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PUBBLICAZIONI DELL'ISTITUTO DI FILOSOFIA DEL DIRlTTO

DELL'UNIVERSITÀ DI ROMA
DIRETTE DA GIORGIO DEL VECCHIO
xr
~==================~ =========~========~

!GINO PETRONE

FILOSOFIA DEL DIRITTO


,CON L'AGGIUNTA DI VARI SAGGI
SU ETICA, DIRITTO E SOCIOLOGIA

A CURA DI

GIORGIO DEL VECCHIO

MILANO
DOTT. A. GIUFFRÈ - EDITORE
1950
PROPRIETÀ LETTERARIA

STAMPAT.Q IN' ITALIA - PRlllro"TED IN ITALY

Città di Castello - Sodetà Tipografica •Leo.nardo ~ Vlncl • - 1950


PREFAZIONE

Al 1JOl111ne, testè puhblicato, contenente le Lezioni di Filosofia del


dirilto di Francesco Filomusi Gnelfi, segue ora degnamente questo,
che contiene le Lezioni della stessa materia - anch'esse finora non
mai stampate -- di im altro grande maestro, Igino Petrone.
Q11ale posto eminente ocmpi il Petrone nella storia della Filosofia
dei diritto in Italia, è noto ad ogni cultore di q11esto ramo di studi;
e la fama di lui sarebbe ancora maggiore, P"r oltre il ristretto campo
degli specialisti, se es.ça fosse adeg11ata al merito.
Igino Petrone fu invero un ingegno sovrano, il più splendido ed
il più amto, a mio avviso, tra quanti onorarono gli stitdi filosofico-
giuridici italiani - e forse non solo quelli italiani - da qttando,
or è circa un secolo, si spense Antonio Rosmini.
Era nato a Limosano, nel MJlise, il 2.r settembre r870; un morbo
crudele, che lo travagliava penosamente da qualche anno, troncò imma-
turamente la sua vita in S. Giorgio et Cremano, il 26 l1Jglio .r9r3. Ot-
tenuta, a ventiq·uattr' anni, la libera docenza in Filosofia del diritto
nell'Università di Roma (ove si era laureato in Giurisprudenza), a
v7,ntisette anni era straordinario di Filosofia del diritto nel!' Università
di Modena, a trent'anni ordinario di filosofia morale in quella di N a-
poli, ove tenne ancl" p" qui/eh• anno "n cor.>o pareggiato di Filosofia
del diritto. Nel r9ro, la Facoltà di Giurisprndenza di Napoli lo chiamò
a coprire la cattedra di questa disciplina come ordinario ; ma la malat-
tia clze già lo insidiava gli impedì di riassumere quell'insegnamento,
clze pur rispondeva alla prima e più profonda S1•a vocazione, perrnet-
ten:togli solo. di continu~re, ancora per poco, quello della Filosofia mo-
rale, sin quasi alla lacrimata sua fine.
VJ Prefazione

Cotne già altro"e ebbi occasione di 110/are, la singolarità del tetn-


peramento filosofico del Petrone derivava da ciò, che egli era insieme
mi ipercritico e un mistico. Addestrato a Ittite le sottigliezze della sco-
lastica, esperto degli stromenti e dei metodi della modema gnoseologia,
egli aveva del pari un profondo anelito per le cotmmicazioni immediate
coll'assoluto, un'aspirazione inesau.<la e q11aoi patetica a ciò che l'intel-
letto non può comprendere e la parola non sa dire. Di qui la speciale
indole ed anche lo special.e fascino di molti S1wi scritti, nei q11ali la
concitazione lirica e apologetica si sovrappone talvolta al rigore delle
dimostrazio11i, il fervore e il f>alpito della fede si mescono col sottile
lavorio della critica, i baleni delle 11isio11i i11tcriori si alternano coi
docu.menti dell'erudizione più raffinata e .~e11m1.
Forse per l'esuberante ricchezza e ?Jh!acilà del su.o spirito, il suo
orien.tamenio spewlati11n non fu sempre esattamente il medesimo : su
cmii problemi il suo pensiem mostrò qualche oscillazione, o meglio,
parve attraversare diverse fasi. Del che taluno gli mosse -rimprovero.
Ma, oltre che con.<imile ossert>0zio1ie p1tò farsi rispetto ad altri pur
sotnmi pematori, il vero è e/te gl'intenti essenziali del suo pensiero non
ebbe,-o in realtà vcrun m.utrmiento, essendosi esso costantemente rivolto
alla rivendicazione critica dei s1tpremi ideali etici e gi11ridici, in tempi
non certamente propizi a un tale programma ; onde tanto maggiore
è il suo merito. A z,,; principalmente si deve l'impulso a un rinnova-
"'·"'to degli studi di Filosofia del diritto, clie si iniziò appunto coi suoi
scr#ti pubblicati già negli ultimi anni del passato secolo (memorabile,
in ispecie, il su.o saggio critico su La fase recentissima della Filosofia
del dritto in Germania, che vide la luce nel r895, quand'egli era ap-
pena venticinquenne). Tra le opere successive, è particolarmente note-
vole il libro : Il diritto nel mondo dello spirito (I9Io), ove egli tentò
di delineare, sia pme sotnmariamente, un proprio sistema, ricondu--
cendo il diritto alla sua genesi ideale, ossia cogliendolo nel momento
in: cui esso germina dall'attività produttiva dello spirito. Rimase disgra-
ziatamente incotnpiuta un'altra opera di vasto disegno : Dall'atomo
a Dio, della quale egli volle distruggere il manoscritto poco prima di
Prefazione VII

1110ri·re, per 11no scrupolo proprio degli spiriti eccelsi:, che confrontano
il /a1'0t·o fatto con qitello ancora più gra.nde che avevano sognalo di fare .

•••
I.e lezioni di Filosofia del diritto, che il Petrone tenne nell'Univer-
sità di Modena negli ann·i I897-I898, I898-I899 e I899-I900, furono
raccolte in forma di dispense litografiche, ad uso degli slitdenti. Del
prittlO corso non è indicato il nome del compilatore; il secondo (.1898-
r899) reca l'indicazione: "S"nti di A. F. Formiggini »; nel terzo
(I·.~99-1900) e detto: "A cura di I.. Bellei e G. Bortolitcci ». Quest'"l-
timo corso, come gli stessi compilatori avvertirono, riproduce fo gran
parie quello detl' anno precedente ; mentre parecchie pagine vi sono
tra.scritte dal saggio, che il Petrone aveva pubblicato poco innanzi:
" Contrib1<10 alt' analisi dei caratteri differenziali del dritto ».
!? da tenersi per certo che tutti i detti testi, e in ispecie i due ultimi,
furono, se non scritti, riveduti personalmente dall'autore, e possono
considerarsi .<enz' altro come sua opera. Ciò ri.•iilta, oltre che dal suo
inconfondibile stile, da ima nota di A. F. Formiggini (premessa al-
1'edizione dell'opiescolo: "L'eteronomia come momento del dovere»),
nella quale egli ricorda di avere raccolto quel corso universitario del
Petrone "colla quotidiana assistenza» dell'autore. Lo stesso Formig-
gini ci informa anche che di qiiel corso furono fatti «soli cinquanta
esemplari» (in litografia) ; nè dissimile deve essere stata la tiratitra
dtl corso precedente e del successivo. Il che spiega come i tre testi non
abbiano avuto diffiisione alc,.na, fuori della ristrettissima cerchia degli
studenti modenesi di quel tempo, e siano oggi pressochè irreperibili {I).
Fatto il raffronto fra i tre testi, mi è sembrato senza d"bbio da pre-
ferire l'ultimo, come il più ampio ed elaborato; ed è questo, pertanto,
che qui vede integralmente la litce. Ad esso ho creduto però opportuno

(I) Non mi sarebbe stato for;.e possibile procacciarmi i predetti corsi, senza il
benevolo aiuto di D. Silvio Petrone, Arciprete di Limosano, fratello di Igino. Alla
sua memoria (~sendo egli frattanto defunto) mando un reverente saluto.
V!U Pre/allione

di far segufre la parte speciale (Filoso.tia_ particolare del diritto), che


si trova nel primo testo, e non fu riprodiJlta negli altri due. Benchè
questa parte sia stata, forse, formalmente meno curata, essa pure oUre
un interesse abbastanza notevole, specialmente se si tenga presente che
la sua composizione risale ad oltre mezzo secolo addietro .

•••
La pi<~blicazione di qtteste lezioni, fi>1ora non date alle stampe,
costitttisce lo scopo essenziale del presente volnme. Nd q11ale hu vo/11/0
tuttavia inclttdere alcuni altri scritti dello stesso Petrone, che, Pttr es-
sendo stati già editi, sono generalmente men noti e meno facilmente
accessibili a chi """ possa o non voglia farne particolare ricerca. Se
i limiti del presente volttme lo avessero consentito, la scelta avrebbe
potttto estendersi ad altri saggi, non meno e forse ancor più importanti,
del 1nedesimo insigne autore, come ad es. quelli compresi nel volume :
Problemi del mondo morale meditati da un idealista (edito dal San-
dron nel r905). Ma ognww intende le ragioni che mi hanno indotto
a seguire il detto criterio ; essendo ovvio che il presente volttme non pttò
nè t'>ole sostituire gli altri che ogni studioso ha già, per così dire, a
portata di mano, m• solo offrire 1'n complemento di essi.
Gli scritti inclt1si i11 q11esto volttme (oltre le lezioni) sono, per-
tanto, i seguenti :
r) Un nuovo saggio sulla concezione materialistica della storia
(in " Rivista internazionale di scienze sociali e discipline ausiliarie ",
Roma, agosto r896).
2) L'ideologia del Rosmini e quella degli altri (pubblicato, col
titow : La sua ideologia e quella degli altri, nella Parte seconda
dell'opera collettiva: " Per Antonio Rosmini nel primo centenario
della sua nascita", Milano, Tip. ed. Cagliati, r897).
3) Della Sociologia come scienza autonoma (in " Atti della
R. Accademia di Scienze morali e politiche di Napoli", Vol.
XXXVI, r905).
Prefazione IX

4) La Sociologia e la sua elisione logica nella Filosofia dello


spirito (ibid.).
5) A proposito delle condizioni subiettive dell'imputazione pe-
nale (in "Atti della R. Accademia di Scienze morali e politiche di
Napoli, Vol. XXXIX, 1909).
6) L'inerzia della volontà e le energie profonde dello spirito
( /Jiscorso per l'ina.ug·urazione dell'anno accademico r909-r9ro .del-
/' Università di Napoli, r909).
7) L'eteronomia come momento del dovere (in «Atti del I II
Congresso delht Società Filosofica Italiana», Modena, r910).

* Ife *

Chi conobbe personalmente il Petrone, conservò sempre vivo il ri-


cordo della wa nobile e giovanile figura (poichè egli 1<scì dalla giovi-
nezza solo per entrare nell'immortalità), del suo luminoso sorriso, del
suo eloqi<io armonioso e vibrante di altissima spiritualità. Si comprende
come egli dovette essere amato dai s"oi discepoli. I o non ebbi la fort..na
di essere tra questi, anche per la non grande differenza di età che ci
separava : già io avevo seguito il corso di Filosofia del diritto del prof.
Vittorio Wautrain Cavagnari nell'Università di Genova (r896-r897),
prima che il Petrone iniziasse il suo insegnamento in quella di Mo-
dena. E già in quel tempo lontano, e forse anche prima, si erano ve-
nule delineando nella mia mente, per solitaria meditazione e per lo
studio dei classici, q"elle permasioni fondamentali intorno ai problemi
della Filosofia del diritto, che, sebbene in contrasto colle opinioni al-
lora predominanti e talvolta anche con quelle dei miei piw tanto sti-
mati maestri (mi riferisco qui, oltre che al Wa,.train Cavagnari, al
Vanni ed al Filom,.si Guelfi, come pure al Kohler e al Lasson), dove-
vano restare immutate nel corso successivo del mio pensiero. Nemmeno
gli scritti del Petrone poterono esercitare, nel formarsi di q"elZe pers"a-
sioni, un infi1.esso determinante, avendo io preso ,conoscenza di essi
solo più tardi. Ricordo però ancora la lieta emozione e il vero ent,.siasmo
CENNI BIBLIOGRAFICI

A) SCl<TTTI DI IGINO PETRONE

lin clenc<• (incompleto) degli scritti di Igfoo Petrone fu pubblicato nell'Annuario


dell'l:nivcri:;ità cli Napoli (1\, 1913-1914), insieme col necrologio di lui, dovuto a Fi-
lippo Masci. Vn altro elenco, più numeroso e assai utile, benchè non scevro di la-
cune ed inc~<i.ttezze, trova~i nel volume: L'omaggio della dottrina e della cultura ita-
liana ali" memori<i di Igino Petrone per l'ina1u:ura~ione del suo monumento in Limosano
(XX I Ottobre 1917), edito a Campobasso, Tip. Colitti, J917, pag. I) e seg. Una com-
piuta ed l'.satta bibliogratia (chl'l dovrebbe comprendere anche non pochi scritti sparsi
in varie riviste, comi"! "Il Hinnovamento n, "La Cultura», la u Rivista internazio-
nale dì !idenze sociali e di!;cipline ausiliarie D, la u Rivista italiana di Sociologia»,
ecc.) non fu ancora compilata.
Qui si dà soltanto 1m elenco (debitamente integr"'to e corretto, in confronto a
quelli µnbhlicatì finora) degli .acritti più not'cvoli:

1. La Filosofia politica cantemporanea. App1mti critici (Trani, 1892; 24 ed., Roma,


'9''1)·
2. La teYra tiella odierna Econ&mia capitalistica. Studi di Sociologia economica (Roma,
1893).
3, I lati/ondi siciliani e la j>Yossima legge agraria (Roma, 1895 ; estr. dalla 4 Rivfata
internazionale di scienze sociali e diEcipline ausiliarie», A. I1 I, aprile e mag-
gio 1895).
4. La fase recentissima della Filosofia del dritto in Germania (Pisa, 18g5).
5. La Filosofia dell'anarchia (in «Rivista internazionale di scienze sociali e disci-
pline ausiliarie», Roma, A. IV, aprile 1896).
6. La Filosofia del diriUo al lume dell'idealismo critico (in. a Rassegna Nazionale li,
Firen?.c, A. XVHl, 10 giugno 1896).
7. Un nuovo saggio sulla concezione tnaterialistif;a della storia. (in «Rivista intema-
zionale di scienze sociali e discipline ausiliarie li, Roma. A. IV, agosto 1896).
8. J l valore ed i limiti di una psieogenesi della morale (in r1 Hivista italiana di Fi·
lcsofia », Roma, A. Xl, Voi. II, settembre-otlobre 1896).
9. Le nuove forme dello scettieismo nwralc e del. materialismo giuridico (in «Rivista
intern.J.Zionale di sci. nze sociali e discipline ausiliarie», Roma, A. IV, settembre-
ottobre 1896).
10. La sua [di A. Rosmini] ideologia e quella degli altri (nell'op. collettiva: «Per
Antonio Rosmini nel primo centenario delJa sua nasc.:ita »,Milano, 1897, P. II).
XIV Cenni bibliografici

u. Contvilmlo all'atU1.Usi dl:i carattU'i diUerenriali del dritto (in u Rivista italiana
pet le aden:ze giuridiche 11, Voi, XXII -XXV, cd estr., Torino, 1897).
l z. La storia m'itrna ed il P,-Qblema fWesente. della Filosofia del diritto (Modena, 189~}.
13. J li•miti dol dtittrminismo s""ienHfko (Modena, 1900; za ed., Roma, 1003).
14. F. Nìatzscl1e e L. 1'olstm. Idee morali del tempo (Napoli, 1901).
15, La oisione della vita e l'a.rtc di Ma11sifno Gor'ti (Nopolì, 1903).
r6. Lo Sttito til6Yca.ntile chit~., di G. Am. Fichte e la {'1'en;cssa teorica dcl com1111i~mo
gittridico {Napoli, 1904-),
17, Problefl~i dtJl mondo nrovaie meditati aa tm idealislo1 (Milano, 1905). (Ln questo
volumo sono tw.'.CQlti akunì dr!"ì !$aggi di~11zi notnti, cd inoltre i seguenti: Il
problitma della fflorale: Il val.ore della 1•ita ,· L'Efì.ùt tome filoso{i 1 llefl'm;fot1t1,,
1

camt1 intuizione del mmtào; i due pruni già c.>.diti separatamente, l'ultimo inedito].
18. Della Soti.-Ologia Ct)nM ~c.-ienza aulonoma (Napoli, 1905).
19. La SocWlogia e la ma eli.sian~ logica nella i--ilosofi•i dello spir'ilo (Na.poU, 190.'i).
10. A p1oposilo delle condi;foni .subieUìtM dell'impula-ai<.s11B pt.lnale (Napoli, H>OO),
21. /~'inerzia deUa oQlon.tà e le er1ergù1 profonde tlelto .spirito (Napoli, 1qo9).
22. Il difit.J.-0 net mondo dell-0 spirito. Saggio (il<JSofico fMilrlllo, 1910). [Questo volume
çomprende cinque memorie lett~ alla R A1..-cadcmia cli Scienze morali e poli~
tiche di Napoli ne.gli anni 1906-1909, col titolo complessivo : Il diritto nel sisttma
della Filosofia dello .spirito].
13. L'eteronomia come ni.o111tJNUI @l dovero (in -<Atti del III Congresso della Società
Filosofica. ltaliana 11, Modena, l910}.
~4· li Sannio modsrno (Economia e psic-Ologia dcl Molise) (Toriuo, 1910).
~5· A p,,oposUo de-lla gusrra 11oslra (Napoli, 1912). [Contiene le tre memorie seguenti,
lette nel 19u allo. R. Accademia dì Scienze morali e polìtiche di Napoli : !11-
toJ'ffQ alla presunta ree-0gnìsione della souranità t'e/igiosa al CallUa ; Il dfrittc di
grwra dei popoli di natura e gli alteggiamenti umanitarii del dir.Wo intcrnazionale :
~ pictola morale della pac<t e la gr-ande morale dello guerra e dell'effusione del.
sangue].
26, Dopo auer sf;nfito lsabeau, (JUUe.o del vakwe, del .significato e del potere espressivo
del peusiet'o nell'arte musùale. Af>Punti dal e Diario di un f>rofano ». (Memoria
letta. alla, R. Accademia di Scienze morali e politiche di Napoli, iu a Atti 11,
Voi. XLI!, Parte I, t913).

{OPERE POSTUME).

27. Bti&a (Milano, 1917). [Corso di lezioni tenute nell'Università. di Napoli nell'anno
1905-1906, m(:(:O}te da Giuseppe Ferretti. e rivedute dallo stesso Petrone; pub-
blicato a c.ura e con introduzione di Guido Mancini].
z8. Asoetica (.Milano, 1917). [Corso di lezioni tenute nell'Universit.c-\ di Napoli nel~
1)anne 1908~1-909) rac<:0lte da Vincenzo Gargano ; pubblicato a cura di Guido
Mancini].

Il libro: La fase ruentissima della Filosofia del dritto i·n Germania vide la luce
anche in lingua spagnuola (La Ultima fase de la Fil.oso/la del DcreçJw en Al,mania,
VersiOn espaiiola de C. De Reyna, Madrid, Ca.sa editorial Calleja, s_ a.}.
Cenni bibliografici xv

8) SCRUTI SU !GINO PETRONE

Uell'cipcra del Perrono trattarono numerosi nutori, Noto qui alcuni deg)i scritti
pìù sig'nificativi:

1. F. FLORA, La tloltrina dello Stato e lrl Filosofia politica ce>ntemp()ranea (in c1 Gior-
nnle degli Economisti», fa.se. di settembre, ottobre e novembre 1893).
:.. t\. TAGLIAFERRI, La Filosofia politica contemporanea (iu 11 Rassegna Nazionale 11,
A. XVI, 16 !'!ettembre 1894, pag. 201-221).
l· G. TAURO, I recenti inrliri:zi della Filosofia dt)t diritto in Gsrmania (in «Rivista
ìtnlinna di Filosofia 11, A. XT, Voi. I, Fase. H, marzo-aprlle 1896).
4. I. VANN1, La Filosofm del diriJlo in Germania e la ricerca positiva. Nota. critica
(in,, Rivista italiana per le scienze giuridiche li, Voi, XXII, Fase. I, ottobre 1896).
5. S. FJ{AGAPANP.:. Rit•ista analitica di La fase recentissima della Filo,-;ofia del dYitto
in Dermania {in <! RivifJta scientifica del diritto», A. f, Fase. II, febbraio 1897,
pag. 100-111).
f•. A. FAOGI, Sui limiti del determinismo scienti/i&<> (in n Rivista di Filosofia, Peda-
J:{o?,ia e sdenze affini», A. JI, Voi. III, n. 5, novembre li)oo, pag. 374-387).
B. CRoCK (in u La Critica u, A. i, Fase. I, gennaio 1903, pag. 73-75 ; A. III,
Fa'lc. 11, marzo 1905, pag. 146-1.50; A. V, Fase. Il!, maggio 1907, pag. 225-229).
B. G. Dm. VECCHIO, Il c<1munismo giuYidico del Fidite (in «Rivista italiana di So-
ciologia 11, A. IX, Fa!=!<'. 1, g:ennaio-febbraio 1905).
9. A. RAV.\, fl socialismo di Pichte e te sue basi filosofico-gi"ridiche (Milano, 1907).
io. A. B0Nvcc1, L'uniti/, politica (A propo.-;ito di un libro di lgfno Petrone) (in «La
Cultura contemporanea J), A. II, n. u-12, 1-16 giugno 1910).
A. PAGANO, Alcune conskierazi<mi sulle dottrine gnoseologiche (in r1 Rivista italiana
di Sociologia», A. XIV, Fase. V-VI, settembre-dicembre 1910).
u. A. TtLGUER, It diritto come prodotto dell'autocoscien.:a (Roma, Direzione del
Commento, 1911).
13. G. DE MoNTEMAYOR, Storia del di-ritto naturale (Milano, 19u), p<tg. 823-824,
840-841.
14. G. RENSJ, Neo-kantismo e neo-idealismo assoluto nella Filosofia del diritto (nel
vol.: Il genio etico ed altyi saggi, Bari, rg:cz, pag, 295-314).
15. R. FUSARI, Nuovi studt e nuovi orientamenti nella Filosofia del dU-itto (in « Ri-
vista di Filosofia neoscolastica li, A. IV, n. r, febbraio 1912), pag. xo6 .. ro8.
:r6. E. DI CARLO, L'opera /Uosofico-gi!Ul'idica di Igino Petrone (in Saggi t:Yitici ài Ff,-
lo.-;ofia del diritto, Vol. I, Palermo, 1913),
17. [A. GEMELLI], Igino Petrone (in «Rivista di Filosofia neo-scolastica», A. V,
11. 4, agosto 1913, pag. 457-458).
18. S. PANUNZIO, Igino Pt;trone (in« Rivista di Filosofia J), A. V, Fase, IV, settembre-
ottobre 1913).
19. G. FERRF.T.rI, Igino Petrone (in "La 1'i uova Cultura "• A. I, Fase. XI, novembre
I9IJ).
zo. F. MASCI, Igino Petrone (in u Annuario dell'Università di Napoli», A. 1913-1914;
e nel vol. : L'omaggio della dotlYina ecc-., cit. infra, pag. 1-9).
XVI Cenni bib!;iografici

'2r. P. RAGNtsco, Per Igino Petrone (in q Atti del H. Istituto Veneto di Scienze.,
I.ettere e~i Arti», 1'. LXXIII, P. li, 1914).
22. V. MICELI, Printipii di Filosofia del dù'itfo (Milano, 1914), pag. 81q·85.?; id.,
211 edizione (Milano, 1928), pag. 751-754.
'2J. G. MANCINI, Introtluzi<me all'E"tica del PBTRONR (edlz. postuma, Mib.no, ~- a.
ma 1917, pag. Xl-XLII).
24. L'omaggio della dottrina e della cultura italiana alla ttMmm·ia di. ff!i'flo Petrone
per l'inaugurazione dcl suo monumento in U<nwsano (XXI oUobrr MCMXFII)
{CampobaS!iO, 1917; con Prefazinne, Btbliogrc•fÌ<i e Nota di G. A. [GAI-:TANo
AMOROSO]).
25. G. 0-P. MOl'\1"EMAVOR, Su ~La fa.~t: Yeamtissima della Filosofi,-i dc.I dritto i11 G"r·
mania 1• (ne-I voi.: L'oY1Ja{(f{Ù> della dottrina ecc., dt., pn.i:;. ,'iJ·h8).
:Z<i. S. PA!ll'UN7.Io, Lo Stato giuYidicn rullacot1aaion.e di Igino Pèl,'(}1/e (nel voi. : l,'omag
gio della dottrina e<;c,, dt,, pag. i0·91),
27, G. SOLARI, Il prolilcnta filosò{ico del dìritto mll'ofuwa di Igino Petro,,e (i/Jid.,
pag. 112-150).
28. M. nARll.l.ARI, Igino PetYone ti.ella t.•ila {! net pttisfrro {Discorso pl'onunzinto in

Limosano il •Zf ottobre 1917, per l'inaugur.azinne del monumento di Igino Pc-
tr<1ne). (lbid., pag. 201-2.l5).
~9. A. D'A~IATO, L'11. Ascetica i> di lgiuo Petrcme. CoH ""saggio iuetiito (Napoli, 1q19).
[In Appendice il sa~gio del PitTRONR: La eausalità spirituale e l'autonomia mo-
rale dell'asiane nJci('roca iltlle ani-me 1m1atte].
30. S. Au..oc-.mo, Il dii·itto nella conu.."1oHil di lgfno PtlYone (nel voi: Le nuove teorie
tlfll diritt-O, ~mano, 1925, pag. 111-123).
31. E. BRu~ov, L'idea del diritto mlle nriOl'e correnti della Filosofia giuridim in Italia
(Napoli, 1929), pag. 5r-54, 140-14:!'.
3·2, F. OLGIATI, La rinascil:i dtl diritto naturale in Italia (Milano, rq30; estr. da
ir [a Scuola Cattolica,), marzo-aprile 1930), pag. 23-:z5.

33. G. AMOROSO, Tra i vit:urdi di un filosofo moli$ano. Igino Petrone e Giorgio Del
Vecchio (in ~Il Giornale d'Italia.)> [edi2:. meridionali]. 17 marzo 193.z ; ristamp.
in 11 La tribuna Il, id., 16 ottobre 1937).
34. A. PoGG1, Idealismo metafisico e assiologico: lgfno Petrone (nel voi. : Il concetto
del diritt.1 e dell-0 Stato 11dla Filosofia giuri.dica italiana contemporanea, Padova,
1933, pag. 83-97).
35. F. AQUIL.ANTI, Igino Petrone (in tt Rivista internazionale di Filosofia del diritto »,

A. XIII, Fase. I, gennaio-febbraio 1933).


36. M. F. ScuccA, L 'id-ealismo crit-ico di Igino Petrone (in e: Logo:; o, A. XX, Fase. I,
gennaio-marzo 1937}.
37· .G. PERTICONE, 1'euria del diritto e dello Stato (Milano, 1937), pag. 92~b.
38. G. M. FERRARI, Intorno all'ope:ra di Igino Petrone (Bologna, 1938).
39. R. BA.TTU.:-o, Les dcclrin.es iuridiqiees cqntemporaine~ e-n Italie (Paris, 1939),
pag. 84-91.
40. G. Al~LINEY, 1 pensatori della seconda metà del secolo XIX (Storia della .Fi!o·
sofia italiana dirett4 da M. F. Sciacca, VoL 22, Milano, 1942), pag. 302.303.
•P· G. ABBÀ, Il pensiero gfuf'·idico di Igino Petrone (Pinerolo, 1949).
G. D. V.
I.

FILOSOFIA DEL DIRITTO

I. - P.anoin:, Fiki!#J/ia del dj7itfo.


PROEMIO

Si presenta anzitutto il problema di legittimare l'essenza scientifica


della filosofia del Diritto. Parrebbe contestabile che una disciplina debba
porsi il problema della propria esistenza, ma è necessario per la nostra
scienza.
Le scienze etico-pratiche cercano di fissare le norme di condotta
della vita sociale, fissando un tipo di idealità etica, cui deve avvicinarsi
la vita dell'individuo e della società. Ora la nozione di quest'ordine mo-
rale è incompatibile con la intuizione materialistica del mondo oggi
dominante. Di qui la crisi apertasi nel seno delle scienze morali: di qui
appunto nasce e si acuisce il problema della legittimità delle scienze mo-
rali, e fra queste della filosofia del Diritto.
La filosofia spiritualistica considera la natura secondo il principio
delle cause finali, concepisce tutti gli enti dell'universo come sollecitati
da un principio ideale e tendenti e gravitanti verso una meta ideale,
pone in tutte le cose una finalità, un ordine. Oltre all'uomo, essere i~
telligente e perfettibile, tale concezione accorda una finalità a tutti i
fenomeni naturali, e le stesse forze inanimate ravvisa inconsciamente
rette da un ordinamento immanente in esse, ma determinato e sorretto
da wia potenza trasceridente ad esse, da una potema creatrice e .conser·
vatrice. L'ordine morale è trasferito quasi nei fenomeni subumani,
con intuizione antropomorfa della natura.
Data cosiffatta intuizione del mondo non aveva ragione di sussistere
il problema della legittimità delle scienze morali, le scienze materiali
erano pur esse quasi morali, e la natura appariva nella forma di una
idealità etica e di una forma estetica.
A questa :filosofia spiritualistica si venne sostituendo una intuizione
materialistica del mondo, rappresentata oggi dai prevalenti indirizzi del
determinismo meccanico, i quali generano il convincimento che le scienze
morali debbano avere per fondamento il metodo naturalistico.
Per la filosofia spiritualistica tutte le cose tendono ad un fine ed in
tal fine hanno la ragione sufficiente di essere : per la naturalistka i fe.
nomeni si riducono ad una concatenazione di cause e d'effetti, per cui
4 Igino Petrone
-----·
una data causa non può se non produrre ciecamente un effetto dato e
nulla più di questo effetto.
La filosofia spiritualistica è governata dal principio d>elle cause
finali: la naturalistica dal principio delle cause efficienti.
NelI1intuizione spiritualistica ogni essere tende verso un tennine ob-
biettivo desiderato, ha un ordine di fini ossia di mete ideali prcfiggibili
a, priori; nel mondo meccanico invece non esistono che effetti, ossia
risultati ciechi e matematici di determinate cause.
L'ordine dell'universo traducesi quindi in un'equazione, i cui ter-
mini sono gìà dati : nessun nuovo fatto può intervenire, che non sia
predisposto nella serie dci termini antecedenti. Le forze nuove. corri-
spondono a nuove forme, a trasformazioni di forze preesistenti; ogni
fenomeno è effetto necessario di una pluralità di cause, le quali sono
come i componenti di un'addizione, alla quale non si può aggiungere un
tem1ine nuovo senza alterarla. Vi è quindi rigido rapporto di equiva-
lenza e omogeneità tta i diversi fenomeni dell'universo; non esistono
fenomeni superiori e fenomeni inferiori; non esistono determinazioni
superiori alle cause determinanti, conseguenti superiori agli antecedenti,
effetti superiori alle cause.
Se il fenomeno causa avesse estensione e contenuto -minore del fe-
nomeno effetto, una parte dì questo resterebbe senza causa, e ciò sarebbe
contrario al principio delle cause efficienti.
Secondo il determinismo il bene non ha più ragione del male nell'e.
conomia dell'universo morale, come i poli non hanno più ragione dei
tropici; ogni fatto avviene per determinate cause_ le quali non potevano
produrre che quell'effetto: questo è legittimo e quindi è bene.
E laddove la filosofia spiritualistica modella i fenomeni naturali
sugli umani e traccia una progressione di fini, una legge superiore al
fatto, la materialistica modella gli umani sui naturali, elimina ogni dif.
ferenza tra il possibile e l'attuale, fra la potenza e l'atto, l'ideale ed
il reale, e nega :
r' l'obbiettività del bene nella natura;
2° la facoltà nell'uomo di attuarlo.
Una scuola edettica sostiene che. nel mondo naturale non vi è un
ordine di bene, ma vi è nell'ordine umano: gli uomini hanno posto
questo fine; e.osi che l'umanità è come un miracolo nella natura, un mi·
sterioso potere produttivo di un'attività nuova, il bene. Tale dualisr;no
abusato è contrario alla legge di continuità; non può esistere questo
abisso fra la natura e l'uomo : il mondo naturale è come il simbolo
Filosofia del diritto 5

depotenziato e la immagine scarna del mondo umano; il suo preannun-


zio, la sua fase preparatorìa; si deve in esso trovare una traccia di bene.
II determinismo nega la libertà perchè la volontà è presa nell'ingra-
naggio della necessità universale, ed agisce per cause predisposte. Esso
esclude nell'uomo la possibilità dell'azione; inaridisce cioè le sorgenti
della vita morale.
Sostituita alle cause finali la teoria deterministica delle cause effi.
cienti, è impossibile una 1norale ed un diritto propriamente detto,
che sono forme in cui si spiega la lotta dello spirito contro la natura,
e della libertà contro la necessità. La morale e il diritto sono non il
domini<> delle cicche cause efficienti, ma delle cause efficienti dirette ed
illuminate dalle cause finali. La morale e il diritto sono il dominio della
finalità, della libertà, dell'azione, dell'ideale.
Dato il determinismo universale, si potrà forse tessere la storia del-
l'umanità, non ]a sua scienza, ]a fisica dei costumi, non 1'r-tica.
Poichè il determinismo meccanico governa oggi il mondo del saperct
urge a noi dimostrare con. ragionamenti fondati suUa stessa scienza
contemporanea, che Ja filosofia dd Diritto ha scientificamente ragione
di essere.

LE CAUSE FINALI NELLA NATURA E NELL'UOMO.


IL BENE. LA LIBERTÀ

La concezione deterministica del mondo insegna che le categorie


del bene e del male hanno valore relativo a l'uomo, ossia le cose sono
beni o mali non per se stesse, ma quando le si riferisconD al benessere
soggettivo dell'uomo. L'uomo collocando sè a centro e misura dell'uni..
verso (concetto antropocentrico) apprezza arbitrariamente le cose, ri..
ferendole a se stesso e chiamandole beni perchè soddisfano il suo
desiderio di felicità. In sè ed oggettivamente le cose sono quello che
sono : non beni e non mali : sono, ecco tutto. Che se si vuole parlare di
bene, si parli pure; resta sempre che il bene è categoria umana, e non
estensibi1e al mondo de la natura; come è pertin~a e contingenza
umana la finalità o il principio de le cause finali.
Quello che è, è in quanto effetto di cause date, o conseguente neces-
sario di dati antecedenti: nulla più, nulla meno.
Ma il bene, si risponde, è predisposto ne l'ordine de la natura e dei
fini de l'universo.
6 Igino Petrone

Il principio di cause ed effetti che governa la concezione materiali.


stica dcl mondo, è subordinato, non esclusivo. Il principio di causa è
principio fondamentale, che rende intelligibile l'universo, ed è fonda.
mento di ogni scienza: ma non il solo principio di causa e'fficiente, bensì
ad un tempo, e coordinato ad esso, il principio de le cause finali.
E il torto ùc la metafisica del matc1ialismo è di aver posto una con~
traddizione tra le cause finali e le cause efficienti.
Esiste una concatenazione di cause ed effetti ed esiste pure il do..
minio della finalità. II mondo presenta due diversi aspetti secondo l'an~
gola visuale, sotto cui l'intelletto lo guarda: per un aspetto ogni cosa è
risultato cieco cd inconsapevole dei suoi antecedenti : per l'altro ciò
che pareva semplice effetto e risultato inconsapevole è effetto ideato,
rappresentato, consaputo, voluto, cioè a dire, è fine.
Onde il principio di causalità è duplice: visto prospettivamcnte è
principio di .('ause cffidenti, visto retrospettivamente, è principio di
cause finali.
La relazione di causalità impera in ambo gli aspetti: come vi è lca
game causale tra antecedenti e conseguente, così vi è legame causale
tra mezzi e fine. Nel principio di causa efficic:nte, gli antecedenti (causa)
approdano ad un conseguente (effetto) ; nel principio de le cause finali
i mezzi raggiungono un dato fine. Se non che il fine ha questo di
proprio che esso è, a.d un tempo, effetto e causa : effetto in quanto il
suo raggiungimento è opera dei mezzi; causa in quanto i mezzi sono
stati messi in opera appunto in vista di raggiungerlo. E quindi l'idea
o la rappresentazione di esso ha preceduto i mezzi ed ha presieduto a
la loro scelta. Il fine è la causa finale dei mezzi : come i mezzi sono la
causa efficiente del fine.
La differenza fra i due principi di causalità consiste in questo, che
il principio de le cause efficienti è inconsapevole processo di cause ed
effetti; il principio de le cause finali è processo consapevole, cosciente.
Il dualismo filosofico di certe forme de la filosofia spiritualistica scinde
e separa queste due maniere di relazione causale, che considera come
parallele e non come convergenti, ed applica, l'una a1 mondo fisico,
l'altra al mondo morale, determinando un assoluto distacco tra l'uno e
l'altro. Nel mondo fisko governerebbe il processo inconsapevole de le cause
efficienti, nel mondo morale il processo visibilmente consapevole de le
cause finali. Teoria che noi non accettiamo, pe.rchè, secondo essa, la fi~
nalità ed il bene sarebbero fenomeno puramente umano, non predisposto
ne l'ordine de la natura, un hiatus o un miracolo.
Filosofia del diritto 7

J\1a più erroneo ancora è il materialismo scientifico, il quale invece


di subordinare la causalità efficiente a la causa finale, subordina questa
a- quella, o elide questa in quella, e per aver visto nel mondo de la
natura un pdncipio inconsapevole di cause ed effetti, estende l'inconsa-
pevolezza de le cause effi.tienti anche al mondo morale.
Certo, esaminato ne le sue forme visibili, il processo naturale è
inanimato cd inconsapevole: esaminato più addentro ed in rapporto a
le forze superiori, che lo governano e lo sorreggono, esso ci fa balenare
dinanzi trac<:e discernibili di consapevolezza, di animazione, di finalità.
Anche la nostra filosofia è monistica, in un certo senso, ma il nostro
monismo non è quello del materialismo, bensì il contrario. Il materia-
lismo scientifico spiega le forme superiori con le forme inferiori, e ri.
duce tutto al meccanismo: il nostro monismo idealistico spiega le forme
inferiori con l'aiuto de le fanne superiori, di cui quelle sono l'abbozzo,
il rudimento.
Accettando il monismo idealistico in ordine deJla natura, noi vo.
gliamo trovare nel bene la forma più progredita di un principio di fi-
nalità, che è nel mondo naturale stesso, quasi preannunzio del mondo
morale.
Il principio agente e conservatore de l'universo, che si manifesta
ne l'uomo ne le forme di un'attività cosciente ed operante per dati
1

fini, ne le forme inferiori opera per via di una necessitazione inconsa.


pevole : non che esso sia inconsapevole de la sua azione, ma ne sono in.
consapevoli gli enti .agiti, ossia la sua azione è incorporata in tal guisa
ne gli enti naturali, che agisce su di essi, senza che quest'azione sia ad
essi presente, sia da essi sentita o si origini dal loro stato interiore. II
principio fondamentale del mondo fisico è l'inerzia dei corpi, ossia l'as..
senza del movimento assoluto, centrale, spontaneo. Le masse infini·
tesime, come le masse finìte non agiscono per forza interiore, nè danno
una sollecitazione intrinseca al movimento, ma la ricevono dal di fuori
(vis impressa a tergo. Newton). La molecola materiale nbn rappresenta
nulla -che si muova di per se stessa, perchè è inerte; opera bensì sovra
altre molecole per le leggi de l'attrazione e de l'affi41ità, ma non in se
stessa o sovra se stessa; nessun corpo ha un'attività che agisca su
se stesso e solo può agire su altri corpi. Il movimento non è assoluto
ma relativo, nè iniziale ma derivato ed impresso, perchè è tutto un reci.
proco movimento correlativo de le molecole materiali, nessuna in sè,
e tutte verso le altre. L'attività è correlativa e transeunte, non assoluta
ed immanente.
8 Igino Petrone

Ciascun ente naturale è la mediazione passiva ed inerte di una forma


di attività, di cui non è pa1tecipe, nè cosciente. La consapevolezza è
proprietà del principio agente de la natura che opera in essi, non dei
corpi da quello agiti.
I corpi materiali sono mediazioni e simboli di un'attività consapevole
che opera su di essi, che li governa e li mantiene.
Ora il materialismo scientifico esagera ìl processo cieco ed inconsa..
pevole de le cause efficienti de la natura, perchè guarda precisamente
le apparenze visibili ed immediate, guarda l'inerzia dei corpi, e non si
solleva all'altezza de l'esame più profondo del principio agente de la
natura, che ne gli clementi inconsapevoli de la natura opera consape.
volmente, e secondo la ragione del fine.
li mondo fisico non deve essere studiato solo ne le sue apparenze
immediate, ma ne le sue ragioni remote. Inconsapevole e cieco a prima
vista, esso si porge come un processo mediatamente consapevole, quando
lo si riferisca al principio agente e conservatore de la natura, che lo
crea, lo sorregge e lo indirizza a le finalità de l'universo.
I fenomeni fisici hanno una significazione superiore alla loro appa-
renza; essi sono effetti di cause la cui gestazione primitiva si sottrae a
l'osservazione ed a l'esperienza immediata : se però il limite iniziale
de le cose sensibili è di là de la nostra esperienza, non vuol dire che
non esista, e la filosofia non possa individuarlo e caratterizzarlo per via
di una intuizione razionale. A norma di questa intuizione le cause effi.
denti de la natura appaiono come subordinazioni e mediazioni de le
cause finali, ossia dei fini consap1Jti e voluti dal principio attivo de l'u-
niverso.
Salendo ne la scala degli esseri, nel mondo biologico, psicologico,
sociale, l'azione del principio agente de la natura si avvia progressiva·
mente verso l'autonomia e la consapevolezza degli esseri. Non solo esso
opera consapevolmente, ma consapevoli de la sua azione e presenti ad
esso, sono anche gli esseri sui quali opera. Non si tratta più di corpi
inerti, ma di esseri viventi, individui, persone; esseri animati, coscienti,
i quali sono dotati di un'attività non soltanto transeunte come le mole-
cole materiali, ma imm:i.nente in se stessa, un'attività presente a sè mede·
sima, e che muove l'essere da cui procede: si ha insomma la coopera-
zione progressiva degli esseri agiti" col principio agente de la natura.
Gli esseri si muovono spontaneamente, il movimento è assoluto e
fluente ab inti<s, il principio agente è quasi spezzettato· e rifratto in tanti
Filosofia del diritto

esseri che sono agenti a se stessi. S'intende che questo processo di ap-.
prossìmazione e di cooperazione degli esseri al princlpio agente de la
uatura, è graduale e progressivo.
Così ne le forme vegetaJi, l'autonomia de l'individuo, ossia de la
pianta, è limitatissima di fronte a l'azione del principio agente de la
natura: meno limitata e maggiore è l'autonomia dc l'animale, il quale
ne ]a percezione ed emozione sensitiva e ne la sollecitazione interna
de l'istinto ha una potenza interna direttrice, benchè sempre necessi-
tata dal principio agente dc la natura. E l'istinto non è che l'azione di
questo principio nel mondo animale, non ne è che il simbolo de la limi-
tata consapevolezza.
Massima e veramente adeguata l'autonomia è ne l'uomo, il quale è
fornito di consapevolezza razionale e di poteri spirituali, con cui può
sottrarsi a le sollecitazioni e a le neict:ssitazioni de l'istinto, e tracciare a
sè fini ideali da raggiungere.
Non si dee mai perdere la nozione di questo processo di ascensione
graduale e progressiva de le forme e degli esseri, che è ad un tempo
rigoroso processo di continuità cd evoluzione ideale. Se si pone l'incon-
sapevolezza cieca da un lato e la prima consapevolezza da l'altro, e si
esaminino solo questi due termini estremi, si scava un abisso, evidente-
mente, tra i due mondi: fisico e morale: separazione assoluta, che di-
pende da un errore di percezione.
La consapevolezza esiste anche nel mondo naturale, meccanico; solo
che ivi essa è proprietà non degli enti agiti, ossia dei corpi, ma solo
del principio agente; dove che nel mondo psichico anche l'ente agito
è consapevole e agente.
Onde il processo visibile dc l'inconsapevolezza naturale è apparente,
ed è simbolo di consapevolezza reale, cioè de la consapevolezza del prin·
cipio agente de l'universo.
In tal guisa il principio de le cause efficienti, che è la formula del
processo visibilmente inconsapevole de le forze e de i movimenti de la
natura materiale, ci appare come un principio derivato e subordinato ad
un principio superiore, ci appare come un simbolo inadeguato, o un }i.
mite di approssimazione di una forza e di un potere invisibile, che con-
sapevolmente opera a traverso l'inerzia e l'inconsapevolezza de le forma-
zioni materiali.
Posto quindi che il processo de la natura sia soltanto in apparenza
inconsapevole, si potrà anche ad esso estendere il principio de le cause
IO Igino Petrone
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finali, senza turbare quello de le cause efficienti e ravvisare anche in
esso, e ne l'attività transeunte e correlativa che vi domina e ne l'ordine
che vi regna sovrano, come il preannunzio di quella perfezione o di quella
attività che chiamasi bene. Invero quest'intreccio di attività e quest'ordine,
posto in relazione con una mente atta a comprenderlo ed apprezzarlo, e
con un sentimento atto ad amarlo, acquista la qualità e la proprietà di
bene.
Se non che nel mondo dc la natura gli esseri sono modi e termini
inattivi ed inconsapevoli, a traverso i quali opera la forza, ed il bene
ed un giudizio di pregio che fa una mente esteriore agli esseri stessi,
non una perfezione interna da essi sentita e voluta.
Nel mondo de la vita e più ancora nel mondo de lo spirito cresce
inve<:::e l'autonomia e la consapevofozza 1 e si ha, progressivamente, il do.
1n:inio de la finalità immanente é del bene immanente. Ivi la causalità
esteriore non opera più come tale, ma in quanto è rappresentata e 11"10-
dificata dal soggetto senziente, cosciente e volente. Il soggetto è un
quakhecosa che è attivo, che reagisce al mondo esteriore e dirige la
propria attività verso fini e mete da raggiungere. I vi il soggetto pos-
siede i sentimenti del piacere e del dolore, l'uno che lo sollecita al bene,
l'altro che lo allontana dal male. lvi il soggetto ha la percezione e l'appe-
tito e la volizione del bene. lvi il bene è una perfezione sentita e voluta
da lo stesso soggetto. E la percezione stessa, e la volizione del bene
è progressiva e tende ad un'approssimazione verso l'ideale quanto più
si sale ne la serie de J1animalità.
Nel mondo animale strettamente detto impeTa sovrano l'istinto,
che, benchè sia una perfezione ed un'autonomia in confronto all'iner-
zia de la causalità meccanica, è tuttavia una imperfezione o una forma
inferiore di attività di fronte ai poteri spirituali de l'uomo.
L'istinto invero importa sempre. una necessitazione, per quanto in.
terna, ad agire, e rappresenta quindi come un residuo de l'inconsape.
volezza cieca e fatale che domina ne le forme inferiori del reale. Ne
l'istinto più che l'autonomia de l'animale opera il prindpio agente de
la natura. Ne l'uomo invece si afferma il principio razionale e volitivo,
che è superiore al principio sensitivo, istintivo : si afferma quindi un'au-
tonomia più alta e più prossima a l'attività creatrice e direttrice del prin•
.cipfo agente de la natura. L'uomo è la sintesi di ciò di cui la natura è
l'analisi; è un mkrocosmo nel quale sono ricapitolate, fuse, unificate e
superate 1e forme inferiori e intermedie de la vita naturale, a le quali si
Filosofia del di7itto II
~~~~- -~~~~~~~~~~-

sovrappone, domrinandò]e, un principio superiore di razionalità e di li·


bcrtà.
La causalità psichica umana è diversa da la meccanica; in questa
l'oggetto è passivo a l'azione fatale dc la causa; in queUa al contrario
l'azione dc le cause esteriori è subordinata all'anteriore rappresenta-
zione deJie cause stesse. ~ Causa fìnalis agit secundum suum esse
cognitum. -
Le cause esterne operano su l'uomo per l'intermediario delle idee,
che hanno valore più autonomo de l'istinto: ]'uomo può modificare l'ef-
ficienza dc le cause stesse, cd è la sua rappresentazione del potere ef-
ficiente dc le cause stesse che le rende efficaci.
La intui;done materialistica del mondo, che nega le cause finali e
l'obbiettività dcl hcne ne l'universo, fallisce a la scienza. Esiste il fine
in quanto ciò che appare come risultato de l'azione è causa de l'azione,
e l'azione operativa efficiente è condizionata a la rappresentazione an-
teriore dc le cause stesse, come fini e motivi de l'azione.
IJ bene esiste ne la natura come ordine inconsaputo agli esseri che
ne sono l'istrumento e consaputo solo a la mente del principio agente,
e a lo spirito contemplativo dc l'uomo. La natura è il recipiente di que-
st'ordine e lo strumento incosciente del bene e de la perfezione, della
quale segna solo una scarna imagine ed un simbolo smorto.
Procedendo oltre ne la serie de le forme de l'essere più manifesta
appare quest'obbiettività: si attenua e si elide il principio de le cause
efficienti, e ne l'uomo l'autonomia si solleva fino a la razionalità cd
ai motivi ideali: appai-e e si affe1ma la libertà, capace di superare
l'istinto.
E la libertà resta dimostrata da l'interno dualismo esistente ne l'or-
ganismo umano. L'uomo il quale coopera al principio agente de la na-
tura si eleva grazie a la ragione ed alla volontà su le necessitazicni fa..
tali de l'istinto, superando e dominando i bisogni e gli impulsi organici,
dei quali tanta parte del suo essere è passiva, come membro de la serie
animale.
E grazie ai poteri superiori de lo spirito, l'uomo si propone fini e
mete ideali da raggiungere, si propone motivi ideali, oltrepassa i biso-
gni e gli impulsi de l'attualità, preoccupa il futuro, sottopone le sue
azioni ad una norma, ad un tipo etico ed estetico di virtù e di dovere.
Ed è appunto dal dualismo tra le tendenze a le forme istintive de
la vita organica e le tendenze a le forme ideali e razionali chè nasce la,
libertà morale, ossia l'educazione de lo spirito nello eleggere tra le ne·
12 Igino Petrone

cessitazioni organiche <le l'istinto, de l'impulso o de) piacere ed i mo..


tivi i<lcali e razionali: la scelta dcl volere tra le due direzioni divergenti
ed incommensurabili de l'impulso e de la riflessione, dc l'istinto e de
]a ragione, dcl piacere e dd dovere, de la fclìcità e dc la virt\t, de la vi~
lenza e de la giustizia.
L'istinto è impeccabil-."'. e in.fallibile perchè è nrccssitazionc ad agire:
k forme de la vita animale coincidono con i fini dc la vita stessa. Men~
tre l'uomo per il dualismo tra le forme istintive e le fanne ideali ha fa.,
coltà di eleggere, e, purtroppo, quindi anche di deviare, e può volgersi
a )'ottenimento di quanto è sollecitazione de l'impulso istintivo. o a}
raggiungimento del fine ideale che siasi prefisso. Senza possibilità di
deviare dal bene non esisterebbe facoltà di eleggerlo e quindi di rag-
giungerlo, ne la stessa maniera che nel mondo meccanico non esiste la
mo1te pcrchè manca la vita. Della libertà può ripetersi quello che disse
il Pasteur de la vita: la vìta è una funzione de la dissimetria universa-
le, ed è per questa sua natura a-simmetrica che essa segna un progresso
ed una perfezione ascensiva ne la serie de le forme de l'essere: invero
la posizione simmetrica è caratteristica de le forme inferiori. La dissi-
metria supera l'uniformità e l'equivalenza del meccanismo: al principio
di uniformità si sovrappone un secondo dualismo: al principio di at-
tualità si sovrappone il conato di una idealità non ancora raggiunta,
Ja cui consecuzione rappresenta uno sforzo, una pena.
Ogni spontaneità è fenomeno dissinunetrico, e la più alta funzione
de la dissimmetria de l'universo è la libertà.
La concezione materialistica pone l'atto come risultato di componenti
dati, secondo la imperiosa, fatalistica ragione del numero, quasi addi-
zione di altri atti. Per tale concezione il supporre la libertà sarebbe come
supporre che il totale non corrisponda a la somma degli addendi. E
poichè ne l'addizione havvi ragione di necessità, <:osì la volontà de
l'uomo è determinata e necessitata da speciali antecedenti organici e
fisiologici: nè può quindi esistere libertà. Errore che deriva dal voler
applicare il determinismo logico.matematico ad un mondo incongruo
a la ragione del numero.
Studiando la serie progressiva de le forme de l'essere troviamo,
adunque, un dualismo tra il principio senziente e il principio razionale:
dtta.Jismo non esistente ne la serie animale. L'animale non è libero perchè
sollecitato da un impulso soggettivo, necessitante, ma è superiore al
. meccanismo perchè non passivo di cause esteriori : è simmetrico rispetto
a l'uomo al quale è inferiore, dissimmetrico di fronte a 1e forme mec-
Filosofia del diritto 13

canichc aJle quali è superiore, concorde a se stesso cd unilineare per-


chè esclusivamente governato da l'impulso istintivo.
Il volere, invece, ne l'uomo è bilaterale e polincare, esso oscilla tra
due poli, tra due direzioni, ossia tra due serie di beni incommensura.
bili: la direzione del piacere e dc l'impulso organico, la direzione del
motivo razionale e dcl dovere.
La polarit~ interna psichica tra l'istinto e la razionalità si riflette ne
la polarità esterna dei beni o dc le due serie incommensurabili di be~
ni, che sono:
a) i beni soggettivi, rappresentati dagli impulsi organici.
B) i beni oggettivi, rispondenti a tutte le fo11ne più elevate de l'in-
telligenza.
Mancando tale dualismo, l'uomo sarebbe uno in se stesso, simme-
trico, unilincarc, geometrico, non libero; la sua azion,e sarebbe inco-
sciente e fatale : gli mancherebbe la riflessione de le proprie azioni.
Finchè havvi unicità ed univocità di stati di coscienza, finchè una
funzione psichica è unica, non può cs!ìervi, a rigore, coscienza.
Il feno1ncno di riflessione cosciente nasce come fenomeno di rela.
tività, di disintegrazione e di contrasto. Quando le cause esterne non
perturbino la continuità dinamica del sentimento fondamentale interno,
ma le si coadattino, si ha uno stato incosciente, mancando un perturba.
mento, una, quasi, lacerazione de lo stato interiore.
La coscienza è il risultato di una discriminazione, di un disquili·
brio de lo stato psichico. Noi diveniamo coscienti allorchè un qualche
cosa cli nuovo, sovrapponendosi! a la nostra psiche, a quel sentimento
fondamentale continuo, che esiste in noi, turba l'equilibrio spontaneo
preesistente, e profonda è la filosofia pessimista, che riconosce una con-
nessione ne~essaria tra la consapevolezza e il dolore, la pena.
Il libero arbitrio è il risultato di questa legge positiva ed immanente
<le la polarità psichica. Ogni direzione volitiva comporta una dire.
zione antagonista, nel quale antagonismo appunto riposa e si afferma il
potere di scelta de la volontà. Senza tale polarità l'uomo sarebbe tra.
scinato da l'istinto, le cause esterne non opererebbero come motivi plu-
rimi, ma con1e unico, univoco, necessitante impulso: la facoltà de la
scelta involge il dualismo de l'uonio razionale e de l'uomo istintivo.
Essa, però, è l'uomo divenuto cosciente de l'istinto, e capace di do-
minarlo.
Questa libertà non è un potere continuo de la psiche, ma un discon-
Igino Petrone

tinuo che tramezza due estremi, due necessità; la necessità inferiore


de l'istinto, con.tm la quale la libertà dee lottare diuturnamente : la ne-
cessità superiore de l'abitudine, creata da lo stesso esercizio ripetuto
de Ja volontà. La continuata ripetizione de le stesse azioni produce un
automatismo psicologico, e l'uomo ne l'automatismo non è pili libero.
La libertà de l'uomo è così compresa tra la subcoscienza dc l'istinto
e l'incoscienza de l'abitudine.
Quando la virtù o la direzione dc le virtù diventa abito automa~
tico, Ja libertà si elide, perchè oltrepassa se stessa : si ha la santità.
Dio non può fare il male, per un verso è sovranamente libero, per un
altro necessitato. L'abito automatico de la virti1 o la necessitazione
psicclogiea del dovere è un'approssimazione a Dio. Quando invece
la ricerca del piacere diventa un abito automatico necessitante, la libertà
si annulla non per eccesso, ma per difetto. I~ il caso comune dc la con-
dotta umana. ·
Il determinismo de le male azioni iniziali necessita le male azioni
consecutive. La libertà e la responsabilità in questo caso si trasportano
alle azioni iniziali. Non vale allegare l'abito a propria discolpa: biso-
gnava non fare che si generasse e diventasse irresistibile.
E il merito de l'uomo consiste nel porre il principio di una resistenza
a l'attuazione istintiva, merito che cresce in ragione inversa de l'abi-
tudine.
Il Rosmini aveva edificato su fondamenta saldissime il principio de
)a Jibeità morale, conscio dei contrasti simultanei e alternativi de la
coscienza, tra le due serie inconunensurabili di beni, i beni soggettivi
e i beni oggettivi. Se fine de l'uomo foss.e il raggiungimento del bene
soggettivo, l'algida regola del numero governerebbe l'azione, nè l'uomo
potrebbe essere libero di attuare la pienezza del bene, perchè, esistendo
il solo ordine dei beni subbiettivi, l'appetito subirebbe l'influenza del
bene più attraente, essendo che tra i beni sensibili e commensurabili,
il mobile, l'impulso più forte (e dico pensatamente il mobile, l'impulso
e non il motivo) soggiogherebbe l'istinto.
Se non che, presentandosi a l'uomo per Io sviluppo superiore de le
sue facoltà, la serie dei beni obbiettivi, sottentra il principio de la non
equivalenza e de l'incommensurabilità: ossia non può dirsi che i1 bene
soggettivo prevalga su l'oggettivo, ovvero l'oggettivo sul soggettivo per
una necessitazione organica, ossia perchè l'uno sia più forte de l'altro,
perchè le due serie comportano comparazione o misura di piìt o di me-
Filosofia del diritto 15

no, essendo separate da una distanza infinita: perchè le due serie sono
in una evidente disequazione, in quanto può esistere commensurabilità
tra i termini interni di ciascuna serie, in fra loro, ma non reciprocamente
tra il termine dì una serie e il termine de l'altra, ossia tra serie e serie.
N è il bene obbiettivo può van.tare potenza sì assoluta da togliere la
libertà. Qualora il bene obbiettivo annullasse le sollecitazioni de l'istin-
to. non esisterebbe più ragione a dissimmetria, ed eliminerebbesi quella
polarizzazione psichica, quelJ'interno dualismo necessario a che si dia
la libertà dcl volere.
La libertà sarebbe elisa ne la necessitazione del bene e della virtù.
Ma ciò non accade (sarei per dire pur troppo) e non può accadere.
Certo la luminosa chiarezza e visione del bene ideale, dovrebbe sog~
giogare le torbide sollecitazioni del piacere, e trionfarne assolutamente
elidendole: ma quella luminosa ma fredda chiarezza è incommensura-
bile con le calde potenze affettive ed emozionali, che essa può vincere
a via di cruciali esperienze, non debellare. Il bene oggettivo non ha
potestà assoluta, ma di approssimazione: non ne siamo posseduti, ma
· solo possiamo possederlo con una laboriosa esperimcntazione ed educa-
zione de lo spirito.
La libe11à quindi non esiste che come fenomeno di contrasto di co-
scienza, e risulta da una doppia polarità: interna (istinto-ragione),
esterna (beni soggettivi-beni oggettivi).
E perchè la possibilità di elezione di un bene possa esistere, è ne-
cessaria la presenza a 1o spirito di queste due serie; determinasi in taJ
modo non più un fenomeno di simmetria, di equivalenza, ma un feno..
meno di dissimmetria e di plusvalenza.
Il determinismo logico-matematico, che ammette la reciprocità asso-
luta tra la sintesi e l'analisi, concepisce l'atto umano come somma di
addendi meccanici, fisiologici e psicologici, e nega a la libertà ogni pos-
sibile intervento in questa serie, poichè turberebbe l'esattezza matema-
tica del risultato.
La legge matematica, applicabile là dove esiste simmetria, fallisce
in riguardo a le funzioni psichiche, in cui governa un principio di plus-
valenza e di dissimmetria.
L'atto volitivo non è una somma quantitativa di unità lineari 1 sltrune-
ttiche, ma un sistema di forze o di dati, in cui, accanto ad unità ed ele.
menti equivalenti e numericamente omogenei e similari, intervengono
motivi ideali e spirituali, incommensurabili a quelle unità ed a quegli
16 Igino Petrone

elementi e la plusvalenza di questi motivi può scemare la somma de


1

gl'impttl?i rnateriali. Si avrà così w1a forma d'ordine finale, risultante


d'una serie di dissimmetrie, dissimmetrie che nascono da la disequiva..
lenza tra i motivi materiali ed i motivi ideali, e le quali, se sono disor..
<lini matematici, sono ordini in riguardo al modo di operare de lo
spirito.
Il positivismo ha reso in fondo un gran servigio a la libertà, illu-
strando il potere d'inibiziom~; inibizione costituita da la vittoria de la
coscienza su la ìmpulsività istintiva.
Vero è che questo principio de l'inibizione può essere circoscritto da
speciali condizioni psicologiche e psicopatiche, ma la presenza del po..
tere inibitorio ne l'uomo medio è dimostrata.
Ora, negando la presenza di questo potere si dimina ogni separa.
zione tra il fanciullo e l'adulto, il mentecatto e il saggio, tra la man.
canza de la razionalità e la presenza de la riflessione.
Fu sostenuto ancora che l'armnettere il libero arbitrio equivalga a
distruggere la legge inconfutabile de la conservazione de l'energia, che
è il fondamento de l'edificio scientifico del nostro secolo.
La conservazione de l'energia importa infatti che la quantità di
energia potenziale ed attuale dc l'universo sia un'invariante, ed esclude
quindi l'intervento del libero arbitrio, come quello che creerebbe una
forza nuova, e verrebbe quindi a perturbare la costanza quantitativa
de la forza preesistente.
Questo principio non è attuabile contro la libertà, perchè rappresenta
una legge del meccanismo e perchè i fenomeni fisici non sono parago.
nabili ai fenomeni del pensiero, il qual pensiero non è una forza fisica.
D'altra parte gli stessi fisici hanno già contestato questo principio, che
ha indole più presto metempirica che· realistica e scientifica.
Noi crediamo quindi che ne la serie de le forme de l'essere vi ha
non conservazione ma sovra ppoSizione ed accrescimento ; nè crediamo
si possa ridurre il processo de le variazioni e de i cangiamenti superiori
de la vita universale a l'invariante de la forza fisica.
Noi abbiamo così dimostrato come esistano consequenti superiori agli
antecedenti, determinazioni superiori a le cause detertninanti, processo
di sintesi creatrice, quanto più si progredisce ne la gerarchia de le
forme.
Filosofia dcl diritto ~7

IL BENE UMANO. - LA MORALE.

Nel mondo umano trovasi la vera e completa effettuazione della


nozione dcl bene, nozione ~he la filosofia idealistica estende al mondo
della natura, rapportando i fenomeni naturali al principio agente del-
l'universo. Ed il bene umano è un rapporto tra la volontà ed il suo fine
o la sua destinazione ideale : una equazione tra le tendenze umane e lo
sviluppo reale di queste tendenze: in breve la relazione di convenienza
tra l'essere -- uomo - e la sua destinazione finale.
Ogni essere ha un termine adeguato verso cui tende e che forma
come il punto di riposo e d'arrivo dc11a sua attività in movimento: la
equa7.ione dell'essere verso il suo fine è il bene dell'essere.
Posto che il bene sia un rapporto di congruenza tra le potenze natu-
rali umane e il loro fine, noi desumiamo la nozione del bene umano
dall'analisi positiva, psicologica di quello che sono le potenze della na.
tura umana : il che porta ad investigare quale sia la meta, il termine
ed il fine a cui mirano ed in cui si appagano le umane facoltà e potenze.
Se noi studiamo l'umanità in ciò ch'ella è specificamente e differen-
ziatamente, troviamo che i sostegni, dal punto di vista psicologico, del·
l'umanità stessa sono la ragione (potenza teoretica), e la volontà (po-
tenza pratica) : noi troveremo quindi che il fine dell'uomo si riconduce
ai termini teoretici e pratici cui tendono la ragione e la volontà.
Come la relazione del vero consiste nel1a proporzione esatta tra la
ragione e la obbiettività e realtà del mondo esteriore, così il bene con-
siste nel rapporto di convenienza, di proporzione tra la volontà e la
obbiettiva desiderabilità e l'obbiettivo merito e valore delle cose.
L'uomo che è l'essere più individuale e più individuato della na-
tura, possiede nelle sue potenze spirituali un principio di universalità
e di generalità ideale, per cui l'attività sua, non che consumarsi in se
stessa, è sollecitata a porsi in relazione .con tutti i fenomeni dell'universo.
La ragione dell'uomo è la sintesi ideale, lo specchio, il sistema intel-
lettivo delle cose, la coscienza o l'eco inconsapevole dell'universo.
Accanto e sopra ai sensi particolari, cia~o dei quali percepisce una
sola qualità degli oggetti, e che tutti insieme avviano alla percezione degli
oggetti particolari sensibili ed estesi, vi è una potenza razionale che
intuisce e conosce l'essere in universale, e percepisce i rapporti ideali
e soprasensibili. Ora quello che si dice della ragione può dirsi della
volontà, la quale è dal punto di vista pratico, quello che è la ragione

-:!. - PnRONE, Filosofia 4d ditillQ,


r8 Igino Petrone

ùal punto di vista teoretico. La volontà non esaurisce il suo infinito potere
nel desiderio dci beni particolari e soggettivi, ma mira all'universalità
del bene, al bene in universale. Può lo spirito umano conoscere e conse-
guire beni particolari e finiti, ma non può appagarsi del conseguimento di
questo o quel bene particolare, nella cui percezione ed appetizione non si
esauriscono. la potenzialità e il desiderio della ragione e della volontà,
poichè, lungi dal fermarsi ad un bene particolare, Ic potenze umane
riconducono tutti questi beni ad un bene infinito, supremo, ad un b~ne
universale, di cui i beni particolari contengono sol poca parte: consi-
derano, per dirla con frase di Spinoza, i beni ,mb ,çpecie al!f<'rnitatis.
E la volontà nell'appetizione del bene, consegue il tenninc cui è
potenziata, quando non è vincolata dalle emozioni sensitive, ma quando
rispetta la gradazione dei beni, e congruamente ad essa si comporta;
quando tende verso il bene superiore con maggior vivacità che verso
l'inferiore, e rispecchia fedelmente nelle appetizioni e determinazioni
sue la gradazione dei valori degli esseri: poìchè havvi una serie pro-
gressiva di valori nelle forme dell'esistenza. universale e vi ha diffe.
renza infinita tra beni soggettivi e bene oggettivo, beni particolari, e
bene in t1niversale.
Come nell'ordine della conoscenza vi è un progresso da essere par-
ticolare ad essere universale, così anche nel mondo della volontà e
dell'azione si procede dai beni particolari di valore relativo, al bene
universale, che è il cardine dei beni particolari, i quali ne sono abbozzi,
imagini, rudimenti.
La volontà ama i beni particolari in funzione del bene universale~
perchè questa partecipazione del bene in universale è quella che forma
come l'anima dei beni particolari. Il vero imperativo etico, desunto da
un'analisi positiva della psicologia e dell'antropologia, è questo : ama gli
esseri in funzione dell'essere, ama i beni particolari secondo la ragione
di partecipazione e di approssimazione che essi hanno verso il bene
in universale.
Di questa imperfezione dei beni particolari è cosciente la psicologia
che, pertinenza di essere Jimitato, finito, è sollecitata da un vago sospiro.
verso l'infinito.
La tendenza della volontà non s'appaga dei beni particolari, man,.
chevoli, perituri, caduchi, ma ricerca il bene supremo, e dalla manche-
volezza ed inadequatezza delle cose e dei beni particolari pullula il pe-
renne disinganno della volontà, che appetiva quei beni in funzione e per
intuito del bene universale.
Filosofia del diritto I9

Onùe l'uomo è in contraddizione continua: la ragione e la volontà


in un vero ed in un bene particolare non si posano, ma hanno una aspi-
razione, che perdura tuttora inappagata verso principi di perfezione
infinita: dico inappagata, chè ove accadesse il contrario, l'uomo non
sarebbe nè dissimmetrico, nè finito, e supererebbe la sua natura.
Le pdtenzc umane, per quanto vincolate, hanno tendenze verso un
qualche cosa che le oltrepassa, verso un bene infinito, supremo.
La ragione ha tendenza razionale all'universale in quanto è uni-
versale: il hcne umano, l'asscguimento cioè del fine umano è l'assurgere
delle potenr.c dell'uomo in questa tendenza, quasi anelito, all'essere uni-
versale.
La volontà umana non troverà mai intimo appagamento nè neJla
tendenza verso i beni particolari, nè nella progressiva sostituzione di
beni particolari. Però nel valutare i beni particolari, la volontà li com-
misurerà a1 bene universale; troverà in questo un'unità di misura, cui
quelli sono coniferibili, essendo in se stessi relativi, e valuterà gli es-
seri in funzione deJl'esserc, per la parte cioè di bene universale, che cia-
scuno racchiude in sè.
E troverà negli individui dr Ha serie umana tante partecipazioni di
quel vero e di quel bene universale, cui ella tende, mentre i corpi natu-
rali sono mezzi non fini e gli animali sono pur essi dei mezzi ad un
fine superiore.
La mente umana troverà una irradiazione progressiva del bene uni-
versale in relazione alla progressione degli esseri, e nell'uomo troverà
un'approssimazione immediata a questo bene infinito.
Ne consegue che essa riconoscerà di doversi comportare verso gli
esseri in ragione del valore degli esseri stessi, misurato a sua volta dalla
relazione di approssimazione degli ,esseri medesimi all'essere infinito.
Di qui segue che essa sentirà di dover amare le creature in esatta ra...
gione della partecipazione che esse hanno rispettivamente dell'essere e
del bene universale, e sovra tutti gli altri esseri valutare e apprezzare
il nostro simile, l'uomo, il quale, come creatura ragionevole, partecipa
del valore dell'essere supremo più che le altre esistenze della natura:
donde ancora consegue che la volontà, di fronte a persone inviolabili
e rispettabili, quali sono gli uomini, si deve tener obbligata a certe linee
di condotta, da cui non si potrà allontanare.
Questo principio è il sostegno di ogni possibile morale e di ogni pos-
sibile filosofia del diritto.
20 Igino Petrone

***
Quando la coscienza umana si è proposta di cercare la fonte del
bene, da molti si è risposto che il bene umano va ricondotto al bene
animale, al piacere.
Quan<lO' vuolsi trovare la differenza tra bene e male, così ragionano
costoro, non devesi prescindere dalle nozioni del piacere e del dolore,
sentimenti fondamentali di ogni essere vivente.
Ma come spiegare l'inquietezza dello spirito di fronte al raggiungi-
mento di questo piacere, in cui l'uomo non trova il prot}rio adegua.
mento, la propria felicità? La natura avrebbe posto nell'uomo una ten.
<lenza verso ciò che non può raggiungere. Ogni piacere cessa di apparire
gradevole e desiderabile appena sia conseguito, e perde di valore in ra-
gion diretta dell'approssimazione al godimento.
Vi è quindi un inganno P.,rpetuo della natura, o vi è inganno nel
credere di trovare il benessere nella felicità del piae<re.
D'altra parte, se la natura ha insinuato negli esseri un desiderio
di felicità esauribile da beni particolari, la filosofia non può tradurre
siffatto desiderio in un dovere morale universale senza essere smentita
dalla stessa natura, la quale impedisce la consecuzione universale del
benessere a tutti gli individui. Tutti tendono al piacere, ma è vietato
ai più di conseguirlo daBa limitazione dei beni esteriori, e nell'ordine CÌ·
vile il piacere di un individuo non è possibile che a patto della solfe.
renza di un altro.
In una specie di paradiso terrestre si potrebbe avere una legge del
piacere individuale in forma di precetto etico universale, ossia esteso alla
universalità degli individui, perchè ivi tutto è disponibile a tutti; non
già nel mondo umano, per la legge della limitazione, della concorrenza,
<lella selezione.
Non è possibile fondare una morale universalistica umana sulla base
·della ricerca universale del benessere individuale; la morale del benes·
sere individuale applicata alla società umana devierà dal suo principio e
·darà luogo ad una morale privilegiata e di casta, che segnerà cioè le
prerogative di dati individui forti sulle rovine degli individui deboli:
gli uni al di sopra, gli altri al di sotto del bene e del male.
La morale cristiana ha potuta essere una morale universale perchè
ha fissato un criterio ed una legge superiore all'eudemonisn10 indivi-
duale. Essa ha trasferito il criterio della beatitudine ad un campo Ìll·
finito, in cui cessano la lotta, la interferenza, la limitazione, che esistono
di natura nello stato sociale.
Filosofia del diritto 21

Le teorie etiche, mosse dai principi naturalistici a fondare il prin-


cipio dell'eudemonisnro individuale, sono state sollecitate ad uscire fuori
dalla morale universale . ed hanno dato origine a dei sistemi di 1norale
plurima, differenziata, privilegiata e di casta, che sono sistemi d'immo·
ralità.
Il vero sostegno del progresso morale deII'umanità è neJl 'universa..
lismo etico, nell'uguale trattamento di tutti gli individui al cospetto della
kgge morale.
Il porre una morale diversa, secondo le diverse classi sociali, una
moralità per i forti ed una per i deboli, una per i tiranni ed una per
gli oppressi, è un contraddire alle esigenze della moralità, che .è equa-
litaria, universale.
li Nietzsche trova che la morale universalistica -cristiana è una n10-
rale falsa, buona solo per i deboli, e divide la morale in due cate-
gorie : una per i forti o superuomini, al di là del bene e del male, l'altra
per i deboli, greggia umana, condotta e sfruttata dai forti.
Questa teoria è l'espressione più acuta dell'eudemonismo, ed è ad
un tempo la dimostrazione che il benessere di tutti è irrealizzabile, e
che la morale cudemonistica non sarà mai una vera morale, cioè una mo-
rale universale.
Poi, seguendo la teoria sì bellamente esposta dal Rosmini, terremo
per certo che il benessere umano non consiste nella felicità relativa e
soggettiva, ma che l'uomo- è sollecitato verso qualche cosa d'infinitamente
superiore ai beni particolari, e che la felicità umana è di là delle stesse
potenze umane; donde si genera la dissimmetria e il dualismo, che segna
la perfezione, la superiorità dell'uomo di fronte agli individui della
serie animale.
Il positivismo con l'aiuto della sociologia ha creduto ad una dialet-
t!ca spontanea tra il }?enessere sociale e l'individuale. E questa teoria ha
servito ai filosofi utilitari inglesi, per passare dall'eudemonismo indi-
viduale all'eudemonismo sociale.
La sociologia moderna crede ad una compensazione tra i vari beni
individuali ed alla loro armonia, sia pure a lunga scadenza. Poichè se
per il bisogno del momento il bene individuale può contraddire al so-
ciale, gli effetti malefici dCH'azione egoistica presto o tardi si ritroveranno
contro il suo autore e lo puniranno.
Ma l'armonia è a lunga scadenza, e la vita dell'individuo• è corta.
Le compensazioni e le armonie si verificano sulle masse, non per i
casi individuali. L'individuo non è una generazione. Nessuna allegazione
22 Igino Petrone

di pretesa annonia dialettica potrà persuadere all'uomo che il suo pia.


cere vivo e attuale deve essere sacrificato a) benessere futuro generale.
Se a lui è imposta la legge della felicità e del piacere, non vi è logica ad
imporgli di rinunciare al piacer suo attuale in grazia del futuro piacere
degli altri.
Se il benessere sociale si potesse rappresentare agli individui come
alcunchè di reale e di vivente e trasfigurarsi alla loro mente pieghevole
alla mitologia ed al feticismo, allora si potrebbe avere, per una serie dì
illusioni prospettiche, l'immolazione dcl benessere individuale al feticcio
del henessere sociale. Ma il feticismo è proprio delle menti primitive
e non· sopravvive al risveglio della critica e della riflessione indivi.
duale.
Presto o tardi l'individuo si persuade che una società autonoma dal.
1'individuo non esiste: e non esiste un benessere sociale assolutamente
separato dall'individuale. Il benessere della società intera è relativo e
variabile seooni!o l'angolo visuale dello speiltatore o dell'interprete;
non esiste una società come ordjnamento spontaneo di interessi, chè anzi
il benessere sociaJe si colora de1le suggestioni di benessere individuale
delle classi prevalenti; così in una società ieratica, l'interesse, il bene
della società sarà ciò che può soddisfare gli interessi della casta ieratica
e rispettivamente in una società militare o in una società capitalistica.
La società insomma non esiste come criterio unitario, perchè non reca/
in sè .unità morale, non è un intero, ma un prodotto artificiale di parti
e di gruppi, tenuto insieme da sforzi di equilibrio instabile e da com-
promessi.
È assurdo il credere che l'individuo possa essere educato dalla so·
cietà; il benessere sociale è il risultato del benessere individuale, non
viceversa. La società non può creare una riforma che fluisca sugli indi.
vidui ; sono gli individui che oompongono la società, non è la società
il componente degli individui. La riforma sociale deve quindi essere
preceduta e resa possibile dalla riforma morale degli individui. Un
individuo- trova innanzi a sè un mezzo sociale ed è passivo dei vincoli
di questo; ma questi vincoli di per sè rappresentano un ordine artifi.
ciale, esteriore, legale, non un principio di moralità.
E. Kant disse che il principio della moralità è l'autonomia, .non l'e.
teronomia; il pre<etto etico deve fluire dall'interno del soggetto, e l'in·
dividuo stesso dey'essere potenziato alla legge morale.
La sociologia non può attuare che un'eteronomia; non una morale e
Filosofia del diritto 23

rn.:ppurc una giustizia, può comprimere più che conciliare il benessere


individuale e sociale.
È quindi tutta questa dialettica una credenza illusoria, un codice
della moralità che vale solo per periodi d'infanzia e d'immaturo svi-
luppo. La sola forma in cui possiamo raggiungere il bene sociale e il
J,e11e dell'individuo è questa: l'osservanza della legge del bene forniu-
lata più su.
Su la pura via del naturalismo non si costituisce la morale. La mo-
rale è al di Jà della natura; è formala del dover essere e non dell'essere.
La morale si fonda su principi ideali, e non su principi della natura.
La morale è sforzo cd approssimazione ad un ideale superiore ed infi..
nito.
Jl principio di amare gli esseri in funzione deU'essere serve di fon.
<lamento alla morale .com~ al diritto, a un'etica come a una filosofia
giuridica; da esso si derivano e si esplicano i doveri dell'uomo verso
se stesso, in quanto sente di essere persona inviolabile, e verso gli altri
uomini, in quanto essi sono persone inviolabili e rispettabili, simili a lui.
Di qui la serie delle norme e degli idèali di condotta valevoli per
tutti i casi e tutti i fenomeni della vita individuale e della convivenza
sociale.

***
Finita così la trattazione dei prolegomeni, noi ci addentreremo nello
studio della Filosofia del Diritto propriamente detta. Essa ha il compito
di analizzare la natura della Giustizia umana e la sua funzione nell'ordine
universale del n1ondo. La giustizia umana non è che una differenziazione
dell'idea universale, della forma prima di giustizia, che consiste, come
s'è detto, nel rispetta.re l'ordine gerarchico delle cose e dei valori, misu-
rato dalla ragione di approssimazione al Valore Supremo.
GIUSTIZIA UMANA

PRIMA NOZIONE SINTETICA

La nozione universale della Giustizia importa.. come abbiamo ve~


duto, una esatta graduazione e collocazione dcl valore degli esseri
misurata dal rapporto di approssimazione degli esseri stessi verso la
ideale· misura di ogni valore, ossia verso il Bene Supremo.
Procediamo ora all'analisi della giustizia umana. Anch'essa implica
una graduazione esatta dei valori e dei meriti dei singoli uomini, im~
plica ~n riconoscimento a ciascun essere umano di ciò che gli spetta, una
valutazione adeguata al valore, ed una imputazione del merito reale
agli esseri che ne sono forniti. La Giustizia Umana è quella specifica
differenziazione della idea universale della giustizia, la quale si pone
nella comunanza degli uomini; è una relazione ideale che suppone la
convivenza degli uomini. In ogni convivenza sociale è necessaria la
Legge di Giustizia : occorre cioè che ad ogni singolo individuo sia fissata
e circoscritta una data sfera di attività, affinchè egli non venga ad impe-
dire l'esercizio dell'attività altrui, oltrepassando la propria orbita, ed
lr.sinuandosi nell'altrui, ed affinchè nessuno degli altri uomini venga
ad ostacolare l'attività di lui, insinuandosi a sua v.olta nell'orbita a lui
assegnata.
Se la legge di Giustizia non esistesse, non si avrebbe che uno stato
puramente meccanico, fisico, di urto e di attrito di forze nello spazio
sociale.
Nessuna forza individuale in questo caso potrebbe raggiungere il
suo fine. Avremmo un urto di forze più o meno energiche, il debole
verrebbe sopraffatto dal più forte, non si avrebbe mai una pacifica con·
vivenza sociale, possibile solo con l'intervento della Legge di Giustizia,
perchè questa dà la nozione dd limite delle attività e della imputazione
del merito, cioè comanda che a ciascuno sia imputato il prodotto della
sua attività.
La Legge di Giustizia umana procede dall'idea della uguale dignità
degli esseri umani, i quali hanno tutti lo stesso valore, perchè egual-
F ilosofìa del diritto 25

mente partecipi ciel valore supremo; ed in omaggio appunto a questa


uguaglianza di dignità, impone la limitazione della attività del singolo
affinchè possa coesistere colla libera attività degli altri, i quali altri
hanno egual diritto che esso di esplicare la libertà loro.
Oltre a questo elemento negativo di limitazione la Legge di Giustizia
imp011.a un concetto positivo di imputazione a ciascuno nella sfera as..
scgnatagJi, del prodott(} della sua libera attività, in quanto questa non
rappresenta una lesione dell'attività altrui.
Taluni giudicarono che la Legge di Giustizia non ha che una fun·
zionc limitatrice e sognarono uno stato idillico presociale in cui le s'in~
gole attivitlt potevano o potessero liberamente esplicarsi senza subire al·
cun freno, o inibizione giuridica. Ma quest'obbiezione è un parto di
una pura utopìa ideologica; non si potrebbe nemmeno concepire uno
stato ideale in cui fosse libera l'estrinsecazione delle singole attività ed
in cui le singole attività non si collidessero, non si urtassero.
Ne11'economia dcl mondo morale non vi è modo di uscire da questo
dilemma: o il limite, ossia l'urto meccanico delle forze lottanti e so . .
praffacentisi a vicenda, ovvero il limite etico segnato dalla pacifica coep
sistenza delle eguali libertà. Chi rifiuta il limite sacro, imposto dalla coe-
sistenza delle libertà, non va incontro, no, ad uno stato di libertà e fe.
licità assoluta, ma ad un altro limit~ ben altrimenti penoso e degradante
per la dignità della persona morale : il limite impostò dalla necessità im-
periosa che governa la meccanica delle forze; E la Legge di Giustizia
non bisogna considerarla come una forza restrittiva, ma bensì come una
garanzia, come una tutela, una. disciplina della stessa attività; notando
poi che un'attività .che si esplicasse senza direzione sarebbe vacua non
solo, ma inconcepibile. Limitazione non è restrizione o negazione, ma
determinazione positiva.
Al di fuori e prima della Giustizia non si può concepire altro che la
presenza di un puro potere fisico, che apparer1temente è illimitato,
ma in realtà è un potere negativo perchè privo di ogni sicurezza, di
ogni tutela. Il più forte schiaccia il più debole, non vi è alcun luogo
fisso per l'individuo, tutto può essere conteso e tolto da un potere su~
periore. Coll'intervento della Giustizia che limita l'attività individuale,
<ill'arbitrio succede una garanzia; se io sono limitato di ,fronte agli altri,
gli altri lo sono di fronte a ·me; ·-il lim-ite coincide con la garanzia.
Per comprendere quanto si è suesposto è necessario tener conto di
quello che si direbbe il carattere specifico della Giustizia Umana, che
consiste nel sentimento di esigenza e di reciprocità.
26 Igino Petrone

Al sentimento di dover limitare l'attività nostra per rendere possibile


l'espJicazione dell'attività altrui, e di dovere altrui imputare ciò che
gli spetta in ragione del suo valore e della sua efficienza produttiva,
associasi in noi l'esigenza che gli altri osservino verso di noi quelJa
stessa linea di condotta, che noi riconosciamo doveroso di serbare verso
di loro. Il dovere che io ho di rispettare i limiti imposti dalla vita in
comune è un dovere comune a me ed a tutti gli altri che convivono con
me, ecl io, che mi sento obbligato a rispettare gli altri, sento in pari
tempo di poter pretendere che a loro volta gli altri rispettino mc.
Questo dobbiamo adunque ritenere: che la Legge di Giustizia è una
differenziazione dell'idea universale di Giustizia e che consiste nell'ap.
plicare agli uomini il principio generale di attribuire a ciascuno il suo;
dobbiamo ritenere che essa sola rende possibile la .convivenza sociale;
che il suo e necessario presupposto è la uguale dignità degli uomini in
quanto forniti di egual valore di approssimazione verso la misura ideale
dei valori ; e che i suoi precipui fattori sono i seguenti :

I) fattore negativo di limitazione dell'attività dei singoli, per ren.


dere possibile l'estrinsecazione dell'attività altrui.

II) fa;tore positivo di imputazione a ciascuno di ciò che gli spetta


ù1 virtù del suo merito.
III) fattore di esigenza. Accanto al dovere di limitazione e di
imputazione, sussiste l'esigenza, per cui si pretende <:he gli altri osser-
vino in nostro favore ciò che noi riconosciamo doveroso di osservare
verso di loro ; di guisa che contro l'arbitraria inosservanza di essi, noi
possiamo ricorrere alla legge positiva che, come vedremo, organizza e
traduce in atto le relazioni di giustizia.

Il carattere differenziale della Legge di Giustizia è appunto l'esi·


genza : ciascuno, q.uindi, è da essa protetto e limitato ad un tempo.
Questa compensazione interna è essenzialmente ideale, non domanda
un'assoluta reciprocità di fatto, bensì importa un'assoluta reciprocità
di diritto.
Dato che tutti pervengano a quella data condizione di fatto, esisterà
la reciprocità degli obblighi. Per alcuni questo si concreta nel fatto e
per altri no, ma nessuno può dire di essere soggetto solamente passivo
di fronte alla Legge di Giustizia, per la quale ognuno è soggetto passivo
ed attivo sirnu)taneamente.
Filosofia del diritto 27

***
Si è eletto innanzi come il concetto cli giustizia implichi il concetto
ddl'cs(qcn=a· dcl rispetto altrui nei limiti imposti da lo stato sociale;
ossia come ail'obbligo nostro di rispettare gli altri, si colleghi il dovere
di ri~petto degli altri verso di noi. Orbene, come deve essere inteso que..
sto duplice rispetto? Taluno potrebbe ragionare in questo modo; Se
gli altri non osservano verso di me i limiti necessari alla coesistenza so..
ciale, io posso a mia volta non rispettare i limiti che ho verso di loro, ed
in tal modo non avrò punto violata la legge di reciprocità, perchè così
c~si come io. c'impegniamo cli serbare corrispettivamente la medesima
linea di condotta. Potrà quindi esistere un contratto precedente di non
rispettarsi gli uni gli altri, e non si sarà per questo compiuta un'ingiustizia,
pcrchè non si sarà infranto il principio di reciprocanza. Ora a questo
sofisma si risponde che l'ingiustizia degli altri non legittima la mia. Il
mio dovere di osservare la Legge di Giustizia non nasce dal vostro, e
l'uno e l'altro sono effetti di una legge superiore. Se vi fosse una re~
!azione di causa ed effetto tra il rispetto che devo avere io della Giustizia
ed il rispetto che dovete averne voi, cessando questo dovrebbe cessare
anche quello: ma nè il mio arbitrio è causa di fronte a voi, nè il vostro
arhitrio è causa di fronte a me: e l'uno e l'altro sono soggetti alla legge
superiore della giustizia.
Quando altri ha violato, colla sua azione, la Legge di Giustizia, in
virtù di questa stessa legge si ha il diritto di rivendicazione, o per dir
meglio di azione; non è mai permessa l'aggressione: la difesa è lecita,
vietata è l'offesa.
La Giustizia deve muovere da un fondamento etico, cioè dal nostro
dovere di serbare una data condotta indipendentemente ed astrattamente
dal fatto che altri osservi o violi il nostro diritto di pretendere che egli
pure serbi una condotta egualmente rispettosa verso di noi, il che si-
gnifica che se altri violi il nostro diritto, ciò rton dà argomento a noi
di venir meno al nostro dovere verso di lui e che l'altrui maleficio non
può legittimare il nostro.
Solamente nella guerra abbiamo un tacito patto di aggressione e di
contro-aggressione (senza parlare del duello che è una guerra indivi-
duale. ma che è riconosciuto come un istituto antigiuridico). Questo fe-
nomeno non è che il caso di un fenomeno più generale; ed è che nel~
l'ordine delle cose umane la Giustizia interna non è proceduta d'accordo
coila giustizia esterna; cioè a dire i vari gruppi di uomini per manche-
Igino Petrone

vo]e notizia dcl giusto, non hanno creduto di dover rispettare la Giu-
stizia che nei limiti interni del gruppo, o della tribù, o della nazione ed
hanno di fatto praticata l'i~giustizia cogli individui degli altri gruppi.
Così nella prima antichità classica « hostcs » erano considerati gli in.
dividui non appartenenti al proprio gruppo, e purtroppo anche tutt'ora
non viene talvolta considerato proprio simile quello che non fa parte
della propria razza. Ma tolta questa dolorosa deviazione . che si protrae
nella storia de11'umanità, l'idea della giustizia importa il risprtto asso..
Iulo dei limiti imposti dallo stato sociale, e, quando siano stati violati
i nostri diritti essa ci dà solo il diritto della dìfesa, che sarà meglio de·
1

terminato in seguito, mai quello dell'offesa.


Il fenomeno psicologico della guerra dipende dal fatto che k norme
dcl diritto internazionale ( ehe non è diritto in senso stretto) mancanl)
di una sanzione, ossia di un istituto costituito da un potere superiore
ag·Ji stati contendenti, competente a giudicare delle controversie fra di
loro.
Nel Medio-Evo (in cui dominavano la struttura sociale forze su-
pernazionali come la cavalleria e la chiesa) si ebbe l'intuizione di un si.
mile istituto; vi fu cioè il Papato che, per qualche tempo, rispecchiò un
potere superiore posto così in alto da potere fungere da Tribunale Su.
premo, arbitrale ne1le controversie che fossero sorte tra uno stato e
l'altro.
1\1a, neg1i sviluppi ulteriori della storia, questo potere supernazionale
non si è ancora costituito; la guerra è rimasta come l'unico mezzo di
rivendicazione di un diritto preventivamente leso, e spesso, in fatto,
come aggressione di uno stato più forte contro uno più debole.

***
Continuando in questa nozione sintetica di giustizia, studiamo i due
elementi che la compongono, il dovere di limitazione e quello d'imputa·
zione; esaminiamo cioè i presupposti di fatto di questa limitazione, ov..
verosia i motivi psicologici ed ideali che rendono possibile la presenza
di questo sentimento e dovere di limitazione e che ne determinano l'os-
servanza. Si potrebbe dire che esso è la conseguenza del motivo razio-
nale o della percezione razionale della dignità o del valore della persona
umana : e dò non sarebbe vero totalmente, poichè anche nei popoli
primitivi, neJla mente dei quali i motivi e le percezioni razionali difete
Filosofia del diritto 29

tm10 vi sono tracce visibili della presenza di questo senso di limitazione,


prodotto d'impulsi istintivi .che suppliscono i criteri razionali.
l~ provato che in tutti i popoli primitivi siavi il riconoscimento di un
dovere primitivo di coadattazione, e come un senso oscuro di limite
vcrso gli altri simili coesistenti. Ognuno sente il dovere di limitare se
stesso cli fronte agli altri individui che si riconoscono eguali.
li Diritto è l'ordine della società dei simili e questa proprietà del
diritto non cambia. Varia solo l'esperienza della similitudine, ossia varia
nelle proporzioni la sfera entro la quale sono compresi i simili o gli
eguali. Si passa dall'orda comunistica primitiva, dal clan, dalla famiglia
ecc. ud una associazione più ampia e ad un concetto più largo della relaw
zionc di simiglianza che finisce per abbracciare tutta l'umanità. Prima
si considerano nemici quelli che non appartengono a quella data tribù,
a quel dato gruppo etnico, e ric·ordisi il precetto romano: « adversus
hostcs acterna crnctoritas &sto»; col forestiere non esisteva il « foedus »,
l'alleanza, e riuindi egli era un nemico.
In seguito il concetto dcll'uguagliama cogli altri uomini si sviluppò
sempre pil1, ma il concetto di giustizia rimase immutato. Crebbe la cir·
conferenza per il crescere del raggio, ma il punto, il centro rimase
fermo.
Il fine ultimo della Giustizia è quello di affermare la comunione
universale di tutti gli esseri umani prescindendo da ogni divisione di
razza, di stato, di luogo, di tempo.

***
Taluni fondandosi su criteri empirici credono che il senso della limi-
tazione sia il prodotto di un potere gerarchico eostituitosi nel seno dei
primitivi gruppi sociali. L'abitudine di rispettare coattivamente quel po-
tere avrebbe ingenerato nelle coscienze lo spontaneo senso di limita-
zione che poi sarebbe stato trasmesso e consolidato ereditariamente.
Non si spiegherebbe in tal caso come i soggetti tutti sforniti del senso di
limitazione avessero potuto creare essi stessi un potere per farlo ri..
spettare, nè si comprenderebbe come poi essi sarebbero aderenti ed
acquiescienti ad Utt potere inibitivo dei loro egoismi, quando in ipotesi
essi non hanno nessun senso di limite interno degli egoismi medesimi.
Quello che forma la vera validità ed autorità del potere non è tanto
la forza del potere stesso, ma bensi l'acquiescienza onde i soggetti si
comportano verso il potere medesimo. Perchè i soggetti rispettino il po-
30 Igino Petrone
-------------------
tere, bisogna che essi abbiano in $e stessi, ossia nel loro intimo il senso
1

dell'obbedienza, della soggezione, della limitazione; bisogna che il potere


esteriore si rappresenti nella loro coscienza come una proiezione, una
obbiettivazione del senso arcano del limite interno <:he avvertono e su-
biscono in se stessi. Anche )'uomo prirn:itivo subisce le esigenze dl·l1a
convivenza coi suoi simili, poichè s'ingenera in esso il sentimento della
coadattazione e, per comunicazione, ripcrcus.sion.t psichica. quello dd
limite reciproco.

***
Procedendo di poi all'altro elemento della Giustizia, a quello che im-
porta la iniputa::ione ad ognuno di quello che gli è dovuto, vediamo
quale sia il criterio, la ragione, la misura ideale su cui essa si fonda.
Essa è un dato de1l'idea di Giustizia, che consiste nel trattare ogni
essere secondo il suo merito. La Giustizia civile importa che ad ogni
attività sia attribuito il godimento del proprio prodotto, ed esige che
siavi proporzione tra causa ed effetto, azione e retribuzione, dare ed
avere, valore e costo.
La Giustizia penale impo1ta una proporzione tra azione iniqua ed
espiazione. Il principio della imputazione proporzionale alla retribu.
zione è un principio radicato in tutte le forme della coscienza giuridica
umana.
Questo principio vive anche neile forme primitive della Giustizia
umana, ossia presso i popoli primitivi e non ancora pervenuti alla matu.
rità dell'incivilimento. Certo in questi popoli primitivi, la cui mente
non! è ancora sviluppataJ manca la percezione ideale del principio di
proporzionalità; ma alla mancanza delle percezioni razionali sopperisce
in essi l'istinto. «II mctivo raz5onale deila proporzionalità tra l'a·
zione e la retribuzione, tra la produzione delle utilità patrimoniali e la
misura del godimento delle utilità stesse, tra la lesione della vita e del-
l'attività altrui e la ritorsione e la pena, è opportunamente sopperito
dal fiero, tenace sentimento istintivo della retribuzione, della « Vergel-
tung », dell'« àvrn«"ov~òç »: il qual sentimento istintivo della retri-
buzione appare all'analisi come un irriducibile, o fu potuto, tutt'al più,
dagli analogisti di mestiere, ricondurre biologicamente a quelle reazioni
psichiche elementari che sono proprie di ogni sostanza organica. Que·
sta originarietà e perennità dell'istinto della retribuzione può anche, a
prima giunta, credersi non vera : e dò accade, perchè così questo come
Filosofia del diritto 3I
.~~~~~~~~~~~~

altri sentimenti fondamentali e primitivi hanno tanta radice nella co-.


~tituzione interna della psiche umana che non cadono nel punto visuale
della coS<:ienza (/ dem sentire et nihil sentire ad ibideni recidunt. Hon-
nEs).
« Ma quella originarietà è resa visibile a chiunque negli stessi tra-
viamenti della giustizia popolare (Legge di Lynch) e nelle rivoluzioni
sociali ordinate a metter su un nuovo ordine giuridico, e nelle quali le ten-
denze originarie e perenni della natura esplodono fieramente, come denu.
date clalle sovrapposizioni dell'incivilimento. In questi momenti critici ciclla
storia, l'istinto della retribuzione emerge dagli strati profondi della
coscienza, in cui giace come dissimulato ed obliterato, e si rivela, Ne-
mesi inesorabile aIJo scetticismo pratico dei sopraffattori ed allo scetti-
cismo teoretico dei relativisti » ( 1 ).

Tratteremo ora dei rapporti che ha la Giustizia colla comunanza


sociale, che è da essa presupposta e che essa presuppone.
Come si è detto la Giustizia umana non è che una differenziazione
dell'idea universale di Giustizia, e poichè essa è presupposta e pre-
suppone la comunanza sociale) vediamo se l'idea di Giustizia sia innata
nell'uomo o se sia invece un prodotto della comunanza sociale. L'abito
mentale dei· positivisti afferma che l'idea è preceduta dal fatto, che cioè
l'idea di Giustizia non è il prodotto di leggi etkhe, ma bensì di leggi biolo-
giche, o per dir meglio che non la giustizia è l'idea generativa della comu-
nione degli uomini, ma la convivenza sociale è la causa della giustizia,
che insomma quello che esiste prima è la convivenza sociale dalla quale
deriva come necessaria conseguenza il fatto di giustizia, il quale fatto,
sostanziato a sua volta, genera l'idea relativa. In fondo i rapporti di
giustizia non sono -che rapporti sociali ; scindendo la Giustizia dai rap-
porti sociali, la Giustizia verrebbe a tradursi in una illusione ideologica.
Noi non siamo di questo avviso e crediamo che giustamente l'abito
mentale dell'idealismo si sia anche in ciò contrapposto all'abito mentale
del positivismo.

(1) I. PETRONE, La sto:·ia interna ed il problema presente della Filosofia del


diritto, Prolusione al corso di Filosofia del diritto nell'Università di Modena~
(Modena, 1898), pag. 52-53.
32 Igino Petrone

È ben vero che il pungolo, il pw1ctum prnriens, alla conoscenza del-


l'ordine delle idealità, ci è dato dall'osservazione dell'ordine reale, ma
non per questo l'ordine reale è la causa ed il fondamento dei rapporti
ideali. Se solo l'esperienza del fatto è lo stimolo che d conduce alla
conoscenza dci rapporti id.cali, ciò è un prodotto della qualità della no-
stra mente, la quale non conosce i rapporti ideali di prima intuizione,
ma è sollecitata a conoscerli dalla esperienza anteriore dei rapporti
reali.
Senonchè questa qualità della nostra mente noi non dobbiamo tra.
sferirla al di fuori, non dobbiamo eioè credere che nella loro realtà ob.
biettiva le cose vadano proprio così come appare alla nostra mente. I
fatti sono primi di fronte a noi, ossia sono osservati. esperimentati
e conosciuti da noi prima delle idee; ma i fatti medesimi non sono primi
per valore obbiettivo di fronte alla natura delle cose in se stesse; nella
gerarchia e nella graduazione dei valori obbiettivi l'idea ed il rapporto
ideale è anteriore e superiore al fatto ed· al rapporto reale. È la Giu-
stizia che rende possibile la convivenza sociale, non la convivenza so.
dale che crea la Giustizia. La Giustizia è un prius, la convivenza so.
ciale è un posterius.
Il fatto e l'esperienza sensibile del fatto appare un prius rispetto a
noi, ossia di fronte alla nostra difettività conoscitiva; e ciò accade per-
-chè noi (per rievocare tanto una volta la concezione platonica) non
siamo pure anime, ma anime incarcerate nei corpi, e quindi non siamo
perfettamente adeguati all'ordine ideale, di guisa che possiamo pene-
trarlo solo stimolati dalle punture della realità di fatto e della espe.
rienza.
Ma ripeto ciò è un difetto della nostra mente, è un errore che dob.
biamo non trasferire alle cose, ma eliminare nella intuizione scientifica
che ci facciamo delle cose medesime. L'errore del positivismo sta nel
giudicare termine anteriore in sè e nell'ordine delle cose quello, che è
· invece anteriore solo relativamente a noi.
Quello che è primo rispetto a noi, si direbbe con Aristotele, non è
primo rispetto a la natura. Il fatto reale precede la conoscenza dell'or•
dine ideale, ma solo rispetto a noi. Il rapporto ideale rispetto alla natura
delle cose vien prima; esso del resto è intemporale, non è cioè limitato
dalla condizione del tempo. Applicando il suesposto al nostro tema, noi
se non avessimo la convivenza sociale, non avrenuno il punctum pruriens
a conoscere il rapporto ideale di Giustizia che si esplica in essa, poichè
come si è visto lo stimolo è dato dalla esperienza sensibile ; ma non bi·
Filosofia del diritto 33
-~----------------------------------

sogna commettere l'equivoco di dedurre da questa nostra difettività


conoscitiva Ja priorità del fatto reale. La priorità della natura è espressa
dalla equazione del nostro pensiero coll'ordine ideale. La Giustizia che
è prima nell'ordine ideale deve esserlo anche nell'ordine naturale, benchè
ci ~emhri ultima rispetto al1'ordinc di consecuzione.
Adunque la Giustizia esiste indipendentemente dalla comunanza so-
ciale. Questa offre il terreno perchè l'idea <li Giustizia si sviluppi, ma
non crea l'idea. dì Giustizia.
Prima che vi siano rapporti reali di Giustizia vi sono rapporti di
Giu~tizia ideaJi e possibili. « La comunanza sociale attua i rapporti
possibili di Giustizia, non Ii crea: per la stessa ragione onde chi disegna
il circolo sulla lavagna non crea la ragione della equidistanza cli ciascun
punto della c.irconfcrenza dal centro ( 1 ) ». Ciò si può provare anche con
criteri sperimentali. Possiamo fare due quesiti: Credete possibile la
comunanza sociale senza che si sviluppi nelle unità elementari di essa,
ossia negli individui, com.e tali, l'idea di Giustizia? Se mancasse l'idea
di Giustizia, credete voi che sarebbe possibile la comunanza sociale?
La Giustizia si offre come- termine primitivo. Ove non vi fosse tendenza
naturale verso la Giustizia, negli uomini mancherebbe l'associazione.
La Giustizia è la forma, la società è la materia, e la forma deve pre-
cedere la materia. Queste conclusioni ci .conducono ad una distinzione,
che anticipiamo, tra Giustizia e Diritto, termini che comunemente si
immedesimano ed a torto. La Giustizia è una relazione ideale; il diritto
è il fatto che concreta la Giustizia : è la detérminazione reale di essa.
Il diritto coincide colla Giustizia riguardo al contenuto, ma la Giustizia
è una relazione ideale amorfa; il diritto la traduce in una forma og·
gcttiva, il diritto dunque rende visibile questo ordine ideale di Giustizia
che altrimenti rimarrebbe puramente l'obbietto della speculazione tra~
scendentale del filosofo. Il momento specifico che differenzia la Giu-
stizia dal Diritto è l'intervento del Potere. È il Potere ossia lo Stato
(ossia il complesso dei poteri organizzatori della Giustizia civile e pe.
nale) che determina il passaggio dalla Giustizia al Diritto, cioè il concre-
ta mento della Giustizia nel Diritto.
Questo concetto che noi per primi ammettiamo - che cioè il Potere
crea il Diritto - è stata la sorgente di tutti gli equivoci del positivismo.
Il quale avendo erroneamente immedesimato la Giustizia e il Diritto,

(1) I. PETRONE, Cotitributo all'analisi dei caratteri differenziali del diritlo


(Torino, F.lli Bocca, 1897), pag. 10 in nota.

3· - P&TROl'll, FilosQj;a del diritto.


34 Igino Petrone

ha creduto eh.e come il Potere è creatore dcl Diritto, così esso Potere
sia anche creatore dei rapporti ideali di Giustizia.
L'Ardigò, ad esempio, afferma che prima della costituzione del Po.
tere in seno ai gruppi sociali, non vi siano in questi gruppi che sole re~
!azioni di convenienza, e che la Giustizia non esista tuttora ; è solo col
graduale formarsi del Potere che le relazioni di convenienza si conver.
tono in rappotti di Giustizia. Ciò è un equivoco; si confonde la Giu.
stizia con il Dfritto.
Il Diritto ha bisogno dello Stato per sussistere; ma la Giustizia ha
il suo valore in se stessa anteriormente e superiormente allo Stato. Lo
Stato riconosce la Giustizia interpretandone i dettami e traducendoli
nel Diritto, non ~rea cx Mihilo siti la Giustizia medesima. Nessun arbitrio
dello Stato potrebhe convertire quelle che per natura sono semplici re·
lazioni di convenienza in relazioni di Giustizia, ossia in relazioni ob..
bligatorie cd esigibili (Esigenza).
Lo Stato riconosce i rapporti naturali delle cose, non li crea. L'urna.
nità, è vero, non sarebbe pervenuta all'idealità di Giustizia se non fosse
passata per una serie laboriosa di esperienze. E. la più grande e peren11e
di queste esigenze è la formazione dello Stato che è un esperimento
vivente della Giustizia. in azione. Ma se la formazione dello Stato ci
rende visibile e sensibile l'idealità di Giustizia, non crea l'idealità stessa:
ne è il prodotto, non il fattore : il riflesso, non la sorgente luminosa.
Lo Stato non può essere il fondamento della Giustizia, perchè esso
anzi appel1a alla Giustizìa come suo fondamento.
L'autorità proviene allo Stato dalla Giustizia, della quale esso è l'ef.
fetta non la causa.
ANALISI DIFFERENZIALE DELLA GIUSTIZJA
DALLE ALTRE FORME DI CONDOTTA.
LIMITI DELLA GIUSTIZIA

I.
LA GIUSTIZIA COME LEGGE DELL'ORDINE ETICO
LEGGE FISICA E LEGGE MORALE

Dopo Ia sintesi preliminare tracciata fin qui è d'uopo procedere ad


una analisi della Giustizia: un'analisi che ne fissi j caratteri differenziali
e ne misuri i ]imiti e, direi quasi, ]e dimensioni.
La Giustizia ci si presenta anzitutto come una legge. Volendo adun-
que tracciarne i limiti dovremo in primo luogo differenziarla dalle altre
leggi dell'ordine cosmico. E diciamo che la legge di Giustizia non è una
legge dell'ordine fisico, ma una legge dell'ordine morale.
La legge, scientificamente concepita, è un rapporto costante tra due
termini, fra il conseguente e l'antecedente, fra il condizionato e il con~
dizionante, tra l'effetto e la -:ausa.
Secondo una data concezione filosofica la legge è un rapporto di
tempo, cioè di concomitanza o di successione fra un termine ed un
altro, tra l'antecedente e il conseguenté.
Secondo un'altra, la legge, oltre ad essere un rapporto di tempo, è
anche un rapporto di causalità o di energia effettrice, per cui il con-
seguente è creato da11'antecedente.
Ambedue queste concezioni filosofiche, però, come si vede, ammet~
tono che la legge sia un rapporto costante fra due termini, che, per
la prima (fenomeni.smo), è un rapporto di tempo, per la seconda (dom-
matismo) di causalità.
Così pure, per altro verso vi ha una teoria filosofica secondo la quale,
non solo la legge è un rapporto invariabile tra due termini, ma un rap-
porto indefettibile, ossia è necessaria non solo la relazione tra antece.
dente e conseguente, ma anche l'esistenza dell'antecedènte (Dottrina
àe/la ntcessità).
I giJw Petrone

E ve n'lm per contrapposto un'altra secondo la quale è necessario


.che il conseg'U<::nte segua l'antecedente, ma non è necessario che l'ante-
cedente esista (Dottrina della continge11.za).
Ma. questa essenziale differenza non toglie che anche queste due
teode non abbiano un elemento comune ad entrambe; e questo elemento
è Ja i1ivariabìlità del rapp01to tra antecedente e conseguente, cioè a dire il
concetto scientifico della legge.
Si può quindi dire che una legge della natura è un rapporto di con.
comitanza e sussegucnza di fatti fra due fenomeni. La legge della natura
o legge naturale o cosmologica o fisica che siasi, rappresenta un inva.
riante di fatto, una unifonn.ìtà di c~istenza e di successione dei feno-
meni; rappresenta la regolarità dci fatti naturali espressa nella forma
sua più semplice.
Di qui sorgono le differenze fra la legge naturale e la legge morale.
La legge etica o morale non esprime una regolarità esistente di fatto,
ma un dovere di agire in questa o in quella maniera: non ci dice quello
che è o quello che è stato, ma quello che dovrebbe essere.
La legge naturale è tutt'uno che il fatto naturale, ossia, nell'ordine
·della natura quello che noi chiamiamo legge coincide col fatto: la legge
della gravitazione è il fatto stesso. della gravitazione. È assurdo che i
-corpi della natura si sottraggano ad una legge naturale, poniamo quella
·di gravità; perchè la legge non è un comando che l'investe dal di fuori,
ma una necessità immanente nello stesso loro essere di fatto.
Non cosi la legge di Giustizia e. le leggi morali in genere. Queste
leggi determinano quello che deve essere la condotta degli uomini tra di
loro: e come talì sono ànch'esse leggi di necessità, ossia leggi. dì valore
assoluto, che vanno quindi osservate e di cµi non è lecita la violazione.
Senonchè gli uomini di cui queste leggi governano la condotta, sono per-
·sone morali, sono cioè fornite di coscienza di libera determinazione:
non sono incoscienti e automatici come i corpi della natura. Di qui se-
gue che spesso ed in linea di fatto, essi si sottraggono alle leggi morali
e le violano; contrappongono al comando della legge il loro arbitrio.
Quindi accade che i fenomeni della natura coincidono esattamente colle
leggi della natura, mentre purtroppo le azioni umane non coincidono
~empre con le leggi della condotta 1ltnana.
Beninteso, l'arbitrio non può distruggere il valore della legge : l'ar·
bitrio vuol dire la possibilità fisica di contravvenire alla legge, non la
facoltà morale di farlo. Voi potete fisicamente uccidere, ma non potete
distruggere 11 mio diritto alla vita; avrete sempre commessa un'azione
Filosofia del diritto 37

ingiusta. La legge di Giustizia, in quanto è legge è sempre necessaria,


quindi come tutte le Jeggi cosmiche ha anch'esssa la sua sanzione: e la
sanziom: è la relazione di causalità che passa tra l'azione giusta o ingiu ..
sta t~ le conseguenze buone o cattive deJl'azionc medesima. Posta una
data azione non si può conseguire un effetto diverso <la que1lo che lar
causa è atta a produrre.
Così vqi potete fisicamente uccidere, ma non potete impedire che la
uccisione sia im delitto.
Tn f omio la legge morale non vuol dire che questo : « se vuoi con,..
seguirli il &cne agisci in questo modo ». li libero arbitrio può far sì che
non facciate ciò che impone )a legge morale, ma, in tal caso, non conse...
guirctc il bene. La necessità della legge morale 1 in tal caso 1 consiste
non nel fatto ckll'uomo. che è contingibile, ma nella relazione di cau-
salità tra i1 raggiungimento del bene e ]'adempimento dell'azione pre-
scritta dalla legge.
Nella legge fisica vi è una necessità di posizione, nella legge morale
invece vi è una necessità di sanzione, La posizione de) fatto è contin-
gibile, ma il valore etico del fatto è necessario. Ciò vuol dire che la
legge di Giustizia non è legge di necessità fisica o naturale ma appunto
è legge di necessità morale.

II.
IL DIRITTO E LA MORALE
Abbiamo veduto come la Giustizia sia una legge etica. Ma anche la
legge morale .è una legge etica. Sarà dunque essa tutt'uno che la legge
di Giustizia? No.
Le precipue differenze tra la moralità e la Giustizia sono le seguenti:
Prim.a differenza: La Giustizia non solo impone dei doveri, ma
accorda dei diritti e simultaneamente impone a me un dato dovere
verso di voi e a voi riconosce un dato diritto verso di me. Essa com-
prende due aspetti: il limite da una parte e la garanzia dall'altra; un
obbligo ed una. facoltà corrispettiva a quell'obbligo. Il diritto è un rap-
porto che implica correlatività di termini : il vostro obbligo è il corre-
latum della mia facoltà, e la mia facoltà è il correlatum del vostro ob-
bligo. Il diritto oggettivo impone degli obblighi, e simultaneamente, e
per necessità implicite nella stessa nozione, accorda dei diritti. L'un
termine è la condizione dell'altro; anzi, per dir meglio, non sono due
Igino Petrone

termini, ma due aspetti analitici della medesima cosa: aspetti che si


reciprocano.
e
Inseparabile l'obbligo che a me debitore impone di pagare i debiti
dalla pretensione giuridica che compete al mio creditore: i due termini
del rappo1to sono simultanei e convertihili, perch~ l'uno è il contenuto
dell'altro e viceversa.
La legge morale invece non sì comporta bilakralmente e correlativa·
mente, ma è un processo unilaterale. Essa prescrive all'uno di adem ..
piere un dato dovere verso l'altro, ma questo dovere non ha per ter-
mine corrispettivo il diritto o la pretensione attiva dell'altro. L'.impera-
tivo - ama il tuo prossimo come te stesso - si dirige unilateralmente
a me e mi intima un dovere, che, adempiuto, rifluisce certo a vantaggio
del mio prossimo ; ma non però il mio prossimo può pretendere da mc
questo amore nel senso c11e l'aspettazione di questo amore sia entrata
a far parte del suo patrimonio e traducasi quindi in un suo diritto.
Certo quell'imperativo è universale, e come tale diventa reciproco e bi~
]atcralc an<.:h'esso. Se voi siete prossimo davanti a me e quindi io devo
amare voi come mio prossimo, io sono a mia volta prossimo davanti a
voi, e voi, quindi, dovete amare me come prossimo vostro. Ma questa
bilateraJità è successiva, non simultanea, discreta non continua: ed è
tutt'altra cosa dalla bilateralità giuridica. Qui siamo in presenza di due
d·overi pa-ralleli e non interferenti, e non già di un. solo dovere, che ha
per correlativo necessario t-tn solo diritto.
Ci"a.scmw di noi due è obbligato in ipotesi ad amare l'altro e nessuno
di noi due ha il diritto di pretenderlo dall'altro. Il che vuol dire che vin.
dice dell'aspettativa puramente etica di ciascuno nell'amore dell'altro,
non è il diritto di quello, ma solo il dovere spontaneo di queste>. Si trat-
ta, ripeto, di due rapporti e non di due termini interferenti di un rap·
porto solo.
La obbligazione morale adunque è una relazione interna la quale si
~onsuma tra la volontà dell'agente e la legge morale.
L'inadempiente ncin è responsabile verso l'altro o chi per lui, ma
verso ]a legge. L'altro non è il termine del rapporto etico, ma è soltanto
l'oggetto dell'azione etica. Non vi è l'alteriorità strettamente detta del
rapp<Jrto (sebbene anche la morale sia una legge della vita di relazione)
perchè non vi ha l'elemento della esigenza.
Dovechè la relazione di diritto è una relazione estcrior-e e comples..
sa, la quale non si consuma fra l'agente e la legge, ma si estende al.
Filosofia del diritto 39
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l'altro di cui la legge garantisce un dato ìnteressc e che quindi può esi-
gere dall'agente l'adempimento del dettato della legge.
Non va obliato che i diritti sono, dopo tutto, degl'interessi che la
legge garantisce a determinate persone : laddove la morale provvede,
bensì, anch'essa ad una remota garanzia dcgl'intcressi di tutti, in quanto
pone le basi dcl rispetto reciproco e della sana e normale coesistenza,
ma non ha per suo fine prossimo ed immediato la garanzia degli inte-
ressi e delle aspettative che entrano a far parte del patrimonio de' ci~
tadini.
Seconda differenza: Il diritto, come nonna di pacifica cooperazione
esteriore, non entra in funzione se non dopochè le attività cooperanti
si sono esplicate al di fuori o <lopochè le volizioni si sono tradotte: e
oggettivate in azioni. La legge morale governa invece anche 1e deter-
minazioni interiori : ]'assunto massimo della morale si consuma fra il
dominio interno dell'umana volontà e la legge. Col solo desiderio di
cosa non buona, ossia con un motivo che si consuma nel mio interno e
che non lede nessun interesse, io violo la legge morale. La funzione ed
il valore della moralità sta nell'intenzionalità dell'agente, anzichè nel-
l'effetto o nel risultato utile dell'azione morale.
Nè solo la morale estende il suo imperio alle determinazioni che si
consumano nell'interno del volere : ma le stesse azioni esteriori, ossia
le stesse determinazioni, le quali si obbiettivizzano nelle azioni - essa
valuta e giudica solo in funzione delle loro interiorità. La morale non
solo pre&e:rive che si faccia un'azione buona, ma estende il suo imperio
anche ai motivi che può avere l'agente nel farla, e vuole che il motivo
sia anch'esso buono. La Giustizia dice: fa il bene (nelle relazioni ester-
ne fra te e gli altri) - e non domanda altro. La morale vuole di più :
essa non solo dice - fa il bene -- ma dice ancora fa il bene per il
ben.e, ossia per un motivo buono.
La morale vuole che si rispetti la legge e vu<>le ad un tempo che si
rispetti la legge per amore della legge stessa, e non per altro motivo,
p. es. l'utile che ce ne può derivare, etc. Il diritto invece comanda che si
rispetti la legge o si tien pago che la si rispetti puramente e semplice-
mente e non entra a vedere per qual motivo la si rispetta. _Beninteso,
il di1·itto non eselude che le leggi stesse giuridiche sieno osservate per
solo rispetto della legge : ma esso non include questo motivo come con-
ditiv sin.e qua non dell'osservanza. La morale eleva a dovere anche il
motivo; il diritto no. Così il giudice che applica la legge, non può en-
trare neli'esame della coscienza dell'individuo e ricercare quali siano
40 Igino Petrone
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stati i motivi ·psicologici interni che hanno detcnninato a fare, ma si
deve contentare che l'azione sia conforme alla legge. Il giudice non è
un inquisitore, nè un censore, nè un confessore.
Il dominio dcl diritto e la funzione dcl giudice è l'esame dell'esterna
confo11nità dell'azione alla le.ggc: e gli sfugge la disamina di quei mo.
tivi psicologici interni che possono aver detcrrninato l'agente e che tW'll
sono in.divid1tati ed obbiettiva# ed incorporati nell'a.;;iDnl! medesime... La
morale invece esamina la volontà dell'agente, anche in quanto non è
obbiettivata nell'azione: esamina la volontà in se stessa, nel sub i1t.
teriore processo soggettivo.
Terza differenza: I· precetti morali non possono essere coercibili .
ossia non se ne rmò pretendere l'adempùnento per via di coazione giu~
<liziale. I precetti giuridici sono invece coercibili 1 ossia muniti di coa-
zione: onde se voi siete obbligati giuridicamente a qualche cosa verso
cli me, io, che ho il diritto verso di voi, ho perciò stesso la facoltà di CO·
stringere per le vie giudiziali il vostro arbitrio a rispettare il mio dirit.
to, quando voi non vogliate farlo spontaneamente.
Adunque nella nozione della Giustizia si comprende l'elemento della
coercizione, che manca nella legge morale. Per la prepotenza delle pas-
sioni e degli impulsi al male, non è lecito confidare che tutti gl'individui
obbediscano spontaneamente agli imperativi della legge di Giustizia.
Spesso tal legge non viene rispettata ed in tal caso il soggetto interes-
sato all'adempimento ha diritto di rivolgersi alla stessa legge di Giusti-
zia per ottenere l'adempimento coatto per ministero di legge.
L'attualità della coerci~ione può fare difetto perchè sopperito dalla
spontanea obbedienza alla legge di Giustizia, ma non così la possibilità
di essa coercizione, la quale è elemento sostanziale del Diritto.
Dalla storia della Filosofia del Diritto si apprende che gl'idealisti
hanno voluto quasi ripudiare l'elemento della coercizione, come quellO
che nuoce alla perfetta ed ideale concezione dei rapporti di Giustizia,
non riconoscendo in esso una nota specifica dell1organismo giuridico.
Altri invece riconoscono nell'elemento della coercizione il solo, vero e
proprio carattere differenziale tra la morale e il diritto.
Queste due affermazioni si possono conciliare : La possibilità della
coercizione, ossia la coercizione posta nell'ipotesi del mancato adempi~
mento è elemento sostanziale del diritto, e non è in fondo che una m10-
va forma in cui si traduce la nozione della esigenza, la quale è, come
si è visto, elemento sostanziale dell'idea di giustizia; ma l'attualità
Filosofia del diritto 4r

della coercizione non è punto un elemento necessario ed indefettibile


dcl diritto.
Però anche in una società utopistica in cui i rapporti di Giustizia
fossero, per ispontaneo consenso degl'individui, dagJ'individui stessi
rispettati, sarebbe pur tuttavia elemento essenziale la coercizione, come
possibilità, o come esigenza razionale, ideale, ipotetica, poichè essa,
come si è detto, non è che una novella espressione più concreta dell'ele-
mento ideale della esigenza. Aclunque la terza differenza fra la morale
e il diritto si è la esigibilità delJ'azione giuridJca e la spontaneità del~
l'ar.ione etica. Senza dubbio dal fatto che la legge morale non implica
da )Jarte d'altri la pretensione dell'adempimento di essa legge, non bi-
sogna asserire che essa manchi di sanzione.
Questa può essere puramente spirituale, come la sanzione religiosa,
e può essere anche positiva, consistente nell'estimazione o disistima
deJJa pubblica opinione: non mai però può incarnarsi in un organo che
la faccia valere coi mezzi dcl costringimento materiale. Certo anche la
morale ha la stia sanzione, ma ideale, amorfa, nè differenziata. Ciò
avviene per il fatto che la legge morale si occupa di rapporti di uomini
ad uomini ma non di rapporti giuridici propriamente detti ossia così fatti
che l'uno abbia facoltà di esigere che l'altro adempia il suo obbligo. La
morale pone i presupposti necessari per garantire gl'interessi, ma il suo
fine immediato non è quello di garantire }'interesse di me o di voi. - IJ
diritto invece noi sappiamo che è un interesse che la legge riconosce e
tutela ad una determinata persona; il diritto non individuato in un in-
teresse e non incarnato in una garanzia non è concepibile.

***
Le distinzioni sopradette tra morale e diritto ben precise e determi-
nate, sono il risultato del progressivo sviluppo della ragione umana nei
secoli; e sono state disconosciute o ignorate in temp.i di sviluppo giuri-
dico meno progredito. La differenziazione logica che noi tracciamo tra
il diritto e le altre forme di condotta, non è altro che il risultato finale
di una grande e progressiva differenziazione storica.
Nel mondo Greco si ignorano le differenze fra Diritto e morale, e
ciò per il fatto del grande sviluppo dello stato, che è potere non solo
fisico, ma anche pedagogico ed etico; il potere dello stato greco non è
solo esterno, ma anche iriterno ; ad esso è riconosciuto il diritto di en-
trare nel dominio interno delle coscienze. Le idee di morale e di giusti-
Igino Petrone
~~~~~~~ -~~~~~~-

zia erano coordinate nell'ìdea superiore del bene, non concepite come
derivazioni da esso separate e distinte.
Socrate, che il consiglio rifiuta degli amici di fuggire, stimando giu.
sta la pena di morte, cui era stato condannato perchè contrario alla re.
ligione clella patria, riconosce spontaneamente il diritto dello stato suHa
sua coscienza.
Il pcru;iero Greco, dcl resto, si può dire che abbia spontaneamcnk
applicato ai rapporti tra l'individuo e l'organismo politico· le induzioni
dci biologi finalisti odierni (tra i quali, forse e senza forse, va anno-
verato 1o stesso Bernard) 1 i quali insegnano cl1e la funzione che noi sia-
mo soJiti giudicare posteriore ail'organo, è invece anteriore.
La biologia profondamente studiata ci dimostra che non le unità
elementari dell'organismo preesistono, ma il principio, il {}éJ.oç dcl.
l'organizzazione. Si trova che il semplice non è un che di per sè stante;
la cellula non esiste di per sè; preesiste invece il principio dell 'organiz-
zazione. Preesiste la vita agli organi, preesiste il fine al tutto e il tutto
è prima delle parti.
Orbene, applicando per analogia allo Stato ed all'uomo questa se.
rie di concetti biologici ci potremo appunto rendere intima ragione
della psicologia politica che possedeva il popolo greco.
Gl'individui per esso sono semplici parti che hanno solo valore in
quanto siano coordinate al tutto. Lo stato è il principio della orga.
nizzazione della vita etica e psichica dell'individuo. Ed Aristotele vo-
Jendo differenziare la specie umana dal genere animale, non volle dir
altro che l'uno è animale pertinente alla n:6J..1..;. animale politico o sta-
tua/e.
L'individuo quindi non ha valore e dignità indipendentemente dalle
leggi dell~ stato. L'individuo appartiene allo stato. Platone posseduto
dalla idea pedagogica ed etica dello stato, definì questo l'uomo in gran-
de, superiore quindi all'uo.mo ùi Piccolo, ossia all'individuo e - forma
classica di comunismo utopistico - sconobbe in questa pedagogica di
stato, non che la proprietà individuale, la stessa famiglia.
Aristotele stesso ebbe la nozione limpidissima della differenza che
passa tra la Giustizia e le altre virtù, in quanto la parola Giustizia, ha
relazione al bene degli altri ( ~ Sw.atooiv~ µ6vq Soxs! Elvat &1.1.6<ptov
&yallOv) ; eppure am tutto ciò anch'egli non pervenne all'analisi diffe-
renziale della giustizia dall'ethos.
Nel mondo romano che ebbe così grande intuizione giuridica, si ha
una selezione spontanea del diritto dalla morale ; il diritto romano è
Filosofia del diritto 43

un V('ro moddlo di differenziazione pratica del diritto da ogni altra legge


dì condotta; ma come teoria, i giureconsulti romani riproduttori del
pen:-;iero gn~co, ripresentarono Ia stessa indìstinzionc della morale e
dd diritto.
Valga in esempio il notissimo frammento di Ulpiano: « Jumcste vi-
11o·t'. nemincm laedere, ius suum cuique tr·ibuere ».
L'honcste vivere è: una forma dei doveri morali che è invece mala~
m..:11te concepita come una parte di doveri giuridici.
Solo col cristianesimo si ha la ribcJlionc dell'individuo all'autorità;
c~~o concepisce lo stato come organizzazione umana, cui riconosce un
potc.;re sovrano sulle azioni, non mai però un potere sulle coscienze. Il
cristianesimo reca nella vita e ne11a natura morale un elemento nuovo,
ignorato dal mondo classico come osserva il Taine.
«L'individuo moderno è ben a1tra forza dell'individuo antico. Nelle
società antiche i pubblici poteri erano "delle gendarmerie intorno ad
un culto ,,. L'imperio iru::on.dizionato delle pubbliche credenze, il timore
della collera celeste, la gravità dei pericoli pubblici, le esigenze della
lotta contro il nemico, non lasciano parte alcuna al santuario interiore
ed inviolabile della persona. Nella monarchia orientale come nella re-
pubblica grera, come nel principato militare di Roma, l'uomo aderisce
così perfettamente alla comunità, che non si distingue da quella. Or..
gano di un organismo più che membro di un consorzio, esso è legato
al corpo collettivo come gli animali alla loro aggreg,azione. Era il
Cristianesimo - principio immanente de1la civiltà moderna - desti-
nato a separnre l'uomo interiore dalla collettività, la legge dell'uomo
dalla legge della città, l'individuo dallo Stato. L'individuo nasce sulle
rovine del cittadino : il quale è ormai soggetto ad un impulso e motivo
interiore che gli fa conoscere il suo essere, che lo dissocia dall'am-
biente esteriore, che gli prescrive di separare dalla legge, dal pregiudi-
zio collettivo, clalla tradizione, e di preservare gelosamente dalla in-
frammettenza del potere, l'autonomia del suo pensiero, l'indipendenza
della sua anima, la dignità del suo santuario interiore. E questo impulso
e motivo novello, che rjgenera J'uomo si chiama (espressione ignota al
mondo classico come gli era ignota la cosa) coscienza. Per opera di
questa coscienza, il giudice del santuario interiore dell'uomo, il soggetto
attivo del redde rationem di questo, si sposta: non è più lo stato, l'oli·
garchia, il principe dominante, in una parola, un altro uomo: è Dio.
" Ormai il gran problema che gli sovrasta, la cura assidua che lo tra..
vaglia, dice sublimemente il Taine, è d'essere trovato giusto non dagli uo-
mini, Il1'l da Dio; ed ogni gion10 si ripiglia in lui il tragico colloquio, nel
quale il giudice interroga e il peccatore risponde, Per questo dialogo
e
çhe durato 18 secoli, e che dura tuttora, la coscienza si è affermata e
l'uomo ha ooncepito la giustizia assoluta» ( 1),
Questa serie di motivi ideali menava spontaneamente l'umanità cri.
stiana a riconoscere i limiti fra la morale e il diritto, fra la lil~era co..
scienza e il potere coattivo. Ma la Chiesa, che fu organo di attuazione
storica dell'idea cristiana, maturava i germi di una nuova confusione
tra il diritto e la morale. Essa stabilì invero che lo stato, come organo
del diiitto, non potesse entrare nel dom.iinio della coscienza ìndìvj.
duale, o delle anime; ma attrìbuì al potere ecclesiastico quel dominio
ohe negava allo stato, ed il male si è che al potere ecclesiastico, che è
religioso, essa riconosceva un dominio coattivo e materiale. Così si di-
stinguevano i poteri, ma si confondeyano le sanzioni e la credenza mo..
ralc e religiosa usurpava la sanzione della forza.
Nella idealità del Cristìanesimo giudice dell'uomo, non è pili un
altro uomo, e quindi ncnuneno l'uomo in grande, cioè lo stato, ma Dio;
nella storia della credenza cristiana, giudice non era Dio, ma la Chiesa,
e non 1a chiesa spirituale, che è dotata di sole sanzioni spirituali, il che
sarebbe perfettamente giusto1 ma la -chiesa temporale è servita dal
braccio secolare armato.
La confusione .cessa nel mondo moderno. Col Groot (latinamente
Grotius), comincia una più esatta distinzione teoretica tra morale e di·
ritto, Egli riconosce l'esistenza di un diritto imperfetto (morale), che
non può essere associato a coazione, ed un diritto perfetto (diritto),
che ha una sanzione coattiva, Il Thomasen (latinamente Thomasius),
mosso dall'interesse pratico di difendere i Pietisti contro le persecu-
zioni degli Ortodossi, insegna che il diritto si deve occupare solamente
della pace esterna degli uomini, ma esiste anche una pace interna, in
c.ui governa la legge morale che non può essere fatta valere da alcuna
coazione; il diritto è coattivo, la morale non è coattiva; il potere religioso,
egli conclude, non può entrare come potere coattivo nel dominio della
.coscienza.
Ma il più grande dei filosofi che distinse, anzi separò esageratamente
il diritto dalla morale, è Emanuele Kant Ogni legislazione, egli dice, si
compone di due parti; la prima di una legge che dichiara co!jle obbiett"

(I) I. PETRONE, La filoso.fia pvlieica CQntemplJ1'anea. Tesi di Laurea. Trani, 1892,


pag. 159 segg.
Filosofia del diritto 45

vamt'ntc necessaria l'azione che deve essere fatta, cioè prescrive come
dovere l'Dzione; la seconda cli un motivo che incarna nella legge il prin·
cipln che determina s·ubbiett-ivamentc l'arbitrio a quell'azione: il che
vuol dire che non solo la legge prescrive a dovere il fare l'azione, ma
eleva a dov~rc anche il motivo dell'azione.
Ora la legislazione che non solo prescrive 1'azione come dovere,
ma impone nel medesimo tempo come dovere anche il motivo, dicesi legis·
Iazlone rnorak. Per -contrario quella che non introduce il motivo ne1la
legge, e ammette motivi rlivcrsi da quello dell'idea del dovere, diccsi le-
gislazione giuridica. Questi motivi diversi dall'idea del dovere, sono i
motivi interessati dall'arbitrio, cioè le inclinazioni o le avversioni, ma
speciahnentc queste ultime (es. la paura della coazione). La conformità
o la non conformità pura e semplice di un'azione alla legge, senza ri·
guardo ai suoi motivi, appellasi legalità od illegalità. Quando invece
l'azione non ~olo è conforme al dettato della legge, ma il motivo che ha
informato l'agente è la pura idea del dovere, si ha la moralità del-
l'azione.
Questo pensiero del Kant, esagera le diffei·enze fra il diritto e la
morale, ed ha il difetto di separare, quando invece si deve solamente
distinguere: ha inoltre il difetto di escludere assolutamente dalla sfera
del diritto il motivo etico del dovere, mentre invece noi sappiamo che
il diritto, questo motivo nè lo include necessariamente, nè necessaria~
mente lo esclude, ma è soltanto neutro ed indifferente di fronte ad esso.
Con tutto ciò nei suoi elementi sani, la dottrina del Kant segna il tenw
tatìvo più grande di differenziazione tra il diritto e la morale.

***
Ad integrare questa analisi differenziale, vanno pur aggiunte le
seguenti •cose. Anzitutto deve tenersi per fermo, che il diritto, in.
teso come il sistema universale dci rapporti giuridici, ha un sustrato
etico fondamentale segnato dalla legge morale di Giustizia, la quale ci
detta cli rispettarci l'un l'altro e di limitare ciascuno l'attività propria
per rendere possibile l'esercizio dell'attività altrui. Questo sovrano
imperativo etico è il prius dell'ordine giuridico ed è ad un tempo un
limite ed un freno della reciprocità giuridica. Mi spiego. Se l'obbedienza
degli altri alle leggi ed alle inibizioni del diritto fosse una condizione
assoluta della mia, se l'infrangimento del diritto, commesso dagli altri,
fosse atto a legittimare l'infrangi.mento commesso da me, l'ordine giurl-
Igino Petrone

dico sarebbe disciolto da un giorno all'altro da un fatto di reciproca


disobbedienza o di reciproca violazione : e questo fatto non sarebbe con.
trario al diritto, perchè non sarebbe contrario al principio di reciprocità.
La forma della reciprocità è una fonua vuota : essa può rìusdre
così alla fondazione cli un ordine giuridico, come alla fondazione di
uno stato di violenza universale; il fatto della reciproca aggtessione
equivale esattamente - dal punto di veduta formale della reciprocità -
al fatto del reciprO'Co rispetto. Lo stato di natura è anch'c~so uno stato
di piena reciprocità: cd alcune direzioni <lei diritto naturale, traviate dal
principio di reciprocità, deviarono verso l'anarchia. La legge morale
di giustizia - che è il prùtS e la co11d1:tio sin:e qu-0 non dell'ordjnc giuri-
dico - tradm:esi, quindi, in una legge giuridica: cd è fatta valere da.Ilo
stato per le vie della coazione.
In secondo luogo è da notare che il diritto non è separato dalla mo.
rale, nel senso che quello abbia, per dir così, dei limiti spa7.iali, nei quali
la morale non imperi punto. Se il diritto non può far suoi gl'ideali della
morale, non è detto che sia vero l'inverso: la morale, a.tizi, impera e
reca le es(qenzt sue <mche nello spa::fo circoscritto dalla curva gfo..
ridica.
La sfera del diritto è la sfera della liceità o delle azioni potestative;
ora le azioni giuridicamente lecite possono essere benissimo, devono
esserJo anzi, in moJti casi 1 moralmente vincolate, e ove occ:orra, inter.
dette. I limiti etici possono non coincidere, devono anzi non coinci·
~ere coi limiti gluridici: la morale è più rigorosa del diritto ed assai
più inibitiva dell'egoismo. Voi potete, senza lesione della giustizia, fare
questa o quella cosa, in quanto che questa cosa rientra od è contenuta
nello spazio circoscritto dalla curva : ma interviene la morale a sug..
gerirvi che vi asteniate da queJla cosa in quanto che, tutto sommato1 ed
esaminate le condizioni del caso, quell'azione giuridicamente lecita e tol·
lerata è moralmete preferibile non farla. Nè ciò è argomento di con·
traddizione positiva tra le leggi del diritto e quelle della morale: perchè
la contraddizione presuppone l'omogeneità dei termini1 e qui i termini
sono eterogend e quindi incomparabili : in quanto che il diritto segna
la sfera del lecito e la morale quella dell'obbligatorio.
Se il diritto comandasse di fare le azioni contenute nello spazio
circoscritto dalla curva, nascerebbe la contraddizione tra la morale e
il diritto perehè vi sarebbero due comandi contradditori, l'uno il co.
mando di fare quella cosa, l'altro di non farla. Ma il diritto non CO·
manda. pe1mette: lascia cioè uno spazio vuoto, nel quale non è suo
Filosofia del diritto 47

ufficio impedire che altre leggi e altre forme di vita subentrino ad eser-
citare l'ufficio loro.
L'ordine giuridico, anzi, è cointeressato all'osservanza cd al rispetto
ck·i limiti etici, senza dei quali la società civile degenera ben presto
in una forma prosaica di farisaismo curiale, in cui le untuose apparenze
della lega1ìtà malamente dissimulano l'egoismo iniquo e valgare che ne
caratt<.>rìzza i rapporti.

III.
LA GIUSTIZIA E LA FORZA
La comune coscienza trova esservi antagonismo fra il diritto e la
forza, e noi vediamo nelJa storia dci popoli come spesso il diritto sia
oppresso dalla forza. e come contro le estrinse<:azioni della forza
sorsero le ribellioni in nome del diritto. Altri però potrebbe osservare
come questo antagonismo non sia che apparente; il diritto infatti attri-
buisce all'agente il risu1tato della sua azione, vale a dire della sua forza
individuale; il diritto adunquc protegge e garantisce le forze, e poichè
queste sono disuguali da uomo a uomo, così al più forte, al più capacei
riconosce il legittimo godimento dci prodotti di quella maggiore capa-
cità.
La giustizia pertanto, in quanto imputa i resultati delle azioni agli
agenti, tiene conto di questo elemento di forza e di capacità, e non sarà
errato il dire : La Giustizia è forza.
Che cosa diremo noi di queste diverse direzioni d'idee intorno ai
limiti tra il diritto e la forza?
Anzitutto la forza è una parola che può non essere esclusivamente
intesa in quel senso tristo che volgarmente le si attribuisce. Vi è la
forzCJ propriamente detta e vi è la violenza. La violenza è il preciso
contrasto della giustizia; l'uomo violento non limita la propria attività
in modo da rendere possibile l'esplicazione della libera attività altrui,
ma abusa e sfrutta le contingenze del momento, violando ogni diritto.
L'uomo della giustizia non usurpa, non ruba, come fa l'uomo violento e
di rapina, non piglia insomma l'altrui senza corrispettivo, ma dà qualche
cosa in contraccambio di quellG che riceve: non è parassita come lo
è il violento.
Lo stato di violenza è uno stato di guerra, lo stato di giustizia è uno
stato di pace, ed il progresso dell'umanità consiste appunto nel passaggio
da quello a questo.
48 I g1:no Petrone
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La forza 1 invece, nel senso buono e normale della parola 1 è l'espres.


sione stessa della vita. Non vi è alcun essere umano senza energia :
la forza è la vita. Ora appunto compito della giustizia è di proporzionare
le forze che cooperano e concorrono, regolandole in modo che a ciaa
scuna forza sia data una certa sfera di applicazione. Le forze indìvi·
duali concorrenti nello spazio sociale sono disciplinate dalla giustizia,
la quale non è l'antitesi della forza intesa in questo senso, ma è la pro.
porzione tra le forze.
Certo la giustizia come tutela e garanzia delle attività coesistenti,
è legge eminentemente universale; presuppone ed implica quindi un'c..
guaglianza formale d-c!lle forze che sono soggette alla sua disciplina,
ossia esige che le attività individuali abbiano Io stesso trattamento, e
siano_ regolate da un'identica legge: e se non vi fosse questa egua·
glianza, noi avremmo da un lato uno schiavo, da un altro lato un pa·
drone, ossia un puro rapporto di dominio fisico e non già un rapporto
di diritto.
Ma tutto ciò non toglie che Ja giustizia sia una legge di disciplina
e di garanzia delle forze e che appunto il concorso delle forze indivi·
duali ed il loro urto nello spazio sociale costituisca il campo d'azione
in cui esercita la legge del diritto.
L'esigenza della giustizia è che a ciascuno sia attribuito il suo e
che iI trattamento sia proporzionale al merito; e poichè le attività indi.
viduali sono forze diseguali, la giustizia non perturba questa disegua-
glianza, ma a chi merita più, riconosce di più che a chi merita meno 1
onde in questo senso può dirsi che il diritto sia del più forte, ove
intendasi più forte nel senso di più meritevole, di più capace.
Nella giustizia coesistono due esigenze che sembrano eontraddi-
torie e non lo sono: l'eguaglianza di diritto e l'eguaglianza di fatto.
Tutti sono eguali dinanzi al diritto, ed appunto per questo le attività
diseguali debbono essere trattate proporzionalmente alla loro disegua·
glianza. L'eguaglianza dinanzi al diritto chiamasi eguaglianza fonnale,
materiale quella di fatto, che non esiste in natura, perchè tutti sono
diseguali e differenziali. Senza l'eguaglianza di diritto non possiamo
entrare nel dominio della giustizia, e senza il rispetto della disegua.
glianza di fatto non possiamo rimanervi. La legge di giustizia è legge di
disciplina e di equilibrio delle forze diseguali e differenziali che concor·
rono nello spazio sociale.
Se non vi fosse questa diseguaglianza e questa differenziazione,
non vi sarebbe alcun rapporto giuridico propriamente detto. Tra esseri
Filosofia del diritto 49

perfettan1ente eguali di fatto, non vi sarebbe mai una coincidenza, un


incontro . un urto qualsiasi, paralleli l'uno all'altro, essi non si tocche.
rcbbcTo mai; npn vi sarebbe poziorità dell'uno rispetto all'altro; essi
sarebbero inerti, indipendenti, isolati. La relazione di diritto è relazione
di socialità e di dipendenza, nata da una posizione anteriore di indipen·
<lenza; un vincolo che nasce da un atto della libertà; una differenziazione
della indifferenza. Il diritto di proprietà, per esempio, non esisterebbe in
questa ipotesi di eguaglianza di fatto; esso esiste perchè una parte degli
individui di una data tribù o società, esplicò la propria forza in una
misura più intensa, con maggior somma di capacità, che un'altra parte
rimasta inerte ed impossidentc.
L'assunto della giustizia è adunque quello di disciplinare l'esercizio
delle forze individuali attuando fra esse l'armonia, la proporzione, l'e.
quilibrio. La giustizia è il reciso contrapposto della violenza, ma è la
legge di proporzionalità formale delle forze.
Errarono quelli che dissero essere il diritto la negazione pura e
semplice della forza; poichè l'equilibrio delle forze sociali è la giustizia.
Anche dal punto di vista formale il diritto non è il contrario della forza.
Il diritto, come abbiamo detto, è coercibile, a differenza della morale;
per attuarsi, quindi, esso chiede l'aiuto della forza. Il diritto obbiettivo
si comporta come una forza che si contrappone alle· resistenze dell'arbi..
trio. Il diritto soggettivo è una pretensione che si fa valere, non certa-
mente colla forza materiale individuale dell'avente diritto (nel qual caso
vi sarebbe una violenza ed un arbitrario esercizio del proprio diritto)
ma. con la coazione giudiziale, ossia con la forza socialmente organiz..
zata a servizio del diritto.

TV.

LA GIUSTIZIA E LA BENEFICENZA

Vedemmo che la Giustizia è la legge che impone di imputare all'a-


gente gli effetti delle sue azioni ed esige che ciascuno sia trattato in
proporzione del suo merito: e però è una legge che tutela e garantisce
le forze individuali, una legge di compensazione, di correlazione, di
reciprocità. La Beneficenza, invece, non è una legge di reciprocità,
ma è una legge di amore e sacrificio, che invita a cedere, a donare qual-
cosa del proprio.
La Giustizia importa ehe si dia agli altri purchè gli altri diano a me;

4, - PnRONE, Filosofìa del diriJtc.


50 Igino Petrone

io limito la mia attività, purchè gli altri limitino la propria; vi è sempre,


per così dire, un elemento utilitario, un do ut des i Ja Giustizia, che è
l'equilibrio delJe forze sociali, vuole che a ciascuno sia attribuito il suo,
in ragione dei propri meriti, e non più.
La Beneficenza non si esplica bilateralmente, ma unilateralmente,
non è così rigida come la Giustizia, concede agli altri più di ciò che me.
ritano, obbedendo a sentimenti superiori di umanità e di pietà e tenendo
conto che non sempre la inferiorità delle condizioni è imputabile alla
volontà degli individui.
Oltre a "Cui la Giustizia è coercitiva; la Beneficenza, invece, dt'Ve t~.s ..
sere, è eminentemente spontanea, mmc la morale, gia·cchè, se forzata,
non sarebbe più tale. Nella Bibbia è il precetto: «la mano sinistra
non sappia ciò che farà la destra »; questo perchè la carità non deve
essere un patto; l'individuo che dà non deve farlo con l'aspettazione del
contraccambio.
L'economia politica a tipo individualistico ha mossa una critica ai
principii di carità e beneficenza, ritenendo che la carità fosse un'or..
ganizzazione dell'accattonaggio e come tale contraria alle leggi econo-
miche. Il perno, lo stimolo delle intraprese economiche, è il tornaconto
individuale e la beneficenza sopprime doppiamente lo stimolo dell'inte-
resse quando sia organizzata coercitivamente dallo Stato : nella persona
del beneficato di cui aumenta l'oziosità e l'odio al lavoro, nelle persone
dei benefattori coatti, i quali non sono incoraggiati ad un accrescimento
di produzione, che lo Stato poi colpisce vessatoriamente per sostenere
il fondo della beneficenza sociale.
Questa critica della beneficenza fu sistem;ata dalla sociologia darwi·
niana, la quale ha applicato all'etica le leggi biologiche delle trasforma·
zioni dei tipi specifici, ossia la lotta per l'esistenza e la selezione. Il
Malthus aveva formolato la nota legge di sproporzione radicale
fra popolazione e sussistenze. Ora la sua dottrina fu allargata dal
Darwin a tutto l'ordine della biogenesi. In virtù di questa sproporzione
si crea una lotta, una concorrenza irrefrenabile fra gli individui di una
specie: e in questa lotta è vittorioso chi ha una data prerogativa che
ne assicura la sopravvivenza.
Questa prerogativa si trasmette ereditariamente e si consolida e dà
luogo ad una varietà, e le variazioni addizionate ed accumulate nell'in-
finito del processo storico, danno luogo a tipi nuovi e ad una nuova
specie. Ora tale sistema di leggi della biogenesi contemporanea fu esteso
ai rapporti sociali per opera della sociologia evoluzionista, alla quale
Filosofia del diritto 51

devesi una critica della beneficenza. in omaggio al naturalismo etico ed


alla legge della selezione.
La Carità secondo H. Spencer è un processo eminentemente in-
giusto, in quanto non che accordarsi alla superiorità i vantaggi del1a
superiorità, si accordano alla debolezza le prerogative della forza; per
tal modo si procede contro le leggi di natura che vogliono la sopra vvi-
venza dei più adatti, e l'eliminazione dei più deboli, si dà luogo ad un
allevamento artificiale dci tipi inferiori, e si mantiene una perturbazione
sociale permanente.
Si contrappone che ]a teoria evoluzionistica non ispiega come i sen-
timenti caritativi, non ostante la loro presunta funzione regressiva e
rt.'vcrsiva, sieno sopravvissuti, anzi si sieno resi più intensi nella evolu.
zione storica dcl sentimento morale; e si obbietta ehe, invece di limitarsi-
ad una censura della Carità e della Beneficenza, si dovrebbe piuttosto
spiegar.e come questo elemento degenerativo sia rimasto superstite all'o-
pera della selezione.
Ma v'ha di più; se nc1l'ordinc biologico jn cui gli individui combat..
tono con le sole prerogative individuali, può veramente avere la preva.
lenza il più forte, nell'ordine sociologico questa legge subisce modifica-
zioni, per il fatto che interviene a perturbare la parità di condizioni
dei contendenti il processo dei mezzi e delle condizioni esteriori e so.
ciali, inegualmente ripartite, ossia Ja capitalizzazione e l'arricchimento
e l'ineguaglianza economica.
L'allevamento artificiale della debolezza nella società proviene dalle
leggi stesse dell'evoluzione: le specie più forti dell'antica fauna gigan-
tesca sono soccombute per le prime per la loro stessa forza e grandezza,
cui più non erano sufficienti i mezzi dell'ambiente. È erroneo che la
selezione biologica sia sempre progressiva: essa è in molti casi rever·
siva: ed il progresso consiste non nell'assecondarla, ma nel renderla
più tenue.
L'evoluzione sociale economica tende ad essere progressiva solo se
governata. da principii economici superiori alla lotta per l'esistenza.
La cooperazione fa sì che ogni individuo debole per mezzi economici
raccolga gli aiuti provenienti dall'associazione. La solidarie):à è la forma
evoluta della Carità e della Beneficenza. Se può approdare una critica
della elemosina per l'ausilio indiretto dell'accattonaggio, non approda
una critica della solidarietà e della beneficenza; in ogni caso risponde
esauriente la storia.
La solidarietà e la cooperazione sono la sola speranza per por fine
Igino Petrone

alla lotta di classe, che ha funzione reversiva. Lo Spcncer ritiene che la


Carità deve essere individuale, non sociale, non fenomeno di stato;
poichè come fenomeno individuale alimenta i sentimenti di simpatia e
fa bene al cuore stesso dcl benefattore: nessuna società può vivere sulla
base della sola giustizia; e questa base primaria della cooperazione so-
ciale, come direbbe lo stesso Spencer, vuole essere integrata e spesso so.
stituira dalla legge secondaria, ossia dai postulati della Beneficenza:
'Come fenomeno di stato è ingiusta sottrazione alla forza cù ingiusta
largizione alla debolezza.
Altri vorrebbe sollevare il principio della Carità a dovere etico e giu·
ridico.
Lo stato dovrebbe soddisfare al principio di Beneficenza, esercitan-
dola in una forma organica, sistematica, nel qual caso si avranno isti-
tuti di assistenza sociale. La ooS'Cienza. modema oscilla appWJto tra
queste due direzioni, delle quali tende a prevalere razionalmente la
seconda. Il solidarismo si fa innanzi; per esso la beneficenza non è
contraria alla giustizia, ossia alle fwizioni dello stato; e la lotta. tra la
Giustizia e Beneficenza non è lotta tra la Giustizia ed il suo contrario,
ma tra due aspetti antinomiici della giustizia medesima.
Per il solida.risma la. beneficenza sociale è il presentimento ed il
preannunzio di una forma di Giustizia che esamineremo più giù, della
giustizia sociale distributiva.

V.
LA GWSTIZIA E LA EDONISTICA SOCIALE

Alcuni dicono che la Giustizia si deve regolare secondo l'edonistica


sociale, cioè che la Giustizia deve ordinare la convivenza sociale in
modo che ciascuno sia trattato in proporzione dei propri bisogni. Sic-
.come nella vita degli individui esiste una scala dei bisogni, orbene l'e.
donistica vuole che ciascuno sia trattato a seconda di codesta scala;
,così se vi è un'imposta, si deve preleva.re dalla sostanza. individuale
un'aliquota diversa, seconde) le diverse unità successive di ricchezza
possedente (imposta. progressiva).
L'edonistica sociale adunque vuole tener conto dei bisogni, la Giu.
stizia invece vuole che a ciascuno sia imputato il suo e quindi tien conto
esclusivamente delle capacità.
Quindl il trattamento consigliato dalla edonistica sociale, non è uni·
Filosofia del diritto 53

forme cd omogeneo, ma eterogeneo e differenziato e graduato secondo


gli stati di bisogncvolezza dei soggetti. Non la ragione e la proporzione
oggettiva delle cose, ma il rapporto delle cose alla sensibilità ed alla
emotività dei soggetti preoccupa l'edonistica sociale: oosi non la ra-
gione <lei redditi, ma il rapporto dei redditi ai bisogni ella ha in mira
11ci suoi ideali di ricostruzione. Quindi nella ripartizione delle ricchezze
e della produzione sociale, l'edonistica esige che si tenga conto non già
della potenzialità produttiva dell'agente, ma dei suoi bisogni. Nel si-
stema tributario essa vuole che si adotti Wl'aliquota diversa a seconda
delle diverse unità successive di ricchezze possedute: e traccia una
scala di aliquote corrispondente e proporzionale ad una scala di bi-
sogni. Nella procedura di concorso essa domanda che i crediti minimi
abbiano un trattamento <lisforme dai crediti grandi e che i primi sieno
privilegiati oPc legis in confronto dei secondi, perchè rispondono ai
bisogni primari ed incompressibili della persona del creditore. L'cclo-
nistica sociale è il programma del socialismo utopistico (a ciascuno se-
condo i suoi bisogni) e che perdura come residuo neoutopistico nelle con..
cezioni critiche e scientifiche della società comunistica futura, la quale
in un primo periodo sarebbe governata dal principio « a ciascuno se--
condo il suo lavoro» ma, in un secondo e finale periodo, dall'altro «a
ciascw10 secondo i suoi bisogni ».
L'attuazione di una giustizia basata sulla edonistica sociale è impos..
sibile, giacchè lo stato diverrebbe arbitro a liveUare le ricchezze uscendo
in tal modo fuori dei limiti del diritto.
La Giustizia si fonda su concetti urùversali, oggettivi; dovrebbe quindi
per dare a ciascuno uno speciale trattamento giuridico, stabilire con cer-
tezza quali siano i bisogni di ciascun individuo, e11-trando perciò in un
esame dello stato psicologico individuale del soggetto, della composizione-
della sua famiglia e di molte contingenze soggettive ed irriducibili a prin-
cipi di massima. L'ideale, adunque, dell'edonistiica sociale sarà irraggiun-
gibile nel campo giuridico, poichè la giustizia non può entrare nella in~
certissima sfera dei piaceri e dei bisogni che variano in misura ed in-
tensità da soggetto a soggetto.
È indiscutibile però che in uno stato sociale idealmente e perfet-
tamente ordinato le esigenze della Giustizia coinciderebbero spontanea-
mente con quelle della edonistica sociale, poichè in uno stato consimile-
non vi sarebbe fra i bisogni e le ~apacità la sproporzione odierna.
ANALISI ASSOLUTA O INTERNA
DELLA GIUSTIZIA

Fin qui abbìamo tra-cciato l'analisi dìffercnziale relativa. della Giu-


stizia, dico relativa, ossia contemplata in raffronto ad altre norme di
condotta o altre maniere della vita di relazione.
Dobbiamo ora tracciare l'analisi differenziale assoluta. della Giu-
stizia, ossia l'analisi interna della Giustizia contemplata in se stessa,
nelle sue forme, nei suoi elementi.
Ricordiamo la nozione fondamentale che la Giustizia è l'esigenza e
la proporzione tra il merito e la ricornpensa, il demerito e la punizione.
Da una semplice analisi di quella nozione si trae il concetto che vi è
una forma prima di Giustizia che sì chiama Giustizia compensatrice o
tetributiva, divisa a sua volta. in due sottofonne, l'una positiva, l'altra
negativa, l'una che abbraccia gli imperativi riguardo al merito, l'altra
che abbraccia gli imperativi riguardo al demerito o alla colpa : l'una è
la Giustizia retributiva civile, l'altra è la Giustizia retributiva penale.
La retributiva civile si può chiamare brevemente Giustizia com-
mutativa.
Ma oltre alla Giustizia compensatrice o retributiva (comprensiva
delle due sottoforme) vi è un'altra forma di Giustizia chiamata tradì.
zionahnente distributiva o distributrice.
Questa non si occupa propriamente dei rapporti tra il merito, pasi-_
tivo e negativo, e la rispettiva compensazione, ma bensì si occupa di fis·
sare le norme che governano i rapporti di un gruppo sociale in cui
non sia nato ancora il merito individuale.
La Giustizia distributrice fissa le norme che governano la riparti.
zione delle condizioni, dei mezzi e dei valori sociali tra individui eguali
tra loro per comune ed identica assenza di merito individuale.
Essa fissa altresi le nonn.e che governano la divisione dei beni col-
lettivi (occasioni di industrie o di lavoro, condizioni di produttività
e simili) sovra i quali nessuno dei conviventi ha un titolo poziore di
fronte agli altri e viceversa la ripartizione degli oneri ovvero delle per.
Filosofia del diritto 55

<lite o degli svantaggi che nessuno degli individui sia giuridicamente


obbligato a sopportare da solo o esclusivamente.
Non è arduo fin d'ora il comprendere quale differenza passi tra la
Giustizia compensatrice o retributiva e la Giustizia distributiva.
La prima governa i rapporti di redprocanza e di scambio in una
società economicamente differenziata e progredita: la seconda governa
i rapporti cli soHdarietà i quali si verificano in una società primitiva
indivisa, comunistica, omogenea, sia essa reale o semplicemente ipote-
tica e possibile, come vedremo.
ln ogni società economicamente differenziata esiste l'istituto econo-
mico dello scambio, dovuto alle esigenze della divisione del lavoro.
Ciascun membro dell'economia associata produce delle merci e le ronfe.
risce sul mercato per ottenere a sua volta altre merci in contraccambio.
L'equivalenza delle due merci barattate sul mercato segna il tipo
della Giustizia commutativa. Questa governa quindi i rapporti di scam-
bio e domanda l'equivalenza del dare e dell'avere, della prestazione e
de11a controprestazione.
La Giustizia commutativa governa adunque una struttura sociale
caratterizzata dallo scambio, e lo scambio, a sua volta, è reso possibile
dal fatto che i membri della economia associata sono in fra di loro
nella qualità di produttori autonomi ed indipendenti, dal fatto cioè che
esiste la produzione individuale ovvero il merito individuale. La pro-
porzione della ricompensa a questo merito è appunto la esigenza della
Giustizia commutativa.
Ma prima della società a produzione individuale ed a lavoro diviso,
prima dello scambio economico, è colliCepibile (nùn dirò già qui che esi-
sta) una società a diversa struttura.
È concepibile cioè una società in cui non ancora la produzione indi-
viduale è nata, ma sono soltanto presenti e disponibili le condizioni
sociali della produzione possibile : ma una società in cui siano presenti
i mezzi e gli strwnenti di produzione e non siano ancora presenti i pro-
dotti : ovvero una società in: cui vi siano dei valori e dei prodotti, ma
non già valori e prodotti individuali, bensì valori e prodotti sociali.
Le unità individuali di questa società ipotetica sono omogenee; ossia
gli individui sono uguali tra di loro nella comune mancanza di un merito
o di un titolo poziore di fronte alle condizioni o ai mezzi di produzione,
come di fronte ai valori sociali già prodotti. Orbene questi rapporti di
questa società ipotetica sono appunto il terreno di azione della Giustizia
distributiva, la quale quindi governa la diffusione del valore sociale sugli
56 I gi1to P etro1te

individui (forma positiva) e la ripartizione dell'onere e degli svantaggi


sociali fra gli stessi individui (forma negativa).
La Giustizia distributiva governa quindi i rapporti di solidarietà ed
implica necessariamente non già una relazione tra individuo e individuo
(rapporti di scambio) ma una relazione tra individuo e società, o tra
godimento o perdita. individuale e volere sociale.

I.

GIUSTJZJA RETR!BVTJV A CIVILE


O GIUSTIZIA COMMUTATIVA

Procedas.i ora all'analisi della Giustizia commutativa. Questa governa,


come si è detto, i rapporti di rcciprocanza i quali si detcrmfoano in una
convivenza sociale differenziata in produttori individuali, ciascuno dei
quali ha un merito specificato in rapporto al bene da lui prodotto, ovvero
alla prestazione da lui conferita sul mercato.
Lo scambio è il presupposto e il substrato economico della Giu.
stizia commutativa. La filosofia del diritto deve atteggiare gli imperativi
di giustizia nella struttura materiale dei fenomeni sociali, struttura emi-
nentemente economica. Noi possiamo e dobbiamo tradurre in termini
giuridici aléuni teoremi e corollari che voi potreste avere creduto solo
proprii della scienza economica. Sono quei termini delle categorie eti-
co-economiche che la Filosofia del Diritto non deve trascurare. Essa
anzi è un'etica applicata all'economia.
Lo scanibio presuppone il transito dalla economia isolata alla eco-
nomia sociale. Nella prima di queste forme di economia l'individuo
produce per sè i mezzi necessari di consumo e ben si comprende che
in questo periodo sociale non v'è campo per la Giustizia commutativa.
Il rapporto tra l'individuo e i suoi prodotti non può dirsi rapporto di
scambio.
Entra in funzione la Giustizia commutativa quando vi è divisione del
lavoro. I prodotti dell'uomo diventano merci, e sono destinati a ser-
vire ad- altri uomini: ciascuno dei membri dell'economia associata è ad
un tempo produttore e consumatore : nasce la reciprocanza delle presta-
zioni e delle controprestazioni nella forma prima del baratto in natura,
iodi dello scambio io moneta o in simboli rappresentativi di quella.
La Giustizia commutativa, intervenendo nello scambio, esige un'as-
Filosofia del diritto 57

soluta proporzione tra merito e ricompensa, tra prestazione e contro-


prestazione, tra p1·odotto e valore.
Ciò posto, quale criterio dovrà essa seguire per misurare esattamente
il merito del pmduttore? Il produttore reca senza dubbio un gran
bene alfa collettività sociale con la sua produzione, ma questo coefficiente
dd bene che egli rende alla società, non può essere un ctiterio misura..
ture dcl suo nterito. Quel bene è irriducibile al cakolo, è una quantità
infinita, incommcnsurahile. Il criterio misuratore del merito deve essere
una quantità finita. La prestazione benefica resa dal produttore non de-
riva da m.ire di carità che egli abbia, ma è dovuta al suo criterio edo-
nistico ossia a11a aspettazione deIJa controprestazione. Diremo che questo
criterio egoistico che è il coefficiente iniziale di ogni prestazione econo-
mica fissa eSso il criterio misuratore del merito? No, Que1la intenzione
egoistica sfugge anch'essa al calcolo; è una quantità indefinita, incom-
mensurabi1e.
Per misurare il merito del produttore dobbiamo ricorrere ad un
altro coefficiente e questo è la somma delle spese e dei sacrifici soste-
nuti dal produttore per ottenere quel dato prodotto, comprcsavi l'alea
alla quale egli si espone per le fortuite e imprevedibili contingenze con-
trarie al mercato delle merci.
Di tutti i coefficienti del merito solo questo è una quantità finita e
misurabile; solo esso quindi interviene come criterio misuratore del me-
rito medesimo. ,
Adunquc l'imperativo della Giustizia commutativa è il seguente :
Ciascun produttore ha diritto ad ottenere l'esatto corrispettivo o equiva-
lente delle spese, dei sacrifici e dei rischi della produzione.
Si notino però le due cose seguenti : la prima si è <li.e il sostenere
delle spese, dei sacrifici, dei rischi in una data produzione di beni utili
dà giusto titolo ad ottenere il con-ispettivo di tali spese e di tali sacrifici,
subordinatamente ad una condizione necessaria, e la condizione si è
che la somma di queste spese non superi mai la cifra che ciascun mem-
bro della economia associata spenderebbe in una economia isolata per
attenere lo stesso prodotto. Questa eondizfone necessaria è dovuta
al fatto che senza di essa verrebbe meno la necessità e la utilità della
economia associata e quindi gli individui come tali non verrebbero
compensati delle restrizioni e dei sacrifici che l'associazione import.a.
'La sccondia cosa è che la somma delle spese e dei sacrifici sostenuti
per· la produzione conferisce giusto titolo al corrispettivo solo finchè la
58 Igino Petrone

somma medesima coincide con la somma sociaJmentc necessaria per


produrre in quel dato stadio economico il prodotto.
Non è la somma delle spese e dei sacrifici attualmente e di fatto s0-
stenuti quella che determina la misura del corrispettivo, bensì la somma.
che un produttore esperto dovrebbe sostenere date le rispettive con-
dizioni del progresso economico. Poichè se, per esempio, un dato pro-
dotto si può ottenere con una spesa x e un dato pt'od uttorc inesperto
o malaccorto per ottenere lo stesso risultato impiega 2f't" di spesa, la
retribuzione a cui egli ha diritto è .r, non 2x. Se basta. spendere .i", ci-
fra indicante la somma delle spese che sono socialmente necessarie,
tutto quello che si spende di più non è produzione, ma dissipazione, non
è merito, ma assenza di inerito.
Analizziamo ora i casi speciali in cui la Giustizia commutativa in-
terviene come regolatrice nei rapporti detla vita sociale.
r) Concorrenza. - Il primo caso è che in una società economica
i produttori possano avere beni utili di una determinata maniera sino
a coprire completamente i bisogni dei consumatori con eguale quantità
i-ispettiva di sacrifici e con profitti proporzionali ai sacrifici medesimi.
In tal caso ove ostacoli artificiali non sì frappongono, si genera tra i
diversi produttori una viva concorrenza per lo smercio dei loro prodotti
e questa concorrenza si rende spontanea ministra della Giustizia com~
mutativa. I produttori, cioè, tendono a ricevere per questi prodotti una
rimunerazione che corrisponde alla grandezza dei sacrifici fatti per la
produzione. Questa rimunerazione è precisamente il prezzo segnato dalla
coI]C{)rrenza. Pe1"Chè se, per avventura, il prezzo è W1 pò troppo rimu·
nerativo, gli altri produttori affluiscono allo stesso genere di produzio·
ne, e viceversa, dove il prezzo rappresenti un difetto di fronte al livello,
i produttori abbandonano tale industria ed i consumatori debbono
pagare di più la produzione che viene a mancare.
Trattasi però di una tendenza e non già di un fatto; la intransferi-
bilità economica dei valori invertiti da un'industria in un'altra, rende
impossibile od economicamente svantaggioso nel più dei casi l'afflusso
dei produttori dei rami d'industria meno remunerati in quelli più re·
munerati. Il prezzo corrente non segna quindi sempre il vero corr-ispet-
tivo voluto dalla Giustizia commutativa ed il prezzo nortm1!e attorno
a cui si raggirano le oscillazioni del prezzo corrente è una pura fin·
zione logica astratta.
L'attuazione di fatto della Giustizia commutativa dipende quindi
dalla presenza o dall'assell(za di fattori che elidano o meno la funzione
<::ompensativa e spontanea della concorrenza.
Filosofia del diritto 59

2) Jllonopolio. - Vi è una seconda serie di casi, quella del mono-


polio, cioè a dire di uno smercio più o meno esclusivo e privilegiato dei
prodotti, per cui un produttore o dati produttori provocano un aumento
cli prezzo in eccedenza dei sacrifici e delle spese sostenute nella pro-
duzione.
Questa seconda serie di casi rappresenta una sistematica violazione
ddla ()iustizia commutativa; il prezzo non è un corrispettivo, ma è
u110 sfrt1Jta,ntcn.to.
Oltre al monopolio dcl produttore a carico del consumatore, vi
può essere il monopolio dci consumatori a carico dei produttori. Il con.
sumatore abusando della situazione privilegiata che gli è creata dal
fatto che il produttore è impedito o paralizzato nello smercio dei pro-
dotti in sovrabbondanza, corrisponde per i prodotti medesimi un prezzo
che è inferiore:: ai sacrifici socialmente ed economicamente sostenuti
dai produttori.
3) Costo di produzione plurimo ossia reddito differenziato. - Vi
ha una terza serie di rapporti, quella in cui alla unicità del valor di mer.
calo dei prodotti non corrisponde la uguale quantità delle spese e dei
sacrifici socialmente necessai-i sostenuti nella produzione, ma corri-
sponde invece un costo di produzione differente e plurimo.
Il che avviene quando la spesa minima di produzione è x e vi sono
alcuni produttori che senza colpa loro devono spendere 2x; e 2x sono
socialm~ntc necessari nè più nè meno che lo è x. In tal caso i primi
fruiscono di un privilegio, di un monopolio naturale, che la Giustizia
commutativa non può eliminare. Il caso concreto è offerto dalle indu-
strie in cui non è possibile aumentare la produzione di beni utili con
profitti proporzionali, ma per coprire la richiesta dei consumatori è ne-
cessario produrre con spese crescenti o compensi decrescenti. Il prezzo
corrente di tali beni è uguale al massimo dei sacrifici o al m1nimo dei
compensi, appunto perchè quel massimo è socialmente necessario. Il
produttore che ha ottenuto il prodotto con sacrificio minore guadagna
un soprappiù che non è dovuto a suo merito, ma a condizioni indipen.
denti dalla sua capacità economica. Qµesto soprappiù non è sfrutta-
niento, m-a soprMreddito~ e lo è nella misura in cui il minor sacrificio
dipenda o meno dal suo merito. Spesso però il merito ha non poca
parte nel determinare il minor sacrificio; e molti dei soprarredditi cen-
surati dalla economia Ricardiana son dovuti al merito individuale del
produttore e quindi rappresentano una giusta compensazione.
60 I gin o Petrone

***
In un sistema di economja progredita a base di capita]e la produ-
zione non è compiuta direttamente dal prodttttorC, ma piuttosto da que..
sto per mezzo del lavoratore.
Esaminiamo quindi come la Giustizia commutativa possa regolare j
rapporti tra lavoratore e produttore.
La ricompensa dcl lavoratore è misurata come quella di qualsiasi
merce prodotta nel mercato di spaccio dalla sonuua dei sacrifici con..
nessi alla sua produzionc 1 ossia dalla somma delle spese occorse per la
produzione della forza./a.voro.
Che cosa significa produzione della forza-lavorn? Significa la for-
mazione delle attitudini a lavorare e il sostentamento del lavoratore
durante. l'esercizio del lavoro; il lavoro nella economia è una merce ed
una Illa!t.china; pareggiato quindi alle altre merci nei criteri misuratori
della ricompensa.
Ciò contraddice alle idealità che vorrebbero che sotto la iorza di la-
voro vi sia un uomo ossia una persona morale da trattare in modo con.
gruo alla. dignità wnana, o anche da trattare come un produttore auto-
nomo. Ma sta il fatto doloroso che nell'economia capitalista il lavora.
tore ·non è w1 produttore, ma un agente subordinato al produttore, an.
zi un mezzo di produzione. La persona del lavoratore è una cifra del
bilancio passivo dell'imprenditore. Non si può applicare alla misura
della ricompensa del lavoratore il criterio del valore produttivo della
forza.lavoro. L'energia produttiva del lavoratore non è una quantità
misurabile; è un coefficiente qualitativo non soggetto a misura ed a
determinazione. Il valore del lavoro è apparso quindi massimo agli uni,
nrinimo agli altri. Il Marx, insegnando che il valore dei prodotti sia
una esclusiva funzione del lavoro, ha creduto che il lavoro sia tutto; a}..
tri ha osservato che il valore dei prodotti è una funzione complessa di
parecchi fattori di cui il .lavoro del lavoratore è tenue parte. Il Marx ha
tenuto conto di un coeffidente puramente qualitativo; questa qualità
non è misurabile nè determinabile. perchè illimitata ed indefinita; ed
egli per una illusione ideologica ha tradotto l'assenza del limite, che è
un fatto negativo, in una realtà positiva, ossia nella potenzialità esclu·
siva ed assoluta della forza-lavoro. Sarebbe più congruo alle idealità
sociali che il lavoratore fosse produttore e non mezzo di produzione
e, se non produttore autonomo, almeno associato. Ma dato un sistema
di produzione in cui il lavoratore entri come macchina produttiva, il
Filosofia del diritto 61

lavoratort nou autonomo non rappresenta che una cifra passiva nel bi-
lancio clcll'ìmprcditore o una merce accaparrata dall'imprenditore me-
desimo; e la retribuzione che gli spetta è ciò che occorre per pagare
le spese di produzione della merce, ossia per pagare le spese onde la
forza-lavoro si formi e si conservi.

***
Abbiamo visto che, sfuggendo ad 0&111i misura il servizio produttivo
dcl lavoratore; ne viene di conseguenza che la Giustizia commutativa
debba assegnare al lavoratore stesso una retribuzione 1 un salario che
deve essere proporzionato alla somma delle spese e dei sacrifici soste·
nuti dal lavoratore per il suo apprcntissage e che deve essere sufficiente
per il suo mantenimento.
Non si dica che questo criterio non sia del tutto conforme alrideale
di Giustizia commutativa. La Giustizia commutativa non è responsa-
bile se l'operaio, invece di essere autonomo non rappresenta che un
mezzo d·i produzione accaparrato dallfimprerulitore. Responsabile di
ciò sarebbe tutt'al più la Giustizia distributiva il cui ufficio è di distri-
buire con equo procedimento tra i cittadini le fnnzioni della produzione
sociale e le occasioni di lavoro e di industria. La Giustizia commutativa
interviene invece per regolare i rapporti di scambio che si determinano
tra i diversi produttori, consecutivamente aJla distribuzione tra essi
degli ufiki e delle occasioni della produzione e della industria.
Eppur{"' anche il criterio il quale prescrive che al lavoratore non au-
tonomo si. debba dare ciò che gli occorre per il suo mantenimento, non
sarebbe contrario al benessere della classe lavoratrice qualora fosse ri-
spettato assolutamente. L'uomo lavoratore, a condizioni normali, ha fa..
miglia, quindi la sua retribuzione dovrebbe essere sufficiente per il man-
tenimento di essa. Quel criterio rappresenta quindi wi'equa misura di
ricompensa. Purtroppo nell'ordine dei fatti non sempre avviene che
il salario corrisponda a questo giusto prezzo del lavoro. Non è il cri..
terio del giusto prezzo quello che prevale nelle idee e nei fatti dell'or-
dine sociale vigente, ma si preferisce teoricamente un altro criterio,
quello del consenso formale non viziato da violenza o. da frode. È la
volontà delle parti, il cOMsenso, che stabilisce il giusto prezzo giusta il con.-
trattualismo ed il liberalismo contemporaneo.

i'
Ma tale teoria è propria di quelle scuole di filosofia borghese che cre-
dono consenso non solo elemento necessario, ma anche sufficiente del
62 Igino Petrone

vincolo obbligatorio. Il libero consenso dell'uomo, secondo esse 1 rende


giusta la sua obbligazione, quand'anche essa, per rispetti obbiettivi, si
chiarisca ingiusta.
Per noi invece nel rappoito concreto dello scambio il libero consenso
costituisce l'elemento formale, ma non sempre l'elemento sostanzi~le.
Crea insomima una condizione necessaria ma non sufficiente. Questo
elemento formale può essere anche sostanziale, ma solo quando lo
scambio avvenga fra due esseri in istato di eg·uaglianza. Allora, e sola-
mente allora, i due esseri sono veramente liberi l'uno di fronte all'altro;
ma se questa piena eguaglianza non e>'è che in apparenza, non avremo la
pienezza della libe1tà del consenso, e la rimunerazione accettata può
non essere giusta, può cioè non esservi proporzione tra merito e ri-
compensa.
Noi quindi dobbiamo ritenere che il consenso libero sia un mini..
tn.wn di necessità, ma non un maximum di sufficienza. Perchè il libero
consenso fosse elemento sostanziale e sufficiente occorrerebbe ch'esso
fosse prestato da Wl soggetto libero in assoluto.
Ma la libertà assoluta delle condizioni del consenso non esiste nel..
l'uomo; cd essa non esistendo, vien meno il presupposto onde la forma
coincida con la sostanza ed il consenso rappresenti l'equivalente subbiet-
tivo della legge obbiettiva di Giustizia.

***
Più sopra abbiamo coneluso che non si può imputare alla Giusti-
zia commutativa l'autonomia suaccennata, ma che, in caso, ne è respon-
sabile la Giustizia distributiva.
Questa però, che, nell'astratta ipotesi di un cominciamento assoluto
della differenziazione sociale può operare una giusta distribuzione nei
1

singoli individui delle condizioni, dei mezzi e degli uffici del lavoro e
e
della produzione sociale, trova un ostacolo nella discontinuità succes-
sione delle generazioni. Se tutte le generazioni fossero simultanee, con..
comitanti e, conseguentemente, tutte presenti alla Giustizia distribu-
tiva, essa potrebbe assegnare a ciascun indlviduo una giusta quota. Mà
col succedersi delle generazioni, la Giustizia distributiva trova per i
nuovi venuti un ostacolo creato da un suo atto anteriore, ossia dalla di-
stribuzione preesistente che sottrae alla comunità ed alla disponibilità
teorica di tutti i futuri gran parte degli uffici e dci mezzi sociali riser.
vati alla proprietà dei presenti. In relazione di simultaneità la Giustizia
Filosofia del diritto

distributiva troverebbe il suo pieno adempimento, ma in relazione di


successione e nell'ordine del tempo essa non può attuarsi liberamente,
anzi ogni suo atto anteriore costituisce un impedimento ed una limita..
zione ad un atto posteriore.
Goethe disse nel Faust: « Guai a te che sarai nipote » appunto per
il fatto che, chi vien dopo, trova il posto occupato da coloro che Jo
hanno preceduto.
Il primo, in omaggio alla Giustizia distributiva, è stato posto in con·
dizione tale cla trovarsi in relazione di Giustizia e d'ingiustizia ad un
tempo con chi verrà dopo: di Giustizia perchè la sua proprwtà è effetto
di un atto cli Giustizia distributiva preesistente, d'ingiustizia perchè è
un impedimento ad una distribuzione ulteriore. Perciò la società, po ..
sata su1la sola Giustizia, non può recare a compimento tutte le sue esi-
genze; perchè anche la Giustizia è viziata da un'intima manchevolezza.
Noi ci troviamo in un periodo di prosaica borghesia, in una delle
età, cioè, più rigidamente giuridiche della Storia. Alla Filosofia del Di-
ritto spetta il compito di analizzare l'intima essenza di questa Giu ...
stizia formale che spesso si traduce in una sostanziale ingiustizia.

Il.
GIUSTIZIA RETRIBUTIVA NEGATIVA O PENALE

Come la Giustizia retributiva positiva o civile importa .una propor-


zione tra merito e trattamento, tra prestazione e retribuzione, così
la Giustizia penale importa una proporzione tra demerito e trattamento_,
tra colpa ed espiazione.
La colpa consiste nella privazione di un bene o nella infiizione di
un male a un dato individuo, la pena esige la restituzione del bene tolto
o il risarcimento del male arrecato. Riguardo al danno si possono verifi.-
eare più casi: si può avere un danno risarcibile, ma può anche darsi
che si tratti di beni non risarcibt1ì o, almeno, incommensurabili dal pun..
to di vista economico, oppure ancora di beni risarcibili, ma che alla
privazione di essi sia connessa non solo la nozione del bene perduto,
ma la sensazione di pericolo e di sofferenza per il nwdo della perdita,.
ossia la qualifica dolosa ed offensiva della volontà del danneggiatore.
Così beni non risarcibili sarebbero la vita e l'onore e, Don ostante la
risarcibilità, punibile è il furto, perichè vi è quakhe cosa di non risarci.
bile : la sofferenza ed il pericolo del derubato e della società. Se il col-
64 - - - - - - - - I gin o Petrone

pevole di fu1to restituisse aJ derubatò la somma che gli ha tolto non


potrebbe dire di averlo completamente risar<:ito dei danni, perchè reste~
rebbe sempre nella vittima una sofferenza morale non compensata, il da.
!ore dell'offesa subita al sentimento ed al diritto di proprietà. Il primo
caso, queJlo-cioè della privazione di un bene risa.r1cibile colla semplice resti.
tuzione, si ha- quando si tratti della privazione di un bene non eonnessa
alla pericolosità ed alla dolosità dell'offesa. Tale caso rappresenta un
estremo limite di approssimazione della Giustizia civile con la Giustizia
penale.
La vera Giustizia penale entra in c.ampo solo quando si tratti di una
privazione di beni non risarcibili e quando, anche in tema di beni pe.
cuniariamente conltnensurabili e risarcibili, intervengono i fattori della
volontà criminosa e del pericolo sociale.
Quale sarà il criterio misuratore della pena rispetto al demerito?
Un concetto universale esatto è questo: che la pena deve essere pro-
porzionata alla grandezza della colpa : e la grandezza della colpa non
è misurata dal criterio astratto, qualitativo, trascendentale, incommen.
surabile della violazione della Legge di Giustizia o della violazione del-
l'ordine giuridico e simili, ma dal criterio concreto e commensurabile
della scnstMJio1'e sociale de/ p'eriC>Olo, ossia del sentimento della pertur-
bata pace e sicurezza che si determina nella coscienza morale per effeL
to del delitto.
A sua volta questo sentimento di pericolo e di perturbata coscienza
della pace e· della sicurezza è una fu>tzi01'e della gravità dei diritti lesi
o minacciati con l'azione criminosa.
In ogni stadio di sviluppo sociale, in ogni forma di coscienza sociale
vi è una certa gradazione e gerarchia di diritti, ossia un ordine di va~
lutazioni soci.ali della importanza rispettiva di questo <> quel diritto, per
esempio: il diritto della vita di fronte al diritto di proprietà.
A questa graduazione di valutazioni sociali - che son.o l'elemento
obbiettivo della misura della gravità dei meriti e quindi della pena -
corrisponde una graduazione di pen.a n.elle diverse società e nelle di·
verse età della storia.
In quanto alla misura della pen.a è necessario che si eviti !'equi·
voco - nel quale si accomunarono le teorie più grossolane della ven-
detta con le teorie più trascendentali della espiazione - l'equivoco, cioè,
di credere che vi sia una relazione materiale di equivalenza tra il male
fatto dal delinquente col delitto ed il male che gli restituisce la società
con la pena. La pena non è un male positivo, nè è un.a retribuzione pc>-
Filosofia del diritto

sitiva, ma un male negativo, che, cioè, non intende ad infliggere al de-


linquente altrettanta sofferenza quanta ne ha egli inflitto alla vittima od
a11'offcso colla sua azione criminosa, ma altrettanta ,restrizione del-
l'arbitrio quanta è ncicessaria perchè egli e tutti gli altri che avrebbero
il tristo proposito di imitarlo siano impediti dal recar danno o dall'in-
fliggere offese ulteriori.
La proporzione materiale cieli' &vtucerrov!Mç della scuola Pitagorica,
la relazione di equivalenza dcl malwn actionis col malum passionis della
Filosofia di S. Tommaso ritraducono in una forma per quanto elevata
il concetto e la pratica grossolana e barbara dell'occhio per occhio e
dente per dente.

III.

GIUSTIZIA DISTRIBUTIVA O DISTRIBUTRICE

Nell'Etica Nicomachea, Adstotele parla di due forme fondamentali


di Giustizia; la prima regola i rapporti del mio e dcl tuo, cd ha quindi
luogo nei rapporti di obbligazione; l'altra invece interviene a regolare
la distribuzione dei beni comuni nella società civile e concerne quindi i
rapporti tra stato e cittadini.
La prima procede con un criterio di eguaglianza assoluta, aritmetica,
la seconda invece procede da un criterio di proporzione al merito indi-
viduale. La prima procede xct;"t~ ÙQL'frµ6v, l'altra xc.re &:vW..oy(av, la prima
applica rigidamente il principio dell' dv'tutexov{}-6; nei rapporti di scam-
bio, a eguale ad a, prestazione uguale a prestazione, valore a valore; la
seconda tien conto del merito personale (o sociale ovverosia di classe),
esige cioè che vi sia una proporzione geometrica e non aritmetica, esige
che gli uffici sociali e politici siano distribuiti con criteri differenziali
e gerarchici, conformemente alla struttura differenziata e gerarchica-
mente graduata della società e delle classi che la compongono.
La concezione etico-politica di Aristotele è aristocratica, e, quindi, la
nozione ch'egli porge della Giustizia distributiva è aristocratica e ri-
sente le esperienze sociali di un tempo in cui faceva difetto la demo-
cratizzazione delle f\mzioni pubbliche che esiste oggidl.

,. - Pztao:s-E, Filosofia det diritto.


66 Igino Petrone

* **
Una filosofia dcl diritto che sia conforme alle esigenze storiche della
coltura moderna, non può rappresentare la divisione delle due Giusti.
zie nella forma e nella interpretazione Aristotelica. Il concetto che noi
oggi possiamo e dobbiamo avere della Giustizia distributiva e dei suoi
uffici è un concetto giuridico.sociale e non già un concetto politico, OS·
sia limitato al diritto pubblico, come in Aristotele.
La Giustizia distributiva per noi regola la distribuzione dei beni so-
ciali, dei mezzi sociali di produzione, delle occasioni sociali di un'indu~
stria e non soltanto delle funzioni pubbliche o politiche di stato. Nata
dalle esperienze della moderna democrazia giuridico-sociale, la nostra
teoria della Giustizia distributiva non può rappresentare che l'ideale
dell'uguaglianza tra esseri, i quali non siano-differenziati di fronte alle
masse dei beni comuni appunto perchè questi ultimi si rappresentano
come indipendenti da questo o quel merito individuale ed accessibile
egualmente a tutti, prima e fino al punto che il merito individuale non
si eserciti sopra di essi.
Il concetto nostro è il seguente : La Giustizia commutativa con-
cerne i rapporti di scambio, la distributiva concerne i rapporti di so]j..
darietà; la prima entra in fw1zione quando vi è già merito individuale,
laddove la distributiva entra in campo quando non esiste ancora questa
differenza individuale, quando cioè vi siano più individui egualmente
meritevoli od immeritevoli di fronte ad un bene non individuale ma
comwie.
La Giustizia commutativa segna quindi gli imperativi riguai·do al
merito, la Giustizia distributrice segna gli imperativi riguardo alla co-
muné indifferenza di tutti in rapporto al merito; l'una regola la circo-
lazione dei beni dovuti al merito individuale del produttore, l'altra la
distribuzione delle condizioni non individuali ma collettive della pro-
duzione medesima. L'um lo scambio dei prodotti già formati, e nella
cui formazione è quindi intervenuto un merito individuato e differen·
ziato; l'altra la ripartizione dei mezzi che rendono possibile la futura
concorrenza ed il futuro esercizio delle attività e dei meriti individuali.
Due sono i casi e i fenomeni fondamentali de11a Giustizia distribu·
tiva. Il primo ha luogo quando trattasi della ripartizione tra i diversi
individui del consorzio di un valore sociale a cui abbiano concorso
egualmente tutti, senza poziorità di ciascuno in particolare; o in genere,
Filosofia del dirilto

della ripartizione di un valore o di una condizione di valore, la cui pre-


senza sia stata o sia indipendente dal concorso o dalla attività degli in-
dividui, dì guisa che esso si offra egualmente accessibile a tutti, perchè
tutte k attività individuali sono egualmente indifferenti di fronte ad
esso. La seconda forma o il secondo caso della Giustizia distributiva è
precìsatnente quello che fu, sebbene anche in forma limitata, preso in
esame dal luminoso pensiero di Aristotele, cioè la serie dei rapporti di
distribuzione tra cittadino e la rappresentanza sociale o stato. Questo
secondo caso concerne quello che si potrebbe dire il flusso e il riflusso
sociale fra cittadini e stato e tra stato e cittadini e presenta due for-
me : la forma negativa e la forma positiva, la negativa quella che va dal
cittadino allo stato e segna la massa delle contribuzioni individuali ne-
cessarie a formare il patrimonio e la ric:chezza dello stato; la positiva
va dallo stato all'individuo e segna la diffusione del valore sociale così
formato tra i cittadini, nella forma della ripartizione delle funzioni pub-
bliche e politiche, e nella forma della ripartizione dei contributi dello
stato alle opere di utilità sociale, di assistenza, di beneficenza e simili
(Dovea pensare a questa seconda forma di Giustizia distributiva il
Romagnosi, quando insegnava essere esigenza sovrana dello stato la
diffusione del valore sociale nel maggior numero degli individui, e lo
stato concepiva come macchina aiuto dei fini umani).

***
È bene avviare una analisi della prima forma di Giustizia distri ..
butrice oggi sopratutto che essa vien fatta valere a suffragio del so-
cialismo giuridico.
A chi esamini rigorosamente la cosa parrà chiaro che la Giustizia
distributrice trovi una certa pratica applicazione piuttosto ove sia con-
cepita come distribuzione delle condizioni sociali che rendono possibile
la produzione, anzi che come distribuzione di una massa di prodotti
già fonnata. li concetto della distribuzione egalitaria di beni comuni
tra individui egualmente meritevoli o, per dir meglio, non meritevoli
di fronte ad essi è w1 concetto che diventa reale solo quando per beni
comuni si intendono non dei valori concreti già prodotti, ma delle con·
dizioni astratte che rendono possibile tale produzione ossia le occa-
sioni di industria o di lavoro disponibile nella società. Quando si tratta
di valori già formati o di valori concreti si tratta di un rapporto con
cui è già intervenuto un merito differenziato o poziore - tranne il çaso,
68 Igino Petrone

per altro limitato e particolare, cli una società di produzione o di una


fonna cooperativa.
Prima che la struttura economica si atteggi a produzione indivi.
duale indipendente, si lascia logìcamentc concepire come preesistente
una economia collettiva.
Ma la preesistenza di questa eçonomìa collettiva è più una fonna
logica che la espressione di una verità storica, poichè risalendo a
ritroso nelle fasi di sviluppo della struttura economica di un dato gruppo
sociale, noi ci troviamo sempre in presenza di struttura differenziata 1
-ossia di forme sociali caratterizzale dalla divisione del lavoro; nelle
·quali forme sociali, quindi, è di già intervenuta la differenza dcl me-
rito individuale e non sussiste mai l'assoluta indifferenza degli individui
,di fronte alla produzione sociale già formata.
L'indifferenza, e quindi l'egual diritto di tutti, esiste solo in rapporto
.alle condizioni della produzione da formare, ossia in rapporto aJle oc..
casioni d'industria e d'intrapresa, occasioni che in un regime di concor~
renza si presentano come astrattamente disponibili e vacanti. Credere alla
preesistenza di una vera e propria economia collettiva concretamente
considerata alla produzione individuale, è tutt'uno che dare un'interpre-
tazione positiva ad un fatto negativo, è tutt'uno che confondere la
vacanza, ossia la disponibilità teoretica delle condizioni di lavoro, con la
comunionè, ossia col concorso attuale e concreto di tutti i cittadini alla
formazione del prodotto sociale. Una disponibilità concreta, reale, storica-
mente accaduta, de.i mezzi sociali di produzione, non è mai esistita a rigore
parlando, almeno non è possibile colpirla nelle prime fasi dalla storia ri-
·Cordate. È una ipotesi teorica che anche se fosse vera non avrebbe nes.
-suna pratica applicazione. L'assoluta vacanza dei beni per difetto di
appropriazione individuale è una astrazione che dipende dal vecchio
abito mentale, di porre all'inizio delle fasi di sviluppo una specie di
spazio vuoto, che rappresenta come un mitologico al di là delle fasj
medesime.
Violando quel criterio genetico evolutivo che oggi tende a prevalere
anche dove non dovrebbe, alcuni mitologi della economia politica ere·
dono potere agevolmente giungere sino al cominciamento primo ed asso..
1uto di una serie che, per essere eontinua, questo cominciamento assoluto
non lo può avere in nessun modo. Essi quindi credono poter ricostruire
un cominciamento assoluto della proprietà individuale; onde segue lo.
gicamente la presupposizione di uno stato anteriore in cui la proprietà
individuale non esistendo punto, è logico ed è razionale che esistessero
Filosofia del diritto

disponibili per futuri proprietari le cose non appropriate ancora dai me-
desimi. Ma, ripeto, questa teorica disponibilità delle cose che non sono
ancora entrate nel possesso individuale, è tutt'al più una tesi ideologica
slerilc di applicazioni concrete dal punto di vista della Giustizia distri-
butrice. Non è storicamente permesso configurarci uno stato primoitivo
di vacanza <li beni in cui intervenisse ad operarne la distribuzione la
Giustizia distributrice, ed intervenisse con un atto assolutamente primo
cd originario, ossia libero da ogni atto preesistente, perchè !'assolu-
tamente primitivo è esso stesso. Realizzare questa indifferenza degli indi ..
vidui di fronte alla vaicanza dei beni è dare realtà ad una astrazione.
Risalendo a ritroso nelle origini della struttura sociale, noi non possiamo
mai colpire un sistema di ripartizione che sia assolutamente primitivo;
non possiamo mai colpire un caso di Giustizia distributrice che sia as-
solutamente originario. Il punto a cui perveniamo è sempre un punto
derivato e predeterminato da una serie di punti antecedenti. Nella
moderna dinamica si afferma che ciascun movimento presuppone un
movimento anteriore. Nella storia dello sviluppo può darsi il medesimo;
per quanto si faccia non è possibile colpire concretamente quel punto
primitivo di indifferenza che, secondo la ipotesi ideologica, dovrebbe
precedere la ulteriore differenziazione sociale. Quando la Giustizia
distributiva interviene essa già trova un sistema determinato di rapporti
i quali non sono più quindi determinabili da essa stessa.
I rapporti sociali sono già differenziati per una data distribuzione o
data direzione : cui non sono disponibili e vacanti in senso assoluto,
sono anzi già disposti e predisposti; la Giustizia distributrice è in questo
caso una forma che trova una resistenza nella sorda materia sociale.
Adunque questo caso o questa applicazione della Giustizia distributrice
è un caso ed una applicazione puramente ipotetica e sterile di realtà e
di correttezza.

***
Quale è dunque il caso e la applicazione concreta della Giustizia di-
stributrice ?
Ecco : La Giustizia distributrice più che provvedere al riparto di una
produzione sociale già formata, provvede alla distribuzione delle condi·
zioni della produzione o delle occasioni di industria o di lavoro. Per
realizzare questo caso della Giustizia distributrice, noi non abbiamo bi-
sogno di retrocedere verso un mitologico al di là della .storia; questo
70 Igino Petrone

caso è realizzabile in ogni struttura sociale, in ogni forma di divisioue


del lavoro. Bisogna distinguere i prodotti dalle condizioni e dalle ga.
rentie sociali della produttività. La Giustizia distributrice vuole che il
beneficio dci prodotti formati si spetti solo ai produttori, ma vuole ad
un tempo che i possibili e futuri produttori sicno tutti eguali di fronte
alle condizioni ed alle garentie sociali della produttività.
Le condizioni e le garcntic della produttività in uno stato ben orga..
nizr.ato, secondo i dettami della Giustizia distributrice, dovrebbero es•
sere diffuse equamente fra i concorrenti alla produzione; il che vuol
dire che non vi debbono essere leggi che accordino privilegi a questo o
a quel ramo d'industria, che sanciscano eoclusioni da questa o quella
forma di esercizi produttivi, che siano costituite per modo di condurre
automaticamente al monopolio delle occasioni di lavoro o di industria
in favore di una classe sola, e simili. Tutti debbono, quindi, essere po-
sti in condizione di eguale libertà di procurarsi, con un dispendio di
<lati sacrifizi produttivi, una data partecipazione alla produzione so-
eiale. Se alcuni individui sono posti in condizioni di non poter produr.
re, perchè b·ovano le condizioni di produzione già monopolizzate, do-
vrebbero poter ripetere dallo stato, in forma di doverosa assisten.a
sociale al null'abbiente incolpevole, una parte del prodotto degli altri.
Questa è la sola nozione positiva che si possa offerire della Giusti.
zia distributrice nelJ'ordine dei rapporti economici e sociali. Il sociali-
smo giuridico, vuole riservato alla Giustizia distributrice il riparto dei
mezzi di produzione, il qual riparto .oondurrebbe ad un ordinamento
comunistico. Infatti, per mezzo di produzione il socialismo intende, non
quelle che noi diciamo condizioni di garentie sociali di produttività,
ma intende il capitale. Ora il capitale non è una condizione di produ·
zione, ma è un prodotto già formato, destinato ad una produzione fu.
tura. Come prodotto già formato, il capitale non può essere oggetto di
Giustizia agguagliatrice; esso spetta invece solo a quelli che lo hanno
formato. La Giustizia distributrice non si occupa quindi della divisione
del capitale, ma si occupa solo delle occasioni di lavoro, ossia di un'equa
.e razionale divisione di lavoro.

***
Sfugge dal nostro compito un'analisi della seconda forma della Giu-
stizia distributrice, quella cioè tradizionalmente accettata e discussa e
'Che concerne i raipporti tra gli individui e lo stato, ossia quella che noi
abbiam detto il fi1'sso ed il riflusso del valore sociale.
Filosofia del diritto

L'espressione negativa di questa forma di Gittstizia distributrice è


discussa dalla Scienza delle Finanze nella trattazione della imposta pro-
gn•ssiva (la qttale segna come il punto di contatto della Giustizia di.
stributrice con l'edonistica sociale). L'espressione positiva poi è esami-
nata o dovrèbbe esserlo dal diritto pubblico e propriamente, in qttanto
si attiene all'equa distribuzione degli uffici pubblici, dal diritto costitu-
zionale cd ammjnistrativo; ed in quanto si attiene alla funzione d'in~
tcrvento e di assistenza sociale da parte dello Stato, dalla Scienza del-
l'Amministrazione propriamente detta.
IL DIRITTO STRETTAMENTE DETTO
ANALISI DELLE CONDIZIONl
CHE LO RENDONO POSSIBILE

Il rappotio di Giustizia commutativa dà origine ncll'evoluziene sto·


rica al rapporto di diritto, che non è se non il concrctamcnto della Giu.
stizìa.

***
È di ragione comune e cosa da tutti riconosciuta che il diritto, come
espressione d'una data f01ma o di un dato momento di fatto della con·
dotta umana, è necessariamente connesso alla vita di relazione degli
uomini a~sociati. Il primo presupposto del diritto è che l'uomo viva in
società; ed il rapporto di diritto implica, già di per sè, una relazione
dell'io verso gli altri; una relazione, se si consenta il neologismo, di al·
teriorità. Nè basta che vi sia una relazione di semplice coesistenza o
di pura coordinazione parallela degli individui, ma occorre (come con·
dizione dì possibilità del diritto) un rapporto di associazione, di concor-
renza, di dipendenza, di scambio. La coesistenza pura e semplice fonda
il dovere negativo di non nuocersi l'un l'altro, non il dovere positivo
della commissione di alcune azioni o della omissione di alcune altre o
della prestazione di dati servigi e così via. Il momento essenziale del
diritto si pone nella interferenza delle attività associate, nella coopera-
zione di queste attività per il raggiungimento cli dati scopi d'interesse
comune, e più di tutto, come ben vide l'Herbart, nella concorrenza deJle
attività medesime sopra un solo e medesimo oggetto esteriore di acqui~
sizione e di dominio.
In un preteso o presunto spazio vuoto, ed in cui le attività coesi-
stenti e parallele non incidano e non interferiscano l'una nell'altra, j]
diritto non avrebbe ragione di essere. L'intendimento della pacifica coe...
sistenza si adempie, in tale ipotesi, automaticamente e senza verun in-
tervento di una inibizione riflessa. Il diritto nasce, propriamente parlan~
do, dalla limitazione e dall'urto; nasce dall'esperienza dell'una, dal bi·
Filosofia del diritto 73
-----------·--- -----------'-

sogno eudemonologico o idealistico che siasi. di rimuovere l'altro. Uffi-


cio specifico del diritto è garentire le attività umane interferenti nelle
condizioni limitative dcl mezzo, pareggiandone le utilità e moderandone
la concorrenza.
Queste nozioni fondamentali sono, dicevo, o dovrebbero essere, 01··
mai di ragione comune e poichè esse localizzano, in un certo senso, e
con plastica evidenza, il terreno e, come dire, l'ambiente del diritto, de-
rivano non poca luce sulle indagini nostre.
Tuttavia a toccare la meta, occorre procedere più innanzi che non
si sia fatto ancora : occorre fare la critica - nel senso Kantiano di tal
parola -- dcl diritto, ossia esaminare le condizioni ed i limiti della sua
possibilità: è necessario esaminare, in primo luogo, quali sicno le con-
dizioni determinanti delJa interferenza e del!a concorrenza delle atti-
vità individuali associat~; ed, in secondo luogo, fà d'uopo penetrare la
figura speciale che devono assumere le relazioni corrispettive delle at-
tività interferenti, perchè quelle relazioni si chiamino, nel senso stretto
e differenziato della parola, relazioni di diritto .

••*
La prima e più ovvia delle condizioni che determinano l'interferenza
riposa nella stessa costituzione biologica degli uomini; e sta in ciò che
gli individui um.ani sono, non già le creature razionaJ.i di che parlano
alcuni sistemi di etica ideologica, ma esseri finiti, dotati di poteri eude-
monologici differenziati.
In un ordine ipotetico di esistenze razionali - ed in cui difetti la
concreta fenomenologia della vita, nè premano i bisogni della vita or-
ganica - l'interferenza non esiste. Nessun urto, nessuna coincidenza,
nessun incontro. <l'impulsi o di motivi egoistici perturba la beata, sere-
na, olimpica armonia di quelle creature ideologiche.
L'astrazione può raffigurare nella coesistenza di questi enti ipotetici
una qualcosa che sia come la presenza del principio di giustizia, nel
senso vago e generalissimo di un ordine di relazioni armoniche degli
uni con gli altri; per la stessa ragione, poniamo, onde altri potrebbe,
con abusata ed infantile forma di antropomorfismo, chiamare giusti-
zia astronomica l'ordine e l'armonia siderale. Ma indubbiamente in un
mondo ipotetico di creature razionali non si potrà mai parlare di un. or-
dine di diritto - perchè a questo mondo mancano le esperienze cru-
ciali della limitazione, dell'urto, dell'interferenza. Di qui l'errore fon.
74 Igino Petrone
~~~~~--~~~~-

<lamentale di tutte le teorie improntate ad un idealismo trascendentale


o ad una intuizione panteistica del mondo umano, le qua1i, traducendo
in categoria assoluta il fatto del diritto e talora confondendo le strut-
ture del diritto con la relazione ideale di Giustizia, hanno tradotto l'or..
dine giuridico 1 che è cosa così umanamente e storicamente circoscritta,
in W1 momento necessario di una evoluzione trascenc.lcntc le esperienze:
umane.
Sono i bisogni elementari della vita, sono gli impulsi della eudemo-
nologia umana quelli che formano come le basi ed il sottosuolo dcl di..
ritto: perchè sono le cause perenni della lotta, dell'incontro, della limi..
tazione reciproca delle attività individuali. I'l l'esercizio di sua natura
geloso, egoistico, anticomun.kativo dei poteri eudcmonologici che
spiega l'interferenza di due o più attività concorrenti nella identica meta
della individualità e della eS<:lusività del possesso, ovvero nell'appro.
priazione e nel dominio di un identico oggetto esteriore atto ad appa..
gare i bisogni della vita.
Non occorrono solo, a determinare l'interferenza, due o più poteri
eudemonologici, che si spieghino al di fuori, ma fa d'uopo altresì, che
questi poteri sieno differenziati, ossia ripartiti in grado, misura, inten-
sità differente dagli uni agli altri. L'ipotesi dell'uguaglianza di fatto
dei poteri eudemonologici escluderebbe la possibilità dell'urto e della
concorrenza, e darebbe luogo ad uno stato del pari ipotetiC-O di equili·
brio e di bilanciamento meccanico, o, meglio ancora, d'indifferenza o
d'inerzia. L'interferenza nasce appunto da quel processo di differenzia·
zione psicologica e da quel fecondo disquilibrio, per cui le pretensioni
individuali tendono verso una meta eguale con forze e prerogative dise-
guali. E quella eguaglianza e questa diseguaglianza sono del pari ne.
cessarie, e correlativamente per dar luogo all'interferenza: la comU·
nanza della meta, ove fosse separata dalla diseguaglianza delle forze,
trarrebbe gli uomini a una forma di armonia non meno ipotetica ed
utopistica che quella vagheggiata dal Fourier; e la diseguaglianza delle
forze, ove fosse dissociata a sua volta dall'identità del termine, al quale
tendono le forze•medesime, non menerebbe ad altro che ad uno stato di
reciproca indifferenza e d'isolamento.
Questa ripartizione ineguale dei poteri eudemonologici non è stata
oggetto, forse, di molta considerazione, almeno finora. Eppure la ine·
guaglianza fisiopsicologica dei poteri edonistici della natura umana è,
forse e senza forse, la sorgente primitiva di quella divisione del lavoro,
e di quel processo di differenziazione sociale in cui ha radice il diritto.
Filosofia del diritto 75

Pcrchè ìl diritto non nasce evidentemente in una società di esseri che


sieno, in ipotesi, perfettamente uguali nella energia dei poteri di assi·
rnilazione e di dominio. Una comunanza consimile è un'associazione
meramente ideologica, ossia un aggregato mentale di poteri teoretici
non per anco individuati nel processo de11a vita.
Il diritto, come cosa che nasce dalla vita e della vita si alimenta,
presuppone la risoluzione de1la parità ideologica nelle ineguaglianze
concrete, esige la limitazione dell'astratta ed illimitata equivalenza delle
forze, la differenziazione dell'indifferenza. Epperò non riuscirono e non
riusciranno mai a renderne la ragione sufficiente quelle teorie che non
gli riconoscono altra base che l'eguag1ianza universale de1la natura
umana contemplata in astratto. La qual pretesa eguaglianza, separata
dal processo dcila individuazione che la diversifica e differenzia, è si-
nonimo di arida indifferenza logica ed è la più recisa negazione della
concretezza.
L'ineguaglianza, l'eterogeneità, la differenziazione - ecco la condi-
zione essenziale così della vita come del diritto.

***
Se non che la concorrenza dei poteri eudemonologici differenziali
sul medesimo oggetto, non potrebbe aver luogo, ove non intervenisse
un'altra condizione, la quale è veramente d'importanza capitale e non
è stata daì più presa in esame, come si conveniva.
Questa condizione è una qualità non dei soggetti concorrenti, ma del
mezzo in cui essi spiegano ed interferiscono la loro attività; ed ha la li·
mitazionc delle cose materiali che sono l'oggetto del godimento e del
dominio giuridico.
Nella ipotesi, merameri'te logica, che le cose esteriori fossero astratta-
mente illimitate relativamente al tenue fabbisogno di un picciol nu·
mero di soggetti concorrenti, la concorrenza di più poteri di godimento
sopra un solo e medesimo oggetto e la lotta per l'attribuzione e t'acqui-
sto del mio e del tuo, sarebbe antieconomica, irrazionale, inconcepibile.
Perchè quella concorrenza vi sia occorre una sproporzione tra i biso·
gni dei soggetti concorrenti e la disponibilità delle cose atte ad appagare
i bisogni medesimi, quali che siano per essere, nelle condizioni concrete
della vita o nelle ci110ostanziate vicende della storia, i fattori tecnolo-
gici, economici, demografici e così via, di tale sproporzione.
Nella ipotesi che i beni esteriori fossero illimitatamente disponibili
Igino Petrone

1e attività dei soggetti concorrenti, in cambio di urtare l'una nell'altra e


così dar luogo ad una reciproca antieconomica dispersione di forze, si
eserciterebbero isolatamente l'una dall'altra, ciascuna su questa o quella
massa di beni esteriori a piacimento. Ed in tali condizioni di cose non
farebbe solo difetto l'urto delle attività, ma mancherebbe allrcsì ogi1i
costanza di relazionè di ciascuna attività con una data cosa dcl mezzo
esteriore: perchè, la stabilità dell'insediamento su questa o quella cosa
sarebbe irrazionale ed antieconomica, dove fosse apc11:a la possibilità
di trasferirsi da w1a cosa già sfruttata, e quindi più costosa a reinte.
grare nella sua produttività originaria, ad una cosa da sfruttare ancora.
Così si spiega facilmente come in una società embrionale primitiva,
in cui non è ancora sentita la pressura delle condizioni liinitative del
mezzo, difetti, perchè irrazionale ed antieconomica, la st.:'lbilità dell'in.
sediamento rurale e la proprietà individuale della terra.
Come il valore e la preziosità economica dci beni è una funzione
della loro rarità, cosi il diritto è una funzione ed un condizionato della
~imitazione del mezzo; in quanto che è solo questa limitazione che
rende razionale ed utile l'incontro delle attività coesistenti in un solo e
medesimo oggetto di godimento e di dominio.
Questo concetto è implicito in quella distinzione romana delle res
in commercio e delle res extra coniniercium. La incommerciabilità delle
res omnium, ossia la impossibilità che esse addiventino oggetto di rap..
porti giuridici, è appunto l'effetto della loro disponibilità illimitata. La
quale illimitatezza delle cose comuni determina l'incommerciabilità
giuridica delle cose medesime, perchè rende antieconomica ed irrazia.
nale la concorrenza degli individui sopra la medesima res ed inutile e
superfluo l'intervento del diritto per regolare un godimento che si re-
gola da sè o per rimuovere un attrito che non esiste.
Il nesso di condizionalità del fenomeno gib.ridico con le condizioni
limitative del mezzo è, adunque, un vero carattere differenziale del dirit·
to: ed è di grande rilievo, perchè racchiude una critica perentoria di
tutte quelle teorie vacue ed ideologiche, le quali procedono dal supposto
o dalla credenza de1l'universalità di esistenza del diritto in tutti i pe-
riodi della storia ed in tutte le variabili condizioni del mezzo sociale,
Il massimo assunto di un'analisi dei caratteri del diritto è quello di
misurare le dimensioni del diritto medesimo, di limitarlo nel tempo e
nello spazio, di localizzarne la posizione; e questa. assunto viene già in
parte adempiuto quando si definiscono le condizioni esteriori ed am·
bienti che ne rendono possibile e ne circoscrivono l'esistenza.
Filosofia del diritto 77

Il diritto non è un sistema universale ed eterno di condotta o di re..


)azione da uomo ad uomo, pcrchè è un fenomeno differenziato dello
sviluppo e <leJla storia, perchè è un fenomeno del tempo e dello spazio.
11 diritto non esiste nè ha ragione di esistere nelle strutture sociali
omogenee dci gruppi umani primitivi, nelle quali non si annunzia pe-
ranco il processo della differenziazione della eterogeneità, della inter..
'fcrenza e della lotta, perchè poco o punto sensibile è la pressione delle
condizioni limitative.
Senza le asperità e gli attriti che procedono da1la limitazione, il di~
ritto non vien~ alla luce. Esso accompagna il transito penoso dell'urna~
nitc'i dall'indistinta omogeneità primitiva a1la divisione del lavoro e
alla ripartizione dci gruppi e delle classi, dagli involucri protettivi del-
l'economia patriarcale e dalla comunione gentilizia o domestica alle
antitesi e alle lotte della individuazione e a1la concorrenza dei poteri
antagonisti.
Sempre e dove il diritto appare, è da presupporre la concorrenza, la
lotta, l'attrito, e, quindi, una struttura sociale eterogenea e divisa. Il di·
ritto ha la funzione specifica di rimuovere e moderare la lotta e di crea.
re un ordine esteriore di convenienza in un gruppo in cui le inte1ne
forze coesive sieno disciolte, agitate e corrose da una interna contrad-
dizione.
Un rapporto della vita non si traduce in rapporto di diritto, se non
quando interviene il momento della lotta da evitare o della concorrenza
o degli impedimenti o delle resistenze altrui da frenare o da rimuovere.
Il rapporto dell'individuo A con la terra x è un puro e semplice
rapporto fisico, tecnico, eudemonologko. Esso diviene un rapporto eco-
nomico cd un rapporto giuridico solo se ed in quanto si ha la prospet-
tiva che B o e trovino utile contendere ad A il possesso di X (il che vuol
dire che x ha un valore) e si renda quindi utile e ragionevole sancire
la garantia di A contro le turbative di B e di C.
La garantia degli interessi, che è funzione specifica del diritto, pre-
suppone la previsione o il giudizio di possibilità che gli interessi stessi
sieno esposti, per il valore che rappresentano, a resistenze ed a contrad-
dizioni dalle quali vadano garentiti.
L'attribuzione del suum a ciascuno ha senso e ragione solo se e
finchè esistano degli altri, i quali, potendo eudemonologicamente tur-
bare il suU>n, non devono farlo in virtù dell'inibizione giuridica. Se-
paratamente presa dall'esperienza o dalla prospettiva di questi altri,
I gin o Petrone

l'affennazione giuridica del suum, è inconcepibile; trattandosi di due


termini correlativi l1w10 dei quali non ha più ragion d 1essere ove l'altro
venga meno.

***
Questa nozione fondamentale - per n1i i] potere giuridico propria..
mente detto non viene in essere se non per intuito della possibilità del.
l'altrui turbativa - appare quasi obliterata nella tradizionale dogma·
tica giuridica, come è facile desumere dal concetto che questa ci forni·
sce intorno ai diritti di dom.inio sulle cose.
È noto che il diritto reale viene definito come un potere diretto ccl
immediato della persona su1la cosa, in contrapposto al diritto personale
cl1e sarebbe un rapporto giuridico immediato tra persona e persona,
benchè possa anch'esso indirettamente e mediat1mcntc riferirsi ad una
cosa. Ora in questa definizione è implicito il concetto che possa esservi
un rapporto giuridico tra persona e cosa, indipendentemente dalla prc~
senza di altre persone, in rapporto e per riflesso delle quali quel rapporto
sia giuridico; è implicito il concetto che il rapporto fisi<:o ed eudemono.
logico della persona con la eosa sia perciò stesso ipso facto un rapporto
giuridico, indipendentemente dalla relazione all'universalità degli altri
uomiru, che sono obbligati al rispetto di quel rapporto; è implicito, in·
somma, il concetto ·che il diritto, il quale ha pure per sua funzione spe..
cifica il rappo1to ad alterum e quindi non può avere per termini che due
o più persone, ossia non può inter<:edere che tra persona e persona,
possa avere invece per uno dei termini una cosa e possa intercedere tra
persona e cosa.
Contro questo erroneo ed assurdo sottinteso è bene ripetere che il
rapporto giuridico non può mai intercedere tra persona e cosa, perchè
uno dei precipui caratteri differenziali del diritto è la relazione di al.
teriorità, ossia la relazione di una persona verso un'altra o più persone.
Il diritto è un atteggiamento specifico della vita di relazione degli
uomini : epperò un3. relazione giuridica è necessariamente una relazione
tra uomini, che sono i soggetti di quella vita di relazione. Ogni relazione
giuridica presuppone, quindi, due termini, di cui uno ha una data fa-
coltà verso l'altro e l'altro una data obbligazione verso di quello: i
qua1i termini non possono essere che uomini.
La cosa può essere materia del· diritto, non termine del rapporto
giuridico : nè è argomento di Vana sottigliezza distinguere l'una cosa
dall'altra. Termine del mio diritto è il soggetto passivo della mia pre-
Filosofia del diritto 79

tensione verso gli altri. Verso designa il termine ed è relazione etica da


uomo ad uomo; sopra designa la materia'. ed è relazione fisica da uomo
a cosa. In una obbligazione giuridica termine è la persona obbligata,
materia l'oggetto o il contenuto dell'obbligazione. Nel diritto di pro-
prietà la cosa posseduta non è termine, ma materia. 11 termine del diritto
di proprietà è costituito da tutti gli altri uomini i quali potrebbero fisi-
camente infrangere quel diritto e sono obbligati a rispettarlo.
Non che il sottosuolo del diritto di proprietà non sia un potere im-
mediato e diretto di una persona sovra una cosa. Ma questo potere pu~
ramentc e semplicemente considerato, è un rapporto fisico ed eudemo-
nologico e nulla più ; il quale diventa un rapporto giuridico cd acquista
il momento o la funzione giuridica, solo se ed in quanto vi ha del1e
persone verso le quali quel potere si esplichi e contro la possibile turba..
tiva e resistenza delle quali esso sia assicurato.
La dogmatica giuridica, intenta all'analisi dell'aspetto logico, tecnico,
formale del rapporto giuridico, ravvisato nella sua interna autonomia e
semovenza razionale, obliterà i fattori ed i presuppcsti reali della diffe-
renziazione del diritto. Evidentemente la istituzione reale e concreta
del diritto di proprietà non avrà mai luogo in un gruppo umano, in cui,
per la illimitata disponibilità dei beni non è economicamente possibile la
coincidenza di due o più attività sovra una medesima cosa e non è,
qillndi, eticamente e razionalmente necessario tradurre il rapporto fisico
dei primi abbienti con la cosa in un rapporto giuridico, ossia in un rap-
porto garentito verso e contro gli altri. Se non che la dogmatica e la
tecnica dei giuristi si esercita sopra una costruzione ed un'architettonica
giuridica già emersa, già differenziata ,dai rapporti della vita e non già
per rintracciare le condizioni formative o per riviverne il processo di
originazione, ma solo per analizzarne la logica sovrastruttura. Di qui
segue che, per un processo di obliterazione naturale, esso distacca la
costituzione del rapporto giuridico sulle cose da quella relazione ad aitri
o verso altri, che pure è la condizione determinante della giuridicità
del rapporto: il qual lavorio di separazione e di astrazione logica essa
compie tanto più agevolmente ed inavvertitamente, in quanto che quella
relazione verso gli .altri è, dopo tutto, una condizione profonda e quasi
latente in tutti i rapporti giuridici ed è un sottinteso immanente nel-
l'universale sistema di quei rapporti: di guisa che si dissimula all'accor-
gimento dell'analisi, colpita solo dagli aspetti prominenti delle cose, e
non cade nell'angolo visuale della coscienza.
Bo Igino P_e_tr_o_n_e___________

Senza dire che la distinzione dei diritti reali e dei diritti personali
serve ai fini della dogmatica giuridica per la sua eminente significazione
pratica e formale; onde se è censurabile la definizione che ci si dà del
diritto reale, pienamente legittima e fondata sulla realtà delle cose è la
distinzione del diritto reale dal diritto personale, pur traducendosi, in
ultima istanza, e l'uno e l'altro in relazioni giuridiche, e, quindi, in rela ..
zioni strettamente personali e ad alterum.
DIFFERENZIAZIONE SOCIALE
IL DIRITTO COME RAPPORTO DI PARITA

Dopo aver tolte in esame le condizioni interiori ed esteriori che rendono


possibile il rapporto di diritto nel senso differenziato della parola, fa
d'uopo che si esamini la concreta natura e la funzione specifica del rap-
porto cli diritto, in quanto. tale. Decorre che si vegga e si penetri ap·
pieno quale attitudine rispettiva debbono sperare gli individui interfe-
renti l'uno verso l'altro o gli altri, perchè si dica che egli opera verso
di loro od essi operano verso di lui nei puri termini del diritto.
Ora la maniera migliore onde avviare una risposta a questo quesito
è queJia di esaminare sommariamente que11o stesso processo di selezione
storica, onde il diritto si scernc, si separa, si differenzia di fatto dagli
organamenti sociali, gerarchici, corporativi e gentilizi, nei quali giace
indistinto ne1lc prime forme di vita delle sodetà umane. La differènzia-
zione logica del diritto non può nè deve essere altro che il fedele riflesso
dottrinale della differenziazione storica del fatto giuridico.
Nei nuclei omogenei di vita primitiva o n~ile forme deJla comunione
gentilizia o famigliare, le quali precedono, universalmente o quasi, quella
struttura differenziata della società che risponde ai termini della civitas
e della societas, le relazioni reciproche degli uomini sono governate dai
vincoli della gerarchia, della sovranità, della domesticità, del patronato
e di tutte le forme svariate della vita comunitativa e non si atteggiano
a rapporti di diritto.
In quelle forme di vita comune la struttura sociale è omogenea, in-
divisa, non eterogenea e differenziata : la membratura sociale appare
come stratificata in gruppi gerarchicamente federati e non si presenta
divisa ed articolata nella moltitudine atomistica degli individui. Non
ivi l'uomo si contrappone all'uomo, come al suo altro, nè s'intreCciano
relazioni tra pari: ma il superiore si rapporta aB'inferiore, il sovrano
al suddito, il padrone al servo, il patrono al cliente, la persona, che è
fornita cli pienezza di diritto, ai soggetti che non lo sono e così via. Do·
minano, insomma, in queste forme di struttura ed in ciascuno di questi

~. - PETRONE, Filosofia del diritto.


82 Igino Petrone

nuclei federati della compagine omogenea, rapporti di padronanza, di


sovranità, di gerarchia e dì tutela e non già rapporti dell'eterogeneità,
dell'eguaglianza formale, della contrattualità, del diritto.
11 diritto enuclea i suoi caratteri differenziali a1}punto in seguito al
risolversi e<l al disgregarsi dci nuclei -comunitativi delle unità indivi..
duali; e procede di eonscrva col differenziarsi della coesione sociale omo*
genea ne1le eterogeneità e nelle antitesi dei gruppi, delle classi, degli in~
dividuì. Il diritto propriamente detto si annunzia in una società in cui
J1uom·o appare - nella sua astratta razionalistica parità formale -
contrapposto all'altro HM1w e tutti i preesistenti vincoli cli consangut..
ncità, di domesticità, di gerarchia, di servaggio, di clientela, di tutela
patriarcale sono come obliterati dal processo inesorabile - e non sempre
benefico ~ della differenziazione e dello sviluppo individuale.
Ed il rapporto di diritto si annunzia, appunto, come rapporto di ete-
rogeneità, <li alterità, di parità: come rapporto non già da superiore ad
inferiore, o da padrone a servo, o da patrono a cliente, o da sovrano a
soggetto, ma come rapporto da uomo ad uomo, come rapporto da uno
ad altro, come rapporto da pari a pari 1 come rapporto tra estranei.
Nè è arduo intendere l'intima ragione di questo processo.
Il diritto è quel vincolo riflesso della Societas humana che succede
al dissolversi dei vincoli spontanei1 i quali determinano la coesione dei
gruppi omogenei primitivi. Nei quali la struttura sociale non è per
anca divisa ed articolata da individuo a individuo: nè si è determinato
ancora quel processo di disgregazione e di analisi atomistica, onde na-
sce il fenomeno dell'alterità.
L'alterità è quell'attitudine particolare delle relazioni reciproche dei
soggetti concorrenti, per cui ciascuno dei soggetti ravvisa sè e l'altra
come unità astrattamente pari ed indifferenti, ossia sceverate e denu-
dateJ per via dell'analisi spontanea dell'atomismo sociale, da quel pro-
cesso d'interdipendenza e di graduazione gerarchica che caratterizza
le forme di vita anteriori.
L'alterità presuppone, quindi, essenzialmente la distinzione dell'o-
mogenee> primitivo nelle eterogeneità dello sviluppo; la caduta e> la lenta
erosione dei vincoli di consanguineità, di gerarchia, di corporazione,
l'obliterazione dei rapporti di dominio e di tutela; e, come sottosuolo
economic<rsociale, la produzione e lo scarnlJio delle merci succeduta alla
produzione dei valori <li uso dell'economia naturale e patriarcale.
E si accompagna alle asperità ed alle antitesi ed ai rapporti di con·
correnza che si generano nelle società individualistiche e differenziate,
Filosofia del diritto

ossia in quelle forme di ordinamento in cui la stratificazione dei gruppi


interdipendenti e la gerarchia gentilizia o famigliare cede il luogo all'a·
tomismo individuale.
L'alterità. - che segna il carattere del diritto - è il prodotto di
quella logica spontanea della storia, per cui, in un dato momento e per
effetto di coefficienti complessi, l'uomo non vede nel suo simile che il
suo altro; non il sovrano, non il padrone, non il tutore, e così via, ma
1'1;omo, come astratta possibilità di soggetto attivo o passivo di rapporti
giuridici.

***
Come si raccoglie dalle esperienze del diritto romano - la cui evo..
luzionc storica è, forse o senza forse, l'equivalente tipico di ogni altra
forma di evoluzione giuridica -- il rapporto di diritto è, stretta.mente
parlando, rapporto di eterogeneità, di alterità, di parità. Esso pertanto
s'inizia nell'ordinamento secolare ed umano della civitas, si afferma
come vincolo esteriore tra persone diverse, contrapposte, eterogenee,
non aventi comunione di culto gentilizio, e deve il suo nascimento alla
prevalenza dell'elemento plebeo: della plebe, che alla comunione gen.
tilizia ed alla stratificaziorue gerarchica del patriziato non può che
contrapporre la sua arida, rettilinea, rivoluzionaria, borghesemente pro-
saica giusta posizione atomistica; della plebe che, libera dal peso di tra-
dizioni e di eredità aristocratiche, potè pervenire senza sforzo e sotto
la suggestione del suo stesso interesse, al concetto razionalistico della
persona, ossia dell'astratta potenza e capacità di diritto e di obbliga-
zione. "
Appunto perchè il diritto è rapporto di alterità e parità formale, nè
può intercedere che tra unità eterogenee, differenziate e contrapposte -
appunto per questo la istituzione originaria di esso si avvera meno nei
rapporti interni fra i singoli gruppi che nei rapporti esterni fra gruppi
e gruppi.
Sempre dove il diritto si annunzia, esso si annunzia fra unità etero.
genee, sieno queste unità gl'individui o gli enti wllettivi (tribus • gènS.
faniilia) : e poichè nella storia e nella meccanica dello sviluppo so-
ciale, l'antitesi e l'interferenza fra gruppo e gruppo precede l'indi-
pendenza e l'antitesi e l'interferenza degli individui di ciascun gruppo,
segue che nella storia della differenziazione giuridica il diritto tra
gruppi eterogenei, ossia il diritto delle genti (in un senso generalissimo
Igino Petrone

e più che altro convenzionale della parola) precede - apparente pa.


radosso - il diritto degli individui enucleati da una stessa gente, o il
diritto ci'lfile (1).
Dico, apparente paradosso, pcrchè anzi questo fatto in esso espresso
nonchè significare contraddizione tra lo sviluppo del diritto delle genti
e lo sviluppo dcl diritto degli individui, rappresenta coordinazione del~
l'uno e detraltro sotto l'w1ica legge; che il rapporto di diritto è rapporto
tra unità eterogenee, differenziate, estrania.te.
Questo tipico fenomeno dell'evoluzione giuridica e questa meccanica
dello sviluppo sociale hanno una luminosa conferma nelrevoluzione
storìco--giuridica della familicr., la quale è il solo e l'ultimo dei gruppi e
degli organismi omogenei che sopravvive alla forza erosiva, livellatrice,
atomistica <lella dv-itas e dello Stato. I rapporti tra il sovrano o il mem-
bro-gerarca di quell'organismo eminentemente politico ( 2 ) che è la fami.
glia romana, ed i membri soggetti alla sovranità famigliare, i rapporti
tra il pater fan:i/ìas ed i li/Jèri in potestate 110n sono rapporti di alterità
e di parità formale e non sono, quindi, rapporti di diritto, ma di dominio,
di gerarchia e di tutela insieme. Il rapporto di diritto è rapporto tra due
o più persone, di -cui e l'una e l'altra o le altre sieno del pari sui iuris;
laddove il rapporto tra una persona siti iuris ed una o più persone
alieni iuri.s è rapporto di autonoma interna sovranità domestica, di·
nanzi alla quale il regime giuri.dico della civitas1 dello Stato, si arresta.
Il soggetto di diritto - nel diritto romano antico - non è l'indi-
viduo, ma il patcrfamilias; ed i rapporti giuridici del diritto romano an·
tico sono i rappporti giuridi<:i delle familiae diverse, ossia dei diversi
patresfamilias. Perchè solo i diversi patresfamilias sono unità eterogenee
ed estranee gli uni rispetto agli altri, e sono in rapporto di parità. La ma~
nus, la potestas esclude l'alterità e la parità formale nei rapporti interni fra
il pateYfa-tnilias e il filius: essi non sono due unità, non sono uno ed altro,
ma coincidono ln una sola unità, nell'organismo famigliare, la cui in·
dividuazione giuridica è il pater. È solo dopo l'erosione storica dell'or·
ganismo politico della famiglia romana che il sistema dei rapporti
giuridici privati si annunzia come un sistema di rapporti tra individui
e individui: processo di cose che appare visibile nel periodo di differen.
ziazione definitiva del diritto romano, ossia nel periodo dell'ellenismo,

(1) Cfr. CARLE, Origini del diritto romano, pag. 95-96.


(2) Cfr. BoNFANTE, Istitu~ioni di diriltn romano (Ed. Barbera).
Filosofia del diritto

e vieppìù si compie nel1'evoluzione posteriore del diritto medesimo nelle


società nuove.
Questa apparente antitesi e differenza nei gradi di sviluppo del di.
ritto si coordina all'unità di una legge e di una esperienza sociologica.
Pcrchè il diritto intercede in un primo stadio tra le famiglie diverse ed
in un secondo tra gl'indiviclui diversi? Perchè il diritto intercede tra
unità eterogenee estraniate : e nel primo stadio unità eterogenee sono le
famiglie e nd secondo gl'individui: perchè la meccanica dello sviluppo
del diritto è la meccanica dell'individuazione. I cangiamenti e le varia~
zioni dell'evoluzione giuridica sono Je forme di unica legge: il diritto è
rapporto di eterogeneità, di alterità, di parità.

**•
Questa nostra dottrina, che riconosce come momento diffe::renziale
dcl rapporto di diritto la presenza dell'eterogeneità e dell'alterità tra i
soggetti cli quel rapporto, è atta a farci discernere l'aspetto sano e !'a..
spetto erroneo di alcune teorie sociologiche, d'impronta recisamente
materialistica, le quali, del pari, derivano il diritto dallo sviluppo del-
l'eterogeneità e della differenziazione sociale. Intendo qui accennare
partitamente alla teoria del Gumplowicz, il quale concepisce il diritto come
quella forma di vita sociale che è determinata dall'urto o dall'incontro
dei gruppi eterogenei cd ineguali di forze.
Nell'orda comrmistica primitiva - così egli - non vi ha diritto
propriamente detto, perchè quell'orda è un gruppo omogeneo, nel quale
non vi ha verun processo di distinzione, e di eguaglianza, ed al bisogno
di regolare la vita di relazione sopperiscono poche idee religiose ed il
costume. Il diritto nasce per effetto della collisione dei gruppi etero-
genei : nasce dal bisogno di far vivere insieme due clementi etici diffe~
renti : il qual bisogno non può certo essere soddisfatto da nessuno dei due
costumi, perchè il costume dell'uno non è spontaneamente riconosciuto
come il costume dell'altro. Ed il diritto, propriamente parlando, è il pro-
dotto della coercizione e della violenza J!Sercitata dal gruppo più forte
sul gruppo più debole, la quale violenza stabilisce - essa sola - la
possibilità della vita in comune o, piuttosto, della vita parallela di ambo
i gruppi nemici. Queste forme della vita parallela gradatamente si svi-
luppano e si condensano, per la lunga pratica ed abitudine, in nonne ed in
regole fisse e formano il sistema del diritto. Il qual diritto, a<lunque,
presuppone come condizione preliminare le ineguaglianze e gli urti
86 Igino Petrone

<.kllc unità collettive eterogenee. « Le rapprochement hostile d'éléments


sodaux hétérogènes de force inégalc est donc la première condition de
1a production d.u droit ... Cc qui caractérise tout droit c'est cette situation
préalable, c'cst l'inégalité des forces, car dcs forccs egales se neu-
traliseraient, ou, ce qui seraìt plus naturcl, s'associeraient pour en aller
chercher une troisième plus faible » (').
È aspetto vero di questa teoria quel riconoscere come condizione
preliminare del diritto la presenza della eterogeneità sociale e della ine-
guaglianza delle forze.
11 Gumplowicz sembra che limiti questo processo di eterogeneità
ai soli gruppi o unità collettive e non lo estenda agl'individui: ma ciò
non gli va apposto a colpa. La sua teoria è d'indole genetica e riflette
le esperienze sociologiche <lei periodi primitivi dell'evoluzione: nei quali
si afferma prevalentemente l'eterogeneità dci gruppi e delle unità col·
lettivo e non ancora si annuncia l'eterogeneità delle unità individuali.
Torto invece, e gravissimo, della teoria medesima si è che essa mu·
tila e semplifica i fattori della eterogeneità sociale, e, quel che è' più, im-
tncdesìma a prtor-i, e senza suffragio di estese e numerose esperienze,
le relazioni di eterogeneità con le relazioni di violenza.
La sociologia etnologica risolve il lato e moltiforme processo di
eterogeneità sociale hl un processo tmilaterale di antitesi di razza,
obliando le altre condizioni ehe determinano la differenziazione sociale
e che sono, anzitutto, l'eterogeneità fisico.psicologica primitiva degli in·
dividui, e poi la differenziazione economica delle classi.
Dire - come facciamo noi - che il diritto intercede tra unità sociali
o individuali eterogenee, è dire cosa più comprensiva e storicamente più
vera, che asserire recisamente che il diritto interceda solo tra elementi
etnici differenti. L'eterogeneità di razza non è un fattore primitivo ed
irreducibile, ma un prodotto di cui l'analisi scientifica dovrebbe ap·
punto investigare i primitivi componenti.
Ma l'errore più grave della dottrina del Gumplowicz (errore comu-
ne, del resto, ad ogni forma di concezione materialistica del diritto)
sta nel presupposto o nel sottinteso, che l'eterogeneità sociale dia luogo
necessariamente alle relazioni di violenza; onde una così acuta into-
nazione del momento della forza nella genesi positiva del diritto.
Certo, il diritto è intervenuto fra genti diverse che non avevano

(1} Prlr;is de Sotiol<Jgie (Paris, 1896). pag. 200.


Filosofia del diritto

comunione di fas, o trn gruppi eterogenei non aventi comunione di co..


stume. Ma non è attestato universalmente dalla storia che ·da questo
stato d'indifferenza o di ostilità reciproca le tribù ed i gruppi eterogenei
sieno usciti fuori per le vie della violenza, anzichè, poniamo, per via di
compromessi o di rapporti contrattuali. La storia non sì consuma tutta
nelle lotte cli classe, ma ci presenta, anzi, esempi molti di un'accomodae
zione delle classi, governata da rapporti, sia pure embrionali, di equità
e di giustizia natm-ale tra le classi medesime.
TI diritto romano non è nato dalla violenza, nè è la conservazione
di un primitivo stato di violenza del quale si sieno, per lungo diuturno
processo di adattamento, obliterate le origini. Esso è nato contrattual-
mente col jus pacis delJe genti diverse e col conwnercium dei diversi
patrcs familias. La contrattualità e la mutualità - simbolo ed equiva-
lente del diritto - vi ha certo maggior parte che la violenza ed il paras.
sitismo, inevitabile in una società sia pure mediocremente differenziata.
Ce110 il mancipium, il nexum, la nwnus iniéctio del rigido prim.itivo
fu..r quirit-ium sono documenti di una relazione primitiva di violenza tra
due gruppi eterogenei, il patriziato e la plebe. Ma non si può sollevare
a legge universale della formazione giuridica ed a carattere differenziale
del diritto un fatto che deriva, anzi, da manchevole ed inadempiuta dif-
ferenziazione giuridica. Quei rapporti di violenza non sono il diritto e
non derivano dalla istituzione del diritto, ma dal suo difetto.
Esse rappresentano il periodo originario dell'urto dei due elementi
eterogenei, anteriore alla loro accomodazione e alla pacifica coesistenza
sotto la tutela di un diritto comune all'uno ed all'altro, cioè a dire an-
teriore alla istituzione del diritto propriamente detto. .
L'eterogeneità, che per li Gump1owicz è condizione determinante
della violenza, ove si esaminino a fondo le origini, sì rivela come con.
dizione determinante del sistema dei rapporti inter pares.
Appunto perchè eterogenee, le unità, collettive o individuali che sie-
no, entrano in relazione d'indipendenza e di equivalenza l'una rispetto
all'altra, dalla qual relazione d'indipendenza è possibile che nasca un
rapporto di poziorità e di soggezione, ma è possibile, almeno, in egual
misura, che nasca un rapporto di contrattuatità o di ca-adattamento.
È necessariQ anzi che si avveri la seconda ipotesi, quando i due ele.
menti eterogenei non sieno cosi di diseguali forze, come nella sua astrat-
ta e generica concezione si raffigura erroneamente il Gumplowicz. Ap-
punto perchè emancipati dai vincoli dell'orda, della gerarchia della in-
88 Igino Pel1'one

krdipendcnza e dcl grcgarismo gli clementi eterogenei si corriferiscono,


si coadattano, si contrappongono a titolo di pari.
Le relazioni di vita parallela - nelle quali si atteggia il diritto se.
condo il pensiero dcl Gumplowicz - sono relazioni di correspettività
e di coadattamcnto, non relazioni di violenza. 11 diritto interviene tra
razze e gruppi etnici diversi, fra tribù e g('nti diverse della stessa razza,
e tra capi di famiglie diverse, non già come spcdiente di violenze, ma
come vincolo di pace. 1~ la pare esteriore tra gli elementi eterogenei sue.
ceduta alla pacè ìnteriorc 1 ossia alla intima forza coesiva del costume che
governa le parti multiple di una. unità omogenea. 11 dil'itto, il jus ac~
quuwt, non che consolidare la violenza, succede anzi alJ'jus privatae
violentiae, cd ha per suo ufficio il rimuoverlo e, non che confondersi
con la forza, nasce anzi come correttivo del1a forza.
A chi csarnini severamente le cose, parrà chiaro che le relazioni di
superiorità, di forza e talora dì violenza sono più proprie degli organi·
smi sociali omogenei che delle strutture sociali eterogenee e differen-
ziate. Perchè in quei primi organismi prevalgono i rapporti gerarchici
ed i vincoli di subordinazione e di interdipendenz,a, i quali vincoli ed
i quali rapporti non io dirò che, per i subordinati e i dipendenti, sieno
argomento soltanto di soggezione e di servitù e non argomento e ga-
ranzia, ad un tempo, di protezione e di tutela, di guisa che giovino al
loro benessere, assai più, forse, che non l'arida sottilità mercantile del
diritto: ma resta fem10, ad ogni modo, che la eterogeneità degli elementi
reca seco non la violenza necessariamente, ma in pari e maggior misura
il coadattamento, l'alterità, la parità formale, la contrattualità, ossia il
diritto strettamente detto; le quali forme di condotta segnano l'antitesi
più recisa dei rapporti di violenza e non vogliono essere in nessun
modo immedesimate e rimescolate con que11i.
LA FUNZIONE DELLA GIUSTIZIA

È dettato comune e generale che il fine della Giustizia è la attribu.


zionc dcl suo a ciascuno, e che funzione specifica del diritto è la garen ..
tia degli interessi.
Ciò posto, si domanda, qual è il significato profondo di queste ovvie
cd elementari nozioni? e quale è, in ultima analisi, la funzione della
Giustizia?

***
Osserviamo, anzitutto, che il diritto concepito come l"universale si..
stema clelJe determinazioni di Giustizia, ha più presto una funzione inj ..
bitiva e moderatrice che una funzione impulsiva. La Giustizia non
crea, propria1nente parlando, una data società o un dato sistema di re..
]azioni delle persone e dei beni; ma presuppone una società già creata,
già costituita, già specificata, ed interviene solo a regolarne ed a conso..
lidarne i rapporti. La Giustizia non crea le utilità, ma le misura, non
promuove gli interessi, ma li -garentisce. Il suo essenziale momento sta
nell'affermazione della garentia! e nell'apposizione dei limiti. Essa non
comanda che l'uomo ponga in essere questo o quel rapporto di fatto:
ma, che volendolo egli porre in ipotesi, lo ponga in questi o quei ter-
mini, queste o quelle forme di diritto. I rapporti di diritto sopravven-
gono e si soprappongono ai rapporti di vita : sono gli stessi rapporti di
vita ritradotti in una data forma, subordinati a dati limiti, muniti di
una data garentia ed al nascimento di questi rapporti di vita, che pur
ne sono il sottosuolo, non il diritto provvede, ma le leggi stesse della
vita. Ciò vuol dire che la posizione dei rappoti di fatto è, per l'ordine
della Giustizia, ipotetica e non apodittica.

***
Queste nozioni elementari sono implicitamente contraddette da tutti
o quasi i filosofi utilitari, i quali traducono l'ordine della Giustizia in
un puro ordine eudemonologico: e da tutti gli ideologi, i quali favel·
Igino Petrone

lano di una convertibilità e di una reciprocità assoluta del diritto e del


dovere, della facoltà e della legge.
I....t1. Giustizia è cudcmonologi<:a in quanto misura e garantisce le uti~
lità; ma non è tale, nel senso che converta in un obbligo la ricerca ed il
godim(:nto delle utilità medesime. L'esercizio dei poteri eudemonologici
è luta legge della vita, non una legge dcl diritto. Per l'origine del di~
ritto quell'esercizio è un semplice fatto, un semplice presupposto, di
cui il <liritto prende atto per disciplinarlo e garentirlo. La Giustizia è,
certo, responsabile della conservazione dell'ordine dci fatti preesistenti:
ma non lo è della loro formazione. Nessu11 ordine di fatto è assoluta~
mente n.eccssario di fronte al diritto: onde segue che il diritto nè ha
ragione di sopprimere o di contrariare un ordine di fatto che sia mantt:.
nuto e sorretto dalle forze spontanee della vita, nè di conservare o pun-
tellare un ordine sociale che sia abbandonato dalle forze medesime.
La convertibilità del diritto e dcl dovere, della pretensione e del.
]'obbligo ha luogo solo limitatamente ai cosi detti diritti innati, ossia
a quelle prerogative inviolabili della persona in quanto tale, le quali,
a parlare propriamente, non sono dei diritti, ma dei doveri etici supre.
mi. onde non possono fonnare oggetto di veruna rinunzia, di veruna
pattuizione e vanno esercitati ed adempiuti necessariamente. Ma nel
complesso sistema dei rapporti patrimoniali, ma nell'ordine de1le rela-
zioni attinenti al mio cd al tuo, professare la convertibilità del diritto
col dovere sarebbe un assurdo.
La sfera del diritto è la sfera della facoltà, della potestà, della Ji.
ceità, ed il lecito non è obbligatorio. In tutte quelle direzioni della con-
dotta1 le quali non sono tracciate dall'imperativo etico del dovere, l'eser-
cizio dell'attività umana è libero e facoltativo. Che se ]'esercizio del1e
facoltà fosse invece doveroso, noi avremmo allora il dovere di eser.
citare le facoltà che ci competono senza limiti e riserve : ed ogni li-
mite che la legge della coesistenza giuridica frapponesse a questo in:
definito esercizio sarebbe ingiusto, perchè non sarebbe il limite di un
diritto, ma impedimento all'attuazione di un dovere.

***
Deesi avere, a.dunque, per norma inooncussa che la Giustizia attri-
buisce il suo a ciascuno, ma non predetermina che ciascuno abbia un
suum da attribuirgli.
Solo in un senso il diritto icrea il mìo ed il tuo : in un senso mera·
Filosofia del diritto 91

mente formale. Il diritto crea il mio e il tuo, in quanto rende inviolabili


i rapporti di fatto preesistenti, i quali rientrano nella sfera del lecito e
non si traducono in una lesione dell'altrui. Perchè il mio e il tuo non esi·
stono 5trettamente parlando prima dell'ordine di diritto; la pertinenza
giuridica della cosa fisicamente mia a me è effetto della garentia del
diritto. Prima e senza questa garentia si ha un potere fisico. e non un
poterC' giuridico: un potere provvisorio e non un potere perentorio.
Questa distinzione del potere fisilco e dcl potere. giuridico è appunto
l'aspetto sano inconfutabile della vecchia antitesi della natura e della
legge, dello stato di natura e dello stato di diritto.

***
Il diritto ha, dunque, cd esercita una funzione più presto conserva·
tiva che creativa : il diritto è la sanzione di un ordine di vita preesi-
stente : il diritto è poggiato sul fatto.
L'esigenza assoluta di giustizia vuole che a ciascuno sia attribuito il
suo; che ciascuno sia trattato in proporzione del suo merito: che ci~
s<::uno venga estimato in ragione del suo valore. Ma quale sia il merito,
quale il valore, quale il termine di niisura della estimazione e del trat-
tamento giuridico non è determinato a priori ed in via assoluta: e lo
vanno via via ed alla meglio determinando i mutabili rapporti di quelle
mutabili intuizioni della coscienza, le relative e circostanziate condizioni
di vita.
N è si tratta di un merito o di un valore assoluto, ma sì di un merito
e di un valore di relazione; nè il merito e il valore è una categoria fissa
della natura, ma una posizione variabile della storia.
Tale relatività noru elimina l'esigenza assoluta della Giustizia. L'as-
soluto della Giustizia non è materiale, ma formale, Come l'umanità del-
l'io non è una sostanza ma una funzione, come l'unità della organizza-
zione non istà negli elementi materiali dell'organismo i quali sono sog-
getti ad uno scambio continuo, ma nella forma che perdura immutata at-
traverso quello scambio, così runità della Giustizia non consiste nella
permanenza dei rapporti di fatto, ma nella 11nità della funzione mode-
rativa inibitrice e misuratrice dei rapporti medesimi.
RESISTENZE ED ATTRITI CHE OPPONE
ALLA GIUSTIZIA LA STRUTTURA SOCIALE

Un esame, non fatto da altri, deve richiamare la nostra attenzione:


l'esame, cioè. delle resistenze e degli attriti che la :;truttura sociale frap.
pone alla Giustizia.
Vesigcnza assoluta di Giustizia che ciascuno sia trattato in propor.
zionc del proprio inerito, e che nessuno goda il benefizio, o paghi il fio
di ciò che non ha voluto, potrebbe facilmen~e attuarsi tra esseri perfetta.
mente eguali e coesistentì in uno stesso tempo; ma in realtà la sopra•
detta esigenza di gfostìzia si attua limitatamente per il fatto che le ge..
nerazioni degli individui sono in continuità, non separate e saltuarie,
e gli acquisti di una generazione anteriore reagiscono negli individui
della generazione susseguente, così che ciascun individuo porta in sè
elementi di superiorità o di inferiorità che sono in dipendenza non del
suo merito naturale, ma della sua posizione sociale. L'eredità e l'accu-
mulazione dei prodotti oggettivi della storia, ossia il capitale in senso
lato, crea una ritorsione contro la legge di Giustizia e modifica o devia
la relazione tra lo sforzo e la remunerazione, fra il merito ed il trat-
tamento, in quanto che alle differenze che sorgono dal merito natura-
le1 sostituisce le differenze e le poziérità che derivano dalla posizione
o dalla congiuntura sociale.
Il capitale è causa di un merito sociale, di un valore differenziale,
creato dal fatto che gli uomini non sono coesistenti in un unico istante
di tempo, ma successivi, onde negli individui de1l'oggi reagiscono i
prodotti e le accumulazioni inegualmente distribuite dell'ieri. Ma non
per questo si deve credere che l'intervento del capitale, in quanto mo-
difica la relazione tra i1 merito naturale e la remunerazione sociale
sia ingiusto. L'acquisizione dei prodotti e la susseguente accumulazione
è conforme alla legge di Giustizia che come garentisce gli individui og~
gi, così ha egualmente garentito gli individui che li hanno preceduti; i
primi progenitori dopo aver creato il primo valore sociale, avevano il
diritto di disporre di ciò che loro spettava in ragione del proprio merito.
La successione degli uomini· e delle generazioni negli ordini del
Filosofia del diritto 93

tempo, conferisce alla struttura sociale caratteri tali che la relazione


ideale di Giustizia ne subisce come una rifrazione (confr. l'es. della
fisica). Ma non solo dalla successione degli individui nel tempo sorgono
le perturbazioni aJla relazione di Giustizia, bensì ad un tempo dalla
loro coesistenza nello spazio.
Lo scambio e la ripercussione sociale che deriva appunto da11a coesi-
stenza degli individui ;1ello spazio devia, spontaneamente e senza in-
giustizia o colpa di nessuno, il processo naturale e puro della Giustizia
e fa sì che gli individui e le società vengano a sopportare di contrae..
colpo k conseguenze delle azioni o della posizione degli individui o
delle società coesistenti, vicine o lontane che sieno (Esempi di riper-
cussioni tributarie ne abbiamo in scienza delle Finanze).
Nel mondo moderno sono tante e così complicate le serie dei fattori
concorrenti ad un dato effetto, che lo spostamento dell'un fattore, pro-
duce una serie infinita di spostamenti laterali e successivi, talora lon-
tanissimi dal punto ove si originarono, così che non si può applicare
giustamente la relazione di proporzionalità da causa ad effetto.
Lassallc larm:nta va la perturbazione che subisce la relazione di cau-
salità tra merito e ricompensa, tra fatica e remunerazione, nell'econo-
mia sociale moderna, e l'imputava alla congiuntura, che volgarmente
chiamerebbesi fortuna, azzardo. Ma pur lamentandq_, o meglio consta-
tando le deviazioni che i rapporti ideali subiscono attraverso le condi-
zioni concrete dal ·mezzo in cui si attuano, non è da credere che le per-
turbazioni che seguono dalla ripercussione sociale sieno imputabili alla
legge di Giustizia. Si tratta di perturbazioni che derivano dalla speciale
natura della struttura sociale complicata, e non da malvagità o da le-
sioni del principio del giusto.
La Giustizia è universale, difende, tutela tutti, non riconosce nè pri-
vilegi nè monopoli. Certo la ineguale distribuzione dei prodotti oggettivi
sociali fa sì che essa praticamente non trovi materia o condizioni per
esercitare questa universalità di tutela.
Mclti lavorano pcrchè pochi profittino, molti soffrono perchè pochi
godano ; il progresso non è universale, ed è delle minoranze più che
delle maggioranze : si ha sempre gran moltitudine di individui che non
entrano nei termini della tutela giuridica, perchè non pongono in es~
sere nessun rapporto che possa essere protetto dal diritto, che non pos-
sono, per esempio, godere di tutela del diritto di proprietà perchè dalla
struttura sociale sono condannati ad· essere e spessissimò a rimanere
nullabbienti.
94 Igino Petrone

Sorge dunque un'antitesi fra la giustizia, che vuol dire: 1im:ver.


saJità di d1:ritto, e le condizioni dcl mezzo sociale che rendono impos.
sibile un'universalità di fatto. Ciò, però, non è da imputare alla Giu.
stizia. Ogni cosa è quello che è. La Giustizia è legge conservativa ed
inìbitiva, non creativa; essa non crea gli stati di fatto, ma li constata e
]j subisce e li regola. E, come legge conservativa, la Giustizia. riconosce
e tutela la proprietà a quelli che possiedono, e la riconoscerebbe e tute.
lerebbe egualmente anche a quelli dei non abbienti che divenissero 1>ro-
prietari; solo non impone, nè mallcva che lo diventino cli fatto.
Gli attrit~ suaccennati, che la Giustizia subisce nel suo effettuarsi,
derivano dalla natura del mezzo in cui si attua e perciò non si potranno
assolutamente eliminare finchè la struttura sociale si serbi la stessa,
e finchè non sopravvengano delle strutture sociali imaginaric e non
comprese nel raggio della nostra esperienza. Vi sono altri di questi at.
triti che derivano dalla natura dell'uomo, i quali potrebbero essere eli-
m:inati, ma solo all'infinito; tale, p. es., quello creato dalla composizione
politica dello stato che, organo della giustizia, spesso si traduce in fatto
in strumento della classe dominante, e senza l'intervento di nessuna
malvagità, il diritto positivo protegge spesso gli interessi della classe
dirigente.
Potremo, nelle vie del progresso, smussare le angolosità create dagli
interessi di classe, ma l'elisione completa, non. potremo forse giammai
effettuarla, giacchè l'uomo è un attore, e quasi mai uno spettatore im-
parziale del dramma sociale, ed esso è tratto a concepire spesso la Giu-
stizia secondo l'angolo visuale della propria classe. Così pure, la forma,
nata per attuare la Giusti:ila diviene talora, come vedremo, fine a se
stessa; il diritto creato dalla Giustizia si rivolge contro di essa. crean-
dosi esigenze formali, giuridiche, processuali, che talora si oppongono
alla sua effettuazione sostanziale.
Occorre, inoltre, esaminare un'altra modificazione che la relazione
ideale di Giustizia subisce nel suo adempimento di fatto.
Non sempre i rapporti di fatto, organizzati secondo le norme di di-
ritto, sono derivati da Giustizia, molti di essi anzi ebbero per prin·
cipio la violenza e la forza; orbene, questi rapporti, nella loro genesi
ingiusti, vengono man mano depurandosi ed acquistando una specie di
legittimità, per effetto della prescririone.
Così le origini dell'odierna proprietà capitalistica dcl suolo sono
esse conformi al concetto ideale di Giustizia? No, certamente; la storia
economica dei secoli XVJO e XVII 0 , criticamente ricostruita, fa vedere
Filosofia del diritto 95

come essa proprietà, in gran parte, sia frutto di violazioni di diritti ac.
quisiti e di espropriazioni ingiuste, espropriazioni che si sono consoll~
date in un rapporto di proprietà. Orbene, pur constatando che le origini
dell'odierna proprietà non sono legittime, non si potrà, per questo, dire
che tssa sia ingiusta, e ciò perchè l'evoluzione successiva dci rapporti
t Ja prescrizione e la decorrenza del tempo esercitano come una spe.
1

cic di elisione delle iniquità e delle ingiustizie originarie.


Osservando come, in genere, le origini lontane dei rapporti di dirit-
to, si risolvono in primiitive relazioni cli occupazione, di conquista e di
violenza, noi possiamo ben dire che l'elemento nuovo che ha tradotte
quelle relazioni primitive di ingiustizia, in rapporti di giustizia, è stata
1a prescrizione, la quale, in un senso latissimo, potrebbe assumersi come
l'origine e Ia legittimazione universale dei diritti storici. I primitivi rap..
porti d'ingiustizia hanno dato luogo' a rapporti di diritto; gli eredi, i
successori sono stati cointeressati in codesti rapporti; per la tutela de·
gli interessi di questi terzi, che forse non sanno neppure se e di quale
ingiustizia sia frutto la loro proprietà, la prescrizione tutela e riconosce
legittimi i rapporti originariamente ingiusti. La Giustizia sopravvenuta
reagisce sull'ingiustizia precedente; i rapporti giusti, consecutivi aBa
prima ingiustizia, legittimano l'ingiustizia stessa; e la doverosa tutela
degli aventi causa e dei successori e dei terzi retroagisce in favore de1la
genetica ingiustizia dci danti causa e degli autori.
Diamo un esempio che potrà rendere più chiaro quanto abbiamo
esposto.
Dagli economisti della scuola Ricardiana, la rendita fondiaria viene
rappresentata come un'usurpazione, da parte dei proprietari del sopra-
profitto del suolo. Data, e non concessa, la yerità discutibilissima di que·
sta teoria potremmo, forse, trarne argomento per giustificare la nazio<-
1

nalizzazione del suolo, od almeno la confisca della rendita? No, vi sono


gli scambi avvenuti ed i nuovi interessi formatisi che lo impediscono.
Per effetto dello scambio e dell'alienazione dei terreni, ossia per effetto
del trapasso della terra dalla proprietà di una persona a quella di un'al·
tra, il sopraprofitto differenziale non è più un'usurpazione parassitaria
del proprietario di terre, ma un corrispettivo della spesa che egli ha
investito per comperarla ed un interesse del suo capitale. Il proprieta.
rio dell'oggi è un proprietario quasi sempre derivato; egli la proprietà
della terra l'ha comperata da chi era proprietario prima di lui; egli la
capacità produttiva della rendita non l'ha ottenuta gratuitamente, ma l'ha
dovuta pagare nel prezzo di compera : in questo prezzo era capitalizzata
96 I gi110 Petrone

la rendita che il krreno era atto a produrre. li godimento del sopra-


profitlo, ammesso che questo vi sia, è un interesse del capitale investito
ndl'acquisto del fondo produttivo. Qualora volessimo espropriare que~
::ita proprietà, è evidente che si farebbe un'ingiustizia; la moltitudine
dei terzi ha resa necessaria la tutela dci rapporti, la cui remota origine
è viziata di ingiustizia.
La prescrizione ha cltmque somma importanza; essa funge come un
elemento di elisione dcll'ingiusl'izia delle origini. Anche nel dotninio dcl
diritto impera una legge <li plasticità spontanea, per cui le sto1turc si
raddrizzano da sè; le deviazioni giuridiche si raddrizzano col processo
del tempo in modo da riuscire 8pcsso cosa ingiusta il ritorno al giusto
primordiale per mezzo di una liquidazione sociale dello stato presente,
Prior in tem.pore, potior in jure - - Beati possidentèS, sono motti espri..
menti una specie di giustificazione dci fatti compiuti, sono una espres-
sione limitata., rna significantissima, dell'importanza del tempo, come
fattore di diritto, ossia della prescrizione.
Come nella politica finanziaria, per la teoria del consolidamento delle
imposte, che appunto è l'adatta.mento del contribuente all'ingiusta spe-
requazione dell'imposta, è un errore il togliere un'imposta per sostituir-
la poi con altra o altre, giacchè si viene a turbare tutto quanto l'equi-
librio economico; così nel campo del diritto, chi non rispettasse, per
virtù della prescrizione, i rapporti di fatto nei quali si sono venuti in-
teressando individui diversi dalla gente primitiva, chi insomma violasse
la prescrizione verrebbe a :co111ipiere la più grande ingiustizia.
li tempo non è causa di diritto, ma il solo fatto che un rapporto
perdura nel tempo fa sì che venga a modificarsi il primo rapporto ed
intervengano fattori, riguardi, interessi, ed esigenze nuove, per cui dalla
primirivci ingiustizia, venutasi obliterando per lungo ordine di tempo,
si origina, per dialettiea di cose, la giustizia.
IL DIRITTO PROPRIAMENTE DETTO

J~ opportuno procedere ad una distinzione rigorosa. tra due termini,


i quali sebbene coincidano in unica realità, pur tuttavia non vanno con..
fusi, sotto pena di ricadere negli equivoci che hanno viziato molte teorie
della Filosofia e del Diritto. La Giustizia, strettamente parlando, è una
relazione ideale, un sistema di ideazioni razionali in ordine ai rapporti
della convivenza sociale, in ordine àl mio e al tuo, in ordine alla attri.
buzione ed alla garcntia del merito individuale e simili.
Il Diritto è la determinazione reale e l'obbiettivazione di fatto delle
relazioni ideali di Giustizia. Il Diritto è un organismo che attua la Giu-
stizia; questa e una funzione, quello ne è l'organo; il Diritto è la
morfologia e la organizzazione della Giustizia. Come contenuto, il
diritto coincide colla Giustizia, l'una cosa è Jlaltro, ma la forma li dif.
ferenzia i la Giustizia è relazione ideale amorfa, il diritto la traduce in
una forma oggettiva.
Due persone contendono per i confini dei loro fondi; la legge ideale
di Giustizia esige che sieno limitate le attività concorrenti e che la con·
traversia sia definita. Ora, di fatto, la contesa è portata in giudizio, il
Giudice esamina, obbiettivando nel caso particolare, le relazioni ideali
di Giustizia. Il Giudice accerta la controversia e sentenzia. In questo
esempio quello che differenzia la Giustizia dal Diritto è la presenza del
Giudice, il quale traduce la relazione ideale di Giustizia nella forma
del Diritto, ed è quindi l'organo della Giustizia. Le possibili controversie
che sono per' nascere in una data società sono prevedibili a priori nella
mente di un altro organo, del Legislatore, il quale non giudica le contro-
versie già predette, ma prevede le contese che potranno prodursi, pre-
vede la formazione dei rapporti futuri e determina un sistema di leggi,
le quali stabiliscono in anticipazione il trattamento dei rapporti che li
produrranno.
Il Giudice nel primo caso, il Legislatore nel secondo caso sono la
rappresentazione del Diritto che icnterviene ad attuare la Giustizia.
Igino Petrone

•••
Di qui segue la spiegazione dci fatti sturici per cui la Giustizia
strettamente detta è più universale che non il diritto. Come ]'organo
succede alle funzioni, come la forma accede all'idea, così il Diritto sue..
cede alla Giustizia. Le rappresentazioni <li Giustizia formano come il
contenuto universale di ogni forma di coscienza giuridica, il Diritto, in.
vece, propriamente detto è un fcnom.eno storico, meno universale e si
direbbe una prerogativa particolare di alcunì popoli e di alcune razze.
In tutti i gruppi umani, i quali sieno pervenuti ad una forma sia
pure embrionale e primitiva di pacifica convivenza, esiste il fatto uni-
versale della Giustizia - quand'anche nei limiti angusti della Giustizia
linUtata ai membri del gruppo o dell'orda, ossia della Giustizia interna;
ma è solo in akuni popoli che esiste, o almeno storicamente si Jascia
ravvisare, il fenomeno del Diritto - ossia il fenomeno di una oggettiva.
zione e dì una morfologia differenziata della Giustizia. In tutti i gruppi
umani, dì che sopra, esistono delle intuizioni e delle rappresentazioni dì
Giustizia - ossia di un ordine oggettivo o extrasoggettivo di norma o di
sa112ioni, di un ordine autoritativo ed eteronomo e, negli inizi, quasi
sempre tconomico dei rapporti di potere e di rispetto onde s'intesse la
vita sociale dei gruppi stessi; ma è solo in alcuni popoli particolari che
quelle intuizioni e quelle rappresentazioni di Giustizia assumono una
consistenza obbiettiva ed una statuizione consolidata nel Diritto : è solo
in alcuni popoli che la maturità del vivere civile è pervenuta al punto
da trasferire la Giustizia dal dominio de11e intuizioni soggettive nell'or-
ganismo oggettivo del Diritto; solo in alcuni la Giustizia si secerne, si
separa, si differenzia dal sentimento e dalla rappresentazione indivi-
duale, mobile, saltuaria e si fissa, sì consolida e, sarei per dire, preci·
Pita. nel diritto oggettivo ed impersonale.
Il .Diritto segna. invero, la consistenza oggettiva ed_ autonoma e.
come lo stabilirsi e l'organarsi su fondo indipendente della Giustizia
amorfa, disarticolata, indifferenziata. Il Diritto ha questo di proprio,
che la materia fluida, diffusa e . come dispersa nelle vaghe intuizioni
e rappresentazioni di Giustizia condensa e depone in un sistema di
regole e di comandi nettamente definiti e circoscritti. Il diritto - per
dirla in una maniera più intuitiva - rappresenta il precipitato stoa
rie& della Giustwia.
Filosofia del diritto 99

**•
In tutte le fasi della storia ricordata si ravvisa un fenomeno, che
altri potrebbe formulare come una legge sociologica, il fenomeno cioè
della differenziazione delle funzioni della cultura. Le attitudini od i
contributi partkolari che, i diversi gruppi etnici recano all'incivilimento
non sono uniformi, ma differenziati; tal gruppo reca un contributo par-
ticolare al fenomeno religioso, tal'altro gruppo reca un contributo par-
ticolare al fenomeno artistico, un terzo gruppo reca un contributo par-
ticolare al fatto giuridico. Meno per privilegio ingenito di razza, che per
una serie di condizioni storiche non facili a semplificare, il Diritto streÌ-
tamentc detto o il fenomeno giuridico, anzichè essere un fatto univer-
sa.le di tutti i popoli o di tutti i gruppi di popoli della storia, è solamente
un fenomeno particolare ed un contributo specifico di alcuni gruppi e di
alcuni popoli.
Delle due grandi razze che formano - nel movimento a grandi linee
della storia - come il tessuto dell'incivilimento - intendo della razza
semitica e dell'ariana - è solo almeno precipuamente questa ultima che
ci presenta il fenomeno vero e proprio di una differenziazione giuridica
e di una articolazione complessa e di wia morfologia, dwe iniziale e
dove sviluppata, dei rapporti e delle norme di diritto.
L'oriente semitico presenta un contributo religioso all'ordine della
cultura e non un contributo giuridico : ossia esso non ci presenta il feno-
meno per cui la Giustizia! si separa e si distacca dalle rappresentazioni
teonomiche ed alla pressione dei precetti e delle inibizioni religiose e
sacrali, e per cui essa asswne come un organismo obbiettivo e segue
come un processo autonomo e morfologico nella forma e negli svi-
luppi del Diritto. In quella vece le induzioni retrospettive della prei-
storia e dell'archeologia giuridica lasciano conchiudere, con sufficiente
fondamento di certezza, che il doppio processo del differenziarsi della
Giustizia dalle intuizioni religiose e del differenziarsi del Dirittd dalla
stessa Giustizia diffusa, amorfa, disarticolata si è adempiuto, per via
di naturale svolgimento, nella storia di quei popoli, i quali rimangono
come gli interpreti ed i rappresentanti tipici della cultura ariana.
In una prima fase di sviluppo giuridico del popoli greco-italici, la
forma e la fonte del Diritto è segnata dalla cosi detta sententia iudicis.
Non esiste la legge, il ius scriptum, il "V6µoç; ma il costume o la rappre..
sentanza inorganica degli<lyQacpa v6µ.t.µa, delle ideazioni sociali di Giu-·
stizia.
100 Igino Petrone

Non interviene ane-ora la funzione del legislatore; esiste solo la fun.


zionc del giudicei la quale funzione è esercitata dal capo della familia,
della gens, della tribù, o dal sacerdote o dal guerriero, ecc.
Nello sviluppo giuridico progredito esiste prima il legislatore, poi
il giudice; nelle fasi iniziali dello sviluppo esiste invece il giudice prima e
poi il legislatore. Il giudice oggi applica il diritto; nella fase primitiva
dello sviluppo il giudice crea il diritto.
In una seconda fase dello sviluppo giuridico dei popoli greco-italici,
alla sententia iiulicis succede comè fonte o fonna positiva di Giustizia
il v6µoç o la legge, votata dai comizi, composta dai capi delle gentcs
e dai patres familias, la quale legge stabilisce dci principii generali e se.
gna come il precipitato delle sentent:iae ùtdicis convergenti.
In ambo queste forme, la sententia iudicis e la le:r, si ha come la
immagine sensibile e la rappresentazione plastica della conversione ob.
biettiva della Giustizia nel Diritto. La legge in ispecie, che è la forma
giuridica progreùita, rappresenta il vero momento differenziale dcl Di.
.ritto, ossia quello che differenzia il Diritto propriamente detto dalla
Giustizia.
La legge consolida e condensa la mobilità e la fluidità della Giustizia
mediante un imperativo universale e determinato ad un tempo, immune
dalle ideazioni etiche soggettive del potere giudicante. La legge è l'e.
spressione visibile di quella necessità di fatto che determina il concreta·
mento della Giustizia nel Diritto. La Giustizia ove rimanesse in un ter-
reno puramente ideologico presto o tardi si smarrirebbe nelle interpre.
tazioni individuali. Il Diritto, completando la Giustizia, fissandola in una
fonna determinata, preservandola dal sentimento e dall'arbitrio, fonnu·
landola in un imperativo razionale qual'è la legge, il Diritto, dico, rap-
presenta il vero ministro, il vero organo della Giustizia.
La plastica forma che la legge imprime alle ideazioni ed agli impera.
tivi di giustizia consolida, obbiettivizza e fissa le ideazioni e gl'impe-
rativi stessi e ne assicura la permanenza e la saldezza; essendo sovrano
insegnamento della storia delle idee e delle cose umane, che quelle idee
e quelle istituzioni sopravvivono trionfalmente alla lotta per l'esistenza
che agita tutti gli ordini dell'universo, le quali si sono incarnate in una
forma stabile, le quali si sono ricoperte di un inviluppo esteriore che
le protegge.
Filosofia del diritto IOI

***
Quando per effetto di questo sviluppo è intervenuta la legge, al-
lora nasce il con!rasto fra il diritto, ius strictum, e l'equità, ius a.eq,.um.
La legge presuppone una serie di casi individuali, raggruppati per ele-
menti sostanziali di affinità, da cui astrae un tipo, al quale insegna un
dato trattamento giuridico; importa quindi una esemplificazione tipica,
cd una compensazione cd una media dei rapporti individuali. D'i qui
segue che il giudice, dovendo applicare la legge ad un caso speciale, si
trovi davanti ad un antagonismo fra la legge, che gli comanda di appli-
care una data norma, ed il suo sentimento di equità che gli consiglia,
per quel dato caso particolare che presenta certi clementi speciali di
differenza, di non tener conto della norma universale, per recare invece
un provvedimento particolare.
Quest'antagonismo non può giammai tradursi in un'antitesi sostan-
ziale tra le esigenze della giustizia. e quelle dell'equità, le quali coinci-
dono spontaneamente. Trattasi invece di un'antitesi meramente for-
male. Cioè a dire la Giustizia in quanto si concreta nella forma del
diritto mediante la legge, si traduce in una serie di principii generali
e di massime medie, che non possono coincidere perfettamente coi sin-
goli casi individuali della vita giuridica. Tra la Giustizia del singolo
caso e la Giustizia della regola media non vi è quindi una vera e propria
coincidenza; e la logica del diritto e le leggi stesse della vita sociale esi-
gono che l'equità sia subordinata alla ratio iuris e l'una sia scissa dall'altra.
La equità - espressa nella sentenza e nell'arbitrium iudicis - è la
Giustizia del caso, del rapporto singolo, delle varietà individuali, è la
Giustizia dell'individualità del rapporto (Trendelenburg).
L'equità segna l'immediatezza della relazione tra il diritto ed il
fatto, ossia l'assenza della mediazione logica di un rapporto giuridico
tipico o di una species iuris, tra i fenomeni concreti da un lato ed il
trattamento giuridico di essi ienomeni dall'altro. La legge importa ap-
punto una siffatta mediazione tra il diritto ed il fatto. La legge è la
funzione uniforme che misura il momento giuridico dei rapporti di fatt<>
e che insegna a sceverare nei rapporti di fatto quello che è giuridica-
mente essenziale e sostanziale da quello ché! non lo è punto.
Il Diritto è una regola media della vita sociale, che governa per la
universalità dei casi possibili e che quindi non è, non può essere esat-
tamente proporzionale alla concretezza ed alla individualità di quel sin-
102 Igino Petrone

golo caso di quel fenomeno dato. li rapporto giuridico medio è, an.


ch'esso, come un residuo di sempUficaz·iowe e di compensazione concet~
tua1<1 della varietà dei rapporti del fatto.
Il tipico ·- creazione tecnica della ragione - non esiste empirica.
mente. in natura: dove non ha concreta esistenza che l'individuale. Di qui
nella legge come un residuo ineliminabile d'iniquità, in. quanto essa a[>-
pare che regoli uu mondo ideologico che è fuori della vita concreta, o,
meglio ancora, che convella e mortifichi la varietà rigogliosa dei feno-
meni individuali sotto il pressoio della reg-ola astrntta - sorta dì ca.
put mortuum dell'analisi giuridica.
Ma una considerazione più matura ci persuade che una regola, la
quale è per necessità di cose universale, cioè a dire la quale governa
non ex post facto, ma a priori quei dati rapporti possibili che rientrano
o che si lasciano ridurre in quella data categoria giuridica - è tanto
più sostan,.,"'1almcnte equ.a,, quanto più rigorosamente prescinde dalle
specialità individuali per astrarne ed isolarne il tipo giuridico, ossia
quanto è più appa.rmtemente iniqua. Quanto più alto sì estolle nella
sfera dell'astrazione, quanto più completamente oblitera i coefficienti
particolari, tanto più l'analisi giuridica rende piena giustizia all'universa.
lità dei rapport1 possibili. Ov'essa si lasciasse donrinare dall'influsso di
questo o quel caso, o trasferisse nella nozione del tipo giuridico questo
o quel coefficiente puramente concreto ed individuale, essa farebbe mal
governo di tutti gli altri casi e di tutti gli altri rapporti, i quali verreb·
bero subordinati non più ad una categoria media, tipica ed universale e
quindi ad un tempo comprensiva e compensativa della loro individualità,
ma ad un criterio,. individuale come il loro e pur diverso dal loro e
quindi arbitra.rio ed eterogeneo.
In una intuizione ideale e superiore dell'ordine giuridico il giusto
è tutt'uno con l'equo ( 1 ) : ma nell'organamento della morfologia giuri·
dica le esigenze razionali e formall più legittime differenziano il diritto
dall'equità.
Nel suo differenziarsi il diritto mette in essere la sua vera natura -
che è quella di emergere da ogni maniera di subbìettivismo, che è quella
di erodere ogni traccia d'individualità per incarnare il processo della
universalità e della oggettivazione.
La considerazione dell'equità individuale è contraria all'universalità

{1) FJLOMUSI GUELFI, Enciclopedia gforidlca (1875), pag. 23.


Filosofia del diritto 103

del diritto; è la sopraffazione <lei fatto sul diritto, dell'individuale sul-


l'universale, del soggettivo sull'oggettivo, dell'empirico sul razionale:
è la materialità eudemonistica che si arroga di convellere la logica mae-
stosa della deontologia giuridica. Dovechè il processo logico e storico
ad un tempo della differenziazi~ne giuridica s.i annunzia e si adempie
con l'emergere del diritto dal fatto, con. il contrapporsi alla equità della
logica del d'iritto, col distacco della norma dai motivi e dai rapporti di
fatto che ne sono i lontani fattori determinanti, con il progressivo obli-
terarsi delle varietà individuali nella formala tipica ed universale della
legge.
Dare facoltà al giudice, fatto ministro della equità, di provvedere con
una speciale disposizione per ogni caso vorrebbe dire abbandonarsi
completamente al suo arbitrio, riuscendo in tal modo a non attuare
la Giustizia. La casuistica surrogherebbe la sistematica della legge : e
nemmeno con ciò sarebbero appagate le esigenze della equità, perchè
anche la casuistica sarebbe limitata ed imperfetta, essendo impossibile
prevedere a priori e nel loro differenziale e specifico contenuto i sin.
goli casi ed i singoli rapporti della vita. Nelle norme stesse della legge
però, allo scopo <li smussare l'antagonismo sopradetto fra equità e di-
ritto, vien conceduta al Giudice una certa libera facoltà di azione, po-
tendo egli, entro limiti stabiliti da un maximum e da un minimum fissi,
variare nella applicazione della disposizione giuridica, a seconda della
specifica configurazione del caso particolare.
La forma solamente è, adunque, quella che crea l'antagonismo fra
il diritto e l'equità, ma essa è una necessità assoluta, poichè fino a
quando una ideazione di giustizia sta nel mio o nel vostro interno, non
potrà essere conosciuta; è colla forma che la Giustizia si obbiettivizza e
si organizza. La forma è la via di effettuazione, meglio ancora è la me..
diazione della Giustizia (Così nel diritto romano antico la forma della
tnlllnCipatio è come uno stampo che imprime la giuridicità ai rapporti
giuridici). Logicamente la forma appare come un mezzo necessario e
consecutivo alla materia: ma storicamente è vero il contrario. La forma
ha preceduto la materia. L'azione ha preceduto il diritto. La forma giu-
ridica non è qualche cosa di avventizio : è forma sostanziale : forma
àGt esse rei. Come l'idea non si attua senza la parola, così, senza la
forma, la Giustizia rimarrebbe una pura ideazione.
E nel corso dell'evoluzione giuridi<:a l'importanza della forma è
tale che spesso essa si distingue dalla materia da cui è logicamente
nata e vive di vita propria. La forma, nata .come mezzo, diventa fine
Igino Petrone

a se stessa, creandosi dei fini propri che si distaccano e si differenziano


da quelli della Giustizia.
Gli effetti reagiscono sulla causa, i prodotti emergono dai fattori e
si contrappongono ad essi.
Il diritto è un organismo logico tecnico le cui esigenze interne si
distaccano dai motivi originari della Giustizia materiale.
li sentinwnto dell'equità si sente amareggiato da questi eccessi del
formalismo: cd è comune il lamento che la fornm ha ucciso la sostanza.
Ma vuolsi osservare che, a parte gli eccessi eliminabili, le esigenze della
forma sono assolute per la obbiettivazione della Giustizia. La forma è
l'involucro della Giustizia e la sua difesa contro l'arbitrio. I danni che
verrebbero dalla mancanza della forma stabilita dalla legge, sarebbero
di gran lunga più gravi di quelli che la forma necessariamente produce.
DIRITTO NATURALE E DIRITTO POSITIVO

La contrapposizione tra Giustizia e Diritto, la quale è una conse..


guenza naturale di quanto si è detto nelle lezioni antecedenti, è stata ri-
tradotta, nella tradizione filosofica del Diitto, in un'altra forma meno
propria : ne11a contrapposizione, cioè, tra Diritto naturale e diritto po-
sitivo.
Quest'antitesi logica è l'espressione di quel dissidio che in una co-
scienza progredita si genera in fra il diritto costituito e le esigenze
di un diritto costituendo: ed è una delle tante e delle più gravi estrin-
secazioni di quel dissidio universale che si interpone tra l'iàealé ed il
reale.
In una coscienza morale e giuridica non ancora sviluppata, il dissi.
dio tra il diritto esistente ed un diritto che non esiste ancora ma che do-
vrebbe esistere, non si genera, perchè la -eoscienza è troppo dominata
dalla obbiettività esteriore e dalla esperienza del diritto esistente perchè
pcssa concepire un ideale contrario a quel diritto, perchè possa contrap.
porre la propria subbiettività all'ordine obbiettivo che la preme. La co-
scienza primitiva obbedisce alla legge esistente, che interpreta come una
legge saicra, alla quale non si possa contrapporre nessun'altra legge :
non la critica ma la subisce. Le punture della critica e della riflessione
individuale non esistono ancora. Il valore assoluto della legge non è nè
.contestato nè molto meno negato.
Ma col nascere della critica e della riflessione individuale e collo
svilupparsi della coscienza, si genera una lotta, un dissidio tra l'ordine
obbiettivo e le esigenze subbiettive, tra la legge e le ideazioni di G;u.
stizia, tra il diritt01 positivo e quello che appare un Diritto naturale. La
realtà del diritto vigente non consuma nè esaurisce in se stessa l'idea-
lità del diritto che dovrebbe vigere in sua vece, ossia l'idealità della
Giustizia; quella realtà appare alla coscienza critica e riflessa, come una
deviazione, una perturbazione della idealità e quindi come cosa da cor-
reggere, da eliminare mediante una trasformazione delle leggi, media:nte
una rivoluzione degli istituti.
ro6 Igino Petrone

Nel periodo antcsojistil:o della filosofia ellenica domina la prima


forma di coscienza, ossia la. pressione della legge è spontaneamente ri-
cevut1 e non le si contrappone la coscienza individuale di una giustizia
disfom1e da quella obbiettività. li contrasto tra il diritto naturale e il
diritto positivo non ancora si genera. Ai filosofi di quel periodo il
diritto e le istituzioni e le leggi dello Stato si presentano come cosa non
meno naturale di tutti gli altri fenomeni del cosmo, cosa quindi sacra
e degna dcl massimo rispetto. Colla parola cpuaLç (natura) la filosofia
greca voleva significare il principio immutabile, sostanziale, assoluto
<lel1e cose; quello quindi che rappresenta l'assoluta realtà e l'assoluto
valore. Orbene ai filosofi dcl periodo presofistico, le leggi vigenti e gli
istituti de1lo Stato si presentano come ohbiertivazionì anch'esse di questo
principio sacro cd assoluto della cpilcrLç, della natura. Il diritto positivo,
ossia la legge dello Stato, è il solo e vero diritto perchè è un diritto
consacrato dalla natura ed è cpijuEL.
L'avvento della sofistica nel V' secolo (che coincide colle esperienze
della nuova democrazia) segna la seconda forma di coscienza nello svilup-
po psichico del popolo ellenico. Contro la pressione della obbiettività della
legge, nasce la critica interna della esigenza di subbiettività; si ha la prima
ribellione dello spirito subbiettivo dell'individuo allo Stato. E nasce allora
il dissidio tra la natura e la legge, tra la cpilcr•ç e il v6µoç, tra il diritto
naturale e il diritto positivo. Il diritto positivo non è più cp{iou ossia
non è più da natura, ma v6µ.cp ossia da convenzione o da legge. Nel
periodo anteriore la qn)ai; coincideva col v6µoç; in questo periodo, in.
vece, i due termini si differenziano e si contrappongono. Due sono le
direzioni di questa contrapposizione e diverse fra di loro; l'una conserva-
tiva ed ottimista, l'altra sovversiva e rivoluzionaria; l'una che ricono.
sce nella legge una deviazione dal tipo della natura, ma interpreta quella
deviazione come una cosa benefica, perchè interpreta quel tipo della na·
tura come uno stato, non di bene, ma di male, non di ordine, ma di
disordine; la seconda che vede nella legge una deviazione malefica del
tipo della natura, e questo tipo idealizza come il solo, il vero, l'assoluto
benessere della natura umana. Protagora e Gorgia da un lato, Ippia e
Predico dall'altro, rappresentano le due diverse direzioni.
A quanto pase dagli scarsi frammenti del loro pensiero, i primi
concepiseono la cpocrLç, ossia il tipo della natura, come uno stato ante.
riore a quello del v6µoç, ossia della legge, e come uno stato di disordine,
di guerra individuale che, grazie al benefico intervento del v6µoç e
Filosofia del diritto 107

dello Stato viene eliminata ed emendata. La legge quindi, il voµoç, è


contraria alla natura cssiaj non è cpUoet., ma ciò non è un male, ciò è
un bene, è un merito della legge e dello Stato.
I secondi concepiscono la qn)Gt~, ossia il tipo della natura, come uno
stato di felice convivenza umana, nel quale gli individui si governano
colla sola legge della natura, ossia godono della più sconfinata libertà
ccl indipendcnia individuale. Questo periodo di idillica pace, questa
età dell'oro della natura umana vie-ne turbata dal 6vµo;, dalla legge
che comprime la volontà dell'individuo, che distrugge lo stato di egua-
glianza primitiva, introducendo i privilegi e le gerarchie di classi, che
alla legge della natura contrappone l'arbitrio dello Stato. 'La legge,
quindi, il voµoç, è cosa malefica, perchè contraria la qnhaç' ossia il
diritto dell'individuo; iJ diritto positivo è spregevole perchè contrario
al diritto naturale.
Questa seconda <lirezione rappresenta la forma più eletta del pen-
siero critico ellenico, in quel periodo risolutivo in cui anche in quel
mondo dominato da una serena euritmia di facoltà e da una compenetra..
zione intima degli individui coJlo Stato, si -generò, quasi stilla di amaro
spremuta dalla riflessione filosofica, il "'froi;, il dissidio tra l'interno e
l'esterno, la disarmonia tra gli individui e la società.
A questa direzione critica e rivoluzionaria dell'antitesi fra la natura
e la legge si associano splendide intuizioni etiche che anticipano i futuri
sviluppi della coscienza morale.
Ippia e Prodico annunciarono che tutti gli uomini erano uguali tra
di loro; Akidamo protesta contro la schiavitù come contraria alla na·
tura e la sua tesi è trovata paradossale da Aristotele, Licofrone pro-
clama ]a necessità di abolire la nobiltà e l'aristocrazia, Faka domanda
l'eguaglianza della proprietà e della cultura per tutti i cittadini, quasi
precursore del socialismo e qualche altro finalmente si annuncia come
femminista, ossia sostenitòrc della assoluta eguaglianza dei due sessi.
L'antitesi tra la natura e la legge perdura nelle ulteriori fasi di svi-
luppo della filosofia ellenica, ma di molto attenuata e sostenuta da ben
altri motivi; Socrate parla di léggi scritte e di leggi non scritte; Platone
distingue i fatti giusti dalla essenza o dalla idea della Giustizia che è
il tipo esemplare delle leggi; Aristotele distingue il giusto nella univer-
salità delle sue determinazioni, ossia I' &xJ.iiiç Mxmo~, dal giusto posto
e limitato, ossia dal n:ohtnt.Ò'V Mx.atov, ed anche in quest'ultimo ri·
108 Igino Petrone

conosce due parti, il cpUotxov Mxmov, che è sancito dallo Stato, ma è det-
tato daJla legge di natura, cd il v01tt~lO'\' Mxu1.ov, che è addirittura una
creazione dello Stato.
•*•
La teologia cristiana differenzia una. Giustizia positiva umana cd
una Giustizia positiva divina, ma riconosce anche l'esistenza di un
diritto naturale che è superiore ad ogni forma di diritto positivo, e non
solo al diritto positivo uman.o, ma anche allo stesso diritto positivo di-
vino. Devesi quindi riconoscere che la teologia, accanto ad una con.
cezione teocratica della convivenza umana, ha alimentata, dandole una
intonazione acuta, la distinzione liberalissima tra diritto naturale e di-
ritto positivo.
La metafisica teologica in ciò è stata precorritrice di quella meta-
fisica rivoluzionaria che quel geniale reazioriario che fu A. Comrte, il fon·
datore dcl positivismo, ha sottoposto ad esame così acerbo. L'antitesi fra
diritto naturale e diritto positivo perviene alla espressione più intensa
nel mondo moderno, e si associa alla ribellione dello spirito individuale
contro le tradizioni dei poteri autocratici nelrordine così religioso come
nell'ordine politico. La forme d'esprit di questa cultura moderna, tra-
mezza fra un razionalismo rigido e classico ed una mitologia romantica
e sentimentale. Il razionalismo educa a non conoscere altro diritto, che
quello fondato sulla ragione individuale; la mitologia romantica educa
aJia concezione di un preteso stato di natura.
Nella filosofia moderna dell'Hobbes riappare il oon.cetto di uno
stato preistorico di guerra, come già nella filosofia di Protagora e di
Gorgia. al quale stato di natura succede lo stato civile, apportatore della
pace e dell'ordine. Il Rousseau, come già Ippia e Predico, idealeggia
uno stato di notW'a, in cui sussiste piena libertà ed indipendenza degli
individui, al quale per vicende di cose si sostituisce uno stato sociale,
ossia uno stato di convenzione o contratto, in cui le libc1tà individuali
vengono elise nella formazione della volontà collettiva e della legge.
Quest'ultima teoria fu l'anima della rivoluzione francese, i diritti del-
l'uomo erano rappresentati come pertinenti ad uno stato naturale del·
l'uomo stesso. Dopo la rivoluzione francese, la restaurazione impresse
un nuovo indirizzo alle idee filosofiche e la scuola del diritto naturale,
di cui fu grande pamPhletaire il Rousseau, tramontò, per lasciare pesto
agli indirizzi della scuola storica ed al moderno positivismo che è ap-
punto una reazione contro questa teoria di diritto naturale.
Filosofia del diritto 109

Ora noi ci domandiamo, esiste un diritto naturale?


Sappiamo che la Giustizia non si fa attuare e tradurre nell'ordine
dei fatti, se non nelle forn1e e nei termini del dititto. La Giustizia vuol
essere obbiettivata, accertata ed il diritto è la posizione, ossia la detemli·
nazione concreta della Giustizia. Epperò il diritto è eminentemente po..
sitivo. Ma se positivo è il diritto, naturale è la Giustizia: la quale di-
pende dagli stessi rapporti oggettivi che sorgono dalle cose, non mai
dall'arbitrio uma:no. Nell'ordine della natura sonvi delle determina-
zioni che il potere positivo non può variare, anch'esso potere è sotto·
posto ad una legge superiore.
Sonvi dei fatti sacri, che nascono dal fatto stesso della esistenza
della persona umana indipendentemente da uno speciale titulus iuris e
da una determinazione positiva (diritti innati).
Sonvi rapporti obbligatori che nascono dal fatto stesso del concorso
delle volontà inrlipcndentcmente dal concorso di una legge che li san.
zioni espressamente.
Le v<:cchic forme del diritto naturale sono state erronee perchè fon-
date sopra una mitologica ipotesi di uno stato di natura storicamente
accaduto della umanità primitiva.
Questo stato di natura è un mito i diritti naturali sono una perti-
nenza della natura umana in quanto tale e per tutti i tempi: nè vi fu
mai nessun periodo dell'umanità in cui gli uomini fossero governati scm~
plicementc da un diritto di natura. I vecchi teorici dello stato di natura,
traviati da un'illusione di prospettiva, tradussero quello che è primo per
ordine di natura in que Ho che è primo per ordine di tempo, converti·
rono una relazione di coesistenza in una relazione di successione, cam.
biarono una questione di metafisica, in una questione cronologica.
I diritti naturali della persona umana ripetono il loro valore non
dall'essere stati effettuati in un mitologico primo stato, ma dalla loro intrffi..
seca autorevolezza. Una generazione che viva solamente col diritto di
natura è un'astrazione : la giustizia naturale sottostà e coesiste alla giu·
stizia positiva ed è inseparabile storicamente e concretamente da essa.
L'anteriorità del diritto naturale alla legge positiva non è anteriorità'
di tempo, ma superiorità di valore.
Fatta ragione di questa illusione di prospettiva, concluderemo che
uno stato di natura storicamente inteso non esiste punto, ma esiste il di·
ritto di natura logicamente ed eticamente considerato: la Giustizia anzi è
essenzialmente naturale in quanto è fondata sui rapporti oggettivi della
natura, irreformabili dall'arbitrio individuale o collettivo.
IIO Igino Petrone

* * *'
li diritto naturale è fonte oggettiva di ogni diritto positivo. La na.
turalis ra.tio è Jlalimento <lcJla civilis ratio. Le idee e le esigenze di giu·
stizia, prinm. 1Che siano tradotte nella forma dcl diritto vivono nella co·
scierua della comunanza e nelle menti degli individui che ne sono gl'in.
tcrpreti, vivono cioè aJlo stato di diritto naturale. È erroneo quindV che
il diritto naturale non esista. l\rlancherebbe senza di esso al diritto posi.
tivo la sua sorgente. Il diritto positivo è un processo di condensazione,
di precipitazione storica del diritto naturale. Il diritto naturale inoltre
è la forma ideologica <li un diritto positivo in gestazione. Questa, anzi,
è l'altissima funzione storica del diritto naturale. [l diritto positivo è
variabile, a quello dell'ieri succede quello dell'indomani; quello dell'ieri
tramonta, ma non è finito ancora, quello dell'indomani balena e sì
preannunzia ma non anèora esiste : vi è il periodo, insomma, della
tTansizione o della gestazione, in cui l'ordine futuro è più presto
presentito che conosciuto: il diritto positivo in formazione o in
gestazione,. non essendo conosciuto ancora nella sua integrità, perchè
non è ancora venuto alla luce, per una necessaria illusione ideologica,
si traveste nelJa forn1a romantica di un diritto primitivo, di un di·
ritto sacro deIIa natura umana, in tale forma ideologica esso rappre-
senta una massima efficacia suggestiva sulle menti e sulle generazioni.
L'avvenire si traveste nel passato; e queJlo che apparentemente è un ri~
cordo, è in fondo un presentimento ed una profezia. Il positivista che
vien dopo· ed a gestazione già compiuta, dice che il diritto naturale non
esiste. Ed è naturale, perchè a gestazione compiuta il diritto naturale è
divenuto diritto positivo. 1via a lui manca il criterio genetico; egli non ha
assistito alle doglie della gestazione; e gli sfugge quindi questo sovrano
concetto, che il diritto positivo dell'oggi è un risultato quasi sempre man·
chevole di un diritto naturale dell'ieri, e nella sua manchevolezza è un
punctwm pruril!ns di un diritto naturale dell'indomani.
METODOLOGIA

METODO INDUTTIVO E METODO DEDUTTIVO


LORO APPLICAZIONE ALLA FILOSOFIA DEL DIRITTO

Ci si presenta ora il problema del metodo delle Scienze Morali, ed


in specie della Filosofia del Diritto.
Alla Filosofia speculativa classica ed alla Filosofia Cartesiana si
è rimproverato l'abuso del metodo deduttivo, proclamando sulle orme di
Galilei e di Bacone la necessità del metodo induttivo. Si lamenta la
so1te delle Scienze Morali poggiate sulla deduzione, e si esaltano i pro-
gressi delle Scienze Naturali fondate sul metodo induttivo. In fondo
i progressi delle Scienze Naturali devonsi non soltanto all'induzione ed
all'esperienza ma all'accordo dell'induzione colla deduzione fornita dal-
l'analisi matematica.
Tuttavia vi è molta parte di vero in quello che si diee intorno alle
benemerenze dell'induzione nel campo delle Scienze Naturali.
È innegabile che la serie dei dati di fatto di queste ultime è fornita
dall'osservazione e dall'esperimentazione; la deduzione matematica è
dimostrativa ed esplicativa, non inventiva.
Dai successi della induzione adunque nelle Scienze Natuali si argo-
menta che anche la Filosofia del Diritto, come tutte le Scienze Etiche,
debba essere wndotta sul metodo induttivo.
Quali le nostre conclusioni in siffatto problema?
Il metodo deduttivo è quel prooesso che muove da un'idea generale,
<la un concetto· universale, da un dato tipico, da una premessa a priori :
e da queste per via di esplicazione si avvia a conoscere gli elementi, j
particolari, i fenomeni individuali contenuti nell'idea o nel concetto ge-
nerale, o nella, premessa speculativa.
Così la materia dei pa1ticolari è conosciuta non direttamente, ossia
per osservazioni singole dci particolari medesimi, ma per la mediazione
dell'idea generale, in cui si suppone anticipatamente che i particolari
siano precOntenuti.
Si procede dal tutto come oggetto di prima intuizione, o come cosa
II2 Igino Petrone

per sè stante1 e sul fondo del tutto si individuano e si differenziano


le parti, come se queste derivassero dal tutto, e non il tutto invece fosse
generato dalle parti. Insomma. la nozione dei particolari risulta da una.
pura deduzione dall'idea generale.
Da un'idea posta a priori dcl genere, della specie, si procede all'ana-
lisi degli individui, degli clementi contenuti nella specie stessa.
Il metodo dfdu.ttivo si dice anche analitico perchè mediante l'analisi
si decompone il tutto, preso indipendentemente dalle parti, e si indi-
viduano, si differcuziano le patii stesse, le quali sono determinate e
caratterizzate non in quanto sono assolutamente in se medesime, ma
in quanto sono rispetto al tutto al quale si corrHeriscono e si commisu.
rano.
Le parti non sono contenute nel tutto ma lo generano; però al.
l'analisi si mostrano come effetti o pertinenze, non come cause.
Il mnodo indutti"vo procede invece da una osservazione diretta dei
particolari, donde inferisce oonc1usioni di ordine universale onde l'uni.
versale non è ottenuto per premesse a priori ma per un'illazione a
posteriori dai molti particolari osservati.
II metodo induttivo è sintetico e non analitico, in quanto che esso
non predica dei particolari quello che è anticipato nell'idea dell'univer.
sale, ma aggiunge qualchecosa di nuovo, di inesplorato del processo
conoscitivo.
Il nuovo è dato appunto dall'osservazione e dall'esperienza diretta.
Il metodo deduttivo è puramente analitico, perchè quello che si dice
dei particolari non è una conoscenza nuova, ma è una cosa già cono-
sciuta colla conoscenza dell'universale: nè questa conoscenza dell'uni-
versale è un acquisto nuovo del sapere perchè deriva da un processo a
priori della ragione.
Nei processi induttivi si esamina una serie di particolari estesissima,
che non può però essere infinita, si trova una qualità comune a tutti
i particolari osservati, e se ne inferisce una proprietà universale od una
qualità invariante che si riduce a tipo od a legge e che si predica di
tutti i particolari egualmente.
Per altro i due processi inversi ed antagonistici del metodo deduttivo
e del metodo induttivo più ehe essere contradditori sono correlativi e
reciproci; il che vuol dire che l'induzione contiene in sè degli elementi
di un processo deduttivo e viceversa.
Il processo induttivo benchè fondato sull'esperienza contiene un ele-
ment<> deduttivo, in quanto che l'induzione o il giudizio induttivo è !'il·
Filosofia del diritto II3

lazionr di un genere universale da molti fenomeni particolari osservati:


il che è un procedimento a priori, e non già un procedimento sperimen~
tale, perchè i molti casi particolari non esauriscono la totalità dei casi
medesimi, e quinci i la conclusione generale del giudizio induttivo è un
saJto della ragione ·e non già un risultato dell'osservazione diretta.
A sua volta. la deduzione è il residuo razionale di una moltitudine
infinita di induzioni latenti o di osservazioni ed esperienze antecedenti,
delle quali si è venuta obliterando la; genesi.
Ciò posto, quale dci due metodi sarà applicabile agli studi delle
Scienze Morali? cd anzitutto che cosa importa il metodo deduttivo e
che cosa il metodo induttivo nello studio della Filosofia del Diritto?
Il metodo deduttivo verrebbe ad importare l'astensione dallo studio
delle relazioni di fatto degli uomini tra di loro e delle istituzioni storiche
del Diritto. Esso non osserva nè conosce il Diritto, ma mira a costruirlo
mediante l'analisi della ragione.
La scuola razionalistica del Diritto Naturale poggiata sul metodo de.
duttivo, concepisce il Diritto come una categoria della ragione, come una
esigenza logicamente necessaria della natura umana concepita in astratto.
Si isola cioè la natura umana, come categoria di una ragione, dal pro-
cesso di individuazione e di differenziazione storica; si foggia la perso-
.. nalità come categoria o schema della ragione, che per sua natura non
conosce le cose se non in maniera universale, ed a questa astratta p~r­
sona si conferiscono diritti e prerogative che non sono condizionate dai
dati empirici <lell'esperienza, ma sono tragettate nell'assoluto e nell'infi-
nito del tempo e dello spazio.
Insomma colla deduzione il Diritto è costruito per pura deduzione
od analisi dalle categorie della ragione o della natura razionalmente
concepita, come forma o tipo della universalità e della necessità.
Ben diverse sono le esigenze del metodo induttivo. Il metodo induttivo
conosce il Diritto attraverso la sua storia. Esamina il modo .come esso fu
concepito, circoscritto, atteggiato nei diversi popoli, nelle relative e
circostanziate condizioni di tempo e di spazio.
Attraverso la grande' varietà di applicazioni rinviene una inva.
riante, un fondamento comune di vero, una data conformità di isti.
tuti, di norme, di riti; questa invariante chiama principio generale di
Diritto o legge dello sviluppo giuridico.
E se vuole avviarsi a tracciare le esigenze necessarie di una società
giuridica ideale, non si poggia sovra categorie razionali o sovra alle·
gazìone di enti astratti ed ideologici come la struttura umana, ma esa.

s. - PtTROl"E, Filosofia dd diritto.


Igino Petrone

mina, i iatti nella loro specificata diversità, il processo concreto dell'in~


divìduazione, le posizioni sociali relative e variabili.
A.dunque torniamo alla domanda: quale di questi due metodi pur..
remo a fondami:nto dei nostri studi i?
Un vero metodo scientifico sarà, a nostro parere, una sintesi dei
due metodi, non una accettazione di uno di essi con esclusione dell'altro.
Noi non siamo puramente speculativi ma troviamo erronea in gran
parte Ja critica che l'induttivismo contemporaneo muove alla dedu~
zione raziona.le.
Quello che !:ii rimprovera al metodo (ledutlivo è di essere puramente
analitico.
Gli individui, si dice, si conoscono non in sè ma in funzione dd gc~
nere, e il genere, a sua volta, si conosce non si sa come. Sì attribuiscc-
al soggetto un predieato già contenuto nella nozione del soggetto, il che è
pura analisi e non dà nessuna nuova conoscenza.
Principio questo che non è del tutto vero perchè la deduzione è il
residuo td il precipitato ideologico di un processo induttivo antece-
dente e dissimulato, e perchè, ad ogni modo, sono tanto innegabili le
benemerenze della deduzione nelle Scienze Morali quanto quelle del~
l'induzione nelle Scienze Naturali.
Noi concediamo al positivismo che le Scienze Naturali debbano tutto ·
il loro unico contenuto positivo all'induzione ed all'esperienza, ma il
metodo delle Scienze Naturali non è quello delle Scienze Morali.
Il metodo non è qualchecosa di astratto che si sovrapponga alla
Scienza; esso si differenzia secondo gli oggetti ai quali si applica e dci
quali asseconda la natura. Ora, poichè vi è una differenziazione infinita
ira il mondo naturale cd il morale, non si possono sottoporre entrambi
ad uno schema di leggi unico o ad unico metodo conoscitivo.
L'Etica, e la filosofia ciel Diritto, non è la pura constatazione di fatto
di quello che è o è stato, ma un complesso cli giudizii di pregio con cui
si apprezza quello che è stato secondo la norma di quello che dovrebbe
essere. Trattasi adunque non di rapporti di fatto ma cli rapporti ideali~
ma di norme e di imperativi non conoscibili per le vie dell'esperienza.
Il giudizio di pregio cui si sottopongono i fatti non può nascere dal.
l'esperienza dei fatti medesimi. Io non posso dit·e: la tal cosa è giusta,
se non ho una; precisa nozione della Giustizia.
L'esperienza non può essere l'unico sussidio delle Scienze lYI?'rali;
essa d può far conoscere l'essere e l'essere stato, non il dover essere.
L'esperienza morale e giuridica è discorde e contradditoria; ci pl'csenta
Filosofia del diritto

rapporti di Diritto come rapporti di ingiustizia; riterremo g!i uni o gli


altri criterio conoscitivo o tipo esemplare dcl Diritto?
L'esperienza, di sua natura mobile ed equivoca, non giova alla cono-
SC(-'nza univoca dci rapporti ideali o delle esigenze etiche inviolabili so-
vra di che si poggia l'ordine morale.
L'induzione, come abbiamo già detto, ammette anch'essa un arbitrio
cleduttivo, in quanto inferisce dai molti casi particolari un principio
universale che è dappiù dei casi osservati; non ostante questo arbitrio
deduttivo, essa riesce legittima nel mondo della natura, perchè, nei fe-
nomeni e nei sistemi della natura, il tipo prevale a11'individualità.
L'u11ità del mondo naturale è tipjca, non individuale. Ogni atomo di
zolfo equivale ogni altro atomo di zolfo. L'individuo naturale vale come
principiuni cognoscendi della totalità degli altri individui similari ovvero
omogenei. L'osservazione quindi anche limitata di pochi casi, basta a
1

legittimare l'illazione in universale del processo induttivo nell'indagine


dei fatti naturali.
Ma nel mondo morale accade il contrario; l'unità ivi non è tipica. ma
individuale; vi dorn-ina l'eterogeneità, la differenziazione non l'equiva. .
lenza; nessun individuo può esemplare l'universalità di tutti gli altri
individui. L'induzione nel morule morale è quindi sempre deficiente.
Dai casi particolari esaminati, per quanto numerosi, non si ha il diritto
di inferire un principio universale, perchè la universalità dei possibili
non è esaurita nella limitata serie degli individui già osservati.
L'induzione nelle Scienze Morali sarebbe possibile solo quando la
mente induttiva fosse al di fuori e al dì sopra della Storia, e la Storia
fosse stata del tutto esaurita o vissuta, o consumata.
Le Scienze Morali sono eminentemente progressive; le Scienze N a-
turali statiche.
L'esperienza ci porge a mala pena i1 passato, e non tutto, e non in
ogni sua parte; sforzasi di fermare il presente nè sempre ciò le riescep
indubbiamente essa non preoccupa l'avvenire. L'esperjenza è tutt'al più
wi ricordo, non un presentimento ovvero un'idea.
Adunque l'induttivismo è incongruo alle Scienze Morali. Cui vi
dica che la Giustizia o l'idea della Giustizia si ottiene induttivamente,
rispondete che la Giustizia è un'idea ed un rapporto ideale, non un
fatto e una cosa. Ella è conoscibile per la ragione e non per l'espe-
rienza.
Nessuno dei diritti storici è tipico, o può valere come esemplare
ideale di ogni struttura possibile del Diritto. Non lo stesso Diritto Ro-
rr6 Igino Petrone

mano, più evoluto di tutti, che, per darne un esempio clementaris.


simo, riconosceva la legittimità del dominio n1atcriale dell'uomo su
l'uomo.
~essun diritto storico, quindi, ci si può offrire come un rispecchia.
mento intelligibile della Giustizia. La storia e l'induzione è cieca senza
l'intuizione dei principii di Giustizia.
11 giudizio di pregio relativo e comparativo che si eleva sovra i di-
versi diritti storici non è possibile che per intuito di un ideale di Giu-
stizia indipendente da ciascuno dei diritti storici medesimi. Quei diritti
storici sono esaminati, apprezzati e misurati in rapporto ad un criterio
di valore assoluto Che vale come misura t:'d è così lungi dall'essere for-
nito dall'esperienza che anzi è una condizione cd un presupposto del-
l'esperienza medesima.
li metodo induttivo procede ad un concetto universale, e conferisce
ad una serie di particolari finita. una significazione infinita.
Nella natura, un particolare rappresenta il tipo o l'equivalente degli
altri particolari; di qui i successi, nella filosofia naturale, della teoria
atomo-meccanica; gli atomi, o gli elementi primitivi di tutte le forme
naturali. sono eguali, omogenei, simmetrici; nel mondo meccanico non
ancora si annunzia il principio delle individuazioni, delle variazioni in-
dividuali.
La differenziazione, l'eterogeneità si formano e si accentuano pro·
gredendo nella serie degli esseri. Così nel mondo biologico si afferma
il principio dell'individualità; dascun essere vivente è « indiv-isum in
se et àivisum. a qiiolibet alio ».
Quanto più l'individuazione .cresce, tanto più cresce. il valore indi.
viduale. Ciò è sopratutto vero del rn:ondo sociale umano.
Gli istituti giuridici ed i diritti storici non possono avere una signi~
ficazione tipica. Il Diritto Romano stesso ha in sè elementi differenziali,
è vincolato da presupposti, da elementi che non sono quelli dell'epoca
nostra; ed è causa di molti mali la sovrapposizione ad ogni società di
un diritto in cui sonQ condizioni, istituti, imperativi contrari alle idee
delle società medesime.
Adunque il metodo induttivo non ci conduce ad una vera Filosofia
del Diritto perchè non può darci che l'osservazione di questo o di quel
diritto storico i la storia non è esauriti: il Diritto Romano, essendo sto-
rico, è destinato a morire appunto perchè è nato. Medianie l'induzione
noi potrenuno conoscere l'integrità del Diritto solo se la storia fosse
esaurita in se stessa, solo se noi fossimo al di fuori della storia, solo
·~~~~~~F_i_lo_s_ofi_•a~d_e_l_d_ir_i_U_o~~~~~~~~-117

se noi fossimo superiori ad essa. Noi ci troviamo invece in una pa-


rentesi storica, la storia non si esaurisce e il metodo induttivo è trnppo
grande per noi soggetti alla legge della nascita e quindi della motte.
Il metodo per la nostra scienza deve essere una: sintesi dei due me·
to<li: non possiamo esimerci dal metodo induttivo perchè H diritto si
e.splica sovra una data società; la norma si impone all'esperienza ed è
il risultato della spe.culazionc, della deduzione; la materia, invece, alla
quale la norma devesi applicare ci è fatta conoscere .dall'esperienza.
E tanto più appare necessaria la sintesi dei due metodi ove si consi-
derino le esigenze pratiche di una storia del Diritto.
La lotta fra i due metodi, l'induttivo e il deduttivo ci si presenta
visibilmente come una lotta teoretica, metafisica, dogmatica e nasconde
invece un dissidio ben più profondo.
SulJa via della deduzione razionale, l'uomo ha concepito l'esistenza
di un diritto essenziale ed universale della natura umana in quanto è
tale.
Si tratta di vedere come deve essere praticamente atteggiata la con-
vivenza civile, si tratta di conoscere se l'uomo perchè uomo debba avere
dei diritti. A ciò non ci abilita che la deduzione.
Il Diritto naturale ha superato le induzioni concrete e positivistiche
della società feudale fondando il Diritto sulla natura uman>a; è una
categoria fondata sul vuoto, ma anche in quel vuoto vi è molta pienezza.
Ciò che è universale nel mondo è la ragione; IJesperienza ci presenta
questo o quell'uomo, non ci fa conoscere l'unità della natura umana.
L'uomo ha, indipendentemente dalla posizione sociale, una di-
gnità naturale, solo perchè è uomo. Il Diritto Romano primitivo si lega
al processo della deduzione razionale, per l'influenza che vi esercita lo
elemento democratico, di sua natura, come tutti gli oppressi, rivolu-
zionario ed invocatore dei diritti razionali.
Il concetto della persona, suo iure praedita, è stato fornito dalla
deduzione razionale, e sempre, nella storia, è stata la ragione quella
che ha guidato alla conoscenza dei diritti naturali.
Il Taine, sovra reminiscenze Conitiane, ci tesse un'amara requisito-
ria contro la metafisica rivoluzionaria; egli deplora, nell'esame del pro ..
gramma Giacobino, il concetto equalitario delle persone umane. Un
uomo non ne vale un altro ; la vita di un uomo può essere molto supe-
riore alla vita di un ~ltro; ie creature, fislologicamente e moralmente
più fini non vanno pareggiate, nei diritti essenziali, alle più rozze. Egli
n8 Igino Petrone

non ammette l'uomo in astratto. l'astrazione idealistica di Rousseau e


Robespierre.
L'umanità, adunque, non esisterebbe; esistono gli individui diffe.
rcnziati. Ma è evidente che applicando questi concetti non si ammettono
più diritti innati: si riconoscono rapporti di Diritto, non rapporti di
Giustizia; rapporti anzi, più precisamente, di fatto~ non di Diritto.
Nel periodo della controrivoluzione si vollero rovesciare tutti i car-
dinÌ ideologici della Rivoluzione Francese, ed anche 1a dichiarazione dci
diritti dell'uomo, base. sottintesa cli ogni diritto moderno.
Di qui le tendenze reazionarie della filosofia Hegeliana e del positi·
vismo Comtiano che per varie vie si riannodano alla restaurazione. Così
si dimenticò che solo mediante la deduzione si è potuto conoscere un
qualchecosa di ideale di fronte alla realità, si è potuto preoccupare il
futuro, si è potuto pensare non solo a ciò che è o che è stato ma a ciò
che deve essere.
Del resto è da notare, in ultimo, che le benemerenze de Ila deduzione
si traducono in fondo però in benemerenze dell'induzione. Perchè la
deduzione è un residuo ideologico di una induzione o di un sistema di
induzioni Jatenti_. ossia del sistema delle esperienze della coscienza an.
teriore.
È Ja stessa induzion!C' che saltando dai diversi particolari all'univer-
sale diviene deduzione. Il procedimento speculativo, il metodo delle
posizioni a priori, è il risultato anch'esso di una esperienza, dell'espe.
rienza interiore, frutto delle rivelazioni del1a coscienza morale.
Fu molto censurata, in omaggio all'obbiettività esteriore, l'esperienza
interiore; ma l'esperienza non consiste solo nell'osservazione di fatti
esterni, ma anche nell'avvertenza interiore, di cui la premessa deduttiva
è un risultamento o un rispecchiamento. Noi segnaliamo al di fuori
colla coscienlza riflessa le esigenze dell~ nostra coscienza morale, spon·
tanea_
Quello che nella -Conoscenza è primo è l'avvertenza dei nostri stati
di coscienza, ed è assurdo contrapporre all'esperienza del mondo inte..
riore quella del mondo esteriore che non è se non. una illazione esterna
delle esperienze de1la coscienza interna. I due metodi, induttivo e dedut·
tivo, sono eorrelativi, reciproci; sono, più che due metodi 1 due aspetti
diversi di uno stesso metodo; 1ai deduzione è il precipitato ideologico
dell'induzione, è la stessa induzione resa incosciente, automatica, di·
ventata in noi carne ed istinto, diventata giudizio ed idea razionale.
STORIA DELLA FILOSOFIA DEL DIRITTO

I.
I FILOSOFI FISICI GRECI. LA SOFISTICA

1:; anzitutto da osservarsi che la Storia della Filosofia del Diritto non
ha p1·incipio che dalla Grecia; non può sostenersi l'esistenza. di un Di-
ritto Orientale. Le società Orientali ebbero codici etic~religiosi, non
codici giuridici; una vera e propria differenziazione del fatto giuridico
non esiste presso gli Orientali. La n6Àtç non era an'Cor sorta; le società
oscillano fra la tribù e l'assolutismo.
La formazione del Diritto spetta ai popoli Ariani, Indo-Europei.
Devesi quindi prendere origine, per una Storia della Filosofia del Di-
ritto, dal popolo Greco, il più avanzato in fatto di ragionamenti etici
e giuridici.
Tutti i sistemi posteriori possono ridursi agli schemi, agli indirizzi
dati dalla Filosofia Greca. E vi sono forme del pensiero, cui nor; siamo
ancora pervenuti, che il popolo Greco ha studiate ed elaborate.
IVIediante la cognizione delia Filosofia Greca noi possiamo conoscere
non solo la Filosofia del passato, ma anche quella del presente, anche
quella, in certo qual modo, dell'avvenire .

•**
Il primo periodo della Filosofia Greca' è quello dei cosidetti Fil.osofi
Fù•ici, ~tQ1.cp6oemç; anteriormente vi furono gli gn-omici, i sette savi:
questi dettavano massime etiche staccate: ed il periodo dei filosofi fisici
non presenta la posizione vera e propria di un problema etico-giuridico:
si ha una re1niniscenza delle sentenze gnomiche in principii frammentari
e saltuarii.
Pei filosofi "EQt<pifoewç le leggi sono quakhecosa cli fisso, di immu-
tabi1e, di santo; non si annuncia il problema della giustizia e della in-
I20 Igino Petrone
~~~~~~~~~~~

giustizia delle' leggi: la obbedienza ad esse viene presentata eome un


consiglio.
Lo spirito individuale non era ancor smto di fronte all'oggetlivo:
il soggetto non era ancora .conscio di sè medesimo.
A c1uesto periodo di spontaneità, di obbicttivismo, succede il pe-
riodo della subbiettività, della critica, della ox1i'i"» I~ allora che sorge
con Protagora il concetto dell'uomo centro e misura dell'universo.
I Filosofi :n:SQLqnlaEwç non aveva.no differenziato l'uomo dall'esterno,
il soggetto dall'oggetto; ora invece, ciò che ha maggior valore pei sofisti
è la subbicttività, è l'uomo come esplicazione di quakhccosa di uni.
versale ma come individuo. ,
Que;to periodo coincide col periodo delle oligarchie e delle demo.
crazie tiranniche, con urn periodo di dissoluzione delle istituzioni.
Protagora ritiene misura dell'universo l'uomo, ma l'uomo individuo.
11 Diritto, che prima si presenta.va come un dogma, un assioma, di-
viene ora un problema.
Il v6µoç _. pei filosofi ne{nqnfoaroç, coincideva perfettamente colla
cpU1nç, coUa natura. L'antitesi che si annuncia col pensiero Cristiano
fra quello che è e quello che dovrebbe essere, fra le leggi umane e le
leggi di Dio, fra il terrestre e !'al di là, non era possibile pei filosofi fi.
sici : non vi era per essi alcun antagonismo fra l'essere delle leggi e i1
come avrebbero dovuto essere; erano le leggi stesse umane che venivano
proiettate nell'assoluto.
Colla scuola sofistica sorgono i dubbi, le critiche. Le leggi dello Stato
sono sì o no il vero e proprio Diritto? Hanno o no un valore per sè
stante? Quale devè essere il vero Diritto? Si può chiedere allo Stato la
legittimità delle sue leggi?
Sorge colla scuola sofistica l'idea della relatività del Diritto : le leggi
hanno valore non per loro natura ma per le contingenze particolari di
questo o quel luogo.
Il Diritto non è un portato cosmologico, una necessità fisica; è una
posizione, un portato. della volontà umana : non è creato dalla natura ma
dall'arbitrio; il Diritto invero è mutabile, laddove la natura presenta
W1 ordine o l'idea di un ordine costante, assoluto, uniforme presso
tutti i popoli.
Il Sofista conosce che sono gli uomini che hanno creato il Diritto:
.pUoLç ha presso di essi anche la significazione di diritto naturale, con.
trapposto al v6µoç, la legge dello Stato.
Ippia dice, in un frammento a noi pervenuto, ~he tutti gli uomini
Filosofia del diritto IZI

sono eguali per natura; i limiti sono stati posti dagli uomini stessi, dal1a
società. Ippia di fronte al dvismo interno annuncia il principio della
eguaglianza di tutti di fronte alla natura: tutti sono· eguali cpUaeL, sono
diseguali v6µ<p. Questo concetto è pur stato concretato nel progresso
dei secoli, ma si è perduto molto della grande intuizione del diritto
naturale, assai superiore a quella manifestata dai filosofi del secolo pas-
sato. In l ppia noi troviamo la intuizione idealistica; egli ci parla di un
Diritto naturale in1 cui non esistono differenziazioni. NeUe stesse evo~
luzioni però della concezione sofistica sorge una concezione materi~
listica. Quandc nelle prime pagine della Repubblica Platone ci parla
delle origini dello Stato, Trasimaco, uoo degli interlotutori, viene a dire
che lo Stato non è che il portato dell'arbitrio dei più forti. Il concetto
dell'esigenza giuridica è per Trasimaco il diritto del più forte.
In natura tutti sono disegua]i: i forti creano le leggi che impongono
ai deboli. Il Diritto naturale non importa il rispetto ver~o il proprio si·
mile, l'eguaglianza, la limitazione giuridica. Il vero Diritto naturale ha
una funzione utilitaria, non è giustizia ma ingiustizia.
È difficile il persuadere di una spontanea coincidenza del giusto col-
l'utile. Ed appunto nel periodo della sofistica si origina la differenzia-
zione fra l'utile e il giusto, si elimina la ingenua credenza dell'utilltà
del giusto. Più si procede in grande nell'ingiustizia, maggiore è l'utile
che si consegue.
Per Trasimaco 11 Diritto. naturale è il concetto dell'ineguaglianza,
dell'ingiustizia, della superiorità dei più forti.
Glauconc, altro interlocutore del dialogo Platonico, annuncia, contro
Socrate e contro Trasimaco, contro l'idealismo e contro il materialisnlD
un nuovo principio. Non è detto che chi esercita )'ingiustizia sia esente
dal timore che altri possa usare l'ingiustizia contro di lui.
Lo stesso calcolo utilitario persuade ad .una transazion~ tra il mag·
gior piacere di compire l'ingiustizia e il maggior dolore di sopportarla.
Si conclude quindi un compromesso, un patto che deriva non dall'idea
di Giustizia ma dall'idea utilitaria; perchè se i forti esercitano l'ingiu ..
stizia, possono anche essere deboli di fronte ad altri che la esercitano
verso di loro.
Questo patto dà origine al Diritto.
L'eguaglianza non è voluta dalla cpiJ<nç come nella intuizione ideali-
stica di Ippia, nta sorge da questa transazione. Il voµoç non coincide
colla qn!otç, ma coll'utilità, col desiderio di felicità, desiderio che d'altra
parte è pure esso cosa naturale.
I22 .~~~l_gi_n_o_P_e_tr_o_ne~~~~~

La vera Filosofia materialistica la troviamo però nel Callicle del


Gorgia. Esso osserva che il Diritto dello Stato, della ,,Ql.,ç, non coin.
cidc col diritto della forza.
Trasimaco non si è proposto il più grave problema: come si spiega
che il Diritto positivo cerchi di domare le prepotenze e gli arbitrii?
Come si spiega l'esistenza <li giudici, d~ pene, per mezzo delle quali si
stabilisce una quasi eguaglianza? Pcrchè mai avrebbero i fo1ti creato
questo Diritto positivo, questci leggi in protezione dell'altrui debolezza?
Il Diritto naturale vuole la prevalenza della forza : anche nel mondo
civile si dovrebbe quindi praticamente dominare dai forti: ora perchè
invece qui si pone una idea di Giustizia, perchè si crea Ja protezione del
debole?
Il problema <li Trasìmaco consisteva solo nel cercare di conoscere
il Diritto naturale: Calticle si propone di vedere se per avventura il
Diritto positivo coincida col Diritto naturale.
Per natura non vi è altro diritto che quel1o del più forte: eg]i vuole
conoscere perchè nello Stato, invece che la forza, governi un processo
di tendenze egualitarie. Ai diritti spettanti solo ai forti succedono dei
diritti ùmanzi ai quali tutti sono eguali; sorge l'idea di un Diritto nuovo,
del Diritto della n6hç. Le leggi dello Stato non sono limitate a pochi
privilegiati, ad alcun piccolo gruppo. Al predominio dell'aristocrazia è
successa l'eguaglianza di tutti di fronte alla legge. Come, dunque, dice
Callicle, sussiste questo Diritto, non rispondente alla diseguaglianza,
al predominio della forza del Diritto naturale?
Ed egli rispoI!de: Il Diritto positivo, la legge dello Stato non è un
portato della forza, ma della debolezza : il Diritto di natura è stato via.
lato: i debo1i si sono uniti edl hanno cercato di valersi dell'astuzia, non
possedendo la forza.
La società è divisa in un gruppo di fo1ti, -di uomini con energia di
dominio e di attività, rappresentante il vero tipo umano, ed in un gruppo
di deboli; alla deficienza della forza qualitativa questi hanno fatto sup-
plire 1a forza quantitativa, la forza del numero : si è organizzata la
mandria, il gregge umano.
I forti sono depressi ; viene da loro eliminato tutto ciò che è forte
e grande; i deboli non potendo diventar forti, si è cercato che i forti
divenissero deboli.
Ippia aveva identificato il concetto della qn!aiç con quello dell'egua.
glianza, Cailicle con quello dell'ineguaglianza. I progressi del mondo
Filosofia del diritto 123

naturale si devon'O alla forza ed1 alla lotta, lotta che nel mondo umano
viene compressa daJle esigenze etiche.
Il merito di Callic!Ci sta nell'aversi posti i problemi del come e del
pcrcliè dcl Diritto positivo. Per lui gli uomini, ineguali pe] Diritto di
natura, sono eguali pel Diritto dello Stato. lppia aveva invece voluto
idealizzare la natura, che è in lui uru concetto etico, non Ull/ dato effet-
tuale.
Rousseau non è che un rin,novellatore del pensiero di lppia: egli ha
ravvisato nei primordi della società uno stato di natura idillico.
Pci• lppia, come pel Rousseau, il dover essere è un essere stato:
per Callicle la legge di natura è invece quella della diseguaglia.nza: e la
legge uma11a è un qualchecosa che si sovrappone alla natura. Le ten-
denze del pensiero di Oallicle vedremo meglio rappresentate nelle idee
dcll'Hobbcs.
Vi è però fra i due una differen~a: Callicle è apologeta del Diritto di
natura, Hobbcs del Diritto dello Stato: ma tutti e due concepiscono
il Diritto di natura come quello della forza e della diseguaglianza e il
Diritto delb Stato come quellq dell'eguaglianza e della Giustizia.

* **
Nei tempi nostri, per strano atavismo, è risorto in tutta la sua gran-
dezza il pensiero di Callicle, nella Filosofia di Federico Nietzsche, ado-
ratore del forte, del superuomo, e disprezzatore della debolezza, delle
virtù umili che esso chiama « virtù di formica ».
Egli si è elevato a sostenitore della morale aristocratica contro la
morale dei deboli. Il concetto di eguaglianza, di unità di morale non
corrisponde alle esigenze della vita, esigenze rispondenti alle esigenze
di natura di Callicle. Il principio fondamentale della morale non è
la verità, ma la volontà di dominare. La legge della. vita è la forza,
il Diritto di natura consiste nello sfruttamento.
Vi è una morale pei signoriJ per il gruppo dei forti, che rieonosce do..
veri solo fra i pari e legittima l'oppressione degli· inferiori e lo sfrutta-
mento della mandria dei deboli. Il superuomo, ben diverso dal!@. media
umana, è destinato a segnare le vere funzioni dell'umanità.
Gli schiavi si sono fatti essi pure un culto, il culto della loro debo-
lezza, della loro miseria; essi hanno foggiato dei principii etici, umi mo·
raie di schiavi.
La morale Cristiana, non potendo far forti i clebcli, ha frenato la
124 Igino Petrone
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forza subìettiva, ha creato la democrazia, la religione degli oppressi.
2'Jic:tzsche trova che le istituzioni morali e civili sono state iatte dai
deboli, come Callicle riteneva ]o Stato l1orga11izzazione de1la debolezza.
Ma è poi vero che nel mondo umano il Diritto di Natura è contrario
2lk esigenze morali?
L'unico mezzo di sostenere la morale è il porla in armonia colle
leggi <\ella vita. Non si può dire che sia una legge dt'lla vita lo sfrutta-
mento, l'oppressione dei deboli.
La ~tessa biologia ci insegnu che il p1·occsso della vita non è solo
cd esclusivo processo di appropriazione dell'altrui; è anche processo <li
espansione, di restitu7.ione, di disintegrazione, di ricambio.
Il ritmo della vita è il ritmo dclfo. vita prnpriamcntc eletta e della
morte a uni tempo. Sono due termini dell'identico processo l'assimila-
zione e la dissimilazione. Non è possibile la generazione, cioè la sostitu-
zione, senza un processo di eliminazione; la rinascita non è possibile
senza la morte.
li processo dell'acquisizione e quello della distribuzione della so-
stanza acquisita si integrano, sono due termini non contrarii bensì cor-
relativi.
Forma fondamentale della vita biologica è 1a generazione, che, ap-
parentemente, si mostra processo di disintegrazione individuale, e ri-
sulta invece da una sovrabbondanza di elementi individuali.
Le leggi della vita non sono quindi puramente di assimilazione ma
anche di sovrabbondanza, di espansione dell'eccesso di energia; nella vita
non vi è la pura assimilazione, ma vi è un consumo di sè individuo per
dar luogo ad altre vite individuali.
Nietzsche dimentica un elemento, l'amore, il quale profonda le sue
radici nei bisogni inferiori della vita organica, ma ad un tempo si ir-
radia in una sfera superiore, si esplica in tutte le forme della coopera-
zione, della beneficenza, della carità, ed è il termine correlativo del-
l'assimilazione.
Ogni forma di esistenza tende non solo a dominare l'altrui, ma ad
espandersi, a generare altri. Gli individui deboli, gli schiavi, per effetto
della loro debolezza non possono espandersi, irradiare al di fuori i loro
poteri; l'amor proprio si concentra in loro stessi; si ha un processo
continuo di autoriflession~, di autoconservazione lesinatrice.
I forti tendono invece ad espandersi, a dominare non solo colla
fo!"za ma coll'amore. L'amore che per Callicle e per Nietzsche è proprio
Filosofia del diritto 125

della morale dei deboli, non può essere che dei forti, dei dominanti, che
godono di qucll'abundantia. cordis di cui parla il Vangelo.
1~ vero che le nature forti sentono il bisogno di esplicare ]a loro forza
sopraffacendo i deboli?
Xictzsche non nega questo irraggiamento dell'amore, in quanto' i forti
sono rigogliosi di vita ed esplicano il loro sentimento di fecondità mo~
ralc, di generalità, di altruismo verso i loro pari: ma questo è indizio
di debolezza: la giustizia verso i pari e l'ingiustizia verso gli altri è
propria solo dei popoli primitivi che esercitano la moralità per i mero~
bri della tribù e la rapina, l'omicidio, il tradimento verso gli estranei
ed i hasbari. ·
Quanto più la mente si emancipa dai particolari e si allarga alla
considerazione dell'universale, essa tanto più concepisce la unicità di
tutti e prescinde dalle differenze di tempo e di spazio.
La limitazione dei doveri etici e giuridici al gruppo dei simili o dei
pari è indirizzo non di vera forza, ma di debolezza.
Vi è una forza che cagiona la vera vita, ed è la carità, estrema fron-
tiera ideale dell'amore psicologico.
La vera morale, la ricognizione del freno della propria attività, l'e~
strinsecazione dell'amore verso gli altri, non è contraria ai fini della vita,
ma è un prodotto della vita medesima.
Diotima, in Platone, dice che è proprio delle creature mortali la
tendenza all'immortale. Esse superano la loro nativa caducità mediante
l'amore, la generazione, I~ immortalità periodica e ricorrente della ri-
produzione: l'uomo non muore, rivive negli individui generati: si muore
a se medesimo per rinascere negli altri, si reprime la vita che è caduca
in sè perchè poi riviva e continui.
Il dominio della vita è il ritmo dialettico dell'individuo e della specie,
e si deve comprendere l'intima correlazione dell'uno coll'altro. La vita
individuale non è ehe un anello di una catena e non si può, senza errare,
considerare l'individuo isolatamente.
Quando lo si consideri sotto il tipo specifico, di cui esso non è che
un frammento, si ha la vera nozione della vita, che è dualità ed ac-
cordo dell'individuo, e della specie, della nutrizione e della riproduzione,
dell'assimilazione e della dissimilazione, dell'egoismo e dell'altruismo.
Così, dal fondo della nl>.tura risorge la nozione idealistica del bene
sovra una base di fatto.
La lotta per l'esistenza, nella evoluzione degli individui, non si attua
sempre rigidamente, esclusivamente, ma tteJla forma cooperativa: negli
126 Igino Petrone

animali gregarii si esplica questa lotta non solo contro l'individuo ma


contro una union'e: gli individui associano i loro sforzi di fronte ad
un nemico comune.
La Jotta per l'esistenza non farebbe di per sè che delle ruinc.
Anche nel mondo umano si trova che le leggi della lotta per l'esi.
sleuza danno luogo alla associazione.
Il tipo umano della lotta per l'esistenza è la lotta pel progresso mo-
rale, la lotta contro i bassi istinti, la lotta· per cui si muore a sè per ri.
vivere negli altri. Il su.frenwmo di Nietzsche, è. nella storia l'eroe, il santo
<.: il ma.rtire, che ha esercitato un dominio continuo su sè medesimo, che

ha irradiato al di fuori la sua attività espansiva.


I veri superuomini sono coloro che hanno saputo superare l'impulso
loro individuale, per rivolgersi a quakhccosa di superiore,, di infinito,
che essi credevano dover essere la loro meta.

II.
TOMASO HOBBES (1588-1679)

DeBe due correnti filosofiche che agitano il pensiero moderno, la Car-


tesiana e la Baconiana, Hobbes appartiene a quest'ultima. La corrente
Ca1tesiana era ispirata al razionalismo deduttivo, la Baconiana all'indu.
zione sperimentale.
Bacone di Verulamio non ammette dualità di metodo e di fonna
del pensiero ira la conoscenza del mondo naturale e quella del mondo
umano; egli sostiene un unico processo di causazione governare tutti
i fenomeni dell'Universo, così quelli materiali come quelli spirituali.
L'Hobbes, amico di Bacone, e negli ultimi anni di questo suo segre-
tario, ne seguì le teorie. L'intuizione filosofica dell'Hobbes è meccanica
e causalistica. Dal Galileo aveva egli appreso come tra le cose non vi
fossero che relazioni meccaniche di trasformamento, di moto, di ener-
gia. Egli sottomette al principio della causalità efficiente non solo i moti
della materia ma anche quelli dello spirito.
Formò una specie di Enciclopedia filosofica dalla teoria il<' corpore
a quella dè homine e de cive, applicando a tutte le forme del reale il
principio dell'induzione e delle scienze sperimentali.
Scrisse innanzi tutto il De cive, la filosofia civile, colpito dal sorgere
della rivoluzione Inglese.
L'Hobbes muove da un concetto scientifico: per conoscere alcun che
Filosofia del dfritto 127
-------·

di ,composto si deve procedere ad una analisi dei mmum componenti,


riuscire all'infinitamente piccolo indi riunire le particelle, le unità atomi-
stiche e così ricostruire il tutto; e questo conicetto egli lo applica alle
korie morali.
Tutto si traduce in combinazioni atomiche e molecolari, tutto si tra-
duce in meccanism:o. L'oggetto composto viene ridotto, risolto, analiz ..
zatu. Ma come applicare alle Scienze Morali il processo dell'esperimenta-
zione scìt'ntifica? Se non è possibile J'csperimentazione scientifica, con-
sistente nel riprodurre il fenomeno in. variate condizioni, si può però
avere una specie di esperimentazione : tale è l'analisi e l'astrazione di
Tomaso I-lohbcs.
Per conoscere l'organismo politico, egli dice, nella sua entità, noi
dobbiamo risolverlo nei suoi clementi, vedere ciò che di lui spetta aHe
parti singole, all'unità costitutive, e ciò che si deve all'azione del moto>
dcJl'encrgia che le unisce. Si deve fare un taglio nelJ'organismo com.
plesso: porre da una parte ciò che ha sovrapposto l'azione dello Stato,
cd esaminare le pure e semplici creature per sè stanti.
Hobbes riesce così a11a r:ozione degli individui isolatamente viventi,
cd esamina il com.e tenderebbero a vivere in uno sta~o di natura, ove
mancasse o fosse mancata l'azione del1o Stato.
Lo stato di natura è per Hobbcs una pura ipotesi, uno stato astratto,
non un accertamento di fatto storico.
La psicologia Hobbesiana è molto semplice. Gli individui, o le unità
isolate dall'astrazione, sono animati dal puro impulso della conserva-
zione; ogni essere tende ad essere quello che è : l'uomo tende al suo. be-
nessere per una legge di natura indefettibile. Hobbes si approssima alla
intuizitone ideale di Epiftlt"O, ri-conoscen<lo anche la fine differenza
dei piaceri inferiori ed attuali e dei piaceri prospettivi.
Il piacere è una funzione continuativa che deve essere associata al
sentimento della potenza ed alla sicurtà del future>. Aristotele ha detto
che l'uomo è un animale socievole; per Hobbes questo non è vero:
l'uomo ha il solo impulso della conservazione. Le unità individuali si
trovano animate tutte da questo stesso impulso; in esse non la educa·
zione dello Stato, nessw1a disciplina, nessun processo altruistico, nessun
istituto solidale.
Come· si associano questi esseri, dissociati dal loro egoismo?
Gli individui, isolatamente presi~ sono in una continua lotta di tutti
su tutto: bell1.t.m omnium in onmes. Gli individui possono, se sono forti~
avere qualche subitaneo piacere, ma non possono mai avere sicurezza
128 Igino Petrone

del futuro. Tutti hanno diritto su tutto e nessuno ha diritto su qualche;:.


cosa: e non vi sono uomini così fotti da essere sicuri che non verranno
mai vinti e sottomessi da altri; non vi è forza che non possa sembrar
debolezza di fronte ad 1 un'altra forza.
La natura ha quasi distrutto se stessa: essa ha dato agli uomini un
impulso e li ha-. posti in un arnbicntc ove questo non può attuarsi. In
tal caso, fimpulso di conservazione, il bisogno di sicurezza spingono ra.
zionaln1ente questi individui ad un contratto, per cui ciascuno aliena
nelle mani di un potere giganteseo, collettivo, prodotto dalla volontà di
tutti il proprio diritto.
Codice primario di questa associazione è il desiderio di pace, il pa~
cèm quaeren. La difesa fra gli individui dissociati è impossibile perchè
la tensione continua opprime il sentimento della sicurezza e del benes.
sere. Devesi quindi addivenir~ all'associazione, al patto.
Ciò che era dissociante diviene associante : ciò che unisce è il bi-
sogno utilitario.
Lo Stato è, per Hobbes, il Dio mortale che deve dare agli uomini la
pace terrena, come un Dio immortale darà loro la pace celeste. Lo Stato
ha sold dei diritti, non ha alcun dovere; non è venuto a contratto col
popolo che ancora non esisteva quando esso è sorto: esso è sorto dalle
negazioni di autonomie convergenti in uno scopo comune: l'impegno
esiste wlo tra gli individui associatisi, non tra ciascun individuo e lo
Stato. La stess~ legge di reciprocità, ossia la simultanea ed eguale, ed
egualmente intensa, rinuncia di tutti, trae lo Stato al maggior. assolu-
tismo. Non resta agli individui nessuna prerogativa e nessuna franchi·
gia, perchè ciò esc1uderebbe l'assolutezza e la eguaglianza della ri·
nuncia.
Ciascuno rinuncia alla propria autonomia, al proprio diritto, purchè
ciascun altJ.·o faccia assolutamente lo stesso. Contemporaneamente e
reciprocamente nessuno deve ritenere qualchecosa : lo Stato è il depo~
sita.rio di tutti i poteri, e, quarrto maggiore si vuole la perdita dell'au-
tonomia individuale, tanto più aumenta il potere assoluto dello Stato.
Dal rispetto della libertà individuale nasce la pèrdita della libertà di
tutti. Lo Stato ha sotto di sè la coscienza individuale. Non si ha plu·
ralità di funzioni: il potere non è trasmissibile : ove fosse comunicabile
gli individui non sarebbero più garantiti gli uni contro gli altri.
Se alcuna parte di questo potere fosse meno forte, in quella parte si
insinuerebbero gli egoismi individuali, e non mantenendosi le condizioni
Filosofia del diritto

della reciprocità, l'uno verrebbe a sottomettere gli altri. Dal bisogno di


libertà nasce così la necessità della servitù.
Noi osserviamo che Hobbes muove dal concetto atomistico mecca-
nico, e la causalità meccanica non è che la legge dcl moto. Per Hobbes
non vi sono concetti ideali nella formazione· del mondo ideale. Il pr0-
cesso analitico matematico nel mondo morale deriva necessariamente
dall'analisi del mondo materiale.
Hobbes vuole individuare le unità prese separatamente; ora se si eli~
minano, per ipotesi, tutte le modificazioni apportate dall'azione dello
Stato, ci si offrono realmente, come residuo dell'astrazione, gli individui
puri e semplici?
Anche prescindendo dall'efficienza del potere dello Stato, avremo
come risultato non individui dissociati ma individui tUJturalniente as-
sociati, pei bisogni stessi <lcila vita, pei naturali impulsi <li carità, di pietà.
Hobbes non ha potuto concepire una organizzazio~e diversa da
quella politica dello Stato, per le con.dizioni dcl tempo in cui visse.
Hobbes, dinanzi alla rivoluzione Inglese, dinanzi alla dissoluzione delle
individualità associate, ebbe un senso di timore, e visto Cromwell con
energico potere far la sintesi di queste unità analitiche disperse dal dis..
solvimento rivoluzionario, ne fu suggestionato, e formulò sub specie ae-
terni il fatto di un momento; su di una pagina di storia egli fondò una
teoria filosofica.
Per Hobbes le rivoluzioni sono esperimenta lucifera, ed è vero.
Coile rivoluzioni si rendono possibili nelle Scienze Morali gli esperi-
menti delle Scienze Materiali; ogni rivoluzio~ è un esperimento in
an'ima vili delle condizioni sociali. Ciò posto, egli fu in presenza di uno
di questi esperimenti, e la rivoluzione Inglese lo colpì di terrore e gli
ingigaotì nella mente il potere benefico dello Stato .

•**
Bisogna altresì considerare l'importanza che Hobbes riconosce alla
gerarchia delle passioni, specialmente alla paura.
Egli dice che non basta che vi siano prineipii, criterii, schemi ra-
zionali, che inculchino lo stato di pace e di diritto: occorre trovare le
<-Ondizioni di fatto onde assicurare il rispetto della legge. Uomo positivo,
egli non costruisce il Diritto in astratto, fonda lo Stato.
Egli nella teoria del piacere sostiene che si devono avere tali con·
dizioni da avere la sicurezza di un piacere continuativo: perchè questo

9. - Pwr!l.ONE, Filosofia dd diri!lo.


130 Igino Petron.e

si abbia non basta la legge, occorre la sanzione. Noi dobbiamo osser..


vare che se per un certo verso l'uomo è spinto ad osservare la legge,
è anche dominato dalle passioni; si devono quindi alcune tenere a freno,
altre provocare: frenare quelle contrarie alla legge, incoraggiare quelle
che portano all'obbedienza della legge stessa.
Hobbes distinse in due classi le passioni: quelle a tipo depressivo e
quelle a ti.po im.pulsivo. Tipo delle passioni impulsive è la collera, la
combattività che risveglia il sentin1e11to della libertà, della lotta contro
gli ordìnamenti; l'uomo coJlcrico è eminentemente individuale, e questa
passione condurrebbe aU'anarchia. Tipo delle passioni repressive è in..
vece la pa,ura., che è il solo fondamento dell'obbedienza allo Stato,
dell'ordine sociale.
Così Hobbes crea lo Stato mediante il potere di coercizione che costi..
tuisce un terrore permanente per gli individui.
Se non che a noi si pone questo problema. È vero che lo Stato sia
la sola forma sociale che crea la coesione? È vero che l'ordine sociale
si fonda esclusivamente sul terrore e che la sola funzione dello Stato
è la coercizione?
Già la società ci presenta motivi ed elementi di vita sociale: di
fronte allo Stato vi sono già. organizzazioni, gruppi sociali creati dalla
convivenza, dalla divisione del lavoro, dallo scambio. Prima che lo
Stato si formi, esiste l'associazione spontanea, pur eoncedendo che
questa non riesce a dare alla moltitudine il nesso che riesce a darle la
forza coercitiva dello Stato.
Si deve in Hobbes deplorare la concezione atomistica ed analitica;
egli concepì troppo meccanicamente il nesso sociale semplificandolo
nella forma statuale coercitiva.
Hobbes ci presenta inoltre una confusione fra il potere religioso e
il potere civile.
Mentre nel Medio-Evo il potere religioso occupava le fnnzioni del
civile, dopo la riforma questo assunse le funzioni di quello, e sorse
il concetto della rtligioiie-politica, la quale altro non è che il rovescio
della politica religiosa del Medio-Evo. La differenziazione di queste
due fumioni forma uno dei cardini della Filosofia moderna.
Hobbes concepisce il terrore e la paura in una maniera materiale:
lo Stato si dovrebbe presentare agli individui riunjti come un terrore
permanente. Ma, se- mai il terrore dello Stato fn uno dei motivi iniziali
dell'associazione, non deve esserlo permanentemente: lo Stato deve anzi
far obliare se medesimo alle creature associate.
Filosofia del diritto

La funzione del rispetto della forza si emancipa dalla funzicme coer-


citiva; si idealizza il potere, e questo è lo stimolo maggiore per persua~
dere l'obbedienza, che si insinua, si persuade per via di una adattazione
continua, inavvertita alla funzione coercitiva. La potenza dello Stato
deve essere originaria e iniziale più che duratura; si tratta di fine po..
litica psicologica e non già di rude processo di azione e reazione fra
gli individui e lo Stato.
La concezione di Hobbes è fisica, non psicologica; egli ignora che il
vero presidio dell'ordine sociale sarà sempre la coazione psicologica,
non la coazione materiale.
Dalle primitive origini della forza e ,della violenza emerge, affinan-
dosi, la coazione psicologica; l'organismo politico non deve presentare
drlle debolezze, ma, per essere più sicuro dell'obbedienza dei cittadini,
Io Stato deve sapientemente dissimulare se stesso.
Sulle basi clcll'Hobbes non si può fondare una teoria accettabile.
La nostra coscienza ci dice oramai che nel mondo umano l'eteronomia e la
forza è solo degli inizii; negli svolgimenti e nella fine imperano altri mo-
tivi; si affermano la cooperazione spontanea, ]'adesione volontaria,
l'autonomia, la libertà.
Tra il dispotismo assoluto dell 'Hobbes e la tendenza liberale, la quale
affida all'unione spontanea l'ordine sociale, noi non possiamo oscillare.
Nei periodi primitivi e nei periodi di evoluzione è vero ciò che dice
Hobbes, ma poi si verifica l'affidamento dell1ordine sociale al processo
collettivo spontaneo.
Nella rivoluzione Inglese, Hobbes vide sprigionarsi delle tendenze
anarchiche, selvagge, per un rallentamento del potere; vide le sovrappo-
sizioni, la soprastruttura dell'inciviJimento scomparire, e lasciar libero
ciò che vi ha di più basso nella coscienza, l'individualità quasi selvaggia:
e eosì credè n·ecessario il potere coercitivo ; ma se è giusto per il sin~
golo caso questo, non si può sollevare la parentesi storica a principio
universale. Quando si fa divenire permanente ciò che è provvisorio,
assoluto ciò che è relativo, si foggia certo una teoria errata.
È sociologicamente più prevedibile nel futuro l'autonomia anarchica
che l'esagerata pressione del dispotismo assoluto.
· L'evidenza del potere dello Stato deve persuadere più che imporsi,
essere presente agli individui retrospettivamente, non attualmente. Una
forza che si ostenta perennemente è una maschera di debolezza, ed è più
-che altro uno stimolo per provocare la ribellione, per far scarcerare
le tendenze anarchiche latenti di cui parla Hobbes.
JI gran merito di Hobbes tuttavia è di aver compreso che la fun-
zione protettiva dello Stato è dettata in fondo dallo stesso principio di
reciprocità. Egli ha compreso che le condizioni dcl patto devono essere
ispirate al principio deil'assolutezza ed eguaglìanza aritmetica della ri-
nuncia.
Quella che per uno può essere lihertà, può non essere tale per gli
altri, e spesso la debolezza dello Stato, non che giovare alla lìbcrt~t, è ar-
gomento di sopraffazione di alcuni individui o gruppi a carico d'altri.
Nell'ordine sociale ci si presenta 11011 un individuo astratto, ma una
moltitudine di individui concorrenti cd antagonisti; la tibertà degli uni
porta spesso la servitù degli altri.
Hobbes ha sbagliato dal punto di vista qualitativo, ma non da quello
anaHtico 1 quantitativo.
Certo oggidì è inaccettabile l'alto potere pedagogico, morale, reli-
gioso, dello Stato 1-Iobbesiano. Per voler dare allo Stato tante altre
funzioni, pel concetto errato che lo Stato debba far tutto, accade che lo
Stato venga meno all'ufficio di garante della sicurezza pubblica delle
persone e degli averi. suo ufficio esclusivo, fondamentale.
Il potere dello Stato, non che governare le coscienze, le opinioni,
·deve riuscire alla difesa dell'ordine sociale, e della pace esterna. Hobbes
ha esagerato il potere dello Stato: vi deve essere una coincidenza
spontanea fra i due termini, troppo spesso dissociati, la libertà e l'or-
dit12.

III.

BENEDETTO SPINOZA (1632-1677)

Barucb Spinoza nacque ad Amsterdam da· israeliti portoghesi. Scac-


ciato per i suoi principii dalla Sinagoga, egli cambiò il proprio nome in
queJlo di Benedetto, e, rifiutata, per disinteresse e per indipendenza di
carattere, una cattedra di insegnamento ad Heidelberg, visse all'Aia,
esercitando il mestiere dell'occhialaio.
La sua vita fu quella di un sapiente superiore alla fortuna. Sue opere
principali sono il Trattato teologico-politico, e l'Etica, pubblicata dopo la
sua morte, che contiene il suo sistema metafisico.
Filosofia del diritto 133

**•
La Filosofia di Benedetto Spinoza si riannoda alla Filosofia Carte-
siana, intesa come estensione del metodo matematico alle scienze etiche.
Vi è un'unica sostanza, Dio o la natura, che è causa a se stessa
e che non ha bisogno di alcun'altra cosa: tutte le forme reali, mate-
riali ed anche spirituali, si deducono dal concetto di questa sostanza
eterna, unica, infinita, di cui sono attribuzioni, funzioni, posizioni.
La sostanza infinita è rifratta nelle due forme conoscitive: la ma~
teria e lo spirito, figurazioni apparenti di questa sostanza invisibile.
Spinoza non pone un dualismo fra la materia e lo spirito, fra il corpo
e l'anima; non vi può essere tra l'una e l'altro un distacco, non essendo
sostanze in se stesse; sola differenza è l'apparizione soggettiva deJle for..
me dell'unica sostanza al nostro intelletto. Spirito e materia sono in fondo
la stessa cosa: sono le attribuzioni, le colorazioni di una cosa superiore,
di Dio, il quale è tutto cd è indefinibile, giacchè definire è limitare : Dio
è in sè, cd è formato da sè : se ne può avere il concetto senza bisogno del
concetto di nessun'altra cosa.
Spinoza è panteista; egli dimostra che una sostanza non può essere
prodotta da un'altra sostanza; Dio esiste di per sè, e non può esservi
altra sostanza che Dio. Tutto ciò che è, è in Dio, e senza di Lui nulla
può concepirsi.
Le valutazioni che possono fai-si di questa sostanza uni<::a ed uni-
versale, sono valutazioni soggettive, e chi voglia conoscere se essa sia
materiale o spirituale, vuole fissarla in una forma oggettiva di cui essa.
in quanto può solo avere valutazioni soggettive, non è suscettibile. In tale
concezione Spinoza oltrepassa il materialismo, il quale ignora che la
materia è solo un attributo superficiale della sostanza, non la sostanza
stessa.
Quello che a noi appare come spirito è un efflorescenza della ma-
teria, e la materia non è che un depotenziamento dello spirito.

*. *
In Spinoza gli individui sono modi di essere della sostanza suprema:
non vi è nulla di assolutamente individuato: l'uomo è la ripetizione di
un qualchecosa di universale, ed è da considerarsi sub specie aeterni.
L'individuo non può avere esistenza obbiettiva, non essendo che un
134 Igino Petrone

modo dell'eterna sostanza che è libera e causa a se stessa. Non essendo


che una piccola patte di questo tutto, anzi, soltanto una funzione ed una
apparizione, l'uomo non può essere libero.
L'uomo non può essere libero perchè non è neppure come sostapza
invidUalc; crede di poter dominare gli a vveniinentii mentre non è
esso stesso che un avvenimento.
Ogni cosa dipende dalla volontà dell'Essere supremo, dice lo Spi.
noza, e questa volontà non' può evidentemente, per la sua perfezione,
essere diversa da quella che è : quindi le cose non possono essere di-
verse da quelle che sono.
Nell'uomo, il pregiudizio della consapevolezza si tramuta nel 1>re-
giudizio della causalità: l'uomo crede di èsserc libero perchè ha la co-
scienza dei proprii atti, ed ign'Ora le cause che lo d~terminano ad agire:
egli non è un .soggetto imputabile e non è una cosa morale. L'anima
è un «automa splrituale ».
Come può, su queste basi, fondarsi un sistema di Filosofia del Di.
ritto, negando la libettà e l'esistenza della differenza obbiettiva fra il
bene e il male?
Il bene e il male, in vero, secondo Spinoza, non sono cose in se
stesse, ma sono opinioni di questo modo che è l'uomo : ciò che si crede
bene, può essere male, e ciò che uno reputa male, può essere bene: il
-delitto stesso può avere una funzione sociale. Il male, per quanto sia
male individuahnente, può essere bene guardandolo in ordine a qualche
altro suo effetto. Vi è nella natura una causalità dialettica, una appros.
simazione frat il male ed il bene.
Le categorie del bene e del male hanno valore relativo; non vi sono
beni o mali per sè stanti, ID<f\ solo riferendoli al giudizio ed all'apprez.
zamento dell'uomo che si pone a centro e nùsura dell'universo.
Data dunque questa negazione della libertà e questa approssima-
zione del male al bene, si potrà solo fondare un'Etica ed una Filosofia
del Diritto a base meccanica. Il Diritto di natura non è, per Spinoza,
una somma di leggi morali e di postulati doverosi, bensì la sola potenza
:fisica. Gli uomirù non hanno tendenza al bene e al giusto, ma hanno
la sola tendenza alla conservazione. Iddio solo non ha ·tendenza alcuna,
non ha bisogno di nuJla: esso è; l'uomo invece tende a conservarsi il
più possibile.
Legge fondamentale dei corpi, meccanica, è 1a legge dell'inerzia;
l'uomo attua questa legge anch'egli come ogni corpo individuale : egli ha
la tendenza a rimanere quello che è.
Filosofi.a del diritto 135

Adunque, ciascuno di questi uomini, di questi modi eguali di un'unica


sostanza, vorrà far prevalere il proprio diritto alla vita: ciascuno avrà
diritto a tutto e potrà porsi in lotta con tutti. In ciò non avrà un limite
etico, ma un limite fisico, quello, cioè, segnato dalla sua possanza.
La lotta e l'urto materiale degli atomi è riprodotta da Spinoza nella
lotta e nell'urto fra gli individui, che non hanno idee etiche, ma il
solo potere fisico dell'esistenza e della conservazione.
Se non che la lotta degli individui è pericolosa per la loro parità di
forza e la ragione, ossia il calcolo delle utilità, persuade gli individui
ad uscirne fuori, mediante un patto, una convenzione, in cui tutti ri-
nunciano all'assoluto potere fisico ed accettano limiti etici. Cosi dal cal-
colo utilitario e dalla ragione sorge lo Stato.
Questa concezione dello Stato si differenzia da quella dell'Hobbes,
in quanto Spinoza non! intende, come l'Hobbes, lo Stato un mostro, un
Leviathan gigantesco che si impone anche alle coscienze, che assorbe
in sè le vite dei consociati: lo Stato sorto dal calcolo e dall'utilità dei
singoli, deve avere delle potestà, ma può anche avere dei limiti.
Che dire di questa Filosofia?
Ecco : l'Etica di Spinoza è materialistica, ed è incongrua alla sua
metafisica.
Dopo aver detto che sì lo spirito come la materia sono le appa-
renze della sostanza indefinita ed indefinibile, egli trascura, dimentica
il ii'ttore spirituale, deriva dalla meccanica le rappresentazioni della spi.
ritualità nell'uomo, riduce le apparizioni dello spirito alle apparizioni
materiali.
Negando quindi nell'uomo ogni entità spirituale, egli non poteva
fondare lo Stato sulle naturali tendenze all'associazione, sul concetto
del bene. Egli non conosce che il criterio del potere fisico, e del vin-
colo etico non ha altra rappresentazione che quella meccanica, segnata
dal calcole> utilitario e dalla fattura posticcia del contratto sociale.

IV.
UGO GROOT (GROZlO) (r583-r645)

Il Grozio, pel suo trattato de iure belli et pacis, può dirsi a ragione
il primo maestro del Diritto naturale, inteso non come Diritto ipotetico
preesistente all'unione giuridica, ma come un Diritto che, indipendente-
mente dallo Stato, deve governare le esigenze degli individui.
Igino Petrone

Groot fu il primo che volle determinare gli elementi giuridici degli


Stati, e iu il creatore del Diritto Internazionale. Egli toçcò lo scabroso
argomento: se vi siano limiti etici giuridici che si impongano agli Stati
nelle loro relazioni.
Gli individui sono passivi delle leggi dello Stato: questo di che leggi
sarà passivo?
Tra due Stati non si può frapporre alcuna sanzione positiva, ma vi è
un diritto superiore da cui gli Stati ripetono la facoltà di sancire le leggi
positive, e questo è il Diritto natut'ale.
Il Grozio fonda le esigenze superiori dc1la convivenza sociale sull'ap~
petittts societatis; l'uomo è condotto spontaneamente ad una convivenza
specifica e giuridica; è un anim.ale socievoAe, come già aveva definito Ari ..
stotelc.
La legittimazione dello Stato è data da un contratto fra gli individui;
sulle basi del consenso, espresso o tacito, Grazio fonda tutti i rapporti
giuridici privati e pubblici. Tutta la legittimazione dei rapporti giuridici
consiste nel contratto; nessun vincolo della libertà individuale ha va-
lore se non vi è stato i1 consenso della volontà individuale stessa.
U pensiero di Grazio non ha per limite rigoroso una pura esigenza
etica, ma cerca di ricondurre allo schema del contratto, in modo posi~
tivo, i rapporti come sono di fatto trovando, per via di ipotesi e di
ficti'.ones juris, le tracce della consensualità anche in rapporti di pura
coercizione.
Egli si è posto un problema di Diritto formale, ed ha cercato di
legittimare tutti i diritti, anche i diritti primitivi a base di violenza e di
guerra, mediante il consenso tanto dato da1l'adesione degli individui verso
lo Stato, per la quale lo Stato stesso si mantiene; e legittima la schiavitù
e la conquista mediante il consenso necessario.
Più che ideologo Grozio è un giurista, e più che sovrapporre alla
storia ed all'esperienza una esigenza etica, cerca di coordinare a questa
tutti i diritti positivi, creando una conrciliazione mediante la forma e la
!ictio del consenso.

V.
GIAN.GIACOMO ROUSSEAU (1712-1778)

Rousseau fu senza dubbio il genio creativo della rivoluzione ed il


padre spirituale del Diritto pubblico moderno.
Proponendosi, nel Contratto sociale, di cercare la genesi dello Stato,
Filosofia del diritto 137

egli idoleggia come stato iniziale dell'umanità un presunto stato di


natura, libero da ogni difetto.
I mali, che si Jamentano nelle società presenti, derivano da una
falsa compressione e coazione degli individui, esercitata dallo Stato,
Lo stato di natura era stato di libertà e di eguaglianza, e contro a
questo si offrivano al pensiero dell'osservatore le esperienze dell'ine-
guaglianza presente e i sistemi di concilìazione tentati dai filosofi natu-
ralistici anteriori.
L'uomo è nato per essere libero, e tale sarebbe ne11o stato di natura:
esso invece è schiavo e vi sono dei filosofi che sostengono che tale deve
essere. Ora, si chiede Rousseau, è legittimo questo passaggio dalla li-
be1tà alla servitù? E se legittimo non è, può esso essere legittimo? Os-
sia può reintegrarsi la libertà anche nello stato di servitù permanente,
ossia nello stato sociale? Vi è, o è possibile tal forma sociale che resti-
tuisca la libertà perduta?
Se vi è, è la sola legittima, perchè il criterio di legittimità è la libertà.
Di qui si vede crune da un lato Rousseau sia un ideologo, un rifar..
matore: d'altro lato però è un conservatore dell'ordine sociale, di cui
cerca i fondamenti di legittimità nella approssimazione di esso alla li-
bertà. Dissolvitorc in quanto pone l'antitesi fra la natura e lo Stato, è
conservatore in quanto vuol trovare una forma di Stato, che, pur vinco..
lando la natura, ristabilisca la libertà e l'eguaglianza naturale.
È possibile trovare una tal convivenza sociale in cui Io Stato assi..
curi la libertà? Rousseau, grande costruttore dialettico, ci presenta que-
sto, almeno in apparenza, paradosso: l'uomo libero può passare allo
stato sociale che di per sè parrebbe stato di servitù, rimanendo libero.
Vi può essere una forma di alienazione della libertà in cui questa
non venga del tutto elisa, e questa è la forma della reciprocità.
In un dato momento, per le opposizioni che dovevano sorgere fra
individui troppo liberi, si è dovuto concepire ed intendere dagli uomini
nello stato di natura il bisogno di riunirsi, di associarsi.
G1i uomini si riuniscono, ciascuno aliena la propria libertà, ma la
aliena verso la massa di tutti gli altri individui, che con egual inten.
sità alienano verso dì lui le libertà loro. Quindi ciascun individuo aliena
la prop1;a libertà in favore di sè medesimo, inteso come facente parte
della massa degli individui. Si rinunzia alla libertà in favore della ]i.
bertà stessa; vi è reciprocità assoluta fr3i quelld che si dà e quello che
si riceve. Il potere sociale e civile che nasce da questo contratto, non
I gin o Petrone

è un potere separato dagli individui, ma è costituito dalla massa stessa


degli individui, dal popolo.
li popolo è sovrano, e l'individuo suddito è anche sovrano in quanto
fa parte di esso popolo. li potere dello Stato non è rappresentabile, per·
chè potrebbero i rappresentanti non essere lo specchio fedele dcl popolo.
La fonna quindi dello Stato in cui, secondo Rousseau. è resa pos·
sibilc l'esistenza della libertà è la deniocrazia diretta. Può solo il potere
sovrano avere dei rappresentanti per ciò che concerne la esecuzione o
il reggimento, ma la legge deve essere assolutamente fonnata dal popolo.
Nella concezione dello Stato di Hobbes, il potere nasceva dalla di-
struzione delle libertà dei singoli: in Rousseau coincidono invece pie·
namente il soggetto attivo e il soggetto passivo, il sovrano e il suddito.
Rousseau rappresenta quindi l'antitesi dell'Hobbcs. Secondo que-
st'ultimo, l'individuo colla sua rinuncia scompare completamente, ri-
manendo unicamente lo Stato, superiore a tutto e a tutti, anzi, per dir
meglio, il capo di esso, il principe, che nella sua persona incarna il ter-
ribile potere.
Secondo Rousseau invece vi è una rinunzia da me a voi e da voi a
mc, e lo Stato è in noi stessi. Rousseau perviene alla concezione dello
stato civile dalla presupposizione di uno stato di natura, non per la
via della forza, ma per la via della libertà.
Come Hobbes e Spinoza però, Rousseau è un atomista della Socie·
tà; esso ha tragittato gli individui nell'astrazione, e Ja reciprocità che
egli idoleggia, esiste solo in astratto. Il cittadino del consorzio sociale
non è, una cifra di calcoli di compensazione.
L'alienazione della libertà, pluralizzata e moltiplicata per tutti gli
individui vi dà l'elemento negativo della servitù di tutti, non l'elemento
positivo della libertà di ciascuno.
Robespierre, discepolo poJitico di Rousseau, ha mostrato l'evidente
contraddizione che esiste fra la meravigliosa dialettica del filosofo e
la realtà del fatto, affermando il dovere della libertà e imponendola
colla ghigliottina.
In un governo assoluto lo spirito si educa alle resistenze contro la
tirannia che si rappresenta come iJlegirtima e, quindi, odiosa; venuto lo
spirito democratico, gli individui si adagiano, invece, nell'acquiescenza
verso la tirannide della massa, perchè si sono detti : siamo noi che fac~
ciamo la legge coercitiva: perchè dunque combatterla?
E Stuart Mili, nel suo libro Libérty, ben dice che nei nuovi regimi
è cresciuta la libertà politica a danno della libertà vera, la libertà civile,
Filosofia del diritto r39

Il sofisma cli Rousseau, che il sovrano è iJ popolo, fa sì che si con-


senta aJJo Stato, creduto ]ibero, un potere sconfinato, che era sempre
stato conteso allo Stato assoluto.
11 male consiste nel non aver compreso che in concreto ogni potere
lia una funzione, che ogni Stato è formato <la uomini, che, quindi, si
avranno sempre individui che comandano e individui che obbediscono;
e finchè vi !;Ono le ineguaglianze economiche, finchè vi è la libertà indi.
vi<luale non può aversi la reciprocità e la libertà sociale che dalla! reci·
procità stessa è generata.
li principio della reciprocità è fallito storicamente come è fallito il
compromesso clialettico del pri!llCipio ideale della inalienabilità della
libertà col i atto della alienazione del contratto.
L't10ino non conserva la sua libertà alienandola alla massa, d~ cui
egli non è che una parte infinitesima.
Nello Stato giacobino l'uomo resta servo.
Resta al Rousseau il merito grandissimo di aver concepito e rappre-
sentato ciò che forma il fondamento della democrazia moderna, nella
sua ideologica tessitura e nelle sue pratiche incongruenze ed ab.errazioni.
II.

FILOSOFIA PARTICOLARE DEL DIRITTO


CAPITOLO I

DELLA PERSONAL!TA GIURIDICA

L'uomo per il so]o fatto che viene alla Juce reca in sè un'assoluta
dignità gillridica. Egli è fine non mezzo, egli è persona giuridica cioè
egli è soggetto di diritti. l diritti sono innati ed acquisiti. I diritti innati
non dipendono dalla volontà umana e sono prerogative inviolabiJi, ina-
lienabili ed imprescrittibili dall'individuo; i diritti acquisiti sono quelli
che l'uomo acquista nel processo della vita, frutti della sua volontà e
della sua attività.
L'inviolabilità dei diritti innati è il saldo sostegno della inviolabilità
degli stessi diritti acquisiti.
I diritti innati sono, più che diritti, doveri. Sono la stessa natura
deU'uomo, lo stesso suo essere. L'uomo quindi non può rinunciarvi
spontaneamente. ll noto detto - volenti non fit iniuria - vale pei di~
ritti acquisiti non pei diritti innati. Non si può rinunciare ai diritti in-
nati come non si può rinunciare all'adempimento di un dovere.
L'uomo non può rinunciare al suo essere, aUa sua dignità morale :
ciò è logicamente un assurdo, eticamente un delitto.
Sono innati il. diritto alla vita morale ed il diritto alla vita fisica;
il diritto innato alla vita morale implica l'inviolabilità della dignità mo·
raie, dell'onore, della libertà di coscienza ecc.; i1 diritto innato alla vita
fisica implica l'inviolabilità della vita e l'integrità personale.
Dall'inviolabilità dei diritti innati derivano il diritto di legittima di-
fesa ed il così detto diritto di necessità.
« 11 diritto di legittima difesa mira a conservare con la forza, quando
non ci è dato invocare il sussidio della giustiz.ia sociale, i propri diritti
e gli altrui, minacciati dall'ingiusta aggressione. Esso si converte nella
tutela privata, che deriva dall'auctoritas monastica di cui parla Vico,
cioè dalla persona nella solitudine o nello stato dell'uomo che non può
chiedere il soccorso delle leggi, essendo ingiustamente aggredito. Per
Igino Petrone

e nella solitudine o nello stato


quest'autorità, dice Vico, l'uomo è princip
può uccider e l'ingius to aggress ore allo scopo di difendersi,
indicato e
a sta con lui e contro l'aggres sore ..... Il danno che per
perchè la giustizi
ridonda aJl'ingi usto aggress ore si giustifica con la
necessità dalla diiesa
a dover la causa volontaria
legge generale della giustizia, che dichiar
caso dall'agg redito, che
del male soppo1tare la pena, inflitta in questo
le condizioni dell'esercizio di
diventa ministro di giustizia. Due sono
e l'attual ità dcl pericolo .....
questa tutela, J'ingiustizia dell'aggressore
ile in senso assoluto, poi.
Il pericolo deve essere attuale e non inevitab
chè la difesa non può commis urarsi alla stregua della posizione del.
a ..... La difesa non può
l'uomo aggredito, da cui parte vi è la giustizi
condizi oni che offenda no la dignità deWaggredito,
essere limitata da
freddo calcolo circa i mezzi
come quella della fuga o richiedano un
la forza in un momento
idonei ad evitare l'aggressione, ed a scemar~
ina e si ha l'animo profon.
in cui l'istinto della conservazione predom
dament e commosso » ( 1).
dopo aver esperiti inutil.
Il ius necess#atis si ha quando un uomo
amento , trovand osi nel pe-
mente tutti i mezzi per procacciarsi il sostent
cosa altrui, prendendo il
ricolo di soccombere affamato, attenta alla
rio per saziare la fame. Quest'u omo è impuni to pel furto
puro necessa
commesso.
che in una società civile
Questo diritto d'impunità nasce dal fatto
i deve trovars i nella necessità
bene organizzata nessuno dei suoi membr
ne di un diritto sociaJe,
di morire di fame. E se il furto è una violazio
quando codesta società, colla
quaJe è la proprietà, esso è impunibile
un diritto ben più sacro:
sua imperfe tta e .cattiva organizzazione, viola
i~ diritto innato all'esistenza.
tà assolut a ed incol.
Il ius necessitatù ha per condizione: la necessi
enza del pericol o di soc-
pevoie in cui si trova il soggetto, ossia l'immin
quel minimum di attentato
combere alla fame. Esso non legittima che
altrui che è assoluta mente necessa rio per non morire.
alle cose
essere reso superfl uo dalle
In pratica questo diritto d'impun ità deve
istituzioni di beneficenza.

--- (x) Vedi il trat~to di Filosofia del diritto


del Prof. LUIGI MIRAGLIA.
Filosofia particolan del diritto
--~-----·-----------------· - - - - - - - -r45
-

§ I. - Il duello (*)

Su quest'argomento riproduciamo il sunto della conferenza tenuta


in questa Università dal Chiarissimo Professore Igino Petrone, compi-
lalo dal1'amico Silvio Bonetti e gentilmente favoritoci.
Egli esordisce riaffermando la distinzione, troppo spesso dimentica-
ta, elci diritti dell'uomo in diritti innati, inerenti cioè alla natura umana
indipendentemente dall'estrinsecazione di una qualsiasi volontà, e di..
ritti acquisiti, in seguito a moti dell'umana attività e volontà. Ai diritti
della prima specie appartiene pr.ecisamente il diritto di essere rispettato
nella propria integrità fisica e morale, cioè nella vita e nell'onore. Que-
sto sacro diritto si trasforma anzi per l'uomo in un dovere, e appunto per-
chè si tratta di una qualità inerente alla sua natura, egli non può, nem-
meno spontaneamientc, rinunziarvi. È un sofisma dunque il noto afori-
sma «volenti non fit iniuria », sofisma che si basa sulla confusione dei
diritti innati coi diritti acquisiti, e che è precisamente il punto di par-
tenza logico da cui si arriva alla giustificazione etico.giuridica del duel-
lo. Questo difatti in che si risolve? - In un palio réciproco di aggressione,
in una spontanea.i rinunzia per parte di due individui al proprio diritto
di conservazione. Ma questo è diritto innato, irrinunziabile ed irnpre.
scrittibile; il voler derogarvi per forza di volontà costituisce logica..
mente un assurdo, eticamente un omicidio. - Eppure gli è basandosi
su di un tale sofisma che moltissimi, specie ai dì nostri, non esitarono
a dichiarare il duello azione eticamente lecita, giuridicamente ùnpu.-
nibile.
Stabilita così la natura del duello, il Petrone passa a tracciarne la
genesi e la evoluzione attraverso 1 tempi. Ed accenna anzitutto come
nelle primitive, embrionali, associazioni barbariche, mentre base del di-
ritto era solo la forza, vigesse tuttavia il rispetto per l'integrità fisica e
morale dell'uomo tra gli individui dello stesso gruppo ( 1), e non fosse
lecito attentare ad essa. - Anche nell'antichità c1assica, di Grecia e di

("') [Anche questo paragrafo, che contiene il sunto di una conferenza del
Petrone, ò qui riportato testualmente, quale fu inserito nelle dispense litografiche
dell'anno 1897-1898. Il nome del compilatore delle dispense di tale anno non è
indicato, ma è da tenere per fermo che anch'esse siano state rivedute dal Petrone
(v. sopra, P.1efazione)].
(r) Ciò è confermato anche dal Darwin.

xo. - PcTaosE, Fifoso/Ja ti.:/ d-irillo.


Igino Petrone

Roma, che pur riiube per tanto splendore di civiltà, non si ha traccia
alcuna dcl duello; e ciò principahnente perchè in tali società l'individuo
potesse, sia pure momentaneamente, derogare al diritto della propria
conservazione per un offcsai a lui personalmente diretta. Solo per l'of..
fesa fatta allo Stato era lecito e doveroso l'esporre la propria esistenza.
li cristianesimo ridà all'uomo la coscienza dcl proprio io, mctten..
dolo direttamente di fronte alla Divinità, e persuadendolo essere egli
qualcosa di più e di diverso che un ingranaggio della grande macchina
Stato: gli ridà quindi anche il senso del proprio diritto di essere rispet..
tata nella sua personalità fisica e morale, cioè nella vita e nell'onore.
Qui però il valente Professore si affretta a combattere l'errore, da molti
fatto proprio, che, per la ragioni! suddetta, si debba 1·intracciare nel-
l'idea cristiana il germe logico genetico del duello, pokhè essa idea
all'ispirazione dcl senso indivìdualistico aggiunge l'ispirazione di al-
tri sensi compensatori dell'abuso che di quello si volesse fare, quali il
senso del perdono, dell'amore scambievole, della fiducia di una giusti-
zia oltrcterrcna cui nu11a sfugge.
Altrove deve ricercarsi la idea genetica del duello : e precisamente
ne] fondo di inveterate costumanze germaniche, che le invasioni tra-
sportarono anche in Italia. Presso i Germani prevaleva per tradizione
secolare il più assoluto individualismo, un senso del punto d'onore
spinto al massimo grado e di cui non si aveva nel mondo classico la
mmoma idea [Taine}, associato a quell'altro senso, che la idea cristia-
na combattè sempre con ogni possa : il senso della vendetta. È logico
che Ja rìunione di tali elementi rendesse possibile anche il patto reci-
proco1 di aggressione.
Ndl'idea cristiana - già lo dicemmo - vi era la parte sana del
punto d'onore: e si deve ad uno di quegli strani fenomeni che non pos-
sono bene spiegarsi, ma a cui talora la legge storica soggiace, se nelle co-
scienze dell'età di mezzo si unirono con mostruosa combinazione la bar.
barica costumanza e'd il senso religioso. E per verità nel 1viedio·Evo il
duel1o è adottato come un'istituzione legale, anzi meglio lo si considera
come una prova del volere di Dio, quasi ad esso venendo ad assogget-
tare la Divinità.
Col sopravvenire del soffio vivificatore dei tempi moderni. e collo
sparire degli ordinamenti feudali, si sradicò dalla coscienza umana an-
che iI mostruoso pregiudizio, e logicamente avrebbe dovuto scomparire
tutto il _pregiudizio. Invece ostinatamente si conserva la parte materiale
di esso, che non ha più alcuna giustificazione, e la società borghese lo
Filosofia particolare del diritto
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-
viene anzi circondando a poco a poco di efflorescenze cava11eresche, che
gli fan percorrere un cammino a ritroso. E oggi si è creato un tale am-
biente morale attorno all'istituzione del duello, che la volontà dell'indi·
viduo per quanto ben disposta, si trova impotente a reagire contro il
pregiudizio.
Un gran male, non v'ha dubbio, lo ha apportato e l'apporta l'essersi
da molti, sulla base del noto sofisma, giustificato scientificamente, giu-
ridicamente il duello: e non piccola parte di colpa è da attribuirsi al
posit-ivismo, che colla ostinata negazione dei diritti inerenti aHa natura
umana ha favorito, o almeno permesso, l'assurdo.
Vero è esiste legalizza-la un'altra consimile istituzione, ed è il patte>
reciproco di aggressione tra popoli, la guerra; ciò è ce11amente dolo-
roso, ma vi ha se non altro per questa istituzione la scusante che non
esiste un Tribunale superiore che possa imporsi ai popoli, e che san-
cisca le nonne cui i popoli dovrebbero attenersi per sciogliere le loro
contese, e che sono state raccolte dal diritto internazionale. Nel duello,
ripetiamo, non v'ha questa scusante, certo in pratica di valore im-
menso.
Il Prof. Petrone, continuando, nota la contraddizione in cui ingan-
nati dal solito sofisma, sono caduti due dei più illustri penalisti italiani,
il Berenin.i ed il Ferri, i quali ebbero già a sostenere la giustificazione
etico-giuridica del duello ( 1 ), mentre ora, scossi dal tragico fatto che
ebbe per effetto di privare l'Italia d'una delle sue più belle figure della
letteratura e della politica, si son m~ssi a capo del movimento ostile al
duello. È il caso di dire: meglio tardi che mai!
Ma intanto sin che siamo' su questo benefico cammino, guerra spie-
tata al sofisma logico con cui si è preteso giustificare la barbara ed
anacronistlca istituzione - sofisma del resto .che se generalizzato por-
terebbe l'anarchia in tutti gli ordini sociali - nè più si oda almeno la
voce della scienza elevarsi in favore del duello!
Passando poi a discutere il lato, in certa guisa pratico, del problema,
il Prof. Petrone soggiunge non essere egli di quelli che credono la sola
virtù della legge poter condurre all'abolizione del duello: ma è però·
indubitato che essa per prima deve nel modo più preciso ed efficace con-
dannarlo. - Ed in tal senso, è doveroso e doloroso riconoscerlo, la le-.
gislazione nostra pecca gravemente.

(1) BERENINI, Appunti al codice penale, pag. 71-72; FERRI, Omicidio ~


suicidio.
I gin o Petrone

L~no principalmente, ma ;ondamentak, è il suo torto: di riconoscere


come istituto giuridico autonomo il duello, sia pure nel mentre lo di·
chiara antigiuridico! - Per vero l'aver fatto di tali reati una categoria
.a pmte, ben distinta da quella dei delitti comuni, e l'aver comminato
per essa pene così miti, è cosa eh<! viene a sanzionare in certa guisa il
duello nel punto stesso in cui lo condanna.
Necessario è quindi asso]utamente ( cct il Petrone si compiace di
adt:rirc alle proposte già avanzate in tal senso da illustri penalisti, e. al
progetto presentato dallo stesso Berenini alla Camera) di riformare in
tal senso il codice penale, e far rientrare il duello nella categoria dei
delitti comuni. Certo che non si vuol g-ià con questo uguagliare la re.
spon$abilità cd imputabilità dell'uccisore o feritnrc in duello con quella
dell'uccisore o feritore comune: ma il codice p('nalc al tit. lV libro I
non sancisce forse scusanti che possano scemare cd anche annullare la
imputabilità? Non v'ha la provocazione gTavc, la infcnnìtà di mente etc.?
Anche se in realtà la pena non venfase che poco o nulla aumentata
per coloro che si resero rei di duello, basta l'effetto morale di aver
tolto al duello il carattere dì istituto autonomo, e di attribuirgli la ·qua·
lifica di delitto comune.
Certo che la riforma della legge non basta: occorre anche quella dei
costumi! Ma frattanto si sarà tolto lo sconcio che la legge riconosca nel
.dueJJo un delitto giuridicamente diverso dai soliti.
Un'altra riforma da caldeggiare è che si propongano pene meno ir-
risorie per coloro che provocano pubblicamente un avversario a duello:
.anche qui non tanto come cocrettivo materiale, quanto come correttivo
di effetto morale.
Il Prof. Petrone accerma, in sul finire della sua conferenza, che
sembra riservato al proletariato, il quale non ha tradizioni nè buone nè
cattive da conservare, l'ufficio di cacciare definitivamente il duello dalle
istituzfoni sociali e di questo non si può che rallegrare! Ma se ciò da
una patte lo rallegra, dall'altra lo accora, poichè egli vorrebbe che,
senza aspettare evoluzioni storiche che eonducano al potere una classe
piuttosto che l'altra, tutti gli uomini onesti e amanti della giustizia e del
bene comuni si unissero peT combattere il dueUo prontamente, effi~ace­
mente, ed in modo trionfale. A voi giovani. - egli conclude - che per
-0rdine naturale sarete chiamati a costituire e indirizzare l'ordine so-
ciale, spetta una tale santa missione, cd io ve la affido certo di vederla
da voi adempiuta!
CAPITOLO II

DELLA PROPRIETÀ

La proprietà ha avuto nella storia varie forme; il problema quindi


della. legittimità della proprietà va studiato nei diversi tipi e forme che
essa ha assunto.
J1 diritto. di proprietà non è innato, ma acquisito; innati sono i di..
ritti di esistenza e cli sussistenza, basi remote e biologiche del diritto di
proprietà. La vecchia scuola del diritto naturale affermava essere il di-
ritto di proprietà un cl i ritto naturale, ma errava giacchè trasformava
in assoluto diritto, quc1lo chei non era se non un diritto storico, quindi
relativo cd acquisito. Ciò perchè nella sua indagine essa seguiva il cri-
terio razionalistico e non ricercava la genesi della proprietà, ma pre-
sumeva di tracciarne una genesi ideologica e razionale, una genesi a
Priori.
Di questi fi.Josofi del diritto naturale, varie furono le teorie sulle
origini della proprietà.
Il Groot partiva dall'idea che all'inizio dell'umanità la terra non fos-
se proprietà di nessuno; esistesse cioè la vacanza assoluta dei beni, il
vuoto ideologico. In progresso di tempo alcuni uomini s 1impadronirono
di zone cli terra, che prima erano res mdlius e ne diveJUl.ero proprietari.
In vero non preesistendo alcun diritto, fu il fatto dell'occupazione e
dell'affermazione del possesso di fronte agli altri uomini che fondò il
diritto di proprietà. Questa teoria giustificatrice del Groot parte da una
premessa -che gli studi e le ricerche storiche hanno dimostrato falsa;
la storia della proprietà, infatti, ci dice che prima della formazione del
diritto di proprietà individuale non vi era vacanza assoluta dei beni,_
ma la proprietà collettiva; di guisa che l'occupazione individuale del
terreno viene ad essere occupazione di res alterius, quindi non si ha
più 1a legittimità della, proprietà, ma l'usurpazione e la violazione della
proprietà collettiva.
li Kanrt: ed il Rosm.ini giustificano razionalmente la proprietà, mua-
150 Igino Petrone
~~~~~~~~~~~~~~

vendo dal principio del rispetto della personalità. L'uomo è fine a se


stesso, la persona wnana ha insito nella sua natura il bisogno ed il na·
lural diritto di espandersi nel mondo esterno. Quando I'uomo occupa
w1a zona di terra si può dire che è la persona che si irradia esterior-
mente, e giacchè si ha diritto al rispetto della personalità, così si• ha di.
.ritto al rispetto della proprietà. La proprietà è una proiezione, una
e~'trinsecazione del1a persona. La cosa che è puramente materiale si vivi·
fica coerendo alla personalità i è l'animus che è base razionale della
proprietà.
Questa teoria, proseguita nella sua logica, conduce non già a difen.
dere ìl diritto dì proprietà individuale, ma a scalzarlo. Se la proprietà
è un diritto naturale, tutti dovrebbero essere proprietari. Se il diritto
di proprietà è una forma dd diritto della personalità. il diritto di pro.
prietà deve avere la stessa estensione e lo stesso valore dcl diritto di
personalità. E poichè i1 diritto di perwnalità è uguale e comune a tutti,
comune ed uguale a tutti dovrebbe essere il diritto di proprietà. Tutti
sono persone, dunque tutti dovrebbero essere proprietari. « La mia per·
sonalità - cosi potrebbe dire il proletario al proprietario - ha altret-
tanto diritto di imprimersi al di fuori quanto la vostra». Questa teoria,
adw1que, contraddice col suo assunto: non difende la proprietà come vor-
rebbe, ma conduce al comunismo.
La scuola degli Economisti classici sostenne che la causa prima, la
radice di ogni bene economico stava nel lavoro; ~1 lavoro dunque, se-
condo essi, è la causa prima della proprietà, e col lavoro quindi si giu·
stitica la proprietà. Ma a questa teoria si muovono due obbiezioni
trionfali.
La prima è che il lavoro dà diritto al possesso dei frutti non alla
proprietà della cosa fruttifera, la quale diventa produttiva di valore
grazie al lavoro, ma non è certo un prodotto del lavoro, a cui preesiste
- così la coltivazione della terra dà diritto alla percezione del ricolto,
non alla proprietà perenne deJla terra.
La seconda obbiezione è che questa teoria legittima la proprietà la-
voratrice e non la proprietà non lavoratrice o capitalistica che siasi:
e quindi non legittima la forma storicamente più comune di proprietà,
cioè la proprietà separata dal lavoro o la proprietà della classe non
lavoratrite.
Erronee sono dunque le suesposte teorie che, o per diritto naturale
o per il fatto del lavoro, tentano giustificare la proprietà.
Filosofia particolare del diritto

In realtà è errata la posizione del problema: la proprietà è una


categoria storica e non una categoria logica; bisognerebbe quindi rico-
struire il processo causale delle varie forme storiche della proprietà: la
proprietà è legittima in quanto è prodotto di cause storiche indipendenti
dall'arbitrio umano. La sua legittimità è inunanente nella sua necessità
cli ìatto. ln altri termini la proprietà è legittima sempre che d appare
come unc1 formazione storica necessaria. La filosofia del diritto deve
specitìrn re le diverse forme della proprietà, deve specializzare il pro-
blema clclla legittimità per ogni singola forma.
Tutt'al più se si volesse un minimum <li idee generali intorno alJa
teoria cll'lla proprietà, noi diremmo che il fondamento razionale· della.
proprietà individua.le risulta da due fattori: uno riconas<:iuto dal diritto
naturale cd è il diritto innato della sussistenza, donde nasce l'inviolabi-
lità della persona la quale esercita la sua attività sulle cose esteriori;
l'altro, iI fatto della occupazione e della prescrizione acquisitiva, intesa
nel senso più lato della parola. Questi due fattori vanno associati e con-
tinuati insieme perchè separatamente presi non potrebbero fornirci il
fondamento razionale della proprietà individuale: il diritto innato al-
J'esistenza separato dal fatto dell'occupazione non crea la proprietà,
ma crea un'astratta e vuota pretensione di tutti egualmente a tutto; il
fatto dell'occupazione separato dal diritto innato all'esistenza non sa-
rebbe altro· che un fatto bruto, sfornito di valore razionale e quindi in-
capace a giustificare la proprietà. Uniti insieme, questi due fattori fon-
dano la proprietà individuale : i primi occcupanti sono muniti del diritto
innato all'esistenza non meno di quelli che vengono dopo; avvalendosi
di questo diritto essi hanno appropriata una data cosa del mondo ester-
no; essi sono privilegiati perchè possùlentes; essi hanno un titolo potiore
creato dal fatto stesso della loro occupazione. I non abbienti soprav-
venuti si trovano in una condizione di inferiorità di fronte ai primi oc-
cupanti; allegano essi il ]oro diritto innato all'esistenza? Ed i primi oc..
cupanti possono rispondere che essi pure sono forniti del medesimo diritto.
QucJJo che sarebbe legittimo per i non abbienti - diventare, cioè, pr0-
prictari - deve essere del pari legittimo per i primi occupanti. Tra i
primi occupanti ed i non abbienti sopravvenuti, accanto all'assoluta
eguaglianza di diritto, vi è una differenza che è tutta a vantaggio dei
primi occupanti e la differenza sta precisamente nel fatto della loro
occupazione, Prior hz. tetnpore potior in iure.
Ciò può sembrare anche iniquo : ma bisognerebbe sovvertire tutto
l'ordine delle cose se si volessero abolire le prerogative ed i valori dif·
Igino Petrone

fercnziali cr.eati dalla fortuna, dal fatto di essere nati prima e da tante
altre contingenze inerenti alla imperfezione delle c.ose umane.
L'occupazione di cui si parla va intesa tanto come occupazione indi..
viduale quanto come occupazione collettiva. Nei primi inizi dei grupvi
e delle società umane ha prevalso questa seconda occupazione; ne-i
tempi progrediti ha prevalso invece la prima.
A giustificazione della proprietà individuale allegasi altresì che la
proprietà individuale è una molla potentissima. per sviluppare e rendere
più intensa la produzione. È noto che il motore della produzione econo.
mica è l'interesse individuale. L'individualizzazione della proprietà na..
sce pre.eisamente dal bisogno di accrescere la produzione. È la necessità.
di aumentare la produttività economica in proporzione dell'aumento
crescente della popolazione, è questa necessità eminentemente 1taturalc
e storica, che fonda la vera legittimità della proprietà individuale.

§ I. - Storia, della proprietà

Non s-i può certaniente parlare di proprietà nei primi periodi del-
l'umanità, quando la caccia e la pesca erano le uniche fonti di sostenta-
mento; tutt'al più può parlarsi di proprietà individuale dei prodotti
della caccia e delfu pesca. A questo primo periodo succede il periodo
cleHa pastorizia; Ia terra comincia, come pascolo, ad avere relazione un
poco più intima coll'uomo; neppure cotesta però può chiamarsi vera
proprietà, giacchè non esiste alcun insediamento stabile su una data zo-
na; il bestiame è delle famiglie pastorali, la superficie di terra occupata
è in possesso della tribù errabonda. Ma coll'aumentare della popola.
zione si rende necessaria la cultura della terra e si inizia il periodo agri-
colo. Sul principio la proprietà assoluta del terreno è della tribù, ogni
famiglia ha una zona di terreno <la coltivare per un dato periodo di
tempo, il consiglio degli anziani della tribù ripartisce le diverse zone di
terreno fra le famiglie; anche in questo caso quindi l'insediamento as-
soluto non esiste. Col tempo però la tecnica va sviluppandosi e perfe-
zionandosi, si impiegano capitali sul terreno, comincia a sorgere nel-
l'animo del coltiv~tore una specie di affezione per la terra coltivata;
cosi il termine della retrocessione della terra alle tribù viene prorogato
ed il dominio della tribù va man mano obliterandosi nèl dominio della
famiglia.
La proprietà famigliare non è proprietà individuale, ma di un grup.
Filosofia particolare del diritto 153

po di individui, la famiglia è una unità continuativa. Da ultimo col


processo del tempo l'organismo famigliare si sgretola; da agnatizia la
frutllÌglia diviene rognatizia., perde la sua forza continuativa, si scinde
in gruppi di discendenti; la proprietà di famiglia diventa pmprietà de-
gl'individui; l'individuo acquista la proprietà.
Facendo un'analisi di questa storia cle11a proprietà troviamo che nei
popoli In<liani si ha codesta proprietà di tribù ; così pure nel mondo
greco e nel mondo romano.
Nel mondo romano si è creduto che fino dalle prime origini esistesse
la proprietà individuale. Ciò è falso, la proprietà indivicl.uale non esi-
steva che come prvprietà di cose mobili, la terra era propriet·à collettiva
della tribù. Il fatto stesso che quale unità di valore, in c1uci primi tempi,
usavasi il montone, in vece della moneta, dimostra il dominare di un
regime pastorale in cui certamente il terreno a pascolo doveva essere
un ager publicus. Nel mondo romano però, più rapidamente che presso
altri popoli, si è avuto il passaggio dalla proprietà collettiva alla pro-
prietà di famiglia; e di poi, meno rapidamente, dalla proprietà di fami-
glia alla proprietà individuale. Della prima evoluzione, cioè dalla pro..
prietà di tribit a quelJa di famigJia, non abbiamo molte traccie storiche;
ma tutto il sistema dcl diritto romano anteriore al periodo dell'ellenismo
è un documento stbrico della proprietà di famiglia. Nel diritto romano
antico il vero soggetto giuridico delta proprietà era la famiglia agnati-
zia, l'organismo famigliare. Tale organismo era individuato nella per ..
sona del pater familias; e questa individualizzazione ha fatto credere
che il diritto romano fosse ·un diritto rigidamente individualistico ossia
che la propt"ietà romana fosse individuale nel senso in cui lo si intende
oggi. Ciò è u.n errore. Agli effetti sociali il pater f<Pmilias era rappresen- ,
tante ed organo della famiglia ossia rappresentante ed organo di una ·~
proprietà collettiva e non già un proprietario individuale. È solo col dis- ·~
solversi della famiglia agnatizia, il che si avvera nella evoluzione finale '
del diritto romano, che la proprietà diventa individuale nello stretto senso
della parola.
Nel n1ondo germanico nori e·siste la proprietà individuale della terra:
da prima la proprietà è• della tribù, pci della famiglia. Nel diritto ger.
manico però, a differenza del romano, il patrimonìo fam.igliare non è
individuato nel pater familias, ma esiste il condominio famigliare ed il
padre non è che un amministratore del patrimonio com\Ule; non vi è
l'individualismo, ma vi è la più· pura solidarietà familiare.
Riviviscenza· aristocratica della proprietà di famiglia è il feudalesimo.
r54 Igino Petrone

Nel mondo feudale il patrimonio della famiglia è un fidccomisso ina-


lienabile, e non è proprietà del signore o del feudatario pro tenipo·rc,
ma patrimonio della sua famiglia continuativa. In seguito l'istituzione
del maggiorasco non è che una degenerazione del fidecomisso feudale,
in cui l'organismo ed il patrimonio famigliare viene individuato nel pri-
mogenito.
Nel mondo moderno ancora evidenti sono le traccie della proprietà
collettiva. Cosi in molti comuni dcHa Russia il territorio - ove non sia
proprietà della corona o dci signori - è di proprietà del comune (Mir),
Questi terreni vengono ripartiti fra gli abitanti ed ogni anno o periodo
di anni esiste l'obbligo del ritorno dci terreni alla comunità. La sola
proprietà individuale riconosciuta è la piccola casetta cd il giardino.
Nel mondo irlandese o celtico, si ha la comunità di villaggio (scpt). Nel
mondo slavo rimangono i residui dei rapporti di patronato, di clientela,
di comunità famigliare. In Italia rimangono ma in numero assai scars°'>
in talune regioni {la Sardegna è una specie di oasi di sopravvivenza CO·
munistica] diritti di pascolo, di legnatico, di partecipanza, di ademprivio,
in terreni comunali. Queste forme però di proprietà co.llettiva vanno man
mano pur troppo scomparendo ed il loro scomparire e fondersi in proprietà
individuali rappresenta altrettante violazioni di diritti comunitativi obli-
teratisi nel corso del tempo.
Esisteva dunque, alle origini dell'umanità, la proprietà coUettiva, ma
questa certamente non si deve confondere colla proprietà collettiva che
il socialismo vorrebbe stabilire. Infatti la proprietà collettiva dei primi
tempi è proprietà di tribù ed indi proprietà di famiglia; il futuro co-
munismo non è possesso di famiglia o di tribù, ma dell'intera massa so-
ciale: nell'antico comunismo la proprietà è dell'ente collettivo (tribù o
famiglia), ma l'amministrazione e l'azi<;:nda è sempre individuale; nella
società comunistica auspicata dal moderno collettivismo non solo la pro-
prietà, ma anche l'amministrazione e l'azienda sarebbe collettiva. È
dunque evidente che l'antico comunismo non giustifica come ritorno.
come ricorso storico, l'avvento del comunismo futuro.
Studiati, così, brevemente i due primi stadi della proprietà, cioè
proprietà collettiva e proprietà di famiglia, veniamo a studiare il terzo
stadio: la proprietà individuale.
Primierarilente, come avvenne il passaggio dall'economia famigliare
all'economia moderna?
Abbiamo veduto come nel mondo feudale la proprietà non fosse del
feudatario ma deUa famiglia; come i possessi fossero inalienabili e le
Filosofia particolare del diritto 155
~~~~~~~~~~~~ ~~~~~~~~~

do1me, appunto per il principio della continuità della famiglia, fossero


escluse dalla successione. Bisogna aggiungere a ciò che vastissimi erano
i possedimenti comunali e quelli delle comunità religiose. I locatari
perpetui erano come altrettanti proprietari; eccettuato infatti il canone
e le servitù feudali çhe erano obbligati a prestare, i contadini feudali
e le loro famiglie potevansi ritenere altrettanti proprietari di fatto se
non di nome. Le rivoluzioni e segnatamente le rivoluzioni protestanti,
ingkse e francese, furono le cause principali della distruzione delle
propridit collettive e famiigliari.
Coteste rivoluzioni hanno apparentemente un aspetto religios0-po-
Jitico, ma il loro substrato e la loro origine è certamente economica e
così i loro effetti sono prevalentemente economici; con questa caratteri-
stica ~pccialc che portano alla dissoluzione delle proprietà comunita·
tivc, all'abolizione delic proprietà famigliari e delle locazioni perpetue:
aventi carattere feudale, all'incameramento dei beni di manomorta, alla
vendita cd all'impossessamento di tutti codesti terreni, prima di pro..
prictà collettiva, per parte di individui isolati. Così la rivoluzione an-
glicana porta alla sterrificazione degli antichi proprietari; la rivoluzione
protestante ha per effetto in Germania di produrre la completa espro-
priazione <lei beni ecclesiastici e de] forte ceto dei contadini (Bauer) e
a totale vantaggio del principato laico, dell'aristocrazia e della classe
mìlitart. La rivoluzione francese, poi, fu quella che maggior danno ar-
recò alla proprietà collettiva e famigliare giacchè credendo di abolire i
privilegi feudali venne a distruggere i diritti collettivi che esistevano an-
che prima del periodo feudale. Si vo1le e si credette- democratizzare la
proprietà e non si fece che individuarla. Per questo pregiudizio si aboli-
rono i diritti di pascolo, di legnatico e tutti in genere gli usi civici; si
sancì il principio dell'assoluta alienabilità e divisibilità dei beni; la pro-
prietà di famiglia si individualizzò e si disciolse; alla locazione perpe-
tua prevalse la locazione temporanea; fu deformato e combattuto l'isti.
tuto dell'enfiteusi, in cui per un errore volgare di storia, si ravvisava
un odioso prodotto feudale, mentre l'enfiteusi nei rapporti feudali è il
residuo dell'enfiteusi romana continuata e consolidata e mentre il con-
tadino del medio evo si può dire che fosse un vero e proprio compro-
prietario. Così i locatari perpetui sono diventati salariati; la proprietà
è diventata monopolio assoluto del proprietario individuale, il contadino
non è più che un lavoratore; la cultura si è separata dalla proprietit que-
sta convertendosi nella funzione di proprietario, quella cli lavoratore; sor-
gono in tal modo due figure ben distinte e diverse: del renditiero da
Igino P etrmie
~~~~~~·~~~~~~

una parte che non esercita alcuna funzione sulla terra e che spessissimo
anzi dà luogo al fenomeno dell'assenteismo; del fittaiuolo e del gior-
naliero salasiato dall'altra, che coltiva la terra ed è obbligato a cedere
la massima parte dei frutti del suo lavoro al proprietario del terreno.
Così nella economia moderna individualistica alla locazione perpetua
si sostituisce la locazione temporanea.
Le moderne legislazioni rispecchiano appunto il fenomeno di codesta
evoluzione tendente a far scomparire, come è accaduto in fatto, tutte le
proprietà comunitativc e famigliari. Così vengono aboliti compktamcnte
i maggioraschi ed i fidccomissi; viene concessa asso.Iuta libertà cli testare
e di alienare le terre, l'eguaglianza assoluta dei coeredi anche nella di.
visione materiale del patrimonio. la divisibilità indefinita dei beni. Que-
st'ultima disposizìonc apporta necessariamente allo sminuzzamento par-
cellare e quindi alla vendita delle parcelle impr()(luttive ed alla prnleta-
rizzazione della proprietà. Così la democrazia sorta per spirito di egua-
glianza, ha portato colle sue leggi improvvide alla formazione cd al censo..
lidami:::nto di disuguaglianze ben più grandi; facendo sì che la proprietà
un dì collettiva oggi divenga essenzialmente individuale e che anzi tenda
ad accumularsi nelle mani di pochissimi.
La proprietà mobiliare ha avuto nel mondo moderno il suo più alto
grado di evoluzione. Così mentre nel medio-evo predominava l'econo.
mia rurale, ora invece la proprietà mobiliare ha sopraffatto la prediale.
Questo fatto trova la. sua spiegazione nel progressivo sviluppo che ha
assunto l'attività umana. Nel mondo medievale il mercato si poteva dire
puramente locale, il commercio si riduceva a ben poca cosa ed era in
mano degli abitanti di qualche città marittima privilegiata; l'industria
manifatturiera aveva lo sviluppo richiesto dai bisogni lo.cali. Tutte quante
poi le industrie erano ordinate in corporazioni, in esse esisteva un or-
dine gerarchico di apprendisti, compagni e maestri e per il passaggio da
l'un grado all'altro si richiedeva un lungo tirocinio: nessuno poteva
esercitare una data arte se non era inscritto ad wia corporazione. Que·
sto rigoroso ordinamento era come una garanzia correlativa dcl compra·
tare e dei produttori, a:veva il grandissimo vantaggio di evitare k dan-
nose concorrenze, impediva che sul mercato fosse versata una quantità
esuberante di prodotti.
Nel mondo moderno, i mezzi di trasporto immensamente facilitati,
k grandi scoperte geografiche hanno fatto sì che iJ. mercato è divenuto
rrwndiale, il regime a corporazioni è andato man mano scomparendoi
le invenzioni di mezzi tecnki e meccanici hanno dato uno sviluppo im·
_______ Filoso!:!:__par:~lare del dfr~ _ _ _ _!E

mcil:3D alla. produzione moderna. Questi mezzi tecnici e questi mecca-


nismi, talora costosissimi, dovevano essere, per necessità di cose, quasi
monopolizzati da coloro che possedevano capitali per acquistarli ed
impiegarli. La piccola industria non ha potuto lottare a disparità di
mezzi e di condi•doni colla grande· industria sempre più strapotente e
così dall'antica economia mobiliare ristretta delle corporazioni si è pas-
sati alla fabbrica odierna che rappresenta appunto l'addensarsi del ca-
pitale rn:lle mani di pochi individui ed il predominio assoluto di cotesto
capitale sul lavoro. 1 maestri, i compagni, gli apprendisti delle antiche
.corporazioni clecarlono nella condizione di salariati delle fabbriche; i
manifatturieri autonomi diventano giornalieri dipendenti.
Tale è clunqtie ncJl'epoca moderna l'individualizzazione de1la pro-
prietà fondiaria eia una parte, il rigoglio della proprietà mobiliare dal.
l'altra. L'una e l'altra rappresentano la proprietà individuale della terra
e degli strumenti di produzione pervenuta al suo grado di tensione più
acuto.
L'odierna filosofia clel diritto deve specializzare il problema tecnico
della legittimità della proprietà sulla forma storica della proprietà mo-
derna.
CiO posto, la filosofia <leve analizzare le forme e le categorie del red-
dito o della proprietà inclivi<luale moderna. Queste forme sono la ren..
dita, ossia il reddito del proprietario di terre; il profitto e l'interesse,
ossia il reddito dci propricta1·i del capitai~; il salario ossia il reddito
del lavoratore. Si deve quindi vedere se e fino a che punto sia legittima
la parte <:he nell'economia moderna viene conferita a ciascuno di questi
redditi.

§ 2. - Della rendita fondiaria

Sulla teoria della rendita fondiaria formulata dal Ricardo, svolta


dallo Stuart Mili, associata alle teorie di Marx ed esagerata da Achille
Loria, si costituì una scuola socialista mirante alla. confisca di cotesta
rendita al proprietario ed avente per l'ultima conseguenza la nazionaliz-
zazione della terra.
Vediamo da prima quale è la teoria ricardiana sulla rendita fondiaria.
Sulla superficie del globo le terre presentano un indice di fertilità
diverso, così vi sono terre fertilissime e terre quasi eompletamente ste-
rili. All'inizio del periodo agricolo scarsa è la popolazione e gli uomini
occupano e coltivano una parte minima dei terreni, orbene è certo che
Igino Petrone

questi sono i più fertili e adatli alla cultura ed i prodotti agricoli di


conseguenza hanno un valore equivalente al tenue costo di produzione.
Col progredire del tempo la popolazione va grandemente aumentando;
le poche terre poste a coltivazione più non. bastano coi loro prodotti a
sopperire ai bisogni, si deve ricorrere allora alla cultura cli terre meno
fertili; è certo che i prodotti di que~tc avranno un costo di produzione
superiore a quello dci prodotti delle terre prime coltivate e pilt fer-
tili; ma sul mercato, giacchè tutta quanta la massa dci prodotti è neces..
saria ai bisogni della popolazione, il valore sarà regolato sul costo mas~
simo di produzione cd in tal modo ì coltivatori delle terre più fettili
godranno di un soprarcddito ìndipemlentc dalla loro volontà cd atti-
vità e determinato unìcamcnte dai bisogni della popolazio1w aumentante.
Questo soprareddito costituisce appunto la rendita fondiaria. Ma quale
la causa che costringe l'uomo, incalzato dai bisogni del suo sostenta-
mento, a passare alla coltivazione delle terre meno fertili? La terra
presenta il fenomeno della produttività decrescente, cioè esiste un li·
mite per l'impiego del capitale e del lavoro sul terreno che si direbbe
limite di sa.tura.zion!J', olt1·e il quale il capitale ed il lavoro impiegati non
danno più un reddito proporzionale ma sempre decrescente. Così, men·
tre nelle altre industrie manifatturiere basta l'aumento dcl capitale e
del lavoro per determ~inarc l'aumento della produzione, nell'industria
agricola, l'investimento di nuovi capitali è ostacolata da una produtti-
vità successiva. La produttività decrescer:te spiega la necessità di passare
fatalmente da terre più fertili a terre meno fertili, e sulle stesse terre più
fertili, da investimenti più remunerativi ad investimenti meno remune-
ratìvi, fino a che tutte o quasi le terre toccando il punto di saturazione,
il fenomeno della rendita diventa quasi universale e tristamente op.
pressivo.
Dato che fosse assolutamente vera la teoria ricardiana, è evidente che
Ia rendita fondiaria o sopraprofitto sarebbe una vera usurpazione da
parte dei proprietari di terre fertili, uno sfruttamento ingiusto delle
contingenze e delle necessità del mercato. Come abbiamo già detto, il
prof. Aehille Loria ha esagerata questa teoria ed ha voluto dimostrare
che tutti i danni sociali, tutto il disagio economico dell'epoca attuale de-
rivano da questo fenomeno della rendita. In fatti la rendita che va a
profitto dei proprietari di terre pesa in prevalenza, anzi quasi esclusi-
vamente sulla classe industriale i il eapitalista industriale non può agire
direttamente per difendersi e riserva il suo carico sui lavoratori sala-
riati, quindi, questi soli, per il fenomeno di ripercussione, vengono a
_ _ _ _ _ _ _r_5_9
Filosofia particolare del d,:_ri_·11o

soffrire i danni dell'usurpazione dei proprietari e la causa di questi


danni non è l'usurpazione del capitalista, ma l'usurpazione del proprie-
tario di terre.
~la noi dobbiamo formulare le 5cguenti domande :
I) Esiste attualmente la rendita fondiaria come Ricardo l'ha con·
ccpita?
IJ) 1~ assolutam::-ntc vero il fenomeno della produttività decre-
scente dalla, terra?
III) La fertilità o la sterilità di un terreno è assoluta o relativa?
IV) Il fenomeno del soprareddito è particolare alla sola indu-
stria agricola?
V) Tenuto calcolo della moderna contrattualità dei terreni, pos ..
siamo ~timare la rendita fondiaria un'usurpazione?
Ecco k principali obbiezioni che si fanno alla teoria della rendita
fondiaria e che noi brevemente esporremo:
J) La teoria del Ricardo formulata nel 1817 non era che il ri-
flesso di un fatto storico che in quel momento accadeva. Infatti allora
quasi per reazione ai principi liberali che la rivoluzione frane-ese aveva
banditi, iniziavasi in tutti gli Stati europei il sistema doganale protezio.
nista; effetto, immediato di codesto sistema fu ]'aumento fortissimo dei
prodotti agricoli. Chiusi i mercati e resa impossibile la concorrenza
estera è evidente che agli economisti del tempo dovesse sembrare degno
di osservazione il fatto dei guadagni fortissimi che i proprietari di terre
fertili venivano ad ottenere. Così fu formulata la teoria della rendita
fondiaria che, data la condizione delle cose in quei tempi, si poteva
· ritenere c01ne conforme al vero. Dal 1820 circa fino al 1870 i mercati
rimasero nazionali o tutt'al più europei; i prezzi dei prodotti agricoli~
pur oscillando in pitt od in meno, si conservarono atti in modo che i so.
pra redditi dei proprietari furono abbastanza rilevanti. Ma dal 1870 circa,
i mercati, per effetto della colonizzazione molto estesa, dei mezzi di
trasporto immensamente facilitati, della parziale apertura delle barriere
doganali, sono divenuti mondiali; dai paesi extraeuropei è cominciata
una concorrenza fortissima ai prodotti europei; i prodotti di terre
vergini estremamente fertili si sono riversati in grandissima copia nel-
l'Europa. ritornando così quasi ai primi periodi dell'econo_mia agri-
cola. In tal modo non solo il soprareddito dei proprietari è scomparso,
ma si è avuto anche il fatto dell'abbandono di moltissime terre poco fer.
tili, la cui cultura, per effetto della concorrenza sopra detta, più non è
rimuneratrice. Il fenomeno della rendita è dunque solamente un fatto
160 I gin o P et.rane

storico, transitorio e non permanente e che potrà verificarsi solo quando


j mercati siano chiusi. Il liberismo economico quindi funziona come un
impedimento della rendita: è un sistema preferibile al socialismo agrario
e alla confisca della ren<lita.
II) Abbiamo veduto che nella teoria ricardiana il motivo che spinge
l'uomo, incalzato dai biso.gni del suo sostentamento, alla coltivazione di
terre poco fertili è il fenomeno della produttività decrescente della terra;
ora questo fenomeno è assolutamn1tc vero? È indiscutibile che esista
un limite massimo di saturazione della terra oltre il quale rìmpiego di
capitale e di lavoro dia un reddito decrescente. li prof. Valenti di questa
università tuttavia nei suoi studi di economia agraria ha splendidamente
dimostrato che, dato il progresso encnne di questi ultimi tempi nella
scienza agricola, non può certamente parlarsi di una necessità a di una
legge assoluta della produttività decrescente. La cultura di un terreno
ha per effetto immediato di togliergli degli elementi di fertilità che il
concime stallatico non può <la solo reintegrare e si avrà quindi neces.
sariamcnte dopo qualche tempo l'impoverimento di terreni ed il feno.
meno della produttività decrescente. Ma oggi giorno grazie alla scoperta
della chimica agraria, alla conoscenza della legge di restituzione ed
all'uso provvido e razionale dei concimi chimici noi possiamo restituire
alla terra tutti gli elementi fertilizzanti che essa ha perduto colla col-
tivazione. Così si ha che, col razionale impiego dei concimi chimici,
il reddito dei terreni non è decrescente, anzi entro certi limiti e fino
al punto di saturazione, aumentabile proporzionalmente ai capitali im.
piegati. (Ho detto razionale impiego, perchè l'abuso dei concimi ed il
loro irrazionale impiego non solo non darebbe più un reddito proporzio·
nato, ma finirebbe per arrecare detrimento).
Non è quindi la produttività decrescente una legge così assoluta -
il punto di saturazione non è punto tocco per la massima parte delb
terre coltivate - come pensano i teorici - e di conseguenza non è
così fatale, come si è creduto, il fenomeno della rendita.
III) Come ira gli uomini si hanno attitudini diverse a questo od
a quello studio, a questo od a quel lavoro, così avviene che i terreni non
sono tutti egualmente atti ad una stessa cultura, ed il terreno, fertile per
la coltivazione di un dato prodotto, è sterile per un altro e viceversa.
Così la iertilità della terra - è stato dimostrato da moderni studi ed
esperienze -· non è mai asso1uta, ma relatlva al prodotto che si coltiva.
Se gli uomini> pertanto, dovendo passare alla cultura di altre terre, sa-
pessero alla natura loro uniformarsi e, secondo questa, coltivarle, non
Filosofia particolare del diritto 161
-------
esisterebbero grandi differenze di fertilità e tutte, dal più al meno, sì
eguaglierebbero.
IV) Il fenomeno dcl soprareddito non è certamente particolare
all'agricoltura ma è un fenomeno generale a tutte quante le industrie :
vi ha una rendita dcl capitalista imprenditore rappresentata dai pingui
soprapprofitti industriali; come una rendita del capitalista mutuante,
rappresentata dall'interesse che spesso eccede il tasso o saggio normale.
Del resto in tutti gli ordini della vita possiamo constatare valori
differenziali e prerogative determinate dalle congiunture favorevoli:
in quasi tutti gli ordini della vita vediamo pe1turbata da molteplici
impedimenti la relazione logica di causalità tra sforzo e remunerazione,
tra merito e trattamento.
E si osserva una specie di paradossale fenomeno per cui i soprared-
diti diversi e contrari si conguagliano e si elidono.
I mali presenti non derivano dal fenomeno economico della rendita,
ma dal1a eccessiva individualizzazione della proprietà fondiaria, do-
vuta alle cause storiche precedentemente accennate.
V) Abbiamo veduto che il fenomeno della rendita, come I'inten.
deva Ricardo, non è una legge necessaria ed assoluta della costitu.
zione economica, ma - dato anche che lo fosse - non si potrà asso-
lutamente sostenere che gli attuali proprietari dei terreni godano gra..
tuitamente del soprapprofitto.
Sappiamo infatti, che - per effetto delle moderne legislazioni - la
terra non presenta più limite alcuno di contrattualità. Or bene nella
mobilizzazione della terra è certo che i successivi proprietari acquirenti
avranno dovuto pagare e capitalizzare nel prezzo d'acquisto la rendita che
il terreno potrebbe arrecare loro. Questa rendita, per tanto, non sarà più
gratuita, ma un semplice interesse del capitale impiegato nel terreno.
Il soprapprofitto percepito dal proprietario - ammesso che questo
soprapprofitto vi sia - non è più quindi un'usurpazione: ed una in·
giustizia grandissima sarebbe la confisca della rendita e la nazionaliz.
zaziòne del suolo.

§ 3. - Del profitto

Il problema della legittimità della proprietà mobiliare si traduce


nel problema della legittimità del profitto.
Il Marx ha sul profitto una teoria critica, che egli chiama della
Plusvalenza, che noi esporremo.

u. - P.ETRONI!:, Filosofia del diritto.


Igino Petrone

Già nel secolo scorso ]'economista Galiani, e dopo di lui i teorici


della economia classica inglese, formularono e sostennero la tesi che
il valore di una merce fosse dato unicamente dal lavoro occorso a pro..
durla. Il Marx tesoreggiò questa teoria per criticare il fenomeno del
profitto e se ne fece un'arma potentissima contro il presente ordina~
mento economico.sociale.
Premettiamo questa nozione: il valore è di due sorta : valore d'1tso
e valore di scam.bio. Il valore d'uso d'una merce è dato dall'utilità
della merce stessa: il valore di scambio è il rapporto di permutabilità
delle merci. Or bene, secondo Marx il valore di scambio di una merce
è dato unicamente dal lavoro incorporato nella merce medesima. Le
merci hanno valori d'uso differcntissimi: come si spiegherebbe il feno-
meno dello scambio se esse, accanto a questa diversità, non avessero un
elemento comune in cui coincidono? Or bene questo elemento comune
che rende possibile la permutabilità e l'equivalenza delk merci è appunl<>
il lavoro concretato, conglutinato nelle merci medesime. È adunque il
lavoro la sostanza costitutiva del valore. Ma se il valore di cambio
è dato unicamente dal lavoro, ne segue che tutta la massa dei valori
dovrebbe essere posseduta dai lavoratori.
Come va invece che nella economia capitalistica ha luogo il con.
f.rario?
Ecco il problema grave che si propone il Marx e che egli risolve nel
seguente modo :
Nel Medio-evo gli strumenti del lavoro erano semplicissimi e di
poco costo e sopra tutto l'esiguo capitale richiesto dalla piccola industria
era di proprietà dello stesso lavoratore. Oggi invece il capitale è dive.
nuto funzione esclusiva della classe dei capitalisti ed il lavoro, asser.
vito al capitale, è il retaggio della classe dei proletari lavorato.ri. Nella
economia -capitalistica moderna il lavoro rappresenta anch'esso una
mereè e, come tale, ha un valore d'uso ed uno di scambio.
It valore cli cambio della. merce-lavoro si detennina, come quello di
ogni altra merce, dalla quantità di lavoro in essa incorporato.
Ora qu~e è in ultima istanza il lavoro incorporato nella merce.la.
voro o nella forza di lavoro?
È la media quantità dei viveri necessari per mantenere la forza di
lavoro, ossia per far vivere il lavoratore. Adunque il valore di c3.rnbio
del lavoro è l'equivalente del consumo della persona dcl lavoratore e
l'equivalente dei mezzi di sostentamento che lo fanno vivere.
Ma la merce-lavoro oltre ad un valore di cambio ha un valore di
Filosofia particolare del diritto

uso, ossia rappresenta un'utilità produttiva per il capitalista che la com-


pera, assai maggiore del suo valore di cambio. La forza di lavoro
è una merce tutta speciale: essa è, cioè, una sorgente produttiva di
valori superiori al valore di cambio della merce stessa: essa produce
immensan1ente più che non consumi; ha un valore d'uso immensamente
superiore al valore di cambio; vale più che non costa.
li capitalista che compera la forza-lavoro ne paga solo il valore di
eambio, ossia il necessario pel sostentamento e per la riproduzione
della forza-lavoro, ma ne usurpa tutto il valore di uso che è molto su-
periore. Perchè la produttività del lavoro è di gran lunga maggiore
del prezzo mercantile del lavoro ossia del salario. Invero è il lavoro che
è la sola esclusiva sorgente di tutti i valori. Il lavoro ha un valore di
cambio (ossia un dato salario), ma il valore di cambio dei prodotti del
lavoro (ossia l'utilità produttiva o il valore d'uso della forza di lavoro)
è molto maggiore del valore di cambio della loro sorgente produttiva.
Il capitalista adunque paga un dato valore di cambio ma usurpa tutta
la produttività del lavoro. Questa differenza tra quello che il lavoro ef-
fettivamente produce di valori e quello che il capitalista corrisponde al
lavoratore, questa differenza tra il valore d'uso ed il valore di cambio
della merce-lavoro, questa differenza tra quello che il lavoro vale
o dovrebbe valere e quello invece che costa al capitalista, questa diffe-
renza tra il valore e la somma dei valori prodotti dal lavoro chiamasi
plusvalenza e soprapprofitto che è usurpato dal capitalista.
Diamo un esempio. Il valore di cambio della forza.lavoro è equi-
valente a quello che è necessario pel mantenimento o sostentamento
giornaliero della forza medesima. Ora poniamo che la spesa giornaliera
di un operaio ammonti a tre scellini, ebbene altrettanto sarà if valore di
cambio delle forze di lui ossia la mercede che il capitalista gli corri·
sponde. Ma credete voi che~ in una giornata di lavoro di 10 o 12 ore
il lavoratore produca al capitalista soltanto tre scellini? Tutt'altro:
il lavoro è la forza magica che crea assai più valori che non ne consumi
per vivere : il lavoro consuma tre scellini ma ne produce assai più,
per es. : sei. Il capitalista adunque che fa? paga tre scellini e ne gua-
dagna, invece, sei, ossia ha tre scellini di plusvalenza, di soprapprofitto,
in soprappiù. Adunque nello scambio o nel mercato del lavoro non è
serbata la legge dell'equivalenza: una parte dà assai meno di quello che
riceve. Il capitalista ha un profitto, perchè egli' riceve sei e restituisce
soltanto tre.
Questo profitto storicamente cresce e si accumula : si crea così un'ac-
cumulazione capitalistica : e si crea e conserva una classe capitalistica
la quale non lavora, ma vive profittando sul lavoro altrui non pagato
adeguatamente.
La plusvalenza cresce necessariamente col diminuire del salario,
quindi l'interesse grandissimo del capitalista di tener bassi i salari : ciò
egli ottiene aumentando le ore di lavoro, impiegando le forze più de.
boli (donne, fanciulli) assai meno retribuite, introducendo largamente
l'uso delle macchine. Per effetto di questi provvedimenti, oltre aWac.
.crescere la plusvalenza, il capitalista viene a formare un'armata di
riscr'lJa., costituita da un numero grandissimo di lavoratori disoccupati,
'(hc crea una concorrenza fortissima sul mercato del lavoro e fa sì
che i salari si mantengono ad un prezzo assai basso.
La teoria di Marx sul profitto è una specie <lì rinascita della teoria
del prodotto netto. I Fisiocratici sostenevano che nelle industrie ma.
nifatturicre il valore del prodotto non facesse che reintegrare sic et
simPl1'.citer la somma degli elementi che han concorso alla produzione,
senza creare alcun nuovo valore, alcun aumento della ricchezza pree-
sistente, cioè si avesse il semplice prodotto lordo. La sola industria agri·
cola, come quella che approfitta delle forze gratuite della terra, aumenta
la ricchezza e dà un prodotto netto; la sola forza magica della terra _crea
un nu-0vo valore. Analogamente il Marx. pensa che il capitale ed i
mezzi di produzione non danno prodotto netto, cioè non danno nuovi
va.lori.
Nel prodotto manufatto si ha la reintegrazione sic et simplicitcr del
capitale occorso a produrlo (valore della materia prima, logoro degli
.strumenti) più un elemento nuovo e di nuova creazione che è dato dal
lavoro. Nella tecnica produttiva la massa del capitale resta la stessa,
il prodotto è l'addizione àritmetica dei suoi fattori: l'umanità, se fosse
.affidata al solo capitale, non farebbe nessun passo innanzi : ogni ciclo di
produzione sarebbe l'esatto equivalente del ciclo preesistente.
Se l'umanità va innanzi! se vi ha un aumento di ricchezza e la pro-
duzione supera il consumo, se oltre a reintegrare gli elementi incorporati
crea elementi nuovi, se vi ha una forma di beni sottratta al consumo dei
produttori perchè superiore alla massa dei beni necessari al consumo,
ciò lo si deve alla virtù creativa e produttiva del lavoro. Si deve al la·
voro il nuovo valore creato da ogni ciclo di produzione: si deve al la-
voro se il manufatto non è solo l'addizione aritmetica dei suoi elementi,
ma la loro moltiplicazione.
Filosofia particolare del diritto

Crilica della teoria del Marx

Questa teoria del Marx ha gran fondo di vero, ma non giustifica le


sue illazioni. È certo che in senso latissimo il lavoro ossia la, tecnica
umana produce nuovi valori, giacchè imprime ad elementi inerti una
nuova vita che certo rappresenta un quid di più della pura somma o
addizione numerica degli elementi medesimi. Ma altro è il lavoro preso
in questo senso latissimo di tecnica universale umana, ed altro è la fun..
tione dcl lavoratore. Coopera, è anzi l'agente direttivo del lavoro,
anche J'imprcnditon.: capitalista: e perchè questi non dovrebbe per..
cepire una remunerazione dcl suo lavoro produttivo, che è appunto uno
degli clementi del profitto? La teoria del Marx non può essere giustifi-
cata che intendendo il lavoro nel senso amplissimo di esperienza produt..
tiva dcl1a tecnica umana: intanto le sue con-elusioni non sono fondate
che sopra una erronea materializzazione del lavoro. Egli tien conto
cioè del solo lavoro meccanico, sussidiario, materiale del salariato.
Che poi il capitale diventi produttivo di nuovi valori e di nuove
ricchezze solo grazie al lavoro, noi non lo neghiamo. Ma che perciò?
È vero anche l'inverso: la funzione del lavorato.re senza l'intervento
del capitalista non avrebbe mezzo di potersi esercitare e quindi sarebbe
praticamente sterile ed improduttiva. Sono due elementi correlativi,
il capitale ed il lavoro, di cui l'uno ha bisogno dell'altro. L'astrazione
che li separa si libra nel vuoto. Il capitale adunque ha diritto ad una
remunerazione per il suo intervento complementare e strumentale nella
funzione produttiva. Ed il 1Marx ha solo parzialmente ragione in
quanto tale remunerazione è sproporzionata ed eccessiva.
È gratuita la tesi che il profitto sia solo rappresentato dalla usurpa-
zione della plusvalenza. Interviene come condizione formatrice del capi·
tale e determinante del profitto anche l'astinenza ed il rispannio. Certo
l'astinenza sarebbe impossibile se la tecnica umana non creasse una
produzione eccedente la necessità del consumo. Certo in virtù della ere-
dità e della continuità storica, gli agenti che godono i prodotti dell'a-
stinenza e del risparmio non sono sempre gli stessi agenti che si sono
astenuti o che hanno risparmiato. Essi godono una prerogativa che non
hanno meritata direttamente. Ma ciò non toglie che l'astinenza ed il ri-
sparmio esista come necessario presupposto e come necessario elemento
di ogni ciclo della tecnica produttiva e debba avere la sua parte nella
ripartizione dei vantaggi della produzione.
166 Igino Petrone

f..: poi erronea la tesi fondamentale della teoria, che cioè il valore
sia il prodotto del solo lavoro. li valore è una funzione complessa di
tutti gli clementi della produzione e non è la funzione semplice di un
elemento solo.

§ 4. - Dell'interesse

li capitale può essere posseduto dall'imprenditq1re e può ~alora


non essere di proprietà dell'imprenditore; in questo caso nella odierna
economia sorge una terza figura <li capitalista: il capitalista mutuante.
Da una parte si ha una persona munita di capacità industriale, di atti~
tudint a dirigere una data impresa, di attività sufficiente a ben rego-
larla, ma priva dei mezzi necessari a stabilirla ed a farla fruttare; da).
l'altra una persona munita dì t::apitali ma che o non sa o no11 può, o
1

non vuole applicarli all'industria: ira queste due persone interviene


un contratto: la seconda cede alla prirna i suoi capitali, ossia il suo
danaro, e questa si obbliga di restituirli dopo un certo tempo più una data
somma stabilita, che si dice saggio od interesse del capitale. Questo sag..
gio sul danaro 1nutuat01 è esso legittimo?
Nei periodi di economia naturale lavoratrice il mutuo era destinato
solo a scopo di consumo improduttivo ed il danaro era stimato quindi
infruttifero (dr. Aristotele). Il diritto canonico accettò e svolse questa
teoria dichiarando illegittimo l'interesse del danaro e riuscendo a far
proibire in alcuni Stati i mutui fruttiferi. L'unico interesse, riconosciuto
legittimo, del danaro prestato, era una ricompensa per la privazione del
danaro stesso e per l'eventuale danno o perdita che potesse soffrire il
mutuante.
Nell'economia moderna la percezione degli interessi appare come l'ef.
fetta della produttività dei capitali. Non è più il mutuo per scopi di
consumo quello che prevale: ma il mutuo per scopi di destinazione prc..
duttiva. Il danaro mutuato destinato alla produzione interviene come
coefficiente della medesima. Certo il danaro sarebbe improduttivo ed
infecondo qualora rimanesse inerte e non associato al lavoro ed alla
capacità personale dell'imprenditore; ma rispettivamente poi la capa-
cità dell'imprenditore non avrebbe buon risultato, quando non fosse sus~
sidiata dai capitali necessari all'impresa. Così se il mutuatario ricava.
utili dal capitale mutuato è giusto che il <apitalista mutuante ne debba
.essere partecipe. Se non che mentre il mutuatario è respon:sabile di
tutti i rischi dell'impresa, il mutuante è disinteressato completamente
Filosofia particolare del diritto

da rssa; pertanto sarà legittimo l'interesse del capitale qualora coniw


sponda ad una quota del profitto medio che un mediocre imprenditore
potrebbe percepire, fatta detrazione del rischio; e sarà illegittimo quando
si regoli sul profitto dell'imprenditore più abile o sul profitto massimo,
perchè allora il mutuante inoperoso viene ad usurpare i vantaggi cleUa
operosità e dcl merito altrui.
Si ha quindi un ordine anormale di rapporti quando il capitalista
impone all'imprenditore, che abbisogna di capitali, un saggio d'interesse
altissimo, non guardando i prOOt~i che percepisce un mediocre impren..
<litore, ma quelli dcl migliore e dcl più accorto. Evidente è l'ingiustizia
e l'illegittimità di un tale saggio; e sarebbe anche da censurare il so--
fi<ma democratico di rendere liberi ed indipendenti da vincoli la con·
trattuazione ed i rapporti economici e sarebbe consigliabile una legge
che determinasse il maximum degl'interessi o affidasse la periodica de-
terminazione di questo maximum alle camere di Commercio (specie
di scala mobile degli interessi) se pur troppo reiterate esperienze non
ci persuadessero che le leggi restrittive sono facilmente eluse dalla frode
dell'usuraio e reagiscono a danno di quella stessa classe di debitori
che si vorrebbe proteggere.

§ s. - Del salario

Conseguenza necessaria dell'odierna economia capitalistica e del-


l'individualizzazione della proprietà, è il sistema del salario.
L'economia classka ha elevato il salariato a categoria assoluta, quasi
supponendo che la retribuzione al lavoratore, come è intesa e praticata
attualmente, sia necessaria ed universale. Il salariato iiwe€e è una
forma economica essenzialmente storica ed ha origini moderne, come già
precedentemente abbiamo dimostrato.
Il salario è effetto di una transazione che interviene fra il lavoratore
e t'impreriditore, per cui l'imp1:enditore anticipa al lavoratore wia data
.somma e questi presta il suo lavoro, disinteressandosi completamente
al reddito ed ai rischi dell'impresa. Il lavoro sappiamo che è un bene
futuro, perchè fra l'impiego del lavoro e l'ottenimento del prodotto,
che ne è l'effetto, trascorre un certo tempo; ora il lavoratore possiede
questo bene futw·o, ma è, nell'economia odierna, assolutamente sfornito
di beni economici attuali che servano cioè alla soddisfazione dei bi·
sogni necessari della vita quotidiana; il capitalista, all'opposto, si trova
168 Igino Petrone

al possesso dì questi beni attuali e li cede al lavoratore che in compenso


gli presta tutta la sua opera produttrice di beni futuri. È evidente, per.
tanto, che, qualora non esistesse, come di fatto non esisteva nel medio~
evo, la distinzione fra le due classi di quelli che posseggono capitali e
di quelli che altro non hanno che il loro lavoro, non potrebbe sussistere
il sistema del salariato.
II problema che no.i d proponiamo è di vedere fino a qual punto il
salario sia equa retribuzione del lavoro.
Ritardo formulò la teoria dcl sala-rio minimo: il salario non eccede
mai il puro minimo necessario a reintegrare nel lavoratore le forze spese
nel lavora ed a conservarlo in vita. Egli basava 'la sua teoria su questi
concetti : Poniamo che per le condizioni del tnercato si elevi il salario
degli operai; è certo che tutto quanto il loro regime di vita si eleverà;
ora quale è la conseguenza immediata di un relativo benessere &ono..
mica? L'aumento di prolificità; deve quindi necessariamente avvenire
che in breve tempo l'aumento della popolazione lavoratrice produce una
sovrabbondanza di offe1ta di lavoro e conseguentemente una depres·
sione dei salari.
Questa teoria pessimista del Ricardo fu tesoreggiata da Ferdinando
Lassalle che, fonnulando la così detta legge di bronzo, affermò che la
retribuzione odierna dell'operaio era costituita dal solo salario de&
fame.
Carlo Marx alla teoria del Ricardo ha aggiunto un elemento causale
certamente più ingegnoso e fondato: l'armata di riserva. Come già
abbiamo detto essa è costituita da una moltitudine di operai disoccupati,
ai quali l'impiego delle mac.chine nella produzione ha tolto il lavoro, e
che ha; per effetto principale di creare una forte concorrenza sul mer-
cato del lavoro e quindi di generare la diminuzione del salario·.
Qualora le suesposte teorie fossero assolutamente vere e fondate,
condurrebbero alla completa condanna dell'attuale sistema economico;
ma parecchie sono le loro inesattezze ed i loro errori.
Secondo Ricardo è l'aumento di popolazione, causato <lalfaumento
del benessere economico, che produce la dèpressione d.el salario; or
bene, è provato dalla statistica che le classi più sono povere e maggiore
è la loro prolificità, per il fatto che i meno abbienti nulla avendo da
conservare non sentono alcun stimolo di previdenza e non pongono
nessun freno alla riproduzione. È certo quindi che qualora la classe ape·
raia migliorasse la propria condizione, anzi che aversi un aumento nella
Filosofia parUcolare del diritto

prolificità, si avrebbe una diminuizione o almeno la popolazione lavora ..


trice sarebbe stazionaria.
Oltre a dò Ricardo nel formulare la sua teoria, non osservò la legge
del tempo; infatti, come figurarsi un aumento subitaneo ed improvviso
di popolazione per effetto deJJ'aum.ento del salario? Mentre una genera-
zione cresce e diviene atta al lavoro, un'altra si estingue; se si verifica
dunque un aumento esso non può essere che assai lento; d'altra pa1te
poi <::ol progresso dcl tempo nuovi bisogni si creano, quindi nuove indu-
strie, che costituiscono nuovi modi d'impiego per la popoJazione cre-
scente.
Certamente più forte e più fondatOI è l'elemento che il Marx ha ag-
giunto a sostegno del1a teoria ricardiana del salario minimo. Infatti,
chi può negare che il macchinismo crea una .classe lavoratrice di riserva
che esercita una fortissima depressione del salario? È altrettanto vero
però che l'organizzazione sempre più forte degli operai pone ostacolo
alla funzione dell'armata di riserva. In oltre, per parecchie ragioni e
tra queste non ultima la concon-enza e Ja lotta esterna delle div.erse
industrie capitalistiche fra loro, si verifica una specie di solidarietà in..
terna fra gJi uomini della fabbrica e gli imprenditori e così, come av-
viene in effetti in Inghilterra ed in America, questi si accontentano di
profitti modesti e danno agli operai salari discreti. Ma oltre all'accresci.
mento dei salari, alcunj accenni di miglioramento nèlle condizioni deUa
classe dei lavoratori salariati si hanno nei sistemi, che sempre più vanno
estendendo§i, delle cooperative operaie e delle partecipazi-oni a.i profitti.
Nella cooperativa operaia si hanno lavoratori che assumono, in nome col-
lettivo, una data impresa; ciascun operaio viene quindi ad essere parte-
cipe del reddito dell'impresa e del lavoro. Questo sistema è adatto per
quelle imprese ove si richiede in massima parte l'opera materiale del
lavoratore, non è possibile quando siano richiesti grandi capitali (come
si verifica appunto nelle fabbriche). In questo caso buonissimo è l'altro
sistema della partecipazione ai profitti; un imprenditore fornisce una
parte dei capitali, l'altra è divisa in azioni che possono essere deH'ope-
raio, il quale percepisce il salario, più quel tanto che gli spetta come pro·
fitto in proporzione delle azioni che possiede.
Il precipuo problema filosofico.giuridico a cui dà luogo l'argomento
del salario è queJlo del contratto dì lavoro.
Nelle legislazioni moderne, mentre troviamo regolati da norme e
disposizioni sp~ciali tutti quanti gli atti ed i mezzi giuridici, vediamo in·
vece fasciato all'arbitrio ciò che si riferisce a} contratto di lavoro. Così
r70 Igino Petrone

nel codice nostro troviamo due articoli solamente ( 1626-1628) che si


riferiscono a questa materia. Il concetto. che ha ispirato il legislatore in
questi articoli è di impedire il iitorno alle servitù perpetue. Evidente.
mente pertanto essi costituiscono un anacronismo ed un'inutile imita-
zione del codice francese perchè i danni che si lamentano oggi dipen.
dono piuttosto dalla precarietà e dalla temporaneità del lavoro, e quindi
dalla possibilità della disoccupazione, che dal possibile onere della per.
petuità.
Nelle legislazioni moderne o,ccorrerebbc regolare i rapporti fra lavo-
ratori ed imprenditori in quanto al salario, alla durata delle ore cli la.
voro, alla responsabilità degli infortuni sul lavoro etc.
CAPITOLO III

ESPOSIZIONE E CRITICA
DEL SOCIALISMO CONTEMPORANEO

lVIillc c. trecento anni avanti Cristo troviamo nell'isola dì Creta una


forma di comunismo di persone e <li beni che serve a modello delle leggi
di Licurgo e d\ cui in Platone (de republica) si ha un riflesso dottri-
nario. Un esempio tipico di comunismo religioso ed economico l'ab-
biamo ne11a comJUnione Gerosolimitana ispirata a sentimenti di affiore,
di carità, di eguaglianza. A questo comunismo hanno fatto seguito tutte
le associazioni comunistiche religiose che partivano dal concetto cri-
stiano di pace, di eguaglianza, di povertà.
Il Moro in Inghilterra ha utopistiche tendenze di comunismo, ed in
seguito altri filosofi e pensatori adornano, per dir così, con efflorescenze
romantiche i loro ideali comunistici. I precurs01·i del moderno colletti-
vismo scientifico, non bisogna ricercarli fra questi, ma bensì fra gli
scrittori e filosofi francesi e tedeschi. Così il eonte di Saint Simon, che
considera e studia il periodo dell'età moderna industriale, senza avere
però una intuizione chiara del collettivismo; il Blanc che formula il di-
ritto al lavoro, precorrendo il .socialismo di stato; il Fourier che pur
avendo concezioni genialissime in materia di cooperazione ha tendenze
assai utopistiche; il Robertus, il Marlo ed a.Itri.
I veri fondatori del socialismo moderno, detto socialismo scientifico
o comunismo critico, sono Carlo Marx e Federico Engels, che col Mani-
festo dei coinunisti ( 1848) gettarono le vere basi del socialismo. Altro
documento importantissimo del socialismo scientifico è, oltre le opere
di quei due, il programma di Gotha (1875) fo1mulato dai discepoli na-
zionalisti di Lassalle e dai Marxisti ed in cui erano ammesse ed amal-
gamate le une e le altre teorie. Il programma di Erfurth (1891) è come
la tesi e l'ultima parola del comunismo.
Per intendere adeguatamente il. socialismo contemporaneo bisogna
fare alcune distinzioni.
Cominciamo pertanto dal differenziare il comunismo nel senso più
ristretto della parola quale era vagheggiato da Platone e da tutti gli
utopisti, dal collettivismo scientifico odierno.
Il comunismo era comunione non solo del capitale o dci mezzi di
produzione, ma anche dci inczzi di consumo: importava quindi vita,
pasti, dormitori comuni.
Il commùsmo moderno o coJlcttivismo non importa altro che co..
munanza dei beni destinati alla produzione, vale a dire del capitale,
della terra, delle macchine! degli attrezzi etc. ; e non vuol dire comunio.
ne dei beni destinati al consumo.
II collettivismo poi si contrappone al comunismo utopistico roman~
tico. Questo si fonda sopra astratti principi ideali di giustizia, di egua.
glianza, di fratellanza umana; nuove dal presuppm•to ideologico che
sia il mondo govermato dall'arbitrio umano, q>però modificando le
menti e le idee si modifichi l'ordine sociale. Il collettivismo si fonda
sulla eoncezionc materialistica della storia ed ha come principio che pri·
tna si modifi.cano le condizioni materiali e poi la coscienza umana.
Esso quindi non condanna l'attuale sistema in nome de1la giustizia,
ma ne studia la dinamica interna, sapendo che quel sistema porta già
in se stesso i genni della distruzione : e basta che questo sistema si
esplichi nel suo estremo sviluppo logico e pervenga al grado più acuto
di tensione perchè esso si dissolva spontaneamente come quello che ha
da sè in se stesso il suo proprio corrosivo.
Il socialismo scientifico aspetta l'avvento della socializzazione del ca-
pitale e dei mezzi produttivi dallo stesso processo logico del capitalismo.
La legge della proletarizzazione che governa il sistema capitalistico
è quella che mena al socialismo.
Essa consiste nell'aumento terribile e sempre progressivo del nu·
mero dei proletari causato dallo sviluppo grandissimo e strapotente del-
la grandè industria; j piccoli proprietari ed i piceoli industriali che an-
cora rimangono debbono scomparire per divenire salariati, indi prole-
tari. Il giorno in cui si avrà una massa innumerevole di miserabili sfrut.
tati da una esigua classe di capitalisti, che. nelle loro mani avranno a.e..
cumulata tutta quanta la ricchezza, per forza di cose la piccola classe
capitalista sarà espropriata ed in tal modo si giungerà alla proprietà
collettiva.
La dissoluzione del capitalismo è determinata altresì dal fatto che
presto o tardi si sprigioneranno le antagonistiche tendenze che vi sono
contenute e compresse.
Filosofia particolare del diritto 173

Nel capitalismo vi è una profonda contraddizione interna: la produ.


zìone nelJa fabbrica è collettivistica, la ripartizione è individualistica.
Ora questa contraddizione rende il sistema insostenibile. Il socialismo,
creatura Jogica del capitalismo, vuole rimossa questa contraddizione:
esso continua il collettivismo della produzione che vi è nel sistema ca.
pitalistico e lo armonizza col collettivismo della ripartizione.
II socialismo scientifico, adunque, non osteggia lo sviluppo della bor-
ghesia: esso sa invece .che solo dove quello sviluppo sia pervenuto fino
all'assurdo, solo alJora l'avvento del comunismo diventa inevitabile: la
società comunistica futura è una fabbrica universale, come la fabbrica
capitalistica d'oggi è una miniatura del comunismo futuro.
Il comunismo romantico è catastrofico e pensa che una rivoluzione
istantanea, non preparata da lento accumulo di cause, possa rimutare
da capo a fondo tutto l'ordinamento sociale. Il socialismo scientifico. in-
vece ha una concezione evolutiva e genetica: esso sì aspetta l'avvento
del comunismo dal lento accumulo delle cause e dal graduale avverarsi
delle condizioni in cui può essere il nuovo sistema. La concezione di
questa evoluzione non è peraltro idilliaca, che cioè spontaneamente si
possa passare dall'un sistema all'altro senza esplosione, senza lotte;
no, l'evoluzione preparerà le condizioni e queste, maturate, esplode-
ranno a suo tempo lacerando il connettivo sociale; vi Sarà la lotta per la
reazione dci rimasugli del sistema corroso.
Dopo l'esposizione procediamo alla critica. Ed ora ci domandiamo:
nel regime sociale moderno è vero assolutamente che vi siano condi-
zioni immanenti che conducono necessariamente alla naturale e spon-
tanea evoluzione socialistica? La legge della proletarizzazione si av~
vererà completamente?
L'Hobson distingue nella produzione moderna le industrie quanti-
tative e le industrie qualitative; deLla prima specie sono le industrie
che tendono alla produzione di grandi masse omogenee di prodotti che
soddisfano a bisogni egualmente sentiti da tutti gli uomini e di consu-
mo universale, delle seconde sono quelle industrie in cui predomina non
il tipo omogeneo, ma Io specifico, e che soddisfana< a bisogni sentiti
diversamente, più da una categoria di persone che da un'altra. Quelle
possono essere monopolizzate e prodotte nelle grandi fabbriche ed il
macchinismo può avere in esse immense ed utilissime applicazioni;
queste, invece, stante l'eterogeneità dei bisogni umani, sono irriducibili
alla grande industria e richiedono una produzione autonoma artigiana,
in cui predomina il lavoro manuale ed è coefficiente importantissimo
174 Igino Petrone

l'a1tc. Così stando le cose, prolet"a.rizzazione potrà esservi nelle indu-


strie quantitative, in cui l'aumento della produzione è proporzionale al-
l'aumento dei capitali impiegati, ed i piccoli produttori, deficienti di
mezzi, saranno schiacciati dalla concorrenza insostenibile deUe grandi
fabbriche i ma nelle industrie qualitative, la p1-oletarizzazione sarà im-
possibile giacchè predomina sempre in esse l'operosità individuale e )a
genialità dell'operaio. A ciò bisogna aggitmgere che se la grande indu·
stria forma come la parte prominente della struttura economica moder-
na., attraverso i meandri di questa struttura si insinua.no le' piccol~ indu-
strie 111 quali sommate assieme costituiscono non poca parte dell'econo.
mia modern·a, sebbene sieno meno appariscenti e visibili e non potrau..
110 mai <lisparire.
Il collettivismo della produzione adunque non sarà mai applicabile
alle piccole industrie ed alle industrie qualitative in genere.
Oltre a dò il .collettivismo dell~ produzione non è applicabile alla
industria agricola: alla quale non è applicabile nemmene> la legge di
assorbimento delle piccole industrie nelle grandi. La forma capitalistica
della produzionei come ha chiarito il Marshall, si sviluppa nelle in.
dustrie soggette alla legge dei compensi crescenti e non già nelle industrie
soggette a11a legge dei compensi decrescenti, in cui quello svjluppo
è frenato dal raggiungimento del limite di saturazione. Tipica di
queste industrie soggette a1lal legge dei compensi decrescenti è l'.indu-
stria agricola la quale, quindi, offre poco margine alla forma capitali-
stica della produzione, cioè al collettivismo produttivo.
All'industria agricola non è applicabile su vasta scala il macchini.
smo nella completa divjsione del lavoro. In verità il macchinismo è ap-
plicabile solo ove sia dato scomporre il processo tecnico della produ-
zione in momenti semp1icissimi, perchè la energia della macchina è es.
senzialmente unilaterale e non può compiere che una funzione sola ben~
chè sia atta: a, ripeterla continuamente.
Occorre altresì raccogliere i momenti diversi della produzione sotto
unica impre-sa direttiva e spingere fino ai termini che il tornaconto con.
siglia l'esercizio continuativo dello strumento; Ora le condizioni dell'in.
dustria agricola sono ben diverse da quelle che rendono applicabili il mac-
chinismo. Le operazioni in cui si scompone l'industria agricola sono succes-
sive e non simultanee; l'azienda rurale è soggetta in oltre alle vicende
delle stagioni ed alle esigenze che crea l'estensione topografica del luogo.
Non si verifica quindi nell'industria agricola 1'esercizio continuativo
deJla macchina; è assurdo pensare che la terra diventi una fabbrica col
Fiwsofia particolare del diritto 175

corrispondente accentramento delle forze di lavoro. La fabbrica con·


centra in una zona limitatissima di spazio tutta un immensa serie di
1

operazioni produttive e tutta una massa numerosissima di lavoratori :


laddove la vicenda delle stagioni che governa l'agricoltura e l'estensione e
la distanza del suolo allontanano anzichè avvicinare, disperdono anzichè
concentrare.
Per effetto del limite di saturazione la gran<lé industria agricola non
può rendere soprannumeraria la piccola coltura, non può attuarla, as-
sorbirla, proletarizzarla: ciò è appunto un gran limite al1a applicazione
dcl capitalismo nella terra.
Una ce11a proletarizzazione dell'agricoltura si è verificata nei paesi
dell'Europa occidentale dal 1870 in poi; ma la causa di questa prole-
tarizzazione non è stata la presunta azione assorbente esercitata dalla
grande industria agricola interna, ma la concorrenza esterna e trans-
atlantica. L> quale concorrenza porta bensi al decadimento della pic-
cola industria agricola europea, ma fiacca e deprime in pari tempo la
stessa grande industria europea.
Non si tratta adunque affatto della legge di proletarizzazione, la
quale importa eccesso di miseria da un 1ato, ma eccesso di ricchezza da
un altro; si tratta bensì di miseria generale progressiva, dalla quale
non può nascere una società comunistica, perchè questa, secondo i so-
cialisti, si germina da un eccesso di ricchezza monopoJizzata da pochi
privilegiati e non già da una generale miseria.
Adunque il collettivismo è inapplicabile alle industrie qualitative ed
in gran parte a tutta la industria agricola. Il collettivismo può essere
soltanto parziale, applicabile cioè alla grande industria di fabbrica.
I socialisti concepiscono il futuro comunismo, come una società col-
lettivistica universale. In questo• i socialisti si sono completamente illusi,
!JOn tenendo conto delle diversità di razze e di condizioni, delle diffe-
renze di sviluppo intellettuale dei diversi popoli della terra.
Da queste differenze che pure sono tanto notevoli, ne viene necessa-
riamente che qualora le condizioni fossero mature in un popolo per
l'avvento del socialismo in un altro paese non sarebbero ancora baste ..
1

volmt!nte progredite; quincli la socializzazione simultanea non potrebbe


avvenire, ma di qui sorgerebbe una lotta economica e politica fra i di.
versi paesi. Il paese a regime socialista per esigenza di difesa contro
i paesi a regime non socialista dovrebbe avere uno' Stato, una burocra-
zia, un esercito, una classe militare; non sarebbe una società di lavora..
tori cioè a dire, non sarebbe una società comunistica. Che se poi i1
1
r76 Igino Petrone

paese socialista volesse isolarsi e difendersi dagli altri paesi non so-
cialisti ricorrendo a barriere doganali o a muraglie cinesi, allora non
avremmo più uno Stato socialista, ma avremmo una società powèra e
debole vivente a base di protezionismo; una economia nana e non già
una economia progredita; una economia di piccoli produttori e di pie.
coli borghesi e non già una economia collettivista.
La storia non è stata tutta vissuta, nè è progredita simultaneamente,
onde il socialismo unitario non potrà applicare le sue formule se non in
un periodo ipotetico e lontanissimo <li contemporanea ed universale diffe.
renziazionc delle società umane.
III.

UN NUOVO SAGGIO SULLA CONCEZIONE


MATERIALISTICA DELLA STORIA
Al noto libro in memoria del manifesto dei comunisti, il profes·
sore A. Labriola ha fatto seguire, a breve corso di tempo, un libro, più
denso ancora di pensiero, intitolato Del materialismo storico. Dilucida.
"ione preliminare('). In esso che, in verità, è più che duucidazione pre-
liminare, egli chiarisce e formula, nelle sue linee fondamentali, la teoria
della concezione materialistica de11a storia, cioè a dire quella teoria
che intende a spiegare, in: ultima istanza o in ultima analisi, ogni fatto
ed ognr manifestazione della storia per via della sottostante struttura
economica.
I ;criteri, originali per alcnni rispetti, ai quali s'inform~ questo
nuovo saggio di materialismo storico, sono i seguenti:
a1) la genesi teoretica del materialismo storico sta in una veduta
metodologica, la quale, superando l'angolo visuale di tutte le ideologi!!,
discerne le condizioni oggettive determinanti della storia dalle idea-
zioni ausiliarìe~o dagl'involucri ideologici o dalle rappresentazioni psico1o-
giche, attraverso le quali quelle .condizioni sono diventate operative
nelle funzioni psichiche dei soggetti e nei rapporti della vita sociale;
ed in una veduta critica la quale, oltrepassando il puro empirismo dci
dati, delle esperienze e delle realità immediate, discerne, nella struttura
del mon:do storico, le forme più prominenti e le stratificazioni più su·
perficiali, .che sono, ad un tempo, le più visibili o le prime ad esser
vedute ed in cui la mente empirica e dogmatica ha ravvisato, per secoli,
il nocciolo della storia, dal sottostrato profondo e dalle condizioni u1-
time determinanti, le quali, benchè siano meno appariscenti e visibili
a prima giunta, sono, in ultima analisi, la causa ed il segreto intimo
del processo storico;
b) tali ideazioni ausiliarie e tali stratificazion~ &uperficiali non
sono, per altro, una proiezione ideologica arbitraria e voluta a disegno,
o un'atcessione fittizia o intenzionale, o un effetto e una derivazione ac-

(1) Prof. A:noNIO LABRIOLA, Del mate1'ialismo storico. Dilmidazicme prelimi-


nare, Roma, E. Loescher, 1896.
180 Igino Petrone

ticlentale, o, insomm~ un fardello inutile, vtnutosi sovrapponendo


alle condizioni oggettive determinanti della! storia : sono, bensì, un pro·
cesso di mediazione, diretta o riflessa, delle condizioni stesse, e segnano,
come dire, il divenire della causalità dialettica di quelle condizioni;
causalità dialettica che si vuol d\stingucre dalla causalità logica e
formale della comune filosofia;
e) e però il materialismo storico non riassume, nè può volet
riassunto l'ufficio suo nel semplice ritradurre in fraseologia economica.
tutte le manifestazioni della storia; ossia esso non procede con l'iso-
lare e con l'astrarre idcologicamt'nte il cosidetto nwmimto economic'a
da.gli altri coelììcienti della vita storica per indi oggettivarlo ed esten-
derlo e generalizzarlo a tutti gli aspetti dcl divenire sociale umano;
esso intende, bensì, ad una percezione genetica, evolutiva, dialettica di
quel processo intimo di derivazione e di continuità operativa che
kga le altre manifestazioni della storia alla struttura economica, cd è
persuaso che, nel mondo storico, nocciolo e scorza è tutt'uno, com'ebbe
a1 dire il Grethc, e che la sintesi della vita non è riducibile concettual.
mente e categoricamente nell'analisi empirica dcl conoscimento;
d) nè questo processo genetico, evolutivo, dialettico delle con~
dizioni economiche detcm1inanti nelle forme variate e complesse della
storia va interpretato come l'espressione d'un imperativo fatale, assoluto
ed incondizionale della evoluzione storica, o come il simbolo d'un pro-
cesso astratto, logico, geometrico e prospettico ; ehè anzi la sua no-
Zione essenzialmente eniP1'.rica e circostanziata, ossia relativa a deter-
minate coodizioni positive di fatto - questi dati istrumenti tecnici, que-
sta data partizione del lavoro, questa data differenziazione di classe e
così via - di guisa che il movimento storico sia concepito sempre come
una formp,zione specificata di specificate con.dizioni;
e) la struttura economica dominante 1 ossia questa o quella strut..
tura positiva e circostanziata, d~termina tutte le altre manifestazioni
della storia; ma i prodotti derivati da essa vanno distinti come in due
serie, delle quali la prima abbraccia i prodotti immediati, diretti e di
primo grado, quali sono la fornia-zione, l'attrito, l'erosione delle cla.ssi,
la correspettività dei rapporti regolativi del diritto e della morale e
l'istituto dello· Stato conte ordinamento positivo di un determinato d"o-
mi11io di classe o di u~uJ. detérminata accomodazione di clrusi in una
1

società di disuguali per effetto di differenziazione economica. I prodotti


della seconda. serie sono quelli indiretti, mediati e di secondo grado,
Un n"ovo saggio s"lla concezione materialistica della storia 181

quali l'indirizzo e gli obbietti del pensiero nelle produzioni dell'arte,


della- religione e della scienza, ossia le ideologie d'ogni maniera i
f) i prodotti di primo e di secondo grado, « per gl'interessi che
creano, per gli abiti che ingenerano, per le persone che .coordinano, spe-
cificandone I'animo e le inclinazioni, tendono a fissarsi e ad isolarsi
come per sè stanti» ( 1 ); di guisa che il pensiero empirico che ne obli-
/eta le origini, se li rappresenta come prodotti o, meglio, come fattori
autonomi ed indipendenti e, per effetto di tale obliterarsi della loro na-
tura derivata, essi si rivelano, alla coscienza in cui operano, come mo-
tivi originari. E tra i primi prodotti ed i secondi vi è poi questa dif-
ferenza, che nei prodotti di primo grado il processo di derivazione è
più riconoscibile e diretto, pcrchè essi sono una vera oggettivazione dei
rapporti economici; mentre nei prodotti di secondo grado il processo
di derivazione è più indiretto e lontano, e la mediazione dalle con-
dizioni determinanti ai prodotti determinati è molto complicata, spesso
tortuosa e sottile, nè sempre facile a decifrare;
g) i prodotti cd i derivati de1le condizioni economiche non sono
legati necessariamente alle condizioni stesse da un rapporto di con..
gruenza razionale; ossia le forme giuridiche, le istituzioni politiche,
le ideazioni artistiche, scientifiche, religiose possono non essere state
coriispettive secondo ragione alle condizioni economiche determinanti,
e questa; o quella forma di diritto, poniamo, o questo a quell'organismo
di Stato aver più presto pregiudicato che giovato, per errore degli uo-
mini, a quel dominio di classe o a quell'accomodazione di classi che era
la condizione determinante di quel diritto e di quello Stato, senza che
da questo sia dato conchiudere che quel diritto e quello Stato non siano
stati il derivato di quelle condizioni;
li) l'oggettività della concezione materialistica della storia si prova
e si cimenta· nei periodi critici e rivoluzionari, nei quali si condensa,
in ultima analisi, il movimento della storia, si palesano allo stato di
tensione acuta le antitesi e le contraddizioni determinate dalle inegua-
glianze e dalJa differenziazione economica, e si addimostrano visibil-
mente le alterazioni _profonde e radicali dei rapporti economici, gene-
rative delle future trasformazioni dei rapporti giuridici e politici e delle
ideazioni scientifiche, artistiche e religiose.
Da questa designazione sommaria e riassuntiva delle linee fonda-
mentali del suo concepimento storico è facile riconoscere quale pro-

(1) Pag. IIO. Pag. 91 della 211. ediz.


182 Igino Pefrone

gresso segni, dal punto di veduta di quella che i Francesi chiamerob.


bero fornw d' esprù, la trattazione del Labriola sovra altre maniere
ond'è stata semplificata di recente la teoria del materialismo storico.
Anzitutto quella veduta critica su cui essa si appoggia1 e che pr0-
fessa di superare l'empirismo dei dati immediati, prominenti e appa.
riscenti del mondo storico per fermarsi a quel substrato oggettivo
che si nasconde nelle viscere: delle cose e si dissimula alle esperienze
primitive ed irriflesse dc11a mente inconsapevole, è lì per attestarci che
questa interpretazione della storia, la quale, nel contenuto, è recisamente
materialistica, nèlla sua genesi e nella sua forma dottrinale, è il distil-
lato di una forma raffinata d'idealismo critico e di oxéip1ç filosofica. Il
nesso orgnico, che è concepito tra lo stesso substrato economico e le sue
derivazioni immediate o mediate, e la nozione dialettica di quel processo
cli mediazione per cui le condìzioni ceonomiche si traducono o si pre·
sume che si traducano nei motivi della coscienza, nelle obbiettivazioni
giuridiche e politic.he e nelle ideazioni scientifiche, artistiche e religiose,
assicurano a questa dottrina una evidente superiorità di fronte a quel·
l'altra forma di materialismo storico, che, ingenua e dogmatica nelle
sue affrettate conclusioni, volgare e sem.plie'istica, nella sua maniera di
concepimento, non sapeva vedere tra il presunto momento economico e
gli altri coefficienti della vita storica che un rapporto meccanico di a<:-
costamento o sovrapposizione o di accessione arbitraria e macchinale. La
distinzione clei prodotti diretti e di primo grado dai prodotti secondari
e riflessi, la recisa avvertenza della natura complicata e tortuosa e varia.
mente dissimulata del processo dì evoluzione di questi ultimi, il riconosci.
mento espresso. della fWlzione attiva dei prodotti stessi e che segue al
venirsi obliterando nella coscienza umana delle prime origini di essi, con·
feriscono a questa forma di materiaJismo storieo quel grado superiore
di finezza di fronte alle altre, e quell'apparenza di maggior valore di·
mostrativo che vanta, poniamo, la psicogenesi dell'associazione e della
evoluzione sul nudo e gretto empirismo degli Helvetius e dei d'Holbach.
Non mai le vedute del Marx e dell'Engels avevano avuto fin qui un
chiarimento più seducente o erano state con pari finezza di acume e pari
novità d'intuizione tracciate e formulate; ed i1 materialismo storico cli
questo Jibro, pur non cessando di essere quello che è, ha, almeno, il medto,
riconoscibile dagli avversari, di essere inteso e formolato quale può in~
tenderlo e formolarlo un culto.re critico di filosofia ed un Aufkliirer.
Ma non finezza di filosofo nè abilità o maestria di dialettica con.
ferirà mai a una dottrina quel valore cli verità oggettiva che essa non
Un nuovo saggio s1<1la concezione materialistica della storia 183

abbia in sè stessa; ed io, pur riconosciuti i pregi di questo libro del


Labriola, sono convinto fermamente che il suo materialismQI storico, per
le vedute e per i procedimenti metodologici e critici, e per alcuni aspetti
parziali dcl contenuto positivo, può arrecare notevoli, e forse non bene
apprezzati, contributi alla storiografia; ma non può essere quello che
in fondo esso vorrebbe es~ere o vorrebbe pretendere che fosse : una
concezione nè prospettica, nè unitaria, ma pur sempre universale, e
quindi, si voglia o no, filosofica della storiai umana.
E, prima di tutto, il concetto fondamentale- della concezione materia-
li~tica, ossia la forma speciale di relazione che essa interpone tra la
struttura economica e le altre.o forme della storia, ha valore puramente
congcttllrale e difetta di ogni prova analitica, storica e di fatto. La
storia cd i fatti ci danno Ja reciprocità, la corrispondenza, l'interdi-
pendtnza dei fenomeni economici e degli altri fenomeni storici: l'una
e gli altri non ci danno la causalità dialettica degli uni negli altri, nè la
dipendenza o la derivazione riflessa d.ei secondi dai primi. Il materia-
lismo storico. partecipa in ciò le lacune ed i vizi del materialismo psi-
cologico~ il quale ultimo vede anch'esso tra i fenomeni somatici ed i
fenomeni psichici un legame di derivazione causale, quando l'esperienza
dei fatti ci autorizza solo a concludere un rapporto di corrispondenza
o di parallelismo, e quindi, se mai, di coincidenza occasionale o corre-
lativa, e non già di effettuazione o di divenire causale degli uni dagli
altri.
Per prevenire obbiezioni di questo genere il Labriola fa capo, certo
con acume, alla pretesa irriducibilità del materialismo storico, di sua
natura genetico, evolutivo, dialettico, nei termini di un'analisi empirica,
al procedere tortuoso e poco decifrabile della mediazione dalle condi-
zioni determinanti ai prodotti detenninati, e finalmente al fatto, ovvero
al concetto, per cui il movimento genetico della storia si esplica nei soli
momenti critici, nei quali la dialettica causativa della struttura economica
si presume perspicua el visibile e bella e provata. Ma queste ragioni,
che hanno anch'esse, al volta loro, valore ipotetico e congetturale e che;
non spiegano, ma vogliono essere spiegate, potrebbero tutt'al più me-
nare a concludere che non si può negare a priori ed in anticipazione
la possibilità teoretica di una concezione materialistica della storia, non
già che sì possa o si debba affermare, in via positiva, la oggettività
della teoria stessa. Conseguenza di quelle ragioni sarebbe il puro agno-
sticismo, quando non fosse un dogmatismo poggiato su base ipotetica,
e, se anche probabile, certo tuttora non provata. Nè è savio insistere
Igino Petrone

molto sulla iniducibilità della teoria nei termini angusti dell'analisi;


perchè la conoscenza umana è di sua natura analisi e notornia., com.e in-
segnò il Vico, degli clementi delle cose; epperò la irriducibilità della
teoria alI'analisi si traduce in una irridudbilità della teoria stessa
alle forme ed ai processi della conoscenza, e quindi alla sua incono-
scibilità radicale.
Quello che nella concezione materialistica della storia pare a noi
che sia un principio non provato, e che pure sta a so:;tegno- della teoria
stessa, è il principio espresso e formolatO dal Marx, che segna l'inver-
sione radicale dalla psicologia alla economia, ed a norma dd quale
non le forme dcUa coscienza, detcnnùw.n-o lessere dell'twmo, ma il modo
di ·e-ssere determina ùwece le forme della cosciem:a. Gi~1 un modo di
essere dell'uomo senza una forma di coscienza, se non idealmente ante-
riore, almeno parallela a quel modo di essere, è, forse e senza forse,
un'astrazione ideologica vuota di realtà oggettiva; e la genesi della
coscienza dalle esperienze esteriori .come la pretesa formazione delle
strutture fisio-psicologiche dai processi della trasmissione o della con..
servazione di. quelle esperienze o dei risultati di quelle esperienze, sono
tuttora, anche dopo le nuove prove dedotte dalla teoria dell'associazione
e da quella deJJ'evoluzionc, una rifioritura dogmatica del vecchio em-
pirismo della male intesa tabida. rasa. Come la conoscenza segna l'e-
stremo limite irriducibile della percezione dell'essere, così la coscienza
e le sue forme e le sue energie segnano l'estremo limite irriducibile
dell'attività originaria ed iniziale del soggetto umano. Tutto nel mondo
storico ci attesta la interdipendenza e la corrclatività ed il consenso
dei fenomeni; ma se tra glì uni e gli altri si dovesse formolare un.a re.
lazione dì causalità o di divenire dialettico, è da credere che la psicologia
naturale dell'uomo vanterebbe a buon diritto la sua priorità sulle condi-
zioni dell'ambiiente economico artificiale e le conseguenti partizioni
del lavoro e delle classi.
Sono pronto a riconoscere che il diritto storico di fatto, o il fena-
meno giuridico, sia una derivazione, più o meno diretta o immediata,
del processo di differenziazione sociale, perchè in una comunanza di
uguali a tipo di struttura om-0geneo e indiviso nessuna coordinazione o
subordinazione positiva di rapporti è, rigorosamente parlando, conce-
pibile, e quindi una morfologia sociale e giuridica propriamente detta
manca. Sono del pari non alieno dal riconoscere che il diritto e lo Stato,
ed intendo sempre il diritto e lo Stato storico e di fatto, siano, in linea
generale e con le, debite riserve, la sanzione autoritativa di un dato
Un mwvo saggio sulla concezione materialistica della storia 185

dominio di classe o di gruppi e, più spesso ancora, l'ordinamento po·


~itivo d'una data accomodazione o d'un dato compromesso di classi o
d'interessi, specie quando in tale fatto si ravvisi l'espressione d'un fe...
nomcno relativo e circostanziato a determinate condizioni storiche po-
sitive e non il simbolo d'un fato inesorabile, foggiato ad uso e con-
sumo dottrinak dcl pessimismo sistematico. E sono pronto a riconoscere
l'una cosa e non alieno dal riconoscere l'altra, perchè reputo ufficio del
cultore di filosofia. discernere nettamente l'ordine empirico dall'ordine
razionale, la storia da11a scienza, il fatto da11a legge, l'essere o l'essere
stato ncJ tempo dal dover essere secondo ragione-; e perchè penso che
si possa c. si debba rivendicare altamente-i diritti della giustizia oggct..
tiva. cd assoluta, senza, per questo, negar fede, in via di fatto, alla man-
chevolezza, alle deviazioni ed ai perve11imcnti dell'ordine storico e fr_
nomcnico dci rapporti umani. Ma, pur avendo riconosciuto tutto ciò,
mi sia lecito di dubitare che il materialismo storico fornisca argomenti
atti a dimostrare che 1a differenziazione sociale si traduca e risolva
ne11a sola differenziazione economica, consecutiva alla formazione di
un ambiente artificiale per mezzo dei trovati della tecnica produttiva.
E penso che la d(fferenzia,zione fisio-psicologica, chiamiamola pure· così,
deve aver almeno pre]uso a quell'altra, determinando, con l'inegua-
glianza primitiva e di fatto deUe attitudini individuali e con la distri-'
buzione eterogenea e sarei per dire differenziale dei poteri di assimila..
zione e di acquisto dei mezzi: esteriori, le condizioni a priori dello stesso
differenziarsi d'ell'economiia e della corrispom.dente struttura e mor-
fologia sociale, giuridica e politica.
Arbitraria e congetturale è poi quella derivazione delle ideazioni
morali, artistiche e religiose dalle condizioni della struttura economica;
e può dirsi che quell'aspetto di parziale verità, che non manca nella
teoria dei prodotti di primo grado, difetti in quella dei prodotti di se.
condo gr.ado. Il miraggio seducente di quel processo di mediazione sot-
tile, tortuoso e complicato, che pare voglia rispondere a tutte le dìffi-
coltà con l'espediente di eluderle, non vieterà a nessuno di credere
ad un primo. sentimento estetico o morale o ad un sentimento o co-
scienza religiosa, prima ed originaria, del genere umano, quand'anche i
fenomeni e. le rappresentazioni artistiche e morali e religiose, a causa
appunto dell'influsso fenomenico al quale soggiacciono, procedano sto-
ricamente associati in intimo consenso con altri fenomeni della vita so·
ciale. La presenza dell'animismo o delle religioni polidemoniche nell'orda
comunistica primitiva consegna agl'interpreti della concezione materia.
186 Igino Petrone

listica della storia il bizzarro problema della presenza di un prodotto


spirituale di secondo grado, quale l'ideazione religiosa, in una comu.
nanza di soggetti umani, nella quale, per comune accordo, difettano ì
prodotti immediati e di primo grado, quali il diritto e lo Stato! E lepre-
tese ideologie occorre almeno distinguere in due forme diverse tra
loro; le une che oggettivano l'esperienza della vita del di fuori e la
traducono in categorie concettuali e la fonnolano sub specie aetern-i.
tatis; e queste ideologie od astrazioni fraseologiche di natura empirica
possono benissimo rientrare, per indiretto ed attraverso un sottile pro-
cesso di mediazione, nei limiti della concezione materialistica della storia.
Ma v'ha altre forme d'i<lcologic, che non sono punto astrazioni concet·
tuali dell'empirismo, ma intuizioni razionali, che trascendono ogni
esperienza, che oltrepassano le condizioni del tempo e <lello spazio,
che si librano nelle regioni di un mondo ideale, superiore ai fenomeni
ed alla loro manchevolezza. Queste forme d 'ideologie, che sono al di
sopra dei limiti dcl contenuto storico, e pur sono tanta parte dei pra..
dotti intellettuali della storia e spiegano tanta efficacia d'irradiazione
morale suUa coscienza del genere umano, non saranno mai riducibili
all'ambito angustissimo del materialismo storico per la contraddizione
che 1tol consente.
Vano è confidare che la concezione materialistica fornisca la ra-
gione sufficient<I dei prodotti superidri ed immateriali dello. spirito
umano f Come fornirà essa, poniamo, la ragione sufficiente del cristia-
nesimo? In qual nuovo, misterioso ed ignoto trovato de11a tecnica produt-
tiva risolverà essa, in ultima analisi, il sermone della montagna? O
crederà di spiegare l'efficacia di propaganda dell'idea cristiana coi do-
lori, le sofferenze e le conseguenti aspirazioni messianiche del preteso
proletariato del tempo? Evidentemente il materialismo storico è troppo
piccola e trQppo povera cosa per spiegare una ideotogia così grande, così
serenamente divina!
La concezione materialistica della storia, specie nella forata
impressale dall'A., potrà dar ragione di molta parte di quelle mani-
festazioni storiche, le quali concernono i rapporti e gl'interessi mate~
riali della vita, e dar ragione di molta parte di quelle fonne del pen-
siero e di quelle ideazioni ausiliarie che vi si connettono e vi sono ridu-
cibili per ·processo di mediazione lontana ed indiretta; ma non fornirà
mai la ragione sufficiente di quelle manifestazioni superiori dello spirito
umano, che per loro natura sono assolutamente irriducibili alle forme
dell'economia, ai rapporti della produzione e della tecnica, alla forma-
Un nuovo saggio sulla concezione materiaUstica della storia 187

zione ed alla erosione delle classi. Il materialismo storico non può van-
tare quella universalità di contenuto, che è un presupposto indispensa-
bile per spiegare, senza deformarli o convellerli col sofisma, gli aspetti
complessi della storia del genere umano.
Nata, come i suoi stessi interpreti riconoscono, dalle viscere de1la
filosofia del proletariato, e germinata da1la consapevolezza che il comu-
nismo critico è venuto acquistando, o si presume che sia venuto acqui-
stando, dc Ila crisi e della erosione interna della economia capitalistica
dominante, la concezione materialistica della storia trnverà un'applica-
zione ed una riprova nella storia contemoranea, nella quale effettiva-
mente le condizioni economiche hanno determinato, per diretto e per
indiretto, molti altri fenomeni della vita sociale. E ciò si spiega facil-
mente ove si pensi che in nessun altro periodo della storia ricordata, un
po' per i trovati de11a tecnica produttiva, ma un poco, altresì, per re-
moti e poco apprezzati moventi morali, le condizioni della struttura
economica hanno esercitata un'azjone così decisiva su la vita ed i rap-
porti degli uomini consociati. Ma discioglierla dalla economia capi-
talistica dominante, dal cui fondo è pullulata, per estenderla all'univer-
salità della storia umana è tutt'uno che oggettivare l'esperienza del mo-
mento, traducendola in una categoria concettuale e formblandoJa sub
specie m.·ternitat-is.
Evidentemente il comunismo critico, questa pretesa rivelazione della
ideologia degli altri, come tutte le forze giovani e balde che si avviano
alla conquista, ha foggiato anch'esso la ideologia sua; e l'ha chiamata
co1zcezionc materialistita della storia.
IV.

L'IDEOLOGIA DEL ROSMINI


E QUELLA DEGLI ALTRI
Per valutare l'opera di un filosofo, il criterio più sano è quello di
esaminarla in funzione di quella degli altri filosofi. Quel che più im-
po11a è di saggiare il contributo particolare che egli ha portato all'uni-
versalità del pensiero filosofico: i] qual contributo non si può determi-
nare, nè circoscrivere, senza porlo in relazione col contributo reso da..
gli altri. È il suo valore di posizione nella stOI;a della filosofia (più che
il suo valore assoluto) che va analizzato e misurato.
Questo va fatto in breve e nelle somme linee, per ]a, teoria de11a cono-
scenza di Antonio Rosmini.
Di già il filosofo - con que1la pienezza di accorgimento cosciente
che si associa alle grandi concezioni intellettuali - nella parte sto-
rico-critica del suo Nuovo Saggio, ha determinato, con precisione -e lim-
pidità mirabile, la posizione che egli ha assunto nella storia della filo-
sofia, al cospetto del problema ideologico. Arbitro sovrano nella lotta
della ideologia empirica e della ideologia idealistica, egli trova l'una
peccare per difetto e l'altra per eccesso. L'una elude il problema, perch~
non sa rendersi ragione de11a legittimità di ·esso e perchè non ne conce..
pisce la portata ed il valore : l'altra si propone il problema, ma, a risol-
verlo insinua e deduce elern:enti, presunzioni e postulati non necessari,
superflui, inutili e quindi non veri. La sua ideologia al cospetto delle
altre forme classiche dell'idealiSmo gnoseologico è ordinata ad attuare
la legge del minimo mezzo; una legge che l'economia politica ha oggi
fatta sua, ma che non è puramente economica, è bensì di portata co..
smica ed universale. Nella economia della natura come nell'economia
del pensiero filosofico la semplicità <lei processi è il solo segreto per col-
pire e penetrare appienq la complessità degli eventi.
Platone intende per primo la necessità di un a priori ideologico :
ma lo intende in una forma mitologica e rappresentativa. L'a priori
è una prescienza concreta e corpulenta, come si direbbe con frase Vi-
chiana. Tutti i fenomeni particolari sono stati preconosciuti in un di
là estramondano, e la conoscenza attuale non è che il risveglio, il ri-
cordo di quella prescienza assopita ed obliterata. Tutte le idee, quindi,
meglio ancora tutti i eone<. tti particolari sono preesistenti alla espe.
ricm:a; senza che l'analisi nwlccola re dei progressi della conoscenza
1

abbia tentato di ridurre questo assurdo pluralismo dell'a priori platonico


neII'unità e nella semplicitài di una idea sola, di una idea madre e ge-
neratrice dell'ordine ideale, di un atto puro e primitivo dell'intelletto.
Nella mente del Leibniz il pensiero platonico assurge ad una pro.
fonda correzione interna. La prescienza ·obliterata non è più concreta,
corpulenta e, direi quasi, empiricamente individuata e circostanziata.
Le percezioni incoscienti del Leibniz sono una rappresentazione oscura
e come un conato di contrazione e di rispecchiamento dcl di fuori nel
di dentro: e non una conoscenza chiara, circoscritta e concreta, nè una
appercezione latente o obliterata. Sono un nisus, un intimo sforzo for.
mativo della conoscenza, un atto ìmrnancntc della forza rappresenta-
tiva della monade e non una conoscenza preformata. Il dinamismo
Leibniziano è alieno dalla mitologia dtlla prescienza ab extra.. Tuttavia
neanche egli attua la legge dcl minimo mezzo nella soluzione del pt'Q.
blerna conoscitivo. Le sue piccole percezioni o percezioni incoscienti
sono sempre delle percezioni particolari cd individuc, il suo a priori
è sempre materiale : la corpulenza empirica della prescienza platonica
si scolora nell'incosciente leibniziano, ma non si estingue: in una pa·
rola, la sua funzione a pn'.on: è sempre una funzione rappresentativa1
è sempre una percezione, una intellezione o, per dir meglio, un plura·
lismo di percezioni e di intellezioni particolari; e non già un lume intel..
1ettuale, un principio di intelligibilità universale, una forma o un atto
puro dell'int<lletto.
Il trapasso dall'a pri<iri materiale all'a priori formale, dal pluralismo
delle percezioni e delle intellezioni all'unità del principio d'intelligi.
bilità è segnato, nella storia della filosofia, dal pensiero kantiano. Le
intuizioni o fanne pure della sensibilità, le categorie, le idee della ra-
gion. pura sono rigidamente formali e prescindono da ogni lieve traccia
di contenuto materiale, il quale è dato solo ed esclusivamente dalla
esperienza sensata. Ma è un trapasso, che, mentre esorbita nei risultati,
si chiarisce difettivo nei principi. Esorbita, perchè, dove gli altri ave-
vano confus0 troppo la nwter.fa e la forma., egli, a sua volta, discerne
troppo, anzi separa con sofistica intemperanza, l'una dall'altra. Esorbita,
pcrchè il suo rigido formalismo si presenta come un ricorso di certo
rigido schematismo della scolastica, che era già stato superato, nel do.
minio del pensiero, dall'attualismo e dal dinamismo del Leibniz. La sua
forma è rigida, inerte categoria del logo puro; e non è atto dell'intel·
L'ideologia del Rosmini e quella degli altri 193

letto, nè principio dell'intelligibilità dello cose. Vera reviviscenza delle


facoltà e delle potenze nude della scuola, non è moto immanente, nè
principio· conoscitivo dello spirito: nè può spiegare il fenomeno della
conoscenza, che vorrebbe semplificare cd analizzare. La potenza non
passerebbe all'atto se non fosse già in atto: la forma non si tradurrebbe
in materia, se non fosse già, in un certo senso, materia essai stessa: lo
spirito umano non spiegherebbe i suoi fenomeni, ove non si agitasse
in un nisus formativo dei fenomeni stessi, nè questi fenomeni sono con-
cepibili altrimenti che come modificazioni, accidenti e perturbazioni di
un atto o di un principio fondamentale, immanente dello spirito stesso.
Ma, se per un verso il pensiero Kantiano esorbita nei risultati del
suo formalismo, per un altro verso esso è difettivo nel processo o nella
maniera di essere onde lo circoscrive. Il rigido schematismo logico si
associa, nella mente dcl filosofo di Konisberga, al pluralismo delle forme
e delle categorie. E ciò è naturale : egli ha mortificato, per volerld ana..
lizzare, il legame vitale dello spirito: l'atto puro dell'intelletto. L'embrio-
logia della vita, con l'unità del suo processo, si estingue o, che è lo
stesso, si discioglie, si differenzia~ si diversifica nelle rifrazioni dell'a..
nalisi eonoscitiva. Così egli vi dà un insieme di forme ed invano voi cer·
cate la forma : e vi esibisce una moltitudine di funzioni a priori, in cui
si smarrisce Ja visione sintetica della potenza attiva dello spirito. N ean·
che egli, il grande filosofo, ha saputo semplificare il pluralismo dell'a
priori conoscitivo: neanche eglì ha saputo attuare la legge del minimo
mezzo al cospetto dcl problema della conoscenza.
Il Rosmini solo, come si è resa perfetta ragione della continuità
progressiva delle forme diverse e sempre più perfezionate della ideo.
logfa classica, ha saputo, con l'arduo esperimento d.ell'analisi delle
idee, ha saputo, dico, spiegare il più complesso dei problemi col
più semplice dei postulati - col più semplice e col più fecondo, ad
un tempo, perchè nella dinamica delle cose la $emp1icità è sempre
in ragion diretta della fecondità produttiva.
L'arido pluralismo schematico delle forme si dissolve per cedere il
campo all'unità dell'atto puro dell'intelligenza, all'unità del principio
d'intelligibilità universale delle cose: e, ad un tempo, l'analisi inerte e
vuota del logo puro cede il campo alla intuizione sintetica della em-
briologia vitale dello spirito umano. Non le due forme della sensibilità,
non le dodici! categorie, non le tre idee della ragion pura, ma una ìciea
sola; l'idea dell'essere in universale, l'intuizione dell'essere ideale, la
visione dell'essenza dell'ente. Potè un altro filosofo dire: datemi la ma-

IJ. - PETRONE, Filoso/ìa tk<i diritto.


r94 Igino Petrone

teria ed il movimento ed io vi creerò I1universo. Egli potrebbe dire:


datemi questa idea sola ed io vi creerò l'ideologia umana; se, più che un
costruttore o un inventore ebbro nella vanità deBa scoperta, egli non
fosse, in vece, un interprete sereno della rcalità delle cose.
E questa idea basta, invero, a risolvere, in una intuizione sovrana
dcl pensiero e dell'essere, il problema della conoscenza. Questa idea,
intelligibile per sè, è il principio d'intelligibilità di tutte le altre cose.
L'essenza dell'ente, conoscibile per sè, è la mediazione possente tra il
nostro intelletto e le cose; è il lume sovrano della ragione.
Nessuna forma d 'ideologfa ha saputo sup~rare il terribile salto
mortale da noi alle cose, dal nostto intelletto alla natura esteriore,
L'empirismo, inconsapevole dcl prohkma, raffigura grossolanamente
il fenomeno della conoscenza nella forma di una fuoruscita materiale di
noi nelle cose, o di un materiale travaso ed imbibizione delle cose
in noi. La grossolanità di consimili rappresentazioni si oblitera nelle
forme critiche e raffinate di sensualismo, ma non si elimina. In tutti
i suoi momenti l'empirismo ha creduto di superare il problema ddla
conoscenza ml sopprimere addirittura il bisogno di una mediazione in.
tellettiva tra noi e le cose.
E pari sorte tocca all'ontologismo. L'intuito diretto e senza media~
zione psicologica degli ontologi non è che una soluzione empirica,
ove non si presupponga nella mente dell'essere che intuisce la vi~
sionc dell'essere ideale. Sotto la forma di una metafisica altamente
idealistica si dissimula a volte l'empirismo.
Nè sfugge alle lacune d.ell'empirismo, per quanto lo superi per
molti rispetti, l'ideologia dell'aristotelismo puro e scevro di quella
profonda correzione interna insinuatavi dalla profonda intuizione lo--
mistica della 111.cc ·intellettuale che rende intelligibili le cose; perchè la
astrazione della specie intellettiva dal fantasma è un processo cm~
pirico; e la specie intellettiva, del resto, è una mediazione tra il senso
e l'intelletto (cioè tra due direzioni de1Ja nostra conoseenza) non una
mediazione tra noi e le cose.
Le forme ~iverse d'idealismo filosofico che riconoscono la me..
diazione tra noi e le cose lasciano molti vuoti. La mediazione im..
plicita nelle forme Kantiane si presenta viziata non solo dal plura~
lismo formale e schematico, ma anche e più dal "Q6tov q>eiiboç del
subiettivismo. Nè è atta a superare il passaggio tra l'intelletto e le
cose, perchè vi difetta ogni traccia di vincolo sintetico primìtivo tra
Je forme intellettive e le forme primitive dell'essere. Tra la categoria
L'ideologia del Rosmini e quella degli altri 195

e l'intuizione vi è un abisso che l'astrazione filosofica non può col·


mare; ed il passaggio dalla ragion pura all'esperienza è per il Kant
il passaggio della Beresina. Le forme Kantiane non sono un prin.
cipio d'intelligibilità, perchè non hanno nitlla, in funzione di che sì,eno
riconoscibili i fenom·eni; non ham10 nulla, che sia come un regolo,
una misura, un criterio, una guida, un tipo ideale, in rapporto al
quale sicno intelligibili gli enti particolari.
Si mediti, invece, l'idea madre della ideologia Rosminiana: si
mediti il signifimto profondo della intuizione dell'essere ideale. Essa,
come nozione primitiva dcJI'essenza de1l'ente in universale, è vero
principio cJ'intclligibiJità degli enti particolari; 'perchè questi stessi enti
in particolare hanno un rapporto con questa essenza universale; sono
gradi e modi finitì dello stesso ente in universale; sono sue limitazioni
e sue differenziazioni ; forme in cui essa si attua e si diversifica. La pos.
sibilità del giudizio teoretico è data, qui, appunto dalla esistenza percepi-
bile di un rapporto tra l'essere ideale e gli enti pa1ticolari. La possibilità
della mediazione intellettiva dell'essere ideale è data precisamente dalla
identità imperfetta, parziale tra le entità particolari da noi sentite
ed esperimentate e l'essenza dell'ente da noi intuita. L'essenza dell'ente
ha indefiniti gradi e modi di realizzazione; nè essa si esaurisce in questo
o quel modo, in questo o quell'ente particolare, in questa o quella atti-
vità sentita. Ed è in grazia della pre.nozionc di tale essenza che noi di-
ciamo che quel modo o que1l'ente esiste; diciamo che è un ente; di cia-
scuno affermiamo l'intelligibile ed il predicabile comune di tutti; in
ciascuno (non conosciamo, si badi) ma riconosciamo l'essenza deU'ente
ed è in funzione appnnto di tale riconoscimento che conosciamo e
giudichiamo gli enti stessi particolari e non altrimenti.
La nozione dell'entità in universale, la intuizione dell'essere è, adun-
que, vero principio d'intelligibilità: e: lo è perchè. è ben altro che sim..
1

bolo di pura e semplice indifferenza ideologica sfornita di Wlivèrsalità


reale. L'universale Rosminiano è l'universale reale della metafisica:,
non l'universale logico e schematico del criticismo. È la semplicità ricca
di sovrano contenuto ideale : non la formola astratta empiricrunente da·
gli enti particolari, nè lo schema di una classificazione puramente sub-
biettiva e logica dei fenomeni. E ciò accade, perchè quell'universale è
l'oggetto di una visione primitiva dell'intelletto e non un feticcio mito-
logico spremuto, cx niliilo S1.t1:, dal fondo dell'empirismo. Un tmiversale,
quindi, pieno di dinamica vivente ed attiva, pieno di fecondità ideale
nell'ordine del conoscibile. La visione dell'essere ideale è sempre una
196 Igino Petrone

v1s1one primjtiva, immanente ed un atto dello spinto umano ; epperò


essa si associa a tutti gli atti e le modificazioni particolari dello spirito
stesso: è preesistente, e, quindi, innata, ed innata perchè non. è venuta
fuorì in questo e quel momento, in questa o queJla condizione della
nostra potenza conoscitiva, ma perchè è nata con la potenza stessa: di
guisa che la potenza stessa sia inconcepibile nel suo esercizio, indi..
pendentemente da quella visione.
L'innatismo nel Rosmini come nel Leibniz (lo sappiano gl'irrisori
di ogni maniera d'innatismo) non è che l'espressione della immanenza
in atto della nozione dell'essere universale nelle nostre funzioni cono-
scitive. Certo l'oggetto di questa nozione o di questa visione è indipen.
dente dal nostro essere: certo, al cospetto dell'essere ideale, il nosti·o
spirito è essenzialmente recettivo; l'intelletto non crea l'essere ideale,
bensì lo intuisce : ma appunto questa intuizione è un atto primitivo,
immanente dell'intelletto, un principio din.anii.co e sempre o.ttuale delle
nostre intellezioni particolari, vero sostegno organico, quindi, della in-
telligibilità delle cose. Il Rosmini si diltmga, ad una volta, dal puro SU·
biettivismo e dal rigido formalismo della critica Kantiana : e sa tesoreg.
giare il dinamismo del Leibniz, senza parteciparne il pluralismo delle
percezioni rappresentative; e conferisce profondo e vigoroso sviluppo
al principio del Z.wme ùite/lettuale postulato dal vero e puro tomismo,
senza rievocare l'abusata differenziazione sèolastica dell'intelletto agente,
<lell'intelletto possibile e <lelle specie intelligibili.
Per essere il suo un universale ontologico e non un puro univer·
sale logico, esso è lungi ad un tempo eosì dalla indifferenza formale delle
categorie Kantiane, come dalla indifferenza dialettica della Idea specu·
lata dal più grande degli idealisti post-Kantiani, da G. Hegel. L'univer-
sale del Rosmini, l'entità in universale non si limita, nei modi finiti ed
imperfetti della sua ,attuazione, i~n quanto universale; non trapassa, in
quanto universale, attraverso fanne contradditorie. L'essenza dell'ente,
pel Rosmini, è semplice ed indivisibile. I gradi ed i modi in cui essa si
realizza sono limitati : ma queste limitazioni che cadono negli enti reali,
non appartengono' punto a.ll'essenza dell'ente; chè anzi sono non-enti.
Epperò l'essenza dell ente trovasi attuata nei vari enti particolari, ma in
1

quanto questi sono enti, non in quanto sono non-enti. L'attuazione


dell'essenza deWente negli enti particolari è sempre imperfetta e limi.
tata ed, in quanto è tale, cessa l'identità dell'ente particolare con l'es~
senza intuita dell'essere ideale.
Di qui seg.ue che questa idea sovrana del Rosmini non è esaurita
L'ideologia del Rosrnini e quella degli altri r97

empiricamente dalle varietà e dalJe differenzi3.2ioni reali. Non è il


divenire di un logo puro ed indifferente attraverso forme contraddi-
toric. Non è escogitazione panteistica del processo di un noumeno, di
un mito della ragion pura, che, sotto 1c forme di una metafisica trascen..
dentale,· malamente dissimula il presupposto realistico della coincidenza
attuale assoluta dell'ideale col reale. È intuizione sovrana di un prin·
cipio conoscibile in sè e che è mezzo a conoscere le cose particolari; ma
la intelligibilità di questo principio non si rinfrange, nè materialmente si
diversifica, nè panteisticamente trapassa e diviene nelle cose stesse;
al cospetto delle quali serba sempre l'autonomia di un criterio supe1iore
che è principio della conoscenza e misura del giudizio.
L'analisi dissolvitrice degli iPercrùici, esercitandosi sull'opera del
filosofo di Rovereto, ha creduto di trovarlo in coJpa ora di sistemato
criticismo, ora dì intuizione panteistica del mondo. La natura contrad-
dittoria delle due accuse basta a fornire un criterio sulla loro oggetti-
vità. L'ana]isi disintegra e mortifica l'opera del genio per non saperne
sorprendere il legame vitale. Nell'esame degli aspetti apparentemente
antitetici del problema filosofico, essa smarrisce l'intuito di quella opera
sapiente che quegli aspetti coordina, concilia, armonizza in una unità
superiore. La sua attenzione, colpita solo dal continuo avvicendarsi di
due tendenze, di due correnti, di due soluzioni contrarie che si agita~o
nelle intime viscere del problema della conoscenza, non si ferma a mi·
rare l'individualità del genio che tra le correnti sa mantenersi in sa-
piente equilibrio: come s'egli fosse pervenuto a quel punto supremo e
fisso della dinamica del pensiero in che riposa la verità. Così l'analisi
degli ipercritici avrebbe potuto scoprire nella grandiosità di linee del Mosè
di Michelangelo delle tracce di barocchismo, perchè a quell'analisi
sfugge il mirabile secreto onde il genio sa pervenire ad altezze peri..
gliose e sa, evitando ogni oscillazione e caduta, dominarvi sovrano.
Il Rosmini non è criticista, ossia non abbandona indifesa la ogget·
tività dell'idea al subiettivismo della critica. L'essenza dell'ente non è
una forma suhiettiva, ma una forma oggettiva; non è una produzione
dello spirito ex nihilo su:i, ma è una visione di oggetto presente allo
spirito stesso e dallo spirito distinto. L'essere ideale è sempre oggettivo;
la qualifica - ideale - apposta all'essere vuol significare non l'essenza
dell'ente in sè stessa, ma la dote che ha quest'essenza di farci cono-
scere le cose reali. La idealità è un rapporto dell'ente a noi.
Non è criticista. Perchè, se è vero che l'essenza è forma. dell'anima
intelligente, è vero altresì che questa forma è di quelle che si distin-
198 Igino Petrone

guono recisamente dall'atto e da111essere informato. Nè v'ha reazione


psicologica del nostro spirito all'essenza dell'essere, la quale diventa
forma del nostro spirito, solamente col farsi conoocere, col rivelare
la sua naturale conoscibilità. Concepire altramcntc il rapporto dell'es.
senza deJl'esse1·e con il nostro spirito è tutt'uno che un voler insinuare,
nel dominio dei rapporti ideali, delle rappresentazioni bassamente em.
piriche e materiali. L'essenza dell'essere è semplice ed inalterabile;
essa, quindi, non si può confondere o mescolare con altro; la sua intui.
zione coincide con la sua presenzialità. Lo spirito che la intuisce e l'atto
stesso della intuizione rimane fuori di quell'essenza; lo spirito, in-
tuendo lei, non intuisce sè stesso.
Quella serenità di visione intellettiva, che preserva il Rosmini dagli
errori del subiettivismo, Io. preserva_. ad un tem.po, da quelli del pantei-
smo. L'essere ideale è principio d'intelligibilità, non processo di esi-
stenza; il suo è un divenire logico e non un divenire reale : esso è inde-
terminato e possibile: e non va immedesimato con l'Infinito attivo,
che è la semplicità di tutte le perfezioni e di tutte le determinazioni
in atto. Non è panteista, perchè, quando noi osserviamo l'identità (im-
perfetta, del resto) dell'ente reale (limitato e contingente) con l'essenza
dell'ente, noi osserviamo questa identità nella nostra percezione e cogni-
zi~ne e non nell'ente in sè stesso_. ossia nell'ente considerato come di-
viso da essa percezione e cognizione. Non è panteista, perchè, se l'es-
senza dell'ente è universale ed atta a realizzarsi in tanti enti particolari,
questa universalità, tuttavia, non sta in essa, concepita nella sua pu-
rità oggettiva ed ideologica, ma è solo una relazione di essa con gli enti
reali.
Non è panteista, perchè l'identità della essenza dell'ente con quella
degli enti particolari è limitata, imperfetta e relativa; ed oltracciò, e so-
pratutto, è formale ed ideologica, non materiale, empirica e rappresen-
tativa. Il panteismo, in vero, è di sua natura realista, corpulento, em-
pirico; esso materializza fidca; esso sposta l'essenza nell'esistenza,
l'intelligibilità nella rappresentazione individuata, il pensiero nell'essere.
Nella ideologia, adunque, egli ha saputo dominare dall'alto di una
serena visione intellettiva i contrasti dell'idealismo critico e del rea..
lismo panteistico, serbando sempre tra le opposte tendenze una sapiente
ed equa misura. Ma non meno mirabile e feconda è la sua finezza
d'intuito nella psicologia e nell'analisi di quell'altro aspetto della co-
noscenza che è l'esperienza delle attività sentite e l'esame delle modifi.
cazioni sensitive. La geniale intuizione del sentimento fond01mentale
L'ideologia det Rosmini e quetla degli altri 199

è acquisita definitivamente alla psicologia sc~,entifica contemporanea,


come priu.s psicologico, come fondo e sustrato immanente, vitale, or-
ganico di tutti i fenomeni sensitivi. La mente del filosofo preoccupava
i futuri processi della scienza, come1 in altre vie lo Spinoza e il Leibniz
preoccupavano con le loro intuizioni filosofiche il principio della con-
servazione dell'energia. Il sentimento fondamentale è la più profonda
appJicazionc, al dominio della psicologia, di quella intuizione dinamica
dcl mondo che apparve al luminoso intelletto del Leibniz. L'anima ha
la facoltà di sentire non allo stato di potenza nuda, ma allo stato di
atto immanente. Essa produce i suoi atti, i sentimenti per principio pro-
prio, per virtù inerente nel proprio essere, non per azione e reazione
meccanica del di fuori. La facoltà del sentire è in atto, senza di che
non vi sarebbe, non vi potrebbe essere transizione attuale dalla potenza
all'atto. L'atto immanente dcl sentimento è dato appunto dal senti.-
mento fondamentale, di cui le sensazioni particolari sono modi,
accidenti, perturbazioni. Per esso noi siamo in relazione come con uno
spazio interno: esso è un vero ambiente interiore, un'anticipazione in-
tellettiva di quello psico.plasma che sorrise all'osservazione ed all'in-
tuito filosofico di un illustre biologo, il Bernard.
Il sentimento fondamentale, da un lato, che è il substratum e l'atto
immanente di tutte le sensazioni possibili; l'intuizione dell'essere
ideale, in altro lato, che è la forma e l'atto puro di tutte le intellezioni
ed' è l'idea universale che è il prius di tutti i concetti e di tutti i giudizi,
ecco le due creazioni sovrane della teoria della conoscenza.; quale fu
rigorosamente sviluppata dalla mente di Antonio Rosmini.
Esse atteggiano la più splendida soluzione del problema conosci-
tivo. Esse fermano e circoscrivono, in limiti precisi, la funzione a.
priori della mente umana. Mediazioni luminose tra noi e le cose, esse
riconciliano il pensiero all'essere e l'essere al pensiero. Esse superano,
ad un tempo, l'empirismo della tabula rasa e l'idealismo delle nozioni e
delle rappresentazioni preformate: e trionfano così dell'arido forma-
lismo logico delle possibilità nude dei vecchi e dei nuovi scolastici 1 come
della crassa e corpulenta oggettivazione realistica del panteismo.
L'ideologia rosminiana nella storia della filosofia rappresenta la
forma più fina e più progredita dell'idealismo filosofico. Essa lascerà
tracce durevoli; perchè in essa è come virtualmente consolidata l'eredità
secolare del pensiero dei più grandi filosofi idealisti, da Platone al
Leibniz. Quella ideologia non è espressione del pensiero individuale
di un uomo: è rappresentativa del pensiero di una tradizione di filosofi,
200 Igino Petrone

ripensato da una mente originale. NelJa filosofia il Rosmini è un uomo


ra.ppresenta.Jivo come queJli delJ'Emerson.
Ecco perchè quella ideologia è così sovranamente bipolare, com.
pJessa e ricca di principi. tanto fecondi. Ecco perchè essa non è un capi.
tolo isolato della sua filosofia, mai è come il fukro di tutta la intuizione
filosofica del mondo concepita dal suo autore. Ecco perchè essa non è
solo una filosofia del pensiero, ma anche una filosofia della vita. Ecco il
perchè, ad esempio, la sua teoria della conoscenza è in intimo nesso or.
ganico con i suoi principi di scienza morale e con la sua intuizione
<lei fini etici della vita. Gli è che egli ha intuito serenamente l'Idea più
semplice, ma anche più feconda che abbia mai sorriso alla mente di
un metafisico. L'essere ideale fornisce non solo la forma dell'intcllc~
zione, ma a1tresì la misura ed ili criterio dei giudizi di valutazione mo-
rale.
Nessuno dei filosofi idealisti ha saputo dalla teoria della conoscenza
passare, per nesso di continuità logica, alla teoria della morale e dci
fini della condotta. Il trapasso dalla ragion p1<ra alla ragion pratica dcl
Kant è un salto mortale, che fa onore al filosofo, ma che è fenomeno
di resipiscenza morale, non di logica coordinazione. La ragion pratica
è in dualismo i1Tiducibile con la ragion pura. L'idea dcl bene è prima e
sovrana nella gerarchia delle idee platoniche : ma questa priorità è
una presunzione del filosofo, non una dimostrazione; e non il vero è
criterio e misura del bene, ma, per anticipazione intellettiva, il bene
è criterio e misura del vero. L'armonia dei due termini si presenta come
una presunzione anticipata che può anche non essere scevra da petitio
principii. È solo nel Rosmini che il principio d'intelligibilità è assunto,
ad un tempo, a principio di valutazione etica, e che il pensiero è ricon-
giunto con la vita ed il bene è ricondotto al vero e la filosofia team.
tica si armonizza con la :6.1osofia morale. L'essere ideale è la misura
a cui si rapporta il valore degli esseri particolari : i quali han tanto va-
lore, i111 quant-0 partecipano di quell'essere. La legge che impone di ri-
conoscere questa gerarchia di valori è un aspetto morale della stessa
legge universale del vero; del riconoscerè, cioè, gli esseri particolairi in
funzione dell'Essere in universale. Estima e tratta gli esseri per quello
che valgono, per quello che essi sono, rapportati all'essere in universale;
ecco il sommo dettato della giustizia universale, principio ed unità delle
leggi della morale e delle leggi del diritto.
Con questa sovrana visione della giustizia universale, norma e mi..
sura delle giustizie particolari, il Rosmini poggia più alto che ogni al.
L'ideologia del Rosmini e quella degli altri 201

tro filosofo in quella intuizione universale del mondo, che dalla visuale
del finito si estolle alla visuale dell'infinito.
Ma questa visuale dell'infinito è appunto il prodotto della fecondità
ideale di quel principio supremo che è il cardine della sua ideologia.
Questa visuale dell'infinito ha radice nella intuizione dell'essere ideale;
ed è prova e documento della grandezza della ideologia rosminiana.
Come ne Ila vita cosi nel pensiero egli seppe contemperare il pen.
siero con l'azione, il culto del vero col culto del bene, la scienza con la
carità. Ed è detta, forse, male la parola contemi>erare: non si tratta di
due termini antitetici che sia uopo conciliare: sono due aspetti, due mo-
menti di una idealità sola che si rifrangono e si sdoppiano nell'analisi
empirica, ma che dovevano apparire tutt'uno all'anima del filosofo che
mirava all'essere i<lea1e.
V.

DELLA SOCIOLOGIA
COME SCIENZA AUTONOMA
J. La costituzione scientifica della Sociologia ut sic è un problema
l'Ìmasto irresoluto neJle diverse maniere onde la nuova disciplina è stata
atteggiata e plasmata.
Nel pensiero di Augusto Comte, che escogitò la parola ed in un
eerto senso Ja cosa, la Sociologia è appresa come la scienza unica ed
unitaria di tutta la fenomenologia sociale, umana e storica e delle legg·i
naturali (intendi· presunte tali) che la governano.
La Sociologia Comtiana, in fondo, è l'antica filosofia dello spirito
rovesciata, cioè a dire tradotta.i in termini di positività, veduta non pil1
dal di dentro, ma dal di fuori, non più nelle fo1me dello spirito ma nei
prodotti esteriori e materiali, in conformità del famoso criterio ogget.
tivo che presiede a tutta la concezione di Comte e che è il motivo della
significantissima eliminazione della psicologia dal sistema delle scienze.
Come scienza unica ed unitaria, come una nuova trascrizione della
unificazione filosofica del sapere um:ano-sociale, la Sociologia Comtiana
non acconsente alla esistenza autonoma di scienze sociali determinate e
concrete. Il consensus che, secondo una sua premessa sistematica, so-
praffine del resto, caratterizza e connette i fenomeni umani e sociali,
persuade al Comte di respingere ogni possibilità ed ogni validità di date
scienze particolari, le quali procedano isolando dall'insieme o dal tutto
sociale uno dei suoi fenomeni o dei suoi momenti e contemplandolo per
sè stante ed indipendentemente dagli altri. Non v'è altra veduta legit.
tima ed oggettiva, egli insegna, che la veduta d'insieme. È nota la su.a
invettiva contro la pretesa scienza economica (così egli la chiama), la
quale occupa parecchie pagine del 4.0 volume del Cours dé philosophie
positi've, e che, ripetuta di. poi dall'Ingram, provocò l'energico inter-
vento del Cairnes iw difesa della oggettività della economia sociale.
Questa concezione Comtiana, sebbene errata nel contenuto, tuttavia
costituisce per noi un prezioso insegnamento dal punto di vista del
criterio. Questa concezione è una confessione esplicita della non pos-
sibilità del coesistere di una sociologia autonoma con la serie delle
scienze sociali particolari e concretei concepite come autonome esse
206 Igino Petrone

pure; confessione tanto più significante, perchè viene dal C0111te in


persona.
La negazione Comtiana - non vi sono scienze sociali, ma vi è solo
la sociologia - pu'ò essere esattamente invertita in quest'altra, che per
noi, come vedremo, è la vera - non vi è una Sociologia uf sic, ma vi
sono soltanto le scienze sociali concrete - ma, intanto, queste due for.
mole inverse procedono da un sottinteso comune - il contenuto della
sociologia è tutt'uno che il contenuto delle scienze - ed approdano ad
un comune dilemma, che si può formolarc così - delle due cose l'una:
o sociologia, o scienze sociali - .

II. Dei due corni del dilemma A. C0111te affermò risolutamente il


primo. E la ragione, che egli ne dà, è questa: È legge fondamentale
della conoscenza procedei·c dal noto o dal pii1 noto al! 'ignoto. Ora nella
conoscenza del mondo naturale il più noto o il meno ignoto è la parte,
il frammento . l'unità componente, la molecola, la cellula e così via.
Nella conoscenza del mondo umano, invece, il più noto è il tutto, l'in·
sieme, la massa, il corpo, l'organismo e così via.
Di qui segue che nella conoscenza del mondo naturale si può rispet.
tare quell'altra legge dcl metodo, la quale insegna a procedere dal sem.
plice al composto e ad attender.e alla disamina delle parti, ma nella co-
noscenza del mondo umano si deve seguire un procedimento esatta-
mente inverso, procedere, cioè, dal composto al semp!ice ed attendere
alla disamina dell'insieme e del tutto.
Teoria, questa, di Comte evidentemente erronea. I due processi che
egli considera come due direzioni metodiche antagoniste, si traducono
in due momenti di un unico processo conoscitivo e la loro presunta dif.
ferenza non legittima le conseguenze che egli ne trae. Ogni forma di
conoscenza prende le mosse dal composto o dall'insieme o dal dato oscu~
ro, indistinto, dal puro essere in, sè non ancora percepito nè ancora reso
intelligibile, ed in quel tutto omogeneo, indistinto differenzia, per via
di discriminazione e di analisi, i frammenti, i m.onienl'i? le parti, le
qualità, e quindi raccoglie questi momenti dell'analisi conoscitiva nella
unità del concetto o della nozione, neHa unità del tutto, cioè, o del com~
posto reso intelligibile.
È evidente, in questo processo, che il presunto composto iniziale da
cui la mente prende le mosse è di tutt'altra natura che il composto fa.
nate e consecutivo all'analisi mentale.
Chiamerò, per se~licità di linguaggio, il primo, com,pasta a quo, il
Della sociologia come scienza ai#onoma 207

secondo, con•Posto ad quem. Ora, il composto a quo è il puro essere


11011-inteJligibile o non-inte1letto, è l'astratto in sè, è il moment~limite
ddl'in<lagine, non è già manifestazione di qualsiasi contenuto.
I~ il composto ad quem che è ricco di contenuto, e lo è appunto,per-
chè esso è il coronamento finale della conoscenza analitica; lo è, ap.-
punto pcrchè l'analisi ha differenziato ne11'astratto essere in. sè della
cosa trans-subiettiva le determinazioni concrete.
La pretesa di conoscere l'oggetto umano e sociale con una veduta
d'insieme, che sia autonoma ed indipendente dai processi della discri-
minazione analitica, è una pretesa assurda. Chi si ristà in questa in-
concepibile veduta d'insieme non vedrà nulla di determinato e di posi·
tivo. Egli si agitedi nrl vuoto assoluto del composto a quo e non attin-
~erà mai il. pieno cd il concreto ck1 composto ad quem. La conoscenza
è notomia del1a natura, disse il Vico. È solo per la notomia e per J'ana..
lisi che la cos1P si traduce negli ordini della intelligibilità e diventa no-
zione, concetto idea. Se no, ]a cosa resta cosa cioè espressione del non
1 1

saputo e dcl non pensato, il che, per noi umani, è il pum nulla.
Se nel composto a quo, ossia nell'astratta indifferenziata veduta d'in . .
sieme, il teorico ravvisa la presenza <li un certo contenuto, ciò dipende
esc1usivamente da un equivoco. Dipt:ndc dal fatto che egli anticipata-
mente trasferisce nella nozione del composto a quo le determinazioni con·
crete del composto ad quem.
Un simile errore di ottica ideologica perturba la visione metodica di
A. Comte. Egli confonde il composto a quo col composto ad quem,
]'astratto col concreto, il limrite dell'indagine col contenuto.
Per approdare a qualche cosa di concludente e di positivo, egli per
primo devia, per forza di cose, dal suo criterio metodico. Cioè a dire,
egli riempe l'astratto della sociologia ut sic mediante il concreto delle
scienze socia] i particolari, delle quali nega 1'esistenza mentre ne tesau-
rizza la sostanza. La logica delle cose ossia dei· rapporti è, evidentemen-
te, superiore alla buona volontà degli uomini.
Una sociologia, quindi, che significhi qualche cosa all'infuori delle
determinazioni concrete del contenuto sociale individuate dall'analisi e
registrate dalle scienze sociali analitiche, è una posizione mentale as-
surda,
Una sociologia che presume di affermare sè stessa sulle rovine delle
scienze sociali concrete, è una pretta inanità. Il criterio Comtiano segna
una negazione 'in termini delle vie della conoscenza. Apprezzato logica&
208 I gin o Petrone

mente, esso esprime un regresso dal distinto all'indistinto, da,l concreto


all'astratto,' dal mondo, cioè, al caos.
Resta, quindi, che dei due corni del dilemma si affermi il secondo.
Una sociologia non è possibile con la corrispondente negazione delle
scienze spciali, chè anzi la sociologia non è possibile che come trascri..
zione duplicata dcl contenuto delle scienze medesime. Non vi ha, quin·
di, a rigore parlando, sociologia; vi ha, bensì, scienze sociali partico.
lari. Sono esse che fanno la sociologia : non la sociologia che esprime
sè ex nihilo sui.

III. Cosi il problema della esistenza scientifica di una sociologia


autonoma ut sic, toccherebbe una soluzione negativa, ma rapida e si.
cura. Sullo stesso ten·cno dcl dilemma Comtiano, le riaffermate e ri-
vendicate scienze sociali caccerebbero di posto la candidata sopran-
numeraria.
Ma i sociologi posteriori al Comte non han tenuto fermo al dilemma
Comtiano. Il problema della sociologia si è, anzi (salvo, forse, in qual.
che superstite Comtiano, es., de Robe1ty) cangiato dalla primitiva posi-
zione adottata dal maestro. Non si è più detto - esiste solo la socio1o 4

gia e non le scienze sociali concrete. - Si è detto, invece, - esistono


l'una e le altre, ad un tempo, e l'una ha un oggetto ed un contenuto suo
che non hanno le altre. - Problema arduo, evidentemente, e che ha
dato luogo a tutta una serie innumerevole di esperimenti laboriosi, di-
retti, appuilto1 ad individuare questo x che sarebbe il contenuto auto.
nomo e specifico di una sociologia coesistente, come sCienza generale, con
le scienze sociali pa1ticolari.

IV. Un primo nucleo di sociologi (cito, dei più fini ed eletti, il


Vanni) concepisce la Sociologia come disciplina normativa delle scienze
sociali concrete e come scienza sintetica delle loro connessioni o delle
loro risultanze. Ma
a) come disciplina normativa, essa è nulla più che l'equivalente
ed il duplicato della metodologia, ovvero della logica applicata; e
b) come scienza sintetica dei nessi e dei rapporti di correspetti·
vità fra i contenuti delle scienze particolari, non si sa vedere quale
oggetto ella possa accogliere, che sia autonomo e specificamente suo.
Quei nessi o quei rapporti o sono ab intus, o ab extra: se ab extra, si
traducono in anticipazioni mentali arbitrarie sulle quali nessuna ogget.
tività di scienza può essere poggiata; se ab intus, essi sono colti o do·
Delta sociologia come scienza a•llonoma 209

vrebbero essere colti dalle stesse scienze particolari concrete mediante


una visione marginale dei loro limiti e dei loro contatti e delle loro inw
tegrazioni reciproche; e la sociologia giunge in rita~do.
Ogni scienza pa1ticolarc accoglie in sè ed aduna come due momenti
sin1ultanei: per il primo, essa intende l'oggetto suo; per il secondo, essa
intende l'oggetto stesso ton riferimento ed in funzione degli oggetti
contigui. È ciò un atteggiamento necessario della relatività del pensiero
concreto. Non si può conoscere una cosa senza distinguerla, in pari tem..
po, e senza compararla con le altre cose, a11e quali sia associata per ra.
gioni di similarità e di contrasto. Ogni conoscenza è dì relazioni, è com-
parazione di somiglianza e di differenze, è assimilazione e discrimina.
zione ad una volta, è percezione di contiguità e di distanze.
Ogni 'conoscenza concreta, aggiungerò, è una collocazione di uno
specifico contenuto in una totalità di determinazioni; ed importa un'af..
fermazionc, ad un tempo, del proprio essere e del prorio non-essere,
un riconoscimento simultaneo del proprio valore e del proprio limite,
un possesso della propria esistenza associato ad un intuito e ad un bi..
sogno dcBe integrazioni correlative prospicienti dalle altre esistenze.
Codesti nessi integranti, complementari e marginali sono, quindi, o
dovrebbero essere (torno all'assunto} una risultante ed un residuo della
stessa visione correlativa delle scienze particolari. Essi non si possono
dive11ere dal loro terreno, cioè a dire dai termini ai quali aderiscono,
os~ia dai contenuti contigui delle scienze particolari fra cui intercedono.
Quei sociologici che la pensano diversamente cadono in un errore di ot-
tica ideologica analogo a quello di Comte. Questi prendeva un limite
per un contenuto, cd essi prendono un in.tervallo per una serie.

V. La sintesi sociologica è anche asssunta da taluni sociologi vol-


gari come una miscellanea o una collezione enciclopedica dei risultati
oggettivi delle diverse scienze sociali.
La sociologia, così intesa, sarà, ne11a migliore ipotesi, un corpus o
una su.mm.a; nella peggiore, un catalogo o inventario: scienza ut sic,
in ambo i casi, ma.i.

VI. Altri può intendere la sintesi sociologica, come una unificazione


suprema dei dati e dei momenti diversi del sapere attinente alle cose ed
aJle idee umane e sociali.
Si risponde che a tale ufficio ha atteso ed attende appunto la filosofia

14, - Pl!.TRO~i;. Filosofia dd diritto.


210 Igino Petrone

dello spirito : quella che la sociologia positiva chiama metafisica ed


esclude dal campo del sapere oggettivo.
La quale filosofia dello spirito attende legittima.mente, o almeno con
perfetta coerenza interiore, a quelJ'ufficio unificativo.
Tra essa e la sociologia v~ è, almeno, questa differenza: che per la
filosofia, la società è il prodotto dello spirito e, per la sociologia, al con.
trario, lo spirito è il prodotto della società. L'una è una visione dal
di dentro e l'altra è una visione dal di fuori. Di qui accade che la prima
può connettere i momenti sociali dive1-si, 'Concepiti come prodotti, ne.Ha
unità dello spirito; e la seconda non lo può, perchè ella difetta della
nozione del supremo unifi.can.te, perchè, per essa, lo spi1;to è un epifèno~
meno e la filosofia dello spirito è bandita e messa fuori della serie delle
scienze.
O, forse, la sociologia vuole far suo l'oggetto della filosofia e della
11sicologja, sconfessando il suo celebrato criterio oggettivo pur di acca-.
glicrc un -contenuto qualechesiasi?
Sarebbe, certo i una significante resipiscenza; ma non per questo essa
provvederebbe a dimostrare il suo essere di scienza. Vuol dire che essa
sarebbe un duplicato spurio ed un nuovo equivalente o una nuova traa
scrizione di quella fo1ma classica del sapere che è ..... la filosofia.

Vll. Un'altra schiera di sociologi avvisa che la sociologia è la


scienza della Società in generale e coesiste, perciò, pacificamente con le
scienze particolari, che studiano, ciascuna, questo o qwel fenomeno so-
ciale a parte. Ma una società 'Che sia puramente ed esclusivamente tale,
cioè pura ed indifferenziata società, e non ad un tempo questo o quel
contenuto sociale o la totalità concreta di quei contenuti, è un puro
nonie o una mera astrazione verbale. Dire società o è dire nulla, o è
dire tutt'uno che un assetto di economia, o una forma dei rapporti del
costume, o un sistema di norme e di regole dì diritto, o una disciplina
di organamento politico, o una ideologia comune, scientifica, artistica,
religiosa o filosofica, delle m€nti associate, o tutte queste cose insieme.
La fenomenologia sociale è esaurita, quindi, dalle scienze sociali partia
colari e non lascia alcun residuo e non secerne alcun irreduttibile che
possa costituire l'oggetto di una sociologia ut. sic.
Una prova di ciò si ha nell'insuccesso dei tentativi dei sociologi
nel determinare e nell'individuare la così detta socialità o la cosl detta
specificità sociale.
Ciascuno di essi concepisce la socialità a modo suo, e sempre ed in
Della sociologia come scienza ai1tonom<1 ZII

tutti si verifica questo: che la così detta socialità è, poi, Ja trascrizione


in termhM generaJi di questo o quell'aspetto, di qu.esto o quel momento,
cli questo o quel fenomeno socia.le particolare, sollevato, per astrazione,
ad equivalente tipico o ideologico di tutti gli altri.
E la ragion di ciò è molto semplice.
La wsì detta socialità, concepita nella sua purità ideale astratta, è
insuscettiva di qualsiasi determinazione. La socialità non è afferrabile
cd individuale che quando si concreta in questo o quel fenomeno so-
ciale. La conoscenza non può seguire a volo l'amorfa socialità e la co-
glie solo quando essa precipita in questo o quel suo prodotto e prende
forma e consistenza. Il vago, il mobile, l'indifferenziato, il puro dive-
n-ire astratto, il puro possibile non è oggetto di scienza. La scienza è
dei reali e delle concrezioni: all'infuori delle quali, la socialità e la spe-
cificità sociale si traduce in un puro nonun o in una ecceità da scola-
stici della decadenza.

VIII. Quegli che. con maggiore finezza ha cercato di colorire l'as-


sunto di una sociologia, come scienza astratta e formale coesistente con
le scienze sociali concrete, è il Simmel. Egli distingue la forma dell'as-
sociazione" in quanto tale, dalla somma dei fini o degl'interessi e dei
contenuti: particolari, che si effettuano in e frer l'associazione e costituì..
scono ]a materia. Or bene, le scienze sociali particolari, egli aggiunge,
studiano questa materia: e la società studierà quella forma. La quale
forma è separabile, per astrazione scientifica, dalla materia e può co-
stituire oggetto di disamina a sè. Nei contenuti svariati dell'associazio..
ne, traverso le associazioni più differenti, vibra una forma ed una spe-
cie comune: - l'associazione stessa ut sic, con le categorie o gli atteg-
giamenti comuni ed universali della coordinazione, della subordinazion~.
della conJCorrenza, della imitazione, della ofrPosizio>U (fra le unità as-
sociate), della costituzione di una gerarchia e di un potere, della divi-
sione in partiti e così via.
Ma al Simmel che tesaurizza i termini e le posizioni della antitesi
kantiana è bene ritorcere il sovrano insegnamento del maestro : Sè la
intuizione è cieca· ,senza la categoria, la categoria è vuota senza; l'in-
tuizione.
La forma dell'associazione, cioè, è vuota senza la materia e non è
dissociabile da questa. Come la esperienza è la sintesi della categoria e
dell'intuizione, così la ·società o il fatto sociale è la sintesi della materia
e della forma. Non c'è, come deve convenire egli stesso, non ·c'è costitu-
2I2 Igino Petrone

zione o evoluzione sociale che sia puramente sociale e che non sia,
nel tempo stesso 1 costituzione o evoluzione d'un contenuto, che è il ce.
mento o il vincolo o la causa o il fine dell'associazione stessa.
Nè gli atteggiamenti fonnali dell'associazione ut sic che egli indi.
vidua sono tali da porgere alla sociologia oggetto specifico ed elemen.
tare e primario. Quale processo di coordinazione o di subordinazione
o -d'imitazione o di opposizione sociale è concepibile che non si possa
e non si debba ridurre o a scambio e concorrenza e cooperazione na.
turale economica, o a corrcspettività spontanea dci rapporti dell'etica,
o a coesistenza giuridica coercitiva, o a disciplina di costituzione poli.
tica, o a consensus ovvero competizione d'idee, di dottrine, di credenze,
di miti, di simboli, di figurazioni e così via, o a tutte queste cose o rap.
porti insieme presi, ciascuna o ciascuno esauriti dalle singole scienze
sociali (economia, etica, diritto, politica) o dalle singole direzioni della
filosofia dello spirito (filosofia dell'arte, scienza delle religioni ecc.)?
Una riprova indiretta del nostro assunto si ha negli stessi contri-
buti positivi resi dal Simmel alla Sociologia. Nell'uno «come le società
si conservino da sè » i processi da lui distinti di auto-conservazione
degli organismi sociali sono o processi d'inerzia meccanica, o di conti.
nuità biologica, o di continuità economica, o di continuità psicologica,
o di continuità istituzionale, giuridica, politica ovvero di continuità e
di tradizione ideale di simboli, di miti, di credenze. Manca in codesto il
datq elementare, l'irreduttibile sociologiJ:o, il momento o l'oggetto che
non sia già contenuto da altre scienze esistenti e che possa, quindi,
esserlo da una scienza nuova. Nell'altro studio di lui « la differen-
ziazione sociale » si provvede ad una trattazione in termini di genera-
lità della divisione del lavoro, verificata dalla scienza economica; ed è
visibile come le direzioni traverso le quali procede quella differenzia-
zione sono parallele ed equivalenti ai diversi fini o contenuti o interessi,
.che individuano l'associazione e le danno corpo e consistenza e sono
oggetto, già riconosciuto, di altre scienze esistenti.

IX. Malamente si provve<le da altri a conferire alla sociologia


contenuto di scienza generale e fondamentale, concependola come
scienza del gruppo, trascrivendo, cioè, in una forma più empirica e ma·
teriale il concetto dell'associazione.
Il gruppo è termine generale ed equivoco e comporta significazioni
più estese e meno estese, tutte, per altro, eguali in questo risultato: -
<:he la sociologia non vi trova nessun residuo per fondare ... sè stessa.
Detta sociologia come scienza a21tonoina 2I3

Il termine gruppo può comprendere tutti i processi del reale. È


gruppo, p. es., in un certo senso, anche il sistema materiale o l'ag-
gregato o la massa delle molecole o degli atomi, per quanto, in ipotesi,
indifferenziati ed inerti. Così la scienza del gruppo abbraccerebbe tutto
il mondo, dalle masse materiali alla com1.mione ideale delle coscienze,
dalle costellazioni siderali alle società umane più evolute. È il ritorno
del distinto all'indistinto, del mondo al caos, con questo in peggio che
non per ciò la sociologia riuscirebbe a dimostrare il suo contenuto di
scienza. Essa sarebbe, ne11a peggiore ipotesi, il duplicato di una immane
e mostruosa cncic1opedia cosmologica e, ne1la migliore, si tradurrebbe
in quella amenità che è la sociologia meccanica o fisica. o astronomica,
che non è sociologia, beninteso, ma mcccanica fisica, astronomia - ri-
1

tradotta in una terminologia metaforica. Bisognerà, quindi, limitare la


estensione <lei termine gruppo: limitarlo p. es. a significare l'aggrega-
zione organica in contrapposto all'inorganica, la società cellulare, cioè,
o l'organismo strettamente detto, nel qual caso per altro, si avrà una
fisiologia e non una sociologia; l'imitarlo, ancora di più, a significare
l'associazione d'individualità discrete, le società animali ad es., nel
qual <:aso si avrà, ahi~!, la zoologia e non la sociologia; limitarlo anche
più intensivamente, alle società umane, nel qual caso, finalmente, si
avrà, a seconda dei casi, l'antropologia, l'etnografia e, più di tutto, quella
speciale forma di conoscenza che è la storia: la storia dei popoli, delle
nazioni e delle razze, o, se si vuole, la preistoria o l'archeologia e la
paleontologia storica: tutte cose, insomma, che bastano a1l'assunto loro
e sono sè medesime ... e non sociologia.

X. Una conferma preziosa della inanità di una sociologia ut sic,


oltrecchè negl'insuccessi di una sociologia astratta e formale, si ha
nell'esame elementarissima delle stesse direzioni diverse per le quali ha
proceduto e procede la sociologia contemporanea, quando assurge o tenta
assurgere a scienza concreta di autonomo contenuto.
Queste direzioni sono riducibili a cinque tipi: il primo è segnato
dalla sociologia meccanica (Partim Spencer, Fiske, Mismer e, più spe-
cialmente, Winiarski, Pareto), la quale, in base ad una premessa siste-
matica ed a priori, applica al mondo umano e sociale, puramente e sem-
plicemente, le leggi e le categorie della fisica e della teoria della gravità :
il secondo è segnato dalla sociologia biologica o dalla scuola degli or-
ganicisti (Partim Spencer e, più specialmente, Schaf!le, Lilienfeld,
Worms, Novicow ecc.) la quale, a sua volta, foggia e costruisce il mondo
214 Igino Petrone

umano alla stregua delle leggi e dei principi della scienza degli orga.
nìsmi, a volte in via di formale analogia, più spesso in base ad una
sottintesa identità di processo: il terzo è segnato dalla socie>logia psico.
logica (Tarde, Baldwin e partim Lester Ward, Giddings, Tèinnies), la
quale è una sociologia plasmata esattamente e fedelmente sulla dedu.
zione da alcuni principi della psicologia, della ideologia e della logica;
il quarto è segnato dalla sociologia economica o dalla dottrina del
determinismo o del setrnPlicismo economico..sociale (Loria), la qualc1
nelle origini, si presenta come una interpretazione empirica del materia-
lismo storico (Marx, Engcls, Labriola) e, nella sostanza.i non è altro
che una sociologia foggiata in base alla pura e semplice generalizza.
zione sistematica del fatto economico: il quinto è segnato dalla socio-
logia etno.antropologica (Ammon, Letourneau, Lapouge, Gumplowicz),
la quale è un'accolta pura e semplice di dati della etnografia e dell'an.
tropologia.
Qualunque sia il giudizio da recare in merito a codesti diversi indi.
rizzi, queste cose vanno notate :
a) che in nessuno di essi la sociologia riesce ad ottenere un con-
tenuto autonomo, chè anzi in ciascuno 'essa si presenta come una tra-
scrizione in termini generali dcl contenuto di un'altra scienza determi-
nata ed esistente, che sarà, a seconda dci casi, fisica, o biologia, o psi-
c0Iogia1 o economia, o antropologia, o .etnografi.a, o storia.
b) che questo singolar l~vorio di usurpazione dcl contenuto trova
il suo naturale riverbero nella natura del metodo adottato dalla socio.
logia, che si è chiamato metodo della deduzione in.ferscientifica e che
sostituisce i processi della esperienza e della induzione diretta ... di un
.contenuto specifico ed autonomo che non ci è.

XI. Finalmente, una prova visibile e concludente della impossi-


bilità di una sociologia come scienza ut sic si ha nella disamina concreta
delle due sezioni tipiche in cui sarebbe diviso, secondo la communi.s
opinio, il presunto contenuto sociologico. Da A. Comte all'ultimo dei
sociologi viventi si è sempre detto e ripetuto che la sociologia ha due
parti: la statica sociale e la dinamic.a sociale.
Ora che cosa è la statica e che cosa è la dinamica? quale è l'oggetto
dell'una e quale quello dell'altra? ed è esso tale da assicurare alla so-
ciologia oggettività di scienza?
Rispondo:
La statt'.ca è stata e può essere appresa in questi sensi:
Della sociologia come scienza autonoma 2I5

a) come puro crìterfo, euristiw, o come ammonimento metodico


del consensus che lega i diversi processi della società ed i diversi fat •.
tori dell'incivilimento, criterio euristico cd ammonimento metodico de..
stinato a servire di guida e <l'insegnamento alla prassi di Stato ed alla
filosofia politica ed a scongiurare le dissociazioni arbitrarie che la
metafisica rivofozionaria è venuta facendo di uno <li quei fattori, quello
ad es. giuridico e legiferativo, dalla correspeltività degli altri fattori
concomitanti, ad es. la coscienza del popolo, la maturità dell'opinione
pubblica ccc. ecc.
b) come dottrina e come teoria vera e propria, cioè teoria generale,
dell'ordine sociale spontameo, in contrapposto all'ordine politico o sta-
tuale o artificiale, come teoria del sistema regolatore della società o
della norniotiva e della noniologia sociale.
Il primo senso corrisponde esattamente alla accezione di A. Carote
ed è il motivo di quella sua critica meravigliosa della metafisica giuri·
dica della rivoluzìne, che abbraccia i due volumi, quinto e sesto, della
sua filosofia positiva. È superfluo osservare che in questo caso la statica
sociale sarebbe un angolo visuale, un criterio regolativo, un canone di
critica, non una scienza.
In questo caso la statica non sarebbe che la trascrizione di uno dei
momenti della legge di relatività_ applicata ai gruppi umani.
Il secondo modo della statica sociale è il motivo ideale del sorgere
delle scienze sociali accanto alle scienze politiche e non approda alla
dimostrazione della sociologia, approda solo alla dimostrazione della
esistenza delle scienze sociali. L'ordine sociale spontaneo è esaurito dalla
a) economia sociale strettamente detta, che studia i modi della
cooperazione, della concor~enza, dello scambio, della divisione dcl lavoro,
della ripartizione e della circolazione dei valori all'infuori di ogni ordi-
namento artificiale di politica economica;
b) dalla. etica o morale esplicativa, che studia i rapporti spontanei
di correspettività, di simpatia, di ben~volenza, di dipendenza, di coor-
dinazione, di subordinazione delle persone associate;
e) dalla storia del diritto e dalla scienza del diritto (nelle sue
diverse direzioni e nelle sue svariate forme di unificazione filosofica),
la quale o le quali studiano la genesi, lo sviluppo~ la sostanza ed il
valore delle regole e delle norme o dei modi di condotta, scritti o non
scritti che siano, simultaneamente germinati dal con.sensus ed instituiti
ed imposti dal potere collettivo e rappresentati dall'individuo come coer-
cizioni del volere.
216 Igino Petrone
~~~~~~~~~~.

Codesto modo della Statica sociale è rappresentato dallo Spenctr


nella Social Sta/ics e più di recente dal Durkheim. Vi si potrebbero con-
nettere i teorici d.ella sociologia giuridica ( Ardigò) e quelli della socio--
logia neo-contrattualista (De Greef, Fouillée). Ed è anche qui superfluo
far osservare che codesta forma <li Statica non è scienza nova. nè è
posizione di un elemento primario cd irreduttibile. Codesta Statica è
riducibile o ad economia o ad etica o a storia del diritto o a filosofia dcl
diritto o alle quattro cose messe assieme.

Xli. Oime la Statica l'ordine o il complesso delle condizioni di coe-


sistenza (unità nello spazio), così la D~namica studia, secondo il sup-.
posto, lo sviluppo sociale o la serie dei rapporti di succe!)sionc (unità
nel tempo).
Ma lo studio della presunta Dinamica meno che mai può conferire
alla sociologia carattere di scienza.
Una legge della successione o una scienza dei rapporti della suc-
cessione è un assurdo logico. La legge è una formala di riP,tizione dei
fatti identici, onde la sua nozione non è applicabile allo sviluppo di
una serie successiva, che è, di sua natura, procedimento di differenza
e di individuazione. I fatti sociali - per la storicità e la spiritualità
che li caratterizza - non si ripetono mai allo stesso modo, ovvero con
ritmica regolarità. Nessuno di essi si rassomiglia ad un altro, antece.
dente o contemporaneo. Ogni fatto sociale è ... sè medesimo, cioè a dire
una individualità differenziata, eterogenea, diversa. Ogni fatto sociale
non afferma e non garantisce che sè stesso. Ciò insegnò, con bella fora
mula, il Riimelin, quando dettò che in natura l'unità è tipica e, nel
mondo umano e storico, è individuale.
La sociologia muove dal supposto sistematico della coestensione delle
leggi naturali fisse, eteme, iìnmutabili, al processo umano. Supposto
erroneo e coestensione assurda di alcuni modi e principi di intelligibi~
lità che sono propri del determinismo fisico-meccanico (ossia dei mondo
della omogeneità, della conservazione e della ripetizione) alla compli-
cata serie della fenomenologia umana, che è il mondo della eteroge~
neità, del cangiamento e dello sviluppo. Si dimentica che nel complica.
tissimo mondo umano interviene un elemento perturbatore di ogni
schematico semplicismo di leggi, il cotfficiente della variazione indi-
viduale, la libertà o, almeno, la contingenza, l'eterogeneità delle azioni
e dei fini, la sintesi creatrice che sostituisce la equivalenza causale, l'im-
preveduto e l'imprevedibile, l'azzardo e così via.
Della sociologia come scienza autonoma 2IJ

Inconsci di questa logica di cose, i sociologi han: preteso di scoprire


lo stesso modo di successione in alcuni fatti sociali presso tribù e po-
poli diVcrsi, e, traducendolo in termini di generalità, hanno• foggiato
un sistenia di leggi di sviluppo. Essi ci esibiscono uno schema unili-
ncare, rettilineo, geometrico procedente nel tempo.
Ma questa identità cli modo di successione, questa somiglianza di
sviluppo sociologico delle genti non v'è; onde la comparazione delle
serie diverse, ossia delle storie diverse dei popoli diversi non fornisce
alcun elemento di simiglianza ed è viziata da quella intrinseca assur-
dità logica che è aderente ad ogni forma di comparazione che si eserciti
fra termini eterogenei ed incommensurabili. Una certa limitata simiJarità
di processo vi è fra le genti umane solo neg1'incunaboli della storia, cioè
a dire quando la storia si scolora e si perde nella preistoria; nelle fasi
primitive e barbare. Questa è la vera ragione per 1a quale la dinamica
sociale s'indugia, oggi, neJl'archcologia preistorica dell'ord'a e del clan.
La cosa è molto facile ad intendere; nelle origini non interviene ancora
la complicazione: in quelle origini impera il semplice e l'uno. Tutti i ter-
mini sono similari, ossia accomunati ne1l'oscurità dell'indistinto, come di
notte, dice il proverbio, tutte ]e vacche sono nere. Quando la storia
si afferma, la cc.mp1icazione interviene; interviene l'elemento indivi-
duale, e quindi, la differenziazione; ogni gruppo etnico svolge una fisio-
nomia psichica distinta; ogni popolo presenta condizioni e caratteri pro-
pri, una sua propria pskologia, una sua propria costituzione politica,
una sua religione, un suo proprio sistema di convincimenti ed idee.
Il seguito di questi fatti e di questi avvenimenti dà, quindi, luogo a
quella forma cli conoscenza che chiamasi storia, non a quella altra forma
di conoscenza che chiamasi scienza. E la storia è dell'individuale e dcl
singolo: storia specificata dei diversi popoli, delle diverse razze o delle
diverse nazioni, non dell'umanità universale ed astratta.
La sociologia dinamica, ahimè! non è una scienza, nè una nuova po-
sizione di autonomo contenuto : essa è... storia..

XIII. Se non che al sociologo soccorre un espediente : non potrebbe


ella essere una filosofia della storia? Se anche fosse, ella sarebbe
anche qui duplicato ed equivalente di un'altra cosa ... che non è lei.
Ed il destino della sociologia procedente affannosamente alla scoperta ...
di sè medesima, in questo caso si presenta associato ad elementi di
1-imorismo tragico. La filosofia della storia che dovrebbe somministrare
alla sociologia un contenuto di scienza, deve provvedere anzitutto a
218 Igino Petrone

somministrarlo a sè stessa! Quella stessa critica corrosiva della oggetti.


vità delle presunte leggi di sviluppo che impedisce alla dinamica sociale
di essere una scienza, quella stessa critica ha sovvertito e spodestato
da tempo la filosofia della storia, convertendola tutt'al più in una dot-
trina dei metodi storiografici, cioè in un capitolo, e sia pure un ampio
capitolo, della ideologia e dell31 logica applicata alla conoscenza storica.
Non indug·erò qui nell'analisi di una cri.sì a tutti nota.
Se non che la sorte della filosofia della storia è ancor meno dispc.
rata, in un certo senso, di quella della sociologia. L'assunto della prima
può ancora sostenersi con plausibilità di ragioni : quella critica corro-
siva lascia un gran vuoto e non ha detto l'ultima parola. In quella innu..
merevole successione di fatti umani singoli ed eterogenei che è la storia,
non si può inserire, certo, la nozione scientifica della legge naturale.
Quella innumerevole successione non è riducibile a scienza. Ma essa
può essere obbietto dì una visione filosofica, che nella serie di sviluppo
discerna un valore ed un contenuto spirituale e colga come il filo ideale
che collega i singoli fatti nello spazio e nel tempo, non già nell'unità
di un processo causale, ma nell'unità di un processo finale.
Questa visione filosofica rimarrà l'altissima esigenza di una filosofia
della storia, che il riferente sente il bisogno di rivendicare contro gli
abusi della scepsi.
Ma, nel tempo stesso, è da chiarire che questa filosofia della storia
non è scienza, ma contemplazione: una intuizione del mondo umano
sub specie aeternitatis. Altissima intuizione : piena di quel valore ogget.
tivo che hanno tutte le funzioni superiori dello spirito, poichè le> spirito
è il giudice sovrano e la fonte unica. di tutti i valori. Ma, appunto per
questo, una siffatta intuizione rimarrà filosofia della storia ... e non sarà
mai sociologia; rimarrà metafisica e contemplazione, non positività e
scienza.
Di guisa che i vuoti ed i dubbi che lascia la critica contemporanea
delle cosi dette leggi stòriche giova, se mai, ad una filosofia della storia,
non già alla sociologia. È superfluo qui notare che questa si è precluso
!'dito in antecedenza a fare appello alle illuminazioni di quella. La fi.
losofia della storia muove dal principio d'intelligibilità delle cause fo
nali: la sociologia da quello delle cause effici.enti; l'una ci parla di pro·
gresso, l'altra di sviluppo; l'una di valori, l'altra di fenomeni; l'una
d'idee, l'altra di fatti. L'una cioè muove dallo spirito, come maestro
e signore, l'altra degrada lo spirito ad epifenomeno.
Della sociologia come scienza autonoma 219

XIV. Raccogliendo le fila della sparsa disamina, si conchiude che


la sociologia non può affermarsi come scienza autonoma accanto alle
coesistenti scienze sociali particolari.
La sociologia non può essere una scienza fondamentale o· astratta o
formale, senza cadere nel vuoto verbale e nell'astrazione ineffabile: e
non può voler essere una scienza concreta, senza penetrare nel vivo
dei particolari contenuti sociali esauriti dalle scienze concrete esistenti.
Riducendo il contenuto sociologico alle sue ultime istanze, si osserva
che la sociologia statica è o economia o etica o filosofia del diritto e della
politica, e che la dinamica sociale non è nella più plausibile ipotesi, che
storia e non può essere nemmeno que1la problematica cosa che è la filo-
sofia della storia.
Wduccndo, poi, alle sue ultime istanze il momento formale dell'asso·
dazione, J'intèrazione individuale, la sociologia si rivela come un dupli-
cato o la faccia esterna della psicologia e della filosofia dello spirito:
chè l'interazione o l'associazione non è altro se non quello che vi è
di <:omune e di consenziente negli spiriti e nelle menti associate, non è
che processo di fatti e di forme dello spirito o intreccio di rappresenta-
zioni, di ideazioni, di volizioni concordi. Prodotto dello spirito è la so~
cietà e vincolo psichico è il legame sociale, sia economico o etico o giuri·
dico o politico o linguistico o pedagogico o scientifico o artistico o re-
Jigioso. La fenomenologia sociale è, quindi, studiata dalle scienze sociali
concrete, coordinate ed unificate dalla psicologia e dalla filosofia dello spi-
rito. E la successione degli avvenimenti sociali è. conosciuta, raccolta e
descritta dalla .storia, e contemplata e meditata dalla filosofia della storia
o dalla filosofia dello spirito storico.
Posto per la sociologia, nel sistema delle scienze, non ~i è : vi è
posto, bensì, e lungo ed ampio ed incontestato per le scienze sociali con·
crete. La sociologia si accontenti di essere fatta dalle scienze sociali
stesse : e non voglia cangiarsi da risultato, e risultato mobile, in pre.
messa stabile e non si affatichi all'improba impresa di fare sè stessa ...
dal nulla. La socialità non è ind,ividuabile che quando ed in quanto si
concreta.: così la sociologia non è individuabile che ... quando è questa
o quella scienza sociale concreta o la loro somma o la loro cat.-ilo.
oazian.e.
Il va.lore della sociologia o della nozione di una sociologia ut sic
(<hè un valore pedagogico hanno anche le posizioni mentali erronee
ed iilusorie) è nel canone euristico, che essa ~nnunzia, dei nessi sociali:
è nell'essere essa un anunonimento metodico, un angolo visuale del
220 Igi110 Petro11e

co11sensus1 un punto di vista. La sua utilità è grande contro l'unilatera-


lità e lo specialismo abusivo di alcun teorico di scienza sociale concreta;
ma basta eh~ )e scienze sociali facciano sul serio l'ufficio loro, perchè
anche quell'ammonimento metodico risulti superfluo. L'assunto massimo
ed il vero autentico trionfo della metodica sociologica è la non-esistenza
autonoma della sociologia: il suo disparire per aver visto adempiuto
il suo monito; la constatazione che essa non ha più nulla da fare per.
chè ... tutto è stato già fatto.
Forzata da una logica anche più spietata, la sociologia si traduce in
una singolare posizione verbale. Il suo assunto (mi si voglia inkndçre
con discrezione) poggia tutto sopra una trasposizione grammaticale:
la conversione di un aggettivo in un sostantivo; la trasformazione di
saciale in socialità, la personificazione di una qualità in una sostanza.
In questa conversione grammaticale si racchiude un segreto d'ironia e,
ad un tempo, un suggello cd un residuo di utilità. Noi umani abbiamo
bisogno delle personificazioni e delle ipostasi: abbiamo bisogno ciel SO·
stantivo. La qualità sociale non sarebbe così significante e così ammoni-
toria per lo studioso, se non prendesse corpo in un feticcio~sostanza -
socialità o specificità socia.le. L'umatùtà è meno ideale cd idealistica che
non si creda; sembra che essa adori le idee e in realtà non adora che le
persone: e le idee stesse non adora che quando sono diventate persone,
quando, cioè, sono feticci e simboli. Così la qualità sociale ha dovuto
chiedere alla sua proiezione· ideologica, al suo simbolo verbale, alla sua
onibra - sadalità - le ragioni della sua lumiìnosità, della sua esem-
plarità, del suo significato ideale, del suo valore. Ne è venuta la scienza
del feticcio..socialità, la sociologia, un barbarismo comodo, disse Stuart
Mill, il cui resi.duo utile, aggiungerò io, è appunto in questa ideologia
proiettiva, di cui essa è un momento ne.cessa.rio, ed in questa sua capa.
cità di appagare i bisogni dell'umanità feticista, avida di semplificare e
di individuare in un simbolo unico, in un fantasma corpulento, un si-
stema complesso di ideazioni, di nozioni, di scienze.
VI.

LA SOCIOLOGIA E LA SUA ELISIONE LOGICA


NELLA
FILOSOFIA DELLO SPIRITO
Le osservazioni e le note critiche degli egregi colleghi Persico e
Chiappelli, mentre illuminano sotto diversi punti di vista l'argomento
dibattuto dall'Accademia('), mi consigliano di tornare per un momento
solo sulle conclusioni sommarie che ·ebbi già l'onore di formulare, a
scopo sopratutto di vedere se, attraverso i dissensi visibili dcl pro-
cesso, non vi sia un accordo sostanziale nelle risultanze finali.
Il collega Persico faceva rilevare in special modo, parmi, come
l'assunzione del fatto sociale ad oggetto di scienza fosse correlativa
all'emergere del fatto sociale medesimo, cmne rapporto di vita, nella
società contemporanea. La rivoluzione disgregatrice ed atomistica, di-
scioglien<lo tutti i centri organici delJa convivenza (es. le corporazioni)
in omaggio al razionalismo individualistico, aveva isolato l'individuo da
tutti i rapporti e da tutte lé -correlazioni sociali e lo aveva contrapposto
fittiziamiente allo Stato, cercando di ricostruire il mondo disciolto sulla
base teorica dell'assoluto potere astratto dell'individuo medesimo.
Il significato della Rivoluzione è precisamente questo : eliminare dalla
vita, e quindi eliminare dalla dottrina, ogni forma di aggruppamento
intermedio fra l'individuo e ]o Stato, eliminare, cioè, i nuclei e gli or..
ganismi associativi o, insomma, l'associazione.
Alla rivoluzione atomistica doveva succedere ed è succeduto, in ef-
fetti, un movimento tacito e latente di ricostruzione dei gruppi disciolti.
L'associazione doveva tornare ad emergere : gli atomi, retrospinti alla
loro Jibertà originaria dall'anarchia rivoluzionaria, dovevano convergere
verso nuove forme di aggregazione. Come intermedio fra l'individuo
e lo Stato s'inseriva la Società; nascevano associazioni e sindacati;
all'astrazione verbale della sovranità del popolo opponevasi il principio
organico deJla rappresentanza concreta delle forze dei gruppi, degl'in..
1

teressi sociali. Emergeva, da capo, l'associazione nella vita, stimolata

(1) [Vedasi, per tali dibattiti, il voi. XXXVI (1905) degli u Atti della R. Acca-
demia di Scienze morali e politiche di Napolì », dove questa Nota fu inserita, al pa1·i
della precedente].
224 Igino Petrone

dalle punture del problema sociale e dalla crescente tendenza delle vo.
cazioni e delle professioni omogenee, ossia delle classi, a federarsi in or·
ganismi collettivi a scopo di conservazione, di difesa e di offesa.
Ora, a questo movimento nella vita doveva corrispondere un movi..
mento pari nella dottrina. La Sociologia è il correlativo t'.de~e <ld moto
associativo succeduto all'atomismo della rivoluzione.
Queste osservazioni, cd altre consimili, sono perfettamente giuste
e nell'aspetto storico e nell'aspetto dottrinale: ma esse non importano,
per logi.ca conseguenza, l'assunzione della sociologia come scienza au·
tonoma accanto alle coesistenti scienze sociali concrete. Esse suffragano,
bensì, la legittimità e la validità delle scienze sociali: particolari e della
loro penetrazione nelle particolari scienze politiche, il che è fuori di
contestazione e di dubbio. Nessun dissenso, quindi, divide la tesi pro-
posta da mc e, nella ~pecic, più espressamente dal collega Arcoleo
da quella opportunamente risollevata dal Persico. Quanto a me, mi
permetterò di ricordare che dissi, altrove ( 1 ), redsarncnte che l'errore
della filosofia politica dcl passato era stato in ciò : nell'aver isolato i
discreti della serie politica, ossia l'individuo e lo Stato, dal continuo,
ovvero daH'intermedio sociale nel quale essi s'inseriscono e dal quale
emergono. E stimo di non essere reo di nessuna incoerenza, sostenendo
tuttavia che il contenuto della fenomenologia sociale è esaurito dalle
scienze sociali particolari e non consente margine di sorta ad un'altra
scienza, contigua a quelle, così come 1 per l'analitica della mente, il con·
tirmo non è percettibile che differenziato e diviso in termini di discon·
tinuità. Come all'astrazione ideologica è succeduta o, meglio, deve sue~
cedere (almeno qual supremo ideale di vita sociale e politica) il gioco
deJla rappresentanza organica delle forze e degl'intcressi sociali, così
alla generalizzazione caotica ed incomposta di una sociologia astratta
è giusto che si sostituisca la stretta e rigorosa percezione delle scienze
sociali concrete. Come l'astratto termine popolo abbuia la visione con·
creta delle classi e delle associazioni, così l'astratto termine società of.
fosca la visione concreta degl'interessi sociali. L'astrazione metafisica
e rivoluzionaria non ha nulla da invidiare, per tal rispetto, a quella
positivistica e sociologica.
Così, è lo stesso rispetto della realtà sociale, alla quale fa richiamo
il collega Persico, è la stessa considerazione degl'interessi e delle forze

(I) La filosofia politica contomporanea. Appunti critici (Roma, 1904, za ediz.,


in fine).
La sociologia e la sua elisione logica nella filosofia, ecc. ,z25

sociali di fatto che consiglia di respingere la sociologia come scìenza


itt sic. Separata dal contenuto analitico delle scienze sociali concrete,
liberata dal quel freno e da quella disciplina che iI11![>rime alla mente
la presenza diretta del fatto e della vita come documento di osservazione
e di studio, la sociologia degenera, di necessità, nell'astrazione di un
umanitarismo e di un solidarismo vago, generico, mitologico, una socio·
logia a volte teocratica, a. volte ideologica, fallace, sempre, e fanta-
siosa, ed affatto aliena da ogni abito rigoroso di scienza. L'esempio si..
gnificantissimo di Cornte e della teocrazia umanitaria del suo Systèmè
de politique positive dispensa, su tal proposito, da ulteriori ragguagli.

*•*
li collega Chiappelli rivendica nella sua Nota addottrinata e serena
le ragioni di metodo e di contenuto, le quali suffragano, a suo avviso,
la legittimità di una sociologia come scienza. La latitudine dei punti
di vista da lui abbracciati inviterebbe ad una nuova disamina del vasto
argomento. Tuttavia, per ragioni cli brevità e per ovvie esigenze di
discrezione, io mi restringerò a poche osservazioni, le quali, mentre
mireranno a dichiarare e commentare l'assunto da me enunciato nel-
l'altra nota, gioveraru10 1 altresì, a cogliere e rendere visibile quella certa
c.ipprossimazione sostanziale di pensiero che si cela nell'apparente dis-
sidio.
Il Chiappelli osserva, anzitutto, <lie non si può negare alla sociologia
carattere di scienza pel solo fatto che essa manchi di un contenuto pro-
prio. Condizione formale della legittimità di una data scienza non è la
presenza di un contenuto partkolare, ma cli una forma nuova o di un
nuovo modo di vedere i contenuti già esistenti. La. sociologia può sus-
sistere accanto alle scienze sociali, così come sussiste la filosofi.a o
la sintesi filosofica accanto alle scienze in genere. In vero, la fi.\Q;.
sofia, se ha un contenuto proprio ini quanto essa è dottrina dello
spirito e del soggetto conoscente, in quanto è psicologia e gnoseo-
logia, non lo ha pnnto, in quanto è concepita come un sistema
ideale della realtà o intuizione del mondo o filosofia della na-
tura; non lo ha, ossia non ha wi contenuto suo proprio che non
sia, ad un tempo, il eontenuto delle scienze analitiche della natura.
E, tuttavia, una sintesi filosofica delle scienze della natura è le-
gittima ed ormai pienamente consentita, poi che la filosofia rielabora
ed unifica sotto nuovi punti di veduta i dati ed' i risultati di quelle.

:15~ - PETR0!4"E, Filosofia dd dirillo.


226 I gin o Petrone

La osservazione sarebbe 1 sembra a me, perfettan1ente giusta, se il de.


stino della sociologia coesistente, in ipotesi, con le scienze sociali con..
crete, fosse al tutto identico con quello della filosofia: coesistente con le
scienze della natura. Che così sia, non pare. Osservo, anzitutto, che
molte cose possono essere intese sotto la denomina.zione di una filoso ..
fia della natura e che, in quanto una filosofia della natura è legittima,
essa non suffraga l'assunto della sociologìa.
La filosofia della natura può essere appresa:
a) come una critica. ed unian.aHtica dei concetti fondamentali o dei
concctti·li·mitc della mente in ordine ai fatti naturali (massa, energia,
moto, ecc.), ed in tal caso essa è una teorica della conoscenza applicata
e concreta, la cui legittimità ed obbiettività riposa a.ppw1to sul carattere
di contenenza autonoma che è, d'accordo, riconosciuto ed attribuito alla
teorica della conoscenza, epperò non consente delle conclusioni favore-
voli ad una forma m;entis, come quella sociologica., nella quale si rico..
nasce, dcl pari di accordo, che difetti la presenza di un autonomo con.
tenuto.
b) o come una intuizione dogmatica e costruttiva o una contem-
plazione Wliversale e sistematica della natura o, insomma, una suprema
sintesi metafisica delle scienze. Nel qual secondo caso, per altro, non
siamo più in tema di scienza o di conoocenza scientifica, ma in tema
ài ·Wntemplazìone e di meditazione. La filosofia della natura, così rice-
vuta ed intesa, è una integrazione ed una forma di appagamento del bi-
sogno metafisico, morale e religioso dell'uman1tà: un saggio di costru·
zione e d'interpretazione de::l mondo sub sp-tcie aeterni; wio sforzo di
superazione delle fonne e delle categorie delle scienze; una visione di
principii <l'intelligibilità .e d'idee superiori alle verificazioni dell'espe-
rienza; un processo di assimìlazione de11a natura aJlo spirito; una proie..
zione dello spirito sulla natura.
Non io, certo, ricuserò o vorrò menomare l'altissima significazione
spirituale cd il valore oggettivo di questa, pur tanto discussa e conte..
stata, metafisica universale. Ma osserverò nel tempo stesso, che ap-
punto la metafisica e la filosofia della natura non è una scienza, ma una
meditazione ed una contemplazione del destino del mondo e del11uomo ~
ed aggiungerò ancora, per tornare all'assunto, che, se la contempla·
zione metafisica può sussistere, ciò dipende dal fatto che essa ha un
-contenuto autonomo : un contenuto plasmato dall'Idea, se si vuole, ma
suo ad ogni modo: suo, anzi, a tal punto che le altre scienze respin-
gerebbero con orrore il solo sospetto che quel contenuto di lei sia il
La sociologia e ta sua elisione logica netta filosofia, ecc. 227

loro contenuto; il che ci conduce a questa ritlessjone iondaJnentale:


che non è del tutto vero che la differenza fra le scienze analitiche della
natura e la filosofia naturale sia, soltanto, di modi o di punti di veduta
e che il contenuto delle une e dell'altra sia sostanzialmente lo stesso;
che è vero, invece, che la filosofia della natura in tanto sussiste come tale
(e lasciamo stare se sussista a buon diritto o meno) in quanto essa
ha un suo contenuto e lo sostituisc.e e lo sovrappone, anzi Jo contrappone
al contenuto delle scienze, sostituendo i suoi principi d'intelligibilità.
alle forme cd alle categorie ed ai nessi mentali delle scienze mede-
sime, o contrapponendo, ad es., al principio di causa quello di finalità
o di sintesi creatrice o di plusvalenza e di incommensurabilità dei pro-
dotti e così via. Perchè, dopo tutto, non è da dimenticare che la meta..
fisica, o è meno che nulla, o è l'affermazione e la formazione di un
mondo superiore alle condizioni relative dell'esperienza.
Ora, il caso della sociologia non è identico al caso della metafisica o
della filosofia della natura. La sociologia è scienza, si annuozia come
tale, ci tiene ad esserlo: i suoi principi, i suoi abiti mentali sono g.li
stessi principi, gli stessi abiti mentali delle scienze sociali analitiche. La
necessaria limitazione empirica, in che è riposta Ja sua ragion di
essere di scienza, non Je consente queJle intuizioni metempiriche grazie
alle quali essa riuscirebbe certo ad afferrare un contenuto suo, ma ces~
san<lo ìPso facto di essere scienza, e diventando un duplicato,
per lo meno inutile, della filosofia dello spirito, la quale sta alle scienze
sociali concrete precisamente come la filosofia della natura sta alle
scienze naturali.

***
N qual uopo è bene por mente a, due eose, nelle quali è il segreto
così dell'apparente dissidio come della sostanziale consonanza di pen-
siero fra me ed il collega Chiappelli.
La prima è che nella mia nota critica « Della sociologia come
scienza autonoma » io ho assunto il termine di scienza nello stretto e
rigoroso senso logico della parola, e non già in quello di con~
scenza in senso lato, che comprende anche le forme e gli ab:iti
della ~ontemplazione e della -ditaz'ione. Di qui segue che io ho
misurato l'obbiettività scientifica della seiciologia alla stregua di esigenze
più rigorose che non sia spesso costume di fare: curando d'individuare
e d'isolare, nella sua complicata compagine e nella sua mobilissima
228 Igino Petrone

fenomenologia, quel resUi'uo utile che solo potrebbe attribuirle dignità e


contenuto di scienza e restituendo alle alti-e conoscenze e discipline,
esistenti e non contestate nè contestabili, quel contenuto che essa attinge
da loro per sopperire al suo intimo difetto,
In omaggio a questa logica di principi e di criteri, ad es., ho negato
e ffego che la dinamica sociale possa essere una scienza, per la stessa ra..
gione onde ho negato e nego che lo sviluppo, delle formazioni sociali
storicamente accadute e vissute sia riducibile a rigoroso processo dì
<:ausalità. Da :ciò non segue, per altro, che la. sostanza delle conclusioni
dcl collega Chiappelli sia diversa da quelle delle mie. Io riconosco pie.
namente con lui che le formazioni sociali e storiche sono riconducibili
a leggi empiriche ed a regole, e che nelle Ma.ssenerscheinungen della
storia sono discernibili dei processi di conformità entro dati limiti di
spazio e di tempo, di guisa che le formazioni sociali tramezzino fra la
legge della natura e l'eterogeneità individuale ed e:i: lege della storia pro·
priamcnte detta. Ma, in pari tempo, devo osservare che la ricerca delle
leggi empiriche o delle risultanze conformi, dovute ad un processo di
coma>ensazìone fattizia delle. differenze ed ottenute grazie ad una limi-
tazione del campo m'sz.1.10 intellettuale nello spazio e nel tempo, non è
scienza nel senso rigoroso della parola, ma assaggio di generalizzazione
storica,· la cui migliore ~ più salda oggettività riposa tutta sulla deter.
minazion.e del contenuto storico particolare : -come è visibile ad es. n:ei
bellissimi studi recenti dì Kurt Breysig sulla evoluzione della civiltà
moderna nei popoli dell'Europa occidentale, i quali sono esperimenti
di sintesi storica, non certo di sintesi sociologica.
D'altro lato, la dinamica sociale, così come la intende A. Comte e
come la intendono tutti i sociologi venuti dopo di lui, si annunzia come
una ricerca, non già delle leggi empiriche ed improprie, ma delle leggi
scientifiche o ~ausaii o naturali dello sviluppo sociale : di guisa che la
sociologia non potrebbe assumere di essere stata misurata ad una stregua
troppo severa ovvero incongrua e che essa, anzi. non: accetti e non pro-
fessi per prima. La dinamica sociale si annunzia come la scienza delle
leggi dell'evoluzione sociale. È suo sottinteso e sua· ragione di essere
quella tal premessa sistematica dell'evoluzione, che si può formolare
così: imperìe> della causalità naturale nelle diverse forme dell'essere,
dal mondo astronomico agli organismi sociali più evoluti.
Epperò le finì osservazioni del Chìappelli in ordin'e alla collocazione
delle formazioni sociali fra i due estremi della causalità naturale e
della spontaneità ed eterogeneità storica, giovano, se mai, alla causa
La sociologia e la sua eUsione logica nella filosofia, ecc. 229

di una sintesi filosofica d~lla storia, non già a quella di una sociologia
come scienza. Su questo punto l'accordo per noi due è pieno: ed il dis-
senso fonnale dipende esclusivamente dal fatto che io ho parlato e
parlo di scienza in sen'so stretto, ed egli, di dis'Ciplina e di conoscenza
in senso più lato.
L'altra cosa che va osservata e che ha il merito di risparmiare tante
altre osservazioni è che, negando per metodo l'oggettività di una socio-
logia come scien·za autonoma, io non ho punto negato la necessità di
una sintesi e cli una unifrcazione dei dati delle scienze sociali concrete.
Ho affermato, anzi, espressamente Ja necessità della sintesi e della uni-
ficazione filosofica, quella rappresentata dalla psicologia o dalla filoso-
fia dello spirito soggettivo e quella rappresentata dalla filosofia dello
spirito oggettivo.
Fra la nostra mente e le scienze sociali concrete non vi è il vuoto
o l'immediatezza; vi è la sintesi filosofica. Il cui intervento, mentre
placa le obbiezioni proposte in omaggio alle esigenze sintetiche del pen-
siero, elimina, altresì, quell'altra ingegnosa difficoltà che si ha costume
di opporre, che, cioè, come, per negare la filosofia, bisogna filosofare,
così, per poter negare la sociologia, bisogna essere sociologi. L'assimi·
Iazione, anche qui non sarebbe fondata: perchè, risalendo a ritroso fino
alle idee-limiti ed ai primi prin'Cipii del pensiero, si trova un residuo
ineliminabile che è precisamente la filosofia; ineliminabile, a tal punto,
che lo si afferma nell'atto stesso del negarlo. Il che norr può dirsi di
quella derivata e particolare forma di conoscenza che. è la sociologia, la
quale può bene essere delibata ed affermata o negata dalla logica delle
scienze o dalla teoria della conoscenza o dalla filosofia del pensiero sen-
za che il filosofo, ciò facendo, diventi, senz'altro, sociologo.
La presenza di questa sintesi e di questa unificazione filosofica rende
soprannwneraria, adunque, una sintesi sociologica, salvo che per sintesi
sociologica non s'intenda, appunto, la sintesi filosofica delle scienze so.
ciali, nel qual caso, per altro, la sociologia non· avrebbe ragione di an-
nunziarsi come scienza autonoma e dovrebbe a:cconsentire alla sua ne..
cessaria riduzione ed elisione logica nella filosofia.
Il prof. Chiappelli intende, appunto, per sociologia la filosofia sociale
o la filosofia dello spirito sociale ed attinge da tale concepimento del
contenuto della sociologia delle valide ragioni per legittimarn~ l'ogget-
tività. Invoco anche io la sintesi delle scienze nella filosofia dello spi-
rito, epperò sono in pienissimo accordo con. lui : solo osservo che sif ..
fatto ragionamento approda non già a riaffermare, ma a ricusare espli..
230 l gino Petrone

citamente l'autonomia scientifica della sociologia. Come 1 per quanto at.


tierre alla dinamica sociale, le sue riflessioni giovano soltanto a suf.
fragare la sintesi filosofi.ca delle scienze storiche, così, per quanto at~
tiene ana statica sociale, esse giovano, tutt'al più, a porre in sodo la
necessità e la utilità di una sintesi psicologica delle ·scienze sociali.

***
Procedendo ad una risoluzione logica del contenuto sociale nei suoi
atteggiamenti o momenti elementari, egli perviene fino ai dati primi psi.
cologici dell'associazione e della inti!ra::ìone individuale; imitazione 1
opposizione, concorrenza, simpatia e così via. A questo modo, egli coglie
tutto un vasto e complesso conb~n1 uto, attinto dalla psicologia applicata
alta società o dalla psicologia sociale, cd Ìtl/ esso ravvisa ed identifica il
presunto ed invocato oggetto mtionom.o della. sociologia, oggetto che sa.
rebbe idealmente preesistente e scientificamente atto ad essere isolato
dalle ulteriori e specifiche determinazioni della socialità, esaurite dalle
scienze sociali concrete.
Ora, niun dubbio che la psicologia così eletta sociale abbia valore og-
gettivo di vero e possa essere contenuto d'indagine: ma niun dubbio,
ad un tempo, che essa, la psicologia sociale, è pur sempre psicologia, e
niente altro che psicologia: e che i processi della simpatia e della imi-
tazione e della opposizione sono pienamente studiati dalla psicologia,
specie nell'analisi dei dati e delle forme dell'associazione; così come i
canoni della ideologia e della logica sociale del Tarde sono una proje-
zione pura e semplice della ideologia e della logica autentica: di guisa
che non la psicologia o la ideologia approda alla sociologia, come a suo
coronamento, ma è la sociologia che si ritraduce, e quindi si elide, nella
psicologia e nell'ideologia.
Nè vale l'allegare, in contrario, che il vasto contenuto della psicolo-
gia sociale si distacca su fondo autonomo: di guisa che, in cambio di
essere un ampio capitolo terminale della stessa fenomenologia psicolo-
gica, esso dia luogo, senz'altro, ad una nuova scienza. Che io sappia,
quando si parla di spirito sociale o di fenomeni spirit,.alì collettivi, si
versa sempre in tema di fenomeni spirituali insidenti nei soggetti indivi-
duali e non altrimenti <0nosciuti o consaputi che per l'immediatezza del·
l'introspezione. Non esiste, evidentemente, una coscienza sociale nè una
volontà sociali!. Lo stesso Spencer credè opportuno di dirlo espressamente
contro le abusate inferenze dell'analogia biologica e per scongiurare i
La sociologia e la sua elisione logica nella filosofia, ecc. 23r

gravi pericoli del panteismo p<>litico. Non esiste altra psiche che l'indi-
viduale, nè esiste altra coscienza che la coscienza personale, eJ la così
detta psi:che sociale è un simbolo o un indice metaforico dei modi di
sentire e di voJerc concordi di una pluralità di person'e, ossia di una plu ..
ralità di coscienze. Certo, in questo consentimento ed in questa con-
cordia dci modi di spirito si esprime utJ rapporto nuovo, discernibile
dai suoi termini o dai suoi estremi isolatamente presi, dai modi di spirito,
cioè, di ciascun individuo astrattamente avulsi dal vincolo del consenti-
mento medesimo. Certo, n'ella interazione di più individui vi è, da un
lato, l'azione di ciascun individuo, astrattamente concepito ut sic, e vi
è, ad un tempo, l'inter, il nesso, la mediazione, la correlazione dei tei·.
mini. In questo nesso, in questa: correlazione, emergente dai suoi ter-
min1 per una spontanea proprietà, che è comune ad ogni nesso e ad
ogni rapporto, consiste appunto l'efficienza nuova del fatto associativo.
Ma è da riflettere che codesta attività sociale, che nasce dalla inte-
razione individuale, o si concreta e determina e limita in una forma
ed in prodotto oggettivo, conoscibile per le vie dell'esperienza e del·
l'osservazione, ed allora essa dà luogo alle diverse scienze analitiche e
concrete, .la cui esistenza e la cui legittimità io sono il primo a ricono-
scere ed a rivendicare. Ovvero, essa si sta tuttora nella sua forma idea..
le, soggettiva, personale di mom,,nto e di funzione dello spirito o di dato
della coscienza, ed allora essa non può- essere intuita altrimenti che per
l'intimità personale dell'introspezione e non può essere esplicata scien-
tificamente se n'on per una riduzione! del suo contenuto alla sintesi della
psicologia e della filosofia dello spirito. Perchè, è evidente che l'associa-
zione e la società è una vocazione ed una funzione dello stesso spit;_to
individuale, della stessa coscienza personale. È lo spirito che è il me-
diatore universale e pe.r eccellenza; è esso l'agente inter-individuale, il
principio associante. La società vive nello spirito e nella coscienza per-
sonale ; e, in quanto essa è attività e non ancora prodotto o patrimonio
oggettivo, non può essere individuata altrimenti che nello spirito e per
lo spirito o per l'autospezione dello spirito medesimo.
E, per ricondurre l'assunto ad una formolazione più altamente filo-
sofica, io dirò qui che non si può parlare, a rigore, di una distinzione o
di una contrapposizione vera e propria fra spirito individuale e spirito
sodale. No: non vi è che lo spirito, il quale non è propriamente nè in-
dividuale, n'è sociale o, se si vuole, è, ad un tempo, l'una cosa e l'altra,
in quanto è superiore a queste distinzioni dell'emfriria; il quale è indivi-
duale_. per l'inerenza personale soggettiva, o in quanto accede ad un
232 Igino Petrone

soggetto personalmente distinto, ed è sociale, pel suo valore e per l'am.


piezza di comprensione ideale, ossia perchè è, di sua natura, rappresen~
tativo e visivo dall'universo reale e, quindi, dotato di virtù spontanea
che gli consente di superare l'individuazione e che lo costituisce qual
prin·cipio unificante della pluralità e del diverso, e quale mediazione e
viatico dell'assimilazione e della comunione delle esistenze.
Epperò, non si creda, nè sì sospetti che la psicologia, o la cosi detta
filosofia dello spirito individuale sia come in difetto verso il vasto con.
tenuto dello spirito sociale di guisa che vi sia bisogno di una scienza
nuova o di una psicologia nuova che sopperisca al difetto medesimo e
che sarebbe appunto denom,inata sociologia. No: non esiste una ti.Io.
sofi.a dello spirito individuale, che n'on sia ad un tempo e necessariaa
mente una filosofia dello spirito sociale, o non. ne accolga e comprenda
il contenuto. Lo spirito individuale è intessuto e sustanziato di elemen.
ti, di rappresentazioni è d'impulsi ereditati, nelle infinite vie del pas.
sato, daUa tradizione sociale e storica delle esperienze : epperò esso si
porge come la ricapitolazione dello sviluppo spirituale, ossia come lo
stesso spirito sociale rendutosi percettibile, luminoso, concreto, inten.
sivo: lo stesso spirito sociale, non più amorfo, fluido, indeterminato,
ma che prende forma, s'individua e si organizza. Lo spirito così detto
individuale è, quindi, la stessa coscienza di sè dello spirito cosi detto
sociale; la monade spirituale è comprensiva dell'universo ed è coesten·
siva all'universo. E lo spirito è ad un tempo l'uno ed il tutto, l'ìndivi-
duo e la società, perchè dire spirito è dire tutt'uno che universalità idea-
le e nella visione dell'universale le distinzioni secondarie e frammen.
tarie di individuo e di società si risollevano, si unificano, si elidono.
Lungi dal respingere l'oggettiva contenenza della psicologia cosi
detta sociale, noi la riconbsciamo e la riaffermiamo, adunque, come mo-
mento che penetra ed investe la stessa psicologia così detta individuale;
in quanto la coscienza, che è l'oggetto delle analisi e delle indagim psi.
cologiche, è una formazione sociale e storica o, meglio ancora, è una
fenomenologia progressiva ed ascendente, nella cui genesi e nel cui svi·
luppo interviene, <:-Ome momento e come intermedio, lo· stesso fattore
della socialità e della tradizione storica ideale. Epperò, il fattore così
detto sociologico è un elemento ed un aspetto della stessa psicologia
bene intesa; la quale, pur tesaurizzandolo ed esprimendo da esso tanta
sostanza di vero, non cessa, per questo, di esser pur sempre psicologia,
nè diventa ipso facto sociologia o che so altro. Così G. Hegel non po..
trebbe dirsi sociologo, aru:ichè filosofo dello spirito, solo perchè consi·
La sociologia e la sua elisione logica nella filosofia, ecc. 233

derò il diritto, la morale, la socialità e lo stato come mediazioni e come


approssimazioni spirituali fra la coscienza e la ragione, cioè a dire, solo
perchè penetrò la natura del fatto sociale come essenziale momento della
fenomenologia dello spirito.
Anche per n'Oi, adunque, la psiche è una formazione storica e so-
ciale: così come l'individuo è una inserzione ed un differenziamento
nel continuo sociale: anche per noi, l'associazione è molto, sarei quasi
per dire, è tutto, in quanto associazione è tutt'uno che spiritualità, e la
prima è l'espressione e la trascrizione oggettiva della seconda: ossia,
l'una è la visione dal di fuori e l'altra, dal di dentro, del medesinID con-
tenuto e della medesima. sostanza di vita. Ma, appunto per codesto suo
spirituale cd universale valore, l'associazione è studiata dalla scienza
delle forme e dei valori spirituali, cioè dalla filosofia, e non consente
alcun margine ad altra scienza sintetica che non sia il duplicato impuro
di quella.
***
Le obbiezioni proposte in omaggio alla specificazione ed alla divi-
sione del lavoro non pann:i che possano legittimare una conclusione
contraria. Certo, quando l'attività spirituale, la quale è, di sua natu..
ra, come si è visto, associativa o associante, quando, dico, l'attività spiri-
tuale si diversifica nelle sue manifestazioni concrete, ovvero precipita
nei suoi prodotti, niun dubbio che intervengono altre scienze, differen..
ziate dal tronco comune della filosofia dello spirito, e sono appunto le
scienze sociali concrete, o come altra volta si diceva, le scien:ze morali,
le quali esaminano il contenuto analitico dello spirito vivente nelle sue
formazioni sociali. Così sorse, ad es., e si affermò vigorosamente come
scienza autonoma l'economia politica, differenziandosi dal tronco co-
mune della filosofia, ovvero dell'etica. Ma, quando quell'attività spiri-
tuale e sociale è studiata non già nelle sue particolari determinazioni,
bensì nella sua forma pura ed universale, ne1la sua struttura ideale,
nel1a sua sintesi originaria, nessun dubbio, altr~sì, che essa rientri nei
limiti di competenza della filosofia e della psicologia.
È, forse, recare onta a questo ideale e spirituale valore della socia.
lìtà il dire ed il sostenere che l'unità sociale non sia argomento cli sc.ien-
za indipendente dalla sintesi filosofica ideale?
Reputo fermamente di no. La scienza (ed intendo, nello stretto e
rigoroso senso analitico della parola) si occupa delle determinazioni
parziali ed astratte dell'essere, le quali sono essenzialmente limitative
234 Igino Petrone

<lell'esserc stesso. Ogni affermazione, in vero, ogni differenziazione è


una imperfezione cd un limiite. Come i popoli più felici sono quelli
che non hanno storia, così le funzioni dello spirito più elevate sono
quelle che non hanno scienza, che non si sfaldano, cioè, in concre--
zioni analitiche cd in frammenti. La suprema dignità della filosofia
è appunto in dò, che ella è una fonn.a mcntis diversa dalla scienza.
La sua universalità ideale è indice d'i1nperfezione sotto l'aspetto della
oggettività, eppure essa è il miglior argomento clella superiorità del
suo contenuto. Sembra un paradosso e non lo è: la negazione della
sociologia come scienza e la sua elisione logica nella filosofi.a è una
espressione di omaggio che si rende alla contenenza ed al valore spiri-
tuale dell'associazione.

** *
Certo, pare a me che la risoluzione senza residuo della sociologia
nella filosofia sia il prodotto naturale di ogni riflessione sulla materia,
spinta alle sue ultime, sia pure inesorabili, istanze.
La sociologia, del resto, non è e non può essere iri. fatto che un
equivalente ed un surrogato della filosofia. Tale fu nella mente di A.
Comte: tale è o dovrebbe essere nella mente del più modesto dei socio-
logi: un equivalente positivo, oggettivo, fenomenale della filosofia; una
filosofia dello spirito rovesciata. Il problema che si dibatte innanzi a noi
è, in fondo, se- questo equivalente o questo surrogato abbia più ragione
di preferenza della forma originaria ed autentica.
Ed io penso più fermamente che mai che, se è vero che la filoso-
fia dello spirito deve ac<:ogliere in sè una più ampia visione dei rapporti
della società, è vero, del pari, che siffatta visione rientra di necessità
nei limiti di competenza della filosofia medesima e non dà luogo all'ap.
parizione ed alla fondazione di scienza nuova.
I chiari colleghi della sezione filosofica, uno dei quali, il Masci, lesse
ieri una gagliarda memoria a sostegno della obiettività scientifica della
sociologia, sulla quale la brevità del tempo decorso a tutt'oggi mm mi
·ha consentito d'indugiarmi, si preoccupano espressamente delle ragioni
sovrane della libertà del pensiero scientifico e delle esigenze del progres-
so e del .divenire mentale. Ogni negazione sistematica di una data scien.
za sopravveniente sembra ad essi riaprire i fasti degl'ingloriosi è te·
merari anatemi, sui quali l'ironia della storia ha sorriso di pietà e la
logica del pensiero ha passato sopra. Ed avrebbero pienamente ragione,
La sociologia e la sua eUsione logica nella filosofia, ecc. 235

se Ja negazione di una presunta scienza importasse la negazione di una


verità nuova o di un nuovo contenuto di vita.
La mia ricusazione della sociologia non è una negazione della so-
cialità, è una riaffermazione ed .una elevazione spirituale della mede-
sima. In ciò l'accordo di noi tutti è pieno. Non è negazione, dico, di ve-
rità: ma collocazione della verità nel suo giusto posto. Su tal punto, la
storia non può infliggere alcuna smentita, perchè la storia non può al-
terare i term1ini della razionalità logica.
Io mi preoccupo delle supreme ragioni dello spirito insidiate dal
malo abito ciel dilettantismo; che, per altro, non è effetto di immatu.
rità personale dci cultori della sociologia, ma conseguenza, nel mag.
gior numero dci casi, della stessa incertezza e fragilità della nuova di ..
sciplina : la quale, non potendo voler essere una sintesi filosofica delle
scienze sociali, nè potendo voler essere questa o quella scienza so-
ciale analitica, appunto per illudersi cli dimostrare che essa è cosa
diversa dall'una e dall'altra, abbandona la mente dei più volenterosi
suoi amatori al giuoco delle escogitazioni fantasiose e delle generalizza-
zioni arbitrarie, e tanto più rimuove ed allontana i sani abiti della specu-
lazione filosofica, quanto più ostenta di appagare quell'elementare fabbi·
sogno filosofico che agita l'umanità in tema di cose e d'i.ilee umane.
Alla sociologia, quindi, io non mi stancherò di contrapporre la filo·
sofia dello spirito.
E penso che alle Accademie, in questa degenerazione del pensiero e
della vita, resti ancora l'ufficio di vigilare alla genuinità del patrimonio
della cultura e di scongiurare, sia pur senza successo, che le forme
classiche . dcl sapere non sieno aduggiate ed offese dalla spensierata
baldanza delle sopravvenute.
VII.

A PROPOSITO DELLE CONDIZ IONI SUBIETTIVE


DELL'IMPUTAZIONE PENALE
È noto che il problema filosofico-giuridico della imputazione penale
- quello, cioè, di stabilire quali sicno le condizioni subbiettive, necessa..
rie e sufficienti, perchè l'azione crim.in'Osa sia riferita ed attribuita al-
l'agente per le corrispettive sanzioni penali - comporta, accanto a so-
luzioni il)term.edie di varia natura, due soluzioni estreme; l'una, che si
fonda sulla dottrina <lei libero arbitrio (scuola spiritualistica o classica),
l'altra, sul determinismo fisico..obbiettivo della responsabilità sociale
(Positivismo criminale) : l'una, che riconosce la necessaria presenza
della libertà di elezione perchè il giudizio sociale di attribuzione del rea-
to sia giustificato al cospetto del diritto; l'altra, che, negata o messa
da banda la libertà di elezione, ricortosce, come condizione necessaria
del giudizio d'imputazione, il semplice rapporto della causalità fisica per
cui l'azione è effetto esterno della volontà dell'agente, e, come condi..
zjone sufficiente, il fatto stesso che l'agente viva in società, dì guisa che
l'azione criminosa di lui interessa ed investe la società stessa, al co-
spetto della quale egli è, però, chiamato, senz'altro, a renderne conto.
È nota, altresl, la, gravità delle obbiezioni che, pur prescindendo dal
contenuto filosofico dell'assunto e restringendosi al punto di veduta del
diritto stretto e formale, sono state opposte e all'una e all'altra teoria,
di guisa che il problema del fondamento dell'imputazione penale è,
nella dottrina, più controverso che mai.
Alla teoria positiva si oppone l'obbiezione, tuttora inoppugnata, che,
coi ritradurre la imputazione penale nel puro schema della causalità fi-
sica, non solo si commette l'arbitrio filosofico di sottoporre il mondo
della coscienza, e dell'azione ai moduli ed ai simboli del naturalismo e
del determinismo me<:canico, ma - quello che più preme ai fini imme-
diati e prossimi della scienza del diritto - si sottrae all'imputazione pe-
nale ogni più sicura base e legittimazione giuridica. La specifica natura
spirituale della reazione penale è apertamente negata in una teoria di
pura causalità fisica o di pura difesa naturale. Il rappo1to fra lo Stato
e l'agente delittuoso non è più un rapporto gi"ridico, per cui l'uomo ha
il diritto (pubblico subbiettivo) di punire, l'altro il dovere giuridico cor-
240 Igino Petrone

relativo: è un rapporto fisico, per cui una forza maggiore investe e so.
praffà una forZ)I miiwre. La penalità non è più il contenuto di un di.
ritto, ma di un sistema di previdenza sociale. Il diritto, in altri termini,
non è più una legge etica, ma una legge tecnica.: il che significa una eli.
sione recisa ed arbitraria degli stessi caratteri differenziali e formali
del diritto.
Valutando il soggetto criminoso non come persona morale ma come
causa naturale, la teoria approda ad un risultato esattamente contrario
all'intento che si prefigge. Ama intronizzare la responsabilità socia!~
ed in realtà ne insidia le radici profonde, impoverendola di contenuto
spirituale. Contro un'attitudine di pura previdenza o di pura difesa o
igiene sociale il diritto di libertà e d'immunità del soggetto criminoso
vanta ·sempre una ragione di prevalenza. Quel diritto non può essere
tvinto che da un valore qualitativamente 01nogeneo, da un diritto mag.
giore a sua volta. La sola maniera onde lo Stato possa affermare la sua
funzione di soggetto di diritto è quella di riconoscere una funzione
analoga di soggette di diritto nel delinquente : il che non ha luogo se
non avvisando quest'ultùno alla s!J·egua di una persona morale e non già
di una forza fisica produttiva di un evento dannoso.
Uno Stato che sconosca teoricamente la natura morale e spirituale
del soggetto, sia negandola del tutto sia mettendola da banda ·come
estranea o indifferente ai fini del suo magistero punitivo, contraddice
alla sua stessa natura. Degradando il soggetto passivo o il termine della
sua azione, esso degrada sè stesso.
L'inconseguenza e l'assurdo teorico, del resto, non è il solo: più grave
e visibile è il pratico. Tolta la base spirituale e la significazione qualita.
tiva del giudizio d'ùnputazione penale, è tolto, in pari tempo, anche
il criterio di misura della penalità. La causalità naturale non solo è un
quid facti e non un qui.cl juris, ma è una quantità e non una qualità.
Nell'indistinto omogeneo della causalità naturale non è possibile inserire
alcuna specificazione qualitativa. Perchè la differenziazione e la spe.
cificazione nascono appuntd dalle qualità del volere del soggetto, quelle
qualità, cioè, che, secondo la tesi, vanno tenute in non cale. L'individua-
zione della responsabilità e la graduazione delle pene non ha più al·
cuna norma, salvo quella contingente e cieca dell'evento obbiettivo dan-
noso, che non è inl ragion di proporzione con l'intensità del volere. La
diversità di trattamento giuridico delle azioni volontarie e delle involon.
tarie, delle azioni dolose e di quelle semplicemente colpose, non rin·
verrebbe più la sua ragione ed il suo fondamento. Nell'indistinta natu•
A proposito delle condizioni subiettive dell'imputazione penale 241

ralità del fatto criminoso! e del danno si elide ogni giudizio di gradua-
zione, ogni gerarchia di valore.
Riconosciuta, cosi, l'esigenza di un ele1nento morale come condi-
zione subbiettiva del giudizio d'imputazione penale, sembrerebbe che
si dovesse far capo, senz'altro, alla dottrina contraria a quella positiva:
aIIa dottrina del libero arbitrio. Se non che, anche a questa - e sempre
ai fini di una intuizione e di una costruzione strettamerite giuridica della
penalità - sono state opposte obbiezioni molte. Senza entrare, di fatti,
nel merito filosofico dell'assunto, le si è rivolta contro una pregiudiziale
~ritica, che, dal punto di vista del diritto, rileva non poco. Le si con-
testa, cioè, il carattere controverso, problematico ed opinabile che ade..
risce alla teoria per la logica stessa delle cose, o pel fatto stesso che
essa, più che una presentazione immediata dell'esperienza interna del
soggetto (ciò che sarebbe, del resto, gnoseologicamente impossibile) è
una interpretazione ed una integrazione metafisica dell'esperienza stessa.
Il magistero punitivo dello Stato, si aggiunge, ha esigenze apodittiche
e in<:ondizionali, o, in altri termini, delle esigenze pratiche d'imperiosa
e d'irrefragabilc attuazione, le quali non consentono di vincolarne la
legittimità all'accettazione di un convincimento, di sua natura opinativo
e fiduciario, quand'anche fornito di ogni verosimiglianza teorica, quale
quello della presenza del libero arbitrio. Il problema giuridico della
penalità, può non coincidere, deve, anzi, non coincidere, in un certo
senso, col problema filoso fic" della libertà, e vuole essere tenuto auto-
nomo da quello. Certo, condizione necessaria dell'imputazione penale
vuole essere sempre una qualità morale dell'agente, o la funzione dell'a..
gente non -come causa fisica, ma come persona morale: ma, come condi-
zione sufficiente, basta, ai fini di una giustificazione dell'imputabilità,
la presenza pura e semplice della sp01uaneità e dell'autonomia volon-
taria, senza ed all'infuori di quella integrazione metafisica di tale auto-
nomia che è espressa e significata nell'ipotesi dell'arbitrio. È la volontà,
come potere di motivazione e di determinazione interiore ed autonomo
e non come potere assoluto di scelta fra direzioni -antagonistiche dell'a..
zione con simultanea e corrispettiva possibilità del contrario, che co-
stituisce il mù1i1nu,rn. di condizione subbiettiva dell'imputazione. E,
come tale, essa è un dato dell'esperienza psichica, ed è un potere del-
l'uomo come persona o .soggetto morale, un: potere di natura spirituale.,
discernibile e misurabile nella sua intensità qualitativa, bastevole,
insomma, ai fini richiesti dalla razionalità del magistero punitivo.
Nasce~ così, una teori-ca intermedia fra le due estreme e che acca-

16, - PETRONE, Fil<Jsofia del dìrilto.


Igino Petrone

glie in sè elementi dell'una e dell'altra: accoglie le esigenze della scuola


spiritualistica della Jibertà senza accoglierne strettamente il contenuto,
mentre, d'altra parte, con la sua enunciazione delle esigenze pratiche e
delle necessità obbiettive del magistero penale e con la professata neu.
tralità critica del diritto al cospetto del problema filosofico, esprime e
sviluppa un ordine di vedute che era già implicito nell'assunto della
responsabilità sociale della scuola positiva.
In questi termini - e salvo le riserve sottintese in ogni semplifica..
zione schematica e riassuntiva delle correnti del pensiero - in questi
terrn.ini, dico, si circoscrive la contesa dottrinale circa le condizioni sub. .
biettive della imputazione penale.

***
Ciò posto, io mi propongo di esporre sull'argomento alcune mie
riflessioni, non con Ja lusingp.. di dire alcunchè di originale o per l'e·
spresso disegno di tracciare_ le linee di una nuova teorica intermedia,
ma nell'intento di una ulte.riore penetrazione critica <lel tema, che
giovi anche ad illuminare le esigenze e le condizioni del magistero pu·
nitivo come funzione giuridica.
Sul criterio della responsabilità sociale, così com'è enunciato dalla
scuola positiva - ed indipendentemente dal valore più alto che ~
trebbe assumere in una eventuale reintegrazione filosofica di esso, come
vedremo più giù - non giova indugiarsi per ora. Io acconsento in mas..
sima alle ragioni fonnolatc e riassunte; innanzi e che vietano di vedere·
nello schema della causalità naturale e della responsabilità sociale una
soluzione adeguata del problema di un minimum di condizioni subbiet·
tive della imputazione penale. Di questo problema, se mai, la scuola
positiva, con quei suoi criteri direttivi, segna una de.negazione dogmatica,
noD' una soluzione, e neanche una superazione critica e consaputa.
Più grave, invece, e complesso è il problema che presenta l'altra
dottrina, quella tradizionale del libero arbitrio. Poichè, se una 1-evisione
filosofica del problema mettesse capo ad un'affermazione positiva e
convincente del tutto, nessun dubbio che quella coraggiosa dottrina van-
terebbe ragioni di prevalenza su tutte le altre. La voluta e professata
neutralità del diritto al cospetto del problema filosofico non avrebbe
ragion di essere in tal caso, o farebbe sospettare di una sottintesa ed
occulta tendenza a voler separare l'aspetto giuridico e formale del
problema dall'aspetto morale, il che significherebbe un tornar da capo
A proposito delle condiziom subiettive dell'imputazione penale 243

agl'inconvenienti del principio della responsabilità fisica ed obbiettiva.


Purtroppo, non è tanto il con~etto della presunta autonomia for-
male del criterio giuridico, quanto la asperità e la perplessità del pro-
blema filosofico quello che solleva i più gravi dubbi sulla dottrina del
libero arbitrio come genesi dell'imputazione. Il problema filosofico del
libero arbitrio - bisogna pur dirlo e riconoscerlo - quanto più si so-
spinge e ritrae nelle sue ultime istanze, tanto più esperimenta la vicenda
delle contraddizioni e l'urto delle antinomie.
Che mDlte obbiezioni opposte dal determinismo sieno di frivola na-
tura, nessuno che abbia penetrato profondamente nella cosa potrebbe
negarlo. Così, ad esempio, l'obbiezione che ogni determ:inazione vo-
lontaria abbia luogo per virtù di dati motivi; obbiezione che avrebbe
valore solo se il motivo fosse da considerare come una stimolazione
obbiettiva cd estrinseca, di cui il volere dell'agente sia captivo e man-
1

cipio. La critica ha fatto giustizia di una interpretazione così ingenua


della natura del motivo, suggerita dal prevalere. del naturalismo mec-
canico e della simbolica associazionistica nella interpretazione, dei pro-
cessi dello spirito. Il motivo non è alcunchè di esterno al soggetto
agente. È un'appercezione, una rappresentazione, un'appetizione dell'a-
nimo di lui. È la stessa unità del volere, suddivisa per le esigenze
e gli abiti dell'analisi e pluralizzata e rifratta nei suoi elementi vitali.
Nel motivo si rappresenta, si rispecchia, si riflette la spontaneità produt-
tiva del volere. Nè i motivi operano per gioco di addizione o di auto.
compos-izione spontanea, ma l'io volente opera in essi e traverso essi
e per la loro mediazione. E ciascun motivo attinge il suo significato,
la sua animazione, la. sua colorazione dal rapporto dinamico che l'av-
vince all'unità semplice ed operosa della coscienza ( 1 ).
I motivi, ai quali si richiama il determinismo come a forze coagenti
il volere, non sono che unità o segmenti dello stesso volere, astratti fit-
tiziamente dalla, loro genesi e dalla loro sintesi vitale e ad essa non
meno fittiziamente contrapposti come akunchè di distinto e di auto-
nomo. È il processo analitico della numerazione, che" dopo aver indi-
viduato nel tutto le parti, solleva cli poi le parti stesse ad elementi
generatori del tutto. Nella sintesi creatrice della volontà il motivo
è tutt'uno che l'internità dello stesso io volente : è il divenire dello
stesso volere, il suo procedere in atto, la sua attiwlità.

(1) Ci riferiamo qui al nostro libro : I limiti del dete1minismo scientifica, cap. V:
I limiti del determinismo psicologico ('.:?:" ed., Roma, 1902).
Igino Petrone

E, mentre delle obbiezioni del determinismo psicologico ha fatto


giustizia una critica serena, tutta una corrente di pensiero filosofico è
venuta oggi a rincalzare, per altra via, la dottrina della libertà. In
antitesi aperta al materialismo meccanico che estendeva la necessità
dalla natura o dal mondo fisico al mondo della coscienza, si è affermato,
ai nostri tempi, l'indeterminismo, che, suffragato dallo stesso feno·me>ia-
lismo scientifico e dalla rinnovata critica dell'esperienza, non che restrin·
gersi a riaffermare la presenza delia libertà nei modi dell'azione volon-
taria, procede più oltre, sino ad estendere la libertà (sia pur nella
forma neutra ed inerte della contingenza) dall'uomo alla natura. La dot-
trina della libertà ha, adunque, piena. ragione contro le fallacie di al-
cune espressioni del <lcterminismlQ e vanta un significante riscontro in
alcune direzioni del sapere filosofico del tempo. E, tuttavia, come ogni
grande dottrina 1 prova anch'essa il morso e la corrosione di un'autocri-
tica interiore, che è bene altrimenti grave che non gli attacchi che le
vengonq dal di fuGri.
Nella sua rivendicazione dialettica contro le denegazioni del deter~
minismo, la libertà, risalendo a ritroso la serie regressiva della causa-
lità volontaria, perviene ad un limite, che ella pone come insuperabile -
il limite rappresentate> dalla sintesi creatrice della volontà stessa come
tale, rappresentato dall'assolutezza del volere. Ma quel limite non è un
lùnite ultimo ed insuperabile e, dove pare che ella più celebri il suo
trionfo, ivi germina un nuovo dubbio ed ull'a nuova instanza ed una
nuova negazione. Che i mbtivi sieno miei, ossia foggiati e plasmati dal-
l'io volente, ciò è vero ed è indizio di autonomia: ma, a questo punto,
insorge una nuova domanda, la cui formolazione è paradossale, ma
la cui sostanza è sensata e profonda: se il volere stesso a sua volta
sia md.o, totalmente ed assolutamente mio, foggiato, dico, da me, come
coscienza e volontà razionale, da me, individuo e persona. Ed è evidente
che, salva la ipotesi trascendentale di una elezione metempirica ed
estempl)rale del "Carattere, il quesito apparentemente paradossale or
ora formolato non comtporta che una soluzione .negativa.
È, bensì, vero che il motivo è la m:ediazione ed il tramite, oss.ia il
prodottG della operosità spontanea ed attuale dell'io: ma l'io, a sua volta,
non può essere il prodotto ..... di sè medesimo o di nn suo iniziale atto di
vocazione e di elezione. La nascita, dice Amleto, non sceglie la propria.
origine. L'io sceglie le sue azioni, non sceglie sè stesso. Per poterlo fare,
egli dmrrebbe essere esistito prùna di esistere : il che trae all'assurdo,
Dovrebbe essere, ad un tempo, creatore e creatura: creatore cli sè,
A proposito delle condizioni subiettive dell'imputazione penale 245

assoluto in quanto tale. Il problema della libertà mette capo, in ultima


istanza, alla genesi dell'individualità: mette capo, cioè, a quel punto o
a quel momento, per cui il soggetto è· quello che è e non può essere di~
verso da quello che è, per cui il soggetto A è soggetto A e non, ponia-
mo, soggetto B, il <:hc vuol dire un soggetto che reagisce aJle cocitazioni
esterne e si determina ed opera in una maniera sua, tutta sua, che non
può essere diversa da quella che è " non acconsente alla possibilità del
contrarlo.
L'istanza esplicativa del principio di eausa non si arresta al limite
della spontaneità dell'io volente. Nè quel limite è invalicabile, nè quella
spontaneità è irreduttibile. Il momcnt0-limite è, qui, un relativo, non
un assoluto. E l'istanza del principio di causa procede oltre e va più
in là, agli antecedenti dell'io volente nel tempo e nello spazio, alla ere.
dità delle generazioni o al continuo storico o alla tradizione sociale di
cui l'io volente è una formazione ed un prodotto. Procede, cioè, ad un
termine in cui il prestUlto assoluto si denuda nella sua tenuità e nella
sua fragilità1 di relativo ed in cui l'originario e l1irreduttibile si svela
come un derivato a sua volta. Così si perviene ad una singolare ed
amara affermazione non scevra d'ironia - che tutto quello che noi
facciamo è voluto da noi salvo, beninteso, il noi medesinio. L'io volente
ed agente è spontaneo cd autonomo : è libero da ogni necessitazione me.
ram.ente esteriore ed anche, ed entro a certi limiti, da ogni necessita·
zione derivata o ex post (poichè il determinismo dell'abitudine si re.
trotrae alla libertà dell'àtto iniziale che la origina e la provoca), ma,
ciò posto e- conceduto, vi è pur sempre alcunchè, a rispetto di cui il
volere non è libero propriamente, vi è una radicale necessitazione ante,
una necessitazione costituzionale che impera sopra di esso - la sua
stessa natura e vocazione preferenziale nativa, la varietà del naturale
e del temperamento. Noi siamo, bensì, noi medesimi, ma solo: in parte;
e peI" un'altra parte, siamo i nostri antenati ed i contemporanei che ci
circoscrivono. Certo, nello sviluppo della volontà razionale e nella for.
mazione, del carattere molte direzioni della condotta sono o possono es..
sere il prodotto di una elezion·e e di una rieducazione riflessa, consape·
vole e libera. Ma, è pur sempre vero che; ogni qualsiasi processo di ri-
duzione alla razionalità della biografia e della storia di un uomo s'in.
frange contro un residuo irrazionale ed ineliminabile : quello rappre-
sentato dalla costituzione naturale e dall'innatismo ereditario.
Epperò l'io è libero nel senso che le azioni sue, dico le volontarie,
sono in ultima istanza il riflesso fedele e verace della natura di lui o
Igino Petrone

del suo intimo. Ed è libero relativamente e per approssimazione, se per


libertà s'intende la spontaneità e l'autonomia. Ma non è libero per emi.
nenza e nel senso <lei libero arbitrio. Poi che il libero arbitrio è J'af.
fennazione di un potere assoluto dcl soggetto, di un potere deliberativo
!Che ha la sua ragione in un atto, con.saputo e riflesso, di elezione pre-
ferenziale della ragione.
••*
La dottrina che assume il libero arbitrio come condizione subbiet-
tiva della imputazione non è, adunquc, sostenibile a rigore e quando al
libero a.rbitrio si dia il senso vero ed autentico che esso ha e! che le
equivocazioni della semi-dottrina non riescono ad offuscare : quello,
cioè, di un potere di dete1minazionc volontaria assolutamente indipen-
dente da fattori estranei all'intervento consapevole dell'io razionale.
Così si spiega come si sia aperta tuia crisi nella dottrina filosofica
delle basi dell'imputabilità. Così si spiega come, non potendo da un lato
tener fe1mo nella dottrina dell'arbitrio e, dall'altro, fare a meno delle
condizioni e dei motivi morali deJI'imputazione, si sia adottata· la teo-
rica intermedia della volmuarietà pura e semplice o deJla libertà relativa
e per approssimazione, che è espressa nel concetto della spontaneità e
dell'autonomia. Da un lato la neutralità prammatica del diritto al co..
spetto del problema teoretico, dall'altro la scepsi esercitata dalla critica
filosofica a proposito del libero arbitrio sembrano avvalorare, in fatt~
questa teorica inrt.ennedia e porgerle sostegno ed alimento.
Se non che, la sostanza di questa teoria pare consista in ciò : che
essa eli<le il problema più che risolverlo. La sua attitudine è suggerita
più da una misura prudenziale che da una superazione cosciente del
problema ed è più enunciativa ehe dimostrativa. D'ella presenza della
spontaneità del volere la teoria conclude direttamente alla legittimità
della imputazione, come se l'un termine o l'un principio fosse analiti~
camente deducibile dall'altro e fossevi tra i due un legame immediato.
Il nesso ed il rappo1to vi è, ma indiretto e m!'diato, ed alla dottrina
manca appunto l'analisi delle relazioni e delle mediazioni.
Certo, la qualità spirituale per cui I'azione è riferibile all'agente è
nella volontarietà dell'azione stessa, nella sua subbiettività in quanto
tale, nell'aderire della medesima alla coscienza del soggetto. Ma vi è
un niodo ed un momento di questa interiorità, vi è una nota ed1 un ca-
rattere di questo vincolo di adesione spirituale che è la genesi prossima,
a mio parere, deUa imputazione giuridica e che la teorica intermedia nOn
A proposito delle condizioni subiettive dell'imputazione penale 247

ha messo in luce; il' che le ha tolto di conferire alla sua tesi un aspetto
dimostrativo. Questo modo o questo momento, ovvero questa qualità
spirituale è l'atteggiamento di auto.attribuzione o di auto-ini,Putazione,
che aderisce alla vita stessa dell'io personale ed alla natura dell'auto-
coscienza.
L'io si pone al cospetto di, sè come soggetto unico non solo di pre·
senza, ma anche cli riferimento e di attribuzione delle azioni sue - ecco
una cspèrienza profonda ed immediata della vita dello spirito.
L'io non so1o agisce, per virtù della spontaneità operosa in lui, nè
solo ha coscienza de11'agir suo, nel senso che egli sia uno spettatore ed
un testimone interno assiduamente presente alle azioni le quali si svol-
gono in lui e da Iuì, ma serba, altresì, al cospetto delle azioni stesse,
un'attitudine dinamica, apprensiva, possessiva. Le riferisce a sè, se le
appropria, se le aggiudica; formula al cospetto di esse un giudizio di
proprietà; dice : le azioni sono mie.
È questo giudizio interno di aut0-imputazione che è la genesi pros-
sima della imputazione giuridica. Il giudizio sociale d'imputazione,
espresso nella funzione de11a retribuzione giuridica, è il riflesso e 1:a
sanzione obbiettiva del giudizio interno che l'io formula al cospetto delle
sue azioni vo1ontarie.
Il giudizio interno di auto-imputazione è - giova insistervi su - un
fatto di esperienza immediata dello spirito. È una rappresentazione o,
meglio, un, dato immediato, non una interpetrazione o una integrazione
metafisica. È l'atto della stessa autocoscienza, il suo processo, il suo
divenire.
La critica filosofica non offusca, nè può, questa fondamentale cer-
tezza, questa esperienza nativa. Nella serie regressiva delle vocazioni
volontarie quella critica coglie, bensì, come abbiamo veduto, un punto.
limite ed, un residuo irreduttibile, rappresentato dalla costituzione na·
tiva e dall'innatismo ereditario, che sono un dato e non una elezione.
Ma, neanche a un tal punto-limite si arresta l'attitudine spontanea ed
immediata di auto-imputazione dell'io. L'io, anzi, non solo si appropria
e si aggiudi'Ca le volizioni sue discontinue e discrete, ina si appropria
anchei la sua costituzione naturale e le qualità e le varietà del tempera.
mento, si appropria, cioè, la sua individualità originaria.
Al cospetto delle Wle, del pari che a quello delle altre, esso ·enun-
cia un immediato ed ingenuo giudizio di proprietà, espresso dal tennine
«mio». L'io individuale non si appropria soltanto la serie causale post,
ossia la successione delle voliziorù che sono il prodotto del volere attua-
Igino Petrone

te, ma anche la serie causale ante, ossia i fattori costitutivi del volere
abituale. Le due serie convergono, si inseriscono, si unificano nell'io per-
sonale come in un centro unico. È questo, anzi, il proprio dell'io: collo-
carsi a centro e misura del reale; quasi punto di convergenza e trai:f-
d'union di coincidenze e d'ìntcrferenze infinit~.
II mondo gli appare com:e la sua ra.pp1-csentazione, la sua apperce-
zione, la sua appropriazione. Egli accoglie nell'ambito della sua spiri-
tuale proprietà e, quindi, della sua personale imputabiliHt, anche le
attitudi11i <li cui è portatore, e di .cui, nc1la lusinga dell'orgoglio per-
sonalistico, si crede autore. Il giudizio sociale d'imputazione, espresso
nella condanna penale, è, in fondo. la deduzione e la sanzione di que-
sto giudizio interno che ciascuno di noi formula nella sua coscienza prn•
tica. Ex ore tuo te judico: può dire~ al cospetto del soggetto criminale,
la volontà socia1e operosa nc11a retribuzione giuridica.
La quale, in fatti, non è una sopravvegncnza dal di fuori estrinseca,
estra..personale, o un arbitrio della soCietà o una creazione ex nihilo
della legge. Se così fosse, difetterebbe di ragion sufficiente, nè avrebbe
valore spirituale, perchè non ha valore di spirito se non quello che è
interno e personale. La genesi della retribuzione giuridica, co1ne di ogni
altra funzione o attitudine della vita spirituale è dentrn di noi, non
fuori di noi, non nel giudizio esterno, che, indipendentemente dal suf-
fragio della coscienza, sarebbè espressione di puro fatto, vuoto di si-
gnificato e di legittimazione morale. Il giudizio sociale d'imputazione
pena.le rinviene, quindi, nel giudizio interno di auto-attribuzione il suo
antecedente cd il suo correlativo spirituale, la sua genesi filosofica, la
sua giustificazione etica. E la presenza del giudizio interno di auto-at-
tribuzione è il legame di -connessione, l'approssimazione e l'intermedio.
fra la premessa della volontarietà e l'illazione della imputabilità: quel
vincolo o quell'intermedio psicologico e logico che la dottrina della
volontarietà pura e semplice non ha veduto e messo in luce.
È l'aderire del giudizio di auto.imputazione all'attività pratica e vo-
lontaria che faculta e legittima l'avvento della retribuzione sociale. È
Per questa qualità e per questo atteggiamento (che si associa alla fun-
zione volontaria) che la volontà delle azioni è un plausibile principio di
responsabi.lità dell'agente. È, quindi, nell'attitudine auto-cosciente ed au-
toattributiva dell'attività pratica che va riposta, ripeto, la genesi e la
condizione subbiettiva della imputazione penale.
La nozione di questo giwiizw pratico di proprietà integra il concetto
della volontarietà e può servire, ad un tempo, come sostitutivo del con·
A proposito delle condizioni subiettive delt' iniputazione penale 249

<etto della libcrtù di ele::ione; ciel qual concetto accoglie le esigenze


senza parteciparne le antinomie, poichè, a differenza di esso, è un dato
<ldl'espericnza im1nediata e non una integrazione metafisica. L'analisi
che procede all'infinito nella serie regressiva delle cause e vede, di con-
seguenza, nell'io non un cominciamento assoluto, ma il prodotto di una
scr1-= data di antecedenti' - quell'analisi, cioè, che abbiamo abbozzato
più su e che corrode nell'intimo ogni dottrina della libertà - non m.e-
noma, nè scema il significato ed il valore di questo fatto semplicissimo
cd elementare : che, cioè, l'io personale, indipendentemente dal vedere
se egli sia 1ibero o meno, si giudica tuttavia in sè medesimo come se
fosse tale, si attribuisce e si appropria, cioè, anche quelle attitudini ina
nate cd abituali che formano il sostrato della sua costituzione e che
sono immanenti cd operose in ogni espressione discontinua e successiva
del suo volere attuale.
Nel giudizio <l'identità personale che l'io formula in sè medesim,o,
c-<l i cui termini sono, eia un lato, la forma della coscienza o l'io~soggetto,
da1l'altro, la materia, o il contenuto dell1attività pratica e volontaria,
nessuno degli eJementi e dei fattori costitutivi del secondo termine è rea
spinto dall'ambito dell'equazione personale. L'individuo si pone come
una realità assoluta ed originale, avulsa da antecedenti, come principio
rappresentativo cd appropriativo. L'individuo, che pure è un termine o
una unità di una serie continua, si separa dalla serie stessa, le si con~
trapponc, l'obbiettiva, l'appropria; si afierma come tutto per sè stante.
È l'interno moto dell'autocoscienza che lo trae a ciò. Quel contenuto,
che alla visione obbiettiva o meglio estranea di un terzo interprete ap-
pare -eome un patrimonio ricevuto, alla visione subbiettiva ed interes-
sata, e nffessariamente attuale e puntuale di lui, appare come un ac-
quisto originale. È aderente all'individualità, per natura sua, una certa
attitudine che io direi di separatività e d'irrelati'ln'.tà. un'attitudine <lì
penetrazione e <li assimilazione universale, un'attitudine di sovranità
assoluta e, quindi, di auto-attribuzione incondizionate. È solo in seguito
o in un secondo momento e per gJi accorgimenti della CO$Cie.nza riflessa
- svegliata, spesso, dal sottile e segreto intento di deviare la rcsponsabi·
lità di un fallo - che l'agente distingue, nel complesso determinismo
de11a sua azione, un elemento che è dovuto al suo io attuale, ed un altro
elemento che è dovuto, invece, al predeterminismo naturale della costi-~
tuzione e ciel temperamento. È solo. in. secondo grado e dopo· una ri-
flessione analitica e retrospettiva, che egli perviene a discernere, per
entro al contenuto indistinto ed omogeneo della sua condotta pratica,
~------- Igino Petrone ______________ _

un coefficiente volitivo attualmente e direttamente consaputo da lui con-


tro un altro coefficiente di motivazione, interno del pari ma inconsaputo
e latente nel profondo della psiche e riferibile non all'io voglio, ma al
sostrato ereditario o costituzionale o nativo. l\IIa, in un primo grado e
nella piena sincerità della coscien'za diretta spontanea, ingenua, egli non
pone punto, nè intravvede una distinzione di questo genere. Gli elementi,
anzi, della distinzione si fondono, si unifi>Cano e fluiscono in una cor·
rentc unica, rappresentata dall'equazione personale dell'io e dal vigile
senso della sua causalità attiva e della sua onnipresenza sovrana.
Il giudizio di retribuzione sociale si fonda appunto sulle appercezioni
dì qùesta coscienza spontanea ed ingenua. Nè la volontà sociale, che è
praticamente operosa in tale giudizio, è chiamata a fare quella distin.
zione che l'autocoscienza immediata del soggetto non fa. Poche sono le
volizioni deUe quali sia discernibile i1 rapporto di derivazione da un
atto di elezione razionale; e molta parte della oofndotta pratica sfuggi.
rebbe al giudizio di retribuzione, ove questo dovesse1 poggiare sulla pre.
senza dell'arbitrio. A tutte le voliZioni della coscienza normale aderisce-,·
invece, il giudizio d~ riferimento o il giudizio di proprietà dell'io, indi·
pendentemente dalla distinzione fra quello che sia dovuto, in ipotesi,
all'intervento attuale dell'io razionale e quell'altro che sia dovuto, in·
vece, all'immanenza del volere abituale e costituzionale : distinzione
che non è possibile a fare, poichè gli elem.enti ed i dati di esso si smar-
riscono e si fondono nella. fluidità e nella sintesi indecomponibile dei
processi della psiche, e che pur dovrebbe essere fatta, o dovrebbe
poter essere fatta, secondo la logica interna della dottrina del libero
arbitrio.

** *
Assumendo il giudizio di auto-attribuzione come genesi e motivo
morale dell'imputazione sociale, non si afferma, quindi, nessuna esigen-
za che l'esperienza stessa dello spirito non avvalori. La persona non
può respingere da sè la responsabilità delle azioni sue per quello che
vi sia in esse d'irreducibile all'intervento attuale dell'io razionale. Non
può appelJarsi, come ad una generica scriminante, alla funzione incoer-
cibile della vocazione costituzionale e nativa. Una consimile attitudine
pratica di lei sarebbe contradetta dalla sua stessa immanente e perenne
attitudine psicologica. Essa non può obbiettivamente ricusare e depre-
care un vincolo di connessione e di appropriazione, che subiettivamente
A proposito delle condizioni sitbiettive delt'impittazione penale 25r

riconosce e formula per prima nel giudizio d'identità e di equazione


pcrs011ale.
Certo, una Jlliente che giudichi sub specie aeterni e riannodi l'indivì-
<luo alla serie nella quale egli è inserito e lo reintegri nel circolo delle
relazioni sue son può non vedere un residuo ed una traccia d'iniquità in
cosiffatto giudizio di retribuZione, che colpisce non solo la pa1te dovuta
all'intervento dcl1'io razionale e del volere attuale, ma anche quella do-
vuta alla <ostituzione nativa. Ogni responsabilità dell'individuo per le
a1.ioni sue attuali e discrete, posta una visione cosmica e SHb specie
actcrn.i, si rctrotrac e si elide nella irresponsabilità iniziale che aderi-
sce ad una esistenza non voluta e ad una costitu7.ione non sc~lta dall'io
medesimo. L'attitudine indistintamente ed universalmente auto.--attri-
butiva delJ'io appare, ad una visione cosmica, come il prodotto di una
illusione - la grande i1lusione individualistica. L'irrelatività e la se·
para.tività sovrana dell'io appare come un sofisma ed un. errore - un
generoso sofisma, in questo caso, della coscienza personale. Trasferendo
nel terreno obbiettivo e sociale il monito del giudizio di auto.imputa·
zione - che è suggeritoi dalla fallacia individualistica - la giustizia
retributiva sembra accogliere in sè un residuo irrazionale. Il giudizio
interno di proprietà è fondamento psicologico de1l'imputazione, si con-
dude, ma è dubbio se possa assumersi a rigore come un fondamento
morale: perchè è dubbio che sia responsabile il soggetto di quello che
si confessa e si riconosce come irreducibile alla sua elezione attuale
e riflessa.
L'obbiezione è grave, ed io sono il primo a proporla, perchè nulla
sia dissimulato delle asperità del problema. È, per altro, di quelle ob-
biezioni che possono essere sistemate e superate e deviate a prò della
stessa tesi che sernbr;:mo oppugnare. Indubbiamente, un resicluo irra,.
zionale giace al limite di ogni esplicazione morale della imputabilità. In~
dubbiamente, altresì, ogn1 altra dottrina che non sia quella del libero
arbitrio pecca di motivazione inadeguata della moralità, dell'imputazione.
Un residuo d'imputabilità fisica - lo- confessino o no i fautori di teo-
riche intermedie - vi si occulta per entro, ed acuisce e perpetua l'aspe·
rità del problema. Ma trattasi di una difficoltà che la filosofia può guar.
dare di fronte, intendendola e superandola in una intuizione generale
del diritto e dei suoi caratteri differenziali.
252 Igino Petrone
------------------

***
In vero, la rappresentazione ciel mondo che il diritto si foggia e ehe
serve di fondamento a11a retribuzione giuridica 11011 è, nè può essere
una visione cosmica, nè una intuizione su.b) specfr aetcnii. J°'t una visione
empirica, ingenua, pragmaika ccl è, di sua natura, analitica, astrattiva,
separatistica.. La retribuzione giuridica è imputazione del suo, a ciascuno;
è analisi e divisione del mio e del tuo. La scparativ-ità., che è aderente
all'individuazione, è, altresì,. il metodo dello ratfo iuris, il processo della
retribuzione giuridica. li diritto è un'analisi e una notomia dcl patri-
monio sociale de1le attività e de11c attribuzioni. Nella discriminazione
cd aggiudicazione del merito e del demerito la visione dcl diritto ha
bisogno dL colpire e di isolare, a tutti i costi, un momento individuale
d'inci.d en::a, astrattamente dalle interferenze e dalle dpercussioni. In·
1

dubbiamente, non\ v'ha un merito o un demerito assolutamente indivi-


duale, poichè noni v'ha un'attività personale che non sia inserita in una
serie d'antecedenti o nel continuo sociale. E tuttavia, le esigenze anali-
tiche della retribuzione traggono, appunto, all'astrazione ed alla collo·
cazione ipotetica di un merito e di un demerito assolutamente cd incon.
dizionalmente personale.
Poichè l'unica maniera di rappresentare e di apprendere e perce-
pire il <:ontinuo è quello di risolverlo e di dividerlo in frammenti definiti
ed in unità distinte, quello d'inserirvi la discontinuità e la numerazione.
La ragione del diritto è una ragione pratica, che presuppone una
rappresentazione teoretica della fenomenologia sociale. Ora questa rap-
presentazione teoretica, come ogni altra forma di conoscenza empirica,
è, di sua natura, inadeguata,, simbolica, semplificativa, riduttiva, che di-
scioglie e rifrange l'unità indivisa dell'intuizione in un molteplice di
termini definiti, separati, incompenetrabili. La ratio juri.s procede da
una risoluzione analitica e da una distinzione numerica del continuo
sociale. Essa è astrazione ed! opposizione rigida e formaJe dell'individuo
A e dell'individuo B, del singolo per comparazione al S1:ngolo, del mio
contro il tuo. Procede per differenziazioni decise e visibili e per tagli
netti. La retribuzione giuridica è attribuzione a ciascuno deJla sita pro-
prietà: è definizione e regolamento dl confini, di sfere, di zone di pro.
prietà; sia proprietà positiva, o del mierito, come nel caso della retri·
buzione dvile, sia retribuzione negativa o del demerito, come nell'ipo·
tesi del magistero penale. La visione del diritto si fonda, quindi, sulla
categoria, eminentemente analitica e separatistica, del propriitni, ed in-
A proposito delle condizioni subiettive dell'imputazione penale 253

volge la distribuzione del patrimonio sociale dei diritti e dei torti in


altrettanti tcnnini d'incidenza individuale staticamente definiti.
Es.sa, quindi, attribuisce all'individuo, e<l a lui singolo ed unico, il
demerito dell'azione delittuosa.; e non indaga e non esamina. le rela-
zioni solidali che congiungono quel volere personale a1 continuo sociale
o a1la serie degli antecedenti cstra - e super -- individuali. Essa ha la
funzione precipua e precisa di definire le responsabilità dcll'hic et nunc,
e non può acconsentire aUa progressione infinita delle connessioni cau-
sali, nella quale le verrebbe meno og;ni punto <li appoggio, ogni termine
d'incidenza, cli discriminazione e, di arresto.
Il progresso all'infinito nella serie regressiva delle cause può essere
invocato ed adottato da una contemplazione teoretica del mondo; non
da una ragione pratica e teleologica, ordinata, cioè, a dati fini, come la
ragione giuridica. Il regresso all'infinito vieta all'intendimento di fer.
mare e di porre così i principi iniziali come i termini finali di una se-
rie di fenomeni e cli rapporti: interdice, cioè, quel processo di limita-
zione e d'individuazione, che è la condizione stessa della giustizia re.
tributiva.
Nella fluidità e nell'indistinto dell'infinitismo non è possibile di-
scernere un momento definito ed assumerlo come Wl valore per sè stante
ed adeguato e sufficiente a sè stesso. Dove la fenomenologia dell'azione
si perda, nell'infinito della serie eausale, nessun anello di quella serie
può essere isolato come termine d'incidenza. retributiva. Cioè a dire, di
nessun momento può dirsi: qui si ha la genesi e l'avvento di ulll volere
autonomo e personale, che emerge da1la serie in cui sembra fluire e può
essere oggetto di una imputazione e di una disamina determinata e di-
stinta.
La. visione del diritto, che è una visione pragmatica e teleologica,
ferma e costringe il regresso infinito della causalità volontaria al limite
della volontà ciel soggetto1
Non accoglie nel suo ambito visivo, necessariamente e provvidamente
angusto, l'indefinita serie delle cause supra-individuali, che precedono
nel continuo storico l'apparizione empirica di quella volontà. La visione
del diritto è una visione immediata, che si limita alla serie camale po:rt
e non procede alla serie causale ante, in cui ogni individuazione causale
impallidisce e si spegne. La visione del diritto è rappresentativa, non
trascendentale; colpisce il nessQ di causalità che volge tra l'io e le sue
azioni, e non quello che volge tra l'io ... ed i suoi antecedenti genetici.
Essa non può distinguere e dividere .duè termini che lo stesso processo
254 Igino Petrone
~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~-

attuale delfindividuazione fonde ed unifica 1 nè può vatcare la soglia


di un mistero al cospetto del quale la coscienza stessa resta muta.
Accanto e al di sopra di una visione empirica e rappresentativa, è
concepibile, bensì, una contemplazìone metafisiic.a e trascen<lentalt!, una
visione, come dicevo più su, sub specie acterni, al cospetto della c1uale
l'individuazione giuridica del merito e dcl demerito denunzia tracce
d'iniquità. Al giudizio di una superiore coscienza, la coscienza cosmica,
non sfugge la tragicità infinita dei fattori super.individuali e non im.
putabili, i quali giacciono in fondo ad ogni determinazione volontaria.
Se non che, la coscienza alla quale il diritto s'inspira è, appunto, la
coscienza immediata. dc/l'ind1:vi.duazionc: una eoscienza opaca e cinta
del velo di Maja.
Il diritto ha un compito semplice - quello di ottenere in maniera
irrefragabile la tutela delle condizioni fondamentali di vita dcll'organi·
snw sociale.
La discriminazione determinata e positiva dei tennini o dei soggetti
della retribuzione è la conditio .sine qua non dell'ufficio di garenzia che
esso adempie, o è chiamato ad adempiere, e del magistero delle sue san.
zioni.
Certo, la volontà sociale operosa nella retribuzione penale non adem...
pie una giustizia assoluta. Ma bisogna anche aggiungere che essa non
si propone di farlo, e che, ad ogni modo, per farlo, essa dovrebbe poter
essere all'infuori ed al di sOpra dell'esperienza e della storia, all'infuori
e al di sopra delle condizioni concrete della sua esistenza. Solo una in-
telligenza sovrana e trascendente potrebbe giudicare dcl mondo delle
azioni secondo ì criterii di una coscienza cosmica ed adempiere la giu-
stizia assoluta, perchè a que1I1intelligenza sarebbe aperta e schierata
ed annodata in un punto, in un eterno presente, la serie infinita de1lc
cause. La visione della ratio juris è, invece, una visione discontinua e
successiva, una visione analitica che procede tappe a tappe, per soste
e punti di arresto, e per limitazioni definite.
Il rappo1to tra l'io e le sue azioni è un rapporto che versa fra terR
mini finiti, un rapporto colloc~to nel tempo : tale, quindi, che cade nel-
l'angolo visuale del diritto e della ratio juris, perchè cade nell'ambito
dell'esperienza. Il rapporto invece, fra l'io e ... sè medesimo, il rapporto
fra l'io e la sua genesi assoluta, o fra l'io personale e l'infinito ante onde
esso si enuclea e si ,differenzia (comunque tale infinito si raffiguri,
quale atto creativo del soprannaturale secondo la credenza creazionisti~
ca, o come processo di formazione naturale nel continuo cosmico del-
A proposito delle condizioni subiettive dell'imputazione penale 255

l'evoluzione, secondo i moduli ed i simboli della scienza) è un rapporto


metempirico, trascendentale, collocato fuori del tempo o almeno, nel
secondo caso, fuori delle dimensioni definite di una esperienza e di una
durata -circoscritta. e misurabile: un rapporto, quindi, che non cade
nella visione del diritto, che è empirica e rappresentativa; non cade,
soprattutto, nel giudizio del diritto, che non è un giudizio teonomico
o assoluto o infinito, ma un giudizio consapevolmente e modestamente
umano, relativo, finito.
Ad un ipotetico giudice trascendentale potrebbe il delinquente diri-
gere le sue istanze contro il destino cosmico o l'eredità storica che fog ..
giò in lui la. vocazione nativa al crimine attuale. E consimili istanze
e proteste la coscienza umana dirige in effetti all'agente creativo dell'u-
niverso; ed il problema tragico in esse espresso ha esercitato nei secoli
la critica del pessimismo ed ha evocato tuttora la dialettica della teo-
dicea e le aspettazioni redentrici della religione. Universale, infatti, e
di portata infinita è il contenuto di tali instanze, còme q~ello che investe
i rapporti che passano fra l'individuo cd il continuo cosmico che l'av-
volge e nel quale l'individuo stesso è inserito: onde è giusto che il
giudice sia, a sua volta, un giudice trascendentale ed infinito. Ma la
società civile, evidentemente, non potrà essere mai la naturale destina-
taria di analoghe istanze o giudice delle medesime. li giudizio sociale
di retribuzione è un giudizio finito che si esercita e si svolge fra ter-
mini finiti. La società vive e si muove nell'esperienza dell'/iic et nunc,
nell'esperienza del successivo, e non può lasciarsi inspirare da altri ca-
noni e da altri criterii che da quelli forniti dalla stessa esperienza. Essa
procede da un principio semplicissimo: che tutto quello che è voluto
dall'individuo attuale è suo ed è riferibile al suo volere come ad uni-
voca causa. Poichè, appunto, la visione di lei è una visione immediata
ed attuale, ed è ùna esistenza' in atto essa stessa, vincolata alle con-
dizioni empiriche del tempo e dello spazio.
È codesta esigenza empirica e pragmatica del giudizio sociale d'im-
putazione che costituisce la parziale verità del concetto della responsabi-
lità sociale. Il quale co~cetto, nella enunciazione nuda onde è stato
atteggiato da taluni, ci appare come povero, inconsaputo, immotivato,
ma è suscettivo di una. integrazione filosofica che lo trae a senso nuovo,
intimo e profondo. Il puro fatto della difesa e la considerazione empi-
rica della. causalità fisica esterna sembrano le sole o le precipue note
che la dottrina positiva rilevi nel concetto stesso, e~ come tali, esse
sono manifestamente inadeguate. ·Ma il concetto è più ampio dell'espres-
Igino Petrone

sione che gli fu data : e codesta sua ampiezza ideale maggiore è ricono.
scibile al lume di una intuizione nuova dei caratteri differenziali del di.
ritto, fra i quali caratteri emergono la limitatezza necessaria del campo
visivo e del giudizio causale della ratio ju.ris, la natura immediata ed
ingenua della sua rappresentazione dcl reale, la esigenza analitica e di.
scriminatrice della funzione retributiva che esso esercita in seno al con-
sorzio.
Quest'ampiezza ideale maggiore è riconoscibile (dico) al lume di
una nuova critica (nel senso kantiano della parola) della 1·atio juris,
che è la critica di cui noi abbiamo, fin qui, profilato e tracciato le linee
generali: l'analisi, cioè, delle condizioni e dci limiti della ragion giuri-
dica o della rappresentazione che il diritto, ovvero la .coscienza giu-
ridica ut sic, si foggia dei rapporti di vita e delle azion~ che esso mo-
dera e retribuisce.
Così com'è enunciato e formulato dalle direzioni empiriche della
scuola criminale positiva, il concetto della responsabilità sociale sembra
un assunto schiettamente dogmatico e discretamente semplicistico, È
la pura e semplice accettazione del fatto che la società punisce e che
oggetto di tali punizioni sono, le azioni esternamente riconoscibili come
effetti dell'attività pratica di un soggetto e lesive della convivenza so-
ciale. Al lume di una criticai gnoseologica del giudizio sociale d'imputa.
zione o delle sue condizioni e dei suoi limiti, quel concetto si risolleva1
invece, in un significato nuovo ed acquista una nuova legittimazione.
La qualificazione e la limitazione sociale della responsabilità penale
appare come il prodotto naturale della limitazione rappresentativa e
conoscitiva della ragion giuridica.
Così il problema non è solo eliso, ma superato e risoluto: l'assunto
quasi inconscio ed opaco della criminologia positiva illuminato e con.
saputo.
***
Riannodando le fila del nostro assunto, le obbiezioni proposte o pos·
sibili a proporre contro l'equità retributiva del giudizio d'imputazione
sociale, si dileguano al cimento di nna critica serena.
Il giudizio sociale d'imputazione vuole essere valutato alla stregua
di una coscienza omogenea e conforme al suo essere ed alla sua na..
tura, non alla stregua di una coscienza di-Versa, quand'anche, in ipotesi,
idealmente superiore. Il giudizio sociale di imputazione vuole essere,
cioè, giudicato alla stregua del diritto o dello spirito giuridico o della
A proposito delle condizioni subiettive dell'imp11tazione penale 257

coscienza giuridica, non già alla stregua della coscienza cosmica, ovvero
dello spirito assoluto. Il diritto, infatti, è un atteggiamento dello spirito
obbiettivo, non già dello spirito assoluto o soprammondano, per riferirci
alla dottrina ed alla nomenclatura Hegeliana.
Che nell'ascesi e nella gerarchia dello spirito, il momento dello spi-
rito obbiettivo sia idealmente superabile da quello dello spirito asso-
luto, si concede, anzi si assume: che il diritto o la ratio juris non esau..
risca o assolva in sè la. verità assoluta dell'Idea e mmporti una limita-
zione ed una indigenza nativa, si riconosce del pari: che una giustizia
trascendente possa idealmente oltrepassare· le valutazioni della coscienza
giuridica umana e sociale e che al cospetto suo i primi sieno gli ultimi
e gli ultimi sieno primi, s'intende ancora. Per ciò fu detto, in n9me ap-
punto di una coscienza collocata sub specie aeterni, che chi giudica sarà
giudicato a. sua volta, e sopra una legge di stretta giustizia fu celebrata
una legge sovrana di grazia. Ma posto ciò, è da riconoScere che nello
interno deterI1l!inisrno della sua sfera d'azione e del suo ciclo vitale,
il diritto ha una pienezza di oggettività ideale ed una sua logica di
verità e di bontà, che nessuna considerazione attinta da fonte estranea
e transcendente può offuscare o deprimere. Voi potete idealmente trarvi
fuori del diritto e della ragion\ giuridica per via di un superamento con-
templativo: ma non potete versare nella sfera del diritto e della ragion
giuridica ed oppugnarne, ad un tempo, le esigenze native, le leggi im-
manenti e la dialettica interiore. La ratio juris ha la sua logica e la
sua oggettività, cioè a dire la sua verità.
IJ giudizio sociale d'imputazione non può essere giudicato che dal
solo giudice competente: cioè a dire, dalla stessa coscienza giuridica
che si esprime ed opera in esso: poichè lo spirito non può essere giudi..
cato - e non è giudicato in e:ffettti - che da sè medesinlo, e secondo
i limiti e le relatività inerenti nel suo divenire graduale ed attuale.

Riconosciuto così il valore del criterio da noi esposto, ossia il valore


del giudizio di auto.attribuzione come genesi subbiettiva della imputa-
zione penale, resta solo a vedere se esso ha una vera propria significa..
zio11,e ai fini del magistero penale, resta a vedere se esso fornisce non
solo il fondamento o il presupposto della imputabilità, ma anche il cri-
terio, la misura, il limite.
Sul qual punto si può dubitare se esso non sia troppo lato ed ampio
e se, risolvendo il motivo morale dell'imputabilità in un'attitudine del-
l'auto-coscienza, non si cada nell'eccesso opposto a quello addebitato

17. - P.l!Tl\ONE, FiJowft.a d!l diritto.


Igino p,,iro11e

ai teorici del libero arbitrio e non si finisca col colpire, per logica di tesi,
tutte le azioni, anche quelle dovute ad infermità ed anomalia della fun-
zione volontaria, pel fatto che alle azioni tutte aderisce la presenza attiva
ed auto-attl'ibutiva de1la coscienza di sè. Ma, a superare questa obbie-
zione, soccorre una intuizione anche semplice ed elementare del va~
lare dell'io e del suo potere di autonomia e d'imperio come soggetto deJ.
l'auto-attribuzione. NeJJe ìnfennità e nelle anomalie dd volere mane~.
infatti, o è disordinata e depressa, la funzione dell'io come soggetto au-
tonomo di rifercnza e di dmninio al cospetto dei suoi stati psichici e
dci suoi fenomeni interni. In quelle forme abnormi l'unità dell'io è
disciolta e disgregata. L'io non riflette gli stati suoi, nè li obbiettiva alla
luce dell'unità sua e della sua vigile presenza; ma vi giace indistinto
e sommerso. Egli è captivo e mancipio delle sue rappresentazioni. Egli
non è il soggetto che predica di sè gli stati, pcrchè è, ru1zi, nulla più
tbc gli stati stèssi e la loro incoor<linata pluralità. 11 giudizio d'imputa-
zione non ha luogo, nè può aver luogo, perchè quel giudizio domanda
due termini, la fonna e la materia, l'io e gli stati singoli e qui non si
ha, invece, che un termine solo, gli stati singoli nella loro puntuale ato-
micità, e difetta l'io e la forma manca o è regredita e depotenziata ndla
mater;a. In codesta opacità della coscienza si spegne, appunto, la tra-
sparenza dell'io o del soggetto dell'attribuzione. Si ha il ritorno all'indi-
stinto psichico, in cuì non è nata ancora la feconda secessione dell'unità
dalla pluralità, del centro dalla periferia, del soggetto dai fenomeni,
della rappresentazione dalla tendenza, dell'io volente dalle volizioni.
E lo stesso accade in tutte le forme d( regressione e di ritorno dal-
l'azione volontaria al riflesso psichico dell'automatismo o dell'azione
istintiva ed alle necessitazioni e alle sollecitazioni coatte dell"'impulso
passionale. Il soggetto è, ivi, trasportato dalla mozione istintiva o dal..
l'onda incoercibile della passione, senza che s'interponga alcun inter-
vallo psichico tra l'eccitazione e l'azione, senza che intervenga la fun ..
zione riflessiva del cervello o del potere d'inibizione.
Se non che, qui si potrebbe muovere un'altra obbiezione, alla quale
giova fare accenno per illuminare la nostra tesi contro ogni possibile
equivocazione. A differenza di chi trovasse il nostro criterio troppo lato
e pressochè vuoto, altri potrebbe, invece, trovarlo troppo stretto ed
angusto e rigido, perchè subordina o sembra subordinare la penalità
ad una condizione che può mancare e mane,a di fatto in molti delin.
quenti, e nei peggiori e più temibili,, resi imtpcrvi e refrattari al giu.
dizio interno della coscienza dallo stesso abito del delitto o da condi-
A proposito delle condizioni subiettive dell' iinp1<tazione penale 259

zioni native di discstesia morale. Ma è evidente che il giudizio interno


di auto-imputazione di cui noi parliamo, non è un giudizio contingente,
volontario, riflesso ed espresso che l'agente delittuoso possa pronun-
ciare ne] suo interno e possa, anche, dissimulare o tacere; un giudizio,
cioè, che può anche venir meno, nel concreto, e vien meno in effetti,
un equivalente di quella voce dcl1a coscienza che la sottile sofistica del
pervertimento e la logica stessa del malefizio tende, anzi, nel più dei
casi a soffocare e ad elidere. Poichè il giudizio interno di auto-.impu-
tazione di cui noi parliamo è quel giudizio di proprietà, immanente,
spontaneo, necessario, che il soggetto pronuncia dentro di sè al cospetto
delle azioni, e per cui queste egli predica come sue o come sua proprietà.
J"'<:. alla presenza immanente, abituale e formale dell'io com.e soggetto

di riferimento delle azioni che noi intendiamo fare espresso richiamo


e nulla più; la qual presenza è continua, necessaria e perenne, poi che
è un dato immediato della coscienza personale nella spontaneità e nella
sincerità sua, anteriore ad ogni riflessione (:x post. Oltre di che è da
notare che tale giudizio di proprietà è un giudizio formale o logico, di
pura connessiònc esplicativa e di pura significazione esistenziale, non
già un giudizio etico e valutativo, quasi un giudizio di riprovazione e
di biasimo che l'agente delittuoso pronunci dentro cli sè al cospetto del
delitto. No: il giudizio di proprietà o di auto-attribuzione è puro e sem-
plice giudizio di causazione, un riconoscimento interiore a parte subjecti,
un risentimento o un'avvertenza soggettiva della connessione causale fra
l'azione delittuosa cd il soggetto che l'ha commessa. Non comprende,
quindi, nè involge una valutazione della qualità morale dell'azione, o
una confessione interna della criminosità della meclcsima, o la dinamica
della resipiscenza e dcl rimorso, Ed è evidente che, se il giudizio etico
e valutativo della qualità morale dell'azione può venir meno nella co~
scienza del delinquente ed offuscarsi e spengersi, il giudizio etico di
riconoscimento del1a subbiettività causale delJ'azione non vien meno
giammai, salvo i casi abnormi di regresso all'incoscienza piena.
Un cosiffatto giudizio logico non è un contenuto contingibile di vo~
lontà, ma un'attitudine spontanea, necessaria ed incoercibile dell'inten-
dimento.
VIII.

L'INERZIA DELLA VOLONTÀ


E LE ENERGIE PROFONDE DELLO SPIRITO
Una profonda antinomia investe ed agita l'anima moderna ndk
direzioni morali de11a condotta: un dissidio acuto e pungente fra la
coscienza e la vita, fra il desiderio ed il potere, fra le aspirazioni e le
azioni, fra i propositi e le esecuzioni.
La volontà ed il carattere non assecondano i progressi giganteschi
dcl sapere e della cultura tecnica. Impavido e vitto-rioso nella esplora-
zione e "ne] dominio delle forze della natura, lo spirito si rivela torpido
e fiacco ne!Ia esplorazione e nel dominio di sè. Esso ignora spesso o
dimentica il gioco mirabile delle capa{'.ità e delle potenze che fluiscono
nel suo interno e ]e Jascia inoperose e dormienti.
Jn, nessuna età il culto dell'energia è stato, come nella nostra, incon-
trastato e sovrano: in nessuna, così insistente e caloroso l'appello alle
attitudini atletiche ed eroiche ed agli stati di tensione raccolta e severa
cli una volontà protesa aJla conquista. Ma, sugli altari del nuovo culto
e della nuova fede, non trovano posto, per mirabile ironia di contrasto,
le energie più contigue ed aderenti al centro della nostra vita e del
nostro destino morale, le energie dello spirito. Rapita di ammirazione
e di fascino all'aspetto dei miracoli stupefacenti e visibili delle forze
operose all'esterno, la mente non vede e non intende con altrettanta
intensità di attenzione e fervore di meraviglia il profondo e delicato mi-
stero delle energie silenziose che si raccolgono nell'intimo dell'anima
nostra. Esperimentatori ed utilizzatori sapienti ed avidi delle potenze
della natura che sono fuori di noi, noi siamo inconsapevoli e poco sol~
leciti di quelle altre potenze, naturali anch'esse, che sono dentro di
noi. Così spendiamo l'opera nostra affannosa ed assidua per plasmare la
materia greggia che ci fu data nella caducità effimera .del tempo, ma quel
blocco di vita che portiamo con noi, quale testimonianza di un eterno
destino, lasciamo· in abbandono come mole inerte di pietra.
L'uomo celebra la sua volontà di dominio nella superazione degli
~kmenti <~ nella conquista dello spazio: ma la rivincita della sorda
nrn.teria e la disfatta Io coglie e l'opprime proprio in quel mondo che
è suo.
Igino Petrone

Egli è captivo dell'inerzia degli elementi che giacciono nel fondo della
sua anima e le tolgono visioni di altezza e battito d'ala. Egli è servo
e mancipio delle sue cecità e delle sue aridità, de1le sue attrazioni e delle
sue repu]sioni, dci suoi impulsi abnormi e delle sue inibizioni torpide ed
oscure, dei suoi abiti passionali impuri e delle sue abulie.
Non che le aspirazioni e gl'ideali non tralucano al suo intelletto e
non rechino a volta come il senso o la presenza di una illuminazione
impreveduta; ma è una presenza rapida e fuggitiva che non fa presa
e non trae all'azione. Nelle anime meglio temprate, negli spiriti pii1
complessi qudla illuminazione si discolora ed impallidisce, a volte ob~
nubilata ed offuscata dal dubbio inquisitivo che macera ogni ce1tezza,
a volte menomata di potenza dal gioco di una occulta inibizione, dì un
sentimento incoercibile d'incapacità che avvince l'anima in una inerzia
dolente e forzata.
Così le idealità e le aspirazioni non si traducono in esperienza di
vita per difetto di virtù di affe1mazione, per manco di energia, -di <lisci~
plina, di padronanza di sè. La rappresentazione non si converte in movi-
mento ed in forza viva: il desiderio non si trasforma in volontà di pos..
sesso; l'azione non, adegua la concezione; la volontà non bilancia la
conoscenza.
L'attività si sofferma di qua dalla meta, attristata dalla percezione di
una distanza che l'inerzia dello spirito raffigura come insuperabile. L'a.
nima si arresta a mezza via nel cammino della liberazione. Ed il bi..
lancio della nostra esistenza si riassume in un tessuto anonimo di pos-
sibilità esangui. che non s'incarnano nella vita.

Signori,

È questa crisi della nostra volontà e dello spirito moderno che io amo
evocare al Vostro cospetto.
N eII'ora solenne, sacra alla celebrazione della scienza, non vi di-
spiaccia che io tocchi un problema di vita e tragga gli auspici da quella
scienza pregiudiziale e sovrana, che è la scienza di sè. Molta parte del
nostro disagio spirituale è dovuta all'errata estimazione ed alla imper.
fetta e manchevole conoscenza delle nostre forze e dei nostri poteri.
Anche lq spirito ha i suoi segreti come, e forse dappiù, che la na-
tura: le sue luci come le sue ombre, i suoi misteri come le sue illumina-
zioni, il suo mondo invisibile ed ascoso, Je sue profondità inconsapevoli.
Quello che importa è venire in possesso di quei segreti, esplorare quel
L'inerzia della volontà e le energie profonde dello spirito 265

mondo, recare in piena luce quelle profondità occulte in cui giace, co..
stretta ed inerte, un'accolta di energie ignorate.
L'inferiorità della nostra anima al nostro destino, rimparità della
nostra esistenza alla nostra vocazfone derivano essenzialmente da ciò :
dal mancato conoscimento e dal mancato possesso di sè. La spropor-
zione stridente fra le possibilità ideali che si dischiudono al nostro
desiderio ed alla nostra mira e la povertà della nostra opera effettuale e
c1uotidiana, tutto. il contenuto tragico del nostro pathos e della nostra
tristezza riconosce la sua sorgente nella nostra ignoranza dei poteri
dello spirito, delle sue profondità di esercizio e di fatica, delle sue pos-
sihilità di sofferenza, di fortezza e di dominio.
La radice del male è in ciò, che orgogliosi di quel sapere che ci mette
i

al cospetto del mondo clei fenomeni e delle forze fisiche, noi ci lusin-
ghiamo di poter fare a meno di quell'altro sapere, più misterioso e più
arduo, che ci mette al cospetto dell'anima nostra.
Di quest'altro sapere che non è scienza, ma intuizione cd esperienza,
che non è dottrina ma iniziazione ed esercizio di vita che non ha riti
1

solenni e fasti augurali poichè il suo dramma interno si -consuma nel si-
lenzio creativo de11'anima raccolta, io amo ritesservi qualche pagina,
che possa illuminare il segreto del nostro male e della nostra fatica
e dischiudere il germe di una più alta speranza.

Signori~

Le cause della nostra crisi morale sono di un doppio ordine: l'uno


prevalentemente intelJettuale, l'altro prevalentemente emozionale: l'uno
si riassume ne1l'inerzia della volontà come potere di affermazione e di
consentimento: l'altro si riassume nell'inerzia della volontà co~ po-
tere di esecuzione e di azione: l'uno vien meno all'ideale, perchè non
ne afferma l'evidenza e l'efficacia con un giudizio di necessità e con un
senso di autorità e d'imperio: l'altro, pexchè afferma bensì, a tutta
prima, il valore dell'ideale, ma non afferma, in pari tempo, la propria
capacità di attuarlo e si ritrae pavido ed inibito al cospetto ed all'ur·
genza dell'azione: l'uno, che svaluta il fine dell'azione, l'altro, che sva-
luta le potenze disponibili ad agire : l'uno si chiama dubbio, l'altro -
iru un certo più ampio senso della parola - abulia. I due stati ed i due
atteggiamenti dello spirito non procedono dissociati, ma variamente s'in~
trecciano e rimescolano ed interferiscono; l'uno s'insinua e penetra,
più o meno avvertito, più o meno discernibile, nell'altro; e l'uno e l'altro
266 Igino Petrone

sono1 del pari, pervasi da un vigile senso di fatica e di ansietà, che co.
munica ad entrambi un comune colorito emozionale ed un comune
Ùl-!Cr(!sse psicologico.
L'età nostra, come tutte le età di consumata e raffinata rificssioue,
è dominata dal dubbio, cioè da quello stato dell'anima che significa la
sospensione, l'indugio, la privazione, la mancanza del potere di affer-
mazione.
L'energia non è morta. ma è solo intorpidita per difetto dì eccita.
mento e di stimolazione, per la mancata virtù propulsiva, incitatrice,
esemplare delle idee madri corroso dall'abito inquisitivo della critica.
Un tempo la pressione del costume e della tradizione sostituiva la
riflessione individuale e tracciava imperiosa, inesorata le vie de11'a~
zione. Era una forza torbida ed opaca, materiata d'istinto ed intessuta
di ruvide coercizioni, che pur nella sua lacuna spirituale aveva ì1 merito
d'interdire la perplessità, l'irresolutezza, l'inibizione intellettuale. Impera
oggi la critica ed il dubbio: l'indagine vigile e circospetta che domanda
i titoli quesiti dell'autorità e d'ella tradizione: l'abito della ricerca,
-che pur nei problemi e nelle contingenze pratiche della vita, non si
arrc,n.de se non alla pienezza deile dimostrazioni razionali e delle pruovc
apodittiche; la riflessione che non è ordinata all'azione ma ripiega e
consuma in sè stessa : 1'acuzie della coscienza che assottiglia, per vo.
lerle analizzare, le sorgenti del vivere.
Quale meraviglia che la nostra vita sia povera di contenuto reale e
che i risultati 1101; agguaglino le promesse e che le energie dell'anima
giacciano inoperose e pure affaticate in una costrizione desolante? L'in-
dugio, l'inerzia, la stasi sono le sole attitudini pratiche che sieno pro-
porzionate e connaturate all'attitudine teoretica del dubbio. Ogni azione
è una testimonianza che vien resa ad una verità riconosciuta e con-
sentita come tale: ogni azione, cioè, è un'affermazione pratica che pre-
suppone un'antecedente affermazione teoretica. Ora il dubbio sta pre-
cisamente in ciò: nel rifiuto, nel divieto di affermare, di consentire .
di credere. L'unico residuo che permanga dalla sua agitazione teorica. è
trn simbolo di aridità e di negazione.
Ciò d1 cui gli uomini vivono è la fede nelle ragioni del vivere. La
molla, il fermento, lo stimola dell'azione è lo stato di certezza e di
credenza. È il potere propulsivb di un giudizio di affennazione e di
consentimento che sia venuto in possesso dell'anima e vi susciti il ier.
vore dell'entusiasmo e dell'azione viva. È l'illuminazione interiore di una
idea direttiva, di un motivo dominatore, di un interesse preferenziale
--~L'inerzic:_!ella volontà e le energie profonde dello spirito 267

-.che annunzia e traccia la via, che cO.nsente di eleggere con sicurezza


d'intuito tra più proffcrte che invitano o più impulsi che agitano in
senso contrario, che educa, la facoltà della scelta e la libertà di confor.
mazionc dcl proprio destino, che assicura la signoria dello spirito nel
flusso degli eventi. Il contrario di tutto ciò è il dubbio.
Lo stato di anima dell'uomo che dubita è uno stato perenne <l'in-
certezza, cli perplessità, d'indugio: poi che gli è venuta meno la luce
direttiva delle idee madri e la gerarchia interiore dci principi dominanti,
e tutti i motivi clcJI'agire e tutte Jc varie direzioni dell'agibile ondeg-
giano e fluttuano, nella sua coscienza, come in una penombra grigia ed
uniforme.
Jl dibattito deliberativo non è mai chiuso. Le ragioni ·pro e contra si
cont<.:ndono la volontà, la quale rimane irresoluta ed inerte, fascinata
spesso e non illuminata e <liretta dal gioco dcl1e possibilità antagoni-
stiche al1ineatc sul campo visivo della coscienza.
L'uomo che dubita è un riflessivo ed un analitico ed è vittima preci-
samente dell'attività prolifica della riflessione. Egli vuol vedere troppo
a<l<lentro nelle cose e non acconsentire all'invito o all'event°' se non abbia
tutto misurato passo per passo, con vigile circospezione. Egli oblia che
ogni realtà, che ogni determinato contenuto di vita è circondato comx::
da un alone d'indeterminatezza e di mistero e che l'uomo non opera se
non affronta generosamente una certa alea aderente all'azione.
L'adozione <li una data via della vita a preferenza delle altre è resa
possibile o dall'insorgere impetuoso di un'onda passionale o da una
provvida angustia del campo della riflessione. Colui che dubita non è
investito dall'onda della commozione e non è protetto da quell'angustia.
Egli, anzi, presenta una insueta ricchezza, un ampliamento improvvido
dei poteri di rappresentazione e di previsione, ed è inibito precisamente
dalla esaspcrat.a acutezza del suo spirito di analisi, dalla ostinata chiaro-
veggenza del suo io critico e giudicante. La riflessione assottigliata ed
esacerbata gli presenta spesso con uguale intensità di rilievo, con uguale
ragione di desiderabilità, con uguale potenza cli provocazione e d 1in.
vito le possibilità diverse e contrarie. Così egli non vede chiaro quale
fra esse vada scelta di preferenza e permane nel dubbio inquisitivo e si
macera nell'inerzia.
·Chè, se a volte vede chiaro e l'esercizio o lo sforzo della concen.
trazione. sopperisce all'eccesso dell'analisi, egli abbozza, bensì, un atto
risolutivo qualsiasi, ma; non vi tien fermo con coerenza. È un'afferma-
zione ipotetica e non apodittica, un desiderio inibito dì certezza non
268 Igino Petrone

un'a-ccettazione o un possesso di verità; desiderio mai forse estinto, ma


pur sempre deluso, ed è, nel fatto, una velleità e non una volontà, un dire
a sè stesso di voler affermare, non un affermare davvero. Egli desidera,
egli si rappresenta acutamente, intensamente l'oggetto ed il termine di
tal desiderio: questa rappresentazione si erge spesso con sorprendente
rilievo al cospetto dello sguardo interiore di lui, ma, appunto, egli de-
sidera e rappresenta ed immagina di affermare, ma non afferma, non
vuole. Egli S(ambia per atto di volere la contemplazione del volibik,
la sostanza per la parvenza, la cosa per l'ombra. La rapprcsen.tazione
così si adagia in un auto-appagamento che tien luogo del possesso.
Ed il colore delJa immaginazione coi suoi luccichii e con le sue iride-
scenze tien luogo del calore dcl sentimento che manca.
Nelle anime più profonde e più dolenti ciò non accade senza una
gran pena ed una grande fatica. Acuto, anzi, è in molti il disagio dello
sforzo inibito e respinto, il rimpianto delle possibilità di salvezza che fu-
rono a nostra portata e che lasciammo fuggire, il rammarico dei destini
incompiuti. Ma la coscienza dolente dcl male non è motivo o presagio
di superamento e di liberazione. La contemplazione, la reviviscenza,
il ricordo di quello che si dovrebbe, di quello che si sarebbe dovuto af.
fermare e volere, opera, nella coscienza che dubita, pil1 come forza
di ritorno che come propulsione diretta : più come rimorso di non aver
affermato quando non ne è più il tempo che come forza viva di affer-
mare quando è il tempo di farlo. L'anima si dibatte fra la rinuncla
all'azione inuninente ed alle opportunità presenti ed il rimpianto ste.
rile dell'inazione passata e delle opportunità irrevocabili e che non fanno
ritorno.

Questo stato dell'anima ha radice, o Signori, in un disordine, in un


perturbamento dell'armonia delle nostre potenze spirituali e nel predo-
minio e nella sopraffazione di una di esse sulle altre. Ha radice in una
usurpazione che la critica e l'analisi conswnano a danno dell'azione,
ossia nel penetrare della riflessione e della ricerca critica in quel do-
minio della vita che vuole essere confidato alle forze vive della sponta·
neità ed ai poteri di affermazione e di consentimento.
L'attività rappresentativa e riflessiva non è certo in dissidio co1ma~
turato con l'attività pratica. Nel magistero dell'universo la riflessione
è, anzi, lume e guida e scorta all'azione. L'idea ha funzione motrice.
Ma la riflessione illumina e dirige l'azione solo finchè sia mantenuta
in dati confini. Quando va di là da questi e valica un certo limite -
L'inerzia delta volontà e le energie profonde dello spirito 269

che io chiamerei, qui, il limite di sattrrazionc - essa vien meno al-


l'ufficio suo, sovverte e snatura la sua funzione operosa che è di essere
il lume e la via della vita, Varcato quel limite, essa diventa antagonista
del potere di affermazione, inibitiva della risoluzione pratica e della
scelta, inimica dell'azione e della vita.
Dopo aver illuminato e diretto il processo discorsivo del giudizio e
clclla ponderazione, la riflessione deve tacere cd obliarsi nel ritmo
dc1l'azione. Alla inibizione deve pur succedere l'impulsività dell'opera.
L'idea dee convertirsi nel fatto, li dibattito della motivazione dee
pur chiudersi con l'atto risolutivo. I suoi se, i suoi nw, i suoi forse de-
vono puTe indietreggiare in un momento terminale innanzi ad un sì
vittorioso. La coscienza deve cedere il posto alla spontaneità, aila imme-
diatezza, al sublime inconscio della creazione. La crisi, esperimentata
di già, vuol essere superata. L'intelligenza deve ridiventare natura.
Nella così detta ispira-zionc i.1 poeta ottiene risultati mirabili di
possanza creativa perchè in essa opera bensì l'intelligenza, ma com.e
spontaneità e come natura. Onde il poeta stesso ha come la sensazione
che non egli venga componendo i suoi versi, ma un principio divino o
demonico che lo agita all'infuori della riflessione critica di un io pre-
sente e giudicante. L'affermazione della verità morale è anch'essa l'atto
di una forza creativa. Domanda la libertà sovrana dello spirito, l'im-
mediatezza dell'azione, la spontaneità dell'impulsione, il fervore del-
l'entusiasmo, che supera le aridità e le angustie della vigilanza cosciente,
arida ed inibitrice.
Che se la riflessione, compiuto in un primo momento l'ufficio suo,
si ostina a rimanere al suo posto, essa non illumina più, ma ostruisce
le vie dell'azione, la quale non è possibile senza un certo oblio e tlau-
fragio dell'io consapevole. La riflessione superstite, con la sua importuna
insistenza, sgretola le abitudini acquisite, esaspera la presenza vigile, so-
spettosa, circospetta dell'attenzione cosciente, sopreccita le rappresenta-
zioni e le associazioni di contrasto, moltiplica le discordie e le lotte
interne, accumula i detriti, le scorie, gli stati morti dell'anima. Ger~
minando motivi perenni di perplessità e di dubbio, essa secerne e de-
pone dei residui tossici che fanno groppo sulla coscienza e le tolgono
ogni libertà di movenza, ogni sovranità di dominio.
La sanità dello spirito, come quella del corpo, resulta in gran parte
dalla rapidità di elimiinazione dei residui, La saggezza della vita sta
nell'eliminare i detriti intellettuali, nell'espellerli, nel ricacciarli sotto la
soglia della coscienza, nell'escluderli deliberatamente dal proprio campo
270 Igino Petrone
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v1s1vo. La riflessione che indugia e ripiega sopra di sè si nutre invece


di tali detriti, si abbevera di cosiffatti clementi di decomposizione. Così
l'anima è diminuita, è attossicata nelle sorgenti pilt intime della vita.

E la ragione di tanto sciupio e di tanto male, se Voi la interrogate


bene, è tutta in ciò: nell'essere venuta meno la illuminazione dci principi
direttivi e clelle massime della nostra vita morale, e, più ancora, nel·
l'essersi trascolorati ed impalliditi qucgJi stati di consentimento e di
conunozione che a quelle massime aderivano e le imprimevano nel fondo
del nostro intelletto e del nostro animo. La critica cd il dubbio incalza
perchè a noi non sorride nessuna vivificante certezza e perchè ci manca
il lume e la disciplina delle abitudini ideali.
La contemplazione dei doveri e delle norme della condotta non più
ci anima a recidere i nodi del dubbio con un atto magnanimo di potenza,
poi che quei doveri o le idee che li esprimono si sono assottigliate ed
estenuate in noi a guisa di simboli e di concezioni irreali cd astratte.
Esse non hanno più per noi il valore di una presenza spirituale,
nè recano seco quel senso infinito di autorità e d'illuminazione interiore
che costituiva il segreto deBa loro attività propulsiva.
Fra le diverse possibilità dell'azione, fra le profferte diverse e con~
trarie de11a rappresentazione e del desiderio noi non sappiamo fare
atto di scelta, perchè noi manchiamo di direzione di spirito, perchè a
noi difetta il presidio dei principi e delJe idee direttive, perchè noi
non abbiamo saputo temrprare e foggiare nèlla nostra educazione, nella
nostra struttura morale una serie ed una gerarchia di principi e di abiti
e di motivi dominatori, che, accettati ed adottati una volta, si assidano
nella nostra coscienza in fonna di valori assoluti e sussistano saldi
cd incommutabili, come fulcri e punti di sostegno, come linee di rico-
noscimento e di approdo, e direi quasi come ganci ideali a cui sospen.
dere le determinazioni future, nella successione delle esperienze e degli
eventi.
Quando noi godiamo il suffragio e l'aiuto dei principi direttivi e delle
massime abituali, noi siamo in grado di dominare il flusso degli accadi-
menti. Noi siamo unificati ed il molteplice della rappresentazione e del-
resperienza non sarà più atto a dividerci. Noi possiamo corriferire
a quei principi, noi possiamo inserire nella logica interiore dei medesimi
le variate complessità e contingenze dei problemi pratici della vita. Noi
abbiamo un modello a cui conformare la nostra condotta, e la nostra
vita si plasma sotto la tutela silenziosa di un abito propizio. Quei prin-
L'inerzia della volontà e le energie profonde dello spirito 271

cipi operano dentro di noi coi procedimenti e con le leggi dell'abitudine.


Epperò, c01ne è proprio dei modi dell'abitudine, essi conservano i pro-
dotti dello sforzo iniziale, scemano l'asperità della vigilanza consapevole,
risparmiano la fatica della risoluzione attuale ed immediata. Preziosi
ausiliari della vita e dell'azione, quei principi lavorano per noi a nostra
insaputa. Sono intelligenza diventata natura, spontaneità, istinto, forza
vitale. Grazie aIJa loro presenza, le difficoltà delriniziazione sono su-
perate; la volontà acquista agilità e sicurezza di movenza; i dubbit
le diffidenze, le incomprensibilità si dissolvono.
Ora l'analisi e l'abito delia inchiesta dubitativa estesa ai problemi
della vita ha tolto, appunto, a noi questo mirabile presidio. Essa ha cor-
roso Ic abitudini ideali, ha insidiato la saldezza dei principi, ha reciso Ja
tradizione delle massime.
Nel calore e nell'impeto della legittima lotta contro l'autorità e
]a tradizione che incombeva dall'esterno, qualche parte del nostro più
puro patrimonio spirituale è stata travolta nel turbine, e taluno dei
motivi dominatori della nostra vita morale si è venuto smarrendo. Il
piccolo io limitatore ed egoista è emerso sulle ruine dei principi imperso-
nali e delle massime. AIJe fedi tramontate nessuna nuova fede si è so-
stituita. Il potere: di negare - nobile potere che dissocia le formazioni
caduche dello spirito e dissolve i residui di una tradizione morta, ma
che non basta alle esigenze creative <le11a: vita e de11'azione - non è stato
temperato e redento da un simultaneo potere di afferma.re, che rechi
l'annunciazione di una nuova parola di vita. All'autorità esterna non è
stata sostituita l'autorità interna deJle idee madri; l'immanente certezza
che rinfranca ed avvalora nelle prove della vita. I principi e le mas-
sime non pervengono più a noi con la forza suggestiva di una rivelazione
e di un messaggio di grazia, nè hanno più il senso di scaturire da una
lontananza sacra ed intangibile di mistero. Essi sono concezioni opi-
nabili, sustrato e materia di giudizi ipotetici. E le nostre energie restano
torpide e sonnecchianti perchè .gl'idcali non hanno più la forza di inci-
tarle, di destarle alla vita, di estrarle dalle profondità oscure della loro
inerzia originaria, perchè gl'ideali hanno perduto il loro potere di com-
mozione, quella che chiamano la virtù din.(ll]'nogena. Di qui la genesi
della nostra perplessità, e della nostra angustia. Di qui la radice della
nostra sofferenza; come di vitalità. che si consuma inutilmente dentro
di noi, per difetto di stimolazione e d'invito di volontà tutelare ed
amica, e come per manco di propiziazione e di grazia.
Ma la sostanza del male è anche più profonda e più complessa
che non appaia da questa prima disamina. Quel male, come dissi, ha un
doppio ordine di cause. Alla inerzia derivata dal dubbio e dal disvalore
del fine e della meta si aggiunge l'angustia della volontà inibita da un
occulto sentimento d'inferiorità, da un oscuro senso di incapacità e d'hn..
parità al proprio destino: si aggiunge, con le sue ari<l ità, con le sue
repulsioni incoercibili, con le sue inibizioni profonde, l'abulia.
Le po,tenze dell'anima, non più animate e tenute deste dalla presenza
spirituale degli imperativi, ricadono dentro di sè in una tristezza acci-
diosa, che prolifica nuove perplcssit.:1. e nuovi dubbi, i quali non toccano
questa volta il valore dell'ideale, ma toccano e menomano l'anima stessa,
il valore delle sue capacità e delle sue possibilità di esercizio e di fatica
per attingere l'ideale medesimo. Dopo avere diminuito l'evidenza e l'e'ffi.
cacia dei motivi spirituali della vita con· le circospezioni sospettose della
critica, la nostra anima impoverisce sè stessa con un. tessuto di èttt•
zioni d'impossibt'.lità, con un groviglio di diffidenze, d'indugi, di ansietà)
di preoccupazioni, con una capitolazione e dedizione anticipata e prema-
tura della propria volontà di potenza, con urr presagio pavido di di·
sfatta. È il problema doloroso dell'inibizione forzata e dell'ansietà inibi·
toria, che costituisce il motiv-0 più complesso della crisi contemporanea.
e che ci rende inferiori ed estranei all'ideale anche quando il nostro in-
telletto sembra protendersi verso la luce con desiderio e spasimo d'in-
vocazione.
Noi vorremmo: noi vogliamo, anzi. Se la misura della sincerità dello
spirito nostro è data dalle percezioni del campo luminoso della co-
scienza, noi sentiamo, noi avve1tiamo di volere. E pure noi non pos·
siamo volere! Un sentimento d'impossibilità interiore che emerge dal
profondo, che affiora dall'inconscio recide e mutila la nostra volontà
operosa al cospetto ed al cimento dell'azione. L'io attuale pronunzia,
forse, giudizi affermativi di capacità e· di potenza: ma esso è sotto
la pressura di un io abituale che nell'inerzia anteriore dello spirito ha
pronuncfato sia pur tacitamente, troppi giudizi negativi, troppe ecce-
1

zioni d'incapacità, troppi oscuri divieti. L'anima è come la sede di un


processo d'interferenza e di contesa interiore: da un lato, un Io artico-
lato, consapevole, prominente nelle superfici dello spirito, che comanda
o propone : dall'altro, urr Io profondo, inconscio, organico che inibisce
e ristà. L'azione, che è il prodotto sovrano della unificazione dello spi·
L'inerzia della volontà e le energie profonde dello spirito 273

rito, non può venire alta luce in questa mutua elisione degli elementi
vitali di una personalità lacerata e divisa. Sopravviene, qWndi, l'abulia:
l'inazione forzata, associata bizzarramente alla lucidezza della rappre..
sentazione, alla intensità di spasimo del desiderio, all'ansìetài della pon·
derazione e dell'esame. L'anima contempla l'ideale, lo desidera, in un
certo senso l'afferma: ordisce disegni, formula pr0ipositi ... ma non
opera. Un no segreto, informulato, inespresso sorge daUe sue pro·fondità
inccnsapevoli, un divieto incoercibile, che è l'ultima. eco forse di una
serie innumerabile di avvertenze, di esperienze, di giudizi d'incapacità,
affermati un tempo da lei stessa, formJUlati dai suoi antenati e dalle
generazioni che l'hanno preceduta nella vicenda del tempo, suffragati,
per lungo ordine di anni, dall'abito dell'accidia e della repulsione dallo
sforzo.
Le industrie attuali della riflessione per superare le distrette e le
angustie di quell'oscuro divieto non giovano, spesso, che ad inasprire
)a coscienza del male ed acuirne la punta. L'inimico si annida dentro di
noi, nei più intimi recessi della psiche. E lo spirito non ha ragione di
esso, fr.nchè non ha altri motivi di rigenerazione e di salvezza che quelli
che gli provengono da quella sfera superficiale di energia e di potere in
cui esso vive la grama vita del giorno. Lo sforzo attuale e diretto per
vincere l'inibizione riesce spesso all'effetto contrario: ad esagerarne la
efficacia per virtù ed ironia del contrasto. L'ansietà che si convelle nello
spasimo di una rivincita immediata, mescola, anzi, alle angustie dell'i·
nerzia le torture della preoccupazione, che è germe e fonte, a sua volta,
di nuove inibizioni e di nuovi divieti.

Perchè si compia l'atto del volere con sicurtà e con prontezza, oc-
corre in linea generale W1a certa proporzione e misura di generosità,
di spensieratezza, di abbandono, di fiducia. Occorre che la rappresenta-
zione anticipativa dell'azione sia serena, invitatrice, propizia, se non
fortemente gaia ed impetuosa; occorre che essa sia colorita ed intessuta
di motivi di speranza e di previsione più o meno articolata di successo.
Poi che una delle molle dell'azione è un cotal senso occulto o conscio
di capacità di potenza aderente all'anima, un atto di fede immanente
e sottinteso nelle proprie! forze, l'abbandono ad una prospettiva lusin-
ghevole e lieta o almeno serenatrice.
Lungi da tutto ciò, la preoccupazione rende più acuto e più desto il
sentimento occulto d'inferiorità e di smarrito potere che angustia colui
che è sofferente di abulia. Nell'animo preoccupato la contemplazione

1S. - PE\'ROl\E, Filoso(ro. del diri'tto.


274 Igino Petrone

dtll'azione imminente e futura è penetrata di diffidenza, di timore, di


suspicione <li sè, ed è pervasa da un senso di presagio lultuoso e di
lontananza dall'evento. È un timore, projettato e prospettata nel futuro,
ma che affonda i suoi artigli nel presente. È una preimmaginazione pa..
vida ed inibitoria. La preoccupazione comunica alle difficoltà dell'azione,
allineate nel campo lucido e visivo della coscienza, una intensità incom..
mensurabilc di rilievo. Le colloca sopra una sfera che appare inaffer-
rabile.
È, spesso, un ingrandimento prospettico ed i11usorio un. pathos di
1

distanza creato dalla concitazione de11a fantasia e dall'ansia dell'attesa.


L'animo preoccupato è vittima delle prcmonìtorie agitate dcl suo io
lucido e penetrante. È mancipio della sua ombra.
Nelle volontà fattive, negli eroi dell'azione la coscienza è fermento
di vita, l'idea è incitante e motrice: poi che in quelle volontà temprate e
gagliarde la rappresentazione aderisce, assenziente ed augurale, all'a..
zione: è l'autocoscienza di un'azione, c.he procede ferma e secura. La
coscienza non si distacca dalla vita, la contemplazione non si separa
dall'azione, nm vive all'unisono con essa. Fra l'una e l'altra vi è medesi..
mezza di coesione, intimità di calore e, direi quasi, aria di famiglia.
Nell'animo preoccupato accade l'opposto; la colUlessione sana e propizia
dell'idea col fatto, della coscienza con la vita è come disciolta e recisa. La
unitài che salda insieme il pensiero e l'azione, l'intelligenza e la natura
è divisa ed infranta. La contemplazione si separa, si allontana dall'a..
zione ed acquista un rilievo distinto ed autonomo, esasperato e quasi
cruciale. Il senso dì mancato potere, tanto più vivo quanto più rintuzzato
e deprecato dall'anima in pena, lancia quasi a distanza l'immagine emo...
zionale dell'azione, la quale va dilungandosi sempre più dalla capacità
del soggetto che dovrebbe agire.
Così la rappresentazione e la previsione non è più la via della vita,
ma è ossessione inibitiva ed angoscia.
Ed il riepilogo finale di tutto ciò è un senso grigio di depressione e di
abbassamento di tono, un'abdicazione, uno. spossessamento anticipato di
sè e dei propri poteri. La volontà, delusa nello sforzo cosciente della
liberazione, è pervasa da un senso di precarietà, di debilità, di fatica;
come di vita che si ristà al di sotto del suo grado connaturato di potenza,
con un tacito acconsentimento alla propria disfatta.
Così al dubbio che offusca la certezza degli ideali si accresce la tri-
stezza che comprime il libero gioco dell'energie essenziali dello spirito.
L'inerzia della volontà e le energie profonde dello spirito 275,

Due ordini di disvalori e di giudizi negativi, due serie commiste d'ini·


bizioni formana il tessuto della nostra sofferenza, costituiscono il germe
della nostra inferiorità e della nostra fatica!

***
Tale, o Signori, è l'analisi del male. Tale, veduto in scorcio, il dram·
ma morale della nostra vita. Esso appare, a tutta prima, invincibile ed in.de-·
precabile: esso appare pervenuto a quel limite in cui sono precluse le ra-.
gioni della salute. Poi che esso si annida nell'intimo e sembra offen-
dere le radici ccl i principi primordiali. Se non che, è proprio a questo
punto in cui l'acutezza del morbo sembra toccare il suo grado più m.
tenso e la sua punta più dolorosa che a noi pare d'intravvedere l'albeg-
giare di una nuova sfera di luce e l'avvento propizio di possibilità igno-
rate di salvezza. In quelle stesse profondità inconsapevoli delJ'aJ1ima
nelle quali si occulta il gioco bieco e malefico delle inibizioni, giace silen~
ziosa la buona semenza della dgenerazione. Colui che, rifrugando e
tagliando nel vivo, è pervenuto al limite de] suo male, colui è pervenuto
nel tempo stesso alla soglia della nuova vita, nella quale è divenuto de-
gno di ascoltare una nuova parola.
Le energie che noi crediamo inesistenti e nulle ed impari alla vo-
cazione ed alla grandezza del sogno interiore non sono estinte in realtà
nella media degl'intelletti e degli animi : sono semplicemente intorpidite
per difetto di stimolo e d'impulsione, e sono languenti per la mancanza
di un esercizio metodico ed abituale, per la consuetudine della inconsa-
pevolezza e del disuso.
I dubbi che noi crediamo incoercibili, le incomprensioni che noi cre-
diamo insuperabili sono dovute in parte all'asperità dei problemi ed alla
nostra caducità nativa - epperò ci saranno perdonate - ma derivano
anche dal fatto che noi non abbiamo saputo scaldare il fervore della ri-
cerca fino a quel grado d'incandescenza che dissolve le incomprensibi-
lità, i residui, le scorie e dischiude nuove sorgenti di certezza.
Se è vero che le radici della disfatta sono dentro di noi, nell'irùmico
oscuro che con il suo ruvido no ci preclude e costringe il libero avvia-
mento della vita, è vero ancora che dentro di noi sono le ragioni ed i
germi della vittoria, e la nostra coscienza ed il nostro volere racchiude
nel suo intimo profondità insospettate di esercizio, di sofferenza, di
dominio, che noi non sappiamo conoscere, di cui noi non sappiamo trar
pro, ma che pur sono in noi ricche di potenza virtuale e che, ove sieno
Igino Petrone

conosciute e coltivate con opera assidua_. possono sollevare la nostra vita


in un'atmosfera superiore di potere.
La verità è che non solo nel cielo e nella terra, ma anche nello spirito
nostro vi sono Più cose, cioè maggior complesso di elementi e di prin-
cipi vitali che Ja nostra superficiale filosofia e la nostra grama vita quo-
tidiana non sappia intendere e mettere in gioco.
Un fatto accertato dall'esperienza, non ignoto ai grandi maestri della
vita dello spìrito e bellamente commentato di recente da un fine psico-
logo, dal James ( 1), è questo: che noi siamo provveduti di una somma
di poteri e di energie superiore a quella di cui facciamo uso abitualmen·
te nella vita, lungo la quale noi ci fenniamo di solito (e salvo casi raris-
simi di urgenza necessitante o di grazia fuggitiva) ci fermiamo, dico,
di solito al primo avverti.mento di stanchezza, alla prima sensazione di
fatica, senza vedere e senza sapere se quell'avvertimento o quella sen-
sazione coincidono col limite dì esaurimento reale delle potenze o non
rappresentino, invece, una illusione, una ostruzione falJace dell'accidia.
Si direbbe che le possibilità della nostra energia sieno disposte come
in una serie di stratificazioni, le une più prominenti e superficiali, le al-
tre più profonde e centrali: e che noi non abbiamo piena conoscenza e
signoria che delle prime, e delle altre d sfugga, nell'andamento ahi·
tuale della vita, la esistenza, la significanza, il valore. E si direbbe, aJ.
tresì, che quegli strati superficiali, pur essendo, contigui ed aderenti,
nell'unità della psiche, agli strati profondi, sieno pure o appaiano, nella
nostra ingenua coscienza, separati da essi come da un limite o da una
barriera interiore o da un punto critico, il quale vuole essere superato,
perchè il passaggio dagli uni agli altri sia reso possibile ed all'anima si
dischiuda il libero gioco delle potenze che giacciono negli strati profondi.
All'infermo nel volere, all'inibito, all'inattivo mranca appunto la forza
di oltrepassare quel limite, quella barriera. Egli giace in una sfera su·
perficiale di potere, poi che è sopraffatto da una sensazione di fatica,
che gli preclude il passaggio agli strati profondi con una percezione acu.
ta ed acerba d'impassibilità. Egli si arrende al primo limite subbiettivo
di stanchezza, come se quel limite fosse assoluto ed indeprecabile : quel
limite segna, per lui, la barriera insormontabile della sua capacità di
azion:e, della sua volontà di potenza. Di quell'altra riserva di potenze
che è disposta e schierata nel retroscena e non aspetta che un energico

(I} The Energies o/ Men, in 11 The Philosophical Review », gennaio 1907.


L'inerzia della volontà e le energie profonde dello spirito 277

richiamo per comparire sul1a ribalta egli non ha sentore di sorta o, ap·
pena, una coscienza vaga, confusa, opaca, crepuscolare. Così egli si de-
frauda, si dispoglia del miglior tesoro di vita: tutto un mondo di ener-
gie ig!J-orate è chiuso per lui.
Ma se alcuna volta, premuto da una necessità o da una, urgenza che
lo sferzi o stimolato cd ingannato da uno stato di propiziazione e di
grazia, venuto non si sa donde, o avvinto dal potere suggestivo di wm
volont?L amica più forte della sua, egli scuote da sè, con atto rapido e
risoluto, ogni debolezza e valica la barriera in un'ora ardente di ecci-
tamento o in un momento giocondo di abbondanza di -cuore - ecco che
nuove sorgenti di vita si aprono in lui, la stanchezza ed il senso d'im-
possibilità si dissipa, l'anima ed il corpo entra in una nuova fase di vi-
talità, in una nuova sfera di potere, e scopre stupefatta un mondo di
energie delle quali prima non sospettava l'esistenza. La nuova fase ed
il nuovo mondo è rappresentata dagli strati e dalle riserve profonde,
che noi possediamo senza sapere di possederli e che lasciamo inoperosi
ed inerti gran parte della vita.
È una esperienza, questa, della quale abbiamo un pò tutti notizia,
e che si avvera in tutte le forme di manifestazione dell'energia, in
queJle di ordine psico-fisico ed in quelle di ordine spirituale, e trova un
riscontro tipico ed esemplare nella disciplina degli allenamenti muscolari.
Le meraviglie visibili dell'atletismo e dello sport di ogni maniera
sono dovute all'esercizio sapiente ed al dispendio metodico degli strati
profondi e virtuali di energia, esplorati e resi accessibili e disponibili
dopo lungo e laborioso superamento di sensazioni subbiettive di fatica.
In sulle prime un senso di stanchezza che pare incomportabile e
sembra attestare un provvido divieto della natura di procedere più ol-
tre : una sofferenza che pare pervenuta fino al limite supremo della sa-
turazione e dello sforzo. Ma lasciate che la volontà, intenta alla meta
agonistica e spronata dal pungolo dell'ardente desiderio della vittoria
e del premio, attraversi animosa quel termine apparentemente supremo,
ed ecco, di là dal limite della pena e della fatica, aprirsi le fonti ine-
sauste di ·una nuova forza e di un nuovo vigore. Nuove agilità, nuove
perseveranze si dischiudono; l'essere acquista come il senso di una
nuova dimensione: egli vive e sente di vivere in un'atmosfera supe-.
riore di potere.

L'assidua e profonda disciplina volontaria, che l'età nostra, ener-


getica e, direi quasi, m..uscolare, ostenta nelle gare e nei campionati del
Igino Petrone

corpo, va emulata e trasferita, o Signori, in una più nobile arena : in


quella degli allenamenti dello spirito.
Anche nelle esercitazioni e nelle lotte della vita morale l'appello agli
strati profondi vuol essere energico, metodico, fervoroso. Anche nel
dominio dello spirito, anzi soprattutto in quello, la liberazione e Ìa sa[.
vezza non tocca in sorte che a colui che ha saputo procedere di là dalla
pena e dalla fatica immediata, al disopra delle tensioni e dei livelli co-
muni dell'energia, oltre gli antichi ed abituali punti di sosta.
Anche nella vita dello spirito il passaggio dalle sfere superficiali di
potere alle riserve profonde è occultato da un limite, da una barriera,
da un ostacolo che appare infrangibile; è attraversato e squassato dalla
crisi. Un punto critico va oltrepassato: una pena infinita va fronteggiata
e va superata: una escursione violenta ed avventurosa va intrapresa
attraverso regioni inesplorate e<l i1te di triboli : un'angoscia visibile di
mort~ va superata e va vinta per attingere gli albori della nuova vita.
Rotto l'incanto, varcato il limite l'anima, che si credeva prossima alla
fine, attinge un nuovo livello di energia, si asside. sopra un piano supe~
riore di poienza. La soglia del dolore e della fatica, che era divenuta
tanto vicina e pungente, si sposta ed allontana, sospinta e come fugata
da nuove onde di energia, da nuovi afflussi e sobbalzi di vitalità, di to..
nalità, di fiducia. Gl'ideali impalliditi ed estenuati si illuminano di nuo-
va luce, si colorano di una significazione inattesa. I dubbi svan!iscono
dal campo menta1e. Si afferma un nuovo 101 si accende un ardore no-
vello che consum3: gli antichi divieti.
In queste esperienze dello spirito è contenuta una grande signifi.
cazione : se ne ritrae una lieta novella; ed è che il senso di disvalore che
menoma le nostre potenze non è fondato sul vero e non è, nel miglior
numero dei casi, un male radicale, connaturato e quindi immedicabile.
Quel senso e quel giudizio informulato di disvalore è dovuto, come
preannWiciai da principio, alla mancata coscienza, al mancato pos~
sesso di sè.
Esso deriva dalla costrizione e dall'indugio della nostra attività in
una sfera superficiale e limitata di potere, dall'accidia che si arrende
alle prime sensazioni di fatica, dalla inibizione che occulta la visione de·
gli strati profondi e ne ostruisce le vie di transito e di accesso.
Per un certo numero di casi in cui il punto che segna la sosta della
nostra attività coincide col limite dell'esaurimento reale delle energie,
vi ha tutto un altro gran numero di casi in cui la nostra repugnanza 1 la
L'inerzia della volontà e le energie frrofonde dello spirito 279

nostra repulsione dallo sforzo è dovuta ad una povertà di estimazione


deile nostre più vere e maggiori risorse.
Epperò, se acutissima e pungente è la sofferenza cd il disagio, non
è detto però che essa sia una fatalità insuperabile inscritta nel nostro
destino. La nostra anima serba ancora tanta ricchezza segreta da poter
nutrire i1 germe di una nuova esperienza di vita: una ricchezza occulta
e compressa che aspetta il tocco fatidico di un monito imperioso di sal-
vezza che la risvegli alla luce.
L'inerzia nostra affaticata e dolente è da imputare in gran parte, e
salvo casi di infermità e di decadenza vera e propria, più ad una ini-
bizione di energia, per interferenze di motivi o di attrazioni e repulsioni
simultanee, che ad invalidità nativa o a difetto. La ripruova luminosa di
ciò è quel senso di rodimento, di disagio, di mala contentezza, di rimor.
so, di autocritica, che si associa alla nostra inazione. Quel senso è come
l'eco di una voce di dolore che affiora da quel mondo di energie com·
presse che domandano la liberazione.
Noi siamo immagine e somiglianza di colui che era inèonscio della
virtù fecondatrice del tesoro confidatogli, e, per un cotal timor segreto,
andò a nascondere il suo talento sotterra. Come colui noi siamo prov.
veduti di un capitale di energia che, non essendo messo a profitto, si
accumula, sonnecchia poveramente e diventa sorgente di tossico. Come
l'avaro della parabola noi custodiamo il nostro piccolo tesoro contro
l'alea dell'azione, contro il destino che miete dove non ha seminato, ed
a cagione della nostra piccina diffidenza e dell'angustia pusilla del nostro
animo siamo puniti. Nessun capitale, d~ qualunque specie si sia, sarà
mai passibile di aum;ento se prima non si perda e non si reintegri attra·
verso un consumo. L'umile granello non fruttifica se non muore sotto
la zolla. Nei processi del ricambio vitale la forza non opera in forma
d'inerzia quietiva, ma come sostituzione e rigenerazione traverso un
sano dispendio di energia. L'inerzia conservativa non è la vita che è
ritmo di assimilazione e di dissipazione ed è il limite ed il momento dia·
lettico fra una morte ed una rinascita.
1

***
Il problema mprale, di cui abbiamo veduto tutta l'asperità, consente,
adunque, qualche soluzione : e la soluzione è in noi, nelle profondità
<li sofferenze e di fortezza che giacciono nella nostra anima e che vanno
280 Igino Petrone

liberate dall'inerzia, in cui la nostra inconsapevolezza o la privazione


di qualche nume tutelare le lascia languire.
Il segreto della vita e della dominazione morale è neU'attingere quei
livelli profondi, è nel recare alla luce del giorno e nel liberare al ci-
mento dell'esercizio quotidiano quei poteri remoti e riposti. Il segreto
della vita è nell'acquisto della padronanza di sè, ossia della virtù o
dell'abito del tenere quelle potenze interiori a po1tata di mano, come
depurate ed affinate dalla scabrezza nativa, rese duttili e maneggevoli,
apparecchiate e preste all'invito dell'azione, alle opportunità dell'evento.
Tale è, appunto, la differenza che passa fra l'eroe e l'uomo comune.
L'eroe dello spirito è spesso colui a cui sorrise una i ata benigna e
che ha sortitai dalla culla maggior somma di poteri originali e di ener-
gie essenziali dei suoi confratelli inferiori di destino. Th1a, più spesso an-
cora, egli è colui che ha avuto in sorte la stessa ragione e la stessa mi·
sura di potere nativo di tutti gli altri, cd ha saputo solo esaltarlo con
metodo ed austera disciplina sino al più alto grado d'intensità e di vigore
ed esprimerne il massimo profitto. L'eroe è colui che vive nel centro
delle sue energie pro fonde e che ha foggiato e costrutto la sua esìstenza
quotidiana ed abituale su quel piano superiore di potenza che l'uomo
comune non raggiunge se non per accidente o in casi rarissimi di grazia e
di propiziazione fuggevole. Egli è colui che non si è fermato al primo in·
dice della fatica, ma èl proceduto di là dal limite, verso la regione dei
tesori nascosti. Severo minatore dello spirito, egli ha esplorato e disso·
dato nel profondo, colà dove si discoprono i filoni di oro invisibili ed
occulti.
Senza dubbio la via è erta e spinosa, durissima a traversare. In
molti la soglìa della fatica è abnormemente vicina : il menomo sforzo
disamina ed annienta.
E vuol dire che non un superficiale io voglio, non un suggerimento
verbale, non una commozione fittizia, non una illusione di superamento
prossimo ed immediato gioveranno a farci varcare la soglia dell'ini.
ziazione.
Lasciamo simili futilità ai novelli dulcamara dello spirito, che lan.
ciano dalla impronta America, cioè da un mondo che nott è passato per
le divine macerazioni dell'ascesi classica, il loro tronfio e scurrile vana
gelo del successo ad ora fissa. Occorre, bensì, una laboriosa e lunga di-
sciplina, costituita di atti e non di propiziazioni o di formule magiche:
occorre una volontà espressa dall'io profondo, e che non sia l'inizio o
la supposizione pretensiosa e vacua, ma il coronamento finale o il rie..
L'inerzia della volontà e le energie profonde dello spirito 281

pilogo di una serie abitua]e di resistenze superate. Occorre, cioè, un


possèsso di sè che non si fermi alla lettera ma penetri lo spirito e la vita
vissuta: una intelligenza che diventi natura. Occorre l'abbandono del.
l'anima commossa al fervore degl'ideali ed a11'irraggiamento di luce e
di ardore che essi diffondono, quando sieno fissati con occhio puro e
devoto e quando sieno coltivati con intelletto di amore.

Ne1 Vostro animo, o Giovani, queste parole non giungeranno e'stra.


nec e peregrine, ma troveranno eco o consentimento, perchè esse non
significano una concezione astratta e remota della vostra ansia, ma tra..
scrivono un'esperienza deIIa quale la vostra vita nutre spontanea il pre-
sentimento e l'invocazione.
Voi siete nell'età dell'aspettazione e della speranza; onde la vostra
coscienza incJina con simpatia verso ogni moto dell'anima che annunzi
l'urgenza di un cimiento più nobile, di uno sforzo più duro, di una vita
più ardua.
Le difficoltà che ingombrano la vita, Voi lo vedete, si abbattono con
gravità progressiva sull'anima nostra. Alla nostra generazione la vita,
con le sue complicazioni e con le sue interferenze, sembra incombere
con una oscura minaccia di problemi che non consentono soluzioni.
È probabile che noi abbiamo bisogno di un maggior dispendio, di
una più intenta e metodica applicazione di energie che non i nostri an.
tenati, poi che la nostra fatica e la nostra debilità occupa un campo più
vasto di attività e di esperienze.
A noi non è lecito spaziare con gaudio sull'orlo e sul margine della
coscienza superficiale e riposare beatamente sugli allori e sulle conquiste
effimere di un giorno.
A noi è comandato di procedere più oltre, di attingere la. nostra se..
menza,. cioè la sfera dei poteri profondi e delle radici e dei principi
essenziali, rendendoli nostri alleati nel cimento dell'ora, infrangendone
l'impenetrabilità e la durezza, temperandoli e macerandoli nell'esercizio
diuturno: a noi è fatto obbligo di bruciare le nostre riserve!
A così fatto comando non vuolsi rispondere altrimenti che con un
atteggiamento di obbedienza virile e di consentimento animoso.
Io Vi delineai testè l'immagine di colui che procede, di là dalla pena
e daJla fatica, con l'occhio vigile ed intento alle lontananze dell'ideale.
Possa quella immagine animarsi di una significazione e di un sorriso
di vita: possa essa segnare il termine fisso delle Vostre potenze, la trac-
cia luminosa del Vostro cammino, il presagio augurale dei Vostri im ..
minenti destini!
IX.

L'ETERONOMIA COME MOMENTO DEL DOVERE


Nella estimazione dell'origine e del valore della nozione del dovere
due diverse ed opposte attitudini può assumere la coscienza immediata,
due diverse cd opposte direzioni può adottare il pensiero sistematico
e riflesso.
L'una, ontologica e obbiettivista, trasporta al di fuori, in una regione
trans~subhiettiva, l'istanza e l'urgenza del comando: l'altra, antropolo-
gica e subiettivistica, la pone nella interiorità essenziale del soggetto.
Per l'una, il dovere è l'atteggiamento di recettività e di passione del-
l'anima al cospetto di Wil principio trascendente, o sotto la pressione di
un comando eteronomo : nell'altra, il dovere è concepito come un'atti-
vità del soggetto che giace o fluisce nell'intimo, che è immanente nello
spirito suo. Per l'una, il dovere si alliena, si estrinseca, si trasfigura
nella oggettiva presenza di una idea o di una sostanza, di una legge e
di una norma, contemplata come sussistente di per sè e remota e sepa-
rata dal soggetto al quale dovrebbe aderire : nell'altra, il dovere perma-
ne nella sua interiorità, nella sua attualità spirituale, ed è inteso come
una forma essenziale dello spirito, come un'affermazione di necessità
che scaturisce dalle potenze del soggetto, come il predicato universale
di una serie di giudizi pratici che quello formula e pronuncia nel suo
foro interiore.
Tra queste due attitudini e dottrine fondamentali è evidente che il
nostro potere di scelta non può esitare un momento. Una ragione logica
ed una ragione di vita suffraga il criterio ed il motivo della immanenza
in comparazione di quello della trascendenza. Il ·dovere è un rapporto
ed una forma dello spirito. Se si assume come rapporto, il contenuto di
verità che esso significa non può consistere nella separazione e nella di..
stanza presunta dei suoi termini o nella inconu;nensurabilità di valore
o nella incompenetrabilità di sentimento e di vita dell'ut;o rispetto al-
l'altro, poichè la sostanza spirituale del rapporto è, per definizione, nella
unità e ne1la mutua penetrazione dei termini fra i quali versa o nel
momento o nell'atto della loro sintesi e sinergia. Come forma dello spi-
rito, poi, il dovere non può cadere dall'esterno, nè significare un ab~
bandono inerte dell'anima ad un precetto non ricevuto e non consentito 1
Igino Petrone

poichè non ha valore di spirito se non quello che ger!l1'lglia da un'at.


tività autonoma, intima, e personale.
Le radici del dovere sono, adunque, in noi. Il dovere è un comando
che l'io razionale dirige a sè stesso. È, in altri termini, un comando che
la mia ragione dirige alla mia volontà. Trascritto in termini d'intendi.
mento, esso è la espressione di un giudizio di necessità, formulato o sot.
tinteso, articolato o inarticolato, che nasce dalla mia subiettività e non
da altra fonte ed è affermazione di un'attività positiva delle mie potenze.
Trascritto in tennini emozionali, è la manifestazione di un sentimento
di rispetto e di una passione di obbligo, di un'accettazione devota di au.
torità e d'imperio, che mi trae all'obbedienza, ma che pur fluisce sempre
dal mio interno potere di. ammirazione. di consentimento, di adorazjno'7"
ed è testimonianza e documento di tUl ossequio razionale e consaputo.
Sovra queste affermazioni sovrane della coscienza morale non può
nascere dissenso di sorta. Quando non fosse l'evidenza ed il potere di
commozione del loro valore pratico, gioverebbe a porle sopra una salda
base di consenso e di certezza il valore teorico che ad esse comunica il
fatto della loro conformità e consonanza profonda col temperamento
mentale dell'età moderna. La f01ma di spirito della filosofia e della vita
del nostro tempo è tutta impressa di psicologismo e di umanismo, e re.
pugna ad una qualsiasi posizione immediata di cose e di valori e ad
ogni obbiettivazione e prestazione sostantiva e reale, che non sia passata
attraverso la çrisi, attraverso la mediazione spirituale del soggetto.
Dove l'ontologismo vedeva l'efficacia di una Idea, posta come so-
stanza oggettiva ed estranea o meglio estrinseca, che appare alla co-
scienza e non è prodotta da quella, lo psicologismo riconosce, jnvece,
W1 processo di produzione, di formazione essenziale della coscienza
stessa, una interna apparizione e rivelazione che lo spirito fa di sè a
sè medesimo. La concezione del dovere segue la vicenda ed il sugge·
rimento di queste due intuizioni antitetiche fondamelltali; e nel rea·
lismo ontologico, che può anche rivestire le sembianze di un idealismo
ovvero di un intuizionismo dogmatico, è dogmatica, a sua volta, ed
obbiettivista e trascendente, tutta penetrata e compresa del senso di
eteronomia. laddove nell'idealismo critico e nello psicologisn:io è, invece,
subiettivista ed immanente, tutta animata e pervasa dall'esigenza del·
J'interiorjtà e delI'autonomia;
Se non che può dubitarsi se nelle direzioni dell'obiettivismo e del.
l'etica eteronoma non sia stata e non sia, accanto ad elementi ca-
duchi di pensiero, qualche aspetto o momento di verità, che gl'in.
L'eteronomia come momento del dovere

dirizzi del subiettivismo etico tendono più spesso a respingere nel-


l'ombra e che pure, veduto addentro, serba tuttora il suo valore e la
sua significazione di vita.
Può dubitarsi, soprattutto, se l'errore o la lacWla spirituale dcl..
l'ontologismo etico sia stato, in. tutti i casi, un errore di sostanza e
non, invece, un fuorviamento di espressione e se il momento della
trascendenza e delreteronomia, che esso ha po-sto in rilievo, non per..
sista com.e valore di esperienza psicologica anche quando la certezza
del suo sostegno ontologico sia stata corrosa e minata dalla critica. Può
dubitarsi, insomma, se l'atteggiamento dell'eteronomia e della trascen-
denza, negato come significanza di pressione o d'impulsione incu~
bente daH'esterno, noni risusciti a nuova vita come stato dell'anima o
come esperimentazione dell'interno o com.e dominio e comando di una
parte del me sull'altra, di un me superiore sopra un me inferiore,
di wi mc profondo sopra un me superficiale, di un me razionale
sopra lU1 m;e empirico e cosi via.
Vi è un modo ed un significato di eteronomia, v'è Wla forma di
trascendenza e di valutazione e di adorazione trascendentale che è
aderente alla sostanza stessa del dovere in quanto tale e senza di che
il dovere è insussistente ed inconcepibile. Ogni comando involge, per
definizione e per natura, una dualità di termini ed un comportamento
di eteronomfa. Ogni comando involge la superiorità di colui che co..
manda su colui che obbedisce. Ogni comtlndo è espressione ed esercizio
di autorità e d'imperio ed è esigenza incondizionate, irrefragabile di
consentimento e di obbedienza. La formala del «tu dev\ » esprime,
di• sua natura, una secessione di termini ed una plusvalenza ideale del-
l'uno sull'altro; racchiude un elemento di sproporzione, di asimmetria,
di gerarchia, di eteronomia: un pathos di distanza. Che il dovere abbia
radice nelrinterno della nostra subbiettività ciò non scema il valore
formale di eteronomia che gli compete per la logica del rapporto: vuol
dire, solo, ehe la secessione e la plusvalenza non è più fra due ter.
mini, di cui l'uno sia la coscienza e l'altro una sostanza ed un valore
estraneo a quella, bensì fra due momenti e due contenuti interiori della
coscienza stessa. Ma l'attitudine di eteronomia perdura come forma
dell'anima, penetrata e pervasa dal sentimento e dall'idea del dovere,
pur quando la materia ed il sostegno di essa sia cangiata di direzione,
di orientamento e di sede. Il dissidio e la lotta, negata e superata al
di fuori, rinasce nel di dentro, come espressione d'interna, d'imma..
nente eteronomia.
:;188 Igino Petrone

L'unità indivisa, immediata, astratta dello spirito è divisa in due


momenti, in due frammenti, fra i quali s'interpone lo stesso rapporto di
eterogeneità che nell'etica eteronoma passa fra il comando estrinseco
ed il soggetto dell'obbedienza. L'altro non è più iuori di noi, ma in
noi: ed in noi è supposta la vicenda e la contesa di un nostro io migliore
e sopreminente, di un io più puro e più alto, di un io più vero e mag·
giare, che supera e trascende l'io minore, l'io opaco ed impuro e gli detta
leggi ìncondizionali con una ragione ed una misura <l 'incommensura·
bilità spirituale del tutto equivalente a quella che caratterizza l'impero
del trascendente e del divino.
E. Kant, l'assertore fervido dell'autonomia, rese testimonianza di
questa logica della coscienza. Egli non eliminò, nè poteva, l'eteronomia,
ma la trasferì dagli ordini trans-subicttivi nella interiorità del soggetto
volente e, quindi, non che scemarne il valore, le impresse una. più tra.
gica ed umana asperità e le comunicò un nuovo significato. Il dovere
Kantiano è la ragione d'imperio della volontà pura sulla volontà em-
pirica, dell'io noumenon sull'io p/wenonien.on: due principi o due mo-
menti separati, a loro volta, da un hiatics : è lo stesso trascendentalismo
della morale eteronoma assottigliato, spiritualizzato e ritradotto nella
sua purezza razionale.
E. Kant serbò, bensì, integra e pura l'esigenza dell'autonomia com.e af-
fermazione della purezza formale della categoria del dovere. In contrad·
dizione alle scuole awtologiche ,ed agl'indirizzi dell'etica materialé,
egli -contemplò il dover e come forma assoluta della moralità, immun~
0

dal riferimento a questo o quel contenuto finale di eudemonia, libera ad


ogni interesse. Egli fu, quindi, autonomista puro, ma nel senso in cui
la sostanza spirituale dell'autonomia coincide con quella del forma-
lismo etico. Separò e denudò la forma del dovere da ogni attinenza ad
un contenuto obbiettivo ed estrinseco di bene, ma non volle, nè poteva
separare il dovere da sè stesso, dalla sua intimità, dalle sue attinenze
ed antinomie interiori. Anzi, nella purezza e nella nudità del dispoglio,
ne rese più visibili le sembianze, ne illuminò più intensamente le impli-
cazioni ed i contrasti.
Egli fu il celebratore ed il lirista del dovere, e, più che tutti,
ne rese il senso d'imperio, di pressura, di sforzo, il senso di tra·
zione lungo la linea della resistenza più ribelle. Al cospetto del dovere,
come già Rousseau al cospetto della legge, egli fu, ad un tempo, rivolu-
zionario e conservatore : fu un dissociatore e, ad una volta, uno spirito
creante. Dissacrò ed cspunse l'elemento soprannaturale, divino, oltre~
~~~~~~-L_'_et_e_ro_n_o_m_i_'a_c_on~•e~•n_o_m_e_n_to~d_e_l_d_o_v_~_,._e~~~~-289

mondano de1 dovere, conferendogli 1e sembianze dell'umano, traspor-


tandolo dentro cli noi, ma, nella nuova più intima sede e più familiare ed
immediata, ne rinsaldò cd illuminò il valore, nè inasprì il dominio, ne
rese più acuta ed intensa la punta.
E serbò, quindi, intatta, anzi più lucida ed acre, la significazione
cleJl'eteronom.ia, resa interiore, questa volta, cd aderente non più al
contenuto, ma alla fortn!a ste~sa e, direi quasi, al nocciolo del dovere,
alla sua sostanza profonda.

**•
La verità è che in fondo alla più pura, alla più spirituale, alla più
libera contemplazione del dovere si racchiude un residuo incoercibile di
pressione autoritativa, d'inibizione tenace, avvertita dalla coscienza come
presenza di un'alterità che la domini.
Come ogni forma di coscienza, la coscienza morale non si annunzia
qual forza operosa se non a seguito di una crisi, ovvero di un pro..
cesso di differenziamento che nell'intimità omogenea ed astratta del
soggetto reca la dualità e la discriminazione, germina ona interna trans-
subiettività e transcenclenza spirituale, secerne ed enuclea l'CP!tro. Dire
coscienza e dire duplicità, obbiettivazione e contraddizione è tutt'uno.
La coscienza è possesso di sè, ma è possesso che segue ad una ricon ..
quista ed è preceduto da una forma o da un;.i. fase come di alienazione
di sè nella propria oggettività. Noi non conosciamo noi stessi che ogget-
tivamlo ccl ammirando, come se fosse esterna e superiore a noi, la stessa
più intima essenza del nostro essere.
Le nostre potenze sono, di lor natura, espansive, si protendono verso
l'altro da sè e veggono nel profondo di sè le semhianze dell'altro_ Ogni
forma di consapevolezza e di attività consapevole esperimenta questo
processo: 1'a1lonta;namento, l'alienazione Psicologica dell'oggetto dal
soggetto e dei termini e dci contenuti di attività dalla coscienza dell'a-
gente. Quei termini. quei contenuti emersi dalla interiorità, sono distan-
ziati'. e proiettati al di fuori, sono contemplati come un. altro, assumono
un rilievo distinto cd autonomo, sono resi oggetto di una intuizione, di
una valutazione, di una trasfigurazione trascendentale.
L'eteronomia del dovere non è che un caso nobilissimo ed esem-
plare di questo processo psicologico, di questa legge dell'eterogeneità
e dell'alterità che impera sulla coscienza. Il dovere esprime, infatti, un
rapporto rii dissidio e di distanza fra l'attività pratica del soggetto

19. - PETRONE. Filosofia del 1lìrillo.


Igino Petrone

al cospetto di un
ed il termine suo : ed è il comporta mento dell'anim o
dal gioco e dal
ideale, illuminato ed accresciuto di potenza infinita
magistero psicologico di una valutazio ne trascend entale.
noi, si allontana
L'ideale, che è pure affermat o da noi, si oppone a
in una lontananza
da noi: la genesi di esso si trascolor a e indietreg gia
azione inte-
m:isteriosa ed incommensurabile. Di qui il senso d'illumin
aderisce e che è
riore e di autorità e d'imperio! che gli si comunic a cd
a, imperante.
poi in fatti il segreto della sua attività incitatric e, propulsiv
titudinc mistica
La forma dcl dovere è la testimon ianza di codest'at
che 1e trae
e trascendentale delle nostre potenze apprezia tive e pratiche,
soggettività opc·
a trasferire e contemplare nell'oggettivo la loro stessa
racchiud e perdura
rosa e vivente. Epperò l'interna eteronom ia che essa
la sussistenza
come esperimentazione de1la coscienza a.nche quando
o, comunqu e siasi,
obbiettiva e reale dell'oggetto sia messa in dubbio
stato di animo o
posta da parte. Il dovere, dico e ripeto, permane come
co di oggettivazione
come l'espressione esemplare di un processo psicologi
del termine sia
necessariai anche quando il giudizio circa l'oggetti vità
dubitativo o negativo.
in ciò, che,
La radice dell'efficacia imperativ a dell'idea le è tutta
essere, esso appaia
quand'anche quell'ideale pulluli dall'intim o del mio
fonte superiore di
tuttavia alla mia coscienza come emergen te da una
nasce in me e vi
autorità e d'imperio.· Il sentimen to di obbligaz ione
radici solo quando ciò che costituis ce il termine ed, il conte.
mette salde
nuto di esso mi si porge in immagin e e sembian za
cli verità obbìet·
solo quando ciò
tiva, autonoma, estrinseca ed irrelativa al mio essere,
a mi si prospetta
che, in ipotesi, era immanente nella mia coscienz
biettiva e tran.
al di fuori come una realità ed una presenza trans·suh
scendente.
valore assoluto
L'ideale etico mi comanda perchè io gli riconosc o un
ed in codesta assolutezza oblitero la relatività mia.
indeclinabile
È un provvido magistero della vita. è una necessità
azione dello spirito
del mondo dell'azione codesto processa di obbiettiv
a sè medesimo.
coscienza se
Io non posso conquistare me in un secondo stato della
distanzia ndo al di
in u~o stato anteriore io non mi sono diviso da me,
dell'accon.
fuo~1 la profonda essenza della mia personal ità. Le energie
e rivolte al di
sent1'.°er,to e del possedimento sono sempre esplicate
fuon_: la volontà è orientata verso l'oggetto , verso
]'altro.
appare compe·
Fmchè una rappresentazione o un motivo ideale mi
L'eteronomia come momento de_l_d_o_ve_r_e_____29r

netrata e sommersa nella corrente del mio io e non si aliena e non emerge
da quella, obbiettivandosi, essa ha scarso o nullo potere sopra di me,
perchè le manca il fascino che è comunicato dal senso dell'ignoto e da
quello della superiorità e della distanza. Fa corpo con l'io stesso, onde
non eccita il sentimento della plusvalenza, dell'ammirazione, della sog.
gczione gerarchica, del rispetto, dell'Achtung. Occorre che quella rap-
presentazione, che quel motivo si distacchi dalla corrente, si affermi
come una realtà e come un potere autonomo, si presenti come un altro.
Non già che il contenuto spirituale che ci proviene dall'altro sia
nuovo ed incommensurabile, a rigore, alle nostre potenze. No; quel mo..
nito, quel suggerimento imperioso, d veniva già, in un certo senso, da
no·i stessi. Ma non aveva allora efficacia e volontà di potenza. Giaceva
dentro di noi, sommerso nella nostra omogeneità indistinta, omogenea,
inconsapevole, opaca cd era pavido cd umile come la povera psiche
da cui tentava di emergere. Ma quando proviene od appare che provenga
da11'altro, esso acquista come un JM.gico potere, esso si separa dalla
nostra soggettività, si obbiettiva al di fuori, ci appare come un principio
superiore, si transfigura nelJa forma del lontano, del supremo desidera-
bile, dell'assoluto, ci domina con la sua superiorità, ci attrae e conquide
col pathos della istanza. E quelle cose che erano gracili e povere quando
ci pareva di sussurrarle a noi stessi nel segreto e nell'oscurità della
nostra camera spirituale acquistano calore e possanza infinita quando le
sentiamo come ridire da un'altra mente, da un'altra volontà, emersa non
si sa come e librata sopra di noi, quando esse appaiono come il conte..
nuto di un'annunciazione, di una rivelazione che ci viene dall'altro.
Passando attraverso un'altra volontà ed un'altra fiamma, esse hanno
acquistato una forza di ritorno e di rimbalzo che vale assai più della
forza primitiva d'incidenza. Esse recano come il senso di provenire da
una regione sacra ed intangibile di mistero che vi comunica un aroma di
pererutità, un segreto di propiziazione e di grazia. Esse ritornano avva-
lorate di nuova vita, che è dovuta alla percezione ed alla preseruza della
alterità, alla irradiazione ed alla obiettivazione trascendentale. Il gioco
psioologico dell'eteronomia ha liberato un'onda di emo-.tionalità ed un
ardore di eccitamento che 1noltiplica il valor.e di conunpzione dell'ideale.
In questa manifestazione effica:ce e potente della vita pratica - ho
accennato più su - si effettua il magistero sapiente di questo gioco
di allontanamento psicologico, di questa trasfigurazione adoratrice del-
l'oggetto e del termine dell'azione. Una prova evidente ne porgono due
Igino Petrone

stati di coscienza per più rispetti omogenei e similari fra loro, la ere.
<lenza e l'amore.
Sono i moti dell'anima più ricchi di fervore e di forza propulsiva,
perchè in essi domina appunto il fenomeno dell'alterità, il senso di prc·
senza dell'altro.
Ed in vero la credenza deriva la sua forza d'impulsione dalla ob-
biettivazione, dalla valutazione trascendentale dell'oggetto. La potenza
d'impero del contenuto e dei motivi della fede è dovuta al fattQ che quel
contenuto è proìettato e contemplato al di fuori ed è ripercosso e risen.
tito nell'inte1110, come presenza reale del divino. Del pari l'amore de.
riva il suo calore e l'incandescenza della fiamma dal senso di alterità
e di presenza e dalla obbiettivazione trascendentale dell'altro. S'intende
che l'impulso vivo dell'amore è dentro di noi, nelle avide fibre della
nostra carne e della nostra anima, senza di -che nessuna visione puris..
sima di bellezza e di grazia varrebbe a destarlo. N cl cinico rimbrotto -
ce què j'ainwis en toi c'etait ma propre ~vresse - c'è, forse, una grande
filosofia latente. Eppure, nel magistero di provvide trasfigurazioni onde
l'amore è contesto, anche quello che scaturisce da uno stato nostro di
grazia noi lo conferiamo all'amata, noi lo trasferiamo nell'altra, Senza
di che si spegnerebbe ogni fiamma ed ogni ardore di rapimento pas.
sionale: poi che noi siamo così fatti che non adoriamo se non il Dio vir
vente e presente.
Il dovere, adunque, è relazione di obiettivazione, di trascendenza,
di eteronomia. Indica la percezione di 1111 rapporto di plusvalenza in-
finita dell'ideale etico verso le potenze pratiche del soggetto. Il dovere
è un'attitudine di mozione e di passione del soggetto verso l'oggetto ed
è riconosciuta esigenza di dominio dell'oggetto sul soggetto. È avver.
tenza di assolutezza e di assoluto comando a cui si associa, nell'intimo,
la consecuzione indelebile di un'assoluta obbedienza.
La realtà psicologica di questo carattere di trascendenza aderente al
dovere è al tutto incontestabile e vuole essere acconsentita anche da co.
loro che ricusano di riconoscerne la sussistenza oggettiva. L'eteronomia
è il tramite, il trapasso dialettico, l'intermedio o la mediazione spirituale
della stessa autonomia. E l'autonomia supera l'eteronomia, ma per
averla e dopo di averla esperimentata ed attraversata e la supera non
eliminandola, ma sublimandola a nuova vita. L'eteronomia è la crisi
vitale della stessa autonomia.
Il divino, ricusato come autorità trascendente, si riafferma (Ome
presenza immanente e si riverbera nelle esigenze e nelle idealizzazioni
L'eteronomia come momento del dovere 293

spirituali dell'azione, nella valutazione trascendentale dell'ideale. Il do-


vere è come un'attitm;line mistica che accoglie in sè residui inabolibili
di rappresentazione del divino. È uno stato della coscienza etit:a e re-
ligiosa ad un tempo : uno stato di acconsentimento solenne, di rispetto
trepidante e commosso, di devozione adorante, verso un ideale, al co-
spetto del quale l'io adotta ed assume un'attitudine commista di pietà
e di ardore cli elevazione, come al cospetto dell'assoluto e del sublime.
Codesta esigenza di eteronomia è, in fondo, inev.itabilmente ricono-.
sciuta, quando non sia spontaneamente confessata, dai tutti gl'indirizzi
filosofici clclla morale. Traverso la diversità dell'espressione e del sim-
bolo traluce un unico raggio di vero e ne Ile dottrine teologiche della mo-
rale e nell'autonomismo K!antiano e nell'etica sociologica del natu-
ralismo empirico. Le dottrine teologiche posero due termini - Dio ed
uomo - e concepirono il dovere come testimoniartza di assoluto imperio
dell'uno sull'altro. Il Kantismo pose due termini anch'esso: non più
Dio ed uomo, ma l'homo noumenon e l'homo phaen.-0menon.. Il natura-
lismo scientifico ai termini teologici - Dio ed uomo - ai termini ra-
zionalistici - uomo intelligibile ed uomo sensibile - sostituì il suo bi-
nomio - volontà sociale o coscienza sociale ed individuo -. Ma e la
Teologia e la metafisica e il positivismo - pur fra tanta differenza di
concezione - concordano in unico risultato formale, concordano in ciò
- nel porre l'imperativo come rapporto non già fra due equivalenze,
ma fra due termini o due momenti separati da una distanza e da una
plusvalenza, a seconda dei casi o della logica dei sistemi, infinita o inde-
finita - Dio ed uomo, uomo della ragione ed uomo dei sensi, società
o umanità ed uomo.
Nè si opponga che codesto residuo di eteronomia aderente al senti-
mento dell'obbligazione ne insidia o ne menoma il valore etico, quasi
come indice o simbolo superstite di una pressione estrinseca, transu-
biettiva, spoglia di sostanza e d'intimità spirituale. Poichè il dovere al
quale si obbedisce segna pur sempre l'ideale della stessa natura umana,
poi che l'uomo, piegando all'imperativo della legge, obbedisce alla sua
sostanza profonda, segue le leggi dello spirito suo, asseconda il processo
della sua autonomia. Il qual processo è dinamico e non statico ed è far.
mazione spirituale d'improba fatica ed acquisizione, ossia è esperimen-
tazione attiva ed assidua dello spirito stesso ed è non uno stato inerte,
ma un operoso divenire, non un possesso ma un conato, non un atto ma
una virtualità ed un'aspettazione, non una spontaneità ma uno sforzo
creante.
294 Igino Petrone

Certo, l'attività <lelrimperat ivo involge un dissidio cd un pathos in-


teriore ed un senso assiduo ed acuto di penosità e dì fatica sotto la pres-
sione di un irrcfragabile impe1-io. Ma ciò accade appunto perchè noi
siamo divisi da noi stessi e la nostra sostanza profonda, la nostra Idea
è separata. e scissa dalla nostra attualità, epperò vuol essere riconqui-
stata con esercizio intenso e laborioso.
Così il dovere, pur essendo tutt'uno che la sostanza dell'essere nostro,
ci appare come un altro <la noi . come una perturbazio ne ed una nega-
zione ed un limite. Ed è una negazione, infatti, della nostra attualità
imperfetta, manchevole e caduca, poichè è una reintegrazio ne dell'iden.
tità nostra. L'attività etica è penetrata di un senso acre di limitazione
e di sforzo, poichè essa non è pacifico ed inconscio possesso della vita~
ma è conato di conquista della vita. Implica una secessione della vita
da sè m:cdesima, per cui la vita si distanzia e prospetta çome fine alla
coscienza del vivente. Implica una discriminaz ione ed una lontananza
del soggetto da.ll'oggetto, della idea della sostanza. È, quindi, un'attività
di riconquista la quale presuppone la coscienza di una perdita o di un
mancamento o di un vuoto: è un esperimento di riconciliazione dia-
lettica della vita con sè stessa che presuppone una discordia sofistica
nativa: è un conato ed un saggio di pacificazion e che rende documento
di una discordia e di una lotta. Noi non possediamo in atto la nostra
natura profonda; essa vuole essere ricostruttta e rivissuta da noi.
Il
che vuol dire, appunto, che la nostra destinazion e morale non è un
essere, ma un dover essere, nè una equazione compiuta, ma un'approssi-
mazione faticosa ed inesausta.
Certo, la coscienza che versa nella lotta denunzia una manchev<>-
lezza, e mostra di non aver attinto l'ideale con quella plenitudine ed in·
timità di placido possesso in cui si estingue ogni senso d'inibizione
e
di sforzo, in cui s'acqueta ogni disio.
La rude persistenza dell'imperat ivo testimonia una sproporzione·,
ri·
un dissidio fra la nonna e me, fra la mia idealità e la mia attualità:
vela che io soggetto non sono ancora compenetra to con l'oggetto del
mio ideale poi che lo sento come diverso da me, denunzia una dissonanza
superstite fra uno stato di perfezione possibile ed uno stato d'imper·
lezione attuale. Se la contemplazi one dell'ideale etico preme sulla mia
anima in forma d'imperio, ciò accade perchè io non sono ancora ade~
guaio all'ideale medesimo. Il mio spirito e la sostanza dell'imperativo
non fanno tutt'uno; l'ideale etico è un altro da me. L'eteronom ia per~
dura come residuo irrazionale e sembra ammOnire che lo spirito non ha
L'eteronomia come momento del dovere 295

raggiunto. ancora queJla potenza più alta di dissociazione, quel fervore


più intenso d'incandescenza che risolve e dissolve tutte le resistenze
degli elementi ribelli, tutte le <:ontraddizioni, tutti i residui.
Se non che, tutto ciò può essere riconosciuto e confessato, senza che
turbi la nostra tesi, accrescendola, anzi; di nuovo valore. È una obbie-
zione che prova troppo poi che investe la sostanza stessa del dovere
come forma della coscienza morale. Denunzia, più che una limitazione
del vaJorc del dovere, un superamento dialettico che quel valore circo-
scrive e riafferma.
Lo stato d'inquietezza, d'indigenza, di conato che perdura come atti-
tudine della coscienza morale non è un difetto, poi che è proporzionato
e coIUlaturato al contenuto cli quella coscienza ed alla funzione che le
compete ne] sistema progressivo deUo spirito.
La coscienza morale segna un processo di graduale accostamento al
li·mite, non segna, come la coscienza mistica sommersa nella contem-
plazione serena e gaudiosa dell'assoluto, la superazione del limite. L'or-
dine morale, come vide luminosamente G. Hegel, è inserito in un mo-
mento dello spirito in cui permane il dissidio e la lotta fra il soggetto
e l'oggetto: nel momento dello spirito che egli chiamò appunto obbiettivo
e che è di qua dal superiore momento segnato dallo spirito assoluto.
L'ordine morale versa, diciamo noi, ne1la forma della coscienza e
ne partecipa gli elementi di discriminazione e di dissidio. La coscienza
versa nella contraddizione e nella lotta. La coscienza è ri~essione non
spontaneità, pentimento non innocenza, fervore di contrasti non ar-
rm:>nia. La coscienza implica una dualità introdotta nell'unità primigenia
del principio di vita, signific?- una crisi ed una discriminazione dell'es-
sere. La vita in questo mondo - ne1 mondo della coscienza - non è una
in sè, nè è in se medesi~ adempiuta e pacificata in una subconscia in·
genuità che non ha conosciuto il peccato o in una supcrconscia bea...
titudine che lo ha definitivamente debellato ~trasceso. No: la vita qui
è divisa dalla vita, dal suo esemplare e dal suo duplicato ideale, dalla sua
idea, <! versa nel pathos e si agita nella lotta per riannodare le fila del
suo destino, per rifare a pezzi a pezzi la sua unità disciolta, per attin-
gere l'armonia e la pace. Epperò la coscienza è in stato di desiderio e
di aspettazione e, quindi, di manchevolezza. È viatico e peregrinazione
dello spirito e via di verità e di vita, ma non è, ancora, la verità e la vita in
atto, non è il supremo fastigio del mondo spirituale. La coscienza è lo
spirito nello stato di gestazione e di conato. La vita morale è l'educa.
zione dello spirito, non ]a celebrazione serena e gioconda di esso; è av-
296 Igino Petrone

viamento alla perfezione, non possesso: è mediazione, non termine.


In ciò la sua parvenza di difetto, ed in ciò il suo. supremo interesse
umano, la sua tragicità austera e la sua grandezza.
È spirito che non ancora possiede sè stesso, nè in sè stesso si ac.
queta, ma procede, appunto, al ritrovamento, alla riconquista di sè.
È in stato, quindi, di disagio, di pressura, di sforzo: elementi si·
gnificati dalla fo1mula del lii devi.
È in stato, cioè, di eteronomia.
INDICE

Pre/azione (di G. DEL VECCHIO) ...•................•....•..........• Pag. V


Cenni bibfiografici (ID.) ...•..••.. , .••.•••...•.•...•.•.•.•....... , . . 11 xnr

I.
FILOSOFIA DEL DIRITTO

Proemio ...........•............................. ,. . . . . . ... . . . . .. . . 3


Le cause fi.naH nella natura e nell'uomo - Il bene - La libertà ....... .
TI bene umano - La morale . . . . . • . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . • • . r7

GIUSTIZIA UMANA

Prima nozione sintetica ............................................ .


Analisi differenziale della Giustizia dalle altre forme di condotta - Limiti
della Giustizia :
I) La Giustizia come legge dell'ordine etico - Legge fisica e legge
--······································· ············ u
II) 11 Diritto e la Morale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . • . . . 37
III) La Giustizia e la Forza . . . . • . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 47
IV) I.a Giustizia e la Beneficenza .. . . . . . . • . . . . . . . . . . . . . . • . . . .. . . 49'
V) La Giustizia e la edonistica sociale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 52
Analisi assoluta o interna della Giustizia . . . . . . . . . . . . • . . . . . . . . . . • . • . . • 54
1) Giustizia retributiva civile o Giustizia commutativa . . . . . . . . . . 56-
IJ) Giustizia retributiva negativa o penale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 6,3.
XII) Giustizia .distributiva o distributrice . • . . . • • . • • . . . . . . . . . . . . . . . 65
Il diritto strettamente detto. Analisi delle condizioni che lo rendono pos-
sibile ....................................• · ..•.• · · · · · ·. · · ·. · · · 7'2:.
Difi'erenziazione sociale. Il Diritto come rapporto di parità . . . . . . . . . . . . 81
La !unzione della Gil'tstizia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 89
Resistenze ed attriti che oppone a.Ila Giustizia la struttura sociale. . . . . . 92
ll Diritto propria.mente detto . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . • . . . . . . . . . . . . . . • . 97
e
Diritto naturale diritto positivo.................................... 10.s,

METODOLOGIA

Metodo induttivo e metodo deduttivo. Loro applicazione alla Filosofia del


Diritto .............................................. ....... ··. 1t:c
298 Indice

STORIA DELLA FILOSOFIA l>EL DIRITTO

I) I Filosofi fisici greci - La. Sofistica ........... . Pag. 119


II) Tomaso Hobbes .......... . ~ 126
III) Benedetto Spinoza ....... , . . . . . . . .......... . 132
IV) Ugo Groot.. . ........... ........... .... . 135
V) Gian-Giacomo Rousseau. . . .. , .. . 136

Il.

FILOSOFIA PARTICOL ARE DEL DIRITTO

.
Cap. I. - Della perso11,aJità giuridica ........... ........... ...... li 143
.
§ 1. Il duello .. , ........... ........... ...... , ........... ...... 145
Cap. II. - Della proprietà ........... ........... ..•........ .•....... 149
Storia della proprietà ...•. , ........... ........... ......... . 152
§ I.
§ 2. Della rendita foodiada ........... ........... ...•....... .... li 157
Del pro:fitto ........... ........... . - .. - .......... - - . - ... · · ·
)I 161
§ 3.
!6!1
Critica della teoria del Marx ........... ......•.... .•........ li

.. 166
§ 4. Dell'interesse ........... ........... •.......... ...........
.
§ .5· Del salario ...... , ........... ........... ........... .......
167
. 171
Cap. III. - Esposizione e critica del Socialismo contempManeo .........
l>

IlI.
ICA DELLA STORIA. 171
UN NUOVO SAGGIO SULLA CONCEZIONE MATERIALIST

IV.
. •••••••• ••••• ••. •• » 189
L'IDEOLOGIA DEL RosMINI E QUELLA DEGLI ALTRI.

V.
•••••••••••••••••••. • • 203
DELLA SOCIOLOGIA cor.rn SCIENZA AUTONOMA • . .

VI.
DBLLO SPIRITO, > 22I
LA SOCIOLOGIA E LA SUA ELISIONE LOGICÀ :NELLA FILOSOFIA

VII.
AZIONE PENALE. 1 231
A PROPOSITO DELLE CONDIZIONI SUBIETTIVE DELL'IMPUT

vrrr.
DELLO SPIRITO , • , » 261
L'INERZIA DELLA VOLONTÀ E LE ENERGIE PROFONDE

IX.
, •• , , . , , , •••••• ,. li z83
L'ETERONOM IA COME MOMENTO DEL DOVERE •• , •••.••
FINITO DI STAMPARE PER CONTO D.EL-

L'BDITORE DOTT. GIUFFRÈ CON I TIPI

DELLA a LEONARDO DA VINCI li DI

CITTÀ DI CASTELLO IL 17 MAGGIO 1950