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Rosella Postorino

L’estate
che perdemmo Dio
Nuova edizione rivista dall’Autrice
© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano
Prima edizione digitale 2021
da prima edizione nell’“Universale Economica” gennaio 2021

Ebook ISBN: 9788858842256

In copertina: © Rae Russel/Getty Images.

Quest’opera è protetta dalla legge sul diritto d’autore.


È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.
a G.S.,
da tempo volevo dedicartelo
a Franca, Pino, Giovanni,
che mi hanno mostrato l’amore in ogni sua
forma
e a Livio,
il luogo in cui voglio stare
Chi focu chi ’ndi vinni.
La frase fu pronunciata da zia Nuccia, nel corridoio, non troppo
distante dall’ingresso, la mano sulla testa, poi era scivolata sulla
guancia, aveva tappato la bocca, come per impedire di pronunciarla
ancora, una frase che per anni, per sempre, a ripensarci Caterina
avrebbe avuto i brividi, e forse anche sua zia, non lo sa, non
gliel’avrebbe mai chiesto. Zia Nuccia con la mano sulla bocca,
stretta contro la mascella, il pollice e la prima falange dell’indice che
tappano il naso: si sta impedendo di respirare? O sta per piangere?
Non ne avrebbe la forza, non è ancora tempo di scioglierlo in pianto
questo nodo, è tempo per ora soltanto di corrugare le sopracciglia,
come colpiti da un male fisico, una fitta alla schiena, al piede, allo
stomaco, un’emicrania improvvisa dolorosa come ghiaccio sulla
fronte.
Zia Nuccia era all’ingresso, era appena entrata, e lungo il corridoio
c’erano anche il padre e la madre di Caterina, e zio Ignazio, il marito
di Nuccia, e l’altro zio, Mitri, il più piccolo dei fratelli, lo zio
balbuziente che era arrivato correndo come un pazzo, mentre loro
stavano fuori dalla porta a godersi il fresco della sera, tra i vasi dove
erano sbocciate anche le gardenie, i fiori preferiti di Caterina.
Stavano lì, sulle sedie smaltate di bianco – solo in basso, sulle
gambe, lo smalto aveva ceduto, aveva scoperto il ferro arrugginito,
ma nemmeno ci avresti fatto caso. Era un’abitudine stare al fresco la
sera, i suoi genitori, zia Nuccia e zio Ignazio che conversavano,
Caterina nel pigiama estivo con le bretelline e minuscoli fiori ricamati
sulla scollatura, il pantaloncino corto come quello di una pallavolista,
lei ne era così orgogliosa che non sentiva nemmeno il fastidio delle
zanzare, sfoggiava quel pigiama e leggeva lo stesso numero del suo
fumetto preferito per l’ennesima volta: lei sì che poteva stare ancora
un po’ sveglia, mentre Margherita, la sorellina, già era a dormire.
Una pace così pulita, avrebbero persino potuto crederci, quella sera
forse ci avevano creduto, anche la madre di Caterina si era illusa, e
zia Nuccia di sicuro, di sicuro più di tutti.
Ma zio Mitri era arrivato correndo, Caterina rivede in modo sfocato
la sua irruzione, e non ricorda di cosa stessero parlando, magari
ridevano pure, sente ancora il suo fiatone, nemmeno più la sua
balbuzie, difficile dire che frasi avesse pronunciato, zio Mitri, com’è
che rese nota a tutti la notizia. Forse si spinse in casa e chiamò solo
qualcuno di loro, forse soltanto suo fratello Salvatore, il padre di
Caterina. Lui entrò con le labbra già serrate, la fronte
improvvisamente solcata da miriadi di rughe e il principio di una
colica, lasciò la moglie Laura fuori e Caterina, la figlia maggiore, a
leggere un fumetto che ormai conosceva a memoria, lo aveva
ricopiato per giorni su un album da disegno. Tra poco sarebbe finita
l’estate dei suoi nove anni e Caterina non avrebbe ricordato che
questo: l’urto del sedere che picchia sul sellino quando scendi per le
scale in bicicletta, le schiacciate contro il muro, potenti quasi come
quelle di Mila Azuki, e i topi morti trasportati dall’acqua nel canale di
irrigazione del giardino accanto a casa, come il magro letto di un
fiume in muratura, secco per la maggior parte del giorno, a orari
precisi invece riempito di acqua che scorre impetuosa, i bambini
vanno a ficcarci dentro le mani e schizzarsi tra loro, ci buttano
macchinine e foglie e pietre, qualsiasi cosa la corrente possa
trasportare via, poi scattano velocissimi per tentare di recuperarle. E
avrebbe ricordato quel fumetto, Caterina, anche quello, certo, se
l’estate fosse scivolata dolce sera dopo sera, se fosse diventata
autunno in modo distratto, senza doverci pensare su, se non fosse
inciampata invece, e per sempre, sulle frasi pronunciate quella sera
da zio Mitri a suo padre, frasi corrotte da un’inguaribile balbuzie, le
frasi che Caterina proprio non ricorda.
Ricorda soltanto di trovarsi fra i loro corpi irrigiditi, le loro mani
sudate, le loro parole spezzate, e volti pallidi, e fitte al bassoventre, e
ginocchia molli, sopracciglia increspate e rughe, milioni di rughe che
hanno fatto invecchiare tutti di colpo – sarebbero apparse anche sul
suo volto, anni dopo: gli altri le avrebbero considerate un effetto
normale del tempo, ma lei avrebbe saputo che venivano da lì, da
quel giorno, incise sulla pelle dall’angoscia di quel momento, visibili
solo quando fosse stato lecito.
Zio Mitri ansimava, quando Caterina entrò in casa, qualcuno disse,
Esci fuori torna fuori a leggere, non entrare qui, qualcuno diede
anche una gomitata a Nuccia, che aveva pronunciato davanti alla
bambina quella frase definitiva: contiene l’inizio e la fine del mondo.
La zia fu l’unica a emettere la sentenza, l’unica a sancire la gravità di
quell’istante, e di ogni istante futuro a partire da lì, fu lei ad
assumersi il compito di dirlo. Dire che l’estate mai più sarebbe stata
la stessa, dire che di colpo sarebbe stato diverso, per tutti, di colpo
non era più possibile fingere che fossero degni anche loro di una
pace come quella, gli eventi avrebbero preso una piega nuova,
stavano sterzando in una direzione sconosciuta ancora a tutti eppure
inevitabile. Fu lei, zia Nuccia, con quell’unica frase in dialetto, fu lei a
dire che era successo. Che era arrivata la disgrazia.
Ed è per questo che non ricorda niente Caterina, se non la mano
sulla bocca della zia, la mano che si era passata prima fra i capelli
nel gesto tipico di un disperato, le mani che si era sbattute sulla
faccia tirando gli occhi e la pelle delle guance verso il basso,
deturpando la sua bellezza. Era stato solo per ingenuità che Nuccia
aveva pronunciato davanti a tutti quella frase, anche davanti alla
bambina. Aveva quasi sibilato, prolungando le vocali come in una
nenia, Chifocuchindivìììnni. Che fuoco, che inferno ci è toccato.
E fu solo dopo quella frase che la bambina ebbe paura, che sentì
gli angoli della bocca piegarsi in una smorfia. Fu solo dopo quella
frase che, nemmeno degna ancora di un motivo, Caterina scoppiò a
piangere.
Parte prima
Come una bestemmia

Ed ero ingenuo come una bestemmia.


FRANCESCO DE GREGORI, Buonanotte
fratello
I copriletti sono azzurri, forse la lavatrice li ha ristretti: fatto sta che
le sono sempre apparsi un po’ corti, i bordi non toccano il pavimento,
restano sospesi a scoprire le gambe spoglie della rete. È lì che
guarda, Caterina, dentro quell’azzurro intrecciato, lana e acrilico in
percentuali diseguali, a favore dell’acrilico di certo. Non riesce a
capire perché sua madre li scelga, azzurro le deve sembrare un
colore adatto a una stanza di bambine, anche se Caterina ha già
dodici anni, fa la seconda media e a scuola passano il tempo a fare
classifiche di bellezza, il più bello dei maschi, la più bella delle
femmine, in una classe di venticinque si qualifica sempre tra le
ultime, e dev’essere di sicuro per quella coda di cavallo nera che la
madre le stringe appena sopra la nuca, i capelli tirati col pettine
bagnato, dev’essere per quelle gonne sotto il ginocchio, blu
oltremare, celesti, che continua a cucirle anche adesso che sono
venuti a vivere a Recànto – aveva frequentato un corso di cucito con
le amiche, quando stavano ancora a Nacamarina, e aveva usato la
figlia come cavia, la madre diceva come modella. Oppure è per gli
stivali scamosciati col bordo di pellicciotto, a scuola nessun’altra a
parte lei li possiede, o per le unghie rosicchiate, la giacca a vento
maschile, le sopracciglia folte – non è ancora tempo di tirarle con la
pinzetta, le è proibito, di sfuggita disegna una riga sottile dentro
l’occhio, qualche volta, con la matita nera rubata dalla mensola, e
nello specchio del bagno della scuola si vede bellissima, l’ha
cancellata solo un istante prima di tornare a casa, ma neanche oggi
ha vinto nessun concorso. Persino le ragazzine più grosse della
classe la scavalcano, sarà per i loro jeans stretti che scoprono la
caviglia, tempestati di cerniere come impone la moda, le loro camicie
maschili, i loro orecchini a croce o ad anelli enormi, sarà perché
all’intervallo scherzano con tutti, decisamente più simpatiche di lei.
Ma a casa la aspettano i copriletti azzurri, due letti uguali nella
stessa stanza è un senso di ordine rassicurante, e oggi la madre l’ha
portata qui, di ritorno da scuola, Margherita davanti alla Tv in cucina.
Caterina ha avuto giusto il tempo di gettare lo zaino nell’angolo tra i
due armadi, la madre non le chiede di apparecchiare la tavola, ha
disertato i fornelli, sono già le due, che succede, che c’è?
“Devo dirti una cosa,” avverte. “Non gridare.”
Ecco cosa le chiede. Non gridare.
Caterina capisce che la cosa che deve dirle le farà paura.
“È morto zio ’Ntoni.”
Non grida. Trattiene il respiro.
“Quando?”
“Stamattina. Ci hanno chiamati per.”
“Com’è morto?”
“Un infarto.”
Le scappa da ridere. È così sua madre, ogni volta che dice una
bugia le scappa da ridere, anche nei momenti più drammatici. Le
tremano gli angoli della bocca e non riesce a guardare la figlia.
“Papà dov’è?”
“Papà è partito, per il funerale. Arriva a Nacamarina domani
mattina presto.”
E mentre lo dice le è già passata la voglia di ridere, la madre è
tornata la faccia tesa che Caterina ha trovato al ritorno da scuola. La
sorellina è di là che guarda la televisione, a tratti canticchia, le sigle
dei programmi, i jingle pubblicitari, e la madre si è già persa in
qualche pensiero irripetibile, nel fondo di preoccupazione che ha
prosciugato ogni altro gesto, ogni altra frase.
Non è una scena epocale, questa. Non c’è niente da gridare.
Forse la madre avrebbe voglia di farlo, Caterina conosce la rabbia
che la corrode. Adesso Laura non pensa ad altro che a un marito sul
treno, chilometri e chilometri in seconda classe, poltrone di velluto
stantie di polvere, giornali, cartacce e pacchi vuoti di patatine mai
spazzati da sotto i sedili, un maglione nero a collo alto e la giacca di
pelle con l’immancabile pellicciotto, i capelli che diradandosi sono
diventati meno ricci, e le rughe orizzontali sulla fronte come un
segno preciso della sua identità.
È a Salvatore che pensano, la madre e la figlia, nella stanza coi
letti azzurri, all’una e mezzo di un giorno autunnale. Non hanno
fame, e non gridano. Questa scena è una fotocopia, è ricalcata con
un foglio di carta carbone, ha contorni sfocati. Anche l’angoscia così
arriva attutita, smorzata dal tempo, dal luogo, dal fatto che oggi, qui,
in questa casa, in questa città del Nord, sarebbe impossibile gridare,
nessuna frase sarebbe pronunciabile – chissà che ha detto zia
Nuccia quando l’ha saputo: la zia, laggiù a Nacamarina, è diventata
meno ingenua? Suo padre forse se ne accorgerà, glielo saprà dire,
suo padre, anzi, non ci farà proprio caso, avrà pensieri di dolore e di
sconcerto e, chissà, forse anche di paura – è ammissibile che suo
padre provi paura?
Scriverà una preghiera, Caterina, sul diario segreto. Dopo aver
finito i compiti, saranno le cinque. Lunga sette pagine. Avrà delle
strofe e anche un ritornello. Se sapesse comporre la musica la
potrebbe anche cantare. Ma ne ha inventato la melodia a orecchio, e
nella sua stanza la canta, la luce è soltanto quella della lampada da
scrivania, lei canta e piange, e non è per zio ’Ntoni, deve
ammetterlo, non è per la sua morte, e nemmeno per la delicatezza
della madre, che ha inventato per lei una scena di morte accettabile,
come potrebbe ringraziarla?
È per suo padre, è solo per lui che piange, sul treno senza parole
stretto nella giacca con le mani congiunte, calli che sfregano su calli,
labbra serrate come allora, come quella sera estiva di tre anni fa, a
Nacamarina, in cui zia Nuccia parlò.
Pagine da messale, versi su versi scritti storti e tremolanti sui fogli
senza righe del diario: dietro il lucchetto nasconderà il rituale
incondivisibile, la formula magica, il patto tacito e disperato di
Caterina con Dio perché protegga suo padre come può.
Quella notte d’agosto, la notte della tragedia, a un certo punto
Caterina si era alzata dal letto mentre sua sorella Margherita
dormiva e si era stesa sulla sedia a sdraio a strisce arancioni: i
grandi continuavano a parlare. Qualche volta quella sdraio l’avevano
portata al mare. Partivano sempre carichi di roba, borse frigo con il
cibo dentro, frutta soprattutto, un’altra borsa piena di teli, quelli
grandi e quelli più piccoli per i bambini, l’ombrellone che suo padre
avrebbe piantato nella sabbia, lui che al sole proprio non ci voleva
stare, e secchielli e palette e formine di plastica – farfalla, ape, fiore
– e le riviste per la mamma e la zia Fatima, i berretti per i bambini.
Caterina coi suoi zoccoletti da signorina numero ventotto, avevano
persino il tacco a rocchetto, chissà come glieli avevano concessi, si
erano fatti convincere i suoi genitori, e anche gli zii, perché sua
cugina Maddalena – anzi: Lena – ne calzava un paio identici.
Avevano sempre tutto uguale, i bambini, Caterina Margherita Lena e
Giacomo, gli stessi camioncini e le stesse pistole ad acqua, le stesse
bambole e gli stessi vestiti, e se li scambiavano di anno in anno, dal
cugino maggiore al più piccolo.
La notte della tragedia – l’estate aveva ancora un mese intero
davanti – Caterina dormì sulla sdraio in soggiorno, senza nemmeno
provare a immaginare di essere sulla spiaggia, senza provare a
ricordare gli slip a quadratini marroni del padre – così fuori moda,
secondo lei – che spegneva nella sabbia una sigaretta dietro l’altra,
le risate aperte della madre che assomigliavano al grido di un
uccello, lei che al mare sembrava sempre felice, né le gare di nuoto
col salvagente contro suo cugino Giacomo, nemmeno finse di avere
il costume, quello intero blu che l’anno prima portava Lena, la più
grande. Dormì un sonno di cui non ricorda i sogni, sterilizzato. Si
svegliò al mattino nel soggiorno e vide di fronte a sé il divano, e tutti
erano svegli, o forse non avevano proprio dormito, solo zia Nuccia
mancava. Probabilmente stava a casa, nell’appartamento di sopra,
ad annacquare di camomille la tachicardia, ma gli altri c’erano e
avevano facce opache, attaccata agli zigomi la pelle era come
essiccata, i gesti troppo lenti oppure a scatti, la voce stretta in un
dialetto rimasto l’unica cosa certa cui aggrapparsi dopo l’evento.
Nessuno ruotò verso di lei la testa per dire, Caterina, Caterina sei
sveglia. La bambina li guardò come dietro carta velina, poi si voltò
dall’altra parte, si raggomitolò sulla sdraio, fissò i fiorellini ricamati
sulle bretelle del pigiama e pensò che avrebbe avuto voglia di
disegnare, come ogni giorno.
Non sa se disegnò davvero, con cosa fece colazione, se anche
quella mattina le servirono frappè di caffellatte e atene doria, quei
rettangoli bucherellati che suo padre aveva portato a scatoloni dal
mercato, e le mandorle raccolte dal giardino del nonno: pensava,
nessuno fa colazione così, nemmeno in televisione, e invece
d’estate lei mangiava mandorle appena sveglia, mentre decideva
come impiegare la giornata. Talvolta si travestiva da Magica Emi, un
paio di calzoncini molto corti, un cappellino a visiera, una maglietta
con il collo un po’ largo – se necessario lo tirava fino a farlo
slabbrare – che faceva scendere sulla spalla fino a scoprirla, le
scarpe da ginnastica e un braccialetto di plastica al polso: era facile
diventare un’altra, soltanto la maglia rovinata irritava un po’ la
mamma, ma dopo per tutto il giorno lei era Magica Emi e nessuno
avrebbe potuto dimostrarle il contrario.
Quella mattina Caterina non si travestì da nessun personaggio dei
cartoni animati. Non fece domande, non chiese spiegazioni, a
malapena rivolse la parola ai grandi. Non ce n’era bisogno, tra l’altro.
Lei sapeva tutto, ma finse di non capire, come da copione. Nessuno
le aveva mai chiesto di farlo, spontaneamente lo aveva imparato.
Così come fingeva di credere ancora a Babbo Natale e al topolino
dei denti, allo stesso modo fingeva di non aver compreso la tragedia
che si era abbattuta su di loro, tutti quanti, e si travestiva da bambina
più piccola, intenta solo a palloni, fumetti, pennarelli e colla, era
questo l’unico travestimento possibile.
La bambina si alzò dalla sdraio, salutò con un ciao e andò verso il
bagno. Di nuovo diventava una Caterina che non esisteva, e che per
anni invece gli altri conobbero come l’unica. Fu così brava che tutti
confusero la finzione con la realtà.
Salvatore prova a sistemare il poggiatesta, lo fa scorrere in alto e
in basso, ci accosta la nuca, poi la tempia destra, la guancia, un
pezzo di fronte, di nuovo la nuca, la guancia sinistra, poi lascia
perdere il poggiatesta, si piega in avanti e mette i gomiti sulle
ginocchia. Resta così, lo sguardo a terra, la schiena una perfetta
ipotenusa sulla base delle gambe divaricate.
Percorre di nuovo questo tragitto, per l’ennesima volta torna
indietro, poi lo ripercorrerà di nuovo in avanti, poi passerà un anno o
magari sarà meno, sarà un’altra disgrazia a costringerlo a riprendere
questo treno, a rifare questo viaggio così lungo, vedere il mare
sparire poi riapparire. Le città di notte sono tutte nere, se resta
sveglio accanto al finestrino vede solo luci lontane, come lucciole
intrappolate. Ovunque l’Italia non è che questo, per lui, che la
attraversa di notte e si stringe in una giacca di pelle nera,
abbottonatura doppiopetto, per lui che si stringe nella giacca con le
braccia incrociate, oppure punta il gomito sul tavolino pieghevole
davanti al sedile, e spinge il peso della testa sul pollice. Fa finta che
basti la forza del suo pollice spesso, l’unghia squadrata e dura, a
reggere il peso dei pensieri scaricato sulla fronte, che basti il
polpastrello contro la fronte a non far cadere la testa: la vedrebbero
rotolare sotto i sedili, o forse i passeggeri non se ne accorgerebbero
nemmeno, continuerebbero a fare cruciverba o a sonnecchiare, il
suo corpo decapitato accanto al finestrino, accanto all’Italia in diretta
che di notte non c’è proprio niente da vedere. L’Italia non è altro che
un elenco di stazioni, dappertutto lo stesso rumore di sportelli che si
chiudono, fischi e grida, edicole aperte sui binari, freddo e facce
assonnate, l’Italia non è che un ammasso di desolazione notturna
che si accumula ora dopo ora, fino all’alba, fino a quando la sua
terra non diventa la prima cosa visibile, la prima diversa dal resto, la
prima che gli sorride – le parla e gli risponde. Non è più l’Italia: è
casa sua.
Ma la testa gli rimane fissata sul collo, non si addormenta fino a
Napoli e dopo sta ancora più sveglio, la testa lui ce l’ha sulle spalle.
Tre anni fa avrebbe dovuto staccarsela, lanciarla contro i sassi,
sbatterla al muro, annegarla nel mare e perdere qualunque
responsabilità, invece di scavare notte e giorno – notte e giorno –
dentro ogni centimetro del cervello, per tentare di trovare soluzioni
rapide, immediate, che riguardassero tutti, sua moglie le sue figlie
sua sorella suo cognato i loro figli sua madre e suo padre e gli altri
fratelli e la famiglia di sua moglie e i suoi amici del bar persino,
sembra stupido ma forse in quei giorni pensò pure a loro. Aveva
cercato un motivo perché il ponte davanti alla chiesa di Nacamarina
lo obbligasse a restare, il ponte delle risate e delle chiacchiere senza
pretese, cercava di dimenticare quanto fosse diventato pericoloso
persino fare una partita a carte al bar, persino andarsi a prendere un
caffè, era questo mondo piccolo a misura dei suoi pollici e della sua
fronte alta, questo gli avevano tolto. Lui che ha a disposizione tutta
l’Italia e che l’ha percorsa in su e in giù ormai troppe volte, lui che
questa sera per l’ennesima volta tocca Roma, ma la tocca col culo
incollato al sedile e non sa oltre la stazione Termini cosa ci sia, lui di
tutto questo spazio non se ne fa niente. Pisa non è meglio del
campetto del pallone dietro la chiesa di Nacamarina, dove lo hanno
battezzato, era lì che andavano a giocare di pomeriggio, sono
cresciuti in quel quartiere: è lì – lì che sono nati.
Tra poco arriva a Napoli e tira un mezzo sospiro di sollievo, gli altri
passeggeri si stropicceranno gli occhi e tenteranno di non assopirsi,
la borsa schiacciata sul ventre, la tracolla arrotolata attorno al
braccio. Lui invece sentirà la desolazione iniziare a stemperarsi, e
troverà una manciata di indulgenza, di solidarietà. Da Napoli inizia
quel mondo che sopra Napoli non si capisce, quel mondo da cui lo
hanno estirpato – è stato lui a deciderlo, ma ha pensato a tutti?
Moglie figlie sorella cognato: suo cognato lo ha fatto decidere, da
solo lui non sarebbe mai partito, e non sa dire se ha pensato anche
ai suoi genitori, ma come si fa a scegliere per tutti? come si
prendono in poche ore decisioni così? Salvatore non avrebbe mai
immaginato di non tornare più, se non per pochi giorni, una o due
volte all’anno, e nemmeno sapeva che l’Italia fosse così grande, così
uguale dappertutto. È la luce del sole sul muro della casa dei suoi
genitori l’unica cosa che non trova da nessuna parte. Tra qualche
ora torna a casa nel suo mondo che non si spiega, si condivide e
basta, come le nocche ossute di sua madre, le macchie marroni sul
volto, sul collo di suo padre, quell’odore di sigaretta come un odore
della pelle.
Si alza, esce nel corridoio a fumare. Deve essere lucido, ancora
una volta, deve esserlo per tutti. È il fratello maggiore, si aspettano
questo da lui. Laura adesso sarà nel lettone con le bambine, quando
lui non c’è sa che lei si stringe ai loro corpi per distrarsi dalla sua
mancanza. Non potrà dirgli nulla, sua moglie, questa volta, non lo
incalzerà, stanotte sul treno lui nemmeno concepisce alternative, e
forse in realtà non ci sarà nulla da scegliere. Non c’è più nulla da
fare.
La madre lo abbraccerà invocando il suo nome. Dirà, Sabbaturi,
figghiu, beddu r’a me’ vita. Sarà vestita di nero, Cata, e saprà di
detersivo, le mani lunghe e magre e il viso largo di sempre.
Salvatore si lascerà stringere, domani mattina, davanti al cancello di
casa, la sentirà ridere e piangere, si staccherà dopo un po’ per
abbracciare suo padre. Cecè se ne starà sulla sedia impagliata,
incapace da tempo di alzarsi da solo, dirà, Turi, ’rivasti, beddu. Sì,
papà, sono tornato.
Mischieranno questa nuova tragedia con la gioia di rivedersi:
sentimenti che stridono, un’ustione nel corpo, Salvatore la sente
ardere come una brace sempre accesa, gli ricorda chi è in qualsiasi
luogo si trovi, gli ricorda da dove viene.
Sarà casa. Sarà tutto quello che ha perso e quello per cui è partito
via per sempre. All’alba si aprirà davanti ai suoi occhi l’unica
stazione che fa battere un po’ più forte il cuore. L’urto delle emozioni
arriverà come una bastonata sullo sterno, dovrà strizzare gli occhi,
ingoierà saliva e cercherà, a fatica, di parlare. Perché dovrà avere
risposte, se mai gliele chiederanno. E suo cognato ’Ntoni, stavolta,
non potrà aiutarlo.
Nella stanza coi copriletti azzurri si dorme con l’abat-jour acceso.
Non hanno mai smesso di avere paura del buio, le bambine,
nemmeno Caterina, che stanotte non prende sonno pensando a
papà sveglio sul treno e a mamma troppo magra per stare sola al
centro del lettone. Nella casa in cui abitano adesso, a Recànto, dalla
sua stanza sente il fischio dei treni in corsa sulla ferrovia che
costeggia il mare. Le fa compagnia. Da qualche anno, Caterina ama
i treni. I sedili polverosi, le stazioni fredde, l’odore di mattino che è
l’odore amaro dei giornali, l’odore chiuso del sonno ancora
appiccicato alle palpebre dei passeggeri, o di chi aspetta, stretto nel
giubbotto, una coincidenza. Prima ignorava tutto questo. L’emozione
della partenza. Il sapore di conquista che ha l’arrivo. Non aveva mai
preso un treno in vita sua, prima di quell’agosto, non avevano mai
fatto nessun viaggio verso un luogo che non fosse raggiungibile in
poche ore di automobile, e il primo viaggio che fecero tutti insieme fu
il viaggio.
Caterina era entusiasta, come davanti a una vacanza, la prima
della sua vita: mamma, papà, Margherita e lei in uno
scompartimento per quattro, si erano portati le carte per giocare a
rubamazzetto, anche Margherita aveva imparato, sebbene poi
avessero passato tutto il tempo a guardare fuori dal finestrino: colline
verde bruciato, vallate che si spalancavano improvvise, e le
ricordavano un’enorme costruzione di sabbia sul bagnasciuga, in
procinto di crollare. Le trovava stupende, ne sceglieva una e le dava
un nome, diceva: “Questa è mia, è la mia vallata”. Così anche la
sorellina ne voleva una per sé, ma Caterina non le avrebbe mai
concesso la più bella. Margherita non replicava, già intenta ad
aspettare il mare, non appena fosse apparso lo avrebbe indicato col
suo indice così corto e avrebbe applaudito scuotendosi tutta,
muovendo le gambe a forbice, e ridendo. Era rimasta col dito
sospeso, il mare non era apparso più per un po’, e quando di nuovo
si era aperto davanti a loro forse Margherita dormiva, era appena
l’alba, oppure era già mattina, ma di quel gioco si era ormai
dimenticata.
In questa sera di novembre, oggi, Caterina guarda la sorellina
dormire: respira forte con la bocca aperta, e un po’ russa. Allora, ai
tempi del loro primo viaggio, Margherita aveva quattro anni, e dopo
quel viaggio inventò il gioco della stazione: lo voleva fare sempre.
Caterina disegnava treni sui cabaret di cartone dei pasticcini e li
ritagliava per lei, oppure le sorelle si accomodavano sulle sedie
messe in fila a coppie, tranne la prima. A turno una faceva il
macchinista, l’altra il passeggero. Personaggi immaginari con cui
parlavano animatamente diventavano gli altri ospiti della vettura. Poi
giocavano all’edicola della stazione: impilavano riviste e quotidiani
l’uno sopra l’altro, tutti i numeri del “Grand Hotel” da una parte, la fila
delle vecchie copie della “Stampa” dall’altra, la “Gazzetta del Sud”
ancora più in là, e immancabile il “Corriere dei Piccoli”. A turno una
era il giornalaio, l’altra il cliente, e si sentiva dall’altoparlante finto la
voce che annunciava l’arrivo o la partenza dal tale binario, oppure il
ritardo del treno diretto nella tale località, erano sempre Treni del
Sole, che andavano dal Sud verso il Nord. Non si tornava mai verso
sud, nemmeno nei giochi.
Il giorno del viaggio sua madre comprò in edicola “La Settimana
Enigmistica” e “Visto”. Caterina ricorda il colore dei sedili di finta
pelle, marrone rossiccio, e gli specchi rettangolari sopra i
poggiatesta. Ricorda che la madre iniziò a piangere appena il veicolo
si mosse, e recitò, Addio-monti-sorgenti-dall’acque-ed-elevati-al-
cielo, senza singhiozzi all’inizio, solo lacrime silenziose. Cime-
inuguali-note-a-chi-è-cresciuto-tra-voi-e-impresse-nella-sua-mente-
non-meno-che-l’aspetto-de’-suoi-familiari, e lì si incrinava la voce,
sembrava avere un cedimento, Laura si asciugava la guancia coi
polpastrelli, Margherita già si agitava, Mamma perché piangi?
Caterina invece restava silenziosa a rispettare quel declamare fuori
luogo, ridicolo, così almeno credeva lo giudicasse suo padre. Lei
sapeva dove stava scritta, quella roba, Torrenti-de’-quali-lo-scroscio-
come-il-suono-delle-voci-domestiche, aveva trovato quel libro dentro
vecchi scatoloni in mezzo a tante altre cose, un volume illustrato con
le pagine ingiallite e svolazzanti: sopra, la firma di sua madre in
quinta elementare. Ville-sparse-e-biancheggianti-sul-pendio-come-
branchi-di-pecore-pascenti, sua madre piangeva, e suo padre non
era intervenuto: zitto, guardava a terra. Addio!, singhiozzava Laura.
Margherita si era stretta a papà, che le accarezzava la nuca,
silenzioso come mai l’avevano conosciuto. Altro che Alpi, torrenti
scroscianti: la sua terra avara d’acqua era percorsa da rigagnoli
quasi sempre in secca, sciumari li chiamavano, la madre lo sapeva
di certo, ma in quell’occasione voleva ignorarlo, voleva diventare la
protagonista di un melodramma che li riguardava tutti, tutta la
famiglia. E nessuno le diceva, Laura stai zitta, se lui l’avesse fatto
appoggiandole una mano sulla spalla, lei gli avrebbe risposto, Turi
lasciami stare, e magari avrebbe spinto via il braccio del marito. Ma
questo non accadeva, e la figlia maggiore la ascoltava un po’
incantata, e pensava che l’unica parola importante di tutto quel
discorso fosse addio. Se la ripeteva tra sé, perché anche Caterina
voleva salutare la città, a occhi chiusi, di nascosto, ma tutto quel che
le tornava in mente, chissà perché, era la pasta e patate di
Giuseppina, la cuoca dell’asilo dove non andava ormai più da tempo,
e ricordando la faccia come uno schizzo a matita della vecchia
signorina sillabava a bassa voce, Ad-di-o. D’un tratto Laura si coprì
gli occhi, emise suoni gutturali espulsi dalla bocca dello stomaco, e
le ultime parole che ebbe la forza di pronunciare le rotolarono in
bocca come biglie di metallo, un rumore fastidioso, quando disse,
Quanto-è-tristo-il-passo-di-chi-cresciuto-tra-voi-se-ne-allontana!,
nessuno avrebbe più potuto distinguere alcun vocabolo.
Le lenzuola sono fredde, Laura non riesce a scaldarsi, quando
Salvatore non c’è tiene l’abat-jour acceso, ci vogliono ancora otto
ore prima di poter risentire la sua voce. Rimane paralizzata nel
lettone perché qualsiasi porzione del lenzuolo non occupata dal
proprio corpo sarebbe gelida, e lei ha già i brividi sulla schiena. Lui la
prende sempre in giro perché è freddolosa, Che freddo, avrebbe
esclamato lei, Sì, Laura, carunu ’i carcarazzi, le avrebbe risposto
Turi, come le battute di un copione irrinunciabile. Laura nemmeno
ricorda in questo momento che cosa siano i carcarazzi che cadono –
uccelli forse, ah sì, cornacchie, cornacchie sfiancate dal gelo? – ma
quella battuta se l’era sempre aspettata, fa parte del loro lessico di
coppia. Ho freddo, avrebbe insistito lei, Sì, c’è la neve, come no?,
avrebbe continuato lui.
A Nacamarina la neve non era mai caduta, per vederla Laura da
ragazza era andata con Lucia, la sua unica sorella, in montagna,
una domenica, è rimasta anche una foto di quel giorno. Caterina la
guarda sempre incuriosita, come a cercare la somiglianza tra i loro
due volti, quello di sua madre e il proprio: non è nello spessore delle
labbra, né nella grandezza degli occhi, né nella forma degli zigomi,
eppure c’è, mentre la bambina sta per chiudere l’album e la foto sta
per sparire alla sua vista, ecco che la coglie, quella somiglianza così
forte, se riapre di scatto invece è già sfuggita. Anni dopo capita
davanti allo specchio, non quando sorride e piega la testa sulla
spalla per studiare le proprie espressioni e decidere quale la faccia
sembrare più bella. Accade poco prima di spegnere la luce, mentre il
viso nello specchio diventa un’ombra, lì, nell’ultima frazione di
secondo in cui il neon lo illumina, Caterina vede il volto della madre,
identico, inutile dire di no, tale e quale il suo. La bambina guarderà la
foto della mamma sulla neve e dirà ogni volta, Come eri bella. Ma
forse è merito della neve, pensa Laura sotto la trapunta azzurra –
quanto ama l’azzurro, e il blu, quello scuro riflesso del fondale al
largo –, e immagina il marito, in questo momento dentro un treno
magari a sentire freddo, lui che di freddo non ne ha mai. Lì a
Recànto – tre anni sono passati dal viaggio – hanno conosciuto una
neve molto fine, che si scioglie non appena accarezza l’asfalto, ma
le bambine hanno urlato estasiate come ce ne fossero stati chili.
Anche se non potevano costruire pupazzi, potevano incidere frasi su
quella pasta bianca con il dito o un legnetto, ed era una gioia
incontenibile.
Stasera hanno mangiato poco, pensa Laura, anche io, si
rimprovera, Caterina sembra preoccupata, è sempre un po’
preoccupata. Laura ha cucinato pastina col formaggino, un piatto
semplice, perché non c’è nulla da festeggiare, e mentre Salvatore
mangiava un panino al prosciutto, e chissà se l’ha mangiato, si
domanda lei, loro consumavano appena quei chicchi di pasta, giusto
per mettere qualcosa nella pancia, senza gusto. Laura non sa che la
pastina col formaggino è il piatto del lutto agli occhi della figlia
maggiore, non può ricordare da sola che le bambine stavano
mangiando proprio quello, una sera di molto tempo fa, a
Nacamarina, prima ancora della tragedia, una sera invernale che
della tragedia di agosto era stata un presagio. Avevano sentito un
rumore sordo, come qualcosa di metallico che cade sul tetto, questo
almeno aveva creduto Caterina, e un fragore continuato. Invece la
madre aveva capito subito di cosa si trattava. Il palmo contro la
credenza, si era curvata come per accasciarsi. Caterina si era
alzata, aveva staccato gli occhi dalla televisione, per sempre
ricorderà che davano in prima Tv La signora in rosso, non era
riuscita a finire di guardarlo e nella sua vita quel film non lo avrebbe
guardato mai più. Era corsa verso sua madre che sembrava stesse
per svenire, una mano sul petto e il volto pallido.
Se lo ricorda anche Laura, questa notte di novembre, chiude gli
occhi come per non vedere, ma sente ancora il battito del cuore –
furioso, quella sera, sotto il maglione. Caterina chiedeva, Mamma,
che succede? Mamma, che cos’era quel rumore? Alla vista della
scena, inspiegabilmente, la più piccola si era messa a piangere.
Margherita, non è niente, le sorrideva Caterina, eppure anche il suo
labbro inferiore aveva già iniziato a vibrare, il mento già tremava,
mentre in Tv una donna coi capelli ricci ballava sui tacchi a spillo, il
vestito rosso volteggiava al ritmo di una musica che mai più Caterina
avrebbe saputo intonare, e nemmeno Margherita, la canterina della
famiglia. La figlia maggiore si avvicinava alla madre per sostenerla,
si bloccava per rassicurare la sorella.
Poi Laura aveva sentito le chiavi nella serratura, aveva riacquistato
la posizione eretta, si era spinta nel corridoio e verso l’ingresso, e lo
aveva trovato, bianco più di lei, le labbra violacee, lo aveva
abbracciato forte e aveva pianto senza pudore. Salvatore l’aveva
portata in camera da letto e le aveva fatto vedere attraverso le
tapparelle semiabbassate, in lontananza sulla strada, una macchina
ribaltata e un arto che spuntava dal finestrino infranto. Un’altra
vittima, la guerra continuava. Laura non ricorda cosa aveva detto.
Forse nulla, perché, qualunque cosa avesse potuto dire, Salvatore
l’avrebbe immaginata già. Era stato lui anzi a parlare per primo. Devi
essere più fredda, non puoi fare queste scenate davanti alle
bambine. Margherita aveva smesso di piangere, si era già distratta.
Si erano seduti a guardare la televisione, Laura non riesce a
rammentare cosa, perché per tutto il tempo lei e suo marito non
avevano fatto altro che parlare in modo confuso, frasi mozzate, non
tanto perché le bambine avrebbero potuto sentire, proprio perché
ancora una volta era difficile articolare il pensiero, dire cose
ragionevoli di fronte all’irragionevole che vinceva. Margherita si era
addormentata sul tavolo, la bocca dischiusa, la testa sulla manina
sporca di penna rossa e blu. Caterina fingeva di guardare il film
mentre li ascoltava.
Laura si gira sul fianco, il polpaccio avverte il freddo del lenzuolo
intatto. Vorrebbe prendere il cuscino di lui e stringerlo, ma non ha il
coraggio di tirare fuori il braccio, troppo freddo. Poi sente un rumore
di talloni sul pavimento e vede dalla porta allungarsi un’ombra. Si tira
su e la trova lì, la sua bambina di dodici anni. “Vieni,” sussurra, e in
un attimo Caterina le è già corsa incontro, con un balzo ha fatto
dondolare le molle del materasso, avrebbe dovuto sgridarla per
questo, C’è bisogno di essere così maldestri?, ma stanotte non fa
nulla, stanotte tutto è permesso, anche infilarsi sotto la trapunta e
dormire nel lettone con mamma. Caterina non lo direbbe in giro, a
scuola nessuno glielo perdonerebbe, altro che classifiche, sarebbe
persino squalificata. Ma adesso si stringe al corpo della madre e
insieme si riscaldano, insieme forse riusciranno a un certo punto a
sciogliere la tensione e scivolare nel sonno. Tradiscono Margherita e
il suo respiro regolare, una specie di fischio sottile. È lontana la sera
in cui Caterina aveva continuato a guardare La signora in rosso
senza capire nulla, l’orecchio rivolto ai discorsi incomprensibili dei
suoi genitori, parole come guerra, essere dentro, essere fuori.
Caterina capiva che un pericolo incombeva, e riguardava l’incolumità
del padre, ecco perché mamma si era spaventata tanto, dopo che lo
sparo era esploso, un rumore così vicino, vicino alla loro casa. Dopo
aver sparecchiato e gettato nella spazzatura la pastina ormai
rappresa e gonfia, disgustosa a vederla, la madre le aveva fatto
lavare i denti e aveva ordinato, Coricati, ché è tardi – Margherita già
a letto da tempo. Dalla stanzetta Caterina sentiva il brusio delle loro
voci che ancora discutevano, e le sembrava prendessero posizioni
opposte, e quasi litigassero. Si era alzata ed era andata in camera
loro: voleva vederla, la macchina con il morto ammazzato dentro, ma
non distingueva nulla, solo fari accesi, luci che lampeggiavano nel
buio. Era tornata sotto le coperte e, non sa quando, alla fine si era
addormentata.
Margherita dorme con la bocca aperta come una O schiacciata, si
copre fino alle orecchie, di lei si vedono solo quelle labbra
teneramente dischiuse, e quelle narici minuscole, due buchini
appena, di lei si sente solo il respiro affannato, il respiro che secca la
bocca per tutta la notte.
Sta sognando. Mentre le altre abitanti della casa restano sveglie,
non riescono a prendere sonno, Margherita fa un sogno bellissimo:
va nel paese di Mago George. Mago George è un signore di cui le
ha parlato sua sorella. È vestito sempre in smoking, dice Caterina, e
abita in un paese ghiacciato dove però nessuno ha mai freddo. Ogni
volta che va da lui, sua sorella si diverte un sacco. Lei e Mago
George scivolano col sedere sul ghiaccio sbellicandosi. “Lì le strade
sono come montagne russe,” spiega Caterina. Dice che bevono la
cioccolata calda a qualsiasi ora, seduti tra gli abeti, e fanno battute
divertenti fino a sera. “Ci scialiamo!” esclama la sorella maggiore.
Margherita lo sa che si divertono, perché la sente. Caterina va nel
paese di Mago George di pomeriggio, dopo pranzo di solito. Sale in
piedi sul letto, unisce le braccia sulla testa, saltella un po’, urla:
“Maaa-gogeòrge!” e si tuffa; da quel momento non risponde a
nessuna domanda: è già arrivata là, dove le case sono fatte di
ghiaccio e il sole non le scioglie, eppure non fa freddo: “No no, te lo
assicuro, la temperatura è ideale”. Sta lì anche se rimane stesa sul
letto a pancia in giù, Margherita può toccarla, ma se si avvicina e le
dà i pizzicotti per svegliarla, niente, Caterina non risponde,
nemmeno ahi! Il suo corpo resta a casa, sul letto: “Se no mamma si
preoccupa,” spiega; però con la testa lei è lì. Margherita non sa bene
come funzioni, insomma: è da Mago George ma è anche a casa. Sul
letto è rimasto solo un involucro, così lo chiama Caterina:
“L’involucro del corpo per far stare tranquilli i genitori, facciamo tutti
così, mica solo io, sai quanti bambini vengono lì a giocare?”.
Lei chiacchiera con questo Mago George e Margherita la ascolta,
è al corrente di tutto ciò che accade, sua sorella non sta zitta un
attimo, ma sono bocconi di frasi non finite, ecco, è difficile capire
davvero che si dicono. E Caterina ride, come una matta, ride così
tanto che cade dal letto, pancia all’aria, ginocchia piegate, scalcia,
picchia i pugni sul pavimento. Margherita le sale sullo stomaco per
farla svegliare, si è stufata di stare da sola, ma perché non la porta
mai con sé? Caterina dice sempre: “Prova, fallo anche tu, recita la
formula”. La sorellina sale in piedi sul letto, salta come lei, la imita in
tutto, scandisce: “Maaa-gogeòrge!”, poi si butta con la faccia sul
cuscino, ma non succede niente, è ancora lì, sul copriletto azzurro.
Forse l’ho detta male questa cavolo di formula, pensa, e Caterina
invece è già andata via, già ride a squarciagola, si sciala senza la
sorellina, e se Margherita le salta addosso per spezzare la magia lei
si piega bruscamente, le fa perdere l’equilibrio, Margherita cade a
terra mentre lei continua a ridere, e a dire: “Oh Mago George, che
sagoma che sei”.
Ma questa notte Margherita sta andando nel paese ghiacciato e
sua sorella Caterina non c’è. Stanotte, che Caterina non riesce a
dormire ed è così triste che le battute di Mago George la
lascerebbero indifferente, nel suo sogno meraviglioso Margherita
guida un treno di ghiaccio su binari trasparenti, scintillanti, il sole fa
luccicare tutto, gli abeti giganteschi, i laghi e i fiumi che sembrano
lucidissimi pavimenti di cristallo passati e ripassati con la cera.
Margherita guida veloce ma tranquilla, e sorride al paese di Mago
George. Ma avrà un nome questo paese? Sua sorella lo chiama solo
così. “Vado da Mago George,” dice, come se andasse a casa sua.
Forse lui è il sindaco, o il presidente, chi lo sa.
A un certo punto, da lontano, Margherita lo vede, seduto su una
panchina della stazione, sta sonnecchiando, e lo chiama. “Papà!” e
intanto inizia a frenare. “Papà, svegliati!” Quando il treno è fermo
davanti a lui, Margherita abbassa il finestrino e lo chiama ancora:
“Ehi, papà!”. Suo padre – sì sì, era proprio lui – solleva la testa con
la faccia confusa, gli occhi strizzati un po’ per il sonno un po’ per il
sole, e non appena la riconosce si alza in piedi e urla: “Margherita,
ma sai guidare il treno? Che ci fai qui?”. E Margherita, orgogliosa,
dice: “Sali, papà, non ti faccio pagare nemmeno il biglietto, altro che
quei sedili vecchi e puzzolenti, qui ti faccio stare, nella cabina del
macchinista, insieme a me, vuoi venire?”.
“Sì, ma tu dove stai andando, Margherita?”
“Andavo da Mago George, un amico di Caterina, uno che la fa
scompisciare dal ridere, ma posso cambiare strada se voglio, dimmi
tu dove devi andare, ti porto io, così sto con te, se andiamo insieme
non ti annoi, ti passa pure il sonno.”
Il padre sale sul treno e si sistema accanto alla figlia. Margherita
cerca su una mappa la strada da fare, e pensa a Caterina, che se ne
sta a letto mentre lei e papà fanno un viaggio grandioso. Pensa a
quella scema di Caterina, che si è fissata con quell’altro scemo di
Mago George, che avrà di speciale? Lei invece se ne va col suo
treno di vetro, di corsa sui binari che brillano a intermittenza, mentre
suo padre si è di nuovo addormentato, le labbra chiuse e un po’ in
fuori come il becco di una paperella. Quanto è stanco, pensa la
bambina. Non fa niente, dormi pure papà, adesso sì che puoi
riposare, adesso ci sono io a occuparmi di te.
Il giorno in cui gli arrivò la notizia della tragedia, pensa Caterina,
Antonio Luppolo deve aver sentito dentro di sé uno squarcio. Uno
squarcio profondo, così in profondità nella carne, dentro quelle zone
dell’organismo dove pulsa il segreto del fiato e dei movimenti, uno
squarcio così interno che ’Ntoni non ne avvertì quasi il dolore. Sentì
strappare qualcosa, fu appena percettibile, il suo corpo lo seppe. Il
corpo a volte fa di questi scherzi, tace la deviazione, la rottura
dell’ordine naturale, la decomposizione persino, come per
proteggere: un giorno invece rivela tutto, un giorno di qualche tempo
dopo, magari molti anni, con crudeltà, d’improvviso dà ogni risposta.
Invece quel giorno in cui anche ’Ntoni venne a sapere della
tragedia, nella stanza dove si consumavano le sue giornate, la
stanza in cui non avrebbe potuto fare nulla, in cui da anni era
costretto all’inerzia, lui percepì solo uno spostamento interno, come
se gli organi le cellule le fibre avessero subìto una specie di scossa
sismica, di quelle così leggere che la gente continua a dormire,
nemmeno oscilla il lampadario. Ecco, nel suo corpo di uomo alto un
metro e sessantacinque, mentre era seduto sulla brandina, fra quelle
quattro mura scorticate, la finestra troppo stretta troppo in alto con
troppe sbarre: quel giorno, qualche elemento molto piccolo,
infinitesimale del suo corpo si ribaltò, rotolò, spintonando e
sbattendo si ritrovò inavvertitamente al posto di un altro. Ma questo
in apparenza non provocò nulla.
’Ntoni rimase fermo, i piedi fissati al pavimento. Non si alzò, non si
sdraiò, non mosse la testa, non si grattò la barba, non congiunse le
mani, non le portò alle tempie, non tirò un pugno sul tavolo, non
curvò la schiena fino a stringere la testa fra le ginocchia e
aggrapparsi alle proprie caviglie, non controllò l’ora, non si guardò
allo specchio, non vide passarsi davanti nemmeno un ricordo,
niente, ’Ntoni non parlò, non urlò e figuriamoci se pianse, immobile
sul letto non guardò che davanti a sé, uno sguardo opaco senza
contorni senza paura senza angoscia, tutto quello che fece, in realtà,
fu rimanere lì ad aspettare, senza saperlo, il giorno in cui quel dolore
latente si sarebbe manifestato, vivo e vero e ancorato al suo corpo.
Rimaneva lì ad aspettare proprio come si aspetta un nemico:
perché, se c’era una cosa che davvero Antonio Luppolo sapeva,
pensa Caterina, era che cosa fosse un nemico.
Non è ancora l’alba, fuori dal finestrino il muro nero della notte.
Sono spettatori di uno schermo spento, come non meritassero altro,
non ne avessero diritto. Salvatore si domanda chi siano gli altri
passeggeri, per un momento prova a rappresentarsi le loro storie, si
distrae temporaneamente dalla propria. Come se fosse possibile. Lo
immaginava sgombro, questo treno, in autunno non si torna al Sud,
in autunno si abitano le fabbriche, si respira l’odore della calce, ci si
assottiglia la spina dorsale a furia di piegarla dentro le serre, si
lacrima sul ferro da saldare. Non è tempo di vacanza, Salvatore lo
sa, non è il tempo in cui al Sud si dà una nuova chance, in cui lo si
perdona, lo si rivaluta, persino sopravvaluta, il tempo in cui anche chi
è nato al Nord può prendersi una cotta per il Sud, sedotto dalle
spiagge si vanta di aver gustato impareggiabili sapori, di cibo e di
corpi, un’infatuazione così breve: quei cibi al Nord non farebbero
venire l’acquolina, al Nord la storia d’amore con quei corpi è già
cenere. Se scorge la dentatura imponente, squadrata, della giovane
donna assopita sul sedile accanto, la testa reclina e la bocca
dimenticata aperta, la sua bocca che sembra masticare un ferro di
cavallo, Salvatore crede di sapere quale angoscia ne turbi il
dormiveglia, quando sbarra gli occhi con uno strattone e un colpo di
tosse le implode in gola, ricacciato indietro le gonfia il petto come un
rimbombo. Salvatore immagina un lutto dietro il silenzio di ognuno di
loro, immagina che anche loro siano partiti all’improvviso, per un
viaggio che non è vacanza non è tregua non è riconciliazione, che
vadano anche loro dritti dove la loro sorte li ha mandati, che la
catena da cui avevano cercato di sciogliersi li abbia trascinati
indietro, sono cani legati al collo, possono raspare la terra fino a far
saltare le unghie, ma non faranno che scivolare, scavare buchi:
potranno solo affondarci le zampe, resteranno col fiatone,
intrappolati. Si erano illusi? Si erano sentiti come cani finalmente
scapolati? Pensavano che il padrone avesse pietà, che il Sud li
avrebbe liberati, che avrebbero scavalcato il recinto? No, Salvatore
non si è mai sentito così. Forse.
La schiena contro la pelle logora del sedile, la fronte contratta e i
denti serrati di chi non riesce a trovare pace, stanotte, Salvatore
guarda due uomini tarchiati giocare a carte sulle ginocchia unite, e
pensa che è una recita, quella che stanno facendo, tutti i passeggeri
del treno, e la fanno da anni, magari, come lui. Fingono che sia
possibile viaggiare di notte in autunno come fosse una vacanza,
fingono di non essere dei deportati, di non conservare ognuno la
memoria di una strage irrimediabile, di non sapere che saranno
segnati per sempre, dalla loro storia, dalla loro nascita, fingono di
non essere animali in cattività.
Salvatore si copre gli occhi con la mano, se la passa sulla fronte
come a tergere sudore, si accarezza la testa, si gratta la nuca, poi
lascia la mano lì, sul collo, come a reggerlo, ancora, lì dove il suo
cappio stringe, lì dove la testa a furia di tirare potrebbe staccarsi. No
che non ha mai tirato veramente. Salvatore non ci ha mai creduto,
alla possibilità di essere libero. E crede che nessuno di loro,
nessuno dei passeggeri, lo sia. Pensa ci sia un lutto che non si può
raccontare dietro ognuna di quelle facce, dietro i baffi spioventi di
quel signore paffuto che prima gli ha rivolto la parola, in dialetto,
perché era chiaro che fossero conterranei, e ha chiesto solo: “Aundi
iti?”, non ha voluto sapere perché. O dietro i pettinini infilati nei
capelli scuri, a tratti grigi come spessi fili di nylon, della signora
accanto a lui, che ha offerto pane e mortadella prima di addentarlo,
uno spicchio di mela che Salvatore ha rifiutato. O dietro i mocassini
scalcagnati ma brillanti di lucido che indossa l’uomo segaligno e
curvo di spalle, impalato da un’ora almeno davanti al finestrino del
corridoio, la sigaretta che pende al lato della bocca, la afferra alla
fine col pollice e tre dita, la getta per terra.
Guance arrossate per il contatto con il poggiatesta durante un
sonno sconnesso, frasi sussurrate, Aundi simu?, Ancora ci vòli, e
voci troppo alte dagli scompartimenti contigui, Vincìa!, esultano,
come se ci fosse anche uno soltanto di loro capace di credere che si
possa esultare, come se non fosse chiaro a tutti che la loro recita
non è infinita, prima o poi dovranno uscire dalla parte: dentro il treno
della segregazione potrebbero smettere di tacere, di camuffare le
loro vite, potrebbero confessarsi tutto, pensa Salvatore, consolarsi,
organizzare pianti collettivi, come quelle cose americane che si
vedono nei film, Mi chiamo Salvatore, dovrebbe dire lui, Mi chiamo
Salvatore e sono nato al Sud. Quella, nient’altro che quella sarebbe
la sua colpa, ma ci deve pur essere un modo per disintossicarsi.
Loro, i passeggeri del treno, si abbraccerebbero. Salvatore li sente
quasi vicini adesso, forse la morsa della mascella si scioglie, forse il
coro indistinto delle voci nei diversi vagoni sarà una ninnananna e lo
farà addormentare, si fonderà nel calore di tutti, Salvatore, dentro le
loro stesse disgrazie, perché c’è un lutto dietro ognuno di loro, è così
per forza, ne è certo. Perché mai uno dovrebbe scendere in
autunno, perché mai uno dovrebbe scontare tutte quelle ore di
viaggio, col freddo, dire a un altro padrone – il padrone del Nord –
che non andrà a lavorare il mattino dopo, che si assenterà per
qualche giorno, prendersi una strigliata magari, un rimprovero
davanti a tutti, davanti a tutti dire che ti è morto un parente, D’infarto,
precisare, perché mai uno dovrebbe sopportare questo treno e
questa gente che non riesce a dormire, che non tace e se tace ha
un’espressione avvilente, perché dovrebbe farlo se non per colpa
della sorte che si è di nuovo fatta viva – il padrone di sempre, quello
che non concede ferie o giorni di congedo, ha stretto più forte la
catena –, perché dovrebbe farlo se non per un lutto? E tutti i lutti di
tutti i passeggeri di tutti i vagoni del treno si sommano, si
affastellano, un ammasso di lutti che occupa i sedili, blocca il
passaggio nei corridoi, impedisce di abbassare i finestrini, e
Salvatore non si sente più consolato: d’un tratto è di nuovo quel
dolore che sembra arrivare dal fondo del corpo, un’eco che
gradualmente diventa un suono più nitido nella pancia.
Allontanatevi, vorrebbe dire ai suoi compagni di viaggio,
Lasciatemi in pace, mentre si alza in direzione del bagno, Non siamo
la stessa cosa. Salvatore non vuole sentire nessuna appartenenza,
mai più. Nella disgrazia comune non c’è consolazione, ma chi l’ha
detto? È una bugia, nella disgrazia comune c’è rassegnazione,
sconfitta, totale assenza di riscatto. Sono quei lutti l’uno sopra l’altro
la catena, quelle facce così simili, quelle dentature riconoscibili,
quelle mani tutte uguali, come un’unica razza, una precisa etnia,
loro: docili davanti ai padroni, privi di ogni immaginazione, anche
altrove non riescono a vedere; lontani centinaia di chilometri, in
realtà stanno sempre lì, dove sono nati, come lui – Salvatore si
chiude a chiave e tenta di svuotarsi – sempre lì, con quelle strade
nella testa, quegli odori, niente, non c’è niente da fare, si sentono
impotenti ovunque vadano, si sentono in difetto, tutto ciò che
sapevano era nelle loro case d’origine: una volta abbandonate, il
resto è indecifrabile.
Salvatore si lava le mani col sapone liquido, poi le annusa, fa
sempre questo gesto, ritorna nello scompartimento e cerca di nuovo
una posizione comoda. I signori che giocavano a carte hanno
smesso. “Vi sintiti bonu?” chiede uno. Salvatore annuisce. “Siti un
pocu iancu,” spiegano. Salvatore li fissa senza dire nulla, poi si gira
dall’altra parte. Quelli insistono: “Chiamateci se, non sia mai Dio, non
vi sentite bene”. Hanno usato l’italiano forse intimiditi dal suo
distacco, ma l’hanno detto sinceramente, Salvatore lo sa. Così si
volta e sorride: “Grazie”. “Siete già meno pallido ora, comunque,”
interviene dopo un po’ la giovane donna, sveglia. “È veru,” conferma
quella coi pettinini in testa, il dialetto come il segno di pace. Devono
essere due coppie di coniugi, si dice Salvatore. Si sorridono ancora,
i passeggeri, in silenzio, si guardano l’un l’altro, come a riconoscersi,
come a dirsi che almeno lì tra loro non dovranno difendersi. Poi
Salvatore chiude gli occhi. Non è ancora l’alba, ancora no, ed è
meglio. Perché la stanchezza che segue al dolore nel bassoventre e
il buio consentono pure a lui, per qualche ora, di addormentarsi.
Si svegliò al suono delle campane, Caterina, si ritrovò in canottiera
e mutande in diagonale sul lettone, il suo corpo di otto anni
abbondanti imperlato appena dell’afosa giornata d’agosto, il mattino
già avanzato, le lenzuola beige, tinta unita, fresche nonostante l’afa,
una pace dolcissima, per sempre avrebbe ricordato la freschezza di
quelle lenzuola, mentre suonavano le campane.
Non capì subito, rimase a pancia in giù con la guancia destra
incollata al lenzuolo, il ginocchio sinistro piegato, poi si chiese dove
fossero finiti gli altri, i suoi genitori per esempio, e la sorellina. Si alzò
e la trovò nel lettino, ancora addormentata, e non trovò più nessuno,
percorse scalza il corridoio, ispezionò ogni stanza e la scoprì vuota,
sentì ancora suonare le campane e d’improvviso capì. Si rimise a
letto, si coprì con le lenzuola beige, affondò la guancia nel cuscino,
quella sinistra questa volta, e tentò di riaddormentarsi. Era
arrabbiata perché non l’avevano svegliata, avrebbe voluto esserci
anche lei, l’hanno trattata come un’estranea? No, solo come una
bambina. Ma lei voleva salutare, non ci sarebbe mai più stata
occasione di farlo, quella era l’ultima e loro gliel’avevano impedito,
come mai non si era svegliata? Eppure quel colore era così tenue,
regalava una pace così tersa, quel mattino di sole e di campane
ebbe il sapore della quiete dopo la tempesta, un sapore piacevole,
dolce senza stancare, come quando, dopo aver pianto forte, le
lacrime si sono seccate e la pelle intorno agli occhi tira, fai un respiro
profondo e ti sembra che entri più aria. È un benessere così totale,
così fresco, ed è beige: il benessere avrà per sempre il colore beige,
per lei. E sarà di cotone al cento per cento.
Caterina si domanda chi sarà ad accogliere suo padre alla
stazione, stamattina. Chissà se il cielo avrà già preso il vigore del
mattino, quell’azzurro che solo la città di suo padre riesce a
sfoggiare, e solo per i suoi occhi così seri, seri e buoni, verde
bruciato. Chissà con quale mano porterà la valigia e con quale
invece si reggerà per non cadere, e chissà dove guarderà, in quale
direzione, mentre tocca la banchina con gli scarponi invernali, il
segno evidente che viene da un luogo lontano, dal Nord, che solo in
quanto Nord è per forza molto più freddo di lì. Di certo Salvatore
confermerà questo dato climatico a chi glielo domanderà, anche se
non sarà vero, ma gli sembrerà giusto mentire. Il senso comune
spesso ha più valore della verità, e nella terra di suo padre
distruggerlo è un gesto di violenza, persino Caterina ha fatto in fretta
a impararlo. Chissà se avrà fame, o lo stomaco chiuso, suo padre.
Come lei, che questa mattina getta a manciate nel caffellatte i pavesi
frollis e aspetta di rincorrerli col cucchiaio, non appena si saranno
ammorbiditi, poi li lascia lì, a macerarsi nel liquido e inquinarlo,
renderlo una pappetta poco appetitosa.
Mentre si veste, sua madre non fa che guardare il telefono, come
per imporgli di squillare. È tesa, e non la sfiora nemmeno l’idea di
doverlo nascondere davanti alla figlia. È sempre stata troppo
trasparente, come se il semplice darsi un contegno fosse già un atto
di ipocrisia, del tutto inaccettabile. Caterina si alza per gettare il
contenuto della tazza nel lavandino, e pensa a suo padre nel mezzo
della stazione, sagoma scura in una foto in bianco e nero. Eppure
zio Ignazio lo riconoscerebbe subito, e gli camminerebbe incontro a
passo spedito. Chissà che cosa si direbbero, chi dei due si
avvicinerebbe per primo per abbracciare l’altro. Il fratello fuggito, suo
padre, forse esiterebbe per un breve istante, o forse no, con
sicurezza afferrerebbe la mano di Ignazio, il fratello rimasto, nessuno
è riuscito a estirparlo dalla sua terra, poi lo bacerebbe sulle guance,
e insieme, parlandosi sopra, domanderebbero, ma in dialetto, Che si
dice? Stai bene? – fin qui sarà facile. Il fratello rimasto potrebbe
anche aggiungere, Tua moglie? Le bambine?, oppure, Hai fatto
buon viaggio?, per esempio, poi magari offrire una sigaretta, Ho le
mie, grazie, direbbe il fratello fuggito, e prenderebbe in mano la
valigia, come il segnale di incamminarsi. Il ghiaccio ormai è rotto, se
è vero che del ghiaccio da rompere ci fosse, o forse è Caterina a
crederlo, col suo peso sullo stomaco di prima mattina, che guarda la
madre agitarsi perché il telefono non suonerà che fra un po’.
Prendiamoci un caffè, potrà anche dire il fratello rimasto, ed
entreranno al bar della stazione, e forse sarà lì che diranno qualcosa
dell’accaduto, magari suo padre accennerà a cose pratiche, cose
tecniche legate al funerale, e questo basterà per aprire il discorso, e
forse insieme avranno il coraggio di infilarvisi, e dipanarlo, oppure,
molto più semplicemente, il bar non sarà il luogo adatto per parlarne,
e rimanderanno a quando saranno in macchina, e anche lì diranno
solo frasi scarne, saranno asciutti e sintetici, oppure è ancora
Caterina che non sa immaginarlo, i loro discorsi sono troppo difficili e
la sua mente non sa figurarli.
Si lava i denti prima di mettersi il giubbino grigio che tanto detesta,
imbavagliarsi con una sciarpa fatta a mano da sua madre e
schiacciarsi in testa il berretto in coordinato, perché al Nord il clima è
più freddo, qualunque Nord, qualunque posto lontano dalla terra del
padre e dei suoi fratelli, l’Eden imperfetto da cui solo il primogenito è
stato cacciato via.
Durante il viaggio che fece da spartiacque tra la vita precedente e
quella futura, Caterina non sapeva bene dove stessero andando. E
nemmeno sapeva che la vita precedente, per i genitori piena di
progetti, una vita in cui non erano ancora stati obbligati a mettersi in
discussione, loro, se non come coniuge amante genitore o figlio – i
dubbi risolvibili che costellano la quotidianità di ogni individuo –, era
stata ormai recisa, in un modo così crudele che Laura e Salvatore
non avevano saputo ribellarsi, che persino il padre aveva dovuto
soccombere, obbligato a graffiare qua e là con le unghie in una terra
nuova, estranea, per provare a rimediare, per quanto possibile, a
quella definitiva espropriazione.
Al mattino, molto presto, la madre svegliò le bambine e le portò nel
bagno del treno per lavare loro viso e denti, e perché facessero la
pipì. Poi le pettinò dentro lo scompartimento, con un pettine bianco
di plastica. Margherita aveva i capelli corti e boccolosi, ancora
piuttosto chiari, dopo le si sarebbero inscuriti fino a diventare corvini.
Bastava una passata del pettine su quella specie di cannolo che
aveva in testa, ed era a posto. Caterina invece odiava i pettini,
preferiva le spazzole senza i dentini duri e appuntiti, ma con setole
così fitte che potevano sfiorare la superficie dei capelli e renderli
apparentemente lisci, ordinati, nascondendo la fitta trama di nodi
inestricabili sotto. Ma quella mattina la madre ripagò la faticosa
sopportazione del pettine – qualche nodo era stato districato,
qualcuno si era strappato, la madre arrotolava fili neri e li gettava, un
esile gomitolo, nel cesto dei rifiuti – concedendole di portare i capelli
sciolti, e la bambina le chiese di farle la riga in mezzo, che Laura
trovava da vecchia e che invece agli occhi di Caterina la rendeva
molto più bella. Lo scompartimento era pieno di specchi, ma fu nel
riflesso del finestrino del corridoio che Caterina si incontrò, i capelli
senza trecce senza code senza fermagli, liberi sulle spalle come
quelli di una donna, si guardò in faccia e si sorrise. Si sentiva
grande, come se durante le ore del viaggio, nella notte, approfittando
del sonno di tutti, fosse cresciuta. Guardò la bambina riflessa nel
vetro, oltre il quale c’era il buio delle gallerie, fu la bambina in viaggio
quella che vide, le sorrise come se la conoscesse da sempre, e
invece era un’altra e chissà dove stava andando.
“Mamma, è ancora lontana la Svizzera?”
“Che? Ah, sì.”
“È lontano?”
“No, no.”
“E che lingua si parla?”
“Eh… Svizzero.”
“E lo dobbiamo imparare?”
“Eh… Sì, ce lo impariamo, però ora mangiati la merenda, Caterina,
dai.”
Laura metteva in mano alle figlie una kinder brioss, distratta e
sempre tesa, costretta a recitare la parte della mamma quando
avrebbe soltanto voluto essere una figlia da proteggere.
Era stata nonna Màrgara a chiedere a Caterina, a bassa voce,
mentre Laura era in bagno con Margherita, una delle ultime volte
che le fecero visita prima di partire, Oh, gioia, sentimi un poco. Ma
dove andate? In Svizzera?
Eh? No. Non lo so. Tu dici che andiamo in Svizzera?
Forse.
E aveva sollevato il mento mostrando il collo, aveva accartocciato
le labbra in dentro finché non erano sparite, le aveva piegate in giù
finché non si erano formate piccole rughe sul barbarotto un po’
peloso, aveva inarcato le sopracciglia più che poteva e l’aveva
guardata fisso. Poi Laura era uscita dal bagno, sistemando la maglia
di Margherita dentro i pantaloni.
Mamma, ma dove andiamo, in Svizzera?
Quale Svizzera? No.
E dove andiamo?
In Altitalia, andiamo.
E perché la nonna dice che andiamo in Svizzera?
Laura aveva guardato sua madre con aria di rimprovero. Non
voleva che Màrgara coinvolgesse le bambine. Avevano deciso di
non dire a nessuno dove sarebbero andati. Nemmeno ai parenti più
stretti, nemmeno ai loro stessi genitori. Tutto sembrava troppo
pericoloso. E sua madre cercava di estorcere informazioni a
Caterina, per paura di chiedere a lei. Nonna Màrgara si era voltata
dall’altra parte e aveva ripreso a ricamare. Solo dopo avrebbe
sgridato con lo sguardo quella nipote che a quasi nove anni ancora
non sapeva mantenere un segreto.
Sì, vabbe’, andiamo in Svizzera, ma nella Svizzera italiana, che
alla fine è come l’Altitalia.
Caterina dell’Altitalia non sapeva niente, tantomeno della Svizzera,
però pensò che fosse sempre meglio che andare in America. Se lo
ricordava, quando nonna Màrgara le aveva raccontato che nonno
Nicola, il nonno che era morto prima che lei nascesse, era stato
molti anni in America, ma era tornato in Italia più povero di prima.
Aveva lavorato come poteva, per mantenere la moglie e le figlie,
Laura e Lucia, ma dopo il lavoro se ne andava sempre al bar e,
soprattutto di sabato e domenica, tornava brillo. Ma non era mai
stato violento, non aveva mai alzato le mani su nessuno, le aveva
raccontato la nonna, enfatica come ogni donna tende a essere
quando parla del suo grande amore. E perché beveva, nonna?,
aveva chiesto Caterina. Per stare meglio, rispondeva la nonna, per
stare allegro, così gli passavano i pensieri, capisci? E aveva
concluso, Ti voleva bene, sai? Caterina stava per obiettare, Ma se
non mi ha nemmeno conosciuta!, ma la nonna aveva già preso in
mano la foto del marito, sbiadita e rosata come se la luce della
lampada accanto alla poltrona l’avesse cotta, e anche Caterina,
guardando il vecchietto morto prima che lei venisse al mondo, ma
che aveva contribuito senza saperlo a farla essere lì, il viso emaciato
e gli occhi dolci, si era convinta che fosse vero. E aveva provato
pena per quell’uomo, partito alla ricerca di una fortuna così lontana
che non era mai riuscito a trovarla.
La kinder brioss aveva sempre fatto schifo a Caterina. Margherita
masticava e lanciava due macchinine l’una contro l’altra, soffiando
una specie di pernacchia che imitava il fragore dell’urto, le briciole
che saltavano fuori dalla bocca come le scintille di un incendio. Nelle
merendine, secondo Caterina, tutte le marmellate avevano un
sapore gelatinoso, artificiale. Per esempio, anche le crostatine
all’albicocca le trovava cattive, ma fingeva di apprezzarle per non
dispiacere sua madre. A Laura sembravano buone, e quindi la
bambina si imponeva che piacessero anche a lei, se mi costringo,
pensava, piano piano mi abituerò, è solo questione di esercizio.
Voleva fare tutto come la madre, voleva essere uguale a lei.
Quel giorno però la kinder brioss ebbe un gusto buonissimo,
contenne in sé l’alba incorniciata dal finestrino del treno, i rumori
della vita che ritornava a impossessarsi dei gesti, dei movimenti,
delle parole dei viaggiatori, i vicini di scompartimento che
esclamavano: “Buongiorno!” appena il padre usciva in corridoio. La
sera prima i passeggeri non avevano rivolto la parola agli estranei,
poi avevano superato la notte insieme, ne erano usciti indenni, e
questo li aveva resi quasi amici.
“Mamma, mi dici una parola in svizzero?”
“Non la so, Caterina, gioca con Margherita, dai.”
“In svizzero… bonjour!” intervenne il padre.
“Non è francese, quello, papà?”
La madre aveva studiato il francese alle medie, e lei si era
appropriata del suo libro, e non vedeva l’ora di imparare quella
lingua, per essere uguale, sempre più uguale a lei.
“Eh, ma in Svizzera si parla il francese, no?” si giustificò il padre.
“Allora solo mamma potrà parlare.”
“E chi se lo ricorda ormai?” sorrise lei.
“Dove, potrà parlare solo mamma?” Suo padre non capiva.
“In Svizzera!”
“E che deve andare a fare in Svizzera?”
“Ma non stiamo andando in Svizzera adesso?”
Quando il treno arrivò a destinazione, e il primo vero viaggio della
loro vita terminò, quando iniziarono a camminare sulla banchina
verso l’uscita, Caterina per mano al padre, Margherita per mano alla
madre, e Laura e Salvatore si muovevano meccanici verso la meta
come se qualsiasi altra direzione fosse pericolosa, come se stare
fermi per un attimo potesse interrompere l’avventura che avevano
iniziato la sera prima, e farli cedere, all’improvviso, il giovane uomo e
la giovane donna presero a camminare con facce spaesate, senza
fermarsi: sapevano che un minimo scollamento avrebbe potuto far
crollare tutto, produrre in uno a caso dei due un guizzo di follia, fargli
mollare di colpo la mano della figlia, voltarsi e iniziare a correre, con
una agilità mai vista prima salire di nuovo sul treno, restare sospeso
ancora un po’ sul limine, al confine tra la vita precedente con le sue
certezze e i suoi sogni programmati, e quella futura, un lenzuolo
bianco steso sopra ogni cosa. Oppure sperare che il treno ripartisse
qualche minuto dopo e facesse il viaggio a ritroso, verso la vecchia
vita, l’unica che conoscessero, verso le colline scabre, il mare, verso
le madri, le madri abbandonate sulle sedie con il volto assente,
private dei figli e delle nipoti, oggi nemmeno si alzeranno a cucinare,
oggi rimarranno accanto alla finestra, aspetteranno le mosche, e
nemmeno le scacceranno.
Alla stazione la gente non parlava francese, ma italiano, notò
Caterina. E infatti lo aveva detto la mamma, che la Svizzera italiana
era come l’Italia, anzi come l’Altitalia. I cartelloni pubblicitari fuori
della stazione erano in italiano. Li venne a prendere un signore coi
baffi grigi e il sigaro in bocca, che di sicuro non era svizzero, perché
parlava addirittura il dialetto, proprio come si faceva in Italia. Mentre
caricavano il bagagliaio con le valigie, Caterina fissava i nasi e le
bocche su quei cartelloni, e le sembravano nasi e bocche italiani.
Siamo proprio nella Svizzera italiana, pensò, non c’era dubbio. Ma
il francese lo voleva imparare lo stesso. Gli svizzeri italiani parlano
come noi italiani, usano le stesse parole, ma le pronunciano in modo
diverso, pensò. Questo signore è un italiano come noi, anche se vive
qui, e quindi le pronuncia simili a noi. Ma alla stazione erano
svizzeri, si sentiva.
La Svizzera italiana, pensava Caterina, è un po’ diversa dall’Italia,
che è dove erano nati e cresciuti sua madre, suo padre, sua sorella
e lei. Nella Svizzera italiana non ci sono le piante di ficarazze, col
frutto rossiccio e spinoso – che solo nonno Cecè sa sbucciare senza
pungersi – tra le foglie carnose come quelle dei cactus. Nella
Svizzera italiana però ci sono le palme, come da loro. Le colline
sono scure, come in Italia da loro, ma ci sono più alberi e sono
cespugliosi, mentre dove sono nati e cresciuti loro la terra è riarsa,
per alcuni tratti non cresce niente. In questa città della Svizzera
italiana dove erano venuti a stare era pieno di cartelloni pubblicitari,
le case erano rosa o giallino, tutto aveva un che di ordinato e pulito,
non come da loro, che le case erano sempre senza intonaco, mezze
costruite e mezze no. Se giri in automobile sulla superstrada della
Svizzera italiana, puoi vedere il mare. Azzurro chiaro, però, non
verde smeraldo come da loro. Un verde brillante così, lo trovi solo in
Italia. In Italia, si ripeteva Caterina, dove siamo nati noi.
Squilla il telefono, mentre è seduta sul water. Si alza così, senza
nemmeno tirarsi su bene le mutande, ciabatta veloce fino ad
afferrare la cornetta e sentire la sua voce: “Laura”, sentire il suo
nome pronunciato da lui. E𝔟𝔬𝔬k 𝔯𝔲𝔟𝔞𝔱o 𝔞 𝔢𝔲𝔯𝔢k𝔞dd𝔩. “Salvatore, sei
arrivato? Com’è andato il viaggio?” Chiede poi a raffica se ha avuto
freddo, se il treno era pieno, se ha dormito, chi c’era nello
scompartimento, se erano persone di compagnia, chi è venuto a
prenderlo, come stanno i suoi genitori, e i suoi fratelli, se sua sorella
Fatima l’ha già vista, e i bambini, il funerale quand’è, nemmeno
attende le risposte, e questa aggressione mattutina un po’ lo
infastidisce. Laura lo sente nella sfumatura della voce, Salvatore è
già impaziente di chiudere, troppe persone intorno per raccontare.
Dice solo: “Tutto a posto, tutto a posto, ti salutano tutti, dopo ti
richiamo”. “Va bene, saluta tutti da parte mia.” “Le bambine?”
“Margherita dorme, è presto ancora. Caterina è sveglia, vuoi
parlarle?” “No, lascia stare, baciale, a dopo, ciao.” E mentre saluta e
abbassa la cornetta e si solleva le mutande e si aggiusta la gonna, è
un po’ delusa, perché le attese lunghe di qualcosa sono sempre poi
una delusione; quel qualcosa, quando finalmente arriva, si rivela
sempre troppo poco, troppo breve. È perché si è gonfiata l’attesa
dentro la testa, e ha ingigantito l’ansia e la paura e l’amore, solo
adesso si allenta pian piano la morsa, solo ora Laura si avvicina allo
specchio e si ritrova commossa, quel sentimentalismo debole che si
ha di prima mattina, la colpisce sempre. Si guarda senza rimprovero
per questi occhi lucidi senza motivo, non sono altro se non l’effetto
della tensione che si è sciolta, se li concede, li custodisce come
riprova che tutto è andato liscio.
“Margherita, sbrigati, è ora di alzarsi, ti accompagno a scuola.”
Si avvicina alla bambina, sussurra: “Margherita, amore, alzati”.
Con l’indice le fa il solletico sulle labbra.
Aprendo gli occhi la figlia chiede: “Papà è arrivato?”.
“Sì, tutto a posto.”
“E allora perché sei triste?”
Mafargheferifitafà, Mafargheferifitafà! Lo ripete tutto il giorno.
Gliel’ha insegnato Caterina, questo gioco. Si chiama alfabeto
farfallino. Fafarfafallifinofò. Non è che proprio glielo abbia insegnato.
A volte lo parla con le amiche al telefono, per non farsi capire dalla
madre, e neanche da lei. Ma Margherita ormai l’ha imparato e se sta
attenta capisce tutto quello che si dicono.
Quando la sorella fa i compiti insieme alla sua amica Dalila in sala,
Margherita vuole stare quasi sempre con loro. Caterina dice:
“Vattene, ché ci disturbi”. La piccola risponde: “Non vi disturbo, tanto
non state studiando, lo so”. La maggiore la spinge e già urla:
“Vattene, scema! Sei scema”. Se la madre è in casa, obbliga
Caterina a far stare lì Margherita. “Voglio sapere che fastidio ti dà,
studiate mentre lei disegna le sue bandiere, no? Perché devi essere
così cattiva con tua sorella?” Dice tutte queste cose davanti
all’amica, e Margherita lo sa che così Caterina si imbarazza e si
arrabbia ancora di più con lei.
Per non farle capire di cosa parlano, allora, Caterina e la sua
amica usano l’alfabeto farfallino, oppure l’alfabeto muto, ancora più
difficile. Con le mani disegnano le lettere, per esempio la c la fanno
chiudendo tutte le dita e lasciando aperti solo indice e pollice,
piegandoli un po’ per farli assomigliare a un semicerchio. Se poi
accostano il semicerchio all’occhio, vuol dire che stanno facendo la
e. Margherita non ha ancora imparato tutte le lettere, ma se quelle
due vanno lente qualcosa decifra. È che dopo un po’ loro iniziano ad
andare velocissime, e a ridere, si dimenticano di quello che si
devono dire e ridono una più forte dell’altra gettandosi in avanti, la
testa sul tavolo. Margherita non sa perché si sganascino a quel
modo, le ragazzine provano a comunicare ancora con le dita, ma a
causa delle risate non ce la fanno, è come avessero perso la forza,
ridono e basta. La sorellina finisce per annoiarsi, e se ne va di là,
portandosi dietro atlante geografico, fogli a quadri e pennarelli.
Tanto lo sa di cosa parlano. Di fidanzati. Sua sorella pensa solo ai
fidanzati che vorrebbe avere, non fa altro che parlare di quel ragazzo
o di quell’altro al telefono, poi si chiude in camera e va a scrivere il
diario segreto.
Una volta Margherita ha visto che nel borsellino Caterina teneva
ripiegato in quattro un foglio di carta da lettere coi cuori – sua sorella
spende tutta la paghetta in carta da lettere, scrive a chiunque, alle
compagne di scuola persino, lascia le buste chiuse sotto il banco o
nella cartella di un’amica o dell’altra, oppure a ragazze che abitano
in Inghilterra o in America e che non ha mai incontrato di persona.
“Sono le mie pen-friends,” dice. Le mandano foto della loro casa
immersa nella neve oppure mentre soffiano sulle candeline della
torta di compleanno, monetine del loro paese e ciondoli spezzati a
metà, che Caterina indossa senza mai toglierli, neanche per fare il
bagno al mare: l’altra metà ce l’ha Jenny, quella nella foto con le
calze di spugna bianche tutte zozze.
Caterina parla al telefono con Dalila: “Ti ho preparato la lista,”
annuncia contenta, “oggi pomeriggio te la porto al parco giochi.
Purtroppo devo accollarmi per forza pure mia sorella, se no mia
madre mi rompe. Ci vediamo lì?”.
Quando arrivano, Dalila coi capelli irrigiditi dalla lacca e le labbra
tutte rosse – Caterina le labbra non se le colora, ché se la vede papà
le fa passare la voglia – ordina: “Dai, tirala fuori, sono curiosa!”.
Caterina manda Margherita a dondolarsi sull’altalena, ma lei da lì
sbircia lo stesso e cerca di sentire. È una lista di tutti i ragazzi che
piacciono alla sorella o con cui, lei dice, è successo qualcosa.
Caterina sembra emozionata, di ognuno ha elencato le
caratteristiche per cui si è innamorata: occhi profondi, sorriso dolce,
troppo simpatico ti fa morire dal ridere. Margherita ascolta l’amica
leggere ad alta voce. Tra i nomi riconosce alcuni compagni di classe
della sorella, altri invece sono ragazzi più grandi, che nemmeno la
salutano, Caterina, se la incontrano per strada. Al momento gliene
piacciono soprattutto tre, ma il primo della lista è quello che le fa
battere il cuore più di tutti, come dice lei. L’amica ci tiene a
sottolineare: “Mica solo a te, sai?”.
Molti dei nomi elencati da sua sorella sono stati amori di Dalila, a
quanto pare, una volta. “Una volta,” dice, “quand’ero più piccola.”
Forse quando aveva sette anni come me, pensa Margherita. A me
però non mi piace nessuno.
“Mi fai salire sull’altalena?” Un bambino dinoccolato e col codino, il
viso pieno di lentiggini, si è avvicinato a lei.
“Ma ci sono io, adesso! Perché devi salire tu?”
“Se non mi fai salire, ti lancio la Sciabola dell’Ombra, capito? E tu
muori.”
“Certo, certo.”
“Sì, la Sciabola dell’Ombra, te la lancio addosso, e coi miei
superpoteri, se non mi fai salire sull’altalena, io.”
“Maaario! Che fai?”
Il bambino solleva di scatto la testa verso un balcone del palazzo
dietro il parco giochi, e urla, scocciato: “Che c’è, nonna?”.
“Sali in casa, adesso, dai. È tardi.”
“Ma stavo giocando con lei, ci stavamo divertendo, non è vero?” e
fa l’occhiolino a Margherita.
“No, signora, lui dice le bugie, dice che ha i superpoteri e non mi
vuole far stare sull’altalena e.”
“Non è vero, nonna, è una bugiarda!” e tira un calcio contro
l’impalcatura di ferro che regge l’altalena.
È in quel momento che si avvicina Caterina con l’amica. “Che
succede?”
“Mario, sali in casa!” intima di nuovo la nonna.
“Margherita, che gli hai detto?” domanda la sorella in tono di
rimprovero. Dalila già ripiega la preziosa lista in quattro. “Senti,
Caterina,” taglia corto, “tu devi fare la balia, io me ne vado.”
“Ma non abbiamo finito di scorrere la lista,” obietta lei.
“Ma non vale, la tua lista.”
“Come: non vale?”
La nonna di Mario intanto è rientrata in casa. Mario dice a
Margherita che può restare sull’altalena, non fa niente, però sarebbe
bello andare a giocare insieme con la sua sciabola finché nonna non
esce di nuovo sul balcone, ché tutti i giorni lei fa così, lo chiama
perché pensa che combini qualche guaio, ma lui rimane nel
parchetto il più possibile e se ne frega di quella vecchia isterica, dice
proprio così.
“Non vale no, Cate, non ce n’è neanche uno che hai baciato, in
questa lista, solo gente che ti piace e basta. Non è successo niente
con nessuno, per te successo qualcosa è che ti ha detto ciao o ti ci
sei seduta accanto sulla panchina insieme agli altri.”
“No, non è vero: per esempio.”
“Senti, non va bene, dai, la mia lista è diversa, magari un’altra
volta te la faccio vedere.”
“Scusa, ma c’è Giulio, con Giulio ci siamo baciati.”
“Ma va’, vi siete sfiorati per il Gioco della Bottiglia, mica conta
quello, ma tu hai presente com’è un bacio vero?” e si mette a ridere.
Ha le cosce il doppio di quelle di sua sorella, pensa Margherita, ma
anche delle tette enormi. A lei non piacciono le tette enormi. Che
vuol dire un bacio vero?, si domanda. Lei non lo sa, e forse
nemmeno Caterina.
Mentre Caterina accompagna l’amica coi jeans attillati sul sedere,
le cuciture che quasi saltano, Margherita chiede a Mario: “Ma tu lo
sai cos’è un bacio vero?”.
“Sì, certo che lo so: baci una sulla bocca come se stai mangiando
qualcosa, presente? Così.” E strofina le labbra sopra il polso.
Quando le allontana, Margherita nota che è rimasta della saliva sul
braccio. No, nemmeno lui deve sapere cos’è un bacio vero, pensa.
“Hai capito… eh… come ti chiami?”
“Margherita.”
“Capito?”
Veramente no, anzi vorrebbe domandargli che significhi quello
schifo, ma sua sorella la prende per mano e la tira, vuole che tornino
a casa. Margherita vorrebbe parlare un attimo con Mario, dato che
non ha afferrato questa cosa del mangiare, e se la saliva c’entri per
forza: se glielo spiega forse può tornare utile anche a Caterina.
“Senti, Caterì.” “Ho detto basta, sono stanca! A casa, forza!”
Margherita lo sa che fa così perché ci è rimasta male. È colpa
della sua amica culona, pensa. L’aveva fatta così graziosa quella
lista, col tratto-pen rosso, blu e verde, sulla sua carta da lettere
preferita, e quella gliel’ha smontata.
“Ehi, ma te ne vai? Non giochi con me? La Sciabola del.”
“Non posso, mia sorella vuole che andiamo, è arrabbiata.”
“Perché?”
“Ha sbagliato la lista,” prova a bisbigliare mentre Caterina la
trascina via, ora che la sua amica se n’è già andata. Ma Mario
socchiude gli occhi e fa una smorfia come per dire che non capisce.
Allora Margherita tenta con l’alfabeto muto, muove le dita come ha
imparato a fare spiando la sorella, ma la frase è troppo lunga e in
fondo lei non è ancora abbastanza brava e Caterina la strattona. Il
bambino con le lentiggini guarda i suoi gesti arricciando il naso: non
sta capendo proprio niente.
Caterina tira un pizzicotto sul braccio di Margherita finché quella
non strilla, Mario corre verso di lei, la raggiunge e chiede: “Ma che
cavolo hai detto?”.
La bambina protesta ancora più forte, si blocca e resta impalata,
non si fa più tirare, faccio come l’asino di Giommo, il nonno di Lena e
Giacomo, pensa, che lui gli dava i calci e l’asino rimaneva immobile.
Caterina la spintona e spazientita minaccia: “Me ne vado da sola,
allora”.
Tanto non può farlo, pensa Margherita, se torna senza di me
mamma l’ammazza, le faccio vedere io a quella scema, me ne sto
qui tutta la notte, così impara. Mario prova a consolarla, le appoggia
una mano sulla spalla, ed è a quel punto che dall’alto arriva una
specie di ringhio: “Maaario, ora basta, sali su o ti batto come un
tamburo!”. Il bambino fa un balzo, e Margherita scoppia a ridere.
“Che hai fatto a quella bambina?” continua la nonna, “perché devi
dare sempre noia a tutti?”
Mario dice ciao e se ne va mogio mogio verso il portone del
palazzo verde, la Sciabola dell’Ombra appesa alla mano. Margherita
si stropiccia gli occhi e raggiunge la sorella, che si era seduta su una
panchina a riguardare la lista, concentrata.
Per strada stanno zitte, non parlano nemmeno con l’alfabeto muto.
Poi, prima di entrare in casa, Caterina butta la lista nel cassonetto
della spazzatura.
Quel giorno che zio Saro le aveva portate alla festamadonna, le
mamme avevano raccomandato alle bambine di non farsi regalare
niente, di rispondere sempre di no, a qualunque offerta. Caterina già
allora pensava fosse maleducato: dire no proprio a lui, che non lo
diceva mai, era il contrario dell’educazione di cui le madri si
facevano paladine.
Era una giornata di sole, e zio Saro le aveva tenute per mano.
Avevano girato per le bancarelle, e ogni volta lui si era fermato, le
aveva guardate, i suoi occhi come chicchi di caffè ricoperti di
cioccolato, e aveva detto: “Dai, vedete che vi piace e prendetelo”.
E ogni volta Caterina aveva guardato sua cugina Lena, l’alone
minuscolo di un herpes sul labbro, un sottilissimo cerchio rosso,
aveva assistito alla sua determinazione nell’oscillare la testa, la sua
testolina di capelli castani, nel dire: “No, zio, grazie, non vogliamo
niente”. “Niente, no,” ripeteva anche Caterina, per imitazione.
Lui aveva sorriso, la faccia come una mulattiera a mezzogiorno. E
continuava a camminare tra le bancarelle. “Vabbo’…”
Caterina si era avvicinata a Lena, aveva suggerito: “Ma forse una
cosa piccola ce la possiamo fare comprare”. “No,” aveva sancito lei.
Caterina aveva tentato: “Ma magari”. “Fai quello che vuoi,” l’aveva
interrotta Lena, “io non mi faccio comprare niente.” E a quel punto
era diventata una gara di bravura tra le cugine, tra l’educazione di
una e quella dell’altra, una gara di Caterina contro l’ubbidienza di
marmo di Lena, in quel tripudio di giocattoli e suoni, i palloncini a
forma di Mazinga Z, le bambole Candy Candy con quell’odore di
plastica da acquolina in bocca. Era difficile non farsi tentare, e in
quella tentazione Caterina non vedeva nulla di male: era il rifiuto,
anzi, che le sembrava offensivo.
Avevano continuato a girare per le bancarelle, mentre iniziava la
processione. Caterina avrebbe voluto unirsi alla fila per la lunga
marcia. Quella statua enorme sulle assi di legno la incantava. Lei era
la protettrice, l’eroina, seduta a gambe larghe come una matrona, il
figliolo su un ginocchio che, sotto gli strati di stoffa rosa e azzurra,
sembrava muscoloso, possente, la gamba di una che può
schiacciare la testa a un serpente col piede nudo. Il viso bellissimo,
bianco, la mascella squadrata, guardava piena di comprensione il
santo inginocchiato di fronte, tra nuvole grigioazzurre come
ombretto. Era la star di ogni luglio, trasportata sulle spalle di sei
uomini forti per le strade della città, una processione lunghissima,
bisognava darsi il cambio. Quattru-spigunèri-e-quattru-angiuli-calaru-
a-Maria-la-’ncurunàru-e-la-vistíru-di-santità. Le donne scalze, i talloni
spaccati, cantavano con voce stridula, qualcuna in ginocchio dentro
un abito nero. Si camminava lentamente poi, di colpo, ci si bloccava,
fermi tutti, nemmeno un respiro, i portantini improvvisati flettevano le
gambe, si abbassavano, poi si rialzavano con una specie di strattone
e sollevavano altissima la statua, che traballava sotto le loro braccia
tremanti, si stagliava nel cielo come l’unica cosa viva, l’unica fra
tutte, e partiva un grido, spaventoso, il grido liberatorio di uomini
sotto sforzo. “Evviva Maria!”
Quando fu quasi ora di andare, zio Saro divenne più incalzante.
“Allora, Lena, che ti piace?” “Niente, zio.” Lena irremovibile, la voce
ferma, nessuna inflessione, lo zio aveva capito che con lei avrebbe
dovuto rinunciare. Si era girato verso Caterina. “E tu, manco tu vuoi
niente?” E la bambina che non voleva deluderlo e non voleva
offenderlo ed era ingorda di giocattoli e assuefatta all’odore di
plastica e di gomma e di nylon, ipnotizzata dai colori dalle forme dai
volumi, la bambina che in testa aveva già un elenco di desideri,
bastava solo fare una selezione, una drastica scelta, ma come si
sarebbe giustificata davanti alla madre? Se almeno Lena fosse stata
complice, se Lena non fosse stata sempre così brava. “No, zio,”
aveva abbozzato con voce incerta, visibilmente incerta, “non
vogliamo nulla, grazie.” Lo zio era scoppiato in una grossa risata.
“Ve l’ha detto la mamma che dovete dire sempre di no?” e aveva riso
ancora. “Sì, ce l’ha detto la mamma,” aveva esclamato Caterina,
stupita che avesse indovinato, prima che Lena avesse il tempo di
negare, di cercare di convincerlo che davvero tutti quei colori e
quelle forme e quei volumi non le avevano scavato un languore nello
stomaco. L’aveva guardata male, sua cugina: Caterina si era fatta
incastrare. “Allora faccio io,” aveva deciso a un certo punto Saro,
aveva afferrato una borsa rosa con la scritta Barbie, una scritta tutta
curve fucsia strabordanti, l’aveva messa in mano a Lena e aveva
detto: “Ti piace?”.
Caterina aveva riflettuto che se lo scopo dell’educazione tanto
caldeggiata dalle loro mamme era non farlo spendere, e se lui
invece spendeva lo stesso, tanto valeva che comprasse una cosa
che a loro piaceva, che spendesse giusto, insomma. D’un tratto
convinta, aveva indicato una Barbie vestita in jeans con un top
rosso, i capelli con la riga laterale legati in una coda, le braccia
piegate e snodate. “Quella, zio.”
Lo zio sembrava rincuorato. Era giusto, si era detta Caterina, dargli
la possibilità di essere per come lo conoscevano, generoso, prodigo
di regali per tutti, entusiasta di stare coi bambini. “Lena la borsa e
Caterina la Barbie,” aveva concluso Saro. “Quanto pago, signora?”
“No, io non la voglio.” Lena aveva rimesso la borsa sul banco.
Non avrebbe mai ceduto. Doveva essere la più brava, per forza. E
questa rinuncia era un modo per sentirsi adulta, per essere l’adulta
di dieci anni di quella mattina alla festamadonna, il preludio –
sembrava saperlo, sembrava che Lena lo avesse sempre saputo –
alla capofamiglia che sarebbe diventata pochi anni dopo.
L’ostinazione di Lena quel giorno era stata un sintomo, la sbiadita
traiettoria di un destino, e quel giorno né Caterina né zio Saro lo
sapevano. Ma Lena sì, Lena lo aveva sempre saputo.
Mentre Caterina stringeva la borsa rosa con dentro la Barbie e due
confezioni di minuscole scarpe e vestiti nuovi, e Lena sfiorava con la
tempia il finestrino, seria, i suoi occhi verdi così chiari, così diversi da
quelli di Caterina e dello zio Saro e di mamma e papà e di
Margherita, la bambina aveva sentito che sua cugina stava su un
gradino più alto, che già non aveva più davvero a che fare con lei. Le
era stata antipatica in quel momento, e nello stesso tempo l’aveva
ammirata, le aveva fatto quasi soggezione. Lo zio invece aveva
taciuto. Forse per rispettare quella devozione con cui Lena, la figlia
più grande di suo fratello ’Ntoni, aveva accettato la propria vita,
incantato anche lui da quella nipote di cinquecento anni alta una
spanna più di Caterina – Caterina che lo chiamava zio per rispetto,
tradizione, ma che sua nipote non era. Oppure anche Saro, quel
giorno, ignorava completamente il destino di Lena. Come il proprio.
Caterina quella Barbie l’ha persa. E anche la borsa con la scritta
fucsia, che usava per andare al catechismo. Non ce l’ha più.
Le strade della Svizzera italiana erano pulite ma piene di curve, gli
edifici erano bassi, tre-quattro piani al massimo, e finivano con tetti
rossi, come quelli dei Lego. Caterina pensava alle case in cui aveva
abitato, a Nacamarina. Prima erano vissuti tutti nella palazzina
davanti all’asilo, la famiglia di zia Fatima e anche la sua. Se le suore
portavano i bimbi a giocare nel cortile, recintato da una cancellata, e
sua madre si affacciava dal balcone, poteva farle ciao con la mano,
assottigliare l’insopportabile distanza tra loro, quella totale
interdipendenza. L’appartamento della sua famiglia era al primo
piano, mentre quello degli zii all’ultimo: sul pianerottolo, solo
l’ingresso della loro casa, la porta sempre aperta, come quella
dell’immensa terrazza, esattamente di fronte. Caterina e i suoi
cugini, Lena e Giacomo, giocavano seduti per terra nello spazio tra
le due porte. D’estate invece popolavano la terrazza delimitata da
vetrate verdi smerigliate, si nascondevano dietro le lenzuola stese,
aiutavano a preparare le conserve, facendo a gara a chi tritava più
pomodori girando forte la manovella, le magliette schizzate di rosso,
i semini gialli attaccati dappertutto, tra le orecchie e i capelli. Nel
periodo di Pasqua assistevano attenti alla guarnitura delle pastiere o
dei cudduràci, i deliziosi cestini di pastafrolla che contengono un
uovo vero, incastrato in verticale nel nodo croccante del dolce, che il
romanticismo da telenovela sudamericana delle loro madri
trasformava in grossi cuori pieni di fiocchi e ghirigori, tutti da
mangiare, via il tradizionale uovo a favore di lettere modellate tra i
palmi delle mani: le iniziali delle mogli e dei mariti, S. L. come
Salvatore e Laura, I. A. per zio Ignazio e zia Anna, detta Nuccia, e A.
F. sul cudduràci di Antonio, detto ’Ntoni, e zia Fatima.
Caterina non sapeva chi abitasse negli altri appartamenti, per lei
esistevano soltanto le scale che la separavano dall’enorme terrazza,
dove potevano andare in bicicletta, o l’atrio del palazzo dove
giocavano a mamma: così dicevano, quando fingevano di diventare
Fatima e ’Ntoni o Laura e Salvatore oppure scambiavano i nomi
delle coppie, e se Caterina era Laura suo cugino Giacomo era
’Ntoni. Del resto lei sarebbe diventata una Laura da grande, già
sapeva che voleva essere identica a sua madre, e forse a quei tempi
suo cugino sperava di diventare come il padre, forse a quei tempi
era ancora così.
Caterina, Giacomo e Lena – Margherita era appena nata –
passavano i pomeriggi sul pianerottolo con i carrarmati, i recinti, i
soldatini color cacca di pecora, come li indicavano ridendo. Ma non
era davvero alla guerra che giocavano, non avrebbero saputo
giocare a una cosa così complicata, strategie e tattiche non li
riguardavano, in realtà tiravano solo qualche fucilata, senza logica,
senza un obiettivo. A volte uno di loro sputacchiava un suono
dentale, che fischiava a lungo prima di spegnersi, ed era il segnale
perché un soldatino avversario cadesse meccanicamente a terra. Lo
toglievano di mezzo, ma senza fretta, e aspettavano un po’ prima di
sparare di nuovo facendo schioccare la lingua tra i denti. Non
giocavano davvero alla guerra: di guerra avevano già sentito parlare
a tavola, la sera, di sfuggita, ma in quella guerra strana di cui
discutevano i loro genitori l’esercito nemmeno era nominato. A loro
invece piacevano proprio quelle statuette di gomma, in equilibrio
sempre precario: i soldatini color cacca di pecora.
Il nuovo palazzo fu costruito vicino alla chiesa. Zio ’Ntoni, il marito
di zia Fatima, la sorella del padre, l’aveva voluto di sette piani. Il suo
appartamento fu il primo a essere pronto. Vi si installò con la sua
famiglia. Perfettamente arredato, impeccabile, barocco, col classico
salone interdetto all’accesso dei bambini, dentro l’edificio ancora non
intonacato, i gradini tra un piano e l’altro che sarebbero rimasti per
sempre non pavimentati, pianerottoli senza piastrelle, cemento a
vista, qualche tappeto per ricoprirlo, nasconderne i dislivelli, come
nella migliore tradizione del Sud. Dove il fuori – che appartiene a
tutti, che è esposto allo sguardo della collettività, e in qualche modo
chiunque, e perciò nessuno, ne è responsabile – può avere anche
un aspetto squallido, decadente, non finito. E il dentro – di cui invece
si è in prima persona responsabili, e che viene visitato solo da chi ha
diritto a entrare perché è ospite – è immacolato, sacro come un
tempio. Mattoni a vista o cemento che si è asciugato prima ancora di
poter essere levigato, terrazze anziché tetti, tanto qui quando
piove?, bidoni dell’immondizia stracolmi che eruttano sacchi neri,
sparsi per la strada, marciapiedi distrutti, strade traforate da buche, e
interni inappuntabili con saloni proibiti, bomboniere in porcellana,
capodimonte, argento, cristallo, madreperla, divani in pelle su cui si
evita di sedersi, sedie ancora incellofanate e miriadi di foto
incorniciate, del matrimonio, dei battesimi, delle feste di Carnevale.
Gli zii lasciarono la vecchia palazzina, e per un po’ Caterina non
poté più trascorrere l’intero pomeriggio insieme a Lena e Giacomo, e
se i suoi genitori non c’erano lei doveva restare a casa da sola.
Spesso la madre andava nel nuovo palazzo – cinquecento metri
distante – per seguire i lavori dell’appartamento che sarebbe stato il
loro. Un pomeriggio tardava a tornare, a un certo punto le ore senza
di lei a Caterina sembrarono troppe, il pensiero di doverne passare
ancora in solitudine e non sapere lei dove fosse, cosa stesse
facendo, come mai non fosse ancora rientrata, la faceva smaniare.
Era terrorizzata all’idea che le fosse accaduto qualcosa e che il
tempo della sua assenza potesse prolungarsi in eterno.
Così, quando finalmente Laura riaprì la porta di casa, ritrovò
Caterina sul balcone, la sciarpa che le aveva fatto ai ferri avvolta
intorno al collo, il fazzoletto che la madre si legava sulla fronte
quando aveva mal di testa, con tre fette nude di patate, stretto
attorno alla testa della bambina, e le sue scarpe coi tacchi, quelle
che le piacevano di più, ai piedini numero ventotto. Perché, con
addosso le sue cose, Caterina pensava che avrebbe potuto
superare indenne il tempo dell’attesa. Le cose che la madre amava
o le appartenevano potevano scaldare l’assenza di lei, distrarre la
bambina da quel supplizio, e se lei non fosse più ritornata chiunque
avesse varcato la soglia di casa e fosse uscito sul balcone l’avrebbe
trovata già così, quella figlia, già pronta a diventare quel che avrebbe
voluto sempre essere: la propria madre, già pronta a immolarsi e
prendere il suo posto, portarne intatta la memoria. A chiunque
gliel’avesse chiesto, Caterina avrebbe saputo dire quali fossero i
suoi oggetti preferiti e cosa invece quella donna detestasse, se
soffriva di emicrania, quali fossero i colori che le mettevano allegria.
Si preparava a idolatrarla per sempre, anche quando la madre
apriva la portafinestra e lei era lì, per terra, e le chiedeva
esterrefatta, Ma che stai facendo? Come ti sei conciata? E le mie
scarpe, dove le hai prese? Perché hai il fazzoletto sulla fronte, ma
che diavolo stavi facendo?, con voce di rimprovero e senza alcun
desiderio di ricevere risposta, senza alcuna vera curiosità per quella
figlia che si mascherava da Laura e lei nemmeno se ne accorgeva,
un travestimento mal riuscito, per quella figlia che senza Laura
diventava un pagliaccio ridicolo, da sgridare: anche allora la madre
stava sull’altare personale di Caterina e, se nessun altro al mondo
l’avesse fatto, sarebbe stata la figlia a inginocchiarsi per sempre
davanti a lei.
“È molto distante da qui?” chiese Laura al signore coi baffi e il
sigaro – Ezio, il suo nome – seduta in macchina in mezzo alle figlie.
Lui rispose di no, e iniziò a descrivere il posto in cui li avrebbe
portati, una frazione di un paese in collina di nome Sambiagio.
“Tutt’attaccato,” precisò. In collina?, si sarà chiesta allarmata la
madre, lei che senza il mare pensava di non poter vivere, lei che
adorava la vita di quartiere, uscire per strada e salutare le persone,
andare a fare la spesa all’alimentari e raccontare una barzelletta,
farsi qualche risata col negoziante, poi passare dalla sarta che
aveva cucito per le bambine due completini in tweed coi pantaloni
alla zuava che erano un amore, in un niente accompagnare Caterina
al catechismo. In collina?, avrà ripetuto tra sé, e non avrà osato dirlo
ad alta voce, lei che del buio che si nasconde tra gli alberi aveva
paura, lei che se si guarda intorno e vede solo terra, tronchi,
cespugli, si sente cuppari ’u cori, lei che senza il mare soffre di
claustrofobia. In collina?, avrà sussurrato a se stessa rassegnata, e
avrà smesso a quel punto di fare domande.
Le bambine guardavano fuori dal finestrino. Margherita faceva quel
solito gioco con le mani. La mano chiusa tranne l’indice e il pollice,
rivolti verso il basso, come una V al contrario. Prima un dito poi
l’altro, uno davanti all’altro, come due gambe in corsa. Da una mano
e dall’altra le due gambe, come in uno zoom cinematografico, si
correvano incontro, fino a sollevarsi nel vuoto per incontrarsi in volo,
nocche che si univano, e rimbalzavano. I dialoghi scorrevano come
sottotitoli nella mente di Margherita, o forse era un film muto, lei
zufolava sommessa la colonna sonora e non doppiava mai i suoi
personaggi, nemmeno quando le gambe di uno si giravano di scatto,
perché l’altro era turbato, o arrabbiato, e iniziava a correre al ralenti,
e le gambe di uno rimanevano immobili, uno era stupefatto o
indeciso, ma poi seguiva l’altro, fino a che la loro corsa non usciva
dall’inquadratura, o meglio si bloccava nella distanza concessa dalle
braccia tese di Margherita.
Caterina invece spiava attenta le vie senza buche della Svizzera,
lisce come un’autostrada giocattolo appena spacchettata sotto
l’albero di Natale. Fissava il mare senza mai stancarsi, e si
accorgeva che, anche se salivano, una curva dietro l’altra, il mare
rimaneva lì sotto, non spariva mai. Così che, anche quando
arrivarono sulla collina svizzeroitaliana, poche villette nel verde,
nessun negozio di alimentari, nessun calzolaio, nessun bar e
nessuna chiesa, pensò che almeno, se si fosse guardata intorno,
triste o preoccupata o annoiata o nostalgica, se si fosse girata
distrattamente mentre era sovrappensiero, anche solo per sbaglio
sua madre lo avrebbe visto, quel mare onnipresente, comunque
raggiungibile, e forse le si sarebbe sciolta, per un attimo, quella
morsa al cuore.
Ignazio guida calmo. Non parla. Salvatore sa che ci sarebbero
molte cose da dire, e forse toccherebbe a lui dirle, ma si spingono
l’una contro l’altra nella sua testa, si intoppano. È per questo che
quando sente la propria voce pronunciarla, quella domanda, gli
sembra fuoriuscita da una falla appena aperta.
“Chi l’ha trovato?”
“Lena,” risponde Ignazio. E bestemmia.
Gli chiede cosa abbia fatto, Lena, la loro nipote di quattordici anni,
una donna in miniatura. Gli chiede, in dialetto, perché tra loro
parlano sempre in dialetto, come abbia reagito sua nipote Lena, che
ha trovato il padre in punto di morte. Immagina che abbia urlato,
chiesto aiuto, pianto come un animale scannato, oppure è rimasta
zitta perché già non aveva più voce per gridare, le lacrime nemmeno
sarebbero arrivate, nemmeno spremendola Lena avrebbe prodotto
qualcosa, paralizzata dalla morte che avanza sul proprio padre,
come l’esito definitivo di un’attesa durata troppi anni, come lo
squarcio a una ridicola speranza che potesse andare diversamente.
E mentre Ignazio racconta, le unghie pulite e le mani meno callose
delle sue, di chi ha sempre fatto l’impiegato, Salvatore non riesce a
decifrare i suoni che provengono dalla sua bocca: il turbinio di
pensieri che premono contro le pareti del cervello lo assorda, e così
Ignazio parla, e forse racconta particolari, ma lui non sente quasi. È
successo al sesto piano, questo lo coglie, il sesto piano dell’altissimo
palazzo di ’Ntoni, quell’uomo così differente da loro, dalla loro
famiglia, un uomo ambizioso, sprezzante dell’accontentarsi, una
specie diversa, uno che ha inseguito il potere per tutta la vita, una
piccola quota, un trancio appena, abbastanza perché
rappresentasse un riscatto. E fece erigere quel palazzo di sette
piani, alcuni mai finiti, e offrì un appartamento a ciascuno dei
cognati, un prezzo simbolico la pigione per i parenti acquisiti, come
fossero fratelli, un uomo generoso, pensava per tutti, non aveva fatto
altro se non tenere le redini della propria famiglia allargata, era
votato al senso della famiglia, anche a quella che non aveva il suo
stesso sangue, voleva bene a Ignazio, e a Salvatore, sì, a Salvatore
soprattutto. Solo molto dopo, il palazzo fu recintato da un muro di
cemento, un portone elettrico a controllare gli accessi, e telecamere.
Niente piastrelle di marmo bianco sui pavimenti dal secondo piano in
poi, larghi tappeti comprati al mercato dagli affittuari e stesi sul
cemento, vasi coi fiori finti fuori della porta; dentro, l’immacolata
perfezione di ammoniaca lisoform viakal. E al sesto piano, eterno
cantiere senza operai, Fatima, la loro sorella, stende il bucato, va a
scutolare la tovaglia dopo pranzo e cena, tiene lavatrice, scope,
detersivi. Il sesto piano uno sgabuzzino enorme, ci appende i
pomodori a essiccare, mette le melanzane al sole, quelle che poi
chiuderà in un barattolo con olio e aceto, l’immancabile spicchio
d’aglio, e lo regalerà a Salvatore, insieme al salame e alla provola, e
lui li porterà nella sua vita altrove, chiusi in uno scatolone con lo
spago di quelli che quando corri sulla banchina per prendere la
coincidenza tagliano le dita.
La gente pensa sia uno stereotipo, la gente al Nord pensa che il
terrone con le scatole di cartone e lo spago sia un’immagine
inventata per insultarlo, ed è perché non è mai salita sul Treno del
Sole, che spesso manca l’acqua e a volte anche la luce, non crede
che nessuno si porti dietro cose che può trovare ovunque, salumi
formaggi frutta. E invece una volta il Treno del Sole si è fermato per
metà dentro una galleria nei pressi della stazione, lontano dalla
banchina. Salvatore ha aiutato la gente a scendere, perché era sui
binari stessi che bisognava mettere i piedi, e la distanza tra gradini e
binario era pericolosa. Tra le rotaie, un corteo di terroni in una fila
disordinata, come ebrei verso il Mar Rosso: nessuno spalancherà
mai le acque per loro, se lo devono mettere in testa. Salvatore ha
visto una signora camminare con un piatto di fichi in mano, dritta,
decisa eppure lenta, come sapesse a memoria la strada, nessuna
borsa, solo questo piatto di fronte a sé, offerto. Ha afferrato l’ultimo
bambino e l’ha messo a terra, poi si è voltato e ha visto quella stessa
signora lunga lunga sul binario, la faccia contro i fichi, il piatto ancora
tra le mani. Avrebbero potuto ridere, tutti. Nessuno l’ha fatto. I
parenti l’hanno soccorsa all’istante, gli altri l’hanno guardata con lo
stesso sguardo che aveva Salvatore.
Chiede a Ignazio come stia Lena, adesso. Lui dice che si occupa
delle cose pratiche, dell’organizzazione, funerale, manifesti, vuole
partecipare pure lei, come avesse trent’anni, pulisce casa, gestisce
suo fratello Giacomo, probabilmente sa di doversi fare carico anche
del dolore della madre. Salvatore pensa che questo momento
Fatima, la sua unica sorella, lo aspettasse da sempre, da quando
sull’altare disse sì a quell’uomo senza modestia, manie di
protagonismo, o forse aveva pensato che una ventina di avemaria e
padrenostro al giorno l’avrebbero potuto scongiurare, forse a un
certo punto aveva ceduto alla speranza.
Chiede come stia Fatima. Ignazio dice che piange, ha rifiutato i
calmanti, pure lei pulisce, accoglie le persone che vengono al lutto,
anche se il morto ancora non c’è, ancora non l’hanno restituito.
Si è messa il vestito nero della sua intera esistenza, Fatima, non
se lo leverà mai più, è entrata dentro una congrega senza nemmeno
saperlo, il club delle vedove, donne che non avranno mai più un altro
uomo. ’U signuri unu mi ’ndi resi maritu, s’u pigghiau: ora basta,
dichiarerà per sempre. Se Dio aveva deciso che quell’uomo – non
un altro – fosse suo marito, se aveva scelto quell’uomo per lei, nel
momento in cui glielo ha tolto è perché così ha voluto, e ora basta,
niente più marito. Dio ha decretato per lei la solitudine, e Fatima non
può che accettarla, nemmeno rassegnata, ubbidiente piuttosto,
come faceva con suo padre, con suo marito ’Ntoni, con Salvatore, il
primogenito. In fondo anche Dio è un uomo. Un maschio.
Entrando nella cameretta, Margherita trova sua sorella sul letto,
non sta leggendo una rivista e non gioca a fare la candela come al
solito – sta spesso in quella posizione sul materasso, le gambe che
puntano verso l’alto, le braccia appoggiate sui gomiti a sorreggere il
bacino, per interi pomeriggi, da quando ha scoperto nella candela
una delle poche cose che le riesce bene durante le ore di ginnastica.
Nemmeno prega, né scrive il suo diario. È immobile, le labbra
leggermente protese in avanti come quando pensa con insistenza a
qualcosa.
Margherita sale senza preavviso sul letto accanto a lei. “Ciao!”
saluta squillante e le butta la testa al petto. Lo sa che è azzardata
come mossa, se Caterina è triste o arrabbiata può anche capitare
che la spinga via con violenza, i polpastrelli tesi contro la nuca della
sorellina, contro le sue tempie, la presa delle dita che avvinghiano il
suo braccio così esile. E forse è triste, Caterina, perché è morto uno
zio, zio ’Ntoni, e quando muore un parente è normale essere tristi,
Margherita lo sa.
Nel trovarsela lì di soppiatto, Caterina sobbalza, ma è un attimo: la
guarda senza rispondere al saluto, la bocca ancora sporgente
rispetto alla superficie del viso, poi le sorride senza dischiuderla, e si
sposta, si sistema sul letto in modo che ci sia spazio abbastanza
anche per la sorellina.
“Sei triste, Cate?”
Caterina sospira, gli zigomi si contraggono appena, si tormenta il
labbro superiore, col pollice e il medio lo stringe fino a creare una
minuscola insenatura al centro, e lì ci infila l’indice. “No, perché?”
“Così, magari perché era morto zio ’Ntoni.”
“Tu te lo ricordi zio ’Ntoni?”
“No.”
“Niente? Non ti ricordi niente?”
Margherita oscilla la testa. Caterina si incanta sul suo naso,
sembra pasta per il pane arrotolata tra i palmi e appiccicata al viso,
con quella punta stondata, quelle narici come di stuzzicadenti infilzati
e buttati via. Caterina osserva il suo corpo, le costole in fuori che
quando è stesa formano un promontorio, le sue mani da ranocchio
con le unghie a pallini.
“Io l’ho visto nelle foto,” dice Margherita.
Chi è questo?, aveva domandato alla mamma indicandolo col dito.
Zio ’Ntoni, aveva risposto Laura, sul volto il preludio all’ansia che la
bambina a soli quattro anni già sapeva intercettare. E chi è?, È il
papà di Giacomo e Lena, Ah!, si era illuminata Margherita. Il papà di
Giacomo e Lena, è vero! Lo aveva sentito nominare dai suoi cugini,
e aveva capito che viveva lontano da lì, ma che prima o poi sarebbe
tornato. Anzi, presto. E dov’è adesso?, Eh, ha molto da fare,
Margherita, non può venire qui per ora.
Quando la madre si era distratta, Margherita aveva preso la foto e
l’aveva chiusa nella valigetta di plastica righettata, dove custodiva le
sue preziose figurine miralanza. La voleva guardare bene, la faccia
di quel signore nella foto, tutti lo conoscevano tranne lei, ne
parlavano sempre. Era lui, il papà lontano di Lena e Giacomo. Suo
zio. La bambina aveva aperto la valigetta e infilato la foto come un
tesoro appena scovato, una pietra pomice raccolta sulla spiaggia, un
frammento di mattonella decorata, palline di polistirolo, stelle filanti
rimaste intatte dal Carnevale precedente. L’immagine che finalmente
dava un volto al nome ’Ntoni entusiasmava quasi come le figurine
nascoste nel pacco piccolo del detersivo. Quando lo estraeva dalla
busta della spesa, mentre mamma riponeva nel frigo o negli stipi le
altre cose, Margherita premeva la lingua tratteggiata fino a sfondarla,
ficcava il dito nella fessura, frugando nella polvere bianca
tempestata di semini azzurri e umidicci che si incollavano sotto le
unghie, per cercare il cartoncino, sperando che fosse lì a portata di
mano e non seppellito dalla massa di granelli profumati, altrimenti
avrebbe dovuto attendere che il pacco si svuotasse, e solo allora la
mamma le avrebbe permesso di strappare la parte superiore della
confezione e possedere la figurina. Quelle immagini la
ipnotizzavano, le storie raccontate sul retro nessuno gliele leggeva –
lei non lo sapeva ancora fare – perché la bambina si appropriava dei
punti miralanza senza condividerli con nessuno, bandita ogni
raccolta.
Spesso di pomeriggio si rintanava nel bagno, seduta per ore sulla
tazza, le figurine sparse sulla lavatrice e sulle sue cosce nude, leoni
e tigri, lupi fieri tra le montagne, donne nere col cranio esposto, il
collo intrappolato da un intreccio di collane, che danzano in una luce
arancione, uomini barbuti col turbante che rabbiosi tendono lembi di
stoffa, e acque dove si immergono fedeli con tuniche bianche, le
mani giunte in preghiera. Le didascalie in fondo all’illustrazione,
accanto a quella ragazzina con le trecce e il cappello da olandesina,
erano segni indecifrabili, ma il logo in alto a sinistra – un orso polare,
o un cobra rosso – aveva finito per suggerirle, fustino dopo fustino,
l’ambientazione di quelle storie, distanti al punto da produrre in lei
una specie di arsura, quella calda, porosa nostalgia dei bambini
verso ciò che è esotico.
E così gli animali dell’Africa Nera a volte migravano fino all’India
Misteriosa, quelli del Favoloso Islam correvano per le lande innevate
del Grande Nord. E in sella al cavallo, al galoppo sulle pianure, a
poco a poco iniziò a esserci ’Ntoni, quello zio sconosciuto, ma senza
turbante, la testa di capelli radi e chiari sotto il sole, le mani troppo
corte per sembrare quelle di un papà, ai piedi scarpe di tela avana.
Si fermava a una sorgente per far ristorare il cavallo, lì dove si
abbeveravano anche i cammelli, e i delfini si esibivano in piroette
mentre le foche oziavano accanto agli orsi bruni. Lui non aveva
paura degli animali feroci, ma prima che venisse sera si inerpicava
per strade tortuose in mezzo alle montagne, o solcava distese
desertiche, e quando gli appariva davanti l’elefante stramazzato a
terra, non ne sopportava la vista: avrebbe cercato il responsabile, e
vendicato la bestia.
Lo zio ’Ntoni, che tutti nominavano come se il nome stesso
contenesse già la sua storia e non servisse dire di più, in mano a
Margherita diventava un nuovo reperto da collezionare. Diventava
esotico, lo zio. Leggendario. Solo quando la sua missione – di cui
Margherita aveva un’idea vaga, del tutto confusa – fosse stata
compiuta, lo zio avventuriero sarebbe tornato dai figli. E Margherita
non avrebbe fatto fatica a riconoscerlo, ora che sapeva tutto di lui.
“Tu te lo ricordi, Caterina?”
“Più o meno.”
“E gli piacevano gli animali?”
Sua sorella tira la testa indietro. “Boh, non lo so, ma perché?”
“Così.”
Caterina la guarda come per invitarla a spiegare, ma la piccola
chiede: “E lo sapevi tu dove stava?”.
Caterina tentenna, poi dice, a voce bassa: “Io sì. E tu?”.
Margherita forse adesso lo sa. Col tempo zio ’Ntoni aveva smesso
di essere una figurina, col tempo anche le figurine miralanza erano
andate perdute, e Margherita aveva avuto abbastanza anni per
capire da sola – sempre in quel modo vago e confuso in cui le verità
balenano ai bambini – dove fosse stato, come se a furia di assorbire
le parole dei grandi le macchie nella sua testa si fossero allargate in
un’unica impronta, con l’unica risposta possibile.
“No, non lo so dove stava.”
Caterina si gira dall’altra parte, aspetta che Margherita chieda a lei
le risposte, ma la bambina tace, sembra già distratta. Poi le sfiora la
fronte con la mano. Si morde le labbra e ridacchia. Caterina la
guarda, zitta, gli occhi non sembrano tristi – questo pensa la
sorellina.
Con un guizzo Margherita si tira su, finché la sua faccia non è
proprio davanti a quella di Caterina, poi la avvicina fino a che le due
fronti non si toccano, e inizia a strofinare, Caterina strofina a sua
volta la fronte sulla fronte della sorellina. Margherita adora questo
gioco, e Caterina glielo concede quasi sempre. “Che tenera,” dice
Margherita. E la primogenita lo sa, che vorrebbe dire morbida, o
liscia. Teneri per Margherita sono le ascelle, l’interno coscia, e la
fronte, sì, la pelle tesa che ad accarezzarla fa un rumore di dita sulla
seta, le ossa rivestite che toccano le ossa dell’altra, ci rullano sopra
come ruote giocattolo sul legno del tavolo, non inciampano, non
producono alcun rumore spaventoso, solo una specie di vertigine
che fa chiudere gli occhi. Solo tenerezza, così la chiama Margherita.
Quel primo giorno in collina, in una frazione di Sambiagio, Caterina
registrò le parole sentite dai grandi come su un nastro. Non lo fece
apposta, ma accadde. Le sarebbe capitato in futuro di rievocarle, di
risentirle proprio, quelle parole, tali e quali, ma solo alcune, alcune
che risuonavano più forte, come se la manopola del volume fosse
stata girata, e si fossero impresse con forza maggiore, le fossero
scese sulla testa come l’acqua di un battesimo.
L’uomo col sigaro era il guardiano di quelle villette, che erano
occupate d’estate da tedeschi o turisti italiani. A Caterina sembrava
strano che gli italiani andassero in vacanza nella Svizzera italiana,
ma se lo diceva lui.
Quella casa col tetto marrone scuro era sfitta, in quel momento, e
loro non avrebbero dovuto pagare. Ormai mancava un mese alla fine
dell’estate, i proprietari non sarebbero venuti, non c’era pericolo.
Caterina pensò che quel signore fosse un parente, poi scoprì che
era un amico, invece, un vecchio amico di nonno Cecè.
Il padre serrò i denti, non disse grazie, lo lasciò dire a Laura: aveva
un’espressione preoccupata, non gli piaceva stare lì in modo
abusivo, nemmeno temporaneamente.
La porta a listarelle marroni si aprì, e davanti comparve un’ampia
stanza soggiorno, un tavolo rotondo in centro con quattro sedie, un
tavolino basso più in là, e Caterina fantasticò subito che sarebbe
stato quello il posto in cui avrebbe fatto i compiti, non vedeva l’ora
che iniziasse la scuola per spargere libri e quaderni lì sopra. Tra i
fornelli e il soggiorno, una penisola col ripiano in marmo. Entusiasta,
disse alla madre: “Hai visto? C’è il muretto, come a casa nostra!”
pensando che questa cosa l’avrebbe di sicuro consolata. “Sì, proprio
uguale,” rispose sarcastica Laura, la voce alterata, e Caterina si
sentì colpevole come se il muretto l’avesse costruito lei.
Dopo, evitò ogni commento, non disse nulla del caminetto nella
stanza matrimoniale, sebbene non avessero mai avuto un caminetto
in casa, e usassero una stufa elettrica di ghisa sulla quale la madre
appoggiava gli indumenti puliti mentre faceva il bagno alle figlie:
erano caldi caldi quando glieli infilava addosso. Le bambine si
ritrovavano molte canottiere bruciate, pezzi di stoffa induriti, come
brandelli di plastica cresciuti sul cotone, ma le usavano lo stesso,
non ci facevano nemmeno caso. Il loro pigiama preferito, quello coi
Puffi, per esempio, era così.
Il bagno era in soggiorno, accanto alla porta d’ingresso, mentre
nella stanza in cui avrebbero dormito le bambine c’erano due letti
singoli vicinissimi, perché lo spazio era poco, e se non fosse stato
per la testiera, che lo impediva, li avrebbero di sicuro uniti.
Caterina era felice. Quella casa le sembrava bella. Una villetta in
mezzo agli alberi col camino e il tavolo su cui disegnare. Una strada
su cui correre, e di sotto, sotto la collina, il mare. Era in vacanza. Un
mese all’inizio della scuola, e tutto nuovo davanti a lei. Le mancava
Cosimo, il bambolotto che le aveva regalato la Befana quell’anno, e
tutti i disegni che aveva lasciato dentro gli album, nella vecchia
camera. Ma avrebbe avuto altri pastelli e pennarelli, ne avrebbe di
certo fatti altri.
La madre rimase zitta, come chi non parla per non piangere.
Caterina credette che stesse pensando alla vecchia casa con il
grande soggiorno, e il salone dove mettevano un albero di Natale
altissimo, e il lungo corridoio, che stesse pensando ai suoi mobili,
alle sue stoviglie, alle sue pentole e alle lenzuola del corredo, era
rimasto tutto lì, chiuso a chiave nella casa, le rose e le gardenie
senza più acqua nel cortile, e un armadio con le conserve di
pomodoro inutilizzate. Dietro la finestra della vecchia camera da
letto, la strada, la loro storia che già stava evaporando con l’afa: ci
dilegueremo come ombre che si staccano dall’asfalto, pensava forse
la madre, perché erano troppo lontani, e chiedersi se sarebbero mai
tornati era troppo doloroso. La madre infilzava le unghie nei palmi
delle mani, come a schiacciare idee proibite.
Se suo marito non è a casa, Laura cucina poco. Pasta in bianco,
pane col formaggio: è questo che programma. Questo darà alle sue
figlie. Si potrebbe credere che mangino poco per rispetto, che anche
loro portino il lutto, ma non è così. È che se non c’è il padre, quello
tra loro che ha più appetito, diventa inutile cucinare.
Di solito, quando avanza qualcosa dal pranzo, un bel piatto di
pasta e fagioli, la madre lo riscalda e chiede chi ne voglia una
porzione. Assorte davanti alla televisione o semplicemente distratte,
le bambine non rispondono, o dicono no per noia. Salvatore invece
accetta sempre. Poi, quando vedono il piatto pieno e ammiccante, e
lui che lo divora con gusto, senza preavviso le bambine afferrano i
cucchiai e ne prendono un boccone, poi un altro, va a finire che
spostano le sedie per mettersi il più possibile vicine a lui e mangiano
in tre dallo stesso piatto. Finché lui non abbandona la posata sul
tavolo e dice: “Finite voi”. Se alle bambine chiedessero qual è
l’immagine dell’amore paterno secondo loro, risponderebbero che è
questa.
Oggi a pranzo invece parlano poco, Laura e le figlie. Lasciano che
sia la televisione a riempire la casa di un suono sommesso, le
bambine l’hanno imparato senza che ci fosse bisogno di
spiegarglielo, non possono far finta che tutto sia normale se una
cosa non lo è, tuttavia non possono fare troppe domande o mostrarsi
troppo preoccupate. Devono osservare il silenzio, calarsi anche loro
nella tristezza che viene da ciò che è accaduto, anche se nessuno
ha spiegato cos’è, se ha raccontato una bugia. Oggi, prima di
pranzo, il giorno della morte di ’Ntoni, dopo la notizia che avrebbe
dovuto far gridare, ma non ha gridato nessuno, le tre abitanti della
casa occupano ognuna uno spazio diverso, nemmeno stanno
insieme, rompono le righe e si disperdono, se il padre è assente il
nucleo si sfalda, ci vuole troppo coraggio per stare compatti. La
madre preoccupata, silenziosa in modo teatrale e mesta nella cucina
poco assolata, che si ostina sui cruciverba come fossero un castigo,
è la donna che non significa nulla senza il suo uomo accanto, la
donna che senza il marito sospende di vivere normalmente, vive ma
con sforzo, nemmeno davanti alle figlie finge il contrario.
Quando stavano a Nacamarina, di sera zio Saro andava spesso a
trovarli. Non avvertiva. Lo vedevano arrivare dalla finestra, il passo
lento di chi non ha mai fretta. Sembrava che stesse bene al mondo,
che non avesse mai incertezze. Caterina correva alla porta per
aprirgli, e lui ogni volta si fingeva sorpreso che fosse lei ad
accoglierlo: “Ancora sveglia stai?”.
Caterina si metteva a tavola accanto a lui, anche se aveva già
mangiato. Per lei era quasi ora di andare a letto, Margherita come al
solito già dormiva.
Il padre prendeva un filone di pane nero dal coppo, lo tagliava in
due, lo farciva di pomodoro, olio e origano, ci aggiungeva qualche
fetta di provola, lo divideva a metà e lo porgeva a Saro. La madre
non mangiava, forse aveva piluccato qualcosa prima, mentre
cenavano le bambine, forse aveva bevuto il caffellatte ed era sazia. I
due uomini, invece, strappavano e ingurgitavano grossi bocconi. Il
padre appoggiava i gomiti sul tavolo come a far da puntello al
panino, e con la sedia invece se ne allontanava, le gambe larghe, la
schiena flessa, per non schizzarsi. Lo zio invece era più composto,
ma le sue guance paffute si sformavano mentre masticava avido, e
la bambina lo guardava senza stancarsi.
“Zio, come mai tu non sei sposato?”
“E che mi sposo a fare?”
“Tutti i grandi sono sposati, tu perché no?”
“E non sono grande, io, si vede che sono ancora giovane, è
presto.”
Salvatore rideva. Saro aveva qualche anno più di lui.
“Non è vero, mi scherzi,” si arrabbiava Caterina.
“Tu ti vuoi sposare?”
La bambina guardava il padre, per capire se quella domanda fosse
troppo intima e rispondere fosse spudorato, ma lui nemmeno faceva
caso a lei, azzannava il pane al pomodoro come selvaggina appena
cacciata.
“Sì. Anzi no, magari mi faccio suora.”
Non era solo una provocazione. Fare la suora a Caterina era
sempre parso riposante: regole precise, divieti e concessioni,
impossibile sbagliare. Un mondo più semplice, dove si corrono meno
pericoli. Quando la maestra le aveva detto scherzando che col brutto
carattere che si ritrovava – permalosa, emotiva, lacrimeintasca – non
avrebbe mai trovato marito, Caterina aveva risposto, come uno
sputo, che lei il marito non lo voleva, che si sarebbe fatta suora. La
maestra si era messa a ridere, mentre l’alunna diventava paonazza
a furia di trattenersi, finché il pianto non tracimava come liquido da
una brocca.
“Ma quale suora? Chi ’nda ’a fari r’i suori?”
Perché che me ne devo fare delle suore? Non ti piacciono le
suore?
Nemmeno con la maestra era stata una provocazione, nonostante
la rabbia: come si permetteva di burlarsi di lei? Le suore erano
irreggimentate, oltre lo schema previsto dalle leggi che avevano
adottato c’era il caos dell’esistenza, e loro si erano sottratte. Le
suore volevano bene a tutti ma a nessuno in particolare. Soffrivano
meno, per questo, le suore. Liberate dalla responsabilità, si
mettevano nelle mani di qualcuno: e non avevano più colpe. Un
respiro di sollievo.
“Ti vuoi vestire tutta di nero? Ti vuoi mettere il velo? Secondo me
col velo ci stai male.”
Caterina si voltava a guardare la madre, lei restituiva lo sguardo,
ma non la aiutava a capire. Si poteva parlare così delle suore, o era
peccato?
“Sì, tutta di nero,” esclamava decisa. Lo sfidava.
“E non ti vuoi trovare un marito, fare i figli, abitare in una casa
tua?”
“Tu pure non ci hai la moglie, e manco i figli, tu pure.”
“Che c’entra, io sono un maschio, faccio sempre in tempo…”
In tempo per cosa?, si chiedeva Caterina, ma non voleva dare la
soddisfazione di domandarlo.
“E poi chi te l’ha detto a te che non ci ho la fidanzata?”
“Sei fidanzato?” Caterina inarcava le sopracciglia.
Lo zio si puliva il mento col dorso della mano senza smettere di
masticare.
“E com’è la tua fidanzata?”
“Dai, Caterina, è ora di dormire,” interveniva la madre, alzandosi
dal divano.
“Bella. Come deve essere?”
“E come si chiama?”
“Eh… Crocifissa.”
“Non è vero.”
Lo zio sghignazzava. “Allora… Concettina! Ti piace?”
“Vabbo’, ho capito, non ce l’hai la fidanzata!”
“Ce l’ho, ti ho detto! Che ti dico bugie, io?”
“Sì.”
“No, non te le dico, lo sai.”
“E allora presentamela.”
“No, a te non te la faccio conoscere, ché sei un’impicciona, se no
come gli devo dire poi: questa è mia nipote l’impicciona?”
Il suo zio preferito, nemmeno era suo zio. Non sono un’impicciona,
pensava Caterina. Voleva solo essere sicura che lui le dicesse la
verità, che ne fosse degna.
“Sei un bugiardo!” accusava.
“Caterina, smettila, vatti a coricare,” si spazientiva suo padre, le
dita unte, le unghie lucide di olio.
“Non ce l’hai la fidanzata! Bugiardo-bugiardo,” cantilenava la
bambina.
“Dai, basta, Caterina, non essere maleducata.” La madre la
prendeva per un braccio e la tirava. “Dai, saluta allo zio.”
“Non ce l’hai perché sei brutto!”
Il padre le tirava uno schiaffo sul sedere: “Ora basta, va’ cùrchiti!”.
Lo zio gli bloccava la mano: “Lassila iri ’a figghiola, vòli zanniàri”.
Caterina si alzava arrabbiata, gli angoli delle labbra già tremanti,
per mano alla madre che diceva: “Saluta, dai”. I bambini davano
sempre la buonanotte con un bacio, a ciascun presente ancora
sveglio, parente o estraneo che fosse. Ma quella sera Caterina si
sentiva piena di vergogna. Era stata rimproverata davanti a un altro,
mandata di corsa a letto. Quello che soprattutto la umiliava era che
l’altro l’avesse difesa, che avesse detto, Lasciala stare, la bambina,
voleva solo scherzare. Quel suo accanimento improvviso contro lo
zio e la sua presunta fidanzata, Caterina non sapeva da dove fosse
scaturito.
Era sicura che zio Saro una fidanzata ce l’avesse. Lo aveva capito
dai discorsi dei grandi. Riceveva quei discorsi come un cane le
briciole cadute dal tavolo da pranzo, d’istinto ormai stava lì, ad
ascoltare gli adulti mentre giocava per conto suo, senza deciderlo, i
discorsi dei grandi le mettevano fame, nella sua testa facevano
germogliare storie. La fidanzata di Saro era una donna più vecchia di
lui, lo aveva capito. Zio Saro non si sposava, non faceva figli,
prendeva in giro le suore, aveva una fidanzata che non si poteva
nominare e chiacchierava con le bambine piccole come Caterina.
Non si poteva parlare apertamente di quella donna, in famiglia.
Soprattutto a zio ’Ntoni non stava bene che suo fratello Saro
frequentasse una così, questo le era sembrato di capire. Ma quello
che non comprendeva era perché il parere di zio ’Ntoni fosse così
importante, così vincolante. Tanto che tutti gli altri facevano finta di
nulla, come se quella fidanzata non esistesse. Ma era convinta che
zio Saro ne potesse parlare con lei, che si potesse fidare di lei.
“E poi, se sono brutto, la bambina che ci può fare, dice solo la
verità. Le monache le bugie non le dicono, d’altra parte.”
Zio ridacchiava. Anche la madre e il padre sembravano meno
arrabbiati.
Caterina allora si liberava dalla mano della mamma e serrava le
dita a pugno. Non voleva deludere zio Saro. Non avrebbe mai voluto
deludere nessuno, eppure già allora le sembrava così difficile. Era
meglio fare la suora. Le suore non potevano sgarrare, tutelate dagli
altri e anche da se stesse.
Saro si alzò dalla sedia e le andò incontro.
“Che ti arrabbi? Ridi! Che ti arrabbi a fare, alla tua età? Pensavo
che ti ero simpatico. Dev’essere la faccia brutta che ci ho.”
Il sorriso una fessura sempre più lunga sulle sue guance
gommose. La abbracciava forte. La bambina, rigida nel centro del
suo abbraccio. Non sapeva fare pace, Caterina. Si sentiva ingiusta,
mentre zio Saro la stringeva a sé, sussurrandole all’orecchio: “Tu
invece sei bellissima”.
Parcheggiano lungo la strada, prima del ponte. Scendendo dalla
macchina, Salvatore getta uno sguardo rapido verso il bar, ma si
volta subito, quasi con un senso di colpa. Infila le mani in tasca e
aspetta che suo fratello abbassi una per una le sicure
dell’automobile. Poi, all’unisono, iniziano a camminare, senza dire
nulla, con passo sostenuto, verso la recinzione grigia da cui spunta,
come una torre d’avvistamento, il palazzo di ’Ntoni. Accanto al
cancello di metallo, un poliziotto addenta un panino al salame, un
altro fuma una sigaretta, in bilico contro il muro. Chiacchierano.
Ignazio si avvicina. “È ma frati,” dice indicando Turi. Lo conoscono,
Ignazio, ormai. Chissà quante volte è già salito e sceso dal settimo
piano, in quei due giorni. Forse è per questo che si fidano, e
sollevano il mento come a dire, Prego, entrate. Oppure non vogliono
interrompere la pausa merenda.
Fatima apre la porta della casa-reggia dove non si è mai sentita
regina, Salvatore la saluta con due baci sulla guancia, come un
estraneo, come si licenzieranno tutti, in una fila scomposta, al
cimitero. Non sa fare di più. “Bella,” le dice solo, e questo basta a
farle inumidire gli occhi, sul mento una miriade di buchini, come
quando piangeva da piccola, dopo un appunto della madre sulla sua
condotta da casalinga. Ha imparato presto a fare la donna di
famiglia, Fatima: una piccola mamma per i suoi tre fratelli, il
maggiore Turi, il fratello di mezzo Ignazio, e l’ultimo, Mitri, quello che
aveva bisogno di lei più di tutti. Una volta – avrà avuto dodici anni,
sua sorella – Salvatore l’aveva rimproverata perché la camicia che
voleva indossare non era stata stirata. Cecè, loro padre, si era
arrabbiato. Non rivolgerti mai più così a tua sorella. Lei si era
mortificata, e il suo mento si era bucherellato anche quella volta.
Oggi, Salvatore, mentre guarda Fatima piangere perché nessuno
l’ha difesa, nessuno ha potuto risparmiarle questa sofferenza, sente
la colpa pungere come una fitta. Si vergogna d’un tratto di quel
rimprovero pur così lontano nel tempo. O forse punge solo la colpa
di non essere riuscito a tutelarla da un’ennesima umiliazione, di
averla abbandonata.
Fatima si asciuga gli occhi coi polsi, strofina le mani sul grembiule,
poi sorride dolce al fratello: “Come è andato il viaggio? Che ti
prendi? Vuoi un caffè? Ignazio, e tu?”.
Ignazio risponde che il caffè lo hanno preso alla stazione, di non
darsi pena per loro, di sbrigare le sue cose in pace. È presto, ma tra
poco di sicuro suonerà il citofono. Vengono per il lutto, non gli
importa che non ci sia il morto, riempiono la casa da ieri, se ne
infischiano dei poliziotti come sentinelle davanti al cancello,
mostrano il documento con indifferenza, impazienza persino, si
esprimono in dialetto, nemmeno tentano l’ufficialità dell’italiano, e
nessuno li guarda negli occhi, i poliziotti, come non meritassero il
rispetto di nessuno di coloro che da ieri portano zucchero e caffè, e
fette biscottate, o mandano arancini e calzoni dal bar, pasticcini
secchi da tè.
“Lena e Giacomo?” riesce solo a chiedere Salvatore.
Fatima risponde che sono andati da nonna Cata, che basta, non
ne poteva più di vederli per casa, Giacomo terrorizzato dalla
presenza dei poliziotti all’ingresso del palazzo, che citofonano, e
chiedono cose, e si presentano alla porta e magari gli devi pure
offrire un caffè, e suo figlio un piagnisteo continuo, come volessero
portarselo via, proprio lui, un bambino di dieci anni, convinto più che
mai che dovesse starci prima, la polizia, sotto casa, a proteggere il
suo papà, non adesso, adesso che vogliono? E Lena, che quando si
avvicinano nemmeno li saluta, quei giovanotti in divisa, nemmeno
buongiorno per educazione, li fissa come per sfidarli, come volesse
incenerirli con lo sguardo, oppure mostrare che non si vergogna, lei,
persino loro se ne accorgono, dice Fatima, potresti credere che sono
quasi a disagio, di fronte a quella ragazza con la faccia di chi un
dolore così non riuscirà mai più a sputarlo fuori. Turi pensa ai suoi
nipoti: è meglio che stiano da Cata, conclude tra sé.
Rimangono zitti, i tre fratelli, in piedi in cucina. Dal balcone entra
luce come fosse estate. Fatima passa e ripassa i palmi delle mani
sul grembiule. Ignazio rosicchia un’unghia già troppo corta. Turi gli
afferra la mano: “Non vedi come te le sei ridotte, queste dita? Basta”.
Ignazio si scruta le mani, le infila in tasca, sforza un mezzo sorriso,
dice: “Vado da Nuccia, lo sai che non la posso lasciare tanto sola”. E
si imbarazza quasi mentre lo dice, perché è sua sorella ad aver
perso il marito, e chi si fa prendere dalle paturnie invece è sua
moglie, con il battito accelerato o il terrore di stare sola in casa, la
notte lo sveglia picchiandogli sul braccio. Mi ’ffu’u, ripete in apnea.
Sono un vizio, quelle paure, e quell’avvertimento – mi strozzo –,
sono un’esagerazione, un capriccio, pensa. Ma lo pensa di sfuggita:
dopo, quando sarà da lei, lo dimenticherà. Qui, nella casa del morto,
mentre il morto sta altrove, pensa che si impara a non avere paura
quando la tragedia ormai è consumata, che ci si attacca alla vita con
accanimento solo quando ancora non si è perso tutto.
“Scendo,” annuncia Ignazio. E si incammina. I suoi fratelli non
dicono nulla, non lo salutano, restano imbambolati tra il tavolo e il
frigorifero, non si siedono, non bevono e nemmeno parlano.
Quando la porta sbatte, Salvatore se la sente contro il petto. È la
stanchezza, si dice, la stanchezza del viaggio. Sposta una sedia dal
tavolo, e non la porge alla sorella, è così che sono abituati, si siede
lui e basta, aspetta che lei gli porti un bicchiere d’acqua.
Dopo si siede anche Fatima, le mani abbandonate sull’inguine.
“Hai fatto buon viaggio?” chiede di nuovo.
“Sì, Fatima. E tu? Come stai, tu?”
Ce l’ha fatta a chiederlo, ce l’ha fatta.
Fatima lo fissa con occhi stinti. Dice che non c’è più niente per lei,
che il Signore le ha tolto ogni cosa, è questa la croce che deve
portare.
“Fatima, tutto quello che hai bisogno, tutto. Io sto qua finché hai
bisogno, non me ne vado.”
“Non puoi stare qua tutta la vita,” risponde guardando altrove. E
subito si alza. Porta via il bicchiere, lo lava, lo mette a scolare.
È un’accusa, pensa Turi, no, è rassegnazione, si dice poi, si è
rassegnata che le cose siano andate come sono andate, anni fa, poi
pensa ancora che forse è astio, pensa ancora che si è sentita sola,
sua sorella, per colpa sua. Non si tradisce così il sangue del proprio
sangue.
Chiede: “Il funerale quand’è?”.
“Oggi dicono che fanno l’autopsia…” dice Fatima, fredda.
Le hanno spiegato cos’è un’autopsia?
“Già oggi? E poi lo riportano qua?”
“Sì, già domani, forse. Poi fissiamo con don Nino il funerale.”
“Brava, posso farlo io, se vuoi.”
“Non c’è bisogno,” risponde in fretta. Dopo un istante, come se ne
fosse appena ricordata, dice: “Meno male che non c’è più mia
suocera Maddalena, meno male che non vede niente, che non è
costretta a vedere quello che vediamo noi, che hanno visto i miei
figli. Un’altra cosa di queste non la poteva sopportare, si non era
morta muriva, ’a maricchiedda”.
“Poverina,” riesce solo a confermare Turi. “Povera vecchia, pace
all’anima sua.”
“E mio suocero: quello non capisce niente.”
“Giommo?”
“Gli basta la sua scecca a lui.”
“Ancora con l’asina? E che ci carica?”
“Non carica niente. Passìa, si passa ’u tempu.”
“È vecchio, ormai, ’u maru puru iddu. Vedrai che lo tira sopra a
quell’asina, l’ultimo respiro, e anzi: se muore l’asina muore pure lui,”
prova a scherzare Turi.
Fatima resta seria: “Chi c’interessa a iddu? Solo la sua scecca gli
interessa”.
L’astio della sorella gli sembra gratuito, o forse ce l’ha col padre di
suo marito perché non ha evitato al figlio di essere ciò che è stato.
Ce l’ha con tutti, Fatima, con chiunque avrebbe potuto e dovuto fare
qualcosa per evitare la tragedia, e invece non ha mosso un dito. Turi
cerca di cambiare discorso, e ripete di nuovo: “Se vuoi vado oggi
stesso da don Nino”.
“Non c’è bisogno, te l’ho detto. Abbiamo già parlato, aspetta solo
una conferma.”
“Come vuoi,” si arrende. “Ma dimmi se hai bisogno di altre cose.”
“No, niente.”
“Voglio dire, cose di avvocati, commercialisti, cose burocratiche,
che so? Se devi prendere delle decisioni, ci sono io, puoi parlare con
me.”
Fatima tace a lungo. Poi dice, di schiena: “Me li devo crescere da
sola”.
Turi tira un lungo respiro, ma gli si blocca nell’esofago.
“Me li devo crescere da sola, questi figli. Questo ho bisogno io.
Non so se ho la forza. Troppo mi ha chiesto il Signore, stavolta mi fa
fare peccato.”
“Fatima, non sei sola,” dice Turi alzandosi dalla sedia. “Tutti qua
siamo, e ti vogliamo aiutare. Io sto qua finché ti serve, non me ne
vado via.”
Fatima non replica, esce dalla cucina senza guardarlo, come se la
stanza fosse vuota. Inchiodato sulla sedia, Turi la sente dire: “Tu te
ne vai, come già te ne sei andato”.
Lo sente bene, e non le risponde, non può rispondere. Il pianto di
Fatima invece gli arriverà attutito, perché sua sorella si è chiusa nel
bagno.
Laura appoggia la punta della penna sulla pagina della “Settimana
Enigmistica”, ma non scrive nulla. Le caselle del cruciverba restano
bianche. Le fissa finché non diventano un unico groviglio che non
pretende più nulla da lei, nemmeno il gesto elementare di essere
riempito di parole sensate. La sua testa è in cerca di altre parole che
trovino senso, ma non le intravede nemmeno, sono tutte scorrette,
tutte parziali. Suonano sempre, involontariamente, crudeli.
Il tuppo nero, le gambe magre, le caviglie sottili e ossute sotto
gonne lunghe fino a metà polpaccio, le mani nodose, le nocche che
preannunciano l’artrosi di cui è affetta Cata, sua madre: da vecchia
Fatima avrà le stesse mani, e nessun uomo che potrà stringerle.
È stata vedova prima del tempo, Fatima, vedova in potenza di un
marito che non aveva scelto e che ha amato per dovere, per
abitudine, fede. Neanche Dio in fondo si sceglie, ma sua cognata lo
ama senza riserve, gli si affida con l’ingenuità di una bambina, non
fa obiezioni, non chiede mai il conto, non si oppone, non dubita. Gli
eventi fanno parte del mondo, e della sua vita, e Fatima li accetta.
Non ha mai potuto scegliere. Lei fu scelta. Come moglie fedele,
remissiva. Mostrò di essere la donna giusta per i sorrisi genuini che
lasciava nelle foto di compleanno dei figli, per la devozione con cui li
lavava, li pettinava, accoglieva i loro successi a scuola, per
l’accanimento con cui li puniva, li picchiava quando disubbidivano,
sbagliavano, erano pigri. Li ha voluti impeccabili in una casa
impeccabile in una vita senza peccato con un marito peccatore. Non
lo ha mai detto, non lo crederà mai. È suo marito, non ha la facoltà di
giudicarlo, non gli farebbe mai questo affronto.
La sua croce personale: alle sue orecchie dev’essere sembrato un
sussurro, santo come solo la voce di Maria può essere, rivolta a lei
che portava il nome di un segreto divino. Non fu scelta per custodire
quel segreto, ma per nasconderne altri sì, segreti fin troppo umani,
tenerli conficcati come spine dentro il cuore. Se lo rappresentava
così, Fatima, forse, quando si coricava nel lettone insieme a Lena –
la figlia non l’avrebbe mai lasciata sola in quella stanza già piena di
spettri – e cercava ogni sera il coraggio di mostrare quel cuore non
sacro come Gesù sulla navata destra della chiesa, una palla rossa
sanguinante nella mano.
Laura la rivede, la sua Fatima di poche parole, più vecchia di lei,
maestra più di cucina che di vita, umile e piena di dignità,
irreprensibili i figli, educati, ordinati, pulitissimi, castigati fino alla
ferocia ogni volta che trasgredivano le regole, bisogna essere
perfetti, nessuno dirà male di noi, non saremo da meno davanti a
nessuno.
Per anni ha atteso che quel marito tornasse nell’appartamento che
aveva voluto per loro. È sempre stata vedova, di quella vedovanza
che non si piange, in una casa immensa al settimo piano.
L’aveva scelta, dicono, nella culla. Era solo un ragazzino. Quando
diventò donna, continuò a volerla per sé. Lei non amava nessuno a
quell’epoca, o almeno non lo ha mai confidato a Laura. E Laura non
gliel’ha mai chiesto, perché tra loro c’è sempre stato questo pudore
nonostante l’affetto, sono sempre state diverse. Non aveva
innamorati, aveva forse corteggiatori cui non sorrideva nemmeno,
per buona educazione, e il giorno in cui fu chiesta in sposa si inchinò
al proprio destino. Cecè concesse la sua mano – che cosa avrebbe
potuto fare? Dopo ’Ntoni, nessun altro più avrebbe rischiato di
chiederla, e lei sarebbe rimasta zitella.
Da quel giorno Fatima iniziò ad amare il marito come un compito
da eseguire al meglio. Lo ha fatto per tutta la vita. Oggi lo piange
senza ritegno, è per lui che oggi perde un po’ di dignità per la prima
volta. O forse in pubblico piangerà senza urla, senza singhiozzi –
non può saperlo, Laura, perché non è con lei, non può abbracciarla,
l’ha sentita al telefono ma è comunque altrove, a salvaguardare le
sue bambine, mentre Fatima non fa che piangere all’angolo, abituata
da sempre a stare all’angolo davanti a ’Ntoni.
Al telefono non sono riuscite a dire nulla, le due donne. Fatima
singhiozzava sommesso, Laura taceva, non trovava parole. Non
piangere, diceva, e sospirava forte, poi taceva ancora, e poco dopo
esortava, Piangi, bella, piangi che ti sfoghi. E in seguito partivano i
soliti buoni consigli di chi è stato risparmiato, i Devi pensare ai tuoi
figli, i Devi essere forte, lo devi fare per loro, i La vita continua, e
altre crudeltà, le sciocchezze cui si attinge in situazioni come queste,
il buonsenso irrispettoso, cattivo, che lacera più a fondo, aumenta la
portata di ogni crimine subìto. Eppure si vogliono così bene, quelle
donne. Ma davanti alla morte di ’Ntoni che rende la cognata vedova
per sempre, Laura si sente in colpa, si sente accusata. Lei aveva
avuto la sfacciataggine di sottrarsi a un destino, aveva abbandonato
tutti pur di riuscirci. La vedovanza di Fatima ha aperto tra loro una
fessura, come un terreno che si spacca, zolle che si spostano, si
separano, e loro due sui lati opposti del precipizio, oggi è la stessa
crosta terrestre che le allontana.
Laura aveva così paura che lo aveva detto, anni prima, aveva
pronunciato quella parola sventurata. Vedova, aveva detto, non
voglio rimanere vedova. Qui restiamo tutte vedove, bisogna
sloggiare. Fatima non avrebbe potuto. Non senza ’Ntoni. Per anni il
marito non la portò al mare, non festeggiò con la famiglia il Natale,
non partecipò alle recite della scuola. ’Ntoni non sarebbe potuto
partire.
Laura aveva insistito, aveva implorato di andar via. Salvatore non
voleva, soprattutto non voleva lasciare la sorella, la sua unica sorella
con due figli a carico, la sorella senza scelte, pronta ad accogliere le
sue di scelte come l’ostia sulla lingua ogni sera alle sei. Avevano
litigato, Turi urlava forte, Laura picchiava i pugni contro il muro, ci
avrebbe sbattuto la testa, poi facevano pace, Turi diventava più
ragionevole, andava a parlare con ’Ntoni, lui gli dava il suo
benestare, lo graziava, gli concedeva la vita, l’opportunità di salvarla,
suo marito tornava, ancora più confuso, la fronte contro il pollice a
reggere la testa, non si è mai mangiato le unghie, non ha mai
giocato con le dita o le sopracciglia, lui ha sempre avuto quella
postura, davanti alla preoccupazione, la testa ripiegata sul pollice, le
labbra serrate, gli occhi di chi sta piangendo ma completamente
asciutti. Poi aveva deciso. All’inizio le aveva chiesto di aspettarlo lì,
sarebbe stato via per un po’, finché le acque non si fossero calmate,
poi sarebbe tornato. Laura gridò di no, ancora una volta. Non
avrebbe mai aspettato da sola, lei la vedova in potenza non la
voleva fare.
Il pomeriggio in cui partirono, Fatima non andò alla stazione, si
salutarono prima. Piansero molto, si abbracciarono, ma Laura aveva
l’impressione che Fatima fosse arrabbiata, e non lo dicesse. Chi
aveva il diritto di decidere, d’altronde, si era espresso. Neanche
questa volta era il suo parere quello che contava.
La lasciarono. Scavarono ancora nella zolla della sua solitudine,
uno sterro sempre più profondo, ma lei ha atteso senza parlare al
bordo di quella fossa. Laura le aveva portato via il suo fratello
maggiore. Aveva cercato di salvare le proprie figlie da ciò che ai suoi
figli Fatima non ha potuto evitare. Veder cadere il proprio padre in
quella buca, pronta da anni di fronte agli occhi di tutti, vederlo
scendere in quella fossa, che attendeva da sempre di essere
riempita. Da lui.
“Sei ancora triste, mamma, ma perché?”
Laura si volta: Margherita ha gli occhi umidi, succede ogni volta
che la vede piangere, in compenso ride molto non appena vede la
sorella ridere. La ricorda ancora che sghignazza stringendo il
ciucciotto coi dentini, mentre Caterina corre attorno al tavolo e si
prende il sedere a schiaffi facendo rozzi versi.
“No, Margherita, ma che dici? Lo sai che mi commuovo sempre
davanti alla televisione, ma mica è piangere, questo.”
“Pensavo che facevi i cruciverba.”
“No, mi sono seccata, mi guardavo meglio la televisione.”
“Ma non mangiamo, mamma?”
La bambina indica l’orologio da parete.
Laura le sorride. “Hai fame?”
“Sì,” risponde Margherita, anche se non è vero. Era solo che la
faccia della mamma e la tavola non ancora apparecchiata la
facevano preoccupare.
“E tua sorella dov’è?”
“Scrive il suo diario segreto, come sempre.”
“Ma, adesso? Dai, valla a chiamare, ché mangiamo.”
Margherita corre fino all’altra stanza. Laura la sente aprire la porta
e dire: “Ha detto mamma di smettere di scrivere scemenze e di
venire”. Caterina la scansa. “Vattene, cretina, piuttosto apparecchia
la tavola.” Margherita la sfida a sua volta: “Tu sei cretina, io non
apparecchio, perché lo devo fare io?”. Caterina chiude il diario
sbuffando, inserisce il lucchetto, nasconde le chiavi. “Perché tu fai
quello che ti dico io, che sono più grande e ti comando,” ghigna.
“Che stai dicendo, Caterina?” urla la madre dalla cucina. “Sbrigati,
vieni ad apparecchiare!” Allora la sorella maggiore già cerca
alleanze: “Facciamo il nostro gioco,” dice alla più piccola,
“apparecchiamo insieme, metà per uno, la prima che finisce la sua
metà vince”. Margherita accetta, ogni volta, e ogni volta perde, oggi
anche perché apparecchiando per tre è difficile stabilire quanto sia la
metà. Caterina esclama quasi subito: “Finito, ho vinto io!”. Dopo
pranzo fanno lo stesso gioco, ma al contrario. Vince chi toglie più
cose dal tavolo. Margherita si impegna e sparecchia quasi tutto da
sola, velocissimo, contando ad alta voce ogni cosa che afferra. La
vittoria non prevede nessun premio, se non quello di sentirsi pari a
Caterina, la sua adorata sorella maggiore.
Quel giorno d’estate che segnò una cesura tra la vita di prima e
quella di adesso, senza che loro nemmeno ne vedessero le tracce, il
padre andò a fare la spesa insieme all’uomo coi baffi. Piatti di
plastica, olio, sale, pasta e pomodori. Era iniziata l’era dei pomodori
tutti i giorni. Un’insalata unta di olio, né le bambine né il padre se ne
versavano una porzione nel piatto, intingevano una fetta di pane
direttamente nell’insalatiera, lasciavano che la mollica si inzuppasse
di olio al sapore di origano, si aiutavano con le dita per afferrare e
trattenere un pezzetto di pomodoro sopra la fetta, la infilavano in
bocca prima che potesse cadere sulla tovaglia. La madre non
avrebbe mai detto alle bambine che era maleducazione, che non si
mangia tutti nello stesso piatto, le avrebbe lasciate fare.
Il padre tornò con le provviste e trovò una moglie seduta su una
sedia, inerte. La vide alzarsi per sistemare da qualche parte le cose,
la vide passare in rassegna i detersivi ma non trovare la forza di
pulire, in una casa straniera, una casa che non aveva mai scelto, tra
alberi e terra, senza lampioni negozi chiese, com’era possibile che
fosse finita lassù? Proprio lei che amava stare in mezzo alla gente.
Tu staresti bene anche all’inferno, le avevano sempre detto le
amiche, facendo riferimento alla sua allegria, alla battuta sempre
pronta, alla sua apertura verso gli altri. Questo non era l’inferno,
eppure lei non ci voleva stare.
Rimase seduta, pressoché senza parole, telegrafica fino a irritare il
marito, per tutta la giornata. Di tanto in tanto scoppiava a piangere,
Salvatore la riprendeva: “Laura non puoi fare così,” diceva, “Laura la
smetti? Ti devi fare forza”, ma Laura nemmeno voleva mangiare, a
vederla ricordava il corpicino di sua madre Màrgara, bassa e curva,
gli zigomi sporgenti nel viso consunto, la bocca larga, sgraziata
come quella dei bambini quando fanno i capricci, che emetteva
suoni gutturali, disperati: non stava facendo i capricci, era solo una
donna troppo anziana che stava perdendo per sempre la sua figlia
minore.
Laura non mangiò né pomodori né pane. Salvatore preparò
l’insalata, le bambine la divorarono, i piatti sporchi furono gettati nel
secchio. Laura non lavò l’insalatiera, restò in silenzio, come assorta,
era così sfacciatamente triste che si prendeva a forza il ruolo di chi,
tra i due genitori, potesse soffrire. Al marito restava solo quello di
consolare, di gustare il cibo perché lo gustassero anche le bambine,
di scherzare perché ridessero un po’.
Dopo pranzo si misero fuori, le bambine si sedettero sul gradino
dell’uscio, il bizzòlo lo chiamavano, e videro da lontano un gatto. Era
tigrato, marroncino, col pelo corto. Non era bellissimo, ma loro non
avevano mai avuto un gatto, e non avevano mai avuto nemmeno il
permesso di accarezzarlo se ne incontravano uno per strada. Ma
stavolta era diverso, Caterina sapeva che era diverso. Se la madre
poteva rifiutarsi di pranzare, se il cibo veniva servito nei piatti di
plastica e non di ceramica, se abitavano in collina, in una villetta di
un paese della Svizzera e non in un condominio nel palazzo a sette
piani di suo zio, allora forse era possibile anche accarezzare i gatti.
Corse dentro a prendere un piatto, mentre Margherita la seguiva, e
ci versò dentro il latte. Lo portò fuori, attenta a non sporcare il
pavimento. Lo appoggiò all’ingresso, vicino al bizzòlo. Tornò dentro
tirando Margherita per un braccio, convinta che se fossero rimaste lì
il gatto non si sarebbe avvicinato per paura. Aspettarono. Il gatto non
venne. Restarono a controllare dalla finestra, ma se n’era andato.
Caterina iniziò a chiamarlo. “Tom!” Margherita la imitò, senza
nemmeno domandarsi se davvero fosse quello il suo nome. “Tom, ti
abbiamo messo il latte, perché non vieni?” urlava la piccolina.
Dopo qualche tentativo, per ammazzare l’attesa si misero a
giocare a gallinella zoppa zoppa con le dita delle mani, poi a
rubamazzetto, come sul treno, finché si dimenticarono del gatto e
rientrarono in casa. Si appisolarono, avevano ancora la stanchezza
del viaggio addosso.
Verso le sei di sera, la madre venne a svegliarle col solletico sulle
labbra, come faceva di solito. Sorrideva, disse: “È ora di fare una
bella doccia, dai”, e le portò nel bagno. Le aiutò a lavarsi, sicura e
spedita come fosse stata sempre quella la vasca in cui le lavava.
Asciugò loro i capelli col phon che avevano portato in valigia, frugò
nei borsoni e tirò fuori due maglie di filo di cotone, molto colorate, a
maniche lunghe, due maglie nuove che avevano comprato di
recente e non avevano avuto ancora occasione di indossare, perché
faceva ancora troppo caldo a Nacamarina. “Mamma, perché con le
maniche lunghe?” chiese Margherita. “Fa fresco qui, meglio coprirsi.”
Verso sera, dopo una giornata di assenza, dopo essere stata
seduta immobile senza proferire parola, al tramonto la madre si
alzava dalla sedia. Riprendeva le sembianze di madre, ritornava in
sé, trovava il modo e il tempo di occuparsi di quelle figlie, le lavava
con cura, le vestiva un po’ più pesante perché, anche se è estate, in
collina – e al Nord – fa più fresco. Non permetterà che si ammalino,
sono le sue figlie, si occuperà di loro contro ogni sciagura possibile.
La loro prima sera nella Svizzera italiana, più italiana che svizzera,
pensava Caterina, il giorno dopo il lungo viaggio, il primo della loro
vita, appena due settimane dopo la tragedia che fece pronunciare a
zia Nuccia quella frase così spaventosa, violenta come una
bestemmia: a Caterina resterà impressa nella memoria come gli
incubi, le cadute, le botte, di più molto di più, sarà l’inizio di ogni
storia possibile, l’inizio avrà sempre l’aspetto della tragedia per lei,
avrà le parole di zia Nuccia, chi focu chi ’ndi vinni, che sciagura, che
catastrofe si è abbattuta su di noi – quella sera, che fu la prima della
loro nuova vita, si scordarono del fuoco per un po’. Erano quattro
esseri umani puliti coi jeans e le maglie a maniche lunghe, si
preservavano dalle intemperie come primo doveroso tentativo per
andare avanti, sopravvivere.
Uscirono da casa rigenerati, profumati. Mai più si sarebbero sentiti
così puliti e nuovi come quella sera.
Le sorelline si presero per mano, e quando uscirono per andare da
Ezio si accorsero che nel piatto di Tom il latte non c’era più.
Chiuso nell’ascensore lentissimo del palazzo che ’Ntoni aveva
voluto, ogni piano un balzo al cuore, Salvatore rivede la scena. La
inventa, prova a ricostruirla.
Suo cognato stava al sesto piano, tra pomodori appesi e cascitte
vuote impilate, Fatima le usa per mettere la frutta e la verdura a
seccare al sole, d’inverno le conserva per non farsele mancare. Che
cosa faceva lì? Che cosa guardava? Che cosa pensava? Fatima ha
detto che ogni giorno se ne scendeva un po’ al sesto piano, la
mattina, mentre lei lavava o stirava, e stava in piedi a fumare in
silenzio. La donna non domandava nulla, isolata dalle faccende
domestiche come sempre, o forse timorosa di ricevere una risposta.
Poi saliva a controllare le pentole sul fuoco, i bambini sarebbero
tornati da scuola a minuti. Gli chiedeva, solo a quel punto, Te ne sali
con me? Lui faceva no con la testa, lei strofinava le mani sul
grembiule come per attendere che cambiasse idea, poi rinunciava, e
in silenzio prendeva i gradini, quelli sì di marmo, sempre lindo del
suo straccio.
Erano i figli a cercarlo. Lasciavano lo zaino in camera e si
fiondavano da lui festosi come tutti i figli al ritorno da scuola, lo
chiamavano in mezzo a un gran chiasso, lo salutavano con un bacio
sulla guancia, lo tiravano per mano. Vieni di sopra, dai, papà.
Anche quel giorno, forse, era andata così. Quel giorno Lena è
uscita prima da scuola, c’era un’ora buca, è tornata a casa senza
Giacomo, ha chiesto alla madre, come un rito, Papà è di sotto?, e
non ha nemmeno aspettato una risposta, ha fatto gli scalini di corsa,
e forse pensava a qualcosa di divertente da raccontargli, pensava a
un modo per poter parlare con lui, penetrare il suo silenzio di quei
giorni, di quei mesi, la tristezza che si era impadronita del padre da
quando era ritornato.
Dalle scale ha visto la sua schiena, la camicia chiara dentro i
pantaloni avana, Sono qui, ha annunciato prima di arrivare. Lui si è
voltato, e appoggiato alla ringhiera di un balcone mai finito l’ha
guardata con una dolcezza che faceva tremare un po’ le mani. Era di
nuovo lì, suo padre, a casa, non importava che non parlasse, che
fosse taciturno, sigillato dentro di sé, forse doveva solo abituarsi, ri-
abituarsi alla vita normale, lei avrebbe fatto di tutto perché
accadesse.
La faccia pulita, nemmeno l’ombra della barba, perfettamente
rasato, le sorrideva. Lena si è fermata a ritirare alcune magliette
piegate che stavano sull’asse da stiro, Le porto su, ha detto, ché le
metto a posto. Le ha posate su un braccio e trattenute con l’altro.
Andiamo a casa?, ha proposto, ancora concentrata sulle magliette,
intenta a non farle cadere e non spiegazzarle, se no la mamma chi
la sentiva poi. Il padre non aveva risposto né si era avvicinato. Lena
ha alzato distratta la testa e ha visto ancora, ma solo di sfuggita,
solo per un istante, quella faccia impeccabile, mentre il corpo, il
corpo di suo padre, si accasciava a terra. Papà!, gli è corsa incontro,
le magliette ancora fra le braccia, papà! papà!, le ha abbandonate di
colpo, si sono aperte sul pavimento e forse ne ha calpestata una
mentre correva, e si inginocchiava accanto a quel corpo, accanto a
quell’uomo, e gli chiedeva che hai, ti senti male, che succede,
dimmi, e chiamava la madre, gridando, come si grida di fronte alla
disgrazia, ancora non sapeva che fosse irreparabile, chiamava la
madre poi di nuovo il padre, diceva solo, Papà, mamma!, come un
bambino che si è perso allo zoo e invoca i suoi naturali salvatori,
riversa sul pavimento grigio – cemento nient’altro che cemento – a
scrollare il corpo di un padre che non dava risposte, il corpo di un
padre che si era accartocciato su di sé, come imploso, senza che lei
avesse il tempo di accorgersene, d’improvviso muto, d’improvviso
immobile, e pesante, d’improvviso lontano, di nuovo, come era stato
per tutta la vita, persino ora che ce l’aveva lì davanti, lì sotto di lei, e
gli respirava fiato sulla faccia, lo bagnava di lacrime, lo stringeva con
una foga che lui non le avrebbe mai concesso, gli infilzava le unghie
nelle braccia, gli urlava sconvolta sulla bocca, lo scuoteva in un
modo che lui non avrebbe mai permesso, né a lei né a nessuno, se
fosse stato ancora vivo. Persino adesso che il suo corpo lei poteva
trattenerlo, bloccarlo, strattonarlo, aggrapparvisi con le dita, con il
proprio di corpo, persino adesso suo padre era lontano, come
sempre era stato.
Avrebbe potuto davvero essere un infarto, pensa Salvatore,
mentre le porte dell’ascensore si spalancano. Davanti, i contatori
della luce e la porta della cantina, l’odore di vino e di botti che
ristagna tra i muri. Si era accasciato nel silenzio, ’Ntoni: solo molto
dopo, solo quando arrivò Fatima, Lena vide la macchia.
Aspettava. Questo faceva ’Ntoni ogni mattina al sesto piano. Si era
arreso. Sapeva che prima o poi sarebbe accaduto ed era
intollerabile quell’attesa. Il conto alla rovescia dei tuoi giorni da vivo.
Una prigionia eterna. Aspettava la morte, ’Ntoni, al sesto piano del
suo palazzo spropositato, volgare. È questo, forse, che Lena non gli
perdonerà mai, pensa Salvatore.
Il portone sbatte alle sue spalle. Salvatore scende i gradini, poi si
ferma. Guarda. Il palazzo dietro di sé e il muro di cinta davanti a sé.
Come in una trappola. Oltre la cima del muro, il campanile della
chiesa. Quel maledetto campanile. Una croce sottile a redimere i
peccati di tutti, anche la morte di ’Ntoni. Intorno a lui, tanto di quel
cemento da escoriare la pelle, una distesa di cemento ai suoi piedi,
un cumulo di cemento alle sue spalle, cemento che lo divide dal
resto del quartiere, che lo separerebbe dal mondo, oggi, se restasse
lì, se non si muovesse più, se si facesse paralizzare da una colata di
cemento a sua volta, e rimanesse a fare la guardia a quel mondo
fasullo, a una ricchezza futile, un potere ridicolo, a fare la guardia a
una storia sbagliata, la storia sbagliata delle loro vite.
L’estate della casa in collina, la finestra aperta su un buio senza
lampioni e una lucetta rotonda attaccata alla presa elettrica contro
ogni paura, Margherita si arrampicava spesso su una sedia e si
metteva sul davanzale a guardare le stelle. Caterina le aveva parlato
delle stelle cadenti, le aveva detto di averne viste molte, e che se
quando passavano esprimevi un desiderio – dovevi essere rapida –
di sicuro si sarebbe avverato. Margherita non riusciva a vederne
nemmeno una, se le immaginava come stelle comete, la coda curva
verso il basso, si aspettava di veder disegnare nel cielo linee dorate,
incandescenti, restava anche un’ora ad ascoltare le rane gracidare,
gli uccelli notturni farsi eco l’un l’altro, una notte ferma, pulitissima, e
con la testa all’indietro ingoiava la visione di tutto quello spazio nero
punteggiato, di tutte quelle stelle senza coda e senza scintille, come
brillantini alle orecchie del cielo. E aveva paura di svegliarsi al
mattino con le birritte. Sua sorella le aveva avute diverse volte,
parecchie per ogni dito della mano, minuscoli promontori, occhi
strabuzzati, nei scoloriti. Le birritte come quelle delle streghe. A loro
vengono sul naso o sul mento. Alle bambine, diceva Caterina,
vengono sulle mani quando contano le stelle. Ogni stella una birritta.
Margherita le guardava, quelle stelle immobili, ben fissate, nessun
rischio di caduta, ma badava bene a non contarle. Si ricordava le
mani di Caterina, con quelle palline piccolissime attaccate alla pelle,
e la madre che le colorava di mercurocromo, così poi sembravano
sanguinanti. Caterina a volte nascondeva le mani quando giocava
coi cugini, si vergognava di quel rosso ruggine sulla carne.
Margherita chiedeva, Ma quante ne hai contate?
Non lo so, rispondeva scocciata Caterina.
E quante ne hai? Se conti quante ne hai sai quante stelle hai
contato.
Non posso.
Perché?
Perché più le conti più aumentano.
Margherita restava a bocca aperta, sua sorella vittima di un
terribile incantesimo, come avrebbe fatto a liberarsi?
E se le conto io, vengono fuori pure a me?
Prova, suggeriva la sorella maggiore con un ghigno.
Margherita se ne andava via impaurita.
E la sera, molto spesso ormai, se ne stava lì, alla finestra di una
casa nuova, lontana dai cugini, dai giochi di sempre. Era un’estate
così fresca, lei aveva quattro anni e si sentiva fremere per
l’impazienza. Da quando aveva scoperto che c’era quest’altro modo,
oltre a quello delle candeline sulla torta, per esprimere desideri, si
sentiva sfruculiare tutta dentro, approfittava che gli altri dormissero
per concentrarsi a cercare stelle cadenti. Avrebbe speso un
desiderio per ognuno di loro, mamma, papà e pure Caterina, si era
già preparata, ci avrebbe pensato lei. Potevano dormire sonni
tranquilli.
Ha chiamato da una cabina.
Ha risposto Margherita: “Papà, papà, quando torni?”. Turi ha detto
solo: “Passami la mamma”. Ci è rimasta male, la bambina, avrebbe
voluto chiedere di nuovo quando torni, e perché non me lo dici,
invece ha appoggiato la cornetta sulla macchina da cucire chiusa,
nell’ingresso, poi ha avvertito Laura.
“Da dove chiami?” ha chiesto la moglie, per via del rumore che
sentiva di sottofondo, automobili e qualche voce residua.
“Sono alla cabina sul ponte, vicino al bar.”
“E perché chiami da lì, tua sorella, i tuoi genitori, dove sono gli
altri?”
“A casa di mia madre. Il funerale è dopodomani mattina.”
“Ah. E perché ora sei lì?”
“È dopodomani,” ripete.
“E tu, perché stai lì da solo? Che fai?”
Lo infastidiscono, queste domande, sua moglie fa sempre troppe
domande, non lascia il tempo di parlare, prepararsi un discorso,
mettere insieme le parole e trovare cosa dire, perché di certo aveva
qualcosa da dire se l’ha chiamata, di certo aveva bisogno di parlare
con lei.
Ma ora Salvatore sta zitto, e Laura incalza: “Turi, sei ancora lì?.
Oh, non sento niente, c’è rumore, è tutto a posto?”.
“Sì.”
“Come mai dopodomani?”
“Perché sì, Laura. Domani mattina lo portano a casa e
dopodomani si fa il funerale, che cosa non ti torna?”
“Niente, niente, va bene.” Laura si ritrae quando lui è stizzito, non
vuole irritarlo. “Va bene,” sussurra, perché non sa più che dire.
Non ricorda più, Turi, perché ha chiamato da una cabina. Doveva
dirle qualcosa che non voleva sentisse nessuno. Ma non ci riesce,
adesso non ci riesce più.
Rimangono in silenzio per un po’, finché lui non la saluta, dice di
baciare le bambine, Laura non ha il tempo di aggiungere altro, si fa
liquidare mentre è ancora in cerca di argomenti di conversazione, si
ritrova con la cornetta in mano e resta ad ascoltare il tu-tu ripetuto,
come per farsi una ragione del rifiuto di suo marito, il rifiuto di
condividere la sua angoscia con lei.
A Nacamarina le bambine non avevano mai sentito le rane
gracidare e i grilli cantare. Quell’estate a Sambiagio invece
Margherita chiedeva quasi ogni sera: “Dove sono le rane, mamma,
perché fanno così di notte?”. “Sono nelle vasche che servono per
irrigare i campi, qui tutt’intorno.”
La mattina tubavano le tortore, e a Caterina sembrava un suono
buono. Prima aveva paura del verso degli uccelli, la notte
precedente la tragedia sua madre aveva sentito la ciàula lamentarsi,
e ogni volta che questo accadeva si verificava qualcosa di brutto.
Una morte. La civetta quella notte aveva pianto la morte in arrivo: più
spaventosa di un sogno premonitore, impedì alla madre di dormire. Il
giorno dopo venne il focu, e cambiò tutte le cose.
Ma il canto degli uccellini al mattino, quello no, non spaventava
Caterina, la faceva svegliare allegra. Niente mandorle e frappè,
caffellatte caldo anche se era estate. Caterina ci inzuppava manciate
di biscotti anonimi, finché non otteneva una pasta morbida, che
ingurgitava a cucchiaiate come un dessert. Margherita la guardava
schifata e la madre la rimproverava perché le sembrava un gioco,
più che vero appetito. Ma quelle due non la mettevano di cattivo
umore. Perché fuori, oltre la porta – Caterina lo sapeva – c’era il
gatto Tom, e le radici muscolose degli alberi, la stretta strada
asfaltata fra l’erba, ma anche le scorciatoie che lei e Margherita
avevano già scoperto, in mezzo agli insetti e alle bisce, non ne
avevano nemmeno più paura, e sassi e sole e mare: sotto tutto,
come un traguardo, c’era il mare.
A Nacamarina, le bambine non avevano mai corso così tanto
senza dover arrivare da nessuna parte, e non avevano mai mangiato
le more selvatiche. La prima volta le avevano staccate e custodite
nelle mani a conca finché non erano tornate a casa. Le more si
erano tutte schiacciate – le dita macchiate di sugo viola – eppure la
madre senza nemmeno lavarle se le era infilate in bocca, due o tre
per volta, e sembrava contenta, così ogni mattina a Sambiagio le
bambine raccoglievano le more in un bicchiere di carta per lei, ogni
mattina appena sveglie le porgevano questo regalo.
Le altre villette erano chiuse, per esempio quella di fianco alla casa
di Ezio. L’uomo coi baffi fumava non solo sigari, ma anche sigarette,
e le infilava in un bocchino di plastica marrone, che le faceva
sembrare lunghe e sottilissime. Dalle bambine si faceva chiamare
zio.
Dopo pranzo Caterina usciva in fretta, e andava nel cortile davanti
a quella villetta, pavimentato con piastrelle squadrate diseguali,
come nel cortile di nonna Cata a Nacamarina, e dove spuntavano,
su un lato, un tavolo e delle sedie in granito bianco. Un sogno per
ogni suo gioco. Costringeva Margherita ad accomodarsi in platea e
guardarla ballare in piedi sul tavolo, un’Incantevole Creamy su un
palcoscenico di pietre, un metro e mezzo di diametro. Spesso
Margherita si alzava e correva via: “Sei stonata!” diceva, e andava a
fare giochi solitari che non voleva condividere con lei, oppure,
concentrata come in un quiz televisivo, le mani accanto alle orecchie
per sentire la voce rimbombare, cantava per conto suo, finalmente
soddisfatta dell’interpretazione. Ma Caterina continuava lo stesso,
instancabile, il pugno chiuso davanti alla bocca come microfono e le
mani fra i capelli per sentirsi più carina, a snocciolare il repertorio del
Festival di Sanremo di quell’anno o le canzoni di Mirko e i Bee Hive.
Coi suoi cugini Lena e Giacomo, quando erano più piccoli e
Margherita stava nella culla e non sapeva nemmeno parlare, altro
che cantare, facevano sempre quel gioco dello show: lo chiamavano
Sapore di Sale. Giochiamo a Sapore di Sale?, proponeva Caterina
nella frescura dell’atrio della vecchia palazzina, non quella costruita
da ’Ntoni, ma la vecchia palazzina davanti all’asilo. Era Lena che
faceva la presentatrice, perché era la più grande, e Caterina era
l’ospite più inflazionata, almeno dieci comparse a edizione. Quando
salivano di sopra per mangiare il ragù dolcissimo che aveva
preparato zia Fatima, Lena non faceva mai a gara per finire prima
degli altri, come il fratello e la cugina, quasi a voler mostrare di
essere diversa da Caterina e Giacomo, i piccoli. Già grande. Lena
rideva, come gli adulti, quando Giacomo faceva un peto e Caterina
si offendeva, con voce lamentosa denunciava il fatto alla madre,
Mamma, lo vedi a Giacomo che ha fatto un pitilo?, storpiando
persino il dialettale pirito, Glielo dici di non farlo?, e fingeva di
piangere, offesa da quell’affronto, come fosse stato una volontaria
mancanza di rispetto verso di lei. Lena piangeva se era costretta
come i piccoli a inginocchiarsi a testa in giù davanti alla madre,
poggiare la testa sulle sue cosce e farsi rovistare tra i capelli in cerca
di pidocchi o lendini da schiacciare tra le unghie. I pidocchi erano lo
spauracchio delle madri e la risposta immediata era il taglio drastico
dei capelli, oltre che la cura con lo shampoo della farmacia: e anche
a scuola le maestre tiravano le trecce delle alunne che
chiacchieravano troppo vicine, fino a far strillare. Lontane, lontane
dovete stare ché vi prendete i pidocchi! Lena, come Caterina, voleva
portare i capelli lunghi, farsi fare da zia Laura la treccia che parte
dall’attaccatura sulla fronte, prima di andare a messa, o vedere i
capelli arricciarsi dopo il bagno al mare, grazie alla salsedine,
specchiarsi nei vetri e nella carrozzeria delle automobili e sentirsi già
una signorina, altro che Caterina, ancora col salvagente.
Un giorno di mare dell’estate del cambiamento, prima del viaggio,
delle cose che finiscono, che sterzano d’un tratto, quel giorno, per il
vento, la sabbia entrava in bocca: Caterina la sentiva scricchiolare
sotto i denti, e i capelli le andavano sugli occhi. Il poster di Pollyanna
al centro del “Corriere dei Piccoli” si era staccato dalle graffette. Quel
giorno – erano già pronti per andarsene, ombrelloni chiusi sotto il
braccio e borse a tracolla – il vento aveva strappato violentemente il
poster della sua amica Pollyanna e l’aveva portato via. Caterina era
rimasta immobile senza nemmeno il riflesso di afferrarlo, di
rincorrerlo, non appena era scomparso e non l’aveva visto più aveva
stretto con le mani le sue trecce, ormai disfatte, impastate di sale e
sabbia, e senza preoccuparsi che le arrivasse uno schiaffo dalla
madre per quel capriccio si era inchiodata sulla spiaggia, le
sopracciglia corrucciate, offesa col mondo intero o col destino, non
ne aveva voluto sapere di muoversi da lì.
Ma quell’estate ventosa non le aveva portato via Pollyanna per
davvero, tante cose se le era prese e lei non poteva farci nulla, se
non ficcare la testa sotto il lenzuolo per la paura, sentire il calore del
suo respiro sulla faccia e sudare. Tante cose le aveva rubato, ma a
prendersi Pollyanna non c’era riuscita. Perché da quell’estate il
magico gioco della felicità divenne un bisogno, di fronte alla tragedia
alle ciàule all’impronta del panico sulla faccia di zia Nuccia al pallore
del padre agli occhi sgranati della madre, Caterina imparò a essere
felice per le more selvatiche trovate lungo la strada, per le fusa di
Tom, perché un disegno a penna le era venuto bene. La sera
recitava le preghiere ed elencava tutte le cose belle che erano
successe, Margherita aveva imparato a saltare da un metro di
altezza senza esitare, papà le aveva portate con sé in paese a
chiamare i nonni dal telefono a scatti del bar, la mamma aveva
ascoltato le loro storie seduta fuori dalla porta, come nel cortile con
le gardenie. Allora, sulla collina piena di more, Caterina costringeva
Margherita a farle il coro mentre lei si esibiva sul tavolo di pietra,
come avevano fatto Lena e Giacomo, qualche anno prima. E
cercava di dimenticare quel pomeriggio sulla spiaggia – Lena e
Giacomo, dov’erano? – come un chiaro presagio sulla loro vita,
avrebbero soltanto dovuto essere capaci di decifrarlo, ma loro si
intendevano esclusivamente di uccelli notturni, al massimo di sogni
premonitori, non si raccapezzavano con altri tipi di segnali.
Steso sul letto e attorniato dai fiori, suo cognato sembra ancora più
piccolo. Immobile, non può più dire nulla, non può più decidere nulla,
la sua vita evaporata in un soffio, bastava un niente, lui che li aveva
condizionati tutti, un vincolo sulle loro vite, pesante come il suo
palazzo di sette piani, ammasso di cemento sulle loro teste, li ha
schiacciati a terra, soggiogati, per anni tutti sotto, tutti dentro, eppure
bastava un niente, ecco, non era nulla, la vita si è spenta senza
ribellione, senza rabbia, si è arresa quasi subito, lo avreste detto? E
lui adesso è quel corpo così piccolo così rigido, vestiti di stoffa
pregiata, eppure un meccanismo che non si può più azionare.
La stanza matrimoniale rococò è diventata una camera ardente: la
serranda elettrica abbassata, oltre lo sa Salvatore cosa c’è, cosa si
vede da quel balcone. Il giardino che d’estate dà pure le pesche, poi
colline arse, poi autostrada.
Sua sorella lo ha accompagnato. È rimasta un po’ in piedi accanto
a lui. Zitta. Aveva già pianto. Ha pianto appena lo ha visto per il
semplice fatto di incontrarlo. Fatima ha pianto appena lo ha avuto
davanti, suo fratello Turi, per il semplice fatto che era lui. Era lui che
stava aspettando.
È rimasta accanto a Salvatore senza dire una parola, lo sguardo
severo di chi mostra lo sfacelo senza aggiungere altro, come a dire,
Hai visto che è successo? E tu, dov’eri? Salvatore sussulta perché il
silenzio di Fatima continua a additarlo, ma forse lei è solo triste,
forse lei non saprebbe che dire, non è mai stata di grandi discorsi, sa
raccontare aneddoti, Fatima, nient’altro, di tutto il resto non ha mai
saputo parlare, gli stati d’animo, per esempio, a corto di parole, e
con suo fratello poi, non è certo questo che si aspettano l’uno
dall’altra. Questo, insieme, loro due non lo sanno fare.
Poi Fatima è uscita, non ha chiesto a Salvatore, Vieni?, e
Salvatore non ha fatto in tempo a seguirla: non lo aveva deciso, di
stare da solo con il morto, semplicemente è stato lento di riflessi.
Ora si guarda intorno come per ambientarsi, eppure la conosce già
la savonarola nell’angolo, il crocifisso sulla parete a cui è attaccato il
letto, legno intarsiato, la statua della Madonna che copre metà della
specchiera tanto è grossa, e intorno a lei portagioie, portafoto,
bomboniere e profumi in una scenografia identica da anni sopra i
centri del comò. Conosce tutto, non dovrebbe sentire il bisogno di
ambientarsi. E quello che ha di fronte: non è mica uno sconosciuto,
si tratta di suo cognato, un parente, un amico, non c’è motivo di
sentirsi inquieto. Salvatore lo sa come si sta coi morti, una volta che
impari la procedura poi ogni morto è lo stesso, e anche questo
morto, che è ’Ntoni, adesso è un uomo come tutti gli altri, è morto
come muoiono gli altri, niente di meno niente di più.
Salvatore solleva il mento e si accarezza il collo, sente la barba
che sta crescendo sfregare sui calli, pensa che si raderà prima del
funerale. Che onorerà il congedo di ’Ntoni. Lo guarda. Rigido, basso
troppo basso, le mani corte, le guance piene. Chiusi, i suoi occhi
tradiscono l’eredità che hanno lasciato. Chiusi, i suoi occhi
nascondono di essere stati verde chiaro, come quelli di Lena, di
Giacomo, i suoi figli. Ha lasciato loro questo, ’Ntoni: occhi da far
girare le persone per strada, da far innamorare, da fissare senza
poter dire una parola. E quella condizione irreversibile, nuova pur
essendo sempre stata lì, tra loro. Oggi diventa autentica e definitiva.
Sono orfani.
Gli uomini e le donne che incontreranno chiederanno perché, di
cosa sia morto il loro padre. Quelli che vengono da fuori, da altri
angoli della città, dalla provincia, altre zone, quelli che non
conoscono le storie di questo quartiere se non perché le hanno lette
sui giornali. Ma non possono basarsi sui cognomi per fare
congetture. Perché il cognome Luppolo non è un cognome
importante.
Quando lo conobbe, ricorda Salvatore, ’Ntoni era già la persona
che pochi giorni fa è morta, la persona che è adesso un morto
davanti a lui. Non è mai stato d’accordo con le sue scelte, no,
nessuno lo era. Forse nemmeno Giommo e Maddalena, i suoi
genitori, di sicuro non i suoi suoceri, Cecè con le tachicardie serali,
Cata con gli acuti vocali di quando raccontava le storie del passato.
Nessuno condivideva, ma non era previsto un confronto in merito,
non funzionava così.
Salvatore guarda il cadavere di ’Ntoni e non rimprovera, non si
sente in diritto di farlo. ’Ntoni lo aveva aiutato a trovare un lavoro. Lo
aveva preso nella sua ditta di costruzioni. Il muratore. Un lavoro
onesto, pulito. Turi aveva potuto imparare un mestiere. Gli aveva
offerto di vivere in uno degli appartamenti del suo palazzo. Lo ha
trattato sempre con rispetto. Ha rispettato i suoceri: ’a mamma
diceva di Cata, ’u papà di Cecè. Viziava anche le figlie di Salvatore,
non solo i propri. Era generoso. Odiava la spiaggia, anche lui. Non lo
ricorda in costume. Anche all’inizio, anche prima di tutto, prima della
guerra, era spesso fuori città. Salvatore non chiedeva. A sua sorella,
non chiedeva che pensasse. Settimane, mesi senza il marito. Non si
chiedono certe cose a una sorella. Non hanno mai parlato di questo
fra loro. E nemmeno a Laura Fatima avrebbe detto niente. Quando
mancava il marito, per Fatima c’era il fratello maggiore. Poteva
rivolgersi a lui. Turi la accompagnava dal medico, o a prendere un
gelato insieme a Laura e i bambini. Era il marito di sua sorella tutte
le volte che rimaneva vedova prima del tempo. C’era questo patto
tacito fra loro, fra Salvatore e suo cognato ’Ntoni. Lo zio ha
accompagnato i nipoti davanti all’altare per prendere la prima
comunione, insieme alla sorella, al posto di ’Ntoni. Ha ascoltato i loro
capricci a cena, ha cercato di mettere pace, di dare consigli, più
calmo e paziente che dentro le mura di casa propria. Ha interpretato
il ruolo di capofamiglia come se l’avesse appreso a un corso
professionale. Avevano bisogno dell’ideale di padre, i suoi nipoti, del
ruolo prima che della persona. E Turi si è offerto di esserlo. Si sono
affidati a lui. Poi li ha abbandonati. Non sa se l’hanno perdonato.
Per ’Ntoni c’erano altre famiglie da servire. ’Ntoni non si
accontentava, ’Ntoni cercava il riscatto, la svolta, il salto. All’inizio
parlava dell’ordine, si usava dire che serviva, quell’organizzazione,
per controllare cose e persone, che faceva stare tranquilli nel
quartiere, elargiva aiuti, dispensava favori a chi lo meritava,
governava e liberava dalla paura. Esistono luoghi dove non c’è
bisogno di un sistema di controllo, di tutela come quello, per stare
tranquilli: ma Turi non poteva saperlo, prima. Aveva una sua ragione,
per lui, quel sistema. Era quella che gli raccontava ’Ntoni, che tutti si
erano da sempre raccontati, che nessuno aveva mai messo in
discussione, sempre era stato così. Se non fosse degenerato.
Questo dicevano. Anche Salvatore lo diceva, a tavola, persino
davanti alle bambine. Se non fosse diventata guerra.
’Ntoni si è trovato in mezzo: chi ha colpa nella guerra? Salvatore
non attribuisce colpe come non attribuisce premi, suo cognato
piccolo piccolo, così misero di fronte al suo palazzo – non gli è valso
a niente, non lo ha protetto, la famiglia che ha servito non lo ha
tutelato –, a Turi sembra che si sia accorciato, che la perdita
completa del potere lo abbia sgonfiato come un pallone dopo un
calcio troppo forte, l’aria fuoriesce e la gomma si rimpicciolisce,
succede con certi tipi di palloni, quelli che si portano ai picnic. Palloni
da duemilacinquecento lire.
Tutto, intorno a ’Ntoni, stamattina è enorme, la stanza da letto, e la
casa stessa, così brillante da non sembrare mai vissuta, un set
cinematografico, una fiera dell’arredamento: vita in punta di piedi per
non sporcare nulla, non è possibile rilassarsi nemmeno a casa,
comparse di un film, i figli e la moglie Luppolo, alienati dalle loro
stesse vite, nel loro appartamento accecante, senza averlo mai
deciso, ingaggiati da ’Ntoni, ora sono liberati dalla parte, ora davvero
non sapranno più che fare.
Turi non lo tocca. Gli si avvicina, lo sfiora appena, poi si bacia il
dito, come sempre si fa coi morti. Preghiere non sa dirne, non
saprebbe mai formularne di suo pugno e quelle che recitano tutti non
le ricorda a memoria. Sta ancora un po’ in piedi davanti al morto,
come fosse una veglia, e non dice nulla. Davanti a ’Ntoni tace. Come
si fa a parlare con un cadavere? È morto, ’Ntoni. Non dice più nulla,
non ascolta più nulla, non c’è più, finito, è finita l’era di ’Ntoni
Luppolo, anche Turi può uscire dalla stanza, crede davvero di non
avere nulla da dire.
“Che hai, Caterina?”
“Niente.”
“Come niente? Sei tutta zitta… Sei preoccupata?”
Le chiede se è in pena per papà, che ancora non è tornato. La
figlia sa che cosa terrorizza la madre: Laura conosce il tormento di
Salvatore, suo marito, e teme che gli spenga la volontà di tornare, di
stare con loro. “Sei preoccupata per lui?” chiede ancora. È sì l’unica
risposta che la madre si aspetta, e Caterina gliela dà. Anche se non
è per questo che è uggiosa, almeno lei. La preoccupazione per il
padre si è smorzata, l’agonia è stata la partenza, anche se lui già
non c’era più quando è tornata a casa, ma proprio per questo,
perché era partito senza salutarla, poteva essere un segno cattivo: è
partito senza che tu lo vedessi, significa che mai più lo rivedrai. Si
picchiava forte un pugno sul fianco, ecco, lo fa anche adesso, fa così
ogni volta che vuole scacciare un’idea brutta, che la spaventa, pugni
sui fianchi e sulle cosce, può ancora controllare gli eventi, li annienta
come mosche fastidiose, saranno loro a dover agonizzare.
Ma suo padre è lì da tre giorni e forse non c’è nessun pericolo.
Non dirlo troppo forte, non pensarlo, potresti di nuovo essere presa
alla sprovvista, sarai punita perché ti sei adagiata, pugno sul fianco,
un altro, un altro ancora, non farti vedere da tua madre, si
allarmerebbe, direbbe, È nuovo questo tic?
“Stai tranquilla, papà torna. Torna,” dice la madre.
Non è per questo che è triste, o almeno non prima, adesso forse,
ma non può raccontare a Laura cosa è successo oggi pomeriggio al
parco giochi, sa che ci rimarrebbe male. Dovrebbe dirle di quando a
un certo punto, seduta sulla spalliera della panchina, le mani dentro
le tasche del giubbotto, ha notato che tutti si guardavano un po’
strani e guardavano lei con la coda dell’occhio. Che c’è?, ha chiesto,
ma nessuno le rispondeva. Poi qualcuno di loro si è messo a
ridacchiare, qualcun altro invece diceva, Scemo, cazzo ti ridi, e
quindi Caterina ha intuito che un motivo per ridere c’era, ma forse
ridere non era proprio il caso. Ha capito che il motivo la riguardava,
perché Dalila, con le sue ballerine verde acido e le sue cosce gonfie
fasciate dai jeans, ha detto, Dai, Cate, non te la prendere, ridono
perché sono scemi.
Ma è successo qualcosa?, e si ispezionava i vestiti, le scarpe, le
mani, cercava di notare cosa fosse sbagliato nel suo abbigliamento,
si toccava il viso, si puliva gli occhi, gli angoli della bocca, metteva a
posto i capelli. Che c’è, Dalila, che ho fatto?
Dai, diciamoglielo, ha proposto a un certo punto il ragazzo di turno
di Dalila. Si è alzato ed è andato verso l’altra panchina. Anche
Caterina si è mossa per seguirlo. Dalila l’ha fermata, le ha stretto il
braccio e ha detto, Prometti che non ti arrabbi, però.
Quando è arrivata davanti alla panchina di fronte, tutti si erano già
piantati lì, zitti come se già avessero commentato e ormai non ci
fosse più nulla da aggiungere, anzi, bisognava tacere perché la
reazione di Caterina si facesse spazio nel silenzio, bisognava fare in
modo che avesse risalto. Caterina si è infilata fra i loro piumini
colorati, piccola come sempre, la più bassa della classe, e ha
guardato la spalliera, le barre consumate. Non capiva. Si è girata
verso di loro, poi di nuovo verso la panchina, si stava innervosendo,
perché la prendevano in giro? Insomma, ma che c’è?
Il ragazzo di Dalila le ha afferrato la nuca e le ha spinto la testa
verso il basso, indicandole con l’altra mano una scritta sull’ultima
barra della panchina, lì dove invece di sedersi di solito appoggiano le
scarpe da ginnastica, perché preferiscono tenere il sedere sulla
spalliera, la sensazione che qualcosa tagli in due il bacino,
l’equilibrio un po’ più precario: è meglio che stare comodi.
Caterina
=
mafiosa camorrista
Caterina uguale mafiosa camorrista, uguale mafiosa camorrista,
mafiosa camorrista hanno scritto. Non c’entra, dice subito, che
c’entra camorrista? Camorrista è diverso da mafioso, sono due cose
diverse, che c’entra? – come se fosse quello il punto, poi di nuovo si
zittisce, forse troppo a lungo, guarda ancora quella scritta fatta con
l’uniposca. Chi è stato? Qualcuno di voi?, Sei pazza?, dicono. No,
ripetono tutti, qualcuno fa ipotesi sull’autore, partono accuse e
invettive, qualcuno sta zitto come se aspettasse l’esplosione, forse
nessuno più ridacchia. Camorrista non c’entra, e si sente già che la
voce di Caterina si sta sbriciolando, scricchiola, e forse sarebbe
meglio non parlasse, ha una voce pericolante, se cade urta la diga
della gola, si aprirà e la allagherà, Caterina annegherà e non ci sarà
nessuno, sua madre, suo padre, lui così lontano, sua sorella,
nessuno potrà proteggerla, annegherà e quindi ora deve tacere,
evitare di pronunciare qualunque vocabolo, basta un soffio d’aria e la
finestra sbatterà, i vetri si frantumeranno e chi li potrà raccogliere?
Lei no, adesso lei, Caterina!, si sente chiamare, Caterina, ci sei
rimasta male?, No, dicevo. Deve rispondere. Pensavo, deve farlo, se
no lo capiscono che la diga sta per esplodere, Dicevo solo che
camorrista, lo capiscono che corre questo pericolo, il pericolo di
affogare davanti a loro, forse la lasceranno travolgere dalla corrente,
Non c’entra, capito? Non, vocali tremolanti, la crepa si apre. Dai,
Cate, sono stronzate, chissà chi è quel cretino che le ha scritte.
Dalila le prende la mano, ed è proprio con questo gesto che fa
sbattere la finestra, che fa traboccare la voce di Caterina: la diga
crolla. Sta piangendo, sente dire Caterina, ed è inutile che si copra
gli occhi. Scosta i compagni e cerca di andare a sedersi altrove,
bombardata di domande mute, perché hanno dovuto farlo? perché
questa cattiveria? perché basta non essere nati qui per ricevere
questo trattamento? come faccio a cancellare la scritta? Non voglio
che mia madre la veda, non voglio che nessuno al mondo più la
veda, perché mi trattano così?
Caterina, dai, non piangere, È stato Giulio, dicono, Non è vero,
non sono stato io! Non li ascolta, non hanno idea di cosa significhi, è
una stupidaggine forse, ma la fa sentire impotente, come se ogni
sforzo fosse stato inutile, come se non ci fosse alcuna possibilità di
far parte di loro, come se dovesse ricominciare da capo, vuole
ricominciare da capo, e senza di loro.
La madre si avvicina e le accarezza la guancia. Poi si siede
davanti a lei, le prende le mani. Se le batte dolcemente sulle cosce e
dice: “Dai, vieni in braccio a mamma, come quando eri piccola,
eddai, non ti vede nessuno…”.
Caterina si alza e si siede sulle sue ginocchia, appoggia l’orecchio
sulla sua spalla e respira l’odore del suo collo. È per lei che ha
pianto, quasi sempre Caterina piange per lei, perché sa che se la
madre avesse sentito di una tale cattiveria contro sua figlia le si
sarebbe stretto lo stomaco. Caterina sa che ha il dovere di non
soffrire perché la madre non soffra, non sarà mai libera per questo,
deve tutelarla dalla propria sofferenza per non farla morire e in
questo tentativo è sempre maldestra, ma quella scritta sulla
panchina: forse di quella sua madre non saprà mai.
Dopo pochi giorni che stavano sulla collina, era apparsa quella
scritta sul muro. Grande e nera. Non si dissero nulla, Salvatore e
Laura, fecero finta di non vederla. Ma fu Caterina a leggerla ad alta
voce. Mentre passavano in macchina davanti alla scritta, la
macchina di Ezio, la sentirono scandire: “Via, i, terroni, da, qui”.
Subito la bambina non chiese nulla. Fu dopo una ventina di minuti
che sembrò ricordarsene d’improvviso, oppure non aveva pensato
ad altro che a quello.
“Mamma, che cosa sono i terroni?”
Nonostante tutto Laura non era preparata, aprì la bocca ma non
trovò nessuna parola adatta.
“I terroni, quelli che lavorano la terra,” disse Salvatore.
“Ah, i contadini.”
“Tipo.”
“E perché li cacciano?”
Margherita sembrava persa nei suoi pensieri, non sapeva ancora
leggere, la piccola, ma questo non impediva che facesse anche lei
domande faticose, a volte.
“Perché sono dei bastardi,” disse Salvatore, e iniziò a mordersi il
labbro, staccandosi le pellicine.
Caterina tacque. Dalla risposta del padre capì che era meglio non
chiedere più nulla. Non domandò, Chi? Chi sono i bastardi?, sapeva
che di sicuro non lo erano i terroni, ma quelli che decidevano di
mandarli via.
Dopo poco Laura la sentì confabulare con Margherita, facevano
uno dei loro strani giochi, cose che dovevano avere a che fare con
un mago e un paese ghiacciato.
Fu nei giorni successivi che, mentre la madre cucinava, Caterina si
avvicinò a lei e disse, con tranquillità: “Siamo noi”.
“Che cosa?”
“Siamo noi i terroni, vero? È con noi che ce l’hanno.”
Non riuscirebbe a dire come lo seppe. Nessuno glielo spiegò.
Caterina lo seppe e basta, come un’informazione che aveva già
dentro da anni.
“Perché? Che gli abbiamo fatto?” volle soltanto capire.
“Ma no, quelle scritte c’erano già prima. Forse ce l’hanno con la
gente del Sud in generale, ma non per forza con noi, capito? Sono
pregiudizi, così si chiamano.”
“Pregiudizi,” ripeté la bambina. Fece una debole smorfia, non era
del tutto soddisfatta, ma capì che la madre era in difficoltà e non
infierì.
Fu misericordiosa, o forse solo parzialmente appagata. Perché
Caterina aveva imparato una parola nuova, e quando accadeva lei
celebrava questo momento digiunando da tutte le altre parole: quelle
conosciute, quelle che avrebbe potuto ancora conoscere. Perciò
andò via, in camera sua, a custodire i pregiudizi di cui era stata
vittima come una cosa preziosa, perché ogni vocabolo per lei aveva
l’aura di un gioiello, avrebbe cercato il momento migliore per
indossarlo, l’avrebbe sfoggiato disinvolta e si sarebbe sentita più
bella, le parole, sì, la facevano sentire più bella, si è presa pregiudizi
sulle spalle e se l’è portata via con sé, perché una volta che questa
parola diventava anche sua, allora lei poteva dominarla, e
modellarla, e controllarla, e storpiarla persino, oppure gettarla lì, nel
bel mezzo di una frase, come per sorprendere, o per provocare,
poteva spogliarla del suo significato originario e abbigliarla di un
altro, o lasciarla nuda, vergognosamente nuda, umiliarla davanti a
tutti lasciandola nuda sulla riva, sarebbe passata a riprenderla poi,
magari – Laura sapeva che sua figlia era capace di una simile
crudeltà. Sarebbe tornata a riprenderla non appena avesse sentito di
averla punita abbastanza. Perché era lei che vinceva, la sua
Caterina. Questo aveva deciso la bambina, ma la madre nemmeno
ancora lo immaginava. Con le parole, almeno con le parole, avrebbe
dovuto vincere lei.
Oggi Margherita ha visto sua sorella piangere al parco giochi:
stava sullo scivolo, non se n’è accorta subito. È stato Mario a dire:
“Che ha tua sorella?”.
Margherita è andata a controllare. Caterina se ne stava su una
panchina a singhiozzare coprendosi la faccia, non si voleva far
vedere, certo, ma così tanto lo capivano tutti che cosa stava
facendo, mica sono ciechi, pensava la sorellina.
Margherita si voleva avvicinare alla panchina, ma aveva paura di
chiederle qualunque cosa, magari Caterina si sarebbe messa a
urlare come fa solo lei, magari le avrebbe dato pure un pizzicotto sul
braccio.
“Ma non vai a difenderla? Ti do la mia sciabola!”
A volte Mario le sembra cretino.
Margherita si è avvicinata, ma era difficile andare proprio davanti a
sua sorella, dirle qualcosa, farle anche solo una carezza, perché
c’erano un sacco di persone intorno a lei, così ha urlato: “Cate, che
hai?” ma lei non l’ha nemmeno sentita, le stavano tutti davanti, a
muro, non c’era verso di poterle parlare, tutti a dire: “E dai, Caterina,
non te la puoi prendere così”, o: “E dai, ma sono stronzate”. Ma
Caterina non smetteva di piangere.
Poi a un certo punto uno della sua classe che si chiama Giulio e
che non deve esserle tanto simpatico, anzi, Margherita ricorda che
litigano spesso, si fa largo tra gli altri e la prende in braccio e, chissà
perché, la porta a passeggio così. Caterina, che aveva le mani sul
viso e non vedeva niente, sentiva solo tante voci l’una sopra l’altra
addosso a lei, ha tirato un urlo, ha aperto di colpo gli occhi, ha
iniziato ad agitarsi come stesse cadendo e a strillare: “Chi è? Fammi
scendere!”. Tutti applaudivano, una scena proprio strana, pensava
Margherita. D’un tratto si è sentita triste, imbarazzata per la sorella.
Caterina rideva, forse nervosa per la paura di cadere? Poi però
tornava di nuovo a piangere, mi sa che è meglio se ce ne torniamo a
casa, pensava la sorellina. Caterina ha ridacchiato per un po’,
mentre stava in braccio al suo compagno, sembrava le fosse
passata, ma dopo Giulio l’ha messa giù e lei aveva di nuovo quella
faccia, le pieghe sulla fronte come di chi è sotto sforzo. L’ha notato,
che Margherita la guardava fisso, con Mario accanto a lei,
interrogativo, la sciabola sempre in mano. Non c’è stato nemmeno
bisogno che la chiamasse: la sorellina le è andata vicino, e Caterina
ha detto, a nessuno in particolare: “Ciao, ci vediamo domani a
scuola”, senza nemmeno aspettare una risposta. Si è voltata, e se
ne sono andate.
Margherita ha sentito qualcuno chiamarla: era Dalila, la sua amica
culona, mentre qualcun altro suggeriva: “Lasciatela stare”.
Andando verso casa, Margherita ha corso il rischio – perché non si
sa mai come può reagire Caterina – e le ha chiesto: “Perché
piangevi?”.
La sorella guardava dritto la strada. Non si è girata verso
Margherita, ma ha risposto lo stesso. “Giulio,” ha detto, “è stato lui.”
La bara viene infilata nel loculo: il tempo è definitivamente arrivato.
Fatima è vedova senza rimedio. È il tempo della sua vedovanza.
Dovrà ancora farle da marito, Salvatore, ma potrà solo a singhiozzo.
Vestirà quei panni e si farà coccolare dai figli di ’Ntoni, come lo zio
preferito, lo zio che cerca di riempire la voragine della loro vita. Si
illude che sia così.
Non sapranno mai quanto dolore abbia provato nel guardarli, oggi,
mentre fissavano la bara esterrefatti. Mentre fissavano la scatola di
legno entrare dentro il muro, mentre vedevano prelevare il loro padre
dal mondo, senza possibilità di ritorno.
La sua sorella minore: come è potuto accaderle questo?, si chiede
Salvatore. Non lo vedranno mai piangere, lascerà che le loro lacrime
e i loro silenzi o i loro litigi o le loro preghiere si ficchino come
schegge sotto le unghie, non lo vedranno nemmeno contrarre il
volto, mordersi le labbra.
Non permetterà che si vergognino del loro padre. Non si può
portare un’onta simile per tutta la vita, non è giusto. Racconterà loro
di quanto fosse generoso, se ce ne sarà bisogno. Dirà loro di come
amava i vestiti di sartoria e gli occhiali da sole a goccia. Dello
champagne che stappava ai loro compleanni. Di come li adorasse,
questo dirà, se ce ne sarà bisogno.
Prima di tutto, quell’uomo era un suo amico.
Gli capitava di trovarlo spesso in compagnia, quando andava a
casa sua la sera, magari per portare a Fatima le bottiglie d’acqua
riempite alla fontana nel pomeriggio, in due o tre cassette di plastica,
o perché Laura doveva fare una iniezione di antibiotico ai nipoti con
la febbre, era l’unica capace di usare la siringa in famiglia, da
vecchia l’avrebbero ricordata come Laura r’i pungituri, se non fosse
andata via da lì.
Sua sorella in cucina davanti alla televisione, in attesa che le
palpebre si chiudessero del tutto, o già in pigiama, in procinto di
infilarsi sotto le coperte. Gli diceva: “Turi, entra se vuoi, io così non
mi faccio vedere, ma vai pure a salutare”. Più come un ordine che
come una gentilezza. Salvatore bussava alla porta del salone,
entrava e lo vedeva di spalle, seduto al tavolo di noce, attorniato da
uomini benvestiti e sudati. ’Ntoni, suo cognato. Come se di cognati
lui non ne avesse avuti altri, come se quell’uomo basso e tarchiato
con gli occhi chiarissimi fosse l’unico modello di cognato in
dotazione. ’Ntoni si voltava distratto, gli occhi socchiusi e le labbra
quasi imbronciate – non lo era davvero, era solo concentrato – che
appena vedeva Salvatore si trasformavano in un sorriso. Si alzava
rumoroso dalla sedia e gli andava incontro: “Turi, vèni, sèriti, ’mbìviti
cacchiccosa”, una mano dietro la sua spalla, lo spingeva, con l’altra
gli indicava la sedia, lo invogliava ad accomodarsi.
Le prime volte Turi avanzava legnoso, si ritrovava col culo sulla
sedia e la schiena rigida, sembrava altero anziché imbarazzato, una
forma di arroganza più che di pudore. Uno degli ospiti si alzava
anche lui, gli serviva da bere, porgeva il bicchiere, e quasi tutti si
spostavano, si avvicinavano, si presentavano o, se lo conoscevano
già, lo salutavano con una stretta di mano, dopo aver posato a testa
in giù le carte sul tavolo, coperte perché il gioco sarebbe continuato,
e nessuno aveva intenzione di sprecare una puntata valida. Forse
quello che continuava a succhiare lo stuzzicadenti e a rigirarselo in
bocca con la lingua pensava di avere le carte migliori, ed era
seccato per l’interruzione, o bluffava, semplicemente, come sempre
nel poker. Salvatore seduto tra gli amici di suo cognato, le camicie
sbottonate per far prendere aria ai loro colli robusti, infossati nella
carne del torace: una piega profonda, spessa come una pesante
collana che preme sulla nuca. Salvatore giocava sovente a carte al
bar, briscola, tressette, stoppa, ma lì, tra quei signori corpulenti
seduti a gambe larghe come per consentire al ventre di spandersi
sotto il tavolo, le maniche sollevate fino ai gomiti, la sigaretta che si
consumava in una mano, il rotolino di cenere che si nutriva poi
piegava, senza preavviso cadeva sul legno di noce, tra i soldi,
Salvatore a quel tavolo lucidissimo macchiato dalle impronte delle
loro mani, la spirale dei loro polpastrelli in controluce come un cattivo
presagio, lì, tra carte aperte a ventaglio e mignoli dall’unghia lunga,
curva come il beccuccio di uno strumento a fiato, ingiallita dal
tabacco eppure esibita, come un segno distintivo, lì Salvatore non
aveva mai giocato. Era stato invitato, più volte. Ogni volta aveva
risposto che il poker non era tra i suoi giochi preferiti, che non aveva
voglia di impararlo, che gli piacevano le carte napoletane coi bastoni
e i denari, non quelle così grandi e fredde con cuori e fiori stilizzati.
E quando capitava che vi si trovasse per caso, nel mezzo delle
partite che con regolarità ’Ntoni organizzava nel salone di casa,
aveva imparato a defilarsi. “Mi aspetta Laura, di là con Fatima. Le
bambine sono sole a casa, siamo saliti solo cinque minuti, sai?
Dobbiamo tornarcene.”
Quelle riunioni avvenivano quando ’Ntoni abitava ancora nel
palazzo di sette piani, prima che iniziasse la guerra, che sarebbe
durata sei anni, e avrebbe fatto centinaia di vittime, e sarebbe finita
senza vincitori, accordi presi dall’alto per mettere una pietra sopra
l’eccidio, per dimenticarsi di tutto, far finta di niente, salutarsi a
messa la domenica, superare le inimicizie, come bambini con i
soldatini, quelli caduti si rinfilano nel sacchetto di plastica, si cambia
gioco, adesso, nient’altro. I lutti accantonati, conseguenza di un
gioco che ha deragliato dai binari, ma adesso cambia strategia,
adesso si decide la tregua, la pace sporca, perversa del potere. E
tutto quel dolore incrostato? Quelle piaghe nella vita delle persone,
di mogli madri figli fratelli nonni generi suoceri zii cognati amici
fidanzati? Con quale spugna saranno cancellate? Messe a tacere.
Muto, quel dolore non avrà nemmeno il diritto di essere rivendicato.
Si è deciso anche il destino del dolore. Persino questo hanno fatto.
Dopo la guerra, forse, alla fine della guerra, quegli incontri sospesi
sarebbero stati ripristinati, come un’abitudine innocua, ma allora
’Ntoni non ci sarebbe più stato.
Quando vedeva finalmente riapparire Turi, per Laura era sempre
troppo tardi. “Mi pensavo che ti eri coricato là.” Salvatore la
guardava di traverso, tratteneva per un istante il respiro. Laura prima
abbassava la testa poi decisa la risollevava, la buttava quasi
indietro, un’assurda aria di sfida. “Buonanotte, Fatima,” si gettava a
baciare sua cognata. “Buonanotte,” la baciava anche Turi.
Fatima chiudeva la porta senza far scattare la serratura di
sicurezza. Chissà a che ora quegli uomini sarebbero andati via.
Avevano caffè in abbondanza dentro due thermos, lei glieli aveva
lasciati. E comunque, se fosse servito altro, suo marito ’Ntoni non
avrebbe esitato a svegliarla.
Erano usciti tutti fuori e si erano rifugiati dentro le macchine.
Mattina presto, sui pigiami i bambini avevano infilato maglioni vecchi
infeltriti e pieni di pallini, una divisa da sfollati indossata prima del
tempo. Poche scosse, ma i condomini avevano pensato al grande
terremoto, anche se nel 1908 nessuno di loro era ancora nato.
Bastava poco per annusare la catastrofe, e gettarvisi a capofitto,
senza ribellione.
Niente scuola, si restava chiusi in macchina ad ascoltare le
canzoni di Franco Simone. Caterina avrebbe preferito una cassetta
di Micu ’u Pùlici, almeno le risate avrebbero distratto dall’attesa non
sapeva di che cosa.
Era bella, quella mattina a Nacamarina. La tragedia si fionda nelle
case di notte oppure all’alba, ti impedisce di lavarti di mangiare di
fare il tuo dovere, e in una mattina spoglia ti segrega dentro
l’abitacolo di una fiat uno ad ascoltare musica, le scarpe da tennis
sotto il pigiama. Ti senti disperato e in preda al pericolo, ma
emozionato come se questo già facesse di te un eroe. Esonerato dal
controllo, in balìa della tragedia stessa, già abituato, già nel ruolo, i
capelli spettinati, i cariddi negli occhi ancora pieni di sonno, non
valuti nemmeno, da bambino, l’interrogativo sul futuro, è quel
presente sovvertito che ti sconvolge, che ti protegge, addirittura.
Caterina si domandava a cosa servisse stare lì dentro: se il
palazzo fosse crollato, pensava, le macerie li avrebbero di certo
travolti, e il tettuccio dell’auto non sarebbe stato un riparo. O forse la
madre pensava che sarebbero scattati via in fretta, apri la portiera
gettati per strada evita la folla stai a terra – o che cosa? La madre
non dava istruzioni: si stava soltanto immobili, Franco Simone
imperterrito, mentre le ore passavano. Caterina pregustava la
possibilità di comparire al telegiornale, e la prospettava a Margherita
come un evento eccitante.
Gli uomini non c’erano, erano al lavoro. Le donne – sua madre, le
sue zie, le vicine – avevano trovato quella incomprensibile soluzione.
Incastrarsi nelle automobili e restare lì, nel recinto del muro di
protezione attorno al palazzo in cui vivevano tutti, il palazzo voluto
da ’Ntoni. Le bambine giocavano senza fare troppo chiasso:
“Quand’ero-piccola-piccola-piccola-quand’ero-piccola-facevo-così-
un-da-questa-parte,” dito nella bocca testa a destra, “un-da-questa-
parte,” dito nella bocca testa a sinistra, “un-da-questa-parte-un-due-
tre”.
Poi arrivò Saro. Con la sua alfetta rossa. Il solito sorriso un po’
dolce un po’ strafottente. Dentro la macchina c’era anche Turi.
Avevano portato le brioche per i bambini: mentre Lena, Giacomo e
Margherita mangiavano un croissant, Caterina ingoiò a piccoli
bocconi una girella con l’uvetta, grossa come tutta la sua faccia, che
zio aveva comprato apposta per lei. Lui sì che conosceva i suoi
gusti.
“Zio, dici che moriamo?”
“Un giorno?”
“No, oggi.”
“Ma che moriamo?” Lo zio dispensava risate rassicuranti, liberava
dalla tana, come se fosse stato lui a picchiare forte la mano sul
muro, e tutti ora potessero uscire dal nascondiglio. Il tono da
vincitore, come sempre, sdrammatizzava: “Ora ce ne andiamo a
casa e mangiamo una bella pastasciutta”.
“E perché siete tornati prima dal lavoro?”
“Io perché avevo fame, ma se tu non ne hai…”
“Sì sì, certo! Pensavo però che era per il terremoto.”
“Caterina, qui da noi viene sempre il terremoto, pare che è il primo!
Siamo abituati, così è la terra nostra, non c’è da avere paura.”
Saro si accorse, dall’espressione della bambina, che non aveva
capito bene.
“Scusa, Caterina, noi qua ci siamo nati, o no?”
“Sì.”
“E pure i nonni, e i bisnonni, e i genitori dei bisnonni.”
“I trisnonni!”
“Ecco. Se da tutto questo tempo stiamo qui, tutti quanti, vuol dire
che per forza siamo capaci di starci, che siamo fatti proprio per stare
qui, che qui ci stiamo bene, e non c’è niente di pericoloso, non
dobbiamo avere paura.”
“Tu non hai mai paura, zio?”
“No.”
“Di niente?”
“Di niente.”
“Nemmeno dei serpenti?”
“No.”
“Nemmeno dei topi?”
“Ma figurati!”
“I fantasmi?”
“Non esistono.”
“Il diavolo?”
“Ma chi ve le ficca nella testa queste fesserie? Quale diavolo?”
“Il diavolo esiste, al catechismo ci hanno det.”
“Caterina, senti a me, di diavoli ce n’è in giro ma non sono come
quelli che ti pensi tu.”
“Cioè?”
“Vai ad apparecchiare la tavola, dai.”
“Secondo me hai paura pure tu.”
“E di che?”
“Boh, aspetta… eh… del buio!”
“No no. Scommettiamo?”
“Sì, ora ti tappo gli occhi e vediamo quanto resisti.”
“Vabbo’.”
“Se hai paura mi dai cinquecento lire.”
“Va bonu, anima ’i rinari.”
Quella battuta, anima di denari, e l’esperimento riempivano
Caterina di ilarità. Mentre i genitori e gli zii stavano fuori, sparpagliati
nel cortile, a conversare come se avessero dimenticato il nuovo
dramma a cui si erano votati, incapaci di vivere senza, dentro la fiat
uno si era scatenata la ridarella nervosa che hanno i bambini
quando credono che i grandi stiano concedendo troppo, e non se lo
aspettavano, quando sentono di prendersi l’abuso.
Seduta in braccio a zio Saro, la bambina gli copriva gli occhi con le
manine: “Vedi, zio?”. “No.” “E hai paura?” “No.” “E adesso?” gli tirava
un pizzicotto sul braccio. “No.” “Resisti?” gli soffiava sulla faccia.
“Sì.” “Che vedi?” “Niente.” “Qui ci sono i fantasmi!” alterando la voce.
“Se c’erano i fantasmi, bella mia, da ora che tu avevi gridato.” Più
che ridere Caterina pigolava, ma questo non le impediva di
dichiarare: “No, no, nemmeno io ho paura dei fantasmi, giuro!”.
Quando la ridarella si stemperò da sola, o forse la madre venne a
chiamarli – l’allarme era finito, Caterina si doveva lavare: nessuna
scossa li avrebbe più travolti, al telegiornale avevano detto che non
si prevedeva un altro sisma, e i bambini si sarebbero finalmente
dovuti pettinare e vestire e l’indomani sarebbero andati a scuola e
all’asilo: “Va bene, zio, hai vinto,” disse Caterina. “Non hai paura di
niente.”
Lo zio la guardò sospirando. Si guardò le mani, poi le scarpe, poi
guardò la sua alfetta, poi il muro così grigio spesso alto, poi il cielo
così leggero, mobile: no che non era più un tempo da terremoto. Tirò
fuori dalla tasca cinquecento lire e una gomma a forma di elicottero:
il piccolo mugnaio bianco delle merendine come pilota.
Caterina la afferrò: “L’hai trovata nei tegolini?”.
“Te la regalo.”
La bambina la annusò. Aveva l’odore inconfondibile delle sorprese
contenute nella scatoletta rossa, il mulino disegnato sopra, ma era
mischiato anche all’odore delle tasche dello zio. Sigarette, profumo,
metallo e carta, quella puzza di usurato che hanno i soldi.
“Prenditi le cinquecento lire, ché andiamo a casa.”
“Perché? Hai vinto tu.”
“No, Caterina, non potevo mai vincere.”
Caterina si mordeva il labbro e socchiudeva gli occhi, la testa
piegata di lato. Non capiva.
“Solo i fessi non hanno paura di niente.”
“Allora tu sei fesso!” rispondeva pronta.
Pensava che la sua insolenza lo avrebbe fatto ridere. Invece gli
occhi dello zio erano biglie nere incapaci di rotolare sulla sabbia.
“Zio?”
Saro sollevava il viso ed era dolce di nuovo.
“Hai ragione, Caterina. Come dobbiamo fare con questo fesso di
tuo zio, mannaggia a lui?”
Caterina lo abbracciava, convinta che avrebbe potuto farlo per
sempre.
“Come è stato il funerale?”
“Come un funerale.”
“A che ora era?”
“Alle undici, te lo avevo detto, ma ora che te lo ripeto a che ti
serve? Ormai è finito, volevi venire, forse?”
Laura cerca di non farsi scalfire dal suo sarcasmo.
“È stata bella l’omelia?”
“L’omelia?”
“La predica.”
Laura non sa scegliere la domanda giusta, è a disagio, quando
suo marito fa così è sempre a disagio.
“C’era gente?”
“Sì.”
“Chi c’era?”
Turi abbozza un elenco, disordinato, incompleto, quando Laura fa
un nome si limita a dire sì o no, poi anche lei si stanca di questa
specie di quiz, la sua voce si spegne nella cornetta.
Ora ci sarebbe quello spazio, quel buco dove ficcare le parole,
basta incastrarle l’una appresso all’altra, sua moglie è già sazia di
informazioni, gli concede di ascoltarlo, è il momento.
Ma Turi non sa che dire. Così dall’altra parte, a centinaia di
chilometri di distanza, Laura sente solo il suo respiro, come se il
marito dovesse soltanto rassicurarla sul fatto che è vivo.
“Quando torni?”
Ecco la domanda.
“Lo sai che mi hanno dato tre giorni per il lutto, ora vedo se mi
posso prendere qualche altra giornata.”
“Perché?” chiede lei già in ansia.
Lo disturba questo tono, lo disturba sempre.
“Perché sì.”
Sua moglie è delusa, o è offesa, fatto sta che rimane zitta, di lei
non si sente nemmeno il respiro: respira piano la donna che ha
sposato, suda poco, ha sempre buon odore, le mani sfiorano con la
leggerezza di capelli, è così la donna che ha sposato, è delicata
quasi eterea, ci metti un po’ a credere che sia in vita, la devi sentire
ridere per sapere che è vero.
“Fatima ha bisogno…” si giustifica Turi a un certo punto.
Laura si schiarisce la voce. “È vero,” gli dice. “Stai quanto devi
stare, Salvatore, tu sai.”
Salvatore annuisce con la testa, come se lei potesse vederlo.
“Ma stai attento,” aggiunge sua moglie.
“Attento a che?”
“Non lo so io come sono le cose lì, lo sai che è meglio che te ne
vieni al più presto…”
“Devo sempre scappare, io?”
Laura reprime un moto di rabbia, non è giornata, lo sa, deve fare
attenzione, non vuole litigare, lo sa quanto è difficile per lui, non sarà
mai capace di dire sto male.
“Va bene, che fai ora, vai da tua madre?”
Ma Turi non vuole cambiare discorso, adesso che le parole si
incastrano fra loro, e magari si incastrano male, ma era quello il
motivo per cui l’aveva chiamata, sua moglie, la donna che ha
sposato. Così aggiunge: “Devo fare il vigliacco, per tutta la vita?”.
“Daccapo con questa litania?” esclama Laura. Ecco che è uscita,
alla fine la frase sbagliata è venuta fuori, non l’ha saputa fermare.
“A te tanto che ti interessa se mia sorella è distrutta, se la sua vita
è rovinata?”
“Come puoi dirmi così a me?” urla Laura. “Lo sai il bene che voglio
a tua sorella!” È crudele suo marito oggi, non può prendersela che
con lei. “Lo sai il bene che ci vogliamo, ci siamo sempre rispettate, io
la adoro tua sorella, lo sai.”
È quasi già un lamento: non può credere che lo pensi davvero,
come può ignorare quell’amore, l’amore che lei ha dato alla famiglia
di lui?
“È a lei che gli è morto il marito, non a te, tu non puoi capire.”
Laura picchietta il pugno contro il centrino sotto il telefono come
per trattenere l’ira, si tira le labbra con le dita, poi passa la mano più
volte sul mobile di legno, come a controllare se c’è polvere.
“I bambini sono venuti al funerale?”
“Sì.”
“Pure Giacomo?”
“Sì.”
Ha ricominciato con i monosillabi.
“Come li hai visti?”
“Come li ho visti?”
“E tuo padre: si è sentito male per caso?”
“No, lui non l’abbiamo fatto venire. È stato a casa, è venuta solo
mamma.”
“Avete fatto bene.”
“I bambini sono come imbambolati,” prova a spiegare Turi, “Lena
soprattutto. Giacomo quando mi ha visto mi è saltato al collo, come
sempre, poi però gli è tornata quella faccia come di sonno, stava
zitto, fermo sulla sedia. Lena la vedo troppo attiva, la vedo dura,
come se ce l’avesse con tutti.”
“Ce l’ha con tutti, Salvatore,” dice Laura con la voce più dolce
possibile.
“Pure con me?”
“Con te, e perché? Tu che c’entri?”
“Io non c’ero, Laura.”
Laura stringe forte il centrino.
“Lo so che non c’eri.”
“È colpa mia.”
“Tua? Colpa tua? Non li sopporto più questi discorsi,” sibila Laura,
“li abbiamo fatti migliaia di volte, se non vuoi capire non ho che farti.
Almeno tua sorella ha un fratello, almeno i tuoi nipoti hanno uno zio.
Così li puoi aiutare, tu che ci sei li puoi aiutare. Non puoi caricarti
sulle spalle le scelte degli altri. Loro non hanno potuto farci niente,
ma non potevamo rimetterci tutti. Loro ti vogliono bene, e tu.”
“Belli questi discorsi che fai, complimenti, fammi chiudere, va’,
prima che mi viene da vomitare.”
“Ma Salvatore, che ti ho detto?” i polpastrelli che sfregano sul
centrino inamidato bruciano.
“Lascia stare.”
“Salvatore, sentimi.”
“Io torno quando posso,” chiude in fretta Turi. “Se posso,”
aggiunge prima di mettere giù.
Laura si passa le mani sulle sopracciglia, sugli occhi,
sull’attaccatura dei capelli, poi resta così, piegata, i gomiti sulla
macchina da cucire e la testa che pesa sulle dita.
Turi si guarda intorno. D’un tratto teme che qualcuno lo stesse
ascoltando. La piazza davanti alla chiesa è vuota. Il cemento
immobilizza le strade e le case. Si sente uno straniero in una terra
abbandonata. Si sente un sopravvissuto.
E lo è. È questo che non riesce ad ammettere, è questo che gli
bolle dentro come lava. Lo sa che Laura è ragionevole: davanti alla
vita e alla morte, la donna che ha scelto, quella che ha sposato,
riesce a essere ragionevole, più di lui. Ma lei non sa di come quella
lava bruci, di come lui sarà carbonizzato, questione di tempo. Il
sangue non è ragionevole, forse lei non lo sa? E la famiglia, la
famiglia non è mai una cosa ragionevole.
Il giorno in cui Antonio Luppolo ricevette quella visita, pensa
Caterina, fu poche mattine dopo la notizia della tragedia, del focu,
arrivata come una scossa dentro il corpo. L’uomo con le sbarre alle
finestre sapeva già di cosa l’altro dovesse parlargli, se lo aspettava,
e non si era preparato nulla, nessuna replica. Non c’erano
alternative, risposte possibili. Tutto era lampante. Non voleva altre
tragedie sulla coscienza, pur senza esserne direttamente colpevole.
Vide un volto consumato al di là della parete di vetro, cercò di
metterlo a fuoco per riconoscerlo: impossibile. Seppe dalla sua voce
che era Salvatore, non da quegli occhi ingialliti e gonfi, da quella
barba incolta, insetti che gli succhiavano il sangue dalle guance, dal
collo, non da quelle rughe ispessite sulla fronte, da quelle mani che
tremavano. Lo seppe dalla sua voce, mite, appena incrinata
dall’ansia, dalla stanchezza di quei giorni. Lo guardava attraverso il
vetro, e pensava a se stesso, ’Ntoni, e non – inspiegabilmente – a
quell’individuo che gli stava davanti serio, laconico. Pensava a se
stesso costretto a vivere quei giorni da lontano, senza il conforto
della famiglia, da recluso, provava a figurarli in testa, quei giorni, e
restavano astratti. La morte ha senso solo se la vedi, solo allora ti
commuove, altrimenti è una parola fra tante, una parola che in quel
posto dove è rinchiuso viene ripetuta a cadenza regolare, non è più
di una minaccia, è come una bestemmia, una sega serale sotto le
coperte infeltrite color senape, una scatarrata la mattina presto, e
pacchetti di sigarette accartocciati l’uno sull’altro, niente, non è
niente se non la vedi, non te ne puoi rendere conto, non ne puoi
nemmeno soffrire.
Forse pensava a questo ’Ntoni, mentre sentiva Salvatore parlare al
di là della parete trasparente, dalla parte degli uomini liberi. Avrebbe
voluto spaccare il vetro con un pugno, prendergli le mani tra le sue,
tremare insieme a lui, digrignare i denti, farsi abbracciare. Gli
avrebbe detto che leggerlo sul giornale non fa effetto, non sembra
vero, vederlo in televisione sembra un film, lo sai che ti riguarda, ma
non lo tocchi con mano, è dentro uno schermo. Lì dove il tempo non
scorre mai, dove il tempo è un sovrapporsi di istanti vuoti, di pensieri
affastellati, lì dove il tempo ha una caduta verticale, Lo sai, avrebbe
detto ’Ntoni, se ne avesse avuto il coraggio, Non riesco a piangere.
E avrebbe chiesto, come uno sciocco, Ma davvero era lui?, e
avrebbe insistito, come un bambino, ’U viristi, tu? E com’era?
Com’era. Come si diventa quando si muore. Dovrebbe saperlo.
Come fa la guerra a spegnerti il fiato, a fermarti il battito cardiaco.
Ho paura, avrebbe dovuto dire, Mi schiantu, questo avrebbe
dovuto dire, proprio a Salvatore, immobile davanti a lui: lo aveva
sempre considerato un amico. Sapeva che si era fatto tutta quella
strada, aveva lasciato il documento all’ingresso, lo aveva aspettato,
solo per farsi rassicurare. Lo vedeva che per la paura già si era
dimezzato, metà del suo corpo disciolta con fitte lancinanti – lo
conosceva bene quel corpo oltre la parete trasparente: metà
risucchiata dallo scarico del water. Ma ’Ntoni avrebbe voluto dirlo
proprio a lui, nonostante tutto: dello schiantu per le loro due famiglie,
un’unica imprescindibile entità. Avrebbe tanto voluto dirgli che si
sentiva come lui, come Turi, quel giorno: avrebbe osato paragonarsi
a un uomo fuori, seduto in mezzo ad altre persone a parlare a bassa
voce per non farsi sentire, in una stanza senza finestre, è difficile
abituarsi – forse è per questo che ’Ntoni lo vedeva respirare un po’
più forte, il suo amico, come a prendere sorsate d’aria più
abbondanti, e lo sentiva parlare a stento, dei dubbi, dell’angoscia.
Andarsene, lasciare tutti, solo un vigliacco potrebbe. Ma morire,
lasciare una vedova e due orfane, solo un pazzo egoista incosciente
lo farebbe.
Fu per sé che ebbe pena, ’Ntoni, non per quello che considerava
un suo amico. Non ebbe pena del dolore di Salvatore, delle sue
contraddizioni, né delle sue speranze. Del suo amore così grande,
non ebbe pena. Del suo rispetto. Ebbe pena soltanto per sé, che non
riusciva a figurare la morte, e in questo pensiero la mente si era
inceppata. Per sé, rinchiuso e senza speranze, a dover decidere
della morte o della vita, perché era questo che lui – che amico era?
– gli stava chiedendo. Si rimetteva alla sua volontà.
L’uomo che da troppi anni si sveglia e si addormenta nella stanza
con le sbarre alle finestre guardava i tizi in divisa implorandoli, in
silenzio, di mettere fine a quello strazio, a quella discussione senza
sbocchi. Portatemi via, avrebbe voluto dire, che altro potrei sperare
di pretendere, ancora?
Invece, pensa Caterina, alla fine Antonio Luppolo mise in fila le
parole che l’amico già sfocato che gli stava di fronte si aspettava,
aveva fatto tutta quella strada solo per sentirle, seduto sul bordo
della sedia dalla parte degli uomini liberi, degli uomini ancora vivi e
in lotta per restarci. Era un permesso, quello che il cognato gli stava
chiedendo, anche se lo camuffava con la richiesta di un parere. Un
permesso che era una grazia, e lui, l’uomo senza indulti, quella
grazia la concesse. “Lasciamo calmare le acque, per un po’,” gli
disse. “Sì, vai via, parti, vai in Altitalia, o dove vuoi. Poi vediamo, io
esco da qui, per forza, vedrai, mettiamo tutto a posto, capiscisti?
Saluta a to’ mugghieri e bacia i figghioli.” Tacque, poi aggiunse,
senza guardarlo: “Si’ comu a ’nu frati pi’ mia, n’o vogghiu pèrdiri a ’n
autru frati”.
Un altro fratello, non voleva perderlo.
Salvatore sorrise, non come sorride un uomo libero, sorrise triste
come lui non lo aveva mai visto, gli occhi bassi – certo che porterà i
saluti alla moglie, e i baci alle bambine.
Lo vide annuire, come un uomo pieno di futuro – è lì, oltre l’uscita,
non lo sa ancora, non lo vede, eppure è lì, vorrebbe indicarglielo
Caterina, il futuro: girato l’angolo.
Lo vide dire, solo con gli occhi, Anche tu sei un fratello per me, un
fratello che stavolta non perderai. Lo vide promettere, ma senza
parlare. Tornerò.
Dopo il funerale, Cata ha preparato minestra di legumi e carne alla
pizzaiola, vuole che mangino da lei, i suoi figli riuniti tutti insieme,
anche lui, Salvatore, quello che è fuggito al Nord. Cecè sta seduto
accanto alla finestra, come sempre. È più silenzioso del solito. Ha un
pezzo di cartone del dixan in mano, per togliere le mosche, ma non
ce ne sono, è quasi inverno ormai. Si vede, che ha pianto. La
vecchiaia ha regalato questo al padre di Salvatore: la possibilità di
piangere. Con un fazzoletto di stoffa si pulisce il naso bitorzoluto e
non dice una parola. Non riesce a guardarli, i suoi figli e i suoi nipoti.
Ha paura. Salvatore sa che suo padre ha paura della morte. Non
solo della propria. Oggi ha paura della morte come minaccia, come
entità impalpabile che può insinuarsi dentro la sua casa, e non
avrebbe nessun’arma per scacciarla, se non un pezzo di cartone del
fustino del dixan in polvere.
La finestra dà su un pezzo di orto, quello di cui Cecè ormai non si
occupa più. Lo curano come possono Fatima, Ignazio e Mitri, il
fratello balbuziente che non ha finito le elementari – Diecicapelli lo
chiamano da quando era bambino, un bambino quasi calvo. Curano
l’orto per qualche melanzana, qualche fagiolino, per i pomodori ’i
schiocca, quelli piccoli e dolcissimi. Ha fatto il contadino, suo padre,
per l’intera vita, e adesso sta seduto tutto il giorno, incapace di
alzarsi da solo, di camminare senza reggersi con un bastone da un
lato e una sedia dall’altro. Si tira su appoggiandosi agli schienali di
legno di queste sedie impagliate, sedie da osteria in una casa dove
ormai nessuno più beve vino. E alla schiena curva di Cata. Che non
piange: cucina. Cammina piegata quasi a novanta gradi, non fa più
nemmeno lo sforzo di rimettersi in posizione eretta, sembra un
anello della catena dell’evoluzione umana, di quelli che Salvatore
vedeva sui libri di scienze, la sua materia preferita alle medie. Prima
ci metteva un po’ a ritornare in piedi da seduta, adesso per
abbreviare i tempi sua madre si muove così, piegata. Nella rapidità
dei movimenti a cui non sa rinunciare, piano piano, dopo un po’, la
schiena si raddrizza. Magari dopo un quarto d’ora.
Salvatore prende posto tra nipoti e fratelli, suo padre a capotavola
– il tavolo finisce proprio accanto alla finestra dove lui sta seduto.
Sua madre sistema due tovaglie per ricoprirne per intero la
lunghezza, e non si occupa dei colori, non le è mai interessato che
fossero intonati tra loro, figuriamoci oggi. Il senso della tavola sta nel
sapore del cibo, e in questo lei sa di essere imbattibile.
Serve la zuppa con le sue mani bianchissime, le dita nodose,
storte dall’artrosi, levigate dall’acqua e dai detersivi. Da quanto
Salvatore non prende fra le sue le mani della madre? Non è un
gesto che si può fare da adulti, questo, da uomini non si può fare.
Cata ordina di cominciare senza di lei, intanto riscalda la carne sui
fornelli. È sempre stato così: ha sempre mangiato di sfuggita,
velocemente, tra una portata e l’altra servita a loro, il marito, i figli, i
nipoti. Nessuno ipotizza che possa essere diverso.
Si accorge che Cecè non sta toccando cibo, così gli urla con voce
acuta, la sua voce da gabbiano, di sbrigarsi a mangiare. L’uomo
tace, e ricomincia a piangere sommesso.
Se lo ricorda, Salvatore, quand’era appena sposato, e il padre
viveva ancora nella vecchia casa, ’a casetta la chiamano adesso, col
tetto di lamiera e il pavimento senza piastrelle, il bagno fuori con la
porta di legno e senza finestra, se lo ricorda spaventato fino alle
lacrime dal temporale, convinto che il tetto dovesse cedere
d’improvviso, che la casa gli sarebbe crollata addosso, come quando
c’era stato il terremoto del 1908 e due sue sorelle che non ha mai
conosciuto erano morte. Nella notte la madre lo chiamava al telefono
– componeva il numero sulla tastiera meccanicamente, aveva
memorizzato la sequenza delle operazioni da fare e la riproduceva,
a penso, diceva lei, perché non riconosceva le cifre, non sapeva far
di conto e firmava con una x tremolante – e lo pregava di andare da
loro, perché ’u papà, tachicardico, gridava che il tetto sarebbe
precipitato. La lentezza dei movimenti, le gambe zoppicanti
l’avrebbero reso vittima, non avrebbe fatto in tempo a salvarsi.
“Basta, finiscila,” ordina d’un tratto Cata al marito. Non vuole che
pianga.
Fatima riprende sua madre: “Lascialo stare”.
“Finiscila di piangere, mangia, ha ragione la nonna, se no ti senti
male, ché ti devi prendere le medicine,” dice Lena, un po’ più dolce,
al nonno.
“Ora si calma,” promette Salvatore. “È veru, papà? Lassilu iri,
mamma, ora ’nci passa.”
Si domanda che cosa esattamente dovrebbe passargli. Dovrebbe
lasciarlo perdere, sua madre, questo le ha chiesto: finché da solo il
vecchio non smette di piangere. Di che cosa piange suo padre? Di
dolore per il genero perduto? Di dolore per i nipoti orfani, per la figlia
rimasta vedova? Per non averlo potuto evitare? Per averla concessa
in sposa a quell’uomo che pure ha amato come un figlio? Perché
Salvatore, il primogenito, è lontano e lui ha ancora paura, perché
domani partirà e lui si sente già solo, pensa che il temporale possa
ancora travolgerlo, come farà a chiamarlo, come farà suo figlio a
salvarlo? Aveva solo bisogno di essere tranquillizzato, quelle notti di
temporale, gli bastava vederlo, sapere che poteva arrivare lì da lui
non appena avesse avuto bisogno, e diventava più calmo. Se
Salvatore diceva che il tetto non sarebbe crollato, allora era vero:
non sarebbe crollato. Era il figlio maggiore, Cecè non avrebbe mai
messo in dubbio la sua parola, Turi non avrebbe mai potuto
mentirgli. Suo padre piange perché questa, riunita a tavola e senza
appetito, è la sua famiglia. Perché sono tutti insieme e lui non può
gioirne. Perché sono queste, le macerie che si ritrova, perché un
altro terremoto è avvenuto dentro la sua vita, e non è stato lui a
morire, nemmeno questa volta, ma è comunque una vittima, tutto
distrutto, non si può più riparare. Non sa che fare, o che dire, Cecè,
e allora piange. Piange perché è vecchio e questo gli dà la licenza di
piangere, senza vergogna.
Giacomo si avvicina a lui. Gli accarezza le guance con le mani che
sanno di erba, di manubrio della bicicletta, di formiche ammazzate a
sassate, di caccole estirpate dal naso, di sapone, perché Fatima
strofina i suoi figli con tanto sapone, come se potesse grattare via la
pelle e finalmente guardare dentro di loro quasi attraverso un vetro,
e capire cosa stanno pensando di quello che è successo, che cosa
sta avvenendo nella loro testa, quali sono le immagini che non
potranno mai dimenticare, per quanto tempo le sogneranno, cos’è
che non potrà lavare via, nemmeno sfregandoli fino allo stremo delle
forze.
Il nonno continua a piangere e inizia a invocarlo. “Giacuminu,” lo
chiama, “Giacuminu, chi ’ndi ’mbattìu?” Ma come può saperlo un
bambino di dieci anni che cosa è capitato, cosa si è abbattuto su di
loro, su di lui? Un bambino a cui hanno appena portato via il padre,
quel padre che ha visto così poche volte, un padre come meta di un
viaggio, come altrove, punto limite. Zio, aveva detto, quando mio
padre esce ce ne veniamo lì da te al Nord, così stiamo di nuovo tutti
insieme! Eccolo, Giacomo, pensa Salvatore, adesso è uscito, uscito
per sempre, fuori dalla tua vita minuscola senza mai averne fatto
parte, se non come un disegno a pastelli, una cravatta di carta per la
festa del papà che non rifiutavi di ritagliare per paura di offendere la
maestra, cosa te ne facevi poi? Dimmi: dove la mettevi, a chi la
davi? Giacomo accanto a quel vecchio con il collo raggrinzito e
l’odore di sigarette asciugato tra le dita, coi piedi gonfi e il cuore
debole, gli prende le mani fra le sue e inizia a piangere. Salvatore
non può fare come lui, è suo padre quello, ma non può prendergli le
mani e appoggiare la fronte sulla sua.
“Giacomo, vai a sederti!” urla Lena tagliando l’aria con l’indice.
“No!” urla più forte Giacomo, “voglio stare qua col nonno!”
“Lassilu iri,” dice Fatima, e il suo mento si increspa, il naso si
accorcia, diventa una sequenza di rughe fitte fitte, gli occhi si
rimpiccioliscono, il volto sembra implodere mentre scoppia a
piangere, tutto si assottiglia per lasciare spazio alla sua bocca
spalancata, alla gola graffiata dai singulti.
Anche Nuccia piange. Non pronuncia nessuna frase. Dopo la frase
capitale, la frase più importante di tutta la loro vita – Caterina ancora
adesso ne ha paura –, è come se Nuccia avesse taciuto per sempre.
Suo marito Ignazio le chiede di smettere con poca convinzione, lo
sussurra appena, lo ripete più volte, un rosario.
“Finimula,” dice Cata, e si asciuga gli occhi, perché sa piangere
solo senza sonoro lei, fa dei versi con la lingua, lievi schiocchi della
lingua che tocca i denti e il palato, simili a quando mastica qualcosa
a bocca aperta. “Finimula, iamu, s’ava mangiari ora.” Dovrebbero
mangiare, è vero, e invece i piatti sono pieni. Nessuno guarda l’altro,
ognuno si è rinchiuso nel proprio pianto o nel proprio silenzio, solo
Giacomo e il nonno sanno condividere questa angoscia che li
riguarda tutti, perché solo per loro, un bambino e un vecchio, è
lecito.
“Va’ seriti, Giacumu,” e continua a schioccare con la bocca e a
emettere docili lamenti, come respiri un po’ più forti, ma Giacomo
non ascolta la nonna e non va a sedersi al suo posto. Fatima piange,
Nuccia piange, Giacomo piange, Cecè piange, Cata piange, solo
Ignazio e Salvatore tacciono. E Lena. Nemmeno Lena sta
piangendo. Salvatore le vede il labbro tremare, la vede stringere i
pugni, prova a toccarle con una mano la spalla e dice: “Lena, piangi
se ti senti meglio”.
Un urlo violento.
“Non c’è niente da piangere! Niente da piangere!”
Lena ha scansato con un movimento brusco delle spalle la mano
di suo zio.
Fatima si alza e le tira uno schiaffo. “Chi te l’ha insegnata
l’educazione?”
Giacomo allora si mette a piangere ancora più forte, e Cecè inizia
a chiamare sua moglie: “Cata! Cata!”. Forse sta salendo di nuovo
quella paura, la paura che fa triplicare i battiti del cuore.
Lena si è alzata dalla sedia, l’ha fatta cadere per terra e non l’ha
raccolta. Si è diretta verso la porta, come per uscire.
“Aundi sta iendu?” Fatima si alza e la va a riprendere, la afferra per
un braccio e lei si divincola, non sa come fermarla, la cattura per i
capelli.
“Lasciami stare!” grida Lena. “Lasciami!” Si volta verso la madre
con occhi sconvolti: “Non piango io, capito? Non c’è niente da
piangere!” urla a squarciagola. “Non piango, non piango, hai capito?
Non piango!” scossa dai sussulti, la voce che trema. “Che piango a
fare? adesso che mi piango? ora? che c’è da piangere? Mio padre
mai c’è stato mai l’ho visto una volta al mese lo potevo andare a
trovare e poi è uscito quando è uscito ti ricordi quando è tornato a
casa mi ha organizzato la festa di compleanno quattordici anni ti
ricordi com’era felice lui era felice io piangevo piangevo la notte
piangevo non riuscivo a dormire,” Fatima ha paura a toccarla, hanno
tutti paura, “mi alzavo dal letto per andare a controllare la serratura
quasi tutte le notti mi svegliavo tutt’a un tratto e mi alzavo per vedere
se era chiuso bene a chiave mi spaventavo del buio ma ci andavo lo
stesso certe volte non riuscivo a prendere sonno certe volte mi
svegliavo nella notte e venivo a controllare se c’era se era ancora lì
mio padre era tornato finalmente ce l’avevamo a casa! Per quanto?
lo sapevate voi per quanto? Io lo sapevo io che non durava lo
sapevo che mi piango che piangete? Io ero che mi svegliavo andavo
a vedere se papà era nella stanza controllavo lo sapevo che me lo
portavano via che non poteva durare tanto lo sapevo che me lo
prendevano di nuovo ora basta non ce l’ho mai avuto io un padre”,
Lena è paonazza, lacrime saliva muco. Fatima si morde le labbra:
“Basta ora, basta, zittu,” prova a dirle dolcemente, come una
consolazione, come quando i suoi figli si sbucciavano un ginocchio e
doveva farli smettere di piangere. “Me l’hanno portato via me l’hanno
portato via mio padre me l’hanno portato via.” “Zittu, bella, zittu,” dice
Fatima. “Di notte andavo a controllare la porta andavo a controllare
tutte le porte anche quella del balcone della cucina le finestre del
bagno come facevo a dormire se succedeva qualcosa hai visto?”
guarda sua madre, “lo sapevo io che non poteva durare non ce lo
lasciavano con noi non ce lo lasciavano la notte non dormivo
guardavo se la porta era chiusa pensavo che venivano di notte e
invece è successo di giorno hai visto?” la guarda ancora, come una
supplica, “aveva la camicia tutta insanguinata, tutta insanguinata.”
La bocca è rimasta aperta, ma Lena non dice più nulla.
Poi Salvatore si avvicina al suo corpo lentamente. La abbraccia, la
stringe forte, sente l’umido del suo muco sul collo.
Lena si abbandona stremata su di lui, e con il residuo di fiato che
le è rimasto dice: “Era mio padre, zio, mio padre mi hanno
ammazzato”.
Parte seconda
L’alloggio segreto

Ho iniziato L’alloggio segreto, nella mia testa


è già quasi finito.
ANNA FRANK, Diario
Per i quattordici anni di Lena, ’Ntoni aveva organizzato una festa,
una bellissima festa in un locale di lusso. Chiesero a Salvatore di
scendere, ma in cantiere non gli diedero il permesso, lo zio del Nord
non andò. Girarono un video della serata e glielo spedirono, Laura lo
infilò nella vetrinetta sotto il lettore Vhs, accanto a quello della prima
comunione di Giacomo, dei saggi scolastici di Caterina e Margherita.
La videocassetta dei quattordici anni di Lena, Salvatore l’ha vista da
poco. ’Ntoni aveva fatto in tempo a organizzarle questo debutto in
società, a immortalare l’immagine di sua figlia con un vestito di raso
accollato ma pomposo, i capelli raccolti sulla nuca e boccoli che
scivolano sulle guance, mentre taglia la torta enorme che il padre ha
ordinato per lei. E anche se non è su tre livelli, anche se non ci sono
sopra le statuette in abito bianco e smoking, ugualmente ’Ntoni ha
chiesto al pasticciere di adagiare sulla panna quella struttura in
plastica che Lena aveva visto a un banchetto matrimoniale tempo
prima. Lena, che per le decorazioni dei dolci, nuziali o meno, voleva
seguire la moda, desiderava pure lei quel ponte avveniristico sulla
sua torta di compleanno: un segno benevolo, le sembrava? L’attesa
di una vita, certo, l’attesa di generazioni e generazioni diventata
effetto, materia, un modellino plastico che collega due lembi di terra
al cioccolato con le mandorle sbriciolate, in mezzo alla frutta esotica
e di stagione. E se ’Ntoni non avesse avuto un brivido nel vederlo lì,
al centro dell’obiettivo, sua figlia con il coltello a spatola in mano, se
non avesse avuto un brivido lungo la schiena, una specie di
minaccia, come dovesse spostarsi repentino da una traiettoria
funesta in cui era finito per sbaglio, se ’Ntoni non avesse saputo che
non era così, quel ponte avrebbe potuto contenere nel suo scheletro
la speranza di tutti, l’attesa di una terra promessa che qualcuno un
giorno ha promesso e in fondo quel popolo non ha mai chiesto: ma
ha aspettato, aspetta, ancora, persino senza un motivo in cui
credere davvero, quel ponte sulla torta sarebbe stato il coagulo della
speranza, se ’Ntoni non avesse saputo che non era così, non lo
sarebbe mai stato.
Ma ’Ntoni quella notte ha voltato la schiena a ogni segno funesto
senza paura di aggressione, era un brivido, non una pallottola che si
infilza nel corpo, un brivido, non la proiezione abbagliante della fine
che scotta mentre entra, scava velocissima, come poteva fare caso
a un brivido quando era sazio di orgoglio e di amore? Ha catturato
per sempre la voce della figlia che interpreta una canzone di
Baglioni, i suoi occhi così felici e così pieni di paura mentre si
avvicina timidamente al microfono, ma poi si offre, senza remore, Mi-
manca-da-morire-quel-suo-piccolo-grande-amore-adesso-che-
saprei-cosa-dire, gli occhi di una ragazzina immersa per una sera in
un sogno, gli occhi di una bambina educata alla paura.
Chissà se ha pensato di meritarlo, Lena, quel compleanno così
esagerato, troppo lussuoso, troppo festoso, il microfono, il karaoke e
persino un video, lei coi capelli sistemati dal parrucchiere come
quelli di una Sissi un po’ più paffuta, il vestito verde acqua, come i
suoi occhi, come gli occhi di suo padre, si è fatta riprendere dalla
telecamera senza fare storie, una sposa il giorno del matrimonio. È
stato quello l’unico altare a cui suo padre avrebbe potuto
accompagnarla, e forse ’Ntoni lo sapeva, ed è per questo che le ha
regalato un altro giorno più bello della sua vita, uno al quale lui
potesse partecipare, non importa che fosse prematuro, che una
festa così costosa per i quattordici anni fosse persino ridicola, anche
Lena lo sapeva. E c’era questo nelle sue pupille mentre intonava
quelle parole d’amore perduto, questa consapevolezza, il patto tacito
che aveva stretto con suo padre, il suo unico padre, non ne avrà mai
un altro, una volta che glielo toglieranno sarà finita, lasciateglielo
almeno per questa notte, per questa festa un po’ pacchiana per una
bambina. Si rimette ai desideri del padre, l’amore degli altri si
accoglie nelle forme in cui ce lo sanno dare, quello di ’Ntoni Lena lo
prende così, basta saperlo capire, lui le rende facile vederlo, non
glielo ha mai nascosto, ha sempre saputo quanto la amasse, per
questo lo perdonerà di tutti i suoi peccati, anche quando lo accuserà,
dentro di sé l’avrà già assolto, collocato dentro il paradiso più
esclusivo, lo lascerà a prendere il fresco, vestito elegantissimo, con
gli occhiali da sole e le scarpe di pelle, perché è suo padre, e le ha
organizzato questa festa, ci ha provato, a renderla felice, Lena vuole
credere che ci abbia provato tutta la vita, ma forse non sapeva come
fare.
Quella sera Lena sembrò allegra davanti a tutti, e davanti a tutti
sembrò turbata. Il suo sorriso si apriva come dietro un velo
sottilissimo di nylon, i suoi gesti sembravano appena irrigiditi, come
se ogni dieci movimenti fluidi uno si inceppasse, uno solo, la sua
voce tremava perché aveva preso la canzone un’ottava sopra, ma
per Salvatore quell’incertezza vocale fu l’istante in cui il lamento di
Lena ebbe definitivamente inizio. Fu a quella festa che Lena e suo
padre si dissero addio. Era il giorno della loro promessa di fedeltà
eterna, lei lo avrebbe amato sopra ogni cosa, nella buona e nella
cattiva sorte, niente li avrebbe potuti separare. Era il giorno in cui
suggellavano il loro amore eterno, quello di un padre orgoglioso di
una figlia quattordicenne che sboccia giorno dopo giorno, che
schiude una femminilità da proteggere, da riparare, quello di una
bambina già vecchia, che ha in sé tutte le domande del mondo, e
non è da suo padre, non è mai più da suo padre, che cercherà le
risposte. Dopo quella festa, iniziava il conto alla rovescia, e nessuno
lo sapeva. Solo Lena e ’Ntoni lo sapevano, senza esserselo mai
detto. Lui le aveva regalato un anello, lei lo aveva indossato
sorridendo commossa, nessuno avrebbe detto, Finché morte non vi
separi, ma lo sapevano – Lena lo sapeva, lo sapeva suo padre – che
era la morte, da quel momento, era la morte ciò che avrebbero
aspettato.
Erano arrivati ormai da diversi giorni nella casa in collina e presto
sarebbe stato il suo nono compleanno. Caterina si addormentava
stringendo la mano della sorella – la finestra aperta ospitava i suoni
della sera così nuovi e diversi da quelli di prima – e provava un misto
di dolcezza, di impazienza, di entusiasmo e timore. Caterina aveva
paura del proprio compleanno. Era un giorno di sventura. Cos’altro
sarebbe potuto succedere? Stringeva più forte la mano di
Margherita, la piccola non si svegliava. Non avrebbe dovuto essere
un giorno di sventura, bisognava pregare perché non lo fosse.
Ti adoro mio Dio, ti amo con tutto il cuore, non fa niente se in
passato mi hai rovinato il compleanno, l’importante è che non
accada più, ti offro le azioni di questa giornata, ti offro la luce
verticale sui sassi a mezzogiorno, quella sospesa del primo
pomeriggio, quando Tom si rotola un po’ poi si addormenta
profondamente, le ginocchia ossute di Margherita, nere fin quando
mamma non le strofina con la spugna, il profilo di Lady Oscar che ho
disegnato a memoria su un bloc notes che mi ha dato zio Ezio, alla
fine dopo tanti tentativi – disegnavo a penna, non potevo cancellare
– il ritratto è venuto benissimo, anche mamma lo ha detto. Non so se
queste azioni sono tutte secondo la tua volontà, però se non va bene
qualcosa potresti dirmelo, a me non costa niente cercare di fare
meglio, siamo qui in questo posto nuovo e ci dobbiamo inventare
ogni giorno una cosa da fare, tanto vale far piacere a te. Ecco, padre
nostro che sei nei cieli, certo, prima di tutto sia fatta la tua volontà,
ma mi piacerebbe per un anno, magari questo, dato che ormai ci
siamo quasi e sono già successe troppe cose, mi piacerebbe che il
mio compleanno fosse un giorno indimenticabile, ma per un motivo
bello, stavolta.
L’estate di due anni prima a Nacamarina era l’estate del villaggio
dei Puffi che il padre l’aveva aiutata a costruire, delle mollette a
forma di farfalla e gli orecchini a caramella, che papà le aveva
portato tornando dal lavoro coi suoi scarponi schizzati di bianco,
l’odore sintetico di vernice e quello più naturale, più gustoso, della
calce, mescolati a quello di fumo, l’odore sudato di suo padre al
ritorno dal lavoro, una delle immagini più oneste, più giuste che la
vita le avesse consegnato. Caterina era affascinata dal lavoro che si
appiccica coi suoi rimasugli sugli abiti di un uomo, che stanca le
ossa, che strizza la carne fino a stillare sudore, il lavoro che passa
dal corpo, che si avvale del corpo per produrre una cosa: prima non
c’è nulla, poi ci sono, addirittura, le case. L’estate delle mollette
sembrava un tempo felice, imperturbabile, e Caterina aspettava
impaziente di compiere sette anni.
La notte prima del compleanno, Caterina ricorda solo di essersi
svegliata perché la luce nel corridoio era accesa, di essersi alzata e
di aver visto sua madre venirle incontro e costringerla a tornare a
letto. Caterina non sa come, ma aveva capito che non poteva fare
domande, chiedere perché quei signori vestiti da poliziotti si
trovassero in casa loro, a quell’ora della notte, e chi cercassero.
Come se l’avesse sempre saputo, come se avesse contenuto dentro
di sé tutte le informazioni sulla sua intera vita, e si trattasse solo di
andare a prenderle quando gli eventi si fossero verificati davanti a
lei, Caterina capì che cosa stava succedendo, non sapeva il perché
ma forse nemmeno se lo domandava. Quando il mattino in cui
compiva sette anni, dopo poche ore, arrivò, lei fece finta di nulla.
Non pretese gli auguri, non si arrabbiò di non essere al centro
dell’attenzione, non si aspettò nessuna torta, nessuna candelina e
nessuna foto, nemmeno chiese dove fosse suo padre. Non ricorda
se glielo dissero, quale scusa inventarono. Lei sapeva che i poliziotti
lo avevano portato via, che ora era in carcere. Forse passò quel
giorno a chiedere, Ma quando torna? Perché sta lì?, o forse no, non
chiese nulla, sua madre con gli occhi gonfi e le guance erose dalle
lacrime. La sentiva parlare con i parenti e dire cose che in presenza
del marito non avrebbe potuto dire – che era un ingenuo, che lei lo
aveva sempre saputo, sapeva che prima o poi quello avrebbe messo
suo marito in pericolo, che con uno così in famiglia nessuno è
innocente, nessuno, nemmeno i bambini, nessuno è immacolato,
nessuno al sicuro, con questa pecora nera, questo sfacelo.
Le scarpe sporche del marito abbandonate accanto all’uscio,
Laura piangeva. Tutto il giorno, non solo quello del compleanno di
Caterina. Pianse per tre giorni, come la madre di Cristo, e dopo tre
giorni Salvatore uscì.
Al suo ritorno, non pensò di festeggiare il compleanno della figlia,
perché c’era altro a cui pensare: ’Ntoni, arrestato la stessa notte
insieme a lui, non era stato rilasciato.
L’anno dopo, era ormai piena guerra. È così che la chiamavano –
guerra. E ne ebbe l’aspetto. Uomini decimati, vedove, orfani, funerali
e dolore, pian piano tutti si vestivano di nero, al prete sull’altare
mancavano le parole, non sapeva più che dire alle omelie, bare che
entravano e uscivano dalla chiesa.
Il giorno del suo ottavo compleanno fu uno dei tanti di quell’annata
di guerra. Lo passarono seduti in cortile, sulle sedie smaltate di
bianco, la bambina muta e in attesa che qualcuno se ne ricordasse,
che dicesse almeno, Mangiamo un cornetto algida tutti insieme e
cantiamo tanti auguri, che qualcuno obiettasse, C’è la bambina, è il
suo compleanno, smettiamola di fare questi discorsi, e invece niente.
Non era per cattiveria, era per ingenuità. Da adulta, forse, anche lei
avrebbe dimenticato che i bambini ascoltano tutto e, anche se
stanno immobili come piante, assorbono le parole più dell’acqua le
radici, dalle parole possono essere avvelenati, le immagini evocate,
anche quelle che non hanno mai visto, possono dipanarsi davanti ai
loro occhi col fragore della realtà, diventare un ricordo così nitido che
in seguito crederanno sia il proprio, il ricordo di una cosa che hanno
vissuto, che hanno visto, che gli è appartenuta. Così Caterina se ne
stava seduta in silenzio, offesa con tutti, e stufa, stufa in modo
inconfessabile di sentir parlare di omicidi, l’ultimo del quartiere
perpetrato quel giorno, cinque scopettate – ed era così indulgente
quel termine, poteva farti credere che non si trattasse di colpi di
lupara, ma semplicemente di colpi di scopa inferti dal lato del
bastone o delle setole, a scelta. Dobbiamo scappare, diceva sua
madre, Dove vuoi andare?, rispondevano le cognate, rassegnate
dalla nascita. Laura non si sarebbe mai rassegnata, avrebbe lottato
a tutti i costi contro lo spettro della vedovanza.
I genitori non possono sapere che ci sono bambini che
contengono tutte le informazioni del mondo sulla propria vita, non
sanno spiegare come e quando avviene, ma si svegliano e
l’impossibile è già capitato: capiscono tutto, capiscono perfettamente
cosa succede, capiscono in particolare che devono fingere di non
capirlo. Simulare. I genitori non possono prevedere di avere in sorte
proprio questa specie di figlio – e non saprebbe dire, Caterina, se è
una specie rara, forse è la più diffusa, non lo sa, non ha potuto
confrontarsi, nemmeno con Margherita l’ha fatto, è cresciuta
fingendo davanti ai genitori di non aver capito nulla, voleva evitare
loro almeno questa sofferenza: la sua.
Il male sembrava scegliere puntuale il giorno del suo compleanno
per manifestarsi. Il gergo di quella terra dove era cresciuta sembrava
snocciolarsi con la potenza delle parole preferibilmente il giorno in
cui ricorreva l’anniversario della sua nascita: carcere, morte,
omicidio, scopettate, lupara, funerale. Voci di un vocabolario a cui
erano abituati. Lo vedete, questo?, aveva detto la sua maestra in
prima elementare, sfoggiando un libro grosso come la Bibbia.
Questo è il vostro migliore amico, il dizionario. Caterina non
dimenticò mai quella lezione, e imparò che conoscere le parole, più
parole possibili, trovare parole diverse da quelle che aleggiavano
nella sua terra, l’avrebbe aiutata a sperare. Anche di poter avere
meno paura. Lenire la paura di essere lei – nata quel giorno
disgraziato, un giorno in cui capitano tragedie anno dopo anno – la
vera sventura della sua famiglia. Che ti puoi aspettare da una che
festeggia l’essere in vita in un giorno maledetto? Lei stessa è una
maledizione, che si espande come l’olio sull’acqua nel piatto delle
vecchie quando tolgono il malocchio, più resta a galla e più grande è
la malasorte, non basteranno preghiere e scongiuri a farla
evaporare.
Ma il giorno del suo nono compleanno, inaspettatamente, Caterina
fu felice. Liberati dal giogo di quelle parole ripetitive, esangui, i suoi
genitori si aprirono a un nuovo linguaggio. “Auguri,” riuscirono a dire,
dopo due anni. “Buon compleanno, amore mio.” Sorrisero per tutto il
giorno, e le porsero un pacchetto subito dopo pranzo. Caterina lo
scartò e quasi pianse per la gioia di avere di nuovo – di nuovo – una
Barbie. Barbie ballerina, le labbra rosate e l’ombretto azzurro tenue.
Zio Ezio le regalò un flauto dolce, era stato di suo figlio e adesso
poteva usarlo lei. Poi Margherita tirò fuori un altro pacchetto, e
dentro c’erano due bamboline di plastica, nuove di zecca. Caterina
guardò i genitori piena di gratitudine, e pensò a Moccolina, la
bambola a cui, se beveva l’acqua, colava il naso, e che aveva in
tasca un fazzoletto intonato alla salopette per asciugarsi, ma
soprattutto pensò a Cosimo, il bambolotto che le avevano regalato
alla Befana: dormivano insieme ogni notte, quando la scarpiera nel
corridoio prendeva le sembianze di una persona, quando diventava
una minaccia, Caterina si rannicchiava fino a nascondersi sotto le
lenzuola e si stringeva a Cosimo, finché si riaddormentava. Cosimo
era rimasto a casa, nel rimbombo dello spazio vuoto attutito dalla
polvere, Cosimo era diventato il suo coniglio rosa, ma non era stato
Hitler a rubarglielo, lei avrebbe potuto dare un nome ai colpevoli, ma
non sarebbe stato un nome proprio di persona, non avrebbe saputo
pronunciare nomi e cognomi, era un nome collettivo e si scriveva
con l’iniziale minuscola. Non c’era Hitler a perseguitarli, eppure lei e
la sua famiglia, come quella del libro, non erano altro che rifugiati di
guerra, esuli di una guerra troppo circoscritta per apparire sui libri di
Storia. Loro pure erano scappati in Svizzera, ma la loro Svizzera
sembrava ogni giorno più simile all’Italia. La loro Svizzera era l’Italia.
Anche questo Caterina ormai l’aveva capito.
La bambina abbracciò i genitori, e si sentì pizzicare la gola.
Ti adoro, mio Dio, ti amo con tutto il cuore, ti ringrazio per avermi
creato, anche in questa data, che forse è ancora salva, oggi ho
espresso un desiderio e, se si avvera, tra qualche giorno mamma e
papà mi portano al mare.
“Sono andata al funerale,” dice Lucia.
“Grazi’, ’a soru.”
“Grazi’ ’i chi?”
“E di che? Che sei andata, con tanti impicci che hai.”
“Secondo te non vado al funerale di tuo cognato? Manch’i cani.”
“C’era gente, vero?”
“Sì, ’nd’aìva.”
“Me l’ha detto Salvatore. L’hai visto a lui, no?”
“E certo.”
“Com’era?”
“E com’era, Laura? Stava là con sua sorella, coi suoi nipoti, che
doveva fare?”
Laura se lo immagina, il marito, l’uomo che ha sposato, accanto
alla sua unica sorella, Fatima, la sorella minore, a stringere le mani
di chi si va a licenziare, prima di tornarsene a casa, se lo immagina
guancia a guancia con tutte quelle persone, le persone che conosce
da una vita, con cui è cresciuto. In piedi fino a che tutti non sono
andati via, restano solo lui e i fratelli, tra le lapidi e i loculi, e il
vecchio Giommo curvo, a testa bassa, le ginocchia flesse e le mani
dietro la schiena, odora di asino anche col vestito buono, in sella al
suo ciuccio forse sarebbe riuscito a sostenere gli sguardi, montando
il suo ciuccio forse avrebbe saputo di poter scappare a un certo
punto, se proprio non avesse resistito, anziché restare lì, al funerale
di suo figlio, testa china e mani giunte, senza moglie e senza figli,
adesso, per sempre. O forse non pensa a nulla, Giommo, tutto ormai
gli passa sulla pelle senza produrre la minima vibrazione, tanto il
tempo ha un’unica meta possibile, un unico incontrovertibile esito: il
resto – tutto il resto – non è che attesa.
I figli del morto li ha portati via la nonna. Cata cercherà di fargli
dimenticare questa giornata, preparerà da mangiare, li nutrirà tutti,
dal primo all’ultimo, farà il suo dovere fino a che avrà forza, li
vorrebbe tenere tutti con sé, nella sua casa, figli nuore e nipoti, lei
saprebbe come consolarli, ci metterebbe tutto l’impegno possibile,
crederebbe fino all’ultimo di potercela fare.
“Poi viene a trovare la mamma,” avverte Laura appoggiandosi allo
schienale della sedia nell’ingresso accanto alla macchina da cucire
chiusa.
“Sì, me lo immaginavo. Se mi dà un colpo di telefono quando viene
mi faccio trovare, così lo saluto prima che parte.”
“Glielo dico, Lucia.”
“Quando parte?”
Quella domanda, la stessa che anche lei ha fatto, la domanda che
non ha avuto risposta. Fa paura adesso rivolgerla. Ascoltarla da
qualcun altro.
“Non lo so,” dice in fretta Laura, come volesse cambiare discorso.
Il filo del telefono l’ipotesi di un cappio al collo.
“Ah, vabbo’, questione di giorni.”
“Non lo so.”
“Che vuol dire?”
Lucia, la sua unica sorella, la sorella maggiore. Anche Laura ha
abbandonato una sorella, ha abbandonato una madre. Anche Laura
ha lasciato tutto per cercare una tregua. Lo ha fatto per salvare le
sue figlie. È ingiusto? Anche lei ha colpa?
“Mi vo’ beni, ’a soru?” la voce di un capriccio.
“Laura, ma che dici?” una risata appena. “Certo che ti voglio bene.”
“Anche se me ne sono andata?”
Lucia si fa seria: “Laura, che c’è, che hai ora?”.
“Salvatore non torna.” Il filo del telefono come la corda di un
impiccato.
“Che significa non torna?”
“Salvatore se ne resta là, mi lascia sola a me con le mie figlie, mi
lascia qui perché sono io che l’ho costretto ad andarsene, dice che è
mia la colpa, e non me l’ha perdonata.”
“Laura, mi sa che sei un po’ esaurita, lascia perdere, riposati, non
pensare a queste scemenze.”
“Non torna, Lucia, me l’ha detto.”
Lucia schiocca la lingua in bocca, e Laura parla sempre più piano:
“Che faccio se non torna? Che faccio io?”.
“Che fai?” Lucia ironizza. “Me ne salgo lì da te e ce ne stiamo
insieme. Così mi riposo un po’ invece di fare la sguattera da una
parte all’altra nelle case di medici e avvocati, come una filippina.”
“E i tuoi figli?”
“I miei figli: uno è sposato, l’altro sta per sposarsi, non hanno più
bisogno di me. Nessuno ha bisogno di me, a parte la mamma. E se
hai bisogno tu, allora è il tuo turno.”
Lucia è rimasta sola, suo marito non l’ha lasciata ma è come
l’avesse fatto. Le fuitine adolescenziali con gli anni si pagano,
l’amore non è mai ragionevole, e Lucia adesso lo sa. È saggia la sua
sorella maggiore, lo è da tempo. È saggia, e non è più innamorata.
“Me ne vengo lì e me ne sto un po’ con le gambe all’aria, mi vuoi?”
La voce è aperta, piena, la voce di sua sorella è uno spazio
sterminato, ci si può correre dentro.
“Me lo chiedi? Sarebbe bellissimo se vivessimo di nuovo vicine, di
nuovo insieme. Io vi ho abbandonate.”
“Laura, rici sulu fora jabbu. ’Maru a cu’ ’nci càpita chiddu chi vi
capitàu a vui.”
Eppure a loro era capitato, proprio a loro. Come ci si comporta
davanti alla tragedia? Come si fa ad avere in mente tutte le
possibilità, tutte? Una sola scelta può deviare la vita per sempre,
dopo è difficile tornare indietro.
“Se vengo me la fai visitare la tua città dell’Altitalia?”
“Eh sì, come no? E ce ne andiamo pure al mare.”
“Se permetti, il mare, ce l’abbiamo già qua, grazie. Senza offesa,
ma non ce n’è mare come il nostro, in giro. Ci starà altro all’Altitalia,
sarà pure meglio, per carità, ma come mare, Lauretta, io mi tengo il
mio.”
Laura sente la contrazione della schiena sciogliersi a poco a poco.
Il filo del telefono, se ti ci aggrappi, qualcuno vedrai che tira, vedrai
che alla fine ti farà risalire, sarai salva.
“Hai ragione. Allora mi faccio una lista delle cose da visitare e poi ti
chiamo.”
“Brava, aspettami. Prima o poi ti vengo a trovare. Se lo sapevo me
ne salivo con Salvatore, ma ora non faccio in tempo, perché lui parte
presto, troppo presto per me.”
Laura tira in dentro le labbra come se questo potesse essere un
sorriso. La sua sorella più saggia, da tempo non è più innamorata.
Ma dell’amore sa tutto, virgola per virgola, sa che Laura non vive
senza Salvatore, che non sa stare senza di lui, lo sa che l’amore è
questo, e le sembra persino ragionevole.
“Mi chiami quando tuo marito viene qui dalla mamma?”
“Sì, va bene.”
“Così lo saluto. E gli mando un bacio forte anche per te, vediamo
se te lo porta.”
“Dai, Margherita, vieni!”
Margherita era curiosa: Caterina aveva riempito d’acqua una
bacinella e l’aveva messa su una sedia. Era una delle lavandine con
cui la mamma faceva il bucato a mano.
“Che ci hai messo dentro, scusa?”
“Acqua, che ci devo aver messo?”
“E a che serve?”
“Allora, Margherita, te l’avevo già detto, ci dobbiamo imparare ad
andare sott’acqua con gli occhi aperti, lo sai fare tu?”
“No.”
“Ecco, così ti impari.”
“Scusa, e tu lo sai fare?”
“Sì, certo, ma mi alleno, pure io.”
“E allora comincia tu, io ti guardo.”
Caterina si inginocchiò di fronte alla sedia: probabilmente, pensò
Margherita, non aveva messo sul tavolo il lavamanu, così lo
chiamava nonna Màrgara, perché temeva sua sorella non ci
arrivasse, e adesso si piegava sulle ginocchia come se davanti
avesse l’acqua santa e non l’acqua del rubinetto.
“Dai, forza.”
Caterina a testa china sulla bacinella, le mani aggrappate alle
gambe della sedia, sembrava specchiarsi, imbambolata.
“Ti sbrighi, allora?”
E invece Margherita sapeva che non era imbambolata, ma che
aveva paura di immergere il viso e trattenerlo lì magari per un
minuto, in apnea, e le sembrava così stupido che si obbligasse a
farlo, come se glielo avessero imposto, sempre questa smania di
costringersi a fare le cose, persino a Margherita era già chiara,
persino a una bambina di quattro anni, incredibilmente era così.
Caterina si preparava, d’abitudine. Nessun evento doveva coglierla
impreparata. Nemmeno la gita al mare che i suoi genitori avevano
promesso.
Era stata tutto il pomeriggio a tentare e ritentare, a darsi un
obiettivo sempre più difficile, con una pazienza e un metodo che a
Margherita sarebbero sempre stati estranei, non solo quel giorno.
Dopo poco, la sorellina se ne era andata in camera, aveva lasciato
Caterina ad affrontare le proprie paure miniaturizzandole, illudendosi
di poterle controllare, bastava solo un po’ di allenamento, e
costanza. Margherita, allora, queste cose non le capiva tanto bene,
ma sentiva che c’era una differenza tra lei e la sorella, lei che dopo
poco si era già distratta, Caterina che invece stava ancora lì, a
insistere. Sua sorella non si rimise in piedi finché non arrivò la
mamma. Masticava, una manciata di more in mano. Quando vide
Caterina così, ginocchia contro il pavimento, capelli bagnati, quando
notò la pozza d’acqua che si era formata intorno al corpo accasciato
della figlia, la testa a mollo, iniziò a tirarle schiaffi sulla nuca.
Margherita la sentì strillare, scese dal letto e andò ad ascoltare
meglio. “Ma chi sta’ facendu?” gridava la mamma. “Si esercita,”
rispondeva Margherita al posto della sorella, appoggiandosi allo
stipite della cucina. “Voglio imparare a stare sott’acqua, lasciami
stare!” urlava risentita Caterina, il suo impegno mal ripagato,
nessuno ad apprezzare la sua dedizione. “Ma hai visto che lago hai
fatto per terra?” inveiva la mamma. “Possibili chi chiù ’randi ti fai e
chiù scema diventi?”
Margherita esplodeva in una risata: quella era la frase solita della
mamma, la diceva sempre, soprattutto rivolta a Caterina, che era la
più grande, e più grande si faceva e più scema diventava.
Caterina si alzava e tirava una sberla sul braccio della sorella:
“Che ci ridi, oh? Che ci ridi? Io intanto mi sono imparata a stare
sott’acqua e tu no, cretina!”.
Margherita sapeva che scoppiare a piangere avrebbe fatto
scattare la punizione per Caterina e così azionava il meccanismo
spargilacrime, non era difficile, ormai era esperta. Finì che la
mamma urlò forte contro la figlia maggiore, le diede un altro ceffone
e le ordinò di pulire. Finì che Caterina non rivolse la parola a
nessuno sino all’ora di coricarsi, e anche la mattina dopo era
arrabbiata. Finì che anche quando arrivarono in spiaggia sembrava
ancora offesa. E che quando andò a fare il bagno non tentò
nemmeno di mettere la testa sott’acqua. Non era per dispetto. Anche
Margherita lo sapeva. E ci rimaneva male, mentre la guardava. Era
perché la paura Caterina l’aveva rimpicciolita troppo, a portata di
lavamanu, e quando la ritrovava, gigantesca davanti a sé, grande
almeno quanto se l’era dimenticata, a quel punto i suoi sforzi
sembravano idiozie.
A settembre, poco prima che iniziasse la scuola, Salvatore e Laura
tornarono insieme a Nacamarina. Era la prima volta, era passato un
mese. Erano stanchi di farsi ospitare da Ezio in collina, e Laura non
ne poteva più di stare lassù, isolata. Salvatore stava cercando lavoro
con assiduità, ed era fiducioso. Così, finalmente, con i risparmi
messi da parte, avevano affittato un piccolo appartamento, appena
fuori, non troppo distante da un paese di nome Recànto, sul mare, e
adesso stavano tornando a prendere un po’ di roba che col treno era
stato impossibile portare su. Al ritorno, infatti, sarebbero risaliti con la
loro macchina. Presto sarebbe arrivato l’inverno. Le bambine erano
rimaste con Ezio, ma Turi e Laura non potevano fare a meno di
essere preoccupati.
La casa che avevano affittato era un po’ isolata pure quella, si
affacciava sulla statale, ma a un quarto d’ora a piedi c’era il paese,
solo che bisognava camminare attaccati al guardrail ed era un po’
pericoloso. Ma al ritorno avrebbero riavuto la loro fiat uno, e
comunque di fronte all’edificio c’era il mare. Laura cercava di
rasserenarsi, anche perché quel viaggio a ritroso per Salvatore era
più difficile che per lei, sicura fin dal primo momento che nella terra
malvagia in cui era nata non avrebbe mai più vissuto. Ma per
Salvatore era diverso, si sentiva sradicato, non voleva accettare che
laggiù invece sarebbe stato la cellula sana, quella che l’organismo in
putrefazione avrebbe potuto intaccare.
“Turi, che c’è?”
Laura lo scopriva da quell’alterazione del sopracciglio sinistro, un
po’ più arcuato dell’altro, da una specie di rapido pallore
sull’incarnato olivastro, dalle sue labbra violacee che scoloravano.
Aveva mal di pancia. Quelle fitte acute come la punta di un
compasso sembravano bucargli il bassoventre, ogni volta lo sentiva
inspirare ed espirare come le donne durante il parto, concentrarsi a
localizzare il dolore per poi sopportarlo contraendo i muscoli facciali,
sussurrare appena: “Valpinax”.
Suo marito sfoga la sofferenza così. Non piange, non parla, non
mangia di più, non mangia di meno, non urla nel sonno, non soffre
d’insonnia. Si lascia soltanto aggredire da questo dolore lacerante.
Venti gocce di valpinax dentro un bicchiere di carta, poi lo
aspettava, ansiosa, ritornare dal bagno.
Il corpo di Salvatore ha scelto questo metodo per soffrire. Del
resto, lui non gli ha concesso altre tipologie, né quelle verbali né
quelle dell’emotività. Il suo corpo si è preso le funzioni organiche, il
canale naturale della sopravvivenza, ingerire poi espellere, il suo
corpo si è attaccato alla natura nella sua forma più elementare, e
l’ha storpiata. Offeso perché non gli ha dato altre chance, si è preso
questa rivincita, gli ha inflitto questa pena.
Non tutto il viaggio andò così, per fortuna. La notte si assopirono,
certo non completamente, sul treno non erano mai tranquilli, e non
facevano mai viaggi di piacere, non avevano mai fatto un viaggio di
piacere, loro, nemmeno il viaggio di nozze, e adesso tornare a casa
era una spina nel cuore, come faceva la canzone? E-porto-con-me-
la-mia-spina-nel-cuore-ci-sono-troppi-picciotti-c’è-troppo-rumore-
addio.
Però a Nacamarina, pensava Laura, ci sarebbe stata anche sua
madre con i denti ormai rovinati, come tanti cerini allineati in una
scatola, sua madre con i capelli grigi come pelo di gatto, le dita
rattrappite e le unghie pittate, sua madre che ricama, sente bussare
alla porta, si alza col cuore in gola, quando la abbraccia stretta,
piccola sulle punte dei piedi, la sua bambina con le rughe, il viso
minuscolo ha già perso le sembianze di un volto, è una spugna
zuppa.
La casa di Nacamarina Salvatore l’aveva costruita con le proprie
mani. Poi ci aveva portato a vivere la famiglia. Che importava se non
era sua? Presto, forse, aveva pensato, presto avrebbe potuto
comprarla. Il cognato gli avrebbe fatto un prezzo di favore.
Quando inserì la chiave nella serratura, il corridoio che si aprì
davanti ai suoi piedi come un invito ad attraversarlo, l’odore di
chiuso, la polvere che solleticava la gola: tutto gli tolse l’aria.
Fu per questo che non si aggirò per le stanze, al contrario di
Laura, assorta e lenta come dentro una chiesa: si sedeva sul divano
con una bomboniera, uno strofinaccio, una teiera in mano. Lui
correva verso di lei, afferrava quello che aveva in mano, lo metteva
via e la rimproverava: “Dobbiamo fare presto, alzati e muoviti”.
Non poteva infliggergli quello spettacolo. La moglie gli rinfacciava i
pezzi della loro vita sparpagliati a caso su un pavimento che non le
apparteneva più, la vita che lui aveva progettato per lei e dove si era
accomodata come se le fosse bastato, come se non avesse mai
potuto chiedere di meglio, una vita che adesso non c’era più. Per
colpa sua, di Salvatore. Della sua ingenuità.
Pragmatica e ordinata come sempre, Laura riunì in diverse valigie
e borsoni moltissima roba. Si soffermava sulle cose, le guardava
qualche minuto cercando, sbrigativa, di valutarne l’utilità. Se non
superavano il livello del necessario, le riabbandonava, ormai
cinicamente entrata nel ruolo. Distaccata, in apparenza.
Impiegarono qualche ora, e lavorarono per lo più in silenzio.
Solo qualche volta Laura provava a dire, esibendo un oggetto: “Ma
ti ricordi?”. “Sì,” rispondeva Salvatore, e cominciava a raccontare,
rievocando episodi divertenti. Scappava da ridere a tutti e due. Una
risata che si spegneva veloce e lasciava la cenere sulle loro facce.
Dopo, preferivano tacere.
Laura prese la scatola delle fotografie, gli album del matrimonio,
quelli delle bambine appena nate, le bomboniere dei battesimi e i
portafoto appoggiati sul tavolino del salotto, non lasciò che nessuno
le impedisse di poter ricomporre ovunque la sua storia, questo era
necessario, combattere contro la dissoluzione di quello che erano,
tenere coesa la sua famiglia. Erano esistiti fino a lì e in quella casa
erano stati anche molto felici. Laura lo avrebbe testimoniato davanti
a chiunque, Ci siamo amati, avrebbe detto, Come una famiglia
normale, sapete? C’è stato il tempo della normalità anche nella
nostra famiglia, nessuno lo potrà cancellare.
Il marito stava per richiudere a doppia mandata la porta d’ingresso,
Laura lo scansò e rientrò di corsa. Ritornò subito, con un bambolotto
in mano. “Cosimo,” disse guardandolo. Soltanto questo. Lui annuì
senza parlare.
La fiat uno stracolma ricalcò d’improvviso un cliché cui non
sapevano ancora di appartenere. Ma loro non erano macchiette di
nessun film e nessun libro. La loro storia tranciava in due le budella
di Salvatore, aveva prosciugato Laura e stava accorciando la strada
verso la morte dei loro genitori. La loro storia era vera, era la diarrea
di Salvatore, il suo sudore freddo, il vomito di Laura, la sua
incapacità di ingerire cibo, e tutte quelle facce bagnate e
appiccicose, che alla fine producevano quasi disgusto, i saluti
tormentati di chi conosce le partenze solo come distacco,
abbandono, di chi va incontro a un futuro che non desiderava e che
cerca di costruire con i residui del passato, coi frammenti puliti della
sua vita.
Erano soli.
Laura appoggiò Cosimo sopra tutto il resto, orizzontale. Sembrava
un neonato: durante il viaggio la gente nelle altre auto lo guardava
incuriosita, allarmata. Un neonato lasciato libero sopra i pacchi,
libero di cadere, di muoversi, di sfracellarsi, o di alzarsi in piedi e di
crescere. Nonostante tutto.
Margherita ha sentito la mamma dire una cosa strana. Ha detto
che papà non torna, lo diceva al telefono con la zia Lucia. Papà è
sceso giù a Nacamarina per il funerale di zio ’Ntoni, e adesso forse
vuole rimanere lì.
A lei di Nacamarina piaceva questa cosa, che quando ti affacciavi
dalla balaustra sul lungomare, di notte, oltre la distesa nera c’erano
le luci, tantissime luci come un enorme presepe, e sapevi che di là,
venti minuti di traghetto, c’erano delle persone, che camminavano,
parlavano, si affacciavano alla balaustra come te e vedevano anche
loro le luci, dall’altra parte, e allora era impossibile sentirsi soli.
Faceva sperare, quel luogo. A Nacamarina c’era la speranza.
Margherita ha sette anni, ha abbastanza anni per saperlo, che tutti
hanno bisogno di speranza, anche suo padre. Forse è per quello, si
spiega, che vuole rimanere lì.
La bambina canta sempre, canta tutto il tempo. Anche a scuola, la
mattina. Le melodie le restano nella testa e il cervello le rimanda in
onda tutto il giorno, e lei le intona, mentre la maestra spiega le
operazioni facendo fischiare i gessetti colorati sulla lavagna. Canta
con le tonsille, muta, così nessuno la sente, e la maestra non la può
rimproverare. A volte però le scappa un filo di voce, viene fuori come
un gemito, la maestra sospende il ticchettio dolce – la fa pensare
alla cioccolata – del gesso sull’ardesia, chiede: “Chi è che si
lamenta? Ancora tu, Margherita?”. La bambina si schiaccia sulla
fronte la frangetta, vorrebbe avere capelli lunghi per coprirsi il volto e
proteggersi dalle domande invadenti degli adulti. Non puoi spiegare
loro che stavi solo cantando, che non c’è nulla di male a sentire la
musica in testa, che non puoi aspettare di arrivare a casa, ficcare la
faccia nel mobile dell’ingresso, guardaroba da un lato, specchiera
dall’altro, ficcarla come dentro una scatola e sentirla tuonare, la tua
voce. Altro che lamento, espulsione di suono finché la gola non
brucia, addominali contratti: quando la voce riempie le orecchie non
esiste più nulla, non le domande idiote degli adulti, non le risposte
idiote degli adulti, non le loro previsioni, i loro dubbi, le loro speranze
o le loro voglie o i loro desideri incomprensibili. “Margherita, dammi il
diario, per favore,” dice pacata la maestra. Scrive che vuole parlare
con la mamma, perché la bambina ha uno strano tic.
La bambina se lo ricorda che Giacomo, tre anni più di lei, ha
davvero un sacco di tic. Sbatte frenetico le palpebre, come se non
vedesse bene, e zia Fatima lo porta dall’oculista ma quello dice che
non gli servono gli occhiali, oppure inarca le sopracciglia come a
esprimere sorpresa, ma a volte non c’è niente di cui sorprendersi e
zia Fatima urla, ’N autru ticchiu t’imparasti, ah? Lui non risponde, fa
una faccia desolata, sembra che impari tic, a scuola, nient’altro.
Impara a spostare compulsivo la pupilla da destra a sinistra e da
sinistra verso destra come uno che deve scegliere in fretta la
direzione in cui scappare, o ad allargare le narici come se l’aria che
inspira non gli bastasse, ne volesse assorbire ancora, o a stirare il
labbro superiore verso il basso finché il naso si sforma e la sua
faccia sembra quella di una tartaruga, a oscillare la testa come un
puledro che scacci mosche. Imparava questo, almeno, negli anni in
cui Margherita viveva a Nacamarina – nello stesso palazzo dove
abitava lui, ma a pianoterra. E non c’era nessuno a insegnarglielo,
era un autodidatta, suo cugino, andava a scuola e tornava infarcito
di questa nuova dottrina, l’esperto di tic della famiglia.
Quando giocavano insieme, era impossibile non farsi coinvolgere
da quei gesti ininterrotti – non li faceva tutti in una volta, Giacomo,
andava a periodi, alcuni li perdeva per strada, ritornavano mesi
dopo, come se li avesse solo accantonati e tirati fuori al cambio di
stagione. La cuginetta li ripeteva anche lei, quei gesti, per osmosi.
Per qualche giorno, anche Margherita era affetta da tic, e forse
anche Caterina, e anche Lena, se li passavano l’uno con l’altro come
il morbillo, la varicella, i genitori impotenti di fronte alle loro creature
invasate, deturpate dai tic. Poi guarivano, senza miracoli.
E i lamenti di Margherita, come può spiegarlo alla maestra che non
sono niente di allarmante? Lasciasse perdere il suo diario,
continuasse piuttosto a strisciare il nero perfetto della lavagna con
quei segni bianchi, così nitidi, a produrre quel ticchettio croccante.
La mamma vede il diario, di pomeriggio, e le fa la predica. Senza
convinzione, svogliata. Finisce subito, si mette a fare altro. Però
Margherita serra i denti lo stesso. Come se non ci fossero già
abbastanza problemi, pensa: suo padre che non torna, che se ne
vuole stare a Nacamarina, che potrebbe lasciarle sole in quella casa
di Recànto, cosa se ne fanno di quella casa senza di lui, cosa ci
stanno a fare qui senza di lui?
Andiamocene anche noi, vorrebbe dire. Raggiungiamolo. Così è
sicuro che stiamo tutti insieme. Così nessuno starà male, mai più.
Non sarebbe meglio? Perché non viene in mente a nessuno?
Non si può fare, non le è chiaro davvero il motivo, ma ha capito
che questa cosa non si può fare. Continuano a cambiare
appartamenti, a cambiare città in cui vivere, eppure Giacomo e Lena
sono rimasti dov’erano, nessuno li ha fatti traslocare.
Si siede sul divano, l’atlante geografico sulle gambe. Ma non lo
sfoglia, oggi.
È Caterina che la raggiunge. Si butta sui cuscini fiorati con
l’irruenza di sempre, accende la televisione e strilla: “Telecomando a
me!”.
Questa è la formula con cui le sorelle segnalano la proprietà sul
telecomando e il potere decisionale sui programmi da vedere.
“No, c’ero prima io!”
“Eh, ma stavi piantata lì come una scema, io sono stata più furba!”
“No, telecomando a me, a me! Dammelo, prepotente!”
Caterina dice: “Sfida”. Si toglie le scarpe e si mette in posizione.
Margherita non raccoglie subito, i pensieri di oggi l’hanno stancata.
Poi si slaccia le scarpe a sua volta e si sdraia anche lei sul divano,
dalla parte opposta rispetto alla sorella, solleva le gambe e le flette,
cerca con i piedi i piedi di Caterina, quando le piante aderiscono:
“Via!” annuncia la maggiore, e fa partire il gioco. Facendo forza sui
polpacci le concorrenti dovranno cercare di stendere il più possibile
la propria gamba piegando quella dell’avversaria finché il ginocchio
non sfiora il petto. È il gioco più stupido che le sorelle si siano mai
inventate, ma le fa sudare, e grugnire, e urlare, soprattutto le fa
ridere, sghignazzano e si insultano a vicenda, vanno avanti finché
Laura, da un’altra stanza, non ordina di smettere di fare baccano, o
finché Caterina non cessa di spingere sui muscoli fino a vedere le
ossa degli stinchi luccicare, e lascia vincere Margherita, per
guardarla esultare.
Ogni anno le bambine sarebbero state riportate nel luogo in cui
erano nate. Ogni estate avrebbero fatto un corso accelerato di
dialetto, avrebbero ripassato i nomi delle strade per poi
dimenticarsene non appena fossero risalite sul treno, brandelli di
mare, spigoli di muri, solo questo avrebbero ricordato, l’odore dei
cibi, nient’altro. Ogni estate avrebbero stipulato senza saperlo un
patto di fedeltà a se stesse, a quello che erano, a quello che non
avrebbero mai potuto smettere di essere, avrebbero rinnovato un
giuramento alle origini, al loro stesso sangue. Ma lo snobismo di chi
ha paura persino di ciò che è si sarebbe addolcito solo alla fine della
vacanza, appena in tempo per rinsaldarsi il primo giorno di scuola a
Recànto. Ogni estate le bambine si sarebbero immesse nel flusso
della vita che altrove va avanti senza che loro l’avessero previsto, e
si sarebbero sorprese che non si fosse arrestato mentre erano via,
come se l’unica vita degna di essere vissuta fosse la loro, come se
la vita di chi era rimasto fosse in qualche modo parziale, sguarnita.
Quelle estati in cui le nipoti andavano a trovarla – le nipoti lontane
in modo imprevisto e ormai assodato, ogni anno più alte, ogni anno
diverse – nonna Màrgara scovava Caterina impalata davanti allo
specchio, le gambe irrigidite per spingere il sedere in fuori, la bocca
inumidita dalla lingua, saliva al posto del rossetto. Troppo spesso la
vedeva vicinissima alla lastra riflettente, come se stesse per baciare
le proprie labbra, socchiuderle e guardarsi dal basso in alto, le
pupille appese su quegli occhi spalancati, o far scendere la bretellina
della canottiera sulla spalla, guardarsi la scollatura, inarcare la
schiena.
“Caterina,” la chiamava.
La ragazzina si voltava, il mento e le sopracciglia sollevati, come a
dire che vuoi perché mi disturbi sbrigati non ho tempo da perdere.
La nonna si avvicinava, si metteva dietro di lei – la stessa statura –
davanti allo specchio macchiato agli angoli, come se delle bolle vi
fossero esplose dentro e avessero lasciato bruciature marroni. “Sei
troppo vanitosa, sai? Non sta bene.” Caterina rideva come chi si
sente colto in flagrante, e non sapeva spiegarle che voleva solo
essere più bella, che si guardava ostinatamente per non farsi trovare
impreparata: passava le sere a pregare Dio di farla diventare più
carina, e cioè magra, alta e bionda. “Adesso te li nascondo, gli
specchi, Caterina, ci metto un bel lenzuolo vecchio sopra.” “Ma
nonna, che vuoi? Sono pure tutti deformati i tuoi specchi.”
Gli specchi di nonna Màrgara sezionavano la testa in listarelle
impilate l’una sull’altra in modo sfalsato, o la schiacciavano ai lati
stirandola in un lunghissimo viso verticale, il mento enorme, o la
spremevano fino a gonfiare mostruosamente le guance. Il trucco era
trovare la posizione in cui lo specchio restituiva un’immagine il più
possibile aderente alla realtà, magari facendo ondulare la sagoma
del corpo come una s dolce, ma senza tradire le proporzioni effettive
di vita, fianchi, gambe.
“Almeno non ti guardare nello specchio di notte,” avvertiva la
nonna. “Perché?” Caterina ci si era guardata spessissimo, le era
impossibile non indugiare davanti a qualunque superficie
rimandasse la sua immagine. “Perché, se ti guardi nello specchio di
notte, il diavolo ti prende l’anima,” spiegava Màrgara. “Nonna, ma
perché dici queste scemenze?” si difendeva Caterina, più dalla
propria paura che dal tono minaccioso della vecchia. Poi faceva per
andarsene. La nonna la fermava per un braccio, le prendeva un
seno sorridendo complice, e diceva: “Non ce lo vogliamo mettere un
reggipetto?” e mostrava a Caterina la mano, di profilo, appena
appena curva, un contenitore svuotato della carne della nipote, per
segnalarne orgogliosa le dimensioni. “Mi sembra che è arrivata l’ora:
glielo dico io a tua madre che non puoi andare in giro così, il
reggipetto ci vuole,” e fendendo l’aria con la mano, un gesto secco,
dichiarava la decisione inappellabile.
Caterina sapeva che non era vero, o non del tutto, ma lo stesso
senza accorgersene si era uncinata il labbro coi denti, arricciandolo,
per poi liberarlo dalla morsa e accordare alla nonna un sorriso
aperto, affettuoso. “Nonna?” “Oh?” “Mettiamolo magari di sera un
lenzuolo sullo specchio, non si sa mai.”
Dopo che Cata, Fatima e Nuccia hanno sparecchiato, lavato i
piatti, lucidato la cucina come ogni giorno da una vita, si sono seduti
attorno al tavolo, la televisione accesa, una sigaretta dietro l’altra,
l’odore di fumo che si mescola a quello di umido, quell’odore
stopposo della casa di sua madre, e al mastro lindo passato con lo
straccio sul pavimento. Cecè sulla sedia impagliata, a testa china,
accanto alla finestra, muto, nemmeno guarda la televisione,
nemmeno c’è Veronica Castro a singhiozzare stravolta o a spingere
il suo corpo contro il corpo di un uomo in un abbraccio eccessivo,
almeno secondo i canoni di Cecè, e se l’avesse vista forse non
avrebbe avuto comunque la voglia di commentare, Eh, puttagnòli!,
come faceva regolarmente davanti alle scene più focose, per
scatenare le risate pazze dei nipoti, o forse per nascondere il suo
stesso imbarazzo, e ripeteva a oltranza, Puttagnòli!, finché le risate
non si diradavano. Oggi Cecè si guarda le mani, macchiate come un
frutto troppo maturo, e tace. Non può aggirarsi per la casa nel
tentativo di farla risplendere, una casa immacolata igienizzata
disinfettata eppure mai bella, i cartoni del latte in vetro appoggiati
vicino alla porta, accanto: le casse con le bottiglie d’acqua riempite
alla fonte, le scarpe di Mitri – Diecicapelli lo chiamano – sporche di
terra sullo zerbino, sotto il bizzòlo, e quell’odore di umido che non
sente più nessuno, solo Salvatore, Salvatore l’estraneo. Non si può
muovere, suo padre, curvo sul bastone, aggrappato allo schienale
della sedia, e del resto: dove se ne andrebbe, cosa potrebbe fare?
Il pranzo è finito, il funerale è finito, Fatima si dedica alle stoviglie
come ha sempre fatto. Le donne sanno come scacciare i pensieri, si
dice Salvatore, le donne si gettano a capofitto in un’attività fisica, in
uno scopo semplice e immediato come far brillare la cucina, si
legano a questo dovere, e forse giorno dopo giorno, così,
dimenticano. Poi si sente idiota a crederlo, si sente ingiusto. Ma che
ne sa lui di cosa passa nella testa di sua sorella? La nuova vedova
di Nacamarina, eccola aggiungersi alla lunga lista, non avrà nessun
primato, nessuno si ricorderà di lei, e pochi ricorderanno suo marito,
’Ntoni Luppolo, spodestato da un trono troppo piccolo, periferico,
un’inezia dentro un sistema invece sconfinato, incomprensibile pure
a Salvatore, del tutto ignoto a Fatima, per Cecè solo una disgrazia,
una disgrazia in mezzo alle altre.
Ignazio dice a un certo punto: “Vado a casa, ci vediamo più tardi.
Se ti vuoi venire a riposare, Turi”.
“No, grazie, ’Gnaziu, sto qui, mi butto sul lettino, vedo che fa
Fatima, sto un po’ con loro.”
Quando Nuccia e Ignazio sono usciti, Fatima si volta, si ricorda dei
suoi figli, dice che Giacomo deve dormire, lo chiama: “Giacomo,
vieni”, dice che si deve riposare un po’, come Lena: “Guarda Lena”.
Salvatore non se ne era accorto. La testa di Lena è reclina sulla
spalla, si è assopita, il pianto l’ha estenuata, le braccia abbandonate
sulle gambe, le mani aperte, come di chi sta chiedendo la carità.
Cosa chiede, Lena, sua nipote, a chi chiede? Come può essere così
sciocco da volerle ordinare, indignato, Mai a nessuno, niente, dovrai
chiedere – non si rende conto che è questa logica a tenerli in
pugno?
“Non voglio dormire!” dice Giacomo. “No, mi guardo la televisione!”
Fatima rinuncia subito, senza forze. Appoggia il gomito sul tavolo e
la guancia sulla mano aperta, il mignolo che tira la pelle sotto
l’occhio le sfigura il volto, e Salvatore prova una fitta, a guardarla. Se
fossero altre le regole tra loro, lui si alzerebbe e l’accoglierebbe tra le
braccia. Non sa farlo. Può dire solo: “Fatima, bella, coricati sul letto,
riposati”.
Fatima non risponde, non fa un cenno, lo sguardo fisso sui cartoni
stelat bianchi e blu come sempre, le stelle a cinque punte di sempre,
e la faccia interrogativa, come quando faceva scena muta a scuola.
“Giacuminu.”
“Nonno, che c’è?”
Cecè lo chiama, lo fa avvicinare. Il bambino si siede per terra
accanto a lui, la testa sulle ginocchia del nonno. Fatima non dice,
Alzati che prendi freddo, Cata non dice, Iaza chi ti lordi, e anche
Salvatore rimane zitto.
Il nonno carezza la testa del nipote, e chiude gli occhi. Resta in
silenzio, a sfiorare con le sue unghie spesse di contadino, le sue dita
grosse e ruvide, quei capelli sottili, i più chiari della famiglia, capelli e
occhi chiari, come ’Ntoni. Hanno quei colori sovversivi, i figli di
’Ntoni, occhi verdi capelli castani, in mezzo a tutte le loro teste nere,
ai loro occhi di tizzone, quei due nipoti sono diversi. Sono gli orfani di
’Ntoni.
Poi la voce di Cecè, bassa come solo la voce di un vecchio che ha
consumato due pacchi di nazionali al giorno per tutta la vita può
essere, tocca Salvatore come un dito affondato nello sterno.
“Aìva-’nu-sciccareddu-ch’era-’na-cosa-fina-si-la-faciva-cantandu-
r’a-sira-a-la-matina.”
Canta. Suo padre canta la storia del ciuccio, quella che ha fatto
addormentare tutti i bambini con cui ha avuto a che fare, la storia
dell’asino morto che spaventava Margherita, l’unica dei nipoti a non
essere affezionata a quella melodia così malinconica, affatto
incantata, come i cugini, da un asino che raglia come un tenore,
“Ciucciu-beddu-r’u-me’-cori-comu-ti-pozzu-ama’ ”. E Giacomo
rimane fermo, cerca una posizione più comoda per la testa,
l’orecchio sul fustagno dei pantaloni di nonno Cecè, respira il suo
odore di polvere e sigarette, afferra il suo polpaccio e vi si stringe
contro, chiude gli occhi. Salvatore guarda la madre, Cata, le occhiaie
sono macchie di ruggine sulla superficie pallida del volto, le labbra
risucchiate dalla pelle raggrinzita, segue la geometria delle sue
rughe, così precise, così nitide sulla carne bianchissima. Guarda
Fatima, la faccia quadrata e gli zigomi pronunciati, le labbra
violacee, la sua bellezza ormai inutile, da conservare in un cassetto,
come un pezzo del corredo mai usato. Guarda Lena, le narici come
triangoli, il labbro superiore più gonfio al centro, quella bellezza
trattenuta, in procinto di esplodere, chi potrà salvaguardarla? Ascolta
Mitri russare sul letto della sua camera, di passaggio tra la cucina e
la stanza di Cata e Cecè, poi guarda suo padre e suo nipote
Giacomo, aggrappato alla gamba del nonno come una vite su una
canna. E vede la continuità dei due corpi. Vede la derivazione,
l’eredità. Suo padre abbassa la voce e intona l’ultima strofa,
Salvatore la canta mentalmente con lui. E si sente consolato.
Il giorno in cui Antonio Luppolo seppe che sarebbe uscito, pensa
Caterina, il giorno in cui seppe che avrebbe abbandonato la stanza
con la finestra a sbarre, i muri scorticati senza nessuna immagine
incollata sopra, né pin-up da calendario né foto dei suoi figli – nulla,
non aveva concesso segni della sua permanenza, se ne sarebbe
andato senza lasciare traccia – lui disse che lo aveva sempre
saputo. Lo disse a se stesso – ne è sicura Caterina – quando ritornò
a sedersi sul copriletto a righe, e guardò davanti a sé, la parete
sporca, oscenità e caccole sul muro, macchie rosse e marroni ormai
stinte, guardò davanti a sé come non dovesse fare altro, adesso, se
non aspettare che finalmente si avverasse ciò che lui aveva sempre
saputo. Attendere, come aveva fatto in quegli anni, anni transitori, li
avrebbe potuti dimenticare, ora, ora sarebbe tornato a casa, ora
sarebbe stato libero di guidare veloce in auto sul lungomare e
succhiare ostriche sulla spiaggia.
Sua moglie lo avrebbe detto ai figli e loro sarebbero rimasti stupiti.
L’avrebbero aspettato in preda all’emozione fino al giorno in cui
fossero andati a prenderlo, sua moglie non aveva mai imparato a
guidare, ma ci sarebbe stata anche lei in macchina, e magari anche i
bambini, vestiti eleganti per festeggiare il suo ritorno. Non avrebbero
nemmeno concepito un possibile imbarazzo, per quella vita nuova,
la vita con lui dentro, alcuna soggezione, nessuno si sarebbe
interrogato su come potesse essere, vivere con lui, fare colazione
con lui, dargli il bacio della buonanotte, sapeva che non avevano
desiderato altro: del resto, anche loro prima di quel momento erano
vissuti bloccati nell’attesa di quel momento stesso, era così, e pensò
che fosse naturale, e non gli venne in mente altro.
Continuò a fissare il muro ripetendosi che ce l’aveva fatta, aveva
vinto lui, e si sforzò di tirare le labbra in qualcosa che assomigliasse
a un sorriso, poi si grattò l’orecchio, pulì via il cerume rimasto sotto
l’unghia, si accarezzò la barba, qualche pelo gli rimase in mano, lo
gettò per terra, e fissò il pavimento come se potesse ritrovarli, quei
peli, distinguere quelle tracce del suo corpo che probabilmente
sarebbero rimaste lì, anche quando lui fosse partito.
Sarebbe andato tutto bene, si disse, non serviva a nulla temere, la
sua casa l’avrebbe protetto, prima o poi le cose si sarebbero rimesse
a posto, non c’era da farla lunga, c’era da pensare che sarebbe stato
libero di offrire un gelato ai suoi figli e passeggiare con loro sul
corso, forse, a volte – a volte, ecco, avrebbe potuto, sarebbe stato
uno strappo alla regola, le cose poi si sarebbero aggiustate, e lui
avrebbe potuto consumare ostriche fuori con gli amici: bisognava
solo aspettare. Quel pensiero, aspettare, lo fece alzare in modo
brusco, come se d’un tratto fosse impaziente, d’un tratto non
potesse più. Camminò nella stanza, due passi verso il muro, poi
indietro, fermo davanti al letto, sentiva la consistenza delle pareti
contro il corpo, il respiro compresso da quel perimetro, aria ogni
giorno più viziata.
Eppure lì, dentro la muffa del suo stesso fiato, era stato al sicuro.
Lontano da guerre e furori, la sua vita sottratta alla vita era stata
sottratta anche alla morte. Mentre se lo diceva sussultò. Come se
qualcosa si fosse mosso. Violentemente, dentro di lui. Si sedette di
nuovo, si scrocchiò le dita, figurò i volti dei suoi figli, pensò che lo
aveva sempre saputo che avrebbe vinto lui, e come ce l’aveva fatta
questa volta ce l’avrebbe fatta ancora. Si disse che non c’era nulla
da temere, sarebbero arrivati in macchina coi capelli freschi di
shampoo e sarebbe stata una festa, bisognava accettare l’idea che
l’attesa non fosse finita, ma avrebbero sistemato le cose, ora che lui
era fuori, la guerra avrebbe preso una piega definitiva, bisognava
tornare ai bei tempi, quando tutto funzionava. Attendere dentro la
propria casa non è come attendere in una stanza di pochi metri
quadrati, stare seduto in poltrona nel proprio appartamento, che
domina la città, è come stare in vacanza: certo che ce l’avrebbe
fatta.
Ecco perché quando sentì una specie di bolo incastrato in gola
non fece altro che stendersi, le scarpe sul copriletto a righe – ma
non passava. Si rialzò in piedi, e fece ancora qualche passo, fissò di
nuovo a lungo la parete, la finestra con le sbarre, poi tornò verso il
letto, e respirò forte come per dimostrarsi che lo sapeva fare. Sentì
l’odore della stanza bruciare le narici e appiccicarsi alla barba, e
pensò che uscito da lì lo avrebbe avuto ancora addosso, quell’odore,
avrebbe dovuto tagliare la barba per eliminarlo, sarebbe bastato?
E non ipotizzò nemmeno per un istante, fu questo l’errore, che
quella sensazione di serramanico alla gola, e quella specie di
frenesia, di insofferenza nelle gambe, e quel bruciore alle narici,
quell’irregolarità del battito non fossero altro che la manifestazione di
un dolore che aveva covato dentro il suo corpo per anni, da quel
giorno, dal giorno in cui anche lui aveva appreso della tragedia, del
focu che era divampato sulle vite di tutti loro. Non era altro che
l’evidenza inattaccabile di quello spostamento avvenuto nel corpo,
quella muta, trasparente malattia, che aveva taciuto per anni e
adesso, d’improvviso, si palesava, con forza diventava sintomo,
effetto, gli stringeva la gola come farebbe un nemico. E oggi
sembrava la libertà, il nemico, sembrava la sua casa, il suo palazzo,
oggi sembrava che sua moglie e i suoi figli fossero il nemico.
Appoggiò la fronte contro il muro e a consolarlo fu solo la certezza
che non potesse specchiarsi in quella parete lurida e puzzolente
come ogni cosa vecchia, come le cose vecchie che hanno assorbito
troppi odori e contenuto troppi corpi. Lo consolò soltanto la certezza
che la parete non avrebbe potuto rimandare la sua immagine, pensa
Caterina, mentre Antonio Luppolo cercava di figurare, una volta per
tutte, la faccia del proprio nemico.
A Recànto finalmente Laura ebbe una lavatrice. Prima, nella casa
sulla collina vicino a Sambiagio, la lavatrice non c’era. Laura aveva
lavato le lenzuola in una vasca a zoccolo, le aveva sfregate con la
forma zigrinata di sapone di Marsiglia, inginocchiata sul pavimento, il
braccio che strofinava energico, le ascelle che si inumidivano per lo
sforzo. Le sembrava che ne andasse del suo ruolo di madre. Era
estate, il bucato si asciugava in fretta. E lei aveva poco da fare. Le
attività domestiche la distraevano dai suoi pensieri asfittici, e
riempivano il tempo tra un pasto e l’altro, ossia il momento in cui
avrebbe dovuto sopportare i rimproveri di Salvatore. “Perché non
mangi niente?” “Non ho fame.” Le bambine si impietrivano davanti
alle portate, allora lei prendeva la forchetta e cercava di infilarla in
bocca, catturava il rigatone o il pezzettino di pomodoro, e la
richiudeva, bloccava il cibo lì, tra denti lingua palato, ignorando il
senso di nausea che le faceva allargare le narici, tratteneva il
boccone lì, nella cavità sigillata, affinché le passasse la voglia di
sputare, ma non lo masticava, non lo sfiorava nemmeno con la
lingua, il boccone si impregnava di saliva fino a macerarsi, ci
metteva del tempo, il tempo che lei passava a cercare di dimenticare
i conati di vomito, poi, ancora parzialmente intero, Laura lo buttava
giù, le graffiava quasi la gola, una palla di piombo, indigeribile.
Nella casa in cui si erano trasferiti in autunno invece, poco fuori
Recànto, la lavatrice c’era. Era un bilocale affacciato sulla strada,
tutto il giorno i camion della Cogefar, avanti e indietro, di notte
automobili parcheggiate abusivamente, niente strisce per terra a
segnalare un parcheggio, e uomini che scendevano senza chiudere
lo sportello, si piazzavano in piedi con le gambe divaricate, faccia al
muro – Caterina e Margherita li spiavano dalla finestra –, dritti, un
braccio lungo il fianco, l’altro davanti – lo sapevano le bambine – a
reggere il pisello. “Il pisciatoio!” urlavano, e Laura ammoniva: “Zitte,
che vi gridate? Vi sentono!”. “Hai visto, mamma, abitiamo davanti al
pisciatoio!” e ridevano di gusto, sembravano felici, e allora anche
Laura rideva, si scordava dello squallore: qualunque pisciatoio,
qualunque individuo dentro una macchina con una prostituta, se le
bambine non capiscono, se immaginano un signore che non può
trattenersi più, che per quanto gli scappa deve fermarsi a fare pipì
sulla strada, qualunque cosa va bene se rende le sue figlie, anche
solo per un istante, felici.
La lavatrice, nella nuova casa vicino ai cantieri e non troppo
lontana dalla discarica, era molto vecchia. Lo smalto bianco si era
staccato, si era accartocciato come un foglio d’album su se stesso,
scoprendo il ferro arrugginito. Ma soprattutto, quando faceva la
centrifuga, l’elettrodomestico camminava per il bagno. Un fragore di
ferraglie, un rombo di motore, la lavatrice prendeva vita e si sfogava,
gracchiando, saltellando su se stessa fino a cambiare ubicazione. I
giorni in cui non voleva andare all’asilo, Margherita correva
piangendo per la casa. “La lavatrice mi segue!” urlava. “È impazzita,
mamma, la lavatrice si muove!” Laura che accorreva e la prendeva
fra le braccia, e non poteva fare a meno di ridere. Caterina tornava
da scuola e la madre diceva: “Ma lo sai che la nostra lavatrice
cammina? Scende le scale, va a farsi una passeggiata sulla strada”.
“Forse fa la pipì nel pisciatoio,” la interrompeva Caterina, e
scoppiava a ridere anche lei, spesso senza sonoro, ripiegata sulla
pancia, i capelli a coprirle il volto, le mani sullo stomaco in sussulto.
A volte ridevano mezz’ora su stupidaggini come questa, su scene
frasi parole senza senso, la risata di una alimentava quella dell’altra,
ridevano delle risate, alla fine, di questo, degli sputacchi e del muco
che scendeva dal naso, risate con la bava, risate di gente pazza, e
allora anche Margherita si faceva coinvolgere, di fronte a quell’ilarità,
rideva anche lei, irrigidendo tutto il corpo, muovendosi a scatti, e
sembrava avere meno paura. Delle cose che prendono vita quando
meno te l’aspetti. Degli eventi improvvisi, che possono cambiare il
corso delle cose.
Il primo giorno di scuola a Recànto, Laura aveva messo a Caterina
un vestito blu scuro, di cotone e velo, la gonna a campana. Un
vestito della festa. Era stato di Lena, Fatima glielo aveva passato
qualche mese prima, praticamente nuovo, e Laura lo aveva infilato
dentro le valigie, quando fecero il trasloco con la loro fiat uno.
Caterina aveva insistito per tenere i capelli sciolti, e Laura glieli
aveva lavati e lisciati con spazzola e phon, li aveva divisi con la riga
in mezzo, aveva spiato sua figlia specchiarsi soddisfatta. Non era
preoccupata, non aveva paura, la bambina. Era impaziente di
andare a scuola, di stare di nuovo in mezzo ai coetanei, come non
avesse aspettato altro.
La accompagnarono fin dentro la classe, in fondo al corridoio. La
lasciarono lì, lei e Salvatore, Margherita per mano che salutava.
Laura vide Caterina sedersi al primo posto libero, di colpo più seria,
di colpo meno impaziente, raccolta, le dita intrecciate sotto il banco,
una smorfia sul viso. Era sua figlia che faceva per prima l’ingresso
nella nuova vita. Laura lo capiva solo in quell’istante. Era lei che si
confrontava con quel mondo nuovo, con quella città, lei che avrebbe
passato quattro ore dentro un luogo pubblico mentre loro se ne
sarebbero stati ancora a casa, rintanati nel bilocale accanto alla
Cogefar, nessuna occasione di uscire, di parlare con qualcuno, se
non la spesa al supermercato, in macelleria.
Stentarono ad andarsene. Laura avrebbe voluto prenderla e
trascinarla via, in macchina, verso casa, di nuovo tutti insieme dentro
il nido, vicini per farsi caldo come cuccioli, come quando la sera
guardavano la Tv dentro il lettone, tutti e quattro. In quella zona si
prendevano solo le reti Rai, e per l’intero inverno avrebbero
aspettato il giovedì per guardare i film di Walt Disney, il clacson di
Herbie il maggiolino matto che friggeva un po’, il viso di Mary
Poppins come annacquato da una minestra di riso, le bambine si
sarebbero addormentate subito dopo, le avrebbero infilate sotto le
coperte nei letti a castello lì a fianco, una grande stanza per dormirci
in quattro, il letto a due piazze al centro e, sul lato, i lettini l’uno sopra
l’altro. Dietro, nascosto da una tenda, avevano ricavato uno
sgabuzzino, ci ammucchiavano valigie, borse, zaini.
Laura dovette farsi forza per non afferrare la figlia e tirarla via da
quella schiera di bambini senza abiti blu di cotone e velo, senza
gonne a campana, nessun vestito della festa, qualcuno già con il
grembiule come a gennaio, altri con i jeans sulle scarpe sportive, i
capelli corti, le frangette, i cerchietti bombati e le fasce con le farfalle,
quei bambini che parlottavano e ridevano, si raccontavano episodi
delle vacanze, e Caterina zitta e ferma al suo banco, da sola, non
guardava più nemmeno i genitori, ansiosa che se ne andassero o
forse che la portassero via una volta per tutte, che la tenessero con
sé dentro la casa vicino alla Cogefar anche quella mattina, e tutte le
mattine a venire, che non delegassero a lei la responsabilità di
confrontarsi ufficialmente con il nuovo mondo, di farlo anche per
loro, di essere la cavia.
Laura sentì Salvatore cingerle la vita con il braccio: dovevano
uscire dalla classe, aveva ragione. Guardò ancora Caterina,
un’ultima volta, la vide tentare di sorriderle con gli angoli della bocca
piegati all’ingiù. Pensava che la preoccupazione di sua figlia fosse
per se stessa. Non la sfiorava nemmeno l’idea che fosse per loro,
che Caterina si preoccupasse di loro, relegati ai margini di quel
mondo, nella periferia di Recànto, gli operai della Cogefar come
compagnia e lo spettacolo di qualche automobilista incontinente.
L’avevano strappata a quella coesione così dolce, necessaria,
l’amore che si nutre di se stesso perché gli manca qualunque altro
cibo, che si alimenta di sé fino a credere di essere incapace di
ingerire altro, una culla di legno, sbarre di legno tutt’attorno.
Mentre il padre e la madre si allontanavano, Caterina ne aveva già
nostalgia, ma era il suo ingresso: Caterina voleva che la lasciassero
sola, che andassero via.
Andava in avanscoperta. Alta un metro e trentasei, e già più
coraggiosa di tutti loro.
Le giornate passavano veloci, nella casa vicino alla Cogefar.
Caterina e Margherita avevano trovato una bicicletta abbandonata
nel circondario di appartamenti sfitti, appartamenti che si riempivano
solo d’estate. Era una bmx gialla, e dovettero chiedere alla mamma
più volte il permesso prima di poterla usare. Non si prende in prestito
la roba di chi è assente, è come rubarla. Ma era ottobre, avevano
davanti qualche settimana appena di giochi all’aperto e un anno
intero prima che il proprietario della bici tornasse, e così, alla fine, a
furia di scoprirle a pedalare di nascosto, la mamma diede il suo
consenso. Le bambine esploravano il circondario inventando i volti e
le abitudini delle famiglie che occupavano, d’estate, quelle case
vuote. Non si chiedevano, come faceva Laura, chi potesse scegliere
un luogo così brutto per passare le vacanze, e magari pagare pure
una cifra spropositata per stare sulla statale, un pisciatoio d’asfalto
affacciato sì sul mare, ma vicino alla discarica. A Margherita e
Caterina invece sembrava un paradiso. Uno spazio incontaminato e
libero, una distesa su cui spellarsi le ginocchia e procurarsi lividi per
polpacci e cosce, una sterminata pianura bollente sotto il sole, un
parco delle meraviglie personale.
Poi era autunno. Caterina passava diverse ore seduta al tavolo
della cucina davanti ai quaderni, ma per lo più osservava i movimenti
della madre, quando si incantava davanti ai fornelli senza accenderli,
la pentola piena d’acqua, e provava a indovinare i suoi pensieri, anzi
li sapeva già. O l’ascoltava, quando diceva al marito che aveva
questo o quell’altro sintomo, il mal di testa, il mal d’orecchi, il mal di
stomaco, Lo sai che cosa può essere? Io lo so. Laura paventava un
brutto male al giorno, se ne convinceva, e convinceva indirettamente
Caterina, rannicchiata sotto le coperte la notte ad accumulare
preghiere su preghiere, a sfidarsi a raggiungere un primato
personale ogni notte più ambizioso, per scongiurare i morbi che
aleggiavano sul corpo della madre.
Caterina passava le ore davanti ai compiti, ma non faceva altro
che disegnare. La sua cartina dell’Europa unita era venuta più bella
di quella del libro, la maestra il giorno dopo l’avrebbe guardata con
sorpresa, mostrata a tutti, di sicuro, ma intanto era arrivata sera e
Caterina non aveva ancora colorato a tempere il disegno su carta
Fabriano ruvida, né fatto i compiti di geometria, e solo a leggere il
problema si sentiva la testa occlusa, si sentiva prendere dallo
sconforto, quella voglia di piangere che hanno i bambini quando non
hanno finito i compiti e dalla finestra vedono arrivare il buio, e
sentono la stanchezza cadergli addosso, e chiedono aiuto ai
genitori, e fantasticano di non dover più andare a scuola e che il
tempo possa riavvolgersi e che sia ancora estate. Salvatore si
sedette accanto a lei e l’aiutò a districarsi tra numeri e figure solide.
E Laura si sistemò dall’altra parte del tavolo – le pentole a ribollire
dietro di lei, Margherita seduta per terra a radunare sorprese degli
ovetti kinder e a farle interagire tra loro, bisbigliando – e intingendo il
pennello in un bicchiere d’acqua colorò il disegno di Caterina. Senza
sfumature. Pulito. Di una precisione disarmante. Quando prima di
cena Caterina lo vide, sentì il naso pizzicarle. La delicatezza con cui
sua madre aveva steso quei colori sul disegno la commuoveva: le
facce rosa, le persiane verdi, il muro grigio, senza alternativa, fuori
discussione, un mondo senza possibilità di tragedia. Quello era il
mondo in cui avrebbe voluto vivere sua madre, forse.
Erano rimasti lì. L’intero pomeriggio. Da troppo non erano stati così
vicini e sereni nello stesso tempo. Senza la sofferenza a far da
collante.
La mattina il guardiano del circondario passava spesso a salutarli.
Le bambine bevevano il caffellatte. Lo vedevano entrare dalla porta,
altissimo e curvo, un berretto in testa e una giacca da cacciatore
piena di tasche, gli scarponi da montagna, il naso rosso e butterato,
l’andatura rapida. E quell’odore inconfondibile di vino. Si chiamava
Augusto, ma lo chiamavano Gottu, perché non si faceva mai
mancare un gottu de vin.
“Non ce lo metti un po’ di vino nel latte?” diceva a Caterina, e
rideva.
Caterina il vino lo beveva spullavato nell’acqua, e il gusto le
piaceva molto.
“Augusto, già ubriaco sei?” urlava divertito Salvatore. “A
quest’ora?”
E Gottu rideva di nuovo.
Prendeva la tazzina di caffè offerta da Laura e si sedeva a
chiacchierare con quella coppia di giovani meridionali che
sembravano tanto brave persone. Ma gli piaceva soprattutto
provocare le bambine.
“Te, li mangi i gatti?” chiedeva a Margherita.
La bambina non fiatava. Sua sorella Caterina rideva. “Sì, anche i
topi!” stava al gioco.
“Scherzi?” faceva lui. “Va’ che son buoni i gatti, ci togli la pelle,
pare coniglio. Te lo porto un gatto da mangiare?”
“Augusto, lasciale stare, ché poi gli vengono strane idee,”
interveniva Laura.
Quella storia dei gatti preoccupava Margherita. Vedeva Tom
abbrustolito sulla tavola di zio Ezio, e scuoteva la testa come per
scacciare l’immagine. “Ma è vero?” chiedeva alla madre quando
Gottu andava via. “Se li mangia veramente?” “Ma no, ti scherza.” “È
vero?” chiedeva non convinta al padre. “Secondo me può pure
essere, questi manco mangiare sanno, te lo dico io.” Poi rideva: “È
toddiru ’i prima matina”. A Salvatore, Augusto, anche brillo di primo
mattino, faceva tenerezza. Caterina se ne accorgeva. Lo conosceva
bene quel rispetto incondizionato dei suoi genitori per le persone
anziane. Il tentativo di trovare padri e madri adottivi, per non sentirsi
sperduti. Oppure di ripagare il dolore inflitto a un vecchio,
responsabile della loro nascita, con l’amore regalato gratuitamente a
un altro vecchio, incontrato per caso.
Anche Augusto era affezionato a loro. Così, quando la stagione
della raccolta arrivò, la mattina presto bussò a casa di Salvatore e gli
chiese se volesse aiutarlo a bacchiare gli ulivi. Gottu aveva diverse
fasce nei paesi vicini della valle, e Salvatore era disoccupato da
mesi, i suoi risparmi erano quasi finiti e lui non aveva ancora un
lavoro fisso, lavorava a giornate, quando lo prendevano.
I giorni della raccolta, Caterina vide il padre tornare a casa
affamato e soddisfatto. Si era rimesso gli abiti da lavoro. Calzoni
militari e giacca da caccia senza maniche, scarponi coi lacci. Gli
aveva rivisto l’espressione di una volta. Suo padre era sudato, aveva
faticato, si era sporcato i vestiti ed era stato pagato. Suo padre
tornava a essere un uomo, l’uomo che era sempre stato. Tornava ad
avere diritto al cibo, di fronte a se stesso. Tornava a essere padre e
mantenere la famiglia col sudore del proprio corpo, con l’abilità delle
proprie mani. Escluso dal flusso del mondo, suo padre vi si
immergeva di nuovo, riacquistava un posto nel ciclo della vita.
Caterina lo vide arrivare sorridente, in tasca i soldi ricevuti,
quarantamila lire al giorno, per qualche giorno, lo vide raccontare a
lungo, senza preoccuparsi di avere la bocca piena, tranciare di netto
il giogo dei giorni uguali a se stessi, spalancare una finestra
sull’asfissia, far entrare dentro quella brutta casa l’ombra sotto gli
alberi, il sole che fa socchiudere gli occhi, la fatica di scuotere i rami,
il peso delle reti, il suo sudore così acre. Caterina lo riconosceva
senza esitazione, era quello l’odore di suo padre, l’odore di un uomo
che torna dal lavoro, l’odore di un uomo che farlo stare mesi chiuso
in casa significa annientarlo.
Dopo che la raccolta delle olive fu ultimata, il padre tornò a
svegliarsi senza avere nulla da fare. Aggiustare la ruota della
bicicletta. Programmare il pranzo con Laura. Soprattutto: pensare,
pensare senza tregua a quella vita provvisoria che sembrava invece,
ogni giorno di più, definitiva. Non sarebbe ritornato a Nacamarina,
quella vita che faceva adesso aveva avuto la meglio. E lui aveva
perso, era stato schiacciato, bisognava accettarlo una buona volta,
che sarebbero rimasti lì ancora, magari per sempre, bisognava
trasformare le giornate in abitudine, ufficializzare quella permanenza
trovando un lavoro vero, un lavoro fisso.
Da un lato le giornate tra gli ulivi lo avevano ristorato, dall’altro
avevano peggiorato le cose. Salvatore aveva capito. Doveva darsi
una mossa e smettere di fingere che sarebbe andato via da un
momento all’altro. Non riusciva a crederlo, respingeva la verità come
un bambino bizzoso.
Aveva iniziato a fare freddo. La sera il padre e la madre sedevano
l’uno davanti all’altra accanto alla stufa a gas – la paura nuova di
zecca di Laura: e se scoppia? – mentre Caterina stava al tavolo e
disegnava sul cartone del dash o delle paste, opere su
commissione: Margherita il committente. “Mi disegni un cowboy?” E
Caterina eseguiva, a penna. China sul foglio, il respiro impaziente di
Margherita accanto a lei, Cosimo stretto al petto della bimba,
ascoltava. Sua madre e suo padre. Quei due ragazzi poco più che
trentenni, quella giovane coppia di coniugi che non sapevano più
essere complici.
“Parla, dimmi, sfogati con me, perché stai zitto?”
Il padre taceva. Lo sguardo basso. Le sopracciglia increspate, le
labbra sporgenti. Il suo naso di profilo: un angolo perfetto.
“L’ha’ cu’ mia?”
Non rispondeva.
“Ce l’hai con me?”
Zitto.
Avrebbe snervato chiunque. Caterina continuava a disegnare. Il
polso tremava un po’, davanti al silenzio così duro, così compatto del
padre, ma la penna scivolava sul cartoncino come ci pattinasse
sopra: bastava per distrarsi. La penna che scorre morbida sulla carta
ha sempre scatenato in Caterina una specie di euforia.
“Perché ce l’hai con me?”
Laura si piegava in avanti per sfiorare con la fronte la fronte del
marito, ma lui restava impassibile, non si lasciava penetrare. Lei si
stringeva nello scialle e si lamentava per il freddo, come al solito,
cercava argomenti di conversazione: lamentarsi li avrebbe fatti
sentire vicini, o forse avrebbe fatto irritare Salvatore, sarebbe
sbottato, ma almeno avrebbe fatto un gesto. Laura preferiva
rischiare.
Andava avanti per un po’, grattava qualche crosticina di pazienza
convinta che potesse bastare, poi si accorgeva che era del tutto
insufficiente e che sarebbe stata lei a sbottare.
Di colpo si alzava, gettava lo scialle sulla sedia, con voce ferma
diceva: “Va bene, andiamocene! Torniamocene, no?”.
Caterina sollevava la testa dal cartoncino, Margherita stringeva le
mani di Cosimo fino a deformare la gomma, poi cercava di far finta di
niente. “Finisci il cowboy,” diceva a Caterina, “dai, finiscilo, ché poi lo
devi ritagliare.”
Le gambe di Caterina iniziavano a tremare.
“Ce ne andiamo? Ce ne andiamo! Andiamo, dai, andiamo a
crepare!”
“È colpa tua,” esplodeva d’un tratto, finalmente, il padre. “È colpa
tua se siamo qui!” urlava forsennato. “È colpa tua, colpa tua!”
“È colpa mia?”
“Tu hai insistito, tu mi hai costretto!”
Iniziavano le fitte nello stomaco, i battiti acceleravano. Margherita
guardava la sorella tremare, le si aggrappava al braccio, forse la
implorava di non arrabbiarsi, almeno lei, la supplicava di non
lasciarla sola, era a sua sorella che la piccolina si era affidata, era
Caterina tutto il mondo di Margherita, il mondo in cui voleva stare.
“Disegna, Caterina, per favore.” Ed era insostenibile notare quanta
dolcezza aveva misurato la sorellina, quattro anni appena, un piritu ’i
lupu, avrebbe detto nonna Cata, quale cura, quale attenzione aveva
impiegato per dare quell’ordine nel modo più dolce possibile, nel
modo più convincente. Ma Caterina non staccava gli occhi dai
genitori, nemmeno un metro da lei eppure estranei alle figlie come
fossero soli in mezzo al nulla, in diritto di dirsi qualunque cosa, di
pronunciare qualunque parola, fregandosene della paura. Se stiamo
male noi, sembravano credere, possono stare male tutti, anche le
nostre figlie. Non c’è rispetto, nel dolore. Non c’è buon senso.
Caterina si aspettava che la prendessero per un braccio da un
momento all’altro, la mettessero in mezzo a loro due, accanto a
quella puzzolente stufa a gas, unico riscaldamento per tutta la casa,
del resto cosa pretendi? Sono soltanto due stanze, di più non
possiamo permetterci, Caterina, e tu che volevi i quaderni di Barbie,
tu che ci sei rimasta male a vedere quei quaderni tutti uguali,
copertina blu con righe bianche per i quaderni a righe, copertina
verde con i quadratini bianchi per i quaderni a quadri, a pacchi da sei
incellofanati, nessuno te li potrà invidiare, è finito il tempo dell’invidia,
Caterina, questo è il tempo della miseria, vuoi che te lo ripeta?
Miseria. Vuoi che te lo scandisca? Mi-se-ria. Te lo sei ficcato bene in
testa?, e già il labbro vibrava. Ma nessuno si era rivolto a lei, era
sciocco sentirsi in colpa perché era rimasta male di fronte a quei
quaderni, a quel diario che non aveva scelto, e dentro di sé si era
arrabbiata con i genitori perché le avevano tolto la magia dei
preparativi, lei ci teneva tanto, era sempre stato così, l’attesa piena
di speranza del ritorno a scuola.
“Se non ce ne fossimo scappati, tu saresti morto, adesso, morto,
hai capito?”
Ecco, lo aveva detto. Caterina aveva sperato che sua madre non
lo dicesse. Che Margherita non lo sentisse. Chinava di nuovo la
testa sul foglio, carezzava la mano della sorella. “Ho quasi finito,
sai?” sussurrava mentre le parole del padre si sovrapponevano alle
sue, le sovrastavano con urla: “Tu lo dici! Tu lo dici! Magari ero vivo
e facevo la mia vita, non ero costretto a stare qua come un
derelitto!”.
“Eri morto,” continuava lei, “eri.”
“Meglio morto,” la interrompeva lui. “Meglio morto che stare qui!
Che vita sto facendo? È come essere morto.”
“Ma come fai a dire una cosa del genere? E le tue figlie? Non le
pensi, le tue figlie? A me, se non vuoi pensare a me, se te ne freghi
di me, pensa alle tue figlie!”
Lui taceva. Serrava le labbra. Si strappava le pellicine coi denti.
Sembrava cattivo in quel momento, a guardarlo. Ci sono uomini che
quando soffrono non fanno tenerezza, fanno paura. Ci sono uomini
che mascherano il dolore con la rabbia, la desolazione con
l’indifferenza, e solo conoscendoli bene si può trovare la forza di
andargli incontro, solo amandoli molto si può soffrire per loro.
“Era meglio essere morto che fare questa vita, per me. E se non
era per te, io rimanevo là. Tu mi hai costretto a venirmene, e io non
te lo perdono. Fai quello che vuoi, ma io qui non ci rimango.”
Laura spingeva la sedia per terra, la calciava con forza, lo scialle si
impigliava tra le gambe e raccattava la polvere sul pavimento, la
porta sbatteva e Salvatore restava lì, immobile accanto alla stufa,
sentiva i singhiozzi di sua moglie nell’altra stanza, e i passi delle
bambine che si alzavano, correvano in camera per consolarla, o per
paura, o solo perché in cucina l’aria era irrespirabile. Lo lasciavano
solo.
Caterina si arrampicava sul letto a castello mentre Margherita
coccolava la madre: “Non piangere, ti prego”, le lacrime a scottarle le
guance paffute mentre accarezzava quelle di Laura. Caterina si
stendeva sul letto a pancia in giù, concentrandosi solo sulle fitte che
le attraversavano lo stomaco, ora più forti ora più deboli, come un
ventaglio che si apre e si chiude, una fisarmonica suonata nelle
viscere, e pensava a suo padre, così deluso dalla vita da non amarle
più, da poter vivere senza di loro, da poter morire e lasciarle sole, e
lo detestava, si sentiva tradita, poi pregava con accanimento
peggiore del solito che non andasse via, che non le abbandonasse,
che non morisse, che restasse con loro, che restasse con lei, che
entrasse di nuovo a casa sudato, che avesse per sempre quel
torace ampio contro cui stringersi.
Nell’altra stanza – Caterina lo ignorava – Salvatore era rimasto
ancora un po’ seduto. Le mani unite tra le ginocchia, la testa
simmetrica al pugno delle sue dita incrociate. Una sola lacrima, una
sola, giù fino al mento. Muta. Non l’aveva nemmeno asciugata. Poi
si era alzato. Aveva aperto la finestra, aveva guardato fuori. Tutto
era nero: la strada, il mare. Sul tavolo, il disegno di Caterina. Un
uomo baffuto con un cappello a falde ampie, gilet, stivali con
sperone, baffi lunghi da turco e pistole. Gli occhi obliqui e le
sopracciglia a onda dei cattivi. Una nuvola accanto alla sua bocca,
un fumetto. Diceva, Ieu sugnu mafiusu.
Questo aveva disegnato sua figlia, stasera. Che c’entra?, gli
veniva da chiedersi, e quasi sorridere. Che c’entra coi cowboy?
Questo aveva disegnato sua figlia. No, non c’era da sorridere.
Ieu sugnu mafiusu.
Io. Sono. Mafioso.
Appena sveglia, Laura ha un capogiro. Forse si è alzata troppo in
fretta, forse è solo l’ansia per Salvatore ancora lontano. Quanto
potrà stare ancora via da loro? Sono soltanto quattro giorni che
manca, ma Laura ha paura che lui possa non tornare, che il dolore
che si trova davanti quando è lì lo faccia arrendere. Come un malato
terminale. In fondo è capitato anche a lei, capita a tutti. Che la fatica
sia troppo grande. Che sembri più facile cedere, andare alla deriva.
Salvatore potrebbe non tornare. Il cuore pulsa un battito in meno. Ha
la nausea. Si preoccupa anche per il lavoro. Se lo ricorda, Laura,
quando il marito lavorava a giornata, in nero. Si presentava ai
cantieri la mattina presto. Se c’era bisogno lo prendevano, altrimenti
se ne tornava a casa sconsolato. Erano stati duri quei tempi. Lei che
diceva, Vado a lavorare anch’io. Lui che rispondeva, Mia moglie non
lavora, non c’è bisogno di lavorare, Ma qui lavorano tutte le donne,
ribatteva lei, tutti lavorano, non ce n’è signori qui, dove ti credi che
stiamo, non stiamo al paese tuo. Era ingiusta. Come se non fosse
stato anche il suo, di paese, come se non ci fosse nata anche lei. Ma
non le mancava. A Laura non mancava più. Le mancava sua madre,
sua sorella. Le mancavano i parenti. Non Nacamarina, non i ricordi,
forse i ricordi, sì, ma nient’altro. Lei voleva vivere, sopravvivere.
Adattarsi alla novità: lo aveva desiderato da subito, le era riuscito. Si
aggrappava al futuro delle figlie come prospettiva, a quella forma di
uguaglianza che leggeva nei comportamenti delle persone. Le
sembrava di essersi finalmente liberata dai soprusi, dalle riverenze
dovute, dalle ipocrisie, dalle parentele inevitabili. Fin dal principio, da
quando quella sera si era rialzata e aveva lavato e vestito le
bambine, la sera del loro primo giorno nella nuova vita, fin da allora
Laura aveva accettato le nuove regole. E col tempo – le era bastato
poco – aveva capito che le sarebbero piaciute. Ma Salvatore no.
Salvatore conservava le proprie origini come per autoconservarsi.
Salvatore non si mescolava, come se avesse temuto di perdere la
propria identità. Come se avesse avuto paura di farsi contaminare, di
tradirsi, tradire le persone che amava o che lo amavano, di
dimostrarsi debole, o voltafaccia, o superficiale. Salvatore è sempre
stato votato alla coerenza come a un castigo, aveva paura che
integrarsi in quel mondo nuovo significasse rinunciare al proprio,
ammettere che era peggiore, dichiararsi inferiore, cessare di
esistere. Così portava avanti la sua guerriglia privata e senza
battaglie. La sua resistenza silenziosa. La combatteva nella propria
casa. Con sua moglie e le sue figlie. Oltre la porta di ingresso, un
armamentario di leggi da rispettare, desuete o paradossali per
chiunque abitasse fuori da quelle mura, e proprio per questo
Salvatore ci teneva a imporle. Se avesse perso la tradizione,
avrebbe perso la propria storia personale, e quella dei suoi nonni, e
quella della sua terra. Se tutti avessero fatto come lui, quella terra
sarebbe scomparsa. Non sarebbe mai stato così sleale.
Ai suoi occhi Laura doveva essere sembrata una traditrice. Laura
la moderna. Laura che voleva lavorare. Laura che non si stupiva
quando amici maschi telefonavano alle figlie. Laura che dava del tu
facilmente se del tu le davano. Inaccettabile. Laura non ti faccio
lavorare, si era detto. Ma dovette passare del tempo prima che il
lavoro di Turi diventasse quotidiano, prima che lo mettessero in
regola, prima che lo stipendio fosse sufficiente. E così Laura aveva
lavorato. Non era andata a stirare nelle case della gente, né a pulire.
Preparava torte dolci e salate, pastiere, petràli e susamelle. E li
vendeva. Tuttora lo faceva. E suo marito lo aveva accettato.
Quando appoggia il piede a terra, Laura sente un conato farle
tremare il mento. Corre in bagno a vomitare.
Poco dopo, Margherita è sulla porta. “Ti senti male?” Mi viene da
rovesciare. “Perché?” “E che ne so? Non lo so. Vattene a letto, è
presto ancora, o ti vuoi alzare?” “Mi voglio alzare.”
Il suo lavoro era servito solo ad arrotondare, ma stavano bene.
Non si potevano lamentare. Non era la vita che avevano
immaginato, no, ma che c’era che non andasse? Continua a
ripeterselo come se la persona da convincere fosse lei stessa e non
Turi. Perché ha così paura? Davvero crede che lui possa vivere
senza di loro?
Quando sono in cucina, Margherita chiede: “Tra quanto torna
papà?”.
“Eh, tra quanto.”
“Quanto?”
“Non lo so.”
“Non torna?”
“Certo che torna, scemina. To’, soffia, ché brucia.”
“Che schifo, lo sai che non mi piace questa cosa.”
“Che schifo non si dice delle cose che mangi, è la cosa del latte,
toglila.”
“Toglila tu.”
Lo sa perché potrebbe non tornare. Mentre insegue col cucchiaio
la pellicola biancastra e viscida che produce il latte se bolle troppo e
la sfila via dalla tazza di Margherita, mentre getta il cucchiaio sporco
nel lavello – il tintinnio dell’acciaio sull’acciaio sveglierà Caterina,
tanto meglio, è quasi ora – e ne prende uno nuovo e lo mette nelle
mani della sua bambina, sente la nausea tornarle e non sa
spiegarsene l’origine. Dev’essere paura, si dice. Una minaccia, una
nuova minaccia. Nessuna ciàula, nessun lamento, ma forse Turi non
tornerà, dovrà spiegarlo alle figlie, come se non fosse facile intuirne
le ragioni, come se non toccassero anche lei. Ma come si fa a dirlo
alle proprie bambine, come si dice che a volte essere figlio può
avere il sopravvento, che per un attimo rinunceresti a tutto pur di
essere ancora figlio, anche al tuo ruolo di genitore? Quando tua
madre ha settant’anni compiuti, gli occhi come caramelle alla menta,
sempre umidi, sempre collosi, il fazzoletto di cotone infilato nella
manica, gli occhiali spessi che pendono da un laccio sul seno
svuotato, le ossa degli stinchi sporgenti e le mani magre, la pelle
raggrinzita sulle ossa, quando tua madre ti guarda con quegli occhi
come caramelle masticate, la bocca aperta in una smorfia, senza
alcun pudore per i denti che mancano, quando tua madre a furia di
singhiozzi si piega su se stessa, e quella bocca si unge di bava, e
quelle caramelle masticate sembrano consumarsi, hai paura che le
sputerà, hai paura che le ingoierà, resterà soffocata dai suoi stessi
occhi o sarà strozzata dal suo pianto – vedrai, accadrà, e tu non
saprai che fare: tu, sei tu la responsabile. Quando tua madre sembra
sul punto di morire davanti alla tua partenza, quando esci dal
portone e sali sulla macchina verso la stazione e pensi che potrebbe
cadere per terra, rompersi le ossa, avere un malore, e morire, morire
perché l’hai lasciata, perché le hai impedito di averti vicino, perché le
hai impedito di veder crescere le sue nipoti, quando tua madre è
inconsolabile, e se ne frega di essere patetica e se ne frega del
melodramma, è solo il dolore a farla parlare, a muoverla nella
stanza, a farla correre sul portone per fare ciao con la mano, a
mandare baci con quella bocca sdentata, a restare lì, piccola
piccola, bassa e magra come una bambina, rimane lì sulla soglia a
farsi vedere, spera per un istante ancora che il suo corpo rinsecchito
riesca a dissuaderti, a distoglierti da questa idea malsana che i figli
possano vivere lontano dai genitori, da quest’assurda diceria che
ognuno debba farsi la sua vita, a questa bestemmia, questa
bestemmia sui genitori e sui figli, come se non lo sapessero anche i
pazzi e gli stupidi che non si possono separare, che sono calcificati
gli uni dentro gli altri, indistricabili, allontanarli vuol dire strappare i
loro corpi legati, vuol dire farli sanguinare. Laura lo sa che quando
accade, quando stai per partire davanti al dolore di tua madre,
potresti mandare all’aria tutto. Fregartene di tutto, di tutti.
Dimenticare. Decidere che partire è l’unico vero sbaglio, l’unica vera
minaccia. Laura lo sa che ci sono momenti in cui, è inspiegabile ma
succede, ci sono momenti in cui puoi essere solo figlio, e basta,
nient’altro. Come una scarica elettrica. Dura il tempo di una scarica.
Non di più. Potrebbe cambiare tutto in quell’arco brevissimo di
tempo. Basterebbe solo crederci. Subire la scossa. Mollare. Non
stare più aggrappati al buonsenso come alla roccia di un burrone.
Lasciarsi cadere. Essere soltanto figli, per sempre.
Ma dura un attimo. La macchina non torna indietro. La madre resta
sulla porta ancora un po’. Sfila il fazzoletto dalla manica. Lo inzuppa
di muco.
Turi tornerà. Dura un attimo. Turi resterà aggrappato. Laura lo sa.
Non ci sarà niente da spiegare. È solo un po’ malinconica, solo un
po’ agitata. Stamattina.
Sente un altro conato salire per l’esofago.
Margherita aveva aspettato il Natale con ansia. L’inverno era
noioso nella casa vicino alla Cogefar. La televisione trasmetteva solo
i canali Rai e si vedevano anche male. Sua sorella si ostinava a
guardare i cartoni animati sulle altre reti anche senza sonoro, anzi
col fruscio, in bianco e nero e con le sagome dei disegni deformate,
era una specie di lavoro di ricostruzione: intuito e ricordo. Molti di
quei cartoni sua sorella li aveva già visti, e più di una volta, così si
piazzava sul lettone davanti al televisore e le diceva: “Qui è quando
Licia va al concerto per sbaglio e Mirko le lancia la rosa dal palco
davanti a tutti”, oppure: “Qua sua madre le dice che è adottata, poi
ora, vedi, Georgie scappa e si butta nel fiume, lo sai che sua madre
alla fine muore di crepacuore?”. Preferiva i cartoni animati
drammatici, sua sorella, sentimentali. Margherita invece si era
appassionata a un fumetto che stava sul “Corriere dei Piccoli”. Non
sapeva leggere, così, ogni volta che Caterina acquistava l’ultimo
numero, guardava quei coniglietti con cuffie merlettate e gonne a
campana, gilet e orologi da tasca muoversi nella loro città, che sua
sorella chiamava Mappletovn, e prima provava a immaginare le
storie solo guardando le vignette, poi, se Caterina acconsentiva, si
faceva leggere le battute e verificava se aveva indovinato. Era un
gioco fantastico, era come farsi raccontare due storie diverse, una
soltanto dalle figure e l’altra dalla lettura di Caterina. Un gioco
doppio, perché quasi mai le storie corrispondevano.
Un pomeriggio, a casa di zio Ezio, che andavano a trovare ogni
domenica lassù a Sambiagio, dove l’antenna funzionava bene,
Margherita scoprì che quei coniglietti in abiti dell’Ottocento non
erano solo un fumetto, ma anche un cartone animato, e dalla sigla
apprese che la loro città non si chiamava Mappletovn, ma Meipol
Taun. Così si installava anche lei tutti i giorni davanti alla Tv, alle otto
di sera, e provava a indovinare quello che i coniglietti si dicevano
scrutando le sagome tremolanti e grigie, proprio come faceva
Caterina. A volte riconosceva una storia che aveva già letto, e allora
era più facile, ma il fumetto era più sintetico e quindi il cartone non
corrispondeva mai del tutto. Il gioco era diventato triplo.
Ecco cosa faceva Margherita nei pomeriggi d’inverno, in attesa
che arrivasse Natale. Forse mamma e papà avrebbero comprato
l’albero, e lei e Caterina li avrebbero aiutati a addobbarlo. Le
sarebbe piaciuto scegliere le palline. A Nacamarina, in sala,
facevano un albero altissimo. Adorava starsene seduta in silenzio
per terra a guardarlo, prima di cena.
“Lo facciamo vero o falso?” chiedeva. “No, lo compriamo finto, è
meglio, e pure piccolo, ché non abbiamo spazio.” “Ma quando lo
compriamo?” insisteva. “Margherita, ancora è presto.” “Ma sei sicura
che lo facciamo, sei sicura? E giura!”
Anche Caterina aveva paura che mentissero, che dentro quella
vita dove si era perso ogni rito, in quella famiglia striminzita senza
nonni e zii e cugini, nessuno avesse voglia di Natale. Era
impaziente, come Margherita. Le bambine si accorgevano che
all’idea del Natale i genitori apparivano più tristi, sembravano voler
scacciare l’aria della festa come una malattia.
Quando Natale arrivò, le bambine furono portate alla messa di
mezzanotte. Erano emozionate. Non avrebbero rinunciato a Babbo
Natale per nulla al mondo. Anche Caterina voleva crederci. Lei non
faceva che costellare la sua vita di piccoli riti. Gradini percorsi
contando, a cinque devo essere su, respiri trattenuti finché il portone
della scuola non si chiudeva, chi-pesta-le-righe-mangia-pane-e-
formiche-chi-pesta-il-piastrellame-mangia-pane-e-salame, poi
preghiere notturne e messe recitate per intero seduta sul letto,
ricordati di celebrare le feste, e Caterina celebrava ogni minuscolo
evento, per sempre fedele al gioco di Pollyanna, figuriamoci se non
avrebbe celebrato il Natale cercando di renderlo il più perfetto
possibile, devota a Pollyanna fino a storpiarla, fino a travisare quel
gioco nell’ossessione.
La chiesa era affollata, e loro quattro erano rimasti in fondo, in
piedi. Margherita non si reggeva dal sonno, a un certo punto papà la
prese in braccio e lei si addormentò, la guancia sulla spalla, la nuca
incastrata contro il suo collo. Caterina invece era sveglia, ed
eccitata, voleva godersi la messa fino all’ultimo amen, si stupiva
delle frasi in latino, “In latinu faci ’a missa ’stu prèviti,” sua madre non
sembrava gradirle, ma lei ne era affascinata, con tutte quelle u
sembrava il suo dialetto eppure non lo era, e quel proliferare di
parole sconosciute che riecheggiavano tra le navate le sembrava un
enorme spettacolo, un gioco multiforme e roboante, qualcosa che
assomigliava alla felicità.
Poi, al momento della comunione, partì un canto. Il coro ripeteva
una parola sconosciuta, indimenticabile, e forse non era latino, no
che non lo era, una parola che iniziava con la m, Maranathà,
dicevano, una parola come non ne aveva mai sentite, un pugnale,
un calcio, un grido dentro l’orecchio, una carezza, fiato caldo sulla
nuca.
Era un lamento, quella canzone, e quelle parole cantilenate e tristi,
che non sembravano gioire come si dovrebbe davanti alla nascita, le
si conficcarono nella gola. Sembravano sue, quelle parole, le
sembrava che qualcuno, da altrove, le stesse cantando per loro, lei
sua madre suo padre sua sorella. Caterina staccò la mano da quella
di Laura per essere completamente da sola mentre le ascoltava, gli
occhi chiusi. E pensò ai genitori, l’uno di fronte all’altra, in silenzio, la
testa fra le mani, accanto alla stufa, Siamo-le-tenebre-nessuno-ci-
guida, senza saper che fare, senza soluzioni immediate. E pensò a
Margherita, che giocava con una moto di cartone ritagliata dal
cabaret delle paste, e allo stanzone in cui dormivano, e credette che
fossero loro il dolore, che nessuno guardava, che fossero loro il
deserto, loro l’arsura, ed erano il freddo, nessuno li copriva, erano la
fame, nessuno li nutriva, dentro quella casa, senza ospiti con cui
passare il Natale, loro quattro soli, senza telefono, a chiamare dalla
cabina ogni sera – Che fate a Natale? Scendete?, No, mamma,
come facciamo a scendere?, Chi fati, viniti?, Papà, chi vinimu a fari?
Alla terza strofa Caterina unì la sua voce al coro, perché davvero
voleva scongiurare la terra di aprirsi e il cielo di piovere dall’alto, e
pensò, vieni – non sapeva che fosse proprio quello il significato del
vocabolo nuovo e prezioso che aveva sentito cantare, ma lo stesso
pensò, ti prego vieni: perché siamo noi, noi quattro, e pure la gente
dentro la chiesa, e pure quelli fuori, e pure quelli lontani, e pure quelli
in altre parti del mondo, e tutti i vivi, e forse anche i morti. Siamo le
catene, e nessuno ci scioglie.
Salvatore guarda i manifesti funebri. Stanno attaccati alla sponda
del ponte, vicino alla chiesa di Nacamarina, di fronte al bar. Supr’u
ponti, dove si è svolta per più di trent’anni la sua vita, adesso c’è il
manifesto che annuncia la morte di ’Ntoni, mancato
improvvisamente ai suoi cari. Improvvisamente. Come se questo
evento non lo avessero aspettato da sempre.
Gira da solo, Salvatore. Ha avvertito: “Vado a fare una
passeggiata”. Sua madre ha preso respiro come per dire qualcosa,
poi è rimasta zitta, non ha nemmeno annuito.
Appena fuori, Salvatore ha guardato l’orto che Ignazio, Fatima e
Mitri curano ancora. D’estate i fichi si spappolano per terra, cadono
come neve dagli alberi, nessuno li raccoglie, si attaccano alla suola
delle scarpe, diffondono quell’odore dolciastro nell’aria, inscuriscono
la terra. L’odore di fichi schiacciati sotto gli alberi, l’ombra dei rami.
Quella è casa sua.
Ha camminato rapido per la strada sterrata del vadduni, non si
decideranno mai ad asfaltarla, dietro c’è la campagna aperta, un
gregge di capre che tintinna, ci sono case come ruderi, una
cinquecento e una centoventisette senza ruote e senza targa che
arrugginiscono anno dopo anno, carcasse sventrate a cui nessuno
fa più caso, da un autocarro senza sportelli qualcuno lo saluta
sollevando il mento nella sua direzione, Salvatore alza la mano.
“Ciao, Pippu.” “Ciao, Turi, condoglianze.”
Il vecchio forno diventato un panificio moderno ma sempre a
conduzione familiare, l’asilo e, di fronte, la spazzatura come una
larga piramide ammaccata, buste aperte, flaconi di shampoo e
contenitori di candeggina ace sparpagliati per la strada,
testimonianze della vita familiare dentro i palazzi, reliquie, e
cassettoni bruciati, l’odore di plastica arrostita insieme a quello del
letame, così forte – nemmeno sa che Caterina trasalisce ogni volta
che lo sente, nemmeno sa che l’odore di fumeri è la madeleine della
sua bambina. Salvatore cammina silenzioso per arrivare sul ponte,
le mani in tasca, ma non a testa bassa, si guarda intorno come
trattenendo il fiato, guarda le tracce del suo mondo come elementi di
una mappa, i fichi, i sassi, le automobili abbandonate, l’immondizia,
sempre nello stesso posto, a presidiare senza sosta l’identità di
Nacamarina, punti cardinali della sua vecchia vita.
Salvatore è sopra il ponte che non attraversa nessun fiume, un
ponte sulla terra, cemento sulla campagna. Il bar dove giocava a
carte, suo fratello Mitri con la testa pelata da quando era bambino,
suo fratello Mitri ’u stortu che per la briscola ha una memoria di ferro,
ricorda perfettamente quali carichi sono caduti e celebra al tavolo del
bar le sue modeste vittorie. Tutto uguale. I manifesti sopra il muro
del ponte, vicino alla chiesa, e oggi una novità irreversibile: oggi,
nero su bianco, la morte di ’Ntoni.
Va a prendere un caffè al bar, e ritrova i suoi amici, braccia che lo
serrano, mani che stringono le sue, lo accolgono con entusiasmo, è
ancora uno di loro. “Chi si rici ddassupra?”
Già, pensa, che si dice? “Tutto a posto,” risponde, “solita vita.” Non
c’è un’altra risposta che può dare. Sta mentendo. Solita non è la sua
vita, ma la loro, la vita dentro il bar, o schiena contro il ponte, faccia
al campanile. È immutata, uguale a se stessa, senza spiragli.
Accettare quella vita. Allentare la morsa della responsabilità,
cedere. Accettare di essere nati lì, non tentare di deviare il destino.
Un posto dove sono tutti vittime e nessuno è innocente. Indizi delle
loro vite esposti per strada, dichiarazioni di esistenza. L’immondizia
bruciata, il fumo che impregna le lenzuola stese. La fragranza
confortante dei fichi. Gli abbracci sinceri.
Antonio Luppolo era un suo parente, era un suo amico. Suo
cognato ha cercato un modo. Ti sembra giusto?, potrebbe chiedergli
da un momento all’altro Caterina, Con me lui era onesto. Ti sembra
giusto?, insisterebbe la figlia. A me ha fatto solo del bene. Papà,
capisci che cosa stai dicendo? No, tu non capisci che cosa stai
dicendo. Che ne vuoi sapere? Che vuoi capire? Stai zitta, Caterina,
non c’è niente di cui parlare. Non si parla delle cose che non si
capiscono. Pure io voglio stare zitto. Rispetto a chi porta rispetto. La
vita uno non se la sceglie sempre. Si adegua, per quanto può.
Rispetto a chi ti rispetta, a chi ti vuole bene.
“Statti ddassupra, Turi, chi vi stati boni.”
Dove preferisci stare?, avrebbero chiesto ogni anno alle bambine
in visita ai nonni, qui o in Altitalia?, A casa mia, avrebbe detto timida
Margherita. Preferisco stare dove sto adesso, non vorrei mai tornare,
avrebbe sancito Caterina, lapidaria.
“Statevene là,” gli dice il barista, suo amico da sempre. “Statevene
là, che state bene.”
Nemmeno questo ho scelto, Caterina. Ti sembra giusto, figlia mia?
Turi beve il caffè, parla coi vecchi amici del più e del meno. La
chiesa la buttano giù e la rifanno. La Madonna la mettono nel salone
dell’asilo. La diranno lì, la messa, e pure i funerali. Finché non è
pronta quella nuova. Don Nino ha avuto un infarto, quel prete fuma
troppo. Ora s’è ripreso del tutto. Nel suo ufficio, dietro la scrivania,
ha appeso un cartello con scritto vietato fumare. A penna ci ha
aggiunto sotto: più di ottanta sigarette al giorno. Ridono tutti:
adorano don Nino. Per il funerale di ’Ntoni la chiesa era ancora la
stessa, quella dove è stato battezzato. Sarà demolita, pensa
Salvatore. Per la festamadonna, quest’anno, dicono i suoi amici, si
organizza un torneo di calcetto. Bisogna fare qualcosa, dichiarano,
per questa gioventù. Morti, sempre morti. Non virunu autru. Non
vedono altro, altro che morti, i giovani del loro quartiere. L’ha deciso
don Nino. Un torneo di calcetto, la squadra vince pure una coppa.
Chissà se Giacomino giocherà, si chiede Turi. Una coppa col nome
di Nacamarina. Una coppa con la sentenza della tua condanna.
Salvatore saluta, è ora di tornare dai suoi.
“Quando parti?”
Presto sarebbe iniziato il Festival di Sanremo, tra qualche
settimana, e Caterina e Margherita come al solito non stavano nella
pelle, cercavano con attenzione sulle riviste notizie dei partecipanti,
ascoltavano il telegiornale. Ma da più di un mese, soprattutto, si
parlava di un ragazzo rapito, un ragazzo di diciotto anni, portato via
dalla sua casa e dalla sua città e trasportato chissà come molto
lontano, un posto che lui forse nemmeno sapeva esistesse, un posto
che per lui sarebbe stato esotico come l’Africa o la Cina, e che
Caterina invece conosceva. Era passato Garibaldi in quel posto, ed
era stato ferito a una gamba, come recitava la canzone. Il tronco
dove si diceva si fosse seduto, impossibilitato a marciare, era
radicato in quelle montagne, ed era stato recintato da una cancellata
verde, perché fosse ammirato dai pellegrini venuti a rendergli
omaggio, tra una corda di satizzu e un arancino durante il picnic,
sacro e inaccessibile come un altare. Ma i bambini, che avevano
dovuto faticare per farsi portare di nuovo, anche quella domenica, a
fare merenda tra gli alberi, la strada piena di curve da ribaltare lo
stomaco, riuscivano di profilo a infilarsi tra le sbarre, e tutti insieme
profanavano un pezzo della Storia d’Italia, saltellavano e si
rincorrevano mettendosi in posa sul trono disperato di Garibaldi e
sorridendo forzatamente dentro l’obiettivo della yashica dei genitori.
Lì, dove lei aveva conosciuto una gioia così fresca, proprio lì, un
ragazzo di soli diciotto anni era prigioniero, era una vittima, un’altra
delle tante vittime di quel mondo. Si sentiva ottusa: quando cercava
di comprendere le sembrava di avere tavole spesse di legno
conficcate in testa, il cervello ci sbatteva contro, non c’era niente da
fare, lei non capiva. Solo la tragedia era un concetto chiaro, un
concetto sconfinato, persino. Il focu che divampa nelle famiglie più
sfortunate, senza ragione, per una distrazione di Dio, per non dire un
suo dispetto.
Per un’inaccettabile pigrizia divina, il fuoco, la disgrazia, aveva
schiacciato la famiglia di Cesare, anche quella famiglia. Aveva
ingabbiato lui, circondato dalle montagne sconosciute e inospitali del
posto in cui lei era nata, proprio lì, nella sua terra: lei ci era nata e lui
ci poteva morire, lei ne era scappata e lui era stato trascinato laggiù
da individui che estorcevano agli altri la felicità come se gli spettasse
di diritto, pronti a fare del male, anche a lui, ancora, un’altra volta,
fino a quando?
Cesare era solo, in una terra straniera cui lei apparteneva. Se ne
vergognava, Caterina. Come fosse stata anche colpa sua.
“Come mai sei qui da sola?”
Caterina si volta. Trasalisce: Giulio.
“Ciao. Non c’è la tua amichetta?”
“Sono venuta a portare mia sorella a giocare. Dalila è a casa, ha
litigato con sua madre, dice che non può uscire.”
Caterina guarda nella direzione di Margherita. Lei e Mario
inscenano qualche combattimento stellare. Mario le ha ceduto la sua
Sciabola dell’Ombra, e per ora la nonna non si è ancora affacciata a
sgridarlo preventivamente, certa che prima di cena qualche guaio lo
combinerà. Caterina non guarda Giulio, ce l’ha ancora con lui. Gli ha
risposto fredda, atona.
E Giulio sta zitto.
Però rimanere lì mentre lui la guarda la mette in imbarazzo. Intorno
alla panchina ci sono i bambini, le mamme, lo scivolo, l’altalena, i
cespugli, le pallonate e le urla, intorno ci sono un sacco di cose a
parte Giulio, ma la presenza di Giulio sembra invadere tutto.
“Hai fatto matematica?”
La panchina dov’è seduta oggi non è la stessa, ma è un caso.
Qualcuno tra l’altro ha cancellato la scritta che la riguardava, sul
muro della scorciatoia che porta al parco giochi sono apparse altre
scritte, Dalila = troia, Nico forever, E per questo amore figlio di
un’estate ci vorrebbe il sale per guarire le ferite per A. by R., e altre
che sono già state cancellate, non se la sono presa soltanto con lei,
in fondo, non vale la pena starci male, eppure Caterina non ci riesce.
“Perché non rispondi?”
Caterina tace.
“Oh!”
Caterina sembra sorda.
“Dai, Caterina, ma cos’hai?”
“Nulla, cos’ho? Che vuoi?”
“Dico: hai fatto matematica?”
“Non son capace.”
E si gira di nuovo a guardare la sorella. Poi fa per alzarsi.
“Vai via?” chiede Giulio.
Ha il naso schiacciato, le labbra sottili, il mento piatto. Come se dal
naso in giù la sua faccia fosse stata piallata. Forse allora sono gli
occhi a farlo sembrare carino, sì, sono le ciglia lunghe come quelle
di una ragazza.
“Dai, resta ancora un po’.”
“Perché?”
Giulio non risponde, forse si chiede che razza di domanda sia
perché. Caterina si siede sul bordo della spalliera, curva la schiena
in avanti, le braccia penzoloni tra le gambe. Si guarda le lumberjack
rosa, le trova leziose. Non le piacciono più, a partire da ora. Anche
quella felpa della tuta, grigia e verde, la fa sentire sciatta. Di colpo,
davanti a Giulio, si vergogna di come è vestita, e dei suoi capelli
troppo neri, stretti nella coda. Vorrebbe scioglierli.
“Se vuoi venire a casa mia, ti spiego gli esercizi di matematica.”
Caterina aggrotta la fronte mentre lo guarda.
“Io ho finito presto, non era complicato.”
“Eh.”
“Dico, se vuoi venire.”
“No, grazie.”
“Sicura?”
Caterina non risponde, Giulio sputa un’unghia appena rosicchiata.
“Sono bravo, lo sai, tu non ci pigli, faccio un’opera di bene, poi, che
mi frega, fai quello che vuoi.”
“No, ho da fare.”
Caterina si alza, sembra indispettita. È sempre sprezzante quel
ragazzo, non si smentisce mai. “Margherita!” chiama. “Marghe!” e le
va incontro, si rifugia nel ruolo di babysitter per rendersi
inattaccabile.
“Così domani il prof ti fa il culo.”
“Meglio.”
“Cazzi tuoi.”
“Sì, cazzi miei, la mia vita sono cazzi miei, ma che vuoi? Vattene,
stronzo!”
“Oh, ma che hai?”
Non ce la fa a dirglielo. Sei stato tu. Mi hai umiliata. Mi hai ferita.
Sei stato tu a dirmi che sono diversa, a segnalare una gerarchia tra
me e te, livello più basso, livello più alto, Sud e Nord, terroni e gente
normale, anzi, superiore.
“Vaffanculo!”
Questo gli dice. Non riesce a dirgli che quell’offerta di aiuto le ha
smosso qualcosa, che potrebbe perdonarlo, che le basta così poco,
un minimo riconoscimento, un segnale qualsiasi di amicizia, di
interesse, che basterebbe questo a stringerle il cuore.
“Margherita, ti spingo io?” Caterina si accosta all’altalena.
“Tu sei pazza,” dice Giulio, che l’ha seguita.
“No, tu sei pazzo!” urla Caterina, e lo spintona. “Tu sei pazzo, e sei
uno stronzo, sei stato tu, lo so, sei stato tu!” e continua a
strattonarlo. Giulio arretra, alza le mani in segno di resa, ma
continua a dire: “Pazza, sei pazza, siete tutti pazzi voi”. “Voi chi? Voi
chi, pezzo di merda?” “Voi, voi: tutti cafoni e incivili come te!”
Caterina lo schiaffeggia, e anche lui la schiaffeggia, lei restituisce la
botta e lui la spinge con forza, finché non cade per terra. Caterina
resta lì, accasciata, digrigna i denti, le balla una narice. Margherita
corre da lei insieme a Mario. “Tu sei malata,” ripete Giulio, poi si gira
svelto, va via. E dopo non c’è più.
Le mamme hanno guardato verso di loro, ma non si sono
avvicinate, si saranno dette che i ragazzi vengono su tutti
maleducati, oggigiorno, oppure non ci hanno fatto proprio caso, una
scaramuccia fra coetanei, a dodici anni non si è forse ancora dei
bambini? Le scritte sui muri e le panchine, questi maledetti uniposca,
rovinano il paese, tutti vandali. Caterina aveva letto una poesia sulla
sua antologia di scuola, Nella-mia-terra-primigenia-il-Sud-mi-ha-
assalito-la-vipera-e-l’orrore-nella-luce, e avrebbe voluto trascriverla,
non su una panchina, nemmeno su un muro, un cartello avrebbe
voluto mettere, un cartello sulla statale, senza indicazioni, solo versi,
alle porte di Recànto, tutte le automobili costrette a leggerlo, tutti i
passanti, i ciclisti.
Dopo aver tranquillizzato Margherita, e averla mandata a giocare
ancora con il suo amichetto col codino, Caterina si è seduta di nuovo
sulla panchina. Margherita però da lontano la sorveglia, mentre con
Mario cammina piegata, quatta quatta. Giocano a pistole di liquirizia:
sono due ladri che rubano, naturalmente ai ricchi per dare ai poveri,
ma mangiano le loro pistole dopo aver portato a termine il furto, e
scappano sottoterra nelle buche scavate dagli abitanti di Talpilandia:
chi li trova più? La sfangano sempre, Mario e Margherita.
Caterina apre la mano sulla gamba, e gioca a gallinella zoppa
zoppa con le sue stesse dita, da sola, e le viene da sorridere.
Avrebbe dovuto stare più calma, non si reagisce così. Domani, a
scuola, quello la tormenterà, lo racconterà a tutti.
All’ora del tramonto, quando i lampioni si accendono sul cielo
ancora chiaro, e distorcono la luce fino a renderla arancione,
Caterina prende per mano Margherita, che si lecca ancora l’indice
puntato in alto come la canna di una pistola.
Poi si sente chiamare. “Caterina!”
Riconosce la voce, accelera il passo. È troppo stanca, non può
reggere.
“Caterina, aspetta.”
Margherita si ferma.
“Muoviti, Margherita.”
La bambina punta i piedi.
“Muoviti, cretina!”
“Ti ha raggiunto,” dice con voce melliflua.
Quando Giulio è davanti a lei, Caterina sospira.
“Senti.”
Caterina tace.
“Volevo dire.”
Caterina tace e guarda altrove.
“Caterina.”
Caterina si volta e lo fissa socchiudendo gli occhi.
Margherita si dondola e finge di masticare gonfiando di aria le
guance.
“Scusa.”
Caterina ha un tuffo al cuore.
“Sono stato io. L’ho scritto io.”
Caterina ha voglia di piangere.
“Scusa, era uno scherzo, non pensavo che ti desse così fastidio.”
Non piange, e non parla.
Lui si morde un angolo della bocca.
Non farlo, pensa Caterina, diventi più brutto.
Lui insiste a masticarsi l’interno della guancia.
Non farlo, pensa lei, sembri cattivo quando fai la faccia così.
“Vabbe’,” dice dopo un po’. “Ciao.”
“Ciao,” risponde Caterina.
“Ciaociao,” saluta Margherita, divertita non si capisce da cosa.
Caterina cammina assorta, Margherita racconta del suo
pomeriggio al parco, ma la sorella non ascolta una parola. Prova un
senso di gratitudine che la fa sentire sciocca. Se avesse saputo
come fare, lo avrebbe abbracciato, Giulio, se avesse saputo da che
parte cominciare, avrebbe detto grazie, gli avrebbe preso la mano.
Caterina prova rabbia: non lo perdonerà mai, non perdonerà
nessuno, non può bastare così poco. Qualcuno forse dovrebbe
dirglielo che è possibile, che quando uno che ti ferisce poi si scusa
scioglie una specie di nodo: libera. Ma Caterina lo sa che non è
affatto libera: non è giusto che basti così poco, che si provi
un’emozione tanto forte a sentirsi riscattati, è tradire se stessi,
abbassare la guardia, non si può, eppure è scossa da una tenerezza
che potrebbe farle pensare addirittura, può capitare a volte, e all’età
di Caterina, si potrebbe persino credere – che stupido – di essere
innamorati.
Quando vivevano ancora nella casa vicino alla Cogefar, prima di
potersi permettere un appartamento nel centro di Recànto, un
appartamento con due stanze da letto, prima che suo padre trovasse
un lavoro fisso, quando si riscaldavano ancora con la stufa a gas e si
lavavano in una vasca strettissima a zoccolo, quando suo padre
passava i pomeriggi steso sul letto, gli occhi al soffitto, distratto solo
dalle formule per calcolare l’area e il perimetro della circonferenza
che non voleva ficcarsi in testa Caterina, quando le preghiere che
Caterina recitava a raffica di notte, la fronte contro il muro,
sembravano cadere a vuoto, asciugarsi subito come acqua sul
cemento incandescente, Laura decise di non domandare più, di non
consolare più il marito, di non accettare più di essere accusata solo
per farlo sfogare. Si colorò le palpebre con l’ombretto e disegnò una
riga blu nell’interno degli occhi, anche se non doveva andare da
nessuna parte. Si truccava, anche se doveva stare in casa.
Il trucco della madre era una novità. Caterina l’aveva vista
truccarsi soltanto per feste e cerimonie, di solito lasciava il suo bel
viso pulito, convinta che quando una è bella più sciamparata va e più
bella è. Forse adesso sua madre non si considerava più bella.
Caterina la guardava e si sentiva tradita da quell’ombretto, da
quello sguardo duro che la matita le dava, da quel cinismo che a
volte esibiva, la madre, davanti allo sconforto del marito, come si
fosse arresa d’un tratto, come non potesse far altro che difendersi.
Erigeva barriere, col semplice gesto di colorarsi gli occhi. Decideva
che cambiava volto, modo di fare. Voleva essere diversa: nuova vita,
nuova maniera di essere bella.
Caterina si domandava che cosa ne pensasse il padre. Si
lamentava del compito in classe di geometria, e la madre non la
consolava, anzi. “Almeno tu hai qualche cosa da fare, qui noi non
facciamo niente, è un mortorio, non lamentarti sempre.”
Caterina ci rimaneva male. Non erano alla pari, pensava, lei era
obbligata ad andare a scuola, non lo aveva scelto, non era più
fortunata di loro, perché la madre le parlava così?
Non ci si doveva lagnare più. Suo padre sedeva accanto alla stufa
e la moglie non gli stava più di fronte. Se ne andava. Si
abbandonava a un flusso di pensieri che restavano privati, evitava di
condividerli, la televisione accesa, confezionava un’immagine di sé e
in solitudine ne viveva un’altra, pensava che non lo avessero capito,
credeva di non essere scoperta? Stavano in silenzio, i genitori.
Avevano consumato le parole. Ore e ore insieme, avevano detto
troppo, e non era servito a niente. Adesso non rimaneva che murarsi
vivi nella propria pelle, consentire alla televisione di produrre
qualunque suono, anche un frullio, piuttosto che essere costretti,
ancora, a parlare. Non serviva a nulla comunicare, pensava
Caterina, non serviva a nulla. Come pregare.
Forse altri pregavano dentro casa, ma era sicura che non lo
facessero con lo stesso accanimento con cui lo faceva lei. Che
aveva pregato per tutti, aveva chiesto perdono per le loro
bestemmie, per i loro dubbi, per la loro convinzione di essere
abbandonati, talvolta, quando erano scoraggiati, aveva cercato di
tamponare. Adesso però si sentiva stanca, oppure non era stata
abbastanza brava, abbastanza convincente, e quindi si arrendeva. O
forse era offesa. Con Dio. Era offesa e aveva paura ad ammetterlo,
paura che Dio se ne accorgesse e potesse arrabbiarsi e punirla, era
troppo difficile prevedere le sue azioni, capire come la pensava, era
così difficile ma forse era soltanto perché lei aveva nove anni: più
tardi, sperava, più tardi mi sarà chiaro, temeva che fosse
impossibile, che di fronte a Dio l’unica soluzione fosse lasciarlo
cuocere nel suo brodo, smettere di preoccuparsi di lui, assumersi il
rischio di essere soli fino alla morte, ma era troppo per la sua età,
non l’avrebbe retto. Caterina insisteva, ostinata.
Accoccolata contro il muro umido, il naso che prudeva, doveva
nascondere la sua rabbia davanti a Dio, perché di certo lui la
vedeva. Caterina aveva iniziato a fingere di non esserci rimasta
male, a fingere di potersi ancora fidare di lui, troppo spaventata per
recriminare, spaventata delle conseguenze. Non poteva dirgli, Dio
sei un ingrato, e sei arrogante, cos’è che pretendi? perché non parli
chiaro? che cosa vuoi dimostrare?, saltare su e dirgli, Adesso mi hai
stufato, o ti dai una mossa o io e te chiudiamo qui.
Ma perché non si palesava in qualche modo? Lo aveva chiamato,
aveva desiderato che Maria si sedesse sul suo letto e le chiarisse
come stavano le cose, certo che non lo avrebbe rivelato a nessuno,
è ovvio, avrebbe mantenuto il segreto, possibile che non ci volessero
credere? Era stata la più brava del catechismo, appena don Nino
faceva una domanda lei alzava subito la mano, aveva vinto anche
un libro su papa Giovanni come premio, ma era in prestito, poi era
partita in fretta e non aveva potuto restituirglielo. Forse anche don
Nino ce l’aveva con lei: appena fosse tornata a Nacamarina, anche
solo per un giorno, sarebbe andata a riportarglielo, e glielo avrebbe
chiesto, Secondo te, parroco, come si fa a nascondere i brutti
pensieri su Dio se ti vengono in mente? Dio li vede di sicuro, ma non
è colpa mia se mi vengono, Che pensieri?, avrebbe chiesto don Nino
con dolcezza, Che Dio se ne frega, si fa la sua vita, decide a caso,
che dovrebbe essere più elastico, non considera l’impegno che uno
ci mette, magari se parlasse chiaro uno si potrebbe regolare, che gli
costa, insomma, che ci perde? Don Nino avrebbe arricciato il naso,
ma lei avrebbe continuato, ormai incapace di smettere, Sai che dico,
parroco? Non è possibile che gli piaccia per davvero starsene da
solo senza farsi mai vedere da nessuno, ma non si annoia? Non
sarebbe più contento pure lui a farsi due chiacchiere con noi? O non
gliene frega niente? Ma sarebbe cattivo se fosse così, e allora non è
possibile! Scusa parroco se te lo dico, ma forse Dio non, Non
pensarlo nemmeno, questa è una bestemmia, avrebbe avvertito don
Nino sollevando le sopracciglia e toccandole la spalla. Atto di dolore,
don Nino, hai ragione, mi pento e mi dolgo con tutto il cuore.
Mi addormento e domani comincio da capo, pensava Caterina.
Don Nino non poteva avere torto, e lei era troppo presuntuosa,
dicevano, doveva stare al suo posto: esigere di conoscere sempre la
verità, che bella pretesa per una di nove anni. Come se fosse stata
lei a dover perdonare Dio, come se avesse potuto dire, Pazienza se
non ci capisci niente del mondo, se non hai alcun potere: hai
bluffato, vero? A me puoi confessarlo, come se avesse potuto
concludere, Fa niente, lascia perdere, vedrai che troverò altro, come
se fosse stata lei a dover assolvere Dio, e non il contrario.
Si addormentava.
Solo il giorno dopo avrebbe scritto la lettera.
Caro Cesare,
tu non mi conosci, ma io conosco te, perché ormai sei diventato
famoso, purtroppo, per colpa di questa cosa brutta che ti è capitata.
Comunque, piacere, io sono Caterina Silvestro e vivo in un posto
che si chiama Recànto, vicino al mare. Ho pensato che magari se ti
scrivo delle lettere, mentre tu sei solo, lì, e magari stai pure al buio
(io ho tanta paura del buio! E se tu lo sopporti sappi che sei davvero
coraggioso), in qualche modo, magicamente, se mi sforzo, se mi
impegno tanto, forse per telepatia qualcosa di quello che ti dico ti
può arrivare, e può farti compagnia. Che ne dici?
Pensaci, e fammi sapere. Intanto adesso io vado a finire i compiti,
che si è fatto tardi.
Caterina
Margherita guarda la mamma preparare una torta. Ha i capelli a
caschetto, la bambina – nel tempo si sono inscuriti e fatti più lisci –
ma riesce lo stesso a metterseli in bocca e succhiarli. I capelli hanno
un sapore aromatico, e la consistenza tra i denti è una novità ogni
volta, Margherita non sa rinunciare. Meno male che mamma è
concentrata, altrimenti urlerebbe, Càcciati ’sti capiddi r’a bucca,
magari le darebbe anche un buffetto sulla mano, irritata come ogni
volta che sorprende un nuovo tic nelle sue figlie, Che vizio
maledetto, Margherita.
Le chiede che torta stia preparando. “Una mimosa.” La mamma
guarnisce torte tutti i giorni per lavoro, Margherita lo sa, ma nelle
favole sono le nonne a preparare i dolci, i suoi libri illustrati non
mentono.
Nonna Cata però non sfornava mai torte, comitava panini al
pomodoro e provola per merenda, ed era davvero come se
accomodasse gli ingredienti dentro il pane, e quelli si adagiassero
nel posto che da sempre spettava loro e si armonizzassero col resto:
l’origano del giardino, le foglie di basilico, e l’olio, che imbeveva tutto,
inzuppava la mollica finché anche la crosta non si ammorbidiva.
Margherita la ricorda di schiena, la gonna e la maglia della salute e il
maglione scuro e il grembiule come strati di stoffa sovrapposti, non
più vestiti, ma pezze, stonate tra di loro, eppure divisa inconfondibile:
sua nonna. Il fazzoletto in testa, fili sbiaditi attorcigliati come corda in
un tuppo, nessuna ciocca che scappa alle forcine. Margherita vede
quella figura piccola e robusta muoversi rapida, precisa, come se
ogni gesto fosse il risultato di un calcolo aritmetico, o il passo ormai
automatico di una coreografia perfetta. È rassicurante, sua nonna di
spalle, i calzettoni neri infilati nelle pantofole, è pulita, pulitissima,
odora di detersivo tutto il giorno non assomiglia a nessun altro
essere umano. La nonna si voltava col panino tra le mani, avvolto
nella carta scottex, e solo allora Margherita ritrovava le sue occhiaie
giallognole sul viso pallido, le labbra quasi trasparenti come
conferma che tutto sarebbe stato uguale in eterno.
“Margherita, non mangiarti i capelli, te l’ho detto mille volte.”
“Ho fame,” scherza la bambina.
“Vuoi fare merenda?” sta allo scherzo la madre.
“Voglio il pane col pomodoro della nonna Cata.”
Margherita si accorge che la madre fa un sorriso dolce, troppo
dolce per non sembrare triste.
“Buono, il pane al pomodoro della nonna,” cerca di rimediare.
La madre annuisce in fretta, poi china di nuovo la testa sulla
terrina.
Le sere d’inverno a casa di nonna Cata mangiavano le noccioline
americane. Il nonno a capotavola, dopo cena le apriva una per una.
Dalla crosta bombata dell’arachide venivano fuori minuscole palline
avvolte in una pellicola rossiccia. Io me le mangio così, senza
sbucciarle, diceva Giacomo, come fosse stato un gesto pericoloso o
trasgressivo, che richiedeva coraggio. E lei lo imitava. Le sere
d’inverno Margherita, Caterina, Giacomo e Lena sedevano sulla
cassapanca della nonna. Le bambine si legavano attorno alla testa
uno spago dorato come velo e si sposavano con Giacomo a
ripetizione, a turno, accennavano una marcia nuziale e si
dichiaravano marito e moglie, tutte le sere, e dai grandi, accucciati
attorno al braciere, arrivavano soltanto suoni ovattati, lontani, il
sonoro di un film tenuto a basso volume. È incredibile come da
bambini una porzione minima di spazio possa diventare un altro
mondo, separato dal resto, impossibile da attraversare per chiunque
altro. Zio Mitri a volte stava con loro, escluso dai discorsi dei grandi,
si sedeva sulla cassapanca, sollevava il maglione sulla schiena fino
alla nuca, ordinava, ’Rattami ’i spaddi, Io, io, te le gratto io le spalle,
zio, si candidava Giacomino, però mi dai mille lire, No, io, allora, io,
se mi dai mille lire, rilanciava Margherita. Caterina, col suo velo di
spago arricciato sempre in testa, non smetteva mai di fare la sposa.
Da un lato e dall’altro, Giacomo e Margherita grattavano la schiena
dello zio. ’Nto cunettu, ’nto cunettu, precisava Mitri, indicando con la
mano deformata dal lavoro la spina dorsale. Nel culetto, zio?,
interveniva Caterina, vuoi che ti grattiamo anche il culetto?, e i
bambini scoppiavano a ridere.
“Se vuoi te lo preparo,” dice la mamma.
Margherita non risponde.
“Lo conzo? Il panino col pomodoro.”
“Mamma.”
“Dimmi.”
Margherita non dice nulla. Suo padre non vuole tornare, così ha
sentito dire alla mamma. Suo padre si è stancato di Recànto,
preferisce stare coi nonni e gli zii, e se loro tre non lo raggiungono
farà da papà a Giacomo e Lena, e si dimenticherà delle sue figlie
Caterina e Margherita.
“Lo vuoi o no?”
“No.”
Devono raggiungerlo, insieme a mamma. Ma se mamma non dice
nulla vuol dire che non lo faranno, che lei non ha intenzione di farlo:
resteranno qui. Quello che non capisce, e che la irrita anche, è
perché, se papà voleva stare lì, allora se ne sia andato, portandosi
dietro loro tre.
Margherita ripete, ancora: “Mamma”.
“Eh.”
“Perché siamo andati via?”
“Mi sento strana.”
“Che ti senti?”
“Mi gira la testa, mi viene da vomitare.”
“Sei preoccupata?”
“Forse.”
“Che c’è da preoccuparsi, Laura? Ormai.”
“Ormai che?”
Turi si morde le labbra, si strappa le pellicine, come al solito. Laura
riconosce quel rumore esiguo, di topo che squittisce. Lo avesse
avuto davanti gli avrebbe detto di smettere, si rovina la bocca così.
Prova a chiedere: “Hai fatto una passeggiata al mare?”.
Come sembra fuori luogo a lui questa frase, gli sembra persino
irrispettosa, si innervosisce.
“Simu già a mari, cu’ tutti ’i robbi,” risponde.
“Perché devi dire così? Mi danno fastidio, queste cose che dici!”
Turi sputa una pellicina, si dondola su un piede, poi, d’impeto,
annuncia: “Senti, Laura, non posso stare al telefono ora”.
“Turi.”
“Oh.”
“Perché fai così?”
“Che faccio, Laura?”
“Ti arrendi.”
“A che cosa, a chi? Ma che cazzo dici?”
“Non siamo in mezzo al mare, Turi, non siamo annegati, non
anneghiamo.”
Non si può essere naufraghi per sempre, pensa Laura, ma non lo
dice. È una responsabilità troppo pesante fare i sopravvissuti, pensa
Turi, lo spettro di un’altra tempesta è sempre vivo, una condizione
dell’esistenza, vorrebbe spiegare, ma neanche lui lo dice.
Prova a terminare la conversazione. “Senti.”
“No, tu senti,” lo interrompe Laura. “Siamo vivi,” dice, come fosse
una rivelazione, “vivi.”
“Laura, ma che discorsi mi stai facendo? Proprio ora, che cazzo mi
significa, che.”
“Turi, siamo qui! E abbiamo una vita. È vero, è così, ascoltami.
Non è la nostra vita? Io, tu e le bambine. È qui. È la nostra vita.”
Dopo una lunga pausa, Turi sospira. Chiede a Laura che cosa
abbia preso per il vomito. Lei prima tace, come disturbata da una
domanda fuori tema, poi risponde biochetasi e citrosodina, ma
aggiunge che non è servito. Turi chiede di nuovo che cosa accusi di
preciso. Laura lo spiega per l’ennesima volta. Lo sa che ogni volta
Turi spera che risponda niente, sto benissimo. Turi dice che forse
della valeriana, Laura dice che è lui la cura, che basta che torni, che
ce l’abbia lì, che ritornino alla loro vita, e starà di nuovo meglio.
Anche Turi sa che è così, ma non si sente lo stesso rincuorato.
Caro Cesare,
come stai? che hai mangiato oggi? hai dormito un po’? Chissà se ti
danno abbastanza da mangiare… Ho pensato tanto a quello che ti è
successo, ci penso tutti i giorni, a scuola, a pranzo, prima di dormire.
Hanno mandato una tua foto per far vedere che sei vivo. Penso a
tua madre quando l’ha vista, chissà che stretta al cuore. Hanno detto
che vogliono otto miliardi, poi solo uno, la foto serve come prova che
non sei morto, che non è una truffa, speriamo sia vero. Ci ho
pensato, ti dicevo: e ho provato a immaginare (a sognare, sarebbe
meglio dire…) che se mi sforzo di scriverti, di arrivare
telepaticamente a te, alla fine forse posso pure provare a capire
dove stai, magari possiamo trovare un modo per liberarti.
Come facevo quando ero più piccola! Mi sedevo sul letto e mi
concentravo, mi dicevo se sei brava, se riesci a concentrarti per
davvero, se glielo chiedi ancora, e lei lo vede che sei convinta,
vedrai che arriva, vedrai che prima o poi ti appare. Speravo tutti i
giorni che mi apparisse la Madonna, come a Bernadette, quella
ragazza francese, la sai la storia? Penso di sì, la sanno tutti. Ecco, io
volevo che venisse anche da me, perché avevo tante di quelle cose
da chiederle, ma la Vergine non è mai venuta. Certe volte vorrei
sapere che ha fatto di tanto importante questa Bernadette per
meritarsi un simile onore! Certe altre, penso che devo imparare a
concentrarmi, che io mi distraggo subito, non ho pazienza, me lo
dicono anche a scuola: Caterina, stai un po’ zitta, non stai mai
attenta!
Mi sa che anche con te non ce la farò.
(La frase che ho appena scritto mi ha fatta sentire triste. Meglio se
vado, per stasera.)
Caterina
“Che mi state dando?”
Màrgara porge una scatola a suo genero, è larga e bassa. Lui ha
già indovinato cosa contiene.
“Aprila, Salvatore.”
Guarda la suocera, sembra una bambola di pezza tanto è fragile,
la pelle si smaglierebbe come nylon, i capelli sulla testa attaccati con
la colla da un bambino inesperto.
Appena è arrivato all’ingresso della casa, la casa in cui è cresciuta
Laura, prima ancora di vedere Màrgara, prima ancora di entrare, gli
è venuto in mente, chissà perché – lo aveva dimenticato – di quando
c’era stato un terremoto: uno dei tanti, niente di clamoroso. Una
scossa lieve, eppure lui era corso in vespa fin da lei – non erano
ancora sposati – dall’altra parte della città, per controllare che fosse
tutto a posto, che quel vecchio palazzo – sui muri esterni, fauci di
leone spalancate – non fosse crollato, che Laura, da poco la sua
fidanzata, non avesse avuto troppa paura. Senza di lui. Non
avevano ancora il telefono in casa, a quei tempi, per raggiungersi
era necessaria la presenza del corpo.
Salvatore si siede davanti a Màrgara, che lo guarda silenziosa e
sorridente.
Gli ha già fatto le condoglianze, lo ha già abbracciato, gli ha già
offerto la sua personale consolazione, breve per fortuna, mentre
beveva il caffè già parlavano d’altro, lui gliene è grato.
Salvatore solleva il coperchio e trova quel che pensava. “Grazie,”
dice.
Màrgara lo conosce, non si aspettava entusiasmo.
“Sono per il corredo,” spiega, come fosse necessario. “Un paio per
Caterina e un paio per Margherita. Chi lo sa quanto campo ancora,
se le vedrò mai sposarsi, le tue figlie.”
“Oh, basta, perché dovete dire così? Non cominciate con il
piagnisteo che non vi sopporto e me ne vado,” la minaccia
bonariamente Turi.
Màrgara gli accarezza il viso. I braccialetti da zingara tintinnano.
Le ha ricamate lei, quelle lenzuola. Sono di lino, ha comprato le
stoffe coi suoi risparmi, ci si è dedicata dopo il lavoro, a tempo
perso, ma sono venute bene, no? “Non ti piacciono?”
“Belle sono, belle, anche se io, lo sapete, non me ne intendo. Mia
moglie ci ha la fissa del corredo.”
“Poi vedi come gli piacciono, a Laura,” preannuncia sicura di sé.
Sulle guance, quel bambino inesperto ha usato un pennarello troppo
rosso.
“Ma voi ancora lavorate? Non vi siete stancata?”
“Mi passo il tempo. Che devo fare qua? Sono sola, se viene Lucia
a farmi compagnia, i miei nipoti, qualche cugina, la vicina di sopra
certe volte, poi c’è una del palazzo di fronte…”
“Insomma, non mi sembra che siete sola, state nominando un
sacco di cristiani, a me tutta questa folla mi darebbe pure fastidio,”
ridacchia Turi.
Màrgara tace come colta in flagrante. Accampa scuse di solitudine
per dissimulare una passione irrinunciabile: la preoccupazione delle
figlie la spinge a credere di doverlo fare.
Turi invece pensa che anche lei è sola, nonostante tutto.
Nonostante Lucia, nonostante le visite di parenti o di amici, se uno
soltanto dei tuoi figli è lontano, pensa Turi, sei comunque
inconsolabile.
Màrgara la vede, quella ruga tra le sopracciglia, lo capisce che il
genero si è incupito, allora prova a parlare di Caterina e Margherita,
chiede se siano cresciute, come vadano a scuola, quanto siano
belle.
Poi bussano alla porta, Màrgara fa per alzarsi, ma Salvatore la
precede. Sull’uscio Lucia lo saluta con un abbraccio. “Ancora qua
sei?” lo provoca. E non dice altro: non sarebbe mai intrusiva, Lucia.
Aveva posteggiato la vespa con tale irruenza, quel giorno, che
quasi era caduta per terra, aveva salito i gradini dell’ingresso,
nell’atrio l’aveva iniziata a chiamare, Laura! Lei era uscita sorpresa,
Che ci fai qui?
L’aveva vista illuminarsi, gli occhi limpidi, un sorriso senza difese.
Era sempre stata nuda, priva di riserve di fronte a lui. Come può
dimenticare quel sorriso, quella gioia così esplicita, una donna senza
strategie, sembrava dire, Per me? Sei venuto per me?, sembrava
stupirsi che fosse così preoccupato, per un terremoto senza danni,
sembrava stupirsi, ecco, che lui le volesse così bene.
Nella casa dove è cresciuta Laura, che custodisce le ossa ostinate
di sua madre e ospita la pacatezza di sua sorella, Salvatore sente
così forte la mancanza di quello stupore, che quasi vorrebbe alzarsi,
uscire dalla portafinestra, fermarsi a respirare tra le lenzuola stese
che riparano dal muro dei palazzi di fronte, troppo alti troppo vicini, e
dalla buca un po’ più in là, colma di immondizia da decenni, dal
rumore della strada sopraelevata. Sembra vederli per la prima volta,
quei palazzi abusivi, quella buca, quella strada. L’abitudine che
appanna la vista, pensa Salvatore, l’abitudine che addormenta. E
guarda la suocera prendere in mano un asciugamano di lino da un
sacco, come se l’astinenza già fosse insopportabile, inserire il filo
nella cruna dopo averlo leccato e steso con le labbra consumate,
accendere la lampada della sera anche se è ancora giorno. E vede
Lucia alzarsi e andargli incontro, sul balcone, guardare nella sua
stessa direzione come per scoprire che cosa c’è di nuovo, che cosa
catturi così il suo interesse, e probabilmente non trova nulla, nulla di
strano, ma non chiede, gli resta accanto e tace. L’abitudine che
protegge, pensa Salvatore, che sembra poterci salvare. E ci
inganna. L’abitudine che ci aiuta a sentirci immortali.
Un pensiero che angoscia, come se sentisse di aver perso, lui, la
possibilità di consolarsi, di anestetizzarsi dal dolore. Poi lo ristora,
quello stesso pensiero, lo fa sentire forte, giusto, ecco, e lo
sorprende. E mentre torna dentro casa a finire la visita alla suocera
e fa segno a Lucia di rientrare con lui, sedersi a snocciolare il tempo
mentre le mani secche di Màrgara ricamano assuefatte, pensa allo
stupore di sua moglie quando non era ancora sua moglie, pensa a
quel sorriso luminoso, disarmante, e a come sarebbe bello, stasera,
averlo davanti: renderebbe più dolce persino la verità, persino la
certezza di non essere immortali.
È notte. Ed è inverno. Eppure Margherita e Caterina dormono
fuori, su un terrazzo grande, che pare di terracotta. Sotto le coperte,
sotto le lenzuola beige, l’una contro l’altra contro la parete.
Caterina è sveglia, ma Margherita dorme. La notte fredda l’ha
stancata, e ha imprigionato anche Caterina dentro un’inedia che un
po’ coccola un po’ annebbia.
Poi, il fumo in lontananza. Caterina balza in piedi. Margherita
sussulta. È un incendio, urla Caterina, l’incendio. Margherita la
guarda senza riuscire a parlare.
È bellissimo. Nella notte, le fiamme, la distruzione che divora
mentre il resto del mondo dorme, deruba lingue di terra mentre i
proprietari riposano, e se si svegliassero, coi loro movimenti
rallentati, non potrebbero nulla contro quella forza.
Di colpo, la paura. Mamma, papà!, grida Caterina. Mia madre e
mio padre, dice a se stessa, Mamma e papà, ripete, guardando la
sorella. Non riesce a dire, Potrebbero essere tra le fiamme. Fin dove
arriva il fuoco?
Le sorelle guardano il fumo, maestoso, imponente, un cavallone
che non tocca mai la riva. È bellissimo.
E in quel momento la paura sale lungo il corpo fino alla testa,
come acqua che riempia fino a traboccare, e soffochi. Caterina cade
all’indietro, sotto gli occhi spalancati della sorellina, e mentre cade
sente la sua voce, la riconosce, è sua, è di zio Saro, ha un tono
risentito, duro, mentre dice, Dio ti vuole bene.
Picchia la testa a terra, Caterina.
E si risvegliava. Non aveva nemmeno il coraggio di muovere il
corpo sotto le lenzuola. Sentiva il respiro regolare di Margherita, nel
letto accanto a lei, ma non bastava a calmarla.
Il battito accelerato, un senso dilatato di angoscia, come se
l’angoscia fosse stata persino fuori da lei, contenuta dalla stanza, e
lei ci galleggiasse dentro.
Caterina aveva paura del sogno, della voce di zio Saro, così
severa, quasi arrabbiata. E quella frase su Dio, quella faceva paura,
non era una dichiarazione d’amore. Di notte, era un’imposizione, una
violenza, un sopruso bello e buono che Dio voleva farle subire, una
rivincita che voleva prendersi su di lei, una punizione che voleva,
che volevano infliggerle, Dio e zio Saro insieme, tutti e due, anche
zio Saro, che cercava di convincerla di una cosa falsa, la voleva
costringere ad avere di nuovo paura, non aveva ancora capito
niente, dopo tutto quello che era successo, non bastava, non
bastava a nessuno, per quanto oltre? Non ci voglio stare, zio, hai
capito? Non voglio più non avere scelta solo perché ho paura.
Rischierebbe anche questa angoscia lavica, questo panico che
gratta la nuca, che intaglia il cuore come uno scalpello: la paga cara,
Caterina – la pago cara, zio, ma è più forte di me, anche se loro
sono loro, se Lui è Lui, mi preservo, zio Saro, chi può difendermi? Io
devo, a ogni costo, e non m’importa: stanotte io mando affanculo
pure Dio.
Caro Cesare,
la prof di italiano ci ha fatto elencare sul quaderno gli avvenimenti
più importanti di quest’anno, così per le vacanze di Natale ne
scegliamo uno e ci facciamo sopra una specie di ricerca, un
approfondimento dice lei. E allora mentre li scrivevo, che poi a parte
il muro di Berlino non mi veniva in mente nulla (e infatti è stata lei a
ricordarci della rivolta degli studenti in Cina, delle rivoluzioni nei
paesi dell’Est, che in Romania hanno pure ucciso il loro capo di
Stato, ecc.), pensavo che tu tutte queste cose te le eri perse, che
non ne sapevi niente. Oppure ti fanno leggere i giornali? Per
esempio, tu lo sai che è caduto il muro di Berlino? Te le hanno fatte
vedere le immagini in televisione delle persone che si
arrampicavano, gli altri in piedi sopra il muro a tirarli su con le
braccia, la gente che beveva e festeggiava, le lenzuola bianche con
le scritte in rosso Willkommen in WestBerlin (la prof ci ha spiegato
che vuol dire Benvenuti a Berlino Ovest)? Vedendole, come una
stupida mi sono commossa. E ho pensato che questa emozione così
forte (la prof dice che non ce la dimenticheremo mai, anche se oggi
noi siamo piccoli e non capiamo davvero cosa vuol dire) tu (che sei
pure abbastanza grande per capire) non l’hai potuta vivere.
Allora nel mio quaderno ho annotato anche un punto che parlava
di te. Diceva che ormai erano quasi due anni che eri stato
sequestrato. Volevo scrivere che non si sapeva bene che cosa fare,
che pagare il riscatto voleva dire dargliela vinta a quei criminali e lo
Stato non lo poteva permettere, però anche tu mica potevi morire
(com’era morto Aldo Moro, ci aveva spiegato la professoressa): però
non sono stata capace di scrivere bene, si vede, perché la prof mi ha
detto che quell’appunto se volevo lo potevo lasciare ma che di certo
la ricerca non me la faceva fare su quello, che dovevo scegliermi un
tema internazionale, uno di quelli che ci aveva dettato lei, prima che
finisse l’ora.
Ci sono rimasta male, ma tanto lei ragiona sempre così, che ci
vuoi fare?
Vedrai che quando vieni fuori recuperi tutto, io comunque posso
prestarti in ogni momento il mio quaderno, se vuoi. Lo so che di lì
esci vivo, me lo sento, vedrai.
Ti abbraccio forte.
Caterina
Poi avevano lasciato la casa vicino alla Cogefar. La stufa a gas
sostituita dal riscaldamento centralizzato. Lo stanzone con il letto
matrimoniale, i letti a castello e il divano sostituito da due camere e
una sala. Una casa vera. Arrivò il camion coi mobili dopo tredici ore
di viaggio, di domenica. Il padre e i due operai montarono gli armadi
e i letti. La madre sorrideva raggiante all’appuntamento con la sua
identità recuperata, erano le sue cose, i suoi mobili, le sue cornici, le
sue bomboniere, era la sua vita pezzettino per pezzettino, e lei
avrebbe saputo ricomporla e adattarla, la vita è una cosa che si può
spolverare ogni giorno, nient’altro che questo.
Caterina sperava di trovare dentro i cassetti della scrivania i suoi
disegni. Non c’erano. Margherita non cercava nulla. Si aggirava per
le stanze ancora vuote a urlare ciao per sentire l’eco della propria
voce. Poi abbozzava una canzone, dapprima era quasi un sussurro:
se nessuno la interrompeva pian piano alzava il volume, sempre di
più, arrivata al ritornello aveva già sforzato le vene del collo, le pareti
nude della casa che trasformavano la sua voce in una sinfonia, ed
era allora che la madre le tirava una sberla sulla nuca, facendola
trasalire, e isterica le vietava di andare oltre, la mano sospesa come
una minaccia prescriveva il più totale mutismo.
Del solettone di cemento dove pedalare con furia, si dimenticarono
presto. Così della statale, del pisciatoio, della Tv che scoppiettava
per giorni.
Si erano abituati a tagliare i ponti o forse non si erano ancora
affezionati a nulla. Solo quei mobili riempivano il cuore della madre,
e strizzavano sudore e soddisfazione dalle tempie del padre, quei
mobili che giuravano un’appartenenza innegabile. Ma le bambine di
pomeriggio si erano già distratte. Per ritrovare l’eco ormai soffocata
dai mobili montati, Margherita infilava la testa dentro una pentola e
ascoltava la voce rimbombare. Senza nemmeno farci caso, aveva
già ricominciato a cantare. Caterina pensava ai suoi disegni perduti,
ed era l’unica a sentirsi ancora derubata.
Quando tornavano giù a visitare i parenti, ogni anno, poco prima
dell’inizio della scuola, dormivano una settimana a casa di zia
Fatima, per essere vicini a nonna Cata e nonno Cecè, e una
settimana da nonna Màrgara, per essere vicini anche a zia Lucia.
Màrgara passava la giornata a cucire, a ricamare o a decorare con
i pennelli le stoffe dei corredi. Laura si domandava che avrebbe fatto
sua madre se le ragazze avessero smesso di sposarsi. Non era per i
soldi. Era perché senza quell’impegno quotidiano, che la rapiva
come un’ossessione, Màrgara sarebbe morta. E si domandava che
ne facessero del corredo, preparato scatola dopo scatola fin dalla
prima infanzia, quelle ragazze che non si sposavano. Restava nel
baule? O forse iniziavano a tirarlo fuori a poco a poco, nella stessa
casa in cui erano cresciute, un asciugamano oggi, un cuscino dipinto
domani, la tovaglia da tavola per Natale, e la vestaglia se qualcuno
per caso doveva essere ricoverato in ospedale. E la ragazza
avrebbe visto il lino dei giorni di festa e il cotone dei giorni lavuranti,
la ciniglia e le spugne perdere l’odore artificiale e la consistenza
rigida delle cose nuove, macchiarsi del vino bevuto dal padre,
asciugare il corpo del fratello dopo la palestra, gonfiarsi d’aria sotto i
polsi decisi della madre prima di adagiarsi sul materasso. Avrebbe
visto le sue proiezioni, i suoi sogni, fare marcia indietro, riavvolgersi
su se stessi, una femmina prodotta e consumata nella stessa casa,
pianta seminata e appassita nello stesso vaso, estinta, un corpo
sigillato e il corredo condiviso, una donna sposata alla propria
famiglia. Moglie della madre del padre del fratello: ecco cos’era una
zitella.
Laura si sedeva accanto alla poltrona di Màrgara, mentre Turi
usciva a comprare il giornale, o le sigarette, o un’anguria, era
indifferente, bastava avere qualcosa da fare. Poco prima che
calasse il buio, l’abat-jour di Màrgara accecava, la lampadina gonfia
e itterica pisciava luce in faccia come un insulto. Laura l’aveva
sempre trovato fastidioso, quell’abat-jour, e la madre l’aveva sempre
amato, ci aveva trascorso accanto tutte le sere della sua vita, a
ricamare.
“Ma ’i figghioli aundi sunnu?” chiedeva Màrgara.
Dov’erano le sue figlie? Nell’unica stanza da letto della casa, stese
sui materassi di lana butterati, due o tre, impilati l’uno sull’altro su reti
di ferro, l’angolo arrugginito che fuoriusciva e graffiava le ginocchia
di chi entrava di corsa.
Laura rispondeva che forse riposavano, o leggevano, ma sapeva
che quell’indolenza del pomeriggio era una forma di protesta delle
bambine, che si ribellavano contro la noia, la permanenza forzata
dentro una casa con due stanze in tutto e nemmeno una vasca da
bagno.
Màrgara spostava il tombolo dalla pancia, lo appoggiava su una
sedia, sopra “Mani di fata” e “Intimità”, raccoglieva il lenzuolo per
terra e finalmente riusciva a scendere dal suo trono e passare,
anche se a fatica, nel suo regno di stoffe, fili, aghi, metri, spilli,
penne, occhiali, riviste. Lentissima, il braccio destro coordinato alla
gamba sinistra e viceversa, in modo troppo meccanico per non
sembrare una marionetta, arrivava sulla soglia e si affacciava, gli
zigomi ancora pronunciati su un viso che si rosicchiava di anno in
anno, spruzzati di fard troppo rosso.
“Nonna!” esclamavano le bambine.
“Che fate?”
Caterina, la testa sul cuscino, fissava l’edera sul muro di fronte, fin
dove le imposte socchiuse la scoprivano. Margherita invece stava in
ginocchio su una sedia proprio sotto la finestra. Guardava. La conca,
che il dislivello del terreno aveva formato, diventata una discarica. Lì,
sotto la finestra, cumuli di scarpe, bottiglie di plastica, vestiti vecchi,
gomme di biciclette, pacchi di pasta o di gelati, sedie rotte, cocci di
mattonelle, e cartacce a profusione. Margherita era affascinata da
quella fossa comune in cui erano stati gettati i cadaveri delle cose
che le persone avevano usato – e quali persone? Di certo non sua
nonna, o non solo, gli inquilini della palazzina, quelli degli edifici di
lato o di fronte – e desiderava scendere e guardare da vicino. L’idea
le aveva provocato un solletico nella pancia: rovistare fra i pezzi,
ritrovare oggetti appartenuti ad altri, depositari di storie, antiche
bambole con buchi al posto degli occhi, ferri da stiro come incudini,
disegni di altri bambini: reperti archeologici che aspettavano un
esploratore come lei per essere risuscitati. Ma la madre le aveva
proibito perentoria di avvicinarsi a quel nido di topi.
Margherita si voltò verso la nonna. La vide andare in direzione
della finestra, poi fermarsi davanti al comò, e sistemare un centro
all’uncinetto, sollevare i soprammobili come intenzionata a spostarli
da lì, subito dopo rimetterli nella stessa identica posizione.
“Nonna, ma chi è quel signore pelato?”
Lo stesso portafoto conteneva più immagini, una protetta dal vetro,
altre incastrate nella cornice: ritagli di giornale, cartoline annerite
dalla polvere.
“Questo qua?” il dito ossuto della nonna, una fedina d’argento a
impreziosirlo, lo smalto grattato, si era appoggiato sul collo taurino
dell’uomo nella foto. “È il duce.”
A quella parola Caterina sussultò, si alzò dal letto e si avvicinò al
comò.
“Chi è il duce?” chiese ancora Margherita.
“Mussolini,” rispose in fretta Caterina, come per battere Màrgara
sul tempo. “Un dittatore.”
“Questo era un grand’uomo,” ci tenne a sottolineare la nonna.
Prese la foto in mano, la guardò bene e la baciò. “Pace all’anima
sua,” disse.
Caterina era esterrefatta. “Nonna,” la riprese, “ma che fai? Come?
Non lo sai che quello era amico di Hitler?”
Ma la nonna già infilava con cura la foto all’angolo della cornice,
sopra quella del marito, accanto a quella di sua madre e di suo
padre, delle figlie con gli zoccoli olandesi e i vestiti a scacchi.
“Chi è Hitler?” chiese Margherita. Caterina la guardò di sfuggita.
Non le tornarono in mente, come ogni volta in cui si toccava un
argomento storico, le pagine evidenziate del suo libro di scuola –
cuori, spirali e fiori disegnati sui bordi, in mezzo alla sua firma
ripetuta come per imparare a imitarla. Al contrario, aveva la testa
piena di parole, difficili da srotolare. Hitler era un omicida, Hitler era
un nemico, aveva sterminato, obbligato persone a fuggire dal proprio
paese e rifugiarsi altrove, costretto famiglie a nascondersi in una
soffitta di Amsterdam, a vivere in esilio nella loro stessa città. Hitler
era il responsabile del terrore di due ragazze – due sorelle, come le
nipoti di Màrgara – a cui aveva impedito di crescere. E di altre due
sorelle, due bambine come Caterina e Margherita, rifugiate in
Svizzera, loro per davvero la Svizzera. Era un ladro di conigli rosa. E
adesso la nonna diceva, proprio a loro, a loro costrette a scappare,
che il suo alleato italiano era un grand’uomo. Sua nonna teneva la
foto del duce come un santino, sull’altare eretto in onore dei propri
ricordi, lo venerava come un divo del cinema, Mussolini come
Amedeo Nazzari.
“Hitler è uno stronzo,” disse Caterina. “E pure quello lì nella foto.”
Margherita sgranò gli occhi e fece un risolino per la parolaccia.
Caterina si aspettava che la nonna la rimproverasse, invece
Màrgara si comportò come se non avesse udito. Guardò la nipote
non sapendo che dire. La guardò come da un altro tempo, da un
passato remoto che non aveva niente a che fare con loro, un tempo
che le era chiaro, che capiva come poche altre cose riusciva a
capire adesso, ma che non riteneva opportuno condividere. Non si
sgretolano le certezze di un vecchio, sono innocue, nemmeno
pretendono di avere effetto sul mondo in cui i vecchi stanno
scontando i loro ultimi giorni, sono un residuo dell’esserci stati, la
propria storia da difendere, non valgono più delle loro ossa di tufo, e
si sbriciolerebbero alla prima caduta, servono solo a tenersi in piedi,
a trattenere il peso degli anni tutto insieme.
Caterina fissò gli occhi sempre umidi della nonna, gonfi di
congiuntivite, la protuberanza del fazzoletto di stoffa nascosto nella
manica a deformarle il polso. Guardò sua nonna così piccola, che
taceva, come ferita, o semplicemente come se non avesse
compreso, come se pensasse già ad altro. Le parole di una bambina
che non ha nemmeno dodici anni: neppure quelle valgono qualcosa.
D’improvviso Caterina – non sapeva perché – non era più
arrabbiata, d’improvviso la nonna la riempiva di compassione, coi
suoi settant’anni suonati, le perle di bigiotteria al collo, i braccialetti
gitani, d’improvviso sentì che fare scricchiolare il suo piccolo tempio
personale era ingiusto, non avrebbe saputo spiegarlo, non aveva
ancora dodici anni Caterina, e le parole non la soccorrevano
abbastanza, si sforzò di sorriderle e si andò a gettare di nuovo sul
letto. Era delusa.
Perché non avevano niente a che spartire, in realtà, lei e
Margherita, con quelle ragazzine che facevano il bagno in una
tinozza a giorni fissi, e solo allora spiavano, a turno, la vita che
scorreva fuori dalla finestra, come un privilegio. Non c’entravano
niente, lei e Margherita, con loro: era questa la verità. E allora
perché lo aveva sempre pensato? Perché si era considerata proprio
così, una di loro, persino una loro reincarnazione? Anche il diritto di
sentirsi vittima le veniva tolto. Quel giorno, Caterina capì che da
lunghissimo tempo erano stati dalla parte del torto, senza saperlo.
Non avrebbe mai smesso di vergognarsene.
Caro Cesare,
tua madre la chiamano Mamma Coraggio. È scesa giù in fondo
all’Italia, è andata nella terra che ti ha rubato, ha pensato che forse
se stava lì poteva riuscire a trovarti, sentire la tua presenza come il
bastone che usano per rintracciare il petrolio (l’ho visto fare nei film),
ha pensato anche lei che con la telepatia, piano piano, come i cani
che annusano una camicia e trovano uno scomparso, anche lei
avrebbe scovato te. Mi sono vergognata di aver pensato che proprio
io potevo avere questa telepatia, ha ragione mia madre quando dice
che ho manie di protagonismo, che mi sembra di essere la
protagonista di un romanzo. Scusa. Quando poi esci (vedrai che ti
liberano, io prego ogni giorno per te!), magari diglielo a tua madre
che sono stata un po’ egocentrica, che se c’era una che aveva diritto
a entrare telepaticamente in contatto con te quella era lei, che io non
mi faccio mai i fatti miei.
Tua madre si è incatenata davanti a tutti, come quando fanno gli
scioperi, hai presente? Si è fatta legare al Cristo dei sequestrati. Ha
detto che tu stavi così da tutti questi mesi, lo voleva fare vedere a
chiunque com’è che stavi, glielo voleva fare capire alle altre mamme,
che cosa vuol dire perdere un figlio in questo modo. Mentre la
guardavano, quelle di sicuro si sono dette ci poteva essere mio figlio
al posto suo, e si sono commosse. Allora io mi sono domandata a
che cosa serve, però. La stimo tua madre, ma mi sono domandata a
che cosa serve. Che può fare la gente normale? La gente normale
può solo piangere, magari fare corna (scusami se sono sincera)
come scongiuro, pregare e accendere qualche candela, mettere
parecchie carte da mille lire nella cassetta di legno ai piedi della
statua della Madonna, ma poi? Tua madre pensa che se la gente sa
qualcosa lo va a dire alla polizia. Ha raccolto le firme, e la gente ha
firmato. Sì, ma io dico: non ci vuole niente a essere d’accordo che
non si può rapire un figlio, che nessuna madre può sopportare un
dolore così grosso. Ma lei, la tua mamma, dice che vuole abbattere il
muro di omertà, vuole sconfiggere l’autorità che la malavita esercita
su quella terra, così ha detto. Intanto adesso la fanno tornare
indietro, che dicono che è pericoloso. Pure la polizia, le istituzioni,
vedi, non ci credono. Pure loro lo sanno che non c’è nulla da fare.
Che la gente non può fare nulla. Che la paura è più forte di tutto. E
ognuno guarda solo la sua famiglia, è di quella che si preoccupa, è
quella che cerca di difendere, a scapito di quella degli altri.
Caterina
Nella nuova stanza, finalmente uno spazio tutto per loro,
Margherita prese a chiudersi dentro l’armadio, quello che i camion
avevano riportato da Nacamarina. Adesso che stavano nel centro di
Recànto in un palazzo dotato di antenna televisiva, non c’era sigla
dei cartoni animati che non conoscesse, e si isolava nell’armadio –
le ante chiuse – per sentire la propria voce propagarsi e avvolgerla,
mentre le cantava. Era quello il suo paese di Mago George, lì
dimenticava di quando all’asilo le compagne le avevano strappato di
mano i burattini di pezza pescati per caso in un mobiletto, Questo è
mio, aveva detto una bambina, non lo puoi toccare. Margherita gli
aveva già dato un nome, Mary, come Mary Poppins, l’aveva fatto
chiacchierare con lei, sognando di scoprirsi a sorpresa un
ventriloquo, come quel signore che animava il pupazzo Rockfeller in
Tv. Perché è tuo?, aveva chiesto cedendolo senza protestare,
Perché l’anno scorso le suore ci hanno fatto fare la recita e questo
era il mio, Ma non me lo puoi prestare un po’?, No, è mio, e poi tu
l’anno scorso non c’eri, cosa c’entri?
L’anno scorso lei abitava in un’altra casa, a Nacamarina, e non
conosceva altro, Recànto non l’aveva mai sentito nemmeno
nominare. L’anno scorso lei trascinava il suo fedele cuscino per il
corridoio – Una federa pulita al giorno ci vuole!, inveiva la mamma –
e a colazione sua sorella le porgeva pasticcini farciti, così li
chiamava, spalmando su un biscotto la pappetta contenuta nella
tazza – il solito intruglio stomachevole di caffellatte e biscotti – come
fosse stata marmellata. Lei ne mangiava due per farla contenta, poi
doveva persuaderla a fatica che non ne voleva più. Caterina si
offendeva.
L’anno scorso lei non c’era, era vero, e adesso non sapeva perché
si trovassero lì.
Rinchiusa nella cavità profumata di legno e pronto alla cera d’api,
era una solista dentro la sala registrazioni, la sua cella un gigantesco
microfono, e non era difficile ricordare certe ballate in dialetto che la
madre intonava per farla ridere, E-la-luna-è-a-’n-mezzu-’u-mari-
mamma-mia-m’è-maritari-figghia-mia-a-cu’-t’è-dari-mamma-mia-
pensaci-tu, che dipingevano un mondo in cui la follia era sempre a
portata di mano, si-ti-rugnu-a-lu-barberi-iddu-va-iddu-veni-lu-
cuteddu-a-manu-teni-si-’nci-pigghia-la-paccìa-’ndi-tagghia-’a-facci-a-
tia-e-a-mia, la violenza come un incontro quotidiano, un barbiere che
diventa un assassino: la violenza degli uomini che mette in pericolo
le donne.
Caterina apriva brusca le ante e si scagliava contro la sorellina:
“Allora, la smetti di rompere? Devo fare i compiti, levati, mi dai
fastidio co’ ’sto concertino”. Margherita per dispetto cantava ancora
più forte, ma quando Caterina picchiava un pugno contro l’armadio e
urlava: “Adesso basta, ti faccio vedere io”, smetteva di colpo e
chiedeva, affossando la testa nelle spalle: “Posso rimanere qui se ti
prometto che sto zitta?”.
Sulla scrivania della sorella c’erano libri e quaderni, ma Margherita
lo sapeva che Caterina passava tutto il giorno a disegnare, e si
riduceva a finire gli esercizi e ripetere le lezioni prima di cena, con la
fretta e l’ansia di chi si sente in colpa.
Caterina staccava ogni volta un foglio dal centro del quaderno e
iniziava una nuova tavola a matita. Imitava le espressioni dei
personaggi che tratteggiava, spalancava la bocca se loro erano
stupiti, o aggrottava la fronte se li voleva accigliati. Lo faceva senza
accorgersene, ma Margherita la vedeva.
A volte Caterina sceneggiava a fumetti le storie dei cartoni animati
in cui i protagonisti, esseri umani, erano da lei trasformati in animali.
Come nelle favole di Esopo, diceva. O illustrava la fiaba di Grattula
Beddattula, una specie di Cenerentola per meridionali, o brani
dell’antologia scolastica come il racconto della Fatina e il vagabondo
di Jack London. Nella sua personale interpretazione, la ragazzina si
portava a casa l’ubriaco e sua madre se ne innamorava.
Ficcava l’amore dentro ogni cosa, Caterina, e le sembrava che non
stonasse mai. Era colpa degli harmony di mamma, allineati sopra il
termosifone, o di un bisogno così acuto che l’aveva soggiogata fin
da bambina, quando era lei, sebbene più piccola, a costringere Lena
a rispettare senza errori le parti che le aveva assegnato, nella
commedia o tragedia che improvvisavano ogni giorno nel cortile.
Ogni recita senza pubblico si concludeva con un bacio, e Caterina
obbligava Lena a toccarle le labbra con le sue, e debellava la sua
ritrosia spiegando concitata quanto fosse indispensabile essere
realistici, altrimenti lo spettacolo non sarebbe venuto bene.
L’amore era il centro delle giornate di Caterina, il rovescio mai
indossato della sua manciata di anni. Al contrario di Dalila, che
aveva già dato il suo primo bacio, lei non aveva mai nemmeno
tenuto un ragazzo per mano, ma la teoria sull’amore bastava a
emozionarla. Era la rappresentazione dell’amore a contrarle la
pancia, la rappresentazione dell’amore era già amore: era l’amore
stesso, per lei.
Così, quando aveva scritto una lettera romantica indirizzata a sé e
firmata con un nome inventato, l’aveva infilata in una busta e sopra
ci aveva incollato un francobollo staccato da una cartolina di nonna
Màrgara – ne mandava regolarmente a sua madre: mare, pescatori,
pesce spada e ficarazze – il cui timbro col nome della provincia era
una prova inconfutabile di verità, quando l’aveva passata sotto il
banco a Dalila e in bagno l’avevano letta insieme ad alta voce,
Caterina si era dimenticata della finzione. La curiosità di Dalila ma
soprattutto la bellezza di quelle parole che si era autodedicata
avevano persuaso persino lei, l’autrice, che quell’amore inventato
fosse autentico. La rappresentazione aveva sostituito la realtà, ed
era bastata.
In quei pomeriggi in cui sognava di diventare una disegnatrice di
fumetti e accumulava tavole su tavole che nessuno, a parte
Margherita, avrebbe mai visto, Caterina si era convinta che
nell’amore sarebbe stata autarchica, che non avrebbe avuto
bisogno, come Dalila, di appuntamenti o scambi di effusioni, che
tutto stava nella sua testa e lì poteva rimanere, la sua fantasia
adibiva per lei un palcoscenico di emozioni, era condividerle che le
sembrava forzato, inopportuno: nella fantasia un vagabondo dalla
digestione turbolenta addormentato su un prato diventava senza
fatica un marito e un padre. E nella fantasia, forse, anche lei si
sarebbe sentita prima o poi come gli altri, degna come loro di essere
felice.
Il tramonto ferisce il cielo finché non spurga viola. Solo dopo, l’aria
sembra cicatrizzare. Ferma, ha quella mitezza astiosa, in procinto di
incrinarsi, delle cose violate. Seduti all’ombra dei fichi, davanti a una
porzione di cielo così vasta, striature di rosso come graffi, magre
strisce bianche come sputi: eppure sembra pulita, l’aria, pulita la
città, rassegnata e pulita come molte ore dopo una tragedia. Sotto i
fichi – l’odore dolciastro, un’infezione – sulle sedie davanti all’uscio,
ecco come la sentono, Salvatore e sua madre, quell’aria. Indulgente.
È sempre stata colpa del tramonto di Nacamarina. Ciascuno si è
sentito perdonato davanti a un cielo così. Ciascuno dei suoi abitanti.
Cata ha invitato il marito: “Veni, Cecè, sèttiti fora”. Ma lui ha
rifiutato di seguirli. Per tutto il giorno è rimasto seduto accanto alla
finestra, zitto; oltre la zanzariera, il giardino: mosche e moscerini
come intorno a una palude, anche se è autunno. Ha abbandonato le
mani sui pantaloni perché gli insetti le potessero scalare come rocce
in mezzo alla pianura. Non sente il solletico, anche l’olfatto si è
guastato da tempo, e l’appetito; sua moglie gli versa le gocce perché
è diventato complicato anche digerire, e c’è sempre quest’allerta del
cuore, segnala pericoli imminenti e non si placa. Il vecchio si è
arrabbiato quando il figlio maggiore, quello emigrato al Nord, ha
chiesto alla madre, Ma per che cosa le prende quelle gocce?, e Cata
ha risposto, a bassa voce, come se il marito, di fianco, potesse non
sentirla, I nervi, I nervi?, ha aggrondato la fronte il figlio. I nervi, i
nervi, ha confermato Cata a voce già più alta, incurante del vecchio
– ormai del tutto dipendente da lei – che è una copia sgualcita
dell’uomo con cui si è sposata. Ha i nervi attaccati alla testa!, Non è
vero!, è sbottato Cecè, non hai capito niente!, gridava, I nervi io ce li
ho attaccati allo stomaco, allo stomaco, non alla testa! E mentre lei
provava a zittirlo, Calma, calma, e gli porgeva il bicchiere, la mano
sotto il suo mento come il piattino del chierichetto alla comunione, la
fronte del figlio era ancora aggrondata, nemmeno ha tentato lui di
illustrare ai genitori geografie e funzioni dei nervi, ha presto
rinunciato come se avesse creduto alla versione di uno qualsiasi dei
due.
Dal giardino, Cata chiama il marito. “Cecè, pirchì non veni? Nesci,
pigghia un pocu r’aria.” Sembra un cielo estivo, pensa Turi, eppure
tra un po’ è inverno, suo padre però non vuole prendere aria e non
vuole parlare, nemmeno se c’è lui, nemmeno la presenza di questo
figlio lontano e adesso a portata di mano lo scuote dal torpore di
oggi, o degli anni.
“Nenti,” dice la madre. “Non voli nèsciri,” si giustifica.
Turi le dice che non fa nulla, di lasciarlo stare, preferisce rilassarsi
da solo: “Forse,” dice, “forse è meglio che vi lascio un po’ soli,
magari lo disturba che”.
“Macché?” strilla quasi Cata. È sempre stato come se non sapesse
controllare la voce, come se avesse voce in eccesso.
Gli sorride con quella bocca senza labbra, si annoda bene il
fazzoletto in testa e racconta, a Salvatore, della domenica mattina,
quando è stagione di caccia. Cecè si siede fuori e la testa scatta a
ogni rumore di automobile che oltrepassa il vallone. Quando Cata lo
richiama dentro, perché ha paura che prenda freddo, lui dice che
non può, che deve aspettare. Cata chiede chi debba aspettare.
Salvatore, esclama lui, stupito che lei ignori la cosa più ovvia del
mondo. Salvatore, il suo figlio più grande, viene a prenderlo in
macchina per salirsene a caccia.
Gli occhi di Turi si inumidiscono. Si alza. Calpesta le bucce ormai
avvizzite dei fichi sulla terra, coi suoi scarponi comprati al Nord,
chissà perché ha indossato proprio quelli, gli fanno bollire i piedi, con
quelli non gli entrerà pioggia nelle scarpe, ma qui non piove mai.
Tiene il capo chino, Turi, oggi tutto gli è indifferente – aver scelto una
moglie, aver cresciuto delle figlie, i massacri sui giornali, imperterriti
da anni, l’aria cruda del tramonto e le dita deformi di sua madre,
l’ostinazione da mulo di suo padre. Non ha voglia di nulla, più voglia,
le scarpe impermeabili ma è come fossero perennemente rotte, non
piove ma è come avesse i piedi nell’acqua.
“Mamma,” dice.
“Figghiu,” lo accoglie lei.
Ma si spegne, quello slancio, Turi non sa parlarle. Della speranza,
di come bisogna stare sempre in guardia, perché non sfugga, di
come senta da anni, da quando è partito, che se mollerà anche solo
un attimo sarà perduto. Della perdizione. Del suo figlio perduto,
dovrebbe dire alla madre, quieto di quella quiete fittizia, pronta a
esplodere, che hanno le cose violate. E dovrebbe dirle di quella terra
perduta, la loro, non basta l’odore dei fichi, non basta l’ampiezza del
cielo, nemmeno la luce sul muro della casa di sua madre basta più.
Il mondo, vorrebbe dirle, mi sembra perduto. Lui non può che stare
seduto accanto a lei, i piedi infilati in scarpe troppo pesanti, riparano
da tutto, non servono a niente, starebbe seduto senza parlare,
starebbe lì finché non mette radici, non si alzerebbe più, come suo
padre, diventerebbe parco giochi per gli insetti, presto smetterebbe
di sentire il solletico, smarrirebbe il gusto, l’olfatto, alla vista delle
cose non proverebbe più emozione.
“Figghiu,” ripete Cata.
Fermo, nel cortile: suo padre dall’altra parte della finestra, dentro,
e lui fuori, separati da una zanzariera che funziona male, entra di
tutto in quella casa, nient’altro che umidità e ronzii. Sua madre
farebbe la spola tra l’uno e l’altro, imboccherebbe pasti tenendo la
mano sotto il mento, finché raccoglierebbe solo bava, si
stancherebbe pure lei, alla fine, si siederebbe al sole, una mattina, a
cuocersi dal caldo, attenderebbe di mettere radici, di non potersi mai
più alzare a sua volta, e starebbero lì, tutti e tre, genitori e figlio, non
andrebbero a caccia e non mangerebbero minestre di legumi,
capretti a Pasqua e pescestocco la notte di Natale, starebbero lì,
vicini. Niente da scegliere, liberati finalmente da questo giogo.
“Figghiu,” prova ancora Cata. Crede che basti invocarlo, forse,
perché lui le spieghi cos’ha.
Bisognerebbe non poter essere in alcun modo estirpati dalla terra
in cui si è nati, non avere nulla contro cui o per cui lottare, non
doversi affidare alla speranza per vivere, niente più speranza,
eppure si vive uguale.
“Stai qui,” le dice Turi. “Stiamo qui.”
Cata non risponde, socchiude gli occhi mentre guarda la luce
diventare più bianca, prima di stemperarsi e farsi ingoiare dalla sera.
“Chiamalo, mi diceva.”
Turi si volta.
“Diceva, Chiamalo, chiamalo, mio figlio Turi, domanda perché non
è venuto, stamattina. Avevamo appuntamento.”
“E tu perché non mi chiamavi?”
“Niente, Salvatore, aspettavo. Che gli passava.”
Si stropiccia il naso per sedare un prurito, poi si scioglie il
fazzoletto dalla testa, sfila una per una le forcine, le trattiene fra le
labbra, disfa una treccia rinsecchita e spelacchiata, passa le mani fra
i capelli bianchi e ne getta a terra un esiguo viluppo. Turi la guarda
silenzioso. Cata pettina i capelli con le mani, poi li tira in un ciuffo
sottile, e inizia, lentamente, con quelle dita di legno grezzo, a
intrecciare, assorta, come fosse l’operazione più importante del
mondo. Quante volte glielo avrà visto fare? Eppure gli sembra la
prima volta. Gli formicolano le gambe. Cata arrotola la treccia sulla
nuca, sfila dalla bocca una forcina per volta, finché il tuppo non è di
nuovo in ordine, finché non diventa la testa che Turi conosce: sua
madre. Nelle gambe, ancora un formicolio.
“Stai qua,” dice Turi, di nuovo.
“Tra un po’ diventa freddo.”
“Restiamo qua.”
“Cata,” arriva una voce da dentro. “Cata!” aumenta di tono ogni
volta che ripete il nome, “Cata!” è impaziente.
La vecchia si alza e va da Cecè, di corsa, la schiena piegata, a
ogni passo la solleverà un pochino, per cena starà di nuovo dritta.
È stato un attimo, e la sedia era già vuota, si è trovato solo sotto i
fichi e il cielo non rigettava più viola, il sole è scomparso. “Stai qui,”
dice Turi a voce bassa, le parole che cadono a vuoto. Scandisce, è
impercettibile: “Restiamo, ancora, qui”.
Dall’altra parte della finestra, Cata e Cecè sono vicini, lei gli
accarezza la testa, bisbiglia cose fitte fitte nell’orecchio, e lui le
risponde, parlano così piano che sembrano confabulare, i loro corpi
attaccati, si confondono i loro vestiti, un ammasso di pezze che
mormorano. Cata lo tranquillizza.
Nemmeno questo figlio, il figlio maggiore, nemmeno lui può
scuoterlo dal torpore, farlo uscire all’aria, lui davvero non può più
tranquillizzarlo. Suo padre non si fida più, non gli crede più.
Il fazzoletto è rimasto sulla sedia, blu scuro, con minuscoli disegni
neri. Pensa che a Caterina piacerebbe, lo conserva in tasca.
Caterina apprezzerà, lo userà di certo per farci qualcosa di artistico
secondo lei, o lo custodirà nel cassetto della scrivania. Caterina
raccoglie oggetti nelle scatole delle scarpe, che impila sugli scaffali,
vecchi indumenti, gomme di forme e odori diversi, penne, tubetti di
crema finiti, tappi dei profumi, elastici, fazzoletti di carta
scarabocchiati, quaderni di ogni sorta. Caterina sua figlia raccoglie
gli oggetti per fare zavorra, non butta nulla, Laura le urla di mettere
in ordine, Questa camera è una zimba, anzi nemmeno i porci ci
vogliono stare!, ma Caterina piega i disegni dentro cartelline e li
ammucchia, i suoi e quelli di Margherita, ogni giorno concentrata
sull’atlante a ricopiare le bandiere di tutti gli Stati, le sa a memoria,
capitali, moneta, popolazione, interroga Caterina e lei sbaglia
sempre, la sorella maggiore, persino Margherita può prenderla in
giro per quell’assenza di interesse per le cose concrete del mondo,
esistono solo le storie che ha in testa, i ricordi che le evocano gli
oggetti, le sfumature dei suoi disegni. Caterina mette peso nelle
scatole così che non si spostino, il peso degli oggetti che conserva
trattiene la sua storia, le basterà passarseli tra le mani e gliela
racconteranno.
Il buio si è fatto solido. Turi aveva dimenticato che scura prima,
nella sua città, e forse dalla portafinestra della cucina di casa loro, al
Nord, entrerà ancora un po’ di luce, adesso. Mentre lui è seduto nel
buio del tardo pomeriggio quasi invernale, Laura aspetta la sua
telefonata, o forse è stesa sul letto, come faceva quando litigavano,
in quel rudere di casa vicino alla Cogefar. E magari le è tornato in
mente – da quanto non accadeva – Gottu, che passava di mattina a
salutarli, la puzza di vino, la pelle chiara, i piedi enormi, un gigante
snello che veniva a porgere il buongiorno, a far sentire Laura meno
isolata – erano gli unici, loro, ad abitare quegli appartamenti
d’inverno, gli unici a sopportare nella vita quotidiana le modeste
dimensioni delle residenze estive. E forse tornerà indietro nel tempo,
Laura, girandosi sul fianco, ripercorrerà la loro storia – perché
dovrebbe farlo? perché stasera? Ma la vede, lui, mentre l’immagine
delle bambine in corsa dietro Tom le scoppia in faccia, le bambine
intestardite a diventare padroncine di un gatto. Sua moglie tornerà
indietro, ancora, nella storia che non si può dimenticare, prima,
ancora prima, a quando potevano far visita a Cata e Cecè tutti i
giorni, la macchina che traballava sulle buche del vallone, e li
trovavano lì, i due vecchi, seduti nel cortile, Cata si alzava in piedi
per dare il benvenuto con un bacio, sebbene si fossero visti solo il
giorno prima. Se percorresse quella storia senza distrarsi, Laura ce
la farebbe ad arrivare proprio in quello stesso cortile, dove è seduto
adesso: suo marito. Lo ritroverebbe. Lo scrollerebbe finché non si
riattiva l’ingranaggio, lo strapperebbe da lì – accorgendosi che non
c’è nulla da strappare. Non ha attecchito, Turi, lo sollevi dalla sedia e
scivola via senza fatica, secco il seme, arido il terreno, poca pioggia,
niente acqua nei piedi, troppo robuste le scarpe.
Tallone contro tallone, Turi se le cava via, resta con le calze. Si
alza in piedi. Preme forte le piante sulle mattonelle di marmo del
cortile, come volesse lasciare un’impronta: immobile, costretto dal
peso del suo stesso corpo, vinto da quel peso, vinto, non avrà mai
più la forza di muoversi.
Cata e Cecè, il respiro regolare, monotono, tempia su tempia, gli
occhi chiusi, si sono addormentati nel buio.
Caro Cesare,
non ti ho scritto per un sacco di tempo, e mi sono sentita in colpa.
Ogni volta riaprivo il mio diario segreto, dal lato contrario, il lato dove
ho deciso di scrivere a te, e leggevo l’ultima lettera che ti avevo
mandato, ma mi sentivo male, e cambiavo di corsa lato.
Tua madre l’hanno chiamata Mamma Coraggio e a me mi devono
chiamare Amica Viltà (ci possiamo considerare amici ormai, vero?),
Viltà che è il contrario di coraggio, ecco.
Invece di farti forza e di cercare di darti speranza, ti ho detto tutte
quelle cose sulla gente, che è impossibile cambiarla, che non c’è
niente da fare, è tutto inutile.
Perché? Come mi sono permessa? Il fatto che io abbia paura non
vuol dire che tutti devono avere paura, non vuol dire che tutti devono
stare zitti, fare finta di niente, calare la testa.
In decine e decine di lettere, non ti ho detto ancora una cosa, caro
amico.
Io abito a Recànto però sono nata in un’altra città, sempre sul
mare, infatti si chiama Nacamarina. Ai piedi di quei monti dove sei
nascosto tu, che nessuno ancora ti è riuscito a trovare. Sì, proprio lì.
E quelle montagne dove ti hanno trascinato, strappandoti ai tuoi
genitori e alla tua vita, io un po’ le conosco. Lo sai che lì c’è stato
Garibaldi? Io andavo sempre a toccare il tronco dove si era
appoggiato lui. Ho staccato anche un pezzetto di corteccia, una
volta, e me la sono portata a casa. L’avevo conservata nel cassetto
del comodino, ma ora chissà dov’è. Quando ci hanno riportato i
mobili da Nacamarina, non c’era più. Hanno svuotato tutto (i miei zii,
credo) perché gli operai dovevano smontare le cose, se no sul
camion non ci stavano. Hanno buttato anche la mia corteccia, delle
cose belle di quel posto non mi è rimasto più niente. Era questo che
ti volevo dire. Che se tu l’avessi conosciuta in un altro modo, quella
terra, forse te la saresti portata nel cuore. Quelle montagne ti
avrebbero conquistato. E quel mare (brilla come le casse piene di
gioielli nel baule dei pirati) ti avrebbe fatto venire una voglia pazza di
tuffarti, ma una voglia così forte, che te ne saresti fregato di aver
mangiato e di aspettare la digestione, senza farti scoprire da tua
madre saresti entrato in acqua lo stesso. Scusa, non ti dovrei dire
queste cose, a te che non puoi nemmeno uscire a prendere una
boccata d’aria. È che a volte mi vergogno di quello che succede
dove sono nata io, e mi viene da elencare le cose belle che ci sono
per essere almeno pari.
Ma alla fine, se fai il conto, ’ste cose belle non sono mica tante.
Anche scriverti queste lettere, vedi, in realtà non serve a niente. È
inutile fantasticare come faccio sempre, pensare che la forza del mio
pensiero ti possa arrivare, che ci possa mettere in contatto, me e te,
che nemmeno ci siamo mai conosciuti, che nemmeno abbiamo la
stessa età, che nemmeno mi saluteresti tu se abitassi nel mio paese,
io che faccio le medie e tu in procinto di fare la maturità! Ma come ti
ho sentito vicino, Cesare.
Te lo posso dire un segreto? Io sono felice che siamo andati via da
lì, sono felice di non fare più parte di quella gente, e non mi importa
se è costretta, se ha solo paura. Ecco, te l’ho detto. Mi devo sentire
per tutta la vita come uno straniero? Pazienza: sopporto la colpa di
essere furesta, come dicono qui, tanto se sei straniero una colpa la
devi sempre pagare.
Perché siamo andati via da Nacamarina, mi chiedi?
Siamo scappati, Cesare, siamo dovuti scappare. Come tutti quelli
che vanno via dal posto in cui sono nati. Se no non se ne
andrebbero.
Caterina
La finestra del bagno della scuola si affaccia su un sottoscala.
Oltre i vetri, blocchi di ferro, sbarre che attraversano il cortile interno
in diagonale. Spazio che non si apre, un’eco metallica, e luce
disidratata a tutte le ore del giorno.
Ogni volta che si trova di fronte a quella finestra, mentre si lava le
mani o sta per chiudersi in uno dei gabinetti, ogni volta che la
desolazione di quella luce asciutta la raggiunge con un’emozione
dolce, protettiva e cupa insieme, Caterina pensa a loro, a quelle
ragazzine nascoste nell’alloggio segreto, il fuori come impedimento,
definitiva minaccia. Ogni volta, non sa perché, ma è sempre
accaduto, di fronte a quella finestra e ad altre visuali come quella,
Caterina pensa a loro, a quanto può essere clamorosa la realtà:
qualcuno può sbarazzarsi in modo così semplice della vita di altri,
può decidere della vita e della morte, e credere di essere nel giusto.
Può persino sembrargli necessario.
L’esistenza di due ragazzine deviata di colpo, ridotta all’osso.
Caterina pensa a due adolescenti che hanno scorticato vita da ogni
angolo di un rifugio segreto, tra i canali di Amsterdam. Pensa a
quanto possa essere ostinata la volontà di sopravvivere, a come
tenga in pugno le persone, le trascini dietro di sé contro ogni
ragionevole rinuncia, pensa a come sia difficile estinguerla, viene
prima di tutto, molto prima di tutte le cose, impossibile accettare di
essere spacciati, di non avere mai più la possibilità di essere felici.
Questo pensa, Caterina. E si sente sollevata. Da quella forza che,
oltre la coscienza stessa, è capace di tenere gli uomini in piedi, di
tirarli dietro di sé come una slitta nella tempesta di neve. Si sente
sollevata: anche se sa che, per quelle ragazze e la loro famiglia, il
sacrificio – la clausura, il congedo forzato dal flusso del mondo in
attesa di essere riabilitati, il desiderio così naturale eppure assurdo
di vivere liberi – è stato inutile.
“Ancora con queste fotografie, Caterina?”
Laura è scocciata, perché Caterina a intervalli regolari tira fuori la
scatola con le fotografie, una di quelle scatole salvaspazio di
cartone. L’avevano montata e ci avevano infilato dentro foto alla
rinfusa, alcune in piccoli album, altre sparse, i negativi sciolti e
spiegazzati in fondo, impossibile fare delle copie. Caterina trasporta
la scatola sul tavolo, Margherita si siede accanto a lei e insieme
commentano le immagini, una per una, ridacchiando, o scegliendo di
volta in volta quelle in cui sono venute meglio, specialmente
Caterina, anzi solo lei. “Scusa,” dice alla sorella, “guarda, secondo te
qui non sono venuta carina?” “Sì,” risponde Margherita poco
convinta, ma solo per farla contenta: lei sua sorella la vede sempre
uguale, non trova differenza tra una foto e l’altra o tra la foto e la
realtà. “Domani la porto a scuola, questa fotografia,” annuncia
Caterina. “Tanto arrivi lo stesso ultima della classe,” la canzona
Margherita. “Stai zitta, scema!” ordina Caterina. “Ultima a che?”
chiede Laura, appoggiata allo stipite della porta. “Ultima delle
ragazze più belle della classe!” sghignazza Margherita. Caterina
prova a offenderla: “Perché non hanno visto te, se no l’ultima eri tu!”
e le fa una brutta smorfia che ammacca il viso, ma Margherita ride
forte e, come illuminata, chiede con foga: “Mi fai le facce? Dai, me le
fai?”. Caterina allora allarga le narici e finge con la lingua di staccarsi
residui di cibo dai denti.
“Ciccia!” esclama entusiasta Margherita. “Evviva, Ciccia, ciao, sei
tornata! Come stai?”
Sono i personaggi che Caterina ha inventato per la sorella, non sa
nemmeno come o quando, ma è diventata una consuetudine, è il
loro inaccessibile divertimento. C’è Ciccia, che si gratta sempre il
sedere e vuole stamparle sulla guancia baci pieni di saliva, c’è
Jarmaliti, la capricciosa, a cui non va mai bene niente, si lamenta
come i bambini quando hanno la lissa, tira schiaffetti allungando
molle il braccio in avanti, la zampa di un gatto, c’è Jarmacausi che è
la filosofa, si preoccupa del benessere del mondo, delle guerre, dei
bambini denutriti, delle deforestazioni, predica la pace nelle strade
come un Cristo al femminile, l’unica profeta donna che si sia mai
vista, c’è Belluno, le labbra in dentro, parla come una vecchietta
senza dentiera, a parte la loquela gengivale è dolcissima, e infine c’è
Assì – pronunciato necessariamente con la zeppola –, la preferita di
Margherita. Assì non è il suo vero nome, è quello del suo fidanzato,
Cassino – lei non fa altro che parlare tutto il giorno di lui: sta sempre
all’ospedale, perché si è rotto un’unghia, si è sbucciato un ginocchio,
si è strappato un capello. È delicatissimo: Assì si occupa di lui
durante l’eterna convalescenza. Questo fidanzato cagionevole,
protagonista assoluto eppure sempre assente, è la storia preferita di
Margherita.
Laura ascolta le figlie giocare, anche se non ci capisce molto, le
chiacchiere di Caterina che fa lo show per la sorellina la confondono,
ma sentirle ridere riesce sempre a rasserenarla.
Poi le bambine si alzano, il teatrino di Caterina ha preso il
sopravvento, si sono ritrovate in camera senza nemmeno
accorgersene. “Ma tu ti devi sfogare,” incalza Caterina, “dobbiamo
parlare,” insiste enfatica, “dobbiamo lottare solidali per un mondo
migliore,” la sente ancora farneticare tra le risate di Margherita, che
dirige lo spettacolo come una regista: “Ciao Jarmacausi,” la congeda
a un tratto la piccola, “scusami, ma adesso devo parlare con
Belluno,” si giustifica. È ora che entri in scena un altro personaggio.
Laura si avvicina al tavolo per mettere a posto le foto, dovrebbe
sgridarle perché lasciano sempre in disordine, ma le sembra un
sacrilegio interrompere il loro spettacolino domestico. Sta per infilare
la prima busta dentro la scatola, ma sul fondo, tra negativi e
immaginette della Madonna, scorge un foglio di quaderno a righe
ripiegato. Lascia la busta, lo fissa socchiudendo gli occhi. Poi lo
spiega incuriosita. Aperto sulle mani, lo guarda. Lo guarda a lungo.
Si siede, e con i pollici ferma due lacrime agli angoli degli occhi.
È immobile davanti al loculo senza lapide, ancora soltanto una
lastra grumosa di cemento appena asciugato, il suo nome inciso con
un bastoncino di legno, Antonio Luppolo, e sotto: le date di nascita e
di morte.
Salvatore Silvestro fissa quel nome, Antonio Luppolo. Una firma
sulla sua vita, una firma sulla vita di Salvatore.
Lo conosce, quell’uomo. Lo conosce quel corpo murato dentro la
parete, lo ha abbracciato, gli ha stretto le mani, lo ha visto cibarsi,
bere, hanno sudato insieme, d’estate hanno intinto un pezzo di pane
nello stesso piatto al centro del tavolo, le loro dita si sono incontrate
mentre lo inzuppavano nel condimento del pomodoro.
Salvatore non sa distribuire colpe, Salvatore delle colpe non se ne
fa nulla. Crede nel bene che a volte prende pieghe strane, nel bene
che a volte devia dal percorso: come se ci fosse una sola traiettoria
su cui far muovere le cose, come se fosse possibile eliminare le
cause o gli effetti, estrapolare i fatti dal resto, analizzarli in
laboratorio. Salvatore non è uno scienziato, alle medie aveva vinto
un concorso nazionale con la sua ricerca sulle formiche – da Roma
era arrivato un premio di tremilacinquecento lire – ma lo aveva fatto
spiandole, da molto vicino, dei libri non si era mai fidato, di quello
che dicono i libri lui non si fida, bisogna starci, nelle cose, affondati
dentro senza sapere come è accaduto, per provare a districarsi, per
capire come niente è mai vero, e niente è mai falso, dentro di sé lo
sapeva cosa fosse il giusto, non era suo diritto recriminare, puoi
fidarti solo delle cose che ti toccano, di come gli altri si avvicinano a
te, di come le loro azioni arrivano sul tuo corpo, raggiungono la tua
casa, puoi fidarti solo delle parole che ti riguardano, non di quelle
che riguardano gli altri, Salvatore si fida solo dell’affetto, tutto qui,
non vuole sapere altro.
Così a suo cognato Salvatore non sa dire nulla. Resta in piedi, da
solo, non ha avvertito la madre che sarebbe andato lì, non ha
avvertito la sorella, da solo, nel silenzio, ripensa a una promessa.
Aveva detto, senza parlare, Anche tu sei un fratello per me. Gli
aveva detto, ma solo con gli occhi, Tornerò.
Come fa il sole a bloccare le cose, a ridurre a un’inerzia totale le
strade, gli alberi, persino il mare di Nacamarina, come può essere
tutto immobile? Lui che è nato dove tutto resta sempre uguale,
proprio lui – c’è da non crederci – ha spezzato l’incantesimo, ha
scavato una minuscola crepa, una fessura, si è mosso, è andato via,
ha scelto l’unica deviazione del bene che gli sembrava possibile, fino
a convincersi che fosse un male, gliela saprebbe raccontare, tutta
quella sofferenza, a suo cognato, e lui: lo ascolterebbe?
“Lo sai che oggi,” Salvatore si sorprende a pronunciare, guardando
dritto di fronte a sé, come se scolpisse con gli occhi un’altra volta
quel nome, Antonio Luppolo, “oggi al telefono Laura mi ha detto che
ha trovato un disegno. Un disegno di Caterina.”
Salvatore se lo è ricordato subito, appena lei lo ha nominato.
Caterina lo aveva nascosto in mezzo ai cuscini, quando abitavano
ancora vicino alla Cogefar. L’avevano vista andare a letto con l’aria
circospetta e un sorrisino mal celato, poi, sistemando le coperte,
avevano trovato quel foglio ripiegato alla perfezione, gli angoli che
combaciavano con gli angoli.
Era stata Laura ad aprirlo e lo aveva letto tra sé, poi lo aveva
passato a Salvatore.
Che è?, aveva detto lui già assonnato.
Leggi, aveva detto Laura.
Sul foglio c’erano due figure, un uomo e una donna, la donna coi
capelli lunghi e l’uomo con i pantaloni a zampa di elefante. Dietro
c’era il mare. Sotto, una breve storia: la scrittura di Caterina, i nomi
delle bambine come firma. Era la storia della loro vita, riassunta in
poche righe. Di loro due che si erano conosciuti e innamorati. Di
quando avevano avuto le loro figlie. Di quando erano partiti per un
nuovo mondo. Poi, voltata pagina, c’erano sempre quei due, uno coi
pantaloni a sigaretta, l’altra con i capelli più corti, due bimbe per
mano e sopra, enorme, di un giallo fosforescente, piena di raggi, una
stella. C’era scritto: Adesso che papà ha trovato un vero lavoro da
muratore siamo pronti per costruire una nuova vita, insieme. Quella
è la stella che ci potrà guidare, è la nostra stella cometa, adesso
vedrete che potremo essere di nuovo felici.
Salvatore aveva letto ad alta voce. Caterina si era imbarazzata,
aveva atteso zitta, la fronte contro il muro, che dicessero qualcosa.
Ma arrivò solo una domanda. Perché l’hai scritto?, aveva chiesto suo
padre.
Caterina non sapeva che rispondere, non si aspettava una
domanda come reazione, e non questa. Era stata in silenzio.
La madre aveva capito che poteva esserci rimasta male, così
disse, Grazie, Caterina, è bellissimo.
È anche da parte di Margherita, aveva risposto lei, con voce
delusa, poi non aveva detto più niente.
Caterina non lo sa, pensa Salvatore ricalcando con le dita quelle
lettere impresse nel cemento, Antonio Luppolo, non lo sa sua figlia
che lui e Laura si erano guardati a lungo senza riuscire a dire una
parola, che Laura aveva ripiegato il foglio con lentezza, come se le
dita inciampassero, che lo aveva lasciato sul comodino e lo aveva
guardato ancora, prima di spegnere l’abat-jour.
Sua figlia non lo sa, ed è questo che Salvatore vorrebbe dire
stamattina a suo cognato, mentre il sole paralizza le cose anche in
autunno, quaggiù, in questa città senza vento, senza sbocchi, una
città che non contempla l’altrove e che non lo perdona, non lo sa
Caterina che lui quella sera si era sentito una ghigliottina nel petto,
che a lungo non era riuscito a prendere sonno, che aveva avuto
paura di essere padre. Ha avuto paura, quella notte, dell’essere
padre.
Più di tutti, di tutti quanti loro, di tutta la loro famiglia messa
assieme, più di chiunque altro, Caterina lo ha preteso. Il diritto di
essere felice. Il diritto di provare a essere felici.
Loro no, non ci avevano mai pensato. Come se la felicità
includesse anche un prezzo da pagare, un prezzo raddoppiato, lì
dove è nato lui si vive nel solco di una disgrazia sempre in agguato,
non per paura, non per senso di minaccia, per fatalismo piuttosto,
non si è altro che pedine nelle mani di Dio, non si può osare
chiedere di più, non si può scegliere.
Caterina aveva preteso di essere felice. Aveva chiesto a loro, ai
suoi genitori, di aiutarla in questo sforzo, a lei era chiaro, a lei prima
che a tutti gli altri, che fosse questa l’impresa, la grande impresa
della vita.
“Te lo ricordi, come disegna bene Caterina?” dice Salvatore alla
lastra di cemento. “Ha fatto tutti i nostri ritratti. Quando torno a casa
glielo chiedo. Se fa anche il tuo. Poi te lo porto, la prossima volta che
torno.” La prossima volta, pensa. Ripete dentro di sé, le prossime
volte.
Tocca il cemento con le mani, sente il ruvido sui polpastrelli, le
punte dei grumi imprimono minuscoli buchi. Salvatore scruta i palmi,
e non gli importa più se i buchi hanno solcato o meno la linea della
vita.
Sei come un fratello per me, ripete a labbra sigillate. Glielo aveva
detto quel giorno, senza parlare. Poi aveva promesso, muto, di
tornare.
Oggi no, non può più farlo, nemmeno con gli occhi, nemmeno
senza usare la voce, sa che non sarebbe più vera quella promessa.
No che non tornerà mai più a vivere nella sua città. È altrove che
deve tornare. Altrove, sua moglie e le sue figlie lo aspettano. La
ghigliottina non lascerà mai, forse, il suo posto dentro il petto, ma un
giorno, oggi lui riesce a crederlo, un giorno sarà troppo arrugginita,
la lama troppo poco affilata per tagliare.
Così, mentre saluta suo cognato murato nella parete del cimitero
alzando il mento e sorridendo come ce l’avesse davanti, a Salvatore
sembra persino di sentir frusciare le foglie dei cipressi, gli sembra
che l’aria abbia increspato il mare, che il sole non afferri più le cose
fino a renderle inerti.
E la parola, quella della promessa, che azzannava le tempie e ora
le ha liberate, è rimasta lì, ai piedi della lapide, a seccarsi coi fiori.
Diceva, Tornerò.
Lei prova ancora una volta a immaginarlo, Antonio Luppolo, dentro
la stanza da dove non si può uscire, la stanza con la brandina, la
coperta ruvida color senape, il copriletto a righe, la finestra con le
sbarre. Lei non sa ipotizzare com’è vestito, forse ha la barba – nei
suoi pensieri, la barba prevale su tutto. Lei per anni non lo ha più
visto. Aveva sette anni. Non l’avrebbe più rivisto.
Prova a inventare le sue giornate, Caterina. Non succedeva prima,
è solo adesso che succede, adesso che non c’è più, prova a
ricostruire la vita di quest’uomo e quello che sapeva e sa di lui,
quest’uomo da cui tutto è scaturito, e scopre che non ne sa nulla, è
incredibile, mette insieme frammenti e non viene fuori nulla.
Di lui restano fotogrammi staccati, brevissimi flash che non si
legano l’un l’altro, non concedono nemmeno il diritto di una storia,
Caterina non sarà mai capace di trovarne il senso. Squarci che non
hanno nemmeno a che fare con lui. È diventato le scale che
scendeva in canottiera e calzoncini le mattine d’estate, mentre i
bambini tentavano di saltare da un gradino sempre più alto. Il bricco
a forma di gallo multicolore portato da zio Saro, suo fratello, come
souvenir da qualche gita, che lei e Giacomo avevano sbreccato, i
cocci nascosti nelle sbarre della stufa. La pomata nera che le
spalmavano sul pollice quando le era venuta un’infezione a furia di
strapparsi pellicine coi denti: Giacomo guardava la fasciatura sul dito
e non diceva nulla, per discrezione. La bambola Fatina vestita
d’azzurro, uguale a quella di Lena, e il carro armato color cacca di
pecora identico a quello del cugino, e le lenzuola stese sulla terrazza
smisurata di zia Fatima, e lo scialle di lana della madre mentre saliva
sul pianerottolo a prenderla per metterla a letto. Poi insieme, come
estratti da uno stesso sacco delle sorprese, le sopracciglia folte e
unite di quell’uomo, il marito di Fatima, sopracciglia e basta, Caterina
non ricorda nemmeno una parola scambiata con lui, niente, mette
insieme i pezzi e non si incastrano, proprio non riescono a fare una
storia. Lui è diventato un pugno di immagini scombinate dove il suo
volto non si vede mai davvero, è un’entità assente eppure incombe,
quello che li circondava in fondo non era che una sua emanazione,
tutti loro suoi fedeli, devoti i grandi, battezzati al suo cospetto i
piccoli, unti senza che fosse lavato alcun peccato originale. È
diventato la sua infanzia, quell’uomo, e lei lo capisce solo adesso.
È per questo che accade.
Non riesce a figurarselo, forse ingrassato, forse più magro, non ha
mai chiesto a chi l’ha visto, a chi lo andava a trovare, non ha mai
detto, Come sta?, era tabù una simile domanda, impossibile
scardinare il silenzio.
Occhi verdi aveva, gli occhi che Giacomo e Lena, i suoi figli,
portano come una bandiera.
Le scene che le arrivano in testa, le scene di quell’uomo mentre
abitava la stanza chiusa a chiave, la stanza con le sbarre alle
finestre, sono ingenue, e artefatte, vengono dai film e dai cartoni
animati, un buco nella parete, per esempio, il muso tremolante di un
topolino a fargli compagnia, lui che lo culla in una mano e lo
accarezza con l’altra, si può pensare questo di uno come lui?
Eppure non le viene in mente altro. Un professore di lettere, convinto
di poter salvare il mondo, che si sente rispondere, Perché tu ci hai
qualcosa da dire contro la mafia? La mafia è bella, la mafia è giusta,
e assiste al tripudio di mani contro il tavolo e scarpe contro il
pavimento, al ritmo di ma-fia, ma-fia, ma-fia, aspirato, come una
formula magica, una preghiera, una suppurazione.
È così che succede. Non sa niente della vita che lui ha vissuto, del
luogo che ha abitato, delle scelte che ha fatto, a lei del tutto
incomprensibili, o lei è la solita ottusa. Ma accade.
Adesso che in quella cella che Caterina non ha mai visto Antonio
Luppolo non c’è più. Adesso che è uscito dal carcere. Adesso che è
morto.
Accade. Che lei lo riconosca. Che lo rintracci. Nel nastro
eternamente riavvolgibile della sua infanzia. Zio ’Ntoni. E che di
colpo lo collochi, sì, che gli trovi un posto e lo lasci rimanere, gli
conceda uno spazio, in un angolo ma lo fa stare. Nessuno può
sottrarsi all’eredità.
Margherita solleva lo sguardo dal quaderno come in preda a
un’intuizione. “Mamma,” chiede, “ma perché dicono che le cose nella
televisione non sono vere, che sono fesserie?”
“Perché sono finte, gioia, sono attori, recitano.”
“Sì, ma parlano di cose vere.”
“In che senso?”
“Per esempio, a Dallas, che a volte ammazzano le persone con la
pistola.”
“È finto, amore, non muore nessuno. Sono pistole finte, è un
telefilm.”
“Sono giocattoli, come le mie?”
“Sì, certo, sono per fare finta, non ti preoccupare.”
“Ah.”
Margherita fa ticchettare le unghie l’una con l’altra, e non dice
nulla. Guarda altrove, in silenzio.
“Che c’è?” chiede la madre. “Non te lo faccio vedere più quel
telefilm, se ti spaventa.”
“No, mamma, non mi sono spaventata. Io pensavo che anche se è
per finta è vero, parlano di cose vere.”
“Ma no, sono esagerazioni.”
“Non è vero. Anche a Dallas ammazzano le persone, mamma,
anche quelli di Dallas hanno paura, come noi.”
Laura spinge la lingua contro il palato, ma non riesce a
pronunciare nessuna parola. Guarda sua figlia, lei la fissa come
aspettasse una conferma, e se la madre non gliela desse si
sentirebbe sciocca, e confusa.
“I cattivi esistono dappertutto, Margherita,” soffia fuori Laura.
È più facile per i bambini, le domande dei bambini si saziano di
risposte parziali, o almeno Laura lo spera: la cattiveria è un concetto
acquisito, ci sono le favole a venirle in soccorso, non deve spiegare
perché la cattiveria esista, può darla per assodata, non deve
preoccuparsi che oggi, questo pomeriggio, nella luce ocra che
raggiunge obliqua l’angolo della cucina, la cattiveria non c’entri, che
non risolva nessun quesito sulla loro paura, sulla loro fuga, sulla loro
vita. Per sua figlia loro sono come eroi di un telefilm, cappuccetti
rossi sfuggiti alla fame del lupo, vittime predestinate senza poter
stabilire chi ne abbia deciso la sorte.
E ai suoi occhi, ai suoi occhi di adulta, non è lo stesso? Non si è
sentita forse sempre una vittima, è andata oltre, lei, rispetto al
candore di Margherita? Quando un giorno – capiterà, due anni dopo
– sentirà quella donna magra rivolgersi a loro – a chi, davvero? –
nella chiesa intasata, il prete a sostenerla mentre lei legge al
microfono, quando la vedrà piangere, il naso cartilaginoso impigliato
quasi per sbaglio in quel volto scarno, quando sentirà la sua voce
mugolante annunciare, Io vi perdono, ma voi vi dovete mettere in
ginocchio, se avete il coraggio di cambiare, e in quella richiesta
insensata, così ingenua, erompere in un pianto fragoroso, Loro non
cambiano, rassegnarsi subito, e indebolita da questa certezza
piegarsi in avanti come in procinto di cadere. Quando piangerà,
Laura – perché è questo che accadrà –, senza potersi controllare,
davanti allo schermo e a quella donna che indugia sulla parola Stato,
non si sentirà uguale a lei, quel giorno di maggio che il futuro
riserva? Non piangerà anche per se stessa, per lo spauracchio che
ha minacciato la sua vita così a lungo, e per tutte le donne come lei,
come loro, per tutta quella sofferenza ingiustificata, come puoi
spiegarla se non la sai accettare, se non sai da dove arriva, quali
sono i meccanismi perversi che l’hanno procurata? Il destino, dici,
perché non arrivi a capire altro.
Io non perdono, dirà Laura, davanti alla televisione, ma chi
precisamente non perdonerà? Non perdono, ma con chi dovrebbe
prendersela? Lei risparmiata, lei senza mariti nella scorta, lei
sottratta alla strage, alla morte, quel giorno i singhiozzi monteranno
con la furia di un temporale, vittima – ma ne ha poi diritto? Loro
stavano dalla parte del torto. Non lo avevano scelto, ma stavano
dalla parte del torto.
“Margherita, ascolta.”
La bambina infila i bordi dei fogli rossi sotto le unghie, il bianco che
si colora, l’unghia lascia trasparire il rosso come carta burro. Non
aver potuto scegliere, questo faceva sentire Laura una vittima.
“Margherita, guardami.”
La bambina la guarda preoccupata, come se avesse detto
qualcosa di sbagliato, e la mamma stesse per rimproverarla.
“Noi non abbiamo paura, di nessuno, di niente. Siamo al sicuro,
capisci? Di che cosa hai paura, tu?”
“Non lo so.”
“Di niente, te lo dico io. Non c’è niente da avere paura, te lo giuro.
Papà arriva domani, lo sai?”
La bambina si infila l’unghia nella bocca aperta in un sorriso.
“Veramente?” la parola storpiata dal suo pollice tra i denti.
Sì, e secondo me dobbiamo prepararci, mettere in ordine,
scegliere come vestirci, fargli vedere quanto ci è mancato e quanto è
bello stare tutti insieme, che dici?
La bambina toglie il dito dalla bocca, risucchia in dentro le labbra e
annuisce scuotendo rapida la testa.
Laura la abbraccia, troppo forte, troppo stretta perché sua figlia
non pensi ancora di aver detto qualcosa che non si doveva dire, su
cui bisognava tacere.
È Ignazio che lo accompagna alla stazione, insieme a Mitri: è
voluto venire per forza anche lui.
“Ignazio, mi raccomando a Fatima, non la devi mai lasciare sola.”
“Tranquillo, Turi. Me ne sono occupato in questi anni, la lascio sola
adesso?”
Come una gomitata nello sterno. Non c’era rimprovero nelle parole
di Ignazio, affatto, ma lui, oggi che di nuovo va via, oggi che di nuovo
separa la propria vita da quella della sua famiglia d’origine, si sente
in debito, si sente un vile.
“Ci sugnu puru ieu!” urla Mitri, seduto dietro, in mezzo, gira la testa
un po’ verso Ignazio che guida e un po’ verso Salvatore al suo
fianco, e ripete urlando forte che anche lui si occuperà di Fatima,
possono contare sul suo appoggio.
Salvatore non risponde, le labbra serrate, le dita spesse sopra le
gambe, le sopracciglia corrugate fino a incidere la fronte con una
linea netta. Salvatore guarda fuori dal finestrino, ma non vede più la
terra nera di incendi sotto un cielo che pesa come un masso, un
cielo quasi bianco, non vede nemmeno il mare che ribolle di luci
intermittenti.
“Capiscisti, Turi, ah? O Turi, sintisti?”
Turi non si volta verso Mitri, non risponde, non muove un arto.
“Sì, capiscimmu, Santu, zittu ora,” lo placa Ignazio.
Poi guarda il profilo di suo fratello. Guarda gli occhi bruciati di
Salvatore.
Salvatore pensa che in questi anni non c’è stato. È andato via, lui,
il fratello maggiore, a costruire la fotocopia di un’esistenza da
un’altra parte, ad arrangiarne un’imitazione, un abbozzo ricalcato
sulla vita dei suoi sogni: niente di speciale, niente di sensazionale, la
vita dei suoi sogni ce l’aveva in mano già da tempo, è stato un treno
chiamato Treno del Sole a strappargliela via. È stata la paura di
morire. No, Turi, diceva Laura, non è stata la paura, è stato il
coraggio. Il coraggio di sfuggire a un destino, il coraggio di portare
avanti un dovere, nei confronti di una moglie, nei confronti di due
figlie.
“Che c’è, Salvatore? Tutto a posto?” chiede Ignazio.
Salvatore si gira verso di lui, zitto.
Li ho abbandonati, Laura!, gridava nelle sere d’inverno, accanto a
quella stufa a gas che appestava la casa – la casa? Due stanze
appena. Ho lasciato da sola mia sorella con due bambini, che uomo
sono, io, che uomo sono?, si strozzava la voce.
Dopo suo fratello, diceva Laura, toccava a te, il fratello di sua
moglie, e dopo te, continuava, toccava a tuo fratello Ignazio, e dopo
basta, solo Mitri si salvava, solo Mitri che era scemo e non poteva
mantenere né la famiglia di sua sorella Fatima né quella di nessuno,
o magari pure Mitri si facevano, pi’ spreggiu.
E Turi rispondeva ancora, ancora, che era meglio la morte, che
quella vita di ripiego era come la morte, ma a quel punto Laura
gridava, lanciava un bicchiere per terra, calpestava i frantumi fino a
farli crepitare sotto la gomma delle pantofole, si gettava sul letto
singhiozzando, non dormiva per ore. A volte, invece, Turi
domandava soltanto, come un bambino, È questa la vita che volevi?,
Sì, rispondeva Laura, è questa, una vita con mio marito e le mie
figlie, a me mi basta, dichiarava risoluta. Bisognava spezzarla, quella
catena, aggiungeva poi. Faceva una pausa piuttosto lunga, poi con
voce quasi roca per la convinzione e la rabbia insieme, Laura
ripeteva, Quella catena bisognava spezzarla.
“Tutto a posto?” insiste Ignazio.
“Sì, frati, sì.”
“Ora te ne vai dove le pietre le chiamano sassi.”
Salvatore non reagisce.
Ignazio ci prova di nuovo: “Ne’ che le chiamano sassi, ne’?”.
Salvatore sforza un sorriso.
“Non ti devi preoccupare, Salvatore.”
Di colpo chiede a Ignazio: “Perché tu non sei partito?”.
Salvatore non gli aveva mai fatto quella domanda, Ignazio
pensava che non l’avrebbe fatta mai, che delle rispettive scelte non
avrebbero mai parlato.
“Sono partito un fine settimana con Nuccia, l’ho portata dai suoi zii
quelli del Nord. Non le ho detto niente, le ho detto solo che
andavamo lì per rilassarci, ’ndi ripusamu ’i ciriveddi, dicevo, ché
davvero il cervello ci stava partendo a tutti in quei mesi. Ma lei ha
capito. Che era una prova. Che volevo tastare il terreno, che volevo
capire, provare a immaginare come sarebbe stato vivere in un altro
mondo, Turi, un altro mondo è, non puoi negarlo. Nuccia se l’è fatta
piangendo per due giorni, mi ha fatto impazzire, mi pregava di
tornarcene subito, i suoi zii erano sconvolti, hanno pensato che si
era un po’ esaurita, e forse era vero, non lo so, dicevo: Nuccia stai
tranquilla, Nuccia che piangi a fare? Niente, me la sono dovuta
caricare sulla macchina di corsa e l’ho riportata da sua madre.
Quando l’ha vista l’ha abbracciata come se non la vedeva da un
anno, e mi guardava fisso e mi diceva grazie, bello, grazie che me
l’hai riportata. Non ce l’abbiamo fatta, Turi, non eravamo forti come
voi.”
Forti come voi, ripete Salvatore nella testa – è una frase in una
lingua straniera, una delle tante che non ha imparato, non può
capirla.
“Avete avuto coraggio ad affrontare quello che avete affrontato.”
“Tu hai avuto coraggio, Ignazio, sei rimasto, e hai vinto tu.”
Hanno vinto loro, urlava Salvatore in faccia a Laura quelle sere
d’inverno, mentre le bambine cercavano di distrarsi schiacciando la
punta del naso sul vetro della finestra, in attesa che qualche
automobilista si servisse del pisciatoio a cielo aperto. Hanno vinto
loro, lo capisci? Mi hanno rubato la mia vita, mi hanno cacciato da
casa mia, mi hanno sconfitto, gliel’ho data vinta io, anzi tu gliel’hai
data vinta, sei tu che mi hai fatto passare per vigliacco, che mi hai
fatto abbandonare la mia famiglia nel momento del bisogno, sei stata
tu!
Laura parlava così veloce che sputava, stringeva i pugni e diceva,
Vattene, allora, tornatene da tua madre, tornatene da tua sorella,
tornatene dalla tua famiglia, lasciaci qui a noi, noi non siamo la tua
famiglia, a quanto pare, lasciaci qui, perché noi non veniamo,
preferiamo crepare qui, preferiamo crepare per conto nostro che in
quel posto di merda dove il Signore ci ha fatto lo scherzo di farci
nascere, l’abbiamo pagata già questa sfortuna, e adesso io non gli
voglio dare altro sazio.
“Ho vinto? Che ho vinto, Salvatore, vedi premi?” dice Ignazio.
“Hai vinto la tua dignità.”
“Io non avevo figli, Turi, tu sì. E manco ora ne ho. Non siamo
riusciti a farli. Per me, Nuccia si è spaventata troppo, dda sira
smaliritta, per me è rimasta traumatizzata ed è diventata sterile.”
“Ma che dici, Ignazio? Non dire fesserie.”
“Siamo andati anche da Natuzza la santa.”
“Eh, e allora?”
“Dice che lo faremo un figlio, che ci verrà prima o poi. ’U Signuri
v’u manda un ghiornu ’i chisti, ha detto Natuzza. Un giorno di questi,
me la ritrovo incinta, Nuccia.”
Lo dice con una tale tristezza negli occhi che Salvatore ha quasi
paura a chiedere: “E non sei contento?”.
“Qui lo devo fare crescere, un figlio mio? Qui, Turi?”
“Qui, sì, coi suoi nonni, qui, dove è nato suo padre e suo nonno e il
suo bisnonno.”
“È dov’è appena morto suo zio. È dove sono morti milioni di
cristiani, colpevoli, innocenti, non mi interessa, Sabbaturi. Se la
guerra finisce o continua a noi non ci interessa, ma questo mondo
qui, frati, è marcio. Ed è bastardo, dove ti giri giri c’è, non puoi
sfuggire, basta vivere qui e ci sei: dentro.”
“Non è vero.”
“Non è vero? Guarda noi, guarda la nostra storia.”
“Ma tu non sei andato via e ce l’hai fatta, a farti la tua vita, per i fatti
tuoi.”
“Ma io rischiavo meno di te, io non ero così vicino, io non lavoravo
nel suo cantiere, eri tu il suo amico, non io. Io ero solo un parente
acquisito. Non rischiavo come te. E non ero io il fratello maggiore di
Fatima, eri tu. Prima di me, venivi tu. Tu sei andato via, in un certo
senso il dispetto già te lo avevano fatto: ti avevano costretto a
lasciare tutto e tutti. Sacrificando la tua vita, forse, Salvatore, hai
salvato anche la mia. Per me, io mi sono fatto convincere da Nuccia,
e Nuccia ha avuto ragione, ma per caso, per caso è stato meglio
così.”
Anche lui si era fatto convincere da Laura, ma non saprà mai se
Laura aveva avuto ragione. Hai salvato anche la mia vita, gli ha
appena detto suo fratello. È questo che ha detto. Turi tace e guarda
davanti a sé, senza accorgersene inizia a far ballare la gamba, le
dita del piede come puntelli, la fa vibrare velocissima su e giù, quel
tic che Ignazio conosce bene. Le mani al volante, tace anche lui,
resta solo quel suono leggerissimo, Ignazio sente il rumore sottile
dei pensieri di suo fratello e non dice nulla.
Poi, d’un tratto, Turi fa un’espressione divertita, gli stringe i genitali
e gli bisbiglia all’orecchio: “Ma ti impegni abbastanza per fare questo
figlio o fai il lavativo?”.
“Fa il lavativo!” urla Mitri da dietro: allora è sveglio, non lo avevano
più sentito, pensavano si fosse addormentato. “Fa il lavativo,” e ride,
“il lavativo,” continua a ripetere. Salvatore gli dà man forte: “Vero,
Mitri? Lo sa pure lui,” conferma. “Zittu, Santu,” ordina Ignazio, “ch’a
testa tu l’ha’ sulu pi’ cunsumari sciampu!” “Ma che dici?” ride adesso
Salvatore, “lui la testa non ce l’ha per consumare shampoo”, e
sfrega con la mano la pelata di suo fratello, “la testa, Mitri ce l’ha per
consumare muro!”
Ignazio ride. “Bravo, per consumare muro!” ripete, mentre Mitri si è
appoggiato con la schiena al sedile, le braccia incrociate, una
smorfia di dissenso sul volto, oscilla la testa come a dire che sono
proprio stupidi i suoi fratelli, che non capiscono niente. Cesare
Casella era stato liberato dopo due anni di prigionia. Era diventato
famoso, aveva scritto anche un libro, Caterina aveva spiegato a
Laura che avrebbe tanto voluto leggerlo, ma lei non glielo comprò,
convinta che fosse troppo crudo per una ragazzina. Su “Visto”
Cesare Casella rispondeva alle lettere che moltissime ragazze gli
spedivano: gli facevano la corte. Caterina non lo tollerava. Era
gelosa di quelle spudorate, molte anche più grandi di lei, che
scrivevano lettere quando il disgraziato diventava un divo, magari si
appendevano anche la foto sul letto, come un poster di Nick Kamen:
ma dov’erano quando lui stava male? Lei sì che c’era. Lei sì. Gli
aveva scritto per tutto quel tempo cercando di consolarlo. Gli aveva
scritto nel tentativo di riuscire a raggiungerlo, aveva iniziato a voler
bene a quel ragazzo come lo avesse conosciuto, nella gabbia di
Cesare intravedeva una gabbia comune, nel dolore dei suoi familiari
riconosceva un dolore condiviso. Era diventato la sua speranza, lui,
la sua sotterranea ribellione.
Staccò le quattro pagine centrali del quaderno di italiano, buttò giù
una lettera un po’ impersonale, diversa da quelle dei mesi
precedenti, quando aveva cercato di lenire la propria vergogna
fingendo di confortare lui. L’aveva spedita, ormai distaccata da quel
meccanismo così crudele con cui si cerca di scontare colpe di cui si
ignorano i contenuti. Poi aveva acquistato “Visto” per settimane,
controllato ogni volta, convinta prima o poi di trovarla pubblicata.
Finalmente quel ragazzo colpito dal male che la sua terra sembrava
essudare avrebbe davvero comunicato con lei.
La sua lettera non fu mai pubblicata, e a poco a poco Caterina
cominciò a nutrire una specie di risentimento verso Cesare Casella,
si sentì tradita: se qualcuno aveva diritto a una risposta, era lei, se
qualcuno comprendeva il dolore, era lei, avrebbero dovuto diventare
amici di penna, incontrarsi, mettersi insieme magari, incuranti della
differenza di età. Lei avrebbe espiato l’unico peccato originale che
potesse comprendere. Il peccato dell’origine, dell’essere stata
concepita dalla stessa terra che sembrava partorire il male come il
figlio di uno stupro. Il male assoluto, le sembrava. Senza
declinazioni. Il male indecifrabile, che non lasciava scampo.
Nel cassetto della scrivania Lena ha un cospicuo mazzetto di
figurine di Kiss Me Licia, almeno duecento, forse di più, alcune
ripetute. Caterina gliele ha sempre invidiate. Stanno sul lato sinistro,
perfettamente allineate, solo i bordi si sono un po’ curvati, dentro
l’ordine immacolato del cassetto di Lena. Su quella scrivania, sua
cugina non ha mai studiato o disegnato, mai scritto un diario. La
superficie è occupata da centrini all’uncinetto; sopra, zia Fatima ha
messo cornici di diverse dimensioni con le foto di Lena da piccola,
capelli corti e frangetta. C’è anche una foto di Lena, Giacomo,
Caterina e Margherita appoggiati alla ringhiera della grande terrazza,
nella vecchia palazzina, le bambine hanno gonne lunghe a
campana, finestrelle fra i denti, Giacomo ha i pantaloni di velluto a
coste, e come al solito un dito nel naso. Soprattutto, sulla scrivania,
e appese sopra la carta da parati color foglie in autunno, ci sono foto
di suo padre, Antonio Luppolo.
Dalla stanza di Caterina e Margherita, invece, bandite le cornici –
la madre non si fida, sono maldestre quelle figlie, romperebbero la
ceramica la porcellana il cristallo. Nessuna foto. Solo migliaia di
disegni appesi da Caterina, poster sul letto di Margherita, i lavoretti
fatti a scuola o all’asilo, anno dopo anno. Di figurine di Kiss Me Licia,
Caterina non ne ha più nemmeno una. L’hanno costretta a partire,
un pomeriggio, e lei non le ha prese, lei non sapeva che non
sarebbe tornata, che poi le avrebbero buttate. Come invidia Lena,
che le ha conservate! Lena non perde nulla, non rovina niente, dopo
anni si ritrova intatta qualunque cosa. Che se ne farà mai sua cugina
Lena, a quattordici anni, delle figurine: senza l’album, per di più? La
sera si siede alla scrivania e le sfoglia? Davvero sua cugina è la tipa
che si innamorerebbe di un cantante rock? Ma dai, Lena proprio no.
Caterina invece sì che corre il rischio, oh lei sì che sogna di fare la
ragazza moderna, contro i dettami del padre, prima o poi si
adeguerà anche lui a vivere al Nord, sarà Lena a invidiarla.
Lena il papà non ce l’ha più. E lei, Caterina, non l’ha nemmeno
chiamata. Non le ha fatto le condoglianze. Non le ha detto, Ti sono
vicina. Non le ha detto, Ti voglio bene. Non si è concentrata su quel
dolore, non ha provato a immedesimarsi. Per un momento, Caterina
si è detta, È finita. Per un momento dall’elenco delle sue paure ne ha
cancellata una, restavano le altre a perseguitarla, ma ce n’era una in
meno, una in meno da lì in poi. Chissà quanta paura aveva avuto
Lena, quante paure, una lista lunghissima, e adesso per lei non ce
n’era una in meno. Adesso, Lena, la sua cugina adolescente, non
aveva più un padre in carcere o un padre latitante, un padre a ore,
un padre troppo sorridente, un padre che al compleanno della figlia
versa lo champagne, un padre con occhi così chiari che non
sembrano di questa terra. Adesso Lena diventa un’orfana. Lena, la
sua prima amica, e lei l’ha trattata come un’estranea. Non si sarebbe
più dovuta vergognare, sua cugina, di quell’assenza prolungata.
Adesso l’assenza del padre diventava eterna. Adesso la speranza
non avrebbe bucato più come un ago. Sostituita da un dolore più
pulito, definitivo, un dolore comprensibile.
Quell’assenza che non si può pronunciare. Mio padre è un
carcerato non si può dire. Adesso, Lena, puoi dire, Mio padre è
morto. Puoi dire, per esempio, D’infarto. Anche tu.
È il prezzo che paghi, Lena, per non vergognarti davanti alla
società, per non essere scartata, perché tu non sia macchiata di
un’onta di cui nemmeno sai nulla, di cui non sei responsabile, che
ignori del tutto, per non essere giudicata attraverso il filo della
discendenza. Oggi ti riscattano, Lena, oggi sei una di cui avere pietà,
non sei più colpevole, è meno colpevole anche tuo padre. È il prezzo
che si paga: un dolore così pieno, pulsa come un organo vitale, il
dolore come un organo nuovo dentro di te. È il prezzo
dell’espiazione, il prezzo per essere innocenti, per tornare a essere
normali. Diventare orfani, Maddalena, come te.
Quando mio padre esce, ce ne veniamo su da te, zio Turi, pure
noi.
In piedi nel corridoio del treno, gambe divaricate, mani in tasca,
Turi guarda il suo broncio riflettersi nel vetro. Quando mio padre
esce, aveva detto una volta Giacomino, veniamo a vivere lì da voi.
Si chiede se fosse un’idea partorita dal bambino o se l’avesse
sentito dire da qualcuno in famiglia. Se fosse stato ’Ntoni ad
annunciarlo, deciso ad abbandonare la propria terra, ’Ntoni che si
dichiarava sconfitto, scappava, scuciva le alleanze, forse non ne
aveva più, di colpo si vedeva nello specchio per ciò che era, e
boccheggiava, lo capiva che era un pesce troppo piccolo e si
muoveva col culo stretto nell’acqua, che Salvatore non glielo ha mai
visto, ai pesci, il buco del culo, ma è così che si figura il cognato,
adesso.
Non era possibile. Forse non sarebbe stata una rinuncia, forse era
stata un’imposizione, e forse sarebbe stato un male. Forse, invece,
era soltanto un’idea di Giacomo, una di quelle idee che
entusiasmano i bambini. Ricorda che i primi tempi Caterina anziché
chiedere, Ma quando ritorniamo giù? – aveva già capito, lei prima di
tutti, che sarebbe stato eterno il loro esilio? – a tavola di sera
sognava ad alta voce, Ti immagini, mamma, che bello sarebbe se
vivessimo tutti assieme qui?, Tutti chi?, domandava Laura, Tutti noi,
insieme, si illuminava Caterina mentre Margherita la fissava stupita,
Noi, la zia Nuccia e zio Ignazio, la zia Fatima e Lena e Giacomo.
Non nominava lo zio ’Ntoni, lo zio che stava in galera, forse nella sua
testa non sarebbe mai uscito? O era soltanto che lo aveva
conosciuto appena, quell’uomo, in tempo per ricordarsi com’era
fatto, per confutarlo nelle foto, per non sapere più, dopo, come
suonasse la sua voce, per non considerarlo parte della loro vita
quotidiana, ma solo una causa, un editto, una specie di dio,
arroccato dentro una prigione anziché sopra una nuvola? Se lo
ricorda, Salvatore, che quando Laura domandava, Ma Caterina, dici
tutti in una sola casa?, Sì, tutti insieme, ci arrangiamo, rispondeva
lei, che importa se stiamo stretti, non sarebbe bellissimo?
Quel giorno Salvatore si era chiesto cosa le mancasse, se quella
famiglia striminzita che si ritrovava adesso a Caterina sembrasse
troppo poco, troppo piccola per proteggerla, un abito corto e liso e
pieno di buchi, impossibile scaldarsi. Lo aveva detto a Laura. E lei
aveva risposto, È perché ci vede sempre tristi, arrabbiati,
preoccupati. Pensa che gli altri ci possono dare sostegno, non so
come dire. Pensa che se noi non ce la facciamo ci saranno altri, altri
grandi, a occuparsi di lei e di sua sorella. A Salvatore era sembrato
un atto d’accusa, e aveva rifiutato categorico l’idea. Fai meno
filosofia, aveva detto, e si era girato dall’altra parte, sistemando con
troppo impeto il cuscino.
Forse era solo che Giacomo, Lena, Caterina e Margherita erano
molto uniti. Ed erano stati loro quattro a fare progetti, in segreto, da
carbonari, a dirsi che sarebbero ritornati a vivere insieme, prima o
poi, a costruire case per le formiche un giorno e prenderle a sassate
un altro.
Salvatore aspira il fumo ancora più a lungo, poi schiaccia la
sigaretta dentro il cesto di metallo sotto il finestrino del treno.
Quando mio padre esce, aveva detto Giacomo con sicurezza. Un
discorso da adulti, di chi programma il futuro, coi suoi pochi
centimetri sopra il metro d’altezza. Non sarà mai alto, Giacomo. Suo
padre, don ’Ntoni, non lo era. Indosserà i suoi abiti e i suoi orologi.
Sarà così che cercherà di fare colpo sulle ragazze, tra pochi anni.
Coi resti di suo padre addosso, le sue reliquie. Sarà con quel destino
saldato al corpo che darà il suo primo bacio, che farà l’amore per la
prima volta, che per la prima volta racconterà a una donna, un’altra
persona, una al di fuori della famiglia, chi davvero fosse suo padre.
“Stanotte ho fatto un sogno.”
Laura sposta il piede dal pedale della macchina da cucire. Tiene la
stoffa tra le mani, ma guarda verso Margherita.
“Che cosa?”
“Papà tornava a casa.”
“Be’, è perché lo aspetti. Non è un sogno, tesoro: torna domani, te
l’ho detto.”
Laura allarga gli occhi e li punta in quelli della figlia, come per
imprimere forza a quella frase di gioia, il ritorno di Turi, l’attesa sul
punto di essere soddisfatta.
“Sì, ma non era solo.”
“Ah no? E chi c’era?”
“C’era pure zio Saro.”
“Zio Saro?”
“Sì.”
Laura non chiede dettagli. Schiaccia il pedale, e l’ago si rimette in
moto, le dita stringono il lembo di stoffa per tenerlo teso.
Margherita la guarda, anche lei non dice nulla. Sta in piedi.
Osserva il filo che, rapidissimo, disegna un sentiero blu zigzagato
sull’azzurro, cresce così veloce che sembra l’effetto di una magia.
Laura si interrompe un’altra volta.
“Che ha detto?”
“Chi?”
“Zio Saro. Nel sogno, che diceva?”
Margherita si illumina.
“Niente, io aprivo la porta, ché sentivo suonare, e subito mi trovavo
davanti lui, zio Saro. Aveva la camicia scura dentro i pantaloni, si
vedeva un po’ la pancia,” Margherita blocca la mano aperta a
qualche centimetro dal suo stomaco. “Aveva gli occhiali agganciati
alla camicia e l’orologio grande,” Margherita fa segno con l’indice e il
pollice sul suo piccolo polso, “e rideva,” dice, “era contento.”
“Sì?” anche Laura sorride.
“Sì, apriva le braccia così,” Margherita stende le braccia, “e mi
abbracciava. Ci salutavamo, insomma. Vieni, gli dicevo io, Vieni, zio,
accomodati.”
“È un bel sogno,” dice Laura prima di chinare di nuovo la testa e
premere sul pedale, “è un bel sogno,” con gli occhi che luccicano
verso Margherita.
“Sì, mamma, è stato proprio bello.”
Solo dopo un po’, Margherita aggiunge: “Era tanto che non ci
abbracciavamo”.
D’estate i bambini giocavano in cortile fino a sera, correvano in bici
attorno al palazzo di sette piani perennemente in costruzione,
affondavano le mani nei secchi colmi di cemento per sentirne la
consistenza cremosa, si facevano inebriare dal suo odore,
sognavano di fare i muratori da grandi, anche Margherita, Margherita
soprattutto. Salivano sulle carriole e si facevano trasportare a turno,
passavano dal giardino nonostante i divieti, la ruota che disegnava
un’impronta senza alibi sul terreno. D’estate i cugini sterminavano le
formiche che correvano sui muri, spaccando le mattonelle,
immergevano giocattoli di cui si erano disamorati nel canale di
irrigazione, li vedevano scomparire e aspettavano ansiosi che
tornassero, non sempre facevano in tempo a riprenderli, un fiume,
una cascata in miniatura, l’esplosione dell’acqua sempre una festa,
gelida sulle mani la facevano schizzare l’uno sull’altro. I bambini
d’estate non rientravano in casa nemmeno per fare pipì, si calavano
i pantaloncini o spostavano le mutandine sotto la gonna e la
facevano lì, tra pale e picconi, tra betoniere e secchi, polistirolo a
forma di l – e si chiedeva Caterina, l come Luppolo? La pipì
caldissima impregnava la terra e la faceva schiumare, i bambini
avevano mutande bagnate, corpi sudati, sul collo si formavano anelli
neri che le madri strofinavano attonite, la sera, l’interno delle cosce
pieno di piccole pustole, il sedere rosso di foruncoli. I bambini
sopportavano la sete fino allo stremo, ma all’ultima corsa, all’ultimo
calcio al pallone, uno di loro estenuato decideva di bere, ed era tutti
insieme che finalmente rientravano in casa, lucida e ordinata
sembrava surreale intorno ai loro corpi pulsanti, uno apriva il frigo e
si attaccava alla bottiglia, succhiava l’acqua gelida contro ogni
raccomandazione, in apnea, solo quando era sazio prendeva fiato,
passava la bottiglia al prossimo, che si attaccava a sua volta, così
fino all’ultimo.
I bambini all’ora del tramonto si fiondavano tutti e quattro nella
camera di uno dei cugini per vedere un telefilm, con le mani nere di
terra consumavano girelle o pane e prosciutto, si stendevano sul
pavimento davanti al televisore, spesso a casa di Caterina e
Margherita: Giacomo amava stare lungo lungo sotto la Tv, Lena
invece si sdraiava sul letto per comodità, ma nessuno la seguiva. Il
fresco del marmo contro le costole ristorava di più, i bambini
facevano il morto come stessero galleggiando sul pavimento, il
fedele cuscino di Margherita sotto la sua testa, le bambole identiche
delle tre cugine sotto il televisore.
I bambini non erano mai saturi di estate, la mattina presto puliti e
pettinati erano già pronti a insozzarsi, a lasciare tracce dell’estate
sulla pelle, si guardavano a vicenda le macchiette bianche che
bucavano il rosa delle loro unghie rosicchiate, si domandavano
come si chiamassero quelle microscopiche lune, o si confrontavano
le birritte cresciute di notte, e la pelle viva, corallo brillante, scoperta
dai loro denti, e si succhiavano il sangue a vicenda con la lingua,
quando si ferivano, si scambiavano la gomma da masticare con
mani luride, spesso giocavano a sputarsela direttamente in bocca,
per provare la mira.
I bambini hanno avuto estati simili, quando i tempi lo avevano reso
possibile. Quando ’Ntoni costruiva un palazzo che non avrebbe mai
finito, quando ’Ntoni cercava strade che non lo avrebbero mai
portato indietro.
Chissà se lo avrebbero ricordato, i bambini, altrove, in futuro,
quando fossero stati lontani per sempre dalla perfezione naturale dei
loro corpi sudati, esausti di corse e di grida, dalla giustizia
inappellabile delle loro ginocchia di pece, escoriate, dalle unghie
nere di terra, capaci di trattenere a contatto con la pelle grammi del
mondo che i bambini abitavano, ogni giorno, dalla mattina presto e
per l’intero pomeriggio, in quelle giornate di gioia e scirocco, fino a
quando qualcun altro non li avesse lavati via, chissà se avrebbero
ricordato di essere stati i destinatari, un tempo, di una simile
benedizione. Di quello stato di grazia.
Parte terza
Non sottovalutare le conseguenze dell’amore

Progetti per il futuro: non sottovalutare le


conseguenze dell’amore.
PAOLO SORRENTINO, Le conseguenze
dell’amore
La frase l’aveva detta la zia, zia Nuccia. Si era messa la mano
sulla bocca, si era passata le dita tra i capelli, l’ho vista, zio Saro,
l’ho vista incapace di nascondere la paura, persino davanti a me,
l’ho vista che aveva poco più di vent’anni, Nuccia, e anche se aveva
la fede al dito non si sentiva per niente una donna. L’ha detta una
sola volta, quella frase, ma era stata come una cantilena.
Chifocuchindiìììnni.
Quando l’ho sentita, nel cuore mi si è aperta una valanga. Una
spinta contro il petto, poi qualcosa che scivolava, rotolava, rovinava
giù verso il basso, il fracasso del mio cuore tra le ossa. È stata zia
Nuccia, l’ha detta lei quella frase, zio Saro, quella frase che io non
me la sono più dimenticata, che l’ho capito subito che era successa
una cosa grave, l’ho capito subito che non potevamo fare finta di
niente, che loro – mia madre, mio padre, zio Ignazio, tutti gli altri, tutti
quanti – non avrebbero fatto finta di niente stavolta, che solo io avrei
dovuto, solo io dovevo fare la bambina a tutti i costi. Potevo piangere
ma per imitazione. Non per quello che aveva detto zio Mitri, lo zio
che si faceva fare i chiodi da noi bambini, con quei denti come zappe
rideva a squarciagola quando gli facevamo il solletico, lo zio pelato
che quella sera non rideva più e non guardava nessuno, era andato
di corsa da mio padre, il fratello maggiore, gli aveva dato la notizia: è
stato lui, zio, lo sai? È stato Mitri, lo storto, il clown di tutti i nipoti,
avrebbe potuto essere una sciocchezza che si era inventato, Da
dove ti è uscito?, avrebbero potuto chiedergli, e invece a nessuno è
venuto in mente che fosse falso, nessuno era in vena di scherzi e
tutti, da subito, anche io, anche io coi miei nove anni ancora da
compiere e il mio pigiama preferito, ci credi, zio Saro, che l’ho capito
subito cosa era successo?
Mio padre tu non l’hai visto, quella sera. Lo conoscevi da prima di
me, io sono solo dodici anni che lo conosco, ma voi siete cresciuti
nella stessa città, chissà se giocavate insieme da bambini, non
gliel’ho mai chiesto, neppure a te, zio. Presto ho capito che dovevo
fare poche domande e me ne sono rimaste talmente tante in gola
che adesso si sono tutte mescolate, come catarro, non le so
riconoscere, me le sono dimenticate, le ho sputate nel fazzoletto
quando avevo la tosse. Quella sera, mio padre, oh lo dovevi vedere,
zio, hai presente tu – se ti ricordi –, hai presente quando gli vengono
le labbra viola chiaro, quasi grigio? Hai presente che, scuro come un
turco, quando impallidisce sembra verde, mio padre, se strizza gli
occhi e si appoggia la mano sulla fronte, e sta immobile, vuol dire
che gli è venuto male, vuol dire che ha un attacco di colite, che il
dolore gli aprirà la pancia come una lametta per la barba, e forse
dopo lo costringerà a stare solo, chiuso in un bagno, a fare i conti
con la sua paura e con l’impossibilità di cambiare il corso degli
eventi. Si adatta come può, persino lui, non c’è niente da fare, non
c’è stato altro da fare.
Mia madre mi ha trascinata a letto, sbrigativa mi ha spedita in
bagno, poi sul materasso, non mi ha dato nemmeno il bacio della
buonanotte, ha detto, Dormi, Caterina, come un ordine, capisci?
Dormi e non ti alzare, come se fossi stata in punizione, non dovevo
fiatare. Non me lo ricordo se stava piangendo mentre mi cacciava
via, in dodici anni l’ho vista piangere talmente tante volte: è così che
me la ricordo, mia madre, che piange accasciata su un letto o su un
divano, singhiozzi come grida, o che ride agitando la testa, come se
la scossa della risata fosse incontenibile, e anche in quel caso deve
gridare.
Mi sono seduta sul letto, aspettavo di alzarmi dopo un po’, volevo
sentire, sentire tutto. Volevo svegliare Margherita, poi pensavo che
se la mamma se ne accorgeva era peggio. Guardavo le tende
bianche col ricamo in filo marrone sul bordo, era facile mimetizzarsi
lì dietro ma anche essere trovati, quando giocavamo a nascondino.
Stesa sul letto, la gamba in aria, calciavo il pomello di legno che
pendeva dal filo delle tende, un colpo secco per farlo oscillare, non
troppo forte perché non sbattesse contro il muro, e aggiungesse
altre ammaccature sullo stucco: lo calciavo, aspettavo tornasse, lo
ricalciavo svelta, ipnotizzata ne seguivo il movimento, e pensavo.
Volevo farmi in testa il film della nostra storia, zio, e non mi riusciva.
L’avevo visto nell’ultima puntata di Lady Oscar: avevano fatto
scorrere l’una dietro l’altra, sopra la musica, tante scene, Oscar che
mangia una mela, Oscar che brandisce la spada, Oscar che si
inchina davanti alla regina, e io mi ero commossa, anche dopo la
sigla finale. Non ci riuscivo, invece, a raccogliere immagini col tuo
volto, soprattutto scene di noi due insieme. Non avevo la colonna
sonora. Forse ero stanca: era tardi. O forse mi ero spaventata e
nemmeno ce la facevo a piangere, io che piangevo sempre, mi avevi
vista così tante volte frignare che anche tu mi chiamavi piangiolina
quando volevi farmi arrabbiare. L’unica cosa che mi veniva in mente
era la gommina a forma di elicottero del mulino bianco: me l’avevi
regalata quella volta che avevi perso la scommessa. Anzi, che
l’avevi vinta tu. Ma avevi detto che non valeva, perché tutti al mondo
hanno paura. Ricordi?
Mi sono alzata, la notte in cui di là i grandi vedevano strappate in
due le loro vite, ho frugato nel cassetto della mia scrivania, in mezzo
ai disegni, e dentro l’astuccio di perline colorate, che papà mi aveva
portato un pomeriggio dal lavoro, lì ho ritrovato, insieme alla chiave
del diario segreto, a un temperino di legno a forma di gatto che
mamma aveva vinto rispondendo a un quiz alla radio, pure la tua
gommina, un po’ sporca ma ancora profumata. La notte in cui la zia
Nuccia aveva detto, Chi focu chi ’ndi vinni, ad alta voce, davanti a
tutti, anche davanti a me, io sono tornata a letto con la gommina in
mano, ci sono rimasta per qualche ora, mi sono tirata addosso il
lenzuolo, ho chiuso la finestra anche se era agosto, come per
sigillarmi sottovuoto, sudavo mentre stringevo forte l’elicottero rosso
di gomma, quando riaprivo la mano, sul palmo potevo vederne il
segno, l’abat-jour sempre acceso, zio, perché quella notte non
potevo smettere di avere paura del buio, quella notte io cominciavo
ad avere paura del buio per sempre.
Ho iniziato ad avere per sempre paura la notte che sei morto, mio
adorato zio Saro. La notte della tragedia, la notte in cui ti hanno
ucciso.
“Adesso che zio ’Ntoni è morto e va in Paradiso rivede lo zio Saro,
suo fratello!”
“In Paradiso?”
“Sì, quando lo vede arrivare, secondo me zio Saro non se lo
aspetta proprio, fa un salto sulla sedia.”
“Sì, perché tu sai che in Paradiso ci sono le sedie, no?”
“Be’, in qualche modo si devono sedere, ragiona!”
“È vero, Margherita, non ci pensavo.”
“Quando zio Saro lo vede, dopo tre anni, pensa come deve essere
felice!”
Caterina tace. Guarda la sorella, incapace di dissimulare lo
stupore. Che pensieri fa quella bambina di sette anni?
“Be’, insomma, voglio dire, felice no, perché zio ’Ntoni è morto,
mica uno vuole che suo fratello pure muore, però almeno ora gli fa
compagnia.”
“Ma credo che in Paradiso sono in tanti, no? Mica ha bisogno di
compagnia, lo zio Saro.”
“Sì, ma quello è suo fratello! E poi dopo tutti quegli anni passati in
carcere, zio ’Ntoni nemmeno era potuto andare al funerale…”
Caterina ha un sussulto. Non avevano mai parlato di questo. La
legge del silenzio era stata così chiara che si era imposta anche tra
loro, le aveva obbligate a custodire ognuna il proprio personale
segreto, i propri personali ricordi, e le sembianze di quanto avevano
vissuto erano diverse nei pensieri di ciascuna, le sorelle avevano
trattenuto degli eventi, forse, immagini diverse, le avevano modellate
e deformate ognuna secondo la propria sensibilità. A interrogarle,
ciascuna avrebbe dato della storia della famiglia una versione
diversa, e diversa da quella di Salvatore, e diversa da quella di
Laura, anche se erano i loro genitori.
“In che senso, Margherita?”
“Dico, dopo tutta quella solitudine e quella tristezza, poverino.
Finalmente rivede suo fratello Saro.”
“Eh già.”
Lo pronuncia senza inflessione nella voce, Caterina.
“È stata un’ingiustizia, vero?”
“Cosa?”
“Un enorme sbaglio.”
Caterina ingoia saliva, poi sospira.
“Solo i cattivi vanno in prigione, e noi non siamo cattivi, vero?”
“Noi?”
“Noi, la nostra famiglia.”
“Certo che no, Margherita. Noi non siamo cattivi.”
“Sono stati gli altri cattivi con noi.”
Avrebbe voluto dire, Non lo so nemmeno io, Margherita. Caterina
avrebbe voluto dire, No, non l’ho capito, di questa storia non ho che
brandelli, non la saprei nemmeno raccontare, vedi, non tornerebbe,
non torna, non ho capito le colpe, non ho capito le cause, tutto quello
che conosco, Margherita, sono le conseguenze, ho paura degli
effetti, sempre e solo degli effetti, ho paura delle notizie che arrivano
di notte, delle grida, degli spari che non ho sentito. Questo avrebbe
voluto dire Caterina alla sorella, chiudere l’argomento giustizia, e
l’argomento Paradiso, ché non se li figurava affatto lì, suo zio ’Ntoni,
lo zio acquisito che aveva sposato la sorella di suo padre, e zio
Saro, lo zio che non era suo zio, l’unico fratello di ’Ntoni, cancellato
dalla terra come sfregio o come avvertimento, stagghiatu come
l’acqua dai rubinetti nei pomeriggi d’estate. Zio Saro ucciso di notte,
tre colpi di lupara, davanti alla porta della sua fidanzata, quella che
non aveva mai presentato a nessuno della famiglia. Saro ucciso per
il solo fatto di essere il fratello di ’Ntoni, suo padre Salvatore
scappato per il solo fatto di esserne il cognato.
“Non siamo cattivi,” ripeté Caterina. “Magari tu sei solo un po’
monella, mi sa che ti meriteresti un po’ di Purgatorio prima di andare
in Paradiso,” e prende a pizzicotti i fianchi della sorella.
“Lasciami!” ridacchia Margherita. “Che cos’è il Purgatorio?”
“Non l’hai studiato al catechismo? È un posto per quelli che non
sono stati proprio cattivi cattivi con tutti, ma nemmeno
completamente buoni, stanno lì e fanno la penitenza per vedere se
salgono in graduatoria, diciamo, verso il Paradiso. Capito?”
Margherita annuisce.
“Allora,” dice, “mi sa che forse gli zii stanno lì.”
La stazione è la stessa in cui sono arrivati quella mattina. Tutto
sembra immutato. L’edicola, i giornali appesi fuori con mollette da
bucato, la giornalaia ingolfata tra la carta con la sua taglia
abbondante, che si muove ciondolando come per spostare il peso
ora su una gamba ora sull’altra, quando si disincastra dal bancone e
va fuori a godersi un po’ di sole. L’odore dei rotocalchi e quello di
sigaretta appena accesa, da acquolina in bocca: la giornalaia sorride
a Margherita e Caterina come a confermare una conoscenza di
lunga data. Le ha viste spesso, quelle bambine, ma non si ricorda
come si chiamino, o forse non lo ha mai saputo.
Laura è seduta un po’ precaria su un vaso di cemento, appoggia il
bacino appena appena, in bilico, come pronta a scagliarsi non
appena il treno arriverà. Caterina ha già letto i titoli di tutte le riviste,
Margherita ha giocato a camminare pestando una sola piastrella per
ogni passo, e la madre l’ha già ripresa: “Cammina bene, Margherita!”
quando l’ha vista divaricare le gambe come in una spaccata per
tentare di rispettare le regole del gioco, rischiando di cadere.
Caterina ha già esplorato la terrazza dietro la stazione, c’è una
vecchia locomotiva arrugginita, abbandonata in mezzo a pacchi
stretti in uno spago. Margherita l’ha seguita, si è nascosta tra le
palme, poi ha deciso di saltare giù dalla terrazza per migliorare il suo
record, ma prima che potesse provarci Laura l’ha chiamata e le ha
ordinato di sedersi accanto a lei, e di stare ferma. Infine, per trovare
un’altra cosa da fare, le sorelle hanno simulato una pipì impellente,
la madre ha chiesto la chiave ai ferrovieri dentro la cabina – mentre
attendevano, Margherita ha spiato incantata i loro marchingegni – e
ha accompagnato le figlie nel bagno pubblico, in apnea per non
subirne il fetore, perché niente avrebbe dovuto intaccare quel giorno
perfetto.
Sono arrivate troppo presto. È che Laura era impaziente.
D’altronde, aveva già messo in ordine casa, e cucinato, si era
lavata i capelli e aveva cercato di fare la piega col phon, anziché
lasciarli asciugare all’aria come d’abitudine, anche d’inverno. Ha
portato le bambine alla stazione per godere ogni momento di questa
attesa, non rischiare in alcun modo che il treno arrivasse prima di lei.
Lui avrebbe dovuto vederlo con i suoi occhi, che lei era lì per
accoglierlo, che non aveva aspettato altro in tutti quei giorni.
I fili elettrici sezionano il cielo in porzioni diseguali, sono tratti decisi
di una matita a punta morbida. Margherita immagina di stenderci
sopra panni ad asciugare. Non c’è nemmeno una nuvola, e il sole è
tiepido. Il cielo dietro le stazioni ha qualcosa di segreto, prelude a un
altrove. Il cielo dietro le stazioni tranquillizza, una mano sulla spalla.
Poi, la voce che annuncia l’arrivo le riguarda. L’orario, il tragitto:
tutto corrisponde. Di colpo è a loro che la voce si rivolge. È il loro
turno. Le panchine sono tutte occupate, ma la stazione non è
affollata. L’odore di sigaro e gli schiamazzi di qualche bambino
annoiato segnalano che c’è qualcun altro ad aspettare, a parte loro.
La gente si avvicina alla linea gialla contro ogni prudenza, come per
guadagnare tempo, ma quando il tintinnio ossessivo della
campanella aumenta, e vedono la vettura in lontananza, fanno un
passo indietro, poi ancora un altro, senza accorgersene sono tornati
al posto di prima, misteriosamente nella stessa posizione.
Laura si è alzata. Anche se lo vede di profilo, quel volto, Caterina
ne legge l’emozione impetuosa. Sua madre ha serrato i pugni come
per aggrapparvisi ed evitare di correre, chissà verso dove poi, il
corpo fermo sulle piastrelle rossicce è la foga contratta di un
movimento, non appena le daranno il via scatterà come un elastico
liberato dalla morsa delle dita, non appena capirà che può farlo,
chissà quale sarà l’indizio, si fionderà senza controllo nella sua
direzione, né dita né corpi, nessuno, niente a trattenerla. La madre
fissa il treno inumidendosi le labbra, se le stropiccia con i denti, le fa
arrossare. I pugni ancora chiusi. La madre crede davvero di poter
guardare dentro ogni finestrino, crede davvero a quella velocità di
poterlo riconoscere, di vederlo? I piedi ancora fissi alla banchina. Sì
che può farlo, ormai il treno ha rallentato, le teste non sono affatto
macchie indistinte, le facce, ecco, le vede proprio bene, riuscirebbe
a descriverle – ma lui dov’è? Non lo trova, i pugni chiusi, i piedi che
inseguono passi troppo corti, come quando nuoti senza riuscire ad
andare avanti. Caterina vede le sopracciglia della madre arcuarsi: in
mezzo, sulla fronte, una minuscola piega, gli occhi socchiusi,
nemmeno guarda le figlie, nemmeno afferra le loro mani e ordina,
Statemi vicino, non vi muovete, ché adesso ci sarà confusione. Sono
loro, le bambine, che quando i passeggeri iniziano a scendere e a
procedere in una fila scomposta si avvicinano a lei, sono loro che le
prendono le mani, e gliele accarezzano, quasi per incoraggiarla.
Laura le guarda, respira forte ma solo col naso, poi guarda davanti a
sé, scruta tra la gente, muove a scatti la testa.
È solo quando la madre inizia a correre sulla banchina che anche
Caterina lo individua. Lo vede saltare giù dal treno guardando
proprio nella loro direzione, un cappello di lana a coste larghe in
testa, verde militare. E forse è a causa di questo colore che a
Caterina quell’uomo che scende in fretta dal treno, sorridendo e
salutando col braccio, e quella donna che gli corre incontro senza
preoccuparsi di sembrare patetica, schiva la fila ormai esigua di
passeggeri e di parenti o amici venuti a prenderli, è per questo che
forse quell’uomo con un sorriso così innocente come da tempo non
vedeva fare a suo padre, e quella donna che corre da sola, come se
sola davvero fosse nel mondo questa mattina, insieme a lui,
dimentica delle figlie, si è tolta la divisa di madre e si è calata
nell’unico ruolo che oggi conosce, quella coppia che si corre incontro
e si abbraccia forte, spinge i muscoli delle braccia sulla schiena
come per sentirne le vertebre, spinge le mani sulla nuca e sulla
testa, e si bacia a ripetizione, come in preda all’ansia di non poterlo
più fare, quei due – sua madre e suo padre – a Caterina sembrano
giovani di un tempo remoto: un soldato in licenza tornato dal fronte e
una fidanzata che gli ha scritto una lettera al giorno per farsi forza, le
sembrano due innamorati scampati al pericolo, alla guerra, alla
morte, o solo alla condizione terribile di vivere separati, a quella
insopportabile prospettiva.
Dopo, suo padre – oh Caterina finalmente lo rivede, nemmeno
pensa ai cattivi presagi da scongiurare, oh, no che non se ne ricorda
più – tira la moglie verso le bambine, quasi corre anche lui
chiamandole per nome, Margherita che dice: “Evviva, papà, sei
tornato!” applaudendo. Anche le figlie corrono verso di lui, verso di
loro.
Alla festamadonna sparavano i fuochi d’artificio, l’ultimo giorno,
allestivano un palco sulla piazza della chiesa, ogni anno veniva un
cantante famoso a esibirsi, gratis si ascoltava in mezzo alla folla in
piedi, oppure affacciati ai balconi. Nel cielo zampilli, ruote
fiammeggianti avrebbero potuto colare fuoco sulle teste, incendiare
vivi, il frastuono avrebbe lesionato le orecchie, ma loro, tantissimi, un
gregge fitto di corpi, stavano coi nasi puntati verso l’alto, pronti a
parare il primo sparo, quello che fa sobbalzare, è improvviso,
sempre troppo improvviso per quanto atteso, uno schiaffo
nell’involucro interno della carne, l’eco che tuonava nel corpo, il cielo
che ustionava, prendeva forme sfacciate, arse, sfregiate, gli spari
montavano come un’aria d’opera, una tempesta che inonda,
sommerge fino al suo apice. Zitti e immobili e minuscoli sotto il cielo
che deflagra, stavano inermi, a farsi bombardare, abbandonavano il
corpo a quella scarica violenta come fosse impossibile sottrarsi, il
petto offerto come quello di una sagoma al poligono, avrebbero
potuto persino allargare le braccia, aprire le bocche come sotto la
pioggia per bere una benedizione, e aspettare lo scoppio, esporsi a
questo sacrificio, senza desiderare altro, attendere di essere
attraversati dal fuoco, di essere fulminati, trafitti, nello stordimento
della festa, commossi e sino alla fine devoti a Maria, esultavano per
lei in mezzo al tripudio di rosso e giallo e blu che escoriava il cielo,
risuonava nei corpi come fossero concavi. La voce che aveva
cantato, poco prima, al microfono, La-mia-vita-è-questa-qua-e-
un’altra-dentro-non-ci-sta, ancora nelle orecchie, Questa-vita-siete-
voi-questo-cuore-immenso-che-solo-se-ci-penso-già-sento-tesa-
l’anima, mescolata al fragore, La-mia-vita-siete-solo-voi-siete-voi-
solo-voi. E avrebbero potuto credere persino che fossero le parole
stesse di Maria, che fosse stata lei a suggerirle, che quella donna
bionda e alta e con gli zigomi pronunciati avesse trascritto dei brani
dal Vangelo o da uno dei libri di don Nino, giusto prima di salire sul
palco, che avesse voluto fare anche lei questo omaggio alla loro
Signora. La Signora quella notte li guardava concedersi senza
paura, la mia vita siete solo voi siete voi, diceva loro, liberati dalla
minaccia, dal pericolo, ci credono fino in fondo, si fidano ciecamente,
sanno che li salverà tutti, inerti davanti agli spari come spruzzi di
acqua santa, Maria, Maria, gettaci le pallottole che non avvelenano il
corpo, lasciaci qui sotto, impalati, senza ombrelli per ripararci, in
piedi, non ci butteremo a terra, non ci difenderemo, lasciaci ad
aspettare l’esplosione che non lacera gli organi, la grandine che
scotta ma non devasta i campi, gli spari che non spaventano, gli
spari che non uccidono, gli spari che ci colpiscono e ci lasciano vivi,
che ci lasciano intatti, Maria, ancora vivi.
Laura e Salvatore escono insieme dal bagno. Spesso lo occupano
in due, una davanti allo specchio, l’altro seduto sul water. Una volta
Margherita li fotografò mentre il padre soccombeva all’arbitrio del
suo intestino e la madre un po’ lo assisteva un po’ aveva troppa
voglia di chiacchierare per sospendere anche solo un quarto d’ora, e
gli stava seduta di fronte, sul bidet. I genitori l’avevano sgridata, ma
Margherita aveva sghignazzato tutto il tempo, le era sembrata una
tale bravata quella foto che anche ore dopo, durante la cena, mentre
deglutiva, a pensarci riscoppiava a ridere e quasi si strozzava.
Quando avevano portato il rullino a sviluppare era passato tanto
tempo da quella foto, se ne erano dimenticati, anche Margherita. Fu
per questo che si stupirono ritrovandosela davanti. Salvatore e Laura
di profilo, uno con lo sguardo basso, l’altra con il peso della faccia e
della testa riversato sulle mani: nella penombra, sembravano tristi,
quasi disperati. Margherita la guardò a lungo e si sentì torcere lo
stomaco: voleva intrappolare i suoi genitori in un momento buffo, e
invece la sorte le aveva restituito un’immagine di loro fin troppo
familiare, l’immagine di loro che temeva, un’immagine sconfitta e
desolata, per punizione. Se Laura non avesse infilato le foto nella
busta, quella lì Margherita l’avrebbe di sicuro stracciata.
La bambina sta sgranocchiando un pezzo di stomatico seduta
davanti alla televisione, quando mamma e papà tornano insieme dal
bagno, camminando così lenti e vicini che sembra stiano andando a
sposarsi un’altra volta.
“Caterina dov’è?”
“Nella stanzetta, dice che fa i compiti ma io l’ho vista che scriveva
il suo diario.”
“Vabbe’, valla a chiamare.”
Margherita molla il pezzo di stomatico rosicchiato, umida la parte a
contatto con la bocca, le briciole sparse per il tavolo tutt’intorno.
“Cate, ti vuole la mamma!” inizia a sbraitare molto prima di arrivare
davanti alla porta della camera e aprirla senza bussare.
“Se sapevo che la chiamavi urlando, tanto valeva che urlavo io,”
dice Salvatore, gli occhi addolciti dalla stanchezza del viaggio, o
forse solo dalla gioia di averle ritrovate, le sue ragazze, la sua
famiglia.
“Che c’è?” la aggredisce Caterina, “che vuoi?”
“Ti vuole la mamma,” ripete Margherita già scocciata.
Ci mettono un po’ a ritrovarsi tutti in cucina, Caterina si siede al
tavolo e tira un morso allo stomatico di Margherita, senza fare
complimenti, Margherita si arrabbia. “Lo volevo solo assaggiare,
tieni.” “Che schifo,” sentenzia la piccola, e ne prende un pezzo
nuovo, integro. La solita scaramuccia che i loro genitori avrebbero
rimproverato, invece oggi hanno una specie di sorriso trattenuto che
modifica il volto per intero. I loro gesti sembrano estranei, come
stessero recitando. Le figlie se ne accorgono.
“Mamma, ma che hai?” chiede Margherita.
“No, che avete?” sottolinea Caterina.
“Niente, vi volevamo dire una cosa,” abbozza Laura. E guarda
Salvatore.
Salvatore non sorride, ma solo perché deve essersi imposto di
essere serio, ci tiene a non apparire mai sdolcinato.
Laura inizia a giocare col lobo dell’orecchio, lo attorciglia, lo
accarezza, senza dire nulla. Poi appoggia la mano aperta sul tavolo
producendo un piccolo rumore e tutto d’un fiato dice: “Sono incinta”.
E ride. Anche Salvatore sorride, adesso.
“Ma va’, veramente? Veramente?”
“Sì, veramente,” conferma Laura un po’ preoccupata. “Sono
incinta.”
Si volta verso il marito, poi di nuovo verso le figlie, poi abbassa lo
sguardo, chiede: “Siete contente?”.
Caterina si alza dalla sedia e abbraccia la madre, anche
Margherita le corre incontro per festeggiarla, dicono che sono felici,
certo, di avere un fratello, anzi, magari un’altra sorella, ovvio che lo
sono, che si credeva? È una notizia bellissima.
“Forse è il sogno che ha fatto Margherita.” Laura seduta sul letto di
Caterina, la mano a carezzarle la guancia.
“Che sogno?” domanda Caterina, e si gira a guardare la sorellina
addormentata, la bocca aperta come al solito, il solito respiro forte e
regolare.
“Ha sognato zio Saro. Che rideva. E l’abbracciava.”
“E quindi?”
“Era un buon auspicio.”
“Ancora con questa superstizione, mamma?”
“Senti chi parla! Comunque, gliel’ho chiesto per telefono alla nonna
Màrgara. Mi ha detto che secondo lei era buono, quel sogno: hai
visto che ci ha indovinato?”
“Glielo hai detto che sei incinta?”
“Ancora no.”
Potrebbe dire, È una notizia che voglio tenere ancora il più
possibile per me, per noi. È la prima cosa bella e tutta nostra, della
nostra famiglia, da quando siamo qui. Ma lo pensa soltanto, non
crede che sua figlia possa capire. Non sempre i genitori sanno con
che figli hanno a che fare.
“Vabbe’, buonanotte.”
Laura bacia Caterina sulla fronte e va via.
“Dai un bacio a papà,” mormora Caterina.
Poi si volta su un fianco. Guarda l’ombra che la luce dell’abat-jour
intaglia sul pavimento, le mattonelle a macchie rossastre come fette
di salame, torce il collo verso l’alto fino a vedere la parete
tappezzata di disegni e poster, ascolta il rumore dello sciacquone
nell’appartamento contiguo, fissa le narici minuscole di Margherita. E
pensa che ci sarà un altro essere umano di cui prendersi cura, d’ora
in poi.
Poi pensa a zio Saro, a quando portava lei e i suoi cugini a fare un
giro sulla sua alfetta, porgeva coni che inzaccheravano mani e
magliette, difendeva dai rimbrotti delle mamme igieniste. Pensa a zio
Saro, alla notte in cui fu ucciso, al suo corpo attraversato dai
proiettili, non sa nemmeno dove l’abbiano colpito, quale organo
vitale abbiano traforato, quanti secondi siano bastati per
interrompere la sua vita. Pensa a quanto sia stato facile non figurarsi
il corpo sanguinante, a come non abbia mai rivisto nella sua mente
quel corpo inerte, lui non è mai stato un cadavere, per lei. Se ne
sorprende. Stasera le sembra un torto fatto a zio Saro, non essere
riuscita a immedesimarsi. Zio ’Ntoni, lui lo ha immaginato, lui è
riuscita a rivederlo agonizzante fra le braccia di Lena o forse già un
ammasso di muscoli irrigiditi addossati al corpo della figlia, come
una Pietà al contrario. Ma con zio Saro no, non ce l’ha mai fatta.
È successo: ha provato in tutti i modi a sfuggire il dolore, ha
provato a cambiare strada, a ingannarlo, a diluirlo sperando che
prima o poi traboccasse dal corpo, non avesse più nulla a che fare
con lei. Ha cancellato ricordi come disegni sconci sulla lavagna, li ha
camuffati, li ha rivestiti, sono stati Cenerentola al ballo prima della
mezzanotte, a volte sono risaliti a galla come rifiuti tra le barche del
porto, e non ha potuto fare a meno di vederli, di nuovo lì, di nuovo un
bagaglio recapitato dall’ufficio oggetti smarriti, e coi pezzi che si
ritrovava, scomposti, disordinati, incandescenti a toccarli, lei ha
cucito una storia, tutta storta, sfilacciata, stasera le sembra di
sgranarla come un rosario tra le mani, e anche se trova buchi, e
rattoppi, e nodi che non saprebbe mai sciogliere – ci vorrebbe nonna
Màrgara, è lei l’esperta di fili –, anche se attraversa le lenzuola sotto
cui è stesa, stasera, come un ricamo sbilenco, raffazzonato, stretto
fino a rovinare la stoffa, in fondo nessuno potrebbe dirle che non è
vera, che è diversa, in fondo Caterina lo sa che è questa la sua
storia. Che questa storia è proprio sua.
In questo romanzo sono presenti omaggi più o meno espliciti a diverse opere e autori,
che hanno un valore soprattutto affettivo. Dalla storia di esilio di Anna Frank e la sua
famiglia – e ad Anna Frank il libro è idealmente dedicato – a Giovanni Verga dei Malavoglia;
da Judith Kerr e il suo libro per l’infanzia Quando Hitler rubò il coniglio rosa a Jorge Luis
Borges e il suo Poema, in cui scrive: “L’abitudine che ci aiuta a sentirci immortali”; dall’Elio
Vittorini di Conversazione in Sicilia a Ingeborg Bachmann e la sua poesia La terra
primigenia’; da Alessandro Manzoni a II miglio verde di Frank Darabont e ai due film che da
ragazzina recitavo senza sosta davanti ad amici e familiari, interpretando tutti i personaggi:
Mery per sempre e Ragazzi fuori di Marco Risi. Poi ci sono stralci di canzoni, citazioni di
film e cartoni animati, e nomi di personaggi e luoghi e cose scelti spesso con riferimenti
precisi: ma quelli fanno parte o di un immaginario condiviso, e dunque non hanno bisogno
di specificazioni, o di un immaginario squisitamente personale, e quindi non ha senso
nominarli.
Grazie a Giulia Belloni, mio angelo custode.
Grazie a Luca Mirarchi, non solo per La terra primigenia.
Grazie a Livio, che con passione mi ha aiutata a trovare il titolo, come se questa storia
fosse stata anche sua. E lo è.
R.P.