dal lungo viaggio
in Europa gli dai una sonora strigliata e il vostro rapporto si incrina
per qualche tempo. Poi, non molto dopo, vieni colpito da un violento
attacco di gotta e Akari, vedendoti trasformato nell’elemento più
debole della famiglia, ti si riavvicina e tra voi torna la pace, grazie al
tuo piede paurosamente gonfio e tumefatto. Tuttavia, come
puntualizza giustamente Maki, esistono differenze significative tra la
situazione di allora e quella attuale. Ricopio qui in basso le sue
parole:
Se mamma spera in una riconciliazione pacifica, come è successo in precedenza, e papà
ha deciso di mettere insieme questo libretto di citazioni perché crede che possa
aggiustare le cose, be’, purtroppo mi sa che sono tutti e due sulla strada sbagliata. Mi
dispiace dirlo, ma se papà pensa davvero che il solito approccio funzionerà anche
stavolta, quando il danno è molto maggiore, allora non fa altro che mostrare che il suo
atteggiamento oppressivo nei confronti di Akari non è cambiato neanche di una virgola.
Perlomeno è così che la vedo io. Del resto mi pare che anche mamma sia sulla mia
stessa lunghezza d’onda, fin dall’inizio.

Maki ha esposto con chiarezza il suo pensiero sulla questione, e


termina la lettera con un quesito da non sottovalutare: «In fin dei
conti, credo che il solo motivo d’interesse di questo libretto stia nel
modo di esprimersi unico e particolare di Akari, che forse ormai
appartiene solo al passato, e non certo per colpa sua…».
Visto che Chikashi è andata in ospedale prima del previsto e che
non sono riuscita ad anticipare la data della mia partenza per Tōkyō,
in questi ultimi giorni ho avuto modo di parlare spesso al telefono
con Maki, soprattutto per questioni di ordine pratico. Durante una di
quelle conversazioni, ho provato a chiederle con nonchalance un
chiarimento sui motivi razionali dietro l’atteggiamento duro e critico
che mostra di recente nei tuoi confronti. Chikashi mi aveva detto che
le cose da voi non andavano bene, ma non si era sbilanciata e non
ci avevo capito granché.
Maki è stata molto schietta, ha evitato inutili giri di parole e mi ha
subito accontentata. «Non so se lo sai», ha esordito, «ma papà si è
rivolto ad Akari con parole molto crudeli, per ben due volte. Già la
prima volta è stata terribile, ma quando poi la cosa si è ripetuta è
stato anche peggio. Ha fatto qualcosa di imperdonabile. Papà sa
bene di aver sbagliato e che la situazione si è fatta intollerabile, e
sono certa che si sta sforzando di trovare una soluzione per
rimediare. Ma stavolta non è come le altre, ora lui e Akari sono
lontani anni luce, pur abitando sotto lo stesso tetto. A questo punto
credo sia meglio che Akari venga a vivere con me, non ci vedo
niente di male. Ne ho già parlato con mamma e non mi è parsa
contraria.»
Maki sembra convinta delle sue ragioni, l’ho sentita molto
determinata. Per come la vedo io, forse ti si può concedere qualche
attenuante per il primo errore, quando Akari ha rovinato senza
volerlo il prezioso libretto del tuo caro amico Edward W. Said e tu hai
perso il controllo. Ma non saprei proprio come giustificarti in
occasione del secondo errore, che, come ha detto Maki, è davvero
imperdonabile. Insomma, era notte e ti eri già messo a letto, eppure
ti sei preso la briga di scendere di sotto con la precisa intenzione di
sgridare Akari e gli hai urlato di nuovo in faccia quelle orrende
parole. Sì, è vero, era molto tardi ed eri probabilmente sotto l’influsso
del solito goccino serale, ma non ci sono scuse per il tuo
comportamento. Quando l’ho saputo sono rimasta inorridita, senza
parole.
Ma ora preferisco tornare al delizioso libretto su Akari, Le mie
parole. Come ho scritto prima, Unaiko è rimasta profondamente
colpita, le è piaciuto moltissimo. Lei e Ricchan si stanno dando un
gran da fare perché sia tutto pronto prima che tu e Akari arriviate alla
Casa nella foresta. Unaiko ormai ti conosce abbastanza bene e sarà
felice di rivederti, ma mi ha confessato di essere nervosa all’idea di
incontrare per la prima volta Akari, e anche per questo ha dedicato a
quel libretto una lettura molto attenta. Tra l’altro credo stia tentando
di mettere a punto una strategia che possa condurre te e Akari alla
riconciliazione, ci terrebbe molto ad aiutarvi a ritrovare l’armonia.
Pare che abbia individuato un barlume di speranza nel brano in cui
si parla del tuo povero piede gonfio e infiammato a causa della gotta
e della reazione molto sollecita e premurosa di Akari. È anche
convinta che quella scena possegga un alto potenziale drammatico
e non è da escludere che voglia creare una specie di pupazzo che
rappresenti il tuo piede gottoso, vista la sua particolare predilezione
per i peluche!
Ha analizzato la scena in questione con una precisione e una
serietà davvero esemplari. Proverò a sintetizzare qui di seguito la
sua interpretazione:
Il capofamiglia, che in casa è indubbiamente la figura autoritaria, è molto in collera con il
figlio Akari, che da parte sua cerca di opporsi all’oppressione paterna. Tuttavia Akari
desidera fare pace con suo padre, ma non ha il coraggio di indirizzare la sua azione e i
suoi sentimenti alle parti centrali del corpo paterno, nella fattispecie al suo volto arcigno e
rabbioso, che trova particolarmente spaventoso. Per fortuna il piede gonfio, arrossato e
tartassato dalla gotta, che causa al genitore un’indicibile sofferenza, è una parte
periferica e per questo meno difficile da approcciare. Inoltre quel piede sembra voler
inscenare una sua propria ribellione contro le parti centrali e potenti del corpo, per cui
Akari si sente in grado di affrontare quell’estremità sofferente e ammalata e vi si rivolge
direttamente in tono affettuoso e preoccupato… «Piede, come va, stai un po’ meglio?
Piede, mio caro piede, mio buon piede! Non ti senti un po’ meglio? Gotta, come va?
Piede, mio caro piede, mio buon piede!»

Unaiko ha trovato questa parte molto commovente. Naturalmente,


lei vede tutto da una prospettiva teatrale e sostiene che il
comportamento e le toccanti parole di Akari costituiscano un modo
straordinario e senza precedenti per esprimere i propri sentimenti. Ci
ha tenuto ad aggiungere che neanche a teatro si è mai visto niente
del genere.
Kogii, le mie ultime lettere devono esserti parse come
un’interminabile sequenza di critiche e rimproveri, perciò voglio
concludere questa con una nota positiva, ricordandoti un’altra bella
frase di Akari, dove è evidente che tuo figlio ti vuole un gran bene e
si preoccupa più di te che di sé stesso. Siccome non l’hai inclusa tra
quelle selezionate per Le mie parole, ho intenzione di scriverla di
mio pugno nella copia che mi ha spedito Maki. Eccola, nella
speranza che possa aiutarti a sentirti meglio:
Papà, non riesci a dormire? Chissà se riuscirai a dormire quando io non ci sarò più. Dai,
su, cerca di dormire, papà!

E con questo è tutto, ci vediamo all’aeroporto di Haneda! Sono


contenta che siamo riusciti a organizzare il mio volo dallo Shikoku e
quello tuo e di Akari da Tōkyō così da poterci incrociare in aeroporto.

1 In giapponese, Atarashii hito yo mezame yo. Libro di Ōe Kenzaburō, pubblicato nel


1983, contenente una serie di racconti a carattere semiautobiografico, di taglio saggistico e
tra loro collegati. [n.d.t.]
8.
Gishigishi

1.

Pochi giorni prima dell’intervento chirurgico di Chikashi, feci ritorno


nella mia valle natia tra le foreste dello Shikoku, stavolta in
compagnia di Akari. Asa era al fianco di mia moglie in ospedale.
Chikashi, al pari di nostra figlia Maki, era ben consapevole che
nessuno poteva prendersi cura di lei durante il ricovero e la
successiva convalescenza meglio di mia sorella, che aveva
trascorso più della metà della sua vita lavorando come infermiera.
Nel frattempo Maki si era trasferita nella nostra casa di Seijō per
badare alle faccende domestiche e occuparsi di numerose
incombenze riguardanti la mia professione di scrittore: dalla
corrispondenza sui diritti d’autore alle richieste degli editori, dalle
lettere relative a proposte di collaborazione di vario genere alla
ricezione dei fax e altro ancora. Inutile dire che Akari avrebbe
preferito di gran lunga restare con la sorella a Tōkyō, in fondo erano
sempre andati molto d’accordo. Tuttavia Chikashi, che non riusciva a
smettere di preoccuparsi dello stato estremamente precario del
rapporto tra me e Akari, era convinta che trascorrere del tempo
insieme nello Shikoku potesse rivelarsi molto utile per entrambi e
aiutarci a ritrovare la pace e l’armonia di prima. Era più in ansia per
me e Akari e la realizzazione della sua volontà che per l’imminente e
non certo facile operazione. Alla fine Maki, d’accordo con lei, era
riuscita a convincere il fratello che andare nello Shikoku
rappresentava la soluzione migliore. Akari aveva accettato, ma
aveva subito intuito quale fosse il motivo alla base delle insistenze
della sorella.
Da parte mia non ero molto ottimista sulla possibilità che il
soggiorno nella valle potesse favorire il ripristino dell’armonia
familiare. Tuttavia cedetti senza opporre resistenza, anche perché
Chikashi ripeteva che ero troppo ansioso e impaziente; inoltre,
aveva deciso fin dall’inizio che avrei dovuto lasciare che fossero le
«guerriere» della famiglia a occuparsi di lei e della sua malattia.
Concordai appieno e mi feci da parte: mi fu a malapena spiegato che
un tumore uterino, rimasto dormiente e benigno per molti anni, era
diventato maligno e andava rimosso al più presto.
In quel periodo, un altro grave motivo di tormento era
rappresentato dal fatto che non potevo condividere in nessun modo
l’interesse di Akari per la musica, che era sempre stata l’elemento
essenziale della sua vita e il principale metodo per esprimersi e
comunicare con il resto della famiglia. Tutte le volte che ci
rimuginavo su mi sentivo invadere da un senso di impotenza e
desolazione, come se non mi restasse altro da fare che rassegnarmi
alla vecchiaia.
Con l’approssimarsi della partenza per lo Shikoku, il malumore di
Akari si acuì all’ennesima potenza e io non feci niente di concreto
per porvi rimedio. Non mi rivolgeva più la parola, non mi degnava di
uno sguardo, e purtroppo la situazione sembrava destinata a
peggiorare.
La partenza del nostro volo da Haneda era prevista poco dopo
l’arrivo di Asa, così che Maki potesse accompagnare me e Akari in
aeroporto e incontrare subito la zia. La tensione tra me e i miei figli
aveva reso quelle ore un piccolo calvario – sembravamo tre completi
estranei –, ma ci pensò l’indomita Asa a tentare come al solito di
restituirmi il buonumore.
«Kogii», mi disse, «sono riuscita a convincere una certa persona a
venire a trovarti di tanto in tanto alla Casa nella foresta. Non
indovineresti mai di chi si tratta: Daiō! Incredibile! Sai meglio di me
che è un uomo con molte esperienze interessanti alle spalle, di certo
non ti farà annoiare. Dopo la guerra, quando fu rimpatriato in
Giappone come orfano senza famiglia, all’anagrafe gli fu dato il
nome di Daiō Ichirō. In realtà il suo cognome quando viveva in Cina
era semplicemente Huang – Ō, se letto alla giapponese – ma per via
della stazza notevole decisero di anteporre il carattere cinese che
significa “grande” e lo ribattezzarono “Daiō”, anche se era solo un
ragazzino. Nostra madre, come ricorderai, rimase colpita dalla sua
triste storia e cominciò a riservargli molte attenzioni. Fu lei a dargli
quello strano e scherzoso soprannome: Gishigishi, dal termine
dialettale con cui era noto dalle nostre parti il daiō, una pianta
officinale che cresceva spontanea in una zona della valle e che lei
stessa usava raccogliere… Scusami se ti dico solo adesso del suo
ritorno nella valle, ma, con l’archiviazione definitiva del “romanzo
dell’annegamento” e tutto il resto, mi ero ripromessa di rimandare a
un momento un po’ meno infausto. In realtà quando si rifece vivo,
molti anni fa, nostra madre mi proibì categoricamente di parlartene.
Ma ora, visto che non scriverai più il tanto temuto romanzo su nostro
padre, forse posso anche smettere di preoccuparmi dei suoi veti.
Che ne pensi, Kogii? Daiō ti riporta alla mente molti episodi del
passato, non è vero? L’ho incontrato in occasione della cerimonia
per il decimo anniversario della morte di nostra madre e,
scambiandoci quattro chiacchiere, ho avuto il chiaro sentore che i
suoi pensieri fossero rivolti soprattutto agli anni passati. Tra l’altro, mi
ha confessato che pensava spesso a te e che sperava tanto di
rivederti.»
A parte quell’inaspettato annuncio, fatto in modo abbastanza
casuale e senza troppi giri di parole, Asa passò la maggior parte del
nostro tempo condiviso in aeroporto a chiacchierare con Akari. Nel
sentir parlare di Daiō dopo molto tempo, ricordai che tutte le volte
che mia madre gli si rivolgeva chiamandolo Gishigishi pronunciava
quel nomignolo con una strana cadenza cantilenante, come se si
esprimesse in cinese. In ogni caso la mia attenzione era concentrata
unicamente sul soggiorno nello Shikoku con Akari, e la notizia di Asa
non mi scalfì più di tanto.
Durante il volo per Matsuyama, Akari sembrava mostrare un certo
malessere al fianco destro e alla schiena, ma non si lamentò. Ero
seduto accanto a lui, alternavo momenti di veglia ad altri di sonno, e
a un certo punto cominciai a pensare che forse la vecchiaia mi
aveva tirato un brutto scherzo e che avevo equivocato le parole di
Asa. Come poteva Daiō, di cui non sentivo parlare da anni e che
sapevo morto e sepolto, venire a trovarmi alla Casa nella foresta?
All’indomani del ritorno in Giappone dopo il mio primo soggiorno a
Berlino, mi era stata recapitata una lettera che annunciava la morte
di Daiō, presumibilmente spedita dagli ultimi seguaci che erano stati
con lui al vecchio campo di addestramento paramilitare. Diceva che
in seguito alla scomparsa del leader il campo di addestramento
sarebbe stato smantellato e venduto pezzo per pezzo. In realtà,
insieme alla lettera, mi era stata consegnata anche una cassetta di
legno di medie dimensioni che conteneva un essere vivente: una
tartaruga, una di quelle cinesi dal guscio molle! Era un esemplare
formidabile, circa quaranta centimetri di lunghezza, forte e giovane.
A quanto pareva Daiō – come diceva la missiva – l’aveva catturata
poco prima di morire nel torrente di montagna all’estremità inferiore
del campo di addestramento. Non so perché, ma avevo interpretato
l’arrivo improvviso di quella tartaruga acquatica come una sfida
personale e mi ero lanciato subito nella battaglia. Mi erano occorse
diverse ore per avere la meglio su quell’intrepido nemico,
pressappoco da mezzanotte fino all’alba, e alla fine la cucina era
completamente cosparsa di sangue…
Akari e io prendemmo un taxi all’uscita dell’aeroporto di
Matsuyama e raggiungemmo la Casa nella foresta seguendo la
strada che costeggiava il fiume Kame. All’arrivo apprendemmo che
Unaiko e Ricchan avevano ultimato i preparativi ed erano già tornate
a Matsuyama, dove si trovava la sede principale della loro nuova
compagnia. Ad accoglierci c’era una loro giovane collega, che avevo
avuto modo di incontrare brevemente in occasione del mio
precedente soggiorno nella valle. Aveva preparato la cena e ci
salutò con estrema cordialità e educazione. Akari e io mangiammo
tutto senza scambiarci una parola. Poi la ragazza, dopo aver
spiegato alcune cose ad Akari – ovviamente non era la sua prima
volta alla Casa nella foresta, ma gli occorreva sempre un po’ di
tempo prima di abituarsi ai cambiamenti –, ci consegnò le chiavi e
andò via. Senza perdere tempo, Akari salì le scale che portavano al
piano di sopra e prese possesso della stanza che la giovane attrice
gli aveva indicato, ubicata a fianco alla mia camera da letto/studio.
Mi diressi nell’ampio spazio living, che da sala prove era stato
riconvertito temporaneamente all’uso originario. Stanco, dopo aver
disfatto in fretta la valigia, mi versai due o tre dita di alcol e le mandai
giù in un solo sorso. Mentre salivo le scale, notai che dalla stanza di
Akari non proveniva alcun rumore. Sopraffatto da un opprimente
senso di solitudine, mi abbandonai sul letto che conservava ancora il
tepore e l’odore del sole. Poi, quando dopo qualche minuto mi alzai
per accertarmi che la luce notturna in bagno fosse accesa, mi
accorsi che Akari aveva lasciato in piena vista il suo portapillole con
accanto un bicchiere di vetro. L’intento era chiaro: voleva mostrarmi
che non aveva dimenticato di prendere le medicine prima di andare
a dormire.
Il mattino seguente fui svegliato dagli squilli del telefono. Corsi al
piano di sotto per rispondere (evidentemente Akari stava ancora
dormendo) e sentii una voce familiare all’altro capo della linea:
«Buongiorno, sono Daiō». Nonostante il preavviso di Asa, rimasi
senza parole. Daiō colse al volo il mio stupore, difatti si lanciò in una
spiegazione sommaria sulle circostanze relative alla sua «morte
fasulla».
«Quando il campo di addestramento fu smantellato, i miei scaltri e
maliziosi allievi decisero che sarebbe stato divertente farti uno
scherzo coi fiocchi, di quelli che si ricordano per tutta la vita, e
organizzarono una “veglia funebre pre-morte” in mio onore, come
ultimo atto prima del definitivo scioglimento del gruppo… Comunque
sono già dalle tue parti, vicino al fiume. Se non ti dispiace avrei
pensato di fare una passeggiata nei dintorni e venire su da te alla
Casa nella foresta, diciamo tra una mezz’oretta. Ci sono già stato
una volta, Asa mi ha invitato in occasione di una performance della
compagnia teatrale con cui collabora, perciò conosco la strada. Mi
ha lasciato anche una copia delle chiavi.»
«Ti ringrazio molto per avermi chiamato», riuscii finalmente a
rispondergli. «Se non mi avessi avvertito e ti fossi presentato di
punto in bianco alla porta, ti avrei scambiato per un fantasma. D’altra
parte la lista dei miei amici e conoscenti che purtroppo non fanno più
parte di questo mondo va allungandosi di giorno in giorno, perciò in
fin dei conti non sarebbe stata una cosa tanto strana.»
«Asa mi ha detto di venire a trovarti il più presto possibile, subito
dopo il tuo arrivo nella valle. A proposito, ne è passato di tempo ma
so che la “tartarughina” che i miei ragazzi ti hanno spedito ti ha dato
un bel po’ di filo da torcere, eh? La lettura è uno dei pochi piaceri
che mi sono rimasti, ho tutti i tuoi libri, ed è stato bellissimo leggere
dell’epica lotta contro quel formidabile rettile… 1 Ti sarebbe bastato
immobilizzare subito quella creatura selvaggia sul tagliere della
cucina, a pancia in su, e non appena avesse tirato fuori la testa nel
tentativo di girarsi… Bam!, un bel colpo secco con la mannaia. Ma
nemmeno una persona colta ed erudita come te può sapere tutto,
ognuno ha le sue lacune.»
Ed ecco che dopo un po’ Daiō era in mia attesa in soggiorno. Nel
lato sud dell’ampio spazio living, tra apparecchiature di illuminazione
e un paio di enormi casse acustiche, c’erano un tavolo oblungo e
due sedie. Daiō era appollaiato su una delle sedie e notai subito che
la mia valigia era stata sistemata per bene sul piccolo palco davanti
alla grande finestra che dava sul giardino posteriore. Avevo lasciato
il mio bagaglio in un angolo qualsiasi della stanza, ma a quanto
pareva Daiō si era preso la briga di metterlo a posto senza che
nessuno glielo avesse chiesto. Anche il divano era stato sgombrato
da varie cianfrusaglie ed era in perfetto ordine, pronto ad accogliere
me e Akari nelle ore di relax. Ebbi l’impressione che tutt’a un tratto
un bravo maggiordomo si fosse messo a mia completa disposizione,
un assistente perfetto e impeccabile di cui avevo letto solo in
qualche romanzo inglese.
Daiō si alzò e mi fece cenno di prendere posto sul divano. Dopo di
che lanciò uno sguardo alle scale, evidentemente nella speranza di
veder scendere anche Akari. Nella famosa lettera che
accompagnava lo «scherzetto» dei suoi cari allievi, in un paio di
occorrenze veniva definito come il «leader con un solo braccio e
dall’occhio tagliente», a voler rafforzare la sua aura di esuberante e
intrepido trascinatore. E all’atto pratico, esattamente come ricordavo,
Daiō mancava di un braccio ma di occhi ne aveva due, anche se per
un breve attimo nutrii qualche dubbio.
«Buongiorno, finalmente ci si rivede», mi disse a mo’ di saluto,
mentre si rimetteva a sedere sulla sedia e mi squadrava da capo a
piedi. «Scusa se mi permetto, ma non posso fare a meno di pensare
che se tuo padre fosse vissuto abbastanza a lungo da potersi
godere gli anni della vecchiaia sarebbe stato tale e quale a te
adesso… a parte la cattiva postura, he-he-he! Lui immaginava
spesso che da adulto saresti diventato un tipo molto interessante, e
in effetti devo dire che non si sbagliava.»
«Più che “un tipo interessante”, direi “un tipo buffo” o tutt’al più
“particolare”…»
«No, no, invece “interessante” è l’aggettivo giusto. Altro che
“buffo”, “particolare” o che… Forse te ne ricordi anche tu, ma da
bambino ti divertivi a cercare termini composti da caratteri cinesi
molto complicati nel dizionario di tuo padre. Eri come un entomologo
alla ricerca di insetti rari, solo che il tuo obiettivo erano i caratteri
cinesi. Ricordo una volta in cui tuo padre stava spiegando con
orgoglio il significato di una parola difficile e tu lo interrompesti
gridando: “Papà, ma nel dizionario non c’è scritto così!”. Poi, subito
dopo, aggiustasti il tiro e aggiungesti con gentilezza: “Però i caratteri
sono molto piccoli e non si leggono bene, forse è per questo che ti
sei sbagliato”. Allora lui prese il dizionario e la lente d’ingrandimento
ed esaminò attentamente il termine in questione… “Bravo, Kogii, hai
ragione!” esclamò tutto contento.»
Me ne ricordavo molto bene, quell’episodio è rimasto scolpito nella
mia memoria e ne sono andato sempre fiero. All’epoca mio padre
aveva cinquant’anni ma, per via delle privazioni in tempo di guerra e
dell’isolamento del nostro remoto villaggio tra le montagne, era
piuttosto deperito e le sue condizioni di salute non erano delle
migliori; con ogni probabilità le sue capacità visive erano equivalenti
a quelle di un uomo molto più anziano. Non di rado sbagliava a
leggere, soprattutto quando i caratteri erano stampati in piccolo. E io
ero effettivamente ossessionato dalla ricerca di caratteri cinesi
complessi e inusitati, per cui trascorrevo intere ore chino sul suo
grande dizionario. Ecco perché spesso ero in grado di cogliere i suoi
errori. Addirittura mi sforzavo di memorizzare il maggior numero
possibile di caratteri difficili e, ogniqualvolta mi imbattevo in uno di
quelli che ero convinto che prima o poi lui avrebbe sbagliato a
leggere, mi sentivo invadere da un’eccitazione impensabile alla mia
età.
A questo proposito, forse l’esempio più memorabile riguarda la
postfazione di un romanzo di Orikuchi Shinobu, Il libro dei morti,
intitolata Il motivo iconografico del Buddha Amida tra le montagne. Il
passaggio in questione recita: «In tempi antichi, al tempio Shitennōji
vigeva l’usanza di esalare l’ultimo respiro contemplando il sole che
volgeva all’occaso, e per questo un gran numero di fedeli si lasciava
annegare tra le onde del mare che puntavano a ovest. A Kumano,
questa medesima usanza era denominata Fudaraku tokai, ovvero
“Attraversare il mare alla volta del Potalaka”. Ecco perché si riteneva
che annegare tra le onde di un’immensa distesa d’acqua fosse come
rinascere nella Terra Pura di Kannon».
Quando mio padre aveva letto il brano, aveva confuso i caratteri
cinesi che indicano un’«immensa distesa d’acqua» ( ) con quelli
che significano «foresta rigogliosa» ( ). Un giorno, mentre si dava
da fare per la nostra azienda a conduzione familiare, ispezionando
con cura i fasci di corteccia essiccata ed eliminando ogni minima
traccia di impurità (lo faceva sollevando e ruotando pian piano quei
grandi fasci con l’aiuto di uno speciale uncino), aveva cominciato a
parlare del libro di Orikuchi a mia madre. Lei era seduta al suo fianco
e gli stava dando una mano.
«Mi sono imbattuto in una frase molto strana, misteriosa», le
aveva detto a un certo punto (le parole che qui riporto sono in buona
parte frutto dalla mia immaginazione, trattandosi di un ricordo molto
lontano). «“Tra le onde di una foresta rigogliosa”… Non la trovi
suggestiva? Da queste parti dicono che quando una persona muore
il suo spirito si libra alto nell’aria e fa ritorno nella foresta. Ora, agli
spiriti che discendono nelle profondità della foresta dall’alto della
volta celeste, le foglie degli alberi scosse dal vento devono apparire
proprio come le onde di un immenso mare. Dunque
quell’espressione ha un suo senso: Tra le onde di una foresta
rigogliosa…»
Mio padre si riferiva alla credenza locale secondo cui, dopo la
morte, le anime degli abitanti della valle fanno ritorno alla loro eterna
dimora negli strati superiori della foresta. Nella nostra famiglia, tale
credenza era professata non da mio padre, che veniva da un’altra
area del paese, bensì da mia nonna e mia madre, entrambe assidue
frequentatrici e aiutanti del piccolo santuario shintoista del villaggio.
Mio padre era un tipo abbastanza taciturno ed era raro che avviasse
una conversazione di quel genere, perciò mia madre ne doveva
essere senza dubbio molto felice.
Io mi trovavo per caso lì accanto, e la loro chiacchierata mi aveva
fatto subito drizzare le orecchie. Per via della mia mania di cercare
parole difficili nel dizionario, conoscevo tutti e due i caratteri cinesi in
questione e sapevo che mio padre si era sbagliato.
«Il carattere cinese utilizzato nella frase di cui stai parlando è
quello che si scrive ripetendo tre volte il carattere di “acqua”» avevo
annunciato in tono trionfante, rivolgendomi a mio padre. «Lo hai
confuso con quello che si scrive ripetendo allo stesso modo tre volte
il carattere di “foresta”! Il primo, quello giusto, si usa quando si vuole
parlare di alluvioni, allagamenti e fatti del genere, ma può indicare
anche una distesa di acqua che si estende a perdita d’occhio.»
Mio padre aveva inforcato all’istante gli occhiali da lettura con la
montatura argentata che portava sempre con sé e, assumendo
un’espressione così seria da non sembrare lui, si era avviato dentro
casa a passo deciso e si era ritirato nel suo piccolo studio,
presumibilmente per accertarsi della veridicità delle mie parole. E
quindi, dopo aver scoperto che avevo ragione, è molto probabile che
avesse condiviso con mia madre il suo sentimento di orgoglio nei
miei confronti e che poi lei ne avesse parlato con Daiō.
Mentre ero sul divano nella Casa nella foresta, con Daiō seduto
sulla sedia di fronte a me, ebbi come una visione a occhi aperti: mio
padre che vorticava non proprio tra le onde di una vasta distesa
marina bensì sul fondo del fiume in tempesta durante la grande
alluvione, prima di essere risucchiato per sempre nel vortice. E che
forse, in quel momento fatale, stava sperimentando al contempo la
sensazione di scendere nelle profondità della foresta e quella di
essere inghiottito in un gorgo di acque impetuose. Proprio lui che
credeva in un remoto mondo paradisiaco che era al tempo stesso
come una foresta rigogliosa e una vasta distesa marina…
«Tuo padre», proseguì Daiō, riportandomi alla realtà, «era
impegnato nello studio delle modalità secondo cui una società e una
nazione mutano e si evolvono. A volte ci spiegava cose che diceva
di aver imparato grazie alla fitta corrispondenza con un uomo illustre
e di vasta erudizione, ma, quando gli chiedevamo se quell’uomo
fosse un esperto di politica o economia, veniva sempre fuori che non
lo era. Tu, invece, all’epoca eri già proiettato verso studi letterari, e
tutti noi eravamo al corrente della storia di come avevi iniziato a
interessarti al mondo delle lettere, grazie ai libri che ti portava tua
madre quand’eri bambino, durante la guerra.»
Mentre Daiō e io eravamo assorti nella conversazione, Unaiko
(era tornata da Matsuyama di primo mattino) era impegnata in
cucina a preparare la colazione. Quando dopo un po’ ci servì il caffè,
notai che era vestita nel consueto stile molto casual, con pantaloni
alla cinese e un’ampia camicia che le stava quasi come una giacca.
Allo stesso tempo mi accorsi anche di un altro particolare, qualcosa
che aveva strettamente a che fare con quello che mi aveva scritto
Asa nelle sue lettere: Unaiko emanava una nuova aura, densa e
vibrante, come se il successo all’Anfiteatro della valle l’avesse
aiutata a liberarsi almeno in parte del suo scudo protettivo e avesse
aumentato all’ennesima potenza la fiducia in sé stessa.
Era più radiosa ed energica del solito, in tutto quello che faceva,
anche se si trattava solo di questioni di tipo pratico come per
esempio chiedermi entro che ora Akari andava svegliato, fino a
quando poteva prendere le medicine del mattino – Maki le aveva
inviato una lista dettagliata dei farmaci e del loro dosaggio – e cose
del genere. Evidentemente si era già accordata con Daiō circa la
suddivisione dei vari compiti da svolgere per noi.
«Ci penso io a svegliare Akari», dissi. «Al mattino non ci sono
orari particolari da rispettare.»
A quel punto Unaiko mi mostrò rapidamente e con assoluta
disinvoltura un altro fax di Maki, che stavolta conteneva precise
istruzioni sul menu della colazione, con tanto di illustrazioni
esplicative ai margini.
La sera precedente, prima di mettermi a letto, mi ero assicurato
che Akari si fosse addormentato e respirasse regolarmente, ma non
avevo aspettato sveglio fino alla sua consueta puntata notturna al
bagno. Prima della mia sciagurata reazione nella sala d’attesa
dell’ospedale, alzarmi durante la notte tutte le volte che Akari andava
in bagno era diventato per me un rituale irrinunciabile. Mi intrufolavo
in camera sua e gli rifacevo il letto, e aspettavo che tornasse per
rimboccargli le coperte. Ma da quel malaugurato giorno non avevo
più svolto il mio compito notturno, al quale avevo sempre pensato
come a qualcosa che avrei fatto per il resto dei miei giorni.
Quando aprii la porta e misi piede nella stanza, pregna dell’odore
di Akari e ancora buia perché le tende erano ben serrate, ebbi una
certa titubanza prima di accendere la luce. Poi, quando mi accorsi
che qualcosa si muoveva nel letto, finalmente pigiai l’interruttore.
Akari era disteso supino, avvolto in una coperta di cotone e con gli
occhi fissi al soffitto.
«Siamo nello Shikoku, alla Casa nella foresta, resteremo qui per
un po’», gli dissi. «Mamma e Maki non sono con noi, pensi di riuscire
a vestirti da solo? Un’amica della zia Asa, Unaiko, ci sta preparando
la colazione. Se sei già andato in bagno, direi di scendere insieme. I
denti potrai lavarli di sotto, va bene?»
«Sì, va bene», rispose lui senza particolare enfasi.
Non appena Akari cominciò a scendere dal letto, notai che i suoi
movimenti erano più lenti e impacciati del solito; era in difficoltà,
quasi non riusciva a rimettersi in piedi. D’istinto feci per allungare il
braccio, ma lo ritrassi subito e mi diressi alla finestra per spalancare
le tende. Gli alberi non avevano ancora messo le gemme, e il
giardino davanti alla casa appariva arido e vuoto. Il pendio boscoso
sulla sponda opposta del fiume era avvolto dalle nuvole e aveva un
aspetto cupo e desolato. Mentre guardavo fuori, ebbi il netto sentore
che Akari, alle mie spalle, si fosse alzato e si stesse vestendo con
inusuale alacrità.
Mio figlio e io scendemmo la scala che portava di sotto in fila
indiana, tenendoci a una certa distanza l’uno dall’altro. Unaiko ci
stava aspettando alla fine della scala e condusse Akari nel bagno
degli ospiti. Daiō, constatando che Akari non si era accorto della sua
presenza in soggiorno, evitò di salutarlo e si limitò a osservare la sua
andatura incerta.
Mentre ero al piano di sopra, evidentemente Daiō si era
soffermato a guardare la xilografia monocroma appesa alla parete
accanto al divano, unico elemento decorativo di tutta la zona living
adibita a sala prove.
«Questo cane ha un aspetto molto feroce», disse, senza staccare
gli occhi dalla stampa in cornice, «come se fosse addestrato per
ammazzare la gente. Non mi fraintendere, ma mi fa venire in mente
tuo padre, nel senso che era un uomo speciale, un combattente. In
lui c’era qualcosa di eroico, non era una persona alla quale si
addiceva una morte naturale. Tu non hai ereditato questo lato del
suo carattere, e direi che in fondo è un bene. Eppure un’opera del
genere è appesa nella casa dove di tanto in tanto abiti e lavori…
Chissà come mai, è strano. Ah, mi sono ricordato anche un’altra
cosa: una volta tu e il tuo caro amico Hanawa Gorō, quando eravate
più o meno adolescenti, vi presentaste al campo d’addestramento e
dopo un po’ vi metteste a litigare. Tu eri molto arrabbiato, sembravi
una belva inferocita… e Gorō, anche se era più alto e grosso di te e
aveva un fisico chiaramente allenato, era intimorito, gli si leggeva la
paura negli occhi. Ma non era affatto stupito, come se conoscesse
bene quel lato oscuro del tuo carattere.»
«Quella stampa è ancora lì per puro caso», dissi, evitando di
riallacciarmi all’episodio citato da Daiō. «L’avevo portata qui con
l’intenzione di tenerla con me nel posto in cui avrei dovuto scrivere
un romanzo sulla morte di mio padre. Ho dimenticato di riportarla a
Tōkyō la volta scorsa.»
«Be’, forse è rimasta qui a simboleggiare la decisione di
abbondonare per sempre il… “romanzo dell’annegamento”. Tua
sorella Asa sostiene che si trattava di un progetto destinato a fallire
già in partenza.»
Intanto Unaiko, dopo aver accompagnato Akari al bagno, era
tornata in soggiorno e si era messa anche lei a guardare la xilografia
del cane.
«A essere sincera», commentò, inserendosi subito nel discorso,
«io non colgo nessun significato particolare nell’aver dimenticato di
riportare questa stampa a Tōkyō. Piuttosto mi sembra interessante il
fatto che il signor Chōkō ne sia entrato in possesso e abbia voluto
tenerla sempre con sé.»
A quel punto mi sentii in dovere di fornire a entrambi una
spiegazione dettagliata sulla storia di quell’opera.
«In tutta onestà non credo che questo cane sia una belva così
feroce e che la xilografia abbia a che fare con qualcosa di nefasto e
inquietante. Certo, non si tratta nemmeno di un’immagine pacifica e
armoniosa, è ovvio. Come potete vedere, la data è segnata a matita
sotto la firma dell’autore, un noto artista messicano: 1945, l’anno
della morte di mio padre. All’epoca, subito dopo la guerra, il governo
esercitava una forte oppressione ai danni di un giornale di Città del
Messico, e i cronisti di quel quotidiano organizzarono varie
manifestazioni di protesta e proclamarono un grande sciopero.
Ottennero il sostegno di gran parte del mondo della cultura, e molti
artisti contribuirono a una raccolta di fondi vendendo i loro lavori. Per
quello che ne so, questa stampa xilografica è uno di quei lavori. Io
l’ho acquistata diversi anni dopo, nel periodo in cui insegnavo a Città
del Messico. Per quei giornalisti, la limitazione della libertà
d’espressione equivaleva alla distruzione totale del giornale per cui
lavoravano, e questa stampa può essere interpretata giustamente
come una rappresentazione simbolica del dilemma che stavano
vivendo. Il cane in primo piano, dall’aspetto rabbioso e che sembra
stia per abbaiare, è impressionante e cattura subito l’attenzione
dell’osservatore. Ma chi o cosa vuole simboleggiare esattamente? I
giornalisti che tentavano di resistere alle ingerenze del governo, o lo
stesso governo dispotico e oppressivo? Ebbi modo di discutere
dell’argomento con alcuni intellettuali messicani che mi portarono
alla mostra dove ho preso la stampa, e ricordo che le loro opinioni
erano contrastanti e divise più o meno a metà. Ma in fin dei conti, se
proprio devo dirla tutta, la verità è che decisi di comprare questa
xilografia semplicemente perché mi piaceva. La pagai con il
compenso che ricevetti in un’unica soluzione al termine dei sei mesi
d’insegnamento al Colegio de México. L’autore è Siqueiros, c’è la
sua firma.»
«Oh, intende proprio quel Siqueiros?» mi chiese sorpresa e
ammirata Unaiko. «Non lo sapevo, non l’avrei mai detto, è
incredibile. Ho visto le fotografie dei suoi grandi murales nei libri
d’arte, sono eccezionali. La cosa strana è che continuavo a dirmi
che in effetti l’autore di questa piccola xilografia non poteva essere
un artista qualunque. Giusto qualche giorno fa, Asa diceva che
dovremmo provare a fare dei pupazzi simili a quel cane in primo
piano!»
«Ora che mi ricordo, quando eravate impegnate nell’allestimento
de Il cuore delle cose in versione Lanciando cani morti all’Anfiteatro,
Asa mi ha detto che avevate pensato di appendere la mia stampa
nel foyer dell’auditorium.»
«Sì, in effetti Asa trova un po’ strano e contraddittorio il fatto che
alcuni spettatori, dopo lo spettacolo, abbiano affermato che i “cani
morti” sembravano molto dolci e carini. La sua idea era di porre bene
in vista il cane inferocito di Siqueiros per controbilanciare quel tipo di
commenti. La prossima volta, se non chiedo troppo, le sarei grata se
potesse prestarci la sua stampa. E, con il suo permesso, ci
piacerebbe anche fotografarla e stampare l’immagine su T-shirt da
fare indossare ai membri della compagnia.»
«Sì, che bella idea! Ne voglio una anch’io!» esclamò Daiō. Fin da
prima, avevo notato che era vestito con un certo gusto (soprattutto
per un uomo della sua età), ovvero con un’elegante giacca di velluto
beige a coste e una camicia di cotone spesso marrone.
Ci spostammo in sala da pranzo, dove Unaiko aveva predisposto
una colazione a base di uova, pane tostato e caffè. Daiō aveva
mangiato prima di venire e si accontentò del caffè. Si avvicinò alle
spalle di Akari, che intanto aveva preso posto su una delle sedie.
«Akari», gli chiese, «ti fa male la schiena, o sbaglio? Specialmente
nella parte bassa, verso destra.»
«Sì, molto», rispose lui con voce sofferente. «Il dolore è forte, ce
l’ho da un bel po’.»
«Tu continua a mangiare, non ti preoccupare. Adesso proverò a
toccarti piano, prometto che non ti farò male.»
Dopo aver pronunciato quelle parole con rassicurante gentilezza,
Daiō si mise in ginocchio e cominciò a esercitare una lieve pressione
con le dita della mano destra su alcuni punti della schiena di Akari.
Essendo privo del braccio sinistro, era costretto a stare con il busto
appoggiato contro lo schienale della sedia per tenersi in equilibrio.
«Qui ti fa male? Senti dolore soprattutto quando sei disteso a letto,
vero?»
«Sì, sì! Mi fa molto male.»
«Scusa, allora lì non ti tocco più, ma devi dirmi se senti dolore al
fondo della spina dorsale, più o meno all’altezza dell’osso sacro…
Cerca di ricordare, per caso ultimamente sei caduto e hai battuto il
sedere?»
«Una volta, durante un attacco epilettico, sono caduto
nell’ingresso di casa. È da allora che ho cominciato a sentire dolore
alla schiena.»
«Akari, ascolta, so che ti fa molto male e ho evitato di toccare
direttamente la parte interessata, ma ora devo fare solo una piccola
prova, d’accordo? Giusto un secondo, eh?»
A un certo punto, mentre Daiō continuava a tastare, Akari, seduto
con la schiena irrigidita, ebbe un sobbalzo improvviso.
«Oh, scusa», disse Daiō, la fronte corrugata. «Akari, sei un
ragazzo forte e coraggioso, hai sopportato il dolore per tutto questo
tempo senza dire niente a nessuno, neanche quando eri a letto?»
«No, non ho detto niente a nessuno…» rispose Akari, voltandosi
di lato e guardando Daiō dritto negli occhi.
Allora Daiō volse lo sguardo dalla mia parte e disse: «Kogito, dopo
lo smantellamento del campo di addestramento, uno dei miei ex
allievi ha seguito un corso professionale da qualche parte e ha
aperto un piccolo centro osteopatico qui a Honmachi. Alcuni anni
dopo, il genero si è laureato in medicina e ha convertito quel centro
in un ambulatorio medico. Dobbiamo portare assolutamente Akari da
lui e fargli fare prima di tutto una radiografia. Spero di sbagliarmi, ma
temo possa esserci un problemino alle vertebre inferiori della
colonna vertebrale. Scusa se mi ripeto, ma Akari è stato veramente
stoico e coraggioso a non dire niente a nessuno».
Akari aveva di nuovo abbassato lo sguardo, ma era evidente che
aveva già deciso di riporre la sua fiducia in quell’uomo molto più
anziano di lui inginocchiato al suo fianco, esile ma con la schiena
ben dritta. Daiō, dal suo canto, appariva estremamente soddisfatto:
orgoglioso per la sua diagnosi, aveva il viso imporporato, dalla base
del collo fino alle guance scure e raggrinzite.
Unaiko mi lanciò un’occhiata severa, forse perché non mi ero
mostrato subito d’accordo con il suggerimento di Daiō, e disse in
tono autorevole: «È meglio non perdere tempo e andare a fare la
radiografia. Ricchan ha preso l’auto e non sarà di ritorno prima
dell’ora di pranzo, perciò chiederei a lei, Daiō, di accompagnare
Akari in ambulatorio con la sua macchina. Io verrò con voi, se non vi
dispiace».

2.

La radiografia confermò la diagnosi di Daiō: Akari aveva una


frattura alla dodicesima vertebra toracica e danni muscolari alla
schiena. Quando riferii la notizia ad Asa, lei mi diede subito il nome
di uno specialista dell’ospedale della Croce Rossa di Matsuyama
che avrebbe prestato ad Akari le cure necessarie e provveduto alla
realizzazione di un busto ortopedico su misura. Ero molto confuso e
agitato, al punto che sbagliai e dissi ad Asa che il problema era alla
tredicesima vertebra, e lei giustamente mi corresse ricordandomi
che il corpo umano non conteneva un osso del genere. Non ci
voleva proprio, la situazione non lasciava presagire niente di buono.
Appena rientrati dall’ambulatorio di Honmachi, Daiō e Akari
tornarono a uscire, stavolta in direzione di Matsuyama. Li salutai – di
nuovo non potei fare a meno di notare che mio figlio aveva riposto
tutta la sua fiducia in quell’uomo –, salii al piano di sopra e mi sdraiai
sul letto, immobile, senza avere neanche la forza di leggere un libro.
I miei pensieri andavano tutti ad Akari e alla sua schiena. Mentre
eravamo seduti in aereo mi ero accorto che c’era qualcosa che non
andava, eppure ero rimasto zitto. Povero Akari, pensavo anche al
suo stato d’animo frustrato e depresso: aveva scelto di soffrire in
silenzio anziché condividere con me il suo dolore.
Di colpo sentii dei rumori al piano di sotto e, quando scesi a
controllare, trovai Unaiko in piedi all’ingresso.
«Ricchan è tornata», annunciò. «Quando le ho detto che ero
preoccupata perché lei mi sembrava molto giù di corda, mi ha
ricordato che Asa ci aveva parlato dell’esistenza di un posto molto
particolare nel mezzo della foresta che qui tutti chiamano la
“Guaina”, lungo la strada che porta ai cosiddetti “Confini”. Avevamo
intenzione di andare a dare un’occhiata già da un po’ di tempo, visto
che il luogo avrà una certa relazione con la nostra prossima
performance, e avremmo pensato che forse lei potrebbe farci da
guida. Ne saremmo davvero molto onorate.»
Tornai in camera e indossai abiti adatti per attraversare la foresta
e, quando scesi di nuovo, Unaiko mi attendeva già seduta al posto di
guida del furgone del Caveman Group, in perfetta tenuta da trekking
e con un aspetto ancora più florido e frizzante. Salii senza esitare a
bordo del veicolo e presi posto al suo fianco.
«Né io né Ricchan abbiamo ancora avuto modo di scambiare
molte parole con Akari», mi disse, «ma siamo contente del suo
atteggiamento gentile nei nostri confronti e di come segua volentieri
le nostre indicazioni. Però sembra così triste e demoralizzato, non fa
mai niente di sua iniziativa. È sempre così, ultimamente? Asa ci
aveva detto che di solito è molto attivo e passa diverse ore ad
ascoltare musica, studiare gli spartiti e comporre, perciò ci
aspettavamo qualcosa di diverso.»
Sapevo fin da principio che mi sarebbe toccato spiegare quello
che era successo tra me e Akari, e il solo pensiero mi metteva
addosso un’ansia indescrivibile. Per di più era evidente che Unaiko
non fosse il tipo di persona disposta ad attendere i miei comodi, ma
per fortuna presto mi fu chiaro che mia sorella l’aveva messa al
corrente di numerosi dettagli sull’intera faccenda.
«Spero non se la prenda», aggiunse infatti, «ma Asa mi ha
raccontato più o meno tutto quello che sua moglie Chikashi le riferiva
di volta in volta. Mi ha detto che da un po’ di tempo Akari non è più
disposto ad ascoltare musica insieme a lei. E anche che dopo le
“grandi vertigini” lei non usciva quasi più di casa, se non per andare
dal medico e in ospedale. Di conseguenza Akari non aveva modo di
rilassarsi e ascoltare musica come faceva in precedenza, soprattutto
dopo che il medico gli ha consigliato di evitare l’uso prolungato delle
cuffie, e in pratica ascoltava solo un po’ la radio prima di andare a
dormire. Non so se in qualche modo sia stato lei a vietargli di
ascoltare la sua musica, oppure se sia stato Akari a interpretare
male le sue parole o una qualche sua reazione…»
«Chikashi sostiene che è tutta colpa mia e che gli ho trasmesso
quel tipo di messaggio senza rendermene conto.»
«Quindi, se non ho capito male, Akari si è sentito in colpa per aver
fatto una cosa sbagliata e per averla fatta arrabbiare.»
«Non lo so, secondo me ha semplicemente deciso di non
ascoltare mai più la musica in compagnia di suo padre.»
«Akari è molto orgoglioso, vero?»
«Quando in una famiglia ci sono figli con disabilità intellettive, è
un’abitudine molto comune continuare a trattarli come bambini
anche dopo che sono diventati adulti. Da noi, non posso negarlo, è
andata sempre così. Akari è un uomo adulto, ha quarantacinque
anni e… sì, direi che è abbastanza orgoglioso.»
«Mi perdoni se mi permetto, ma io avrei un’idea. Se non è
d’accordo, me lo dica pure e lascerò perdere. Riguarda proprio
questo furgone… Per sfruttarlo al meglio in funzione del nostro
lavoro, lo abbiamo convertito in una sorta di studio mobile su quattro
ruote. È munito di attrezzature di riproduzione e registrazione audio
di ottimo livello. Le abbiamo già utilizzate per registrare un dramma
radiofonico. Perciò ho pensato che di tanto in tanto io o Ricchan
potremmo portare Akari su in montagna, parcheggiare il furgone da
qualche parte in mezzo alla natura e, mentre noi lavoriamo nei posti
davanti, lui potrebbe mettersi tranquillo dietro e ascoltare musica in
completa libertà. Che ne pensa, secondo lei è fattibile?»
«Se riuscirete a convincere Akari, per me va benissimo, non ho
nessuna obiezione.»
«Oggi è andato in macchina con Daiō fino a Matsuyama, per cui
credo e spero che non ci saranno problemi. Ricchan e io siamo
molto fiduciose, siamo sicure che il nostro piano funzionerà.
Aspetterò il momento opportuno e proverò a invitare Akari.»
Continuammo a seguire per qualche chilometro in direzione est la
statale che costeggiava il fiume Kame, dopo di che imboccammo
una strada secondaria che attraversava il bosco di bambù dove i
contadini che avevano partecipato a una famosa insurrezione locale
usavano procurarsi le canne da cui ricavare le loro lance.
Sbucammo in prossimità di un bivio che conduceva alle numerose
piccole frazioni dei Confini. Prendemmo una delle due stradine e
procedemmo a velocità ridotta, fino a che non ci ritrovammo davanti
a una nuova biforcazione e stavolta ci dirigemmo verso nord. La
strada, stretta, si arrampicava sinuosa sul pendio boscoso sopra la
valle. E alla fine, dopo aver superato un ruscello, ci ritrovammo al
cospetto di una radura erbosa: la Guaina. Lì la strada si restringeva
ulteriormente, riducendosi a un vero e proprio sentiero di montagna
percorribile solo a piedi.
Lasciammo il furgone nello slargo antistante il sentiero e ci
addentrammo nella foresta, io in testa per il semplice fatto che
conoscevo bene il posto. Per i primi metri si procedeva in discesa, in
mezzo a una selva di alberi di latifoglie dalla chioma fitta e
lussureggiante, poi si risaliva seguendo un angusto sentiero che
portava dritto a uno spiazzo erboso pieno di luce. Quella era
l’estremità inferiore della Guaina. Si trattava di una sorta di cratere
ellissoidale, scavato in tempi antichi da un grosso meteorite. Era un
posto ideale per fare festa e ammirare i ciliegi in fiore a primavera,
ma purtroppo sugli alberi là intorno non c’era ancora l’ombra di una
gemma. Ci fermammo e dirigemmo lo sguardo al dolce declivio che
si estendeva di fronte a noi verso nord.
«La vede quella roccia nera più o meno a metà del pendio?» dissi.
«È parte di un meteorite che precipitò in quest’area molto tempo fa,
creando quest’ampia radura di forma allungata che qui tutti
chiamano la Guaina. Doveva essere enorme, tanto da sconvolgere
la conformazione di questa parte della foresta, anche se è
abbastanza evidente che poi deve essere subentrato l’intervento
dell’uomo. In passato è probabile che i giovani samurai utilizzassero
questa spianata come maneggio, per esercitarsi soprattutto nel
periodo di tumulti e conflitti intestini che caratterizzò gli ultimi decenni
dell’epoca Edo. 2 Questa e altre vicende simili fanno parte della
tradizione orale locale, uno dei tanti tasselli che arricchiscono il
sapore mitico della storia della valle e i suoi dintorni.»
«Ho sentito dire che la parte pianeggiante dove si trova la roccia
nera è stata livellata e che la vegetazione arborea è stata spostata
artificialmente più in alto, per cui dal basso si ha l’impressione che la
foresta arrivi fino a un certo punto per poi sparire di colpo nel nulla»,
disse Unaiko. «Asa mi ha raccontato di quando collaborò in prima
persona all’allestimento di un dramma proprio qui, nella Guaina. Mi
ha detto che tutta la parte inferiore fu trasformata in una sorta di
platea dove presero posto circa cinquecento donne locali,
letteralmente in estasi per quello che accadeva sul palco, e che la
scena fu ripresa in modo da essere inserita nel film abbinato a quel
progetto. Asa è molto orgogliosa di quella rappresentazione, l’ha
definita come qualcosa che accade una sola volta nella vita, un
evento memorabile ed esaltante.»
«Sì, Asa era la responsabile del progetto e le riprese del film
andarono molto bene. I problemi iniziarono dopo, in un secondo
momento. Quando il film arrivò alla fase di montaggio finale, sia in
Giappone sia negli Stati Uniti, il gruppo della NHK 3 del team di
produzione sollevò alcune obiezioni, sostenendo che il soggetto
principale del film era stato cambiato rispetto a quanto dichiarato nel
contratto. Invece, sul fronte americano, la donna che aveva
finanziato il progetto – attrice di fama internazionale che Asa era
riuscita a coinvolgere nel film – assunse una posizione
diametralmente opposta e si rifiutò di scendere a compromessi. Ne
risultò una fase di stallo che dopo oltre tre anni portò al fallimento
della produzione e a una situazione di incertezza totale. Alla fine non
si riuscì neanche a stabilire con chiarezza a chi appartenessero i
diritti del film. Asa, senza mai arrendersi, si diede un gran da fare per
dare forma a un’organizzazione non profit e tenere il progetto vivo
almeno a livello locale, ed è stato così che ha iniziato ad avvicinarsi
alla realtà delle piccole compagnie teatrali indipendenti della zona,
inclusi voi del Caveman Group. Almeno per lei, credo, la faccenda
non è stata un intero fallimento e ha avuto un risvolto positivo.»
«Ma sbaglio o il film, anche se non è mai stato distribuito nelle
sale, ha vinto un paio di premi a dei festival in Canada e Repubblica
Ceca? Asa mi ha accennato che intorno al progetto ci sono
parecchie difficoltà, ma non è scesa nei dettagli perché diverse
questioni sono ancora al vaglio dei giudici e hanno causato problemi
a parecchie persone. Però Ricchan e io abbiamo trovato il tutto
molto entusiasmante e abbiamo deciso di farne il nostro prossimo
progetto teatrale, e di conseguenza siamo molto interessate al film.
Solo che purtroppo non siamo riuscite a procurarci una copia della
sceneggiatura perché, come dicevo prima – e lei lo sa bene –, tutto il
materiale che riguarda il film è inavvicinabile a causa della
controversia legale in corso. E, dal momento che il progetto si
basava su una collaborazione internazionale, tutto risulta molto più
complicato. Asa ci ha detto di aver consegnato la sua copia della
sceneggiatura all’avvocato e di non averla più rivista. È molto che
desidero parlare con lei di questa faccenda, signor Chōkō, ma Asa
mi ha sempre detto di andarci piano e di non affrettare i tempi.»
In realtà mi avevano spedito la versione finale della sceneggiatura,
con tanto di traduzione in inglese accanto all’originale giapponese,
ma preferii non farne menzione a Unaiko. Del resto lei stessa lasciò
cadere l’argomento e restò in silenzio per un po’, ferma in quella sua
postura perfetta, lo sguardo rivolto agli alberi che circondavano la
Guaina. Sul viso esile e delicato, però, campeggiava un’espressione
di rinnovata determinazione, ed era fin troppo chiaro che avesse
qualcosa di ben preciso in mente.

3.
Da quando la Casa nella foresta era entrata in possesso della
compagnia teatrale di Lanciando cani morti, la stanza in fondo sul
lato est del piano terra era utilizzata da Unaiko e Ricchan come
ufficio e camera da letto. E, dopo che io e Akari eravamo arrivati
nella valle, avevano continuato a lavorare e a dormire in quella
stanza, ma le loro abitudini sembravano in qualche modo soffocate
dalla nostra presenza. Forse era per questo che di quando in
quando andavano in macchina a casa di Asa, che in quel periodo
era vuota, e trascorrevano lì la notte, vicino al fiume.
Quando loro e gli altri membri della compagnia erano impegnati
nelle prove, intenti a ripetere le battute ad alta voce o a selezionare
e ascoltare la musica da utilizzare in scena, era evidente che si
sforzassero di fare meno rumore possibile per evitare di disturbare
me e Akari al piano di sopra. Talvolta si udivano le voci dei giovani
attori trasportate dalla brezza proveniente dalla strada che arrivava
dalla foresta, dove forse credevano di potersi esercitare più
liberamente, senza troppe inibizioni.
Daiō si faceva vivo in media ogni paio di giorni, al pomeriggio. Gli
erano stati affidati i lavori di giardinaggio e di pulizia e manutenzione
delle parti esterne. Nelle sere in cui mi occupavo io stesso della
cena, mi dava uno strappo in macchina al supermercato di
Honmachi. E se capitava che fossi giù nel living mentre Akari era
fuori con Unaiko o Ricchan per i suoi ascolti musicali nel furgone
della compagnia, lui tentava immancabilmente di attaccare discorso,
anche se faceva il possibile per non dilungarsi più di tanto ed evitare
il rischio di annoiarmi. Dopo un po’ cominciai a versargli un
compenso giornaliero, nel rispetto delle abitudini che vigevano da
quelle parti quando qualcuno eseguiva lavoretti e altre piccole
incombenze. Devo ammettere che all’inizio non ci avevo pensato e
che era stata Asa, approfittando di una delle sue risposte ai
resoconti settimanali che Unaiko non mancava mai di farle avere, a
evidenziare la necessità di retribuire Daiō per il lavoro che svolgeva.
A cominciare dal sostegno in ambito medico, quando tra l’altro
Daiō aveva accompagnato Akari all’ospedale della Croce Rossa di
Matsuyama, il numero degli incarichi che potevo affidargli sembrava
crescere su base quotidiana, il che mi aiutava non poco ad
alleggerire la mente. Si assunse persino l’onere di ritirare la
corrispondenza che il postino lasciava a casa di Asa.
Uno dei resoconti settimanali di Unaiko a mia sorella, come ebbi
modo di dedurre poco dopo, riguardava la sua preoccupazione circa
il fatto che alla Casa nella foresta non conducevo una vita molto
dinamica e attiva. Difatti ben presto Asa mi inviò un fax da cui
trapelava un sentimento di forte apprensione. A quanto pareva
Unaiko le aveva scritto che, pur rendendosi conto che mi stavo
concedendo un periodo di riflessione dopo lo sfortunato epilogo del
progetto del «romanzo dell’annegamento», mi vedeva oltremodo
apatico e poco concentrato persino nella lettura (perlomeno quando
ero sul divano nella zona living, dove poteva osservare il mio
comportamento). Le aveva riferito a chiare lettere che a suo avviso
ero molto giù di morale e in preda a una brutta depressione, quasi
sempre chiuso in casa, dove passavo il tempo abulicamente. Nel
fax, Asa mi chiedeva se per caso mi fosse stato consigliato di
limitare le ore di lettura dopo le «grandi vertigini». Oppure se fosse
una mia iniziativa personale ridurre al minimo gli sforzi intellettuali,
nella speranza di evitare o quanto meno arginare quei terribili
giramenti di testa. In risposta le scrissi che poco prima del
temporaneo trasferimento nella valle avevo tirato fuori dagli scaffali
della mia libreria a Tōkyō alcuni libri che mi sarebbe piaciuto
leggere, ma che poi non avevo avuto il tempo di spedirli nello
Shikoku. Al che lei mi inviò un nuovo fax e mi promise che, non
appena avesse avuto un attimo di tregua, sarebbe uscita
dall’ospedale e avrebbe fatto una puntata veloce alla casa di Seijō
per portare a termine il compito che avevo lasciato a metà. Dopo
qualche giorno, tre scatole piene di libri mi furono consegnate dal
corriere alla porta della Casa nella foresta.
A conferma del mio stato mentale apatico e senescente, non solo
mi astenni dall’aprire subito le scatole che mi aveva spedito Asa, ma
neanche mi accorsi che insieme a quelle scatole ce n’era un’altra di
dimensioni inferiori inviata da un diverso mittente. La notai solo dopo
un paio di giorni, quando finalmente mi venne voglia di controllare i
libri arrivati da Tōkyō; si confondeva in mezzo alle altre per via
dell’imballaggio, pressoché identico sia nel colore sia nella
consistenza. Era leggera, compatta e ben confezionata, e nello
spazio riservato al mittente c’era l’indirizzo della sede di Matsuyama
del Caveman Group. L’aprii e trovai una vecchia cornice di legno
protetta da un foglio di carta velina e una cartolina firmata da alcuni
membri della compagnia teatrale. La cartolina, semplice e bianca,
recitava: «Bentornato nella foresta, signor Chōkō!». Rimossi la carta
dalla cornice e scoprii una splendida e inaspettata fotografia a figura
intera: una giovane donna, voluttuosa e completamente nuda,
davanti a un fondale di scena che riproduceva un paesaggio
metropolitano notturno. E quella donna, per quanto stentassi a
crederci, era Unaiko! Il suo profilo trionfante e risoluto era
inconfondibile.
Rimasi a guardare quella fotografia per diversi minuti, totalmente
rapito. Immaginai che il fotografo, per ottenere quello scatto, doveva
trovarsi in prima fila esattamente di fronte al palco, con il suo
assistente appostato da un lato a puntare una luce verso il soggetto.
La donna al centro della foto, Unaiko, indossava soltanto dei tacchi
alti neri e teneva una gamba allungata in avanti, come fosse sul
punto di venire giù dal palco. Ma era in perfetto equilibrio, il peso ben
distribuito e il busto leggermente rivolto a sinistra. Avvolti da uno
strato sottile di soffice grasso, i suoi fianchi erano sodi e formosi,
sensuali come il folto ciuffo di peli pubici che le copriva il sesso. E i
seni erano perfetti, al punto da ricordarmi quelli di alcune
protagoniste dei manga… Ero incantato, mi sembrava di essere in
un’altra dimensione. Sobbalzai per lo spavento quando, pochi istanti
dopo, sentii la voce di Unaiko alle mie spalle.
«Prima di spedirgliela», disse all’improvviso, «i miei colleghi hanno
tenuto quella fotografia appesa in ufficio per un giorno intero. Chi
legge i suoi romanzi sa bene che lei ha una sorta di ossessione per i
peli pubici femminili, e perciò spero almeno che le abbiano fatto un
dono gradito. In realtà quella foto risale a cinque anni fa, è stata
scattata a mia insaputa durante una performance. Credo che
gliel’abbiano spedita semplicemente per stuzzicarla un po’, ma ci
tengo a dirle che io non c’entro niente e che non mi sognerei mai di
mettermi a giocare con le preferenze… diciamo personali degli altri.
In ogni caso mi pare che quella fotografia non le dispiaccia.»
«Mi piace moltissimo…»
«Bene, allora direi che in fondo i miei colleghi hanno avuto una
buona idea, eh?»
«Visto che è un regalo per me, terrò questa foto al sicuro nel mio
studio.»
Intanto Akari era sceso dal piano di sopra e si era avvicinato alle
spalle di Unaiko, che evidentemente era in sua attesa con una pila di
asciugamani puliti tra le braccia. Andò in bagno senza dire una
parola, al che sperai con tutto me stesso che non avesse visto la
fotografia in cornice che stringevo ancora in mano, trattandosi del
genere di cose che gli creavano un certo turbamento. Ma, dal modo
in cui era sgattaiolato nella stanza da bagno e aveva sbattuto la
porta, era facile dedurre che avesse perlomeno intravisto il soggetto
della foto…
Anche quando andavamo d’accordo e i fatti recenti non ci avevano
ancora ridotto a poco più di due estranei, Akari era sempre molto a
disagio quando mi capitava di parlare con qualcuno di argomenti
anche solo vagamente prossimi alla sfera sessuale, sebbene spesso
non fosse in grado di capire fino in fondo ciò di cui si stava
discutendo. Forse perché aveva intuito il motivo alla base
dell’imbarazzo di Akari, che era letteralmente scappato sbattendo la
porta, Unaiko provvide subito a spostare la nostra amena
conversazione sulla sua fotografia in una direzione più seria.
«A guardare questa foto», disse, «da sola e tutta nuda, sembro
quasi una pazza, ma in realtà sul lato sinistro del palco c’erano altri
attori in uniforme militare che sventolavano vessilli di guerra e
bandiere, compresa quella giapponese. Io, in quella scena, mi
opponevo a quel drappello di soldati nella mia pura nudità femminile,
anche se non c’era la certezza assoluta che ai loro occhi potessi
rappresentare una vera minaccia, tanto più che il pubblico poteva
vedermi solo per due o tre secondi, prima che sul palcoscenico
calasse il buio totale. Masao, nei suoi lavori teatrali, predilige
l’ambiguità. Difatti il piano originale prevedeva che indossassi una
canotta color carne lunga fino ai fianchi, a testa alta sì, ma non
completamente nuda. In quell’occasione fui io a insistere sul fatto
che la nudità integrale costituiva la scelta migliore. Così
concedemmo al mio “strip-tease” una chance per vedere come
funzionava, e qualcuno che era in platea tornò anche la sera
successiva, scattò quella foto di nascosto e la vendette a una nota
rivista specializzata. Quello scatto destò un certo scalpore e
contribuì non poco alla diffusione delle voci secondo cui il Caveman
Group fosse una compagnia teatrale dedita a esibizioni immorali e
scandalose, prima ancora che cominciassimo a lanciare “cani morti”
in giro. Masao era esasperato, provò a protestare e prese anche in
considerazione l’idea di agire per vie legali, ma alla fine lasciò
perdere perché in fondo quella fotografia poteva essere usata come
arma contro di noi… Tornando alla questione del “regalo”, mi scusi,
ma non posso fare a meno di continuare a interrogarmi sulle possibili
motivazioni alla base di un gesto del genere. So per certo che alcuni
miei colleghi veterani avevano deciso da tempo di inviarle la foto
come fosse una sorta di omaggio al suo feticismo per i peli pubici,
ma ho il sospetto che si tratti più che altro di un pretesto dietro cui si
nasconde una ragione molto meno disinteressata. Per dirla tutta,
credo che il vero motivo sia legato alla loro apprensione nei confronti
del nostro nuovo progetto, quello che Ricchan e io stiamo tentando
di realizzare con l’aiuto di Asa. C’è una fazione all’interno del
Caveman Group che non è molto entusiasta di me e del mio lavoro,
temono che i miei progetti e il metodo di Lanciando cani morti
possano mettere in ombra tutto il resto. Purtroppo, in questo paese
tuttora caratterizzato da una società chiusa e conservatrice, persino
in una compagnia teatrale che sembra costituita da artisti con idee
nuove e progressiste esistono ancora forti pregiudizi sessisti verso le
donne.»

4.

Quella stessa mattina, dopo l’ora di colazione, Daiō si presentò


alla Casa nella foresta per riferire un importante messaggio: il busto
su misura per Akari era pronto ed era stato consegnato
all’ambulatorio medico di Honmachi.
«Il busto è rimovibile, va tolto la sera prima di andare a letto e
rimesso la mattina subito dopo il risveglio», spiegò con un certo
entusiasmo Daiō. «Una volta che ci avrà fatto l’abitudine, Akari sarà
in grado di compiere da solo entrambe le operazioni. All’inizio, è
ovvio, avrà bisogno dell’aiuto di un’altra persona. Puoi pensarci tu,
no, Kogito?» mi chiese con molta naturalezza. «Vi accompagno
volentieri all’ambulatorio, di modo che tu e Akari possiate ascoltare
tutte le informazioni necessarie sull’uso del busto.»
«Ho preparato il letto ad Akari tutte le sere per oltre quarant’anni,
tranne quando ero fuori per lavoro, e quindi credo che non avrò
problemi.»
«Però ora il letto me lo faccio da solo», intervenne Akari, lo
sguardo basso come al solito.
«Akari, ieri sera te l’ho messo io il cerotto antidolorifico», gli dissi.
«E sono stato molto attento a non esercitare pressione sulla vertebra
fratturata, in modo da non farti male.»
«Neanche Unaiko e Ricchan mi fanno male…» ribatté lui.
«Preferisci che siano loro a occuparsi di te e del busto, finché non
ti sarai abituato?» gli chiesi, incapace di nascondere un certo
scoramento. «Va bene, ma bisogna sperare che abbiano tempo.»
«In ogni caso oggi Ricchan e io avevamo messo in conto di
andare in ambulatorio», disse Unaiko. «Per adesso siamo
impegnate solo nella fase iniziale del nuovo progetto, perciò
abbiamo abbastanza tempo a disposizione e siamo pronte a dare
una mano… Akari, che ne dici, ti accompagno io in ambulatorio a
ritirare il busto?»
«Sì, che bello!»
«Grazie, Unaiko. Allora affido tutto a te», disse Daiō, anche lui con
gli occhi rivolti in basso per evitare di incrociare il mio sguardo.
Dopo che Akari e Unaiko furono andati via con il furgone del
Caveman Group, finalmente mi rimisi a spacchettare i libri che Asa
mi aveva spedito da Tōkyō. Daiō, che intanto si era seduto sul
divano, ogni tanto prendeva un libro e lo sfogliava distrattamente.
«A proposito di quella volta in cui Gorō e io venimmo al campo di
addestramento», dissi a un certo punto, «come ben ricorderai, con
noi c’era anche quell’ufficiale americano delle Forze di occupazione;
si chiamava Peter ed era un esperto linguistico. Grazie a lui vi
procuraste pistole automatiche, fucili e altre armi che gli americani
avevano dichiarato in disuso dopo la guerra di Corea… Gorō e io
eravamo rimasti coinvolti a nostra insaputa nel vostro piano e alla
fine ci ritrovammo su posizioni diverse e litigammo.»
«Sì, mi ricordo tutto molto bene. Del resto hai scritto i dettagli in
uno dei tuoi romanzi. Qualcuno mi ha avvertito e l’ho letto, e alla fine
mi sono detto: “Ah, ecco cosa passava per la testa di Kogito in quei
momenti!”. Peter ci aveva ceduto vecchie armi dell’esercito ormai
quasi inservibili, e noi pensavamo di poterle rivendere a un
commerciante di rottami di ferro e ricavare un piccolo profitto. Ma tu,
quando hai descritto la trattativa nel tuo romanzo, hai aggiunto una
scena di pura fantasia in cui i miei ragazzi si appropriano della
pistola di Peter, che ovviamente era funzionante. Un poliziotto, che
forse aveva letto per caso il tuo libro, si presentò al campo di
addestramento e ci fece il terzo grado… Ma è accaduto diverso
tempo fa, è ovvio. La semplice verità è che avevamo conservato
alcune di quelle armi solo per svolgere semplici e innocue
esercitazioni di combattimento, non avevamo nessuna strana
intenzione…»
«Sì, ora lo so. Ma all’epoca, stando a quanto Gorō e io avevamo
visto e sentito al campo di addestramento, eravamo convinti che tu e
i tuoi ragazzi aveste intenzione di attaccare la base americana alla
periferia di Matsuyama, la notte in cui il trattato di pace sarebbe
entrato in vigore: 28 aprile 1952. Quando arrivò quel giorno,
restammo tutti e due incollati alla radio fino a notte fonda, convinti
che prima o poi avrebbero dato notizia della vostra sensazionale
impresa.»
«Già, nel romanzo hai scritto che quella sera scattaste anche una
fotografia in ricordo dell’evento… Mi dispiace moltissimo per avervi
deluso, ma le nostre intenzioni non erano così bellicose.»
«Sapevamo benissimo che quelle vecchie armi erano inutilizzabili
per un’azione d’assalto e un eventuale scontro a fuoco: erano poco
più che ferraglia arrugginita. E immaginavamo anche che voleste
servirvene soprattutto a scopo di addestramento, per “giocare alla
guerra”, ecco. Ma ripeto: eravamo convinti che aveste in mente di
compiere un attacco suicida o qualcosa del genere contro i soldati di
guardia all’ingresso della base militare americana. Se tu e i tuoi
allievi aveste tentato davvero di portare a termine un piano del
genere, è ovvio che vi avrebbero fatto fuori in un batter d’occhi, ma
sareste passati alla storia come gli autori dell’unico tentativo di
rivolta armata contro le Forze di occupazione alleate.»
«E invece non l’abbiamo fatto e, in tutta onestà, era impossibile
pensare di compiere un’azione simile. In realtà avevamo un obiettivo
importante, anche se era solo una vaga speranza. Era evidente che
tu e Gorō credevate che volessimo farci ammazzare e passare alla
storia come degli eroi, e perciò pensavamo che almeno tu ti saresti
fatto di nuovo vivo al campo d’addestramento nel giorno del
presunto attacco alla base americana. Se fosti venuto, ti avrei
promesso che avremmo smesso per sempre di “giocare alla guerra”
e avrei provato a convincerti a diventare il nostro nuovo leader, tu, il
figlio di Chōkō sensei… Andando indietro di qualche anno, al
periodo immediatamente successivo alla sconfitta del Giappone
nella guerra del Pacifico, la verità forse più sconvolgente era che gli
ufficiali e i soldati con cui avevamo fatto lega, che fino a poco prima
avevano sostenuto le nostre idee più estreme e ci avevano sempre
incoraggiato all’azione, di colpo fecero dietro-front, come se si
fossero liberati da un maleficio. Iniziarono a comportarsi come se
tutto ciò di cui avevamo parlato fino ad allora fosse solo un grande
scherzo, sostenendo che non avevano mai preso in seria
considerazione i nostri piani. Chōkō sensei era l’unico che credeva
fino in fondo nelle nostre idee, al punto che alla fine si vide costretto
a lasciare il villaggio da solo, e sfortunatamente fu trascinato via
dalla corrente del fiume in piena prima ancora di completare la fuga.
Tuo padre aveva veramente a cuore il nostro credo, ha sacrificato la
vita nel nome dei nostri ideali, e noi, in qualità di suoi seguaci,
abbiamo cercato di perpetuare il più possibile quei princìpi attraverso
l’impegno al campo di addestramento dopo la fine della guerra. Non
nego che ancora oggi mi capita di pensare che sarebbe stato
meraviglioso ed esaltante avere il figlio di Chōkō sensei come nostro
leader. Ma d’altra parte è anche vero che quando quel famoso
giorno arrivò, sebbene in precedenza avessimo discusso in via del
tutto azzardata sull’eventualità di compiere qualcosa di eclatante, io
e i miei giovani allievi ci facemmo quattro risate e concordammo sul
fatto che si trattava di un’idea assurda, ridicola e irrealizzabile…
Molti anni dopo, quando ho letto il tuo romanzo, sono rimasto
sorpreso nell’apprendere quanto tu e Gorō avevate preso sul serio la
faccenda. Temevate di finire nei pasticci a causa della questione
delle armi degli americani. Eravate così preoccupati che avete
scattato quella foto ricordo nel caso vi fosse successo chissà cosa…
Incredibile, a pensarci adesso mi viene da ridere!»

1 Riferimento al capitolo de Il bambino scambiato intitolato Alle prese con una tartaruga.
[n.d.t.]
2 Uno dei principali periodi (detto anche «Tokugawa») della storia giapponese (1603-
1867 o, secondo un altro sistema di periodizzazione, 1600-1868), così chiamato dal nome
di Edo (odierna Tōkyō), sede degli shōgun della famiglia Tokugawa che governarono il
paese per l’intero periodo. [n.d.t.]
3 Acronimo di Nippon hōsō kyōkai (lett. «Ente radiotelevisivo giapponese»). È
l’emittente radiotelevisiva pubblica giapponese. [n.d.t.]
9.
L’ultimo lavoro

1.

Mi abbandonai sul divano della zona living, che era stato spostato
in un angolo per lasciare maggiore spazio alle attività della
compagnia teatrale, e continuai a dare un’occhiata ai libri che Asa mi
aveva spedito. Ormai erano tre giorni che mi dedicavo a quel
compito (inutile dire che lo facevo senza eccessiva costanza). Tiravo
fuori dalle scatole una pila per volta e sfogliavo ciascun volume per
alcuni minuti e, quando finivo, rimettevo la pila al suo posto e
passavo a quella successiva.
Di solito svolgevo quel tipo di lavoro come primo passo in vista
della stesura di un nuovo romanzo – si trattava di una fase di studio
e ricerca per me molto importante –, ma stavolta era diverso, non
avevo nessun progetto da sviluppare. Quei libri non mi servivano a
uno scopo preciso, li avevo accatastati su uno scaffale in alto della
mia libreria con la vaga idea di rileggerli, se mai ne avessi avuto il
tempo. Nella mia camera da letto/studio a Tōkyō, ben ordinata sugli
scaffali, conservavo la parte principale della mia collezione – frutto di
anni di appassionata dedizione ai libri – costituita da romanzi,
antologie poetiche e opere filosofiche, nonché dall’opera omnia del
mio mentore, il professor Musumi. C’erano poi altri volumi che avevo
letto solo sommariamente e che speravo di poter rileggere meglio in
futuro. E, ora che avevo abbandonato in via definitiva il «romanzo
dell’annegamento» e non avevo nessun «ultimo lavoro»
all’orizzonte, quel futuro fino a poco prima così remoto era diventato
ormai prossimo, lì davanti a me nella Casa nella foresta. Non
appena prendevo un libro e decidevo di rileggerlo, dopo averlo
sfogliato per un po’ cambiavo idea e passavo a quello successivo.
Ero irrequieto, sentivo il tempo incombere su di me, anche se era
una sensazione diversa rispetto a prima, quando scrivevo e mi
apprestavo a mettere insieme le idee per un nuovo romanzo. Di
primo acchito, sfogliare quei libri e leggiucchiarli senza regolarità
poteva sembrare una perdita di tempo; eppure, quando alzavo gli
occhi da quelle pagine e mi accorgevo che erano passate due o tre
ore, provavo un inaspettato appagamento.
Quel giorno Unaiko e Akari erano usciti con il furgone del
Caveman Group per un’escursione che combinava l’ascolto
musicale e l’esercizio fisico. In realtà quelle gite avevano assunto
una cadenza pressoché quotidiana, segno inequivocabile dell’alto
gradimento da parte di mio figlio. Non molto tempo dopo che furono
andati via, ricevetti una telefonata da Unaiko. La linea era molto
disturbata e non riuscivo a sentire bene quello che diceva, ma il tono
della voce era chiaramente agitato. Quando mi resi conto che stava
tentando di riferirmi qualcosa su Akari, saltai in piedi dal divano.
Purtroppo i rumori di fondo si fecero via via più forti e cadde la linea.
Posai il ricevitore al suo posto e rimasi in trepida attesa di una nuova
chiamata. Circa dieci minuti più tardi, finalmente il telefono riprese a
squillare. Stavolta era Asa, da Tōkyō. La sua voce suonava calma,
fin troppo, come se si stesse sforzando per non dare l’impressione
opposta.
«Akari ha avuto un attacco epilettico», disse. «Lui e Unaiko erano
alla Guaina, stavano facendo una delle loro passeggiate e pare sia
successo quando si sono fermati per riprendere fiato. Unaiko mi ha
chiamata poco fa, era in stato di panico e mi ha detto di aver provato
subito a telefonarti ma che non si sentiva quasi niente ed è caduta la
linea. Per fortuna è riuscita a contattare il cellulare di Tamakichi, e lui
a sua volta ha contattato me a Tōkyō. È già da quelle parti, si stava
occupando di alcune piantine in un terreno non lontano dalla Casa
nella foresta, meno male. Ha detto che a breve sarà da te, dovete
raggiungere al più presto Akari e Unaiko alla Guaina. Fatti trovare in
cima alla strada, mi raccomando.»
Mentre correvo da un angolo all’altro della casa per prepararmi a
uscire quanto prima, continuavo a pensare ad Akari. Ero molto
preoccupato, poteva essere caduto e aver sbattuto la testa contro
uno dei tanti massi sparsi nella Guaina. Quel pensiero mi riportò alla
mente la coscia soffice e flessuosa di Unaiko, il giorno in cui ci
eravamo incontrati per la prima volta nei pressi di casa mia a Tōkyō,
quando mi aveva sorretto da dietro e aveva evitato di farmi crollare
al suolo.
Per sicurezza presi anche la «borsa di emergenza» di Akari (solo
allora mi sovvenne che avrei dovuto darla a Unaiko tutte le volte che
uscivano insieme) e mi precipitai fuori di corsa. Mio nipote Tamakichi
mi stava aspettando all’imbocco del vialetto, a bordo del suo
camioncino. Senza uscire dall’abitacolo, allungò il braccio
abbronzato e aprì la portiera del lato passeggero. Non appena fui
salito a bordo, schiacciò il piede sull’acceleratore e partì spedito alla
volta della Guaina.
«Scusami se ti ho costretto a venire fin giù», gli dissi. «So che
avrei dovuto farmi trovare sulla strada principale, ma gli anni pesano
e tutto sembra muoversi al rallentatore.»
«Nessun problema. Poco fa ho sentito di nuovo Unaiko e mi ha
detto che Akari si è ripreso e sta bene. Ora si stanno dirigendo al
fiumiciattolo, così Akari potrà sciacquarsi.»
La notizia mi procurò un grande sollievo, ma poi notai che
Tamakichi aveva imboccato la via che portava su, in montagna,
anziché quella che attraversava la foresta e scendeva a valle.
«Sei sicuro che sia questa la strada giusta?» gli chiesi, un po’ in
allarme.
«Prendendo la strada della foresta, per raggiungere la Guaina
bisogna fare poi un bel pezzo a piedi. Invece così facciamo una
deviazione e arriviamo da sopra, e possiamo parcheggiare molto più
vicino.»
Fui costretto ad ammettere – ma solo con me stesso – che ormai
la mia conoscenza della topografia locale lasciava alquanto a
desiderare.
«Tua madre mi ha raccontato che quando era impegnata nel
progetto del film», dissi, «la tua conoscenza perfetta della foresta e
dell’intera area ha reso la ricerca delle location e le riprese molto più
agevoli. Ti piace lavorare nei boschi e a contatto con la natura, ormai
ne hai fatto la tua professione, vero?»
«Credo di sì. Dopotutto anche tu avevi la stessa inclinazione da
ragazzino, no, zio Kogito? Se non sbaglio, lo hai scritto pure nei tuoi
libri. Comunque, molto prima che iniziassero le riprese del film, la
cooperativa locale per cui lavoravo aveva fatto svolgere diversi
interventi di manutenzione alla Guaina e nella zona circostante. Poi,
quando sono iniziate le riprese, è stata stabilita una regola molto
particolare che impediva la collaborazione maschile. Difatti doveva
essere a tutti i costi un progetto al femminile, e allora io e gli altri
colleghi uomini siamo stati relegati a compiti marginali e di pulizia
finale. Tra l’altro, non ho ancora avuto modo di vedere il film finito.»
«Non hai avuto neanche la possibilità di vedere una parte del
girato durante la fase di montaggio, in modo da assicurarti che le
scene della foresta, che avevate curato e ripulito con tanta passione,
fossero venute bene?»
«Purtroppo no. In effetti abbiamo chiesto alla sede di Matsuyama
della NHK se fosse possibile, ma non ci hanno mai risposto, e allora
abbiamo provato a contattare quelli della produzione americana. Ci
hanno detto che prima di tutto dovevamo inoltrare una formale
richiesta per iscritto, in inglese, al che abbiamo preferito desistere.
Comunque è stato fantastico riunire tutte quelle donne qui, nella
Guaina. È stato un evento senza precedenti, sembrava una grande
festa, una specie di matsuri. Tutti hanno concordato nel dichiarare
che si è trattato del più grande evento di sole donne fin dalla famosa
insurrezione contadina di molti decenni fa. Ora, tutte le volte che la
gente si riunisce alla Guaina per un’occasione speciale, ad esempio
per ammirare le foglie autunnali, qualcuno grida: “Evviva la grande
festa dopo l’insurrezione!” e si brinda e si beve tutti insieme. Bello,
no?»
«Sì, mi sa che prima o poi lo farò anch’io: “Evviva la grande festa
dopo l’insurrezione!”.»
La strada in mezzo alla foresta che stavamo percorrendo si
inoltrava per un po’ in un’area caratterizzata da latifoglie sparse qua
e là; poi, subito dopo aver superato il crinale di una collina, ci
ritrovammo di fronte a un’alta muraglia di hinoki e criptomerie che
erano lì da più di mezzo secolo e coprivano l’intero versante della
montagna che degradava dolcemente verso nordest. Mentre
procedevamo lungo la strada ombreggiata dagli alberi, mi affiorò alla
mente un giorno della mia gioventù in cui noi allievi della nuova
scuola media del villaggio eravamo stati coinvolti in un progetto di
rimboschimento che consisteva essenzialmente nel trapiantare
giovani alberelli sul leggero pendio di una montagna.
Di lì a breve arrivammo nelle immediate vicinanze dell’estremità
superiore della Guaina e Tamakichi fermò il camioncino a bordo
strada. Sotto di noi si poteva ammirare una grande roccia piatta che
assomigliava a una nave antica semisepolta nell’erba. Poi il mio
sguardo fu catturato da un ruscello più in basso, un rigagnolo di
acqua sorgiva dove riuscii a distinguere la presenza di vite umane:
Akari era disteso sul prato color paglino e Unaiko era seduta al suo
fianco, con le ginocchia strette al petto. Io e Tamakichi ci
scambiammo un’occhiata e scendemmo a passo rapido lungo il
declivio, puntando dritto verso il corso d’acqua.
Akari e Unaiko non potevano non essersi accorti del nostro arrivo,
eppure non mostrarono segni di reazione. Unaiko, in particolare,
sembrava sfinita. Man mano che ci avvicinavamo ci giunse
all’orecchio una melodia – riconobbi le note del Quintetto per
pianoforte e archi in la maggiore di Schubert, La trota –, ma poi vidi
distintamente Akari allungare un braccio verso l’apparecchio di
riproduzione sonora e la musica cessò di colpo.
«Sono mortificata per quello che è successo», si scusò subito
Unaiko. «Sono andata nel panico perché l’attacco mi è parso molto
più grave rispetto a quanto mi aveva detto Asa. Insomma, non mi
aspettavo che fosse così… Ho avuto paura, Akari tremava tutto,
aveva convulsioni terribili.»
«Akari, è tutto a posto adesso, è passato?» chiesi con dolcezza a
mio figlio, ma lui restò a bocca chiusa, anche se il suo sguardo e il
linguaggio del corpo sembravano dire: “Sì, ora sto bene, non lo
vedi?”.
«È successo poco dopo che siamo arrivati qui», continuò Unaiko.
«Abbiamo parcheggiato il furgone come sempre, al solito posto. Poi
ci siamo messi in marcia e ci siamo ritrovati davanti a un’enorme
pozzanghera formata dalle forti piogge della notte scorsa. Abbiamo
provato ad attraversala tenendoci per mano come di consueto, ma
non ci siamo riusciti, Akari era molto nervoso. Dopo di che abbiamo
tentato uno per volta, piano piano, e alla fine ce l’abbiamo fatta. Ma
un attimo dopo lui è scivolato ed è caduto per terra. All’inizio ho
pensato che l’avesse fatto di proposito, per divertirsi, perché
sembrava che stesse ridendo, e solo in un secondo momento mi
sono resa conto che invece mi sbagliavo…» Unaiko fece una pausa
e trasse un sospiro di sconforto. In effetti non era così strano che si
fosse sbagliata, in quanto l’espressione che Akari assumeva quando
tentava di sopportare il dolore assomigliava a un mezzo sorriso. «Poi
si è rimesso in piedi e abbiamo continuato a camminare per un po’»,
proseguì. «La crisi è iniziata non appena abbiamo messo piede qui,
nella Guaina, e purtroppo ho perso la testa e mi sono lasciata
prendere dal panico.»
«Ora la cosa migliore è tornare alla Casa nella foresta», dissi in
tono gentile, volgendo lo sguardo verso mio figlio. «Akari ha bisogno
di riposare e credo debba andare con urgenza al bagno.»
Constatando che Akari non mostrava il minimo segno di reazione,
Unaiko dovette concludere che volesse continuare a trattarmi con
freddezza e prese di nuovo la parola.
«Asa mi ha detto che spesso agli attacchi epilettici si
accompagnano scariche di diarrea e si è raccomandata di
provvedere… In qualche modo siamo riusciti a cavarcela, ma Akari
ci è rimasto molto male perché non aveva indumenti di ricambio.»
Mentre le allungavo la «borsa di emergenza», mi avvicinai e mi
accorsi che la metà inferiore del corpo di Akari era coperta da un
ampio scialle e dalla giacca di Unaiko.
«Se la strada che scende a valle è troppo scivolosa e piena di
fango, posso riportare io Akari a casa, ho il furgone parcheggiato
giusto qui sopra», propose Tamakichi, rivolgendosi soprattutto a
Unaiko.
«No, voglio tornare con Unaiko!» protestò Akari.
«È pericoloso, potresti cadere di nuovo», gli feci notare io.
«Akari, tuo padre ha ragione», confermò Tamakichi. «Posso
portarti sulla schiena fino al furgone di Unaiko, così non correrai
alcun rischio.»
«Bene, faremo come dice lui, Akari, è la soluzione migliore»,
concordai. «Ora, visto che il peggio è passato e non hai più bisogno
del bagno, non c’è nessuna fretta di tornare subito indietro.
Possiamo restare ancora un po’ qui a riposare.»
«Tamakichi, grazie infinite per essere venuto a soccorrerci», disse
subito dopo Unaiko. «Tua madre mi ha dato il tuo numero di cellulare
e non ho esitato a chiamarti, scusami per il disturbo… A proposito,
non vorrei approfittare ancora di te, ma visto che sei qui mi chiedevo
se potessi farmi fare un giro nei dintorni… So che sei un esperto
della foresta e mi piacerebbe sapere qualcosa di più sugli alberi e la
vegetazione che circondano la Guaina.»
«Ma certo, non mi costa niente.»
«Grazie! Ah, tra l’altro ho anche sentito che durante le riprese del
film che hanno girato da queste parti hai diretto i lavori per
l’allestimento di un palcoscenico sulla grande roccia piatta lì in alto.
Perciò suppongo tu abbia avuto modo di dare un’occhiata alla
sceneggiatura. Perdonami, passerò per una vera screanzata, ma ti
sarei doppiamente grata se potessi dirmi anche qualcosa in
proposito.»
Tamakichi sembrò colto alla sprovvista dalla seconda richiesta di
Unaiko e di colpo si accigliò in volto, ma alla fine annuì convinto e la
scortò nell’esplorazione della Guaina. Intanto Akari si era messo di
nuovo disteso sull’erba e mi coricai anch’io al suo fianco, usando
l’indispensabile «borsa di emergenza» come cuscino, attento a non
invadere il suo spazio. Lo sguardo rivolto in alto, vidi che i rami degli
alberi intorno alla Guaina erano gonfi di nuove foglie lucenti di mille
sfumature, da un giallo verdognolo chiaro a un rosso tenue e
delicato. E, anche se non potevo esserne certo a causa della
lontananza, le prime piccole gemme avevano forse già cominciato a
formarsi. Anche i ciliegi selvatici sembravano pronti a vestire la loro
chioma rosa niveo, doveva essere una questione di pochi giorni. E
dietro gli antichi ciliegi si apriva l’immancabile e relativamente
giovane distesa di conifere sempreverdi, hinoki e criptomerie.
Mentre ruotavo la testa da un lato all’altro, notai che la «borsa di
emergenza» che fungeva da cuscino era più gonfia e voluminosa del
solito. Mi misi seduto e l’aprii per verificarne il contenuto: i pantaloni
sporchi di Akari erano stati appallottolati e infilati in un sacchetto dei
rifiuti e occupavano, insieme a una coperta di cotone che avevo
aggiunto al volo prima di uscire di casa, la maggior parte dello
spazio a disposizione. Tirai fuori la coperta, mi avvicinai ad Akari e
gliela misi addosso, allargandola per bene dal petto fino ai piedi. Lui
non si mosse di un millimetro, continuava a coprirsi il grande viso
tondo con le mani.
Tornai al mio posto e il verso di una poesia mi attraversò la mente:
Non hai preparato Kogii a salire su nella foresta… E in quel
momento mi fu chiaro più che mai che con ogni probabilità quel Kogii
era Akari. Così come non ebbi dubbi sul fatto che sarebbe toccato a
me mandarlo su nella foresta, quando sarebbe giunta l’ora. Ma cosa
dovevo fare esattamente per preparare il terreno in vista di
quell’ineluttabile destino? Non avevo fatto ancora niente neanche
per me stesso, come avrei potuto agevolare il passaggio di qualcun
altro verso l’aldilà? Non avevo risposte, mi sentivo perso. In fin dei
conti ero ancora un ragazzino debole e impotente, né più né meno
come quando tutti mi chiamavano Kogii. E chissà dov’era l’altro
Kogii, il mio etereo e sfuggente alter ego che mi aveva abbandonato
tanti anni prima e si era involato nella foresta, là dove gli alberi
incontravano il cielo. Se in quel momento avesse potuto guardarmi
dall’alto, nello stato in cui ero ridotto, disteso e inerme, avrebbe
certamente riso di me.
Dopo un poco un altro pensiero fosco mi balenò nella mente: entro
breve Unaiko e Tamakichi (stava facendo senza dubbio del suo
meglio in vece di sua madre) sarebbero stati di ritorno dal mini-tour
nella Guaina come due complici, in confidenza come non mai, e
presto avrebbero indotto Akari a unirsi a loro lasciandomi solo e
isolato. E chi poteva escludere che non avrebbero fatto sempre più
lega e tramato per svolgere i preparativi necessari per permettermi
di affrontare l’ultimo viaggio nella foresta? Tutto sommato, se fosse
andata veramente così, forse mi avrebbero aiutato sul serio a
trovare un modo per comportarmi in maniera adeguata durante il
grande passaggio e trasferirmi con calma e dignità in un’altra
dimensione.
Ma ecco che un pensiero ancora più estremo spazzò via quelli
precedenti: e se ciò che fino ad allora avevo percepito come realtà
fosse solo un sogno, una grande illusione? In un lampo mi passò
nella mente tutto quello che avevo sperimentato nei duri e lunghi
anni di lavoro dopo il trasferimento a Tōkyō: le difficoltà e gli sforzi
iniziali, lo studio all’università, la scrittura, mai un attimo per
riprendere fiato… Lasciando da parte la questione dell’effettivo
valore e della rilevanza di ciò che avevo fatto, come avrei reagito se
di colpo avessi saputo che tutti quegli anni e i presunti successi non
fossero altro che un frutto della mia immaginazione? Che fine avrei
fatto, senza avere la più pallida idea di come raggiungere la sommità
della foresta?… E se invece nella realtà, quella vera, non avessi mai
lasciato il mio villaggio natale, per settantaquattro anni? In tal caso
mi sarei preparato a lasciare questo mondo senza crearmi troppi
problemi, nel modo tradizionale che tutti gli anziani della mia valle
circondata dalle montagne di certo conoscevano a memoria, fin dai
secoli dei secoli. E di nuovo, a metà strada fra la veglia e il sonno,
non potei fare a meno di immaginare quei due, Unaiko e Tamakichi,
all’ombra della grande roccia nera nella parte alta del pendio, lì a
confabulare su di me e su come facilitare i miei preparativi per
l’ultimo viaggio verso la foresta…
«Signor Chōkō», mi sentii chiamare tutt’a un tratto. Spalancai gli
occhi e vidi Unaiko che mi fissava dall’alto. «Se si addormenta così,
rischia di prendere il raffreddore. Capisco che è stanco e che ha
bisogno di riposare, soprattutto per colpa mia, ma fa freschetto,
attenzione.»
Poi lei e Tamakichi rivolsero le loro premure ad Akari. Attento a
non fargli male alla schiena, mio nipote aiutò il cugino a mettersi in
piedi e se lo caricò a cavalcioni. Tamakichi era un po’ più basso di
me, ma era forte e muscoloso grazie al lavoro fisico che svolgeva
nei boschi. Sistematosi sulla schiena Akari, che era notevolmente
più alto e grosso di lui, si avviò a passo lesto e senza la minima
esitazione verso il punto dove era parcheggiato il furgone. Io e
Unaiko ci accodammo qualche minuto più tardi, dopo aver raccattato
gli oggetti sparsi in giro e i vari componenti del prezioso sistema di
riproduzione sonora portatile del Caveman Group.
«Tamakichi mi ha raccontato che le donne del posto, radunate
nella Guaina da Asa, erano eccitatissime all’idea di partecipare al
film e che sono rimaste molto contente di averlo fatto», disse con
vivo fervore Unaiko, mentre procedevamo fianco a fianco. «Per loro
deve essere stato un evento indimenticabile, se lo ricorderanno per
tutta la vita. Quando ho sottolineato che dirigere un gruppo di
persone molto numeroso non è un’impresa facile, Tamakichi mi ha
rivelato di aver sentito dire da sua madre che quelle donne erano
emotivamente molto coinvolte, come se in un certo senso fossero
convinte di prendere parte loro stesse a una specie di insurrezione.
A quanto pare anche Asa era molto soddisfatta, perché finalmente
era riuscita a persuadere quelle donne a esprimere senza pudore i
loro veri sentimenti, quasi come se le avesse liberate da una
costrizione ancestrale. Che meraviglia, La madre di Meisuke scende
sul campo di battaglia ha mostrato alla grande l’entusiasmo di tutte
quelle donne, deve essere stata un’esperienza fantastica per tutti
coloro che vi hanno preso parte.»
Quando raggiungemmo il furgone di Unaiko, Tamakichi aveva già
sistemato Akari a bordo e si apprestava a tornare verso l’altro lato
della Guaina, dove aveva lasciato il suo camioncino. Unaiko fece
giusto in tempo a profondersi di nuovo in ripetuti ringraziamenti,
stavolta con maggiore familiarità rispetto a prima.

2.

Nel pomeriggio ricevetti una telefonata da Maki. Asa, che


dedicava tutto il suo tempo a Chikashi in ospedale, era preoccupata
per quanto era accaduto ad Akari e le aveva chiesto di chiamarmi
per avere notizie. Suggerii a Maki di parlarne direttamente con il
fratello e portai il cordless nella stanza di Akari al piano di sopra.
Dopo una lunga e tranquilla conversazione, Akari mi restituì il
telefono senza dire una parola. Maki era ancora in linea e volle
riferirmi il contenuto della chiacchierata con il fratello.
Prima di tutto gli aveva detto che era stata molto in pensiero
quando aveva saputo dell’attacco epilettico nella foresta, anche
perché io non ero con lui come al solito e non avevo potuto aiutarlo.
Akari aveva risposto autocitandosi, facendo riferimento a una frase
che avevo incluso nel volumetto Le mie parole (anche lui ne aveva
ricevuto una copia da Maki e, siccome al momento non era
impegnato nella lettura degli spartiti musicali, con ogni probabilità
indirizzava la sua abituale concentrazione allo studio di quel piccolo
libro artigianale): «Sto per morire! Perché ho avuto un attacco
fortissimo! Ma ora va bene, tanto morirò! Ahhh! Il mio cuore non
batte più, neanche un po’! Penso proprio che morirò! Il mio cuore
non batte proprio più!».
Maki sapeva che al fratello piaceva scherzare in quel modo e che
la stava prendendo in giro, eppure aveva provato un’ansia
insopprimibile e gli aveva risposto in tutta serietà.
«No, Akari, tu non stai per morire», gli aveva detto. «Ora è tutto
sotto controllo. E credo proprio che nella foresta, quando hai avuto la
crisi e sei collassato, potevi sentire il tuo cuore battere come un
tamburo, ma devi stare tranquillo, non significa che stai per morire.»
E stavolta Akari aveva risposto con una frase più semplice e
schietta, di nuovo tratta da Le mie parole: «Ho sofferto molto, ma ce
la farò!».
Sebbene fosse lampante che Akari si riferisse alla crisi epilettica,
Maki aveva colto in quelle parole un sottile tono di apprensione per
la malattia della madre. E, dopo aver rassicurato ancora una volta il
fratello che non c’era niente di cui preoccuparsi per le sue crisi,
sempre superate senza eccessivi problemi, aveva aggiunto che
anche Chikashi aveva superato l’intervento chirurgico nel migliore
dei modi ed era già sulla via della guarigione, così come i medici
avevano riferito ad Asa dichiarandosi ottimisti e scongiurando per il
momento il pericolo della diffusione della malattia in altre parti del
corpo.
Non appena Maki aveva pronunciato quelle ultime parole, tuttavia,
Akari aveva cominciato a urlare qualcosa che suonava come una
parodia o una specie di parafrasi di un’altra frase contenuta nel
volumetto a lui dedicato: «No, no, mamma è già morta! Hai detto che
tornerà a casa tra due o tre settimane? Sì, ma anche se tornerà, in
questo momento è morta! Mamma è veramente morta!».
Maki, allora, aveva pensato che Akari avesse voluto esprimere i
suoi sentimenti in modo stravagante e indiretto, come faceva
spesso. «Prima che mamma fosse ricoverata in ospedale», mi disse,
«ti ha chiesto di estrapolare dai tuoi romanzi le citazioni di Akari,
inclusa quella in cui se la prendeva con te per la tua lunga assenza e
insisteva nel ripetere che eri morto. Potrebbe sembrare strano che
mamma abbia fatto una richiesta del genere proprio quando stava
affrontando una grave malattia, ma credo che in qualche modo
volesse provare a immaginare la reazione di Akari all’eventuale
scomparsa di uno dei genitori. Lei conosce a memoria quasi tutte le
citazioni di Akari, e non sai cosa darei perché ne ricordasse una
positiva e ottimistica e facesse un giochino al telefono insieme a
lui… Immagino Akari che le dice qualcosa del tipo: “Mamma, hai
sofferto molto, ma ce la farai!”. E lei che magari gli risponde: “Sì,
grazie! Con il tuo aiuto certamente ce la farò!”. Sarebbe bellissimo,
no?»
Verso sera arrivò un’altra telefonata, stavolta da Asa. Era uscita
dall’ospedale e stava per prendere un treno della linea Odakyū per
tornare a Seijōgakuenmae.
«Oggi ho provato a chiedere a Chikashi se per caso desiderava
che tu venissi a Tōkyō per qualche giorno e andassi a trovarla in
ospedale – ovviamente direi a Unaiko e Ricchan di prendersi cura di
Akari durante la tua assenza. Ma lei ha risposto che aveva paura
che per te sarebbe troppo dura vederla in uno stato di debolezza,
stanca e più che mai sotto il peso degli anni, e, anziché darle
conforto, rischieresti di farti prendere dalla disperazione… Tua
moglie ha una tempra d’acciaio, tu lo sai bene. Ti ricordi quando
Gorō è morto e dovette identificare il cadavere? Era ridotto in uno
stato pietoso, ma lei fu in grado di svolgere il proprio dovere senza
tirarsi indietro e non distolse lo sguardo neanche per un attimo. Poi,
quando andaste a Yugawara e la moglie di Gorō ti chiese di dare un
ultimo saluto alla salma, Chikashi intervenne e disse che era meglio
evitare, anche se il volto di Gorō era stato rimesso abbastanza a
posto e restituito alla sua usuale bellezza. Nessuno è in grado di
capirti come Chikashi, lei sa che in certe situazioni tendi a
impressionarti facilmente… A un certo punto mi ha detto – cercherò
di ripeterti le sue precise parole: “Allo stato attuale non credo che
mio marito sia nelle condizioni mentali idonee per venirmi a trovare
in ospedale. Da quando ha smesso di lavorare al ‘romanzo
dell’annegamento’ e non ha progetti lavorativi in corso, è sempre
molto nervoso, perde subito il controllo e ha chiamato stupido suo
figlio per ben due volte. Non ci sono scuse per il suo
comportamento, ha davvero esagerato. Maki è molto arrabbiata e io
continuo tuttora ad aver paura che possano litigare. In parte è anche
per questo che ho insistito perché lui e Akari andassero insieme
nello Shikoku, nella speranza che mio marito fosse serio quando mi
ha detto che avrebbe preso l’iniziativa e rimesso le cose a posto.
Soprattutto per quell’uomo, più che per Akari, la rappacificazione con
il figlio è una priorità assoluta”… Kogii, ti confesso che sapere che
Unaiko e Ricchan sono alla Casa nella foresta con te e Akari mi fa
sentire meglio e mi rassicura molto. Come ho già avuto modo di dirti,
ritengo che Unaiko sia un genio, è una donna in gamba e ho una
gran fiducia in lei. Non sto parlando di cultura, livello d’istruzione e
quoziente d’intelligenza, sia chiaro; secondo me ha qualcosa di
unico, e non solo in materia di teatro, dove certamente sa il fatto
suo. Ha un dono speciale, quello di saper riflettere a fondo sulle
cose, in modo originale e senza farsi influenzare da nessuno, e sono
pronta a scommettere che questa sua caratteristica porterà presto
grandi benefici al rapporto tra te e Akari. Sono sicura che la sua
influenza su di te sarà estremamente positiva, e vedrai che alla fine
dovrai darmene atto. Sarà per te un’importante pietra di paragone,
uno stimolo, in virtù della sua fede assoluta nelle proprie idee. E
ovviamente potrai contare anche su Ricchan, un’altra donna
eccezionale, che non ha le ambizioni di Unaiko e che per questo, a
volte, è in grado di garantire una generosità e una profondità di
sentimenti senza pari.»

3.

Dopo l’episodio alla Guaina, il legame tra Akari e Unaiko si fece


ancora più solido, e di conseguenza anche Ricchan si avvicinò
sensibilmente a mio figlio. Erano spesso insieme, tutti e tre, a
formare un simpatico e rassicurante gruppetto, anche se Akari era
piuttosto taciturno. Le attività che fino a poco prima lui svolgeva nella
zona living – ovviamente quando non erano in corso le prove del
Caveman Group – ora avevano luogo perlopiù nella stanza che le
due donne condividevano al pianterreno: controllare con attenzione
maniacale le pagine dei programmi radiofonici di musica classica in
varie riviste, ascoltare i CD e la musica alla radio e altro ancora. Tra
le pareti di quella grande stanza, che tra l’altro fungeva anche da
camera da letto di Unaiko e Ricchan, Akari si sentiva più che mai al
sicuro perché sapeva che non avrei mai osato metterci piede (faceva
parte di una sorta di tacito accordo tra noi abitanti della casa). Mio
figlio stava concretizzando la volontà di non condividere mai più una
sola nota musicale con me.
Di lì a breve si presentò la necessità di andare in ospedale a
Tōkyō a ritirare le medicine di Akari per il mese successivo. Per puro
caso, Akari ascoltò la conversazione telefonica con Maki in cui
proponevo di delegare qualcuno in sua vece, e, quando lei mi
richiamò il mattino successivo, lui si fece vivo all’improvviso e chiese
che, nel caso in cui il compito di ritirare le medicine fosse stato
affidato a qualcuno della Casa nella foresta, costui passasse anche
da Seijō per prendere alcuni suoi CD. Per una fortuita coincidenza,
poco dopo la richiesta di Akari, Unaiko e Ricchan dovettero recarsi a
Tōkyō per un impegno di lavoro, e così nessuno fu costretto a
raggiungere la capitale apposta per le medicine e i CD.
La notizia del successo riscosso da Unaiko all’Anfiteatro della
valle e a Matsuyama si era diffusa in lungo e in largo negli ambienti
teatrali di tutto il Giappone grazie al passaparola. Evidentemente,
qualche importante personalità del settore si era interessata a lei e
voleva offrirle la possibilità di presentare la sua proposta alle grandi
platee di Tōkyō. Alcuni produttori e registi teatrali, i cui nomi mi
erano ben noti, erano alla ricerca costante di rappresentazioni
innovative e ambiziose, e avevano contattato Unaiko per un incontro
e per parlare nello specifico del metodo di Lanciando cani morti.
Naturalmente Asa era ancora a Tōkyō per assistere Chikashi
durante la lunga fase di convalescenza dopo l’intervento chirurgico,
ed è inutile dire che Unaiko e Ricchan non vedevano l’ora di
condividere con lei i nuovi sviluppi. Inoltre sapevo che Ricchan, che
negli ultimi tempi era la persona che conosceva meglio di chiunque
altro lo stato molto precario del mio rapporto con Akari, sperava di
chiedere di persona a Chikashi alcune informazioni relative alla
routine quotidiana di nostro figlio. Ed ero rassegnato al fatto che un
loro incontro ravvicinato avrebbe contribuito inevitabilmente a
mettermi in cattiva luce (anche in conseguenza del mio recente stile
di vita alla Casa nella foresta) e a sottopormi una volta di più alle
dure e schiette critiche di mia moglie.

4.
Di recente Unaiko è al settimo cielo grazie alle sue nuove
conoscenze nel mondo del teatro e impiega le sue giornate a correre
da una parte all’altra di Tōkyō facendo cose importanti e costruttive:
vedere spettacoli, assistere alle prove, incontrare gente. Ha deciso
di restare qui ancora un po’, ma Ricchan tornerà a breve alla Casa
nella foresta e potrà riferirti di persona tutti i dettagli sulle condizioni
di tua moglie.
Non c’è ancora niente di certo, ma pare esista la possibilità che
Unaiko partecipi a un’importante produzione presso un grande teatro
di Tōkyō. Tra l’altro le avrebbero chiesto esplicitamente di recitare
secondo il suo metodo, senza rinunciare all’approccio sperimentale.
È incredibile. Chi se lo sarebbe mai aspettato? Naturalmente
Ricchan è coinvolta in prima persona nel progetto e continua a
impegnarsi a fondo per aiutare Unaiko a raggiungere il successo. In
questi giorni avere la possibilità di parlare a lungo con lei mi è stato
molto utile, e inoltre ha anche avuto modo di incontrare Maki e
discutere di vari dettagli sullo stato di salute di Akari. È per me un
sollievo enorme sapere che una persona così attenta e scrupolosa si
occupi di te e di tuo figlio mentre siete nella valle.
Le volte in cui Maki mi dà il cambio in ospedale e torno a casa a
Seijō per riposare, Unaiko e Ricchan sono sempre lì ad aspettarmi, a
qualsiasi ora, e spesso attingiamo alle riserve del tuo mobile bar
mentre chiacchieriamo fino a notte fonda. Mi permetto di dire che
forse le nostre discussioni su di te come scrittore lasciano
intravedere nuove e importanti strade, perciò tenterò di ricostruirne
almeno una qui di seguito, così, senza pretese particolari.
Unaiko ha cominciato a parlare di te e dei tuoi romanzi in termini
generali. Poi Ricchan ha iniziato a dire pian piano la sua e, fatto
insolito per lei, ha preso per un po’ le redini del discorso. In linea con
il metodo del «Lancio dei cani morti», abbiamo registrato l’intera
conversazione; pertanto, sono in grado di offrirti una ricostruzione
abbastanza fedele della lunga serata.
«Fino a non molti anni fa», ha esordito Ricchan, «sapevo poco o
niente di Chōkō Kogito, non avevo letto nessuno dei suoi libri.
All’epoca in cui lavoravo part-time qui a Tōkyō facendo vari lavoretti
in ambito musicale, mi capitò una collaborazione di una sola serata
in occasione di una performance di una nuova compagnia teatrale.
Quella sera ebbi modo di incontrare una giovanissima attrice, che
non faceva ancora parte del gruppo in pianta stabile e lavorava
presso una comune ditta, e rimasi subito affascinata dal suo grande
carisma. Naturalmente sto parlando di Unaiko, è ovvio… Dopo un
po’ fummo invitate entrambe a far parte della compagnia in via
definitiva, e così lavorare per il Caveman Group diventò la nostra
occupazione a tempo pieno. Anai Masao era il leader e il fondatore,
tutti lo seguivano con entusiasmo e passione. A un certo momento
ebbe l’idea di portare in scena i romanzi di Chōkō Kogito, facendone
così il motivo dominante di tutta la sua produzione teatrale. Di
conseguenza anche io, come tutti i membri della compagnia, entrai
in contatto con il mondo di Chōkō Kogito e dei suoi libri su base
regolare, ma devo dire che non ne ero attratta più di tanto: quello
che scriveva non mi voleva proprio entrare nella testa. E anche per
Unaiko era più o meno lo stesso. Va detto che quando noi e gli altri
attori del Caveman Group siamo nati, forse i migliori anni di Chōkō
Kogito come scrittore erano già passati, o quasi. Noi tutti, chi più chi
meno, abbiamo cominciato ad avvicinarci alla letteratura giapponese
contemporanea quando avevamo diciotto o diciannove anni, forse
anche un po’ dopo, e comunque tendevamo a leggere soprattutto
autori della nostra generazione, per cui era praticamente impossibile
che ci interessassimo ai romanzi di Chōkō Kogito, perlomeno non di
nostra iniziativa. Lo sentivamo troppo lontano da noi… Quando ho
incontrato per la prima volta Masao, Unaiko e gli altri, tutti
consideravano Chōkō Kogito un autore sì moderno, ma non certo
contemporaneo, anche se qualcuno trovava interessante quel
sentimento un po’ nostalgico e rétro che pervade molti suoi lavori,
quella strana discrepanza con il presente. All’inizio Unaiko non
voleva proprio saperne, le ci sono voluti diversi anni prima di
apprezzare il mondo di Chōkō Kogito e di potervisi immergere. È
accaduto esattamente quando abbiamo iniziato a lavorare
all’adattamento de Il giorno in cui lui mi asciugherà le lacrime, un
testo nei cui confronti Unaiko era molto critica e scettica… E invece
guardatela adesso, è diventata una fan sfegatata di Chōkō Kogito,
forse anche più dello stesso Masao! Quando ci penso, mi rendo
conto di essere molti passi indietro rispetto a lei, in tutto quello che
facciamo, ma alla fine anch’io ho iniziato a leggere con interesse e
passione i libri di Chōkō Kogito.»
«No, non è vero, per me è stato più o meno lo stesso, solo che ho
iniziato un po’ prima», ha ammesso Unaiko in tutta onestà.
Kogii, sono rimasta molto sorpresa quando ho saputo che Ricchan
e Unaiko si sono avvicinate solo di recente ai tuoi romanzi.
Comunque, a quel punto ho citato un articolo che avevo letto in una
rivista di teatro e in cui venivano presentate nuove compagnie.
L’autore scriveva che Anai Masao aveva iniziato ad adattare i tuoi
lavori per il palcoscenico abbastanza presto, fin dagli esordi della
sua carriera, ma sottolineava che il Caveman Group ha cominciato a
riscuotere un certo successo solo grazie all’apporto creativo di
Unaiko. Al che, annuendo, Ricchan ha commentato: «Sono
completamente d’accordo. Lo stile recitativo e il metodo di Unaiko
sono molto diversi rispetto a quelli di Masao, e credo proprio che in
questa differenza risiedano tutta l’originalità e la straordinarietà del
teatro di Unaiko».
«Sì, è così, confermo appieno!» ha esclamato allora Unaiko.
«Stasera Ricchan mi sembra in gran forma, perciò lascerò che sia lei
a spiegare come e perché ho cambiato idea e ho trovato la mia
nuova strada… Prego, Ricchan.»
«Dunque, per quanto ne sappia», ha proseguito Ricchan,
riprendendo la parola, «il grande cambiamento di Unaiko e la sua
“conversione” in accanita seguace di Chōkō Kogito non sono
avvenuti esattamente quando ha cominciato a leggere i suoi
romanzi. Un giorno, se non ricordo male, si è imbattuta in qualcosa
che Chōkō Kogito aveva scritto a proposito della definizione di
Edward W. Said di late works e ne è rimasta folgorata, e questo ha
favorito l’inizio della sua metamorfosi. Ha fatto una fotocopia della
pagina in questione e l’ha fissata alla parete davanti alla sua
scrivania. Ricordo che è venuta da me con occhi pieni di entusiasmo
e mi ha detto: “Ricchan, questa citazione di Said è fantastica,
sconvolgente”. Sintetizzando, Said affermava che quando un vero
artista comincia a invecchiare, quella sorta di maturità e armonia che
sopraggiungono inevitabilmente con gli anni possono anche risultare
controproducenti e causare confusione e conseguenze catastrofiche,
che poi si manifestano negli ultimi lavori… A mio modesto parere,
credo che per un autore anziano possa rivelarsi molto proficuo
tentare di superare una situazione catastrofica solo con le proprie
forze, e se per caso la sua crisi dovesse trasformarsi nella principale
fucina in cui si forgiano i suoi ultimi lavori, allora penso che sia
addirittura meglio. Uno dei vantaggi dell’essere vecchi non è forse la
libertà di inoltrarsi senza più nulla da perdere nella tempesta degli
ultimi lavori della vita? Eppure non posso evitare di pensare che
d’altra parte fosse sbagliato per una donna di trent’anni come Unaiko
farsi eccessive illusioni e sperare che una persona molto più anziana
di lei si gettasse a capofitto verso la catastrofe… Ma ora Chōkō
Kogito ha abbandonato il “romanzo dell’annegamento” e si è
trasferito per qualche tempo con Akari alla Casa nella foresta, e
sono molto contenta di vedere con quanta facilità Unaiko sia in
grado di condividere del tempo con entrambi. La sua reazione
quando Akari ha avuto la crisi epilettica mi ha colta di sorpresa. Ho
pensato: “È incredibile, finalmente sta cambiando”. Nel senso che
per la prima volta ho avuto la sensazione che fosse diventata molto
più umana e indulgente.»
«Ricchan, le tue parole mi fanno comprendere quanto io sia stata
pretenziosa ed egoista nei tuoi confronti», ha detto in tono solenne
Unaiko, con una modestia insolita per i suoi standard.
«No, ma che dici?» ha subito ribattuto Ricchan. «Io ti devo
moltissimo, Unaiko. Mi sono sempre affidata a te in tutto e per tutto e
vorrei continuare ad andare avanti così, se è possibile. Non posso
immaginare la mia vita in nessun altro modo.»
Mi sembrava molto sincera, ma non nego che nelle sue parole ho
percepito anche un pizzico di affettuosa canzonatura. Ricchan è una
donna eccezionale, mi trasmette una grande sicurezza e so che
potrò contare molto su di lei. Sono sempre più convinta di aver fatto
la scelta giusta a unire le mie forze con le sue e quelle di Unaiko.
Allo stesso tempo ho provato una sensazione estremamente
rincuorante, che per me ormai è quasi una certezza: Unaiko non è
più soltanto una donna di teatro ambiziosa e geniale, ma anche – e
questo assume un’importanza ancora più grande per me e Ricchan
– una persona sempre più completa, matura e sensibile.
La conversazione è andata avanti e a un certo punto ho posto la
seguente domanda: «Unaiko, c’è una cosa che avrei voluto chiedere
a Masao, ma ci terrei ad ascoltare anche il tuo punto di vista. Fino a
oggi il Caveman Group ha tratto una buona parte della sua
ispirazione dai romanzi di mio fratello e, mentre eravate in attesa che
portasse a termine il suo probabile “ultimo lavoro”, il cosiddetto
“romanzo dell’annegamento”, avevate in mente di combinare la sua
opera omnia con la tragica storia dei giorni in cui nostro padre perse
la vita nel fiume in piena. Avete persino registrato alcune interviste,
con l’intenzione di servirvene come materiale per il vostro progetto.
Ora, quello che mi chiedo è: tu e Masao come pensavate di adattare
il romanzo di mio fratello, se mai fosse venuto alla luce, al peculiare
metodo teatrale del Caveman Group? O meglio, come avreste fatto
a riplasmare il romanzo al fine di renderlo adatto al “lancio dei cani
morti”, che ormai è diventato il vostro marchio di fabbrica e vi sta
garantendo un successo inaspettato?».
«Prima di tutto», ha risposto Unaiko, «quelle interviste iniziali
rappresentavano solo una sorta di lavoro preliminare, giusto per
carburare. Stavamo cercando di farci un’idea generale sul “romanzo
dell’annegamento” e sulle intenzioni di tuo fratello, in modo da
cominciare a pensare a diverse soluzioni per l’adattamento teatrale.
Ma, come ti dicevo, eravamo solo in una fase iniziale e non c’era
ancora niente di definitivo. L’idea di partenza era che Masao e io
restassimo in agguato intorno alla Casa nella foresta e osservassimo
Chōkō Kogito mentre era assorto nel processo di scrittura.
Naturalmente tu, Asa, eri già a conoscenza di questo e di altri
dettagli. Speravamo anche di creare una certa sinergia tra lo stile
usuale di Masao e il mio approccio alla Lanciando cani morti,
ovviamente con l’aiuto e la partecipazione attiva di tuo fratello. Alla
fine avremmo provato a combinare al meglio i due elementi in un
dramma unitario e coeso. Ma eravamo ancora in una fase poco più
che embrionale e le uniche idee concrete riguardavano soltanto la
prima e l’ultima scena… La prima scena avrebbe dovuto riguardare
né più né meno qualcosa che avevamo appreso direttamente da tuo
fratello: il sogno ricorrente che fa da circa sessant’anni a questa
parte… È sera, vostro padre è seduto di spalle nella sua piccola
barca a remi, illuminato dalla luna e con sullo sfondo il fiume in
piena. Intanto una sorta di coro formato da attori presenti in scena
declama la storia di un ragazzino che lotta per raggiungere la barca
del padre, mentre l’acqua fredda e torbiba del fiume gli arriva fino al
petto. Sospeso sul palco, in alto, Kogii osserva con attenzione lo
svolgersi dell’azione… Anche l’idea per l’ultima scena ha origine da
qualcosa che ci ha detto tuo fratello. Avevamo pensato di evocare
sul palco l’immagine di chiusura del “romanzo dell’annegamento”: io
e gli altri attori avremmo letto ad alta voce le parole finali
direttamente dal libro. E quelle parole avrebbero suggerito i pensieri
che attraversavano la mente di vostro padre mentre stava per
annegare. Al che tutti noi saremmo stati risucchiati nel vortice,
mentre il pupazzo di Kogii ci guardava dall’alto… È chiaro che si
trattava solo di ipotesi, visto che non avevamo la più pallida idea di
come il romanzo si sarebbe sviluppato e di come le varie scene si
sarebbero dipanate una dopo l’altra. In tutta sincerità avevo la netta
sensazione che l’unico elemento che fluttuava nella mente di tuo
fratello fossero i versi di Eliot, nella traduzione in giapponese di
Fukase Motohiro…»
A quel punto Unaiko si è ammutolita ed è sprofondata in un
pensieroso silenzio, e allora ho ricordato all’istante i versi di Eliot. E
immagino che la stessa identica cosa stia accadendo anche a te,
Kogii, mentre leggi questo mio fax…
Una corrente sottomarina
Gli spolpò le ossa in bisbigli. Come affiorava e affondava
Traversò gli stadi dell’età matura e della giovinezza
Entrando nel vortice.

5.

Il giorno dopo la lunga conversazione notturna di cui ti ho parlato


nello scorso fax, Ricchan è venuta in ospedale per dire arrivederci a
Chikashi, e questo mi ha permesso di appisolarmi per un po’ su una
sedia. Mentre sonnecchiavo, a quanto pare Chikashi le ha parlato
dei tuoi “ultimi lavori”, e dopo Ricchan mi ha fornito un resoconto
dettagliato della loro conversazione. Proverò a scrivere qui di seguito
tutto ciò che ricordo, in forma di dialogo diretto.
«Chōkō era tornato nella foresta dello Shikoku apposta per
scrivere il “romanzo dell’annegamento”, e invece lo ha abbandonato
forse per sempre. Fa lo scrittore praticamente da tutta la vita, ma ha
rinunciato a quello che doveva essere il suo lavoro finale con troppa
facilità. Anche se il progetto è stato accantonato, resta pur sempre il
fatto che Chōkō vivrà ancora per alcuni anni, e dunque dovrà volente
o nolente affrontare la questione del suo “ultimo lavoro”. Quando mio
fratello Gorō è morto in quel modo assurdo, molti suoi colleghi hanno
dichiarato che probabilmente i suoi film migliori li aveva già realizzati
e che forse la sua carriera era comunque prossima al tramonto. E
invece io sono convinta che se non fosse morto avrebbe continuato
a fare altri film di ottimo livello. Mio marito non si è mai espresso più
di tanto sui lavori di Gorō, ma esiste una registrazione di una sua
lezione quando insegnava all’università libera di Berlino in cui ne
parla diffusamente. Ho ascoltato e riascoltato quella cassetta
un’infinità di volte… Chōkō inizia dicendo che negli ultimi anni di vita
Gorō tendeva a non prendere molto sul serio le interviste con i
giornalisti giapponesi, mentre si comportava in modo molto diverso,
se non del tutto opposto, quando si imbatteva negli appassionati
studiosi e cinefili che incontrava durante i suoi viaggi di lavoro in giro
per il mondo. Poi dice di aver letto molti articoli di giornale su Gorō in
inglese e in francese, e di aver chiesto ad alcuni suoi studenti a
Berlino di reperire anche articoli in tedesco e riassumerli in un’unica
relazione scritta, in inglese. Sulla base dei risultati di tale lavoro,
conclude che di certo Gorō avrebbe girato altri film, se solo non
avesse lasciato questo mondo prematuramente. Ricordo a memoria
le ultime parole di mio marito alla fine di quella lezione: “Perché mai
Hanawa Gorō si è suicidato quando aveva ancora tanto da dire? Vi
confesso che non ho alcuna risposta”… Mio marito non si dà mai il
tormento per qualcosa senza motivo. Ultimamente, per esempio, sta
tentando di ricostruire il suo rapporto con Akari. E anche se ora è
molto giù di morale e non se la sente di scrivere, so che in un modo
o nell’altro ritroverà la via della scrittura e una maniera per realizzare
il suo “ultimo lavoro”, di qualunque cosa si tratti. Non sono affatto
d’accordo con chi sostiene che la rinuncia al “romanzo
dell’annegamento” sia per lui un motivo di sollievo più che di
delusione.»
Kogii, spero con tutto il cuore che prenderai le parole di Chikashi,
pronunciate poco dopo il difficile intervento chirurgico, come uno
stimolo per risollevarti e affrontare al meglio gli ultimi importanti
lavori della tua vita.
Ora voglio condividere con te un’altra questione che mi è stata
riferita da Ricchan. In questi giorni, come forse ti ho già detto,
Ricchan è stata di grande aiuto anche per Maki: a parte le volte in
cui ha dovuto seguire Unaiko per alcuni impegni di lavoro, è rimasta
quasi per tutto il tempo a Seijō per dare una mano in casa. Lei e
Maki sono persone molto discrete e tranquille, ma entrambe sono
propense a parlare chiaro e a dare voce alla verità tutte le volte che
se ne presenta la necessità, anche in situazioni non facili, quando
sarebbe cioè molto più semplice tenersi tutto dentro. Questo per dirti
che si sono trovate subito bene, come se si conoscessero da tempo.
Del resto, se così non fosse stato, dubito che Maki le avrebbe detto
quanto sto per riferirti…
«Mia madre si rendeva perfettamente conto che mandare mio
padre e Akari alla Casa nella foresta, nella situazione attuale,
avrebbe rischiato di creare seri problemi a te e a Unaiko, eppure lo
ha fatto. Credo che abbia optato per una tale scelta anche e
soprattutto perché non era molto convinta di superare l’intervento, e
inoltre si sentiva a disagio all’idea di avere intorno mio padre e mio
fratello in un momento del genere. Prima di essere ricoverata ha
cercato di mettere a posto diverse cose in sospeso ed è stata molto
chiara sul fatto che preferiva non ricevere visite in ospedale da parte
di entrambi. Penso che in fondo li abbia mandati nello Shikoku come
per costringerli a trovare un modo per continuare a vivere insieme
dopo la sua eventuale scomparsa. Sperava con tutta sé stessa che
condividere del tempo nella valle tra la foresta li avrebbe aiutati…
Quando ho accompagnato mio padre e Akari in aeroporto, e ho
incontrato mia zia Asa in arrivo dallo Shikoku, ho avuto la
sensazione che mio fratello fosse ben conscio della situazione di
nostra madre e del fatto che non era scontato che guarisse.
Sembrava confuso e depresso, tanto che mi è venuto spontaneo
dirgli: “Non preoccuparti, mamma tornerà a casa a inizio maggio”. È
stato più forte di me, non riuscivo a vederlo in quello stato, anche se
ero consapevole che quelle parole rischiavano di rovinare i piani di
mia madre. Come c’era da aspettarsi, lui ha risposto dando fondo al
suo inimitabile senso dello humour, e proponendo una variazione di
una delle frasi contenute nel volumetto Le mie parole: “Davvero, è
sicuro? Tornerà a inizio maggio? Sì, ma anche se tornerà, in questo
momento è morta! Mamma è veramente morta!”.»
Kogii, mi viene in mente uno dei termini che ti sono più cari:
«rinascita». Non c’è forse l’essenza di questa straordinaria parola
alla base di ciò che Akari dice nel volumetto che raccoglie alcune
sue citazioni?
10.
Un ricordo, alias la rivisitazione di un sogno

1.

Quando Unaiko si vide offrire l’opportunità di una collaborazione di


un mese come guest performer di un noto teatro di Tōkyō, di gran
lunga più importante dei piccoli posti dove era abituata a esibirsi,
accettò senza pensarci due volte. Al che Ricchan, non avendo molto
altro da fare, lasciò la capitale nel giro di pochi giorni e fece ritorno
nella valle dello Shikoku.
Il primo compito al quale Ricchan si dedicò dopo il rientro alla
Casa nella foresta fu riorganizzare la stanza al pianterreno che
condivideva con Unaiko in modo da creare uno spazio esclusivo per
Akari. Mio figlio non perse tempo e si insediò molto volentieri nel suo
nuovo rifugio diurno, subito impegnato a mettere a posto i CD che
Ricchan gli aveva portato da Tōkyō. Dopo aver trascorso circa
mezza giornata ad allinearli su uno scaffale secondo il suo
particolare metodo di classificazione, iniziò ad ascoltare un brano da
ciascun compact disc, a cominciare da un pezzo per chitarra di Astor
Piazzolla.
Nel frattempo Ricchan salì al piano di sopra per fare le pulizie
nella mia camera da letto/studio. Senza smettere di lavorare
neanche per un attimo, mi riferì della conversazione con Chikashi
nel giorno in cui era andata a salutarla in ospedale prima del ritorno
nella valle, anche se era al corrente del fatto che Asa mi aveva già
fornito un sostanzioso resoconto di quello che lei e mia moglie si
erano dette. A un certo punto, mentre era intenta a raccattare le
lenzuola, le federe e i pigiami da lavare, notò l’audace fotografia di
scena di Unaiko, che tenevo esposta sul ripiano della libreria dove
erano allineati i grandi dizionari, e la spostò in una posizione meno in
vista. Poi mi disse che aveva riscontrato che Chikashi nella stanza
d’ospedale aveva una sola fotografia, in cui era ritratto Gorō, e
precisò che si trattava della copertina di un libro posizionato in
verticale sul tavolino accanto al letto.
«Sono trascorsi dieci anni dalla morte di Gorō», dissi, «e
finalmente comincia a essere pubblicato qualche libro, ora che gli
echi scandalistici provocati dalla stampa si sono placati. Dopo la sua
tragica scomparsa, i giornali sembravano fare a gara per infangare il
suo nome. La fotografia che lo ritrae sulla copertina di quel libro
credo sia stata scattata da un giovane fotografo, un suo amico che io
non conoscevo. Chikashi sostiene che in quello scatto Gorō appare
insolitamente rilassato, lui che non amava essere fotografato anche
se il cinema era la sua vita.»
«Sì, certo… Forse sono stata un po’ invadente, ma mi sono
permessa di far notare a sua moglie che trovavo strano che non ci
fossero fotografie sue o di vostro figlio. Gliel’ho detto senza secondi
fini, in modo spontaneo, e ho anche precisato che la mia era pura e
semplice curiosità, eppure lei ha assunto un’espressione seria e ha
cominciato a riflettere, come se stesse soppesando la risposta da
darmi. Alla fine mi ha confidato che in realtà c’era una fotografia di
Akari che le piaceva molto – un ritratto in bianco e nero pubblicato
sulla copertina di un settimanale dopo il successo del suo secondo
CD –, solo che era troppo grande per pensare di esporla in ospedale.
E poi ha aggiunto, con una certa esitazione, che spesso ha notato
un particolare comune a quasi tutte le fotografie che ritraggono
ragazzi con malformazioni craniche: in foto, a suo avviso, quelle
diversità fisiche risultano enormemente enfatizzate. Ci ha tenuto a
precisare che forse la colpa è da attribuire sia ai fotografi sia ai
soggetti fotografati, di solito tutti troppo nervosi al momento dello
scatto. Invece nel ritratto sulla copertina di quella rivista – cito le
testuali parole di sua moglie – “Akari appare del tutto naturale e a
suo agio”. Mi ha anche parlato di una sua fotografia, scattata da
Hanawa Gorō quando eravate entrambi molto giovani, e l’ha
descritta come “una foto indimenticabile, anche se era venuta
malissimo”. Quando le ho detto che mi sarebbe piaciuto molto
vederla, sua moglie mi ha rivelato che in realtà è stata pubblicata
all’interno del suo romanzo Il bambino scambiato, nelle pagine in cui
lei racconta nel dettaglio le circostanze in cui fu scattata. Così,
mentre ero nella vostra casa di Seijō e aiutavo Maki a scegliere i CD
per Akari, sua figlia ha preso una copia di quel libro e me l’ha
regalata. Purtroppo non ho ancora avuto tempo di leggerlo, né tanto
meno di vedere la fotografia…»

2.

Mentre si trovava a Tōkyō, Ricchan era andata all’ospedale


universitario per ritirare le medicine di Akari e ne aveva approfittato
per riferire della crisi epilettica nella foresta e chiedere consigli. Le
avevano detto che non era il caso di aumentare il dosaggio dei
farmaci e che piuttosto bisognava essere sicuri che Akari facesse
moto a sufficienza. Per questo, al ritorno alla Casa nella foresta,
Ricchan si premurò di incrementare il programma di esercizio fisico
di Akari, basato essenzialmente su passeggiate e ginnastica di base.
Inoltre aggiunse una borraccia d’acqua alla «borsa di emergenza»
(fino a quel momento non faceva parte del kit), dopo di che lei e mio
figlio uscirono insieme e diedero il via al primo giorno del nuovo
allenamento.
Quella stessa mattina si fece vivo Daiō. La nostra conversazione,
anche in virtù dell’assenza delle dirette interessate, si orientò fin da
subito su un argomento teatrale alquanto controverso: Lanciando
cani morti.
«Da quando il campo di addestramento è stato smantellato»,
cominciò Daiō, «non ho più avuto contatti molto frequenti con i miei
ex allievi, ma devo dire che alcuni di loro si sono fatti strada e
occupano posti abbastanza importanti, sia nell’ambito
dell’amministrazione regionale sia altrove. In un modo o nell’altro mi
arrivano loro notizie, così come è probabile che a loro ne arrivino di
mie. A volte non si fanno scrupolo di chiedere il mio aiuto, soprattutto
quando ci sono problemi spinosi da risolvere… Guarda caso, giusto
qualche giorno fa si è presentato da me un tizio che è in contatto con
alcuni di quei ragazzi, un tipo che bazzica nel campo dei trasporti e
delle spedizioni. Dopo averci girato un po’ intorno, è venuto fuori che
lui e certi suoi amici sarebbero molto preoccupati a causa del teatro
di Unaiko… In riferimento al successo ottenuto a Matsuyama, il tizio
ha continuato a criticare il metodo di Unaiko e in particolare la
seconda parte della performance, quella che si basa sul dibattito e
sullo scontro finale e che, come tu stesso di certo saprai, ha
suscitato parecchia confusione nei dintorni. Insisteva nel dire che la
fazione che tentava di opporsi a Unaiko aveva sempre la peggio
nella battaglia del “lancio dei cani morti” e finiva inevitabilmente con
l’essere sepolta – ripeto le sue testuali parole – “da una marea di
cani morti”. Venendo al sodo, il tipo è convinto che l’approccio di
Unaiko sia parziale e ce l’ha a morte con tutti quelli che la
sostengono, compresi me e Asa. È chiaro che ha in mente qualcosa
di losco, e ci ha tenuto a dirmi che farei bene a tenermi alla larga da
voi e che non dovrei stare dalla vostra parte solo per via di vecchie
questioni di gratitudine nei confronti dei tuoi genitori… Come avrai
intuito, crede che dietro tutto questo ci sia soprattutto tu, Kogito, che
a suo dire avresti influenzato Unaiko e il suo modo di fare teatro. Ha
sottolineato che non ti facevi vivo da queste parti da un bel pezzo e
che, non appena hai rimesso piede nella valle, alla Casa nella
foresta è cominciato un pericoloso e insolito andirivieni di gente con
strane idee per la testa. È chiaro che parlava anche a nome di altri e
che può contare su una nutrita schiera di amici e compari
disseminati un po’ ovunque, gente che forse mi tiene d’occhio e a cui
non vado molto a genio… Non a caso il farabutto ci ha tenuto a
ricordarmi che da queste parti i conservatori sono in maggioranza e
influenzano anche gli ambienti dell’istruzione, e per dimostrarlo mi
ha persino sbandierato davanti agli occhi il biglietto da visita del
responsabile del consiglio scolastico regionale, puntualizzando che
sono molto amici. “I giornali di Matsuyama sono contro Chōkō Kogito
da sempre, lo sanno tutti”, ha continuato con una faccia tosta
incredibile. “Eppure lei, Daiō”, mi ha detto fissandomi con astio, “si è
messo dalla sua parte e ha fatto lega con quelle matte dei ‘cani
morti’. Si può sapere che cosa ha in mente?” Al che gli ho risposto:
“Il teatro del Caveman Group si basa molto sui romanzi di Chōkō
Kogito, ma Unaiko e le altre sono orientate verso cose più originali e
indipendenti. Quanto ad Asa, ha indubbiamente a che fare con
quelle ragazze e condivide le idee di Lanciando cani morti, ma è una
donna forte ed emancipata, e ha un modo di pensare e uno stile di
vita diversi da quelli del fratello. Quando la loro madre – la signora
Chōkō – era ancora viva, mi sono spesso schierato dalla sua parte e
contro Kogito. Ma ora, anche se Asa dovesse pensarla in modo
diverso, non ho nessuna intenzione di criticare Kogito e sono
sempre e comunque al suo fianco”… Man mano che la discussione
andava avanti, il tizio si mostrava via via più nervoso e alla fine è
esploso, rivelando fino in fondo quello che pensava: “È giusto
organizzare uno spettacolo antinazionalista e antipatriottico come
Lanciando cani morti in una scuola media? Che cosa volete
ottenere? Mi è stato risposto che l’auditorium della scuola locale è
noto in tutta la regione come rinomato esempio di architettura
moderna e che il numero degli studenti è in continuo calo, e che
perciò è giusto mettere una struttura del genere a disposizione della
cultura e di tutti, nel rispetto della libertà di espressione… Ma è
cultura quella di Lanciando cani morti? Non si sta esagerando? Io e
tutti quelli che la pensano come me non staremo fermi a guardare,
faremo sentire la nostra voce e difenderemo la nazione!”. Se non ho
capito male, Unaiko e Ricchan stanno lavorando a un nuovo
spettacolo ispirato al film girato qui nella valle con la collaborazione
di Asa e hanno in mente di metterlo in scena all’Anfiteatro. Ricchan,
a partire dai prossimi giorni, sarà sempre più impegnata, e Asa mi ha
chiesto espressamente di presentarle persone che abbiano avuto a
che fare con il film, ora che è a Tōkyō per occuparsi di tua moglie. La
sceneggiatura de La madre di Meisuke scende sul campo di
battaglia l’hai scritta tu, no? Perciò non è improbabile che il tizio dei
trasporti e la sua banda di reazionari, dopo che avranno assistito
all’adattamento teatrale di Unaiko – che di sicuro non sarà in linea
con le loro idee –, finiranno col prendersela con te. Asa è molto
preoccupata, Kogito, ecco perché mi ha chiesto di intervenire e fare
il possibile per aiutarti.»
«Daiō, suppongo che il tizio abbia parlato di antinazionalismo,
antipatriottismo e tutto il resto in riferimento all’adattamento di
Unaiko de Il cuore delle cose in versione Lanciando cani morti, e in
particolare alle critiche evidenti nei confronti del personaggio del
maestro. Effettivamente ne ho discusso parecchio, soprattutto con
Anai Masao, e non posso dire di essere estraneo alle critiche di quel
tizio e di quelli che la pensano come lui… Quando ho deciso di
abbandonare il “romanzo dell’annegamento”, Asa mi ha riferito che
sei stato molto contento, il che è comprensibile, data la tua profonda
lealtà nei confronti di nostra madre. E so anche che ti ha detto che
finalmente avremmo potuto rivederci e instaurare un buon rapporto
di amicizia, ora che la valigia di pelle rossa non costituiva più un
problema. Immagino sia per questo – correggimi se sbaglio – che
stai venendo alla Casa nella foresta quasi ogni giorno, dopo tutti
questi anni. Come di certo saprai, ultimamente ho riflettuto molto su
mio padre e sono quasi giunto alla conclusione che in realtà fosse
interessato alla letteratura e al folklore molto più che alla politica e al
nazionalismo. Del resto tu stesso hai cercato di farmelo notare in
diverse occasioni, parlandomi delle sue letture e delle sue ricerche
da autodidatta. Secondo me, mio padre non era un nazionalista…
Quando ho aperto la valigia di pelle rossa e ho trovato quei tre
volumi in inglese di The Golden Bough di James Frazer, li ho presi e
li ho portati con me a Tōkyō, e ho cominciato a leggerne poche
pagine per volta. Poi, a causa di problemi familiari di cui forse sei al
corrente, mi è passata la voglia e ho smesso. Ma da quando sono
tornato qui mi sento di nuovo pronto a riprendere la lettura di quei
volumi, stavolta dalla prima all’ultima pagina. Prima, però, voglio farti
una domanda… Per caso sai come mai mio padre ci tenesse così
tanto a quei libri, al punto da metterli in valigia nel giorno della
tentata fuga dalla valle?»
Daiō prese a fissarmi con un’intensità tale che fui costretto a
distogliere lo sguardo. Misi a fuoco il giardino alle sue spalle, dove
gli alberi avevano da poco cominciato a mettere le nuove foglie
primaverili: le gemme rosso vermiglio del melograno, il fogliame
verde chiaro della quercia konara… Di colpo ricordai che in
occasione di un precedente incontro con Daiō, che risaliva
addirittura all’epoca in cui Gorō e io frequentavamo il liceo a
Matsuyama, lui aveva negli occhi quella stessa luce radiosa. Poi
finalmente mi rispose, rendendo ancora più vivido quell’antico
ricordo.
«Io non conosco l’inglese», disse, «ma forse qualche idea sul
perché tuo padre fosse interessato a quei libri ce l’avrei… Mi
piacerebbe molto parlartene, solo che vorrei rifletterci un po’ meglio
e riorganizzare i pensieri. Spero non ti dispiaccia se rimandiamo alla
prossima volta.»
3.

Ora che Unaiko e Asa erano a Tōkyō, Ricchan si dava da fare


ancora più del solito. All’inizio non avevo un’idea molto chiara su
come i membri del Caveman Group se la cavassero dal punto di
vista economico, anche se ero al corrente del fatto che spesso gli
attori più giovani si cimentavano in lavoretti e collaborazioni part-
time. Riguardo alle spese settimanali per me e Akari, che
ovviamente gravavano sull’economia della casa, Asa mi aveva
avvertito fin da subito che avrei dovuto contribuire con una somma
fissa, alla quale aggiungevo sistematicamente un extra. Nel giorno
prestabilito depositavo il denaro in contanti in una biscottiera vuota,
che costituiva più che altro un elemento d’arredo al centro del tavolo
della sala da pranzo. Quando sollevavo il coperchio al principio della
settimana, all’interno trovavo sempre tanto di scontrini e ricevute e
poche banconote e monete avanzate dalla settimana precedente.
Dal momento che Ricchan assisteva me e Akari in diversi modi, le
proposi di accettare un compenso simile a quello che corrispondevo
a Daiō, ma lei rifiutò categorica e disse semplicemente di ridiscutere
la questione dopo il ritorno di Asa. Il fatto è che mi sentivo molto a
disagio nei suoi confronti, perché non solo si occupava delle
faccende domestiche e dei pasti, ma anche di Akari, tutti i giorni.
Come se non bastasse, mentre a Tōkyō Unaiko era impegnata nel
ruolo di guest performer di un noto e grande teatro, Ricchan doveva
assolvere ai numerosi compiti di ordine organizzativo e
amministrativo che riguardavano tanto il Caveman Group quanto il
nuovo progetto teatrale. Era una donna molto riservata e tendeva a
non sbilanciarsi, ma riuscii a sapere che Unaiko era stata scritturata
all’ultimo momento per rimpiazzare una famosa attrice che aveva
avuto dei problemi. Non c’erano dubbi, Ricchan era una persona
eccezionale come poche, una lavoratrice indefessa e dotata di
numerosi talenti. Perlomeno poteva contare sull’aiuto di Daiō, sia
dentro casa sia soprattutto nei compiti di manutenzione esterna ai
quali lei stessa gli chiedeva di provvedere.
Tuttavia, per quanto fosse indaffarata con varie incombenze,
Ricchan non trascurava mai di badare ad Akari. Aveva preso molto a
cuore il suo programma di riabilitazione e, a meno che non piovesse,
lo accompagnava tutti i giorni alla Guaina e lo assisteva come una
personal trainer nel tentativo di rafforzare il tono muscolare della
zona intorno alla vertebra fratturata. Durante le sessioni di esercizi
all’aperto, Akari era libero di ascoltare la musica che voleva, anche
ad alto volume, ed era fin troppo evidente che quelle ore di
lontananza da me gli facessero un gran bene, affrancato dalla
tensione opprimente di dover condividere lo spazio vitale con un
genitore con il quale non c’era più intesa.
Le giornate di Ricchan erano piene fino all’inverosimile, ma la sua
efficienza aveva dell’incredibile e riusciva persino a trovare il tempo
per fare ricerche sul campo e raccogliere testimonianze sul folklore
locale intervistando le persone che abitavano lungo la riva del fiume
e nella zona dei Confini. Lei era restia a parlarmene in prima
persona, ma ci pensò Daiō a mettermi al corrente del fatto che quel
lavoro di ricerca faceva parte del nuovo progetto del gruppo di
Lanciando cani morti: una performance teatrale indipendente a
opera di Unaiko, la stessa Ricchan e mia sorella Asa.
A quanto pareva, Ricchan era impegnata a incontrare persone
coinvolte nella sfortunata produzione cinematografica alla quale
aveva collaborato in modo determinante Asa, La madre di Meisuke
scende sul campo di battaglia. Daiō mi riferì con assoluta certezza
che il nuovo progetto di Unaiko e Ricchan consisteva nel tentativo di
adattare per la scena la storia delle due famose insurrezioni
contadine che avevano avuto luogo nella valle durante la
Restaurazione Meiji, soprattutto la seconda, ricorrendo al peculiare e
ormai rodato metodo teatrale del “lancio dei cani morti” e
intrecciando fatti storici e leggende popolari. Aggiunse che
speravano di utilizzare la sceneggiatura che avevo scritto per il film
sulla madre di Meisuke, grande eroina locale, come guida e fonte di
ispirazione.
Quando Ricchan venne a sapere che Daiō mi aveva spifferato più
o meno tutto sul nuovo progetto, decise di rivelarmi perché avevano
deciso di tenerlo il più possibile segreto. In realtà le ragioni dietro
quell’alone di riservatezza erano due e me le spiegò in modo
davvero esauriente, anche se con la solita parsimonia verbale e
andando dritto al sodo. Ragione numero uno: Asa era d’accordo nel
coinvolgermi in maniera attiva nel progetto e aveva promesso di fare
il possibile per convincermi. Tuttavia, in considerazione della
complessità a dir poco avvilente della situazione che stavo vivendo
(a parte i postumi delle «grandi vertigini», dovevo affrontare la grave
malattia di mia moglie e le enormi difficoltà nel rapporto con mio
figlio), aveva suggerito che fosse meglio aspettare qualche tempo
prima di sondare la mia opinione. Ragione numero due: Unaiko era
intenzionata a mettere in scena un dramma ispirato a un evento
particolare della sua storia personale, al quale sovrapporre il
racconto delle mitiche insurrezioni contadine della valle. Difatti
Ricchan, nell’ambito della fase preparatoria, era stata diverse volte
alla biblioteca di Honmachi per visionare materiali d’archivio
riguardanti le rivolte, e intanto aveva iniziato a condurre una serie di
interviste con le donne locali che avevano preso parte alle riprese de
La madre di Meisuke scende sul campo di battaglia.
Dopo quella schietta e serena rivelazione, non c’era più alcun
motivo per continuare a tenermi all’oscuro dei fatti, e di conseguenza
il lavoro sul campo di Ricchan diventò un argomento di
conversazione molto frequente intorno alla tavola imbandita della
Casa nella foresta. Una sera Akari, che aveva continuato a meditare
su chissà cosa ed era rimasto in silenzio per tutta la durata della
cena, di colpo si alzò risoluto dalla sedia e si diresse in camera sua
al piano di sopra. Dopo qualche minuto tornò giù stringendo tra le
braccia un oggetto piatto e rettangolare di grandi dimensioni rivestito
con una stoffa blu, che di primo acchito sembrava un lussuoso
album di fotografie o qualcosa del genere (Maki aveva selezionato
alcuni suoi effetti personali e glieli aveva spediti da poco, incluso
quello strano album confezionato a mano).
«Ecco qua!» annunciò fiero e soddisfatto, mostrando il grande
album. «Dentro c’è anche lo spartito della Sonata per pianoforte
Opera 111.» Non aveva nessuna intenzione di rivolgersi a me in
modo diretto, e perciò aveva scelto quel modo ambiguo e velato per
esortarmi a illustrare il contenuto di quell’oggetto a Ricchan. Subito
dopo aggiunse: «Questo me l’ha dato la signora Sakura Ogi
Magarshack!».
«Ma certo», dissi io senza indugio, «quella è la copia rilegata della
sceneggiatura che Sakura ti regalò per festeggiare la fine delle
riprese, quando ti restituì lo spartito di Beethoven che le avevi
prestato per la colonna sonora.»
Intanto Akari aveva allungato il grande album blu a Ricchan e,
quando lei lo aprì, i fogli dello spartito musicale scivolarono fuori
dalle pagine e caddero sul pavimento. Con un movimento
insolitamente agile e veloce, Akari si piegò e li raccolse uno a uno,
segno evidente che il recente esercizio fisico per rafforzare la
muscolatura della schiena cominciava a dare ottimi risultati. Dopo
aver riordinato i fogli nella giusta sequenza, li restituì a Ricchan.
«Tutte le persone che hanno partecipato in qualità di comparse
alle scene girate alla Guaina raccontano che la musica risuonava
magicamente tutt’intorno. Alcune donne che lei ha intervistato», dissi
rivolgendomi a Ricchan, «hanno sottolineato che ascoltare Sakura
Ogi Magarshack recitare con passione il monologo finale con la
musica di Beethoven in sottofondo è stata un’esperienza sublime, il
momento clou di tutte le riprese.» Mi fermai per un attimo e Ricchan
annuì con un cenno del capo. «Fu proprio Sakura ad avere l’idea di
utilizzare quella sonata, anche se le riportava alla mente ricordi
spiacevoli. Conosceva il titolo esatto, ma Akari la aiutò a reperire
una registrazione dell’esecuzione specifica che intendeva usare.
Ricordo che rimase molto impressionata. Akari indicò la lunghezza
esatta dei passaggi da includere nella colonna sonora e segnò sullo
spartito le parti da suonare con una precisione strabiliante, prima di
consegnarlo allo staff della NHK.»
Ricchan guardò con profondo interesse Akari, che aveva
prontamente messo in mostra le pagine in questione dello spartito.
Poi gli chiese: «Akari, non è che per caso hai qui con te il CD della
sonata di Beethoven e di quel pianista in particolare?».
«Certo che ce l’ho! Sei stata proprio tu a portarmelo da Tōkyō,
Ricchan!» rispose lui con entusiasmo, prima di correre di nuovo al
piano di sopra, il volto illuminato da un’energia di cui negli ultimi
tempi si era persa ogni traccia.
Nel frattempo Ricchan e io ci spostammo nella zona living e
accendemmo il sofisticato impianto stereo che Unaiko e gli altri del
Caveman Group utilizzavano durante le prove. Poi lei andò ad aprire
la tenda della grande finestra della zona sud, che quando era chiusa
copriva quasi completamente le casse amplificate posizionate ai due
lati della pedana rialzata che fungeva da palco. Da quando eravamo
arrivati alla Casa nella foresta, di solito io e Akari beneficiavamo
sempre e soltanto della luce che entrava dalla finestra del lato
opposto, quindi da nord. Tutte le volte che i giovani attori del gruppo
avevano bisogno di utilizzare lo spazio per le prove, noi due ci
ritiravamo di sopra e aspettavamo che finissero. Aprivano le tende
mentre la sala era in uso e le richiudevano sistematicamente prima
che tornassimo giù. Oltre la grande finestra in fondo alla sala, man
mano che la primavera avanzava, si potevano ammirare gli aceri,
con le loro gemme color vino che a poco a poco sbiadivano fino a
diventare verde chiaro in prossimità dell’estate; due tipi di melograni
che fiorivano nello stesso tempo, l’uno che produceva frutti e l’altro
puramente ornamentale; le alte e rigogliose betulle bianche; infine i
cornioli da fiore, che erano i più tardi a germogliare, rossi e bianchi.
Quella primavera, però, la tenda in fondo alla sala era quasi sempre
chiusa e impediva la vista sul giardino, per cui non avevamo potuto
assistere alla consueta e incantevole parata di colori stagionali. Nel
constatarlo, mi resi conto una volta di più che l’esistenza mia e di
Akari alla Casa nella foresta era caratterizzata da un isolamento
prossimo alla reclusione.
Akari tornò con il CD e in breve la musica sontuosa di Beethoven
saturò l’ambiente. Il suo viso si distese in un’espressione beata, era
chiaramente in estasi nel suo mondo esclusivo (il pianista, Friedrich
Gulda, era uno dei suoi preferiti). Quando presero a riecheggiare le
note del secondo movimento della sonata, che era la parte utilizzata
nel film, Akari sollevò gli occhi dallo spartito e lanciò uno sguardo
significativo a Ricchan, come a dirle di prestare la massima
attenzione. E lei, seduta con la sceneggiatura de La madre di
Meisuke scende sul campo di battaglia sulle ginocchia, rispose con
un fine e garbato cenno del capo.

4.

Il mattino dopo, prima che Akari riemergesse dalla sua stanza e si


unisse a noi al tavolo della colazione, Ricchan mi comunicò che
aveva già provveduto a chiamare Asa e Unaiko per dire loro che
aveva avuto modo di leggere la mia sceneggiatura.
«Asa», mi disse, «è molto contenta che finalmente io abbia avuto
la possibilità di leggere la sua versione della storia della madre di
Meisuke, ma ci ha tenuto a ricordarmi che eravamo rimaste
d’accordo sul fatto di non metterle pressione riguardo al suo
possibile coinvolgimento nel progetto. Mi ha anche suggerito di non
prendere per oro colato tutto quello che è scritto nella sceneggiatura,
perché nella sua interpretazione della vicenda – cito le testuali
parole di sua sorella – “emerge qua e là una visione maschilista
delle cose”. Si è raccomandata di andarci molto piano e per gradi…
Quanto a Unaiko, è stata anche lei felicissima e non vede l’ora di
procedere con il progetto. Naturalmente spera molto nella sua
collaborazione, ritiene che solo lei possa essere in grado di darle gli
input necessari per fare un ottimo lavoro, ma è ovvio che stavolta è
intenzionata come non mai a imporre il suo modo di fare teatro.
Come ben sa, negli ultimi giorni sto andando in giro a intervistare le
donne dei dintorni sull’esperienza come comparse nel film sulla
madre di Meisuke. Sto comunicando di volta in volta a Unaiko le
informazioni che raccolgo e annotando per filo e per segno le sue
osservazioni, perciò stavolta è evidente che partecipo molto
attivamente al processo creativo e assisto ora per ora alla genesi del
dramma. A proposito, in merito alla prosa poetica e declamatoria che
caratterizza il monologo finale e altre parti della sceneggiatura, ho
provato a chiedere ad alcune donne della riva del fiume e dei Confini
di recitare a memoria quello che ricordavano e sono riuscita anche a
registrare. Sono soddisfatta, loro sono state molto collaborative e ho
ottenuto più di quello che mi aspettavo. È stato molto interessante,
ognuna di loro tendeva a usare un ritmo e un’intonazione melodica
diversi, e a volte anche le parole che pronunciavano non erano le
stesse. Mi riferisco soprattutto alla parte del canto di battaglia,
quando la madre di Meisuke raduna le truppe prima della seconda
rivolta; tra l’altro si tratta di un episodio mitico che da queste parti
viene rievocato tutti gli anni in occasione dell’Obon e delle relative
danze, nel momento in cui la gente canta festosamente il cosiddetto
“Monologo del capovillaggio”. 1 Quando ho letto la versione originale
nella sceneggiatura, ho pensato: “Ah, questa parte deve essere
stata scritta di proposito in uno stile un po’ desueto, forse era più o
meno così che la madre e la nonna di Chōkō Kogito usavano
raccontare questa storia”. Ho dovuto leggere quei versi a Unaiko al
telefono diverse volte, forse li declamavo in un tono troppo
monotono e cantilenante. Aspetti, adesso ci riprovo…»
Ricchan fece un respiro profondo e cominciò a recitare:
Ha en’yaa koraya
Dokkoi janjan koraya
Insorgiamo!
Scendiamo sul campo di battaglia!
Donne, donne, dobbiamo ribellarci!
Non facciamoci ingannare! Non facciamoci ingannare!
Ha en’yaa koraya
Dokkoi janjan koraya.

«Nella sceneggiatura», continuò Ricchan, «è evidente che lei


abbia fatto ricorso a uno stile declamatorio tradizionale, e anche la
parte del coro è scritta in uno stile abbastanza arcaico, un po’ come
il recitativo dei melodrammi. Allora ho provato a chiedere ad Asa se
lei si fosse limitato a imitare lo stile con cui sua madre e sua nonna
le raccontavano quelle storie quand’era bambino, ma lei mi ha detto
che non era così e che invece quello era il risultato di una minuziosa
opera di riscrittura in cui ha fatto pieno ricorso alle sue doti di esperto
romanziere. Man mano che Unaiko e io registravamo i ricordi delle
donne locali, nella loro ampia varietà, ho provveduto a trascriverli al
computer, e a un certo punto mi sono accorta che continuando a
riscrivere e a revisionare il testo prendeva una forma diversa, con un
suo stile peculiare. Ero molto eccitata, mi sembrava un fatto positivo,
ma quando ne ho discusso con Unaiko lei mi ha detto che preferiva
che lo stile del nostro dramma non si evolvesse in modo artificioso e
a sé stante, perché lei intende dare voce a un tema specifico che
c’entra poco o niente con la tradizione e vuole farne il punto di
partenza in base al quale modellare tutto il resto, stile compreso.»
«In effetti credo che Unaiko abbia ragione», dissi. «Il tema
dovrebbe venire prima di ogni altra cosa e plasmare lo stile stesso
del testo. Penso che questo sia un punto imprescindibile: l’equilibrio
tra il tema di uno scritto e lo stile utilizzato è fondamentale, sempre.»
«Quando ho riferito a Unaiko che Akari aveva una copia della
sceneggiatura e che l’aveva messa a nostra disposizione, mi ha
subito domandato in che modo fossero scritte alcune battute della
madre di Meisuke e soprattutto una certa “risposta”. Si riferiva a una
scena successiva alla seconda rivolta, che era stata capeggiata da
un ragazzino, la cosiddetta “Reincarnazione di Meisuke”… Sua
madre – che naturalmente era anche la madre del precedente
Meisuke – e le sue truppe hanno da poco ottenuto la vittoria a
Ōkawara; lei e il figlio di otto anni sono sulla via del ritorno verso il
loro villaggio, quando d’un tratto vengono raggiunti e circondati da
una banda di giovani furfanti, ex samurai decaduti pieni di cieco
risentimento e in cerca di guai. I farabutti scaraventano la
Reincarnazione di Meisuke in una buca e la lapidano a morte, dopo
di che alcuni di loro brutalizzano a turno la madre. Poi si danno alla
fuga e la madre di Meisuke, ferita e incapace di camminare, viene
trovata dai giovani del villaggio e portata a casa su un paio di
vecchie assi di legno messe insieme a mo’ di barella. Lungo la via, a
un certo punto il gruppetto passa in prossimità di una distilleria e
rivendita di sake, al che il proprietario si avvicina alla madre di
Meisuke col pretesto di porgerle un po’ d’acqua e le dice qualcosa
all’orecchio… E lei come reagisce, qual è la sua “risposta” così come
è scritta nella sceneggiatura? Quando ho provato a porre la
domanda alle donne che hanno partecipato alle riprese del film,
molte mi hanno detto che la madre di Meisuke rispondeva più o
meno così, ad alta voce di modo che tutti potessero sentirla: “Vuoi
sapere se mi è piaciuto? Perché non provi a fartelo fare tu stesso,
eh?!”.»
Rimasi in silenzio, non sapendo cosa ribattere, e Ricchan mi
lanciò uno sguardo di leggero biasimo prima di andare avanti.
«Comunque», disse, «quando Unaiko mi ha posto quella domanda,
ho avuto un’intuizione improvvisa e finalmente ho capito perché ha
voluto dedicarsi a questo nuovo progetto e qual è il tema del
dramma. In quel momento ho deciso che avrei fatto tutto il possibile
per aiutarla a trovare lo stile adatto per esprimere e diffondere il suo
messaggio, in modo schietto e diretto, senza scendere a
compromessi.»
Restai di nuovo ammutolito, incapace di reagire di fronte a quella
rivelazione alquanto criptica. Poi schiusi le labbra e dissi:
«Suppongo abbiate in mente di mettere in scena il nuovo dramma
all’Anfiteatro della scuola media del villaggio. In tal caso, la maggior
parte delle donne che state intervistando assisterà alla
rappresentazione, ed è molto probabile che saranno coinvolte nel
dibattito finale e nel caratteristico “lancio dei cani morti”, giusto?».
«Certo che sì! Anzi, le dirò, le sto invitando tutte a teatro. E sto
dicendo a ognuna di venire armata di un bel po’ di animali di pezza
fatti a mano!»

5.

Daiō e io sedevamo fianco a fianco con la schiena appoggiata alla


grande roccia nera della Guaina, l’erba verde e fresca che ci
arrivava fin sopra le caviglie, e chiacchieravamo divagando da un
argomento all’altro.
«A proposito», fece lui a un certo punto, «Asa mi ha detto che
ricordi molto bene ciò che accadde quella sera, quando tuo padre,
Chōkō sensei, fu trascinato via dal fiume in piena…»
«Prima di tutto, quello che ho raccontato ad Asa e Unaiko, e che
avevo in mente di utilizzare come prologo del “romanzo
dell’annegamento”, non è frutto del ricordo di ciò che vidi
effettivamente quella sera. Per moltissimo tempo ho continuato a
fare un sogno ricorrente che, tranne pochi dettagli, si ripeteva
sempre uguale… Ora, in tutta onestà, non sono più in grado di dire
se e fino a che punto il mio ricordo sia stato deformato dalla
ripetizione di quel sogno, né se e fino a che punto il mio sogno
rifletta la realtà.»
«Però, se non si fosse trattato di un sogno, Kogii non sarebbe mai
stato sulla barca insieme a Chōkō sensei, no? Dicevi spesso che
esisteva un altro bambino identico a te, una tua replica esatta che
viveva a casa tua. Era lo stesso Kogii del sogno, giusto? La storia
del tuo Kogii sovrannaturale era nota in tutto il villaggio, sentivo la
gente di queste parti parlarne spesso dopo il mio ritorno in
Giappone. Era uno degli elementi che mi permise di capire fin da
subito che eri una persona speciale e diversa da tutte le altre, già da
bambino. Riguardo al sogno, ne ho sentito parlare molte volte, ma ti
confesso che ci resto di sasso tutte le volte che qualcuno ripete che
nella barca insieme a tuo padre c’era anche quel Kogii… Perché in
realtà quella sera mi ricordo chiaramente di te: c’ero anch’io! Tu
invece non ti ricordi, forse non ti eri neanche accorto della mia
presenza… Gli ufficiali di stanza a Matsuyama venivano a trovare
tuo padre con una certa frequenza, e nel vecchio magazzino dove
usavano riunirsi, precisamente nell’ampia anticamera con il
pavimento per metà di terra battuta e metà di assi di legno,
troneggiava un’enorme sedia da barbiere Takara Belmont a uso
esclusivo di Chōkō sensei. Quella sera, come ti dicevo, c’ero anch’io
e avevo steso un futon in fondo alla stanza, pronto a coricarmi.
Giusto in quel momento arrivasti tu, da solo. C’era un’unica luce
accesa, una singola lampadina munita di paralume – così da non
essere visibile in caso di raid aerei – che illuminava a malapena
l’accesso alla rampa di scale che portava al piano di sopra. Feci per
venirti incontro, pensando che tuo padre ti avesse mandato da me
per affidarmi qualche incombenza, ma poi mi accorsi che avevi
qualcosa in mente, la fronte tutta corrugata, e mi distesi in fretta sul
futon. Lasciasti gli zōri all’ingresso, attraversasti l’anticamera a
passo svelto senza alzare lo sguardo e puntasti dritto verso la scala.
Allora feci finta di dormire e provai disprezzo per me stesso. Ricordo
che in quel momento pensai qualcosa del tipo: “Sono giovane, ma
non servo a granché con un braccio solo…”. Nella grande stanza al
piano superiore, forse lì sdraiati a ronfare, c’erano tre giovani soldati
e due ufficiali – tra l’altro, questi ultimi non facevano che darmi ordini
e riempirmi di lavoro. Comunque, dopo pochi secondi, ti vidi
scendere di nuovo al piano di sotto, stringendo al petto qualcosa
avvolto in una mantella impermeabile. Non appena uscisti dal
magazzino, mi alzai senza fare rumore e salii le scale in punta di
piedi per controllare se i due ufficiali stessero dormendo o fossero
svegli. L’oggetto che stringevi tra le braccia non era così voluminoso,
però aveva un forma squadrata e gli angoli appuntiti, perciò dedussi
che doveva trattarsi per forza della valigia di pelle rossa… Quello
stesso giorno, nel corso della mattinata, i due ufficiali avevano
temuto che Chōkō sensei non fosse propenso a raggiungerli come
sempre al vecchio magazzino. Allora avevano stabilito di controllare
a tutti i costi il contenuto della valigia per tentare di capire una volta
per tutte se tuo padre avesse in mente di intraprendere un’azione
estrema, perciò mi avevano mandato a casa vostra per prenderla e
portarla al magazzino. Più tardi, nelle prime ore della sera, era già in
corso la solita riunione conviviale, anche se stavolta a chiacchierare
e bere sake erano presenti per l’appunto solo i due ufficiali e i tre
soldati di leva. La sera prima si era svolto un incontro importante alla
presenza di quasi tutti i membri del gruppo e, così come evidenziato
in seguito dagli ufficiali, si era consumata una specie di rottura fra
loro e tuo padre. Lui se l’era presa molto, era tornato a casa di filato
e il giorno dopo non si era più mostrato dalle parti del magazzino.
Comunque, una volta avuta la valigia, gli ufficiali avevano tirato via la
mantella impermeabile in cui era avvolta e l’avevano aperta senza
perdere tempo, curiosi di scoprire cosa ci fosse all’interno. Ma ai loro
occhi il contenuto si era rivelato una delusione totale, al punto che
erano scoppiati a ridere e a blaterare frasi del tipo: “Ehi, ma che roba
è mai questa? È solo un mucchio di cianfrusaglie inutili!”. Io non
avevo osato aprire bocca, me n’ero rimasto in un angolo della stanza
a osservare con attenzione mentre rovistavano tra gli effetti
personali di Chōkō sensei, non potendo fare molto più che piegare le
labbra in una smorfia di disapprovazione. Una cosa che ricordo
molto chiaramente erano i tre grossi libri sul fondo della valigia. Non
ero abbastanza vicino e non riuscivo a leggere i titoli, anche perché
erano in inglese, ma poi li ho rivisti diversi anni dopo, mentre aiutavo
tua madre a fare le grandi pulizie. Ed è stato allora che ho capito che
dovevano essere gli stessi libri che ci aveva dato il professore di
Kōchi una volta che tuo padre e io eravamo andati a trovarlo a casa.
Senza farmi vedere da tua madre, ho preso un pezzo di carta e ho
copiato il titolo di quei tre grossi e pesanti volumi: The Golden
Bough… Comunque, la valigia di pelle rossa conteneva soprattutto
lettere e documenti. Gli ufficiali li esaminarono uno a uno e rimisero
quasi tutto a posto, tranne alcune lettere che finirono in cenere tra le
fiamme del nagahibachi, che usavamo perlopiù per riscaldare il sake
e qualche pasto. Come ti dicevo, gli ufficiali riposero in valigia le
lettere e i documenti rimasti, dopo averli avvolti di nuovo in un paio di
fogli di carta oleata idrorepellente o qualcosa di simile –
naturalmente la carta di vario tipo era a portata di mano, visto che
costituiva il vostro business di famiglia. Quindi riavvolsero la valigia
nella mantella impermeabile, una di quelle cerate che si usavano per
i lavori nei boschi, e la lasciarono in un angolo della stanza al piano
superiore del magazzino. E infine di sera, sul tardi, tu venisti a
riprenderla.»
«È incredibile, lo sai che non ricordo niente di tutto questo?» dissi
stupefatto, dopo aver ascoltato con pazienza il lungo racconto di
Daiō. «Non ricordo minimamente di essere andato a riprendere la
valigia al magazzino, anche se in effetti un compito del genere non
poteva spettare che a me. Ciò che ricordo con assoluta certezza,
anche se non sono più in grado di distinguere il confine tra sogno e
realtà, è la scena che si verificò più tardi… Mio padre è a bordo della
sua piccola barca. Io sono in acqua, è gelida, e gli ho appena
passato la valigia di pelle rossa. Quando mi volto verso la riva, noto
che una fila di “botti ragnorosso” – sai, quelle che usavamo per i
bulbi di giglio ragno rosso – sta per staccarsi dal muretto e rischia di
andare alla deriva, al che torno indietro più in fretta che posso, con
l’acqua torbida e limacciosa che mi arriva fino al petto, e afferro la
cima delle botti nel tentativo di assicurarla meglio all’anello metallico
fissato nel muretto di pietra… Tutto questo accade più o meno allo
stesso modo anche nel sogno, per cui non è da escludere che i miei
ricordi si siano modificati a poco a poco fino a combaciare con il
sogno stesso. In ogni caso, anche la cima d’ormeggio della barca di
mio padre era legata a quello stesso anello metallico… Ora che ci
penso, non è forse possibile che stessi tornando indietro perché lui
mi aveva chiesto di sciogliere gli ormeggi affinché potesse prendere
il largo? Credo sia andata così, in fondo è l’interpretazione più logica
e sensata. Le “botti ragnorosso” non c’entravano niente… Ed ecco
che mi volto e vedo la barca trascinata via dalla corrente furiosa, non
ho il tempo di fare niente, resto lì paralizzato… È andata così quella
sera al fiume, non c’è molto altro da aggiungere.»
«Kogito, rifletti bene… Hai rivissuto quella tragica notte chissà
quante volte nei tuoi sogni, per tutti questi anni, e adesso finalmente
hai compreso che quelle botti non c’entravano niente e che non
avesti tempo e modo di raggiungere la barca. Anche se mi rendo
conto che si tratta solo di una congettura, credo che tuo padre ti
avesse detto di tornare a riva e sciogliere gli ormeggi per un motivo
ben preciso… Insomma, per prendere il largo gli sarebbe bastato
tagliare la cima con il coltello che portava sempre nella cintura e che
usava per la corteccia degli arbusti della carta. Del resto era partito
con l’intenzione di non tornare indietro. Quella cima non gli serviva
più, aveva in mente di abbandonare la barca a valle e scappare…
Kogito, non credo di sbagliarmi se dico che tuo padre lo fece
apposta a chiederti di andare a sciogliere quella corda: non voleva
che salissi con lui sulla barca… Ti ha salvato la vita! Si è lasciato
trascinare via dalla corrente da solo ed è annegato nel fiume in
piena. Qualche giorno prima era accaduto l’episodio dei caratteri
cinesi sbagliati di cui abbiamo parlato in precedenza, quando gli
facesti notare che aveva confuso i caratteri che indicano
un’“immensa distesa d’acqua” con quelli che significano “foresta
rigogliosa”. Forse si trattava di una semplice coincidenza, ma non
hai mai pensato che quell’errore suonasse come una specie di
premonizione o addirittura come una manifestazione inconscia della
sua volontà? In fin dei conti quella notte Chōkō sensei non fu
trasportato dalla corrente fin dove il fiume finisce e si congiunge con
l’immensa distesa marina… Hai capito dove voglio arrivare, vero,
Kogito? Mi sto riferendo alla credenza popolare locale secondo cui lo
spirito dei defunti sale su nella foresta e va a collocarsi ai piedi
dell’albero cui è predestinato. In altre parole, mentre esalava l’ultimo
respiro in mezzo all’acqua, tuo padre stava tornando nella foresta!
Io, per esempio, non sono nato qui ed è molto probabile che non ci
sia nessun albero destinato ad accogliere il mio spirito. Eppure,
quando verrà la mia ora, mi piace pensare che la mia anima
raggiungerà una foresta rigogliosa e troverà rifugio e salvezza… A
proposito, Asa mi ha detto che la poesia tua e di tua madre incisa
sulla pietra commemorativa nel giardino della Casa nella foresta non
è stata accolta molto positivamente, e invece io la trovo davvero
bella. Naturalmente Akari è nato e cresciuto a Tōkyō, ma sono
convinto che se eseguirai i preparativi necessari anche il suo spirito
potrà salire su nella foresta e trovare dimora ai piedi del suo albero.»
Daiō non era originario dello Shikoku, ma era rimasto nei paraggi
della valle dopo la chiusura del campo d’addestramento e aveva
finito per assorbire una quantità notevole delle tradizioni e del
folklore locale. Era un uomo perspicace e uno studioso
appassionato, non gli piaceva fermarsi alla superficie delle cose e,
tanto per dire, ne sapeva molto più di me sulla configurazione della
Guaina e i suoi dintorni. Certo, non condividevo più di tanto la sua
scelta di eleggere a maestro mio padre e di vedere in lui una figura
eroica, ma quella era ormai una vecchia storia. Daiō e io ci eravamo
tolti le scarpe non appena avevamo raggiunto la grande roccia nera
ed eravamo a piedi nudi sull’erba fresca. La sensazione di ristoro
sulla pelle era impagabile. Ma ormai era ora di tornare indietro: ci
rimettemmo le scarpe e ci incamminammo nel mezzo di quell’ampia
distesa erbosa, e ben presto Daiō riprese a parlare, stavolta
mettendo in evidenza il suo profondo interesse per la Guaina e le
zone circostanti.
Una leggenda locale diceva che scavando nei pressi della grande
roccia nera e con un po’ di fortuna era possibile trovare asce di
pietra di età preistoriche, opera dei nostri lontani antenati. Daiō era
affascinato da quell’eventualità e, stando a quanto mi raccontò, di
tanto in tanto si recava da quelle parti e trascorreva intere ore alla
ricerca di quegli antichi reperti. Poi si chinò, scavò per un poco a
mani nude e mi porse un grosso frammento di roccia incrostato di
terra che forse, in un tempo remoto, poteva anche essere stato la
testa di un’ascia di pietra.
Non appena iniziammo a scendere lungo il pendio della Guaina,
dall’alto scorgemmo Akari e Ricchan in procinto di terminare gli
esercizi di ginnastica accanto al ruscello, dove i salici carichi di
nuovo fogliame facevano venire alla mente una grande nuvola di
fumo verde pallido. Arrivati più o meno a metà della ripida discesa,
notammo due uomini che avanzavano ad ampie falcate verso Akari
e Ricchan dalla direzione opposta. In quel momento mio figlio era
sdraiato su un materassino e Ricchan era inginocchiata al suo
fianco. Eravamo ancora abbastanza lontani, ma vedemmo
distintamente i due tizi accovacciarsi accanto a loro e iniziare a
parlare con un certo accanimento. Di colpo Akari si mise seduto
(quel gesto dimostrava che il dolore alla schiena era ormai storia
passata, grazie all’allenamento quotidiano e ai massaggi di Ricchan)
e si tappò le orecchie, tenendo i gomiti sollevati all’infuori.
Gliel’avevo visto fare un’infinità di volte, sapevo fin troppo bene che
con quel gesto esprimeva disapprovazione o disgusto; lo faceva
spesso, per esempio, quando qualche comico in TV si lasciava
andare a battute colorite e oscene non di suo gusto. Non appena
assistetti alla scena, affrettai quanto più possibile la discesa.
Quando fui vicino, i due uomini – dimostravano entrambi una
quarantina d’anni – smisero di parlare, si alzarono e si voltarono
dalla mia parte, assumendo una posizione tesa e guardinga.
Nell’attimo preciso in cui li raggiunsi, accaldato e con il fiato corto,
Ricchan balzò di scatto in piedi. Si infilò le scarpe da passeggio e
prese a spiegarmi cosa stava succedendo.
«Questi signori», disse «ci stavano chiedendo se conoscessimo il
significato nascosto del termine Guaina… Ma, senza aspettare la
nostra risposta, sono andati avanti e ce l’hanno detto in tutta
chiarezza. Lei sa meglio di chiunque altro che ad Akari non piace
sentire certe cose, ecco perché si è tappato le orecchie.»
«Guaina» era l’appellativo con cui era conosciuta quella oblunga
depressione erbosa scavata in un remoto passato dalla caduta di un
meteorite, ma dalle nostre parti era usato anche per indicare
l’organo sessuale femminile. Daiō era rimasto un po’ indietro, alcune
decine di metri alle mie spalle, e quando i due tizi lo videro avanzare
nella loro direzione finalmente si diedero una mossa e tolsero il
disturbo, ridendo come matti e scambiandosi sonore pacche sulle
spalle, quasi che avessero condiviso una formidabile e spassosa
avventura. Di tanto in tanto si giravano indietro per guardarci, il volto
paonazzo di un’allegria perversa.
«Sono scappati via come due conigli, che idioti!» esclamò poco
dopo Daiō. «Se la sono fatta addosso, avranno notato che Kogito
era armato con un’ascia di pietra… Ha-ha-ha!»
«È stato sgradevole, continuavano a insistere. Non sapevo cosa
fare», disse poi Ricchan.
Finalmente Akari allontanò le mani dalle orecchie e gridò, con
voce piena di emozione: «Se oseranno tornare, mio padre li concerà
per le feste!».
Era l’ennesima citazione da Le mie parole… Fui felice, era un
pezzo che non sentivo mio figlio pronunciare qualcosa di positivo nei
miei confronti.

1 L’Obon (anche Bon, nel caso non si anteponga la O onorifica tipica della lingua
giapponese) è una tradizionale festività buddhista annuale per commemorare i defunti.
Viene celebrato nella seconda decade di luglio o di agosto. In casa, sull’altarino buddhista
(butsudan), si offrono frutta e verdura che sono poi abbandonate alla corrente dei fiumi o
del mare. Durante l’Obon vengono eseguite danze folkloristiche popolari (Bon odori) e si
usa fare visita alle tombe degli antenati. [n.d.t.]
11.
Perché mio padre aveva scelto The Golden Bough?

1.

Fin dai primi segni di riavvicinamento tra me e Akari – finalmente


avevamo iniziato a muoverci nella direzione giusta, anche se la
strada era ancora lunga –, la nostra vita quotidiana alla Casa nella
foresta subì una netta trasformazione. Tanto per cominciare,
l’impianto stereo fu spostato dalla stanza di Unaiko e Ricchan alla
sala da pranzo, e spesso Akari si metteva disteso su un fianco sul
pavimento ad ascoltare la musica o a lavorare alle sue composizioni,
come faceva a Tōkyō (non era una posizione molto adatta a una
persona che aveva avuto da poco problemi seri alla schiena, ma
dimostrava che il recupero era stato rapido ed eccezionale, anche se
ora i muscoli lombari a destra erano indolenziti a causa degli sforzi
dell’ultimo periodo). Ricchan continuò a dedicarsi a lui e al
programma di riabilitazione alla Guaina con straordinaria assiduità,
senza saltare un giorno, nonostante i numerosi impegni di lavoro e le
interviste alle donne del lungofiume e dei Confini. Si era affezionata
moltissimo a mio figlio e faceva tutto il possibile per metterlo di
buonumore. Quanto a me, avevo trasferito la mia base principale sul
divano, che era stato confinato nell’angolo a sudovest del
pianterreno per concedere maggiore spazio alle attività della
compagnia teatrale. Avevo sistemato il materiale di cui avevo
bisogno – libri, dizionari, schede con gli appunti e altro – sopra e
dentro una piccola cassettiera accanto al divano. Presto mi resi
conto che la nostra nuova collocazione e lo stile di vita alla Casa
nella foresta non erano poi così diversi rispetto a Tōkyō, a eccezione
del fatto che io e Akari ci ritiravamo al piano di sopra quando
arrivavano gli attori e iniziavano le prove.
Prima Ricchan trascorreva una buona parte del suo tempo a
lavorare al computer che condivideva con Unaiko, ma, da quando
Akari aveva preso l’abitudine di ascoltare la musica nella zona living,
spesso si trasferiva al tavolo della sala da pranzo e si dedicava alla
revisione delle interviste fatte alle donne che avevano partecipato
alle riprese de La madre di Meisuke scende sul campo di battaglia.
Daiō continuava a farci visita con regolarità, e non era raro che lui
e io ci unissimo a Ricchan al tavolo della sala da pranzo e
scambiassimo quattro chiacchiere insieme. Akari teneva il volume
dello stereo abbastanza basso ed era tutt’altro che d’intralcio alla
concentrazione di Ricchan. Così come non sembravano d’intralcio al
piacere dell’ascolto musicale di Akari le conversazioni tra me e Daiō,
anche se eravamo costretti ad alzare un po’ la voce per sentire
quello che dicevamo. Nel notarlo, mi affiorò alla mente
un’osservazione che aveva fatto una volta Maki. Mi aveva detto che
secondo lei quando Akari era in «modalità ascolto musicale», il suo
cervello sembrava essere in un territorio completamente diverso
rispetto a quando parlava o ascoltava gli altri.
Ora che la situazione generale era in via di miglioramento, mi
accorsi che finalmente mi ero lasciato alle spalle le ossessioni legate
al mio «ultimo romanzo». Avevo concentrato troppo a lungo i miei
sforzi sul «romanzo dell’annegamento» e non mi ero premurato di
elaborare un piano alternativo. E ora che non stavo lavorando a
niente in particolare, non avevo l’obbligo di restare fedele a una lista
di letture specifiche, così come invece avveniva quando ero
impegnato nel processo di scrittura di un romanzo. Per una volta mi
sentivo libero di avventurarmi in qualunque territorio attirasse la mia
attenzione. D’altra parte, di recente le mie abitudini di lettura
avevano subìto un grande cambiamento ed erano soggette a un
implacabile senso di moderazione, generato dal timore che le
«grandi vertigini» potessero farmi di nuovo visita da un giorno
all’altro. Così, anziché starmene rintanato per ore intere nella mia
camera da letto/studio con la testa sui libri, preferivo stazionare
oziosamente al piano di sotto, mettermi comodo sul divano e
curiosare tra i miei libri più che altro per piacere, leggiucchiando
poche pagine per volta.
Uno di quei giorni mi fu consegnata l’edizione completa di
un’opera che avevo chiesto a un caro amico editor di una nota casa
editrice di Tōkyō: The Golden Bough: A Study in Magic and Religion
di James George Frazer. Il mio amico era stato così gentile da
spedirmi tutti e dodici i volumi pubblicati di recente; in pratica, si
trattava di una ristampa della terza edizione originale e completa
pubblicata da Macmillan nel 1922. Uno dei motivi per cui ci tenevo a
entrare in possesso dell’opera completa era sintetizzabile nella mia
volontà di sapere dove e come si inserivano nell’insieme i tre vecchi
volumi che avevo trovato nella valigia di pelle rossa. Inoltre, proprio
in quello stesso periodo era stata data alle stampe la traduzione in
giapponese della terza edizione completa dell’opera e, forse grazie
all’intervento di un mio amico antropologo, mi era stata inviata una
copia saggio di ciascun volume senza che ne avessi fatto espressa
richiesta. Avevo anche quella a mia disposizione, mi ero fatto
spedire tutto alla Casa nella foresta.
Dopo le schermaglie contro le «grandi vertigini», anziché leggere
al massimo della concentrazione per diverse ore di fila, avevo
acquisito l’abitudine di tenere alcuni libri sul comodino accanto al
letto e di sfogliarli ogniqualvolta me ne venisse voglia. Ma ora che le
mie conversazioni con Daiō mi avevano ricondotto all’opera di
Frazer, le mie letture distratte e a casaccio avevano assunto una
nuova intensità e mi ero riavvicinato al mio vecchio stile attivo e
solerte.
In linea con la mia rinata determinazione, iniziai ad affrontare
prima di tutto i tre volumi di The Golden Bough che avevo trovato
nella valigia di pelle rossa, controllando con attenzione le
sottolineature e le brevi note a margine, prove inconfutabili
dell’impegno di mio padre nel leggere quei libri in inglese, una lingua
che non conosceva molto bene. Quando avevo sfogliato per la prima
volta quei tre libri non avevo esaminato a fondo quelle annotazioni,
ma ora era diverso e non volevo trascurare niente. Di per sé non
erano così interessanti, ma mi permisero di notare alcuni dettagli e di
ricavare diverse deduzioni. C’era, per esempio, un certo numero di
segni e sottolineature fatti a tratto molto leggero e con matita dura
colorata (rossa e blu), verosimilmente di produzione nazionale
(nonostante fin da prima della guerra fossero già in circolazione
ottime matite d’importazione), il che mi spingeva a pensare che
fosse stata usata la matita e non l’inchiostro così da poter
cancellare.
Quei libri si erano bagnati nell’acqua del fiume e molte pagine
erano attaccate l’una all’altra, al punto che non era facile separarle
senza che la carta si strappasse. Bisognava prestare moltissima
attenzione, sembrava di maneggiare un oggetto raro, antico e
prezioso. A ogni modo, si riusciva a distinguere che i titoletti a
margine di alcune pagine erano cerchiati con la matita colorata,
sempre con tratto molto lieve. Allora mi venne in mente che forse
mio padre doveva aver ricevuto quei tre libri in prestito (se fosse
stato un regalo gli avrebbero dato anche gli altri nove, ovvero l’opera
completa) e non era riuscito a restituirli perché colto da una morte
improvvisa. In tal caso non era da escludere che le annotazioni a
margine, le sottolineature e il resto fossero opera del proprietario
originale dei volumi e avessero il preciso scopo di indicare a mio
padre le parti più significative, da leggere a tutti i costi. Se la mia
supposizione era esatta – ed ero alquanto sicuro che lo fosse –,
allora il possessore delle matite rosse e blu doveva essere il famoso
mentore che mia madre nominava in diverse occasioni. Non poteva
essere altrimenti, ero al settimo cielo per quella scoperta inaspettata.
Quei libri appartenevano al cosiddetto «professore di Kōchi», che
viveva in una zona in prossimità di un fiume non lontano da luoghi
legati storicamente al celebre samurai Sakamoto Ryōma, dall’altra
parte della catena montuosa centrale dello Shikoku. Era la persona
che una volta mio padre era andato a trovare in cerca di conoscenza
insieme a Daiō.
Presto mi immersi nell’esplorazione dei tre libri in ordine
sequenziale, come forse aveva fatto mio padre. Partii con i due
volumi che contenevano rispettivamente la prima e la seconda parte
di The Magic Art and the Evolution of Kings. Poi, dopo un rapido
esame dei dodici volumi dell’edizione ristampata che avevo a
disposizione, saltai al quarto volume dell’opera, The Dying God, che
corrispondeva al terzo libro che avevo trovato nella valigia di pelle
rossa. Il mio intento era replicare l’esperienza di mio padre
nell’approccio all’opera di Frazer, nel modo più fedele possibile e
armato solo di un piccolo e vecchio dizionario Inglese-Giapponese,
simile a quello che avevamo a casa e talvolta gli vedevo usare.
Dovevo essere e pensare come lui all’indomani della visita al
professore di Kōchi, quando il suo fedele discepolo Daiō aveva
trasportato quei tre pesanti volumi fino a casa nostra.
E le annotazioni? Ero molto curioso di controllare se il professore
si fosse limitato a commentare solo i titoli e i sottotitoli, o se avesse
esteso la sua analisi anche al testo, rigo per rigo. Con mio grande
stupore, dopo aver sfogliato rapidamente le pagine e fermandomi
solo per dare un’occhiata ai titoli e ai passaggi segnati in rosso o in
blu, finalmente mi fu chiaro il motivo per cui quell’uomo aveva scelto
proprio quei tre volumi per affinare le conoscenze di mio padre… Il
professore di Kōchi si serviva di The Golden Bough per impartire le
sue dottrine politiche!
Il secondo giorno del mio viaggio tra le pagine della grande opera
di Frazer, a un certo punto Ricchan mi servì una tazza di caffè.
L’appoggiò come sempre sulla cassettiera accanto al divano e disse:
«Ha dovuto portare giù un sacco di libri, ora che sta leggendo qui e
non nel suo studio, eh?».
«Sì, questi tre volumi in particolare», risposi, indicando i tre vecchi
tomi di The Golden Bough, «sono quelli che ho trovato nella valigia
di pelle rossa durante la mia precedente visita nella valle. Sto
tentando di capire perché mio padre li avesse letti e ci tenesse così
tanto, e credo di essere vicino ad alcune conclusioni molto
interessanti.»
«So che The Golden Bough è stato tradotto in giapponese, ma
non l’ho mai letto… Non è che per caso ha deciso di fare una
pausa? Se non la disturbo troppo, potrebbe anticiparmi qualcosa?
Aspetti, vado a prendere anche il mio caffè, grazie!»
Raccattai i volumi della ristampa e dell’edizione giapponese di cui
avrei potuto avere bisogno per imbastire il discorso sull’opera in
relazione a mio padre e li sistemai al confine tra la seduta principale
– dove ero seduto io – e la penisola del divano angolare – dove
prese posto Ricchan di ritorno dalla cucina.
«The Golden Bough, come probabilmente sa, è un’opera sul
folklore», dissi per cominciare. «Tuttavia è anche uno studio sulle
dinamiche interpersonali, in particolar modo in relazione ai princìpi
della politica. Diciamo che mio padre ne utilizzava alcuni volumi
proprio per approfondire le sue conoscenze in campo politico, ma
pare fosse interessato anche all’aspetto puramente letterario
dell’opera, il che mi ha piacevolmente sorpreso. Ricchan, lei avrà
sentito diverse volte Daiō riferirsi a mio padre chiamandolo “Chōkō
sensei”. Immagino le sarà sembrato strano. Il motivo risale a molti
anni fa, quando mio padre si occupava di un campo di
addestramento votato all’ultranazionalismo e Daiō era uno dei suoi
seguaci. Di recente, durante una delle mie lunghe chiacchierate con
Daiō, è emerso un fatto inatteso. Mi ha raccontato che a volte mio
padre si dilettava a discutere di politica e tirava in ballo termini ed
espressioni reboanti e di tendenza imperialista come stato-nazione,
Sfera di co-prosperità della Grande Asia orientale e così via. Ma, a
detta di Daiō, sotto quella superficie di retorico ultranazionalismo, si
nascondeva la vera natura di mio padre: quella di un appassionato di
arte e letteratura, uno spirito giovane e innocente anche a
cinquant’anni… Quando ho cominciato a esaminare con attenzione
The Golden Bough, cercando di immedesimarmi il più possibile in
mio padre, mi sono accorto che in tutti e tre i volumi della valigia di
pelle rossa qualcuno aveva sottolineato o cerchiato con la matita
rossa e blu i titoletti di alcuni paragrafi e alcune delle note sintetiche
stampate sui margini laterali della pagina. È abbastanza evidente
che si tratta di un lavoro eseguito da mano esperta, un insegnante o
uno studioso abituato a leggere i testi in un certo modo e a mettere
in evidenza le parti più significative. Tuttavia in un secondo momento
ho notato che erano presenti anche brevi annotazioni – più che altro
maldestri tentativi di scrivere appunti –, stavolta opera di una
persona inesperta e piuttosto a digiuno della materia, accompagnati
da una serie di sottolineature, circoletti vari e altri segni tracciati con
scarsa perizia. Man mano che andavo avanti nella lettura, mi sono
reso conto che l’autore del secondo tipo di interventi non poteva che
essere mio padre. Come sostiene Daiō, è palese che mio padre
fosse attratto dalle grandi qualità letterarie e forse addirittura
poetiche di The Golden Bough, lo dimostrano le parti del testo che in
qualche modo ha messo in evidenza. Ma è altrettanto innegabile che
il suo mentore, il “professore di Kōchi”, intendesse usare quei libri
come mezzo per istruirlo politicamente. Mio padre seguiva in modo
molto docile e con ossequioso rispetto le direttive di quell’uomo da
cui era affascinato, ma a mio avviso si sforzava di leggere l’opera di
Frazer anche e soprattutto da una prospettiva artistica. Per me è
stata un’autentica rivelazione, come se avessi capito per la prima
volta chi era veramente mio padre. All’epoca in cui si dava da fare
per leggere questi libri in inglese aveva circa venticinque anni meno
di me adesso… In epigrafe al primo volume ci sono i versi di un
poema molto interessante, ecco, questa è l’edizione giapponese, la
traduzione è di un certo Kannari Toshio, pare fosse anche uno
studioso di antropologia culturale o forse un etnologo. Adesso glieli
leggo: “Dal queto lago che ti sembra specchio, / E par che all’ombra
dorma / Degli arbori d’Aricia… arbori cupi, / Sotto cui regna il
sacerdote arcano, / Quel sacerdote insano, / Che uccise l’uccisore,
ed egli stesso / Ucciso fia;”… Credo che la traduzione sia
abbastanza fedele all’originale, anche nel rispetto dello stile arcaico.
Dopotutto si tratta di un poema epico dove tutto o quasi è espresso
in superficie, per cui le parole che leggiamo raccontano bene o male
l’intero significato. Il fatto interessante è che lo stesso Frazer segue
la medesima linea in varie parti del libro, ovviamente in prosa. Il suo
stile risulta qua e là un po’ infiorettato, ma in generale è molto lineare
e diretto, e devo dire che spesso è magnifico. Credo che mio padre
fosse in grado di cogliere tutta la bellezza letteraria, anche se
leggeva una parola alla volta, con estrema lentezza e facendo
continuo ricorso al suo piccolo dizionario Inglese-Giapponese. Devo
dire che mi sono commosso a immaginarlo concentrato in quella
difficile ma avvincente lettura, lui, mio padre, un uomo di
cinquant’anni che di lì a breve avrebbe incontrato la morte nelle
acque del fiume in piena.»

2.

A seguire, provai a illustrare a Ricchan il contenuto di alcune parti


che il mentore di mio padre aveva messo in evidenza.
«I primi due volumi della valigia di pelle rossa, che corrispondono
effettivamente al primo e al secondo tomo dell’opera completa in
dodici volumi, contengono rispettivamente la prima e la seconda
parte de L’arte magica e l’evoluzione della regalità. Il terzo, che
sarebbe il quarto della suddetta edizione, è intitolato Il dio morente. Il
“re del bosco” – così s’intitola anche il capitolo d’apertura della prima
parte de L’arte magica e l’evoluzione della regalità – dal punto di
vista storico-culturale è un personaggio ampiamente conosciuto. In
Italia, tra i fitti boschi che ammantano le sponde del lago di Nemi, nel
cuore dei Colli Albani, c’è un’enorme e antica quercia. Un re dal
volto oscuro, con la spada al fianco, è lì davanti e protegge l’albero
sacro, oltre che sé stesso. Uno dopo l’altro, giovani forti e gagliardi si
presentano da lui e lo sfidano a duello. E colui che ha la meglio
diventa di volta in volta il nuovo re. D’altra parte, come suggerisce
l’espressione stessa “il dio morente”, in questa mitologia le divinità
non sono immortali, e anzi il loro destino è morire. Quando un re
diventa vecchio e debole, lui e il suo regno cadono inevitabilmente in
rovina e sono rimpiazzati. È chiaro il riferimento al fatto che spesso il
vigore fisico è stato associato al culto della fertilità e di conseguenza
alla prosperità dell’intero creato. Dunque, come fare ad affrontare la
crisi ed evitare lo sfacelo? È semplice: i sudditi compiono uno sforzo
attivo affinché il re non perisca di morte naturale, ovvero di malattia o
di vecchiaia. Quando il vecchio sovrano è ancora in possesso delle
sue energie, gli mandano contro un corteo di candidati alla sua
uccisione, finché qualcuno non riesce a portare a termine il compito.
E con l’ascensione al trono del nuovo re, anche l’intero regno potrà
conoscere una nuova e straordinaria rinascita, un vero e proprio
rinnovamento della fertilità. È questa la premessa fondamentale per
il funzionamento di un sistema del genere. Il mito del re del bosco di
Nemi è tra l’altro uno dei temi di fondo di The Golden Bough, senza
dubbio uno dei più stimolanti per qualsiasi lettore. Il mito archetipico
sul nuovo re che uccide l’anziano predecessore, riportando fertilità e
prosperità nel mondo, era già molto noto quando Frazer scrisse il
suo libro. Tuttavia a lui va attribuito il grande merito di aver illustrato
e ampliato il tema al massimo grado, e in più sono convinto che la
persona che diede in prestito i tre volumi a mio padre lo indirizzò in
particolare alla lettura delle pagine relative all’uccisione del vecchio
re e alla conseguente rinascita della vitalità del mondo. Pagine in cui
si spiega nel dettaglio come viene ucciso il re del bosco del lago di
Nemi e come si restituisce energia al mondo e lo si riporta alla
prosperità. In base alle indicazioni a matita contenute nei tre libri, è
evidente che mio padre fosse sotto l’influsso di un personaggio che
intendeva inculcargli a tutti i costi un certo credo politico…»
Mentre parlavo con Ricchan, Daiō entrò in soggiorno e vidi Akari
sollevare una mano in segno di saluto (era lì anche lui, disteso come
suo solito sul pavimento). Fino a un momento prima Daiō era stato
nel giardino sul davanti della casa a svolgere i soliti lavori di
manutenzione, e a quanto pareva aveva origliato la nostra
conversazione attraverso uno spiraglio della finestra.
«Kogito, era un pezzo che non ti sentivo parlare con tanta
passione!» disse entusiasta. «Forse l’ultima volta è stata quando
frequentavi il liceo, quel giorno in cui venisti con Gorō al campo di
addestramento. Ti prego, continua pure il tuo discorso, fa come se
non ci fossi.»
«Va bene», risposi, «però dubito che riuscirò a ignorare la tua
presenza, Daiō. Anzi, penso proprio che ne terrò conto… Come
stavo dicendo, credo di aver capito quali fossero le intenzioni del
professore di Kōchi. E, come ho già detto a Ricchan, mi sono anche
reso conto del fatto che mio padre, oltre a seguire fedelmente le
indicazioni del suo mentore e trarre dalle pagine di The Golden
Bough un insegnamento politico, stesse tentando di leggere l’opera
di Frazer anche a un livello molto più personale, sforzandosi di
apprezzarne la bellezza artistica e letteraria. Del resto questo è un
punto che hai messo in evidenza tu stesso, no, Daiō? Le indicazioni
del professore di Kōchi erano palesemente concentrate sull’aspetto
politico, quasi come se sottintendessero una domanda del tipo:
“Cosa dovrebbero fare i seguaci del re dal punto di vista dell’azione
politica?”. A questo proposito, permettetemi di leggere un passo
dall’edizione giapponese: “Ma nulla potrà impedire all’uomo-dio di
invecchiare, indebolirsi e, infine, morire. I suoi fedeli debbono fare i
conti con questa triste realtà e affrontarla come meglio possono.
Certo, il pericolo è enorme; se, infatti, il corso della natura dipende
dalla vita dell’uomo-dio, quali immani catastrofi procurerebbe il
graduale indebolimento dei suoi poteri e la loro definitiva estinzione
con la morte? Non c’è che un modo per evitarle. L’uomo-dio
dev’essere ucciso appena le sue forze danno segni di cedimento, e
la sua anima trasferita nel corpo di un successore vigoroso, prima di
venire seriamente danneggiata dall’incombente decadimento. Per il
selvaggio, i vantaggi di mettere a morte l’uomo-dio, anziché lasciarlo
morire di vecchiaia, sono evidenti. […] Invece, uccidendo l’uomo-dio
si era, in primo luogo, sicuri di catturarne l’anima uscente e trasferirla
in un degno successore; e, in secondo luogo, eliminandolo prima
che perdesse le forze, avrebbero sicuramente evitato che il mondo si
deteriorasse come si deteriorava l’uomo-dio. Uccidendolo e
trasferendo la sua anima ancora in pieno rigoglio in un successore
robusto e vigoroso, lo scopo era raggiunto, e ogni pericolo evitato”».
Dopo che ebbi finito di leggere, Akari si alzò, passò in silenzio
accanto a noi e si avviò verso la stanza da bagno (era rimasto
disteso molto a lungo e, nel riacquisire la posizione eretta, doveva
aver avvertito un dolore alla schiena, come dimostrava la smorfia
apparsa sul suo viso). Un attimo dopo sentimmo una porta sbattere
con violenza e sobbalzammo tutti all’unisono.
«Akari non sopporta certi discorsi», disse subito Ricchan.
«Dopotutto si comporta così anche quando interrompono i
programmi di musica per dare le ultime notizie e parlano di omicidi e
altri crimini violenti.»
«In ogni caso», dissi, rivolgendomi in particolare a Daiō,
«finalmente credo di aver capito perché mia madre e mia sorella
erano così terrorizzate all’idea che portassi a termine il “romanzo
dell’annegamento”. Avevano paura che avrei scritto che il professore
di Kōchi si serviva di The Golden Bough per convincere mio padre e
i giovani ufficiali ad assassinare l’“uomo-dio” così da evitare che la
nazione si deteriorasse…»
Daiō rimase ammutolito, perciò andai avanti senza indugio. «Vedi,
Daiō», gli dissi, «il fatto è che gli eventi di quella sera – l’atmosfera
accalorata della riunione al magazzino e il modo in cui all’improvviso
gli ufficiali si schierarono contro mio padre – mi lasciarono
completamente sconcertato. Ero solo un ragazzino, ma devo dire
che provo tuttora un senso di profondo turbamento. Ciò che vorrei
sapere, e spero davvero che tu possa darmi una risposta, è se mio
padre e i giovani ufficiali fossero riusciti a capirsi a vicenda, o se per
caso non fosse sorto un qualche malinteso. Fino a poco prima
andavano d’accordo, e tutt’a un tratto il loro legame si è spezzato e
lui è scappato via in quella notte di tempesta… Tutto questo non può
averti lasciato indifferente, tu che all’epoca eri un giovane uomo che
nutriva una grande stima per mio padre.»
La luce del sole che proveniva dal giardino sul davanti della casa
conferiva ai capelli bianchi e corti di Daiō una luminosità quasi
dorata. Rimase lì in piedi immobile, immerso in chissà quali pensieri
col capo leggermente inclinato verso l’alto, mentre io ero in disperata
attesa di una risposta. Allora Ricchan, che forse aveva interpretato
male quel momento di stallo, intervenne con voce un po’ stizzita,
dicendo: «Scusate, ma per quanto ancora pensate che il povero
Akari debba starsene chiuso in bagno? Era in soggiorno per
rilassarsi con la sua musica e ha cercato di sopportare il più a lungo
possibile il vostro interminabile discorso. Ora sta per cominciare il
suo programma preferito alla radio, Classic Special: che ne direste di
darci un taglio e lasciarlo tornare di qua? A proposito, nel pomeriggio
andiamo alla Guaina, perché non venite tutti e due con noi? A patto,
però, che continuiate la vostra discussione lontano da Akari e gli
permettiate di ascoltare in santa pace la sua musica. All’aria aperta
potrete gridare quanto vi pare e piace.»

3.

Dopo aver parcheggiato il furgone in un ampio spazio aperto (in


pratica si trattava di uno slargo che fungeva da rotatoria per i mezzi
pesanti impegnati nei lavori forestali), proseguimmo a piedi lungo il
sentiero delimitato da un fitto bosco di conifere che conduceva alla
Guaina superando il torrente. Procedevamo in fila indiana, Daiō in
testa con il tappetino da fitness e una coperta sotto il suo unico
braccio, e io in coda dietro ad Akari e Ricchan. Quest’ultima era
l’immagine perfetta dell’assistente familiare, assolutamente
impeccabile: con un grosso borsone stretto in mano, avanzava cauta
con le sue comode e leggere scarpe di tela, quasi come se il suo
corpo dicesse: “Se Akari dovesse inciampare e perdere l’equilibrio,
sono pronta a lanciarmi nella boscaglia e a sorreggerlo”. Il sentiero
sbucava direttamente nella parte inferiore della Guaina. Ci
fermammo e Daiō stese il tappetino su una striscia di terreno erboso
e piatto in prossimità del ruscello. Intanto Ricchan provvide a tirare
fuori dal borsone i componenti del sistema audio portatile e i CD.
Infine, dopo che Akari si fu tolto le scarpe e seduto sul tappetino,
Daiō e io salutammo lui e Ricchan e ci avviammo verso la parte
superiore della Guaina.
«Ricordo che la guerra non era ancora finita quando mi fu
concesso di stare al piano superiore del magazzino vicino al fiume
dove conservavate la corteccia per la carta», mi disse a un certo
punto Daiō. «Mi trovavo bene e imparai abbastanza presto a
conoscere la zona, ma misi per la prima volta piede qui, nella
Guaina, solo parecchio tempo dopo.»
«La Guaina occupa fin dall’antichità un posto molto importante
nella storia locale», dissi io, «ma di solito la gente di qui tende a non
portare più di tanto i forestieri da queste parti.»
«Una volta sono stato invitato a pesca da uno dei miei ex allievi
del campo di addestramento – mi pare di averti già parlato di lui,
quello che ha il genero che fa il medico e ha l’ambulatorio a
Honmachi. Se non ricordo male, eravamo nel pieno della stagione
degli ayu e lui mi raccontò che la riva dove fu ritrovato il corpo senza
vita di Chōkō sensei era considerato un “posto speciale”: in quel
punto, il corso del fiume curva formando una sorta di piccola
insenatura triangolare. Mi ha detto che in pratica è diventato un
luogo off-limits e che ancora oggi i ragazzi dei dintorni si astengono
dal fare il bagno da quelle parti. In questa remota valle circondata
dalla foresta tutto può assumere un’aura mitica con relativa facilità. E
se si pensa che in tutta la zona esistono luoghi leggendari fin dai
tempi antichi, come la Guaina, allora non è da escludere che anche
siti tutto sommato recenti possano acquisire una connotazione
speciale in seguito ad accadimenti particolari. Kogito, nel tuo sogno
ricorrente hai rivissuto un’infinità di volte quella notte di tempesta e
altrettante volte hai visto tuo padre andare alla deriva con la sua
piccola barca. Asa mi ha detto che spesso hai affermato di avere
come la sensazione di aver visto il suo corpo fluttuare verso il fondo
del fiume, e io sono convinto che quell’immagine tu l’abbia
sognata… Come faccio a esserne così sicuro? È semplice: sono
stato io nella realtà ad avvistare il cadavere di Chōkō sensei che
galleggiava nelle acque poco profonde accanto alla riva, e non certo
tu… Asa dice che hai sempre sostenuto che tu e Kogii (lui era nella
barca insieme a tuo padre) foste i soli testimoni di ciò che accadde
quella tragica notte, ma d’altra parte lei sapeva per certo che anche
vostra madre aveva assistito a tutta la scena, dall’alto del campo
coltivato che si affacciava sul fiume. E io so, altrettanto per certo,
che c’era almeno un altro testimone… perché quel testimone ero io!
Dopo aver visto Chōkō sensei andare alla deriva, tornai indietro di
corsa al magazzino per avvertire gli ufficiali. Al termine di una lunga
discussione alcuni di noi decisero di attendere lo spuntare del nuovo
giorno e di partire alla ricerca di tuo padre. Ricordo che il cielo aveva
appena iniziato a mostrare le prime deboli luci dell’alba quando
saltammo in sella alle biciclette e percorremmo a gran velocità la
strada che costeggiava il fiume Kame. Arrivati più o meno all’altezza
del grande banco di sabbia e ghiaia in prossimità di Honmachi,
qualcuno ci disse che la sera prima aveva visto una barca capovolta
proprio da quelle parti, illuminata dalla luna piena e trascinata a valle
dalla corrente. Allora pensammo che convenisse effettuare una
prima perlustrazione nei dintorni, nell’area circostante al banco di
sabbia. Ci dividemmo e, come ti ho detto poco fa, fui io a trovare il
corpo privo di vita di tuo padre, vicino alla riva. È così che sono
andate veramente le cose, ma tua madre fece in modo che tu non
avessi la possibilità di parlare con me e con gli altri, ovvero con chi
aveva ripescato dall’acqua il cadavere di tuo padre. Suppongo lo
abbia fatto per proteggerti, per evitare che venissi a conoscenza di
dettagli raccapriccianti. Tu in pratica sei andato via dalla valle
quando avevi quindici anni, e da allora non hai più frequentato con
regolarità la gente del posto. E anche durante i cinque anni intercorsi
tra la morte di tuo padre e il trasferimento a Matsuyama, dove hai
frequentato il liceo, eri un ragazzo molto solitario. Le persone che ti
conoscevano e con cui ho avuto modo di parlare in tutti questi anni
mi hanno sempre detto che alla scuola media del villaggio te ne stavi
spesso in disparte, da solo in aula a leggere un libro. Asa era il tuo
unico legame con questa terra, un legame che però in un certo
senso era limitato dalla volontà di vostra madre. Correggimi se
sbaglio, ma credo tu sia l’unica persona nata e cresciuta in questa
piccola valle che ha reciso completamente le radici e ha fatto in
modo di andarsene appena possibile. Eppure, nonostante tutto
quello che è successo in questi lunghi anni, penso che in fondo al
cuore tu sia ancora un ragazzo della foresta. Dopotutto, la maggior
parte dei libri che hai scritto attinge in maniera rilevante alle storie
che tua madre e tua nonna ti hanno raccontato. E, per quanto tu
possa arricchirle e abbellirle ricorrendo alla tua sconfinata
immaginazione, per me nei tuoi romanzi c’è sempre un forte sapore
di verità. Questo mi ricorda una cosa che dissi una volta a tua
madre, nei suoi ultimi anni di vita, quando ormai eri diventato un
abitante di Tōkyō a tutti gli effetti e tornavi da queste parti solo di
rado, anche se i vostri rapporti si erano in buona parte risanati e
avevi la libertà di farti vivo tutte le volte che volevi. Comunque, ecco
che cosa le dissi: “I romanzi di Kogito sono frutto di fantasia. È
incredibile come tuo figlio riesca a far lavorare la fantasia e a
imbastire storie così verosimili e interessanti. Ma in fondo è una
questione di talento”. E allora lei, forse indispettita dal mio uso di
termini ed espressioni un po’ ampollosi, fece schioccare la lingua e
rispose in tono sentenzioso: “Quella non è fantasia, ma
immaginazione… Fantasia e immaginazione sono due cose molto
diverse. Mio marito leggeva i libri di Yanagita Kunio, e ricordo che
una volta mi disse che Yanagita faceva una precisa distinzione tra le
due, in particolare riguardo al fatto che l’immaginazione, a differenza
della pura fantasia, ha una sua base nella realtà. Kogii nei suoi
romanzi scrive soprattutto fatti reali, che però amplifica e distorce
servendosi dell’immaginazione. Lui ricorda molto bene le storie che
mia madre e io gli raccontavamo quand’era piccolo, e in pratica
ricorre al folklore come a una sorta di rampa di lancio per stimolare
l’immaginazione. Per questo, quando leggevamo i suoi primi racconti
e romanzi, non ci imbattevamo mai in elementi che ci spingessero a
pensare che si trattasse di pura e libera fantasia”. La risposta di tua
madre, scusa se te lo dico, mi fece uscire dai gangheri e controbattei
alzando la voce e dicendo: “Sì, ma allora come la mettiamo con Il
giorno in cui lui mi asciugherà le lacrime, in cui Chōkō sensei è
presentato come un personaggio comico e grottesco, malato di
cancro alla vescica, e viene caricato su quel ridicolo carretto di legno
nel tentativo ancor più ridicolo di assaltare una banca?”. Al che lei
piegò le labbra in una smorfia beffarda e rispose: “Oh, ma in quel
caso non si tratta né di fantasia né di immaginazione, bensì di un
autentico delirio, pura megalomania! Ha-ha-ha!”. Scusami, Kogito,
mi sono lasciato trascinare dal ricordo delle conversazioni con tua
madre. Dopotutto era una donna straordinaria, parlare con lei era un
vero spasso, oltre che un modo per imparare tante cose sulla valle e
le sue tradizioni. Bene, ora che siamo arrivati fin quaggiù e nessuno
può sentirci, che ne diresti di riprendere il discorso che stavamo
facendo prima, alla Casa nella foresta? Sai meglio di me che è una
questione molto importante e spero di risolverla definitivamente,
perché da solo non ci riesco. Ogni volta che provo a pensarci finisco
per andare fuori binario e lascio perdere. Forse insieme possiamo
farcela, no? Potrebbe essere una svolta anche per il sogno
ricorrente che ti ha tormentato in tutti questi anni… Come ti dicevo,
Asa mi ha parlato del tuo sogno e so che lo hai messo anche su
carta. È solo il mio punto di vista, per carità, ma non credo si possa
liquidarlo come un “semplice sogno”. Naturalmente non sono un
esperto, e quello che sto per dirti l’ho letto in un libro
sull’interpretazione dei sogni rivolto ai profani come me, ma pare che
quando un bambino tenta ripetutamente di dire qualcosa alla madre
e questa si rifiuta di ascoltarlo, ciò che il bambino voleva esprimere
può implodere nella sua interiorità, trasformarsi in sogno e infine
fondersi con i ricordi. E dunque, stando sempre allo stesso libro, il
bambino può essere soggetto a sogni ricorrenti anche in età adulta,
proprio come è successo a te. Non mi permetterei mai di
psicanalizzarti, senza contare che non ne sarei capace, ma, sulla
base di quello che mi è stato detto, non posso fare a meno di
pensare che i tuoi ricordi autentici, di cui purtroppo non hai una
coscienza attiva quando sei sveglio, siano stati filtrati attraverso il
sogno. In un articolo che hai scritto per quella rubrica fissa che tieni
sulle pagine di un noto quotidiano, hai raccontato la storia di quel tuo
amico antropologo che ha fatto un’interessante scoperta mentre era
in missione in Indonesia, se non sbaglio all’isola di Flores, in un
remoto villaggio tra le montagne. I membri di una certa tribù avevano
creato un’enorme riproduzione di un aeroplano usando rami e
tronchi d’albero e l’avevano sistemata in una radura nella foresta.
Nell’articolo affermi di aver provato una profonda emozione
nell’apprendere la notizia, e quando ho letto quel passaggio ho
pensato subito che doveva esserti riaffiorato alla mente uno dei
sogni che facevi da bambino.»
«Sì, ero rimasto affascinato soprattutto da uno schizzo a matita di
quel modello primitivo di aeroplano disegnato dal mio amico
antropologo nel suo blocco degli appunti. Tra l’altro era molto bravo,
disegnava come un vero artista, e devo dire che ci hai visto giusto,
Daiō, quello schizzo mi fece ricordare all’istante uno dei sogni che
facevo spesso quand’ero piccolo… E ora, in questo preciso
momento, ti confesso che provo una certa agitazione, perché quel
sogno si svolgeva proprio qui, alla Guaina. Nel sogno mi trovavo più
a nord, oltre la grande roccia nera, e a un certo punto mi imbattevo
nella coda di un aereo in rovina, precipitato chissà da quanto tempo.
Avanzavo di qualche passo per controllare meglio e mi accorgevo
che il resto del velivolo era in bilico sul versante in discesa.
Ovviamente non era di legno, ma sembrava essere stato assemblato
con pezzi e componenti di vecchi aeroplani… Daiō, tu mi stupisci, la
tua immaginazione e le tue facoltà intuitive sono straordinarie!»
«Grazie! Forse è perché anche la mia immaginazione ha una sua
base nella realtà, riprendendo un po’ le parole di tua madre… Ha-ha-
ha! Battute a parte, nei giorni precedenti alla morte di Chōkō sensei,
al magazzino si tenne una lunga serie di riunioni accompagnate da
abbondanti bevute di sake, e suppongo che anche tu abbia avuto
modo di ascoltare numerose discussioni e di farti un’idea della
situazione, anche se all’epoca eri solo un ragazzino di dieci anni.
Ora, correggimi se sbaglio, immagino che ti sentissi molto confuso e
spaventato da quegli strani discorsi. Il giorno prima della disgrazia,
mentre era in corso una di quelle chiassose e interminabili riunioni,
ricordo di averti visto in un angolo del corridoio fuori dalla stanza al
piano superiore. Avevi uno sguardo preoccupatissimo e pensai che
un bambino della tua età dovesse sentirsi come minimo terrorizzato
in quel tipo di situazione, ma dopotutto non era compito mio dirti di
andare via. Poi, dopo la morte di tuo padre, forse hai sepolto quei
ricordi da qualche parte nel tuo inconscio e ti sei convinto che le
parole che avevi origliato appartenevano a un sogno. Ma ora credo
sia giunto il momento di dire addio ai segreti e svelarti quello che
accadde… Il piano prevedeva di introdursi nell’aeroporto militare di
Yoshidahama, appropriarsi di un caccia armato di tutto punto e
volare in direzione est. Il pilota e il suo secondo avrebbero dovuto
atterrare qui, nella Guaina, così da nascondere l’aereo fino al
momento dell’azione finale. Naturalmente si trattava di
un’operazione ad altissimo rischio, che costituiva il nodo centrale
delle animate discussioni al magazzino, le stesse che avevi
occasione di ascoltare anche tu.»
«Sì, lo so, l’ho scritto ne Il giorno in cui lui mi asciugherà le
lacrime, solo che ho rielaborato il tutto e ho fatto in modo che
corrispondesse alle fantasie deliranti di un giovane uomo sulla via
della follia…»
«Certo, ho letto quel racconto e lo conosco molto bene. Tua
madre mi chiamò e mi fece il terzo grado, voleva sapere se fossi
stato io a metterti al corrente dei fatti o se avessi assistito tu stesso
alle riunioni al piano superiore del magazzino. Non so se sbaglio, ma
è come se quei ricordi latenti, rimasti nascosti per molti anni nei
recessi della tua memoria, fossero tornati in superficie attraverso i
sogni. Molto probabilmente con l’aiuto determinante della tua fervida
immaginazione, in base a uno schema mentale molto particolare che
solo uno scrittore di professione può avere. A ogni modo quel giorno,
quando tua madre mi mostrò alcuni passaggi cruciali del tuo
racconto, le risposi più o meno così, in modo molto schietto:
“Capisco il tuo sconcerto, ma non credo sia il caso di preoccuparsi
più di tanto. Temi soprattutto che Kogito sia a conoscenza del
contenuto esatto delle riunioni tra Chōkō sensei e gli ufficiali di
Matsuyama e che abbia intenzione di scrivere un lungo romanzo
sulla vicenda, vero? E hai paura che per la vostra famiglia possa
essere una grande sciagura, né più né meno come è successo a
quella di Kōtoku Shūsui dopo il tentativo di assassinio
dell’imperatore Meiji nel 1910, ma secondo me puoi stare tranquilla,
non succederà mai. Per me, che ovviamente avevo qualche anno in
più di tuo figlio, i discorsi che si facevano durante quelle riunioni
erano incomprensibili, non ci capivo quasi niente, figuriamoci per un
bambino di dieci anni, solo e impaurito. Sono sicuro che Kogito non
ha a disposizione il materiale per scrivere il romanzo che pensi tu”. E
alla fine ci avevo visto giusto, non hai mai scritto il romanzo di cui tua
madre aveva tanta paura. Ora che hai accantonato in via definitiva il
“romanzo dell’annegamento”, finalmente anche tua sorella Asa può
tirare un sospiro di sollievo. Credo sia un bene per tutti, Kogito. Però,
a essere sincero, ci sono ancora alcuni dubbi che mi tormentano…
Oggi stiamo parlando soprattutto dei tuoi ricordi latenti, dei sogni, e
quindi del tuo lato inconscio più che di quello conscio. Dubito
fortemente che a dieci anni tu potessi essere in grado di capire i
discorsi che ascoltavi al magazzino, ho la sensazione che in qualche
modo la tua straordinaria immaginazione abbia ricostruito tutto a
posteriori e lo abbia fatto riemergere attraverso il sogno. Non è così
impossibile, non credi? Ci ho riflettuto parecchio e a dire il vero mi
sembra una spiegazione abbastanza plausibile. A un certo livello,
sapevi che esisteva un piano per impadronirsi di un aereo militare e
nasconderlo nel mezzo della Guaina, in attesa di utilizzarlo per una
clamorosa azione finale. E, come avevi intuito nel tuo sogno, quel
piano scellerato era alla base del comportamento di tuo padre nelle
sue ultime ore in questo mondo. Ma il piano non fu mai messo in
pratica e il tuo inconscio deve aver elaborato la scena successiva
fino a fartela apparire in sogno.»
«Sì, però l’immagine dell’aereo da guerra nascosto nella boscaglia
della Guaina non aveva alcun fondamento nella realtà… Forse era
solo il frutto della mia fantasia, di una mente visionaria o qualcosa
del genere, no?»
«Non sono d’accordo, invece: quell’immagine era radicata nella
realtà, o quanto meno nella sfera del possibile. Come ti ho già detto,
la questione dell’aereo costituiva l’elemento cruciale della
discussione tra tuo padre e i giovani ufficiali che frequentavano casa
vostra, il motivo stesso della rottura. Durante quell’ultima riunione
stavano parlando di come la sconfitta del Giappone sembrasse
molto più imminente del previsto, e il dibattito assunse toni accesi
soprattutto quando si cominciò a sostenere che bisognava mettere
subito in pratica il piano di Chōkō sensei, il cui culmine prevedeva un
attacco suicida dal cielo contro il Palazzo Imperiale. Forse non l’ho
precisato, ma a quella riunione erano presenti facce nuove, nella
fattispecie alcuni apprendisti piloti della Marina Imperiale in servizio
per un breve periodo al centro di addestramento del villaggio.
Furono gli ufficiali amici di tuo padre a portarli con loro, e tutti
insieme vennero qui alla Guaina per lavorare all’estrazione di olio
essenziale di pino silvestre. Credo che la peculiare conformazione
della Guaina dovette ispirare non poco quei giovani piloti, che difatti
tornarono al magazzino e iniziarono a insistere dicendo che
conveniva “prendere in prestito” un caccia all’aeroporto militare di
Yoshidahama, assicurarsi che fosse ben armato e nasconderlo da
qualche parte in questa radura erbosa. Forse questo dettaglio lo
ricordi anche tu, vero, Kogito? Quel giorno se ne parlò
diffusamente.»
«Purtroppo no. Non tutto quello che succedeva nel corso di quelle
riunioni in cui si beveva sake a fiumi è riemerso nei miei sogni, e
ancora meno è rimasto impresso nei miei ricordi. Molti dei fatti di cui
sentivo parlare al magazzino restano tuttora avvolti nella nebbia. Per
esempio, il brano di The Golden Bough che ho letto poco fa ad alta
voce deve essere stato sottolineato dal professore di Kōchi, ma non
riesco a capire perché ponesse così tanta enfasi sulla necessità di
“assassinare l’uomo-dio” come metodo per ridare vita e prosperità al
Giappone. Era convinto sul serio che quei precetti potessero essere
applicati così com’erano alla politica reale del dopoguerra e rivelarsi
di una qualche efficacia? Io, se devo essere sincero, ho i miei dubbi.
Quello che voglio dire è che non mi pare esistano prove evidenti sul
fatto che mio padre, e prima di lui il suo mentore, leggessero quei
volumi in modo pragmatico, con la precisa idea che quegli antichi
princìpi di ordine mitico e tribale potessero essere tramutati in azione
e aiutare il sistema imperiale del nostro paese ad aprirsi un varco e
riemergere dal marasma del dopoguerra. Daiō, so che allora tutti ti
guardavano più che altro come un semplice e fedele aiutante che si
limitava a riscaldare e servire il sake, ma in realtà tu prestavi molta
attenzione ai discorsi degli ufficiali e di mio padre. Perciò voglio
chiederti soprattutto una cosa: era stato elaborato in concreto un
piano d’azione di tipo militare per aiutare il Giappone a uscire dalle
gravi difficoltà del dopoguerra? E, in caso affermativo, mio padre era
il fautore principale di quel piano?»
«Assolutamente sì. Si lavorava alla strategia e ai dettagli con una
serietà incredibile. Se hai dubbi del genere significa che non eri
riuscito a capire granché, anche se passavi ore intere al magazzino.
Furono gli ufficiali di Matsuyama a proporre per primi l’idea
dell’attacco, poi evidentemente sviluppata e perfezionata dai giovani
aspiranti piloti della Marina Imperiale presenti quel giorno alla
riunione. Alcuni cominciarono ad avanzare l’ipotesi di far saltare in
aria la grande roccia nera per creare una pista d’atterraggio di
fortuna per l’aereo che avevano in mente di rubare. Tuo padre andò
su tutte le furie e si mise a urlare frasi del tipo: “Siete pazzi, volete
distruggere la grande roccia? Non permetterò mai che dei forestieri
sbucati dal nulla rovinino la ‘Guaina’! Quel posto per noi è sacro, non
ha niente a che fare con la nuova nazione e l’epoca Meiji. È così fin
dai tempi antichi e non è possibile che qualcuno si metta in testa di
stravolgerlo per ricavare una ridicola pista di atterraggio!”. Almeno
questa scenata te la ricordi, vero, Kogito?»
«Sì… Quando sentii mio padre urlare in quel modo iniziai a
tremare come una foglia. Uno degli ufficiali uscì nel corridoio e mi
vide, dovevo essere una maschera di terrore. Mi si avvicinò e disse:
“Ehi, ragazzino, ora dobbiamo parlare di faccende molto importanti,
perciò forse è meglio che corri a casa”. E non me lo feci ripetere due
volte… Mio padre rientrò molto più tardi e cominciò a parlottare a
bassa voce con mia madre. Io ero in camera mia e, per quanto mi
sforzassi di ascoltare, non riuscivo a cogliere neanche una parola.
Ora, con il senno di poi, posso dire che molto probabilmente stavano
discutendo della decisione di mio padre di scappare con la barca,
nonostante la pioggia e il fiume in piena. Il mattino dopo mi fu subito
chiaro che mia madre stava aiutando mio padre nei preparativi per la
partenza. A un certo punto lui mi chiese di tirare fuori una camera
d’aria dalla ruota di una bicicletta e di gonfiarla. Quel giorno sentii
un’ansia crescere nel petto ora dopo ora, un’oppressione pazzesca
di cui non afferravo bene l’origine. Nel frattempo gli ufficiali e i soldati
continuavano a starsene rintanati in silenzio al piano superiore del
magazzino, come se fossero in attesa di chissà cosa. La scena che
ricordo vividamente e ho rivissuto infinite volte in sogno accadde a
tarda sera, non so nemmeno che ora fosse di preciso…»
«Quindi avevi capito poco o niente di quello che gli ufficiali e tuo
padre si erano detti il giorno prima al magazzino, eh? È sempre stato
un grande dilemma per me, mi sono chiesto centinaia di volte se tu
fossi al corrente di quello che stava succedendo. Sono arrivato
perfino a pensare che sapessi molte cose e facessi solo il finto tonto.
E invece non avevi la più pallida idea della situazione… Eri un
bambino precoce e molto intelligente, è vero, ma in fondo avevi solo
dieci anni. In qualche modo hai preferito seppellire i ricordi nei
recessi del tuo inconscio perché i fatti di cui sentivi parlare, in
particolare quelli relativi allo scontro tra tuo padre e i militari sulla
Guaina e questioni simili, erano troppo complessi e ingarbugliati per
la mente di un ragazzino della tua età. Scusami, ma credo che a
questo punto sia opportuno che ti dica una volta per tutte quello che
penso, la mia teoria su come si svolsero le cose. Prima di tutto, sotto
la guida del famoso professore di Kōchi, tuo padre lesse con
passione e attenzione The Golden Bough, specialmente la parte
sull’usanza di uccidere il vecchio re per proteggere il paese dalla
rovina e dalla decadenza, da cui prese spunto per la sua folle idea.
All’inizio riuscì a convincere gli ufficiali con cui era in contatto e
l’entusiasmo raggiunse il culmine durante alcune interminabili
riunioni in cui, oltre a disquisire di politica e strategie militari, si
badava più che altro a bere sake a fiumi. È ovvio che quei discorsi
non potevano avere molto senso per te, non solo perché eri ancora
un bambino, ma anche e soprattutto in virtù del fatto che avevi
ricevuto un’educazione basata essenzialmente sul nazionalismo
imperialista e militarista incentrato intorno alla figura dell’imperatore.
Devo dire che a far scattare qualcosa nella mia mente e ad aiutarmi
a capire è stata la rappresentazione de Il cuore delle cose in
versione Lanciando cani morti di Unaiko, all’Anfiteatro del villaggio. Il
“maestro” del romanzo di Sōseki parla di “spirito dell’epoca Meiji”.
Ora, a un certo punto della performance, durante la fase del
dibattito, uno spettatore si è alzato in piedi e ha chiesto se una
persona come il maestro, che aveva voltato le spalle sia alla propria
epoca sia alla società in generale, poteva essere stata influenzata
dallo spirito Meiji al punto da togliersi la vita nel momento in cui
quell’epoca giunse al termine. Come ben sai, quell’affermazione ha
scatenato un putiferio incredibile, i “cani morti” volavano in gran
quantità in tutte le direzioni. A ogni modo, quello spettatore mi ha
fatto pensare moltissimo a tuo padre, alla fine della guerra e a te,
Kogito. La tua educazione, durante gli anni della scuola elementare,
possedeva senza dubbio una forte impronta militaristica, pertanto lo
“spirito dell’epoca” in cui sei nato e cresciuto esigeva una fedeltà
assoluta nei confronti dell’“uomo-dio” imperatore. Per inciso, non
credo che questo sia facilmente paragonabile allo “spirito dell’epoca
Meiji” di Sōseki o del generale Nogi, ma è evidente che non
manchino alcuni punti di contatto. Circa quindici anni fa rifiutasti
un’importante onorificenza dell’imperatore nel nome del tuo credo
incrollabile nei princìpi della democrazia del dopoguerra, e in
conseguenza di ciò i miei giovani allievi del campo di
addestramento, ancora devoti al culto dell’imperatore, decisero che
eri un loro acerrimo nemico. Molto probabilmente fu per questo che ti
giocarono quello strano scherzo, dicendoti che ero morto e inviandoti
quell’enorme tartaruga acquatica. Dal mio punto di vista, se si vuole
parlare di te, Kogito Chōkō, in termini di spirito di un’epoca, bisogna
mettere in evidenza i due ambiti distinti e separati che caratterizzano
lo “spirito dell’epoca Shōwa”. 1 La prima parte di tale era, in cui sei
nato e cresciuto – in poche parole fino al 1945 –, era ancora
incentrata intorno alla figura dell’imperatore come dio vivente;
mentre la seconda parte, dopo la guerra, ha visto un cambiamento
radicale e si è forgiata sulla base di nuovi princìpi democratici. Non
so se sbaglio, ma penso che il tuo percorso come uomo e scrittore
rifletta la peculiare evoluzione dell’epoca Shōwa. Cercando di
metterla in termini molto semplici, immaginiamo questo bambino di
appena dieci anni che è nato nella prima parte dell’epoca Shōwa ed
è più che mai figlio del periodo storico in cui vive. Ora, quello stesso
bambino sente di sfuggita il padre, che per lui era come un eroe,
parlare di un piano segreto che prevede che alcuni giovani aspiranti
piloti si approprino di un aereo militare per condurre un attacco
suicida contro l’imperatore, l’uomo-dio. Come poteva reagire un
ragazzino educato in una società e soprattutto in un sistema
scolastico improntato al culto nazionalista e militarista
dell’imperatore? Quel bambino di appena dieci anni era in grado di
comprendere e accettare un’idea così radicale e sconvolgente?
Certo che no! Io sono convinto che tu, Kogito, sia rimasto talmente
scioccato nel sentire quelle parole che hai fatto in modo di
sopprimerle all’istante e destinarle all’oblio. E l’unico elemento che
hai risparmiato all’estinzione immediata, e che hai riposto al sicuro
nel tuo inconscio, è l’immagine dei giovani piloti che si esercitano a
decollare e ad atterrare nella Guaina, una scena immaginaria che
avevi elaborato grazie ai discorsi captati attraverso una sottile parete
di legno. Ecco spiegata l’origine del tuo sogno sull’aereo precipitato.
Naturalmente i dettagli aggiuntivi e i vari abbellimenti vanno attribuiti
alla tua fervida immaginazione di futuro scrittore, che in seguito ha
dato ulteriori frutti sotto forma di romanzo. Ma di una cosa sono
certo: alla base della tua straordinaria forza immaginifica devono
esserci per forza i discorsi che sentisti pronunciare da bambino
durante quelle riunioni al magazzino. E infine sono giunto alla
conclusione che per te, nella tua veste di innocente e giovanissimo
rappresentante dello spirito dei primi vent’anni dell’epoca Shōwa, era
impossibile accettare le parole di tuo padre. D’altra parte, Chōkō
sensei era un forestiero che si era trasferito nella valle dopo il
matrimonio e si era appassionato al folklore e alle tradizioni locali, e
sono certo che quelle storie e quelle credenze popolari abbiano
avuto su di lui un’influenza molto più profonda delle dogmatiche
teorie ultranazionaliste di cui parlava con i giovani ufficiali. Come ben
sai, la Guaina è considerata dalla gente del posto come il cuore della
foresta, pertanto era impensabile che Chōkō sensei permettesse a
un drappello di giovani sfrontati di mettervi piede e profanare un
luogo così antico e sacro, sradicando le radici dei pini con pale e
picconi per estrarre l’olio essenziale e addirittura devastando l’intera
area per creare una pista d’atterraggio provvisoria. Era quello il
Chōkō sensei che tu ben conoscevi, tuo padre, per il quale nutrivi
incondizionata stima e affetto. Ma d’altro canto, in base a quello che
avevi ascoltato al magazzino e per quanto potesse sembrare
assurdo, c’era anche un Chōkō sensei a te sconosciuto, ideatore di
un folle piano per assassinare l’uomo-dio! Se devo dirti la mia, penso
che tuo padre in cuor suo fosse contrario a iniziative estreme, ma
forse aveva raggiunto un punto in cui sentiva il bisogno di compiere
un gesto simbolico eclatante e clamoroso. Quando fu chiaro che il
Giappone stava per perdere la guerra, nel caso in cui l’imperatore
fosse stato costretto ad abdicare, non è da escludere che lui e gli
altri avessero preso in considerazione l’ipotesi di commettere junshi,
il suicidio rituale. Secondo me, Kogito, la verità è che tuo padre, nel
momento in cui aveva rivelato l’idea di condurre un attacco suicida
contro il Palazzo Imperiale a Tōkyō, in un modo o nell’altro aveva già
deciso di togliersi la vita. Non ho mai avuto il coraggio di dirtelo
prima, ma ho sempre pensato che Chōkō sensei non avrebbe
vissuto una vita lunga e ordinaria, né che sarebbe morto tranquillo
nel suo letto.»
4.

Daiō e io eravamo rimasti in piedi per tutto il tempo; io avevo le


spalle appoggiate alla parete della grande roccia nera. Il sole
volgeva al tramonto e il nuovo fogliame degli alberi di latifoglie che
circondavano la Guaina era avvolto in una bruma rossiccia. Mentre
osservavo la foresta, mi affiorò alla mente un remoto panorama
dell’antico bosco di Nemi descritto da Frazer, dove non c’era ancora
traccia degli alberi sempreverdi tipici del Sud Italia – allori, ulivi,
oleandri, e ancor più limoni e aranci – e crescevano in abbondanza
solo alberi decidui come querce e faggi. Riflettevo ammirato sulle
parole che Frazer usava per descrivere quegli alberi: When the
beechwoods and oakwoods, with their deciduous foliage…
«Guarda, Kogito», disse a un certo punto Daiō, puntando il dito in
basso e riportandomi alla realtà, «Ricchan ci sta salutando. E Akari
si è alzato in piedi e si sta rimettendo il busto da solo. Sono stato
molto contento di fare questa lunga chiacchierata con te, erano
decenni che aspettavo l’occasione di dirti certe cose. Ricordo che il
giorno in cui tua madre mi disse che saresti andato a studiare
all’università a Tōkyō pensai: “Dovrò leggere tanto e acquisire molte
conoscenze, così da diventare una persona in grado di sostenere
una conversazione intelligente con Kogito quando tornerà nella
valle”. Così iniziai a frequentare dei corsi per corrispondenza, subito
dopo la tua partenza. I costi per fortuna non erano proibitivi, ma
bisognava recarsi almeno due o tre volte all’anno a Tōkyō per
seguire delle lezioni in sede e sbrigare alcune pratiche, e tua madre
mi diede una grossa mano dal punto di vista economico. Dopo la
fine della guerra continuai a dedicarmi al campo di addestramento,
anche in segno di rispetto nei confronti di tuo padre. Ero il suo primo
allievo, desideravo proseguire a tutti i costi la sua opera. Ma alla fine
non sono mai riuscito a condurre una vita sufficientemente normale,
sono stato molto fortunato ad avere tua madre sempre dalla mia
parte.»
Scendemmo a passo rapido lungo il pendio erboso e
raggiungemmo la parte pianeggiante della Guaina, ormai
completamente in ombra. Quando arrivammo accanto al ruscello,
Daiō allungò il suo unico braccio e prese in consegna il borsone che
Ricchan aveva appena chiuso. Se lo mise in spalla con un gesto
consumato, pronto a tornare al furgone. Akari, che traeva grande
beneficio dagli esercizi di riabilitazione, raccolse da terra la sua
borsa e si avviò per primo, subito affiancato da Ricchan, che non lo
perdeva mai d’occhio. Io mi accodai per ultimo, trascinandomi in
silenzio e portandomi dietro nient’altro che il peso enorme dei fatti
che mi aveva rivelato Daiō.
«Kogito, addesso che ci penso», mi disse qualche attimo dopo, lui
che evidentemente non aveva motivo di cedere alla riflessione
solitaria, «è passato più di mezzo secolo dalla morte prematura di
tuo padre, che all’epoca aveva solo cinquant’anni. Molti di quelli che
lo conoscevano non fanno più parte di questo mondo, compresa tua
madre. Lei era una delle persone più importanti della sua vita,
eppure, per quanto ne sappia, se n’è andata senza dire neanche
una parola sul marito. Niente di niente, come a volerlo ignorare di
proposito. Asa mi ha detto che ci sei rimasto molto male quando
finalmente hai aperto la valigia di pelle rossa, che in teoria avrebbe
dovuto contenere le lettere, gli appunti e altri documenti di tuo padre,
e non hai trovato niente che potesse esserti utile per scrivere il tuo
ultimo romanzo. In compenso, però, grazie ai tre volumi di The
Golden Bough, sono riuscito a parlarti in totale schiettezza di
faccende molto importanti che gravavano da anni sulla mia
coscienza, a cominciare dalla storia dell’aereo militare. Scusami se
tutte le volte che ci vediamo inizio a chiacchierare e non la smetto
più, non posso farci niente, è nella mia natura. Tu non dici granché e
resti perlopiù in silenzio ad ascoltare, non riesco mai a capire cosa ti
passi per la testa. Ricordo che andò così anche quella volta in cui
venisti con Hanawa Gorō al campo di addestramento, quando
eravate al secondo anno di liceo. Scambiammo una lunga e intensa
conversazione, ma alla fine restai perplesso, incapace di cogliere
quali fossero i tuoi veri pensieri e sentimenti. Quel che è certo è che
entrambi non abbiamo mai smesso di rimuginare su quella terribile
notte, quando tuo padre fu trascinato via dalla corrente e annegò nel
fiume. E tu non solo ci pensi e ci ripensi, ma rivivi tutto anche nei
sogni. Ci siamo chiesti tutti e due migliaia di volte perché si fosse
spinto a tanto, abbiamo formulato ipotesi su ipotesi, ma senza mai
essere in grado di darci una risposta convincente. A proposito, ora
che mi ricordo, so che tua madre rivelò ad Asa che pensava che a
un certo punto Chōkō sensei avesse cominciato ad aver paura di ciò
che lui stesso aveva innescato e che avesse perciò deciso di
fuggire. Suppongo tu l’abbia ascoltata quella registrazione in cui ne
parla, vero? A ogni modo, io la penso diversamente. Scommetto che
in questo preciso momento stai cercando di fare ordine nella tua
mente, nel tuo modo silenzioso e imperscrutabile, ma, se intanto
posso dirti la mia, sono giunto alla conclusione che, per quanto ci si
interroghi sulle motivazioni che spinsero tuo padre a quell’ultima
drammatica decisione, nessuno sarà mai in grado di dare una
risposta univoca sul perché della sua fuga nel fiume in tempesta.
Forse si tratta di un mistero destinato a restare tale in eterno.
Ricordo che in quei giorni carichi di tensione che precedettero la
tragedia, spesso gli ufficiali si lasciavano andare a commenti
piuttosto aspri su tuo padre. Una parola che sentii pronunciare
diverse volte a bassa voce fu mononoke… All’epoca non sapevo
neanche cosa significasse, ma in seguito appresi che aveva a che
fare con la possessione spiritica e fatti del genere, e finalmente capii
a cosa si riferivano i giovani ufficiali. Ora che ci penso, usavano quel
termine anche prima, quando andavano ancora abbastanza
d’accordo con tuo padre. All’inizio Chōkō sensei partecipava molto di
rado alle loro discussioni, si limitava più che altro ad ascoltare. Poi,
da un momento all’altro, si lasciò coinvolgere e cominciò a
intervenire con frequenza via via maggiore, dando voce alle sue
opinioni radicali. A un certo punto, come ti ho già detto, si prese
perfino la briga di andare fino a casa del professore di Kōchi per
parlare direttamente con lui. Ricordo come fosse ieri uno degli
ufficiali mormorare questa frase: “Per essere un uomo nato e
cresciuto in un remoto villaggio in mezzo alla foresta, il caro signor
Chōkō si lascia prendere dall’entusiasmo in un modo davvero
impressionante, tanto da mettere in allarme gente di città come
noialtri, eh? Crede ciecamente nelle sue idee. Sembra quasi che sia
posseduto da uno spirito maligno…”. Evidentemente tuo padre non
aveva detto nulla riguardo alle sue oscure origini, e loro avevano
finito per credere che fosse nato e cresciuto nella valle. Durante
quell’ultima riunione, lui e gli ufficiali si ritrovarono su posizioni
diametralmente opposte e giunsero a un punto morto. Il mattino
dopo tutti sapevano che aveva in mente di andare via con la sua
piccola barca, ma nessuno mosse un dito per fermarlo. Era da poco
passato mezzogiorno quando ripresero a bere sake come in un
giorno di festa e mi ordinarono di andare a prendere la valigia di
pelle rossa a casa vostra. Come ti ho detto prima, erano al corrente
che Chōkō sensei aveva intenzione di portarsela dietro e volevano
rimuovere eventuale materiale compromettente. Poi a tarda sera, a
distanza di parecchie ore, tu venisti al magazzino a riprendertela…
Quel giorno, dopo che tuo padre se ne fu andato, ebbi la netta
sensazione che i giovani ufficiali fossero concordi nel pensare che
per loro sarebbe stata una liberazione se lui fosse annegato nel
fiume in piena, a patto che non lasciasse prove in grado di
dimostrare il loro coinvolgimento in attività sovversive, è ovvio. Ecco
perché non tentarono di fermarlo. E, sapendo che ero il suo fedele
aiutante, mi minacciarono senza mezzi termini perché non mi
azzardassi a dissuaderlo dal suo intento. Non potei fare altro che
guardarlo andare via. Quando tornai di corsa al magazzino per
riferire che era partito con la sua piccola barca, trascinato dalla
corrente, vidi chiaramente i loro volti distendersi in un’espressione
rilassata. Poi, sul far dell’alba, vennero tutti con me a cercarlo, o
meglio a cercare il suo cadavere, perché era evidente che neanche
un miracolo sarebbe bastato a salvarlo dal fiume in piena… Non
dimenticherò mai ciò che uno degli ufficiali disse in quel frangente a
un suo compagno, a proposito del piano di impossessarsi di un
cacciabombardiere Zero all’aeroporto militare di Yoshidahama,
un’idea che tra l’altro all’inizio tutti avevano accolto con entusiasmo:
“Rubare un aereo del genere e nasconderlo nella foresta era pura
follia, solo quelle stupide reclute che sognavano di pilotarne uno
potevano credere a una simile assurdità. Per noi era solo uno
scherzo, non facevamo mica sul serio!”. I due si guardarono negli
occhi e ridacchiarono sotto i baffi con aria insolente. Non potrò mai
perdonarli, anche se forse a quest’ora sono già all’altro mondo…
Devi scusarmi se insisto sullo stesso punto, Kogito, ma credo che
noi due siamo gli ultimi individui sulla faccia della terra che non
smettono mai di pensare a Chōkō sensei, e tu in particolare continui
da decenni a fare lo stesso sogno!»
In quel momento ricordai una domanda che volevo porre a Daiō
da un po’ di tempo. «Daiō», gli dissi, guardandolo dritto negli occhi,
«a quanto pare non hai dimenticato niente della notte dell’alluvione e
del mattino seguente, e ti sono grato per avermi raccontato tutto. Ma
per caso sai dirmi qualcosa di più preciso anche riguardo alla valigia
di pelle rossa, che io stesso venni a riprendere al magazzino e portai
a mio padre giù al fiume? Per esempio, sai in che modo e quanto
tempo trascorse prima che fosse restituita a mia madre?»
«Ah, già, la valigia… Fu ritrovata sulla riva del fiume diversi
chilometri più a valle rispetto al punto dove si capovolse la barca.
Alcuni pescatori la recuperarono e la consegnarono alla polizia, ma
fu restituita a tua madre dopo parecchio tempo. Gli ufficiali avevano
eliminato tutti i documenti e le lettere che ritenevano pericolosi. In
quella valigia non c’era più niente che potesse far puntare il dito
contro qualcuno, indipendentemente dall’esito della guerra. I giovani
ufficiali erano stati abbastanza scaltri da distruggere ogni possibile
prova incriminante. Ed è naturale che in un periodo di grande crisi
come quello, con lo shock della sconfitta e tutto il resto, semplici
agenti di polizia locale non si sarebbero mai sognati di individuare
nei tre volumi di The Golden Bough un possibile legame con una
qualche attività sovversiva. Per quanto ne sappia, le uniche persone
che negli anni a seguire hanno maneggiato la valigia sono state tua
madre e tua sorella. E, anche se i giovani ufficiali avevano
sottoposto il suo contenuto a una severissima censura, credo che
loro due avessero deciso di comune accordo di tenerla il più
possibile lontano da te, nel timore che potesse avere ripercussioni
negative sul famoso “romanzo dell’annegamento” che avevi in mente
di scrivere. Ora, con il senno di poi, forse è lecito affermare che sono
state oltremodo caute, ma immagino abbiano voluto salvaguardare il
nome della vostra famiglia… Chōkō sensei è stato e sarà per
sempre il maestro più importante che io abbia mai avuto, ma devo
dire che la persona che stimo di più al mondo è un’altra: tua madre.
Lei per me è insuperabile, un gradino al di sopra di tuo padre. Anche
di te ho sempre pensato un gran bene, fin da quand’eri bambino, e
mi sono accorto molto presto che eri una persona diversa dalle altre
e dotata di un talento straordinario. Ma credo tu sia al corrente del
fatto che tua madre era convinta che tua sorella Asa, soprattutto dal
punto di vista pratico, fosse una persona più equilibrata di te. E
penso che in fondo se ne sia andata all’altro mondo felice, sicura
che Asa sarebbe stata l’ultima di noi a lasciare questa vita. Ricordo
che tua madre usava dire che le donne della vostra famiglia hanno
sempre eclissato gli uomini. In effetti, se si prova a pensare a lei e a
tua nonna, non lo si può negare. Ma magari è possibile risalire fino a
epoche precedenti e includere anche la madre di Meisuke, che forse
era una vostra lontana parente!»

1 L’epoca Shōwa, che corrisponde al regno dell’imperatore Hirohito, va dal 1926 al


1989. [n.d.t.]
PARTE TERZA
CON QUESTI FRAMMENTI HO PUNTELLATO LE MIE ROVINE
12.
La leggenda del «medium» Kogii

1.

Una mattina presto sentii dei rumori provenire dal retro della Casa
nella foresta. Rimasi sveglio a letto per quasi un’ora, poi mi decisi a
scendere al piano di sotto per dare un’occhiata. Anai Masao era in
piedi nel giardino posteriore, lo sguardo rivolto alla poesia incisa
sulla pietra commemorativa. Era la prima volta che lo vedevo da
quando ero tornato nella valle insieme ad Akari. Sollevò piano la
testa e mi guardò con un’espressione che tradiva una certa
disillusione (quest’affermazione potrà suonare un po’ ipocrita, visto
che volente o nolente avevo compromesso il suo nuovo progetto).
Ma al contempo nei suoi occhi era presente una vivida freschezza,
come se ormai fosse pronto a lasciarsi alle spalle gli ultimi eventi.
Quando incrociai il suo sguardo, ebbi la strana sensazione che
stesse pensando la stessa identica cosa e mi sentii scuotere da
vibrazioni molto positive.
Guardai il piccolo orologio della cucina e mi accorsi che erano
appena le cinque. Andai ad accendere la macchina del caffè che
Maki mi aveva suggerito di portare con me da Tōkyō e preparai il
necessario per quattro tazze. Due per me e due per Masao, ovvero
la quantità di caffè che supponevo sarebbe bastata durante la nostra
imminente conversazione, al netto di eventuali imprevisti. Ricchan
stava ancora dormendo, nella solita stanza nell’angolo ovest della
casa (la stessa che abitualmente condivideva con Unaiko), mentre
Akari era in camera sua al piano di sopra. Regnava una calma
assoluta, era lecito supporre che nessuno si sarebbe svegliato prima
di un paio d’ore.
Masao entrò in casa accompagnato da un forte odore di sigaretta.
Non se ne accese subito un’altra, dal che dedussi che doveva
essersi attardato in giardino per fumare prima di mettere piede
dentro. Senza smentirsi, evitò le classiche espressioni formali per
rompere il ghiaccio e venne dritto al sodo, come a voler riprendere la
nostra ultima conversazione e tirando in ballo l’argomento su cui
forse stava rimuginando da parecchio.
«Ultimamente Unaiko e Ricchan trascorrono molto tempo da
queste parti», esordì, «si stanno dedicando anima e corpo al loro
nuovo progetto della serie Lanciando cani morti, e perciò non ho
potuto allontanarmi più di tanto dalla sede centrale. Qualcuno deve
pur badare alla casa madre. Ne ho approfittato per mettere a posto
un po’ di cose e, tra l’altro, ho avuto modo di ridare un’occhiata ai
suoi lavori che abbiamo trasposto per la scena.»
«Asa è molto dispiaciuta che il vostro progetto di portare in scena
il “romanzo dell’annegamento” si sia risolto in un nulla di fatto a
causa mia. L’idea di procedere in parallelo era eccellente, ma
purtroppo mi sono arenato in partenza.»
«Per noi è stato come la fine di un lungo periodo, ma questo mi ha
dato l’opportunità di fermarmi un attimo, riflettere e cercare nuove
prospettive. Fino a poco tempo fa mettere in scena i suoi romanzi
era il nostro marchio di fabbrica, alcuni critici teatrali ci hanno
suggerito scherzosamente che avremmo fatto bene a cambiare il
nome della compagnia in qualcosa tipo “Il gruppo della caverna di
Chōkō Kogito”. Il solito sarcasmo trito e ritrito che gioca sulle parole.
Se lei avesse continuato il “romanzo dell’annegamento”, non c’è
dubbio che saremmo giunti a un metodo definitivo per integrarlo con
qualcosa che avremmo elaborato strada facendo, privilegiando un
approccio contrappuntistico e dunque includendo il senso critico che
talvolta esprimo nei suoi confronti. Chiudere il nostro “periodo Chōkō
Kogito” con un gran finale sarebbe stato sensazionale. Invece
Unaiko aveva intenzione di affrontare il progetto da una diversa
angolazione e, insieme a Suke & Kaku e ai ragazzi più giovani, pare
volesse mettere in scena una sorta di “funerale pre-morte per Chōkō
Kogito”, per dirla con le parole che usava lei stessa. A ogni modo,
come ricorderà, la scena d’apertura di cui avevamo parlato prima
che il progetto naufragasse descriveva la partenza di suo padre a
bordo della sua piccola barca a remi, tra le acque agitate del fiume in
piena. Una scena che era direttamente ispirata a un suo sogno
ricorrente e che avrebbe fornito altro materiale molto interessante ai
nostri cari amici critici, quelli che ci immaginano rinchiusi nella
“caverna di Chōkō Kogito”, tanto per intenderci. Ma oggi mi
piacerebbe soprattutto parlare con lei di Kogii, il suo misterioso alter
ego, che quella sera era sulla barca insieme a suo padre… Come
sa, avevamo intenzione di dargli forma fisica, fabbricando un
fantoccio e appendendolo sopra il palcoscenico. Secondo me non
era una cattiva idea, e spesso mi sorprendo a pensare come
sarebbe stato e che effetto avrebbe avuto sul pubblico. In realtà è
proprio questo il motivo che mi ha spinto a venire da lei questa
mattina, sul far dell’alba… Le sembrerà una domanda stupida e
banale, ma in ultima analisi chi o cos’era per lei Kogii? Le dispiace
se proviamo a discuterne un po’ insieme? Mi interessa
moltissimo…»
«Va bene, perché no? Dopotutto lei e gli altri del Caveman Group
siete tra i pochi che si siano mostrati disposti a credere all’esistenza
di Kogii. Quand’ero bambino nessuno mi ha mai offerto il minimo
sostegno. Se per esempio mi capitava di parlare di Kogii e dicevo di
vederlo da qualche parte, davanti a me, tutti scoppiavano a ridere e
mi prendevano in giro. Nella poesia sulla pietra in giardino, mia
madre menziona Kogii riferendosi a un essere reale, ovvero a me,
visto che quello era il mio nomignolo da bambino. Ma credo che in
parte, in modo molto sottile ma innegabile, alludesse anche ad Akari.
È evidente quando dice: Non hai preparato Kogii a salire su nella
foresta. Comunque, dopo che vi ho parlato del mio sogno ricorrente,
avevate pensato di far apparire in scena Kogii sotto forma di
fantoccio sospeso nel vuoto, lì a osservare dall’alto la barca di mio
padre trascinata via dalla corrente. E io l’ho interpretato come un
segno positivo e incoraggiante, perché ho capito che per voi Kogii
non era un semplice fantasma o una visione.»
«In realtà avrei annotato una serie di riflessioni e di domande nel
mio quaderno… Quando abbiamo saputo che il “romanzo
dell’annegamento” non avrebbe mai visto la luce, siamo stati
costretti ad abbandonare il nostro progetto, perciò è ovvio che tutto
questo non ha alcuno scopo pratico. Ciò detto, posso rivolgerle lo
stesso le domande che ho preparato nella mia veste di incallito e
metodico regista teatrale, nella speranza di risolvere una volta per
tutte i miei dubbi?»
E quando assentii con un semplice cenno del capo, Anai Masao
aveva già aperto il suo enorme quaderno sulle ginocchia.

2.

MASAO: Signor Chōkō, lei ha affermato più volte che gli altri
tendevano a non riconoscere l’esistenza del suo alter ego Kogii. In
effetti, nel corso delle sue ricerche sul campo, Ricchan si è imbattuta
in diverse persone che hanno dichiarato di essere al corrente del
fatto che lei da bambino aveva un caro amico che rispondeva al
nome di Kogii, esattamente come il suo nomignolo, ma nessuna di
loro ha detto di averlo mai visto. Tra l’altro due di quelle persone
erano suoi ex compagni di classe, il leader dell’associazione degli
agricoltori della zona e uno dei membri della famiglia proprietaria
dell’ambulatorio medico di Honmachi. Nessuno è stato in grado di
dire quando Kogii è apparso per la prima volta, né come e dove vi
siete incontrati. Ormai non c’è modo di rimediare, perché purtroppo
sua madre non fa più parte di questo mondo, ma Ricchan sostiene
che sarebbe stato fondamentale intervistarla per apprendere dettagli
importanti su Kogii e molto altro ancora. Come ho avuto modo di
dirle nel corso della nostra prima conversazione, dopo aver vinto un
premio e mentre ci avviavamo a una nuova fase della nostra
evoluzione artistica, la mia attenzione è stata catturata dalla figura di
Kogii. Ho riletto tutti i suoi libri, saggi compresi, nella speranza di
trovare traccia della sua prima apparizione. Il primo incontro con
un’entità sovrannaturale dovrebbe rappresentare per un bambino
qualcosa di indimenticabile, un tesoro di inestimabile valore nella
scatola dei ricordi. Ero convinto che ciò che stavo cercando dovesse
essere nascosto da qualche parte nei suoi scritti, ma ho continuato a
frugare invano tra centinaia di pagine. Sulla dipartita di Kogii da
questo mondo esistono numerose descrizioni dettagliate, ma non c’è
nulla riguardo alla sua entrata in scena e al vostro primo incontro. Da
ciò, mi corregga se sbaglio, desumo che Kogii fosse da sempre al
suo fianco, fin dal primo momento in cui lei ha preso coscienza della
sua esistenza come soggetto pensante. Ora, sappiamo che solo lei,
e nessun altro, poteva vedere e interagire con Kogii. Eppure non
nascondeva mai la sua presenza e si comportava come se lui fosse
il suo miglior amico, eravate sempre insieme, uguali e identici come
gemelli omozigoti. È stata Asa, come può immaginare, a darmi
conferma di tutto questo. E mi ha anche detto che Kogii era il suo
unico compagno di giochi, al punto che non condivideva quasi mai il
suo tempo con lei, la sua unica sorella. Mi ha raccontato che spesso
la vedeva chiacchierare con lui, il suo inseparabile e invisibile amico,
e che tendeva l’orecchio come a voler sentire meglio la sua voce,
quasi che le stesse svelando qualche grande segreto sul mondo
della foresta e non volesse che altri lo sentissero. Asa è convinta
che l’essenza stessa di Kogii sia in qualche modo collegata o
ispirata alle numerose storie sul folklore locale che sua madre e sua
nonna le raccontavano da bambino, quella mitologia della foresta
che si ritrova in molti suoi romanzi. In alcune pagine lei parla di una
sorta di leggenda in cui i bambini della valle andavano nei boschi a
giocare a nascondino, e sia quelli che cercavano sia quelli che si
nascondevano finivano col perdersi ed erano destinati a vagare in
eterno nelle profondità della foresta. Asa era incantata da quella
favola oscura e mi ha detto che spesso tormentava vostra madre per
farsi dire qualcosa in più, ma lei sosteneva di non saperne niente e
restava zitta. Allora Asa cominciò a ipotizzare che fosse stato lei a
inventarsi la storia, ma vostra madre disse che era alquanto
impensabile che lei potesse creare un racconto così sofisticato dal
nulla e che era molto più probabile che l’avesse appreso dalla
nonna. E infine sua sorella continuò asserendo che forse, quando
chiacchierava con il suo amico invisibile, lui le raccontava quella e
un’infinità di altre storie incredibili. Al che vostra madre concluse
dicendo che l’unico fatto certo era che lei doveva aver appreso la
storia dei bambini perduti da qualcuno che conosceva a fondo le
leggende della foresta. Quindi, provando a tirare le somme, è giusto
affermare che il motivo principale dell’esistenza di Kogii fosse legato
alla necessità di tenerla informata sul mondo della foresta?

KOGITO: Sì, è giusto.


MASAO: Poi arriva il giorno in cui Kogii se ne va e la lascia solo. Lei
è in piedi nel corridoio esterno sul retro della casa e Kogii è al suo
fianco come sempre. Ma tutt’a un tratto lui sale sulla balaustra di
legno, allarga le braccia come fossero ali e si libra in volo fino a che
non raggiunge più o meno il centro del fiume. Si ferma per qualche
attimo a mezz’aria e poi s’innalza verso la sommità della foresta,
sparendo dalla sua vista. E allora lei perde per sempre la sua
compagnia.

KOGITO: Sì, esatto, è andata proprio così.

MASAO: Kogii, però, tornò dalla foresta in un’altra occasione… Era


una notte di luna piena e lei era a letto e non riusciva a dormire,
quando di colpo sentì un rumore, una sorta di segnale. Si alzò, uscì
e lo vide: lui, Kogii, illuminato dal chiaro di luna. Senza dire una
parola, quest’ultimo si mise in marcia in direzione della foresta e lei
lo seguì a breve distanza, sotto la fitta pioggia che iniziava a
cadere… Ora, credo che un dettaglio importante da mettere in
evidenza a proposito di quella notte di luna piena sia il fatto che
almeno in quella circostanza Kogii sopraggiungeva chiaramente
dall’alto della foresta. Fino a poco prima non si sapeva niente sulla
sua provenienza, ma finalmente era lecito ipotizzare che venisse
dalla foresta, là dove si era involato l’ultima volta. E c’è anche un
altro elemento non meno trascurabile: i suoi conflitti interiori, signor
Chōkō. Quando Kogii si arrampicò sulla balaustra e si librò in volo
sopra il fiume, se lei avesse avuto il coraggio di fare altrettanto forse
sarebbe stato in grado di salire con lui nella foresta, allargando le
braccia come fossero ali… Ma ebbe paura e non seppe cogliere
l’attimo. E in seguito, in quella notte in cui lei era inquieto e insonne
nella sua stanza piccola e buia, Kogii scese dalla foresta e le diede
un’altra chance… Ecco perché decise di seguirlo sotto la pioggia,
felice di aver avuto una seconda possibilità, giusto?

KOGITO: Sì, giustissimo.

MASAO: Tuttavia, dopo che ebbe seguito per un po’ Kogii nella
foresta, lui scomparve all’improvviso e lei fu colto da un’incredibile
tempesta. I vigili del fuoco dissero che la strada che attraversava la
foresta si era trasformata in un «fiume in piena» ed era impraticabile.
Poi, diverse ore dopo, riuscirono ad aprirsi un varco in quel fiume di
fango e detriti e la trassero miracolosamente in salvo. Per fortuna nel
frattempo aveva trovato rifugio nel tronco cavo di un enorme faggio,
ma era bagnato fino al midollo e le era salita una febbre da cavallo.
Se avesse trascorso un’altra notte in quelle condizioni, sarebbe
andato incontro a morte certa. Non ha mai pensato che Kogii, in
quell’occasione come nella precedente, stesse agendo nelle vesti di
intermediario dell’aldilà e cercasse di portarla via da questo mondo
anzitempo? Se lei l’avesse imitato, per esempio quando si librò
nell’aria e si involò sulla foresta, avrebbe potuto facilmente battere la
testa contro un masso sul greto del fiume e morire sul colpo. E
invece è sopravvissuto tutte e due le volte, solo che alla seconda
occorrenza ha perso per sempre il suo amico del cuore. Mentre era
a letto durante la convalescenza e le sue condizioni erano ancora
incerte, lei si sentiva dilaniato da un dolore insanabile, era triste e
spaventato. Sua madre, come era ovvio che fosse, era molto in pena
per lei e le raccontò la storia della madre di Meisuke, inclusa la parte
in cui si sottolineava che non c’era alcun bisogno di temere la
morte… Diceva più o meno così: «Anche se morirai, io ti darò di
nuovo alla luce. Perciò non devi preoccuparti». Ho sbagliato?

KOGITO: No, il senso è quello. Solo che mia madre recitò quelle
parole nel dialetto locale.

MASAO: Se lei fosse rimasto più a lungo in quel tronco cavo,


avrebbe varcato molto presto i confini dell’aldilà, con Kogii come suo
spirito guida, e forse sareste stati insieme per l’eternità. In fondo mi
sembra comprensibile che lei, anche se all’epoca era solo un
bambino, abbia provato una certa ambivalenza, se non addirittura un
senso di rimorso, per come si concluse la vicenda. In un suo libro
per ragazzi, la scena in cui lei e sua madre parlate di morte e di
rinascita ha una bellezza incantevole.

KOGITO: … (silenzio)

MASAO: E dunque, all’età di dieci anni, lei vide suo padre trascinato
via dal fiume in piena con la sua piccola barca. Secondo i piani
avrebbe dovuto essere a bordo con lui, e invece così non fu…
Perché al fianco di suo padre c’era qualcun altro, il suo alter ego,
Kogii. E per i successivi sessant’anni e oltre, fino a oggi che ne ha
settantaquattro, ha continuato a sognare la stessa scena, notte dopo
notte. Come si dice? La terza volta è quella buona. E sono certo che
tuttora lei non smette di rimuginarci sopra e di pensare: “Se solo
quella notte fossi andato con mio padre…”.

KOGITO: Sì, non lo nego.

MASAO: Sbaglio se dico che lei sperava di usare il «romanzo


dell’annegamento» per riscrivere la storia e ribaltare l’esito di quella
scena? Forse, anche se solo nelle pagine di un romanzo, avrebbe
potuto inventare una nuova situazione in cui lei e Kogii interagivate
per aiutare suo padre. L’autore del «romanzo dell’annegamento» è
al contempo l’io narrante e il protagonista della storia, e perciò lei
potrebbe obiettare che una struttura narrativa del genere è inadatta
alla trasposizione sul palcoscenico. Ma a quel punto io le direi: «Sì, è
vero, ma potrei tranquillamente ricorrere a un protagonista in terza
persona e andare lo stesso in scena!». Niente è impossibile,
esistono sempre delle alternative, il problema è che lei ha
abbandonato il progetto. So benissimo che è stato costretto a questa
scelta perché nella valigia di pelle rossa non ha trovato quello che si
aspettava, ma mi chiedo se la sua rinuncia non sia dovuta anche e
soprattutto alla mancanza del coraggio necessario per tentare di
scrivere il suo «ultimo lavoro» e sconvolgere la sua intera opera, nel
senso preciso che intende Edward Said quando parla dello sforzo
finale della vita di un artista…

KOGITO: Sì, forse ha ragione anche su questo.

3.

Il periodo di Unaiko a Tōkyō nella veste di guest performer di un


noto teatro era ormai giunto al termine. Un giorno, dopo essersi
riposata alla sede del Caveman Group a Matsuyama, salì in
macchina con Anai Masao e vennero insieme alla Casa nella
foresta. Di primo acchito, al solo vederla, si poteva arguire che le
quattro settimane di lavoro in un grande teatro della capitale fossero
state per lei un’esperienza travolgente, fra momenti di pura
esaltazione e altri di profonda malinconia, nel pieno rispetto della
sua indole.
«Lo spettacolo a cui ho partecipato a Tōkyō», iniziò a raccontare,
«era ispirato allo Heike monogatari. L’approccio era molto popolare e
divulgativo, non così classico, e il dramma era incentrato soprattutto
sulle figure di Kiyomori e dell’imperatrice Kenreimon’in. Il
personaggio che intrepretavo io era a dir poco stravagante, e credo
che lei, signor Chōkō, lo troverebbe molto curioso e interessante.
Nel copione era indicato semplicemente con il termine yorimashi. Il
regista mi ha spiegato solo che il personaggio appare nel terzo libro
dello Heike e che è una presenza spirituale e molto poco terrena.
Non ha aggiunto altro, e mi sono trovata in grande difficoltà perché
non avevo a disposizione elementi sufficienti per comprendere
l’essenza del personaggio. L’attore che recitava la parte di Kiyomori
era una vera celebrità – partecipa spesso a talk show televisivi e ha
la fama di essere un intellettuale – e perciò ho provato a rivolgermi a
lui nella speranza di ottenere qualche delucidazione in più. Ma è
stato molto scorbutico e mi ha detto solo: “Perché non provi a
guardare nel dizionario?”. Sulle prime ci sono rimasta male, ma poi
quelle parole si sono rivelate un suggerimento molto prezioso. Ho
chiamato subito Ricchan e le ho chiesto di cercare il termine in
questione nel dizionario che lei, signor Chōkō, tiene sempre a
portata di mano sulla sua scrivania. Al che ha fatto una fotocopia e
me l’ha spedita.»
Unaiko si interruppe e pescò dalla borsa il suo grande quaderno –
era più o meno identico a quello di Masao –, da cui estrasse due
pagine fotocopiate: una conteneva la copertina del mio Dizionario
Iwanami dei termini arcaici e l’altra la definizione della parola
yorimashi. Mi allungò la seconda e mi invitò a leggere la definizione
ad alta voce: «“Yorimashi: Di norma, quando un asceta solitario
recita una preghiera per evocare una divinità o uno spirito, l’entità
evocata si impossessa del divinatore o medium. Il medium è spesso
un fanciullo dotato di poteri paranormali che funge da portavoce
della divinità o dello spirito invocati. Tale tipo di veicolatore è
chiamato nella tradizione dello shintoismo yorimashi”». Dopo che
ebbi finito di leggere, feci una pausa e continuai a spiegare con
parole mie: «Supponiamo, per esempio, che una dama d’alto rango
fosse colta da doglie particolarmente dolorose e soffrisse durante il
parto. Spesso si finiva con l’attribuirne la causa alla possessione di
uno o più spiriti malvagi, e di conseguenza si eseguivano vari rituali
nella speranza di acquietarli e alleviare il dolore della partoriente.
Per placare le ire di uno spirito bisognava innanzitutto evocarlo e
assicurargli una voce grazie all’intervento di un medium. In
particolare, nel caso delle invocazioni recitate dagli asceti solitari a
tale scopo, la persona che fungeva da veicolatore e portavoce dello
spirito era chiamata per l’appunto yorimashi. La partoriente, nel caso
dello spettacolo al quale lei ha preso parte, Unaiko, era la giovane e
sfortunata imperatrice Kenreimon’in, figlia di Taira no Kiyomori. È
lecito dire che erano in scena due personaggi storici molto famosi,
tra i più rappresentativi della loro epoca».
«Sì, certamente», rispose convinta Unaiko, «e gli spiriti malvagi e
furibondi che mi possedevano, nella mia veste di medium, non erano
affatto da trascurare. Ce n’era una varietà incredibile: spiriti
vendicativi, anime defunte, demoni e chi più ne ha più ne metta!»
«Talvolta ci si può trovare anche al cospetto dello spirito di una
persona vivente, il cosiddetto ikiryō. Il tutto avviene sempre
attraverso l’intervento del medium, come per esempio nel caso dello
spirito furioso del monaco Shunkan dopo che era stato esiliato a
Kikaigashima per volere di Kiyomori.»
«Sì! C’era una gran folla di spiriti di ogni specie, anche perché era
coinvolta una giovane imperatrice di ben nove secoli fa. E io,
siccome la produzione non poteva contare su un budget illimitato, mi
sono dovuta arrangiare da sola a interpretarli tutti, sforzandomi di
mettere di volta in volta in evidenza le numerose differenze. L’idea di
fondo che ho seguito si basava su una versione classicheggiante
dello stile recitativo di Lanciando cani morti, in conformità con un
classico della letteratura antica come lo Heike monogatari. Ho dato
parecchio spazio all’improvvisazione e mi sono lasciata andare a
vaneggiamenti e deliri vari. Per fortuna l’autore dello spettacolo ha
apprezzato molto i miei sforzi e l’effetto particolare che ho messo in
evidenza ricorrendo al mio stile personale, al punto che si è preso il
disturbo di aggiungere alcune battute per specificare meglio la
tipologia dei vari spiriti. Ma ho dovuto dare fondo a tutta la mia
esperienza e lavorare molto di fantasia per interpretare tutte quelle
parti diverse. Quando l’autore e il regista hanno delineato il ruolo del
medium, pensavano a una figura femminile, a una donna, ma io li ho
convinti a lasciarmi interpretare il personaggio come fosse un
fanciullo.»
«Bravissima, è stata una magnifica intuizione. In un altro
dizionario il termine yorimashi possiede connotazioni etimologiche e
mitologiche che rimandano al significato di “infante defunto”. Uno dei
due caratteri cinesi che compongono questa espressione significa
per l’appunto “salma”, “cadavere”, e se lo si traccia nella sua forma
primitiva pittografica ricorda in effetti una forma umana in posizione
vagamente fetale.»
«Incredibile, sono molto contenta! In realtà, mentre costruivo il mio
personaggio avevo in mente un modello ben preciso…»
«Kogii!» intervenne a voce alta Masao. «O piuttosto il pupazzo di
Kogii che tenevate appeso in alto durante le prove!»
«Sì, esatto. Quel fantoccio è stato la mia fonte d’ispirazione, e
anche per questo posso dire che il tempo impiegato a ragionare su
come mettere eventualmente in scena il “romanzo
dell’annegamento” non è stato speso invano.»
«La nostra Unaiko è ancora su di giri dopo la formidabile
esperienza a Tōkyō», osservò Masao. «Forse potrebbe essere il
momento giusto per farci dare gli ultimi ragguagli sui suoi nuovi
progetti… In ogni caso», disse poi rivolgendosi solo a me, «le siamo
tutti molto grati per il generoso supporto finanziario che ha voluto
concedere a questa prima avventura in solitaria di Unaiko, che ha
deciso di spiccare il volo dal nido del Caveman Group. E
naturalmente apprezziamo molto anche l’aiuto di sua moglie
Chikashi e di Asa, che sappiamo essere state determinanti
nell’opera di persuasione nei suoi confronti. Il Caveman Group si è
concesso un periodo di pausa nel momento in cui la nostra
collaborazione sul “romanzo dell’annegamento” è giunta al
capolinea, ma credo che questa imprevista concatenazione di
circostanze abbia creato un’opportunità eccezionale per Unaiko e il
suo teatro in stile Lanciando cani morti; ora finalmente potrà
esprimere tutta la propria creatività. Immagino che Ricchan le avrà
già detto che sono a buon punto e intendono mettere in scena una
versione teatrale del film La madre di Meisuke scende sul campo di
battaglia. Mentre era a Tōkyō, indaffaratissima con il lavoro, Unaiko
non ha smesso di pensare al nuovo progetto neanche per un attimo,
e Ricchan ha svolto la sua parte raccogliendo interviste e facendo
varie ricerche. Quando Unaiko ha chiesto consiglio ad Asa su come
coinvolgerla nel progetto, signor Chōkō, sua sorella ha risposto che
lei era nel pieno di una grande crisi e che sarebbe stato meglio
aspettare prima di proporle qualsiasi cosa. Ha precisato che da parte
sua era più che disposta a collaborare e che, dopo il rientro da
Tōkyō – che per fortuna sembra vicino, visto che sua moglie si sta
rimettendo in fretta – avrebbe fatto tutto il possibile per ottenere
anche il suo aiuto. Ricchan ha annotato tutto in una sorta di diario e
credo sia opportuno che tutti i membri del Caveman Group coinvolti
nel nuovo progetto Lanciando cani morti lo leggano con attenzione.
Vorrei che vi desse un’occhiata anche lei, signor Chōkō, e le sarei
ancora più grato se lo facesse al più presto, come favore personale
nei confronti di Ricchan e di tutti noi.»

4.

Mi è stato affidato il compito di tenere un diario e mi accingo a


scrivere queste note con la piena consapevolezza che forse saranno
lette anche da Chōkō Kogito, un uomo che ha abbastanza anni da
poter essere mio padre. Scrivo al contempo con l’intenzione di
rendere disponibili queste mie considerazioni a tutti i membri della
nostra compagnia teatrale che per un motivo o per l’altro metteranno
piede alla Casa nella foresta, ora sede delle nostre attività. Dal
momento che queste pagine, a differenza di un comune diario, non
sono destinate solo a me, le scriverò inevitabilmente tenendo un po’
a freno i miei pensieri, ma cercherò lo stesso di essere il più
possibile sincera e spontanea. Sono consapevole del fatto che
qualcuno potrà nutrire una certa perplessità perché toccherò alcune
questioni di natura personale, e anche perché forse finirò con
l’esprimere opinioni certamente opinabili, ma non credo ci sia molto
da fare, mi dispiace. Naturalmente invito tutti a manifestare senza
remore il proprio eventuale dissenso.
Comincerei col parlare di Unaiko. Mentre era a Tōkyō per lavoro,
le ho riferito che inaspettatamente Akari mi aveva mostrato la copia
definitiva della sceneggiatura de La madre di Meisuke scende sul
campo di battaglia, e lei ha subito voluto sapere nel dettaglio come
era descritta una delle scene clou del film. Si tratta della sequenza
che mostra la protagonista ferita e trasportata al villaggio natale su
una barella improvvissata (Unaiko era convinta che fosse l’ultima
scena). È uno dei momenti più intensi e drammatici dell’intera
vicenda, e non a caso abbiamo discusso molto su come renderlo sul
palcoscenico, ma non siamo ancora giunti a una soluzione definitiva.
Ora io sto cercando di leggere in parallelo la sceneggiatura finale del
film, in altre parole quella utilizzata durante le riprese, e alcuni
appunti che Chōkō Kogito ha messo gentilmente a nostra
disposizione insieme alla primissima bozza del copione per il nostro
spettacolo, scritto sotto forma di una sorta di romanzo (gli appunti e
la bozza risalgono al periodo immediatamente successivo alla sua
decisione di aderire al progetto). Sulla base di questo materiale, sto
tentando di rielaborare un nuovo copione, con la speranza che
possa essere quello definitivo. È un’impresa molto ardua, che sta
mettendo a dura prova le mie capacità e mi consente di procedere
solo per gradi, un pezzo alla volta.
Nel film, come espediente narrativo per favorire lo sviluppo
dell’azione, lo spirito della madre di Meisuke appare sullo schermo e
declama un monologo in uno stile tradizionale, mentre scorrono le
immagini della seconda rivolta contadina. Naturalmente il film non è
stato girato sulla base di un unico standard, e anzi sono state
utilizzate varie tecniche di ripresa e diverse location. Per esempio,
nelle scene in cui è presente lo spirito o il fantasma della madre di
Meisuke, in sottofondo si può ascoltare una musica che ricorda
molto quella del teatro kabuki. E difatti questo dettaglio combacia
perfettamente con quanto mi è stato raccontato dalla maggior parte
delle persone che ho intervistato e hanno partecipato al film come
comparse. Tutto è iniziato subito dopo la guerra, quando la madre e
la nonna di Chōkō Kogito ebbero l’idea di organizzare uno spettacolo
puramente amatoriale presso il piccolo teatro della valle. Molti anni
dopo, quando venne avviato il progetto in cui fu coinvolta la famosa
attrice internazionale Sakura Ogi Magarshack, quello spettacolo fu
riproposto in una nuova versione su un palscoscenico
appositamente allestito nella Guaina e si decise di girare un vero e
proprio film, direttamente ispirato allo spettacolo teatrale e nello stile
del dramma storico. La vicenda raccontata era quella delle due
rivolte contadine avvenute nella valle prima e dopo la Restaurazione
Meiji, nel tentativo di opporre resistenza contro i soprusi e
l’oppressione dei potenti signori locali. Meisuke, un giovane e
carismatico contadino, capeggiò con successo la prima insurrezione
e riuscì per qualche tempo a mitigare la tirannia dei governanti. Ma
poi fu arrestato e rinchiuso in prigione, dove si ammalò gravemente.
In una delle scene clou del dramma teatrale e del film, la madre di
Meisuke, che era ancora una donna giovane e attraente, fa visita al
figlio in cella, rispettato e trattato abbastanza bene dai giovani
samurai suoi carcerieri. Prima di andare via, gli dice addio con
parole molto commoventi, pronunciando la famosa frase: «Anche se
morirai, io ti darò di nuovo alla luce. Perciò non devi preoccuparti».
La scena seguente comincia con il monologo tradizionale e ritmato
dello spirito della madre di Meisuke, che torna alla ribalta e racconta
come gli agricoltori locali, a distanza di alcuni anni dalla prima rivolta,
si trovano di nuovo in condizioni disperate. E anche in quella
seconda occasione i poveri contadini danno fondo al loro coraggio e
si ribellano, preferendo combattere e magari anche morire piuttosto
che soccombere senza lottare, grazie alla guida di una «nuova»
coppia di eroi. A quel punto lo spirito della madre di Meisuke smette
di declamare la storia in forma di spirito e si trasforma di nuovo in
una persona in carne e ossa, presto raggiunta da un ragazzino che
altri non è che la Reincarnazione di Meisuke, suo figlio. Inoltre viene
subito seguita dalle donne che erano al suo fianco fin da prima,
contadine che durante l’appassionante monologo agitavano piano il
corpo ed emettevano un flebile lamento in segno di empatia e
sostegno nei suoi confronti. Si dispongono in fila lungo il proscenio,
quindi si inginocchiano e alzano lo sguardo verso la loro
trascinatrice, che inizia a pronunciare il suo celebre grido di
battaglia:
Ha en’yaa koraya
Dokkoi janjan koraya
Insorgiamo!
Scendiamo sul campo di battaglia!
Donne, donne, dobbiamo ribellarci!
Non facciamoci ingannare! Non facciamoci ingannare!
Ha en’yaa koraya
Dokkoi janjan koraya

Le numerose donne presenti in scena si uniscono in coro al canto


della madre di Meisuke e si mettono a danzare. Pian piano si
schierano a formare un piccolo reggimento; stringono armi
rudimentali e sono pronte a marciare verso il campo di battaglia al
seguito della Reincarnazione di Meisuke e di sua madre.
Ora, quanto succede da quel momento fino al drammatico finale
della vicenda non è di facile interpretazione, anche perché il film e le
diverse versioni della sceneggiatura non coincidono del tutto, e difatti
Unaiko e io abbiamo discusso molto a lungo sulla questione. Nella
sceneggiatura definitiva, e dunque nel film, ritroviamo lo spirito della
madre di Meisuke seduto sul podio nella Guaina a raccontare le
gesta vittoriose del suo piccolo esercito quasi tutto al femminile.
Precisa che il paese è nel mezzo di una grande trasformazione e
che stavolta il nemico sconfitto era diverso rispetto alla prima
insurrezione: non più la milizia del dispotico signore locale, ma
alcune truppe inviate dal nuovo governo centrale di Tōkyō. Si tratta
di un epico trionfo del popolo, un evento indimenticabile. Intanto che
gli insorti issano lo stendardo della vittoria sul campo di Ōkawara, il
funzionario governativo della provincia si suicida per la vergogna e
gli intrusi si ritirano a testa bassa e con la coda fra le gambe.
Mentre la voce imponente della madre di Meisuke domina la
scena, la macchina da presa sembra spiccare il volo e l’inquadratura
si allarga su una spettacolare panoramica della Guaina e i suoi
dintorni. Le alture risplendono dei magnifici colori dell’autunno. Poi
vediamo la madre di Meisuke condurre a mano un cavallo con in
sella la reincarnazione del figlio: si inerpicano su un pendio in mezzo
alla foresta, lungo un angusto sentiero, sparendo e riapparendo tra
gli alberi. Ma non si riesce a scorgere neanche l’ombra del gruppo di
malvagi samurai che forse è già in agguato. Ed ecco che dopo un
po’ si sente la melodia del secondo movimento dell’ultima sonata per
pianoforte di Beethoven, interrotta per pochi drammatici istanti
dall’urlo di dolore di una donna in agonia. La musica aumenta di
volume e sullo schermo appaiono le parole che annunciano la fine
del film.
Ho fatto a Unaiko una rapida sintesi della sequenza finale per
telefono. Poi le ho spedito una copia della sceneggiatura definitiva e
l’ha letta da cima a fondo, dopo di che ci siamo risentite e mi ha
detto più o meno così: «Come faremo a rendere tutto questo in stile
Lanciando cani morti? Il momento in cui il grido di Sakura Ogi
Magarshack riempie l’aria è atroce, straziante. Credo che il suo urlo
esprima la tragedia e la sofferenza di tutte le donne che sono state
violentate dai tempi della madre di Meisuke fino ai giorni nostri. Non
bisogna dimenticare che il film è stato realizzato anche per dare
voce ai ricordi traumatici della stessa Sakura, stuprata in tenera età.
Dico davvero, non sarà facile rappresentare questo dramma in base
al nostro modo di fare teatro. Forse perché mi identifico in questa
storia a un livello molto personale e voglio portare in scena la sua
terribile realtà senza tempo in maniera il più possibile schietta e
diretta, con il mio stesso corpo, anziché solo suggerire l’orribile atto
di violenza mediante una lontana voce fuori campo».
Mentre Unaiko parlava mi sono limitata ad ascoltarla in silenzio.
Ho avuto come la sensazione che quasi non avesse più bisogno di
me e che si stesse avventurando da sola verso un mondo
inesplorato. Difatti a un certo punto mi sono messa a riflettere su
come la madre di Meisuke e la reincarnazione del figlio, dopo la
rivolta vittoriosa, si allontanano dalle loro seguaci e compagne di
battaglia e decidono di attraversare la foresta da soli, diretti al
villaggio. Il sistema feudale che imperava in Giappone era da poco
crollato, e cricche di giovani samurai allo sbando imperversavano un
po’ ovunque. Nell’area intorno alla valle, si nascondevano soprattutto
tra la vecchia città-castello e un passo montano tra i recessi delle
alture circostanti, sempre in agguato e in attesa di poter compiere
atti di efferata violenza. Ero sconvolta, provavo una rabbia
incontenibile nei loro confronti, e invece Unaiko sembrava
preoccupata di ben altro.
«Mi rendo conto», ha continuato con aria risoluta, «che sarebbe
stato inopportuno mostrare una scena di stupro nel finale di un film
dal tono così leggiadro, crepuscolare. Ma d’altra parte è innegabile
che il nucleo della tragedia, nella versione messa in scena nel
piccolo teatro della valle dopo la guerra, si esprime nella sequenza
in cui la madre di Meisuke è seduta in un angolo del palcoscenico e
declama in stile tradizionale quell’orribile vicenda. Sono sicura che
anche tu sei al corrente di come, subito dopo la fine del conflitto, la
madre e la nonna di Chōkō Kogito trovarono il sistema per
racimolare un bel gruzzoletto vendendo le loro scorte di corteccia di
arbusti della carta al mercato nero. La corteccia non era più usata
per fare le banconote, ma era ancora molto ambita per fabbricare
carta, di cui c’era grande penuria. In ogni caso, utilizzarono gli introiti
per allestire il loro spettacolo a beneficio degli abitanti della valle.
Tutte le volte che la madre di Meisuke lanciava il grido di battaglia, il
pubblico andava in visibilio e si univa alla recita in un coro
spontaneo. Questo tipo di interazione sembra aver permesso alle
donne della valle, negli anni difficili del dopoguerra, di sviluppare un
legame spirituale con le loro antenate che avevano preso parte
all’insurrezione contadina circa ottant’anni prima. E tutto questo
accadeva in un periodo in cui i loro mariti e gli uomini in generale si
tormentavano nel tentativo di accettare l’umiliazione della sconfitta
del Giappone in guerra… Speriamo che in qualche modo saremo
capaci di risollevare il morale al nostro Chōkō Kogito, di modo che
possa avere voglia di collaborare con noi mentre cerchiamo di
trovare la soluzione giusta per rappresentare e portare in scena il
legame tra noi, nella nostra veste di donne moderne, e quelle
contadine coraggiose che scesero sul campo di battaglia per
combattere i soprusi dei padroni. Sarebbe meraviglioso poter
contribuire all’ultimo risveglio della creatività di un anziano e famoso
scrittore, che dopo tanti anni ancora si tormenta e soffre, perfino in
sogno, perché non è riuscito a salvare il padre dall’annegamento.»

5.

Era fin troppo evidente che il diario di Ricchan fosse scritto con la
piena consapevolezza che Unaiko e io saremmo stati i suoi principali
lettori. Un giorno ne parlai in tutta schiettezza con Unaiko, e lei ne
approfittò subito per dirmi che stava facendo tutto il possibile per
seguire il consiglio di Asa ed evitare di coinvolgermi in una nuova
impresa prima che fossi pronto. Ma in fondo non vedevo alcun
motivo per rifiutarmi di collaborare al suo progetto, che da poco
aveva anche un titolo: La madre di Meisuke scende sul campo di
battaglia – La Passione, ovviamente in versione Lanciando cani
morti. Ero l’autore della sceneggiatura del film ed ero disposto a
fornire spiegazioni su ogni singolo dettaglio, specialmente sulle
scene e i particolari che per varie ragioni non avevano trovato posto
nel montaggio finale. Come per ironia della sorte, proprio quei
dettagli «perduti» costituivano il motivo principale che mi aveva
spinto a partecipare al progetto di Sakura Ogi Magarshack.
I giovani membri della compagnia si mostrarono oltremodo
contenti ed entusiasti quando vennero a sapere della mia decisione.
Rimasi colpito soprattutto dal fatto che (in particolare Suke & Kaku)
non volevano semplicemente che adattassi per il palcoscenico la
mia sceneggiatura originale, ma che mi spingessi oltre e, ricorrendo
al «lavoro sul campo» di Ricchan come punto di partenza, mettessi
in rilievo la visione personale di Unaiko e trasformassi la
sceneggiatura in un dramma teatrale praticamente nuovo. Intanto lo
spazio al pianterreno della Casa nella foresta adibito a sala prove si
era esteso e aveva fagocitato anche l’angolo con la tavola da pranzo
e le sedie, che all’atto pratico era diventato il luogo principale
riservato alla discussione del lavoro.
Mi gettai a capofitto nella stesura di un copione che valorizzasse
lo stile innovativo e giovanile del nuovo progetto nato da una costola
del Caveman Group. A tal fine decisi di demolire tutto ciò che avevo
costruito in precedenza e riassemblarlo in una forma più agile e
dinamica, così che fosse più consono al metodo del «lancio dei cani
morti». Misi via anche i miei strumenti di lavoro personale – schede,
quaderni, libri e dizionari – che giorno dopo giorno avevano invaso il
divano e lo spazio circostante, così da mostrare in modo
inequivocabile il mio atteggiamento positivo in favore del progetto.
Mentre portavo quegli oggetti al piano di sopra, Unaiko fece il suo
ingresso in soggiorno, vestita con un tailleur che le conferiva un
aspetto molto professionale e seguita da un uomo che non avevo
mai visto prima. Vedendomi con le braccia piene di libri, puntò dritta
verso di me e disse ad alta voce e in tono rabbioso: «Non ci posso
credere! È mai possibile che non ci sia nessuno disposto a dare una
mano a un signore anziano? Eppure lo sanno tutti che lei ha deciso
di aiutarci e ci sta dedicando il suo tempo!».
A quanto pareva, Masao e gli altri membri della compagnia non si
erano accorti che ero impegnato nelle operazioni di sgombero del
divano, tra l’altro suggerite da loro stessi al fine di rendere più ampio
ed efficiente lo spazio in comune. Senza indugiare oltre, Unaiko si
offrì di trasportare un po’ alla volta i volumi della ristampa completa
di The Golden Bough e altri libri pesanti. Fece una pausa solo per
presentarmi il tizio che era entrato in casa alle sue spalle. L’uomo
indossava una giacca di velluto a coste grigia e una camicia nera
con colletto alto, e aveva un’aria molto diversa rispetto a Masao e ai
giovani attori del Caveman Group, anche se in qualche modo
doveva appartenere alla loro cerchia, almeno a giudicare da come lo
avevano salutato.
«Lui è il mio fidanzato», disse con nonchalance Unaiko. «Scrive
articoli e recensioni per alcune riviste di teatro, ma in realtà svolge
un’altra professione. È venuto a Matsuyama per lavoro e sono
andata a prenderlo all’aeroporto. Deve rientrare a Tōkyō stasera
stessa, perciò ho pensato di portarlo con me, nella speranza che lei
possa scambiare quattro chiacchiere con lui, ci terrebbe molto… Mi
scusi se mi permetto, so che non lascia entrare mai nessuno nel suo
studio, ma le chiederei di fare un’eccezione e di andare su da lei,
anche perché qui c’è un po’ di caos. Il mio compagno è molto
interessato allo spazio in cui lavorano gli scrittori. E, nel suo caso
specifico, credo che la curiosità sia stata amplificata da quanto gli ho
raccontato io stessa a proposito della sua collezione di libri, che Asa
mi ha mostrato mentre ero a Tōkyō.»
Il nuovo arrivato prese i restanti volumi, mentre io raccattai le
schede e altre piccole cose, e salimmo tutti insieme al piano di
sopra. Per fortuna Ricchan aveva trovato il tempo di rifarmi il letto e
rassettare la stanza, nonostante fosse uscita al mattino presto per
accompagnare Akari alla Guaina.
La mia camera da letto/studio aveva ampie finestre che davano a
nord e a sud, le tende erano aperte ed entrava molta luce. L’intera
parete ovest era occupata da una grande libreria, davanti alla quale
c’era la mia scrivania. Di solito, quando lavoravo, prendevo posto su
una poltroncina reclinabile e allungavo i piedi sulla sedia della
scrivania, con la mia preziosa tavoletta da disegno munita di vari
fogli appoggiata sulle ginocchia. Inutile dire che negli ultimi tempi mi
limitavo più che altro alla lettura, non avendo impegni di lavoro.
Trascinai la poltroncina reclinabile accanto alla parete sud e mi
sedetti, quindi invitai l’ospite a prendere posto sulla sedia della
scrivania. Intanto Unaiko si avvicinò al letto, afferrò lo sgabello che
utilizzavo per raggiungere i ripiani più alti della libreria e tornò da noi
per completare il nostro piccolo circolo.
«Le dispiace se comincio a dare un’occhiata a questi libri?» mi
chiese l’ospite, indicando lo scaffale più vicino. Al che Unaiko fece
per alzarsi dallo sgabello, ma lui glielo impedì appoggiandole una
mano sulla spalla e avvicinandosi con rapidità ai libri. Su quello
scaffale erano allineati i miei romanzi dall’esordio fino suppergiù al
periodo centrale della mia carriera, alcuni in prima edizione e altri in
ristampe immediatamente successive. Riflettendoci bene, preferivo
di gran lunga la fattura e i colori delle copertine del primo periodo
rispetto a quelle dei miei libri più recenti. «Ho iniziato a leggere i suoi
romanzi poco prima che vincesse quell’importante premio
internazionale», disse il mio giovane ospite. «Lessi sul giornale la
notizia che aveva smesso di scrivere e finii per equivocare,
pensando che fosse morto… Buffo, eh? In ogni caso corsi in libreria,
presi tutti i suoi romanzi in edizione tascabile e li lessi uno a uno. È
la prima volta che vedo questi libri in edizione rilegata con copertina
rigida, sono molto belli.»
«Grazie. Per fortuna mi hanno lasciato scegliere fin dall’inizio il
grafico a cui affidare la copertina. E il lettering del titolo del mio primo
libro era opera di Hanawa Gorō… Tra l’altro era un abile calligrafo e
da allora cominciò a farsi apprezzare per le sue indubbie qualità
come book designer.»
«Se non erro la rilegatura di uno dei suoi primi romanzi, La nostra
epoca, è alla francese: il titolo in rilievo sul frontespizio, nella
calligrafia del professor Musumi, è fantastico. Me lo ricordo bene,
perché mio padre aveva quel libro nella sua libreria.»
Unaiko balzò in piedi, prese una copia de La mia epoca dallo
scaffale e la porse al fidanzato. Al che mi offrii di autografargliela e
gli chiesi come si chiamasse.
«Ah, mi scusi, io sono Katsura Tatsuo… Grazie, che meraviglia,
sono molto contento! Dopo aver letto tutti i suoi romanzi disponibili in
edizione tascabile, attendevo sempre con ansia l’uscita di ogni suo
nuovo libro e correvo subito a comprarlo. Credo di poter dire di
essere un suo grande ammiratore, solo che non sono mai riuscito ad
avere quella speciale sensazione che il messaggio dell’autore fosse
rivolto anche a me, forse perché ho iniziato a leggere i suoi libri
troppo tardi, dopo i trent’anni. Tralasciando la mia esperienza e la
mia opinione personale, sbaglio se dico che negli ultimi vent’anni
circa non ha scritto nessun libro rivolto anche ai giovani? Mi perdoni
se mi permetto, ma spesso ho l’impressione che lei non faccia nulla
per tentare di raggiungere un maggior numero di lettori. Prendiamo
uno dei suoi ultimi romanzi, La vergine eterna, okay? Inizia con una
scena in cui un vecchio grassoccio cammina a passo svelto in
compagnia di un uomo di mezza età altrettanto grassoccio, entrambi
con in mano un bastone di lega metallica, ed è abbastanza chiaro
che siete lei e suo figlio. Quando ho letto che il più giovane dei due
era nato con una malformazione cranica, non ho avuto dubbi che si
trattava proprio di Akari. Ho trovato molto interessante la vicenda
relativa alla realizzazione di quel film di produzione internazionale
nei decenni scorsi, anche se quella non era la mia epoca. In
generale non credo che sia solo una questione di empatia
generazionale, ma è fuor di dubbio che un lettore può sentirsi più
vicino all’autore se ha più o meno la stessa età. Ora, nel suo caso,
forse i potenziali lettori suoi coetanei non sono poi così tanti, o
sbaglio?»
«Be’, a questo proposito», intervenne Unaiko, «ci sono almeno un
paio di generazioni di scarto tra me e Sakura Ogi Magarshack, la
star del cinema che è tra i protagonisti de La vergine eterna, eppure
trovo il suo personaggio estremamente interessante e affascinante.»
«Concordo appieno», disse Katsura Tatsuo. «Quando ho letto quel
romanzo mi sono sentito particolarmente affascinato dall’anziano
produttore ex compagno di corsi dello scrittore all’università di
Tōkyō, al campus di Komaba; tra l’altro è lui che gli presenta Sakura.
Però devo dire che mi è venuto spontaneo pensare che forse
sarebbe stato meglio dare a lui e ad altri personaggi un po’ in là con
gli anni ruoli meno importanti, per esempio rendendoli meno
appariscenti e conferendo loro una funzione di supporto, per lasciare
che in primo piano ci fossero figure più giovani. Forse in questo
modo, costruendo i personaggi con maggiore creatività, il romanzo
poteva risultare più originale e accattivante, oltre che fruibile da
lettori di diverse fasce d’età.»
«In effetti si tratta di una sorta di romanzo confessionale», disse
Unaiko, «nel senso che il protagonista è l’autore stesso, peraltro
facilmente riconoscibile. Inoltre racconta di una star del cinema
internazionale, Sakura Ogi Magarshack, che l’autore/protagonista
confessa di ricordare molto bene fin dai tempi in cui l’aveva vista
recitare in alcuni film da ragazzina. Però non si può affatto dire che
sia un romanzo poco originale e accattivante, non sono d’accordo.»
«Certo, hai ragione. Ma io non volevo dire questo, forse mi sono
spiegato male», replicò Katsura Tatsuo. «Per il signor Chōkō non c’è
dubbio che La vergine eterna sia un romanzo molto ben riuscito, dal
punto di vista sia della struttura sia dello stile letterario. Ma è
altrettanto innegabile – correggetemi se ho frainteso – che i suoi
romanzi degli ultimi dieci o quindici anni seguono sempre la stessa
falsariga, soprattutto riguardo al protagonista o al coprotagonista,
che spesso coincidono con l’io narrante e lo stesso autore. L’alter
ego di Chōkō Kogito – tra l’altro un alter ego ben poco mascherato –
è quasi sempre il personaggio principale dei suoi libri… Quanti altri
casi simili esistono nella storia della letteratura recente? Non credo
tantissimi… Qui si rasenta l’accanimento. Insomma, è giusto
considerare veri e propri romanzi questi libri così densi di ricordi
palesemente legati e circoscritti all’io dell’autore/protagonista? In
generale è difficile che libri del genere possano guadagnarsi
l’attenzione di persone che desiderano leggere un romanzo che
racconti una storia nel senso classico del termine, ovvero un’opera
di narrativa basata essenzialmente sulla fantasia e la creatività
dell’autore. In definitiva mi permetta di rivolgerle questa domanda,
signor Chōkō: perché sceglie sempre di scrivere del suo ristretto
mondo individuale, in cui l’accesso dall’esterno è un’impresa ai limiti
dell’impossibile?»
«Per prima cosa devo dire che concordo con lei, tutto quello che
afferma è vero. A questo proposito ci tengo a farle sapere che il
romanzo che stavo pensando di scrivere da molti anni, e che per
motivi che non sto qui a spiegarle ho dovuto abbandonare, era
incentrato sulla figura di mio padre, che è morto più di mezzo secolo
fa all’età di cinquant’anni. Ormai ho accettato il fatto che resterà un
progetto irrealizzato, e intanto ho avuto modo di riflettere su
ciascuno dei punti che lei ha sollevato. Mi sono chiesto abbastanza
spesso dove sarei arrivato continuando a frequentare la stessa via
angusta e ben definita, ma la risposta era sempre uguale, semplice
e inequivocabile: senza seguire un approccio semiautobiografico
non sarei capace di scrivere niente o quasi. In tutta onestà, sono
costretto a restare entro quegli stessi confini per una questione di
pura necessità.»
«D’altro canto è più che evidente, già dando solo una rapida
occhiata a questi scaffali», disse Katsura Tatsuo, «che lei è uno
scrittore di vasta erudizione e dai molteplici interessi.» Era chiaro il
suo intento di spostare la conversazione su altri argomenti, in modo
da non continuare a insistere sulle mie pecche come scrittore.
«Guardando i volumi riposti in questa libreria si capisce che
appartengono a una persona in possesso di abitudini di lettura molto
peculiari. Prendiamo Eliot, per esempio: lei ha molti libri di critica di
tipo accademico, in inglese, ma ha anche molte traduzioni in
giapponese delle sue opere. E si può facilmente evincere, anche
riguardo ad altri grandi poeti del secolo scorso quali Yeats e Auden,
che lei ha l’abitudine di vagliare le diverse traduzioni esistenti nella
nostra lingua e di scegliere quelle che più le aggradano, tendendo a
collezionare le antologie e i libri curati dai suoi traduttori e studiosi
preferiti. Basta una semplice occhiata per rendersene conto, e in più
devo aggiungere che forse neanche gli specialisti del settore
spendono tanti soldi per opere di poesie tradotte in giapponese!»
«In realtà mi affido soprattutto al giudizio e alle spiegazioni di uno
studioso mio amico, che ho conosciuto ai tempi dell’università al
campus di Komaba. È uno dei massimi esperti di Eliot, Coleridge e
altri poeti famosi, e spesso mi mette al corrente delle ultime teorie
mentre cita i versi di questa o quell’altra poesia. Però devo dire che
non mi suggerisce mai in modo diretto quali traduzioni leggere,
nemmeno le sue. Ultimamente mi sono accorto che non sono più in
grado di cogliere appieno il significato delle poesie in lingua
originale, sia in inglese sia in francese, oppure in italiano nel caso di
Dante. Perciò ho acquisito il vizio di memorizzare i versi e ripeterli a
bassa voce, continuamente, nella speranza di comprenderli. Allo
stesso tempo, mentre svolgo questo tipo di esercizio, insieme ai
versi originali sento riecheggiare nella mente anche le traduzioni in
giapponese – nel caso di Eliot, in particolare quelle di Fukase e
Nishiwaki –, e così, anche se si tratta di un metodo alquanto tortuoso
e indiretto, finalmente riesco ad arrivare al senso di ciò che il poeta
vuole esprimere e ad accettarlo.»
«A proposito di questa idea, è lecito affermare che i suoi stessi
romanzi nascono in un luogo per l’appunto di accettazione, visto che
anche la sua vita privata è caratterizzata per molti versi da tale
concetto? Penso per esempio a William Blake. Lei ha scritto un
romanzo ispirato alla sua opera poetica, Svegliatevi, uomini nuovi! E
riguardo alle citazioni spesso ha incluso sia l’originale in inglese
arcaico sia la sua traduzione preferita in giapponese, fianco a fianco.
Questo mi sembra un atto di profonda cortesia nei confronti dei
lettori giapponesi, e inoltre credo che avere quella presenza bilingue
dei versi di Blake, che affiora qua e là tra le pagine, conferisca al
libro una piacevole consistenza “orchestrale” in più. Però, ora che ci
penso, mi chiedo anche quale sia stata la scelta del traduttore
inglese del romanzo.»
«Sì, prima di tutto sono d’accordo con lei. Oltretutto, per il lettore
potrebbe essere interessante notare le eventuali discrepanze tra la
versione originale e le traduzioni in giapponese. Riguardo alla scelta
del traduttore dell’edizione in lingua inglese di Svegliatevi, uomini
nuovi!, posso dirle che si è limitato a citare i versi di Blake solo nella
versione originale, perdendo la sottile differenza con la traduzione in
giapponese che invece traspare nel mio romanzo ed evoca un alone
di sorpresa e mistero.»
«A proposito, questo non è forse un verso tratto dalla parte
conclusiva de La terra desolata?» chiese Katsura Tatsuo, indicando
una delle mie schede fissata con una puntina da disegno a uno
scaffale. «Noto che ha scritto prima l’originale in inglese e poi varie
traduzioni in giapponese, a cominciare da quella di Fukase.»
«Ah, sì, quella scheda è un residuo dei giorni in cui mi affannavo
nel tentativo di scrivere il “romanzo dell’annegamento”. A parte il
fatto che la mia padronanza dell’inglese non è mai stata eccezionale,
è triste dover ammettere che oggi riesco a capire il significato di quel
verso ancora meno di quando mi è capitato sott’occhio per la prima
volta, nonostante lo abbia letto e riletto per più di mezzo secolo. Nel
pieno dell’età matura, all’apice della mia carriera di scrittore, ero
abbastanza certo di averne colto ogni sottile sfumatura, ma ora temo
che le mie capacità di discernimento si stiano deteriorando a un
ritmo molto rapido. A volte, mentre me ne sto disteso a letto durante
la notte e non riesco a dormire, mi affiora alla mente la traduzione di
Fukase e mi sforzo di ritradurla nell’originale inglese. Tuttavia, per
quanto ci provi, non riesco mai nell’impresa, e allora mi alzo e
prendo il libro con la versione originale per controllare quanto sia
lontano dalla soluzione. Ed è in questo modo che mi sono accorto di
aver frainteso il vero significato di quel verso per lunghe decadi…»
In quell’attimo preciso, con un tempismo perfetto, Unaiko mi porse
la scheda che aveva appena staccato dallo scaffale.
«Questo verso, come ha detto lei», continuai, «è tratto dall’ultima
parte de La terra desolata. In inglese recita così: These fragments I
have shored against my ruins. E la traduzione, sulla base di quella di
Fukase, è: “Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine”. Tra
l’altro, l’intera strofa risente dei riferimenti a Dante, Nerval e altri.
Fino a non molto tempo fa credevo che l’io narrante si riferisse in
particolare a una “rovina” e dunque a una sofferenza soprattutto di
tipo fisico. Nella scia della mia interpretazione errata, immaginavo
che il protagonista avesse fatto naufragio durante una terribile
tempesta e in qualche modo avesse raggiunto la riva. Pensavo che il
povero naufrago volesse esprimere il suo sollievo per aver toccato la
terraferma, sano e salvo dopo aver rischiato un rovinoso disastro. In
poche parole, come avrà capito, avevo ricollegato molto
ingenuamente quello shored, verbo in forma passata, a shore
sostantivo, immaginando che significasse qualcosa come
“approdare”, “raggiungere terra”. Invece, di recente, sono arrivato a
una nuova e più corretta interpretazione, grazie alla mia tardiva
realizzazione del fatto che il poeta usa il verbo shore nel senso di
“puntellare” e “sostenere”. Credo che l’io narrante voglia dire che i
frammenti della Terra desolata lo aiuteranno a sorreggersi e ad
affrontare lo spettro del decadimento spirituale e mentale. Questo mi
ha permesso di risolvere una volta per tutte le sottili disparità tra
l’originale di Eliot e la traduzione leggermente ambigua di Fukase.
D’altra parte mi sono reso conto che, man mano che passano i giorni
e divento vecchio, le mie facoltà fisiche e mentali subiscono un
inesorabile declino… Il tipo di decadimento descritto da Eliot nel suo
poema sta accadendo a me, adesso, e non sono sicuro di riuscire a
trovare qualcosa con cui puntellare le mie rovine.»
Mentre mi avvicinavo alla fine del mio monologo, Unaiko aveva
cominciato a piangere, e ora due rivoli di lacrime scorrevano copiosi
lungo le sue guance. Molto timidamente, le misi un braccio intorno
alle spalle, quindi lanciai uno sguardo eloquente in direzione del suo
fidanzato, imbarazzato dalla situazione inattesa, e gli feci capire che
forse era meglio accompagnarla fuori. Unaiko piangeva a dirotto, ma
si alzò senza batter ciglio non appena Katsura Tatsuo le tese la
mano. E io rimasi a guardarli con grande ansia dalla cima delle
scale, mentre lui la guidava piano verso la porta d’ingresso.
13.
Il «problema Macbeth»

1.

Ricchan era il tipo di persona che non sentiva mai il bisogno di


mettere in mostra le proprie capacità, ma la sua straordinaria
bravura nel dare lezioni di musica – una dote che si manifestò da un
giorno all’altro e di cui non ero affatto al corrente – suscitò grande
gioia e ammirazione in mio figlio Akari. Non appena Maki aveva
saputo che il fratello aveva ripreso ad ascoltare musica come in
precedenza, dopo un lungo periodo in cui si era limitato a sentirla
solo in cuffia o a bassissimo volume dalla radio portatile, se n’era
rallegrata immensamente e gli aveva spedito una scatola piena di
CD. E, nella speranza che si rimettesse anche a comporre e a
studiare teoria musicale, aveva inserito nella stessa scatola svariati
libri di musica illustrati per ragazzi e alcune composizioni su fogli
pentagrammati che Akari aveva interrotto a metà. Queste ultime, in
particolare, avevano offerto alla modesta e bravissima Ricchan un
ottimo spunto per rivelare le sue doti di maestra di musica.
La scatola di cartone era stata inviata tramite corriere e, siccome
era troppo grande rispetto al contenuto, i compact disc e gli altri
oggetti al suo interno erano in completo disordine, ammuchiati alla
rinfusa. Mentre sistemavo tutto per bene, Akari, di rientro dalla
riabilitazione quotidiana alla Guaina, avanzò di filato verso il tavolo
dove ero al lavoro e cominciò a girarmi intorno. Così lasciai a lui e a
Ricchan la sala da pranzo e mi ritirai nel mio studio. Quando circa
un’ora dopo tornai giù per prendere un bicchiere d’acqua, trovai
Akari assorto nella lettura di uno dei libri di musica, con la matita
stretta in pugno.
«Akari, fa’ attenzione, qui c’è un piccolo errore nel calcolo della
durata delle note. Il resto va tutto benissimo, bravo!» gli diceva
Ricchan, in piedi alle sue spalle.
«Sì, lo so, non sono un asso in questo tipo di esercizi», le
rispondeva con simpatia lui.
Mi avvicinai al tavolo e chiesi a Ricchan dove avesse studiato
musica, e lei, con assoluto candore, rispose che si era laureata in
pianoforte all’università delle arti di Tōkyō e che aveva lasciato a
metà il dottorato perché aveva cominciato a lavorare part-time con il
Caveman Group (in quell’occasione aveva conosciuto Unaiko ed
erano diventate amiche). Mentre me lo diceva, ricordai che in effetti
avevo letto la dicitura «direttore musicale» accanto al suo nome su
una brochure della compagnia. E in più, in una delle sue ultime
lettere, Asa la definiva un’esperta di musica o qualcosa del genere.
Allora provai a chiederle se fosse disposta a seguire Akari come suo
allievo (mio figlio aveva un’ottima maestra di musica a Tōkyō, ma
aveva smesso di prendere lezioni da un pezzo, molto prima che
partissimo per lo Shikoku). Lei disse subito sì e andò a parlare in
quattro e quattr’otto con l’insegnante della scuola media locale, che
aveva conosciuto durante la fase di allestimento dello spettacolo
all’Anfiteatro, e si fece accordare il permesso di utilizzare il
pianoforte dell’auditorium per le lezioni di Akari. Ricchan era per
natura l’antitesi dell’aggressività e della sfacciataggine, ma d’altra
parte sapeva il fatto suo quando si trattava di ottenere qualcosa in
tempi rapidi. Tra l’altro, felice coincidenza, i CD con i brani composti
da Akari erano stati utilizzati nell’ambito del corso di musica della
scuola media.
Un giorno, dopo avermi mostrato una delle composizioni che Akari
aveva ripreso a scrivere, Ricchan mi disse: «Tutto ciò di cui suo figlio
ha bisogno è qualche foglio di carta pentagrammata, una matita e
una gomma da cancellare. Questa composizione l’ha completata in
appena una decina di minuti, prima di una lezione. Dal punto di vista
oggettivo e teorico non c’è niente di sbagliato, ma quando ho
provato a eseguirla al piano mi sono accorta che c’era qualcosa che
non andava, suonava un po’ strana, e allora gli ho suggerito di
ricorrere a un approccio leggermente diverso. Lui mi ha dato ascolto
senza batter ciglio e ha apportato all’istante alcune correzioni, al che
ho provato a suonarla di nuovo e mi è venuto spontaneo pensare:
“Wow, adesso è perfetta!”. Ha quasi finito anche un’altra delle
composizioni che aveva iniziato a scrivere a Tōkyō, perché non
viene con noi a scuola ad ascoltarla, fra tre giorni esatti?».
Accettai l’invito di Ricchan senza pensarci due volte e, nel giorno
indicato, mi aggregai con piacere a lei e ad Akari. Come in
precedenza, si trattava di un altro caso in cui Akari aveva completato
la composizione nel suo stile personale e Ricchan gli aveva
suggerito alcune modifiche che lui aveva apportato volentieri.
Ricchan disse che era un po’ preoccupata circa la possibile reazione
della maestra di musica di Akari a Tōkyō riguardo alle suddette
variazioni, e perciò si era premurata di documentare per iscritto ogni
singolo passaggio. Akari, d’altra parte, prediligeva un metodo di
correzione molto semplice e rapido: cancellava con la gomma quello
che non andava bene e apportava direttamente la modifica, senza
lasciare traccia della versione preesistente.
La mia conoscenza della teoria musicale era meno che
elementare, ma perfino io riuscivo a capire che le versioni rivedute e
corrette erano di gran lunga superiori alle precedenti, e in ogni caso
si riuscivano a percepire lo stesso quei tratti contraddistintivi che
permettevano di pensare all’istante: “Ah, questa è una composizione
di Akari, non ci sono dubbi!”. Quando diedi voce a quel pensiero,
Ricchan assunse un’aria estremamente soddisfatta, lei che a
differenza di Unaiko palesava molto di rado i suoi sentimenti.
Gettai un’occhiata alla partitura appoggiata sul pianoforte dell’aula
di musica e notai che mancava il titolo, che di solito era una delle
prime cose che Akari scriveva quando aveva un’idea per una nuova
composizione. Allora provai a chiedere a Ricchan se per caso la
versione originale, prima che Akari apportasse le modifiche e
ricopiasse tutto su un altro foglio, avesse un titolo.
«Non sapevo che Akari avesse l’abitudine di dare un titolo alle sue
composizioni», mi rispose. «Mi dispiace, non ci ho fatto caso.»
In quel momento, in contrasto con il tono molto posato di Ricchan,
mi venne in mente che in passato Akari e io eravamo soliti
improvvisare conversazioni divertenti imitando una vecchia
pubblicità televisiva, talvolta anche per discutere con leggerezza di
argomenti seri, e perciò provai a sfruttare quella particolare strategia.
«Akari, dove diavolo si è cacciato il titolo della tua composizione?»
gli chiesi in tono scherzoso.
Ma lui liquidò il mio tentativo seduta stante, con un serio e secco:
«L’ho cancellato».
«Be’, allora perché non ne trovi uno nuovo?»
«Non serve, il brano si chiama Le grandi acque.»
«“Le grandi acque”», dissi rivolgendomi a Ricchan, «è
l’espressione che la gente di qui usa per indicare un’inondazione.
Ora che ci penso, quando io e mio figlio abbiamo attraversato quel
periodo difficile e non eravamo in grande sintonia, lui aveva smesso
di ascoltare musica e soprattutto di comporre. Tutto è successo poco
dopo la mia decisione di abbandonare per sempre il “romanzo
dell’annegamento”, ma anche dopo il ritorno a Tōkyō ho continuato
di tanto in tanto a tirare in ballo la storia di mio padre e della sua
morte nel fiume della valle, travolto dalle “grandi acque”. È molto
probabile che Akari, mentre si accingeva a scrivere questa
composizione, abbia sentito e interiorizzato l’espressione senza
coglierne appieno il significato. In effetti poco fa ha detto di aver
cancellato il titolo, e forse lo ha fatto mentre stava lavorando alla
composizione nella nostra casa di Seijō…»
«La parte che Akari ha composto a Tōkyō possiede
indubbiamente un tocco e una sensibilità molto oscuri», mormorò
Ricchan. «Ma poi deve aver deciso di riscrivere il tutto rendendolo
un po’ più brillante, per cui un buon titolo potrebbe essere Dopo il
diluvio o qualcosa del genere. Mi viene in mente questa scena: una
mattina dopo una terribile tempesta, il sole già alto nel cielo blu e il
livello del fiume che torna pian piano alla normalità… È la classica
immagine che un’espressione come “dopo il diluvio” può evocare,
non crede? A proposito, sbaglio o c’è un poema di Rimbaud che
s’intitola proprio così, Dopo il diluvio?»
«Il titolo della composizione è Le grandi acque!» ribadì Akari con
un tono che non ammetteva repliche.

2.

«Anziché tornare subito a casa, le dispiace se facciamo il giro


lungo e passiamo per la foresta? Vorrei parlarle di una cosa»,
propose Ricchan, alla guida del furgone del Caveman Group. Non
appena le diedi il via libera, abbandonò bruscamente il tono da
conversazione informale e ne assunse un altro molto più austero,
come stesse rimuginando da tempo sul lungo discorso che si
accingeva a pronuciare…
«Unaiko spera tanto che lei possa collaborare attivamente al
nostro nuovo progetto teatrale, La madre di Meisuke scende sul
campo di battaglia – La Passione. Come avrà visto, l’ho scritto
anche nel mio diario. Le siamo davvero grate per aver accettato di
aiutarci, ma ora credo sia giunto il momento di condividere con lei
alcune mie preoccupazioni. So che Masao è convinto che io sia solo
una specie di automa al servizio di Unaiko e, anche se questa è una
chiara esagerazione, ammetto che negli ultimi dieci anni circa ho
cercato di fare sempre del mio meglio per soddisfare le sue esigenze
e aiutarla a realizzare i suoi desideri. Tuttora i miei sforzi sono diretti
a rendere possibile un sogno: trasformare in realtà la grande visione
artistica di Unaiko. Ma stavolta c’è di più… Credo si debba
cominciare col dire che, visto che il nostro attuale progetto consiste
nell’adattamento teatrale di un film di cui lei ha scritto la
sceneggiatura – La madre di Meisuke scende sul campo di battaglia
–, la sua collaborazione risulta più che mai indispensabile. Penso
che Masao e altri membri del Caveman Group si siano mostrati
molto interessati al progetto soprattutto perché consapevoli della
possibilità che anche lei ne avrebbe fatto parte. Ma la verità è che
esiste un altro aspetto importante e nascosto in tutto questo, e si
tratta di qualcosa che per Unaiko riveste un significato molto
personale e di cui non le ha mai parlato. Ecco perché sono
preoccupata… Quando ho provato a chiederle perché indugiasse
tanto e quando avesse intenzione di tirare in ballo l’argomento con
lei, la sua risposta è stata: “In tutta onestà non vedo quale sia il
problema. La tragedia della madre di Meisuke è implicita nella
sceneggiatura originale di Chōkō Kogito, no?”. Ma la questione è
che so per certo che non rinuncerà al suo stile e ricorrerà al metodo
Unaiko, con il “lancio dei cani morti” e tutto il resto. E sospetto anche
che, come nel caso delle sue precedenti messinscene, procederà in
base a un approccio estremamente egogentrico. In definitiva, a
causa della natura controversa della materia in questione e del
modo schietto e diretto con cui Unaiko intende affrontarla, temo
fortemente che lei potrebbe trovarsi coinvolto in qualcosa di molto
più complicato del previsto… Ho deciso di accennarle tutto questo,
all’insaputa di Unaiko, perché voglio essere certa che lei sappia che
la nostra prossima performance nasconde un potenziale molto
pericoloso e non trovo giusto che non possa prendere le
contromisure necessarie. Inoltre sono in pensiero anche per la
possibile reazione di Akari. Suo figlio, e nessuno lo sa meglio di lei, è
molto attento e sensibile non solo nell’ascolto della musica, ma
anche nei confronti di tutto ciò che le accade e del suo stato
d’animo. Quello che sto cercando di dire è che ho paura che Akari
possa subire un qualche shock in conseguenza del suo
coinvolgimento nel nostro progetto. In ogni caso non spetta a me
parlarle di quello che Unaiko ha in mente, ma sappiamo bene quanto
le piaccia improvvisare e sconvolgere il pubblico… Non voglio tradire
la sua fiducia e preferisco non aggiungere altro sulla questione, tanto
prima o poi sarà lei stessa a illustrarle tutto nel dettaglio. Forse le
sembrerò esagerata, ma le assicuro che si tratta di qualcosa che ha
avuto un effetto profondo sulla sua arte e sulla sua stessa vita. Ora,
piuttosto, mi piacerebbe discutere con lei in maniera concreta e
oggettiva della situazione che regna intorno al nostro progetto.
Come forse le ha già riferito Daiō, dopo la performance alla scuola
media del villaggio, molte persone se la sono presa a causa
dell’atteggiamento di Unaiko e di alcuni aspetti del suo modo di
vedere le cose. Si tratta soprattutto di gente legata ad ambienti di
destra, esponenti di una fazione che per molti anni ha avuto un certo
rilievo politico nell’amministrazione e nel sistema educativo di tutta
quest’area. È stato Daiō a metterci al corrente di questi dettagli,
perciò presumo ne sia anche lei a conoscenza. A ogni modo è
presumibile che alcune di quelle persone assisteranno in incognito
alla nostra prossima performance. Anzi, pare che abbiano già
acquistato i biglietti e che si siano assicurate diversi posti in platea.
Ora, il punto è questo: dove e in che modo concentreranno la loro
animosità? Per adesso sono riuscita a sapere che starebbero
raccogliendo informazioni sulla scena dello stupro della madre di
Meisuke, così come lei l’ha descritta nella versione originale della
sceneggiatura del film, in diretto riferimento a quanto subìto da
Sakura Ogi Magarshack durante l’infanzia. Hanno contattato anche
alcune donne che ho intervistato nel corso delle mie ricerche sul
campo e non si sono fatti scrupolo di rivolgere loro ogni tipo di
domande. Riguardo alla scena in questione, hanno scoperto che fu
completamente eliminata dal montaggio finale, non si sa se per
volontà della NHK – che aveva coprodotto il film – o della compagnia
di distrubuzione americana. E di recente quei farabutti avevano
persino cominciato a sfruttare a loro vantaggio la vicenda,
affermando pubblicamente cose del tipo: “È solo grazie a noi se
quella scena scandalosa è stata tagliata dal film!”. Perciò devono
essere rimasti molto sorpresi quando sono venuti a sapere che
Unaiko ha intenzione di reintrodurre quella stessa scena nella
performance teatrale. La parte in cui la madre di Meisuke, ferita ed
esausta, viene ricondotta al villaggio per mezzo di una misera
barella improvvisata è sicuramente molto importante, ma Unaiko
intende riportare in vita la storia originale nella sua integrità
mettendo in evidenza la scena precedente, quella in cui la donna
viene violentata e il figlio ancora piccolo, la Reincarnazione di
Meisuke, viene ucciso barbaramente. Unaiko e io, così come Masao,
siamo pressoché certe che tra noi si nasconde una spia che riferisce
tutto ai nostri oppositori… Tra l’altro, abbiamo saputo che sono
indignati anche perché sospettano che nel copione lei tenterà di
riscrivere la storia moderna del nostro paese, rifacendosi in
particolare al disprezzo autolesionistico che a loro dire lei prova per
questa terra. Qualche giorno fa, mentre ero al supermercato di
Honmachi, ho incontrato Daiō e mi ha detto che era riuscito a
infiltrarsi in una riunione di quei balordi e ne aveva sentite di cotte e
di crude. Comunque Unaiko è convinta che lei non si tirerà indietro e
continuerà a garantirci il suo appoggio, nonostante i problemi che
gravano sul progetto e lo scontro in atto con quelli della destra.
Naturalmente è ben determinata a fronteggiare a viso aperto i
neonazionalisti, sia durante la performance sia dopo. Reagirà con
forza e coraggio ai loro fischi e alle critiche. Non a caso ha aggiunto
un paio di versi al grido di battaglia della madre di Meisuke e ha
apportato qualche leggera modifica, in pieno stile Lanciando cani
morti… I maschi ci violentano / La nazione ci violenta / Donne,
donne, dobbiamo ribellarci! E a quel punto un’infinità di pupazzi che
rappresentano lo spirito della Reincarnazione di Meisuke volerà tra il
palco e la platea, in tutti gli angoli della sala. È ovvio che chiederemo
la sua approvazione ufficiale, signor Chōkō, dal momento che lei è
l’autore dei versi originali di quel grido di battaglia. In ogni caso – e lo
dico sulla base delle precedenti performance in stile Lanciando cani
morti – non credo sarà facile coinvolgere tutto il pubblico in
un’esplosione emotiva collettiva, soprattutto se durante la fase del
dibattito verranno fuori parole e concetti troppo complicati. Ma
Unaiko è pronta a qualsiasi eventualità e posso assicurarle che ha
un asso nella manica di inaudita potenza. Ripeto che non tocca a me
svelarle i dettagli, le anticipo solo che è qualcosa che ha a che fare
con quanto le ho accennato prima. Unaiko le dirà tutto molto presto,
è la cosa migliore, mi creda.»
Non avevo nessuna intenzione di forzare Ricchan e costringerla a
rivelarmi qualche particolare sul grande mistero di Unaiko, ma mi
azzardai lo stesso a rivolgerle una domanda su un’altra questione
abbastanza delicata che mi tormentava da un po’ di tempo.
«Qualche giorno fa, Unaiko è venuta alla Casa nella foresta in
compagnia di un uomo che mi ha presentato come il suo fidanzato.
Lui e io abbiamo fatto una lunga e interessante chiacchierata, ma
verso la fine Unaiko ha avuto una… esplosione emotiva, ricorrendo
a un’espressione che ha usato lei poco fa. È scoppiata a piangere a
dirotto e non riusciva più a fermarsi, perciò mi chiedo se lei non
sappia dirmi qualcosa a proposito del motivo che può averla spinta a
una reazione del genere…»
«Ah, sì, ne abbiamo parlato. Unaiko mi ha raccontato che si è
molto commossa quando lei ha citato la bella traduzione in
giapponese di Fukase Motohiro di un verso di Eliot: Con questi
frammenti ho puntellato le mie rovine. Mi ha detto che in quel
momento si è resa conto che anche per un autore famoso e ormai
anziano la lotta non ha mai fine. Perché la vita va avanti fino
all’ultimo respiro ed è una battaglia continua e meravigliosa. Come
ho detto prima, Unaiko è una donna estremamente egocentrica, ma
è anche molto sensibile, al punto da poter essere mossa alle lacrime
dalla realizzazione improvvisa del peso enorme che una persona
anziana deve portare sulle spalle.»
3.

Quando finalmente Asa tornò nella sua casa vicino al fiume dopo
essere rimasta a Tōkyō più a lungo del previsto, portò con sé un
pacchetto per Akari da parte della maestra di musica, che era stata
informata tramite Maki e mia sorella circa le lezioni di Ricchan.
Conteneva una relazione generale sui progressi di Akari; una copia
delle sue composizioni, comprese quelle incompiute; una
valutazione dettagliata dei suoi lavori più recenti.
Asa venne a trovarmi alla Casa nella foresta e parlammo delle
lezioni di musica di Akari e della sua ritrovata ispirazione, ma presto
mi rivelò una notizia che avrebbe rischiato di turbarlo non poco e che
decidemmo di non rivelargli, almeno finché fosse stato possibile. La
sua cara maestra di musica, che era sposata con il vicedirettore di
un’antica e rinomata orchestra sinfonica della Germania meridionale,
era in procinto di trasferirsi con il marito all’estero, dove tra l’altro
avrebbe avuto modo di approfondire i suoi studi musicali.
Dopo che avemmo finito di pranzare tutti insieme e che Ricchan e
Akari furono usciti per la consueta dose di esercizi quotidiani, Asa
cominciò a farmi un rapporto dettagliato sulla situazione familiare e
sulla nostra casa di Seijō. Il resoconto includeva la sintesi di una
conversazione molto confidenziale con Maki, incaricata di occuparsi
della casa durante il ricovero in ospedale di Chikashi. Asa iniziò col
dirmi che potevo stare tranquillo riguardo alle spese mediche, che
sarebbero state coperte per intero dall’assicurazione sanitaria.
Invece, in merito alla dichiarazione delle tasse per l’anno fiscale
seguente, Maki aveva manifestato alcune perplessità ed era
alquanto preoccupata. Di solito pubblicavo almeno un nuovo libro
all’anno, il che garantiva alla mia famiglia un certo introito. Ma
stavolta, dopo aver messo da parte il progetto del «romanzo
dell’annegamento», non avevo niente in programma ed era molto
probabile che non avrei aggiunto alcun volume al mio curriculum di
scrittore. In banca avevamo risparmi sufficienti per coprire le spese e
soddisfare le esigenze di tutta la famiglia per circa un anno, ma Asa
mi chiese come avrei fatto a fronteggiare il saldo delle tasse nel
marzo successivo, quando la somma da versare era di norma
piuttosto esorbitante.
«Non preoccuparti, Kogii», mi disse in ogni caso, «credo di avere
la soluzione. Ho verificato e ho avuto conferma che abbiamo a pieno
titolo i diritti d’autore della tua sceneggiatura del film La madre di
Meisuke scende sul campo di battaglia. Inoltre, Ricchan mi ha detto
che hai cominciato a lavorare a una prima stesura della versione
teatrale della storia, che ovviamente sarà imperniata sul metodo del
“lancio dei cani morti” di Unaiko. Ora, partendo dal presupposto che
il tuo lavoro va giustamente ricompensato, che ne diresti di riunire le
due versioni della storia in un unico volume e farlo pubblicare? È
ovvio che non ci si può aspettare che una sceneggiatura e un
dramma teatrale possano diventare un best seller, ma conviene
tentare, sei pur sempre un famoso romanziere, no? Come ben sai,
conosco personalmente l’editor che avrebbe dovuto occuparsi del
“romanzo dell’annegamento”, perciò mi sono permessa di scrivergli
un’e-mail e gli ho anticipato la mia idea.»
«Ah, benissimo. Per tua informazione posso dirti che l’editor mi ha
risposto subito; dopotutto, ci conosciamo da un pezzo. Come di
certo saprai, la casa editrice per cui lavora pubblica una nota rivista
letteraria e, coincidenza davvero fortunata, il direttore editoriale della
rivista è un appassionato di cinema e teatro. Per fartela breve, mi
hanno già detto che cominceranno a pubblicare nella rivista il
dramma teatrale, trattandosi di un lavoro nuovo, e ovviamente mi
riconosceranno il dovuto compenso. Devo ammetterlo, Asa, sei più
intraprendente del migliore degli agenti letterari! Come farei senza di
te?»
Mia sorella colse al volo il tono ironico e risentito dietro il mio
complimento. Ciononostante andò avanti a testa bassa, rendendomi
la pariglia.
«Ottimo. Una volta stabilito per contratto che il lavoro sarà
pubblicato nella rivista letteraria non potrai più tirarti indietro, a
differenza di quanto è avvenuto con il tuo ultimo romanzo… Ora,
scusa se oso darti un consiglio, ma credo tu debba effettuare una
ricognizione lungo il percorso della famosa insurrezione e controllare
di persona alcuni dettagli. La ricerca sul campo è importante, lo sai
meglio di me, e tu, se non sbaglio, non ti sei mai preso la briga di
rifare l’intero cammino lungo la riva del fiume Kame. Unaiko dice che
vuole toccare con mano i luoghi in cui si svolse la rivolta, così da
poter immaginare meglio la violenza subita dalla madre di Meisuke.
Le ho promesso che le faremo da guida, domenica prossima, e non
ho dubbi che sarai dei nostri, vero, Kogii?»

4.

Quella domenica mattina Unaiko passò a prendere Asa e poi


vennero da me. Salii davanti, accanto al posto di guida, e assunsi il
ruolo del cicerone, mentre Asa aggiungeva di tanto in tanto
domande e commenti dal sedile posteriore.
«Ho provato a riflettere su quale potesse essere il percorso
migliore per mostrarle i dintorni. Spero di non deluderla», dissi a
Unaiko. Dopo di che, mi rivolsi a mia sorella: «Asa, ti ricordi quando
eravamo bambini e andavamo a vedere quelle rovine non lontano da
qui? Dicevano che fossero la dimora del Distruttore, una delle figure
leggendarie più note e importanti della zona. Quando si parla di
leggende spesso c’è sempre un fondo di verità, quindi il Distruttore
potrebbe anche essere definito una “creatura chimerica” o qualcosa
del genere. In ogni caso si racconta che all’incirca
duecentocinquanta o trecento anni fa, nelle profondità della foresta
dove l’autorità del clan militare locale non aveva alcuna influenza,
questo personaggio carismatico fondò una comunità di separatisti
del tutto indipendente e autosufficiente. Pare che nel corso della sua
lunghissima vita abbia assunto le sembianze di un gigante. Secondo
il folklore locale, la cosiddetta “Strada dei morti” e altre opere
architettoniche di notevoli dimensioni sarebbero opera sua.
Comunque sia, un giorno andammo a fare una specie di escursione
da quelle parti, tantissimi anni fa. Nel mezzo delle rovine c’era
un’area sopraelevata simile a una piattaforma rotonda, coperta da
uno strato d’erba di un verde intenso…».
«Sì, sì, mi ricordo!» esclamò Asa. «Dicevano che quello era il
posto dove il Distruttore amava schiacciare i suoi pisolini
pomeridiani.»
«Esatto! E si dice anche che lì apparvero lo spirito del primo
Meisuke e la sua Reincarnazione, distesi fianco a fianco. Quindi
Meisuke iniziò il suo giovanissimo successore all’arte della guerra e
gli svelò preziose strategie per condurre la seconda rivolta contro il
tiranno locale. Da bambino immaginavo che il mitico incontro tra i
due Meisuke, l’uno vivo e l’altro defunto, non fosse un semplice
prodotto delle leggende della valle e che si fosse consumato nella
realtà.»
«Io da piccola ero un maschiaccio», disse Asa, «mi avventuravo
dappertutto, anche nei posti che di solito alle ragazzine della mia età
facevano paura. In effetti ricordo di essere stata alle rovine del
Distruttore insieme a mio fratello, senza staccarmi da lui neanche
per un attimo. Però ho sempre pensato che in fondo quel giorno
decise di portarmi con lui perché desiderava esplorare a tutti i costi
la foresta e non voleva andarci da solo, avendo sentito un sacco di
storie e leggende spaventose a proposito del gigante Distruttore…
Mi sbaglio, forse, Kogii?»
«Uhm, a ogni modo avrei pensato di cominciare proprio da lì il
nostro giro, dalle rovine del Distruttore.»
«Credo sia impossibile», controbatté Asa. «Avevo avuto la stessa
idea, ma quando ne ho parlato con mio figlio Tamakichi, lui me l’ha
subito sconsigliato e ha precisato che al momento il posto è
letteralmente invaso dalla vegetazione e inaccessibile. Mi ha
suggerito di pensare a un itinerario più agevole e legato
all’insurrezione contadina. Perciò opterei per un percorso alternativo:
possiamo iniziare da giù, dalla strada che costeggia il fiume Kame, e
poi da Ōkawara seguire il sentiero che porta su attraverso la foresta.
Così avremo modo di vedere il luogo dove la madre di Meisuke fu
assalita e la buca in cui la Reincarnazione di Meisuke fu semisepolta
e lapidata a morte. Conviene parcheggiare il furgone dalle parti di
Ōkawara e proseguire a piedi. Tamakichi verrà su in bici più tardi per
recuperarlo e ci raccoglierà lungo la via del ritorno, quando saremo
stanchi. Che ne dite? Mi sembra un programma niente male.»
Unaiko teneva lo sguardo incollato alla strada, concentrata nella
guida. I suoi capelli, che aveva dovuto tingere di biondo dorato
mentre era a Tōkyō per interpretare la parte del medium spiritico,
avevano ormai riacquisito la naturale colorazione corvina ed erano
raccolti sulla nuca in un basso chignon. La sua postura trasmetteva
un senso di profonda serietà e magnificenza.
«Unaiko, sembra quasi che si sia già immersa nel ruolo della
madre di Meisuke», provai a dirle. «È così?»
«Sì… in effetti ho cercato anche di mettere su qualche chilo»,
rispose, annuendo in un modo che metteva in risalto il profilo molto
più rotondo del solito. «Voglio essere in grado di esprimere una
grande potenza quando declamerò il grido di battaglia. Il giro di oggi
mi sarà molto utile.»
In realtà anche Ricchan ci teneva molto a visitare il percorso della
madre di Meisuke dopo la rivolta, ma aveva preferito restare a casa
con Akari perché lui aveva un principio di raffreddore e temeva che
nella foresta potesse peggiorare. Asa era molto dispiaciuta che non
ci fosse anche lei.
«Ricchan è fenomenale, si sta dando un gran da fare per Akari»,
commentò poco dopo mia sorella, rivolgendosi a me in particolare.
«Maki telefona al fratello quasi tutti i giorni, e lui non fa altro che
parlarle di lei. Quando sono partita per Tōkyō sapevo che i rapporti
tra te e tuo figlio erano ancora molto tesi e mi sono premurata di
dare precise istruzioni a Ricchan e Unaiko su come badare ad Akari,
ma solo in un secondo momento mi sono resa conto che avevo
dimenticato di dare incarico a qualcuno di fargli la barba ogni due o
tre giorni. Durante le vostre precedenti visite nella valle me ne
occupavo io, tutte le volte che per un motivo o l’altro le cose tra voi
non funzionavano. Perciò quando me ne sono ricordata, mentre ero
in ospedale da Chikashi, ho cominciato a preoccuparmi. Allora ho
chiesto a Maki di informarsi e lei mi ha riferito che Akari le aveva
detto così, al telefono: “Papà non mi sta facendo più la barba…”. Nel
sentire quelle parole, Maki si è allarmata e ha immaginato il fratello
con la faccia ricoperta di peli ispidi e neri, ma subito dopo Akari ha
aggiunto, nel suo caratteristico tono scaltro e allusivo: “Però adesso
me la fa Ricchan. Lei è bravissima, non mi fa male come quando me
la faceva papà!”.»
«Tutte le volte che c’è una novità», osservai io, «Akari non è mai
propenso a parlarne di sua iniziativa, anche se in fondo vorrebbe
farlo. Perciò quando qualcuno gli dà modo di tirare fuori quello che
ha dentro, pur se per vie indirette, lui è sicuramente contento.»
«In ogni caso Ricchan è intervenuta in una situazione piuttosto
delicata ed è stata molto gentile a offrirsi di fare anche da barbiere»,
disse Asa. «In quel momento lei e Akari non si conoscevano quasi,
si erano scambiati a stento due parole, e magari si sarà sentita
terribilmente a disagio pensando al rischio di procurargli senza
volerlo un taglietto con il rasoio. Eppure è andata avanti con
coraggio e abnegazione, come suo solito, e tutto si è risolto per il
meglio.» Asa fece una breve pausa e volse la sua attenzione a
Unaiko, integrando con ulteriori informazioni dettagliate la
precedente spiegazione in merito al tour nella foresta sulle orme
della madre di Meisuke. «Adesso, prima di tutto, raggiungeremo
Honmachi. Poi prenderemo la statale che costeggia il fiume e
imboccheremo la nuova variante, quella i cui lavori di ampliamento
hanno obbligato alla rimozione della pietra commemorativa con la
poesia di Kogii e nostra madre, che come sai ora è nel giardino
posteriore della Casa nella foresta. Va da sé che i lavori stradali
purtroppo hanno costretto ad apportare anche altre modifiche alla
configurazione della zona. In ogni caso arriveremo dritti a Ōkawara,
ci vorrà sì e no una ventina di minuti. Mi piacerebbe approfittare di
questo lasso di tempo per parlare con Kogii di una faccenda che
riguarda la sua situazione familiare. E naturalmente vorrei che
ascoltassi anche tu, Unaiko, e che ti sentissi libera di intervenire.
Quando Chikashi è stata dimessa dall’ospedale ed è tornata a casa,
abbiamo organizzato una festicciola in suo onore, prima che io
partissi da Tōkyō. Eravamo solo in tre: Chikashi, Maki e io. Va detto
che forse non era il momento migliore, perché Maki era nel periodo
del mese in cui è sempre particolarmente nervosa e diventa quasi
intrattabile. Lo sai bene anche tu, una volta che supera quei tre o
quattro giorni critici ritorna a essere la persona più dolce e carina del
mondo, ma in quella fase si trasforma in un’altra persona e quella
sera ce l’aveva a morte con te, Kogii… Ha cominciato subito ad
accusarti, era inviperita. Si è rivolta a me e ha detto più o meno così:
“Quando mamma è stata ricoverata sapeva che la guarigione non
era un fatto scontato e, nel dubbio, si è premurata di mettermi a
parte di alcune questioni importanti, soprattutto di ordine pratico. E
papà, invece? Si è degnato di fermarsi a pensare al futuro della
nostra famiglia? Mamma si è dimostrata molto saggia, per esempio,
a mandare lui e Akari nello Shikoku: era la cosa più giusta da farsi in
un momento come questo e nella speranza che la situazione
potesse migliorare. Ma, per quanto mi è dato sapere, papà non si sta
sforzando più di tanto per ristabilire un rapporto decente con Akari, si
è chiuso in sé stesso. Da quando le hanno diagnosticato il cancro,
mamma si è messa a riflettere seriamente sull’eventualità della
propria morte e sulle possibili conseguenze per ciascun membro
della famiglia, e non credo che papà stia facendo altrettanto, o
almeno così mi pare. Purtroppo ha i suoi anni, dovrebbe mostrarsi
responsabile e cominciare a pensare alla fine della vita. A questo
proposito ricordo che una volta, verso l’inizio di quest’anno, ha detto:
‘Caspita, me ne rendo conto solo adesso, ma sono già più vecchio di
quanto non fosse il professor Musumi quando è morto!’. Ma poi ha
cambiato subito argomento, quasi avesse paura di affrontare la
questione, e si è messo a dire cose del tipo: ‘Maki, forse la tua
depressione l’hai ereditata da me. Ero un uomo di mezza età e
avevo più o meno i tuoi stessi anni quando ho iniziato ad avere le
prime crisi. Ricordo che quando ne parlai con il professor Musumi lui
mi disse che era riuscito a comprendere a fondo l’opera di alcuni
autori – Rabelais, in primis – solo dopo aver riletto i loro libri più o
meno alla stessa età che avevano quando erano passati a miglior
vita. E aggiunse che gli avrebbe fatto piacere se anch’io, sperando
che nutrissi un interesse sufficiente per i suoi studi, avessi riletto i
suoi libri una volta raggiunta l’età che avrebbe avuto lui al momento
della morte. E ora eccomi qui, impegnato a rileggere i libri del caro
professor Musumi, uno dopo l’altro. È incredibile come vola il
tempo…’. Nel sentirgli pronunciare quelle parole sono rimasta
esterrefatta: perché non si era mai lasciato andare a simili riflessioni
sul conto di Akari? Mi sembrava assurdo che non si fosse mai
preoccupato di meditare sulle conseguenze che la sua morte
avrebbe su Akari. Possibile che non gli importi niente di come se la
caverà suo figlio dopo che lui non ci sarà più? Perché sta fuggendo?
Non riesco a capirlo”. Ecco, Kogii, questo è stato più o meno il
discorso che ha fatto tua figlia, e la prima a risponderle, come puoi
immaginare, è stata Chikashi. Naturalmente la conosci meglio di me
e sai che non avrebbe mai abbracciato la figlia in mia presenza, ma
le ha detto alcune parole con il chiaro intento di tranquillizzarla e
darle conforto. Non le ricordo una a una, ma il succo era: “No, Maki,
ti sbagli. Posso assicurarti che tuo padre non sta fuggendo e ha
riflettutto molto sulle questioni che hai menzionato, e ha persino
coniato un’espressione per indicare la situazione con Akari: ‘il
problema Macbeth’. Il fatto stesso che gli abbia dato un nome è
sintomo evidente di quanto ci tenga e della sua intenzione di non
tralasciare nulla”. Kogii, mi rendo conto di averti turbato, ma ho
pensato che dovevo dirti tutto questo per farti capire quanto Chikashi
e Maki siano in pena, loro due da sole nella vostra casa di Seijō.
Sperano entrambe che tu prenda al più presto l’iniziativa e le metta
al corrente dei tuoi pensieri su quello che ne sarà di Akari dopo la
tua morte. Te lo ripeto, non devi prendertela con me, ho solo voluto
avvertirti.»
Asa fece silenzio. Intanto avevamo superato l’agglomerato urbano
di Honmachi. Volsi lo sguardo fuori dal finestrino e vidi il grande e
lungo banco di sabbia e ghiaia che in quel punto emergeva dal
fiume: un paesaggio che mi era familiare e mi riportava a molti anni
addietro. Ma prima che potessi perdermi in lontani ricordi, Unaiko
prese la parola.
«Mi scusi, ma che cosa intende con “problema Macbeth”?» mi
chiese.
«È un riferimento al tipo di situazione evocato dalle seguenti
parole di Lady Macbeth – cito a memoria la traduzione di Kinoshita
Junji: “A questi fatti non si deve pensare in questo modo. Altrimenti
si impazzisce”».
La mia risposta concisa era intesa a scoraggiare la discussione, e
dall’espressione emersa sul volto di Unaiko era chiaro che il
messaggio era giunto a destinazione. Asa allungò il busto in avanti e
mi lanciò uno sguardo eloquente, ma non disse una parola. Tuttavia
Unaiko non era certo il tipo da lasciarsi abbattere e rinunciare tanto
facilmente alla conversazione, e difatti trovò il modo di cambiare
argomento e mostrarsi caparbia e propositiva.
«A proposito», disse sorridendo, «ultimamente ho osservato
Ricchan mentre insegnava musica ad Akari, e devo dire che questo
tipo di lavoro sembra averle dato una nuova vita. Seriamente, non
l’avevo mai vista così prima d’ora, è cambiata. Fino a poco fa facevo
completo affidamento su di lei, mi appoggiavo a lei in tutto e per
tutto. Nei momenti difficili, anche quando non abitavamo insieme, mi
dava grande conforto sapere che presto sarebbe venuta da me e mi
avrebbe aiutata a tirarmi su di morale. Le devo moltissimo, mi ha
sempre dato una mano, soprattutto dal punto di vista pratico; ma allo
stesso tempo non avevo mai smesso di pensare che per lei lavorare
con me fosse la cosa più importante della vita, e non avevo mai
immaginato che potesse provare passione e trarre appagamento da
qualcosa che andasse al di là dei nostri progetti teatrali. Ma in questi
ultimi giorni, nel vederla lavorare alla Casa nella foresta con Akari e
ascoltando i loro sforzi comuni trasformati in musica, mi pare fin
troppo evidente che si tratta di qualcosa che la rende molto più felice
che essere semplicemente la mia assistente. Come accennavo
prima, ho la netta sensazione che aiutare Akari e lavorare con lui le
abbia permesso di progredire a un livello superiore, quasi che abbia
scoperto la sua vera missione nella vita, e devo dire che me ne sono
resa conto in via definitiva quando prima ho sentito quello che aveva
detto Maki a proposito del futuro della vostra famiglia.»
«Unaiko, scriverò un’e-mail molto semplice a Maki e le riferirò che
ho parlato con suo padre e anche quello che hai appena detto tu»,
disse Asa in un tono che rivelava la solita cautela e persino un
pizzico di scetticismo. «Sono sicura che Maki sarà molto contenta,
ma non voglio lasciarle immaginare che in futuro Ricchan possa
continuare a occuparsi di Akari, sarebbe troppo. Creare
un’aspettativa del genere rischierebbe di causare un altro “problema
Macbeth”, e non mi sembra proprio il caso. Forse è solo un sogno
irrealizzabile, ma ho immaginato che dopo la morte di mio fratello
Ricchan possa trovare il modo di continuare a essere al contempo la
tua partner artistica e la maestra di musica di Akari, oltre che
l’assistente personale di Chikashi… In fondo sognare non costa
nulla.»

5.

«Eccoci a Ōkawara!» annunciò Asa, prima di rivolgersi a me e


aggiungere: «Kogii, scommetto che in questo momento starai
pensando qualcosa del tipo: “Ehi, che diavolo è successo a
Ōkawara?”. L’ultima persona che ha reagito con un sospiro di chiaro
apprezzamento e ha sussurrato “Ōkawara, che bello!”, quando l’ho
portata da queste parti, è stata Sakura Ogi Magarshack. Ricordo che
si emozionò, era contentissima. Naturalmente parlo di un periodo in
cui le grandi compagnie immobiliari non avevano ancora messo gli
occhi sulla zona e cominciato a costruire ovunque».
«So che Sakura aveva un’immaginazione molto fervida, dopotutto
era una star del cinema», dissi io, «ma non capisco cosa potesse
esserci di tanto emozionante a Ōkawara…»
«Kogii, tu stai pensando a quando Sakura è venuta qui per girare
La madre di Meisuke scende sul campo di battaglia, ma io mi
riferisco a un periodo precedente, quando ha messo piede per la
prima volta da queste parti e non c’erano ancora tutte queste
costruzioni in giro. Mi contattò il tuo amico produttore
cinematografico ed ex compagno di studi, Komori, e io presi per la
prima volta in vita mia un intero giorno di permesso all’ospedale
della Croce Rossa, apposta per mostrare i dintorni a Sakura. Erano i
giorni in cui tu eri impegnato in uno sciopero della fame a oltranza in
favore del poeta sudcoreano Kim Chi-Ha, dalle parti di Sukiyabashi,
a Tōkyō. Komori venne a trovarti insieme a Sakura nella tenda dove
dormivi e te la presentò. Questo dovrebbe bastarti per capire che
anno era, vero?»
«Sì, certo, era il 1975. L’anno in cui morì il professor Musumi.»
«Sakura era a Tōkyō di passaggio, sulla via del ritorno da Seoul
agli Stati Uniti. Se non ricordo male, era andata a Seoul per scusarsi
di persona dell’annullamento di un progetto cinematografico che
prevedeva una coproduzione tra America e Corea. Non so di preciso
in quale contesto, ma tu le parlasti della storia della madre di
Meisuke e delle insurrezioni contadine e lei rimase affascinata al
punto che volle venire fino a Ōkawara per dare un’occhiata. Come
ho detto prima, mi offrii di farle da guida, e fu allora che mi raccontò
quello che le era successo a Matsuyama quand’era piccola, durante
gli anni dell’occupazione americana. Dopo la visita a Ōkawara e
dintorni la portai al villaggio e nostra madre, che all’epoca godeva
ancora di piena salute, declamò apposta per lei il grido di battaglia
della madre di Meisuke. Sakura non dimenticò mai quella giornata
nella valle, e circa trent’anni dopo tornò da queste parti con l’idea di
fare un film a sue spese. Ma nel frattempo Ōkawara era cambiata e
si dovette rinunciare al proposito di girare sul posto la maggior parte
delle scene della rivolta. In compenso, però, questo portò alla scelta
della Guaina come location principale, dove fu girata tra l’altro anche
la magnifica scena iniziale in cui lo spirito della madre di Meisuke
intona il grido di battaglia e incita il suo esercito a impugnare le armi.
Per fortuna il paesaggio nella zona della Guaina è rimasto immutato
da oltre un secolo.»
«Il mio ricordo più vivido di Ōkawara risale a una volta in cui
nostro padre e io ci venimmo in bicicletta per assistere a una gara di
aquiloni», dissi. «Lui ci tenne a farmi notare che si trattava di un
evento unico, che molto probabilmente non si sarebbe ripetuto negli
anni a venire. C’era la guerra e la situazione non lasciava ben
sperare… Comunque da allora non ci sono più venuto, perciò è
ovvio che in tutti questi anni ci siano stati molti cambiamenti. Non
voglio dire che il posto sia irriconoscibile, ma…»
Asa e io passammo diversi minuti a lamentarci di quanto il
paesaggio dell’intera zona avesse subìto un triste deterioramento.
Dopotutto si trattava di alterazioni che rientravano nella norma, visto
che erano trascorsi molti decenni, ma per noi era lo stesso uno
shock enorme. Nel frattempo Unaiko continuava a guidare e ad
ascoltare in silenzio, e quando finalmente intervenne di nuovo nella
conversazione, le sue parole suonavano inaspettatamente
ottimistiche.
«Io credo che in fondo tutto questo sia molto positivo», disse. «La
gente che verrà ad assistere al nostro spettacolo sarà soprattutto di
queste parti, e perciò sarà ben consapevole del divario tra la
Ōkawara di oggi e quella di un tempo, quando la madre e la
Reincarnazione di Meisuke capeggiarono la rivolta. Magari queste
differenze potrebbero persino accendere la fantasia degli spettatori,
non si sa mai. In ogni caso lasceremo che sia il pubblico
dell’Anfiteatro a immaginare un eventuale legame tra la banda di
samurai che violentò la madre di Meisuke sul suolo erboso della
foresta e lo stupro della giovane impiegata brutalizzata non molto
tempo fa nei dintorni, sul freddo cemento di un parcheggio di
Ōkawara quasi sempre semideserto. In questo modo gli spettatori
potranno intuire che ciò che metteremo in scena non è una specie di
dramma storico che si risferisce solo a eventi di molti anni fa, come
se ne vedono tanti in televisione, ma piuttosto una vicenda
strettamente intrecciata con la dura realtà che purtroppo ancora oggi
molte donne sono costrette a subire. Tra l’altro, il nome dell’area
urbana in cui sorge quel parcheggio non è cambiato fin dai tempi
della rivolta contadina.»
«Credo che abbiamo fatto bene a portare Unaiko qui, vero,
Kogii?» mi chiese Asa, in cerca di consenso. «Il caso di violenza cui
ha appena fatto riferimento è accaduto nelle vicinanze, ne hanno
parlato molto anche i giornali e le televisioni locali.»
Un paio di minuti dopo Asa disse a Unaiko di accostare e ci
fermammo proprio nel famigerato parcheggio, al principio della
strada che scendeva verso il fiume. Asa andò dall’addetto e gli
spiegò che più tardi sarebbe passata un’altra persona a ritirare il
furgone.
Ci mettemmo in cammino seguendo la salita che si arrampicava
sul lato orientale della cittadina, e quando fummo giunti in cima –
dove restava ancora qualche casa rurale tradizionale risalente ai
secoli precedenti – ci voltammo e dirigemmo lo sguardo in basso,
verso la lunga striscia di acque argentee del fiume Kame. Poi ci
avviammo con calma per l’antica strada che si addentrava nella
parte più vecchia della cittadina e che mi era rimasta impressa nella
memoria fin da bambino, fermandoci di tanto in tanto a osservare
con vivo interesse case e negozi. Ma fummo costretti ad affrettare il
passo quando Asa scorse un autobus sopraggiungere dalla strada
nuova, che correva più o meno parallela a quella vecchia ma un paio
di metri più su, e ci propose di prenderlo. Attese che ognuno desse il
proprio assenso e disse a Unaiko di correre alla fermata e pregare
l’autista di aspettare un minuto perché erano in arrivo due persone
anziane. Unaiko non se lo fece ripetere e salì con falcate rapide e
leggere verso la strada superiore, molto più ampia di quella dove
eravamo Asa e io, che la seguimmo facendo del nostro meglio,
ansimando e arrancando l’uno dietro l’altra. Dopo che fummo saliti a
bordo, Asa si mise a parlottare con l’autista e gli chiese di farci
scendere più o meno nel punto in cui la strada, che continuava a
snodarsi per un bel pezzo lungo lo stesso tragitto della stradina
vecchia, cambiava direzione e puntava in completa autonomia verso
Matsuyama.
Mia sorella aveva lavorato per molti anni come infermiera
all’ospedale di zona ed era ancora abbastanza conosciuta a
Ōkawara e dintorni. Mentre eravamo sull’autobus restituiva il saluto
a numerosi passeggeri che le rivolgevano cortesi cenni e sorrisi, e
intanto continuava a fornire informazioni sul percorso a Unaiko.
«L’autista ci lascerà molto vicino al punto in cui la Reincarnazione
di Meisuke fu lapidata a morte», disse a un certo momento. «È in
prossimità del letto asciutto di un torrente.» Dopo una decina di
minuti l’autobus si fermò e scendemmo. E durante il tragitto Asa
riprese puntuale la sua spiegazione. «Procedendo in direzione est
da Ōkawara e spingendosi verso l’interno lungo il fiume Kame, e
quindi attraversando la valle e avvicinandosi alla foresta in direzione
nord, si arriva al punto in cui la madre di Meisuke e la
Reincarnazione di Meisuke si separarono dal loro esercito dopo la
rivolta e si diressero da soli a casa passando per i boschi. La
conformazione della zona è rimasta abbastanza invariata, è tutto più
o meno come oltre un secolo fa. Avete presente quella parte del
monologo in cui si descrive come la madre di Meisuke aiuta il figlio
reincarnato a montare in sella e conduce il cavallo per le redini.
Bene, se si seguisse quel sentiero fino in cima, in mezzo agli alberi e
alla vegetazione, si arriverebbe al cospetto di un enorme abete che
si pensa essere la dimora eterna dello spirito di Meisuke. Ora, la
madre di Meisuke aveva intenzione di condurre il figlio fin lassù e di
tornare da sola al villaggio a cavallo. Ma purtroppo i due erano stati
pedinati e furono catturati dai loro inseguitori strada facendo.
Dapprima gli spietati samurai collocarono la Reincarnazione di
Meisuke in una buca nel letto prosciugato del torrente, la ricoprirono
di terra e pietre fino all’altezza del petto e la presero a sassate finché
non ebbe esalato l’ultimo respiro. Subito dopo immobilizzarono la
madre sull’erba lì accanto e la violarono in gruppo. Intanto il cavallo
scappò verso il villaggio e lungo la strada incorse negli altri rivoltosi
di ritorno dal campo di battaglia, i quali subodorarono che era
successo qualcosa e lo seguirono a ritroso fino al luogo del doppio
crimine, dove trovarono la madre di Meisuke distesa al suolo e
gravemente ferita. Approntarono una barella d’emergenza facendo
ricorso a vecchie assi di legno recuperate nei paraggi e vi caricarono
sopra la loro coraggiosa e amata condottiera…»
Dopo un po’ superammo un vecchio ponte di legno e terra che
scavalcava un ruscello e ci ritrovammo di fronte a un piccolo
santuario shintoista segnato dalle intemperie e circondato da
erbacce e alti e ispidi cespugli. Per facilitare il cammino a Unaiko,
che indossava una gonna, Asa aprì un passaggio tra la vegetazione
aiutandosi con un falcetto abbandonato nell’ombra dei pochi gradini
che conducevano al piccolo santuario. In fila indiana alle sue spalle,
ci avvicinammo in religioso silenzio alla nostra meta. Subito dietro al
santuario c’era uno spazio vuoto dove la luce penetrava attraverso
un gruppo di alberi che sembravano essere stati sfrondati da poco, e
più o meno al centro di quella radura spiccavano alcuni fasci di
lunghe e spesse canne di bambù, tutte della medesima lunghezza e
legate in modo approssimativo, con corde lasciate molto allentate.
«Queste canne di bambù servono a coprire la buca che c’è nel
terreno», spiegò Asa. «Non c’è niente di particolare da vedere, è un
vecchio fosso come mille altri, perciò direi di non toccare e lasciare
tutto così com’è. Le canne sono legate in quel modo di proposito,
così da non essere facilmente maneggevoli e scoraggiare chiunque
volesse tentare di rimuoverle. In passato, dopo che diverse persone
vi caddero dentro, la buca fu riempita allo scopo di limitare il
pericolo. Ma in seguito gli incidenti nella foresta subirono un forte
incremento e la gente cominciò a dire che forse era colpa di una
maledizione lanciata dallo spirito della Reincarnazione di Meisuke,
per cui la buca fu svuotata di nuovo e riportata allo stato originale.
Ricordo che più o meno nello stesso periodo qualcuno si presentò
da nostra madre e chiese una donazione per contribuire al
finanziamento dei lavori di ripristino, e in quella circostanza lei mi
parlò del legame tra questo piccolo santuario e la nostra famiglia.
Ogni due o tre anni mamma saliva fin quassù per risistemare le
canne di bambù, e io ho ereditato la sua abitudine, anche se non me
ne occupo in prima persona e delego sempre il compito a boscaioli
professionisti.»
«Questo santuario è sicuramente molto vecchio», disse Unaiko,
guardandosi intorno, «ma è stato costruito dopo la tragedia della
madre e della Reincarnazione di Meisuke o era qui già da prima?»
«Non credo che esistesse già allora», rispose Asa. «Anche se
erano dei gran farabutti, quei giovani samurai difficilmente si
sarebbero azzardati a compiere un atto sacrilego nelle immediate
vicinanze di un santuario. Ho sentito dire che in quest’area c’erano
molti cinghiali – e forse ce ne sono tuttora –, e non è da escludere
che la buca fosse una trappola scavata da qualche cacciatore. Il
santuario potrebbe essere stato costruito in seguito per placare lo
spirito furioso della Reincarnazione di Meisuke, ammazzata
impietosamente a sassate in quella fossa.»
Intanto Unaiko si era accovacciata per terra e tentava di sbirciare
all’interno della buca attraverso le lunghe canne di bambù, e quando
sollevò la testa nella nostra direzione trasalì per lo stupore. Asa e io
ci voltammo sorpresi alle nostre spalle e, in piedi accanto al
santuario, scorgemmo due donne di mezza età che ci osservavano
con molta attenzione. Una aveva la fronte abbastanza pronunciata e
mascolina, l’altra una faccia tonda come la luna piena. Erano
conoscenti di vecchia data di Asa, ma si limitaroro a salutarla con un
inchino sbrigativo e puntarono dritte verso Unaiko, che intanto si era
rimessa in piedi in tutta fretta.
«Lei è Unaiko, vero?» le chiese una delle due, parlando
evidentemente anche a nome dell’altra. «Abbiamo assistito alla sua
performance ispirata a Il cuore delle cose di Sōseki. Noi insegnamo
giapponese in due scuole medie della zona. È incredibile averla
incontrata in un posto del genere, che coincidenza, stavamo
pensando da tempo a un modo per metterci in contatto con lei e
parlarle di un paio di questioni a cui teniamo molto. Abbiamo saputo
che prossimamente metterà in scena all’Anfiteatro della valle una
sua versione della leggenda della madre di Meisuke e che reciterà
lei stessa nel ruolo principale. È una splendida idea, le facciamo i
nostri complimenti, quella storia è una parte molto importante del
nostro folklore. Però siamo preoccupate perché allo spettacolo
assisteranno certamente anche molti giovani studenti delle scuole
medie e dei licei e abbiamo saputo che lei ha intenzione di includere
una scena di violenza carnale. È vero? Ma come può pensare che
una trovata del genere possa essere adatta a un pubblico di
ragazzini?»
«Aspettate, non credo di capire…» cominciò a dire Unaiko,
parlando molto lentamente, come fosse alla ricerca delle parole
giuste.
«Mi scusi, non ho finito», la interruppe in tono brusco la donna. «E
ci tengo a precisare che d’ora in poi preferisco utilizzare
l’espressione “abuso sessuale” o anche la parola inglese rape,
anziché termini come “stupro” e “violenza”, che mi sembrano troppo
espliciti e crudi. Come le dicevo, la mia collega e io siamo venute a
sapere che lei interpreterà il personaggio della madre di Meisuke e
che includerà nella rappresentazione la scena in cui la protagonista
viene abusata sessualmente. Ora, con la massima calma, vogliamo
chiederle maggiori dettagli sulle modalità in cui si svolgerà la scena
in questione, visto che in sala saranno presenti numerosi minorenni.
Spero di essere stata abbastanza chiara.»
«In poche parole mi sta dicendo che secondo voi una descrizione
troppo diretta dei fatti sarebbe insensata?» chiese Unaiko.
«Senta, sappiamo bene che la leggenda parla dell’abuso subìto
dalla madre di Meisuke, ma il punto non è questo, forse non mi sono
spiegata. Non le stiamo chiedendo di tacere del tutto su quell’aspetto
particolare, al di là che sia accaduto o meno nella realtà. Vorremmo
solo che riconsiderasse l’idea iniziale e optasse per un approccio
meno diretto. Non potrebbe evitare di rappresentare l’abuso
sessuale in sé e ideare uno stratagemma narrativo in grado di far
capire ugualmente al giovane pubblico che la madre di Meisuke
conobbe atroci sofferenze, incluso un certo abuso di tipo fisico?»
«Prima di tutto mi permetta di dirle una cosa: lei ha affermato che
preferisce non usare termini come “stupro” e “violenza” perché li
considera troppo crudi e diretti. Però non si può negare che “stupro”
sia la parola più precisa per indicare l’atto, o meglio il delitto di cui
stiamo parlando. Quando, per esempio, in America latina una
ragazza di colore viene assalita sessualmente, si dice che ha subìto
uno stupro – rape – e per la malcapitata poco cambia se si usa
questa o quell’altra parola. A volte in Giappone usiamo il termine
inglese rape come fosse una sorta di eufemismo gentile, ma in realtà
significa proprio la stessa cosa: stupro, violenza sessuale. Ed è più o
meno così in tutte le lingue del mondo, che lo si voglia o no. Quindi,
in tutta sincerità, non credo che ricorrendo all’espressione “abuso
sessuale” o al termine inglese rape si possano cambiare la realtà dei
fatti o l’impatto emotivo sulla vittima. Anzi, le dirò di più: penso che
l’uso di un eufemismo o di un’espressione tecnica possa solo servire
a far sentire lo stupratore meno in colpa per l’atto mostruoso e
aberrante che ha commesso, mentre non aiuterebbe certamente la
vittima a dimenticare il dolore e lo sconforto per la violenza subìta.
Purtroppo non è possibile nascondere la realtà con le parole. Un
uomo che ricorre alla forza per costringere una donna a compiere un
atto sessuale non consensuale è uno stupratore, punto, e
commettere uno stupro è un atto criminale. Perciò tanto per
cominciare vorrei che lei, la sua collega e il mondo intero affrontaste
la nuda e cruda realtà del termine “stupro”. Naturalmente non oso
affermare che tutti gli studenti maschi che assisteranno alla
rappresentazione siano potenziali stupratori, per carità. Ma di una
cosa sono convinta: le ragazze che frequentano le stesse scuole
saranno sempre vulnerabili e resteranno potenziali vittime, finché
non si insegneranno loro per filo e per segno gli aspetti più duri e
cruenti della vita, senza alterare la realtà. Ora, voi suggerite che
sarebbe opportuno descrivere in modo più delicato e indiretto il
brutale stupro di gruppo subìto dalla madre di Meisuke. Ma questo,
oltre a diminuire l’impatto della sua tragedia e delle sue immani
sofferenze, smorzerebbe uno dei punti che invece vogliamo mettere
in evidenza, ovvero che la madre di Meisuke continua a essere
violentata ancora oggi, tutti i giorni e in ogni parte del mondo!
Vogliamo presentare al nostro giovane pubblico la pura verità,
perché tutti, a cominciare dagli adolescenti, devono sapere che lo
stupro in ogni sua forma è un problema da cui nessuno è immune!»
«Sì, ma perché insistere con un approccio violento e brutale, per
giunta in occasione di un evento rivolto soprattutto alle scuole?»
«La risposta è semplice: perché negli ultimi centoquarant’anni, da
quando la madre di Meisuke è stata stuprata, in questo paese non
c’è mai stata un’autentica evoluzione sociale. Non mi stancherò mai
di ripeterlo, la madre di Meisuke non è stata violentata solo quel
pomeriggio di oltre un secolo fa, ma continua a essere violentata
ancora oggi, tutti i giorni, e il nostro compito è presentare al pubblico
questa triste realtà.»
«Sì, abbiamo capito. Ma perché mettere al centro della
rappresentazione l’argomento stupro? E perché proprio qui, in
questa remota valle circondata dalla foresta? Se di stupro bisogna
parlare – e come vede ho rinunciato a inutili eufemismi – varrebbe la
pena farlo in una grande città, dove la denuncia sarebbe più
efficace. Ma forse dietro questo progetto c’è dell’altro, qualcosa di
nascosto, come dice la gente…»
«Non so chi vi abbia dato queste informazioni», sbottò Asa, «ma
sul serio la gente dice così? “Qualcosa di nascosto”? È assurdo! In
ogni caso si tratta solo di stupide voci, niente vi dà il diritto di
rivolgervi a Unaiko in questo modo e pretendere di limitare la sua
libertà di epressione chiedendole di censurare il contenuto della
rappresentazione. All’epoca in cui mio marito era preside della
scuola media di Honmachi, ricordo che venivate ad assistere alle
conferenze che spesso mio fratello teneva quando tornava nella
valle, e voi e i vostri amici avevate sempre qualcosa da ridire, vi
lamentavate affermando che parlava di argomenti di sinistra e così
via!»
«Qui non si tratta di libertà di espressione e argomenti di sinistra.
Oltre che un’insegnante sono anche una madre e sono seriamente
preoccupata. Ma ci avete pensato all’impatto negativo che potrebbe
avere sui nostri ragazzi una scena di violenza sessuale? Perché
sottoporli a uno strazio del genere durante una rappresentazione
teatrale? Comunque, per vostra informazione, oggi ci troviamo da
queste parti per raccogliere erbe commestibili, perché è domenica; ci
siamo imbattute in voi per puro caso. Chiediamo scusa per avervi
disturbato.»
«Figuratevi, nessun disturbo. Tra l’altro eravamo pronti a qualche
sorpresa inaspettata, sappiamo bene che qui intorno si possono
incontrare cinghiali e altre bestie… Ma toglietemi una curiosità, che
tipo di erbe state cercando? Siete sicure di trovarne in questo
periodo dell’anno?»
Le due donne andarono via a testa bassa, senza replicare, e
sparirono nell’ombra del santuario. Asa non se ne curò più e si
rivolse a me e a Unaiko. «Devono averci visto quando abbiamo
lasciato il furgone al parcheggio e ci hanno seguito», disse sicura di
sé. «Chissà, forse avevano pensato che prima o poi avremmo
portato Unaiko da queste parti e in un certo senso ci stavano
aspettando. Hanno atteso il momento giusto e si sono fatte avanti,
pretendendo che credessimo alla storia dell’incontro fortuito. Certa
gente è proprio ridicola! Ora, se per voi va bene, direi di continuare il
nostro giro e dirigerci alla distilleria e rivendita di sake dove la madre
di Meisuke e gli altri fecero sosta sulla via del ritorno verso il
villaggio, dopo il crudele assalto dei samurai, e dove lei pronunciò le
famose parole di disapprovazione nei confronti dello screanzato
proprietario. La piccola distilleria non è più in funzione, ma si
possono ancora vedere i resti dell’edificio e della grande casa dove
viveva il tizio. Per fortuna siamo tutti in grado di procedere sulle
nostre gambe e non abbiamo bisogno di barelle…»
14.
Tutto quel che accade è materiale da portare in scena

1.

La nostra piccola compagnia procedeva senza eccessiva fretta, in


religioso silenzio, consapevole della straordinarietà del fatto di
ripercorrere i luoghi della mitica insurrezione di Ōkawara. Dopo aver
preso una scorciatoia attraverso un gruppo di vecchie case
tradizionali, ci dirigemmo verso valle, alla volta di negozi e abitazioni
di più recente costruzione sorti numerosi sulla strada lungo il fiume
Kame. Di primo acchito sembrava che il vecchio sentiero di cui
avevo ricordo fin dall’infanzia fosse stato completamente distrutto, e
invece, a ben vedere, si poteva notare che alcuni tratti di quell’antica
via esistevano ancora ed erano stati incorporati nella nuova strada
statale. Poco prima del punto in cui il Kame incontrava un altro corso
d’acqua, suppergiù nello stesso posto dove in passato sorgevano
due ponti, era stato realizzato un unico grande cavalcavia. Ai suoi
piedi spiccavano un parcheggio e un supermercato che vendeva
prodotti locali.
«Quando Honmachi è stata trasformata in un unico comprensorio
cittadino che includeva i vari villaggi e le frazioni della valle», spiegò
Asa a beneficio di Unaiko, «una parte è diventata una sorta di
territorio periferico discretamente abitato e un’altra si è ridotta a
un’area sempre più spopolata e abbandonata dai giovani, che
preferiscono trasferirsi nei grandi centri urbani. Qui ci troviamo
esattamente al confine tra le due aree, e ora siamo diretti verso la
zona più desolata. A proposito, vogliamo prendere un caffè al self-
service del supermercato e aspettare che Tamakichi arrivi con il
furgone? Oppure preferite continuare a piedi per un’altra oretta?»
«Se va bene per tutti, vorrei andare avanti a piedi», rispose subito
Unaiko, «visto che stiamo seguendo la “via della Passione” della
madre di Meisuke.» аvхhm.sе
La statale era percorsa da un flusso pressoché ininterrotto di
camion a lunga percorrenza, perciò fummo costretti a procedere in
fila indiana a bordo strada, Unaiko e io davanti e Asa alle nostre
spalle.
«È ovvio che la sede stradale è stata ampliata e alcuni tratti
particolarmente tortuosi sono stati risistemati e resi il più possibile
dritti», osservai a un certo punto, «ma non c’è dubbio che stiamo
seguendo la stessa via lungo la quale fu trasportata in barella la
madre di Meisuke. Gli alberi sulla riva opposta del fiume sono
perlopiù criptomerie e cipressi hinoki, mentre da questa parte ci sono
soprattutto latifoglie. Molto probabilmente, quel folto gruppo di alberi
al di sopra di quella parete scoscesa laggiù è rimasto immutato da
vari secoli: deve essere né più né meno lo stesso paesaggio che
vedeva la madre di Meisuke mentre era distesa sofferente sulla sua
barella.»
«Questa strada ha l’aspetto di essere indubbiamente molto antica,
ma secondo me non è stata costruita di proposito. Non so come dire,
mi dà l’idea di un sentiero percorso dalla gente del posto fin da tempi
remoti, e poi evolutosi spontaneamente in una strada», ribatté
Unaiko, mentre continuava a far vagare lo sguardo da una parte
all’altra e ammirava l’antica vegetazione che si estendeva al nostro
fianco, il fiume e la riva boscosa sul lato opposto.
«Hanawa Gorō la pensava in un modo assai simile, lo sa? Lui è
sempre stato un tipo molto moderno e alla moda, ma ricordo che ai
tempi del liceo diceva spesso: “I nostri antenati dovevano essere
decisamente in gamba!”. Era una delle sue frasi preferite, la
pronunciava tutte le volte che poteva, in vari contesti.»
Unaiko mi ascoltava annuendo con gentilezza, ma era evidente
che avesse in mente qualcos’altro e che stesse meditando su come
affrontare l’argomento.
«Mi scusi se cambio discorso, ma non riesco a togliermi dalla
testa le due insegnanti di prima», mi disse infatti poco dopo, senza
girarci intorno. «Mi chiedo perché si siano accanite tanto sulla
questione dello stupro e mi abbiano subissato di domande.
Confesso che mi hanno colto di sopresa e non sono riuscita a
reagire con la dovuta freddezza, ma mi rendo conto solo adesso che
avrei dovuto precisare alcuni dettagli. In particolare il fatto che un
episodio di violenza sessuale è all’origine della mia scelta di fare
teatro. Loro non me l’hanno chiesto e io ho mancato di
puntualizzarlo, ma per me il tema della violenza sessuale riconduce
inevitabilmente a quello dell’aborto. Le donne vittime di violenza
sono poi costrette ad abortire, ed è da questo che parte il mio
teatro… La verità è che ho subìto questa esperienza in prima
persona: da ragazza sono stata stuprata e ho dovuto abortire.»
Non credevo alle mie orecchie, ero esterrefatto e non sapevo cosa
dire. Per fortuna Unaiko mi tolse dall’imbarazzo lanciandosi in un
lungo monologo e relegandomi al ruolo dell’ascoltatore.
«Le ho già parlato di quella volta al santuario di Yasukuni, quando
vomitai dopo aver visto quella bandiera enorme e quel tizio in
uniforme militare con la katana. Subito dopo mia zia cominciò a
bombardarmi di domande, mi diede il tormento, e alla fine confessai
che sospettavo di essere incinta. Lei inorridì e mi chiese chi fosse il
responsabile. Io ero sotto shock, non riuscivo a capirci più niente e la
guardavo allibita. Allora lei prese a incalzarmi, alzando la voce e
fissandomi a occhi spalancati. “Chi è stato? Dimmi chi è!” ripeteva. E
finalmente capii che mi stava chiedendo il nome del possibile padre
del bambino e urlai: “Lo zio!”. Lei mi guardò per un attimo negli
occhi, poi distolse lo sguardo e biascicò: “Proprio come temevo…”.
Rimasi perplessa al pensiero che sapesse qualcosa, quella frase mi
fece assaporare di colpo il senso della realtà. Eravamo in piedi al
binario della linea Yokosuka, il treno diretto verso la regione dello
Shōnan era in partenza e salimmo subito a bordo. La zia continuò a
farmi il terzo grado per tutto il tragitto, fino a Fujisawa, sedute strette
l’una accanto all’altra nel mezzo della carrozza e lontane dagli altri
passeggeri. Insisteva nel ripetere che dovevamo fare molta
attenzione ed evitare che qualcuno ci sentisse, e a poco a poco mi
cavò di bocca tutti i dettagli su quanto era accaduto con lo zio.
All’epoca lui era un alto funzionario del ministero dell’Istruzione e si
dava un gran da fare per completare la scalata al vertice. La zia mi
disse che quello era il momento più importante della sua carriera e
che non dovevo fare parola con anima viva di quello che era
successo, per nessun motivo al mondo. “Sei ancora una ragazzina e
non puoi capire”, precisò, “ma se si dovesse sapere in giro
scoppierebbe uno scandalo di portata nazionale.” In quel frangente
dovevo apparire molto confusa, difatti mia zia continuò in tono di
rimprovero: “Te lo immagini cosa potrebbe succedere se questa
storia finisse sui giornali? Un funzionario dello stato serio e
irreprensibile, che ha contribuito in prima persona al consolidamento
del sistema scolastico giapponese, era in realtà un uomo bieco e
pervertito che molestava la nipote adolescente e l’ha stuprata
mettendola incinta. Sarebbe una notizia da prima pagina, una
vergogna irreparabile per tutta la famiglia”. Era la prima volta che
sentivo pronunciare quella parola in riferimento a ciò che mi era
capitato: stupro… Scendemmo dal treno a Fujisawa e la zia si
precipitò a un telefono pubblico per chiamare lo zio e dirgli quello
che aveva intenzione di fare. Poi prendemmo un taxi, passammo
brevemente per la loro casa di Kamakura – lo zio era in ufficio – e
tornammo subito indietro a Fujisawa. La zia mi portò dritta in
ospedale e mi fece abortire, senza che potessi dire una parola.
Trascorsi i tre giorni successivi nella casa di Kamakura, giusto il
tempo per rimettermi un minimo in sesto, dopo di che lei mi cacciò
via come fossi la peggiore delle delinquenti. Senza avere nessun
altro posto dove andare, tornai a casa dei miei a Ōsaka, distrutta,
ridotta a uno straccio. Ho dimenticato di precisarlo, ma lo zio di
Kamakura era il fratello di mio padre, il maggiore. Erano nati e
cresciuti qui nello Shikoku, proprio come lei, insieme a un terzo
fratello, ma lo zio era l’unico ad aver studiato all’università. Dopo la
laurea in giurisprudenza all’università di Tōkyō era stato assunto dal
ministero dell’Istruzione e aveva fatto carriera. Invece mio padre
aveva il diploma di scuola superiore e si arrangiava come meglio
poteva gestendo una piccola tipografia a Ōsaka, finché qualcosa
cambiò quando il ministero dell’Istruzione gli diede incarico di
stampare con regolarità alcuni atti e documenti ufficiali. Lui amava
parlare di quell’incombenza come di un dono del cielo, un gran colpo
di fortuna, ma era chiaro che c’entrava il fratello, che in quel modo si
era assicurato una volta per tutte che la mia famiglia non scatenasse
un putiferio per il male che avevo subìto. Più tardi venni a sapere
che i miei genitori avevano addirittura sottoscritto un accordo in cui si
impegnavano a non rivelare ad anima viva quello che mi era
successo a Kamakura… Da allora i miei zii non li ho più rivisti,
neanche una volta. Immagino rientrasse anche questo nelle
condizioni stabilite dall’accordo che i miei avevano firmato. Tra
l’altro, lo zio non si era fatto vivo né il giorno in cui la zia mi aveva
portata in ospedale ad abortire né nei tre seguenti in cui ero rimasta
da loro, i più terribili di tutta la mia vita. Dopo sono stata con mio
padre e mia madre a Ōsaka per circa due anni, la mente fissa allo
stupro e all’aborto; non riuscivo a pensare a nient’altro. Non ero
andata all’università e non avevo davanti a me un grande avvenire,
le possibilità di trovare un impiego decente erano molto limitate, e
difatti in quel periodo cambiai lavoro due volte. Poi, all’età di
ventidue anni, finalmente mi trasferii a Tōkyō e una sera mi capitò di
assistere a uno spettacolo del Caveman Group. Quel giorno mi ha
cambiato la vita, rimasi subito affascinata dallo stile e dalla visione
artistica della compagnia. Cominciai a essere presente a tutte le loro
performance, non me ne perdevo una, e a un certo punto Anai
Masao mi propose di unirmi al gruppo. Nel frattempo avevo anche
conosciuto Ricchan, che all’epoca era in una situazione analoga alla
mia: lavoretti part-time e collaborazioni con il Caveman Group – nel
suo caso, ovviamente, in ambito musicale. Da tredici anni a questa
par