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Appunti Diritto Internazionale

Diritto internazionale (Università degli Studi di Ferrara)

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DIRITTO INTERNAZIONALE

Il diritto internazionale è correlato all’utilizzo dell’aggettivo pubblico(non necessario).


Il diritto internazionale come disciplina pubblicistica in realtà sorge per giustificare e regolare i
rapporti tra enti sovrani quali gli Stati. Da qui l’idea che siccome lo Stato è (come diceva Santi
Romano) la creatura giuridica perfetta, perché massima manifestazione regolata dal diritto come
potestà pubblicistica, allora il diritto internazionale non può che essere publico perché riguarda i
rapporti tra enti pubblici per eccellenza (Stati). Ora si comprende che un sistema giuridico che ha
come enti di base soggetti sovrani è un sistema giuridico che presenta qualche debolezza rispetto
al sistema giuridico statale: quest’ultimo è caratterizzato dalla concentrazione del potere pubblico
insieme all’organizzazione dello stato, ciò serve a legittimare la base democratica del pubblico
potere; il pubblico potere è la realtà che assorbe l’intera manifestazione normativa. Ciò è possibile
perché nello Stato esiste un solo pubblico potere. Nel diritto internazionale non esiste questa
concentrazione. Il diritto internazionale, proprio perché nasce sotto la spinta degli Stati regolati dai
propri rapporti deve tenere presente che i suoi soggetti di base sono enti sovrani e dunque non
hanno una forma di sovranità compressa (?). Quindi questo spiega la criticità del diritto
internazionale, perché ha dovuto maturare tenendo presente che regola rapporti tra enti sovrani:
quindi la mancanza di un potere centralizzato, di una autorità super partes che potesse imporre
dall’alto con una legge regole di condotta agli enti di base, ha determinato una certa limitatezza
della disciplina. La disciplina nasce per regolare rapporti paritari tra gli Stati, perché essendo i
soggetti di base enti sovrani sono uguali tra loro. Ciò ha condizionato sia i contenuti della disciplina
internazionalistica, sia le tecniche attraverso cui tale disciplina si definisce. Ha condizionato i
contenuti perché se il diritto internazionale nasce per soddisfare esigenze di enti sovrani, allora
sono questi enti sovrani che pilotano la regolamentazione giuridica e ne stabiliscono i contenuti in
base ai loro interessi. Ed è per questo motivo che lo scenario del diritto internazionale denota una
certa evoluzione degli interessi che nel corso del tempo sono diventati prevalenti nella società
internazionale. E attraverso l’analisi della disciplina giuridica, la storia, possiamo anche vedere in
che misura il diritto internazionale si è evoluto verso formule più sofisticate che gli hanno
permesso di assicurare un grado crescente di certezza del diritto. Il diritto internazionale classico,
quello che si fa risalire al ‘600, è un diritto internazionale che è finalizzato al quadro storico di quel
periodo: nel ‘600 gli Stati avvertono il bisogno di avere ampi margini di libertà (espansionismo
coloniale europeo..) ed è per questo che il diritto internazionale europeo sostanzialmente vede
circoscritti i suoi obiettivi e contenuti ad assicurare la sovranità degli Stati e ad assicurare la libertà
degli Stati. Soprattutto la libertà di acquisire territori: aspirazioni colonialistiche dei Paesi europei.
Es. il colonialismo europeo si è caratterizzato per l’espansione di alcuni grandi Stati europei in USA,
Australia e Africa: a che titolo venivano acquisiti tali territori? Il diritto internazionale, proprio in
funzione di garanzia degli interessi di questi stati, elabora la teoria della terra di nessuno: i territori
dell’Australia, Africa e America non avevano una sovranità costituita, erano popoli primitivi, non
c’era un organizzazione sociale come quella europea quindi quella terra non era di nessuno. Chi se
ne appropriava diventava quindi proprietario a pieno titolo. Questo per spiegare la funzione del
diritto internazionale in relazione agli interessi degli Stati, affianco però al riconoscimento della
sovranità di questi ultimi. Il punto di riferimento storico per quanto riguarda la nascita del diritto
internazionale classico sono i Trattati di Westfalia: per convenzione questi trattati vengono
considerati la nascita del diritto internazionale classico perché quei trattati segnano la fine storica,
politica e giuridica del Sacro Romano impero e del ruolo della Chiesa. Gli Stati si laicizzano e
diventano sovrani a tutti gli effetti. Il diritto di Westfalia, per le caratteristiche descritte, è un diritto
che aveva come obiettivo l’interesse degli Stati ma soprattutto era un sistema giuridico che si
fondava sul principio della posizione di parità formale tra gli Stati, i quali dovevano presentare

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determinate caratteristiche. La teoria della terra di nessuno aveva avuto gioco facile perché aveva
ha che vedere con popoli primitivi. Ma nei rapporti tra gli Stati europei, esisteva il principio della
parità dignità. Questo principio della pari dignità accompagna tutt’ora il diritto internazionale. Ed è
tanto più rilevante nel diritto internazionale contemporaneo perché non ci sono quei 20 Stati che
c’erano nel ‘600, ma ce ne sono almeno 200 oggi. Quindi è evidente che lo Stato vuole il
riconoscimento della sua indipendenza e della sua posizione di pari dignità formale. Tuttavia
questo principio deve storicamente misurarsi con il peso storico effettivo degli Stati. Si possono
mettere sullo stesso piano piccoli Stati e potenze? Effettivamente può suscitare qualche perplessità
questo principio giuridico della pari dignità formale. Non c’è dubbio che le grandi potenze
esercitino un’influenza maggiore del piccolo Stato. Noi vedremo che per esempio la Carta delle
nazioni unite indica una gerarchia tra Stati: i membri permanenti del Consiglio di sicurezza sono
quelli delle potenze che hanno vinto il 2 conflitto mondiale. Ma fino a che punto ciò può scardinare
il principio della pari dignità formale? Specialmente nella prima parte del ‘900 quest’attenzione si è
molto avvertita, sia per il ruolo che ha avuto una potenza come la Germania, sia per la prassi posta
in essere dalle due principali potenze della Guerra fredda. Queste grandi potenze esercitavano
indubbia influenza sugli Stati più piccoli. Sono state addirittura elaborate dottrine che
giustificavano tale influenza: dottrina Monroe per quanto riguarda gli USA. L’America avrebbe
dovuto contrastare influenze esterne nei confronti dei Paesi che si rendevano indipendenti.
L’Unione Sovietica fece lo stesso. Tuttavia anche queste influenze egemoniche delle grandi potenze
non hanno modificato la struttura del diritto internazionale: un po perché le forze storiche che
sostenevano tali dottrine sono venute meno con la fine dell’esperienza socialista, ma anche gli USA
hanno notevolmente ridimensionato (anche per effetto del venir meno della minaccia esterna
rappresentata dall’Unione Sovietica) la loro tendenza egemonica sull’America latina. C’è stato il
rischio, in una fase subito dopo la caduta del muro di Berlino, che gli USA diventassero la potenza
mondiale per eccellenza. Ma in realtà ciò non è avvenuto. Gli USA non hanno espresso la capacità
di direzione internazionale (global leadership). Nel complesso quindi si può dire che c’è una
maggiore capacità delle grandi potenze di esercitare una certa influenza sulla dinamica
internazionale, ma questo non ha tutt’oggi scaturito la parte sociale del diritto internazionale,
costituita da enti come stati che sono per definizione soggetti sovrani. Oltretutto nella prassi
sociale internazionale del ‘900 si è assistito ad un’espansione della pace sociale internazionale.
Questa espansione è esemplificata in varie formule e in più direzioni. L’elemento più rilevante è la
novità espressa dalle organizzazioni internazionali intermedie: ovvero l’esistenza di entità di
organizzazione internazionale che svolgono funzioni pubbliche anche se non sono enti sovrani,
perché non hanno un territorio su cui esercitare la propria sovranità, ma sono enti autonomi.
Queste sono per esempio l’Organizzazioni delle Nazioni Unite, l’UE, l’Organizzazione Internazionale
del lavoro. Ebbene queste organizzazioni internazionali intergovernative nascono per volontà degli
Stati e mediante trattati. Ma nonostante ciò l’organizzazione internazionale diventa un soggetto di
diritto internazionale diverso dagli Stati. Ciò allarga la base sociale dell’organizzazione
internazionale. L’organizzazione internazionale nasce essenzialmente per perseguire interessi
internazionali, quindi è un’entità autenticamente internazionale. Però è importante osservare che
la costituzione di queste entità, che presentano caratteristiche autonome degli Stati e hanno una
visione internazionale, è possibile solo in quanto gli Stati vogliono. Quindi in quanto gli Stati
manifestano la loro volontà a costituire l’organizzazione internazionale sono gli stessi Stati che
desiderano l’allargamento della base sociale internazionale. E ciò vuol dire che gli Stati, rispetto al
passato non sono più gli enti esclusivi del diritto internazionale. Restano gli enti di base perché
sono loro che determinano l’allargamento della base sociale internazionale, ma non sono più enti
esclusivi del diritto internazionale. Ed è sempre la base della medesima considerazione che
abbiamo assistito all’emergere di altre figure che integrano la base sociale internazionale insieme a

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quella dello Stato e delle organizzazioni internazionali: organismi non governativi internazionali.
Questi hanno molta rilevanza. Queste organizzazioni non governative nascono sulla base statutaria
all’interno di uno Stato ed agiscono a livello internazionale sempre sotto lo Stato. Però in generale
assumono una rilevanza giuridica autonoma nel diritto internazionale. Devono svolgere
determinati compiti e hanno diverse funzioni. Es. comitato internazionale della croce rossa=
associazione di diritto svizzero che riunisce le società nazionali della croce rossa e nasce e si
sviluppa per il rispetto del diritto umanitario. Ebbene gli Stati nelle convenzioni dei trattati
internazionali a proposito dei diritti umanitari hanno voluto inserire norme che fanno riferimento
all’attività di garanzia umanitaria del comitato internazionale della croce rossa. Quindi abbiamo
queste situazioni in cui un ente privato svolge delle funzioni pubblicistiche.
Ancora più di recente questa sensibilità degli Stati di allargare la base sociale internazionale si è
manifestata in considerazione delle imprese multinazionali, in particolare stipulando una serie di
regole sulla responsabilità sociale di queste imprese. Ciò fa vedere ancora come gli Stati possono in
determinate situazioni coinvolgere altre entità nella formazione e nel rispetto del diritto
internazionale.
Dopo aver chiarito questa dimensione pluralista della base sociale internazionale, torniamo su
quello che è il paradigma tradizionale del diritto internazionale: ruolo dello Stato. È evidente che gli
Stati hanno interessi alla loro conservazione. Il diritto è in buona parte uno strumento di
conservazione. Quindi è chiaro che il diritto internazionale si è preoccupato di garantire la pari
dignità formale degli Stati, la loro indipendenza. Però questo non ha esaurito la funzione storica del
diritto internazionale, perché il diritto internazionale progressivamente ha maturato una sua
prospettiva sociale, cioè considerato i valori, interessi, che esulano dall’interesse specifico del
singolo Stato ma che sono interessi della società internazionale nel suo insieme: quindi diventa un
diritto non appiattito sugli interessi dei singoli stati, ma anche un diritto che è atto a garantire
interessi sociali più generali. Un primo elemento molto significativo a questo riguardo della svolta
(prima e dopo la seconda guerra mondiale) che ha manifestato il diritto internazionale
contemporaneo è il regime della forza. Prima della seconda guerra mondiale il diritto
internazionale non conosceva il limite all’uso della forza. La seconda guerra mondiale per
convenzione segna il limite di confine tra il regime tradizionale in cui non esistevano limiti per gli
Stati di fare la guerra e il divieto dell’uso della forza. Questo perché si ritiene che la pace sia un
bene sociale e quindi per assicurare la pace non bisogna guardare all’uso della forza come
strumento delle controversie internazionali. Un riscontro di ciò si rinviene anche nel divieto che il
diritto internazionale contemporaneo riconosce ai diritti umani. Anche qui l’attenzione del diritto
internazionale è graduale: man mano ha raggiunto il carattere programmatico, articolato e incisivo
che si verifica dopo la seconda guerra mondiale, in particolare dopo la Dichiarazione universale dei
diritti dell’uomo approvata nel dicembre del ’48 dall’assemblea generale delle Nazioni Unite.
Questo documento, che di per sé non è vincolante (è una risoluzione), è pero una sorta di
rappresentazione del nuovo ordine internazionale che le organizzazioni delle Nazioni Unite
vogliono rappresentare dopo la seconda guerra mondiale e il discorso sui diritti umani diventa
centrale. È per questo motivo che subito dopo la Dichiarazione universale dell’uomo inizia un
processo di codificazione del diritto internazionale caratterizzata da una serie di strumenti
internazionali particolarmente rilevanti. ’48 Convenzioni sul genocidio, ’66 diritti civili e politici, ’80
Convenzione sull’eliminazione della discriminazione nei confronti della donna,’89 Convenzione sui
diritti del fanciullo. Ciò tocca anche realtà regionali: in UE abbiamo la Convezione dei diritti
dell’uomo del 1950. Quindi un movimento di tutela internazionale dei diritti umani. Un movimento
di tutela che per essere adeguato deve essere anche parallelo all’emergere di questioni sociali di
tutela. Si parte dalle Convenzioni sul genocidio per arrivare fino ai diritti delle generazioni future.
La società internazionale diventa il foro naturale per affrontare certe tematiche. Non c’è dubbio

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che sotto vari profili questi strumenti internazionali non si rivolgono alla persona in prima persona,
ma allo Stato perché rispetti i diritti dell’uomo. Però c’è una differenza importante: la difesa dei
diritti dell’uomo nella società internazionale contemporanea riguarda tutte le persone umane.
Proprio il fatto che si rivolge a tutti indica il modo in cui il diritto internazionale abbia contratto la
libertà degli Stati: gli Stati non sono liberi di discriminare. Commetterebbero un illecito grave.
È sempre in base alla disponibilità degli Stati di allargare la società internazionale che si dà
importanza anche al singolo: esso può avere la possibilità di far ricorso alla Corte internazionale. La
persona umana che abbia posto in essere comportamenti materiali in violazione di regole
internazionali in materia di diritti umani può essere giudicata dalla Corte penale internazionale.
Tutto ciò avviene generalmente perché gli Stati hanno voluto questo allargamento delle entità a cui
diritto internazionale può far riferimento.

Può sorgere il dubbio: fino a che punto lo Stato che ha posto in essere un Trattato ne risponde
come se ci fosse un’entità terza che giudica? C’è un punto centrale da chiarire: autonomia
ordinatoria del giudizio internazionale. Fino a che punto gli Stati possono condizionare lo stesso
funzionamento del diritto internazionale inficiandone il carattere oggettivo? È per questo che è
necessario capire in che misura il diritto internazionale è nella condizione di esprimere valutazioni
autonome dagli Stati e quindi il parere oggettivo. Questa è una questione per cui specialmente
nella prima metà del ‘900 si sono misurati importanti giuristi internazionali e non solo, ed è anche
una questione per cui per tutto l’800 e parte del ‘900 il diritto internazionale è stato considerato
alla stregua di un ordinamento giuridico primitivo. Cerchiamo di individuare quali sono le risposte
che sono state offerte dai giuristi su questa capacità del diritto internazionale di esprimersi come
diritto oggettivo.
Una prima risposta viene data dalla dottrina internazionaista tra la fine del ’800 e inizio del ‘900. In
particolare dai giuristi Triepel e Dioniso Anzilotti. Secondo questi due giuristi la matrice normativa
del diritto internazionale è espressa dalla volontà collettiva: cioè quando gli Stati formano un
trattato le loro volontà individuali si annullano e sfociano nella volontà collettiva. Questa volontà
collettiva determina il diritto oggettivo. Così la teoria positivista si estendeva dal diritto statale a
quello internazionale e si espandeva ancorandosi all’idea che il diritto formalmente posto, la
volontà della legge, fosse l’unico diritto effettivamente rilevante. La volontà della legge nel diritto
internazionale è presa dalla volontà collettiva degli Stati. Sia pure con questa matrice rivoluzionaria
della concezione positivista del diritto questo è un passo importante: perché sgancia il Trattato
dalla volontà degli Stati, riconducendola a un dato oggettivo.
Un altro passaggio significativo della dottrina del ‘900 è costituito dal riferimento a Hans Kelsen.
Egli era un normativista e con la sua teoria pura del diritto aveva creato un sistema che riusciva a
ricondurre a unità ogni fenomeno giuridico. Il diritto internazionale era sovraordinato rispetto a
quello statale perché quello statale doveva rispettarlo: concezione monista. Ciò che conta è
soprattutto che Kelsen elabora un sistema che rapporta il carattere astratto e oggettivo del diritto
internazionale.
Nella dottrina italiana va segnalata anche la posizione del più grande giurista del ‘900, Santi
Romano. Scrisse nel 1917 ‘l’ordinamento giuridico’, facendo tesoro della sua esperienza di
costituzionalista ma anche di internazionalista. Egli è importante per la teoria generale del diritto
per la sua idea della pluralità degli ordinamenti giuridici. Questa tesi nella prassi contemporanea
ha avuto anche riscontro: es. ordinamento sindacale. Questo perché egli riteneva che c’erano tanti
ordinamenti giuridici e ogni ordinamento ha le sue regole e paradigmi: non è possibile ricondurre a
unità il diritto. In questo senso Santi Romano è più moderno di Kelsen: spicca per la teoria
dell’interpretazione ma non sul piano della pluralità delle esperienze giuridiche. L’opera di Santi
Romano legittimava le caratteristiche proprie dell’ordinamento internazionale e le distingueva da

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quelle del paradigma dell’ordinamento statale. Caratteristiche giuridiche dell’ordinamento


internazionale.
Criterio dell’effettività: il diritto internazionale classico e anche in parte quello contemporaneo, fa
riferimento all’effettività come fatto normativo. Se la situazione è effettiva, assorbita dalla sua
legittimità, è un dato effettivo quindi la si acquisisce come una situazione che produce diritto. Es.
terra di nessuno. Ciò però può portare alla disintegrazione della certezza del diritto: oggi uno Stato
più forte non si può impossessare con la forza di un territorio, non può perché il diritto
internazionale contemporaneo pone il divieto dell’uso della forza. C’è il principio di conservazione
dei valori oggi: se uno Stato è sovrano legittimo di quel territorio, la forza non può privare quello
Stato della sua integrità. Questo principio di conservazione dei valori implica tutta una serie di
corollari. Es. Kuwait, nel 1991 lo invade l’Iraq: il diritto internazionale non poteva permettere che
uno Stato sovrano venisse debellato e per il diritto internazionale lo Stato del Kuwait non era stato
mai estinto (sul piano giuridico formale) solo per l’invasione dell’Iraq. Questa discrasia tra dato
oggettivo e dato di diritto formale evidenzia la capacità del diritto internazionale di esprimere
giudizi di valore sui fatti che collidono in dato dell’effettività. Questo disconoscimento delle
situazioni territoriali illegittime si ripresenta ogni tanto nella realtà contemporanea. Però nella
prassi più recente gli interessi politici a volte condizionano la capacità del diritto internazionale di
venire incontro al principio del disconoscimento. Es. annessione russa della Crimea, avvenuta con
forza. L’assemblea delle Nazioni Unite a maggioranza ha espresso un giudizio contrario. È una
situazione ancora in bilico. Dove si verificano incertezza è la situazione Israele.
Quindi principio di conservazione dei valori del diritto internazionale di porsi secondo parametri
oggettivi e in maniera autonoma.
Altro profilo, quasi speculare a questo, che evidenzia la capacità del diritto internazionale di essere
oggettivo è il principio di promozione. Normalmente il diritto ha le tendenze di conservare i diritti
acquisiti e di promuovere i diritti. Art. 3 paragrafo 2 della Costituzione: pone al legislatore il
compito di fare leggi che hanno una funzione promozionale. Questa funzione di promozione è
caratteristica del diritto internazionale contemporaneo: il diritto internazionale classico non la
conosceva. Il diritto internazionale si pone rispetto al dato della effettività nella prospettiva di
cambiare quella situazione. Es. decolonizzazione anni ’60, colonie africane: si realizza l’idea della
autodeterminazione delle popolazioni sottoposte al regime coloniale. Era una garanzia che il diritto
internazionale offriva a dei popoli. Tanto che l’assemblea generale e il Consiglio di sicurezza
condannarono l’atteggiamento ostile delle potenze coloniali a ostacolare il processo di
autodeterminazione.

Le fonti del diritto internazionale


Se il diritto internazionale è un sistema autonomo, allora diventa importante avere una prima idea
del modo in cui si definiscono le sue regole.
In considerazione del fatto che gli enti di base del diritto internazionale sono Stati, lo strumento
giuridico principe del diritto internazionale per regolare giuridicamente i rapporti è espresso dal
Trattato= incrocio di volontà collettive degli Stati, o organizzazioni internazionali. Proprio partendo
dal paradigma del Trattato Triepel e Dioniso Anzilotti elaborarono l’idea della volontà collettiva
come matrice del diritto internazionale. I trattati sono fenomeni normativi pubblicistici, regolati dal
diritto internazionale. Trattati e contratti sono due cose diverse. Nel trattato si verifica un’incrocio
di volontà tra soggetti paritari: gli Stati sono sovrani, la sovranità è uguale per tutti. Ed era uno
strumento del diritto perché attraverso il trattato gli Stati pongono per iscritto delle regole che
definiscono essi stessi. Tuttavia il trattato internazionale non è di per sé uno strumento normativo
che può essere idoneo per una regolamentazione universale. Le regole generali dell’ordinamento
non possono essere espresse dal trattato: potrebbe avvenire ciò se tutti gli stati del mondo fossero
parte di un trattato. La Carta delle nazioni unite è uno strumento universale, ma è l’unica.

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Nemmeno la Convenzione del diritto del fanciullo si può considerare uno strumento giuridico
universale. Il trattato per la sua struttura, perché vincola solo gli Stati che ne sono parte, è uno
strumento non idoneo a delineare le regole generali dell’ordinamento giuridico internazionale.
Queste regole generali vengono offerte dalle consuetudini, dal diritto internazionale
consuetudinario. La consuetudine è centrale nell’ordinamento internazionale perché è attraverso
ad essa che riesce ad esprimere le proprie regole generali. Principio di effettività, di conservazione
dei valori sono principi generali. E la formazione della consuetudine risponde a canoni che non
possono essere prestabiliti. Essa è in parte diritto spontaneo (parte sociale) e in parte si avvale di
strumenti e tecniche che servono a facilitarne la formazione, ma non si avrà mai la consuetudine
come formalizzata da una procedura. Si vedrà la consuetudine come processo. Le regole generali
possono essere scritte o no, l’importante è che siano regole di origine consuetudinaria.
Trattati e consuetudini sono le fonti normative principali.

Classificazioni delle norme internazionali in base alla loro funzione


Le norme internazionali vengono classificate in 3 categorie, in base alla loro funzione.
Norme primarie: determinano diritti e obblighi dei soggetti dell’ordinamento internazionale. Es.
obbligo di non usare la forza, divieto di aggressione, diritto all’autodeterminazione.
Norme secondarie: regole che il diritto internazionale predispone in relazione all’eventuale
violazione delle norme primarie. Quel che viene chiamato il regime normativo degli illeciti
internazionali. Quindi disciplinano quando c’è un illecito, a chi attribuire la violazione delle norme
internazionali, conseguenza.
Norme terziarie: meccanismi che il diritto internazionale prefigura, prevalentemente su base
pattizia, per risolvere controversie che riguardano norme primarie e norme secondarie.
Meccanismi che quindi servono a determinare la certezza del diritto.

Coerenza del diritto internazionale


La coerenza del sistema trova riscontro in alcuni elementi, sia normativi che interpretativi.
Un primo elemento normativo è dato dal fatto che il diritto internazionale è nella condizione di
esprimere una gerarchia normativa: le fonti, ovvero trattati e consuetudini, normalmente sono
supposizioni equivalenti (si parla infatti di reciproca derogabilità) però questo non impedisce che ci
siano alcune norme in grado di esprimersi in forme superiori. Questa gerarchia si può manifestare
per i trattati: es. Carta delle nazioni unite; l’art. 8 sancisce il primato della Carta su altri obblighi
internazionali, in particolare derivanti dal trattato; ma ciò riguarda casi eccezionali.
Rilevanza alle norme imperative di diritto internazionale: hanno per caratteristica di essere norme
di diritto internazionale generale (=di portata universale) e sono norme assolutamente inderogabili
da parte dei trattati: quindi si tratta di regole consuetudinarie di particolare valenza percettiva
perché sono al vertice del sistema delle fonti di diritto internazionale. Tanto che la violazione delle
norme interpretative comporta un regime aggravato dell’illecito internazionale. E questo dimostra
che il diritto internazionale ha una sorta di nocciolo duro che non può essere compromesso. E
sicuramente l’esistenza di questo nocciolo duro serve moltissimo a dare coerenza al sistema,
perché, per quanto riguarda i rapporti della teoria dell’interpretazione, la norma subalterna deve
essere interpretata in modo conforme alla norma superiore e quindi l’esistenza di una gerarchia a
livello di fonti impone una coerenza dell’interpretazione delle fonti essenziali rispetto a questo
nocciolo.
La coerenza è assicurata anche sul piano meramente interpretativo, nel senso che esiste nel diritto
internazionale il convincimento secondo cui le regole internazionali vanno interpretate in armonia
tra loro, cioè quando si interpreta una norma internazionale non la si deve considerare isolata dal
mondo giuridico. Principio dell’integrazione sistemica: particolarmente rilevante per i trattati
internazionali che vanno interpretati alla luce del diritto internazionale generale nel momento

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storico in cui si deve applicare quel trattato. Quindi una necessità anche di rivisitare il significato
dei trattati in ragione dell’evoluzione complessiva dell’ordinamento giuridico internazionale.
Parlare di coerenza del diritto internazionale non significa che il diritto internazionale sia un super
legislatore che dettagliatamente regola tutto; anzi è nato per regolare per assicurare la libertà tra
gli Stati. E quindi c’è stato tutto un percorso da parte del diritto internazionale, dal classico al
contemporaneo. Perché il diritto internazionale classico si limitava ad assicurare la libertà degli
Stati, poi progressivamente la crescita di interessi sociali diffusi e condivisi (es. diritti umani) ha
portato il diritto internazionale a sviluppare ulteriormente la propria disciplina. E dunque il diritto
internazionale è molto più analitico. Ma ciò non significa che è completo perché ci sono norme per
ogni tipo di condotta dello Stato, ma perché affianco a prescrizioni analitiche, a obblighi e diritti per
gli Stati c’è il classico regime internazionale di libertà. Come si diceva, il diritto internazionale
classico è nato essenzialmente per assicurare la libertà degli Stati, poi c’è stata progressivamente
un’erosione di questa libertà. Si pensi alla libertà degli Stati di fare la guerra: era incontrovertibile
fino al 1900. E lo stesso in altri settori. Ma il fatto che ci sia stata un’erosione della libertà degli
Stati, non significa che sia venuto meno il regime generale che garantisce la libertà degli Stati.
Quindi la completezza dell’ordinamento internazionale è assicurata oltre che da specifiche
indicazioni su diritti e obblighi, sull’esistenza di questo regime di libertà che nei limiti in cui non è
stato eroso continua ad esistere. Chiarendo, quando parliamo di erosione di libertà, si fa
riferimento agli spazi normativi che il diritto internazionale riconosce agli Stati ritenendo che nel
rispetto di quegli spazi normativi gli Stati possono fare legittimamente quello che vogliono. La
erosione della libertà degli Stati significa che gli Stati hanno obblighi da rispettare. Ma questo non
ha a che fare con limitazioni di libertà. Assumendo obblighi internazionali, gli Stati non perdono
una fetta della loro sovranità, ma della loro libertà. Gli Stati perdono la libertà internazionalmente
garantita, la loro sovranità resta indefettibile (dal punto di vista giuridico internazionale).
Ovviamente crescendo gli interessi sociali degli Stati, i limiti alla libertà dello Stato sono notevoli e
quindi i margini di libertà generalmente garantiti allo Stato vengono commisurati a questi interessi
sociali che il diritto internazionale vuole siano rispettati. Ed è per questo motivo che nel diritto
internazionale fa spesso riferimento all’abuso di diritto= necessità riguardante il fatto che l’esercizio
del diritto, anche nel regime di libertà assicurato ad uno Stato dal diritto internazionale, non deve
produrre effetti che siano pregiudizievoli di interessi sociali garantiti dal diritto internazionale.
Il quadro fatto del diritto internazionale è quello di un sistema che seppur con formule e tecniche
proprie riesce a soddisfare quelle caratteristiche di completezza e armonia proprie di un sistema
giuridico.

Meccanismi preposti ad assicurare la certezza del diritto: debolezza


La debolezza del diritto internazionale che è stata registrata nella sua storia riguarda i meccanismi
preposti ad assicurare la certezza del diritto. I meccanismi di accertamento e applicazione del
diritto non sono molto perfezionati nel diritto internazionale. L’ordinamento internazionale per la
sua caratteristica classica di fare riferimento ad enti sovrani ha per molto tempo mantenuto una
connotazione piatta: gli Stati sono enti sovrani uguali tra loro e quindi non c’è un’autorità super
partes che possa gestire i processi normativi e di attuazione del diritto. Ed è per questo che nel
diritto internazionale classico i meccanismi della certezza del diritto dipendevano
dall’atteggiamento che gli stessi Stati ponevano in essere: ragione per cui l’accordo, oltre che
figurare come uno strumento principe per la formazione del diritto, diventa anche uno strumento
principe per la accertare il diritto, le parti stipulano un accordo per porre fine alla controversia.
Però non sempre c’è un accordo che risolva la controversia tra Stati. Piuttosto sono maturate
formule che inizialmente si fanno riferire alla cultura piatta dell’ordinamento internazionale per il
fatto che dipendono dal ruolo degli Stati anche come entità individuali e poi c’è stato anche un
processo di istituzionalizzazione dei meccanismi di accertamento e di attuazione del diritto.

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Vediamo innanzitutto la prima tipologia di manifestazione di certezza del diritto che va ricondotta
agli Stati ?.
Primo fenomeno interessante che caratterizza tutt’ora il diritto internazionale è il fenomeno della
acquiescenza= atteggiamento passivo che uno o più Stati può manifestare rispetto ad es. ad una
prassi, pretesa di uno Stato; se non si reagisce al modo in cui uno Stato rivendica un certo diritto
vuol dire che questi Stati sono acquiescenti verso questa rivendicazione. Ebbene il fatto che gli Stati
non sollevano questioni significa che gli Stati hanno avallato quel tipo di rivendicazione e la pretesa
si stabilizza. Es. il diritto internazionale del mare prevede la possibilità che gli Stati costieri possano
rivendicare la loro piena competenza sulle baie storiche; ma la rivendicazione può compromettere
i diritti di terzi; ciò è avvenuto nel caso del Golfo di Taranto. Altro caso: Estopel= uno Stato che ha
avuto un certo atteggiamento nella prassi precedente e che quindi ha legittime aspettative del suo
atteggiamento non può in una fase successiva dire che si è sbagliato; una volta che l’atteggiamento
è stato sviluppato coerentemente per un certo tempo, gli Stati hanno fatto affidamento nei
confronti del comportamento di quello Stato. Ancora più in coerenza con la connotazione piatta
dell’ordinamento internazionale è la formula del riconoscimento o disconoscimento di situazioni.
Questo fenomeno si presenta soprattutto nel caso di soggetti del diritto internazionale e
successione degli Stati. Ci sono situazioni in cui non abbiamo la certezza che ci sia un soggetto
internazionale o sulla situazione territoriale. Ecco che la società internazionale può esprimere
giudizi di valore. Così riconoscimento e disconoscimento possono creare un ruolo determinante nel
superare l’incertezza del diritto sempre nell’ambito della concezione piatta dell’ordinamento
internazionale.
Fermo restante queste tecniche che risentono della struttura piatta dell’ordinamento
internazionale, nella prassi internazionale contemporanea si sono sviluppate forme di
istituzionalizzazione dei meccanismi di accertamento e attuazione del diritto (si fa riferimento al
lavoro del giudice). Nell’ordinamento internazionale non esiste un giudice precostituito per legge.
Esistono i Trattati, che non servono solo a stabilire norme primarie (obblighi e diritti degli Stati), ma
possono servire anche per l’accertamento del diritto, la norma terziaria. Quindi attraverso il
trattato gli Stati possono accordarsi per organizzare i meccanismi di accertamento del diritto.
Quindi sia pure attraverso la forma del consenso degli Stati possono scaturire meccanismi di
accertamento del diritto. Nel diritto internazionale classico questi meccanismi sfociavano
esclusivamente nella formula dell’arbitrato internazionale: le parti si accordano in merito alla
risoluzione di una controversia e la conferiscono a una figura arbitrale. Circa un secolo fa è partita
l’esperienza di un giudice internazionale precostituito: gli Stati hanno fondato la Corte permanente
di giustizia internazionale (1920) e nel 1945 è stata sostituita dalla Corte internazionale di giustizia,
è anche diventata poi organo giudiziario principale delle Nazioni Unite. La Corte si occupa
normalmente di controversie tra Stati. L’attività di questa corte però dipende sempre dall’adesione
che gli Stati hanno fatto allo Statuto della Corte o alla Carta delle Nazioni unite. Quindi viene
sempre rispettato il paradigma del consenso degli Stati. Con analoghe caratteristiche sono state
istituite altre Corti internazionali: es. Tribunale internazionale per il diritto del mare (con sede ad
Amburgo), la Corte europea dei diritti dell’uomo (che affonda la propria competenza nella
convenzione di Roma del 1950 e protocolli successivi). Quindi la giurisdizione internazionale oggi
esiste. Ciò ha comportato un notevole sviluppo della certezza del diritto. Però questa è una norma
di perfezionamento avvenuta nella struttura piatta del diritto internazionale.
Il diritto internazionale manifesta debolezze in materia di meccanismi di attuazione del diritto: non
si hanno carabinieri. Ma qualche passo in avanti è stato fatto: es. il Consiglio di sicurezza, ha messo
in atto misure finalizzate al rispetto del diritto internazionale. Mai però è stato attivato in materia
di sentenze della Corte: perché poche sono state le sollecitazioni e le volte che c’erano state
riguardavano sentenze di condanna.

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Problemi politici impediscono al diritto internazionale di essere completamente effettivo.

I soggetti del diritto internazionale


Lo Stato è l’ente di base della società internazionale, per molto tempo è stato l’unico soggetto ? di
diritto internazionale. È importante quindi stabilire i termini per la sua qualificazione.
L’esistenza dello Stato è rimessa al dato dell’effettività innanzitutto: quando esistono determinate
condizioni, gli oneri a realizzare l’esistenza dello Stato nel senso del diritto internazionale queste
condizioni storiche sono sufficienti ad asserire l’esistenza del soggetto internazionale. Le condizioni
sono proprie del diritto internazionale: è lui che valuta in modo autonomo se queste esistono o
meno.
Per quanto riguarda i requisiti che il diritto internazionale deve riscontrare nell’esistenza dello Stato
come soggetto di diritto esso fa riferimento alla concezione ternaria dello Stato, che implica il
riferimento a 3 elementi: autorità di governo che sia effettivamente indipendente da ogni altra
autorità di governo; che esercita il controllo effettivo su un dato territorio dove risiede una
determinata popolazione. Quando esistono questi 3 elementi, per il diritto internazionale esiste lo
Stato, non occorre che ci sia un processo di formalizzazione. Es. quando nel 1949 si formò
Repubblica popolare cinese quello Stato era uno Stato nei cui confronti gli occidentali erano
contrari, però ciò non escludeva che fosse uno Stato sovrano. Gli aerei stranieri non potevano
sorvolare tranquillamente sullo spazio aereo della Repubblica popolare cinese, perché lì c’era uno
Stato. Questo sta a dimostrare che il criterio dell’effettività si traduce in un dato normativo
(esistenza dello Stato) perché risponde ai canoni previsti dal diritto internazionale. Nel momento in
cui esiste uno Stato il diritto internazionale assegna ad esso diritti sovrani sul territorio dove lo
Stato esercita il potere di governo. Ciò significa che quell’autorità governativa è l’unica abilitata ad
esercitare il potere di governo su quel territorio. Tanto che ove ci fosse una distruzione del potere
di governo sul territorio (es. invasione del Kuwait), il diritto internazionale mantiene formalmente
in piedi l’esistenza dello Stato: principio di conservazione dei valori che si richiama al dato formale
dello Stato precedentemente costituito. Lo Stato va garantito. Il diritto internazionale mantiene in
piedi l’esistenza di questo Stato, esso va mantenuto in piedi nonostante gli eventi bellici. La
valutazione dei 3 elementi può essere controvertibile in qualche modo: fino a che punto si parla di
potere di governo effettivamente indipendente da? Non a caso nel diritto internazionale è emersa
la figura dello Stato fantoccio (concetto della dottrina inglese): si fa riferimento a quelle situazioni
in cui il dato dell’effettiva indipendenza del potere di governo su un dato territorio è inesistente
secondo il diritto internazionale, anche se quel potere di governo rivendica la propria
indipendenza. Applicare la categoria dello Stato fantoccio non è semplice perché la fluidità della
prassi internazionale non consente molte volte di chiarire in che misura c’è la dipendenza
dall’estero. Es. la Repubblica sociale italiana è stata un’entità durata poco meno di due anni, che si
formò sui territori dell’Italia dove la Germania aveva delle truppe durante la 2 gm; era un potere di
governo indipendente dalla Germania quindi o era uno Stato fantoccio? A chi andavano attribuiti i
fatti illeciti nei confronti del diritto internazionale? L’orientamento degli organismi che dovevano
valutare le pretese furono nel senso che la Repubblica sociale italiana era un’unità indipendente
dalla Germania e che quindi gli oneri di risarcimento gravavano sulla Repubblica sociale italiana.
Questo atteggiamento restrittivo nell’impiego della categoria dello Stato fantoccio è stato visto
recentemente nella Corte internazionale di giustizia: si è trovata a valutare una controversia tra la
Bosnia e la Serbia a proposito dell’eccidio di Srebrenica; la Bosnia voleva che le forze armate serbo
bosniache fossero riconosciute Stato fantoccio; però la Corte non è giunta a tale conclusione
perché queste forze armate avevano un certo grado di autonomia e quindi esclude che si potesse
parlare di Stato fantoccio.
Viceversa, dei riscontri positivi dell’esistenza dello Stato fantoccio ci sono stati in Africa: primo
esempio riguarda le situazioni degli anni ’70 quando il regime di Apartheid del Sud Africa esasperò

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la separazione tra etnie fino al punto di creare piccole entità territoriali che si consideravano
indipendenti: ma l’indipendenza dipendeva dalla volontà del Sud Africa quindi non furono
considerate Stati. Dove rimane ancora in piedi la questione è il Cipro del nord, l’isola di Cipro è
divisa in due: parte centro meridionale con la Repubblica cipriota e parte settentrionale sotto il
controllo della Repubblica cipriota del nord. La Corte nei confronti di quest’ultima assume un
atteggiamento negativo: quando riceve i ricorsi per illeciti avvenuti nella parte settentrionale dice
che si ritennero della Turchia. Così la Corte ritiene che lo Stato che ha diritto effettivo su quel
territorio è la Turchia.
Quindi nonostante interpretazioni restrittive della nozione di Stato fantoccio, il diritto
internazionale dà seguito all’applicazione dello Stato fantoccio quando ci sono casi in cui la
dipendenza dell’entità da un’autorità è obiettiva. Quando si hanno situazioni di certezza
dell’esistenza di uno Stato o Stato fantoccio, ci possono essere margini controvertibili: questo
scenario dà l’idea del ruolo che può svolgere il riconoscimento degli Stati. Quest’ultimo quale
rilevanza ha nel diritto internazionale? È evidente che se ragioniamo sulla base del fatto che la
concezione ternaria è il parametro del diritto internazionale se ho queste 3 condizioni non vi è
motivo di rinunciare al riconoscimento. Di fatti quando la concezione ternaria trova applicazione
piena nei confronti di uno Stato si ritiene che ove dovesse sopperire il riconoscimento da parte di
un’altra entità, tale riconoscimento ha una valenza dichiarativa. Dato che il riconoscimento dà
luogo a condizioni proficue dello stato di nuova occupazione, il verificarsi riconoscimento può
avvenire anche a seguito di un negoziato politico. Es. UE per ragioni politiche volle che il
riconoscimento degli Stati formati a seguito della caduta del muro di Berlino venne condizionato a
impegni (es. di assicurare i diritti umani). Ma ciò non ha a che vedere con il riconoscimento dello
Stato di diritto internazionale: il riconoscimento dello Stato si aggiungeva all’esistenza dello Stato.
Vi sono casi in cui la concezione ternaria può essere controvertibile: abbiamo visto già il caso della
Repubblica sociale italiana. Nei casi in cui c’è un grado di controvertibilità sull’esistenza dei requisiti
richiesti dal diritto internazionale, il riconoscimento può avere una funzione di certezza del diritto.
In tal caso, quindi quando la concezione ternaria è controvertibile, la qualità e la quantità dei
riconoscimenti o disconoscimenti stabilisce qual è secondo il giudizio della società internazionale la
valutazione da dare sull’esistenza dello Stato; non mettendo in discussione la concezione ternaria.
Si mette in dubbio se c’è un potere effettivamente indipendente. Il ruolo del riconoscimento
diventa importante in casi di incertezza riguardo all’esistenza o meno della concezione ternaria,
quando c’è una concezione fluida del terreno e la società internazionale intende prendere una
posizione. Es. fenomeno della statualità anticipata: guerra di Guinea, era una colonia Portoghese. Il
diritto internazionale, con un atteggiamento di favore nei confronti dello Stato che si stava
costituendo, riconobbe lo Stato. Es. Sarah. Quindi se non c’è una convergenza univoca delle
maggiori potenze verso il riconoscimento, la situazione rimane sempre abbastanza fluida.
Vi sono nell’ordinamento nazionale delle situazioni che ricevono una certa considerazione dal
diritto internazionale al punto da assegnare alle entità la qualità di soggetti di diritto internazionale
anche se mancano i requisiti della concezione ternaria: in particolare ci si riferisce alle entità che
non hanno un territorio. Es. la Santa Sede, la Chiesa Cattolica. Distinzione tra Santa sede e Stato
della Città del Vaticano: lo Stato è uno Stato piccolissimo che ha il potere sovrano su una zona di
Roma; la Santa sede è un’entità spirituale, morale, che ha una sua autonoma configurazione nel
diritto internazionale. Riconoscimento costitutivo della Santa Sede perché manca qualunque
riscontro della concezione ternaria. Altro es.: Ordine di Malta.
Ultimo cenno riguarda la formula dello Stato protetto: formula del diritto internazionale classico.
Quando gli Stati europei non volevano acquisire la colonia ma c’erano delle autorità in quei
territori che erano nella condizione di trattare con loro, hanno fatto ricorso alla forma del
protettorato. Questo riguardava un accordo tra uno Stato che voleva essere protetto (indipendenza

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rimessa alla disponibilità di un altro Stato) e lo Stato che assumeva l’onere di proteggerlo. L’accordo
per lo Stato che voleva essere protetto però gli riconosceva una posizione di debolezza. Nella
dottrina del tempo si diceva che lo Stato protetto poteva essere ritenuto un soggetto del diritto
internazionale perché parte di un accordo internazionale. Però ragionando sulla base della
concezione ternaria del diritto questa qualificazione lascia dubbi perché non si può parlare di Stato
protetto come stato autenticamente indipendente da altri Stati. La formula dello Stato protetto è
stata riproposta nella seconda metà del ‘900 riguardo all’Austria, che venne posta (per un certo
tempo) a un regime di protettorato internazionale. Altra situazione (attuale): Kosovo, zona
dell’Albania che apparteneva alla Serbia ma che si è dichiarata indipendente 10 anni fa. Queste
situazioni danno l’idea che ci siano situazioni in cui il fenomeno della statualità è apprezzato dal
diritto internazionale non in termini globali ma è definito in relazione a determinati profili che il
diritto internazionale apprezza e a cui dà una certa rilevanza giuridica. Es. Santa Sede, può fare
trattati internazionali ma non può partecipare a cooperazioni di tipo militare. Si può parlare così di
una sorta di parzialità a proposito di entità protette dal punto di vista del diritto internazionale.
Fenomeno degli insorti. Nel diritto internazionale si parla di insorti quando un gruppo organizzato
contesta l’autorità di governo effettivo su un certo territorio nei confronti di una determinata
popolazione da parte di un’autorità precostituita. Questa considerata Stato dal diritto
internazionale. È ragionando sulla base di questo schema che si deve valutare la relazione tra
autorità precostituita (Stato) e gli insorti. Questi ultimi non hanno spesso riconoscimenti
internazionali. Innanzitutto perché l’esistenza di un potere di governo effettivo su un certo
territorio, se non in casi particolari, deve essere stabilizzato. Quindi fluidità delle operazioni in
corso che non consente di identificare l’area degli insorti. Questo è un motivo per il quale l’isis non
ha avuto riconoscimenti internazionali. Altro elemento che preclude la autonoma rilevanza
internazionale degli insorti è il principio di conservazione dei valori: se c’è un’autorità precostituita
che è espressione dello Stato il diritto internazionale dà a questa entità la garanzia. Questo spiega
ad es. la tragedia della guerra civile Siriana. Ciò significa che gli insorti non hanno alcuna
autonoma rilevanza sul piano del diritto internazionale. Ma anche qui bisogna riprendere il fatto
che non necessariamente il diritto internazionale ha bisogno di uno Stato nella sua globalità, può
darsi che ci siano situazioni che possono essere riferite agli insorti. Gli insorti possono assumere la
veste di soggetti ma limitatamente a determinate fattispecie che riguardano l’attività che stanno
ponendo in essere. Insorti come parte ? ai fini di guerra: al fine di applicare il diritto bellico.
Stati falliti= hanno in essere una disgregazione del potere di governo su un determinato territorio.
Si parla di Stati falliti quando c’è una condizione di anarchia. La società internazionale avverte il
problema, anche perché dove c’è anarchia non c’è un potere pubblico e i fenomeni non si
controllano. La società internazionale in questi casi cerca di favorire la creazione di un’autorità di
governo attraverso il riconoscimento. Ciò è avvenuto per la Somalia e avviene per la Libia. Ciò però
dimostra la difficoltà che la società internazionale incontra nell’affermare questa indicazione.

Nel diritto internazionale vige il principio di conservazione dei valori. A prescindere dalle condizioni
di effettività, l’autorità precostituita beneficia della garanzia alla conservazione del proprio
apparato. Questo atteggiamento del diritto internazionale a difesa dell’autorità precostituita dello
Stato conosce delle eccezioni:
-diritto di autodeterminazione dei popoli: ha una variante interna (capitolo 3 del manuale) ed una
esterna. La variante interna indica la libertà del popolo di scegliere la propria forma di governo, di
stato (democrazia rappresentativa propria dei Paesi europei; l’Iran ha matrice teocratica). La
variante esterna riguarda il diritto di un popolo di svincolarsi dalla sovranità di uno Stato. Questa
forma di autodeterminazione ha riguardato soprattutto i Paesi di origine coloniale. Il primo
messaggio che dà il diritto internazionale a sostegno di una prospettiva di indipendenza dei popoli
sottoposti a dominio coloniale è con i trattati che concludono la 1 gm: Trattato di Versailles e quello

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di costituzione della Società delle Nazioni. Nell’ambito di questa regolamentazione viene istituito il
mandato (=istituto di diritto internazionale, che prendeva ispirazione dall’istituto romanistico del
mandato). Venne escogitato per i territori sottratti alle potenze sconfitte alla fine della prima
guerra mondiale, quindi dell’impero ottomano e della Germania. I mandati non avevano tutti la
stessa qualificazione giuridica. Vi erano 4 tipi di mandati (a, b, c, d). Tale classificazione serviva a
rispecchiare il diverso regime giuridico dei territori sottoposti ai mandati. Dai mandati di tipo d ad
arrivare ai mandati di tipo a, la disciplina assumeva un connotato man mano più favorevole a
garanzia del processo di autonomia dei popoli degli Stati di tale regime mandatario. Per i mandati
di tipo a, es. Iraq e Siria, era prevista la prospettiva per cui gli Stati mandatari avevano l’obbligo di
portare gradualmente all’indipendenza la popolazione sottoposta al regime di mandato. Quindi
fondarono una nuova prospettiva: tali Paesi dovevano acquisire una certa indipendenza. Ma
rimanevano l’impero coloniale inglese, francese e portoghese. Al termine della 2 gm gli equilibri
sono sensibilmente cambiati; le potenze vincitrici sono coloro che sono membri permanenti del
Consiglio di sicurezza e tra queste c’erano due grandi potenze coloniali: la Francia e il Regno Unito.
Ma c’erano forme di debolezza per l’indipendenza. Nell’ambito della stesura della Carta si giunse a
un compromesso: ricondurre i regimi coloniali assimilati ai mandati di tipo d al regime di
amministrazione fiduciaria regolata dalla Carta delle Nazioni Unite per cui la potenza a cui veniva
concesso il territorio, la colonia, aveva l’obbligo di amministrare su mandato delle Nazioni Unite.
C’era una sorta di generalizzazione degli obblighi che la potenza coloniale aveva nei confronti delle
Nazioni Unite per promuovere il benessere dei popoli sottoposti al regime. Però questo non
significava che i popoli coloniali avessero il diritto all’indipendenza. La svolta vera e propria si attua
negli anni ’70: l’assemblea della nazioni unite adotta la risoluzione 1514, riferita al regime dei
popoli sottoposti al regime coloniale di autodeterminarsi. Ricordiamo anche la 1541, 2625 del
1970. Questa prassi sviluppata dall’assemblea generale col consenso delle maggiori forze politiche
del mondo introduceva nel diritto internazionale generale un diritto che non era espresso nella
Carta delle Nazioni Unite, era espressione di un movimento a favore della determinazione dei
popoli che inclinava l’assetto tradizionale della società internazionale: lo Stato non poteva
pretendere dal diritto internazionale la garanzia di conservare la legittima sovranità se non dava al
popolo il diritto di autodeterminarsi. Specie nella risoluzione 1541 l’assemblea indica opzioni che la
popolazione sottoposta al regime può esprimere a riguardo dell’autodeterminazione. La prima
opzione era quella di manifestare la volontà propria di indipendenza. Però l’assemblea generale
ammetteva la possibilità anche che il popolo si esprimesse per quanto riguarda altre formule: per
es. poteva decidere di integrarsi con un’altra entità o di associarsi con un’altra entità. Es. Puerto
Rico: era prima una colonia Spagnola; la popolazione coloniale si è espressa a favore
dell’associazione. Ci sono stati anche episodi di fusione di popoli. Es. Camerun: unione di due
diversi popoli coloniali sotto il dominio della Francia. Ci sono ancora popolazioni che mantengono
l’opzione di rimanere coloni: es. Gibilterra (Inghilterra), Groenlandia, Polinesia (Francia).
Come il diritto internazionale ha selezionato l’entità popolo abilitata ad esprimere il diritto di
autodeterminarsi? Il criterio che ha utilizzato era stato già sperimentato durante la parte della
petrolizzazione (?). Criterio dell’uti possidenti iuris: questa formula vuole fotografare la situazione
di possesso che un popolo aveva su un certo territorio in base alla tradizione e amministrazione
coloniale. Delimitazioni interne (amministrative) ed esterne (tra potenze). Dando risalto ai confini
esterni delle colonie e all’amministrazione si è detto che per ciò che riguarda il diritto di
autodeterminazione dei popoli, da regime coloniale del secolo scorso, occorreva fare ricorso alle
delimitazioni interne (amministrative) ed esterne (tra potenze). Es. cartina geografica Asia e Africa
composta da linee rette. Quindi tale criterio serviva a individuare una situazione di identità e di
possesso del popolo di quel territorio abilitando il popolo ad esercitare il diritto
all’autodeterminazione anche nel senso dell’indipendenza. Ciò però richiedeva un certo grado di

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artificiosità, non c’è un riconoscimento di identità nazionale ma di un’entità storico-amministrativa


che potrebbe diventare Stato. Questo era in contrasto con quella che era stata l’ambizione del
presidente americano Wilson (principio di nazionalità). Il rischio era di dare inizio a forti tensioni
militari: e la regola cercò di stabilizzare il quadro per evitare ciò. La regola uti possidetis iuris non
ha sempre funzionato. Territori enclaves: Stato che si insinua in un altro Stato (es. San Marino). Es.
La Spagna (potenza coloniale) ha due città sulla costa settentrionale del Marocco (potenza
circostante) e sono territori sotto sovranità spagnola ma su cui il Marocco rivendica i suoi diritti
(per titoli storici). Gibilterra vuole restare britannica ma la Spangna rivendica Gibilterra. Come si
comporta il diritto internazionale di fronte a tali eventi? Se i titoli storici sono rilevanti li prende in
considerazione. Ci sono stati casi in cui ha dato spazio a tali titoli storici: es. Polonia e Portogallo, ?.
Non spesso il diritto internazionale riesce a dare risposte adeguate. La questione è stata portata
avanti dalla Corte internazionale di giustizia in occasione di una vicenda che riguardava il Sarah
occidentale: è posto a Sud del Marocco ed era una colonia spagnola e quando la Spagna decise di
ritirarsi, invece di fare una consultazione popolare fa un accordo con il Marocco e la Mauritania.
Conflitto: era giusta tale decisione dal punto di vista del diritto internazionale? Viene chiesto un
parere nel ’65 alla Corte internazionale di giustizia. La questione è ancora sospesa. Il Marocco non
è abilitato a gestire le risorse del territorio del Sarah occidentale. Quindi si tratta di situazioni che
possono restare controverse. La Corte internazionale di giustizia e delle Nazioni Unite ritiene
necessaria la condizione del popolo del territorio del Sarah occidentale di poter determinare il
proprio diritto di autodeterminazione.
Ci sono peraltro situazioni ancora aperte di questo genere, una che ha dato luogo anche al conflitto
armato è stata quella dell’arcipelago delle Portland: isole nell’Oceano atlantico che sono sotto
dominio inglese ma l’Argentina rivendica il proprio titolo storico. Negli anni ’80 l’Argentina tenta di
occuparle ma l’azione militare non ebbe successo perché il Regno Unito le riconquistò. Gli abitanti
delle Portland manifestano la propria volontà di rimanere colonia del Regno Unito. Quindi seppur
avendo forme abbastanza chiare di possesso coloniale, tuttavia restano non poche situazioni nelle
quali la situazione rimane incerta.
A seguito dello sviluppo normativo del territorio sottoposto a dominio coloniale, il diritto
internazionale contemporaneo riconosce rigorosamente il diritto del popolo di autodeterminarsi.
Col parare del ’65, la Corte internazionale di giustizia attua un accertamento puntuale che ha dato
indicazioni rigorose, escludendo che il Sarah occidentale possa essere considerata terra di nessuno:
perché in ogni caso su quel territorio c’è una popolazione alla quale il diritto internazionale
riconosce che ci sia un diritto. E questo può servire a spiegare le critiche che hanno interessato la
proposta di Trump di acquistare la Groenlandia: la prassi di acquistare territori è una prassi che il
diritto internazionale intorno al ‘700 ha visto stabilizzarsi; ma nel procedimento del diritto
internazionale i territori non si acquistano come si acquista un palazzo. La proposta di Trump
quindi è giuridicamente illegittima secondo il diritto internazionale perché si deve tenere in
considerazione la posizione degli abitanti di quel territorio che ha diritto di autodeterminarsi.
Trump mostra spesso la sua noncuranza del diritto internazionale.
Nella prassi il diritto di autodeterminazione dei popoli si è presentato in altre situazioni. In
particolare con la risoluzione 2625 dell’assemblea delle Nazioni Unite nel 1970 è stato esteso
anche ai popoli sottoposti alla dominazione straniera e allo sfruttamento straniero. Queste
espressioni sono state anche rimodulate nel senso di considerare l’esistenza del diritto di
autodeterminazioni in 2 situazioni specifiche: quando il popolo è sottoposto ad occupazione
straniera e quando sottoposto ad un regime razzista. È chiaro che il diritto internazionale si deve
preoccupare di definire quali sono le situazioni in cui il regime di occupazione straniera dà luogo al
diritto di autodeterminazione e i casi in cui il regime razzista può determinare il diritto di
autodeterminazione.

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1. Diritto di autodeterminazione da occupazione straniera: la condizione di occupazione straniera


può riguardare anche territori di uno Stato o addirittura l’intero Stato. Quando vi è un uso della
forza illecita per il diritto internazionale che determina l’acquisizione di territori altrui, per il diritto
internazionale questa acquisizione non può essere considerata legittima. La conseguenza
dell’illegittimità delle acquisizioni territoriali avvenute attraverso l’uso della forza risale alla dottrina
Stimson. Stimson era, negli anni ’30 del secolo scorso, il segretario di stato americano. E gli USA
avevano avviato un processo di sviluppo del diritto internazionale teso a rimuovere l’uso della forza
per risolvere le controversie internazionali. Su questa scia negli anni 30 si prospetta tale formula di
non considerare legittime le acquisizioni territoriali avvenute mediante l’uso della forza. É anche
considerata illegittima la caduta di uno Stato perché aveva subito un’aggressione. E questo spiega
lo sviluppo di una certa prassi. Es. l’atteggiamento della società internazionale nei confronti
dell’attacco che l’Italia pose in essere nei confronti dell’Etiopia (’35,36). L’Etiopia continuò ad
essere considerata dalle Società delle Nazioni uno Stato. Tant’è che l’imperatore etiope tornò al
potere quando l’Italia nel 41 perse l’Etiopia. Si può parlare in merito anche dell’Estonia, Lettonia,
Lituania (Repubbliche Baltiche): la Germania riconobbe, a seguito di un accordo, all’Unione
Sovietica il diritto di annettersi le Repubbliche baltiche. Quando si verificò la frattura dei Paesi
socialisti i primi a diventare indipendenti furono proprio le Repubbliche baltiche: sostengono di
mantenere la propria indipendenza a seguito dell’accordo tra Germania e Unione Sovietica.
L’occupazione straniera può dar vita al diritto di autodeterminazione quando non c’è uno Stato
prima dell’occupazione. E l’unica situazione che al momento rientra in questa prospettiva è la
situazione della Palestina, cioè la zona araba della Palestina. La Palestina nel 1919 era un territorio
sottratto all’impero ottomano e la società delle Nazioni assegnò il mandato sulla Palestina al Regno
Unito: questo aveva anche assunto sul piano interno l’impegno di favorire un’immigrazione ebraica
in Palestina. Quando nel 1947 si pone la questione sulla Palestina, l’assemblea generale nella
risoluzione 181 indicò un piano di spartizione della Palestina, assegnando una parte del territorio
agli Stati di Israele e un’altra allo Stato arabo. Gli arabi non furono d’accordo di questa
immigrazione e da lì nascono le prime guerre. Al termine del primo conflitto araboisraeliano si
delineano quelle che vengono considerate le ? di Israele. 1967: terzo conflitto araboisraeliano, che
dà la possibilità ad Israele di conquistare altri territori, in particolare il Sinai e la parte occidentale
del Giordano. In questo modo impediva la formazione dello Stato arabo in Palestina. Israele
distribuisce il Sinai all’Egitto e resta un residuo del mandato britannico. Il punto è: in che misura
Israele oggi è tenuto alla determinazione di uno Stato arabo in Palestina? Non c’è dubbio che
secondo parte delle norme internazionali vigenti la popolazione araba ha diritto a uno Stato
palestinese indipendente.
2. Altra forma che ha esteso il regime di autodeterminazione è il regime razzista. Questa è una
formula però suscettibile di essere abbastanza controversa perché di un regime razzista si può
parlare se non riconosce pari dignità a tutti gli individui che sono suoi sudditi (es. situazione del
Sud Africa). Dove si sono verificate situazioni veramente critiche che hanno potuto palesare
l’esistenza al regime razzista è in casi nei quali si è constatata una prassi genocidiaria. Genocidio=
situazione in cui l’autorità centrale ha posto in essere a una pratica mirata alla distruzione fisica di
un gruppo etnico-linguistico-razziale-nazionale. Caso Kosovo: il Kosovo era una regione autonoma
della Serbia e la Serbia, che aveva già subito un distacco, decise di irrigidire il controllo su questa
regione di prevalente etnia albanese e rimosse il regime di autonomia del Kosovo. Da qui le notizie
di un processo che mirava a perseguitare l’etnia albanese e quindi veniva configurata una sorta di
emergenza umanitaria. Per fronteggiare questa emergenza umanitaria c’è una condanna del
Consiglio di sicurezza delle nazioni unite, ma i Paesi NATO (=potenze occidentali) decidono una
azione militare nei confronti della Serbia nel 1999. Bombardamenti pesanti costringono la Serbia
ad arrivare ad un accordo con le potenze occidentali: da un lato la Serbia rivendica la propria

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sovranità nel Kosovo ma dall’altro deve subire l’amministrazione internazionale del Kosovo,
amministrazione che viene assegnata alle Nazioni unite. La NATO invia un corpo di spedizione.
Circa 10 anni fa le forme rappresentative della popolazione del Kosovo decidono di proclamare
l’indipendenza, che ha dato luogo al riconoscimento di uno Stato anche da parte dell’Italia. Però la
questione del Kosovo non risulta definitivamente acquisita in questi tempi. Si tratta di capire in che
misura tale esperienza può essere utilizzata per spiegare le condizioni del principio del diritto
dell’autodeterminazione in presenza di un regime razzista che pone in essere una pratica
genocidiale. In questi casi, si utilizza la secessione come rimedio alla minaccia: remedial secession.
Ultimo aspetto del diritto dell’autodeterminazione è capire come si rapporta il diritto
internazionale agli organismi rappresentativi del popolo che ha diritto di esercitare
l’autodeterminazione. Se il processo di autodeterminazione avviene mediante referendum i
problemi non sussistono. Però ci sono casi in cui la potenza sovrana del territorio contrasta il
processo di autodeterminazione e quindi il popolo definisce i propri rappresentanti e le proprie
strutture attraverso cui deve agire sul piano internazionale. Parlando degli insorti, il diritto
internazionale assume una posizione negativa rispetto agli insorti. Nel caso della
autodeterminazione questo non può accadere, perché il diritto riconosce il diritto
dell’autodeterminazione. Di conseguenza non vi può essere alcuna conservazione della volontà
governativa che ha perso legittimità dei poteri sovrani. Ed è per questo motivo che il diritto
internazionale affianco al giudizio di legittimità sulla sovranità della potenza coloniale ha affiancato
il riconoscimento dei movimenti di liberazione nazionale che son espressione del diritto del popolo
di autodeterminarsi. Es. movimento di liberazione nazionale palestinese: il diritto internazionale ha
favorito sul piano giuridico formale la rappresentatività dell’apparato rappresentativo del popolo
che ha diritto all’autodeterminazione. C’è quindi il riconoscimento di situazioni giuridiche
soggettive riferite a un’entità non statale in funzione degli interessi del diritto internazionale.
Cenno alle espressioni lecite dell’autodeterminazione. Fino adesso abbiamo visto il fenomeno
dell’autodeterminazione come espressione di un diritto (diritto del popolo ad autodeterminarsi dal
regime coloniale, nei confronti di una condizione straniera, rispetto a una prassi genocidiale), però
la dinamica storica non esaurisce la formazione degli Stati nuovi all’interno di questa casistica. Qual
è il problema che si pone in relazione a questi fenomeni di formazione di nuovi Stati che non sono
supportati dall’esercizio di un diritto all’autodeterminazione nel senso del diritto internazionale? Il
diritto internazionale si fonda sul principio di effettività: se una nuova entità statale si afferma in
ragione dei 3 requisiti richiesti, il diritto internazionale ne prende atto. Il diritto internazionale non
ha l’obiettivo di cristallizzare la storia, ma osserva la realtà, dà le sue valutazioni e ne prende atto.
Quello che il diritto internazionale considera come prioritario è il mantenimento della pace: quindi
la formazione dei nuovi Stati deve entro certi limiti coordinarsi con questa preoccupazione. Per
questo motivo il diritto internazionale non contrasta la formazione di nuovi Stati che sono frutto di
un processo pacifico. Es. poco dopo la caduta del muro di Berlino, la Cecoslovacchia vuole
diventare uno Stato federale, poi decide di dividersi in due parti: questo processo è avvenuto in
modo pacifico, mediante referendum, e il diritto internazionale ha riconosciuto nascita delle due
entità distinte della Repubblica Ceca e Repubblica Slovacca. Dove ci sono state maggiori difficoltà è
stato in Africa: perché l’indipendenza dei paesi africani è venuta attraverso il principio di
autodeterminazione dei popoli sottoposti al regime coloniale, quindi seguendo il criterio uti
possidetis iuris (confini interni, esterni). E il criterio uti possidetis iuris è artificioso, che non
considerava l’identità nazionale dei popoli. D’altro canto il rischio era una ritrattazione regionale,
saltava tutto. Ed è stato per questo che addirittura nella Carta delle unità (?) africane è stato
sancito il rispetto dell’identità territoriale degli Stati. Non si volevano Stati di nuova formazione,
perché il ? dei paesi africani era nel senso di giustificare ? destabilizzare fortemente il continente,
quindi il mantenimento della pace. Ed è stato per questo che alcuni tentativi di secessione sono

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falliti e in alcuni casi ripresi (Congo e Somalia). Tuttavia è anche vero che se la stessa effettività
storica delinea la formazione di uno Stato, il diritto internazionale non può rifugiarsi dietro la
formula del rispetto dell’identità nazionale. E per questo motivo si deve spiegare la devoluzione
dell’Africa:
prima c’è stata l’indipendenza dell’Eritrea: era sfuggita al criterio dell’uti possidetis iuris, era una
colonia italiana che era stata data all’Etiopia per compensarla; poi però la popolazione avendo una
religione e una lingua diversa, l’Eritrea ha potuto giungere all’indipendenza.
rottura più significativa col Sudan meridionale: entità molto vasta con un centro nord abitato da
una popolazione araba e il sud abitato da popolazione differente. Erano popoli diversi e per molto
tempo la popolazione del Sudan meridionale è stata vittima di discriminazioni. Alla fine le autorità
del Sudan hanno subito l’iniziativa internazionale e si è costituito uno Stato indipendente del
Sudan meridionale.
Quindi non è detto che il criterio dell’identità territoriale sia un criterio assolutamente rigoroso.
Innanzitutto abbiamo casi in cui la popolazione ha il diritto di autodeterminazione, ma anche dove
non esista tale diritto il diritto internazionale prende atto dell’affermazione di una nuova entità
statale e dunque dà riscontro all’esistenza di questo Stato come soggetto di diritto internazionale,
in deroga alla regola dell’identità territoriale.

Eventi modificativi di uno Stato


Il diritto internazionale non contesta la libertà dello Stato di modificare la propria denominazione o
di cambiare la bandiera. Può esistere qualche difficoltà se la nuova denominazione dello Stato
pone in essere dello formule che sembrano concorrenziali a elementi identitari di un altro Stato.
Un caso del genere si è verificato pochi mesi fa a proposito della scelta dello Stato di Macedonia di
denominarsi in una certa maniera ponendo le premesse per un contenzioso con la Grecia che
ritiene che il termine Macedonia è collegato alla storia e alla cultura greca.
Eventi modificativi più consistenti sono quelli che riguardano elementi territoriali e della
popolazione. In merito rilevano 4 situazioni che riguardano eventi diversi: incorporazione, fusione,
distacco e smembramento. Ognuna di queste quattro categorie si rapporta in modo diverso al
fenomeno della soggettività internazionale dello Stato.
Il fenomeno dell’incorporazione si riferisce allo Stato che incorpora un altro Stato: lo Stato
incorporante resta soggetto di diritto internazionale sia pure estendendola al territorio e alla
popolazione dello Stato incorporato e lo Stato incorporato, avendo perso la sua indipendenza,
sparisce come soggetto distinto di diritto internazionale. Es. la Repubblica federale di Germania
incorporò la Repubblica democratica tedesca dopo la caduta del muro di Berlino e la Repubblica
democratica tedesca cessò di esistere.
La fusione si verifica quando due Stati indipendenti decidono di fondersi per dar vita a un nuovo
soggetto di diritto internazionale. Es. 1964 Tanganica e Zanzibar decidono di fondersi e dar vita ad
uno Stato, la Tanzania. In questo caso accade che lo Stato di nuova formazione è lo Stato che è il
risultato del processo di fusione e i due Stati preesistenti attori del processo di fusione si
estinguono. Quindi si ha una rottura totale perché nessuno dei due Stati mantiene la soggettività
internazionale.
Distacco e smembramento partono dal medesimo contesto geopolitico: noi abbiamo uno Stato e
questo Stato può essere suscettibile di questi fenomeni dando luogo a Stati nuovi. Ma la differenza
è che nel caso del distacco lo Stato preesistente mantiene la sua soggettività nello spazio dove
continua a detenere la sovranità e negli altri territori che deteneva si formano altri Stati. Quindi si
ha uno Stato preesistente che perdura e affianco ad esso ci sono nuovi Stati. È necessaria la
continuità dell’apparato statale, della sovranità, dello Stato preesistente perché altrimenti lo Stato
che mantiene la sovranità residuale potrebbe portare alla formazione di un nuovo Stato.

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Nello smembramento abbiamo unità statali tutti di nuova formazione, nessuna delle quali si può
considerare in continuità con lo Stato preesistente.
Può essere difficile determinare con certezza una valutazione storico e giuridica del fenomeno. Il
problema si presenta anche rispetto a incorporazione e fusione ma in forma meno drammatica
rispetto al distacco e allo smembramento.
Es. distinzione incorporazione-fusione: il Regno d’Italia è uno Stato nuovo o è un Regno di
Sardegna allargato ad altri territori italiani? L’orientamento prevalente è stato nel senso che il
Regno di Sardegna aveva incorporato i precedenti regni italici, e questo a prescindere dal fatto che
ogniqualvolta che si tentava di procedere a delle annessioni territoriali si svolgevano dei plebisciti.
La distinzione più difficoltosa è quella tra distacco-smembramento. In ogni caso abbiamo un
processo centrifugo. Ma si tratta di capire se sia residuale o meno la soggettività internazionale
dello Stato che preesisteva. Su questa problematica ci sono due esempi fondamentali della storia
contemporanea: ex URSS e ex Iugoslavia. Ex URSS: quando cade il regime socialista spinte
centrifughe danno luogo alla realizzazione di nuovi Stati. Rimase il corpo centrale: la Repubblica
russa. In questa situazione si rivenne che il fenomeno era da qualificare come distacco, tanto che
l’URSS si è vista sostituita dalla Russia. Opposta è la valutazione da fare a proposito della ex
Iugoslavia: era anch’essa uno Stato federale e quando c’è la caduta del muro di Berlino si innesta
una spinga centrifuga che dà luogo a nuovi Stati. Prima si sono realizzati come indipendenti gli Stati
federati della ex Iugoslavia e poi la Serbia ha dovuto subire una serie di mutilazioni territoriali
(Montenegro e Kosovo si sono proclamati indipendenti). Ma prima che si realizzasse
l’indipendenza di Montenegro e Kosovo, la Serbia rivendicava la continuità con l’ex Iugoslavia. Ma
le Nazioni Unite furono contrarie a tale rivendicazione, tanto è che dovette presentare la domanda
di ammissione per entrare nelle Nazioni Unite. Ma come si fa ad avere la certezza del diritto sul
fenomeno di cui stiamo parlando? Mentre era univoco nella società internazionale l’escludere che
la Serbia potesse considerarsi in continuità con la ex Iugoslavia, nel caso dell’URSS era stata la
società internazionale a stabilizzare elementi di incertezza per favorire la consapevolezza che la
Russia fosse l’ex URSS. Nel caso dell’ex URSS ci fu anche un accordo tra la Russia e le altre
Repubbliche di nuove formazione: tutte le entità statali che facevano riferimento all’ex URSS
riconoscevano alla Russia l’entità che manteneva sul piano giuridico la continuità con l’ex URSS.
Quale indicazione trarre da ciò? È evidente che l’incertezza degli elementi storici e giuridici viene
risolta mediante lo strumento del riconoscimento o disconoscimento. Gli Stati terzi danno una
valutazione sul fenomeno, riconoscendo o disconoscendo la continuità dello Stato per stabilire se
si tratta di distacco o smembramento.
Cosa accade quando si crea un nuovo Stato? Se si è trattato di incorporazione, lo Stato
incorporante mantiene diritti e obblighi che preesistevano al fenomeno dell’incorporazione. Se
invece si parla di smembramento o distacco si tratta di capire qual è la posizione che nuovi Stati
hanno rispetto agli obblighi dello Stato preesistente. Es. l’Ucraina che obblighi ha rispetto agli
obblighi dell’ex URSS? Vedremo quando studieremo i trattati che in realtà nell’ordinamento
internazionale c’è una certa inclinazione a favorire la conservazione degli effetti giuridici anche in
capo agli Stati di nuova formazione e quindi quando si prospetta la successione degli Stati c’è
nell’ordinamento internazionale a far valere il principio di continuità in relazione alla regola di
conservazione dei valori.
A tal la proposito Convenzione di Vienna 1983 ha codificato le regole di successione degli Stati ai
beni e ai debiti degli Stati preesistenti. Per ciò che riguarda i beni immobili dello Stato preesistente
diventano beni dello Stato di nuova formazione nel cui territorio i beni si trovano. Per i debiti il
discorso è diverso, anche se la Convenzione stabilisce che vi deve essere una ripartizione equa dei
debiti dello Stato preesistente rispetto agli Stati di nuova formazione. Questa regola della
ripartizione equa dei debiti trova conforto nel fenomeno del distacco realizzato nell’ex Unione

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Sovietica: nel 1991 le repubbliche di nuova formazione si accordarono con la Russia, Stato che ha
mantenuto una certa continuità con l’ex URSS, e convengono di procedere a una ripartizione equa
dei debiti.

Organizzazione internazionale (capitolo 4 del manuale)


Nel diritto internazionale classico gli unici soggetti di diritto erano gli Stati. Solo a partire della
prima guerra mondiale si delinea il fenomeno dell’organizzazione internazionale = esistenza di
un’entità che resta di emanazione Statale o interstatale (organizzazione intergovernativa) ma
rispetto agli Stati presenta elementi significativi importanti. Questo perché all’organizzazione non si
può conferire al sovranità su un determinato territorio o popolazione. Essa può avere dimensioni
diverse: universale e regionale. Esercita le proprie funzioni in relazione alle competenze che le
sono state attribuite. Ciò che conta è che bisogna valutare bene la qualificazione di un’entità come
organizzazione internazionale, perché un elemento che spesso può presentarsi nella qualificazione
di un’organizzazione è distinguere l’organizzazione internazionale (che opera in modo indipendente
rispetto agli Stati sul piano internazionale) dall’esistenza di organi comuni a più Stati. Vale a dire
che gli Stati mettono insieme organismi comuni la cui attività è riconducibile all’ordinamento
interno dello Stato. Es. CO.COM.: considerato organismo comune, costituito nel secondo dopo
guerra per impedire che la tecnologia di impegno civile e militare venisse in possesso dell’ex
Unione sovietica.
Da cosa si vede che un soggetto è distinto e non si tratta di un organo comune ma è
un’organizzazione internazionale? Dalla presenza di un atto istitutivo che qualifica questa entità in
modo particolare come la soggettività giuridica oppure la possibilità di stipulare trattati. Es. MFO.
Alla base di un’organizzazione internazionale c’è sempre un atto istitutivo, che di regola è scritto.
Quando si parla di atto istitutivo di un’organizzazione internazionale si vuole far riferimento alla
teoria classica degli accordi internazionali= accordo che registra la convergenza di volontà di due o
più Stati per quanto riguarda la formazione di un nuovo soggetto di diritto internazionale. Non
importa se a questo fine l’atto istitutivo utilizza termini enfatici. Es. l’atto istitutivo dell’OIL parla di
‘costituzione’. Quando si parla di costituzione di un’organizzazione internazionale e quindi di
trattato si fa riferimento all’istituzione di un’organizzazione internazionale, non c’è alcuna
soppressione della sovranità degli Stati.
L’atto istitutivo ha il vantaggio di esprimere tuttavia le norme primarie dell’organizzazione, quindi le
norme che condizionano anche dal punto di vista della legalità, legittimità di atti che
l’organizzazione viene ad assumere: principio di legalità nell’ambito dell’organizzazione
internazionale. Ciò non significa che l’atto istitutivo o il trattato scritto sia esaustivo della
dimensione giuridica dell’organizzazione internazionale, perché come avviene anche per altri
settori del diritto internazionale, affianco alla parte scritta bisogna porre anche la prassi.
L’organizzazione internazionale non ha elementi costitutivi quali il territorio e la popolazione e
quindi non ha la possibilità di esercitare forme di prelievo fiscale. E quindi ha bisogno di contributi
degli Stati per poter funzionare. Questi contributi vengono distinti in: contributi obbligatori (che gli
SM sono tenuti a versare) e facoltativi. I primi sono previsti dalla Carta delle Nazioni Unite. In casi
eccezionali l’organizzazione può agire sul mercato internazionale o obbligare gli Stati a un prelievo
le cui risorse vengono assegnate all’organizzazione internazionale (es. UE con l’IVA).
L’organizzazione internazionale può estinguersi. Questa estinzione può essere programmata nello
stesso atto istitutivo. Es. CECA. Può estinguersi per accordo convenuto tra gli SM. Non è da
escludere che l’organizzazione internazionale si estingua per un atto proprio della stessa
organizzazione internazionale. Si possono porre problematiche anche qui riguardo la successione
di situazioni giuridiche attive e passive dell’organizzazione internazionale. Qui non abbiamo un
territorio che segue il passaggio di enti statali. Qui abbiamo un’organizzazione che svanisce e, salvo
formule di continuità (es. Nazioni Unite), non c’è un altra entità che possa sostituirsi ad essa. E si

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ritiene che le situazioni giuridiche soggettive debbano essere distribuite tra gli Stati che erano
parte dell’organizzazione. In questa maniera la regola di conservazione dei valori indicherebbe
un’eredità nei confronti degli Stati per la certezza del diritto verso gli Stati terzi e altre
organizzazioni internazionali che avevano maturato diritti nei confronti di quell’organizzazione poi
estinta.

Guardiamo più da vicino la vita dell’organizzazione internazionale.


Rapporto tra organizzazione e Stato che ne è membro. Di norma solo gli Stati possono diventare
membri di organizzazione e in casi particolari si permette di diventare membro anche ad altre
organizzazioni internazionali. Es. UE parte di alcune organizzazioni internazionali. Una prima
curiosità che va soddisfatta è quella di vedere come lo Stato diventi parte di un’organizzazione.
Questo fatto può maturare in 2 modi distinti: lo Stato è membro originario dell’organizzazione (fin
dall’atto istitutivo è membro); possibilità di Stati terzi di divenirne parte. La procedura per far sì
che uno Stato terzo diventi membro non è standard, non ce n’è una che vale per tutte le
organizzazioni. Un’organizzazione sorge per effetto di un trattato e quindi sempre al trattato
bisogna far riferimento per stabilire quali sono le condizioni che quel trattato prevede per
l’ammissione di nuovi Stati.
Nell’ambito della Carta delle Nazioni Unite, l’art. 4 (da ricordare) disciplina la procedura di
ammissione di nuovi Stati all’organizzazione delle Nazioni Unite: ‘possono diventare membri delle
Nazioni Unite tutti gli altri Stati (oltre quelli originari) amanti della pace che accettino gli obblighi
della presente Carta e che a giudizio dell’organizzazione siano capaci di rispettare tali obblighi’. In
questo art. 4 ci sono le condizioni sostanziali richieste per presentare la domanda di ammissione,
vale a dire che lo Stato deve essere amante della pace e accettare gli obblighi della presente Carta.
Ma ciò non è sufficiente perché c’è un margine di apprezzamento autonomo sovrano
dell’organizzazione per verificare che i requisiti per l’ammissione si riscontrino nel caso concreto. La
domanda viene presentata da uno Stato, la valuta il Consiglio di Sicurezza e poi la decisione finale
viene presa dall’Assemblea generale.
Ogni organizzazione internazionale è autonoma a decidere le condizioni per l’ammissione di nuovi
SM. Nel caso della Carta dell’uomo il requisito è abbastanza generico. Ma possono essere presenti
requisiti più stringenti. L’UE richiede che lo Stato che vuole far parte dell’UE deve essere europeo.
La Turchia è o no Stato europeo? Problema non ancora affrontato. Il Consiglio d’Europa richiede
che lo Stato che intende aderire al Consiglio presenti le caratteristiche di Stato di diritto.
L’adesione di uno Stato all’organizzazione conferisce allo Stato un complesso di diritti e di obblighi,
quel che viene definito status di SM. Ci sono nella prassi delle formule più flessibili che consentono
un certo coinvolgimento di Stati terzi all’organizzazione senza però conferire loro lo status di SM e
ciò avviene normalmente in 2 modi. ‘Normalmente’ perché la disciplina, dovendo essere
raccordata agli atti istituitivi, coinvolge 2000 organizzazioni. I 2 modi sono:
1.una pista più istituzionalizzata, che determina un coinvolgimento significativo allo Stato terzo è la
formula dell’associazione (Paese associato). Ciò non è previsto dalla Carta delle Nazioni Unite ma
per altre organizzazioni (es. UE anche nei confronti di Paesi non in territorio europeo, come il
Marocco; NATO e Ucraina).
2.condizione di osservatore. Questo status ha consentito alle organizzazioni internazionali di
utilizzare questa formula per dare visibilità anche ad entità che non sono Stati. Es. movimenti di
liberazione nazionale: palestinese; BCE osservatore del FMI.
Tornando alla configurazione tradizionale, l’acquisizione di SM dell’organizzazione implica
l’attribuzione allo Stato di una serie di diritti e obblighi all’interno del sistema organizzato al quale
appartiene. La partecipazione dello Stato in qualità di membro alla vita dell’organizzazione può
significare per quello Stato l’obbligo di rispettare l’architettura giuridica dell’organizzazione. Può
accadere che l’organizzazione strutturata in una certa maniera non garantisca a uno SM la stessa

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posizione di altri membri. Questa differenza di trattamento può essere variamente formulata. Es.
nell’ambito dell’UE la Germania ha il maggior numero di deputati nel PE perché ha il maggior
numero di popolazione ma comunque nel processo decisionale conta di più rispetto ad altri SM.
Altro es. Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha una composizione di 15 membri e quindi non
tutti gli Stati che aderiscono all’ONU. 10 di questi Stati vengono eletti dall’assemblea generale e
sono membri per due anni ma cinque sono permanenti. Ciò si discosta dal principio internazionale
della parità di Stati. Come si conciliano questi 2 aspetti quindi? Quando lo SM aderisce
all’organizzazione aderisce allo stesso modo rispetto a un altro SM; quando ne è all’interno
esistono regole che possono differenziare le due posizioni. La parità sta nel trattato istitutivo. Art.
11, c.2, Cost.: per accedere alle Nazioni Unite. Queste condizioni di parità riferite alle Nazioni
Unite, non fanno riferimento alla sua architettura giuridica (che può anche essere non paritaria)
ma all’atto di adesione.
Aderendo ad un’organizzazione internazionale, lo SM assume un obbligo strutturale di cooperare
con gli altri SM e con l’organizzazione nell’ambito in cui questa svolge la sua funzione per esercitare
le proprie competenze. Sempre nell’ambito delle Nazioni Unite vengono in rilievo i contributi
obbligatori: nel caso in cui uno Stato non paghi i contributi dovuti per due anni può addirittura
essere sospeso dai suoi diritti. Addirittura l’organizzazione internazionale, se considera che lo Stato
sta commettendo illeciti gravi, può decidere la espulsione dello Stato dall’organizzazione. Questo
fenomeno non si è mai verificato nell’ambito delle Nazioni Unite, ma nell’ambito della Società delle
Nazioni con l’URSS: l’URSS fu espulsa dopo l’accordo che prese accordi con la Germania.
Nell’ambito delle Nazioni Unite sono state prese decisioni che erano un surrogato rispetto
all’espulsione, nel senso che il disattendere da parte dello Stato da indicazioni che venivano date
dagli organi delle Nazioni Unite ha indotto l’assemblea generale a impedire di fatto a questo Stato
membro di essere presente in assemblea generale. Come? La tecnica è la seguente: quando uno
Stato manda i propri delegati, rappresentanti, in un’organizzazione internazionale deve eseguire
una prassi simile rispetto al diritto diplomatico tradizionale e questa prassi è che l’agente
diplomatico, il rappresentante dello Stato, presenta le proprie credenziali all’organo
dell’organizzazione nel cui ambito la delegazione statale deve esercitare le proprie funzioni
(riguardo all’organizzazione internazionale). Quindi nel caso dell’assemblea si deve presentare
all’assemblea e questa normalmente accetta le credenziali. Quando si trattava di prendere in
considerazione le credenziali di Stati che reiteratamente avevano disatteso le sue indicazioni
l’assemblea generale ha rifiutato le credenziali e quindi ha impedito allo Stato di essere coinvolto
nell’assemblea generale. Ciò si è verificato in Sud Africa, in Portogallo quando si trattava di
rispettare il diritto di autodeterminazione nei confronti delle colonie. Quindi in questi casi si è visto
impedito il diritto dello Stato a partecipare alla formazione della volontà assembleare. In modo
ancor più radicale questo fenomeno si è realizzato nell’ambito delle organizzazioni americane nei
confronti di Cuba. Cuba è tuttora un paese che si ritiene socialista, però quando si formò come
paese socialista nel 1960 gli USA indussero i Paesi membri dell’organizzazione americana di cui è
parte Cuba di boicottare Cuba.
Lo SM è libero di uscire da un’organizzazione internazionale? Se si parla di uno Stato sovrano parte
di un’organizzazione può sempre decidere di uscirne. Si tratta di vedere se tale uscita è legittima o
no rispetto al trattato istitutivo dell’organizzazione internazionale. Es. UE: il diritto del Regno Unito
di uscire dall’UE è incontrovertibile però vanno rispettate le procedure richieste dal TUE. La
questione sorge quando il trattato istitutivo dell’organizzazione non dice nulla riguardo al recesso.
In questo caso lo Stato può invocare il diritto al recesso? Prima del Trattato di Lisbona l’UE non
aveva una norma scritta riguarda al recesso. Dovendo dare una risposta in punto di prassi i casi di
recesso non contemplato dall’atto istitutivo sono estremamente rari e quindi è difficile ricostruire
una regola generale sulla prassi. Nei pochi casi registrati però si delinea una notevole resistenza

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dell’organizzazione ad accettare un recesso bilaterale non contemplato dall’atto istitutivo. Una cosa
del genere avviene negli anni ’60 da parte dell’Indonesia per uscire dalle Nazioni Unite. La
motivazione dell’Indonesia era legata all’atteggiamento delle Nazioni Unite in relazione al processo
di autodeterminazione della Malesia. In linea generale il recesso non previsto dall’atto istitutivo di
un’organizzazione è possibile ove ricorrano le condizioni che il diritto internazionale prevede per
dichiarare l’estinzione di un trattato. Si può quindi evocare un cambiamento fondamentale delle
circostanze o l’eventualità che lo Stato voglia reagire a un illecito grave che l’organizzazione ha
commesso nei suoi confronti.

Vediamo più da vicino come opera l’organizzazione internazionale.


Parlando di competenze e funzioni si tratta di concetti distinti.
Competenza= legittimità dell’azione di un’organizzazione internazionale in quella data materia.
Quindi esiste una competenza materiale oppure la legittimità dell’azione dell’organizzazione
internazionale in quanto è abilitata ad esercitare rispetto a quello Stato, a quel territorio. Quindi si
fa riferimento a requisiti, ratione materiae o rationae loci. Tratteremo più della rationae materiae,
ovvero la legittimità di organizzazioni internazionali ad agire in relazione a una determinata
materia, questione. La situazione è legittima in quanto trova una base nell’atto istitutivo
dell’organizzazione: l’atto assegna per volontà degli Stati che hanno determinato quel trattato
all’organizzazione una determinata competenza.
Funzioni= attività che l’organizzazione pone in essere per esercitare le sue competenze. Quindi
sono strumentali.
-Competenze. Occorre di ritrovare nell’atto istitutivo la ragione giuridica, la base giuridica per
l’esercizio delle competenze. Occorre ritrovarla nel trattato perché l’organizzazione internazionale
per sua natura non è un’entità che ha competenze innate come lo Stato. Nell’organizzazione non
possono esistere competenze innate perché l’organizzazione nasce per volere di altre entità che
hanno posto in essere l’atto istitutivo; quindi le competenze che l’organizzazione esercita e
incidono sugli SM rendono necessaria che all’organizzazione siano indicate quali competenze le
siano assegnate. Ecco perché si parla di natura attributiva delle competenze delle organizzazioni
internazionali. L’espressione base giuridica è un’espressione classica del diritto dell’UE per cogliere
la legittimità per l’azione dell’organizzazione internazionale in quel dato settore. Base giuridica per
cogliere la legittimità dell’azione dell’organizzazione internazionale in quel dato settore.
L’organizzazione deve solitamente operare in proprio.
Vediamo come stabilire in che misura il trattato istitutivo possa essere considerato esaustivo della
legittimità dell’azione dell’organizzazione internazionale in una data materia, in un dato settore. I
connotati dell’organizzazione internazionale vanno ricercato nell’atto istitutivo, però va tenuto
presente che acquista notevole rilievo anche la prassi dell’organizzazione che può servire a
orientare una data istituzione dell’atto istitutivo o determinare la formazione di nuove regole che
integrano o modificano l’atto istitutivo. Questa affermazione fatta nell’introduzione torna
opportuna per valutare in che modo si combinano le regole contenute nell’atto istitutivo rispetto a
quelle della prassi nella determinazione delle competenze. Nella prassi si riscontra, almeno per
alcune organizzazioni internazionali, lo sviluppo di competenze dell’organizzazione medesima al di
fuori di un riferimento formale nell’atto istitutivo. 2 es.:
1.la Carta delle Nazioni Unite non contemplava espressamente il diritto all’autodeterminazione dei
popoli sottoposti al regime coloniale, tanto che la Carta previde che le colonie potessero essere
sottoposte al regime di amministrazione fiduciaria. Addirittura la Carta prevede la istituzione di un
organo principale: il Consiglio di amministrazione fiduciaria, proprio per gestire questi territori.
Quando nel 1960 passa la risoluzione 1514 sulla autodeterminazione dei popoli sottoposti a
regime coloniale, assistiamo ad una svolta storica. L’assemblea generale stabiliva un nuovo
orizzonte operativo: il diritto all’autodeterminazione dei popoli sottoposti a regime coloniale. Senza

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quindi appiattirsi al fenomeno previsto nella Carta. L’avvio di questo processo assegna alla stessa
Assemblea generale un ruolo primario nella gestione di questo diritto all’autodeterminazione.
Quindi è una prassi dell’organizzazione che si impone sul dato normativo e che poi ha determinato
l’accesso all’indipendenza di molti Stati, al punto di rendere inutile la stessa esistenza del Consiglio
di amministrazione fiduciaria. Questo è accaduto per via di prassi, non c’è stata alcuna modifica
della Carta. Quindi le competenze che si sono determinate in senso aggiuntivo indicano come
l’estensione delle competenze può avvenire anche per vie diverse da quelle del trattato. Quindi il
fondamento giuridico di una competenza lo si può trovare anche in regole consuetudinarie. Per
poter parlare di regole consuetudinarie bisogna avere una convergenza di valutazione da parte
dell’organizzazione e degli SM.
2.NATO= nasce nel 1949 come trattato di sicurezza collettiva, per garantire gli Stati in particolare
quelli europei da una minaccia di aggressione che poteva manifestarsi da parte dell’unione
sovietica. È un sistema di mutua assistenza collettiva quindi. Nel corso degli anni ’90 e tutt’ora la
NATO registra un’estensione delle sue competenze, perché quando nel ’90 cade il muro di Berlino e
crollano i regimi socialisti che si erano coalizzati a loro volta in un altro sistema di sicurezza
collettiva (Patto di Varsavia) la NATO si deve interrogare: ha ancora senso mantenere tale sistema
di mutua assistenza collettiva dato che il nemico si considerava non esistesse più? Ha finito poi con
assumere iniziative con motivazioni diverse da quelle di un sistema di mutua sicurezza collettiva
(?).
-Funzioni. Questa tipologia di attività è mutuata dal modello proprio dello Stato (funzione
legislativa, giudiziaria, amministrativa).
Per quanto riguarda le funzioni normative, le attività normative classiche di un’organizzazione sono
rappresentate dagli accordi internazionali che la stessa organizzazione conclude. Elemento
incontroverso della prassi che diete vita a una Convenzione che disciplina i trattati tra
organizzazioni internazionali o tra Stati e organizzazioni internazionali. Esistono però nella gamma
delle organizzazioni internazionali varie formule dalle quali si evince che le organizzazioni
internazionali hanno anche un potere normativo proprio, idoneo a condizionare la condotta degli
SM. E questo potere si può articolare in 2 forme: determinazioni non vincolanti, determinazioni
vincolanti. Le prime prendono il nome di ‘raccomandazioni’: atto normativo tipico di
un’organizzazione che raccomanda agli SM di seguire una certa condotta. Es. assemblea generale
delle Nazioni Unite ha quasi sempre il potere di adottare atti non vincolanti, le risoluzioni
dell’assemblea generale. Questo per quanto riguarda le organizzazioni, nulla peraltro impedisce
che una determinazione non vincolante può ad alti livelli avere una valenza normativa importante.
Per quanto riguarda le seconde, l’atto costitutivo può stabilire che un determinato organo
dell’organizzazione può assumere atti vincolanti. Es. Carta delle Nazioni Unite afferma la
competenza della Assemblea ad adottare atti vincolanti. Di norma le organizzazioni internazionali
rivolgono la loro attività normativa agli Stati, in particolare agli SM. È difficile che si rivolga ai
privati. Ciò però non impedisce, dato che c’è il regime di libertà sulla struttura, competenze e
funzioni dell’organizzazione, che l’atto istitutivo conferisca all’organizzazione funzioni legislative che
si rivolgano agli individui.
Nell’ambito delle Nazioni Unite, la subordinazione del privato all’organizzazione si può verificare
anzitutto quando le Nazioni Unite svolgono l’amministrazione territoriale in un dato territorio,
seppur a titolo meramente provvisorio. Es1. quando si è dovuto guidare il processo di
indipendenza della parte orientale di Timor. La parte occidentale era un ex colonia olandese che
rimaneva integrata nell’Indonesia. Poiché l’Indonesia aveva una parte orientale dell’isola, le
Nazioni Unite hanno sempre insistito che essa si ritirasse da quella parte (questo si verificò). Poiché
la popolazione del Timor orientale non era pronta all’indipendenza, l’assemblea generale ha
provveduto ad amministrare provvisoriamente quel territorio. Es.2: Kosovo; la Serbia accetta l’idea

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che il Consiglio di sicurezza formi un’agenzia per l’amministrazione del territorio. Quando le Nazioni
Unite svolgono l’amministrazione territoriale è chiaro che svolga anche funzioni normative. I privati
possono essere interessati anche dall’esercizio delle funzioni amministrative dall’ONU: queste si
verificano soprattuto nei rapporti tra organizzazioni e suoi dipendenti o quando l’ONU segue la
prassi delle sanzioni individuali (=determinazioni che soprattutto tramite il Consiglio di sicurezza
vengono assunte con riferimento a determinati soggetti fisici o giuridici che sono accusati di
terrorismo internazionale, il Consiglio di sicurezza pubblica black lists con i nomi di persone che
sono ritenute da esso come partecipi attivi al fenomeno del terrorismo). In tal caso c’è una linea
sottile di distinzione fra funzione amministrativa e funzione giudiziaria. Le sanzioni individuali sono
assunte dal Consiglio di sicurezza senza alcun procedimento giudiziario sulla base di raccolte che
arrivano dall’intelligence ecc.

Modello e struttura dell’organizzazione internazionale


Il principio di libertà che guida la costituzione dell’organizzazione internazionale non consente di
stabilire un modello uniforme in questo ambito. In via di prassi possiamo però dedurre un minimo
comune denominatore e all’interno di questo abbiamo generalmente 3 organi:
-segretario generale o individuo che abbia una funzione equivalente= personalità dal livello
amministrativo più alto;
-organo plenario, in cui sono presenti tutti gli Stati dell’organizzazione. Normalmente prende il
nome di assemblea ma nell’ambito dell’ONU di conferenza. È lo specchio della volontà di tutti gli
SM;
-organo esecutivo più ristretto. L’OIL si avvale del Consiglio di amministrazione, e le Nazioni Unite
del Consiglio di sicurezza.
La struttura dell’organizzazione deve avere ben distinta la classificazione tra organi principali
(esplicati nell’atto istitutivo) e organi sussidiari (istituiti dagli organi principali). Es. L’assemblea delle
Nazioni Unite ha istituito quale organo sussidiario la commissione del diritto internazionale per
codificare il diritto internazionale.
Normalmente gli Stati partecipano all’attività dell’organizzazione con delegati governativi, cioè
designati dai governi degli SM. Vi possono essere scostamenti rispetto a tale modello. Ad es. le
delegazioni statali che partecipano all’attività della conferenza dell’OIL, per obbligo, hanno una
composizione tripartita; vale a dire che ogni delegazione statale è composta da due delegati
governativi e da uno che rappresenta le organizzazioni sindacali di quello Stato e uno le
organizzazioni imprenditoriali di quello Stato. Questa struttura tripartita è ancor più accentuata in
altri organi di altre organizzazioni. Es. nel Consiglio di amministrazione che è composto sempre su
base tripartita ma eleggendo membri del consiglio non attraverso la votazione delle delegazioni
statali nella loro composizione mista ma consentendo a ciascuna componente della delegazione
statale di coordinarsi con le altre componenti del Consiglio di amministrazione. Quindi abbiamo i
rappresentanti degli Stati, i rappresentanti dei sindacati dei lavorati e i rappresentanti dei sindacati
degli imprenditori. Una composizione non governativa si trova anche nel Parlamento dell’UE: è di
designazione del governo ma è eletto su base popolare, quindi abbiamo una componente non
governativa.
È possibile che una organizzazione non governativa in senso proprio (non rappresentante il
governo ma settori della società) venga in qualche modo coinvolta nell’attività dell’organizzazione
nazionale. Nell’ambito delle Nazioni Unite ciò è possibile utilizzando la forma dello statuto
consultivo prevista dalla Carta in particolare in proposito del Consiglio economico e sociale,
dandogli la possibilità di conferire tale status ad organizzazione non governative. Questa
opportunità vede la possibilità per il Consiglio di articolare il regime consultivo di un’organizzazione
non governativa. In generale però quest’ultima non è coinvolta nell’attività delle organizzazioni

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internazionali. Di norma queste ultime sono intergovernativa quindi operano nei limiti in cui
intende l’atto costitutivo spazi di coinvolgimento.
Questa disponibilità a valorizzare le parti sociali dell’organizzazione può anche spingersi a
valorizzare sul piano normativo le attività delle organizzazioni non governative. Es. nel TFUE ci sono
gli art. 154 e 155 che intendono favorire il dialogo sociale europeo: intendono a favorire formule
che stati parti e l’organizzazione stessa intende promuovere la emergenza di un confronto delle
parti sociali a livello europeo e anche la conclusione di accordi tra le parti sociali europee. Si
prevede la possibilità che su richiesta delle parti sociali gli accordi collettivi venano presi dal
Consiglio per essere tradotte in atti vincolanti. Questi regolamenti prevedono l’attuazione
dell’accordo delle parti sociali in quanto scritto nell’accordo medesimo. Vi sono in particolare 2
regolamenti. In particolare il regolamento sul lavoro a tempo determinato non fa altro che rinviare
all’accordo collettivo dell’attuazione.
Quindi nei limiti in cui gli Stati decidono di aprirsi a una base sociale più ampia possono aversi
riflessi non indifferenti per ciò che riguarda l’impatto delle attività delle organizzazioni.

Organi principali dell’ONU


L’organizzazione delle Nazioni Unite rientra nel modello che avevamo esplicato ieri a proposito
della presenza degli organi principali dell’organizzazione.
Art. 7: organi principali delle nazioni unite un assemblea generale, un consiglio di sicurezza, un
segretariato, un consiglio economico e sociale, un consiglio di amministrazione fiduciaria, un
organo di giustizia. Quindi l’elenco degli organi principali dell’ONU è più articolato rispetto a quel
che abbiamo definito come minimo denominatore delle organizzazioni.
L’elenco contenuto nell’art. 7 ha contenuto qualche modifica nella prassi, es. il consiglio di
amministrazione fiduciaria ha cessato di fatto la sua attività.
-Assemblea generale: organo plenario delle Nazioni Unite. Nell’ambito del minimo comune
denominatore non può mancare un organismo che abbia rilevanza universale, nel senso che
rappresenti tutti gli stati parte membri dell’organizzazione. Art. 9 della Carta: l’assemblea generale
si compone di tutti i membri delle nazioni unite. L’assemblea generale ha tendenzialmente
competenze generali, ovvero quelle che rientrano tra le competenze delle Nazioni Unite. Art. 10:
l’assemblea può affrontare qualsiasi argomento che rientri nei fini della seguente Carta. Ci può
essere anche un’estensione delle sue competenze, com’è avvenuto per il diritto di
autodeterminazione e delle azioni militari delle Nazioni Unite. La Carta però non ha voluto
conferire all’assemblea un potere normativo diffuso, generalizzato, tale da vincolare gli Stati su
qualunque delibera adottata dall’assemblea. Essa può solo fare delle risoluzioni che non hanno
valore vincolante, salvo tipologia di delibere. Se decide pone in essere vincoli per gli stati. Hanno
valore vincolante le decisioni che assume in tema di approvazione del bilancio (stabilisce in che
modo le spese dell’organizzazione debbano essere ripartite tra gli SM). Il carattere vincolante delle
delibere è testimoniato dal fatto che in mancanza di contributi obbligatori degli SM l’assemblea
può decidere in base all’art. 19 la sospensione dello Stato debitore dai suoi diritti di partecipare
alla vita dell’assemblea. Altre tipologie che hanno valore direttamente rilevante sono le decisioni
col quale l’assemblea condiziona l’attività delle Nazioni: es. ammissione di un nuovo SM.
Quando si esamina la struttura di un’organizzazione internazionale una cosa da sapere è il modo in
cui le delibere vengono adottate, le procedure di adozione delle delibere. Stiamo parlando
dell’Assemblea e del Consiglio di sicurezza. Ci sono differenze che sono previste dalla Carta. In
assemblea generale ogni Stato ha diritto ha un voto (art. 18, paragrafo=comma.1). Lo stesso art. 9
prevede che lo Stato è presente in assemblea perché è un membro e può occupare fino a 5 posti,
può avere fino a 5 delegati, ma che sia uno o che sia cinque il voto è sempre uno: uno Stato un
voto. Questo a prescindere dalla potenza dello Stato. Quale tipo di maggioranza è sufficiente per
l’adozione della delibera da parte dell’assemblea generale? L’art. 18 prevede due diverse

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maggioranze: una aggravata per una determinata tipologia di questioni e una maggioranza meno
aggravata per le altre delibere che non rientrano nell’elenco di quelle ‘importanti’. Le questioni
importanti sono prese a maggioranza di 2/3 dei membri presenti e votanti e nella Carta è presente
un elenco delle questioni importanti: raccomandazioni sul mantenimento della pace, sui membri
non permanenti del Consiglio di sicurezza.. Le decisioni su altre questioni sono prese a
maggioranza dei membri presenti e votanti. La Carta consente all’assemblea di estendere l’elenco
delle questioni importanti. L’elenco dell’art. 18 paragrafo 2 non è quindi un elenco esaustivo ed
esclusivo perché l’art. 18 paragrafo 3 aggiunge che le decisioni su altre questioni, compresa la
determinazione di categorie addizionali di questioni da decidersi a maggioranza di due terzi, sono
prese a maggioranza dei Membri presenti e votanti. Quindi l’elenco può essere esteso dalla stessa
assemblea con la maggioranza semplice. (Bisogna sapere bene l’art. 18 della Carta).
-il Consiglio di sicurezza per le nazioni unite viene istituito per consentire che ci fosse un organo
che vigilasse sulla sicurezza internazionale. Ad esso vengono attribuite dalla Carta delle funzioni
precise per il mantenimento della pace. Capitolo VI e VII della Carta sono dedicati alle funzioni che
il Consiglio esercita in tema di mantenimento della pace. Il capitolo VI riguarda gli art.33-38 e
delimita la funzione del Consiglio a favore di una soluzione pacifica delle controversie, quindi una
funzione conciliativa. Non ha poteri coercitivi secondo il capitolo VI. Ai sensi del capitolo VII il
Consiglio ha la competenza ad assumere decisioni vincolanti per gli SM. Tuttavia, perché il
Consiglio possa esercitare queste funzioni occorre che accerti la sussistenza delle condizioni
previste dall’art. 39 della Carta per l’esercizio delle sue funzioni ai sensi del capitolo VII. L’art. 39
recita: il Consiglio accerta l’esistenza di una minaccia alla pace, violazione della pace o atto di
aggressione e fa raccomandazioni o decide quali misure debbano essere prese per mantenere la
pace e la sicurezza. Quindi il presupposto è l’accertamento di una di queste 3 condizioni: minaccia
alla pace, violazione della pace o atto di aggressione. Ha moltissime volte parlato di minaccia alla
pace. Anche perché ha utilizzato un’interpretazione estensiva di minaccia alla pace, includendo
non solo le situazioni suscettibili di portare a un conflitto armato ma anche le violazioni importanti
del diritto internazionale, che non avvengono in uno scenario bellico. Secondo l’art. 42 il Consiglio
ha competenza ad intraprendere azioni con forze aeree, navali o terrestri per stabilire la pace e la
sicurezza internazionale. Ciò al punto che l’art. 43 prevedeva la costituzione di contingenti che gli
Stati avrebbero dovuto mettere a disposizione al Consiglio. E la Carta prevedeva anche la
istituzione di Comitato di stato maggiore per coadiuvare il Consiglio in queste funzioni. Questa
parte (contingenti e Comitato di stato maggiore) della Carta è rimasta inattuata. Ciò non ha
impedito che dopo la fine della Guerra Fredda il Consiglio avesse un ruolo importante nell’uso della
forza e contingenti militari che sul terreno operassero per far rispettare le sue indicazioni.
Com’è strutturato? Il Consiglio era stato originariamente concepito per funzionare con 11 membri
di cui 5 permanenti. Poi nel 1965, di fronte all’esplosione della formazione di nuovi Stati nel
processo di decolonizzazione, si ritenne di allargare la sua composizione. Ciò con una procedura di
revisione della Carta. I membri da 11 diventano 15, restando fermi i 5 membri permanenti (stato
attuale). Art. 23: l’assemblea elegge altri 10 membri non permanenti, avendo speciale riguardo in
primo luogo al contributo alla pace e alla sicurezza e alla posizione geografica. L’Italia al momento
ha all’estero 10.000 militare e buona parte di questi sono dislocati all’estero per compimento di
azioni a favore delle Nazioni Unite. I numeri degli Stati però rispetto al 1965 sono cambiati e avere
un Consiglio di sicurezza formato da 15 membri soltanto ha determinato una pressione verso una
riforma: pressione di negoziare un’ulteriore estensione dei membri del consiglio di sicurezza
immaginando di estendere il numero dei membri permanenti (a Germania e Giappone). Ciò ha
riscontrato una forte opposizione dell’Italia e della Spagna. Questi Stati non accettano che
Germania e Giappone vengano ad essere in una posizione di privilegio rispetto a loro. L’Italia è
riuscita fino ad ora con la Spagna a mettere i piedi in una minoranza di blocco che ha impedito che

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si pervenisse a una delibera dell’assemblea generale riguardante la revisione del Consiglio. Questa
procedura di revisione è complessa.
Come adotta le sue delibere? Anche qui c’è una distinzione tra maggioranza qualificata e
maggioranza semplice, però c’è qualche differenza rispetto alla formula dell’assemblea. Art. 27
paragrafo 1: ogni membro dispone di un voto. Questo però non significa che il voto degli Stati sia
uguale, perché la regola da seguire è che i membri permanenti del Consiglio hanno un potere di
condizionamento della formazione della volontà maggiore di un membro non permanente. Il
perché lo dice l’art. 27 paragrafo 2 e 3. Il paragrafo 2 riguarda le decisioni che il Consiglio assume e
hanno carattere procedurale: voto favorevole di 9 membri. Qualcosa di più rispetto a una
maggioranza semplice. Non si precisa che debbano essere presenti e votanti. Il paragrafo 3
riguarda le delibere su questioni sostanziali (necessaria maggioranza qualificata): le decisioni su
ogni altra questione sono prese con voto favorevole di 9 membri nei quali siano compresi i voti dei
membri permanenti. Questi membri non sono solo permanenti, ma hanno in più un voto che vale
più degli altri. Potere di veto= interpretazione più riduttiva dell’esigenza di riscontrare il voto dello
SM permanente: lo SM permanente basta che non voti contro. Ciò afferma l’idoneità della regola
naturale per via consuetudinaria di modificare la norma pattizia (art. 27 della Carta).
Come si provvede a determinare la qualificazione tra decisioni procedurali e sostanziali?
Nell’art. 27 non si ha alcun elenco ed è lo stesso Consiglio di sicurezza che deve qualificare la
decisione. E in conseguenza di tale valutazione si ricorre alla la maggioranza che va seguita. Ma con
quale maggioranza il Consiglio delibera sulla qualificazione della questione? La Carta non lo dice e
la differenza è ancor più marcata perché rispetto all’assemblea, per la quale l’art. 18 ha indicato la
formula, il Consiglio non ha una regola esplicata dalla carta. Si è formata però una regola secondo
cui il Consiglio decide secondo la maggioranza aggravata. Il Consiglio privilegia i membri
permanenti. Si parla a questo proposito di regime del doppio veto (veto per decidere la natura
della questione e veto per decidere riguardo alla stessa delibera).
-Segretario generale: rientra nel modello ternario dei 3 organi principali che costituisce una sorta di
minimo comune denominatore tra le organizzazioni internazionali. Costituisce la figura apicale del
segretariato delle Nazioni Unite. Il segretariato è il complesso dei funzionari amministrativi
dell’organizzazione. L’ultimo periodo dell’art.97 stabilisce che il segretario generale è il più alto
funzionario amministrativo dell’organizzazione. Le sue competenze rilevanti sono quelle
amministrative. È anche la figura che rappresenta l’organizzazione all’esterna. La Carta ha ritenuto
utile assegnare al segretario generale anche funzioni in tema di mantenimento della pace. L’art. 99
afferma ad esso la competenza di richiamare l’attenzione del Consiglio per questioni che possono
riguardare il tema di mantenimento della pace. Questa dimensione del ruolo del segretario
generale in tema di mantenimento della pace si è arricchita di ulteriori elementi: ha un ruolo nella
formazione dei contingenti militari delle Nazioni Unite. In quanto non è stata possibile la
istituzionalizzazione dei contingenti militari delle Nazioni Unite, le missioni si devono realizzare in
modo empirico e proprio questo empirismo ha finito col riconoscere un ruolo determinante al
segretariato generale.
-Corte internazionale di giustizia (cap. 4 e 10 del manuale). Ha diversi tipi di funzione: funzione
consultiva e contenziosa. Art. 92 della Carta: la Corte internazionale di giustizia è il principale
organo giurisdizionale delle Nazioni Unite. È meno naturale che si possa parlare di organo delle
Nazioni Unite: lo fa la Carta che qualifica la Corte come organo delle Nazioni Unite. In questo modo
si registra un passo ulteriore: in realtà prima della Corte internazionale di giustizia c’era la Corte
permanente di giustizia internazionale, istituita nel 1920 sulla base di un proprio Statuto. Si
chiamava permanente perché riguardava la prima esperienza di una Corte internazionale
istituzionalizzata, permanente. Essa non era un organo di una qualche organizzazione. La Carta ha
poi qualificato la Corte internazionale di giustizia come organo delle Nazioni Unite. Le regole che

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disciplinano il funzionamento della Corte internazionale di giustizia non si trovano solo sulla Carta,
ma soprattutto nello Statuto della Corte internazionale di giustizia (atto distinto dalla Carta), che
ribadisce il contenuto dello Statuto della Corte permanente di giustizia internazionale e che forma
parte integrante della presente Carta. Quindi le norme sul funzionamento della Corte trovano
fondamento in un atto distinto dalla Carta, erede dello Statuto della Corte permanente, anche se
parte integrante della Carta.
L’art. 92 non si limita a dire ‘organo giurisdizionale’, ma qualifica questa posizione assegnando alla
Corte la qualifica di ‘principale’ organo giurisdizionale: nel sistema delle Nazioni Unite quindi non
necessariamente la Corte doveva essere l’unico organo giurisdizionale. Infatti registriamo altre
esperienze giurisdizionali. Tra queste, è stato istituito un’organismo per le controversie tra
funzionari dell’ONU. Abbiamo anche assistito all’istituzione di Tribunali penali internazionali ad
hoc. Ai sensi del capitolo VII il Consiglio, di fronte alle violazioni avvenute nei confronti dell’ex
Iugoslavia e del Rwanda, istituì Tribunali. Ormai questi hanno formalmente esaurito la propria
attività. Ciò che restava da esaminare è passato alla Corte. Queste circostanze danno comunque
l’idea dell’idoneità delle Nazioni Unite di esprimere un sistema giurisdizionale nel quale però la
posizione principale spetta alla Corte.
Quali sono i rapporti tra Carta ONU e Statuto? L’art. 93 della Carta chiarisce che tutti i membri delle
nazioni unite sono ipso facto aderenti allo Statuto della Corte internazionale di giustizia. L’art. 93
della Carta chiarisce che anche uno Stato non membro delle Nazioni Unite può aderire allo Statuto
della Corte.
Come si provvede alla composizione della Corte? I giudici sono 15. Essi sono eletti dall’Assemblea
generale e dal Consiglio di sicurezza: devono concordare sul nome del candidato. Che criteri
devono eseguire nel determinare i giudici? L’art. 9 dello Statuto ce lo indica: in ogni elezione gli
elettori (SM dell’assemblea e Consiglio) devono curare che i giudici posseggano i requisiti richiesti
ma anche che nel collegio siano rappresentate le principali forme di civiltà e i principali sistemi
giuridici del mondo. Nella prassi, tendenzialmente, ogni membro permanente del consiglio di
sicurezza ha un giudice eletto nella Corte.
Le funzioni della Corte sono 2: funzione consultiva e contenziosa.
La funzione consultiva non dà luogo a delibere vincolanti della Corte. L’art. 96 della Carta disciplina
tale funzione. Chi può chiedere il parere alla Corte? La risposta va cercata nell’art. 96, paragrafo 1:
l’Assemblea generale e il Consiglio di sicurezza possono chiedere (=hanno il diritto) alla Corte un
parere su qualunque questione giuridica. Ciò non significa però che nessun altro possa chiedere
pareri: l’art. 96 paragrafo 2 allarga l’opportunità ad altre entità ma subordinandola a certe
condizioni (=non è un diritto). Esso afferma che gli altri organi, gli istituti specializzati a ciò
autorizzati in qualunque momento dall’assemblea generale, hanno anche essi la facoltà di chiedere
pareri alla Corte nell’ambito della loro attività. Gli istituti specializzati assumono la qualifica formale
di istituti specializzati a seguito di un accordo tra l’organizzazione delle Nazioni Unite e queste altre
organizzazioni. L’autorizzazione dell’assemblea può essere data o in via preventiva o può
autorizzare in modo generale l’istituto specializzato a chiedere pareri. Bisogna rispettare la regola
secondo cui il parere va chiesto non per qualunque questione giuridica come precisa il paragrafo 1,
ma per le questioni che riguardano le competenze che essi hanno secondo i loro trattati istitutivi.
Alla Corte è richiesto di svolgere attività di accertamento del diritto. Per ogni questione che venga
sottoposta ad essa, sia essa di natura consultiva o contenziosa, la Corte deve prima pronunciarsi
nel merito e svolgere un filtro di rilevabilità della richiesta= valutare se la richiesta è ricevibile. In
particolare per ciò che riguarda la funzione consultiva la Corte deve valutare se è ricevibile la
richiesta e il punto più difficile è stabilire se l’oggetto della richiesta del parere travalichi i limiti
della funzione consultiva ed entri nell’ambito della funzione contenziosa. Se travalica i limiti la
Corte non può pronunciare il parere. La richiesta deve essere circoscritta alla funzione consultiva.

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Funzione contenziosa (possibile domanda; si può reperire la risposta anche dal capitolo 10 del
manuale)= implica che la Corte con una sentenza risolve mediante diritto la controversia tra gli
Stati. Quindi si ricorre al giudice internazionale perché c’è una controversia tra Stati e questi
ritengono che tale via sia da preferire. Le controversie internazionali si possono risolvere anche
attraverso altre maniere, es. accordo tra loro. Il diritto internazionale non è verticalizzato, ma ha
che fare con una società che ha natura piatta: gli Stati sono sovrani e non accettano un’entità
sovraordinata. Da ciò deriva la difficolta di istituzionalizzare una giurisdizione internazionale con
una competenza tipica di un organo interno (es. giudice). Nel diritto internazionale non abbiamo
un giudice precostituito per legge, ma abbiamo l’accordo tra gli Stati che può anche istituire un
giudice internazionale (Statuto) assegnando a questo giudice la competenza a conoscere delle
controversie internazionali. Quindi si è in presenza del paradigma consensuale nell’esercizio della
competenza della Corte internazionale di giustizia in materia contenziosa.
Quali sono le tecniche attraverso cui la Corte può essere investita della competenza a conoscere di
una controversia? Le tecniche devono essere inevitabilmente rapportate al paradigma
consensuale. Nello sviluppo di tali tecniche c’è lo specchio dell’evoluzione della società
internazionale: dall’assetto classico individualistico del 600/700 alla società contemporanea che è
più articolata e organizzata.
1.La Corte può essere investita mediante l’accordo di compromesso= intesa tra gli Stati parti di una
controversia, prendono atto di una controversia che è già in atto, e con riferimento a quella
controversia assegnano alla Corte la competenza a decidere su quel caso. Il compromesso ha la
caratteristica di essere manifestazione di volontà degli Stati: sono d’accordo sul disaccordo. È anche
lo strumento che consente di stabilire la base giuridica per la Corte di conoscere di quel caso. La
competenza viene determinata ex post, dopo che la controversia è sorta. Le parti dell’accordo di
compromesso si rivolgono entrambe alla Corte. È una formula un po grezza perché gli Stati
decidono di adire la Corte dopo che è sorta la lite. Prima che si istituisse la Corte il compromesso
era lo strumento mediante cui si rivolgeva la controversia a un’entità diversa dalla Corte. Con
l’istituzionalizzazione di un giudice internazionale è stato possibile poi giungere alla formula della
clausola compromissoria.
2.Ci sono forme più sofisticate di questa: la clausola compromissoria= disposizione inserita in un
trattato in base alla quale gli Stati riconoscono che, al momento in cui aderiscono al trattato, le
controversie che dipendono dall’interpretazione o applicazione di quel trattato sono di
competenza della Corte. Costituisce un passo in avanti rispetto al compromesso. Innanzitutto
perché la clausola è precedente alla controversia. In secondo luogo, la Corte non ha bisogno di un
accordo tra le parti di una controversia=lo Stato attore può agire in modo unilaterale davanti alla
Corte. Il compromesso invece obbliga le parti ad agire insieme. Quindi l’acceso è un diritto dello
Stato singolo che può citare l’altro davanti alla Corte. Lo Stato convenuto è costretto ad andarci
perché ha aderito al trattato.
3.La dichiarazione unilaterale ex art. 36 paragrafo 2 dello Statuto: gli Stati aderenti a tale Statuto
possono in ogni momento dichiarare di riconoscere come obbligatoria, ipso facto, in confronto di
qualsiasi altro Stato che accetti lo stesso obbligo, la giurisdizione della Corte su tutte le divergenze
di ordine giuridico. Quindi una dichiarazione bilaterale. In Italia ciò si è verificato nel Governo
Monti.
Adire la Corte è una scelta di politica internazionale di uno Stato.
Anche per esercizio della funzione contenziosa la Corte deve fare scelte di rilevabilità, perché deve
verificare se sussistono le condizioni e in particolare il titolo di competenza (uno dei 3 strumenti)
della Corte.
Qual è l’effetto delle sentenze della Corte? Art. 94 della Carta ONU: ciascun membro delle nazioni
unite si impegna a conformarsi alla decisione della Corte in ogni controversia di cui esso sia parte.

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Quindi le decisioni della Corte sono vincolanti. Lo Stato può rivolgersi al Consiglio di sicurezza ove
la sentenza non venga attuata (paragrafo 2). Tendenzialmente le sentenze della Corte hanno un
alto grado di osservanza. Quando ciò non avviene l’utilizzo dell’art. 94 paragrafo 2 si rivela un po
complicato. L’assenza di iniziativa del Consiglio è stata colmata dall’attivismo dell’assemblea
generale.

Principio di legalità nell’organizzazione internazionale


In che misura all’interno del sistema dell’organizzazione internazionale viene rispettato il principio
di legalità? Cioè in che misura la condotta di un’organizzazione è conforme alle regole alla base
dell’organizzazione o alle stesse che ha adottato per disciplinare il proprio funzionamento. La
questione posta ha un certo interesse anche alla luce del fenomeno della evoluzione che può
subire l’attività di un’organizzazione internazionale in relazione a una prassi consolidata
dell’organizzazione a modificare lo stesso tenore letterale delle norme contenute nell’atto istitutivo
delle norme.
Nelle organizzazioni dove manca un controllo giudiziario sull’attività dell’organizzazione, sul
rispetto dell’organizzazione delle regole formali poste alla base del suo funzionamento, è più
agevole lo sviluppo di regole per via consuetudinaria anche modificative della forma giudiziale
prevista. E infatti nell’ONU abbiamo potuto constatare la formazione di competenze e di organi in
deroga al sistema della Carta perché in realtà manca un controllo giudiziario accentrato sulla
legalità delle attività poste dall’assemblea generale e dal consiglio di sicurezza. Abbiamo delle
opportunità per cui occasionalmente la Corte potrebbe prendere in esame questo aspetto ma non
è un controllo istituzionalizzato. Laddove c’è un controllo istituzionalizzato, come nell’UE, non si
nota nell’ordinamento significativi scostamenti della prassi rispetto alla forma: ciò perché il
controllo di legittimità accentrato tipico dell’UE è abbastanza rigoroso e attento al tenore dei
trattati. Come modello dobbiamo attenerci a quanto avviene nell’ONU. E all’interno dell’ONU non
poche volte sorgono dissensi tra i componenti degli organi collegiali circa la legittimità o meno di
un data delibera e normalmente questo dissenso viene assorbito attraverso un accordo informale
che viene adottato tra gli SM e che poi è idoneo a determinare una certa prassi, soprattutto se
supportata dall’acquiescenza degli altri Stati. È ciò che è successo nel caso del doppio veto, o del
voto nelle delibere del Consiglio di sicurezza. Ciò non permette di stabilire parametri obiettivi
nell’ambito dell’ONU soprattutto quando gli organi dell’organizzazione hanno adottato delle
proprie norme procedurali. Il regolamento di procedura è stato anche considerato dalla Corte
come un punto di riferimento obbligato per valutare la legittimità delle delibere assunte dagli
organi collegiali. È possibile esaminare la validità degli atti dell’organizzazione da parte della Corte?
La Corte può essere sollecitata per esprimere i suoi pareri soltanto da organizzazioni internazionali
o da organi delle Nazioni Unite e quindi nulla impedisce che organi delle Nazioni Unite chiedano un
parere alla Corte sulla legittimità su determinati atti; però questa opportunità finora non è stata
ampiamente utilizzata anche se in alcuni casi sì. Es. parere sull’organo giudiziario preposto a
risolvere le controversie di impegno nell’ambito delle Nazioni Unite. È possibile che la Corte
internazionale di giustizia possa prendere in considerazione la validità di alcune delibere di organi
dell’ONU in sede contenziosa. La Corte in sede contenziosa può essere adita solo dagli Stati. Solo
gli Stati possono adire la Corte perché solo gli Stati possono aderire allo Statuto della Corte. Quindi
la Corte non può risolvere controversie tra Stati e organizzazioni internazionali. Potrebbe però
accadere che la controversia di Stati investa anche la legittimità dell’organizzazione internazionale
(es. Nazioni Unite). È ciò che è accaduto in una controversia riguardante gli Stati Uniti, nel caso
Lockerbie. Lockerbie è una località della Scozia dove cadde un aereo americano per un atto
terroristico posto in essere dalla Libia. A seguito di questa vicenda la Libia iniziò una procedura
davanti alla Corte internazionale di giustizia perché il Consiglio di sicurezza su sollecitazione del
Regno Unito e degli Stati Uniti adottò una serie di sanzioni nei confronti della Libia che obbligavano

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gli SM dell’ONU a boicottare il traffico aereo in direzione della Libia. E questa delibera quindi
derogava agli obblighi che gli Stati avevano di consentire il traffico aereo in direzione della Libia.
Nell’occasione la Corte si limitò solo ad adottare misure cautelari ma non pose in discussione la
legittimità degli atti posti in essere dal consiglio di sicurezza. Una maggior incisività dell’ONU
nell’assicurare il principio di legalità in forma giurisdizionale e istituzionale è nelle controversie
d’impiego. L’art. 101 della Carta assegna all’assemblea generale la competenza di disciplinare le
norme sul rapporto d’impiego: il personale è nominato dal segretario generale secondo le norme
stabilite dall’assemblea generale. E in base a questa competenza normativa l’assemblea ha deciso
di istituire un sistema giurisdizionale preposto a risolvere le controversie di impiego tra funzionari
dell’organizzazione e l’organizzazione stessa. Questo giurisdizionale si è poi perfezionato perché
prevede due gradi di giurisdizione. Le controversie di impiego non sono peraltro limitate all’ONU.
Nell’ambito dell’UE fino a poco tempo fa operava una sezione specifica preposta a fronteggiare le
controversie d’impiego tra i dipendenti dell’UE e l’UE. Queste competenze sono state ora assorbite
dal tribunale. Per le altre organizzazioni internazionali ci sono 2 soluzioni: o l’organizzazione
istituisce un proprio meccanismo giudiziario oppure si avvale del tribunale amministrativo
(preposto a fronteggiare le questioni d’impiego) istituito presso l’OIL. Funzione pubblica
internazionale= complesso di funzionari che operano nell’ambito di organizzazioni internazionali.
Il principio di legalità non è molto soddisfatto quando l’organizzazione internazionale, in particolare
l’ONU, adotta liste nere. Liste nere=pratica del Consiglio di sicurezza in specie di indicare in appositi
elenchi le persone private, fisiche o giuridiche, che siano soprattutto ritenute responsabili di atti di
terrorismo internazionale. Scatta negli Stati nel quale si trovano queste persone l’obbligo di
adottare determinati provvedimenti limitativi della loro libertà di movimenti. Ma considerando vari
problemi che riguardano tali liste, il Consiglio di sicurezza ha apportato qualche aggiustamento, in
particolare ha istituito una sorta di difensore civico che dovrebbe farsi interprete delle esigenze di
garanzia delle persone interessate, quindi se del caso sollecitare se del caso il Consiglio di sicurezza
per sollecitare a rimuovere il nominativo. La formazione di organizzazioni internazionali introduce
una svolta significativa rispetto al diritto internazionale tradizionale. Però le organizzazioni non
sono entità assolute come gli Stati: esse hanno competenze che le sono state conferite dagli Stati.
Per questo si ritiene che la rilevanza internazionale dell’organizzazione non può che essere
circoscritta alle materie che le sono state riconosciute. Ecco perché si parla di principio di relatività
o ancora in modo più puntuale di principio di specialità= ogni organizzazione ha una sfera di
soggettività internazionale che è speciale perché ricondotta all’attività che l’organizzazione può
esercitare in base alle sue competenze. Queste competenze vanno ricostruite tenendo conto del
trattato istitutivo ma non tralasciando la possibilità che una prassi abbia registrato un
ampliamento delle sue competenza.
Il dubbio che si deve risolvere almeno dal punto di vista concettuale, è come si possa affermare la
soggettività delle organizzazioni verso tutti gli Stati? L’organizzazione non può raccordarsi al
principio di effettività (che vale per gli Stati) per il fatto che essa agisce e opera per effetto di un
trattato istitutivo che le ha consentito di agire e nel quale vanno trovate le regole che disciplinano
la sua attività. Quindi l’unica spiegazione che si può dare è che la rilevanza erga omnes della
soggettività dell’organizzazione trovi fondamento nel suo trattato istitutivo. Ma se così è bisogna
superare anche il passaggio successivo. Cioè il trattato come tale, in quanto concepito come
incrocio di volontà tra gli Stati, di norma determina effetti giuridici tra gli Stati. Quindi se si parla di
personalità giuridica internazionale radicata nel trattato istitutivo dell’organizzazione, questo
legame giustificherebbe la personalità giuridica internazionale solamente tra gli Stati parte
dell’organizzazione. L’UE può far valere la sua personalità giuridica nei confronti di Stati che non
sono membri? È lo stesso problema che si pone per quanto riguarda l’ONU: può farla valere nei
confronti di Stati terzi? C’è quindi una dimensione della personalità giuridica internazionale che

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trascende il sistema pattizio che ha dato origine all’organizzazione che ha effetti erga omnes. E
questa opportunità è possibile coglierla nei trattati-regime= forma di trattato che ha la
caratteristica di offrire una regolamentazione giuridica che non si esaurisce nei rapporti tra gli Stati
parti ma che coinvolge l’intera società internazionale.
La circostanza che l’organizzazione internazionale diventi soggetto di diritto internazionale pone le
premesse per spiegare anche il modo in cui ha luogo il rapporto tra organizzazioni internazionali.
Tale rapporto non può che essere di reciproca parità nel rispetto delle reciproche competenze. Se il
rapporto tra organizzazioni è sulla base del diritto internazionale generale un rapporto paritario ciò
non esclude che si possano delineare delle condizioni storico giuridiche che favoriscano situazioni
che assicurino il primato di una sull’altra. Le formule al riguardo possono essere diverse. La più
fisiologica è l’eventualità che un’organizzazione diventi membro dell’altra. Es. UE è membro
dell’Organizzazione mondiale del commercio: questione sui dazi che gli Stati Uniti vogliono imporre
agli SM dell’UE. La configurazione di una certa subordinazione di organizzazioni nazionali può
assumere una diversa formula ed è quella seguita dalle Nazioni Unite. Esse furono istituite con
l’intento di farne il foro principale che guidasse il processo di pace nel mondo. Nella Carte furono
escogitate due formule che permettono alle Nazioni Unite di avere un certo primato nei confronti
di altre organizzazioni. Quando il Consiglio di sicurezza assume le sue delibere ai sensi del capitolo
VII prevede che gli Stati terzi devono agire in conformità alle soluzioni del Consiglio di sicurezza. In
modo analogo si ritene che vadano estese agli Stati terzi. Es. UE. La Carta configura una sorta di
gerarchia tra l’organizzazione delle Nazioni Unite e le organizzazioni regionali: art. 52, 53, 54 della
Carta. Queste organizzazioni regionali cosa sono? Non esiste una definizione ma normalmente
nella prassi diplomatica si intende per tale termine quelle organizzazioni che operano in un
determinato contesto geopolitico che presenta una certa omogeneità tra gli Stati. Tuttavia negli
art. 52 e seguenti si parla di organizzazioni che hanno le funzioni di mantenimento della pace, in
particolare l’istituzione di sistemi di mutua assistenza collettiva sotto il profilo militare. Es.
nell’emisfero occidentale erano maturate forme di cooperazione strutturata tra gli Stati ai fini del
mantenimento della pace. La NATO è un’organizzazione regionale, come anche il Patto di Varsavia.
Queste esistevano anche in Asia. Questo fenomeno si è riproposto anche in Africa a partire dagli
anni ’60. A volte possono essere anche sub-regionali, quando riguardano una fetta di continente.
L’indicazione data dalla Carta era quella di coordinare l’azione di queste organizzazioni con il
Consiglio di sicurezza. Art. 53: il consiglio di sicurezza utilizza se del caso le organizzazioni regionali
per azioni coercitive sotto la sua direzione. Ciò non ha avuto riscontro nella prassi. Piuttosto si sono
delineate formule cooperative attraverso le quali le organizzazioni regionali hanno contribuito allo
svolgimento di azioni delle Nazioni unite ma senza porsi in una situazione di subordinazione nei
confronti del Consiglio di sicurezza. E tale possibilità si è verificata in particolare nel Sudan centro-
occidentale (Darfur): missione Iunamid è una missione congiunta, tanto che si può attagliare a
Iunamid organo comune delle due organizzazioni. Anche altre missioni si sono caratterizzate per
questa sorta di concertazione tra le organizzazione regionale e l’ONU.

Istituto specializzato
La seconda tipologia di ordinamento è quella di istituti specializzati (=organizzazioni internazionali
che assumono uno status specifico, quello di istituto specializzato). L’istituto specializzato è
un’organizzazione internazionale che ha un proprio atto costitutivo (=trattato internazionale), una
propria struttura. La qualifica di istituto specializzato viene assunta a seguito di un accordo tra
l’organizzazione di cui stiamo parlando e l’ONU. Tale accordo prende il nome di accordo di
collegamento.
Quali sono questi istituti? L’elenco è piuttosto lungo. Qualche esempio: l’OIL (fondata nel 1919) è
diventata un istituto specializzato; FMI (1944); Banca Mondiale per la ricostruzione e lo sviluppo
(1944); UNESCO.

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Ovviamente non tutte le organizzazioni sono istituti specializzati. Lo sono normalmente quelle
organizzazioni che hanno una dimensione universale, ma non tutte. Es. Agenzia internazionale che
controlla l’energia nucleare non lo è.
Art. 57 della Carta stabilisce le condizioni per il possibile accesso delle organizzazioni internazionali
a tale condizione. Gli istituti costituiti con accordi e aventi secondo gli statuti vasti ambiti d’azione
sono collegati alle Nazioni Unite in base a quanto prevede l’art. 63. Il Consiglio economico e sociale
può concludere accordi con qualsiasi istituto esplicato nell’art. 57.
Quale condizione si delinea nei rapporti tra ONU e istituto specializzato? Art. 58: l’ONU fa
raccomandazioni per l’attività degli istituti specializzati= non esiste un potere coercitivo diretto
dell’ONU nei confronti dell’istituto. FMI secondo gli Stati che lo hanno istituito avrebbe dovuto
occuparsi della stabilità dei cambi valutari internazionali. Il FMI veniva incontro ai Paesi in difficoltà:
i prestiti venivano dati agli SM del Fondo. Per diventare membri del Fondo bisogna ricorrere alla
sottoscrizione (?). Questa sottoscrizione avviene in moneta nazionale convertita il dollaro. Sulla
base della disponibilità del fondo, il Fondo effettuava prestiti. Nel corso del tempo il fondo ha
esteso le sue competenze, ma questa competenza era quella che doveva essere la principale.
Quando uno Stato fa richiesta il Fondo pone delle condizioni, che si manifestano in quella che è la
lettera di intenti dello Stato: dichiarazione nella quale uno Stato si impegna a fare una serie di cose
che sono state concordate col Fondo. Gli Stati che hanno attivato tale procedura hanno
normalmente soddisfatto le esigenze del fondo. Non sempre il Fondo ha rispettato le
raccomandazioni dell’assemblea generale ai sensi dell’art. 58 della Carta. Es. quando negli anni ’60
l’assemblea raccomandò al Fondo di seguire una politica rigorosa nei confronti del Portogallo il
fondo ignoti questo tipo di sollecitazione.
È anche vero che l’azione degli istituti specializzati può non essere adeguata per situazioni che
minacciano la pace internazionale. Es. ebola. Nel campo della sanità opera l’Organizzazione
mondiale della sanità (OMS) e si dette da fare per cercare di circoscrivere l’epidemia, ma fece
venire in rilievo i suoi limiti. Il Consiglio di sicurezza intervenne con una risoluzione importante,
mostrando di poter intervenire in modo molto più efficace rispetto all’OMS. In questo caso il
Consiglio si sostituì alla OMS e ciò può essere significativo per evidenziare una possibile regola
generale: vale a dire che l’esistenza tra un’accordo di coordinamento tra Consiglio e OMS
determina un coordinamento tra di essi, però non rimuove le competenze private del Consiglio in
tema di mantenimento della pace e quindi nulla esclude la possibilità del Consiglio di assumere
unilateralmente provvedimenti che prevaricano l’organizzazione e si impongono agli Stati.

Le fonti di diritto internazionale (in maniera più approfondita rispetto all’introduzione di poche
lezioni fa)
Parlando di fonti si fa riferimento alle forme regolatorie che il diritto internazionale assume per
disciplinare i rapporti tra i soggetti di diritto internazionale, ovvero anche per rivolgersi ad entità
diverse. Essendo forme ce l’ordinamento internazionale determina da sé si tratta di forme
regolatorie che trovano legittimazione solo all’interno dell’ordinamento internazionale.
Tale ordinamento non ha un documento, un atto, uno strumento, nel quale sono elencate le fonti
in modo esaustivo. Però abbiamo una norma che può guidare l’interprete alla ricerca di tali fonti.
Art. 38 dello Statuto della Corte: rivela delle espressioni che oggi sono un po desuete a meno che
non si svolga un’interpretazione evolutiva dell’art. 38. Inoltre lo Statuto, volendo descrivere la
tipologia di fonti di diritto internazionale, tiene presente la realtà delle fonti del 1920 e quindi non
ci dobbiamo meravigliare se la formulazione dell’art. 38 presenta alcune lacune, dettate
dall’evoluzione che l’ordinamento internazionale ha nel frattempo registrato anche in tema di fonti
di diritto internazionale.
L’ordine dell’elenco dell’art. 38 potrebbe dar origine ad una sorta di gerarchia (questa idea di
gerarchia ha un certo fondamento ma solo entro determinati limiti): a)Convenzioni internazionali

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sia generali che particolari che stabiliscono norme riconosciute b)la consuetudine internazionale
come prova di una pratica internazionale concepita come diritto c)principali di diritto riconosciute
dagli Stati civili. Tale elenco presenta lacune, le fonti non richiamate sono le norme derivate. Le
lacune più significative sono altre: norme imperative (=nocciolo duro del diritto internazionale in
quanto inderogabili da parte dei trattati). È un elenco datato perché nel 1920 non c’era l’idea che ci
fossero regole consuetudinarie di natura imperativa. L’altra lacuna dell’art. 38 è l’assoluta
mancanza di riferimenti agli atti unilaterali, in particolare la promessa unilaterale, come fonte di
produzione del diritto. Come vedremo l’atto unilaterale è stato dalla stessa Corte avvallato, in
particolare nella controversia nel 1984 tra Francia e Australia e Francia e Nuova Zelanda, a
proposito della prassi francese di fare esperimenti nucleari in atmosfera; Australia e Nuova Zelanda
hanno avviato un procedimento di fronte ala Corte perché ritenevano che questa condotta
francese fosse illegittima. La Corte asserì solamente che la Francia, avendo fatto dichiarazioni
pubbliche nel senso di promettere la cessazione di esprimenti nucleari, aveva fatto una promessa
unilaterale che impegnava erga omnes la Francia e quindi questo era sufficiente per rimuovere
l’esistenza della controversia e nel contempo asserì una fonte di diritto che non era citato nello
Statuto. Ma com’è possibile che la stessa Corte si inventa una fonte di diritto internazionale che
non è prevista nel suo Statuto? All’inizio dell’art. 38 si dice che ‘la Corte, la cui funzione è quella di
decidere in base al diritto internazionale’, quindi se lo Statuto è silente ciò non impedisce alla corte
di dare atto all’esistenza di una fonte non contemplata nello Statuto.
Qual è il modello di fonti e come si coordina questo modello di fonti indicato dall’art. 38? Primo
problema che si pone è capire se il modo di descrivere le fonti dell’art. 38 stabilisce una
preminenza della lettera a. La scelta di iniziare la descrizione delle fonti partendo dal trattato si può
comprendere per l’epoca storica in cui è datato lo Statuto: c’era il convincimento che l’accordo
fosse la fonte principale anche per l’elevato grado di certezza del diritto che offre rispetto alla
consuetudine. Ma pur nella consapevolezza della scelta storica fatta nel 1920 per l’elaborazione
dell’art. 38, per la Corte il rapporto tra accordo e consuetudine è un rapporto di reciproca
derogabilità. Può peraltro riscontrarsi la possibilità che la norma contenuta in trattato abbia anche
valenza consuetudinaria. In questo caso avremo la possibilità di valorizzare la norma sia come
parte del trattato che come consuetudine. Lo strumento trattato, la convenzione, può essere usato
come oggetto per codificare le regole di diritto internazionale generale, ovvero le convenzioni di
codificazione.
Consuetudine internazionale: fonte normativa che presenta caratteristiche molto particolari
rispetto all’ordinamento interno. La Corte internazionale di giustizia ha sostenuto che la sua
formazione deve coincidere con la formazione binaria della consuetudine: l’elemento oggettivo e
l’elemento soggettivo. L’elemento oggettivo riguarda l’uso ripetuto e costante dai consociati, il
emerge il dato effettivo secondo cui i consociati si comportano in una certa materia. Ma ciò non è
sufficiente perché la circostanza che si verifichi un certo comportamento non è il riflesso
necessariamente di una norma giuridica, ma potrebbe trattarsi di una norma morale. È necessario
l’elemento soggettivo, ovvero la convinzione, dei consociati che seguono quel comportamento, di
seguire una regola che li obbliga in tal senso. Il diritto internazionale generale (che riguarda l’intera
società internazionale) è di matrice consuetudinaria, e questo perché non sarebbe possibile
utilizzare il trattato di avere efficacia universale (l’ha per gli Stati parte). Questo non costituisce il
solo orizzonte di regole consuetudinarie: si possono avere in ambito regionale (spazi che
coinvolgono più stati) o locale (nei rapporti tra due Stati). Questa articolazione del processo di
creazione della consuetudine a più livelli e in più parti del mondo ha fatto pensare a una
frammentazione dell’ordine giuridico internazionale: come si fa a configurare come unitario un
diritto internazionale costituito regole di portata generale ma di dimensione regionale? Es. in
Europa è forte il convincimento CEDU enunci una serie di diritti della persona che costituiscono

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una sorta di ordine pubblico europeo, regionale. E qualcosa di simile si può dire anche a proposito
dell’emisfero occidentale e dell’Africa. Il rischio di una pluralità di regole generali effettivamente
esiste, però il diritto internazionale almeno finora ha dimostrato di saper assorbire questo
pluralismo di regole generali, riconoscendo la rilevanza che va data alle regole di diritto
internazionale generale e al ruolo che svolgono le norme imperative come norme universali.
La formazione della consuetudine non è un procedimento formalizzato, non è riconducibile a una
norma sulla produzione giuridica. È una formazione scontata, si esplica in termini di effettività e di
opinio iuris. Non essendoci una procedura formalizzata per la sua formazione però bisogna fare
riferimento a tutta una serie di elementi che non sono tipici ma che convergono verso
l’attestazione dell’esistenza dell’elemento oggettivo e soggettivo. Nella società internazionale
classica la rilevazione della regola consuetudinaria avveniva in termini assolutamente induttivi. Con
ciò si fa riferimento al modo in cui l’operatore giuridico di quegli anni operava per riscontrare
l’esistenza di elementi di formazione della consuetudine. In quegli anni, essendo pochi gli Stati (e
soprattutto concentrati nell’area europea), l’operatore rilevava fatti qualificati posti in essere dagli
Stati e verificava se questi fatti convergevano verso un modello uniforme di comportamento. Era
necessario capire se gli Stati che partecipavano alla formazione della consuetudine convergevano
attraverso la loro prassi, attraverso l’opinio iuris, nell’esistenza della regola che avrebbero dovuto
rilevare. Negli sviluppi successivi della società internazionale, soprattutto con l’emergenza delle
organizzazioni, questa pratica induttiva si è ridimensionata in parte perché le organizzazioni hanno
concentrato in larga misura in sé il processo di formazione della consuetudine: lo hanno fatto
perché, in particolare l’ONU, avendo la qualità di essere un foro universale, hanno adottato modelli
di riferimento che ha facilitato la canalizzazione della prassi degli Stati in armonia con tali modelli.
Tali modelli non erano imposti, ma proprio perché fanno riferimento a regole generali ecco che
l’esistenza di questo modello scritto ha consentito agli Stati di meglio chiarire la propria posizione
rispetto a quel modello e quindi di facilitare, accentrare, la formazione della regola
consuetudinaria coerente con quel modello. Ciò ha impedito che nelle aree in cui l’organizzazione
non è intervenuta o interviene perduri il modello induttivo. In particolare il modello che vede
l’azione degli Stati protagonisti dell’enunciazione di un certo modello e che registra l’acquiescenza
(non contestazione) degli altri Stati che non sono attivi nel promuovere questo tipo di modello. Es.
nell’immediato secondo dopo guerra, gli Stati Uniti e altri Stati dichiarano di estendere la loro
sovranità sulla piattaforma continentale (zoccolo sotto la superficie del mare che è ricco di risorse
minerarie). Gli altri Stati si mostrano acquiescenti. Quindi abbiamo Stati che sono protagonisti
dell’affermazione di un nuovo modello di diritto internazionale generale e altri Stati che non
contestano tale affermazione. Non contestando quel modello, favoriscono l’affermazione del
modello generale che può essere opposto anche a loro.
Il solo modo che uno Stato ha di frenare l’opponibilità nei confronti di quel modello è ricorrere alla
figura dell’obiettore permanente= riguarda quello Stato che fino dal primo momento in cui
determina l’emergenza di un nuovo modello normativo universale contesta la sua esistenza. In
questa materia opponendo la posizione l’obiettore si impedisce che quel modello normativo possa
essere fatta valere nei suoi confronti.

Ok fino 9/10
10/10 manca

Invalidità relativa è sanabile a differenza dell’assoluta. Carattere assolutamente tassativo delle cause di
invalidità del trattato. L’art. 42 paragrafo 1 della Convenzione sul diritto dei trattati lo afferma. Ciò riflette la
preoccupazione del diritto internazionale di preservare nei limiti del possibile il patrimonio giuridico.
Proprio perché esiste questo parametro strutturale, le cause d’invalidità devono essere tassative e dove
possibile devono essere interpretate in modo restrittivo.

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Il diritto internazionale dei trattati si preoccupa della validità del consenso dello Stato a vincolarsi al trattato.
L’ultima causa d’invalidità assoluta si discosta come ratio. La Convenzione di Vienna sancisce l’invalidità dei
trattati se in conflitto con una norma imperativa di diritto internazionale dei trattati (art. 53 ius cogens). In
questo caso l’invalidità è assoluta ed è correlata ad un assetto gerarchico delle fonti di diritto internazionale
in quanto il trattato conterrebbe disposizioni che sono in contrasto con le norme imperative. L’art. 53 è la
prima disposizione pattizia ovvero la prima regola codificata a proposito delle regole imperative di diritto
internazionale generale, e quindi è una norma che va conosciuta: è nullo qualsiasi trattato che al momento
della sua conclusione è in conflitto con una norma imperativa del diritto internazionale generale. Il contrasto
tra trattato e la norma imperativa potrebbe manifestarsi in un momento successivo della conclusione del
trattato, qualora si sia creata una norma imperativa nuova ed il contenuto di questa regola si oppone al
trattato. In questo caso si parla di estinzione. Il vantaggio dell’art. 53 è che reca una definizione della
norma imperativa: ‘è norma imperativa del diritto internazionale generale una norma accettata e
riconosciuta dalla comunità internazionale degli Stati nel suo insieme, quale norma della quale non è
consentita nessuna deroga e norma sovraordinata rispetto ai trattati’. Quindi si sta parlando di norme
imperative che si pongono in una posizione sovraordinata rispetto ai trattati al punto che una norma del
trattato contraria alla norma imperativa determina la nullità del trattato. L’art. 53 quando stabilisce
l’esistenza della norma imperativa fa riferimento alla norma di diritto internazionale generale accettata e
riconosciuta dalla comunità internazionale degli Stati nel suo insieme; quindi sicuramente la norma
imperativa deve essere sorretta da una opinio iuris qualificata, cioè l’elemento oggettivo della regola
consuetudinario deve essere qualificato. La formula ‘dalla comunità internazionale degli Stati nel suo
insieme’ viene letta nel senso che l’esistenza di una norma imperativa e la sua opponibilità alle parti di un
trattato non riconosce la figura dell’obiettore permanente. La norma imperativa di cui all’art. 53 deve essere
una norma di diritto internazionale generale: quando si usa questa espressione si fa riferimento ad una
norma che ha portata universale. Quindi l’art. 53 non tiene presente ai fini dell’invalidità dei trattati come
disciplinata dalla Convenzione l’eventualità che si formino norme imperative di portata generale. Es. Corte
EDU usa qualificare la CEDU come strumento costituzionale di ordine pubblico europeo. Ma anche ove si
arrivasse ad una tale determinazione, cioè di ritenere che almeno alcune norme o diritti garantiti dalla CEDU
costituiscano norme di portata inderogabile, esse sarebbero estranee all’applicazione dell’art. 53 perché si
riferisce solamente alle norme di diritto internazionale generale.
Come spiegare la portata percettiva particolare delle norme imperative di diritto internazionale al punto di
determinare la nullità del trattato contenente disposizioni contrarie alla norma imperativa? Si tratta di un
principio di gerarchia delle fonti nel diritto internazionale. Es. il divieto di uso della forza, di aggressione,
contenuto nella Carta ONU. Non si riterrebbe valido oggi il patto segreto tra Germania e Unione Sovietica
Es. diritto di autodeterminazione con riguardo alla popolazione araba in Palestina. Questi principi che sono
al vertice della gerarchia delle fonti di diritto internazionale riescono quindi a condizionare la validità dei
trattati, in cui c’è un’intesa tra gli Stati ma è una volontà che denota il disprezzo verso i valori supremi
dell’ordinamento internazionale. Come vedremo, l’esistenza di questi valori supremi non incide solo sulla
validità dei trattati ma anche degli atti interni se commessi in violazione dei principi medesimi.

Ambito di efficacia di un trattato


Di norma il trattato, essendo espressione del consenso degli Stati, non può che avere effetti tra gli Stati che
ne sono parte. La regola del consenso è esplicitamente richiamata dall’art. 26 della Convenzione di Vienna
sul diritto dei trattati. Quando questo articolo propone la formula pacta sunt servanda recita: ogni trattato
in vigore vincola le parti (principio del consenso). Il trattato sulla base di questo consenso può avere effetti
di varia natura: obblighi di natura sinallagmatica, obblighi solo per una parte, obblighi reciproci o erga
omnes.. Quel che conta è che in linea di principio il trattato vincola le parti del medesimo.
Ciò non significa che il diritto internazionale non conosca eccezioni. È innanzitutto possibile che il trattato
preveda obblighi nei confronti di Stati terzi (=che non hanno aderito al trattato). Es. Carta ONU prevede la
procedura di ammissione per Stati diversi da quelli originari. In tal caso si distingue tra trattati aperti e
chiusi. La disciplina sugli effetti del trattato nei confronti di Stati terzi è regolata dagli art. 34 e seguenti della
Convenzione di Vienna. Art. 34: un trattato non crea obblighi o diritti per uno Stato terzo senza il suo
consenso= uno Stato terzo può non aderire al trattato ma non impedisce che il consenso dello Stato terzo
possa legittimare l’effetto che il trattato prevede nei suoi confronti. Gli art. 35 e 36 disciplinano il modo in

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cui lo Stato terzo mantenga il suo consenso ad accettare quelle disposizioni del trattato che lo concernono.
Il principio è sempre lo stesso= ci deve essere il consenso dello Stato terzo. Questo consenso è però
sottoposto a formule diverse secondo che il trattato preveda nei confronti dello Stato 3 la costituzione di
diritti o la costituzione di obblighi. Il consenso deve essere espresso in modo puntuale se si tratta di obblighi
di Stati 3. Art. 35: c’è una condizione formale e rigorosa: ‘accettata espressamente per iscritto’. Questo si
spiega in quanto lo Stato terzo vede limitata la propria libertà accettando ciò. Infatti si richiedono prove
tangibili che lo Stato terzo si sia vincolato a rispettare quelle disposizioni. La procedura è meno fiscale se il
trattato configura diritti per lo Stato 3, perché si presume che lo Stato 3 acconsenta. C’è una presunzione di
accettazione del consenso quindi, a meno che lo Stato beneficiario non si opponga.
Si può dire che la disciplina degli art. 34, 35, 36 esaurisca il panorama internazionale riferito a tale tematica?
No, anche se la Convenzione di Vienna non ne parla ci sono dei fenomeni di trattati che per le loro
caratteristiche non rientrano nello schema consensualistico degli art. 34 e seguenti della Convenzione e
tuttavia nella prassi è ricorrente che determinano effetti nei confronti di Stati terzi. Stiamo parlando del
trattato-regime= trattato che detta una disciplina riferita a determinate questioni, materie, beni ed è una
disciplina suscettibile di avere effetti erga omnes, oltre la sfera degli Stati che sono parti di quel trattato. La
rilevanza di questi trattati regime non va confusa con l’eventualità che specifiche disposizioni del trattato
assumano rilevanza consuetudinaria: è una possibilità questa prevista dal fenomeno delle codificazioni,
tanto da parlare di un’obliquità normativa; tuttavia il fenomeno dei trattati regime è diverso da quello di
regole di natura consuetudinaria. Ciò perché i trattati regime sono caratterizzati da disposizioni analitiche
sovente supportate da procedure specifiche che sono supportate da norme pattizie. Es. Carta ONU è un
esempio significativo della prospettiva universalista che si pone lo strumento pattizio. Art. 2 paragrafo 6 fa
chiaramente riferimento alla opponibilità nei confronti di Stati non membri dell’ONU delle determinazioni
che il Consiglio di sicurezza ha assunto per il mantenimento della pace.
Esempi in cui il trattato regime è la sola fonte di regolamentazione di quella disciplina. Trattato sull’Antartide
del 1959. L’Antartide è una terra emersa nella parte meridionale del pianeta, c’erano rivendicazioni di
sovranità e per congelarle nel 1959 alcuni Stati convennero di scrivere un Trattato. Tale trattato stabilisce il
regime giuridico dell’Antartide. La condizione di Stato parte dell’Antartide è anche subordinato alla capacità
di utilizzare mezzi tecnologici e finanziari, di svolgere ricerche. Il Trattato dell’Antartide è quindi esclusivo, se
non si hanno tali requisiti non si può entrare a farne parte. Il Trattato ha effetti erga omnes. Altro esempio:
la Convenzione sul diritto del mare disciplina il regime giuridico dell’area (suolo degli oceani). Uno Stato non
può avviare un’esplorazione andando contro il volere di questa Convenzione. Altro esempio: la Convenzione
di Ginevra sui rifugiati del 1951 assicura allo straniero che scappa dal suo Stato per ragioni di privazione
delle libertà personali le condizioni di rifugiato. La Convenzione vede numerosi Stati aderenti ma non tutti.
La condizione di rifugiato non si limita soltanto all’ordinamento dello Stato di rifugio ma vale anche nei
confronti degli altri Stati parti della Convenzione (siamo sempre nell’ambito del principio del consenso) e la
condizione è anche opponibile sul piano universale (e quindi nei confronti di Stati che non sono parte della
Convenzione). Fatto questo ragionamento sulla base della prassi emerge che ci sono delle categorie di
trattati che per l’oggetto della disciplina si pongono come regolamentazione esclusiva del diritto
internazionale su quella disciplina, a prescindere dall’esistenza o meno dell’adesione universale degli Stati.
Ciò spiega l’utilizzo dei trattati regime per spiegare la soggettività delle organizzazioni internazionali: queste
sono entità giuridiche distinte dagli Stati perché l’atto istitutivo le rende tali. E questo può essere spiegato
soltanto attraverso la formula del trattato-regime, che permette di universalizzare gli effetti giuridici del
trattato.

Rapporti tra trattati


Se il trattato successivo vede come parte gli Stessi stati del trattato precedente, il trattato successivo viene
ricondotto alla logica dell’abrogazione implicita del trattato precedente. Ci possono essere parti del trattato
anteriore che non intaccano nelle disposizioni incompatibili del trattato successivo e per principio di
conservazione dei valori le disposizioni non configgenti restano in vigore. Ma questa è la formula più
semplice.
Il problema è quando bisogna coordinare obblighi tra trattati che sono conclusi tra parti che non sono
sempre le stesse parti.

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Es. trattato A con Stato B e trattato A con lo Stato C hanno obblighi incompatibili. Solo lo Stato A è parte di
entrambi i trattati.
In questi casi il diritto internazionale, assumendo che entrambi i trattati siano validi, sostanzialmente
stabilisce che lo Stato parte dei due trattati deve eseguire entrambi. Se questo trattato pone obblighi
incompatibili con un altro trattato lo Stato A se adempie ad un trattato non adempie all’altro. Il diritto
internazionale generale non pone una gerarchia tra trattati: i trattati vanno tutti rispettati, anche se uno
Stato è parte di due trattati incompatibili. Sarà a questo punto lo Stato A a decidere quale trattato
rispettare, ma se lo Stato A se adempie ad un trattato non adempie all’altro e vuol dire che tale ultimo
trattato determinerà la responsabilità internazionale dello Stato A. Convenzione di Vienna art. 30.
Ci possono essere formule che risolvano antinomie tra trattati che presentano obblighi tra loro
incompatibili. Può esserci una disposizione puntuale del trattato che dà una indicazione in termini di
coordinamento con altri trattati. Solitamente quando abbiamo questa norma specifica inserita in un
trattato, essa prende il nome di clausola di subordinazione o compatibilità. È pure prevista dalla
Convenzione di Vienna come ipotesi dell’art. 30. Mancando una gerarchia tra trattati, il diritto internazionale
generale non esclude che tale gerarchia possa essere stabilita dagli Stati parte del trattato. È un trattato che
si flette a favore di un altro.
Eccezione a questo modello è la Carta ONU. Essa, all’art. 103, reca la seguente formulazione: in caso di
contrasto tra gli obblighi contratti dai membri delle nazioni unite con la presente carta e gli obblighi da essi
assunti in base ad altri accordi internazionali prevarranno le regole della presente Carta. È una norma di
tenore opposto a quelle prese in considerazione finora perché sancisce il primato della Carta su ogni altro
obbligo internazionale. Obblighi in conseguenza di risoluzioni vincolanti del Consiglio di sicurezza.
Abbiamo formule ulteriori rispetto a clausola di subordinazione e al primato della Carta ONU: ci sono
formule che permettono di comporre l’attrito tra trattati. Un’ulteriore possibilità è che ci sia una clausola di
disconnessione: dare la possibilità a taluni Stati di poter concludere trattati che deroghino alla disciplina del
trattato contenente la clausola di disconnessione. Es. trattati di cooperazione giudiziaria in materia civile
dove ci sono SM dell’UE.
Art. 53 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Essa accetta di essere disapplicata qualora lo Stato
parte della CEDU sia destinataria di un obbligo pattizio che prevede un trattamento più favorevole nei
confronti della stessa persona. Il problema che si pone è che non esiste un parametro unico per la
determinazione del trattamento più favorevole. Sul piano del diritto internazionale generale ci sono due
formule che aiutano a comporre le divergenze tra trattati.
Una prima formula è quella di ritenere che una determinata norma pattizia abbia natura di diritto speciale.
Nella Convenzione di Vienna dei trattati non si parla di principio di specialità ma nella prassi viene evocato.
Es. diritto di guerra, nell’ambito dei conflitti armati vedremo che in quelle situazioni bisogna applicare le
regole contenute nel trattato e consuetudini che riguardano i conflitti armati in quanto norme speciali.
L’altra formula è quella del criterio dell’integrazione sistemica: le norme vanno lette nel rapporto reciproco.

La riserva
La riserva ai trattati ha una sua definizione nella stessa Convenzione di Vienna del diritto dei trattati. Art. 2
lettera ‘d’ della Convenzione (logica di dare una nozione di riserva): il termine riserva indica una
dichiarazione unilaterale, quale che sia la sua formulazione o denominazione, fatta da uno Stato quando
sottoscrive, ratifica, accetta o approva un trattato mediante la quale esso mira ad escludere o modificare
l’effetto giuridico di alcune disposizioni del trattato nella loro applicazione a tale Stato.
La riserva mira ad escludere o modificare l’effetto giuridico di alcune disposizioni del trattato. Con la riserva
lo Stato dichiara che specifiche disposizioni del trattato non hanno valore vincolante nei suoi confronti
ovvero lo hanno ma con un significato, con una portata che è specifica dello Stato che fa la dichiarazione. In
altri termini definisce la portata applicativa. Non si tratta di un’interpretazione ma parliamo della
disposizione e quindi degli effetti vincolanti della disposizione. Da ciò si percepisce l’idea che il trattato
abbia una sua flessibilità, ma non sempre i trattati presentano questa flessibilità, ovvero non precisano i
termini in base ai quali va gestita questa flessibilità. E allora si tratta di capire quali sono le formule che il
diritto internazionale ricava dalla prassi e cosa succede quando un trattato nulla dispone a proposito della
flessibilità del medesimo trattato. Si fa riferimento all’art. 19 della Convenzione di Vienna per sciogliere
questi dubbi: ci dice quando uno Stato può fare la riserva. ‘Uno stato nel momento di sottoscrivere,

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ratificare, accettare o approvare un trattato può formulare una riserva a meno che non sia colpita dal
trattato’. Il trattato può escludere che si possano fare riserve o che su determinate norme si possa fare
riserva. Può ammettere la riserva per una certa tipologia di norme. Quando il trattato nulla dispone sulle
riserve bisogna fare ricorso al diritto internazionale generare che ci dice che quando il trattato nulla prevede
la facoltà del trattato di esprimere una riserva è ammessa solo se compatibile con l’oggetto e lo scopo del
trattato. Non c’è dubbio che la formulazione dell’art. 19 in linea di principio della riservabilità (?) di trattati
che non abbiano regolato la riserva ha accentuato il carattere di flessibilità dei trattati. La riserva deve
essere compatibile con l’oggetto e lo scopo del trattato.
Quando inserire la riserva? Momento della firma e momento della ratifica.
Chi la può inserire? È apposta dall’organo esecutivo.
Nella prassi sono state anche ammesse riserve tardive.
Possono anche essere ritirate.
Cosa accade quando uno stato formula una riserva che non è prevista ne regolata dal trattato? Si tratta di
stabilire se sia compatibile con l’oggetto e lo scopo del trattato. L’art. 20 della convenzione di Vienna detta
una lunga disciplina con riferimento a questo aspetto. Quando uno Stato appone delle riserve può avvenire
nel momento della firma o della ratifica. Gli Stati hanno un periodo di 12 mesi per manifestare la loro
posizione rispetto alla riserva. Quindi l’effetto della riserva non si perfeziona al momento della
manifestazione unilaterale dello Stato ma quando si verifica la reazione degli altri Stati. Anche l’effetto della
riserva è succube della volontà collettiva degli Stati. Se gli Stati non reagiscono vuol dire che sono stati
acquiescenti. Se lo Stato obiettore non determina l’incompatibilità ma dissente nel merito della riserva il
trattato sarà in vigore tra gli Stati ma con esclusione della risoluzione riservata.
Questa è la procedura prevista dalla Convenzione, ma nella prassi si sono verificati casi diversi rispetto a
quelli dell’art. 20 della Convenzione che attengono all’atteggiamento che alcuni organismi di controllo detti
‘trattati a tutela dei diritti degli esseri umani’ hanno manifestato a proposito delle riserve. Questi organismi
di controllo si sono occupati di riserve apposte da singoli Stati parte del trattato. Es. Cipro del Nord e riserva
della Turchia: considerata invalida.

Interpretazione dei trattati


L’interpretazione dei trattati presenta caratteristiche per certi versi affini ad una norma di diritto interno.
Criteri letterario (criterio che incentra l’interpretazione sul significato delle singole espressioni), sistematico
(in base al contesto) e teleologico (intende valutare lo scopo della disposizione).
Sono criteri che si ritrovano anche nel diritto interno. Ma questi appartengono al patrimonio giuridico
universale del diritto formalmente posto. Vanno commisurati alla natura particolare del trattato. Il trattato
come fonte conosce la volontà collettiva e il consenso è il motore del trattato. Anche lo stesso gioco delle
riserve in cui appare evidente la capacità unilaterale dello Stato di determinare il contenuto del trattato è
ricondotta alla cornice strutturale della volontà collettiva degli Stati che sono parti del trattato. Quindi esiste
nel diritto internazionale questa particolare valorizzazione del trattato come espressione della volontà
collettiva delle parti. Però fino a che punto questa volontà collettiva può dominare la scena del trattato
condizionando anche la sua interpretazione? Perché altrimenti potremo dire che il trattato deve riflettere
sempre quella che è la volontà degli Stati. Se radicalizziamo la volontà collettiva come cornice strutturale del
trattato perderemmo la possibilità di considerare il trattato all’interno dell’ordinamento. Ecco quindi che
questa tensione che esiste in relazione all’interpretazione del trattato è rivelatrice di una tensione
strutturale sempre presente nell’ordinamento internazionale tra la posizione degli Stati che sono destinatari
della norma e la posizione dell’ordinamento. È una tensione continua che trova modo di manifestarsi in
forma regolare nell’interpretazione del trattato. Ecco perché l’interpretazione dei trattati è intricante perché
attraverso l’analisi delle norme della Convenzione di Vienna possiamo capire in che termini la stessa
Convenzione abbia combinato la volontà collettiva e l’esigenza ordianemtnale della rappresentazione del
trattato riconducibile a norme oggettive sull’interpretazione. E infatti se guardiamo alle regole
sull’interpretazione enunciate nella convenzione vediamo che ci sono preferenze che la Convenzione
esprime.
Le regole sull’interpretazione dei trattati sono enunciate negli art. 31, 32, 33.
Mentre l’art. 31 stabilisce regole generali di interpretazione dei trattati, l’art. 32 viene intitolato mezzi
complementari di interpretazione. Tra questi mezzi l’art. 32 menziona i lavori preparatori e le circostanze

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nelle quali il trattato è stato concluso. Questo è un mezzo complementare= questi 2 elementi vanno
utilizzati o per confermare il risultato che si assume attraverso le regole generali art. 31 o quando il risultato
cui si perviene mediante le regole generali è irragionevole. I lavori preparatori, vale a dire i negoziati che
sono propedeutici all’adozione di un testo pattizio, sono quelli che meglio evidenziano quale fosse
l’intenzione degli Stati parte del trattato nel momento di concludere il trattato. Plasmato sull’autonomia
delle parti del trattato. La Convenzione ritiene che questo mezzo interpretativo va utilizzato in modo
complementare.
Quali sono i criteri primari di interpretazione del trattato? Art. 31 paragrafo 1 ci indica i criteri interpretativi
privilegiati dal diritto internazionale: il trattato va interpretato secondo buona fede, seguendo il senso
ordinario da attribuire ai temi del trattato nel loro contesto e alla luce dell’oggetto e dello scopo. I criteri
letterario, sistematico e teleologico sono i criteri oggettivi privilegiati, a scapito dei criteri soggettivi di
interpretazione del trattato (come i lavori preparatori).
La scelta fatta dalla Convenzione di Vienna di preferire i criteri oggettivi di interpretazione risulta
confermato dall’art. 33 della Convenzione medesima che si occupa di interpretazioni tra trattati autenticati
in due o più lingue. La convenzione prende atto che nella prassi le convenzioni hanno normalmente uno o
più testi autentici (=versione ufficiale quella indicata dallo stesso trattato). Art. 85: l’originale della presente
convenzione i cui testi inglese, cinese, spagnolo, francese e russo sono ugualmente autentici. Il trattato che
ha più versioni linguistiche autentiche può far emergere una divergenza tra le diverse versioni linguistiche.
Come si risolvono queste divergenze? L’art. 33 ci dice che salvo i casi in cui la Convenzione indichi un testo
autentico prevalente su un altro, si adotterà il senso che tenuto conto dell’oggetto e scopo del trattato
permette meglio di conciliare i testi in questione. Quindi l’interpretazione teleologica è quella tra quelle
indicate dall’art. 31 che dà maggiore libertà di apprezzamento dell’interprete. La prevalenza del criterio
teleologico indica quindi un’inclinazione della Convenzione di Vienna di codificare i criteri d’interpretazione
privilegiando i criteri oggettivi.
La Convenzione peraltro non accenna alcuni criteri interpretativi che pur traendo spunto
dall’interpretazione teleologica hanno una loro autonoma dimensione operativa, e quindi ci sono lacune
nella Convenzione di Vienna che però possiamo colmare con l’idea che si tratta di criteri abbastanza
consolidati nella prassi. Es. nei trattati istitutivi di organizzazioni internazionale è diffusa la dottrina dei
poteri impliciti= interpretazione estensiva delle funzioni dell’organizzazione internazionale quando
l’esercizio di questa interpretazione sia funzionale agli stessi scopi dell’organizzazione. Quindi a questa
vengono riconosciuti poteri che non sono esplicitamente previsti nel trattato ma che per mezzo di questa
interpretazione vengono ad essere riconosciuti.
Un altro criterio oggettivo è la dottrina dell’effetto utile= indipendentemente da quella che può essere stata
l’intenzione degli Stati parte del trattato, una disposizione va interpretata nel senso di dare concreta
applicazione alla disposizione. La dottrina dell’effetto utile è molto frequente nel diritto dell’UE.
Altro criterio non enunciato dalla Convenzione è quello che discende dal principio di conservazione dei
valori. Questo nel senso che per esempio la riserva va interpretata in senso restrittivo e non in senso
estensivo: quindi se uno Stato intende attenuare parte del trattato nei suoi confronti bisogna
nell’interpretazione della riserva seguire un’orientamento che tende a restringere gli effetti della riserva.
Fin qui i diritti oggettivi dell’interpretazione di stampo ordinamentale e generale. L’art. 31 però non si
esaurisce qui. E tra le regole generali dell’interpretazione l’articolo enuncia nel paragrafo 3 tre distinti
ulteriori metodi ausiliari di interpretazione rispetto ai criteri oggettivi. Questi 3 criteri sono in parte diversi
tra di loro: i primi due possono essere ricondotti ad una valutazione della prassi degli Stati più o meno
formalizzata mentre il terzo criterio è di ordine puramente ordinamentale.
La lettera A fa riferimento ad ogni accordo ulteriore intervenuto tra le parti in materia di interpretazione del
trattato.
La lettera B fa riferimento a qualsiasi prassi successivamente seguita nell’applicazione del trattato attraverso
la quale si sia formato un accordo tra le parti in materia di interpretazione del medesimo. Si fa riferimento a
qualcosa di non formalizzato.
Esempi. Un accordo internazionale che abbia come oggetto l’armonizzazione delle norme interne degli Stati
parte può dare luogo ad una prassi e da questa prassi legislativa possiamo avere una convergenza delle
questioni interpretative nei casi che ci interessano. Altra possibilità è che l’interpretazione nel trattato abbia
luogo all’interno di organismi consultativi che gli Stati parte del trattato abbiano costituito in base

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all’accordo pattizio. Es. atti di soft law. Più complesso è stabilire se il riferimento alla prassi successiva degli
Stati includa anche l’attività degli organismi giurisdizionali o di controllo che sono previsti in trattati a tutela
dei diritti umani o altri settori. Come si è già detto a proposito delle riserve questi organismi svolgono varie
funzioni. Nell’ambito delle loro attività questi organismi di controllo svolgono interpretazioni delle norme
che sono vincolanti: di per sé la loro interpretazione normalmente non è vincolante, ma la loro
giurisprudenza può evidenziare l’inclinazione dell’organo verso un modello interpretativo. Questo modello
lo dobbiamo considerare prassi degli Stati anche se non è una prassi specifica degli Stati? Su questo punto
nella valutazione di questi aspetti c’è divergenza in dottrina. La stessa condizione del diritto internazionale
elaborata lo scorso anno non è molto chiara rispetto alla valenza da attribuire all’interpretazione degli
organi di controllo (ovviamente di carattere non giurisdizionale). La Corte costituzionale italiana ha
manifestato tutto il suo imbarazzo quando di fronte alla Carta dei diritti sociali ha preso 2 decisioni che sono
di tenore diverso: in una decisione ha valorizzato l’interpretazione del meccanismo di controllo (una
sentenza col quale ha dichiarato illegittimo costituzionalmente il jobs act); non ne ha dato valore in un’altra
sentenza dove si chiedeva di riconoscere il pluralismo sindacale degli organi di polizia. Il prof è convinto che
non si possa omologare tutte le decisioni degli organismi di controllo, dal momento che c’è il principio di
libertà.

16/10 mattina manca

Estinzione dei trattati


L’estinzione dei trattati può essere vista da due diverse angolature: anzitutto l’estinzione del trattato come
fonte che investe il trattato nel suo insieme e investe tutte le parti del trattato; un’altra prospettiva può
essere quella di valutare l’estinzione in relazione a un singolo Stato parte.
Questa ipotesi è la più semplice, nel senso che uno Stato parte può ritrarsi dal trattato nei casi in cui sia
possibile il recesso dal trattato. La Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati configura questa ipotesi
all’art. 56. Si tratta di una facoltà di uno Stato parte del trattato che può recedere dal trattato se ha la
facoltà. La questione più controvertibile è di stabilire l’esistenza di una simile facoltà: se è espressa dal
trattato non ci sono difficoltà a riconoscere il diritto dello Stato parte ad allontanarsi dal trattato. È quel che
si sta verificando a proposito della Brexit: l’art. 50 TUE prevede il diritto degli SM di recedere. Art. 56 della
Convenzione ancora a una previsione formale del trattato la possibilità di recedere dallo stesso. Nel diritto
internazionale generale non esiste quindi una norma generale che contenga la facoltà di recesso. La
Convenzione ne prende atto e quindi stabilisce che la facoltà di recesso deve essere stabilita dal trattato.
L’interpretazione estensiva del trattato a favore del recesso ritiene possibile il recesso anche in assenza di
un’espressa statuizione del trattato se tale opportunità corrisponda alla intenzione delle parti del trattato o
il recesso possa essere determinato dal trattato. In questo caso per verificare l’esistenza della facoltà di
recesso è possibile risalire ai lavori preparatori e all’intenzione degli Stati e l’altra opportunità è che il
recesso possa essere desumibile. Nel diritto internazionale generale si è formato un orientamento
favorevole ad escludere il recesso quando si tratta di trattati istitutivi di organizzazioni internazionali e per i
trattati a tutela dei diritti umani. In entrambi i casi non sarebbe invocabile la natura del trattato per
giustificare il recesso. Queste sono le circostanze verificabili su richiesta di uno Stato parte. Ci sono poi
circostanze oggettive che il diritto internazionale prefigura e che possono giustificare la pretesa dello Stato
di considerare estinto un trattato. Queste cause di estinzione, proprio perché si tratta di eventi che
compromettono il patrimonio giuridico costituito dal trattato, devono essere commisurate al principio di
conservazione dei valori. Ed è per questo motivo che la convenzione all’art. 42 paragrafo 2 stabilisce per le
cause di estinzione il criterio della tassatività alla stessa stregua di ciò che abbiamo visto per le cause
d’invalidità.
Una prima eventualità in cui si ritrova la conferma di questo principio di conservazione dei valori è indicato
dall’art. 55 della Convenzione: prende in considerazione l’ipotesi per cui il trattato multilaterale abbia perso
un certo numero di Stati parte determinando un numero di Stati parti inferiore a quello che il trattato
multilaterale prevedeva per la sua entrata in vigore. Questo evento non estingue il trattato multilaterale per
il solo fatto che il numero delle parti è inferiore rispetto a quello che era presente nella sua entrata in

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vigore. Quel requisito indispensabile per l’entrata in vigore del trattato viene meno se si abbassa la soglia
ma si vogliono preservare gli effetti del trattato.
Un’ipotesi più semplice di estinzione del trattato si verifica quando il trattato abbia un termine finale, vale a
dire il trattato non venga sottoscritto per una durata indeterminata ma ha una durata determinata (non è
molto frequente). Es. CECA.
Altra eventualità non frequentissima è che il trattato si estingua per consenso di tutte le parti del trattato. Si
tratta del riconoscimento della volontà collettiva come fattore generatore del trattato ma anche come
fattore che può determinare la rimozione del trattato. Questa rimozione è semplice da verificare quando
l’accordo ha per oggetto la rimozione del trattato precedente ma può essere ricavata indirettamente per via
implicita (abrogazione implicita): gli Stati concludono un altro trattato sulla stessa materia e formulano
regole inconciliabili con quello precedente. Il trattato successivo abroga quello anteriore.
Oltre che per volontà degli Stati il trattato può venire meno perché sopravviene un fattore patologico nella
vita del trattato. Queste sono le circostanze oggettivamente costitutive dell’estinzione del trattato. Non si
devono confondere queste circostanze estintive con quelle che sono all’origine dell’invalidità del trattato,
perché l’invalidità può nuocere fin dall’inizio mentre le circostanze estintive avvengono su un trattato che è
valido. Mentre l’invalidità assoluta ha un’efficacia retroattiva, per le circostanze oggettive di estinzione del
trattato si hanno effetti irretroattivi, ex nunc e non ex tunc. Quali sono le circostanze che possono
giustificare l’estinzione del trattato (su richiesta di una delle parti del trattato)? In più casi si parla di
circostanze che possono avere una certa somiglianza coi contratti, anche se per i trattati la formulazione e
l’applicazione di queste circostanze assume caratteristiche particolari.
L’art. 61 prevede l’impossibilità sopravvenuta in esecuzione: è qualcosa di simile alla forza maggiore. Può
essere venuto meno l’oggetto materiale. Es. confine tra Stati delimitato da un corso d’acqua nel quale c’è
un’isola e ciò è accordato in un trattato: nell’ipotesi in cui il fiume dovesse innalzarsi e ricoprire l’isola il
trattato verrebbe meno. Il sopravvenire di vincoli interni all’esecuzione del trattato può costituire un
elemento giustificativo dell’estinzione del trattato medesimo. Ciò riguarda gli organi giurisdizionali dello
Stato: qualora la Corte dovesse asserire che il trattato sia incompatibile con la Costituzione, l’enunciazione
autorevole circa l’incompatibilità del diritto interno con l’obbligo internazionale pure essere fatto valere
dallo Stato per far valere il trattato estinto. L’art. 27 della stessa Convenzione di Vienna dispone: una parte
non può invocare le norme del solo diritto interno per giustificare la mancata attuazione del trattato. Art. 61
al paragrafo 2 esclude altresì che la parte interessata a invocare un’impossibilità sopravvenuta non può
invocare tale circostanza qualora l’impossibilità dipenda anche dalla condotta, atteggiamento che la parte
ha avuto. In altri termini dipende da una condotta dello Stato che avrebbe condotto tale fatto estintivo del
trattato. La Convenzione di Vienna dichiara, in altre parole, la dottrina clean hands= non si può invocare un
fattore estintivo dei trattati quando la parte che invoca questa circostanza sia stata complice del verificarsi di
questo fattore estintivo.
Seconda circostanza estintiva del trattato è prevista dall’art. 62 che attiene al mutamento fondamentale
delle circostanze. Anche qui si hanno analogie coi contratti. Prende in ipotesi l’eventualità che ci sia un
mutamento radicale delle circostanze rispetto a quelle previste originariamente in modo da poter
giustificare per una delle parti il ritiro dal trattato. Si deve trattare di un mutamento qualificato dalla
sussistenza di entrambe le condizioni che indica l’art. 62. Anche in questo caso si può notare che la
Convenzione di Vienna si appella per valutare l’atteggiamento delle parti. Alla luce di un’interpretazione
restrittiva in ragione di tale circostanza di estinzione del trattato vanno valutate una serie di situazioni che
potrebbero far pensare all’emergenza di estinzione del trattato ma non sono tali da determinare un effetto
estintivo:
-cambio del regime politico di uno Stato: la prassi internazionale evidenzia che di norma questo evento non
incide sull’esistenza del trattato.
Es. USA-Cuba.
Lo stesso fenomeno di continuità del trattato si è verificato a proposito dei rapporti Iran-USA.
Trattato politico militare che prevede un’alleanza, se uno Stato cambia regime politico e decide di non aver
più a che vedere con l’alleanza questo può giustificare l’estinzione del trattato.
-effetto della guerra sui trattati: nel diritto internazionale classico la guerra era considerata come un
fenomeno che azzerava gli accordi preesistenti tra gli Stati. Questa impostazione ha subito però delle
modifiche che vanno nel senso del rispetto del principio di conservazione dei valori, perché anche la

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Commissione del diritto internazionale ha ritenuto di sostenere che in linea generale non si può asserire che
l’esistenza di un conflitto armato determini l’estinzione del trattato tra gli Stati belligeranti. Si può al
massimo stabilire che il trattato sia sospeso. Es. trattato Italia-Libia del 2008, quando nel 2011 i Paesi
occidentali decisero di avviare un’azione militare l’Italia entrò in guerra e decise di sospendere l’accordo del
2008.
Ulteriore causa di estinzione è dettata dall’art. 64 della Convenzione di Vienna, che evoca la sopravvenienza
di una nuova norma imperativa del diritto internazionale generale. Art. 64 da non confondere con l’art. 53
della Convenzione, che stabilisce l’invalidità assoluta del trattato se concluso in violazione di una norma
imperativa in vigore nel momento in cui il trattato viene concluso. Diventa rilevante il momento: nel caso
dell’art. 64 il contrasto non si delinea all’origine del trattato (quando è stato manifestato il consenso degli
Stati) ma in un momento successivo, la norma imperativa si è costituita dopo che il trattato ha determinato i
suoi effetti. Nell’ipotesi dell’art. 64 il contrasto riguarda un trattato che ha prodotto effetti validi fino al
momento in cui si è verificata tale incompatibilità: secondo la regola generale dell’effetto estintivo gli effetti
pregressi si sono formati legittimamente in ragione dello stesso trattato e restano validi. Caso di un trattato
che si estingue per contrasto con una norma imperativa sopravvenuta: trattato di garanzia di Cipro, riguarda
un accordo quadripartito e in questo trattato si garantiva l’indipendenza dell’isola ma si stabiliva anche il
diritto di intervento delle potenze che avevano sottoscritto questo trattato. Diritto di intervento che fu poi
invocato dalla Turchia quando invase Cipro del Nord adducendo la tutela della popolazione della parte
settentrionale dell’isola. Mentre negli anni ’60 non si ritenne che questo diritto di intervento ledesse la
sovranità dello Stato cipriota, successivamente si è ritenuto che il diritto di autodeterminazione fosse di
portata imperativa e quindi che il diritto di intervento in un altro Stato fosse inconciliabile con questo diritto.
Quindi il trattato di garanzia si può dire estinto in ragione dell’incompatibilità tra il diritto di intervento da
parte di uno Stato parte previsto dal trattato e la norma imperativa.
Ultima causa estintiva dei trattati è quella indicata nell’art. 60 della Convenzione.
Paragrafo 1: una violazione sostanziale di un trattato bilaterale per opera di una delle due parti legittima
l’altra a invocare la violazione come causa di estinzione del trattato. Lo stesso viene ribadito per i trattati
multilaterali ma circoscrivendo il richiamo di tale circostanza come un fattore di sospensione e non di
estinzione del trattato. Qual è la ragione di tale circostanza di estinzione/sospensione? L’art. 60 paragrafo 1
prevede il diritto di una delle parti a invocare l’estinzione o sospensione come reazione alla violazione del
trattato da parte dell’altro stato. Ciò risente dello schema del diritto internazionale classico in cui gli Stati
avevano l’opportunità di ricorrere a misure di autotutela nei confronti dello Stato che aveva posto in essere
un illecito a danno dello Stato che agisce in nome dell’autotutela. Questa reazione può comportare la
mancata attuazione degli obblighi che lo stesso trattato pone allo Stato che agisce. Il diritto internazionale
però giustifica questo atteggiamento proprio per le ragioni di autotutela che sottostanno alla scelta dello
Stato che ha subito questo torto. In tal caso si parla di ricorso alla formula inadimplenti non est
adimplendum. Questo non significa però che la circostanza estintiva esplicata dall’art. 60 sia una circostanza
che sfugge alle regole generali, in particolare al principio di conservazione dei valori e all’interpretazione
restrittiva che si deve dare alla causa di estinzione del trattato. Bisogna stabilire la portata della violazione.
L’art. 60 parla di violazione sostanziale del trattato= qualcosa di più stringente di una qualunque violazione.
Nel paragrafo 3 l’articolo afferma che per violazione di un trattato si intende un ripudio non autorizzato dalla
presente convenzione, violazione di una disposizione essenziale per il raggiungimento dell’oggetto e dello
scopo del trattato. Quindi viene abbastanza ristretta la possibilità di utilizzare la formula inadimplenti non
est adimplendum come disposizione di autotutela: si può fare nella misura in cui il ricorso sia giustificato dal
vulnus qualificato che lo Stato ha subito. L’art. 60 fa una distinzione circa le conseguenze della violazione
subita, stabilendo che se si tratta di un trattato bilaterale si può anche invocare l’estinzione, se si tratta di un
accordo multilaterale solo la sospensione. Tale distinzione risente del principio di conservazione dei valori.
Anche in questa prospettiva tuttavia sono stati fatti passi importanti dopo la Convenzione di Vienna. Nel
2001 la Commissione ha progettato un insieme di articoli sugli obblighi degli Stati: può agire come tutela nei
confronti dello Stato che ha posto in essere la violazione, però stabilisce che nei limiti del possibile questo
ricorso alle forme di autotutela deve essere espresso secondo modalità che assicurano la reversibilità degli
effetti della violazione posta in essere. Cioè se si ricorre all’estinzione gli effetti sono irreversibili. In base a
questo orientamento è evidente che il ricorso all’autotutela estrema di estinguere il trattato è una
possibilità che stando ai lavori della Commissione del 2001 debba essere estinto.

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Procedura che la Convenzione di Vienna prevede per far valere l’esistenza di un vizio del consenso o di una
causa di estinzione del trattato
Questa procedura indicata dagli articoli 65 e seguenti è una procedura unica. In questo caso la procedura
non ha una valenza consuetudinaria perché si tratta di un testo che definisce una serie di passaggi. Questa
procedura di invalidità o estinzione porta alla denuncia del trattato. Il diritto internazionale si preoccupa di
indicare il soggetto abilitato a far valere la causa d’invalidità o estinzione. L’art. 65 ci dà la spiegazione. Si
tratta di una pretesa che può dar luogo a una controversia internazionale. Lo Stato deve essere abilitato a
presentare la pretesa: occorre un interesse ad agire. L’art. 65 stabilisce che lo Stato abilitato a far valere un
vizio del consenso deve essere solo lo Stato che fa valere il vizio del suo consenso. Questo modo della
Convenzione di qualificare l’interesse ad agire può avere una sua giustificazione a proposito dei vizi del
consenso che determinano le invalidità relative, ad esempio la corruzione dell’organo o art. 46 circa il
mancato rispetto di una norma sulla competenza a concludere un trattato, che in questi casi è evidente che
lo Stato è è nelle condizioni di manifestare in piena autonomia il suo consenso e quindi è anche nella
condizione di appurare se c’è stato un vizio del suo consenso. Ma sorge il dubbio se questo interesse ad
agire sia spendibile quando parliamo degli art. 51 e 52 della Convenzione (sull’invalidità assoluta). Nei
confronti dell’art. 51 esiste la possibilità per lo Stato di invocare l’invalidità, far valere la violenza subita
dall’organo. L’art. 52 riguarda la violenza sullo Stato come causa d’invalidità del trattato. Se sta subendo
l’aggressione dovrebbe aspettare che venga cessata la violenza esterna. La pretesa deve essere espressa
dagli organi dello Stato abilitati a fare ciò. A proposito dell’art. 53 (invalidità assoluta del trattato per
contrasto con una norma imperativa di diritto internazionale generale), in tal caso è possibile che lo Stato
possa far valere una condizione d’invalidità ma la norma imperativa non è posta a salvaguardia degli
interessi del singolo Stato ma per il contenuto di tale norma è posta a salvaguardia degli interessi dell’intera
società internazionale: quindi far valere l’invalidità in questo caso dovrebbe essere riconosciuto come un
interesse giuridico diffuso. Quindi l’interesse ad agire va bene in molti casi però ci possono essere situazioni
nelle quali la causa d’invalidità o di estinzione può essere anche invocata da uno Stato o organizzazione che
non sia parte del trattato.
Deve essere una pretesa. Quando si agisce bisogna tenere in considerazione le coordinate dell’ordinamento.
Lo Stato che ha l’interesse ad agire lo deve fare in modo tempestivo: perché anche qualora fossero
configurabili conseguenze reversibili del trattato, non c’è dubbio che il ritardo nel far valere una causa di
estinzione può determinare l’effetto acquiescenza (elemento di certezza del diritto). Questo non riguarda le
cause d’invalidità assoluta perché hanno effetti retroattivi e possono essere fatte valere in qualsiasi
momento. Ma negli altri casi se uno Stato non solleva in tempo la pretesa circa l’effetto d’invalidità o
estinzione corre il rischio di vedersi preclusa tale opportunità dopo un certo periodo di tempo. Non si hanno
nel diritto internazionale regole formali sulla prescrizione della pretesa però con la flessibilità
dell’ordinamento internazionale, l’esistenza di questo elemento va tenuto presente.
L’art. 67 della Convenzione formalizza la forma della pretesa che deve essere fatta per iscritto e l’art. 65
indica quali sono gli organi che normalmente sono abilitati a far valere la pretesa circa l’invalidità ed
estinzione. Lo fa l’esecutivo oppure un rappresentante abilitato ad esercitare tali poteri. In alcuni Stati è
esplicitamente indicata la procedura per denunciare un trattato. Non sono molte le costituzioni che lo
fanno: non lo fa la Costituzione italiana. Questo facilita l’orientamento secondo cui anche la denuncia del
trattato rientri nel dominio dell’esecutivo che ha il monopolio delle azioni internazionali. Questo aspetto
normalmente è parallelo al modo in cui si definisce la volontà degli Stati a vincolarsi al trattato. In questi
ultimi 2 anni abbiamo visto una particolare attenzione verso i profili costituzionali in tema di recesso con
riguardo alla Brexit.

Portata degli effetti della causa d’invalidità o estinzione del trattato


Disposizioni in questione: art. 44 paragrafo 3 e 5 del trattato e art. 69 e 70 del statuto.
L’effetto dell’invalidità bisogna distinguerlo in caso che si tratti di invalidità relativa o assoluta. Le disposizioni
di un trattato nullo non hanno più rilevanza. Il problema non è la quesitone temporale. Certamente gli
effetti di un trattato nullo sono validi, preservati prima che avvenga l’accertamento dell’invalidità relativa.
Si tratta di capire se la causa di invalidità o estinzione riguardi tutto il trattato o solo una parte. La
Convenzione di Vienna, in linea col principio di conservazione dei valori, cerca di delimitare l’effetto

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dell’estinzione se le cause possono riguardare solo alcune disposizioni del trattato. Invece di avere
l’invalidità/estinzione totale si ha un effetto parziale d’invalidità/estinzione. Questa ipotesi delle disposizioni
del trattato in modo da commisurare l’effetto invalidità con l’effetto estintivo alla portata del medesimo è
esclusa quando riguarda 51,52,53. In tali casi il trattato o sta tutto in piedi o si rimuove integralmente.
Effettivamente questa conseguenza radicale di un’invalidità totale del trattato può essere compresa qualora
la causa d’invalidità riguardi un vizio del consenso dello Stato, art. 51,52,53. Dove non convince tale idea
dell’integrità dell’effetto di invalidità previsto dall’art. 44 paragrafo 5 è in proposito del contrasto tra trattato
e una norma imperativa esistente al momento della conclusione del trattato.
Es. Israele-Egitto.
La conseguenza di ritenere invalido tutto il trattato non riguarda l’art. 64 della Convenzione: in questo caso
la Convenzione ammette che se la disposizione imperativa è separabile dal resto delle disposizioni, l’effetto
estintivo riguarda le disposizioni specifiche.

Successione degli Stati ai trattati


Ci possono essere alcune situazioni nelle quali si forma uno Stato nuovo che subentra come potestà di
governo indipendente e effettiva sul territorio del precedente Stato in tutto o in parte. Questo processo di
formazione di nuovi Stati si ritrova parlando di soggettività internazionale, parlando di 3 (distacco,
smembramento e fusione) su 4 eventi modificativi. L’incorporazione non è di nostro interesse in questo
argomento in quanto lascia in piedi lo Stato incorporante.
La questione che dobbiamo esaminare è stabilire cosa accade per i trattati conclusi dallo Stato preesistente
e che riguardano territorio e popolazione sui quali si forma un nuovo Stato. È il tema della successione degli
Stati ai trattati. Questa materia non viene trattata dalla Convenzione di Vienna del 1969. L’art. 73 della
Convenzione lascia impregiudicata ogni questione che si ponga a proposito del trattato in caso di
successione tra Stati. La materia viene trattata da un’apposita codificazione: la Convenzione di Vienna sulla
successione degli Stati ai trattati. È entrata in vigore ma per un numero relativamente limitato di Stati.
Questo fa pensare ad una parte della dottrina che le regole contenute nella codificazione non rientrano nel
diritto internazionale consuetudinario dato il limitato numero di adesioni che ha riscontrato. Peraltro la
convenzione di codificazione non delinea un regime unitario in tema di successione degli Stati ai trattati. La
Convenzione, con qualche deroga, stabilisce un doppio regime, distinguendo il regime applicabile in base
alla natura degli Stati: Stati di nuova indipendenza e gli altri Stati. Per i primi la Convenzione stabilisce la
regola della discontinuità dei trattati mentre per gli altri Stati fissa il criterio della continuità.
Perché stabilisce tale doppio regime? Di per sé non sarebbe una formula congrua per una convenzione di
codificazione: contraddice il suo scopo se disarticola il regime in base al numero degli Stati. Le ragioni erano
sia di materia politica che giuridica. Il tema della successione implica per qualunque codificatore
internazionale una scelta netta riguardo il modo in cui rapportare il principio di conservazione dei valori alla
formazione dei nuovi Stati. È chiaro che in ragione del principio di conservazione dei valori si dovrebbe dare
assoluta priorità alla regola della continuità perché tale principio pretende che un tale assetto di diritti e
obblighi degli Stati non venga meno per il semplice fatto che si è formato un nuovo Stato nel precedente
territorio dello Stato che aveva visto tali obblighi. Però il principio di conservazione dei valori deve tenere
conto della componente volontaristica, motore dei trattati. Il principio di continuità come corollario del
principio di conservazione dei valori implica però un certo grado di automatismo: diritti e obblighi si
impongono automaticamente al nuovo Stato contraendo la loro volontà. Questo tema (del rapporto tra
conservazione dei valori e volontà delle parti) si prospetta solo in relazione al diritto dei trattati. Nessuno
mette in discussione il valore della regola della continuità, corollario del principio di conservazione dei
valori, a proposito della perdurante efficacia delle regole consuetudinarie del diritto internazionale
generale: tali regole hanno comunque effetto nei confronti degli Stati di nuova formazione. A proposito dei
trattati ci sono difficolta perché si altera la fonte dei diritti e degli obblighi. È il motivo per cui la Convenzione
è una convenzione anfibia: per un verso asserisce il principio della continuità e per altri Stati della
discontinuità.
Questa selezione si fonda sulla qualità di taluni Stati in particolare di Stati di nuova indipendenza. Tali Stati
sono Stati che si sono formati successivamente al processo di autodeterminazione dei regimi coloniali. Art.
2 Convenzione. Per gli Stati formati a seguito del processo di decolonizzazione si stabilisce il principio di
discontinuità del trattato. Art. 16 convenzione. Non è una formula rigorosissima: non pregiudica la

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continuità. Occorre che ci sia una notifica di successione. Se si verifica tale assenso dello Stato c’è la
continuità, ma questa nel caso di Stati di nuova indipendenza è subordinata a una specifica manifestazione
di consenso. Per gli altri Stati, costituti al di fuori del processo di decolonizzazione, vale la regola della
continuità. Nonostante questa linea di confine tra Stati il diritto internazionale ha ridimensionato la
soluzione di discontinuità indicata dalla Convenzione. L’eccezione più rilevante al criterio della discontinuità
è dato dall’art. 11 della Convenzione del 78: i trattati confinali in ogni caso rientrano nella regola della
continuità. Ma per quale motivo gli Stati di nuova indipendenza rinunciano ad assorbire i tratti confinali
nella regola di discontinuità? La scelta di favorire il criterio della discontinuità per i soli Stati di nuova
indipendenza risentiva dell’atteggiamento radicale che tali Stati seguivano a proposito della politica
precedente sviluppata dallo Stato coloniale. Quindi poiché contestavano le politiche coloniali, contestavano
anche i trattati che la potenza coloniale avesse stipulato. Però la comunità internazionale e l’assemblea
generale hanno seguito il criterio dell’uti possidetis iuris (frontiere esterne e interne). Ebbene se il criterio
della formazione del nuovo Stato dipendeva dalle frontiere esterne era inevitabile che anche gli Stati di
nuova indipendenza si sentissero rassicurati dal principio di continuità dei trattati confinati, perché grazie a
tali trattati era stabilità l’identità del popolo e si era potuto creare un nuovo Stato. Altrimenti si sarebbe
potuto pregiudicare la formazione dello Stato di nuova indipendenza. Ciò è un discorso politico. Nella prassi
internazionale si sono delineate altre opportunità di trattati conclusi dalle potenze coloniali rispetto ai quali
ci sarebbe da asserire la regola della continuità anche nei confronti degli Stati di nuova indipendenza. Una
questione del genere si propone a proposito dei trattati-regime. Es. trattato sull’Antartide. Un’altra ipotesi di
continuità in deroga alla regola generale degli Stati di nuova indipendenza: trattati che impongono obblighi
solidali in tema di diritti umani= lo Stato parte assume obblighi nei confronti di tutti gli Stati parte. La natura
solidale di questi obblighi indurrebbe, anche seguendo l’orientamento interpretativo degli organismi di
controllo di tali trattati, a ritenere che gli Stati di nuova indipendenza non potrebbero invocare la regola
della discontinuità.
La successione è stata fin qua vista in relazione alla successione tra Stati. Nella prassi si può verificare la
conclusione di un trattato da parte di un’organizzazione internazionale. Cosa accade allo Stato parte
dell’organizzazione rispetto ai trattati? Es. Brexit e trattati UE. Soluzione: o si segue una delle regole del 78 o
si segue una nuova regola. Nella prassi del recesso britannico in particolare sono emerse soluzioni
divergenti: esigenza di agganciarsi al criterio della continuità (avrebbe determinato per il Regno Unito di
farsi carico dei trattati), nel testo della May non veniva accolto il criterio della continuità e l’accordo tra
Commissione e Regno Unito ha dato ragione al criterio di discontinuità che voleva il Regno Unito. Una delle
ragioni principali dell’uscita del Regno Unito dall’UE è l’esigenza di libertà in materia di economia
commerciale internazionale. Il Regno Unito non vuole ereditare gli schemi pattizi. Quindi sembrerebbe che
la prassi finora del Regno Unito è nel senso di asserire la discontinuità rispetto ai trattati dell’UE (nel libro ha
scritto la cosa opposta, questa è quella giusta).

Atti unilaterali
Fonte di cui l’art. 38 dello Statuto non parla.
Quando si parla di atti unilaterali bisogna pensare che la prassi internazionale evidenzia una vasta gamma di
atti, con effetti diversi tra loro. Es. riconoscimento tra Stati, rinuncia, protesta, riserva.
La categoria di atti unilaterali che può essere ricondotta alla tipologia di fonte del diritto internazionale non
trova riscontro specifico in alcune di queste tipologie di atti, perché si tratta peraltro di situazioni come la
riserva che asseriscono a una facoltà dello Stato e in quanto tale assorbita dal trattato che la prevede.
Più vicina agli atti unilaterali come fonte autonoma è la promessa unilaterale. Questa considerazione della
promessa come produttiva di diritti venne enunciata dalla stessa Corte internazionale di giustizia quando
negli anni ’70 venne investita per esperimenti nucleari nell’atmosfera posti in essere dalla Francia. Prima che
la Corte si pronunciasse erano emersi alcuni fatti: il Capo dello Stato e il ministro della difesa della Francia si
erano impegnati pubblicamente a non porre in essere esperimenti nucleari nell’atmosfera. Allora la Corte
ritenne che queste dichiarazioni pubbliche implicavano la volontà dello Stato francese di assumere erga
omnes, nei confronti di tutta la società internazionale, l’intento unilaterale di non attuare più tali
esperimenti. Quindi la Corte al posto che attuare un giudizio di merito affermò che non ci fosse più
controversia e non c’era più interesse ad agire della Nuova Zelanda e dell’Australia. Con questa pronuncia la
Corte avvallò l’orientamento di parte della dottrina di asserire l’esistenza come fonte autonoma produttiva

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di diritti della promessa unilaterale. Vi erano dubbi riguardanti tale fonte perché si riteneva che in una
struttura piatta come quella dell’ordinamento internazionale non era immaginabile che un soggetto da sé
potesse produrre diritto. Queste determinazioni francesi più che valere come fonte autonoma produttiva di
diritto potevano essere considerati come fatti-prova che rivelavano l’esistenza di una norma
consuetudinaria generale preclusiva della libertà degli Stati. Ma nella sentenza della Corte internazionale di
giustizia del 74 non c’è traccia di questa considerazione della regola consuetudinaria. La Corte di giustizia si
limita a osservare sulla base di atteggiamenti della Francia. È qui che trova fondamento la formazione di
questo obbligo internazionale. La inclinazione della Corte si è consolidata tanto che la Commissione del
diritto internazionale nel 2006 ha adottato principi guida in materia di atti unilaterali. È richiesta la forma
pubblica quindi non possono esserci promesse unilaterali segreti. Inoltre, essendo una misura limitativa
dello Stato, la portata dell’obbligo che lo Stato assume deve essere interpretata in senso restrittivo.
Questo servirebbe a colmare la lacuna dell’art. 38 dello Statuto.

Principi generali di diritto riconosciuti dalle nazioni civili


Riconosciuti dall’art. 38 dello Statuto della Corte internazionale di giustizia alla lettera c.
Lo Statuto dell’attuale Corte è stato ripreso quasi alla lettera dallo Statuto della corte permanente di
giustizia internazionale e quindi la formulazione di questa norma risente della cultura giuridica prevalente
nell’epoca in cui venne preparato lo Statuto della Corte permanente. E quindi la formula ‘principi generali di
diritto riconosciuti dalle nazioni civili’ risente di ciò. Era ancora forte la distinzione tra popoli civili e non.
Non c’è dubbio che la formulazione dell’art. 38 risente di una concezione aristocratica del diritto
internazionale. La circostanza che questa formulazione sia sopravvissuta in modo impermeabile alla
seconda guerra mondiale e sia stata riproposta senza alcuna modifica ha creato qualche titubanza per il
perpetuarsi di questa fonte nel diritto internazionale contemporaneo, considerando anche che la società
internazionale non è più aristocratica. Ciò ha fatto ritenere che, soprattuto negli anni ’60/’70 quando era
accesa la critica della concezione aristocratica del diritto internazionale, la categoria di principi generali di
diritto fosse non più attuale: proprio per la ratio discriminatrice che all’origine sorreggeva questa norma.
Quindi si pensava che tale norma fosse caduta in desuetudine. Tuttavia tale affermazione era più ideologica
che giuridica. Non era solo questa la disposizione in cui era considerata la categoria dei principi generali di
diritto. Se ne parla ad esempio nell’art. 7 CEDU. Un uso di tale formula è stato ricorrente nei tribunali
internazionali. È stata utilizzate dalla Corte di giustizia dell’UE e dalla Corte internazionale di giustizia. Quindi
non è una categoria di fonte che può dirsi caduta in desuetudine. Oltretutto le regole sull’interpretazione
dei trattati non valgono solo per i trattati ‘normali’, ma anche per lo Statuto della Corte che è un trattato. E
quindi possiamo applicare le regole interpretative per verificare se esistono le condizioni per
un’interpretazione che sia aggiornata alla luce dell’assetto plurale della società internazionale
contemporanea, che non può essere più ricondotta allo schema del diritto internazionale aristocratico dove
prese forma l’art. 38 dello Statuto.
Un primo elemento da considerare è che l’art. 38 paragrafo 1 evoca direttamente il diritto internazionale.
Ciò vuol dire che tale norma deve essere consustanziale al diritto internazionale, dobbiamo cioè leggere
questa disposizione nella prospettiva di diritto internazionale quale è nel presente momento storico. La
norma che si preoccupa di definire i criteri di elezione dei giudici della Corte internazionale di giustizia è
l’art. 9 dello Statuto (assemblea generale e consiglio di sicurezza). Il suo connotato pluralista serve a leggere
il richiamo dei principi generali di diritto.
Come si provvede alla definizione dei principi generali di diritto e quale può essere l’impiego? Bisogna
rimuovere la distinzione tra principi generali di diritto riconosciuti dalle nazioni civili (art. 38) e principi
generali di diritto internazionale. Questi principi generali di diritto se fossero di diritto internazionale
sarebbero di natura consuetudinaria. Quando fu redatto lo Statuto della Corte permanente la formula
principi generali di diritto viene riferita ai quei principi che gli Stati seguono nei rispettivi ordinamenti statali.
Quindi sono regole di diritto generale afferente degli ordinamenti statali che possono essere utilizzati a
livello internazionale. Si utilizza l’espressione: principi generali di diritto in foro domestico. Ciò spiega perché
un riferimento ai principi generali di diritto avviene da parte dei tribunali amministrativi internazionali:
questi tribunali pescano dagli ordinamenti interni le regole. Sono regole che vanno quindi individuate con
riferimento alle norme interne. Vi deve essere una convergenza sul piano comparatistico dei vari modelli
normativi nazionali per giustificare il richiamo ai principi generali di diritto. Oltretutto questo richiamo al

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foro domestico è un richiamo che deve essere fatto nella consapevolezza che quel principio sia utilizzabile
nell’ambito del diritto internazionale. Dobbiamo chiederci allora quando il giudice internazionale può
utilizzare questo richiamo ai principi generali di diritto? È chiaro che se la norma da applicare è enunciata in
un trattato o in una consuetudine non c’è bisogno di richiamarsi ai principi generali di diritto: ci può essere
un richiamo quando la fonte del trattato o della consuetudine non è sufficiente, c’è una lacuna (prospettiva
integrativa). Questa prospettiva integrativa è possibile sempre che sussistano la condizione della
convergenza sul piano comparatistico e l’idoneità del principio di origine interna ad operare sul versante
internazionale.
I principi generali di diritto oltre che fungere da elemento di integrazione normativa possono fungere anche
da elemento interpretativo. Si può utilizzare un principio per sorreggere una data interpretazione della
norma internazionale. Ciò è ricorrente soprattuto nei sistemi integrati del diritto internazionale (=trattati
multilaterali che evidenziano un grado elevato di integrazione tra Stati). Non è un caso che la Corte EDU
utilizza sovente i principi generali di diritto per rivisitare in chiave interpretativa le norme della CEDU. Un
caso significativo emblematico della capacità dei principi di favorire un’interpretazione evolutiva della
norma internazionale è il caso Trussardi (?): mafioso soggiornante nell’Isola dell’asinara; lo Stato italiano,
che aveva l’esigenza di far rientrare la mafia tra le categorie esplicate nel trattato per non essere
condannata, si rifà all’art. 5 CEDU, paragrafo 1 lettera ‘e’ sulla legittimità di limitare la libertà. La Corte
condannò l’Italia. Da questo episodio si conclude che, in questi sistemi dove c’è una forte compenetrazione
tra diritto interno e internazionale, come la CEDU, vi è la tendenza a corroborare la effettività della forma
internazionale secondo una lettura interpretativa evolutiva che tiene conto del procedere parallelo che si è
manifestato nell’ordinamento interno degli Stati.
È sulla base di tale parametro che la Corte EDU ha finito per ampliare le garanzie previste nell’art. 8 CEDU.

REGIME DELL’USO DELLA FORZA (capitolo 6)


Ius ad bellum= uso della forza. Ius in bello= diritto applicabile nei conflitti armati.
Nel diritto internazionale classico si distingueva diritto di pace dal diritto di guerra.
La ragione fondamentale in base al quale il diritto internazionale è stato considerato per lungo tempo
‘primitivo’ dipende soprattutto dalla libertà che gli Stati osservavano nell’uso della forza. Comparando
l’esperienza dell’ordinamento internazionale e quello nazionale si evince che: nell’ultimo c’è una
concentrazione dell’uso della forza e nel secondo no. Ciò rende l’idea che infondo la certezza del diritto
internazionale era un fatto abbastanza aleatorio, a rischio, proprio per l’autonomia che gli Stati si
riservavano nell’uso della forza. Non è un caso che giuristi italiani sostengono ancora di recente che il diritto
internazionale avesse esaurito ogni sua funzione nel momento in cui inizia un conflitto armato: ma ciò non è
vero perché il diritto internazionale ha una serie di regole che disciplinano l’uso della forza da cui discende
l’illecito dello Stato che non rispetta quelle regole; e poi il diritto internazionale ha un complesso di regole
che disciplinano la condotta delle parti in conflitto. Le due grandi aree tematiche che riguardano tale
problematica sono: ius ad bellum= uso della forza; ius in bello= diritto applicabile nei conflitti armati. Il
primo evoca l’esistenza di un titolo giustificativo all’uso della forza, il secondo regola le ostilità.

1. Ius ad bellum
Questa esigenza di trovare un titolo giustificativo all’uso della forza è molto presente nel diritto
internazionale contemporaneo, lo era meno nel diritto internazionale classico. In quest’ultimo vigeva il
principio di libertà degli Stati per quanto riguarda l’uso della forza. Ciò spiegava il ricorso all’uso della forza
per qualunque ragione. Per evitare effetti radicali il rimedio che poteva esserci non era tanto la ricerca di
limiti all’uso della forza quanto la volontà dello Stato di tenersi sempre fuori dai conflitti armati, come fece
la Svizzera nei primi anni dell’800 che assunse lo stato di neutralità permanente internazionalmente
garantita. Ma se si esclude il caso della neutralità permanente la guerra era un fatto lecito che rientrava nei
mezzi di risoluzione delle controversie. Al posto di raggiungere un’accordo si faceva la guerra. L’esito del
conflitto dettava la soluzione alla controversia. Come si riconduceva questa funzione della guerra al diritto
internazionale? In che senso la guerra poteva essere la soluzione alla controversia? La guerra delineava sul
terreno una condizione di effettività che il diritto internazionale recepiva come diritto.
Lo scenario giuridico che ha caratterizzato il diritto internazionale si modifica gradualmente nel ‘900.
Comincia a delinearsi qualche limitazione all’uso della forza in questi anni. Agli inizi del ‘900, con la

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Convenzione del 1907 si stabilisce il divieto della rappresaglia armata per risolvere le controversie
internazionali. ONU: patto della prima organizzazione mondiale preposta al servizio della pace. Non si
rimuove la guerra come la libertà nel senso che si riconosce che come ultima risorsa lo Stato possa fare uso
della forza. Patto Kellogg-Briand afferma il divieto dell’uso della forza: aderiscono molti Stati. Questo patto
non riuscì ad impedire certe guerre ma lasciò il segno durante il processo di Norimberga.
La Carta ONU prevede l’asserzione del divieto dell’uso della forza e allega un sistema di sicurezza collettivo:
sistema incentrato sulla posizione del Consiglio di sicurezza. Comitato di forza maggiore e stato permanente
non hanno trovato molto riscontro nella prassi. La Carta viene adottata (1945) nel momento in cui si ha una
coalizione alleata contro uno Stato nemico e non è un caso che nella Carta si trova evocata la figura dello
Stato nemico (art. 53 e 107). Vi era l’idea di un sistema di sicurezza collettiva in modo da rendere efficace il
divieto all’uso della forza. Questo schema della Carta non ha funzionato completamente perché è venuta
meno innanzitutto la solidarietà tra i Paesi vincitori. Decisivo a questo riguardo sono state difficoltà
finanziarie e politiche che sono dipese dalla Guerra Fredda, la quale ha impedito di mantenere la solidarietà
tra alleati che si era verificata nel secondo conflitto mondiale e che traspare dalla Carta. Ma dopo il 1990
non si ha avuto un’accelerazione verso l’accentazione dell’uso della forza secondo lo schema della Carta. C’è
stata una accelerazione della capacità di decisione del Consiglio di sicurezza. Pochi giorni fa quest’ultimo ha
adottato la risoluzione 2491: in circa 30 anni ha adottato 1900 risoluzioni, mentre nei primi 43 anni ne ha
adottate solo 600. Ma ciò non si è tradotto in una rivitalizzazione delle norme della Carta che puntavano a
creare nelle Nazioni Unite uno stato maggiore (?). In particolare gli USA durante la presidenza Clinton hanno
escluso la possibilità di mettersi a disposizione di una forza permanente delle Nazioni Unite. E senza gli USA
è difficile immaginare una forza permanente delle Nazioni Unite. Questo vuol dire che il sistema di sicurezza
collettiva dell’ONU non ha funzionato secondo gli intenti originari. È mancato quindi l’accentramento
dell’uso della forza che era nelle intenzioni originarie e in qualche misura questa difficoltà della Carta di
realizzare il proprio progetto di sicurezza collettiva ha avuto qualche riflesso sulle stesse categorie normative
che implicavano l’uso della forza. Del resto, nella stessa Carta, non c’è l’idea di accentrare totalmente l’uso
della forza nel sistema di sicurezza. La Carta all’art. 51 stabilisce il diritto di legittima difesa nel caso che
abbia luogo un attacco armato contro un membro delle Nazioni Unite. Si parla di diritto naturale alla
legittima difesa. Questo vuol dire che secondo la stessa Carta lo Stato che subisce un’aggressione (versione
francese/inglese parla di attacco armato) può utilizzare la forza. Usando il termine diritto naturale si fa
riferimento a un diritto che si trova nel diritto internazionale generale e non nella Carta. Questa finestra che
la Carta apre nei confronti del diritto internazionale generale a proposito dello ius ad bellum è assai
importante perché alla fine è stata ritenuta per molto tempo l’unica finestra di dialogo tra la Carta e il diritto
internazionale generale in tema di uso della forza. Perciò le tensioni che gli Stati manifestavano verso
l’esercizio della forza, per molto tempo si sono incanalate nella legittima difesa effettuando una
interpretazione estensiva.
Cerchiamo di capire cosa c’è nel diritto internazionale generale e in che misura quello che c’è può costituire
un titolo giustificativo dell’uso della forza che sia coperto dall’art. 51 o che si colloca al di fuori dell’art. 51
perché potrebbero esserci situazioni in cui l’uso della forza sembrerebbe legittimo sotto il profilo del diritto
internazionale generale ma non trova la finestra dell’art. 51 che consenta di recepirlo. Per leggere questo
coordinamento tra la Carta e il diritto internazionale generale sovviene anche la condotta del Consiglio di
sicurezza. Questo ha 2 possibilità nell’esercizio della forza: o dispone l’istituzione di propri contingenti
oppure autorizza gli Stati a usare la forza e quindi il titolo giustificativo della forza si ritrova
nell’autorizzazione del Consiglio di sicurezza. Bisogna distinguere i casi in cui il Consiglio opera quando
comunque il diritto internazionale generale prefigura casi di uso della forza dai casi in cui l’autorizzazione del
Consiglio è davvero una deroga al diritto internazionale generale.
Divieto dell’uso della forza nel diritto internazionale generale
Divieto di rappresaglia armata= opportunità che gli Stati hanno sfruttato per reazione a un illecito o per
definire una soluzione non pacifica della controversia. Tra ‘800 e primi del ‘900 venne attuata come forma
classica di rappresaglia armata il blocco navale= la potenza chiudeva l’accesso ai porti dello Stato che a suo
avviso aveva commesso l’illecito nei suoi confronti. Questa prassi raggiunse un livello molto significativo a
proposito della crisi del Venezuela nei primi del ‘900. Altro caso: Italia-Grecia. Tuttavia la rappresaglia
armata oggigiorno è compresa nel divieto di uso della forza e si ritrova in modo puntuale come divieto nella
risoluzione 2625/1970 dell’assemblea generale (ne abbiamo parlato in ambito di diritto di

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autodeterminazione dei popoli). Nonostante tutta questa puntualità sul divieto della rappresaglia armata,
nella prassi essa esiste sempre. Es. Israele; USA (1986) che bombardarono Tripoli. Il diritto internazionale
contemporaneo esclude la rappresaglia armata, a meno che non ci sia un’autorizzazione del Consiglio di
sicurezza: in tal caso abbiamo un titolo giustificativo dell’uso della forza.
Certamente nel diritto internazionale contemporaneo il titolo meno controvertibile è quello della legittima
difesa. Per quella collettiva si intende la collaborazione che danno gli Stati allo Stato che ha subito
l’aggressione. Questa è prevista dalla NATO e dal TUE. Art. 51 della Carta ONU non ne dà una definizione. Il
problema è se ci deve essere una definizione di diritto internazionale: ci deve essere. Certamente non si può
pensare che il concetto di legittima difesa dipenda da una definizione unilaterale di legittima difesa, come
viene invocata da Israele e dagli USA. Negli USA c’è questa tendenza a giustificare la legittima difesa per
ragioni di sicurezza nazionale: la ‘sicurezza nazionale’ è una nozione nazionale e la nozione di legittima
difesa ai sensi del governo americano non è detto che debba essere rispettata.
Quali sono i presupposti che il diritto internazionale configura per l’esercizio della legittima difesa e quali
possono essere gli effetti della legittima difesa? L’art. 51 della Carta ci dà un’indicazione di tali presupposti:
attacco armato (versione inglese). Nella versione francese si parla di aggressione. Quando si parla di attacco
armato si parla di qualcosa che non sempre può riguardare un’aggressione. Si deve privilegiare il criterio
teleologico per interpretare le norme di diritto internazionale, però occorre un minimo comune
denominatore tra le varie versioni linguistiche.
L’aggressione può essere apportata in modo diretto o indiretto: nella risoluzione 3314 si può parlare di
aggressione diretta quando uno Stato attacca direttamente con le proprie unità militari un altro Stato e si
parla di aggressione indiretta quando uno Stato si avvale di privati per porla in essere. Es. America vs Cuba
(aggressione indiretta). Nel diritto internazionale e nella Carta ONU quando si parla di aggressione si parla di
una dinamica interstatale: uno Stato aggredisce un altro Stato. Questa dinamica si può ricavare art. 2
paragrafo 4. Questa dimensione statocentrica del divieto di aggressione è risolutiva per capire se possiamo
collocare in questo terreno o meno (se si può fare uso o meno della legittima difesa quindi) gli episodi in cui
uno Stato è vittima e bersaglio di atti violenti posti in essere da attori non statali, come le formazioni
terroristiche. Questo tema saltò alla ribalta nel 2001 per la vicenda terroristica avvenuta negli USA
(attentato alle torri gemelle). In quella vicenda gli USA si ritennero vittima di un attacco armato e
invocarono la legittima difesa al punto di porre in essere un’azione militare in Afganistan. Una giustificazione
analoga è stata utilizzata dalla Francia in conseguenza degli attentati terroristici del 2005. Ma possiamo
sostenere che si tratta di un atto di aggressione tale da giustificare il diritto di legittima difesa? Nella prassi
l’atteggiamento degli USA è stato avvallato. Però c’è il dubbio che se si ritiene esista un titolo legittimo esso
è certamente qualcosa che non è presente nella Carta in quanto nella Carta si parla di legittima difesa a
proposito delle relazioni internazionali tra Stati non in proposito di una rivolta dello Stato nei confronti di
attori non statali. Altro caso di ricorso alla legittima difesa per reagire ad iniziative terroristiche: prassi
dell’operazione alleata avvenuta negli anni scorsi a sostegno del governo iracheno per rimuovere la
presenza dell’isis in Iraq. La coalizione alleata impegnata in Iraq non esitò a giustificare le sue azioni in base
al diritto di legittima difesa per invadere anche la Siria. Anche in questo caso è sovvenuta un’autorizzazione
del Consiglio di sicurezza che ha avvallato l’uso della forza in questi termini.
La finestra che l’art. 51 apre rispetto alla legittima difesa come titolo giustificativo all’uso della forza trova un
uso che eccede la dimensione pura delle dimensioni interstatali perché l’ONU avvalla l’uso della forza in casi
non previsti dall’articolo.

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