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Il libro

LUNEDÌ O MARTEDÌ TUTTI I RACCONTI


Per la prima volta, tradotta da un solo autore, la raccolta completa dei
racconti di Virginia Woolf. Scritte fra il 1906 e i primi del ‘41, a poche
settimane dal suicidio dell’autrice, queste pagine testimoniano l’inesorabile
messa a fuoco di uno dei maggiori talenti letterari del XX secolo.

“Una sera di molti anni fa Heiner Müller, un drammaturgo tedesco che non
avrebbe potuto essere più lontano dalla scrittura e direi dall’ispirazione di
Virginia Woolf, mi disse che per lui lavorare con le parole voleva dire
scendere in cantina per dissotterrare i propri morti: e non una ma infinite
volte, ogni giorno, senza sosta e inevitabilmente – per tutto il tempo che la
stesura di un testo richiedeva. [...] Non c’è una pagina, in queste
quarantacinque storie lungo le quali si sperimentano e bruciano esperienze
narrative diverse, talvolta incredibilmente diverse fra loro, e durante le quali
la Woolf cerca, trova, decostruisce e ricostruisce instancabilmente la propria
voce, attraversando i registri del realismo e della sua dissoluzione, del flusso
di coscienza e della favola, del comico e del tragico, non c’è una pagina,
dicevo, in cui Virginia Woolf non scenda nella cantina di cui sopra. E la sua
discesa quotidiana, anno dopo anno, per oltre un trentennio, è tanto più
stupefacente, coraggiosa e piena di generosità perché la cantina in cui lei
approda non solo è molto più vasta del suo stesso io ma è invasa dall’acqua,
allagata, sommersa, e i corpi dei suoi morti non possono essere dissotterrati
per il semplice motivo che non giacciono da nessuna parte, ma vagano
inquieti e irriconoscibili nella corrente.”

Dall’introduzione di Mario Fortunato

L’autore
VIRGINIA WOOLF
Virginia Adeline Woolf, nata a Londra nel 1882, figlia del grande critico
Leslie Stephen, è considerata una delle voci più importanti della letteratura
inglese del Novecento. Autrice di romanzi celeberrimi come Gita al faro,
Mrs Dalloway, Orlando e Le onde, è stata anche saggista di straordinaria
intelligenza (Una stanza tutta per sé, Il lettore comune), fondatrice insieme al
marito della leggendaria casa editrice Hogarth Press e attivista del movimento
di liberazione femminile, oltre che parte fondamentale del cosiddetto Gruppo
di Bloomsbury. È scomparsa suicida il 28 marzo 1941.
NARRATORI STRANIERI
Progetto grafico: Polystudio

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© 2017 Giunti Editore S.p.A. / Bompiani


Via Bolognese 165 - 50139 Firenze - Italia
Piazza Virgilio 4 - 20123 Milano - Italia

L’Editore ringrazia The Society of Authors as the Literary Representative of the


Estate of Virginia Woolf per i racconti:
“Carlyle’s House”, “Miss Reeves”, “Cambridge”, “Hampstead”, “A Modern Salon”,
“Jews”, “Divorce Courts”.

ISBN 978-88-587-7457-1

Prima edizione: febbraio 2017


Prima edizione digitale: febbraio 2017
Una pagina tutta per sé
di Mario Fortunato

1.

Una sera di molti anni fa Heiner Müller, un drammaturgo tedesco che non
avrebbe potuto essere più lontano dalla scrittura e direi dall’ispirazione di
Virginia Woolf, mi disse che per lui lavorare con le parole voleva dire
scendere in cantina per dissotterrare i propri morti: e non una ma infinite
volte, ogni giorno, senza sosta e inevitabilmente – per tutto il tempo che la
stesura di un testo richiedeva. Intorno a noi, quella sera, il vecchio mondo
stava venendo giù: era il suo mondo, più che il mio, il mondo del cosiddetto
Socialismo Reale, impersonato simbolicamente e fisicamente dal famoso
Muro di Berlino che era appena stato abbattuto. Quanto stava accadendo
proprio in quel momento nella storia d’Europa e in particolare nel suo Paese,
la DDR, dava al discorso di Heiner Müller un sapore shakespeariano, insieme
privato e pubblico, intimo e performativo, quasi che la discesa nella cantina
dell’Io non fosse altro che l’esecuzione personale e segreta di un rito
altrimenti pubblico come una messa in scena.
Traducendo in italiano i racconti che Virginia Woolf ha scritto in tutto
l’arco della sua esistenza di scrittrice – da quando cioè aveva ventiquattro
anni, nel 1906, in cui nasce Phyllis e Rosamond, il testo che apre la raccolta,
fino a La stazione balneare che risale a poco meno di un mese prima della
sua scomparsa, il 28 marzo 1941 –, ho pensato molte volte alle parole del
drammaturgo tedesco. Perché non c’è una pagina, in queste quarantacinque
storie lungo le quali si sperimentano e bruciano esperienze narrative diverse,
talvolta incredibilmente diverse fra loro, e durante le quali la Woolf cerca,
trova, decostruisce e ricostruisce instancabilmente la propria voce,
attraversando i registri del realismo e della sua dissoluzione, del flusso di
coscienza e della favola, del comico e del tragico, non c’è una pagina, dicevo,
in cui Virginia Woolf non scenda nella cantina di cui sopra. E la sua discesa
quotidiana, anno dopo anno, per oltre un trentennio, è tanto più stupefacente,
coraggiosa e piena di generosità perché la cantina in cui lei approda non solo
è molto più vasta del suo stesso Io ma è invasa dall’acqua, allagata,
sommersa, e i corpi dei suoi morti non possono essere dissotterrati per il
semplice motivo che non giacciono da nessuna parte, ma vagano inquieti e
irriconoscibili nella corrente.

2.

Ma adesso ricominciamo da capo. E ricominciamo dal titolo. Lunedì o


martedì è il titolo dell’unico libro di racconti che Virginia Woolf ha
pubblicato in vita. Uscì nel 1921 e conteneva solo diciotto delle storie che
appaiono qui. Tre anni dopo la sua scomparsa, il marito Leonard Woolf
selezionò sei di quei pezzi, a cui ne aggiunse altri dodici, in parte già
pubblicati e in parte inediti, sotto il titolo A Haunted House. Nel 1973
un’altra raccolta curata da Stella McNichol: Mrs Dalloway’s Party. Solo nel
1985 è apparso The Complete Shorter Fiction, a cura di Susan Dick, riveduto
e ampliato nel 1989, a cui questa edizione si riferisce: per la prima volta, tutta
la narrativa breve della grande scrittrice inglese, ordinata cronologicamente,
vi vedeva la luce. Rispetto a quella raccolta, la presente edizione si discosta
solo per un testo del 1934 che qui non è incluso: Ode Written Partly In Prose
On Seeing The Name Of Cutbush Above A Butcher’s Shop In Pentonville:
perché è in versi.
Del resto, Lunedì o martedì non è soltanto l’unico titolo che la Woolf ha
scelto per i suoi racconti. L’espressione compare infatti anche in un suo
saggio, La narrativa moderna, che è una riflessione accurata sulla possibilità
di un nuovo approccio alla scrittura romanzesca: “Esaminate per un momento
una mente qualsiasi in un giorno qualsiasi,” scrive. E poi: “Riceve una
miriade di impressioni – banali, fantastiche, evanescenti o incise con
l’acutezza di una punta d’acciaio, che piovono da ogni parte, come un diluvio
incessante di atomi; e mentre cadono, mentre assumono la forma di vita del
lunedì o martedì, l’accento si posa in modo sempre differente; il momento
essenziale non si è verificato qui, ma lì.”
Vediamo: che cos’è questa “forma di vita del lunedì o martedì”? Nello
stesso saggio la Woolf dice: “Se lo scrittore fosse un uomo libero e non uno
schiavo, se potesse scrivere quel che vuole e non quel che deve, se potesse
basare la sua opera su quel che sente e non sulle convenzioni, non ci sarebbe
intreccio, non ci sarebbe commedia, tragedia, storia d’amore o catastrofe nel
consueto stile.” Ed ecco una possibile risposta alla domanda: “La vita non è
una serie di lanterne disposte in modo simmetrico; la vita è un alone
misterioso, un involucro trasparente che ci avviluppa.” Ed è “compito del
romanziere trasmettere questo spirito mutevole, sconosciuto e irriducibile”.
Sono dichiarazioni di poetica piuttosto decise. E anzi, ancora di più di una
poetica, suggeriscono un modo di essere, perché non annunciano un
“metodo”: in letteratura ogni metodo è buono, secondo la Woolf, se liberato
dalla falsità e dalla finzione. E cioè se liberato da quel realismo inutile e
tedioso che ci conduce a vedere l’esistenza come una processione di pranzi e
di cene, in cui il tal personaggio apre la porta e il talaltro chiude la porta; in
cui, in altri termini, quella mortificante struttura psichica che comunemente
chiamiamo “Io” non riesce mai ad abbracciare ciò che è oltre se stessa,
riducendosi alla futile descrizione della realtà per come essa
convenzionalmente appare.
Ecco perché ogni giorno bisogna scendere in cantina e affrontare i propri
fantasmi. E, se la cantina rassomiglia e anzi è un mare sotterraneo, abitato da
creature inconsuete e da forme di vita sconosciute, il rischio di annegarvi non
è una battuta di spirito né una possibilità remota. Ecco perché chi scrive
rischia di continuo se stesso.

3.

“We live in minutes, and not in years.” Potrebbe essere l’esergo in


apertura di questo libro. La vita della scrittrice fluisce nei suoi racconti un
minuto dopo l’altro. Poiché nutro una certa diffidenza verso le biografie, non
direi che in queste pagine si componga il ritratto, per quanto involontario, di
un’intera esistenza. Casomai, viene da pensare a una di quelle cartelle
cliniche appese al capezzale dei malati, negli ospedali, in cui vengono
registrate, ora dopo ora, la temperatura corporea, la pressione arteriosa,
l’anamnesi medica (e platonica). Del resto l’orizzonte della malattia, come si
sa, non è estraneo all’esperienza della Woolf. E i suoi racconti si incaricano
di descrivere quell’orizzonte dall’interno e ad altezza d’occhi, senza artifici
retorici, senza toni melodrammatici, ma come qualcosa che semplicemente è.
La malattia è lei. C’è poco da girarci intorno. Per questo il tempo non può
essere una serie ordinata di stagioni e di anni, bensì di momenti separati uno
dall’altro, estatici, solitari, che la scrittura tenta di captare come un’antenna,
sapendo di andare quasi sempre incontro al proprio scacco.
Attenzione, però. Non vorrei che quanto ho appena detto venisse frainteso.
Non vorrei si pensasse che in questi racconti il tono dominante sia quello di
una frustrazione. Perché, nel registrare il proprio scacco, la scrittura in verità
celebra se stessa. Come dice E.M. Forster, nella sua Rede Lecture del 1941,
Virginia Woolf “amava scrivere”, e non per autolesionismo, ma perché
“amava ricevere delle sensazioni – segni, suoni, sapori”, che, attraversando la
sua mente e lì incontrandovi i ricordi e le idee, potevano essere restituite al
mondo grazie a una penna e a un po’ di carta. Lei amava scrivere, secondo
Forster, con un’intensità sconosciuta a tanti altri autori perché alla fine del
lungo, laborioso processo mentale che presiede allo scrivere il testo che ne
risulta, se è soddisfacente, non riguarda qualcos’altro, ma è qualcosa in sé –
un analogo della sensazione iniziale. Da qui, la felicità della sua scrittura. Da
qui, per esempio, il senso di gioia sorprendente e rapinosa che le fa dire, in
chiusura di uno di questi racconti che è una specie di sonda lanciata proprio
dentro gli errori, gli sviamenti e gli inciampi della stessa forma racconto:
“Siete voi, figure sconosciute, che io adoro; se apro le braccia, è te che
accolgo e stringo a me – mondo adorabile!”

4.

La Woolf ha detto in varie occasioni che per lei scrivere racconti era una
specie di “treat”, un premio, un dono da fare a se stessi. I racconti per lei sono
“little things”, piccole cose, regalini – un piacere.
Ora, lasciamo da parte i primi cinque testi giovanili che compaiono in
questo volume. Lasciamo anche da parte le due deliziose favolette (Le
tendine di Tata Lugton e La vedova e il pappagallo) scritte per i figli piccoli
di sua sorella, Vanessa Bell. Non consideriamo neppure altri due pezzi come
Oggetti solidi e L’eredità, narrazioni di impianto tradizionale, con un plot
preciso e personaggi strutturati (anche se la prima ha un attacco degno di un
quadro postimpressionista). Mettiamo da parte questa manciata di storie
perché, al di là della loro riuscita, sono prove all’interno di un canone
riconoscibile, già consegnato. E a queste potremmo forse aggiungere altre
storie di meraviglioso sense of humour come Memorie di una scrittrice,
L’associazione, Miss Pryme e La duchessa e il gioielliere, in cui l’intenzione
di critica dei costumi è piuttosto evidente. Rimangono ben trentadue racconti
che è molto arduo definire “little things”, se non altro perché sono caparbie,
accanite sperimentazioni di una forma e di un linguaggio completamente
nuovi, in un territorio dove nessuno mai, prima della Woolf, si era spinto. Ciò
che lei scopre, mettendo giù queste storie che storie non sono, ma piuttosto
rêverie, pezzi musicali dalla partitura esile e insieme matematica, brani
sospesi fra il linguaggio della poesia e quello della prosa, è una specie di
continente sconosciuto ai suoi tempi, un luogo geografico dalla
conformazione mai vista, in cui da un pensiero che cerca se stesso, da
un’immagine che si delinea appena ma in modo incontrovertibile si passa al
suo rovescio, come se le parole dovessero cercare dentro di sé il proprio
senso, in una maniera che è lineare e allo stesso tempo concentrica. Inutile
aggiungere che tale luogo è innanzitutto un luogo fatto d’acqua. Perché
l’acqua, secondo lei, è “una forma di comprensione, forse”. Forse.
Ma che cosa porta alla comprensione se non la cura verso le parole? Le
parole annunciano ciò che il pensiero pensa. Mentre esso pensa se stesso e le
cose, le parole sorgono dal fondo di noi stessi, aprendo un varco nel tempo
che è fluido e mutevole per definizione. Come l’acqua – forse. O come lo
stile, il suo, “che fa pensare ora a ciò che attraversa, ora a ciò che è
attraversato”, ha detto Marguerite Yourcenar. Lo stile che Virginia Woolf
mette a fuoco nei suoi racconti più sperimentali e svincolati dalle catene delle
consuetudini temporali è uno stile che dà forma alle cose, rigenerandole. Non
le specchia, non le riproduce, perché non parte da nessuna idea generale della
realtà. La Woolf è una “modernista” nel senso che non si piega ad alcuna
ideologia della realtà. Nel suo caso, la realtà si adagia ricreata sulla pagina, al
termine di un processo che va continuamente dal particolare al generale – il
generale essendo nient’altro che questo processo. In lei, la materia narrata e
ciò che da essa si irradia, e cioè le parole, sono contemporaneamente un
fenomeno ondulatorio e un’entità particellare. La Woolf è una “modernista”
nel senso che è alla fisica quantistica, nata più o meno negli stessi anni in cui
lei scrive, che il suo stile conduce. È un nuovo mondo narrativo, e lei lo ha
scoperto.

5.

Domanda: in che rapporto stanno, i racconti di Virginia Woolf, con i suoi


romanzi più celebri? Con Mrs Dalloway, con Gita al faro, con Le onde? Sono
solo “little things” cresciute al margine di piante più solide e robuste? Si
tratta di una produzione minore, trascurabile?
Alcuni racconti hanno un diretto rapporto genealogico con le opere più
importanti. Per esempio, Mrs Dalloway in Bond Street precede di un paio di
anni il semiomonimo romanzo (e ha praticamente lo stesso incipit). Da
questo primo ramo, fioriscono e si intrecciano fra loro altre otto storie (Il
vestito nuovo, Felicità, Antenati, La presentazione, Insieme e separati,
L’uomo che amava i suoi simili, Una semplice melodia e Un riepilogo),
prima e intorno al romanzo – e alcune di queste storie sono di una bellezza e
di una forza assolutamente perfette. Non solo: almeno due di esse, L’uomo
che amava i suoi simili e Antenati, conducono direttamente al cuore di Gita
al faro.
Continuiamo. Momenti di essere: “Le spille di Slater non hanno la
punta”, in cui il tema dell’omosessualità maschile e femminile è elaborato
con una finezza che ha pochi raffronti nella storia della letteratura, nasce
quasi per gemmazione, mentre la Woolf sta finendo di lavorare a Gita al faro,
e sembra preludere a Le onde. La delicata vicenda di Gipsy, la bastardina
potrebbe essere invece considerata come la progenie di un altro libro, Flush,
oltre che testimoniare la passione dell’autrice per i cani. Per non parlare delle
voci che si inseguono e accavallano nel racconto intitolato Il fascino di uno
stagno, che anticipa il coro delle Onde.
L’impressione, insomma, è che, lungi dall’essere “little things”, molti di
questi racconti rappresentino altrettanti punti nevralgici della migliore
produzione della Woolf. Sono snodi, o intuizioni – visioni concentrate, e
tanto più ipnotiche, di quella visione grandiosa e conturbante che è la sua
pratica del romanzo. Vorrei quasi dire – ma non lo dirò – che si rischia di non
cogliere in pieno il focus dei romanzi maggiori, se non si sono prima lette,
metabolizzate, trattenute come una carta assorbente, molte di queste pagine
che paiono scritte solo per sé, tutte per sé.
Prendiamo La macchia sul muro, questo studio sull’epifania della
scrittura, che possiede la luce entropica di un Vermeer. Il racconto sgorga,
come lei stessa dice, “all in a flash, as if flying”, di getto, come in una
visione, volando. È un testo che non ha una trama in senso classico, ma
fluisce libero, in una piena di parole che travolge la sintassi e la riconnette
attraverso frammenti di pensieri, colori, consonanze, esclamazioni, dando
luogo a una prosa libera da ogni preoccupazione semantica. Fra l’altro, le
poche, cruciali pagine che compongono il testo nascono nello stesso
momento in cui la Woolf sta completando il meno riuscito e più
convenzionale dei suoi romanzi, Notte e giorno. La liberazione avviene
quindi nel momento stesso in cui lei sta patendo il peso della struttura della
narrativa tradizionale. E la liberazione si consuma una volta per tutte,
individuando quasi per caso il germe di un nuovo approccio alla narrazione.
Ha un ruolo analogamente liberatorio un altro di questi racconti, Un
romanzo non scritto. Qui la Woolf scopre la possibilità di essere lei stessa,
nei panni della prima persona che racconta la storia, a “leggere” il proprio
personaggio (una donna dall’aria mesta, seduta davanti a lei nello
scompartimento di un treno). La lettura procede per ipotesi e assestamenti
successivi, finché si rivela per quello che è: una serie erronea di supposizioni,
limitata, contraddittoria, che tradisce molte più verità riguardanti chi narra la
storia che non il personaggio narrato. Il tutto attraverso una scrittura piena di
allusioni, rimandi, giochi di parole – una specie di vortice che confonde e
stordisce, che apre interrogativi senza fornire risposte, saltando da un piano
temporale all’altro, da una scena a un’immagine, con un virtuosismo che a
tratti pare unicamente fine a se stesso, giocato per il puro piacere di giocare.

6.

C’è un racconto che ho tenuto per ultimo. Kew Gardens. È il mio


preferito. Lo dico in primis da lettore (ma anche il piccolo traduttore che è in
me concorda). È un racconto piuttosto breve, che ha una gestazione piuttosto
lunga. Katherine Mansfield, con cui la Woolf ha un rapporto intenso e
ambivalente, accenna di averne letto una prima stesura già in una lettera
dell’agosto 1917. Seguono altri riferimenti ad altre stesure in lettere della
Woolf alla sorella Vanessa. Il testo vede la luce la prima volta nel maggio
’19. Poi, nel ’21, viene incluso in Lunedì o martedì, quella prima e unica
raccolta che abbiamo visto così importante per la sua scrittura e per la storia
letteraria del XX secolo.
In Kew Gardens, il punto di vista dell’autore si dissolve, si atomizza fino a
scomparire del tutto nel piccolo, immenso mondo che la molteplicità degli
sguardi e delle esperienze di una coppia, di un ragazzo a passeggio insieme a
un vecchio, di due giovani al primo appuntamento, di una lumaca o di un
paio di amiche può abbracciare. Siamo nei giardini di Kew, a Londra, in un
giorno qualsiasi, lungo un’aiuola ovale, nei pressi del laghetto. Le figure che
compaiono e svaniscono in questo paesaggio di fiori, di luce e ombra, con i
loro discorsi, con i loro pensieri forse espressi o forse no, compongono un
quadro che sembra la proiezione tridimensionale di un dipinto
postimpressionista: la realtà, per come essa appare, vi è ancora riconoscibile,
solida, concreta, ma solo a tratti, qui e là, perché i lineamenti, le forme, i
pensieri sfumano e trascolorano gli uni negli altri, disegnando una specie di
continuum spazio-temporale che spalanca la visione: in un attimo, ecco la
realtà, ecco il vero.
Se fossi buddista, direi che Kew Gardens, più che un racconto, è un satori
– un risveglio in cui non è più data alcuna distinzione fra colui (colei) che
osserva, rendendosene conto, e l’oggetto osservato. Ma siamo anche dalle
parti del “principio di indeterminazione” di Heisenberg, che del resto attiene
alla fisica quantistica di cui si è già detto.
Nel 1910, con Casa Howard, Forster aveva già smantellato il punto di
vista oggettivo, e per così dire dall’alto, del romanzo ottocentesco,
abbassandolo al livello degli occhi del lettore. Il suo romanzo cominciava
informalmente con uno scambio di lettere fra i personaggi della storia, e con
questo semplice espediente l’autore aveva suggerito che, nell’orizzonte della
modernità, la figura dello scrittore onnisciente era tramontata – fine del deus
ex machina. In Kew Gardens, Virginia Woolf compie un passo ulteriore e
abolisce o, meglio, dissemina lo sguardo di chi scrive in una maniera tale per
cui la realtà che ne emerge è la complessa risultante dell’incrocio e della
moltiplicazione degli sguardi dei personaggi (animali e fiori inclusi),
dell’autore e del lettore stesso – quasi come se lei avesse scoperto per prima
la tecnica cinematografica del piano-sequenza e l’avesse applicata alla
letteratura, con tutte le conseguenze del caso.
A ogni modo, la realtà non è più la stessa. Se Dio vuole, l’Io è finalmente
uscito dalla gabbia del Sé e può mettersi a rischio, dando luogo a quel nuovo
approccio alla narrativa, che avrebbe mutato il corso della letteratura.
Finalmente, in altri termini, è sceso in cantina.

7.

Il 28 marzo 1941 Virginia Woolf scrive un dignitoso biglietto al marito e


si avvia verso il fiume Ouse, nei pressi di Rodmell, East Sussex. Poggia in
terra il bastone, raccoglie qualche sasso che mette in tasca e scende in acqua
– la sua enorme, numinosa cantina.
RACCONTI GIOVANILI
Phyllis e Rosamond

In questa nostra epoca curiosa, in cui si comincia ad aver bisogno


dell’immagine delle persone, del loro modo di pensare e vestire, potrebbe
forse avere un qualche interesse un ritratto fedele, delineato magari senza
abilità, ma conforme al vero.
Lasciamo che ognuno, ho sentito dire l’altro giorno, annoti i particolari
della propria giornata di lavoro; i posteri saranno felici di un tale catalogo
quanto potremmo esserlo noi se possedessimo la registrazione di come il
portiere del Globe Theatre o l’uomo addetto ai cancelli di Hyde Park
trascorsero sabato 18 marzo dell’anno di grazia 1568.
Ma poiché i ritratti che abbiamo a disposizione appartengono quasi
sempre al sesso maschile, che attraversa la scena con maggiore baldanza, sarà
forse il caso di scegliere come modello una delle tante donne che si accalcano
nell’ombra. Gli studi storici e biografici convincono ogni persona di buon
senso che tali ignote figure rivestono un ruolo non dissimile da quello della
mano del burattinaio che muove le marionette; e il dito è posto sul cuore. È
vero che per molto tempo i nostri occhi ingenui hanno creduto che quelle
sagome si muovessero per conto loro, facendo i passi che volevano; e la luce
circoscritta che romanzieri e storici hanno preso a gettare su quel luogo buio
e trafficato dietro le quinte ha fatto sinora poco più che mostrarci quanti fili ci
siano, tenuti da mani nascoste, dai cui scatti e strappi dipende ogni
movimento. Questo preambolo ci riporta al punto da cui si era partiti;
vogliamo fissare il più possibile lo sguardo su un gruppetto di donne di oggi,
20 giugno 1906; un gruppetto che, per ragioni di cui in seguito si darà
spiegazione, pare riassumere le qualità di molte altre. È un caso comune,
perché dopo tutto ci sono tante giovani donne nate da benestanti, rispettabili,
influenti genitori; le quali tutte devono affrontare gli stessi problemi a cui
purtroppo corrisponde una minima varietà di soluzioni.
Sono cinque e tutte femmine, vi diranno mestamente: affliggendosi per
questo errore originario, sembra che passino l’intera vita in funzione dei
genitori. Inoltre si dividono in due gruppi: due sorelle si contrappongono alle
altre due; la quinta oscilla equamente fra le une e le altre. La natura ha
stabilito che due ereditassero un carattere forte e pugnace, da applicare con
successo e non senza soddisfazione all’economia politica e ai problemi
sociali; mentre le altre due le ha volute frivole, casalinghe, di temperamento
più leggero e sensibile. Queste ultime sono condannate a essere quelle che si
chiamano comunemente “le figlie rimaste in casa”. Le prime, una volta
deciso che coltiveranno l’intelletto, andranno al college, raggiungeranno
buoni risultati e sposeranno un professore. La loro carriera sarà così simile a
quella degli uomini che non vale la pena farne oggetto di una particolare
indagine. La quinta sorella possiede qualità caratteriali meno marcate delle
altre; del resto si sposa a ventidue anni, perciò non ha il tempo di sviluppare i
tratti individuali della giovane donna che ci si propone di descrivere. È nelle
due “figlie rimaste in casa” – le chiameremo Phyllis e Rosamond – che
troveremo invece eccellente materia per la nostra indagine.
Prima di cominciare la ricerca, qualche particolare ci aiuterà a inquadrarle.
Phyllis ha ventidue anni, Rosamund ventiquattro. Sono graziose d’aspetto,
con le guance colorite e vivaci; un occhio attento non scoprirà nessuna
bellezza di lineamenti regolari, ma l’abbigliamento e i modi conferiscono
loro l’effetto della bellezza senza la sua sostanza. Sembrano partorite da un
salotto, quasi che, nate direttamente con indosso un abito da sera di seta, non
abbiano mai messo piede su una superficie più ruvida di un tappeto persiano,
o si siano sdraiate su qualcosa di più duro di una poltrona o un sofà. Vederle
in un salotto pieno di gente elegante è come vedere un broker in Borsa o un
avvocato in tribunale. Questo – dice ogni loro gesto, ogni parola – è ciò a cui
appartengono; è il loro posto di lavoro, la loro arena professionale. Lì,
chiaramente, esercitano le arti alle quali sono state istruite fin dall’infanzia.
Lì, con ogni probabilità, vincono le loro vittorie e si guadagnano il pane. Ma
sarebbe ingiusto oltre che facile spingere questa metafora fino a suggerire che
il paragone sia appropriato e calzante in tutte le sue parti, mentre invece è
insufficiente. Scoprire in che cosa e perché lo sia richiederà un certo tempo e
concentrazione.
Occorre poter seguire queste due giovani donne dentro casa, ascoltare i
loro discorsi al lume di candela, nella stanza da letto. Occorre essere accanto
a loro quando si svegliano al mattino, e seguirle durante l’intero arco della
giornata. Fatto questo, non per uno ma per molti giorni, allora si potrà
misurare la giustezza delle impressioni ricevute la sera, in salotto.
Questo è quanto possiamo salvare della metafora appena usata: il salotto
rappresenta per le due un luogo di lavoro e non di svago. Ce lo conferma la
scena di un ritorno a casa in carrozza. In tal genere di situazioni, Lady
Hibbert è un giudice piuttosto severo: ha osservato se le figlie avevano
l’aspetto giusto, e se parlavano e si comportavano bene; se attiravano le
persone più a modo e respingevano quelle sbagliate, e se in generale hanno
dato una buona impressione di sé. Dalla molteplicità e minuziosità dei suoi
commenti è facile comprendere che, per artiste di questo tipo, due ore di
ricevimento rappresentano un’arte assai delicata e complessa. Si direbbe che
molto dipenda dal modo in cui si comportano. Le figlie reagiscono in maniera
sottomessa, ascoltando in silenzio sia gli elogi sia le rampogne della madre: e
la sua riprovazione è dura.
Quando finalmente sono sole, nella loro stanza di modeste dimensioni
all’ultimo piano della brutta, grande casa dove abitano, le ragazze si
stiracchiano e fanno sospiri di sollievo. Le loro chiacchiere non sono
edificanti; parlano d’affari come fossero due faccendieri; calcolano profitti e
perdite, non avendo chiaramente a cuore altro interesse che il proprio. Eppure
le avevate sentite conversare di libri, spettacoli e quadri quasi fossero le cose
a cui tengono di più; come se discuterne fosse l’unico motivo per andare a
una festa.
Tuttavia, in quest’ora di candore privo di grazia, noterete anche qualcosa
di molto sincero e nient’affatto sgradevole. Le due sorelle si vogliono bene
davvero. Il loro affetto ha assunto in larga misura i contorni di una specie di
massoneria che è tutto tranne che sentimentale; condividono speranze e
paure; e, nonostante l’apparenza prosaica, quello che le unisce è un
sentimento autentico e profondo. Sono davvero leali l’una con l’altra, e c’è
perfino un che di cavalleresco nel comportamento della sorella più giovane
nei confronti della maggiore. Che, essendo più debole per via dell’età, deve
sempre avere il meglio di ogni cosa. Del resto, c’è del pathos nella gratitudine
con la quale Phyllis accetta il proprio privilegio. Ma si sta facendo tardi e, per
il bene della loro carnagione, le due giovani donne che sembrano affariste si
ricordano a vicenda che è ora di spegnere la luce.
Nonostante tale accortezza, quando furono chiamate l’indomani mattina,
avrebbero voluto continuare a dormire. Rosamond balzò dal letto e scrollò
Phyllis.
“Faremo tardi a colazione.”
L’argomento doveva possedere una sua forza, perché Phyllis si alzò dal
letto e in silenzio cominciò a vestirsi. L’eccessiva fretta non impedì loro di
prepararsi con cura e attenzione, e il risultato complessivo fu vagliato
scrupolosamente a turno da ciascuna sorella prima di scendere. L’orologio
segnava le nove quando fecero ingresso in sala: il padre era già a tavola,
baciò entrambe sbrigativamente, allungando la propria tazza perché gliela
riempissero di caffè, diede un’ultima occhiata al giornale e si dileguò. Il pasto
fu silenzioso. Lady Hibbert faceva colazione in camera, ma subito dopo le
figlie dovevano salire da lei per gli ordini della giornata: mentre una prendeva
nota sul da farsi, l’altra doveva organizzare con la cuoca il pranzo e la cena.
Per le undici erano temporaneamente libere; si ritrovarono in uno studiolo
dove Doris, la sorella più piccola, sedici anni, stava scrivendo in francese un
tema sulla Magna Charta. Le sue proteste per essere stata interrotta – sognava
già il massimo dei voti – non incontrarono nessuna attenzione. “Ci mettiamo
qui perché altrimenti non sapremmo dove metterci,” sottolineò Rosamond. “E
non devi pensare che abbiamo bisogno della tua compagnia,” aggiunse
Phyllis. Le loro osservazioni non intendevano essere acide, enunciando
soltanto dei banali dati di fatto.
Per rispetto della sorella, comunque, Phyllis prese un volume di Anatole
France e Rosamond aprì gli Studi greci di Walter Pater. Lessero per qualche
minuto, in silenzio; poi una cameriera trafelata bussò alla porta, dicendo che
“Milady voleva vedere le signorine in salotto”. Sospirarono. Rosamond si
offrì di andarci da sola. Phyllis disse di no, erano vittime entrambe allo stesso
modo e, domandandosi di che cosa si trattasse, scesero al piano di sotto con
l’aria imbronciata. Lady Hibbert le attendeva impaziente.
“Oh, eccovi finalmente,” esclamò. “Vostro padre ha mandato a dire che ha
invitato a colazione Mr Middleton e Sir Thomas Carew. Che seccatura. Non
riesco a capire come gli sia venuto in mente, e non c’è nulla da mangiare. E
vedo che non hai cambiato i fiori, Phyllis, e, Rosamond, metti un fisciù
nuovo sul mio abito marrone. Dio mio, gli uomini non si preoccupano mai di
niente!”
Le figlie erano abituate a queste uscite contro il padre; in generale stavano
dalla sua parte, ma non lo dicevano apertamente.
Se ne andarono in silenzio, ciascuna a svolgere il proprio compito: Phyllis
uscì per comprare fiori freschi e una portata in più per il pranzo; Rosamond si
mise a cucire.
Riuscirono a fare tutto appena in tempo per cambiarsi prima del pranzo,
ma all’una e trenta comparvero rosee e sorridenti nel pomposo salotto grande.
Mr Middleton, il segretario di Sir William Hibbert, era un giovane con una
buona posizione e di belle speranze, come usava dire Lady Hibbert, un
ragazzo che andava incoraggiato. Sir Thomas era un funzionario di grado
elevato nello stesso ufficio, massiccio e gottoso, un pezzo grosso, ma
insignificante come individuo.
A tavola ci fu qualche scambio di battute brillanti fra Mr Middleton e
Phyllis, mentre i più anziani si dicevano banalità con voce profonda e
impostata. Come sua abitudine, Rosamond sedeva in silenzio, facendo
accurate supposizioni sulla personalità del segretario che avrebbe potuto
diventare suo cognato, e sottoponendo a verifica le sue teorie su di lui a ogni
parola che pronunciava. Per unanime consenso, Mr Middleton era riserva di
caccia della sorella e lei non sconfinava. Se qualcuno avesse potuto leggere
nei pensieri di Rosamond, mentre ascoltava gli aneddoti di Sir Thomas
sull’India negli anni sessanta, l’avrebbe scoperta a lambiccarsi con calcoli
piuttosto astrusi: il piccolo Middleton, come lo chiamava lei, non era male;
aveva cervello; era, come lei sapeva, un bravo figlio e sarebbe diventato un
bravo marito. Inoltre era economicamente ben messo e avrebbe fatto carriera.
D’altro lato, il suo intuito le diceva che era di orizzonti limitati, privo di
immaginazione e finezza, per come lei l’intendeva, e conosceva abbastanza la
sorella da sapere che pur rispettandolo non avrebbe mai amato questo attivo,
efficiente ometto. La questione era: doveva sposarlo? Era giunta a questo
punto dei propri pensieri, quando Lord Mayo venne assassinato,1 e mentre le
labbra di lei mormoravano i richiesti “oh” e “ah” di sconcerto, i suoi occhi
trasmisero al di là del tavolo il messaggio: “Ho i miei dubbi.” Se avesse fatto
di sì col capo, la sorella avrebbe cominciato a sfoggiare quelle civetterie
grazie alle quali tante proposte di matrimonio vanno a buon fine. Rosamond,
comunque, non aveva dati sufficienti per prendere una decisione. Si limitò a
rispondere al messaggio con un “Tienilo in ballo”.
Gli uomini andarono via subito dopo pranzo e Lady Hibbert si preparò a
salire in camera per riposare. Ma prima chiamò Phyllis.
“Allora, mia cara,” disse con più sollecitudine di quanto solitamente
dimostrasse, “sei stata bene a pranzo? Mr Middleton è stato piacevole?”
Diede un buffetto sulla guancia della figlia e la squadrò con attenzione.
Un certo fastidio si impossessò di Phyllis che rispose svogliatamente:
“Be’, è un ometto non male, ma certo non mi esalta.”
L’espressione del volto di Lady Hibbert cambiò in un istante; se prima era
parsa simile a una gatta che gioca col topo per pura filantropia, ora emerse il
felino nella sua vera natura.
“Ricordati,” disse con durezza, “che non puoi andare avanti così per
sempre. Prova a essere un po’ meno egoista, mia cara.” Se avesse
bestemmiato senza remore, le sue parole non sarebbero risultate meno
spiacevoli da udire.
Scivolò fuori dalla stanza, e le due ragazze si guardarono, serrando le
labbra in una smorfia significativa.
“Non posso farci niente,” disse Phyllis con un vago sorriso. “E ora
prendiamoci un attimo di respiro. Sua signoria non avrà bisogno di noi fino
alle quattro.”
Salirono nello studiolo che adesso era deserto, e si buttarono nelle ampie
poltrone. Phyllis accese una sigaretta e Rosamond si mise a succhiare
mentine, come se potessero aiutarla a riflettere.
“Allora, mia cara,” disse finalmente Phyllis, “che cosa vogliamo decidere?
Siamo a giugno; mamma e papà mi hanno dato tempo fino a luglio, e il
piccolo Middleton è l’unico pretendente.”
“A parte…” cominciò a dire Rosamond.
“Sì, ma è inutile pensare a lui.”
“Povera Phyllis. Be’, Middleton non è una cattiva persona.”
“Pulito, sobrio, gran lavoratore. Saremmo una coppia modello. E tu verrai
a stare da noi, nel Derbyshire.”
“Potresti trovare di meglio,” proseguì Rosamond, con l’aria meditativa di
un giudice. “D’altro canto, loro non vogliono aspettare oltre.” Loro era
riferito a Sir William e Lady Hibbert.
“Ieri nostro padre mi ha chiesto che cosa potrei fare, se non mi sposassi.
Non ho saputo rispondere.”
“Siamo state allevate per il matrimonio.”
“Tu potresti fare di meglio. Io no, perché sono una sciocca, perciò non
importa.”
“E il matrimonio sarebbe la cosa migliore, se solo ti facessero sposare
l’uomo che vuoi.”
“Lo so, è orribile. In ogni caso, alla realtà non si sfugge.”
“Middleton,” disse Rosamond lapidaria. “È lui la realtà, al momento. Ti
piace?”
“No, non direi.”
“Potresti sposarlo?”
“Se sua signoria mi obbligasse.”
“A ogni modo, potrebbe essere una via d’uscita.”
“Oggi che impressione ti ha fatto?” chiese Phyllis che avrebbe accettato o
rifiutato qualunque uomo in base al giudizio della sorella. Rosamond, dotata
di un’intelligenza avveduta e capace, era stata indotta a esercitarla
esclusivamente sull’animo umano e, poiché la sua competenza non era
pressoché limitata da pregiudizi personali, le sue conclusioni erano in genere
affidabili.
“È un brav’uomo,” cominciò. “Eccellenti qualità morali; una bella testa;
naturalmente farà carriera; neanche un briciolo di immaginazione o
romanticismo; ma sarà molto corretto con te.”
“In breve, saremmo una coppia come si deve: simili ai nostri genitori.”
“La domanda è,” proseguì Rosamond, “se vale la pena di andare avanti a
sopportare un altro anno di schiavitù, finché il prossimo si farà avanti. E chi
sarà il prossimo? Simpson, Rogers, Leiscetter?”
A ogni nome la sorella faceva una smorfia.
“A quanto pare, la conclusione è: segna il passo e salva le apparenze.”
“Divertiamoci finché si può. Non fosse stato per te, Rosamond, mi sarei
sposata già una dozzina di volte.”
“E saresti finita in tribunale per divorziare, mia cara.”
“Veramente, sono troppo rispettabile per una cosa simile. Senza di te,
sono molto debole. Ma adesso parliamo dei fatti tuoi.”
“I fatti miei possono aspettare,” disse Rosamond in tono deciso. E così le
due giovani donne, con una certa sottigliezza e non poca carità, si misero a
discutere del carattere delle loro amiche, finché fu ora di cambiarsi
nuovamente d’abito. Ma due elementi delle loro chiacchiere sono degni di
nota. In primo luogo, tenevano in grande considerazione l’intelligenza,
facendone il punto cardinale delle loro analisi; in secondo, ogni qualvolta
sospettavano una vita famigliare infelice o un amore non ricambiato i loro
giudizi, anche nel caso delle persone meno interessanti, erano invariabilmente
gentili e pieni di comprensione.
Alle quattro uscirono in carrozza con Lady Hibbert, per un giro di visite.
Attività che consisteva nel recarsi solennemente da un’abitazione all’altra, in
cui fossero già state invitate o dove sperassero di esserlo, depositando nelle
mani dei domestici due o tre biglietti da visita. In una di queste case
entrarono per bere una tazza di tè, chiacchierando del tempo per quindici
minuti esatti. Chiusero il cerchio passando lentamente attraverso Hyde Park,
mettendosi in processione con le altre allegre carrozze che a quell’ora
sfilavano a passo d’uomo attorno alla statua di Achille. Lady Hibbert
indossava un sorriso permanente e immutabile.
Alle sei erano di nuovo a casa, dove trovarono Sir William che
intratteneva per il tè un anziano cugino e sua moglie. Erano persone che
potevano essere trattate senza tante cerimonie, perciò Lady Hibbert salì in
camera per riposare, lasciando le figlie a informarsi come stesse John e se
Milly fosse guarita dal morbillo. “William, ricorda che siamo a cena fuori alle
otto,” disse uscendo dalla stanza.
Phyllis andò con i genitori; il party era a casa di un noto giudice e lei
avrebbe dovuto intrattenere un rispettabile magistrato; la sua performance
sarebbe stata perlomeno di tutto riposo, e l’occhio della madre l’avrebbe
fissata con indifferenza. Era come bere un sorso d’acqua fresca e pura –
rifletté Phyllis – poter conversare di argomenti impersonali con un
intelligente, anziano signore. Non dovevano affrontare argomenti teorici, lui
raccontava dei fatti e lei era felice di constatare che il mondo era pieno di
cose concrete, indipendenti dalla sua vita.
Quando lasciarono il party, la ragazza disse alla madre che sarebbe
passata a casa dei Tristram, dove avrebbe incontrato Rosamond. Lady
Hibbert contrasse le labbra, alzò le spalle e disse “Bene”, con l’espressione di
chi si sarebbe opposta se solo avesse trovato una valida ragione per farlo. Ma
Sir William stava aspettando e l’unica replica consistette in un sopracciglio
aggrottato.
Fu così che Phyllis si recò da sola nel lontano e non molto rispettabile
quartiere in cui vivevano i Tristram. Quello era uno dei molti e invidiabili
aspetti della loro vita. I frontoni di stucco, le irreprensibili file di case di
Belgravia e South Kensington sembravano a Phyllis l’emblema del proprio
destino; di un’esistenza, cioè, educata a crescere in un brutto contesto, in
accordo con la contegnosa bruttezza di vite analoghe. Ma se al contrario
avesse abitato a Bloomsbury – cominciò a congetturare, mentre dalla
carrozza presa a nolo salutava oltrepassandole le grandi piazze squadrate e
tranquille, sotto il verde pallido degli alberi ombrosi –, lì avrebbe potuto
crescere come più le piaceva. Lì c’era spazio, e libertà, e nel traffico e nelle
luci dello Strand si poteva leggere la vera vita del mondo, da cui gli stucchi e
i colonnati del suo quartiere la tenevano al riparo così completamente.
La vettura si fermò davanti ad alcune finestre illuminate che, aperte sulla
notte estiva, lasciavano traboccare sul marciapiede parte dei discorsi e
dell’animazione al loro interno. Attese impaziente che la porta si aprisse,
lasciandola entrare a far parte della compagnia. Tuttavia, quando si ritrovò
dentro, divenne consapevole del proprio aspetto che, lei lo sapeva bene, in
occasioni come questa era simile a quello delle dame dipinte da Romney.2
Vide se stessa entrare nella stanza piena di fumo, dove gli ospiti sedevano in
terra e il padrone di casa era in abiti da caccia; si vide con la sua testolina ben
eretta e la bocca atteggiata come per declamare un epigramma. La seta bianca
e i nastri color ciliegia dell’abito la rendevano vistosa. In qualche modo
conscia della diversità fra sé e gli altri, sedette in silenzio, senza quasi
approfittare delle pause nella conversazione, fatte per lei. Si guardò intorno,
osservando la decina di persone sedute in terra con un certo senso di
smarrimento. I discorsi vertevano su alcune opere d’arte esposte in quei
giorni, i cui pregi venivano affrontati da un punto di vista piuttosto tecnico.
Phyllis, da dove poteva cominciare? Lei aveva visto quelle opere, tuttavia
sapeva che ciò che aveva da dire in proposito era così banale che non avrebbe
mai superato la prova delle domande e delle critiche a cui l’avrebbero
sottoposta. Né sperava vi fosse alcuna possibilità di nascondersi sotto il velo
della grazia femminile, che molto può nascondere. Il tempo passò, la
discussione si fece seria e appassionata, e nessuno dei contendenti era
disposto a cadere in qualche assurdo tranello logico. Perciò Phyllis rimase in
silenzio a guardare, sentendosi come un uccello con le ali tarpate e, tanto più
profondamente perché in maniera genuina, provò un disagio che mai aveva
avvertito durante un ballo o una festa. Con amarezza ripeté a se stessa il detto
secondo cui non era né carne né pesce e, allo stesso tempo, cercava di
concentrarsi sulla conversazione. Dall’altra parte della stanza, Rosamond le
fece capire di sentire il medesimo imbarazzo.
Finalmente il gruppo dei contendenti si sciolse e la conversazione tornò a
farsi generale; tuttavia nessuno si scusò per il carattere esclusivo che aveva
assunto, e la discussione, come ebbero a scoprire le due signorine Hibbert,
anche se si occupava di argomenti più banali, tendeva a stigmatizzare i luoghi
comuni, e nessuno aveva remore a dirlo. Comunque era divertente, e
Rosamond si fece notare analizzando un certo personaggio sul quale era
caduto il discorso, anche se fu sorpresa di scoprire che le sue osservazioni più
profonde facevano da spunto per ulteriori ragionamenti, invece di
rappresentarne la conclusione.
Le signorine Hibbert rimasero inoltre sorprese e un po’ sgomente nello
scoprire quanto l’educazione ricevuta fosse rimasta loro addosso. Phyllis si
sarebbe presa a schiaffi l’attimo dopo aver istintivamente disapprovato una
battuta sul cristianesimo pronunciata dalle Tristram e accolta con leggerezza,
come se la religione fosse qualcosa di irrilevante.
Ancora più incredibile per le signorine Hibbert fu tuttavia la maniera in
cui veniva trattato il loro stesso ambito professionale; esse supponevano
infatti che anche in quella strana atmosfera “le cose della vita” fossero
importanti. Miss Tristram, giovane donna di notevole bellezza, oltre che
artista di vero talento, stava parlando di matrimonio con un signore che, a
quanto si poteva giudicare, doveva avere al riguardo un interesse personale.
Ma la libertà e la franchezza con cui entrambi spiegavano il proprio punto di
vista, teorizzando sull’intera questione dell’amore e del matrimonio,
sembravano porre il tutto in una luce nuova e piuttosto sconcertante. Il che
affascinò le due sorelle più di qualunque altra cosa avessero visto o udito. Si
erano cullate nell’idea di conoscere l’argomento in ogni suo aspetto e
risvolto, tuttavia questo era non soltanto nuovo ma indubbiamente autentico.
“Finora non ho mai ricevuto una proposta di matrimonio; mi chiedo che
cosa si provi,” disse la voce candida e riflessiva della più giovane delle
signorine Tristram, e Phyllis e Rosamond pensarono che avrebbero dovuto
esporre le proprie esperienze, per renderne edotta la compagnia. Ma in fondo
non riuscivano a condividere questo nuovo e strano punto di vista, e le loro
esperienze erano dopo tutto di un tipo completamente diverso. Per Phyllis e
Rosamond l’amore era il prodotto di alcune azioni ben calcolate; sbocciava
nelle sale da ballo, sulle verande in fiore, per uno scambio di sguardi, a un
palpitare di ventagli, accennandosi in maniera allusiva. Qui invece l’amore
era una cosa robusta, schietta, che si mostrava alla luce del giorno, nuda e
solida, da controllare e analizzare a piacimento. Anche se fossero state libere
di amare a modo loro, Phyllis e Rosamond avrebbero dubitato di poterlo fare
a quel modo. Con l’irruenta impulsività della giovinezza, si condannarono
senza appello, decidendo che per loro ogni sforzo verso la libertà era vano: la
lunga schiavitù le aveva corrotte entrambe dentro e fuori.
Così rimasero a sedere, inconsapevoli del proprio silenzio, simili a chi,
chiuso fuori da una festa, al freddo e al vento, risulti invisibile a quelli che
invece stanno dentro a fare baldoria. Ma in realtà la presenza muta di quelle
due giovani donne dagli occhi vigili risultava opprimente per tutti i presenti,
benché non sapessero dirne il motivo che forse aveva a che fare con la noia.
Le signorine Tristram, comunque, si sentivano responsabili e la più giovane
delle due, Miss Sylvia, a seguito di qualche parola bisbigliata, si prese la
briga di fare un po’ di conversazione con Phyllis. Phyllis vi si buttò sopra
come un cane sull’osso; il suo volto aveva un’espressione affamata,
insaziabile, vedendo che i minuti volavano e il senso di quella strana serata le
rimaneva inafferrabile. Almeno, se non poteva sentirsi partecipe, avrebbe
potuto spiegare che cosa glielo impediva. Provava l’acuto desiderio di
dimostrare a se stessa che c’erano buoni motivi per spiegare il proprio
fallimento mondano, e se era in grado di capire che Miss Sylvia era una
donna concreta, nonostante le sue generalizzazioni impersonali, c’era
speranza che un giorno si potessero incontrare su un terreno comune. Mentre
si protendeva in avanti per aprir bocca, Phyllis ebbe la strana sensazione di
frugare tra una massa di artificiose frivolezze, prima di mettere la mano su
quel granello di pura verità che, supponeva, doveva esservi nascosto.
“Ah, Miss Tristram,” cominciò a dire, “siete tutti così brillanti che io mi
sento intimorita.”
“Vuole prenderci in giro?” domandò Sylvia.
“E perché dovrei? Non vede come mi sento una sciocca?”
Sylvia cominciò a vedere e ciò che vide la interessava.
“La vostra vita è così meravigliosa, e così inconsueta per noi.”
Sylvia, che scriveva e perciò provava un certo compiacimento letterario
nel vedersi riflessa in specchi inconsueti, oltre che nel porre il proprio
specchio davanti alle vite degli altri, si dispose al compito con entusiasmo.
Prima di allora non aveva mai considerato le sorelle Hibbert come individui;
le chiamava “le sorelle”. Perciò era tanto più pronta, adesso, a rivedere il
proprio errore: un po’ per vanità e un po’ per sincera curiosità.
“Lei di cosa si occupa?” chiese a bruciapelo, per venire subito al sodo.
“Di cosa mi occupo?” le fece eco Phyllis. “Ordino il pranzo, sistemo i
fiori.”
“Sì, ma qual è il suo lavoro?” insistette Sylvia, decisa a non farsi sviare da
frasi fatte.
“È quello il mio lavoro. Vorrei che non lo fosse! Ma, davvero, Miss
Tristram, non deve dimenticare che la maggior parte delle ragazze sono
schiave, e non deve insultarmi perché invece a lei è capitata la fortuna di
essere libera.”
“Oh per favore, mi dica,” esclamò Sylvia, “che cosa vuol dire di preciso.
Mi interessa saperlo. Mi piace conoscere gli altri. Dopo tutto, ciò che conta
davvero è l’anima delle persone.”
“Certo,” disse Phyllis, ansiosa di evitare teorie astratte, “ma la nostra vita
è molto semplice e ordinaria. Ne conoscerà a decine di simili alla nostra.”
“Conosco i vostri abiti da sera,” disse Sylvia, “vi ho visto passarmi
davanti in bellissime processioni, ma finora non vi ho mai sentite parlare.
Siete persone in carne e ossa?” Sentì che aveva urtato Phyllis e così cambiò
tono.
“Direi che siamo sorelle, ma come mai siamo tanto diverse
all’apparenza?”
“No, non siamo sorelle,” disse Phyllis con amarezza, “e anzi la
compiangerei, se lo fossimo. Vede, noi siamo state allevate solo per andare in
società la sera e fare discorsi garbati, e per prendere marito, immagino.
Naturalmente avremmo potuto continuare gli studi, se avessimo voluto, ma
non lo abbiamo fatto, perciò la nostra educazione è terminata.”
“Neppure noi abbiamo proseguito gli studi,” disse Sylvia.
“E non siete comunque beneducate? Lei e sua sorella siete la realtà,
mentre Rosamond e io siamo solo un falso; o, almeno, io lo sono. Capisce
ora? Capisce che vita ideale è la vostra?”
“Veramente non capisco perché non dovreste fare ciò che più vi piace,”
disse Sylvia volgendo lo sguardo in giro nella stanza.
“Pensa che potremmo invitare gente così? Perché non possiamo mai
invitare nessuno, se non quando i nostri genitori sono via?”
“Non so, perché?”
“Prima di tutto non abbiamo neanche una stanza per noi e inoltre non ci
darebbero mai il permesso. Siamo figlie, finché non diventeremo mogli.”
Sylvia la squadrò con una punta di severità. Phyllis comprese di aver
parlato dei propri sentimenti con un genere sbagliato di franchezza.
“Lei intende sposarsi?” chiese Sylvia.
“Che domanda. Lei è giovane e innocente, ma in un certo senso ha
ragione. Dovrebbe accadere per amore e tutto il resto. Ma,” proseguì Phyllis,
cercando disperatamente di dire tutta la verità, “noi non possiamo metterla in
questo modo. Vogliamo così tante cose che non pensiamo mai al matrimonio
in sé, come è o dovrebbe essere. È tutto mescolato a molto altro ancora.
Significa libertà, amici e una casa per sé, insomma tutto quello che voi avete
già. Le sembra molto squallido, molto venale?”
“Mi sembra squallido, ma non direi venale. Fossi al suo posto, ne
scriverei.”
“Per carità, Miss Tristram, non ricominciamo,” esclamò Phyllis in tono di
comica disperazione. “Come posso farle capire che, in primo luogo, non ne
abbiamo le capacità e inoltre, se anche le avessimo, non avremmo la
possibilità di usarle? Nella sua misericordia, il buon Dio ci ha creato adatte al
nostro posto nella vita. Rosamond forse avrebbe potuto fare qualcosa, ma
ormai è troppo vecchia.”
“Mio Dio,” esclamò Sylvia. “Ma è una specie di incubo. Io mi darei
fuoco, mi sparerei, mi butterei dalla finestra, insomma farei qualcosa.”
“Davvero?” chiese Phyllis con sarcasmo. “Se fosse al nostro posto, forse
farebbe qualcosa, ma non credo che lei potrebbe trovarcisi. No,” continuò
con un tono più leggero e più cinico, “questa è la nostra vita e noi non
possiamo che accettarla al meglio. Voialtri,” indicò la stanza intera, “ci
considerate giusto delle civette alla moda, ed è anche vero, in parte. Ma
avremmo potuto essere qualcosa di meglio. Non è patetico?” Phyllis sorrise
brevemente, con amarezza.
“Mi prometta una cosa, Miss Tristram: che verrà a trovarci e ci permetterà
di venire qui di tanto in tanto. E adesso, Rosamond, dobbiamo proprio
andare.”
Uscirono, e in carrozza Phyllis ripensò al suo sfogo; a ogni modo, si disse
che le aveva fatto bene. Erano entrambe piuttosto eccitate, ansiose di
analizzare il proprio disagio e di scoprirne la ragione. La sera prima erano
tornate a casa alla stessa ora di un umore più irritato ma al tempo stesso
soddisfatte di sé; erano annoiate per quel che avevano fatto, ma sapevano di
averlo fatto bene. E avevano avuto la soddisfazione di sentirsi adatte anche a
qualcosa di meglio. Quella sera, invece, non si erano annoiate, ma avevano
sentito di non essere all’altezza dell’occasione che si era presentata. La
conversazione in camera da letto fu un po’ mesta; nel penetrare fino al suo
vero io, Phyllis aveva lasciato entrare una folata d’aria fredda in quel luogo
tanto ben custodito. Si chiese che cosa volesse davvero. Per che cosa era
tagliata? Per criticare entrambi i mondi e trovare che nessuno dei due le dava
ciò di cui aveva bisogno? Sinceramente era troppo desolata per esporre il
caso alla sorella; e poi il suo accesso di onestà le aveva lasciato la
convinzione che parlare non servisse e che, se poteva fare qualcosa, doveva
farlo da sé. I suoi ultimi pensieri, quella notte, furono che era un sollievo che
Lady Hibbert avesse organizzato per loro una giornata piena di impegni per
l’indomani: in ogni caso, lei aveva bisogno di non pensare, e le feste sul
fiume erano divertenti.

1 Si suppone che a tavola Sir Thomas abbia appena accennato alla storia di Lord
Mayo, nominato viceré dell’India nel 1868 e ucciso alle isole Andamane nel 1872.
(N.d.T.)
2 I vestiti eleganti indossati dalle donne ritratte da George Romney (1734-1802)
sono del tutto fuori moda e inappropriati al tempo in cui si svolge il racconto. (N.d.T.)
Lo strano caso di Miss V.

È un luogo comune che nessuno sia più solo di chi si trova in mezzo a una
folla; i romanzieri non fanno che ripeterlo; il pathos è innegabile; e adesso,
dopo il caso di Miss V., me ne sono convinto anch’io. Che storia, quella di
Miss V. e sua sorella – devo ammettere che, nello scriverne, un solo nome
sembra istintivamente andare bene per entrambe – e anzi, di sorelle come
loro, se ne potrebbero nominare in un soffio una decina. Una storia simile
non poteva succedere che a Londra. In provincia vi avrebbero fatto la loro
comparsa il macellaio, il postino o la moglie del pastore, ma in una città
altamente civilizzata i contatti sociali fra esseri umani sono ridotti al minimo.
Il macellaio serve la sua carne a tutta la zona, il postino lascia le lettere
nell’apposita cassetta, ed è noto che la moglie del pastore infila i messaggi
parrocchiali nella medesima, comoda buca; non c’è tempo da perdere,
ripetono tutti. E così, benché la carne rimanga non consumata, le lettere
intonse e i consigli pastorali inattesi, questo non dice niente a nessuno, finché
viene il giorno in cui il macellaio, il postino e la moglie del pastore
concludono tacitamente che del civico numero 16 o del 23 non è più
necessario preoccuparsi. Nei loro giri, lo saltano, e le povere Miss J. o Miss
V. rimangono fuori dalle fitte maglie della vita, saltate da tutti e per sempre.
La facilità con cui un destino del genere può avere luogo suggerisce che è
davvero necessario farsi avanti, se si vuole evitare di essere saltati a piè pari;
come potremmo rimanere in vita se il macellaio, il postino e il poliziotto
decidessero di ignorarci? Sarebbe un destino terribile; viene subito voglia di
buttare in terra una sedia; così l’inquilino al piano di sotto almeno saprà che
sono vivo.
Ma torniamo allo strano caso di Miss V., in cui l’iniziale, si badi bene,
cela anche la persona di Miss Janet V. – non è necessario dividere una lettera
in due parti.
Saranno stati più o meno quindici anni che le due signorine circolavano
per Londra; le si poteva trovare in certi salotti o in qualche galleria d’arte, e
se dicevi: “Salve Miss V., come va?”, quasi fosse normale incontrarla ogni
giorno della tua vita, lei rispondeva: “Bella giornata, vero?” oppure: “Brutto
tempo, oggi”; tu passavi oltre e lei sembrava andarsi a confondere con
qualche poltrona o cassettiera. A ogni modo, non pensavi più a lei finché,
magari un anno dopo, non riemergeva dallo stesso mobile, ripetendo
nuovamente le stesse frasi.
Un legame di sangue – o qualsivoglia fosse il fluido che le scorreva nelle
vene – aveva destinato proprio il sottoscritto a imbattermi in lei – o a passarle
attraverso, o a incontrarla, comunque si voglia dire – più regolarmente di
chiunque altro, al punto che il nostro piccolo numero divenne quasi
un’abitudine. Nessuna festa o concerto o mostra sembravano completi se la
grigia e famigliare ombra di Miss V. non vi partecipava e quando, qualche
tempo fa, cessò di attraversare il mio cammino, seppi confusamente che
qualcosa mancava. Non esagererò dicendo di essermi accorto che lei non
c’era; tuttavia, non è lontano dal vero dire che mancava genericamente
qualcosa.
Così un giorno mi ritrovai a guardarmi intorno in una sala affollata con un
senso indefinibile di insoddisfazione; sembravano esserci tutti i soliti, però di
sicuro mancava qualcosa, un mobile, o una tenda – o era perché avevano tolto
una stampa dalla parete?
Poi, una mattina presto, in verità mi ero svegliato all’alba, mi misi a
urlare: “Mary V. Mary V.!!!” Doveva essere la prima volta, ne sono certo,
che qualcuno aveva gridato con tanta veemenza il suo nome, che
generalmente sembra un epiteto senza colore, usato solo per concludere una
frase. Ma la mia voce non ebbe l’effetto, come quasi mi aspettavo, di far
comparire davanti a me la persona o l’immagine di Miss V. La stanza rimase
vuota. Tutto il giorno quel grido riecheggiò nella mia testa, al punto che mi
convinsi che l’avrei incontrata come al solito all’angolo di questa o quella
strada, vedendola poi svanire e sentendomi finalmente tranquillo. Ma non la
incontrai e mi sentivo inquieto. A ogni modo, mentre giacevo sveglio di
notte, si formò nella mia mente l’incredibile e assurdo piano, un semplice
capriccio all’inizio che si fece via via più grave e impellente, di andare a
trovare di persona Mary V.
A pensarci, che piano folle, bizzarro e divertente! Scovare quell’ombra,
vedere dove e se viveva, e parlarle quasi fosse una persona come noi!
Pensate all’effetto che farebbe salire su un omnibus per andare a far visita
all’ombra di una campanula dei Kew Gardens, quando il sole in cielo è a
metà della sua discesa, oppure cogliere la lanugine tipica di un tarassaco, a
mezzanotte, in un prato del Surrey. La spedizione che mi proponevo era
ancora più fantastica di queste, e mentre mi vestivo per uscire cominciai a
ridere a crepapelle pensando a quanti preparativi erano necessari al compito.
Stivali e cappello, per andare da Mary V.! Sembrava del tutto incongruo.
Alla fine raggiunsi l’appartamento dove abitava e, scorrendo le targhette,
vidi che il suo nome, come accade spesso, era indicato ambiguamente, per cui
non si capiva se Miss V. c’era o non c’era. All’ultimo piano dell’edificio
bussai alla sua porta, suonai il campanello, attesi e mi guardai intorno: non
venne nessuno. E stavo cominciando a chiedermi se le ombre possono morire
e come bisogna seppellirle, quando la porta fu delicatamente aperta da una
cameriera. Mary V. era stata male per due mesi ed era morta la mattina del
giorno prima, alla stessa ora in cui avevo gridato il suo nome. Mai più avrei
incontrato la sua ombra.
Diario della padrona Joan Martyn

Il lettore forse non sa chi sono. Perciò, anche se è pratica insolita e


innaturale – perché sappiamo quanto sono modesti gli scrittori – non esiterò a
chiarire che mi chiamo Miss Rosamond Merridew, ho quarantacinque anni –
la mia franchezza non viene meno! – e che mi sono guadagnata una notevole
fama nella mia professione grazie alle ricerche da me condotte sul sistema di
gestione della proprietà fondiaria nell’Inghilterra medievale. A Berlino il mio
nome è conosciuto; a Francoforte si potrebbe dare un ricevimento in mio
onore, e non sono del tutto ignota in una o due aule di Oxford e Cambridge.
Forse il mio caso apparirà più comprensibile, essendo la natura umana quello
che è, se affermo che ho barattato un marito, una famiglia e una casa in cui
invecchiare, con qualche frammento di pergamene ingiallite che solo pochi
sono in grado di decifrare e ancora meno si prenderebbero la briga di farlo, se
anche potessero. Tuttavia simile a una madre – come leggo non senza
curiosità nella letteratura del mio sesso – che ama il più brutto e il più stupido
dei suoi figli, allo stesso modo mi è sbocciata in petto una specie di passione
materna per questi stropicciati e scoloriti nanetti; nella vita vera li vedo come
piccoli sgorbi dalla faccia scontrosa, e però con il fuoco del genio negli occhi.
Non starò a chiarire una tale affermazione; non servirebbe a molto, come se
la stessa madre a cui mi sono paragonata si prendesse la briga di spiegare che
il suo mostriciattolo è in realtà un bel bambino, più bello di tutti i suoi fratelli.
Le mie ricerche, comunque, hanno fatto di me un venditore ambulante,
salvo che è mia abitudine comprare e non vendere. Mi presento alla porta di
vecchie fattorie, ville in rovina, canoniche, chiese e sagrestie sempre con la
stessa domanda. Avete vecchie carte da mostrarmi? Come si può immaginare,
i giorni gloriosi di questo mio sport sono finiti; l’antichità è divenuta la
categoria più richiesta nel commercio, inoltre lo Stato con i suoi burocrati ha
in gran parte posto fine all’iniziativa privata. Il tal funzionario, mi sento dire
non di rado, ha promesso di venire a esaminare quel certo documento, e così
il favore dello “Stato” che una simile promessa vuol dire toglie alla mia
povera voce individuale ogni potere di persuasione.
A ogni modo, non è mia consuetudine lamentarmi, soprattutto
considerando, come posso considerare, alcuni ottimi risultati raggiunti, di
reale interesse per gli storici, insieme ad altri che, essendo quasi invisibili e
minuscoli nel loro fare luce, mi danno ancora più soddisfazione. Il faro
puntato all’improvviso sulle gambe di Dame Elizabeth Partridge getta i suoi
riflessi sull’intera Inghilterra, fino al re e al trono; non portava le calze! E
nessun’altra mancanza ti fa sentire con la stessa forza la realtà delle gambe
nel Medioevo e, di conseguenza, la realtà dei corpi, e dunque, procedendo a
mano a mano verso l’alto, la realtà dei cervelli medievali. Ed eccoci quindi al
centro della storia: nel mezzo, all’inizio o alla fine. Il che mi porta a
un’ulteriore ammissione di virtù. Le mie ricerche sul sistema di gestione della
rendita fondiaria nel XIII, XIV e XV secolo sono state doppiamente preziose,
ne sono sicura, per via del notevole talento che ho nel presentarle in relazione
alla vita del tempo. Ho ben chiaro in mente che i problemi inerenti a quel
sistema non sempre sono stati centrali nella vita di uomini, donne e bambini,
e spesso l’ho sottolineato fino al punto di suggerire che quelle sottigliezze
che tanto ci deliziano fossero prova più della negligenza dei nostri antenati
che non della loro eccezionale accuratezza. Quale uomo sano di mente – ho
avuto l’ardire di osservare – avrebbe passato il proprio tempo a complicare le
sue leggi per fare piacere a neanche una decina di antiquari venuti al mondo
cinque secoli dopo la sua morte?
Ma non siamo qui per discutere di tale argomento, per il quale ho
assestato e allo stesso tempo ricevuto tanti abili colpi; se ne ho accennato è
solo per spiegare perché ho reso ogni mia ricerca accessoria a certi quadri di
vita famigliare, che ho introdotto nel testo: essi rappresentavano il fiore di
tutte quelle complesse radici, erano la scintilla dopo tanto sfregare la pietra
focaia.
Se leggete il mio lavoro intitolato Le pergamene del castello, rimarrete
soddisfatti o, a seconda del vostro temperamento, esacerbati dalle digressioni
che vi troverete.
Non mi sono fatta scrupolo di dedicare numerose pagine delle mie
pubblicazioni al tentativo di mostrare, con la vivacità di un quadro, alcune
scene della vita del tempo: qui busso alla porta di un servo della gleba mentre
arrostisce un coniglio cacciato di frodo, là faccio vedere il padrone del
castello in procinto di partire per un viaggio, o quando chiama i suoi cani per
una passeggiata nei campi, oppure seduto sullo scranno dall’alto schienale,
laboriosamente intento a trascrivere i suoi conti su di un lucido foglio di
pergamena. Nella stanza accanto, ecco Dame Elinor, all’opera con ago e filo;
accanto a lei, su uno sgabello più basso, siede la figlia, anche lei a cucire, ma
con minore diligenza. “Figliola,” la rimprovera la madre, “il tuo promesso
sposo sarà qui prima che il tuo corredo sia pronto.”
Ah, ma per saperne di più dovete studiare il mio libro! I critici mi hanno
sempre attaccato con due osservazioni: innanzitutto, dicono, le digressioni
illustrano bene la storia dell’epoca ma non hanno nulla a che vedere con il
sistema di conduzione della rendita fondiaria nel Medioevo; in secondo
luogo, deplorano che io non abbia materiale sufficiente per suffragare le mie
parole. È noto infatti che il periodo da me scelto è privo più di ogni altro di
testimonianze; a meno che non si voglia trarre ogni ispirazione dalle Paston
Letters,1 bisogna accontentarsi di inventare tutto, come un qualunque
romanziere. La cui arte, mi si dice, è utile nel suo ambito, ma non dovrebbe
essere autorizzata a reclamare alcun legame con quella più severa dello
storico. E qui scivoliamo di nuovo nella famosa disputa che ho portato avanti
con molto zelo sull’Historian’s Quarterly. Dobbiamo mettere un punto alla
nostra introduzione, altrimenti anche il lettore più ostinato accantonerà il
libro dichiarando di averne già compreso il contenuto: la solita storia,
l’ennesima polemica fra antiquari! Fatemi tirare una linea di demarcazione e
lasciamoci alle spalle l’intera questione di ciò che è giusto e ciò che è
sbagliato, di verità e finzione.
Una mattina di giugno di due anni fa, il caso ha voluto che percorressi la
strada di Thetford, fra Norwich e East Harling. Tornavo da una spedizione –
inutile come cercare un ago nel pagliaio – sulle tracce di certi documenti che
ero convinta fossero sepolti sotto le rovine di Caister Abbey. Se spendessimo
un decimo dei soldi che spendiamo ogni anno a fare scavi in Grecia per
scavare fra le nostre rovine, che storia diversa avrebbero da raccontare gli
storici!
Questo era ciò che andavo meditando, mentre, a ogni modo, il mio occhio
archeologico rimaneva sveglio e attento al paesaggio intorno. E fu in risposta
a quanto mi comunicava quest’ultimo che a un certo punto balzai in piedi e
dissi al conducente di tagliare subito a sinistra. Inforcammo un ordinato viale
di vecchissimi olmi, ma l’esca che mi aveva attratto era, all’estremo opposto,
un piccolo quadretto, delicatamente incorniciato nel verde dei rami, nel quale
si disegnava in linee di pietra bianca scolpita un antico portale.
Via via che ci avvicinavamo, il portale si rivelò contornato da lunghi
muretti dall’intonaco marrone; subito al di sopra, il tetto di tegole rossicce; e
finalmente ecco di fronte a me tutta intera la piccola e dignitosa costruzione,
a forma di lettera E, con il trattino in mezzo cancellato.
Era dunque una di quelle umili, piccole, antiche residenze padronali, che
sopravvivono quasi intatte e praticamente sconosciute per secoli e secoli,
perché sono troppo insignificanti per essere abbattute o ricostruite, e i cui
proprietari sono troppo poveri per nutrire ambizioni. I discendenti di chi le ha
costruite continuano a viverci con quella curiosa inconsapevolezza del loro
valore, il che contribuisce a renderli parte integrante della casa stessa, simili
all’alto comignolo divenuto nero dopo anni di fumo dalla cucina.
Naturalmente preferirebbero un’abitazione più grande e dubito che
esiterebbero a vendere la vecchia se gli venisse fatta una buona offerta. Ma
questo fa parte del naturale spirito inconsapevole di sé, che in un certo senso
sta a dimostrare quanto sia autentico il tutto. Non si può fare i sentimentali
con una casa in cui si è vissuto per cinquecento anni. Questo è il tipo di
posto, pensai mentre appoggiavo la mano sul campanello, dove è possibile
che i proprietari posseggano preziosi manoscritti da vendere al primo
robivecchi che si presenta, con la stessa facilità con cui venderebbero gli
scarti del maiale o la legna del bosco. Dopo tutto, il mio punto di vista è
quello di una persona eccentrica e un po’ morbosa, mentre queste sono
persone autenticamente normali. Chi non sa scrivere?, mi diranno; e che
valore possono avere delle vecchie lettere? Le mie le brucio sempre, oppure
le uso per avvolgerci i barattoli della marmellata.
Finalmente venne ad aprire una cameriera, che mi fissò meditabonda,
quasi pensasse di dover ricordare la mia faccia e la mia occupazione. “Chi
abita qui?” le domandai. “Il signor Martyn,” rispose stupita come se le avessi
chiesto il nome del re d’Inghilterra. “Esiste una signora Martyn? È in casa? E
potrei vederla?” La ragazza fece segno di seguirla e mi guidò in silenzio dalla
persona che, presumibilmente, avrebbe potuto assumersi la responsabilità di
rispondere alle mie strane domande.
Fui condotta attraverso un’ampia sala rivestita di quercia fino a una stanza
più piccola, dove una florida donna della mia stessa età stava lavorando con
la macchina da cucire a un paio di pantaloni. Sembrava la governante, ma era
– bisbigliò la cameriera – la signora Martyn.
Si alzò con un gesto che lasciava capire di non essere esattamente una
signora avvezza a ricevere visite mattutine, ma era comunque l’autorità in
carica, la padrona di casa, colei che aveva il diritto di sapere che cosa ci
facessi lì.
Fra gli antiquari vigono talune regole del gioco, la prima delle quali e la
più semplice prevede di non mostrare al primo incontro il motivo del tuo
interesse. “Passavo qui davanti e, poiché sono molto amante del pittoresco,
mi sono presa la libertà di bussare, nella speranza che lei mi permettesse di
dare un’occhiata alla casa. Mi sembra un esemplare particolarmente bello.”
“Se posso chiedere, vorrebbe affittarla?” domandò Mrs Martyn che
parlava con una piacevole inflessione dialettale.
“Affitta anche camere?” chiesi.
“No,” ribatté Mrs Martyn decisa. “Non affittiamo stanze; pensavo che
magari volesse prendere tutta la casa.”
“È un po’ troppo grande per me, ma ho degli amici che…”
“Non importa,” mi interruppe allegramente Mrs Martyn, messa da parte
ogni idea di guadagno e disposta solo a compiere un gesto di cortesia. “Mi
farà molto piacere mostrarle la casa. Non so granché di cose antiche e non ho
mai sentito che la casa avesse niente di speciale. A ogni modo, è un posto
piacevole… soprattutto se si arriva da Londra.” Guardò con curiosità i miei
vestiti e il mio fisico che, confesso, pareva più del solito ingobbito sotto il
suo sguardo aperto e alquanto compassionevole; e io le diedi le informazioni
che si aspettava. In effetti, mentre percorrevamo i lunghi corridoi dalle travi
di quercia che si incrociavano piacevolmente sull’intonaco bianco e intanto ci
affacciavamo dentro linde stanzette con verdi finestre squadrate che si
aprivano sul giardino, all’interno delle quali scorsi mobili semplici ma in
buono stato, ci scambiammo una gran quantità di domande e risposte. Suo
marito era un agricoltore con un certo giro d’affari, ma il valore dei terreni
era calato terribilmente e ora erano costretti a occupare la villa padronale,
benché fosse troppo grande per loro e con la seccatura dei topi, perché non si
riusciva ad affittarla. La villa era di proprietà della famiglia del marito da
moltissimi anni, fece notare con un pizzico di orgoglio; non sapeva quanti ma
la gente diceva che i Martyn una volta erano stati gente importante, nel
circondario. Segnalò alla mia attenzione la “y” del cognome. Ma lo disse con
l’orgoglio moderato e insieme perspicace di chi sa per esperienza personale a
quanto poco serva la nobiltà di nascita a fronte di certi svantaggi materiali
come per esempio la povertà della terra, i buchi nel tetto o la voracità dei
topi.
Ora, benché il posto fosse scrupolosamente pulito e ben tenuto, si notava
una certa nudità in tutte le stanze, una preminenza di enormi tavoli di quercia
e una penuria di altre suppellettili che non fossero lucidi boccali di peltro e
piatti di porcellana, che apparivano sinistri al mio sguardo indagatore.
Sembrava che molti di quei piccoli soprammobili che danno a una stanza
l’aria di essere arredata fossero stati venduti. Ma il contegno della mia ospite
mi impediva di accennare alla possibilità che la casa fosse mai stata diversa
da come era adesso. Non potei tuttavia impedirmi di supporre una qualche
malinconia nel suo modo di condurmi in stanze semivuote, raffrontando la
povertà del presente con giorni di maggior benessere, ripetendo a ogni passo
che “una volta le cose andavano meglio”. Aveva quasi l’aria di scusarsi,
mentre mi guidava attraverso una successione di camere da letto e in una o
due stanze che avrebbero potuto servire da salotto, se qualcuno avesse avuto
il tempo di sostarvi, come se tenesse a dimostrarmi che si rendeva conto della
discrepanza fra una casa come quella e la sua figura tracagnotta. Stando così
le cose, non volevo rivolgerle la domanda che più mi premeva, e cioè se
avessero dei libri antichi. E stavo cominciando a pensare di avere distolto
abbastanza la brava donna dalla sua macchina da cucire, quando – avendo
udito fischiare dal piano di sotto – lei si affacciò d’un tratto alla finestra e
disse qualcosa a proposito di venire in casa per cena. Poi si rivolse a me con
una certa timidezza, ma in maniera cordiale, pregandomi di sedermi a tavola
con loro. “John, mio marito, ne sa più di me di queste sue vecchie cose e so
che è abbastanza contento quando trova qualcuno con cui parlarne. Gli dico
sempre che ce l’ha nel sangue,” disse ridendo, e io non trovai alcun motivo
per non accettare l’invito. John non rientrava facilmente come sua moglie in
una ben precisa categoria. Era un uomo di mezza età e media corporatura,
scuro di capelli e carnagione, con un pallore in viso che non sembrava
naturale in un agricoltore, e baffi spioventi che si lisciava lentamente con la
bella mano, mentre parlava. Aveva due vivaci occhi color nocciola, ma io vi
scorsi una punta di sospettosità quando il suo sguardo indugiò su di me.
Cominciò comunque a chiacchierare, con un accento del Norfolk anche più
spiccato di quello della moglie; il tono della voce, il modo di vestire dicevano
senza dubbio che era, nel profondo se non nell’apparenza, un solido
agricoltore del Norfolk.
Fece giusto un cenno del capo, quando gli dissi che la moglie aveva avuto
la gentilezza di mostrarmi la casa. Quindi, fissandola ammiccante, osservò:
“Fosse per lei, questa vecchia baracca sarebbe abbandonata ai topi. È una
casa troppo grande e ci sono troppi fantasmi. Vero, Betty?” Lei accennò un
sorriso, come se sull’argomento avesse già detto la sua molto tempo prima.
Pensai di compiacerlo dilungandomi sulla bellezza dei suoi beni e sulla
loro antichità, ma lui sembrava poco interessato alle mie lodi; masticava
rumorosamente grossi bocconi di carne fredda, intercalando con indifferenza
qualche storpiato “sì” e “no”.
Un ritratto appeso sopra la sua testa, dipinto probabilmente al tempo di
Carlo I, gli somigliava così tanto, se solo avesse scambiato colletto e giacca
di tweed con gorgiera e farsetto in seta, che diedi voce all’ovvio paragone.
“Ah sì,” disse non mostrando grande interesse, “quello è mio nonno, o il
nonno di mio nonno. Qui nonni ne abbiamo da vendere.”
“Era quel Martyn che partecipò alla battaglia del Boyne,”2 disse Betty
distrattamente, mentre insisteva perché prendessi un’altra fetta di carne.
“Ma no,” esclamò il marito con petulanza e perfino irritazione. “Mia
buona donna, tu stai pensando allo zio Jasper. Questo qui invece era nella
tomba molto prima della battaglia del Boyne. Si chiamava Willoughby,”
disse rivolto a me, come se volesse farmi capire bene la faccenda; perché
sbagliare su un fatto così semplice per lui era imperdonabile, anche se il fatto
in se stesso non era poi così importante.
“Willoughby Martyn, nato nel 1625, morto nel 1685: combatté a Marston
Moor3 come capitano di uno squadrone di cavalleria del Norfolk. Siamo
sempre stati dalla parte del re, noi. Fu mandato in esilio nel Protettorato; poi
ad Amsterdam, dove comprò un baio dal duca di Newcastle – abbiamo
ancora cavalli di quella razza. Qui fece ritorno durante la Restaurazione,
sposò Sally Hampton – del Maniero, ma loro si sono estinti una generazione
fa – ed ebbe sei figli, quattro maschi e due femmine. Fu lui a comprare il
pascolo basso, sai, Betty,” disse rivolgendosi alla moglie, per stimolare la sua
memoria clamorosamente pigra.
“Adesso me lo ricordo abbastanza bene,” rispose lei, placida.
“Trascorse qui l’ultima parte della sua vita; morì di vaiolo, o come
chiamavano il vaiolo a quei tempi; la figlia Joan se lo prese da lui. Sono
sepolti nella stessa tomba, nella chiesa che si vede laggiù.” Indicò con il
pollice e riprese a mangiare. Disse tutto in maniera volutamente sbrigativa e
così asciutta da far pensare che stesse eseguendo un’incombenza necessaria,
che per lunga consuetudine fosse divenuta di scarso interesse ai suoi occhi,
anche se doveva per qualche motivo ripeterla ancora una volta.
Non potei fare a meno di mostrare il mio interesse per la storia, benché
fossi consapevole che le mie domande non appassionassero il mio ospite.
“Lei sembra avere una strana curiosità per i miei antenati,” commentò
infine, con una piccola smorfia di divertita irritazione. “Dopo cena, devi
mostrarle i ritratti, John,” intervenne la moglie, “e anche tutte quelle vecchie
cose.”
“Sarei immensamente interessata,” dissi, “ma non voglio portarle via il
suo tempo.”
“Oh, John ne sa tanto su quelle cose; su quei quadri è molto ben
preparato.”
“Betty, qualunque imbecille conosce i propri antenati,” borbottò il marito.
“A ogni modo, signora, se ha piacere di vedere ciò che abbiamo, sarò fiero di
mostrarglielo.” Il garbo della frase e il modo in cui mi tenne aperta la porta
mi fecero pensare alla “y” del suo cognome.
Mi portò in giro per la villa, indicandomi col frustino una tela dopo l’altra,
per ognuna buttando là con sicurezza due o tre parole di descrizione. A
quanto pare, i quadri erano appesi in ordine cronologico ed era chiaro,
nonostante lo sporco e i colori scuri, che i ritratti più recenti erano opere
d’arte meno importanti e che raffiguravano personaggi meno significativi. Le
divise militari si diradavano e, nel XVIII secolo, i maschi della casata erano
rappresentati in vesti color tabacco cucite in casa e venivano descritti
brevemente dal loro discendente come “agricoltori” o “quello che ha venduto
Fern Farm”. Mogli e figlie in particolare scomparvero del tutto, come se col
tempo il ritratto fosse vieppiù visto come un’appendice necessaria al
capofamiglia, che non come un diritto reclamato dalla bellezza in sé.
Comunque non si coglieva nella voce dell’uomo nessun segno del fatto
che, col suo frustino, stesse seguendo la decadenza della propria casata,
poiché non c’erano orgoglio né rimpianto nel suo tono; manteneva anzi una
nota piatta, come chi racconti una storia così ben conosciuta che le parole
scorrono via senza significato.
“Ed ecco l’ultimo, mio padre,” disse alla fine, dopo avere attraversato la
casa in lungo e in largo. Era una tela rozza, dipinta nei primi anni sessanta,
calcolai, da uno di quei pittori itineranti dal pennello prevedibile.
Probabilmente la mano poco abile aveva fatto emergere la grossolanità dei
tratti e la durezza dell’aspetto, trovando più facile dipingere il contadino che
dare forma al sottile equilibrio che presumibilmente si fondeva nel padre
come nel figlio. L’artista aveva infagottato il suo modello in un cappotto
nero, stringendogli al collo una rigida cravatta bianca; il poveruomo non
doveva certo essersi sentito a proprio agio in quegli abiti.
“E ora signor Martyn,” mi sentii in obbligo di dire, “posso solo
ringraziarla, lei e sua moglie, per…”
“Un momento,” mi interruppe, “non abbiamo ancora finito. Ci sono anche
i libri.”
La sua voce possedeva una specie di comico accanimento, come chi sia
deciso, a fronte della propria indifferenza alla cosa, di fare bene il proprio
lavoro.
Aprì una porta e mi fece entrare in una piccola stanza o, meglio, in uno
studio; i cumuli di carte sul tavolo e le pareti tappezzate di registri
suggerivano che si trattava del luogo dove il proprietario di una tenuta
amministra gli affari. C’erano taccuini e pennelli per ornamento, e c’erano
animali morti impagliati, che levavano zampe senza vita e, con le loro lingue
finte, facevano smorfie da varie mensole e vetrine.
“Questi risalgono a prima dei ritratti,” disse chinandosi per raccogliere
con un certo sforzo un grosso fascio di fogli ingialliti. Non erano rilegati né
tenuti insieme in alcun modo, salvo che da un pesante cordone di seta verde,
con delle asticelle a entrambe le estremità, di quelle che si usano per fissare
mazzetti di documenti bisunti – conti del macellaio, fatture dell’anno.
“Questo è il primo mucchio,” disse facendo scorrere i fogli con le dita, come
un mazzo di carte. “È il numero uno: dal 1480 al 1500.” Come si potrà
immaginare, trattenni il fiato: la voce misurata di Martyn mi ricordò che
l’entusiasmo era fuori luogo, in quella casa; del resto, l’entusiasmo
cominciava ad apparire ben poca cosa messo a confronto con ciò che avevo
davanti.
“Ah ma guarda, molto interessante, posso dare un’occhiata?” fu tutto quel
che dissi, benché la mia mano indisciplinata tremasse un poco, quando il
plico le fu negligentemente affidato. Il signor Martyn si offrì perfino di
andare a prendere uno straccio per la polvere, prima che la mia pelle bianca
ne fosse sporcata, ma lo rassicurai che non era un problema, forse un po’
troppo ansiosamente perché avevo temuto che ci fosse qualche motivo più
serio per non farmi toccare quelle carte preziose.
Mentre era piegato davanti a uno scaffale di libri, diedi un’occhiata veloce
alle prime righe scritte sulla pergamena. “Diario della padrona Joan Martyn,”
decifrai ad alta voce, “tenuto da lei stessa a Martyn’s Hall, nella contea di
Norfolk, nell’anno del Signore 1480.”
“Il diario della mia bisnonna Joan,” interruppe Martyn, voltandosi con le
braccia cariche di libri. “Doveva essere un tipo strano. Non sono mai riuscito
a tenere un diario. Mai andato oltre il 10 febbraio, anche se ci ho provato
spesso. Ma qui invece guardi” – si chinò su di me, sfogliando le pagine e
indicando col dito – “ci sono gennaio, febbraio, marzo, aprile, eccetera… un
anno intero.”
“Lo ha letto?” domandai aspettandomi, anzi no, sperando che dicesse di
no.
“Sì certo, l’ho letto,” notò distrattamente, come fosse stata un’impresa da
niente. “Mi ci è voluto un po’ di tempo per abituarmi alla sua scrittura, e
l’ortografia della vecchia signorina è piuttosto bizzarra. Ma ci si trovano delle
cose curiose. In un modo o nell’altro, da lei ho imparato parecchio sulla
terra.” Pensosamente, tamburellò con le dita sui fogli.
“Sa anche la sua storia?” chiesi.
“Joan Martyn,” cominciò con voce impostata, “nacque nel 1495.4 Era la
figlia di Giles Martyn. L’unica figlia femmina. C’erano tuttavia tre figli
maschi – abbiamo sempre figli maschi, noi Martyn. Scrisse questo diario
quando aveva venticinque anni. Visse qui tutta la vita… mai sposata. Morì a
trent’anni. Direi che dovrebbe vedere la sua tomba laggiù, insieme a tutti gli
altri.”
“Questo però,” disse prendendo un grosso libro rilegato in pergamena, “è
più interessante, secondo me. È il libro di casa di Jasper per l’anno 1583.
Guardi come teneva i suoi conti il vecchio gentiluomo; che cosa mangiava e
beveva; quanto costavano la carne, il pane e il vino; quanta servitù aveva – e
quanti cavalli, carrozze, letti, mobili, tutto. Aveva metodo. Di questi volumi
ne ho una serie di dieci.” Ne parlava con orgoglio maggiore di quanto gliene
avessi sentito esprimere fino ad allora per qualunque altra cosa di sua
proprietà.
“Anche questo è una buona lettura per una sera d’inverno,” proseguì. “È il
registro della scuderia di Willoughby. Lei ricorda Willoughby.”
“Quello che comprò il cavallo del Duca e morì di vaiolo,” ripetei
meccanicamente.
“Esatto,” confermò. “Questa è veramente roba di eccellente qualità.”
Andò avanti simile a un intenditore di vini che parli della sua marca preferita
di porto. “Questo non lo venderei neanche per venti sterline. Qui ci sono
nomi, pedigree, vita, valore e discendenti: tutto scritto come in una bibbia.”
Snocciolò taluni antiquati e strani nomi di quei cavalli morti, assaporandone
il suono con la lingua, quasi si trattasse di vino. “Chieda pure a mia moglie se
non li so ripetere tutti senza guardare il libro,” disse con una risata,
richiudendo il volume con cura e mettendolo sullo scaffale.
“Questi sono i registri della tenuta; arrivano fino all’anno in corso; ecco
l’ultimo. Qui c’è la storia della nostra famiglia.” Srotolò un lungo nastro di
pergamena su cui era dipinto un elaborato albero genealogico, con molti
sbiaditi ghirigori e arabeschi, opera di qualche penna medievale. I rami si
espandevano gradualmente così tanto da essere tagliati senza pietà dal
perimetro del foglio – un marito, per esempio, penzolava insieme a una prole
di dieci figli, ma senza moglie. Dell’inchiostro fresco registrava alla fine i
nomi di Jasper Martyn, il mio ospite, e di sua moglie Elizabeth Clay: avevano
tre figli. Il suo dito si muoveva accortamente lungo l’albero, come se fosse
tanto abituato a farlo da dare l’impressione che si muovesse per conto
proprio. La voce di Martyn andava avanti mormorando, quasi che ripetesse la
lista dei santi o delle virtù di qualche monotona litania.
“Sì,” concluse riavvolgendo il rotolo e mettendolo via, “credo che siano
questi due i miei preferiti. Li potrei recitare a occhi chiusi. Cavalli e
antenati!”
“Viene spesso qui a studiare?” domandai piuttosto incuriosita da quello
strano uomo.
“Non ho tempo per studiare,” ribatté piuttosto bruscamente; alla mia
domanda era spuntato fuori il contadino. “Mi piace leggere qualcosa di facile
nelle sere d’inverno; e anche al mattino, se mi sveglio presto. Certe volte,
questi libri me li tengo accanto al letto. Me li ripeto per prendere sonno. È
semplice imparare i nomi di quelli della propria famiglia. Viene naturale. Ma
non sono mai stato buono a imparare dai libri, ed è un peccato.”
Mi chiese il permesso e poi si accese la pipa, cominciando a sbuffare
grandi anelli di fumo, mentre sistemava in ordine i volumi. Avevo tenuto il
primo, il plico di fogli di pergamena; lui non diede segno di notarne
l’assenza.
“Immagino che sarebbe dispiaciuto di separarsi di qualcuno di questi
volumi,” azzardai alla fine, coprendo le mie reali intenzioni con una finta
risata.
“Separarmene?” replicò. “E perché dovrei separarmene?” L’idea era
evidentemente così remota che la mia domanda non aveva, come temevo,
risvegliato i suoi sospetti.
“No no,” proseguì, “li trovo troppo utili per volermene separare. Queste
vecchie carte, cara signora, hanno più di una volta difeso i miei diritti in
tribunale; inoltre, a un uomo piace tenersi intorno la propria famiglia; mi
sentirei abbastanza solo, se lei capisce quel che voglio dire, senza i miei
nonni e le nonne, gli zii e le zie.” Parlava come se confessasse una debolezza.
“Sì,” dissi, “la capisco bene.”
“Suppongo che proverà anche lei gli stessi sentimenti, signora; quaggiù, in
un posto isolato come questo, la compagnia significa più di quanto non si
creda. Penso spesso che non saprei come passare il tempo, se non fosse per i
miei antenati.”
Le mie parole, o il tentativo di riportare le sue, non saprebbero mai
ripetere la curiosa impressione che il suo discorso produsse su di me; tutti
questi bisnonni del tempo di Elisabetta I, o bisnonne ai tempi di Edoardo IV
per lui erano, come dire?, acquattati dietro l’angolo; e non c’era nella sua
voce nessun orgoglio per la “casata”, ma solo l’affetto personale di un figlio
per i propri genitori. Tutte le generazioni sembravano immerse nella sua
mente nella stessa luce chiara e uniforme: non era esattamente la luce del
tempo presente, ma di sicuro neppure ciò che di solito chiamiamo la luce del
passato. E non era una luce romantica, bensì molto sobria e ad ampio raggio,
le figure vi si ergevano, solide e precise, molto simili, sospetto, a come erano
state in carne e ossa.
Non occorreva certo uno sforzo di immaginazione per capire che Jasper
Martyn, al ritorno dal lavoro nei campi, doveva sedere qui da solo a
chiacchierare piacevolmente con i suoi antenati; cosa che poteva fare ogni
volta che ne aveva voglia; e si capiva che le loro voci gli giungevano distinte
al pari di quelle dei braccianti, laggiù nei campi, che entravano a fiotti dalla
finestra aperta, nell’immobile luce del sole pomeridiano.
A quel punto, ripensare alla mia intenzione iniziale di chiedergli se fosse
disposto a vendere mi fece quasi arrossire: era così irrilevante, così
impertinente. Per quanto possa sembrare strano, al momento avevo perduto il
mio zelo da antiquario; tutto il mio gusto per i vecchi oggetti e i loro piccoli
segni distintivi dell’età, mi aveva abbandonato perché ora quelle cose mi
apparivano come i prodotti accidentali, banali e del tutto privi di importanza,
di qualcosa di molto più grande e sostanziale. Non c’era proprio spazio per
l’astuzia da antiquario nel caso degli antenati del signor Martyn, come non
occorreva un antiquario per dipanare la storia della sua stessa vita.
Lui avrebbe detto che anch’essi erano fatti di carne e sangue come me;
che fossero morti da quattro o cinque secoli non cambiava nulla, come il
vetro che si mette sopra una tela non cambia nulla del dipinto che c’è sotto.
D’altro canto, se poteva sembrare impertinente chiedere di comprare,
poteva apparire naturale, anche se magari un po’ ingenuo, chiedere in
prestito.
“Allora, Mr Martyn,” dissi trattenendo oltre ogni mia immaginazione
impeto e trepidazione, date le circostanze, “stavo pensando di fermarmi da
queste parti più o meno una settimana – al Swan Hotel di Gartham, per la
precisione – e le sarei molto grata se mi prestasse queste carte, per darvi
un’occhiata durante il mio soggiorno. Questo è il mio biglietto da visita. Il
signor Lathom (grande proprietario terriero della zona) le dirà tutto di me.”
L’istinto mi diceva che Mr Martyn non era tipo da fidarsi dei moti benevoli
del cuore.
“Ma, signora, non c’è bisogno di disturbarsi,” disse con noncuranza, come
se la mia richiesta non fosse abbastanza importante da richiedere il suo
esame. “Se queste vecchie carte la interessano, lei è la benvenuta.” Sembrava
un po’ sorpreso, comunque, perciò aggiunsi: “Ho un grande interesse per le
storie di famiglia, anche quando non si tratta della mia.”
“Direi che, per chi ne ha il tempo, sono abbastanza divertenti,” assentì
gentilmente, ma penso che la sua opinione sulla mia intelligenza fosse calata.
“Quale vorrebbe?” chiese allungando la mano verso il libro di casa di Jasper
e il registro della scuderia di Willoughby.
“Credo che comincerò con la sua trisavola Joan,” dissi. “Mi piace
cominciare dall’inizio.”
“Molto bene,” sorrise, “ma non penso ci troverà niente di speciale in lei;
doveva essere una come noi; per come la vedo io, niente di eccezionale.”
A ogni modo, me ne andai con la trisavola Joan sotto il braccio; Betty
insistette per avvolgerla in un pezzo di carta da imballaggio, per camuffare la
strana natura del pacchetto, poiché avevo rifiutato di farmelo mandare come
volevano loro, cioè attraverso il ragazzo che consegnava le lettere in
bicicletta.

(1)
Lo stato dei tempi, che mia madre dice essere meno sicuro e meno felice
di quando lei era ragazza, impone di restare all’interno delle nostre proprietà.
Quando viene buio, e il sole a gennaio tramonta terribilmente presto,
dobbiamo trovarci al sicuro dentro i cancelli; non appena l’oscurità rende il
suo ricamo troppo difficile da vedere, mia madre esce con le grosse chiavi in
mano. “Sono tutti dentro?” grida, agitando la campanella sulla strada, nel
caso in cui qualcuno dei nostri uomini sia ancora nei campi a lavorare. Poi
accosta i battenti dei cancelli, li chiude con il catenaccio e tutto il mondo è
chiuso fuori. Talvolta io mi sento audace e impaziente, quando la luna sorge
sulla terra che scintilla di brina; e mi sembra di avvertire la forza di questo
luogo così libero e così bello – l’Inghilterra con il suo mare e le terre oltre di
esso – rotolare come onde impetuose contro i cancelli di ferro, infrangendosi
e ritirandosi e infrangendosi di nuovo, per tutta la lunga notte nera. Una volta
balzai dal letto e corsi da mia madre urlando: “Falli entrare! Falli entrare!
Moriamo di fame!” Mia madre gridò: “Sono i soldati, bambina, o è la voce di
tuo padre?” Corse alla finestra e insieme fissammo i campi d’argento: tutto
era pace. Non riuscii a spiegare che cosa fosse ciò che avevo udito; lei mi
esortò a dormire e a essere riconoscente che vi fossero sbarre robuste fra me e
il mondo.
Durante altre notti, invece, quando il vento è selvaggio e la luna sommersa
dalle nuvole in fuga, sono felice di starmene davanti al camino e pensare che
tutti quegli uomini orribili, che si aggirano per i sentieri e si acquattano nei
boschi, a quest’ora e per quante volte ci provino, non possono forzare i nostri
cancelli. L’altra notte era una di quelle notti, e ce ne sono spesso in inverno,
quando mio padre è lontano, a Londra, e i fratelli impegnati nell’esercito, tutti
tranne il più piccolo, Jeremy, e mia madre deve occuparsi della fattoria, dare
ordini e fare in modo che tutti i nostri interessi siano salvaguardati. Non è
permesso bruciare le candele dopo che la campana della chiesa ha battuto gli
otto rintocchi, allora sediamo attorno al fuoco insieme al prete, John Sandys,
e a due o tre servi che dormono in villa con noi. Allora mia madre, che non
riesce a stare con le mani in mano neppure alla luce del focolare, prepara le
matasse di lana, seduta sul grande scanno accanto al camino. Quando la lana
si ingarbuglia, mena un gran colpo col ferro e così le fiamme e le scintille
sprizzano, ricadendo a pioggia; lei piega il capo nella luce fulva, ed è allora
che si vede quanto è nobile la sua figura, a dispetto dell’età – ha più di
quarant’anni – e delle rughe che i pensieri e i doveri le hanno inciso sulla
fronte. Indossa una delicata cuffia di lino, che aderisce alla forma della testa;
i suoi occhi sono profondi e severi, e ha le guance del colore di una bella
mela d’inverno. È una gran cosa essere figlia di una donna simile e sperare di
avere un giorno un potere come il suo, perché lei ci comanda tutti.
Sir John Sandys il prete è, nonostante il suo sacro ufficio, il servo di mia
madre; esegue il suo volere alla lettera e in tono querulo, e non è mai tanto
felice come quando lei gli chiede consiglio, per fare poi a modo suo.
Tuttavia, mia madre mi rimprovererebbe se solo sussurrassi una cosa del
genere: perché è una figlia fedele della Chiesa e ne rispetta il ministro. Poi ci
sono William e Anne, i servi che siedono accanto a noi, perché sono così
vecchi che mia madre pretende che siano ammessi al nostro camino. Ma
William è talmente anziano, talmente incurvato dal lavoro di zappare e
piantumare, tanto arso e maltrattato da sole e vento che si potrebbe chiedere
anche al salice appena potato, giù nella palude, di sedersi davanti al fuoco o
di partecipare alla conversazione. I suoi ricordi vanno molto indietro nel
tempo e se potesse parlarci, come talvolta comincia a fare, delle cose viste ai
suoi tempi, sarebbe curioso da sentire. La vecchia Anne è stata la balia di mia
madre, oltre che la mia; ancora rammenda i nostri abiti e sa delle faccende di
casa più di chiunque altro, a parte mia madre. Può raccontare finanche la
storia di ogni sedia, tavolo o arazzo che ci sia, ma più di tutto le piace
discutere con mia madre e Sir John di quale sarebbe per me l’uomo più adatto
da sposare.
Finché c’è abbastanza luce, è mio compito leggere ad alta voce – poiché
io sono l’unica che può leggere sebbene mia madre scriva e sappia di
grammatica più di quanto usasse ai suoi tempi; perciò mio padre mi ha
mandato da Londra un manoscritto intitolato The Palace of Glass di Mr John
Lydgate. È un poema e parla di Elena e dell’assedio di Troia.5
Ieri sera leggevo di Elena, della sua bellezza, dei suoi pretendenti e della
nobile città di Troia: tutti mi ascoltavano in silenzio; benché nessuno di noi
sappia dove sono quei luoghi, immaginiamo molto chiaramente come
dovevano essere, e arriviamo a piangere delle sofferenze dei soldati e a
rappresentarci quella donna regale che doveva essere, penso, un po’ come
mia madre. Lei batteva il piede in terra e vedeva sfilare lunghe processioni: lo
capivo da come le brillavano gli occhi e scuoteva la testa. “Deve essere stato
in Cornovaglia,” disse Sir John, “dove viveva Re Artù con i suoi cavalieri.
Potrei raccontarvi le storie delle loro imprese, ma la mia memoria sta
svanendo.”
“Ah, ma storie belle ce ne sono anche al Nord,” si intromise Anne, la cui
madre era di quelle parti. “Spesso le ho cantate per il padrone e pure per voi,
Miss Joan.”
“Continua a leggere, Joan, finché c’è luce,” ordinò mia madre. Di tutti
penso che lei fosse quella che ascoltava con più attenzione e le dispiacque
quando suonò il coprifuoco dalla chiesa vicina. Si dava della vecchia stupida
a stare lì ad ascoltare storie, quando ancora c’erano da finire i conti per mio
padre a Londra.
Quando le candele si spengono e non ci vedo più a leggere, loro
cominciano a parlare della situazione del paese, e a raccontare storie
spaventose di congiure, battaglie e fatti di sangue che succedono tutto intorno
a noi. Ma per quel che ne so, adesso non stiamo peggio di come si è sempre
stati; noi del Norfolk siamo oggi gli stessi che eravamo ai tempi di Elena,
ovunque sia vissuta. Non è successo solo lo scorso anno che Jane Moryson è
stata rapita alla vigilia delle nozze?
A ogni modo, la storia di Elena è molto vecchia; mia madre dice che è
successa parecchio prima dei suoi tempi, mentre le ruberie e i saccheggi
hanno luogo ora. Perciò questi discorsi mi mettono i brividi, e anche a
Jeremy, e mi fanno pensare che ogni volta che il portone sbatte sia il colpo di
un brigante che cerca di entrare.
Ma è ancora peggio quando viene l’ora di andare a dormire, e il fuoco
langue e dobbiamo farci strada a tentoni per le scale, lungo i corridoi dove le
finestre mandano grigi bagliori e fin dentro le nostre fredde camere da letto.
La finestra della mia stanza è rotta e abbiamo tappato il buco con la paglia,
ma il vento vi entra a folate sollevando l’arazzo dalla parete, finché mi
sembra che cavalli e uomini in armature mi piombino addosso al galoppo. La
mia preghiera, ieri notte, è stata che i grandi cancelli resistessero e tutti i ladri
e gli assassini passassero oltre la nostra casa.

(2)
L’alba, anche quando è fredda e malinconica, non manca mai di colpire le
mie membra con le sue frecce di ghiaccio scintillante e aguzzo. Tiro da parte
le pesanti tende e cerco nel cielo il primo bagliore che mostri che la vita sta
tornando. Con la guancia appoggiata al vetro della finestra, mi piace
immaginare che sto premendo con tutta la forza contro lo spesso muro del
tempo, che spinge in eterno e pulsa e ci apre di fronte nuovi spazi di vita.
Possa toccarmi di trattenere l’attimo, prima che si distenda sopra il resto del
mondo! Fa’ che io possa gustarlo sempre nuovo e fresco. Dalla finestra
guardo giù verso il sagrato della chiesa, dove tanti dei miei antenati sono
sepolti e ho pietà per quei poveri morti perennemente in balia delle antiche
acque rigurgitanti – perché è così che li vedo girare e vorticare all’infinito
nella livida marea del tempo. Fa’ dunque che noi, che abbiamo il dono del
presente, lo si possa usare e godere: è questo, lo confesso, che io metto nella
mia preghiera del mattino.
Oggi è piovuto tutto il giorno, così ho passato la mattinata a cucire. Mia
madre ha scritto una lettera per mio padre e John Ashe la porterà con sé a
Londra la settimana prossima. Naturalmente i miei pensieri sono andati a quel
viaggio e alla grande città che probabilmente non vedrò mai, anche se la
sogno in continuazione. Si parte all’alba, perché è meglio passare poche notti
sulla strada. John viaggia insieme ad altri tre uomini, con la stessa
destinazione; tante volte li ho visti partire e quanto ho desiderato andare con
loro. Si radunano nel cortile quando le stelle sono ancora in cielo; arriva la
gente dei dintorni tutta avvolta nei mantelli o in vesti bizzarre, e mia madre
offre un boccale di birra forte a ogni viaggiatore, porgendolo con le sue stesse
mani. I cavalli sono pieni di sacche dietro e davanti, ma non tali da impedirgli
di andare al galoppo se fosse necessario; gli uomini sono bene armati e
coperti a dovere con abiti foderati di pelliccia, perché le giornate invernali
sono brevi e fredde, e loro dovranno probabilmente dormire dietro una siepe.
È bello vederli nella luce dell’alba, con i cavalli che scalpitano mordendo il
freno e la gente che si raduna intorno. Gli augurano buon viaggio in grazia di
Dio e gli affidano gli ultimi messaggi per gli amici a Londra; e quando la
campana suona quattro rintocchi girano su se stessi, salutano mia madre e gli
altri presenti e subito partono via. Molti ragazzini, maschi e femmine, li
seguono per un poco finché la foschia li inghiotte, e non di rado coloro che si
mettono in viaggio all’alba non fanno più ritorno a casa.
Io li immagino galoppare tutto il giorno sulle strade bianche e li vedo
smontare da cavallo al santuario di Nostra Signora per renderle omaggio e
pregarla di concedere un cammino sicuro. Non c’è che una strada e attraversa
terre sconfinate, dove non abita nessuno, solo ladri e assassini ai quali non è
consentito vivere insieme agli altri in città e devono passare la vita con le
bestie selvagge che a loro volta uccidono, strappandoti le vesti di dosso. È un
viaggio pauroso, eppure penso che davvero mi piacerebbe farlo, un giorno –
attraversare quelle terre simile a un vascello sul mare.
A mezzogiorno arrivano a una locanda – ci sono locande a ogni tappa del
viaggio per Londra, dove il viandante può riposare al sicuro. Il proprietario vi
istruirà sulle condizioni della strada e si informerà sulle vostre avventure, in
modo da poter mettere sull’avviso gli altri che faranno lo stesso tragitto. Ma
bisogna affrettarsi a raggiungere un posto dove dormire, prima che il buio
faccia venire fuori tutti quelle creature feroci che durante il giorno se ne
stanno nascoste. John mi ha spesso raccontato come il silenzio cali sulla
compagnia non appena il sole va giù; ogni uomo tiene pronta in mano
un’arma, mentre i cavalli drizzano le orecchie e non hanno bisogno di essere
spronati. Si arriva in cima alla strada e si guarda giù pieni di paura, se
qualcosa si muove all’ombra degli abeti, lungo il crinale. Allora Robin, il
mugnaio sempre allegro, si mette a cantare a squarciagola e tutti si fanno
spavaldi e iniziano coraggiosamente la discesa della collina, parlando fra loro
per paura che il profondo respiro del vento, simile al sospiro di una donna,
scateni il panico nei loro cuori. Poi uno di loro si solleva sulle staffe e vede la
fiammella di una casa lontana, sul margine dell’orizzonte. E, se Nostra
Signora è misericordiosa, essi vi giungono sani e salvi mentre a casa
preghiamo per loro in ginocchio.

(3)
Stamattina, mentre leggevo, mia madre ha mandato a chiamarmi: voleva
parlarmi nella sua stanza. L’ho trovata nella sala dove siede mio padre
quando è a casa, con le pergamene che attestano le nostre proprietà e altre
carte legali. È là che mia madre siede quando ha qualche incombenza da
svolgere come responsabile della casa. Feci un profondo inchino, sapendo già
perché mi avesse mandato a chiamare.
Aveva davanti a sé un foglio di carta ricoperto di una fitta grafia. Mi
invitò a leggere, ma, prima che lo prendessi in mano, gridò: “Aspetta, te lo
dirò a voce.”
“Figlia,” cominciò solennemente, “è tempo che ti sposi. In effetti solo lo
stato di insicurezza del paese,” sospirò, “e le nostre incertezze hanno fatto
rinviare così a lungo la faccenda. Pensi spesso al matrimonio?” chiese
guardandomi con un mezzo sorriso.
“Non ho alcun desiderio di lasciarvi,” dissi.
“Andiamo, figlia mia, parli come una bambina,” sorrise, ma penso che
fosse compiaciuta per il mio affetto.
“E poi, se ti sposi con chi dico io,” diede un colpetto alle carte, “non
andresti lontano da me. Per esempio, potresti essere la padrona di Kirflings,
le tue terre confinerebbero con le nostre, saresti una buona vicina. Il padrone
di Kirflings è Sir Amyas Bigod, un uomo di antico lignaggio. Credo che
sarebbe un’unione appropriata, quale ogni madre potrebbe desiderare per la
propria figlia,” rifletté, sempre col foglio davanti.
Avendo visto una sola volta Sir Amyas, quando tornò con mio padre da
un’assise tenuta a Norwich, e poiché in quella occasione le uniche parole che
gli rivolsi furono per invitarlo graziosamente a bere l’acquavite6 che gli offrii
con un inchino, non potevo pretendere di aggiungere nulla a quanto detto da
mia madre. Sapevo solo che aveva un bel viso aperto e, se aveva i capelli
grigi, non erano tanto grigi come quelli di mio padre; inoltre le sue terre
confinavano con le nostre, per cui avremmo potuto vivere tutti insieme
felicemente.
“Figlia mia, devi sapere che il matrimonio,” continuò mia madre, “è un
grande onore, ma anche un grande fardello. Se sposerai un uomo come Sir
Amyas, diventerai non solo la padrona della sua casa, il che è già molto, ma
sarai anche a capo della sua discendenza per i secoli a venire, il che è molto
di più. Non sto parlando dell’amore, come ne parla quel cantastorie che ti
piace, come di una passione, un fuoco o una follia.”
“Lui racconta solo storie, madre,” le feci eco.
“E sono storie che non si trovano nella realtà; o perlomeno non spesso.”
Mia madre soleva riflettere seriamente su ciò che diceva.
“Ma questa è un’altra faccenda. Ecco, figlia mia,” disse spiegando il
foglio davanti a sé, “una lettera di Sir Amyas a tuo padre; chiede la tua mano,
e desidera sapere se siamo in trattative con altri e quale dote ti daremo. Lui
dice quel che fornirà da parte sua. Prendi, leggi anche tu, in modo che potrai
giudicare se lo scambio ti sembra corretto.”
Sapevo già quali proprietà e denari mi spettavano e sapevo pure che, come
unica figlia femmina, la mia dote non era modesta.
Per restare in questa terra che amo e per poter vivere vicino a mia madre
avrei accettato meno di quanto mi spetta sia in denaro sia in proprietà. Ma la
serietà del contratto era tale che, quando mia madre mi porse il rotolo di
pergamena, mi sentii come se molti più anni fossero stati aggiunti alla mia
età. Fin da quando ero una bambina avevo sempre sentito i genitori parlare
del mio matrimonio e, negli ultimi due o tre anni, c’erano stati vari contratti
che sapevo quasi conclusi, ma poi finiti nel nulla. A ogni modo, la giovinezza
stava sfiorendo ed era tempo che l’affare fosse stipulato.
Come è naturale, ho riflettuto a lungo, fino al suono della campana che
annuncia l’ora del pranzo, a mezzogiorno, su quel che mia madre chiama il
grande onore e fardello del matrimonio. Nessun altro avvenimento nella vita
di una donna può significare un cambiamento così grande; da presenza
umbratile e senza considerazione nella casa paterna, il matrimonio la
trasforma d’un tratto in un corpo solido, con un peso specifico che gli altri
devono considerare e a cui fare spazio. Questo, ovviamente, nel caso che il
matrimonio sia riuscito. Perciò ogni giovane donna attende questo
cambiamento con trepidazione e ansia, perché dimostrerà se essa sarà per
sempre una donna onorata e autorevole, come mia madre, oppure se mostrerà
che nulla conta e vale. Tanto in questo mondo, quanto nell’altro.
Se farò un buon matrimonio, il fardello di un nome importante e di grandi
proprietà calerà su di me; molti servi mi chiameranno padrona; sarò la madre
di vari figli maschi; in assenza di mio marito, governerò la sua gente, mi
occuperò del bestiame e delle coltivazioni e terrò a bada i suoi nemici; dentro
casa, disporrò con cura le lenzuola di lino pregiato e le cassapanche saranno
colme di spezie e conserve; col lavoro del mio ago ogni cosa logorata dal
tempo e dall’usura sarà aggiustata e rinnovata, in modo che mia figlia,
quando sarò morta, troverà gli armadi meglio organizzati e con begli abiti,
più di come li ho trovati io. E quando giacerò priva di vita, la gente del
contado sfilerà per tre giorni davanti al mio corpo, pregando e parlando bene
di me, e per volere dei miei figli il prete dirà messa per la mia anima e le
candele bruceranno in chiesa per tutta l’eternità.

(4)
Dapprima sono stata interrotta nel bel mezzo delle mie riflessioni dalla
campana del pranzo – e non si deve arrivare in ritardo se non si vuole
interrompere la preghiera di ringraziamento di Sir John, il che vuol dire
niente dolce – poi, quando meglio avrei potuto mettermi nei panni della
donna sposata, mio fratello Jeremy ha insistito per fare una passeggiata
insieme a Anthony, il primo sovrintendente di mio padre… dopo mia madre,
naturalmente.
È un uomo rozzo, ma a me piace perché è un servitore fedele e nel
Norfolk si intende di terra e bestiame più di chiunque altro. Ed è stato lui,
durante la festa di san Michele, a spaccare la testa di Lancillotto, che si era
rivolto in malo modo a mia madre. È di continuo in giro sui nostri campi e,
come gli dico sempre, li conosce e li ama più di ogni altra creatura. È sposato
a questo pezzo di terra e vi vede la bellezza e le qualità che gli uomini
normali vedono nelle loro mogli. E poiché gli trotterelliamo dietro fin da
quando abbiamo imparato a camminare, un po’ del suo affetto lo abbiamo
fatto nostro; il Norfolk e il distretto di Long Winton rappresentano per me
quello che è mia nonna; una cara persona di famiglia, tenera, vicina, e
silenziosa – e alla quale un giorno farò ritorno. Che benedizione sarebbe non
sposarsi mai, né diventare vecchi, e trascorrere la vita indifferentemente
nell’innocenza, tra gli alberi e i fiumi che soli possono mantenerti intatta e
come un bimbo, in mezzo ai guai del mondo. Il matrimonio e qualunque altra
grande gioia offuscherebbero lo sguardo limpido che è ancora mio. Al solo
pensiero di perderlo, gridai dentro di me: “No, non ti lascerò per un marito o
un amante” e subito dopo mi misi a rincorrere i conigli per la brughiera,
insieme a Jeremy e ai cani.
Era un pomeriggio freddo ma splendente, come se il sole fosse fatto di
scintille di ghiaccio e non di fuoco, e i suoi raggi fossero lunghi ghiaccioli
che dal cielo raggiungevano la terra. Essi si spezzavano in tante schegge sulle
nostre guance, rimbalzando sulla palude. A parte qualche veloce coniglio,
tutta la terra sembrava vuota, ma veramente pura e lieta nella sua solitudine.
Correvamo per scaldarci e ci battevano i denti con il sangue che scorreva
frizzante nelle membra. Anthony camminava a lunghi passi come se quelle
sue ampie falcate fossero la cosa migliore al mondo contro il freddo. Ma
quando ci imbattevamo in un buco nella siepe o in una trappola per conigli si
toglieva i guanti e, piegandosi su un ginocchio, prendeva nota come si fosse
in un giorno d’estate. Una volta ci imbattemmo in un tipo strano, che vagava
per la strada, con un vestito di un verde stinto e l’aria di chi non sa che
direzione prendere. Anthony mi tenne stretta la mano; doveva essere, disse,
un malfattore in cerca di cibo, che si aggirava come un animale fuori dal suo
territorio. Aveva rubato o ucciso, o forse era soltanto un uomo pieno di
debiti. Jeremy giurò di aver visto sangue sulle sue mani, ma lui è un ragazzo
e immagina di difenderci tutti con arco e frecce.
Anthony aveva da fare in uno dei cottage e noi entrammo con lui per
ripararci dal freddo. Ma onestamente tollerai a fatica il caldo e la puzza. Vi
abitavano Beatrice Somers e suo marito Peter, con i loro bambini, ma
sembrava più una tana di conigli nella brughiera che non una casa di esseri
umani. Il tetto era fatto di sterpi e paglia, il pavimento non era che terra
battuta, ripulita dall’erba e dai fiori; in un angolo qualche ramo bruciava nel
fuoco e il fumo pungeva gli occhi. C’era giusto un ceppo mezzo marcio sopra
il quale sedeva una donna con un bimbo al seno. Ci guardò senza timore ma
con scritti chiaramente negli occhi sospetto e ostilità, e stringendo più forte il
bambino. Anthony le parlò come avrebbe fatto con un animale dagli artigli
aguzzi e l’occhio cattivo: la sovrastava e il suo grosso stivale pareva pronto a
schiacciarla. Ma lei non si mosse né pronunciò una parola e non saprei dire se
fosse capace di farlo o se ringhiare e ululare fosse il suo solo linguaggio.
Fuori incontrammo Peter che tornava a casa dalla palude; benché si
toccasse la fronte in segno di saluto, non pareva esserci in lui più umanità che
in sua moglie. Ci guardò come affascinato dalla mantella colorata che
indossavo, poi entrò barcollando nella sua tana, per stendersi a terra,
suppongo, avvoltolato nelle foglie secche fino al mattino. Questa è la gente
che dobbiamo comandare, tenendola sotto i piedi e frustandola perché faccia
l’unico lavoro che è capace di svolgere, o altrimenti ci sbranerà. Così disse
Anthony, portandoci via; poi mostrò i pugni e strinse le labbra come se stesse
già schiacciando in terra uno di quei disgraziati. A ogni modo, la vista di
quella brutta faccia rovinò il resto della nostra passeggiata; ora sembrava che
perfino la mia amata terra nutrisse simili parassiti. Vedevo i loro occhi
fissarmi da dietro gli ispidi cespugli di ginestra e i grovigli del sottobosco.
Entrare nel nostro lindo salone, dove i ceppi bruciavano bene nel grande
camino e il legno di quercia splendeva lucido, fu come risvegliarsi da un
incubo; mia madre scendeva le scale con la sua ricca gonna e la cuffia di lino
pulito. Ma le rughe nel suo viso e una certa durezza della voce le erano
venute, pensai di colpo, perché di continuo vedeva da vicino scene simili a
quella che avevo visto oggi.

(5)
Maggio
La primavera che ora ci ha raggiunto significa assai più che la nascita di
ciò che è verde e germoglia perché, ancora e di nuovo, la corrente di vita che
avvolge l’Inghilterra si è sciolta dal gelo invernale e nella nostra piccola isola
avvertiamo la marea pulsare sulle spiagge. Nelle ultime due o tre settimane si
sono visti numerosi viandanti sulle strade: potevano essere pellegrini o
venditori ambulanti o gentiluomini diretti in gruppo a Londra o al Nord. In
questa stagione, la mente si riempie di desiderio e speranza, anche se il corpo
deve restare immoto. Le sere si fanno più lunghe e una nuova luce sembra
sgorgare da occidente, così ti puoi illudere che una luce più bianca, diversa, si
stia spandendo sulla terra, e la senti ferirti le palpebre, mentre cammini o
siedi intenta al tuo ricamo.
Al colmo di questo fermento e tumulto, una splendente mattina di maggio
scorgemmo la figura di un uomo venire su dalla strada a passo svelto e
gesticolando, come se stesse discutendo con l’aria. Portava una grande sacca
sulla schiena, inoltre vedemmo che teneva in una mano un grosso volume in
pergamena, a cui di tanto in tanto dava un’occhiata, mentre gridava delle
parole e la sua voce andava su e giù quasi al ritmo dei suoi passi, come per
una minaccia7 o un lamento, così che Jeremy e io ci nascondemmo dietro una
siepe. Ma lui ci vide, si levò il cappello e fece un profondo inchino; al che io
feci una riverenza nella maniera più garbata possibile.
“Signora,” disse con una voce che rimbombava come un tuono d’estate,
“posso chiedere se questa è la strada per Long Winton?”
“È solo un miglio davanti a voi, signore,” risposi, e Jeremy indicò in
fondo alla strada col suo bastone.
“Allora, signore,” continuò lui, chiudendo il suo libro e mostrandosi d’un
tratto più sobrio e consapevole del tempo e del luogo in cui trovava, “posso
domandare anche se c’è una casa dove potrei più facilmente vendere i miei
libri? Sono venuto dalla lontana Cornovaglia cantando canzoni e cercando di
vendere i manoscritti che ho con me. Ma la mia sacca ne è ancora piena. I
tempi non sono propizi alle canzoni.”
L’uomo, per quanto florido in viso e di costituzione robusta, era però
vestito peggio di uno zotico; i suoi stivali erano così malridotti che
camminare doveva essere una pena. Tuttavia, possedeva una certa gaiezza e
un garbo, quasi come se la delicata musica delle sue canzoni gli rimanesse
addosso, ponendolo al di sopra delle preoccupazioni più comuni.
Tirai per un braccio mio fratello e dissi: “Noi abitiamo alla villa, signore,
e saremo felici di mostrarvi la strada. Sarei più che contenta di vedere i vostri
libri.” I suoi occhi persero all’istante la loro allegria; chiese con una punta di
severità: “Voi potete leggere?”
“Joan ha sempre il naso sui libri,” saltò su Jeremy, cominciando a parlare
e tirandomi pure lui.
“Signore, raccontateci dei vostri viaggi. Siete stato a Londra? Qual è il
vostro nome?”
“Mi chiamano Richard,” disse l’uomo sorridendo. “Senza dubbio ho
anche un cognome, ma non l’ho mai udito. Vengo da Guithian, in
Cornovaglia, e posso cantarvi più canzoni di laggiù di chiunque altro nel
Ducato.” Si rivolse a me facendo uno svolazzo con la mano in cui teneva il
libro. “Qui per esempio, in questo volumetto, ci sono tutte le storie dei
Cavalieri della Tavola Rotonda, scritte dalla mano di mastro Anthony in
persona e miniate dai monaci di Cam Brea. Ha più valore di mia moglie e dei
miei figli, posto che non ne ho; è il mio pane e companatico, dato che mi
guadagno vitto e alloggio cantando le gesta che vi sono contenute; è il mio
cavallo e il mio bastone, visto che mi ha condotto per molte miglia di strade
accidentate; ed è il migliore fra i compagni di viaggio, perché ha sempre
qualcosa di nuovo da dirmi e sa tacere quando ho voglia di dormire. Non c’è
mai stato un libro come questo.”
Parlava in una maniera in cui non avevo mai sentito parlare nessuno. Non
sembrava dire esattamente ciò che aveva in mente, né si preoccupava che lo
capissimo. Ma aveva care le parole, sia che scherzasse sia che fosse serio.
Raggiungemmo il nostro cortile; lui camminò più eretto, diede una lustratina
ai suoi stivali e cercò velocemente, toccandosi qui e là con le mani, di
rassettarsi l’abito, mettendosi un po’ più in ordine. Si schiarì anche la voce,
come se si stesse preparando a cantare. Io corsi a chiamare mia madre, che
arrivò con calma, dandogli un’occhiata da una finestra di sopra prima di
promettere che lo avrebbe ascoltato.
“Madre, ha una borsa piena di libri,” incalzai, “con tutte le storie di Re
Artù e i Cavalieri della Tavola Rotonda; scommetto che può dirci cosa è
successo a Elena, quando suo marito se l’è ripresa. Oh madre, permettici di
ascoltarlo.”
Mia madre rise della mia impazienza e mi chiese di chiamare Sir John,
perché dopo tutto era una bella mattina.
Quando scendemmo, quel tale Richard stava camminando avanti e
indietro mentre discorreva con mio fratello dei suoi viaggi, come aveva
atterrato un uomo dandogli un colpo in testa e gridando a un altro: “Fatti
sotto, furfante, e così l’intera banda se l’era squagliata come…” A quel punto
vide mia madre e si levò il cappello alla sua maniera.
“Mia figlia dice, signore, che voi venite da zone lontane e che sapete
cantare. Noi siamo solo gente di campagna e non abbiamo dimestichezza,
temo, con le leggende di altre parti. Ma siamo pronti ad ascoltare. Cantateci
qualcosa della vostra terra e poi, se vorrete, sedetevi a tavola con noi, saremo
felici di avere notizie sulla vostra zona.”
Si mise a sedere su di una panca sotto la quercia; Sir John giunse
ansimando per sistemarsi al suo fianco. Lei ordinò a Jeremy di aprire i
cancelli, in modo da permettere l’ingresso a quelli dei nostri che desideravano
ascoltare. Entrarono un po’ intimiditi ma curiosi, rimanendo a fissare a bocca
aperto mastro Richard, il quale nuovamente si levò il cappello con un
inchino.
In piedi, su una montagnola d’erba, cominciò con voce alta e melodiosa a
raccontare la storia di ser Tristano e della sua dama Isotta.
Aveva smesso i suoi modi giocosi, guardava fisso oltre di noi, quasi
traesse le sue parole da una visione non lontana. A mano a mano che la
vicenda diventava più appassionante, la sua voce saliva d’intensità; egli
stringeva i pugni, levava un piede e tendeva le braccia avanti; poi, quando gli
amanti si separano, sembrò che vedesse la dama svanire in lontananza: i suoi
occhi la cercavano sempre più distante, finché la visione si dissolse e le sue
braccia rimasero vuote. Poi Tristano cadeva ferito in Bretagna e sentiva che
la principessa attraversava il mare per giungere fino a lui.
Ma non so spiegare come fosse che l’aria sembrava piena di dame e
cavalieri che passavano in mezzo a noi, tenendosi mano nella mano,
bisbigliando senza vederci; queste grigie figure provenivano dai pioppi e
dalle betulle con gemme d’argento, fluttuando leggere nell’aria; di colpo, il
mattino era saturo di sussurri, di sospiri, di lamenti amorosi.
Poi la voce tacque; tutte quelle figure indietreggiarono, svanendo in una
scia su in cielo, verso Occidente, dove dimorano. Quando aprii gli occhi,
l’uomo, il muro grigio e la gente presso il cancello riemersero poco alla volta
come da un abisso, galleggiando in superficie, e lì rimasero nitidi, freddi.
“Povere creature,” disse mia madre.
Richard intanto aveva l’aria di un uomo a cui sia sfuggito qualcosa e
stringa a sé nient’altro che l’aria. Ci fissò e io ebbi quasi l’idea di tendergli
una mano dicendogli che era salvo. Ma poi ritornò in sé e sorrise come se
avesse motivo di compiacersi.
Vide la folla vicino al cancello e intonò un allegro motivetto su una
ragazza un po’ pazzoide dai capelli bruni e sul suo fidanzato, e tutti ridevano
e battevano il tempo con il piede. Poi mia madre ci invitò ad andare a pranzo
e fece sedere mastro Richard alla sua destra.
Mangiava come chi si sia nutrito di bacche e di radici, bevendo l’acqua
dei ruscelli. Quando il cibo fu portato via, posò solennemente la sua sacca sul
tavolo, estraendone svariati oggetti. C’erano fibbie, spille e collane di perline,
ma c’erano anche molti fogli di pergamena cuciti insieme, anche se nessuno
della misura del suo libro. Quindi, notando il mio desiderio, mi mise in mano
il prezioso volume, suggerendomi di guardare le figure. Era proprio ben fatto:
i capilettera incorniciavano cieli di un azzurro brillante e vesti d’oro; in
mezzo alla scrittura si aprivano ampi spazi di colore, in cui si vedevano
principi e principesse in processione, e città e chiese in cima a ripide colline,
sotto le quali irrompeva il blu del mare. Erano come tanti piccoli specchi,
posti innanzi alle visioni che mi erano sfilate in aria davanti agli occhi, ma
che qui erano catturate e fissate per sempre.
“Le avete mai avute visioni come queste?” domandai.
“Esse sono viste solo da chi sa guardare,” rispose misteriosamente. Si
riprese il manoscritto e lo ripiegò con cura, mettendolo via.
Era ingiallito e rugoso come il messale di un pio sacerdote, ma al suo
interno quei brillanti cavalieri e quelle dame si muovevano senza sosta
all’incessante melodia dei suoi bei versi. Era un mondo incantato quello che
aveva chiuso dentro la giubba.
Gli offrimmo un letto per una notte o anche di più, se solo fosse rimasto
cantando ancora per noi. Ma lui ascoltò le nostre preghiere come può fare una
civetta in mezzo all’edera. Disse soltanto: “Devo andare per la mia strada.”
All’alba era già fuori di casa e per noi fu come se un uccello si fosse posato
sul nostro tetto per un istante e fosse volato subito via.

(6)
Mezza estate
C’è una settimana – o forse è solo un giorno – in cui l’anno sembra
consapevolmente sospeso al suo punto più alto; lì rimane immoto per un
lungo o breve momento, come in solenne contemplazione; poi cala
lentamente simile a un monarca che discenda dal suo trono, per avvolgersi
nell’oscurità.
Ma le immagini sono sempre un terreno scivoloso.
In questo momento mi sento come chi sia proiettato in alto, in regioni
tranquille, sul grande dorso del mondo. La pace della nazione e la prosperità
del nostro angolino (mio padre e mio fratello sono ormai a casa) chiudono un
cerchio perfetto di soddisfazione; si potrebbe passare dalla intatta volta
celeste al nostro tetto senza dover attraversare alcun abisso.
Era dunque il momento giusto per il nostro pellegrinaggio di mezza estate
al santuario di Nostra Signora di Walsingham, soprattutto per me che
quest’anno devo rendere grazie per tante cose e pregare per altre ancora. Il
matrimonio con Sir Amyas è fissato per il 20 di dicembre e siamo tutti presi
dai preparativi. Perciò ieri ho cominciato all’alba, mettendomi in viaggio a
piedi per dimostrare che mi accostavo al santuario con spirito umile. Del
resto, una bella camminata è di sicuro la migliore preparazione alla preghiera.
Parti con animo fresco, come una giumenta allevata a granturco; lascia
che scalpiti e corra, trascinandoti di qua e di là. Nulla potrà tenerla sulla
strada; ti porterà per i campi umidi di rugiada e calpesterà mille fiori delicati
sotto i suoi zoccoli.
Ma il caldo aumenta durante la giornata, e tu la potrai ricondurre con
passo vivace di nuovo sulla strada giusta; lei ti porterà lieve e veloce finché il
sole di mezzogiorno suggerisce di riposare. In poche parole, e fuor di
metafora, la mente si muove con certezza attraverso tutti i labirinti di uno
spirito stagnante quando è spinta da due gambe veloci, e si fa più agile se
tenuta in esercizio. Perciò credo di aver fatto pensieri come in un’intera
settimana passata in casa durante quelle tre ore di marcia sulla strada per
Walsingham.
Il mio cervello, che all’inizio era curioso e allegro e saltava da una cosa
all’altra come un fanciullo che gioca, col passare delle ore si è acquietato
disponendosi sulla strada maestra a compiti più seri, anche se era ancora di
umore lieto. Riflettevo sulle cose serie della vita – la vecchiaia o la povertà e
la malattia – e mi dicevo come di sicuro mi sarebbe toccato di incrociarle, e
pensavo anche a tutte le gioie e i dolori che si sarebbero rincorsi di continuo
durante la mia vita. Le piccole cose non mi avrebbero più dato piacere o noia
come in passato. Ma sebbene questo mi restituisse una certa tristezza, mi
dissi pure che ero giunta all’età in cui questi sentimenti sono autentici;
inoltre, mi sembrava che, mentre camminavo, si poteva penetrare in tali
sentimenti e analizzarli, così come avevo attraversato un ampio spazio dentro
le pagine del manoscritto di mastro Richard.
Li vedevo, quei sentimenti, come solidi globi di cristallo, al cui interno era
racchiusa una sfera di terra e aria colorata, su cui uomini e donne minuscoli
faticavano, come sotto la volta del cielo.
Walsingham, come tutti sanno, non è che un piccolo villaggio sulla cima
di una collina. Ma, arrivando dalla pianura verdeggiante, vedi per un certo
tempo questa sommità torreggiare sopra di te prima di arrivarci. Il sole di
mezzogiorno accendeva tutti i morbidi verdi e azzurri della piana e si aveva
l’impressione di attraversare una terra dolce e lussureggiante, splendida come
un libro miniato, in direzione di una ripida vetta, dove la luce colpiva una
punta protesa in alto, che era bianca come ossa.
Finalmente sono arrivata in cima al colle, dove mi sono unita al corteo
degli altri pellegrini; ci siamo presi per mano per dimostrare la nostra umiltà
di esseri umani e abbiamo fatto insieme gli ultimi metri della strada, cantando
il Miserere.
C’erano uomini e donne, storpi e ciechi; alcuni erano laceri, altri venuti a
cavallo; devo confessare che i miei occhi fissavano le loro facce con curiosità
e per un istante pensai con dispiacere che era terribile che la carne e [nel testo
manca una parola] ci separassero. Dovevano avere strane, bellissime storie
da raccontare.
Poi la piccola croce con l’immagine santa ha colpito il mio sguardo,
assorbendo tutti i miei pensieri, piegati alla sua volontà.
Non pretenderò di aver trovato la sua chiamata altro che severa, dato che
il sole e le intemperie hanno reso la statua ruvida e scolorita, ma lo sforzo di
adorarla come altri facevano intorno a me riempì la mia mente di
un’immagine così grande e abbacinante da non lasciare spazio ad altri
pensieri. Per un istante mi sottomisi a lei come non mi ero mai sottomessa a
uomo o donna e mi ferii le labbra sulla ruvida pietra del suo manto. Una luce
bianca e incandescente bruciava sul mio capo scoperto e, quando l’estasi è
finita, la terra sotto i piedi si è dispiegata come una bandiera aperta al vento
all’improvviso.

(7)
Autunno
Arriva l’autunno e il mio matrimonio non è lontano. Sir Amyas è un uomo
perbene, mi tratta con grande delicatezza e spera di farmi felice. Nessun poeta
canterebbe il nostro fidanzamento e devo confessare che, da quando mi sono
messa a leggere di principesse, mi sono certe volte dispiaciuta che il mio
destino fosse così poco simile al loro. Ma esse non vivevano nel Norfolk al
tempo delle guerre civili e mia madre dice che la verità è sempre migliore.
Per prepararmi ai miei doveri di moglie, mi lascia aiutarla a dirigere la
casa e le terre e io comincio a vedere come gran parte del mio tempo dovrà
trascorrere in pensieri che nulla hanno a che fare con gli altri o con la felicità.
Ci sono le pecore, i boschi, il raccolto, i braccianti, tante cose che richiedono
la mia cura e il mio giudizio quando il mio signore è via, il che accadrà
spesso; e se i tempi saranno difficili come sono stati dovrò fare anche la parte
del suo luogotenente nella disposizione delle forze contro il suo nemico.
Inoltre ci sarà il mio specifico lavoro di donna a tenermi dentro casa. Come
dice mia madre, ci sarà davvero poco tempo per principi e principesse. Mi ha
spiegato quella che chiama la sua teoria della proprietà: come, di questi
tempi, uno sia il governatore di un’isoletta nel mezzo di acque tempestose;
come la si debba arare e coltivare; come tracciarvi le strade e recintare per
proteggerla dalle maree; e come un giorno probabilmente le acque si
calmeranno e questo piccolo pezzo di terra sarà pronto per essere parte di un
mondo nuovo. Tale è il suo sogno di ciò che il futuro può riservare
all’Inghilterra; è sempre stata la speranza della sua vita governare la sua
provincia in modo da costituire un punto fermo su cui poggiare i piedi.
Vorrebbe che anch’io sperassi di vivere abbastanza da vedere l’intera
Inghilterra così parimenti solida e sicura; se questo avverrà, dovrò ringraziare
mia madre e le altre donne come lei.
Ma confesso che per quanto profondamente io onori mia madre e abbia
rispetto per le sue parole, non riesco ad accettare la sua saggezza senza un
sospiro. Sembra che lei non sappia vedere niente di meglio di una terra che
emerge solida dalla bruma che ora la avvolge; e la migliore prospettiva della
sua mente è, credo, un’ampia strada che la attraversa, su cui vede lunghe file
di cavalieri che procedono tranquilli, pellegrini che camminano contenti e
disarmati, e carri che si incrociano, diretti con il loro carico verso la costa,
oppure di ritorno, altrettanto carichi di merci portate dalle navi. Sogna inoltre
di grandi dimore, aperte alla vista, con i fossati pieni e le torri abbattute; i
cancelli saranno aperti liberamente al viandante, e ospiti e servi brinderanno
allo stesso tavolo con il padrone. E si potrà cavalcare per campi pieni di
grano, e vi saranno greggi e mandrie in tutti i pascoli, e case in pietra per i
poveri. Mentre ne scrivo, vedo che tutto questo sarebbe bello e che sarebbe
giusto desiderarlo.
Ma nello stesso tempo, quando immagino un quadro del genere dipinto
davanti a me, non riesco a pensare che sia bello da vedere e sento che mi
mancherebbe il respiro su quelle strade lisce e bianche.
Eppure che cosa è che vorrei non so dirlo, benché lo desideri e, in segreto,
me lo aspetti. Spesso infatti – anzi, sempre più spesso, col passare del tempo
– mi scopro ad arrestarmi all’improvviso mentre cammino, come se a
fermarmi fosse qualcosa di nuovo e di strano, che compare sulla superficie di
questa terra che conosco così bene. Allude a qualcosa, ma svanisce prima che
io comprenda che cosa significa. È come se un nuovo sorriso fiorisse su un
volto già noto: fa un po’ paura ma insieme attrae.

Ultimi fogli
Ieri, mio padre è entrato mentre ero seduta al tavolo dove scrivo queste
pagine. Lui va non poco fiero della mia capacità di leggere e scrivere, che ho
praticamente appreso sulle sue ginocchia.
Sono però rimasta tutta confusa quando mi ha chiesto che cosa stessi
scrivendo e, balbettando che si trattava di un “diario”, ho coperto i fogli con
le mani.
“Ah,” ha esclamato, “se anche mio padre ne avesse tenuto uno! Ma lui,
poveruomo, non sapeva neppure scrivere il suo nome. Ci sono John, Pierce,
Stephen tutti sepolti nella chiesa, laggiù, e neanche una parola per dire se
erano brave o cattive persone.” Così ha detto mio padre e intanto le mie
guance sono tornate pallide, dopo essere arrossite.
“Lo stesso diranno i miei nipoti di me,” ha continuato. “Se potessi, mi
piacerebbe scrivere due righe anch’io, giusto per dire: ‘Sono Giles Martyn,
un uomo di media taglia, pelle scura, occhi nocciola, e porto i baffi; so
leggere e scrivere, ma non tanto. Quando vado a Londra, lo faccio in groppa a
una cavalla baia come non ce n’è in tutta la Contea.’ Cos’altro potrei
aggiungere? Ma poi importerebbe a loro di sapere altro? E chi saranno loro?”
ha riso, perché è nel suo carattere finire i discorsi con una risata, anche se li
comincia seriamente.
“A voi piacerebbe sapere di vostro padre,” ho detto. “Perché a loro non
dovrebbe importare sapere di voi?”
“I miei predecessori sono stati più o meno simili a me,” ha risposto.
“Hanno vissuto tutti qui, arato la stessa terra che aro io e sposato donne di
queste parti. Se si presentassero alla porta in questo istante, li riconoscerei e
non ci troverei niente di strano. Il futuro invece” – spalancò le braccia – “chi
può prevederlo? Potremmo essere spazzati via dalla faccia della terra, Joan.”
“Oh no,” ho esclamato, “sono sicura che vivremo qui per sempre.” In
segreto, questo deve avergli fatto piacere, perché nessuno ha a cuore la
propria terra e il proprio nome più di lui; benché continuerà a sostenere che,
se fossimo stati una razza più orgogliosa, non avremmo goduto così a lungo
del medesimo benessere.
“Allora Joan, devi conservare quello che scrivi,” ha detto lui, “oppure lo
conserverò io per te. Perché tu ci lascerai… anche se non per andare
lontano,” ha aggiunto subito, “e i nomi contano poco. Perciò mi piacerebbe
conservare qualcosa di tuo, quando sarai via; i nostri discendenti avranno
motivo di rispettare almeno uno di noi.” Ha guardato con grande
ammirazione i nitidi segni della mia grafia. “Adesso, figlia mia, vieni in
chiesa con me, occupiamoci della scultura per la tomba di mio padre.”
Mentre lo accompagnavo, ho pensato alle sue parole e ai tanti fogli scritti,
riposti nel mio tavolo di quercia. Era di nuovo tornato l’inverno, da quando
con tanto orgoglio era fiorito il mio primo svolazzo. Pensavo che erano poche
le donne del Norfolk che potevano fare altrettanto; non fosse stato che un po’
di quell’orgoglio era ancora mio, penso che la mia scrittura sarebbe cessata
da un pezzo. Perché davvero non c’è nulla nel recinto dei miei giorni che
meriti di essere raccontato, e registrarlo viene a noia. Così ho pensato, mentre
camminavo nell’aria tagliente del mattino invernale, che se mai dovessi
scrivere di nuovo non sarà di me o del Norfolk, bensì di cavalieri, dame e
avventure in terre favolose. Anche le nuvole, che trascorrono nel cielo
ammassandosi da occidente, assumono le sembianze di capitani ed eserciti, e
io non riesco a smettere di foggiare, con queste onde di nebbia colorata, elmi
e spade, bei volti e superbe capigliature.
Ma, come direbbe mia madre, le storie migliori sono quelle che si
raccontano intorno a un fuoco, e sarò contenta se potrò finire i miei giorni
come una di quelle vecchie che nelle sere d’inverno sanno tenere sveglia
l’intera famiglia con i loro racconti delle strane apparizioni a cui hanno
assistito e delle imprese compiute in gioventù. Ho sempre pensato che quelle
storie provenissero in parte dalle nuvole, altrimenti perché ci
commuoverebbero più di qualsiasi altra cosa vista con i nostri occhi? Di
sicuro, nessun libro scritto può competere con loro.
Era una donna così Dame Elsbeth Aske, la quale, quando divenne troppo
vecchia per lavorare a maglia o cucire e troppo malconcia per lasciare la
sedia, sedeva davanti al camino con le mani in grembo tutto il giorno e
bastava tirarla per la manica che i suoi occhi si accendevano e cominciava a
raccontare di battaglie, re e nobili, ma anche storie di povera gente, finché
l’aria sembrava animarsi di presenze. Poteva anche cantare ballate che creava
al momento, stando seduta là. Uomini e donne, vecchi e bambini venivano da
lontano per ascoltarla, benché lei non sapesse leggere né scrivere. Ma si
pensava che potesse predire il futuro.
Intanto siamo arrivati alla chiesa dove giacciono sepolti i miei antenati. Il
famoso intagliatore di pietra Ralph di Norwich ha di recente scolpito una
lapide per mio nonno, che, ormai quasi finita, ricopre la sua tomba; le candele
guizzavano dritte nella semioscurità della chiesa quando siamo entrati. Ci
siamo inginocchiati e abbiamo sussurrato una preghiera per la sua anima; poi
mio padre si è ritirato a parlare con Sir John, lasciandomi al mio svago
preferito di decifrare i nomi e contemplare le figure dei miei defunti parenti e
antenati. Quando ero bambina, ricordo che quelle nette e ceree immagini mi
impaurivano, specie se leggevo che portavano il mio stesso nome, ma ora che
so che mai si muoveranno dalle loro nicchie e per sempre terranno le mani in
croce, ho pena per loro e vorrei tanto compiere un piccolo gesto che dia loro
piacere. Dovrebbe essere qualcosa di segreto, o inaspettato – un bacio,
magari una carezza, come si fa con le persone vive.

1 The Paston Letters: 1422-1509, a cura di James Gairdner, Londra, 1904, 6 voll.
Vedi anche il saggio di Virginia Woolf I Paston e Chaucer, in Il lettore comune.
(N.d.T.)
2 Battaglia lungo il fiume Boyne, in Irlanda, luglio 1690. Sancì la vittoria di
Guglielmo III d’Inghilterra contro Giacomo II Stuart. (N.d.T.)

3 Battaglia svoltasi vicino a Long Marston, nel North Yorkshire, luglio 1644, fra le
truppe di Oliver Cromwell e quelle del principe Rupert. Segnò la fine della monarchia
assoluta in Inghilterra. (N.d.T.)
4 È un errore dell’Autrice che evidentemente non ha riveduto il testo. (N.d.T.)

5 Virginia Woolf confonde un’opera di Lydgate, The Temple of Glas, con un’altra
dello stesso autore, The Troy Book. (N.d.T.)
6 Virginia Woolf usa il termine “sack” che indica un antenato dello sherry.
Tuttavia, l’Autrice (che, non dimentichiamolo, è ancora alle prime armi) incorre in
una scorrettezza filologica: l’anno in cui il diario di Joan Martyn sarebbe scritto è il
1480, ma la prima attestazione del termine “sack” risale al 1530. (N.d.T.)

7 Nel manoscritto originale manca una parola: la curatrice dell’edizione inglese


Susan Dick oltre che il buonsenso suggeriscono di riempire il vuoto con il termine
“menace”. (N.d.T.)
Dialogo sul monte Pentelico

È accaduto non molte settimane addietro che un gruppo di turisti inglesi


stesse scendendo lungo i declivi del monte Pentelico. Per la verità, essi
sarebbero stati i primi a correggere questa affermazione e a segnalare quanta
inesattezza e direi ingiustizia siano contenute in una simile frase. Perché dare
del turista a qualcuno che si incontra all’estero significa delimitarne non solo
la condizione ma anche l’anima; ed essi avrebbero detto che le loro anime –
benché gli asini siano inclini a inciampare nelle pietre – non erano soggette a
limiti del genere. I tedeschi sono dei turisti, come anche i francesi, ma gli
inglesi sono greci. Tale era il senso dei loro discorsi e, dobbiamo prenderli in
parola, era davvero un ottimo senso.
Il monte Pentelico, come sappiamo noi lettori del Baedeker,1 porta ancora
sul fianco la nobile cicatrice inferta dalla mano di certi tagliapietre greci che
ebbero il sorriso e probabilmente le imprecazioni di Fidia quale compenso al
loro lavoro. E perciò, se si vuole rendergli giustizia, si deve meditare su
parecchi temi differenti e metterli insieme meglio che si può. Si deve pensare
a esso non solo come al profilo che emergeva da tante finestre greche –
Platone poteva vederlo nelle mattine di sole, quando alzava gli occhi da ciò
che scriveva – ma anche come al luogo di lavoro e di vita in cui innumerevoli
schiavi consumavano la propria esistenza. E fu un bene, quando a
mezzogiorno il gruppo di turisti smontò di sella, inciampando dolorosamente
fra i crudi blocchi di marmo che per qualche ragione erano stati trascurati o
scartati, nel momento in cui i carri cominciarono a scendere verso Atene. Fu
un bene perché in Grecia è facile dimenticare che le statue sono fatte di
marmo, e perciò fu salutare vedere che il marmo si oppone, solido e tagliente
e perverso, allo scalpello dello scultore.
“Ecco com’erano i greci!” E se si fosse udito questo grido, si sarebbe
potuto supporre che chiunque lo avesse emesso aveva una propria conquista
personale da celebrare e che egli stesso era il generoso vincitore della pietra –
colui che una volta, con le sue stesse mani, l’aveva forzata a cedere il suo
Ermes o il suo Apollo. Ma poi gli asini, i cui antenati erano tenuti a stalla in
quella cava, misero fine a tale meditazione e i cavalieri, sei e tutti in fila,
scesero solennemente lungo il fianco della montagna. Avevano visto
Maratona e Salamina, e anche Atene sarebbe stata loro se una nuvola non
l’avesse accarezzata; a ogni modo, sentivano da ogni parte il peso di presenze
straordinarie. E per dimostrarsi debitamente ispirati, non solo divisero la
propria fiasca di vino con la scorta di sudici contadinelli greci, ma ebbero la
condiscendenza di rivolgersi a questi nella loro lingua come l’avrebbe parlata
Platone se Platone avesse imparato il greco in una scuola privata di Harrow.
Se fossero nel giusto oppure no, toccherà ad altri decidere; ma il fatto che
parole greche pronunciate in terra greca fossero fraintese da greci distrusse in
un colpo solo l’intera popolazione della Grecia, uomini, donne e bambini. Di
fronte a una simile crisi, una parola sorse opportunamente alle loro labbra;
una parola che Sofocle avrebbe potuto dire e Platone ratificare: costoro erano
“barbari”. Definirli in tal modo era non soltanto compiere un dovere nei
confronti dei morti, ma dichiararsi i legittimi eredi di essi, e per qualche
istante le cave di marmo del monte Pentelico fecero rimbombare la notizia
verso tutti coloro che avrebbero potuto dormire sotto le loro rocce o dimorare
nelle loro caverne. Quella popolazione spuria fu condannata; quella scura
razza ciarliera, sciolta di lingua e incostante di propositi, che per tanto tempo
aveva parodiato l’idioma e mediocremente usurpato il nome dei grandi, fu
inchiodata e condannata. Obbediente al grido, il mulattiere colpì i fianchi
della sua cavalcatura – una mula bianca guidava la fila – con la buona volontà
di chi salva la propria schiena grazie alle percosse inflitte a quella di un altro.
Perché, quando gli inglesi gridarono, egli comprese che era meglio andare più
veloci. Né avrebbe potuto dimostrarsi lui stesso critico più ispirato; il
momento ebbe la sua parola; nessun poeta avrebbe potuto fare di più; e un
prosatore avrebbe agevolmente potuto fare di meno. Così, con quel solo
grido, gli inglesi vennero giù disordinatamente dalla cima, sferragliando
lungo il fianco della montagna, spensierati e giulivi come se fosse stata la
loro terra.
Ma la discesa dal Pentelico è interrotta da un verde ripiano orizzontale
dove la natura pare ergersi dritta per un istante, prima di piombare giù dalla
montagna. Ci sono grandi platani che allargano le loro mani benevole, e ci
sono gradevoli piccoli cespugli schierati in un compatto ordine domestico, e
c’è un ruscello di cui si può pensare che intoni le loro lodi e i piaceri del vino
e del canto. Si sarebbe potuto udire, nel lamento che esso faceva in mezzo ai
sassi, la voce stessa di Teocrito, e alcuni degli inglesi la udirono davvero,
benché a casa loro i suoi versi fossero coperti di polvere sugli scaffali. A quel
punto, a ogni modo, la natura e l’eco dello spirito classico spinsero i sei amici
a smontare e riposarsi. Le guide si ritirarono, anche se non così lontano da
non poter essere viste nelle loro buffonate da barbari, a rotolarsi, a cantare, a
tirarsi l’un l’altro per la manica e a vociare sull’uva che pendeva purpurea nei
campi. Ma se c’è una cosa che sappiamo dei greci è che erano un popolo
tranquillo, dai gesti e dalle parole pieni di significato, e così, quando essi
sedettero vicino al ruscello sotto un platano, si disposero come un decoratore
di vasi avrebbe voluto ritrarli: il vecchio appoggiò il mento sul bastone, di
modo che la sua fronte si chinò scura sul giovane che giaceva nell’erba ai
suoi piedi. E donne dall’aria solenne drappeggiate di bianco passarono dietro
di loro, silenziose, con brocche in equilibrio sulle spalle. Nessun erudito in
Europa avrebbe potuto ridisporre quell’immagine, o convincere i nostri amici
che qualcuno più di loro avesse il diritto di comporre una tale visione.
Si stesero quindi all’ombra e non dipese né da loro né dagli antichi se la
conversazione non fu, tranne che nelle intenzioni, all’altezza del nobile
modello. Ma poiché i dialoghi sono ancora più difficili da scrivere che da
proferire, e non è certo che i dialoghi scritti siano mai stati proferiti oppure
che i dialoghi proferiti siano mai stati scritti, si possono giusto recuperare
quei brani che riguardano la nostra storia. Questo però diremo, che fu la più
raffinata conversazione al mondo.
Toccò vari argomenti – uccelli e volpi, e se la trementina nel vino sia
buona – come gli antichi facevano il formaggio – la posizione delle donne
nello stato greco (questo fu eloquente!) – il metro usato da Sofocle – la
sellatura degli asini: e così, abbassandosi e risalendo come il volo di
un’aquila a mezz’aria, il discorso cadde infine sul duro, vecchio rompicapo
del greco moderno e sulla sua posizione nel mondo attuale. Alcuni, di natura
ottimista, gli rivendicarono un presente, altri, meno creduli ma tuttavia
sanguigni, si aspettavano un futuro, altri ancora, dalla generosa
immaginazione, rievocarono il passato; ma toccò a uno solo combattere tutte
queste superstizioni, mentre colpiva il moncone ormai secco di un ulivo,
dimostrando con grandi sforzi di linguaggio e insieme di muscoli che cosa i
greci erano stati e che cosa invece non sono più.
Un tale popolo, egli disse – mentre parlava, il sole era in cielo e un’aquila
reale era sospesa sulla montagna –, un tale popolo è stato rapido come l’alba,
e si è spento come il giorno si spegne qui in Grecia: completamente.
Ignoranti di tutto quanto andrebbe ignorato – carità, religione, vita domestica,
cultura e scienza – essi concentrarono le loro menti sul bello e sul bene,
trovandoli sufficienti non per questo mondo soltanto, ma per un numero
infinito di mondi a venire. “Laddove i greci avevano la modestia…” – per
terminare però la citazione, poiché doveva leggere ciò che nessuno avrebbe
potuto aggiungere, cercò il suo libro di Peacock,2 ma il suo Peacock era
rimasto con certi calzini e una scatola di tabacco, perdita più dolorosa di ogni
altra, fra le rovine di Olimpia, e così egli fu costretto a riprendere
l’argomento a un livello un po’ più basso, seppure con impegno non minore
di quando aveva cominciato. Disse allora come i greci, riducendo il
superfluo, avessero infine rivelato la statua perfetta, o la giusta strofa, proprio
come noi avviluppandole al contrario nei nostri stracci sentimentali e di
fantasia ne abbiamo oscurato il profilo e distrutto la sostanza. Guardate,
esclamò, l’Apollo di Olimpia, la testa di un ragazzo ad Atene, leggete
l’Antigone, passeggiate fra le rovine del Partenone, e chiedetevi se vi sia
posto al suo fianco o ai suoi piedi in cui possa insinuarsi qualsiasi forma di
bellezza successiva. Non è vero piuttosto – dato che la fantasia ci soccorre al
buio o alla luce della pallida alba – che nuotino fra le onde, perché il pensiero
le realizzi, tante forme di bellezza quante i greci ne circoscrissero con la
pietra e col linguaggio, e che nulla a noi rimane se non venerarle in silenzio
o, se preferiamo, rimestarle nell’aria vuota?
Gli rispose uno, la cui reputazione era già macchiata da una pericolosa
eresia; perché solo un anno prima aveva espresso un’opinione nuova di zecca
per affermare che il greco avrebbe dovuto smettere, come disse, “di
costringere a suon di frustate degli stupidi ragazzi a comportarsi bene”. E
tuttavia egli era uno studioso. Il suo ragionamento, ma bisogna fare
attenzione al dialogo, fu qualcosa del genere, salvo certe interruzioni che
nessuna riorganizzazione dell’alfabeto potrà trasmettere.
“Quando parli dei greci,” disse, “parli in maniera sentimentale e sciatta, e
ti piace molto parlare dei greci. Non sorprende che tu li ami, poiché essi
rappresentano, come hai detto, tutto ciò che è nobile in arte e vero in
filosofia, e, come avresti potuto aggiungere, tutto quel che c’è di meglio in te
stesso. Di sicuro, non c’è mai stato un popolo come loro; e la ragione per cui
tu – che hai ottenuto, come ricorderai, il voto più basso ai tuoi tre esami
universitari a Cambridge – li chiami greci è perché ti sembra empio chiamarli
italiani, o francesi, o tedeschi, oppure col nome di qualsiasi popolo che sia in
grado di costruire una flotta più grande della nostra o che parli una lingua a
noi comprensibile. No, diamo loro un nome che si possa compitare in modi
diversi, che si possa dare a popoli diversi, che gli etimologi possano definire,
che gli archeologi possano disputare, che in breve possa significare tutto ciò
che proprio non sappiamo e, come nel tuo caso, tutto quello che sogniamo e
desideriamo. In verità, non c’è ragione per cui tu debba leggere i loro scritti,
perché non sei forse stato tu a scriverli? Le loro pagine mistiche e segrete
imbalsamano tutto quel che hai sentito come bello in arte e vero in filosofia.
Perché, sai, c’è un’anima di bellezza che si leva non battezzata sopra le
parole di Milton come si leva laggiù, sopra il golfo di Maratona; e può darsi
ci sfugga e si dissolva, perché non ci fidiamo dei fantasmi. Ma tu, non ne
dubito, sei impegnato anche in questo momento a battezzarla con un nome
greco e a rinchiuderla in una forma greca. Non c’è dunque quel qualcosa nel
greco che non vi hai mai letto, e una parte – la parte migliore – di Sofocle e
Platone e di tutti quegli scuri libri a casa? Così, mentre leggi il tuo greco alle
falde del Pentelico, neghi che i suoi figli esistano ancora. Ma per noi
studiosi…”
“Oh ignorante e illogico,” interruppe la risposta, e così avrebbe potuto
continuare sino alla fine della frase se non fosse stata concessa un’altra
replica che al momento parve conclusiva, anche se non proveniva dal cielo
ma solo da un lato della montagna. I piccoli cespugli si aprirono piegandosi, e
da essi si levò una grande massa scura, il cui capo era oscurato dalla fascina
di legna secca che portava sulle spalle. Sulle prime vi fu qualche speranza che
potesse trattarsi di un bell’esemplare di orso europeo, ma a una seconda
occhiata si dimostrò che era solo un monaco intento agli umili compiti del
monastero vicino. Egli non vide i sei inglesi finché non fu loro vicino, e a
quel punto la loro presenza lo fece drizzare e li fissò come se fosse stato
distolto contro la sua volontà dalle proprie piacevoli meditazioni. Così essi
videro che era grosso e ben fatto, con il naso e la fronte di una statua greca.
Vero è che portava la barba e aveva i capelli lunghi, e c’era ogni motivo di
ritenerlo sia sporco sia illetterato. Ma mentre stava lì, in attesa, con gli occhi
sgranati, una speranza fantastica – una speranza patetica – scoccò nelle menti
di alcuni fra coloro che lo stavano a guardare, e cioè che lui fosse una di
quelle figure originarie che, immerse nella cruda terra, hanno resistito al
tempo, richiamando i primi giorni e un tipo non ancora obliterato: qualcosa
come l’Uomo in sé.
Tuttavia, non è più fra le possibilità della mente inglese – di un tale dono
si può forse godere in Russia – veder crescere il pelo su orecchie glabre e
zoccoli fessi dove ci sono dieci dita separate. Essi, gli inglesi, hanno la
possibilità di vedere qualcosa di diverso da questo e forse, chissà, di più
raffinato. A ogni modo, i sei inglesi distesi sotto il platano si sentirono prima
di tutto costretti a raccogliere le loro membra scomposte e poi a sedere eretti,
restituendo infine lo sguardo del monaco bruno come un uomo guarda un
altro uomo. Tale era la forza dell’occhio che li fissava, ché non era solo reso
più chiaro dalla brezza fra gli ulivi, ma era illuminato da un’altra forza che
sopravvive agli alberi e li pianta persino. E di sicuro, lo si interpreti come si
vuole, sia che lo si riferisca come un fatto o che si sussurri come un miracolo,
e potevano essere entrambe le cose, la luce era tale da far mormorare gli
alberi e risuonare l’aria. E migliaia di piccole creature circolavano nell’erba,
e la terra divenne solida per chilometri e chilometri sotto i piedi. L’atmosfera
non cominciò e finì quel giorno e in quell’orizzonte, ma si distese da tutti i
lati incommensurabilmente, simile a un lucido fiume verde, e il mondo
galleggiò nella sua guaina di eternità. Tale era la luce nell’occhio del monaco
bruno che pensare alla morte, alla polvere o alla distruzione, sotto il suo
sguardo, fu come mettere nel fuoco un foglio di carta velina. E si aprì un
varco attraverso molte cose, e andò come una freccia tirando una catena d’oro
attraverso età e razze, finché le forme di uomini e donne e il cielo e gli alberi
si ersero su entrambi i lati del suo passaggio, e si estesero in un viale concreto
e continuo da un’estremità del tempo fino all’altra.
In quel momento, gli inglesi non avrebbero potuto dire in quale punto si
trovassero perché quel viale era liscio come un anello d’oro. Ma i greci, cioè
Platone e Sofocle e tutti gli altri, erano vicini a loro, vicini come qualsiasi
amico o amante, e respiravano un’aria identica a quella che baciava la
guancia e muoveva la vite, solo come giovani continuavano a spingere in
avanti, interrogando il futuro. Una tale fiamma, simile a quella nell’occhio
del monaco, pur avendo vagato in luoghi oscuri da allora, e brillato sul brullo
fianco della montagna, fra le pietre e i piccoli alberi stenti, era stata accesa
una volta dalla fiamma originaria; e senza dubbio continuerà ad ardere nella
testa di monaco o contadino, quando saranno passate più età di quante il
cervello possa enumerare.
Tutto quel che il monaco disse, comunque, fu “Kalispéra”, che significa
buonasera, e fu strano che si rivolgesse a colui che era stato il primo a
proclamare la condanna della sua razza. E quando questi restituì il saluto,
alzandosi in piedi per farlo e togliendosi la pipa di bocca, sua fu la
convinzione di parlare come un greco a un greco e, se Cambridge aveva
sciolto quella relazione, i pendii del Pentelico e gli uliveti di Mendeli la
riannodarono.
Ma il crepuscolo che tronca di netto il giorno greco stava calando come un
coltello attraverso il cielo; e mentre cavalcavano diretti a casa lungo la strada
fra i vigneti, le luci si accendevano nelle strade di Atene e il discorso andava
alla cena e al letto.

1 Le celebri guide compilate da Karl Baedeker (1801-1859), il cui nome è divenuto


sinonimo appunto di guida. (N.d.T.)
2 Thomas Love Peacock (1785-1866), autore inglese di vari romanzi in forma di
dialogo e cultore dell’antichità greca. (N.d.T.)
Memorie di una scrittrice

Quando Miss Willatt morì, nell’ottobre 1884, si ebbe l’impressione, come


ha scritto la sua biografa, “che il mondo avesse il diritto di sapere di più su
una donna ammirevole ancorché schiva”. Dalla scelta degli aggettivi è chiaro
che lei non l’avrebbe voluto, a meno che qualcuno non l’avesse convinta che
la cosa era a vantaggio del mondo. Probabilmente, prima che morisse, Miss
Linsett la convinse perché i due volumi sulla sua vita e le sue lettere, da lei
pubblicati, uscirono con il benestare della famiglia. Se qualcuno prendesse
quella frase introduttiva per imbastirvi sopra una riflessione morale, potrebbe
riempire un’intera pagina di domande interessanti. Che diritto ha il mondo di
sapere qualcosa su chicchessia? Che cosa può raccontare al mondo un
biografo? E poi, in che senso si può dire che il mondo ne tragga vantaggio?
L’obiezione a tali domande consiste nel fatto che esse non solo occupano
molto spazio, ma che conducono anche a un’imbarazzante vaghezza di idee.
La nostra concezione del mondo è che sia una palla rotonda, colorata di verde
dove ci sono campi e foreste e di un azzurro screziato dove è il mare,
corrugata di picchi e vette dove sono i rilievi montuosi. Quando ci viene
chiesto di immaginare la reazione di Miss Willatt o di chiunque altro su
questo tema, la questione è rispettabile ma priva di interesse. Tuttavia, se è
una perdita di tempo cominciare dall’inizio chiedendosi perché si scrivano
biografie, potrebbe non essere del tutto privo di interesse domandare perché
la vita di Miss Willatt sia stata scritta, in tal modo rispondendo
all’interrogativo su chi veramente fosse.
Benché nascondesse le proprie ragioni sotto frasi complicate, Miss Linsett
doveva essere spinta da qualche motivo più profondo. Quando Miss Willatt
scomparve, “dopo quattordici anni di ininterrotta amicizia”, Miss Linsett (se è
lecito avanzare ipotesi) provò un certo disagio. Le sembrava che, se non
avesse parlato di lei in fretta, qualcosa sarebbe andato perduto. Nello stesso
tempo, però, altri pensieri la occupavano: per esempio, come sia piacevole
scrivere per scrivere, come diventano importanti e irreali le persone sulla
pagina stampata, così che è un merito averle conosciute, e come si possa in
tal modo rendere giustizia alla propria persona – ma la prima questione era la
più sentita. Guardando fuori del finestrino, al ritorno dal funerale, sentì da
principio che era strano e poi immorale che le persone passeggiassero in
strada, alcuni addirittura fischiettando, e tutti con l’aria distratta. Dopo,
naturalmente, ricevette varie lettere da “amici comuni”; il direttore di un
quotidiano le chiese di scrivere un necrologio di tre cartelle e infine suggerì a
Mr William Willatt che qualcuno avrebbe dovuto scrivere la vita di sua
sorella. Mr Willatt era un avvocato senza alcuna esperienza in campo
letterario, ma non aveva niente da obiettare che altri scrivesse, a condizione
che non “si superassero certi limiti”; in breve, Miss Linsett scrisse la
biografia che, con un po’ di fortuna, si può ancora comprare nelle librerie di
Charing Cross Road.
A giudicare dalle apparenze, non sembra che il mondo abbia finora
approfittato del proprio diritto di sapere qualcosa di Miss Willatt. I suoi libri
si trovano in mezzo a On the Beauties of the Nature di Sturm1 e Veterinary
Surgeon’s Manual, su quei banchetti all’aperto dove i gas di scarico e la
polvere li insudicia, e dove la gente rimane a leggere finché il commesso lo
consente. Quasi inconsciamente, si comincia a confondere Miss Willatt con
ciò che rimane di lei e a provare compassione per questi suoi logori e
scalcagnati volumetti. Bisogna continuare a ripetersi che un tempo lei è
vissuta veramente e che avrebbe più senso vederla come era, piuttosto che
non dire (anche se è vero) che ora risulta un po’ ridicola.
Chi era dunque Miss Willatt? È probabile che il suo nome sia poco noto
all’attuale generazione; è un puro caso se qualcuno ha letto qualche suo libro.
Che di solito sta accanto ai romanzi in tre volumi, tipici degli anni sessanta e
settanta,2 sull’ultimo ripiano, nelle piccole biblioteche delle località di mare,
in alto, così che si deve usare la scala per raggiungerlo e uno straccio per
ripulirlo dalla polvere.
Nacque nel 1823, figlia di un avvocato del Galles. Abitavano per una
parte dell’anno vicino a Tenby, dove il padre aveva lo studio, e debuttò in
società a un ballo dato dai membri della locale loggia massonica nella sala
del municipio, a Pembroke. Benché Miss Linsett impieghi trentasei pagine
per coprire quei diciassette anni, di quegli stessi anni non fa quasi cenno. In
realtà ci dice che i Willatt discendevano da un mercante del XVI secolo, che
scriveva il proprio cognome con la V, e che Frances Ann, la scrittrice, aveva
due zii, uno dei quali aveva inventato un nuovo sistema per lavare le pecore,
mentre l’altro “sarà a lungo ricordato dai suoi parrocchiani. Pare che anche i
più poveri portassero indosso un segno di lutto… in memoria del ‘buon
Parroco’”. Ma questi sono solo trucchetti da biografo – una maniera per
segnare il tempo in quelle gelide pagine iniziali, quando il protagonista non fa
né dice niente di speciale. Per qualche ragione ci viene detto poco di Mrs
Willatt, figlia di Josiah Bond, uno stimato commerciante di stoffe, che, in
seguito, pare abbia comprato “un posto”. La donna morì quando l’unica figlia
femmina aveva sedici anni; c’erano anche due maschi: Frederic che
scomparve prima della sorella e William, l’avvocato, che le sopravvisse.
Credo valga la pena raccontare queste cose, benché siano sgradevoli e
nessuno le ricorderà, perché in qualche modo ci aiutano a credere
nell’altrimenti fantasiosa giovinezza della nostra eroina. Quando Miss Linsett
è costretta a parlare di lei invece che degli zii, ecco il risultato: “E così
Frances, all’età di sedici anni, fu privata delle cure di una madre. Possiamo
immaginare come la solitaria fanciulla, perché neppure l’amorevole
compagnia del padre e dei fratelli poteva compensare quel vuoto [anche se
non sappiamo nulla di Mrs Willatt],3 cercasse consolazione nell’isolamento e,
vagando per le brughiere e le dune dove i castelli di epoche passate cadono in
rovina… eccetera”. Più utile al proposito, il contributo di Mr William Willatt
alla biografia della sorella: “Mia sorella era una ragazza timida e goffa,
sempre con la testa fra le nuvole. In famiglia era ormai un aneddoto la volta
in cui Frances, scambiandolo per la lavanderia, era finita nel porcile, non
rendendosi conto di dove si trovava finché Grufola (la vecchia scrofa nera)
mangiò il libro che lei teneva in mano. Quanto alla sua passione per lo studio,
devo dire che è sempre stata molto evidente… Devo accennare al fatto che
ogni gesto di disubbidienza veniva molto efficacemente punito con la
confisca del suo lume da notte, alla cui fiamma aveva l’abitudine di leggere a
letto. Ricordo bene, da bambino, l’immagine della sagoma di mia sorella che
si sporge fuori del letto con un libro in mano, per approfittare della striscia di
luce proveniente dalla stanza accanto, dove la governante sedeva a cucire.
Lesse in questo modo tutta la storia della Chiesa di Bright,4 uno dei suoi libri
preferiti. Temo che non sempre abbiamo nutrito rispetto per i suoi studi…
Generalmente non era considerata bella, anche se (all’epoca a cui mi
riferisco) aveva braccia quasi perfette”. In relazione a quest’ultimo rilievo
piuttosto importante, possiamo mettere a confronto il ritratto di Miss Willatt
all’età di diciassette anni, dipinto da un artista locale. Non c’è bisogno di una
grande intuizione per affermare che non è un viso da riscuotere successo nella
sala del municipio di Pembroke nel 1840. Una pesante treccia (che l’artista ha
reso lucente) è arrotolata sulla fronte; gli occhi sono grandi ma sporgenti; le
labbra piene senza essere sensuali; l’unico tratto che, confrontando il proprio
volto con quello delle sue amiche, in generale le dava sicurezza è il naso;
probabilmente qualcuno aveva detto, e lei aveva udito, che era un bel naso –
un naso importante, per una donna; a ogni modo, i suoi ritratti, con un’unica
eccezione, sono di profilo.
Possiamo immaginare come (per rubare l’utile espressione di Miss
Linsett) questa “ragazza timida e goffa sempre con la testa fra le nuvole”, che
finiva nei porcili e leggeva libri di storia invece che romanzi, non si sia
affatto divertita al suo primo ballo. Le parole del fratello evidentemente
riassumono cosa c’era nell’aria quando tornarono a casa. Nel grande salone,
doveva avere trovato un angolino in cui nascondere almeno in parte la sua
figura corpulenta e lì aspettava di essere invitata a ballare. Fissava gli occhi
sui festoni che adornavano lo stemma della città e cercava di immaginarsi
seduta su una roccia con le api che le ronzavano intorno; considerava che
forse nessuno, in quel salone, sapeva meglio di lei che cosa si intenda per
Giuramento di Conformità; poi pensò che in sessant’anni, o magari anche
meno, sarebbero stati tutti cibo per i vermi; infine si chiese se in qualche
maniera, prima di quel giorno, qualcuno di quegli uomini che ora stavano
danzando avrebbe avuto motivo di mancarle di rispetto. Scrisse a Miss Ellen
Buckle, a cui sono indirizzate tutte le sue lettere giovanili, che “la delusione è
sempre mescolata al piacere, abbastanza saggiamente, affinché evitiamo di
dimenticare… eccetera”. Eppure, è possibile che fra tutta quella gente che
ballava nella sala del municipio e divenuta adesso cibo per i vermi, Miss
Willatt, anche senza aver desiderio di ballare con lei, sarebbe stata la persona
più interessante con cui conversare. Ha una faccia triste ma intelligente.
Tale impressione è confermata nell’insieme dalle sue lettere. “Sono le
dieci e devo andare a letto, ma prima vorrei scriverti… È stata una giornata
pesante, ma credo non del tutto inutile… Ah, mia carissima amica, perché sei
davvero carissima, come potrei sopportare i segreti della mia anima e il peso
di ciò che il poeta chiama questo mondo inintelligibile,5 se non ci fossi tu a
condividerli?” Bisogna spazzare via parecchi inutili complimenti, ma a quel
punto si entra più in profondità nella mente di Miss Willatt. Fino a che non
ebbe diciotto anni o giù di lì, non aveva realizzato di non avere alcuna
relazione col mondo; con la maturità venne anche il bisogno di sistemare la
faccenda e, di conseguenza, una brutta depressione. Senza sapere più di
quanto Miss Willatt non ci dica, possiamo solo immaginare come giunse alle
sue concezioni sulla natura umana, sul bene e sul male. Dai libri di storia
ricavò un’idea generale di orgoglio, avarizia e fanatismo; nei romanzi di
Waverley6 imparò che cos’è l’amore. Queste idee le davano una vaga
inquietudine. Ricevute in prestito delle opere di carattere religioso da Miss
Buckle, Miss Willatt apprese con sollievo come si possa sfuggire al mondo e,
allo stesso tempo, guadagnarsi l’eterna felicità. Mai sarebbe esistita una santa
più grande di lei grazie al semplice espediente di domandarsi, prima di
parlare o agire, tutto ciò è giusto? Il mondo divenne quindi un luogo
detestabile, e più lo trovava brutto più lei diventava virtuosa. “La Morte era
in quella casa, e davanti a essa l’Inferno spalancava la bocca,” scrisse una
sera, dopo essere passata dinnanzi a una stanza con le finestre rosse e avere
udito le voci di gente che vi ballava dentro; tuttavia, le sensazioni che
provava scrivendo non erano del tutto dolorose. Ciononostante, la sua serietà
la proteggeva solo in parte, lasciando spazio a molteplici tormenti. “Sono io
l’unica macchia sulla faccia della natura?” chiedeva Miss Willatt nel maggio
1841. “Gli uccelli cantano fuori della mia finestra, anche gli insetti mettono
via i loro bozzoli invernali.” Lei sola era “pesante come pane senza lievito”.
L’introspezione divenne ossessiva, e quando scrive a Miss Buckle è come se
avesse visto la propria ombra tremare sul mondo intero, sotto l’occhio critico
degli angeli. Era un’ombra gobba, deforme e gonfia di male, e raddrizzarla
metteva a dura prova le forze di entrambe le giovani donne. “Che cosa non
darei per aiutarti,” scrive Miss Buckle. Poiché leggiamo adesso queste
parole, la difficoltà è nel comprendere quale fosse il loro senso, perché è
chiaro che esse immaginavano una condizione in cui l’anima riposa tranquilla
in beatitudine e che, se la si raggiunge, è la perfezione. Era la bellezza a cui
aspiravano? Dato che al momento nessuna delle due esprimeva alcun
interesse oltre alla virtù, è possibile che il piacere estetico camuffato fosse
parte della loro religione. Quando entravano in questo genere di trance, esse
erano in qualche misura fuori del mondo circostante. Ma l’unico piacere che
si permettessero di provare era il piacere della sottomissione.
Qui purtroppo si arriva sull’orlo di un abisso. Ellen Buckle, come era
prevedibile, dato che aveva meno disgusto della sua amica per il mondo e una
maggiore capacità di affidare i propri fardelli alle spalle altrui, sposò un
ingegnere che mise per sempre a tacere i suoi dubbi. Nello stesso periodo,
Frances fece una strana esperienza a cui, nella maniera più sfacciata, Miss
Linsett allude nel seguente brano: “Nessuno che abbia letto il libro (La croce
della vita) può dubitare che il cuore che concepì le pene di Ethel Eden nel suo
infelice affetto non abbia sofferto a propria volta gli spasimi descritti con
tanto sentimento; tanto possiamo dire, non di più.” Così l’evento più
interessante nella vita di Miss Willatt rimane in bianco, a causa della pruderie
dell’amica e del suo tetro conformismo letterario. Naturalmente si pensa che
la scrittrice abbia amato, sperato e infine visto spegnersi quelle speranze, ma
ciò che accadde e provò possiamo solo immaginarlo. Le lettere di quel
periodo sono irrimediabilmente noiose, ma questo anche perché la parola
amore e brani interi da essa contaminati sono ridotti a tanti puntini di
sospensione. Non ci sono più discorsi sul sentirsi indegna né frasi del tipo
“Oh potessi trovare un rifugio dal mondo, allora mi considererei beata”; la
morte scompare del tutto; sembra che Miss Willatt sia entrata in una seconda
fase del suo sviluppo, quando, assorbita o gettata via ogni teoria, doveva solo
difendersi. La morte del padre nel 1855 segna la fine di un capitolo, e il
trasferimento a Londra, dove tenne casa per i fratelli in una piazza di
Bloomsbury, apre quello successivo.
A questo punto, non possiamo più ignorare ciò che è stato più volte
accennato; è chiaro che bisogna mettere del tutto da parte Miss Linsett, o
prendersi con il suo testo le più ampie libertà. Perché, fra “un breve abbozzo
della storia di Bloomsbury non sarà fuori luogo” e un’enumerazione degli
enti di beneficienza e dei loro eroici componenti, fra un capitolo sui reali in
visita a un ospedale e l’elogio di Florence Nightingale in Crimea, di Miss
Willatt vediamo solo la statua di cera messa sotto una campana di vetro. Si è
giusto sul punto di chiudere il libro per sempre, quando una riflessione
pretende una pausa; l’intera faccenda è, dopo tutto, obiettivamente bizzarra.
Sembra incredibile che degli esseri umani possano credere che simili cose
siano vere l’uno per l’altro e, se non lo sono, che si diano la pena di scriverle.
“Miss Willatt fu giustamente apprezzata per la sua gentilezza e per
l’inflessibile dirittura morale, che d’altro canto mai le causò il rimprovero di
essere dura di cuore… Amava i bambini, gli animali e la primavera, e
Wordsworth era fra i suoi poeti da tenere sul comodino… Benché soffrisse
per la morte del padre con la tenerezza di una figlia devota, non si abbandonò
a infantili e perciò inutili lamenti. I poveri, si potrebbe dire, per lei presero il
posto dei suoi figli.” Isolare delle frasi del genere è una maniera facile per
fare dell’ironia, ma il tono uniforme del libro in cui sono contenute rende
l’ironia l’ultimo dei pensieri; ciò che sconcerta non è l’assurdità di tali cose,
ma il fatto che Miss Linsett ci credesse. Credeva a ogni modo che si
dovessero ammirare simili virtù, attribuendole agli amici, sia nel loro
interesse sia nel proprio; leggerla insomma è come lasciare il mondo nella
piena luce del giorno per entrare in una stanza chiusa, tappezzata di tessuto
scuro come il vino e piena di stampe. Sarebbe interessante scoprire che cosa
ha indotto questa curiosa visione della vita, ma è già abbastanza faticoso
spogliare Miss Willatt dai travestimenti della sua amica, senza indagare dove
li abbia presi. Per fortuna ci sono indizi che Miss Willatt non fosse quel che
sembrava. Tali indizi emergono negli appunti, nelle lettere e ancora più
chiaramente nei suoi ritratti. La vista di quella larga faccia egocentrica, con la
fronte capace e gli occhi scontrosi ma intelligenti, smentisce tutte le banalità
della pagina citata prima; Miss Willatt sembra abbastanza capace di avere
ingannato Miss Linsett.
Quando il padre scomparve (aveva sempre avuto antipatia per lui), la sua
anima fiorì e decise di trovare uno sbocco ai “grandi poteri che so di
possedere” a Londra. Abitando in un quartiere povero, l’occupazione più
ovvia per una donna a quei tempi era fare del bene, e Miss Willatt vi si
dedicò fin da principio con vigore esemplare. Poiché non era sposata, si
prefisse di rappresentare il lato non sentimentale della comunità; se le altre
donne mettevano al mondo i bambini, lei avrebbe fatto qualcosa per la loro
salute. Aveva l’abitudine di misurare i propri progressi spirituali,
conteggiandoli nelle pagine bianche in fondo all’agenda, dove si annota il
proprio peso, l’altezza e il numero di serie dell’orologio, non di rado
rimproverandosi il proprio “umore instabile che cerca sempre di distrarmi,
continuando a chiedere: a che scopo?”. Forse, dopo tutto, non era così
soddisfatta della sua filantropia, come Miss Linsett vorrebbe farci credere.
“So che cosa sia la felicità?” si chiede con raro candore nel 1859, e la
risposta, dopo averci riflettuto, è no. Immaginarla quindi come la donna
flautata e priva di fantasia che ci dipinge la sua amica, impegnata a fare del
bene faticosamente ma con fede incrollabile, è abbastanza falso; al contrario,
era una donna inquieta e insoddisfatta, alla ricerca della propria felicità, più
che di quella degli altri. Fu allora che si rivolse alla letteratura, prendendo la
penna in mano all’età di trentasei anni, più per giustificare le sue contorsioni
spirituali che non per dire ciò che va detto. È evidente che fosse in un
momento complicato, anche se esitiamo, lontani come siamo, a definirlo tale.
Scoprì a ogni modo di non avere “nessuna vocazione” alla filantropia e lo
disse, il 14 febbraio 1856, al reverendo R.S. Rogers nel corso di un colloquio
“che fu doloroso e difficile per entrambi”. Ma, ammettendo questo, ammise
anche di essere priva di molte virtù; era pertanto necessario provare, almeno a
se stessa, di possederne altre. Dopo tutto, anche starsene solo seduti con gli
occhi spalancati è sufficiente a riempire il cervello e forse, a rovesciarne fuori
il contenuto, ci si può imbattere in qualcosa di illuminante. George Eliot e
Charlotte Brontë dividono fra loro la primogenitura di molti romanzi del
periodo, perché svelano che il segreto della preziosa materia di cui sono fatti i
libri si trova tutta intorno a noi, nei salotti come nelle cucine dove vivono le
donne, e si accumula a ogni tic tac d’orologio.
Miss Willatt seguì la teoria che non è necessaria nessuna preparazione,
ma, ritenendo sconveniente descrivere ciò che aveva visto, invece di un
ritratto dei fratelli (uno aveva condotto una vita molto stravagante) o un
ricordo del padre (di cui le saremmo stati grati), inventò degli amanti arabi e
li mise sulle sponde dell’Orinoco. Li fece vivere in una società ideale, perché
le piaceva inventare leggi, e lo scenario era tropicale perché lì era più facile
che in Inghilterra ottenere certi effetti. Era capace di scrivere pagine e pagine
su “montagne che sembravano bastioni di nuvole, salvo che per le profonde
gole azzurre che ne fendevano i fianchi e le cascate lucenti come diamanti,
che scendevano a balzi e lampi, ora dorate ora purpuree, a mano a mano che
entravano nell’ombra delle foreste di pini o uscivano al sole, per perdersi alla
loro base in una miriade di rivi sui pascoli variopinti di fiori”. Ma quando
doveva affrontare gli amanti che inventava o i discorsi fra donne, accampate
nelle tende, al tramonto, quando le capre tornano per essere munte, o la
saggezza di “quel vecchio assennato che aveva assistito a troppe nascite e
morti per poter gioire delle une e piangere le altre”, allora balbettava e
arrossiva chiaramente. Non riusciva a dire “Ti amo”, ma usava il “voi” e il
“lei” che, essendo meno diretti, davano l’impressione di non volersi
impegnare. La stessa forma di autocontrollo le rendeva impossibile calarsi nei
panni di un arabo e sua moglie, o di chiunque non coincidesse con la voce
impersonale e onnisciente che legava fra loro i dialoghi, spiegando come ci
assalgano le stesse tentazioni sotto le stelle dei tropici e all’ombra di un olmo
in Inghilterra.
Per questi motivi il libro ora risulta difficile da leggere, inoltre Miss
Willatt aveva qualche scrupolo a scrivere bene. C’era un che di artificiale,
pensava, nello scegliere un’espressione o un’altra; il modo di scrivere diretto
era il migliore, dire tutto quello che si ha in mente, simile a un bambino sulle
ginocchia della madre, confidando che, come ricompensa, un qualche
significato vi sarà incluso. A ogni modo, il suo libro ebbe due ristampe e un
critico lo paragonò ai romanzi di George Eliot, salvo che per il tono “più
soddisfacente”, mentre un altro lo bollò come “un’opera di Miss Martineau7 o
del Diavolo”.
Se Miss Linsett fosse ancora viva (è morta in Australia qualche anno fa),
si vorrebbe chiederle secondo quale criterio divise in capitoli la vita della sua
amica. Si direbbe che dipenda, dove possibile, dai cambi di indirizzo, il che ci
conferma nella nostra convinzione che Miss Linsett non avesse altra guida al
carattere di Miss Willatt. Il principale cambiamento ci fu di sicuro dopo la
pubblicazione di Lindamara: una fantasia. Quando ci fu quella “scena”
memorabile con il reverendo Rogers, Miss Willatt era così agitata che fece
due volte il giro di Bedford Square, con le lacrime che le incollavano la
veletta al viso. Le sembrava che tutto quel parlare di filantropia non avesse
senso e non desse alcuna possibilità di vivere “una vita intima”, come la
chiamava lei. Pensò di emigrare, di fondare una società nella quale già si
vedeva, alla fine del secondo giro della piazza, con i capelli bianchi intenta a
leggere e dispensare saggezza a una cerchia di operosi discepoli, che
rassomigliavano a persone che conosceva, ma la chiamavano con un
appellativo che è un eufemismo per “madre”. Ci sono passaggi in Lindamara
in cui vi si accenna, e si allude velatamente a Mr Rogers – “l’uomo che non
conosceva saggezza”. Ma era pigra e le lodi, che venivano dalle persone
sbagliate, le fecero credere di essere plausibile. Il meglio delle sue opere –
per quello che abbiamo potuto rinvenire in diversi libri, i risultati sembrano
quadrare con la nostra teoria – lo ha scritto per giustificare se stessa, ma, una
volta fatto questo, si è messa a confezionare profezie a uso altrui, indugiando
in regioni oscure e con grave danno alla propria persona. Divenne
straordinariamente grossa, “sintomo di qualche malanno”, dice Miss Linsett
che amava gli argomenti luttuosi; sintomo, secondo noi, di troppi tè con
panini caldi e pasticcini, consumati nel tepore del suo salottino con la
tappezzeria a pallini, mentre si conversa in intimità sull’“anima”. L’“anima”
divenne il suo dominio, Miss Willatt abbandonò le pianure del Sud per un
bizzarro paese avvolto in un crepuscolo eterno, dove albergavano qualità
morali, prive di corpi. Fu così che Miss Linsett, in quel periodo in uno stato
di grande sconforto, “la morte di un adorato genitore avendomi tolto ogni
speranza terrena”, andò a trovare Miss Willatt, lasciandola con le guance
arrossate e tremante, ma convinta di conoscere un segreto che spiegava tutto.
Miss Willatt era troppo intelligente per credere che qualcuno possedesse la
risposta a una qualunque domanda, ma la vista di queste strane piccole donne
tremanti, pronte come cagnolini a ricevere una percossa o una carezza,
evocava una serie di emozioni, e non tutte erano negative. Ciò che voleva una
donna come quella – lei lo capiva – era sentirsi dire di essere parte di un tutto,
come la mosca che nella caraffa piena di latte cerca il sostegno del cucchiaio.
Sapeva inoltre che bisogna avere una motivazione per poter lavorare e lei era
abbastanza forte per riuscire convincente; infine, il potere che avrebbe dovuto
possedere in qualità di madre, le stava a cuore anche se proveniva da mezzi
illeciti. Aveva poi un altro dono, senza il quale tutto il resto sarebbe stato
inutile: era in grado di spingersi in ciò che è oscuro. Dopo aver detto alla
gente che cosa fare, dava loro, prima sussurrando e poi con voce rotta e
tremula, qualche ragione mistica per farlo. Quelle ragioni lei poteva scoprirle
solo spiando, per così dire, oltre l’orlo del mondo e da principio cercò
onestamente di dire solo ciò che vedeva. Il nostro stato attuale, in cui siamo
trattenuti in basso, come bersagli per le frecce di un pigmeo, le sembrava
insulso nella maggior parte dei casi, e talvolta intollerabile. Qualche refolo
d’aria, vaga e dolciastra come cloroformio, che confondesse le cose e facesse
danzare davanti agli occhi la vita quotidiana, alludendo a una qualche visione
al di là, era ciò di cui essi avevano bisogno, e la natura l’aveva equipaggiata
per poter dare loro tutto questo. “La vita è una maestra severa,” diceva,
“come potremmo sopportarla senza…” – e qui attaccava una rapsodia su
alberi, fiori, pesci in acque profonde e l’eterna armonia postulata con la testa
all’indietro e gli occhi socchiusi per vederla meglio. “Spesso sentivamo di
avere una Sibilla in mezzo a noi,” scrive Miss Haig, e se le Sibille sono
creature ispirate solo a metà, consapevoli della follia degli adepti, piene di
compassione per loro, molto lusingate del loro plauso e con una gran
confusione in testa tutto in una volta, allora Miss Willatt era una Sibilla. Ma
la cosa che più colpisce in questo quadro è la triste immagine che dà dello
stato spirituale in cui versava Bloomsbury a quell’epoca – quando Miss
Willatt rimuginava in Woburn Square come un ragno ingordo al centro della
propria tela, lungo i cui fili accorrevano tutte quelle donne infelici simili a
galline, spaventate dal sole, dai carretti e dal mondo tanto terribile, desiderose
di nascondersi da tutto, all’ombra delle sottane di Miss Willatt. Le Andrew, le
Spalding, il giovane Charles Jenkinson “che ora ci ha lasciato”, la vecchia
Lady Battersby che soffriva di gotta, Miss Cecily Haig, Ebenezer Umphelby
che sui coleotteri ne sapeva più di ogni altro in Europa – tutte queste persone
che venivano a prendere il tè e a cena, la domenica sera, e dopo a conversare,
ora tornano alla vita e ci incuriosiscono in maniera quasi intollerabile. Che
aspetto avevano, cosa facevano, che cosa volevano da Miss Willatt e cosa
pensavano di lei, in privato? Non lo sapremo mai, né sentiremo più parlare di
loro. Essi sono irrimediabilmente tutt’uno con la terra.
Ormai rimane spazio solo per dare il succo di quell’ultimo lungo capitolo,
che Miss Linsett ha intitolato Appagamento. Di sicuro, è uno dei più strani.
Miss Linsett, che era profondamente affascinata dall’idea della morte, in sua
presenza cinguetta e fischietta, a stento imponendosi di giungere alla fine. È
più facile scrivere sulla morte, che è un’esperienza comune, che non su una
vita nella sua individualità; ci sono affermazioni generali che fa piacere usare
una volta tanto, e c’è qualcosa, nel dire addio a una persona, che porta con sé
buone maniere e sensazioni piacevoli. Inoltre, Miss Linsett aveva una
naturale diffidenza verso la vita, che era chiassosa e volgare e non l’aveva
mai trattata troppo bene, perciò coglieva ogni occasione per ricordare che gli
esseri umani muoiono, e lo faceva come se rimproverasse uno scolaro
maleducato. Volendo, si potevano riferire più dettagli di quegli ultimi mesi di
vita di Miss Willatt che non di tutto il suo passato. Sappiamo di preciso di
che cosa è morta. La narrazione rallenta fino ad assumere un passo da
funerale e ogni singola parola è assaporata, ma in verità si riduce a poco più
di questo. Miss Willatt soffriva da qualche anno di un disturbo intestinale, ma
ne aveva parlato solo agli amici più stretti. Poi, nell’autunno del 1884, si
buscò un’influenza. “Fu il principio della fine e da quel momento nutrimmo
poche speranze.” Una volta le dissero che stava morendo, ma “lei pareva
assorta nella tovaglietta a cui stava lavorando per il nipote”. Quando non poté
più alzarsi dal letto, non chiese di vedere nessuno, a parte la sua vecchia
cameriera, Emma Grice, che era stata con lei per trent’anni. Alla fine, la notte
del 18 ottobre, “una burrascosa notte d’autunno, gonfia di nuvole e raffiche di
pioggia”, Miss Linsett fu mandata a chiamare per l’ultimo saluto. Miss
Willatt era sdraiata, con gli occhi chiusi e la testa in penombra, appariva
“davvero grandiosa”. Miss Willatt giacque così tutta la notte, senza parlare né
muoversi né aprire gli occhi. A un certo punto sollevò la mano sinistra, “alla
quale portava l’anello nuziale della madre”, e la lasciò ricadere; tutti attesero
un altro segno ma, non sapendo che cosa volesse, non fecero nulla, e dopo
un’ora e mezza il copriletto rimase immobile; si avvicinarono dai loro angoli
e videro che era morta.
Dopo aver letto questa scena, con il suo accompagnamento di inutili
dettagli e ghirigori per far montare la tensione – come cambiasse colore e
loro le strofinassero la fronte con acqua di colonia, come Mr Sully fosse
venuto in visita e andato via subito dopo, come i rampicanti sbattessero alla
finestra, come la stanza fosse divenuta livida al sorgere dell’alba e come
infine i passeri cinguettassero e i carri ricominciassero a sferragliare lungo la
strada che porta alla piazza del mercato – si poteva vedere bene quanto a
Miss Linsett la morte piacesse, perché le dava delle emozioni e le faceva
sentire le cose come se significassero qualcosa. In quel momento, amò Miss
Willatt, e la sua morte, un istante dopo, la rese perfino felice. Era una fine
non disturbata dal rischio di un nuovo inizio. Ma più tardi, quando tornò a
casa e fece colazione, si sentì sola, perché la domenica avevano l’abitudine di
andare ai Kew Gardens insieme.

1 Christoph Christian Sturm, Beauties of Nature Delineated, Londra 1800. (N.d.T.)

2 Ovviamente, del XIX secolo. (N.d.T.)

3 Le parentesi sono di Virginia Woolf. (N.d.T.)

4 William Bright, A History of the Church, Londra, 1860. (N.d.T.)


5 Riferimento a un verso di William Wordsworth (1770-1850). (N.d.T.)

6 Riferimento a una serie di romanzi scritti da Walter Scott (1771-1832). (N.d.T.)

7 Harriet Martineau (1802-1876), giornalista e scrittrice, schierata per le riforme


sociali e animata da un forte spirito antiecclesiastico. (N.d.T.)
1917 – 1921
La macchia sul muro

Probabilmente è stato a metà gennaio di quest’anno quando per la prima


volta ho alzato gli occhi e visto la macchia sul muro. Per fissare una data è
necessario ricordare ciò che si è veduto. Così ora penso al fuoco, al velo
immobile di luce gialla sulla pagina del libro, ai tre crisantemi nella coppa
tonda di vetro sulla mensola del camino. Sì, doveva essere inverno, e
avevamo appena preso il tè, perché ricordo che stavo fumando una sigaretta
quando ho alzato gli occhi e visto per la prima volta la macchia sul muro.
Guardavo attraverso il fumo della sigaretta e lo sguardo si posò per un istante
sul carbone che bruciava, e mi tornò in mente la vecchia fantasia della
bandiera cremisi che sventola sulla torre del castello, e pensai a un corteo di
rossi cavalieri su per le pendici di una roccia nera. Con un certo sollievo, la
vista della macchia interruppe la fantasia, che è una vecchia fantasia, una
fantasia automatica, forse risalente all’infanzia. La macchia era una macchia
piccola, tonda, nera sul muro bianco, più o meno a dieci o undici centimetri
dalla mensola del camino.
Come fanno in fretta i pensieri a sciamare intorno a un nuovo oggetto,
sollevandolo appena, come formiche che trasportano febbrilmente un filo di
paglia, che poi abbandonano… Se quella macchia era stata prodotta da un
chiodo, non poteva essere per un quadro, ma casomai una miniatura – la
miniatura di una signora coi riccioli bianchi incipriati, e incipriate le gote, e
con le labbra simili a garofani rossi. Una crosta, naturalmente, perché le
persone che avevano questa casa prima di noi avrebbero scelto un quadro
così – un vecchio quadro per una vecchia stanza. Erano persone del genere –
gente interessante, e io penso spesso a loro nei posti più strani, perché non li
rivedrò mai più, mai più saprò che cosa gli è successo. Decisero di lasciare
questa casa perché intendevano cambiare stile di arredamento, così disse lui,
e stava anche per dire che a suo modo di vedere l’arte dovrebbe essere
sorretta dalle idee, quando fummo separati, come accade di esserlo dalla
vecchia lady che sta versando il tè o dal giovane uomo in procinto di colpire
la palla da tennis nel giardino di una villa fuori città, quando si passa in treno.
Ma per quel che riguarda la macchia, non sono sicura; non credo sia stata
prodotta da un chiodo; è troppo grande, troppo tonda. Potrei alzarmi, ma se
mi alzassi e andassi a vedere, scommetto dieci a uno che non sarei in grado di
dirlo con certezza, perché una volta che una cosa è fatta nessuno sa dire come
è accaduto. Ah Dio mio, il mistero della vita! L’imprecisione del pensiero!
L’ignoranza dell’umanità! Per mostrare quanto poco controllo abbiamo su ciò
che possediamo – che faccenda casuale sia la vita con tutta la nostra civiltà –
lasciatemi rifare il conto di alcune cose perdute nel corso di un’esistenza,
cominciando, perché questa sembra sempre la più misteriosa delle perdite –
quale gatto se li mangerebbe, quale topo li rosicchierebbe? – con tre cestini
azzurro chiaro, pieni di attrezzi per rilegare libri. E poi le gabbiette per gli
uccelli, i cerchi di ferro, i pattini d’acciaio, il secchio per il carbone in stile
regina Anna, il biliardino, l’organetto – tutto sparito, anche i gioielli. Opali e
smeraldi, finiti in mezzo alle radici delle rape. Tutto un gran daffare a scavare
e livellare, per esserne certi. Il miracolo è che io abbia ancora dei vestiti
addosso, che al momento sia seduta in mezzo a dei mobili solidi. Perché, se si
vuole paragonare la vita a qualcosa, bisognerebbe pensare di essere scagliati
in metropolitana alla velocità di cento chilometri orari, atterrando dall’altra
parte senza più una singola forcina tra i capelli. Sparati ai piedi di Dio
completamente nudi! Catapultati su prati di asfodeli, simili a pacchi postali
sballottati su e giù. Con i capelli al vento come la coda di un cavallo da corsa.
Sì, questo sembra esprimere la rapidità della vita, il perpetuo spreco e il suo
rimedio; tutto a caso, tutto confuso…
Ma dopo la vita. Il lento strappo dei grossi steli verdi finché il calice del
fiore, capovolgendosi, ci inonda di luce rossa e purpurea. Perché, in fin dei
conti, non potremmo nascere di là come si nasce qui, inermi, senza parole,
incapaci di mettere a fuoco lo sguardo, annaspando nell’erba, ai piedi dei
Giganti? Quanto a definire gli alberi, gli uomini e le donne, o se perfino tali
cose esistano, non si sarà in grado di farlo prima di cinquant’anni o giù di lì.
Nient’altro ci sarà che spazi di luce e tenebra, intervallati dai grossi steli, e
forse più in alto delle chiazze a forma di fiori di un colore indistinto – rosa
pallido, azzurro – che col passare del tempo diventeranno più definite,
diventeranno – non so cosa…
Eppure quella macchia sul muro non è per niente un buco. Potrebbe anche
essere stata causata da un qualche cosa di nero e tondo, come un piccolo
petalo di rosa, rimasto dall’estate scorsa, e io, che non sono una casalinga
molto attenta – guardate per esempio la polvere che c’è sulla mensola del
camino, la polvere che si dice seppellì Troia per tre volte, solo frammenti di
terracotta decisamente ribelli all’annientamento, come si può ben credere.1
L’albero fuori della finestra bussa dolcemente al vetro… Voglio pensare
in silenzio, con calma e agio, senza essere interrotta, senza dovermi alzare
dalla sedia, scivolando con facilità da una cosa all’altra, nessuna sensazione
di ostilità, di intralcio. Voglio affondare sempre più giù, lontano dalla
superficie, con i suoi fatti rigidamente separati. Per rimettermi in piedi,
lasciate che afferri la prima idea che passa… Shakespeare… Ma sì, può andar
bene lui come chiunque altro. Un uomo piazzato in poltrona, che guarda il
fuoco, così – Una pioggia continua di idee scroscia nella sua mente da un
cielo altissimo. Appoggia la fronte sulla mano, e la gente, guardando dentro
dalla porta aperta – la scena si suppone abbia luogo una sera d’estate – ma
che noia questa fantasia storica! Non mi interessa affatto. Vorrei potermi
imbattere in una traccia di pensieri piacevoli, una traccia che indirettamente
rifletta su di me un certo credito, perché sono questi i pensieri migliori, molto
frequenti nelle teste delle persone modeste color grigio topo, le quali davvero
credono che a loro non piace sentirsi lodate. Non sono pensieri che ci
elogiano direttamente – ed è la loro bellezza; sono pensieri come questo:
“E così entrai nella stanza. Stavano parlando di botanica. Raccontai di
aver visto un fiore che cresceva su un cumulo di polvere nel sito di una
vecchia casa di Kingsway. Il seme, dissi, deve essere stato piantato durante il
regno di Carlo I. Che fiori crescevano durante il regno di Carlo I?” domandai
– (ma non ricordo la risposta). Fiori alti con frange purpuree, probabilmente.
E così via. Tutto il tempo abbellisco nella mente l’immagine che ho di me,
con amore, in segreto, senza adorarla apertamente, perché se lo facessi mi
smaschererei da sola e stenderei la mano per proteggermi con un libro. In
effetti, è strano come venga istintivo proteggere la propria immagine
dall’idolatria o da qualsiasi altra manipolazione che possa renderla ridicola, o
troppo diversa dall’originale per poter essere ancora credibile. O forse non è
così strano, dopo tutto? È una questione di grande importanza. Supponiamo
che lo specchio si rompa, l’immagine scompare, e la romantica figura tutta
circondata dalla profondità di verdi foreste non c’è più, ma rimane solo quel
guscio vuoto di persona che gli altri vedono – come diventa asfittico, piatto,
desolato, nudo il mondo! Un mondo invivibile. Quando, sull’omnibus e in
metropolitana, ci guardiamo in faccia, noi guardiamo in uno specchio; il che
spiega la vaghezza, la luce vitrea dei nostri occhi. E i romanzieri in futuro si
renderanno conto sempre di più dell’importanza di tali riflessi, perché
naturalmente non c’è un solo riflesso, ma un numero quasi infinito; quelle
sono le profondità che esploreranno, quelli i fantasmi che inseguiranno,
lasciando sempre di più fuori dalle loro storie la descrizione della realtà,
dandone per scontata la conoscenza, come facevano i greci e forse
Shakespeare – ma queste generalizzazioni non hanno alcun valore. Basta il
suono militaresco della parola. Fa venire in mente articoli di fondo, membri
del governo – quell’intera classe di cose che da bambini si pensava fosse la
cosa in sé, la cosa comune, concreta, da cui non ci si poteva allontanare se
non a rischio di un’indicibile dannazione. Le generalizzazioni, in qualche
modo, riportano alla memoria le domeniche londinesi, le passeggiate della
domenica pomeriggio, i pranzi domenicali, e anche una certa maniera di
parlare dei morti, di abiti e abitudini – come quella di sedere tutti insieme in
una stanza fino a una cert’ora, anche se non piaceva a nessuno. C’era una
regola per ogni cosa. La regola per le tovaglie in quel particolare periodo era
che fossero di un tessuto a piccoli riquadri gialli, come si possono vedere
nelle foto dei tappeti nei corridoi dei palazzi reali. Tovaglie di diversa fattura
non erano vere tovaglie. Come era sconvolgente e tuttavia meraviglioso
scoprire che queste cose concrete, i pranzi e le passeggiate domenicali, le
case di campagna e le tovaglie non erano del tutto cose concrete, perché
erano di fatto mezzi fantasmi, e la dannazione che colpiva chi dubitava di
loro era solo un senso di illecita libertà. Mi chiedo: che cosa ha preso ora il
posto di quelle cose – di quelle cose comuni e concrete? Forse gli uomini, se
sei una donna; il punto di vista maschile che governa le nostre vite, che fissa
la norma e compila l’Almanacco Whitaker con il Registro delle Precedenze,2
quel punto di vista che – immagino – dopo la guerra è diventato un mezzo
fantasma per molti uomini e donne e presto, si spera, verrà deriso e gettato
nell’immondezzaio, dove finiscono i fantasmi, le credenze di mogano e le
stampe di Landseer,3 Dei e Demoni, l’Inferno e così via, lasciandoci tutti con
un inebriante senso di illecita libertà – ammesso che la libertà esista…
A seconda della luce, la macchia sul muro in realtà sembra sporgere dalla
parete. Non è del tutto tonda. Non sono sicura, ma sembra gettare un’ombra
percepibile, suggerendo che, se passassi il dito su quella striscia di muro, a un
certo punto risalirei e ridiscenderei una piccola gobba, una gobbetta liscia
come quei tumuli dei South Downs che sono, dicono, tombe o insediamenti.
Dei due, preferirei che fossero tombe, inclinando alla malinconia come la
maggior parte degli inglesi e trovando naturale, al termine di una passeggiata,
pensare alle ossa adagiate sotto terra… Deve esserci qualche libro
sull’argomento. E qualche archeologo deve avere disseppellito quelle ossa e
dato loro un nome… Mi chiedo: che tipo di uomo è un archeologo? Perlopiù
colonnelli in pensione, direi, che guidano squadre di attempati operai a
esaminare lassù in cima zolle di terra e sassi, intrattenendosi in
corrispondenza con il clero dei dintorni, le cui lettere, aperte all’ora di
colazione, li fanno sentire importanti, e, se per confrontare le punte di freccia
è necessario attraversare il Paese per andare in città, è un’occorrenza
piacevole tanto per loro quanto per le loro anziane mogli, che desiderano fare
la marmellata di prugne o pulire a fondo lo studio, avendo tutte le ragioni per
tenere eternamente aperta la grande questione se trattasi di insediamento o
tombe, mentre lo stesso colonnello si sente piacevolmente filosofico
nell’accumulare prove in favore di entrambe le ipotesi. È vero che in
definitiva propende per l’insediamento e che, essendo contraddetto, redige un
pamphlet che è sul punto di leggere al raduno periodico dell’associazione
locale, quando un colpo lo stende e i suoi ultimi pensieri coscienti non sono
per la moglie o il figlio, ma per l’insediamento e quella punta di freccia ora
conservata in una vetrina del museo locale, insieme al piede di un’assassina
cinese, a una manciata di chiodi elisabettiani, molte pipe Tudor di argilla, un
frammento di terracotta romana e il bicchiere da vino da cui bevve Nelson – a
testimoniare davvero non so che cosa.
No no, niente è provato, niente è conosciuto. E se in questo preciso
momento mi alzassi per accertarmi che la macchia sul muro in realtà è – cosa
vogliamo dire? – la testa di un gigantesco vecchio chiodo, piantato duecento
anni fa, che ora, grazie al paziente sfregare di molte generazioni di cameriere,
è riemersa fuori dallo strato di pittura e sta dando la sua prima occhiata alla
vita moderna, vedendo una stanza dai muri bianchi illuminata dal fuoco, in
cosa guadagnerei? In conoscenza? In materia per ulteriori speculazioni?
Posso pensare sia seduta sia in piedi. E che cos’è la conoscenza? Cosa sono i
nostri uomini di cultura, se non i discendenti di streghe ed eremiti che,
accovacciati nelle grotte e nei boschi, distillavano erbe, interrogavano i
topiragno e trascrivevano il linguaggio delle stelle? Li onoriamo sempre
meno, via via che le nostre superstizioni diminuiscono e cresce in noi il
rispetto per la bellezza e la forza della mente… Sì, potremmo immaginare un
mondo veramente piacevole. Un mondo quieto, vasto, con fiori rossi e azzurri
nei campi aperti. Un mondo senza professori, specialisti o guardiani con
profili da poliziotto, un mondo che si potrebbe tagliare a fette con il pensiero
come un pesce taglia l’acqua con le pinne, cibandosi degli steli delle ninfee,
rimanendo sospeso sopra nidi di bianche uova di mare… Come è tranquillo
quaggiù, radicati al centro del mondo, guardando in alto attraverso l’acqua
grigia, con i suoi improvvisi lampi di luce e i suoi riflessi – se non fosse per
l’Almanacco Whitaker – se non fosse per il Registro delle Precedenze!
Bisogna che salti su e veda io stessa che cosa realmente sia quella macchia
sul muro – un chiodo, un petalo di rosa, una crepa nella parete?
Ecco di nuovo la natura con il suo vecchio giochetto
dell’autoconservazione. Questo filo di pensieri, lei si rende conto, minaccia di
diventare un mero spreco di energia, addirittura uno scontro con la realtà,
perché chi sarà mai in grado di alzare un dito contro il Registro delle
Precedenze dell’Almanacco Whitaker? L’Arcivescovo di Canterbury è
seguito dal Lord Cancelliere4 e a questo segue l’Arcivescovo di York.
Ognuno segue qualcun altro, questa è la filosofia del Whitaker; e la cosa più
importante è sapere chi segue chi. Il Whitaker lo sa, e tu lascia che questo ti
conforti, come consiglia la natura, invece che farti arrabbiare; e se non ti
conforta, se devi proprio fare a pezzi quest’ora di pace, pensa alla macchia
sul muro.
Capisco il gioco della natura – il suo spingerci all’azione come mezzo per
cessare ogni pensiero che minacci di dare piacere o dolore. Da qui,
immagino, viene il nostro leggero disprezzo per gli uomini d’azione – uomini
che noi supponiamo non pensino. Comunque, non c’è niente di male nel
mettere un punto ai pensieri sgradevoli guardando una macchia sul muro.
E adesso che davvero vi ho fissato sopra lo sguardo, mi sento come se mi
fossi aggrappata a una zattera in mare; avverto un confortante senso di realtà
che all’istante trasforma i due arcivescovi e il Lord Cancelliere in ombre di
ombre. Ecco qualcosa di definito, di reale. Così, risvegliandoci da un incubo
nel cuore della notte, accendiamo in fretta la luce e rimaniamo sdraiati, in
adorazione della cassettiera, in adorazione della solidità, della realtà, del
mondo impersonale che è prova di un’altra esistenza, oltre alla nostra. Questo
è ciò di cui vogliamo essere sicuri… Il legno è una cosa piacevole a cui
pensare. Viene dagli alberi, e gli alberi crescono, e noi non sappiamo come
crescano. Per anni e anni essi crescono, senza fare caso a noi, nei prati, nei
boschi, e lungo i fiumi – tutte cose a cui è piacevole pensare. Sotto di loro, le
mucche agitano la coda nei caldi pomeriggi; i fiumi vengono dipinti così
verdi che quando una gallinella d’acqua vi si tuffa ci aspettiamo di vederla
riapparire con le piume tutte verdi. Mi piace pensare ai pesci fermi
controcorrente, simili a bandiere al vento, e agli insetti d’acqua che erigono
lentamente cupole di fango sul letto del fiume. Mi piace pensare all’albero in
sé: prima alla sensazione solida e asciutta di essere legno, poi al turbine della
tempesta e dopo ancora al lento, delizioso fluire della linfa. Mi piace anche
pensarlo nelle notti d’inverno, quando sta ritto in un campo vuoto, con tutte le
foglie accartocciate, nessuna parte tenera esposta ai proiettili d’acciaio della
luna, un pennone nudo su una terra che rotola, rotola tutta la notte. Il canto
degli uccelli deve risuonare forte e strano, in giugno; e come devono
sembrargli fredde le zampe degli insetti, mentre avanzano laboriosamente fra
le pieghe della corteccia o si scaldano al sole sotto la delicata tenda verde
delle foglie, guardando dritto davanti a sé con i loro sfaccettati occhi rossi…
Una a una le fibre si spezzano sotto l’immensa pressione fredda della terra,
poi viene l’ultima burrasca e, cadendo, i rami più alti ritornano di nuovo
dentro la terra. Anche così la vita non è finita; per un albero, ci sono ancora
milioni di vite pazienti e vigili in tutto il mondo, nelle camere da letto, sulle
navi, sui marciapiedi o in stanze private, dove uomini e donne siedono a
fumare dopo il tè. È pieno di pensieri sereni, di pensieri gioiosi, quest’albero.
Mi piacerebbe prenderli uno a uno separatamente – ma qualcosa si
intromette… Dove ero? Di cosa si trattava? Di un albero? Un fiume? Dei
Downs? Dell’Almanacco Whitaker? Dei campi di asfodeli? Non ricordo più
niente. Tutto si muove, cade, scivola, svanisce… C’è un vasto rivolgimento
della materia. Qualcuno è ritto sopra di me e dice:
“Esco a comprare il giornale.”
“Sì?”
“Anche se non serve comprare i giornali… Non succede mai niente.
Accidenti a questa guerra, Dio la maledica, la guerra! Comunque non vedo
perché dovremmo avere una lumaca sul muro.”
Ah, la macchia sul muro! Era una lumaca.

1 Nell’edizione del 1921, a cui qui si fa riferimento, questa frase rimane in sospeso.
(N.d.T.)
2 L’Almanacco Whitaker è una variante del “Who’s Who”, che riguarda
l’aristocrazia e gli alti apparati dello Stato e della Chiesa britannici. (N.d.T.)

3 Stampe molto diffuse in epoca vittoriana con le illustrazioni di flora e fauna di


Sir Edwin Henry Landseer (1802-1873). (N.d.T.)
4 Corrisponde più o meno al nostro ministro della giustizia. (N.d.T.)
Kew Gardens

Dall’aiuola ovale sorgeva forse un centinaio di steli che a metà altezza si


allargavano in foglie a forma di cuore o di lingua e sulla punta si aprivano in
petali rossi, azzurri o gialli con macchie di colore in rilievo sulla superficie; e
dal rosso, azzurro o giallo scuro delle loro gole emergeva un’asta dritta,
spolverata d’oro e leggermente ricurva alla fine. I petali erano abbastanza
grandi da essere agitati dalla brezza estiva e, quando si muovevano, le luci
rosse, azzurre e gialle passavano dall’uno all’altro, tingendo un po’ della
scura terra sottostante di una macchia di colore molto intricato. La luce
cadeva sia sul dorso liscio e grigio di un ciottolo, sia sul guscio dalle brune
venature circolari di una lumaca, oppure, cadendo su una goccia di pioggia,
ne dilatava le sottili pareti d’acqua con una tale intensità di rosso, azzurro e
giallo che ci si sarebbe aspettato che esse scoppiassero, svanendo in un
istante. La goccia invece rimase per un attimo di un grigio argento e la luce si
posò ora sulla pelle di una foglia, svelando la delicata nervatura delle fibre
sotto la superficie, e di nuovo si mosse spargendo la sua luminosità nei vasti
spazi verdi sotto la cupola delle foglie a forma di cuore e lingua. Poi la brezza
soffiò più forte in alto e i colori scintillarono nell’aria intorno e negli occhi
degli uomini e delle donne che in luglio passeggiavano ai Kew Gardens.
Le figure di questi uomini e donne vagavano lungo l’aiuola con un curioso
movimento irregolare, non dissimile da quello delle farfalle bianche e blu che
da un’aiuola all’altra volavano a zigzag sul prato. L’uomo precedeva la donna
di quasi mezzo metro, passeggiando incurante, mentre lei avanzava con
piglio più deciso, voltando solo di tanto in tanto il capo per vedere che i
bambini non rimanessero troppo indietro. L’uomo manteneva di proposito,
benché forse inconsciamente, questa distanza dalla donna perché voleva
andare avanti con i suoi pensieri.
Quindici anni fa, qui ci sono venuto con Lily, pensava. Ci siamo seduti da
qualche parte laggiù vicino al lago e per tutto quel caldo pomeriggio l’ho
supplicata di sposarmi. C’era una libellula che ci volteggiava intorno; come la
rivedo con chiarezza quella libellula e la scarpa di lei con la fibbia quadrata
d’argento sulla punta. Mentre parlavo, guardavo la sua scarpa e quando
cominciò a muoverla con impazienza seppi senza alzare gli occhi che cosa
avrebbe detto: tutta lei sembrava essere in quella scarpa. Il mio amore e il
mio desiderio erano invece nella libellula; per qualche ragione pensai che se
si fosse posata là, sulla foglia, quella larga con il fiore rosso al centro, se la
libellula si fosse posata sulla foglia, lei mi avrebbe detto subito di sì. Ma la
libellula continuò a volare e volare: non si posava mai da nessuna parte,
naturalmente no, per fortuna, no, perché altrimenti non sarei qui a passeggiare
con Eleanor e i bambini… “Dimmi, Eleanor, ci pensi mai al passato?”
“Perché me lo chiedi, Simon?”
“Perché stavo pensando al passato. Pensavo a Lily, la donna che avrei
potuto sposare… Ma perché sei silenziosa? Ti dispiace che io pensi al
passato?”
“Perché dovrebbe dispiacermi, Simon? Non si pensa sempre al passato in
un giardino dove uomini e donne stanno distesi sotto gli alberi? Non sono
forse loro il nostro passato, tutto ciò che ne rimane, quegli uomini e donne,
quei fantasmi distesi sotto gli alberi… la nostra felicità, la nostra realtà?”
“Per me, il passato è una fibbia quadrata d’argento e una libellula.”
“Per me, è un bacio. Immagina sei ragazzine sedute davanti ai loro
cavalletti, vent’anni fa, laggiù al lago, mentre dipingono le ninfee, le prime
ninfee rosse che abbia mai visto. E all’improvviso un bacio, qui sulla nuca.
La mia mano ha tremato per tutto il pomeriggio, al punto che non potevo
dipingere. Tirai fuori l’orologio e stabilii l’ora in cui mi sarei concessa di
ripensare a quel bacio per cinque minuti soltanto – era così prezioso – il bacio
di una vecchia con i capelli grigi e una verruca sul naso, la madre di tutti i
baci della mia vita. Vieni Caroline, vieni Hubert.”
Oltrepassarono l’aiuola, camminando ora tutti e quattro affiancati, e presto
rimpicciolirono fra gli alberi, apparendo quasi trasparenti, mentre la luce e
l’ombra fluttuavano sulle loro spalle in larghe chiazze irregolari e tremolanti.
Nell’aiuola ovale, la lumaca, il cui guscio si era macchiato di rosso,
azzurro e giallo per qualcosa come un paio di minuti, ora parve muoversi
molto lentamente, e subito dopo cominciò a trascinarsi a fatica sulla terra
friabile, che si spaccava e franava al suo passaggio. Sembrava che avesse
davanti a sé una meta precisa, distinguendosi in questo dal curioso insetto
verde con le zampe lunghe e nodose, che tentò di sbarrarle il cammino e
attese per un istante con le antenne tremanti, come se stesse decidendo, per
avviarsi poi, rapido e strano, nella direzione opposta. Rupi scure con profondi
laghi verdi nelle loro cavità, alberi piatti e sottili come lame, scossi dalle
radici alla cima, massi tondi di pietra grigia, vaste superfici bitorzolute di
consistenza sottile e scricchiolante – erano tutti ostacoli sul cammino della
lumaca nel suo procedere fra uno stelo e l’altro verso la meta. Prima ancora
che decidesse se circumnavigare la tenda arcuata di una foglia morta o se
prenderla di petto, passarono oltre l’aiuola i piedi di altri esseri umani.
Questa volta erano due uomini. Il più giovane aveva un’espressione di
calma forse innaturale; quando il suo amico parlava, egli alzava gli occhi e li
fissava dritto davanti a sé, mentre non appena l’altro cessava di parlare
volgeva di nuovo lo sguardo a terra, talvolta aprendo le labbra dopo una
lunga pausa, talaltra non aprendole affatto. Il più anziano aveva un modo di
camminare curiosamente discontinuo e incerto, muovendo bruscamente
avanti la mano e di colpo gettando la testa indietro, un po’ alla maniera di un
impaziente cavallo da carrozza, stanco di aspettare davanti a una casa;
nell’uomo però tali gesti erano indecisi e privi di scopo. Parlava quasi di
continuo; sorrideva fra sé e sé e di nuovo riprendeva a parlare, come se il
sorriso fosse una risposta. Parlava di spiriti – gli spiriti dei morti che, secondo
lui, anche adesso gli stavano raccontando ogni genere di stranezze sulle loro
esperienze in Paradiso.
“Gli antichi chiamavano Paradiso la Tessaglia, William, e adesso, con
questa guerra, la materia dello spirito precipita come il tuono fra le colline.”
Fece una pausa, parve ascoltare, sorrise, mosse bruscamente la testa e
continuò:
“Hai una piccola batteria elettrica e un pezzo di gomma per isolare il filo –
isolare? separare?… bene, sorvoliamo sui dettagli, non serve entrare in
dettagli che tanto non sarebbero capiti – per farla breve, il piccolo
marchingegno va messo nella giusta posizione alla testa del letto, diciamo, su
di un solido sostegno di mogano. Una volta sistemato tutto per bene dagli
operai sotto la mia direzione, la vedova avvicina l’orecchio ed evoca lo
spirito con un segno stabilito. Donne! Vedove! Donne vestite a lutto!”
A questo punto sembrò che avesse visto in lontananza il vestito di una
donna, che all’ombra pareva di un nero violetto. L’uomo si tolse il cappello,
mise la mano sul cuore e si affrettò verso di lei mormorando e gesticolando in
maniera febbrile. Ma William lo prese per la manica e con la punta del
bastone da passeggio toccò un fiore per distrarre l’attenzione del vecchio. Il
quale, dopo averlo guardato per un momento in confusione, accostò
l’orecchio al fiore e sembrò rispondere a una voce che provenisse da esso, e
così cominciò a parlare delle foreste dell’Uruguay visitate un centinaio di
anni prima insieme alla donna più bella d’Europa. Lo si poteva udire mentre
borbottava di foreste dell’Uruguay ricoperte dai petali di cera delle rose
tropicali, e di usignoli, spiagge, sirene e donne annegate, mentre si lasciava
trascinare da William, sul cui viso lentamente ma sempre più chiara si
accentuava un’espressione di pazienza stoica.
Due donne anziane della piccola borghesia, una tozza e pesante, l’altra
agile e con le guance rosee, seguivano i suoi passi tanto vicino da essere un
po’ sconcertate per i suoi gesti. Come la maggior parte degli individui della
loro condizione, erano onestamente affascinate da qualsiasi segno di
eccentricità che fa presupporre una mente bizzarra, soprattutto fra le persone
agiate; tuttavia, erano troppo distanti per essere sicure che quei gesti fossero
soltanto eccentrici o non piuttosto autenticamente folli. Dopo avere scrutato
per un poco in silenzio la schiena del vecchio ed essersi scambiate una strana
occhiata maliziosa, proseguirono rimettendo insieme con energia i pezzi del
loro complicatissimo dialogo:
“Nell, Bert, Lot, Cess, Phil, Papi, dice lui, dico io, dice lei, dico io, io,
io…”
“Il mio Bert, mi’ sorella, Bill, nonno, il vecchio, zucchero,
Zucchero, farina, aringhe, verdura,
zucchero, zucchero, zucchero.”

La donna più robusta fissava con una curiosa espressione, attraverso la


trama di quella cascata di parole, i fiori che si ergevano freschi, vigorosi e
ben piantati in terra. Li guardava come chi, destandosi da un sonno profondo,
vede un candelabro di ottone che riflette la luce in maniera insolita, e chiude
gli occhi e li riapre, e guardando di nuovo il candelabro, finalmente si sveglia
completamente e lo fissa con tutte le proprie forze. Così la donna robusta si
fermò davanti all’aiuola ovale e smise persino di fingere di ascoltare ciò che
l’altra stava dicendo. Se ne stava lì immobile, lasciando che le parole le
scivolassero addosso, e intanto dondolava lentamente la parte superiore del
corpo, avanti e indietro, mentre guardava i fiori. Poi suggerì di trovare un
posto dove sedersi e prendere il tè.
La lumaca aveva ormai considerato ogni possibile maniera per
raggiungere la meta senza girare intorno alla foglia morta o doverci salire
sopra. A parte lo sforzo necessario per salire su una foglia, era in dubbio se il
suo sottile tessuto, che vibrava con uno scricchiolio così allarmante non
appena sfiorato con la punta delle corna, avrebbe sostenuto il proprio peso;
questo la convinse finalmente a strisciarvi sotto, perché c’era un punto in cui
la foglia si inarcava abbastanza in alto da terra da permetterle il passaggio.
Aveva giusto infilato la testa nella fessura, esaminandone l’alta volta, mentre
si abituava alla fresca luce bruna, quando altre due persone passarono fuori
dell’aiuola, sul prato. Questa volta erano tutti e due giovani, un ragazzo e una
ragazza. Erano entrambi nel fiore della giovinezza, o perfino in quella
stagione che precede il fiore della giovinezza, prima che le lisce e rosee
pieghe del fiore abbiano squarciato il loro involucro vischioso, quando le ali
della farfalla, anche se già pienamente sviluppate, sono ancora immobili al
sole.
“Per fortuna non è venerdì,” osservò lui.
“Perché? Credi nella fortuna?”
“Il venerdì si pagano sei penny.”
“E che vuoi che siano sei penny? La cosa non li vale?”
“La cosa? Quale cosa?”
“Oh, una cosa qualsiasi… voglio dire… sai che voglio dire.”
Lunghe pause intervallavano tali osservazioni, pronunciate con voci
monotone e piatte. La coppia si fermò al bordo dell’aiuola; insieme
spingevano la punta del parasole di lei nella terra molle. Il gesto e il fatto che
la mano di lui indugiasse su quella di lei esprimevano i loro sentimenti in una
maniera strana, come del resto anche le loro poche parole insignificanti
esprimevano qualcosa, parole dalle ali troppo corte per un corpo pesante di
significato, inadeguate a portarli lontano e che perciò si posavano impacciate
sugli oggetti più comuni che gli stavano intorno e che erano tanto massicci al
loro tocco inesperto: ma chi sa (così pensavano mentre spingevano il parasole
nella terra) quali precipizi si nascondono in loro, o quali pendii di ghiaccio
non scintillano al sole dall’altra parte? Chi lo sa? Chi l’ha mai visto prima
d’ora? Perfino quando lei si chiese che tipo di tè servissero a Kew, lui sentì
che qualcosa si profilava oltre le sue parole, ergendosi vasto e solido dietro di
esse; subito dopo la foschia si alzò molto lentamente e scoprì – oh Dio, che
cos’erano quelle forme? – dei tavolini bianchi e delle cameriere che
guardavano prima lei e poi lui; e ci sarebbe stato un conto che lui avrebbe
pagato con una vera moneta da due scellini, ed era vero, tutto era vero, si
rassicurava lui toccando la moneta in tasca, vero per tutti, tranne che per lui e
lei; anche a lui cominciò a sembrare vero; e poi – ma tutto era troppo
emozionante per poter rimanere ancora fermo a pensare – tirò fuori il
parasole da terra con uno strattone, impaziente di trovare il posto dove si
prendeva il tè con gli altri e come gli altri.
“Vieni, Trissie, è ora di prendere il tè.”
“Dove mai si prende il tè?” chiese lei con uno strano fremito di emozione
nella voce, mentre si guardava intorno con aria incerta e si lasciava trainare
per il sentiero erboso, trascinando il parasole, volgendo il capo di qua e di là,
dimenticandosi del tè, desiderando andare laggiù e quaggiù, ricordandosi
delle orchidee e delle gru tra i fiori selvatici, di una pagoda cinese e di un
uccello dalla cresta color cremisi; ma lui la spingeva avanti.
Così una coppia dopo l’altra passarono oltre l’aiuola con la stessa andatura
irregolare e senza scopo, e strato dopo strato furono avvolti da un vapore
verde-azzurro, in cui da principio i corpi conservavano la loro consistenza e
un tocco di colore, subito dopo dissolvendosi – consistenza e colore –
nell’atmosfera verde-azzurra. Che caldo faceva! Così caldo che perfino il
tordo aveva deciso di saltellare, simile a un uccello meccanico, all’ombra dei
fiori, con lunghe pause fra un movimento e l’altro; invece di gironzolare
vagabonde, le farfalle bianche danzavano una sull’altra, formando, con i loro
bianchi zigzag incostanti, il profilo di una colonna di marmo sui fiori più alti;
i tetti di vetro della serra per le palme scintillavano come se un intero mercato
pieno di luccicanti ombrelli verdi si fosse aperto al sole; e nel rombo di un
aeroplano la voce del cielo estivo borbottava la propria anima focosa. Giallo
e nero, rosa e bianco candido, forme di tutti questi colori, uomini, donne e
bambini punteggiarono per un istante l’orizzonte, poi, vedendo la gran
quantità di giallo che c’era sull’erba, ondeggiarono cercando l’ombra degli
alberi, dissolvendosi come gocce d’acqua nell’atmosfera verde e gialla,
macchiandola delicatamente di rosso e di azzurro. Sembrava che tutti i corpi
rozzi e pesanti fossero sprofondati nella calura immobile e giacessero
raggomitolati a terra, mentre le loro voci fluttuavano intorno a essi, quasi
fossero fiammelle scaturite dal denso corpo cereo di una candela. Voci, sì,
voci. Voci senza parole che rompevano all’improvviso il silenzio con una
gioia tanto profonda, con tale passione e desiderio, oppure, nelle voci dei
bambini, con tale freschezza e senso di sorpresa… rompevano il silenzio? Ma
non c’era silenzio; per tutto il tempo gli omnibus facevano girare le loro
ruote, cambiando marcia; come un grande nido di scatole cinesi tutte
d’acciaio lavorato, che ruotano senza posa l’una nell’altra, la città
mormorava; e su ogni cosa le voci si levavano alte e i petali di miriadi di fiori
spandevano nell’aria il loro colore.
La festa

Ah, aspettiamo un momento! C’è la luna; il cielo è limpido; ed ecco qui la


massa scura della terra, coperta dagli alberi, profilarsi contro il cielo. Le
fluide nuvole d’argento guardano giù alle onde dell’Atlantico. Il vento soffia
leggero dietro l’angolo, sollevandomi il soprabito, trattenendolo dolcemente
nell’aria prima di lasciarlo ricadere esausto, simile al mare che ora si ingrossa
e trabocca e poi si ritira. La strada è quasi vuota; alle finestre le tende sono
tirate; le fiancate gialle e rosse dei transatlantici formano per un istante una
chiazza sul blu delle onde. Dolce è l’aria della notte. Le ragazze a servizio si
attardano alla buca delle lettere oppure scherzano all’ombra del muro su cui
l’albero rovescia la sua scura pioggia di boccioli. Alla stessa maniera, le
falene si agitano sulla corteccia del melo, suggendo lo zucchero con il lungo
filo nero della loro proboscide. Dove siamo? Quale casa sarà la casa dove è la
festa? Tutte queste finestre rosa e gialle non dicono niente. Ah – dietro
l’angolo, a metà strada, dove la porta è spalancata – aspetta un momento.
Restiamo a guardare gli ospiti, uno, due, tre, risucchiati dalla luce, simili alle
falene che sbattono contro il vetro di una lanterna appoggiata in terra, nel
bosco. Ecco un taxi dirigersi velocemente verso lo stesso punto. Una pallida e
corpulenta lady ne discende per poi entrare in casa; un gentiluomo in frac
paga il conducente e la segue come se fosse anche lui di fretta. Vieni, o
faremo tardi.
Su ogni sedia c’è un piccolo rigonfiamento morbido; pallidi sbuffi di tulle
decorano le lucide sete; le candele ardono su entrambi i lati della specchiera
ovale con le loro fiammelle a goccia; ci sono spazzole di fine tartaruga;
bottiglie intagliate e con il tappo d’argento. Apparirà sempre così la casa?
Non è forse questa la sua essenza, il suo spirito? Qualcosa ha dissolto la mia
faccia. Fra i vapori argentei delle candele, compare appena. Le persone mi
passano accanto senza vedermi. Hanno tutti una faccia. Facce su cui le stelle
sembrano risplendere nel loro roseo incarnato. La stanza è piena di sagome
vivide anche se inconsistenti; stanno in piedi erette, davanti a scaffali dove si
allinea una gran quantità di libri; le teste e le spalle coprono gli spigoli delle
cornici dorate dei quadri; e il gran numero dei corpi, lisci come statue di
pietra, si ammassa contro qualcosa di grigio, di tumultuoso, ma anche lucente
come fosse d’acqua, al di là delle finestre senza tende.
“Vieni in un angolo e parliamo.”
“Meravigliosi! Meravigliosi, gli esseri umani! Spirituali e meravigliosi!”
“Ma non esistono. Non vedi il laghetto oltre la testa del professore? Non
vedi il cigno che nuota oltre la gonna di Mary?”
“Posso vedere roselline purpuree tutto intorno a loro.”
“Le roselline purpuree sono giusto come le lucciole che abbiamo visto
insieme a Firenze, in mezzo a un glicine, atomi di luce fluttuante, che mentre
fluttuano bruciano… bruciano, e non pensano.”
“Bruciano e non pensano. Come tutti i libri alle nostre spalle. Come
Shelley, e come Blake. Lanciali in aria e guarda i loro versi venire giù come
sfavillanti paracaduti d’oro, che volteggiano spargendo una pioggia di
gemme stellate.”
“Posso citare Shelley? Via! La brughiera è buia sotto la luna.”1
“Aspetta! Non condensare questa piacevole atmosfera in gocce di pioggia
sul selciato. Respiriamo ancora la polvere di fuoco.”
“Lucciole in mezzo al glicine.”
“Senza cuore, lo ammetto. Ma guarda quanti fiori in boccio ci sono; sono
come grandi lampadari d’oro e di un tenue viola, pendenti dal cielo. Non
senti la sottile polvere d’oro attaccarsi addosso, non appena si entra, e come
le pareti color ardesia sbattono vischiose o si tendono simili a tamburi,
mentre ci lanciamo sempre più a fondo tra i petali?”
“Incombe il professore.”
“Ci dica, professore…”
“Signora?”
“Dal suo punto di vista, è necessario scrivere secondo la grammatica? E la
punteggiatura? La questione delle virgole in Shelley mi interessa
profondamente.”
“Sediamoci. A dire il vero le finestre lasciate aperte dopo il tramonto – qui
dietro la schiena – per piacevole che sia la conversazione – Chiedeva delle
virgole di Shelley. Una questione di una certa importanza. Lì, appena alla sua
destra. La Oxford Edition. I miei occhiali! La tortura degli abiti da sera! Non
oso leggere – Inoltre le virgole – Le attuali edizioni sono esecrabili. Fatte
apposta per intonarsi con la modestia attuale; perché confesso che trovo ben
poco da ammirare nell’attualità.”
“Sono completamente d’accordo con lei.”
“Davvero? Temevo di no. Alla sua età, e nei suoi panni.”
“Sir, trovo ben poco da ammirare fra gli antichi. Fra i classici, Shelley,
Keats, Browne, Gibbon; c’è una sola pagina che si possa citare per intero, un
paragrafo perfetto, una frase che sia una, che non si desideri corretta dalla
penna di Dio o dell’uomo?”
“Sst, signora. La sua obiezione ha un certo peso, ma difetta di sobrietà.
Inoltre la sua scelta dei nomi… In quale stanza dello spirito metterebbe
insieme Shelley con Gibbon? A meno che proprio il loro ateismo… Ma
andiamo al punto. Il paragrafo perfetto, la frase perfetta: uhm, la mia
memoria… e poi ho dimenticato gli occhiali sulla mensola del camino. Mi
creda. Ma la sua critica si applica alla vita stessa.”
“Di sicuro questa sera…”
“Suppongo che la penna di un uomo non avrebbe difficoltà a riscriverla.
Con la finestra aperta – e la corrente nella schiena –, lasciate che lo dica
sottovoce, la conversazione di queste signore è piena di onestà e buone
intenzioni, con idee esaltate sulla sorte di qualche nero che proprio ora starà
lavorando duramente a frustate, per procurare la gomma a qualcuna delle
nostre amiche qui impegnate in amabili conversari. Tanto per godersi la
perfezione di cui parlava…”
“Ho capito il suo punto di vista. Bisogna escludere.”
“La maggior parte delle cose.”
“Ma per sostenerlo fino in fondo dobbiamo andare alla radice delle cose;
perché ho l’impressione che il suo modo di vedere sia soltanto come una di
quelle sbiadite violette che, in occasione di qualche fiera, la sera si comprano
e si piantano in terra e al mattino le ritrovi appassite. Lei rimane dell’idea che
Shakespeare fosse uno che escludeva?”
“Signora, io non rimango di nessuna idea. E queste dame mi hanno messo
di cattivo umore.”
“Sono piene di buone intenzioni. Hanno piantato le loro tende sulle rive di
qualche affluente minore, e di lì intingono nel veleno le loro frecce di canna,
con i capelli in disordine e la pelle dipinta di giallo, sbucando fuori di tanto in
tanto per piantare quelle frecce nei fianchi dei benestanti; perché è fatta così
la gente piena di buone intenzioni.”
“Le loro frecce fanno male. Come i dolori reumatici.”
“Il professore è già andato via? Poverino.”
“Del resto, alla sua età come potrebbe avere ancora ciò che noi alla nostra
stiamo già perdendo. Voglio dire…”
“Sì?”
“Non ricordi quando nella prima infanzia, per gioco o per caso, se si
saltava una pozzanghera o si arrivava alla finestra del pianerottolo, una scossa
impercettibile congelava l’intero universo in una solida palla di cristallo, che
per un istante si poteva tenere in mano? Ho una specie di mistica convinzione
che tutto il passato e anche il futuro, le lacrime e le ceneri di ogni generazione
si raccolgano in quel tipo di palla; era allora che noi eravamo interamente noi
stessi; perché allora niente poteva essere escluso; e quella era una sicurezza…
la felicità. In seguito, invece, quei globi di cristallo ci si dissolvono in mano.
Qualcuno parla dei neri. Ecco cosa succede a cercare di dire quel che si
intende. Si dicono cose prive di senso.”
“Precisamente. Però che cosa triste il senso. E che grande rinuncia
rappresenta. Ascolta un momento. Scegli una di queste voci. Adesso. ‘Deve
sembrare così freddo qui, dopo l’India. Per sette anni. Del resto, è tutta
questione di abitudine.’ Ecco il senso. Ecco il consenso. Hanno puntato lo
sguardo su qualcosa che è visibile a ciascuno di loro. Non tentano più di
fissare la piccola scintilla di luce, la piccola ombra violetta, che potrebbe
rappresentare una terra fertile sul filo dell’orizzonte, o anche solo un fugace
bagliore sull’acqua. I rapporti interpersonali degli esseri umani sono ormai
tutto un compromesso… tutto un tenersi al sicuro. E così non scopriamo più
niente; smettiamo di esplorare; smettiamo di credere che ci sia qualcosa da
scoprire. ‘Sono cose prive di senso,’ dici tu; e vuoi dire che non vedrò il tuo
globo di cristallo; e io un po’ mi vergogno a provarci.”
“I discorsi sono una vecchia rete lacera da cui i pesci fuggono non appena
gliela si butta sopra. Probabilmente è meglio il silenzio. Proviamo. Vieni alla
finestra.”
“È una strana cosa, il silenzio. La mente diviene come una notte senza
stelle; ed ecco una meteora, splendente, scivolare solcando il buio e subito
estinguersi. Non ringraziamo mai abbastanza per questo spettacolo.”
“Siamo una razza così ingrata! Quando guardo la mia mano sul davanzale
della finestra e penso al piacere che mi ha dato, a come ha toccato la seta, la
porcellana e i muri roventi, si è posata aperta sull’erba umida o bruciata dal
sole, ha lasciato che l’Atlantico schizzasse passandole fra le dita, ha strappato
campanule e narcisi, e raccolto susine mature; neppure per un secondo, da
quando sono nata, ha cessato di comunicarmi il caldo e il freddo, l’umido e
l’asciutto; sono scioccata dal fatto che dovrei usare questo meraviglioso
composto di carne e sangue per esprimere la violenza della vita. Eppure è ciò
che facciamo. Perché a pensarci, la letteratura è la registrazione del nostro
scontento.”
“L’emblema della nostra superiorità; il nostro diritto alla promozione.
Ammettilo, le persone scontente ti piacciono di più.”
“Mi piace la voce malinconica del mare in lontananza.”
“Che cosa sono questi discorsi sulla malinconia alla mia festa? È naturale
se ve ne state tutti e due lì a bisbigliare in un angolo. Venite con me per farvi
presentare. Ecco Mr Nevill, che ama quel che scrivi.”
“In tal caso… Buonasera.”
“Da qualche parte, adesso non ricordo il nome del giornale, c’era qualcosa
scritto da lei… ho dimenticato il titolo dell’articolo – o si trattava di un
racconto? Lei scrive racconti? Non scrive poesie? Sono così tanti gli amici
che… e ogni giorno viene fuori qualcosa di nuovo che… che…”
“Che non si riesce a leggere.”
“Sì, può sembrare sgarbato, ma per essere onesto, occupato come sono
tutto il giorno in faccende di natura complicata o comunque faticosa, il tempo
che mi resta per la letteratura lo dedico ai…”
“Morti?”
“Avverto una certa ironia nella sua precisazione.”
“Invidia, non ironia. I morti sono della massima importanza. Simili ai
francesi, i morti scrivono così bene e, per qualche ragione, noi possiamo
rispettarli e pensare, anche quando sono nostri pari, che loro sono più vecchi
e più saggi, come lo sono i nostri genitori; il rapporto fra vivi e morti è dei
più nobili.”
“Ah, se questo è ciò che pensa, allora parliamo di morti. Lamb, Sofocle,
de Quincey, Sir Thomas Browne.”
“Sir Walter Scott, Milton, Marlowe.”
“Pater, Tennyson.”
“Senti senti.”
“Tennyson, Pater.”
“Chiuda la porta; accosti le tende così che possa vederle soltanto gli occhi.
Mi metto in ginocchio. Mi prendo il volto fra le mani. Io adoro Pater. E
ammiro Tennyson.”
“Vada avanti, figliola.”
“È facile confessare i propri difetti. Ma quale buio è tanto profondo da
nascondere i nostri pregi? Io amo, anzi adoro… no, non so dirle quanta
adorazione sbocci nella mia anima per – il suo nome trema sulle mie labbra –
per Shakespeare.”
“Le do l’assoluzione.”
“Eppure, quante volte leggiamo Shakespeare?”
“Quante volte una notte d’estate è perfetta, con la luna in cielo, lo spazio
fra le stelle profondo come l’Atlantico, e le rose che biancheggiano
nell’oscurità? La mente prima di leggere Shakespeare…”
“Una notte d’estate. Oh, quello è il momento di leggere.”
“Le rose che chinano il capo…”
“Le onde che si frangono…”
“E sui campi all’alba scende quella strana brezza, che lambisce la porta di
casa e poi cessa del tutto…”
“E poi, quando si è già coricati per dormire, il letto è…”
“Una barca! Una barca in mare, per tutta la notte…”
“E quando ci si alza a sedere, le stelle…”
“Sola in mezzo all’oceano la nostra piccola barca galleggia solitaria
benché sostenuta, sospinta in avanti dall’impulso della luce del Nord, ormai
al sicuro, circondata, si dissolve là dove la notte riposa sull’acqua; lì
rimpicciolisce e scompare e noi, sommersi, raggelati come pietre levigate,
spalanchiamo nuovamente gli occhi; linea, tratto, punto, schizzo, i mobili
della stanza da letto, lo sbatacchiare della tenda sull’asta… Io mi guadagno
da vivere… Prego, mi presenti. Oh, ha conosciuto mio fratello a Oxford.”
“E anche lei. Venga al centro della stanza. C’è qualcuno che si ricorda di
lei.”
“Da bambina, mia cara. Con un vestitino rosa.”
“Quando mi morse il cane.”
“Così pericoloso, buttare i remi in mare, ma sua madre…”
“Sulla spiaggia vicino alla tenda…”
“Sorrideva rimanendo seduta. Amava i cani… Conosce mia figlia? Quello
è il marito… Si chiamava Tray? Era quello grosso, scuro, ma ce n’era anche
un altro, più piccolo, che morse il postino. Lo posso rivedere come fosse
allora. Quante cose si ricordano! Ma io la sto bloccando…”
“Oh la prego (sì sì, ho scritto, arrivo), davvero la prego… Maledizione,
Helen, interrompere così! Ecco che se ne va, mai più! Sguscia tra la folla, si
appunta lo scialle, lentamente scende i gradini: andata! Ah, il passato, il
passato!”
“Ascolta. Dimmi; ho paura; così tanti sconosciuti; alcuni con la barba;
altri così belli; lei ha sfiorato la peonia; tutti i petali sono caduti. È
impetuosa… la donna con quegli occhi. E gli armeni muoiono. E i lavori
forzati. Perché? Anche tutto questo chiacchiericcio; tranne ora…
bisbigliamo… tutti dobbiamo bisbigliare… ascoltiamo… aspettiamo…
Aspettiamo cosa? La lanterna ha preso fuoco. Attenta al tuo tulle. Una volta
una donna è morta. Dicono che la cosa avesse risvegliato il cigno.”
“Helen ha paura. Le lanterne di carta prendono fuoco e le finestre aperte
lasciano che la brezza ci sollevi le balze della gonna. Ma io non ho paura
delle fiamme, lo sai. È il giardino – voglio dire, il mondo. È quello a farmi
paura. Quelle lucine laggiù, ciascuna con un cerchio di terra sotto… colline e
città, e relative ombre; il lillà che si muove nel vento. Non continuare a
parlare. Andiamocene. Attraverso il giardino, la tua mano nella mia.”
“Via. La luna è buia sopra la brughiera.2 Via, terremo testa a quelle onde
di oscurità dentellate dalle cime degli alberi, che in eterno si alzano buie e
solitarie. Le luci vanno su e giù; l’acqua è impalpabile come l’aria; la luna vi
si nasconde dietro. Affondi? Risorgi? Vedi le isole? Sei sola, con me.”

1 È il primo verso di Stanzas - April 1814 di Percy Bysshe Shelley, traduzione mia.
(N.d.T.)
2 Rovesciamento del verso di Shelley già citato, vedi nota precedente. (N.d.T.)
Oggetti solidi

L’unica cosa che si muoveva nel vasto semicerchio della spiaggia era un
piccolo punto nero. A mano a mano che si avvicinava allo scheletro arenato
di una barca per la pesca delle sardine, appariva chiaro, per una certa
inconsistenza della sua sfumatura di nero, che quel punto possedeva quattro
gambe; e a ogni momento diventava sempre più indubbio che fosse formato
dalle figure di due giovani uomini. Anche così, appena delineati contro la
sabbia, si percepiva in loro una innegabile vitalità; un vigore indescrivibile
nell’avvicinarsi e scostarsi dei corpi, per quanto lieve, prova di qualche
violenta discussione scaturita dalle minuscole bocche delle loro teste tonde.
La qual cosa, vedendoli più da vicino, era confermata dai ripetuti colpi di un
bastone da passeggio sul lato destro. “Mi vuoi proprio dire… Ma davvero
credi…” così sembrava asserire il bastone da passeggio tenuto nella mano
destra, sul lato delle onde, mentre disegnava lunghe strisce dritte sulla sabbia.
“Maledetta politica!” scaturì chiaramente dal corpo sulla sinistra e, non
appena queste parole furono pronunciate, le bocche, i nasi, i menti, i baffetti, i
cappelli di tweed, gli stivali, le giacche da caccia e i calzettoni a quadri dei
due interlocutori diventarono sempre più nitidi; il fumo delle loro pipe si alzò
nell’aria e, per miglia e miglia di mare e di dune, niente era più solido, vitale,
forte, rosso, irsuto e virile di quei due corpi.
Si buttarono in terra accanto allo scheletro della barca scura. Sapete come
il corpo talvolta pare liberarsi da un litigio con un sussulto e chiedere scusa
per la momentanea esaltazione, gettandosi in terra ed esprimendo così, nella
scioltezza dei gesti, l’esser pronti ad accogliere qualcosa di nuovo –
qualunque cosa sia a portata di mano. In tal modo Charles, che con il bastone
aveva segnato la spiaggia per più di mezzo miglio, cominciò a lanciare a fior
d’acqua piatti ciottoli di ardesia e John, che aveva esclamato “Maledetta
politica!”, prese a infilare le dita giù, sempre più giù nella sabbia. Mentre la
mano penetrava gradualmente fin oltre il polso, così che dovette rimboccare
ancora un poco la manica, i suoi occhi persero di intensità, o piuttosto
scomparve quel sostrato di pensieri ed esperienze che dà agli occhi degli
adulti una imperscrutabile profondità, lasciando soltanto la chiara superficie
trasparente, che nient’altro esprime se non stupore, tipica negli occhi dei
bambini. Nessun dubbio che l’atto di scavare nella sabbia avesse qualcosa a
che fare con questo. Ricordò che, dopo avere un po’ scavato, l’acqua filtra
attraverso le dita; il buco diventa allora un fossato, un pozzo, una sorgente,
un canale segreto verso il mare. Mentre stava decidendo in quale di queste
cose trasformarlo, e ancora rimestava nell’acqua, le dita si strinsero intorno a
qualcosa di duro – una goccia di materia solida – e a poco a poco smossero
un che di grosso e irregolare, portandolo in superficie. Quando lo strato di
sabbia ne fu tolto, apparve il colore verde. Era un pezzo di vetro, così spesso
da essere quasi opaco; levigandolo, il mare ne aveva completamente
consumato i bordi e la forma, in un modo tale che era impossibile dire se
fosse appartenuto a una bottiglia, a un bicchiere o a una finestra; non era
nient’altro che un pezzo di vetro; quasi una pietra preziosa. Non c’era che da
incastonarlo in una montatura d’oro, o farlo attraversare da un filo, e
diventava un gioiello – parte di una collana o qualcosa dalla verde luce opaca
sopra un dito. Forse, dopo tutto, era davvero una gemma indossata da una
principessa nera, che trascinava il dito nell’acqua, mentre sedeva a poppa di
una barca, ascoltando il canto degli schiavi che la conducevano al di là della
baia. O magari le pareti di quercia di un forziere affondato di epoca
elisabettiana si erano squarciate e i suoi smeraldi, dopo avere lungamente
rotolato, erano infine giunti a riva. John se lo rigirò fra le mani; lo tenne in
controluce, in modo che la sua massa irregolare si sovrapponesse al corpo e
al braccio destro proteso dell’amico, cancellandoli. Il verde diventava appena
più limpido o più opaco, se veniva tenuto contro il cielo o il corpo dell’altro.
Era bello; era sorprendente – un oggetto così duro, così compatto e così
definito, se paragonato alla nebbiosa vaghezza del mare e della spiaggia.
Un sospiro lo distrasse – un sospiro profondo, conclusivo, che gli fece
comprendere come il suo amico Charles avesse lanciato tutti i sassi piatti a
portata di mano, o come fosse giunto alla conclusione che non valeva la pena
lanciarli. Uno accanto all’altro, mangiarono i loro panini. Quando ebbero
finito, mentre si riscuotevano alzandosi in piedi, John prese il pezzo di vetro e
lo guardò in silenzio. Anche Charles lo guardò. Ma vide subito che non era
piatto e, riempiendo la pipa, disse con una vivacità che voleva interrompere
un’assurda catena di pensieri: “Per tornare a quello che stavo dicendo…”
Non vide o, anche se avesse visto, difficilmente avrebbe notato che John,
dopo aver guardato il frammento di vetro per un istante, con una qualche
esitazione se lo era infilato in tasca. Quell’impulso poteva essere del genere
che induce un bambino a raccogliere un ciottolo in un sentiero che ne sia
pieno, con la promessa di una vita di calore e sicurezza sulla mensola del
camino nella stanza dei giochi – un bambino colmo del senso di potere e
benevolenza che un tale gesto conferisce, e convinto che il cuore del ciottolo
sussulti di gioia per essere stato scelto fra milioni a godere una tale
beatitudine, invece che una vita fredda e umida in mezzo alla strada: “Poteva
essere così facile che capitasse a un altro fra milioni di ciottoli e invece è
capitato proprio a me!”
Che questo pensiero fosse o no nella mente di John, il pezzo di vetro trovò
posto sulla mensola del camino, dove rimase poggiato sopra un mucchietto di
conti e di lettere, servendo non solo come eccellente fermacarte, ma anche da
punto naturale su cui posare gli occhi quando il giovane uomo si distraeva dal
suo libro. Osservato più volte in maniera semiautomatica da una mente che
pensa ad altro, qualsiasi oggetto si mescola così profondamente alla materia
del pensiero da perdere la sua forma concreta, ricomponendosi un po’
diversamente in un profilo ideale, che ossessiona il nostro cervello quando
meno ce lo aspettiamo. In tal modo John si trovò a essere attirato, mentre
passeggiava, dalle vetrine dei rigattieri solo perché poteva vedere qualcosa
che gli ricordava il pezzo di vetro. Qualsiasi cosa, purché fosse un oggetto
più o meno tondo, magari con profondamente incastonata nella sua massa
una fiamma che stesse per spegnersi, qualsiasi cosa poteva andare –
porcellana, vetro, ambra, pietra, marmo –, perfino il levigato guscio dell’uovo
di un uccello preistorico. Cominciò anche a tenere gli occhi fissi in terra,
soprattutto nelle vicinanze di terreni abbandonati dove si accumulano i rifiuti.
Spesso questo tipo di oggetti si trovavano proprio lì – gettati via, inutilizzati,
informi, scartati. In pochi mesi, aveva raccolto quattro o cinque esemplari che
andarono a prendere posto sulla mensola del camino. Erano anche oggetti
utili, considerando che un candidato al parlamento, all’inizio della propria
brillante carriera, ha una gran quantità di carte da tenere in ordine – discorsi
al suo collegio elettorale, dichiarazioni politiche, appelli per sottoscrizioni,
inviti a cena e via di seguito.
Un giorno, uscendo da casa nella zona di Temple, in procinto di prendere
un treno per andare a tenere un discorso nel suo collegio, lo sguardo gli cadde
su di un curioso oggetto seminascosto in una di quelle piccole sponde erbose
che fanno da siepe alla base degli edifici pubblici. Riusciva giusto a toccarlo
con la punta del bastone, attraverso la cancellata, ma poteva vedere che era
un pezzo di porcellana di una forma non comune, che ricordava più che altro
una stella marina – modellata, o meglio rotta accidentalmente in cinque punte
irregolari ma riconoscibili. Il colore era perlopiù azzurro, ma talune strisce e
macchie verdi lo coprivano e delle righe cremisi gli davano un’intensità e una
lucentezza davvero attraenti. John era deciso a possederlo, ma più spingeva e
più quello scivolava indietro. Alla fine fu costretto a tornare a casa e
improvvisare un anello di fil di ferro attaccato alla punta del bastone, grazie
al quale, con grande attenzione e abilità, riuscì finalmente a spingere il pezzo
di porcellana a portata di mano. Afferrandolo, ebbe un’esclamazione di
trionfo. In quel momento l’orologio batté l’ora. Arrivare in tempo
all’appuntamento era ormai fuori questione. La riunione si tenne senza di lui.
Ma come poteva, quel pezzo di porcellana, essersi rotto in una forma così
originale? Un attento esame stabilì oltre ogni dubbio che la forma a stella era
accidentale, il che rendeva l’oggetto ancora più strano, e sembrava
improbabile che al mondo ve ne fosse un altro simile. Sistemato sulla
mensola del camino al lato opposto del frammento di vetro estratto dalla
sabbia, pareva una creatura di un altro mondo – bizzarra e fantastica come un
arlecchino. Sembrava piroettare nello spazio, lampeggiando come una stella
dal bagliore incostante. Il contrasto fra la porcellana così viva e vigile e il
vetro così muto e contemplativo lo affascinava, facendogli chiedere con
curiosità e meraviglia come i due oggetti potessero coesistere nello stesso
mondo, lasciati entrambi sulla stessa e stretta mensola di marmo nella
medesima stanza. La domanda rimaneva senza risposta.
Simile a uno spettro, cominciò a vagare per quei posti che sono i più ricchi
di porcellana rotta, come zone di terra abbandonata in mezzo ai binari, aree di
case demolite e aree di verde pubblico nelle vicinanze di Londra. La
porcellana, però, raramente viene buttata da grandi altezze; è uno dei gesti
umani più rari. Bisogna che si abbiano contemporaneamente una casa molto
alta e una donna dagli impulsi così sconsiderati e dalle opinioni così decise da
gettare vasi e brocche giù dalla finestra senza pensare a chi vi sia sotto. Di
porcellana rotta se ne trovava in quantità, ma rotta in qualche sciocco
incidente domestico, senza forma né carattere. Tuttavia, approfondendo
l’argomento, era spesso meravigliato dell’immensa varietà di forme che si
potevano trovare nella sola Londra, e ancor più motivo di stupore e
riflessione ebbe per le differenze di qualità e fantasia. Gli esemplari migliori
li portava a casa per poi metterli sulla mensola del camino, dove, a ogni
modo, il loro compito era sempre più di natura decorativa, dato che i fogli da
tenere in ordine sotto un fermacarte erano sempre più rari.
Forse perché trascurava i suoi doveri o perché li assolveva distrattamente,
o magari perché i suoi elettori, quando lo andavano a trovare, erano
sfavorevolmente colpiti da come si presentava la mensola sul suo camino,
fatto sta che non fu più eletto a rappresentarli in parlamento, e il suo amico
Charles, avendo preso la cosa molto a cuore ed essendo accorso a consolarlo,
lo trovò tanto poco abbattuto dalla catastrofe da poter giusto supporre che la
faccenda fosse troppo seria perché potesse accettarla così rapidamente.
In verità John era andato quel giorno a Barnes Common e lì, sotto un
cespuglio di ginestre, aveva trovato un pezzo di ferro davvero particolare. Di
forma era quasi identico al vetro, massiccio e sferico, ma così pesante e
freddo, così nero e metallico, da essere evidentemente alieno rispetto alla
terra, originato da una stella morta, oppure esso stesso cenere di una qualche
luna. Appesantiva la sua tasca; appesantiva la mensola del camino; emanava
freddo. Ciononostante il meteorite stava sullo stesso ripiano con il pezzo di
vetro e la porcellana a forma di stella.
Mentre gli occhi vagavano dall’uno all’altro, il desiderio di possedere
oggetti che fossero ancora più straordinari tormentava il giovane. Si dedicò
sempre più risolutamente alla ricerca. Se non fosse stato roso dall’ambizione
e convinto che un giorno qualche nuovo mucchio di rifiuti lo avrebbe
ricompensato, le delusioni patite, oltre alla fatica e alla derisione, lo
avrebbero spinto ad abbandonare la ricerca. Munito di un sacco e di un lungo
bastone a cui aveva fissato un gancio scorrevole, saccheggiava tutti i depositi
di terra, rastrellava i sottoboschi più aggrovigliati, frugava tutti i vicoli e gli
spazi fra i muri, dove sapeva di poter trovare quel genere di oggetti buttati
via. A mano a mano che le sue aspettative aumentavano e il suo gusto si
faceva più esigente, le delusioni diventarono innumerevoli, ma sempre una
scintilla di speranza, un frammento di vetro o di porcellana segnato o rotto in
maniera curiosa lo induceva ad andare avanti. Passarono i giorni. Non era più
tanto giovane. La sua carriera – quel che era la sua carriera politica – era una
cosa che riguardava il passato. La gente smise di fargli visita. Era troppo
silenzioso perché valesse la pena di invitarlo a cena. Non parlava a nessuno
delle sue vere ambizioni; la mancanza di comprensione traspariva dall’altrui
comportamento.
Ora stava abbandonato nella poltrona e guardava Charles sollevare le
pietre sulla mensola del camino una decina di volte, rimettendole giù con
enfasi, per sottolineare quel che stava dicendo sulla condotta del governo, ma
senza neppure rendersi conto della loro esistenza.
“Qual è la verità, John?” chiese d’un tratto Charles, voltandosi a
guardarlo. “Che cosa ti ha spinto a mollare tutto in un attimo?”
“Io non ho mollato,” rispose John.
“Ma adesso non hai l’ombra di una possibilità,” disse Charles
bruscamente.
“Su questo, non sono d’accordo con te,” disse John sicuro di sé. Charles lo
guardò con un senso di profondo disagio; fu assalito dai dubbi più radicali;
ebbe la strana sensazione che stessero parlando di cose diverse. Si guardò
intorno per cercare un qualche sollievo alla sua orribile tristezza, ma il
disordine della stanza lo intristì ancora di più. Che cos’era quel bastone, e
quel vecchio sacco appeso al muro? E tutte quelle pietre? Guardando John,
qualcosa di fisso e distante nella sua espressione lo allarmò. Sapeva anche
troppo bene che perfino la sua semplice presenza su di un palco era ormai
fuori questione.
“Carine queste pietre,” disse il più allegramente possibile e, con il pretesto
di un appuntamento da rispettare, lasciò John – per sempre.
Simpatia

Hammond. Humphry. Il 29 aprile, a The Manor, High Wickham, nel


Buckinghamshire. Il marito di Celia. Deve essere il marito di Celia. Morto!
Santo cielo! Humphry Hammond, morto. Pensavo di invitarli e mi è passato
di mente. Perché non sono andata quando mi hanno chiesto di raggiungerli?
C’era un concerto, suonavano Mozart – ecco perché ho declinato. Lui parlava
molto poco la sera che sono venuti a cena. Sedeva là di fronte nella poltrona
gialla: ha detto che i “mobili” erano la sua passione. Che voleva dire? Perché
non ho replicato niente che gli desse modo di spiegarsi? Perché l’ho lasciato
andare via senza fargli dire tutto ciò che avrebbe potuto dire? Perché è
rimasto tanto a lungo a sedere là, in silenzio, lasciandoci nell’ingresso a
parlare di omnibus? Lo vedo distintamente, adesso, e immagino che fosse la
timidezza, o la sensazione di volere esprimere qualcosa che non sapeva dire,
a farlo interrompere, dopo che aveva detto quella cosa sulla “passione per i
mobili”. Ora non lo saprò mai. Ora le sue guance rosee sono esangui e gli
occhi con lo sguardo risoluto e fiero da giovane maschio sono chiusi, ancora
colmi di fierezza sotto le palpebre. Maschio e inesorabilmente rigido, giace
sul suo letto, e così lo vedo, bianco e alto; le finestre aperte, gli uccelli che
cantano, nessuna concessione alla morte; niente lacrime, nessuna emozione,
forse un mazzo di gigli – di sua madre o di Celia – sparsi sulla piega del
lenzuolo…
Celia. Sì… La vedo, poi non più. C’è un momento che non posso
immaginare: il momento nelle vite degli altri che si lascia sempre fuori; il
momento dal quale deriva tutto ciò che ce li rende riconoscibili; Celia la
seguo fino alla porta di Humphry; la vedo girare la maniglia; poi, ecco quel
momento cieco e quando la fantasia riapre gli occhi nuovamente la trovo
attrezzata per il mondo – è già una vedova; del resto, non è velata di bianco
dalla testa ai piedi, nelle prime ore del mattino, come se la luce si dividesse in
due sulla sua fronte? Il segno esteriore lo vedo e lo vedrò per sempre; ma il
suo significato potrò solo immaginarlo. Con invidia noterò i suoi silenzi e le
sue durezze; la osserverò muoversi in mezzo a noi con il suo segreto
inconfessato; la immaginerò desiderosa che scenda la notte con il suo
cammino solitario; me la figurerò approdare fra noi per svolgere il suo lavoro
di ogni giorno, incurante e insieme tollerante verso i nostri passatempi. Nel
bel mezzo del clamore penserò che lei ascolti anche altro; il suo fantasma le
riserva il vuoto. Per tutto ciò dovrò invidiarla. Le invidierò la sicurezza – e la
conoscenza. Ma il velo bianco, non appena il sole si fa più forte, svanisce
dalla sua fronte e lei si mette alla finestra. Le carrozze fanno rumore giù in
strada, e gli uomini in piedi alla loro guida fischiettano o cantano oppure si
gridano l’un l’altro qualcosa.
Adesso la vedo più chiaramente. Le è tornato il colore sulle guance; ma
l’espressione è spenta; il velo che rendeva il suo sguardo gentile e sfuggente
le è stato strappato dagli occhi; la vita le rinvia un suono duro e lei,
standosene in piedi alla finestra aperta, si contrae e insieme si ritira. Fin lì
posso seguirla; ma senza più invidia. Non si ritrae forse dalla mano che le
tendo? [Siamo tutti ladri; tutti crudeli; tutti gocce nel fiume che le scorre
accanto con indifferenza. Posso protendermi verso di lei, ma solo per essere
di nuovo ricacciata indietro e subito fluire nella corrente. La pietà che mi
impone di tenderle la mano perché la morda diventa, o diventerà, un moto di
compassione che, nella sua generosità, le appare sprezzante.]1
Immediatamente grida alla donna che sta battendo i tappeti nella casa
accanto: “Bella giornata!” La donna sobbalza e la guarda, fa un cenno col
capo e rientra in fretta. Lei rimane con la testa appoggiata alla mano a fissare
i frutti in boccio che si arrampicano sul muro rossiccio. Le lacrime scivolano
giù; si sfrega gli occhi con le nocche. Quanti anni ha? Ventiquattro? Al
massimo, venticinque. La si può invitare a una passeggiata in collina?
Battendo gli stivali con vigore sulla strada, ci avviamo, saltiamo la siepe e
così, attraversato il campo, siamo dentro il bosco. Lassù lei si butta sugli
anemoni e ne raccoglie alcuni “per Humphry”, poi si ferma dicendo che a
sera saranno più freschi. Ci sediamo e guardiamo, attraverso l’arco di rovi
che divide gli sterpi in modo così strano, il triangolo di prato giallo-verde
steso davanti a noi.
“A cosa credi?” chiede lei all’improvviso, succhiando (così immagino) lo
stelo di un fiore. “A niente, niente,” rispondo indotta a parlare, contro le mie
intenzioni, in maniera brusca. Lei aggrotta la fronte, getta via il fiore e salta
in piedi. Cammina a grandi passi davanti a me per un metro o due, poi si gira
impetuosamente verso un ramo basso per guardare un nido di tordo su un
albero.
“Ci sono cinque uova!” grida. E di nuovo bruscamente rispondo: “Che
bello!”
Ma è tutta una fantasia. Non mi trovo in una stanza con lei, né fuori nel
bosco. Io sono qui a Londra accanto alla finestra, con il Times in mano. Ma la
morte ha cambiato ogni cosa – come quando, durante un’eclisse di sole, i
colori spariscono e gli alberi appaiono sottili come carta e lividi mentre
l’ombra trascorre. La fresca brezza si fa percepibile e il rumore del traffico
giunge come di là da un abisso. Poi, dopo un momento, le distanze sono
colmate, i suoni si confondono; e mentre guardo gli alberi ancora così lividi,
essi diventano sentinella e guardiano; il cielo distende il suo tenero sfondo, e
tutto è remoto come fosse innalzato all’alba sulla vetta di una montagna. La
morte ha fatto questo; c’è la morte dietro le foglie, le case e il fumo che s’alza
tremolando, la morte che ricompone tutto in qualcosa di immoto nella sua
tranquillità, prima di prendere una delle tante maschere della vita. Allo stesso
modo, da un treno in corsa, ho visto colline e campi, e un uomo con la falce
in mano sollevare lo sguardo dietro una siepe, e infine amanti stesi nell’erba
alta, che mi fissavano senza nascondersi come io li fissavo senza
nascondermi. Un peso è caduto; un qualche impedimento è stato rimosso.
Liberamente in quest’aria leggera i miei amici sfilano scuri contro
l’orizzonte, tutti loro desiderando soltanto bontà, scansandomi
affettuosamente, calandosi dal bordo del mondo nella nave che attende per
condurli nella tempesta o in pace. I miei occhi non possono seguirli. Ma uno
dopo l’altro con baci di addio e risa più dolci di prima mi passano davanti e
salpano per sempre, radunandosi in file ordinate al bordo dell’acqua, come se
quella fosse sempre stata la loro destinazione anche mentre eravamo in vita.
Adesso diventano chiari dal principio tutti i nostri percorsi, che deviano e
divergono per confluire qui, sotto il solenne sicomoro, con un cielo così
delicato e le ruote e le grida che echeggiano ora acute ora basse, in armonia.
Il giovane semplice che conoscevo appena aveva insomma celato in se
stesso l’immenso potere della morte. Smettendo di esistere, aveva rimosso i
confini e fuso insieme dimensioni diverse – là, nella stanza dalle finestre
aperte con fuori il canto degli uccelli. Si è ritirato in silenzio e, poiché la sua
voce era nulla, il silenzio è profondo. Ha steso in terra la sua vita come un
mantello, affinché noi potessimo camminarci sopra. Dove ci condurrà? Noi
siamo giunti al limite e guardiamo. Ma lui è andato oltre di noi; svanisce
lontano nel cielo; per noi rimangono il verde tenero e l’azzurro del cielo; ma,
trasparente come il mondo è, lui non vuole avere niente a che farci; ha voltato
le spalle a noi che siamo raggruppati sull’estremo limite del bordo; e
scompare dividendo l’alba in due. Ecco, è andato. E noi dobbiamo tornare
indietro.
L’albero di sicomoro scuote le proprie foglie creando un rimescolio di
scaglie luminose nella profonda pozza d’aria in cui svetta; attraverso le foglie
il sole dardeggia sul prato; i gerani risplendono rossi a terra. Si sente un grido
alla mia sinistra e un altro, improvviso e distinto, a destra. Ruote che
producono rumori dissonanti; omnibus che si ammassano in un ingorgo;
l’orologio certifica con dodici colpi precisi che è mezzogiorno.
Devo dunque tornare indietro? Devo vedere l’orizzonte richiudersi, la
montagna sprofondare e i grossolani colori accesi ritornare? No, Humphry
Hammond è morto. È morto – lenzuola bianche, sentore di fiori – un’unica
ape che ronza per la stanza e poi ne esce. Dove andrà adesso? Ce n’è una
sulla campanula, non vi trova il miele e così prova con la violacciocca gialla,
ma in questi vecchi giardini londinesi che speranza c’è di un po’ di miele? La
terra deve essere arida come il sale sparso sopra i grossi tubi di ferro delle
fogne e alle curve delle gallerie. Humphry Hammond è morto! Fatemi
leggere di nuovo il suo nome sul giornale; fatemi tornare dai miei amici; fate
sì che io non li abbandoni così presto; è morto martedì, tre giorni fa,
all’improvviso, solo quarantotto ore di malattia, e la fine, la grande
operazione della morte. Fine; la terra forse lo ricopre già; gli altri si sono
riorganizzati in maniera lievemente diversa; anche se ci sono alcuni che, non
avendo ancora sentito la notizia, continuano a spedirgli qualche lettera; ma
già le buste appaiono obsolete sul tavolino all’ingresso. Mi pare che sia morto
da settimane, da anni; se penso a lui, quasi non lo vedo, e quella sua frase
sulla passione per i mobili non vuol dire niente. Eppure è morto, e ciò che in
definitiva avrebbe potuto fare non mi procura alcuna emozione. Terribile!
Davvero terribile essere così insensibili! Ecco la poltrona gialla in cui si è
seduto, malandata ma ancora abbastanza solida, e che sopravvivrà a noi tutti;
ecco la mensola del camino con sopra gli oggetti di cristallo e argento, mentre
lui è effimero come la luce polverosa che riga la parete e il tappeto. Alla
stessa maniera il sole brillerà sui cristalli e sugli argenti, il giorno in cui
morirò. Il sole disegnerà righe ancora per un milione di anni; sarà come un
largo sentiero giallo, che passerà a un’incalcolabile distanza da questa casa,
da questa città, e passerà così lontano che non rimarrà nulla se non un
oceano, teso e piatto nella sua infinità di increspature sotto il sole. Humphry
Hammond – chi era Humphry Hammond? – un suono curioso, ora ruvido ora
liscio come una conchiglia.
Che grande marchingegno! La posta! Quei piccoli quadrati bianchi con
sopra dei contorti segni neri. “Mio suocero… invitarla a cena…” È matta a
parlare di suo suocero? Porta ancora addosso il velo bianco; il letto è bianco e
alto; i gigli – la finestra aperta – la donna che batte i tappeti fuori. “Humphry
si sta occupando della faccenda.” Humphry, il morto? “Ci trasferiremo,
credo, nella casa più grande.” La casa della morte? “E lei deve venire a
trovarci. Io sarò a Londra a comperare gli abiti per il lutto.” Oh, non ditemi
che è ancora vivo! Perché sono stata presa in giro?

1 Non è chiaro se, mettendo fra parentesi quadre questo passaggio, l’Autrice
intendesse tagliarlo. (N.d.T.)
Un romanzo non scritto

Una tale espressione di infelicità era sufficiente da sola a far scivolare gli
occhi di chiunque al di sopra della pagina di giornale sulla faccia della povera
donna – insignificante, a parte quell’espressione, quasi il simbolo della
condizione umana. La vita è ciò che vedi negli occhi delle persone; la vita è
ciò che essi imparano e ciò di cui, dopo averlo imparato, non cessano mai,
per quanto tentino di nasconderlo, di essere consapevoli – consapevoli di
cosa? Che la vita è così, a quanto pare. Cinque facce di fronte – cinque facce
mature – e l’esperienza in ognuna. Strano, però, come la gente cerchi di
nasconderla! Segni di reticenza sono su ciascuna di quelle facce: labbra
serrate, occhi bassi, ognuno dei cinque fa qualcosa per negare o mortificare la
propria esperienza. Uno fuma, un altro legge, un terzo controlla delle
annotazioni su un taccuino, un quarto fissa la mappa ferroviaria incorniciata
davanti a lui, e la quinta – la cosa terribile della quinta è che lei non fa
proprio niente. Guarda la vita. Ah, mia povera e sfortunata donna, stai al
gioco – per amore di tutti noi, non farlo vedere!
Come se mi avesse sentito, sollevò lo sguardo, si mosse un po’ sul sedile e
sospirò. Sembrava chiedere scusa e allo stesso tempo dirmi “Se lei solo
sapesse!” Poi si mise di nuovo a guardare la vita. “Ma io lo so,” risposi in
silenzio dando un’occhiata al Times in omaggio alle buone maniere. “So
benissimo tutto quanto. ‘La pace fra la Germania e le Potenze alleate è stata
ufficialmente annunciata ieri a Parigi…1 Il signor2 Nitti, primo ministro
italiano… Un treno passeggeri è entrato in collisione a Doncaster con un
treno merci…’ Tutti sappiamo, anche il Times sa, ma fingiamo di no.” I miei
occhi erano di nuovo strisciati oltre il bordo del giornale. Lei rabbrividì,
contorse il braccio in una strana maniera verso il centro delle spalle e scosse
la testa. Io mi immersi ancora una volta nella mia grande riserva di vita.
“Scegli quel che vuoi,” continuai mentalmente, “nascite, morti, matrimoni,
cronache di corte, abitudini degli uccelli, Leonardo da Vinci, il delitto di
Sandhills, i salari alti e il costo della vita – scegli quel che vuoi,” ripetevo,
“sul Times c’è tutto!” E di nuovo, con stanchezza infinita, dondolò la testa da
una parte all’altra, finché, simile a una trottola esausta, si assestò sul collo.
Il Times non era una protezione sufficiente contro un dolore come il suo.
Ma altri esseri umani impedivano il contatto. La cosa migliore da fare contro
la vita era di piegare il giornale in modo che ne risultasse un quadrato
perfetto, definito, spesso e inaccessibile persino alla vita. Fatto questo, lanciai
una rapida occhiata, munita del mio scudo. Lei lo trapassò, mi fissò negli
occhi come stesse cercandovi in fondo un qualche sedimento di coraggio, per
ridurlo ad argilla. Lo strano gesto del suo braccio, da solo, negava ogni
speranza, liquidava ogni illusione.
Così sferragliammo attraverso il Surrey e, oltre il confine, nel Sussex. Ma
con gli occhi puntati sulla vita non avevo visto che gli altri passeggeri erano
scesi, uno a uno, finché, a parte l’uomo che leggeva, rimanemmo sole. Ecco
la stazione di Three Bridges. Ci avvicinammo lentamente alla banchina e ci
fermammo. Sarebbe sceso anche lui, lasciandoci sole? Pregai per entrambe le
cose, e alla fine pregai perché invece rimanesse. In quell’istante l’uomo si
alzò, appallottolò con disprezzo il suo giornale come una cosa ormai
consumata, spalancò lo sportello e ci lasciò sole.
La donna infelice, piegandosi leggermente in avanti, si rivolse a me con
un tono neutro, incolore – parlò di stazioni e vacanze, di fratelli a Eastbourne
e della stagione che era, adesso non ricordo, all’inizio o al termine. E alla
fine, guardando fuori del finestrino e vedendo, io lo capivo, solo la vita,
sospirò. “Stare lontano, è quello il guaio.” Ci avvicinavamo alla catastrofe.
“Mia cognata,” l’amarezza del suo tono era come limone sull’acciaio e,
parlando non a me ma a se stessa, mormorò: “Sciocchezze, lei direbbe così…
è quello che dicono tutti” e, mentre parlava, si agitava quasi come se la pelle
della sua schiena fosse quella di una gallina spennata nella vetrina di un
pollivendolo.
“Ah, quella mucca,” proruppe nervosamente come se la grande mucca sul
prato, rigida quasi fosse di legno, l’avesse ridestata in tempo per salvarla da
qualche confessione. Poi rabbrividì e fece quello strano movimento angolare
che avevo notato prima, come se, dopo lo spasmo, un punto in mezzo alle
spalle bruciasse o prudesse. Di nuovo sembrava la donna più infelice del
mondo e ancora una volta la rimproverai, benché non con la stessa
convinzione, perché se anche ci fosse stato un motivo, e io l’avessi
riconosciuto, lo stigma era cancellato dalla vita.
“Le cognate,” dissi.
Le sue labbra si serrarono come per sputare veleno su quella parola e così
rimasero. Tutto quel che fece fu prendere uno dei guanti e strofinare forte su
un punto del finestrino. Strofinava quasi volesse cancellare qualcosa per
sempre – una macchia, un che di indelebile e contaminante. Tuttavia la
macchia rimase, malgrado il suo strofinio, e la donna ricadde all’indietro con
quel brivido e spasmo del braccio, che ormai mi aspettavo. Qualcosa mi
spinse a prendere il mio guanto e a strofinare anch’io sul finestrino. Pure lì
c’era un piccolo segno sul vetro. Vi rimase, nonostante tutto il mio strofinare.
E poi fui a mia volta attraversata dallo spasmo; contorsi il braccio e mi grattai
in mezzo alla schiena. Mi sentivo anch’io la pelle umida come quella di una
gallina nella vetrina di un pollivendolo; un punto fra le scapole prudeva e
bruciava, umidiccio e infiammato. Ce la facevo ad arrivarci? Ci provai di
nascosto. Lei mi vide. Un sorriso di ironia profonda, di profonda pena le
apparve sul viso e scomparve. Ma aveva comunicato con me, condiviso il suo
segreto, passato il suo veleno; ora non avrebbe più parlato. Rannicchiandomi
nel mio angolo, proteggendo i miei occhi dai suoi, guardando solo i pendii e
le valli, i toni di grigio e di viola del paesaggio invernale, captai il suo
messaggio, decifrai il suo segreto, intercettandolo nelle sue occhiate.
Hilda è sua cognata. Hilda? Hilda Marsh – la prosperosa Hilda, dal seno
florido, matronale. Hilda è sulla porta mentre il taxi si avvicina, con una
moneta in mano. “Povera Minnie, sembra più che mai una cavalletta, col
vecchio cappotto dell’anno scorso. Be’, con due bambini di questi tempi non
si può fare di più. No, Minnie, ce l’ho io, ecco qui autista, niente storie con
me. Entra, Minnie. Potrei portare te, figurati la borsa!” Entrano nella sala da
pranzo. “Bambini, la zia Minnie.”
Lentamente, i coltelli e le forchette si abbassano. Giù dalle sedie (Bob e
Barbara), tendono rigidamente la mano, e di nuovo sulle loro sedie, mentre la
fissano fra un boccone e l’altro. (Ma questo lasciamolo perdere; decorazioni,
tende, un vassoio di porcellana a forma di trifoglio, rettangoli gialli di
formaggio, biscotti bianchi e quadrati – lasciamo perdere – però un
momento! A metà del pranzo, ecco uno di quei brividi; Bob la fissa con il
cucchiaio in bocca. “Avanti con il budino, Bob,” ma Hilda disapprova.
“Perché si contorce?” Lasciamo perdere, sorvoliamo finché non atterriamo al
piano di sopra; scalini bordati di ottone; linoleum consunto; ah, ecco la
piccola stanza da letto che guarda sui tetti di Eastbourne – tetti che vanno a
zigzag come il dorso di un bruco, di qua, di là, rigati di rosso e giallo, con
tegole di ardesia neroazzurra.) Ora, Minnie, la porta è chiusa; con passo
pesante Hilda scende nel seminterrato, sciogli le cinghie della tua borsa,
stendi sul letto una misera camicia da notte, deponi una accanto all’altra le
pantofole foderate di pelo. Lo specchio – no, tu eviti lo specchio. Il tuo
disporre metodicamente gli spilloni da cappello. C’è qualcosa nella scatola a
forma di conchiglia? La scuoti; è il fermaglio di perle che c’era l’anno scorso
– nient’altro. E poi sbuffi, sospiri, ti siedi accanto alla finestra. Le tre di un
pomeriggio di dicembre; pioggia sottile; una luce giù in basso, nel lucernario
di un emporio di tessuti; un’altra su, nella camera di servizio – questa si
spegne. Ora non le resta niente da guardare. Un momento di vuoto; a cosa
stai pensando? (Lasciate che la spii; è addormentata, o finge di esserlo; del
resto, a cosa potrebbe pensare seduta alla finestra, alle tre del pomeriggio?
Alla salute, ai soldi, ai conti da pagare, a Dio?) Sì, seduta proprio sull’orlo
della sedia, guardando sui tetti di Eastbourne, Minnie Marsh prega Dio.
Molto bene; potrebbe anche strofinare il vetro, come per vederlo meglio, ma
che Dio vede? Chi è il Dio di Minnie Marsh, il Dio delle strade secondarie di
Eastbourne, il Dio delle tre del pomeriggio? Anche io vedo tetti, vedo il cielo,
ma, accidenti, vedere gli Dei! Sembra più il presidente Kruger che non il
principe Albert3 – e questo è il massimo che posso dire di lui; lo vedo seduto
su una poltrona, con un soprabito nero, neanche tanto in alto; posso
rimediargli un paio di nuvole su cui sistemarsi; la sua mano sfiora le nuvole
reggendo uno scettro, o è piuttosto una clava? Nera, grossa, appuntita – un
vecchio gradasso e brutale, questo è il Dio di Minnie! È lui che ti ha mandato
il prurito acuto e puntuto?4 È per questo che lei prega? Quella che lei strofina
sulla finestra è la macchia del peccato. Ecco, ha commesso qualche crimine!
Ne ho una bella scelta, di crimini. I boschi ondeggiano e si agitano – in
estate ci sono le campanule e là nella radura, quando viene la primavera, le
primule. Fu un addio, forse, vent’anni fa? Promesse infrante? Non quelle di
Minnie… Lei era fedele. E come si è presa cura di sua madre! Tutti i risparmi
investiti nella lapide – corone di fiori – giunchiglie nei vasi. Ma sto
divagando. Un crimine… Direbbero che ha nascosto il suo dolore, celato il
proprio segreto – il suo sesso, direbbero gli uomini di scienza. Ma che
sciocchezza parlare di sesso a proposito di lei! No – casomai questo. Mentre
percorre le strade di Croydon, vent’anni fa, le gale di nastro violetto,
scintillanti alla luce elettrica nella vetrina di una merceria, attirano il suo
sguardo. Indugia – sono le sei passate. Andando di corsa, può ancora arrivare
a casa in tempo. Spinge la porta a vetri. È orario di apertura. Ampi vassoi
straripano di nastri. Lei esita, tira questo, tocca quello con le rose in rilievo –
nessun bisogno di scegliere, nessun bisogno di comprare, e ogni vassoio offre
le sue sorprese. “Non chiudiamo fino alle sette,” e poi ecco che sono le sette.
Corre, si precipita, arriva a casa, ma troppo tardi. I vicini – il dottore – il
fratello piccolo – il pentolino – ustionato – ospedale – morto – o forse solo il
turbamento, la colpa? Ma i dettagli non significano nulla. È ciò che trascina
con sé; la macchia, il crimine, la cosa da espiare, sempre lì fra le sue spalle.
“Sì,” sembra annuire, “è quello che ho fatto.”
Non mi importa se e cosa hai fatto; non è questo ciò che mi interessa. La
vetrina della merceria era addobbata di violetto – ma basta così; forse un po’
da quattro soldi, un po’ banale – visto che c’è tanta scelta di crimini, ma poi
molti (lasciatemi spiare ancora – sempre addormentata, o fingendo di esserlo!
Bianca, consunta, la bocca chiusa – un tocco di ostinazione, più di quanto si
potrebbe pensare – nessun sentore di sesso) – molti crimini non sono il tuo
crimine; il tuo era da quattro soldi, ma solenne è stato il castigo, perché ora la
porta della chiesa si apre, il duro banco di legno la accoglie, si inginocchia
sui mattoni scuri e ogni giorno, d’inverno, d’estate, al crepuscolo, all’alba
(eccola di nuovo), lei prega. E tutti i suoi peccati cadono, cadono per sempre.
È la macchia a riassumerli. Tumida, rossa, infiammata. Subito lei si contorce.
I ragazzini la additano. “Bob oggi a pranzo” – ma le donne anziane sono le
peggiori.
Comunque adesso non puoi più stare seduta a pregare. Kruger è affondato
dietro le nuvole – scivolato via come con una pennellata di liquido grigio a
cui si aggiunga un tocco di nero – perfino la punta della clava ora è sparita. È
quel che capita sempre. Non appena lo hai visto o sentito, qualcuno ti
interrompe. Adesso è la volta di Hilda.
Quanto non la sopporti! Persino di notte chiude a chiave la porta del
bagno, benché tu non abbia bisogno che di acqua fredda, e talvolta quando la
nottata è stata cattiva sembra che lavarsi aiuti. E John a colazione – i bambini
– i pasti sono la cosa peggiore, talvolta ci sono degli amici – le felci non li
nascondono del tutto – anche loro indovinano; così te ne vai sul lungomare,
dove le onde sono grigie e volano le cartacce, e i vetri di protezione sono
verdi e pieni di spifferi, e una sdraio costa due penny – troppo – perché ci
devono essere dei predicatori lungo la spiaggia. Ah, c’è un nero – ecco un
omino buffo – ecco un tale con dei pappagallini – povere creature. Non c’è
nessuno qui a pensare a Dio? – lassù, proprio là, sopra il molo, con il suo
scettro – ma no – non c’è altro che il cielo grigio o, se è azzurro, le nuvole lo
coprono, e la musica – una marcetta militare – e cosa stanno pescando?
Prendono qualcosa? Come guardano i bambini! Bene, adesso si torna a casa
per una via secondaria. “Si torna a casa per una via secondaria!” Le parole
hanno un senso; potrebbero essere state dette dal vecchio con i favoriti – no,
no, lui non ha proprio parlato; ma tutto ha un senso – i cartelloni appoggiati
alle porte – i nomi sopra le vetrine – i frutti rossi nei cestini – le teste di
donna dal parrucchiere – tutti dicono “Minnie Marsh!” Ma ecco un
soprassalto. “Le uova costano meno!” È quel che succede sempre! La stavo
conducendo oltre la cascata, dritta verso la follia, quando, simile a un gregge
di pecore in sogno, lei si gira dall’altra parte e mi sfugge fra le dita. Le uova
costano meno. Ancorata alle cose del mondo, non c’è crimine, dolore,
entusiasmo o pazzia per la povera Minnie Marsh; mai in ritardo a pranzo; mai
sorpresa senza ombrello da un temporale; mai del tutto inconsapevole di
quanto poco costino le uova. Così arriva a casa – ripulisce gli stivali.
Ho letto giusto dentro di te? Eppure il volto umano – il volto umano al di
sopra della pagina di giornale più fitta contiene di più, nasconde di più. Ora,
con gli occhi aperti, lei guarda fuori; ma nell’occhio umano c’è – come la
definiresti? – una frattura – una scissione – così che quando hai afferrato lo
stelo la farfalla è già volata via – la falena che di sera volteggia intorno al
fiore giallo – ti muovi, alzi la mano, via, alta, lontana. Non alzerò la mia
mano. Volteggia tranquilla, allora, vibra, vita, anima, spirito, o qualunque
cosa tu sia di Minnie Marsh – anch’io sul mio fiore – il falco sopra la duna –
solitario, altrimenti quale sarebbe il valore della vita? Sollevarsi; volteggiare
immobili di sera, o a mezzogiorno; volteggiare immobili sulla duna. Il guizzo
di una mano – via, su! E poi di nuovo sospeso. Solitario, invisibile; a
guardare laggiù tutto così immobile, così bello. Nessuno lo vede, nessuno si
cura di lui. Gli occhi degli altri sono la nostra prigione; i loro pensieri, le
nostre gabbie. Aria di sopra e di sotto. E la luna e l’immortalità… Oh, ma sto
cadendo sul prato! Sei caduta anche tu, tu nell’angolo, come ti chiami –
donna – Minnie Marsh, o qualcosa del genere? Eccola qui, stretta al suo
bocciolo; mentre apre la borsa da cui estrae una conchiglia vuota – un uovo –
chi diceva che le uova costano meno? Tu o io? Oh, tu l’hai detto sulla strada
di casa, ricordi?, quando il vecchio signore, aprendo all’improvviso
l’ombrello – o stava starnutendo? A ogni modo, Kruger è sparito e tu sei
tornata “a casa per una via secondaria”, e hai ripulito gli stivali. Sì. E ora
stendi sulle ginocchia un fazzoletto su cui lasciar cadere piccoli frammenti
scheggiati di gusci d’uovo – frammenti di una mappa – di un rompicapo. Mi
piacerebbe rimetterli insieme. Se solo tu stessi seduta tranquilla. Ma ha
mosso le ginocchia – e la mappa è di nuovo a pezzi. Giù dalle pendici delle
Ande, bianchi blocchi di marmo rimbalzano e si scontrano, schiacciando a
morte un intero gruppo di mulattieri spagnoli con il loro convoglio – il
bottino di Drake, oro e argento. Ma per tornare a…
… A cosa, e dove? Aprì la porta e, riponendo l’ombrello – ma questo non
c’è bisogno di dirlo, idem per la zaffata di bollito proveniente dal
seminterrato; perciò puntini puntini. Ma ciò che non posso eliminare in
questo modo, ciò che devo, a testa bassa e occhi chiusi, con il coraggio di un
battaglione e la cecità di un toro, prendermi in carico e nello stesso tempo
liquidare sono senza dubbio le figure nascoste dietro le felci, i viaggiatori di
commercio. È lì che li ho messi per tutto questo tempo, nella speranza che in
qualche modo scomparissero o, meglio, che emergessero, come in effetti
dovrebbero, se si vuole che la storia vada avanti guadagnando in ricchezza e
rotondità, nel senso del destino e della tragedia, come le storie devono,
sviluppandosi con due se non tre viaggiatori di commercio e tutto un
boschetto di aspidistra. “Le fronde dell’aspidistra nascondevano solo in parte
il viaggiatore di commercio.” Dei rododendri lo avrebbero nascosto del tutto
e per di più ci avrei guadagnato un tocco di rosso e bianco per cui vado matta,
ma rododendri a Eastbourne – a dicembre – sulla tavola dei Marsh – no no,
proprio non oso; qui è tutta una questione di pasticcini e bicchierini, dolci e
felci. Magari verrà il momento più tardi, al mare. Fra l’altro, sbirciando
piacevolmente attraverso le fronde verdi e oltre l’incastro della finestra,5
sento il desiderio di dare un’occhiata furtiva e schiva all’uomo che sta di
fronte – con più di uno non posso avere a che fare. Si tratta di quel James
Moggridge che i Marsh chiamano Jimmy? (Minnie, devi promettere di non
torcere il braccio e grattarti finché non avrò chiarito la faccenda.) James
Moggridge fa il rappresentante di – vogliamo dire bottoni? – ma non è ancora
il momento di tirarli in ballo – grandi e piccoli bottoni su lunghi cartoncini,
alcuni a occhio di pavone, altri di oro opaco; taluni di quarzo e altri ancora
spruzzati di corallo – ma ho già detto che non è venuto il momento. Viaggia,
e il giovedì, il giorno in cui è a Eastbourne, va a mangiare dai Marsh. La sua
faccia rossa, i suoi occhietti risoluti – nel complesso, non banale da ogni
punto di vista – il suo enorme appetito (questo è confortante; non guarderà
Minnie finché non avrà raccolto tutto il sugo con il pane), il tovagliolo pende
a forma di rombo dal colletto – certo sembra un primitivo, ma qualsiasi cosa
pensi il lettore, io non c’entro. Passiamo a casa Moggridge, mettiamola in
movimento. Bene, gli stivali di tutta la famiglia sono lucidati la domenica
dallo stesso James. Il quale legge Truth. La sua passione? Le rose – e sua
moglie, infermiera d’ospedale in pensione – interessante – per l’amor del
cielo, lasciate che ci sia almeno una donna con un nome che mi piaccia! Ma
niente: lei è una di quelle creature della fantasia, che non sono mai nate,
illegittime ma non per questo meno amate, come i miei rododendri. Quante
ne muoiono in ogni romanzo che viene scritto – le migliori, le più care,
mentre Moggridge continua a vivere. È colpa della vita. Ecco Minnie che in
questo momento mangia il suo uovo di fronte a me, all’altro capo del
racconto – abbiamo già passato Lewes – ci deve essere Jimmy – ma perché si
torce e si gratta?
Moggridge deve esserci – colpa della vita. La vita impone le sue leggi; la
vita sbarra la strada; è dietro le felci; la vita è il tiranno; ma non il gradasso!
No, perché vi assicuro che vengo spontaneamente, vengo qui sedotta da solo
il cielo sa quale forza attraverso felci e pasticcini, tavole macchiate e bottiglie
unte. Vengo irresistibilmente a installarmi da qualche parte nella carne fresca,
nella robusta spina dorsale, ovunque io possa penetrare o trovare un punto
d’appoggio sulla persona, nell’anima dell’uomo Moggridge. L’enorme
stabilità della materia; la spina dorsale dura come l’osso di balena, dritta
come una quercia; le costole che irradiano rami; la carne come un’incerata
ben tesa; le cavità rosse; il succhio e il rigurgito del cuore; mentre dall’alto la
carne cade in pezzi scuri e la birra scorre per ribollire poi in nuovo sangue – e
così si arriva agli occhi. Dietro l’aspidistra, vedono qualcosa: nero, bianco,
misero; adesso di nuovo il piatto; dietro l’aspidistra, vedono una donna
anziana; “la sorella di Marsh. Hilda è più il mio tipo”; e ora la tovaglia.
“Marsh vorrebbe sapere cosa non va con i Morris…” se ne parla; è arrivato il
formaggio; di nuovo il piatto; fallo girare – che dita enormi; adesso la donna
di fronte. “La sorella di Marsh – non è per niente simile a lui; è anziana,
infelice… Uno deve nutrirle le galline… Santo cielo, cosa è stato a farla
contorcere? Mica quello che ho detto io? Oddio, queste donne anziane, Dio
mio!”
(Sì, Minnie; so che ti sei contratta, ma un momento – James Moggridge.)
“Oddio mio Dio!” Che bel suono! Come un colpo di maglio su legno
stagionato, come il battito del cuore di una vecchia baleniera, quando i marosi
spingono e incalzano, e il verde è annuvolato. “Dio, Dio!” Che campana a
martello per le anime in pieno tormento, per calmarle, consolarle e avvolgerle
in un sudario, dicendo “Addio. Ti auguro buona fortuna!”, e poi “Cosa ti fa
piacere?”; sebbene Moggridge fosse ancora disposto a cogliere una rosa per
lei, ormai era fatta, era finita. E adesso, che cosa accadrà? “Signora, perderà il
suo treno,” perché quelli non aspettano.
Così sono gli uomini; questo è il suono che riecheggia; questi sono la
chiesa di St Paul e gli omnibus. Stiamo scuotendo via le briciole. Oh
Moggridge, non vuoi fermarti? Devi proprio andare? Attraverserai
Eastbourne questo pomeriggio in una di quelle piccole vetture? Sei tu l’uomo
murato fra gli scatoloni verdi di cartone, che talvolta ha le imposte chiuse e
talaltra siede solenne, fissando come una sfinge, e sempre con quell’aspetto
sepolcrale, con un che da impresario di pompe funebri, con la bara e una luce
crepuscolare sul cavallo e sul conducente? Forza, dimmelo – ma lo sportello
sbatté. Non ci incontreremo mai più. Addio, Moggridge!
Sì, sì, sto arrivando. Proprio su in cima alla casa. Indugerò solo un
momento. Come si rimescola il fango nella mente – che vortice lasciano
questi mostri, le acque sciabordanti, le alghe che ondeggiano, qui verde, là
nero, sbattendo sulla sabbia finché gradualmente gli atomi si riaggregano, il
deposito viene filtrato, e di nuovo attraverso gli occhi tutto appare limpido e
tranquillo, e alle labbra sale una preghiera per i defunti, una cerimonia per le
anime di coloro che salutiamo, che non incontreremo mai più.
James Moggridge è morto, adesso, andato per sempre. Bene, Minnie –
“Non ce la faccio più. Se lo dicesse – (Fatemela guardare. Si sta scuotendo di
dosso i frammenti di guscio d’uovo, spingendoli verso declivi profondi.) Di
sicuro lo ha detto, appoggiandosi al muro della sua stanza e tormentando le
palline che bordavano la tenda color vinaccia. Ma quando l’io parla all’io, chi
è che parla? – l’anima sepolta, lo spirito spinto dentro, dentro la catacomba
centrale; l’io che ha preso il velo e lasciato il mondo – forse per vigliaccheria,
eppure bello in qualche modo, mentre palpita senza sosta con la sua lanterna
su e giù per i corridoi più oscuri. “Non ce la faccio più,” dice l’anima di
Minnie. “Quell’uomo a pranzo – Hilda – i bambini.” Oh cielo, quel suo
singhiozzo. È l’anima che piange il proprio destino, l’anima trascinata di qua
e di là, aggrappata a tappeti sempre più piccoli – miseri punti d’appoggio –
brandelli rattrappiti di ogni mondo che scompare – amore, vita, fede, marito,
figli, non so quali splendori e ricchezze intravisti durante l’adolescenza. “Non
per me – non per me.”
Ma allora – i muffin, il vecchio cane pelato? Potrei immaginare cosette in
perline o il conforto della biancheria. Se Minnie Marsh fosse investita e
portata in ospedale, le infermiere e gli stessi dottori esclamerebbero… Ci
sono la vista e la visione – c’è la distanza – la macchia azzurra alla fine della
strada, ma intanto, dopo tutto, il tè è forte, il muffin è caldo, e il cane –
“Benny, torna al tuo cestino, avanti, guarda cosa ti ha portato la mamma!”
Così, prendendo il guanto con il pollice logoro, sfidando ancora una volta
quel demone pervasivo che chiamiamo “andare in pezzi”, rinnovi i rinforzi,
infilando la lana grigia, passandola dentro e fuori.
Passandola dentro e fuori, attraverso e di sopra, tessendo una tela che
neanche lo stesso Dio – sst, non pensare a Dio! Come sono solidi i punti!
Devi essere orgogliosa del tuo rammendo. Lasciamo che nulla la disturbi.
Che la luce cada dolcemente e le nuvole mostrino il primo verde nella parte
interna delle foglie. Che il passero si posi sul ramoscello, scuotendo le gocce
di pioggia appese alla sua estremità… Perché guardare in su? Era un suono,
un pensiero? Oh cielo! Di nuovo, stai tornando alle cose che hai fatto, alla
vetrina con i nastri viola? Ma verrà Hilda. Ignominie, umiliazioni, oh! Chiudi
la breccia.
Dopo aver rammendato il suo guanto, Minnie Marsh lo ripone in un
cassetto che chiude con decisione. Colgo il suo viso nello specchio. Le labbra
serrate. Il mento in alto. Si allaccia le scarpe. Poi si tocca la gola. Che cos’è la
tua spilla? Un rametto di vischio o un portafortuna? Ma cosa sta accadendo?
A meno che io non sbagli completamente, il polso batte più in fretta, il
momento è arrivato, i fili si riannodano, ecco le cascate del Niagara! Ed ecco
la crisi! Il cielo ti aiuti! Cade in terra. Coraggio! Coraggio! Affronta la
situazione! Sii all’altezza! Per l’amor di Dio, non fermarti sulla soglia! Ecco
la porta! Sono al tuo fianco. Parla! Confrontati con lei, travolgi la sua anima!
“Oh, mi scusi. Sì, siamo a Eastbourne. La aiuto a tirarla giù. Mi faccia
provare la maniglia.” (Ma Minnie, anche se facciamo finta di niente, io ti ho
capita molto bene – e sono con te adesso.)
“È tutto il suo bagaglio?”
“Davvero grazie, davvero.”
(Ma perché ti guardi intorno? Hilda non verrà alla stazione e neppure
John, e Moggridge è in giro dalla parte di Eastbourne.)
“Aspetterò accanto alla mia valigia, signora, è più sicuro. Ha detto che mi
sarebbe venuto incontro… Ah, eccolo qua. Ecco mio figlio.”
Così se ne vanno via insieme.
Be’, sono confusa… Certo, Minnie, ne sai più di me. Uno strano
giovanotto… Fermati! Gli dirò io – Minnie! – Miss Marsh! – eppure non so.
C’è qualcosa di strano nella sua mantella per come si solleva al vento. Oh,
ma non è vero, è indecente… Guarda come lui si piega su di lei, mentre
raggiungono il passaggio a livello. Lei trova il suo biglietto. Ma che scherzo
è? Ed ecco che se ne vanno, giù per la strada, fianco a fianco… Bene, il mio
mondo ora è finito! Cosa mi rimane? Che cosa so? Quella non è Minnie. Non
c’era nessun Moggridge. Io chi sono? Nuda vita ridotta all’osso.
Eppure l’ultima immagine di loro due – lui che scende dal marciapiede e
lei che lo segue dietro l’angolo di un grande palazzo – mi riempie di stupore,
nuovamente mi travolge. Misteriose figure. Madre e figlio. Chi siete? Perché
camminate giù in strada? Dove dormirete stanotte, e poi domani? Oh, quale
vortice, quale nuova ondata mi trascina! Ricomincio da capo. Gente che
passa su e giù. La luce bianca si annuncia, diffondendosi poco alla volta.
Vetrine di cristallo. Garofani; crisantemi. Edera nei giardini in ombra. I lattai
alle porte. Ovunque io vada, vi vedo voltare l’angolo, figure misteriose,
madri e figli; voi, voi, voi. Mi affretto a seguirvi. Questo, suppongo, deve
essere il mare. Un paesaggio grigio; spento come la cenere; l’acqua che
mormora e ondeggia. Se cado in ginocchio, se compio il rito, le antiche
cerimonie, siete voi, figure sconosciute, che io adoro; se apro le braccia, è te
che accolgo e stringo a me – mondo adorabile!

1 Si allude al Trattato di Versailles, siglato a Parigi il 28 giugno 1919, entrato in


vigore il 10 gennaio 1920. (N.d.T.)
2 In italiano nel testo. (N.d.T.)
3 Paulus Kruger (1825-1904), presidente del Transvaal. Principe Albert (1819-
1861), consorte della regina Vittoria. I loro due modelli di cristianesimo (molto più
aggressivo quello del primo) si scontrarono durante la rivolta dei Boeri contro gli
inglesi. (N.d.T.)

4 Nell’originale: “the itch and the patch and the twitch”, cioè il prurito, la macchia
e la torsione. Si allude al tic di Minnie Marsh di grattarsi in mezzo alle scapole.
(N.d.T.)
5 In questo racconto, Virginia Woolf gioca di continuo con le parole, creando rime
e cercando assonanze che solo talvolta è possibile rendere in italiano senza tradire il
senso del discorso. (N.d.T.)
Una casa con i fantasmi

A qualunque ora ci si svegliasse, c’era sempre una porta che si chiudeva.


Andavano da una stanza all’altra, mano nella mano, spostando una cosa qua,
aprendone una là, per accertarsi di tutto – una coppia di fantasmi.
“È qui che l’abbiamo lasciato,” diceva lei. E lui aggiungeva: “Ma anche
qui.” “È di sopra,” mormorava lei. “E in giardino,” sussurrava lui. “Piano,”
dicevano entrambi, “o li sveglieremo.”
Ma non eravate voi a svegliarci. Oh no. “Lo stanno cercando; stanno
tirando la tenda,” si poteva dire, e leggere ancora una pagina o due. “Devono
averlo trovato,” si poteva esser certi, fermando la matita al margine della
pagina. E poi, magari, stanchi di leggere, ci si alzava e noi stessi ci
mettevamo a cercare, la casa tutta vuota, le porte aperte, solo i piccioni
selvatici che tubavano soddisfatti e il ronzio della trebbiatrice che risuonava
dalla fattoria. “Cosa sono venuto a fare? Cosa volevo trovare?” Le mie mani
erano vuote. “Allora, forse è di sopra?” Nel solaio c’erano mele. E così giù di
nuovo, il giardino silenzioso come sempre, solo un libro era scivolato
nell’erba.
Ma lo avevano trovato in salotto. Non che li si potesse vedere. I vetri della
finestra riflettevano mele o rose, e nel vetro tutte le foglie erano verdi. Solo
che, se passavano per il salotto, la mela si girava per mostrare il suo lato
maturo. E anche, se un attimo dopo si apriva la porta, sparso sul pavimento,
attaccato alle pareti, pendente dal soffitto – cosa? Le mie mani erano vuote.
L’ombra di un tordo attraversò il tappeto; dal più profondo abisso di silenzio,
il piccione selvatico accennò il suo verso gorgogliante. “Al sicuro, al sicuro,”
il battito della casa pulsava piano. “Il tesoro nascosto; la stanza…” il battito
cessò all’improvviso. Era quello il tesoro nascosto?
Un momento dopo la luce era svanita. Fuori in giardino, allora? Gli alberi
irretivano nella loro penombra qualche raggio di sole vagante. Così delicato,
così raro, nascosto al fresco sotto la superficie, il raggio che cercavo scottava
sempre dietro il vetro. Il vetro era morte, e la morte era fra noi; toccando
prima alla donna, centinaia di anni fa, abbandonando la casa, sigillando tutte
le finestre; le stanze furono lasciate al buio. Lui abbandonò la casa,
abbandonò lei, andò a Nord e a Est, vide le stelle a rovescio nel cielo
meridionale; andando in cerca della casa, la trovò sprofondata fra le dune.
“Al sicuro, al sicuro,” il battito della casa pulsava gioioso. “Il tesoro è
vostro.”
Il vento ruggisce sul viale. Gli alberi si piegano e si incurvano di qua e di
là. Raggi di luna schizzano e sprizzano all’impazzata nella pioggia. Ma il
raggio della lampada cade dritto dalla finestra. La candela brucia rigida e
immobile. Vagando per la casa, spalancando le finestre, bisbigliano per non
svegliarci, la coppia di fantasmi va in cerca della propria gioia.
“Qui abbiamo dormito,” dice lei. E lui aggiunge: “Baci senza fine.”
“Svegliarsi al mattino…” “Argento fra gli alberi…” “Di sopra…” “In
giardino…” “Quando arrivò l’estate…” “Quando nevicava in inverno…” Le
porte si vanno chiudendo in lontananza, sbattendo piano come il palpito di un
cuore.
Vengono più vicini; si fermano sulla porta. Il vento è caduto, la pioggia
spande argento sui vetri. I nostri occhi si fanno bui; non sentiamo passanti
accanto a noi; non vediamo la signora stendere il suo mantello spettrale. Le
mani di lui schermano la lanterna. “Guarda,” sospira. “Dormono
profondamente. C’è amore sulle loro labbra.”
Chinandosi, tenendo la loro lampada d’argento sopra di noi, ci guardano a
lungo e con attenzione. E a lungo sostano. Il vento soffia dritto; la fiamma si
piega leggermente. Folli raggi di luce lunare attraversano sia il pavimento sia
la parete e, incontrandosi, macchiano i volti chini, assorti, i volti che,
cercando sui dormienti, trovano la loro gioia segreta.
“Al sicuro, al sicuro,” il cuore della casa batte orgoglioso. “Lunghi
anni…” sospira lui. “Di nuovo mi hai trovato.” “Qui,” mormora lei, “mentre
dormivo; mentre leggevo in giardino; mentre ridevo e facevo rotolare le mele
in solaio. Qui abbiamo lasciato il nostro tesoro.” Chinandosi, la loro luce mi
fa aprire le palpebre. “Al sicuro, al sicuro!” il battito della casa pulsa
all’impazzata. Svegliandomi, grido: “È questo il vostro tesoro nascosto? La
luce nel cuore?”
L’associazione

Tutto cominciò così. Un giorno, sei o sette di noi erano sedute dopo il tè.
Alcune stavano fissando le vetrine della modista sull’altro lato della strada,
dove la luce scintillava ancora su piume scarlatte e pantofole dorate. Altre
erano oziosamente impegnate a costruire piccole torri di zucchero sul bordo
del vassoio. Dopo un poco, se ricordo bene, ci andammo a sedere intorno al
fuoco e cominciammo come al solito a lodare i maschi – come erano nobili,
brillanti, coraggiosi, e belli – come invidiavamo quelle che di riffa o di raffa
riuscivano ad agganciarne uno per tutta la vita – quando Poll, che non aveva
detto niente, scoppiò in lacrime. Va detto che Poll è sempre stata strana. Del
resto, suo padre era un tipo bizzarro. Le ha lasciato una fortuna, ma a
condizione che lei leggesse tutti i libri della London Library. Noi la
confortammo meglio che potemmo, ma in cuor nostro sapevamo quanto fosse
inutile. Perché, anche se a noi piace, Poll non è una bellezza; non si allaccia
le stringhe delle scarpe; e deve aver pensato, mentre noi cantavamo le lodi dei
maschi, che nessuno l’avrebbe mai sposata. Alla fine si asciugò le lacrime.
Per un poco non riuscimmo a capire niente di quello che diceva. In tutta
coscienza, era proprio stravagante. Ci disse che, come sapevamo, passava
leggendo la maggior del tempo alla London Library. Aveva cominciato,
disse, dalla letteratura inglese, all’ultimo piano, e stava scendendo, un passo
alla volta, fino al Times a pianoterra. E ora, a metà strada, o forse solo a un
quarto, era successa una cosa terribile. Non riusciva più a leggere. I libri non
erano quel che credevamo noi. “I libri,” gridò alzandosi in piedi e parlando
con un’aria così desolata che non potrò mai dimenticarla, “sono per la
maggior parte indicibilmente brutti!”
Naturalmente protestammo che Shakespeare ha scritto libri, e anche
Milton e Shelley.
“Certo, sì,” ci interruppe. “Vedo che vi hanno istruito bene. Ma non siete
socie della London Library.” A questo punto proruppe di nuovo in singhiozzi.
Infine, riprendendosi un poco, aprì un libro della pila che si portava sempre
dietro – era intitolato From A Window o In A Garden o qualcosa di simile, ed
era scritto da un tale Benson o Henson o un nome del genere. Lesse le prime
pagine. Noi ascoltavamo in silenzio. “Ma quello non è un libro,” disse una di
noi. Allora Poll ne scelse un altro. Questa volta si trattava di un testo di
storia, ma ho dimenticato l’autore. La nostra ansia cresceva via via che lei
continuava a leggere. Non una parola che sembrasse autentica, e lo stile in cui
era scritto era esecrabile.
“Poesia! Poesia!” gridammo impazienti. “Leggi qualche poesia!” Non
posso descrivere la desolazione che ci piombò addosso quando Poll aprì un
volumetto e cominciò a declamare le verbose stupidaggini sentimentali che
conteneva.
“Questa deve averla scritta una donna,” si affrettò a dire una di noi. E
invece no. Poll ci spiegò che l’aveva scritta un giovane uomo, uno dei più
famosi poeti del momento. Vi lascio immaginare che colpo fu quella
scoperta. Benché tutte a gran voce la supplicassimo di smettere, lei continuò
ostinatamente a leggerci estratti dalle vite dei Lord Cancellieri. Quando ebbe
finito, Jane, la più grande e la più saggia di noi, si alzò in piedi dichiarando
che per quanto la riguardava non era convinta.
“Perché,” domandò, “se i maschi scrivono simili schifezze, le nostre madri
avrebbero sprecato la giovinezza nel metterli al mondo?”
Rimanemmo tutte in silenzio e, nel silenzio, si poteva udire la povera Poll
singhiozzare: “Perché, perché mio padre mi ha insegnato a leggere?”
Clorinda fu la prima a tornare in sé. “È tutta colpa nostra,” disse. “Ognuna
di noi sa leggere. Ma nessuna, a parte Poll, si è mai presa la briga di farlo. Io
per prima ho dato per inteso che fosse dovere di una donna passare la
giovinezza mettendo al mondo figli. Veneravo mia madre per averne fatti
dieci; ancora di più mia nonna per averne fatti quindici; e confesso che era
mia ambizione arrivare a venti. Siamo andate avanti tutto questo tempo
supponendo che gli uomini fossero ugualmente solerti e che le loro opere
fossero ugualmente meritevoli. Mentre noi davamo alla luce i bambini,
pensavamo che i maschi dessero alla luce i loro libri e i loro quadri. Noi
abbiamo popolato il mondo. Loro lo hanno civilizzato. Ma adesso che
sappiamo leggere, che cosa ci impedisce di giudicare i risultati? Prima di
mettere al mondo un altro bambino, dobbiamo giurarci di andare a vedere
come è fatto, il mondo.”
Così creammo un’associazione per le nostre inchieste. Una di noi doveva
visitare una nave da guerra; un’altra nascondersi nello studio di un erudito;
un’altra ancora assistere a una riunione di uomini d’affari; mentre tutte
dovevamo leggere libri, guardare quadri, andare ai concerti, tenere gli occhi
bene aperti per strada e fare domande in continuazione. Eravamo molto
giovani. Si può misurare la nostra ingenuità se dico che, prima di lasciarci
quella sera, decidemmo che scopo della vita era produrre brava gente e buoni
libri. Le nostre domande dovevano mirare a scoprire quanto tali obiettivi
fossero oggi realizzati dagli uomini. Facemmo voto solenne di non mettere al
mondo un solo bambino finché non fossimo state soddisfatte.
Perciò ce ne andammo in giro, chi al British Museum, chi alla Marina di
Sua Maestà, chi a Oxford e chi a Cambridge; visitammo la Royal Academy e
la Tate; ascoltammo musica contemporanea ai concerti, andammo in
tribunale e a vedere nuovi spettacoli teatrali. Nessuna partecipava a una cena
senza porre determinate domande al proprio accompagnatore, annotandone
diligentemente le risposte. A intervalli regolari ci riunivamo per confrontare
le nostre osservazioni. Ah, che riunioni divertenti! Non ho mai riso tanto
come quando Rose lesse i suoi appunti sull’“Onore”, descrivendoci come si
fosse travestita da principe d’Etiopia e fosse salita a bordo di una delle navi di
Sua Maestà.1 Scoperta la beffa, il capitano era andato a trovarla (nel
frattempo, si era travestita da semplice gentiluomo), chiedendole che il suo
onore ricevesse soddisfazione. “D’accordo, ma come?” aveva chiesto Rose.
“Come?” aveva tuonato il capitano. “A suon di frusta, ovviamente!” Vedendo
che era fuori di sé dalla rabbia e ritenendo che fosse giunta la sua ora, Rose si
era piegata in avanti per ricevere, con sua sorpresa, solo sei colpetti leggeri
sul didietro. “L’onore della Marina britannica è vendicato!” aveva esclamato
il capitano, e Rose, tornando in posizione eretta, lo aveva visto col sudore che
gli colava sul viso tenderle la mano destra tremante. “Lontano da me!” aveva
esclamato Rose, mettendosi in posa e imitando la ferocia della sua
espressione. “Il mio onore deve essere ancora soddisfatto!” “Questo è parlare
da gentiluomo,” aveva replicato il capitano, sprofondando in lunghe
riflessioni. “Se sei colpi vendicano l’onore della Marina britannica,” si
chiedeva, “quanti ne servono per vendicare l’onore di un semplice
gentiluomo?” Aveva detto che preferiva sottoporre il caso ai suoi fratelli
ufficiali. Rose aveva risposto in maniera sprezzante che non poteva attendere.
E il capitano aveva lodato la sua sensibilità. “Vediamo,” aveva gridato a un
tratto, “suo padre aveva una carrozza?” “No,” aveva detto lei. “Un cavallo da
sella?” “Avevamo un asino,” si ricordò Rose, “che trainava la falciatrice.” A
questo punto la faccia del capitano si era illuminata. “Il nome di mia madre
è…” stava aggiungendo Rose. “Per amor di Dio, signore, sua madre non la
nomini neppure!” aveva strillato il capitano, tremando come un pioppo
tremulo e arrossendo fino alla radice dei capelli, e ci erano voluti dieci minuti
buoni per indurlo a proseguire. Alla fine, aveva decretato che, se Rose gli
avesse inflitto quattro colpi e mezzo sul fondoschiena, in un punto da lui
stesso indicato (il mezzo colpo era riconosciuto, aveva detto, in omaggio al
fatto che lo zio della di lei bisnonna era caduto a Trafalgar), era sua opinione
che l’onore di Rose ne sarebbe uscito come nuovo. E così venne fatto; si
erano recati poi a un ristorante, dove avevano bevuto due bottiglie di vino che
lui aveva insistito per pagare e si erano infine separati giurandosi amicizia
eterna.
Poi ci fu il resoconto della visita di Fanny in tribunale. La prima volta era
giunta alla conclusione che i giudici o erano fatti di legno o venivano
impersonati da bestioni somiglianti all’uomo, addestrati a muoversi con
estrema solennità, a borbottare e annuire. Per verificare la sua teoria aveva
liberato una manciata di mosconi proprio nel momento cruciale di un
processo, ma non era in grado di valutare se quelle creature dessero segni di
umanità perché il ronzio dei mosconi le aveva indotto un sonno così profondo
da svegliarsi in tempo solo per vedere i prigionieri ricondotti in cella.
Comunque, sulla base delle prove presentate, votammo che è scorretto
supporre che i giudici siano uomini.
Helen era andata alla Royal Academy, ma, quando le fu chiesto di riferire
il suo resoconto sui quadri esposti, cominciò a declamare da un libro blu
chiaro: “Oh, il tocco di una mano svanita e il suono di una voce che è
ancora.2 Tornato è il cacciatore, tornato dalla collina.3 Scrollò le briglie della
sua bardatura.4 Dolce è l’amore, l’amore è breve.5 Primavera, la bella
primavera, dell’anno l’amabile regina.6 Oh, essere in Inghilterra ora che
aprile è qui.7 Agli uomini il lavoro e alle donne il pianto.8 Il sentiero del
dovere conduce alla gloria…9” Non ne potevamo più di ascoltare quello
sproloquio.
“Basta con la poesia!” gridammo.
“Figlie d’Inghilterra!” cominciò Helen, ma a quel punto la facemmo
tacere, e nella zuffa le cadde addosso una caraffa piena d’acqua.
“Grazie a Dio!” esclamò, scuotendosi come un cane. “Adesso mi rotolo
sul tappeto e vedrete se non riesco a scrollarmi di dosso i resti dell’Union
Jack. Allora forse…” e così si rotolò in terra con grande energia. Alzandosi in
piedi, stava iniziando a spiegarci come sono i quadri moderni, quando
Castalia la interruppe.
“Quale è la misura media di un quadro?” domandò. “Più o meno sessanta
per settanta,” disse Helen. Castalia prendeva nota mentre Helen parlava e,
quando quella ebbe finito e noi facevamo grandi sforzi per evitare lo sguardo
delle altre, si alzò in piedi e disse: “Secondo il vostro desiderio, ho passato la
scorsa settimana a Oxbridge,10 travestita da donna delle pulizie. In tal modo
ho avuto accesso alle stanze di vari professori e adesso cercherò di darvi
qualche idea – solo che,” si interruppe, “non so da dove cominciare. Era tutto
così strano. Questi professori,” continuò, “vivono in grandi case costruite
attorno a un prato, ciascuno in una specie di cella. Però hanno tutte le
comodità. Devi solo premere un bottone o accendere una lucina. Le loro carte
sono archiviate in ordine. Non ci sono bambini né animali, tranne una
dozzina di gatti randagi e un vecchio ciuffolotto, un maschio. Mi ricordava,”
divagò, “una zia che stava a Dulwich e coltivava cactus. Si raggiungeva la
veranda attraversando un grande salotto, e lì, sui tubi dell’acqua calda,
c’erano dozzine di piante, tutte brutte, tozze, piene di aghi, ognuna nel
proprio vaso. Una volta ogni cento anni l’aloe fioriva, almeno così diceva la
zia. Ma morì prima che accadesse…” Le chiedemmo di ritornare al tema.
“Ecco,” riprese, “mentre il professor Hobkin era fuori, ho esaminato l’opera
della sua vita, un’edizione di Saffo. Un libro dall’aspetto strano, di una
quindicina di centimetri di spessore, ma non è di Saffo. No no. È quasi tutto
una difesa della verginità di Saffo, negata da un tale in Germania, e posso
assicurare che la passione con cui i due gentiluomini battibeccano,
l’erudizione di cui fanno mostra, la straordinaria ingenuità con la quale
disputano sull’uso di un certo attrezzo che a me sembrava, credetemi, una
forcina per capelli, mi hanno lasciato a bocca aperta; specie quando si è
aperta la porta ed è apparso il professor Hobkin in persona. Un vecchio
signore molto carino e mite, ma che cosa poteva saperne lui di verginità?”
Noi tutte fraintendemmo.
“No,” protestò Castalia, “lui è la quintessenza dell’onore, ne sono sicura –
non è che rassomigli al capitano di Marina di Rose. Pensavo piuttosto ai
cactus della zia. Cosa possono saperne loro di verginità?”
Di nuovo le dicemmo di restare in tema – i professori di Oxbridge
contribuivano o no a produrre brava gente e buoni libri? – scopo della vita.
“Questo,” esclamò, “non mi è venuto in mente di chiederlo. Non mi è mai
passato per la testa che potessero produrre alcunché.”
“Io credo,” disse Sue, “che tu ti sia sbagliata. Probabilmente il professor
Hobkin era un ginecologo. Un erudito è un tipo d’uomo completamente
diverso. Un erudito trabocca di umorismo e inventiva – magari ha un debole
per il vino, ma che importa? – è un compagno delizioso, pieno di generosità,
sottile, fantasioso – lo sanno tutti. E infatti passa la vita in compagnia dei
migliori esseri umani mai esistiti.”
“Uhm,” fece Castalia. “Forse dovrei tornare indietro e provare
nuovamente.”
Qualcosa come tre mesi dopo, ero sola in casa quando arrivò Castalia.
Non so che cosa ci fosse nel suo aspetto da commuovermi tanto, ma non
potei trattenermi e mi precipitai ad abbracciarla. Non solo era bellissima,
sembrava anche di ottimo umore. “Che aria felice hai!” esclamai mentre ci
mettevamo a sedere.
“Sono stata a Oxbridge,” disse.
“A fare domande?”
“A dare risposte,” replicò.
“Non è che hai rotto il nostro voto?” chiesi ansiosa, notando qualcosa
nella sua figura.
“Oh, il voto,” disse lei distrattamente. “Aspetto un bambino, se è questo
che vuoi dire. Non puoi immaginare,” proruppe, “com’è eccitante, com’è
bello e ti appaga…”
“Cosa?” domandai.
“Be’… dare risposte,” replicò un po’ confusa. Dopodiché mi raccontò
tutta la storia. Ma nel mezzo di un racconto che trovai più interessante ed
eccitante di qualsiasi altra storia mai sentita, si mise a gridare nella maniera
più strana, a metà fra l’urlo di guerra e il corno da caccia…
“Verginità! Verginità! Dove è finita la mia verginità?” urlava. “Aiuto!
Aiuto! Datemi la bottiglia dei sali!”
Non c’era niente nella stanza se non un vasetto con la senape e stavo quasi
per somministrargliela, quando Castalia ritornò in sé.
“Avresti dovuto pensarci tre mesi fa,” dissi severamente.
“Vero,” rispose. “Non serve a granché pensarci adesso. Bella sfortuna,
comunque, che mia madre mi abbia chiamato Castalia.”
“Ma, Castalia, tua madre…” Stavo giusto cominciando a dire quando lei si
allungò verso il vasetto con la senape.
“No no,” disse scuotendo la testa. “Se tu fossi stata una donna casta, ti
saresti messa a urlare vedendomi, invece di precipitarti ad abbracciarmi. No,
Cassandra. Non siamo caste nessuna delle due.” E così riprendemmo a
chiacchierare.
Nel frattempo la stanza si era riempita perché era il giorno fissato per
discutere i risultati delle nostre osservazioni. Ognuna, notai, reagì con
Castalia come avevo fatto io. La baciarono dicendo come fossero felici di
rivederla. Alla fine, quando fummo tutte sistemate, Jane si alzò e disse che
era ora di cominciare. Cominciò dicendo che facevamo domande da ormai
cinque anni e benché i risultati non potessero essere che provvisori… A
questo punto Castalia mi diede una gomitata, sussurrando di non esserne poi
così sicura. Poi si alzò in piedi e, interrompendo Jane nel mezzo di una frase,
disse:
“Prima che tu aggiunga altro, voglio sapere se… posso rimanere qui.
Perché,” aggiunse, “devo confessarvi che sono una donna impura.”
Tutte la guardarono sbalordite.
“Aspetti un bambino?” chiese Jane.
Fece segno di sì con la testa.
Fu straordinario vedere tutte le diverse espressioni sulle loro facce. Una
specie di mormorio percorse la stanza, in cui potei cogliere le parole
“impura”, “bambino”, “Castalia” e via di seguito. Jane, a sua volta
notevolmente colpita, girò a noi la domanda:
“Deve andarsene? È impura?”
Un tale boato riempì la stanza che avrebbe potuto essere sentito fuori, in
strada.
“No no no e poi no. Deve restare! Impura? Ma che sciocchezze!” Notai
tuttavia che le più giovani, fra i diciannove e i vent’anni, esitavano,
sopraffatte dalla timidezza. Poi andammo tutte intorno a Castalia a
tempestarla di domande e finalmente vidi una delle più giovani, che si era
tenuta in disparte, rivolgersi timidamente dicendole:
“Ma che cos’è la castità? Voglio dire, è una cosa buona, cattiva, o non è
niente?” Castalia rispose così a bassa voce che non potei cogliere quel che
disse.
“Sapete, sono rimasta scioccata,” disse un’altra, “per almeno dieci
minuti.”
“Secondo me,” disse Poll che stava diventando ruvida, dato che era
sempre lì a leggere alla London Library, “la castità non è altro che ignoranza
– uno stato di coscienza fra i più disdicevoli. Dovremmo ammettere solo le
donne non caste, nella nostra associazione. Propongo quindi che Castalia sia
eletta nostra presidente.”
La cosa fu violentemente dibattuta.
“È sbagliato imporre alle donne il marchio della castità tanto quanto il suo
opposto,” disse Poll. “Alcune di noi non hanno avuto l’opportunità di
scegliere. Inoltre, non credo che la stessa Cassy voglia sostenere di avere
agito come ha fatto, per puro amor di conoscenza.”
“Lui ha solo ventuno anni ed è bello come un dio,” disse Cassy con un
gesto estasiato.
“Propongo,” disse Helen, “che nessuna di noi sia autorizzata a parlare di
castità o non castità, tranne chi è innamorata.”
“Oh cavolo!” disse Judith che era stata incaricata di occuparsi di questioni
scientifiche. “Io non sono innamorata e muoio dalla voglia di spiegare il mio
progetto per fare a meno delle prostitute e fecondare le vergini con decreto
del parlamento.”
Continuò a illustrarci una sua invenzione da erigere nelle stazioni della
metropolitana e in altri luoghi pubblici, che, dietro il pagamento di una
piccola somma, avrebbe salvaguardato la salute della nazione, reso un
servizio ai suoi figli e dato sollievo alle sue figlie. Aveva anche pianificato un
sistema per conservare in provetta il seme di futuri ministri “o poeti, pittori e
musicisti”, proseguì, “supponendo, va detto, che tali specie non siano estinte
e che le donne abbiano ancora voglia di mettere al mondo figli…”
“Certo che vogliamo avere bambini!” urlò Castalia spazientita. Jane batté
sul tavolo.
“Questo è il punto per cui ci siamo riunite a discutere,” disse. “Per cinque
anni abbiamo cercato di comprendere se sia giustificato continuare la razza
umana. Castalia ha anticipato la nostra decisione. Alle altre di noi rimane da
chiarirsi le idee.”
A questo punto, una dopo l’altra, le nostre messaggere si alzarono per fare
le loro relazioni. Le meraviglie della civiltà superavano di gran lunga le
nostre aspettative, e, nello scoprire per la prima volta come l’uomo voli
nell’aria, comunichi attraverso lo spazio, penetri fino al cuore dell’atomo e
abbracci l’universo con le sue speculazioni, un mormorio di ammirazione
eruppe dalle nostre labbra.
“Siamo fiere,” gridammo, “che le nostre madri abbiano sacrificato la loro
giovinezza per una causa come questa!” Castalia, che era rimasta ad ascoltare
con attenzione, mostrava di essere la più fiera di tutte. Poi Jane ci ricordò che
avevamo ancora molto da imparare, e Castalia ci pregò di farlo in fretta.
Procedemmo in mezzo a un gran guazzabuglio di statistiche. Apprendemmo
che l’Inghilterra ha una popolazione di parecchi milioni di individui, e che
una certa porzione di questi è costantemente affamata o in carcere; che la
composizione media della famiglia di un operaio è di un determinato numero
e che un’elevata percentuale di donne muore di patologie legate al parto.
Vennero letti resoconti di visite a fabbriche, negozi, periferie e cantieri
navali. Fu data descrizione della Borsa, di una gigantesca finanziaria della
City e di un ministero. Anche le colonie britanniche furono discusse e
qualche riflessione fu fatta sul nostro dominio in India, Africa e Irlanda. Ero
seduta accanto a Castalia e notai il suo disagio.
“Di questo passo, non arriveremo mai a una conclusione,” disse. “Dato
che a quanto pare la civiltà è molto più complessa di quanto pensassimo, non
sarebbe meglio limitarci alla nostra indagine iniziale? Abbiamo convenuto
che scopo della vita sia produrre brava gente e buoni libri. Tutto questo
tempo non abbiamo fatto che parlare di aerei, fabbriche e denaro. Adesso
parliamo di uomini e delle loro capacità, perché questo è il cuore della
questione.”
Così quelle che partecipavano alle cene si fecero avanti con lunghi fogli di
carta contenenti le risposte alle loro domande. Domande che erano state
formulate dopo profonda considerazione. Un uomo buono, eravamo
d’accordo, deve essere come minimo onesto, appassionato e schietto. Ma si
poteva scoprire se un uomo in particolare possedeva o meno tali qualità
soltanto ponendogli delle domande, e non di rado cominciando a prenderla
assai alla lontana. Kensington è un bel posto per viverci? A che scuola va suo
figlio? E sua figlia? Ora mi dica per cortesia quanto spende per i suoi sigari?
A proposito, Sir Joseph è baronetto o soltanto cavaliere? Spesso sembrava
che si apprendesse di più da banali domande come queste che non da altre più
dirette. “Ho accettato il titolo di Pari,” aveva detto Lord Bunkum, “perché
mia moglie ci teneva.” Non ricordo più quanti titoli venivano accettati per lo
stesso motivo. “Lavorando quindici ore su ventiquattro, come faccio io…”
diecimila professionisti cominciavano così.
“No, certo, lei non potrà leggere né scrivere. Ma perché lavora così
tanto?” “Mia cara signora, con una famiglia in crescita…” “Ma perché la sua
famiglia continua a crescere?” Anche in questo caso erano le mogli a volerlo,
o magari era l’Impero Britannico. Tuttavia, più significativi delle risposte
erano i rifiuti a rispondere. Molto pochi rispondevano davvero alle domande
sulla morale e sulla religione, e le rare risposte che venivano date non erano
serie. Le domande sull’importanza dei soldi e del potere erano quasi
invariabilmente spazzate via, oppure rigirate a suo rischio e pericolo a chi
aveva posto la domanda. “Sono sicura,” disse Jill, “che se Sir Harley
Tightboots non fosse stato in procinto di affettare il montone, quando gli ho
chiesto del sistema capitalistico, mi avrebbe tagliato la gola. L’unica ragione
per cui ogni volta l’abbiamo scampata è che gli uomini sono allo stesso
tempo affamati e galanti. Ci disprezzano troppo per fare caso a quel che
diciamo.”
“Ovvio che ci disprezzano,” disse Eleanor. “Altrimenti, questo come te lo
spieghi… Io ho svolto le mie indagini fra gli artisti. Bene: nessuna donna è
mai stata un’artista, vero Poll?”
“Jane-Austen-Charlotte-Brontë-George-Eliot,” gridò Poll, simile a un
venditore ambulante in una stradina.
“Ah benedetta donna!” esclamò una. “Che seccatrice!”
“Dopo Saffo, non ci sono più state artiste di rango…” cominciò Eleanor,
citando da un settimanale.
“Ma adesso sappiamo bene che Saffo è un’invenzione in qualche misura
lasciva del professor Hobkin,” si intromise Ruth.
“Comunque, non c’è ragione di supporre che nessuna donna sia mai stata
capace di scrivere o che mai lo sarà,” continuò Eleanor. “Invece, ogni volta
che mi trovo in mezzo a degli scrittori, essi non smettono di parlarmi dei loro
libri. Un capolavoro!, dico, oppure: Sembra Shakespeare! (dato che qualcosa
bisogna pur dire) e, ve lo assicuro, loro ci credono.”
“Questo non dimostra niente,” disse Jane. “Tutti lo fanno. Solo che,”
sospirò, “a noi non sembra di alcun aiuto. Forse faremmo meglio a passare
all’esame della letteratura moderna. Liz, tocca a te.”
Elizabeth si alzò e disse che per portare avanti la sua indagine si era
vestita da uomo e si era fatta passare per un critico.
“Negli ultimi cinque anni, ho regolarmente letto novità librarie,” disse.
“H.G. Wells è lo scrittore vivente più popolare; segue Arnold Bennett; poi
Compton Mackenzie; McKenna e Walpole possono essere considerati a pari
merito.” Si rimise seduta.
“Ma non ci hai detto niente!” protestammo. “O vuoi dire che questi
signori hanno di gran lunga superato Jane Austen e George Eliot e che il
romanzo inglese è… dov’è finita quella tua recensione?, ah sì, ecco, ‘sano e
salvo nelle loro mani’?”
“Sì, sano e salvo,” disse Elizabeth a disagio, appoggiandosi ora su un
piede ora sull’altro. “E sono sicura che diano più di quanto ricevano.”
Tutte noi ne eravamo sicure. “Ma,” la incalzammo, “scrivono buoni
libri?”
“Buoni libri?” ripeté fissando il soffitto. “Non dovete dimenticare,”
cominciò parlando molto in fretta, “che il romanzo è lo specchio della vita. E
non si può negare che l’istruzione sia della massima importanza, e che
sarebbe estremamente seccante, se ci si trovasse da sole a Brighton di sera,
non sapere quale sia la migliore pensione in cui alloggiare, e supponiamo che
sia una domenica sera di pioggia – non sarebbe carino andare al cinema?”
“Ma che cosa c’entra questo?” domandammo.
“Niente, non c’entra niente, proprio niente,” rispose lei.
“Allora devi dire la verità,” le intimammo.
“La verità? Ma non è meraviglioso?” si interruppe. “Negli ultimi
trent’anni Mr Chitter ha scritto ogni settimana un articolo sull’amore o sul
pane tostato e imburrato, e ha spedito tutti i suoi figli a Eton…”
“La verità!” insistemmo.
“Oh, la verità,” balbettò lei, “la verità non ha niente a che fare con la
letteratura,” e sedendosi si rifiutò di aggiungere un’altra parola.
Tutto sembrava molto inconcludente.
“Mie care, dobbiamo cercare di sintetizzare i risultati,” stava cominciando
Jane quando un vocio, che da qualche minuto si era fatto sentire dalla finestra
aperta, coprì la sua voce.
“Guerra! Guerra! La guerra è dichiarata!” gridavano degli uomini nella
strada di sotto.
Ci guardammo l’un l’altra con orrore.
“Che guerra?” gridammo. “Che guerra?” Ci rendemmo conto, troppo
tardi, che non avevamo pensato di mandare una di noi al parlamento. Ce
n’eravamo del tutto dimenticate. Ci girammo verso Poll, che aveva raggiunto
la sezione di storia della London Library, chiedendole di illuminarci.
“Perché,” gridammo, “gli uomini vanno in guerra?”
“A volte per una ragione, a volte per un’altra,” rispose senza scomporsi.
“Nel 1760, per esempio…” Gli schiamazzi all’esterno coprirono le sue
parole. “Di nuovo, nel 1794… nel 1804… Furono gli austriaci che nel
1866… nel 1870 ci fu quella franco-prussiana… nel 1900, invece…”
“Ma adesso è il 1914!” tagliammo corto.
“Ah, adesso non so perché vadano in guerra,” ammise lei.

***

La guerra era finita e la pace stava per essere siglata, quando mi ritrovai
ancora una volta insieme a Castalia nella stanza dove solevamo riunirci.
Cominciammo a sfogliare oziosamente le pagine dei nostri vecchi verbali.
“Strano,” commentai, “vedere quello che pensavamo cinque anni fa.”
“Abbiamo convenuto,” citò Castalia, leggendo da sopra la mia spalla, “che
scopo della vita sia produrre brava gente e buoni libri.” Su questo non
facemmo commenti. “Un uomo buono deve essere come minimo onesto,
appassionato e schietto.” “Che linguaggio da donne!” osservai. “Oddio,”
esclamò Castalia, mettendo via il quaderno, “che sciocche eravamo! Tutta
colpa del padre di Poll,” continuò. “Credo che lo abbia fatto apposta… quel
ridicolo testamento, voglio dire, obbligare Poll a leggere tutti i libri della
London Library. Se non avessimo imparato a leggere,” disse con amarezza,
“avremmo potuto continuare a mettere al mondo bambini nella totale
ignoranza, e credo che dopo tutto fosse quella la vita più felice. So quello che
stai per dire sulla guerra” – mi lanciò un’occhiata – “e sull’orrore di mettere
al mondo dei figli per vederseli ammazzare, ma le nostre madri lo hanno
fatto, e così le loro madri, e le madri delle madri. E non si sono lamentate,
loro. Non sapevano leggere. Io ho fatto del mio meglio,” sospirò, “per evitare
che mia figlia imparasse a leggere, ma a che pro? Solo ieri ho scoperto Ann
con un giornale in mano e stava già cominciando a chiedermi se fosse vero.
La prossima volta domanderà se Lloyd George11 è un uomo buono, poi se
Arnold Bennett è un bravo romanziere e infine se credo in Dio. Come faccio
a tirare su mia figlia educandola a non credere in niente?” chiese lei.
“Di sicuro puoi insegnarle a credere che l’intelletto di un uomo è, e
sempre sarà, fondamentalmente superiore a quello di una donna,” suggerii. Si
rasserenò e riprese a sfogliare i nostri vecchi quaderni. “Sì,” disse, “pensa alle
loro scoperte, la matematica, le scienze, la filosofia, pensa alla loro
erudizione…” e qui scoppiò a ridere. “Non dimenticherò mai il vecchio
Hobkin e la forcina per i capelli,” aggiunse, continuando a leggere e ridere, e
io stavo giusto pensando che fosse contenta, quando all’improvviso scagliò
lontano il quaderno e sbottò: “Oh, Cassandra, perché mi tormenti? Non
capisci che la nostra fiducia nell’intelletto dell’uomo è l’errore più grande di
tutti?” “Che cosa?” dissi. “Chiedi a qualunque giornalista, insegnante, uomo
politico o commesso del Paese e tutti ti diranno che gli uomini sono molto
più intelligenti delle donne.” “Come se ne avessi il dubbio,” rispose in tono
sprezzante. “Come potrebbero non esserlo? Non li abbiamo forse allevati e
nutriti e tenuti in ogni comodità fin dalla notte dei tempi perché fossero
intelligenti anche in mancanza d’altro? È tutta opera nostra!” gridò. “Ci
tenevamo tanto all’intelletto e adesso eccoci qua. È sempre l’intelletto,”
continuò, “a essere alla base di tutto. Cosa potrebbe esserci di più bello di un
ragazzo prima che abbia cominciato a coltivare il proprio intelletto? È
piacevole da guardare; non si dà arie; comprende istintivamente il significato
dell’arte e della letteratura; prova piacere a vivere e fa in modo che anche gli
altri ne godano. Dopodiché gli si insegna a coltivare l’intelletto. Diventa
avvocato, funzionario pubblico, generale, scrittore, insegnante. Ogni giorno
va in ufficio. Ogni anno sforna un libro. Il povero diavolo mantiene un’intera
famiglia con i prodotti del suo cervello. Molto presto non potrà più entrare in
una stanza senza farci sentire tutte a disagio; sarà condiscendente con ogni
donna che incontrerà, non osando dire il vero neppure a sua moglie; invece di
riempirci gli occhi di gioia a guardarlo, dovremo chiuderli se vorremo
prenderlo fra le braccia. Vero, loro si consolano con ogni tipo di stellette e
guadagni e onorificenze di vario grado… ma a noi che cosa ci consola? Che
fra una decina d’anni avremo la possibilità di passare un weekend a Lahore?
O che l’ultimo insetto del Giappone ha un nome che è due volte la lunghezza
del suo corpo? Ah, Cassandra, per amor del cielo, troviamo il sistema per far
sì che siano gli uomini a mettere al mondo i bambini. È la nostra sola chance!
Perché, se non diamo loro qualche occupazione innocente, non avremo
uomini buoni né buoni libri; periremo sotto i risultati della loro sfrenata
attività e non sopravvivrà un solo essere umano che sappia che una volta è
esistito Shakespeare!”
“È troppo tardi,” replicai. “Non possiamo farlo neppure con i figli che
abbiamo già.”
“E pretendi che io creda nell’intelletto,” disse lei.
Mentre parlavamo, degli uomini giù in strada gridavano con voci roche e
stanche; tendendo le orecchie, sentimmo che il Trattato di Pace era appena
stato firmato. Le voci svanirono in lontananza. Pioveva e la pioggia
indubbiamente impediva la regolare esplosione dei fuochi d’artificio.
“La cuoca avrà comprato l’Evening News,” disse Castalia, “e Ann lo starà
compitando mentre prende il tè. Bisogna che vada a casa.”
“Niente da fare… proprio niente,” dissi. “Una volta che avrà imparato a
leggere, c’è solo una cosa in cui puoi insegnarle a credere – credere in se
stessa.”
“Sarebbe già un cambiamento,” disse Castalia.
Così raccogliemmo insieme i verbali della nostra associazione e, sebbene
Ann stesse giocando tutta contenta con la sua bambola, le regalammo
solennemente quel mucchio di carte, dicendole che l’avevamo scelta come
presidente dell’Associazione del futuro – al che lei scoppiò in lacrime, povera
bambina.

1 Allusione a un episodio vero, in cui Virginia Woolf e altri amici, camuffati da


imperatore d’Abissinia con il suo seguito, erano saliti a bordo di una nave della Royal
Navy, per uno scherzo che fece un certo scalpore. (N.d.T.)
2 Lord Alfred Tennyson (1809-1892), Break Break Break. (N.d.T.)

3 Robert Louis Stevenson (1850-1894), Requiem, da Underwoods. (N.d.T.)

4 Robert Burns (1759-1796), It was a’ for our Rightfu’ King. (N.d.T.)

5 Probabile allusione all’Hymn to Proserpina di A.C. Swinburne (1837-1909).


(N.d.T.)
6 Thomas Nashe (1567-1601), Spring. (N.d.T.)

7 Robert Browning (1812-1889), Home, Thoughts from Abroad. (N.d.T.)

8 Charles Kingsley (1819-1875), The Three Fishers. (N.d.T.)

9 Lord Alfred Tennyson, Ode on the Death of the Duke of Wellington. (N.d.T.)

10 Composto di Oxford e Cambridge – termine con il quale si indicano


collettivamente le due università, in riferimento al loro prestigio e potere nella società
britannica e non solo. (N.d.T.)

11 David Lloyd George (1863-1945) fu primo ministro britannico dal 1916 al 1923.
(N.d.T.)
Lunedì o martedì

Lento e indifferente, scuotendo con disinvoltura lo spazio fra le ali, sicuro


della propria direzione, l’airone passa sulla chiesa, basso nel cielo. Bianco e
distante, assorto in se stesso, senza sosta copre e scopre il cielo, si muove e
resta. Un lago? Cancella le sue rive! Una montagna? Oh, perfetta – il sole ne
indora le pendici. Giù precipita. Ed ecco le felci, o le piume bianche, per
sempre, per sempre –
Desiderare la verità, aspettarla, distillare laboriosamente poche parole,
desiderare sempre – (un grido si leva a sinistra, un altro a destra. Ruote che
sferragliano divergenti. Omnibus ammassati in conflitto) – sempre desiderare
– (l’orologio assicura con dodici colpi netti che è mezzogiorno; la luce sparge
scaglie dorate; sciamano i bambini) – desiderare sempre la verità. Rossa è la
cupola; dagli alberi pendono monete; il fumo fila dai comignoli; guaiti, urla,
grida “Vendo ferro” – e la verità?
Convergenti verso lo stesso punto, piedi di uomini e donne, incrostati di
nero o d’oro (Che tempo nebbioso – Zucchero? No, grazie – Il bene comune
del futuro) – il caminetto lancia sprazzi di luce, rendendo rossa la stanza, ma
non le figure nere con gli occhi brillanti, mentre fuori un furgone scarica
merci, Miss Vattelapesca beve un tè al suo tavolo, e la vetrina protegge le
pellicce.
Ondeggianti, leggeri come foglie, lasciati andare negli angoli, volando
sulle ruote, schizzati d’argento, a casa o non a casa, raccolti, dispersi, sprecati
in singoli pezzi, spazzati di qua e di là, strappati, affondati, radunati – e la
verità?
Ritrovarsi ora davanti al camino, sul bianco quadrato di marmo. Dalle
profondità di avorio, le parole, sorgendo, spargono la loro nerezza, sbocciano
e penetrano. Il libro è caduto; nella fiamma, nel fumo, nelle scintille
improvvise – oppure adesso, viaggiando, il quadrato di marmo sospeso, con
sotto i minareti e i mari dell’India, mentre lo spazio scorre azzurro e le stelle
splendono – la verità? O contenti adesso di stare vicini?
Lento e indifferente, l’airone ritorna; il cielo vela le stelle; poi le snuda.
Quartetto d’archi

Dunque eccoci qui, e se dai un’occhiata in giro per la sala vedrai che
metropolitane, tram, omnibus, carrozze private, e forse anche, mi azzardo a
dire, non pochi landò, con dentro sedili dove ci si può rannicchiare, si sono
dati da fare a tessere fili da una parte all’altra di Londra. Tuttavia comincio
ad avere i miei dubbi.
Se è proprio vero, come dicono, che Regent Street è interrotta e il Trattato
firmato,1 che il tempo non è freddo per questa stagione, e che anche a questi
prezzi non si trova un appartamento da affittare, e il peggio dell’influenza
sono i postumi; se mi torna in mente che ho dimenticato di annotare che la
ghiacciaia perde, e ho lasciato un guanto in treno; se i legami di sangue mi
impongono, sporgendomi in avanti, che io accetti cordialmente la mano che
forse mi è stata porta con qualche esitazione…
“Sette anni da quando ci siamo incontrati!”
“L’ultima volta era a Venezia.”
“E dove abiti adesso?”
“Be’, il tardo pomeriggio per me sarebbe la cosa migliore, se non sto
chiedendo troppo…”
“Ti ho riconosciuto subito!”
“Certo, la guerra ha interrotto tutto…”
Se la mente è attraversata da questo genere di piccole frecce, e – poiché la
società umana lo impone – non appena una è lanciata, l’altra la segue; se
questo produce calore e per di più è stata accesa la luce elettrica; se dire un
qualcosa, lascia dietro di sé in tanti casi il bisogno di migliorarlo e rivederlo,
risvegliando inoltre rimpianti, piaceri, vanità, e desideri – e se questi sono
tutti i fatti a cui sto pensando, che risalgono in superficie, cappelli, boa di
pelliccia, giacche a coda di rondine per gentiluomini e fermacravatte in perle
– quali possibilità abbiamo?
Quali? Ogni momento diventa più difficile dire perché, a dispetto di tutto,
sono seduta qui credendo non so neppure io a che cosa, o anche soltanto
capace di ricordare l’ultima volta che è successo.
“Hai visto il corteo?”
“Il re sembrava infreddolito.”
“No no. Ma cos’era?”
“Lei ha comprato una casa a Malmesbury.”
“Che fortunata a trovarne una!”
Al contrario, a me sembra piuttosto sicuro che lei, chiunque sia, si trovi
nei guai perché è tutta una questione di castelli e cappelli e uccelli,2 o così
parrebbe essere per un centinaio di persone sedute qui, tutte ben vestite, ben
protette, impellicciate e ben pasciute. Non che io mi possa dare molte arie,
visto che a mia volta siedo passivamente su una sedia dorata, solo che
rimescolo la terra su memorie sepolte, come facciamo tutti, perché ci sono
segni, se non sbaglio, che tutti ricordiamo qualcosa, e furtivamente cerchiamo
qualcosa. Perché agitarsi? Perché essere così ansiosi per il nuovo taglio dei
cappotti? O dei guanti – meglio con o senza bottoncini? E guarda quella
faccia anziana contro la tela scura: un momento fa era cordiale e con le
guance arrossate, ora taciturna e triste, come avvolta da un’ombra. Era il
suono del secondo violino, accordato dietro le quinte? Eccoli; quattro figure
nere, con i loro strumenti, che si siedono davanti ai quadrati bianchi sotto il
fascio di luci; poggiano le punte degli archetti sui leggii; li tengono sospesi
con leggerezza e, guardando in direzione del suonatore di fronte, il primo
violino conta un due tre –
Fiorisci, sgorga, sboccia, esplodi! L’albero di pero in cima alla montagna.
Le fontane zampillano; si spandono le gocce. Ma le acque del Reno scorrono
rapide e profonde, si rincorrono sotto le arcate e spazzano via i cumuli di
foglie acquatiche, dilavando le ombre sopra i pesciolini d’argento, quei pesci
maculati trascinati giù dalle acque rapide, spinti ora in un vortice dove –
questo è difficile – una famiglia di altri pesci sta tutta in una pozza,
guizzando, spruzzando, sfregando le proprie pinne aguzze; è un tale ribollire
di correnti che i ciottoli gialli sono rivoltati tutto intorno – e ora liberi i pesci
sciamano sul fondo, o persino in qualche modo risalgono in eleganti spirali
nell’aria, arricciati come trucioli sottili da sotto una pialla, su e ancora su…
Com’è amabile la bontà di coloro che, con passo leggero, vanno sorridendo
nel mondo! E anche le vecchie e allegre pescivendole, accucciate sotto gli
archi, vecchie e oscene, come ridono dal profondo e si scuotono e dondolano,
quando camminano di qua e di là, hum, ah!
“Questo è un Mozart giovanile, naturalmente.”
“Ma l’aria, come tutte le sue arie, ti fa disperare – voglio dire, sperare.
Cosa voglio dire? Questo è il problema con la musica! Io voglio ballare,
ridere, mangiare pasticcini, bere vino secco e forte. Oppure vorrei una storia
sconcia – me la potrei gustare. Più si diventa vecchi e più piacciono le cose
sconce. Ah ah. C’è da ridere. Ma di cosa? Tu non hai detto niente e neppure il
vecchio signore seduto di fronte… Ma supponi – supponi – Ssst!”
Il fiume della malinconia ci trascina. Quando la luna sorge attraverso i
rami piangenti dei salici, vedo il tuo viso, ascolto la tua voce e l’uccello che
canta mentre passiamo davanti all’aiuola dei giunchi. Cosa stai sussurrando?
Dolore, dolore. Gioia, gioia. Cuciti insieme, inestricabilmente avviluppati,
uniti nel dolore e divisi nella sventura – che disastro!
La barca affonda. Alzandosi, le figure risorgono, ma ora sono sottili come
foglie, affilate come uno spettro fatto di nebbia, che, fiammeggiante e
sbilenco, strappa dal mio cuore la sua duplice passione. Canta per me,
schiude il mio dolore, scioglie la compassione, inonda d’amore il mondo
privo di luce e, cessando, non smorza la sua tenerezza, ma tesse dentro e
fuori, abilmente, in maniera sottile, finché in questa trama, in questa
esecuzione, gli opposti coincidono; in volo, in lacrime, poi a riposo, nella
gioia e nel dolore.
Perché allora piangere? Cosa chiedi? Rimasta insoddisfatta? Dico che
tutto è andato a posto; sì; messo a riposare sotto una coltre di petali di rosa in
caduta. In caduta. Ah, ma si fermano. Un petalo di rosa, scendendo da
un’enorme altezza simile a un piccolo paracadute lasciato andare da una
mongolfiera invisibile, volteggia, svolazza qui e là. Non giungerà fino a noi.
“No no, non ho notato niente. Questo è il problema con la musica – ti fa
avere strani sogni a occhi aperti. Dici che il secondo violino è entrato in
ritardo?”
“C’è la vecchia Mrs Munro, che cerca a tastoni l’uscita – ogni anno più
cieca, povera donna – su questo pavimento scivoloso.”
Vecchiaia senz’occhi, Sfinge dalla testa canuta… Eccola sul marciapiede
fare cenno con movimenti veramente rigidi all’omnibus rosso.
“Che bellezza! Come suonavano bene! Come – come – come!”
La lingua serve solo a lodare. Pura semplicità. Le piume sul cappello
accanto a me sono lucide e seducenti come un sonaglio per bambini. Una
foglia di platano risplende verde attraverso una piega della tenda. Così strano
e così eccitante.
“Come – come – come!” Ssst!
Questi sono gli amanti sul prato.
“Signora, se vuole darmi la mano…”
“Signore, vorrei affidarle anche il mio cuore. Ma abbiamo lasciato i nostri
corpi nella sala del banchetto. Quelle sul prato sono le ombre delle nostre
anime.”
“Allora questo è un abbraccio fra le nostre anime.” I limoni chinano la
testa, annuendo. Il cigno si stacca dalla riva e veleggia sognando in mezzo
alla corrente.
“Ma per tornare a noi. Lui mi ha seguito in fondo al corridoio e, mentre
voltavamo l’angolo, ha calpestato il pizzo della mia sottoveste. Cosa potevo
fare se non gridare Ah! e fermarmi per controllare lo strappo? Al che ha
sfoderato la spada, fatto un movimento come se stesse trafiggendo qualcuno a
morte, e gridato Pazzo! Pazzo! Allora ho urlato anch’io, e il Principe, che,
nella nicchia della finestra, stava scrivendo su un grande foglio di pergamena,
è uscito fuori indossando un berretto di velluto e pantofole di pelliccia, ha
staccato una lancia dalla parete – dono del re di Spagna – dopodiché sono
fuggita, gettandomi addosso questo mantello per nascondere gli strappi della
mia sottana – per nascondere… Ma ascolta! I corni!”
Il gentiluomo risponde così rapidamente alla dama, e lei corre su per la
scala musicale con un tale arguto scambio di complimenti, culminante in un
gemito appassionato, che le sue parole sono incomprensibili benché il
significato sia piuttosto chiaro – amore, riso, fuga, inseguimento, celeste
beatitudine – tutto confluisce nel più lieto dei mormorii di tenero affetto –
finché il suono dei corni d’argento, in sordina all’inizio, a poco a poco
riecheggia sempre più distinto, come se dei servitori stessero salutando l’alba
o proclamando come un presagio la fuga degli amanti… Il verde giardino, il
laghetto illuminato dalla luna, i limoni, gli amanti e i pesci, tutto si dissolve
nel cielo opalescente, attraverso il quale, non appena ai corni si aggiungono
le trombe con l’aiuto dei clarini, sorgono archi bianchi solidamente piantati
su colonne di marmo… Trombe e trambusto. Clamore e fragore. Solida
costruzione. Ferme fondamenta. Moltitudini in marcia. Caos e confusione
sgominati. Ma questa città verso cui andiamo non è di pietra né di marmo; è
sospesa in eterno; si erge incrollabile; non un volto né una bandiera a salutare
o dare il benvenuto. Lascia dunque perire le tue speranze, cadere in un
deserto la mia gioia; una nuda avanzata. Nude sono le colonne; d’auspicio per
nessuno; non gettano ombra; risplendono; severe. Ritrarsi, nessun desiderio,
solo quello di andare, trovare la mia strada, ricordare i palazzi, un cenno alla
donna che vende le mele, dire alla cameriera che apre la porta: Che notte
stellata.

“Buona notte, buona notte. Vai da questa parte?”


“Peccato. Io vado da quella.”

1 Allusione al Trattato di Versailles del 1919. (N.d.T.)

2 Nell’originale: “flats and hats and sea gulls”. (N.d.T.)


Azzurro e verde

VERDE

Le appuntite dita di vetro pendono in giù. La luce scivola lungo il vetro e


gocciola in una chiazza di verde. Per tutto il giorno le dieci dita del
lampadario gocciolano verde sopra il marmo. Le piume dei pappagalli – i
loro versi acuti – sono come le lame affilate di una palma – verdi anch’esse;
verdi aghi scintillanti al sole. Ma il duro vetro continua a gocciolare sul
marmo; le chiazze si librano sopra la sabbia del deserto; attraverso di loro i
cammelli ondeggiano; le chiazze ristagnano sul marmo; i giunchi le
delimitano; le alghe le racchiudono; qui e là un bocciolo bianco; il tonfo di
una rana; di notte le stelle brillano ininterrottamente. Viene la sera e le ombre
spazzano il verde sopra la mensola del camino; increspata superficie
d’oceano. Nessuna nave arriva; le onde fluttuano vane sotto il cielo vuoto.
Notte; le punte gocciolano macchie di azzurro. Il verde non c’è più.

AZZURRO

Il mostro dal naso camuso viene in superficie e spruzza dalle narici


schiacciate due colonne d’acqua, che, di un bianco deciso al centro, si
sfrangiano in schizzi di gocce azzurre. Pennellate di azzurro segnano la nera
incerata della sua pelle. Buttando acqua da bocca e narici, il mostro affonda,
appesantito dall’acqua, e l’azzurro si richiude sopra di lui, coprendo i ciottoli
levigati dei suoi occhi. Sbattuto sulla spiaggia, giace asciutto, ottuso,
perdendo aride scaglie azzurre. Il loro azzurro metallico macchia il ferro
arrugginito sulla spiaggia. Azzurre sono le costole della barca a remi
naufragata. Un’onda rotola sotto le azzurre campanelle. Ma la cattedrale è
diversa, fredda, piena d’incenso, dell’azzurro sbiadito, tipico dei veli delle
madonne.
1922 – 1925
Un collegio femminile visto da fuori

La luna di un bianco piumato non consentiva al cielo di imbrunire;


durante la notte i fiori in boccio del castagno erano bianchi nel verde, e vago
il sedano selvatico nei prati. Non verso terra tartara né quella araba tirava il
vento dei chiostri di Cambridge, placato come in sogno fra le nuvole grigio-
azzurre sui tetti di Newnham. Là in giardino, se aveva bisogno di spazio per
passeggiare, poteva trovarlo fra gli alberi; e poiché solo visi di donna
avrebbero potuto incontrare il suo viso, lei poteva mostrarlo vuoto, indistinto,
e spiare in stanze dove a quell’ora, vuote e indistinte, le palpebre bianche
chiuse sugli occhi, le mani senza anelli distese sulle lenzuola, dormivano
molte donne. Tuttavia, qua e là, un lume era ancora acceso.
Un lume doppio si sarebbe potuto immaginare nella stanza di Angela,
vedendo come Angela stessa fosse luminosa, e luminoso il riflesso di lei nel
quadrato della finestra. La sua intera figura era perfettamente delineata – e
forse anche quella della sua anima. Il vetro infatti presentava un’immagine
senza tremori – bianco e oro, pantofole rosse, capelli chiari con qualche pietra
azzurra a mo’ di fermaglio, e non un’increspatura o un’ombra a interrompere
il morbido bacio di Angela al suo riflesso, quasi che lei fosse lieta di essere se
stessa. A ogni modo, era un momento lieto – un quadro luminoso appeso nel
cuore della notte, un santuario scavato nel buio notturno. Strano davvero
possedere questa prova visibile della giustezza delle cose; quel giglio che
fluttua perfetto sullo stagno del tempo, intrepido, come se fosse sufficiente
questo – questo riflesso. Meditazione che tradì girandosi di spalle, ed ecco
che il vetro non conteneva più nulla, o giusto la testata in ottone del letto,
mentre lei, correndo di qua e di là, rassettando e muovendosi veloce, si era
trasformata in una donna a casa propria, mutando poi nuovamente, storcendo
le labbra su un libro nero e tenendo il segno col dito con quella che di sicuro
non poteva definirsi una salda presa sulle scienze economiche. Solo che lei,
Angela Williams, era a Newnham con lo scopo di guadagnarsi da vivere, e
non poteva dimenticare, neanche nei momenti di adorazione appassionata, gli
assegni di suo padre a Swansea; sua madre che faceva il bucato nel retro della
cucina: vestitini rosa stesi fuori ad asciugare; segni che neppure il giglio
fluttua perfetto sullo stagno, e ha un nome scritto su un cartoncino, come
chiunque altro.
A. Williams – si sarebbe potuto leggere al chiaro di luna; e poi accanto, su
cartoncini quadrati sulle loro porte, Mary o Eleanor, o Mildred, Sarah,
Phoebe. Nomi, nient’altro che nomi. La fredda luce bianca li inaridiva e
inamidava finché pareva che l’unico scopo di tutti quei nomi fosse di ergersi
marziali nel caso fossero chiamati a spegnere un incendio, reprimere
un’insurrezione o superare un esame. Tale è il potere dei nomi scritti sui
cartoncini appuntati alle porte. Tale anche la rassomiglianza, per via dei
pavimenti, dei corridoi e delle porte delle stanze da letto, con una latteria o un
convento, un luogo di reclusione o di pena, dove le scodelle per il latte sono
fresche e pulite e si fa un gran lavare di biancheria.
In quel preciso momento giunse una risata sommessa da dietro una porta.
Una pendola dal suono impettito batté le ore – una volta, due… Bene, se la
pendola stava impartendo i propri ordini, essi vennero disattesi. Incendio,
insurrezione, esame rimasero tutti seppelliti sotto la coltre di quella risata, o
delicatamente divelti, il suono che sembrava risalire come tante bollicine
dagli abissi e soffiare gentilmente lontano le ore, le regole e la disciplina. Il
letto era coperto di carte da gioco. Sally era seduta in terra. Helena su una
sedia. E la cara Bertha si scaldava le mani davanti al camino. A. Williams
entrò sbadigliando.
“Perché è una cosa completamente e intollerabilmente da condannare,”
disse Helena.
“Da condannare,” fece eco Bertha. Poi sbadigliò.
“Non siamo suore.”
“L’ho vista entrare di nascosto dal cancello sul retro, con quel vecchio
cappello in testa. Loro non vogliono farcelo sapere.”
“Loro?” disse Angela. “Lei.”
Risate.
Le carte vennero distribuite, cadendo sul tavolo con le loro facce rosse e
gialle, e molte mani vi si tuffarono sopra. La cara Bertha, appoggiata con la
testa alla sedia, sospirava profondamente, perché sarebbe volentieri andata a
letto, ma dato che la notte è un pascolo senza confini, un campo illimitato,
dato che è una ricchezza da forgiare, bisognava infilarsi nel tunnel della sua
oscurità. E ornarla di gioielli. La notte veniva condivisa di nascosto, il giorno,
invece, brucato da tutto il gregge. Le tende erano tirate su. Una nebbiolina
aleggiava sul giardino. Seduta a terra davanti alla finestra (mentre le altre
giocavano), il suo corpo, la sua mente, e tutti e due insieme, sembravano
sospinti in aria, a trascinarsi fra i cespugli. Ah, come desiderava stendersi a
letto e dormire! Credeva che nessuno come lei desiderasse dormire; credeva
umilmente – mezzo addormentata –, scuotendosi e sobbalzando
all’improvviso, che le altre fossero ben sveglie. Quando quelle risero tutte
insieme, un uccello cinguettò nel sonno, fuori in giardino, quasi che il riso…
Sì, quasi che il riso (adesso si era appisolata) aleggiasse là fuori come
nebbia e si attaccasse con morbidi, elastici brandelli a piante e cespugli, così
che il giardino pareva vaporoso e confuso. Poi, spazzati dal vento, i cespugli
si sarebbero piegati su se stessi e il bianco vapore sarebbe volato via sul
mondo.
Da ogni stanza in cui dormivano le donne proveniva questo vapore, che
s’impigliava negli arbusti, simile a nebbia, per volare poi libero all’aperto. Le
più anziane riposavano, al risveglio avrebbero immediatamente stretto in
mano la bacchetta d’avorio del comando. Ma adesso, morbide e incolori,
riposando profondamente, giacevano circondate, giacevano circonfuse dei
corpi delle ragazze già sdraiate o raggruppate alla finestra, a riversare in
giardino la loro spumeggiante risata, una risata irresponsabile: una risata della
mente e del corpo, che spazza regole, ore, disciplina; una risata
immensamente fertile, benché informe, caotica, che ornava, si perdeva e
infiocchettava i cespugli di rose con brandelli di vapore.
“Ah,” sospirò Angela, in camicia da notte davanti alla finestra. Nella sua
voce c’era dolore. Sporse la testa fuori. La nebbia ne fu lacerata come se la
voce l’avesse divisa in due. Mentre le altre giocavano a carte, lei aveva
parlato ad Alice Avery di Bamborough Castle, del colore della sabbia di sera,
al che Alice aveva detto che le avrebbe scritto per organizzare una giornata in
agosto, e, chinandosi, l’aveva baciata, o almeno le aveva toccato la testa con
la mano, mentre Angela, del tutto incapace di rimanere ferma, come una
persona il cui cuore fosse posseduto da un mare in tempesta, si era messa a
camminare su e giù nella stanza (testimone di una tale scena), aprendo le
braccia per sfogare l’eccitazione, lo sbalordimento per l’incredibile
contorcersi dell’albero miracoloso con il suo frutto d’oro in cima – non le era
forse caduto fra le braccia? Lo stringeva ardente al petto, una cosa da non
toccarsi, da non pensarci né parlarne, ma da lasciar ardere dov’era. Poi,
lentamente riponendo qui le calze, là le pantofole, ripiegando con cura la
sottoveste, Angela, il cui cognome era Williams, si era resa conto che – come
poteva esprimerlo? – dopo tanto oscuro macinare di miriadi di secoli, c’era
una luce in fondo al tunnel; c’era vita; c’era il mondo. Davanti a lei si
aprivano – tutte cose positive, tutte amabili. Era stata questa la sua scoperta.
Perciò, come ci si potrebbe stupire se, stesa a letto, lei non riusciva a
chiudere gli occhi? – qualcosa glieli schiudeva irresistibilmente –, se nella
piatta oscurità la sedia e il cassettone assumevano consistenza, e lo specchio
appariva prezioso con il suo livido rimando al giorno? Succhiandosi il pollice
come un bambino (aveva compiuto diciannove anni a novembre), si era
abbandonata in questo mondo piacevole, in questo mondo nuovo, il mondo
alla fine del tunnel, finché il desiderio di guardarlo o di tenerlo a bada l’aveva
spinta, gettate via le coperte, a portarsi alla finestra, e là, contemplando il
giardino su cui la nebbia aleggiava, con tutte le finestre aperte, una delle quali
di un azzurro impetuoso, con qualcosa che mormorava in lontananza, il
mondo naturalmente, e il mattino che arrivava, là gemette: “Ah,” come per un
dolore.
In giardino

Miranda dormiva in giardino, comoda su una sdraio sotto l’albero di mele.


Il libro le era caduto in mezzo all’erba e un dito sembrava ancora indicare la
frase “Ce pays est vraiment un des coins du monde où le rire des filles éclate
le mieux…”,1 come se si fosse addormentata proprio a quel punto. Gli opali
al suo dito mandavano bagliori verdi, bagliori rosa, e ancora bagliori
arancione non appena il sole, scivolando fra gli alberi di mele, li pervadeva.
Poi, quando la brezza soffiò, il suo vestito viola s’increspò come un fiore
attaccato allo stelo; l’erba annuì; e una farfalla bianca giunse, svolazzando di
qua e di là, proprio sopra il suo viso.
Le mele pendevano a poco più di un metro sopra la sua testa.
All’improvviso ci fu un rumore acuto, come se ci fossero dei gong di ottone
incrinato, battuti con violenza, in maniera irregolare e brutalmente. Erano
solo i bambini che a scuola recitavano all’unisono la tavola pitagorica,
interrotti dall’insegnante, sgridati, e che ricominciavano a ripeterla daccapo.
Ma quel rumore passò a poco più di un metro sopra la testa di Miranda,
attraversò i grossi rami del melo e, scontrandosi col ragazzino del bovaro, il
quale stava raccogliendo more lungo una siepe quando avrebbe dovuto essere
a scuola, gli fece pungere il pollice sulle spine.
Dopo ci fu un grido solitario – triste, umano, brutale. Il vecchio Parsley
era insomma ubriaco fradicio.
Poi le foglie più alte del melo, piatte come pesciolini contro l’azzurro, una
decina di metri sopra la terra, risuonarono di una nota pensosa e lugubre; era
l’organo della chiesa che eseguiva uno degli Inni antichi e moderni. Il suono
si disperse fluttuando e venne scomposto in atomi da uno stormo di tordi che
volava a enorme velocità – da una parte o dall’altra. Una decina di metri
sotto, Miranda giaceva addormentata.
Poi, al di sopra del melo e del pero, una sessantina di metri più in alto di
Miranda che giaceva addormentata in giardino, le campane rintoccarono
intermittenti, cupe, didascaliche, perché sei povere donne della parrocchia
ricevevano in chiesa la benedizione e il pastore stava rendendo grazie al
cielo.
E ancora più in alto, con un ruvido cigolio, la banderuola dorata del
campanile girò da sud a est. Il vento era cambiato. Mormorava al di sopra di
tutto, sopra i boschi, i prati e le colline, per chilometri e chilometri sopra
Miranda che giaceva addormentata in giardino. Il vento continuò a soffiare,
cieco, ottuso, senza incontrare nulla che potesse opporglisi, finché, girando in
direzione opposta, si volse di nuovo a sud. Migliaia di metri più in basso, in
uno spazio grande come la cruna di un ago, Miranda si drizzò a sedere e disse
a voce alta: “Oh, farò tardi per il tè!”

Miranda dormiva in giardino – o forse non era addormentata perché le sue


labbra si muovevano piano piano, come se stesse dicendo: “Ce pays est
vraiment un des coins du monde… où le rire des filles… éclate… éclate…
éclate…” poi sorrise, lasciando che il corpo affondasse tutto il suo peso
nell’immensa terra che, pensò, si solleva per portarmi sulla schiena come se
fossi una foglia, o una regina (a questo punto i bambini recitarono la tavola
pitagorica), o, continuò Miranda, è come se fossi stesa in cima a una
scogliera con i gabbiani che stridono sopra di me. Più in alto essi volano,
continuò Miranda mentre l’insegnante sgridava i bambini e bacchettava
Jimmy sulle nocche fino a farle sanguinare, più a fondo vedono nel mare –
nel mare, ripeté, e le sue dita si rilassarono e le labbra si chiusero
delicatamente come se stesse galleggiando sull’acqua, e poi, quando il grido
dell’ubriaco risuonò nel cielo, lei trattenne il respiro in un’estasi
meravigliosa, perché pensò di avere udito la vita stessa gridare in quella rozza
lingua nella bocca scarlatta, nel vento, nelle campane, nelle foglie verdi e
arricciate dei cavoli.
Naturalmente era lei che stava per sposarsi, quando l’organo suonò la
melodia tratta dagli Inni antichi e moderni e, quando le campane rintoccarono
dopo che le sei povere donne erano state benedette in chiesa, quel suono
sordo, cupo e intermittente le fece pensare che era proprio la terra a tremare
sotto gli zoccoli del cavallo al galoppo verso di lei (“Ah, devo solo
aspettare,” sospirò) e le sembrò che ogni cosa avesse cominciato a muoversi,
a gridare, a galoppare, a volare intorno a lei, sopra di lei, verso di lei, secondo
un disegno.
Mary sta tagliando la legna, pensò; Pearman raduna le mucche; i carri
tornano su dai campi; il cavaliere – e Miranda tracciò il percorso che uomini,
carri, uccelli e cavaliere seguivano attraverso la campagna, finché tutti
sembrarono sospinti in avanti, intorno e da una parte all’altra dal battito del
suo stesso cuore.
Migliaia di metri più in alto, nel cielo, il vento cambiò; la banderuola
dorata del campanile cigolò; Miranda balzò in piedi gridando: “Oh, farò tardi
per il tè!”

Miranda dormiva in giardino, ma era addormentata o no? Il suo vestito


viola era steso fra i due alberi di mele. C’erano ventiquattro alberi di mele nel
giardino, alcuni lievemente inclinati, altri ben dritti con un impulso dentro il
tronco a spandersi nei rami, formando tonde gocce rosse o gialle. Ogni albero
aveva spazio sufficiente. Il cielo aderiva perfettamente alle foglie. Quando
soffiava la brezza, il profilo dei grossi rami contro il muro si inclinava
lievemente e poi ritornava lo stesso. Una cutrettola volò in diagonale da un
angolo all’altro. Saltellando cauto, un tordo avanzava verso una mela caduta;
dal muro opposto un passero svolazzò proprio rasente l’erba. L’impulso verso
l’alto degli alberi era trattenuto da questi movimenti; il tutto era contenuto dai
muri del giardino. Per migliaia di metri in profondità, la terra era compressa
insieme; increspata in superficie dall’aria palpitante; e sopra l’angolo del
giardino il cielo verde-azzurro era solcato da una striscia violetta. Col mutare
del vento, un grappolo di mele venne sospinto così in alto da far dimenticare
due mucche sul prato (“Oh, farò tardi per il tè!” esclamò Miranda), e di
nuovo le mele pendevano dritte sopra il muro.

1 “Questo Paese è davvero uno degli angoli al mondo dove il riso delle ragazze
risuona meglio” (traduzione mia): la Woolf cita da Ramuncho, dramma lirico in
quattro atti di Pierre Loti (1850-1923). (N.d.T.)
Mrs Dalloway in Bond Street

Mrs Dalloway disse che i guanti li avrebbe comprati lei.


Il Big Ben stava suonando quando uscì in strada. Erano le undici e
quell’ora insolita era fresca come se fosse stata appena istituita per dei
bambini su una spiaggia. Ma c’era qualcosa di solenne nel ritmo deliberato
dei colpi ripetuti; qualcosa di emozionante nel rumore delle ruote e nello
scalpiccio dei passi.
Senza dubbio non tutti erano in giro per piacevoli commissioni. Su di noi
c’è da dire molto di più oltre al fatto che camminiamo per le strade di
Westminster. Anche il Big Ben non sarebbe che un mucchio di barre
d’acciaio divorate dalla ruggine, se non fosse per la cura del ministero dei
Lavori Pubblici di Sua Maestà. Solo per Mrs Dalloway quel momento era
perfetto; perché per Mrs Dalloway giugno era fresco. Un’infanzia felice – e
non era solo alle proprie figlie che Justin Parry era sembrato una brava
persona (certo, troppo debole come giudice); i fiori di sera, il fumo che sale;
il gracidio delle cornacchie che cade da così in alto, giù nell’aria d’ottobre –
non c’è niente che può prendere il posto dell’infanzia. La riporta indietro una
foglia di menta o una tazza bordata d’azzurro.
Poveri piccoli sventurati, sospirò, e proseguì. Oh, proprio sotto il naso dei
cavalli, tu piccolo diavolo!, e rimase lì sul marciapiede, con la mano tesa,
mentre Jimmy Dawes ridacchiava dalla parte opposta.
Una donna affascinante, composta, appassionata, i capelli stranamente
bianchi per le sue guance rosee, così la vide Scope Purvis, cavaliere di Gran
Croce, che si affrettava in ufficio. Lei si irrigidì un poco, in attesa che
passasse il furgone di Durtnall. Il Big Ben batté il decimo, batté l’undicesimo
colpo. I plumbei cerchi si dissolsero nell’aria. L’orgoglio la teneva eretta,
recettiva, prodiga, abituata alla disciplina e alla sofferenza. Come soffriva la
gente, come soffriva, si disse ripensando a Mrs Foxcroft, l’altra sera in
ambasciata, coperta di gioielli, con il cuore spezzato perché quel caro ragazzo
era morto, e adesso la vecchia dimora di campagna (il furgone di Durtnall
passò) sarebbe andata a un cugino.
“Buongiorno a te!” disse Hugh Whitbread, togliendosi il cappello vicino
al negozio di porcellane, in modo piuttosto stravagante, dato che si
conoscevano fin da bambini. “Dove te ne vai?”
“Adoro passeggiare per Londra,” disse Mrs Dalloway. “È perfino meglio
che in campagna!”
“Siamo appena tornati,” disse Hugh Whitbread. “Sfortunatamente per
visite mediche.”
“Milly?” chiese Mrs Dalloway, subito compassionevole.
“È un po’ fuori fase,” disse Hugh Whitbread. “Quel genere di cose. E
Dick sta bene?”
“Benissimo!” disse Clarissa.
Certo, pensò continuando a camminare, Milly ha più o meno la mia età…
cinquanta… cinquantadue. Dunque si tratta di quello, probabilmente, i modi
di Hugh lo avevano fatto capire, capire perfettamente… caro vecchio Hugh,
pensò Mrs Dalloway, ricordando con piacere, con gratitudine, con
commozione, quanto timido e fraterno – si preferirebbe morire piuttosto che
parlare a un fratello – Hugh si era sempre mostrato quando stava a Oxford e
veniva a trovarle, e magari una di loro (maledizione, sempre per quello) non
poteva andare a cavallo. Come potevano allora andare in parlamento, le
donne? Come potevano fare le cose con gli uomini? C’è un istinto
straordinariamente profondo, qualcosa che si ha dentro; non puoi superarlo;
inutile provarci; e uomini come Hugh lo rispettano senza bisogno di dirglielo,
che poi è quel che si ama, pensò Clarissa, nel caro vecchio Hugh.
Era passata sotto l’Arco dell’Ammiragliato, quando vide in fondo alla
strada deserta con i suoi esili alberelli la mole bianca di Victoria Station, la
sua ondeggiante aria materna, ampia e famigliare, sempre ridicola e tuttavia
quanto sublime, pensò Mrs Dalloway, riandando ai Kensington Gardens e
alla vecchia signora con gli occhiali di corno e a quando la tata le diceva di
stare ferma e fare l’inchino alla regina. La bandiera sventolava sul palazzo. Il
re e la regina erano tornati, quindi. Dick l’aveva incontrata a pranzo, l’altro
giorno – una donna veramente carina. È così importante per i poveri, pensò
Clarissa, e per i soldati. Un uomo di bronzo con un’arma in mano stava
eroicamente eretto su un piedistallo alla sua sinistra – la guerra in Sudafrica.
È importante, pensò Mrs Dalloway proseguendo verso Buckingham Palace.
Eccolo lì, squadrato, in pieno sole, irriducibile, semplice. Ma era questione di
carattere, pensò; qualcosa di innato nella razza; che incuteva rispetto agli
indiani. La regina visitava gli ospedali, inaugurava le vendite di beneficenza
– la regina d’Inghilterra, pensò Clarissa, guardando il palazzo. Già a
quest’ora un’automobile usciva dai cancelli; le guardie fecero il saluto; i
cancelli vennero chiusi. E Clarissa, attraversando la strada, entrò nel parco
tenendosi ben dritta.
Giugno aveva tirato fuori ogni foglia dagli alberi. Le madri di
Westminster allattavano i piccoli ai loro seni pieni di venuzze. Ragazze del
tutto rispettabili erano sdraiate sull’erba. Un uomo anziano, curvandosi molto
rigidamente, raccolse un giornale stropicciato, lo distese e lo gettò via. Che
cosa orribile! La sera prima, in ambasciata, Sir Dighton aveva detto: “Se
voglio qualcuno che mi tenga il cavallo, devo solo alzare la mano.” Ma la
questione religiosa è molto più seria di quella economica, aveva aggiunto Sir
Dighton, cosa che a lei parve straordinariamente interessante, detta da un
uomo come lui. “Oh, il Paese non saprà mai cosa ha perso,” aveva detto,
riferendosi al caro Jack Stewart.
Salì la collinetta con passo leggero. L’aria vibrava di energia. Dalla Flotta
all’Ammiragliato era un viavai di messaggi. Piccadilly, Arlington Street e il
Mall sembravano elettrizzare l’aria stessa del parco, trascinandone le foglie
con forza e vividezza, sulle onde di quella divina vitalità che Clarissa amava.
Cavalcare; ballare; aveva adorato tutto ciò. Oppure le lunghe passeggiate in
campagna, parlando di libri, di che cosa fare della propria vita, perché i
giovani sono incredibilmente saccenti – oh, le cose che erano state dette! E
con quanta convinzione. La mezza età è diabolica. Le persone come Jack non
lo sapranno mai, pensò; perché lui non ha mai pensato alla morte, mai saputo,
hanno detto, che stava per morire. E adesso non potrà più dolersi – come si
dice? – per una testa che imbianca… Dal contagio della lenta macchia del
mondo…1 Bevuta la coppa un giro o due prima…2 Dal contagio della lenta
macchia del mondo! Si mantenne ben dritta.
Ma come avrebbe urlato Jack! Citare Shelley, a Piccadilly! “Ti manca una
spilla,” avrebbe detto. Odiava le donne sciatte. “Mio Dio, Clarissa! Mio
Dio!”– poteva ancora sentirlo, al ricevimento a Devonshire House, sul conto
di Sylvia Hunt con la sua collana d’ambra e quel vecchio, inelegante abito di
seta. Clarissa si raddrizzò perché aveva parlato ad alta voce e adesso si
trovava a Piccadilly, stava passando davanti alla casa con le slanciate colonne
verdi e i balconi; davanti alle finestre dei club, piene di giornali; davanti alla
vecchia abitazione di Lady Burdett-Coutts, dove un tempo era appeso un
pappagallo bianco smaltato; e poi a Devonshire House, senza i suoi leopardi
dorati; davanti all’Hotel Claridge, dove Dick le aveva chiesto di lasciare, non
lo dimenticasse, un biglietto per Mrs Jepson, prima che se ne vada. Gli
americani ricchi possono essere veramente deliziosi. Ecco St James Palace,
una specie di giocattolo di mattoni per bambini; e adesso – aveva superato
Bond Street – si trovava di fronte alla libreria Hatchard. Era un flusso
interminabile – interminabile. Lords, Ascot, Hurlingham – cos’era? Che tipo,
pensò guardando il frontespizio di un libro di memorie esposto in vetrina, di
Sir Joshua forse, o di Romney; maliziosa, intelligente, riservata; il genere di
ragazza – come sua figlia Elizabeth – l’unico vero tipo. E c’era quel libro
assurdo, su Soapy Sponge,3 che Jim citava sempre; e i sonetti di Shakespeare.
Li conosceva a memoria. Lei e Phil avevano discusso un giorno intero della
Dark Lady, mentre Dick aveva detto con franchezza quella sera a cena di non
averla mai sentita nominare. In realtà, lei lo aveva sposato proprio per questo!
Non aveva mai letto Shakespeare! Doveva pur esserci qualche libretto
economico da comprare per Milly… Cranford,4 ma certo! Cosa c’era di più
incantevole della mucca in sottoveste?5 Se solo la gente avesse ancora quel
genere di humour, quel rispetto di sé, pensò Clarissa, che ricordava le pagine
ampie, le frasi che si concludevano, e i personaggi – si parlava di loro come
se fossero veri. Per tutte le cose veramente grandi bisogna riandare al passato,
pensò. Dal contagio della lenta macchia del mondo… Non temere più la
vampa del sole…6 E adesso non può più rammaricarsi, non può più
rammaricarsi, si ripeteva con gli occhi che vagavano nella vetrina; quel passo
le girava nella testa; è il segno della grande poesia; i moderni non hanno
scritto niente che si abbia desiderio di leggere sulla morte, si disse; e si girò.
Gli omnibus si mescolavano alle automobili; le automobili ai furgoni; i
furgoni ai taxi, e i taxi alle auto – ecco una macchina decappottabile con una
ragazza, sola. Ha fatto le quattro del mattino, i piedi le formicolano, lo so,
pensò Clarissa, perché la ragazza appariva sbattuta, mezza addormentata in
un angolo dell’auto, dopo il ballo. Un’altra macchina sopraggiunse, e
un’altra. No! No! Clarissa sorrise con indulgenza. Una signora grassa aveva
fatto del suo meglio, ma i diamanti! E le orchidee! A quest’ora del mattino!
No! No! Il bravo poliziotto avrebbe alzato la mano, quando fosse venuto il
momento. Passò un’altra automobile. Proprio brutta. Perché una ragazza di
quell’età doveva tingersi di nero il contorno degli occhi? E un giovanotto con
una ragazza, a quest’ora, quando il Paese… L’ammirevole poliziotto alzò la
mano e Clarissa, obbedendo al suo gesto, senza fretta, attraversò e si diresse
verso Bond Street; vide la via stretta e tortuosa, le insegne gialle, i grossi fili
dentellati del telegrafo che si incrociavano nel cielo.
Cento anni prima il suo bis-bisnonno, Seymour Parry, che era scappato
con la figlia di Conway, scendeva giù per Bond Street. Da un secolo i Parry
scendevano giù per Bond Street e magari avevano incontrato i Dalloway
(Leigh per parte di madre) andare in su. Suo padre comprava gli abiti da Hill.
In vetrina c’era un rotolo di stoffa incredibilmente costosa, come lo spesso
salmone rosato sul blocco di ghiaccio dal pescivendolo, e accanto giusto un
vaso su un tavolo nero. I gioielli erano di fattura squisita – stelle rosa e
arancio, monili di strass, spagnoli, si disse, e catene d’oro vecchio, fibbie
lucenti, piccole spille appuntate su sete verdeazzurre da signore con alte
acconciature. Ma era meglio non guardare. Bisogna fare economia. Doveva
passare davanti alla galleria dove era appeso uno di quegli strani dipinti
francesi su cui sembra che qualcuno abbia gettato dei coriandoli – rosa e
azzurri – per scherzo. Se uno ha vissuto in mezzo ai quadri (ed è lo stesso con
i libri e la musica), pensò Clarissa, passando davanti alla Aeolian Hall, non si
lascia ingannare da uno scherzo.
La fiumana di Bond Street era bloccata. Ed ecco, come una regina a un
torneo, altera e regale, Lady Bexborough. Sedeva nella sua carrozza,
impettita, sola, e guardava attraverso gli occhiali. Il guanto bianco le stava
largo al polso. Era vestita di nero, abbastanza trasandata, eppure, pensò
Clarissa, è straordinario quanto vogliano dire l’educazione, l’amor proprio,
mai una parola di troppo o dare adito a pettegolezzi; un’amica meravigliosa;
nessuno che, in tanti anni, possa farle un appunto, e adesso, eccola lì, pensò
Clarissa superando la contessa che aspettava incipriata, perfettamente
immobile; avrebbe dato qualunque cosa per essere come lei, la signora di
Clarefield, che parla di politica come un uomo. Eppure non va mai da
nessuna parte, pensò Clarissa, piuttosto inutile invitarla; la carrozza avanzò e
Lady Bexborough sfilò oltre come una regina in un torneo, benché non
avesse più niente per cui vivere e il vecchio marito si stesse spegnendo, e
dicono che lei non ne possa più, pensò Clarissa, e anzi le lacrime le salirono
agli occhi, mentre entrava nel negozio.
“Buongiorno,” disse Clarissa con la sua voce seducente. “Dei guanti,”
disse con la sua squisita cordialità e, posata la borsa sul banco, cominciò
molto lentamente a slacciarsi i bottoni. “Dei guanti bianchi,” aggiunse.
“Sopra il gomito,” e guardò dritto in faccia la commessa… ma era quella la
ragazza che ricordava? Sembrava più vecchia. “Questi proprio non mi
vanno,” disse Clarissa. La commessa li guardò. “La signora porta
braccialetti?” Clarissa allargò le dita. “Forse sono gli anelli.” La ragazza
portò con sé i guanti grigi all’altra estremità del banco.
Sì, pensò Clarissa, se è la ragazza che ricordo, è invecchiata di
vent’anni… C’era solo un’altra cliente seduta di sbieco rispetto al banco, il
gomito puntato, la mano nuda, inerte, vacua; una specie di figurina su un
ventaglio giapponese, pensò Clarissa, forse troppo vacua, benché alcuni
uomini potrebbero adorarla. Scosse il capo tristemente. Anche questi guanti
erano troppo larghi. Girò lo specchio. “Sopra il polso,” disse l’altra cliente in
tono di rimprovero alla donna dai capelli grigi, la quale guardò e annuì.
Attesero; un orologio ticchettava; Bond Street ronzava attutita, distante; la
donna si allontanò portando i guanti con sé. “Sopra il polso,” disse la signora
con un tono dolente, alzando la voce. Doveva ancora ordinare le sedie, i
gelati, i fiori, e i tagliandi per il guardaroba, pensò Clarissa. Sarebbero venute
le persone che lei non voleva, le altre no. Sarebbe rimasta in piedi sulla porta.
Vendevano calze – calze di seta. Una signora si riconosce dai guanti e dalle
scarpe, diceva sempre il vecchio zio William. E attraverso le calze di seta
appese, palpitanti di riflessi argentati, guardò l’altra signora, le spalle
cascanti, la mano inerte, la borsetta che stava per cadere, gli occhi vacui a
terra. Sarebbe stato intollerabile se alla sua festa fossero venute delle donne
malvestite! Si potrebbe amare Keats se avesse portato i calzini rossi? Oh,
finalmente – si girò verso il banco e le balenò alla mente:
“Si ricorda che prima della guerra avevate dei guanti coi bottoncini di
perla?”
“Guanti francesi, signora?”
“Sì, erano francesi,” disse Clarissa. L’altra signora si alzò con l’aria molto
mogia, prese la borsa e guardò i guanti sul banco. Erano troppo larghi –
sempre troppo larghi al polso.
“Coi bottoncini di perla,” disse la commessa che continuava a sembrarle
invecchiata. Tagliò in due un foglio di carta velina sul banco. Coi bottoncini
di perla, pensò Clarissa, semplicissimi – così francesi!
“La signora ha mani tanto sottili,” disse la commessa, forzando
dolcemente il guanto sopra gli anelli. E Clarissa si guardò il braccio nello
specchio. Il guanto le arrivava a stento al gomito. Ne aveva degli altri appena
un poco più lunghi? Però sembrava antipatico disturbarla – forse era proprio
quel giorno del mese, pensò Clarissa, quando è una tortura stare in piedi.
“Oh, non si preoccupi,” disse. Ma i guanti furono portati.
“Non si stanca moltissimo,” disse con la sua voce seducente, “a stare in
piedi? Quando prende le vacanze?”
“In settembre, signora, quando non c’è tanto lavoro.”
Quando noi saremo in campagna, pensò Clarissa. O a caccia. Lei passa
due settimane a Brighton. In qualche pensione soffocante. La proprietaria
nasconde lo zucchero. Niente sarebbe stato più semplice che mandarla da
Mrs Lumley proprio in campagna (ce l’aveva sulla punta della lingua). Ma
poi ricordò come, durante la luna di miele, Dick le avesse dimostrato quanto
sia folle agire d’impulso. Era molto più importante, aveva detto, commerciare
con la Cina. Naturalmente aveva ragione. E poteva sentire che la ragazza non
avrebbe accettato regali. Quello era il suo posto. Come Dick aveva il suo.
Vendere guanti era il suo mestiere. Teneva i propri dispiaceri del tutto
separati, e “non può più rammaricarsi, non può rammaricarsi”, quelle parole
le tornarono in mente. “Dal contagio della lenta macchia del mondo,” pensò
Clarissa tenendo il braccio rigido, perché ci sono momenti in cui tutto sembra
completamente futile (il guanto le fu sfilato, lasciandole il braccio coperto di
talco) – e semplicemente, pensò Clarissa, non si crede più in Dio.
Il traffico all’improvviso ruggì; le calze di seta brillarono. Una cliente
entrò.
“Dei guanti bianchi,” disse con un timbro di voce che Clarissa riconobbe.
Una volta, pensò Clarissa, era così semplice. Giù giù nell’aria veniva il
gracidio delle cornacchie. Quando Sylvia morì, secoli fa, le siepi di tasso
apparivano così belle con le loro ragnatele brillanti nella nebbia, prima della
funzione del mattino. Ma se Dick morisse domani, quanto a credere in Dio –
no, lascerebbe scegliere ai ragazzi, mentre lei, come Lady Bexborough che ha
inaugurato la vendita di beneficienza, dicono, con il telegramma in mano –
Roden, il suo preferito, ucciso – lei avrebbe tirato avanti. Ma perché poi, se
uno non crede? Per amore degli altri, pensò, prendendo il guanto in mano. La
ragazza sarebbe stata molto più infelice, se non avesse creduto.
“Trenta scellini,” disse la commessa. “No, signora, mi scusi, trentacinque.
I guanti francesi vengono di più.”
Non si vive solo per se stessi, pensò Clarissa.
L’altra cliente prese un guanto, lo tirò e quello si strappò.
“Oddio!” disse.
“Un difetto della pelle,” si affrettò a dire la donna con i capelli grigi.
“Qualche volta una goccia d’acido nella concia. Provi questo paio, signora.”
“Ma allora è una vera truffa chiedere due sterline e dieci!”
Clarissa guardò la signora; la signora guardò Clarissa.
“I guanti non sono più come prima, da quando c’è stata la guerra,” disse la
commessa a Clarissa, in tono di scuse.
Ma dove aveva visto l’altra signora?... anziana, con una gala sotto il
mento; portava gli occhiali d’oro appesi a un nastrino nero; sensuale, intensa,
come un disegno di Sargent. Come si sente dalla voce, pensò Clarissa,
quando la gente è abituata a farsi obbedire dagli altri… “È lievemente troppo
stretto,” disse. La commessa si allontanò di nuovo. Clarissa fu lasciata in
attesa. Non temere più, si ripeteva, la vampa del sole, tamburellando le dita
sul banco. Non temere più la vampa del sole. Non temere più, ripeteva.
Aveva delle macchioline marrone sul braccio. E la ragazza era lenta come
una lumaca. Hai assolto la tua missione terrena. Migliaia di giovani uomini
erano morti perché le cose potessero andare avanti. Ma ecco finalmente!
Appena un poco al di sopra del gomito; bottoncini di perla; misura cinque e
un quarto. Mia cara lumaca, pensò Clarissa, credi che possa rimanere seduta
qui tutta la mattinata? Adesso avrai bisogno di venticinque minuti per darmi
il resto!
Ci fu un’esplosione violenta fuori in strada. Le commesse si ripararono
dietro il banco. Clarissa, invece, seduta ben dritta, sorrise all’altra signora:
“Miss Anstruther!” esclamò.

1 La Woolf cita dalla Stanza XL dell’Adonais di Percy Bysshe Shelley. (N.d.T.)

2 Citazione dal Rubaiyat di Omar Khayyam (1048-1131), attraverso la traduzione


inglese di Edward Fitzgerald. (N.d.T.)
3 È il protagonista del popolare romanzo di R.S. Surtees (1805-1864), Mr Sponge’s
Sporting Tour. (N.d.T.)

4 Un romanzo di Elizabeth Gaskell (1810-1865). (N.d.T.)

5 Nel libro di Gaskell, la mucca della protagonista porta una specie di sottoveste
addosso. (N.d.T.)

6 Citazione da Shakespeare, Cimbelino. (N.d.T.)


Le tendine di Tata Lugton

Tata Lugton dormiva. Aveva emesso un enorme ronfo; lasciato cadere la


testa; spinto gli occhiali sulla fronte; ed eccola seduta accanto al parafuoco,
l’indice dritto con il ditale infilato; l’ago col filo di cotone a penzoloni;
mentre lei russava e russava; e sulle ginocchia, a coprire tutto il grembiule, un
grosso pezzo di stoffa azzurra a disegni.
Gli animali sulla stoffa non si mossero finché Tata Lugton non ronfò
cinque volte. Uno, due, tre, quattro, cinque – ah, finalmente la vecchia balia
si era addormentata. L’antilope fece un cenno alla zebra; la giraffa addentò
una foglia in cima all’albero; tutti gli animali cominciarono ad agitarsi e
dimenarsi. Perché il disegno sulla stoffa azzurra era fatto di una moltitudine
di animali selvaggi sullo sfondo di un lago, un ponte e una città con i tetti
tondi e omini e donnine affacciati alle finestre e in transito a cavallo, sul
ponte. Ma non appena la vecchia balia ronfò per la quinta volta, la stoffa
azzurra si trasformò in aria azzurra; gli alberi fremettero; potevi sentire
l’acqua del lago sciabordare; e vedere la gente percorrere il ponte e salutare
con le mani dalle finestre.
Gli animali cominciarono a muoversi. Per primi l’elefante e la zebra; poi
la giraffa e la tigre; seguirono lo struzzo, il mandrillo, dodici marmotte e un
branco di manguste; i pinguini e i pellicani sculettavano e zampettavano
fianco a fianco, spesso beccandosi l’un l’altro. Sopra di loro il ditale dorato di
Tata Lugton risplendeva come un sole; e quando lei russava, gli animali
udivano il vento mugghiare nella foresta. Scesero per abbeverarsi e, mentre
erano in movimento, la tendina azzurra (Tata Lugton stava infatti cucendo
una tendina per la finestra nel salotto di Mrs Gingham, moglie di Mr John
Jasper Gingham) divenne d’erba, rose e margherite; cosparsa di sassi bianchi
e neri; con pozzanghere e solchi di carri e ranocchi che saltavano lesti per
timore che gli elefanti li calpestassero. Dal pendio scesero gli animali, diretti
al lago per abbeverarsi. E presto si radunarono sulla riva, alcuni chinando il
muso, altri levando in alto la testa. Era davvero bello a vedersi – e pensare
che tutto questo accadeva sulle ginocchia della vecchia Tata Lugton mentre
lei dormiva, seduta sulla sua sedia Windsor sotto la luce della lampada –
pensare che il suo grembiule era coperto di rose e d’erba, e con tutte quelle
bestie selvatiche che lo calpestavano, quando Tata Lugton aveva una paura
mortale anche di infilare l’ombrello fra le sbarre delle gabbie allo zoo!
Perfino un minuscolo scarafaggio la faceva trasalire. Ma adesso Tata Lugton
dormiva, e non vedeva proprio nulla.
Gli elefanti si abbeverarono; le giraffe brucarono le foglie degli alberi più
alti di liriodendro; e la gente che attraversava il ponte gettò loro delle banane,
lanciando in aria ananassi e splendidi rotoli dorati farciti di mele cotogne con
petali di rose, perché alle scimmie piacevano tanto. La vecchia regina arrivò
nel suo palanchino; passò un generale dell’esercito; poi il primo ministro,
l’ammiraglio, il boia; infine i grandi dignitari giunti per affari in città, che era
poi un bellissimo luogo chiamato Millamarchmantopolis. Un luogo dove
nessuno faceva del male a quei teneri animali; molti anzi ne avevano pena;
poiché era risaputo che anche la più piccola scimmia era stregata. Come a
ognuno era noto, una grande orchessa li teneva in pugno; e quest’orchessa si
chiamava Lugton. Dalle finestre potevano vederla torreggiare sopra di loro.
Essa aveva la faccia come il pendio di una montagna con grandi precipizi e
valanghe, e abissi al posto di occhi, capelli, naso e denti. Ciascun animale che
sconfinasse nei suoi territori lei lo pietrificava, sicché durante il giorno essi
restavano immobili sulle sue ginocchia, ma quando lei cadeva nel sonno
allora essi erano liberi dall’incantesimo e potevano scendere a
Millamarchmantopolis la sera, per abbeverarsi.
Improvvisamente la vecchia Tata Lugton diede uno strattone alla tenda
che si stropicciò tutta.
Attorno alla lampada ronzava infatti un grosso moscone azzurro, che
l’aveva svegliata. Lei si tirò su a sedere e passò l’ago nel tessuto.
Gli animali balzarono indietro in un istante. L’aria ridiventò di stoffa
azzurra. E la tenda giacque assolutamente immobile sulle sue ginocchia. Tata
Lugton prese il filo e ricominciò a cucire le tendine per il salotto di Mrs
Gingham.
La vedova e il pappagallo: una storia vera

All’incirca cinquant’anni orsono, Mrs Gage, un’anziana vedova, era


seduta nella sua casetta in un villaggio dello Yorkshire chiamato Spilsby.
Benché zoppa e alquanto miope, stava facendo del suo meglio per aggiustare
un paio di zoccoli, perché campava con solo pochi scellini a settimana.
Mentre martellava, il postino aprì la porta e le gettò in grembo una lettera.
Giungeva da questo indirizzo: “Studio Legale Stagg e Beetle, 67 High
Street, Lewes, Sussex”.
Mrs Gage aprì la lettera e lesse:
“Gentile Signora, abbiamo il compito di informarla della scomparsa di suo
fratello, Mr Joseph Brand.”
“Accidenti!” esclamò Mrs Gage. “Il vecchio Joseph se n’è andato,
finalmente!”
“Mr Brand le ha lasciato tutti i suoi beni,” proseguiva la lettera, “che
consistono in una casa di abitazione, una stalla, graticci per cetrioli, mangani,
carriole eccetera nel villaggio di Rodmell, nei pressi di Lewes. Le lascia
inoltre tutti i suoi risparmi, vale a dire: 3000 (tremila) sterline.”
Mrs Gage quasi cadde nel fuoco per la gioia. Non vedeva suo fratello da
parecchi anni e, dato che non accusava ricevuta neppure dei cartoncini
d’auguri che ogni anno lei gli inviava per Natale, pensava che la sua
spilorceria, a lei ben nota fin dall’infanzia, gli facesse lesinare anche sul
francobollo per la risposta. Ma adesso tutto si era volto a suo vantaggio. Con
tremila sterline, per non parlare della casa eccetera, lei e la sua famiglia
avrebbero potuto vivere per sempre nel lusso.
Decise così che doveva andare a Rodmell immediatamente. Il prete del
villaggio, il reverendo Samuel Tallboys, le imprestò due sterline e dieci per
pagare il biglietto e il giorno dopo i preparativi per il viaggio erano terminati.
Il più importante di tali preparativi era la sistemazione del cane, Shag,
durante la sua assenza, perché nonostante la povertà Mrs Gage era un’amante
degli animali e spesso si privava del necessario piuttosto che privare il cane
del suo osso.
Giunse a Lewes la sera tardi di martedì. A quei tempi, devo dirvi, non
c’era il ponte sul fiume Southease, né era stata ancora costruita la strada per
Newhaven. Per raggiungere Rodmell, era necessario attraversare il fiume
Ouse per un guado, di cui ci sono ancora tracce, ma si poteva farlo soltanto
con la bassa marea, quando affioravano le pietre del fondale. Mr Stacey, il
fattore, stava recandosi a Rodmell col suo carretto e si offrì gentilmente di
dare un passaggio a Mrs Gage. Raggiunsero Rodmell intorno alle nove di una
sera di novembre e Mr Stacey le indicò cortesemente la casa che il fratello le
aveva lasciato, in fondo al villaggio. Mrs Gage bussò alla porta. Nessuna
risposta. Bussò di nuovo. Una voce acuta veramente strana strillò: “Non è in
casa!” Ne fu così sbalordita che, se non avesse udito dei passi avvicinarsi,
sarebbe scappata via. Invece la porta fu aperta da un’anziana donna del luogo
a nome Mrs Ford.
“Chi ha strillato: Non è in casa?” domandò Mrs Gage.
“Quel maledetto uccello!” disse Mrs Ford piena di stizza, indicando un
grosso pappagallo grigio. “Mi fa quasi uscire di senno con i suoi strilli. Se ne
sta tutto il giorno appollaiato sul suo trespolo come un monumento a
gracchiare: Non è in casa, appena gli vai vicino.” Era un uccello di notevole
bellezza, notò Mrs Gage; ma le sue piume erano deplorevolmente malconce.
“Forse è infelice, oppure avrà fame,” osservò Mrs Gage. Ma Mrs Ford disse
che era soltanto il suo modo di essere; era il pappagallo di un marinaio e
aveva imparato a parlare in Oriente. Tuttavia, aggiunse, Mr Joseph gli era
molto affezionato; lo aveva chiamato James; e si diceva che gli si rivolgesse
come a un essere raziocinante. Mrs Ford se ne andò presto. Mrs Gage aprì
allora il suo bauletto di legno, prese dello zucchero che aveva portato con sé e
ne offrì al pappagallo, dicendo con molta gentilezza che non intendeva fargli
del male, essendo la sorella del suo vecchio padrone, venuta a prendere
possesso della casa, e che avrebbe voluto vederlo felice quanto può esserlo un
uccello. Presa una lanterna, fece il giro della casa per vedere che tipo di
proprietà le avesse lasciato il fratello. Fu un’amara delusione. C’erano buchi
in tutti i tappeti. Le sedie erano sfondate. I topi scorrazzavano sulla mensola
del camino. Grandi chiazze di muffa si allargavano sul pavimento della
cucina. Non c’era un pezzo di mobile che valesse un soldo; l’unico modo per
consolarsi era pensare alle tremila sterline che aspettavano al sicuro nella
banca di Lewes.
Decise di andare a Lewes il giorno seguente, per reclamare i suoi soldi dai
signori Stagg e Beetle dell’omonimo studio legale e ritornare a casa al più
presto. Mr Stacey, che stava andando al mercato con dei magnifici maiali
Berkshire, si offrì di nuovo di darle un passaggio e nel tragitto le raccontò
terribili storie di giovani che erano annegati nel tentativo di guadare il fiume
con l’alta marea. Ma una grande delusione attendeva la povera vecchia, non
appena si trovò nello studio di Mr Stagg.
“Prego, si accomodi, signora,” disse quest’ultimo con aria solenne e
borbottando fra sé. “Il fatto è,” proseguì, “che deve prepararsi ad affrontare
delle novità veramente sgradevoli. Dopo che le ho scritto, ho esaminato con
cura i documenti di Mr Brand. Mi rincresce dirle che non ho trovato alcuna
traccia delle tremila sterline. Mr Beetle, il mio socio, si è recato a Rodmell di
persona e ha perlustrato la proprietà con la massima attenzione. Non ha
trovato assolutamente nulla – non oro né argento né valori di alcun genere – a
parte un bel pappagallo grigio che le consiglio di vendere a qualsiasi prezzo.
Usa un linguaggio, ha detto Benjamin Beetle, estremamente inappropriato.
Ma questo non c’entra. Temo davvero che abbia fatto il suo viaggio per
niente. La proprietà è in rovina e naturalmente le nostre spese sono
considerevoli.” Qui si fermò e Mrs Gage comprese bene che Mr Stagg
desiderava congedarla. Era quasi folle per la delusione. Non solo aveva preso
in prestito due sterline e dieci dal reverendo Samuel Tallboys, ma sarebbe
ritornata a casa a mani vuote, perché il pappagallo James avrebbe dovuto
venderlo per pagarsi il biglietto di ritorno. Stava piovendo a dirotto, ma Mr
Stagg non insistette per farla rimanere e lei era troppo fuori di sé dal dolore
per importarle quel che faceva. A dispetto della pioggia, si avviò per tornare a
piedi a Rodmell, attraverso i campi.
Come ho già detto, Mrs Gage era zoppa alla gamba destra. Nelle
condizioni migliori, camminava piano, ma adesso, fra la delusione e la
fanghiglia sull’argine del fiume, procedeva davvero lentamente. Mentre
arrancava a fatica, il giorno si fece sempre più scuro, finché era già molto se
riusciva a tenere il sentiero rialzato lungo il fiume. La potevi sentire
borbottare mentre procedeva, lamentandosi di quel dritto di suo fratello
Joseph, che l’aveva messa in tutti quei guai, “apposta,” diceva, “per farmi
soffrire. È sempre stato un ragazzino crudele, quando eravamo piccoli. Gli
piaceva tormentare gli insetti e l’ho visto tagliare in mille pezzi con un paio
di forbici un bruco peloso, proprio davanti ai miei occhi. E poi come era
taccagno, quel farabutto. Nascondeva i suoi spiccioli in un albero e, se per il
tè qualcuno gli offriva una fetta di torta con la glassa, toglieva lo zucchero
dalla crosta e se lo teneva per cena. Non ho dubbi che in questo preciso
istante stia bruciando tra le fiamme dell’inferno, ma a me che me ne viene?”
si domandava, e infatti le fu di scarsa consolazione, perché finì dritta contro
una grossa mucca che avanzava lungo l’argine, e cadde rotolando nel fango.
Si tirò su come meglio poté e riprese ad arrancare. Le sembrava di essere
in cammino da ore. Ormai era buio pesto e poteva a malapena vedere a un
palmo dal proprio naso. All’improvviso ripensò alle parole di Stacey, il
fattore, a proposito del guado. “Accidenti,” disse, “come farò ad attraversare
il fiume? Se c’è alta marea, cadrò nell’acqua profonda e sarò trascinata in
mare in un baleno! Molte coppie sono annegate qui, per non parlare di
cavalli, carri, mandrie e balle di fieno.”
In effetti, vuoi per il buio, vuoi per il fango, si era messa in un bel
pasticcio. A stento riusciva a vedere il fiume, figurarsi capire se aveva
raggiunto il guado oppure no. Non si vedevano luci da nessuna parte, perché,
come forse saprete, non c’erano case né ville su quel lato del fiume fino a
Asheham House, recente dimora di Mr Leonard Woolf. Sembrava che non ci
fosse nient’altro da fare che sedersi e attendere il mattino. Ma alla sua età,
con i reumatismi alle ossa, sarebbe di sicuro morta di freddo. D’altro canto,
se avesse provato ad attraversare il fiume, era quasi certo che sarebbe
annegata. Così pietosa era la sua situazione che volentieri avrebbe fatto a
cambio con quella di una mucca al pascolo. Non si sarebbe potuta trovare una
povera vecchia più disgraziata di lei nell’intera contea del Sussex; era sola
sulla riva del fiume, senza sapere se mettersi seduta o buttarsi a nuotare, o
semplicemente stendersi in mezzo all’erba, bagnata com’era, e dormire e
congelarsi fino alla morte, come voleva il destino.
In quel momento accadde qualcosa di straordinario. Un’immensa luce
esplose in cielo, simile a una torcia gigantesca, illuminando ogni filo d’erba e
mostrandole il guado a pochi metri di distanza. C’era bassa marea e la
traversata sarebbe stata una facile impresa, se solo quella luce non si fosse
spenta prima che avesse passato il guado.
“Deve essere una cometa o qualche altro prodigio del genere,” disse
mentre andava avanti zoppicando. Poteva vedere brillare davanti a sé il
villaggio di Rodmell.
“Dio ci protegga!” gridò. “C’è una casa in fiamme… sia ringraziato il
Signore,” aveva infatti calcolato che sarebbero occorsi alcuni minuti perché
l’edificio bruciasse del tutto e nel frattempo lei avrebbe raggiunto il villaggio.
“Che ventaccio cattivo che non porta bene a nessuno,” si disse,
zoppicando sulla strada romana. Parola d’onore, riusciva a vedere ogni
centimetro del sentiero ed era quasi giunta sulla strada del villaggio, quando
per la prima volta fu colpita da un pensiero: “Forse è casa mia che sta
andando in cenere davanti ai miei occhi!”
Aveva perfettamente ragione.
Un ragazzetto in camicia da notte le venne incontro saltellando e urlando:
“Vieni a vedere la casa del vecchio Joseph Brand in fiamme!”
Tutti gli abitanti del villaggio si erano radunati in cerchio intorno alla
casa, passandosi secchi d’acqua riempiti alla pompa della cucina di Monks
House e rovesciandoli sulle fiamme. L’incendio però si era propagato e,
proprio mentre Mrs Gage arrivava, il tetto crollò.
“Qualcuno ha salvato il pappagallo?” gridò lei.
“Signora, ringrazi di non essere lì dentro,” disse il reverendo James
Hawkesford, il prete del paese. “Non si preoccupi per le creature più
semplici. Sono sicuro che il pappagallo sarà misericordiosamente morto
soffocato sul suo trespolo.”
Mrs Gage, tuttavia, era determinata a vedere di persona. Dovette essere
trattenuta a forza dagli abitanti del villaggio, i quali osservarono che doveva
essere diventata pazza per voler rischiare la vita per un uccello.
“Povera vecchia,” disse Mrs Ford, “ha perso tutto, tranne il suo decrepito
bauletto di legno con dentro le cose per la notte. Sono certa che
diventeremmo pazzi anche noi, al suo posto.”
Così dicendo, Mrs Ford prese per mano Mrs Gage e la portò via, nella sua
casetta, dove avrebbe passato la notte. L’incendio era ormai spento e tutti
tornarono a casa a letto.
Ma la povera Mrs Gage non riusciva a dormire. Si girava e rigirava,
pensando alla sua miserabile situazione e domandandosi come avrebbe potuto
far ritorno nello Yorkshire e restituire al reverendo Samuel Tallboys i soldi
che gli doveva. Allo stesso tempo era ancora più addolorata al pensiero della
sorte del povero pappagallo James. Aveva preso l’uccello in simpatia e
pensava che dovesse avere un cuore devoto per piangere così sinceramente la
scomparsa del vecchio Joseph Brand, che mai aveva fatto una gentilezza ad
alcun essere umano. Era una morte orribile per una creatura innocente,
pensava; e se solo avesse fatto in tempo, avrebbe rischiato la vita per salvarlo.
Giaceva a letto pensando questi pensieri, quando un leggero colpo alla
finestra la fece trasalire. Il colpo si ripeté tre volte. Mrs Gage scese dal letto
più rapidamente che poté e andò alla finestra. E lì, con sua somma sorpresa,
appollaiato sul davanzale, vide un enorme pappagallo. Aveva smesso di
piovere ed era una bella notte di luna. Da principio Mrs Gage si spaventò
moltissimo, ma ben presto riconobbe James, il pappagallo grigio, e fu invasa
dalla gioia che fosse riuscito a scappare. Aprì la finestra, gli accarezzò tante
volte la testa e lo invitò a entrare. Il pappagallo rispose scuotendo
delicatamente il capo da una parte e dall’altra, quindi volò in terra, si
allontanò di qualche passo, guardò indietro come per vedere se Mrs Gage lo
stesse seguendo e infine tornò al davanzale della finestra, dove lei era rimasta
a bocca aperta.
“Questa creatura si comporta più sensatamente di quanto noi
immaginiamo,” disse fra sé e sé. “Molto bene, James,” aggiunse ad alta voce,
parlandogli come se fosse un essere umano. “Ti prendo in parola. Aspetta
solo un istante che mi renda presentabile.”
Così dicendo, si appuntò addosso un grembiulone, scese le scale il più
silenziosamente possibile e uscì senza svegliare Mrs Ford.
Il pappagallo James era evidentemente soddisfatto. Ora saltellava vispo
pochi metri davanti a lei, in direzione della casa bruciata. Mrs Gage lo
seguiva più veloce che poteva. Il pappagallo saltellava, come se sapesse
esattamente dove andare, e girò sul retro della casa, dove in origine c’era la
cucina. Adesso non ne era rimasto niente, tranne il pavimento di mattoni,
ancora fradicio dell’acqua che vi era stata gettata sopra per spegnere
l’incendio. Mrs Gage rimase a guardarlo stupefatta, mentre James saltellava
intorno, beccando qui e là, quasi stesse saggiando i mattoni col becco. Era
una visione veramente sbalorditiva e, se non avesse posseduto una certa
consuetudine con gli animali, molto probabilmente Mrs Gage avrebbe perso
la testa e sarebbe corsa a casa zoppicando. Ma cose ancora più strane
dovevano accadere. In tutto quel tempo il pappagallo non aveva proferito una
parola. Poi improvvisamente entrò in uno stato di estrema agitazione,
frullando le ali, battendo ripetutamente il becco contro il pavimento e
strillando “Non è in casa! Non è in casa!” in maniera così acuta da far temere
a Mrs Gage che l’intero villaggio si sarebbe svegliato.
“Smettila di fare così, James, o ti farai male,” disse per calmarlo. Ma
quello riprese il suo attacco ai mattoni con più violenza che mai.
“Che cosa può significare tutto ciò?” disse Mrs Gage, fissando con
attenzione il pavimento della cucina. La luce della luna era intensa
abbastanza da mostrare una lieve irregolarità nella posizione dei mattoni,
come se fossero stati tolti e poi rimessi non completamente a filo con gli altri.
Si era sistemata il grembiule con una grande spilla da balia, che ora spinse a
forza tra i mattoni, scoprendo che erano solo accostati uno all’altro. Dopo
poco ne aveva uno in mano. Non aveva finito che il pappagallo già saltellava
sul mattone a fianco e, battendo il becco con decisione, strillava: “Non è in
casa!”, la qual cosa fu presa da Mrs Gage come un invito a rimuovere anche
quello. Andarono avanti così a sollevare mattoni al chiaro di luna finché
ebbero messo a nudo uno spazio di circa due metri per uno e mezzo. Spazio
che il pappagallo sembrò ritenere sufficiente. Ma cosa fare a quel punto?
Mrs Gage si fermò a riposare, decisa a lasciarsi guidare completamente
dal comportamento del pappagallo James. Non le fu concesso di riposare a
lungo. Dopo avere raspato per alcuni minuti nelle fondamenta sabbiose, come
avrete di sicuro visto fare alle galline quando raspano nella sabbia con gli
artigli, il pappagallo dissotterrò quella che sulle prime sembrava una massa
tonda di pietra giallastra. La sua eccitazione si fece così intensa che Mrs Gage
andò in suo aiuto. Con grande sorpresa, scoprì che l’intero spazio messo a
nudo era pieno di lunghe file di tali pietre giallastre, incastrate così bene fra
loro che rimuoverle fu una gran fatica. Ma cosa potevano essere? E a che
scopo erano state nascoste? Fu solo dopo che ebbero tolto l’intero strato in
superficie, e poi un pezzo di tela cerata che vi era stato messo al di sotto, che
una visione miracolosa si mostrò ai loro occhi – in quello spazio, fila dopo
fila, perfettamente lucide e incredibilmente brillanti al chiarore lunare,
c’erano migliaia di sterline d’oro nuove di zecca!!!
Era questo, dunque, il nascondiglio del taccagno; e per essere sicuro che
nessuno lo avrebbe scoperto, aveva preso due precauzioni straordinarie.
Prima di tutto, come si rivelò in seguito, aveva costruito un forno proprio
sopra il punto dove era nascosto il tesoro, così che, se non lo avesse distrutto
l’incendio, nessuno avrebbe potuto immaginarne l’esistenza; in secondo
luogo, aveva rivestito lo strato superiore delle monete di una qualche
sostanza appiccicosa, rotolandole poi nella terra, in modo che, se per caso una
fosse stata scoperta, nessuno avrebbe sospettato che fosse nient’altro che un
sasso, come se ne possono vedere ogni giorno in un qualunque giardino. Fu
solo grazie alla straordinaria coincidenza dell’incendio e alla sagacia del
pappagallo che l’astuzia del vecchio Joseph poté essere sconfitta.
Mrs Gage e il pappagallo lavoravano ora di buona lena, rimuovendo
l’intero gruzzolo – che ammontava a tremila monete, non una di più né una di
meno – e mettendolo nel grembiule steso a terra. Quando l’ultima moneta fu
posta in cima al mucchio, il pappagallo volò trionfante in aria, posandosi con
estrema delicatezza sulla testa di Mrs Gage. Fu in questa maniera che fecero
ritorno alla casetta di Mrs Ford, camminando pian piano, perché come ho
detto Mrs Gage era zoppa e poi perché era quasi schiacciata dal peso di ciò
che il suo grembiule conteneva. Arrivò, tuttavia, alla sua stanza senza che
nessuno sapesse della visita alla casa diroccata.
Il giorno seguente fece ritorno nello Yorkshire. Di nuovo Mr Stacey la
portò a Lewes, rimanendo alquanto stupito nel constatare come fosse
divenuto pesante il bauletto di legno di Mrs Gage. Ma era un uomo tranquillo
e si limitò a concludere che la brava gente di Rodmell le avesse regalato
qualche carabattola per consolarla della drammatica perdita di tutti i suoi
averi nell’incendio. Per pura bontà, Mr Stacey si offrì di comprarle il
pappagallo per un paio di penny, ma Mrs Gage rifiutò l’offerta con tale
indignazione, dicendo che non avrebbe venduto l’uccello per tutto l’oro
dell’India, da far concludere a Mr Stacey che la povera donna era diventata
pazza a causa dei guai patiti.
Rimane solo da dire che Mrs Gage tornò a Spilsby sana e salva; portò in
banca il suo bauletto di legno e visse con grande agio e felicità insieme al
pappagallo James e al cane Shag fino a un’età assai avanzata.
Non fu che quando giacque sul letto di morte che raccontò al prete (il
figlio del reverendo Samuel Tallboys) tutta la storia, aggiungendo di essere
abbastanza convinta che la casa era stata incendiata di proposito dal
pappagallo James, che, sentendo il pericolo che lei stava correndo lungo
l’argine del fiume, era volato nel retrocucina e aveva rovesciato il fornello a
petrolio su cui erano tenuti in caldo gli avanzi per la cena. Con questa azione,
non solo l’aveva salvata dall’annegamento, ma aveva riportato alla luce le
tremila sterline che non si sarebbero potute trovare in nessun altro modo.
Questa, disse, è la ricompensa per chi è buono con gli animali.
Il prete pensò che stesse delirando. Tuttavia, rimane il fatto che, nel
momento stesso in cui esalava l’ultimo respiro, James il pappagallo strillò:
“Non è in casa! Non è in casa!” e dal suo trespolo cadde stecchito a terra. Il
cane Shag era già morto qualche anno prima.
Coloro che si recano a Rodmell possono ancora vedere le rovine della
casa bruciata cinquant’anni fa, e si dice comunemente che, se si visita al
chiaro di luna, si può sentire un pappagallo che batte con il becco sul
pavimento di mattoni, mentre altri dicono di aver visto un’anziana donna
seduta in terra con un grembiule bianco.
Il vestito nuovo

Mabel ebbe il primo sospetto che qualcosa non andasse quando si tolse il
mantello e Mrs Barnet, porgendole lo specchio, toccando le spazzole e in tal
modo attirando la sua attenzione, forse troppo marcatamente, su tutti quegli
arnesi utili per mettere in ordine e migliorare l’acconciatura, la carnagione,
gli abiti abbandonati sulla toeletta, confermò appunto il sospetto – che
qualcosa non andava bene, niente bene. Sospetto che in lei crebbe mentre
saliva al piano superiore, assalendola come una certezza nel momento in cui
salutò Clarissa Dalloway, tanto che andò dritta in fondo alla sala, in un
angolo riparato dove era appeso uno specchio, e si controllò. No! Non andava
bene. E immediatamente l’infelicità che aveva sempre cercato di nascondere,
la sua profonda insoddisfazione – il senso di inferiorità rispetto agli altri, che
aveva avuto fin da quando era bambina – si impadronì di lei, implacabile,
crudele, con una intensità che non avrebbe potuto scacciare leggendo Borrow
o Scott, come faceva quando si svegliava di notte a casa sua; perché quegli
uomini e quelle donne, oh, tutti loro stavano pensando: “Ma come si veste,
Mabel? Quanto si concia male! Che brutto il suo vestito nuovo!”
Avvicinandosi, sbattevano le palpebre, richiudendole poi ben strette. Erano la
sua inadeguatezza spaventosa, la sua viltà, il suo misero sangue annacquato a
deprimerla. Di colpo tutto l’insieme della stanza, in cui per ore e ore aveva
studiato il modello con la sartina, le sembrò sordido, repellente, e il suo
stesso salotto così trasandato, e anche lei che usciva, tronfia di vanità, mentre
sfiorava le lettere sul tavolo dell’ingresso, dicendo “Che noia!” per darsi delle
arie – tutto questo sembrava ora incredibilmente sciocco, gretto e provinciale.
Tutto era stato completamente distrutto, smascherato, annientato nel
momento in cui era entrata nel salotto di Mrs Dalloway.
Quel che aveva pensato la sera in cui, mentre prendeva il tè, aveva
ricevuto l’invito di Mrs Dalloway era che, naturalmente, lei non sarebbe stata
alla moda. Assurdo perfino illudersi – essere alla moda voleva dire un buon
taglio, voleva dire stile, voleva dire molte sterline –, ma perché non essere
originale? Perché non essere se stessa, comunque? Perciò, alzandosi, aveva
preso una vecchia rivista di sua madre, una rivista di moda parigina del
periodo Impero, e pensato quanto a quei tempi le donne fossero più carine,
dignitose e femminili, e così si era decisa – ah, che follia – a tentare di essere
come loro, anzi compiacendosi di essere modesta, all’antica e molto
affascinante, mentre si abbandonava senza alcun dubbio a un’orgia di
autocompiacimento, che meritava di essere castigata – e così si era conciata a
quel modo.
Non osava guardare lo specchio. Non poteva affrontare tutto quell’orrore
– il vestito di seta giallo pallido stupidamente antiquato, con la gonna lunga,
le maniche alte, il corpino e tutti quei dettagli che sulla rivista di moda
apparivano tanto deliziosi, mentre su di lei non lo erano, non in mezzo a
quella gente ordinaria. Si sentiva come un manichino da sarta, che stava lì
perché i più giovani potessero appuntarci gli spilli.
“Mia cara, sei assolutamente incantevole!” disse Rose Shaw,
squadrandola dalla testa ai piedi con appena l’accenno di una piega ironica
sulle labbra, che lei si aspettava – essendo Rose vestita invece all’ultima
moda, esattamente come ogni altro, del resto.
Siamo tutti come mosche che annaspano cercando di raggiungere il bordo
del piattino, pensò Mabel, e si ripeté la frase come se stesse facendosi il
segno della croce, come se stesse cercando di trovare una formula per
annullare quel tormento, per rendere sopportabile l’agonia. Citazioni da
Shakespeare, passi di libri che aveva letto secoli prima le tornarono
all’improvviso alla memoria, mentre viveva quell’agonia, e continuò a
ripeterli dentro di sé. “Mosche che annaspano,”1 si disse di nuovo. Se fosse
riuscita a dirlo un numero sufficiente di volte da arrivare a vedere davvero le
mosche, sarebbe diventata insensibile, fredda, di ghiaccio, inespressiva. Ora
poteva vedere le mosche annaspare lentissime fuori da un piattino di latte,
con le ali appiccicate l’una all’altra; si sforzò e sforzò (là in piedi, davanti
allo specchio, ascoltando Rose Shaw) di vedere Rose Shaw insieme a tutti gli
altri come mosche che tentavano di tirarsi fuori da qualcosa, o che finivano
dentro qualcosa, miserabili, inutili mosche che annaspavano. Ma non riusciva
a vederli in quel modo. In quel modo vedeva se stessa – lei era una mosca, gli
altri erano libellule, farfalle, splendidi insetti danzanti, fluttuanti, leggeri,
mentre lei sola arrancava fuori del piattino. (Invidia e rancore, i più
detestabili fra i vizi, erano i suoi difetti principali.)
“Mi sento come una sciatta, decrepita e orrendamente squallida vecchia
mosca,” si disse, facendo fermare Robert Haydon proprio perché glielo
sentisse dire, giusto per rassicurarsi rispolverando quella misera, fiacca
battuta e dimostrare quanto fosse distaccata e spiritosa, da non sentirsi
minimamente esclusa da alcunché. E, com’è ovvio, Robert Haydon rispose
qualcosa di molto educato, di molto insincero, attraverso cui lei fu in grado di
vedere all’istante, dicendo a se stessa, ancora mentre lui si allontanava (e di
nuovo citando da qualche libro): “Bugie, bugie, bugie!”2 Perché una festa
rende tutto molto più o molto meno reale, pensò; vide in un lampo fino in
fondo al cuore di Robert Haydon; vide attraverso ogni cosa. Vide la verità.
Questa era la verità, questo salotto, questa se stessa, l’altra era falsa. Il
piccolo laboratorio di Miss Milan era davvero terribilmente caldo, ingombro,
sordido. Puzzava di abiti e di cavolo lesso; eppure, quando Miss Milan le
aveva messo in mano lo specchio e lei si era guardata col vestito addosso,
finito, una straordinaria beatitudine le aveva invaso il cuore. Soffusa di luce,
era balzata alla vita. Libera da rughe e preoccupazioni, ciò che aveva sognato
di sé era davanti a lei – una bella donna. Solo per un istante (non aveva osato
guardare più a lungo, Miss Milan voleva sapere se la lunghezza della gonna
andava bene), dalla cornice decorata di mogano, l’aveva guardata una
fascinosa fanciulla argentea, dal sorriso misterioso, l’essenza della sua
persona, la sua anima; e non erano stati solo la vanità e l’amore di sé a
fargliela apparire buona, tenera e vera. Miss Milan aveva detto che la gonna
non doveva essere più lunga. Casomai, la gonna, aveva detto Miss Milan
corrugando la fronte e osservandola con tutta la sua attenzione, andava
accorciata; e lei all’improvviso si era sentita onestamente piena di
riconoscenza verso Miss Milan, molto più verso di lei che verso chiunque
altro al mondo, e avrebbe potuto piangere di compassione a vederla carponi
sul pavimento, con la bocca piena di spilli, la faccia rossa e gli occhi di fuori
– un essere umano che doveva fare questo per un altro essere umano, e così
aveva visto tutti come semplici esseri umani, lei stessa che andava alla sua
festa, Miss Milan che stendeva un panno sopra la gabbia del canarino o che
gli lasciava beccare un seme di canapa dalle sue labbra, e il pensiero di tutto
ciò, di questo lato della natura umana, con la sua pazienza, la capacità di
sopportazione, il suo accontentarsi di quei miserabili, esigui, sordidi, piccoli
piaceri, le aveva riempito gli occhi di lacrime.
E adesso tutto era scomparso. Il vestito, la stanza, la riconoscenza, la
compassione, lo specchio con la cornice decorata e la gabbia del canarino –
tutto era svanito, ed eccola in un angolo nel salotto di Mrs Dalloway, a
torturarsi, completamente sveglia alla realtà.
Ma era così meschino, così vile e spregevole prendersela tanto, alla sua
età e con due figli, essere ancora in maniera così incredibile dipendente dal
giudizio altrui, non avere idee né opinioni proprie, non essere capace di dire,
come gli altri: “C’è Shakespeare! C’è la morte! Siamo tutti vermi nella
galletta di un capitano” – o qualunque cosa gli altri dicano.
Si fissò dritta nello specchio; si diede un’aggiustatina alla spalla sinistra;
avanzò nella stanza come se da ogni parte venissero scagliate delle lance
contro il suo vestito giallo. Ma invece di apparire fiera o tragica, come Rose
Shaw sarebbe apparsa – Rose avrebbe rassomigliato a Boadicea3 –, lei
apparve invece insipida e imbarazzata, sorridendo in modo falso come una
scolaretta e muovendosi goffamente nella stanza, furtiva come un cane
bastonato, e finì per fermarsi a guardare un ritratto, una stampa. Come se si
andasse a una festa per guardare i quadri! Tutti sapevano perché lo faceva –
per vergogna, perché si sentiva umiliata.
“Ora la mosca è nel piattino,” si disse, “proprio in mezzo, e non ha
scampo, e il latte,” pensò fissando rigida il quadro, “le incolla insieme le ali.”
“È così antiquato,” disse a Charles Burt, facendolo fermare (cosa che lui
odiava) mentre stava andando a parlare con qualcun altro.
Intendeva, o provò a illudersi di intendere, che il quadro e non il suo
vestito fosse antiquato. E una parola di elogio, una parola di affetto da parte
di Charles, in quel momento, avrebbe fatto per lei la differenza. Se solo lui le
avesse detto: “Mabel, stasera sei incantevole!”, avrebbe cambiato la sua vita.
Ma allora avrebbe dovuto essere sincera e diretta. E naturalmente Charles non
disse nulla del genere. Era la malizia fatta persona. Vedeva sempre ciò che gli
altri avevano dentro, specie se si sentivano particolarmente meschini,
spregevoli o sciocchi.
“Mabel ha un vestito nuovo!” disse Charles, e la povera mosca venne
definitivamente spinta in mezzo al piattino. Voleva davvero vederla
annegare, si disse lei. Non aveva cuore, né gentilezza d’animo, solo una
patina di cordialità. Miss Milan era molto più autentica, molto più affettuosa.
Se solo avesse potuto provare questo sentimento e rimanervi attaccata,
sempre! “Perché,” si domandò – rispondendo a Charles troppo seccamente,
lasciandogli capire che era scocciata, o “nervosa” come disse lui (“Sei un po’
nervosa?” le chiese e se ne andò altrove, a ridere di lei con qualche altra
donna) – “Perché,” si domandò, “non posso provare sempre la stessa cosa,
essere sicura che Miss Milan ha ragione e Charles torto, e attaccarmi a
questo, essere sicura del canarino, della compassione e della riconoscenza, e
non sentirmi sferzata da ogni parte non appena entro in una stanza piena di
gente?” Era di nuovo il suo carattere odioso, debole, oscillante, che cedeva
sempre al momento più critico, incapace di interessarsi sul serio ai molluschi,
all’etimologia, alla botanica, all’archeologia, o a tagliare le patate per vederle
germogliare, come Mary Dennis e Violet Searle.
Poi Mrs Holman, vedendola lì in piedi, le piombò addosso. Naturalmente
una cosa come un vestito era al di sotto della soglia di attenzione di Mrs
Holman, i cui figli non facevano che ruzzolare per le scale e avere la
scarlattina. Poteva dirle, Mabel, se Elmthorpe era sempre in affitto in agosto e
settembre? Oh, fu una conversazione che la annoiò indicibilmente! La
rendeva furiosa essere trattata come un agente immobiliare o come un
fattorino di cui servirsi. Non avere alcun valore, ecco il punto, pensava
cercando di aggrapparsi a qualcosa di solido, qualcosa di concreto, mentre si
sforzava di rispondere in maniera sensata a proposito della sala da bagno,
della facciata esposta a sud e dell’acqua calda all’ultimo piano; e per tutto il
tempo continuò a vedere piccoli frammenti del suo vestito giallo nello
specchio rotondo, che riduceva tutti quanti alla dimensione di bottoni da
scarpe o di girini; ed era pazzesco pensare quanta umiliazione, sofferenza,
disgusto di sé, e sforzo, e appassionati alti e bassi emotivi fossero contenuti in
una cosa della misura di una moneta da tre penny. Ma ancora più strano era
che quella cosa, e cioè lei, Mabel Waring, apparisse separata e del tutto
sconnessa; e benché Mrs Holman (il bottone nero) si protendesse verso di lei
per raccontarle come il maggiore dei suoi ragazzi avesse affaticato il cuore
correndo, Mabel poteva vederla nello specchio pure lei disconnessa e, anche
se era impossibile che il puntino nero, che si protendeva in avanti
gesticolando, facesse provare al puntino giallo, che sedeva solitario, chiuso in
se stesso, ciò che il puntino nero stava provando, tuttavia fecero finta.
“È talmente impossibile tenere quieti i ragazzi,” ecco il genere di cosa da
dire.
E Mrs Holman, che non riusciva mai a ottenere abbastanza
commiserazione e afferrava avidamente il poco che trovava, come se fosse un
suo diritto (ma ne avrebbe meritata molta di più, perché c’era anche la figlia
minore che proprio quel giorno era scesa con un ginocchio gonfio), prese
questa miserabile offerta e la guardò con sospetto e risentimento, come se si
trattasse di un mezzo penny, quando avrebbe dovuto essere una sterlina, e se
la infilò nel portamonete, dovendosi accontentare, per quanto fosse una
somma minima e misera, perché i tempi erano difficili, veramente difficili; e
andò avanti a berciare, l’afflitta Mrs Holman, sulla figlia col ginocchio
gonfio. Ah, era tragica questa avidità, questi strepiti che gli esseri umani
emettevano, simili a una fila di cormorani che stridono sbattendo le ali in
cerca di affetto – era davvero tragico; se solo si fosse riusciti a provare una
pena autentica, invece di simularla soltanto.
Ma quella sera, nel suo vestito giallo, Mabel non avrebbe potuto
spremerne una goccia di più; la pena le serviva tutta, tutta per sé. Sapeva di
essere (continuava a guardarsi nello specchio, tuffandosi in quella pozza
azzurra che metteva spaventosamente a nudo) condannata, disprezzata,
abbandonata in quelle acque morte, proprio per il suo essere così, una
creatura fragile e incerta; e le sembrò che il suo abito giallo fosse un castigo
meritato, e che, se si fosse vestita come Rose Shaw, in un amabile,
avvolgente modello verde con una balza in piume di cigno, avrebbe voluto
dire che si meritava quello; e pensò che non ci fosse scampo per lei – in alcun
modo. Ma, dopo tutto, la colpa non era completamente sua. Dipendeva
dall’essere nata in una famiglia con dieci figli, in cui non c’erano mai
abbastanza soldi e si doveva sempre risparmiare e lesinare; sua madre portava
enormi brocche, il linoleum era consumato sull’orlo degli scalini, e avevano
vissuto una piccola e sordida tragedia domestica dopo l’altra – nulla di
catastrofico, comunque, l’allevamento di pecore che quasi va in malora, ma
non del tutto; il fratello maggiore che fa un matrimonio al di sotto del proprio
livello, ma non troppo – non c’era niente di romantico, nulla di estremo, in
loro. Si spegnevano rispettabilmente in qualche località marina; anche adesso
in ogni piccola città balneare doveva esserci una sua zia addormentata in una
pensione con le finestre non proprio affacciate sul mare. Era veramente tipico
in loro – le cose potevano solo sbirciarle. E lei aveva fatto lo stesso – era
proprio come le sue zie. Perché tutti i suoi sogni di vivere in India, sposata a
un eroe come Sir Henry Lawrence, a un edificatore dell’Impero (ancora
adesso la vista di un indigeno in turbante la faceva fremere di romanticismo),
erano falliti completamente. Aveva invece sposato Hubert, con il suo lavoro
sicuro e tranquillo di portaborse in tribunale, e se la cavavano discretamente
in una casa piccola, senza una vera servitù, con un po’ di carne macinata o
giusto pane e burro quando era sola, ma di tanto in tanto – Mrs Holman si era
allontanata considerandola la creatura più arida e priva di comprensione che
avesse mai conosciuto, e per giunta vestita in maniera assurda, e avrebbe
detto a chiunque dell’aspetto incredibile di Mabel –, ma di tanto in tanto,
pensava Mabel Waring, lasciata sola sul divano azzurro a sprimacciare un
cuscino per sembrare occupata perché non voleva unirsi a Charles Burt e
Rose Shaw, che accanto al fuoco ciarlavano come gazze e forse ridevano di
lei –, di tanto in tanto, era colta da attimi deliziosi, come l’altra sera, mentre
leggeva a letto, per esempio, o giù in spiaggia, a Pasqua, sulla sabbia, in
pieno sole – lasciamole ricordare ogni cosa – un gran ciuffo di pallida erba
marina intrecciato come un mazzo di lance puntate contro il cielo, azzurro e
liscio come un uovo di porcellana, così solido, così duro; e poi la cantilena
delle onde – “Sst, sst” dicevano, e le grida dei bambini che sguazzavano in
mare –, sì, era stato un momento sublime, in cui lei si era sentita nella mano
di quella dea che è la terra; una dea dal cuore un po’ duro, ma bellissima,
mentre lei era l’agnello posto sull’altare (pensava queste sciocchezze, ma non
importava, purché non si dicessero a nessuno). Anche con Hubert, talvolta, in
modo del tutto inatteso – mentre affettava l’arrosto per il pranzo della
domenica, e senza alcuna ragione, aprendo una lettera, entrando in una stanza
– aveva di questi momenti sublimi, in cui diceva a se stessa (perché mai lo
avrebbe detto a qualcun altro): “Ecco. È successo. Ecco!” Anche il contrario
era allo stesso modo sorprendente – cioè quando tutto era predisposto,
musica, clima, vacanze, ogni motivo per essere felice – e invece non
accadeva niente. Nessuna felicità. Tutto era piatto, soltanto piatto, e basta.
Di nuovo la sua natura disgraziata, senza dubbio! Era sempre stata una
madre nevrotica, debole, inadeguata, una moglie incerta, che si cullava in una
specie di esistenza crepuscolare, dove niente era molto chiaro o molto intenso
o più in un modo che in un altro, come tutti i suoi fratelli e sorelle, a parte
forse Herbert – erano tutti uguali, povere creature dal sangue annacquato, che
non combinavano nulla. Poi, nel mezzo di questa vita che strisciava e si
trascinava, all’improvviso si trovava sulla cresta dell’onda. Quella miserabile
mosca – ma dove aveva letto la storia della mosca e del piattino, che
continuava a venirle in mente? – riusciva a venirne fuori. Sì, aveva di quei
momenti. Ma adesso che era giunta ai quarant’anni, sarebbero capitati sempre
più di rado. Poco a poco avrebbe smesso di lottare. Che cosa deplorevole!
Che cosa intollerabile! Si vergognava di sé.
L’indomani sarebbe andata alla London Library. Avrebbe trovato magari
per caso un libro meraviglioso, utile, sorprendente, il libro di un ecclesiastico,
di un americano che nessuno aveva mai sentito nominare; o avrebbe
camminato sullo Strand, finendo accidentalmente in una sala dove un
minatore raccontava la sua vita sottoterra, e all’improvviso lei sarebbe
divenuta un’altra persona. Si sarebbe trasformata totalmente. Avrebbe
indossato un’uniforme; si sarebbe chiamata Suor Taldeitali; mai più avrebbe
pensato ai vestiti; e, giorno dopo giorno, sarebbe stato sempre come essere
sdraiata al sole o affettare l’arrosto. Sarebbe stato così!
Si alzò dal divano azzurro, e anche il bottone giallo nello specchio si alzò,
agitando la mano in direzione di Charles e Rose per dimostrare che non
dipendeva affatto da loro, perciò il bottone giallo uscì dallo specchio e tutte le
lance confluirono sul suo petto, mentre si avviava verso Mrs Dalloway per
dirle: “Buona notte.”
“Ma è troppo presto per andare via,” disse Mrs Dalloway, che era sempre
così seducente.
“Devo proprio, temo,” disse Mabel Waring. “Ma,” aggiunse con la sua
voce debole, incerta, che suonava solo ridicola quando cercava di alzarla, “mi
sono divertita enormemente.”
“Sono stata bene,” disse a Mr Dalloway, incontrandolo sulle scale.
“Bugie, bugie, bugie!” ripeté a se stessa, scendendo i gradini, e “Proprio
dentro al piattino!” si disse mentre ringraziava Mrs Barnet che l’aiutava, poi,
giro dopo giro dopo giro, si avvolse nello scialle cinese che portava da
vent’anni.

1 Probabile allusione al racconto di Anton Čechov, Il duello. O a quello di


Katherine Mansfield, La mosca. (N.d.T.)
2 Un’altra allusione allo stesso racconto di Čechov. (N.d.T.)
3 Regina di un’antica tribù di britanni: guidò una rivolta contro i romani, fu
sconfitta e si tolse la vita. (N.d.T.)
Felicità

Mentre Stuart Elton si chinava a togliere via un peluzzo bianco dal


pantalone, quel gesto banale, accompagnato com’era da una slavina, da una
valanga di sensazioni, fu come un petalo che cade da una rosa, e lui, Stuart
Elton, raddrizzandosi per riprendere la conversazione con Mrs Sutton, sentì
di essere fatto di tanti petali saldamente e fittamente disposti uno sopra
l’altro, tutti colorati di rosso, tutti infuocati, percorsi da questo inesplicabile
splendore. Sicché non appena egli si chinava, un petalo cadeva. Quando era
giovane, non l’aveva provato – no – ma adesso all’età di quarantacinque anni
doveva solo chinarsi, togliere via un peluzzo dal pantalone, e gli correva per
tutto il corpo questo bellissimo, ordinato senso della vita, questa slavina,
questa valanga di sensazioni, e di unità dell’essere quando si rialzava, dopo
essersi risistemato – ma lei che cosa stava dicendo?
Mrs Sutton (una donna tuttora tirata per i capelli fra le stoppie e su e giù
per la terra arata della prima mezza età) stava dicendo che gli agenti le
scrivevano, che le fissavano anche degli appuntamenti per vederla, ma non se
ne cavava nulla. Quello che le rendeva tutto così difficile, com’è ovvio, era
non avere conoscenze nel giro teatrale, il padre e tutti i suoi essendo solo
gente di campagna. (Fu allora che Stuart Elton tolse via il peluzzo.) Si fermò;
si sentiva disapprovata. Sì, Stuart Elton aveva ciò che lei voleva, pensò
mentre lui si chinava. E quando si rialzò, lei gli fece le sue scuse – parlava
troppo di sé, disse, e aggiunse:
“Ha l’aria di essere di gran lunga la persona più felice che io conosca.”
Questo era stranamente in armonia con quanto lui stava pensando e con
quella sensazione di vita che scorreva dolcemente giù al suo interno, e si
ricomponeva in bell’ordine, quella sensazione del petalo che cade e della rosa
intatta. Ma era questa la felicità? No. Quella parola grossa non sembrava
adatta, non sembrava avere relazione con questo senso di essere raccolto in
rosee falde intorno a una luce splendente. Comunque, disse Mrs Sutton, era
fra tutti i suoi amici quello che più invidiava. Lui sembrava avere tutto; lei
niente. Si misero a fare i conti: entrambi avevano abbastanza denaro; lei un
marito e dei figli; lui era scapolo; lei aveva trentacinque anni; lui dieci di più;
lei non aveva mai avuto malattie in vita sua, mentre lui era la vittima
designata, disse, di un disturbo interno – moriva tutto il giorno dalla voglia di
mangiare aragoste, ma non poteva neanche toccarle. Ecco!, esclamò Mrs
Sutton, come se avesse messo il dito nella piaga. Perfino il suo disturbo era
come uno scherzo. Bilanciava una cosa con un’altra?, domandò. Forse, per un
senso di equilibrio? Un senso di che?, chiese Stuart Elton, sapendo benissimo
cosa intendesse lei, ma cercando di parare i colpi di quella donna
sfrenatamente aggressiva, con i suoi modi sbrigativi, le sue angosce e la sua
energia, con le sue schermaglie e scaramucce, che avrebbe potuto urtare e
distruggere quel bene prezioso, quel sentirsi – due immagini sfolgorarono
simultaneamente nella testa di Stuart Elton – una bandiera al vento, una trota
nella corrente – composto, equilibrato, in un flusso di trasparenti fresche
chiare brillanti limpide frizzanti prepotenti sensazioni, che, come il vento o la
corrente, lo sostenevano, cosicché se muoveva una mano, se si chinava o
diceva qualcosa, spostava la pressione degli innumerevoli atomi di felicità
che poi gli si richiudevano intorno, sostenendolo nuovamente.
“Per lei nulla è importante,” disse Mrs Sutton. “Nulla la scalfisce,”
aggiunse goffamente, creando schizzi e spruzzi attorno a lui come qualcuno
che metta un po’ di stucco qui e là per cementare insieme dei mattoni, mentre
lui se ne stava molto silenzioso, enigmatico, riservato; e cercava di cavargli
fuori qualcosa, un indizio, una chiave, una guida, invidiandolo piena di
rancore, e sentendo che, se oltre alla propria ricchezza emotiva, alla propria
passione, alle proprie capacità e ai propri talenti avesse sommato quelli di lui,
avrebbe potuto rivaleggiare direttamente con Mrs Siddons1 in persona. Lui
non voleva dirglielo, ma dovette:
“Sono stato a Kew nel pomeriggio,” disse piegando un ginocchio e
dandosi di nuovo un colpetto, non che ci fosse un altro peluzzo bianco, ma
per assicurarsi, ripetendo il gesto, che la macchina del suo corpo fosse a
posto, e lo era.
Alla stessa maniera, se qualcuno fosse stato inseguito nella foresta da un
branco di lupi, avrebbe strappato pezzetti di stoffa e spezzettato qualche
biscotto per gettarli a quelle bestie infelici, sentendosi quasi sicuro, ma
davvero non del tutto, sulla propria alta veloce solida slitta.
Con questo intero branco di lupi famelici alle calcagna, per ora distratti
dai pezzettini di biscotti che gli aveva gettato (e cioè le sue parole “Sono stato
a Kew nel pomeriggio”), Stuart Elton filava veloce davanti a loro, diretto
nuovamente a Kew, all’albero di magnolia, al laghetto, al fiume, con la mano
alzata per tenerli a bada. Fra di loro (poiché il mondo sembrava adesso pieno
di lupi ululanti) ricordava le persone che lo invitavano a pranzo o a cena,
inviti ora accettati e ora no, e ricordava il senso di padronanza, là, sulla
soleggiata distesa d’erba di Kew, come se, allo stesso modo in cui poteva
muovere il bastone da passeggio, così poteva scegliere questo o quello,
andare qui o là, fare a pezzetti qualche biscotto e gettarlo ai lupi, leggere una
cosa, guardarne un’altra, incontrare un lui o una lei, approdare nella stanza di
qualche vecchio amico – “A Kew da solo?” ripeté Mrs Sutton. “Per conto
suo?”
Ah!, il lupo gli ululava nell’orecchio. Ah!, sospirò, come aveva fatto, ah!,
per un istante ripensando al passato, quel pomeriggio in riva al lago, accanto
a una donna che cuciva una stoffa bianca sotto un albero, con le oche che
passavano dondolando, aveva sospirato vedendo il solito spettacolo degli
innamorati che si tengono per mano; dove adesso c’era questa pace, questo
benessere, c’erano state un tempo rovina tempesta disperazione; e ora
nuovamente questo lupo, Mrs Sutton, glielo ricordava; da solo, sì,
completamente solo, ma si riebbe come si era riavuto quel pomeriggio,
mentre passavano i giovani innamorati; aveva afferrato qualcosa, qualunque
cosa fosse e se l’era tenuta stretta, riprendendo a camminare, provando pena
per loro.
“Da solo,” ripeté Mrs Sutton. Era questo che non poteva concepire, disse
con uno scatto di disperazione della sua testa bruna dai capelli lucenti: essere
felici da soli.
“Sì,” disse lui.
Nella felicità c’è sempre questa tremenda esaltazione. Non si tratta di
entusiasmo, né di rapimento, né sono gli elogi, la fama o la salute (non poteva
camminare per più di due chilometri senza sentirsi a pezzi), è uno stato
mistico, una trance, un’estasi che, per quanto fosse ateo, scettico, non
battezzato e via di seguito, sospettò avesse a che fare con la vocazione che
spinge gli uomini a farsi preti, che induce le donne nel fiore degli anni a
girare per le strade con il viso incorniciato da una stoffa inamidata quasi a
forma di ciclamino, e con le labbra serrate e gli occhi di pietra; ma con questa
differenza: che per loro tutto ciò è una prigione, mentre per lui era la libertà.
Libertà da ogni dipendenza verso qualcuno o qualcosa.
Mrs Sutton lo intuiva, mentre aspettava che lui parlasse.
Sì, avrebbe fermato la slitta, sarebbe sceso, lasciando che i lupi gli si
stringessero intorno, e avrebbe dato loro dei colpetti affettuosi su quei poveri
musi rapaci.
“Kew era una delizia… pieno di fiori… magnolie, azalee,” non ricordava
mai i nomi, spiegò.
Non era qualcosa che si potesse distruggere. No; ma se tanto
inesplicabilmente arrivava, alla stessa maniera poteva scomparire, così aveva
sentito uscendo da Kew, incamminandosi lungo l’argine del fiume fino a
Richmond. Perché certo poteva cadere un ramo; il colore cambiare; il verde
diventare azzurro; o una foglia fremere; e questo sarebbe bastato; sì; sarebbe
bastato a incrinare, mandare in pezzi, distruggere completamente questa cosa
meravigliosa, questo miracolo, questo tesoro che possedeva, che era stato
suo, che era suo, che doveva essere sempre suo, pensò cominciando a sentirsi
inquieto e ansioso, e senza più badare a Mrs Sutton le voltò le spalle
all’istante, attraversò la stanza e prese in mano un tagliacarte. Sì; andava tutto
bene. Quel tesoro era ancora suo.

1 Sarah Kemble Siddons (1755-1831) fu la più celebre attrice inglese del suo
tempo. (N.d.T.)
Antenati

Mrs Vallance, mentre Jack Renshaw faceva quella sciocca osservazione


piuttosto compiaciuta sul fatto di non sopportare le partite di cricket, sentì di
dover catturare in qualche modo la sua attenzione e fargli comprendere, sì, a
lui e a tutti gli altri giovani intorno, che cosa avrebbe detto suo padre; quanto
fossero stati diversi il padre e la madre, sì, e quanto lei stessa fosse diversa da
tutto ciò; e quanto, in confronto a uomini e donne realmente semplici e
dignitosi, come suo padre, come la cara madre, tutto questo le sembrasse
tanto banale.
“Eccoci qui,” disse improvvisamente, “stipati in questa stanza soffocante,
mentre a casa, in campagna – in Scozia.” (Si sentiva in dovere verso quegli
stupidi giovanotti, piuttosto carini, dopo tutto, benché un po’ sottomisura, di
fargli capire che cosa pensavano il padre e la madre, e anche lei stessa, perché
in fondo era come loro.)
“Lei è scozzese?” chiese Jack Renshaw.
Dunque, non sapeva chi era suo padre; non sapeva che era John Ellis
Rattray, e che sua madre era Catherine Macdonald.
Una volta si era fermato a Edimburgo per una notte, disse Mr Renshaw.
Una notte a Edimburgo! E lei ci aveva passato tutti quegli anni
meravigliosi – lì e a Elliottshaw, sul confine con la Northumbria. Lì aveva
fatto corse pazze fra i cespugli di ribes; lì erano venuti gli amici del padre e,
bambina come era, aveva ascoltato le più straordinarie conversazioni della
propria vita. Poteva ancora rivederli, suo padre, Sir Duncan Clements, Mr
Rogers (il vecchio Mr Rogers era il suo ideale di filosofo greco), seduti sotto
l’albero di cedro, dopo cena, alla luce delle stelle. Parlavano di ogni cosa al
mondo, le sembrava adesso; erano di così larghe vedute da non ridere mai
degli altri. Le avevano insegnato a venerare la bellezza. Che cosa c’era di
bello in quella soffocante stanza londinese?
“Quei poveri fiori,” esclamò Mrs Vallance perché alcuni petali tutti
rovinati e gualciti, un garofano o due, erano effettivamente finiti sotto i piedi;
ma, si disse, teneva troppo ai fiori. Sua madre aveva amato i fiori; fin da
piccola era stata educata a capire che calpestare un fiore era calpestare la cosa
più squisita che ci sia in natura. La natura era sempre stata la sua passione; le
montagne, il mare. A Londra invece uno guardava fuori della finestra e
vedeva altre case – esseri umani impacchettati gli uni sugli altri in piccole
scatole. Era un’atmosfera in cui probabilmente non avrebbe potuto vivere.
Non riusciva a sopportare di camminare per Londra e vedere i bambini
giocare in strada. Forse era troppo sensibile; la vita sarebbe stata impossibile,
se fossero stati tutti come lei, ma quando ricordava la propria infanzia, il
padre e la madre, la bellezza e l’attenzione che erano state prodigate loro…
“Che abito delizioso!” disse Jack Renshaw; e questo le sembrò del tutto
inappropriato – perché un giovanotto non dovrebbe fare commenti sugli abiti
femminili.
Suo padre era pieno di reverenza per le donne, ma non avrebbe mai fatto
caso a quello che indossavano. E di tutte quelle ragazze non ce n’era una che
si potesse definire bella – come ricordava che era stata sua madre – la sua
cara e maestosa mamma, che sembrava non vestisse in maniera differente in
estate o in inverno, che avessero ospiti o fossero soli, e rassomigliava sempre
a se stessa, con i suoi pizzi e, invecchiando, con la sua cuffietta. Quando era
rimasta vedova sedeva per ore tra i fiori e sembrava più in compagnia di
fantasmi che di tutti loro, sognando il passato che in qualche modo, pensò
Mrs Vallance, è molto più reale del presente. Ma sì. È nel passato, in
compagnia di quelle donne e quegli uomini meravigliosi, pensò, che io vivo
davvero: loro sì mi conoscevano, loro soltanto mi capivano (e pensò al
giardino illuminato dalle stelle, agli alberi, al vecchio Mr Rogers, al padre
con la sua giacca bianca di lino). Sentì che gli occhi le diventavano umidi e
malinconici, come all’avvicinarsi delle lacrime, lì nel salotto di Mrs
Dalloway, stando in piedi, fissando non la gente attorno, i fiori, la folla che
chiacchierava, ma se stessa, quella ragazzina che sarebbe dovuta andare tanto
lontano – quando raccoglieva i fiori bianchi di alisso, o sedeva sul letto, nella
soffitta profumata di legno di pino, a leggere racconti e poesie. Aveva letto
tutto Shelley fra i dodici e i quindici anni, e usava recitarlo a suo padre, le
mani dietro alla schiena, mentre lui si sbarbava. Le lacrime cominciarono a
salire dal fondo della testa, mentre contemplava questa immagine di sé, e
aggiungeva la sofferenza di tutta una vita (aveva sofferto in maniera
abominevole – la vita le era passata addosso come una macina – la vita non
era come era sembrata allora – ma come questa festa) alla ragazzina che stava
lì in piedi a recitare Shelley, con i suoi spiritati occhi neri. Ma cosa non
avevano visto in seguito. Solo quelle persone, ormai scomparse, sepolte nella
tranquilla Scozia, l’avevano capita, avevano capito cosa c’era in lei – e
adesso le lacrime si fecero più vicine, mentre pensava alla bambina col suo
abito di cotone; come erano grandi e scuri i suoi occhi; come sembrava bella
recitando l’Ode al vento dell’Ovest; come era orgoglioso di lei, suo padre, e
quanto era alto, come sua madre, e quanto era pura insieme a loro, e buona, e
dotata al punto di poter diventare qualunque cosa. Se fossero vissuti, se fosse
rimasta per sempre con loro in quel giardino (che adesso le appariva quale il
luogo in cui aveva passato l’intera infanzia, e che era sempre illuminato dalle
stelle, dove era sempre estate, e tutti loro sedevano sotto l’albero di cedro a
fumare, tranne la madre che in qualche modo sognava da sola, seduta tra i
fiori, con la sua cuffietta da vedova – e come erano buoni, gentili e rispettosi i
vecchi servitori, il giardiniere Andrewes, Jersy la cuoca; e il vecchio Sultan,
che era un cane Terranova; e la vigna, e lo stagno, e la pompa dell’acqua – e
Mrs Vallance con la sua aria fiera, orgogliosa, ironica, che paragonava la
propria vita a quella degli altri), e se quella vita avesse potuto andare avanti
per sempre, allora Mrs Vallance sentì che niente di tutto ciò – e guardò Jack
Renshaw e la ragazza di cui aveva ammirato l’abito – sarebbe esistito, e che
lei sarebbe stata, oh sì, perfettamente felice, perfettamente buona, mentre
invece era costretta ad ascoltare un giovanotto che stava dicendo – e quasi
rise di sdegno anche se c’erano lacrime nei suoi occhi – di non sopportare le
partite di cricket!
La presentazione

Lily Everit vide Mrs Dalloway dirigersi verso di lei dall’altro lato della
stanza e avrebbe voluto pregarla di non venirla a disturbare; tuttavia, mentre
Mrs Dalloway si avvicinava con la mano destra alzata e un sorriso di cui Lily
(benché fosse la sua prima festa) conosceva il significato, “Devi uscir fuori
dal tuo angolino e chiacchierare”, un sorriso allo stesso tempo benevolo e
drastico, autoritario, provò uno stranissimo miscuglio di eccitazione e timore,
di desiderio di essere lasciata in pace e voglia di essere tirata fuori e buttata
nella mischia ribollente. Ma Mrs Dalloway fu intercettata; bloccata da un
vecchio signore con i baffi bianchi, e così Lily Everit ebbe due minuti di
proroga per stringere a sé come una zattera nell’oceano, o per centellinare
come un bicchiere di vino, il pensiero del suo saggio sullo stile di Swift, che
quella mattina il professor Miller aveva segnato con tre stelle rosse: Ottimo.
Ottimo, ripeteva a se stessa, ma adesso era un cordiale molto più blando di
quanto fosse quando si trovava davanti al lungo specchio per farsi dare gli
ultimi ritocchi (un colpetto qui, una tiratina lì) da sua sorella e da Mildred, la
domestica. Perché, mentre le loro mani si muovevano intorno a lei, aveva
sentito che esse stavano piacevolmente sfiorando la sua superficie, ma che al
di sotto giaceva intatto come un blocco di metallo lucente il proprio saggio
sullo stile di Swift, e tutte le loro lodi, quando era scesa a pianoterra e si era
fermata nell’ingresso in attesa del taxi – Rupert era uscito dalla sua stanza per
dirle che era uno splendore – avevano increspato la superficie, erano come
una brezza in mezzo a dei nastrini, ma niente di più. La vita poteva dividersi
(di questo era certa) in realtà, il saggio su Swift, e finzione, la sua uscita; in
scoglio e onda, aveva pensato, mentre veniva condotta in taxi e fissava le
cose con una tale intensità che per sempre avrebbe visto la verità e se stessa
come un riflesso bianco mescolato inestricabilmente alla schiena scura del
conducente: il momento della visione. Poi, quando entrò in casa, notando alla
prima occhiata l’andirivieni della gente su e giù per le scale, quel blocco
solido (il saggio sullo stile di Swift) vacillò, cominciò a sciogliersi, non riuscì
più a tenerlo saldo, e tutto il suo essere (non più affilato come un diamante
capace di tagliare a metà il cuore della vita) si trasformò in una nebbia in cui
si mescolavano allarme, apprensione e diffidenza, mentre se ne stava con le
spalle al muro in un angolo. Eccolo il famoso posto: il mondo.
Guardando davanti a sé, Lily Everit nascose istintivamente il proprio
saggio, adesso se ne vergognava molto, ed era anche molto confusa,
ciononostante fissò in punta di piedi per mettere a fuoco e nelle giuste
proporzioni (le vecchie essendo vergognosamente sbagliate) quelle entità che
rimpicciolivano e aumentavano di volume (come si poteva chiamarle?
persone – impressioni sulla vita delle persone?) e che sembravano
minacciarla e travolgerla, trasformando tutto in acqua, lasciandole solo –
perché a quella non avrebbe rinunciato – la possibilità di restarsene sulla
difensiva.
Adesso Mrs Dalloway, che non aveva mai abbassato completamente il
braccio, dimostrò, dal modo in cui lo mosse mentre continuava a parlare, che
si ricordava di lei; era stata solo interrotta dal vecchio militare con i baffi
bianchi; rialzò il braccio definitivamente e puntò dritta verso di lei per dire
alla timida incantevole ragazza dalla pelle diafana, gli occhi brillanti, i capelli
scuri che le incorniciavano poeticamente il viso e dal corpo sottile avvolto in
un abito che pareva scivolarle di dosso: “Vieni e lascia che ti presenti,” e a
quel punto Mrs Dalloway esitò, poi ricordando che Lily era quella
intelligente, che leggeva poesia, si guardò intorno alla ricerca di qualche
giovanotto, qualche ragazzo appena tornato da Oxford, che avesse letto tutto
e potesse conversare su Shelley. E tenendo per mano Lily Everit, la condusse
verso un gruppo di giovani che chiacchieravano, fra i quali Bob Brinsley.
Lily Everit si teneva un po’ indietro, avrebbe potuto essere un’ostinata
barca a vela sulla scia di un battello a vapore e sentì, mentre Mrs Dalloway la
pilotava, che adesso sarebbe accaduto; che nulla avrebbe potuto impedirlo
ormai; evitarle (e ora desiderava soltanto che fosse già tutto finito) di venire
gettata in un gorgo in cui sarebbe perita oppure si sarebbe salvata. Ma cos’era
il gorgo?
Era un gorgo fatto di un milione di cose, ciascuna ben chiara per lei;
l’abbazia di Westminster; la consapevolezza dei solenni edifici
incredibilmente alti che li circondavano; essere donna. Forse era quella la
cosa che veniva fuori e restava, in parte dovuta al vestito, ma soprattutto a
quei piccoli gesti di cavalleria e rispetto del salotto – tutto le faceva sentire
che era uscita dalla sua crisalide e stava per essere proclamata ciò che nella
comoda oscurità dell’infanzia non era mai stata – questa fragile e bella
creatura di fronte a cui gli uomini si inchinavano, questa creatura limitata e
circoscritta che non poteva fare quel che voleva, una farfalla con migliaia di
sfaccettature negli occhi e un piumaggio fine e delicato, con difficoltà e
timori e infinite tristezze; una donna.
Mentre attraversava la stanza insieme a Mrs Dalloway, accettò la parte
che ora le era stata affidata e, naturalmente, la esagerò un poco, come avrebbe
potuto esagerarla un soldato orgoglioso delle tradizioni di un’antica e illustre
uniforme, essendo lei consapevole, mentre camminava, della propria
eleganza; delle scarpe strette; dei capelli arricciati e raccolti; e del fatto che,
se avesse lasciato cadere un fazzoletto (come era già successo), un uomo si
sarebbe precipitato a raccoglierlo per restituirglielo; e in tal modo
accentuando la delicatezza, l’artificialità del suo portamento innaturale,
perché erano cose che dopo tutto non le appartenevano.
Le apparteneva, piuttosto, correre e affrettarsi e meditare durante lunghe
passeggiate solitarie, scavalcando cancelli, camminando nel fango, e vedere,
attraverso la confusione, il sogno, l’estasi della solitudine, il pavone che
faceva la ruota, e sorprendere i conigli, imbattersi nel cuore dei boschi o delle
ampie e solitarie brughiere in piccole cerimonie senza pubblico, riti privati,
pura bellezza offerta dagli scarabei, dal mughetto, dalle foglie morte e dagli
stagni immobili, senza alcuna preoccupazione di ciò che gli esseri umani
potevano pensare di loro, cosa che le riempiva la mente di rapimento e
meraviglia, trattenendola in quel punto finché doveva appoggiarsi allo stipite
del cancello per tornare in sé – tutto questo era stato, fino a stasera, il suo
normale modo di essere nel quale lei si riconosceva e si amava, e che l’aveva
fatta scivolare nel cuore di sua madre, del padre, dei fratelli e delle sorelle;
mentre quest’altra era un fiore sbocciato da dieci minuti. E non appena il
fiore sbocciò, si aprì anche inevitabilmente il mondo del fiore, così diverso,
così strano; le torri di Westminster; gli alti e solenni edifici; il parlare; era
questa civiltà che sentiva, tenendosi un po’ indietro, mentre Mrs Dalloway la
conduceva, questa vita piena di regole, che cadeva sul suo collo come un
giogo, morbido, implacabile, giù dal cielo, un’affermazione che non si poteva
contraddire. Lanciando un’occhiata al suo saggio, le tre stelle rosse si
smorzarono fino all’oscurità, rassegnate, pensose, come arrendendosi alla
pressione di una forza indiscutibile, cioè la convinzione che non toccava a lei
dominare o affermare, ma piuttosto arieggiare e abbellire questa vita ordinata,
dove tutto era già stato fatto; le alte torri, le campane solenni, le case costruite
mattone su mattone dalla fatica degli uomini, le chiese erette anche loro dalla
fatica degli uomini, i parlamenti stessi e perfino l’incrocio dei fili del
telegrafo, pensò guardando verso la finestra, mentre camminava. Che cosa
aveva da opporre a queste massicce realizzazioni maschili? Un saggio sullo
stile di Swift! E quando arrivò al gruppo, che Bob Brinsley (tenendo il tacco
sul parafuoco e la testa alta) dominava con la sua grande fronte onesta, la sua
sicurezza di sé, la sua raffinatezza, la sua dignità e robusta gagliardia, con la
sua abbronzatura, l’aria disinvolta e la diretta discendenza da Shakespeare,
cosa poteva fare lei se non mettere sul pavimento il proprio saggio, oh sì, e
tutta se stessa, come un mantello da calpestare, come una rosa da strappare?
E lo fece, enfaticamente, quando Mrs Dalloway disse, tenendole ancora la
mano come se stesse per fuggire da quella prova suprema, queste parole di
presentazione: “Mr Brinsley – Miss Everit. Amate entrambi Shelley.” Ma il
suo non era amore in confronto a quello di lui.
Mentre diceva questo, Mrs Dalloway si sentì, come accadeva sempre
quando ricordava la sua giovinezza, assurdamente commossa; la giovinezza
incontrava la giovinezza per mano sua, e lì balenava, come al battere
dell’acciaio sulla pietra (entrambi si erano visibilmente irrigiditi alle
sensazioni di lei), il più amabile e antico di tutti i fuochi, che lei aveva colto
nel mutare dell’espressione di Bob Brinsley, dall’indifferenza al distacco alle
buone maniere, nel momento in cui stringeva la mano di Lily, fatto che,
pensò Clarissa, preannunciava quella tenerezza, quella bontà, quell’attenzione
verso le donne, latenti in ogni uomo, una visione che le fece salire le lacrime
agli occhi, mentre la commosse anche più profondamente vedere nella stessa
Lily l’espressione timida e stupefatta, di sicuro la più deliziosa delle
espressioni sul volto di una ragazza; e se l’uomo sentiva questo verso la
donna, e la donna verso l’uomo, se da quel contatto venivano tante famiglie,
prove, dolori, profonda gioia e assoluta fedeltà di fronte alle catastrofi, allora
voleva dire che l’umanità aveva il cuore buono, pensò Clarissa, e la sua stessa
vita (aver presentato una coppia la fece riandare alla prima volta che aveva
incontrato Richard) era infinitamente fortunata. E così si allontanò.
Ma, pensò Lily Everit. Ma – ma – ma che cosa?
Ma niente, pensò in fretta, reprimendo con dolcezza il proprio impulso a
essere pungente. Sì, disse. Le piaceva leggere.
“E immagino che scriva,” disse lui. “Magari poesie?”
“Saggi,” disse Lily. Ma non voleva che questo orrore si impossessasse di
lei. Chiese e parlamenti, case, persino i fili del telegrafo – tutto, si disse, era
stato costruito dalla fatica dell’uomo, e questo giovane, disse ancora a se
stessa, è un diretto discendente di Shakespeare, per cui non avrebbe permesso
che questo terrore, questo sospetto di qualcosa di diverso la soggiogasse,
tarpandole le ali e conducendola alla solitudine. Ma mentre si diceva queste
cose, lo vide – come avrebbe potuto descriverlo diversamente? – uccidere
una mosca. Strappò le ali alla mosca, mentre stava con il piede sul parafuoco
e la testa rovesciata indietro, parlando di sé con insolenza, arrogantemente,
ma non avrebbe fatto caso a quanto era insolente e arrogante verso di lei, se
solo non fosse stato brutale con le mosche.
Ma, si disse agitandosi inquieta mentre reprimeva l’idea, perché no?, dal
momento che è lui la più grande di tutte le cose al mondo? Mentre venerare,
adornare, abbellire era compito suo, come anche essere adorata, le sue ali
servivano a quello. Ma lui parlava; guardava; rideva; e strappò le ali a una
mosca. Le staccò le ali dal dorso con le sue mani abili e forti, lei glielo vide
fare, e non poté nasconderselo. Ma è necessario che sia così, ragionò
pensando alle chiese, ai parlamenti e ai palazzi, e così cercò di rannicchiarsi,
acquattarsi, e ripiegare le ali giù piatte sulla schiena. Ma – ma che cos’era, e
perché? A dispetto di tutti i tentativi, il suo saggio sullo stile di Swift si
faceva sempre più invadente e le tre stelle splendevano di nuovo luminose,
solo non più limpide e brillanti, ma torbide e macchiate di sangue, come se
quest’uomo, questo gran Mr Brinsley, strappando le ali a una mosca mentre
parlava (su un proprio saggio, su se stesso e, una volta, ridendo di una
ragazza lì accanto), avesse gravato di una nube l’essenza chiara di lei,
disorientandola per sempre e tarpandole le ali sulla schiena; e, quando lui si
girò dall’altra parte, lei pensò alle torri e alla civiltà con orrore, il giogo che
dal cielo le era caduto sul collo la schiacciò e si sentì come un povero
derelitto che, dopo aver cercato riparo in qualche giardino ombroso, venga
scacciato e ammonito – no, niente santuari né farfalle in questo mondo, e
questa civiltà, queste chiese, parlamenti e palazzi – questa intera
civilizzazione, si disse Lily Everit mentre accettava i gentili complimenti
della vecchia Mrs Bromley sul suo aspetto, si fonda su di me, e più tardi Mrs
Bromley disse che, come tutti gli Everit, anche Lily sembrava che “avesse
tutto il peso del mondo sulle spalle”.
Insieme e separati

Mrs Dalloway li presentò, dicendo ti piacerà. La conversazione cominciò


qualche minuto prima che venisse detto nulla, perché entrambi, Mr Serle e
Miss Anning, guardavano il cielo e in entrambe le loro menti il cielo
continuava a riversare il suo significato, anche se in modo assai diverso,
finché la presenza di Mr Serle accanto a lei divenne così distinta per Miss
Anning che lei non riuscì più a vedere il cielo semplicemente così com’era,
ma come se fosse sostenuto da quel corpo alto, occhi scuri, capelli grigi, mani
intrecciate, volto austero e malinconico (ma le era stato detto “falsamente
malinconico”) di Roderick Serle, e, pur sapendo quanto fosse sciocco, lo
stesso si sentì costretta a dire:
“Che splendida serata!”
Che sciocchezza! Che sciocchezza idiota! Ma si potrà non essere sciocchi
all’età di quarant’anni, al cospetto del cielo che rende imbecilli i più saggi – e
li fa sentire semplici pagliuzze – come lei e Mr Serle si sentivano atomi,
polvere, mentre stavano alla finestra di Mrs Dalloway, e le loro vite,
osservate al chiarore della luna, potevano sembrare lunghe come quelle di un
insetto e non più importanti?
“Bene!” disse Miss Anning, battendo con enfasi la mano sul cuscino del
sofà. Lui le sedette accanto. Era “falsamente malinconico” come si diceva?
Incoraggiata dal cielo che sembrava rendere tutto un po’ futile – quel che
dicevano, quel che facevano – se ne uscì di nuovo con qualcosa di
perfettamente banale:
“C’era una Miss Serle che viveva a Canterbury quando stavo là da
ragazza.”
Con il cielo nella mente, tutte le tombe dei suoi antenati apparvero a Mr
Serle in una romantica luce azzurra che, mentre i suoi occhi si sgranavano e
incupivano, disse: “Sì. D’origine siamo una famiglia normanna, arrivata con
il Conquistatore. C’è un Richard Serle sepolto nella cattedrale. Era un
cavaliere dell’Ordine della Giarrettiera.”
Miss Anning sentì di aver portato accidentalmente alla luce l’uomo vero,
sul quale era costruito quello falso. Sotto l’influsso della luna (la luna che per
lei era simbolo dell’uomo e che poteva vedere attraverso una piega delle
tende, la luna dentro cui tuffarsi e di cui abbuffarsi), poteva dire qualunque
cosa e ce la mise tutta per dissotterrare l’uomo vero sepolto sotto quello falso,
dicendo a se stessa: “Forza, Stanley, forza!”1 – che era per lei una formula
magica, uno sprone segreto, una sferzata come se ne danno spesso le persone
di mezza età per reprimere un vizio inveterato, il suo essendo una deplorevole
timidezza, o piuttosto una forma di indolenza, perché non era tanto il
coraggio a mancarle, quanto l’energia, specie quando parlava con gli uomini,
dei quali aveva un certo timore, così che i suoi discorsi si spegnevano in triti
luoghi comuni, e aveva pochi amici maschi – pochissimi amici intimi in
genere, pensò, ma dopo tutto li voleva? No. Lei aveva Sarah, Arthur, la casa,
il suo cagnetto, e naturalmente quella cosa, pensò tuffandosi, immergendosi
di nuovo, anche mentre era seduta lì sul sofà accanto a Mr Serle, in essa,
nella sensazione che aveva tornando a casa di qualcosa che vi era custodito,
un che di miracoloso, che non poteva credere avessero anche gli altri (visto
che era lei sola ad avere Arthur, Sarah, la sua casa e il cagnetto), così si
immerse ancora nel profondo appagamento di ciò che era suo, sentendo che
un po’ per questo e un po’ per la luna (musica, ecco cos’era la luna) poteva
permettersi di lasciare sepolto quest’uomo e il suo orgoglio per i Serle. Ma
no! Era quello il pericolo – non doveva abbandonarsi al torpore – non alla sua
età. “Forza, Stanley, forza!” si disse, e gli domandò:
“Lei conosce Canterbury?”
Se conosceva Canterbury! Mr Serle sorrise pensando all’assurdità della
domanda – a quanto poco sapesse quella simpatica donna tranquilla che
suonava uno strumento e sembrava intelligente e aveva begli occhi, e portava
un’elegante collana antica – quanto poco sapesse di ciò che significava per
lui. Sentirsi chiedere se conosceva Canterbury – quando i migliori anni della
sua vita, i ricordi, cose che non era mai stato in grado di raccontare a
nessuno, anche se aveva tentato di scriverne – ah, aveva tentato di scriverne
(e sospirò), tutto si era svolto a Canterbury: gli veniva da ridere.
Il suo sospiro e poi la sua risata, la sua malinconia e il suo umorismo lo
rendevano simpatico alla gente, lo sapeva, e tuttavia essere simpatico non
compensava la delusione, e se sfruttava la simpatia che la gente aveva per lui
(tributando lunghe visite a signore comprensive, lunghe, lunghe visite), lo
faceva in parte con amarezza, perché non aveva mai realizzato un decimo di
ciò che avrebbe potuto e sognato di realizzare a Canterbury, quando era un
ragazzo. Con gli estranei sentiva rinnovarsi la speranza perché non potevano
sapere che non aveva fatto ciò che prometteva e, attratti dal suo fascino, gli
avrebbero concesso un nuovo inizio – a cinquant’anni! Lei aveva toccato il
punto giusto. Campi e fiori e grigi edifici si trasformarono in gocce d’argento
che scivolarono sulle desolate, scure pareti della sua mente. Le sue poesie
cominciavano spesso con un’immagine di questo genere. Provava il desiderio
di creare immagini, adesso, seduto accanto a quella donna tranquilla.
“Sì, conosco Canterbury,” disse in tono rievocativo, sentimentale, che
invitava, sentì Miss Anning, a domande discrete, ed era questo che lo rendeva
interessante agli occhi di così tante persone, era questa sua straordinaria
facilità e prontezza nel parlare che aveva decretato la sua rovina, così pensava
spesso, mentre si slacciava i gemelli e appoggiava le chiavi e qualche
spicciolo sulla toeletta, dopo uno di quei ricevimenti (e a volte usciva quasi
ogni sera, durante la stagione mondana), o mentre scendeva al mattino per la
colazione, mostrandosi completamente diverso, sgarbato e sgradevole con la
moglie che era molto malata e non usciva mai, ma aveva vecchi amici che
talvolta la andavano a trovare, amiche perlopiù, appassionate di filosofia
indiana, e di cure e medici alternativi, che Roderick Serle metteva in ridicolo
con qualche osservazione caustica troppo intelligente perché lei potesse
coglierla, salvo mostrando qualche timida rimostranza e un paio di lacrime –
era un fallito, pensava spesso, perché non riusciva a fare veramente a meno
della mondanità e della compagnia femminile, che gli era così necessaria, e
mettersi a scrivere. Si era calato troppo profondamente nella vita – e qui
accavallò le gambe (tutti i suoi movimenti erano piuttosto anticonvenzionali e
signorili), e non per colpa sua ma per colpa della sua natura esuberante, che
paragonava ottimisticamente a quella, per esempio, di Wordsworth e, poiché
aveva dato tanto agli altri, sentiva, appoggiando la testa sulle mani, che essi
avrebbero dovuto a propria volta aiutarlo, e questo era il preludio incerto,
fascinoso, eccitante alla conversazione; le immagini gli ribollivano nella
mente.
“Sembra un albero da frutto – è come un ciliegio in fiore,” disse
guardando una donna dall’aspetto giovanile e dalla elegante capigliatura
bianca. Era una bella immagine, pensò Ruth Anning – piuttosto bella, tuttavia
non era sicura che quell’uomo distinto e malinconico le piacesse con le sue
pose; ed è strano, pensò, come siano influenzabili i sentimenti. Lui non le
piaceva, tuttavia le piaceva il suo paragone fra la donna e il ciliegio. Le sue
fibre fluttuavano capricciosamente di qua e di là, come i tentacoli di un
anemone di mare, ora tesi ora flosci, e il suo cervello, lontano mille miglia,
freddo e distante, riceveva messaggi su in aria, che si sarebbero sommati nel
tempo, in modo che se qualcuno avesse parlato di Roderick Serle (e lui era un
po’ un personaggio), lei avrebbe potuto dire senza esitazioni: “Mi piace”
oppure “Non mi piace”, e la sua opinione si sarebbe fissata per sempre. Uno
strano pensiero; un pensiero solenne; che gettava una luce bizzarra su ciò che
sono i rapporti umani.
“È strano che lei conosca Canterbury,” disse Mr Serle. “Fa sempre
impressione,” proseguì (la signora dai capelli bianchi era passata oltre),
“quando si incontra per caso qualcuno” (non si erano mai incontrati prima)
“che sfiora marginalmente qualcosa che per un altro ha rappresentato
moltissimo, dico tocchi accidentalmente perché immagino che per lei
Canterbury sia stata giusto una vecchia e graziosa cittadina. Dunque, lei è
rimasta là un’estate da una zia?” (Questo era quanto Ruth Anning era
disposta a raccontargli della propria visita a Canterbury.) “Lei avrà visto le
sue bellezze e se ne sarà andata senza pensarci più.”
Che lo creda pure; non avendo simpatia per lui, voleva che se ne andasse
via con un’idea completamente assurda di lei. Perché in realtà i suoi tre mesi
a Canterbury erano stati straordinari. Ricordava fino all’ultimo particolare,
benché si trattasse solo di una visita casuale, quando erano andate a trovare
Miss Charlotte Serle, una conoscente di sua zia. Ancora adesso poteva
ripetere le esatte parole di Miss Serle sui tuoni. “Ogni volta che mi sveglio di
notte e sento un tuono, penso che qualcuno è stato ucciso.” E poteva anche
vedere il tappeto dal pelo compatto, col disegno a losanghe, e gli occhi scuri
e ammiccanti dell’anziana signora, mentre porgeva la tazza da tè vuota e
diceva quella cosa sui tuoni. E rivedeva Canterbury, piena di nuvole e tuoni e
lividi fiori di melo, e il retro degli edifici lunghi e grigi.
I tuoni la riscossero dal pingue torpore dell’indifferenza, tipica della
mezza età; “Forza, Stanley, forza,” si ripeté; no, quest’uomo non scivolerà
via da me come tutti gli altri, con una falsa idea; gli dirò la verità.
“L’ho amata, Canterbury,” disse.
Lui si accese immediatamente. Era il suo dono, la sua colpa, il suo
destino.
“L’ha amata,” le fece eco Mr Serle. “Posso vedere che l’ha fatto.”
I loro occhi si incontrarono; o meglio, si scontrarono, perché entrambi
avvertirono che, dietro gli occhi dell’altro, l’essere segregato immobile
nell’oscurità, mentre il suo compagno più in superficie sbraitava e si agitava e
mandava avanti lo spettacolo, si era improvvisamente levato; aveva gettato
via il mantello; si stava misurando con l’altro. Era allarmante; era magnifico.
Erano anziani e bruniti, di una lucente levigatezza, tanto che Roderick Serle
poteva andare a una dozzina di ricevimenti a stagione, probabilmente, senza
provare niente di preciso, se non qualche rimpianto sentimentale, e il
desiderio di belle immagini – come quella del ciliegio in fiore – e per tutto il
tempo stagnava immobile dentro di lui una specie di superiorità nei confronti
di chi era in sua compagnia, un senso di risorse non sfruttate, che lo faceva
tornare a casa insoddisfatto della vita e di se stesso, annoiato, vuoto, di
cattivo umore. Ma ecco che adesso, all’improvviso, come un bianco dardo
nella nebbia (questa immagine si era formata e apparsa con l’inevitabilità di
un lampo), era accaduto; l’antico stordimento della vita; il suo assalto
invincibile; perché era spiacevole e allo stesso tempo portava gioia e
giovinezza, e riempiva le vene e i nervi di ghiaccio e di fuoco; ed era
spaventoso.
“Canterbury, vent’anni fa,” disse Miss Anning, come per schermare una
luce intensa o per coprire con una foglia verde una pesca che brucia al sole,
troppo viva, troppo matura, troppo piena.
Talvolta avrebbe desiderato essere sposata. Talvolta la fredda quiete della
mezza età, con i suoi automatismi utili a proteggere mente e corpo dalle
ferite, le sembrava spregevole, in confronto ai tuoni e ai lividi fiori di melo di
Canterbury. Immaginava qualcosa di diverso, di più simile al lampo, più
intenso. Immaginava una specie di sensazione fisica. Immaginava…
E abbastanza stranamente, dato che era la prima volta che vedeva Mr
Serle, i suoi sensi, quei tentacoli che erano ora tesi ora flosci, adesso non
mandavano alcun segnale, giacevano inerti, come se lei e Mr Serle si
conoscessero così bene e fossero di fatto così intimamente uniti da dover solo
galleggiare fianco a fianco nella corrente.
Di tutte le cose, nulla è più strano dei rapporti umani, pensò, perché nella
loro straordinaria irrazionalità essi mutano, come la sua antipatia che ora si
era tramutata addirittura nel più intenso e travolgente amore, ma, non appena
la parola “amore” affiorò dentro di lei, ella la respinse, pensando di nuovo a
quanto fosse oscura la mente, con le sue parole veramente povere per tutte
quelle straordinarie emozioni, quell’alternarsi di dolore e piacere. Che nome
dare a tutto ciò? A ciò che ora stava provando, all’astinenza da ogni affetto,
alla cancellazione di Serle, e al bisogno istantaneo a cui si arrendevano
entrambi di coprire quel che era così desolato e degradante per la natura
umana che tutti cercavano con pudore di seppellirlo lontano? Questa
astinenza, questa violazione di fiducia; e allora, cercando una qualche
dignitosa, riconosciuta e accettata formula funeraria, disse:
“In ogni caso, qualunque cosa facciano, non riusciranno a rovinare
Canterbury.”
Lui sorrise; accolse l’osservazione; accavallò le gambe nell’altro senso.
Lei aveva fatto la propria parte; lui la sua. E così tutto venne a conclusione. E
di colpo calò su entrambi quel paralizzante vuoto emotivo, quando nulla
erompe più dalla mente, le cui pareti sembrano di ardesia; quando il vuoto fa
quasi male, e gli occhi pietrificati e fissi vedono la stessa chiazza – un
disegno, un secchio di carbone – con un’esattezza che è terrificante, perché
nessuna emozione, nessuna idea, nessuna impressione di alcun genere viene
più a cambiarla, modificarla, abbellirla, dal momento che la sorgente dei
sentimenti sembra ormai prosciugata e, come la mente diventa rigida, così fa
il corpo; tanto che, severi, statuari, né Mr Serle né Miss Anning potevano più
muoversi o parlare, ed ebbero quasi l’impressione che un mago li avesse
liberati e che la primavera pompasse fiotti di vita nelle loro vene, quando
d’un tratto Mira Cartwright, toccando maliziosamente Mr Serle su una spalla,
disse:
“L’ho vista ai Maestri Cantori, e mi ha ignorato. Cattivo, meriterebbe che
non le rivolgessi più la parola.”
E si poterono separare.

1 È l’ultima battuta di Marmion nell’omonimo poema epico di Walter Scott (1771-


1832). (N.d.T.)
L’uomo che amava i suoi simili

Mentre quel pomeriggio attraversava di fretta Deans Yard, Prickett Ellis si


imbatté in Richard Dalloway, o meglio, proprio mentre i due si incrociavano,
l’occhiata obliqua e furtiva che ciascuno lanciò all’altro, da sotto il cappello e
sopra la spalla, dilagò esplodendo nel reciproco riconoscimento; non si
incontravano da vent’anni. Erano andati a scuola insieme. E cosa faceva
Ellis? L’avvocato? Certo, naturalmente aveva seguito il caso sui giornali. Ma
era impossibile chiacchierare in strada. Gli andava di fare un salto da loro
quella sera? (Vivevano sempre nello stesso posto – appena girato l’angolo.)
Ci sarebbero state due o tre persone. Forse anche Joynson. “Adesso è un
pezzo grosso,” disse Richard.
“Bene – a stasera allora,” aggiunse Richard allontanandosi, “davvero
contento” (il che era vero) di avere incontrato quel tipo strano che non era
cambiato di una virgola da quando andavano a scuola – sempre lo stesso
ragazzino brufoloso e paffuto, grondante di pregiudizi, ma con una brillante
intelligenza fuori del comune – aveva vinto il premio Newcastle. Be’ – se ne
andò.
Tuttavia, mentre si girava a guardare Dalloway che scompariva, Prickett
Ellis si trovò a desiderare di non averlo incontrato o almeno, poiché gli era
sempre piaciuto come persona, di non avergli promesso di partecipare al suo
ricevimento. Dalloway era sposato, dava delle feste; niente a che fare con lui.
Si sarebbe dovuto vestire elegante. A ogni modo, mentre la sera si
avvicinava, immaginò di dover andare, visto che lo aveva detto e non voleva
essere sgarbato.
Ma che spettacolo orrendo! C’era anche Joynson; e non avevano nulla da
dirsi. Era stato un ragazzino supponente; e adesso si era fatto ancora più
tronfio – e questo era tutto; non c’era un’altra singola anima, in quella stanza,
che Prickett Ellis conoscesse. Non una. Però, dato che non poteva andarsene
subito senza avere scambiato due parole con Dalloway, che sembrava
completamente preso dai suoi doveri di padrone di casa e si agitava di qua e
di là nel suo panciotto bianco, si rassegnò a rimanere. Era il genere di
situazione che gli dava il voltastomaco. Pensare che gente adulta, uomini e
donne responsabili, facesse questo ogni sera della propria vita! Le rughe gli si
approfondirono sulle gote rosse e azzurrognole ben rasate, mentre si
appoggiava alla parete in assoluto silenzio; benché lavorasse come un mulo,
si teneva in forma con qualche esercizio fisico; perciò appariva forte e fiero,
con i baffi che sembravano dritti per il gelo. Era tutto spinoso, ruvido. Il suo
frusto abito da sera lo faceva apparire trasandato, insignificante, ossuto.
Futili, chiacchieroni, tutti in ghingheri, senza una sola idea in testa, quei
signori e quelle signore continuavano a conversare e a ridere; osservandoli,
Prickett Ellis li paragonò mentalmente ai Brunner che, nel momento in cui
avevano vinto la causa contro la birreria Fenner ottenendo un risarcimento di
duecento sterline (nemmeno la metà di quanto sarebbe spettato loro), ne
avevano spese cinque per regalargli un orologio. Quello era un gesto pieno di
dignità; il tipo di gesto che poteva commuovere, e guardò con ancor
maggiore severità quella gente in ghingheri, cinica, benestante, confrontando
ciò che provava adesso con ciò che aveva provato alle undici di quella
mattina, quando il vecchio Brunner e la moglie erano venuti a fargli visita nei
loro abiti migliori, due vecchietti dall’aria immensamente rispettabile e
pulita, per consegnargli quel piccolo pegno, come aveva detto il vecchio
perfettamente eretto mentre pronunciava il suo discorso di gratitudine e
ammirazione per l’abilità con cui aveva condotto la causa, e Mrs Brunner
cinguettava che avevano compreso come fosse tutto merito suo. Entrambi
avevano profondamente apprezzato la sua generosità – posto che
naturalmente lui non aveva preso alcun compenso.
E nell’accettare l’orologio e metterlo al centro della mensola sopra il
camino, aveva sentito di desiderare che nessuno lo guardasse in faccia. Era
questo per cui lavorava – questa la sua ricompensa; fissò le persone che ora si
trovavano davvero sotto i suoi occhi come se stessero danzando durante
quella scena nel suo studio e ne fossero smascherati, e quando la scena svanì
– i Brunner svanirono – lui stesso rimase come un residuo di tale scena ad
affrontare quella popolazione ostile, lui, un uomo semplice e per nulla
sofisticato, un uomo del popolo (raddrizzò la schiena), vestito veramente
male, lo sguardo truce, senza stile né grazia, incapace di nascondere i propri
sentimenti, un uomo qualunque, un normale essere umano, impegnato contro
il male, la corruzione, la mancanza di cuore della società. Ma non voleva
insistere a fissare quella gente. Si mise gli occhiali ed esaminò i quadri. Lesse
i titoli di una fila di libri; in gran parte, libri di poesia. Gli sarebbe piaciuto
rileggere qualcosa dei suoi vecchi autori preferiti – Shakespeare, Dickens – e
sperava sempre di avere un po’ di tempo per tornare alla National Gallery, ma
non poteva – no, non era possibile. Davvero non si poteva, col mondo nelle
condizioni in cui era. Non quando tutto il giorno la gente chiedeva il suo
aiuto, invocandolo a gran voce. Quello non era tempo da concedersi lussi.
Guardò le poltrone, i tagliacarte, i libri ben rilegati e scosse la testa, sapendo
che non avrebbe mai avuto il tempo né il cuore, e ne fu felice, di concedersi
simili lussi. Quella gente sarebbe inorridita se avesse saputo quanto pagava il
suo tabacco e che aveva preso in prestito l’abito. Il suo unico e solo capriccio
era un piccolo yacht nei Norfolk Broads.1 Questo se lo permetteva. Gli
piaceva, una volta l’anno, andarsene lontano da tutti e stendersi su un prato.
Pensò a come sarebbero inorridite – quelle persone eleganti – se avessero
saputo la quantità di gioia che lui riceveva da ciò che era abbastanza
antiquato da chiamare ancora amore per la natura; alberi e campi che
conosceva fin da ragazzo.
Quelle distinte persone sarebbero inorridite. In effetti, mentre era là e si
rimetteva in tasca gli occhiali, si sentiva diventare di minuto in minuto una
presenza sempre più orribile. Era una sensazione decisamente sgradevole.
Non sentiva queste cose – il fatto che amasse l’umanità, che pagasse il
tabacco solo cinque penny per poco meno di trenta grammi e che gli piacesse
la natura – in modo calmo e naturale. Ciascuno di questi piaceri si era
trasformato in una forma di protesta. Sentiva che quella gente, che lui
disprezzava, lo spingeva a schierarsi, a parlare, a giustificarsi. “Sono un
uomo normale,” continuava a ripetersi. E quello che aggiunse lo fece davvero
vergognare, ma se lo disse ugualmente. “Ho fatto più io per i miei simili in un
giorno che tutti voi in una vita intera.” In effetti, non poteva farne a meno;
continuava a rivivere una scena dopo l’altra, come quella in cui i Brunner gli
avevano donato l’orologio – continuava a ricordarsi le belle cose che la gente
aveva detto della sua umanità, della sua generosità e di come l’avesse aiutata.
Continuava a vedersi come un saggio e tollerante servitore del genere umano.
E avrebbe voluto ripetere ad alta voce le lodi ricevute. Era brutto che il senso
della sua bontà dovesse ribollirgli dentro. Ancora più brutto che non potesse
riferire a nessuno ciò che gli altri dicevano di lui. Grazie a Dio, continuava a
ripetersi, domani tornerò al lavoro; tuttavia non gli bastava più scivolare
attraverso la porta e andarsene a casa. Doveva rimanere, doveva rimanere
fino a quando non si fosse giustificato. Ma come poteva farlo? In tutta quella
stanza piena di gente, non c’era un’anima con cui parlare.
Finalmente Richard Dalloway venne verso di lui.
“Voglio presentarti Miss O’Keefe,” disse. Miss O’Keefe lo guardò dritto
negli occhi. Era una donna sulla trentina piuttosto arrogante e brusca.
Miss O’Keefe voleva un gelato o qualcosa da bere. E la ragione per cui
chiese a Prickett Ellis di portargli l’una cosa o l’altra, con un tono che a lui
sembrò ingiustificabilmente altezzoso, fu che aveva visto, in quel rovente
pomeriggio, una donna con due bambini, molto poveri, molto malconci,
premere contro le inferriate al centro della piazza, cercando di sbirciare
dentro. Non potevano lasciarli entrare?, aveva pensato mentre la pietà come
un’onda si gonfiava dentro di lei e l’indignazione ribolliva. No, si era
duramente rimproverata un momento dopo, quasi si fosse tirata le orecchie da
sola. Tutta la forza del mondo non può riuscirci. Così aveva raccolto la palla
da tennis scaraventandola dall’altra parte. Tutta la forza del mondo non può
riuscirci, si era detta piena di collera, ecco perché aveva chiesto così
imperiosamente allo sconosciuto Prickett Ellis:
“Mi porti un gelato.”
Molto prima che avesse finito di mangiarlo, Prickett Ellis, rimasto accanto
a lei senza prendere nulla, le aveva detto che erano quindici anni da quando
non andava a un ricevimento; che si era fatto prestare l’abito dal cognato; che
quel genere di cose non gli piaceva, e gli avrebbe dato un grande sollievo se
avesse potuto aggiungere che lui era un uomo semplice, a cui guarda caso
piacevano le persone normali, e poi le avrebbe parlato (per vergognarsene
subito dopo) dei Brunner e dell’orologio, ma lei disse:
“Ha visto La tempesta?”
Poi (dato che lui non aveva visto La tempesta) chiese se avesse letto
qualche libro. Di nuovo no, e allora, posando il gelato, leggeva mai poesia?
E Prickett Ellis, sentendo crescere dentro di sé qualcosa che l’avrebbe
spinto a decapitare quella giovane donna, a farla a pezzi, a massacrarla, la
portò a sedere in un angolo dove non sarebbero stati interrotti, su due sedie
nel giardino vuoto, mentre gli altri erano tutti di sopra, da dove si poteva
udire solo un brusio e un ronzio e un chiacchierio e un tintinnio, simile al
folle accompagnamento di un’orchestra fantasma a un paio di gatti acquattati
nell’erba, alle foglie che stormivano, ai frutti gialli e rossi che oscillavano
nell’aria come lanterne cinesi – ciò che dicevano sembrava una musica
frenetica da danza dei morti, applicata a qualcosa di molto reale e pieno di
sofferenza.
“Che bello!” disse Miss O’Keefe.
Oh, era bello, dopo il salotto, quel piccolo prato erboso, con le torri di
Westminster ammassate intorno, nere e alte nell’aria; era silenzioso, dopo
tutto quel rumore. Almeno questo potevano averlo, la donna malconcia con i
suoi bambini.
Prickett Ellis accese la pipa. Questo l’avrebbe fatta inorridire; la riempì di
tabacco scadente – cinque penny per poco meno di trenta grammi. Pensò a
quando si sarebbe steso sulla sua barca a fumare, si vedeva solo, di notte, a
fumare sotto le stelle. Perché invece quella sera continuava a pensare a come
sarebbe apparso a quella gente, se avesse potuto vederlo. Così, mentre si
accendeva un fiammifero strofinandolo sulla suola della scarpa, disse a Miss
O’Keefe che lì fuori non riusciva a vedere nulla di particolarmente bello.
“Forse,” disse Miss O’Keefe, “a lei non importa della bellezza.” (Le aveva
detto di non aver visto La tempesta, di non aver letto un libro; sembrava un
tipo sciatto, tutto baffi, mento e catena d’oro all’orologio.) Nessuno, pensava
lei, deve sborsare un penny per la bellezza; i musei sono gratuiti, inclusa la
National Gallery; come anche la campagna. Naturalmente conosceva le
obiezioni – lavare, cucinare, badare ai bambini; ma la radice delle cose,
quello che tutti avevano paura di dire, era che la felicità è a buon mercato. La
puoi avere per niente. La bellezza.
Allora Prickett Ellis le disse il fatto suo, a quella donna pallida, brusca,
arrogante. Le disse, sbuffando il suo tabacco scadente, che cosa aveva fatto
quel giorno. In piedi alle sei; vari appuntamenti; odore di fogna in un lurido
vicolo; poi in tribunale.
A quel punto esitò, desiderando dirle alcune delle cose fatte in privato.
Reprimendosi, risultò ancora più caustico. Disse che gli dava il voltastomaco
ascoltare delle signore ben nutrite e ben vestite (lei serrò le labbra, perché era
magra e il suo vestito neanche di livello medio) parlare di bellezza.
“La bellezza!” ripeté. Temeva proprio di non capire la bellezza se separata
dagli esseri umani.
Fissarono il giardino vuoto, dove le luci oscillavano e al suo centro un
gatto esitava, la zampetta alzata.
La bellezza separata dagli esseri umani? Che cosa voleva dire con
questo?, domandò lei all’improvviso.
Be’, questo: facendosi sempre più teso, le raccontò la storia dei Brunner e
dell’orologio, senza nascondere l’orgoglio che provava. Questo era bello,
disse.
Lei non aveva parole per esprimere l’orrore che quella storia le aveva
suscitato. Prima di tutto la sua presunzione; poi l’impudicizia nel parlare dei
sentimenti umani; era una cosa blasfema; nessuno al mondo dovrebbe
raccontare storie per provare che si amano i propri simili. Tuttavia, mentre lui
parlava – dicendo come il vecchio si era alzato a fare il suo discorsetto – le
erano salite le lacrime agli occhi; ah, se qualcuno le avesse mai detto una
cosa simile! Ma poi di nuovo sentì come fosse proprio questo a condannare
per sempre l’umanità; mai si sarebbe superato lo stadio delle scene
commoventi con orologi; i vari Brunner a fare discorsetti ai vari Prickett
Ellis, e questi ultimi a dire sempre quanto amassero i propri simili; sarebbero
stati sempre pigri, condiscendenti e atterriti dalla bellezza. Da qui nascevano
le rivoluzioni; dalla pigrizia, dalla paura, e dall’amore per le scene
commoventi. A ogni modo quell’uomo traeva piacere dai suoi Brunner,
mentre lei era condannata a soffrire per sempre per le sue povere donne
escluse dai giardini per residenti delle piazze inglesi. Così sedettero in
silenzio. Erano entrambi totalmente infelici. Perché Prickett Ellis non era
affatto sollevato da ciò che aveva detto; invece di togliersi una spina, l’aveva
spinta più in profondità; la gioia di quella mattina era andata distrutta. Miss
O’Keefe era confusa e irritata; si sentiva opaca, invece che limpida.
“Temo di essere una di quelle persone veramente ordinarie,” disse lui
alzandosi, “che amano i propri simili.”
Al che Miss O’Keefe quasi gridò: “Anch’io!”
Odiandosi a vicenda, odiando l’intero gruppo di persone che riempiva la
casa e che aveva offerto loro quella deludente, penosa serata, i due amanti dei
propri simili si alzarono e, senza una parola, si separarono per sempre.

1 Canali navigabili dell’Inghilterra orientale. (N.d.T.)


Una semplice melodia

Quanto al quadro, era uno di quei paesaggi che gli incolti presumono
dipinti quando la regina Vittoria era molto giovane e andava di moda fra le
signorine indossare cappelli di paglia a forma di secchi per il carbone. Il
tempo aveva levigato le sue suture e irregolarità, e la tela sembrava ricoperta
da uno strato sottile, una morbida lacca vetrosa, qui dell’azzurro più lieve, là
di un’ombra più bruna. Era il quadro di una brughiera; un gran bel quadro.
Mr Carslake, almeno, lo trovava molto bello perché, mentre rimaneva nel
suo angolo da cui poteva guardarlo, il quadro aveva il potere di dare
compostezza e tranquillità alla sua mente. Sembrava che restituisse una
misura al resto delle sue emozioni – così frammentarie e rimescolate in un
ricevimento come quello! Era come se un suonatore di violino stesse
suonando una vecchia canzone inglese molto lenta mentre tutto intorno la
gente giocava d’azzardo, faceva capitomboli e bestemmiava, scippava,
salvava annegati ed eseguiva incredibili – benché inutili – numeri di
destrezza. Lui era incapace di fare esibizioni. Al massimo riusciva a dire che
Wembley1 era molto stancante, che pensava non stesse avendo molto
successo, e cose del genere. Miss Merewether non ascoltava; dopo tutto,
perché avrebbe dovuto? Recitava la sua parte; fece qualche salto mortale
piuttosto goffo, saltando cioè da Wembley al carattere della regina Mary, che
definì sublime. Naturalmente non lo pensava affatto, in realtà. Mr Carslake se
ne accertò guardando il quadro della brughiera. In fondo, tutti gli esseri
umani erano semplici, pensò. Metti la regina Mary, Miss Merewether e lui
stesso in quella brughiera; un tardo pomeriggio; dopo il tramonto; dovendo
tornare a piedi a Norwich. Presto si sarebbero trovati a chiacchierare con
naturalezza. Non ne aveva alcun dubbio.
Quanto alla natura, pochi l’amavano come lui. Se avesse passeggiato
insieme alla regina Mary e Miss Merewether, sarebbe spesso rimasto in
silenzio e, ne era certo, anche loro; come fluttuando; tornò a guardare il
quadro, in quel mondo felice e di gran lunga più austero ed elevato, che era
anche tanto più semplice di questo.
Proprio mentre dipanava questi pensieri, vide Mabel Waring andar via nel
suo grazioso abito giallo. Pareva agitata, con un’espressione tesa, gli occhi
sbarrati e infelici, anche se si sforzava di sembrare vivace.
Quale era la causa della sua infelicità? Guardò di nuovo il quadro. Il sole
era tramontato, ma i colori erano ancora brillanti, sicché non doveva essere
tramontato da molto, ma appena sparito dietro la curva bruna della brughiera.
C’era una luce molto appropriata: e lui immaginò che Mabel Waring fosse
con lui, la regina Mary e Miss Merewether, di ritorno a Norwich, a piedi.
Avrebbero parlato della strada da seguire; della distanza; e se era il tipo di
campagna che preferivano; e se avevano fame e che cosa avrebbero mangiato
a cena. Normali chiacchiere. Perfino Stuart Elton – Mr Carslake lo vide in
piedi, da solo, con in mano un tagliacarte che fissava in maniera veramente
curiosa – perfino lui, se si fosse trovato nella brughiera, l’avrebbe
semplicemente lasciato cadere, gettato via. Perché al fondo, benché chi lo
vedesse occasionalmente non ci avrebbe mai creduto, Stuart era la più gentile
e semplice delle creature, felice di vagare tutto il giorno in compagnia di
gente anonima come lui, e quel suo strano atteggiamento – sapeva di
affettazione starsene in piedi, in mezzo a un salotto, con un tagliacarte di
tartaruga in mano – era solo un modo di fare. Una volta usciti all’aperto nella
brughiera e cominciato a camminare verso Norwich, questo è quanto si
sarebbero detti: trovo che le suole di gomma cambino tutto. Ma non fanno
sudare i piedi? Sì – no. Con un’erba così, sono perfette. E su strada? Poi
avrebbero parlato di calzini e giarrettiere maschili; di abiti da uomo e da
donna. E perché no?, molto probabilmente avrebbero parlato delle proprie
abitudini personali per un’ora intera; il tutto nella maniera più libera e
rilassata, tanto che se per caso lui o Mabel Waring o Stuart, o quel tipo
dall’aria truce con i suoi buffi baffi – che sembrava non conoscere nessuno –
avessero voluto spiegare Einstein, o fare una dichiarazione – magari qualcosa
di molto privato (l’aveva già visto accadere) – tutto sarebbe risultato
assolutamente naturale.
Era un quadro veramente bello. Come tutti i paesaggi, metteva una certa
tristezza perché la brughiera sarebbe a lungo sopravvissuta a chiunque; ma
era una tristezza così elevata – volgendo le spalle a Miss Merewether, George
Carslake fissò il quadro – e sorgeva così dolcemente dal pensiero da risultare
serena, bella, durevole. Tuttavia non so spiegarla, pensò Carslake. Non aveva
alcuna simpatia per le chiese; anzi, se avesse espresso ciò che pensava sulla
brughiera destinata a durare mentre tutti loro sarebbero periti, aggiungendo
che comunque questo era giusto e non ci trovava niente di triste – sarebbe
scoppiato a ridere; avrebbe liquidato in un istante questa sciocca
elucubrazione sentimentale. Perché tale sarebbe stata a parlarne: non così,
invece, a pensarla. No, non avrebbe rinunciato alla convinzione che una
passeggiata serale nella brughiera fosse probabilmente la maniera migliore
per passare il proprio tempo.
Certo, ci si imbatteva in vagabondi e tipi strani. Ora una piccola fattoria
abbandonata; ora un uomo su un carretto; talvolta – ma questo forse suonava
un po’ troppo romantico – qualcuno a cavallo. Era facile che ci fossero
pastori: un mulino a vento: o, in mancanza di questi, qualche cespuglio
ritagliato contro il cielo, o il solco di un carro, che avevano tutti il potere – di
nuovo esitò a quelle sciocche parole – “di conciliare gli opposti – di farti
credere in Dio”. Fu quasi sconvolto da un tale pensiero. Credere in Dio, ma
figuriamoci! Quando ogni facoltà razionale protestava contro la folle e
codarda idiozia di una frase simile! Ebbe l’impressione di essersi fatto
intrappolare dalle parole. “Credere in Dio.” Ciò in cui credeva era scambiare
due semplici parole nella brughiera con gente come Mabel Waring, Stuart
Elton, e magari la regina d’Inghilterra. Se non altro, poteva trovare grande
consolazione nel fatto di avere tante cose in comune – le scarpe, la fame, la
stanchezza. E poi poteva immaginare Stuart Elton che per esempio si
fermava, o si faceva silenzioso. Se qualcuno gli avesse chiesto: “A cosa stai
pensando?”, forse non avrebbe proprio risposto, o magari avrebbe detto
qualcosa di non vero. Forse non sarebbe stato capace di dire la verità.
Mr Carslake tornò a guardare ancora il quadro. Era turbato da quella
sensazione di distanza. Certo, le persone pensavano alle cose, e le
dipingevano. Certo, quelle comitive nella brughiera non annullavano le
differenze, pensò; ma continuava a dirsi, e ci credeva, che le uniche
differenze che rimanessero (laggiù, con l’orizzonte della brughiera a perdita
d’occhio e mai una casa a rompere la visuale) fossero quelle di fondo – come
questa: a cosa pensava l’uomo che ha dipinto questo quadro?, a cosa pensava
Stuart Elton – a cosa? Probabilmente si trattava di una qualche forma di fede.
A ogni modo, continuarono a camminare; perché il bello di una
passeggiata è che nessuno può fermarsi a lungo; bisogna muoversi, e in una
lunga passeggiata la fatica del cammino, e il desiderio di porre fine alla
fatica, offrono anche ai temperamenti più filosofici, o perfino a quelli
sconvolti dall’amore e dai suoi tormenti, una ragione schiacciante per
concentrare la mente sul ritorno a casa.
Ogni espressione che usava, ahimè, risuonava alle sue orecchie di un falso
tono religioso. “Ritorno a casa” – i religiosi si erano impadroniti di questo
modo di dire. Significava andare in Paradiso. I suoi pensieri non riuscivano a
trovare parole nuove e pure, che non fossero state gualcite, spiegazzate e
private del loro appretto dall’uso altrui.
Solo quando passeggiava in compagnia di Mabel Waring, Stuart Elton, la
regina d’Inghilterra e quell’uomo torvo dall’aria dura e intransigente, la
vecchia melodiosa cantilena cessava. Forse l’aria aperta abbrutiva un poco.
Come abbrutiva la sete; o una vescica sul calcagno. Finché camminava, tutto
appariva pieno di concretezza e freschezza; niente confusione; né incertezze;
almeno la distinzione fra ciò che è noto e ciò che è ignoto era nitida come il
bordo di un laghetto – qui terra ferma, lì acqua. Adesso gli balenò nella
mente un pensiero curioso – che l’acqua possedesse una forza d’attrazione
per la gente sulla terra. Quando Stuart Elton maneggiava il suo tagliacarte o
Mabel Waring sembrava sul punto di scoppiare in lacrime e quell’uomo con i
baffi buffi guardava fisso, era perché desideravano tutti appartenere
all’acqua. Ma che cos’era l’acqua? Una forma di comprensione, forse.
Doveva esserci qualcuno così prodigiosamente dotato, così equipaggiato di
tutte le risorse della natura umana, da comprendere perfettamente quei silenzi
e quelle infelicità, dovuti all’essere incapaci di adattare la propria mente a
quella altrui. Stuart Elton vi si tuffava: Mabel vi si tuffava. Alcuni andavano
a fondo e ne erano soddisfatti; altri tornavano boccheggiando in superficie.
Mr Carslake fu sollevato di scoprirsi a pensare alla morte come a un tuffo in
un laghetto; perché lo allarmava l’istinto della sua mente, quando non era
sotto controllo, a innalzarsi verso le nuvole e il Paradiso, ricreando la vecchia
immagine rassicurante, con i soliti abiti svolazzanti, gli occhi benevoli e il
mantello di nuvole.
Nel laghetto, invece, c’erano tritoni, pesci e fango. Il punto era che dovevi
creartelo da solo; nuovo, nuovo di zecca. Ormai nessuno voleva più essere
rapito in Paradiso, a cantare e ricongiungersi ai defunti. Si voleva qualcosa
qui e ora. Comprendere equivaleva a un di più di vita; il potere di dire ciò che
non si poteva dire; di fare tentativi totalmente inutili come quelli di Mabel
Waring – lui sapeva che il modo di Mabel di fare all’improvviso qualcosa di
completamente estraneo al suo carattere, di inatteso e audace, avrebbe avuto
successo – anziché fallire sprofondandola ancora di più nella malinconia.
Così il vecchio violinista suonava il suo motivo, mentre George Carslake
volgeva lo sguardo dal quadro alle persone, e di nuovo al dipinto. La sua
faccia tonda e il corpo piuttosto quadrato esprimevano una calma filosofica
che gli restituiva, pur in mezzo a tutta quella gente, un’aria di distacco, di
serenità, di quiete, che non era indolente bensì vigile. Si era seduto e Miss
Merewether, che avrebbe potuto svignarsela facilmente, sedette accanto a lui.
Si diceva che ai pranzi lui tenesse discorsi veramente brillanti. Si diceva che
non si fosse mai sposato perché la madre aveva bisogno di lui. Nessuno, a
ogni modo, pensava a Mr Carslake come a un personaggio eroico – nella sua
persona non c’era nulla di tragico. Era un avvocato. Nessun hobby in
particolare, né predilezioni o doti, al di là di una mente capace – tranne che
amava camminare. Gli altri lo accettavano, lo avevano in simpatia, e lo
prendevano leggermente in giro perché non aveva mai fatto nulla che si
potesse segnare a dito e aveva un maggiordomo che era come un fratello
maggiore.
Ma Mr Carslake non se ne preoccupava. La gente era molto semplice –
molto simili gli uomini e le donne; era un gran peccato litigare; e infatti lui
non litigava mai. Il che non vuol dire che i suoi sentimenti non restassero a
volte feriti; e in maniera del tutto inattesa. Vivendo vicino a Gloucester, era
molto suscettibile riguardo alla cattedrale; si batteva per difenderla, e si
offendeva per le critiche, come se fosse una parente. Ma lasciava che ognuno
dicesse quel che voleva su suo fratello. Inoltre, chiunque poteva deriderlo per
le sue camminate. Possedeva una natura morbida in superficie, ma niente
affatto molle; e all’improvviso mostrava i denti – riguardo alla cattedrale o a
qualche lampante ingiustizia.
Il vecchio violinista sviolinava la sua semplice melodia che voleva dire:
Non siamo qui, ma in una brughiera, in cammino per tornare a Norwich. La
tagliente, l’aggressiva Miss Merewether, che trovava “sublime” la regina, era
stata accolta dalla compagnia a condizione che non dicesse più sciocchezze a
cui non credeva neanche lei. “È della scuola di Crome?”2 disse guardando il
quadro.
Molto bene. Chiarito questo, continuarono il cammino, potevano mancare
ancora nove o dieci chilometri. Succedeva spesso a George Carslake; nulla di
strano in questo – in questa sensazione di essere in due posti diversi nello
stesso tempo, col corpo qui in un salotto londinese, ma così scisso che la pace
della campagna, la sua irriducibile nudità e compattezza, e il suo spirito,
avevano un preciso effetto su quel corpo. Allungò le gambe. Sentiva una
leggera brezza sulle guance. Sopra ogni altra cosa sentiva che tutti noi siamo
molto diversi in superficie, ma, in quel momento, uniti; possiamo smarrirci;
possiamo andare in cerca d’acqua; ma è assolutamente vero che siamo tutti
tranquilli, amichevoli, fisicamente rilassati.
Togliti di dosso quel vestito, mia cara, pensò guardando Mabel Waring.
Fanne un fagotto. Poi pensò, non preoccuparti della tua anima, caro Stuart,
della sua insormontabile diversità da quella di chiunque altro. L’uomo dallo
sguardo torvo gli sembrò sorprendente in maniera positiva.

Impossibile, oltre che inutile, mettere tutto ciò in parole. Sotto il fremere
nervoso di quelle piccole creature, si celava sempre una profonda riserva
d’acqua: e quella semplice melodia, pur senza esprimerla, aveva su di essa un
effetto strano – ne increspava la superficie, la scioglieva, la faceva sussultare,
vorticare e gorgogliare fin nelle profondità dell’essere, cosicché per tutto il
tempo le idee emergevano da quella sorgente, salendo al cervello simili a
bollicine. Idee che per metà erano sensazioni. Che possedevano quel tipo di
qualità emotiva. Impossibile analizzarle – dire se fossero perlopiù felici o
infelici, gioiose o tristi.
Desiderava essere sicuro che le persone fossero tutte uguali. Sentiva che,
se fosse riuscito a provarlo, avrebbe risolto un grande enigma. Ma era vero?
Continuava a guardare il quadro. Non stava forse cercando di imporre a degli
esseri umani, che per loro natura sono in opposizione, diversi, in conflitto,
una pretesa forse incongrua – quella di una semplicità estranea al loro essere?
L’arte la possiede; un dipinto ce l’ha; ma gli uomini non la sentono. Gli stati
d’animo che si hanno quando si cammina in compagnia, nella brughiera,
producono questo senso di affinità. Mentre invece le conversazioni mondane,
nelle quali ognuno cerca di brillare sottolineando il proprio punto di vista,
producono disparità; e quale è la cosa più profonda?
Cercò di analizzare il tema che più gli stava a cuore – camminare, gente
diversa che camminava fino a Norwich. Subito pensò a un’allodola, al cielo,
al panorama. I pensieri e le emozioni di chi cammina sono fatti in gran parte
di queste influenze esterne. Camminando, i pensieri sono per metà cielo; se si
potessero sottoporre a un’analisi chimica, si scoprirebbe che contengono
particelle di colore, che hanno in sé qualche gallone o quarto o pinta di aria.
Questo li rende subito più ariosi, più impersonali. Ma in quella stanza i
pensieri erano pigiati insieme come pesci nella rete, si dimenavano,
strappandosi via l’un l’altro le scaglie e tentando di fuggire – perché pensare
non è che lo sforzo di far fuggire i pensieri dalla mente di chi pensa,
superando ogni ostacolo possibile: ogni forma di società non è che il tentativo
di impadronirsi, influenzare e costringere ogni pensiero al suo apparire,
obbligandolo a sottomettersi a un altro.
Così adesso poteva vedere che tutti erano impegnati in quell’attività. Ma a
rigore non era il pensiero; bensì l’essere, il proprio essere, che qui veniva a
trovarsi in conflitto con altri esseri e altre identità. Qui non c’erano
impersonali impasti di colore: qui le pareti, le luci, le case all’esterno, tutte
queste cose rafforzavano l’umano, essendo esse stesse espressione
dell’umano. I presenti si pigiavano gli uni con gli altri, reciprocamente
togliendosi luce; oppure, dato che la cosa valeva nei due sensi, stimolavano e
facevano emergere una sorprendente vivacità in cui ognuno faceva splendere
l’altro.
Se prevalesse il piacere o il dolore, non avrebbe saputo dire. Nella
brughiera, non ci sarebbero stati dubbi. Mentre camminavano – Miss
Merewether, la regina, Elton, Mabel Waring e lui – il violinista continuava a
suonare; lungi dallo strapparsi via le scaglie gli uni con gli altri, nuotavano
fianco a fianco con la più grande naturalezza.
Era un bel quadro, un gran bel quadro.
Provò un desiderio sempre più forte di trovarsi là, proprio nella brughiera
del Norfolk.
Allora raccontò a Miss Merewether un aneddoto sul suo nipotino a
Wembley; e, mentre lui parlava, lei sentì, come accadeva sempre di sentire a
tutti i suoi amici, che, pur essendo una delle persone più simpatiche che
avesse mai incontrato, George Carslake era una mosca bianca, uno strano
pesce. Non si riusciva mai a capire a che cosa mirasse. Aveva degli affetti?, si
domandò. Sorrise, ricordandosi del maggiordomo. Poi lui se ne andò, senza
dire altro – doveva tornare vicino a Gloucester, l’indomani.
1 Probabile riferimento all’Esposizione Universale dell’Impero Britannico, tenuta a
Wembley Park fra aprile e ottobre 1924. (N.d.T.)

2 John Crome (1768-1821) è stato esponente di primo piano nella scuola di pittura
di Norwich. (N.d.T.)
Un riepilogo

Poiché in casa stava diventando troppo caldo e affollato, poiché in una


notte come quella non c’era pericolo di umidità, e poiché le lanterne cinesi
sembravano pendere come frutti rossi e verdi in fondo a una foresta incantata,
Mr Bertram Pritchard condusse Mrs Latham in giardino.
L’aria aperta e la sensazione di essere fuori casa stordirono Sasha Latham,
l’alta, bella signora dall’aria piuttosto indolente, la cui maestosità di
portamento era tale che nessuno avrebbe mai creduto quanto si sentisse
completamente inadeguata e goffa quando doveva dire qualcosa a una festa.
Ma era così; ed era felice di essere con Bertram che, potevi scommetterci,
avrebbe parlato senza sosta anche fuori casa. Messe per iscritto, le cose che
diceva sarebbero suonate incredibili – non solo ogni frase era di per sé
insignificante, ma non vi era alcun nesso fra le diverse osservazioni.
Addirittura, se uno avesse preso una matita e trascritto le sue esatte parole – e
con i discorsi di una sera si sarebbe riempito un libro intero – nessuno
avrebbe potuto dubitare, leggendole, che il poveretto fosse intellettualmente
ritardato. Questo era tutt’altro che il suo caso, perché Mr Pritchard era uno
stimato funzionario e membro dell’Ordine del Bagno, ma ciò che era ancora
più strano era che quasi sempre tutti lo trovavano simpatico. C’era un che nel
suono della sua voce, una cadenza o un’enfasi, un certo scintillio
nell’incongruenza delle sue idee, un qualcosa che promanava dalla bruna e
paffuta faccia tonda e dalla figura di pettirosso, qualcosa di immateriale,
indefinibile, che esisteva e fioriva e si faceva sentire a prescindere dalle sue
parole, anzi, non di rado in contrasto con esse. Questo pensava Sasha
Latham, mentre lui continuava a ciarlare del suo giro nel Devonshire, di
locande e locandiere, di Eddie e Freddie, mucche e viaggi notturni, panna e
stelle, delle ferrovie continentali e di Bradshaw, di pesca del nasello e naso
chiuso, di influenza, di reumatismi e di Keats – pensava a lui in astratto,
come a una persona la cui esistenza era positiva, ricreandolo, mentre parlava,
in una forma che era diversa da ciò che lui stava dicendo e che di sicuro
corrispondeva al vero Bertram Pritchard, anche se non si poteva provarlo.
Come si poteva invece provare che era un amico fedele e veramente
comprensivo e – ma a quel punto, come accadeva spesso parlando con
Bertram Pritchard, Sasha si dimenticò di lui e cominciò a pensare a
qualcos’altro.
E fu alla notte che pensò, stringendosi in un brivido, dando un’occhiata su
in cielo. Fu l’odore della campagna che sentì improvvisamente, la cupa
immobilità dei campi sotto le stelle, ma lì, nel giardino dietro la casa di Mrs
Dalloway, a Westminster, la bellezza, essendo lei nata e cresciuta in
campagna, la elettrizzava forse per via del contrasto; laggiù l’odore del fieno
nell’aria e qui, dietro di lei, le sale piene di gente. Camminò accanto a
Bertram; camminava un po’ come una cerva, con un lieve cedimento delle
caviglie, agitando il ventaglio, regale, silenziosa, con tutti i sensi all’erta, le
orecchie tese, annusando l’aria quasi fosse una creatura selvatica ma piena di
autocontrollo, che si godesse la sera.
Questa, pensò, è la più grande delle meraviglie; la suprema conquista della
razza umana. Dove un tempo c’erano distese di salici e imbarcazioni di
giunco che guazzavano in una palude, oggi c’è tutto questo; e pensò alla casa
asciutta, solida, ben costruita, piena di oggetti di valore, vociante di persone
che si avvicinavano l’una all’altra e se ne allontanavano, che si scambiavano
opinioni e si stimolavano a vicenda. Clarissa Dalloway aveva spalancato la
casa sulle distese della notte, coprendo la palude con un manto di pietre, e
quando arrivarono alla fine del giardino (che del resto era molto piccolo) e lei
e Bertram presero posto sulle sedie a sdraio, Sasha guardò la casa con
venerazione, con entusiasmo, come se una freccia d’oro l’avesse attraversata
e su questa si formassero e poi cadessero lacrime di profonda gratitudine.
Timida com’era e quasi incapace di trovare qualcosa da dire quando
all’improvviso veniva presentata a qualcuno, fondamentalmente umile, Sasha
nutriva una grandissima ammirazione per gli altri. Sarebbe stato meraviglioso
essere come loro, ma era condannata a rimanere se stessa, e poteva, seduta
fuori in giardino, solo in questa sua maniera entusiastica ma silenziosa,
applaudire quell’umana società da cui era esclusa. Brani di poesie in lode
degli altri le salivano alle labbra; erano tutti adorabili e buoni, e più ancora
coraggiosi, trionfatori della notte e delle paludi, campioni di sopravvivenza,
compagnia di avventurieri che, circondati da pericoli, continuano a navigare.
Per una qualche malizia del fato, lei era incapace di unirsi a loro, ma
poteva starsene seduta e ammirarli, mentre Bertram continuava a
chiacchierare, essendo anche lui fra i viaggiatori, come mozzo di bordo o
semplice marinaio – uno di quelli che si arrampicano sulle vele, fischiettando
allegramente. Mentre pensava i suoi pensieri, il ramo di un albero di fronte a
lei si gonfiò e impregnò della sua ammirazione gli ospiti della casa; grondava
gocce d’oro; o forse stava semplicemente dritto a fare da guardiano. Era parte
della gaia e gagliarda compagnia – l’albero maestro su cui la bandiera
sventolava. C’era una specie di botte contro il muro, e lei trasfigurò anche
quella.
All’improvviso Bertram, che era fisicamente irrequieto, decise di
esplorare il territorio e, balzato su un mucchio di mattoni, sbirciò al di là del
muro del giardino. Sasha lo imitò. Vide un secchio o forse uno stivale. In un
istante l’illusione svanì. Ecco di nuovo Londra; il vasto mondo distratto e
impersonale; omnibus; affari; luci davanti ai pub; e poliziotti che sbadigliano.
Soddisfatta la propria curiosità e colmata, grazie a un attimo di silenzio, la
fontana ribollente dei suoi discorsi, Bertram invitò Mr e Mrs Taldeitali a
sedersi con loro, avvicinando altre due sdraio. Presero tutti posto a guardare
la stessa casa, lo stesso albero, la stessa botte; solo che, dopo aver sbirciato al
di là del muro e adocchiato il secchio, o piuttosto la vita di Londra che
continuava impassibile sulla propria strada, Sasha non riuscì più a spargere
sul mondo la sua visione dorata. Bertram parlava e i signori Taldeitali – mai e
poi avrebbe potuto ricordare se si chiamavano Wallace o Freeman –
rispondevano; tutte le loro parole passavano attraverso una sottile nebbiolina
dorata, prima di ricadere nella prosaica luce del giorno. Guardò la solida,
asciutta casa in stile regina Anna; fece del suo meglio per ricordare ciò che
aveva letto a scuola sull’isola di Thorney e gli uomini con le imbarcazioni di
giunco, le ostriche, l’anatra selvatica e le nebbie, ma adesso le sembrò tutta
una faccenda razionale di tubazioni e falegnami, e quella festa – nient’altro
che gente in abito da sera.
Allora si domandò: quale visione è quella vera? Poteva vedere il secchio e
la casa in parte illuminata e in parte no.
Pose la stessa domanda a quel qualcuno che, nella sua umiltà, lei si era
costruita con la saggezza e la forza che vedeva negli altri. La risposta arrivava
spesso per caso – le era capitato che il suo vecchio spaniel le rispondesse
agitando la coda.
Adesso l’albero, privato della sua doratura e della sua maestà, sembrò
fornirle una risposta; divenne un albero di campo – l’unico in una palude. Lo
aveva visto tante volte; aveva visto fra i suoi rami le nuvole bordate di rosso
o la luna a frammenti lanciare i suoi irregolari bagliori d’argento. Ma quale
era la risposta? Ebbene, che l’anima – perché era consapevole che dentro di
lei si muovesse una creatura alla ricerca di una via di fuga, che
momentaneamente chiamava anima – è per sua natura solitaria, come un
uccello vedova; un uccello appollaiato in disparte su quell’albero.
Ma poi Bertram, prendendola sotto braccio nella sua maniera familiare,
poiché la conosceva da una vita, notò che non stavano facendo il loro dovere
e che bisognava rientrare in casa.
In quel momento, in una strada laterale o in un pub, risuonò la solita,
terribile voce asessuata e inarticolata; un urlo, un grido. E l’uccello vedova,
spaventato, fuggì via, descrivendo cerchi sempre più ampi finché divenne
(ciò che lei chiamava la sua anima) remoto come un corvo messo in fuga dal
lancio di una pietra.
Ora sembrava che, durante la conversazione a cui Sasha non aveva quasi
prestato ascolto, Bertram fosse giunto alla conclusione che Mr Wallace gli
piaceva, ma non sua moglie – che pure trovava “molto intelligente, senza
alcun dubbio”.
1926 – 1941
Momenti di essere:
“Le spille di Slater non hanno la punta”

“Le spille di Slater non hanno la punta – ci hai fatto caso?”, disse Miss
Craye voltandosi, mentre la rosa cadeva dall’abito di Fanny Wilmot e, con le
orecchie piene di musica, quest’ultima si chinava per cercare la spilla sul
pavimento.
Quelle parole la colpirono in maniera straordinaria, mentre Miss Craye
eseguiva l’ultimo accordo della fuga di Bach. Quindi Miss Craye va davvero
da Slater a comprare le spille?, si chiese allibita Fanny Wilmot. E davvero se
ne sta in attesa al banco come chiunque altro, e le viene dato il conto con gli
spiccioli avvoltolati dentro, che lei lascia scivolare nella borsa, e poi un’ora
dopo, mentre è davanti alla sua toeletta, tira fuori le spille? Che bisogno
aveva, lei, di spille? Più che vestita, sembrava meticolosamente inscatolata
come un coleottero nella sua corazza, azzurra d’inverno e verde d’estate. Che
bisogno aveva di spille – Julia Craye – che all’apparenza viveva nel freddo
mondo vitreo delle fughe di Bach, suonando per se stessa quel che le piaceva
e acconsentendo solo a prendere uno o due allievi del Conservatorio di
Archer Street come speciale favore (così diceva la direttrice, Miss Kingston)
per colei che “la ammirava nel modo più incondizionato”? Miss Craye era
finita in cattive acque, diceva Miss Kingston, dopo la morte del fratello.
Possedevano cose molte belle, quando vivevano a Salisbury e naturalmente il
fratello, Julius, era un uomo assai noto: un famoso archeologo. Era un gran
privilegio stare con loro, diceva Miss Kingston (“La mia famiglia li
conosceva da sempre – erano brava gente di Salisbury,” aggiungeva), ma per
una bambina dovevano essere un po’ tremendi; bisognava stare attenti a non
sbattere la porta o a non irrompere inaspettatamente in una stanza. Miss
Kingston, che forniva questi piccoli bozzetti di carattere il primo giorno del
trimestre, quando riceveva gli assegni e firmava le ricevute, a questo punto
sorrideva. Sì, era stata una specie di peste; si precipitava dentro facendo
saltare nelle vetrine tutti quei verdi reperti di epoca romana e cose del genere.
I Craye non erano abituati ai bambini. Nessuno dei Craye era sposato.
Avevano dei gatti. I gatti, lo si poteva capire, ne sapevano quanto chiunque
altro di urne romane e cose del genere.
“Di sicuro molto più di me!” diceva Miss Kingston allegramente,
scrivendo il proprio nome sul timbro con la sua mano cortese, briosa,
compatta, perché era sempre stata una donna pratica. Dopo tutto, era così che
si guadagnava da vivere.
Ma forse, pensò Fanny Wilmot cercando la sua spilla, Miss Craye aveva
detto quella frase – “Le spille di Slater non hanno la punta” – tanto per dire.
Nessuno dei Craye si era mai sposato. Lei non ne sapeva niente di spille,
proprio niente. Ma voleva rompere l’incantesimo che era caduto sulla casa;
rompere la lastra di vetro che li separava dagli altri. Quando Polly Kingston,
quella ragazzina così vivace, aveva sbattuto la porta e fatto saltare i vasi
romani, Julius, dopo aver controllato che non ci fossero danni (quello era
comunque il suo primo istinto), guardò, perché la vetrina era nel vano della
finestra, verso Polly che scappava a casa attraverso i campi, e guardava col
medesimo sguardo che spesso aveva anche sua sorella, uno sguardo
insistente, pieno di rimpianto.
“Stelle, sole, luna,” sembrava dire, “le margherite sui prati, fuochi, gelo
sul vetro della finestra, il mio cuore corre verso di voi. Ma voi,” sembrava
anche aggiungere, “finite, passate, andate.” E immediatamente copriva
l’intensità di entrambi questi stati d’animo con un “Non riesco a raggiungervi
– non riesco ad arrivare fino a voi”, parole che pronunciava con malinconia e
frustrazione. E le stelle impallidivano, e la bambina se ne andava.
Questo era l’incantesimo, questa la barriera di vetro che Miss Craye
voleva infrangere, per dimostrare, dopo aver suonato meravigliosamente
Bach come premio per un’allieva prediletta (Fanny Wilmot sapeva di essere
la prediletta di Miss Craye), che anche lei come tutti se ne intendeva di spille.
Le spille di Slater non avevano la punta.
Sì, anche “il famoso archeologo” aveva quello stesso sguardo. “Il famoso
archeologo” – mentre diceva queste parole, girando gli assegni e controllando
il giorno del mese col suo modo franco e disinvolto, c’era nella voce di Miss
Kingston un tono indefinibile, come se alludesse a qualcosa di strano, di
singolare in Julius Craye. La stessa identica cosa che forse era strana anche in
Julia. C’era da scommettere, pensò Fanny Wilmot mentre cercava la spilla,
che durante i ricevimenti o alle funzioni (il padre di Miss Kingston era un
pastore) Miss Craye avesse raccolto qualche accenno di pettegolezzo, o
magari soltanto un sorrisetto, o un tono di voce quando il nome di suo fratello
veniva citato, e di lì “quella sensazione” a proposito di Julius Craye. Inutile
dire che Fanny Wilmot non ne aveva mai parlato con nessuno. Probabilmente
non sapeva neppure lei che cosa intendesse. Ma ogni volta che parlava di
Julius o lo sentiva nominare, questa era la prima cosa che le veniva in mente:
c’era qualcosa di strano in Julius Craye.
Anche Julia sembrava strana, seduta quasi di sbieco e sorridente sullo
sgabello del piano. È nei campi, sulle finestre, nel cielo – la bellezza; e io non
posso raggiungerla; non posso averla – io, sembrava aggiungere, con quella
piccola contrazione della mano che le era tanto caratteristica, io che la amo
così appassionatamente, e darei tutto il mondo per averla! E raccolse il
garofano caduto in terra, mentre Fanny cercava la spilla. Lo strinse con
voluttà, pensò Fanny, nelle sue mani morbide e coperte di vene, piene di
anelli dai colori tenui e incastonati di perle. La pressione delle sue dite parve
esaltare tutto quel che vi era di luminoso nel fiore, mettendolo in risalto,
rendendolo più fragrante, fresco, immacolato. Ciò che appariva strano in lei,
e forse anche nel fratello, era che questo stringere e afferrare delle dita fosse
collegato a una perenne frustrazione. Era così anche adesso, col garofano. Lo
teneva in mano; lo stringeva; ma non lo possedeva, non ne godeva, non del
tutto almeno.
Nessuno dei Craye si era sposato, si ricordò Fanny Wilmot. Le tornò in
mente una sera in cui la lezione era durata più a lungo del solito ed era ormai
buio, quando Julia Craye aveva detto: “Di sicuro è a questo che servono gli
uomini, a proteggerci,” e lo aveva detto, mentre Fanny si allacciava il
mantello, sorridendo con lo stesso strano sorriso che la rendeva sensibile,
come il garofano, al tocco della giovinezza e del suo splendore, ma la
metteva anche, sempre come il garofano, a disagio, sospettava Fanny.
“Oh, ma io non voglio protezione,” aveva riso Fanny, e quando Julia
Craye, fissandola con quel suo sguardo straordinario, aveva detto di non
esserne tanto sicura, Fanny era decisamente arrossita di fronte
all’ammirazione nei suoi occhi.
Era l’unica cosa utile degli uomini, aveva detto. Era dunque per questo
motivo, si chiese Fanny con gli occhi al pavimento, che non si era mai
sposata? Dopo tutto non aveva passato la vita intera a Salisbury. “La parte di
gran lunga più bella di Londra,” aveva detto una volta, “è Kensington (ma sto
parlando di quindici o vent’anni fa). In dieci minuti, arrivavi ai giardini – e lì
era come essere in piena campagna. Potevi mangiare fuori in pantofole senza
prenderti un raffreddore. Sai, allora Kensington era come un paese,” aveva
detto.
A quel punto si era interrotta per denunciare aspramente le correnti d’aria
nei sottopassaggi della metropolitana.
“È l’unica cosa utile degli uomini,” aveva detto con una strana, sarcastica
durezza. Era qualcosa che poteva gettare una luce sul perché non si fosse
sposata? Ci si poteva immaginare qualsiasi scena nella sua giovinezza,
quando con i suoi begli occhi azzurri, il naso dritto e deciso, l’abilità nel
suonare il piano, la rosa che fioriva con casta passione nella scollatura del suo
vestito di mussola, aveva all’inizio attratto quei giovani uomini per i quali
certe cose, come le tazze da tè in porcellana, i candelabri d’argento e i
tavolini intarsiati (perché i Craye possedevano oggetti così belli), erano
meravigliose; giovanotti non molto distinti; giovani che frequentavano la
cattedrale e avevano molte ambizioni. Prima aveva attratto questi ragazzi e
poi gli amici del fratello a Oxford e Cambridge. Di solito venivano in visita
d’estate e la portavano sul fiume, continuavano per lettera le dispute su
Browning e probabilmente combinavano, le rare volte in cui lei era a Londra,
di mostrarle – per esempio i giardini di Kensington?
“La parte di gran lunga più bella di Londra – Kensington. Sto parlando di
quindici o vent’anni fa,” aveva detto una volta. “In dieci minuti, arrivavi ai
giardini – in piena campagna.” Da questo si poteva cavare quel che si voleva,
pensò Fanny Wilmot, scegliere per esempio Mr Sherman, il pittore, un suo
vecchio amico; immaginare che in una giornata di giugno piena di sole
venisse da lei per un appuntamento e la portasse a prendere un tè sotto gli
alberi. (Si erano già incontrati a quelle festicciole a cui si poteva partecipare
in pantofole, senza la paura di prendersi un raffreddore.) Una zia o qualche
altra anziana parente sarebbe stata lì ad aspettarli mentre andavano a vedere il
laghetto della Serpentine. Lo guardavano. Lui magari la portava in barca
dall’altra parte. Facevano paragoni con il fiume Avon. Lei prendeva il
confronto molto sul serio, perché i panorami fluviali le piacevano. Sedeva un
po’ rannicchiata, un po’ storta, ma aveva grazia manovrando il timone. Nel
momento più critico, in cui lui aveva deciso di parlare – era la sua unica
possibilità di essere da solo con lei – e, nervoso com’era, le parlava con la
testa girata in una posizione assurda, sopra la spalla – proprio in quel
momento lei lo aveva interrotto vivacemente. Sbatteremo contro il ponte,
aveva gridato. Fu un momento terribile, di disillusione e insieme di scoperta
per entrambi. È qualcosa che non posso avere, che non riesco a possedere,
aveva pensato Julia. Lui non riusciva a capire perché, allora, fosse uscita con
lui. Schizzando acqua con il suo remo, aveva fatto girare la barca. Solo per
umiliarlo? La riportò indietro e le disse addio.
Lo sfondo di quella scena si poteva variare a scelta, rifletté Fanny Wilmot.
(Dove era caduta la spilla?) Poteva essere a Ravenna, come a Edimburgo,
dove lei aveva tenuto casa per il fratello. La scena si poteva cambiare, e così
il giovanotto e l’esatta modalità del tutto; ma c’era una cosa che non
cambiava – il suo diniego, il suo cipiglio, e subito dopo la rabbia contro se
stessa, il suo conflitto interno, e il sollievo – sì, certo, il suo immenso
sollievo. Il giorno seguente, con ogni probabilità, si sarebbe alzata alle sei,
avrebbe preso il mantello e se ne sarebbe andata a piedi da Kensington fino al
fiume. Era così grata di non aver sacrificato il diritto di andare a vedere le
cose nel momento in cui erano al loro meglio – prima che la gente si alzasse,
bisogna dire. Lei avrebbe potuto fare la prima colazione a letto, se avesse
voluto. Ma non aveva sacrificato la propria indipendenza.
No, sorrise fra sé Fanny Wilmot, Julia non aveva messo a rischio le
proprie abitudini. Che rimasero salde, perché le sue abitudini ne avrebbero
sofferto se si fosse maritata. “Sono orchi,” aveva detto una sera, ridendo a
metà, quando un’altra allieva appena sposata, ricordandosi all’improvviso di
essere in ritardo col marito, era scappata via di furia.
“Sono orchi,” aveva detto, ridendo cupamente. Un orco con ogni
probabilità avrebbe interferito con il desiderio di fare la prima colazione a
letto; o con le passeggiate all’alba giù al fiume. Cosa sarebbe accaduto (ma
era difficile da immaginare) se avesse avuto dei bambini? Prendeva
meticolose precauzioni contro i colpi di freddo, la fatica, i cibi grassi e quelli
sbagliati, le correnti d’aria, le stanze surriscaldate, gli spostamenti in
metropolitana, perché non riusciva mai a determinare quali di queste cose
fossero la causa dei feroci mal di testa che facevano assomigliare la sua vita a
un campo di battaglia. Era sempre impegnata a giocare il nemico, al punto da
sembrare che tale impegno fosse il suo vero interesse e che, se avesse
finalmente sconfitto il nemico, avrebbe trovato la vita un po’ noiosa. E così il
tira e molla era perpetuo – da un lato gli usignoli e i panorami che amava con
passione – sì, perché per panorami e uccelli non provava nient’altro che
passione; e dall’altro lato i sentieri umidi o quelle tremende lunghe
arrampicate su ripide colline, che l’avrebbero di sicuro messa fuori
combattimento il giorno appresso, facendole venire uno dei suoi mal di testa.
Perciò, quando di tanto in tanto organizzava con cura le proprie forze e
combinava una visita a Hampton Court durante la settimana in cui i crochi
(quei fiori intensi e luminosi che lei prediligeva) erano al loro meglio, per lei
si trattava di una vittoria. Era qualcosa che rimaneva; qualcosa che aveva un
significato per sempre. Infilava quel pomeriggio nella collana dei giorni
memorabili, che non era tanto lunga da non poter ricordare questo o quel
giorno; questa veduta o quella città; toccandola, sentendola, assaporandone
fra i sospiri la qualità che la rendeva unica.
“Era talmente bello, venerdì scorso,” aveva detto, “che ho deciso di
andarci.” E così era andata fino a Waterloo Station per la sua grande impresa
– visitare Hampton Court – da sola. Naturalmente, ma forse in modo sciocco,
la si compativa per una cosa per la quale mai avrebbe chiesto compatimento
(al contrario, di solito era piuttosto reticente, parlava della sua salute solo
come un guerriero parla del suo avversario) – la si compativa perché faceva
sempre tutto da sola. Il fratello era morto. La sorella soffriva d’asma e il
clima di Edimburgo le faceva bene. Per Julia invece era troppo freddo. Ma
forse era anche associato a ricordi dolorosi, perché il fratello, il famoso
archeologo, era morto lì; e lei aveva amato suo fratello. Così era andata a
vivere in una casa piccola, dalle parti di Brompton Road, completamente da
sola.
Fanny Wilmot vide la spilla sul tappeto; la raccolse. Guardò Miss Craye.
Era davvero così sola? No, Miss Craye era decisamente, beatamente, anche se
soltanto per un attimo, una donna felice. Fanny l’aveva sorpresa in un
momento di estasi. Sedeva al pianoforte, mezza girata dall’altra parte, il
garofano dritto fra le mani unite in grembo, alle spalle il netto riquadro della
finestra, senza tende, che rosseggiava nella sera, rosseggiava intenso al
confronto della livida luce elettrica che ardeva senza schermo nella nuda sala
da musica. Julia Craye, seduta curva e raccolta con il fiore in mano, sembrava
emergere dalla sera londinese, quasi come se la sera fosse un mantello gettato
sulle spalle. Sembrava, nella sua nudità e intensità, un’emanazione del
proprio spirito, qualcosa che lei aveva creato e la avvolgeva, e che era lei.
Fanny la fissò.
Per un attimo tutto sembrò trasparente all’occhio di Fanny Wilmot, come
se, guardando attraverso Miss Craye, lei vedesse la fonte stessa del suo essere
da cui sgorgavano pure gocce d’argento. Guardò sempre più lontano nel
passato dietro di lei. Vide i verdi reperti romani nella loro vetrina; udì i
ragazzi del coro giocare a cricket; osservò Julia scendere in silenzio la curva
gradinata fino al prato; la vide versare il tè nelle tazzine sotto l’albero di
cedro; prendere dolcemente la mano del vecchio padre fra le sue; la vide
percorrere sotto e sopra i corridoi della casa in cui risiedeva vicino all’antica
cattedrale, portando gli asciugamani da segnare per la lavanderia; lamentando
la banalità della vita quotidiana; la vide invecchiare lentamente, mettendo via
certi vestiti, quando veniva l’estate, perché alla sua età erano troppo vivaci da
indossare; la vide assistere il padre malato; e farsi strada sempre più decisa,
essendo la sua volontà tesa verso il traguardo della propria solitudine; e
viaggiare pur avendo pochi mezzi; calcolando i costi e soppesando le uscite
dal suo modesto portamonete per la somma necessaria a quel viaggio o a
quello specchio da acquistare; e obbedendo con ostinazione, qualunque cosa
potesse dire la gente, alla scelta di piaceri soltanto suoi. Vide insomma Julia –
La vide a braccia spalancate; la vide accendersi, ardere. Bruciava nella
notte come una diafana stella morta. Julia la baciò. Ora la possedeva.
“Le spille di Slater non hanno la punta,” disse Miss Craye, ridendo in
maniera strana e rilassando le braccia, mentre Fanny Wilmot si appuntava il
fiore sul petto con le dita che tremavano.
La signora nello specchio:
Un riflesso

Non si dovrebbero lasciare specchi appesi nelle proprie stanze più di


quanto non si lascino in giro libretti di assegni o lettere in cui si confessano
crimini orrendi. Non si poteva fare a meno, in quel pomeriggio estivo, di
guardare il lungo specchio appeso nell’ingresso. Il caso lo aveva sistemato lì.
Dalle profondità del divano in salotto si potevano vedere, riflessi nello
specchio di foggia italiana, non solo il tavolo di marmo dirimpetto, ma anche
più oltre una parte di giardino. Si poteva vedere un lungo sentiero erboso
allontanarsi fra siepi di alti fiori, fino a che la cornice dorata lo tagliava fuori,
tranciandone un angolo.
La casa era vuota e, poiché in salotto non c’era nessun altro, si aveva la
sensazione di essere uno di quei naturalisti che, coperti d’erba e di foglie, se
ne stanno sdraiati senza farsi vedere a osservare gli animali più timidi – tassi,
lontre, martin pescatori – mentre si muovono intorno liberamente. Quel
pomeriggio la stanza era gremita di simili timide creature, luci e ombre, tende
che si gonfiavano, petali che cadevano – il genere di cose che, a quanto pare,
non accadono mai quando qualcuno sta guardando. La vecchia silenziosa
stanza di campagna, con i suoi tappeti e il camino di pietra, con gli scaffali a
muro e gli stipi in lacca rossa e oro, era piena di queste creature umbratili.
Attraversavano il pavimento piroettando, sollevando i piedi con passo
felpato, le code distese, battendo con becchi allusivi come fossero gru, o
branchi di eleganti fenicotteri rosa pallido, o pavoni dallo strascico venato
d’argento. E c’erano anche strisce di oscurità e buio, come se una seppia
avesse inondato l’aria del suo liquido; la stanza aveva le sue passioni, rabbie,
invidie e dolori, che la invadevano e rannuvolavano, proprio come un essere
umano. Niente rimaneva lo stesso per più di due secondi.
Ma fuori lo specchio rifletteva il tavolo dell’ingresso, i girasoli e il
sentiero del giardino così accuratamente e con tale fissità da sembrare
trattenuti nella loro consistenza, senza vie d’uscita. Era uno strano contrasto –
in salotto tutto che si muoveva, mentre là fuori era tutto immobile. Non si
poteva fare a meno di continuare a spostare lo sguardo da una parte all’altra.
Intanto, poiché porte e finestre erano aperte alla calura, c’era un perpetuo
sospirare e tacere, che andava e veniva come un respiro umano, mentre nello
specchio le cose avevano cessato di respirare e rimanevano immobili come in
una trance di immortalità.
Mezz’ora prima, la padrona di casa, Isabella Tyson, era scesa per il
sentiero erboso nel suo leggero abito estivo, portando un cestino, ed era
svanita, tagliata fuori dalla cornice dorata dello specchio. Probabilmente era
andata nella parte bassa del giardino a raccogliere fiori; o, come sembrava più
naturale, a prendere qualcosa di più leggero e fantasioso, con tante foglie a
cascata, come la vitalba, o uno di quegli eleganti tralci di convolvolo che si
avvinghiano a qualche brutto muro, esplodendo qui e là in fioriture bianche e
violacee. Lei dava l’idea di un fantasioso e tremulo convolvolo, piuttosto che
di un rigido aster, di una zinnia tutta inamidata, o delle sue rose ardenti,
accese come lampade sui rigidi sostegni del roseto. Il paragone mostrava
quanto poco, dopo tutti quegli anni, si sapesse di lei; perché è impossibile che
una donna in carne e ossa di cinquantacinque o sessant’anni possa essere una
ghirlanda fiorita o un esile tralcio. Questo genere di paragoni sono peggio che
sciocchi e superficiali – sono perfino crudeli, perché vengono a frapporsi,
come un tremulo convolvolo, fra gli occhi e la verità. Certo, deve esserci la
verità, come deve esserci un muro. Tuttavia, era strano che, dopo averla
conosciuta per tanti anni, non si potesse dire quale fosse la verità su Isabella
Tyson; e si continuava a mettere insieme frasi come quella sul convolvolo e
la vitalba. Quanto ai fatti, era un fatto che lei fosse zitella; che fosse ricca;
che avesse comprato quella casa, collezionando da sé – non di rado negli
angoli più remoti del mondo e a rischio di punture velenose e malattie
esotiche – i tappeti, le sedie, gli stipi che ora vivevano la loro vita segreta
sotto gli occhi di tutti. Talvolta sembrava che su di lei ne sapessero più di
quanto fosse concesso a noialtri, che sopra di loro sedevamo, scrivevamo e
camminavamo pieni di attenzione. In ognuno di quegli stipi, c’erano tanti
cassettini, ciascuno dei quali di sicuro conteneva lettere legate insieme con
nastri e profumate da rametti di lavanda o petali di rosa. Perché era un altro
fatto – se era i fatti che si volevano – che Isabella aveva avuto molti amici;
perciò, se qualcuno avesse avuto il coraggio di aprire uno dei suoi cassetti e
leggere le sue lettere, si sarebbero trovate le tracce di molti affanni, di
appuntamenti presi e di rimproveri per non averli rispettati, lunghe lettere di
affetto e intimità, e altre vibranti di gelosia e disapprovazione, dure parole
definitive di rottura – poiché tutti quei colloqui e appuntamenti non avevano
condotto a nulla – sta di fatto che non si era mai sposata, e tuttavia, a
giudicare dalla maschera di indifferenza stampata sul suo viso, aveva vissuto
venti volte più passioni ed esperienze di coloro i cui amori vengono
strombazzati perché tutto il mondo ne senta parlare. Sotto lo sforzo di pensare
a Isabella, la stanza si era riempita di ombre e di simboli; gli angoli
sembravano più bui, le gambe delle sedie e dei tavoli apparivano più esili,
simili a geroglifici.
All’improvviso i riflessi nello specchio vennero cancellati violentemente,
ancorché senza un suono. Una grande massa nera si formò nello specchio;
coprì ogni cosa, sparse sul tavolo un pacco di tavolette in marmo venate di
rosa e grigio, poi scomparve. Ma il quadro era completamente alterato. Al
momento risultava irriconoscibile, e illogico, e del tutto fuori fuoco. Non si
poteva mettere in relazione quelle tavolette con alcuna azione umana. Poi, a
poco a poco, un qualche processo razionale si mise al lavoro, e cominciò a
ordinarle e sistemarle, riportandole nell’ambito dell’esperienza comune. Si
poté capire infine che erano solo delle lettere. Qualcuno aveva portato la
posta.
Eccole sul tavolo di marmo, grondanti di luce e colore, ma dapprima
rigide e ancora estranee. Poi fu strano vedere come furono accolte, sistemate
e composte a far parte del quadro, confermando la statica immortalità che lo
specchio conferiva. Stavano lì, investite di nuova realtà e significato, e anche
di un peso maggiore, quasi fosse necessario uno scalpello per staccarle dal
tavolo. E, che fosse una fantasia oppure no, sembravano divenute non
soltanto una manciata di lettere qualsiasi, ma tavolette della legge con verità
eterne – se si fossero potute leggere, si sarebbe saputo tutto ciò che c’era da
sapere su Isabella, e sulla vita in generale. Le pagine contenute in quelle
buste dall’apparenza marmorea dovevano essere affrontate e annotate con
segni densi di significato. Isabella sarebbe entrata, le avrebbe prese una a una,
lentamente, e le avrebbe aperte leggendole parola per parola, poi con un
profondo sospiro di comprensione, come se avesse visto il fondo di ogni
cosa, avrebbe ridotto le buste in pezzetti e legato le lettere con un nastro,
richiudendole in un cassetto dello stipo, decisa a nascondere ciò che non
voleva fosse conosciuto.
Il pensiero servì da sfida. Isabella non voleva essere conosciuta – ma non
poteva continuare a fuggire. Era assurdo, e mostruoso. Se nascondeva tanto e
sapeva tanto, bisognava forzarla con il primo strumento a portata di mano –
l’immaginazione. Bisognava concentrare la mente su di lei in quel preciso
istante. Bisognava bloccarla lì. Bisognava rifiutare di essere condotti ancora
fuori strada dalle parole e dai gesti offerti dalle circostanze. Bisognava
mettersi nei suoi panni. Se si prendeva il discorso alla lettera, era facile
immaginare i panni in cui era in quel momento, nella parte bassa del giardino.
Erano panni molto attillati, affusolati e alla moda – fatti col tessuto più
morbido ed elastico. Come tutto quello che indossava, erano di foggia
squisita. E lei si sarebbe trovata sotto l’alta siepe, nella parte inferiore del
giardino, sollevando le forbici che portava appese alla vita, per recidere un
fiore morto, un ramo eccessivamente cresciuto. Il sole avrebbe colpito il suo
viso, gli occhi; ma no, nel momento più critico, una nuvola avrebbe velato il
sole, rendendo dubbiosa l’espressione dei suoi occhi – era ironica o tenera,
vivace o spenta? Si sarebbe visto solo il vago contorno del suo bel viso un
po’ sfiorito, rivolto al cielo. Probabilmente stava pensando di dover ordinare
una nuova rete per le fragole; di dover mandare dei fiori alla vedova Johnson;
e che era l’ora di andare a far visita agli Hippesley nella loro nuova casa.
Queste erano le cose di cui di sicuro parlava a cena. Ma si era stanchi delle
cose che avrebbe detto a cena. Era lo stato più profondo del suo essere che si
voleva cogliere traducendolo in parole, quello stato che per la mente è come
il respiro per il corpo, ciò che si chiama felicità o infelicità. Al solo
pronunciare queste parole, diventava evidente che lei, di sicuro, doveva
essere felice. Era ricca; era distinta; aveva molti amici; viaggiava – comprava
tappeti in Turchia e vasi azzurri in Persia. Viali di piacere si irradiavano in
ogni direzione dal punto in cui stava con le forbici alzate, per tagliare i rami
che fremevano mentre un merletto di nuvole velava il suo volto.
Ora, con un veloce movimento delle forbici, recise il ramo di vitalba che
cadde in terra. Non appena il ramo cadde, naturalmente si fece un po’ più di
luce, e naturalmente si poté penetrare più in profondità nel suo essere. La sua
mente era colma di tenerezza e rimpianti… Recidere un ramo troppo
cresciuto la rattristava perché una volta era vivo, e la vita le era cara. Sì, e
allo stesso tempo la caduta del ramo doveva averle ricordato che anche lei
sarebbe morta, e tutta la futilità e l’evanescenza delle cose. E poi di nuovo,
prendendo al volo questo pensiero, con il suo immediato buonsenso, si disse
che la vita l’aveva trattata bene; anche se doveva cadere, sarebbe stato per
adagiarsi sulla terra e marcire dolcemente fra le radici delle violette. Così si
fermò a riflettere. Senza formulare nessun pensiero preciso – dato che lei era
una di quelle persone reticenti la cui mente intrappola i pensieri in nuvole di
silenzio – era satura di pensieri. La sua mente era come la sua stanza, in cui le
luci avanzavano e si ritiravano, venivano piroettando con passo leggero,
dispiegavano la coda, becchettavano lungo la via; poi tutto il suo essere,
sempre come la sua stanza, veniva inondato da una nuvola di profonda
consapevolezza, da qualche rimpianto inespresso, e lei appariva piena di
cassetti chiusi a chiave, stracolmi di lettere, proprio come i suoi stipi. Parlare
di “forzarla” come se fosse un’ostrica, usare su di lei uno strumento che non
fosse il più delicato, sottile ed elastico, era sacrilego e assurdo. Bisognava
immaginarla – eccola nello specchio. Era un inizio.
Da principio era così lontana da non poter essere vista con chiarezza.
Veniva avanti indugiando e soffermandosi, qui raddrizzando una rosa e là
sollevando un garofano per sentirne il profumo, ma senza fermarsi; per tutto
il tempo, lei diventava sempre più grande nello specchio, sempre più
completamente la persona nella cui testa si era tentato di penetrare. La si
verificava gradualmente – e gradualmente si collocavano nel suo corpo
visibile le qualità che le si erano scoperte. Ecco il suo vestito grigioverde, le
scarpe strette e affusolate, il cestino, e qualcosa di luccicante intorno al collo.
Veniva avanti così lenta che sembrava non disturbare il disegno nello
specchio, ma solo apportarvi qualche nuovo elemento che gentilmente
spostava e alterava gli altri oggetti, come se stesse chiedendo con cortesia di
farle posto. E le lettere e il tavolo e il sentiero erboso e i girasoli, che erano
stati in attesa dentro lo specchio, si divisero e aprirono in modo che lei
potesse essere ricevuta in mezzo a loro. Eccola infine nell’ingresso. Si fermò.
Era di fronte al tavolo. Perfettamente immobile. Di colpo lo specchio
cominciò a versarle addosso una luce che pareva fissarla; sembrava un acido
utile a togliere via l’inessenziale patina di superficie, lasciando solo la verità.
Era uno spettacolo straordinario. Ogni cosa le cadde di dosso – nuvole, abiti,
cestino, diamanti – tutto quello che si era chiamato vitalba e convolvolo.
Ecco emergere il solido muro sotto le piante. Ecco lei come era. Nuda in
quella luce spietata. E non c’era nient’altro. Isabella era completamente
vuota. Non aveva pensieri. Non aveva amici. Non teneva a nessuno. Quanto
alle lettere, erano solo conti. Eccola lì, vecchia e spigolosa, segnata da pieghe
e rughe, col naso arcuato e il collo grinzoso, non si prende neppure la briga di
aprirle, le lettere.
Non si dovrebbero lasciare specchi appesi nelle proprie stanze.
Il fascino di uno stagno

L’acqua doveva essere molto alta – di sicuro non se ne vedeva il fondo.


Intorno ai bordi, c’era un ciuffo di giunchi così compatto che le loro
immagini riflesse creavano un’oscurità come l’oscurità di acque veramente
profonde. A ogni modo, al centro c’era qualcosa di bianco. La grande fattoria
a un miglio di distanza era in vendita e qualche individuo zelante, o forse si
trattava dello scherzo di qualche ragazzino, aveva conficcato uno dei
manifesti con l’annuncio della vendita, inclusi cavalli, attrezzi agricoli e
vitellini, su di un pezzo di tronco a lato dello stagno. Il centro dell’acqua
rifletteva il cartello bianco e, quando il vento soffiava, il centro dello stagno
sembrava sventolare e incresparsi come un capo di bucato. Si potevano
seguire le linee dei grandi caratteri rossi con cui era stampato nell’acqua
Romford Mill. Un tocco di rosso tingeva il verde che si stendeva da una riva
all’altra.
Ma se uno sedeva fra i giunchi a osservare lo stagno – gli stagni
possiedono un curioso fascino che non si sa definire – le lettere rosse e nere,
e la carta bianca sembravano appoggiate appena in superficie, mentre al di
sotto si svolgeva una profonda vita sommersa, simile al rimuginare e
ruminare della mente. Tante, tante persone dovevano essere venute qui da
sole, negli anni e nei secoli, a immergere i propri pensieri nell’acqua, a
rivolgerle domande, come sto facendo io in questa sera d’estate. Forse era
tale la ragione del suo fascino – che conservava nelle sue acque ogni genere
di fantasie, lagnanze, confidenze non stampate né ammesse ad alta voce, ma
allo stato liquido, galleggianti l’una sull’altra, quasi disincarnate. Un pesce
poteva nuotarci in mezzo, essere tagliato in due dalla lama di una canna; o la
luna le avrebbe annientate con il suo grande disco bianco. Il fascino dello
stagno era di contenere pensieri lasciati da persone che non c’erano più e,
senza i corpi, i loro pensieri vagavano qui e là liberamente, amichevoli e
loquaci, nello stagno comune.
Di tutti quei pensieri acquatici, alcuni sembravano raccogliersi insieme,
formando persone riconoscibili – giusto per un istante. E si vedeva formato
nello stagno un viso rosso baffuto che si chinava sull’acqua per bere. Venni
qui nel 1851 dopo l’afa dell’Esposizione Universale. Vidi la regina
all’inaugurazione.1 La voce sogghignava con un che di liquido, di agevole,
come se l’uomo si fosse tolto gli stivaletti con la banda elastica laterale e
avesse deposto il cilindro sul bordo dello stagno. Signore mio, che caldo
faceva! E adesso è tutto finito, tutto in briciole naturalmente, sembravano dire
i pensieri, ondeggiando fra le canne. Io invece ero innamorata, cominciò un
altro pensiero scivolando sopra il primo in modo silenzioso e ordinato, come
pesci che non si danno fastidio fra loro. Ero una ragazza; venivamo qui dalla
fattoria (il cartello della vendita si rifletteva sulla superficie dell’acqua) in
quell’estate del 1662. I soldati non ci videro mai dalla strada. Era molto
caldo. Ci stendevamo qui. Lei giaceva nascosta fra le canne con il suo
amante, ridendo nell’acqua, scivolandovi dentro fra pensieri di amore eterno,
baci appassionati e disperazione. E io fui veramente felice, diceva un altro
pensiero, occhieggiando vivace sopra la disperazione della ragazza (che
infatti si era annegata). Venivo qui a pescare. Non prendemmo mai la carpa
gigante, ma una volta la vedemmo – il giorno in cui Nelson combatté a
Trafalgar. La vedemmo sotto il salice – parola mia – che mostro era! Dicono
che non fu mai presa. Ahimè ahimè, sospirò una voce scivolando sopra quella
del ragazzo. Una voce tanto triste doveva venire dal fondo dello stagno.
Risaliva da sotto le altre come un cucchiaio che solleva quel che c’è in una
ciotola d’acqua. Era la voce che ciascuno voleva ascoltare. Le altre fluirono
educatamente su un lato dello stagno, per ascoltare la voce che sembrava
tanto triste – di sicuro doveva conoscere la ragione di tutto ciò. Ognuna di
loro voleva sapere.
Ci si fece più vicini allo stagno e si scostarono le canne in modo che fosse
possibile vedere più giù, attraverso le immagini riflesse, attraverso i volti e le
voci, fino al fondo. Ma laggiù, oltre l’uomo che era stato all’Esposizione
Universale; oltre la ragazza che si era annegata e il giovane che aveva visto la
carpa; oltre la voce che gridava ahimè ahimè, c’era sempre qualcos’altro. Un
altro volto, un’altra voce. Un pensiero si avvicinava e copriva un altro.
Perché sebbene ci siano momenti in cui sembra che un cucchiaio stia per
sollevarci tutti, con i nostri pensieri e desideri e domande e confessioni e
disillusioni, tutti alla luce del giorno, quel cucchiaio in qualche modo scivola
sempre più giù, e così noi rifluiamo di nuovo oltre il bordo, dentro lo stagno.
E ancora una volta tutta la sua parte centrale venne ricoperta dal riflesso del
cartello che reclamizzava la vendita della fattoria di Romford Mill. Per questo
probabilmente ci piace tanto sederci a guardare dentro gli stagni.

1 Si tratta dell’Esposizione inaugurata il primo maggio 1851 dalla regina Vittoria.


(N.d.T.)
Tre quadretti

Primo quadretto

È impossibile non vedere sempre dei quadretti; perché, se mio padre era
un fabbro e il tuo un nobile, noi due siamo necessariamente l’uno per l’altro
dei quadretti. E non possiamo in alcun modo uscire dalla loro cornice,
dicendo solo qualche parola di buonsenso. Tu mi vedi appoggiato alla porta
della bottega con un ferro di cavallo in mano e subito pensi, mentre stai
passando: “Che quadretto pittoresco!” Io invece penso, vedendoti
comodamente seduto in macchina, quasi come se stessi per salutare il popolo,
che tipico quadretto della vecchia e pomposa Inghilterra aristocratica! Senza
dubbio, i nostri giudizi sono tutti e due sbagliati, ma è inevitabile che sia così.
Bene, proprio qui girato l’angolo, ho visto uno di questi quadretti.
Avrebbe potuto intitolarsi Il ritorno del marinaio o qualcosa del genere. Un
giovane e bel marinaio con la sua sacca in spalla; una ragazza al suo braccio;
vicini di casa che si affollano intorno; il giardino di una villetta radioso di
fiori; se qualcuno fosse passato, avrebbe letto come didascalia di questo
quadretto che il marinaio era tornato dalla Cina e che c’era ad aspettarlo in
salotto una bella festicciola; che lui aveva nella sacca un regalo per la
giovane moglie e che lei gli avrebbe presto dato il primo figlio. Ogni cosa era
bella e buona e come si deve, veniva fatto di pensare guardando quel
quadretto. C’era qualcosa di sano e gratificante alla vista di una tale felicità;
la vita sembrava più dolce e desiderabile che mai.
Pensavo queste cose, mentre passavo oltre, mettendo a fuoco il quadretto
più che potevo, annotando il colore del vestito di lei e quello degli occhi di
lui, e vedendo un gatto rosso che usciva furtivo dalla porta di casa.
Per qualche tempo quel quadretto rimase a galleggiare nei miei occhi,
facendo apparire le cose più vivide, calde e semplici di quanto non fossero;
altre facendole apparire invece più sciocche; altre sbagliate e altre ancora
giuste, e più che mai ricche di senso. Nei momenti più strani, quel giorno e
nel giorno successivo, quel quadretto ritornava alla mente e uno pensava con
invidia, ma in senso buono, al marinaio felice e a sua moglie; uno si chiedeva
che cosa stessero facendo o dicendo. La fantasia forniva altre immagini
scaturite dalla prima, ed ecco il quadretto del marinaio che tagliava la legna
per il fuoco, o che attingeva l’acqua; ecco quello in cui la coppia discorreva
della Cina; quello con la ragazza che aveva messo il dono ricevuto sulla
mensola del camino, dove chiunque avrebbe potuto vederlo; quello con lei
che cuciva il corredino per il piccolo, e tutte le porte e le finestre erano aperte
sul giardino, cosicché intorno gli uccelli svolazzavano e ronzavano le api, e
Rogers – questo il nome del marinaio – non sapeva dire quanto tutto ciò gli
desse piacere, dopo i mari della Cina. Mentre intanto fumava la pipa, con un
piede in giardino.

Secondo quadretto

Nel cuore della notte un grido acuto risuonò nel villaggio. Poi ci fu il
suono di qualcosa che si trascina a terra; e poi un silenzio di tomba. Tutto ciò
che si poteva vedere dalla finestra era il ramo del lillà che sporgeva fermo e
pesante oltre la strada. Era una notte calda, immobile. Niente luna. Il grido
fece sembrare sinistra ogni cosa. Chi aveva gridato? E perché? Era una voce
di donna che una specie di estrema intensità emotiva aveva reso quasi
asessuata, inespressiva. Come se la natura umana avesse urlato contro
qualche ingiustizia, un orrore inesprimibile. Ora c’era un silenzio di tomba.
Le stelle continuavano a brillare con totale noncuranza. I campi si stendevano
immoti. Gli alberi non si muovevano. Eppure tutto sembrava colpevole,
ostile, sinistro. Si sentiva che qualcosa doveva accadere. Che qualche luce
sarebbe apparsa all’improvviso, oscillando per l’agitazione. Qualcuno
sarebbe corso giù in strada. Ci sarebbero state luci alla finestra della villetta.
Poi forse un altro grido, magari meno indistinto, meno inarticolato, ma pieno
di rassegnazione, ormai in pace. Invece non apparvero luci. Non si udirono
passi. Non ci fu nessun altro grido. Il primo era stato inghiottito, e ora c’era
solo un silenzio di tomba.
Si rimase svegli nel buio, intenti all’ascolto. Era stata solo una voce. Non
c’era nulla a cui riconnetterla. Nessun quadretto di alcun genere prese forma
utile a interpretarla, a renderla comprensibile alla mente. Ma quando il buio
finalmente cominciò a diradarsi, ciò che si vide fu soltanto una scura sagoma
umana, quasi amorfa, che levava invano un gigantesco braccio contro
qualche schiacciante ingiustizia.

Terzo quadretto

Il bel tempo continuava ininterrotto. Non fosse stato per quell’unico grido
nella notte, si sarebbe potuto credere che la terra fosse giunta in porto; che la
vita avesse cessato di essere sballottata dal vento; che fosse approdata in
qualche baia tranquilla e lì stesse all’ancora, muovendosi appena, sull’acqua
calma. Tuttavia quel suono persisteva. Dovunque si andasse, fosse anche per
una lunga passeggiata su in collina, qualcosa sembrava agitarsi a disagio
sotto la superficie, rendendo la pace, la stabilità che lo circondava qualcosa
all’apparenza un po’ irreale. C’erano pecore a gruppi sul fianco della collina;
la valle si rompeva in lunghe onde affusolate, come una liscia cascata
d’acqua. Ci si imbatteva in fattorie isolate. Un cucciolo si rotolava in un
cortile. Le farfalle saltellavano sulle ginestre. Tutto era quiete e sicurezza.
Eppure, si continuava a pensare, un grido aveva lacerato l’una e l’altra; tutta
questa bellezza ne era stata complice, quella notte; aveva consentito a
rimanere calma, a rimanere ancora bella; ma in qualunque momento poteva
essere nuovamente lacerata. Tutta quella quiete, tutta quella sicurezza erano
solo in superficie.
E allora, per liberarsi da questo stato d’animo ansioso, uno si volgeva al
quadretto del marinaio tornato a casa. Lo rivedeva tutto da capo tirando fuori
vari piccoli dettagli – il colore azzurro dell’abito di lei, l’ombra che cadeva
dall’albero con i fiori gialli – che non aveva notato prima. In quel tal modo si
erano fermati sulla soglia di casa, lui con la sacca in spalla, lei che sfiorava
appena con la mano il braccio di lui. E un gatto rosso era uscito furtivo dalla
porta. Così, riandando un poco alla volta su ogni particolare di quel
quadretto, a mano a mano ci si persuadeva che fosse di gran lunga più
probabile che calma e soddisfazione e buoni propositi si celassero sotto la
superficie, invece che qualcosa di pericoloso e sinistro. Le pecore al pascolo,
le ondulazioni della valle, la fattoria, il cucciolo, le farfalle danzanti erano
quel che erano fino in fondo. E allora uno riprendeva la strada per tornare a
casa con la mente fissa al marinaio e a sua moglie, facendosi di loro un
quadretto dopo l’altro, così da poter mettere un quadretto dopo l’altro di
felicità e appagamento sopra quell’inquietudine, quel grido orrendo, fino a
schiacciarlo, riducendolo al silenzio sotto il peso di quelle immagini.
Ecco finalmente il villaggio, con il camposanto a ridosso della chiesa, che
bisognava attraversare; entrandovi, faceva capolino il consueto pensiero sulla
pace di quel luogo, con i suoi tassi ombrosi, le lapidi consumate e le tombe
senza nome. La morte qui è allegra, veniva da pensare. Proprio così, guarda
che quadretto! Un uomo stava scavando una fossa, e dei bambini facevano
merenda lì accanto, mentre lui lavorava. E mentre le badilate di terra gialla si
accumulavano, i bambini si muovevano intorno mangiando pane e
marmellata e bevendo latte da grandi tazze. La moglie del becchino, una
donna bionda e grassa, stava con la schiena appoggiata a una lapide e aveva
steso il grembiule sull’erba, accanto alla fossa aperta, perché servisse da
tovaglia per il tè. Qualche mucchietto di argilla era caduto fra piatti e tazzine.
Chi doveva essere seppellito?, domandai. Era infine morto il vecchio Mr
Dodson? “Oh no, è per il giovane Rogers, il marinaio,” rispose la donna,
fissandomi. “È morto due notti fa per una febbre esotica. Non ha sentito la
moglie? È corsa in strada urlando… Qui, Tommy, ti sei tutto sporcato di
terra!”
Che bel quadretto facevano!
Scene dalla vita di un ufficiale della Marina Britannica

Le impetuose acque del Mar Rosso scorrevano oltre l’oblò; di tanto in


tanto un delfino spiccava un salto, o un pesce volante faceva esplodere un
arco di fuoco a mezz’aria. Il capitano Brace sedeva in cabina con una carta
nautica aperta sulla vasta uniformità del tavolo davanti a lui. La sua faccia
aveva un aspetto scavato, come se un nero l’avesse intagliata ricavandola da
un tronco ben stagionato, e fosse stata levigata per cinquant’anni e fatta
asciugare al sole dei tropici; esposta al freddo e al gelo; dilavata dalle piogge
tropicali; e poi eretta come proprio idolo da folle adoranti. Aveva acquisito
insomma l’imperscrutabile espressione dell’idolo a cui per molti secoli siano
state rivolte domande senza risposta.
La cabina non aveva altri mobili che l’ampio tavolo e la sedia girevole.
Ma sulla parete alle spalle del capitano erano appesi sette o otto strumenti dal
quadrante bianco inciso di numeri e simboli verso cui si muovevano delle
sottilissime lancette, a volte così lentamente da risultare impercettibili, altre
volte con uno scatto repentino e deciso. Una qualche sostanza invisibile
veniva in tal modo suddivisa, misurata, pesata e calcolata in sette o otto modi
simultaneamente. E come la sostanza era in sé invisibile, alla stessa maniera
quel suddividere e misurare, pesare e calcolare era condotto in totale silenzio.
Non un suono doveva infrangerlo. Al centro, fra gli strumenti, pendeva la
foto di una testa femminile con tre piume di struzzo.
All’improvviso il capitano Brace fece ruotare la sedia mettendosi di fronte
a tutti i quadranti e alla foto. L’idolo aveva di colpo voltato la schiena ai suoi
supplicanti. La schiena del capitano Brace era inguainata in una giacca che
gli aderiva addosso come una pelle di serpente. Ed era altrettanto
imperscrutabile del suo viso. I supplicanti avrebbero potuto rivolgere le loro
preghiere indifferentemente all’uno o all’altra. Di colpo, dopo un lungo
esame della parete, il capitano Brace si girò di nuovo. Prese un paio di
compassi e cominciò a tracciare su un grande foglio suddiviso in quadrati un
disegno così incredibilmente elaborato e preciso che ogni tratto pareva creare
un oggetto immortale, che sarebbe durato esattamente a quel modo per
l’eternità. Il silenzio continuava intatto, perché l’impeto del mare e il pulsare
dei motori erano tanto regolari e dello stesso tono da sembrare essi stessi
silenzio, solo espresso con altri mezzi.
All’improvviso – ogni movimento, ogni suono era improvviso in
un’atmosfera di tale tensione – risuonò un gong. Tremori acuti, simili a
spasmi muscolari, scossero l’aria. Tre volte si udì quel suono. Tre volte
l’atmosfera, scossa in tal modo, fu attraversata da spasmi muscolari acuti.
L’ultimo era passato da tre secondi precisi quando il capitano si alzò. Con la
forza di un gesto automatico, premette il tampone sul disegno con una mano;
con l’altra si mise il berretto in testa. Poi marciò verso la porta; e poi giù per i
tre gradini che portavano al ponte. Ciascuna distanza da percorrere sembrava
già suddivisa in tanti diversi passaggi; e l’ultimo passo lo condusse
esattamente su una certa asse, nel posto che gli competeva davanti a
cinquecento casacche blu. Cinquecento mani destre volarono con precisione
verso le rispettive teste. Cinque secondi dopo la mano destra del capitano
volò alla sua. Ricadde dopo essersi fermata per due secondi precisi, come
ricade il segnale ferroviario quando un treno espresso è appena passato. Il
capitano Brace passò con lo stesso incedere misurato tra le file delle casacche
blu e, dietro di lui, alla distanza prevista, marciava un gruppo di ufficiali,
anch’essi ordinatamente. Ma sulla porta della sala da pranzo, il capitano si
voltò verso di loro, ricevette il saluto militare che ricambiò, e si ritirò per
pranzare da solo.
Sedeva in solitudine a tavola, come lo era stato al lavoro. Degli inservienti
che gli mettevano davanti le pietanze non aveva mai veduto altro se non le
mani guantate di bianco posare i piatti e ritirarli. Quando non portavano i
guanti bianchi, venivano licenziati. Il suo sguardo non si era mai levato più in
alto delle mani e dei piatti. In ordinata processione, carne, pane, dolce e frutta
venivano deposti davanti all’idolo. Il liquido rosso nel bicchiere del vino
calava lentamente, saliva, calava, saliva e di nuovo calava. Tutta la carne
scomparve, così il dolce e la frutta. Alla fine, prendendo un pezzo di pane
della dimensione di una palla da biliardo, il capitano lo passò sul piatto e,
dopo averlo divorato, si alzò. Adesso i suoi occhi si sollevarono fino a
guardare alla loro altezza davanti a sé. Qualunque cosa si parasse davanti – la
parete, uno specchio, una sbarra d’ottone – la trapassavano, quasi che nulla
possedesse la consistenza sufficiente a intercettarli. Così s’incamminò, come
seguendo la scia del raggio proiettato dai suoi occhi, su per una scaletta in
ferro, sempre più su, oltre vari ostacoli, fino a una piattaforma metallica su
cui era montato un cannocchiale. Quando vi accostava l’occhio, il
cannocchiale diventava immediatamente un’estensione dei suoi occhi, come
se si trattasse di un involucro di corno che si fosse sviluppato per contenere la
forza di penetrazione dello sguardo. E quando egli muoveva su e giù il
cannocchiale, sembrava che a muoversi fosse quel suo lungo occhio rivestito
di corno.
Miss Pryme

Fu la determinazione a lasciare il mondo meglio di come lo avesse trovato


– e a Wimbledon lo aveva trovato noioso, opulento, maniaco del tennis e
molto irriguardoso, distratto e poco incline a prestare la minima attenzione a
ciò che diceva o voleva lei – che indusse Miss Pryme, terza figlia di uno dei
medici di Wimbledon, a stabilirsi all’età di trentacinque anni a Rusham.
Era un paesino in malora – in parte, si diceva, perché non c’erano
omnibus; e d’inverno la strada che portava in città era inagibile; motivo per il
quale Rusham non avvertiva la pressione dell’opinione pubblica; Mr Pember,
il pastore, non portava mai un colletto pulito; mai che facesse il bagno; e non
fosse stato per Mabel, la vecchia domestica, spesso sarebbe stato troppo
impresentabile per farsi vedere in chiesa. Naturalmente sull’altare non
c’erano candele; il fonte battesimale era pieno di crepe; e Miss Pryme aveva
scoperto il parroco sgusciare via nel mezzo di una funzione per fumarsi una
sigaretta sul sagrato. I primi tre anni del suo soggiorno Miss Pryme li
trascorse a scoprire la gente a fare ciò che non doveva. I rami più alti
dell’olmo di Mr Bent strusciavano sui feretri quando risalivano la via;
andavano potati; il muro di cinta di Mr Carr si era tutto incurvato; andava
rifatto. Mrs Pye beveva; Mrs Cole conviveva, era tristemente risaputo, con un
poliziotto. Ogni volta che Miss Pryme coglieva in fallo tutte quelle persone,
assumeva un’espressione acida; si ingobbiva; e guardava di traverso con
l’aria torva la gente che incontrava; decise così di acquistare la villetta che
aveva affittato; perché di sicuro lì poteva fare del bene.
Per prima cosa affrontò la faccenda delle candele. Rinunciò alla
domestica; in tal modo risparmiò abbastanza per comprare dei grossi e lunghi
ceri da chiesa in un negozio di articoli religiosi a Londra. Il diritto di
installarli lo guadagnò lavando il pavimento della chiesa; cucendo una
tovaglia per l’altare; e vendendo il disegno di una scena dalla Dodicesima
notte per pagare la riparazione del fonte battesimale. Quindi mise il vecchio
Pember davanti alle sue candele. Lui si accese un’altra sigaretta, tenendola
fra le dita gialle di nicotina. La sua faccia e il suo corpo erano simili al ramo
di un rovo cresciuto storto, spinoso, rosso, arruffato. Borbottò che non voleva
candele. Non gli piacevano quelle usanze da papisti – mai piaciute. E si
allontanò col suo passo strascicato, per parlare dei maiali di Cropper,
fumando e dondolandosi sul cancello della fattoria. Miss Pryme attese.
Organizzò un mercatino per raccogliere fondi per rifare il tetto della chiesa.
Presenziò anche il vescovo. Ancora una volta chiese a Mr Pember delle
candele. A suo sostegno, si dice, tirò in ballo il vescovo – si dice; perché a
quel punto in paese si erano formati due partiti, che davano entrambi la
propria versione di ciò che era accaduto quando Miss Pryme si era scontrata
col pastore; alcuni avevano parteggiato per lei; altri per Mr Pember. Alcuni si
erano schierati per le candele e il rigore; altri col vecchio e caro brav’uomo e
per il lasciar vivere; Mr Pember aveva detto in tono piccato che il pastore
della parrocchia era lui; e che a lui le candele non piacevano; punto e basta.
Miss Pryme si era ritirata in casa e aveva riposto con cura il pacco con le
candele dentro un cassetto. In parrocchia non si era più fatta vedere.
Del resto il parroco era un uomo molto vecchio; bastava aspettare. Nel
frattempo, Miss Pryme andò avanti a migliorare il mondo. Nient’altro infatti
le restituiva una più acuta percezione del tempo che passa. A Wimbledon il
tempo rallentava; lì correva. Lavava tazze e posate per la prima colazione e
subito aveva moduli da compilare. Poi relazioni da stendere. Poi c’era da
affiggere un cartello a un palo del giardino. E poi ancora c’era qualche visita
da fare. Sedette una notte dopo l’altra al capezzale del vecchio Malthouse
ormai moribondo, risparmiando ai suoi parenti molti fastidi. A poco a poco
una nuova e piacevolissima sensazione cominciò a spingere e scorrere nelle
sue vene. Era meglio dell’amore coniugale; meglio dei figli; era il potere di
migliorare il mondo; potere sugli infermi; sugli analfabeti; sugli alcolizzati. A
poco a poco, quando percorreva le strade del paese con la sua cesta, o entrava
in chiesa con la scopa, era come accompagnata da una seconda Miss Pryme,
più grande, più bella, più radiosa e notevole della prima; anzi, rassomigliava
abbastanza a Florence Nightingale; e prima che cinque anni fossero trascorsi,
le due donne divennero una sola e identica persona.
Ritratti

In attesa del déjeuner

Quando i colibrì cinguettarono striduli fra le campanule; quando i grandi


elefanti dalle zampe squadrate sciaguattarono nel fango; quando l’uomo
primitivo dagli occhi ferini si staccò dal canneto nella sua canoa; quando la
donna persiana strappò un pidocchio dai capelli del figlio; quando le zebre
galopparono all’orizzonte, accoppiandosi in selvaggi arabeschi; quando la
cupola nero-azzurra del cielo risuonò del tap-tap-tap del becco di un
avvoltoio su una carcassa che aveva un po’ di carne e solo mezza coda –
Monsieur e Madame Louvois non videro né udirono nulla.
Quando il cameriere con la sua camicia stropicciata, la giacca lucida, il
grembiule legato in vita e i capelli tirati all’indietro si sputò sulle mani e poi
strofinò il piatto per evitarsi la fatica di sciacquarlo; quando i passeri si
radunarono in strada su una chiazza di letame; quando le sbarre di ferro del
passaggio a livello si abbassarono; e il traffico si coagulò; un camion con tubi
d’acciaio; un altro con cassette di arance; parecchie automobili; un carretto
trainato da un asino; quando un vecchio infilzò un sacchetto di carta ai
giardini pubblici; quando le luci scintillarono sul cinema, annunciando
l’ultimo film sulla giungla; quando le nuvole grigio-azzurre dell’emisfero
settentrionale lasciarono brillare per un istante una chiazza dello stesso colore
sulle acque della Senna – Monsieur e Madame Louvois fissarono il vasetto
della senape e l’oliera; e la crepa gialla nel piano di marmo del tavolo.
Il colibrì fece il suo verso stridulo; le sbarre si aprirono; i camion fecero
un balzo in avanti; e negli occhi di Monsieur e Madame Louvois si accese
una luce; perché il cameriere dai capelli tirati all’indietro gli aveva sbattuto
davanti, sul tavolo col piano di marmo, un piatto di trippa.
Una donna francese in treno

Decisamente garrula, ciondolante, aspirando come un tapiro le foglie


carnose e più interne delle verze; grufolando fra le verdure; persino in una
carrozza di terza classe, avida di qualche succulento pettegolezzo… Madame
Alphonse disse alla sua cuoca… con gli orecchini che sventolavano come
fossero ai lobi di un qualche mostruoso pachiderma. Un sibilo con un filo di
saliva le esce dai denti davanti, divenuti gialli e smussati a furia di masticare
coste di verza. E per tutto il tempo, dietro la sua testa che ciondola e dietro la
saliva che sgocciola, si irraggiano le grigie olive della Provenza, ormai
mature, dando luogo a uno sfondo rugoso di rami contorti e contadini ricurvi.
A Londra, in una carrozza di terza classe, su uno scenario di muri grigi
con affissi splendenti manifesti pubblicitari, starebbe passando da Clapham
diretta a Highgate per rinnovare la coroncina di fiori in maiolica sulla tomba
del marito. Lì a Clapham Junction siede nel suo angolo, con una borsa nera
sulle ginocchia; nella borsa ha una copia del Mail; con una foto delle
principesse – in quella sua borsa che profuma di arrosto freddo, sottaceti,
tendine foderate, campane domenicali e richiami del vicario.
Qui lei regge la tradizione sulle sue grandi spalle dondolanti; e anche
quando la bocca le cola, e i suoi occhietti da cinghiale le luccicano, si sente il
gracidare delle rane nel campo di tulipani; il mormorio del Mediterraneo che
lambisce la sabbia; e la lingua di Molière. Qui il collo taurino regge canestri
d’uva; attraverso lo sferragliare del treno giunge il chiasso del mercato; un
montone imbizzarrito, uomini che lo domano; anatre in gabbie di vimini;
cornetti gelato; garze stese sui formaggi; sul burro; uomini che giocano a
bocce sotto un platano; una fontana; l’odore acre nell’angolo in cui i
contadini obbediscono apertamente agli imperativi della natura.

Ritratto 3

E a me sembrò, mentre sedevo nel cortile di una locanda francese, che il


segreto dell’esistenza non fosse che lo scheletro di un pipistrello
nell’armadio; e il mistero nient’altro che la trama di una ragnatela; talmente
solida appariva quella donna. Era seduta al sole. Non portava il cappello. La
luce la trafiggeva. Niente ombre. La faccia era gialla e rossa; tonda; un frutto
sopra un corpo; un’altra mela, solo che non stava in un piatto. I suoi seni si
erano formati sul corpo, sotto la blusa, sodi come mele.
La osservai. La sua pelle rabbrividì, come se una mosca vi si fosse posata.
Passò qualcuno; vidi brillare i suoi occhi che erano foglie sottili di un melo. E
la sua grossolanità, la sua natura crudele, era come la corteccia ruvida dei
licheni; lei era eterna e aveva completamente risolto il problema della vita.

Ritratto 4

Lo aveva portato da Harrods e alla National Gallery perché doveva


comprare delle camicie, prima di tornare a Rugby a farsi una cultura. Non si
era lavato i denti. E adesso lei doveva riflettere seriamente, mentre sedevano
nel ristorante che lo zio Hal aveva suggerito se volevano un posticino non
proprio a buon mercato ma neppure troppo caro, su cosa avrebbe dovuto
dirgli prima che lui tornasse a Rugby… Impiegarono molto tempo a portare
gli antipasti… Lei ricordava di essere venuta a cena in quel posto con un
ragazzo rossiccio, prima della guerra. Era stato un suo ammiratore, senza
però arrivare a chiederle di sposarlo… E tuttavia, come fare a spiegarglielo
che lei era simile a suo padre? Anche lei era una vedova; quello che poi
aveva sposato era stato ucciso; e come fare a dirgli di lavarsi i denti? Gradiva
del minestrone? Sì. E dopo? Una Wiener schnitzel? Del poulet Marengo?
Quello con i funghi? Sono freschi?… Ma dovrei dirgli qualcosa che possa
tenere a mente, che gli sia di aiuto nei momenti, come dire?, di tentazione.
“Mia madre…” Quanto tempo ci mettono! Ecco gli antipasti al tavolo
accanto, ma le sardine sono già finite…
George sedeva in silenzio; guardando con gli occhi di una carpa che, dopo
essere rimasta in profondità durante l’inverno, nuota a pelo d’acqua e vede,
oltre il bordo della caraffa di Soho, mosche che danzano, e gambe di ragazze.

Ritratto 5

“Sono una di quelle persone,” disse guardando con segreto


compiacimento la mezzaluna ancora consistente di torta bianca alle meringhe,
cui aveva dato solo un morso, “che hanno una sensibilità esasperata.”
E qui, con la forchetta da dolce a mezza strada verso la bocca, riuscì
comunque a passare la mano sulla pelliccia, quasi a suggerire la materna,
sororale, coniugale tenerezza con cui, anche se ci fosse stato da accarezzare
soltanto un gatto nella stanza, lei lo avrebbe accarezzato. Quindi lasciò cadere
un’altra goccia dalla boccetta di profumo che si portava dietro in una
ghiandola della guancia con cui addolcire le talvolta maleodoranti esalazioni
del suo carattere non molto apprezzato, poi aggiunse:
“All’ospedale i soldati mi chiamavano mammina,” e guardò l’amica di
fronte a lei, quasi si aspettasse da parte sua una conferma o una smentita del
ritratto che aveva delineato, ma poiché ci fu silenzio, infilzò l’ultimo pezzetto
di torta alle meringhe e lo inghiottì, come se solo dagli oggetti inanimati
ricevesse quel tributo che l’egocentrismo dell’umanità le negava.

Ritratto 6

Per me è veramente dura – io che sarei dovuto nascere negli anni ottanta,
qui mi sento un po’ un reietto. Non posso nemmeno portare una rosa
all’occhiello, come si conviene. Dovrei portare un bastone da passeggio,
come mio padre; invece della tuba, devo mettermi un cappello di feltro con la
piega, anche quando passeggio per Bond Street. Tuttavia amo sempre, se
ancora si usa la parola, la buona società con le sue gradazioni come uno di
quei gelati avvolti nella carta crespa – benché si dica che gli italiani a Bethnal
Green se li tengano sotto il letto. E adoro Oscar1 con il suo senso
dell’umorismo; e la signora con le labbra rosse in piedi sopra una pelle di
tigre su un pavimento scivoloso – la bocca della tigre è spalancata. “Ma lei si
pitta!” (così diceva mia madre), che naturalmente era un riferimento alle
donne in mostra su Piccadilly. Quello era il mio mondo. Adesso tutti si
pittano. Tutto è di un bianco zuccheroso, perfino le case in Bond Street, fatte
di cemento con rifiniture d’acciaio.
Invece a me piacciono le cose tranquille; una veduta di Venezia; delle
ragazze su un ponte; un uomo che pesca; la calma domenicale; magari un
giro in barca. Adesso devo andare col prossimo bus a prendere il tè con zia
Mabel in Addison Road. La sua casa conserva qualcosa di quel che intendo
io; per esempio, il simbolo col capro sdraiato al sole sul marciapiede; il
vecchio, raffinato e aristocratico simbolo del capro; e i cocchieri con le
insegne di caccia dei Rothschild sul frustino; e un giovanotto come me seduto
a cassetta accanto al conducente.
Ma eccole, arrivano brandendo rami di frassino perfino a Piccadilly;
alcune senza cappello; tutte truccate. E virtuose; serie; così disperati sono i
giovani d’oggi, guidando le loro macchine veloci verso la rivoluzione. Ti
posso assicurare che le clematidi nel Surrey puzzano di benzina.2 E guarda
qui all’angolo; mattoni rossi e rosati che rendono l’anima in uno sbuffo di
polvere. A nessuno importa un accidente, a parte il sottoscritto – e a parte lo
zio Edwin e la zia Mabel. Contro questi orrori, essi tengono alta la loro
piccola fiamma; visto che non lo possiamo fare noi che siamo in pieno
sbandamento, e che precipitiamo mentre anche il vecchio lampadario di casa
ci cade in testa. Lo dico sempre che chiunque è bravo a rompere un piatto; ma
quel che ammiro davvero è la vecchia ceramica riparata.

Ritratto 7

Sì, ho conosciuto Vernon Lee.3 Del resto, avevamo una villa vicina. Di
solito ero in piedi per la prima colazione. Andavo nei musei prima che ci
fosse folla. Sono una devota di ciò che è bello… No, io personalmente non
dipingo; ma forse in questo modo l’arte si apprezza meglio. Gli artisti sono
così limitati; e al giorno d’oggi poi fanno una vita così sfrenata. Ricorda che
Frate Angelico si diceva che dipingesse in ginocchio. Ma come stavo
dicendo, sì ho conosciuto Vernon Lee. Aveva una villa. E noi una accanto.
Una di quelle ville ricoperte di glicine – qualcosa di simile al nostro lillà, ma
meglio – e con tanti alberi di Giuda. Oh, ma perché si deve vivere a
Kensington? Perché non in Italia? A me sembra sempre di vivere a Firenze –
almeno in spirito. E non pensi che si viva in spirito – la nostra vera vita?
D’altronde io sono una di quelle persone che hanno bisogno di bellezza, sia
pure soltanto una pietra o un vaso – non so spiegarlo. A ogni modo, a Firenze
si incontrano persone che amano la bellezza. Abbiamo conosciuto un principe
russo; e a un ricevimento anche un uomo molto famoso di cui mi sfugge il
nome. E un giorno, mentre ero ferma in strada, davanti alla nostra villa, è
passata una vecchietta con un cane al guinzaglio. Probabilmente era Ouida.4
O era Vernon Lee? Non le ho mai parlato. Ma in un certo senso, quello vero,
io che amo la bellezza ho sempre sentito che sì, ho conosciuto Vernon Lee.
Ritratto 8

“Appartengo alla gente semplice, che magari è all’antica, ma crede nelle


cose che durano – l’amore, l’onore, il patriottismo. E credo anche, e non mi
vergogno a confessarlo, che si debba amare la propria moglie.”
Sì, il detto Nihil humanum ti cade spesso dalle labbra. Ma attenzione a non
parlare troppo sovente in latino. Perché tu devi fare quattrini – in primo luogo
per avere di che vivere; e poi per avere dove sederti: su mobili in stile regina
Anna; perlopiù copie.
“Non sono fra i più intelligenti. Ma una cosa che mi riguarda posso dirla –
ho del sangue nelle vene. Sono a casa mia col prete e col proprietario del pub.
Vado al pub e gioco a freccette con gli altri.”
Sì, sei l’uomo medio; quello che sta in mezzo; in doppiopetto a Londra;
col tweed in campagna. Shakespeare e Wordsworth per te sono tutti e due
“Bill”.
“Coloro che devo dire non sopporto sono quei poveracci senza sangue
nelle vene che vivono nei…”
Nei quartieri alti o nei bassifondi. Tu sei tutto per lo stare in mezzo, per le
vie di mezzo.
“E ho la mia famiglia…”
Sì, sei parecchio prolifico. Sei dappertutto. Quando si passeggia nell’orto,
che cosa si trova sotto il cavolo? L’uomo medio. L’uomo medio che infetta il
gregge. Anche la luna cade sotto la tua influenza. Che è quella di spargere la
nebbiolina intorno. Con la tua monotonia riesci ad appannare e rendere
visibile persino il filo d’argento (scusa l’espressione) della stessa falce in
cielo. E domando ai gabbiani che schiamazzano su spiagge desolate e ai
braccianti che tornano a casa dalle proprie mogli, cosa sarà di noi, uccelli,
uomini e donne, se l’uomo medio l’avrà vinta, e ci sarà solo un sesso medio,
e non amanti né amici?
“Sì, appartengo alla gente semplice, che forse è all’antica, ma crede, e non
si vergogna ad ammetterlo, che si debba amare il prossimo.”

1 Virginia Woolf si riferisce a Oscar Wilde (1854-1900). (N.d.T.)

2 L’Autrice fa un gioco di parole: la clematide vitalba, in inglese, si chiama anche


“traveller’s joy”, cioè letteralmente il “piacere del viaggiatore”. (N.d.T.)

3 Pseudonimo di Violet Paget (1856-1935) scrittrice inglese che ha a lungo vissuto


a Firenze, dove è morta. (N.d.T.)
4 Pseudonimo di Marie Louise de la Ramée (1839-1908), scrittrice popolare
inglese che ha vissuto quasi sempre in Italia. (N.d.T.)
Zio Vanja

“Non vedono forse al di là di ogni cosa – i russi? tutti i piccoli


travestimenti che abbiamo messo su? Fiori contro la decomposizione; l’oro e
i velluti contro la povertà; i ciliegi, i meli – vedono anche oltre questi,”
pensava durante lo spettacolo. Poi risuonò uno sparo.
“Ecco, gli ha sparato. Per fortuna. Però lo ha mancato! Il vecchio
mascalzone con i baffi tinti e il pastrano a quadri non si è fatto niente…
Comunque ha cercato di sparargli; di colpo si è alzato in piedi, è risalito sulle
scale barcollando e ha tirato fuori la pistola. Ha premuto il grilletto. La
pallottola è finita nella parete; o forse in una gamba del tavolo. A ogni modo,
non è successo niente. Dimentichiamo tutto, caro Vanja. Torniamo amici
come in passato, sta dicendo… Adesso se ne sono andati. Adesso si sentono
le campanelle dei cavalli tintinnare in lontananza. E questo vale anche per
noi?” si disse appoggiando il mento alla mano e guardando la ragazza sul
palcoscenico. “Sentiamo anche noi le campanelle dei cavalli svanire giù in
strada?” si domandò pensando ai taxi e agli omnibus in Sloane Street, dato
che loro abitavano in uno dei grandi edifici di Cadogan Square.
“Avremo riposo,”1 stava dicendo ora la ragazza, mentre stringeva zio
Vanja tra le braccia. “Avremo riposo,” diceva. Le sue parole erano come
gocce che cadono – una goccia, poi un’altra. “Avremo riposo,” disse ancora.
“Avremo riposo, zio Vanja.” Scese il sipario.
“Quanto a noi,” disse lei mentre il marito la aiutava con il mantello, “non
abbiamo neppure caricato la pistola. Non siamo neanche stanchi.”
Rimasero fermi, in piedi nella loro fila, mentre suonava l’inno Dio salvi il
Re.
“Non sono un po’ morbosi, i russi?” disse infilando il braccio sotto quello
di lui.
1 È la battuta finale di Zio Vanja, la commedia di Anton Čechov. L’Autrice la vide
in scena a Londra nel febbraio 1937. (N.d.T.)
La duchessa e il gioielliere

Oliver Bacon viveva all’ultimo piano di una casa affacciata su Green


Park. Aveva un appartamento; con sedie che occupavano gli angoli – sedie
rivestite di cuoio. E con sofà che riempivano i vani delle finestre – sofà
rivestiti di tessuto. Le finestre, le tre lunghe finestre avevano la loro
appropriata razione di tendine discrete e raso damascato. La credenza di
mogano era sufficientemente piena dei migliori brandy, whisky e liquori vari.
E dalla finestra centrale poteva vedere gli scintillanti tettucci delle automobili
alla moda, pigiate nelle stradine di Piccadilly. Impossibile immaginare una
posizione più centrale. Alle otto del mattino si faceva servire su un vassoio la
prima colazione da un domestico; il quale gli portava anche la vestaglia
cremisi; lui intanto apriva la posta con le sue unghie lunghe e appuntite,
estraendo dalle buste biglietti di invito bianchi e spessi, su cui spiccavano in
rilievo nomi di duchesse, contesse, viscontesse e nobildonne. Poi si lavava;
mangiava il suo pane tostato; e leggeva il giornale al bel calore del camino
elettrico.
“Eccoti qui, Oliver,” diceva fra sé. “Tu che hai cominciato la vita in una
sudicia viuzza, tu che…” e si guardava le gambe ben modellate nei pantaloni
perfetti; e poi gli stivali; e le ghette. Tutto calzava a pennello e splendeva;
tagliato nella stoffa migliore dalle migliori forbici di Savile Row.1 Ma non di
rado si toglieva di dosso i suoi panni per ridiventare il ragazzino di un’oscura
viuzza. Una volta aveva pensato che fosse quello l’apice delle sue aspirazioni
– vendere a Whitechapel cagnolini rubati alle signore eleganti. E una volta
era stato scoperto. “Oddio, Oliver,” si era lamentata la madre, “quando
metterai giudizio, figlio mio?” Poi era diventato commesso; aveva venduto
orologi da quattro soldi; e poi aveva portato un portafogli ad Amsterdam…
Quel ricordo lo faceva ridere sotto i baffi – il vecchio Oliver che ripensava al
giovane Oliver. Sì, gli era andata bene con i tre diamanti; e c’era stata anche
la provvigione sullo smeraldo. In seguito aveva messo piede nel retro delle
botteghe di Hatton Garden;2 nelle stanze coi bilancini, le casseforti, le lenti
d’ingrandimento. E poi… e poi… Ridacchiò. Quando, nelle calde serate,
passava fra i crocchi di gioiellieri che discutevano di prezzi, miniere d’oro,
diamanti e notizie dal Sudafrica, c’era sempre uno di quelli che indicava la
forma del suo naso, mormorando “Hmmm”, mentre lui passava. Non era che
un mormorio, nient’altro che un colpetto di gomito, un dito sul naso, un
brusio che attraversava il crocchio dei gioiellieri, in un caldo pomeriggio a
Hatton Garden – tanti anni fa ormai! Ma ancora adesso Oliver poteva sentire
quel fremito lungo la spina dorsale, e le gomitate, e i mormorii che volevano
dire: “Guardatelo lì – il giovane Oliver, il giovane gioielliere – eccolo che
passa.” Giovane lo era, a quel tempo. Ed era sempre più vestito bene; ed ebbe
prima una carrozza e poi una macchina; e se da principio andava su nel
loggione, poi andò giù in platea. Prese una villa a Richmond che affacciava
sul fiume, con pergolati di rose rosse; e Mademoiselle aveva l’abitudine di
coglierne una ogni mattina e mettergliela all’occhiello.
“Già,” disse Oliver Bacon alzandosi e stiracchiando le gambe. “Già…”
Si fermò sotto il ritratto di un’anziana signora sul caminetto e sollevò le
mani. “Ho mantenuto la parola,” disse giungendo le mani palmo contro
palmo, come se stesse rendendo omaggio alla donna. “Ho vinto la mia
scommessa.” Era vero; era diventato il gioielliere più ricco d’Inghilterra;
tuttavia il suo naso lungo e curvo come la proboscide di un elefante sembrava
dire con un curioso fremito delle narici (ma era come se tutto il naso
fremesse, non solo le narici) che non era ancora soddisfatto; che ancora
poteva fiutare qualcosa sotto terra un poco oltre. Immaginate un maiale
gigantesco in un pascolo ricco di tartufi; dopo avere dissotterrato questo o
quel tartufo, ne fiuta uno più grande, più nero, un po’ più avanti sotto terra. In
tal modo Oliver sniffava nel terreno fertile di Mayfair un nuovo tartufo, più
grande e più nero e un poco più in là.
Raddrizzò la perla che fermava la cravatta e si avvolse nell’elegante
cappotto blu; prese i guanti gialli e il bastone da passeggio; scese le scale
dondolando e un po’ annusò l’aria, un po’ sospirò col suo naso lungo e
tagliente, mentre usciva su Piccadilly. Non era forse ancora un uomo triste,
insoddisfatto, un uomo in cerca di qualcosa di nascosto, benché avesse vinto
la propria scommessa?
Camminava dondolando lievemente, simile a un cammello in uno zoo, che
oscilla da una parte all’altra quando cammina sui sentieri asfaltati, pieni di
venditori con le loro mogli, intenti a mangiare da sacchetti di carta e a gettare
a terra pezzetti di stagnola stropicciata. Il cammello disprezza quei venditori;
il cammello è insoddisfatto della sua sorte; il cammello vede solo un lago
azzurro e di fronte a quello un ciuffo di palme. Alla stessa maniera, il grande
gioielliere, il più grande gioielliere del mondo percorse dondolando
Piccadilly, perfettamente abbigliato, con guanti e bastone, ma ancora
insoddisfatto, finché non raggiunse quel buio negozietto famoso in Francia,
in Germania, in Austria, in Italia e in tutta l’America – il buio negozietto
dietro Bond Street.
Come di consueto, attraversò il locale in silenzio, benché i quattro uomini,
due anziani, Marshall e Spencer, e due giovani, Hammond e Wicks, stessero
dritti dietro il banco a guardarlo e invidiarlo mentre passava. Solo agitando
un dito del guanto color dell’ambra, mostrò di accorgersi della loro presenza.
Entrò nella sua stanza privata, chiudendosi dietro la porta.
Poi aprì la grata che sbarrava la finestra. Il vocio di Bond Street penetrò
nella stanza, insieme al rombo del traffico, in lontananza. Le luci dei riflettori
sul retro del negozio piovvero dall’alto. Poiché era giugno, un albero agitò le
sue ancora poche foglie verdi. Peccato che Mademoiselle avesse sposato Mr
Pedder della birreria locale – adesso nessuno gli infilava più una rosa
all’occhiello.
“Già,” un po’ sospirò e un po’ grugnì, “già…”
Poi toccò una molla nel muro e un pannello muovendosi lentamente si
aprì, e dietro c’erano le casseforti, cinque, no, sei, tutte in acciaio brunito.
Girò una chiave; ne aprì una; poi un’altra. Ognuna di esse era foderata di
velluto rosso scuro; su ognuna erano adagiati dei gioielli – bracciali, collane,
anelli, tiare, diademi ducali; pietre sciolte, dentro conchiglie di vetro; rubini,
smeraldi, perle, diamanti. Tutti al sicuro, scintillanti, gelidi anche se ardevano
in eterno della luce che essi contenevano.
“Lacrime!” disse Oliver guardando le perle.
“Gocce di sangue!” disse ancora, guardando i rubini.
“Polvere da sparo!” continuò scuotendo i diamanti così che essi
lampeggiarono splendidi.
“Abbastanza polvere da sparo per far saltare in aria Mayfair – su fino in
cielo e ancora più su!” Gettò indietro la testa e, mentre lo diceva, fece un
verso come un cavallo che nitrisce.
Il telefono sul tavolo squillò ossequiosamente, con un tono basso e
ovattato. Lui chiuse la cassaforte.
“Fra dieci minuti,” disse. “Non prima.” Sedette alla scrivania e guardò le
teste degli imperatori romani incise sui gemelli da polso. E di nuovo si tolse
di dosso i suoi panni e ridivenne ancora una volta il ragazzino che giocava a
biglie nel vicolo, dove la domenica si vendevano cani rubati. Ridivenne quel
ragazzino scaltro e astuto, con le labbra come ciliegie bagnate. Ficcò le dita
in mezzo a collane di trippa; le immerse in padelle di pesce fritto; sgattaiolò
in mezzo alla folla. Era mingherlino, agile, con gli occhi che colpivano come
pietre. E adesso – adesso – le lancette dell’orologio ticchettavano. Una, due,
tre, quattro volte… La duchessa di Lambourne attendeva il suo turno; la
duchessa di Lambourne, figlia di un centinaio di conti. Avrebbe atteso per
dieci minuti su una sedia, al banco. Avrebbe atteso i suoi comodi. Avrebbe
atteso finché lui non fosse stato pronto a riceverla. Guardò l’orologio
nell’astuccio in pelle di zigrino. Le lancette si mossero. A ogni ticchettio
l’orologio gli offriva – così gli sembrava – del pâté de foie gras, una coppa di
champagne, un bicchiere di ottimo brandy, un sigaro del valore di più di una
sterlina. L’orologio stendeva tutto questo sul tavolo davanti a lui, mentre i
dieci minuti passavano. Poi sentì avvicinarsi dei passi lenti e leggeri; un
fruscio nel corridoio. La porta si aprì. Mr Hammond si appiattì contro il
muro.
“Sua Grazia!” annunciò.
E aspettò in quel modo, appiattito contro il muro.
Alzandosi, Oliver poté sentire il fruscio dell’abito della duchessa, mentre
percorreva il corridoio. Poi la donna comparve, riempiendo il vano della
porta, riempiendo la stanza intera con il profumo, il prestigio, l’arroganza, il
fasto e l’orgoglio di tutti i duchi e le duchesse a formare un’unica onda. E
simile a un’onda, anche lei si infranse non appena si sedette, dilagando,
spruzzando e rovesciandosi su Oliver Bacon, il grande gioielliere,
ricoprendolo di colori vivaci e brillanti, verde, rosa, violetto; e di odori; e di
iridescenze; e con raggi di luce che le sue dita irradiavano, le sue piume
facevano fremere e gli abiti di seta risplendere; del resto, lei era grossa,
grassa, avviluppata e stretta dentro il taffetà rosa, e aveva ormai passato il
fiore degli anni. Come un ombrellino da sole con molte gale, come un pavone
con tante piume, chiude il primo le gale mentre il secondo ripiega le piume,
così lei si raccolse e chiuse in sé, sprofondando nella poltrona di pelle.
“Buon giorno, Mr Bacon,” disse la duchessa, estraendo la mano dalla
fessura del suo guanto bianco. Oliver si chinò profondamente, per
stringergliela. E non appena le loro mani si furono sfiorate, ancora una volta
il loro vincolo si rinsaldò. Erano amici; ma anche nemici; lui dava gli ordini,
ma li dava pure lei; l’uno ingannava l’altra, l’uno avevo bisogno dell’altra,
l’uno temeva l’altra, entrambi sentivano e sapevano tutto ciò ogni qualvolta si
sfioravano le mani in quella stanzetta sul retro, con la luce bianca che veniva
dall’esterno, l’albero dalle poche foglie, i rumori della strada in lontananza, e
le casseforti dietro di loro.
“E oggi, duchessa, cosa posso fare per lei oggi?” disse Oliver con molta
delicatezza.
La duchessa gli aprì il suo cuore, il cuore più segreto, glielo spalancò. Con
un sospiro, ma senza pronunciare una parola, estrasse dalla borsetta un lungo
astuccio di pelle lavabile – sembrava un sottile furetto giallo. E da una fessura
nella pancia del furetto fece cadere delle perle – dieci. Rotolarono
dall’apertura nella pancia del furetto – una, due, tre, quattro – come le uova di
un uccello fantastico.
“È tutto quello che mi rimane, Mr Bacon,” gemette. Cinque, sei, sette
perle – vennero giù, giù lungo i pendii scoscesi di quella vasta montagna che
era lei, terminando nell’angusta vallata fra le sue ginocchia – e poi l’ottava, la
nona e la decima. E lì giacquero nello splendore del taffetà color pesca. Dieci
perle.
“Vengono dal crocefisso degli Appleby,” mormorò con aria luttuosa.
“Sono le ultime… le ultime di tutto.”
Oliver si protese in avanti e prese una delle perle fra indice e pollice. Era
tonda, lucida. Ma era vera o falsa? Stava mentendo di nuovo? Avrebbe osato
farlo?
La duchessa mise il suo dito gonfio, grassoccio, sulle labbra. “Se lo
sapesse il duca…” sospirò. “Mio caro Mr Bacon, un colpo di sfortuna…”
Era stata di nuovo al tavolo da gioco, non è vero?
“Quel mascalzone! Quel furbastro!” sibilò.
Quell’uomo con lo zigomo sfregiato? Era un poco di buono. E il duca era
rigido come un pezzo di ferro; con quelle sue basette; le avrebbe tagliato i
fondi, l’avrebbe rinchiusa se solo avesse saputo – quel che so io, pensò
Oliver, lanciando un’occhiata alla cassaforte.
“Arminta, Dafne, Diana,” gemeva la duchessa. “Lo faccio per loro.”
Le signorine Arminta, Dafne, Diana – erano le figlie. Lui le conosceva; le
apprezzava. Ma era Diana quella che amava.
“Lei conosce tutti i miei segreti,” lo guardò con malizia. Le vennero le
lacrime; e qualcuna cadde; lacrime simili a diamanti, che raccoglievano cipria
scorrendo fra le rughe delle sue guance di ciliegio in boccio.
“Mio caro, caro amico,” mormorò.
“Caro amico,” ripeté lui, “caro amico,” come se assaporasse le parole.
“Quanto vuole?” chiese il gioielliere.
Lei coprì le perle con una mano.
“Ventimila,” bisbigliò.
Ma era vera o falsa, quella che lui teneva in mano? Il crocefisso degli
Appleby – non se lo era già venduto? Avrebbe suonato il campanello per
chiamare Hammond o Spencer. “Prendete e controllate questa perla,” avrebbe
detto. Si allungò verso il campanello.
“Verrà da noi domani?” disse lei interrompendolo ansiosa. “Ci saranno il
primo ministro – sua altezza reale…” Si interruppe. “E Diana,” aggiunse.
Oliver staccò la mano dal campanello.
Guardò al di là di lei, verso il retro delle case di Bond Street. Ma vide non
quelle case, bensì un fiume in piena; con trote e salmoni che vi saltavano; e il
primo ministro; e anche se stesso; in panciotto bianco; e poi Diana. Abbassò
lo sguardo sulla perla che aveva in mano. Come poteva controllarla, alla luce
del fiume, alla luce degli occhi di Diana? Gli occhi della duchessa erano
fermi su di lui.
“Ventimila,” gemette. “Il mio onore!”
L’onore della madre di Diana! Si avvicinò il libretto degli assegni,
estrasse la penna.
“Venti” scrisse. Poi smise di scrivere. Gli occhi dell’anziana donna nel
quadro lo fissavano – gli occhi di un’anziana, sua madre.
“Oliver!” ammoniva. “Sei in te? Non essere sciocco!”
“Oliver!” supplicò la duchessa – adesso era diventato Oliver, non più Mr
Bacon. “Verrà per tutto il weekend?”
Solo, nei boschi, con Diana! A cavallo, da solo, nei boschi, con Diana!
“Mila” aggiunse sull’assegno, e firmò.
“Ecco qua,” disse.
E allora, mentre lei si alzava, si riaprirono tutte le gale dell’ombrellino da
sole e le piume del pavone, la magnificenza dell’onda, e le spade e le lance di
Agincourt. E i due anziani e i due giovani, Spencer e Marshall, Wicks e
Hammond, si appiattirono dietro il banco, invidiandolo mentre lui
accompagnava la duchessa attraverso il negozio fino alla porta. Lui agitò il
suo guanto giallo davanti a loro e lei conservò l’onore – un assegno di
ventimila sterline con la sua firma – ben stretto nelle mani.
“Sono false o vere?” si chiese Oliver, chiudendo la porta della stanza.
Eccole, dieci perle sulla carta assorbente del tavolo. Le portò alla finestra. Le
mise sotto la lente, alla luce… Era dunque questo il tartufo scavato sotto
terra! Marcio fino in fondo – marcio fino al midollo!
“Oh mamma, perdonami,” sospirò alzando le mani come a chiedere scusa
all’anziana donna del quadro. E di nuovo fu quel ragazzino nel vicolo dove la
domenica vendevano cani.
“Perché,” mormorò congiungendo il palmo delle mani, “dovrà essere un
lungo weekend.”

1 È la strada di Londra con le migliori sartorie tradizionali. (N.d.T.)

2 La via dei gioiellieri. (N.d.T.)


La partita di caccia

Entrò e mise la valigia sulla rete in alto, con una coppia di fagiani sopra.
Poi sedette nell’angolo. Il treno sferragliava attraverso la pianura e la nebbia,
che era penetrata dentro quando lei aveva aperto lo sportello, pareva
ingrandire lo scompartimento e allontanare l’uno dall’altro i quattro
passeggeri. Ovviamente M.M. – queste le iniziali sulla valigia – aveva speso
il weekend in una partita di caccia, ovviamente perché adesso, rannicchiata
nel suo angolo, stava ripercorrendo la storia. Non aveva chiuso gli occhi. Ma
era chiaro che non stava vedendo l’uomo che le era di fronte né la foto
ritoccata a colori della Cattedrale di York. Doveva anche aver ascoltato
quello che gli altri dicevano perché, anche se teneva lo sguardo fisso,
muoveva le labbra. E di tanto in tanto sorrideva. Era bella; come una rosa
centifoglia; una mela renetta; tutta fulva; ma con una cicatrice sulla mascella
– una cicatrice che si allungava quando sorrideva. Dato che stava
ripercorrendo la storia, doveva dunque essere stata ospite laggiù, e tuttavia,
per la maniera fuori moda in cui era vestita, come le donne vestivano anni
prima nelle immagini dei servizi sui giornali dedicati al tempo libero, non
aveva affatto l’aspetto di un’ospite, ma neanche quello di una cameriera. Se
avesse avuto con sé un cestino, avrebbe potuto essere una donna che alleva
fox terrier; o la proprietaria di un gatto siamese; o qualcuno che aveva a che
fare con cani da caccia e cavalli. Ma aveva con sé solo una valigia e i fagiani.
In qualche modo, quindi, doveva essersi insinuata nella stanza che ora le
appariva oltre l’imbottitura dello scompartimento, oltre la testa calva
dell’uomo di fronte e l’immagine della Cattedrale di York. E doveva aver
ascoltato quello che stavano dicendo perché adesso, come chi imita il verso
che fa qualcun altro, emetteva un breve suono dal fondo della gola: “Chk.
Chk.” E sorrideva.
“Chk,” disse Miss Antonia, sistemandosi gli occhiali sul naso. Sulle alte
finestre della galleria, cadevano foglie umide, una o due, a forma di pesce,
rimanendo attaccate ai vetri, come un intarsio di legno scuro. Poi gli alberi
nel parco rabbrividirono e le foglie, cadendo a zigzag, sembrarono rendere
visibile quel brivido – un brivido bruno di umidità.
“Chk,” Miss Antonia tirò di nuovo su col naso, dando dei colpetti alla
sottile stoffa bianca che aveva in mano, come una gallina che becchi rapida e
nervosa un pezzetto di pane bianco.
Il vento sibilò. La stanza era piena di spifferi. Porte e finestre non
chiudevano bene. Di quando in quando un’increspatura, simile a un serpente,
correva sotto il tappeto. Sul tappeto c’erano chiazze di verde e giallo, là dove
il sole si posava, ma a un certo punto la luce si spostò puntando il dito verso
un buco nel tappeto, come per scherno, e lì rimase. Poi il dito fragile ma
imparziale del sole proseguì e si posò sullo stemma sopra il camino – ecco
dolcemente inquadrato lo scudo; e il grappolo d’uva pendente; la sirena e le
lance. Miss Antonia alzò lo sguardo dove la luce batteva più forte. Ampie
distese di terra, così si diceva, erano appartenute alla sua gente – gli antenati
– i Rashleigh. Lontano. In Amazzonia. Erano filibustieri. Esploratori.
Avevano mucchi di smeraldi. Saccheggiavano le isole. Facevano prigionieri.
Fanciulle perlopiù. Ed eccola, vestita di squame dalla coda alla vita. Miss
Antonia sogghignò. Il dito del sole scese un poco e i suoi occhi lo seguirono.
Ora indugiava su una cornice d’argento; una foto; con una testa calva a forma
di uovo; le labbra che sporgevano dai baffi; e il nome “Edward” scritto sotto
con uno svolazzo.
“Il re…” borbottò Miss Antonia, rigirando il sottile velo bianco sulle
ginocchia, “ha dormito nella Stanza Azzurra,” aggiunse scrollando la testa.
La luce calava.
Fuori, nel Viale del Re, i fagiani venivano spinti verso il muso dei fucili.
Schizzavano in alto dal sottobosco come razzi pesanti, razzi di un rosso
purpureo, e non appena salivano in cielo i fucili crepitavano uno dopo l’altro,
precisi, aspri, come se una fila di cani avesse improvvisamente preso ad
abbaiare. Ciuffi di fumo bianco rimanevano per un attimo in aria, poi si
dileguavano dolcemente e scomparivano.
In fondo a un sentiero interrotto sotto i cespugli, c’era un carretto già
carico di corpi senza vita ancora caldi, con le zampe inerti e gli occhi vitrei.
Gli uccelli sembravano ancora vivi, ma tramortiti sotto le penne umide ed
eleganti. Apparivano rilassati e tranquilli, si agitavano appena, come se
dormissero su di un ammasso caldo di morbide piume nel fondo del carretto.
Poi il padrone, con la faccia segnata da canaglia e le ghette in pessime
condizioni, bestemmiò alzando il fucile.
Miss Antonia continuò a cucire. Di tanto in tanto una lingua di fuoco
avviluppava il grigio ceppo che si stendeva fra i due alari del focolare; lo
divorava con avidità e poi si spegneva, lasciando una specie di braccialetto
bianco dove la corteccia era stata attaccata. Miss Antonia alzò lo sguardo per
un momento, rimanendo d’istinto con gli occhi sgranati, come un cane che
fissa le fiamme. Le fiamme si abbassarono e lei riprese a cucire.
Poi la porta incredibilmente alta si aprì senza fare rumore. Entrarono due
uomini smilzi e spinsero un tavolo sopra il buco nel tappeto. Uscirono; di
nuovo tornarono. Misero una tovaglia sul tavolo. Uscirono e rientrarono.
Portarono un cesto con un panno verde pieno di forchette, coltelli, bicchieri,
zuccheriere, saliere, pane e un vaso d’argento con tre crisantemi dentro. La
tavola venne apparecchiata. Miss Antonia continuava a cucire.
La porta si aprì di nuovo, questa volta spinta a fatica. Un cagnolino entrò
trotterellando, uno spaniel che annusava qui e là; si fermò. La porta era
rimasta aperta. E allora, appoggiandosi pesantemente al bastone, fece il suo
ingresso la vecchia Miss Rashleigh. Uno scialle bianco, fermato con un
diamante, velava la sua calvizie. Attraversò la stanza zoppicando; si incurvò
sulla sedia con l’alto schienale accanto al camino. Miss Antonia continuò a
cucire.
“Stanno sparando,” disse alla fine.
La vecchia Miss Rashleigh annuì, stringendo il bastone. Rimasero sedute
in attesa.
I cacciatori si erano spostati dal Viale del re verso il boschetto vicino.
Stavano fermi lì fuori in un purpureo campo arato. Di tanto in tanto un
ramoscello si spezzava; qualche foglia cadeva volteggiando. Ma sopra la
nebbia e il fumo c’era un’isola azzurra – di un azzurro pallido, puro – tutta
sola nel cielo. E nell’aria intatta, vagando solitaria come un cherubino, la
campana di una chiesa perduta lontano risuonò scherzosa, giocosa, e poi
tacque. Di nuovo guizzarono in alto i razzi, i fagiani rosso porpora. Andarono
sempre più su. E di nuovo i fucili abbaiarono; e si formarono nuvole di fumo
che si dispersero e dileguarono. I cani corsero indaffarati a fiutare qui e là per
i campi; e i corpi caldi e umidi, ancora morbidi e soffici, mezzi tramortiti,
vennero ammucchiati dagli uomini con le ghette e buttati nel carretto.
“Ecco!” borbottò Milly Masters, la governante, mettendo giù gli occhiali.
Anche lei stava cucendo, nella stanzetta buia che dava sul cortile delle
scuderie. Il maglione, il maglione di lana grossa per suo figlio, il ragazzo che
puliva la chiesa, era finito. “Fatto!” borbottò. Poi sentì il carretto. Le ruote sui
ciottoli. Si alzò. Con le mani fra i capelli, i suoi capelli castani, si fermò al
vento, nel cortile.
“Arrivo!” sorrise, e la cicatrice sulla mascella si allungò. Tolse il
catenaccio dalla porta del locale riservato alla selvaggina, mentre Wing, il
custode, conduceva il carretto sull’acciottolato. Gli uccelli adesso erano
morti, gli artigli serrati stretti, benché non stringessero nulla. Le loro palpebre
divenute rigide si erano raggrinzite e ingrigite sugli occhi. La governante Mrs
Masters e il guardiacaccia Wing afferrarono per il collo i mucchi di uccelli
morti e li gettarono sul pavimento di ardesia del locale adibito alla
selvaggina. Il pavimento di ardesia si imbrattò, macchiandosi di sangue. I
fagiani ora sembravano più piccoli, come se i loro corpi si fossero rattrappiti.
Poi Wing sollevò la sponda del carretto e mise a posto i ganci che la
fissavano. Le pareti del carretto erano cosparse di piume grigio-azzurre e il
fondo era imbrattato e macchiato di sangue. Ma era vuoto.
“L’ultimo della giornata.” Milly Masters fece un largo sorriso mentre il
carretto si allontanava.
“Signora, il pranzo è servito,” disse il maggiordomo. Indicò il tavolo;
diede istruzioni al cameriere. Il vassoio col coperchio d’argento fu posto
esattamente dove lui aveva indicato. Il maggiordomo e il cameriere attesero.
Miss Antonia lasciò il velo bianco sulla cesta; mise via il filo di seta e il
ditale; infilò l’ago in un pezzetto di flanella; e appese gli occhiali a un gancio
che portava sul petto. Poi si alzò.
“Il pranzo!” abbaiò nell’orecchio della vecchia Miss Rashleigh. Un istante
dopo la vecchia Miss Rashleigh allungò una gamba; afferrò il bastone; si alzò
anche lei. Le due donne avanzarono lentamente verso il tavolo; e vennero
fatte accomodare dal maggiordomo e dal cameriere, la prima a un capo e la
seconda all’altro. Fu tolto il coperchio d’argento. Ed ecco un fagiano
spennato e splendente; le cosce serrate strette ai lati, con mucchietti di
pangrattato su entrambi i fianchi.
Miss Antonia affondò con fermezza il coltello da portata nel petto del
fagiano. Tagliò due fettine e le adagiò in un piatto. Velocemente il cameriere
lo prese e la vecchia Miss Rashleigh alzò il suo coltello. Degli spari
echeggiarono nel boschetto sotto la finestra.
“Stanno arrivando?” chiese la vecchia Miss Rashleigh con la forchetta
sospesa in aria.
Nel parco i rami degli alberi ondeggiarono agitati.
Prese un boccone di fagiano. Qualche foglia caduta sfiorò il vetro della
finestra; una o due vi rimasero incollate.
“Adesso sono nel boschetto qui vicino,” disse Miss Antonia. “È l’ultimo
tiro di Hugh.” Ficcò il coltello nell’altra parte del petto. Aggiunse patate e un
po’ di condimento, cavoletti di Bruxelles e pangrattato, disponendoli
metodicamente tutto intorno alle fettine nel suo piatto. Il maggiordomo e il
cameriere stavano a guardare, come servitori a un banchetto. Le due anziane
signore mangiarono in silenzio; con calma; non avevano fretta; spolparono il
fagiano con cura. Sui piatti rimasero giusto le ossa. Poi il maggiordomo
avvicinò la caraffa col vino a Miss Antonia e attese un momento a testa
china.
“Dia qui, Griffiths,” disse Miss Antonia, prendendo la carcassa con le dita
e gettandola allo spaniel sotto il tavolo. Il maggiordomo e il cameriere si
inchinarono e uscirono.
“Si avvicinano,” disse Miss Rashleigh in ascolto. Si stava alzando il
vento. Un fremito bruno scosse l’aria; le foglie volarono troppo veloci per
potersi attaccare alle finestre. I vetri vibrarono.
“Gli uccelli si stanno agitando,” accennò col capo Miss Antonia, notando
lo scompiglio.
La vecchia Miss Rashleigh si riempì il bicchiere. Mentre bevevano, i loro
occhi divennero lucidi come pietre semipreziose messe alla luce. Azzurro
scuro, quelli di Miss Rashleigh; rossi come il porto, quelli di Miss Antonia. E
i merletti e le trine parvero animarsi, come se, mentre bevevano, i loro corpi
fossero caldi e morbidi sotto le penne.
“Era un giorno come questo, ricordi?” disse la vecchia Miss Rashleigh,
passando le dita sul bicchiere. “Lo riportarono a casa… con un proiettile nel
cuore. In mezzo ai rovi, così dissero. È inciampato. Gli si è impigliato un
piede…” Ridacchiò mentre sorseggiava il vino.
“E John…” disse Miss Antonia. “Dissero che la cavalla aveva infilato la
zampa in un buco. Morto sul campo. I cacciatori gli sono passati sopra.
Anche lui lo riportarono a casa, su un’asse di legno…” Bevvero ancora.
“Ti ricordi di Lily?” chiese la vecchia Miss Rashleigh. “Era una poco di
buono.” Scosse la testa. “Cavalcava con un fiocchetto rosso sul frustino…”
“Era marcia fino al midollo!” quasi gridò Miss Antonia. “Ricordi la lettera
del colonnello? Diceva: suo figlio cavalcava come se avesse cento diavoli in
corpo; era sempre alla testa dei suoi uomini. Poi un diavolo bianco… Ah!”
Bevve ancora un sorso.
“Gli uomini di casa nostra…” cominciò Miss Rashleigh. Alzò il bicchiere.
Lo tenne su, come se dovesse fare un brindisi alla sirena in stucco sul
caminetto. Una pausa. I fucili stavano crepitando. Qualcosa di legno si
spezzò. O era un topo che correva dietro l’intonaco?
“Sempre con tante donne…” Miss Antonia annuì. “Gli uomini di casa
nostra… Ti ricordi come era bianca e rosea Lucy, quella del mulino?”
“E la figlia di Ellen, quella del pub?” aggiunse Miss Rashleigh.
“E la ragazza che lavorava dal sarto,” mormorò Miss Antonia, “dove
Hugh comprava i pantaloni da cavallerizzo, quel piccolo negozio buio sulla
destra…”
“… che si allagava tutti gli inverni. Il ragazzo che pulisce in chiesa,” Miss
Antonia fece una risatina, allungandosi verso la sorella, “è figlio suo.”
Ci fu uno schianto. Un pezzo di ardesia era venuto giù dal comignolo. Il
grande ceppo si era spaccato in due. Scaglie di intonaco caddero dallo scudo
appeso sul camino.
“Tutto cade,” ridacchiò la vecchia Miss Rashleigh.
“E chi,” disse Miss Antonia, fissando i buchi nel tappeto, “chi pagherà il
conto?”
Risero tutte contente, come due vecchie bambine incoscienti,
sconsiderate; si accostarono al camino e sorseggiarono il loro sherry accanto
al fuoco ormai in cenere e davanti ai calcinacci, finché non rimase che una
goccia rosso porpora di vino sul fondo dei bicchieri. E a quanto sembrava le
due anziane signorine non volevano separarsene; perché, sedute vicino alle
braci, giocherellavano con i bicchieri; ma senza mai portarli alle labbra.
“Giù in cantina Milly Masters…” cominciò la vecchia Miss Rashleigh.
“Lei e nostro fratello…”
Uno sparo risuonò sotto la finestra. Fu come se recidesse la corda che
teneva legata la pioggia. Che venne giù, giù, giù, in sferzate dritte che
colpirono le finestre. La luce sul tappeto impallidì. Impallidì anche nei loro
occhi, mentre sedevano in ascolto accanto alle braci ormai spente. I loro
occhi diventarono simili a ciottoli raccolti dall’acqua; erano grigie pietre
sbiadite, asciutte. E le loro mani si stringevano come gli artigli degli uccelli
morti che stringevano il nulla. Le due donne si rattrappirono come se i loro
corpi si fossero accartocciati dentro i vestiti. A quel punto Miss Antonia alzò
il bicchiere per brindare alla sirena. L’ultimo brindisi; l’ultimo goccio; e lo
bevve. “Stanno arrivando,” gracchiò, posando con forza il bicchiere. Di sotto
una porta sbatté. Poi un’altra. Poi un’altra ancora. Si udì uno scalpiccio di
piedi che si trascinavano lungo il corridoio, verso la galleria.
“Si avvicinano. Sempre di più!” sogghignò la vecchia Miss Rashleigh,
scoprendo tre denti gialli.
L’enorme porta si spalancò di colpo. Tre grandi cani da caccia si
precipitarono dentro e si fermarono ansanti. Poi entrò camminando in
maniera goffa il padrone in persona con le sue ghette logore. I cani gli si
affollarono intorno, agitando la testa, fiutando le sue tasche. Poi fecero un
balzo in avanti. Avevano sentito l’odore della carne. Il pavimento della
galleria vibrò come una foresta sferzata dal vento, con tutte quelle code e i
corpi dei grossi segugi affamati. Annusarono il tavolo. Allungarono le zampe
sulla tovaglia. Poi, con un uggiolio selvaggio che era quasi un nitrito, si
avventarono sul piccolo spaniel giallo che stava rosicchiando sotto il tavolo la
carcassa del fagiano.
“Ah, maledizione ai cani!” urlò il padrone. La sua voce era incerta, come
se gridasse contro il vento. “Maledizione anche a voi!” gridò questa volta
imprecando contro le sorelle.
Miss Antonia e Miss Rashleigh si alzarono in piedi. I cani più grossi
avevano attaccato lo spaniel. Lo stavano terrorizzando, azzannandolo con i
loro grandi denti gialli. Il padrone fece vibrare di qua e di là il suo nodoso
staffile di cuoio, maledicendo i cani, maledicendo le sorelle, con quella voce
che risuonava forte e insieme debole. Con un colpo prese il vaso dei
crisantemi che cadde a terra. Un altro centrò la guancia di Miss Rashleigh.
L’anziana donna barcollò all’indietro. Cadde contro la mensola del camino.
Agitando il bastone all’impazzata, colpì lo stemma che vi era appeso sopra.
La donna si abbatté con un tonfo sulla cenere. Lo stemma dei Rashleigh
rovinò giù dal muro. La donna finì seppellita sotto la sirena, sotto le lance.
Il vento sferzava i vetri; altri spari riecheggiarono nel parco e un albero
cadde. E allora re Edward nella cornice d’argento scivolò, vacillò e cadde a
sua volta.
Nello scompartimento, la grigia nebbiolina si era inspessita. Pendeva
come un velo; sembrava separare ancora di più gli uni dagli altri i quattro
passeggeri seduti negli angoli, benché in realtà fossero vicini come solo uno
scompartimento di terza classe poteva tenerli. L’effetto era strano. Bella
anche se in età avanzata, ben vestita pur essendo piuttosto sciatta, la donna
che era salita a bordo in una stazione della pianura sembrava aver perso i
propri contorni. Il suo corpo era diventato tutto di nebbia. Solo gli occhi
parevano brillare, cangianti, vividi di una luce interna; erano occhi privi di
corpo; occhi grigio-azzurri che vedevano qualcosa di invisibile. Nell’aria
densa di nebbia, rilucevano, si muovevano, di modo che in quell’atmosfera
sepolcrale – i finestrini erano appannati, le lampade avvolte dalla foschia –
erano come luci danzanti, fuochi fatui che balenano, così si dice, sulle tombe
di chi non riposa in pace nei cimiteri. Un’idea assurda? Pura fantasia? Ma
dopo tutto, dal momento che non c’è nulla che non lasci una traccia, e la
memoria è una luce che danza nella mente quando la realtà è sepolta, perché
quegli occhi scintillanti e irrequieti non potevano essere il fantasma di una
famiglia, di un’epoca, di una civiltà, che danzava su una tomba?
Il treno rallentò. Uno dopo l’altro comparivano dei lampioni; per un
istante si ergevano con le loro teste giallastre; poi dileguavano. Ed eccoli di
nuovo a mano a mano che il treno scivolava dentro la stazione. Le luci
andavano crescendo di numero e intensità. E quegli occhi nell’angolo? Erano
chiusi; le palpebre abbassate. Non vedevano nulla. Forse la luce esterna era
troppo forte. E tutto fu chiaro, nel pieno bagliore dei fanali della stazione – si
trattava di una donna abbastanza ordinaria e piuttosto anziana, in viaggio per
Londra per qualche faccenda anch’essa abbastanza ordinaria – qualcosa che
poteva aver a che fare con un gatto, un cane o un cavallo. Si alzò per prendere
dalla rete in alto la valigia e i fagiani. Ma di nuovo, mentre apriva lo sportello
della carrozza e usciva, non mormorò “Chk chk” passando?
Lappin e Lapinova

Erano marito e moglie. La marcia nuziale risuonava. I piccioni volavano


qua e là. I ragazzini in giacca elegante lanciavano il riso; un fox terrier
andava su e giù per la stradina; ed Ernest Thorburn condusse la sposa alla
macchina, passando in mezzo a quella piccola folla di curiosi del tutto
sconosciuti, che sempre si raduna a Londra per condividere l’altrui felicità, o
infelicità. Di sicuro lui era di bell’aspetto e lei con l’aria timida. Fu lanciato
altro riso e la macchina si allontanò.
Questo era accaduto martedì. Adesso era sabato. Rosalind doveva ancora
abituarsi al fatto di essere la moglie di Ernest Thorburn. Probabilmente non si
sarebbe mai abituata al fatto di essere la moglie di Ernest Chicchessia,
pensava mentre era seduta accanto alla finestra dell’albergo, guardando le
montagne al di là del lago e aspettando che il marito scendesse per la prima
colazione. Ernest era un nome difficile a cui abituarsi. Non era un nome che
lei avrebbe scelto. Avrebbe preferito Timothy, Anthony o Peter. E del resto
lui non aveva l’aria di uno che si chiama Ernest. Era un nome che evocava
l’Albert Memorial, credenze di mogano, litografie col principe consorte e
famiglia – insomma la sala da pranzo della suocera in Porchester Terrace.
Ma eccolo. Grazie al cielo, non sembrava proprio un Ernest – no. Ma cosa
sembrava? Lo guardò di sottecchi. Be’, mentre mangiava il suo pane tostato,
sembrava un coniglio. Nessun altro avrebbe probabilmente visto una
similitudine fra una creatura così minuscola e timida e questo lindo e pinto
giovanotto muscoloso dal naso diritto, gli occhi azzurri e la bocca decisa. Ma
questo rendeva il tutto più divertente. Il suo naso si contraeva un poco
quando mangiava. Le ricordava quello del suo coniglio addomesticato.
Continuò a fissare il naso di lui che si contraeva; e a un certo punto dovette
spiegargli, quando lui la sorprese a guardarlo, perché stesse ridendo.
“È perché sei come un coniglio, Ernest,” disse. “Un coniglio selvatico,”
precisò fissandolo. “Un coniglio cacciatore; il re dei conigli; il coniglio che
detta legge a tutti gli altri conigli.”
Ernest non aveva obiezioni a essere quel genere di coniglio e, poiché la
divertiva vederlo col naso che si arricciava – non aveva mai pensato che il
suo naso potesse farlo – lo arricciò di proposito. Lei rise a non finire, e rise
pure lui, cosicché due vecchie zitelle e un pescatore e il cameriere svizzero
con la sua unta giacchetta nera, tutti videro giusto: erano una coppia felice.
Ma quanto può durare questo tipo di felicità?, si chiesero; e ognuno di loro
rispose secondo la propria esperienza.
All’ora di pranzo, seduta su un ciuffo di erica accanto al lago, Rosalind
disse: “Un po’ di lattuga, coniglio?” porgendogli la lattuga che era stata
preparata da mangiare con le uova sode. “Vieni a prenderla dalla mia mano,”
aggiunse, e lui si allungò e la mangiucchiò, contraendo il naso.
“Mio caro e bravo coniglio,” disse lei accarezzandolo, come di solito
faceva a casa con il suo coniglio domestico. Il che era assurdo. Perché,
qualunque cosa lui fosse, non era certo un coniglio domestico. Tradusse la
parola in francese. Lo chiamò: “Lapin.” Ma, qualunque cosa lui fosse, non
era neppure un coniglio francese. Lui era solo e semplicemente inglese – nato
in Porchester Terrace, educato a Rugby; e ora funzionario nella pubblica
amministrazione di Sua Maestà. Provò allora a chiamarlo “Coniglietto”; ma
era persino peggio. “Coniglietto” era un tizio paffuto, morbido e buffo; lui
invece era magro, spigoloso e serio. Eppure il suo naso si contraeva.
“Lappin,” esclamò lei improvvisamente; e diede in un gridolino come se
avesse trovato proprio la parola che cercava.
“Lappin, Lappin, re Lappin,” ripeté. Quel nome gli stava alla perfezione;
lui non era Ernest, era re Lappin. Perché? Non lo sapeva.
Quando non c’era niente di nuovo di cui parlare, durante le loro lunghe
passeggiate solitarie – e pioveva, come tutti li avevano avvertiti; o quando la
sera rimanevano seduti davanti al fuoco, perché faceva freddo, e le due zitelle
si erano già ritirate, così come il pescatore, e il cameriere arrivava solo se
suonavi il campanello, allora lei si abbandonava a immaginare la storia della
tribù dei Lappin. Nelle sue mani – lei cuciva; lui leggeva – quella tribù
divenne viva, reale, divertente. Ernest metteva giù il giornale e cominciava ad
aiutarla. C’erano i conigli neri e c’erano quelli rossi; c’erano i conigli nemici
e quelli amici. C’erano il bosco in cui vivevano, le praterie tutto intorno e la
palude. Soprattutto c’era il re Lappin, il quale, lungi dall’avere una sola
caratteristica scherzosa – quella del naso che si contraeva – divenne col
passare dei giorni un animale dalla spiccata personalità. Rosalind gli trovava
sempre nuove virtù. Ma soprattutto era un grande cacciatore.
“E cosa ha fatto il re oggi?” chiese Rosalind l’ultimo giorno della luna di
miele.
Per tutto il giorno si erano arrampicati; e infatti le era venuta una vescica
sul tallone; ma non si riferiva a questo.
“Oggi,” disse Ernest arricciando il naso mentre con i denti staccava la
punta del sigaro, “il re ha rincorso una lepre.” Fece una pausa; accese un
fiammifero e di nuovo contrasse il naso.
“Una lepre femmina,” aggiunse.
“Una lepre bianca!” esclamò Rosalind, come se se lo aspettasse. “Una
lepre piuttosto piccolina, color grigio argento e con gli occhioni brillanti?”
“Sì,” disse Ernest guardandola come lo aveva guardato lei, “un animale
piccolino; con gli occhi globosi e le due zampette davanti penzoloni.” Era
esattamente il modo in cui lei stava seduta, con il suo lavoro a maglia che le
penzolava fra le mani; e con gli occhi, che erano grandi e brillanti e di sicuro
un po’ sporgenti.
“Ah, la Lapinova,” mormorò Rosalind.
“È così che si chiama,” disse Ernest, “la vera Rosalind?” La guardò. Si
sentiva veramente innamorato di lei.
“Sì, è così che si chiama,” disse Rosalind. “Lapinova.” E prima di andare
a letto quella sera, tutto fu stabilito. Lui era il re Lappin; lei la regina
Lapinova. L’uno era l’opposto dell’altra; lui, coraggioso e deciso; lei,
diffidente e imprevedibile. Lui dettava legge sull’indaffarato mondo dei
conigli; mentre il mondo di lei era un luogo desolato e misterioso in cui
vagava perlopiù al chiaro di luna. Ciononostante i due territori confinavano;
erano il re e la regina.
Quando tornarono dalla luna di miele, possedevano un loro mondo
privato, i cui abitanti, a eccezione di una sola lepre bianca, erano tutti conigli.
Nessuno credeva che ci fosse un posto del genere, e questo com’è ovvio
rendeva la cosa più divertente. Li faceva sentire, più ancora della maggior
parte delle giovani coppie sposate, in combutta contro il resto del mondo.
Non di rado si lanciavano sguardi d’intesa, quando gli altri parlavano di
conigli, boschi, trappole e caccia. Oppure si strizzavano l’occhio di nascosto,
quando la zia Mary diceva di non aver mai potuto sopportare la vista di una
lepre nel piatto – rassomigliava troppo a un neonato; o anche quando John, il
fratello sportivo di Ernest, parlava del prezzo che i conigli avevano raggiunto
quell’autunno nel Wiltshire, incluse pelli e tutto. Talvolta, quando avevano
bisogno di un bracconiere, un guardiacaccia o il padrone di una tenuta, si
divertivano a distribuire le parti fra i loro amici. Per esempio, la madre di
Ernest, moglie di Mr Reginald Thorburn, andava alla perfezione per la parte
della Signorotta di Campagna. Ma era tutto un segreto – era questo il punto;
nessuno a parte loro due sapeva dell’esistenza di quel mondo.
Senza quel mondo, si chiedeva Rosalind, come avrebbe potuto
sopravvivere durante l’inverno? C’era stata per esempio la festa per le nozze
d’oro, quando tutti i Thorburn si erano riuniti a Porchester Terrace, per
festeggiare il cinquantesimo anniversario di quell’unione che era stata tanto
benedetta – non aveva forse prodotto Ernest Thorburn?, e tanto feconda – non
aveva per di più prodotto altri nove figli tra maschi e femmine, molti dei
quali sposati e a loro volta con prole? Rosalind temeva quella festa. Ma non
poteva evitarla. Mentre saliva le scale diretta al piano di sopra, pensava con
amarezza al fatto di essere figlia unica e per giunta orfana; una semplice
goccia fra tutti quei Thorburn riuniti nel salotto grande con la tappezzeria di
raso lucido e i lustri ritratti di famiglia. I Thorburn vivi rassomigliavano
molto a quelli nei quadri; invece di avere bocche dipinte, le avevano vere;
bocche da cui fiorivano racconti di scherzi fatti a scuola, o di come avevano
tirato via la sedia di sotto alla governante; scherzi con le rane, e come le
avevano messe fra le virginali lenzuola di qualche vecchia zitella. Quanto a
lei, non aveva mai fatto neanche lo scherzo del sacco nel letto. Con il suo
regalo in mano, avanzò verso la suocera, sontuosa nel suo abito di raso giallo;
e verso il suocero, adorno di un magnifico garofano giallo. Tutto intorno a
loro, su tavoli e sedie, c’erano doni in oro; alcuni avvolti nell’ovatta; altri
lasciati esposti a risplendere – candelabri, scatole di sigari, catenine, ciascuno
con l’etichetta del gioielliere, a garanzia che si trattava di oro massiccio, col
marchio, autentico. Il suo regalo invece era solo una piccola scatola traforata
in similoro; un vecchio polverino, un cimelio del XVIII secolo, usato un
tempo per spargere la sabbia sull’inchiostro fresco. Un regalo piuttosto
insensato, pensò lei – in un’epoca in cui si usava la carta assorbente; e mentre
lo porgeva, rivide davanti a sé la scrittura nera e massiccia con cui la suocera,
quando si erano fidanzati, aveva espresso la speranza che “Mio figlio possa
renderti felice”. No, lei non era felice. Non lo era affatto. Guardò Ernest
diritto come un palo, con un naso come tutti i nasi nei ritratti di famiglia; un
naso che non si arricciava per niente.
Poi scesero a cena al piano di sotto. Lei era mezza nascosta dietro i grandi
crisantemi dai curvi petali rossi e dorati che formavano grosse palle compatte.
Tutto era d’oro. Un foglio bordato d’oro con le iniziali d’oro intrecciate
snocciolava la lista di tutte le pietanze che, una dopo l’altra, sarebbero state
servite. Immerse il cucchiaio in un piatto con un limpido liquido dorato. La
nebbia bianca e fredda dell’esterno era stata trasformata dalle luci in una
trama dorata che faceva sfumare i bordi dei piatti, donando alla ruvida scorza
degli ananas un che di dorato. Soltanto lei, nel suo bianco abito da sposa,
scrutando davanti a sé con gli occhi sporgenti, sembrava insolubile come un
ghiacciolo.
Comunque, col procedere della cena, la stanza si riempì di vapore per il
caldo. Gocce di sudore imperlarono la fronte degli uomini. Lei sentì che il
suo ghiacciolo stava per trasformarsi in acqua. Si stava sciogliendo,
disperdendo, dissolvendo nel nulla; e presto sarebbe svenuta. Poi, attraverso
il tumulto nella testa e il rombo nelle orecchie, udì una voce di donna
esclamare: “Si riproducono parecchio!”
I Thorburn – sì; si riproducono parecchio, fece eco lei, guardando le tonde
facce arrossate che sembravano raddoppiare nel senso di vertigine che
l’aveva presa; ingigantite dalla nebbiolina dorata che le circondava. “Si
riproducono parecchio.” Poi John strillò:
“Sono dei diavoletti!… Bisogna sparargli! Prenderli a calci con gli stivali!
È l’unica maniera di trattarli… i conigli!”
A quella parola, a quella magica parola, lei si riscosse. Facendo capolino
fra i crisantemi, vide il naso di Ernest che si arricciava. Si increspò di un
fremito dopo l’altro. E a quel punto una misteriosa catastrofe investì i
Thorburn. La tavola dorata divenne una brughiera con le ginestre in piena
fioritura; il chiasso delle voci si trasformò in un trillo di allodola che
risuonava gioioso sotto il cielo. Era un bel cielo azzurro – le nuvole vi
scorrevano lente. Ed erano tutti mutati – i Thorburn. Guardò il suocero, un
ometto dall’aria furtiva con i baffi tinti. Il suo debole era raccogliere oggetti –
sigilli, scatole smaltate, ninnoli da toeletta del XVIII secolo, che nascondeva
alla moglie tenendoli nei cassetti del suo studio. Adesso lo vedeva come era
davvero – un bracconiere, che si aggirava di soppiatto con il soprabito
rigonfio di fagiani e pernici per gettarli di nascosto in una pignatta a tre piedi
nella sua villetta piena di fumo. Quello era il suo vero suocero – un
bracconiere. E Celia, la figlia zitella, che metteva sempre il naso nei segreti
altrui, nelle piccole cose che la gente voleva tenere nascoste – era un furetto
bianco con gli occhi rosa e il naso imbrattato di fango per via del suo
disgustoso fiutare e frugare sottoterra. Avvolta in una rete sulle spalle dei
cacciatori e poi ficcata in un buco – una sorte pietosa – quella di Celia; non
era colpa sua. La vedeva così, Celia. Poi guardò la suocera – che avevano
soprannominato la Signorotta di Campagna. Col viso arrossato, grossolana,
prepotente – ecco com’era, mentre ringraziava stando ritta in piedi, ma ora
che Rosalind – cioè Lapinova – la vedeva, vedeva anche dietro di lei il
decadimento della casa di famiglia, l’intonaco che veniva via a pezzi, e la
sentì con un tremito nella voce ringraziare i figli (che la odiavano) per un
mondo che aveva cessato di esistere. Ci fu un silenzio improvviso. Tutti si
alzarono sollevando i bicchieri; bevvero; ed era finita.
“Oh re Lappin,” quasi urlò mentre immersi nella nebbia tornavano a casa,
“se il tuo naso non si fosse arricciato al momento giusto, sarei finita in
trappola!”
“Invece sei al sicuro,” disse re Lappin, stringendole la zampetta.
“Abbastanza al sicuro,” rispose lei.
E tornarono a casa attraversando il parco, re e regina delle paludi, delle
nebbie e delle brughiere profumate di ginestra.
Così il tempo trascorse; un anno; due anni. E una sera d’inverno, che
casualmente era l’anniversario della festa per le nozze d’oro – ma intanto Mrs
Thorburn era morta; la casa da affittare; e rimaneva in loco solo il custode –
Ernest tornò dall’ufficio. Avevano una casetta carina; un appartamento sopra
il negozio di un sellaio a South Kensington, non distante dalla stazione della
metropolitana. Faceva freddo, c’era la nebbia, e Rosalind cuciva seduta
accanto al camino acceso.
“Sai cosa mi è successo oggi?” cominciò lei non appena lui si fu sistemato
comodamente con le gambe allungate davanti al fuoco. “Stavo attraversando
il ruscello, quando…”
“Quale ruscello?” la interruppe Ernest.
“Il ruscello giù in fondo, dove il nostro bosco confina col bosco nero,”
spiegò lei.
Per un momento Ernest sembrò del tutto assente.
“Di che diavolo stai parlando?” domandò.
“Mio caro Ernest!” esclamò lei costernata. “Re Lappin,” aggiunse,
tenendo le zampette penzoloni alla luce del fuoco. Ma il naso di lui non si
arricciò. Le mani di lei – erano ridiventate mani – si aggrapparono alla stoffa
che stava cucendo; gli occhi le schizzarono quasi fuori dalle orbite. Ci vollero
cinque minuti buoni perché Ernest Thorburn si trasformasse in re Lappin; e
mentre aspettava lei sentì un peso sulla nuca, come se qualcuno le torcesse il
collo. Finalmente lui ridivenne re Lappin, il suo naso si arricciò, e passarono
la serata vagando come al solito fra i boschi.
Tuttavia lei dormì male. Si svegliò nel cuore della notte con la sensazione
che le fosse successo qualcosa di strano. Si sentiva rigida e fredda. Alla fine
accese la luce e guardò Ernest che le era sdraiato accanto. Dormiva
profondamente. Russava. Anche se russava, però, il suo naso rimaneva
perfettamente immobile. Pareva che non si fosse mai mosso. Possibile che lui
fosse veramente Ernest, e che lei avesse sposato proprio Ernest? L’immagine
della sala da pranzo della suocera le si parò davanti; vi sedevano insieme,
Ernest e lei, ormai vecchi, sotto le litografie, di fronte alla credenza… Era il
giorno delle loro nozze d’oro. Non poté sopportarlo.
“Lappin, re Lappin,” bisbigliò, e per un attimo il naso di lui sembrò
arricciarsi per conto proprio. Ma continuava a dormire. “Svegliati, Lappin,
svegliati!” gridò.
Ernest si riscosse; vedendola seduta diritta nel letto accanto a lui, chiese:
“Che succede?”
“Ho pensato che il mio coniglio è morto,” piagnucolò lei. Ernest si infuriò.
“Rosalind, non dire sciocchezze,” disse. “Mettiti giù e dormi.”
Si girò dall’altra parte. In un attimo si era già riaddormentato e russava.
Ma lei non poteva dormire. Se ne stava rannicchiata nel suo lato del letto,
ricurva su se stessa come una lepre. Aveva spento la luce ma il lampione
sulla strada illuminava debolmente il soffitto, su cui gli alberi dall’esterno
proiettavano la trama di un merletto, come se ci fosse stata una selva ombrosa
in cui lei vagava, svoltando qui e là, girando in tondo, avanti e indietro, e di
nuovo in tondo, a caccia, o cacciata a sua volta, udendo il latrato dei cani e
dei corni; fuggendo via, di corsa… finché la cameriera non aprì le tende
portandole il tè del mattino.
Il giorno seguente non riuscì a concludere nulla. Le sembrava di aver
perduto qualcosa. Si sentiva come se il corpo si fosse rattrappito; era divenuto
piccolo, nero, duro. Anche le giunture le parevano rigide, e quando si
guardava allo specchio, cosa che fece molte volte mentre vagava per la casa,
sembrava che gli occhi le scoppiassero dalle orbite, come uvetta in una
brioche. Anche le camere parevano rimpicciolite. Grandi pezzi di mobilio
sporgevano dagli angoli più strani, e lei si scoprì a urtarvi contro. Alla fine
mise il cappello e uscì. Si avviò lungo Cromwell Road; e ogni casa davanti a
cui passava, dando una sbirciata, le appariva come una sala da pranzo dentro
la quale le persone sedevano fra litografie, pesanti tende di merletto giallo e
credenze di mogano. Raggiunse il National History Museum; le piaceva,
quando era bambina. Ma la prima cosa che vide, non appena entrò, fu una
lepre imbalsamata ritta sulla neve finta e con gli occhi di vetro rosa. Per
qualche motivo la fece rabbrividire. Forse all’imbrunire si sarebbe sentita
meglio. Tornò a casa e sedette accanto al fuoco, senza accendere la luce,
provando a immaginare di trovarsi da sola nella brughiera; c’era un ruscello
impetuoso; e oltre il ruscello, una foresta oscura. Ma non poteva andare oltre
il ruscello. Quindi si accovacciò sull’erba bagnata della riva, rannicchiandosi
nella poltrona, le mani vuote a penzoloni e gli occhi fissi, come occhi di
vetro, alla luce del fuoco. Poi si udì lo sparo di un fucile… Sobbalzò come se
fosse stata colpita. Ma era solo Ernest che girava la chiave nella serratura.
Attese tremante. Lui entrò e accese la luce. Era alto, e bello, e si strofinava le
mani rosse per il freddo.
“Stai seduta al buio?” domandò.
“Oddio Ernest, Ernest!” esclamò Rosalind, trasalendo sulla sedia.
“Allora? Che succede adesso?” chiese lui bruscamente, scaldandosi le
mani al fuoco.
“Riguarda Lapinova…” balbettò lei, fissandolo sconvolta con i suoi
grandi occhi stupefatti. “Se n’è andata, Ernest. L’ho persa!”
Ernest aggrottò le sopracciglia. Strinse le labbra. “Oh, è di questo che si
tratta?” disse sorridendo piuttosto cupo verso sua moglie. Per dieci secondi se
ne stette in silenzio; lei attendeva, sentendo quasi delle mani che le
stringevano il collo.
“Sì,” disse lui alla fine, “povera Lapinova…” Si raddrizzò la cravatta
davanti allo specchio sopra il camino.
“Presa in trappola,” disse, “uccisa,” e si sedette a leggere il giornale.
E questa fu la fine di quel matrimonio.
Il riflettore

La dimora di un duca del XVIII secolo era stata trasformata, nel XX, in un
club privato. Ed era piacevole, dopo la cena nel salone con le colonne e sotto
lo scintillio dei lampadari di cristallo, uscire sul terrazzo che affacciava sul
parco. Gli alberi erano in pieno rigoglio e, se ci fosse stata la luna, si
sarebbero potute vedere le coccarde rosa e color crema dei fiori di
ippocastano. Ma era una serata senza luna; molto calda, dopo un magnifico
giorno d’estate.
Gli ospiti di Mr e Mrs Ivimey stavano prendendo il caffè e fumando sul
terrazzo. Come a sollevarli dalla necessità di fare conversazione,
intrattenendoli senza alcuna fatica da parte loro, fasci di luce ruotavano nel
cielo. Si era ancora in tempo di pace; l’aviazione faceva solo un po’ di
pratica, cercando in cielo gli aerei nemici. Dopo essersi fermata un istante per
frugare un punto sospetto, la luce ruotò come l’ala di un mulino a vento, o
anche come l’antenna di un insetto prodigioso, rivelando qui un cadaverico
frontone di pietra, là un ippocastano con tutti i suoi fiori ondeggianti;
improvvisamente la luce colpì in pieno il terrazzo e per un istante brillò un
disco luminoso – forse uno specchietto nella borsa di qualche signora.
“Guardate!” esclamò Mrs Ivimey.
La luce passò oltre. Erano di nuovo al buio.
“Non indovinerete mai che cosa tutto questo mi ha fatto rivedere!”
aggiunse. E naturalmente tutti cercarono di indovinare.
“No no no,” protestò lei. Nessuno avrebbe indovinato; solo lei sapeva;
solo lei poteva sapere, perché era la bisnipote dell’uomo che le aveva narrato
quella storia. Quale storia? Se volevano, avrebbe provato a raccontarla. C’era
abbastanza tempo prima di andare a teatro.
“Ma da dove cominciare?” si chiese. “Dal 1820? Dev’essere stato più o
meno a quel tempo che il mio bisnonno era un ragazzo. Ora non sono più una
giovinetta” – infatti non lo era, ma era in forma e piuttosto avvenente – “e lui
era molto vecchio quando io ero piccola – cioè quando mi raccontò la storia.
Un gran bel vecchio,” spiegò, “con una massa di capelli bianchi e gli occhi
azzurri. Doveva essere stato un magnifico ragazzo. Ma un po’ strano… Il che
era abbastanza comprensibile – visto il modo in cui viveva la sua famiglia. Si
chiamavano Comber. Erano decaduti. Piccola nobiltà terriera; proprietà su
nello Yorkshire. Ma già quando lui era un ragazzo, di proprietà era rimasta
solo una torre. La casa non era nient’altro che una cascina in mezzo ai campi.
L’abbiamo vista dieci anni fa, visitandola tutta. Abbiamo dovuto lasciare la
macchina e attraversare i campi a piedi. Non c’era strada fino alla casa. Che
se ne stava lì tutta sola, con l’erba che cresceva addosso al cancello…
C’erano polli che razzolavano in giro, dentro e fuori delle stanze. Tutto era
andato in malora, in rovina. Ricordo che all’improvviso un sasso venne giù
dalla torre.” Fece una pausa. “Era lì che vivevano,” continuò, “il vecchio, la
donna e il ragazzo. Lei non era la moglie, né la madre del ragazzo. Era solo
una contadina, una giovinetta che il vecchio aveva preso in casa quando la
moglie era morta. E forse quello era un altro motivo per non andarli a trovare
– così tutto quanto era andato in malora e rovina. Ma ricordo uno stemma
sopra la porta; e libri, vecchi libri ammuffiti. Dai libri, lui aveva imparato per
conto suo tutto quello che sapeva. Leggeva e leggeva, mi raccontò, leggeva
quei vecchi libri, con carte geografiche che si aprivano fra le pagine. Se li
trascinava su in cima alla torre – ci sono ancora la corda e gli scalini rotti. C’è
ancora una sedia sfondata accanto alla finestra; l’imposta che sbatte, i vetri
rotti, e una vista che spazia per miglia e miglia attraverso la brughiera.”
Si interruppe, come se fosse stata su nella torre a guardare fuori della
finestra che sbatteva.
“Ma non siamo riusciti,” disse, “a trovare il telescopio.” Nel salone alle
loro spalle, il rumore dei piatti saliva di intensità. Mentre Mrs Ivimey sul
terrazzo sembrava sorpresa perché non era riuscita a trovare il telescopio.
“Ma cosa c’entra un telescopio?” domandò qualcuno.
“Cosa c’entra? Senza un telescopio, io non sarei qui con voi, adesso,”
sorrise. E certamente era lì in mezzo a loro, una donna in forma, di mezza età,
con qualcosa di azzurro sulle spalle.
“Doveva esserci,” riprese, “perché mi aveva detto che ogni notte, quando i
vecchi andavano a letto, lui sedeva alla finestra a guardare le stelle attraverso
il telescopio. Giove, Aldebaran, Cassiopea,” Mrs Ivimey agitò la mano in
direzione delle stelle che cominciavano a comparire sopra gli alberi. Si stava
facendo più buio. Il riflettore sembrava più luminoso mentre spazzava il
cielo, sperdendosi in giro a stanare le stelle.
“Loro erano lassù, le stelle,” continuò. “E lui si chiedeva, il mio bisnonno
– quel ragazzo, che cosa fossero, e dove fossero, e chi fosse lui, come accade
sempre quando qualcuno se ne sta da solo, senza nessuno con cui parlare, a
fissare le stelle.”
Tacque. Tutti guardarono le stelle che emergevano dall’oscurità sopra gli
alberi. Sembravano perenni, immutabili. Il frastuono della città sprofondò
lontano. Un centinaio d’anni sembrava nulla. Sentirono che quel ragazzo
stava guardando le stelle insieme a loro. Era come se fossero con lui sulla
torre, guardando là fuori le stelle sulla brughiera.
Poi una voce dietro di loro disse:
“Hai ragione. Sarà venerdì.”
Tutti si girarono, muovendosi come se fossero ripiombati sul terrazzo.
“Ah, ma non c’era nessuno che gli dicesse qualcosa del genere,” mormorò
Mrs Ivimey. La coppia che aveva parlato si alzò, allontanandosi.
“Lui era solo,” riprese lei. “Era un bel giorno d’estate. Un giorno di
giugno. Una di quelle perfette giornate estive quando tutto sembra immobile
nella calura. C’erano polli che razzolavano in cortile; un vecchio cavallo che
batteva gli zoccoli nella stalla; il vecchio che sonnecchiava sul suo bicchiere.
La donna sciacquava i secchi nel retrocucina. Forse cadde un sasso dalla
torre. Sembrava che il giorno non dovesse finire mai. E lui non aveva
nessuno con cui parlare – niente di niente da fare. Il mondo intero si stendeva
davanti a lui. La brughiera era ovunque; e dove cessava la brughiera,
cominciava il cielo; tutto era verde e azzurro, verde e azzurro, sempre e per
sempre.”
Nella poca luce, gli ospiti videro Mrs Ivimey sporgersi oltre il terrazzo,
con il mento poggiato sulle mani, come se stesse guardando la brughiera dalla
cima di una torre.
“Nient’altro che cielo e brughiera, cielo e brughiera, sempre e per
sempre,” mormorò.
Poi fece un movimento, come se avesse messo a posto qualcosa.
“Ma come appariva la terra attraverso il telescopio?” domandò.
Fece un altro piccolo, rapido movimento con le dita, quasi stesse
regolando qualcosa.
“Lo mise a fuoco,” disse. “Lo mise a fuoco puntandolo sulla terra. Sulla
massa scura di un bosco all’orizzonte. Lo mise a fuoco in modo da poter
vedere… ogni albero… ogni singolo albero… e gli uccelli che si alzavano in
volo e si abbassavano… e un filo di fumo… laggiù… in mezzo agli alberi…
E poi… in basso… sempre più in basso…” (lei stessa abbassò lo sguardo)
“vide una casa… una casa fra gli alberi… una fattoria… si vedeva ogni
mattone… e due vasi ai lati della porta… pieni di fiori azzurri, rosa, ortensie
probabilmente…” Fece una pausa. “Poi una ragazza uscì dalla casa… con
qualcosa di azzurro sulla testa… indugiava… dava del becchime agli
uccelli… erano piccioni… ed essi le svolazzarono intorno… E poi…
guarda… un uomo… un uomo! Sbucò da dietro l’angolo. La prese fra le
braccia! E si baciarono… si baciarono!”
Mrs Ivimey spalancò le braccia e le richiuse come se stesse baciando
qualcuno.
“Era la prima volta che il ragazzo vedeva un uomo baciare una donna –
nel suo telescopio – a chilometri di distanza oltre la brughiera!”
Mrs Ivimey allontanò qualcosa da sé – il telescopio, presumibilmente.
Raddrizzò la schiena.
“Così corse giù per le scale. Corse attraverso i campi. Corse per i sentieri,
fino alla strada maestra, attraverso i boschi. Corse per chilometri e, proprio
quando le stelle cominciavano a spuntare sugli alberi, raggiunse la casa…
coperto di polvere, grondando sudore…”
Si interruppe, come se lo avesse visto.
“E poi, e poi… e poi che cosa ha fatto? Cosa ha detto? E la ragazza?” la
incalzarono gli altri.
Una lama di luce cadde su Mrs Ivimey come se qualcuno avesse messo a
fuoco su di lei la lente del proprio telescopio. (Era la contraerea, alla ricerca
di aerei nemici.) Lei si era alzata in piedi. Aveva qualcosa di azzurro sulla
testa. Sollevò la mano come se stesse sulla soglia di casa, meravigliata.
“Oh la ragazza… Lei…” esitò, quasi stesse per aggiungere “ero io”. Ma
ricordò; e si corresse. “Lei era la mia bisnonna,” disse.
Si girò per cercare il mantello. Era su una sedia alle sue spalle.
“Ma racconta – che ne è stato dell’altro uomo, quello sbucato da dietro
l’angolo?” domandarono gli altri.
“Quell’uomo? Be’, quell’uomo,” mormorò Mrs Ivimey, chinandosi a
cercare il mantello, (il fascio del riflettore aveva lasciato il terrazzo), “lui
suppongo che sia svanito.”
“La luce,” aggiunse raccogliendo le sue cose, “si posa solo qua e là.”
Il riflettore era passato oltre. Adesso era puntato sulla nuda mole di
Buckingham Palace. Era ora di andare a teatro.
Gipsy, la bastardina

“Aveva un sorriso così carino,” disse Mary Bridger in tono pensoso.


Stavano parlando, i Bridger e i Bagot, una sera tardi davanti al fuoco, di
vecchi amici. E Helen Folliott, la ragazza dal sorriso carino, era svanita nel
nulla. Nessuno di loro sapeva che cosa le fosse accaduto. In un modo o
nell’altro, si era messa nei guai, avevano sentito dire, e loro riconobbero che
in fondo avevano sempre saputo che l’avrebbe fatto, ma quel che era strano
era che nessuno di loro l’avesse dimenticata.
“Aveva un sorriso così carino,” ripeté Lucy Bagot.
E così cominciarono a chiacchierare sulla stranezza dei rapporti umani –
come sembri un fatto casuale che uno vada a fondo oppure resti a galla, come
mai c’è chi ricorda e chi dimentica, quanto contino le piccole cose, e come
persone che si vedevano tutti i giorni all’improvviso si separino e non si
rivedano mai più.
Poi rimasero in silenzio. Motivo per il quale udirono quel fischio – si
trattava di un treno o era una sirena? – un fievole fischio in lontananza che
risuonò sulla piatta campagna del Suffolk, scemando un poco alla volta. Quel
suono doveva aver richiamato qualcosa alla mente, quantomeno ai Bagot,
perché Lucy guardando il marito disse: “Anche lei aveva un sorriso così
carino.” Lui annuì. “Non puoi affogare un cucciolo che sorride in faccia alla
morte,” disse. Sembrava che stesse citando qualcosa. I Bridger avevano l’aria
di non capire. “Il nostro cane,” disse Lucy. “Raccontateci la storia del vostro
cane,” insistettero i Bridger. Anche loro amavano i cani.
All’inizio Tom Bagot si vergognava, come chi si scopra a provare
sentimenti più forti di quanto sia ragionevole. Si schermì anche dicendo che
non era una vera e propria storia; piuttosto, uno studio del carattere, e che lo
avrebbero considerato un sentimentale. Ma gli altri insistettero e lui andò al
punto. “Non puoi affogare un cucciolo che sorride in faccia alla morte. Fu il
vecchio Holland a dirlo. Lo disse quella notte di neve mentre la teneva
sospesa sopra la cisterna dell’acqua. Era un contadino del Wiltshire. Aveva
sentito gli zingari – o per meglio dire un fischio. Era uscito nella neve con la
frusta. Quelli se n’erano andati, giusto lasciandosi dietro qualcosa, come un
involto di carta sulla siepe. Ma era un cesta, una di quelle ceste di vimini che
le donne si portano al mercato, e dentro, legato in modo che non potesse
seguirli, c’era il misero avanzo di una cagnolina. Le avevano lasciato un
tozzo di pane e una manciata di paglia.”
“Che dimostrava,” lo interruppe Lucy, “come non avessero avuto cuore di
ucciderla.”
“Né lo ebbe lui, il vecchio Holland,” continuò Tom Bagot. “La tenne
sospesa sopra l’acqua,” Tom si aggiustò i baffetti brizzolati, scoprendo i
denti, “quando lei gli sorrise così, al chiaro di luna. E perciò non la uccise.
Era una povera bastardina, un tipico cane da zingari; mezza fox terrier e
mezza dio solo sa che cosa. Sembrava una creatura che non avesse mai
consumato un vero pasto in vita sua. Aveva il pelo ruvido come uno zerbino.
Ma possedeva – come si dice quando contro ogni buon senso perdoni una
persona decine di volte al giorno? Fascino? Personalità? Qualunque cosa
fosse, lei l’aveva. Altrimenti, perché Holland l’avrebbe risparmiata?
Ditemelo. Lei gli rese la vita insopportabile. Gli mise contro tutti i vicini.
Dava la caccia alle galline. Terrorizzava le pecore. Una dozzina di volte fu
sul punto di sopprimerla. Tuttavia, non riusciva a decidersi – finché lei non
ammazzò il gatto, il beniamino di sua moglie. Fu lei, la moglie, a insistere.
Così, ancora una volta, la portò in cortile, la piazzò contro il muro e fu sul
punto di premere il grilletto. Ma ancora una volta – lei sorrise; sorrise proprio
in faccia alla morte, e lui non ebbe cuore di farlo. Allora incaricarono il
macellaio; avrebbe fatto lui quello che a loro non riusciva. E qui – di nuovo il
caso. Fu a suo modo un piccolo miracolo – che la nostra lettera arrivasse
proprio quella mattina. Un puro colpo di fortuna, da qualunque parte lo si
consideri. All’epoca abitavamo a Londra – avevamo una cuoca, una vecchia
irlandese, che giurava di aver sentito dei topi. Topi nell’intercapedine di un
muro. Perciò non poteva dormire una notte di più in quella casa, e via di
seguito. Di nuovo per caso – avevamo passato l’estate nel Wiltshire – mi
venne in mente Holland, e gli scrissi chiedendogli se aveva da venderci un
cane, un terrier, che cacciasse i topi. Il postino incontrò il macellaio, e fu
appunto lui a consegnare la lettera. Così, per un pelo, Gipsy fu salva un’altra
volta. E vi posso dire che lui ne fu felice – il vecchio Holland. Insieme a una
lettera, la mise subito su un treno. A vederla sembra niente,” Bagot stava
citando nuovamente le parole di Holland. “Ma credetemi, questo cane ha
carattere, un carattere notevole – aveva scritto. La mettemmo in piedi sul
tavolo della cucina. Mai vista una cosina più miserevole. La vecchia Biddy
commentò: i topi?, quelli se la mangeranno. Però della faccenda non
sentimmo più parlare.”
A questo punto Tom Bagot fece una pausa. Sembrava che fosse arrivato a
un punto della storia che per lui era difficile da affrontare. È difficile per un
uomo dire perché si è innamorato di una donna, ma è ancora più difficile dire
perché si è innamorato di una bastardina di terrier. Eppure era proprio questo
che evidentemente era successo – la bestiola aveva esercitato su di lui un
qualche incantesimo straordinario. Quella che lui stava raccontando era una
storia d’amore. Mary Bridger ne fu sicura per qualcosa che aveva sentito
nella sua voce. Le venne anche la fantasiosa idea che lui fosse stato
innamorato di Helen Folliott, la ragazza dal sorriso carino. In qualche modo,
lui le collegava. E non sono collegate tutte le storie?, si chiese perdendosi una
o due frasi che lui aveva appena pronunciato. Quando riprese ad ascoltare, i
Bagot stavano rievocando piccoli episodi assurdi che quasi non valeva la
pena raccontare, anche se volevano dire tanto.
“Imparava tutto da sola,” stava dicendo Tom. “Noi non le avevamo mai
insegnato niente. Eppure ogni giorno aveva qualcosa da mostrarci. Un
trucchetto dopo l’altro. Mi portava le lettere in bocca. Oppure, se Lucy
accendeva un fiammifero, lei lo spegneva così,” e abbassò il pugno sopra un
fiammifero. “Lo faceva con la sua zampetta. O abbaiava quando squillava il
telefono. Maledetto telefono, sembrava dire chiaramente. E quelli che
venivano a farci visita – ti ricordi che misurava i nostri amici come se fossero
i suoi? Sembrava dire: tu puoi restare – faceva un salto e ti leccava la mano;
oppure: no, non ti vogliamo, e si precipitava verso la porta come per mostrare
l’uscita. E non sbagliava mai. Era brava a giudicare le persone quanto puoi
esserlo tu.”
“Sì,” confermò Lucy, “era un cane con una personalità. Eppure,”
aggiunse, “molti non lo capivano. Il che era un ulteriore motivo per volerle
bene. Come quel tale che ci regalò Hector.”
Bagot riprese la storia.
“Si chiamava Hopkins,” disse. “A sentir lui, agente di cambio. Molto
orgoglioso del suo posticino nel Surrey. Conoscete il tipo – con il suo
abbigliamento da campagna tutto preciso, come nelle illustrazioni dei giornali
per il tempo libero. Sono convinto che non fosse in grado di distinguere un
cavallo da un asino. Ma non sopportava di vederci con uno straccio di
bastardina come quella.” Bagot stava di nuovo citando. Quelle parole
evidentemente gli facevano male. “Perciò si prese la briga di farci un dono.
Un cane di nome Hector.”
“Un setter irlandese,” spiegò Lucy.
“Con una coda rigida come una scopa,” continuò Bagot, “e un pedigree
lungo quanto un braccio. Un’altra avrebbe messo il broncio. L’avrebbe presa
male. Ma era un cane di buonsenso – Gipsy. Niente meschinità, con lei. Vivi
e lascia vivere – il mondo è bello perché è vario. Era il suo motto. Li potevi
incontrare tutti e due su High Street – a braccetto, stavo per dire, che
trotterellavano insieme. Giurerei che gli ha insegnato un paio di cosette…”
“A essere onesti, lui era un gentleman perfetto,” lo interruppe Lucy.
“Un po’ scarso ai piani alti,” disse Tom Bagot toccandosi la fronte.
“Ma di modi ineccepibili,” ribatté Lucy.
Non c’è niente di meglio di una storia che riguardi dei cani per far venire
fuori il carattere delle persone, rifletté Mary Bridger. Ovviamente Lucy era
dalla parte del gentleman; Tom da quella della signora. Ma il fascino della
signora aveva conquistato anche una persona come Lucy Bagot, incline a
essere dura col proprio sesso. Perciò la bastardina doveva possedere un
qualcosa.
“E poi?” li incitò Mary.
“Tutto andava bene. Eravamo una famiglia felice,” continuò Tom Bagot.
“Niente che rompesse l’armonia, finché…” qui esitò. “A pensarci bene,”
disse d’impulso, “non si può dare la colpa alla natura. Gipsy era nel fiore
della giovinezza – aveva due anni. Quanti sarebbero per un essere umano?
Diciotto? Venti? Era piena di vita – piena di voglia di divertirsi – come
dovrebbe essere una ragazza.” Si interruppe.
“Stai pensando a quella famosa cena?” lo soccorse la moglie. “La sera in
cui gli Harvey Sinnott vennero a cena da noi. Il quattordici di febbraio – che
è,” aggiunse con un curioso sorrisetto, “il giorno di San Valentino.”
“Il giorno delle coppiette, lo chiamano dalle mie parti,” si intromise Dick
Bridger.
“Esattamente,” riprese Tom Bagot. “Il giorno di San Valentino – il
protettore degli innamorati, no? Bene, vennero a cena da noi gli Harvey
Sinnott. Non li avevamo mai incontrati in privato. C’entravano con la ditta.”
(Tom Bagot era il socio londinese della grossa impresa edile Harvey, Marsh
& Coppard.) “Era un’occasione un po’ formale. Per gente semplice come noi,
una specie di avventura. Volevamo mostrarci ospitali. Facemmo del nostro
meglio. Lei,” indicò la moglie, “non la smetteva di preoccuparsi, aveva
cominciato ad agitarsi una settimana prima. Tutto doveva essere a posto. La
conoscete, Lucy…” Le diede un colpetto sul ginocchio. Mary Bridger la
conosceva, Lucy. Poteva immaginare la tavola apparecchiata; l’argenteria
scintillante, tutto, come Tom aveva detto, “a posto” per gli ospiti di riguardo.
“Una cena coi fiocchi, niente da eccepire,” proseguì Tom Bagot. “Appena
troppo formale…”
“Lei era una di quelle donne,” si intromise Lucy, “che, mentre ti parlano,
sembra si stiano chiedendo: quanto sarà costato?, e sarà autentico? Vestita in
modo un po’ eccessivo per l’occasione. Stava dicendo – eravamo a metà della
cena – quanto fosse piacevole – come al solito, alloggiavano al Ritz o al
Carlton – cenare in santa pace. Una cosa alla buona, così intima. E così
rilassante…”
“Le parole stavano ancora uscendole di bocca,” intervenne Bagot, “che ci
fu una specie di esplosione… Come un terremoto sotto il tavolo. Una zuffa.
Un pigolio. Mrs Harvey Sinnott si alzò in piedi in tutta la sua…” aprì le
braccia per indicare l’ingombrante signora, “… la sua quantità,” fu il termine
che scelse, “e si mise a strillare: qualcosa mi sta mordendo, qualcosa mi sta
mordendo!” Tom le fece il verso. “Mi buttai sotto il tavolo.” (Accennò a
guardare sotto le balze della poltrona.) “Ah, quella povera creatura
abbandonata! Quella peste dispettosa! Sul pavimento, proprio ai piedi della
povera Mrs Harvey Sinnott… aveva partorito… aveva fatto un cucciolo!”
Il ricordo era irresistibile. Si abbandonò sulla poltrona scosso dalle risate.
“Allora,” proseguì, “avvolsi entrambi in un tovagliolo. Li portai fuori.
(Disgraziatamente il cucciolo era morto, morto stecchito.) La misi di fronte al
fatto compiuto. Le tenni il piccolo sotto il muso. Eravamo fuori, nel cortile
sul retro. Al chiarore della luna, sotto lo sguardo impassibile delle stelle.
Avrei potuto picchiarla, fui a un pelo dall’ammazzarla di botte. Ma come si fa
a picchiare un cane che sorride in faccia…”
“Alla morale?” suggerì Dick Bridger.
“Se preferisci metterla in questo modo,” sorrise Bagot. “Ma che vitalità!
Per Giove! Si mise a scorrazzare per il cortile, la sgualdrinella, inseguendo un
gatto… No, non ebbi cuore di farlo.”
“E gli Harvey Sinnott furono molto simpatici,” aggiunse Lucy. “La
faccenda aveva rotto il ghiaccio. Dopo l’accaduto diventammo amici.”
“La perdonammo,” continuò Tom Bagot. “Le dicemmo che non doveva
succedere più. E non è più successo. Mai più. Successero altre cose. Molte
altre cose. Potrei raccontarvi una storia dopo l’altra. Ma la verità è,” scosse la
testa, “che non credo nel valore delle storie. Un cane ha la sua personalità,
esattamente come noi, e la rivela in tutta una serie di piccole cose, proprio
come noi la riveliamo attraverso ciò che diciamo.”
“Quando entravi in una stanza,” aggiunse Lucy, “ti ritrovavi a domandarti
– lo so, è assurdo ma vero – perché adesso ha fatto questa cosa?, come se si
trattasse di un essere umano. Ma trattandosi di un cane, potevi solo
indovinare. E certe volte non ci riuscivi. Quel cosciotto di montone, per
esempio. L’aveva rubato dalla tavola e lo teneva fra le zampe davanti,
ridendo. Era uno scherzo? Uno scherzo ai nostri danni? Sembrava così.
Aveva un debole per la frutta – frutta fresca, mele, susine. Una volta le
abbiamo dato una susina con tutto il nocciolo. Cosa avrebbe fatto?, ci
chiedemmo. Piuttosto che offenderci, se riuscite a credermi, se la tenne in
bocca e poi, quando pensava che non la stessimo guardando, sputò il nocciolo
nella sua scodella e tornò da noi scodinzolando. Come se dicesse: be’, ve l’ho
fatta!”
“Sì,” disse Tom Bagot, “ci diede una lezione. Spesso mi sono
domandato,” proseguì, “che cosa pensasse di noi – stesa per terra sul tappeto
davanti al camino, fra le scarpe e i fiammiferi spenti. Qual era il suo mondo?
I cani vedono ciò che vediamo noi, o qualcosa di diverso?”
Anche loro guardarono a terra, fra le scarpe e i fiammiferi spenti,
cercando per un attimo di immaginarsi col muso appoggiato sulle zampe a
fissare la rossa e gialla caverna fiammeggiante del camino con gli occhi di un
cane. Ma non c’era risposta alla domanda di Tom.
“Li vedevi sdraiati lì,” continuò Bagot, “Gipsy dalla sua parte del
focolare, Hector dall’altra, diversi come la notte e il giorno. Era questione di
nascita e di educazione. Lui era un aristocratico. Lei una popolana. Era
naturale, con una madre randagia, un padre che Dio solo sa chi era, e uno
zingaro per padrone. Li portavamo fuori insieme. Hector era attento come un
poliziotto, tutto dalla parte della legge e dell’ordine. Gipsy superava le
recinzioni, spaventava le anatre, ma simpatizzava sempre con i gabbiani.
Vagabondi come lei. Di tanto in tanto la portavamo sul fiume, dove la gente
dà da mangiare ai gabbiani. Sembrava dire: mangiatevi i vostri pesci, ve li
siete guadagnati! Una volta, se riuscite a credermi, l’ho vista lasciare che un
gabbiano mangiasse direttamente dalla sua bocca. Invece non aveva nessuna
pazienza con i cani ricchi e viziati – carlini, barboncini. Si può immaginare
che sul tema discutessero, Gipsy e Hector, mentre erano stesi sul tappeto
davanti al camino. E, per Giove!, riuscì a convertire il vecchio aristocratico.
Avremmo dovuto prevederlo. Sì, spesso mi sono rimproverato. Ma è sempre
così – quando qualcosa è fatto, è semplice vedere come si sarebbe potuto
evitare.”
Un’ombra passò sul suo viso, quasi stesse ricordando una piccola tragedia
che, come aveva detto, si sarebbe potuta evitare, ma che per gli altri in
ascolto in quel momento non aveva più significato di una foglia che cade o di
una farfalla morta annegata. I Bridger assunsero un’espressione del volto
pronta ad ascoltare qualunque cosa fosse accaduta. Forse un’auto l’aveva
investita, o forse l’avevano rubata.
“Fu quel vecchio scimunito di Hector,” proseguì Tom Bagot. “Non mi
sono mai piaciuti i cani eleganti,” spiegò. “Non c’è niente di male in loro, ma
non hanno carattere. Doveva essere geloso di Gipsy. Non aveva il suo senso
dell’opportunità. Solo perché lei faceva qualcosa, lui cercava di farla meglio.
Per andare al sodo – un bel giorno Hector saltò oltre il muro del giardino,
mandò in frantumi la serra dei vicini, si mise a correre investendo le gambe di
un anziano signore, andò a sbattere contro una macchina, lui non si fece
niente ma ne ammaccò il cofano – quella giornata di attività venne a costarci
cinque sterline e dieci penny e una convocazione al comando di polizia. Era
tutta opera di Gipsy. Senza di lei, Hector sarebbe stato mansueto come una
pecora. Insomma: uno dei due doveva andarsene. A rigore, sarebbe toccato a
Gipsy. Ma vediamola in questo modo. Mettiamo che abbiate due domestiche;
non le potete tenere tutte e due; una troverà di sicuro un nuovo posto, mentre
l’altra – non è facile da piazzare, potrebbe ritrovarsi senza lavoro, e nei
pasticci. Non esistereste – fareste come abbiamo fatto noi. Donammo Hector
a degli amici; e ci tenemmo Gipsy. Probabilmente è stata un’ingiustizia. A
ogni modo, da lì sono cominciati i guai.”
“Sì, da quel momento in poi tutto è andato storto,” disse Lucy Bagot.
“Gipsy doveva sentirsi di aver messo un bravo cane fuori di casa. Lo
dimostrò in tutte le maniere, con quegli strani, piccoli gesti che dopo tutto
sono quelli che un cane può fare.” Ci fu una pausa. La tragedia, di qualunque
cosa si trattasse, si stava avvicinando, quell’assurda, piccola tragedia che
queste due persone di mezza età trovavano così difficile da raccontare, così
difficile da dimenticare.
“Non avevamo mai capito fino a quel momento,” continuò Bagot, “quanti
sentimenti albergassero dentro di lei. Gli esseri umani, come ha detto Lucy,
possono esprimersi con le parole. Posso dire: mi dispiace, e la cosa finisce lì.
Ma con un cane è diverso. I cani non parlano. I cani però ricordano,”
aggiunse.
“Gipsy ricordava,” confermò Lucy. “E ce lo dimostrò. Una sera, per
esempio, portò in salotto una vecchia bambola di pezza. Ero seduta da sola.
La portò e la mise sul pavimento, come se fosse un dono – per ripagarmi di
Hector.”
“Un’altra volta,” proseguì Tom Bagot, “portò a casa un gatto bianco. Una
bestiola malconcia, tutta piagata, senza neanche la coda. Che non aveva
intenzione di andarsene. Noi non lo volevamo. E nemmeno lei. Ma intendeva
dire qualcosa. Ripagarci di Hector? Nell’unico modo che lei conosceva?
Chissà…”
“Oppure poteva esserci un’altra ragione,” continuò Lucy. “Non sono mai
riuscita a capirlo. Voleva darci un segno? Prepararci a qualcosa? Se solo
avesse potuto parlare! Allora avremmo ragionato insieme a lei, provato a
convincerla. Ma, data la situazione, tutto quell’inverno sapemmo soltanto che
qualcosa non andava. Si addormentava e prendeva a uggiolare, come se
stesse sognando. Poi si svegliava e si metteva a correre tutto intorno alla
stanza con le orecchie drizzate come se avesse udito qualcosa. Non di rado
andavo alla porta a dare un’occhiata fuori. Ma non c’era nessuno. A volte
cominciava a tremare tutta, un po’ impaurita e un po’ eccitata. Fosse stata una
donna, avrei detto che una qualche tentazione la stesse gradualmente
conquistando. C’era qualcosa a cui cercava di resistere senza riuscirci,
qualche cosa, per così dire, nel suo sangue che era più forte di lei. Questa era
la sensazione che avevamo… E non voleva più uscire con noi. Rimaneva
accucciata sul tappeto davanti al camino, in ascolto. Ma è meglio che vi
racconti i fatti e lasci giudicare a voi.”
Lucy tacque. Ma Tom le fece un cenno. “Racconta tu la fine,” disse, per il
semplice motivo che non si fidava, per assurdo che possa sembrare, di
raccontare lui stesso come era finita.
Lucy Bagot cominciò; parlò in modo meccanico, come se stesse leggendo
da un giornale.
“Era una sera d’inverno, il 16 dicembre 1937. Augustus, il gatto bianco,
era acciambellato accanto al camino, Gipsy stava dalla parte opposta.
Nevicava. I rumori della strada erano ovattati, suppongo, dalla neve. Tom
disse: ‘Si potrebbe sentir volare una mosca, è tutto calmo come in
campagna.’ Il che naturalmente ci spinse ad ascoltare ogni cosa. Un omnibus
che passava in una strada lontana. Una porta che sbatteva. Si udirono dei
passi di qualcuno che si ritirava. Tutto sembrava svanire lontano, perduto
nella neve che continuava a cadere. Poi – lo udimmo solo perché eravamo in
ascolto – risuonò un fischio – un fischio lungo e basso – che si spegneva
distante. Gipsy lo udì. Guardò in su. Tremava tutta. E sorrise…” Lucy si
interruppe. Riprese il controllo della sua voce, disse: “La mattina dopo era
sparita.”
Cadde un silenzio di tomba. Avvertirono tutti un senso di spazio vasto e
vuoto attorno a sé, di amici che sparivano per sempre, richiamati da qualche
voce misteriosa, lontano nella neve.
“Non l’avete più ritrovata?” domandò alla fine Mary Bridger.
Tom Bagot scosse la testa.
“Abbiamo fatto il possibile. Offerto una ricompensa. Avvisato la polizia.
Corse una voce – qualcuno aveva visto passare degli zingari.”
“Cosa pensate che abbia udito? E a che cosa stava sorridendo?” chiese
Lucy Bagot. “Oh, io prego ancora,” esclamò, “che non sia stata la fine!”
L’eredità

“Per Sissy Miller”. Prendendo in mano la spilla di perle che giaceva nella
massa di anelli e collane sul tavolo del salottino di sua moglie, Gilbert
Clandon lesse l’iscrizione: “Per Sissy Miller, con il mio affetto”.
Era tipico di Angela essersi ricordata perfino di Sissy Miller, la sua
segretaria. Eppure come era strano, pensò ancora una volta Gilbert, che
avesse lasciato tutto così in ordine – un regalino per ognuno dei suoi amici.
Come se avesse previsto la propria morte. Invece era in perfetta forma
quando era uscita di casa quella mattina di sei settimane prima; quando era
scesa dal marciapiede a Piccadilly e la macchina l’aveva uccisa.
Stava aspettando Sissy Miller. Le aveva chiesto di incontrarsi; sentiva di
doverle, dopo tutti gli anni che era stata con loro, questo segno di
considerazione. Sì, continuava a riflettere mentre sedeva in attesa, era proprio
strano che Angela avesse lasciato tutto così in ordine. A ciascun amico aveva
lasciato una piccola testimonianza del proprio affetto. Su ogni anello, ogni
collana, ogni scatolina cinese – aveva una passione per le scatoline – era
scritto un nome. E ognuno di quegli oggetti gli ricordava qualcosa. Questo
glielo aveva regalato lui; quest’altro – il delfino in smalto con gli occhi di
rubini – lo aveva scovato lei un giorno, in una stradina di Venezia. Poteva
ancora ricordare il suo gridolino di soddisfazione. A lui, naturalmente, non
aveva lasciato niente di particolare, a parte i suoi diari. Quindici quadernetti,
rilegati in pelle verde, che si trovavano dietro di lui, sullo scrittoio. Fin da
quando si erano sposati, lei aveva sempre tenuto un diario. Alcune delle loro
rare – non poteva chiamarle liti, diciamo scaramucce – erano avvenute a
causa di quei diari. Quando lui rientrava e la trovava intenta a scrivere, lei
metteva subito via il quaderno, o lo copriva con una mano. “No no,” poteva
ancora sentirle dire, “dopo la mia morte – forse.” E ora i diari glieli aveva
lasciati, era la sua eredità. Era l’unica cosa che non avevano mai condiviso,
quando lei era viva. Ma lui aveva sempre dato per certo che Angela gli
sarebbe sopravvissuta. Se solo si fosse fermata un momento, e avesse pensato
a quello che stava facendo, sarebbe stata ancora viva. Invece era scesa dal
marciapiede all’improvviso, aveva detto durante l’inchiesta il conducente
della macchina. Non gli aveva dato il tempo di frenare… Un vocio
nell’ingresso interruppe i suoi pensieri.
“Miss Miller, Sir,” annunciò la domestica.
La donna entrò. In tutta la sua vita, non l’aveva mai vista da sola, né
tantomeno in lacrime. Aveva un’aria terribilmente angosciata, e non c’era da
meravigliarsi. Angela era stata per lei molto più che un datore di lavoro. Era
stata un’amica. Per lui invece, pensò mentre le avvicinava una sedia
chiedendole di accomodarsi, era difficilmente distinguibile da qualunque altra
donna della sua specie. C’erano migliaia di Sissy Miller – scialbe donnette
vestite di nero con le loro cartelle da impiegata. Ma Angela, col suo senso di
comprensione, aveva scoperto ogni genere di qualità in Sissy Miller. Era la
discrezione in persona, così capace di tenere un segreto; così leale, le si
poteva confidare tutto; e via di seguito.
Sulle prime, Miss Miller non riuscì a parlare. Sedeva asciugandosi gli
occhi col fazzoletto. Poi fece uno sforzo.
“Mi perdoni, Mr Clandon,” disse.
Lui mormorò qualcosa. Capiva, naturalmente. Era naturale. Poteva
immaginare che cosa sua moglie avesse significato per lei.
“Sono stata così felice qui,” disse guardandosi intorno. I suoi occhi
indugiarono sullo scrittoio dietro di lui. Era lì che lavoravano – lei e Angela.
Perché Angela aveva condiviso la gran quantità di doveri che ricadono sulla
moglie di un eminente uomo politico. Gli era stata di grandissimo aiuto nella
sua carriera. Tante volte aveva visto lei e Sissy sedute a quel tavolo – Sissy
alla macchina da scrivere, che batteva lettere sotto dettatura. Senza dubbio
Miss Miller stava pensando la stessa cosa. Adesso tutto quel che gli restava
da fare era darle la spilla che sua moglie le aveva lasciato. Sembrava un
regalo piuttosto incongruo. Sarebbe stato meglio lasciarle una somma di
denaro, e magari la macchina da scrivere. Ma così era scritto – “Per Sissy
Miller, con il mio affetto”. E, prendendo la spilla, gliela porse pronunciando
le poche parole che si era preparato. Sapeva, disse, che l’avrebbe tenuta cara.
Sua moglie la portava spesso… E lei nell’accettarla rispose, quasi come se
avesse preparato a propria volta un discorsetto, che l’avrebbe sempre
considerata un bene prezioso… C’era da sperare, pensò lui, che lei
possedesse altri vestiti sui quali una spilla di perle non avrebbe avuto un
aspetto tanto incongruo. In quel momento indossava la giacchetta nera e la
gonna che sembravano l’uniforme della sua professione. Poi ricordò – era in
lutto, certo. Anche lei aveva vissuto la sua tragedia – un fratello, a cui era
affezionata, era morto solo una o due settimane prima di Angela. Era stato un
incidente? Ricordava soltanto che Angela gliene aveva parlato; Angela, col
suo senso di comprensione, ne era stata terribilmente sconvolta. Nel
frattempo Sissy Miller si era alzata. Si stava infilando i guanti.
Evidentemente sentiva di non doversi trattenere oltre. Ma non poteva
lasciarla andare senza un accenno al futuro. Che programmi aveva? Poteva
esserle utile in qualcosa?
Lei teneva lo sguardo fisso sul tavolo, dove una volta sedeva alla
macchina da scrivere, e dove erano i diari. Perduta nel ricordo di Angela, non
rispose subito all’offerta di lui di aiutarla. Per un attimo sembrò non capire.
Così lui ripeté:
“Che programmi ha, Miss Miller?”
“I miei programmi? Oh, va tutto bene, Mr Clandon,” esclamò. “La prego
di non preoccuparsi per me.”
Gli parve di capire che lei non avesse bisogno di aiuto finanziario.
Sarebbe stato meglio, si rese conto, avanzare una proposta del genere per
lettera. Tutto quello che poteva fare adesso era dire, mentre le stringeva la
mano: “Si ricordi, Miss Miller, qualunque cosa io possa fare per lei, sarà un
piacere…” Poi aprì la porta. Per un attimo, lei si fermò sulla soglia, come se
un pensiero improvviso l’avesse colpita.
“Mr Clandon,” disse guardandolo dritto in faccia per la prima volta, e per
la prima volta lui rimase impressionato dall’espressione dei suoi occhi,
insieme comprensiva e indagatrice. “Se in qualunque momento,” continuò,
“c’è qualcosa che io potrò fare per aiutarla, si ricordi che, per amor di sua
moglie, sarà per me un piacere…”
A quel punto se ne andò. Le sue parole e lo sguardo che le aveva
accompagnate erano del tutto inattesi. Sembrava quasi come se credesse o
sperasse che lui avrebbe avuto bisogno di lei. Una strana e forse inverosimile
idea gli balenò in mente, tornando alla poltrona. Poteva essere che, durante
tutti quegli anni in cui l’aveva appena notata, lei avesse, come dicono i
romanzieri, nutrito per lui una passione? Mentre passava, vide la propria
immagine nello specchio. Aveva superato i cinquanta; ma non poteva fare a
meno di ammettere che era ancora, come lo specchio mostrava, un uomo
molto attraente.
“Povera Sissy Miller,” disse con un mezzo sorriso. Quanto gli sarebbe
piaciuto scherzarci su con la moglie! D’istinto si girò ad aprire i suoi diari.
“Gilbert,” lesse aprendone uno a caso, “era così affascinante…” Era come se
lei avesse risposto alla sua domanda. Certo, sembrava dire, sei molto attraente
per una donna. Certo, anche Sissy Miller lo pensa. Continuò a leggere.
“Come sono orgogliosa di essere sua moglie!” E lui era sempre stato molto
orgoglioso di essere suo marito. Tante volte, quando erano a cena fuori in
qualche posto, l’aveva guardata dall’altra parte del tavolo e si era detto: qui
dentro la più bella donna è lei. Lesse ancora. Il primo anno si era presentato
alle elezioni per il parlamento. Insieme avevano girato in lungo e in largo il
suo collegio elettorale. “Quando Gilbert si è messo a sedere, l’applauso è
stato straordinario. Tutto il pubblico è saltato in piedi cantando: Perché è un
bravo ragazzo. Ero sopraffatta dall’emozione.” Anche lui se lo ricordava.
Angela gli sedeva accanto sul palco. Poteva ancora rivedere lo sguardo che
gli aveva lanciato e le lacrime nei suoi occhi. E poi? Girò le pagine. Erano
andati a Venezia. Ritornò col pensiero a quella vacanza felice, dopo che era
stato eletto. “Abbiamo preso il gelato al Florian.” Sorrise – lei era ancora una
ragazzina, le piacevano i gelati. “Gilbert mi ha dato uno spaccato veramente
interessante di storia veneziana. Mi ha detto che i Dogi…” aveva messo tutto
per iscritto con la sua grafia da scolara. Uno dei piaceri di viaggiare con
Angela era che aveva una grande sete di conoscenza. Aveva l’abitudine di
dire che era terribilmente ignorante, come se anche quello non facesse parte
del suo fascino. Poi – aprì il quaderno successivo – erano tornati a Londra.
“Ero così ansiosa di fare una buona impressione. Ho messo il mio vestito
migliore.” Ora gli sembrava di vederla seduta accanto al vecchio Sir Edward;
conquistare quell’uomo formidabile, il suo capo. Continuò a leggere
rapidamente, ripercorrendo una scena dopo l’altra sulla base dei suoi appunti
frammentari. “Cenato alla Camera dei Comuni… Ricevimento dai
Lovegrove. Mi sono resa conto delle mie responsabilità, mi ha chiesto Lady
L., come moglie di Gilbert?” Poi, col passare degli anni – prese un altro
quaderno dallo scrittoio – lui era stato sempre più assorbito dal lavoro. E lei
naturalmente era sola più spesso. A quanto pareva, per lei era stato un grande
dolore non aver avuto figli. “Come vorrei,” lesse in una pagina, “che Gilbert
avesse un figlio!” Abbastanza stranamente, invece, lui non se ne era mai
rammaricato. La vita era stata piena e ricca così com’era. Quell’anno gli era
stato affidato un incarico secondario nel governo. Solo un incarico
secondario, tuttavia lei lo aveva commentato così: “Adesso sono abbastanza
sicura che diverrà primo ministro!” Be’, se le cose fossero andate
diversamente, poteva anche essere. Qui fece una pausa per fantasticare su ciò
che avrebbe potuto essere. La politica era un gioco d’azzardo, rifletté; ma la
partita non era ancora chiusa. Non a cinquant’anni. Diede una rapida occhiata
ad altre pagine, piene di piccoli particolari, gli insignificanti, felici particolari
quotidiani che avevano costituito la vita di Angela.
Prese un altro quaderno e lo aprì a caso. “Come sono codarda! Ho di
nuovo lasciato che l’occasione sfuggisse. Ma sembrava davvero da egoista
annoiarlo con i miei problemi, quando ha tante cose a cui pensare. E succede
così raramente di passare una sera insieme noi due.” Cosa voleva dire? Oh,
ecco la spiegazione – si riferiva al suo lavoro nell’East End. “Mi sono fatta
coraggio e alla fine ho parlato con Gilbert. È stato così gentile, così buono.
Non ha fatto obiezioni.” Ricordava quella conversazione. Lei gli aveva detto
di sentirsi oziosa, inutile. Desiderava avere un lavoro suo. Voleva fare
qualcosa – era arrossita in modo così grazioso, ricordava, mentre glielo
diceva, seduta proprio su quella sedia –, qualcosa per aiutare il prossimo.
L’aveva presa un po’ in giro. Non aveva abbastanza da fare a occuparsi di lui
e della casa? A ogni modo, se la cosa la divertiva, ovviamente non aveva
obiezioni. Cos’era? Un lavoro di quartiere? Un comitato? Doveva solo
promettere di non affaticarsi. Così cominciò ad andare ogni mercoledì a
Whitechapel. Ricordò quanto avesse odiato gli abiti che lei indossava in
quelle occasioni. Tuttavia, sembrava che lei avesse preso la cosa molto sul
serio. Il diario era pieno di resoconti come questo: “Incontrato Mrs Jones…
Ha dieci figli… Il marito ha perso il braccio in un incidente… Fatto il
possibile per trovare un lavoro a Lily.” Passò oltre. Il nome di Gilbert
ricorreva più di rado. Il suo interesse si affievolì. Alcune annotazioni per lui
non avevano significato. Per esempio: “Avuto un’accesa discussione sul
socialismo con B.M.” Chi era B.M.? Non riusciva ad andare oltre le iniziali;
una donna, supponeva, incontrata in uno dei suoi comitati. “B.M. ha attaccato
violentemente le classi più elevate… Dopo la riunione sono tornata a piedi
con B.M. e ho cercato di convincerlo. Ma lui ha una mentalità ristretta.”
Dunque, B.M. era un uomo – senza dubbio, uno di quegli “intellettuali”,
come loro stessi si definiscono, che sono veramente violenti e, come Angela
diceva, di mentalità ristretta. A quanto pareva, l’aveva invitato a farle visita a
casa. “B.M. è venuto a cena. Ha stretto la mano a Minnie!” L’esclamazione
diede un altro tocco all’immagine mentale che si stava facendo. B.M. non
sembrava abituato alle cameriere; aveva perfino stretto la mano a Minnie.
Presumibilmente era uno di quegli insignificanti operai che sbandierano le
loro opinioni nei salotti delle signore. Gilbert conosceva il tipo e non aveva
simpatia per questa specie particolare, chiunque fosse B.M. Ed eccolo di
nuovo: “Con B.M. alla Torre di Londra… Dice che la rivoluzione è alle
porte… Dice che viviamo nel Paradiso degli Stolti.” Era proprio il genere di
cose che B.M. avrebbe potuto dire – a Gilbert sembrava di sentirlo. E gli
sembrava anche di vederlo molto chiaramente – un ometto tozzo, con la
barba incolta, la cravatta rossa, vestito, come è tipico, di tweed, e che non
aveva mai fatto un giorno di lavoro onesto in tutta la sua vita. Di sicuro
Angela aveva il buonsenso di vederlo con lucidità. Continuò a leggere. “B.M.
ha detto cose molto spiacevoli sul conto di…” Il nome era accuratamente
cancellato. “Gli ho detto che non avrei più ascoltato ingiurie su…” Di nuovo
il nome era stato soppresso. Si trattava del suo nome? Era per questo che
Angela copriva svelta il quaderno quando lui arrivava? Il pensiero alimentò la
sua crescente antipatia verso B.M. Aveva avuto l’impertinenza di criticarlo in
quella stessa stanza. Perché Angela non glielo aveva mai detto? Non era da
lei nascondere qualcosa; lei era stata il candore in persona. Voltò le pagine
soffermandosi su ogni riferimento a B.M. “B.M. mi ha raccontato la storia
della sua infanzia. La madre lavorava come cameriera… Quando ci penso,
non riesco a perdonarmi di continuare a vivere in questo lusso… Più di tre
sterline per un cappellino!” Se solo ne avesse discusso con lui, invece di
tormentare la sua povera testolina su questioni che erano troppo difficili da
comprendere per lei! B.M. le aveva prestato dei libri. Karl Marx. Gli scritti
sulla rivoluzione. Le iniziali B.M., B.M., B.M. ricorrevano di continuo. Ma
perché non c’era mai il nome per esteso? C’era una confidenza, un’intimità in
quest’uso delle iniziali, che era davvero inusuale per Angela. Gli si rivolgeva
chiamandolo B.M.? Continuò a leggere. “B.M. è venuto a sorpresa dopo
cena. Per fortuna ero sola.” Questo accadeva solo un anno prima. “Per
fortuna” – perché per fortuna? – “ero sola.” Lui, Gilbert, dove si trovava
quella sera? Controllò la data nella propria agenda. Era stata la sera della cena
a Mansion House. E Angela l’aveva passata da sola con B.M.! Cercò di
ricordare. Lo stava aspettando alzata, quando era rientrato? La stanza aveva il
solito aspetto di sempre? C’erano bicchieri sul tavolo? Poltrone accostate
l’una all’altra? Non riusciva a ricordare niente – niente di niente, tranne il
discorso che aveva tenuto durante la cena a Mansion House. La cosa stava
diventando sempre più inspiegabile, per lui – l’intera faccenda: sua moglie
che riceveva da sola uno sconosciuto. Forse la spiegazione era nel quaderno
successivo. Affannosamente prese l’ultimo diario – quello lasciato
incompiuto dalla morte di Angela. Ecco di nuovo, fin dalla prima pagina,
quel maledetto tizio. “Cenato con B.M., solo lui e io… Era molto agitato. Ha
detto che era tempo di capirsi reciprocamente… Ho cercato di farmi
ascoltare. Ma è stato impossibile. Ha minacciato che se io non…”, il resto
della pagina era cassato. Aveva scritto “Egitto Egitto Egitto” su tutte le righe.
Non riuscì a decifrare una sola parola; ma poteva esserci un’unica
interpretazione: quel farabutto doveva averle chiesto di diventare la sua
amante. In una stanza di casa sua! Il sangue affluì al volto di Gilbert Clandon.
Girò rapidamente le pagine. Quale era stata la risposta di Angela? Le iniziali
erano scomparse. Adesso era diventato semplicemente “lui”. “È venuto di
nuovo. Gli ho detto che non posso prendere alcuna decisione… L’ho
implorato di lasciarmi…” Aveva tentato di imporsi a lei proprio in quella
casa. Ma perché lei non gliene aveva parlato? Come aveva potuto esitare
anche solo un istante? Poi: “Gli ho scritto una lettera.” Seguivano varie
pagine bianche. E questa nota: “Nessuna risposta alla mia lettera.” Altre
pagine vuote; e poi: “Ha fatto quel che aveva minacciato.” E dopo ancora –
cosa era successo dopo? Voltò le pagine una dopo l’altra. Tutte bianche. Ma
alla fine, proprio il giorno prima della sua morte, aveva scritto: “Avrò il
coraggio di farlo anch’io?” E questa era la fine.
Gilbert Clandon lasciò scivolare il quaderno sul pavimento. Poteva
vederla proprio davanti a sé. Stava ritta sul marciapiede, a Piccadilly. Gli
occhi fissi; i pugni stretti. Ed ecco la macchina…
Non poteva sopportarlo. Doveva sapere la verità. Si avventò sul telefono.
“Miss Miller!” Silenzio. Poi sentì che qualcuno si muoveva nella stanza.
“Sì, sono Miss Miller,” rispose finalmente la voce della donna.
“Chi è,” tuonò, “chi è B.M.?”
Dall’altra parte udì un orologio da due soldi che ticchettava sul caminetto;
poi un lungo sospiro. Alla fine lei disse:
“Era mio fratello.”
Era suo fratello; il fratello che si era tolto la vita.
“C’è qualcosa,” le sentì chiedere, “che posso spiegarle?”
“No, niente!” urlò Gilbert Clandon. “Niente!”
Ecco, aveva ricevuto la sua eredità. Angela gli aveva detto tutto. Si era
buttata dal marciapiede per raggiungere il suo amante. Si era buttata dal
marciapiede per fuggire da lui.
Il simbolo

C’era un piccolo avvallamento in cima alla montagna, simile a un cratere


lunare. Era pieno di neve, iridescente come il petto di un piccione, o di un
bianco assoluto. Di tanto in tanto, un nugolo di particelle farinose precipitava
in basso senza coprire nulla. Era troppo alto per creature che respirano o
esseri coperti di pelliccia. A ogni modo, la neve appariva talvolta cangiante;
oppure rosso sangue; o bianco candido, a seconda delle giornate.
Le tombe nella valle – perché su entrambi i fianchi scendevano vasti
pendii; all’inizio, di pura roccia, con sedimenti di neve; più in basso, un pino
si abbarbicava a un picco; poi una baita solitaria; poi una conca di puro
verde; quindi un grappolo di tetti a guscio d’uovo; infine, sul fondo, un
paesino, un albergo, un cinema e un piccolo cimitero – le tombe raccolte
intorno alla chiesa, non distanti dall’albergo, ricordavano il nome dei tanti
uomini precipitati durante una scalata.
“La montagna,” scrisse la donna seduta sul balcone dell’albergo, “è un
simbolo…” Fece una pausa. Col binocolo riusciva a vedere la vetta più alta.
Mise meglio a fuoco, come per vedere di che simbolo si trattasse. Stata
scrivendo alla sorella maggiore, a Birmingham.
Il balcone affacciava sulla strada principale di quel villaggio turistico delle
Alpi, come il palco di un teatro. Erano davvero pochi i salotti privati, e perciò
le commedie – perché questo erano – piccole farse – venivano messe in scena
in pubblico. Avevano sempre un che di provvisorio; come dei preludi; o
numeri di avanspettacolo. Intrattenimenti per ingannare il tempo; di rado
giungevano a una qualche conclusione, come per esempio un matrimonio; o
anche un’amicizia duratura. C’era in essi qualcosa di fantasioso, leggero,
irrisolto. Ben poco che fosse consistente si poteva trascinare a quell’altezza.
Perfino le case sembravano ninnoli. E ora che la voce della radio inglese
aveva raggiunto il villaggio, anch’essa era divenuta irreale.
Abbassando il binocolo, fece un cenno col capo ai ragazzi che, nella
strada lì sotto, si stavano preparando alla scalata. Con uno di loro aveva un
qualche legame – una zia del ragazzo era stata direttrice della scuola di sua
figlia.
Ancora con la penna in mano, tuttora bagnata d’inchiostro, salutò con la
mano gli scalatori. Aveva scritto che la montagna era un simbolo. Ma di che
cosa? Negli anni quaranta del secolo precedente, due uomini vi erano periti, e
altri quattro negli anni sessanta; i primi due, per la rottura di una corda; gli
altri, al cadere del buio, erano morti assiderati. Stiamo sempre scalando
qualche vetta; questo era il cliché. Ma non rappresentava ciò che aveva negli
occhi della sua mente: non dopo aver fissato col binocolo la cima intoccata.
Continuò a scrivere in maniera un po’ incoerente: “Mi domando perché mi
faccia pensare all’isola di Wight. Ricordi? Quando mamma stava per morire,
la portammo laggiù. Io mi mettevo sul balcone, quando arrivava il battello, e
le descrivevo i passeggeri. Dicevo, quello deve essere Mr Edwardes… È
appena sceso dalla passerella. Poi, adesso tutti i passeggeri sono sbarcati. Ora
il battello ha girato… Non ti ho mai detto, no, naturalmente – eri in India, e
stavi per avere Lucy – quanto desiderassi, quando veniva il dottore, che
dicesse: di sicuro, non sopravvivrà un’altra settimana. Fu una cosa che non
finiva mai; visse altri diciotto mesi. Proprio adesso la montagna mi ha fatto
ricordare come, quando ero sola, fissavo gli occhi sulla sua morte, vedendola
come un simbolo. Pensavo se mai sarei arrivata a quel punto – quando sarei
stata libera – perché, se ricordi, non potevamo sposarci finché lei non moriva.
Allora, sarebbe bastata una nuvola, invece della montagna. Pensavo, quando
sarò arrivata a quel punto – ma non l’ho mai confessato a nessuno, perché
sembrava così impietoso – allora sarò in cima. E riuscivo a immaginare così
tanti e diversi risvolti. Del resto, veniamo da una famiglia anglo-indiana.
Ancora adesso posso figurarmi, solo a sentir raccontare delle storie, come
vive la gente di altre parti del mondo. Posso vedere capanne di fango;
popolazioni selvagge; posso vedere elefanti che si abbeverano in uno stagno.
Tanti dei nostri zii e cugini erano esploratori. Io stessa ho avuto sempre un
grande desiderio di esplorazione. Ma naturalmente, quando è venuto il
momento, è parso più ragionevole, considerato il lungo fidanzamento, che mi
sposassi.”
Guardò oltre la strada una donna che stava battendo il tappeto su un altro
balcone. La vedeva ogni giorno alla stessa ora. Avrebbe potuto tirarci un
sassolino, su quel balcone. E ormai si sorridevano da una parte all’altra della
via.
“Le villette,” aggiunse riprendendo a scrivere, “sono molto simili a quelle
di Birmingham. Ogni casa ha dei pensionanti. L’albergo è al completo.
Anche se un po’ monotono, il cibo non si può dire che sia male. E
naturalmente l’albergo ha una vista splendida. Si vede la montagna da ogni
finestra. Ma questo è vero dappertutto, qui. Ti posso assicurare che qualche
volta, uscendo dall’unico negozio dove vendono i giornali – che arrivano con
una settimana di ritardo –, potrei mettermi a urlare, vedendo sempre quella
montagna davanti. A volte sembra appena al di là della strada. Altre volte
appare come una nuvola; solo che è immobile. In qualche maniera i discorsi,
persino fra i malati, che sono ovunque, riguardano sempre la montagna. Per
esempio: come è limpida oggi, sembra appena di là della strada; oppure:
come pare lontana, oggi; potrebbe essere una nuvola. Questo è il cliché più
comune. Ieri sera, durante una tempesta, ho sperato che per una volta non si
riuscisse a vederla. Ma proprio mentre ci servivano delle acciughe, il
reverendo Bishop ha detto: Guardate, ecco la montagna!
Dici che sono un’egocentrica? Non dovrei vergognarmi di me stessa,
quando c’è intorno tanta sofferenza? Non è limitata solo ai villeggianti. La
gente del posto soffre orribilmente di gotta. Naturalmente si potrebbe
debellarla, con un po’ di iniziativa, e di soldi. Non ci si dovrebbe vergognare
a soffermarsi su qualcosa che, dopo tutto, non può essere curato? Ci vorrebbe
un terremoto per distruggere questa montagna, così come immagino sia stato
un terremoto a generarla. L’altro giorno ho chiesto al proprietario, Herr
Melchior, se ci sono più stati dei terremoti. No, ha risposto, solo frane e
valanghe. Sono capaci, ha detto, di cancellare un intero paese. Ma qui non c’è
pericolo, ha aggiunto in fretta.
“Mentre scrivo queste righe, posso vedere distintamente i ragazzi sui
fianchi della montagna. Sono legati in cordata. Uno di loro, credo di avertelo
detto, era a scuola con Margaret. Adesso stanno attraversando un
crepaccio…”
La penna le cadde di mano e una goccia d’inchiostro colò a zigzag sul
foglio. I ragazzi erano scomparsi.
Fu soltanto a tarda notte, dopo che la squadra di soccorso aveva
recuperato i corpi, che lei ritrovò la lettera rimasta incompiuta sul tavolino
del balcone. Riprese nuovamente la penna; aggiunse: “I vecchi cliché tornano
sempre utili. Sono morti mentre cercavano di scalare la montagna… E la
gente del luogo ha portato qualche fiore da deporre sulle loro tombe. Sono
morti nel tentativo di scoprire…”
Sembrava non esserci una conclusione adatta. Così aggiunse: “Baci ai
ragazzi”, e poi il suo nomignolo.
La stazione balneare

Come tutte le piccole città di mare, era pervasa dall’odore di pesce. I


negozi di souvenir erano pieni di conchiglie lucidate, dure e fragili al tempo
stesso. Perfino la gente del luogo aveva un aspetto da conchiglia – un aspetto
fatuo, come se l’animaletto che vi si annida fosse stato estratto dalla punta di
uno spillo, lasciando soltanto il guscio esterno. I vecchi sul lungomare erano
conchiglie. Le loro ghette, i calzoni da fantino, i loro binocoli parevano
trasformarli in souvenir. Non potevano essere stati veri marinai o veri
cavallerizzi più di quanto le conchiglie incollate sulle cornici dei portaritratti
e degli specchi fossero state di casa nelle profondità marine. Anche le donne,
con i loro pantaloni, le scarpe con i tacchi a spillo, le borse di raffia e le
collane di perle, sembravano gusci di donne vere, che la mattina escono per
fare la spesa.
All’una in punto, questa fragile, lucida popolazione di crostacei si
radunava al ristorante. Il ristorante aveva un odore di pesce, l’odore di un
peschereccio che abbia tirato su le reti colme di sardine e aringhe. Il consumo
di pesce in quella sala da pranzo doveva essere enorme. L’odore pervadeva
perfino il locale sul mezzanino alla cui porta era scritto “Donne”. Solo una
porta divideva il locale in due scompartimenti. Da un lato della porta,
venivano soddisfatti i bisogni della natura; dall’altro, davanti al lavabo e allo
specchio, la natura era sottoposta alla disciplina dell’arte. Tre giovani donne
si trovavano in questa seconda fase del rituale quotidiano. Stavano
esercitando il diritto a migliorare la natura, sottomettendola con i loro piumini
da cipria e con piccoli dischetti rossi. Mentre lo facevano, chiacchieravano;
ma le chiacchiere vennero interrotte come dal sorgere di una marea montante;
quando la marea si ritirò, si udì che una di loro stava dicendo:
“A me lei non è mai piaciuta – quella smorfiosa… E a Bert non sono mai
piaciute le donnone… Lo avete visto da quando è tornato? Con quegli
occhi… così azzurri… Come due laghi… Anche Gert… Hanno gli stessi
occhi, tutti e due… Ci puoi guardare dentro… Hanno pure gli stessi denti…
Lui ha dei bellissimi denti bianchi… E anche Gert… Però i suoi sono un po’
storti… quando sorride…”
Uno scroscio d’acqua. La marea spumeggiò, ritirandosi. Subito dopo si
poté udire: “Ma dovrebbe stare più attento. Se lo beccano, rischia la corte
marziale…” A questo punto, un altro scroscio d’acqua venne dallo
scompartimento attiguo. La marea, alla stazione balneare, sembra avanzare e
ritirarsi di continuo. Lascia scoperti questi pesciolini; poi li inonda. Un’altra
volta si ritira, ed eccoli di nuovo, con quell’intenso e strano odore che sembra
permeare il luogo intero.
Ma di sera la piccola città appare piuttosto eterea. C’è un chiarore bianco
all’orizzonte. Per le strade, orecchini e crinoline. La città affonda giù
nell’acqua. E solo lo scheletro spicca nel cerchio fatato dei lampioni.
INDICE

Una pagina tutta per sé di Mario Fortunato

RACCONTI GIOVANILI

Phyllis e Rosamond
Lo strano caso di Miss V.
Diario della padrona Joan Martyn
Dialogo sul monte Pentelico
Memorie di una scrittrice

1917 – 1921

La macchia sul muro


Kew Gardens
La festa
Oggetti solidi
Simpatia
Un romanzo non scritto
Una casa con i fantasmi
L’associazione
Lunedì o martedì
Quartetto d’archi
Azzurro e verde

1922 – 1925

Un collegio femminile visto da fuori


In giardino
Mrs Dalloway in Bond Street
Le tendine di Tata Lugton
La vedova e il pappagallo: una storia vera
Il vestito nuovo
Felicità
Antenati
La presentazione
Insieme e separati
L’uomo che amava i suoi simili
Una semplice melodia
Un riepilogo

1926 – 1941

Momenti di essere:
“Le spille di Slater non hanno la punta”
La signora nello specchio: Un riflesso
Il fascino di uno stagno
Tre quadretti
Scene dalla vita di un ufficiale della Marina Britannica
Miss Pryme
Ritratti
Zio Vanja
La duchessa e il gioielliere
La partita di caccia
Lappin e Lapinova
Il riflettore
Gipsy, la bastardina
L’eredità
Il simbolo
La stazione balneare