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UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI TORINO

DIPARTIMENTO DI STUDI UMANISTICI

CORSO DI LAUREA MAGISTRALE IN CULTURE MODERNE COMPARATE


A.A. 2013/2014

DISSERTAZIONE FINALE

IL PACIFISMO PATRIOTTICO DI ERNESTO TEODORO MONETA


DI FRONTE ALLA GUERRA DI LIBIA

RELATRICE: CANDIDATO:

Prof: Daniela Adorni Lucio Serafino


«Il pacifista (Società Lombarda per la pace) dal viso torvo, i capelli ed i
baffi irti, gli occhi iniettati di sangue, è armato fino ai denti. La Pace,
vedendolo, si nasconde il viso tra le mani. Alcune volte, è vestito da
pastore evangelico, con uno sciabolone da cui pende l’angiolino della
pace…».1

1
G. SCALARINI, Memorie manoscritte A, p. 5, in M. DE MICHELI, Scalarini. Vita e disegni del grande caricaturista
politico, Feltrinelli, Milano 1978, p. 45.

1
Indice

Introduzione....................................................................................................................................4
I. Colonialismo italiano e cultural studies..................................................................................4
II. Ernesto Teodoro Moneta e la guerra italo-turca.....................................................................7

CAPITOLO I. Il pacifismo patriottico di E.T. Moneta ................................................................10


1. Ernesto Teodoro Moneta (1833-1918): profilo storico-biografico ..........................................10
1.1 Dalle guerre di indipendenza alla direzione del «Secolo» .................................................10
1.2 L’inizio della carriera di pacifista ......................................................................................13
1.3 L’affermazione in età liberale e il Nobel (1907) ................................................................15
2 . «La pace dei liberi e dei forti».................................................................................................17
2.1 Patria, pace, difesa..............................................................................................................17
2.2 Difesa, disarmo, «nazione armata» ....................................................................................22
2.3 Barbarie e civiltà ................................................................................................................25
2.4 Arbitrato e federazione europea .........................................................................................31

CAPITOLO II. La cultura italiana di fronte alla guerra di Libia. ................................................37


1. Il ruolo dell’Italia sul Mediterraneo .........................................................................................37
1.1 Le tappe politico-diplomatiche...........................................................................................37
1.2 La propaganda favorevole all’invasione ............................................................................40
2. Antirazionalisti, antidemocratici, bellicisti...............................................................................42
2.1 Società di massa e crisi del ruolo del letterato ...................................................................42
2.2 Nazionalismo e tecnicizzazione del mito............................................................................45
3. Eredità coloniali .......................................................................................................................47
3.1 Immagini dell’Africa ..........................................................................................................47
3.2 Civiltà e barbarie ................................................................................................................50
4. L’eredità contesa del Risorgimento..........................................................................................53
4.1 Unità nazionale ed espansione coloniale............................................................................53
4.2 Primato del colonialismo italiano e mito del «Risorgimento mancato» ............................55
5. Dal patriottismo all’imperialismo ............................................................................................57

2
5.1 Italianismo ..........................................................................................................................57
5.2 Il cinquantenario dell’unità e il trionfo del discorso imperialista.......................................59

CAPITOLO III. Il pacifismo di Moneta di fronte alla guerra di Libia.........................................63


1. «L’infatuazione imperialista»...................................................................................................63
1.1. L’appoggio alla guerra di Libia.........................................................................................63
1.2 Le prime voci critiche.........................................................................................................68
2. L’inasprimento del conflitto: Sciara Sciat................................................................................73
2.1 «La guerra è la guerra».......................................................................................................73
2.2 Il mantenimento degli equilibri ..........................................................................................78
3. Verso la pace ............................................................................................................................80
3.1 Cambiamento di clima........................................................................................................80
3.2 Epilogo ...............................................................................................................................83

Conclusioni...................................................................................................................................87

Bibliografia:..................................................................................................................................91

3
Introduzione

I. Colonialismo italiano e cultural studies

Se comparato con le plurisecolari esperienze coloniali di altri Stati europei, il colonialismo


italiano appare come un fenomeno di assai breve durata.
Dal luglio 1882, quando il governo Depretis acquisisce dall’armatore genovese Rubattino – lo
stesso della spedizione dei Mille – i diritti di scalo da lui detenuti sulla baia di Assab, sulla costa
occidentale del Mar Rosso,2 fino al 1944, anno che, con la fine del fascismo e la sconfitta italiana
nella seconda guerra mondiale, segna anche la perdita definitiva dei possedimenti italiani
d’oltremare,3 intercorre poco più di un sessantennio della storia del paese.4
Schematizzando al massimo, l’espansione italiana in Africa si articola in tre grandi fasi. La prima,
fra 1885 e 1896, con l’occupazione del porto di Massaua (febbraio 1885) e i tentativi di espansione
in Africa Orientale (prima guerra d’Africa e acquisizione della Somalia); la seconda, con la guerra
italo-turca (1911-1912) e la conseguente annessione della Tripolitania e della Cirenaica; la terza,
con la guerra d’Etiopia (1935-1936) e la proclamazione dell’AOI (9 maggio 1936).
Inoltre, se inquadrato all’interno della cosiddetta età dell’imperialismo (1870-1914), quello
italiano si rivela anche uno degli imperi «più circoscritti geograficamente, uno dei più poveri
economicamente e dei meno vantaggiosi a livello generale».5 Sul piano del prestigio internazionale
esso è considerato di così basso profilo da meritare un trattamento addirittura umiliante nei primi
classici studi sull’espansione europea.6

2
Le periodizzazioni sono, come sempre, arbitrarie: la data di inizio potrebbe essere posticipata al 5 febbraio 1885 (con
lo sbarco delle truppe italiane a Massaua), così come si potrebbe far risalire già al 1867, anno in cui la compagnia
Rubattino comprò i diritti di scalo ad Assab (evento molto enfatizzato dalla successiva propaganda colonialista e poi
fascista). La nostra periodizzazione tiene conto del fatto che solo nel 1882 avvenne «il formale passaggio di Assab da
stabilimento privato a possedimento statale (cioè colonia)» (N. LABANCA, Oltremare. Storia dell'espansione coloniale
italiana, Il Mulino, Bologna 2002, p. 51).
3
Analogamente, per indicare una data di chiusura dell’esperienza coloniale italiana, bisogna ricordarsi, da un lato, che,
ancora nel 1960, la Somalia risultava formalmente sotto amministrazione fiduciaria italiana per conto dell’ONU;
dall’altro, la disfatta dell’Impero sarebbe collocabile già nel momento stesso dell’ingresso nella Seconda guerra
mondiale (10 giugno 1940), da quando si assistette al suo «rapido consumarsi in una serie progressiva di perdite, fino
alla sconfitta finale» (L. RICCI, La lingua dell’Impero. Comunicazione, letteratura e propaganda nell’età del
colonialismo italiano, Carrocci, Roma 2005, p. 25, nota 1).
4
Come ben sottolinea Labanca, «a ben vedere non esiste una storia del colonialismo»: ogni fenomeno coloniale
interessa sempre due realtà e pertanto «è sempre onesto dichiarare da quale parte si scrive» (N. LABANCA, Storia
dell’Italia coloniale, Fenice, Milano 1994, p. 4). In questa tesi ci si riferisce alla storia dell’Italia coloniale.
5
N. LABANCA, Oltremare, cit., p. 8.
6
J.A. Hobson, nel suo Imperialism (1902), cita varie forme di colonialismo – commerciale, industriale, finanziario,
armatoriale – ma in nessuno dei tipi indicati figura in sia pure fuggevole menzione l’Italia; più sprezzante Lenin
(L’imperialismo come fase estrema del capitalismo, 1916) che definisce quello italiano un «colonialismo straccione».

4
Ora, accingendosi allo studio di tale fenomeno, ci si imbatte in un doppio paradosso. Da un lato,
infatti, nonostante tali dimensioni complessivamente modeste, il colonialismo italiano costituisce un
fenomeno di centrale importanza nella storia del paese. Trait d’union fra diverse fasi fondamentali
della storia d’Italia, dal neonato Stato unitario al fascismo, esso ebbe enormi conseguenze a livello
di investimento di energie intellettuali e di coinvolgimento popolare.7 Dall’altro lato, tale fenomeno
risulta essere uno degli aspetti meno studiati e meno ricordati della nostra storia nazionale.
Se in epoca coloniale, infatti, le ricostruzioni storiche sull’espansione italiana in Africa furono
poche e viziate da preconcetti ideologici,8 sorprende constatare che quegli studi abbiano tardato a
comparire nel primo trentennio dell’Italia repubblicana, quando gli altri Stati europei (Francia e
Inghilterra in testa) stavano assistendo, già a partire dagli anni Cinquanta, ad un rinnovamento del
proprio approccio storiografico sul tema.9 Fino agli anni Settanta, insomma, ciò che gli storici
italiani (e, nondimeno, alcune istituzioni dello Stato)10 «ripetono sul colonialismo italiano è
generalmente vecchio, retorico e intinto di un patriottismo sdolcinato».11
Solo a partire dalla metà degli anni Settanta ebbe inizio, anche in Italia, quel processo di
«decolonizzazione della memoria»12 che, avviato da storici quali Giorgio Rochat e Angelo Del
Boca, aprì la strada a una nuova generazione degli studi storici sul colonialismo italiano, impegnati
in una vera e propria battaglia contro tale narrazione stereotipata e rigidamente connotata delle
vicende africane.
Tale processo, che, come si è detto, è solo recentemente iniziato ed è dunque ancora lungi
dall’essere completato, si sta servendo, nei suoi studi più recenti, di un’impostazione ereditata dai
cosiddetti cultural studies ‒ intreccio di competenze pluridisciplinari ‒ volta alla considerazione e
all’analisi di fonti disparate ed anche non canoniche (quali fotografie, cartoline, francobolli,

7
«La conquista di territori africani, la loro gestione e tutte le esperienze coloniali ed imperiali connessevi ebbero
un’importanza ed una risonanza così grandi che fanno del passato coloniale uno degli aspetti [...] cruciali di tutta la
storia nazionale unitaria» (N. LABANCA, Storia dell’Italia coloniale, cit., p.4).
8
Si parla in questo senso di storia coloniale, dove l’aggettivo assume il doppio valore di «scritta in contemporanea con
il dominio» e «perlopiù ad opera di storici convinti della bontà di quel dominio e spesso a scopi di costruzione del
consenso intorno alla dimensione imperiale» (N. LABANCA, Oltremare, cit., p. 8). I maggiori esempi di tale storiografia
sono costituiti dall’opera di Gennaro Mondaini (1874-1948) e di Raffaele Ciasca (1888-1975).
9
Si legga, a tal proposito, il capitolo «Il mancato dibattito sul colonialismo», in A. Del Boca, L'Africa nella coscienza
degli italiani. Miti, memorie, errori, sconfitte, Laterza, Bari 1992, pp. 111-127.
10
«Il più colossale e dispendioso sforzo di mistificazione è rappresentato infatti dalla pubblicazione in cinquanta
volumi, a cura del ministero degli Affari Esteri, dell’opera L’Italia in Africa, che avrebbe dovuto fare, secondo i
propositi dei promotori dell’iniziativa, un bilancio esaustivo della presenza italiana nelle colonie dell’Africa Orientale e
Settentrionale. Si tratta invece di un bilancio truccato, anche rozzamente e con impudenza, con il solo scopo di porre in
evidenza i meriti della colonizzazione italiana e anche la sua “diversità” ed eccezionalità, se confrontata con i
colonialismi coevi» (A. DEL BOCA, L'Africa nella coscienza degli italiani, cit., p. 114).
11
G. ROCHAT, Il colonialismo italiano, Loescher, Torino 1973, p. 9.
12
N. LABANCA, Storia dell’Italia coloniale, cit., p. 87.

5
epistolari, letteratura e cinema di consumo, riviste illustrate e di viaggio, raccolte museali, lasciti
architettonici).
Alla base di tale metodo risiede la consapevolezza di come «l’imperialismo non [sia] stato solo un
fatto storico-politico, ma un intero sistema culturale», il quale «non fu solo il riflesso, ma anche il
collante, o addirittura il movente – certo non decisivo ma concomitante – del colonialismo
italiano».13 In tale ottica, l’analisi dell’immaginario coloniale tende a prevalere sul materiale, le
immagini sulla realtà:14 oltre allo studio e alla ricostruzione dei fatti storici (i quali, non ci si
fraintenda, rimangono la base assolutamente imprescindibile), si punta la lente sulle modalità della
loro rappresentazione e della loro ricezione.15
Da tale tipo di indagine emerge innanzitutto come il fenomeno colonialista italiano sia stato
accompagnato, nelle sue varie fasi e secondo modalità specifiche, da una notevole quanto
eterogenea produzione letteraria e pubblicistica. Resoconti di viaggio, scritti giornalistici, reportage,
romanzi e poesie a sfondo africano, letteratura di consumo di ambientazione esotica e vignette
satiriche contribuirono in maniera determinante alla creazione di quell’humus ideologico e culturale
senza il quale la messa in atto di ogni politica imperialista non sarebbe possibile.16
Tale letteratura coloniale contribuì alla costruzione e alla diffusione di veri e propri miti che
contribuirono alla formazione, in Italia, di una coscienza coloniale.
Primo fra tutti, la rassicurante favola degli «italiani brava gente», secondo cui il colonialismo
italiano sarebbe stato diverso, cioè «più umano, più illuminato, più tollerante degli altri colonialismi
coevi».17 Leggenda che, affondando le sue radici sulla concezione, di origine risorgimentale, di una
presunta superiorità di cultura e di tradizione,18 fu alimentata dalla stampa colonialista, potenziata
dalla letteratura e lungamente sostenuta dalla storiografia; e che, nonostante le recenti

13
L. RICCI, La lingua dell’Impero, cit., p. 16.
14
N. LABANCA, Imperi immaginati. Recenti cultural studies sul colonialismo italiano, in «Studi Piacentini», n. XXVIII,
Piacenza, Istituto storico della Resistenza, 2000, p. 146.
15
Per questo tipo di approccio, imprescindibile è il riferimento a E.W. SAID, e in particolare ai suoi oramai classici studi
Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente (New York 1978; prima ed. it. Bollati Boringhieri, Torino 1991) e
Cultura e imperialismo. Letteratura e consenso nel progetto coloniale dell’Occidente (New York 1993, prima ed. it.
Roma, Gamberetti Editrice, 1998), in cui è condotta un’acuta analisi sull’impatto culturale in Occidente dei colonialismi
inglese, francese e, dal secondo dopoguerra, statunitense.
16
«Né l’imperialismo né il colonialismo sono semplici atti di espansione e acquisizione di territori. Entrambi sono
sostenuti, e forse perfino sospinti, da formidabili formazioni ideologiche, che racchiudono l’idea che certi territori e
certi popoli necessitino e richiedano di essere dominati» (E.W. SAID, Cultura e imperialismo, cit., p. 35, corsivo
dell’autore).
17
A. DEL BOCA, L'Africa nella coscienza degli italiani, cit., p. XII.
18
Tale idea, come è noto, è alla base del giobertiano Primato morale e civile degli italiani (1843).

6
contestazioni,19 continua a giocare un ruolo di primo piano nel «fenomeno di rimozione (conscia o
inconscia) delle colpe coloniali».20

II. Ernesto Teodoro Moneta e la guerra italo-turca

Inquadrato all’interno di tale contesto storiografico e metodologico, il caso di Ernesto Teodoro


Moneta (20 settembre 1833 - 10 febbraio 1918) risulta estremamente interessante in quanto cartina
di tornasole della complessa situazione della cultura italiana di fronte alla guerra di Libia.
Unico italiano insignito del premio Nobel per la pace (nel 1907, insieme con il giurista francese
Louis Renault), Moneta è un personaggio poco noto della storia culturale italiana.
Combattente nelle tre guerre d’indipendenza fra le fila dei garibaldini, lascia la carriera militare nel
1866, assumendo la direzione dell’importante quotidiano milanese «Il Secolo», che mantiene per
quasi trent’anni (dal 1867 al 1896).
A partire dal 1887 fonda l’Unione lombarda per la pace e l’arbitrato internazionale (di cui è
presidente dal 1891), facendosi promotore di un pacifismo patriottico fra «nazioni armate», che
ammette la liceità della guerra in caso di difesa della patria e per la conquista dell’indipendenza
nazionale. In base a tali principi, condanna, dalle colonne del «Secolo», la prima politica coloniale
italiana, dall’occupazione di Massaua alla prima guerra d’Africa.
Nel 1896 lascia la direzione del «Secolo» per darsi a tempo pieno all’attivismo pacifista, attraverso
la direzione della rivista «La Vita Internazionale», da lui fondata nel 1898, e l’assidua
partecipazione ai congressi del movimento pacifista sviluppatosi in quegli anni in Europa, di cui
diviene il maggiore rappresentante italiano. A coronamento di tale suo impegno pacifista, il 10
dicembre del 1907 viene insignito del premio Nobel.
Nel settembre del 1911, tuttavia, allo scoppio della guerra di Libia, Moneta si pronuncia fin da
subito entusiasticamente a favore dell’invasione. Essa viene giustificata in quanto opera di

19
Nota è la diatriba fra Del Boca e Montanelli sull’impiego dell’iprite da parte dell’esercito italiano in Etiopia. Per un
breve riassunto della vicenda, cfr. A. DEL BOCA, L'Africa nella coscienza degli italiani, cit., pp. VI-XI.
20
A. DEL BOCA, L'Africa nella coscienza degli italiani, cit., p. XII. Nel 2004, il vice premier italiano Gianfranco Fini,
poco prima di assumere l’incarico di ministro degli Esteri, dichiara, di fronte ai rappresentanti dei ventimila esuli
italiani cacciati dalla Libia nel 1970, che «non c’è dubbio che il colonialismo abbia rappresentato, nel secolo scorso,
uno dei momenti più difficili nel rapporto fra i popoli e nel rapporto fra l’Europa e, in questo caso, il Nord Africa. Ma, e
ovviamente parlo a titolo personale, quando si parla di colonialismo italiano, credo che occorra parlarne ben
consapevoli del fatto che sono altri in Europa che si devono vergognare di certe pagine brutte, perché abbiamo anche
noi le nostre responsabilità ma, almeno in Libia, gli italiani hanno portato, insieme alle strade e al lavoro, anche quei
valori, quella civiltà, quel diritto che rappresentano un faro per l’intera cultura, non soltanto per la cultura occidentale»
(cit. in A. SCHIAVULLI (a cura di), La guerra lirica. Il dibattito dei letterati italiani sull’impresa di Libia (1911-12),
Giorgio Pozzi Editore, Ravenna 2009, p. 29).

7
civilizzazione: «se la verità della Pace è in marcia – scrive in un articolo apparso nel dicembre – e
nessuna forza può arrestarla, un’altra verità è altrettanto incontestabile ed è la fatale sottomissione
dei popoli ancor barbari ai popoli civili».21 Tale posizione gli causa aspre critiche da parte dei
principali esponenti del pacifismo europeo, mentre in Italia essa sembra non suscitare particolare
scalpore.
Ora, la scarsa bibliografia dedicata fino ad ora Moneta (cui si è rivolta nuova attenzione in
occasione del centenario del Nobel), tende in molti casi a non soffermarsi su quest’ultima fase della
sua vita. Al di là dei testi impostati in modo propriamente agiografico,22 ricorre in molti studi una
chiave di lettura tripartita della vita di Moneta, secondo cui al «patriota» e al «giornalista»
seguirebbe «l’approdo coerente e definitivo al movimento pacifista».23 Tale lettura evita di
problematizzare una fase che, a mio avviso, solleva invece interrogativi assai interessanti.
Per quale motivo un fine intellettuale, affermato a livello internazionale, insignito del premio
Nobel per la pace, arriva a pronunciarsi a favore di una guerra imperialistica? Quali sono le
argomentazioni da lui addotte e quale la retorica impiegata? È davvero possibile, come sostenuto da
Ragaini, che l’atteggiamento di Moneta rappresenti «lo sviluppo esasperato ma coerente della
premessa teorica» del suo pensiero pacifista?24 Oppure, al contrario, si deve parlare semplicemente
di «opportunismo politico», come sostenuto da Rainero?25
Quali critiche vengono mosse a Moneta e perché esse provengono prevalentemente dall’estero? In
che misura influisce, all’interno del caso Moneta, lo specifico contesto politico e culturale italiano
alle porte della guerra di Libia?
Per rispondere a tali domande, bisognerà, innanzitutto, chiarire le linee generali del pensiero
pacifista di Moneta, accennando parallelamente alla sua biografia fino allo scoppio del conflitto. In
secondo luogo, sarà utile allargare lo sguardo alla complessa situazione culturale dell’Italia alle
porte dell’invasione della Libia, con particolare riferimento alla questione coloniale. In ultimo, si

21
E.T. MONETA, La pace europea, «La Vita Internazionale», 20 dicembre 1911.
22
Tale è l’impostazione della principale biografia di Moneta, quella scritta da Maria Combi (Ernesto Teodoro Moneta.
Premio Nobel per la pace 1907, Mursia, Milano 1968).
23
Tale lettura è inaugurata da Arturo Colombo, nel suo articolo intitolato, per l’appunto, Vita in tre tempi di Teodoro
Moneta, in «Nuova Antologia», n. 2243, luglio-settembre 2007, pp. 117-132, da cui sono tratte le citazioni precedenti).
Nell’articolo, Colombo non nasconde certo l’adesione di Moneta alla guerra di Libia e alla prima guerra mondiale (cita,
anzi, il ben più critico di lui Gian Paolo Calchi Novati). Tuttavia, ciò non sembra intaccare, agli occhi dello storico, la
«piena fedeltà di Moneta agli ideali pacifisti» (ivi, p. 125).
24
C. RAGAINI, Giù le armi! Ernesto Teodoro Moneta e il progetto di pace internazionale, F. Angeli, Milano 1999, p.
94.
25
R.H. RAINERO, Paolo Valera e l’opposizione democratica all’impresa di Tripoli, Quaderni dell’Istituto italiano di
cultura di Tripoli, Nuova serie n.3, L’Erma di Bretschneider, Roma 1983.

8
dovranno analizzare le principali ragioni addotte da Moneta a favore dell’intervento e le principali
fasi della polemica internazionale scaturita dal suo appoggio alla guerra.

9
CAPITOLO I. Il pacifismo patriottico di E.T. Moneta

1. Ernesto Teodoro Moneta (1833-1918): profilo storico-biografico

1.1 Dalle guerre di indipendenza alla direzione del «Secolo»

Nato a Milano il 20 settembre 1833, Ernesto Teodoro Moneta prese parte, appena
quattordicenne, ai moti delle Cinque giornate (18-22 marzo 1848). Sedicenne, fuggì da Milano per
arruolarsi volontario nell’esercito piemontese, ma venne respinto data la giovane età e mandato a
terminare gli studi a Ivrea. Tornato a Milano, partecipò al movimento patriottico, aderendo alla
Società nazionale italiana di Daniele Manin.26 Nel 1859 prese parte alla seconda guerra di
indipendenza come volontario nei Cacciatori delle Alpi di Garibaldi. L’anno seguente sbarcò in
Sicilia con la spedizione Medici,27 seguendo Garibaldi in Calabria e fino a Gaeta. Qui divenne
aiutante di campo del generale Sirtori, al fianco del quale partecipò alle successive battaglie
dell’esercito regolare, fino alla sconfitta di Custoza (24 giugno 1866).
Proprio in seguito a tale sconfitta, Moneta abbandonò la carriera militare per dedicarsi a tempo
pieno al giornalismo.28 Dopo un anno come redattore, nel 1867 divenne direttore del quotidiano
milanese di ispirazione democratica «Il Secolo», fondato l’anno precedente dall’editore Sonzogno.29
Durante i quasi trent’anni segnati dalla direzione di Moneta (fino al 1896), «Il Secolo» visse una
notevole espansione, divenendo a breve l’organo più popolare della stampa milanese e
raggiungendo, dal 1881, tiratura nazionale.30 In questi anni, «Il Secolo» si impegnò in decise

26
Nata il 1 agosto 1857 per iniziativa di Daniele Manin (1804-1857), ex presidente della Repubblica di San Marco e
interprete, in quest’ultima fase della sua vita, di coloro che ritenevano ormai superato il programma mazziniano al fine
di raggiungere l’unità nazionale. A tal proposito Manin aveva da tempo superato la pregiudiziale antimonarchica: con
lui e la sua Società nazionale (che dopo la sua morte viene presieduta da Giorgio Pallavicino), si mette da subito in
contatto Cavour, della cui politica moderata essa divenne stretta alleata, almeno fino al 1859, quando ne assume la
presidenza onoraria in più radicale Garibaldi (Cfr. F. LEONI, Storia dei partiti politici italiani, Guida, Napoli 1975, pp.
100-106).
27
In teoria, a quanto testimoniato da lui stesso in un articolo intitolato Perché coi primi trecento dell’attesa e non coi
mille che partirono («La Vita Internazionale», 20 maggio 1910), Moneta avrebbe dovuto imbarcarsi con Garibaldi a
Quarto, mentre per un imprevisto dovette attendere la partenza della seconda spedizione, guidata da Giacomo Medici.
28
Moneta aveva già collaborato al «Piccolo corriere d’Italia», organo periodico della Società nazionale italiana, e ad
alcuni periodici letterari. (Cfr. M. COMBI, Ernesto Teodoro Moneta, cit., p. 24).
29
Su Edoardo Sonzogno (1836-1920) e la sua carriera di editore cfr. G. TURI, (a cura di), Storia dell'editoria nell'Italia
contemporanea, Giunti, Firenze 1997, pp. 128 e ss.
30
Sull’espansione de «Il Secolo» cfr. L. BARILE, Il Secolo (1865-1923). Storia di due generazioni della democrazia
lombarda, Guanda, Milano 1980, p. 95 e ss. Alle indubbie capacità di Moneta, si deve aggiungere il rinomato talento
editoriale di Sonzogno, il cui stabilimento tipografico era, inoltre, già a partire dal primo quindicennio dopo l’unità

10
battaglie democratiche, in linea con quelle di cui si faceva portavoce in parlamento il radicale
Cavallotti.31 Allo stesso tempo, la direzione di Moneta si caratterizzò per uno spiccato «senso di
misura e moderazione»,32 la cui «rassicurante capacità critica, ma non contestatrice» contribuì a fare
del «Secolo» un luogo di ampia aggregazione di idee democratiche.33
Dalla privilegiata angolatura della direzione del «Secolo», Moneta seguiva con interesse la
maturazione di un moderno pacifismo democratico europeo, la cui nascita ufficiale è comunemente
fissata nel Congresso di Ginevra del 1867.34 Tale movimento si caratterizzava per la volontà di
creare una base ideologica trasversale e senza bandiere, tenuta insieme da un’idea alquanto generale
di opposizione alla guerra. Limiti principali di tale movimento erano il rapido delinearsi di
inevitabili contraddizioni interne e la sua «composizione sociale molto ristretta fatta di intellettuali,
insegnanti, ex combattenti, che il più delle volte erano mossi da un sentimento etico e morale
personale».35 In questo clima, segnato da percorsi e da idee politiche anche molto diverse, si
andarono formando, fra gli anni settanta ed ottanta del XIX secolo, le prime società pacifiste
36
europee.

nazionale, il più avanzato tecnologicamente di tutto il paese (cfr. G. TURI, Storia dell'editoria nell'Italia contemporanea,
cit., p. 128).
31
Cfr. L. BARILE, Il Secolo, cit., p. 119, secondo cui, alla tinta radicale del giornale, contribuiva in modo decisivo
l’opera del caporedattore Carlo Romussi (1847-1913).
32
A tale proposito, Ragaini riporta alcuni documenti d’archivio provenienti della questura di Milano riguardanti lo
«spirito pubblico» del quotidiano durante la direzione di Moneta. In uno di essi, riferito all’anno 1884, l’atteggiamento
del giornale viene definito «repubblicanamente monarchico o monarchicamente repubblicano» (C. RAGAINI, Giù le
armi!, cit., p. 19).
33
F. CANALE CAMA, La pace dei liberi e dei forti. La rete di pace di Ernesto Teodoro Moneta. Bononia University
Press, Bologna 2012, p. 34. «Il giornale era una rete tanto culturale quanto politica ed è un fatto che molti dei futuri
contatti di Moneta si stabilirono e si consolidarono in questi anni» (Ivi, p. 28).
34
Per un’analisi approfondita di questo fondamentale congresso, cfr. M. SARFATTI, La nascita del moderno pacifismo
democratico ed il Congrès international de la paix di Ginevra nel 1867, Comune, Milano 1983. Per la ricostruzione
delle tappe ottocentesche del movimento della pace, cfr. E. ROTA, I movimenti pacifisti dell’800 e del ‘900 e le
Organizzazioni internazionali, in Questioni di storia contemporanea, vol. II, Marzorati, Milano 1952.
35
F. CANALE CAMA, La pace dei liberi e dei forti, cit., p. 38.
36
Sintomatico di tali differenze è il fatto che nel 1867 nacquero in Francia due differenti Leghe per la pace: la prima
diretta dall’economista conservatore moderato Frédéric Passy (1822-1912, vincitore della prima edizione del Nobel, nel
1901, in compagnia di J.H. Dunant); la seconda da Charles Lemonnier (1808-1891), democratico di tendenze
anticlericali, fervente sostenitore del federalismo europeo. Nel 1880 nacque in Inghilterra la Arbitration and Peace
Association di Hodgson Pratt (1824-1907), convinto sostenitore dell’arbitrato fra le nazioni, idea che diffuse attraverso
una vera e propria propaganda itinerante attraverso l’Europa. Solo più tardi, tra il 1890 e il 1891, nacquero, per
iniziativa della baronessa Bertha von Suttner (1843-1914, Nobel per la pace 1905) la Società per la pace austriaca
(Oesterreicher Friedensgelselschaft) e l’anno successivo, ad opera di Alfred H. Fried (1864-1921, Nobel per la pace
1911), quella tedesca (Deutsche Friedensgesellschaft). Su queste organizzazioni pacifiste, sull’istituzione del premio
Nobel, voluto da testamento dal chimico Alfred Nobel (1833-1896) e su un profilo delle idee dei primi premi Nobel per
la pace, cfr. G. PROCACCI, Premi Nobel per la pace e guerre mondiali, Feltrinelli, Milano 1989, cap. I.

11
Gli anni del «Secolo» costituirono per Moneta il periodo di lenta elaborazione di un pacifismo che
voleva essere insieme «sintesi e superamento degli ideali risorgimentali».37 Il tema più diffusamente
trattato da Moneta fu quello della riforma dell’ordinamento militare. Soprattutto negli articoli
risalenti ai primi anni da direttore, «la necessità del disarmo, l’anelito alla pace e alla solidarietà fra
i popoli non sono mai disgiunti dalle amare considerazioni sulla campagna del ‘66 e sulla necessità
della difesa […]. L’ex militare, l’ex combattente e il patriota hanno ancora il sopravvento sul
pacifista».38
Sul finire degli anni settanta può essere collocato l’inizio di un consapevole impegno pacifista di
Moneta. Risale infatti al 1878 la fondazione a Milano di una Lega di libertà, fratellanza e pace, per
iniziativa di Moneta e Carlo Romussi, appoggiata dal «Secolo», destinata tuttavia, a causa dello
scarsissimo seguito nell’opinione pubblica milanese, a scomparire in breve tempo.39 In questi anni,
dalle colonne del «Secolo», Moneta lanciò una campagna di condanna del conflitto russo-turco
(1877-1878) e si batté contro il dilagare della francofobia in conseguenza dello smacco di Tunisi
(1881) e si unì alla protesta contro l’espansione coloniale italiana sul Mar Rosso,40 dall’occupazione
di Massaua (febbraio 1885)41 fino alla sconfitta di Dogali (26 gennaio 1887).42

37
F. CANALE CAMA, La pace dei liberi e dei forti, cit., p. 24.
38
C. RAGAINI, Giù le armi!, cit., p. 33.
39
Cfr. M. COMBI, Ernesto Teodoro Moneta, cit., p. 77.
40
Nel complesso panorama delle prese di posizione, in questa prima fase, a favore o contro le colonie (su cui cfr. R.H.
RAINERO, L'anticolonialismo italiano da Assab ad Adua, 1869-1896, Edizioni di Comunità, Milano, 1971), «Il Secolo»
si schiera ben presto all’opposizione. «Le costanti dell’anticolonialismo del «Secolo» sono: il sacrificio di denaro
«senza compenso» […] e il motivo della «guerra ingloriosa» – e ciò presuppone la possibilità di guerre «gloriose»
anche se d’invasione; ma soprattutto viene sottolineata l’infelicità della scelta sul Mar Rosso» (L. BARILE, Il Secolo,
cit., p. 156).
41
Risale proprio al 1885 la collaborazione al «Secolo» di Napoleone Colajanni (1847-1921), il quale fu tra i maggiori
esponenti del pensiero anticolonialista italiano, nonché autore di un La politica coloniale (1891), l’«unico serio
tentativo di riassumere le tesi anticolonialiste italiane».41 Nello stesso periodo, comparirono sul «Secolo» i primi
reportage dei corrispondenti da Massaua Giacomo Gobbi-Belcredi e Gustavo Chiesi, destinati a diventare due dei
principali rappresentanti dell’ala anticolonialista del giornalismo italiano in Africa. Nel maggio del 1885, «Il Secolo»
appoggiò con decisione l’interpellanza con cui i quattro deputati Costa, Maffi, Ferrari, Castellazzo avevano condannato
la politica coloniale, in occasione del quale il socialista Andrea Costa pronunciava il famoso discorso: «Signori, l’Italia
che lavora, oso dire l’Italia vera, non vuole politica coloniale […]» (cit. in R.H. RAINERO, L'anticolonialismo italiano
da Assab ad Adua, cit., p. 100).
42
All’annuncio della sconfitta di Dogali, alla quale seguirono numerose manifestazioni di sdegno sui giornali e nelle
piazze, «Il Secolo» scriveva: «Il primo frutto della politica del nostro sapientissimo governo è che centinaia di giovani
giacciono ora senti nelle infuocate arene dell’Africa» (Il massacro di Saati, 2-3 febbraio 1887, cit. in L. BARILE, Il
Secolo, cit., p. 159). A ben vedere, infatti, fra il 1885 e il 1887 «il tema anticoloniale viene usato nel «Secolo»
soprattutto come elemento della campagna contro Depretis» accusato di mirare «con fragorose iniziative africane, ad
evitare scadenze interne» (L. BARILE, Il Secolo, cit., p. 158). In seguito, più che sulla linea intransigente di Costa
(espressa nella celebre formula del 3 febbraio 1887: «né un uomo né un soldo») «Il Secolo» si attesta sulla posizione
espressa in parlamento da Maffi (2-3 febbraio, L’onore della bandiera!), che «condannava la vanità nazionale, ma
prospettava altresì la necessità di rinforzi per salvare i rimasti», mentre, come è risaputo, Cavallotti cambiava di fronte,
schierandosi contro Costa e dichiarando, fra l’altro, che «le moltitudini sentivano ancora il bruciore di Lissa e Custoza»
L. BARILE, Il Secolo, cit., p. 160).

12
1.2 L’inizio della carriera di pacifista

Il vero atto di inizio della carriera di pacifista di Moneta tuttavia va individuato nella nascita, nel
1887, dell’Unione lombarda per la pace e l’arbitrato internazionale.43 Nata su iniziativa dello
stesso Hodgson Pratt, mentre nascevano in Italia di altre esperienze analoghe,44 l’Unione Lombarda
assume in poco tempo il ruolo di fondamentale mediatore fra la frammentata realtà pacifista italiana
e la rete pacifista internazionale,45 la quale stava vivendo particolare fermento in vista
dell’organizzazione del Congresso universale della Pace che si sarebbe tenuto a Parigi nel 1889 e
che costituì un vero e proprio spartiacque all’interno del movimento.46
Nello stesso 1889 avvenne anche il primo incontro fra le forze pacifiste italiane, le quali si
riunirono tra il 12 e il 16 maggio a Roma per il primo Congresso nazionale per la pace e l’arbitrato
internazionale.47 In tale occasione si definì, fra i pacifisti italiani, una linea politico-ideologica più
precisa, che, combaciando sostanzialmente con i propositi espressi nello statuto dell’Unione

43
Preferendo da principio, nella sua qualità di direttore del «Secolo», non accettare cariche nel comitato direttivo
dell’Unione Lombarda, assicurando in ogni caso il proprio totale appoggio morale e materiale, nel 1891 Moneta ne
assume la carica di presidente, che manterrà fino alla fine della sua vita. (Cfr. C. RAGAINI, Giù le armi!, cit., p. 20). A
partire dal 1891, la società cambiò nome in Società internazionale per la pace – Unione Lombarda (S.E. COOPER,
Patriotic pacifism, Oxford University Press 1991, p. 216).
44
A Roma, nello stesso anno, nasceva l’Associazione per la pace e l’arbitrato internazionale, diretta da Ruggiero
Bonghi (1826-1895); nel 1889 una Società per la pace nasceva a Firenze e, l’anno seguente, ne nasceva una a Palermo.
Negli anni novanta il movimento degli “amici per la pace” avrebbe poi proliferato in varie associazioni lungo la
penisola. Nel 1896 nasceva anche il Comitato di Torre Pellice voluto da Edoardo Giretti (cfr. F. CANALE CAMA, La
pace dei liberi e dei forti, cit., p. 33).
45
Anche in uno studio assolutamente immune da tendenze agiografiche, quale è quello di S.E. Cooper, si afferma che
«the Milanese organization, the Unione Lombarda per la pace, developed into the most influential peace society in that
country» (S.E. COOPER, Patriotic pacifism, cit., p. 53).
46
Organizzato in occasione del centenario della Rivoluzione francese, in esso ci si pose il fondamentale problema di
rendere concreta l’azione delle Società per la pace attraverso un maggiore ancoramento alla politica degli Stati. Venne
pertanto convocata una Conferenza interparlamentare con il compito di esaminare le proposte di ogni singolo congresso
e di valutarne le possibilità di attuazione. Per garantirne la continuità e la legittimazione politica, vennero istituiti un
Comitato di Unione Interparlamentare Permanente per la Pace (UIP) e una Corte permanente per l’Arbitrato all’Aja.
«Aveva così luogo la netta separazione tra il campo puramente ideologico, propagandistico e di confronto teorico dei
Congressi della Pace e quello delle questioni pratiche politico-giuridiche affidato alle Conferenze interparlamentari» (F.
CANALE CAMA, La pace dei liberi e dei forti, cit., p. 42).
47
Al congresso, svoltosi sotto la presidenza di Ruggiero Bonghi, parteciparono 37 fra Comitati e Associazioni nazionali
per la pace. In tale occasione, Moneta tenne una relazione dal titolo Del disarmo e dei modi pratici per conseguirlo per
opera dei governi e dei parlamenti. Oltre a lui, presentarono altre relazioni Vilfredo Pareto su L’Unione doganale ed
altri sistemi di rapporti commerciali fra le nazioni come mezzo inteso a migliorare le relazioni politiche ed a renderle
pacifiche; Angelo Mazzoleni, segretario dell’Unione Lombarda, su Il principio dell’arbitrato internazionale nelle varie
sue forme e nei modi di applicazione, e Ruggiero Bonghi su L’organizzazione in Italia del Movimento verso la pace e
l’arbitrato internazionale (cfr. M. COMBI, Ernesto Teodoro Moneta, cit. pp. 84-91).

13
Lombarda, individuava nel disarmo e nell’arbitrato internazionale i punti chiave necessari al
raggiungimento e al mantenimento della pace.48
Questi stessi punti costituiscono il nucleo essenziale alla base del pensiero e dell’azione politica di
Moneta nei futuri trenta anni di “apostolato pacifista”: «anche se con lievi variazioni prodotte dalle
singole congiunture, infatti, le sue convinzioni rimasero immutate fino alla grande rottura che
pervase il movimento europeo al momento della guerra di Libia».49
Più che in un lavoro di elaborazione teorica o di applicazione sul piano giuridico, l’operato di
Moneta si tradusse principalmente, fin da questo momento, sul piano del proselitismo e della
propaganda, nel tentativo di mobilitazione dell’opinione pubblica nazionale.50 Con questo intento,
nel 1890 l’Unione Lombarda diede inizio, su iniziativa di Moneta, alle pubblicazioni di un
almanacco dal titolo «L’Amico della pace», impostato in chiave divulgativa, il quale vide ampia
diffusione.51
Tale propaganda pacifista di Moneta trovava un terreno fertile nel fronte di opposizione
all’aggressiva politica estera promossa in questi anni da Crispi, in particolare in occasione della
prima guerra d’Africa (dicembre 1895 - ottobre 1896).52 D’altra parte, a causa del « rafforzamento
dell’appartenenza ad un fronte moderato e borghese» e della reticenza di Moneta «a misurarsi con
la questione della lotta di classe, ingrediente fondamentale del nuovo scenario politico di fine
secolo», la sua propaganda pacifista otteneva riscontri solo entro i limiti di un’alta borghesia già
convintamente anticrispina.53

48
Nel suo statuto costitutivo, l’Unione Lombarda si proponeva di impegnarsi a favore: «a) dell’organizzazione di un
tribunale internazionale e permanente indicato di comporre le divergenze fra gli stati; b) dell’adozione di un codice
internazionale a tale intento; c) dell’abolizione graduale degli eserciti permanenti; d) dell’abolizione della guerra» (cit.
in F. CANALE CAMA, La pace dei liberi e dei forti, cit., p. 32).
49
Ivi, p. 52.
50
Ibidem. Della stessa opinione Ragaini, che parla in generale di un «carattere sostanzialmente ideale del pacifismo di
Moneta, che si estrinsecò non tanto sul piano giuridico quanto su quello della propaganda e dell’apostolato» (C.
RAGAINI, Giù le armi!, cit., p. 77).
51
La pubblicazione dell’almanacco proseguì per molti anni, cambiando più volte titolo: nel 1892 divenne «Giù le
armi!!», in omaggio al successo dell’omonimo romanzo pacifista della baronessa Von Suttner, amica di Moneta; nel
1900 divenne «Bandiera Bianca», in virtù del fatto che questa era diventata simbolo del movimento pacifista, nel 1902
«Leggetemi» e, infine, nel 1908, «Pro pace» (cfr. M. COMBI, Ernesto Teodoro Moneta, cit., pp. 101-102).
52
Durante la prima guerra d’Africa, «Il Secolo» di Moneta pubblicò diversi articoli contro l’operazione: La guerra in
Africa (17 gennaio 1895), Gli avvenimenti d’Africa (29 marzo 1895), Il miglior esercito coloniale (3 ottobre 1895),
Cassandra e Duemila morti (10 e 12 dicembre 1895), sulla battaglia dell’Amba Alagi e Il rimedio (5 marzo 1896) dopo
la sconfitta di Adua. In epoca successiva, Moneta ritornò più volte con la memoria a questo periodo, narrando di aver
ricevuto sofferte accuse di antipatriottismo.
53
F. CANALE CAMA, La pace dei liberi e dei forti, cit., pp. 58-65.

14
Per le stesse ragioni, si fece sempre più difficile la convivenza fra il pacifismo moderato e borghese
di Moneta e la radicale politica del «Secolo», spinta da Romussi e Cavallotti verso un più esplicito
schieramento antigovernativo.54
È in tale contesto che, il 1 novembre 1896, in un’Italia ancora scossa dalla disfatta di Adua del 1
marzo, Moneta decise di abbandonare la direzione del «Secolo» per potersi dedicare interamente
alla diffusione del proprio ideale pacifista.55 A tale scopo, fonda un’apposita rivista, «La vita
internazionale», periodico quindicinale che vede la luce nel 1898 della cui redazione accettano di
fare parte personaggi di diverso calibro e provenienza, come Cesare Lombroso, Napoleone
Colajanni, Edoardo Giretti e Vilfredo Pareto. Fu questo il principale strumento da cui coordinò la
propria intensa attività propagandistica e organizzativa, in linea con quella del resto del pacifismo
ufficiale europeo.56

1.3 L’affermazione in età liberale e il Nobel (1907)

Nel maggio 1898, Moneta venne richiamato da Sonzogno a dirigere per un anno «Il Secolo», in
seguito all’arresto di Romussi nel corso dei moti di Milano.57 Nel teso clima politico-culturale di
quegli anni, neanche la pacifista «Vita internazionale» di Moneta sfuggì ad uno scontro con le
autorità, in occasione del noto “caso Tolstoj”.58
Con il cambio del secolo, il prevalere, all’interno del partito socialista (PSI) della corrente
riformista di Turati e Bissolati su quella intransigente di Enrico Ferri (VI congresso nazionale del
settembre 1900), permise a Giolitti, nella carica di ministro degli Interni del governo Zanardelli

54
Ivi, pp. 63-72.
55
Il ruolo di direttore del «Secolo» fu assunto da Romussi.
56
Nel 1891 erano nati il Bureau International de la Paix di Berna (BIP) e l’Union Interparlementaire (UIP), «basi
fondamentali del pacifismo novecentesco», attraverso le quali il movimento pacifista internazionale intendeva «gestire
il confronto fra le molte anime che lo componevano, concentrando in un solo punto saldo e legittimato la voce che
avrebbe dovuto dialogare con le Istituzioni politiche». (F. CANALE CAMA, La pace dei liberi e dei forti, cit., p. 54). Al
medesimo scopo di ricerca di un’identità comune viene coniato nel 1901 da Emile Arnaud il termine “pacifismo”, il
quale si impose rapidamente come etichetta sotto cui potessero identificarsi gli animatori delle Conferenze per la Pace,
fino a questo momento definiti “amici della pace” o “apostoli della pace” (cfr. ivi, p. 72).
57
A detta dello stesso Moneta, il suo ruolo in tale anno di direzione sarà più che altro di facciata (cfr. C. RAGAINI, Giù
le armi!, cit., p. 20).
58
Dopo aver lanciato un’inchiesta sul tema del militarismo (5 maggio 1898), Moneta decideva di pubblicare, fra le
risposte ricevute, anche quella del romanziere russo Lev Tolstoj (1828-1910), vero e proprio outsider del pacifismo
ufficiale, sostenitore di un pacifismo assoluto basato sul rifiuto di ogni forma di violenza e sull’obiezione di coscienza
considerato da molti pacifisti ufficiali intriso di anarchismo sovvertitore. (Cfr. G. PROCACCI, Premi Nobel per la pace e
guerre mondiali, cit., pp.16-20) Per tale motivo, il numero del 20 settembre 1898 fu censurato e il responsabile della
rivista, Antonio Dell’Orto fu chiamato in giudizio. Il processo, celebratosi il 10 novembre 1898 al Tribunale di Milano,
si risolse con un’assoluzione (in proposito, cfr. C. RAGAINI, Un quasi inedito di Tolstoi, in «Nuova Antologia» n. 2136
ottobre-dicembre 1980, nel quale l’intera vicenda è ricostruita con la pubblicazione integrale dell’articolo di Tolstoi).

15
(1901-1903), di aprire alla possibilità di una collaborazione fra tutte le forze riformiste. In tale
progetto politico, i pacifisti italiani e Moneta in particolare, esponenti di un liberalismo illuminato,
si riconobbero senza difficoltà: il che, nella pratica, coincise con un «solido appoggio alla politica
giolittiana».59
All’interno di tale clima politico favorevole e grazie all’ampia rete di relazioni intellettuali
accuratamente coltivata da Moneta fin dai tempi della direzione del «Secolo»,60 Moneta si affermò
in questi anni come indiscusso leader del pacifismo italiano.61 Dal punto di vista internazionale «dal
1903-1904 il pacifismo visse una fase di incrollabile ottimismo che Moneta non solo condivideva,
ma potenziava nella sua instancabile azione».62 La sua entusiastica fiducia nel progresso scientifico,
se da un lato gli fece sottovalutare, assieme alla maggioranza dei pacifisti europei, la portata
innovativa della guerra russo-giapponese del 1904-1905),63 lo spinse a celebrare l’apertura del
Traforo del Sempione (1906) e a curare l’allestimento di un Padiglione della Pace, in occasione
dell’Esposizione Universale, organizzata a Milano dall’aprile al novembre dello stesso anno.64
Proprio in corrispondenza degli ultimi mesi dell’Esposizione Universale si tenne a Milano, sotto la
presidenza dello stesso Moneta, il XV Congresso universale della pace (1906).
Tale prestigio nazionale ed internazionale all’interno del movimento pacifista venne coronato
nel 1907, con il conferimento del premio Nobel per la Pace condiviso con il francese Louis Renault.
La sua Nobel lecture, dal titolo La pace e il Diritto nella tradizione italiana, fu letta a Kristiania –
l’attuale Oslo – il 25 agosto 1909.65

59
Cfr. F. CANALE CAMA, La pace dei liberi e dei forti, cit., pp. 97-106, citazione a p. 103.
60
Tale ampia “rete di pace” è accuratamente ricostruita da Canale Cama nel suo recente studio, qui più volte citato.
61
«L’ascesa inarrestabile di un Moneta ormai settantenne fu decretata dal Congresso nazionale per la pace e l’arbitrato
svoltosi a Torino nel 1904, del quale fu nominato per acclamazione presidente». (F. CANALE CAMA, La pace dei liberi e
dei forti, cit., p. 108).
62
Ivi, p. 120.
63
Soltanto Bertha Von Suttner, la quale non condivideva l’entusiasmo positivista di Moneta e di molti altri colleghi
pacifisti, interpretò il massiccio impiego tecnologico di tale guerra come la spia inquietante di un imminente scontro
mondiale (cfr. ivi, pp. 113-116).
64
Ivi, p. 118
65
La pace ed il diritto nella tradizione italiana. Conferenza tenuta a Cristiania il giorno 25 agosto 1909 nel salone
dell'Istituto Nobel per la pace. Portici settentrionali, Milano 1909.

16
2 . «La pace dei liberi e dei forti»

2.1 Patria, pace, difesa

«Prima di dare l’anima sua all’ideale della pace, egli la diede alla causa dell’indipendenza
italiana».66
Il prima di tale affermazione, con cui lo stesso Moneta si descrive in una nota autobiografica,
andrebbe inteso, a ben vedere, più ancora che in senso cronologico, in senso logico. Quella
«religione della patria»67 che, fin da giovanissimo, lo aveva portato a combattere in nome della
causa dell’indipendenza e dell’unità nazionale, costituisce infatti il punto di partenza necessario per
la comprensione del pensiero pacifista di Moneta.
Durante la sua carriera di pacifista, Moneta si fa infatti promotore di un pacifismo in cui
l’aborrimento della violenza e l’appello alla pacifica convivenza fra gli uomini è subordinato solo al
supremo valore della patria.
L’accostamento antinomico fra aspirazioni umanitarie e ideali patriottici68 non è un’elaborazione
originale di Moneta, il quale, come già si é detto, «non fu tanto un assertore di idee nuove, quanto
un abile e capace divulgatore».69 Nel corso del XIX secolo, infatti, «l’ideale pacifista si era
incrociato ed era cresciuto parallelamente a quello della realizzazione nazionale».70
Un esempio di tale accostamento risiede nella concezione mazziniana della patria, intesa come
«mezzo altissimo, nobilissimo, necessario, ma mezzo, per il compimento del fine supremo:
l’Umanità, che è la Patria delle Patrie, la Patria di tutti. Senza patria, impossibile giungere
all’Umanità».71 Tale concezione è ripresa direttamente da Moneta:

Per noi figli del cristianesimo, discepoli della democrazia che ha la giustizia per meta e la
verità per bandiera, la patria è la terra che ci lega all’umanità, terra che dobbiamo amare,

66
Note autobiografiche redatte per il comitato del Nobel nel 1903 e rinvenute nell’archivio della Società per la pace e
la giustizia internazionale, trascritte in C. RAGAINI, Giù le armi!, cit., p. 113 e ss.
67
Sul passaggio ottocentesco da un’idea di nazione come sentimento all’idea di patria come volontà, cfr. F. CHABOD,
L’idea di nazione, Laterza, Roma-Bari 1962, pp. 61-62.
68
L’idea di nazione, che vede il proprio apogeo durante il Romanticismo è «l’affermazione del principio di
individualità, della singolarità di ogni popolo, rispetto per le sue proprie tradizioni, custodia gelosa delle particolarità
del suo carattere nazionale», in diretta opposizione con l’idea di pace, riconducibile a «tendenze cosmopolitiche,
universalizzati, tendenti a dettar leggi astratte, valide per tutti i popoli», tipiche del pensiero illuminista. (Cfr. ivi, p. 17-
18).
69
C. RAGAINI, Giù le armi!, cit., p. 23.
70
F. CANALE CAMA, La pace dei liberi e dei forti, cit., p. 16. A tal proposito, cfr. E. ROTA, I movimenti pacifisti
dell’800 e del ‘900, cit. p. 1974.
71
Cfr. F. CHABOD, L’idea di nazione, cit., p. 80.

17
perché qui abbiamo i nostri fratelli di fede e di combattimento, qui dobbiamo compiere i
nostri doveri di uomini e di cittadini.72

Vero modello per Moneta, in tal senso, è quello stesso Garibaldi che era stato suo comandante sul
campo. Nella sua Nobel lecture, Moneta ricorda che:

Garibaldi [...] ha vinto la battaglia del Volturno alla fine di settembre 1860 ed il giorno
successivo, nella sua facoltà di dittatore dell’Italia del sud, trasmise un messaggio alle potenze
d’Europa, esortandole a mettere fine alle guerre e agli armamenti unendosi in una
confederazione europea.73

La stessa apparente contraddizione era già presente nell’atto di nascita del moderno pacifismo
europeo, il Congresso internazionale della pace di Ginevra del 1867, il quale si tenne a ridosso della
terza guerra di indipendenza italiana e appena prima della guerra franco prussiana, e alla quale, non
a caso, Garibaldi prese parte con la carica di presidente onorario.
È in tale contesto che bisogna inquadrare il tentativo, che resterà costante all’interno della vita di
Moneta, di conciliare l’ideale patriottico risorgimentale con il nuovo ideale pacifista: «per un’intera
generazione impegnata nella battaglie risorgimentali, insomma, l’ottica di un pacifismo, per così
dire, patriottico significava la ricomposizione di un’antinomia concettuale ma anche biografica».74
Ora, se la premessa necessaria per comprendere l’ideologia di Moneta è la sua «giusta
collocazione nel contesto dell’antinomia ottocentesca fra pacifismo e patriottismo»,75 non si deve
tuttavia dimenticare che la vita di Moneta si svolse (a differenza di quella di Garibaldi, la cui morte
risale al 1882) in un’epoca in cui ideali nazionalisti e universalisti andranno incontro ad un processo
di crescente polarizzazione.
In particolare, la nascita ed il diffondersi di ideologie nazionaliste e imperialiste, costrinsero Moneta
a tentare di distinguere il nuovo patriottismo «cieco e belligero» dal «ben più sensato e provvido
patriottismo degli amici della pace»:76

72
E.T. MONETA, Il vero amor di Patria, «Il Secolo», 22 agosto 1881, cit. in C. RAGAINI, Giù le armi!, cit., p. 23.
73
E.T. MONETA, La pace ed il diritto nella tradizione italiana. Conferenza tenuta a Cristiania il giorno 25 agosto 1909
nel salone dell'Istituto Nobel per la pace. Portici settentrionali, Milano 1909, p. 18. Moneta si riferisce al Memorandum
alle potenze europee, pubblicato da Garibaldi sulla rivista «Il Diritto» il 20 ottobre 1860, in cui la speranza di un
continente senza guerre si legava alla proposta dell’istituzione di uno Stato unico europeo sotto l’egida e l’influenza di
Francia e Inghilterra (cfr. F. CANALE CAMA, La pace dei liberi e dei forti, cit., pp. 21-22).
74
Ivi, p. 21.
75
C. RAGAINI, Giù le armi!, cit., p. 52.
76
E.T. MONETA, I due patriottismi, «La Vita Internazionale», 20 giugno 1910.

18
Bisogna in tutte le occasioni, colle parole e cogli scritti dimostrare che il patriottismo vero e
salutare è quello che si ispira alle più nobili tendenze del proprio tempo e alle leggi della civiltà;
quello che vuole la propria patria libera, prospera, onorata per virtù civili e non s’ingelosisce,
ma gode del senno e della virtù che animano altri popoli; patriottismo questo, che non ha nulla
di comune con quello gretto, angusto, geloso e borioso, che sogna e vede la grandezza del delle
altre nazioni.77

Compito, quest’ultimo, tutt’altro che semplice; soprattutto quando, parallelamente, Moneta investì
energie non minori nel difendere il proprio pacifismo patriottico dalle accuse di codardia e
antipatriottismo:

Per la maggior parte degli uomini noi siamo gente insensibile agli slanci dell’anima popolare; la
nostra morale è floscia e arcadica; ponendo la conservazione della vita come il primo dei doveri
dell’uomo e della società, noi mostriamo di apprezzare la vita più dell’onore, più dei grandi
interessi della patria e della civiltà, per i quali in ogni tempo fu bello e glorioso combattere e
morire. È questa prevenzione sinistra che noi dobbiamo distruggere. Noi dobbiamo dire e
proclamare che crediamo legittima e doverosa la difesa della patria, pronti ciascuno di noi a
difendere la nostra, se fosse assalita […].78

Lo stesso Moneta sembra testimoniare la difficile convivenza fra le sue due anime, quella patriottica
e quella pacifista:

[...] il militante della pace ha ceduto sovente la penna al patriota, che partecipò agli entusiasmi
del periodo della preparazione e alle lotte ardimentose delle Cinque Giornate, e amico intimo
di molti combattenti di Roma e di Venezia, serba in cuore di quegli anni i più vivi ricordi,
sente ancora il fremito che tutti invadeva correndo alle battaglie, ricorda le sconfitte, che non
prostrarono, ma rinvigorirono il proposito di prepararsi a nuova e più forte riscossa.79

È nell’ambito di tale costante e difficile tentativo di conciliare due anime sempre più
antinomiche che, a mio avviso, va inquadrata quella lettura della vita di Moneta ‒ da lui stesso
promossa, soprattutto nell’ultima fase della sua vita e avallata da diversi studiosi ‒ tesa a far risalire
l’origine del suo credo pacifista già all’epoca delle guerre di indipendenza. In particolare, ci si
sofferma spesso sull’episodio delle cinque giornate di Milano, da Moneta narrato in più occasioni,
secondo cui la vista di alcuni soldati austriaci feriti a morte avrebbe inciso profondamente la sua
coscienza di quattordicenne, determinando una svolta nella sua vita:

77
E.T. MONETA, Verso l’ideale, «La Vita Internazionale», 20 dicembre 1905.
78
E.T. MONETA, Contro il militarismo e lo spirito di conquista, in «La Vita Internazionale», 5 maggio 1902.
79
E.T. MONETA, Le guerre, le insurrezioni e la pace nel secolo XIX, compendio storico e considerazioni, Società
tipografica editrice popolare, vol. I, Milano 1904, p. V.

19
Io li vidi, coperti da una stuoia, due ore dopo; uno di essi, che doveva soffrire terribilmente,
mandava i rantoli della morte. Allora avvenne nell’animo mio un subitaneo rivolgimento.
Quella lotta, alla quale io pure avevo un po’ partecipato, e che mi aveva immensamente
esaltato, come opera gloriosa e santa, ora mi appariva come cosa assolutamente barbara e
crudele e inumana. Pur riconoscendo, anche in quel momento, che la insurrezione e la guerra
per la liberazione d’un popolo dalla dominazione straniera sono una suprema necessità e un
diritto degli oppressi, sentii per istintiva intuizione, che il primo e sacrosanto dovere della
civiltà è quello di dar opera perché le questioni di nazionalità e ogni altra di carattere
internazionale siano risolte con forme giuridiche, senza le stragi. Questi due sentimenti –
quello del diritto che ha ciascun popolo al pieno esercizio della sua autonomia e quello del
dovere dei governi liberi e più civili di mettersi d’accordo perché una legge di giustizia imperi
un giorno non lontano su tutte le nazioni piccole e grandi – rimasero d’allora in poi, sempre
impressi nell’animo mio, e sono quelli che diedero la direzione a tutta la mia vita.80

Bisogna tuttavia guardarsi ‒ perlomeno nell’ambito di una ricostruzione scientifica quale quella
cui si mira in questa sede ‒ dal prendere eccessivamente alla lettera dichiarazioni come questa, le
quali, per il loro stesso carattere autobiografico, non possono esulare da una naturale
reinterpretazione degli eventi passati in funzione della visione del presente e, soprattutto, del futuro
di chi parla.81 Fatta tale premessa, non si pensi che queste considerazioni autobiografiche di Moneta
siano prive di interesse. Esse costituiscono infatti la conferma, in primo luogo, di un «approccio
essenzialmente sentimentale all’idea della pace»,82 che nasce da un moto dell’animo; nonché, in
secondo luogo, della intima connessione del pacifismo di Moneta con la sua esperienza
risorgimentale.
È significativo ad esempio che, considerando a posteriori le ragioni del suo abbandono della
carriera militare, avvenuta in seguito alla sconfitta di Custoza del 1866, Moneta affianchi alla
ragione umanitaria una seconda e non meno influente ragione: «La vista dei morti e dei feriti e
l’infelice esito di quella battaglia non fecero che confermare nel suo animo la condanna delle

80
E.T. MONETA, Le cinque giornate, in «La Vita Internazionale», 20 aprile 1911.
81
È l’errore commesso più volte da Ragaini nel suo più volte citato studio su Moneta. L’episodio delle Cinque giornate
di Milano potrebbe, a suo avviso «sembrare rimeditazione senile di un episodio toccante della fanciullezza, valutato a
distanza nelle sue rappresentazioni future» oppure necessità di trovare una giustificazione morale per avere egli stesso
portato le armi contro i suoi simili, ma «è in realtà la rappresentazione sincera della presa di coscienza di una tematica
pacifista che accompagnerà Moneta in tutta la sua vita». (C. RAGAINI, Giù le armi!, cit., p. 27) In tal modo, dando cioè
totale affidabilità storica ad una rilettura autobiografica dello stesso Moneta, Ragaini arriva ad affermare che «le
aspirazioni verso una forma di civile convivenza internazionale» Moneta le «portava nel sangue fin dalle prime
esperienze risorgimentali» (ivi, p. 20). Poco dopo, per sostenere che «qualunque sia l’interpretazione che si può dare
delle cause intime che possono aver indotto il giovane Moneta alla decisione di dedicare le proprie forze alla causa del
pacifismo, è un fatto che fin dal 1867, quando sarà chiamato ad assumere la direzione del Secolo, egli ha già delineato il
programma che ispirerà d’ora in poi la sua vita», cita – a dimostrazione di tale fatto – una dichiarazione autobiografica
del Moneta di Patria e Umanità, scritto del 1912 (ivi, p. 33).
82
C. RAGAINI, Giù le armi!, cit., p. 23.

20
guerre».83 La delusione amara per l’esito della battaglia viene posta, alla pari dell’orrore per la
guerra, a fondamento della svolta in senso pacifista. Scorrendo rapidamente i quattro volumi del
suo compendio storico sulle Guerre, le insurrezioni e la pace nel secolo XIX, si nota come alla
denuncia del pacifista contro l’orrore della guerra84 si unisca non di rado l’invettiva contro
l’impreparazione dei comandanti e la disorganizzazione delle forze italiane, considerati responsabili
della sconfitta:

Una guerra d’indipendenza un popolo non deve intraprenderla se non quando, insieme con la
coscienza del suo diritto, ha pur quello della sua forza; se non quando, il vincere, il morire è
divenuto fermo proposito di tutte le classi, dell’esercito e del paese; se non quando le buone
armi, il numero e il valore dei soldati e l’intelligenza dei capi formano un tutto organico, che
dà la sicurezza della vittoria. A queste sole condizioni una guerra, che è sempre calamitosa
anche quando è legittima, può essere giustificata. Ma volerla intraprendere quando manca una
pur sola di queste condizioni, è un delitto non soltanto contro l’umanità, ma anche contro la
patria.85

Ciò diventa particolarmente evidente nel volume IV, dedicato per l’appunto alle battaglie di Custoza
e di Lissa.86 La delusione del patriota sembra qui addirittura prevalere sul pacifista:

Sanguina ancora il cuore quando si ritorna col pensiero al gran momento che all’Italia
allora s’era presentato di risorgere in tutta la sua grandezza delle sue glorie antiche e degli
sperati destini, cancellando con la prova di senno e di valore nella guerra da tanti anni attesa,
tutte le vestigia che avevano lasciato nel suo popolo tre secoli di vita imbelle e servile.87

È alla luce di dichiarazioni come queste che Meda può arrivare a supporre che la vocazione al
pacifismo di Moneta scaturisca prevalentemente dal timore che:

83
Note autobiografiche trascritte in C. RAGAINI, Giù le armi!, cit., p. 114.
84
«Quando si pensa che simili torture sono l’effetto di tutte le battaglie, chi non vede che la guerra, anche quando
avviene per l’indipendenza di una nazione, è sempre una cosa orribile, la quale diventa una tremenda accusa contro la
bugiarda civiltà d’oggi? E chi non sente che il primo dovere dei popoli e dei governi liberi dovrebbe essere quello di
cercare un’altra via per far trionfare la libertà e la giustizia fra le nazioni?» (E.T. MONETA, Le guerre, le insurrezioni e
la pace nel secolo XIX, cit., vol. II, Milano 1905, p. 328).
85
Ivi, p. 5.
86
Nell’introduzione al volume, Moneta attribuiva a queste battaglie, più che un valore esemplare dell’orrore della
guerra, quello di «monito severo per tutti coloro i quali, senza essersi mai informati esattamente su ciò che furono le
nostre ultime guerre e senza darsi alcuna pena per conoscere le condizioni reali politiche e militari del paese nostro,
vorrebbero spingerlo a nuove, forse disastrose guerre» (E.T. MONETA, Le guerre, le insurrezioni e la pace nel secolo
XIX, cit., vol. IV, Milano 1910, p. VII). E, più avanti, sosteneva essere «[...] segno di imperdonabile leggerezza gridare
tratto tratto guerra, guerra, fare di questo il programma della propria politica e non pensare mai a ciò che la guerra
veramente sia e alle condizioni necessarie per vincerla» (ivi, p. 291).
87
Ivi, p. 338.

21
[…] ogni guerra sarebbe per l’Italia un disastro; e anche non si sa bene se per colpa
dell’educazione o per colpa della natura del nostro popolo: onde verrebbe fatto di chiedere se
dunque, quando il Moneta avesse potuto persuadersi che l’Italia fosse divenuta matura per la
guerra, avrebbe messo da un canto il suo pacifismo e sarebbe diventato nazionalista.88

2.2 Difesa, disarmo, «nazione armata»

Se il pacifismo patriottico è quella dottrina che subordina l’aborrimento delle guerre soltanto al
supremo valore della patria, è per logica conseguenza che il pacifismo di Moneta non esclude a
priori il ricorso alla violenza, ammettendone la liceità in quei casi particolari in cui tale valore
primario sia messo in gioco. Giusta sarà, pertanto, la guerra di difesa, in nome della patria, della
libertà e del diritto:

Condannando tutte le guerre si dà buon gioco a coloro che tutte le giustificano. Ora io sono
convintissimo che per arrivare al più presto alla cessazione delle guerre bisogna diffondere e
far accettare dall’opinione pubblica il principio della legittimità e del dovere della difesa, e
che a tutela del debole aggredito anche i più forti debbano intervenire. Quando governi e
popoli sapranno che l’aggressione da tutti condannata va incontro a quasi sicura sconfitta, e
quando tutti provvederanno alla sola difesa, le guerre cesseranno per difetto di aggressori [...].
Se la forza adoperata per opprimere dev’essere esecrata, è invece provvida quando è usata a
guarentigia della libertà e del diritto; operando diversamente si giova ai violenti, non alla
causa dell’umanità e della pace.89

I limiti della guerra giusta, tuttavia, tendono non di rado a farsi più labili all’interno del discorso di
Moneta. Alla necessità della difesa, alla rivendicazione della libertà e dell’indipendenza, si
aggiungono talvolta altri concetti, più ampi e generici:

La rivendicazione della libertà e della indipendenza, la difesa della civiltà e della fede, la
riconquista di un sacro diritto, conculcato in noi o nei nostri simili, ecco le idee che, quando
sono maturate nella coscienza di un popolo, imprimono a tutta una nazione un impulso
irresistibile. Allora la religione dell’ostilità – per dirla colle parole di Spencer – viene in aiuto
alla religione della concordia. Allora si fa veramente la guerra, come voleva Machiavelli, per
avere la pace. Allora il soldato sa che la sua vita non è perduta, perché sente che la dà per la
grandezza della patria, della civiltà e che egli rivivrà benedetto nelle più tarde generazioni. La
guerra in casi simili non cessa di essere cosa orrenda, ma la responsabilità ricade su chi l’ha

88
F. MEDA, Teodoro Moneta, in Uomini e tempi, Milano 1921, cit. in C. RAGAINI, Giù le armi!, cit., p. 32.
89
E.T. MONETA, Lettera al Presidente e ai membri del X Congresso universale della Pace in Glasgow, in «La Vita
Internazionale» 20 settembre 1901, cit. in C. RAGAINI, Giù le armi!, cit., p. 55.

22
resa necessaria, non su chi combatte per la libertà e pel diritto. Allora la forza non è impiegata
che per eliminare la brutalità che si oppone al diritto e alla libertà.90

I concetti di “difesa”, “libertà” e “indipendenza” si confondono, in un discorso che esula dal rigore
teorico, con “fede”, “civiltà”, “sacro diritto”. La guerra diventa allora giusta, più in generale, in
vista di un generico fine morale superiore, di civiltà e di giustizia:

Sia essa pur bella ed eternamente poetica come una tradizione bugiarda la decanta, oppure
crudele ed abominevole dal punto di vista morale, vi sono ancora delle guerre che in questo
triste periodo di una mezza civiltà, non è possibile, né forse converrebbe evitare; e noi italiani
che la nostra indipendenza e unità vedemmo sorgere dalle guerre, non possiamo tutte
maledirle. Ma perché la coscienza umana sospenda il suo anatema alla guerra, bisogna avere
la certezza che un alto fine di civiltà e di giustizia senza di essa non si sarebbe potuto
raggiungere.91

Tale giustificazione della guerra, che non è soltanto di liberazione nazionale, ma diretta a «un alto
fine di civiltà e di giustizia», è già presente nell’ultimo Mazzini: «santa è ogni guerra comandata
dalla necessità di un progresso vitale verso il fine comune assolutamente vietato per ogni altra via o
contro chi contende ad un popolo libertà di compiere la propria missione».92
La teoria della liceità della guerra difensiva, concepita in tale forma, costituisce il punto di partenza
su cui poggia l’obiettivo primario del pacifismo di Moneta, sul quale maggiormente e più
diffusamente si concentrò il suo impegno pacifista, ovvero il disarmo delle nazioni.
Le tesi di Moneta sulla riforma dell’esercito e sull’educazione militare, sostenute fin dai
primissimi anni dalle colonne del «Secolo», costituiscono il primo nucleo di tale teoria. Inserite
successivamente nel quadro più ampio della sua teoria di pace internazionale, esse si presentano
«con sostanziale coerenza e identità di vedute» 93 lungo tutta la sua carriera di pacifista, in numerosi
articoli e conferenze.94

90
E.T. MONETA, Del disarmo e dei modi pratici per conseguirlo per opera dei governi e dei parlamenti, relazione
tenuta a Roma in occasione del primo Congresso nazionale per la pace del 1889, p. 60, cit. in C. RAGAINI, Giù le armi!,
cit., p. 54.
91
E.T. MONETA, La Guerra per Cuba, «Il Secolo», 23 aprile 1898 cit. in C. RAGAINI, Giù le armi!, cit., p. 55.
92
G. MAZZINI, Politica internazionale, «La Roma del Popolo», n 4, 5, 6, (1971), in G. MAZZINI, Scritti editi e inediti di
Giuseppe Mazzini. Edizione diretta dall'autore, vol. XVI, Politica vol. XIV, p. 131.
93
C. RAGAINI, Giù le armi!, cit., p. 69.
94
Il testo in cui questa teoria è esposta nella maniera più organica risale infatti al 1899 ed è la già citata relazione Del
disarmo e dei modi pratici per conseguirlo per opera dei governi e dei parlamenti, tenuta a Roma in occasione del
primo Congresso nazionale per la pace. A riprova della sostanziale continuità di tale discorso, si leggano, fra i molti
esempi possibili, la relazione Contro il militarismo e lo spirito di conquista, presentata al Congresso di Monaco del
1902, in cui i termini del discorso sono riattualizzati in armonia con la nuova cornice politica dell’età dell’imperialismo
e dell’avanzare del nazionalismo (il testo in italiano è riportato, diviso in due parti, in «La Vita Internazionale» del 20

23
Obiettivo di Moneta è il superamento del sistema degli eserciti permanenti, considerati troppo
costosi e causa in sé stessi del continuo scoppiare di scontri fra le nazioni:

Per mantenere questo lusso d’armati, che fanno della pace un’atroce ironia, l’Europa spende
all’incirca quattro miliardi all’anno; e una somma non minore importano gli interessi dei
cento e più miliardi di spese che le guerre e la pace armata di questi anni hanno cagionato.
Sono dunque più di nove miliardi che l’Europa spende annualmente per difendersi. Gli
armamenti di uno stato provocano quelli degli altri e l’eccesso della difesa diventa a sua volta
minaccia. L’unico rimedio sarebbe il disarmo, e il disarmo è già stato chiesto, invocato e
implorato nelle città e nelle campagne, da chi maneggia la penna e da chi maneggia la zappa
[…].95

Tuttavia, coerentemente con la sua concezione di liceità della difesa, Moneta non propugna un
disarmo integrale in chiave antimilitarista, bensì una riforma basata sull’istituzione di un sistema
difensivo permanente che facesse di ogni paese una «nazione armata», definizione che Moneta
riprende da Cattaneo96 e di cui individua un modello esistente nella vicina Confederazione
Elvetica.97
Sul piano tecnico, Moneta propugna la riduzione del periodo di leva a un anno98 e l’abolizione della
ferrea burocrazia di caserma, simboleggiata nelle cerimonie di piazza d’armi.99 Di fronte
all’obiezione secondo cui un disarmo, anche parziale, sarebbe equivalso a debolezza militare,
Moneta risponde che la vera forza sta nella preparazione morale:

aprile e del 5 maggio 1902), l’articolo L’antimilitarismo nell’esercito, «La Vita Internazionale», 20 ottobre 1905 e la
Nobel lecture di Moneta del 1909.
95
E.T. MONETA, Del disarmo, cit., p. 54, cit. in C. RAGAINI, Giù le armi!, cit., p. 70.
96
Secondo Carlo Cattaneo (1801-1869), «le patrie dovevano essere armate, ma di semplici milizie nazionali per la
difesa, non di eserciti destinati alla conquista. Esse potevano vivere l’una accanto all’altra senza nuocersi, senza
impedirsi» (L. SALVATORELLI, Il pensiero politico italiano dal 1700 al 1870, Einaudi, Torino 1949, p. 376).
97
Cfr. E.T. MONETA, Un paese invidiabile, appunto manoscritto riportato in C. RAGAINI, Giù le armi!, cit., pp. 140-
141, dove di tessono le lodi della Svizzera. Lo stesso modello svizzero era indicato da Cattaneo (cfr. L. SALVATORELLI,
Il pensiero politico italiano dal 1700 al 1870, cit., p. 377).
98
«I più competenti dell’arte militare vi diranno col generale Trochu che un anno di tirocinio basta a formare un buon
soldato. Non importa, bisogna che sia trattenuto tre o quattro anni sotto le armi, salvo, tornato a casa, a lasciarlo in
completo abbandono per quanto riguarda la più importante delle esercitazioni militari, il tiro a segno. Si vuol
giustificare questo sistema col pretesto della disciplina, la quale è dai militaristi intesa a questo modo, che se il paese ha
interessi e aspirazioni per la pace, lo spirito militare, di cui la disciplina è ministro, deve infondere nel soldato
sentimenti affatto opposti». (E.T. MONETA, Del disarmo, cit., p. 63, cit. in C. RAGAINI, Giù le armi!, cit., p. 72).
99
«Le inutili lungaggini nelle più piccole cose, le esercitazioni a solo scopo di parata, tutte le pedanterie del vecchio
mestiere, dovevano essere abbandonate, per essere sostituite da una istruzione intensa, pratica, diretta a rendere familiari
al soldato le operazioni più proprie a farsi davanti al nemico, delle quali il ben tirare e l’ordine sparso per la fanteria
avrebbero dovuto essere le principali» (E.T. MONETA, Le guerre, le insurrezioni e la pace nel secolo XIX, cit., vol. IV,
Milano 1910, p.13).

24
Alcuni hanno detto che un disarmo, anche parziale, ci renderebbe deboli. A codesti signori,
che per lo più sono ignari di cose militari, si potrebbe rispondere di andare a scuola di scienza
militare. Interrogate i dotti nell’arte della guerra, compulsate le storie, e tutti vi risponderanno
che le baionette ed i cannoni non bastano per vincere le battaglie. Condizione principale per
vincere è la forza morale, la quale esiste solo là dove si combatte per una causa giusta, là dove
il soldato sa che dietro di lui c’è la coscienza di tutto il paese.100

La patria dovrebbe pertanto concentrare le proprie energie – e investire le proprie risorse - non tanto
nel riarmo, quanto nell’educazione alla morale patriottica e alla pratica delle armi, da mettere in
campo in caso di guerra difensiva. Dal punto di vista pratico, ciò si traduce nella richiesta di inserire
l’insegnamento di educazione militare nelle scuole e nel tiro a segno obbligatorio fin da bambini:

All’esercito permanente, prodotto dall’antico monarchismo militarista, troppo costoso in


tempo di pace, abbiamo sempre sostenuto preferibile un ordinamento, che faccia
dell’educazione militare e civile una cosa sola, che generalizzi e renda obbligatorio alla
gioventù il tiro a segno, metta in maggior armonia l’ordinamento militare colle altre
istituzioni civili, e possa in una guerra di difesa mettere in azione tutte le forze vive del paese.
In conclusione il nostro antimilitarismo si traduce nell’idea di una razionale e più estesa
militarizzazione del paese.101

2.3 Barbarie e civiltà

La base filosofica della concezione pacifista di Moneta può essere, da un lato, ricondotta
all’hobbesiano homo homini lupus: «l’uomo civile non è che una belva domesticata; grattatelo e vi
troverete sotto la tigre, l’orso, la jena».102 Su tale concezione si innesta, dall’altro lato, una profonda
fede positivista: la certezza che al progresso scientifico e industriale si accompagni un inarrestabile
progresso umano e civile, «gli infonde fiducia nella possibilità dell’uomo di rigenerarsi dalla

100
E.T. MONETA, Il governo e la Nazione, discorso tenuto a Milano il 9 dicembre 1888, cit. in C. RAGAINI, Giù le
armi!, cit., p. 69.
101
E.T. MONETA, L’antimilitarismo nell’esercito, «La Vita Internazionale», 20 ottobre 1905. L’utilità della
preparazione fisica e dell’educazione militare già a partire dalla prima educazione, sostenuta da Moneta fin dai primi
anni della direzione del «Secolo», fu posta al centro della rilettura del pensiero di Moneta in epoca fascista. I pacifisti
italiani dell’Unione Lombarda, continuatori dell’opera di Moneta, rivendicarono, nelle idee del loro primo presidente,
un’prefigurazione dello spirito dell’Opera nazionale Balilla, affermando che «la Società milanese per la Pace anticipava
così d’un quarantennio l’idea della militarizzazione integrale attuata oggi dal Governo Fascista» (V. GROSSI, Le
pacifisme européen 1889-1914, Bruylant 1994, p. 263).
102
E.T. MONETA , Filosofando, «Il Secolo», 28 novembre 1897, cit. in C. RAGAINI, Giù le armi!, cit., p. 35.

25
violenza originaria verso uno stato di civiltà nella quale la morale della pace abbia il
sopravvento»:103

Predicata dal cristianesimo a tutti gli uomini, di buon volere, annunciata dalla Rivoluzione
come frutto di libertà, prodotto della evoluzione storica, la pace segna un grado superiore
nella civiltà, è arra di universale progresso, è pegno di unione fra le genti.104

In tale concezione, la guerra viene pertanto a coincidere con un «avanzo di barbarie»,105 mentre
la pace è il portato della civiltà. Se le guerre non sono ancora del tutto scomparse è perché lo stato
di barbarie è sempre in agguato nelle profondità dell’uomo, nascosto sotto lo strato superficiale
della civiltà:

Gli uomini della guerra hanno questo grande vantaggio sopra di noi, propugnatori della pace,
che noi facciamo assegnamento sulla maturità intellettuale e morale dell’uomo, alla quale
pochissimi sono finora arrivati; essi sulla belva-uomo, che dorme ancora nel fondo dell’animo
di quasi tutti noi, e a risvegliarla nei popoli basta destare in essi fortemente l’amor proprio e
l’orgoglio nazionale.106

Ciononostante, il culto della forza, «eredità psichica della barbarie»,107 è destinata a essere travolta
dall’inarrestabile cammino del progresso e della civiltà. Verrà infatti un’epoca in cui la pace
trionferà del tutto:

La guerra è invecchiata, con essa si chiude un lungo periodo della storia dell’umanità. La pace
fra le nazioni a cui il mondo aspira segnerà il punto di partenza di un’era nuova: l’Era del
lavoro fecondo e benefico. Questo passaggio da un periodo all’altro è inevitabile, tutta la
storia dell’evoluzione umana vi dice che è già cominciato. Quando sarà compiuto? In trenta o
quarant’anni o fra due secoli? […] Il progresso, che fu in passato lento e saltuario perché
opera soltanto degli istinti, potrà essere d’ora innanzi più rapido e più costante, se guide di
popoli saranno gli uomini nutriti alle fonti pure e nutrienti delle verità scientifiche.108

All’interno di tale inarrestabile cammino della storia che porta dalla barbarie della guerra alla
civiltà della pace, Moneta individua nell’avvento del cristianesimo il momento di svolta verso il

103
C. RAGAINI, Giù le armi!, cit., p.40. Su tale positivismo si veda anche lo scritto inedito di Moneta La pace e la
guerra nella storia e nella scienza (1888), ivi riportato in appendice, pp. 116-134.
104
E.T. MONETA, Le guerre, le insurrezioni e la pace nel secolo XIX, cit., vol. I, Milano 1902, p. 98.
105
E.T. MONETA, Del disarmo, cit., p. 60, cit. in C. RAGAINI, Giù le armi!, cit., 54.
106
E.T. MONETA, Contro il militarismo e lo spirito di conquista, «La Vita Internazionale», 5 maggio 1902.
107
E.T. MONETA, Verso l’Ideale, «La Vita Internazionale», 20 dicembre 1905.
108
E.T. MONETA, La pace e la guerra nella storia e nella scienza, 1888, scritto inedito riportato in C. RAGAINI, Giù le
armi!, cit., p. 131.

26
trionfo dell’idea della pace fra gli uomini. La distinzione fra bellicismo e pacifismo assume i
contorni di una contrapposizione manichea fra due morali opposte, «quella del male e del bene,
dell’amore e dell’orgoglio».109 Simbolo della morale pacifista diventa un protocristianesimo dai
tratti idealizzati, cui si contrappone la morale pagana di un altrettanto vago Impero Romano, per sua
natura belligero e sanguinario:

[...] Presso i barbari e presso i Romani le conquiste, le rapine, il massacro dei nemici facevano
parte della loro morale. Non così nelle nazioni, sieno cattoliche o protestanti, nelle quali passò
il soffio del cristianesimo; è una nuova era che si apre. La tendenza alla violenza dovrebbe
essere vinta e la religione dell’amore regnare ormai sovrana. La pace è la prima parola con cui
il Cristianesimo è annunciato, è l’ultima che come saluto e promessa Gesù rivolge ai suoi
apostoli nel momento di lasciarli per sempre.110

Dalla distinzione di queste due morali, in continuo scontro nell’Europa e negli uomini, emerge
una sorta di inconsapevole autoritratto dello stesso Moneta, in cui si scontrano continuamente
l’anima del patriota e quella del pacifista:

La civiltà, che da gran tempo s’è convenuto di chiamare cristiana, della quale menano vanto i
popoli d’Europa, dove ebbe la culla, non è uscita da un’unica fonte e non ha, come direttrice
della vita, una sola altissima idea. Derivata dall’innesto del cristianesimo sull’imperialismo
romano, ha due faccie (sic) e due morali, cristiana l’una, pagana l’altra. Colla prima esalta la
povertà, la mansuetudine, il perdono delle offese, vuole il soccorso ai miseri, condanna l’odio
e la violenza, e impone l’amore per tutti gli uomini, compresi i nemici, a qualunque razza e
qualunque religione appartengano. Colla seconda, la morale imperialista romana, esalta la
forza, coltiva, in nome del patriottismo, la boria nazionale e gli odii fra i popoli, divinizza la
guerra, legalizza e incoraggia, come necessità o legge di guerra, il furto, la rapina, la frode,
l’incendio, il saccheggio, le umane stragi e fa della più estesa possibile dominazione su
uomini e popoli, lo scopo principale della politica. Sono dunque due morali, in opposizione
l’una all’altra, che si contendono la direzione della nostra civiltà.111

È in una sorta di punto intermedio fra questi due ideali estremi che Moneta intende collocare il
proprio pacifismo patriottico. Se, come abbiamo visto, la «morale imperialista romana» è quella
attribuita da Moneta ai nazionalisti, da cui cercherà sempre ‒ perfino dopo l’appoggio alla guerra di
Libia ‒ di distinguersi, analogamente egli sottolinea fermamente la propria distanza anche da questa
«morale cristiana». Se assunta nella sua coerenza e integrità, infatti, essa dà infatti luogo ad un
pacifismo assoluto basato sul rifiuto integrale della violenza, quale era stato il pacifismo dei

109
C. RAGAINI, Giù le armi, cit., p. 37.
110
E.T. MONETA, I primi cristiani e la chiesa, appunto inedito trascritto in C. RAGAINI, Giù le armi, cit., pp. 138-140.
111
E.T. MONETA, Le guerre, le insurrezioni e la pace nel secolo XIX, cit., vol. III, Milano 1906, p. 182.

27
quaccheri durante la guerra di secessione americana112 e quale era quello di cui, negli stessi anni di
Moneta, si stava facendo promotore il romanziere russo Lev Tolstoj.113

Con il cristianesimo si apre un’era del nuova nell’umanità nella quale la violenza dovrebbe
essere vinta e la religione dell’amore regnare sovrana. Il discorso della Montagna è un
annuncio di pace e un invito alla concordia: «amate i vostri nemici. Fate del bene a quelli che
vi odiano. Se qualcuno vi colpisce nella guancia destra, offrite la sinistra» [...]. Voi sapete che
facendo di queste parole il perno della legge di Cristo, Tolstoj ai giorni nostri si fece banditore
della dottrina della non resistenza. Ai sensi di questa dottrina, se un ladro entra nella nostra
casa, per rubarvi, voi dovete lasciargli portar via tutto quello che gli piace; se un assassino sta
per uccidere un uomo qualunque, non dovete usare la forza per strapparglielo, se un esercito
straniero entra nel paese per conquistarlo, nessuno deve fargli resistenza. Forse mi sbaglierò,
ma a me sembra che si possa essere un buon cristiano senza giungere a questi estremi. Ciò che
tuttavia si deve riconoscere é che la condotta dei cristiani nei primi tre secoli a cominciare da
quelli che gli insegnamenti del Vangelo appresero dalla viva voce degli apostoli, dà ragione
alla dottrina della non resistenza.114

Fra tale pacifismo assoluto ed il suo equivalente a polo invertito, il patriottismo «deturpato e falso
[...] che diede pretesto a quasi tutte le guerre del passato e che mantiene anche oggi l’inimicizia fra
le nazioni civili», Moneta individua «un altro patriottismo, elevato, che vuole la libertà per la
propria patria e per le altre, e tende ad affratellarle tutte nell’amore della giustizia».115 Il fatto che,
nonostante ciò, Tolstoj si ostini ad «odiare» il patriottismo, a «maledirlo e a volerlo distrutto fin
d’ora come un prodotto dell’egoismo», è perché non capisce che esso è connaturato a quella stessa
«legge di natura che porta alla conservazione della specie».116 Quella di Tolstoj è, in conclusione,
una logica che «ha contro di sé la storia, gli istinti più profondi dell’uomo e lo stesso buon
senso».117

112
Movimento religioso cristiano nato nel XVII secolo in Inghilterra e poi diffusosi nelle colonie americane. I quaccheri
furono la prima comunità cristiana a combattere la schiavitù. Il quaccherismo non ha una professione di fede ufficiale,
considerando appartenenti alla sua chiesa tutti coloro che ascoltano la voce di Dio, presente nel cuore di ogni uomo. La
Chiesa non si sovrappone né si oppone allo Stato, ma non gli permette di violare la coscienza religiosa e morale
dell’individuo o della comunità, che sono una cosa sola: da questo atteggiamento derivano una serie di posizioni
rispetto a consuetudini civili e religiose, come, per esempio, l’avversione assoluta al servizio militare e il rifiuto di
prestarlo.
113
Sul pacifismo di Tolstoj e il suo rapporto al pacifismo democratico europeo, cfr. G. PROCACCI, Premi Nobel per la
pace e guerre mondiali, cit., pp.16-20.
114
E.T. MONETA, I primi cristiani e la chiesa, in C. RAGAINI, Giù le armi, cit., p. 138.
115
E.T. MONETA, La patria e l’umanesimo tolstoiano, «La Vita Internazionale», 20 dicembre 1898.
116
Ibidem. Al passo citato segue una difesa del patriottismo, ambiguamente inteso come sinonimo di “amore per il
prossimo”: «Fra l’amore di sé e l’amore sociale non esiste antinomia. L’uomo non può essere utile agli altri senza
provvedere alla conservazione di sé stesso. È la ristrettezza di mente di pretenziosi filosofi, che ha voluto creare il
dualismo fra due sentimenti: l’amore di sé e l’amore altrui, che emanano ambedue dalla natura e si completano l’un
l’altro. L’uomo non può vivere solamente per sé, né totalmente per gli altri».
117
Ibidem.

28
Evitando l’errore da lui attribuito a Tolstoj, quello di prendere «troppo alla lettera la legge di
Cristo»,118 Moneta può agevolmente sostenere che l’insegnamento di Cristo non solo non neghi il
concetto di patria, ma arrivi addirittura a presupporlo:

È vero che nella dottrina di Cristo la parola “prossimo” comprende tutto il genere umano, ma
poiché l’essenza di quella dottrina consiste nell’azione di ogni giorno e d’ogni ora in pro degli
altri uomini, specialmente di coloro che vivono nei patimenti, ragion vuole che quest’azione
di eserciti nella terra che abitiamo, verso gli uomini che stanno a noi più vicini. Il
cristianesimo adunque, se non prescrive il patriottismo, non lo esclude, anzi lo presuppone.119

In tale tendenza di Moneta alla separazione manichea fra due morali, si distingue un’ulteriore
dualismo:

La morale dell’amore e del dovere, che è insegnata e tenuta in onore per uso della gente
semplice e che ha servito sovente di bandiera a coprire i delitti dell’altra morale, quella
dell’orgoglio e della dominazione, che seguono in generale i reggitori di Stato e gli uomini
che ambiscono ad occupare i primi posti sulla scena politica.120

L’appello democratico ai popoli e all’opinione pubblica perché insorgano per rivendicare il proprio
diritto alla pace, condizionando l’operato dei governi e modificandolo se necessario, quando questi
non rispondono agli interessi del paese, tende a trasformarsi nell’attribuzione di un sentimento
pacifista condiviso fra tutti i popoli del mondo. Questo, tuttavia, sarebbe calpestato dalla volontà
insaziabile di guerra dei governi e delle classi che detengono il potere:

Vi è dunque fra i governi una legge arcana che li tiene uniti e concordi specialmente quando
uno o più fra essi operano contro i principi di civiltà e le tendenze pacifiche dei popoli; a
questa solidarietà nel male che esiste più o meno segretamente fra tutti i governi dell’oggi,
verrà tempo, e speriamo non sia lontano, in cui i popoli opporranno la loro solidarietà nel
bene e nella giustizia.121

Tale atteggiamento, che dovremo con Asor Rosa ricondurre all’atteggiamento letterario denominato
populismo,122 si traduce talvolta, nel discorso monetiano, in una specifica lode del «sangue latino» e

118
E.T. MONETA, I due patriottismi, «La Vita Internazionale», 20 giugno 1910.
119
E.T. MONETA, La patria e l’umanesimo tolstoiano, «La Vita Internazionale», 20 dicembre 1898.
120
E.T. MONETA, Le guerre, le insurrezioni e la pace nel secolo XIX, cit., vol. III, Milano 1906, p. 182.
121
E.T. MONETA, Popolo e Governi, «Il Secolo», 15 luglio 1882, cit. in C. RAGAINI, Giù le armi, cit., p. 45.
122
Nel suo oramai classico ed illuminante studio sul populismo nella letteratura italiana, Alberto Asor Rosa definisce
tale termine come la «valutazione positiva del popolo, sotto il profilo ideologico, oppure storico-sociale oppure etico»
(A. ASOR ROSA, Scrittori e popolo. Il populismo nella letteratura italiana contemporanea. Einaudi 1988, p. 19). Tale

29
della tradizione italiana, portatrice, a detta di Moneta, di valori che naturalmente educherebbero alla
pace:

[...] la pace che noi vogliamo – l’abbiam detto migliaia di volte ma giova ripeterlo – non è
pecorile rassegnazione a soprusi e ad offese internazionali, da qualunque parte vengano, ma è
la via cui deve aspirare la nazione nostra, perché possa compiere in Europa e nel mondo
quella missione di giustizia, di azione e di pacificazione universale a cui il suo passato, gli
insegnamenti dei suoi grandi, da Dante a Mazzini, e il «gentil sangue latino» del suo popolo la
chiamano.123

Anche in tale tendenza al populismo, Moneta risente di un chiaro influsso risorgimentale.


Contenuti analoghi si ritrovano, infatti, nel già citato Memorandum garibaldino.124
Tuttavia, il vero modello risorgimentale da cui, più o meno consapevolmente, Moneta eredita tale
atteggiamento è Vincenzo Gioberti. La concezione alla base del suo Primato morale e civile degli
italiani (1843) nasce dalla necessità di raccogliere tutte le forze possibili in una spinta
fondamentalmente unitaria, necessaria alla realizzazione del «rinnovamento» nazionale.125 Tale
elemento unitario viene qui individuato in una comunanza ideale e culturale già esistente fra gli
italiani nel solco di una secolare tradizione nazionale.126 Il discorso di Gioberti «trova inizio, prima
ancora che da una valutazione obiettiva della realtà contemporanea, da una rapsodica rievocazione
di un passato glorioso».127 Di Gioberti, Moneta eredita il populismo moderato, gradualista e

atteggiamento, pur potendo manifestarsi in termini puramente letterari, si inserisce più spesso all’interno di un discorso
«storico-culturale, storico-politico, o, tout court, politico». Non a caso, esso «si manifesta generalmente presso quegli
scrittori o quelle correnti che hanno presente un orizzonte di letteratura nazionale e si pongono – da un punto di vista o
dall’altro – un problema di egemonia politica e ideologica. I due termini di nazione e popolo rivelano pertanto la loro
reciproca e indissolubile indipendenza, anche quando il richiamo alla presenza e alle ragioni del popolo assume il
carattere di una decisa protesta sociale» (ivi, p.20). Secondo lo studioso, la tendenza al populismo tende a comparire
nelle fasi di «nascita o la rinascita della nazione, oppure, anche più spesso, con i tentativi di farla nascere o rinascere o
di darle nuovo contenuto sociale, più avanzato e progressivo» (Ibidem).
123
E.T. MONETA, Fogli di appunti inediti, fogli 10-11, in C. RAGAINI, Giù le armi, cit., p. 137.
124
«[…] La grande maggioranza, non solo dell’intelligenza, ma degli uomini di buon senso, comprende perfettamente
che potremmo pur passare la povera nostra vita senza questo perpetuo stato di minaccia e di ostilità degli uni contro gli
altri, e senza questa necessità che sembra fatalmente imposta ai popoli da qualche nemico segreto ed invisibile
dell’umanità di ucciderci con tanta scienza e raffinatezza» (cit. in F. CANALE CAMA, La pace dei liberi e dei forti, cit., p.
16).
125
Non a caso, al Primato Gioberti fece seguire il Rinnovamento (1851).
126
L’Italia, secondo il Gioberti del Primato, è «la nazione autonoma ed autorevole per eccellenza, perché diede a tutte
le nazioni culte dell’età moderna i germi del loro incivilimento, e nonostante la sua declinazione, li serba vivi e
incorrotti, dove che essi sono guasti più o meno e alterati presso tutte le altre genti: onde da lei sola il genere umano può
ricevere a compimento i benefizi civili. Il che torna a dire che l’Italia, essendo creatrice, conservatrice e redentrice della
civiltà europea, destinata ad occupar tutto il mondo e a diventare universale, si può meritatamente salutare con il titolo
di nazione madre del genere umano […]» (Del Primato morale e civile degli italiani, Torino, 1920, pp. 41-42, cit. in A.
ASOR ROSA, Scrittori e popolo, cit., p. 29).
127
Ibidem.

30
riformista, individuando come principio di unione del popolo, anziché la religione cattolica di
Gioberti, il valore universale della pace.128

2.4 Arbitrato e federazione europea

«Per quanto riguarda l’arbitrato e, ancor di più, la federazione europea, l’impegno di Moneta fu
più ideale e propagandistico che politico».129 La sua idea di arbitrato è infatti un’idea «senza
contorni precisi», che si traduce di volta in volta «nell’appoggio e nel plauso alle iniziative
provenienti dall’una o dall’altra nazione, in appelli di mediazione rivolte alle varie potenze mondiali
nel pericolo di una nuova guerra, in dure riprovazioni per il mancato raggiungimento di un accordo
arbitrale».130
Se la natura umana porta di per sé alla violenza, l’inarrestabile progresso della civiltà saprà mettere
un freno al dilagare di quest’ultima: come per i cittadini di ogni nazione si sono create le leggi,
infatti, c’è ora bisogno di creare uno strumento atto a dirimere pacificamente le controversie fra le
nazioni, che sono «gl’individui dell’umanità»:131 «La Storia, pur segnando nelle sue linee generali
la via del civile progresso, narra ad ogni pagina il trionfo della forza; e questa forza, nell’assenza di
una legge che imperi su tutte le nazioni, è quasi sempre contro il diritto».132
L’arbitrato internazionale, che costituiva uno dei principali obiettivi del movimento pacifista
internazionale, non aveva mai visto, fatta eccezione per il noto caso dell’Alabama,133 una effettiva
messa in pratica. Per tale ragione, l’iniziativa dello zar Nicola II di indire la I Conferenza
diplomatica dell’Aja (18 maggio-29 luglio nel 1899) aveva acceso gli entusiasmi di grandi
personalità, fra cui Moneta e la sua Società internazionale per la pace:

Facciamo che la corrente favorevole ad una amichevole intesa fra le nazioni per i comuni
interessi non abbia ad arrestarsi; insistiamo presso i poteri pubblici perché a tale intesa sia
diretta la politica estera dell’Italia; facciamo che i rappresentanti del governo alla conferenza

128
Tale carattere populista del discorso monetiano è esemplificata, fin dal titolo, nella Nobel lecture di Moneta, La pace
e il Diritto nella tradizione italiana.
129
F. CANALE CAMA, La pace dei liberi e dei forti, cit., p. 49.
130
C. RAGAINI, Giù le armi, cit., p. 78.
131
È la concezione espressa da Mazzini nella Santa Alleanza dei Popoli (1849), citato in F. CHABOD, L’idea di nazione,
cit., p. 80: «Le nazioni sono gl’individui dell’umanità come i cittadini sono gl’individui della nazione [...]» .
132
E.T. MONETA, Le guerre, le insurrezioni e la pace nel secolo XIX, cit., vol. III, Milano 1906, p. 137.
133
Nel 1872, nel corso della guerra civile americana, Stati Uniti e Gran Bretagna accettarono di sottoporsi al giudizio di
un tribunale arbitrale a proposito dell’invio di navi britanniche (tra cui, appunto, l’Alabama) trasportanti rifornimenti
per i sudisti. L’episodio fu sanzionato dal tribunale perchè rappresentava una palese violazione britannica degli accordi
internazionali secondo i quali, invece, la nazione avrebbe dovuto mantenersi neutrale durante la guerra. Sul legame fra
l’episodio e il pacifismo, cfr. S.E. COOPER, Patriotic pacifism, cit., pp. 44-46.

31
dell’Aja appoggino tutte le proposte dirette a risolvere con mezzi pacifici le vertenze presenti
e quelle che potranno sorgere in avvenire fra gli Stati civili, sollevando al più presto i popoli
dall’incubo di minacciosi e costosi armamenti; facciamo insomma che questa straordinaria
occasione di solidarietà non vada perduta.134

Nonostante la conclusione della Conferenza non fosse stata all’altezza delle aspettative che su di
essa si erano riposte,135 il giudizio di Moneta, in armonia con il resto del pacifismo internazionale, è
riassumibile nelle poche parole: «non si può dire che non abbia fatto nulla!».136 La conferenza
aveva infatti costituito, nell’opinione di Moneta, il primo passo verso la costruzione di una
procedura arbitrale obbligatoria, la quale diveniva la meta essenziale da raggiungere al fine del
mantenimento della pace europea. Di tale procedura arbitrale obbligatoria, Moneta divenne da
questo momento strenuo promotore, sopratutto in vista della successiva conferenza dell’Aja,
prevista per il 1907. Questa, a sua volta, ancor più attesa della prima, al di là degli innegabili
risultati ottenuti,137 riconobbe l’utilità dell’arbitrato come pura affermazione di principio,
sottintendendo in sostanza «il principio dell’inevitabilità della guerra e, come suo corollario, la
necessità di umanizzarla».138
Moneta continuò in ogni caso a guardare con incrollabile fiducia al raggiungimento dell’arbitrato
obbligatorio. Nel 1908, già insignito del premio Nobel, affermava:

L’idea dell’arbitrato internazionale, derisa fino a pochi anni fa da tutti i politicanti, dai tribuni
da strapazzo e da letterati accademici, ma che uscì trionfante sotto forma, non già perfetta, ma
ufficiale, dalle due Conferenze della pace dell’Aja e diede vita alla corte arbitrale là residente,
è un’altra grande vittoria del pacifismo, frutto di più di mezzo secolo di propaganda.139

Ancora nel 1910 si esprimeva in modo del tutto fiducioso. Riferendosi a chi sostiene il dogma
dell’inevitabilità della guerra, scriveva:

134
Manifesto della Società Internazionale per la Pace – Unione Lombarda, pubblicato su «La Vita Internazionale» del
20 maggio 1899, cit. in C. RAGAINI, Giù le armi, cit., p. 80.
135
«Nonostante le convenzioni che si impegnavano a limitare orrori e conseguenze della guerra, infatti, non si riuscì
nella realizzazione del punto più ambizioso, quello che avrebbe segnato una vera svolta per la pace: l’imposizione
dell’arbitrato obbligatorio» (F. CANALE CAMA, La pace dei liberi e dei forti, cit., p. 80).
136
E.T. MONETA, La conferenza dell’Aja, «La Vita Internazionale», 5 agosto 1899.
137
Tenutasi dal 15 giugno al 18 ottobre 1907, la conferenza vide la partecipazione di circa il doppio delle nazioni
rispetto alla precedente (44 contro 26) ed approvò 13 articoli ed una Convenzione per regolare i conflitti bellici.
138
F. CANALE CAMA, La pace dei liberi e dei forti, cit., p. 130. Sul valore della conferenza per i pacifisti cfr. anche S.E.
COOPER, Patriotic pacifism, cit., pp. 108 e ss.
139
E.T. MONETA, La pace dei liberi e dei forti, «La Vita Internazionale», 20 dicembre 1908.

32
C’è qualche cosa di nuovo nel mondo che distrugge questo sofisma e che ha già convertito
molti increduli: è la Corte Internazionale di arbitrato dell’Aja, istituita per opera non di
utopisti, ma di governi, che è sicuro avviamento alla istituzione di una giustizia uguale per
tutte le nazioni grandi e piccole, la quale ci dice che, come i tribunali dei primi consorzi civili
fecero cessare le guerre fra i privati, così il Tribunale dell’Aja è un primo notevole passo per
far cessare la guerra fra gli stati.140

Sulla base del medesimo ottimismo di stampo positivista, si fonda l’ultimo ingrediente
fondamentale del pensiero pacifista di Moneta: l’idea della necessaria realizzazione del progetto
federalista. Moneta è infatti certo del progressivo e inevitabile allargarsi delle frontiere:

Le barriere che dividono i diversi popoli sono già considerate come un avanzo del passato, e
cadranno; nonostante i malintesi, le gelosie, i rancori e le insanie dell’ora che attraversiamo.
Uno dei caratteri del progresso è adunque la sua tendenza a formare via via maggiori consorzi
d’uomini e di popoli e per conseguenza ad abbassare le barriere che nei tempi di barbarie e
semibarbarie li dividevano.141

Dopo il disarmo e l’arbitrato, pertanto, la federazione fra gli stati europei costituisce, nel pensiero di
Moneta, l’ultimo gradino nel cammino dell’umanità verso la civiltà e la pace:

La prima tappa su quel cammino è segnata dal disarmo e dall’arbitrato internazionale. La


meta è alta ma non superiore alla buona volontà degli uomini di libertà e di progresso. Erano
certamente assai maggiori le difficoltà che mezzo secolo addietro si opponevano
all’effettuazione dell’unità della patria. E tuttavia, questo che, alla maggior parte degli italiani
pareva un sogno, divenne una realtà mercé l’apostolato costante, il valore, i sacrifici, e
soprattutto lo spirito di concordia che animava i patrioti di quel tempo. Inspiriamoci agli stessi
principi e potremo lasciare alle future generazioni un’opera non meno gloriosa della nostra
Unità nazionale: l’unione dei Popoli d’Europa nei valori della pace e del civile progresso.142

L’obiettivo di ricondurre l’Italia all’Europa é, di nuovo, squisitamente risorgimentale.143 Se è


infatti vero che la patria, intesa in senso mazziniano, costituisce il tramite necessario verso
l’umanità, è altrettanto vero che «l’umanità è ancora, essenzialmente, per il Mazzini, Europa».144 In

140
L'opera delle Società della pace dalla loro origine ad oggi. Discorso pronunciato all'inaugurazione del VI
Congresso Nazionale della Pace, tenuto in Como dal 18 al 21 settembre 1910, La compositrice, Milano 1910, p. 5.
141
E.T. MONETA, La pace e la guerra nella storia e nella scienza, 1888, scritto inedito riportato in C. RAGAINI, Giù le
armi, cit., p. 131.
142
E.T. MONETA, Del disarmo, cit., p. 56, cit. in F. CANALE CAMA, La pace dei liberi e dei forti, cit., p. 50.
143
Per un esauriente quadro d’insieme cfr. C. MORANDI, L’idea dell’unità politica d’Europa nel XIX e XX secolo, in
Questioni di storia contemporanea, vol. II, Marzorati, Milano 1952.
144
F. CHABOD, L’idea di nazione, cit., p. 81. Non a caso, subito dopo la Giovine Italia (1831), Mazzini diede vita alla
breve esperienza della Giovine Europa (1834).

33
tale ottica, la costruzione dello stato nazionale costituisce la premessa necessaria per l’unificazione
europea.
Tuttavia, quello di Moneta, «è certamente un europeismo assai diverso da quello del Mazzini», non
possedendo «nemmeno il più lontano resto del lievito rivoluzionario ch’era alla base dell’appello
mazziniano».145 Per Moneta, infatti, «la base è il presente stato d’Europa, non perché rimanga tal
quale in perpetuo, ma perché sia proscritta ogni forma di violenza per rimutarlo, e le modificazioni
avvengano man mano che le decideranno, seguendo norme di evidente giustizia, le rappresentanze
legali d’Europa».146
Indicando come modello della futura federazione europea nella vicina Svizzera,147 inoltre, Moneta
sembra non ritenere necessario che gli Stati, prima di unirsi in federazione, debbano aver raggiunto
una costituzione repubblicana:

La Svizzera che riunisce sotto il suo reggimento democratico Cantoni di razza, di lingua e di
religioni diverse [...] è pur essa un esempio vivente di quel che dovrebbe essere l’Europa del
domani [...]. Ad abbreviare la distanza che separa l’Europa di oggi da quella federale del
domani, che sarebbe una grande Svizzera, costituita da repubbliche e da monarchie,
basterebbe un piccolo gruppo di uomini politici, che se ne facesse propugnatore nei diversi
parlamenti.148

Per il suo gradualismo e l’assenza di pregiudiziale antimonarchica, l’europeismo pacifista di


Moneta sembra coincidere con quell’«europeismo del juste milieu, del giusto mezzo tanto caro ai
moderati d’Italia e di Francia e anche al Cavour»:149

[…] In Mazzini si è trattato non solo di ricongiungere l’Italia all’Europa, sì di rivoluzionare


anche l’Europa, quella attuale essendo assolutamente impari al compito, reliquia del passato;
per i moderati, e anzitutto per lo stesso Cavour, si tratta di innalzare l’Italia al livello dei
grandi popoli occidentali, Francia e Inghilterra essenzialmente […]. Per l’uno, l’Europa
attuale deve morire; per gli altri rappresenta il più alto fine di civiltà […]. L’Europa di

145
Mutuo queste parole da Chabod (F. CHABOD, L’idea di nazione, cit., p. 84). Nell’originale, il soggetto non è Moneta,
bensì i «liberali moderati […] che, dopo la morte del Cavour, ressero le sorti dell’Italia fino al ’76 (la Destra)».
146
E.T. MONETA, Partecipazione delle Società per la Pace alle elezioni politiche e amministrative, relazione tenuta a
Torino il 31 maggio 1904, in «La Vita Internazionale», 5 giugno 1904, cit. in C. RAGAINI, Giù le armi, cit., p. 89.
147
Sul mito della Svizzera come modello federativo per la futura federazione europea, cfr C. MORANDI, L’idea
dell’unità politica d’Europa, cit., p. 1925.
148
E.T. MONETA, Inaugurando l’Esposizione, «La Vita Internazionale», 5 maggio 1905, cit. in C. RAGAINI, Giù le
armi, cit., p. 87. In tale aspetto consiste la più profonda differenza rispetto al progetto di «Stati Uniti d’Europa»
prospettati da Cattaneo, il quale fu invece fervente repubblicano (cfr. L. SALVATORELLI, Il pensiero politico italiano dal
1700 al 1870, cit., pp. 375-377); dall’altro lato, occorre ricordare che il superamento della pregiudiziale antimonarchica
era già alla base della Società nazionale di Manin, cui Moneta aderì negli anni giovanili.
149
Ibidem.

34
Mazzini è un’Europa uscente dalla rivoluzione; […] l’europeismo di questi colti italiani
diviene un europeismo pacifico, da conservatori e amanti dello status quo.150

È, d’altronde, la stessa linea seguita dal Garibaldi del già citato appello alle potenze europee del
’60,151 ereditata a sua volta dal nascente pacifismo internazionale.152
L’estremo gradualismo, la tendenza alla conservazione dello status quo fra le nazioni europee,
sommati ad una certa vaghezza politico-giuridica del disegno federalista di Moneta, provocavano in
lui la tendenza ad «ancorare le sue aspirazioni federalistiche a tutti gli avvenimenti storici di cui è
testimone», interpretando la realtà del momento in funzione delle sue mete ideali.153
Se, ad esempio, nel 1901 Moneta si pronunciava contrario al rinnovo della Triplice Alleanza,
sostenendo che la stipulazione di trattati segreti a base militare sarebbe dovuta essere oramai
sostituita con l’adozione di trattati d’arbitrato,154 nel 1907 la stessa Triplice Alleanza e la nascente
Triplice Intesa (ancora nella forma embrionale di accordo anglo-russo) venivano giustificate come
un primo passo verso la futura unione federativa:

Non v’ha dubbio e tutti i fatti lo provano, che l’Europa cammina verso la sua unità. Come in
passato nessun popolo poteva vivere isolato, così oggi la triplice e la duplice devono
integrarsi in un aggruppamento superiore e più vasto, che le principali nazioni d’Europa
comprenda. Non destando più gelosie né sospetti, rappresentando gli interessi di tutte le
nazioni, assicurerà veramente la pace nel mondo.155

Nel 1912, passata oramai la tempesta della guerra di Libia, Moneta poteva allora accogliere con
entusiasmo il formarsi della Lega Balcanica stipulata da Grecia, Montenegro, Serbia e Bulgaria allo
scoppio della guerra contro la Turchia:

150
Ivi, pp. 84-85.
151
Dove veniva proposta, al fine di creare un continente senza guerre, la formazione di un unico Stato europeo sotto
l’egida e l’influenza di Francia e Inghilterra: «Per esempio, supponiamo una cosa: supponiamo che l’Europa formasse
un solo Stato. Chi mai penserebbe a disturbarla in casa sua? Chi mai si avviserebbe, io ve lo domando, di turbare il
riposo di questa sovrana del mondo»? (cit. in F. CANALE CAMA, La pace dei liberi e dei forti, cit., p 16).
152
Non a caso, laddove il pacifismo ufficiale vide in Garibaldi una sorta di padre fondatore, assegnandogli la carica di
presidente onorario al Congresso di Ginevra del 1867, tale evento registrava, dall’altro lato, la pesante defezione di
Mazzini «motivata dal rifiuto di un progetto che si presentava come l’unione di governi e non di popoli» (ivi, p. 18).
153
C. RAGAINI, Giù le armi!, cit., p. 88. «Questo atteggiamento porta Moneta a considerare la possibilità di una
Federazione i cui contorni, europei o intercontinentali, non fanno parte di uno schema precostituito, ma sono espressi di
volta in volta da fatti contingenti, da alleanze militari, da accordi tra questo o quello stato. Si direbbe che per Moneta
quel che più conta è il trionfo dell’idea federalistica, non la sua qualificazione storica» (Ibidem.).
154
E.T. MONETA, Intorno alla Triplice, «La Vita Internazionale», 5 maggio 1901.
155
E.T. MONETA, L’Italia e la Conferenza dell’Aja, discorso tenuto all’adunanza pubblica del 5 maggio 1907 in Vienna
in occasione della riunione dei delegati delle Società per la pace, Milano 1909, cit. in C. RAGAINI, Giù le armi!, cit., p.
90).

35
Le vittorie inaspettate, fulminee, grandiose della quadruplice balcanica, segnano date
indimenticabili nel quadrante della storia. Esse annunciano il principio di un nuovo glorioso
periodo per la vita dei popoli balcanici e er la pace europea […]. Soltanto gli Stati Uniti
d’Europa parvero sino a ieri una irrealizzabile utopia. Ma l’utopia proprio là dove
l’eterogeneo e caduco impero turco pareva dovesse essere un perpetuo ostacolo alla desiderata
Unione Europea, trova la più splendida premessa per la sua realizzazione.156

Questa stessa incrollabile fiducia nel traguardo federativo gli permise di giustificare, negli ultimi
anni della sua vita, lo scoppio del primo conflitto mondiale: «la guerra per dare all’Europa una pace
duratura e la Federazione europea».157

156
E.T. MONETA, Giornate memorabili, «La Vita Internazionale», 20 novembre 1912.
157
È questo il titolo dell’articolo che compare a firma di Moneta su «La Vita Internazionale» del 5 maggio 1915.

36
CAPITOLO II. La cultura italiana di fronte alla guerra di Libia.

1. Il ruolo dell’Italia sul Mediterraneo

1.1 Le tappe politico-diplomatiche

Fin dagli esordi dello Stato unitario i governi di Destra e di Sinistra storica avevano guardato
all’Africa mediterranea, e in particolare a Tunisi, come all’approdo naturale, anche in senso
geografico, per un ipotetico progetto coloniale italiano La diplomazia europea di Bismarck,
delineatasi a partire dal Congresso di Berlino dell’estate 1878, aveva tuttavia favorito la Francia, di
cui la Tunisia era diventato protettorato nel 1881. Proprio lo smacco di Tunisi aveva acceso per la
prima volta la volontà politica dell’Italia di giocare un ruolo di primo piano sul Mediterraneo, al
pari delle altre potenze europee.158
L’isolamento diplomatico dell’Italia causato dallo smacco di Tunisi e la necessità di nuove alleanze
avevano indotto l’allora ministro degli Esteri Mancini, da un lato, alla firma della Triplice Alleanza
con Germania e Austria-Ungheria (20 maggio 1882), dall’altro alla ricerca di un’intesa sul
Mediterraneo con Londra. Proprio grazie alla determinante mediazione inglese, l’Italia aveva potuto
partecipare –nonostante possedesse solo la simbolica Assab e ne avesse rischiato perciò l’esclusione
– alla Conferenza di Berlino (novembre 1884 - febbraio 1885), la quale diede ufficialmente inizio
alla spartizione europea dell’Africa (scramble for Africa)159 e, nel caso italiano, all’espansione in
Africa Orientale.160
Allo scattare del nuovo secolo, quando lo scramble poteva considerarsi oramai superato,161
l’Italia coltivava, sotto le braci della disfatta di Adua, un ardente revanscismo coloniale. Sentimento

158
Il 6 aprile 1881 si discusse per la prima volta in parlamento del problema degli interessi italiani nel Mediterraneo
centrale, con riferimenti alla Libia (cfr. MALTESE, La terra promessa. La guerra italo-turca e la conquista della Libia,
1911-1912, Sugar, Milano, 1968, p. 10).
159
Cfr. N. LABANCA, Oltremare, cit., pp. 48-56.
160
L’Italia assunse il controllo del porto di Massaua dal 5 febbraio 1885. Da un esperimento di politica commerciale, la
presenza italiana sul Mar Rosso si trasformò presto in un’espansione territoriale verso l’interno, scontrandosi contro il
vicino Impero etiopico e dando inizio alla cosiddetta prima guerra d’Africa. Tuttavia la Colonia Eritrea (così battezzata
da Crispi nel 1890), aveva fruttò più che altro altissime spese, scarsissimi guadagni e amare sconfitte militari, di cui, le
più famose, a Dogali (26 gennaio 1887), sull’Amba Alagi (7 dicembre 1895), fino alla disfatta di Abba Garima, nei
pressi di Adua (1 marzo 1896). Per una trattazione particolareggiata, cfr. A. DEL BOCA, Gli italiani in Africa orientale,
vol. I, Dall'unità alla marcia su Roma, Laterza, Roma-Bari 1976.
161
Nel marzo del 1899 un accordo fra Inghilterra e Francia sancì le rispettive aree di influenza in Sudan e nel Sahara
occidentale. Certo, restavano ancora importanti questioni aperte (come quella del Marocco e della Libia); tuttavia la

37
che, anziché placato, risulta alimentato dalla partecipazione, nel 1900, alla spedizione
internazionale di repressione del movimento nazionalista dei Boxers in Cina, per la quale l’Italia
(dopo aver nuovamente rischiato l’esclusione dalle negoziazioni fra le grandi potenze) ricevette
soltanto la misera Tien Tsin.162
Dal 1902 la politica estera italiana cominciò pertanto a concentrare i propri sforzi in direzione
della Tripolitania e della Cirenaica, seguendo una nuova linea diplomatica, sostenuta dal ministro
Visconti Venosta, più vicina a Parigi e meno vincolante nei confronti della Triplice.163
I rapporti fra l’Italia e gli alleati della Triplice, in tale contesto diplomatico, erano destinati a farsi
sempre più difficoltosi. Le mire espansionistiche della Germania nel Nord Africa, infatti, andavano
a concorrere direttamente con gli interessi italiani e con il suo nuovo sistema di alleanze,
provocando, nel 1905, la prima crisi marocchina.164
Nell’ottobre 1908, dal canto suo, l’Austria decise di annettere al suo territorio la Bosnia Erzegovina,
affidatale in amministrazione al Congresso di Berlino. L’evento causò una nuova crisi
internazionale e contribuì a determinare, in Italia, un clima di riscossa nazionale, in cui le quasi
dimenticate rivendicazioni irredentiste sul Trentino e la Venezia Giulia si mescolavano con la
sempre più decisa volontà di affermazione in campo coloniale.165
Nello stesso 1908 l’imporsi del movimento nazionalista dei Giovani Turchi alla guida
dell’Impero Ottomano non giovò alle mire italiane sulla Libia. Da un lato, a causa degli interessi
diplomatici di Germania e Austria;166 dall’altro, per il fatto che i Giovani Turchi guardavano con
crescente sospetto le ingerenze economiche italiane in Libia; prima fra tutte, quella del Banco di
Roma.167

fase bellicosa della grande spartizione del mondo poteva dirsi oramai giunta al termine (cfr. N. LABANCA, Oltremare,
cit., p. 99).
162
Su Tien Tsin, cfr. ivi, pp. 94-99.
163
Il 28 giugno 1902 l’Italia, in occasione del rinnovo della Triplice Alleanza, ottenne dagli alleati l’impegno a non
intralciare una sua eventuale azione in Libia. Due giorni dopo, stipulò un accordo segreto con la Francia in cui,
accettando le mire di quest’ultima sul Marocco, ne otteneva libertà d’azione sulla Tripolitania.
164
Nel 1905 la Germania si oppose al tentativo della Francia, appoggiata dalla Gran Bretagna, di estendere il suo potere
coloniale sul Marocco. Per risolvere la crisi, venne indetta ad Algeciras, in Spagna, una conferenza internazionale
(1906), la quale stabilì il controllo internazionale a predominanza francese e spagnola sul Marocco, con una sostanziale
sconfitta diplomatica della Germania.
165
Con il Patto di Racconigi fra Italia e Russia (1909), stretto per impedire all’Austria di modificare ulteriormente lo
status quo nei Balcani, i due paesi accettarono le rispettive mire sui Dardanelli e su Tripoli.
166
La prima aveva instaurato un buonissimo rapporto diplomatico con i Giovani Turchi, interessati ad una
modernizzazione del Paese sul modello degli Stati europei; la seconda aveva interesse in una Turchia forte, che
contrastasse le mire espansionistiche della Russia e degli stati balcanici a lei alleati (cfr. P. MALTESE, La terra
promessa, cit., p. 25)
167
Nel 1907 il Banco di Roma, ente privato i cui capitali provenivano dal Vaticano, aprì una succursale a Tripoli.
Nonostante l’ostilità delle autorità turche, il Banco promosse, attraverso l’investimento di significative somme di

38
Ciononostante, in seguito alla crisi bosniaca, una certa distensione dei rapporti si produsse nelle
relazioni fra le maggiori potenze europee,168 favorendo, come abbiamo visto, il diffondersi di un
clima di ottimismo negli ambienti del pacifismo internazionale. Tale clima, tuttavia, era destinato a
non durare a lungo.
L’episodio dell’Agadir (2 Luglio 1911) causò infatti l’esplosione di una seconda crisi
marocchina,169 che concentrò l’attenzione internazionale sulla questione degli equilibri sul
Mediterraneo e fornì all’Italia la spinta decisiva per pretendere la colonia cui mirava da tempo.
Poche settimane dopo l’incidente, il 28 luglio 1911, il ministro degli Esteri di San Giuliano invia
infatti a Giolitti un memorandum segreto in cui si ritiene «probabile che, tra pochi mesi, l’Italia
possa essere costretta a compiere la spedizione militare in Tripolitania».170
Pur dichiarandosi più favorevole ad evitarla, di San Giuliano analizza quelle che, a suo avviso,
costituiscono le principali ragioni a favore dell’invasione. Fra queste, oltre alle considerazioni di
politica estera (anticipare una probabile ingerenza francese sulla Tripolitania e approfittare della
debolezza dell’Impero Ottomano, favorendo il prestigio dell’Italia e la sua influenza sugli equilibri
del Mediterraneo), sono presenti indicazioni molto precise sul ruolo giocato dalle forze interne.
Secondo il ministro, infatti, è probabile che l’impresa venga «imposta al Governo dall’opinione
pubblica». È infatti «vivo e diffuso in Italia il sentimento, per quanto infondato, che la politica
estera del Governo sia troppo remissiva e che gli interessi e la dignità dell’Italia non siano
abbastanza rispettati»; ed è «vivo e generale il bisogno che l’energia nazionale si affermi
vigorosamente in qualche modo». Inoltre, «ogni piccolo incidente tripolino ed italo-turco è ad arte
ingigantito dalla stampa per diversi moventi, tra cui il denaro e l’intrigo del Banco di Roma,
interessato ad affrettare l’occupazione italiana della Tripolitania».171

denaro, lo sviluppo industriale e il commercio con l’Italia (cfr. A. DEL BOCA, Gli italiani in Libia, vol. I, Tripoli bel
suol d'Amore, Laterza, Roma-Bari 1986, cit., pp. 38-46).
168
Cfr. G. CANDELORO, Storia dell’Italia moderna, vol. VII, La crisi di fine secolo e l’età giolittiana, Feltrinelli, Milano
1974, p. 312.
169
La crisi ebbe inizio quando, con il pretesto di proteggere il sultano del Marocco da un’insurrezione di tribù locali, la
Francia organizzò una spedizione e occupò Fez (21 maggio). La Germania, temendo la violazione degli accordi di
Algeciras e le volontà espansionistiche della Francia, inviò sul posto l’incrociatore Panther, che il 1 luglio gettò
l’ancora nel porto di Agadir. L’Italia, dal canto suo, temendo l’allargarsi delle mire francesi sulla Tripolitania e la
Cirenaica, decise di affrettare i preparativi per l’invasione.
170
Cit. in G. CANDELORO, Storia dell’Italia moderna, cit., pp. 313-315.
171
Ibidem.

39
1.2 La propaganda favorevole all’invasione

Numerose riviste e quotidiani sono infatti impegnati, in particolare a partire dalla fine del 1910,
in un’intensa opera diretta a convincere l’opinione pubblica della impellente necessità di
conquistare la Libia.172
Gli argomenti principali sostenuti da tale campagna gravitano, a grandi linee, attorno alla
descrizione della Libia come una «terra promessa», ricca di minerali e dalle mirabolanti potenzialità
agricole; alla «necessità di agire presto e bene», diffondendo voci allarmistiche su una possibile
conquista di tale ricco territorio da parte di altre potenze; e, in ultimo, dalla certezza che la guerra si
risolverebbe in una «passeggiata militare» di pochi giorni, a causa delle scarse forze turche e
dell’opposizione alla dominazione turca da parte delle popolazioni locali, le quali accoglierebbero
gli italiani come dei liberatori.173
È oramai consolidata nella storiografia la consapevolezza che tale campagna propagandistica sia
sostanzialmente guidata dai forti interessi economici italiani in Libia, in primis dal già citato Banco
di Roma.174 È innegabile, infatti, che i portavoce delle posizioni belliciste e imperialiste abbiano a
propria disposizione un numero sempre maggiore di tribune da cui potersi esprimere, molte delle
quali direttamente connesse con tali potentati economici:

A sostenere maggiormente la campagna di stampa sono il «Giornale d’Italia» – secondo


«l’Unità» del 18 luglio 1913, legato agli interessi dei cantieri navali e delle fabbriche d’armi –
«il Mattino», «il Corriere d’Italia», la filogiolittiana «Stampa», «la Tribuna» – finanziata dalla
Banca Commerciale e dall’industria navale genovese – cui si aggiungono, in seguito, «il
Messaggero», «il Giornale di Sicilia», «la Gazzetta di Venezia», «il Resto del Carlino» – di
tendenze nazionaliste, esponente della borghesia agraria emiliana, allarmata dal prepotere
delle leghe dei contadini di questa regione – e tutti gli altri quotidiani più importanti della
penisola.175

Lo stesso Gaetano Salvemini, fra le poche voci critiche impegnate a svelare le illusioni diffuse dalla
stampa e a denunciarne gli interessi economici,176 scrive che nel settembre 1911 l’esaltazione

172
Per un’analisi dettagliata di tale fenomeno, cfr. M. PINCHERLE, La preparazione dell'opinione pubblica all'impresa
di Libia, in «Rassegna storica del Risorgimento», anno LXVI (1969), n. 3, pp. 450-482.
173
Sul ruolo della stampa, cfr. P. MALTESE, La terra promessa, cit., pp. 33-100.
174
Sul ruolo determinante del Banco di Roma mette particolare accento Maltese (cfr. ivi, pp. 23-24 e p. 68).
175
Ivi, pp. 33-34.
176
Fra queste voci si distinguono, in questi anni, alcuni intellettuali raccolti attorno alla rivista «La Voce» (1908-1916),
soprattutto durante la direzione di Prezzolini (1908-1911). A guerra incominciata, la rivista, attraverso un vivace
dibattito interno, decise di appoggiare l’impresa tripolina. Salvemini, abbandonò pertanto «La Voce», continuando la
sua battaglia anticolonialista dalle colonne della rivista «l’Unità» (1911-1920), da lui appositamente fondata.

40
propagandista ha raggiunto vertici tali per cui Giolitti, in Libia, «anche se non avesse voluto
andarci, sarebbe dovuto andarci per forza» dal momento che la campagna tripolina «non arginata
da nessuna resistenza della stampa e dalle organizzazioni socialiste, aveva conquistato tutto il paese
compresa buona parte della massa proletaria».177
Ciononostante, leggere tale propaganda come un fenomeno a senso unico, in cui una cultura
diffusa a partire da interessi esclusivamente economici viene recepita da un’opinione pubblica
disposta passivamente ad accettarla sarebbe oggi una lettura parziale. Bisogna cioè tenere conto
della profonda dialettica esistente fra gli interessi del governo e dei potentati economici e le
richieste del pubblico nelle sue diverse stratificazioni.178
È innegabile, infatti, la pressione determinante esercitata da un sostrato culturale sempre più
decisamente orientato ad influenzare le decisioni della politica ufficiale, anche in tempi di suffragio
ristretto, e in cui temi come il bellicismo e la volontà di rinascita nazionale stanno permeando in
profondità, sia nella società civile, sia fra gli intellettuali.
A tal proposito, risulta illuminante il caso del «Corriere della Sera». Ancora nell’estate del 1911, il
quotidiano diretto da Luigi Albertini non dà alcun peso alle agitazioni in favore della guerra contro
la Turchia, preferendo dedicare la propria attenzione alla gravissima situazione del Mezzogiorno
dove, alla già scandalosa assenza di infrastrutture e alla totale distanza dallo Stato, si è aggiunta in
quei mesi un’epidemia di colera, che provoca diverse sommosse, come quella di Verbicaro
dell’agosto 1911. Il 9 settembre 1911, venti giorni prima della dichiarazione di guerra, il giornale si
affianca con decisione agli altri quotidiani impegnati nella campagna bellicista, ospitando alcuni
scritti di Corradini e, in Terza pagina, le Canzoni d’Oltremare di D’Annunzio.179
Tale sostrato culturale è il risultato di importanti fenomeni economici e sociali che si verificano
in Italia a partire dagli ultimi anni dell’Ottocento: l’avvento delle masse all’interno dello Stato e
l’industrializzazione.

177
G. SALVEMINI, Come siamo andati in Libia, La Voce, Firenze, p. 133, cit. in A. SCHIAVULLI (a cura di), La guerra
lirica, cit., p. 24.
178
A. SCHIAVULLI (a cura di), La guerra lirica, cit., p. 23.
179
Su Albertini e il «Corriere» in questa fase cfr. V. CASTRONOVO, Stampa e opinione pubblica nell’Italia liberale, in
V. CASTRONOVO, N. TRANFAGLIA, (a cura di) La stampa italiana nell’età liberale, Laterza 1979, pp. 181-190.

41
2. Antirazionalisti, antidemocratici, bellicisti

2.1 Società di massa e crisi del ruolo del letterato

Come è noto, la sconfitta di Adua del 1 marzo 1896 non costituisce solamente la brusca
interruzione del sogno imperialista italiano. Essa assume, a ben vedere, il valore di vero e proprio
spartiacque nella storia politico-culturale del paese.180 L’uscita di scena di Crispi, principale
promotore dell’imperialismo africano,181 chiude infatti l’ultimo legame diretto con la politica
risorgimentale ed apre alla crisi politico-istituzionale di fine secolo.182
Fra gli anni 1896 e 1914, inoltre, l’Italia realizza una rapida espansione industriale che, da una
condizione di vera e propria arretratezza economica, la porta a sviluppare un moderno sistema di
produzione industriale capitalistico.183
A tale brusca accelerazione dei processi economici non corrisponde, tuttavia, una solida tradizione
economico-politica, quale è quella maturata in paesi europei. Nel mondo culturale italiano «molti
continuano a vagheggiare una specie di patriarcato georgico che avrebbe dovuto preservare la
società italiana dalle minacce manchesteriane dell’urbanesimo».184 A pensarla in questo modo, non
sono soltanto «certi letterati alla moda e tanti facili retori: anche illustri esponenti della cultura
accademica erano convinti che non fosse né utile né opportuno staccarsi dai vecchi ormeggi».185 A
sua volta, la classe dirigente ed imprenditoriale, incapace di promuovere una cultura industriale di
ordine politico-sociale, si limita a mutuare gli schemi ideologici delle classi dominanti preindustriali
adattandoli ad una realtà del tutto nuova.186
Un cambio di rotta, in tal senso, sembra giungere con l’inizio del secolo e l’avvio del periodo
giolittiano. Il delinearsi, come si è visto, nelle figure di Giolitti e Turati, di un asse riformista di
sviluppo industriale, sembra preludere all’evoluzione del regime liberale verso forme di più
avanzata democrazia.

180
Per una visione esaustiva del significato e le ripercussioni di tale battaglia,cfr. A. DEL BOCA, (a cura di), Adua. Le
ragioni di una sconfitta, Laterza, Roma-Bari 1997.
181
Sul colonialismo di Crispi cfr. D. ADORNI, Presupposti ed evoluzione della politica coloniale di Crispi, in A. DEL
BOCA (a cura di), Adua., op. cit.
182
La bibliografia sulla crisi di fine secolo è naturalmente molto ampia. Per una esaustiva visione d’insieme, cfr. G.
CANDELORO, Storia dell’Italia moderna, cit., cap. I.
183
A tal proposito, si vedano almeno G. CANDELORO, Storia dell’Italia moderna, cit., cap. II.
184
V. CASTRONOVO, Cultura e sviluppo industriale, in Storia d’Italia, Annali vol. IV, Intellettuali e potere, Einaudi,
Torino 1975, pp. 1263-1264.
185
Ibidem.
186
Ibidem.

42
In tale situazione di arretratezza culturale, tuttavia, lo sviluppo industriale si distribuisce in maniera
assai disomogenea, riguardando sostanzialmente solo le aree urbane del versante nord-
occidentale.187 In particolare si distingue la borghesia industriale e commerciale di Milano, la cui
vitalità politica e culturale si esprime attraverso uno strumento pratico e di effetto immediato: il
giornale.188 Nel resto d’Italia, un paese in cui i lavoratori agricoli costituiscono ancora il 55%
dell’intera popolazione attiva,189 tale rapido passaggio è causa di gravi squilibri economico-sociali,
che acuiscono il già esistente squilibrio fra Nord e Sud del paese e che costringono centinaia di
migliaia di italiani a cercare lavoro all’estero, principalmente verso l’America e, in particolare, negli
Stati Uniti.190
Mentre una parte del Paese – e Moneta, come si è detto, è fra questi – partecipa della fiducia di
matrice positivista nei progressi dell’economia e delle istituzioni, va delineandosi sempre più
chiaramente un ampio e disomogeneo fronte di opposizione, deluso dai risultati
dell’industrializzazione e dai tentativi riformisti del governo.191 In particolare, per ciò che ci
interessa qui analizzare, viene delineandosi «una dicotomia sempre più evidente fra la rivoluzione
in atto nel paese e la sua legittimazione sotto il profilo ideologico e culturale».192
La rinascita dell’idealismo in filosofia e la viva polemica antipositivista che si vanno diffondendo
all’interno del ceto medio colto non si risolvono pertanto in una pura critica filosofica, bensì
esprimono, sul piano politico, un’avversione per i cambiamenti portati dalla società di massa,
ovvero per la democrazia e il socialismo:

La polemica contro il determinismo antiumanistico, contro l’arido naturalismo, contro le


goffe semplificazioni sociologiche, contro l’ingenua adorazione dei fatti bruti, contro la
riduzione dell’uomo al suo ambiente, andò di pari passo con la polemica contro le idee di
riforma che scuotevano il vecchio ordine, contro il paventato avvento di un allargamento

187
G. CANDELORO, Storia dell’Italia moderna, cit., p. 94.
188
G. BAGLIONI, L’ideologia della borghesia industriale nell’Italia liberale, Einaudi, Torino 1974, pp. 114-115 (cit. in
F. CURI, L’estetizzazione della politica in ID., Tra mimesi e metafora. Studi su Marinetti e il movimento futurista,
Pendragon, Bologna 1995 p. 28).
189
G. CANDELORO, Storia dell’Italia moderna, cit., pp. 301-302.
190
Ivi, pp. 133-137.
191
Ne fanno parte i liberisti radicali come Salvemini e Giretti, che si fanno portavoce del malcontento meridionale;
l’emergente corrente socialista massimalista – nella quale si distinguerà presto il giovane Benito Mussolini – e, forti
dalle tesi di Sorel e di Arturo Labriola, i sindacalisti rivoluzionari, i quali contribuiscono ad incrinare la fiducia del
mondo socialista nel progetto riformista di Turati. Lo scontento emerge anche fra vasti strati del ceto medio, esclusa dal
grande processo di crescita del mondo industriale e sempre più privata dei piccoli privilegi che fino a poco prima poteva
vantare sui ceti inferiori (cfr. V. CASTRONOVO, Cultura e sviluppo industriale, cit., pp. 1269-1271).
192
Ivi, p. 1272.

43
democratico della base del potere, contro l’ascesa di nuove classi sociali, in una parola contro
la democrazia e il socialismo.193

Il rapido processo di industrializzazione, inoltre, ha causato la modifica sostanziale dell’’assetto


politico-istituzionale che fino a quel momento aveva permesso di tenere in vita la figura del
letterato tradizionale. Si sta avviando, cioè, anche in Italia, quel processo che avrebbe portato alla
nascita del moderno intellettuale, impiegato nella società di massa,194 di cui indiscusso maestro e
capostipite è, nella cultura nazionale, D’Annunzio.195
Per molti intellettuali di estrazione piccolo-borghese, tuttavia, tale cambiamento del ruolo
dell’intellettuale risulta tutt’altro che indolore.196 Molti vanno infatti incontro al «pericolo di una
grave disoccupazione che li spinge il più delle volte a nutrire un violento impulso alla ribellione e al
rifiuto anarchico dell’assetto sociale e politico costituito».197
All’interno di questo ampio fronte antipositivista e antidemocratico si distingue, pertanto, da una
frangia definibile semplicemente conservatrice, rappresentata da intellettuali come Vilfredo Pareto e
Gaetano Mosca, una frangia più propriamente eversiva.198 Il suo nucleo è costituito da
un’avanguardia di giovani intellettuali, «ristretto nel numero ma agguerrito ideologicamente e
culturalmente», che ha il suo centro irradiatore a Firenze e nella Toscana, ma che è «capace di
riferimenti e agganci non marginali a giornali, riviste e istituti operanti nel centro-nord».199 Sono

193
N. BOBBIO, Profilo ideologico del ‘900, Garzanti, Milano 1990, p. 15. Il vero obiettivo polemico degli antipositivisti
era «quella nuova consapevolezza che attraverso questa filosofia si andava formando del rinnovamento degli strumenti
culturali necessari a un paese che faticosamente stava esperimentando, come si direbbe oggi, il suo primo processo di
modernizzazione» (Ivi, p. 47).
194
Cfr. STRAPPINI, L., (a cura di), Enrico Corradini. Scritti e discorsi 1901-1914, Einaudi, Torino 1980, pp. XI- XIII.
195
Laddove, fra gli scrittori della sua generazione, alcuni si limiteranno a rivendicare una posizione del tutto organica
alla élite culturale di cui erano espressione, D’Annunzio fu maestro insuperato nel sapersi adattare alla nuova
situazione: «Non è più l’intellettuale stipendiato – il professore, tendenzialmente – ma il libero professionista della
penna, o, anche come punto d’arrivo dallo status di free lance (il «pennarulo» della geniale versione partenopea),
l’ingaggiato da un consiglio di amministrazione di una casa editrice. Un passaggio importante nella storia
dell’intellettualità, che accompagna ed esalta il ruolo di opinion maker del chierico. Senza tale passaggio, D’Annunzio
non sarebbe mai stato il formidabile formatore di opinione pubblica che conosciamo» (A. D’ORSI, I chierici alla
guerra. La seduzione bellica sugli intellettuali da Adua a Baghdad, Bollati Boringhieri, Torino 2005 p. 71). Sapendo
presentarsi come «efficace riproduttore di miti capaci di eccitare le fantasie delle classi medie, dai professori di scuola
superiore alle dattilografe delle prime aziende industriali, dagli impiegati pubblici a un largo sottobosco di letterati di
secondo e terz’ordine» (ivi, p. 87).
196
Renato Serra costituisce uno degli esempi più rappresentativi del groviglio di tensioni che coinvolsero il ruolo
dell’intellettuale di quegli anni in cui «le lettere non danno di per sé pane, se non si traducono in qualche utilità sul
mercato» (M. ISNENGHI, Introduzione a R. Serra, Scritti letterari, morali e politici. Saggi e articoli dal 1900 al 1915,
Einaudi, Torino, 1974, p. XV, cit. in A. SCHIAVULLI, (a cura di), La guerra lirica, cit., p. 12).
197
F. CURI, L’estetizzazione della politica, cit., p. 33.
198
N. BOBBIO, Profilo ideologico del ‘900, cit., p. 61.
199
L. STRAPPINI (a cura di), Enrico Corradini, cit., 1980, p. XXI.

44
quei giovini che, intrisi di dannunzianesimo e di idealismo, danno vita alle esperienze del
«Leonardo», di «Hermes» e del «Regno».200
A partire da qui, «la polemica antidemocratica si diffonde a macchia d’olio nel ceto dei colti,
intrecciandosi con l’apologetica della guerra e più in generale di una violenza rigeneratrice in
quanto, a ben vedere, restauratrice».201
La guerra diventa, in altri termini, la valvola di sfogo in cui convogliare le istanze eversive poste
dalla massa degli intellettuali piccolo-borghesi disoccupati.202 «Nasce una nuova strategia e una
nuova gestione della cultura. Nasce una nuova figura di intellettuale a cui basta, per essere tale
rovesciare il proprio nichilismo individualistico in disponibilità alla rivolta, al rifiuto e alla lotta di
gruppo».203
Ancora prima che direttamente in senso imperialista, diretta alla conquista e allo sfruttamento
coloniale della terra africana, la guerra è insomma l’argomento principale della letteratura politica
dei nostri intellettuali fra ottocento e novecento.204

2.2 Nazionalismo e tecnicizzazione del mito

Il movimento destinato ad offrire il luogo di confluenza di tutte le diverse tendenze di questo


antidemocraticismo eversivo è il nazionalismo, il cui teorico e fondatore è, in Italia, il giovane
scrittore dannunziano Enrico Corradini (1865-1931).205
La rivista letteraria «Il Marzocco» (1896-1932), fondata nello stesso anno della sconfitta di Adua,206
inaugurando la «stagione fiorentina» delle riviste italiane, costituisce il primo tassello di un’ampia
operazione culturale, «fra l’altro perfettamente riuscita»,207 mirata a investire l’intellettuale del
ruolo politico di egemonizzare le masse.208

200
Per i quali si rimanda a D. FRIGESSI, La cultura italiana del ‘900 attraverso le riviste, vol. I, Einaudi, Torino 1960.
201
A. D’ORSI, I chierici alla guerra, cit., p. 77.
202
A. SCHIAVULLI, (a cura di), La guerra lirica, cit., p.15.
203
F. CURI, L’estetizzazione della politica, cit., p. 34.
204
A. SCHIAVULLI, (a cura di), La guerra lirica, cit., p.14.
205
N. BOBBIO, Profilo ideologico del ‘900, cit., p. 67.
206
Nella prefazione alla raccolta dei suoi Discorsi politici (1924) Corradini fece significativamente risalire proprio alla
disfatta di Adua il punto d’inizio del nazionalismo italiano. Il testo è riportato in L. STRAPPINI (a cura di), Enrico
Corradini, cit., pp. 4-5.
207
A. SCHIAVULLI, (a cura di), La guerra lirica. cit., p. 25.
208
«A ben vedere, proprio questa testata segna, in ambito italiano, la nascita dell’intellettuale» in senso moderno (A.
D’ORSI, I chierici alla guerra, cit., p. 70).

45
Dopo avere assistito con disprezzo all’insorgere della «folla» come protagonista della società
contemporanea, inizia a farsi strada in questi intellettuali la consapevolezza che proprio nel
consenso delle masse poteva risiedere «una dimensione nuova per l’azione dell’artista nella
società».209
Momento fondamentale di tale operazione culturale è costituito dalla successiva esperienza della
rivista «Il Regno» (1903-1906). Vera e propria «fabbrica di miti»,210 in cui estetismo,
antidemocraticismo e bellicismo si uniscono in un nesso inscindibile, la rivista vede l’assidua
collaborazione di Prezzolini, Papini, Morasso, Borgese e Pareto.211 Tale esperienza costituisce, nel
percorso di questi intellettuali, «il tramite del passaggio compiuto dalla letteratura alla politica».212
Dal punto di vista stilistico, nasce in questo contesto un linguaggio nuovo, caratterizzato da
«elementi e richiami mitici, formule suggestive e immagini evocative».213
Questa nuova retorica si basa, oltre che sull’«impiego sapiente degli strumenti tradizionali
dell’oratoria, come i vaticini e le profezie, la ripetizione concettuale e verbale, l’analogia, la
metafora, ecc.» sulla «subordinazione del discorso razionalmente motivato a finalizzazioni morali, a
convenzioni mistiche, a istanze spiritualistiche».214
Tale linguaggio costituisce:

l’applicazione rudimentale ed immediata di una nuova tecnica politica, che si ispirava ad una
particolare intuizione della natura umana e ad una realistica valutazione dell’importanza del
sentimento e del mito nella politica di massa. L’antirazionalismo politico fu la conseguenza di
una svalutazione razionale della ragione come principio direttivo della storia e della politica
[…] una razionale utilizzazione psicagogica dell’irrazionalismo.215

Fondamentale, a tal proposito, risulta «l’uso sistematico di idee-forza (miti)» ovvero la


«strutturazione del processo logico-dimostrativo su postulati indimostrabili e dati per acquisiti (la
natura umana, l’arte, l’energia, l’idea di Roma, ecc.)»,216 che ha i suoi iniziatori, nella letteratura
politica dell’epoca, in Oriani e D’Annunzio.

209
E. GENTILE, Il mito dello Stato nuovo dall'antigiolittismo al fascismo, Roma-Bari, Laterza, 1982, cit., p. 11. Si pensi
che, negli stessi anni, sta muovendo i primi passi la psicologia collettiva: la Psychologie des foules di Gustave Le Bon è
del 1895 e, in Italia, L’intelligenza della folla di Scipio Sighele è del 1903.
210
L. RICCI, La lingua dell’Impero, cit., p. 39.
211
N. BOBBIO, Profilo ideologico del ‘900, cit., p. 67.
212
L. STRAPPINI (a cura di), Enrico Corradini, cit., p. XVII.
213
L. RICCI, La lingua dell’Impero, cit., p. 60.
214
L. STRAPPINI (a cura di), Enrico Corradini, cit., p. IX.
215
E. GENTILE, Il mito dello Stato nuovo, cit., p. 15.
216
L. STRAPPINI (a cura di), Enrico Corradini, cit., p. IX.

46
Intrecciandosi con un discorso coloniale che, sotto forme diverse, circolava in Italia da circa un
trentennio e che affondava le sue radici in secoli di dominazione coloniale europea, tale
tecnicizzazione del mito217 giocò un ruolo determinante nella creazione del consenso per l’invasione
della Libia, per poi venire incorporata e portata alla massima potenzialità dal fascismo europeo.218

3. Eredità coloniali

3.1 Immagini dell’Africa

Ancora prima che l’Italia dia inizio alla propria esperienza coloniale, infatti, l’Africa è già ben
presente nell’immaginario degli italiani.
Nell’Italia divisa in Stati regionali, circola sotto varie forme, a livello di masse popolari e di sentire
comune, un patrimonio di immagini e di stereotipi ereditati da una plurisecolare storia di dominio e
colonizzazione,219 inquadrabili nel contesto più ampio di una radicata sensibilità orientalista
europea.220 Il continente nero e misterioso, gli africani bonari fanciulli o perfidi selvaggi, gli arabi
infidi e il bianco civilizzatore: sono queste le immagini prevalenti dell’Africa ancora nell’Italia del
fermento risorgimentale e dell’unificazione nazionale. Un’immagine, pertanto, non ancora
coloniale, ma generalmente orientalista.
Oltre ai contatti di tipo commerciale, intrattenuti principalmente da città come Genova e
Venezia, i più rilevanti contatti diretti precoloniali italiani con l’Africa sono costituiti dai viaggi dei
primi avventurieri e missionari: individui che si sottopongono alla prova del viaggio in un percorso
di crescita in primo luogo soggettivo, riportando le proprie esperienze in diari e memorie.221

217
Riprendo tale feconda categoria dal mitologo torinese F. Jesi (1941-1980) il quale mutuava dal filologo e storico
delle religioni ungherese K. Kerényi (1897-1973) la distinzione fra “mito genuino” e “mito tecnicizzato”cfr. K.
Kerényi, Scritti italiani 1955-1971, Guida, Napoli, 1993), apportandovi tuttavia successive modificazioni, all’interno
della propria personalissima e fecondissima teoria del mito. Senza entrare in eccessivi particolari, si può intendere per
mito tecnicizzato «quel processo dinamico di utilizzazione del mito, posto in atto intenzionalmente per ottenere effetti
concreti di azione politica (ad esempio il mito del germanesimo, della razza, della romanità)» (E. MANERA, Furio Jesi.
Mito, violenza, memoria, Carrocci, Roma, 2012, p. 40).
218
Sul ruolo di tale linguaggio nel fascismo novecentesco, così come nei neofascismi odierni e «nella cultura di chi non
vuole essere di destra», cfr. F. JESI, Cultura di destra, Garzanti, Milano 1979.
219
N. LABANCA, Oltremare, cit., pp. 224-230.
220
A tal proposito, Said parla di un «modello culturale imperiale» (E.W. SAID., Cultura e imperialismo, cit., 1998, p.
14). Per il senso del termine orientalismo, cfr., del medesimo autore, il fondamentale Orientalismo (Bollati Boringhieri,
Torino 1991).
221
La fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento erano stati, infatti, anni di grandi ed entusiastiche esplorazioni
geografiche, le quali erano state seguite con passione dagli intellettuali di tutta Europa. Per un riassunto delle questioni
legate all’esplorazione italiana dell’Africa cfr. A. DEL BOCA, L'Africa nella coscienza degli italiani, cit., cap. I.

47
A livello letterario, tali esplorazioni alimentano una generale passione per l’esotico, la quale
trova sfogo in una fortunatissima letteratura di viaggio.222 In particolare, a cavallo fra gli anni
settanta ed ottanta dell’Ottocento, la stampa italiana dà segno di interessarsi maggiormente alle
grandi questioni dell’esplorazione e della conquista del mondo. Vengono pubblicati i diari e le
memorie degli esploratori, che conoscono grande fortuna; nascono specifici periodici di viaggio e
riviste scientifiche di argomento geografico, nonché una stampa popolare illustrata, dedicata ad un
pubblico più ampio (come «Il Giornale Illustrato dei Viaggi e delle avventure di terra e di mare»,
edito da Sonzogno a partire dal 1878).223
Grazie a tale copiosa letteratura narrativa e d’informazione, pertanto, quando la compagnia
Rubattino pianta il tricolore sulle sabbie di Assab, l’Africa è già da tempo entrata nelle case degli
italiani.224
Il sottile passaggio da un discorso esotista ed orientalista ad uno propriamente colonialista
avviene, in Italia, fra questi anni e quelli della prima guerra d’Africa. Un ruolo chiave, in questo
senso, è giocato dalle nascere ed il diffondersi di circoli e società geografiche.225
È risaputo come tali società abbiano giocato, in tutta Europa, un ruolo rilevante nella promozione e
lo sviluppo della colonizzazione dell’Africa: «il compito precipuo dei geografi (implicito o
esplicito) fu quello di preparare il terreno per l’azione politica e militare, di verificare cioè, tramite
analisi e descrizioni, le possibilità di sfruttamento dei territori annessi o ancora da annettere».226
Nell’Italia degli anni settanta dell’Ottocento iniziano a crearsi, attorno e dentro queste nascenti
società geografiche, alcuni primi circoli dichiaratamente espansionisti, i quali iniziano ad
intrattenere contatti con gli esploratori e missionari già da tempo di stanza in Africa: la volontà di
maggiore conoscenza scientifica del mondo, viene sempre più ad intrecciarsi con una vaga ma
decisa volontà politica di giungere per primi in territori ancora non “scoperti” né “occupati” da

222
Cfr. N. LABANCA, Oltremare, cit., p. 227.
223
Ivi, pp. 228-230.
224
L. RICCI, La lingua dell’Impero, cit., p. 35.
225
La principale e più importante è la Regia società geografica italiana, fondata a Firenze nel 1867. Essa promosse
imponenti spedizioni (la prima, di O. Antinori, nel 1870), dandone conto in numerosi resoconti scientifici, pubblicati sul
proprio «Bollettino della Società geografica italiana» (fondato nel 1868). Altre società geografiche sono la Società di
esplorazione commerciale e il suo organo ufficiale di stampa «L’Esploratore», fondato nel 1877 da Manfredo
Camperio; la Società di esplorazione commerciale africana di Milano e la Società africana d’Italia di Napoli.
226
L. RICCI, La lingua dell’Impero, cit., p. 68.

48
francesi o inglesi.227 A tale proposito, risulta emblematica la vicenda della Società geografica
italiana.228
Ora, questo vasto insieme di testi – diari e memorie di viaggio, testi geografici, stampa popolare
– se sottoposto ad una puntuale analisi tematica e stilistica, mostra una sostanziale omogeneità
interna.229
In epoca coloniale, soprattutto nella fase ottocentesca, il limite fra cronaca letteraria e resoconto
scientifico risulta, infatti, molto labile: prevale trasversalmente un andamento letterario che molto fa
leva sulla suggestione esotica e sul fascino dell’Africa misteriosa e tenebrosa.230.
La nuova immagine dell’Africa esplorata stenta quindi a distaccarsi dalla plurisecolare ed
orientalista immagine dell’Africa nera e misteriosa: al contrario, quest’ultima tende a ripetere gli
antichi stereotipi e i vecchi miti esotici.231
In tale meccanismo rientra il ricorrere, in questi testi, del motivo del locus amoenus (nelle
varianti di giardino dell’Eden e dell’orto delle Esperidi), in cui «convergono felicemente le istanze
della propaganda politica, i retaggi mitologici e la topica della letteratura di viaggio».232
Geografi ed esploratori sono pressoché unanimi nel decantare le terre africane come fertili e
rigogliose. A ben guardare, tuttavia, tale fertilità è sostenuta, da un lato, sulla base di citazioni di
classici greci e latini; dall’altro, su improbabili previsioni di un immaginifico futuro, in cui le terre
saranno sottratte all’incapacità e all’inerzia degli attuali abitanti delle regioni africane ed affidate
alle capaci mani italiane. Alla reale immagine dell’Africa del presente, tuttavia, pochi fanno
riferimento.233

227
N. LABANCA, Oltremare, cit., pp. 40-43.
228
Caratterizzata fin dalla sua fondazione da un carattere militante ed empirico, la SGI «ebbe un notevole peso nel
preparare la via di penetrazione in Africa e nel costruire una mentalità espansionistica», manifestando pienamente la
propria vocazione africana «a partire dal 1873, quando giunge alla presidenza Cesare Correnti» (L. RICCI, La lingua
dell’Impero, cit., pp. 70-71). Inoltre, a differenza di altre omologhe europee, la SGI mantenne un carattere alquanto
elitario, «come dimostra il fatto che solo assai tardi superò i duemila soci, di cui solo una piccola parte geografi
professionisti: anche per tale suo carattere la Società fu strettamente legata al governo e agli ambienti politici, ben
presenti nei suoi organi decisionali» (N. LABANCA, Oltremare, cit., p. 38).
229
Tale è l’analisi effettuata da Ricci (cfr. L. RICCI, La lingua dell’Impero, cit., pp. 67 e ss.)
230
Vengono rimessi in circolo miti e leggende della classicità; si indugia sugli aspetti curiosi e meravigliosi; si esalta la
figura dell’eroe esploratore, impavido e sprezzante del pericolo (cfr. ivi, p. 67). Sono anche presenti, in quantità minore,
tratti più propriamente pertinenti al discorso scientifico, in cui un ostentato disinteresse stilistico si concentra
sull’informazione e la descrizione. tuttavia prevalgono, nel complesso, una visione per immagini preconcette, che tende
a ridurre tutto a bozzetto di colore, e una descrizione tutta tesa ad amplificare l’immaginazione ed a sommuovere le
emozioni, concentrata di preferenza sull’abominevole e sullo straordinario (cfr. ivi, pp. 73-80).
231
N. LABANCA, Oltremare, cit., p. 230.
232
Cfr. L. RICCI, La lingua dell’Impero, p. 80.
233
Ivi, p. 72.

49
Il mito della Libia come «terra promessa», pertanto, non nasce dal nulla. Anticipato dalle favole
sulla «fertile Eritrea» negli anni ottanta dell’Ottocento e ripetuto per la «lussureggiante Etiopia»
negli anni Trenta, esso si ricollega ad un vero e proprio repertorio formulare colonialista. Toccherà
agli anticolonialisti provare a smascherare la propaganda celata dietro tali descrizioni favolistiche
dell’Africa: ma la loro voce rimarrà sempre minoritaria.234 Il vero volto delle terre conquistate
emergerà, di volta in volta, solo al momento della conquista.235

3.2 Civiltà e barbarie

Un’ideologia coloniale e una cultura imperialistica si diffondono rapidamente in Italia a partire


dalla metà degli anni ottanta, quando un’Italia appena uscita dal faticoso processo di unificazione,
decide di gettarsi nell’agone coloniale.
Il postulato di base di tale ideologia – comune ad ogni altro imperialismo europeo – è quello
dell’inferiorità della razza africana rispetto a quella europea, sostenuto e diffuso, proprio in questo
periodo, dalle nascenti scienze antropologiche.236 Da tale postulato, che può vantare il titolo di
verità scientifica, deriva infatti la giustificazione morale della «missione civilizzatrice», che tanto è
destinata a far sentire la propria voce – anche in tempi coevi a chi scrive –.
Circa un mese prima della battaglia di Adua, il deputato socialista Leonida Bissolati scrive:

234
Tra i maggiori critici di tale tópos troviamo, oltre al già citato Salvemini (di cui è rimasta celebre la definizione della
Libia come «scatolone di sabbia») il geografo e intellettuale militante Arcangelo Ghisleri (1855-1938). Già autore,
durante l’espansione in Africa Orientale, di una rivista quindicinale geografica di carattere divulgativo, «La Geografia
per tutti» (1891-1895), il cui compito prioritario è quello di «sgombrare il campo delle scienze geografiche da immagini
fantasiose e nozioni preconcette» (cfr. A. BENINI, Vita e tempi di Arcangelo Ghisleri, 1855-1938, Lacaita editore,
Manduria 1975, pp. 83-100), allo scoppio della guerra di Libia tornava, con identico impegno anticolonialista, ad
affermare: «Il valore geografico-economico delle coste tripoline è infinitamente inferiore a quello delle nostre coste
calabresi o pugliesi; e la potenzialità produttiva del suolo e del sottosuolo della sola Calabria varrebbe dieci volte quello
della Cirenaica, se in questi cinquant’anni d’unità regia il governo si fosse mai preoccupato dei veri interessi delle
popolazioni e delle felici risorse naturali delle nostre regioni» (A. GHISLERI, Lettera a francesco Manfredi, «La
Fronda», 30 settembre 1911, cit. in ivi, p. 172). Nel maggio del 1911, inoltre, «La Voce» di Prezzolini pubblica i dati di
un’inchiesta condotta nel 1909 dal JTO (Jewish Territorial Organization), organizzazione ebraica preposta alla
valutazione territoriale di aree eventualmente idonee all’emigrazione e alla colonizzazione, da cui era emersa, a
riguardo del territorio libico, una valutazione disastrosa (cfr. gli articoli L’illusione tripolina e Perché non si deve
andare a Tripoli, in. ROMANÒ, P., (a cura di), La cultura italiana attraverso le riviste, vol. III, «La Voce» (1908-1914),
Einaudi, Torino 1960, pp. 336- 342 e pp. 350-372).
235
Interessante, a questo proposito, risulta lo studio delle lettere dei soldati al fronte (cfr. A. DEL BOCA., L’impero, in
M. ISNENGHI (a cura di), I luoghi della memoria. Simboli e miti dell'Italia unita , Laterza, Roma - Bari 1996, p. 420).
236
«Che l’antropologia sia nata come ancella del colonialismo è cosa nota» (V. LANTERNARI, Antropologia e
imperialismo, Einaudi, Torino 1974, p. 349, cit. in L. RICCI, La lingua dell’Impero, cit., p. 84) Al contrario, il tratto più
originale e innovativo dell’antropologia moderna consiste proprio nell’aver messo in crisi la nozione di «civilizzazione»
come missione storica attribuita alla civiltà occidentale. (ivi, p.7, cit. in Ibidem.)

50
Sui cartelloni delle chiese dove si celebrano i riti funebri per gli italiani (e per gli ascari? non
è chiaro), massacrati in Africa – nelle allocuzioni diplomatiche, negli articoli di fondo degli
ufficiosi e, pur troppo! anche di qualche giornale democratico – nelle lettere dei nostri soldati
che, manipolate o genuine, rivelano quale sia la giustificazione morale, la montatura
psicologica che si vuol dare all’impresa – una frase ricorre insistentemente e costituisce, come
direbbero i tedeschi, il leit-motiv, ossia il ritmo predominante in tutta questa musica sacra e
profana: la frase che la guerra contro l’Abissinia è la guerra della civiltà contro la barbarie.237

Proprio all’interno del mondo democratico, tale assunto era destinato a larghi consensi. Il caso
più celebre è, in questi anni, quello del repubblicano Giovanni Bovio, docente di filosofia del
diritto, il quale in un discorso pronunciato all’Università di Napoli, dava il proprio sostegno alla
politica italiana africana sostenendo la superiorità civile e antropologica delle razze europee. Bovio
asseriva infatti che la colonizzazione non solo non era deprecabile, ma era anzi opera meritevole, in
quanto «non esiste diritto alla barbarie».238
Tale tesi venne contestata dal geografo e intellettuale militante Arcangelo Ghisleri, erede della
239
tradizione illuminista e dei suoi rappresentanti ottocenteschi (in particolare Cattaneo), sulle
colonne della sua rivista «Cuore e Critica», dando avvio una viva polemica sulle razze,
successivamente raccolta in volume.240
La critica di Ghisleri alle tesi di Bovio viene portata avanti attraverso il commento e la confutazione
puntuale delle tesi portate avanti da Bovio, le quali, alla luce della serrata argomentazione di
Ghisleri appare costruita su pregiudizi ideologici.

[Bovio]: «La razza migliore è destinata dalla legge selettiva dove a trasformare in meglio,
dove a disperdere le razze inferiori».
[Ghisleri]: «Ma sonovi assolutamente razze “inferiori” e cioè “incorreggibilmente inferiori”?
D’onde ne traete i segni e le prove? E chi sarà il giudice competente di tale inferiorità, per
reputarla insanabile?».
[Bovio]: «Quando gli effetti sono buoni […] la scienza giustifica le cause e perdona gli urti
che danno le scintille. La forza per la forza è violenza; la forza per la civiltà è ragione. La
scienza parla così e chiama testimoni la storia (?) e la politica dottrinale, le quali rifermano
che così appunto si è fatta l’espansione della civiltà. Infatti civiltà non significa sillogizzare,
ma incivilire; e l’incivilimento è espansione: e l’espandersi è colonizzare (??). La storia delle

237
L. BISSOLATI, La guerra per la civiltà, in «Lotta di Classe», 25-26 gennaio 1896, cit. in L. RICCI, La lingua
dell’Impero, cit., p. 84.
238
Il testo di Bovio fu successivamente pubblicato con il titolo di Il diritto pubblico e le razze umane (1887).
239
Per un quadro esauriente della poliedrica attività intellettuale dell’autodidatta Ghisleri ( che fu geografo, cartografo,
storico, ricercatore, giornalista, saggista, critico letterario, docente e militante politico) cfr. A. BENINI, Vita e tempi di
Arcangelo Ghisleri (1855-1938), Lacaita editore, Manduria 1975.
240
Il volume di Ghisleri porta il titolo Le razze umane e il Diritto nella questione coloniale (1888).

51
colonie è la storia viva della civiltà: un popolo senza colonie è senza titoli, senza pensiero,
senza circolazione, senza missione».241

Come osserva Rainero, «il concetto discriminatorio adottato dal Bovio, frutto di un
eurocentrismo esasperato e di mal digerite nozioni darwiniane, conteneva in nuce l’esaltazione della
violenza e persino quella del genocidio vero e proprio, ritenuto non solo inevitabile, ma da
realizzarsi ad ogni costo».242
La risposta di Ghisleri, pur partendo da un innegabile eurocentrismo di matrice illuminista, ribalta i
teoremi all’epoca pressoché indiscussi della gerarchia delle razze, della loro darwiniana selezione
naturale e il dualismo barbarie-civiltà, divenendo uno dei più alti rappresentanti della cultura
anticolonialista italiana:

Desideriamo anche noi che l’Africa si levi dal suo sepolcro; desideriamo che il pensiero vi
alligni e la trasformi e la fecondi; anche noi crediamo alla forza espansiva del pensiero, ed
agli utili influssi della coltura e delle razze migliori. Ma pensiamo che, se migliori, devono
sapersi diffondere non colle armi, ma col sapere; non coi monopolii, ma colla libertà; non col
terrore e con la forca, che i compatrioti di Beccaria e Filangieri sono andati a piantare a
Massaua, ma colla pratica e coll’esempio di una civiltà più umana, più benefica e più
giusta.243

E, più avanti:

Non v’è un diritto alla barbarie, afferma il Bovio «come non c’è un diritto all’ignoranza, alla
delinquenza». Eppure, invece di eliminarli, i nostri delinquenti, li ricoveriamo in costosi ed
igienici cellulari; perché? Perché abbiamo quasi interamente abolito la pena di morte? Perché,
non osiamo, similmente, affermare che, non vi potendo essere un diritto all’ignoranza, le
nostre classi colte «sono destinate a eliminare, a disperdere» le nostre classi “inferiori”?
Perché, logicamente, non eliminiamo gli infermi, i deformi, gli inutili ingombri della nostra
sociale convivenza? Evidentemente, perché negli inferiori, negli ignoranti, nei nostri barbari
domestici, come nei nostri infermi, nei deformi, negli stessi delinquenti, non dimentichiamo
l’uomo; e di fronte ai diritti della sociale difesa, sospendiamo, se necessario, ma non osiamo
sopprimere i diritti dell’uomo.244

Tale polemica sulle razze, oltre che fondamentale per riflettere sulle matrici teoriche del
colonialismo italiano, è utile per «evitare l’errore di attribuire un’ideologia schiettamente razzista,

241
Cit. in L. RICCI, La lingua dell’Impero, cit., p. 84.
242
R.H. RAINERO, L'anticolonialismo italiano da Assab ad Adua, cit., p. 182.
243
Cit. in L. RICCI, La lingua dell’Impero, cit., p. 84.
244
Ibidem.

52
fondamento e legittimazione del colonialismo stesso, unicamente alla sua fase conclusiva e fascista,
rappresentata nei suoi esiti più clamorosi dall’antropologi di Lidio Cipriani».245

4. L’eredità contesa del Risorgimento

4.1 Unità nazionale ed espansione coloniale

Il riferimento al Risorgimento costituiva la base su cui si fondavano le critiche mosse dal


minoritario e diviso fronte anticolonialista.246 Gli ideali di liberazione dal dominio straniero, fino a
poco tempo prima professati in Italia, poco si accordavano, secondo costoro, con la politica
espansionista promossa dall’Italia in Africa.
Fra gli anticolonialisti di questa prima fase, oltre al Moneta direttore del «Secolo» e al già citato
Ghisleri, troviamo Giosuè Carducci (1835-1906). Invitato dal sindaco di Roma, nel maggio 1887, a
commemorare i morti di Dogali, il futuro premio Nobel per la letteratura respinse risolutamente la
richiesta in una nota lettera, in seguito pubblicata sul «Resto del Carlino». Fra le ragioni addotte,
Carducci sosteneva che «gli abissini hanno ragione di respingere noi come noi respingevamo e
respingemmo gli austriaci».247
Tuttavia, la stessa idea della missione civilizzatrice, comune a tutti gli imperialismi, tese, in
Italia, a relazionarsi e, spesso, ad intrecciarsi con temi e idee propri del medesimo discorso
risorgimentale. In particolare, l’idea mazziniana di missione civilizzatrice dei popoli, il mito di
Roma e l’idea giobertiana del primato del popolo italiano vennero ripresi a favore delle ragioni
dell’espansione.
A ben vedere, anzi, proprio questi temi costituiscono il tratto distintivo del discorso imperialista
italiano in tutte le sue fasi.248

245
L. RICCI, La lingua dell’Impero, cit., p.84. Cipriani fu autore della teoria etnologica della Difesa della razza (1938),
che costituì l’alibi scientifico per la campagna di distruzione compiuta in Etiopia dal fascismo.
246
L’anticolonialismo italiano, mai costituitosi in movimento unitario, sarà percorso, già a partire da questa prima fase,
da dubbi, divisioni e révirements ideologici (cfr. RAINERO, R.H., L'anticolonialismo italiano da Assab ad Adua, cit.,
1971).
247
Il monumento ai Caduti d’Africa e Giosué Carducci, «Il Resto del Carlino», 19 maggio 1887. Il testo è riportato per
intero in R. SCRIVANO, Letteratura e colonialismo, in Fonti e problemi della politica coloniale italiana. Atti del
convegno, Taormina- Messina, 23-29 ottobre 1989, pp. 646-648.
248
Nel suo recente ed utilissimo studio, in cui si dimostra in maniera convincente (per quanto attraverso
un’impostazione che talvolta sfavorisce una chiara contestualizzazione storica) la fondamentale omogeneità stilistica
che attraversa i testi colonialisti in tutte le fasi del nostro colonialismo da Assab all’Impero, Lucia Ricci individua tre
temi dominanti «la cui compresenza marca in senso davvero peculiare il caso italiano»: il tema nazionalista, il mito di
Roma e la tesi della superiorità etica del colonialismo italiano (L. RICCI, La lingua dell’Impero, cit., cap. II, pp. 33-66, e
nello specifico pp. 33-35). Nonostante Ricci ne faccia più volte cenno, credo meriti maggiore attenzione la comune

53
L’appena terminato processo di unificazione nazionale veniva letto, infatti, come il primo passo
verso l’affermazione dell’Italia come grande potenza, da realizzarsi anche attraverso l’espansione
coloniale:

Il desiderio di allargare i propri confini, così avvertito e diffuso già all’indomani dell’Unità,
favorisce un’interpretazione delle lotte d’indipendenza quale semplice avvio ad un processo di
ben più ampie proporzioni, che non può appagarsi degli obiettivi dell’unificazione nazionale.
Sarebbe necessario andare oltre, sullo slancio dei successi ottenuti, giacché l’Italia deve
soddisfare un obbligo davanti alla storia: dar vita ad un futuro di sogno imperiale che sia
degno di Roma.249

Tale connessione fra unità nazionale ed espansione coloniale, attivata attraverso la rievocazione
di un idealizzato passato imperiale romano, era presente già nel Mazzini della «Roma del Popolo»,
l’ultimo giornale politico da lui fondato, il 1 marzo del 1871.
Sul primo numero del giornale, Mazzini spiegava che la scelta del titolo «accenna alla missione di
Roma nel mondo e alla progressione storica che la chiama a diffondere per la terza volta ai popoli
una parola di incivilimento e di quella unità morale ch’è in oggi, nella lenta agonia dell’antica fede,
sparita».250 E, poche righe dopo, riassumeva: «Unità nazionale: Iniziativa di incivilimento al di
fuori: - in questi due termini è racchiuso tutto il programma della nostra pubblicazione».251
L’espansione italiana nel Nord Africa appariva, agli occhi del Mazzini di quest’ultima fase, come
un fatto del tutto naturale, riconducibile a una normale questione di politica internazionale.
Proprio questo è il titolo di un articolo comparso sui primi numeri della «Roma del Popolo», in cui
si diceva:

Nel moto inevitabile che chiama l’Europa a incivilire le regioni africane, come Marocco
spetta alla Penisola Iberica e l’Algeria alla Francia, Tunisi, chiave del Mediterraneo centrale,
connessa al sistema sardo-siculo e lontana un venticinque leghe dalla Sicilia, spetta
visibilmente all’Italia. Tunisi, Tripoli e la Cirenaica formano parte, importantissima per la
contiguità con l’Egitto e per esso e la Siria con l’Asia, di quella zona Africana che appartiene
veramente fino all’Atlante al sistema Europeo. E sulle cime dell’Atlante sventolò la bandiera
di Roma quando, rovesciata Cartagine, il Mediterraneo si chiamò Mare nostro. Fummo

matrice risorgimentale di questi tre temi, soprattutto per il fatto che la medesima radice risorgimentale è rivendicata
anche dagli anticolonialisti.
249
M. CAGNETTA, Antichisti e impero fascista, Dedalo Libri, Bari. 1979, p. 20.
250
G. MAZZINI, Agli Italiani, programma della «Roma del Popoli» (1971), in G. MAZZINI, Scritti editi e inediti, cit., p.
2.
251
Ivi, p. 4. Sul valore del mito di Roma in ambiente mazziniano e democratico, cfr. F. CHABOD, Storia della politica
estera italiana dal 1870 al 1896, Laterza, Roma-Bari 1951, vol. I, pp. 179-209.

54
padroni, fino al V secolo, di tutta quella regione. Oggi i Francesi l’adocchiano e l’avranno tra
non molto, se noi non l’abbiamo.252

Non è un caso, allora, che il grande alfiere del primo imperialismo italiano in Africa sia stato un
ex garibaldino come Crispi e che, già durante la prima fase coloniale, anche fra i democratici alcuni
iniziarono ad entusiasmarsi per il progetto espansionista.253
Per lo stesso Carducci, ad esempio, la lettera citata al «Resto del Carlino» è testimonianza di una
prima fase della parabola ideologica ed artistica del poeta, il quale, dagli iniziali atteggiamenti
democratico- radicali delle Rime nuove, approdò «senza eccessive difficoltà (cioè senza
drammatiche crisi e ripensamenti profondi)»254 a posizioni decisamente conservatrici e
filocoloniali.255
Tale cammino – e a tale elemento occorre dare il giusto peso, all’interno del nostro studio – è «lo
stesso che venne percorso da tanti ex garibaldini e democratici […], dalla deprecazione populistica
dello Stato borghese all’esaltazione dell’autorità e della forza nel principio patriottico e
nazionale»,256 con una progressiva adesione alla politica colonialista del governo, «muovendo da un
iniziale approccio problematico […] fino a un’epica celebrazione».257

4.2 Primato del colonialismo italiano e mito del «Risorgimento mancato»

Il principale tramite fra cultura risorgimentale e discorso imperialista è indubbiamente costituito


da Alfredo Oriani (1852-1909), in particolare nei suoi saggi Fino a Dogali (1889) e la Lotta politica
in Italia (1892).258
Scrittore, storico e poeta di formazione hegeliana ed antipositivista, Oriani concepiva il processo di
colonizzazione come un processo inevitabile e necessario, in cui anche gli evidenti interessi
economici alla base dell’impresa non erano che un’illusione strumentale, «un’astuzia della
ragione»,259 attraverso cui la Storia potesse realizzare la scopo più alto di unificazione mondiale e di

252
G. MAZZINI, Politica internazionale, «La Roma del Popolo», n 4, 5, 6, (1971), in G. MAZZINI, Scritti editi e inediti
cit., pp. 153-154.
253
N. LABANCA, Oltremare, cit., p. 57.
254
A. ASOR ROSA, Scrittori e popolo, cit., p. 63.
255
Cfr. E.R. LAFORGIA, L’elaborazione nella cultura letteraria del mito di Adua, in «Studi Piacentini», XX, 1996, p. 230
256
A. ASOR ROSA, Scrittori e popolo cit., p. 63.
257
L. RICCI, La lingua dell’Impero, cit., p. 96.
258
Per una lettura del tema colonialista nell’opera di Oriani, cfr. G. TOMASELLO, L’Africa tra mito e realtà. Storia della
letteratura coloniale italiana, Palermo, Sellerio, 2004, pp. 29-40.
259
A. ORIANI, Fino a Dogali, Libreria Editrice Galli, Milano, 1889, p. 379.

55
civilizzazione sotto l’egida europea. L’Africa, non a caso, rappresentava per Oriani la «preistoria»,
il cui simbolo è il deserto, contrapposta alla «storia», la civiltà europea in continua e necessaria
espansione.260 Se tale espansione comporta la guerra e lo sterminio,di ciò l’Europa non ha colpa,
perché «le tragedie, per essere inevitabili, diventano incolpevoli».261
Il mito democratico e mazziniano di Roma e il primato del popolo italiano di Gioberti vengono
ripresi da Oriani in chiave apertamente imperialista. Rispetto agli altri paesi europei, l’Italia può
infatti rivendicare, nell’opera di colonizzazione dell’Africa, un’esclusiva e antica tradizione che, a
partire dall’antica Roma, passando per le Repubbliche Marinare, fino ai missionari ed esploratori
ottocenteschi, le conferisce un primato sopra ogni altro paese europeo:

L'Italia fu la prima ad esercitare una grande influenza sull'Africa. L'antichissima civiltà


egiziana non aveva avuto scopo africano, ma cresciuta sul Mediterraneo e sul Mar Rosso era
una stazione, dalla quale l'oriente per immensa curva saliva verso l'Europa. Dopo l'Egitto
venne la Palestina, poi la Grecia, poi Roma. Roma fu il centro del mondo; […]. Infatti il
Cristianesimo vi si fermò suggellandovi l'universalità per tutta la durata della storia. Roma
distrasse Cartagine, ma fecondò Alessandria; ridusse l'Egitto a provincia romana attirando
l'Africa nella storia universale. D'allora, l'azione italica sull'Africa fu continua: tutto il
commercio africano fu coll'Italia, il Cristianesimo vi ebbe Santi Padri e concilii, vi mandò
crociate, vi si batté coll'Islamismo, […].
Dopo le antiche barche fenicie le prime flotte che cinsero l'Africa furono italiane: i pennoni
di Amalfi e di Pisa, di Genova e di Venezia, di Roma e di Firenze si gonfiarono superbamente
ai venti dei deserti. […]. Poi il movimento italico s'arresta, mentre l'Europa prosegue, inglesi,
portoghesi, francesi passano pel solco segnato dagl'italiani; […].
Dopo secoli e secoli la bandiera italiana tornava minacciando sui mari che sembravano averla
dimenticata, e non era la bandiera di Venezia o di Genova che aveva scoperta l'America e
salite le mura di Costantinopoli, non la bandiera di Roma papale che aveva annichiliti i Turchi
a Lepanto, ma la bandiera d'Italia che sventolando sull'asta delle antiche aquile romane
riprendeva la loro via.262

A Oriani si deve anche la lettura in chiave nazionalista e patriottica del mito del «Risorgimento
mancato», proveniente dalla tradizione antimoderata del radicalismo mazziniano:

Il mazzinianesimo creò il mito del Risorgimento come rivoluzione nazionale incompiuta: il


movimento risorgimentale non aveva realizzato una «rivoluzione integrale» perché, soffocato
nelle angustie dei compromessi diplomatici e del moderatismo, non aveva emancipato le

260
Ivi, p. 380.
261
Ivi, p. 381.
262
A. ORIANI, Fino a Dogali, cit., pp. 384-385. Su Oriani come «il Gioberti della piccola borghesia dell’ultimo
Ottocento», cfr. A. ASOR ROSA, La cultura,in Storia d’Italia, IV, Dall’Unità a oggi, tomo 2, Einaudi, Torino 1975, pp.
1072-1078.

56
masse, non aveva dato al popolo italiano la coscienza del primato e della missione di civiltà
nel mondo.263

In particolare, Oriani è il primo ad attribuire la responsabilità della mancata unità nazionale ad una
generica borghesia, intesa, più che in senso di classe, come:

[…] un certo tipo di personale politico dirigente, al quale vengono attribuite tutte le colpe
tipiche di un costume definito, appunto, borghese: infingardaggine, faciloneria, malversazioni,
clientelismo, trasformismo, difesa di interessi particolari, ignoranza di patria, debolezza sul
piano diplomatico e militare. Un intero repertorio, destinato a durare fino all’avvento del
fascismo (e oltre). 264

5. Dal patriottismo all’imperialismo

5.1 Italianismo

Attraverso la fondamentale mediazione di Oriani, il mito del «Risorgimento incompiuto» si


trasmise alle generazioni immediatamente successive, che, insofferenti per la mediocrità dell’Italia
giolittiana, anelavano riprendere e portare a termine la rivoluzione nazionale lasciata in sospeso.265
Tale desiderio di resurrezione nazionale si tradusse in un potente sentimento italianista,266 che si
esprimeva nel «culto della forza e della terra nostra, nella visione del robusto eroe latino che
accenda la gloria futura di nostra gente»267 e nella fede in «un’Italia più grande dell’Italia passata,
più degna del suo avvenire e del suo futuro posto nel mondo, più moderna e più avanzata, più
all’avanguardia delle altre nazioni».268 La sua influenza si fece sentire oltre le tradizionali divisioni
politiche, costituendo il cemento che tenne insieme l’ampio fronte, dai nazionalisti ai sindacalisti
rivoluzionari, favorevole alla guerra di Libia.269
I circoli colonialisti vissero, nel primo decennio del secolo, una radicale riorganizzazione, che li
vide accantonare le antiche divisioni personalistiche e regionalistiche, per compattarsi in istituzioni

263
E. GENTILE, Il mito dello Stato nuovo, cit., 1982, p. 5.
264
A. ASOR ROSA, Scrittori e popolo,cit., p. 64.
265
E. GENTILE, Il mito dello Stato nuovo, cit., p. 6.
266
Ivi, p. 7
267
M. MORASSO, Ai nati dopo il ’70, in «Il Marzocco», n. I, 7 febbraio 1897, cit. in L. STRAPPINI (a cura di), Enrico
Corradini, cit., p. XXI.
268
G. PAPINI, Perché sono un futurista, in «Lacerba», 1 dic 1913, cit. In E. GENTILE, La nostra sfida alle stelle, cit., p.
20.
269
Cfr. E. GENTILE, Il mito dello Stato nuovo, cit., p. 7-24.

57
unitarie. La più influente di queste era l’Istituto coloniale italiano, fondato a Roma nel marzo 1906,
e accompagnato, dall’estate successiva, dalla sua «Rivista coloniale».270
Gli intellettuali poterono pertanto «ritrovare nella nuova retorica nazionalista e nei temi bellici
un senso di identità e un mandato sociale» e trovare, altresì, nelle sollecitazioni poste
dall’imperialismo, «un serbatoio inesauribile di contenuti e forme cui attingere, per veicolarne
l’ideologia presso l’ampia platea di pubblico che si va delineando nella moderna società massificata
e che costituisce il nuovo mercato delle lettere.271
Non è un caso che, ad aprire la strada alle teorie dell’imperialismo e della forza come principio
guida delle relazioni internazionali fosse il sociologo nazionalista Mario Morasso (1871-1938), il
quale diede alle stampe, nel 1905, in relativo ritardo rispetto alla fine dello scramble
internazionale,272 il saggio L’imperialismo nel secolo XIX. La conquista del mondo.273 Lo stesso
Morasso, in seguito alla guerra russo-giapponese del 1904, esaltò lo spettacolo della modernità e
della velocità applicate in campo bellico, nel saggio La nuova arma (la macchina), anticipando temi
che saranno poi centrali nel futurismo. Nazionalismo e modernismo erano già quel punto tutt’uno
con l’ideologia espansionista.
La nuova retorica nazionalista, applicata in senso imperialista, acquistò maggiore
autoconsapevolezza e aggressività dall’incontro con Sorel,274 le cui teorie sui miti politici stanno
vivendo ampia diffusione in Italia, anche negli ambienti del nazionalismo italiano.275 Proprio sotto
l’influsso di Sorel, terminata l’esperienza del «Regno», Corradini approdò, nel 1909, al concetto di
«nazione proletaria», destinato a larga fortuna nella storia successiva.276

270
«Ambedue si mostrarono fondamentali per diffondere ed unificare i progetti dei circoli coloniali. L’Istituto superava
infatti definitivamente la forma delle società d’esplorazione o geografiche» (N. LABANCA, Oltremare, cit., p. 105). Si
tratta dei passi immediatamente precedenti alla definitiva legittimazione istituzionale dei circoli colonialisti italiani,
avvenuta con la creazione del ministero delle Colonie (1912) .
271
SCHIAVULLI, (a cura di), La guerra lirica, cit., p. 14.
272
N. LABANCA, Oltremare, cit., p. 104.
273
«Il secolo decimo nono fu il secolo della utopia democratico-umanitaria, il secolo ventesimo sarà il secolo della forza
e della conquista. Guai a quelli che non saranno forti; individui, classi sociali e popoli saranno travolti irresistibilmente
sotto il dispiegarsi delle nuove e terribili correnti di energia, che si contenderanno il dominio della vita e del mondo».
(M. MORASSO L’imperialismo nel secolo XIX. La conquista del mondo, 1905, cit. in E. GENTILE, La nostra sfida alle
stelle, cit., p. 13).
274
L. STRAPPINI (a cura di), Enrico Corradini, cit., 1980, p. IX.
275
Sull’influenza di Sorel in Italia, in particolare in seguito alla pubblicazione delle Réflexions sur la violence (1908),
cfr. G.B. FURIOZZI, Sorel e l’Italia, D’Anna, Messina-Firenze 1975, cap. VIII.
276
La lettura del sorelismo da parte di Corradini tese ad accentuarne gli elementi comuni al nazionalismo, ovvero
l’avversione alla borghesia, all’umanitarismo, alla democrazia e al pacifismo. Mutuando da Sorel il mito della violenza
e la differenza fra sfruttatori e sfruttati, Corradini spostò l’attenzione su quello che a suo avviso era il vero soggetto
universale della storia: non le classi sociali, bensì la nazione. La violenza storica giusta diventava, pertanto, quella che
permette alle nazioni proletarie di sottrarsi alla dipendenza delle nazioni borghesi (cfr. L. STRAPPINI (a cura di), Enrico

58
La stessa fondazione del futurismo, avvenuta il 20 febbraio 1909 con la pubblicazione sul
quotidiano parigino «Le Figaro» del primo manifesto a firma di Filippo Tommaso Marinetti (1876-
1944), contenente la celebre quanto infausta glorificazione della guerra come «igiene del mondo»,
non costituisce allora che l’estrema e radicale manifestazione del rifiuto di una tradizione retorica
considerata oramai inadeguata a rispondere alle urgenze del presente e della preoccupazione sempre
più incalzante di egemonizzare le masse.
Costituendo senza dubbio «la più influente e duratura declinazione bellicista dell’ideologia
modernista non solo in ambito letterario ed artistico, ma – per espresso proposito dei suoi seguaci e,
non da ultimo, del suo fondatore – nella vita quotidiana»,277 il futurismo di Marinetti diede ulteriore
linfa all’ideologia imperialista: «la guerra viene esaltata in se stessa: prova suprema degli individui
e dei popoli, lavacro di colpe anche non identificate, mistica espressione della Nazione, ma altresì
gioco virile, la cui componente sessuale è spesso senza remore dichiarata».278
Nell’ottobre del 1910 nacque l’Associazione nazionalista italiana, la cui oramai chiara natura
politica si precisò nell’organizzazione del Congresso di Firenze, nel dicembre dello stesso anno.
Il 1 marzo 1911, giorno in cui venne pubblicato il primo numero dell’«Idea Nazionale», organo
ufficiale dell’associazione, non fu certo scelto a caso: quindici anni dopo la sconfitta di Adua e
quarant’anni dopo la nascita della mazziniana «Roma del Popolo» (da cui la testata mutua il
titolo),279 nel cinquantenario dell’unità nazionale. Il cerchio si è chiuso: «il patriottismo
risorgimentale si è tramutato infine in un aggressivo nazionalismo imperialistico».280

5.2 Il cinquantenario dell’unità e il trionfo del discorso imperialista

Alla luce di quanto detto, si spiega meglio il consenso all’invasione diffuso nel paese allo
scoppio della guerra italo-turca. A sostegno della guerra di Libia, infatti, non agì più soltanto un
vecchio discorso esotista, ma una nuova e moderna propaganda;281 la quale, come si è detto, visse
nel 1911 una vera e propria escalation.

Corradini, cit., pp. XLVIII- LII, nonché il testo corradiniano Sindacalismo, nazionalismo, imperialismo (1909) ivi
riportato a pp.142-163).
277
A. SCHIAVULLI, (a cura di), La guerra lirica, cit., p. 16.
278
A. D’ORSI, I chierici alla guerra, cit., p. 96.
279
L’espressione compare, messa in evidenza dall’uso del corsivo («l’idea Nazionale») nel citato articolo Agli Italiani
di Mazzini (in G. MAZZINI, Scritti editi e inediti, cit., p. 15).
280
A. D’ORSI, I chierici alla guerra, cit., p. 96.
281
N. LABANCA, Oltremare, cit., p. 236.

59
Il nesso fra mito di Roma, epopea risorgimentale e ideologia imperialista raggiunse, in
occasione delle celebrazioni del cinquantenario dell’unità nazionale, il suo culmine, preparando il
terreno per la definitiva ufficializzazione del mito in età fascista.282
Vero e proprio aedo del mito imperialista della romanità è D’Annunzio. Le sue Canzoni delle Gesta
d’Oltremare rappresentano uno dei maggiori esempi di trasfigurazione mitica delle vicende
belliche, la cui influenza, più che a meriti letterari, è da imputarsi alla grandissima risonanza
mediatica di cui godettero.283
Vero e proprio reportage poetico della guerra di Libia è invece La battaglia di Tripoli, raccolta
di elzeviri redatti in francese da Filippo Tommaso Marinetti e pubblicati quotidianamente dal 25 al
31 dicembre 1911 dal giornale parigino «L'Intransigeant». Il volumetto in italiano che ne derivò, si
apriva con un’introduzione che recita:

Noi futuristi che da più di due anni glorifichiamo, tra i fischi dei Podagrosi e dei Paralitici,
l’amore del pericolo e della violenza, il patriottismo e la guerra «sola igiene del mondo e sola
morale educatrice», siamo felici di vivere finalmente questa grande ora futurista d’Italia,
mentre agonizza l’immonda genia dei pacifisti, rintanati ormai nelle profonde cantine del loro
risibile palazzo dell’Aja.284

Il discorso La grande proletaria si è mossa, pronunciato da Giovanni Pascoli (1855-1912) al


teatro comunale di Barga il 26 novembre 1911 (mentre le truppe italiane avanzavano su Ain-
Zara)285 costituisce quasi una summa dei tópoi colonialisti che, sbandierati dalla propaganda,
finirono col diventare senso comune.
Riprendendo, nel titolo, la nota formula corradiniana, il testo prende le mosse dall’assioma
dell’incontestabile primato dell’Italia:

[...] il popolo che con San Francesco rese più umano, se è lecito dirlo, persino Gesù
Nazareno; che coi suoi soavi artisti fece dell'inaccessibile cielo una buona tiepida raccolta
casa terrena piena d'amore; che col Beccaria abolì la tortura; che, quasi solo nel mondo, non

282
«Mentre prima del fascismo sono singoli personaggi particolarmente sensibili a far uso di argomenti “imperiali” e
“romani” in favore dell’espansione, più tardi è invece lo stesso governo ad assumere organicamente il mito della civiltà
romana come motivazione ufficiale della sua politica coloniale e ingrediente fondamentale dell’orchestrazione
propagandista» (M. CAGNETTA, Antichisti e impero fascista, cit., 1979, p. 11).
283
Le Canzoni vengono pubblicate in Terza pagina sul «Corriere della Sera» a partire dall’8 ottobre 1911 e,
successivamente, in volume, sotto il titolo di Merope (1912), come quarta parte delle Laudi del cielo, del mare, della
terra, degli eroi.
284
F.T. MARINETTI, La battaglia di Tripoli (26 ottobre 1911), Milano 1912, prima pagina non numerata, cit. in N.
BOBBIO, Profilo ideologico del ‘900, cit., p. 120.
285
Il testo viene divulgato, prima che in volume, sulle pagine di un importante quotidiano romano, «La Tribuna» del 27
novembre. Noi ci rifacciamo alla versione riportata sull’antologia postuma Limpido rivo del 1922.

60
ha più la pena di morte; che in Garibaldi ebbe un portentoso guerriero che odiava la guerra e
preferiva la vanga alla spada [...]286

Le sue glorie, simboleggiate nel Risorgimento, sembrano ora messe in ombra dal decadimento
morale e dalla miseria dell’Italia postunitaria, che costringeva molti connazionali ad emigrare e il
cui simbolo era la disfatta di Adua.287 La Libia diventava allora la terra promessa grazie alla quale,
al cinquantenario dell’unità, potesse avvenire la tanto agognata riscossa nazionale.288
La Libia è descritta come un vero e proprio locus amoenus in potenza: una «vasta regione che
[...] fu abbondevole d'acque e di messi, e verdeggiante d' alberi e giardini» ma ora ridotto in buona
parte a deserto «per l'inerzia di popolazioni nomadi e neghittose».289 Essa spettava di diritto
all’Italia, in quanto continuazione naturale della patria, in senso sia geografico290 sia storico291. Non
si tratta, allora, di una conquista, bensì di un ritorno.292 Le stesse popolazioni locali sembrano
pronte a ricevere gli italiani a braccia aperte, anziché rifiutarli «come masnadieri». Grazie alla
Libia, la patria poteva ottemperare «al suo materno ufficio di provvedere ai suoi figli volenterosi
quel che sol vogliono, lavoro»; esercitare il proprio «diritto di non essere soffocata e bloccata nei
suoi mari»; nonché, naturalmente, esercitare il «dovere di contribuire per la sua parte all'
umanamento e incivilimento dei popoli»293.
Il capovolgimento della realtà raggiunge i massimi vertici nella descrizione dei «fanciulloni
soldati»294, i quali erano «non eroi: proletari, lavoratori, contadini295», le cui armi erano«vanga e

286
(G. PASCOLI, La Grande proletaria si è mossa, in Limpido rivo. Prose e poesie di Giovanni Pascoli presentate da
Maria ai figli giovinetti d’Italia, Zanichelli, Bologna, 1922, p.226). E anche «[...] patria nobilissima su tutte le altre, che
aveva dato i più potenti conquistatori, i più sapienti civilizzatori, i più profondi pensatori, i più ispirati poeti, i più
meravigliosi artisti, i più benefici indagatori, scopritori, inventori, del mondo»; (ivi, p. 218).
287
«I miracoli del nostro Risorgimento non erano più ricordati, o, appunto, ricordati come miracoli di fortuna e d'astuzia.
Non erano più i vincitori di San Martino e di Calatafimi, gl'italiani: erano i vinti di Abba-Garima». (p. 219);
288
Il discorso si chiude con la celebre immagine dell’incontro fra i morti delle battaglie africane e gli eroi
risorgimentali, uniti in una glorificazione corale per aver permesso, a cinquant’anni dall’Italia di «fare anche gli
italiani» (ivi, p. 229).
289
Ivi, p. 219.
290
«[...] bagnata dal nostro mare, verso la quale guardano, come sentinelle avanzate, piccole isole nostre; verso la quale
si protende impaziente la nostra isola grande» (Ibidem.).
291
«[...] dal momento che fu abitata dai “nostri progenitori, [...] anche là è Roma» (ivi, pp. 219-220). «O Tripoli, o
Beronike, o Leptis Magna (non hanno diritto di porre il nome quelli che hanno disertato o distrutta la casa!), voi
rivedete, dopo tanti secoli, i coloni dorici e le legioni romane! Guardate in alto: vi sono anche le aquile! » (ivi, p. 221).
292
«A questa terra, così indegnamente sottratta al mondo, noi siamo vicini; ci fummo già; vi lasciammo segni che
nemmeno i Berberi, i Beduini e i Turchi riuscirono a cancellare; segni della nostra umanità e civiltà, segni che noi
appunto non siamo Berberi, Beduini e Turchi. Ci torniamo. In faccia a noi questo è un nostro diritto, in cospetto a voi
era ed è un dovere nostro» (ivi, p. 225).
293
Ivi, p. 221.
294
Ivi, p. 226.
295
Ivi, p. 223.

61
piccone», con cui «scavano fosse e alzano terrapieni»296, oltre al coltello «col quale partisce il pane
e si fa ragione sulle risse».297 Essi combattevano e spargevano sangue «non per inselvatichire e
corrompere ma per umanare e incivilire, non per asservire ma per liberare».298 «E non si chiami
questa retorica»:299

Chi non ha visto qualche volta i nostri bei ragazzi armati dividere la gamella e il pan di
munizione con qualche vecchio povero ? Chi non ha visto qualche volta uno dei nostri cari
fanciulloni soldati con un bambino in collo? Chi non li ha visti accorrere a tutte le sventure,
prestarsi a tutte le fatiche, affrontare tutti i pericoli per gli altri?300

In conclusione, la guerra in Libia «ammaestra esemplarmente nell'umano esercizio del diritto e


nell'eroico adempimento del dovere», rispondendo a coloro «che confondono l'aspirazione alla pace
con la rassegnazione alla barbarie e alla servitù»;301; essa, «checché appaiono i nostri atti singoli di
strategia e di tattica, [è] guerra non offensiva ma difensiva302», la quale serve a imporre, «sopra
tutto ai popoli che non usano se non la forza,[...] mediante la guerra, la pace».303

296
Ibidem.
297
Ivi, p. 220.
298
Ivi, p. 225.
299
Ivi, p. 224.
300
È la rassicurante favola degli «italiani brava gente», colonizzatori di indole benevola e paternalisticamente solidali
con i popoli assoggettati, di cui parla Del Boca (A. DEL BOCA, L'Africa nella coscienza degli italiani, cit., p. XII).
301
Ivi, p. 225.
302
Ibidem.
303
Ivi, p. 220.

62
CAPITOLO III. Il pacifismo di Moneta di fronte alla guerra di Libia

1. «L’infatuazione imperialista»

1.1. L’appoggio alla guerra di Libia

Fra il settembre e l’ottobre del 1911 Roma avrebbe dovuto ospitare ben due importanti
conferenze pacifiste: la Conferenza annuale dell’Union Interparlementaire, fra il 3 e il 5 ottobre, e
quella del Bureau International de la Paix (BIP), insignito pochi mesi prima del premio Nobel, il 25
settembre.
La scelta era ricaduta sulla capitale italiana in occasione della ricorrenza del cinquantenario
dell’unificazione nazionale, fatto che non aveva mancato di provocare la protesta formale di molte
società per la pace cattoliche, contrarie all’assimilazione dell’assise pacifista ai festeggiamenti di
una «guerra empia» e alla proclamazione di Roma a capitale della nazione italiana.304
Il problema, tuttavia, era destinato ad essere un altro. In seguito alla seconda crisi marocchina, il
clima nazionalista e l’euforia colonialista subirono, in Italia, un’escalation senza precedenti, al
punto che, giunti a metà settembre, appariva oramai chiaro che l’Italia fosse decisa a passare dalle
parole ai fatti.
Si può ben intendere, pertanto, che, per gli organi direttivi delle due organizzazioni pacifiste, la
prospettiva di tenere il proprio ritrovo annuale nella capitale di un paese belligerante, se non
addirittura aggressore, potesse apparire piuttosto imbarazzante. Per tale ragione, adducendo a
pretesto il diffondersi dell’epidemia di colera nel Mezzogiorno ‒ di cui, in seguito al drammatico
episodio della sommossa di Verbicaro, avvenuta in agosto, si cominciava ad avere notizia ‒ l’Union
Interparlementaire decise di rinviare l’incontro a data da destinarsi, seguita poco dopo dal Bureau
di Berna, che rinviava il Congresso a primavera. Per discutere della situazione presente, intanto, il
Bureau convocava l’assemblea dei soci a Ginevra per il 26 e 27 settembre. Per ironia della sorte,
proprio in quelle ore venne inviato l’ultimatum italiano al governo turco.

304
Cfr. V. GROSSI, Le pacifisme européen, cit., pp. 278-279, in cui è riportata, assieme ad altri esempi, una lettera del
presidente della neonata Società degli amici della pace di Kiev, il quale, rivolgendosi al segretario del BIP Charles
Gobat, scriveva: «En qualité de catholique et de pacifiste, je me permets de protester contre le projet qui engage les
sociétés pacifistes dans une manifestation anticatholique, nationaliste et militariste. Ces manifestations blessent les
sentiments religieux de trois cent millions d’hommes».

63
A un anno dal conflitto, la posizione di Moneta non aveva subito cambiamenti. Egli si opponeva
agli estremismi del nazionalismo, facendosi portavoce del «vero patriottismo», quello delle forze
pacifiste:

Esse sanno che la vera grandezza della patria non consiste più nella maggiore estensione del
territorio, bensì nella moralità e nel carattere virile e forte dei cittadini, nell’amor del lavoro
fecondo, nello sviluppo della scienza e della coltura, nelle arti, nelle industrie e nei commerci,
donde soltanto possono derivare la ricchezza e il benessere generale.305

Coerentemente, egli rifiutava la via della politica estera aggressiva:

[…] quella che per nostra maggiore sfortuna fu seguita da un ministro megalomane, quella di
voler fare la grande potenza militare senza averne i mezzi, obbligando così l'Italia a fare la
servente alla Germania, nel cercare ogni maniera di spingere la Francia a farci guerra, e nel
sognare l'impero etiopico, senza avere mai pensato se il popolo Italiano era disposto a dare a
migliaia i suoi figli per l'appagamento di ambizioni non sue.306

Ancora pochi mesi prima, quando la prospettiva di un intervento coloniale italiano in Libia si era
fatta sempre più realistica, la linea di Moneta si era attestata su una posizione di opposizione in
piena continuità con le sue passate battaglie anticolonialiste:

Abbiamo combattuto la politica imperialista e militarista di Crispi e questa fece tali tristi
prove che nessun governo penserà più a tentarla […]. Se oggi l’Italia splende di bella luce
davanti al mondo, lo si deve in gran parte alla politica di pace sincera e leale che il governo
segue da alcuni anni senza deviazioni e senza titubanze […].307

Tuttavia, giunti a metà settembre, a pochi giorni dall’inizio delle ostilità, l’atteggiamento di Moneta
sulla «Vita Internazionale» iniziava a farsi più possibilista e filogovernativo:

S’è sempre detto che prima di pensare a colonie transmarine, conviene mettere in coltura le
molte terre incolte che l’Italia ha nella Sardegna e nell’Italia meridionale. Ma io ho
abbastanza fiducia nel Governo del mio paese per non credere che, se una azione sarà decisa,
non potrà esserlo se non con maturità di consiglio, ponderati tutti gli elementi favorevoli e
contrari.308

305
E.T. MONETA, I due patriottismi, «La Vita Internazionale», 20 giugno 1910.
306
E.T. MONETA, L'opera delle Società della pace dalla loro origine ad oggi, cit., p. 18.
307
E.T. MONETA, Le due faccie del Nazionalismo, «La Vita Internazionale», 5 maggio 1911.
308
E.T. MONETA, La glorificazione di Crispi, «La Vita Internazionale», 20 settembre 1911.

64
La vera e propria svolta della linea di Moneta, avvenne proprio all’indomani dell’ultimatum.
Con un telegramma, Moneta e Angelo De Gubernatis (1840-1913), noto linguista e orientalista
torinese, secondo rappresentante italiano al BIP, comunicarono la propria assenza all’assemblea che
in quelle ore si stava tenendo a Ginevra.309 Il giorno seguente, riunita in sessione straordinaria,
l’Unione Lombarda approvò all’unanimità un ordine del giorno in cui, nella sostanza, veniva dato
appoggio all’invasione:

La Società Internazionale per la pace – Unione Lombarda: riconoscendo la necessità storica


dell’espansione coloniale dei popoli civili […];
– si augura che l’espansione nelle immiserite e quasi abbandonate glebe della Tripolitania e
Cirenaica per un paese a forte emigrazione come l’Italia, possa rappresentare la creazione di
una nuova fonte di benessere per tutti e soprattutto assicurando l’equilibrio nel Mediterraneo,
contribuisca al mantenimento della pace europea;
– augura che l’azione del governo si ispiri sempre a quei principi di civiltà e di solidarietà
[…];
– e fa i più fervidi voti perché riconosciute anche dalla Turchia come già dalle Nazioni
d’Europa le ragioni politiche ed economiche che guidano l’Italia ad affermare la prevalenza
dei suoi interessi in Tripolitania, il conflitto possa risolversi senza turbare la pace e senza
avventurare il paese in rischiose imprese che ne compromettano l’ascensione economica e il
miglioramento sociale.310

La vera conferma di questo cambiamento di rotta arrivò il 5 ottobre, con la pubblicazione del
primo fascicolo della «Vita Internazionale» dopo lo scoppio delle ostilità.
Qui troviamo innanzitutto pubblicati i due telegrammi spediti a nome dell’Unione Lombarda al
ministro degli Esteri di San Giuliano ed al presidente del Consiglio Giolitti, in cui «plaudendo»
l’«energica azione e mirabile preparazione diplomatica», ci si complimentava per l’«avveduta
condotta» del governo italiano e per il «lieto buon avviamento soluzione conflitto italo-turco», con
l’augurio di una «prossima fine» del conflitto e, soprattutto, del «trionfo» del «buon diritto
italico».311

309
Qui, probabilmente nella speranza della possibilità di una soluzione pacifica in extremis, veniva espressa una tiepida
riprovazione per il comportamento dell’Italia, nel contesto di una generica condanna alla politica coloniale delle grandi
potenze (cfr. G. PROCACCI, Premi Nobel per la pace e guerre mondiali, cit., p. 45).
310
Il documento venne pubblicato sul «Secolo» del 29 settembre 1911, con il titolo La società per la pace e
l’occupazione di Tripoli, ed è riportato integralmente in R.H. RAINERO, Paolo Valera e l’opposizione democratica, cit.,
p. 22.
311
«La Vita Internazionale», 5 ottobre 1911. Alla lettera, i due telegrammi a Giolitti e Di San Giuliano recitano,
rispettivamente: «Lieto buon avviamento soluzione conflitto italo-turco auguro sicuro vostro discorso Torino sanzioni
avveduta condotta governo italiano dissipando censure amici, avversari», e «Plaudendo vostra energica azione e
mirabile preparazione diplomatica rivelata stampa odierna, auguro prossima fine conflitto trionfo buon diritto italico».

65
Nell’editoriale che seguiva, si trova già perfettamente delineata la strategia comunicativa che, a
partire da quel momento e fino alla fine della guerra, Moneta avrebbe adottato in tutti i suoi scritti e
i suoi discorsi. Per poter approvare la guerra in Libia da pacifista, mantenendo, cioè, una coerenza
di pensiero e di azione, Moneta tentò di farla rientrare all’interno dello schema teorico del suo
pacifismo. Senza timore di paradosso, l’invasione italiana veniva infatti descritta come una guerra
difensiva e di liberazione: «la condotta della Turchia da due anni a nostro riguardo»,312 si legge
nell’editoriale, «ricorda quella dell’Austria del ’48 e dei principi ostili al sentimento nazionale, che
portò alla forte concordia di tutti gli italiani per la conquista della propria indipendenza e unità».313
In un tono di esuberante esaltazione patriottica, il discorso pacifista di Moneta sembrava ridursi alla
generica speranza di una rapida fine del conflitto, arricchendosi, dall’altro lato, di molti dei temi
chiave della propaganda colonialista coeva.
Così, riprendendo la diffusa giustificazione geopolitica secondo la quale l’invasione della Libia
avrebbe ristabilito gli equilibri europei sul Mediterraneo, Moneta faceva della guerra il mezzo per la
realizzazione della «cooperazione» internazionale e della pace:

L’Italia, impossessandosi di quel lembo di terra africana che prospetta la Sicilia, toglie per
sempre il pericolo non del tutto immaginario che in un avvenire prossimo o lontano un’altra
potenza potesse impadronirsene. E nel momento che la Francia ha assicurato il suo pieno
dominio sulle coste settentrionali dell’Africa con l’accordo con la Germania, l’Italia prende la
sua parte, tra l’Egitto, dove domina l’Inghilterra, e la Tunisia dominata dalla Francia
cooperando così a risolvere in modo definitivo la questione del Mediterraneo.
È questa un momento storico della massima importanza per l’Europa perché metterà fine alla
anormalità dei rapporti tra la Francia e la Germania dopo la guerra del 1870-71 e toglie il
maggior ostacolo a quell’unione sincera e durevole fra le nazioni d’Europa per la quale tutti i
pacifisti e le democrazie più sincere hanno lavorato da tantissimi anni.314

Come per Corradini con la disfatta di Adua, inoltre, Moneta vedeva in tale guerra la tanto agognata
occasione per il riscatto dell’onore perduto a Lissa e Custoza: «I giovani generali e gli ufficiali tutti

312
Parallelamente al crescere in Italia della propaganda a favore della conquista, era andata aumentando anche la
diffidenza del governo ottomano; diffidenza che «infine si realizza in tutta una serie di provvedimenti discriminatori nei
riguardi dell’attività italiana in Tripolitania; le autorità locali sottopongono quindi a numerose restrizioni, a divieti, se
non addirittura a boicottaggi, buona parte delle iniziative che partono da questa nazione» (P. MALTESE, La terra
promessa, cit., p. 25).
313
E.T. MONETA, A guerra incominciata, in «La Vita Internazionale», 5 ottobre 1911. L’argomento è lo stesso
utilizzato due mesi dopo da Pascoli nel citato discorso di Barga: «la nostra è dunque, checché appaiono i nostri atti
singoli di strategia e di tattica, guerra non offensiva ma difensiva», che impone «sopra tutto ai popoli che non usano se
non la forza, [...] mediante la guerra, la pace» (G. PASCOLI, La Grande Proletaria si è mossa, in Limpido rivo, cit., p.
225).
314
Ibidem.

66
ardono da tempo dal desiderio di cancellare il ricordo di quelle dolorose giornate: la vittoria sarà
immancabile».315
Facevano coro a Moneta, sullo stesso fascicolo della «Vita Internazionale», una serie di suoi
collaboratori e rappresentanti del pacifismo italiano.
Il giornalista Berardo Montani, assiduo collaboratore della rivista di Moneta, esprimeva con
chiarezza il passaggio da un pacifismo patriottico al vero e proprio realismo politico: «noi che
siamo umanitari e patrioti, umanitari perché patrioti, non possiamo volere il trionfo dei nostri ideali
sul sacrificio dei più vitali interessi del nostro paese. Noi non siamo dei tolstoiani!». I veri pacifisti
non dovevano cioè perseguire un obiettivo utopico, ma cercare «gradatamente di realizzare quel
tanto del loro ideale che i tempi consentono sforzandosi con la loro propaganda di affrettare
l’avvento di tempi migliori, senza però far correre pericoli alla loro patria».316
Anche secondo Dante Diotallevi, avvocato e attivo militante dell’Unione Lombarda, l’Italia non
poteva ignorare di vivere in un contesto internazionale dove vigeva la regola del più forte: «se
l’Italia fosse uno dei membri dello stato ideale verso cui tendono le nostre aspirazioni il suo gesto
attuale sarebbe ignobile, ma poiché essa vive in un epoca di violenza e di rapina, non è giusto che
essa sola resti a guardare i colossali raptores mundi di Londra e Parigi». I veri pacifisti, pertanto,
promuovevano «non recriminazioni inutili, non ciarle sovversive, ma opera cosciente delle
responsabilità, diretta a guidare la pubblica opinione verso quello che è lo scopo urgente dell’ora
che volge: la limitazione del campo delle ostilità, il rapido avviamento del conflitto ad una
soluzione di pace onorevole».317
Angelo De Gubernatis, indirizzando una lettera al sottosegretario agli Esteri, arrivava addirittura
a dichiararsi favorevole all’«occupazione dell’antico suolo africano incivilito da Roma»,
riprendendo uno dei motivi centrali del discorso colonialista italiano. E, subito dopo, nel tentativo di
connotare tale affermazione in senso pacifista, suggeriva che, «anziché ferire con le armi», i soldati
italiani venissero incaricati di «distribuire un milione di staja di grano a quelle popolazioni
derelitte».318
Da questo breve quadro, emerge chiaramente come «per bocca dei suoi esponenti più in vista» e
servendosi dei principali tópoi bellicisti e colonialisti circolanti in Italia, «il pacifismo ufficiale

315
Ibidem.
316
B. MONTANI, La necessità dell’impresa, in «La Vita Internazionale» 5 ottobre 1911.
317
D. DIOTALLEVI, Mentre parla il cannone, in «La Vita Internazionale» 5 ottobre 1911. Degno di nota è l’impiego, in
riferimento alla pace, dell’aggettivo “onorevole”, preferito ad esempio a “equa”. Lessico pacifista e nazionalista si
fondono senza apparente soluzione di continuità.
318
A. DE GUBERNATIS, Lettera al sottosegretario Scalea, in «La Vita Internazionale» 5 ottobre 1911.

67
italiano si pronunciava a favore dell’impresa libica, né per ora filtravano dal suo interno voci
consistenti di dissenso».319

1.2 Le prime voci critiche

In Italia, questo schieramento di Moneta e dell’Unione Lombarda a favore dell’impresa, non era
destinato a suscitare grandi scalpori né tantomeno pubbliche condanne.
In un certo modo, infatti, il caso della «Vita Internazionale» non era così diverso da quello del
«Corriere della Sera» di Albertini, affiancatosi con decisione agli altri quotidiani e periodici
impegnati nella campagna bellicista appena venti giorni prima dichiarazione di guerra.
Se l’unica forma di aperto dissenso alla guerra era infatti sostenuta dallo storico «nemico interno»,
il socialismo,320 per il resto, l’organizzazione del consenso dell’Italia giolittiana tendeva ad
annullare qualunque vera dinamica di confronto sociale, esibendo un’unanimità di entusiasmi di
fronte all’impresa e non lasciando affiorare pressoché la minima traccia delle pur piccole
opposizioni che, certamente, dovevano essersi fin da subito create rispetto alla linea del pacifismo
ufficiale.
Una testimonianza della presenza, anche nell’Italia del fermento colonialista, di alcune isolate
voci critiche al cambio di rotta di Moneta, ci arriva, paradossalmente, da un sostenitore della guerra
di Libia quale Vilfredo Pareto, legato a Moneta da un rapporto di stima e affetto.321
Già il 12 ottobre, dopo aver letto l’editoriale di pochi giorni prima, egli scriveva una lettera privata
al suo «caro amico» Moneta, mettendolo in guardia dai rischi cui, a suo avviso, si stava esponendo:

Premetto che io sono favorevole alla presente guerra, ma io non sono pacifista ed il quesito è
se un pacifista può lodare questa guerra.
Tu potevi tacere; o dire solo, il che sarebbe stato giusto e ragionevole: «In tempo di guerra
tutti i cittadini devono essere uniti per la difesa della patria; finita la guerra discorreremo».
Oppure potevi, e sarebbe stato meno bene ma infine poteva andare, dire che deploravi che non

319
G. PROCACCI, Premi Nobel per la pace e guerre mondiali, cit., p. 47.
320
Come è risaputo, il socialismo mantenne fino all’ultimo un atteggiamento incerto nei confronti della questione
tripolina, atteggiamento che rifletteva, d’altronde, le crescenti divisioni interne fra riformisti e massimalisti. Solo
tardivamente, a pochi giorni dalla dichiarazione di guerra, vennero indetti comizi di protesta nelle maggiori città
italiane, i quali incontrarono in buona parte dura repressione, seguiti dallo sciopero generale del 26 e 27 settembre. È
noto, inoltre, che oltre a sindacalisti rivoluzionari come Labriola, anche all’interno del fronte socialista ci fu chi si
entusiasmò per il conflitto, come l’onorevole De Felice, o si dimostrò disposto ad accettarlo, come Bissolati (cfr. P.
MALTESE, La terra promessa, cit., pp. 87-92).
321
Sui rapporti fra Moneta e Pareto cfr. F. CANALE CAMA, La pace dei liberi e dei forti, cit., in cui è ricostruita con
puntualità la rete di relazioni di Moneta con molti dei principali esponenti della cultura dell’epoca.

68
si fosse ricorso all’arbitrato, al Tribunale dell’Aja ecc., ma che ormai che la guerra era
dichiarata, bisognava rassegnarsi.
Invece il tuo articolo, favorevole senza restrizioni alla guerra, fa danno a te personalmente e fa
danno alla tua causa perché le ragioni che tu dai per giustificare questa guerra sono proprio
quelle che si sono date sempre per giustificare qualsiasi altra guerra. Chi, come me, non è un
pacifista, le può approvare, ma un pacifista non le può dare senza distruggere la sua tesi.322

Con la lucidità e l’acutezza del sociologo, impreziosita dalla franchezza dell’amico, Pareto metteva
a nudo il rischio evidente di contraddizione insito nel discorso di Moneta:

Tu facevi la restrizione, e fin lì poteva andare, che i pacifisti ammettono la guerra per la difesa
del territorio nazionale. La presente è una guerra di conquista.
Tu dici che tale conquista è necessaria per la difesa del paese, ma è ciò che si dice di ogni
conflitto; ciò che dissero i tedeschi della conquista dell’Alsazia Lorena, i Russi della
conquista della Polonia, ecc.
Tu parli dei diritti dell’Italia; ma credi sul serio che siano maggiori, i diritti dell’Italia su
Tripoli che quelli del Giappone sulla Corea, della Germania sull’Alsazia Lorena ecc.? E poi,
se questi diritti c’erano, dove hai mandato a rimpiattarsi «la pace mercé il diritti», «l’arbitrato
internazionale» ed altri simili principi pacifisti? Dirai, non c’era tempo di invocare l’arbitrato;
hai ragione, lo dico anche io; ma questo è un argomento contro il pacifismo perché quel
tempo non c’è mai – o quasi mai – si sa che alla guerra chi prima arriva meglio alloggia.
Col tuo articolo la formula del pacifismo diventa: «la guerra in generale è cattiva, ma in
particolare è buona ogniqualvolta giova al mio paese. Gli altri paesi, se credono i loro diritti
lesi, debbono ricorrere all’arbitrato, al tribunale dell’Aja, il mio può intimare la guerra senza
curarsi di tutto ciò.323

Pareto cercava pertanto di persuadere l’amico a cambiare linea di condotta, la quale sarebbe stata
altrimenti non degna della sua fama di apostolo, ma di un comune opportunista. Opportunismo che
l’economista-sociologo non esitava ad attribuire all’intero movimento pacifista internazionale,
caratterizzato dalla condanna teorica della guerra, limitata però nella pratica solo alle guerre altrui:

E ora veniamo a te personalmente. Tu sei una bella figura di apostolo per la pace, la guasti se
per opportunismo ti dichiari favorevole alla guerra. Dai un cattivo esempio ai giovani, non sei
più tutto d’un pezzo. Opportunisti ce ne sono a migliaia, apostoli se ne vedono pochi, come le
mosche bianche... Dunque chi è apostolo deve rimanerlo, non fosse altro per dare al mondo
l’esempio tanto raro di uomo che nulla può piegare e allontanare dai principi.
Già hai contro di te pacifisti come Passy o la Suttner, come la maggioranza del Congresso
interparlamentare della pace, e ne avrai altri. Bada, che io credo che se le parti fossero
invertite tra l’Italia e la Francia, il Passy discorrerebbe come te e tu discorreresti come il

322
Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea di Roma, Fondo Moneta, 41/40c (V. Pareto a Moneta, 12 ottobre
1911), cit. in F. CANALE CAMA, La pace dei liberi e dei forti, cit., p. 155.
323
Ibidem.

69
Passy. Ma queste cose i non-pacifisti come me le possono dire, mentre i pacifisti come te non
le possono dire senza rovesciare la loro tesi.
Dammi retta caro amico. Non dare retta ai giolittiani che vogliono sfruttare la tua popolarità
distruggendola. Non scrivere altri articoli come quelli che hai scritto. Finché dura la guerra
vuota il calamaio e butta via la penna: non far vedere un Moneta tanto diverso da quello che si
conosceva.324

Se l’appoggio pacifista alla guerra era stato facilmente accettato in patria, infatti, più difficile si
apprestava ad essere il vaglio del movimento pacifista internazionale.
Prescindendo dalle lievi differenziazioni e sfumature di linguaggio,325 infatti, dai principali organi
del pacifismo europeo (Union Interparlementaire e Bureau International de la Paix) ai suoi
maggiori rappresentanti (Charles Gobat, Henri La Fontaine, Fréderic Passy, Bertha Von Suttner),
dalle principali riviste pacifiste fino alle più piccole società per la pace di tutta Europa, si levò da
subito un coro di indignazione.326
Più ancora che contro l’invasione italiana del territorio turco, considerato vero e proprio atto di
«brigantaggio»,327 le critiche si concentrarono su Moneta e i suoi colleghi milanesi, accusati di
incoerenza e di tradimento della comune causa pacifista,328 ed invitati, pertanto, a dare spiegazione
di tale comportamento.
Tali spiegazioni non si fecero attendere. Nel fascicolo del 20 ottobre della «Vita Internazionale»,
Moneta indirizzava una lettera-articolo alla baronessa von Suttner ‒ in prima linea fra i critici di
Moneta ‒ in cui erano contenute dichiarazioni a dir poco sorprendenti per un pacifista:

La finalità della guerra è venuta dal fatto che fino ad ora i nostri voti perché le questioni tutte
internazionali si risolvano per mezzo dell’arbitrato, furono sempre poco più che platonici.

324
Ibidem.
325
Per i quali si veda G. PROCACCI, Premi Nobel per la pace e guerre mondiali, cit., pp. 48-52.
326
Come fa accuratamente notare Procacci, il coro delle proteste internazionali non fu esattamente unanime. In
particolare, seguiva un atteggiamento più prudente e riservato il premio Nobel della pace e presidente del gruppo
francese dell’Unione Interdipartimentale, Paul d’Estournelles, imitato da altri rappresentanti del pacifismo francese,
come Charles Richet e Théodore Ruyssen. A suggerire una siffatta riservatezza concorrevano certamente vari fattori, sia
di politica interna, sia di politica estera. La principale era tuttavia «la connessione esistente di fatto tra la questione
libica e la questione marocchina, nella quale la Francia era tuttora impegnata. A differenza di taluni loro colleghi
stranieri, i pacifisti francesi non potevano avere dubbi sul diritto dei popoli “civilizzati” a esportare la loro civiltà fuori
dei confini europei, in Libia come in Marocco» (Ivi, pp. 51-52).
327
Così era definita l’azione italiana già all’indomani dello sbarco (29 settembre) sulle pagine della rivista ufficiale del
BIP, «Correspondance Bimensuelle» (cit. in ivi, p. 46 ).
328
L’accusa principale era, infatti, quella di aver infranto quello che era forse l’unico vero punto di incontro all’interno
dell’eterogeneo movimento pacifista, ovvero la condanna della guerra di aggressione. Inoltre, se, come i pacifisti italiani
sostenevano, la Libia apparteneva di diritto all’Italia, si rimproverava allora a Moneta di non aver sostenuto, come
sarebbe stato logico e coerente, l’appello ad una soluzione di arbitrato internazionale.

70
Finora non esiste precedente nella storia del mondo che un mutamento di territorio, in caso di
contrasto, sia avvenuto senza rivoluzioni e senza guerre [...].329

La guerra italo-turca rappresentava secondo Moneta ‒ riprendendo l’argomento negli stessi giorni
adottato da Giolitti ‒330 una «fatalità», della cui brevità egli si diceva tuttavia convinto, sostenendo
che essa si sarebbe risolta «con qualche colpo di cannone».331
Stando a queste parole, risulta davvero difficile credere alla diffusa tesi secondo cui «la
conquista della Libia segnò per Moneta una grave crisi di coscienza che gli fece passare notti
insonni», in quanto «lottavano in lui il senso del dovere verso la Patria e quello verso l’ideale della
pace che non voleva tradire».332 In realtà, fin da questo momento, dagli scritti di Moneta emerge
piuttosto chiaramente un’«infatuazione imperialista», in cui l’eterno dissidio fra patriota e pacifista
si presentava, anziché acuito, felicemente risolto:

Perché non dirlo? Benché pacifista il mio cuore di soldato palpitò di ineffabile gioia di fronte
allo spettacolo delle virtù militari e della forte, concorde animazione di cui diede e dà prova il
paese in questi giorni. Spettacolo veramente confortevole perché, sebbene il sentimento della
pace diventi sempre più generale nei paesi civili, siamo tuttavia ancora in un tempo in cui la
considerazione morale e politica verso uno stato dipende dalla forza di cui esso dispone ed
anche più dalla considerazione che questa forza acquista all’estero […].333

Sulle stesse argomentazioni Moneta tornava nel successivo fascicolo della rivista, datato 5
novembre. Rivolgendosi questa volta al presidente del BIP La Fontaine, Moneta rivendicava la
coerenza del proprio pacifismo, sostenendo di aver sempre affermato, nella sua propaganda, «la
necessità, per la nostra nazione, di essere forte per difendere la pace o per vincere se necessità

329
E.T. MONETA, Lettera alla Suttner, in «La Vita Internazionale», 20 ottobre 1911.
330
Nel discorso pronunciato a Torino il 7 ottobre 1911, Giolitti affermò infatti che l’impresa si imponeva «come una
vera fatalità storica» (G. GIOLITTI, Discorsi extraparlamentari, p.261 cit. in G. CANDELORO, Storia dell’Italia moderna,
vol. VII, La crisi di fine secolo e l’età giolittiana, Feltrinelli, Milano 1974, p. 321).
331
E.T. MONETA, Lettera alla Suttner, in «La Vita Internazionale», 20 ottobre 1911. Nel suo diario, Suttner definì tale
fascicolo della rivista di Moneta «un giornale da campo (Armeezeitung)» (cit. in . PROCACCI, Premi Nobel per la pace e
guerre mondiali, cit. p. 53).
332
M. COMBI, Ernesto Teodoro Moneta, cit., p. 59. Il testo della Combi, di marcata impostazione agiografica, si
avventura qui in un’analisi psicologica tesa a giustificare un atteggiamento facilmente interpretabile come opportunista:
«L’accanito oppositore alla guerra d’Africa del ’95, si domandava ora, a distanza di tempo, quale conseguenza fosse
derivata al Paese ed alla causa della Pace dal suo atteggiamento di allora. Se ingiusta era stata l’accusa di tradimento e
di indegnità mossa dai fautori della guerra agli oppositori, doveva però riconoscere che l’atteggiamento suo e di quanti,
che, come lui, in omaggio ad una giustizia ideale l’avevano avversata, mentre non aveva recato nessun contributo
all’idea pacifista, aveva nuociuto al prestigio del paese, il quale non avendo potuto per l’imposta cessazione della
guerra, prendersi una rivincita militare, si era attirato apprezzamenti sfavorevoli ed oltraggiosi da tutte le parti, persino
da Roosevelt. Si comprende come tutto questo avesse ferito profondamente l’animo di un sincero patriota quale era il
Moneta» (Ivi, pp. 59-60).
333
E.T. MONETA, L’infatuazione imperialista, in «La Vita Internazionale» 20 ottobre 1911.

71
ineluttabili l’avessero costretta alla guerra». Ricordava di essersi sempre opposto ad ogni forma di
nazionalismo esasperato, dall’«austrofobia» degli irredentisti334 alla «gallofobia» di Crispi fino alla
«megalomania conquistatrice» di tempi della prima guerra d’Africa. Ciononostante, ribadendo «la
speranza che la guerra si risolva in una semplice dimostrazione militare», sosteneva ‒ riecheggiando
Oriani e Corradini ‒ che «le leggi della storia e dell’evoluzione mondiale spingono le potenze
marinare a portare le loro energie esuberanti nel continente africano», e che di ciò occorreva
«rallegrarsene nell’interesse stesso della pace europea».335
Tale argomento ‒ la restrizione del concetto di pace a quello di “pace europea” fra “nazioni
civili” ‒ costituisce, a ben vedere, il principale punto di forza della difesa di Moneta. Egli, infatti,
«sapeva benissimo che la distinzione tra guerre coloniali e guerre tra i popoli civili, le prime
ammissibili e le seconde no, era ampiamente corrente in larghi settori del pacifismo ufficiale».336
A titolo di esempio, basti ricordare che nel 1906, giusto l’anno prima di Moneta, il premio Nobel
era stato assegnato all’allora presidente degli Stati Uniti Theodore Roosevelt, le cui idee in materia
coloniale erano ben note.337
La seconda linea difensiva di Moneta riprendeva una voce particolarmente diffusa da molti
quotidiani italiani, secondo la quale l’invasione della Libia «sarebbe stata puramente una
passeggiata militare di pochi giorni, perché il dominio turco era sempre stato male sopportato dagli

334
Moneta si era infatti sempre schierato con decisione contro «l’irredentismo belligero» (cfr. gli articoli L’Austria e
l’irredentismo italiano, in «La Vita Internazionale» del 5 dicembre 1903 e L’irredentismo belligero e la Democrazia,
nel fascicolo del 20 giugno 1904). Tornata al centro del dibattito nazionale in seguito all’annessione austriaca della
Bosnia Erzegovina (6 ottobre 1908), la questione viene posta al centro del convegno pacifista di Como del 1910, in
occasione del quale si avvicina a Moneta e alla sua Unione Lombarda Arcangelo Ghisleri. In tale occasione, Moneta
ribadiva: «Il fatto è che grazie all'irredentismo, l'Italia trovasi in questa miserevole situazione; che mentre fa parte della
Triplice, non gode un'intera fiducia delle altre due potenze; siamo in pace, senza che il popolo possa sentirne tutti i
benefici». La soluzione che a suo avviso l’Italia avrebbe dovuto seguire, era «quella che le additano le sue storiche
tradizioni, l'anima del suo popolo avida di giustizia e bisognosa di benessere e la promessa che col suo risorgimento
aveva dato al mondo, di essere elemento di pace e di giustizia in Europa», ovvero quella di proporsi come «l'anello di
congiunzione fra Triplice Alleanza e Triplice intesa divenendo così fattrice di unione e di amicizia fra i gruppi di
potenze ora rivali». (E.T. MONETA, L'opera delle Società della pace, cit., p. 20).
335
E.T. MONETA, E.T. Moneta risponde a H. La Fontaine, «La Vita Internazionale», 5 novembre 1911.
336
G. PROCACCI, Premi Nobel per la pace e guerre mondiali, cit. 54
337
Divenuto eroe nazionale durante la guerra di Cuba (1898), Théodore Roosevelt (1858-1919) fu promotore, durante
il suo mandato presidenziale (1901-1909) di un’aggressiva politica estera (la cosiddetta Big stick diplomacy),
esemplificata nella spregiudicatezza con cui affrontò la controversia con la Colombia nella questione di Panama (1903).
In un volume del 1904, in cui raccoglieva articoli di giornale e discorsi recenti, egli poneva il patriottismo come il più
alto dei valori, di contro a un pacifismo che, lungi dal rappresentare un valore assoluto, poteva anzi trasformarsi in
aberrazione, come nel caso del tolstoismo. Inoltre, se era lecito sperare in una diminuzione delle guerre, ciò riguardava
solo le cosiddette nazioni civili, laddove «ai confini tra la civiltà e la barbarie, la guerra è un fatto normale, un
fenomeno permanente». L’attribuzione del Nobel per il ruolo di mediatore nella guerra russo-giapponese non gli
impediva, nella sua Nobel Lecture (pronunciata solo nel 1910, di ritorno da una battuta di caccia in Africa) di sostenere
che «nessuna nazione merita di esistere se acconsente a perdere le sue virtù di fortezza e virilità» e che il principio
dell’arbitrato, per quanto lodevole, non poteva essere esteso alle nazioni «arretrate» (cfr. G. PROCACCI, Premi Nobel per
la pace e guerre mondiali, cit. pp. 30-35).

72
indigeni, i quali avrebbero accolti i nostri soldati come dei liberatori».338 Tale mito, tuttavia, era
destinato a svanire rapidamente.

2. L’inasprimento del conflitto: Sciara Sciat

2.1 «La guerra è la guerra»

Il 23 ottobre 1911, infatti, le truppe italiane furono attaccate da irregolari arabi a Sciara Sciat,
subendo gravi perdite.339 Le illusioni di una rapida e pacifica risoluzione lasciavano così il posto
alla realtà di una cruenta guerra di logoramento, fatta di tenace resistenza delle popolazioni locali e
di spietate rappresaglie italiane,340 che sarebbe durata, almeno ufficialmente, fino al 18 ottobre
dell’anno seguente, con la firma della pace di Ouchy.341
Inoltre, mentre Francia e Germania giunsero ad un accordo sul Marocco, mettendo fine alla seconda
crisi marocchina, il 5 novembre l’Italia proclamò l’annessione della Tripolitania e della Cirenaica,
ufficializzando l’inasprimento dello scontro.
Nel modificato contesto internazionale, l’Italia ‒ e con lei Moneta e i pacifisti italiani ‒ venne allora
a trovarsi in una posizione più isolata ed esposta a critiche: il conflitto italo-turco si rivelava, cioè,
non più episodio inserito in una crisi più generale, bensì una vera e propria guerra nazionalista di
aggressione.
Ad aggravare ulteriormente la situazione, destò grande scalpore fra i pacifisti europei
l’innovativo impiego dell’aviazione italiana sul campo. Il 1 novembre, infatti, l’aviatore italiano

338
E.T. MONETA, Patria e Umanità. Relazione morale del presidente E. T. Moneta sull'operato del Comitato direttivo
nell'anno 1911 specialmente per la sua condotta nella questione di Tripoli, Società internazionale per la pace, Milano
1912, p. 10.
339
Sulla lettura di Sciara Sciat come momento di svolta nella guerra, in cui crollarono le illusioni di facile conquista,
cfr. R.H. RAINERO, Paolo Valera e l’opposizione democratica, cit., pp. 9-17 e P. MALTESE, La terra promessa, cit.,
pp.147-156.
340
La rappresaglia italiana per la battaglia di Sciara Sciat, fomentata dal mito dell’«arabo traditore», fu violentissima:
circa 1.800 su 30.000 abitanti di Tripoli furono fucilati o impiccati, e migliaia di altri tripolini furono arrestati e
deportati a Gaeta, a Ponza, a Ustica, a Favignana (cfr. A. DEL BOCA, Italiani, brava gente?, Neri Pozza, Vicenza 2009,
pp. 107-128).
341
Anche in seguito alla firma del trattato di pace, infatti, l’opposizione libica era tutt’altro che sedata. Le elevate forze
italiane rimaste presenti in Libia, nonostante le impiccagioni e le fucilazioni, non riuscirono a domare la guerriglia
contro le forze di occupazione, che continuarono, a fasi alterne, fino alla «riconquista» fascista della Libia, negli anni
Trenta (cfr. Ibidem).

73
Giulio Gavotti effettuò il primo rudimentale bombardamento aereo della storia, lanciando
dall’abitacolo del suo velivolo alcune bombe a mano sull’accampamento turco di Ain Zara.342
Le critiche dei pacifisti europei non tardarono pertanto a farsi sentire, inasprite nei toni. Dalla
sua rivista «Friedenswarte», il leader del pacifismo tedesco Alfred Fried parlava di «pacifisti del
giorno prima e pacifisti del giorno dopo», definendo Moneta «apostolo degli armamenti» e
chiedendosi se Moneta e De Gubernatis meritassero ancora il proprio seggio al BIP.343 Alla lettera di
deplorazione inviata a Moneta dalla Società per la pace austriaca, Von Suttner allegava un
messaggio personale a Moneta, in cui metteva ufficialmente fine alla loro amicizia personale.
L’Union Interparlementaire, infine, condannava «l’aggressione italiana contro l’impero ottomano»,
stigmatizzandone «gli atti contrari all’umanità e alle convenzioni dell’Aja».344
Inoltre, sul piano internazionale la questione uscì dal circuito elitario del BIP, allargandosi a tutti i
livelli del pacifismo internazionale, come un vero e proprio scandalo politico.345
Per fare fronte all’inasprirsi dei toni e all’allargarsi della cerchia dei suoi critici, Moneta diffuse
una lettera «Aux amis de la paix à l’étranger», la cui traduzione fu pubblicata nel fascicolo del 20
novembre della «Vita Internazionale». Qui, da principio, Moneta sembrava implicitamente
riconoscere un proprio errore di valutazione, affermando di aver aderito all’impresa perché
«persuaso» che si sarebbe trattato di una «parvenza di guerra». Tuttavia, nella sostanza, Moneta
restava fisso sulla propria posizione. Con un distacco che sfiorava il cinismo, riducendo la guerra
ancora in corso ad una superficiale battaglia di opinioni, affermava infatti:

La guerra italo-turca ormai è cosa irrevocabile; fra non molto, in un modo o nell’altro, essa
avrà termine e diverrà quindi un episodio apprezzabile diversamente a seconda delle opinioni,
ma sorpassato e soprattutto ben delimitato nelle conseguenze [...]. Non dell’episodio
circoscritto, occorre dopo il primo moto dell’anima preoccuparsi, ma dell’essenziale, di quello

342
L’evento, al contrario, fu esaltato dall’Italia del fermento imperialista. Nelle sue Canzoni delle Gesta d’Oltremare,
D’Annunzio lo celebrava con queste terzine: «[...] Gavotti dal tuo lieve spalto / chinato nel pericolo dei vènti / sul
nemico che ignora il nuovo assalto! // Anche la morte or ha le sue sementi / La bisogna con una mano sola / tratti, e
strappi la molla con i denti. // Poi, come il tessitor lancia la spola / O come il frombolier lancia la fromba / (gli attoniti la
grande ala sorvola) / di su l'ala tu scagli la tua bomba / alla sùbita strage; e par che t'arda / il cuor vivo nel filo della
romba». (G. D’ANNUNZIO, Canzone di Diana, nelle Canzoni della Gesta d’Oltremare, in ID., Laudi del cielo, del mare,
della terra, degli eroi, libro IV, Merope, Treves, Milano 1912, pp. 81-82).
343
« Die Friedenswarte», novembre 1911, pp. 318-320, cit. in PROCACCI, Premi Nobel per la pace e guerre mondiali,
cit., pp. 55-56.
344
Cfr. ivi, pp. 56-57.
345
Cfr. F. CANALE CAMA, La pace dei liberi e dei forti, cit., pp. 157-160, in cui sono riportati interventi della British
Peace Society, della Société des Amis de la Paix di Havre e della Asociacion Sud Americana de la Paz Universal,
richiedenti al BIP una più decisa presa di posizione ufficiale contro Moneta e l’Italia.

74
che forma la ragione stessa della nostra propaganda, il più grande successo da noi ottenuto, il
successo delle nostre dottrine, il riavvicinamento, cioè, dei popoli in Europa.346

È oltremodo interessante confrontare il tono conciliante ed emotivamente distaccato con cui


Moneta si rivolgeva ai suoi critici internazionali, con la ben diversa retorica impiegata nei suoi
scritti «ad uso interno», rivolti direttamente all’opinione pubblica italiana, dove egli poteva «dar
sfogo ai suoi entusiasmi patriottici senza le preoccupazioni e le remore che gli consigliavano i suoi
rapporti con il pacifismo internazionale».347
In un’intervista rilasciata il 21 novembre al «Secolo» risulta infatti evidente come il patriota avesse
oramai preso il sopravvento sul pacifista. Dichiarando finalmente smentita la voce secondo cui «il
pacifismo infiltrasse negli animi la codardia e la vigliaccheria», Moneta si abbandonava ad
affermazioni come: «nessun esercito del mondo sa dare uno spettacolo così eroicamente bello, di
una forza così sicura, come l’esercito italiano».348
Come reazione all’intervista del 21 novembre, nella pressoché totale assenza di critiche in Italia,
Paolo Valera349 decise di pubblicare l’opuscolo dal titolo La guerra è la guerra (Impressioni sulla
spedizione in Tripolitania).350 Vero e proprio manifesto anticolonialista, l’opuscolo si apriva con
una lettera indirizzata allo stesso Moneta, in cui il pacifista milanese veniva accusato di essersi fatto
portavoce di un inedito «pacifismo imperialista»:

L’elogio massimo che ti si può fare è che sei stato chiaro. Non hai nascosto il pensiero nelle
anfrattuosità stilistiche. Ti imito. Non balbetto. Tu hai rovinato il tuo edificio con le tue mani.
Il tuo lavoro di venti e più anni di propaganda è in frantumi. Tu hai sviata la corrente della
civiltà. Con la tua nuova concezione il pacifismo non è più un inesauribile restrittore di
ferocia nazionale, di invasioni militari, di politica che uccide, saccheggia e incendia per
un’espansione brigantesca. Per il tuo nome un sacco di parole gentili. Per la tua intervista non
ho che parole scortesi. Tu non sei più l’avvenire. [...]

346
E.T. MONETA, Agli amici della pace fuori d’Italia, «La Vita Internazionale», 20 novembre 1911
347
PROCACCI, Premi Nobel per la pace e guerre mondiali, cit. p. 60.
348
L’atteggiamento dei pacifisti italiani di fronte alla guerra italo-turca. Parlando con Ernesto Teodoro Moneta, «Il
Secolo» 21 novembre 1911. L’intervista è riprodotta anche su «La Vita Internazionale» del 5 dicembre 1911.
349
Giornalista e letterato anarchico-socialista, appartenente alla scapigliatura milanese, Paolo Valera (1850-1926) aveva
vissuto in esilio volontario a Londra, da dove aveva svolto l’attività di corrispondente per «Il Secolo», proprio durante
la direzione di Moneta. Anticolonialista convinto, Valera leggeva le dichiarazioni di Moneta sulla Libia come un vero
voltafaccia e un tradimento. (cfr. R.H. RAINERO, Paolo Valera e l’opposizione democratica, cit., pp. 27-29).
350
Pubblicato presso la Società Editoriale di Sesto San Giovanni, il volumetto consta di 32 pagine. Oggi raro e quasi
introvabile, è trascritto integralmente in R.H. RAINERO, Paolo Valera e l’opposizione democratica, cit., appendice
seconda, pp. 36-49.

75
Le accuse rivolte a Moneta, questa volta dal fronte interno, erano, nuovamente, di incoerenza e di
opportunismo:

Il tuo pacifismo è opportunista. Se si tratta del paese in cui vive, schiude la porta alla guerra.
Non dire di no. È la tua intervista che lo afferma. Tu hai avuto paura che la pace ad ogni costo
diffondesse per l’Italia la pusillanimità e la vigliaccheria. Sarai applaudito da tutti i
nazionalisti, da tutti i generali, da tutti i ministri e da tutti i regnanti. Non c’è uno di loro che
non trovi posto nel tuo pacifismo. Anche per loro c’è una guerra necessaria e una guerra non
necessaria. Così hai ridotto il pacifismo a una teoria di gomma. Si possono scrivere dei
manifesti rivoluzionari contro la spedizione d’Eritrea e si può approvare la spedizione di
Tripoli. Quello che è delitto contro gli abissini non è delitto contro gli arabi. Crispi era uno
scellerato. Giolitti è un uomo perduto che ha contro di sé la fatalità storica. Votiamo dunque
per la sua impresa piratesca. È un pacifismo forte il tuo. È un patriottismo fatto di sangue.
[…]. O pacifismo, quante sciocchezze in tuo nome!

A ricordare a Moneta che «la guerra è la guerra» pensava nello stesso momento anche il
pacifismo europeo. In una lettera scritta il 1 dicembre da La Fontaine e Gobat a nome del Bureau
come risposta all’appello di Moneta del 20 novembre, il presidente e il segretario del BIP

riconoscevano a Moneta il suo errore di valutazione: «il vostro errore è stato quello di credere che
l’impresa tripolina non fosse, secondo i vostri stessi termini, che un’apparenza di guerra»351.
Tuttavia, gli ricordavano che «non esiste apparenza di guerra: la guerra è guerra, con tutte le sue
sofferenze, i suoi rischi, le sue miserie, i suoi orrori».
D’altra parte, all’interno del Comitato permanente del BIP, riunitosi il 25 novembre a Berna, era
prevalsa l’opinione di non prendere decisioni affrettate riguardo l’esclusione di Moneta dal gruppo
dei pacifisti europei. Nella loro lettera, i rappresentanti del BIP offrivano pertanto al loro collega
italiano la via per «sedare il malcontento universale che il vostro atteggiamento ha provocato presso
i pacifisti unanimi». In primo luogo, a Moneta veniva chiesto di associarsi alla campagna di
«resurrezione pacifista» che in quegli ultimi tempi si stava, seppur lentamente, sviluppando in Italia.
In secondo luogo, gli era suggerito di fare pressioni sul governo perché imboccasse al più presto la
via pacifica del compromesso con la Turchia.352
Di fronte al tono notevolmente moderato e alle aperture contenute in tale lettera, Moneta
rispondeva pubblicamente il 9 dicembre, con una netta chiusura. In primo luogo, negava
recisamente l’esistenza in Italia di una presunta «resurrezione pacifista». In secondo luogo, definiva
le soluzioni proposte da Gobat e La Fontaine per raggiungere la pace come «non più praticabili al

351
Il testo della lettera di Gobat e La Fontaine è riprodotto in «La Vita Internazionale», 20 dicembre 1911.
352
Ibidem.

76
momento in Italia»: dopo la «triste giornata di Sciara Sciat» e le atrocità commesse dal «fanatismo
musulmano», infatti, «nessuno nemmeno tra i socialisti farebbe ciò che voi mi consigliate di
proporre».353
La frattura con il pacifismo europeo raggiungeva pertanto il suo apice. In una tagliente lettera,
Gobat scrive a Moneta: «vous nous forcez à constater que vous n’êtes pas un pacifiste, les
arguments que vous développez étant en complète contradiction avec la morale et avec l’esprit de
justice».354
In quegli stessi giorni, dalle pagine della «Vita Internazionale», Moneta salutava in questo modo
«la trionfale marcia delle truppe italiane su Ain Zara»:

Le imprese, anche armate, a scopo di colonizzazione non possono essere giudicate alla stessa
stregua delle guerre fra nazioni completamente civili [...]. Noi lo abbiamo detto e più volte
ripetuto, distinguiamo tra pace con i popoli civili e pace con genti barbare e semi-barbare. Se
la verità della Pace è in marcia e nessuna forza può arrestarla, un’altra verità è altrettanto
incontestabile, ed è la fatale sottomissione dei popoli ancor barbari ai popoli civili. La civiltà
è un’onda concentrica che si espande senza che nessuna diga artificiosa o naturale possa
arrestarla.355

La retorica non è più qui esclusivamente patriottica, bensì a pieno titolo colonialista. C’è
effettivamente «un abisso incolmabile»356 fra queste parole e quelle con cui, quindici anni prima, lo
stesso Moneta aveva condannato con decisione la politica coloniale «che si esplica a colpi di
cannone, bruciando villaggi, rubando terre ai suoi legittimi possessori, portando, col pretesto della
civiltà, le nostre malattie e i nostri vizi a tribù fisicamente più sane di noi […]».357

353
E.T. MONETA, Replica di Moneta a H. La Fontaine, «La Vita Internazionale», 20 dicembre 1911.
354
Archivio UNOG, fondo BIP, 208/5 (A. Gobat a Moneta, 16 dicembre 1911) cit. In F. CANALE CAMA, La pace dei
liberi e dei forti, cit., p. 163.
355
E.T. MONETA, La pace europea, «La Vita Internazionale» del 20 dicembre 1911.
356
R.H. RAINERO, Paolo Valera e l’opposizione democratica, cit., p. 23.
357
E.T. MONETA, Il miglior esercito coloniale, in «Il Secolo», 3 ottobre 1895, cit. in R.H. RAINERO, Paolo Valera e
l’opposizione democratica, cit., p. 22.

77
2.2 Il mantenimento degli equilibri

Nonostante la posizione apertamente colonialista di Moneta e le dure critiche del pacifismo


internazionale, l’anno si chiuse senza che la crisi aperta dalla guerra di Libia fosse ricomposta.
Da quanto si è detto finora, in particolare, emerge l’impressione che il pacifismo ufficiale europeo
non volesse arrivare ad una netta rottura, continuando a tentare di ricucire lo strappo con Moneta. Il
fatto era, in effetti, che «un’aperta sconfessione del pacifismo ufficiale italiano avrebbe comportato
un processo di chiarimento all’interno del campo pacifista nel suo complesso, con il rischio di
dissolvere un apparente e generico unanimismo e di mettere a nudo contrasti su questioni delicate e
controverse», quali l’atteggiamento nei confronti da assumere nei confronti della guerra aerea,
nonché, ben più ricca di implicazioni, la difficile distinzione fra guerre fra popoli civili e guerre
coloniali.358
Allo stesso tempo, in questo scontro con il pacifismo internazionale, Moneta si trovava tutt’altro
che isolato. La sua Unione Lombarda continuava a godere, in patria, dell’appoggio di «un compatto
nucleo interno»,359 saldamente unito contro le critiche dei colleghi europei. Tale nucleo interno era
composto, oltre che dai compagni storici della stessa generazione di Moneta, come l’oramai noto
De Gubernatis, da un manipolo di giovani leve, fra cui si distinguevano, oltre ai già citati Diotallevi
e Montani, Giovanni Vidari, Arnaldo Agnelli e Rosalia Gwiss-Adami, presidentessa della Società
delle Giovinette pacifiste e «braccio destro di Moneta negli anni della sua vecchiaia».360 Inoltre, si
univano alla polemica altre società più piccole, come la Società per l’Arbitrato e per la Pace di
Torino, presieduta da Achille Loria, il quale non esitava ad esprimersi indignato per le «oltraggiose
volgarità»361 espresse dal BIP contro l’Italia.
Proprio fra il novembre e il dicembre 1911, infatti, la «polemica spiccia e diretta contro il Bureau
aumentò a livello esponenziale», trasformandosi in un «coro unanime che spingeva ad esprimersi
anche singoli cittadini».362

358
G. PROCACCI, Premi Nobel per la pace e guerre mondiali, cit., p. 61.
359
F. CANALE CAMA, La pace dei liberi e dei forti, cit., p. 163.
360
Ibidem.
361
Archivio UNOG, fondo BIP, 208/6 (A. Loria a Gobat, 8 novembre 1911), cit. in F. CANALE CAMA, La pace dei liberi e
dei forti, cit., p. 161.
362
Ivi, pp. 161-163, dove sono riportate due esempi di lettere di privati cittadini che, in risposta ad articoli considerati
ingiuriosi per la reputazione dei pacifisti italiani, si uniscono al coro di indignazione contro la «grossièreté» e la
«tendenziosa perfidia» delle accuse internazionali.

78
Ciononostante, a differenza di quanto sostenuto da Moneta di fronte ai colleghi europei, si
andavano aprendo, all’interno di questo monolitico blocco di difesa, spiragli di opposizioni interne
allo stesso pacifismo democratico italiano.
L’opposizione pacifista alla guerra italo-turca fu inizialmente un fenomeno debole e ristretto.
Tuttavia, oltre ad una serie di pronunciamenti di società pacifiste locali che sottolineavano con
energia la propria presa di distanza dalla condotta dell’Unione Lombarda, si stava effettivamente
distaccando una nuova leva di potenziali leader pacifisti opposti all’intervento.
L’impulso più forte veniva, in questa fase, dal Comitato di Torre Pellice di Edoardo Giretti,
vicino al mondo socialista. L’articolo-manifesto da lui pubblicato il 25 novembre sull’«Avanti!»
sotto forma di lettera al direttore Treves aveva avuto grande rilievo. Inoltre, su «la Riforma sociale»
di dicembre apparve il suo carteggio con il direttore Luigi Einaudi, anch’egli critico sull’intervento
italiano in Libia. Altre personalità come Domenico Maggiore a Napoli e Elvira Cimino a Palermo,
per quanto limitate da difficoltà economiche e istituzionali non indifferenti, avevano iniziato a far
sentire la propria voce contraria alla linea ufficiale del pacifismo italiano.363
Inoltre, il dissenso iniziava a manifestarsi anche fra coloro che, in tempi recenti, si erano
avvicinati alla battaglia pacifista di Moneta. È il caso, in primo luogo, di Alma Dolens (pseudonimo
di Teresita Pasini), fondatrice, con l’appoggio dello stesso Moneta, della Società per la pace
femminile (1908) e vicina, come Giretti, alla grande base operaia che, «già educata alla scuola
socialista, si dimostrava sempre più sostenitrice degli ideali pacifisti».364 Si dissociava dalle nuove
posizioni di Moneta anche Arcangelo Ghisleri, impegnato, in questi anni, nel progetto della rivista
«Coenobium», fondata nel 1906 a Lugano assieme Giuseppe Rensi e Enrico Bignami.365 Proprio
quest’ultimo, decidendo in occasione della guerra di Libia di uscire dal suo isolamento volontario
per rendere più assidui i suoi rapporti con gli amici pacifisti, si schierava con convinzione assieme a
Ghisleri dalla parte dei pacifisti dissidenti, diventandone uno dei rappresentanti più carismatici.
Tale gruppo minoritario di pacifisti contrari alla guerra di Libia, tuttavia, «viveva, in Italia, di
impulsi singoli e difficili da coordinare», oltre ad essere «indebolito da scissioni interne alle stesse
piccole Società».366

363
Cfr. ivi, p. 167.
364
Ibidem.
365
Enrico Bignami (1844-1921), ex garibaldino, combatté nella battaglia di Aspromonte e a Monterotondo,
partecipando successivamente alla terza guerra di indipendenza. Nel 1868 fondò il periodico «La Plebe», di forte
ispirazione mazziniana, risolutamente antimonarchica e sostenitrice delle istanze di giustizia sociale del nascente
movimento socialista (cfr. V. GROSSI, Le pacifisme européen, cit., pp. 291-296).
366
F. CANALE CAMA, La pace dei liberi e dei forti, cit., p. 169.

79
Non ci si deve dimenticare, inoltre, che la base di sostegno di cui godeva Moneta e la sua Unione
Lombarda era in realtà «ben più larga di quelle degli amici della pace, comprendendo, di fatto,
l’intero ambiente liberale alto-borghese e giolittiano».367 Ciò spiega perché continuassero a
trascorrere i mesi di guerra senza che i problemi nel pacifismo ufficiale venissero risolti e senza
che, nonostante le critiche provenienti dall’esterno e dall’interno del Paese, Moneta potesse
risultare, ancora nei primi mesi del 1912, il rappresentante ufficiale del pacifismo italiano.

3. Verso la pace

3.1 Cambiamento di clima

Moneta confermò questo stato di fatto nel marzo del 1912, in occasione dell’assemblea annuale
dell’Unione Lombarda. Qui pronunciò infatti un lungo discorso di autodifesa, ratificato dall’ordine
del giorno, in cui si invocava «uno spirito di concordia dei pacifisti italiani ed esteri, compresi i
dissidenti, affinché le forze non si disperdano in vane, acri polemiche, ma si rivolgano tutte alla
propaganda pacifista, onde allontanare, col crescere di tante ansietà, il pericolo di una
conflagrazione generale».368
Al termine dell’assemblea, Moneta telegrafava direttamente a Giolitti tale risultato:

Compiacciomi informare v.e. che nostra società Pace sua assemblea odierna approvò
unanimemente operato comitato durante conflitto italo-turco esprimendo idea che azione
pacifista non esclude doveri verso patria.
Devotissimo Moneta.369

Allo stesso modo, i vari convegni internazionali che si tennero nei primi mesi del 1912 videro
succedersi tentativi di ricomposizione e piccoli scontri che lasciavano le rispettive posizioni
sostanzialmente immutate.370 Tuttavia, l’imminenza del Congresso universale della pace, previsto a
Ginevra per la fine di giugno, faceva chiaramente intendere che lo scontro non sarebbe stato a lungo
evitabile.

367
Ivi, p.172
368
E.T. MONETA, Patria e Umanità, cit., p. 25.
369
MRMi, Archivio Moneta, cart. 3 (E.T. Moneta a Giolitti, 10 marzo 1912), cit. in F. CANALE CAMA, La pace dei liberi
e dei forti, cit., p. 172, assieme alla risposta di Giolitti, il quale esprimeva «compiacimento per i patriottici sentimenti
che ha manifestato e per i nobili fini a cui intende dirigere la sua azione».
370
Cfr. G. PROCACCI, Premi Nobel per la pace e guerre mondiali, cit., pp. 61-62.

80
Un importante cambiamento di clima si registrò in seguito alla generosa donazione da parte del
multimilionario americano Carnegie a favore del BIP, il quale diede nuova linfa al pacifismo
internazionale. Fra aprile e maggio, infatti, fu pubblicato a cura e a nome del Bureau di Berna un
libro bianco sulla guerra italo-turca nella quale era raccolta tutta la documentazione sulla
controversia insorta con i pacifisti italiani.371 Il quadro che se ne ricava è quello di una «generale
riprovazione dell’aggressione italiana e dell’atteggiamento tenuto nei suoi confronti dal pacifismo
ufficiale italiano e da Moneta in particolare»372: «Finanziariamente supportata, la voce
dell’opposizione pacifista si fece dunque sentire più forte, riuscendo addirittura ad incidere in una
certa misura sugli equilibri di potere ormai consolidati».373
È in questo clima di riaperta ostilità che Moneta decise, nonostante l’età avanzata e i non pochi
problemi di salute, di prendere parte alla riunione del Comitato del Bureau indetta per la fine del
maggio 1912 a Parigi. Qui, in un lungo discorso, successivamente pubblicato in opuscolo,374
Moneta sosteneva un’appassionata apologia del proprio paese, difendendolo dalle critiche di coloro
che «avevano creduto o sperato che la nuova Italia avrebbe continuato a non occuparsi che di arte,
di scienza, di industria e di commercio».375 Guardando dal presente al proprio passato
anticolonialista, Moneta non cercava più la via della continuità ideale, difendendo il proprio cambio
di fronte:

Noi pacifisti con tutta la democrazia abbiamo osteggiato la campagna d’Africa […]. Dopo
Adua, abbiamo imposto la pace e le dimissioni di Crispi […]. Ma quale ne fu la conseguenza?
Che l’Italia fu ancora considerata una potenza militarmente e politicamente senza valore,
tanto che Teodoro Roosevelt appunto per quella disfatta scrisse [...] oltraggiose parole
all’indirizzo dell’Italia.376

Più avanti, Moneta si spingeva fino all’elogio della pax romana, definendo «una sventura per il
mondo» il fatto che Roma non avesse avuto il tempo di incivilire «le popolazioni selvagge che
dimoravano sulle frontiere del suo impero».377

371
Il libro bianco (In rei memoriam, Gassmann, Bienne, 1912) era bilingue, francese e tedesco, ed aveva per scopo
quello di «faire connaitre et de conserver à titre de documents pour l’histoire de la guerre déclarée par l’Italie à la
Turquie, les manifestations d’opposition contre cette lamentable entreprise» (cit. in V. GROSSI, Le pacifisme européen,
cit., pp. 304-305).
372
G. PROCACCI, Premi Nobel per la pace e guerre mondiali, cit. 63.
373
F. CANALE CAMA, La pace dei liberi e dei forti, cit., p. 171. In seguito alla pubblicazione del libro bianco, ad
esempio, il ruolo di corrispondente italiano per la Carnegie Donation fu affidato da d’Estournelles a Giretti (Ibidem.).
374
E.T. MONETA, L’ideale della Pace e la Patria, Uffici della società, Milano 1912.
375
Ivi, p. 4.
376
Ivi, p. 7.
377
Ivi, p.11.

81
Nella seconda parte del discorso, Moneta si lanciava in una vera e propria apologia di sé stesso. Nel
vedere l’Italia «impegnata irrevocabilmente nell’Impresa tripolina», infatti, Moneta ammetteva di
aver sentito il suo «vecchio amor di patria ingigantirsi nell’animo come nelle grandi giornate della
nostra indipendenza».378 Puntualizzando di essere ben diverso da quei «dottrinari che vorrebbero la
guerra in permanenza e la chiamano igiene del mondo», ammetteva tuttavia che, dal momento che
«la forza tiene ancora un gran posto nel destino delle nazioni», la condotta sua e dei suoi
connazionali era più che giustificata «onde non essere presto o tardi vittima della forza altrui».379
Al di là dell’animato dibattito che seguì tale discorso, il tono restò di nuovo prevalentemente
interlocutorio.380
Lo stesso accadde in occasione della conferenza dell’Unione interparlamentare che si tenne da 18
al 20 giugno a Ginevra. Qui si accese un intenso dibattito sull’attualissima questione della guerra
aerea, affrontata, tuttavia, prevalentemente nei suoi termini generali, in cui un solo intervento fece
diretto riferimento ai bombardamenti italiani in Libia.381 Ciò si spiega parzialmente in quanto, in
quel momento, erano già avviate le trattative dirette fra Italia e Turchia,382 fatto di cui i parlamentari
che componevano l’Union non potevano non tener conto.
Il confronto pacifista non raggiunse toni veramente polemici neppure sul piano nazionale.
Rivelativa a questo proposito era una lettera scritta da Moneta a Baccari, direttore del giornale
«Popolo Pacifista» contrario all’impresa, in cui il confronto sembra svolgersi sul piano di un dotto
scambio di vedute fra gentiluomini di diversa opinione:

M’hanno mandato qui da Milano il numero di luglio del tuo Popolo Pacifista. È il primo che
ricevo dopo incominciata la guerra e me lo sono fatto subito leggere perché, come forse
saprai, son divenuto quasi completamente cieco.
Sapevo che ti eri manifestato fin da principio contrarissimo alla guerra di Libia, ma ho
rilevato con una certa ammirazione la forza di convinzione e gli argomenti che porti in pro

378
Ivi, p. 16.
379
Ivi, p. 17.
380
Cfr. G. PROCACCI, Premi Nobel per la pace e guerre mondiali, cit., p. 65.
381
Ivi, p. 67. Il momento di maggiore tensione si verificò quando, di fronte alla proposta di Auguste Beernaert di
istituire una commissione allo scopo di proibire l’impiego di apparecchi in caso di guerra, d’Estournelles si era opposto
energicamente, considerando l’aereo, oltre che simbolo del progresso, arma eminentemente difensiva e tale da poter
scoraggiare un eventuale aggressore. Inoltre, «perché non proibire allora anche gli esplosivi, le mine i sottomarini, le
stesse automobili, [...] il telegrafo e persino la bicicletta, che dopo tutto può servire a uccidere?» In tale situazione, come
emerge dalla ricostruzione di Procacci, «i partecipanti alla conferenza si trovarono di fronte all’inatteso spettacolo di
due premi nobel per la pace, che per giunta avevano condiviso il premio nello stesso anno, che sostenevano punti di
vista diametralmente opposti». (ivi, p. 68).
382
Le trattative di pace fra Italia e Turchia furono avviate a partire dal giugno 1912, grazie alla fondamentale
mediazione dell’industriale Giuseppe Volpi (il futuro conte di Misurata in epoca fascista) (cfr. G. CANDELORO, Storia
dell’Italia moderna, cit., pp. 327-328).

82
all’idea che tu difendi. Il tuo giornale potrebbe chiamarsi invece di «Popolo Pacifista», perché
il popolo italiano s’è in questa guerra dimostrato tutt’altro, «Guerra alla guerra».383

Il pensiero di Moneta era qui espresso senza inibizioni, rivelando un pacifismo gradualista ed
élitario fondato su basi teoriche debolissime:384

Dal punto di vista della morale pura e dell’ideale pacifista assoluto l’opera tua è magnifica;
ma se si guarda agli effetti che ne potrebbero derivare sarebbe altra cosa. Immagina tu stesso
che cosa avverrebbe se il tuo giornale fosse letto durante la guerra da tutti gli Italiani e dai
soldati nostri che combattono in Libia e nell’Egeo. Nel paese potrebbe avvenire una collisione
fra i pacifisti nemici della presente guerra e patrioti; nell’esercito e nella marina sarebbe non
piccolo il numero di coloro che si sottrarrebbero al combattimento […]. Perciò la tua guerra
alla guerra può essere buona a condizione che sia letta da un circolo ristretto di persone, o a
guerra finita, e in questo caso anche da moltissimi. Ciò non toglie che io veda in te un uomo
meritevole d’alta stima per la fermezza delle sue convinzioni e per l’ardore con cui le difende
[…].385

Seguiva a questo punto una schietta confessione, per noi assai rivelatrice:

Qui a te, e in tutta confidenza, debbo dirti che mi diedi al pacifismo non soltanto per l’orrore
che sempre mi produsse lo spettacolo dei morti e dei feriti in guerra, ma anche dirò anzi
specialmente, perché la mala riuscita delle nostre guerre del 1848-49 e del 1866 mi avevano
impressa l’idea che il popolo nostro rimasto imbelle per molti secoli non avesse le qualità più
indispensabili per vincere guerre serissime […].386

3.2 Epilogo

Il XIX Congresso universale della pace, previsto nella stessa Ginevra per i giorni subito seguenti,
fu l’occasione perché i nodi venissero al pettine. Il rapporto preparato da Gobat per l’occasione, e
reso noto già pochi giorni prima, conteneva riferimenti diretti alla Libia e non risparmiava
commenti taglienti su Moneta e i pacifisti italiani.387

383
MRMi, Archivio Moneta, cart. 4 (E.T. Moneta a Baccari, 23 luglio 1912), cit. in F. CANALE CAMA, La pace dei liberi
e dei forti, cit., pp. 173-174.
384
Già Salvemini aveva criticato il «sentimentalismo vaporoso» e la confusione delle concezioni pacifiste del discorso
monetiano, nell’articolo La politica estera dell’Italia e il pacifismo, in «Critica Sociale», nn. 22-23, 16 novembre 1908,
ora in G. SALVEMINI, Opere, III, vol. I, «Come siamo andati in Libia» e altri scritti dal 1900 al 1915, a cura di A. Torre,
Feltrinelli, Milano 1963, pp. 49-61.
385
Ibidem.
386
Ibidem.
387
Cfr. G. PROCACCI, Premi Nobel per la pace e guerre mondiali, cit., p. 69.

83
In segno di protesta, il Comitato direttivo dell’Unione Lombarda si pronunciò per la non
partecipazione al congresso, decisione che tuttavia non raggiunse l’unanimità. La minoranza
interna, guidata da Alma Dolens e Arcangelo Ghisleri, era oramai decisa a legittimare la propria
opposizione.
In una lettera firmata, fra gli altri, da Domenico Maggiore, Paolo Baccari, veniva infatti richiesto
all’assemblea di mettere all’ordine del giorno un punto dal titolo «Relazione del movimento
pacifista in Italia durante la guerra italo-turca», proponendo «quale egregia relatrice e nota
conferenziera Alma Dolens, la quale, con coraggio più unico che raro e con fede immutata,
continua, nonostante gli ostacoli creati da avversari e dall’attuale momento storico, le buone
tradizioni del pacifismo italiano».388
Si ha l’impressione che, anche fra chi si trovava oramai in aperto dissenso dalle posizioni di
Moneta, permanesse comunque la stima e l’affetto di cui il pacifista milanese aveva saputo
circondarsi durante la sua lunga leadership. Si legga a titolo di esempio il tono con cui, in una
lettera inviata a poche settimane dal Congresso, Arcangelo Ghisleri, proponeva al suo «caro amico»
un salvataggio in extremis:

Quando lessi la lettera del Cordara di Cerro che si dimetteva dalla Società Lombarda della
Pace, fui tentato di mandarti anche le mie dimissioni. Mi trattenne un sentimento di pietà per
le notizie avute, che stavi per essere operato ad un occhio, e compresi che, impossibilitato a
leggere i giornali, tu dovevi essere in buona fede, vittima dei segretari e collaboratori tuoi
della Vita, nazionalisti travestiti da pacifisti, che di certo non ti hanno informato di ciò, che
alle loro tesi e ai loro infatuamenti era contrario. Ora però, che le cose si chiariscono anche
per i ciechi volontari […] ora che si sta per radunare il Congresso Internazionale di Ginevra,
io ti domando – da vecchio e non mendace amico – se non ti sentiresti il coraggio di affermare
pubblicamente che sei stato ingannato da tendenziosi e parziali informatori; che all’epoca in
cui la guerra venne decisa e intrapresa, tu eri infermo d’occhi; che, infine, deplori di avere –
senza consultare gli aderenti, fatto rappresentare alla Società Lombarda della Pace una parte,
contraria a’ suoi statuti, a’ suoi principi.
Se la tua sconfessione fosse spontanea, farà onore alla tua lealtà e salverà la Società
Lombarda da una sconfessione di aderenti suoi che, a cominciare da me, non potrebbero più
oltre serbare il silenzio.389

Moneta, invece, per le sue aggravate condizioni di salute, non poté presentarsi all’assise, dove,
durante una tumultuosa riunione preliminare fra i pochi delegati italiani presenti, avvenne infine lo
scontro aperto fra il gruppo dei dissidenti e l’oramai minoritario gruppo lealista.

388
Cit. in F. CANALE CAMA, La pace dei liberi e dei forti, cit., p. 175.
389
MRMi, Archivio Moneta, cart. 3 (A. Ghisleri a Moneta, 27 agosto 1912), cit. in ivi, p.176.

84
Da tale riunione emerse una vera e propria sconfessione di Moneta: prendendo atto con
deplorazione delle posizioni assunte dall’Unione Lombarda, si affermava infatti solidarietà con la
linea mantenuta dal Bureau di Berna e si decideva la sospensione di Moneta e De Gubernatis dal
ruolo di rappresentanti italiani nella commissione del Bureau, sostituiti rispettivamente da Enrico
Bignami ed Edoardo Giretti.
In ogni caso, la riunione era destinata, come sempre, a virare verso toni più conciliativi.
Approvando l’ordine del giorno proposto da Ruyssen, infatti, l’assemblea, pur felicitandosi della
nuova presa di coscienza dei pacifisti italiani, dichiarava ritenere non opportuno che un congresso
della pace si trasformasse in una corte di giustizia, auspicando un rapido ritorno a quell’unanimità
per un attimo turbata.390
Sulla stessa questione libica, il congresso non arrivò ad esprimersi apertamente. Anche la ferma
dichiarazione di La Fontaine, secondo cui «ogni pacifista deve considerare come suo dovere più
sacro quello di opporsi a ogni guerra di conquista intrapresa dal governo del suo paese»,391
diventata poi risoluzione, lasciava aperto il dubbio se nella categoria delle guerre di conquista
fossero incluse o meno le guerre coloniali. Il discorso rimase pertanto aperto e la frattura interna
venne evitata ancora una volta.392
A sigillo di tale epilogo, appena due settimane dopo la fine del congresso, la pace di Ouchy (18
ottobre 1912) pose fine alla guerra.
I bilanci globali a conclusione dell’anno potevano dunque attestarsi su posizioni ottimistiche e
consolatorie. A livello europeo, lo dimostravano le dichiarazioni di Alfred Fried, premio Nobel nel
1911 e voce assai critica al momento della crisi, il quale poteva ora affermare che il pacifismo era
infine prevalso e che se la guerra italo-turca e le crisi balcaniche da essa scaturite avevano dato
un’impressione diversa, era perché esse appartenevano a delle aree fuori dall’«alta cultura
europea».393
In Italia, lo stesso Moneta poteva tirare un sospiro di sollievo:

390
G. PROCACCI, Premi Nobel per la pace e guerre mondiali, cit., p. 69.
391
Ivi, p. 70.
392
Durante lo stesso congresso, infatti, il tentativo di trovare un accordo su questa delicata questione si era scontrato
con un’ampia e prevedibile differenza di vedute. Si delinearono infatti in modo chiaro tre posizioni: quella dei difensori
dell’espansionismo coloniale come missione di civiltà, quella degli anticolonialisti conseguenti e quella di coloro che si
riconoscevano nei toni moderati e nelle reticenze della relazione Ruyssen. La prima posizione vedeva il suo portavoce
nello svizzero Pittard, che teorizzando esplicitamente l’ineguaglianza delle razze, trovava il voto favorevole
dell’italiano Agnelli, uno dei pochi lealisti di Moneta presenti. La posizione anticolonialista era sostenuta dal pacifismo
cattolico francese e, fra gli italiani, da Ghisleri. Dominante, comunque, risultava la posizione mediatrice di Ruyssen, la
quale lasciava, nella sostanza, aperta la questione (cfr. ivi, p. 71).
393
Ivi, p. 73.

85
L’anno 1912 lascia tracce incancellabili negli annali della storia. A noi italiani ha dato la
Libia, un vasto territorio da fecondare e una popolazione da incivilire. L’avemmo con una
guerra, durata un intero anno, che costò sacrifici d’uomini e di denaro, ma che risparmiò altre
guerre ben più gravi e, mentre dava all’Italia la sua parte legittima nel Mediterraneo, fu
occasione di mettere in luce il valore eroico dei nostri soldati di terra e di mare e la costanza e
la concordia nei forti propositi di tutto il popolo, virtù che il paese non immaginava e che
accrebbero notevolmente la stima dell’Italia nel mondo e la fiducia del popolo nostro nei
futuri suoi destini.394

394
E.T. MONETA, L’anno 1912, «La Vita Internazionale», 5 gennaio 1913.

86
Conclusioni

Giunti al termine della nostra analisi, possediamo gli strumenti necessari per orientarci
all’interno delle principali interpretazioni critiche avanzate in relazione all’atteggiamento di Moneta
di fronte alla guerra di Libia.
Appare fin da subito da rifiutarsi, per una questione di metodo ancora prima che di contenuti, la
giustificazione in chiave agiografica di Moneta che ha, in ambito critico, il principale esponente in
Maria Combi. L’immagine da lei promossa, dell’«apostolo della pace» tormentato da una «grave
crisi di coscienza che gli fece passare notti insonni»,395 si rivela priva di fondamento già ad una
prima lettura dei testi e degli articoli pubblicati da Moneta a partire dallo scoppio della guerra.
Non a caso, dopo aver proceduto all’analisi di tali testi, Rainero può affermare, con ragione, che
l’appoggio alla guerra di Libia «non pareva turbare il pacifismo confessato dal Moneta».396
Tuttavia, l’analisi dello storico – e, di conseguenza, il suo giudizio conclusivo sull’atteggiamento di
Moneta, definito un caso di mero «opportunismo politico» – non possono essere accettati in toto, in
quanto risentono evidentemente di una insufficiente considerazione delle premesse teoriche da cui
muove la posizione di Moneta. Rainero sostiene, infatti, che, allo scoppio della guerra italo-turca,
Moneta avrebbe introdotto delle «notevoli novità nella propria condanna della guerra in assoluto,
distinguendo però da guerra a guerra»397 e «nuovi significati alla parola pace, facendola nel
contempo dipendere da elementi certamente estranei ad essa, quali il sentimento nazionale» e «le
esigenze profonde della patria».398 Come si è visto, al contrario, il valore della patria costituì fin
dalla giovinezza il vero leit motiv del pensiero di Moneta, rispetto al quale l’idea di pace mantenne
sempre un ruolo subordinato. Allo stesso modo, e di conseguenza, Moneta pose fin da subito
«distinzioni da guerra a guerra», ammettendo casi di «guerra giusta» e, anzi, opponendosi con
decisione al pacifismo assoluto professato da Tolstoj.
Se la conoscenza delle linee generali del pacifismo patriottico di Moneta aiuta certamente a
spiegare le ragioni del suo appoggio alla guerra, non risulta del tutto soddisfacente, d’altra parte,
neppure la tesi della totale coerenza interna del percorso di Moneta. Dopo una preziosa – per quanto
non sempre condivisibile – analisi del pensiero del Nobel per la pace, Ragaini commette l’errore

395
M. COMBI, Ernesto Teodoro Moneta, cit., p. 54.
396
R.H. RAINERO, Paolo Valera e l’opposizione democratica, cit., p. 20.
397
Ivi, p. 22
398
Ibidem.

87
metodologico (o è forse un escamotage) di analizzare l’appoggio di Moneta alla prima guerra italo-
turca congiuntamente con il suo interventismo nella prima guerra mondiale. In tal modo, infatti, pur
non potendo negare una certa «forzatura della sua posizione ideologica» in occasione della
congiuntura libica, lo studioso può, nel complesso, considerare le posizioni belliciste degli ultimi
anni di Moneta come «sviluppo esasperato ma coerente della premessa teorica».399
L’applicazione alla nostra analisi di una «lente coloniale», che avesse come oggetto di studio la
posizione specifica di Moneta in relazione alla problematica coloniale e, in particolare, alla guerra
di Libia, ha permesso di mettere in luce, invece, alcuni atteggiamenti propriamente contraddittori.
Tale risulta, innanzitutto, il tentativo di Moneta di applicare la propria concezione di «guerra
giusta» ad un conflitto la cui natura coloniale e di aggressione, sulla base della medesima teoria
pacifista, egli aveva precedentemente condannato. Inoltre, l’atteggiamento di Moneta non si limita,
in tal caso, ad una sua giustificazione, bensì si traduce in un’entusiastica adesione, la cui retorica e
le cui argomentazioni, per quanto Moneta affermi il contrario, risultano del tutto conformi
all’ideologia imperialista.
Detto ciò, non è nostra intenzione – né qui né in altra sede –fare un processo a Moneta, la cui
singola esperienza politica ed esistenziale appare, in realtà, rivelatrice di una problematica ben più
ampia.
Allargando lo sguardo al contesto storico e culturale, infatti, abbiamo potuto constatare come tale
contraddittorietà coinvolga, in un certo modo, un’intera generazione risorgimentale e postunitaria.
La parabola seguita da Moneta è infatti comune a diversi personaggi della politica e della cultura
italiana – di cui Crispi e Carducci sono solo due celebri esempi – che, partendo da posizioni
democratiche e garibaldine, conduce, senza apparente soluzione di continuità, all’esaltazione
imperialista.
L’esperienza di Moneta si dimostra pertanto rivelatrice di un complesso rapporto intercorrente
fra gli ideali risorgimentali di unità nazionale e l’ideologia colonialista italiana. Il legame con le
esperienze politiche e ideologiche del Risorgimento costituì, come si è detto, un aspetto
fondamentale per i sostenitori delle posizioni anticolonialiste, così come per i sostenitori delle tesi
colonialiste e imperialiste.
Moneta, ex mazziniano ed ex garibaldino, si trova a percorrere in prima persona il percorso
ideologico che, a partire proprio dall’ultimo Mazzini, attraverso la fondamentale mediazione di

399
C. RAGAINI, Giù le armi!. Ernesto Teodoro Moneta e il progetto di pace internazionale, F. Angeli, Milano 1999, p.
94.

88
Oriani, fino alla «nazione proletaria» di Corradini, tradusse il patriottismo risorgimentale in un
aggressivo nazionalismo imperialistico.
Come emerso dalla nostra analisi, infatti, il discorso pacifista di Moneta presentava già, al suo
interno, molti di quegli elementi ideologici e retorici di matrice risorgimentale che sarebbero stati
assimilati e radicalizzati nel discorso nazionalista e imperialista: la priorità del valore della patria, la
frustrazione per l’onore ferito dalle sconfitte militari e il desiderio di rivincita, la separazione
manichea fra uno stato di barbarie ed uno di civiltà, verso cui l’umanità inevitabilmente procede, la
tendenza al populismo e l’individuazione di un primato nella tradizione culturale italiana.
Tali elementi potevano, in Moneta, convivere con l’ideale della pace, solo in ragione di quella
logica tipicamente ottocentesca, secondo la quale aspirazioni umanitarie e ideali patriottici non
erano necessariamente contraddittori. Con l’avvento dell’industrializzazione e della società di
massa, ideali umanitari e forze nazionali andarono sempre più polarizzandosi, rendendo sempre più
difficoltosa la posizione ideologica di Moneta.
Un ruolo decisivo nel definitivo schieramento di Moneta al fianco del fronte colonialista fu giocato
dal sopravvenire di una propaganda di stampa moderna e aggressiva, la cui moderna retorica, basata
sulla tecnicizzazione del mito e mirata ad influenzare l’opinione delle masse, seppe catalizzare un
fortissimo consenso sulla conquista della Libia, sulla quale si riversarono le diverse tendenze di una
diffusa volontà di rigenerazione nazionale.400
A ben vedere, pertanto, la condotta di Moneta non compare molto diversa da quella di molti altri
personaggi della sua epoca, che cedettero alla celebrazione imperialista. Tuttavia, ciò che colpisce
particolarmente del singolo episodio di Moneta, è che tale esaltazione bellicista provenga da chi, per
definizione, avrebbe dovuto rappresentarne l’opposto, ovvero un premio Nobel per la Pace.
Dalla nostra analisi, tuttavia, emerge chiaramente che lo stesso pacifismo democratico
internazionale partecipasse della contraddizione di base vissuta da Moneta, affondando esso stesso
le proprie radici sul principio fondamentale della nazionalità e dell’equilibrio pacifico fra le potenze
europee. Non potendo risolvere tale contraddizione interna senza minare le proprie stesse basi, il
pacifismo internazionale preferì non pronunciare mai, nonostante le aspre critiche, una netta rottura
rispetto alla linea di Moneta.
Di tali difficoltà e contraddizioni, insite alla base del pensiero di Moneta, è importantissimo
conservare la memoria: a maggior ragione se si considera che su di esse si edificheranno i

400
È quanto sostenuto da Grossi: «La presse joua un rôle non négligeable dans la préparation des esprits et l’exaltation
de l’orgueil national. Le pacifistes eux-mêmes commencèrent à se laisser gagner par le «vertige du kilomètre carré», en
particulier le noyau dur des pacifistes italiens» (V. GROSSI, Le pacifisme européen, cit., p. 259).

89
successivi progetti di organizzazione internazionale, dalla Società delle Nazioni,401 fino, in linea
ideale, alle più recenti forme della politica unitaria europea.
In Italia, invece, il caso di Moneta, unico premio Nobel per la pace nazionale, è rimasto a lungo
sepolto nell’oblio; e anche ora, quando ci si appresta a riportarlo alla luce, resta viva la reticenza ad
affrontarne i limiti e le contraddizioni, emerse con evidenza in occasione della guerra italo-turca. Si
tratta, a mio avviso, un’ulteriore manifestazione di quel «fenomeno di rimozione (conscia o
inconscia) delle colpe coloniali»402 di cui parla Del Boca, in cui il «mito duro a morire» degli
«italiani brava gente»403 continua a giocare un ruolo fondamentale.

401
Nata l’anno seguente la morte di Moneta, con la firma del trattato di Versailles (28 giugno 1919), ebbe il suo
principale promotore nel presidente degli Stati Uniti Wilson (insignito nello stesso anno del Nobel per la Pace) ed
estinta, come è risaputo, nel 1946, in seguito al fallimento rappresentato dalla seconda guerra mondiale.
402
A. DEL BOCA, L'Africa nella coscienza degli italiani, cit., p. XII.
403
A. DEL BOCA, Italiani, brava gente?, p. V.

90
Bibliografia:

1. Fonti

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La Conferenza dell’Aja, n. 15 del 5 agosto 1899.
Intorno alla Triplice, n. 9 del 5 maggio 1901.
Contro il militarismo e lo spirito di conquista (relazione tenuta al xi Congresso mondiale della
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L’antimilitarismo nell’esercito, n. 20 del 20 ottobre 1905.
Verso l’Ideale, n. 22 del 20 dicembre 1905.
Verso l’ideale, n. 22 del 20 dicembre 1905.
La pace dei liberi e dei forti, n. 24 del 20 dicembre 1908.
I due patriottismi, n. 12 del 20 giugno 1910.
Le cinque giornate, n. 8 del 20 aprile 1911.
Le due faccie del Nazionalismo, n. 9 del 5 maggio 1911.
La glorificazione di Crispi, n. 18 del 20 settembre 1911.
A guerra incominciata, n. 19 del 5 ottobre 1911.
Lettera alla Suttner, n. 20 del 20 ottobre 1911.
L’infatuazione imperialista, n. 20 del 20 ottobre 1911.
E.T. Moneta risponde a H. La Fontaine, n. 21 del 5 novembre 1911.
Agli amici della pace fuori d’Italia, n. 22 del 20 novembre 1911.
Replica di Moneta a H. La Fontaine, n. 24 del 20 dicembre 1911.
La pace europea, n. 24 del 20 dicembre 1911.
Giornate memorabili, n. 21, 20 novembre 1912.
L’anno 1912, n. 1 del 5 gennaio 1913.

91
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integralmente in R.H. RAINERO, Paolo Valera e l’opposizione democratica, cit., appendice
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Desidero ringraziare:

la prof. Daniela Adorni, per l’estrema disponibilità, la


competenza e la gentilezza;
la mia famiglia, che instancabilmente mi ha incoraggiato e
sostenuto;
gli amici che, anche da lontano, hanno saputo aiutarmi e il
mitico Umberto Cataldo.
Infine, un ringraziamento particolare alla Pulpetta: per la
pazienza, e per aver saputo trasformare ogni giorno di
lavoro in un giorno di festa.

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