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Il dolce stil novo

È un movimento poetico nato tra la ne del 200 e l’inizio del 300 che verrà de nito da
Dante nel purgatorio “dolce stil novo” per via delle scelte linguistiche eleganti, armoniose
ed equilibrate che lo caratterizzano.

Nei loro testi, i poeti del dolce stil novo, elaborano un nuovo concetto di “gentilezza”
intesa come nobiltà morale e non del ceto di appartenenza. La donna, in questi testi,
viene posta su una sorta di piedistallo; non la si tratta più come nella poesia provenzale,
nella quale veniva espresso un doppio senso sensuale e l’uomo appariva sottomesso e
legato ad ella per un rapporto pseudo-feudale; ora la donna ha un e etto di puri cazione
o annientazione. Questo tipo. D’amore può essere provato solo da chi è nobile d’animo e
questi ideali ci riconducono alla cavalleria, tipica del tempo.

Un esempio di poesia appartenente alla corrente dello stil novo è “Al cor gentil rempaira
sempre amore” di Guido Guinizzelli; uno dei maestri di questo movimento. Egli nacque a
Bologna all’incirca nel 1230 e venne de nito da Dante stesso il padre di questo
movimento. La sua canzone più famosa rappresenta la donna come un angelo che con la
sua bellezza gura il paradiso; solo uomini dotati di cuore nobile possono sperimentare
questo tipo di amore. È una canzone composta di sei stanze che presenta un’alternanza
tra endecasillabi e settenari, è più lunga del sonetto ed ha origine nella letteratura
francese, inizialmente venivano recitate accompagnate da uno strumento. La prima parte
della poesia è volta a sottolineare la nobiltà d’animo attraverso delle similitudini; per
esempio si paragona la donna al sole poichè, nella società superstiziosa medievale, le
pietre venivano viste come degli oggetti che avevano dei poteri conferitegli dalle stelle.
Così la donna ha un e etto puri catore sull’uomo. Un altro passaggio di particolare
rilevanza è quello nel quale la donna viene paragonata a dio e si fa intendere che
obbedendo a lei si sottosta a dio. In ne il poeta immagina che dio gli rimprovererà di aver
scambiato l’amore verso la sua gura con un amore terreno e più frivolo. Lui risponderà
che la donna in questione aveva l’aspetto di un angelo e sembrava del suo regno.

Un altro esponente dello stilnovo è Guido Cavalcanti, un caro amico di Dante Alighieri. Fu
un intellettuale di grande rilievo nella Firenze del tempo e, nelle sue poesie, rappresenta
l’innamorato come sbigottito davanti allo splendore della donna amata. “Chi è questa che
ven, ch’ogn’om la mira” è un sonetto molto famoso dedicato alla donna; qui si ritrae
come persona umile, a atto presuntuosa che viene paragonata ad una dea per la sua
bellezza estetica, così scon nata da risultare indescrivibile. Compaiono inoltre, in questa
poesia, elementi che fanno pensare ad un forte sentimento di so erenza provato
dall’autore. La sua amata viene infatti vista, non tanto come una donna, quanto più come
una signora inteso come “dominatrice” che viene poi appunto a ancata ad una divinità,
una creatura superiore.

D’altro canto, per citare un esempio di produzione stilnovista femminile, vi è “a la stagione


che ‘l mondo foglia e ora” di Compiuta Donzella. È un sonetto molto scorrevole con
linguaggio aulico facilmente accomunabile a quello dei suoi colleghi uomini. Questo
scritto è emblematico della condizione femminile nel medioevo, della quale abbiamo
poche fonti e discordanti: pare infatti che alcune donne potessero accedere all’istruzione
e fossero libere mentre, secondo altri scritti, esse non lo erano a atto. Inoltre da questo
scritto emerge lo sgomento femminile derivato dall’imposizione matrimoniale da parte
delle famiglie verso le ragazze.

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Approfondimento a scelta
Un autore molto noto ed importante del periodo studiato è Cecco Angiolieri, che fu uno
dei maggiori esponenti della poesia comico-realista, un genere contemporaneo allo
stilnovo di usosi in toscana che aveva una particolarità ben distinguibile; contrapponeva
all’idealizzazione i beni materiali e più terreni. Un sonetto che mi piace particolarmente è
“s’i fosse foco”. Ho deciso di approfondire poiché conoscevo l’omonima canzone di
Fabrizio de Andrè tratta dal’album “volume III” del 1968. Questo componimento potrebbe
essere de nito una parodia del blazer in quanto l’autore esprime dei desideri, che
appaiono però lontanissimi da quelli del mondo stilnovista. Il componimento va inteso
come un gioco letterario, sorretto da una forma stilistica estremamente elaborata: le
ripetute anafore, oltre a facilitare la memorizzazione, creano, infatti, una studiata struttura
simmetrica, che determina un tono ossessivo di continua ripetizione dello stesso tema
della distruzione, presentato in forme totalmente iperboliche. Proprio le continue iperboli
fanno intuire che nulla di quanto viene detto deve essere preso sul serio.

Il “riso carnevalesco” è, dunque, un riso ironico, quasi di autoinganno, non allegro,


disinvolto o spensierato, ma consapevole della propria limitatezza temporale, conscio del
proprio utopismo. E De Andrè riesce alla perfezione a interpretare con la musica l’intento
e la predisposizione del poeta ma anche di un’intera classe sociale, attribuendo al sonetto
in questione non rabbia distruttiva, bensì un senso di inquietudine, insoddisfazione e
malinconia.

La nove a
Un nuovo genere letterario che si fece strada nel medioevo è la novella; infatti le persone
non leggevano più solo per imparare ma anche per divertirsi, ciò portò alla nascita di un
racconto composto da testi brevi, raccolti nel novellino. Questo stile letterario si rivolge
ad un pubblico borghese ma, a di erenza degli stilnovisti, ora non si tratta più di amore, le
tematiche sono più leggere, vi sono battute e perle di saggezza.

Un esempio concreto è il novellino, il cui autore è sconosciuto e che sottolinea, dalla


scrittura, il fatto che, inizialmente, fossero tramandati oralmente.

Dante Alighieri
Insieme a Petrarca ed a Boccaccio fu uno dei padri fondatori della letteratura italiana.
Primo Levi in “se questo è un uomo” fece delle citazioni all’inferno dantesco per
descrivere l’esperienza del lager.

Sulla vita di Dante abbiamo pochissime notizie sicure, sappiamo che nacque nel 1265 a
Firenze e che, a 12 anni, venne vincolato a sposare una donna; Gemma Donati. Infatti
all’epoca i matrimoni erano combinati a causa delle lotte tra famiglie. Per esempio il poeta
venne coinvolto in prima persona nella lotta tra guel e ghibellini, ossia, rispettivamente,
sostenitori del papato e dell’impero. I primi si dividevano, a loro volta, in guel bianchi
(capeggiati dai Cerchi) e neri (capeggiati dai Donati). La moglie di Dante, come lascia
intendere il cognome, era la sorella di un Donati. Ciò creò dei con itti in Dante che,
ideologicamente, era un guelfo bianco, in contrasto con le idee di Bonifacio IIX.

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Nel momento in cui i guel neri ebbero la meglio, Dante, in quanto bianco, venne esiliato
e si trovò costretto a vivere da esule, tant’è che morì da tale a Ravenna.

Durante la sua vita sperimentò un forte amore nei confronti di una donna della quale
parlerà in parecchie delle sue opere; in particolare la vita nuova. Quest’ultima è un’opera,
più precisamente un prossimo composto da 31 liriche e scritto sia in prosa che in versi:
era infatti composto da rime seguite da 42 commenti in prosa scritti da dante stesso.
Questo scritto risale al 1293, data postuma alla morte di Beatrice, e racconta della vita
“nuova”, ossia quella che è cominciata a 9 anni, in seguito al suo primo incontro con la
donna amata. L’età, 9 anni, non è casuale poiché è un chiaro riferimento biblico; trinità
per trinità. Anche i 18 anni, età del suo secondo incontro con lei, è un multiplo di 3. Un
altro richiamo religioso è nel nome dell’amata che, letteralmente, signi ca “colei che porta
beatitudine”.

Nel brano iniziale della vita nuova, riportato sul nostro libro di testo, si vede Dante
Alighieri che immagina di scavare nella propria memoria ed il suo proposito è di
condensare in questo testo il momento nel quale la sua vita cambiò. Racconta del primo
incontro, momento in cui lui aveva appunto 9 anni e lei 8 anni e tre mesi e, da come le età
sono espresse, si evince la concezione aristotelico-tolemaica dell’epoca, nella quale si
pensava che il cielo ruotasse mosso da angeli che leggevano la mente divina. Altri chiari
esempi della mentalità dell’epoca sono il modo in cui Dante ha descritto il colore del
vestito di Beatrice, che era rosso, non casualmente in quanto all’epoca quel colore
simboleggiava la carità.

Le sensazioni descritte da Dante durante l’incontro sono chiare referenze allo stilnovo; per
esempio, al verso 15, appare la parola “tremare” che disegna come reagisce quando
incontra Beatrice tremando. Inoltre, dal momento in cui l’ha vista, ha provato sensazioni
che coinvolgevano svariati organi, cuore, fegato e cervello: l’amore e Beatrice stessa si
erano completamente impadroniti di lui ma l’amore, per quanto forte fosse, non aveva
o uscato la ragione.

Nel capitolo ventiseiesimo della vita nuova si colloca un sonetto di fondamentale


importanza; “tanto gentile e tanto onesta pare”, nel quale si vede una forte lode alla
donna e dei riferimenti all’amore descritto dai colleghi Guinizelli o Cavalcanti, ossia quello
nobile. Viene anche descritta come un essere soprannaturale e la bellezza descritta da
Dante viene considerata come una bellezza interiore, compare quindi l’elevata concezione
della donna che è diversa da quella cortese che lasciava trapelare doppi sensi relativi alla
sensualità dell’amata.

Oltre a quelle citate ed alla divina commedia, Dante compose anche delle opere dottrinali,
quali il convivio e de vulgari eloquentia. Furono entrambi due sbocchi loso ci dell’esilio
di Dante, composti tra il 1304 ed il 1307 ed entrambi rimasero incompiuti per lasciare
spazio alla stesura della divina commedia.

Il convivio doveva essere composto da 15 parti di cui 1 era l’introduzione ma ne sono


stati portate a termine solo quattro. É interessante analizzare lo stile in quanto
completamente di erente da quello della vita nuova, era una prosa con un rigoroso ordine
logico basato sulla chiarezza delle argomentazioni. Le 4 parti portate a termine si
concludono con una poesia che parla di nobiltà, ancora, non di nascita.

De vulgari eloquentia avrebbe dovuto articolarsi in quattro libri ma si ferma al secondo ed


è dedicato alla de nizione delle caratteristiche che rendono il volgare uno strumento di
alta espressione letteraria. Dante infatti capovolge la gerarchia linguistica no all’ora
esistente e dichiara il volgare superiore alla lingua latina no ad allora vista tale. Vede
anche il volgare come una lingua adatta per trattare temi più nobili: l’amore e le virtù.
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