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Il libro

“P R
con cui a volte giocavo o facevo a bo e per strada, ma non ce n’è
nessuno che desideri risca are dal paese dell’indifferenza.
Nessuno tranne quello di Blanca.” Si apre così la raccolta di racconti che lo
scri ore dell’indimenticabile saga del “Cimitero dei Libri Dimenticati” ha
voluto lasciare ai suoi le ori.
Un ragazzino decide di diventare scri ore quando scopre che i suoi
racconti richiamano l’a enzione della ricca bambina che gli ha rubato il
cuore. Un archite o fugge da Costantinopoli con gli schizzi di un proge o
per una biblioteca inespugnabile. Un uomo misterioso vuole convincere
Cervantes a scrivere il libro che non è mai esistito. E Gaudí, navigando verso
un misterioso appuntamento a New York, si dile a con luce e vapore, la
materia di cui dovrebbero essere fa e le ci à.
La ci à di vapore è una vera e propria estensione dell’universo narrativo
della saga di Zafón amata in tu o il mondo: pagine che raccontano la
costruzione della mitica biblioteca, che svelano aspe i sconosciuti di alcuni
dei suoi celebri personaggi e che rievocano da vicino i paesaggi e le
atmosfere così cari ai le ori. Scri ori malede i, archite i visionari, edifici
fantasmagorici e una Barcellona avvolta nel mistero popolano queste pagine
con una plasticità descri iva irresistibile e una scri ura magistrale.
Finora inediti in Italia, i racconti della Ci à di vapore ci conducono in un
luogo in cui, come per magia, riascoltiamo per l’ultima volta la voce
inconfondibile dello scri ore che più di ogni altro ci ha fa o sognare.
L’autore

Carlos Ruiz Zafón (Barcellona, 1964 – Los Angeles, 2020) è uno degli scri ori
più conosciuti nel panorama della le eratura internazionale dei nostri giorni
e l’autore spagnolo più le o in tu o il mondo dopo Cervantes. Le sue opere
sono state trado e in più di cinquanta lingue. Ha cominciato la sua carriera
nel 1993 con un libro per ragazzi, Il Principe della Nebbia, che, insieme a Il
Palazzo della Mezzano e e Le luci di se embre, forma la “Trilogia della Nebbia”.
A questa serie è seguito poi Marina. Nel 2001 ha pubblicato L’ombra del vento,
il primo romanzo della saga del “Cimitero dei Libri Dimenticati”, che
comprende Il gioco dell’angelo, Il Prigioniero del Cielo e Il Labirinto degli Spiriti:
un universo le erario che si è trasformato in uno dei più grandi fenomeni
editoriali dei cinque continenti. I suoi romanzi, in Italia, sono tu i pubblicati
da Mondadori. La ci à di vapore è uscito postumo in Spagna nel 2020.
Carlos Ruiz Zafón

LA CITTÀ DI VAPORE
RACCONTI

Traduzione di Bruno Arpaia


Dopo un po’, padre e figlio si confondono tra la folla delle Ramblas come due
figure di vapore, i loro passi perduti per sempre nell’ombra del vento.

L’ombra del vento


Nota del curatore

Dopo aver completato l’opera della sua vita, Il cimitero dei libri
dimenticati, con la pubblicazione a novembre del 2016 dell’ultimo
romanzo della tetralogia, Il labirinto degli spiriti, Carlos Ruiz Zafón
aveva in mente di riunire tu i i suoi racconti in un volume. Si
tra ava di me ere a disposizione dei le ori sia quei racconti che
aveva dato alle stampe in formati diversi, in pubblicazioni
periodiche o in estra i che avevano accompagnato edizioni speciali
dei romanzi, sia altri rimasti inediti.
A tal fine, aveva affidato a questo curatore i racconti che vedranno
qui la luce per la prima volta e gli aveva dato l’incarico di recuperare
i testi già pubblicati nel corso del tempo per preparare un volume
che non avrebbe dovuto essere la semplice raccolta dei suoi racconti.
Tu avia, in primo luogo per la vicinanza della pubblicazione della
tetralogia, e poi a causa della mala ia dell’autore, era stato
consigliabile rimandarne l’edizione.
Carlos Ruiz Zafón concepiva quest’opera, oltre che in se stessa,
come un riconoscimento ai suoi le ori, che lo avevano seguito nel
corso della saga iniziata con L’ombra del vento. Oggi, a causa del
cara ere postumo con cui viene pubblicata, diventa anche un
omaggio della sua casa editrice all’autore, un riconoscimento al
quale si uniranno sicuramente i le ori di uno degli scri ori più
ammirati del nostro tempo.
La ci à di vapore è un ampliamento del mondo le erario del
Cimitero dei libri dimenticati. Sia per lo sviluppo di aspe i sconosciuti
di qualche personaggio, sia per l’approfondimento della storia della
costruzione della mitica biblioteca, sia perché la tematica, i motivi o
l’atmosfera che avvolge questi racconti risulteranno familiari ai
le ori della saga. Scri ori malede i, archite i visionari, identità
g
soppiantate, edifici fantasmagorici, una plasticità descri iva
irresistibile, la maestria nei dialoghi… e sopra u o la promessa che
il racconto, la trama, il fa o stesso di narrare ci porteranno in un
territorio nuovo e affascinante.
Da Blanca e l’addio, il racconto che inaugura il libro, fino ad
Apocalisse in due minuti, a mo’ di commiato, le storie si vanno
intrecciando a raverso la voce narrante, la cronologia o i de agli,
per disegnare un mondo che si erge pieno e ricco davanti ai nostri
occhi, per quanto sia un mondo di finzione, un universo di vapore.
Anche rispe o ai generi le erari, La ci à di vapore dimostra
l’abilità con cui Carlos Ruiz Zafón se n’è servito per costruire una
le eratura propria e inconfondibile, in cui identifichiamo elementi
del romanzo di formazione, di quello storico, di quello gotico, del
thriller, di quello romantico, senza che manchi il suo tocco
magistrale nel racconto dentro il racconto.
Ma non ti intra eniamo oltre, caro le ore. Sono probabilmente
superflue le spiegazioni sul valore e i riconoscimenti raggiunti
dall’opera di un autore, quando quell’autore ha dato origine a un
agge ivo: cervantino, dickensiano, borgesiano… Benvenuto in un
nuovo libro – sfortunatamente l’ultimo – zafoniano.

Émile de Rosiers Castellaine


La ci à di vapore
Blanca e l’addio
(Dalle memorie mai accadute di un certo David Martín)

1
Ho sempre invidiato la capacità di dimenticare che possiedono
alcune persone per le quali il passato è come un cambio di stagione,
o come un paio di scarpe vecchie che basta condannare in fondo a un
armadio perché siano incapaci di ripercorrere i passi perduti. Io ho
avuto la disgrazia di ricordare tu o e che tu o, a sua volta,
ricordasse me. Ricordo una prima infanzia di freddo e solitudine, di
istanti morti passati a contemplare il grigiore dei giorni e quello
specchio nero che stregava lo sguardo di mio padre. Non conservo
quasi memoria di alcun amico. Posso evocare i volti dei bambini del
quartiere della Ribera con cui a volte giocavo o facevo a bo e per
strada, ma non ce n’è nessuno che desideri risca are dal paese
dell’indifferenza. Nessuno tranne quello di Blanca.
Blanca aveva un paio di anni più di me. La conobbi un giorno di
aprile davanti al portone di casa mia mentre camminava per mano a
una domestica che era andata a ritirare dei libri in una piccola
libreria antiquaria di fronte al cantiere dell’Auditorium. Il destino
volle che quel giorno la libreria non aprisse fino a mezzogiorno e che
la domestica arrivasse alle undici e mezzo, lasciando una lacuna di
a esa di trenta minuti nei quali, senza che lo sospe assi, sarebbe
stato suggellato il mio destino. Fosse stato per me, non mi sarei mai
azzardato a scambiare una parola con lei. Il suo abbigliamento, il suo
profumo e il suo a eggiamento patrizio da ragazzina ricca, blindata
di seta e tulle, non lasciavano alcun dubbio sul fa o che quella
creatura non apparteneva al mio mondo, e ancora meno io al suo. Ci
separavano soltanto pochi metri di strada, ma leghe e leghe di leggi
invisibili. Mi limitai a osservarla come si ammirano gli ogge i sacri
in una vetrina o sugli scaffali di uno di quei bazar le cui porte
sembrano aperte, ma che si sa che non si oltrepasseranno mai nella
vita. Ho pensato spesso che, se non fosse stato per il fermo
a eggiamento di mio padre rispe o alla mia pulizia personale,
Blanca non si sarebbe mai accorta di me. Mio padre era dell’opinione
che avesse visto abbastanza sudiciume durante la guerra da
riempirci nove vite e, sebbene fossimo più poveri di un topo di
biblioteca, mi aveva insegnato fin da piccolo a familiarizzarmi con
l’acqua gelata che sgorgava, quando voleva, dal rubine o del
lavatoio, e con quelle sapone e che odoravano di candeggina e
strappavano via perfino i rimorsi. E fu così che, a o o anni appena
compiuti, il so oscri o, David Martín, lindo e pinto pezzente e
futuro aspirante le erato di terza fila, riuscì a me ere insieme la
presenza di spirito per non distogliere lo sguardo quando quella
bambolina di buona famiglia posò gli occhi su di me e sorrise
timidamente. Mio padre mi aveva sempre de o che nella vita
bisogna sempre ripagare la gente con la stessa moneta con cui si
viene pagati. Lui si riferiva agli schiaffoni e ad altri gesti
d’arroganza, ma io decisi di seguire i suoi insegnamenti e di
rispondere a quel sorriso, aggiungendo come mancia un lieve cenno
di assenso. Fu lei ad avvicinarsi lentamente e, guardandomi dall’alto
in basso, mi tese la mano, un gesto che mai nessuno mi aveva
riservato, e disse:
«Mi chiamo Blanca».
Blanca tendeva la mano come le signorine nelle commedie
neoclassiche, con il palmo in basso e con la languidezza di una
damigella parigina. Non mi resi conto che sarebbe stato opportuno
chinarmi e sfiorarla con le labbra, e dopo un po’ Blanca ritirò la
mano e inarcò un sopracciglio.
«Io sono David.»
«E sei sempre così maleducato?»
Stavo lavorando a una via d’uscita retorica per compensare la mia
condizione di zotico plebeo con uno sfoggio d’ingegno e brillantezza
che salvasse il mio profilo, quando la domestica si avvicinò con aria
costernata e mi guardò come si guarda un cane rabbioso che se ne va
liberamente in giro per strada. La domestica era una donna molto
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giovane dall’aspe o severo e dagli occhi neri e profondi che non
mostravano alcuna simpatia nei miei confronti. Prese Blanca per un
braccio e la allontanò dalla mia portata.
«Con chi sta parlando, signorina Blanca? Lo sa che a suo padre
non piace che lei parli con gli estranei.»
«Non è un estraneo, Antonia. Questo è il mio amico David. Mio
padre lo conosce.»
Rimasi di sasso mentre la domestica mi osservava in tralice.
«David come?»
«David Martín, signora. Per servirla.»
«Antonia non la serve nessuno, David. È lei che serve noi. Non è
vero, Antonia?»
Fu appena un istante, un’espressione che nessuno avrebbe
avvertito ecce o me, che la stavo guardando a entamente. Antonia
lanciò un’occhiata breve e oscura a Blanca, uno sguardo avvelenato
d’odio che mi gelò il sangue, prima di nasconderlo con un sorriso
rassegnato e di scuotere la testa come per non dare importanza alla
faccenda.
«Ragazzini» borbo ò di soppia o, allontanandosi per tornare alla
libreria, che stava ormai aprendo le porte.
Blanca, allora, accennò a sedersi sul gradino del portone. Perfino
un cafone come me sapeva che quel vestito non poteva entrare in
conta o con i materiali meschini e ricoperti di carbonella con cui era
costruita la mia casa. Mi tolsi il giaccone rappezzato di toppe e lo
stesi al suolo a mo’ di tappetino. Blanca si sede e sul mio migliore
indumento e sospirò, osservando la strada e le persone che
passavano. Antonia non ci toglieva gli occhi di dosso dall’ingresso
della libreria, e io facevo finta di non accorgermene.
«Abiti da queste parti?» chiese Blanca.
Indicai la proprietà vicina, annuendo.
«E tu?»
Blanca mi guardò come se quella fosse la domanda più stupida
che avesse ascoltato nella sua breve vita.
«Certo che no.»
«Non ti piace il quartiere?»
«Puzza, è buio, fa freddo e la gente è bru a e fa rumore.»
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Non mi era mai passato per la testa di riassumere in quel modo il
mondo da me conosciuto, ma non trovai argomenti solidi con cui
contraddirla.
«E perché vieni qui?»
«Mio padre ha una casa vicino al mercato del Born. Antonia mi
porta da lui quasi ogni giorno.»
«E tu dove abiti?»
«A Sarriá, con mia madre.»
Perfino un semplicio o come me aveva sentito parlare di quel
posto, ma la verità è che non c’ero mai stato. Lo immaginavo come
una ci adella di grandi ville e viali fiancheggiati da tigli, lussuose
carrozze e frondosi giardini, un mondo popolato di persone come
quella bambina, però più alte. Senza dubbio il suo era un mondo
profumato, luminoso, con fresche brezze e ci adini silenziosi e di
bell’aspe o.
«E come mai tuo padre vive qui e non con voi?»
Blanca si strinse nelle spalle, distogliendo lo sguardo.
L’argomento sembrava me erla a disagio e preferii non insistere.
«È soltanto per un periodo» aggiunse. «Presto tornerà a casa.»
«Certo» dissi, senza sapere bene di cosa stessimo parlando, ma
ado ando quel tono di compatimento di chi nasce già sconfi o ed è
bravissimo a raccomandare rassegnazione.
«La Ribera non è così male, vedrai. Ti abituerai.»
«Non voglio abituarmi. Non mi piace questo quartiere, e non mi
piace la casa che ha comprato mio padre. Non ho amici qui.»
Deglutii.
«Io posso essere tuo amico, se vuoi.»
«E tu chi sei?»
«David Martín.»
«Questo l’hai già de o.»
«Immagino che sono anch’io uno che non ha amici.»
Blanca si voltò e mi guardò con un misto di curiosità e diffidenza.
«Non mi piace giocare né a nascondino né a palla» avvertì.
«Neanche a me.»
Blanca sorrise e mi tese di nuovo la mano. Stavolta ci misi tu o il
mio impegno per baciarla.
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«Ti piacciono i racconti?» domandò.
«È quello che più mi piace al mondo.»
«Ne so alcuni che pochissime persone conoscono» disse. «Mio
padre li scrive per me.»
«Anch’io scrivo racconti. Be’, me li invento e li imparo a
memoria.»
Blanca corrugò la fronte.
«Vediamo. Raccontamene uno.»
«Adesso?»
Blanca annuì, con aria di sfida.
«Spero che non parli di principessine» minacciò. «Odio le
principessine.»
«Be’, c’è una principessa… però è molto ca iva.»
Il viso le si illuminò.
«Ca iva quanto?»

2
Quella ma ina Blanca divenne la mia prima le rice, il mio primo
pubblico. Le raccontai come meglio potei la mia fiaba di principesse
e stregoni, di malefici e baci avvelenati in un universo di incantesimi
e palazzi viventi che strisciavano per le lande di un mondo di
tenebre come belve infernali. Al termine della narrazione, quando
l’eroina si immergeva nelle gelide acque di un lago nero con una rosa
malede a fra le mani, Blanca fissò per sempre la ro a della mia vita
versando una lacrima e mormorando, emozionata e liberata da
quella verniciatura da signorina di buona famiglia, che la mia storia
le era sembrata stupenda. Avrei dato la vita perché quell’istante non
svanisse mai. L’ombra di Antonia che si allungava ai nostri piedi mi
restituì alla prosaica realtà.
«Ce ne andiamo, signorina Blanca, a suo padre non piace che
arriviamo tardi a pranzo.»
La domestica la strappò via da me e se la portò giù per la strada,
ma io continuai a guardarla negli occhi finché il suo profilo
scomparve e la vidi salutarmi con la mano. Raccolsi il mio giaccone e
me lo infilai di nuovo, sentendomi addosso il calore e l’odore di
Blanca. Sorrisi tra me e, sebbene fosse durato soltanto pochi secondi,
capii che per la prima volta nella mia vita ero stato felice e che,
adesso che avevo assaggiato il sapore di quel veleno, la mia esistenza
non sarebbe mai più stata uguale.
Quella sera mio padre, mentre cenavamo con pane e zuppa, mi
guardò con severità.
«Ti vedo diverso. È successo qualcosa?»
«No, papà.»
Andai a le o presto, fuggendo dall’umore cupo di mio padre. Mi
stesi al buio pensando a Blanca, alle storie che volevo inventare per
lei, e mi resi conto di non sapere né dove abitasse né quando, caso
mai, l’avrei rivista.
Trascorsi i giorni successivi cercando Blanca. Dopo pranzo, non
appena mio padre si addormentava o chiudeva la porta della sua
stanza e si consegnava al suo oblio privato, io uscivo e mi dirigevo
verso la parte bassa del quartiere per percorrere i vicoli stre i e bui
che circondavano il paseo del Born con la speranza di incontrare
Blanca o la sua sinistra domestica. Giunsi a conoscere a memoria
ogni meandro e ogni ombra di quel labirinto di strade i cui muri
sembravano convergere gli uni contro gli altri per chiudersi in una
rete di tunnel. Le vecchie strade delle corporazioni medievali
tracciavano un reticolo di anditi che partivano dalla basilica di Santa
María del Mar e si intrecciavano in un nodo di passaggi, archi e
curve impossibili in cui la luce del sole penetrava a stento per pochi
minuti al giorno. Gargolle e rilievi segnavano gli incroci tra antichi
palazzi in rovina e edifici che crescevano gli uni sugli altri come
rocce su una scogliera di finestre e torri. Al tramonto, esausto,
tornavo a casa giusto quando mio padre si era appena svegliato.
Al sesto giorno, mentre cominciavo a credere di aver sognato il
mio incontro, imboccai calle de los Mirallers guardando la porta
laterale di Santa María del Mar. Una nebbiolina densa era calata
sulla ci à e si trascinava per le strade come un velo biancastro. Il
portico della chiesa era aperto. Fu lì che vidi, stagliate sull’ingresso
del tempio, le sagome di una donna e di una bambina vestite di
bianco che, un secondo dopo, la nebbia avvolse nel suo abbraccio.
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Corsi verso di loro ed entrai nella basilica. La corrente d’aria
trascinava la nebbia all’interno dell’edificio e un manto spe rale di
vapore aleggiava sopra la fila di banchi della navata centrale,
agganciato alla luce delle candele. Riconobbi Antonia, la domestica,
inginocchiata in uno dei confessionali con un’espressione contrita e
di supplica. Non avevo dubbi che la confessione di quell’arpia
doveva avere la tonalità e la consistenza del catrame. Blanca stava
aspe ando seduta su un banco con le gambe penzoloni e lo sguardo
perso sull’altare. Mi avvicinai all’estremità del banco e lei si voltò.
Nel vedermi, le si illuminò il volto e sorrise, facendomi dimenticare
di colpo gli interminabili giorni di miseria che avevo trascorso
cercando di trovarla. Mi sede i accanto a lei.
«Cosa ci fai qui?» domandò.
«Venivo a messa» improvvisai.
«Non è orario di messa» rise.
Non avevo voglia di mentirle e abbassai lo sguardo. Non ci fu
bisogno di dirle nulla.
«Anche tu mi sei mancato» disse. «Pensavo che ti saresti
dimenticato di me.»
Scossi la testa. L’atmosfera di nebbia e sussurri mi armò di
coraggio e decisi di rivolgerle una di quelle dichiarazioni che avevo
confezionato per uno dei miei racconti di magia ed eroismo.
«Non potrei mai dimenticarmi di te» dissi.
Erano parole che sarebbero risultate vuote e ridicole, tranne che in
bocca a un ragazzino di o o anni che forse non sapeva quello che
stava dicendo, però lo sentiva. Blanca mi guardò negli occhi con una
strana tristezza che non apparteneva allo sguardo di una bambina e
mi strinse forte la mano.
«Prome imi che non ti dimenticherai mai di me.»
La domestica, Antonia, apparentemente ormai libera dal peccato e
pronta a ricascarci, ci osservava con astio dall’ingresso della fila di
banchi.
«Signorina Blanca?»
Blanca non distolse lo sguardo da me.
«Prome imelo.»
«Te lo prome o.»
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Ancora una volta la domestica si portò via la mia unica amica. Le
vidi allontanarsi lungo il corridoio centrale della basilica e
scomparire dalla porta posteriore che dava sul paseo del Born.
Stavolta, però, una punta di malizia impregnò la mia malinconia.
Qualcosa mi diceva che la domestica era una donna dalla coscienza
fragile e che doveva passare assiduamente dal confessionale per
espiare le sue mancanze. Le campane del tempio suonarono le
qua ro, e il germe di un piano cominciò a formarsi nella mia mente.
A partire da quel giorno, ogni pomeriggio alle qua ro meno un
quarto mi presentavo nella basilica di Santa María del Mar e mi
sedevo in uno dei banchi vicini ai confessionali. Non erano passati
due giorni quando le vidi comparire di nuovo. Aspe ai che la
domestica si inginocchiasse davanti al confessionale e mi avvicinai a
Blanca.
«Un giorno sì e uno no, alle qua ro» mi disse in un sussurro.
Senza perdere un istante, la presi per mano e me la portai a spasso
per la basilica. Avevo preparato per lei un racconto ambientato
proprio lì, fra le colonne e le cappelle del tempio, con un duello
finale che si svolgeva nella cripta so o l’altare, tra uno spirito
malefico fa o di cenere e sangue e un eroico cavaliere. Quella
sarebbe stata la prima puntata di una serie di avventure, orrori e
storie d’amore di alta precisione che avevo inventato per Blanca con
il titolo Gli spe ri della Ca edrale e che nella mia immensa vanità di
autore novellino mi sembravano poco meno che oro fino. Terminai il
primo capitolo giusto in tempo per tornare al confessionale e
trovarci la domestica, che stavolta non mi vide perché mi nascosi
dietro una colonna. Per un paio di se imane Blanca e io ci
incontrammo lì ogni due giorni. Condividevamo storie e sogni da
bambini mentre la domestica martirizzava il parroco con il prolisso
resoconto dei suoi peccati.
Alla fine della seconda se imana, il confessore, un sacerdote con
l’aria da pugile ritirato dal ring, notò la mia presenza e non tardò a
collegare i capi sciolti. Stavo per svignarmela quando mi fece cenno
di avvicinarmi al confessionale. Il suo aspe o da pugile mi convinse
e obbedii all’ordine. Mi inginocchiai al confessionale, tremando
all’evidenza che il mio stratagemma era stato scoperto.
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«Ave Maria Purissima» mormorai a raverso la grata.
«Secondo te, bestia, ho una faccia da monaca?»
«Mi perdoni, padre. Non so cos’è che si dice.»
«A scuola non te l’hanno insegnato?»
«Il maestro è ateo e dice che voi preti siete uno strumento del
capitale.»
«E lui, di chi è strumento?»
«Non l’ha de o. Credo che si ritenga un giocatore svincolato.»
Il prete rise.
«Dove hai imparato a parlare così? A scuola?»
«Leggendo.»
«Leggendo cosa?»
«Quello che posso.»
«Leggi già la parola del Signore?»
«Il Signore scrive?»
«Continua a fare il furbo e finirai a bruciare all’inferno.»
Deglutii.
«Devo raccontarle adesso i miei peccati?» mormorai, angosciato.
«Non ce n’è bisogno. Li hai stampati in fronte. Cos’è questa storia
con quella cameriera e quella bambina quasi ogni giorno?»
«Quale storia?»
«Ti ricordo che questo è un confessionale e, se menti a un prete,
magari quando esci Nostro Signore ti incenerisce con un fulmine
devastante» minacciò il confessore.
«È sicuro?»
«Io, se fossi in te, non rischierei. Forza, parla.»
«Da dove inizio?» chiesi.
«Salta i toccamenti e le parolacce e dimmi cosa ci fai quasi tu i i
giorni alle qua ro nella mia parrocchia.»
La genuflessione, la penombra e l’odore di cera hanno qualcosa
che invita a scaricare la coscienza. Confessai anche il primo starnuto.
Il prete ascoltava in silenzio, schiarendosi la voce ogni volta che mi
fermavo. Al termine della mia dichiarazione, quando immaginavo
che mi avrebbe mandato dri o all’inferno, sentii che il prete rideva.
«Non mi dà una penitenza?»
«Come ti chiami, ragazzino?»
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«David Martín, signore.»
«Padre, non signore. Signore è tuo padre, o l’Altissimo, e io non
sono tuo padre, sono un padre, in questo caso padre Sebastián.»
«Perdoni, padre Sebastián.»
«“Padre” basta e avanza. E quello che perdona è il Signore. Io
amministro soltanto. Ora, dove eravamo rimasti? Per oggi ti lascio
andare soltanto con un avvertimento e un paio di avemaria. E
siccome credo che il Signore, nella sua infinita saggezza, abbia scelto
questa strada insolita per farti avvicinare alla chiesa, ti propongo un
accordo. Mezz’ora prima di incontrare la tua damigella, ogni due
giorni, vieni qui e mi aiuti a pulire la sacrestia. In cambio io terrò la
domestica occupata almeno una mezz’ora per darti tempo.»
«Farà questo per me, padre?»
«Ego te absolvo in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. E adesso
sparisci.»

3
Padre Sebastián dimostrò di essere un uomo di parola. Io arrivavo
mezz’ora prima e lo aiutavo in sacrestia, perché il poverino era
mezzo zoppo e a malapena ce la faceva da solo. Gli piaceva ascoltare
le mie storie, che secondo lui erano piccole bestemmie di cara ere
veniale, ma lo divertivano, specialmente quelle di spe ri e
incantesimi. Mi parve un uomo solitario quanto me, che aveva
acce ato di aiutarmi quando gli avevo confessato che Blanca era la
mia unica amica. Io vivevo per quegli incontri.
Blanca era sempre pallida e allegra, vestita di color avorio.
Portava scarpe nuove e collanine con medaglie d’argento. Ascoltava i
racconti che inventavo per lei e mi parlava del suo mondo e della
casa grande e buia in cui suo padre era andato a vivere non lontano
da lì, un posto che le faceva paura e che detestava. A volte mi
parlava di sua madre, Alicia, con cui viveva nell’antica casa di
famiglia a Sarriá. Altre volte, quasi piangendo, si riferiva a suo
padre, che adorava, ma che, diceva, era malato e non usciva quasi di
casa.
«Mio padre è uno scri ore» raccontava. «Come te. Ma non mi
scrive più racconti come prima. Adesso scrive soltanto storie per un
uomo che ogni tanto va a trovarlo a casa di no e. Io non l’ho mai
visto, ma una volta che sono rimasta lì a dormire li ho sentiti parlare
fino a molto tardi, chiusi nello studio di mio padre. Quell’uomo non
è buono. Mi fa paura.»
Ogni pomeriggio, quando mi accomiatavo da lei, tornavo a casa
sognando a occhi aperti il momento in cui l’avrei salvata da
quell’esistenza di assenze, da quel visitatore no urno che la
spaventava, da quella vita tra la bambagia che le rubava la luce ogni
giorno che passava. Ogni pomeriggio mi dicevo che non l’avrei
dimenticata e che, soltanto ricordandola, avrei potuto salvarla.
Un giorno di novembre, di cielo azzurro e brina alle finestre, uscii
come sempre per incontrarla, ma Blanca non venne al nostro
appuntamento. Per due se imane a esi ogni giorno invano nella
basilica che la mia amica facesse a o di presenza. La cercai
dovunque, e quando mio padre mi sorprese a piangere di no e gli
mentii e gli dissi che mi facevano male i denti, anche se nessun dente
poteva mai fare male come quell’assenza. Padre Sebastián, che
cominciava a preoccuparsi vedendomi ogni giorno ad aspe are lì
come un’anima in pena, un giorno si sede e accanto a me e cercò di
consolarmi.
«Forse dovresti dimenticare la tua amica, David.»
«Non posso. Le ho promesso che non l’avrei mai dimenticata.»
Era trascorso un mese dalla sua scomparsa quando mi resi conto
che cominciavo a dimenticarla. Avevo smesso di andare in chiesa
ogni due giorni, di inventare racconti per lei, di tra enere la sua
immagine al buio ogni sera quando mi addormentavo. Avevo
iniziato a dimenticare il suono della sua voce, il suo profumo e la
luce del suo volto. Quando compresi che la stavo perdendo, andai
da padre Sebastián per supplicarlo di perdonarmi, di strapparmi via
quel dolore che mi divorava dall’interno e mi diceva in faccia che
avevo infranto la mia promessa ed ero stato incapace di ricordare
l’unica amica che avessi avuto nella vita.
Vidi per l’ultima volta Blanca agli inizi di quel mese di dicembre.
Ero sceso in strada e stavo osservando la pioggia dal portone
p gg p
quando la scorsi. Camminava da sola so o la pioggia, con le scarpe
di vernice bianche e il vestito color avorio macchiati dall’acqua delle
pozzanghere. Corsi verso di lei e vidi che stava piangendo. Le chiesi
cosa fosse successo e mi abbracciò. Blanca mi disse che il padre era
molto malato e che lei era scappata di casa. Le dissi di non temere
nulla, che saremmo fuggiti insieme, che avrei rubato i soldi per due
biglie i del treno, se occorreva, e che saremmo scappati per sempre
dalla ci à. Blanca mi sorrise e mi abbracciò. Rimanemmo così,
abbracciati in silenzio so o le impalcature del cantiere dell’Orfeón,
finché una grande carrozza nera si fece largo tra la nebbia del
temporale e si fermò davanti a noi. Ne scese una sagoma scura. Era
Antonia, la domestica. Mi strappò Blanca dalle braccia e la fece salire
in carrozza. Blanca gridò, e quando cercai di afferrarla per un braccio
la domestica si voltò e mi diede uno schiaffo con tu e le sue forze.
Caddi di schiena sul selciato, intontito dalla bo a. Quando mi
rialzai, la carrozza si stava allontanando.
La inseguii so o la pioggia fino al cantiere per l’apertura di vía
Layetana. Il nuovo viale era una lunga valle di fossati cosparsi di
pozzanghere che avanzava distruggendo a colpi di dinamite e gru
da demolizione la giungla di vicoli e case del quartiere della Ribera.
La carrozza schivò buche e pozzanghere, guadagnando terreno. Nel
tentativo di non perdere le sue tracce salii su un monticello di
sampietrini e terra che fiancheggiava un fossato inondato dalla
pioggia. All’improvviso sentii il terreno cedermi so o i piedi e
scivolai. Rotolai nel fossato fino a cadere a faccia in giù nel pozzo
d’acqua che ci si era formato. Riuscii a toccare il fondo con il piede e
a tirare la testa fuori dal liquido, che mi arrivava alla vita. Mi resi
allora conto che l’acqua era avvelenata e percorsa da ragni neri che
galleggiavano e camminavano sulla superficie. Gli inse i si
lanciarono su di me e mi coprirono le mani e le braccia. Urlai,
agitando gli arti superiori e scalando in preda al panico le pareti di
fango del fossato. Quando riuscii a uscire dalla buca inondata ormai
era tardi. La carrozza si perdeva verso la parte alta della ci à e la sua
sagoma svaniva nel manto della pioggia. Fradicio fino alle ossa, mi
trascinai a casa, dove mio padre dormiva ancora, chiuso nella sua
stanza. Mi tolsi i vestiti e mi misi a le o tremante di rabbia e di
freddo. Vidi che avevo la pelle delle mani e delle braccia ricoperta di
piccoli punti rossi che sanguinavano. Punture. I ragni del fossato
non avevano perso tempo. Sentii il veleno bruciarmi nel sangue e
persi conoscenza, cadendo in un abisso di oscurità tra la coscienza e
il sonno.
Sognai di percorrere le strade deserte del quartiere alla ricerca di
Blanca so o il temporale. La pioggia nera crivellava le facciate e il
bagliore dei lampi lasciava intravedere delle sagome in lontananza.
Una grande carrozza nera si trascinava fra la nebbia. Blanca era al
suo interno e urlava ba endo sui vetri con i pugni. Seguii le sue urla
fino a una strada stre a e tenebrosa, dove scorsi la carrozza che si
fermava davanti a una grande casa buia che si torceva in un torrione
che pugnalava il cielo. Blanca scendeva dalla carrozza e mi
guardava, allungando le mani verso di me in un gesto di supplica. Io
volevo correre da lei, ma i miei passi mi perme evano a stento di
guadagnare qualche metro. Era allora che l’enorme sagoma scura
compariva sulla porta della casa, un grande angelo con un volto di
marmo che mi guardava e sorrideva come un lupo, dispiegando le
sue ali nere sopra Blanca e avvolgendola nel loro abbraccio. Io
gridavo, ma un silenzio assoluto era calato sulla ci à. In un istante
infinito la pioggia rimase sospesa in aria, un milione di lacrime di
cristallo che galleggiavano nel vuoto, e vidi l’angelo baciarla sulla
fronte, mentre le sue labbra le marchiavano la pelle come un ferro
rovente. Quando la pioggia sfiorò il suolo, erano entrambi scomparsi
per sempre.
Senza nome

Barcellona, 1905
Anni dopo mi dissero di averla vista per l’ultima volta mentre
imboccava quel viale cupo che conduceva alle porte del Cimitero
dell’Est. Faceva scuro e un vento gelido del nord trascinava una
volta di nubi rosse sopra la ci à. Camminava da sola, tremando di
freddo e lasciando una scia di passi incerti sul manto di neve che
aveva cominciato a cadere a metà pomeriggio. Arrivata alle soglie
del camposanto, la ragazza si fermò un istante per riprendere fiato.
Un bosco di angeli e croci si insinuava da dietro i muri. Il puzzo di
fiori morti, calce e zolfo le lambì il volto, invitandola a entrare. Si
disponeva a proseguire il cammino quando una fi a di dolore si fece
strada nelle sue viscere come un ferro rovente. Si portò le mani al
ventre e respirò a fondo, resistendo alla nausea. Per un istante
interminabile ci furono soltanto l’agonia e la paura di non riuscire a
fare un altro passo, di crollare a terra di fronte al cancello del
cimitero e di essere trovata lì all’alba, abbracciata alle inferriate come
una statua di fiele e di brina, con il figlio che portava in grembo
intrappolato senza rimedio in un sarcofago di ghiaccio.
Sarebbe stato così facile abbandonarsi lì, stesa sulla neve, e
chiudere gli occhi per sempre. Però sentiva pulsare quell’alito di vita
nelle viscere, un alito che non voleva spegnersi, che la teneva in
piedi, e capì che non si sarebbe arresa né al dolore né al freddo.
Riunì forze che non aveva e si alzò di nuovo. Lacci di dolore le si
annodavano nel ventre, ma li ignorò e accelerò il passo. Non si fermò
finché non si fu lasciata alle spalle il labirinto di sepolcri e statue
ammuffite. Soltanto allora, alzando lo sguardo, sentì un soffio di
speranza quando vide ritagliarsi nelle tenebre del crepuscolo la
grande porta di ferro ba uto che conduceva alla Vecchia Fabbrica di
Libri.
Più in là, il Pueblo Nuevo si estendeva verso un orizzonte di
cenere e d’ombra. La ci à delle fabbriche disegnava il riflesso oscuro
di una Barcellona stregata da centinaia di ciminiere che
sanguinavano il loro fiato nero sullo scarla o del cielo. Via via che la
ragazza si addentrava nel gomitolo di vicoli imprigionati tra
capannoni e magazzini cavernosi, i suoi occhi riconobbero alcune
delle grandi stru ure che puntellavano il quartiere, dalla fabbrica di
Can Saladrigas alla Torre de las Aguas. La Vecchia Fabbrica di Libri
si distingueva fra tu e. Dal suo profilo stravagante emergevano torri
e ponti sospesi che suggerivano l’opera di un archite o diabolico che
avesse scoperto il modo di prendersi gioco delle leggi della
prospe iva. Cupole, minareti e ciminiere cavalcavano in una babele
di volte e navate sostenute da dozzine di colonne e archi rampanti.
Sculture e rilievi serpeggiavano lungo i muri, e tamburi crivellati di
vetrate emanavano aghi di luce spe rale.
La ragazza osservò la ba eria di gargolle che coronavano i
cornicioni e suppuravano linee di vapore che spargevano il profumo
amaro di carta e inchiostro. Sentendo che il dolore le stringeva di
nuovo le viscere, si affre ò verso la grande porta principale e tirò il
batacchio. Si sentì l’eco smorzata di una campana dietro il portone in
ferro ba uto. La ragazza si guardò alle spalle e notò che in appena
pochi secondi le tracce dei suoi passi erano state di nuovo velate
dalla neve. Un vento gelido e tagliente la spingeva contro il portone.
Tirò ancora con forza il batacchio, e poi ancora e ancora, ma non
o enne risposta. Il tenue chiarore intorno a lei sembrava svanire
progressivamente, mentre le ombre si estendevano rapide ai suoi
piedi. Cosciente che non le restava molto tempo, si allontanò di
qualche passo dal portone e scrutò le finestre della facciata
principale. Una sagoma si ritagliava in una delle vetrate fumé,
immobile come un ragno al centro della sua tela. La ragazza non
riusciva a vederne il viso o a riconoscere altro che i lineamenti di un
corpo femminile, ma seppe di essere osservata. Agitò le braccia e
alzò la voce chiedendo aiuto. La sagoma rimase immobile finché, di
colpo, la luce che la delineava si spense. La finestra rimase del tu o
p p
buia, però la ragazza avvertì che i due occhi che la osservavano
fissamente erano ancora lì nell’ombra, immobili, brillando nel
crepuscolo. Per la prima volta la paura le fece dimenticare il freddo e
il dolore. Tirò il batacchio per la terza volta e, quando capì che non
avrebbe avuto risposta, cominciò a ba ere sulla porta con i pugni e a
gridare. Ba é fin quando le mani le sanguinarono, supplicando aiuto
finché la voce le si spezzò e le gambe non riuscirono più a sostenerla.
Accasciata su una pozzanghera ghiacciata, chiuse gli occhi e ascoltò
il palpito di vita nel suo ventre. Dopo un po’, la neve cominciò a
coprirle il viso e il corpo.
La no e si allargava ormai come inchiostro versato quando la
porta si aprì proie andole un ventaglio di luce sul corpo. Due
sagome che portavano lanterne a gas si accovacciarono accanto a lei.
Uno degli uomini, corpulento e con il volto bu erato dal vaiolo,
scostò i capelli dalla fronte della ragazza. Lei aprì gli occhi e gli
sorrise. I due uomini si scambiarono un’occhiata e il secondo, più
giovane e minuto, indicò qualcosa che brillava nella mano della
ragazza. Un anello. Il giovane accennò a strapparglielo, ma il suo
compagno lo fermò.
La sollevarono. Il più anziano e più forte dei due la prese in
braccio e ordinò all’altro di correre a cercare aiuto. Il giovane annuì a
denti stre i e si perse nell’oscurità. La ragazza teneva lo sguardo
fisso negli occhi dell’uomo corpulento che la portava in braccio,
mormorando una parola che non riusciva a formarsi sulle sue labbra
lacerate dal freddo. Grazie, grazie.
L’uomo, che zoppicava leggermente, la condusse in quello che
sembrava un garage situato accanto all’ingresso della fabbrica. Una
volta all’interno, la ragazza riuscì a sentire altre voci e avvertì varie
braccia che la sostenevano e la facevano stendere su un tavolo di
legno davanti a un fuoco. A poco a poco, il calore delle fiamme fuse
le lacrime di ghiaccio che le imperlavano i capelli e il viso. Due
ragazze, giovani come lei e vestite da domestiche, la avvolsero in
una coperta e cominciarono a sfregarle le braccia e le gambe. Mani
che profumavano di spezie le portarono alle labbra un bicchiere di
vino caldo. Il liquido tiepido si sparse nelle sue viscere come un
balsamo.
Stesa sul tavolo, la ragazza esaminò la stanza con lo sguardo e
capì che si trovava in una cucina. Una delle domestiche le sistemò la
testa sopra degli strofinacci e la ragazza lasciò cadere la fronte
all’indietro. Stesa a quel modo poteva vedere la stanza invertita, le
pentole, le padelle e gli utensili sospesi contro la gravità. Fu così che
la vide entrare. Il viso pallido e sereno della donna vestita di bianco
si avvicinava lentamente dalla porta, come se camminasse sul
soffi o. Le domestiche si scostarono al suo passaggio e l’uomo
corpulento, abbassando lo sguardo con un accenno di timore, si
ritirò in fre a. La ragazza sentì i passi e le voci che si allontanavano e
capì di essere sola con la donna vestita di bianco. La vide chinarsi su
di lei e avvertì il suo alito, caldo e dolce.
«Non aver paura» mormorò la signora.
I suoi occhi grigi la esaminavano in silenzio e il dorso della sua
mano, la pelle più morbida che avesse mai conosciuto, le sfiorava la
guancia. La ragazza pensò che la signora avesse la presenza e il
portamento di un angelo stanco, caduto dal cielo tra ragnatele di
oblio. Cercò rifugio nel suo sguardo. La signora le sorrise e le
accarezzò il viso con infinita dolcezza. Rimasero così per mezz’ora,
quasi in silenzio, finché si sentì un vociare in cortile e le domestiche
tornarono in compagnia dell’uomo giovane e di un signore, infilato
in uno spesso soprabito, che portava una grande borsa nera. Il
medico si appostò al suo fianco e le sentì il polso. I suoi occhi la
osservavano con nervosismo. Le palpò il ventre e sospirò. La ragazza
non riuscì quasi a capire gli ordini che il do ore impartiva alle
domestiche e ai servitori che si erano riuniti intorno al fuoco.
Soltanto allora trovò le forze per recuperare la voce e domandare se
suo figlio sarebbe nato sano. Il do ore, che a giudicare dalla sua
espressione dava entrambi per morti, si limitò a scambiare uno
sguardo con la signora in bianco.
«David» mormorò la ragazza. «Si chiamerà David.»
La signora annuì e la baciò sulla fronte.
«Ora devi essere forte» le sussurrò la donna, prendendole con
fermezza la mano.
Anni dopo seppi che quella ragazza di appena diciasse e anni
giacque in assoluto silenzio, senza articolare neanche un gemito, con
g q g
gli occhi aperti e le lacrime che le scendevano lungo le guance,
mentre il do ore le apriva il ventre con un bisturi e portava al
mondo un bambino che avrebbe potuto ricordarla soltanto
a raverso le parole di qualche estraneo. Mi sono chiesto infinite
volte se fosse riuscita a vedere la signora in bianco che le rivolgeva le
spalle per prendere il neonato fra le braccia e stringerselo al pe o di
seta bianca mentre lei tendeva le braccia e supplicava che le
lasciassero vedere suo figlio. Mi sono domandato spesso se quella
ragazza poté sentire il pianto del figlio, che si allontanava tra le
braccia di un’altra donna, quando la lasciarono sola in quella stanza
in cui rimase distesa nella pozza del proprio sangue finché non
tornarono per avvolgere il suo corpo ancora tremante in un sudario.
Mi sono chiesto se sentì una delle domestiche che le strappava
l’anello dalla mano sinistra lacerandole la pelle per rubarlo mentre
trascinavano di nuovo il suo corpo nella no e e i due uomini che
l’avevano salvata la bu avano adesso su un carro. Mi sono chiesto
tante volte se respirasse ancora quando i cavalli si fermarono e i due
tipi presero il sudario per lanciarlo nel canale che trascinava le acque
reflue di cento fabbriche verso la tundra di baracche e capanne di
canne e cartone che ricoprivano la spiaggia del Bogatell.
Ho voluto credere che all’ultimo momento, quando le acque
fetide la sputarono in mare e il sudario che la avvolgeva si dispiegò
nella corrente per consegnare il suo corpo alla tenebra senza fondo,
lei capì che il bambino che aveva dato alla luce sarebbe vissuto e
l’avrebbe ricordata per sempre.
Non seppi mai il suo nome.
Quella ragazza era mia madre.
Una signorina di Barcellona

Laia aveva cinque anni la prima volta che suo padre la vende e. Fu
un accordo innocente e compassionevole, senza altra malizia che
quella ispirata dalla fame e dalle ingiunzioni di pagamento. Eduardo
Sentís, fotografo e ritra ista senza fortuna né gloria, aveva da poco
ereditato lo studio di colui che era stato suo mentore e datore di
lavoro per più di vent’anni. Aveva cominciato lì come apprendista,
era diventato poi aiutante e, alla fine, dopo aver ricevuto il titolo, ma
non lo stipendio, fotografo e assistente alla direzione. Lo studio si
trovava in un ampio locale situato a un piano terra di calle Consejo
de Ciento e ospitava qua ro teatri di posa, due stanze per lo
sviluppo e un magazzino traboccante di a rezzature antiquate e in
condizioni precarie. Con lo studio, Eduardo aveva ereditato i
numerosi insoluti lasciati dal suo datore di lavoro, che era stato più
un uomo di lenti e lastre che di chiarezza nei conti. Al momento
della sua scomparsa, Eduardo Sentís non riceveva lo stipendio da
più di sei mesi. Secondo l’esecutore testamentario, il trapasso post
mortem dell’a ività e del miserrimo patrimonio che le faceva da
contorno voleva essere una giusta ricompensa per la sua devota e
austera dedizione. Non appena luce e stenografi discesero sui conti
dell’a ività, Eduardo Sentís capì che, più che un’eredità, ciò che il
suo datore di lavoro gli aveva lasciato, dopo che lui gli aveva
dedicato la giovinezza e l’impegno, era una semplice maledizione.
Dove e licenziare tu i i dipendenti e affrontare la sopravvivenza
dello studio, nonché la sua, da solo. Fino a quel momento, buona
parte degli affari generati dallo studio si concentrava in effemeridi
familiari di vario stampo, da nozze e ba esimi a funerali e
comunioni. Il tema delle pompe funebri e delle inumazioni era una
specialità della casa, e Eduardo Sentís si era abituato a illuminare e a
p
ritrarre meglio i defunti che i vivi, che per di più non venivano mai
sfuocati nelle lunghe esposizioni perché non si muovevano e non
dovevano tra enere il respiro.
Fu la sua reputazione come ritra ista di tenebre a procurargli un
incarico che, all’inizio, sembrava semplice e senza grandi
complicazioni. Margarita Pons, bimba di cinque anni e figlia di
un’agiata coppia con un palazzo sull’avenida del Tibidabo e uno
stabilimento industriale sulle sponde del Ter, era morta vi ima di
strane febbri a capodanno del 1901. Sua madre, donna Eulalia, era
caduta in una crisi nervosa che i medici della famiglia si erano
affre ati ad alleviare con generose dosi di laudano. Don Federico
Pons, pater familias e gentiluomo senza spazio né tempo per i
sentimentalismi, aveva visto morire più di un figlio e non aveva
sparso né una lacrima né un lamento. Poteva già contare su un erede
primogenito maschio, sano e di bell’aspe o. La perdita di una figlia,
sebbene triste, comportava comunque un risparmio a lungo e medio
termine del patrimonio familiare. La sua intenzione era celebrare il
funerale e procedere celermente all’inumazione nella tomba di
famiglia del cimitero di Montjuïc, al fine di ristabilire quanto prima
la routine del lavoro quotidiano, però donna Eulalia, creatura fragile
e propensa a farsi abbindolare dalle sinistre dame della società
spiritistica La Luz di calle Elisabets, non era in condizioni di voltare
pagina con tanta determinazione. Per tacitare i suoi sospiri, don
Federico acce ò di far realizzare la serie di ritra i della defunta
desiderati dalla madre, prima che gli adde i delle pompe funebri
procedessero all’eterno confezionamento del cadavere in una bara
d’avorio punteggiata di cristalli azzurri.
Eduardo Sentís, ritra ista di defunti, venne convocato nel palazzo
dell’avenida del Tibidabo in cui risiedevano i Pons. La proprietà era
nascosta da un frondoso bosche o a cui si accedeva da un cancello
all’angolo tra l’avenida e calle de José Garí. Era una giornata grigia e
accigliata, una scheggia di quell’inverno ostile e incline alle brume
che tanta malasorte aveva recato al povero Sentís. Siccome non
sapeva a chi lasciare sua figlia Laia, la portò con sé. Con la bambina
per una mano e con la borsa di lenti e soffie i nell’altra, Sentís salì
sul tram azzurro e si presentò nel palazzo dei Pons con il proposito
p p p p
di iniziare l’anno con introiti contanti e sonanti. Fu ricevuto da un
domestico che lo guidò a raverso il giardino fino all’edificio e, una
volta lì, venne condo o in una piccola sala d’a esa. Laia guardava
tu o con occhi affascinati, perché non aveva mai visto un posto
come quello, che sembrava uscito da una fiaba, ma di quelle con la
matrigna perfida e gli specchi avvelenati di bru i ricordi. Lampadari
di cristallo pendevano dal soffi o, statue e quadri fiancheggiavano le
pareti, e spessi tappeti persiani ricoprivano il pavimento. Sentís,
osservando quella fortuna a peso morto, fu tentato di aumentare la
sua tariffa. Venne ricevuto da don Federico, che a stento lo guardò
negli occhi e gli parlò con il tono che riservava ai lacchè e agli operai
della fabbrica. Aveva un’ora per sca are una serie di ritra i della
bambina defunta. Quando vide Laia, don Federico corrugò la fronte
con disapprovazione. Era un dogma condiviso dai maschi della sua
famiglia che l’utilità del genere femminile si concentrasse a le o, a
tavola o in cucina, e quella mocciosa non aveva né l’età né il
lignaggio per essere considerata in nessuno dei tre casi. Sentís
giustificò la presenza della figlia adducendo che l’urgenza
dell’incarico gli aveva impedito di trovare qualcuno che badasse a
lei. Don Federico si limitò a esalare un sospiro e fece cenno al
fotografo di seguirlo su per le scale.
La bambina era stata preparata in una stanza del primo piano. Era
stesa su un ampio le o ricoperto di gigli bianchi, con le mani
incrociate sul pe o che circondavano un crocefisso, un diadema di
fiori sulla fronte e con indosso un vestito di seta vaporosa. Due
domestici sorvegliavano la porta in silenzio. Un fascio di luce cinerea
cadeva dalla finestra sul viso della bambina. La sua pelle aveva
acquistato l’aspe o e il colore del marmo. Vene blu e nere
percorrevano la sua carnagione quasi trasparente. Gli occhi erano
infossati nelle orbite e le labbra erano di color porpora. La stanza
puzzava di fiori morti.
Sentís fece cenno a Laia di aspe arlo in corridoio e cominciò a
montare il cavalle o e la macchina di fronte al le o. Calcolò che
avrebbe fa o sei lastre in totale. Due primi piani con una delle lenti
lunghe. Due piani medi dalla vita in su e un paio di piani lunghi a
figura intera. Tu i dalla stessa angolazione, perché sospe ava che un
g g p p
profilo o un tre quarti avrebbero accentuato la rete di vene e capillari
scuri che affioravano da so o la pelle della bambina, producendo dei
ritra i se possibile ancora più sinistri di quanto imponesse la
situazione. Una leggera sovresposizione avrebbe reso la pelle più
bianca e addolcito l’immagine con un’aura più calda e sfumata per il
corpo e una maggiore profondità di campo e di de aglio nel
contorno. Mentre preparava le lenti, avvertì che qualcosa si muoveva
a un’estremità della stanza. Quella che entrando aveva scambiato per
una delle tante statue era in realtà una donna vestita di nero con il
volto coperto da un velo. Era donna Eulalia, la madre della bambina,
che singhiozzava in silenzio e si trascinava per la stanza come
un’anima in pena. Si avvicinò alla bimba e le accarezzò il viso.
«Il mio angelo mi parla» disse a Sentís. «Lei non la sente?»
Sentís annuì e proseguì nei suoi preparativi. Prima usciva da lì,
meglio era. Una volta pronto a cominciare a sca are le prime
immagini, il fotografo chiese alla madre di allontanarsi per qualche
istante dall’inquadratura della macchina. Lei baciò il cadavere sulla
fronte e si mise alle spalle del fotografo.
Sentís era così concentrato sul suo lavoro che non si accorse che
Laia era entrata nella stanza ed era in piedi accanto a lui, guardando
raggelata la bambina morta stesa sul le o. Prima che potesse reagire,
la signora Pons si avvicinò a Laia e si accovacciò davanti a lei. «Ciao,
tesoro. Sei tu il mio angelo?» chiese. La signora prese in braccio la
figlia di Sentís e se la strinse al pe o. Sentís si sentì gelare il sangue.
La madre della defunta cantava una ninnananna a Laia e la cullava
fra le braccia, le diceva che era il suo angelo e che non si sarebbero
separate mai più. In quell’istante apparve don Federico, che le tolse
la bambina dalle braccia e portò via la moglie dalla stanza. Donna
Eulalia piangeva e supplicava di lasciarla accanto al suo angelo, con
le braccia tese verso Laia. Non appena rimasero soli, il fotografo
espose le lastre più in fre a che poté e raccolse l’a rezzatura.
Quando uscì, don Federico lo a endeva all’ingresso con il
pagamento dei suoi servigi in una busta. Sentís notò che la busta
conteneva il doppio della somma concordata. Don Federico lo
osservava con un misto di bramosia e disprezzo. Gli fece l’offerta su
due piedi: in cambio di una generosa somma di denaro, il giorno
p g g
dopo il fotografo avrebbe portato la figlia al palazzo dei Pons e ce
l’avrebbe lasciata fino a sera. Sentís, stupefa o, guardò la figlia e poi
Pons. L’industriale raddoppiò la somma offerta. Sentís rifiutò in
silenzio. «Ci pensi» fu quanto gli disse Pons accomiatandosi.
Il fotografo passò la no e sveglio. Laia trovò il padre che
piangeva nella penombra dello studio e gli prese la mano. Gli disse
di portarla in quella casa, che lei sarebbe stata l’angelo e che avrebbe
giocato con la signora. A metà ma ina arrivarono alle porte del
palazzo. A Sentís fu consegnato il denaro per mezzo di un lacchè e
venne de o di tornare alle se e. Vide Laia scomparire all’interno
della villa e si trascinò giù per il viale fino a trovare un caffè nella
parte alta di calle Balmes, dove gli servirono una coppa di brandy, e
poi un’altra, e un’altra ancora, e poi quelle che furono necessarie per
arrivare all’ora in cui doveva andare a riprendere la figlia.
Quel giorno Laia lo passò a giocare con donna Eulalia e le
bambole della defunta. Donna Eulalia le fece indossare gli abiti della
morta, la baciò e la tenne tra le braccia raccontandole storie e
parlandole dei suoi fratelli, della zia, di un ga o che avevano avuto
ma che era scappato di casa. Giocarono a nascondino e salirono
nell’a ico. Corsero per il giardino e fecero merenda davanti alla
fontana del cortile, ge ando molliche di pane ai pesci colorati che
solcavano le acque dello stagno. Al crepuscolo, donna Eulalia si stese
a le o con Laia accanto e bevve a piccoli sorsi il suo bicchiere
d’acqua con il laudano. Così, abbracciate nella penombra, si
addormentarono entrambe finché un domestico svegliò Laia e la
accompagnò alla porta, dove suo padre la aspe ava con gli occhi
arrossati per la vergogna. Quando la vide, cadde in ginocchio e la
abbracciò. Il lacchè gli allungò una busta con il denaro e gli diede
istruzioni di riportare la bambina alla stessa ora il giorno successivo.
Quella se imana, Laia andò ogni giorno al palazzo dei Pons per
trasformarsi nel piccolo angelo, per giocare con i suoi gioca oli e
indossare i suoi vestiti, per rispondere al suo nome e scomparire
nell’ombra della bambina morta che stregava ogni angolo di quella
casa triste e buia. Al sesto giorno i suoi ricordi erano quelli della
piccola Margarita, e la sua esistenza passata era evaporata. Si era
trasformata in quella presenza desiderata e aveva imparato a
q p p
incarnarla con più intensità della stessa defunta. Aveva imparato a
leggere sguardi e desideri, ad ascoltare il tremito di cuori malati di
perdita e a trovare i gesti e le carezze che consolavano
dall’inconsolabile. Senza saperlo, aveva imparato a trasformarsi in
un’altra persona, a essere nulla e nessuno, a vivere nella pelle di altri.
Non chiese mai al padre di non portarla lì, né gli raccontò ciò che
succedeva nelle lunghe ore che vi trascorreva. Il fotografo, ebbro di
denaro e di sollievo, affogava la propria coscienza nella pretesa di
un’opera buona, di un gesto di pietà cristiana. «Se non vuoi, non
devi più andare in quella casa, capito?» le diceva ogni sera quando
lei tornava dal palazzo dei Pons. «Ma stiamo facendo loro del bene.»
Il piccolo angelo svanì quando arrivò il se imo giorno. Dissero
che donna Eulalia si era svegliata in piena no e e, non trovando la
bambina accanto a sé, aveva cominciato a cercarla freneticamente per
tu a la casa, convinta che stessero ancora giocando a nascondino. Il
laudano e l’oscurità l’avevano condo a in giardino, dove aveva
creduto di sentire una voce e di incontrare lo sguardo di un piccolo
angelo con il volto solcato da vene blu e le labbra nere di veleno che
la chiamava dalle acque dello stagno e la invitava a immergervisi e
ad acce are l’abbraccio gelido e silenzioso delle tenebre che la
trascinavano e le sussurravano: «Madre, ora saremo insieme per
sempre, come volevi tu».
Per anni il fotografo e la figlia viaggiarono per ci à e villaggi di
tu o il paese con il loro circo di inganni e piaceri. A diciasse e anni
Laia aveva ormai imparato a incarnare vite e volti a partire da
qualche documento, da una vecchia fotografia, da un racconto
dimenticato o da qualche ricordo che si rifiutava di morire. A volte la
sua arte serviva a resuscitare la nostalgia di un primo amore segreto
e proibito, e la sua carne tremula si svegliava so o le mani di amanti
ormai in ritirata, persone che avevano potuto comprare tu o nella
vita tranne ciò che più desideravano e che era loro sfuggito.
Commercianti pieni di soldi e carenti di vita si svegliavano,
magari per pochi minuti, nel le o di donne che la ragazza aveva
costruito a partire da un desiderio segreto, dalle pagine di un diario
o da un ritra o di famiglia, e il cui ricordo li avrebbe accompagnati
per il resto della vita. A volte il miracolo della sua arte raggiungeva
p gg g
una tale perfezione che il cliente perdeva la nozione che si tra ava
soltanto di un’illusione per offuscargli i sensi e avvelenarli di piacere
per alcuni istanti. Il cliente credeva allora che la ragazza fosse chi
diceva di essere, che l’ogge o del suo desiderio avesse preso vita, e
non voleva lasciarlo andar via. Era disposto a perdere la fortuna o la
vita deserta e vuota in cui si era trascinato fino a quel momento, per
vivere il resto della sua illusione tra le braccia di quella ragazza che
si incarnava in ciò che più si desiderava.
Quando questo accadeva, e accadeva sempre più spesso, perché
Laia aveva imparato a leggere l’anima e il desiderio degli uomini con
una precisione tale che perfino il padre sentiva a volte che il gioco si
era spinto troppo oltre, i due fuggivano di no e come ricercati e si
nascondevano in un’altra ci à, in altre strade, per se imane. Allora
Laia passava le giornate rinchiusa nella suite di un albergo di lusso,
dormendo quasi tu o il tempo, immersa in un letargo di silenzio e di
tristezza, mentre il padre visitava i casinò della ci à e in pochi giorni
perdeva la fortuna che avevano accumulato. Le promesse di
abbandonare quella vita si infrangevano di nuovo e il padre la
abbracciava e le sussurrava che ci sarebbe stata soltanto un’altra
volta, un altro cliente, e che poi si sarebbero ritirati in una casa
accanto a un lago dove Laia non avrebbe mai più dovuto dar vita ai
desideri occulti di nessun uomo ricco e malato di solitudine. Laia
sapeva che il padre mentiva, che mentiva senza rendersi conto di
quel che faceva, come tu i i grandi bugiardi che prima mentono a se
stessi e poi non sono più in grado di distinguere la verità neanche se
li pugnala al cuore. Sapeva che mentiva e lo perdonava, perché lo
amava e perché in fondo desiderava che il gioco continuasse, che lei
potesse trovare presto un altro personaggio a cui dare vita e con cui
riempire, seppure soltanto per qualche giorno o per poche ore, quel
grande vuoto che le andava crescendo dentro e che se la mangiava
viva di no e, quando a endeva tra lenzuola di seta e in suite di
alberghi di lusso il ritorno del padre, ubriaco di liquore e di
fallimento.
Ogni mese Laia riceveva la visita di un uomo maturo e dall’aria
vinta, che suo padre chiamava il do or Sentís. Il do ore, un uomo
fragile che viveva al riparo di due lenti con cui confidava di
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nascondere il suo sguardo di sconforto e di sconfi a, aveva visto
giorni migliori. Da giovane, in anni più prosperi, il do or Sentís
aveva avuto un prestigioso studio in calle Ausias March da cui
passavano dame e damigelle in età da marito o abbastanza giovani
da ricordarla. Lì, a gambe aperte e distese nella stanza dai soffi i
azzurri, le esponenti della crème della borghesia barcellonese non
avevano segreti né pudori per il buon do ore. Le sue mani avevano
messo al mondo centinaia di neonati di bell’aspe o, e le sue cure e i
suoi consigli avevano salvato la vita e spesso la reputazione di
pazienti che erano state diseducate a far sì che buona parte del loro
corpo, la parte che più ardeva e pulsava, conservasse più segreti del
mistero della Santissima Trinità.
Il do or Sentís aveva i modi sereni e il tono amichevole e sano di
chi non vede vergogne né rossori nelle cose della vita. Affabile e
tranquillo, sapeva guadagnarsi la fiducia e l’apprezzamento di
donne e ragazze intimorite da suore e frati a noleggio che non si
palpavano le vergogne se non nella penombra e a richiesta del
maligno. Spiegava loro senza arrossire e senza smancerie il
funzionamento del loro corpo, e insegnava a non provare alcun
pudore per ciò che, secondo lui, non era altro che l’opera del
Signore. Ovviamente, un uomo di talento e di successo, integro e
onesto, non poteva durare nella buona società, e più prima che poi
giunse la sua ora. La caduta dei giusti arriva sempre per mano di
quelli che più sono loro debitori. Non si tradisce chi ci vuol fare
affondare, ma chi ci tende la mano, sia pure soltanto per non
riconoscere il debito di gratitudine che abbiamo nei suoi confronti.
Nel caso del do or Sentís, il tradimento lo a endeva da tempo.
Per anni il buon do ore aveva assistito una signora di alto lignaggio
che transitava per un matrimonio senza conta i né quasi parole con
un uomo che conosceva appena e con il quale aveva giaciuto due
volte in vent’anni. La signora, per forza d’abitudine, aveva imparato
a vivere con le ragnatele nel cuore, ma non si rassegnava a tacitare il
fuoco tra le cosce e, in una ci à in cui a tanti gentiluomini piaceva
tra are le proprie mogli come sante e vergini e quelle degli altri
come sgualdrine e ba one, non le era costata molta fatica trovare
amanti e pellegrini con cui ammazzare la noia e ricordare che era
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viva, sebbene soltanto dal collo in giù. Le avventure e disavventure
nei le i altrui comportavano dei rischi e la signora non aveva segreti
per il buon do ore, il quale si assicurava che le sue cosce pallide e
anelanti non cadessero preda di mali e dolori di scarsa reputazione. I
deco i, gli unguenti e i saggi consigli impartiti dal do ore avevano
mantenuto la signora in uno stato di immacolato ardore per anni.
La vita volle, come fa di solito ogni volta che ne ha l’opportunità,
che la bontà del medico gli fosse restituita so o forma di fiele e
malignità. La buona società di ogni ci à è un mondo piccolo quasi
quanto la sua riserva di onestà, ed era scontato che sarebbe giunto il
giorno malede o in cui qualcuno di quegli amanti di mezz’ora, per
meschinità o per dispe o, o meglio ancora per interesse, avrebbe
svelato la vita segreta e ardente di una donna solitaria e triste agli
occhi delle sue amiche affilati nell’invidia. La storia della pu ana con
le calze di seta, soprannome con il quale qualche pe egolo con
pretese da le erato l’aveva ba ezzata, scorse come sangue caldo nel
chiacchiericcio di una comunità che viveva di maldicenze e sospe i.
Gentiluomini distinti si compiacevano tra le risate di descrivere
nei minimi de agli gli incanti della signora decaduta a pu ana con
le calze di seta, mentre le loro non meno distinte e disprezzate mogli
mormoravano come quella sgualdrina screditata, che si era spacciata
per loro amica, avesse fa o cose innominabili e corro o l’anima e le
parti basse dei loro mariti e figli a qua ro zampe e con la bocca
piena, facendo sfoggio di acrobazie linguistiche che non avevano
imparato negli undici anni nelle aule del Sacro Cuore. La storia, che
cresceva e diventava più balzana ogni volta che passava di bocca in
bocca, non tardò ad arrivare all’augusto marito della cosidde a
pu ana con le calze di seta. Si disse in seguito che la colpa non fu di
nessuno, che fu per propria scelta che la signora lasciò la casa di
famiglia, abbandonò i suoi vestiti e i suoi gioielli, si trasferì in un
appartamento freddo, senza luce né mobili, di calle Mallorca e un
giorno di gennaio si stese sul le o davanti alla finestra aperta e
bevve mezzo bicchiere di laudano, finché le si fermò il cuore, e i suoi
occhi, aperti al vento gelido dell’inverno, si creparono di brina.
La trovarono nuda, senza altra compagnia che una lunga le era
con l’inchiostro ancora fresco in cui confessava la sua storia e
incolpava di tu o il do or Sentís, che l’aveva stordita con le sue
pozioni e le sue scaltre parole, convincendola a consegnarsi a una
vita di abbandono e lussuria dalla quale soltanto le preghiere e
l’incontro con il Signore alle porte del purgatorio potevano salvarla.
La le era, in facsimile o riassunta, circolò ampiamente tra le
persone perbene e nel giro di un mese l’agenda dello studio del
do or Sentís era vuota, mentre la sua aria taciturna e tranquilla era
diventata quella di un paria a cui a stento si rivolge uno sguardo o
una parola. Dopo mesi di penurie, il do ore tentò di trovare lavoro
negli ospedali della ci à, però nessuno volle acce arlo perché il
marito della defunta, che da pu ana con le calze di seta era
diventata santa martire dal manto bianco, era un uomo di grande
potere e aveva fa o capire senza mezzi termini che chiunque avesse
concesso tregua al do or Sentís si sarebbe unito a lui nel paese dei
dimenticati.
Con il tempo e l’invisibilità, il buon do ore discese dalle nubi
ova ate della Barcellona benestante e passò ad abitare l’infinito
scantinato delle sue strade, dove centinaia di pu ane senza calze di
seta e di anime diseredate accolsero i suoi servigi e la sua onestà, se
non con soldi che quasi non avevano, con rispe o e gratitudine. Il
buon do ore, che aveva dovuto svendere lo studio in calle Ausias
March e la ville a a San Gervasio per sopravvivere negli anni
difficili, acquistò un appartamento modesto in calle Condal, dove
sarebbe morto molti anni dopo, stanco e felice, privo di rimorsi.
Fu in quei primi anni, durante i quali il do or Sentís girava per
postriboli e meublés del Quinto Distre o armato di medicine e buon
senso, che si imba é nel fotografo che tentò di prestargli, senza farsi
pagare, i talenti di sua figlia. Il fotografo aveva sentito che il do ore
aveva perso una figlia, di nome Laia, di soli qua ordici anni, e che la
moglie lo aveva lasciato poco tempo dopo, incapace di reggere alla
perdita che li univa. Chi lo conosceva, diceva che il buon do ore
vivesse stregato dalla tragedia della morte di Laia, che non era
riuscito a salvare nonostante tu i i suoi sforzi. Il fotografo, che il
do ore aveva liberato da un’infezione all’orecchio che era stata sul
punto di costargli l’udito e la ragione, voleva pagarlo in natura ed
era convinto che, studiando le foto e i ricordi che il do ore aveva
della morta, avrebbe potuto riportare in vita sua figlia e restituire a
lui, magari per qualche minuto, ciò che più aveva amato al mondo. Il
do ore declinò l’offerta, ma stabilì una certa amicizia con il fotografo
e finì per diventare il medico di sua figlia, che visitava ogni mese e
che teneva in salvo da mala ie e malanni propri della sua
professione.
Laia adorava il do ore e aspe ava le sue visite. Era l’unico uomo
che conosceva che non la guardasse con desiderio e non proie asse
su di lei fantasie senza rimedio. Poteva parlare con lui di cose che
non avrebbe mai de o al padre e poteva confidargli i propri timori e
le proprie inquietudini. Il do ore, che non giudicava mai i suoi
pazienti né le occupazioni che la vita aveva scelto per loro, non
poteva nascondere le obiezioni per il modo in cui il fotografo
vendeva gli anni migliori della figlia. A volte le parlava della figlia
che aveva perso, e lei sapeva, senza bisogno che nessuno glielo
dicesse, di essere l’unica a cui il do ore confidava i propri segreti e i
propri ricordi. Intimamente, lei desiderava poter prendere il posto
dell’altra Laia e diventare la figlia di quell’uomo triste e buono, e
abbandonare il fotografo, che l’avidità e la menzogna avevano finito
per trasformare in un estraneo che andava in giro con i vestiti di suo
padre. Ciò che la vita le aveva negato, glielo avrebbe dato la morte.

Poco dopo aver compiuto diciasse e anni, Laia capì di essere incinta.
Il padre poteva essere uno qualsiasi dei clienti che in ragione di tre
alla se imana sostenevano i debiti di gioco del fotografo. All’inizio
Laia nascose la gravidanza al padre e durante i primi mesi elaborò
mille scuse per evitare le visite del do or Sentís. I corse i e l’arte di
fare in modo che gli altri vedessero in lei ciò che volevano vedere
fecero il resto. Al quarto mese di gravidanza uno dei suoi clienti, un
medico che era stato rivale del do or Sentís e che aveva ereditato
buona parte dei suoi pazienti, si accorse della circostanza nel corso
di un gioche o in cui Laia, con le mane e ai piedi e alle mani, si
so oponeva a una crudele visita a opera di un do ore al quale i
gemiti di dolore dei pazienti eccitavano l’animo. La lasciò
sanguinante e nuda ammane ata sul le o, dove ore dopo la trovò il
padre.
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Scoperta la verità, il fotografo fu preso dal panico e si affre ò a
condurre la figlia da una matrona che praticava arti malvagie in uno
scantinato di calle Aviñón perché la liberasse del nobile bastardo che
portava in grembo. Circondata da candele e secchi d’acqua
puzzolente, stesa su una branda sudicia e insanguinata, Laia disse
alla vecchia strega che aveva paura e che non voleva fare del male
alla creatura innocente che aveva nel ventre. Quando il fotografo
annuì, la strega le fece bere un liquido verdastro e denso che le
offuscò i sensi e annullò la sua volontà. Sentì suo padre prenderla
per i polsi e la strega allargarle le gambe. Avvertì qualcosa di freddo
e metallico farsi largo tra le sue viscere come una lingua di ghiaccio.
Delirando, crede e di sentire il pianto di una creatura che le si
contorceva nel ventre e la supplicava di lasciarla vivere. Fu allora che
l’esplosione di dolore, di fuoco che la bruciava dall’interno, di mille
lame che le tormentavano le viscere, si impossessò di lei e le fece
perdere conoscenza. L’ultima cosa che riuscì a ricordare fu che si
immergeva in un pozzo di sangue nero e fumante e che qualcosa, o
qualcuno, la tirava per le gambe.
Si svegliò in quella stessa branda so o gli occhi indifferenti della
strega. Si sentiva debole. Un dolore sordo e ardente le logorava il
ventre e le cosce, come se tu o il corpo fosse una cicatrice in carne
viva. Il suo sguardo febbrile incontrò quello della strega. Chiese di
suo padre. La strega scosse il capo in silenzio. Laia perse di nuovo i
sensi e quando riaprì gli occhi capì che stava albeggiando dal
chiarore che filtrava da un finestrino al livello della strada. La strega
le dava le spalle, preparando qualche intruglio che odorava di miele
e di alcol. Laia chiese di suo padre. La strega le tese una tazza calda e
le disse di bere, perché si sarebbe sentita meglio. Bevve e il balsamo
caldo e gelatinoso calmò leggermente l’agonia che le rodeva il ventre.
«Dov’è mio padre?»
«Quello lì era tuo padre?» chiese la strega con un sorriso amaro.
Il fotografo l’aveva abbandonata, dandola per morta. Il suo cuore
aveva smesso di ba ere per due minuti, le spiegò la strega. Suo
padre, vedendola morta, era scappato via.
«Anch’io credevo che fossi morta. Però un paio di minuti dopo
hai aperto gli occhi e hai ripreso a respirare. Considerati fortunata,
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figlia mia. Qualcuno lassù deve amarti molto, perché sei nata di
nuovo.»
Quando Laia ritrovò le forze per alzarsi in piedi e andare
all’albergo Colón, nelle cui stanze avevano vissuto per tre se imane,
l’adde o alla reception la informò che il fotografo era partito il
giorno prima senza lasciare recapiti. Si era portato via tu i i suoi
vestiti e aveva lasciato soltanto l’album di fotografie di Laia.
«Non ha lasciato nessun biglie o per me?»
«No, signorina.»
Laia passò una se imana a cercarlo per tu a la ci à. Nessuno
l’aveva più visto nei casinò e nei caffè che era solito frequentare,
anche se tu i le raccomandarono di dirgli, se l’avesse trovato, di
andare a saldare i suoi debiti e i conti in sospeso. Alla seconda
se imana capì che non l’avrebbe più rivisto e, senza casa né amici,
andò dal do or Sentís, che quando la vide intuì immediatamente che
qualcosa non andava e insiste e per visitarla. Quando il buon
do ore verificò i danni che la vecchia strega aveva arrecato alle
viscere della ragazza, scoppiò a piangere. Quel giorno l’uomo
recuperò una figlia e Laia trovò, per la prima volta, un padre.
Vivevano insieme nel modesto appartamento del do ore in calle
Condal. I guadagni del medico erano minimi, ma furono sufficienti a
iscrivere Laia in una scuola per signorine e sostenere per un anno la
finzione che tu o sarebbe andato bene. L’età avanzata del do ore e
qualche disa enzione nelle dosi di etere con cui, di nascosto, tentava
di alleviare il dolore della sua esistenza, avevano intaccato la sua
fibra. Le mani cominciavano a tremargli e stava perdendo la vista. Il
medico si spegneva e Laia lasciò la scuola per prendersene cura.
Insieme alla vista, il buon do ore iniziò a perdere anche la
nozione delle cose e a credere che Laia fosse la sua vera figlia,
tornata dal regno dei morti per badare a lui. A volte, mentre lo
teneva fra le braccia e lo lasciava piangere, lo credeva anche Laia.
Quando i pochi risparmi del medico si esaurirono, Laia si vide
costre a a disseppellire le sue arti e a tornare in campo.
Libera dai legacci del padre, Laia scoprì che le sue capacità si
erano moltiplicate. In soli pochi mesi i migliori locali della ci à
litigavano per i suoi servigi. Si limitava a un cliente al mese, al più
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alto prezzo. Studiava il caso per se imane e creava l’identità della
fantasia che avrebbe incarnato per qualche ora. Non acce ava mai
due volte lo stesso cliente. Non svelava mai la sua vera identità.
Nel quartiere corse voce che il vecchio do ore viveva con una
ragazza dalla bellezza accecante, e dalle tenebre e i rancori emerse la
sua ex moglie, che dopo anni di abbandono volle tornare a casa per
finire di intossicare la vecchiaia di un uomo che ormai non vedeva né
ricordava, e la cui unica realtà era la compagnia di una ragazza che
scambiava per la figlia morta, che gli leggeva vecchi libri e lo teneva
tra le braccia chiamandolo, e sentendolo, padre. Con l’aiuto di
giudici e polizio i, la signora Sentís riuscì a scacciare Laia dalla casa
e, quasi, dalla vita del do ore. La ragazza trovò rifugio in
un’istituzione gestita da una ex professionista dell’alcova, Simone de
Sagnier, e passò alcuni anni tentando di dimenticare chi era,
tentando di dimenticare che l’unico modo di sentirsi viva era dando
vita ad altri. Di pomeriggio, quando la moglie del do ore glielo
perme eva, Laia lo passava a prendere nella casa di calle Condal e lo
portava a passeggio. Andavano in luoghi e giardini che lui ricordava
di aver condiviso con la figlia, e lì Laia, la Laia che lui ricordava, gli
leggeva dei libri o gli rinfrescava ricordi che non aveva vissuto ma
che aveva fa o suoi. Passarono così quasi tre anni durante i quali il
vecchio do or Sentís si spegneva se imana dopo se imana, fino a
quel giorno di pioggia in cui io la seguii fino a casa del do ore e Laia
riceve e la notizia che suo padre, l’unico che avesse avuto, era morto
quella no e con il suo nome sulle labbra.
Rosa di fuoco

E così, giunto il 23 aprile, i detenuti del braccio si voltarono a guardare David


Martín, che giaceva nell’ombra della sua cella a occhi chiusi, e gli chiesero di
raccontare loro una storia con cui scacciare il tedio.
«Vi racconterò una storia» disse lui. «Una storia di libri, di draghi e di rose,
come impone la data, ma sopra u o una storia di ombre e di cenere, come
impongono i tempi…»

(Dai frammenti perduti de Il prigioniero del cielo)

1
Raccontano le cronache che quando il costru ore di labirinti arrivò a
Barcellona a bordo di un vascello proveniente da Oriente, portava
già con sé il germe della maledizione che avrebbe tinto il cielo della
ci à di fuoco e sangue. Correva l’anno di grazia 1454 e una piaga di
febbri aveva decimato la popolazione durante l’inverno, lasciando la
ci à velata da un manto di fumo ocra che saliva dai falò in cui
ardevano i cadaveri e i sudari di centinaia di defunti. La spirale di
miasmi si poteva vedere da lontano, mentre strisciava fra torrioni e
palazzi per innalzarsi in un presagio funebre che avvertiva i
viaggiatori di non avvicinarsi alle mura e di girare al largo. Il
Sant’Uffizio aveva decretato che la ci à venisse sigillata e le sue
indagini avevano stabilito che la piaga aveva avuto origine in un
pozzo vicino al quartiere ebraico del Call de Sanaüja, dove una
diabolica congiura di usurai semiti aveva avvelenato le acque, così
come giorni e giorni di interrogatori avevano dimostrato al di là di
ogni ragionevole dubbio. Espropriati i loro copiosi beni e ge ato in
una fossa della palude ciò che rimaneva delle loro spoglie, bisognava
soltanto sperare che le preghiere dei ci adini perbene riportassero la
benedizione di Dio su Barcellona. Ogni giorno che passava
diminuivano i morti e aumentavano quanti sentivano che il peggio
era ormai passato. Volle tu avia il destino che i primi fossero i
fortunati e che i secondi dovessero ben presto invidiare coloro che
avevano già lasciato quella valle di miserie. Quando qualche tenue
voce si azzardò a suggerire che un grande castigo sarebbe caduto dal
cielo per espiare l’infamia perpetrata in nomine Dei contro i
commercianti ebrei, era ormai tardi. Nulla cadde dal cielo, tranne
cenere e polvere. Il male, per una volta, arrivò dal mare.

2
La nave fu avvistata all’alba. Alcuni pescatori che riparavano le reti
davanti alla Muralla de Mar la videro emergere dalla bruma
trascinata dalla marea. Quando la prua si arenò sulla riva e lo scafo
si inclinò a babordo, i pescatori si arrampicarono sull’imbarcazione.
Un fetore intenso emanava dalle sue viscere. La stiva era inondata e
una dozzina di sarcofaghi galleggiava fra i detriti. Edmond de Luna,
il costru ore di labirinti e unico sopravvissuto alla traversata, venne
trovato legato al timone e bruciato dal sole. All’inizio lo presero per
morto, però esaminandolo poterono notare che gli sanguinavano
ancora i polsi so o i legacci e che le sue labbra esalavano un fiato
gelido. Portava un quaderno di pelle alla cintura, ma nessuno dei
pescatori poté impossessarsene, perché a quel punto era già
comparso in porto un gruppo di soldati, il cui capitano, seguendo
ordini del Palazzo Episcopale, che era stato allertato sull’arrivo della
nave, comandò che il moribondo venisse trasportato nel vicino
ospedale di Santa Marta e fece appostare i suoi uomini per
sorvegliare i resti del naufragio, finché gli ufficiali del Sant’Uffizio
non fossero arrivati a ispezionare il vascello e delucidare
cristianamente l’accaduto. Il quaderno di Edmond de Luna venne
consegnato al grande inquisitore Jorge de León, brillante e ambizioso
paladino della Chiesa, il quale confidava che il proprio impegno per
la purificazione del mondo gli avrebbe procurato presto la
condizione di beato, santo e viva luce della fede. Dopo una
sommaria ispezione, Jorge de León sentenziò che il quaderno era
stato reda o in una lingua estranea alla cristianità e ordinò ai suoi
uomini di andare a cercare uno stampatore chiamato Raimundo de
Sempere, che aveva una modesta bo ega accanto alla porta di Santa
Ana e che, avendo viaggiato in gioventù, conosceva più lingue di
quante fossero consigliabili per un cristiano perbene. So o minaccia
di tortura, lo stampatore Sempere fu costre o a giurare che avrebbe
mantenuto il segreto su quanto gli sarebbe stato rivelato. Soltanto
allora gli venne consentito di esaminare il quaderno in una stanza
sorvegliata da sentinelle nella parte alta della biblioteca della casa
dell’arcidiacono, accanto alla ca edrale. L’inquisitore Jorge de León
osservava con a enzione e avidità.
«Credo che il testo sia reda o in persiano, sua santità» mormorò
Sempere terrorizzato.
«Non sono ancora santo» precisò l’inquisitore. «Ma ogni cosa si
aggiusterà. Vada avanti…»
E fu così che, per tu a la no e, lo stampatore di libri Sempere si
dedicò a leggere e a tradurre per il grande inquisitore il diario
segreto di Edmond de Luna, avventuriero e portatore della
maledizione che avrebbe condo o la bestia a Barcellona.

3
Trent’anni prima Edmond de Luna era partito da Barcellona dire o a
Oriente in cerca di prodigi e avventura. La traversata del mar
Mediterraneo lo aveva condo o in isole proibite che non
comparivano sulle mappe di navigazione, a condividere il le o con
principesse e creature di natura inconfessabile, a conoscere i segreti
di civiltà sepolte dal tempo e a iniziarsi alla scienza e all’arte della
costruzione di labirinti, un dono che l’avrebbe reso celebre e grazie al
quale aveva o enuto lavoro e fortuna al servizio di sultani e
imperatori. Con il passare degli anni, l’accumulo di piaceri e
ricchezze non significò quasi più nulla per lui. Aveva saziato la sua
sete di avidità e di ambizione oltre i sogni di qualunque mortale e,
ormai nella maturità e sapendo che i suoi giorni s’incamminavano
verso il tramonto, si disse che non avrebbe mai più prestato i suoi
servigi se non in cambio della più grande delle ricompense, la
conoscenza proibita. Per anni declinò gli inviti a costruire i più
prodigiosi e intricati labirinti perché nulla di ciò che gli offrivano in
cambio era per lui desiderabile. Credeva ormai che non ci fosse
tesoro al mondo che non gli fosse stato dato quando venne a sapere
che l’imperatore della ci à di Costantinopoli richiedeva i suoi
servigi, in cambio dei quali era disposto a offrire un segreto
millenario a cui nessun mortale aveva avuto accesso per secoli.
Annoiato e tentato da un’ultima opportunità di ravvivare la fiamma
del suo spirito, Edmond de Luna andò a trovare l’imperatore
Costantino nel suo palazzo. Costantino viveva con la certezza che,
prima o poi, l’accerchiamento dei sultani o omani avrebbe messo
fine al suo impero e cancellato dalla faccia della terra il sapere che la
ci à di Costantinopoli aveva accumulato per secoli. Per questo
motivo desiderava che Edmond proge asse il più grande labirinto
mai creato, una biblioteca segreta, una ci à di libri nascosta so o le
catacombe della ca edrale di Santa Sofia, dove i libri proibiti e i
prodigi di secoli di pensiero potessero essere preservati per sempre.
In cambio, l’imperatore Costantino non gli offriva alcun tesoro.
Semplicemente una bocce a, una bo iglie a di cristallo intagliato
che conteneva un liquido scarla o che brillava nell’oscurità.
Costantino sorrise in modo strano quando gli tese la bocce a.
«Ho aspe ato molti anni prima di trovare l’uomo che meritasse
questo dono» spiegò l’imperatore. «Nelle mani sbagliate, potrebbe
essere uno strumento per il male.»
Edmond lo esaminò affascinato e intrigato.
«È una goccia di sangue dell’ultimo drago» mormorò
l’imperatore. «Il segreto dell’immortalità.»

4
Per mesi Edmond de Luna lavorò ai proge i per il grande labirinto
dei libri. Faceva e disfaceva i disegni senza esserne soddisfa o.
Aveva compreso allora che non gli importava più il pagamento,
poiché la sua immortalità sarebbe stata una conseguenza della
creazione di quella prodigiosa biblioteca e non di una presunta
pozione magica da leggenda. L’imperatore, paziente ma
preoccupato, gli ricordava che l’assedio finale degli o omani era
vicino e che non c’era tempo da perdere. Alla fine, quando Edmond
de Luna trovò la soluzione del grande rompicapo, era ormai tardi.
Le truppe di Mehmet II il Conquistatore avevano accerchiato
Costantinopoli. La fine della ci à, e dell’impero, era imminente.
L’imperatore accolse con meraviglia i proge i di Edmond, ma capì
che non avrebbe mai potuto costruire il labirinto so o la ci à che
portava il suo nome. Chiese allora a Edmond di cercare di eludere
l’accerchiamento insieme a tanti altri artisti e pensatori che dovevano
partire per l’Italia.
«So che troverà il luogo ada o a costruire il labirinto, amico mio.»
In segno di gratitudine, l’imperatore gli consegnò la bocce a con
il sangue dell’ultimo drago, ma mentre lo faceva un’ombra di
inquietudine gli velava il volto.
«Quando le ho offerto questo dono, ho fa o appello all’avidità
della mente per tentarla, amico mio. Voglio che acce i anche questo
umile amuleto, che forse un giorno farà appello alla saggezza della
sua anima se il prezzo dell’ambizione è troppo alto…»
L’imperatore si tolse una medaglia che portava al collo e gliela
tese. Il ciondolo non conteneva né oro né gioielli, soltanto una
piccola pietra che sembrava un semplice granello di sabbia.
«L’uomo che me l’ha data mi ha de o che era una lacrima di
Cristo.» Edmond corrugò la fronte. «So che lei non è un uomo di
fede, Edmond, però la fede si trova quando non la si cerca, e verrà il
giorno in cui sarà il suo cuore, e non la sua mente, a desiderare la
purificazione dell’anima.»
Edmond non volle contrariare l’imperatore e si mise al collo
l’insignificante medaglia. Senza altro bagaglio che i proge i del
labirinto e la bocce a scarla a, partì quella sera stessa.
Costantinopoli e l’impero sarebbero caduti poco tempo dopo, alla
fine di un cruento assedio, mentre Edmond solcava il Mediterraneo
alla ricerca della ci à che aveva lasciato in gioventù.
g
Navigava insieme a dei mercenari che gli avevano offerto un
passaggio scambiandolo per un ricco mercante da alleggerire della
borsa una volta in alto mare. Quando scoprirono che non
trasportava alcuna ricchezza, volevano ge arlo in acqua, ma lui li
persuase a farlo rimanere a bordo raccontando loro alcune delle sue
avventure alla maniera di Sheherazade. Il trucco consisteva nel
lasciarli sempre con il miele sulle labbra, gli aveva insegnato un
saggio narratore a Damasco. «Ti odieranno per quello, ma ti
desidereranno ancora di più.»
Nei momenti liberi cominciò a scrivere le sue esperienze in un
quaderno. Per so rarlo agli sguardi indiscreti di quei pirati, lo
scrisse in persiano, una lingua prodigiosa che aveva appreso durante
i suoi anni nell’antica Babilonia. A metà traversata incrociarono una
nave alla deriva senza passeggeri né ciurma. Trasportava grandi
anfore di vino che i pirati portarono a bordo e con cui si ubriacavano
ogni sera mentre ascoltavano le storie che raccontava Edmond, al
quale non perme evano di assaggiarne neanche una goccia. Dopo
pochi giorni l’equipaggio cominciò ad ammalarsi e ben presto i
mercenari morirono uno dopo l’altro, vi ime del veleno che avevano
ingerito con il vino rubato.
Edmond, l’unico in salvo da quel destino, li mise via via nei
sarcofaghi che i pirati tenevano nella stiva, fru o del bo ino di
qualche razzia. Soltanto quando fu l’unico rimasto vivo a bordo e
temeva di morire perso alla deriva in alto mare nella più terribile
delle solitudini, osò aprire la bocce a scarla a e annusarne per un
secondo il contenuto. Bastò un istante per intravedere l’abisso che
voleva impossessarsi di lui. Sentì il vapore che strisciava dalla
bocce a sulla sua pelle e vide per un secondo le sue mani ricoprirsi
di squame e le unghie trasformarsi in artigli più affilati e mortiferi
del più temibile degli acciai. Afferrò allora quell’umile granello di
sabbia che gli pendeva dal collo e supplicò un Cristo in cui non
credeva di salvarlo. Il nero abisso dell’anima svanì e Edmond respirò
di nuovo vedendo che le sue mani tornavano a essere quelle di un
mortale. Sigillò la bocce a e si maledisse per la propria ingenuità.
Capì allora che l’imperatore non gli aveva mentito, ma che quello
non era un pagamento né tanto meno una benedizione. Era la chiave
dell’inferno.

5
Quando Sempere finì di tradurre il quaderno, la prima luce dell’alba
spuntava fra le nubi. Poco dopo l’inquisitore, senza dire una parola,
lasciò la stanza e due sentinelle entrarono a prenderlo per condurlo
in una cella da cui ebbe la certezza che non sarebbe mai uscito vivo.
Mentre Sempere veniva sba uto nella segreta, gli uomini del
grande inquisitore si recavano tra i resti del naufragio dove, nascosta
in uno scrigno di metallo, avrebbero trovato la bocce a scarla a.
Jorge de León li aspe ava nella ca edrale. Non erano riusciti a
trovare la medaglia con la presunta lacrima di Cristo alla quale
alludeva il testo di Edmond, però l’inquisitore non fece obiezioni,
poiché sentiva che la sua anima non aveva bisogno di alcuna
purificazione. Con gli occhi avvelenati dall’avidità, prese la bocce a
scarla a, la sollevò all’altare per benedirla e, rendendo grazie a Dio e
all’inferno per quel dono, ne ingerì d’un sorso il contenuto.
Trascorsero alcuni secondi senza che accadesse nulla. Allora
l’inquisitore cominciò a ridere. I soldati si guardarono sconcertati,
chiedendosi se Jorge de León avesse perso la ragione. Per la maggior
parte di loro, fu l’ultimo pensiero della vita. Videro l’inquisitore
cadere in ginocchio e un colpo di vento gelido spazzare la ca edrale,
trascinando i banchi di legno, abba endo statue e ceri accesi.
Poi sentirono la sua pelle e le sue membra spezzarsi, la voce di
Jorge de León sprofondare tra urla di agonia nel ruggito della bestia
che emergeva dalle sue carni, crescendo rapidamente in un impasto
insanguinato di squame, artigli e ali. Una coda punteggiata di
schegge taglienti come asce si estendeva come il più grande dei
serpenti, e quando la bestia si voltò e mostrò loro il volto solcato di
zanne e gli occhi accesi di fuoco, non ebbero il coraggio di me ersi a
correre. Le fiamme li sorpresero immobili, strappando loro la carne
dalle ossa come la tormenta strappa via le foglie di un albero. Allora
la bestia dispiegò le ali e l’inquisitore, san Giorgio e drago allo stesso
tempo, si alzò in volo a raversando il grande rosone della ca edrale
in una tempesta di vetri e fuoco per innalzarsi sopra i te i di
Barcellona.

6
La bestia seminò il terrore per se e giorni e se e no i, abba endo
templi e palazzi, incendiando centinaia di edifici e facendo a pezzi
con gli artigli le figure tremanti che trovava a supplicare
misericordia dopo aver strappato via i te i da sopra le loro teste. Il
drago cremisi cresceva giorno dopo giorno e divorava quanto
incontrava al suo passaggio. I corpi lacerati piovevano dal cielo e le
fiamme del suo alito scorrevano per le strade come un torrente di
sangue.
Il se imo giorno, quando tu i in ci à credevano che la bestia
l’avrebbe completamente spazzata via e avrebbe annientato ogni suo
abitante, una figura solitaria gli andò incontro. Edmond de Luna,
appena ristabilito e ancora zoppicante, salì le scale che conducevano
sul te o della ca edrale. Lì aspe ò che il drago lo avvistasse e si
lanciasse su di lui. Dalle nuvole nere di fumo e di brace, la bestia
emerse a volo radente sui te i di Barcellona. Era cresciuta tanto da
essere ormai più grande del tempio da cui era emersa.
Edmond de Luna poté vedere il proprio riflesso in quegli occhi,
immensi come stagni di sangue. La bestia aprì le fauci per
inghio irlo, volando adesso come una palla di cannone sopra la ci à
e sradicando al suo passaggio terrazzi e campanili. Allora Edmond
de Luna tirò fuori quel miserabile granello di sabbia che gli pendeva
dal collo e lo strinse nel pugno. Ricordò le parole di Costantino e si
disse che la fede l’aveva finalmente trovato e che la morte era un
prezzo molto esiguo per purificare l’anima nera della bestia, che non
era altro che quella di tu i gli uomini. Così sollevò il pugno che
stringeva la lacrima di Cristo, chiuse gli occhi e si offrì. Le fauci lo
inghio irono alla velocità del vento e il drago si sollevò in alto,
scalando le nubi.
Coloro che ricordano quel giorno dicono che il cielo si aprì in due
e che un grande bagliore accese il firmamento. La bestia fu avvolta
dalle fiamme che le scivolavano tra le zanne mentre il ba ito delle
sue ali proie ò una rosa di fuoco che ricoprì totalmente la ci à.
Allora si fece silenzio e, quando riaprirono gli occhi, il cielo era
coperto come nella no e più scura e una lenta pioggia di fiocchi di
cenere brillante precipitò dall’alto, ricoprendo le strade, le rovine
bruciate e la ci à di tombe, templi e palazzi con un manto bianco che
si disfaceva al ta o e che odorava di fuoco e di maledizione.

7
Quella no e Raimundo de Sempere riuscì a fuggire dalla cella e a
tornare a casa per scoprire che la sua famiglia e la bo ega erano
sopravvissuti alla catastrofe. All’alba lo stampatore andò alla
Muralla de Mar. I resti del naufragio che aveva riportato Edmond de
Luna a Barcellona ondeggiavano nella marea. Il mare aveva iniziato
a smantellare lo scafo e lui riuscì a entrarvi come se si tra asse di
una casa a cui avessero strappato una parete. Percorrendo le viscere
della nave alla luce spe rale dell’alba, lo stampatore trovò
finalmente ciò che cercava. Il salnitro aveva corroso parte dei tra i,
però i disegni del grande labirinto dei libri erano ancora inta i come
Edmond de Luna li aveva proge ati. Si sede e sulla sabbia e li
dispiegò. La sua mente non riusciva ad abbracciare la complessità e
l’aritmetica che sostenevano quell’illusione, però si disse che
sarebbero venute menti più insigni in grado di spiegare i suoi segreti
e che, fino ad allora, fino a quando altri più saggi avessero trovato il
modo di salvare il labirinto e ricordare il prezzo della bestia, avrebbe
conservato i proge i nello scrigno di famiglia, dove un giorno, non
aveva alcun dubbio, li avrebbe scovati il costru ore di labirinti
meritevole di una simile sfida.
Il Principe del Parnaso

Un sole ferito di scarla o si immergeva nella linea dell’orizzonte


quando il gentiluomo Antoni de Sempere, che tu i chiamavano
l’artefice di libri, si arrampicò in cima alla muraglia che sigillava la
ci à e avvistò in lontananza il corteo che si avvicinava. Correva
l’anno di grazia 1616 e una bruma che sapeva di polvere da sparo
serpeggiava sui te i di una Barcellona di pietra e polvere. L’artefice
di libri girò lo sguardo verso la ci à e i suoi occhi si persero nel
miraggio di campanili, palazzi e vicoli che palpitavano nei miasmi di
una perpetua tenebra a stento interro a da torce e carrozze che si
trascinavano graffiando i muri.
“Un giorno cadranno le mura e Barcellona si spargerà so o il cielo
come una lacrima d’inchiostro sull’acqua benede a.”
L’artefice di libri sorrise ricordando quelle parole che il suo buon
amico aveva pronunciato lasciando la ci à sei anni prima.
“Porto con me la memoria, prigioniero della bellezza delle sue
strade e debitore della sua anima scura, a cui prome o di tornare per
rendere la mia e abbracciare il più dolce dei suoi oblii.”
L’eco degli zoccoli che si avvicinavano alla muraglia lo so rasse
alle sue fantasticherie. L’artefice di libri girò lo sguardo verso est e
intravide il corteo che imboccava ormai la strada che conduceva alla
grande porta di Sant’Antonio. La carrozza funebre era nera e
decorata da rilievi e figure scolpite che serpeggiavano intorno a un
abitacolo a vetri velato da tendaggi di velluto. Era scortata da due
cavalieri. La tiravano qua ro destrieri ornati di piume e nastri
mortuari, mentre le ruote sollevavano al loro passaggio una nuvola
di polvere che ca urava l’ambra del crepuscolo. A casse a si
stagliava la sagoma di un ve urino con il volto coperto e dietro di
lui, a coronare la carrozza come una polena, si innalzava la silhoue e
di un angelo d’argento.
L’artefice di libri abbassò gli occhi e sospirò affli o. Capì allora di
non essere solo e non ebbe quasi bisogno di girare lo sguardo per
riconoscere la presenza dell’uomo accanto a lui. Sentì quel soffio di
aria fredda e quel profumo di fiori secchi che sempre lo
accompagnavano.
«Dicono che un buon amico è quello che sa ricordare e
dimenticare allo stesso tempo» affermò l’uomo. «Vedo che non ha
dimenticato l’appuntamento, Sempere.»
«Né lei il debito, signore. a»
L’uomo si avvicinò fino a fermare il suo volto pallido appena a un
palmo dall’artefice di libri e Sempere poté vedere il proprio riflesso
nello specchio scuro di quelle pupille che cambiavano colore e si
stringevano come quelle di un lupo alla vista di sangue fresco.
L’uomo non era invecchiato di un solo giorno e indossava gli stessi
abiti eleganti. Sempere avvertì un brivido e un profondo desiderio di
me ersi a correre, ma si limitò ad annuire cortesemente.
«Come mi ha trovato?» chiese.
«L’odore di inchiostro la tradisce, Sempere. Di recente ha
stampato qualcosa di buono che mi può raccomandare?»
L’artefice di libri notò il volume che l’uomo aveva fra le mani.
«La mia è una stamperia modesta che non arriva a penne degne
del suo palato. Inoltre, si direbbe che il signore abbia già da leggere
per la serata.»
L’uomo sgranò il suo sorriso tramato di denti bianchi e aguzzi.
L’artefice di libri spostò lo sguardo verso il corteo, che era già alle
soglie della muraglia. Sentì la mano dell’uomo posarglisi sulla spalla
e strinse i denti per non tremare.
«Non abbia paura, amico Sempere. Arriveranno prima alla
posterità i rantoli di Avellaneda e del branco di meschini e invidiosi
stampati dal suo amico Sebastián de Cormellas che l’anima del mio
caro Antoni de Sempere all’umile locanda che gestisco. Non ha nulla
da temere da me.»
«Ha de o qualcosa di simile a don Miguel quarantasei anni fa.»
«Quarantase e. E non mentivo.»
L’artefice di libri incrociò brevemente lo sguardo con il
gentiluomo e per un istante di sogno crede e di scorgere sul suo
volto una tristezza grande quanto quella che pervadeva lui.
«Pensavo che questa fosse una giornata di trionfo per lei, signor
Corelli.»
«La bellezza e la conoscenza sono l’unica luce che illumina questo
miserabile porcile che sono condannato a percorrere, Sempere. La
loro perdita è la più grande delle mie pene.»
Ai loro piedi, il corteo funebre stava superando la porta di
Sant’Antonio. Il gentiluomo fece un gesto e invitò lo stampatore a
fare strada.
«Venga con me, Sempere. Diamo il benvenuto al nostro buon
amico don Miguel nella Barcellona che tanto ha amato.»
E a quelle parole il vecchio Sempere si abbandonò al ricordo e alla
memoria di quel giorno lontano in cui, a non molta distanza da
quello stesso luogo, aveva conosciuto un giovane chiamato Miguel
de Cervantes Saavedra, il cui destino e la cui memoria sarebbero
rimasti uniti al suo e a quello del suo nome nella no e dei tempi…

Barcellona, 1569
Erano tempi leggendari in cui la storia non aveva altro artificio se
non la memoria del mai accaduto e la vita non aspirava ad altri sogni
se non a quelli fugaci e passeggeri. In quei giorni gli apprendisti
poeti portavano un ferro alla cintura e cavalcavano senza coscienza
né destino sognando versi dalla lama avvelenata. Barcellona era
allora ci à e fortezza cullata in grembo a un anfiteatro di montagne
disseminate di banditi che si nascondeva alle spalle di un mare color
del vino impregnato di luce e di pirati. Alle sue porte venivano
impiccati ladri e malviventi per me ere in fuga l’avidità per le cose
altrui, e tra le sue mura, che minacciavano di esplodere, si
mescolavano commercianti, saggi, cortigiani e hidalgos di ogni
condizione al servizio di un labirinto di congiure, denari e alchimie
la cui fama raggiungeva gli orizzonti e le brame del mondo
conosciuto e sognato. Si diceva che lì avessero sparso il loro sangue
re e santi, che le parole e il sapere vi trovassero rifugio, e che con una
moneta in mano e una menzogna sulle labbra qualunque
avventuriero avrebbe potuto baciare la gloria, andare a le o con la
morte e risvegliarsi benede o fra torri di vede a e ca edrali per farsi
un nome e una fortuna.
In un simile luogo mai esistito e il cui nome era condannato a
ricordare ogni giorno della sua vita, giunse una sera di San Giovanni
un giovane hidalgo di quelli di penna e spada, montando un famelico
ronzino che ormai riusciva a stento a reggersi sulle zampe dopo aver
galoppato per diversi giorni. Portava in groppa l’allora diseredato
Miguel de Cervantes Saavedra, originario di nessun luogo e di tu i,
e una ragazza il cui viso si sarebbe de o rubato dalla tela di uno dei
grandi maestri. E si sarebbe de o bene, perché si seppe in seguito
che la giovane si chiamava Francesca di Parma e aveva conosciuto la
luce e la parola nella Ci à Eterna appena diciannove primavere
prima.
Volle il destino che il macilento somaro, concluso il suo eroico
tro o e cacciando schiuma dal muso, crollasse esanime a pochi passi
dalle porte di Barcellona e che i due amanti, poiché tale era la loro
segreta condizione, si me essero a camminare so o un cielo
sanguinante di stelle sulla sabbia della spiaggia fino a raggiungere il
confine delle mura e, vedendo l’alito di mille fuochi che si innalzava
in cielo e tingeva la no e di rame liquido, decidessero di cercare
ospitalità e rifugio in quel luogo che assomigliava a un palazzo di
tenebre costruito giusto sopra la fucina di Vulcano.
In termini simili, ma meno fioriti, venne riferito più tardi
l’episodio dell’arrivo a Barcellona di don Miguel de Cervantes e della
sua amata Francesca al pregevole artefice di libri, don Antoni de
Sempere, con bo ega e domicilio accanto alla porta di Santa Ana, da
un ragazzo zoppo dagli umili lineamenti, naso imponente e vivace
ingegno chiamato Sancho Fermín de la Torre, il quale,
comprendendo le necessità dei due nuovi arrivati, si era offerto di
buona volontà di guidarli in cambio di qualche moneta. Fu così che
la coppia trovò alloggio e sostentamento in un immobile lugubre e
ritorto su se stesso come un tronco schivo. E fu così che, per ventura
delle arti di Sancho e alle spalle del destino, l’artefice di libri fece
p
conoscenza con il giovane Cervantes, al quale l’avrebbe unito una
profonda amicizia fino alla fine dei suoi giorni.
Poco sanno gli studiosi delle circostanze che precede ero l’arrivo
di don Miguel de Cervantes nella ci à di Barcellona. Gli iniziati in
tali materie riferiscono che molte penurie e disgrazie avevano
preceduto quel momento della vita di Cervantes e che molte altre, da
ba aglie a ingiuste condanne e prigionie o alla virtuale perdita di
una mano in comba imento, lo a endevano prima di poter godere
di pochi anni di pace al tramonto della sua vita. Quali che fossero
state le complicazioni del destino che l’avevano condo o fin là, in
virtù di ciò che poté dedurre il presuntuoso Sancho, un grave
affronto e una minaccia ancora più grande gli stavano alle calcagna.
Sancho, uomo appassionato dei racconti di calde avventure
amorose e di sacre rappresentazioni dalla solida morale, giunse a
inferire che al cuore di un simile intrigo dovesse agire da fulcro e
patata bollente la presenza di quella ragazza dalla bellezza e dal
fascino sovrannaturali di nome Francesca. Era la sua pelle un alito di
luce, la sua voce un sospiro che faceva palpitare i cuori, e il suo
sguardo e le sue labbra una promessa di piaceri la cui glossa
sfuggiva alla metrica del povero Sancho, al quale l’incantesimo
suggerito dalle forme che si delineavano so o quegli abiti di seta e
pizzi alterava il ba ito del cuore e la ragione. Determinò così Sancho
che con ogni probabilità il giovane poeta, avendo bevuto di quel
veleno celestiale, fosse al di là di ogni salvezza perché non poteva
esistere so o il cielo un uomo onesto che non avrebbe venduto
l’anima, la cavalcatura e le staffe per un istante di riposo fra le
braccia di quella sirena.
«Amico Cervantes, non tocca a un triste zoticone come me dire a
sua eccellenza che un volto e delle fa ezze simili offuscano la
ragione di qualunque maschio in stato respiratorio, però il naso, che
dopo la trippa è il mio organo più sagace, mi porta a pensare che, da
dovunque lei abbia so ra o un simile pezzo di femmina, non gliela
perdoneranno e che non c’è abbastanza mondo per nascondere una
Venere di un calibro tanto delizioso» asseverò Sancho.
Va de o che, ai fini del dramma e della messa in scena, le parole e
la musicalità dell’eloquio del buon Sancho sono state ricomposte e
q p
stilizzate dalla penna di questo vostro umile e sicuro narratore, ma
che l’essenza e la saggezza del suo giudizio restano incolumi e non
adulterate.
«Ah, amico mio, se le raccontassi…» sospirò un Cervantes
allarmato.
E raccontò, poiché nelle sue vene scorreva il vino della narrazione
e il cielo aveva voluto che fosse una sua pratica raccontare prima a se
stesso le cose del mondo per poterle comprendere e poi raccontarle
agli altri, vestite con la musica e la luce della le eratura, perché
intuiva che se la vita non era un sogno era almeno una pantomima,
dove la crudele assurdità del racconto fluiva sempre dietro le quinte,
e non esisteva tra cielo e terra vende a più grande e più efficace che
scolpire la bellezza e l’ingegno a colpi di parole per scoprire il senso
nel nonsenso delle cose.
Il racconto di come fosse arrivato a Barcellona fuggendo da
tremendi pericoli e di quali fossero l’origine e la natura di quella
prodigiosa creatura chiamata Francesca di Parma venne riferito da
don Miguel de Cervantes se e sere dopo. Su richiesta di Cervantes,
Sancho lo aveva messo in conta o con Antoni de Sempere, poiché a
quanto pareva il giovane poeta aveva composto un’opera
drammatica, una sorta di storia di incantesimi, sortilegi e passioni
sfrenate, che desiderava vedere consacrata sulla carta.
«È vitale che io veda stampata la mia opera prima della prossima
luna, Sancho. La mia vita e quella di Francesca dipendono da
questo.»
«Come può dipendere la vita di qualcuno da una sfilza di versi e
dalla congiunzione della luna, maestro?»
«Mi creda, Sancho. So quello che dico.»
Sancho, che segretamente non credeva in altra poesia e
astronomia se non quella che prome evano il buon cibo e una
generosa sveltina nella paglia con una ragazza dall’a eggiamento
docile e dalla risata facile, confidò nelle parole del suo datore di
lavoro e fece i dovuti passi per propiziare l’incontro. Lasciarono la
bella Francesca a dormire il sonno delle ninfe nella sua stanza e
uscirono al tramonto. Avevano appuntamento con Sempere in una
locanda all’ombra della grande ca edrale dei pescatori, la cosidde a
g p
basilica di Santa María del Mar, e lì, in un angolo alla luce delle
lanterne, condivisero un buon vino e una pagno a con lardo salato.
La clientela era composta da pescatori, pirati, assassini e visionari.
Risate, liti e dense nubi di fumo aleggiavano nella penombra aurea
dell’osteria.
«Racconti a don Antoni della sua commedia» lo incoraggiò
Sancho.
«In realtà è una tragedia» precisò Cervantes.
«E qual è la differenza, se il maestro perdona la mia supina
ignoranza dei raffinati generi lirici?»
«La commedia ci insegna che la vita non bisogna prenderla sul
serio e la tragedia ci insegna cosa succede quando non diamo re a a
ciò che la commedia ci insegna» spiegò Cervantes.
Sancho annuì senza ba ere ciglio e concluse l’opera prodigando
un morso feroce al lardo.
«Quanto è grande la poesia» mormorò.
Sempere, a corto di lavoro in quei giorni, ascoltava il giovane
poeta, intrigato. Cervantes aveva con sé un fascio di fogli in un
faldone che mostrò all’artefice di libri. Lui lo esaminò con a enzione,
soffermandosi a leggere al volo alcune espressioni e frasi del testo.
«Qui c’è lavoro per diversi giorni…»
Cervantes estrasse una borsa dalla cintura e la lasciò cadere sul
tavolo. Dalla borsa spuntava una manciata di monete. Non appena il
vile metallo brillò alla fiamma delle candele, Sancho si affre ò a
nasconderlo con aria angosciata.
«Per Dio, maestro, non me a in mostra qui queste raffinate carni,
perché da queste parti abbondano ruffiani e macellai che
taglierebbero la gola a lei e a noi soltanto per annusare il profumo di
questi dobloni.»
«Sancho dice bene, amico mio» confermò Sempere, scrutando la
clientela.
Cervantes nascose il denaro e sospirò.
Sempere gli versò un altro bicchiere di vino e si mise a esaminare
più a entamente i fogli del poeta. L’opera, secondo il suo autore una
tragedia in tre a i e un’epistola, era intitolata Un poeta agli inferi e
narrava i travagli di un giovane artista fiorentino che, per mano allo
g g p
spe ro di Dante, si addentrava negli abissi dell’averno per salvare
l’anima della sua amata, figlia di nobili crudeli e corro i che
l’avevano venduta al principe delle tenebre in cambio di fama,
fortuna e gloria nel limitato mondo terreno. La scena finale si
svolgeva all’interno del Duomo, dove l’eroe doveva strappare dalle
grinfie di un angelo di luce e fuoco il corpo esanime dell’amata.
Sancho pensò che tu o quello suonava come una sinistra storia
d’amore di marione e, ma non disse nulla perché intuiva che in
quelle faccende gli appassionati di le eratura erano molto
susce ibili e non incassavano le critiche con piacere.
«Mi racconti com’è giunto a comporre quest’opera, amico mio» lo
invitò Sempere.
Cervantes, che a quel punto era ormai al terzo o quarto bicchiere
di vino, annuì. Saltava agli occhi che voleva scaricarsi la coscienza
dal segreto che si trascinava dietro.
«Non tema, amico, perché Sancho e io manterremo il suo segreto,
qualunque sia.»
Sancho alzò il bicchiere e brindò a quel sentimento così nobile.
«La mia è la storia di una maledizione» cominciò Cervantes,
esitante.
«Come quella di tu i gli apprendisti poeti» disse Sempere. «Vada
avanti.»
«È la storia di un uomo innamorato.»
«Appunto. Ma non abbia paura, perché sono quelle preferite dal
pubblico» assicurò Sempere.
Sancho annuì ripetutamente.
«L’amore è l’unica pietra che inciampa sempre nello stesso uomo»
convenne. «E aspe i di vedere la ragazza in questione, Sempere»
aggiunse, tra enendo un ru o. «Di quelle che solidificano lo
spirito.»
Cervantes gli lanciò un’occhiata di censura.
«Mi scusi» disse Sancho. «È questo umile vinello a parlare per me.
La virtù e la purezza della dama sono in tu a evidenza inconfutabili
e voglia Dio che mi crolli il cielo sulla testa se in qualche momento
ho albergato pensieri impuri al riguardo.»
I tre commensali alzarono brevemente lo sguardo verso il soffi o
della osteria, e vedendo che il creatore non era di guardia e non si
era verificato alcun contra empo, sorrisero e sollevarono i bicchieri
per brindare alla felice occasione del loro incontro. E fu così che il
vino, che rende sinceri gli uomini quando meno ne hanno bisogno e
infonde loro coraggio quando dovrebbero rimanere codardi,
persuase Cervantes a raccontare la storia nella storia, ciò che gli
assassini e i pazzi chiamano la verità.

Un poeta agli inferi


Dice il proverbio che un uomo deve camminare finché ha ancora le
gambe, parlare finché ha ancora voce e sognare finché conserva
ancora l’innocenza, perché prima o poi non potrà più reggersi in
piedi, non avrà più fiato e non desidererà altro sonno che la notte
eterna dell’oblio. Con queste parole nella bisaccia, un ordine di
cattura a suo nome in conseguenza di un duello avvenuto in torbide
circostanze, e con il fuoco dei pochi anni nelle vene, partì dalla città
di Madrid nell’anno di Nostro Signore 1569 il giovane Miguel de
Cervantes, diretto verso le leggendarie città italiane in cerca dei
prodigi, della bellezza e della scienza che, secondo quelli che le
conoscevano, possedevano in grazia e misura maggiore di ogni altro
luogo che potesse trovarsi nelle mappe del regno. Molte furono le
avventure e le disavventure che gli accaddero lì, ma la più grande di
tutte fu incrociare la sua sorte con quella creatura dalla luminosità
impossibile di nome Francesca, nelle cui labbra trovò cielo e inferno
e nel cui desiderio avrebbe suggellato per sempre il proprio destino.
Aveva soltanto diciannove anni e aveva già perso ogni speranza
nella vita. Era l’ultima figlia di una famiglia spregevole e diseredata
che tirava avanti in una casona sospesa sulle acque del fiume Tevere
nella millenaria città di Roma. I suoi fratelli, burini truffatori dal
sangue caldo, oziavano e perpetravano furti e delitti di scarsa
importanza con i quali riuscivano a stento a procurarsi un tozzo di
pane secco. I genitori, due anziani prematuri che affermavano di
averla concepita nell’autunno delle loro disgrazie, non erano altro
che una coppia di meschini commedianti che avevano trovato la
piccola Francesca piangente nel grembo ancora tiepido della sua
vera madre, una ragazza senza nome morta dando alla luce la
creatura sotto gli archi dell’antico ponte di Castel Sant’Angelo.
In dubbio se gettare la bambina nel fiume e portarsi via soltanto la
medaglia di rame che la madre portava al collo, la coppia di ruffiani
notò la prodigiosa perfezione della neonata e decisero di tenersela,
perché per un simile dono avrebbero sicuramente potuto spuntare
un buon prezzo tra le famiglie più raffinate e benestanti degli alti
gradi di corte. Via via che passavano i giorni, le settimane e i mesi, la
loro avidità andò aumentando, poiché la piccola si rivelava sempre
più una creatura di tale bellezza e fascino che nelle menti dei suoi
rapitori il suo valore e la sua quotazione non potevano che essere in
rialzo. Quando aveva compiuto dieci anni, un poeta fiorentino di
passaggio a Roma la vide avvicinarsi al fiume a prendere l’acqua, non
molto lontano da dove era nata e aveva anche perso la madre.
Trovatosi di fronte all’incantesimo del suo sguardo, il poeta le dedicò
dei versi seduta stante e le diede quello che sarebbe stato il suo
nome, Francesca, visto che la sua famiglia adottiva non si era presa la
briga di dargliene uno. Crebbe così Francesca fino a fiorire in una
donna dai profumi raffinati la cui presenza sospendeva le
conversazioni e fermava il tempo. A quell’epoca, soltanto l’infinita
tristezza del suo sguardo velava l’immagine di una bellezza che
sfuggiva alle parole.
Ben presto artisti di tutta Roma cominciarono a offrire succulente
somme ai suoi genitori e sfruttatori per utilizzarla come modella per
le loro opere. Vedendola, avevano la certezza che se qualcuno dotato
di talento e mestiere fosse stato capace di trattenere sulla tela o nel
marmo soltanto una decima parte del suo fascino, sarebbe passato
alla posterità come il più grande artista della storia. Le offerte per i
suoi servigi non cessavano, e gli ex accattoni vivevano adesso in uno
splendore da nuovi ricchi, andando a spasso su vistose e stridenti
carrozze da cardinale, indossando sete colorate e spalmandosi le
vergogne di profumi con cui camuffare l’ignominia che ricopriva i
loro cuori.
Quando divenne maggiorenne, temendo di perdere il tesoro che
aveva fatto la loro fortuna, i genitori di Francesca decisero di
concederla in matrimonio. Contrariamente alla pratica di offrire una
dote, come, secondo gli usi dell’epoca, spettava alla famiglia della
sposa, la loro sfacciataggine li spinse a richiedere un pagamento
sostanzioso per concedere la mano e il corpo della donzella al
miglior offerente. Ebbe luogo un’asta senza precedenti, da cui uscì
vincitore uno dei più famosi e rinomati artisti della città, don
Anselmo Giordano. Giordano era già allora un uomo all’ultimo soffio
della maturità, con il corpo e l’anima castigati da decenni di eccessi e
il cuore avvelenato dall’avidità e dall’invidia, perché, malgrado tutte
le congratulazioni, le fortune e le lodi che la sua opera aveva
raccolto, il suo sogno segreto era che il suo nome e la sua fama
superassero quelli di Leonardo.
Il grande Leonardo era morto ormai da cinquant’anni, ma
Anselmo Giordano non aveva mai potuto dimenticare, né perdonare,
il giorno in cui, quando era soltanto un adolescente, era andato nella
bottega del maestro per offrirsi come apprendista. Leonardo aveva
esaminato alcuni dei bozzetti che Giordano portava con sé e aveva
avuto parole gentili nei suoi confronti. Il padre del giovane Anselmo
era un noto banchiere al quale Leonardo doveva uno o due favori, e
il ragazzo era convinto che il suo posto nella bottega del più grande
artista del suo tempo fosse assicurato. Quale non fu la sua sorpresa
quando Leonardo, non senza tristezza, gli disse che riconosceva nel
suo tratto un po’ di talento, ma non abbastanza da renderlo diverso
da mille e uno aspiranti come lui che non avrebbero mai sfiorato la
mediocrità. Gli disse che aveva un po’ di ambizione, ma non
abbastanza da distinguersi da tanti apprendisti che non sarebbero
mai stati in grado di sacrificare ciò che era necessario per meritare la
luce della vera ispirazione. E infine gli disse che forse avrebbe potuto
acquisire un po’ di mestiere, ma mai abbastanza perché valesse la
pena di dedicare la vita a una professione in cui soltanto i geni
riuscivano a tirare avanti.
«Giovane Anselmo» gli disse Leonardo, «non si intristisca per le
mie parole, ma vi veda una benedizione, perché la posizione del suo
gentile progenitore farà di lei un uomo ricco per tutta la vita, che non
g p g p
dovrà combattere con il pennello e lo scalpello per il proprio
sostentamento. Sarà un uomo felice, sarà un uomo amato e
rispettato dai suoi concittadini, ma non sarà mai, anche se avesse
tutto l’oro del mondo, un genio. Esistono pochi destini più crudeli e
amari di quello di un artista mediocre che passa la vita a invidiare e
maledire i suoi concorrenti. Non sprechi la vita in un destino infausto.
Lasci che l’arte e la bellezza vengano create da altri che non hanno
altra scelta. E con il tempo impari a perdonare la mia sincerità, che
oggi le duole, ma domani, se l’accetta di buona volontà, la salverà
dal suo stesso inferno.»
Con queste parole il maestro Leonardo licenziò il giovane
Anselmo, che avrebbe vagato per ore nelle strade di Roma
piangendo di rabbia. Quando tornò a casa del padre, gli annunciò
che non desiderava studiare con Leonardo: lo riteneva soltanto un
commediante che fabbricava opere volgari per una massa di
ignoranti che non sapevano apprezzare la vera arte.
«Io sarò un artista puro, solo per quegli eletti in grado di capire la
profondità del mio impegno.»
Suo padre, uomo paziente e, come tutti i banchieri, migliore
conoscitore della natura umana del più saggio dei cardinali, lo
abbracciò e gli disse di non temere, perché non gli sarebbe mai
mancato nulla, né sostentamento, né ammiratori, né elogi per le sue
opere. Il banchiere, prima di morire, si assicurò che così fosse.
Anselmo Giordano non perdonò mai Leonardo, perché un uomo è
capace di perdonare tutto tranne che gli dicano la verità.
Cinquant’anni dopo, il suo odio e il suo desiderio di vedere
discreditato il falso maestro erano più grandi che mai.
Quando Anselmo Giordano ascoltò la leggenda della giovane
Francesca dalla voce di poeti e pittori, mandò i suoi servitori con una
borsa di monete d’oro al domicilio della famiglia e richiese la loro
presenza. I genitori della ragazza, agghindati come scimmie da circo
in visita alla corte di Mantova, si presentarono a casa di Giordano
scortando la ragazza, che indossava soltanto degli umili stracci.
Quando l’artista posò gli occhi su di lei, avvertì una stretta al cuore.
Tutto ciò che aveva sentito era vero, e anche di più. Non esisteva e
non era mai esistita sulla terra una simile bellezza, e lui capì, come
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può capirlo soltanto un artista, che il suo fascino non proveniva
come tutti credevano da quella carnagione e da quel corpo scolpito,
ma dalla forza e dalla luminosità che emanava dal suo interno, dai
suoi occhi tristi e desolati, dalle sue labbra zittite dal destino.
Fu tale l’impressione che Francesca di Parma causò in Anselmo
Giordano che il maestro ebbe la certezza di non potersela lasciar
sfuggire, di non poter permettere che posasse per nessun altro
artista, e che quella meraviglia della natura dovesse essere soltanto
sua e di nessun altro. Soltanto così sarebbe riuscito a creare un’opera
che gli procurasse il favore delle genti al di sopra di quella dello
spregevole e abietto Leonardo. Soltanto così la sua reputazione e la
sua fama avrebbero superato quelle del defunto Leonardo, il cui
nome non avrebbe più dovuto prendersi la briga di disprezzare in
pubblico, perché una volta raggiunta la vetta sarebbe stato lui a
potersi permettere di ignorarlo e pretendere che la sua opera non
fosse mai esistita, se non come esca per zotici e ignoranti. In
quell’istante Giordano formalizzò un’offerta che superò i sogni più
dorati della coppia di miserabili che si dicevano genitori di Francesca.
Le nozze, da celebrarsi nella cappella del palazzo di Giordano, si
sarebbero dovute svolgere dopo una settimana. Durante la
transazione, Francesca non pronunciò nemmeno una parola.
Sette giorni dopo, il giovane Cervantes vagava per la città in cerca
di ispirazione quando il seguito che accompagnava una grande
carrozza dorata si fece largo tra la folla. Attraversando via del Corso,
la processione si fermò un istante e fu allora che la vide. Francesca di
Parma, con indosso le più delicate sete tessute dagli artigiani
fiorentini, lo osservava in silenzio dal finestrino della carrozza. Fu tale
la profondità della tristezza che lesse nel suo sguardo, tale la forza di
quello spirito rapito che veniva condotto alla sua prigione, che
Cervantes si sentì invadere dalla fredda certezza di aver trovato, per
la prima volta nella vita, la linea del suo vero destino nel volto di una
sconosciuta.
Guardando il corteo che si allontanava, Cervantes domandò chi
fosse quella creatura, e i passanti gli riferirono la storia di Francesca
di Parma. Ascoltandoli, ricordò di aver sentito dicerie e voci su di lei,
ma non vi aveva dato credito e le aveva attribuite alla febbrile
inventiva dei drammaturghi locali. Eppure, la leggenda era vera. La
bellezza sublime si era incarnata in una ragazza semplice e umile e,
come c’era da attendersi, la gente non aveva fatto altro che
consolidare la sua disgrazia e la sua umiliazione. Il giovane Cervantes
voleva seguire il corteo fino al palazzo di Giordano, ma gli
mancarono le forze. Ai suoi occhi la festa e la baldoria erano una
musica funesta, e ciò che vedeva gli sembrava soltanto la tragedia
della distruzione della purezza e della perfezione per opera
dell’avidità, della miseria e dell’ignoranza degli uomini.
Partì in direzione del suo albergo, contro la corrente di folla che
voleva seguire le nozze dall’esterno delle mura del palazzo
dell’artista, invaso da una tristezza grande quasi quanto quella che
aveva visto nello sguardo della ragazza senza nome. Quella sera
stessa, mentre il maestro Giordano toglieva dal corpo di Francesca di
Parma le sete che lo avvolgevano e accarezzava ogni centimetro
della sua pelle con incredulità e lussuria, la casa della ex famiglia
della ragazza, costruita in un’audace posizione sopra il Tevere, non
riuscendo a sopportare il peso dei tesori e degli orpelli accumulati a
sue spese, crollò nelle acque gelide del fiume con tutti i componenti
del clan imprigionati al suo interno. Nessuno li rivide più.
Non molto lontano da lì, alla luce di una lanterna, Cervantes,
incapace di conciliare il sonno, affrontava carta e inchiostro per
scrivere di ciò a cui aveva assistito quel giorno. Le mani e il verbo gli
vennero meno quando tentò di descrivere l’impressione che gli
aveva fatto incrociare lo sguardo con la giovane Francesca in quel
breve istante in via del Corso. Tutta l’arte che credeva di possedere si
sminuzzò sulla punta della penna e neanche una sola parola restò
appiccicata alla pagina. Si disse allora che se per avventura fosse mai
riuscito a catturare nella sua letteratura soltanto una decima parte
della magia di quella presenza, il suo nome e la sua fama si
sarebbero innalzati fra quelli dei più grandi poeti della storia e
sarebbe diventato un re fra i narratori, un principe del Parnaso la cui
luce avrebbe illuminato il paradiso perduto della letteratura e, fra
l’altro, avrebbe cancellato dalla faccia della terra l’odiosa reputazione
del perfido drammaturgo Lope de Vega, al quale la fortuna e la
gloria non cessavano di arridere e che raccoglieva successi senza
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precedenti fin dalla prima giovinezza, mentre lui non riusciva quasi
ad abbozzare un verso che non facesse vergognare la carta su cui era
scritto. Qualche istante dopo, riconoscendo l’oscurità delle sue
brame, provò vergogna per la sua vanità e per l’insana invidia che lo
rodeva e si disse che non era un uomo migliore del vecchio
Giordano, che in quei momenti doveva leccare il miele proibito con
le sue labbra da impostore ed esplorare con mani tremanti e sporche
di infamia i segreti rubati a forza di dobloni.
Nella sua infinita crudeltà, intuì, Dio aveva abbandonato la
bellezza di Francesca di Parma nelle mani degli uomini per ricordare
loro la bruttezza delle loro anime, la meschinità dei loro sforzi e la
ripugnanza dei loro desideri.
Passarono i giorni senza che il ricordo di quel breve incontro gli si
cancellasse dalla memoria. Cervantes cercava di lavorare al suo
scrittoio per mettere insieme le tessere di un dramma che potesse
dare soddisfazione al pubblico e catturarne l’immaginazione come
quelli che componeva Lope senza apparente sforzo, ma tutto ciò che
la sua mente era in grado di evocare era la perdita che l’immagine di
Francesca di Parma gli aveva piantato nel cuore. Invece del dramma
che si era riproposto di comporre, la sua penna dava alla luce pagine
su pagine di un torbido romance tramite i cui versi tentava di
ripercorrere la storia perduta della ragazza. Nel suo racconto,
Francesca non aveva memoria ed era una pagina bianca; il suo
personaggio, un destino da scrivere che soltanto lui poteva
inventare, una promessa di purezza che le avrebbe restituito la
volontà di credere in qualcosa di pulito e innocente in un mondo di
menzogne e inganni, di meschinità e pena. Passava le notti sveglio
frustando l’immaginazione e tendendo le corde dell’ingegno fino allo
stremo, e tuttavia, all’alba, rileggeva i suoi fogli e li consegnava al
fuoco, perché sapeva che non meritavano di condividere la luce del
giorno con la creatura che li aveva ispirati e che si consumava
lentamente nella prigione che Giordano, che lui non aveva mai visto
ma che ormai detestava con tutto se stesso, aveva costruito per lei
tra le mura del suo palazzo.
I giorni si impilavano in settimane e le settimane in mesi, e ben
presto passò mezzo anno dalle nozze tra don Anselmo Giordano e
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Francesca di Parma senza che nessuno in tutta Roma li avesse più
visti. Si sapeva che i migliori mercanti della città consegnavano
provviste alle porte del palazzo e venivano ricevuti da Tommaso, il
domestico personale del maestro. Si sapeva che la bottega di
Antonio Mercanti riforniva settimanalmente tele e materiali di lavoro.
Ma neanche un’anima poteva dire di aver visto di persona l’artista o
la sua giovane sposa. Il giorno in cui si compivano sei mesi dal
matrimonio, Cervantes si trovava negli uffici di un famoso impresario
teatrale che gestiva diversi grandi palcoscenici della città e che era
sempre alla ricerca di nuovi autori dotati di talento, affamati e
disposti a lavorare per un’elemosina. Grazie alla raccomandazione di
vari colleghi, Cervantes aveva ottenuto un’udienza con don Leonello,
uno stravagante gentiluomo dai modi ampollosi e dai nobili
indumenti che collezionava sulla scrivania boccette di cristallo con le
presunte secrezioni intime di grandi cortigiane la cui virtù aveva
colto in fiore, e portava una piccola spilla a forma di angelo sul
risvolto della giacca. Leonello lo fece rimanere in piedi mentre
scorreva sommariamente le pagine del dramma, fingendo noia e
indifferenza.
«Un poeta agli inferi» mormorava l’impresario. «Già visto. Altri
hanno raccontato questa storia prima di lei, e meglio. Quello che
cerco, diciamo, è innovazione. Coraggio. Visione.»
Cervantes sapeva per esperienza che coloro che dicono di cercare
quelle nobili virtù nell’arte sono gli stessi che normalmente risultano
più incapaci di riconoscerle, ma sapeva anche che uno stomaco
vuoto e una tasca leggera sottraggono argomentazioni e capacità
retorica anche ai più furbi. Se una cosa gli diceva il suo istinto era che
Leonello, sfoggiando un’aria da vecchia volpe, si sentiva in ogni caso
turbato dalla natura del materiale che gli aveva portato.
«Mi spiace aver fatto perdere del tempo a sua eccellenza…»
«Non così in fretta» lo interruppe Leonello. «Ho detto che è già
visto, ma non che sia, diciamo, escrementizio. Lei ha del talento, ma
le manca mestiere. E quello che non ha è, diciamo, gusto. Né senso
dell’opportunità.»
«La ringrazio per la sua generosità.»
«E io per il sarcasmo, Cervantes. Voi spagnoli soffrite di eccesso di
orgoglio e di difetto di costanza. Non si arrenda così presto. Impari
dal suo compatriota Lope de Vega. Genio e figura, come dite voi.»
«Ne terrò conto. Vede allora sua eccellenza qualche possibilità di
accettare la mia opera?»
Leonello scoppiò a ridere.
«Volano forse i maiali? Nessuno vuol vedere, diciamo, drammi
deprimenti che raccontino che il cuore degli uomini è marcio e che
l’inferno siamo noi stessi e gli altri, Cervantes. Le persone vanno a
teatro per ridere, per piangere e perché venga ricordato loro quanto
sono buone e nobili. Lei non ha ancora perso l’ingenuità e crede di
avere, diciamo, la verità da raccontare. Si curerà con gli anni, o
almeno lo spero, perché non mi piacerebbe vederla su un rogo o
marcire in una cella.»
«Allora non crede che la mia opera possa interessare a nessuno…»
«Non ho detto questo. Diciamo che conosco qualcuno che forse
potrebbe essere interessato.»
Cervantes sentì il cuore che gli batteva più forte.
«Com’è prevedibile la fame» sospirò Leonello.
«La fame, a differenza degli spagnoli, non ha orgoglio e trabocca
di costanza» propose Cervantes.
«Lo vede? Ha del mestiere. Sa rigirare una massima e costruire,
diciamo, una linea drammatica di replica. È una cosa da principiante,
ma più di uno zotico con opere rappresentate non sa neanche
scrivere un’uscita di scena…»
«Allora può aiutarmi, don Leonello? Posso fare di tutto e imparo in
fretta.»
«Su questo non ho dubbi…»
Leonello lo osservava, esitante.
«Qualunque cosa, eccellenza. La prego…»
«C’è qualcosa che forse potrebbe interessarle. Ma ha, diciamo, i
suoi rischi.»
«Il rischio non mi spaventa. Non più della miseria, almeno.»
«In questo caso… conosco un gentiluomo con cui ho, diciamo, un
accordo. Quando la mia strada incrocia una giovane promessa con
un certo potenziale come, diciamo, lei, gliela mando e lui, diciamo,
me ne è grato. A suo modo.»
«Sono tutt’orecchi.»
«È questo che mi preoccupa… Si dà il caso che il gentiluomo in
questione sia, diciamo, di passaggio in città.»
«Questo gentiluomo è un impresario teatrale come sua
eccellenza?»
«Diciamo che è qualcosa di simile. Un editore.»
«Ancora meglio…»
«Se lo dice lei… Ha uffici a Parigi, Roma e Londra ed è sempre alla
ricerca di un tipo particolare di talento. Come il suo, diciamo.»
«La ringrazio enormemente per il…»
«Non mi ringrazi. Lo vada a trovare e gli dica che la mando io. Ma
faccia in fretta. Mi risulta che sarà in città soltanto per pochi giorni.»
Leonello annotò un nome su un foglietto e glielo tese.

Andreas Corelli
Stampa della Luce

«Lo troverà alla Locanda Borghese, all’imbrunire.»


«Crede che la mia opera gli interesserà?»
Leonello sorrise enigmaticamente.
«Buona fortuna, Cervantes.»
Quando scese la sera, Cervantes si infilò l’unico cambio d’abiti
pulito che aveva e si incamminò verso la Locanda Borghese, una villa
circondata da giardini e canali, non molto lontana dal palazzo di don
Anselmo Giordano. Un domestico circospetto lo sorprese ai piedi
della scalinata annunciandogli che era atteso e che Andreas Corelli
l’avrebbe ricevuto a breve in uno dei saloni. Cervantes immaginò che
forse Leonello fosse più buono di quanto lo si dipingeva e avesse
inviato un biglietto di raccomandazione a suo favore all’amico
editore. Il domestico condusse Cervantes in una grande biblioteca
ovale immersa nella penombra e riscaldata da un camino che
proiettava un immenso riflesso ambrato che danzava sulle infinite
pareti di libri. Di fronte al camino c’erano due grandi poltrone e
Cervantes, dopo aver esitato per qualche istante, si accomodò su una
di esse. La danza ipnotica del fuoco e il suo alito caldo lo avvolsero.
Trascorsero un paio di minuti prima che si accorgesse di non essere
solo. Una figura alta e spigolosa occupava l’altra poltrona. Vestiva di
nero e portava un angelo d’argento identico a quello che Cervantes
aveva scorto sul risvolto di Leonello quel pomeriggio. La prima cosa
che notò furono le sue mani, le più grandi che avesse mai visto,
pallide e armate di dita lunghe e affilate. La seconda furono i suoi
occhi. Due specchi che riflettevano le fiamme e il suo stesso volto,
che non sbattevano mai le palpebre e che parevano alterare il
disegno delle pupille senza che un solo muscolo del viso si muovesse
minimamente.
«Mi dice il buon Leonello che lei è un uomo di grande talento e
scarsa fortuna.»
Cervantes deglutì.
«Non permetta che il mio aspetto la inquieti, signor Cervantes. Le
apparenze non sempre ingannano, ma quasi sempre stupiscono.»
Cervantes annuì in silenzio. Corelli sorrise senza separare le labbra.
«Mi ha portato un dramma. Mi sbaglio?»
Cervantes gli allungò il manoscritto e vide che Corelli sorrideva tra
sé mentre leggeva il titolo.
«È una prima versione» azzardò Cervantes.
«Non più» disse Corelli, sfogliando le pagine.
Cervantes osservò l’editore leggere con calma, sorridendo a tratti
o sollevando le sopracciglia per la sorpresa. Un bicchiere e una
bottiglia di un vino dall’eccellente colore sembravano essersi
materializzati sul tavolino fra le due poltrone.
«Si serva, Cervantes. Non di sole lettere sopravvive l’uomo.»
Cervantes versò il vino nel bicchiere e se lo portò alle labbra. Un
aroma dolce e inebriante gli inondò il palato. Finì il vino in tre sorsi e
provò un desiderio irreprimibile di versarsene ancora.
«Senza pudore, amico mio. Un bicchiere senza vino è un insulto
alla vita.»
Ben presto Cervantes perse il conto dei bicchieri che aveva
svuotato. Una gradevole e confortante sonnolenza si era impadronita
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di lui e fra le palpebre cadute poté vedere che Corelli continuava a
leggere il manoscritto. Si sentirono in lontananza le scampanate di
mezzanotte. Poco dopo, calò il sipario di un sonno profondo e
Cervantes si abbandonò al silenzio.
Quando riaprì gli occhi, la sagoma di Corelli si stagliava davanti al
camino. L’editore era in piedi di fronte alle fiamme, rivolgendogli le
spalle e reggendo il suo manoscritto in mano. Sentì un lieve accenno
di nausea, il retrogusto dolciastro del vino in gola, e si domandò
quanto tempo fosse passato.
«Un giorno lei scriverà un capolavoro, Cervantes» disse Corelli.
«Ma questo non lo è.»
Senza altri indugi, l’editore gettò il manoscritto nel fuoco.
Cervantes si lanciò verso le fiamme, ma il fragore del fuoco lo fermò.
Osservò il frutto del suo lavoro ardere senza rimedio, le righe di
inchiostro tingersi di fiamme azzurrate, e scie di fumo bianco
percorrere le pagine come serpenti di polvere da sparo. Desolato, si
lasciò cadere in ginocchio e quando si voltò verso Corelli vide che
l’editore lo guardava con compassione.
«A volte uno scrittore deve bruciare mille pagine prima di
scriverne una che meriti di recare la sua firma. Lei è appena agli inizi.
La sua opera la attende alle soglie della maturità.»
«Non aveva il diritto di farlo…»
Corelli sorrise e gli tese la mano per aiutarlo a rialzarsi. Cervantes
esitò, ma alla fine accettò.
«Voglio che scriva qualcosa per me, amico mio. Senza fretta.
Anche se le ci vorranno anni, e ci vorranno. Più di quelli che sospetta.
Qualcosa conforme alle sue ambizioni e ai suoi desideri.»
«Cosa ne sa dei miei desideri?»
«Come quasi tutti gli aspiranti poeti, Cervantes, lei è come un libro
aperto. Per questo, perché il suo Poeta agli inferi mi sembra un
semplice gioco da bambini, un morbillo che deve passare, voglio
farle un’offerta definitiva. Un’offerta per scrivere un’opera alla sua
altezza, e alla mia.»
«Lei ha bruciato tutto quello che sono riuscito a scrivere in mesi di
lavoro.»
«E le ho fatto un favore. Mi dica adesso, sinceramente, se crede
davvero che io non abbia ragione.»
Ci volle del tempo, ma alla fine Cervantes annuì.
«E mi dica se mi sbaglio affermando che nel suo cuore c’è la
speranza di creare un’opera che eclissi quella dei suoi rivali, che
offuschi il nome di quel Lope e del suo fecondo ingegno…»
Cervantes voleva protestare, ma non gli arrivavano le parole alle
labbra. Corelli gli sorrise di nuovo.
«Non deve vergognarsene. Né pensare che quel desiderio la
renda simile a Giordano…»
Cervantes alzò lo sguardo, sconcertato.
«Certo che conosco la storia di Giordano e della sua musa» replicò
Corelli, anticipando la domanda. «La conosco perché conosco il
vecchio maestro da molti anni prima che lei nascesse.»
«Anselmo Giordano è un miserabile.»
Corelli rise.
«No, non lo è. È semplicemente un uomo.»
«Un uomo che merita di pagare per i suoi crimini.»
«Lei crede? Non mi dica che si batterà a duello anche con lui.»
Cervantes impallidì. Come poteva sapere l’editore che lui aveva
lasciato mesi prima la città di Madrid fuggendo da un ordine di
cattura a causa di un duello a cui aveva partecipato?
Corelli si limitò a sorridergli con malizia e gli puntò contro un dito
accusatore.
«E quali crimini attribuisce a quel disgraziato di Giordano, a parte
la sua propensione a dipingere scene bucoliche di capre, vergini e
pastorelli che piacciono a commercianti e vescovi, e madonne dal
busto turgido che rallegrano gli occhi dei fedeli in preghiera?»
«Ha rapito quella povera ragazza e la tiene prigioniera nel suo
palazzo per soddisfare la sua avidità e la sua vigliaccheria. Per
nascondere la sua mancanza di talento. Per cancellare la sua
vergogna.»
«Come fanno in fretta gli uomini a giudicare i loro simili per quelle
azioni che essi stessi commetterebbero se ne avessero
l’opportunità…»
«Io non farei mai quello che ha fatto lui.»
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«Ne è sicuro?»
«Assolutamente.»
«Se la sentirebbe di mettersi alla prova?»
«Non capisco…»
«Mi dica, signor Cervantes. Cosa sa lei di Francesca di Parma? E
non mi diletti con il poema della donzella disonorata e della sua
cruenta infanzia. Mi ha già dimostrato che domina i rudimenti del
teatro…»
«So soltanto… che non merita di vivere in una prigione.»
«È forse per la sua bellezza? Forse questo la nobilita?»
«Per la sua purezza. Per la sua bontà. Per la sua innocenza.»
Corelli si passò la lingua sulle labbra.
«È ancora in tempo ad abbandonare le lettere e ad abbracciare il
sacramento del sacerdozio, amico Cervantes. Stipendio migliore,
alloggio e, ovviamente, pasti caldi e abbondanti. Bisogna avere molta
fede per essere poeta. Più di quella che professa lei.»
«Lei se la ride di tutto.»
«Soltanto di lei, Cervantes.»
Cervantes si alzò e accennò a dirigersi verso la porta.
«Allora la lascerò solo perché sua eccellenza rida quanto le pare.»
Cervantes stava per raggiungere la porta della stanza, quando
quest’ultima gli si chiuse sul naso con una tale forza che lo abbatté al
suolo. Stava quasi riuscendo a rialzarsi quando scoprì che Corelli era
chino su di lui, due metri di figura spigolosa che sembrava sul punto
di scagliarsi contro di lui per farlo a pezzi.
«Si alzi» ordinò.
Cervantes obbedì. Gli occhi dell’editore sembravano cambiati. Due
grandi pupille nere si espandevano sul suo sguardo. Non aveva mai
provato tanta paura. Fece un passo indietro e si ritrovò contro la
parete di libri.
«Le darò un’opportunità, Cervantes. Un’opportunità di arrivare a
essere se stesso e di smettere di vagare per strade che la porteranno
a vivere vite che non sono la sua. E, come in ogni opportunità, la
scelta finale sarà sua. Accetta la mia offerta?»
Cervantes si strinse nelle spalle.
«La mia offerta è questa. Lei scriverà un capolavoro, ma per farlo
dovrà perdere ciò che più ama. La sua opera sarà celebrata, invidiata
e imitata per i secoli dei secoli, ma nel suo cuore si aprirà un vuoto
mille volte più grande di quello della gloria e della vanità del suo
ingegno, perché soltanto allora comprenderà la vera natura dei suoi
sentimenti e soltanto allora saprà se è o no un uomo, come ritiene,
migliore di Giordano e di tutti quelli che, come lui, sono caduti prima
in ginocchio di fronte al proprio riflesso accettando questa sfida… La
accetta?»
Cervantes tentò di distogliere lo sguardo dagli occhi di Corelli.
«Non la sento.»
«La accetto» si sentì dire.
Corelli gli tese la mano e Cervantes gliela strinse. Le dita
dell’editore si chiusero sulle sue come un ragno e sentì sul viso l’alito
freddo di Corelli che sapeva di terra smossa e fiori morti.
«Ogni domenica, a mezzanotte, Tommaso, il domestico di
Giordano, apre il portoncino che dà sul vicolo nascosto nel bosco a
est del palazzo e parte alla ricerca di una boccetta di tonico che il
guaritore Avianno confeziona per lui con spezie e acqua di rose e
con cui crede di poter recuperare il brio della giovinezza. Quella è
l’unica notte della settimana che i domestici e i guardaspalle del
maestro hanno libera e il nuovo turno non arriva prima dell’alba.
Durante la mezz’ora in cui il domestico è fuori, la porta rimane aperta
e nessuno sorveglia il palazzo…»
«E cosa si aspetta da me?» balbettò Cervantes.
«La questione è cosa si aspetta lei da se stesso, signor mio. È
questa la vita che vuole vivere? È questo l’uomo che vuole essere?»
Le fiamme del camino palpitavano e si spegnevano, le ombre
avanzavano lungo i muri della biblioteca come macchie di inchiostro
versato e avvolgevano Corelli. Quando Cervantes volle rispondere,
era ormai solo.
Quella domenica, a mezzanotte, Cervantes attendeva nascosto tra
gli alberi che fiancheggiavano il palazzo di Giordano. Non avevano
ancora finito di suonare le campane quando, proprio come aveva
predetto Corelli, si aprì una piccola porta laterale e la sagoma
incurvata del vecchio domestico dell’artista si incamminò giù per il
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vicolo. Cervantes aspettò che la sua ombra si perdesse nella notte e
scivolò fino alla porta. Appoggiò la mano sulla maniglia e fece
pressione. Come aveva annunciato Corelli, la porta si aprì. Cervantes
diede un’ultima occhiata all’esterno e, credendo di non essere stato
scorto, entrò. Non appena si chiuse la porta alle spalle scoprì che lo
circondava un’oscurità assoluta e maledisse il suo scarso buonsenso
per non aver portato una candela o una lanterna per orientarsi. Tastò
i muri, umidi e scivolosi come le viscere di una bestia, e avanzò a
tentoni fino a inciampare nel primo gradino di quella che sembrava
una scala a chiocciola. Salì lentamente e dopo un po’ un lieve alito di
chiarore ritagliò un arco di pietra che conduceva a un ampio
corridoio. Il pavimento era fatto di grandi rombi bianchi e neri di
marmo, simile a una scacchiera. Come un pedone che avanzasse
furtivamente per fare la sua mossa, Cervantes s’incamminò verso
l’interno del grande palazzo. Non aveva neanche percorso tutto il
tragitto del corridoio quando cominciò a notare le cornici e le tele
abbandonate accanto alle pareti, gettate a terra come a tracciare
quelli che sembravano i resti di un naufragio sparsi per tutto il
palazzo. Passò davanti alle soglie di camere e saloni in cui i ritratti
incompiuti erano impilati su scaffali, tavoli e sedie. Una scala di
marmo che saliva ai piani superiori era sommersa da tele squarciate,
alcune con le tracce della furia con cui il loro autore le aveva
distrutte. Quando raggiunse l’atrio centrale, Cervantes si ritrovò ai
piedi di un grande fascio di luce lunare vaporosa che filtrava dalla
cupola che coronava il palazzo, dove svolazzavano piccioni che
proiettavano l’eco delle loro ali per corridoi e stanze in rovina. Si
accovacciò di fronte a uno dei quadri e riconobbe il volto appena
abbozzato sulla tela, un ritratto incompiuto, come tutti, di Francesca
di Parma.
Cervantes si guardò intorno e ne vide centinaia come quello, tutti
scartati, tutti abbandonati. Capì allora perché nessuno avesse più
visto il maestro Giordano. L’artista, nel suo sforzo disperato di
recuperare l’ispirazione perduta e di catturare la luminosità di
Francesca di Parma, aveva via via perso la ragione a ogni pennellata.
La sua follia aveva lasciato una scia di tele incompiute che si
spargevano per tutto il palazzo come la pelle di un serpente.
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«È da tempo che la aspettavo» disse la voce alle sue spalle.
Cervantes si voltò. Un vecchio emaciato, con i capelli lunghi e
ingarbugliati, i vestiti sporchi e gli occhi vitrei e arrossati, lo osservava
sorridendo da un angolo della stanza. Era seduto sul pavimento, con
l’unica compagnia di una coppa e una bottiglia di vino. Il maestro
Giordano, uno dei più famosi artisti del suo tempo, trasformato in un
mendicante pazzo nella sua stessa dimora.
«È venuto a portarsela via, non è vero?» domandò. Cervantes non
riuscì a rispondere. Il vecchio pittore si versò un’altra coppa di vino e
la sollevò in un brindisi. «Mio padre ha costruito questo palazzo per
me, lo sapeva? Diceva che mi avrebbe protetto dal mondo. Ma chi ci
protegge da noi stessi?»
«Dov’è Francesca?» chiese Cervantes.
Il pittore lo guardò a lungo, assaporando il vino con aria
sardonica.
«Davvero crede di trionfare là dove tanti hanno fallito?»
«Non cerco nessun trionfo, maestro. Voglio soltanto liberare una
ragazza che non merita di vivere in un posto come questo.»
«Straordinaria nobiltà, quella di chi mente perfino a se stesso»
sentenziò Giordano.
«Non sono venuto qui a discutere con lei, maestro. Se non mi dice
dov’è, la troverò io.»
Giordano svuotò la coppa e annuì.
«Non sarò io a trattenerla, giovanotto.»
Giordano alzò gli occhi verso la scalinata che saliva tra la bruma
fino alla cupola. Cervantes scrutò nella penombra e la vide. Francesca
di Parma, un’apparizione di luce fra le tenebre, scendeva lentamente,
nuda e scalza. Cervantes si affrettò a liberarsi dalla cappa e la coprì,
circondandola con le braccia. L’infinita tristezza dello sguardo della
ragazza si posò su di lui.
«Vada via, signore, da questo luogo maledetto finché è ancora in
tempo» mormorò.
«Me ne andrò, ma insieme a lei.»
Giordano applaudiva dal suo angolo.
«Una scena superba. Gli amanti a mezzanotte sulla scalinata del
cielo.»
Francesca guardò il vecchio pittore, l’uomo che l’aveva tenuta
prigioniera per mezzo anno, con tenerezza e senza alcun cenno di
rancore. Giordano sorrise dolcemente, come un adolescente
innamorato.
«Perdonami, amore, per non essere stato quello che meritavi.»
Cervantes voleva allontanare la ragazza da lì, ma lei aveva sempre
lo sguardo catturato dal suo rapitore, un uomo che sembrava ormai
all’ultimo respiro. Giordano riempì di nuovo la coppa di vino e gliela
offrì.
«Un ultimo sorso di addio, amore.»
Francesca, liberandosi dall’abbraccio di Cervantes, si avvicinò a
Giordano e si accovacciò accanto a lui. Allungò la mano e gli
accarezzò il viso solcato dalle rughe. L’artista chiuse le palpebre e si
perse nel suo contatto. Prima di andarsene, Francesca accettò la
coppa e bevve il vino che le offriva. Bevve lentamente, con gli occhi
chiusi e reggendo la coppa con entrambe le mani. Poi la lasciò
cadere e il cristallo esplose in mille pezzi ai suoi piedi. Cervantes la
sostenne e lei gli si abbandonò. Senza rivolgere un’ultima occhiata al
pittore, Cervantes si diresse alla porta principale del palazzo con la
ragazza in braccio. Quando uscì all’esterno, trovò i guardaspalle e i
domestici ad aspettarlo. Nessuno di loro accennò a fermarlo. Una
delle guardie armate teneva per le briglie un cavallo nero e glielo
offrì. Cervantes esitò prima di accettare la cavalcatura. Appena lo
fece, i guardaspalle aprirono la formazione e lo osservarono in
silenzio. Si issò sul cavallo con Francesca fra le braccia. Stava ormai
trottando diretto a nord quando le fiamme spuntarono dalla cupola
del palazzo di Giordano e il cielo di Roma si accese di scarlatto e di
cenere. Cavalcavano di giorno, passando le notti in alberghi e
locande dove le monete che Cervantes aveva trovato nelle bisacce
del cavallo permisero loro di trovare rifugio dal freddo e dai sospetti.
Dovevano trascorrere un paio di giorni prima che Cervantes
notasse l’alito con aroma di mandorle sulle labbra di Francesca e i
cerchi scuri che cominciavano a disegnarsi attorno ai suoi occhi. Ogni
notte, quando la ragazza gli consegnava con abbandono la sua
nudità, Cervantes sapeva che quel corpo gli stava evaporando fra le
mani, che la coppa avvelenata con cui Giordano aveva voluto
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liberarla e liberare se stesso dalla maledizione le ardeva nelle vene e
la stava consumando. Nel corso del loro itinerario si fermarono nelle
migliori locande, dove dottori e saggi la visitarono senza riuscire a
scoprire il suo male. Francesca si spegneva di giorno, capace a stento
di parlare o di tenere gli occhi aperti, e risorgeva di notte, nella
penombra del letto, stregando i sensi del poeta e guidando le sue
mani. Al termine della seconda settimana di viaggio, la trovò che
camminava sotto la pioggia davanti al lago che si estendeva accanto
all’albergo dove si erano fermati a passare la notte. La pioggia le
scivolava lungo il corpo e lei, con le braccia aperte, alzava il viso al
cielo come se sperasse che le gocce perlacee che le ricoprivano la
pelle potessero strapparle la sua anima maledetta.
«Devi abbandonarmi qui» gli disse. «Dimenticarmi e proseguire il
viaggio.»
Però Cervantes, nel vedere come giorno dopo giorno si spegneva
la luce della ragazza, si ripromise che non le avrebbe mai detto
addio, che finché le fosse rimasto un fiato in corpo avrebbe lottato
per mantenerla viva. Per mantenerla sua.
Quando attraversarono i Pirenei in direzione della Penisola, lungo
un passo vicino alla costa del Mediterraneo, e fecero rotta sulla città
di Barcellona, Cervantes aveva già accumulato cento pagine di un
manoscritto che scriveva tutte le notti mentre osservava Francesca
dormire come imprigionata da un brutto sogno. Sentiva che le sue
parole, le immagini e i profumi che evocava la sua scrittura erano
l’unico modo di tenerla in vita. Ogni sera, quando Francesca si
consegnava fra le sue braccia e poi si abbandonava al sonno,
Cervantes tentava di riscrivere febbrilmente la sua anima attraverso
mille finzioni. Quando, giorni dopo, il suo cavallo cadde morto nei
pressi delle mura di Barcellona, il dramma che aveva composto era
ormai terminato e Francesca sembrava aver recuperato le forze e il
colore nello sguardo. Mentre cavalcava, Cervantes aveva sognato a
occhi aperti che in quella città sulle rive del mare avrebbe trovato
rifugio e speranza, che un’anima amica l’avrebbe aiutato a cercare
uno stampatore per il suo manoscritto, e che soltanto quando la
gente avesse letto la sua storia e si fosse persa nell’universo di
immagini e versi che aveva creato, la Francesca che aveva forgiato
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con carta e inchiostro e la ragazza che agonizzava ogni notte fra le
sue braccia sarebbero diventate una sola e lui sarebbe tornato in un
mondo in cui la maledizione e la miseria si sarebbero potute vincere
con la forza delle parole e nel quale Dio, dovunque si nascondesse,
gli avrebbe permesso di vivere ancora un giorno accanto a lei.

(Estratto da Le Cronache segrete della Città dei Maledetti, di Ignatius


B. Samson, Edizioni Barrido e Escobillas, Barcellona, 1924)

Barcellona, 1569
Seppellirono Francesca di Parma due giorni dopo so o un cielo
intenso che scivolava sul mare calmo e accendeva di luce le vele
delle navi ancorate nella darsena del porto. La ragazza era spirata
durante la no e fra le braccia di Cervantes, nella stanza che
occupavano all’ultimo piano di un vecchio edificio di calle Ancha. Lo
stampatore Antoni de Sempere e Sancho erano con lui nel momento
in cui lei aveva aperto gli occhi per l’ultima volta e, sorridendo a
Cervantes, aveva mormorato «liberami».
Quel pomeriggio Sempere aveva finito di stampare un’edizione
della seconda versione di Un poeta agli inferi, un romance in tre a i di
don Miguel de Cervantes Saavedra, e aveva portato con sé una copia
per mostrarla all’autore, il quale non aveva avuto neanche la forza di
leggere il proprio nome in copertina. Lo stampatore, la cui famiglia
possedeva un piccolo appezzamento vicino alla vecchia porta di
Santa Madrona, nei pressi di calle de Trenta Claus, gli aveva offerto
di dare sepoltura alla ragazza in quell’umile camposanto in cui, nei
tempi peggiori dell’Inquisizione, la famiglia Sempere aveva salvato
libri dal rogo nascondendoli nei sarcofaghi che avevano interrato in
un annuncio di cimitero e santuario di libri. Cervantes, traboccante
di gratitudine, aveva acce ato.
Il giorno seguente, dopo aver dato fuoco per la seconda e ultima
volta al suo Poeta agli inferi sulla sabbia della spiaggia, dove un
giorno il baccelliere Sansón Carrasco avrebbe sconfi o l’ingegnoso
hidalgo Alonso Quijano, Cervantes lasciò la ci à e partì, stavolta sì,
con il ricordo e la luce di Francesca nell’anima.

Barcellona, 1610
Sarebbero dovuti passare qua ro decenni prima che Miguel de
Cervantes tornasse nella ci à dove aveva seppellito la sua innocenza.
Un mucchio di disavventure, fallimenti e sofferenze aveva
punteggiato il racconto dei suoi giorni. Il miele del riconoscimento,
nella sua più misera e taccagna incarnazione, non gli aveva sorriso se
non nell’avanzata maturità. E mentre il suo ammirato
contemporaneo, il drammaturgo e avventuriero Lope de Vega, aveva
raccolto fama, fortuna e gloria fin dalla giovinezza, Cervantes non
poté godere degli allori se non troppo tardi, perché l’applauso ha
valore soltanto quando arriva al momento giusto. Quando è un fiore
avvizzito e tardivo è soltanto un insulto e un’offesa.
A orno all’anno 1610 Cervantes poteva finalmente considerarsi
un le erato celebre, sebbene di modestissima fortuna, poiché il vil
metallo lo aveva sfuggito per tu a la vita e non sembrava disposto a
cambiare idea agli sgoccioli della sua esistenza. Ironie del destino a
parte, dicono gli studiosi che Cervantes fu felice durante quei tre
mesi scarsi che trascorse a Barcellona nell’anno 1610, sebbene non
manchi chi dubita che sia davvero stato in ci à e chi si straccerebbe
le vesti all’insinuazione che anche un solo evento riferito in questo
modesto romance abbia avuto luogo in qualche momento o luogo
estraneo alla decadente immaginazione di qualche scribacchino
snaturato.
Tu avia, se dobbiamo concedere credito alla leggenda e acce are
la moneta della fantasia e del sogno, possiamo assicurare che in quei
giorni Cervantes occupava un piccolo studio di fronte alla muraglia
del porto, con finestroni aperti sulla luce del Mediterraneo non
lontani dalla stanza in cui Francesca di Parma gli era spirata fra le
braccia, e che ogni giorno si sedeva lì a comporre qualcuna delle
opere che tanta fama gli avrebbero procurato, sopra u o al di là
delle frontiere del regno che lo aveva visto nascere. L’appartamento
in cui alloggiava era di proprietà del suo vecchio amico Sancho, che
era adesso un prospero commerciante con una prole di sei figli e un
a eggiamento affabile che neanche la frequentazione con le
vergogne del mondo era riuscita a portargli via.
«E cosa sta scrivendo, maestro?» domandava Sancho ogni giorno
quando lo vedeva uscire. «La mia signora sta ancora aspe ando
nuove avventure di gagliardia e lancia del nostro caro hidalgo della
Mancha…»
Cervantes si limitava a sorridere e non rispondeva mai alla
domanda. A volte, al tramonto, andava nella stamperia che il
vecchio Antoni de Sempere e suo figlio continuavano a gestire in
calle de Santa Ana, accanto alla chiesa. A Cervantes piaceva passare
il tempo fra libri e pagine da assemblare, conversando con il suo
amico stampatore ed evitando di parlare del ricordo che entrambi
mantenevano vivo nella memoria.
Una sera, quando era ormai ora di lasciare la bo ega fino al
giorno successivo, Sempere mandò il figlio a casa e chiuse le porte.
Lo stampatore sembrava inquieto e Cervantes sapeva che qualcosa
ronzava da giorni nella testa del suo buon amico.
«L’altro giorno è venuto un gentiluomo che chiedeva di lei»
cominciò Sempere. «Capelli bianchi, molto alto, con degli occhi…»
«… da lupo» completò Cervantes.
Sempere annuì.
«Proprio così. Mi ha de o che era un suo vecchio amico e che gli
sarebbe piaciuto vederla se lei fosse passato in ci à… Non saprei
dirle perché, ma appena se n’è andato mi ha preso una grande
angoscia e ho cominciato a pensare che si tra asse di qualcuno del
quale lei aveva parlato al buon Sancho e a me in un’infausta no e in
un’osteria vicino alla basilica di Santa María del Mar. Va de o che
portava un piccolo angelo sul risvolto.»
«Credevo che avesse dimenticato quella storia, Sempere.»
«Non dimentico quello che stampo.»
«Non le sarà passato per la testa di conservarne una copia, spero.»
Sempere gli rivolse un sorriso fiacco. Cervantes sospirò.
«Cosa le ha offerto Corelli per la sua copia?»
«Abbastanza per ritirarmi e cedere l’a ività ai figli di Sebastián de
Cormellas, facendo così una buona azione.»
«E gliel’ha venduta?»
Per tu a risposta, Sempere si voltò, si avvicinò a un angolo della
bo ega, dove si inginocchiò e, sollevando qualche asse dal
pavimento, recuperò un ogge o avvolto in un panno che depositò
sul tavolo davanti a Cervantes.
Il romanziere lo studiò per qualche secondo e, dopo aver ricevuto
l’assenso di Sempere, aprì il panno per scoprire l’unica copia
esistente di Un poeta agli inferi.
«Posso prenderlo?»
«È suo» rispose Sempere. «Per paternità e ricevuta di pagamento
dell’edizione.»
Cervantes aprì il libro e fece scorrere lo sguardo sulle prime righe.
«Un poeta è l’unica creatura che recupera la visione con gli anni»
disse.
«Lo incontrerà?»
Cervantes sorrise.
«Ho qualche scelta?»
Un paio di giorni più tardi, come ogni ma ina Cervantes uscì per
fare una lunga passeggiata per la ci à, nonostante Sancho l’avesse
avvertito che secondo i pescatori minacciava tempesta sul mare. La
pioggia cominciò a riversarsi con forza a mezzogiorno e il cielo si
ricoprì di nuvole nere che palpitavano al fulgore dei lampi e allo
strepito dei tuoni, che sembravano colpire i muri e minacciare di
radere al suolo la ci à. Cervantes entrò nella ca edrale per ripararsi
dal temporale. Il tempio era deserto e il romanziere prese posto nei
banchi di una cappella laterale immersa nella calda intimità di
centinaia di candele che ardevano nella penombra. Non si sorprese
quando, seduto accanto a lui, trovò Andreas Corelli con lo sguardo
fisso sul Cristo sospeso sopra l’altare.
«Non passano gli anni per sua eccellenza» disse Cervantes.
«E neanche per il suo ingegno, caro amico.»
«Anche se forse passano per la mia memoria, perché credo di aver
dimenticato il momento in cui lei e io siamo stati amici…»
Corelli si strinse nelle spalle.
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«Eccolo là, crocifisso per espiare i peccati degli uomini, senza
rancore, e lei non è in grado di perdonare questo povero diavolo…»
Cervantes lo guardò con severità.
«Adesso non mi dica che la bestemmia la offende» aggiunse
Corelli.
«La bestemmia offende soltanto chi la proferisce per schernirsi
degli altri.»
«Non è mio proposito schernirla, amico Cervantes.»
«E qual è il suo proposito, signor Corelli?»
«Chiederle perdono?»
Tra i due calò un lungo silenzio.
«Il perdono non si chiede con le parole.»
«Lo so. E non sono parole quello che le offro.»
«Non si offenderà se, sentendo il termine “offerta” dalle sue
labbra, il mio entusiasmo diminuisce.»
«Perché dovrebbe offendermi?»
«Forse sua eccellenza è impazzito dopo aver le o troppi messali e
ha cominciato a credere che vostra grazia cavalchi in questa valle di
tenebre per riparare il torto che il nostro salvatore qui presente ha
fa o a tu i noi abbandonando la nave alla deriva.»
Corelli si fece il segno della croce e sorrise, mostrando i suoi denti
affilati e canini.
«Amen» sentenziò.
Cervantes si alzò e, facendo una riverenza, si preparò ad
andarsene.
«La compagnia è piacevole, stimato arcangelo, b ma nelle a uali
circostanze preferisco quella di tuoni e fulmini, e godermi in pace il
temporale.»
Corelli sospirò.
«Ascolti prima la mia offerta.»
Cervantes s’incamminò lentamente verso l’uscita. La porta della
ca edrale si andava chiudendo a poco a poco davanti a lui.
«Questo trucco l’ho già visto.»
Corelli lo aspe ava nella penombra della soglia, immerso
nell’oscurità. Soltanto i suoi occhi, accesi al riflesso delle candele,
erano visibili.
«Lei una volta ha perso ciò che più amava o credeva di amare in
cambio della possibilità di creare un capolavoro.»
«Non ho mai avuto scelta. Lei ha mentito.»
«La scelta è stata sempre nelle sue mani, amico mio. E lei lo sa.»
«Apra la porta.»
«La porta è aperta. Può uscire quando vuole.»
Cervantes allungò la mano verso il portone e lo spinse. Il vento e
la pioggia gli sferzarono il volto. Si fermò un istante prima di uscire
e la voce di Corelli, nell’oscurità, gli sussurrò all’orecchio.
«Ho sentito la sua mancanza, Cervantes. La mia offerta è
semplice: riprenda la penna che ha abbandonato e riapra le pagine
che non avrebbe mai dovuto lasciare. Resusciti la sua opera
immortale e termini le avventure del Chiscio e e del suo fedele
scudiero per il piacere e il conforto di questo povero le ore che ha
costre o orfano di ingegno e di invenzione.»
«La storia è finita, l’hidalgo sepolto e la mia voce esaurita.»
«Lo faccia per me e le ridarò la compagnia di ciò che ha più
amato.»
Cervantes osservò la tormenta spe rale che cavalcava sopra la
ci à alle porte della ca edrale.
«Lo prome e?»
«Lo giuro. Alla presenza del mio Padre e Signore.»
«Qual è il trucco stavolta?»
«Stavolta non ci sono trucchi. Stavolta, in cambio della bellezza
della sua creazione, le darò ciò che più desidera.»
E così, senza aggiungere altro, il vecchio romanziere partì so o la
tormenta verso il suo destino.

Barcellona, 1616
Quell’ultima sera so o le stelle di Barcellona, il vecchio Sempere e
Andreas Corelli accompagnarono il corteo funebre a raverso le
anguste strade della ci à verso il camposanto privato della famiglia
Sempere, dove molti anni prima tre amici con un segreto
inconfessabile avevano dato sepoltura alle spoglie mortali di
Francesca di Parma. La carrozza avanzava in silenzio alla luce delle
torce e le persone si scostavano di lato. Percorsero la matassa di
vicoli e piazze che conduceva al piccolo camposanto chiuso da una
cancellata di lance appuntite. Arrivata alle porte del cimitero, la
carrozza si fermò. I due cavalieri che la scortavano smontarono e,
con l’aiuto del cocchiere, scaricarono il feretro, privo di qualsiasi
segno o iscrizione. Sempere aprì le porte del cimitero e li fece
entrare. Portarono il feretro fino alla tomba aperta che a endeva
so o la luna e lo lasciarono giacere al suolo. A un segnale di Corelli,
i vassalli si ritirarono alle porte del camposanto, lasciando Sempere
in compagnia dell’editore. Si sentirono allora dei passi accanto alla
cancellata e, voltandosi, Sempere riconobbe il vecchio Sancho,
venuto ad accomiatarsi dall’amico. Corelli annuì e i guardaspalle lo
fecero passare. Quando i tre furono di fronte al feretro, Sancho si
accovacciò e baciò il coperchio.
«Vorrei dire qualche parola» mormorò.
«Proceda» disse Corelli.
«Dio abbia nella sua infinita gloria un grand’uomo e un amico
ancora migliore. E se, visti gli astanti, Dio delega doveri secondo
gerarchie di discutibile rango, che siano l’onore e la stima dei suoi
amici ad accompagnarlo in questo suo ultimo viaggio verso il
paradiso, e che la sua anima immortale non si perda per sentieri di
zolfo e fiamme a causa delle astuzie di qualche angelo revocato,
poiché sa il cielo che, se così fosse, io stesso mi equipaggerei di
armatura e lancia e verrei a salvarlo, per quante macchinazioni e
minacce disponga di me ere sulla mia strada la malignità del
guardiano dell’Averno.»
Corelli lo guardava freddamente. Sancho, sebbene morto di
paura, non distolse lo sguardo.
«È tu o?» chiese Corelli.
Sancho annuì, stringendosi le mani per nascondere il tremito.
Sempere alzò gli occhi verso Corelli con aria indagatoria. L’editore si
avvicinò al feretro e, fra la sorpresa e l’allarme di tu i, lo aprì.
Il cadavere di Cervantes giaceva al suo interno infilato in un abito
francescano e con il volto scoperto. Aveva gli occhi aperti e una
mano sul pe o. Corelli sollevò la mano di Cervantes e vi collocò
so o il libro che aveva con sé.
«Amico mio, le restituisco queste pagine, la sublime e finale terza
parte della più grande delle storie da lei scri e per questo umile
le ore, il quale sa che gli uomini non potranno mai meritare tanta
bellezza. Per questo la seppelliamo insieme a lei, perché la porti a chi
l’ha aspe ata per tu i questi anni e a cui lei, sapendolo o no, ha
sempre desiderato tornare. Si compiono così il suo più grande
desiderio, il suo destino e la sua ricompensa finale.»
Dopo queste parole, Corelli sigillò il feretro.
«Giacciono qui Francesca di Parma, un’anima pura, e Miguel de
Cervantes, luce tra i poeti, mendicante tra gli uomini e Principe del
Parnaso. Riposeranno in pace tra libri e parole senza che il loro
riposo eterno sia mai turbato né conosciuto dal resto dei mortali. Che
questo luogo sia un segreto, un mistero la cui origine e fine nessuno
conosca. E che viva qui per sempre lo spirito del più grande
narratore di storie che abbia mai abitato il mondo.»
Anni dopo, nel suo le o di morte, il vecchio Sempere avrebbe
raccontato come in quell’istante avesse creduto di vedere Andreas
Corelli spargere una lacrima che, colpendo la tomba di Cervantes, si
era trasformata in pietra. Aveva allora saputo che sopra quella roccia
avrebbe cominciato a costruire un santuario, un cimitero di idee e
invenzioni, di parole e prodigi che sarebbe cresciuto sulle ceneri del
Principe del Parnaso, e che un giorno avrebbe ospitato la più grande
delle biblioteche, quella in cui sarebbe finita ogni opera perseguitata
o disprezzata dall’ignoranza o dalla malignità degli uomini, in a esa
di incontrare il le ore che ogni libro si porta dentro.
«Amico Cervantes» aveva de o accomiatandosi da lui.
«Benvenuto nel Cimitero dei Libri Dimenticati.»

a. In italiano nel testo. (NdT)


b. In italiano nel testo.
Questo racconto è un semplice divertissement che gioca con alcuni degli
elementi meno conosciuti e documentati della vita del grande scri ore, in
particolare il suo viaggio in Italia in gioventù e il suo soggiorno (o i suoi
soggiorni) nella ci à di Barcellona, l’unica a cui faccia ripetutamente
riferimento nella sua opera.
A differenza del suo ammirato contemporaneo Lope de Vega, che ebbe un
grande successo fin dai primi anni, quella di Cervantes fu una penna
tardiva e con scarsi riconoscimenti e ricompense. Gli ultimi anni della vita
di Miguel de Cervantes Saavedra furono i più fertili della sua accidentata
carriera le eraria. Dopo la pubblicazione della prima parte di Don
Chiscio e della Mancha nel 1605, forse l’opera più famosa della storia
della le eratura e anticipatrice del romanzo moderno, un periodo di relativa
calma e riconoscimenti gli permise di pubblicare nel 1613 le Novelle
esemplari e l’anno successivo Viaggio del Parnaso.
Nel 1615 appare la seconda parte del Chiscio e. Miguel de Cervantes
sarebbe morto l’anno seguente a Madrid e sarebbe stato sepolto, o almeno
così si è creduto per anni, nel convento delle Trinitarie Scalze.
Non c’è conferma che Cervantes abbia mai scri o una terza parte della
sua più geniale creazione.
Ancora oggi non si sa con certezza dove riposino davvero le sue spoglie.
Barcellona, 1600 circa
Leggenda di Natale

Ci fu un tempo in cui le strade di Barcellona si tingevano di luce a


gas al tramonto e la ci à si svegliava all’alba circondata da un bosco
di ciminiere che avvelenava il cielo di scarla o. Barcellona
assomigliava allora a una falesia di basiliche e palazzi intrecciati in
un labirinto di vicoli e tunnel intrappolati so o una bruma perpetua
dalla quale spuntava una grande torre con angoli da ca edrale,
guglia gotica, gargolle e rosoni, al cui ultimo piano risiedeva l’uomo
più ricco della ci à, l’avvocato Eveli Escrutx.
Ogni no e si poteva vedere la sua sagoma ritagliata dietro le
lamine dorate dell’a ico, mentre contemplava come una cupa
sentinella la ci à ai suoi piedi. Escrutx aveva già fa o fortuna nella
prima gioventù difendendo gli interessi di assassini in guanti
bianchi, finanzieri tornati dalle Americhe e industriali della nuova
civiltà del vapore e dei telai. Si diceva che le cento famiglie più
potenti di Barcellona gli pagassero una somma annuale esorbitante
per contare sui suoi consigli, e che ogni sorta di statisti e generali con
aspirazioni da imperatore andassero in processione da lui per essere
ricevuti nel suo studio in cima alla torre. Si diceva che non dormisse
mai, che passasse le no i sveglio a osservare Barcellona dalla finestra
e che non fosse più uscito dalla torre dalla morte della moglie
trentatré anni prima. Si diceva che avesse l’anima pugnalata dalla
perdita e che detestasse tu o e tu i, che lo guidasse soltanto il
desiderio di vedere il mondo consumarsi nella sua stessa avarizia e
meschinità.
Escrutx non aveva amici né confidenti. Viveva in cima alla torre
senza altra compagnia che quella di Candela, una domestica cieca
della quale le malelingue insinuavano che fosse una mezza strega e
vagasse per le strade della Ci à Vecchia tentando con dei dolce i
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bambini poveri che non venivano mai più rivisti. L’unica passione
nota dell’avvocato, a parte la domestica e le sue arti segrete, erano gli
scacchi. Ogni vigilia di Natale, l’avvocato Escrutx invitava un
barcellonese a unirsi a lui nell’a ico della torre. Gli offriva una cena
raffinata, innaffiata con vini da sogno. Puntualmente, a mezzano e,
quando le campane suonavano a distesa dalla ca edrale, Escrutx
serviva due bicchieri di assenzio e sfidava il suo ospite a una partita
a scacchi. Se l’aspirante vinceva, l’avvocato si impegnava a cedergli
tu a la sua fortuna e le sue proprietà. Ma se perdeva, l’ospite doveva
firmare un contra o secondo il quale l’avvocato diventava l’unico
proprietario ed esecutore della sua anima immortale. Ogni vigilia di
Natale.
Candela percorreva le strade di Barcellona nella carrozza nera
dell’avvocato alla ricerca di un giocatore. Mendicanti o banchieri,
assassini o poeti, non importava. La partita si prolungava fino
all’alba del giorno di Natale. Quando il sole di sangue si stagliava sui
te i innevati del Barrio Gótico, invariabilmente, l’avversario capiva
di avere perso la sfida. Usciva nelle fredde strade con quello che
aveva addosso mentre l’avvocato prendeva una bocce a smeraldina
di cristallo e vi annotava sopra il nome del perdente per aggiungerla
a una vetrina che conteneva decine di identiche bocce e.
Raccontano che quel Natale, l’ultimo della sua lunga vita,
l’avvocato Escrutx mandò di nuovo la sua Candela dagli occhi
bianchi e dalle labbra nere a percorrere le strade alla ricerca di una
nuova vi ima. Una tempesta di neve incombeva su Barcellona, sui
suoi terrazzi e cornicioni nichelati dal ghiaccio. Stormi di pipistrelli
svolazzavano fra i torrioni della ca edrale e una luna di rame
rovente si spargeva sui vicoli. I destrieri neri che tiravano la carrozza
si fermarono di colpo all’inizio di calle del Obispo, con gli aliti di
brina terrorizzati. La sagoma emerse dalla nebbia, fusa nel bianco
della neve con il suo lungo velo da sposa e portando in mano un
mazzo di rose rosse. Candela si sentì inebriata dal loro profumo e la
invitò a salire sulla carrozza. Volle toccarle il volto, ma riuscì solo a
trovare del ghiaccio e due labbra umide di fiele. La condusse alla
torre, che a quei tempi si innalzava sulle rovine di un antico
camposanto vicino a calle Aviñón.
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Raccontano che quando l’avvocato Escrutx la vide, ammutolì e
ordinò a Candela di ritirarsi. L’ospite di quell’ultima vigilia di
Natale si liberò dal velo e l’avvocato Escrutx, animo saggio e sguardo
offuscato dall’amarezza, crede e di riconoscere il viso della sua
sposa perduta. Riluceva di porcellana e carminio, e quando Escrutx
le domandò il suo nome si limitò a sorridere. Dopo un po’ si
sentirono le campane di mezzano e e la partita ebbe inizio.
Avrebbero de o in seguito che l’avvocato era ormai stanco, che si
lasciò ba ere e che fu Candela, impazzita per la gelosia, ad
accendere il fuoco che avrebbe consumato la torre portando l’alba in
piena no e nei cieli purpurei di Barcellona. Dei bambini che si erano
riuniti intorno a un falò in plaza de San Jaime avrebbero giurato che
poco prima che le fiamme spuntassero dalle finestre della torre
avevano visto l’avvocato Escrutx andare alla balaustra coronata da
angeli di alabastro e aprire al vento le bocce e smeraldine, liberando
piume di vapore che erano svanite in lacrime sui terrazzi di tu a
Barcellona. Serpenti di fuoco si erano intrecciati verso la cima della
torre e si era potuta vedere per l’ultima volta la sagoma
dell’avvocato Escrutx che saltava nel vuoto abbracciato a una sposa
di fuoco. I loro corpi si erano disfa i in cenere che il vento aveva
trascinato via prima che si schiantassero sul selciato. La torre cadde
all’alba, come uno scheletro d’ombra che si ripiegava su se stesso.
Conclude la leggenda che, soltanto pochi giorni dopo il crollo,
una cospirazione di silenzio e oblio cancellò per sempre il nome
dell’avvocato Escrutx dalle cronache della ci à. I poeti e le persone
pure di spirito assicurano che ancor oggi, se si alza lo sguardo al
cielo la vigilia di Natale, si può osservare la sagoma spe rale della
torre in fiamme sul cielo di mezzano e e si può vedere l’avvocato
Escrutx, accecato dalle lacrime e dal pentimento, che libera la prima
delle bocce e smeraldine della sua collezione, quella che portava il
suo nome. Ma non manca chi assicura che furono molti coloro che in
quell’alba malede a si recarono sulle rovine della torre per portarsi
via un pezzo fumante e che i resti della carrozza di Candela si
sentono ancora tra le ombre della Ci à Vecchia, sempre fra le
tenebre, alla ricerca del prossimo candidato.
Alicia, all’alba

La casa in cui la vidi per l’ultima volta non esiste più. Al suo posto si
erge adesso uno di quegli edifici che sfuggono allo sguardo e
lastricano il cielo di ombre. E tu avia, ancora oggi, ogni volta che
passo di lì ricordo quei giorni malede i del Natale del 1938 in cui
calle Muntaner tracciava un pendio di tram e grandi palazzi. A quei
tempi avevo appena tredici anni e guadagnavo pochi centesimi alla
se imana come fa orino in un banco dei pegni di calle Elisabets. Il
proprietario, don Odón Llofriu, centoquindici chili di meschinità e
diffidenza, presiedeva il suo bazar di chincaglieria lamentandosi
perfino dell’aria che respirava quell’orfano di merda, uno tra le
migliaia che vomitava la guerra, che lui non chiamava mai per nome.
«Ragazzino, diamine, spegni quella lampadina ché non sono
tempi per sprechi. Lo straccio lo passi alla luce della candela, che
stimola la retina.»
Così trascorrevano le nostre giornate, fra cupe notizie dal fronte
nazionalista, che avanzava verso Barcellona, voci di scontri a fuoco e
omicidi nelle strade del Barrio Chino e le sirene che avvisavano dei
bombardamenti aerei. Fu in uno di quei giorni di dicembre del 1938,
con le strade spruzzate di neve e di cenere, che la vidi.
Vestiva di bianco e la sua figura sembrava essersi materializzata
dalla bruma che spazzava le strade. Entrò nel negozio e si fermò nel
lieve re angolo di chiarore che segava la penombra dalla vetrina.
Reggeva in mano un panno di velluto nero che aprì sul bancone
senza dire una parola. Una ghirlanda di perle e zaffiri brillò
nell’ombra. Don Odón si mise la lente ed esaminò il pezzo. Io
seguivo la scena dallo spiraglio della porta del retrobo ega.
«Il pezzo non è male, ma non sono tempi per sprechi, signorina.
Le do duecentocinquanta pesetas, e ci rime o, ma stasera è la vigilia
q p g
di Natale e il so oscri o non è di pietra.»
La ragazza ripiegò il panno di velluto e s’incamminò verso l’uscita
senza ba ere ciglio.
«Ragazzino!» bramì don Odón. «Seguila!»
«Quella collana vale almeno cinquemila pesetas» dissi.
«Diecimila» corresse don Odón. «Perciò non ce la lasceremo
sfuggire. Tu seguila fino a casa sua e assicurati che non le diano una
bastonata e la spennino. Tornerà, come tu i.»
Quando uscii in strada, le tracce della ragazza si confondevano
già con il manto bianco. La seguii per il labirinto di vicoli e palazzi
sventrati dalle bombe e dalla miseria fino a sbucare in plaza del Peso
de la Paja, dove ebbi appena il tempo di vederla prendere un tram
che stava già partendo su per calle Muntaner. Gli corsi dietro e saltai
sul predellino.
Così salimmo, aprendo binari neri sulla tela di neve che stendeva
il vento mentre cominciava a fare scuro e il cielo si tingeva di sangue.
Quando arrivammo all’incrocio con travesera de Gracia, mi facevano
male le ossa per il freddo. Stavo per abbandonare la mia missione ed
elaborare qualche bugia per soddisfare don Odón quando la vidi
scendere e incamminarsi verso l’ingresso della grande villa. Saltai
giù dal tram e corsi a nascondermi dietro l’angolo. La ragazza si
infilò nella cancellata del giardino. Mi affacciai alle sbarre e la
osservai addentrarsi nel bosche o che circondava la casa. Si fermò ai
piedi della scalinata e si voltò. Volevo me ermi a correre, ma il vento
gelido mi aveva ormai rubato ogni voglia. La ragazza mi osservò con
un sorriso lieve e mi tese una mano. Capii che mi aveva scambiato
per un mendicante.
«Vieni» disse.
Era già scuro quando la seguii nella villa buia. Un leggero alone
lambiva i contorni. Libri caduti e tende consunte punteggiavano un
volto di mobili ro i, di quadri sventrati e macchie scure che si
spargevano sui muri come impa i di pallo ole. Giungemmo in una
grande sala che ospitava un mausoleo di vecchie fotografie che
puzzavano di assenza. La ragazza si accovacciò in un angolo accanto
a un focolare e accese il fuoco con fogli di giornale e con i resti di una
sedia. Mi avvicinai alle fiamme e acce ai il tazzone di vino tiepido
p
che mi tendeva. Si accovacciò accanto a me, lo sguardo perso nel
fuoco. Mi disse che si chiamava Alicia. Aveva la carnagione di una
diciasse enne, ma la tradiva lo sguardo grave e senza fondo di
coloro che non hanno più età, e quando le chiesi se quelle fotografie
erano della sua famiglia non disse nulla.
Mi domandai da quanto tempo vivesse lì, da sola, nascosta in
quella villa con un vestito bianco che si disfaceva nelle cuciture,
svendendo gioielli per sopravvivere. Aveva lasciato il panno di
velluto nero sulla mensola del camino. Ogni volta che si chinava per
a izzare il fuoco, lo sguardo mi scappava e immaginavo la collana al
suo interno. Ore dopo sentimmo le campane di mezzano e
abbracciati accanto al fuoco, in silenzio, e mi dissi che così mi
avrebbe abbracciato mia madre se l’avessi ricordata. Quando le
fiamme cominciarono a smorire, volli lanciare un libro fra le braci,
ma Alicia me lo strappò e iniziò a leggere a voce alta dalle sue
pagine finché non ci vinse il sonno.
Me ne andai poco prima dell’alba, liberandomi dalle sue braccia e
correndo nel buio verso il cancello con la collana fra le mani e il
cuore che mi ba eva rabbioso. Trascorsi le prime ore di quel giorno
di Natale con diecimila pesetas di perle e zaffiri in tasca,
maledicendo quelle strade inondate di neve e di furia, maledicendo
quelli che mi avevano abbandonato tra le fiamme, finché un sole
smorto non conficcò una lancia di luce nelle nubi e ripercorsi i miei
passi fino alla villa, trascinando quella collana che pesava ormai
come una lastra di marmo e mi asfissiava, desiderando solo di
trovarla ancora addormentata, addormentata per sempre, per
lasciare di nuovo la collana sulla mensola delle braci e poter fuggire
e così non dover ricordare mai più il suo sguardo e la sua voce calda,
l’unico conta o puro che avessi conosciuto.
La porta era aperta e una luce perlacea sgocciolava dalle crepe del
soffi o. La trovai stesa sul pavimento, con il libro ancora fra le mani,
le labbra avvelenate di brina e lo sguardo aperto sul viso bianco di
ghiaccio, una lacrima rossa ferma sulla guancia e il vento che
soffiava da quella finestra spalancata che la seppelliva nella neve
fresca. Le lasciai la collana sul pe o e scappai di nuovo in strada, a
confondermi con i muri della ci à e a nascondermi nei suoi silenzi,
fuggendo dal mio riflesso nelle vetrine per timore di trovarmi
davanti un estraneo.
Poco dopo, azzi endo le campane di Natale, si sentirono di nuovo
le sirene e uno sciame di angeli neri si sparse nel cielo scarla o di
Barcellona, lasciando cadere colonne di bombe che non si sarebbero
mai viste toccare il suolo.
Uomini in grigio

Non mi diceva mai il suo nome e io non avevo mai voluto


chiederglielo. Mi aspe ava, come sempre, su quella vecchia
panchina del Retiro arenata in una fuga di tigli nudi di inverno e di
pioggia. Un paio di occhiali scuri sigillava il pozzo del suo sguardo.
Mi sede i all’altra estremità della panchina. Il messaggero mi tese la
busta e la riposi senza aprirla.
«Non li conta?»
Scossi la testa.
«Dovrebbe. Stavolta la tariffa è tripla. Più la diaria e gli
spostamenti.»
«Dove?»
«Barcellona.»
«Io non lavoro su Barcellona. Lo sapete. Datelo a Sanabria.»
«L’abbiamo già fa o. C’è stato un problema.»
Tirai fuori la busta con i soldi e gliela tesi di nuovo.
«Non lavoro su Barcellona. Lo sapete benissimo.»
«Non mi domanda chi è il cliente?»
Il suo sorriso spargeva veleno.
«È tu o nella busta. Al deposito bagagli della stazione di Atocha
c’è un biglie o a suo nome per il treno di stano e. Il signor ministro
mi ha chiesto di trasme erle i suoi più sinceri ringraziamenti
personali. Lui non dimentica mai un favore.»
Il messaggero dagli occhiali scuri si alzò e, con una lieve
riverenza, si preparò ad andarsene so o la pioggia. Erano tre anni
che ci incontravamo in quello stesso angolo del parco, sempre
all’alba, e non avevamo mai scambiato una parola più dello stre o
necessario. Lo osservai infilarsi i guanti di pelle nera. Le sue mani si
aprivano come ragni. Avvertì il mio sguardo a ento e si fermò.
p g g
«Qualche problema?»
«Una semplice curiosità. Cosa dice ai suoi amici se le chiedono
che lavoro fa?»
Quando sorrideva, il volto cadaverico gli si confondeva con il
sudario dell’impermeabile.
«Pulizia. Dico che lavoro nei servizi di pulizia.»
Annuii.
«E lei?» domandò. «Cosa gli dice?»
«Io non ho amici.»
Schegge di nebbia ghiacciata strisciavano sulla volta della stazione
di Atocha quel 9 gennaio 1942, quando imboccai la banchina deserta
per salire sull’espresso di mezzano e per Barcellona. La gratitudine
del signor ministro mi aveva procurato un biglie o di prima classe e
la privacy vellutata di uno scompartimento solo per me. Perfino in
quei giorni torbidi l’ultima cosa che si perdeva era la cortesia tra
professionisti. Il treno scivolò via rigando scie di vapore nelle
tenebre e ben presto la ci à svanì in un soffio di luci smorte e terreni
incolti. Soltanto allora aprii la busta e tirai fuori i fogli
impeccabilmente piegati e da iloscri i a uno spazio e mezzo con
inchiostro blu. Fui sorpreso dal fa o che la busta non contenesse
neanche una fotografia. Mi domandai se l’unico ritra o del cliente
l’avessero dato a Sanabria. Mi bastò leggere un paio di righe del
rapporto per capire che stavolta non ci sarebbe stato ritra o.
Spensi la luce dello scompartimento e mi abbandonai a una no e
insonne finché l’alba insanguinò di scarla o l’orizzonte, e la sagoma
del Montjuïc si profilò in lontananza. Tre anni prima mi ero giurato
di non tornare mai più a Barcellona. Ero fuggito dalla mia ci à con
l’anima avvelenata. Una foresta di fabbriche spe rali e nebbie di
zolfo ci avvolse e, dopo un po’, la ci à ci inghio ì in un tunnel che
sapeva di fuliggine e di maledizione. Aprii la valige a e riempii il
caricatore del mio revolver con le pallo ole che Sanabria mi aveva
insegnato a utilizzare negli anni in cui ero stato suo apprendista
nelle strade del Barrio Chino. Proie ili da nove millimetri, con le
punte cave per aprirsi in fauci di metallo rovente all’impa o e
trapanare fori d’uscita della grandezza di un pugno. Quando scesi
dal treno e mi trovai di fronte la ca edrale di ferro della stazione
Francia mi accolse un vento freddo e umido. Avevo dimenticato che
la ci à puzzava ancora di polvere da sparo. Partii verso vía Layetana
al riparo di una cortina di neve polverosa che aleggiava nelle tenebre
acquose dell’alba. I tram aprivano sentieri nel manto bianco, e le
persone, grigie e senza volto, vagavano so o il fiato di lampioni
lampeggianti che spruzzavano le strade di una tonalità violacea.
A raversata plaza Palacio, mi addentrai nel reticolo di stradine che
circondavano la basilica di Santa María del Mar. Buona parte delle
rovine dei bombardamenti aerei era ancora inta a. Le viscere degli
edifici sventrati dalle bombe – sale da pranzo, camere da le o e
bagni deserti in piena vista – si ergevano accanto a terreni pieni di
macerie che servivano da rifugio a contrabbandieri di carbone e a
volti di straccioni il cui sguardo non si sollevava mai da terra.
Arrivato alla fine di calle Platería, mi fermai a osservare lo
scheletro del palazzo in cui ero cresciuto. Restavano soltanto la
facciata, marchiata a fuoco, e i muri confinanti. Si potevano ancora
notare le cicatrici delle bombe incendiarie che avevano trapanato le
case per riversare un tornado di fiamme nei vani delle scale e nel
lucernario. Mi avvicinai al portone e ricordai il nome della prima
ragazza che avevo baciato una sera d’estate del 1913 so o il suo
architrave. Si chiamava Merche e abitava al terzo piano con una
madre cieca a cui non ero mai stato simpatico. Non si era mai
sposata. In seguito mi avevano raccontato che in una delle esplosioni
l’avevano vista uscire proie ata fuori dal balcone, nuda e avvolta
dalle fiamme, con il corpo infilzato da mille schegge di vetro rovente.
Un passo alle mie spalle mi restituì al presente. Mi voltai per
scoprire una sagoma color cenere che mi sembrò una replica del
messaggero dagli occhiali scuri. Ormai riuscivo a stento a
differenziarli. Lo sguardo e il fiato di tu i loro puzzavano della
stessa carogna.
«Tu, carta d’identità» biascicò, trionfale.
Avvertii il graffio di qualche occhiata e il passo accelerato di
sagome macilente. Osservai l’agente della Brigata sociale. Calcolai
che avesse quarant’anni o poco più, una se antina di chili e un certo
peso sulle spalle. La sciarpa nera lasciava intravedere alcuni
centimetri di gola. Un taglio rapido, con la lama corta, gli poteva
g g p g p
affe are la trachea e la giugulare in meno di un secondo, facendolo
crollare senza voce e spargendo la vita tra le dita sulla tela di neve
sporca ai suoi piedi. Uomini come lui avevano famiglia, e io, delle
cose da fare. Gli rivolsi un sorriso fiacco e il documento timbrato dal
ministero. Perse di colpo l’arroganza e me lo restituì con mani
tremanti.
«La prego di scusarmi, signore. Non sapevo…»
«Sparisci.»
L’agente annuì ripetutamente e si perse in tu a fre a dietro il
primo angolo che trovò. Le campane di Santa María suonavano a
distesa alle mie spalle quando ripresi il cammino so o la neve verso
calle Fernando per trasformarmi in un altro uomo grigio nella marea
di uomini grigi che cominciavano ad allagare quella ma ina
d’inverno. Uno di loro, a una ventina di metri alle mie spalle, mi
seguiva di so ecchi dalla stazione Francia, probabilmente convinto
che non avessi notato la sua presenza. Mi persi in quel comodo
anonimato di cenere in cui gli assassini, professionisti o semplici
dile anti, vestivano come contabili e apprendisti e a raversai le
Ramblas in direzione dell’Hotel Oriente. Un portiere in uniforme e
diplomato in le ura degli sguardi mi aprì la porta con deferenza.
L’albergo conservava la sua aria da nave affondata. L’adde o alla
reception mi riconobbe subito e brandì un abbozzo di sorriso. L’eco
di un pianoforte scordato si sgranava dalle vetrate socchiuse della
sala da pranzo.
«Il signore desidera la stanza 406?»
«Se è disponibile.»
Firmai il registro mentre l’adde o alla reception faceva cenno a un
fa orino di prendere la mia valige a e di accompagnarmi in camera.
«Conosco la strada, grazie.»
A un’occhiata dell’adde o alla reception, il fa orino ba é in
ritirata.
«Se c’è qualcosa che possiamo fare perché il soggiorno del signore
a Barcellona sia più piacevole, non ha che da dirlo.»
«Il solito» risposi.
«Sì, signore. Stia tranquillo.»
Mi stavo incamminando verso l’ascensore quando mi fermai.
L’adde o alla reception era ancora al suo posto, il sorriso pietrificato.
«Il signor Sanabria alloggia in albergo?»
Il suo viso registrò appena un ba ito di palpebre, ma mi fu
sufficiente.
«È da un po’ che il signor Sanabria non ci onora con la sua
presenza.»
La stanza 406 incombeva sul paseo de la Rambla, inerpicata su un
quarto piano con una vista celestiale sullo spe ro della ci à
scomparsa che ero condannato a ricordare dagli anni precedenti alla
guerra. La mia ombra mi aspe ava giù, acqua ata so o la te oia di
un’edicola. Chiusi le persiane fino a far sprofondare la stanza in una
penombra perlacea e mi stesi sul le o. I rumori della ci à
strisciavano dietro le pareti. Tirai fuori il revolver dalla valige a e,
con il dito sul grille o, incrociai le mani sul pe o e chiusi gli occhi.
Sprofondai in un sonno paludoso, ostile. Ore o minuti più tardi mi
svegliarono delle labbra umide che mi sfioravano le palpebre. Il
corpo caldo di Candela era steso sul le o, mentre le sue dita di
vapore si sbo onavano i vestiti e la sua pelle di zucchero bianco si
accendeva al riflesso dei lampioni no urni.
«Quanto tempo» mormorò, togliendomi il revolver dalle mani e
appoggiandolo sul comodino. «Se vuoi, posso restare tu a la no e.»
«Devo lavorare.»
«Ma avrai anche un momento per la tua Candela.»
Tre anni di assenza non mi avevano cancellato dalle mani il
ricordo del corpo di Candela. I nuovi tempi e il ripristino degli
alberghi di lusso le facevano bene. Il suo seno sapeva di profumo
caro e lessi una nuova fermezza nelle sue cosce pallide infilate in
quelle calze di seta che si faceva portare da Parigi. Paziente ed
esperta, Candela mi lasciò fare finché non ebbi saziato la mia sete
della sua pelle e mi scostai. La sentii camminare verso il bagno e far
scorrere l’acqua. Mi rialzai e presi la busta con i soldi che avevo nella
valige a. Triplicai la sua tariffa abituale e lasciai le banconote
ripiegate sul comò. Mi stesi a le o e osservai Candela che si
avvicinava alla finestra e apriva le imposte. La neve che cadeva
dietro i vetri disegnava punti d’ombra sulla sua pelle nuda.
g p p
«Che fai?»
«Mi piace guardarti.»
«Non mi chiedi dov’è?»
«Perché, me lo diresti?»
Si voltò e si sede e all’estremità del le o.
«Non so dov’è. Non l’ho visto. È la verità.»
Mi limitai ad annuire. Candela spostò lo sguardo verso il denaro
sul comò.
«Le cose ti vanno bene» disse.
«Non mi lamento.»
Iniziai a vestirmi.
«Devi già andartene?»
Non risposi.
«Qui c’è abbastanza denaro per tu a la no e. Se vuoi, ti aspe o.»
«Farò tardi, Candela.»
«Non ho fre a.»
Avevo conosciuto Roberto Sanabria una no e del 1917. La ci à si
consumava in un agosto di vapore e di rabbia. Quella no e si erano
sentiti degli spari nel quartiere, come quasi tu e le no i. Io ero sceso
sul paseo del Borne a prendere acqua alla fontana. Quando avevo
sentito i colpi ero corso a nascondermi in un portone di calle
Moncada. Sanabria era a terra in una pozza nera, un manto viscoso
che si spargeva ai miei piedi, all’imboccatura di quell’angusta crepa
tra vecchi edifici che qualcuno chiamava ancora calle de las Moscas.
Un revolver gli fumava fra le mani. Mi avvicinai e lui mi sorrise con
le labbra che trasudavano sangue.
«Tranquillo, ragazzo, ho più vite di un ga o.»
Lo aiutai ad alzarsi e, sostenendo il suo considerevole peso, lo
accompagnai fino a un portone di calle de los Baños Viejos, dove ci
accolse un donnone dall’aspe o funebre e la pelle squamosa.
Sanabria aveva incassato due pallo ole all’addome e perso tanto
sangue che la pelle aveva il colore della cera, ma non smise di
sorridermi mentre un medicastro che puzzava di moscato gli puliva
le ferite con aceto e alcol.
«Ti devo un favore, ragazzo» disse prima di svenire.
Sanabria sarebbe sopravvissuto a quella no e e a molte altre
serate di polvere da sparo e lame. Erano i giorni in cui i quotidiani di
Barcellona distillavano articoli urlanti perché si ammazzava per le
strade. Le quotazioni dei sindacati dei pistoleri prezzolati erano in
rialzo. La vita continuava a valere poco come sempre, però la morte
non era mai stata tanto a buon mercato. Fu Sanabria che, giunta l’età,
mi insegnò il mestiere.
«A meno che tu non voglia morire bracciante, come tuo padre.»
Uccidere era una necessità, ma assassinare era un’arte, sosteneva. I
suoi a rezzi preferiti erano il revolver e il coltello a lama corta e
curva che utilizzavano i matador di tori per suggellare un lavoro
nell’arena con un colpo secco e rapido. Sanabria mi insegnò che a un
uomo si spara soltanto in faccia o al pe o, se è possibile a meno di
due metri di distanza. Era un professionista con dei princìpi. Non
lavorava con donne e anziani. Come tanti altri, aveva imparato a
uccidere nella guerra in Marocco. Al ritorno a Barcellona, aveva
iniziato la carriera tra le file dei pistoleri della FAI , la Federazione
anarchica, ma ben presto aveva scoperto che gli industriali pagavano
meglio e che il lavoro non era contaminato da proclami altisonanti.
Gli piacevano il vaudeville e le pu ane, passioni che mi aveva
inculcato con amore paterno e un certo accademismo.
«Non c’è nulla di più vero al mondo di una buona commedia o di
una buona pu ana. Non mancargli mai di rispe o e non sentirti mai
superiore a loro.»
Fu Sanabria a presentarmi una Candela diciasse enne che aveva il
mondo nella pelle ed era destinata a lavorare nei buoni alberghi e
negli uffici della Regione.
«Non innamorarti mai di qualcosa che non ha prezzo» consigliò
Sanabria.
Una volta gli domandai quanti uomini avesse ucciso.
«Duecentosei» rispose. «Ma si avvicinano tempi più prosperi.»
Il mio mentore parlava della guerra che si fiutava nell’aria come il
fetore di una fogna allagata. Poco prima dell’estate del 1936, mi disse
che i tempi sarebbero cambiati e che presto avremmo dovuto lasciare
Barcellona, perché la ci à barcollava con un palo conficcato nel
cuore.
«La morte, che segue sempre l’oro, si trasferisce a Madrid»
sentenziò. «E noi con lei. È questione di tempo.»
La vera prosperità iniziò alla fine della guerra. I corridoi del
potere si contorcevano in nuove ragnatele e, come il mio maestro
aveva prede o, un milione di morti aveva a stento iniziato a saziare
la sete di odio che imputridiva le strade. Vecchi conta i tra gli
industriali di Barcellona ci aprirono le porte grandi.
«Basta uccidere poveracci nei pisciatoi pubblici per qua ro soldi»
annunciò Sanabria. «Adesso cominciamo a lavorare con clienti di
qualità.»
Furono quasi due anni di gloria. Menti laboriose e dotate di
memoria prodigiosa confezionavano interminabili liste di persone
che non meritavano di vivere, di disgraziati il cui fiato contaminava
lo spirito incorru ibile della nuova era. Decine di anime tremanti si
nascondevano in appartamenti miserabili temendo la luce del giorno
senza sapere che erano morti viventi. Sanabria mi insegnò a non
dare ascolto alle loro suppliche, alle loro lacrime e ai loro gemiti, a
spappolargli la testa con uno sparo a bruciapelo tra gli occhi prima
che potessero chiedere perché. La morte li aspe ava nelle stazioni
della metro, in strade buie e in pensioni senza acqua né luce.
Professori o poeti, soldati o saggi, tu i ci riconoscevano soltanto con
un’occhiata. Alcuni morivano senza paura, sereni, con lo sguardo
limpido e fisso in quello del loro assassino. Non ricordo i loro nomi,
né quello che avevano fa o in vita per procurarsi la morte per mano
mia, però ricordo i loro sguardi. Ben presto ne persi il conto, o volli
perderlo. Sanabria, che cominciava a sentire il peso degli anni e delle
cicatrici subite per restare nel mestiere, mi cede e gli incarichi più
prestigiosi.
«Le ossa ormai si lamentano. A partire da adesso mi limiterò a
clienti di poca importanza. Bisogna sapere quando fermarsi.»
Di solito mi incontravo con il messaggero dagli occhiali scuri sulla
stessa panchina del parco del Retiro una volta alla se imana. Ci
sarebbero sempre stati una busta e un nuovo cliente. Il denaro si
accumulava su un conto di una filiale di calle O’Donnell. L’unica
cosa che Sanabria non mi aveva insegnato era cosa fare con quelle
banconote, lisciate con il profumo e l’appre o, appena sfornate dalla
zecca.
«Prima o poi finiranno?» gli domandai in un’occasione.
Fu l’unica volta che il messaggero si tolse gli occhiali. Aveva gli
occhi grigi come l’anima, morti e vuoti.
«C’è sempre qualcuno che non si ada a al progresso.»
Nevicava ancora quando uscii sulle Ramblas. Era appena una
polvere di ghiaccio che non arrivava a rapprendersi e si agitava al
vento in macchioline di luce che ca uravano il fiato. Mi incamminai
verso calle Nueva, rido a ora a un tunnel di oscurità fiancheggiato
dalle carcasse dimenticate di decrepite sale da ballo e spe rali
palcoscenici di music hall che soltanto pochi anni prima ne avevano
fa o un viale di luci e rumori fino all’alba. I marciapiedi puzzavano
di orina e carbone. Mi addentrai in calle Lancaster e scesi fino al
numero 13. Un paio di vecchi lampioni appesi alla facciata
riuscivano a stento a graffiare le tenebre, ma bastavano per far
intravedere il cartello inchiodato sul portone di legno strinato che
sigillava l’entrata.

IL TEATRO DELLE OMBRE


Torna a Barcellona dopo il trionfale
tour mondiale per presentare il suo nuovo e grandioso
spe acolo di marione e e automi,
con l’esclusiva ed enigmatica rivelazione
della star del music hall di Parigi Madame Isabelle
e della sua perturbante
“Danza dell’Angelo di Mezzano e”.
Spe acoli tu e le sere, ore 24.

Bussai due volte con il pugno, aspe ai e bussai di nuovo. Passò


più o meno un minuto prima di sentire dei passi dall’altro lato del
portone. La lastra di rovere cede e di qualche centimetro per
rivelare il viso di una donna dai capelli argentati e dalle pupille nere
che sembravano straripare dalla cornea. Dall’interno si spargeva una
luce dorata, liquida.
«Benvenuto al Teatro delle Ombre» annunciò.
«Cerco il signor Sanabria» dissi. «Credo che mi stia aspe ando.»
«Il suo amico non è qui, ma se vuole entrare, lo spe acolo sta per
iniziare.»
Seguii la signora lungo uno stre o corridoio fino a una scala che
scendeva nello scantinato dell’edificio. Una dozzina di tavoli deserti
erano sparsi per la platea. Le pareti erano rivestite di velluto nero e
dalle lanterne aghi di luce perforavano l’atmosfera vaporosa.
Soltanto un paio di clienti languivano sulla soglia della penombra
che circondava la platea. Un bancone di bevande intessuto di specchi
fumé e una buca per il pianista sepolta nella luce ramata
completavano il panorama. Il sipario scarla o, calato, era ornato
dalla figura di una marione a vestita da Arlecchino. Mi accomodai a
un tavolo davanti al palcoscenico. Sanabria adorava gli spe acoli di
marione e. Diceva sempre che erano quelli che più gli ricordavano
la gente comune.
«Più delle pu ane.»
Il barman mi servì quella che immaginai fosse una coppa di
brandy e se ne andò in silenzio. Accesi una sigare a e a esi che le
luci si spegnessero. Quando la penombra si fece solida, le pieghe del
sipario scarla o scivolarono lentamente. La figura di un angelo
sterminatore, sospesa a fili argentati, scendeva in scena ba endo le
ali nere tra aliti di vapore azzurrato.
Quando avevo aperto la busta con i soldi e le informazioni sul
treno per Barcellona, iniziando a leggere le pagine da iloscri e,
avevo capito che stavolta non ci sarebbero state fotografie del cliente.
Non ce n’era bisogno. La no e in cui Sanabria e io avevamo lasciato
Barcellona, il mio maestro, con le mani che tra enevano l’emorragia
che mi macchiava il pe o, mi aveva fissato negli occhi e mi aveva
sorriso.
«Ti dovevo un favore, e te lo restituisco. Adesso siamo pari. Un
giorno qualcuno verrà a uccidere me. Non si fa carriera in questa
a ività senza finire per sedersi sulla sedia del cliente. È la legge. Ma
quando verrà la mia ora, che non è lontana, mi piacerebbe che fossi
tu.»
Il rapporto del ministero, come d’abitudine, chiedeva fra le righe.
Sanabria era tornato a Barcellona da tre mesi. La sua ro ura con la
rete risaliva a prima, a quando non aveva rispe ato diversi contra i
dicendo che lui era un uomo di principi in un’epoca che ne era priva.
Il primo errore del ministero era stato tentare di eliminarlo. Il
secondo, fatale, era averlo fa o male. Del primo killer che avevano
mandato sulle sue tracce era tornata, in un pacco raccomandato,
soltanto la mano destra. Un uomo come Sanabria lo si può
assassinare, ma mai insultare. Dopo pochi giorni dal suo arrivo a
Barcellona, gli agenti della rete del ministero avevano cominciato a
cadere uno dopo l’altro. Sanabria lavorava di no e ed era tornato a
rinfrescare il suo taglio con la lama corta. In due se imane aveva
decimato la stru ura di base della Brigata sociale a Barcellona ci à.
Dopo tre se imane aveva iniziato a raccogliere i suoi trofei in se ori
più selezionati – e visibili – del regime. Prima che montasse il panico,
Madrid aveva deciso di mandare uno dei suoi uomini forti a
negoziare con Sanabria. L’uomo del ministero riposava adesso su
una lastra di marmo nell’obitorio del Quinto distre o con un nuovo
sorriso aperto a coltello sulla gola, identico a quello che aveva
suggellato la vita del tenente generale Manuel Jiménez Salgado,
rutilante star del Governo militare e forte candidato a una folgorante
carriera nei ministeri della capitale. Era stato allora che avevano
chiamato me. Il rapporto descriveva la situazione come “una crisi di
fondo”. Sanabria, nella terminologia ministeriale, aveva deciso di
agire in proprio e si era immerso nel so obosco di Barcellona per
compiere una sorta di vende a personale contro eminenti membri
della magistratura militare del regime. La trama, continuava il
rapporto, doveva essere “troncata alla radice, a qualunque costo”.
«Ti aspe avo prima» mormorò la voce del mio mentore dalla
penombra. Perfino alla sua età il vecchio assassino era capace di
sgusciare nell’ombra con la perizia felina dei suoi tempi migliori. Mi
sorrise.
«Hai un bell’aspe o» dissi.
Sanabria si strinse nelle spalle e fece un cenno verso il
palcoscenico, dove un sarcofago di legno laccato si apriva a fiore per
svelare la star dello spe acolo di automi, madame Isabelle e la sua
“Danza dell’Angelo di Mezzano e”. I movimenti della marione a,
in scala ed espressioni umane, erano ipnotici. Isabelle, sostenuta da
fili di luce, danzava sul palcoscenico cogliendo al volo le note del
pianista.
«Vengo qui tu e le sere a vederla» mormorò Sanabria.
«Non lasceranno che le cose continuino così, Roberto. Se non sono
io, saranno altri.»
«Lo so. Sono contento che sia tu.»
Osservammo la danza dell’automa per qualche secondo, rifugiati
nella strana bellezza dei suoi movimenti.
«Chi muove i fili?» domandai.
Sanabria si limitò a sorridermi.
Lasciammo il Teatro delle Ombre poco prima dell’alba. Ci
incamminammo giù per le Ramblas verso la darsena del porto, un
cimitero di alberi di barche nella nebbia. Sanabria voleva vedere il
mare per l’ultima volta, fossero anche soltanto quelle acque nere
dall’alito fetido che lambivano i gradini del molo. Quando un filo
ambrato tagliò di sbieco la linea del cielo, Sanabria alla fine annuì e
ci dirigemmo verso la camera che aveva affi ato in un meublé di
terza fila al Portal de Santa Madrona. Sanabria non si sentiva mai più
sicuro che fra le sue pu ane. Il locale era appena una stanza umida e
buia, senza finestre, che ondeggiava so o una lampadina spoglia.
Un materasso spelato era accostato alla parete e un paio di bo iglie e
bicchieri sporchi completavano il mobilio.
«Un giorno verranno anche da te» disse Sanabria.
Ci guardammo in silenzio e, senza più altro da dirci, lo abbracciai.
Odorava di vecchiaia e di stanchezza.
«Salutami Candela.»
Chiusi la porta e mi allontanai lungo quel corridoio angusto, dalle
pareti che trasudavano muffa e rovina. Qualche secondo dopo il
fragore dello sparo percorse il corridoio. Sentii il cadavere cadere al
suolo e mi dileguai giù per le scale. Una delle vecchie pu ane mi
osservava da una porta socchiusa sul pianero olo del piano inferiore
con gli occhi bagnati di lacrime.
Vagai per un paio d’ore senza meta per le strade malede e della
ci à prima di tornare in albergo. Quando a raversai la hall, l’adde o
alla reception a stento alzò gli occhi dal registro. Salii nella capsula
dell’ascensore fino all’ultimo piano e imboccai il corridoio deserto
che finiva davanti alla porta della mia stanza. Mi domandai se
Candela mi avrebbe creduto se le avessi de o che avevo lasciato
andare Sanabria, che in quel momento il nostro vecchio amico
navigava a bordo di una nave da crociera verso una destinazione
sicura. Forse, come sempre, una bugia sarebbe stata ciò che più
assomigliava alla verità. Aprii la porta della stanza senza accendere
la luce. Candela giaceva ancora addormentata sopra le lenzuola, con
il primo alito dell’alba appiccicato al suo corpo nudo. Mi sede i sul
bordo del le o e le feci scivolare i polpastrelli lungo la schiena. Era
fredda come la brina. Soltanto allora mi accorsi che quella che avevo
scambiato per un’ombra del corpo era un garofano di sangue che si
spargeva sul le o. Mi voltai lentamente e vidi alle soglie della
penombra la canna del revolver puntata contro la mia faccia. Gli
occhiali scuri del messaggero brillavano sul suo volto imperlato di
sudore. Sorrideva.
«Il signor ministro la ringrazia caldamente per la sua inestimabile
collaborazione.»
«Ma non si fida del mio silenzio.»
«Sono tempi difficili. La patria esige da noi grandi sacrifici, amico
mio.»
Coprii il corpo di Candela con il lenzuolo impregnato del suo
sangue.
«Non mi ha mai de o il suo nome» dissi, dandogli le spalle.
«Jorge» rispose il messaggero.
Mi voltai di sca o; la lama del pugnale, appena una goccia di luce
fra le mie dita. Il taglio gli aprì il ventre all’altezza della bocca dello
stomaco. Il primo colpo del suo revolver mi a raversò la mano
sinistra. Il secondo si infranse contro il capitello di una gamba del
le o e lo polverizzò in una cascata di schegge fumanti. A quel punto
la lama del coltello che Sanabria ammirava tanto aveva aperto la gola
p g
del messaggero, che giaceva a terra soffocando nel suo stesso sangue
mentre le sue mani guantate cercavano disperatamente di mantenere
la testa unita al tronco. Tirai fuori il revolver e glielo ficcai in bocca.
«Io non ho amici.»
Presi il treno di ritorno a Madrid quella no e stessa. Mi
sanguinava ancora la mano; il dolore, una scheggia di fuoco
conficcata nella memoria. Per il resto, chiunque mi avrebbe
scambiato per un altro uomo grigio tra la legione di uomini grigi
sospesi a fili invisibili che aleggiavano sullo scenario di un presente
rubato. Recluso nel mio scompartimento, con il revolver in mano e lo
sguardo perso nel finestrino, contemplai quell’interminabile no e
nera che si apriva come un abisso sulla terra insanguinata di tu o il
paese. La rabbia di Sanabria sarebbe stata la mia, e la pelle di
Candela la mia luce. La ferita che mi trapanava la mano non avrebbe
mai smesso di sanguinare. Quando all’alba intravidi spuntare la
pianura infinita di Madrid, sorrisi tra me. Entro pochi minuti i miei
passi si sarebbero persi nel labirinto della ci à, insondabili. Come
sempre, il mio mentore mi aveva indicato la strada, perfino
dall’assenza. Sapevo che forse i giornali non avrebbero parlato di me,
che i libri di storia avrebbero cercato di seppellire il mio nome tra
proclami e chimere. Poco importava. Noi uomini in grigio saremmo
diventati sempre di più. Ben presto saremmo stati seduti accanto a
voi, in un caffè o su un autobus, leggendo un giornale o una rivista.
La lunga no e della storia era soltanto iniziata.
La donna di vapore

Non l’ho mai confessato a nessuno, ma trovai l’appartamento per


puro miracolo. Laura, i cui baci sapevano di tango, lavorava come
segretaria per l’amministratore di condominii del primo piano. La
conobbi una sera di luglio in cui il cielo ardeva di vapore e
disperazione. Io dormivo alle intemperie, su una panchina della
piazza, quando mi svegliarono due labbra che mi sfiorarono. «Hai
bisogno di un posto in cui stare?» Laura mi condusse fino al portone.
L’edificio era uno di quei mausolei verticali che stregano la ci à
vecchia, un labirinto di gargolle e rappezzi sul cui ingresso si
leggeva 1866. La seguii su per le scale, quasi a tentoni. Al nostro
passaggio, il palazzo scricchiolava come le vecchie navi. Laura non
mi chiese del mio stipendio o delle referenze. Meglio, perché in
carcere non ti danno né l’uno né le altre. L’a ico era della grandezza
della mia cella, una stanza sospesa nella tundra di te i. «Lo prendo»
dissi. A dire il vero, dopo tre anni in prigione, avevo perso il senso
dell’olfa o, e la faccenda delle voci che trasudavano dalle pareti non
era una novità. Laura saliva da me quasi tu e le no i. La sua pelle
fredda e il suo alito di nebbia erano le uniche cose che non
bruciavano in quell’estate infernale. All’alba, Laura si perdeva giù
per le scale, in silenzio. Durante il giorno, approfi avo per
dormicchiare. I vicini di scala avevano quella cortesia mite che
conferisce la miseria. Contai sei famiglie, tu e con bambini e vecchi
che sapevano di fuliggine e terra smossa. Il mio preferito era don
Florián, che viveva proprio so o di me e dipingeva bambole su
commissione. Trascorsi se imane senza uscire dall’edificio. I ragni
tracciavano arabeschi sulla mia porta. Donna Luisa, quella del terzo
piano, mi portava sempre su qualcosa da mangiare. Don Florián mi
prestava riviste vecchie e mi sfidava a domino. I bambini della scala
p
mi invitavano a giocare a nascondino. Per la prima volta nella vita
mi sentivo benvenuto, quasi amato. A mezzano e, Laura portava i
suoi diciannove anni avvolti in seta bianca e mi lasciava fare come se
fosse l’ultima volta. La amavo fino all’alba, saziandomi nel suo corpo
di quanto la vita mi aveva rubato. Poi sognavo in bianco e nero,
come i cani e i malede i. Perfino alle vi ime della vita come me
viene concesso un accenno di felicità in questo mondo. Quell’estate
mi toccò il mio. Quando alla fine di agosto arrivarono quelli del
municipio li scambiai per polizio i. L’ingegnere delle demolizioni
mi disse che non aveva nulla contro gli occupanti abusivi, ma che,
con suo gran dispiacere, avrebbero dinamitato il palazzo.
«Dev’esserci un errore» dissi. Tu i i capitoli della mia vita iniziano
con questa frase. Corsi giù per le scale fino all’ufficio
dell’amministratore per cercare Laura. Quello che trovai furono un
a accapanni e mezzo palmo di polvere. Salii a casa di don Florián.
Cinquanta bambole senza occhi marcivano nelle tenebre. Percorsi il
palazzo in cerca di qualche vicino. Corridoi di silenzio si
ammucchiavano so o le macerie. «Questa proprietà è chiusa dal
1939, giovano o» mi informò l’ingegnere. «La bomba che ha ucciso
gli abitanti ha danneggiato irrimediabilmente la stru ura.» Volò
qualche parola. Credo di averlo spinto giù per le scale. Stavolta, il
giudice si sfogò per bene. I vecchi compagni mi avevano conservato
la branda: «Alla fine, torni sempre». Hernán, quello della biblioteca,
mi trovò il ritaglio di giornale con la notizia del bombardamento.
Nella foto, i corpi sono allineati in casse di pino, sfigurati dalla
mitraglia ma riconoscibili. Un sudario di sangue si sparge sul
selciato. Laura veste di bianco, le mani sul pe o aperto. Sono ormai
passati due anni, però in carcere si vive o si muore di ricordi. I
secondini si credono molto furbi, ma lei sa eludere i controlli. A
mezzano e, le sue labbra mi svegliano. Mi porta i saluti di don
Florián e degli altri. «Mi amerai sempre, vero?» E io le dico di sì.
Gaudí a Manha an

Anni dopo, osservando il corteo funebre del mio maestro che sfilava
per il paseo de Gracia, ricordai l’anno in cui avevo conosciuto Gaudí
e il mio destino era cambiato per sempre. Quell’autunno ero arrivato
a Barcellona per entrare nella scuola di archite ura. I miei sogni di
conquistare la ci à degli archite i dipendevano da una borsa di
studio che copriva a stento il costo dell’iscrizione e l’affi o di una
stanza in una pensione di calle del Carmen. A differenza dei miei
compagni di studi con l’aria da signorini, i miei lussi si riducevano a
un abito nero ereditato da mio padre che mi stava cinque taglie più
ampio e due più corto del necessario. A marzo del 1908, il mio
tutore, don Jaume Moscardó, mi convocò nel suo studio per valutare
i miei progressi e, sospe avo, il mio infausto aspe o.
«Sembra un barbone, Miranda» sentenziò. «L’abito non fa il
monaco, ma l’archite o è un altro paio di maniche. Se è a corto di
emolumenti, forse posso aiutarla. Si mormora fra i ca edratici che lei
sia un ragazzo sveglio. Mi dica, cosa sa di Gaudí?»
“Gaudí.” La sola menzione di quel nome mi faceva venire i
brividi. Ero cresciuto sognando le sue volte impossibili, le sue
scogliere neogotiche e il suo primitivismo futurista. Gaudí era il
motivo per cui desideravo diventare archite o, e la mia massima
aspirazione, a meno di non morire di inedia durante quel corso, era
arrivare ad assimilare un millesimo della matematica diabolica con
cui l’archite o di Reus, il mio moderno Prometeo, sosteneva le linee
delle sue creazioni.
«Sono il più grande dei suoi ammiratori» riuscii a rispondere.
«Lo temevo.»
Scorsi nel suo tono quella sfumatura di condiscendenza con cui,
già allora, si parlava di Gaudí. Dovunque suonavano le campane a
g p q p
morto per quello che alcuni chiamavano modernismo, e altri,
semplicemente, offesa al buon gusto. La nuova guardia elaborava
una do rina di essenzialità, insinuando che quelle facciate barocche
e deliranti che con gli anni avrebbero finito per conformare il volto
della ci à dovessero essere crocifisse pubblicamente. La reputazione
di Gaudí cominciava a essere quella di un pazzo scontroso e celibe,
un illuminato che disprezzava il denaro (il più imperdonabile dei
suoi crimini) e la cui unica ossessione era la costruzione di una
ca edrale fantasmagorica nella cui cripta passava la maggior parte
del tempo, vestito come un mendicante, ordendo proge i che
sfidavano la geometria e convinto che il suo unico cliente fosse
l’Altissimo.
«Gaudí è fuori di testa» proseguì Moscardó. «Adesso vorrebbe
me ere una Vergine delle dimensioni del Colosso di Rodi sopra casa
Milá, in pieno paseo de Gracia. Té collons. Da non credere. Però,
pazzo o no, e che questo rimanga tra noi, non c’è mai stato né ci sarà
mai più un archite o come lui.»
«È quello che penso anch’io» azzardai.
«Allora sa già che non vale la pena tentare di diventare il suo
successore.»
L’augusto ca edratico dove e leggere il dispiacere nel mio
sguardo.
«Però forse può diventare il suo assistente. Uno dei Llimona mi ha
de o che Gaudí ha bisogno di qualcuno che parli inglese, non mi
chieda il perché. Quello che cerca è un interprete di castigliano,
perché quello scemo si rifiuta di parlare altre lingue che non siano il
catalano, specialmente quando gli presentano ministri, infante e
principini. Io mi sono offerto di cercare un candidato. Du iu spic
inglisc, Miranda?»
Deglutii ed evocai Machiavelli, santo patrono delle decisioni
rapide.
«A li el.»
«Allora congratulescions, e che Dio gliela mandi buona.»
Quel pomeriggio stesso, verso il tramonto, intrapresi la
camminata verso la Sagrada Familia, nella cui cripta Gaudí aveva il
suo studio. In quegli anni, l’Ensanche si sminuzzava all’altezza del
q g
paseo de San Juan. Più in là si dispiegava un miraggio di campi,
fabbriche e edifici isolati che si ergevano come sentinelle solitarie nel
reticolo di una Barcellona promessa. Dopo un po’, le guglie
dell’abside del tempio si stagliarono nel crepuscolo, pugnali contro
un cielo scarla o. Un custode mi aspe ava all’ingresso del cantiere
con una lampada a gas. Lo seguii per portici e archi fino alla
scalinata che scendeva nel laboratorio di Gaudí. Mi addentrai nella
cripta con il cuore che mi pulsava nelle tempie. Un giardino di
creature favolose ondeggiava nell’ombra. Al centro dello studio,
qua ro scheletri pendevano dalla volta in un macabro balle o di
studi anatomici. So o quel macchinario spe rale trovai un omino
dai capelli bianchi con gli occhi più azzurri che abbia visto in vita
mia e lo sguardo di chi scorge ciò che gli altri possono soltanto
sognare. Lasciò il quaderno su cui stava abbozzando qualcosa e mi
sorrise. Aveva un sorriso da bambino, di magia e misteri.
«Moscardó le avrà de o che sono suonato e che non parlo mai
spagnolo. Per parlarlo, lo parlo, anche soltanto per fare il bastian
contrario. Quello che non parlo è l’inglese, e sabato mi imbarco per
New York. Vostè sí que el parla l’anglès, oi, jove?» a
Quella sera mi sentii l’uomo più fortunato dell’universo a
condividere con Gaudí la conversazione e metà della sua cena: una
manciata di noci e foglie di la uga con olio d’oliva.
«Lei sa cos’è un gra acielo?»
In mancanza di esperienza personale in materia, rispolverai le
nozioni che ci avevano impartito in facoltà sulla Scuola di Chicago,
le stru ure di alluminio e l’invenzione del momento, l’ascensore
Otis.
«Stupidaggini» tagliò corto Gaudí. «Un gra acielo non è altro che
una ca edrale per gente che, invece di credere in Dio, crede nel
denaro.»
Seppi così che Gaudí aveva ricevuto un’offerta da un magnate per
costruire un gra acielo in piena isola di Manha an e che la mia
funzione era fare da interprete nel colloquio che si sarebbe svolto
entro poche se imane al Waldorf Astoria tra Gaudí e l’enigmatico
pezzo grosso. Trascorsi i successivi tre giorni chiuso nella mia
pensione a ripassare grammatiche di inglese come un ossesso. Il
p p g g
venerdì, all’alba, prendemmo il treno per Calais, da dove avremmo
a raversato la Manica fino a Southampton per imbarcarci sul
Lusitania. Non appena salimmo sulla nave, Gaudí si ritirò in cabina
avvelenato di nostalgia per la sua terra. Non ne uscì fino al tramonto
del giorno seguente, quando lo trovai seduto a prua a osservare il
sole che si dissanguava in un orizzonte acceso di zaffiro e di rame.
«Això sí que és arquitectura, feta de vapor i de llum. Si vol aprendre, ha
d’estudiar la natura.» b La traversata si trasformò per me in un corso
accelerato e affascinante. Passeggiavamo in coperta ogni pomeriggio
e parlavamo di proge i e di sogni, perfino della vita. In mancanza di
altra compagnia, e forse intuendo l’adorazione religiosa che mi
ispirava, Gaudí mi offrì la sua amicizia e mi mostrò i bozze i del suo
gra acielo, una guglia wagneriana che, se si fosse trasformata in
realtà, sarebbe potuta diventare la cosa più prodigiosa mai costruita
da mano umana. Le idee di Gaudí mozzavano il fiato, eppure non
potei fare a meno di notare che non c’era calore né interesse nella sua
voce mentre commentava il proge o. La no e prima dell’arrivo mi
azzardai a rivolgergli la domanda che mi rodeva da quando
avevamo salpato: perché voleva imbarcarsi in un proge o che
poteva prendergli mesi, o anni, lontano dalla sua terra e sopra u o
dall’opera che era diventata lo scopo della sua vita? «De vegades, per
fer l’obra de Déu cal la mà del dimoni.» c Mi confessò allora che se avesse
acce ato di erigere quella torre babilonica nel cuore di Manha an, il
suo cliente si sarebbe impegnato a pagare i costi per terminare la
Sagrada Familia. Ricordo ancora le sue parole: «Déu no té pressa, però
jo no viuré per sempre…». d
Arrivammo a New York al tramonto. Una nebbia malevola
strisciava tra i gra acieli di Manha an, con la metropoli persa in
prospe iva so o un cielo purpureo di tempesta e di zolfo. Una
carrozza nera ci a endeva ai moli di Chelsea e ci condusse poi per
canyon tenebrosi verso il centro dell’isola. Spirali di vapore
sgorgavano dal selciato e uno sciame di tram, carrozze e strepitanti
meccanoidi percorreva furiosamente quella ci à di alveari infernali
ammucchiati su dimore da leggenda. Gaudí osservava lo spe acolo
con sguardo cupo. Sciabole di luce sanguinolenta fendevano la ci à
dalle nubi quando imboccammo la Fifth Avenue e intravedemmo la
q
sagoma del Waldorf Astoria, un mausoleo di mansarde e torrioni
sulle cui ceneri si sarebbe innalzato vent’anni dopo l’Empire State
Building. Il dire ore venne a darci personalmente il benvenuto e ci
informò che il magnate ci avrebbe ricevuti al tramonto. Io traducevo
al volo; Gaudí si limitava ad annuire. Fummo condo i in una
lussuosa stanza al sesto piano dalla quale si poteva osservare tu a la
ci à che si immergeva nel crepuscolo.
Diedi al fa orino una buona mancia e potei così scoprire che il
nostro cliente viveva in una suite all’ultimo piano e non usciva mai
dall’albergo. Quando gli domandai che tipo di persona fosse e che
aspe o avesse, mi rispose che lui non l’aveva mai visto e se ne andò
in tu a fre a. Giunta l’ora del nostro appuntamento, Gaudí si alzò e
mi rivolse uno sguardo angosciato. Un ascensorista vestito di
scarla o ci a endeva alla fine del corridoio. Mentre salivamo, notai
che Gaudí impallidiva, a stento in grado di reggere la cartellina con i
suoi bozze i.
Arrivammo in un atrio di marmo davanti al quale si apriva un
lungo corridoio. L’ascensorista chiuse le porte alle nostre spalle e la
luce della cabina si perse nelle profondità. Fu allora che notai la
fiamma di una candela che avanzava verso di noi lungo il corridoio.
La reggeva una figura slanciata vestita di bianco. Una lunga
capigliatura nera incorniciava il viso più pallido che ricordi, e su di
esso, due occhi azzurri che si conficcavano nell’anima. Due occhi
identici a quelli di Gaudí.
«Welcome to New York.»
Il nostro cliente era una donna. Una donna giovane, di una
bellezza perturbante, quasi dolorosa da contemplare. Un cronista
vi oriano l’avrebbe descri a come un angelo, ma io non vidi nulla di
angelicale nella sua presenza. I suoi movimenti erano felini; il suo
sorriso, da re ile. La signora ci condusse in una sala di penombre e
veli che si accendevano ai bagliori del temporale. Ci accomodammo.
A uno a uno, Gaudí mostrò i suoi schizzi mentre io traducevo le sue
spiegazioni. Un’ora, o un’eternità, più tardi, la signora mi fissò e,
leccandosi il rosse o, suggerì che a quel punto dovevo lasciarla da
sola con Gaudí. Osservai il maestro di so ecchi. Lui annuì,
impenetrabile.
p
Lo ando contro i miei istinti, le obbedii e mi allontanai verso il
corridoio, dove la cabina dell’ascensore stava già aprendo le porte.
Mi fermai un istante per guardarmi indietro e vidi come la signora si
chinava su Gaudí e, prendendogli il viso fra le mani con infinita
tenerezza, lo baciava sulle labbra. Proprio allora, il palpito di un
lampo si accese nell’ombra, e per un istante mi parve che accanto a
Gaudí non ci fosse una donna, bensì una figura oscura e cadaverica,
con un grande cane nero steso ai piedi. L’ultima cosa che notai prima
che l’ascensore chiudesse le porte furono le lacrime sul viso di
Gaudí, ardenti come perle avvelenate. Tornato in camera, mi stesi
sul le o con la mente asfissiata dalla nausea e cede i a un sonno
cieco.
Quando le prime luci mi sfiorarono il viso, corsi nella stanza di
Gaudí. Il le o era inta o e non c’erano tracce del maestro. Scesi alla
reception per chiedere se qualcuno sapesse qualcosa di lui. Un
portiere mi disse che un’ora prima l’aveva visto uscire e perdersi su
per la Fifth Avenue, dove un tram era stato sul punto di investirlo.
Senza poter spiegare bene perché, seppi esa amente dove lo avrei
trovato. Percorsi dieci isolati fino alla ca edrale di St. Patrick, deserta
a quell’ora del ma ino.
Dalla soglia della navata intravidi la sagoma del maestro
inginocchiato davanti all’altare. Mi avvicinai e mi sede i accanto a
lui. Mi sembrò che il suo viso fosse invecchiato di vent’anni in una
no e, ado ando quell’aria assente che l’avrebbe accompagnato fino
alla fine dei suoi giorni. Gli domandai chi fosse quella donna. Gaudí
mi guardò, perplesso. Capii allora che soltanto io avevo visto la
signora in bianco e, anche se non mi azzardai a immaginare cosa
avesse visto Gaudí, ebbi la certezza che il suo sguardo fosse stato lo
stesso. Quello stesso pomeriggio ci imbarcammo per tornare a casa.
Osservavamo New York svanire all’orizzonte quando Gaudí tirò
fuori la cartellina con i bozze i e la ge ò in mare. Inorridito, gli
chiesi cosa sarebbe successo allora con i fondi necessari per
terminare i lavori della Sagrada Familia. «Déu no té pressa i jo no puc
pagar el preu que se’m demana.» e
Mille volte gli domandai durante la traversata qual era questo
prezzo e qual era l’identità del cliente che avevamo incontrato. Mille
p q
volte mi sorrise, stanco, scuotendo la testa in silenzio. Giunti a
Barcellona, il mio lavoro di interprete non aveva più ragion d’essere,
però Gaudí mi invitò ad andarlo a trovare ogni volta che lo
desiderassi. Tornai alla routine della facoltà, dove Moscardó
aspe ava ansioso di cavarmi fuori quello che era successo.
«Siamo stati a Manchester a visitare una fabbrica di rive i, ma
siamo tornati dopo tre giorni perché Gaudí dice che gli inglesi
mangiano solo manzo bollito e ce l’hanno con la Madonna.»
«Té collons. Da non credere.»

Tempo dopo, in una delle mie visite al tempio, scoprii su un frontone


un viso identico a quello della signora in bianco. La sua figura,
intrecciata in un vortice di serpenti, suggeriva un angelo dalle ali
affilate, luminoso e crudele. Gaudí e io non parlammo mai più di ciò
che era successo a New York. Quel viaggio sarebbe sempre stato il
nostro segreto. Con gli anni divenni un archite o acce abile e, grazie
alla raccomandazione del mio maestro, o enni un posto nello studio
di Hector Guimard a Parigi. Fu lì che, vent’anni dopo quella sera a
Manha an, riceve i la notizia della morte di Gaudí. Presi il primo
treno per Barcellona, giusto in tempo per veder sfilare il corteo
funebre che lo accompagnava alla sua sepoltura nella stessa cripta in
cui ci eravamo conosciuti. Quel giorno mandai le mie dimissioni a
Guimard. Al tramonto rifeci la strada fino alla Sagrada Familia che
avevo percorso per il mio primo incontro con Gaudí. La ci à
abbracciava ormai il recinto del cantiere, e la sagoma del tempio
scalava un cielo sanguinante di stelle. Chiusi gli occhi e, per un
momento, potei vederlo finito come soltanto Gaudí l’aveva visto
nella sua immaginazione. Seppi allora che avrei dedicato la vita a
continuare l’opera del mio maestro, cosciente che, prima o poi, avrei
dovuto consegnarne le redini ad altri, i quali, a loro volta, avrebbero
fa o la stessa cosa. Perché, anche se Dio non ha fre a, Gaudí,
dovunque sia, sta ancora aspe ando.

a. Lei sì che parla inglese, vero, giovano o? (NdT)


b. Questa sì che è archite ura, fa a di vapore e di luce. Se vuole imparare, deve studiare la
natura. (NdT)
c. A volte, per fare l’opera di Dio, ci vuole la mano del demonio. (NdT)
d. Dio non ha fre a, ma io non vivrò per sempre… (NdT)
e. Dio non ha fre a e io non posso pagare il prezzo che mi si richiede. (NdT)
Apocalisse in due minuti

Il giorno in cui finì il mondo mi beccò all’incrocio della 5th con la


57th, mentre guardavo il cellulare. Una rossa dagli occhi argentei si
voltò verso di me e mi disse:
«Ti sei accorto che, più intelligenti sono i cellulari, più la gente è
stupida?»
Sembrava una delle mogli di Dracula dopo aver fa o piazza
pulita in un negozio di articoli gotici.
«Posso aiutarla, signorina?»
Disse che il mondo era ormai a un passo dalla fine. I Servizi
Giuridici Celestiali avevano emesso un ordine di ritiro per ca ivo
funzionamento; lei era un angelo caduto inviato dal so osuolo per
fare in modo che le povere anime come la mia si incamminassero in
maniera ordinata verso il decimo girone dell’inferno.
«Pensavo che là so o ci fossero soltanto nove gironi» riba ei.
«Ne abbiamo dovuto aggiungere un altro per tu i quelli che
hanno vissuto la propria vita come se dovessero vivere per sempre.»
Non avevo mai preso sul serio le mie cure mediche, ma soltanto
dando un’occhiata a quegli occhi argentei seppi che diceva la verità.
Notando il mio malessere, annunciò che, siccome non avevo lavorato
nel se ore finanziario, mi concedeva tre desideri prima che il big
bang si riavvolgesse su se stesso e l’universo implodesse per
ridiventare un cece.
«Scegli saggiamente.»
Ci pensai un po’ su.
«Voglio conoscere il senso della vita, voglio sapere dove trovare il
miglior gelato al cioccolato del mondo e voglio innamorarmi»
dichiarai.
«La risposta ai primi due desideri è la stessa.»
p p
Quanto al terzo, mi diede un bacio che sapeva di tu a la verità del
mondo e che mi fece desiderare di essere un uomo per bene.
Facemmo una passeggiata di commiato per il parco e poi
prendemmo un ascensore per salire fino in cima al venerabile
albergo dai capitelli gotici che si trovava dall’altro lato della strada,
da dove vedemmo il mondo partire alla grande.
«Ti amo» dissi.
«Lo so.»
Restammo lì, mano nella mano, a guardare una sconcertante
valanga di nuvoloni cremisi che intabarrava il cielo, e piansi,
sentendomi alla fine felice.
Bibliografia

Le narrazioni Blanca e l’addio, Senza nome e Una signorina di Barcellona


vengono pubblicate per la prima volta.
Rosa di fuoco è stato pubblicato su “Magazine” nel 2012.
Il Principe del Parnaso è stato pubblicato in edizione non commerciale
da Planeta nel 2012.
Leggenda di Natale è stato pubblicato su “La Vanguardia” nel 2004 e
nel 2020.
Gaudí a Manha an è stato pubblicato su “La Vanguardia” nel 2002 e
nel 2020. Ha fa o parte dell’opera intitolata La donna di vapore,
pubblicata da Planeta in edizione non commerciale, nel 2005,
insieme a La donna di vapore.
Alicia, all’alba è stato pubblicato in edizione non commerciale da
Planeta nel 2008, insieme a Uomini in grigio.
La donna di vapore ha dato il titolo all’opera omonima, pubblicata da
Planeta in edizione non commerciale, nel 2005, insieme a Gaudí a
Manha an.
Apocalisse in due minuti si è potuto leggere in The Cultivating Thought
Author Series, di Chipotle, dire a da Jonathan Safran Foer.
Trado a dall’inglese da Alex Guardia Berdiell.
Libros de Vanguardia ha pubblicato nel 2008 Barcelona Gothic per i
“Racconti in treno” di Renfe-Ave, che includeva La donna di vapore,
Gaudí a Manha an, Leggenda di Natale e Alicia, all’alba, con un
prologo di Sergio Vila-Sanjuan.
Crediti

Illustrazioni degli interni:


p. 10, Portal de la Paz, Barcellona, fine anni Quaranta, © Martí Gasull i Coral
p. 38, Plaça Sant Augustí Vell, © O o Lloyd, collezione privata, per gentile concessione di
S. Martínez
p. 120, mappa di Barcellona alla fine del XVI secolo, © Àlvar Salom
p. 128, la Vía Layetana all’altezza di Junqueras e Condal. Barcellona, c. 1953, © collezione
fotografica F. Català-Roca - Archivio storico del COAC
p. 162, proge o preliminare dell’edificio Atraccion Hotel per Manha an (1952), Juan
Matamala Flotats, © Càtedra Gaudí. Escola Tècnica Superior d’Arquitectura de Barcelona.
Universitat Politècnica de Catalunya
p. 185, l’illustrazione è ispirata al drago che si trova sulla porta di Casa Güell, di Antoni
Gaudí (Pedralbes, Barcellona)

Martí Gasull i Coral (Barcellona, 1919-1994) fa parte della grande tradizione dei fotografi
barcellonesi del secondo dopoguerra. Le sue opere più personali sono state riscoperte solo
di recente.
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La ci à di vapore
di Carlos Ruiz Zafón
Copyright © DragonStudios LLC, 2020
© 2021 Mondadori Libri S.p.A., Milano
Titolo dell’opera originale: La Ciudad de Vapor
Ebook ISBN 9788835707431

COPERTINA || GRAPHIC DESIGNER: FRANCESCO BOTTI | FOTO © MARTÍ GASULL/CORAL DA PROGETTO


GRAFICO ORIGINALE DI PLANETA ARTE & DISEÑO
Indice

Copertina
L’immagine
Il libro
L’autore
Frontespizio
Nota del curatore
La ci à di vapore
Blanca e l’addio. (Dalle memorie mai accadute di un certo David Martín)
Senza nome
Una signorina di Barcellona
Rosa di fuoco
Il Principe del Parnaso
Leggenda di Natale
Alicia, all’alba
Uomini in grigio
La donna di vapore
Gaudí a Manha an
Apocalisse in due minuti
Bibliografia
Crediti
Copyright