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La forma Canzone

Sole24Ore - 04/03/2013

La canzone è una forma di composizione dalle apparenze semplici, ma è ben complesso analizzarne la
natura, definirne l’essenza e tentarne una storia critica. Vorrei qui solo avanzare qualche considerazione,
qualche nota a margine.

Le canzoni vivono nell’aria, vengono respirate anche da chi non ci fa attenzione. E quasi ognuno di noi ha un
episodio importante della propria vita legato a un refrain, a un titolo, a un disco a cui associa una persona
cara, un clima di famiglia, un amore infantile: da una Marinella a un’ Albachiara,  da un  Piccolo grande
amore  a una  Casetta in Canadà. Le canzoni attraversano sornionamente la vita dei nostri giorni, delle
nostre città, delle nostre intimità, ne scandiscono i passaggi. In un certo senso, se ne infischiano della
critica. 

Nel nostro tempo tentare delle definizioni definitive dei generi  musicali è faticoso, e spesso frustrante. Nel
secolo scorso fu introdotto il termine “musica leggera”, difficile da definire, ma pratico da usare per indicare
le canzoni commerciali. Ultimamente, sulle colonne di questo giornale, l’illuminante professore Quirino
Principe ha proposto il termine “musica forte” per indicare quella che un tempo, superficialmente,
chiamavamo “classica” per distinguerla da quella oggi è chiamata correntemente “pop” – altro termine
vago ma utile - e che quindi ora, seguendo il Principe, chiameremo “musica debole”. Fino a poco tempo fa,
in molte riviste generaliste c’era la rubrica di critica musicale ripartita in: classica, leggera, jazz. Ripartizione
risalente a quando la nostra società era suddivisa in ceti sociali ben individuabili: classi colte alto borghesi
per la “classica”, il cosiddetto popolino per la leggera, lasciando a uno strato piccolo borghese l’opera,
intesa come melodramma italiano ottocentesco; e, per le minoranze sofisticate, il jazz. Oggi, con l’avanzata
della società di massa, le carte si sono, nel bene e nel male, sparigliate, gli steccati fra i ceti e fra i generi si
sono indeboliti, i ricchi borghesi spesso ignorano chi sia Chopin, e a Sanremo Daniel Harding dirige Wagner. 

La canzone comunque viene ancora oggi rubricata come musica “debole” (già “leggera”), però le canzoni di
Schumann o di Brahms – in tedesco “lieder”- si mettono scrupolosamente nella teca della musica “forte”,
già ”classica”. Magari la questione si complica quando un lied di Schubert lo canta Al Bano, anziché Fischer
Dieskau.

Un altro termine col quale cerchiamo di intenderci e difenderci dalla confusione lessicale è il termine
“musica seria”. Ho letto di recente nel programma di sala di un concerto dedicato a Leonard Bernstein <è
autore di musical e canzoni di successo, attività che alterna con quella di compositore “serio”>. Il contrario
“serio” sarebbe, penso, “allegro”. Dal che discende che il Duetto dei gatti di Rossini sarebbe un brano
“serio” mentre le canzoni di Vecchioni sarebbero “allegre”. Come si vede, appena si tentano definizioni di
generi musicali esse ci sfuggono, e ci salviamo un poco soltanto facendo uso e abuso di virgolette.

A volte, per semplificare, diciamo che, <fuori dalle etichette, la musica si divide soltanto in “bella“ e
“brutta”>: è una frase che in genere prende l’applauso, ma che lascia i nodi legati, le questioni sospese, i
dubbi irrisolti.

La canzone è un genere di musica che non prescinde quasi mai dal suo successo. Molti libri seri sulla musica
pop iniziano il capitolo su un artista, su un gruppo, su un album informandoci di quanti milioni di copie ha
venduto. È premessa considerata imprescindibile per stabilire il valore di un’opera pop. Sarebbe come se,
per compilare una guida gastronomica, ci si facesse guidare dal quoziente di affollamento di un ristorante,
dalla quantità di coperti giornalieri, dal consumo turistico, anziché dalla qualità del cibo.

Uno dei complimenti più diffusi che si fa a una canzone del passato è quello di aver “segnato un’epoca”.
Ben sappiamo però che le epoche vengono segnate sia da avvenimenti gloriosi (lo sbarco sulla luna) sia da
avvenimenti tragici (le guerre coloniali), sia da canzoni magnifiche (Yesterday   di Lennon-McCartney) sia da
canzoni mortificanti (Il pericolo numero uno: la donna  di Bonagura-Cozzoli). Ma il segno che una canzone
lascia nel suo tempo è qualcosa che sfugge all’analisi critica, è qualcosa di imprevedibile, strettamente
legato a coincidenze sociali, al costume, alla casualità della moda. Prendiamo la bella e struggente:
“Perduto amore”, sottotitolo “In cerca di te” versi di Gian Carlo Testoni musica di Eros Sciorilli più nota
come “Sola me ne vo’ per la città”. Ebbe enorme successo, “segnò la sua epoca” come poche altre. Scattò
un meccanismo di identificazione popolare con questa piccola, geniale lirica, la quale canta di uno – o una -
che cerca di dimenticare il suo dolore d’amore, passando fra le macerie e fra la folla che non sa. Quel
successo fù molto legato al clima sociale del dopoguerra italiano, doloroso e speranzoso insieme, al
sentimento di fine tragedia e di chimerica fiducia nel futuro. Se fosse stata pubblicata dieci anni prima o
dieci anni dopo, chissà se staremmo ancora qui a parlarne!? 

Conoscevo un professore, un musicologo molto severo, che ascoltava solo Bach e Schoenberg, Frescobaldi
e Stockhausen, e che giudicava popolaresco Giuseppe Verdi, triviale Mascagni, insignificante Gershwin.
Storceva il naso pure su Offenbach. Questo professore però aveva avuto una storia d’amore finita male (per
lui), legata a una vacanza indimenticabile (per lui). Per associazioni che non rivelò mai, si commuoveva con
gli occhi lustri ogni volta che sentiva poche note di “Una rotonda sul mare” di Bongusto. Potenza associativa
di una canzonetta!

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