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I LIBRI DI J.R.R.

TOLKIEN

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J.R.R. Tolkien
Il Signore degli Anelli
LA COMPAGNIA DELL’ANELLO
LE DUE TORRI
IL RITORNO DEL RE
Traduzione di Ottavio Fatica

Illustrazioni di Alan Lee

ROMANZO
BOMPIANI

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Progetto grafico: Polystudio

TOLKIEN, J.R.R., The Lord of the Rings


Copyright © The Trustees of The J.R.R. Tolkien 1967
Settlement 1954, 1966
This edition is published by arrangement with
HarperCollins Publishers Ltd.
77-85 Fulham Palace Road, Hammersmith, London W6 8JB

e ‘Tolkien’ are registered trademarks of the J.R.R. Tolkien Estate Limited

Traduzione rivista con la collaborazione di Giampaolo Canzonieri


– Associazione Italiana Studi Tolkieniani

ISBN 978-88-587-9030-4

© 2020 Giunti Editore S.p.a. / Bompiani


Via Bolognese 165 - 50139 Firenze - Italia
Via G.B. Pirelli 30 - 20124 Milano - Italia

Prima edizione digitale: ottobre 2020

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Il Signore degli Anelli

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Tre Anelli ai Re degli Elfi sotto il cielo,
Sette ai Principi dei Nani nell’aule di pietra,
Nove agli Uomini Mortali dal fato crudele,
Uno al Nero Sire sul suo trono tetro
Nella Terra di Mordor dove le Ombre si celano.
Un Anello per trovarli, Uno per vincerli,
Uno per radunarli e al buio avvincerli
Nella Terra di Mordor dove le Ombre si celano.

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Prefazione alla seconda edizione

Questo racconto è cresciuto nel corso della narrazione fino a diven-


tare una storia della Grande Guerra dell’Anello e a includere molti ri-
chiami alla storia ancora più antica che la precede. L’ho iniziato poco
dopo la stesura dello Hobbit e prima della sua pubblicazione nel 1937;
ma non ho portato avanti questo seguito perché prima speravo di com-
pletare e di ordinare la mitologia e le leggende dei Giorni Antichi che
stavano prendendo forma già da qualche anno. Desideravo farlo per una
soddisfazione personale e avevo poche speranze che altri s’interessasse-
ro a quell’opera, tanto più che era d’ispirazione prettamente linguistica
e l’avevo intrapresa allo scopo di fornire il contesto “storico” necessario
alle lingue elfiche.
Quando coloro ai quali mi ero rivolto in cerca di un parere e di un
consiglio corressero poche speranze con nessuna speranza, mi rimisi al
lavoro sul seguito, incoraggiato dai lettori che chiedevano più ragguagli
sugli hobbit e sulle loro avventure. Ma il mondo più antico calamitò irre-
sistibilmente la narrazione, che divenne un resoconto, se vogliamo, della
sua fine e della sua scomparsa prima ancora di averne narrato l’inizio e la
parte centrale. Un processo avviato con la stesura dello Hobbit, dov’erano
già presenti riferimenti alla materia più antica: Elrond, Gondolin, gli Alti
Elfi e gli orchi, oltre a richiami, sorti spontaneamente, a cose più elevate
o più profonde o più oscure della sua superficie: Durin, Moria, Gandalf,
il Negromante, l’Anello. La scoperta del significato di questi richiami e
del loro rapporto con le storie antiche portò alla luce la Terza Era e il suo
epilogo con la Guerra dell’Anello.
Chi mi aveva chiesto più ragguagli sugli hobbit ha finito per averli
ma ha dovuto aspettare a lungo: la composizione del Signore degli Anelli
è andata avanti in modo saltuario negli anni tra il 1936 e il 1949, un
periodo durante il quale avevo molti compiti che non ho trascurato e
molti altri interessi che spesso m’impegnavano in veste di apprendista e
d’insegnante. Ad aumentare il ritardo, naturalmente, contribuì anche lo
scoppio della guerra nel 1939 e alla fine di quell’anno il racconto non era

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Il Signore degli Anelli

ancora arrivato al termine del Libro Primo. Malgrado il buio dei cinque
anni seguenti scoprii che la storia non poteva più essere del tutto accan-
tonata e proseguii a rilento, per lo più di notte, finché non mi trovai da-
vanti alla tomba di Balin a Moria. Lì mi fermai a lungo. Passò quasi un
anno prima che mi rimettessi in moto e così verso la fine del 1941 giunsi
a Lothlórien e al Grande Fiume. L’anno dopo scrissi le prime versioni
del materiale che ora si presenta come il Libro Terzo e l’inizio dei capito-
li I e III del Libro Quinto; e lì, mentre i fuochi di segnalazione ardevano
sull’Anórien e Théoden arrivava a Valfano, mi fermai. La preveggenza
era venuta meno e non c’era più tempo per pensare.
Fu durante il 1944 che, messi da parte i lati oscuri e le perplessi-
tà di una guerra che era mio dovere condurre o quantomeno riferire,
mi costrinsi ad affrontare il viaggio di Frodo a Mordor. Quei capitoli,
poi diventati il Libro Quarto, li scrissi e li inviai a puntate a mio figlio,
Christopher, all’epoca in Sudafrica con la raf. Ci vollero comunque cin-
que anni prima che il racconto arrivasse alla conclusione attuale; in quel
periodo cambiai casa, cattedra e college e le giornate, pur se meno cupe,
non erano meno laboriose. Poi quando finalmente giunsi alla “fine” l’in-
tera storia dovette esser rivista e, a dire il vero, in gran parte riscritta a ri-
troso. Dopo di che andava battuta e ribattuta a macchina: da me; il costo
di una dattilografa professionista esulava dai miei mezzi.
Da quando finalmente è andato in stampa, Il Signore degli Anelli lo
hanno letto in molti; e qui coglierei l’occasione per dire la mia sulle tan-
te opinioni o ipotesi che ho ricevuto o letto circa i motivi e il significa-
to del racconto. Il motivo principale era il desiderio di un narratore di
cimentarsi con una storia davvero lunga capace di catturare l’attenzio-
ne dei lettori, divertirli, deliziarli e a momenti magari stimolarli o com-
muoverli profondamente. Come guida avevo soltanto le mie sensazioni
rispetto a ciò che è piacevole o commovente e per molti inevitabilmente
la guida spesso ha sbagliato. Alcuni di coloro che hanno letto il libro o
che in ogni caso l’hanno recensito, l’hanno trovato noioso, assurdo o
spregevole; e io non ho di che lamentarmi, dal momento che penso lo
stesso del loro lavoro o dei modi di scrivere che evidentemente predili-
gono. Ma anche secondo molti che pure hanno apprezzato la mia storia,
c’è parecchio che lascia insoddisfatti. Forse in un racconto lungo non è
possibile piacere a tutti in ogni punto, né dispiacere a tutti negli stessi
punti: dalle lettere ricevute scopro che i brani o i capitoli da alcuni rite-
nuti malriusciti hanno tutti la piena approvazione da parte di altri. Il più
critico di tutti i lettori, il sottoscritto, ora ci trova molte pecche, piccole
e grandi, ma non avendo per fortuna l’obbligo di recensire il libro né di
riscriverlo, le passerà sotto silenzio, tranne una che altri hanno notato:
il libro è troppo corto.

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Prefazione alla seconda edizione

Quanto al significato profondo o al “messaggio”, nelle intenzioni


dell’autore non ne ha alcuno. Non è né allegorico né legato all’attualità.
Crescendo, la storia ha messo radici (nel passato) e ramificazioni inaspet-
tate: ma il tema principale l’ha stabilito fin dall’inizio la scelta inevitabi-
le dell’Anello quale legame con Lo Hobbit. Il capitolo cruciale, L’ombra
del passato, è una delle parti più vecchie del racconto. L’ho scritto molto
prima che il presagio del 1939 diventasse la minaccia di un disastro ine-
vitabile e da quel punto la storia, anche se si fosse evitato il disastro, si
sarebbe sviluppata essenzialmente su quella falsariga. Le fonti le avevo
in mente da gran tempo, in alcuni casi già scritte, e la guerra iniziata nel
1939 o i suoi strascichi l’hanno modificata poco o niente.
La guerra reale non somiglia alla guerra leggendaria né nello svol-
gimento né nella conclusione. Se avesse ispirato o guidato lo sviluppo
della leggenda, allora l’Anello sarebbe senz’altro stato preso e usato con-
tro Sauron; Sauron non sarebbe stato annientato bensì reso schiavo e
Barad-dûr non sarebbe stata distrutta bensì occupata. Saruman, non riu­
scendo a impossessarsi dell’Anello, nella confusione e nelle insidie del
momento avrebbe trovato in Mordor il nesso mancante alle sue ricerche
nella tradizione degli Anelli e non ci avrebbe messo molto a forgiare
un Grande Anello con il quale sfidare il sedicente Signore della Terra
di Mezzo. In quel conflitto le due parti avrebbero odiato e disprezzato
gli hobbit, i quali non sarebbero sopravvissuti a lungo neppure come
schiavi.
Altre soluzioni si potranno trovare in base ai gusti e alle opinioni di
coloro che amano l’allegoria o il rimando all’attualità. Ma io detesto cor-
dialmente l’allegoria in tutte le sue manifestazioni e l’ho sempre fatto sin
da quando sono diventato abbastanza grande e accorto da individuar-
ne la presenza. Preferisco di gran lunga la storia, vera o finta, con la sua
molteplice applicabilità al pensiero e all’esperienza dei lettori. Credo che
molti confondano “applicabilità” con “allegoria”; ma una risiede nella li-
bertà del lettore, l’altra nel predominio deliberato dell’autore.
Naturalmente un autore non può restare del tutto indifferente alla
propria esperienza, ma i modi che ha il germe di una storia di usare il
terreno dell’esperienza sono estremamente complessi e i tentativi di de-
finire il procedimento sono nel migliore dei casi ipotesi basate su indi-
zi inadeguati e ambigui. È altresì falso, pur se naturalmente seducente,
laddove le vite di autore e critico coincidano, supporre che i moti del
pensiero o gli avvenimenti dell’epoca comuni a entrambi siano necessa-
riamente stati le influenze preponderanti. Certo, bisogna essersi trovati
di persona all’ombra della guerra per sentirne appieno l’oppressione; ma
ora col passar degli anni tendiamo sempre più a dimenticare che esser
colti di sorpresa in gioventù dal 1914 non fu un’esperienza meno orribile

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Il Signore degli Anelli

che farsi coinvolgere nel 1939 e negli anni seguenti. Nel 1918 tutti i miei
migliori amici tranne uno erano morti. O per toccare un tema meno gra-
ve: c’è chi ha creduto che Il repulisti della Contea rifletta la situazione
inglese mentre portavo a termine il racconto. Non è vero. È una parte
essenziale della trama, prevista dall’inizio, benché di fatto modificata dal
personaggio di Saruman quale si sviluppa nella storia senza, non occorre
dirlo, alcun significato allegorico né riferimento politico di sorta. A dire
il vero una base nell’esperienza ce l’avrebbe, per quanto esile (la situazio-
ne economica era del tutto diversa) e di molto antecedente. Il paese dove
ho trascorso l’infanzia venne ignobilmente devastato prima che avessi
dieci anni, questo quando le automobili erano oggetti rari (io non ne ave-
vo mai vista una) e le linee ferroviarie locali erano ancora in via di costru-
zione. Di recente ho visto su un giornale la fotografia del mulino presso
lo stagno, prospero un tempo e ora all’ultimo stadio della decrepitezza,
che una volta mi era parso così importante. Il Giovane mugnaio aveva
un’aria che non mi era mai piaciuta, ma il padre, il Vecchio mugnaio,
aveva la barba nera e non si chiamava Sabbiaiolo.
Il Signore degli Anelli esce ora in una nuova edizione e abbiamo colto
l’opportunità per rivederlo. Abbiamo corretto un certo numero di errori
e incongruenze che ancora sussistevano nel testo e abbiamo fatto il ten-
tativo di fornire dati su pochi punti sollevati da lettori attenti. Ho tenuto
conto di tutti i loro commenti e interrogativi e, se sembro averne trascu-
rato qualcuno, forse è dovuto al fatto che non sono riuscito a tenere in
ordine i miei appunti; ma per rispondere a certe domande ci sarebbe bi-
sogno di ulteriori appendici o magari di un volume supplementare con-
tenente molto del materiale che non ho incluso nell’edizione originale, in
particolare informazioni linguistiche più dettagliate. Intanto quest’edi­
zione offre questa Prefazione, un’aggiunta al Prologo, alcune note e un
indice dei nomi di persone e luoghi. Questo indice vuol essere completo
nelle voci ma non nelle citazioni, dato che in vista della pubblicazione si
è reso necessario ridurne la mole. Un indice completo, che faccia pieno
uso del materiale preparato per me dalla signora N. Smith, rientra sem-
mai nel volume supplementare.

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Prologo

1. A proposito di Hobbit

Questo libro tratta in larga parte di Hobbit e dalle sue pagine il let-
tore scoprirà molto sul loro carattere e un poco della loro storia. Altre
notizie si possono trovare anche nella scelta dal Libro Rosso della Marca
Occidentale già pubblicata con il titolo di Lo Hobbit. Quella storia è ri-
cavata dai primi capitoli del Libro Rosso, composti da Bilbo in persona,
il primo Hobbit a diventare celebre nel resto del mondo, e da lui intito-
lati Andata e Ritorno, dato che raccontavano del suo viaggio nell’Est e
del suo rimpatrio: un’avventura che avrebbe in seguito coinvolto tutti gli
Hobbit nei grandi avvenimenti di quell’Era qui riportati.
Molti, tuttavia, vorranno saperne di più su questo singolare popolo
a partire dall’inizio, mentre alcuni forse non possiedono il primo libro.
Per quei lettori, ho qui raccolto poche annotazioni sui punti salienti della
tradizione hobbit e riassunto in breve la prima avventura.

Gli Hobbit sono un popolo schivo ma di ceppo antichissimo, un tem-


po assai più numeroso di adesso; amano la pace, la tranquillità e la buona
terra dissodata: l’ambiente da loro preferito era una campagna organiz-
zata e coltivata a dovere. Pur essendo bravi con gli attrezzi, non hanno
mai capito né amato macchine più complicate di un mantice, un mulino
ad acqua o un telaio a mano. Di norma anche in antico si tenevano alla
larga dalla “Grossa Gente”, come ci chiamano, mentre adesso ci evita-
no con trepidazione e trovarli non è più tanto semplice. Hanno l’orec-
chio fino e l’occhio acuto e, pur se tendono a ingrassare e a prenderse-
la comoda, sono comunque agili e sciolti nei movimenti. Fin dall’inizio
possedevano l’arte di sparire rapidi e silenziosi al goffo sopraggiunger
di persone robuste che non desiderano incontrare; un’arte sviluppata al
punto da sembrare poi magica agli Uomini. Ma di fatto gli Hobbit non
hanno mai studiato magia di nessun tipo e questa loro inafferrabilità è

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Il Signore degli Anelli

dovuta unicamente a una maestria da esperti che l’eredità, la pratica e


l’amicizia intima con la terra hanno reso inimitabile per razze più grandi
e più impacciate.
Per esser piccoli lo sono, più dei Nani: o meglio meno corpulenti e
tozzi, anche quando in realtà non sono molto più bassi. Secondo le no-
stre misure l’altezza può variare tra il mezzo metro e il metro e venti.
Di rado ormai arrivano a un metro; ma a sentir loro sono rimpiccioliti
e anticamente erano più alti. Stando al Libro Rosso, Bandobras Took
(Muggitoro), figlio di Isumbras Terzo, era quasi un metro e mezzo e ca-
pace di andare a cavallo. Tutti i documenti hobbit attestano che lo supe-
rarono soltanto due famosi personaggi di un tempo; ma di questo curio-
so argomento si parlerà nel libro.
Quanto agli Hobbit della Contea, di cui trattano questi racconti, in
tempo di pace e di prosperità erano un popolo allegro. Indossavano
vesti di colori vivaci, con una predilezione per il giallo e il verde; ma di
rado portavano scarpe perché avevano i piedi dalla pianta dura come
cuoio e ricoperti di peli folti e ricci, proprio come i capelli, di solito
castani. Sicché, pur avendo lunghe dita abili capaci di fare molte al-
tre cose utili e aggraziate, l’unica attività poco esercitata era la calzole-
ria. Di regola avevano un viso bonario più che bello, largo, rubicondo,
l’occhio vispo, la bocca fatta per ridere, mangiare e bere. E per ride-
re ridevano, e mangiavano e bevevano di gusto e molto spesso, aman-
ti com’erano degli scherzi ingenui a ogni piè sospinto e di sei pasti al
giorno (quando potevano permetterseli). Erano ospitali, e feste e doni,
che offrivano con generosità e accettavano con entusiasmo, facevano la
loro felicità.
Insomma è evidente che, malgrado il successivo estraniamento, gli
Hobbit sono imparentati con noi: molto più degli Elfi o perfino dei
Nani. Un tempo parlavano, a modo loro, le lingue degli Uomini e aveva-
no più o meno le stesse preferenze e avversioni. Ma quale sia con preci-
sione questa parentela non è più dato appurarlo. Le origini degli Hobbit
si perdono nei Giorni Antichi ormai dimenticati. Soltanto gli Elfi con-
servano ancora documenti di quell’epoca scomparsa, e le loro tradizioni
s’interessano quasi esclusivamente della loro storia, gli Uomini vi com-
paiono di rado e gli Hobbit non vengono neppure menzionati. È chiaro
tuttavia che gli Hobbit avevano senz’altro vissuto pacificamente nella
Terra di Mezzo per anni e anni prima che gli altri si accorgessero mini-
mamente di loro. E siccome il mondo è in fin dei conti pieno all’invero-
simile di strane creature, questi piccoli esseri sembrarono assai poco im-
portanti. Ma ai tempi di Bilbo e del suo erede Frodo, di punto in bianco
e non per volontà loro, assunsero importanza e rinomanza, turbando le
consulte dei Saggi e dei Grandi.

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Prologo

Quei giorni, la Terza Era della Terra di Mezzo, sono ormai molto lon-
tani e cambiata è la configurazione di tutte le terre; ma le regioni dove
all’epoca vivevano gli Hobbit sono senza dubbio uguali a quelle ove per-
mangono tuttora: il nord-ovest del Vecchio Mondo, a est del Mare. Della
loro dimora originaria gli Hobbit del tempo di Bilbo non serbavano me-
moria. L’amore per la cultura (a parte le tradizioni genealogiche) non era
assai diffuso, anche se restava sempre qualcuno dei casati più antichi a
studiare i libri di famiglia e a raccogliere perfino testimonianze dei tempi
passati e dei paesi lontani da Elfi, Nani e Uomini. I loro documenti pren-
dono avvio soltanto dopo l’insediamento nella Contea e le loro leggende
più antiche non risalgono molto oltre i Giorni della Peregrinazione. È
chiaro tuttavia dalle leggende e dalle prove apportate da parole e usanze
singolari che, come molti altri popoli, gli Hobbit in un lontano passato
erano migrati verso occidente. I loro primi racconti lasciano intravedere
un tempo in cui dimoravano nelle alte valli dell’Anduin, tra la gronda di
Boscoverde il Grande e i Monti Brumosi. Nessuno sa più con certezza
perché in seguito affrontarono il difficile e periglioso valico dei monti
passando in Eriador. Le loro cronache parlano del numero crescente di
Uomini nel paese e di un’ombra calata sulla foresta, che si abbuiò e prese
il nome di Boscuro.
Prima di valicare i monti gli Hobbit erano già divisi in tre ceppi al-
quanto diversi: Pelòpedi, Nerbuti e Cutèrrei. I Pelòpedi erano di pelle
più scura, più piccoli e più bassi, non portavano la barba e neanche le
scarpe; avevano mani e piedi proporzionati e agili; e preferivano gli alto-
piani e i pendii. I Nerbuti erano ben piantati e di corporatura più mas-
siccia; avevano mani e piedi più grandi; e preferivano la pianura e le rive
dei fiumi. I Cutèrrei erano più chiari di carnagione e anche di capelli,
erano più alti e magri degli altri; amavano le piante e i terreni boschivi.
Nell’antichità i Pelòpedi erano stati a stretto contatto con i Nani e a
lungo avevano vissuto alle pendici dei monti. Dapprima si erano spostati
verso occidente, errando per Eriador fino a Svettavento, mentre gli altri
erano ancora nella Selvalanda. Erano la varietà più comune e rappresen-
tativa di Hobbit e senz’altro la più numerosa. Erano quelli più portati a
insediarsi in una località e preservarono più a lungo l’atavica usanza di
vivere nelle gallerie e nelle buche.
I Nerbuti, meno diffidenti nei confronti degli Uomini, si trattennero
a lungo sulle sponde del Grande Fiume Anduin. Vennero a occidente
sulla scia dei Pelòpedi e seguirono il corso del Riorombante verso sud; e
lì molti di loro abitarono a lungo tra Tharbad e i confini di Landumbria
prima di tornare a nord.
I Cutèrrei, i meno numerosi, erano un ramo settentrionale. Avevano
con gli Elfi rapporti più amichevoli degli altri Hobbit ed erano più dotati

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Il Signore degli Anelli

per la lingua e il canto che per le arti manuali; e da sempre preferivano la


caccia alla coltivazione. Valicarono i monti a nord di Valforra e scesero
il Fiume Pollagrigia. In Eriador non ci misero molto a mescolarsi con gli
altri ceppi che li avevano preceduti ma, più arditi e più avventurosi, si
trovarono spesso a capo dei clan pelòpedi e nerbuti. Perfino all’epoca di
Bilbo era dato rinvenire una forte vena cutèrrea tra i grandi casati come
i Took e i Signori di Landaino.
Nelle terre Occidentali di Eriador, tra i Monti Brumosi e i Monti di
Lune, gli Hobbit trovarono Uomini ed Elfi. Ci vivevano ancora gli ultimi
Dúnedain, i re degli Uomini giunti per mare dall’Occidenza; ma anda-
vano scemando in fretta e le terre del loro Regno del Nord finivano in
malora un po’ dovunque. Lo spazio per i nuovi arrivati non mancava di
certo e nel giro di poco tempo gli Hobbit presero a insediarsi in comuni-
tà ben organizzate. Buona parte di quei primi insediamenti erano spariti
da molto e all’epoca di Bilbo non li ricordava più nessuno; uno dei primi
ad assumere importanza sopravviveva ancora, sia pure in dimensioni ri-
dotte; si trovava a Bree e nel Bosco Chet tutt’intorno, a una quarantina
di miglia a est della Contea.
Fu senz’altro in quei tempi lontani che gli Hobbit impararono l’alfa-
beto e iniziarono a scrivere sulla falsariga dei Dúnedain, che a loro volta
avevano imparato l’arte dagli Elfi molto prima. E sempre a quei tempi
dimenticarono qualsiasi altra lingua usata in precedenza e da allora in
poi parlarono la Lingua Comune, il cosiddetto Ovestron, d’uso corrente
in tutte le terre dei re da Arnor a Gondor e lungo tutte le coste del Mare
da Belfalas a Lune. Conservarono comunque qualche loro termine, oltre
ai nomi dei mesi e dei giorni e a un gran numero di nomi di persona del
passato.
A partire più o meno da allora la leggenda, con il computo degli anni,
divenne per la prima volta storia anche per gli Hobbit. Fu nell’anno 1601
della Terza Era che i fratelli cutèrrei Marcho e Blanco partirono da Bree;
e ottenuto il permesso dall’alto sire di Fornost1 attraversarono il bruno
fiume Baranduin con un gran seguito di Hobbit. Passarono sul Ponte di
Petrarchi, costruito nei giorni di dominio del Regno del Nord, e occu-
parono tutta la terra al di là, tra il fiume e i Poggi Remoti. Come contro-
partita dovevano soltanto tenere in buono stato Ponte Grande e tutti gli
altri ponti e le strade, agevolare il passaggio dei messi del re e riconoscere
la sua signoria.
Ebbe inizio così il Computo Conteale, l’anno dell’attraversamento
del Brandivino (così gli Hobbit trasformarono il nome) divenne l’Anno

1
  Si tratta di Argeleb II, ventesimo del ramo nordico, che si estinse con Arvedui
trecento anni dopo, come riferiscono i registri di Gondor.

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Prologo

Primo della Contea e tutte le date successive si contarono a partire da


allora.2 Gli Hobbit d’occidente s’innamorarono all’istante della nuova
terra e vi si trattennero, sparendo ben presto di nuovo dalla storia degli
Uomini e degli Elfi. Fino a quando ci fu un re restarono nominalmente
suoi sudditi ma, di fatto, a governarli avevano i loro capi ed evitavano
nel modo più assoluto d’intromettersi nelle vicende del mondo esterno.
All’ultima battaglia di Fornost contro il Capo stregone di Angmar ave-
vano mandato arcieri in aiuto del re, o così sostenevano, pur se nessuna
storia degli Uomini lo riporta. Ma con quella guerra terminò il Regno del
Nord; e allora gli Hobbit presero per sé la terra e scelsero tra i loro capi
un Conte che mantenesse la potestà del re venuto a mancare. Per mille
anni le guerre li lasciarono pressoché indisturbati e dopo la Peste Nera
(C.C. 37) prosperarono e si moltiplicarono fino alla calamità del Lungo
Inverno e alla carestia che seguì. Perirono allora a migliaia ma, all’epoca
di questo racconto, i Giorni dell’Indigenza (1158-60) erano assai lonta-
ni e gli Hobbit si erano riabituati alla prosperità. La terra era ricca e ge-
nerosa e, pur se da molto abbandonata al loro arrivo, in precedenza era
stata coltivata a dovere e il re a suo tempo ci aveva posseduto fattorie,
coltivazioni di cereali, vigneti e boschi a profusione.
Si estendeva per quaranta leghe dai Poggi Remoti al Ponte Brandivino
e per cinquanta dalle brughiere settentrionali alle paludi del sud. Gli
Hobbit la chiamarono la Contea, in quanto regione sotto la potestà del
loro Conte, nonché area di attività ben organizzate; e in quell’ameno
angolo di mondo svolgevano la loro ben organizzata attività di vivere,
trascurando sempre più il mondo esterno dove oscure creature s’aggi-
ravano e finendo per creder che la pace e la prosperità fossero la nor-
ma nella Terra di Mezzo, oltre che un diritto di ogni persona di giudi-
zio. Dimenticarono o ignorarono quel poco che mai avevano saputo dei
Custodi e degli sforzi di coloro che avevano reso possibile la lunga pace
della Contea. In realtà erano tutelati, ma ne avevano perso il ricordo.
Bellicosi gli Hobbit, di qualsiasi tipo, non lo erano stati in nessun
frangente e non avevano mai combattuto tra di loro. Un tempo natu-
ralmente si erano visti costretti a battersi per sopravvivere in un mondo
duro; ma all’epoca di Bilbo era storia antichissima. L’ultima battaglia,
prima che s’apra questa vicenda, e l’unica a dire il vero combattuta en-
tro i confini della Contea, nessuno ormai la ricordava più: la Battaglia
dei Campiverdi, C.C. 1147, nella quale Bandobras Took sventò un’inva-
sione degli Orchi. Perfino il clima si era mitigato e i lupi che un tempo
calavano famelici dal Nord nei rigidi inverni nivali erano presenti ormai

2
  Per calcolare alla maniera degli Elfi e dei Dúnedain gli anni della Terza Era
basterà pertanto aggiungere 1600 anni alle date del Computo Conteale.

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Il Signore degli Anelli

solo nei racconti dei vecchi. Perciò, pur serbando una scorta d’armi nella
Contea, esse servivano al più come trofei, appese alla parete o sul cami-
no, o raccolte nel museo di Gran Sterro, detto Casa Mathom. Tutto ciò
che non era d’uso immediato ma che erano restii a buttare, gli Hobbit
lo chiamavano mathom. Le abitazioni tendevano a riempirsi oltremisura
di mathom e nel novero rientravano molti dei regali che si scambiavano.
Ma a dispetto della pace e del benessere, il popolo degli Hobbit era
rimasto curiosamente coriaceo. Difficile, anche laddove necessario, inti-
midirli o ucciderli; e forse la passione inesausta per le cose buone era do-
vuta al fatto che, all’occorrenza, potevano farne a meno e sopportare le
angherie della malasorte, del nemico o del cattivo tempo in un modo che
lasciava sbalordito chi non li conoscesse bene e si limitasse a guardarne
la pancia e il viso pasciuto. Pur tutt’altro che propensi ad attaccare briga
e incapaci di uccidere per divertimento una creatura vivente, messi alle
strette si dimostravano prodi e, alla bisogna, sapevano ancora maneggiar
le armi. L’occhio acuto ne faceva bravi arcieri che andavano dritti a ber-
saglio. E non solo con l’arco e le frecce. Se uno Hobbit raccoglieva una
pietra, era il caso di correr subito al riparo, come sapevano benissimo gli
animali che sconfinavano.
In origine tutti gli Hobbit vivevano in buche nella terra, o così cre-
devano, e in quegli spazi ancora si sentivano di più a casa propria; ma
nel corso del tempo erano stati costretti ad adottare altre forme di abi-
tazione. All’epoca di Bilbo, in realtà, a mantenere l’antica usanza nella
Contea erano in genere soltanto i più ricchi e i più poveri tra gli Hobbit.
I più poveri continuavano a vivere in tane del tipo più primitivo, vere
e proprie buche, con una sola finestra o senza; i benestanti invece co-
struivano ancora versioni più lussuose dei semplici alloggi di un tem-
po. Ma siti adatti a quelle gallerie ampie e ramificate (o smial, come le
chiamavano) non si trovavano dovunque; e con l’aumento della popola-
zione gli Hobbit cominciarono a costruire in superficie, nella pianura e
negli avvallamenti. Sicché, perfino nelle zone collinari e nei borghi più
vecchi, come Hobbiton o Borgo Tuck, o nel capoluogo della Contea,
Gran Sterro sui Poggi Bianchi, c’erano adesso molte case di legno, pie-
tra o mattoni. A preferirle erano soprattutto i mugnai, i fabbri, i cordai,
i carradori e altri artigiani del genere perché, anche quando avevano bu-
che ove abitare, gli Hobbit erano abituati da molto a costruire rimesse
e officine.
La consuetudine di costruire fattorie e granai era iniziata, si diceva, tra
gli abitanti della Marcita lungo il Brandivino. Gli Hobbit di quell’area, il
Quartiero Est, erano assai robusti, avevano gambe massicce e se per col-
pa del maltempo s’era formato il fango, calzavano nanostivali. Ma si sa-
peva bene che erano in gran parte di sangue nerbuto, come ampiamente

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Prologo

attestato dalla peluria che molti si lasciavano crescere sul mento. Nessun
pelòpede o cutèrreo aveva ombra di barba. In verità la popolazione della
Marcita e di Landaino, a est del Fiume, che poi occupò, per lo più era
risalita da sud nella Contea soltanto in seguito; e conservava molti nomi
singolari e strane parole che non avevano riscontro nel resto della Contea.
È probabile che l’arte muratoria, al pari di molte altre arti, provenisse
dai Dúnedain. Ma gli Hobbit potrebbero averla imparata direttamente
dagli Elfi, i maestri degli Uomini nella loro gioventù. Gli Alti Elfi non
avevano ancora abbandonato la Terra di Mezzo e all’epoca vivevano a
ovest nei Grigi Approdi e in altri posti nell’ambito della Contea. Era
dato ancora scorgere tre torri elfiche d’epoca immemorabile sui Colli
Turriti oltre le marche occidentali. Brillavano in lontananza alla luce del-
la luna. La più alta era la più lontana e si ergeva solitaria su un verde
rialzo. A detta degli Hobbit del Quartiero Ovest, dall’alto della torre si
vedeva il Mare; ma non risultava che uno Hobbit ci fosse mai salito. In
verità pochi avevano visto o navigato il Mare, meno ancora erano tor-
nati a darne conto. I più guardavano con grande sospetto anche i fiumi
e le barche e non molti di loro sapevano nuotare. E, col trascorrere dei
giorni, della Contea parlarono sempre meno con gli Elfi e iniziarono a
temerli e a diffidare di chi aveva rapporti con loro; e Mare divenne una
parola temuta e un simbolo di morte, e distolsero il viso dalle colline
occidentali.
L’arte muratoria avrà pur preso le mosse da Elfi e Uomini, ma gli
Hobbit se ne servivano a modo loro. Non avevano interesse per le torri.
Le loro case in genere erano lunghe, basse e comode. Quelle più antiche,
a dire il vero, imitavano nella conformazione gli smial, con il tetto d’erba
secca o paglia, o coperto di cotica, e le pareti alquanto rigonfie. Quella
fase, però, rientrava nei primi tempi della Contea e da allora l’edilizia
hobbit aveva subito modifiche e migliorie grazie ad accorgimenti appresi
dai Nani o scoperti da loro stessi. Una predilezione per le finestre ton-
de e perfino per le porte tonde era la principale particolarità rimasta
dell’archi­tettura hobbit.
Le case e le buche degli Hobbit della Contea erano spesso grandi e
abitate da grandi famiglie. (Bilbo e Frodo Baggins erano invero un’ecce-
zione sia in quanto scapoli sia per tanti altri versi, come l’amicizia con gli
Elfi.) A volte, come nel caso dei Took dei Grandi Smial o dei Brandaino
di Palazzo Brandy, molte generazioni di parenti convivevano in (relati-
va) pace in un’unica dimora avita piena di gallerie. Comunque tutti gli
Hobbit avevano un forte senso di appartenenza al gruppo e curavano
con estrema attenzione i legami di parentela. Tracciavano lunghi ed ela-
borati alberi genealogici dagli innumerevoli rami. Se si ha a che fare con
gli Hobbit è importante ricordare i rapporti di parentela, e il grado, che

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Il Signore degli Anelli

intercorrono tra loro. In questo libro sarebbe impossibile presentare un


albero genealogico che includesse anche solo i più importanti membri
delle famiglie più importanti all’epoca di questi racconti. Gli alberi ge-
nealogici alla fine del Libro Rosso della Marca Occidentale costituisco-
no un piccolo libro a sé e chiunque, a parte gli Hobbit, li troverebbe di
una noia mostruosa. Gli Hobbit si divertivano con questo genere di cose,
purché accurate: amavano riempire libri di cose che sapevano già espo-
ste per filo e per segno senza incongruenze.

2. A proposito di erba piparina

Non si può passare sotto silenzio un altro stupefacente aspetto degli


Hobbit di un tempo, un’abitudine stupefacente: suggevano o aspirava-
no, attraverso pipe d’argilla o di legno, il fumo di certe foglie d’erba bru-
ciate che chiamavano erba o foglia piparina, probabilmente una varietà di
Nicotiana. Un grande mistero avvolge l’origine di questa singolare usanza
o “arte”, come preferiscono chiamarla gli Hobbit. Tutto quello che era
dato scoprire al riguardo nell’antichità lo raccolse Meriadoc Brandaino
(poi Signo­re di Landaino), e siccome lui e il tabacco del Quartiero Sud
svolgono un ruolo nella storia che segue, sarà il caso di citare le conside-
razioni che fa nell’introduzione all’Erbario della Contea.
“Questa,” dice, “è l’unica arte che possiamo senz’altro rivendicare
come nostra invenzione. Quando gli Hobbit iniziarono a fumare non si
sa, tutte le leggende e le storie di famiglia lo danno per scontato; per se-
coli la popolazione della Contea ha fumato vari tipi di erba, alcuni più
nauseabondi, altri più soavi. Ma tutti i documenti concordano nel dire
che Tobold Soffiacorno di Vallelunga nel Quartiero Sud fu il primo a
coltivare l’autentica erba piparina nei suoi giardini ai tempi di Isengrim
Secondo, intorno all’anno 1070 secondo il Computo Conteale. Le mi-
gliori piante locali vengono tuttora da quella zona, specie le varietà note
come la Foglia di Vallelunga, il Vecchio Tobia e la Stella del Sud.
“Come il Vecchio Tobia abbia scoperto la pianta non è documenta-
to perché non lo rivelò neanche in punto di morte. Per quanto esperto
in fatto di erbe, non era un viaggiatore. Si dice che da giovane andasse
spesso a Bree, ma di certo non si spinse mai più lontano di così dal-
la Contea. È assai probabile perciò che sia venuto a conoscenza della
pianta a Bree, dove, quantomeno adesso, alligna alle pendici meridionali
della collina. Gli Hobbit di Bree sostengono di essere stati i primi fuma-
tori effettivi dell’erba in questione. Sostengono altresì di aver fatto tutto
prima di quelli della Contea, che chiamano ‘coloni’; ma nella fattispecie
non dev’essere, ritengo, una pretesa campata in aria. Ed è senz’altro da

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Prologo

Bree che l’arte di fumare l’erba genuina si è diffusa negli ultimi secoli tra
i Nani e altri soggetti del genere, Forestali, Maghi o vagabondi, quando
nel loro andirivieni passavano ancora da quell’antico carrobbio. Fonte e
centro dell’arte vanno pertanto rintracciati nell’antica locanda di Bree,
Il Cavallino Inalberato, di proprietà della famiglia Farfaraccio da tempo
immemorabile.
“Tuttavia, accertamenti da me fatti nei miei tanti viaggi a sud mi han-
no convinto che l’erba in questione non è originaria delle nostre parti
ma è venuta verso nord dal basso Anduin dove, ho il sospetto, origina-
riamente giunse attraverso il Mare a opera degli Uomini d’Occidenza. Si
trova in abbondanza a Gondor, più ricca e generosa che a Nord, dove
non cresce spontanea e alligna solamente in luoghi caldi e riparati come
Vallelunga. Gli Uomini di Gondor la chiamano dolce galenas e l’apprez-
zano soltanto per la fragranza dei fiori. Da lì devono averla portata per
la Viaverde durante i lunghi secoli tra la venuta di Elendil e i giorni no-
stri. Ma perfino i Dúnedain di Gondor ce ne rendono merito: i primi a
metterla in una pipa furono gli Hobbit. Prima di noi neanche i Maghi
ci avevano pensato. Pur se un Mago che conoscevo aveva appreso l’arte
tanto tempo fa diventando abile in quella come in tutte le altre cose alle
quali si applicava.”

3. L’ordinamento della Contea

La Contea era divisa in quattro regioni, i Quartieri già menzionati,


Nord, Sud, Est e Ovest; a loro volta divisi in un certo numero di tenute
in mano al contado, che ancora portavano il nome di qualche antico ca-
sato anche se, all’epoca della nostra storia, questi nomi non si trovavano
più soltanto nelle rispettive tenute. Quasi tutti i Took vivevano ancora
nella Tooklandia, ma questo non valeva per molte altre famiglie come
i Baggins o i Boffin. Fuori dai Quartieri c’erano le Marche Orientale e
Occidentale: Landaino; e la Marca Occidentale annessa alla Contea nel
C.C. 1452.
All’epoca la Contea non aveva un vero e proprio “governo”. Per lo
più erano le famiglie a gestire i loro affari. Produrre cibo e mangiare
occupavano gran parte del tempo. In altre cose si mostravano di solito
generosi anziché avidi, soddisfatti e moderati, così le proprietà, le fatto-
rie, le botteghe e le piccole aziende tendevano a restare immutate per
generazioni.
Restava certo l’antica tradizione riguardante l’alto sire di Fornost,
o Norburgo come la chiamavano, a nord della Contea. Ma non c’era
più un re da quasi mille anni e l’erba ricopriva perfino i ruderi della

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Il Signore degli Anelli

Norburgo dei Re. Tuttavia gli Hobbit continuavano a dire che la popo-
lazione selvaggia e le creature malvagie (come i troll) non avevano mai
sentito parlare del re. Attribuivano al re di un tempo tutte le loro leggi
fondamentali; e di solito le osservavano di spontanea volontà, perché
erano Le Regole (come dicevano loro), antiche e giuste.
È vero che la famiglia Took ebbe a lungo la supremazia; questo per-
ché la carica di Conte era passata a loro (dopo i Vecchiodaino) qualche
secolo addietro e da allora il capo Took portava quel titolo. Il Conte era
a capo dell’Assemblea conteale e comandante dell’adunanza conteale e
della milizia hobbituaria; ma assemblee e adunanze si tenevano soltanto
in caso d’emergenza, cosa che non succedeva più, e il titolo si era ridot-
to a una carica simbolica. La famiglia Took godeva ancora, però, di un
rispetto particolare, in quanto numerosa ed enormemente ricca, e con
ogni generazione non mancava di offrire caratteri forti dalle abitudini
singolari oltre che dal temperamento avventuroso. Qualità, queste ulti-
me, che in genere adesso, anziché approvate, venivano a stento tollerate
(nei ricchi). Rimase comunque l’usanza di chiamare il capofamiglia Il
Took, aggiungendo all’occorrenza un numero al nome: come Isengrim
Secondo, per esempio.
Al momento l’unico vero e proprio funzionario della Contea era il
Sindaco di Gran Sterro (o della Contea), eletto ogni sette anni durante
la Libera Fiera che si teneva sui Poggi Bianchi al Lithe, cioè al Solstizio
d’Estate. Come sindaco aveva quasi un solo compito: presiedere ai ban-
chetti in occasione delle feste conteali, che cadevano di frequente. Ma
le cariche di Capo dell’Ufficio Postale e di Primo Sceriffo erano legate
alla carica di sindaco, e così dirigeva sia la Messaggeria che la Guardia.
Erano gli unici servizi della Contea e i Messaggeri erano i più numerosi
e di gran lunga i più impegnati. Non tutti gli Hobbit erano istruiti, ma
quelli che lo erano non facevano che scrivere a tutti gli amici (e a parenti
scelti) non raggiungibili con una passeggiata pomeridiana.
Sceriffi era il nome dato dagli Hobbit alla loro polizia o al corrispetti-
vo più vicino che avevano. Non portavano certo la divisa (ne ignoravano
perfino l’esistenza), solo una piuma sul berretto; e in pratica erano più
guardie campestri che poliziotti, più interessati agli animali sbrancati che
alle persone. Erano solo dodici in tutta la Contea, tre per ogni Quartiero,
addetti al Lavoro Interno. Un corpo più vasto, dagli effettivi che variava-
no a seconda della necessità, veniva impiegato per battere i confini e im-
pedire che Estranei di qualsiasi tipo, grandi o piccoli, recassero disturbo.
Quando inizia la nostra storia i Confinieri, come li chiamavano, era-
no notevolmente aumentati. C’erano stati molti rapporti e lamentele su
strane persone e creature che si aggiravano lungo le frontiere e le supera-
vano: primo segno che non tutto andava come doveva andare e come era

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Prologo

sempre andato, tranne che nei racconti e nelle leggende di tanto tempo
prima. Pochi prestarono attenzione al segnale, e neppure Bilbo si rese
minimamente conto di quello che lasciava presagire. Sessant’anni eran
trascorsi da quando aveva intrapreso quel suo viaggio memorabile ed era
vecchio anche per gli Hobbit, spesso e volentieri capaci di raggiungere
i cento anni; ma di certo restava ancora molta dell’ingente ricchezza da
lui riportata. Quanta o quanto poca fosse non lo rivelò a nessuno, nean-
che a Frodo, il “nipote” preferito. E tenne sempre nascosto l’anello che
aveva trovato.

4. Il ritrovamento dell’Anello

Come si narra nello Hobbit, un giorno alla porta di Bilbo si presentò


il grande Mago, Gandalf il Grigio, accompagnato da tredici nani: cioè
nientemeno che Thorin Scudodiquercia, discendente di re, e i suoi dodi-
ci compagni d’esilio. Con loro Bilbo, sorprendendo non poco e a lungo
se stesso, un mattino d’aprile, correva l’anno 1341 secondo il Computo
Conteale, partì in cerca di un grande tesoro, la riserva dei nani apparte-
nuta ai Re sotto la Montagna, ai piedi di Erebor nella Vallea, molto lonta-
no verso oriente. La cerca ebbe successo e il Drago di guardia alla riserva
fu abbattuto. Tuttavia, anche se prima della vittoria definitiva si combat-
té la Battaglia dei Cinque Eserciti e Thorin perse la vita e molte gesta glo-
riose si compirono, la cosa non avrebbe interessato più di tanto la storia
a venire né meritato più di una postilla nei lunghi annali della Terza Era,
se non fosse capitato “casualmente” un episodio. Gli Orchi assalirono il
gruppo diretto verso la Selvalanda su un alto passo dei Monti Brumosi;
ed ecco che Bilbo si smarrì per un po’ nelle nere miniere degli orchi sca-
vate in profondità nei monti e, brancolando invano nell’oscurità, posò la
mano su un anello abbandonato al suolo in una galleria. Lo mise in tasca.
Allora sembrò un semplice caso.
Per trovare una via d’uscita scese fino alle radici dei monti e lì fu co-
stretto a fermarsi. In fondo alla galleria c’era un gelido lago al riparo dal-
la luce e su un’isola di roccia in mezzo all’acqua viveva Gollum. Era co-
stui una piccola creatura disgustosa: si spostava su una barchetta usando
i grandi piedi piatti a mo’ di pagaie, guatando con smorti occhi lumine-
scenti e catturando con le lunghe dita pesci ciechi che mangiava crudi.
Mangiava ogni essere vivente, perfino l’orco, se riusciva a catturarlo e a
strangolarlo senza dover lottare. Possedeva un tesoro segreto finito in
mano sua molti secoli prima, quando viveva ancora alla luce: un anello
d’oro che rendeva invisibile chi lo metteva. Era l’unica cosa che ama-
va, il suo “Tesoro”, al quale parlava anche quando non lo aveva con sé.

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Il Signore degli Anelli

Lo teneva nascosto al sicuro in un buco nell’isola, tranne quando andava


a caccia o spiava gli orchi delle miniere.
Forse avrebbe attaccato subito Bilbo, se al momento dell’incontro
avesse avuto l’anello con sé; ma non lo aveva, mentre lo hobbit impugna-
va un coltello elfico, che fungeva da spada. Così per guadagnare tempo
Gollum sfidò Bilbo al Gioco degli Indovinelli, dicendogli che se non
avesse risolto un indovinello proposto da lui, lo avrebbe ucciso e man-
giato; ma se Bilbo lo avesse battuto avrebbe esaudito i suoi desideri: lo
avrebbe condotto fuori dalle gallerie.
Smarrito senza speranza nell’oscurità, impossibilitato ad andare avan-
ti o indietro, Bilbo accettò la sfida; e si scambiarono numerosi indovinel-
li. Alla fine la spuntò Bilbo, più per fortuna (sembra) che per arguzia;
in imbarazzo davanti all’ennesimo indovinello da proporre, quando con
la mano toccò l’anello che aveva raccolto e dimenticato, esclamò: “Che
cos’ho in tasca?” A questo Gollum non seppe rispondere, pur avendo
preteso tre tentativi.
Su quest’ultima domanda gli Esperti si dividono: forse era una sem-
plice “domanda” e non un “indovinello”, almeno secondo le regole ben
precise del Gioco; ma sono tutti d’accordo nel ritenere che, avendo ac-
cettato d’indovinare la risposta, Gollum era tenuto a rispettare la pro-
messa. E Bilbo gli ingiunse di mantenere la parola: gli era passato infat-
ti per la mente che quella viscida creatura avrebbe potuto dimostrarsi
falsa, anche se certe promesse erano sacre e in antico tutti, tranne le
creature più malvagie, avevano paura d’infrangerle. Ma dopo secoli di
solitudine nell’oscurità il cuore di Gollum era nero e albergava perfidia.
Così se la svignò, tornando sulla sua isola non lontana, in mezzo alle
acque scure, e ignota a Bilbo. Adesso era affamato e furibondo, e una
volta che avesse avuto il suo “Tesoro” con sé, nessuna arma gli avrebbe
fatto più paura.
Ma l’anello non era sull’isola; lo aveva perso, era sparito. Al suo stril-
lo un brivido corse lungo la schiena di Bilbo, che pure non aveva capito
che cosa fosse successo. Invece Gollum era finalmente arrivato, troppo
tardi però, alla soluzione. “Che cos’ha quel coso lì nella tasssca?” gridò.
Mentre tornava di corsa indietro per trucidare lo hobbit e recuperare il
suo “Tesoro”, come una fiamma verde gli brillava negli occhi una luce.
Bilbo si accorse appena in tempo del pericolo e fuggì alla cieca risalendo
il passaggio che portava lontano dall’acqua; e una volta ancora la fortu-
na lo assistette. Mentre correva mise la mano in tasca e l’anello s’infilò
senza difficoltà al dito. Perciò Gollum lo superò senza vederlo e andò a
mettersi di guardia all’uscita, per tema che il “ladro” scappasse. Bilbo lo
seguì con cautela e Gollum nel procedere imprecava e parlava tra sé del
suo “Tesoro”; dalle sue parole alla fine anche Bilbo indovinò la verità e

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Prologo

nell’oscurità iniziò a sperare: il meraviglioso anello che lui aveva trovato


gli offriva il destro per sfuggire agli orchi e a Gollum.
Si fermarono infine davanti a un varco nascosto che portava all’ingres-
so inferiore delle miniere, sulle pendici orientali dei monti. Lì Gollum si
acquattò sulla difensiva, annusando e ascoltando; e Bilbo ebbe la tenta-
zione di scannarlo con la spada. Ma la pietà lo trattenne e pur avendo
l’anello, nel quale era riposta la sua unica speranza, non intendeva usarlo
per uccidere la sciagurata creatura in posizione di svantaggio. Da ultimo,
preso coraggio scavalcò con un balzo Gollum nell’oscurità e fuggì per il
passaggio inseguito dalle grida di odio e di disperazione del nemico: “Al
ladro, al ladro! Baggins! Lo odiamo per sempre!”

Il fatto strano è che non è questa la prima versione data da Bilbo ai


compagni. A loro riferì che Gollum gli aveva promesso un regalo se aves-
se vinto al gioco; ma quando era andato a prenderlo sull’isola aveva sco-
perto che il tesoro era sparito: un anello magico che gli avevano donato
tanto tempo prima per il compleanno. Bilbo capì che si trattava proprio
dell’anello da lui trovato nella galleria e, siccome aveva vinto al gioco, era
già suo di diritto. Messo alle strette com’era, però, non disse niente e si
fece indicare da Gollum la via d’uscita come premio al posto del rega-
lo. Questa la versione riportata nelle memorie da Bilbo, che non sembra
averla più modificata, neppure dopo il Consiglio di Elrond. Chiaramente
compare ancora nel Libro Rosso originale, come in varie copie ed estrat-
ti. Molte copie però contengono la versione reale (come alternativa), rica-
vata senza dubbio dagli appunti di Frodo o Samplicio, i quali, pur essen-
do a conoscenza della verità, dovevano esser restii a cancellare alcunché
scritto di suo pugno dal vecchio hobbit in persona.
A Gandalf, però, bastò sentire la prima versione di Bilbo per non cre-
derci e gli rimase sempre la curiosità per quell’anello. Solo dopo aver tar-
tassato Bilbo di domande che per qualche tempo misero a dura prova la
loro amicizia, riuscì a strappargli la vera storia; ma il mago sembrava ri-
tenere importante la verità. Anche se non lo disse a Bilbo, riteneva altresì
importante, e preoccupante, che il bravo hobbit, come di prammatica,
non avesse detto la verità fin dall’inizio. L’idea del “regalo”, comunque,
non era solo un’invenzione alla hobbit. Gliel’avevano suggerita, confes-
sò Bilbo, le parole che aveva orecchiato: più volte Gollum aveva infatti
chiamato l’anello il suo “regalo di compleanno”. Gandalf trovava strano
e sospetto anche questo; ma scoprì la verità al riguardo soltanto molti
anni dopo, come si vedrà in questo libro.

Sulle successive avventure di Bilbo non occorre dire altro in questa


sede. Con l’aiuto dell’anello sfuggì agli orchi di guardia all’ingresso e si

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Il Signore degli Anelli

riunì ai compagni. Usò molte altre volte l’anello nel corso della cerca, in
genere per soccorrere gli amici; ma glielo tenne nascosto il più a lungo pos-
sibile. Una volta tornato non ne fece più parola, tranne che con Gandalf e
Frodo; e nessun altro nella Contea sapeva della sua esistenza, o così crede-
va lui. Soltanto a Frodo mostrò la relazione del Viaggio che stava scrivendo.
Pungiglione, la sua spada, Bilbo appese sopra il camino e la sua me-
ravigliosa cotta di maglia, dono dei Nani attinto alla riserva del Drago,
consegnò a un museo, Casa Mathom di Gran Sterro per l’appunto. Ma
conservò in un cassetto a Casa Baggins la vecchia mantella con cappuc-
cio che indossava durante i viaggi; e l’anello, assicurato a una catenella,
rimase nella tasca.
Tornò a casa a Casa Baggins il 22 giugno nel suo cinquan­taduesimo
anno (C.C. 1342) e nulla degno di nota capitò nella Contea fino a che il
signor Baggins non avviò i preparativi per festeggiare il suo centoundice-
simo compleanno (C.C. 1401). A questo punto ha inizio la nostra Storia.

Nota sulla documentazione della Contea

Alla fine della Terza Era il ruolo svolto dagli Hobbit nei grandi eventi
che portarono all’annessione della Contea al Regno Riunito destò tra di
loro un interesse più diffuso per la propria storia; e molte delle tradizio-
ni, fino a quel momento tramandate soprattutto in forma orale, vennero
raccolte e messe per iscritto. Le famiglie più importanti avevano a cuore
anche gli avvenimenti del Regno in senso lato e molti dei loro membri
studiarono le leggende e le storie antiche. Alla fine del primo secolo del-
la Quarta Era si potevano già trovare nella Contea varie biblioteche che
accoglievano molti libri e documenti storici.
Le raccolte più vaste si trovavano probabilmente a Sottorri, ai Gran-
di Smial e a Palazzo Brandy. Questa nostra versione della fine della
Terza Era è per la maggior parte ricavata dal Libro Rosso della Marca
Occidentale. Questa fonte importantissima per la storia della Guerra
dell’Anello era così chiamata perché a lungo conservata a Sottorri, re-
sidenza dei Bellinfante, Guardiani della Marca Occidentale.3 In origine
si trattava del diario personale di Bilbo, da lui portato con sé a Valforra.
Frodo lo riportò nella Contea insieme a una massa di appunti sparsi e tra
il C.C. 1420 e il C.C. 1421 lo riempì quasi per intero con la sua descri-
zione della Guerra. Ma annessi a quello e con quello conservati, proba-
bilmente in un unico cofanetto rosso, c’erano tre grossi volumi rilegati

3
  Vedi Appendice B, annali 1451, 1462, 1482; e l’annotazione sotto l’albero
genealogico di p. 1183.

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Prologo

in pelle rossa che Bilbo gli aveva dato come dono d’addio. Nella Marca
Occidentale ai quattro volumi ne aggiunsero un quinto contenente com-
menti, genealogie e materiali vari sugli hobbit membri della Compagnia.
L’originale del Libro Rosso non ci è pervenuto, ma ne fecero nume-
rose copie, soprattutto del primo volume, a uso dei discendenti dei figli
di Mastro Samplicio. La copia più importante, tuttavia, ha una storia
diversa. Era conservata ai Grandi Smial, ma fu scritta a Gondor, pro-
babilmente su richiesta del pronipote di Peregrino, e portata a termine
nel C.C. 1592 (172 della Quarta Era). Lo scriba del sud aggiunse questa
nota: Findegil, Scrittore del Re, finì questo lavoro nel 172 della Quarta
Era. È la copia esatta fin nei minimi particolari del Libro del Conte a
Minas Tirith. Quel libro era una copia, fatta su richiesta del Re Elessar,
del Libro Rosso dei Periannath, e glielo portò il Conte Peregrino quando
si ritirò a Gondor nel 64 della Quarta Era.
Il Libro del Conte fu perciò la prima copia del Libro Rosso e conte-
neva molto che in seguito venne omesso o andò perduto. A Minas Tirith
non mancarono di aggiungere chiose e postille e molte correzioni, specie
di nomi, parole e citazioni dalle lingue elfiche; e vi aggiunsero una versio-
ne abbreviata di quelle parti del Racconto di Aragorn e Arwen che non ri-
entrano nel resoconto della Guerra. La versione integrale dovrebbe aver-
la scritta Barahir, nipote del Castaldo Faramir, qualche tempo dopo il de-
cesso del Re. Ma l’importanza della copia di Findegil sta principalmente
nel fatto che è la sola a contenere per intero le Traduzioni dall’Elfico di
Bilbo. I tre volumi si rivelarono un’opera di grande perizia e dottrina da
parte dell’autore che, tra il 1403 e il 1418, aveva utilizzato tutte le fonti
reperibili a Valforra, vuoi scritte vuoi raccolte dalla viva voce. Ma sicco-
me Frodo ne fece scarso uso, in quanto trattavano quasi esclusivamente
dei Giorni Antichi, in questa sede non ne parleremo più.
Con Meriadoc e Peregrino a capo dei loro grandi casati, che al tem-
po stesso mantenevano i rapporti con Rohan e Gondor, le biblioteche
di Borgodaino e di Borgo Tuck avevano raccolto tante cose non reperi-
bili nel Libro Rosso. A Palazzo Brandy erano presenti molte opere che
parlavano di Eriador e della storia di Rohan. Alcune composte o avviate
dallo stesso Meriadoc, anche se nella Contea lo ricordavano soprattutto
per l’Erbario della Contea e il Computo degli Anni, dove metteva a con-
fronto i calendari della Contea e di Bree con quelli di Valforra, Gondor
e Rohan. Scrisse inoltre un breve trattato su Parole e Nomi Antichi della
Contea, mostrando particolare interesse nello scoprire la parentela di
certe “parole conteali” come mathom e di elementi arcaici nei nomi di
luogo con la lingua dei Rohirrim.
Ai Grandi Smial i libri, pur essendo più importanti sul piano del-
la storia in senso lato, presentavano meno interesse per la popolazione

27

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Il Signore degli Anelli

della Contea. Peregrino non ne aveva scritto neanche uno, ma lui e i


suoi successori avevano raccolto molti manoscritti redatti da scribi di
Gondor: per lo più copie o compendi di storie o leggende relative a
Elendil e ai suoi eredi. Solo qui nella Contea si potevano trovare mate-
riali esaurienti per la storia di Númenor e l’ascesa di Sauron. E probabil-
mente fu ai Grandi Smial che misero insieme, grazie al materiale raccolto
da Meriadoc, La Conta degli Anni.4 Le date, specie per la Seconda Era,
pur risultando spesso ipotetiche, meritano attenzione. È probabile che
Meriadoc trovasse assistenza e ottenesse informazioni a Valforra, che vi-
sitò più di una volta. Lì i figli di Elrond, anche dopo la partenza del pa-
dre, soggiornarono a lungo assieme ad alcuni degli Alti Elfi. Dicono che
Celeborn vi si trasferì dopo che Galadriel era partita; mentre non è do-
cumentato il giorno in cui alfine s’avviò ai Grigi Approdi, portando con
sé l’ultimo ricordo ancora vivo dei Giorni Antichi della Terra di Mezzo.

4
  Riportata in forma molto ridotta nell’Appendice B fino alla conclusione della
Terza Era.

28

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La Compagnia dell’Anello

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LIBRO PRIMO

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Capitolo I

Una festa attesa a lungo

Quando il signor Bilbo Baggins di Casa Baggins annunciò che presto


avrebbe festeggiato il suo undicentesimo compleanno con una festa ol-
tremodo fastosa, i commenti e i fermenti a Hobbiton si sprecarono.
Bilbo era ricchissimo e alquanto stravagante e, fin dalla straordinaria
sparizione, seguita dal ritorno inaspettato, era stato per sessant’anni il
prodigio della Contea. Le ricchezze riportate dai viaggi erano ormai di-
ventate una leggenda locale e secondo la credenza popolare, inutilmen-
te smentita dagli anziani, la Collina a Casa Baggins era piena di gallerie
imbottite di tesori. E se questo non bastava a dargli fama, a stupire era
il vigore inesausto. Il tempo passava, ma il signor Baggins non sembrava
risentirne più di tanto. A novant’anni era più o meno come a cinquanta.
A novantanove iniziarono a definirlo ben conservato: con immutato ci
sarebbero andati più vicino. C’era chi scuoteva la testa convinto che il
troppo stroppia; non sembrava giusto che qualcuno possedesse una gio-
vinezza (manifestamente) perpetua e al tempo stesso una ricchezza (ve-
rosimilmente) inesauribile.
“Toccherà scontarla,” dicevano. “Non è naturale e sarà fonte di
guai!”

Ma fino a quel momento guai non c’erano stati, e siccome il signor


Baggins era generoso con il suo denaro, i più erano disposti a perdonar-
gli stranezze e buona sorte. Manteneva i rapporti con i parenti (tranne,
ovviamente, i Sackville-Baggins) e contava molti devoti ammiratori tra
gli hobbit di famiglie povere e umili. Ma per avere amici intimi dovette
aspettare che diventassero grandi alcuni cugini più giovani.
Il maggiore, e il prediletto di Bilbo, era il giovane Frodo Baggins. A
novantanove anni Bilbo adottò Frodo come erede e lo portò a vivere con
sé a Casa Baggins; e le speranze dei Sackville-Baggins sfumarono una
volta per tutte. Bilbo e Frodo festeggiavano il compleanno lo stesso gior-
no, il 22 settembre. “Frodo, ragazzo mio, faresti meglio a venire a vivere

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La Compagnia dell’Anello

da me,” disse un giorno Bilbo; “così potremo comodamente festeggiare


il compleanno insieme.” All’epoca Frodo era ancora prepubere, come gli
hobbit consideravano l’irresponsabile ventennio tra l’infanzia e la mag-
giore età raggiunta a trentatré anni.

Passarono altri dodici anni. Ogni anno i Baggins avevano dato ani-
matissime feste di compleanno congiunte a Casa Baggins; ma stavolta si
capiva che preparavano qualcosa di davvero eccezionale per l’autunno.
Bilbo avrebbe compiuto undicento anni, 111, un numero piuttosto curio-
so e una veneranda età per uno hobbit (lo stesso Vecchio Took era arri-
vato solo a 130); e Frodo ne avrebbe compiuti trentatré, 33, un numero
importante: la data della “maggiore età”.
Le lingue si misero in moto a Hobbiton e ad Acqua­riva; e la voce
dell’imminente evento si sparse per tutta la Contea. La storia e il ca-
rattere del signor Bilbo Baggins ridivennero il principale argomento di
conversazione; e di colpo le reminiscenze degli anziani tornarono gradi-
tamente in auge.
Nessuno aveva un pubblico più attento del vecchio Ham Gamgee,
meglio noto come il Veglio. Sproloquiava al Cespo d’Edera, una piccola
locanda sulla via di Acquariva; e parlava con una certa autorevolezza,
dopo aver fatto per quarant’anni il giardiniere a Casa Baggins e prima
ancora aiutato il vecchio Holman nello stesso lavoro. Ora che stava di-
ventando anche lui vecchio e con le articolazioni anchilosate, a occupar-
sene era soprattutto il figlio minore, Sam Gamgee. Padre e figlio erano in
ottimi rapporti con Bilbo e Frodo. Abitavano sulla Collina al numero 3
di vico Scarcasacco, proprio sotto Casa Baggins.
“Il signor Bilbo è un gentilhobbit ammodo, compitissimo, come ho
sempre detto,” dichiarò il Veglio. Era la pura verità: Bilbo lo trattava con
i guanti, lo chiamava “Mastro Hamfast” e lo consultava di continuo sulla
crescita delle verdure – in materia di “radici”, patate in special modo, il
Veglio era ritenuto il massimo esperto da tutto il vicinato (compreso se
stesso).
“Ma che ci dici di questo Frodo che vive con lui?” domandò Vecchio
Querciolo di Acquariva. “Si chiama Baggins ma più che per metà è un
Brandaino, dicono. Non capisco perché un Baggins di Hobbiton debba
andare a cercarsi una moglie a Landaino, dove la gente è tanto strana.”
“Per forza sono strani,” interloquì Nonno Duepiedi (il vicino di casa
del Veglio). “Vivono sulla sponda sbagliata del Fiume Brandivino, a ri-
dosso della Vecchia Foresta. È un postaccio buio, se solo la metà delle
storie che raccontano sono vere.”
“Hai ragione, Nonno!” disse il Veglio. “Non che i Bran­daino di Lan-
daino vivano dentro la Vecchia Foresta; però per essere una strana genìa

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Una festa attesa a lungo

lo sono. Si trastullano in barca su e giù per quel grande fiume – e questo


non si fa. Per forza poi capitano i guai, dico io. Ma comunque sia, un
giovane hobbit ammodo come il signor Frodo è raro incontrarlo. Somi-
glia moltissimo al signor Bilbo, e non solo d’aspetto. In fin dei conti suo
padre era un Baggins. Il signor Drogo Baggins era una persona perbene
e rispettabile; non c’è mai stato niente da ridire sul suo conto fino a che
non è affocato.”
“Affocato?” fecero varie voci. Questa e altre più oscure dicerie le ave-
vano già sentite prima, naturalmente; ma gli hobbit hanno una passione
per le vicende familiari ed erano pronti a riascoltarle.
“Be’, così dicono,” disse il Veglio. “Vedete: il signor Drogo aveva
sposato la povera signorina Primula Bran­daino. Lei era cugina di primo
grado del signor Bilbo da parte di madre (la madre era la figlia minore
del Vecchio Took); e il signor Drogo era cugino di secondo grado del
signor Bilbo. Sicché il signor Frodo è suo cugino di primo e di secondo
grado nell’uno e nell’altro senso, se mi seguite. E il signor Drogo stava
a Palazzo Brandy con il suocero, il vecchio Mastro Gorbadoc, come fa-
ceva spesso dopo il matrimonio (aveva un debole per la pappatoria, e il
vecchio Gorbadoc non faceva certo mancare il cibo in tavola); e uscì in
barca sul Fiume Brandivino, lui e la moglie affocarono e il povero signor
Frodo era solo un bambino.”
“Ho inteso dire che andarono sull’acqua dopo aver cenato al chiar di
luna,” disse Vecchio Querciolo, “e che fu il peso di Drogo a far affonda-
re la barca.”
“Io invece ho inteso dire che lei lo spinse in acqua e lui se la trascinò
appresso,” disse Sabbiaiolo, il mugnaio di Hobbiton.
“Non dovresti prestare ascolto a tutto ciò che senti, Sabbiaiolo,” dis-
se il Veglio, che non aveva il mugnaio in grande simpatia. “Non è il caso
di parlar di spinte e strattoni. A che pro cercare eventuali cause quando
le barche sono già abbastanza infide per chi se ne sta buono buono a se-
dere? Comunque: abbiamo questo signor Frodo rimasto orfano e nau-
fragato, per così dire, in mezzo a quegli strani landainesi, e cresciuto in
ogni caso a Palazzo Brandy. Un vero e proprio formicaio, a detta di tutti.
Ai tempi del vecchio Mastro Gorbadoc non c’erano mai meno di due-
cento suoi parenti. Il signor Bilbo non avrebbe potuto fare opera miglio-
re quando riportò il ragazzo a vivere tra persone perbene.
“Per i Sackville-Baggins però fu un brutto colpo. Quella volta che
Bilbo partì e lo diedero per morto, avevano creduto di diventare i pa-
droni di Casa Baggins. Ed ecco che lui torna e li scaccia; e poi continua a
vivere anni e anni senza invecchiare d’un sol giorno, beato lui! E di pun-
to in bianco tira fuori un erede con tutte le carte in regola. I Sackville-
Baggins non metteranno più piede a Casa Baggins, c’è da sperare.”

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La Compagnia dell’Anello

“C’è un bel gruzzolo di grana nascosto lassù, ho inteso dire,” fece un


forestiero in visita d’affari da Gran Sterro nel Quartiero Ovest. “Tutta
la cima della collina è una rete di gallerie piene zeppe di forzieri d’oro e
d’argento, e di gioielli, a quel che so.”
“Allora ne sapete più del sottoscritto,” rispose il Veglio. “Io non ho
mai inteso parlare di gioielli. Il signor Bilbo è un tipo prodigo e i soldi
non sembrano scarseggiare; ma di gallerie scavate non so niente. Vidi il si-
gnor Bilbo al suo ritorno, una sessantina di anni fa, quand’ero un ragazzo.
Facevo da poco l’apprendista dal vecchio Holman (era il cugino di mio pa-
dre) che mi aveva voluto a Casa Baggins per aiutarlo a impedire alla gente
di violare i confini e calpestare il giardino mentre era in corso la vendita. E
nel bel mezzo ecco il signor Bilbo risalire la Collina con un cavallino carico
di sacchi giganteschi e di un paio di forzieri. Non dubito che fossero per lo
più pieni di tesori da lui raccolti in terre straniere, dove ci sono montagne
d’oro, dicono, non erano abbastanza però da riempire gallerie. Ma il mio
ragazzo Sam ne saprà più di me. Lui va e viene da Casa Baggins. Ha una
passione per le storie dei vecchi tempi e ascolta tutti i racconti del signor
Bilbo. Il signor Bilbo gli ha imparato a leggere e a scrivere – senza cattive
intenzioni, per carità, e spero anche senza ripercussioni.
“Elfi e Draghi! ci dico. Cavoli e patate sono meglio per quelli come noi.
Non t’immischiare nelle faccende dei tuoi superiori o finirai in guai troppo
grossi per te, ci dico. E potrei dirlo ad altri,” aggiunse lanciando un’occhia­
ta al forestiero e al mugnaio.
Ma il Veglio non convinse gli ascoltatori. La leggenda della ricchezza
di Bilbo era ormai troppo saldamente radicata nella mente della genera-
zione più giovane di hobbit.
“Già, ma avrà senz’altro rimpolpato il bottino riportato la prima volta,”
ribatté il mugnaio esprimendo l’opinione invalsa. “È spesso via. E guarda
i tipi strambi che vanno a trovarlo: nani che arrivano di notte, e quell’il-
lusionista girovago di Gandalf, e compagnia bella. Di’ quello che ti pare,
Veglio, ma Casa Baggins è un posto strano e chi ci abita lo è anche di più.”
“E tu di’ quello che ti pare, signor Sabbiaiolo, su ciò che conosci tan-
to poco quanto le barche,” lo rimbeccò il Veglio, detestando il mugnaio
più del solito. “Se quello è essere strani, allora da queste parti avremmo
bisogno di un po’ più di stranezza. Nei paraggi c’è chi non offrirebbe un
boccale di birra a un amico neanche se vivesse in un buco con le pareti
rivestite d’oro. A Casa Baggins invece fanno le cose come si deve. Il no-
stro Sam dice che alla festa verranno invitati tutti e ci saranno regali, non
so se ci capiamo, regali per tutti – di qui a meno un mese.”

Quel mese era settembre, e non avrebbe potuto essere migliore. Due
o tre giorni dopo si sparse la notizia (probabilmente a opera del sempre

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Una festa attesa a lungo

aggiornato Sam) che ci sarebbero stati i fuochi d’artificio – per giunta


fuochi d’artificio come non se ne vedevano nella Contea da quasi un se-
colo, comunque non dopo la morte del Vecchio Took.
I giorni passavano e si avvicinava il Gran Giorno. Un carro dall’aria
curiosa carico di pacchi dall’aria altrettanto curiosa arrivò una sera a
Hobbiton e arrancò su per la Collina fino a Casa Baggins. Gli hobbit sbi-
gottiti si fecero sulla soglia illuminata di casa per guardare a bocca aper-
ta. A guidarlo erano tipi strambi che cantavano strane canzoni: nani con
lunghe barbe e profondi cappucci. Alcuni si trattennero a Casa Baggins.
Alla fine della seconda settimana di settembre un carro giunse attraverso
Acquariva dal Ponte Brandivino in pieno giorno. Alla guida c’era solo
un vecchio. Indossava un cappello a punta azzurro, un lungo mantello
grigio e una sciarpa argentea. Aveva una lunga barba bianca e folte so-
pracciglia che spuntavano da sotto la tesa del cappello. I bambini corse-
ro dietro al carro per tutta Hobbiton e poi su per la collina. Come aveva-
no intuito, portava un carico di fuochi d’artificio. Davanti al portone di
Bilbo il vecchio iniziò a scaricare: c’erano grossi fasci di fuochi d’artificio
d’ogni sorta e forma, contrassegnati da una grande G rossa e dalla
runa elfica .
Era il sigillo di Gandalf, naturalmente, e il vecchio era Gandalf il
Mago: la sua fama nella Contea era dovuta in primo luogo alla perizia
con i fuochi, i fumi e le luci. La sua vera attività era assai più difficile e
pericolosa, ma la popolazione della Contea non ne era a conoscenza. Per
loro era una delle “attrazioni” della Festa. Ecco perché i bambini non
stavano nella pelle. “G come Grandioso,” urlavano, e il vecchio sorride-
va. Lo conoscevano di vista, anche se si presentava a Hobbiton di rado
e non si fermava mai a lungo; ma né loro né altri, a parte i più vecchi tra
gli anziani, avevano mai assistito a uno dei suoi spettacoli pirotecnici, che
ormai appartenevano a un passato leggendario.
Quando il vecchio, aiutato da Bilbo e da qualche nano, ebbe finito
di scaricare, Bilbo distribuì monetine tra i bambini; ma, con disappunto
degli astanti, neanche l’ombra di un petardo o un mortaretto.
“Ora filate!” disse Gandalf. “Ne avrete a profusione quando verrà il
momento.” Poi sparì dentro casa insieme a Bilbo e il portone si richiuse.
Invano i giovani hobbit rimasero a fissarlo per un po’; poi se ne andaro-
no, con la sensazione che il giorno della festa non sarebbe mai arrivato.

Dentro Casa Baggins Bilbo e Gandalf erano seduti davanti alla fine-
stra spalancata di una stanzetta che affacciava a ovest sul giardino. Il po-
meriggio era luminoso e placido. Rossi e dorati i fiori rilucevano: bocche
di leone, girasoli e nasturzi risalivano le pareti ricoperte di cotica e face-
vano capolino dai tondi delle finestre.

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La Compagnia dell’Anello

“Com’è luminoso il tuo giardino!” disse Gandalf.


“Sì,” disse Bilbo. “Non sai quanto ci sono affezionato, come a tutta la
cara vecchia Contea; ma credo di aver bisogno di una vacanza.”
“Insomma vuoi andare avanti con il tuo piano?”
“Proprio così. Ho preso questa decisione qualche mese fa e non ho
cambiato idea.”
“Benissimo. Non serve aggiungere altro. Attieniti al tuo piano – a
tutto il piano, però – e speriamo che vada nel migliore dei modi, per te
e per tutti noi.”
“Lo spero. In ogni caso giovedì ho intenzione di divertirmi e di fare
il mio scherzetto.”
“Vorrei tanto sapere chi riderà,” disse Gandalf scuotendo il capo.
“Vedremo,” disse Bilbo.

Il giorno dopo altri carri risalirono la Collina, e poi altri ancora.


Qualche protesta avrebbe potuto anche levarsi in difesa dei “prodotti
locali”, ma quella stessa settimana da Casa Baggins cominciarono a fioc-
care ordinazioni per ogni tipo di fornitura, derrata o bene voluttuario
disponibile a Hobbiton, ad Acquariva o nei dintorni. L’entusiasmo si dif-
fuse tra la gente, che iniziò a spuntare i giorni dal calendario e a occhieg-
giare con ansia il postino nella speranza di un invito.
Non passò molto e gli inviti cominciarono a fioccare, bloccando l’uf-
ficio postale di Hobbiton e subissando quello di Acquariva: si dovette
ricorrere al volontariato per la distribuzione. Una fiumana ininterrotta
di aiuto postini risaliva la Collina portando centinaia di cortesi variazioni
su Grazie, non mancherò d’intervenire.
Al cancello di Casa Baggins appesero un avviso: vietato l’ingresso ai
non addetti ai lavori per la festa. E perfino chi era o si fingeva addet-
to ai Lavori per la Festa riusciva di rado a entrare. Bilbo aveva il suo da
fare: scrivere gli inviti, spuntare le risposte, impacchettare i regali e fare
altri preparativi di carattere più riservato. Dopo l’arrivo di Gandalf non
si era fatto più vedere.
Una mattina gli hobbit si svegliarono e trovarono il grande campo a
sud del portone d’ingresso di Bilbo coperto di corde e pali per tende e
padiglioni. Nel pendio che portava alla casa avevano ricavato a bella po-
sta un’entrata dove costruirono un grande cancello bianco e un’ampia
scalinata. Le tre famiglie hobbit di vico Scarcasacco, adiacente al cam-
po, erano estremamente interessate e generalmente invidiate. Il Veglio
Gamgee non fingeva neanche più di lavorare in giardino.
Le tende cominciarono a levarsi. C’era un padiglione particolarmente
vasto, così grande che l’albero che cresceva nel campo c’era finito dentro
e si ergeva con orgoglio a un’estremità, a capo della tavolata principale.

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Una festa attesa a lungo

Appesero lanterne a tutti i rami. Più promettente ancora (agli occhi degli
hobbit) l’installazione di un’enorme cucina all’aperto nell’angolo a nord
del campo. Un contingente di cuochi da ogni locanda e trattoria nel rag-
gio di miglia accorse di rincalzo ai nani e agli altri tipi strambi acquartie-
rati a Casa Baggins. L’eccitazione era alle stelle.
Poi il cielo si rannuvolò. Questo il mercoledì, vigilia della Festa.
L’apprensione era fortissima. Poi giovedì 22 settembre ecco farsi giorno.
Spuntò il sole, le nuvole svanirono, si spiegarono le bandiere ed ebbe
inizio lo spasso.
Bilbo Baggins la chiamava una festa, ma in realtà si trattava di vari
spettacoli accorpati. In pratica avevano invitato tutti coloro che abitava-
no nelle vicinanze. Pochissimi quelli per caso dimenticati ma, siccome si
presentavano lo stesso, aveva poca importanza. Molti anche gli invitati
da altre parti della Contea, alcuni perfino da oltreconfine. Bilbo riceve-
va gli ospiti (e gli imbucati) di persona davanti al nuovo cancello bianco.
Distribuiva doni a dritta e a manca – anche a chi usciva dal retro per rien-
trare dal cancello. Il giorno del compleanno gli hobbit fanno regali agli al-
tri. Di norma non molto costosi e non così copiosi come in quell’occasio-
ne; ma non era un cattivo sistema. In fondo, a Hobbiton e ad Acquariva
non passava giorno che non fosse il compleanno di qualcuno, così ogni
hobbit dei paraggi aveva una buona probabilità di ricevere almeno un re-
galo almeno una volta alla settimana. Non per questo ne erano stufi.
Per l’occasione i regali erano insolitamente belli. I bambini hobbit
erano così eccitati che per un po’ dimenticarono perfino di mangiare.
C’erano giocattoli che non avevano mai visto prima, tutti stupendi e al-
cuni ovviamente magici. Molti in verità erano stati ordinati già da un
anno e avevano fatto tutta la strada dalla Montagna e dalla Vallea, ed
erano di autentica fattura nanesca.
Una volta ricevuti tutti gli ospiti all’interno del cancello, presero il via
musiche, canti, balli, giochi e naturalmente si attaccò con cibo e bevan-
de. Tre i pasti ufficiali: colazione, merenda e pranzo (o cena). A caratte-
rizzare la colazione e la merenda era il fatto che gli invitati sedessero a
tavola a mangiare tutti insieme. Il resto del tempo si vedeva soltanto una
marea di gente che mangiava e beveva senza interruzione, dalle undici
alle sei e mezzo, quando iniziarono i fuochi d’artificio.
I fuochi d’artificio erano opera di Gandalf: non solo li aveva portati
fin lì ma progettati e realizzati; e ad azionare gli effetti speciali, le figure e
i lanci di razzi era sempre lui. Ma circolavano liberamente anche petardi,
castagnole, tric-trac, stelle filanti, torce, candele nane, fontane elfiche, ab-
baiagoblin, tuoni. Tutti superbi. L’arte di Gandalf migliorava con gli anni.
C’erano razzi simili al volo di scintillanti uccelli che cantavano con
voci soavi. C’erano alberi verdi dal tronco di fumo scuro: le foglie si

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La Compagnia dell’Anello

schiudevano come un’intera primavera sbocciata in un istante e i rami


splendenti lasciavano cadere sugli hobbit sbalorditi fiori scintillanti che
sparivano con un profumo soave poco prima di sfiorare i loro visi solle-
vati. C’erano fontane di farfalle che svolazzavano luccicanti in mezzo agli
alberi; c’erano colonne di fuochi colorati che si levavano trasformandosi
in aquile o in velieri o in una falange di cigni in volo; c’erano un tempo-
rale rosso e un acquazzone di pioggia gialla; c’era una foresta di picche
argentee che schizzò d’un tratto in aria con l’urlo di un esercito schierato
e ripiombò nell’Acqua con lo sfrigolio di cento serpi arroventate. E ci fu
anche un’ultima sorpresa, in onore di Bilbo, che fece oltremodo trasalire
gli hobbit, com’era nelle intenzioni di Gandalf. Si spensero le luci. Si levò
un gran fumo. Prese la forma di una montagna vista da lontano e comin-
ciò ad avvampare sulla cima. Sprizzava fiamme verdi e scarlatte. Ne sca-
turì un drago d’oro rosso – non a grandezza naturale ma spaventosamente
realistico: sprigionava fuoco dalle fauci, gli occhi sfolgoranti; ci fu un rug-
gito e tre volte sfrecciò sibilando sulla testa della folla. Tutti si abbassaro-
no e molti caddero faccia a terra. Il drago passò come un treno espresso,
fece un salto mortale e scoppiò sopra Acquariva con un boato assordante.
“È il segnale della cena!” disse Bilbo. Dolore e spavento svanirono
all’istante e gli hobbit bocconi balzarono in piedi. C’era una splendida
cena per tutti; per tutti, cioè, tranne gli invitati allo speciale banchetto
di famiglia. Si teneva nel grande padiglione con l’albero. Gli inviti erano
limitati a dodici dozzine (un numero che gli hobbit chiamavano anche
una Grossa, pur se non ritenevano il termine adatto alle persone), e gli
ospiti erano scelti da tutte le famiglie imparentate con Bilbo e Frodo, più
pochi amici speciali senza legami di parentela (come Gandalf). Inclusi, e
presenti, anche molti giovani hobbit, che avevano avuto il permesso dai
genitori: gli hobbit erano tolleranti con i figli in fatto di uscite serali, spe-
cie quando c’era modo di nutrirli gratis. Tirar su giovani hobbit richie-
deva foraggio a palate.
C’erano molti Baggins e Boffin e anche molti Took e Brandaino;
c’erano vari Scavieri (parenti di Bilbo da parte della nonna Baggins) e
vari Paciocco (congiunti del nonno Took); nonché rappresentanti dei
Covacciolo, dei Bolger, dei Pancieri, dei Tanatasso, dei Boncorpo, dei
Soffiacorno e dei Pededegno. Alcuni erano imparentati con Bilbo solo
molto alla lontana e altri che vivevano in angoli remoti della Contea non
erano mai stati prima a Hobbiton. Neanche i Sackville-Baggins furono
dimenticati. Otho e sua moglie Lobelia erano presenti. Avevano in anti-
patia Bilbo e detestavano Frodo, ma il biglietto d’invito, scritto con in-
chiostro dorato, era di una tale magnificenza che trovarono impossibile
rifiutare. Per giunta il cugino Bilbo da anni si andava specializzando in
fatto di cibo e la sua tavola godeva di una grande reputazione.

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Una festa attesa a lungo

Tutti e centoquarantaquattro gli ospiti pregustavano un piacevole


banchetto, pur paventando il discorso postprandiale dell’anfitrione (nu-
mero immancabile), tipo da riesumare brani di sedicente poesia e a volte,
dopo un paio di bicchieri, alludere alle assurde avventure del suo viaggio
misterioso. Gli ospiti non rimasero delusi: il banchetto fu davvero piace-
vole, una vera goduria: ricco, abbondante, vario e prolungato. Nelle set-
timane successive l’acquisto di cibarie si ridusse quasi a zero in tutta la
regione; ma la cosa ebbe scarso peso perché per gli approvvigionamenti
Bilbo aveva dato fondo a quasi tutti i negozi, le cantine e i magazzini del
circondario per miglia e miglia.
Dopo il banchetto (più o meno) arrivò puntuale il Di­scorso. La mag-
gior parte dei commensali, però, ormai a quello stadio delizioso che chia-
mavano “rimpinzare gli angoletti”, si mostrò accomodante. Dimentichi
dei loro timori, centellinavano le bevande preferite e spiluzzicavano le
leccornie preferite. Erano pronti ad ascoltare qualsiasi cosa e ad applau-
dire a ogni punto.
Miei cari, attaccò Bilbo alzandosi in piedi. “Silenzio! Silenzio!
Ascoltate!” gridarono e continuarono a ripeterlo in coro, quasi riluttanti
a seguire il loro stesso avviso. Bilbo lasciò il suo posto e si andò a piaz-
zare su una sedia sotto l’albero illuminato. La luce delle lanterne cadeva
sul viso raggiante; i bottoni dorati scintillavano sul panciotto di seta ri-
camata. Potevano vederlo tutti lì in piedi che agitava una mano, tenendo
l’altra nella tasca dei calzoni.
Miei cari Baggins e Boffin, ripartì; e miei cari Took e Brandaino, Scavieri
e Paciocco, Covacciolo e Soffiacorno, Bolger, Pancieri, Boncorpo, Tanatasso
e Pededegno. “Pede­degni!” sbraitò un anziano hobbit dal fondo del pa-
diglione. Si chiamava, ovviamente, Pededegno, e a buon diritto: i piedi
erano grossi, straordinariamente pelosi e posati tutti e due sulla tavola.
Pededegno, ripeté Bilbo. Nonché i miei bravi Sackville-Baggins, ai
quali torno a dare finalmente il benvenuto a Casa Baggins. Oggi è il mio
centoundicesimo compleanno: compio oggi undicento anni! “Urrà! Urrà!
Tanti auguri!” urlarono battendo gioiosamente le mani sulla tavola.
Bilbo filava ch’era una meraviglia. Era questo il genere di cose che ap-
prezzavano: ovvio e conciso.
Spero che vi stiate divertendo tutti come me. Acclamazioni assordan-
ti. Grida di Sì (e di No). Rumor di trombe e corni, flauti e pifferi e altri
strumenti musicali. Molti giovani hobbit, come si è detto, erano pre-
senti e, tirandoli, avevano fatto scoppiare centinaia di paccotti musicali
col botto. La maggior parte riportava il marchio vallea, che per i più
aveva poco senso, anche se erano tutti d’accordo nel trovarli meravi-
gliosi. Contenevano strumenti piccoli ma di fattura perfetta e dalle note
incantevoli. Tanto che in un angolo alcuni giovani Took e Brandaino,

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La Compagnia dell’Anello

convinti che zio Bilbo avesse finito (dato che chiaramente aveva detto
tutto il necessario), avevano messo su un’orchestra improvvisata e attac-
cato un allegro motivetto. Messer Everardo Took e la signorina Melilot
Brandaino salirono su un tavolo e campanelli in mano si misero a ballar
la Spiccaròla: gran bel ballo ma gagliardo assai.
Ma Bilbo non aveva finito. Agguantato il corno di un giovincello ac-
canto a lui, lanciò tre squilli acuti. Il rumore si placò. Non vi tratterrò a
lungo, gridò, acclamato da tutto il consesso. Vi ho qui tutti riuniti per un
Motivo. Nel dirlo c’era qualcosa che destò impressione. Scese quasi il si-
lenzio e un paio di Took drizzarono le orecchie.
Anzi, per Tre Motivi! Prima di tutto per dirvi che voglio un bene im-
menso a tutti voi e che undicento anni di vita in mezzo a hobbit così eccel-
lenti e ammirevoli sono troppo pochi. Assordante boato d’approvazione.
Metà di voi non la conosco neanche per metà come mi piacerebbe; e
meno della metà di voi mi piace la metà di quanto merita. Questo giun-
se inaspettato e risultò alquanto ostico. Non mancò qualche applau-
so sporadico, ma i più cercavano di capire se andava preso come un
complimento.
Secondo, per celebrare il mio compleanno. Nuove acclamazioni. Dovrei
dire: il nostro compleanno. Perché, naturalmente, è anche il compleanno
del mio nipote ed erede Frodo. Che oggi diventa maggiorenne ed entra in
possesso della sua eredità. Qualche applauso di circostanza da parte degli
anziani e qualche grido di “Frodo! Frodo! E bravo il nostro Frodo!” da
parte dei più giovani. I Sackville-Baggins si accigliarono chiedendosi che
cosa intendeva con “entrare in possesso della sua eredità”.
Insieme facciamo centoquarantaquattro. Voi siete stati scelti per dare
questo straordinario totale: Una Grossa, se mi si passa l’espressione.
Niente acclamazioni. La cosa era ridicola. Molti ospiti, specie i Sackville-
Baggins, si sentirono insultati, convinti che li avessero invitati soltan-
to per fare numero, come merci in un contenitore. “Ma andiamo, Una
Grossa! Che espressione volgare.”
Inoltre, se mi è consentito far riferimento alla storia antica, è l’anniver-
sario del mio arrivo in barile a Esgaroth sul Lago Lungo; benché il fatto
che fosse il mio compleanno mi passò di mente in quella circostanza. Avevo
solo cinquantun anni allora, e i compleanni non sembravano poi così im-
portanti. Il banchetto tuttavia fu davvero splendido, anche se all’epoca ave-
vo un brutto raffreddore, ricordo, e riuscivo appena a dire: “Grazie dande.”
Adesso lo ripeterò più correttamente: grazie tante per essere venuti alla mia
festicciola. Silenzio ostinato. Temevano tutti che ora fosse in arrivo una
canzone o qualche poesia e cominciavano ad annoiarsi. Perché non la
smetteva di parlare e li lasciava bere alla sua salute? Ma Bilbo non cantò
né si mise a recitare. Tacque per qualche istante.

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Una festa attesa a lungo

Terzo, e ultimo, disse, desidero fare un annuncio. Pro­nunciò quest’ul-


tima parola così forte e all’improvviso che tutti quelli che ce la facevano
balzarono in piedi. Mi rincresce annunciare che – pur se, come ho detto,
undicento anni di vita in mezzo a voi son troppo pochi – questa è la fine.
Me ne vado. Parto adesso. addio!

Scese dalla sedia e sparì. A un lampo di luce accecante tutti gli ospi-
ti sbatterono le palpebre. Quando riaprirono gli occhi, non c’era più
traccia di Bilbo. Centoquarantaquattro hobbit sbigottiti ricaddero sen-
za parole a sedere. Il vecchio Odo Pededegno tolse i piedi dal tavolo e
pestò in terra. Seguì un silenzio di tomba finché all’improvviso, dopo
vari profondi respiri, tutti i Baggins, Boffin, Took, Brandaino, Scavieri,
Paciocco, Covacciolo, Bolger, Pancieri, Tanatasso, Boncorpo, Soffiacorno
e Pededegno attaccarono a parlare come un sol hobbit.
Erano tutti d’accordo nel ritenere lo scherzo di pessimo gusto: per far
riprendere gli ospiti dallo choc e dall’irritazione occorrevano altro cibo
e altre bevande. “È suonato. L’ho sempre detto io” era probabilmente il
commento più diffuso. Perfino i Took (con poche eccezioni) giudicava-
no assurdo il comportamento di Bilbo. Per il momento la maggior parte
di loro diede per scontato che la sua sparizione non fosse altro che una
ridicola burla.
Ma il vecchio Rory Brandaino non ne era tanto sicuro. Né l’età né il
pasto sovrabbondante gli avevano offuscato la mente, e disse alla nuora
Esmeralda: “Qui sotto c’è qualcosa di sospetto, cara mia! Mi sa che quel
pazzo di Baggins ha di nuovo preso il largo. Vecchio scemo. Ma a che
pro preoccuparsi? Non ci ha mica sottratto le cibarie.” Chiamò a gran
voce Frodo perché facesse portare altro vino.
Frodo era l’unico tra i presenti a non aver aperto bocca. Era rima-
sto per un po’ in silenzio accanto alla sedia vuota di Bilbo, ignorando
commenti e domande. Aveva apprezzato lo scherzo, ovviamente, anche
se ne era al corrente. A stento si era trattenuto dal ridere di fronte alla
sorpresa indignata degli ospiti. Ma allo stesso tempo si sentiva profon-
damente turbato: a un tratto si era reso conto di voler molto bene al
vecchio hobbit. La maggior parte degli ospiti aveva ripreso a mangiare,
a bere e a esaminare le stramberie di Bilbo Baggins, passate e presenti;
mentre i Sackville-Baggins se n’erano già andati in fretta e furia. Frodo
non voleva più saperne della festa. Diede ordine di servire altro vino, poi
si alzò, scolò il bicchiere in silenzio alla salute di Bilbo e sgattaiolò fuori
dal padiglione.

Quanto a Bilbo Baggins, già mentre faceva il discorso giocherellava


con l’anello d’oro in tasca: l’anello magico che aveva tenuto nascosto per

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La Compagnia dell’Anello

tanti anni. Nello scender dalla sedia l’aveva infilato al dito e nessuno
hobbit lo vide mai più a Hobbiton.
Tornò di buon passo alla sua tana e per un istante si fermò ad ascolta-
re con un sorriso il baccano proveniente dal padiglione e i rumori di bal-
doria in altri punti del campo. Poi entrò. Si tolse l’abito della festa, piegò
e avvolse nella carta velina il panciotto di seta ricamata e lo ripose. Poi
infilò rapidamente un vecchio capo usato e allacciò intorno alla vita una
logora cinta di cuoio. Vi appese una corta spada in un malandato fode-
ro di pelle nera. Da un cassetto chiuso a chiave che puzzava di naftalina
tirò fuori una vecchia mantella col cappuccio. L’aveva tenuta sotto chia-
ve come se fosse molto preziosa, ma era così rattoppata e scolorita che
era quasi impossibile indovinarne il colore: chissà, forse verde scuro. Gli
stava troppo grande. Poi passò nello studio e da una grande cassaforte
tirò fuori un pacchetto avvolto in vecchi panni e un manoscritto rilegato
in pelle; e anche una grande busta voluminosa. Ficcò il libro e il pacchet-
to in cima a una sacca pesante che stava lì, già quasi piena. Nella busta
infilò l’anello d’oro e la catenella, la sigillò e l’indirizzò a Frodo. Prima
la posò sulla caminiera ma poi di colpo la riprese e la cacciò in tasca. In
quel mentre la porta si aprì e Gandalf entrò trafelato.
“Ciao!” disse Bilbo. “Mi chiedevo se saresti venuto.”
“Sono contento di trovarti visibile,” replicò il mago mettendosi a se-
dere. “Volevo incontrarti per scambiare le ultime parole. A tuo giudizio
tutto è andato magnificamente e secondo i piani?”
“Direi di sì,” fece Bilbo. “Anche se quel lampo è stato una sorpresa:
ha fatto trasalire me, figuriamoci gli altri. Un tocco aggiunto da te, dico
bene?”
“Benissimo. Tu hai saggiamente tenuto nascosto quell’anello tutti que-
sti anni e mi è sembrato necessario dare ai tuoi ospiti qualcos’altro che
potesse spiegare la tua improvvisa sparigione.”
“E rovinare lo scherzo. Sei un vecchio ficcanaso intrigante,” Bilbo
rise. “Ma tu, come al solito, saprai che cos’è meglio.”
“Già… ammesso che sappia qualcosa. Tutta questa faccenda mi con-
vince poco. Ora è arrivata la conclusione. Hai fatto il tuo scherzo, hai spa-
ventato e offeso la maggior parte dei parenti, hai dato all’intera Contea di
che parlare per nove o più probabilmente per novantanove giorni. Vuoi
spingerti oltre?”
“Sì. Sento il bisogno di una vacanza, di una lunghissima vacanza,
come ti ho già detto. Probabilmente una vacanza ininterrotta: mi sa che
non ritorno. Anzi, non ci penso proprio, e ho fatto tutti i preparativi.
“Sono vecchio, Gandalf. Non dimostro la mia età ma comincio a sen-
tirla in fondo al cuore. Ben conservato, come no!” sbuffò. “Ma io mi sen-
to esile, quasi stiracchiato, non so se ci capiamo; come burro spalmato su

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Una festa attesa a lungo

una fetta di pane troppo grande. Non va bene. Ho bisogno di un cam-


biamento o qualcosa del genere.”
Gandalf, incuriosito, lo guardava con attenzione. “No, non può an-
dar bene,” disse pensieroso. “No, in fin dei conti anche secondo me il
tuo piano è probabilmente il migliore.”
“Be’, io comunque ho preso la mia decisione. Voglio rivedere le mon-
tagne, Gandalf: le montagne; e poi trovare un posto dove riposare. In
pace e tranquillità, senza un mucchio di parenti in giro che curiosano e
un codazzo di esecrabili visitatori appesi al campanello. Magari trovo un
posto dove finire il mio libro. Ho pensato a un bellissimo finale: e visse
per sempre felice e contento fino alla fine dei suoi giorni.”
Gandalf rise. “Lo spero per lui. Ma nessuno leggerà il libro, comun-
que finisca.”
“Oh, chissà, magari in anni lontani. Frodo lo ha già letto, almeno fin
dove arriva. Terrai d’occhio Frodo, nevvero?”
“Lo farò… e con tutt’e due gli occhi, quando ne avrò modo.”
“Verrebbe con me, naturalmente, se glielo chiedessi. Anzi me l’ha
già proposto, poco prima della festa. Ma in realtà non è convinto di vo-
lerlo fare, per ora. Io ho bisogno di rivedere il paese selvaggio prima di
morire, e le Montagne; lui invece è ancora innamorato della Contea, dei
boschi, dei campi e dei ruscelli. Qui dovrebbe passarsela bene. Gli ho
lasciato tutto, naturalmente, tranne poche cianfrusaglie. Spero che sia fe-
lice, una volta che si sarà abituato a star da solo. È ora per lui di diventar
padrone di se stesso.”
“Tutto?” disse Gandalf. “Anche l’anello? Tu eri d’accordo, ricordi?”
“Be’, ehm, sì, direi di sì,” balbettò Bilbo.
“Dov’è?”
“In una busta, se lo vuoi sapere,” disse Bilbo spazientito. “Lì sul ca-
mino. Anzi, no! Ce l’ho qui in tasca!” esitò. “Però, non è strano?” dis-
se tra sé sottovoce. “E perché no, dopo tutto? Perché non dovrebbe
restarci?”
Gandalf tornò a fissare Bilbo con un lampo negli occhi. “Bilbo,” disse
in tono pacato, “fossi in te lo lascerei. Non vuoi?”
“Be’, sì… e no. Ora che è giunto il momento, non mi va per niente di
separarmene. E non vedo proprio perché. Secondo te, perché dovrei?”
domandò, cambiando curiosamente tono. Sospetto e fastidio gli inaspri-
vano la voce. “Non fai che assillarmi con quest’anello; eppure non ti sei
mai dato pensiero per le altre cose che ho riportato dal viaggio.”
“No, ma dovevo darti l’assillo,” disse Gandalf. “Volevo la verità.
Era importante. Gli anelli magici sono… be’, sono magici; e sono rari
e curiosi. Il mio interesse per l’anello era, se vogliamo, professionale, e
lo è tuttora. Vorrei sapere dov’è, visto che riprendi i tuoi vagabondaggi.

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La Compagnia dell’Anello

Per giunta, secondo me, tu l’hai tenuto abbastanza. Potrei pure sba-
gliarmi, Bilbo, ma non ne avrai più bisogno.”
Bilbo arrossì, con un lampo d’ira negli occhi. Il viso bonario s’indurì.
“Perché no?” sbottò. “E in ogni caso perché dovrebbe interessarti sape-
re ciò che faccio delle mie cose? L’anello è mio. L’ho trovato io. È toc-
cato a me.”
“Va bene, va bene,” disse Gandalf. “Ma non c’è bisogno d’arrabbiarsi.”
“Sei tu che mi fai arrabbiare,” disse Bilbo. “È mio, ti dico. Solo mio.
Il mio Tesoro. Sì, il mio Tesoro.”
L’espressione del mago rimase grave e vigile, e solo un guizzo in fon-
do agli occhi indicava che era sorpreso, per non dire spaventato. “C’è chi
lo ha chiamato così anche prima,” disse. “Ma non eri tu.”
“Ma adesso sono io a dirlo. E perché non dovrei, anche se un tempo
lo ha detto Gollum? Adesso non è suo ma mio. E lo terrò, capito?”
Gandalf si alzò. Parlò in tono severo. “Se lo fai sei un pazzo, Bilbo,”
disse. “Ogni parola che dici lo conferma. Ha troppo ascendente su di
te. Lascialo andare! E dopo potrai andartene anche tu ed essere libero.”
“Farò quello che voglio e andrò dove mi pare e piace,” disse Bilbo
con ostinazione.
“Suvvia, mio caro hobbit!” disse Gandalf. “È da una lunga vita che
siamo amici e mi devi qualcosa. Coraggio! Mantieni la promessa: rinun-
cia all’anello!”
“Be’, se lo vuoi tu, perché non lo dici!” gridò Bilbo. “Ma non l’otter­
rai. Non darò via il mio Tesoro, sappilo.” La mano si spostò sull’elsa del-
la piccola spada.
Gli occhi di Gandalf lampeggiarono. “Fra poco sarò io ad arrabbiar-
mi,” disse. “Tu prova solo a ripeterlo. Allora vedrai di che cosa è capace
Gandalf il Grigio.” Fece un passo incontro a Bilbo e parve diventare alto
e minaccioso; la sua ombra riempì la stanzetta.
Bilbo indietreggiò verso la parete, ansimando, la mano avvinghiata
alla tasca. Rimasero per qualche istante a fronteggiarsi e l’aria della stan-
za vibrava. Gandalf non mollava con lo sguardo lo hobbit, che lentamen-
te rilassò le mani e cominciò a tremare.
“Che cosa ti ha preso, Gandalf, non capisco,” disse. “Non ti ho mai
visto così prima d’ora. Che cosa c’è? L’anello è mio, no? L’ho trovato io
e, se non l’avessi tenuto, Gollum mi avrebbe ucciso. Non sono un ladro,
malgrado le sue accuse.”
“Non ti ho mai accusato di esserlo,” rispose Gandalf. “E neppure
io lo sono. Non cerco di derubarti ma di aiutarti. Vorrei che ti fidas-
si di me, come in passato.” Distolse lo sguardo e l’ombra scomparve.
Parve rimpicciolirsi e tornare a essere un vecchio grigio, curvo e preoc­
cupato.

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Una festa attesa a lungo

Bilbo si passò la mano sugli occhi. “Scusa,” disse. “Ma mi sentivo


così strano. Eppure in un certo senso sarebbe un sollievo non avere più
questo assillo. Negli ultimi tempi è diventato sempre più opprimente. A
volte mi sembra come un occhio che mi fissa. E ho sempre voglia d’infi-
larlo e sparire, sai; o mi chiedo se è al sicuro e lo tiro fuori per sincerar-
mene. Ho provato a metterlo sotto chiave ma ho scoperto che se non lo
tenevo in tasca non avevo pace. Non so perché. E non sembro in grado
di prendere una decisione.”
“Allora lasciala prendere a me,” disse Gandalf. “È presto fatto. Parti
e mollalo qui. Smetti di possederlo. Dallo a Frodo e io veglierò su di lui.”
Bilbo rimase per un attimo teso e indeciso. Dopo di che sospirò. “Va
bene,” disse controvoglia. “Lo farò.” Poi si strinse nelle spalle e sorrise
con aria alquanto mesta. “In fin dei conti tutta la faccenda della festa a
questo doveva servire: a dar via un mucchio di regali di compleanno e
rendere così più facile dar via anche l’anello. Alla fine non è che lo abbia
reso più facile, ma sarebbe un peccato sprecare tutti i miei preparativi.
Rovinerebbe completamente lo scherzo.”
“Direi che verrebbe a mancare l’unico motivo valido per aver monta-
to tutto questo bailamme,” disse Gandalf.
“Benissimo,” disse Bilbo. “Andrà a Frodo insieme a tutto il resto.”
Fece un profondo sospiro. “E ora mi tocca proprio andare, altrimenti
incapperò in qualcun altro. Ho già salutato tutti e non ce la farei a rico-
minciare daccapo.” Prese la borsa e si avviò verso la porta.
“Hai ancora l’anello in tasca,” disse il mago.
“Già, è vero!” esclamò Bilbo. “Come pure il testamento e tutti gli al-
tri documenti. Sarà meglio che lo prenda tu e glielo consegni di persona.
È il modo più sicuro.”
“No, non dare a me l’anello,” disse Gandalf. “Mettilo sulla caminie-
ra. Lì sarà al sicuro fino all’arrivo di Frodo. Lo aspetterò.”
Bilbo tirò fuori la busta ma, mentre stava per posarla accanto all’orolo-
gio, la mano si ritrasse di scatto e il pacchetto cadde in terra. Non fece in
tempo a riprenderlo che il mago si era già chinato a raccoglierlo e lo aveva
messo a posto. Un moto di rabbia trascorse nuovamente sul viso dello hob-
bit, per subito lasciare il posto a un’espressione di sollievo e a una risata.
“Be’, è fatta,” disse. “E ora me ne vado!”
Si avviarono verso l’atrio. Bilbo scelse il bastone preferito dalla ra-
strelliera; poi fischiò. Tre nani sbucarono dalle rispettive stanze dov’era-
no impegnati.
“È tutto pronto?” domandò Bilbo. “Tutto impacchettato ed etichet-
tato?”
“Tutto,” risposero.
“Be’, allora si parte!” uscì dal portone.

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La Compagnia dell’Anello

Era una notte serena e il cielo nero era tempestato di stelle. Alzò
lo sguardo annusando l’aria. “Che bello! Che bello essere di nuovo in
partenza, in Viaggio con i nani! È questo che ho desiderato per anni!
Addio!” disse, guardando la sua vecchia casa e inchinandosi sull’uscio.
“Addio, Gandalf!”
“Addio, per il momento, Bilbo. Abbi cura di te! Sei abbastanza vec-
chio e forse abbastanza saggio.”
“Cura di me? Non me ne curo. Non preoccuparti per me! Non sono
mai stato così felice, ed è tutto dire. Ma è giunta l’ora. Mi sembra di cam-
minare sulle nuvole,” aggiunse, e poi a bassa voce, quasi tra sé e sé, si
mise a cantare soavemente nell’oscurità:

La Strada se n’va ininterrotta


A partire dall’uscio onde mosse.
Or la Strada ha preso una rotta,
Che io devo seguir, come posso,
Perseguirla con passo solerte,
Fino a che perverrà a un gran snodo
Ove affluiscono piste e trasferte.
E di poi? Io non so a quale approdo.

S’interruppe e rimase per un attimo in silenzio. Poi senza dir altro si


distolse dalle luci e dalle voci nel campo e sotto le tende e, seguito dai
suoi tre compagni, passò dal suo giardino e trotterellò giù per il lungo
sentiero scosceso. Scavalcò la siepe sul fondo in un punto basso e prese
per i prati, penetrando nella notte come il fruscio del vento nell’erba.
Gandalf rimase per un po’ a scrutare la sua scia nel buio. “Addio,
mio caro Bilbo… fino al prossimo incontro!” disse sottovoce e rientrò
in casa.

Frodo rincasò poco dopo e lo trovò seduto al buio, immerso nei pen-
sieri. “È partito?” domandò.
“Sì,” rispose Gandalf. “Alla fine è partito.”
“Avrei voluto… o meglio ho sperato fino a stasera che fosse soltanto
uno scherzo,” disse Frodo. “Ma sapevo in cuor mio che era davvero in-
tenzionato ad andarsene. Sulle cose serie lui ha sempre scherzato. Sarei
dovuto tornare prima, in tempo per salutarlo.”
“Secondo me alla fine ha preferito filar via alla chetichella,” disse
Gandalf. “Non te la prendere. È al sicuro… adesso. Ha lasciato un pac-
chetto per te. Eccolo!”
Frodo prese la busta dalla caminiera, le diede uno sguar­do ma non
l’aprì.

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Una festa attesa a lungo

“Ci troverai il testamento e tutti gli altri documenti, credo,” disse il


mago. “Ora sei il padrone di Casa Baggins. E ho come il sospetto che ci
troverai un anello d’oro.”
“L’anello!” esclamò Frodo. “Me lo ha lasciato? Chissà perché. Magari
potrebbe tornarmi utile.”
“Potrebbe, oppure no,” disse Gandalf. “Fossi in te non me ne servi-
rei. Ma tienilo nascosto, e tienilo al sicuro! Ora vado a letto.”

Come padrone di Casa Baggins, Frodo sentì che aveva l’ingrato com-
pito di salutare gli ospiti. Voci di strani avvenimenti si erano sparse ormai
per tutto il campo, ma Frodo si limitò a dire che tutto si sarebbe senz’altro
chiarito al mattino. Intorno a mezzanotte vennero le carrozze a prendere
i maggiorenti. Una dopo l’altra se ne andarono cariche di hobbit satolli
ma oltremodo insoddisfatti. Come d’accordo, vennero i giardinieri con le
carriole a portar via chi inavvertitamente era rimasto indietro.
La notte passò lentamente. Si alzò il sole. Gli hobbit si alzarono mol-
to più tardi. Trascorse la mattinata. Venne gente e cominciò (secondo
gli ordini) a sgombrare i padiglioni, i tavoli e le sedie, i cucchiai, i col-
telli, le bottiglie e i piatti, le lanterne, gli arbusti in fiore nelle cassette,
le briciole e la carta dei botti, le borse, i guanti e i fazzoletti dimenticati,
e il cibo avanzato (davvero pochissimo). Poi arrivò un certo numero di
persone (senza aver ricevuto ordini): Baggins e Boffin, Bolger e Took
e altri ospiti che abitavano o si trovavano nei paraggi. A mezzogiorno,
quando anche chi si era rimpinzato di più era tornato in circolazione,
davanti a Casa Baggins si era radunata una gran folla, non invitata ma
non inattesa.
Frodo era sull’uscio, sorridente ma piuttosto stanco e preoccupato.
Diede il benvenuto a tutti i convenuti ma non aveva molto da aggiungere
a quanto già detto in precedenza. La sua risposta a tutte le domande era
semplicemente questa: “Il signor Bilbo Baggins se n’è andato; per quan-
to ne so io, per sempre.” E invitò alcuni dei visitatori, ai quali Bilbo aveva
lasciato dei “messaggi”, a entrare.
Accatastato nell’atrio c’era un vasto assortimento di pacchi, pacchetti
e piccole suppellettili. Ogni articolo aveva un’etichetta. Molte etichette
erano di questo tenore:
Per adelardo took, strettamente personale, da parte di Bilbo; su un
ombrello. Adelardo ne aveva portati via molti senza etichetta.
Per dora baggins in ricordo di una lunga corrispondenza, con affet-
to, Bilbo; su un grande cestino della cartastraccia. Dora era la sorella di
Drogo e la parente femminile più anziana ancora in vita di Bilbo e Frodo;
aveva novantanove anni e per oltre mezzo secolo aveva scritto fiumi di
buoni consigli.

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La Compagnia dell’Anello

Per milo covacciolo, con la speranza che gli torni utile, da parte di
Bilbo; su una penna d’oro con calamaio. Milo non rispondeva mai alle
lettere.
Per angelica, da parte di zio Bilbo; su uno specchio tondo e convesso.
Era una giovane Baggins che trovava fin troppo dichiaratamente bello il
proprio viso.
Per la collezione di ugo pancieri, da parte di un contribuente; su una
libreria (vuota). Ugo era bravissimo a farsi prestar libri ma peggio di tanti
quando si trattava di restituirli.
Per lobelia sackville-baggins, in regalo; su un astuccio di cucchiai
d’argento. Bilbo era convinto che, nel corso del precedente viaggio, lei
fosse entrata in possesso di un buon numero dei suoi cucchiai. Lobelia
lo sapeva benissimo. Quando in giornata si presentò sul tardi, afferrò su-
bito il concetto, ma anche i cucchiai.

Questa è solo una piccola parte dei regali accatastati. La dimora di


Bilbo aveva finito per stiparsi di cose nel corso di una lunga vita. Le bu-
che degli hobbit tendevano a stiparsi: responsabile era in larga misura
l’usanza di fare così tanti regali di compleanno. Non che i regali di com-
pleanno fossero sempre nuovi, sia ben chiaro; un paio di vecchi mathom
dalla funzione ormai dimenticata avevano circolato per tutta la regione;
ma Bilbo di solito regalava cose nuove e teneva quelle ricevute. La vec-
chia buca era stata almeno in parte sgombrata.
Ogni regalo d’addio era munito di etichetta, scritta di suo pugno da
Bilbo, e varie riportavano un commento o una battuta. Ma naturalmente
i regali erano in gran parte indirizzati a chi li concupiva e li avrebbe gra-
diti. Agli hobbit più poveri, specie quelli di vico Scarcasacco, andò be-
nissimo. Il Veglio Gamgee rimediò due sacchi di patate, una vanga nuo-
va, un panciotto di lana e un flacone d’unguento contro le articolazioni
scricchiolanti. Il vecchio Rory Brandaino, in cambio della grande ospita-
lità, ricevette una dozzina di bottiglie di Vecchi Vigneti: un robusto vino
rosso del Quartiero Sud, ormai ben stagionato, visto che l’aveva messo
a invecchiare il padre di Bilbo. Rory finì per perdonare Bilbo e, dopo la
prima bottiglia, lo proclamò individuo eccellente.
A Frodo rimaneva un mucchio di roba. Senza contare che, natural-
mente, tutte le cose più preziose, oltre ai libri, ai quadri e a un sovrab-
bondante arredamento, rimasero in suo possesso. Non c’era tuttavia
traccia né accenno a soldi o gioielli: non un centesimo né una perlina di
vetro uscì di lì.

Quel pomeriggio Frodo ebbe il suo bel da fare. La falsa notizia che
l’intera casa venisse distribuita gratuitamente si era sparsa a macchia d’o-

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Una festa attesa a lungo

lio e in men che non si dica il posto si riempì di gente che non aveva
titoli per trovarsi lì ma che non c’era modo di arginare. Strappavano e
mischiavano le etichette e scoppiarono litigi. Qualcuno nell’atrio cercava
di fare scambi e affari mentre altri cercavano di squagliarsela con pezzi
meno importanti non assegnati a loro e con qualunque cosa sembrasse
indesiderata o incustodita. Carretti e carriole bloccavano la strada che
conduceva al cancello.
In mezzo a quel trambusto ecco arrivare i Sackville-Baggins. Frodo si
era ritirato per un po’ lasciando l’amico Merry Brandaino di guardia alle
cose. Quando Otho pretese a gran voce di vedere Frodo, Merry fece un
cortese inchino.
“Non si sente molto bene,” disse. “Sta riposando.”
“Si nasconde, vorrai dire,” disse Lobelia. “In ogni caso noi vogliamo
vederlo e lo vedremo. Tu va’ a dirglielo!”
Merry li lasciò aspettare a lungo nell’atrio e così ebbero modo di sco-
prire il loro regalo d’addio: i cucchiai. Il che non migliorò il loro umore.
Alla fine li accompagnarono nello studio. Frodo era seduto a un tavolo
e aveva davanti a sé una montagna di carte. Sembrava indisposto: e a in-
disporlo dovevano essere i Sackville-Baggins. Si alzò giocherellando con
qualcosa che aveva in tasca. Ma parlò con estrema cortesia.
I Sackville-Baggins si mostrarono alquanto insolenti. Cominciarono
col proporgli prezzi stracciati (come tra amici) per vari oggetti di valore
privi di etichetta. Quando Frodo replicò che veniva dato via solo quanto
espressamente stabilito da Bilbo, dissero che tutta la faccenda era assai
sospetta.
“Per me una cosa sola è chiara,” disse Otho, “e cioè che tu ci guada-
gni enormemente. Pretendo di vedere il te­stamento.”
Otho sarebbe stato l’erede se Bilbo non avesse adottato Frodo. Lesse
attentamente il testamento e sbuffò. Purtroppo era chiarissimo e inecce-
pibile (secondo le convenzioni legali degli hobbit che, tra le altre cose,
richiedono sette firme di testimoni con l’inchiostro rosso).
“Sconfitti di nuovo!” disse alla consorte. “E dopo sessanta anni.
Cucchiai? Scempiaggini!” Schioccò le dita sotto il naso di Frodo e se
ne andò con passo greve. Ma sbarazzarsi di Lobelia non era così faci-
le. Poco dopo Frodo uscì dallo studio per vedere come procedevano
le cose e la trovò che gironzolava ancora per la casa rovistando negli
angoli e nei cantucci, percuotendo i pavimenti. La condusse risolu-
tamente fuori dall’edificio dopo averla alleggerita di vari piccoli (ma
assai preziosi) oggetti che erano finiti chissà come nel suo ombrello.
L’espressione del viso la mostrava impegnata a trovare una frase di
commiato micidiale; ma tutto ciò che riuscì a sfornare nel voltarsi sulla
soglia fu:

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La Compagnia dell’Anello

“Te ne pentirai per sempre, giovanotto! Perché non sei partito pure
tu? Tu non sei di qui; non sei un Baggins… tu… tu sei un Brandaino!”
“L’hai sentita, Merry? Era un insulto, se vogliamo,” disse Frodo ri-
chiudendo la porta dietro la donna.
“Era un complimento,” disse Merry Brandaino, “e perciò, a ben ve-
dere, insincero.”

Poi fecero il giro della buca e scacciarono tre giovani hobbit (due
Boffin e un Bolger) che praticavano buchi nelle pareti di una cantina.
Frodo si accapigliò anche col giovane Sancho Pededegno (nipote del vec-
chio Odo Pededegno) che si era messo a scavare nella grande dispensa
dove gli era parso di sentire un’eco. La leggenda dell’oro di Bilbo destava
curiosità e speranze: l’oro leggendario (acquisito in modo misterioso se
non addirittura disonesto) è, come sanno tutti, di chi lo trova – a meno
che non interrompa le ricerche.
Dopo aver avuto la meglio su Sancho e averlo buttato fuori, Frodo
crollò su una sedia nell’atrio. “È ora di chiudere bottega, Merry,” disse.
“Serra il portone e per oggi non aprire più a nessuno, anche se si pre-
sentasse con un ariete.” Poi andò a tirarsi su con una tazza di tè fuori
orario.
Non fece in tempo a sedersi che sentì bussare piano al portone.
“Dev’essere Lobelia,” pensò. “Avrà pensato qualcosa di davvero cattivo
e sarà tornata sui suoi passi per dirmelo. Può aspettare.”
Continuò a sorseggiare il tè. I colpi si ripeterono, più forti, ma lui non
ci badò. D’un tratto la testa del mago fece capolino dalla finestra.
“Frodo, se non mi apri butto giù la porta e la mando a finire dall’altra
parte della tua buca e della collina.”
“Mio caro Gandalf! Solo mezzo secondo!” esclamò Frodo precipi-
tandosi fuori della stanza ad aprire il portone. “Entra! Entra! Credevo
che fosse Lobelia.”
“Allora ti perdono. L’ho vista poco fa alla guida di un calesse diret-
to ad Acquariva, con una faccia da far inacidire il latte appena munto.”
“C’era quasi riuscita con il sottoscritto. Sul serio, ero sul punto d’in-
filare l’anello di Bilbo. Volevo solo sparire.”
“Non farlo!” disse Gandalf mettendosi a sedere. “Vacci cauto con
quell’anello, Frodo! A dire il vero, è in parte per questo che sono venuto
a darti un ultimo avvertimento.”
“E sarebbe?”
“Che cosa sai già?”
“Soltanto quello che mi ha detto Bilbo. Ho sentito la sua storia: come
lo ha trovato e come lo ha usato: durante il viaggio, voglio dire.”
“Quale storia, mi domando,” disse Gandalf.

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Una festa attesa a lungo

“Oh, non quella che ha raccontato ai nani e messo nel libro,” disse
Frodo. “Mi raccontò la vera storia non molto tempo dopo il mio arrivo qui.
Disse che tu gli avevi dato il tormento e alla fine aveva dovuto raccontarte-
la, tanto valeva perciò che la sapessi anch’io. ‘Tra noi niente segreti, Frodo,’
mi disse; ‘ma non devono uscire da qui. L’anello in ogni caso è mio.’”
“Interessante,” disse Gandalf. “E tu che idea ti sei fatto di tutta que-
sta storia?”
“Se ti riferisci a tutto quello che ha inventato sul ‘regalo’, be’, ho tro-
vato la storia vera molto più attendibile, e non riuscivo a capire perché
mai l’avesse modificata. Per giunta non era da Bilbo far così; e l’ho tro-
vato quanto mai strano.”
“Anch’io. Ma possono succedere cose strane a chi ha certi tesori… se
li usa. Ti serva da monito a essere molto prudente con l’anello. Potrebbe
avere altri poteri oltre a quello di farti sparire a piacimento.”
“Non capisco,” disse Frodo.
“Neanch’io,” replicò il mago. “Ho appena cominciato a interrogarmi
sull’anello, da ieri sera per la precisione. Non c’è da preoccuparsi. Ma se
segui il mio consiglio, lo userai molto di rado, per non dire mai. Ti prego
quantomeno di non usarlo in modo da provocare dicerie e destare so-
spetti. Te lo ripeto: tienilo al sicuro e tienilo nascosto!”
“Sei molto misterioso! Che cosa temi?”
“Non ne sono certo, perciò non dirò altro. Forse sarò in grado di dirti
qualcosa al mio ritorno. Parto subito: per il momento quindi ti saluto.”
Si alzò.
“Subito!” gridò Frodo. “Ma come, io credevo che saresti rimasto al-
meno una settimana. Contavo sul tuo aiuto.”
“Intendevo farlo… ma ho dovuto cambiare idea. Potrei star via per
un bel po’ di tempo; ma tornerò a trovarti non appena potrò. Tanto pri-
ma o poi ci si rivede! Arriverò alla chetichella. Non capiterà spesso che
mi ripresenti nella Contea alla luce del sole. Ho scoperto di non esser
più tanto gradito. Dicono che sono un seccatore e un disturbatore della
quiete pubblica. Qualcuno mi accusa perfino di aver fatto sparire Bilbo
o peggio. Se vuoi saperlo, corre voce che noi due avremmo complottato
per impadronirci della sua fortuna.”
“Qualcuno!” esclamò Frodo. “Ti riferisci a Otho e Lo­belia. È obbro-
brioso! Gli darei Casa Baggins e tutto il resto, se solo potessi far tornare
Bilbo e andarmene con lui a vagabondare per il paese. Amo la Contea.
Ma comincio a rimpiangere di non essere partito anch’io. Chissà se lo
rivedrò mai più.”
“Me lo domando anch’io,” disse Gandalf. “E mi passano per la testa
molte altre cose. Addio per ora! Abbi cura di te! E aspettati di vedermi,
specie nei momenti più impensati! Addio!”

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La Compagnia dell’Anello

Frodo lo accompagnò alla porta. Gandalf fece un ultimo cenno di


saluto con la mano e si avviò a passo più che spedito; ma Frodo ebbe
l’impressione che il vecchio mago fosse stranamente curvo, quasi por-
tasse un pesante fardello. Scendeva la sera e la sua sagoma ammantata
sparì rapidamente nel crepuscolo. Frodo non lo rivide più per molto
tempo.

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Capitolo II

L’ombra del passato

Le chiacchiere non cessarono né in nove né in novantanove giorni. A


Hobbiton, e a dire il vero in tutta la Contea, la seconda scomparsa del
signor Bilbo Baggins fu argomento di discussione per il canonico anno
e un giorno, e venne ricordata assai più a lungo. Per i giovani hobbit di-
venne una fiaba del focolare; e alla fine Baggins il Matto, che era solito
svanire con un botto e un lampo e ricomparire con sacchi pieni di gioielli
e oro, divenne uno dei personaggi leggendari prediletti e continuò a vive-
re a lungo dopo che tutti i fatti reali furono dimenticati.
Nel frattempo, però, secondo l’opinione più diffusa in giro Bilbo, che
era sempre stato un po’ tocco, alla fine era diventato tutto matto e si era
volatilizzato. E doveva essere senza dubbio caduto in qualche stagno o
fiume facendo una tragica ma tutt’altro che prematura fine. La colpa ri-
cadeva per lo più su Gandalf.
“Se quello scellerato di un mago lo lascerà in pace, il giovane Frodo
si darà una calmata e gli verrà un po’ di buonsenso hobbit,” dicevano. E
a quanto pare il mago lasciò in pace Frodo, che si diede una calmata, ma
il buonsenso tardava parecchio a venire. Anzi, il giovane si affrettò sedu-
ta stante a perpetuare la nomea di eccentrico di Bilbo. Rifiutò di porta-
re il lutto; e l’anno dopo diede una festa in onore del centododicesimo
compleanno di Bilbo, che chiamò il Banchetto delle Centododici libbre.
Calcolava per difetto: gli invitati erano venti, i pasti numerosi, e nevicò
cibo e piovvero bevande, come dicono gli Hobbit.
Alcuni si scandalizzarono non poco; ma Frodo mantenne l’usanza
della Festa di Compleanno di Bilbo un anno dopo l’altro fino a che si
abituarono. A sentir lui, Bilbo non doveva essere morto. Quando gli
chiedevano: “E allora dov’è?” faceva spallucce.
Viveva da solo, come Bilbo prima di lui; ma aveva molti buoni amici,
specie tra gli hobbit più giovani (per lo più discendenti del Vecchio Took)
che da piccoli avevano voluto bene a Bilbo e spesso avevano fatto avanti
e indietro da Casa Baggins. Due di loro erano Folco Boffin e Fredegario

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La Compagnia dell’Anello

Bolger; ma i suoi amici più intimi erano Peregrino Took (chiamato di soli-
to Pippin) e Merry Brandaino (il vero nome era Meriadoc, ma erano in po-
chi a ricordarlo). Insieme a loro Frodo batteva la Contea; ma spesso vaga-
bondava da solo e, con stupore delle persone di giudizio, talora lo si vede-
va girare tra boschi e colline alla luce delle stelle. Merry e Pippin avevano
il sospetto che, come a suo tempo Bilbo, a volte andasse a trovare gli Elfi.

Col passare del tempo la gente cominciò a notare che anche Frodo mo-
strava segni di buona “conservazione”: esteriormente manteneva l’aspet­to
energico e robusto di uno hobbit appena uscito dall’età prepubere. “C’è
chi ha tutte le fortune,” dicevano; ma fu soltanto quando Frodo si avvi-
cinava ai cinquanta, un’età in genere più morigerata, che cominciarono a
trovarlo strano.
Lo stesso Frodo, dopo il primo choc, scoprì che essere padrone del-
la propria vita e il signor Baggins di Casa Baggins era assai piacevole.
Per anni fu molto felice e non si preoccupò più di tanto del futuro. Ma,
pur senza rendersene ben conto, il rimpianto di non aver seguito Bilbo
metteva sempre più radici. A volte, specie in autunno, si sorprendeva a
vagheggiar terre selvagge, e strane visioni di montagne che non aveva
mai visto penetravano nei sogni. Cominciò a dirsi: “Forse un giorno at-
traverserò il Fiume.” Al che l’altra metà della mente replicava sempre:
“Non ancora.”
Andò avanti così fino alla fine dei quaranta e all’avvicinarsi del cin-
quantesimo compleanno: sentiva che cinquanta era un numero in ogni
caso significativo (o infausto); peraltro proprio a quell’età l’avventura
aveva tutt’a un tratto investito Bilbo. Frodo cominciò a sentirsi irrequie-
to e i vecchi sentieri sembravano troppo battuti. Si mise a esaminare le
carte geografiche e si chiedeva che cosa ci fosse oltre quei bordi: le carte
disegnate nella Contea per lo più mostravano spazi bianchi oltre i confi-
ni. Prese a vagabondare sempre più lontano e sempre più spesso da solo;
e Merry e gli altri amici lo tenevano d’occhio preoccupati. Spesso lo ve-
devano camminare e parlare con gli strani viandanti che a quell’epoca
cominciarono a comparire nella Contea.

Giungevano voci di strane cose in atto nel mondo esterno; e siccome


a quel punto erano anni che Gandalf non si faceva più vedere né manda-
va messaggi, Frodo si mise a raccogliere notizie come meglio poteva. Gli
Elfi, che di rado entravano nella Contea, adesso quand’era sera si vede-
vano passare attraverso i boschi diretti a ovest, passare senza far ritorno;
ma lasciavano la Terra di Mezzo e non avevano più interesse per i suoi
problemi. Per contro c’era in circolazione un numero insolito di nani.
L’antica Strada Est-Ovest attraversava la Contea da un capo all’altro fino

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L’ombra del passato

ai Grigi Approdi e i nani l’avevano sempre utilizzata per andare alle loro
miniere sulle Montagne Azzurre. Per gli hobbit erano la principale fonte
d’informazioni sui luoghi lontani – se ne volevano: di regola i nani dice-
vano poco e gli hobbit chiedevano anche meno. Ma ora Frodo incontra-
va spesso strani nani di paesi remoti che cercavano rifugio a Occidente.
Erano preoccupati e parlavano a mezza bocca del Nemico e della Terra
di Mordor.
Era un nome che gli hobbit conoscevano soltanto dalle leggende
dell’oscuro passato, come un’ombra sullo sfondo dei loro ricordi; ma
era ominoso e inquietante. Sembrava che il potere malefico di Boscuro
fosse stato scacciato dal Bianco Consiglio solo per ricomparire ancor più
in forze nelle vecchie roccaforti di Mordor. Si diceva che avessero rico-
struito la Torre Oscura. Da lì il potere si diramava in lungo e in largo, e a
estremo oriente e a sud c’erano guerre e paura crescente. Gli Orchi era-
no tornati a moltiplicarsi sui monti. I Troll erano in circolazione, non più
ottusi ma astuti e muniti di armi spaventose. E si facevano velati accenni
a creature ancora più terribili, che però non avevano nome.

Di tutto ciò, ovviamente, non molto giungeva all’orecchio dei comuni


hobbit. Ma perfino i più sordi e sedentari cominciarono a sentire strane
storie; e chi per lavoro si recava al confine vedeva cose insolite. I discorsi
al Drago Verde di Acquariva, una sera di primavera del cinquantesimo
anno di Frodo, stavano a indicare che le voci erano giunte perfino nel
cuore sereno della Contea, pur se la maggior parte degli hobbit non ci
dava ancora peso.
Sam Gamgee era seduto in un angolo vicino al fuoco e, di fronte a lui,
c’era Ted Sabbiaiolo, il figlio del mugnaio; e vari altri hobbit campagnoli
ascoltavano la loro conversazione.
“Certo che di questi tempi se ne sentono di cose strane,” disse Sam.
“Se ne sentono eccome,” disse Ted. “Basta ascoltare. Ma le fiabe e le
storielle per bambini posso sentirle a casa, se ne ho voglia.”
“Come no,” ribatté Sam. “E in qualcuna c’è più verità di quanto uno
creda, lasciamelo dire. E poi chi le avrebbe inventate? Prendi i draghi,
per esempio.”
“No grazie,” disse Ted, “me li risparmio. Ne ho inteso parlare
quand’ero un giovincello, ma adesso non c’è ragione di crederci. C’è
un solo Drago ad Acquariva ed è Verde,” disse, provocando una risata
generale.
“Va bene,” disse Sam ridendo con gli altri. “Ma che mi dici di que-
sti Uomini-albero, questi giganti, se vogliamo chiamarli così? Dicono di
averne visto uno più grande di un albero lassù oltre le Brughiere del
Nord non molto tempo fa.”

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La Compagnia dell’Anello

“Chi lo dice?”
“Mio cugino Hal per esempio. Lavora per il signor Boffin a Soprac-
colle e risale fino al Quartiero Nord per la caccia. Lui ne ha visto uno.”
“Dice lui. Sarà. Il tuo Hal non fa che dire di aver visto cose; magari
vede cose che non ci sono.”
“Ma questo era grosso come un olmo, e camminava – faceva sei metri
con un passo, come fosse stato un pollice.”
“Allora scommetto che non era un pollice. Quello che ha visto era un
olmo, dammi retta.”
“Ma questo camminava, ti dico; e poi non ci sono olmi nelle Brughiere
del Nord.”
“Allora Hal come ha fatto a vederne uno?” disse Ted. Ci furono risa-
te e applausi: il pubblico sembrava ritenere che Ted si fosse aggiudicato
un punto.
“Sarà,” disse Sam; “sta di fatto però che altri oltre Halfast hanno vi-
sto gente strana attraversare la Contea… attraversarla, bada bene: molti
li rimandano indietro alla frontiera. I Confinieri non hanno mai avuto
tanto lavoro.
“E ho inteso dire che gli Elfi si spostano a ovest. Dicono che sono di-
retti ai porti, lontano oltre le Bianche Torri.” Sam fece un gesto vago con
il braccio: né lui né altri sapevano quanto fosse distante il Mare, oltre le
vecchie torri, al di là dei confini occidentali della Contea. Ma secondo
un’antica tradizione, laggiù si trovavano i Grigi Approdi, dai quali a vol-
te navi elfiche salpavano per non fare più ritorno.
“Prendono il largo e solcano il Mare, vanno a Occidente e ci abban-
donano,” disse Sam, quasi salmodiando le parole, scuotendo mestamen-
te e solennemente il capo. Ma Ted rise.
“Be’, non c’è niente di nuovo, basta credere alle vecchie storie. E a
me e a te che cosa vuoi che importi, non capisco. Lasciali salpare! E poi
né tu né altri della Contea li avete mai visti farlo, garantito!”
“Be’, non ne sarei tanto sicuro,” disse Sam pensoso. Credeva di aver
visto un Elfo una volta nei boschi e sperava di vederne ancora, un gior-
no o l’altro. Di tutte le leggende che aveva ascoltato da bambino, certi
frammenti di racconti e di storie in parte dimenticate sugli Elfi che gli
hobbit conoscevano lo avevano sempre commosso nel profondo. “C’è
chi, anche da queste parti, conosce il Popolo Leggiadro e ne ha noti-
zie,” disse. “C’è il signor Baggins, per il quale lavoro. Me l’ha detto lui
che prendevano il mare e lui ne sa di cose sugli Elfi. E il vecchio signor
Bilbo ne sapeva anche di più: ho fatto tante di quelle chiacchierate con
lui quand’ero piccolo.”
“Oh, quei due sono suonati,” disse Ted. “Perlomeno il vecchio Bilbo
era suonato e Frodo è sulla buona strada. Se è da lì che prendi le notizie,

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L’ombra del passato

non sarai mai a corto di panzane. Be’, amici, io vado a casa. Alla vostra!”
Svuotò il boccale e si avviò rumorosamente.
Sam rimase a sedere in silenzio e non aggiunse altro. Aveva di che ri-
flettere. C’era un sacco da fare nel giardino di Casa Baggins, per dirne
una, e se schiariva, l’indomani lo aspettava una giornata di lavoro. L’erba
cresceva in fretta. Ma non c’era solo il giardinaggio nei pensieri di Sam.
Dopo un po’ fece un sospiro, si alzò e uscì.
Erano i primi di aprile e il cielo si veniva rasserenando dopo le forti
precipitazioni. Il sole era tramontato e una serata fresca e tenue sfumava
lentamente nella notte. Sotto le prime stelle si diresse verso casa attra-
verso Hobbiton e poi su per la Collina fischiettando sommesso e assorto.

Fu proprio a questo punto che Gandalf ricomparve dopo la lunga


assenza. Dal giorno della Festa era stato via tre anni. Fece una capatina
da Frodo e dopo avergli dato una bella occhiata ripartì. Nei due anni
successivi si sarebbe fatto vivo abbastanza spesso: si presentava inaspet-
tatamente dopo l’imbrunire e ripartiva senza preavviso prima dell’alba.
Dei suoi viaggi e dei suoi affari non parlava mai e sembrava più che altro
interessato a minuzie riguardanti la salute e le attività di Frodo.
Poi, di punto in bianco, le visite cessarono. Erano più di nove anni
che Frodo non lo vedeva né aveva sue notizie, e cominciò a pensare che il
mago non sarebbe più tornato e che avesse perso ormai ogni interesse per
gli hobbit. Ma quella sera, mentre Sam tornava a casa e il crepuscolo sfu-
mava, ecco arrivare alla finestra dello studio quei colpi un tempo familiari.
Frodo accolse il vecchio amico con sorpresa e grande gioia. Si fissa-
rono a lungo.
“Tutto bene, vero?” disse Gandalf. “Sei sempre uguale, Frodo!”
“Anche tu,” replicò Frodo; ma sotto sotto trovava Gan­dalf più vec-
chio e più segnato. Insistette per aver notizie sue e del vasto mondo, e
ben presto s’immersero nei discorsi e finirono col fare le ore piccole.

La mattina seguente, dopo una colazione fuori orario, il mago era


seduto con Frodo davanti alla finestra aperta dello studio. Il fuoco scop-
piettava nel camino, ma il sole era tiepido e il vento soffiava da sud. Tutto
aveva un’aria fresca e il verde nuovo della primavera luccicava nei campi
e sulla punta delle dita delle piante.
Gandalf stava pensando a una primavera di quasi ottant’anni prima,
quando Bilbo era scappato da Casa Baggins senza neanche un fazzoletto.
I capelli erano forse più bianchi di allora, la barba e le sopracciglia forse
più lunghe, e il viso più segnato dalle preoccupazioni e dalla saggezza;
ma gli occhi brillavano come sempre e fumava e faceva anelli di fumo
con lo stesso vigore e piacere.

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La Compagnia dell’Anello

Ora fumava in silenzio perché Frodo, immobile, era sprofondato nei


pensieri. Perfino alla luce del mattino avvertiva l’ombra scura delle noti-
zie portate da Gandalf. Alla fine ruppe il silenzio.
“Gandalf, ieri sera hai cominciato a raccontarmi strane cose sul mio
anello,” disse. “E poi ti sei interrotto perché, hai detto, certi argomenti
era meglio affrontarli alla luce del giorno. Non sarebbe il caso a questo
punto di portare a termine il ragionamento? Tu dici che l’anello è peri-
coloso, molto più pericoloso di quanto io non immagini. In che modo?”
“In tanti modi,” rispose il mago. “È molto più potente di quanto io
all’inizio non osassi credere, così potente che finirebbe per sopraffare del
tutto qualsiasi mortale lo possedesse. Sarebbe l’anello a possedere lui.
“Tanto tempo fa, in Eregion, si fabbricavano molti anelli elfici, anel-
li magici come li chiamate voi, ed erano ovviamente di vario genere:
alcuni più potenti e altri meno. Gli anelli secondari erano soltanto ten-
tativi, quando l’arte non aveva raggiunto il suo pieno sviluppo, e i fab-
bri elfici li ritenevano sciocchezze – anche se, a mio avviso, pur sempre
rischiosi per i mortali. Ma i Grandi Anelli, gli Anelli del Potere, erano
pericolosi.
“Un mortale che detenga uno dei Grandi Anelli, Frodo, non muore
ma non cresce né ottiene più vita, si limita a continuare finché da ultimo
ogni istante viene in uggia. E se usa spesso l’Anello per rendersi invisibi-
le, sbiadisce: finisce per diventare invisibile per sempre e procede nel cre-
puscolo sotto l’occhio dell’Oscuro Potere che governa gli Anelli. Sì, pri-
ma o poi – poi, se parte forte e benintenzionato, ma né la forza né i buoni
propositi dureranno a lungo – prima o poi l’Oscuro Potere lo divorerà.”
“Ma è spaventoso!” disse Frodo. Ci fu un altro lungo silenzio. Dal
giardino giungeva il rumore che faceva Sam Gamgee nel tagliare l’erba.

“Da quanto tempo lo sai?” domandò infine Frodo. “E quanto ne sa-


peva Bilbo?”
“Bilbo sapeva solo quello che ti ha raccontato, ne sono sicuro,” disse
Gandalf. “Non ti avrebbe certo dato mai niente che secondo lui costitui-
va un pericolo, anche se gli avevo promesso di vegliare su di te. Riteneva
l’anello bellissimo e, all’occorrenza, utilissimo; e se c’era qualcosa di stra-
no o di sbagliato, questo dipendeva da lui. Diceva che ‘gli cresceva nel-
la mente’ ed era diventato un assillo costante; ma non sospettò mai che
la colpa fosse da addebitare all’anello stesso. Si era però reso conto che
andava tenuto d’occhio; non sembrava sempre della stessa grandezza o
dello stesso peso; si ritirava o si espandeva in modo bizzarro e d’un tratto
poteva scivolare via da un dito dove prima andava stretto.”
“Sì, di questo mi ha avvertito nell’ultima lettera,” disse Frodo. “Perciò
l’ho sempre tenuto legato alla catenella.”

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L’ombra del passato

“Molto saggio,” disse Gandalf. “Ma Bilbo non collegò mai la sua lun-
ga esistenza all’anello. Se ne attribuiva tutto il merito e ne andava assai
fiero. Anche se stava diventando irrequieto e turbato. Esile e stiracchiato,
diceva. Segno che l’anello stava prendendo il sopravvento.”
“Da quanto tempo sai tutto questo?” domandò di nuovo Frodo.
“So?” disse Gandalf. “Io so molte cose che solo i Saggi sanno, Frodo.
Ma se ti riferisci a quanto ‘so di questo anello’, be’, diciamo pure che an-
cora non so. C’è un’ultima prova da fare. Ma dubbi sulla mia ipotesi non
ne ho più.
“Quando ho cominciato a formularla?” rifletté, tornando indietro
con la memoria. “Vediamo… è stato l’anno in cui il Bianco Consiglio
cacciò l’Oscuro Potere da Boscuro, poco prima della Battaglia dei
Cinque Eserciti, e Bilbo trovò l’anello. Pur ignaro ancora di cosa temessi,
un’ombra calò allora sul mio cuore. Mi sono chiesto spesso come Gollum
si fosse procurato un Grande Anello, quale evidentemente era: questo se
non altro mi fu chiaro fin dal principio. Poi sentii la strana storia di come
Bilbo lo avesse ‘vinto’, ma non potevo crederci. Quando finalmente riu-
scii a tirargli fuori la verità, mi resi conto subito che il suo era un tenta-
tivo di rivendicare il possesso dell’anello al di là di ogni dubbio. Un po’
come Gollum e il suo ‘regalo di compleanno’. Due bugie troppo simili
per farmi stare tranquillo. Chiaramente l’anello aveva un potere malsano
che agiva all’istante sul detentore. Fu quella la prima vera avvisaglia che
non tutto andava per il verso giusto. Ho detto spesso a Bilbo che era me-
glio non servirsi di anelli così; ma lui se la prendeva e ci metteva poco ad
arrabbiarsi. Non ero in grado di fare molto altro. Non potevo toglierglie-
lo senza provocare guai peggiori; e in ogni caso non avevo alcun diritto
di farlo. L’unica era guardare e aspettare. Avrei forse dovuto consultare
Saruman il Bianco, ma c’era sempre qualcosa a trattenermi.”
“Chi è?” domandò Frodo. “Non l’ho mai sentito nominare.”
“Forse no,” rispose Gandalf. “Gli hobbit non rientrano, o non rien-
travano, fra i suoi interessi. Ma egli è grande tra i Saggi. È il maestro del
mio ordine e il capo del Consiglio. La sua dottrina è profonda, ma va di
pari passo con la superbia, e qualsiasi interferenza lo contraria. La tradi-
zione degli anelli elfici, grandi o piccoli, è di sua competenza. L’ha stu-
diata a fondo, cercando i segreti perduti della loro fattura; ma quando il
Consiglio prese in esame gli Anelli, tutto quello che ci rivelò in materia
andava contro i miei timori. Così i dubbi si sopirono… pur con una certa
trepidazione. Né smisi di guardare e di aspettare.
“E tutto sembrava a posto nel caso di Bilbo. E passarono gli anni.
Sì, passavano e non sembravano sfiorarlo. Non mostrava i segni dell’età.
L’ombra tornò a calare su di me. Ma mi dicevo: ‘Dopo tutto viene da
una famiglia longeva da parte di madre. C’è ancora tempo. Aspettiamo!’

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La Compagnia dell’Anello

“E aspettai. Fino alla notte in cui lasciò la casa. Disse e fece cose che
mi riempirono di un timore che le parole di Saruman non seppero placa-
re. Finalmente capii che qualcosa di oscuro e mortale era all’opera. E da
allora ho trascorso la maggior parte degli anni alla ricerca della verità.”
“Non ci sono stati danni irreparabili, vero?” domandò Frodo preoc-
cupato. “Col tempo tornerà a essere normale, no? Potrà riposare in pace,
voglio dire.”
“Si sentì subito meglio,” disse Gandalf. “Ma c’è un solo Potere al
mondo che sa tutto sugli Anelli e sui loro effetti; e per quel che ne so non
c’è Potere al mondo che sa tutto sugli hobbit. Tra i Saggi sono l’unico a
interessarsi delle tradizioni hobbit: un oscuro ramo del sapere, ma pieno
di sorprese. Possono essere morbidi come burro ma a volte duri come ra-
dici di vecchi alberi. Secondo me alcuni di loro resisterebbero agli Anelli
più a lungo di quanto in genere non ritengano i Saggi. Non è il caso per-
ciò che ti preoccupi per Bilbo.
“Certo, ha posseduto l’anello per molti anni e lo ha usato, sicché po-
trebbe volerci parecchio per smaltirne l’ascendente… prima che gli sia
dato rivederlo senza correre rischi, per esempio. Altrimenti potrà vivere
felicemente per anni: rimanere com’era quando se ne separò. Finì per
rinunciarci spontaneamente: un fatto essenziale. No, non era più per il
caro Bilbo che mi davo pensiero, dopo che lo ebbe lasciato. È per te che
mi sento responsabile.
“Dalla partenza di Bilbo mi sono interessato a fondo a te e a tutti
questi incantevoli, assurdi, inermi hobbit. Sarebbe un brutto colpo per il
mondo se l’Oscuro Potere assoggettasse la Contea; se tutti i vostri bravi,
allegri, stupidi Bolger, Soffiacorno, Boffin, Pancieri e compari, per non
parlare dei ridicoli Baggins, fossero ridotti in schiavitù.”
Frodo rabbrividì. “Ma perché dovremmo esserlo?” domandò. “E
questi schiavi a che gli servirebbero?”
“A dire il vero,” replicò Gandalf, “credo che finora –  bada bene,
finora – abbia completamente ignorato l’esistenza degli hobbit. Dovreste
esserne riconoscenti. Ma la vostra incolumità ha fatto il suo tempo. Non
ha bisogno di voi – ha molti servi più utili –, ma non vi dimenticherà più.
E preferirebbe di gran lunga hobbit schiavi miserabili a hobbit liberi e
felici. Cose come la cattiveria e lo spirito di vendetta esistono.”
“Vendetta?” disse Frodo. “Vendetta per che cosa? An­cora non ca-
pisco che cosa c’entri tutto questo con Bilbo, con me e con il nostro
anello.”
“C’entra eccome,” disse Gandalf. “Tu ancora non sai qual è il vero
pericolo; ma lo saprai. Io stesso non ne ero sicuro l’ultima volta che sono
venuto qui; ma è giunta l’ora di parlarne. Dammi un istante l’anello.”

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L’ombra del passato

Frodo lo tirò fuori dalla tasca dei calzoni, dov’era assicurato a una ca-
tenella appesa alla cintura. Lo staccò e lo porse lentamente al mago. Di
colpo s’era fatto assai pesante: a quanto pare l’anello, o lo stesso Frodo,
rifiutava che Gandalf lo toccasse.
Gandalf lo tenne sollevato. Sembrava fatto d’oro puro massiccio. “Ci
vedi qualche segno?” domandò.
“No,” disse Frodo. “Nessuno. È perfettamente liscio, non è consu-
mato e non ha un graffio.”
“Be’, allora guarda!” Con stupore e angoscia di Frodo, il mago all’im-
provviso lo gettò in un punto del camino dove il fuoco ardeva. Frodo
cacciò un urlo e fece per prendere le molle; ma Gandalf lo trattenne.
“Aspetta!” disse in tono imperioso, lanciando a Frodo una rapida oc-
chiata da sotto le sopracciglia irsute.
L’anello non subì il benché minimo cambiamento. Dopo un po’
Gandalf si alzò, chiuse le imposte e tirò le tende. La stanza divenne buia
e silenziosa, anche se dal giardino perveniva ancora attutito lo schiocco
delle cesoie di Sam, ora più vicino alle finestre. Per un attimo il mago re-
stò in piedi a fissare il fuoco; poi si chinò, recuperò l’anello dal camino
con le molle e subito lo raccolse. Frodo rimase a bocca aperta.
“È proprio freddo,” disse Gandalf. “Prendilo.” Frodo lo ricevette nel
palmo ritratto: sembrava diventato più spesso e pesante che mai.
“Sollevalo,” disse Gandalf. “E guarda attentamente!”
Nel farlo Frodo scorse linee sottilissime, più sottili del più sottile trat-
to di penna, che correvano lungo l’anello, all’esterno e all’interno: li-
nee di fuoco che sembravano formare le lettere di una fluente grafia.
Sfoggiavano una luminosità intensa e pur remota, come se emergessero
da profondità abissali.

“Non riesco a leggere queste lettere fiammeggianti,” disse Frodo con


voce tremula.
“Tu no,” disse Gandalf, “ma io sì. Sono lettere elfiche, scritte in un
modo arcaico, ma la lingua è quella di Mordor, alla quale non voglio qui
ricorrere. Ma questo è all’incirca ciò che dice nella Lingua Comune:

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La Compagnia dell’Anello

Un Anello per trovarli, Uno per vincerli,


Uno per radunarli e al buio avvincerli.

“Sono solo due versi di una poesia da lungo tempo nota nella tradi-
zione elfica:

Tre Anelli ai Re degli Elfi sotto il cielo,


Sette ai Principi dei Nani nell’aule di pietra,
Nove agli Uomini Mortali dal fato crudele,
Uno al Nero Sire sul suo trono tetro
Nella Terra di Mordor dove le Ombre si celano.
Un Anello per trovarli, Uno per vincerli,
Uno per radunarli e al buio avvincerli
Nella Terra di Mordor dove le Ombre si celano.”

Tacque, e poi disse lentamente con voce profonda: “Questo è l’Anello


Principe, l’Anello Unico per vincerli. Questo è l’Anello Unico che perse
molti secoli fa, con grande indebolimento del suo potere. Lo desidera ar-
dentemente – ma non deve averlo.”
Frodo sedeva silenzioso e immobile. La paura parve protendere una
mano smisurata, come una nube scura sorta a Oriente che minacciasse
di fagocitarlo. “Quest’anello!” balbettò. “Com’è potuto finire in mano
mia?”

“Ah!” disse Gandalf. “È una lunga storia. Risale agli Anni Neri, che
ormai solo gli esperti della tradizione ricordano. Se ti dovessi raccontar
tutta la storia, saremmo ancora seduti qui quando la primavera sarà di-
ventata inverno.
“Ma ieri sera ti ho parlato di Sauron il Grande, il Signore Oscuro.
Le voci che hai sentito sono vere: si è messo nuovamente in azione e ha
lasciato la rocca di Boscuro per tornare alla vecchia fortezza nella Torre
Oscura di Mordor. Perfino voi hobbit avete sentito quel nome, come
un’ombra ai bordi delle antiche storie. Sempre, dopo una sconfitta e una
tregua, l’Ombra assume nuova forma e torna a crescere.”
“Vorrei che non fosse successo nel corso della mia vita,” disse Frodo.
“Anch’io,” disse Gandalf, “e così tutti quelli che in vita loro sono
testimoni di epoche così. Ma non spetta a loro decidere. Tutto ciò che
possiamo decidere è come disporre del tempo che ci è dato. E la nostra
epoca, Frodo, già comincia a sembrar fosca. Il Nemico sta diventando
in fretta molto forte. I suoi piani sono lontani dall’essere maturi, credo,
ma stanno maturando. Sarà dura da affrontare. Lo sarebbe comunque,
anche senza questa spaventosa circostanza.

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FELLOWSHIP re set 21/5/02 9:27 am Page 51
L’ombra del passato

“Al Nemico manca ancora una cosa che gli dia la forza e la conoscen-
za per fiaccare ogni resistenza, abbattere le ultime difese e piombare tut-
te le terre in una seconda tenebra. Gli manca l’Anello Unico.
“I Tre, i più belli, glieli hanno nascosti i Signori degli Elfi e la sua
mano non li ha mai sfiorati né insozzati. Sette ne possedevano i Re dei
Nani, ma tre li ha recuperati e gli altri li hanno consumati i draghi.
Nove li diede agli Uomini Mortali, fieri e grandi, e così facendo li irretì.
Tanto tempo fa caddero sotto il dominio dell’Unico, diventando Spettri
dell’Anello, ombre sotto la sua grande Ombra, i suoi servi più terribili.
Tanto tempo fa. Quanti anni sono passati da che i Nove presero il lar-
go? Eppure chissà. Come l’Ombra ha ripreso a crescere, anche quelli
potrebbero tornare. Ma suvvia! Non parleremo di certe cose neppure di
mattina nella Contea.
“Ecco qual è la situazione: i Nove li ha raccolti; anche i Sette, tranne
quelli distrutti. I Tre sono ancora nascosti. Ma questo non lo preoccupa
più. Ha bisogno soltanto dell’Unico: quell’Anello lo ha fatto lui, gli ap-
partiene e vi ha trasfuso gran parte del suo potere in modo da dominare
tutti gli altri. Se lo recupera li controllerà di nuovo tutti, ovunque siano,
perfino i Tre, e tutto ciò che è stato compiuto con essi verrà alla luce, e
lui sarà più forte che mai.
“E la terribile circostanza è questa, Frodo. Lui credeva che l’Unico
fosse annientato; che gli Elfi lo avessero distrutto, come andava fatto. Ma
ora sa che non è stato distrutto, che lo hanno trovato. Così non fa che
cercarlo, non pensa ad altro. È la sua grande speranza e il nostro grande
terrore.”
“Perché, perché non l’hanno distrutto?” gridò Frodo. “E come ha
fatto il Nemico a perderlo, se era così forte e lo riteneva così prezio-
so?” Serrò l’Anello in pugno, quasi vedesse già oscure dita protese a
ghermirlo.
“Glielo presero,” disse Gandalf. “Tanto tempo fa gli Elfi erano in gra-
do di resistergli con più forza; e non tutti gli Uomini erano in rotta con
loro. Gli Uomini dell’Occidenza accorsero ad aiutarli. È un capitolo di
storia antica che sarebbe bene non dimenticare: anche allora ci furono
patimenti, e tenebra crescente, ma altresì grande ardimento e grandi ge-
sta non del tutto inutili. Forse un giorno ti racconterò tutta la storia o la
sentirai raccontare da cima a fondo da chi la conosce meglio.
“Ma per il momento, dato che tu hai bisogno più che altro di sapere
in che modo questa cosa è finita in mano tua, e come storia può basta-
re, questo è quanto ti racconterò. Furono Gil-galad, il Re degli Elfi, e
Elendil d’Occidenza a rovesciare Sauron, pur pagando con la propria
vita il gesto; e Isildur, figlio di Elendil, s’impossessò dell’Anello dopo
aver tagliato il dito dove Sauron lo portava. Poi Sauron fu sconfitto e il

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La Compagnia dell’Anello

suo spirito fuggì e rimase nascosto per lunghi anni, fino a quando la sua
ombra riprese forma a Boscuro.
“Ma l’Anello andò perduto. Cadde nel Grande Fiume, Anduin, e
scomparve. Isildur marciava verso nord lungo la sponda orientale del
Fiume e gli Orchi delle Montagne gli tesero un’imboscata nei pressi dei
Campi Iridati e trucidarono quasi tutti i suoi uomini. Isildur si gettò in
acqua ma l’Anello gli scivolò via dal dito mentre nuotava, e allora gli
Orchi lo scorsero e lo uccisero a frecciate.”
Gandalf s’interruppe. “E lì negli stagni oscuri in mezzo ai Campi
Iridati,” disse, “l’Anello uscì da conoscenza e leggenda; perfino questo
frammento della sua storia è ormai noto solo a pochi, e il Consiglio dei
Saggi non è riuscito a scoprire altro. Ma finalmente credo di poter conti-
nuare il racconto.

“Molto tempo dopo, ma sempre tanto tempo fa, viveva sulle sponde
del Grande Fiume al limitare della Selvalanda un piccolo popolo agile di
mano e placido di piede. Doveva appartenere al ceppo hobbit, affine ai
padri dei padri dei Nerbuti, poiché amava il Fiume e spesso ci nuotava
o costruiva piccole imbarcazioni di canna. Tra costoro c’era una famiglia
tenuta in grande stima, vasta e più ricca di quasi tutte le altre, retta da
una nonna del popolo, severa e ferrata in materia di antiche tradizioni. Il
più curioso e ficcanaso della famiglia si chiamava Sméagol. S’interessava
di radici e origini; si tuffava negli stagni profondi; scavava sotto gli alberi
e le piante in crescita; apriva gallerie nei verdi tumuli; e aveva smesso di
guardar le cime dei monti, le foglie sugli alberi o i fiori che sbocciavano
nell’aria: teneva la testa e gli occhi rivolti in basso.
“Aveva un amico di nome Déagol, un tipo non molto diverso,
dall’occhio aguzzo ma non altrettanto forte e veloce. Una volta presero
una barca e scesero fino ai Campi Iridati, dov’erano distese di iris e can-
ne in fiore. Lì Sméagol scese e si mise a curiosare lungo le rive mentre
Déagol rimase sulla barca a pescare. Tutt’a un tratto un grosso pesce ab-
boccò all’amo e prima di capire dov’era finito, Déagol si sentì trascina-
re in acqua verso il fondo. Allora, credendo di aver scorto qualcosa che
luccicava sul letto del fiume, mollò la lenza e trattenendo il fiato l’afferrò.
“Poi risalì sputacchiando, con le alghe fra i capelli e un pugno di mel-
ma, e nuotò fino a riva. Ed ecco che, lavata via la melma, si ritrovò con
un bellissimo anello d’oro in mano che brillava e scintillava sotto il sole,
riempiendo il suo cuore di gioia. Ma Sméagol lo aveva spiato da dietro
un albero e, mentre Déagol era tutto gongolante per l’anello, Sméagol
quatto quatto lo raggiunse alle spalle.
“‘Daccelo, Déagol, amor mio,’ disse Sméagol da sopra la spalla
dell’amico.

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L’ombra del passato

“‘Perché?’ disse Déagol.


“‘Perché è il mio compleanno, amor mio, e io lo voglio,’ disse Sméagol.
“‘Che m’importa?’ disse Déagol. ‘Ti ho già fatto un regalo, più gran-
de di quanto potessi permettermi. Questo l’ho trovato io e me lo tengo.’
“‘Oh, non mi dire, amor mio,’ disse Sméagol; e afferrato Déagol per
la gola lo strangolò, perché l’oro sembrava così risplendente e bello. Poi
mise l’anello al dito.
“Nessuno seppe mai che cosa ne era stato di Déagol, assassinato lon-
tano da casa, e del cadavere nascosto con astuzia. Sméagol tornò da solo e
scoprì che, quando portava l’anello, nessuno in famiglia riusciva a vederlo.
Con­tentissimo della scoperta, la tenne per sé; e se ne avvalse per scoprire
segreti e sfruttò quanto veniva a sapere a fini turpi e malvagi. Pose l’occhio
sempre più aguzzo e l’orec­chio sempre più fine al servizio di tutto ciò che
poteva nuocere. L’anello gli aveva conferito un potere commisurato a lui.
Non c’è da stupirsi se divenne inviso a tutti e se i parenti lo evitavano (quan-
do era visibile). Lo prendevano a calci e lui mordeva loro i piedi. Si mise a
rubare e andava in giro bofonchiando tra sé e gorgogliando in gola. Perciò
lo chiamarono Gollum e lo invitarono ad andarsene lontano; e la nonna,
desiderosa di pace, lo espulse dalla famiglia e lo cacciò via dalla sua buca.
“Sméagol vagò in solitudine, versando qualche lacrima sull’asprezza
del mondo, risalì il Fiume finché giunse a un torrente che scendeva dalle
montagne e ne seguì il corso. Con invisibili dita prendeva i pesci negli
stagni profondi e li mangiava crudi. Un giorno che faceva molto caldo,
mentre era chino su una pozza, sentì un bruciore alla nuca e una luce ab-
bagliante riflessa dall’acqua gli ferì gli occhi bagnati. Si chiese come mai,
perché si era quasi dimenticato del Sole. Allora per l’ultima volta alzò lo
sguardo al cielo e mostrò il pugno.
“Ma abbassando gli occhi scorse in lontananza le cime dei Monti
Brumosi, da dove sgorgava il torrente. E d’un tratto pensò: ‘Sotto quei
monti sarebbe fresco e ombroso. Lì il Sole non avrebbe più modo di sor-
vegliarmi. Le radici di quei monti sì che son radici; devono nascondere
grandi segreti mai scoperti sin dal principio.’
“Così risalì di notte in mezzo agli altopiani e trovò un piccolo antro
dal quale scaturiva l’oscuro torrente; e s’intrufolò come un verme nel
cuore delle alture e sparì dalla faccia della terra. L’Anello penetrò nelle
ombre con lui, e perfino chi lo aveva forgiato, quando il suo potere tornò
a crescere, non riuscì a saperne alcunché.”

“Gollum!” esclamò Frodo. “Gollum? Vuoi dire che era quello stesso


bruto di un Gollum incontrato da Bilbo? Che schifo!”
“La ritengo una triste storia,” disse il mago, “e poteva capitare ad al-
tri, anche a qualche hobbit di mia conoscenza.”

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La Compagnia dell’Anello

“Non riesco a credere che Gollum fosse imparentato con gli hobbit,
per quanto alla lontana,” disse Frodo con foga. “Che pensiero obbro-
brioso!”
“Eppure è così,” Gandalf replicò. “In ogni caso, ne so più io degli
stessi hobbit sulle loro origini. E perfino la storia di Bilbo lascia intende-
re la parentela. Per molti versi mentalità e ricordi li accomunavano. Tra
loro si capivano al volo, molto meglio di quanto uno hobbit capisse un
Nano, mettiamo, o un Orco o, se è per questo, un Elfo. Pensa solo, per
dirne una, agli indovinelli che entrambi conoscevano.”
“Sì,” disse Frodo. “Anche altri popoli, però, oltre agli hobbit fanno
indovinelli non poi così diversi. E gli hobbit non imbrogliano. Gollum
invece non pensava ad altro. Aveva cercato solo di prendere il povero
Bilbo alla sprovvista. E avviare un gioco che avrebbe finito per procac-
ciargli una facile vittima ma che, in caso di sconfitta, non lo avrebbe dan-
neggiato, deve aver allettato la sua perfidia.”
“Fin troppo vero, temo,” disse Gandalf. “Ma c’era qualcos’altro,
credo, che tu ancora non capisci. Perfino uno come Gollum non era
perduto per sempre. Si era mostrato più resistente di quanto perfino
uno dei Saggi avrebbe sospettato… come uno hobbit. Un angolino del-
la mente era ancora suo e da lì, come attraverso uno spiraglio nelle
tenebre, giunse una luce: luce dal passato. Sarà stato senz’altro piace-
vole, immagino, sentir di nuovo una voce gentile, che evocava il ricor-
do del vento, degli alberi, del sole sull’erba e di altre cose simili ormai
dimenticate.
“Ma questo, naturalmente, da ultimo avrebbe solo indispettito di più
la sua parte malvagia – a meno di non riuscire a vincerla. A meno di
non riuscire a guarirla,” sospirò Gandalf. “Ahimè! Gollum ha ben po-
che speranze. Qualcuna però ce l’ha. Almeno questo, pur possedendo
l’Anello da che ricorda, o quasi. Perché ormai da molto tempo lo usava
poco: nella tenebra nera ne aveva bisogno di rado. Lui di certo non è
‘sbiadito’. È ancora asciutto e robusto. Ma la cosa gli divorava comun-
que il cervello e il tormento era diventato quasi insopportabile.
“Tutti i ‘grandi segreti’ sotto le montagne si erano rivelati solo vuota
notte: non restava più niente da scoprire, niente che valesse la pena fare,
solo disgustosi pasti furtivi e astioso rimuginìo. Era un povero disgrazia-
to. Odiava l’oscurità e odiava di più la luce: odiava tutto e l’Anello più
di ogni altra cosa.”
“Come sarebbe a dire?” disse Frodo. “L’Anello sarà senz’altro stato
il suo Tesoro e l’unica cosa alla quale tenesse. Ma se l’odiava, perché non
se n’era sbarazzato o non era andato via abbandonandolo?”
“Dopo tutto quello che hai saputo, Frodo, dovresti cominciare a ca-
pire,” disse Gandalf. “Lui l’odiava e lo amava, come odiava e amava se

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L’ombra del passato

stesso. Non poteva sbarazzarsene. Al riguardo non aveva più forza di


volontà.
“Un Anello del Potere se la cava benissimo, Frodo. Potrà pure scivo-
lar via a tradimento, ma chi lo detiene non lo abbandonerà mai. Tutt’al
più si trastullerà con l’idea di affidarlo a qualcun altro – e anche questo
soltanto in una fase iniziale, quando comincia a far presa. Ma per quanto
ne so io, secondo la storia solo Bilbo non si è limitato a trastullarcisi e lo
ha fatto per davvero. E c’è voluto tutto il mio sostegno. E anche così non
ci avrebbe mai rinunciato né lo avrebbe gettato via. Non era Gollum ma
l’Anello a prendere le decisioni, Frodo. Era stato l’Anello a lasciar lui.”
“Cioè, al momento giusto per incontrare Bilbo?” disse Frodo. “Un
Orco non avrebbe fatto meglio al caso?”
“C’è poco da scherzare,” disse Gandalf. “Specie tu. Fino a oggi si è
trattato dell’episodio più strano in tutta la storia dell’Anello: l’arrivo di
Bilbo in quel frangente, il fatto di averci posato la mano sopra, alla cieca,
nell’oscurità.
“C’era più di un potere all’opera, Frodo. L’Anello stava cercando di
tornare dal padrone. Era sfuggito di mano a Isildur e lo aveva tradito;
poi, presentatasi l’occasione, toccò al povero Déagol, che fu assassina-
to; e dopo a Gollum, che aveva divorato. Ormai non gli serviva più a
niente: era troppo piccolo e meschino; e finché restava con lui, Gollum
non avrebbe mai lasciato quello stagno profondo. Ora che il padrone
si era ancora una volta risvegliato e diffondeva il suo buio pensiero da
Boscuro, abbandonò Gollum. Solo per esser poi raccolto dal tipo più as-
surdo immaginabile: Bilbo della Contea!
“Dietro c’era qualcos’altro all’opera, oltre ogni mira del creatore
dell’Anello. Per esser chiari fino in fondo, dirò che Bilbo era destinato
a trovare l’Anello, e non per volontà del suo creatore. Nel qual caso
anche tu eri destinato ad averlo. E questo potrebbe essere un pensiero
incoraggiante.”
“Non lo è,” disse Frodo. “Anche se non sono sicuro di capirti. Ma
come fai a essere a conoscenza di tutto questo riguardo all’Anello e a
Gollum? Lo sai per davvero o sono solo ipotesi?”
Gandalf guardò Frodo e gli occhi gli brillavano. “Molto sapevo e
molto ho appreso,” rispose. “Ma non farò un resoconto delle mie at-
tività, non a te. Tutti i Saggi conoscono la storia di Elendil e Isildur
e dell’Anello Unico. La scritta di fuoco basta a mostrare che il tuo è
l’Anello Unico, a parte eventuali altre prove.”
“E quando l’hai scoperto?” domandò Frodo, interrompendolo.
“Proprio ora, in questa stanza, ovviamente,” rispose il mago senza
esitazione. “Ma me l’aspettavo. Sono tornato da oscuri viaggi e lunghe
ricerche per fare quest’ultima verifica. È la prova definitiva e ora tutto è

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La Compagnia dell’Anello

fin troppo chiaro. Stabilire il ruolo di Gollum e inserirlo nel suo intersti-
zio in seno alla storia ha richiesto un certo impegno mentale. Avrò pur
incominciato avanzando ipotesi su Gollum, ma ora non più. Ora so. L’ho
visto.”
“Hai visto Gollum?” esclamò Frodo sbalordito.
“Sì. La cosa più ovvia da fare, potendo. Ci avevo provato tanto tempo
fa; ma finalmente ci sono riuscito.”
“Che cosa è successo allora dopo che Bilbo gli era sfuggito? Lo sai?”
“Non così chiaramente. Ciò che ti ho raccontato è ciò che Gollum
era disposto a raccontare – anche se, ovviamente, non come te l’ho ri-
ferito io. Gollum è un bugiardo e le sue parole vanno passate al vaglio.
Per esempio chiamava l’Anello il suo ‘regalo di compleanno’ e a quello
si attenne. Secondo lui gli veniva dalla nonna, che aveva un mucchio di
belle cose di quel genere. Una storia ridicola. Non dubito che la nonna
di Sméagol fosse una matriarca, una grande figura a modo suo, ma dire
che possedeva molti anelli elfici era assurdo e quanto a darli via, poi, era
una menzogna. Ma una menzogna con un briciolo di verità.
“L’assassinio di Déagol tormentava Gollum, che aveva imbastito una
tesi a sua discolpa e l’andava ripetendo all’infinito al suo ‘Tesoro’ mentre
rosicchiava ossa nell’oscurità, tanto che aveva quasi finito per crederci.
Era il suo compleanno. Déagol avrebbe dovuto donargli l’anello. Era
saltato fuori proprio come un regalo. Era il suo regalo di compleanno, e
così via.
“Finché ce l’ho fatta l’ho sopportato, ma la verità era importantissima
e alla fine ho dovuto essere duro. Gli ho fatto provare la paura del fuoco
e gli ho estorto la versione vera, brano a brano, accompagnata da ringhi
e piagnistei. Si considerava frainteso e bistrattato. Ma quando si decise
a raccontarmi la sua storia, giunto al gioco degli indovinelli e alla fuga
di Bilbo non aggiunse altro, se non qualche oscura allusione. Una paura
più forte di quella che gli incutevo io gravava su di lui. Mugugnava che si
sarebbe ripreso quello che gli apparteneva. Avrebbe fatto vedere a tutti
che non si lasciava prendere a calci, ficcare in una fossa e poi derubare.
Gollum adesso aveva buoni amici, amici buoni e molto forti. Lo avrebbe-
ro aiutato. Baggins l’avrebbe pagata. Questo il suo pensiero fisso. Odiava
Bilbo e malediceva il suo nome. Per giunta sapeva da dove veniva.”
“Ma come aveva fatto a scoprirlo?” domandò Frodo.
“Be’, quanto al nome, Bilbo ebbe la sventataggine di dirglielo lui stes-
so; dopodiché, una volta fuori dall’antro, per uno come Gollum fu facile
scoprire da che paese veniva. Perché ne uscì, eh, se ne uscì. Il desiderio
dell’Anello si dimostrò più forte della paura degli Orchi, o perfino del-
la luce. Dopo un paio d’anni lasciò i monti. Sai, pur se attanagliato dal
desiderio, l’Anello non lo divorava più; cominciò a riprendersi un po’.

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L’ombra del passato

Si sentiva vecchio, terribilmente vecchio, eppure meno timido, e aveva


una fame smodata.
“La luce, la luce del Sole e della Luna, quella la temeva e l’odiava
ancora, e secondo me sarà sempre così; ma era furbo. Scoprì che poteva
sottrarsi ai raggi del Sole e al chiar di Luna, farsi strada rapido e silente
nel cuore della notte con i suoi pallidi occhi freddi e catturare piccole
crea­ture spaventate o incaute. Aria nuova e nuovo nutrimento lo resero
più forte e coraggioso. Come c’era da aspettarsi, trovò la strada per arri-
vare a Boscuro.”
“È lì che l’hai trovato?” domandò Frodo.
“L’ho visto lì,” rispose Gandalf, “ma prima aveva vagabondato lon-
tano, sulle tracce di Bilbo. Era difficile venire a sapere da lui qualcosa di
sicuro, perché i suoi discorsi erano continuamente inframmezzati da mi-
nacce e imprecazioni. ‘Cosa aveva quel coso lì in tasssca?’ diceva. ‘Non
lo dice mica, no tesoro mio, macché. L’imbroglioncello. Non era una do-
manda corretta. Ha imbrogliato quello per primo, eccome. Ha infranto
le regole. Dovevamo spiaccicarlo, sì tesoro. E lo faremo, tesoro mio!’
“Ecco un assaggio dei suoi discorsi. Dovrebbe bastarti, immagino.
Me li sono sciroppati per giorni e giorni. Ma da accenni lasciati cadere
in mezzo ai ringhi ho capito che a passi felpati era giunto fino a Esgaroth
e perfino per le vie di Vallea, per ascoltare in segreto e sbirciare. Be’,
la notizia dei grandi avvenimenti si era sparsa in lungo e in largo per la
Selvalanda e molti avevano sentito il nome di Bilbo e sapevano da dove
veniva. Il nostro viaggio di ritorno a Occidente verso casa sua non era un
segreto per nessuno. L’orecchio fine di Gollum non ci mise molto a sco-
prire quello che voleva sapere.”
“Allora perché non ha continuato a seguire le tracce di Bilbo?” do-
mandò Frodo. “Perché non è venuto nella Contea?”
“Ah,” disse Gandalf, “ora ci arriviamo. Gollum deve averci provato.
Si mise in cammino e tornò verso ovest fino al Grande Fiume. Ma lì cam-
biò direzione. Non era la distanza a scoraggiarlo, poco ma sicuro. No, a
trascinarlo via fu qualcos’altro. Così almeno credono i miei amici, che lo
hanno braccato per mio conto.
“Gli Elfi dei boschi si misero per primi sulle tracce, un compito facile
per loro, perché erano ancora fresche. Li guidarono attraverso Boscuro
e poi di nuovo indietro ma non lo presero mai. Per il bosco era un gran
vociferare, storie spaventevoli perfino tra le bestie e gli uccelli. I Boschivi
parlavano di un nuovo spauracchio in circolazione, un fantasma assetato
di sangue. Si arrampicava sugli alberi in cerca di nidi; s’intrufolava nelle
tane in cerca di cuccioli; sgusciava dalle finestre in cerca di culle.
“Ma sul limitare occidentale di Boscuro le tracce deviavano. Si allon-
tanavano in direzione sud per poi perdersi, non più alla portata degli Elfi

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La Compagnia dell’Anello

dei boschi. E allora commisi un grande errore. Sì, Frodo, e non il primo;
anche se temo che possa rivelarsi il peggiore. Lasciai perdere. Lo lasciai
andare: avevo ben altro a cui pensare all’epoca, e poi avevo ancora fidu-
cia nella dottrina di Saruman.
“Be’, questo succedeva anni fa. Da allora l’ho scontata con una sfilza
di giorni bui e pericolosi. Le tracce erano fredde ormai quando mi rimi-
si all’inseguimento, dopo la partenza di Bilbo. E la ricerca sarebbe stata
inutile senza l’appoggio di un amico: Aragorn, il più grande viaggiatore
e cacciatore di questa era del mondo. Insieme abbiamo dato la caccia a
Gollum per tutta la vastità della Selvalanda, senza speranza e senza suc-
cesso. Ma alla fine, quando avevo rinunciato alla caccia e avevo preso al-
tre direzioni, Gollum venne catturato. Il mio amico, scampato a grandi
pericoli, tornò portandosi dietro quella spregevole creatura.
“Quello che aveva fatto egli non disse. Non faceva che piangere chia-
mandoci crudeli, con molti gollum nella strozza; e quando lo incalzava-
mo frignava e si ritraeva, fregandosi le lunghe mani e leccandosi le dita
come se gli facessero male, come se ricordasse un antico supplizio. Ma,
così temo, non ci sono dubbi di sorta: in quel suo modo lento e striscian-
te si era fatto strada passo dopo passo, miglio dopo miglio, verso sud fino
a giungere da ultimo nella Terra di Mordor.”

Nella stanza calò un silenzio gravoso. Frodo sentiva i battiti del cuo-
re. Perfino all’esterno tutto sembrava immobile. Adesso non si udivano
più neppure le cesoie di Sam.
“Sì, a Mordor,” disse Gandalf. “Ahimè! Mordor attira tutte le crea-
ture cattive e l’Oscuro Potere tendeva con tutta la sua forza di volontà
a radunarle lì. Per giunta l’Anello del Nemico aveva lasciato il segno
su Gollum, lasciandolo esposto al richiamo. E tutti allora mormoravano
della nuova Ombra al Sud e del suo odio per l’Occidente. Questi i nuovi
begli amici che l’avrebbero aiutato a vendicarsi!
“Povero idiota! In quel paese avrebbe appreso molto, troppo per
il suo stesso bene. E un bel momento, mentre si aggirava curiosando
lungo i confini, lo avevano catturato e sottoposto… a un interrogatorio.
Dev’essere andata così, temo. Quando lo trovarono stava lì già da molto
ed era sulla via del ritorno. Intenzionato a far danni. Ma questo ormai
conta assai poco. Il danno peggiore lo aveva già fatto.
“Sì, ahimè! Grazie a lui il Nemico ha saputo che l’Unico è stato ritro-
vato. Sa dove cadde Isildur. Sa dove Gollum trovò il suo anello. Sa che è
un Grande Anello, perché dà la longevità. Sa che non è uno dei Tre, che
non sono stati mai smarriti e che non tollerano il male. Sa che non è uno
dei Sette, o dei Nove, che sono documentati. Sa che è l’Unico. E credo
che alla fine abbia sentito parlare anche degli hobbit e della Contea.

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L’ombra del passato

“La Contea… forse la sta cercando proprio ora, se non ha già scoperto
dove si trova. In verità, Frodo, può darsi perfino che pensi, così temo, che
il nome Baggins, a lungo passato inosservato, sia diventato importante.”
“Ma è terribile!” gridò Frodo. “Molto ma molto peggio di quanto
avessi immaginato dai tuoi accenni e dai tuoi moniti. O Gandalf, il mi-
gliore degli amici, che cosa devo fare? Adesso come adesso sono terro-
rizzato. Che cosa devo fare? Ma per pietà, perché Bilbo non ha trafitto
quell’ignobile creatura quando ne ha avuto l’occasione?”
“Pietà? È stata la Pietà a fermargli la mano. La Pietà e la Misericordia:
non colpire senza necessità. E ne è stato ben ricompensato, Frodo. Sta’
pur certo che se il male lo ha appena scalfito e lui è riuscito infine a sot-
trarvisi, è perché è giunto a possedere l’Anello così. Con la Pietà.”
“Mi spiace,” disse Frodo. “Ma sono spaventato; e non provo nessuna
pietà per Gollum.”
“Non l’hai visto,” interloquì Gandalf.
“No, e neanche voglio vederlo,” disse Frodo. “Io non ti capisco. Vuoi
dire che tu e gli Elfi lo avete lasciato vivere dopo tutti quegli orribili mi-
sfatti? In ogni caso ormai è cattivo come un Orco, un nemico e basta.
Merita di morire.”
“Lo merita eccome! Molti tra i vivi meritano di morire. E alcuni tra
i morti meriterebbero di vivere. Tu puoi ridargli la vita? E allora non
affrettarti a emettere sentenze capitali. Neppure i più saggi riescono a
vedere tutti i risvolti. Non ho molte speranze che Gollum possa guarire
prima della morte, ma una possibilità c’è sempre. E poi è legato al desti-
no dell’Anello. Il cuore mi dice che, nel bene o nel male, ha ancora un
ruolo da svolger prima della fine; e quando verrà, la pietà di Bilbo po-
trebbe decidere il destino di molti – specie il tuo. In ogni caso noi non
l’abbiamo ucciso: è molto vecchio e molto disgraziato. Gli Elfi dei boschi
lo tengono in prigione, ma lo trattano con tutta la premura che trovano
nel loro saggio cuore.”
“Però,” disse Frodo, “anche se Bilbo non è riuscito a uccidere
Gollum, quanto vorrei che non avesse tenuto l’Anello. Vorrei che non
l’avesse mai trovato e che io non l’avessi mai preso! Perché me l’hai la-
sciato tenere? Perché non me l’hai fatto buttare, o distruggere?”
“Lasciato? Fatto?” disse il mago. “Ma non hai prestato ascolto a
quello che ti ho detto? Parli senza pensare. Quanto a buttarlo, sarebbe
stato senz’altro uno sbaglio. Sono Anelli che si fanno ritrovare. In cattive
mani avrebbe potuto causare grossi guai. E quel che è peggio, cadere in
mano al Nemico. Anzi, ci sarebbe caduto di sicuro: si tratta dell’Unico, e
il Nemico esercita tutto il suo potere per trovarlo o attirarlo a sé.
“Certo, mio caro Frodo, per te era pericoloso; e questo mi ha turbato
nel profondo. Ma la posta in gioco era tale che dovevo correr qualche

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La Compagnia dell’Anello

rischio – anche se, mentre ero lontano, non è trascorso giorno senza che
la Contea fosse tenuta d’occhio. Ho ritenuto che, finché tu non ne avessi
fatto uso, l’Anello non avrebbe avuto effetto duraturo su di te, né in sen-
so malvagio né comunque per molto. E non dimenticare che nove anni
fa, quando ti ho visto per l’ultima volta, per certo sapevo ancora poco.”
“Ma perché non distruggerlo, visto che secondo te andava fatto già
da tanto tempo?” esclamò di nuovo Frodo. “Se mi avessi avvertito o an-
che solo mandato un messaggio, me ne sarei disfatto.”
“Sul serio? E in che modo? Ci hai mai provato?”
“No. Ma si potrà pur prendere a martellate o fondere.”
“Provaci!” disse Gandalf. “Provaci adesso!”
Frodo tirò di nuovo fuori dalla tasca l’Anello e lo guar­dò. Ora appa-
riva liscio e regolare, senza segni o fregi visibili. L’oro sembrava molto
chiaro e puro, e Frodo ne apprezzò la bellezza e l’intensità del colore,
la perfetta rotondità. Era un oggetto mirabile e di altissimo pregio. Nel
tirarlo fuori l’intenzione era di scagliarlo nel punto più infuocato del ca-
mino. Ma si rese conto che adesso non ci riusciva, non senza mettercisi
d’impegno. Soppesò esitante l’Anello, imponendosi di rammentare tut-
to ciò che gli aveva detto Gandalf; e poi con uno sforzo di volontà fece
un gesto, come per gettarlo – ma si accorse di averlo rimesso in tasca.
Gandalf rise torvo. “Visto? Anche tu, Frodo, non riesci già più a sba-
razzartene con facilità né a danneggiarlo. Né potrei indurti a ‘farlo’ io, se
non con la forza, intaccando la tua mente. Quanto a intaccare l’Anello,
la forza è inutile. Anche se lo prendessi a mazzate, non lo scalfiresti. Né
le tue mani né le mie possono distruggerlo.
“Il tuo fuocherello, certo, non fonderebbe neanche l’oro comune.
L’Anello lo ha già attraversato indenne, senza neanche scaldarsi. Non
c’è fucina di fabbro in questa Contea capace di alterarlo minimamente.
Neppure le incudini e le fornaci dei Nani ci riuscirebbero. Hanno detto
che il fuoco di drago può fondere e consumare gli Anelli del Potere, ma or-
mai sulla terra non c’è drago dall’antico fuoco abbastanza caldo; né c’è mai
stato drago, neanche Ancalagon il Nero, in grado di recar danno all’Anello
Unico, l’Anello Dominante, forgiato com’è da Sauron in persona.
“C’è solo un modo: trovare le Crepe del Fato negli abissi dell’Oro-
druin, la Montagna di Fuoco, e gettarci l’Anello, se vuoi distruggerlo per
davvero, metterlo per sempre fuori portata dalle grinfie del Nemico.”
“Certo che voglio distruggerlo per davvero,” gridò Frodo. “O perlo-
meno vederlo distrutto. Non sono fatto per le imprese pericolose. Vorrei
tanto non aver visto mai l’Anello! Perché è toccato a me? Perché sono
il prescelto?”
“Sono domande senza risposta, queste,” disse Gandalf. “Puoi star
certo che non è per meriti che altri non possiedano: in ogni caso non per

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L’ombra del passato

il potere o la saggezza. Ma sei tu il prescelto: spetta pertanto a te usar la


forza, il cuore e il cervello a tua disposizione.”
“Ma io posseggo così poco di tutte queste cose! Tu sei saggio e poten-
te. Perché non prendi tu l’Anello?”
“No!” gridò Gandalf, balzando in piedi. “Con quel potere il mio sa-
rebbe troppo grande e terribile. E su di me l’Anello acquisterebbe un
potere ancor più grande e micidiale.” Gli occhi lampeggiavano e il viso
era acceso da un fuoco interiore. “Non mi tentare! Non voglio diventa-
re come l’Oscuro Signore. L’Anello tocca il mio cuore con la pietà, pietà
per la debolezza, e il desiderio di avere la forza per compiere il bene.
Non mi tentare! Non oso prenderlo, neanche per custodirlo, inutilizza-
to. Troppo grande sarebbe la voglia di avvalermene per le mie forze. Ne
avrei tanto bisogno. Grandi pericoli mi si prospettano.”
Andò alla finestra e spalancò tende e imposte. La luce del sole tornò
a inondare la stanza. Sam passò lungo il sentiero fischiettando. “E ades-
so,” disse il mago girandosi verso Frodo, “la decisione spetta a te. Ma
io ti aiuterò sempre.” Posò la mano sulla spalla di Frodo. “Ti aiuterò a
portare questo peso, fintanto che ti toccherà portarlo. Ma dobbiamo far
qualcosa, subito. Il Nemico è in moto.”

Seguì un lungo silenzio. Gandalf tornò a sedersi e tirò qualche boc-


cata dalla pipa, come perso nei pensieri. Gli occhi sembravano chiusi
ma, da sotto le palpebre, osservava intensamente Frodo. Frodo aveva lo
sguardo fisso sulle rosse braci nel camino, che coprirono tutta la visione
fino a che parve guardare in profondi pozzi di fuoco. Pensava alle favo-
lose Crepe del Fato e al terrore della Montagna Fiammea.
“Insomma,” disse infine Gandalf, “a che cosa stai pensando? Hai de-
ciso cosa fare?”
“No!” disse Frodo, riemergendo dall’oscurità e scoprendo con stu-
pore che non era buio e che dalla finestra poteva vedere il giardino asso-
lato. “O forse sì. Se ho ben capito quello che mi hai detto, mi toccherà
tener l’Anello e custodirlo, almeno per il momento, a dispetto di quanto
potrebbe farmi.”
“Quanto potrebbe fare sarà comunque lento, lento nel maleficio, se
lo tieni con quello scopo,” disse Gandalf.
“Lo spero,” disse Frodo. “Ma spero che tu trovi presto un custo-
de migliore. Nel frattempo, però, mi sembra di costituire un pericolo,
un pericolo per tutti coloro che mi vivono accanto. Non posso tenere
l’Anello e restar qui. Dovrei lasciare Casa Baggins, lasciare la Contea, la-
sciare tutto e andarmene,” sospirò.
“Mi piacerebbe salvaguardare la Contea, potendo… anche se a volte
ho trovato gli abitanti indicibilmente stupidi e ottusi, e ho pensato che

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La Compagnia dell’Anello

un terremoto o un’invasione di draghi gli farebbe bene. Adesso però non


la penso più così. Adesso penso che finché a sostenermi ci sarà la Contea,
sicura e serena, troverò più sopportabili i vagabondaggi: saprò di avere
un solido punto d’appoggio da qualche parte, anche se non avrò più
modo di metterci piede.
“Naturalmente non è la prima volta che ho pensato di andarmene,
ma l’immaginavo più come una vacanza, una serie di avventure simili a
quelle di Bilbo se non migliori, che finivano in bellezza. Ma qui si parla
di esilio, di una fuga dal pericolo nel pericolo, trascinandoselo dietro. E
ho idea che dovrò andar da solo, se spetta a me farlo e salvare la Contea.
Ma mi sento molto piccolo, e molto sradicato e insomma… disperato. Il
Nemico è così forte e terribile.”
Non lo confessò a Gandalf ma, nel parlare, gli si era acceso in cuore
un gran desiderio di mettersi sulle tracce di Bilbo… di mettersi sulle sue
tracce e forse addirittura di ritrovarlo. Era così forte da vincer la paura:
mancava poco che non corresse fuori difilato senza cappello, come aveva
fatto Bilbo una mattina non molto diversa tanto tempo prima.
“Mio caro Frodo!” esclamò Gandalf. “Gli hobbit sono davvero crea-
ture stupefacenti, come ho già avuto modo di dire. Ti basta un mese
per sapere tutto quello che c’è da sapere su di loro, eppure dopo cento
anni all’occorrenza possono sempre sorprenderti. Tutto mi sarei aspet-
tato meno che una risposta del genere, neanche da te. Ma Bilbo non ha
sbagliato nella scelta dell’erede, benché del tutto ignaro dell’importanza
che ciò avrebbe avuto. Temo che tu abbia ragione. L’Anello non potrà
restar nascosto nella Contea ancora per molto; e per il tuo bene, come
per quello degli altri, dovrai partire lasciandoti alle spalle il cognome
Baggins. Non sarebbe prudente mantenerlo fuori dalla Contea o nella
Selva. Ora ti darò un nome per viaggiare. Quando partirai, fallo come
signor Sottocolle.
“Ma secondo me non hai bisogno di andar da solo. Pur­ché cono-
sca qualcuno di cui fidarti, uno disposto a stare al tuo fianco… e che
tu saresti disposto a trascinare in mezzo a pericoli ignoti. Ma se cerchi
un compagno, fa’ attenzione a chi scegli! E fa’ attenzione a ciò che dici,
anche agli amici più intimi! Il nemico ha molte spie e molti sistemi per
informarsi.”
D’un tratto s’interruppe come se ascoltasse. Frodo notò che tutto era
calmissimo, in casa e all’esterno. Gandalf si avvicinò furtivo a un lato
della finestra. Poi di scatto balzò sul davanzale e protese un lungo brac-
cio fuori e verso il basso. Si sentì un versaccio, ed ecco spuntar la testa
riccioluta di Sam Gamgee tirato su per un orecchio.
“Bene, bene, per la mia barba!” disse Gandalf. “Qui abbiamo Sam
Gamgee. Che cosa ci facevi qua sotto?”

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L’ombra del passato

“Il cielo vi benedica, signor Gandalf!” disse Sam. “Niente! Potavo


solo l’aiuola sotto la finestra, mi segue?” Raccolse le cesoie e le mostrò
a riprova.
“Macché,” disse Gandalf arcigno. “È da un pezzo che non ti sento
più trafficar con le cesoie. Da quanto stai lì a origliare?”
“Origliare, signore? Chiedo scusa, non vi seguo. Non ci sono origlieri
a Casa Baggins, su questo non ci piove.”
“Non fare lo stupido! Che cosa hai sentito e perché ascoltavi?” Gli
occhi di Gandalf lampeggiavano e le sopracciglia spuntavano come
setole.
“Padron Frodo, signore!” gridò Sam tremante. “Ditegli di non farmi
del male, signore! Di non trasformarmi in qualcosa d’innaturale! Il mio
vecchio se la prenderebbe molto. Non avevo cattive intenzioni, signore,
lo giuro!”
“Non ti farà del male,” disse Frodo trattenendo a stento una risata,
anche se era a sua volta stupito e assai perplesso. “Sa bene quanto me
che non hai cattive intenzioni. Ma adesso vedi di rispondere alle sue do-
mande senza tante storie!”
“Be’, signore,” disse Sam un po’ titubante. “Ho inteso un sacco di
cose che non ho capito bene su un nemico, su certi anelli e sul signor
Bilbo, signore, e sui draghi, su una montagna fiammea e… e sugli Elfi,
signore. Ho ascoltato perché non potevo farne a meno, non so se mi
spiego. Il cielo mi benedica, ma questo genere di storie mi piace assai. E
ci credo pure, Ted può dire ciò che vuole. Gli Elfi, signore! Non so cosa
darei per vederli. Perché non mi portate con voi a vedere gli Elfi, signo-
re, quando partite?”
D’un tratto Gandalf scoppiò a ridere. “Vieni dentro!” urlò, poi solle-
vò a due braccia uno sbigottito Sam, cesoie, erba tagliata e compagnia, lo
fece passare dalla finestra e lo depositò a terra. “Portarti a vedere gli Elfi,
eh?” disse, squadrando Sam da vicino ma col sorriso che gli aleggiava sul
viso. “Sicché hai sentito che il signor Frodo sta per partire?”
“Sì, signore. Ecco perché ho trattenuto un gemito: che voi però ave-
te inteso. Ho cercato di reprimerlo, ma è venuto fuori lo stesso: ero così
turbato.”
“Non ho altra scelta, Sam,” disse Frodo mestamente. Si era all’im-
provviso reso conto che lasciare la Contea voleva dire una separazione
più dolorosa di un semplice addio alle comodità domestiche di Casa
Baggins. “Dovrò partire. Ma” – e a quel punto lo fissò attentamente –
“se davvero ci tieni a me, sarai muto come una tomba. Intesi? Se non lo
farai, se ti lascerai scappare una sola parola di ciò che hai sentito, spero
che Gandalf ti trasformi in un rospo maculato e riempia il giardino di
bisce.”

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La Compagnia dell’Anello

Sam cadde in ginocchio tremebondo. “Alzati, Sam!” disse Gandalf.


“Ho in mente una soluzione migliore. Qual­cosa per tenerti la bocca chiu-
sa e punirti a dovere per aver ascoltato. Partirai con il signor Frodo!”
“Io, signore!” gridò Sam balzando in piedi come un cane invitato
a fare una passeggiata. “Io partire e vedere gli Elfi e compagnia bella!
Urrà!” urlò, e poi scoppiò in lacrime.

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Capitolo III

Tre è il numero giusto

“Dovresti andartene alla chetichella, e dovresti farlo presto,” disse


Gandalf. Erano passate due o tre settimane e Frodo non accennava an-
cora a iniziare i preparativi per la partenza.
“Lo so. Ma è difficile fare tutt’e due le cose,” obiettò Frodo. “Se
sparisco come Bilbo, la notizia si spargerà per la Contea in un batter
d’occhio.”
“E chi ha parlato di sparire!” disse Gandalf. “Non ti con­viene. Ho
detto presto, mica subito. Se trovi il modo di svignartela dalla Contea
senza che si sappia in giro, vale la pena prender tempo. Ma non devi
prenderne troppo.”
“Che ne dici dell’autunno, quand’è il Nostro Comple­anno o subito
dopo?” domandò Frodo. “Per allora dovrei farcela a organizzarmi.”
A dire il vero, ora che era giunto al dunque Frodo era assai riluttan-
te a partire: da anni Casa Baggins non sembrava una dimora così ac-
cogliente e lui voleva godersi quanto più possibile l’ultima estate nella
Contea. Con l’arrivo dell’autunno sapeva che almeno una parte del suo
cuore avrebbe accettato più di buon grado l’idea di mettersi in viaggio,
come sempre in quella stagione. Tacitamente aveva già deciso di parti-
re il giorno del suo cinquantesimo compleanno: il centoventottesimo di
Bilbo. Sembrava in ogni caso il giorno adatto per mettersi sulle sue trac-
ce. Mettersi sulle tracce di Bilbo, questo il pensiero dominante, l’unica
cosa che rendesse sopportabile l’idea della partenza. All’Anello e a dove
avrebbe finito per condurlo pensava il meno possibile. Ma non esternò a
Gandalf tutti i suoi pensieri. Quello che il mago indovinava era sempre
difficile appurarlo.
Gandalf guardò Frodo e sorrise. “Benissimo,” disse. “Può andare,
credo… non più tardi, però. Sono sempre più in ansia. Tu nel frattempo
sii prudente e non lasciarti sfuggire neanche un accenno a dove andrai!
E bada che Sam Gamgee non parli. Se lo fa, lo trasformo sul serio in un
rospo.”

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La Compagnia dell’Anello

“Quanto a dove andrò,” disse Frodo, “sarebbe difficile tradirmi, dato


che io stesso non ne ho la più pallida idea, per ora.”
“Non essere sciocco,” disse Gandalf. “Non ti sto raccomandando
di non lasciare un recapito all’ufficio postale! Ma tu stai per lasciare la
Contea… e questo non si deve venire a sapere fino a che tu non sarai
lontano. E dovrai prendere, o in un primo momento avviarti, in dire-
zione Nord, Sud, Est o Ovest: quale, però, nessuno ha da saperlo, non
sia mai.”
“L’idea di lasciare Casa Baggins e di accomiatarmi mi ha impegnato
a tal punto che non ho neanche riflettuto sulla direzione,” disse Frodo.
“Dove dovrei andare? Come mi orienterò? Qual è lo scopo della mia cer-
ca? Bilbo era partito a caccia di un tesoro e poi era tornato; ma io parto
per perderne uno e per non tornare, a quanto mi sembra di capire.”
“Ma non puoi capire molto,” disse Gandalf. “E neppure io. Forse il
tuo compito è trovare le Crepe del Fato; ma forse quella ricerca spetta
ad altri: io non lo so. In ogni caso non sei ancora pronto per quel lungo
tragitto.”
“Direi proprio di no!” disse Frodo. “Ma nel frattempo che strada
devo prendere?”
“Verso il pericolo; senza fretta però, e non direttamente,” rispose il
mago. “Se vuoi il mio parere, dirigiti verso Valforra. Non dovrebbe esse-
re un viaggio troppo pericoloso, anche se la Strada è meno comoda di un
tempo e peggiorerà con l’estinguersi dell’anno.”
“Valforra!” disse Frodo. “Ottimo: andrò a est e mi dirigerò verso
Valforra. Porterò Sam a trovare gli Elfi; ne sarà entusiasta.” Parlava con
noncuranza; ma all’improvviso il cuore fu preso dal desiderio di vedere
la casa di Elrond Mezzelfo e di respirare l’aria di quella profonda valle
dove molti del Popolo Leggiadro ancora vivevano in pace.

Una sera d’estate una notizia sbalorditiva giunse al Cespo d’Edera e al


Drago Verde. Giganti e altri prodigi alla frontiera della Contea passaro-
no in secondo piano davanti a fatti ben più importanti: il signor Frodo
vendeva Casa Baggins, anzi l’aveva già venduta… ai Sackville-Baggins!
“E per una discreta sommetta,” dicevano gli uni. “A un prezzo
d’occasione,” dicevano gli altri, “ed è più verosimile, se l’acquirente è la
signora Lobelia.” (Otho era deceduto qualche anno prima, alla matura
ma inappagata età di 102 anni.)
Come mai il signor Frodo vendesse la sua splendida buca era ancora
più opinabile del prezzo. C’era chi avanzava l’ipotesi – suffragata da ac-
cenni e allusioni dello stesso signor Baggins – che le casse di Frodo era-
no quasi vuote: avrebbe lasciato Hobbiton per andare a vivere modesta-
mente di rendita a Landaino, fra i suoi parenti Brandaino. “Il più lontano

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Tre è il numero giusto

possibile dai Sackville-Baggins,” aggiungeva qualcuno. Ma l’idea della


ricchezza smisurata dei Baggins di Casa Baggins era talmente radicata
che i più lo trovarono difficile da credere, al di là di qualsiasi spiegazione
logica o illogica suggerita dalla loro fantasia: ai più la faccenda suggeri-
va un oscuro complotto di Gandalf non ancora venuto alla luce. Anche
se se ne stava buono buono e di giorno non si faceva vedere in giro, era
risaputo che il mago “si nascondeva a Casa Baggins”. Ma, in qualunque
modo il trasloco rientrasse nelle macchinazioni della sua magia, una cosa
era certa: Frodo Baggins tornava a Landaino.
“Sì, me ne andrò in autunno,” diceva. “Merry Brandaino mi sta cer-
cando una piccola buca accogliente o forse una casetta.”
In realtà con l’aiuto di Merry aveva già scelto e acquistato una ca-
setta a Criconca, nella campagna oltre Borgo­daino. A tutti, Sam a par-
te, raccontava che aveva intenzione di stabilirvisi definitivamente. L’idea
gliel’aveva suggerita la decisione di dirigersi a est: Landaino si trovava
sul confine orientale della Contea sicché, avendoci trascorso l’infanzia,
tornarci sarebbe parso credibile.
Gandalf si trattenne nella Contea per più di due mesi. Poi una sera,
verso la fine di giugno, poco dopo la messa a punto del piano di Frodo,
tutt’a un tratto annunciò che l’indomani mattina sarebbe ripartito. “Solo
per poco, spero,” disse. “Ma vado a sud, oltre il confine, per avere noti-
zie, se mi riesce. Sono rimasto in ozio più a lungo del dovuto.”
Parlava con noncuranza, ma a Frodo parve piuttosto preoccupato.
“È successo qualcosa?” domandò.
“Be’ no; ma ho sentito qualcosa che m’impensierisce e che è il caso di
controllare. In fin dei conti, se riterrò necessaria una tua partenza imme-
diata, tornerò all’istante o quantomeno t’invierò un messaggio. Nel frat-
tempo attieniti al piano; ma fa’ più che mai attenzione, specie all’Anello.
E voglio ribadirlo una volta ancora: non usarlo!”
All’alba partì. “Potrei tornare da un momento all’altro,” disse. “Sarò
di ritorno al più tardi per la festa d’addio. Credo che in fin dei conti po-
tresti aver bisogno della mia compagnia lungo la Strada.”
Sulle prime Frodo rimase alquanto turbato e si chiedeva spesso che
cosa avesse mai sentito Gandalf; ma poi l’inquietudine passò e col bel
tempo dimenticò per un po’ i suoi guai. Di rado la Contea aveva visto
un’estate così bella o un autunno così generoso: gli alberi erano carichi
di mele, dai favi gocciolava il miele e il grano era alto e folto.
L’autunno era ormai alle porte prima che Frodo iniziasse di nuovo
a preoccuparsi per Gandalf. Settembre stava per finire e da lui non ar-
rivavano notizie. Il Compleanno, e il trasloco, si avvicinavano e lui an-
cora non si era fatto vivo né aveva inviato messaggi. A Casa Baggins
fervevano i preparativi. Qualche amico di Frodo andò a stare da lui per

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La Compagnia dell’Anello

aiutarlo a imballare la roba: Fredegario Bolger, Folco Boffin e natural-


mente non potevano mancare due amici speciali come Pippin Took e
Merry Brandaino. Insieme misero a soqquadro la casa.
Il 20 settembre due carri coperti partirono alla volta di Landaino:
trasportavano nella nuova casa effetti personali e suppellettili che Frodo
non aveva venduto, passando dal Ponte Brandivino. Il giorno dopo
Frodo cominciò a stare per davvero in ansia e rimase sempre in vigi-
le attesa di Gandalf. Giovedì, la mattina del compleanno, l’alba s’alzò
chiara e luminosa come tanti anni prima in occasione della grande festa
di Bilbo. Ma Gandalf non si fece vedere. In serata Frodo diede la festa
d’addio: fu una cena per pochi intimi, soltanto lui e i suoi quattro aiu-
tanti; ma era turbato e non del giusto umore. Il pensiero che di lì a breve
avrebbe dovuto separarsi dai giovani amici gli gravava sul cuore. Si chie-
deva come dargli la notizia.
I quattro hobbit più giovani, però, erano su di giri e ben presto la
festa diventò molto allegra, malgrado l’assenza di Gandalf. La sala da
pranzo era spoglia, a parte il tavolo e le sedie, ma il cibo era buono, e
non mancava il buon vino: il vino di Frodo non era fra i beni venduti ai
Sackville-Baggins.
“Quando gli Esse-Bi ci metteranno le grinfie, potranno fare ciò che
vogliono di tutto il resto, a questo in ogni caso ho trovato una buona si-
stemazione!” disse Frodo, tracannando l’ultimo sorso di Vecchi Vigneti.
Dopo aver cantato molte canzoni e parlato di molte cose che avevano
fatto insieme, brindarono al compleanno di Bilbo e bevvero alla sua sa-
lute e a quella di Frodo, secondo l’usanza che Frodo aveva stabilito. Poi
uscirono a prendere una boccata d’aria e a dare un’occhiata alle stelle, e
infine andarono a letto. La festa di Frodo era finita e Gandalf non si era
fatto vivo.

Il mattino dopo furono impegnati a caricare un altro carro con il resto


dei bagagli. Se ne occupò Merry, che partì con Ciccio (ossia Fredegario
Bolger). “Qualcuno deve andar lì a riscaldare la casa prima del tuo ar-
rivo,” disse Merry. “Be’, ci vediamo presto… dopodomani, se non ti ad-
dormenti per strada!”
Folco tornò a casa dopo pranzo, Pippin invece si trattenne. Frodo
era irrequieto e in ansia, l’orecchio teso nella vana speranza che arri-
vasse Gandalf. Decise di aspettare fino all’imbrunire. Dopo di che, se
lo cercava con urgenza, Gandalf si sarebbe recato a Criconca, magari
precedendolo, visto che Frodo viaggiava a piedi. La sua idea – per puro
piacere, per dare un ultimo sguardo alla Contea o per chissà cos’altro –
era camminare da Hobbiton al Traghetto di Borgodaino, prendendosela
comoda.

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Tre è il numero giusto

“Così avrò anche modo di allenarmi,” disse, guardandosi in uno spec-


chio impolverato nell’atrio semivuoto. Da tanto non faceva camminate
impegnative e l’immagine riflessa, si avvide, sembrava alquanto flaccida.
Dopo pranzo, con sommo fastidio di Frodo, ecco arrivare i Sackville-
Baggins, Lobelia e il figlio Lotho dai capelli rossicci. “Finalmente no-
stra!” disse Lobelia mettendo piede in casa. Non era educato; né, a ri-
gore, vero, perché la vendita di Casa Baggins sarebbe entrata in vigore
dopo la mezzanotte. Ma Lobelia poteva accampare una scusante: aveva
dovuto aspettare settantasette anni più di quanto avesse auspicato a suo
tempo per appropriarsi di Casa Baggins, e adesso ne aveva cento. In ogni
caso era venuta a controllare che non avessero portato via niente di quel-
lo per cui aveva sborsato; e reclamava le chiavi. Ce ne volle di tempo per
accontentarla, dato che aveva portato l’inventario completo, che scorse
da cima a fondo. Finalmente se ne andò con Lotho, la chiave di scorta e
la promessa che Frodo avrebbe lasciato l’altra chiave dai Gamgee a vico
Scarcasacco. Sbuffò, mostrando chiaramente che riteneva i Gamgee ca-
paci di saccheggiare la buca durante la notte. Frodo non le offrì neanche
un goccio di tè.
Bevve il suo in cucina con Pippin e Sam Gamgee. Ave­vano annuncia-
to ufficialmente che Sam sarebbe andato a Landaino “per accudire il si-
gnor Frodo e curare il suo orticello”; sistemazione approvata dal Veglio,
anche se non lo consolava della prospettiva di avere Lobelia come vicina
di casa.
“Il nostro ultimo pasto a Casa Baggins!” disse Frodo, spingendo in-
dietro la sedia. Lasciarono a Lobelia i piatti da lavare. Pippin e Sam lega-
rono con le cinghie i loro tre fagotti e li ammonticchiarono nel portico.
Pippin andò a fare un ultimo giro in giardino. Sam sparì.

Il sole tramontò. Casa Baggins aveva un’aria triste, cupa e malmessa.


Frodo girovagò per le stanze familiari e vide la luce del tramonto sfuma-
re alle pareti e le ombre strisciare fuori dagli angoli. In casa il buio pian
piano aumentò. Frodo uscì e scese fino al cancello in fondo al sentiero
e poi, per un breve tratto, lungo Via della Collina. Si aspettava quasi di
vedere Gandalf arrivare a grandi passi attraverso il crepuscolo.
Il cielo era limpido e le stelle cominciavano a brillare. “Sarà una bel-
la notte,” disse a voce alta. “È un buon inizio. Ho voglia di camminare.
Sono stufo di star qui a gingillarmi. È arrivato il momento di partire,
Gandalf dovrà seguirmi.” Si girò e fece per tornare sui suoi passi quando
udì delle voci, proprio dietro l’angolo, in fondo a vico Scarcasacco. Una
era senz’altro quella del Veglio; l’altra era strana e aveva un che di sgra-
devole. Non riusciva a capire quel che diceva ma sentiva le risposte del
Veglio, che erano alquanto stridule. Sembrava irritato.

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La Compagnia dell’Anello

“No, il signor Baggins se n’è andato. È partito stamattina e il mio Sam


è andato con lui: e comunque è partita tutta la sua roba. Sì, venduta e
spedita, vi dico. Perché? Non sono affari miei, e neppure vostri. Dov’è
andato? Non è un segreto. Si è trasferito a Borgodaino o da quelle parti,
laggiù. Sì… è un bel pezzo di strada. Io personalmente non mi sono mai
spinto così lontano; sono tipi strani a Borgodaino. No, non posso tra-
smettere messaggi. Buona notte!”
I passi si allontanarono giù per la Collina. Frodo si chiese come mai
il fatto che non risalissero la Collina gli dava un gran sollievo. “Sarà che
sono stufo di domande e curiosità sui miei movimenti,” pensò. “Che raz-
za di ficcanasi!” Gli venne una mezza idea di andare a chiedere al Veglio
chi fosse quel curiosone; ma poi pensò bene (o male) di non farlo e, gira-
tosi, tornò in fretta a Casa Baggins.
Pippin era seduto sul suo fagotto nel portico. Sam non c’era. Frodo
fece qualche passo nell’androne buio. “Sam!” chiamò. “Sam! È ora!”
“Arrivo, signore!” giunse la risposta da molto lontano all’interno del-
la casa, seguita ben presto dallo stesso Sam, che si asciugava la bocca. Si
era accomiatato dal barile di birra in cantina.
“Tutto a bordo, Sam?”
“Sì, signore. Mi basterà per un pezzo, signore.”
Frodo chiuse la porta rotonda e diede la chiave a Sam. “Corri a por-
tarla a casa tua, Sam!” disse. “Poi taglia per il Vico e raggiungici al più
presto al cancello che dà sul viottolo dietro i prati. Stasera non passere-
mo attraverso il villaggio. Troppe le orecchie tese e gli occhi indiscreti.”
Sam filò via a tutta birra.
“Bene, eccoci finalmente in partenza!” disse Frodo. Caricarono in
spalla i fagotti, presero il bastone e si avviarono intorno all’angolo del
lato occidentale di Casa Baggins. “Addio!” disse Frodo, guardando le fi-
nestre buie e vuote. Fece un cenno di saluto e poi si girò e (seguendo, se
lo avesse saputo, le tracce di Bilbo) si affrettò dietro a Peregrino lungo il
sentiero del giardino. Saltarono la siepe nel punto più basso sul fondo e
presero per i campi, penetrando nell’oscurità come un fruscio nell’erba.

In fondo al versante occidentale della Collina giunsero al cancello


che dava su uno stretto viottolo. Lì si fermarono per aggiustare le cinghie
dei fagotti. Ed ecco spuntare Sam trotterellando rapido con il fiatone;
aveva il pesante fagotto issato in cima alle spalle e in testa un alto sacco
di feltro sformato che lui chiamava cappello. Nell’oscurità somigliava
parecchio a un nano.
“Scommetto che avete dato a me tutta la roba più pesante,” disse
Frodo. “Compatisco le lumache e tutti quelli che trasportano la casa sul-
le spalle.”

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Tre è il numero giusto

“Io potrei portarne ancora molta, signore. Il mio fagotto è assai leg-
gero,” disse Sam baldanzoso e bugiardo.
“Non è vero!” disse Pippin. “Gli fa bene. Ha soltanto quello che ci
ha ordinato d’imballare. Di recente ha battuto la fiacca e sentirà di meno
il peso quando avrà smaltito un po’ del suo.”
“Abbi pietà di un povero vecchio hobbit,” rise Frodo. “Prima di ar-
rivare a Landaino sarò secco come una bacchetta magica, poco ma sicu-
ro. Ma ho detto una sciocchezza. Secondo me ti sei accaparrato più di
quanto ti toccasse, Sam, e lo verificherò la prima volta che scioglieremo i
fagotti.” Riprese il bastone. “Be’, piace a tutti camminare al buio,” disse,
“perciò lasciamoci qualche miglio alle spalle prima di coricarci.”
Seguirono per un tratto il viottolo in direzione ovest. Poi l’abban-
donarono per girare a sinistra e riprendere in silenzio la via dei campi.
Camminavano in fila lungo le siepi e la bordura di piante cedue, e il buio
della notte calò su di loro. Avvolti nei mantelli scuri erano invisibili come
se avessero tutti un anello magico. Da hobbit quali erano cercavano di
essere silenziosi e neanche un altro hobbit avrebbe percepito il rumore
che facevano. Perfino gli animali selvatici dei campi e dei boschi non av-
vertivano il loro passaggio.
Dopo un po’ attraversarono l’Acqua, a ovest di Hobbiton, su uno
stretto ponticello di tavole. In quel punto il corso era sì e no un nastro
nero serpeggiante, bordato da ontani reclini. Un paio di miglia più a sud
attraversarono in fretta la grande strada dal Ponte Brandivino; adesso
erano in Tooklandia e, presa la direzione sud-est, si avviarono verso il
Paese delle Verdi Colline. Quando iniziarono a salire le prime pendici si
girarono e videro i lumi di Hobbiton brillare in lontananza nella dolce
vallata dell’Acqua. Ben presto scomparvero tra i rilievi della terra ab-
buiata e poi toccò ad Acquariva accanto al suo grigio laghetto. Quando
la luce dell’ultima fattoria era ormai lontanissima Frodo si girò e, sbir-
ciando tra gli alberi, agitò la mano in segno d’addio.
“Chissà se poserò mai più lo sguardo su quella valle,” disse in tono
pacato.
Dopo circa tre ore di cammino fecero sosta. La notte era limpida,
fresca e stellata ma, dai rivi e dai prati profondi, fili di nebbia risaliva-
no come fumo le pendici. Betulle quasi spoglie, oscillanti a un tenue
vento sul loro capo, formavano un nero reticolo contro il cielo chiaro.
Dopo un pasto assai frugale (per uno hobbit) si rimisero in marcia.
Presto giunsero a una stretta strada che andava su e giù sfumando gri-
giastra nell’oscurità dinanzi a loro: la strada per Boscasilo, Magione e
il Traghetto di Borgodaino. Risaliva lontano dalla strada maestra nella
valle dell’Acqua snodandosi ai bordi delle Verdi Colline verso Fondo
Boschivo, un angolo selvaggio del Quartiero Est.

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La Compagnia dell’Anello

Dopo un po’ s’inoltrarono in un sentiero inciso a fondo in mezzo ad


alti alberi dalle foglie secche che stormivano nella notte. Era molto buio.
Sulle prime parlarono o, lontani ormai da orecchie indiscrete, cantic-
chiarono sottovoce un motivetto. Poi procedettero in silenzio e Pippin
cominciò a restare indietro. Alla fine, quando attaccarono un pendio
scosceso, si fermò e sbadigliò.
“Ho talmente sonno,” disse, “che tra poco crollerò in mezzo alla stra-
da. Avete intenzione di dormire in piedi? È quasi mezzanotte.”
“Credevo ti piacesse camminare di notte,” disse Frodo. “Ma non c’è
tutta questa fretta. Merry ci aspetta dopodomani in giornata, abbiamo
quasi due giorni a disposizione. Quando troviamo un posto che fa al caso
nostro ci fermiamo.”
“Il vento soffia da ovest,” disse Sam. “Se arriviamo dall’altra parte
della collina, troveremo un posto abbastanza riparato e comodo, signo-
re. Se la memoria non m’inganna, più avanti dovrebb’esserci un’abetaia
asciutta.” Sam conosceva bene il paese nel raggio di venti miglia da
Hobbiton, ma quello era il limite delle sue cognizioni geografiche.
Superata la cima della collina incontrarono l’abetaia. Lasciata la stra-
da penetrarono nella profonda oscurità resinosa degli alberi e raccolsero
pezzi di legno e pigne per fare un fuoco. Presto ottennero un allegro cre-
pitio di fiamme ai piedi di un enorme abete e si sedettero in circolo per
un poco fino a che non cominciarono ad appisolarsi. Allora, ciascuno in
un cantuccio in mezzo alle radici del grande albero, si raggomitolarono
nei mantelli e nelle coperte e in breve si addormentarono profondamente.
Non stabilirono turni di guardia; perfino Frodo non temeva alcun peri-
colo, al momento, perché erano ancora nel cuore della Contea. Quando
il fuoco si spense qualche bestia si avvicinò a osservarli. Una volpe che
attraversava il bosco per affari personali si fermò vari minuti ad annusare.
“Hobbit!” pensò. “Questa poi! Avevo inteso parlar di strani traffici
in questo paese, ma uno hobbit che dorme all’addiaccio sotto un albero
mi è nuova. E sono in tre! C’è sotto qualcosa di stranissimo.” Aveva ra-
gione da vendere, ma non ebbe mai modo di saperne di più.
Venne il mattino, pallido e appiccicoso. Frodo si svegliò per primo e
si accorse che una radice gli aveva bucato la schiena e che aveva il collo
rigido. “Il piacere di camminare! Perché non sono andato con il carro?”
pensò, come faceva di solito all’inizio di una spedizione. “E tutti i miei
bei letti di piume li ho venduti ai Sackville-Baggins! Le radici, queste ci
vorrebbero per loro.” Si stiracchiò. “Sveglia, hobbit!” gridò. “È una bel-
lissima mattina.”
“Che cosa ci sarà di così bello?” disse Pippin, sbirciando dall’orlo
della coperta con un occhio. “Sam! Prepara la colazione per le nove e
mezzo! È pronta l’acqua per il bagno caldo?”

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Tre è il numero giusto

Sam saltò su con aria alquanto stranita. “No, signore, non è pronta,
signore!” disse.
Frodo strappò la coperta di dosso a Pippin, ribaltandolo a pancia
all’aria, e poi si avviò fino al limitare del bosco. In lontananza, a oriente,
il sole si levava rosso sulla fitta coltre di nebbia stesa sul mondo. Pittati
d’oro e rosso, gli alberi autunnali sembravano salpare privi di radici in
un mare umbratile. Appena sotto di lui sulla sinistra la strada scendeva
scoscesa in una bassura e scompariva.
Quando tornò, Sam e Pippin avevano acceso un bel fuoco. “Acqua!”
sbraitò Pippin. “Dov’è l’acqua?”
“Non tengo acqua in tasca,” disse Frodo.
“Credevamo che fossi andato a cercarla,” disse Pippin, impegnato a
tirar fuori cibo e tazze. “Faresti bene ad andarci adesso.”
“Puoi venire anche tu,” disse Frodo. “E porta tutte le borracce.” Ai
piedi della collina c’era un ruscello. Riem­pirono le borracce e il piccolo
bricco a una cascatella dove l’acqua veniva giù da una roccia affiorante
a poco più di un metro. Era ghiacciata; e schizzarono e sbuffarono nel
lavarsi il viso e le mani.
Quando finirono di fare colazione e di rimpacchettare ben bene i fa-
gotti, erano le dieci e la giornata stava diventando bella e calda. Scesero
il pendio e attraversarono il ruscello dove si tuffava sotto la strada, e ri-
salirono il versante opposto, poi scavalcarono un’altra falda collinare e a
quel punto mantelli, coperte, acqua, cibo e attrezzatura varia sembrava-
no già un peso gravoso.
La camminata in programma si prospettava calda e faticosa. Dopo
qualche miglio, però, la strada smise di andare su e giù: s’inerpicò fino in
cima a una ripida scarpata serpeggiando in misura sfiancante e poi si pre-
parò a discendere per l’ultima volta. Di fronte a loro gli hobbit scorsero
la piana costellata di cespi d’alberi che in lontananza si dissolvevano in
una bruna caligine silvana. Guardarono oltre il Fondo Boschivo verso il
Fiume Brandivino. La strada serpeggiava davanti a loro come uno spago.
“La strada prosegue ininterrottamente,” disse Pippin, “ma io non ce
la faccio se non mi riposo. L’ora di pranzo è passata da un pezzo.” Si se-
dette sulla scarpata al bordo della strada e guardò a oriente dentro la fo-
schia oltre la quale scorreva il Fiume e al confine della Contea dove aveva
trascorso tutta la vita. Sam era in piedi accanto a lui. Aveva gli occhi ton-
di spalancati… perché attraverso terre che non aveva visto mai posava lo
sguardo su un orizzonte nuovo.
“Gli Elfi vivono in quei boschi?” domandò.
“No, per quanto ne so io,” disse Pippin. Frodo taceva. Anche lui
occhieggiava a oriente la strada, come se non l’avesse mai vista prima.
All’improvviso parlò, a voce alta ma come fra sé, dicendo lentamente:

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La Compagnia dell’Anello

La Strada se n’va ininterrotta


A partire dall’uscio onde mosse.
Or la Strada ha preso una rotta,
Che io devo seguir, come posso,
Perseguirla con passo sofferto,
Fino a che perverrà a un gran snodo
Ove affluiscono piste e trasferte.
E di poi? Io non so a quale approdo.

“Si direbbero versetti del vecchio Bilbo,” disse Pippin. “O è una delle
tue imitazioni? Non sembra poi così incoraggiante.”
“Non lo so,” disse Frodo. “Mi sono venuti così, come se li inventassi
là per là; ma potrei averli sentiti tanto tempo fa. Di certo mi ricordano
moltissimo il Bilbo degli ultimi anni, prima della partenza. Diceva spesso
che c’è una sola Strada; che è come un grande fiume: ha le sorgenti a ogni
soglia e un affluente a ogni sentiero. ‘È una faccenda pericolosa uscir di
casa, Frodo,’ mi ripeteva. ‘Scendi in Strada e se non badi a dove metti i
piedi, finisce che ti ritrovi sbattuto chissà dove. Ti rendi conto che que-
sto è proprio il sentiero che attraversa Boscuro e che, se ti lasci andare,
potrebbe portarti fino alla Montagna Solitaria o perfino più lontano e in
posti peggiori?’ Di solito me lo diceva sul sentiero davanti al portone di
Casa Baggins, specie al ritorno da una lunga passeggiata.”
“Be’, la Strada non mi sbatterà da nessuna parte almeno per un’ora,”
disse Pippin, sciogliendo le allacciature del fagotto. Gli altri seguirono
l’esempio, mettendo il loro fagotto contro la scarpata, con le gambe al-
lungate in mezzo alla strada. Dopo essersi riposati fecero un bel pranzo,
e poi si riposarono un altro po’.

Il sole cominciava a calare e la luce pomeridiana era diffusa sulla


terra mentre scendevano la collina. Fino a quel momento non avevano
incontrato anima viva lungo il cammino. Quella strada non era molto
frequentata perché non adatta ai carri e con Fondo Boschivo non c’era
molto traffico. Procedevano di buon passo da un’ora o più quando Sam
si fermò un istante come in ascolto. Si trovavano ormai sulla spianata e la
strada, dopo molto serpeggiare, proseguiva diritta attraverso la prateria
cosparsa di piante d’alto fusto, elementi staccati dai vicini boschi.
“Sento un cavallino o un cavallo venire dietro di noi sulla strada,”
disse Sam.
Si girarono ma una svolta della strada impediva di vedere lontano.
“Chissà, magari è Gandalf che ci segue,” disse Frodo; ma già nel dirlo
ebbe la sensazione che così non fosse e lo assalì improvviso il desiderio
di nascondersi agli occhi del cavaliere.

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Tre è il numero giusto

“Forse non sarà così importante,” disse per scusarsi, “ma preferirei
che non mi vedesse nessuno sulla strada. Sono stufo di sapere ogni mia
mossa osservata e messa in discussione. E se fosse Gandalf,” aggiunse
ripensandoci, “gli faremo una piccola sorpresa, così impara a ritardare.
Andiamo a nasconderci!”
Gli altri due corsero a sinistra in un piccolo affossamento non lon-
tano dalla strada. E si stesero a terra. Frodo esitò un istante: la curio-
sità o un altro sentimento lottava contro il desiderio di nascondersi. Il
rumore degli zoccoli si avvicinava. Fece appena in tempo a buttarsi in
un folto d’erba alta dietro un albero che proiettava ombra sulla stra-
da. Poi sollevò il capo e sbirciò con cautela da sopra una delle grosse
radici.
Da dietro la svolta sbucò un cavallo nero, non un cavallino hobbit ma
un grosso animale; sopra c’era un omaccione che sembrava rannicchiato
sulla sella, avvolto in un ampio mantello nero col cappuccio che lasciava
scorgere soltanto gli stivali infilati nelle alte staffe: il viso, in ombra, era
invisibile.
Arrivato all’albero, all’altezza di Frodo, il cavallo si arrestò. Il cava-
liere rimase immobile con la testa inclinata, come in ascolto. Da sotto il
cappuccio giunse il rumore di qualcuno che annusava per cogliere un
sentore sfuggente; la testa si girò da una parte all’altra della strada.
Un terrore irrazionale di essere scoperto s’impadronì di Frodo, che
pensò all’Anello. Osava a malapena respirare, eppure il desiderio di
estrarlo dalla tasca divenne così forte che iniziò lentamente a muove-
re la mano. Sentiva che sarebbe bastato infilarlo per essere salvo. Il
consiglio di Gandalf sembrava assurdo. Bilbo aveva usato l’Anello. “E
sono ancora nella Contea,” pensò mentre la mano toccava la catenella
alla quale era appeso. In quella il cavaliere si drizzò a sedere e scosse
le redini. Il cavallo si avviò, prima a rilento, per poi passare a un trotto
veloce.
Frodo strisciò fino al bordo della strada e osservò il cavaliere finché
non si rimpicciolì in lontananza. Non ne era sicuro ma gli parve che d’un
tratto, prima di sparire, il cavallo avesse preso a destra inoltrandosi fra
gli alberi.
“Be’, lo trovo assai curioso, per non dire inquietante,” disse Frodo tra
sé mentre si dirigeva verso i compagni. Pippin e Sam erano rimasti stesi
sull’erba e non avevano visto niente; sicché Frodo descrisse il cavaliere e
il suo strano comportamento.
“Non so dire perché ma avevo la certezza che cercasse me o meglio
mi annusasse; e avevo anche la certezza che non volevo farmi scoprire.
Non avevo mai visto né sentito alcunché di simile nella Contea prima
di oggi.”

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La Compagnia dell’Anello

“Ma che cosa ha a che fare uno della Grossa Gente con noialtri?” dis-
se Pippin. “E che cosa ci fa in questa parte del mondo?”
“Di Uomini in giro ce ne sono,” disse Frodo. “Nel Quartiero Sud,
se non sbaglio, hanno avuto qualche seccatura con la Grossa Gente. Ma
uno come questo cavaliere chi poteva immaginarselo. Chissà da dove
viene.”
“Chiedo scusa,” intervenne di punto in bianco Sam, “io lo so da dove
viene. Questo cavaliere nero viene da Hobbiton, a meno che non ce ne
sia più d’uno. E so dov’è diretto.”
“Come sarebbe a dire?” fece Frodo bruscamente, guardandolo stupi-
to. “Perché non hai parlato prima?”
“Me ne sono ricordato solo adesso, signore. È andata così: quando
sono tornato alla nostra buca ieri sera con la chiave, mio padre mi fa:
Ciao Sam! fa. Ti credevo già partito stamattina con il signor Frodo. Si è
presentato uno strano tipo a chiedere del signor Baggins di Casa Baggins
e se n’è appena andato. L’ho spedito a Borgodaino. Non mi sconfinferava.
Sembrava scocciatissimo quando gli ho detto che il signor Baggins aveva
lasciato la vecchia casa per sempre. Mi sibilava in faccia, sul serio. Roba da
darti i brividi. Che razza di persona era? faccio io al Veglio. Non lo so, fa
lui; ma hobbit non era. Era alto, tutto nero e incombeva su di me. Mi sa
che era uno della Grossa Gente venuto da qualche posto straniero. Parlava
in modo buffo.
“Non potevo restare ancora lì ad ascoltarlo, signore, perché voi aspet-
tavate; e io stesso non ci feci molto caso. Il Veglio sta diventando anzia-
no e sempre più cieco, e doveva essere quasi buio quando quel tizio si è
presentato sulla Collina e lo ha trovato che prendeva una boccata d’aria
in fondo alla nostra Via. Spero di non aver combinato guai, signore, e
nemmeno lui.”
“Il Veglio, in ogni caso, non ha nessuna colpa,” disse Frodo. “A dire
il vero l’ho sentito parlare con uno sconosciuto che sembrava informar-
si sul mio conto e stavo quasi per andare a chiedergli chi fosse. Peccato
non averlo fatto o non averlo saputo prima da te. Sarei stato più pruden-
te lungo la strada.”
“Chissà, forse non c’è nessun legame tra questo cavaliere e lo stranie-
ro del Veglio,” disse Pippin. “Abbiamo lasciato Hobbiton con una certa
segretezza e non vedo come avrebbe potuto seguirci.”
“E il fatto che annusasse, signore, come si spiega?” disse Sam. “Il
Veglio ha detto che era un tipo nero.”
“Avrei fatto meglio ad aspettare Gandalf,” mormorò Frodo. “Ma for-
se sarebbe servito solo a peggiorar le cose.”
“Allora sai o immagini qualcosa sul conto di questo cavaliere?” disse
Pippin, che aveva captato le parole mormorate.

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Tre è il numero giusto

“Non so e preferisco non immaginare,” disse Frodo.


“D’accordo, cugino Frodo! Se vuoi fare il misterioso, tienti pure i
tuoi segreti per il momento. Nel frattempo però che cosa facciamo? Non
mi dispiacerebbe mangiare un boccone e bere un sorso, ma direi che sa-
rebbe meglio allontanarci da qui. Sentirti parlar di cavalieri che annusa-
no con nasi invisibili mi ha scombussolato.”
“Sì, direi che è ora di riprendere il cammino,” disse Frodo; “ma non
sulla strada… In caso il cavaliere dovesse tornare indietro o un altro lo
seguisse. Oggi abbiamo un bel tratto da coprire. Landaino è ancora mol-
to lontana.”

Le ombre degli alberi erano lunghe e sottili sull’erba quando si ri-


misero in marcia. Adesso si tenevano a pochi passi sulla sinistra della
strada, nascondendosi come meglio potevano. Ma questo li rallentava,
perché l’erba era fitta e cespugliosa, il terreno accidentato e gli alberi ini-
ziavano a formare boschetti.
Il sole era tramontato rosseggiando dietro le colline alle loro spalle,
ed ecco sopraggiungere la sera prima che, alla fine della lunga spianata,
riprendessero la strada che la tagliava dritta per molte miglia. In quel
punto voltava a sinistra e scendeva nel bassopiano dello Yale puntando
verso Magione; ma da lì, sulla destra, si diramava un viottolo che serpeg-
giava tra le vecchie querce di un bosco in direzione di Boscasilo. “Quella
è la nostra via,” disse Frodo.
Non lontano dal bivio giunsero all’enorme carcassa di un albero: era
ancora vivo e aveva foglioline sulle frasche cresciute intorno alle ceppaie
dei grossi rami caduti ormai da tanto; ma era vuoto e un’ampia fenditura
sul lato al riparo dalla strada permetteva di entrarci. Gli hobbit striscia-
rono dentro e sedettero su un piancito di vecchie foglie e legno marcio.
Riposarono e consumarono un pasto leggero, parlando piano e tenden-
do ogni tanto l’orecchio.
Quando si rimisero furtivi sul viottolo, li avvolse l’imbrunire. Il ven-
to da Occidente frusciava fra i rami. Le foglie mormoravano. Presto la
strada iniziò a scendere lievemente ma con regolarità nel crepuscolo. A
Oriente, che si andava rabbuiando, una stella spuntò sopra gli alberi da-
vanti a loro. Camminavano al passo, affiancati, per tenere alto il morale.
Dopo un po’, mentre le stelle si facevano sempre più fitte e luminose, il
senso d’inquietudine passò e smisero di tendere l’orecchio per udire il
rumore di zoccoli. Attaccarono a canticchiare sommessamente, com’è
tipico degli hobbit quando sono in marcia, specie quando a sera si av-
vicinano a casa. I più intonano un canto conviviale o una ninnananna;
ma quella canticchiata dai nostri tre hobbit era una marcetta (non sen-
za accenni, beninteso, alla cena e al letto). Bilbo Baggins aveva scritto le

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La Compagnia dell’Anello

parole su un motivo vecchio come il cucco e le aveva insegnate a Frodo


mentre passeggiavano per i viottoli della valle dell’Acqua e parlavano di
Avventura.

Rosso è il fuoco nel caminetto,


E sotto il tetto aspetta un letto;
Ma non è mai il piede stanco,
Se verso la svolta arranca
Incontro a pianta o a monolito
Che tu per primo hai percepito.
Erba o pianta, foglia o fiore,
Lascia andare! Lascia andare!
Acqua o colle sotto il firmamento,
Passa accanto! Passa accanto!

Forse aspetta lì alla svolta


Strada nuova e porta occulta,
E se oggi pur non sosteremo,
Un domani prenderemo
L’ascoso cammin che correr suole
Incontro alla Luna o verso il Sole.
Mela o spina, noce o pruno,
Lascia andare ad uno ad uno!
Sabbia o sasso, valle o rio,
Questo è un addio! Questo è un addio!

La casa dietro, innanzi il mondo,


Molti i sentieri che poi affondano
Di tra le ombre in riva alla notte,
Finché le stelle lucono a frotte.
La casa innanzi e dietro il mondo,
A casa e a letto torniamo in tondo.
Ombra e vespro, nube e bruma,
Tutto via sfuma! Tutto via sfuma!
Fuoco e carne e pane a fette,
E poi a letto! E poi a letto!

La canzone finì. “E ora a letto! E ora a letto,” cantò a voce alta Pippin.
“Silenzio!” disse Frodo. “Mi è parso di sentir di nuovo rumore di
zoccoli.”
Si fermarono di botto, e silenziosi e immobili come ombre d’alberi
si misero in ascolto. Dietro, a una certa distanza, si udiva un rumore di

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Tre è il numero giusto

zoccoli sul viottolo, lento e chiaro, portato dal vento. In fretta e quatti
quatti abbandonarono il sentiero e corsero a rifugiarsi nell’ombra più
profonda sotto le querce.
“Non allontaniamoci troppo!” disse Frodo. “Non voglio essere visto
ma voglio vedere se è un altro Cavaliere Nero.”
“Benissimo!” disse Pippin. “Ma non dimenticare che annusa!”
Gli zoccoli si avvicinarono. Non ebbero il tempo di cercare un na-
scondiglio migliore dell’oscurità diffusa sotto gli alberi; Sam e Pippin si
acquattarono dietro un grosso fusto, mentre Frodo si riportò furtivo di
qualche passo più vicino al viottolo che, grigio e pallido, tracciava una
scia sbiadita attraverso il bosco. In alto le stelle erano fitte nel cielo buio,
ma non c’era la luna.
Il rumore di zoccoli cessò. Frodo vide qualcosa di scuro attraversare
lo spazio più chiaro tra due alberi e fermarsi. Sembrava la sagoma nera
di un cavallo guidato da un’ombra nera più piccola. L’ombra nera si fer-
mò vicino al punto dove avevano lasciato il sentiero e oscillò da un lato
all’altro. Frodo credette di sentirla annusare. L’ombra si chinò a terra e
poi cominciò a strisciare verso di lui.
Di nuovo il desiderio d’infilar l’Anello s’impadronì di Frodo; ma
stavolta più forte che in precedenza. Così forte che, quasi prima di ren-
dersi conto di quel che faceva, la mano cercò a tentoni nella tasca. Ma
in quel mentre giunse un rumore, un miscuglio di canti e risate. Voci
limpide si levarono e ricaddero nell’aria illuminata dalle stelle. L’ombra
nera si raddrizzò e si ritrasse. Montò in sella al cavallo in ombra e parve
svanire attraverso il viottolo nell’oscurità sull’altro lato. Frodo tornò a
respirare.
“Gli Elfi!” esclamò Sam con un rauco sussurro. “Gli Elfi, signore!”
Se non l’avessero trattenuto si sarebbe lanciato fuori dagli alberi per pre-
cipitarsi incontro alle voci.
“Sì, sono gli Elfi,” disse Frodo. “A volte s’incontrano a Fondo
Boschivo. Non vivono nella Contea ma ci si avventurano in primavera
e in autunno dalle loro terre lontane oltre i Colli Turriti. E meno male!
Voi non avete visto, ma quel Cavaliere Nero si è fermato proprio qui e
avanzava strisciando verso di noi quando ha attaccato la canzone. Non
appena ha sentito le voci è filato via.”
“E gli Elfi?” disse Sam, troppo eccitato per preoccuparsi del cavalie-
re. “Non possiamo andarli a vedere?”
“Ascolta! Stanno venendo da questa parte,” disse Frodo. “Basta
aspettare.”
Il cantò si avvicinò. Una limpida voce adesso si levava sulle altre.
Cantava nella bella lingua elfica, che Frodo conosceva assai poco, e gli
altri due per niente. Eppure il suono, fondendosi con la melodia, nella

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La Compagnia dell’Anello

loro mente sembrava prender forma di parole che capivano solo in parte.
Questa la canzone sentita da Frodo:

Bianca-neve! Bianca-neve! O Dama chiara!


Regina oltre i Mari d’Occidente!
Tu noi che qui vaghiamo adesso schiara
In mezzo a un mondo d’intricate piante!

Gilthoniel! O Elbereth!
Chiari i tuoi occhi, puro il tuo respiro!
Bianca-neve! Bianca-neve! E noi qui a cantare
Te in una terra al di là del Mare.

O stelle che nell’Anno senza Sole


Lei seminò con mano rilucente,
Ora in campi ventosi chiari e puri
Vediamo in boccio i vostri fiori argentei!

O Elbereth! Gilthoniel!
Ricordiamo altresì, noi abitanti
Sotto gli alberi in sì distante terra
La tua luce stellar sui Mari d’Occidente.

La canzone finì. “Ma questi sono Alti Elfi! Hanno fatto il nome di
Elbereth!” disse Frodo sbalordito. “Nella Contea se ne vedono pochi
di quella gente leggiadrissima. Non ne sono rimasti molti nella Terra di
Mezzo, a oriente del Grande Mare. È davvero una circostanza strana!”
Gli hobbit sedettero all’ombra sul ciglio della strada. Dopo poco ecco
arrivare gli Elfi sul viottolo che portava a valle. Passarono lentamente e gli
hobbit videro la luce delle stelle scintillare negli occhi e sui capelli. Non
avevano luci con sé eppure, mentre procedevano, un luccichio come il lu-
core della luna sul contorno dei rilievi prima di spuntare sembrava aleggia-
re intorno ai loro piedi. Ora stavano in silenzio e quando furono passati tut-
ti l’ultimo Elfo si girò, guardò in direzione degli hobbit e scoppiò a ridere.
“Salve, Frodo!” gridò. “Sei fuori a tarda ora. Non ti sarai mica smar-
rito?” Poi chiamò a gran voce gli altri e tutta la compagnia si fermò e
fece cerchio.
“È davvero incredibile!” dissero. “Tre hobbit di notte in un bosco!
Mai visto niente di simile da quando Bilbo è partito. Che cosa significa?”
“Significa soltanto, leggiadre creature,” disse Frodo, “che stiamo fa-
cendo la stessa strada. Mi piace camminar sotto le stelle. Ma gradirei la
vostra compagnia.”

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Tre è il numero giusto

“Ma noi non abbiamo bisogno di compagnia, e gli hobbit sono così
noiosi,” risero. “E come fate a sapere che facciamo la stessa strada se non
sapete dove siamo diretti?”
“E voi come fate a saper come mi chiamo?” rimbeccò Frodo.
“Sappiamo molte cose,” dissero. “Ti abbiamo già visto spesso insie-
me a Bilbo, anche se tu forse non hai visto noi.”
“Chi siete e chi è il vostro signore?” domandò Frodo.
“Io sono Gildor,” rispose il capo, l’Elfo che lo aveva salutato per
primo. “Gildor Inglorion della Casa di Finrod. Siamo Esuli e la mag-
gior parte della nostra stirpe è partita tanto tempo fa; anche noi ormai
ci tratterremo qui solo per poco, prima di tornare al di là del Grande
Mare. Ma qualcuno della nostra gente vive ancora in pace a Valforra.
Coraggio, Frodo, dicci che cosa fai. Intravediamo un’ombra di paura
sulla tua persona.”
“O Sagge Creature!” intervenne ansioso Pippin. “Parla­ teci dei
Cavalieri Neri!”
“Cavalieri Neri?” dissero a bassa voce. “Perché chiedi dei Cavalieri
Neri?”
“Perché oggi due Cavalieri Neri ci hanno raggiunto o forse uno lo ha
fatto per due volte,” disse Pippin. “Se l’è svignata solo un attimo fa al
vostro arrivo.”
Prima di rispondere gli Elfi confabularono nella loro lingua. Alla fine
Gildor si rivolse agli hobbit. “Non è questo il luogo per parlarne,” disse.
“Ora secondo noi fareste meglio a seguirci. Non è nostra consuetudine,
ma per questa volta faremo la strada assieme e per stanotte, se volete, vi
daremo alloggio.”
“Oh Popolo Leggiadro! È una fortuna per me insperata,” disse
Pippin. Sam era senza parole. “Ti ringrazio davvero, Gildor Inglorion,”
disse Frodo inchinandosi. “Elen síla lúmenn’ omentielvo, una stella brilla
sull’ora del nostro incontro,” aggiunse in alto elfico.
“Attenti, amici,” esclamò Gildor ridendo, “a non divulgar segreti!
Qui abbiamo uno studioso della Lingua Antica. Bilbo è stato un buon
maestro. Salve, Amico degli Elfi!” disse, inchinandosi a Frodo. “Ora vie-
ni con i tuoi amici e unitevi alla nostra compagnia! È meglio se cammi-
nate in mezzo a noi, per non smarrirvi. Prima della sosta sarete forse
stanchi.”
“Perché? Dov’è che andate?” domandò Frodo.
“Per stanotte arriviamo ai boschi sulle alture sopra Boscasilo. Sono
parecchie miglia, ma alla fine vi godrete il riposo e abbrevierete il viaggio
di domani.”
In silenzio si rimisero in marcia e trascorsero come ombre e lumicini:
quando volevano, gli Elfi (ancor più degli hobbit) potevano camminare

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La Compagnia dell’Anello

senza scalpiccio o rumore. Ben presto Pippin cominciò ad avere son-


no e un paio di volte inciampò, ma ogni volta un Elfo alto che aveva al
fianco allungò il braccio e gli impedì di cadere. Sam camminava accan-
to a Frodo, come in sogno, con un’espressione mista di paura e di gioia
stupefatta.

I boschi ai lati del viottolo s’infittirono; gli alberi adesso erano più
giovani e più folti; e quando il viottolo cominciò a digradare lungo un
avvallamento tra le alture, alle pendici da ambo i lati crescevano macchie
profonde di noccioli. Alla fine gli Elfi abbandonarono il sentiero. Una
pista verde correva quasi invisibile attraverso i boschetti sulla destra; e
quella seguirono nel suo inerpicarsi serpeggiante su per le pendici bo-
scose fino alla cima di una falda dei rilievi che si stagliavano nella pianu-
ra della valle fiumana. All’improvviso sbucarono dall’ombra degli alberi
davanti a un vasto spiazzo erboso, grigio nella notte. I boschi premevano
su tre lati; ma a est il terreno scendeva a strapiombo e ai piedi si ritrova-
rono la cima degli alberi oscuri che crescevano in fondo al pendio. Oltre
si stendeva la pianura piatta e vaga sotto le stelle. Più vicine, poche luci
baluginavano nel villaggio di Boscasilo.
Gli Elfi si sedettero sull’erba a confabulare; sembravano ignorare gli
hobbit. Frodo e i suoi compagni si avvolsero nei mantelli e nelle coper-
te e la sonnolenza calò su di loro. La notte avanzò e le luci della valle si
spensero. Pippin si addormentò su una verde montagnola che gli faceva
da cuscino.
Lontana in alto a Oriente pendeva Remmirath, la Rete di Stelle, e dal-
la nebbia lenta si levò la rossa Borgil, ardente come un gioiello di fuoco.
Poi un leggero spostamento d’aria trasse via la nebbia come un velo ed
ecco sorgere, mentre s’inerpicava sul margine del mondo, lo Spadaccino
del Cielo, Menelvagor con la sua cinta lucente. Gli Elfi intonarono in
coro una canzone. A un tratto, sotto gli alberi, un fuoco divampò con la
sua luce rossa.
“Venite!” gridarono gli Elfi agli hobbit. “Venite! Ora è tempo di con-
versare e stare allegri!”
Pippin si tirò su sfregandosi gli occhi. Rabbrividì. “C’è un fuoco
nell’atrio e cibo per gli ospiti affamati,” disse un Elfo piantato davanti
a lui.
All’estremità meridionale del prato c’era un’apertura. Lì il tappeto
erboso s’inoltrava nel bosco e formava un ampio spiazzo simile a un atrio
ricoperto dai rami degli alberi, i grandi tronchi schierati come colon-
ne ai lati. Al centro ardeva un fuoco e sui pilastri-alberi bruciavano re-
golarmente torce d’oro e d’argento. Gli Elfi sedettero intorno al fuoco
sull’erba o sui cerchi segati di vecchi tronchi. Alcuni andavano avanti e

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Tre è il numero giusto

indietro portando tazze e versando da bere; altri arrivavano con piatti e


scodelle stracolmi di cibo.
“È un pasto misero,” dissero agli hobbit. “Ci troviamo tra i boschi, lon-
tano da casa. Se mai vi troverete a passare da noi, vi tratteremo meglio.”
“Mi sembra un pasto degno di una festa di compleanno,” disse Frodo.
In seguito Pippin non ricordò molto del cibo o delle bevande, perché
aveva la mente inondata dalla luce che sprigionava dai volti degli Elfi, e il
suono delle voci era così variegato e bello da sembrargli un sogno a occhi
aperti. Ma rammentava un pane dal sapore più buono di una pagnotta di
pane bianco per un affamato; frutti dolci come bacche e più succosi dei
frutti coltivati nell’orto; scolò una coppa piena di un nettare fragrante,
fresco come acqua di fonte, dorato come un pomeriggio estivo.
Sam non riuscì mai a descrivere con parole, né a farsi un’idea chia-
ra di ciò che sentì o pensò quella notte, anche se rimase nel ricordo uno
degli avvenimenti capitali della sua vita. Il massimo che giunse a dire fu:
“Be’, signore, se sapessi coltivare mele come quelle, potrei dirmi un giar-
diniere. Ma era il canto a toccarmi il cuore, non so se mi spiego.”
Frodo mangiava, beveva e parlava con piacere; ma con la mente se-
guiva i discorsi degli Elfi. Capiva un po’ la loro lingua e ascoltava avida-
mente. Ogni tanto si rivolgeva a quelli che lo servivano ringraziandoli in
elfico. Loro gli sorridevano e dicevano ridendo: “Ma questo è una perla
di hobbit!”
Dopo un po’ Pippin si addormentò profondamente e lo sollevarono
di peso e lo trasportarono sotto un pergolato in mezzo agli alberi; lì, steso
su un soffice letto, dormì per il resto della nottata. Sam si rifiutò di lascia-
re il padrone. Quando portarono via Pippin, Sam si andò ad accucciare
ai piedi di Frodo, dove finalmente chinò il capo e chiuse gli occhi. Frodo
rimase a lungo sveglio a chiacchierare con Gildor.

Parlarono di molte cose, vecchie e nuove, e Frodo interrogò Gildor


sugli avvenimenti del vasto mondo fuori dalla Contea. Notizie per lo più
tristi e funeste: le tenebre che s’infittivano, le guerre degli Uomini e la
fuga degli Elfi. Alla fine Frodo pose la domanda che più gli stava a cuore.
“Dimmi, Gildor, hai più visto Bilbo da quando ci ha lasciato?”
Gildor sorrise. “Sì,” rispose. “Due volte. Ci disse addio proprio in
questo posto. Ma poi l’ho rivisto, lontano da qui.” Su Bilbo non volle dir
di più e Frodo tacque.
“Frodo, tu non mi chiedi e non mi dici molto sul tuo conto,” disse
Gildor. “Ma io so già qualcosa e altro te lo leggo in viso e nei pensieri
dietro alle domande. Tu stai lasciando la Contea eppure dubiti di trovare
quel che cerchi o di portare a termine la tua missione, dubiti perfino di
tornare un giorno. Non è così?”

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La Compagnia dell’Anello

“Sì,” disse Frodo; “anche se credevo che la mia partenza fosse un se-
greto noto solamente a Gandalf e al mio fedele Sam.” Abbassò lo sguar-
do su Sam, che russava dolcemente.
“Il segreto non giungerà al Nemico per bocca nostra,” disse Gildor.
“Il Nemico?” disse Frodo. “Allora sai perché lascio la Contea?”
“Non so per qual motivo il Nemico ti dia la caccia,” rispose Gildor;
“ma mi rendo conto che è così – per quanto possa sembrarmi strano. E ti
avverto che il pericolo è davanti e dietro a te e anche ai due lati.”
“Ti riferisci ai Cavalieri? Temevo che fossero al servizio del Nemico.
Che cosa sono i Cavalieri Neri?”
“Gandalf non ti ha detto niente?”
“Niente riguardo a simili creature.”
“Allora non spetta a me dire altro, credo, per tema che il terrore ti
impedisca di continuare il viaggio. A me pare che tu sia partito appena in
tempo, se sei ancora in tempo. Adesso devi affrettarti, senza fermarti né
tornare sui tuoi passi: la Contea non ti offre più protezione.”
“Non riesco a immaginare notizie più terrificanti dei  tuoi accenni
e dei tuoi avvertimenti,” esclamò Frodo. “Certo, sapevo che andando
avanti il pericolo si sarebbe presentato; ma non mi aspettavo d’incon-
trarlo nella nostra Contea. Uno hobbit dunque non può più spostarsi
dall’Acqua al Fiume in pace?”
“Ma non è soltanto la vostra Contea,” disse Gildor. “Altri ci han-
no abitato prima degli hobbit; e altri ancora ci abiteranno quando gli
hobbit non ci saranno più. Il mondo intero è tutt’intorno a voi: potete
chiudervi dentro la Contea, ma non potete chiudere fuori il mondo per
sempre.”
“Lo so… eppure mi è sempre parsa così sicura e familiare. Ora che
cosa posso fare? Il mio piano era lasciare di nascosto la Contea e recarmi
a Valforra; ma ancora non sono arrivato a Landaino e mi stanno già alle
costole.”
“Secondo me tu devi sempre seguire il tuo piano,” disse Gildor. “La
Strada non dovrebbe rivelarsi troppo dura per il tuo coraggio. Ma se de-
sideri un consiglio più lucido, rivolgiti a Gandalf. Non conosco il motivo
della tua fuga e pertanto non so con quali mezzi i tuoi inseguitori ti attac-
cheranno. Queste cose Gandalf deve saperle. Prima di lasciare la Contea
dovresti rivederlo, no?”
“Lo spero. Ma questa è un’altra cosa che mi preoccupa. Sono giorni
e giorni che aspetto Gandalf. Doveva venire a Hobbiton al più tardi due
sere fa; ma non si è fatto vivo. Che cosa gli sarà successo, mi domando.
Dovrei aspettarlo?”
Gildor rimase un attimo in silenzio. “Brutta notizia quella che mi dai,”
disse alla fine. “Il ritardo di Gandalf non è un buon segno. Ma, come suol

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Tre è il numero giusto

dirsi: Non t’impicciare degli affari dei Maghi, perché sono astuti e irascibili.
Andare o aspettare: la scelta spetta a te.”
“Si dice anche,” ribatté Frodo: “Non rivolgerti agli Elfi per un consi-
glio, perché ti diranno sia no che sì.”
“Davvero?” rise Gildor. “Di rado gli Elfi danno consigli affrettati:
i consigli sono doni pericolosi, anche tra saggi, e tutte le linee d’azione
possono prendere una brutta piega. Ma tu che cosa faresti al posto mio?
Non mi hai detto tutto sul tuo conto; e allora come potrei scegliere me-
glio di te? Ma se chiedi consiglio, io te lo darò, in nome dell’amicizia. Tu
dovresti partire all’istante, senza indugi; e se Gandalf non si farà vedere
prima della partenza, ti do un altro consiglio: non andare da solo. Porta
con te amici fidati e volenterosi. Dovresti essermi grato, perché non è un
consiglio che ti do a cuor leggero. Gli Elfi hanno le loro pene e i loro di-
spiaceri, e poco s’interessano alle vicende degli hobbit o delle altre crea-
ture della terra. Le nostre strade s’incrociano di rado, per caso o per un
qualche scopo. Questo nostro incontro non è forse dovuto solamente al
caso; ma lo scopo non mi è chiaro e ho paura di dire troppo.”
“Ti sono profondamente grato,” disse Frodo; “ma vorrei che mi di-
cessi chiaro e tondo chi sono i Cavalieri Neri. Se seguo il tuo consiglio
potrei non rivedere Gandalf per molto tempo e dovrei pur conoscere il
pericolo che ho alle costole.”
“Non ti basta sapere che sono al servizio del Nemico?” replicò
Gildor. “Fuggili! Non parlare mai con loro! Sono micidiali. Non chie-
dermi altro! Ma in cuor mio ho il presentimento che prima che tutto ciò
sia finito tu, Frodo figlio di Drogo, ne saprai più di Gildor Inglorion su
queste felle creature. Che Elbereth ti protegga!”
“Ma dove troverò il coraggio?” domandò Frodo. “È di quello che ho
più bisogno.”
“Il coraggio si trova nei luoghi più impensati,” disse Gildor. “Abbi
fiducia! Ora dormi! Al mattino saremo partiti; ma invieremo messaggi
in tutti i paesi. Le Compagnie Itineranti sapranno del tuo viaggio e colo-
ro che hanno facoltà di fare il bene staranno all’erta. Ti dichiaro Amico
degli Elfi; e che le stelle brillino alla fine del tuo cammino! Di rado ci ha
fatto così piacere la compagnia di estranei, ed è bello udire parole della
Lingua Antica sulle labbra di altri giramondo.”
Frodo sentì il sonno calare su di lui proprio mentre Gildor finiva di
parlare. “Ora voglio dormire,” disse; l’Elfo lo condusse sotto un pergo-
lato accanto a Pippin e Frodo si gettò su un letto e sprofondò all’istante
in un sonno senza sogni.

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Capitolo IV

Una scorciatoia per i funghi

Al mattino Frodo si svegliò riposato. Era steso sotto un pergolato


composto da un albero vivo con i rami intrecciati e ricadenti al suolo; il
giaciglio era di felci e d’erba, soffice e profondo e stranamente profuma-
to. Il sole brillava attraverso le foglie tremolanti, ancora verdi sulla pian-
ta. Frodo balzò in piedi e uscì.
Sam era seduto sull’erba vicino al limitare del bosco. Pippin, in piedi,
studiava il cielo e il tempo. Degli Elfi nessuna traccia.
“Ci hanno lasciato frutta, bevande e pane,” disse Pippin. “Vieni a
fare colazione. Il pane è quasi buono come ieri sera. Per me, non te ne
avrei lasciato neanche un pezzo, ma Sam ha insistito.”
Frodo si sedette accanto a Sam e cominciò a mangiare. “Qual è il pro-
gramma di oggi?” domandò Pippin.
“Arrivare al più presto a Borgodaino,” rispose Frodo e si concentrò
sul cibo.
“Secondo te quei Cavalieri si faranno vedere?” domandò Pippin al-
legramente. Al sole del mattino la prospettiva d’incontrarne un intero
squadrone non sembrava preoccuparlo più di tanto.
“Sì, è probabile,” disse Frodo, che non gradiva sentirselo ricordare.
“Ma spero di attraversare il fiume senza che ci vedano.”
“Hai scoperto qualcosa sul loro conto da Gildor?”
“Non molto… solo enigmi e allusioni,” disse Frodo eva­sivo.
“Gli hai chiesto perché annusano?”
“Non ne abbiamo parlato,” disse Frodo con la bocca piena.
“E invece avreste dovuto. Sono sicuro che è molto importante.”
“In tal caso sono sicuro che Gildor avrebbe rifiutato di spiegarmelo,”
disse Frodo in tono brusco. “E ora lasciami in pace per un momento!
Non ho voglia di rispondere a una sfilza di domande mentre mangio.
Devo pensare!”
“Santo cielo!” disse Pippin. “A colazione?” Si allontanò verso il mar-
gine del prato.

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La Compagnia dell’Anello

La mattina luminosa – infidamente luminosa, pensò Frodo – non aveva


scacciato la paura dell’inseguimento; e rifletté sulle parole di Gildor. Gli
giunse la voce allegra di Pippin che correva cantando sul verde tappeto.
“No! Non potrei mai!” disse tra sé. “Un conto è portare i miei giova-
ni amici con me per la Contea fino a che non siamo affamati e stanchi e
cibo e letto paiono più dolci. Portarli in esilio, dove forse non c’è rimedio
alla fame e alla stanchezza, è un altro paio di maniche – anche se sono
dispostissimi a venire. L’eredità è soltanto mia. Secondo me non dovrei
portare neanche Sam.” Guardò Sam Gamgee e scoprì che Sam lo stava
osservando.
“Be’, Sam!” disse. “Che cosa ne pensi? Lascerò la Contea al più pre-
sto… anzi, ho deciso di non fermarmi neanche un giorno a Criconca, se
posso farne a meno.”
“Benissimo, signore.”
“Sei sempre dell’idea di accompagnarmi?”
“Sì.”
“Sarà molto pericoloso, Sam. È già pericoloso. Molto probabilmente
nessuno dei due farà ritorno.”
“Se non tornerete voi, signore, neppure io farò ritorno, poco ma sicu-
ro,” disse Sam. “Non abbandonarlo! mi hanno detto. Abbandonarlo? fac-
cio io. E chi se lo sogna! Andrò con lui anche se scalerà la Luna; e se qual-
che Cavaliere Nero proverà a fermarlo, dovrà vedersela con Sam Gamgee,
ho detto. Loro si sono messi a ridere.”
“Chi sono loro, e di che cosa parli?”
“Gli Elfi, signore. Ieri sera abbiamo fatto quattro chiacchiere; e sem-
bravano al corrente della vostra partenza, sicché mi è parso inutile negar-
lo. Che popolo meraviglioso, gli Elfi, signore! Meraviglioso!”
“Hai ragione,” disse Frodo. “Ti piacciono ancora, ora che li hai visti
più da vicino?”
“Sembrano un po’ al di sopra di ciò che può piacermi o dispiacermi,
non so se mi spiego,” rispose Sam lentamente. “Quello che penso di loro
conta poco, direi. Sono assai diversi da come me li immaginavo: così gio-
vani e vecchi, così allegri e tristi, se vogliamo.”
Frodo adocchiò Sam con un certo stupore, quasi aspettandosi di ve-
dere qualche segno esterno del curioso cambiamento che pareva aver
subito. Non sembrava la voce del vecchio Sam Gamgee che credeva di
conoscere. Eppure a vederlo lì seduto era proprio Sam Gamgee, a parte
il viso insolitamente pensieroso.
“Hai sempre voglia di lasciare la Contea anche adesso… adesso che il
tuo desiderio di vedere gli Elfi è stato ormai esaudito?” domandò.
“Sì, signore. Non so come dirlo ma, dopo stanotte, mi sento diverso.
Mi sembra di vedere lontano, in un certo senso. So che intraprenderemo

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Una scorciatoia per i funghi

un lunghissimo cammino, nelle tenebre; ma so che non posso fare marcia


indietro. Adesso non è più vedere gli Elfi o i draghi o le montagne che
voglio… non so bene neanch’io che cosa voglio: ma ho qualcosa da fare
prima della fine, e si trova avanti a me, non nella Contea. Devo arrivare
fino in fondo, signore, non so se mi capite.”
“Non del tutto. Ma capisco che Gandalf mi ha scelto un buon com-
pagno. Ne sono contento. Proseguiremo insieme.”
Frodo finì la colazione in silenzio. Poi alzatosi scrutò la terra avanti a
sé e chiamò Pippin.
“Tutto pronto per la partenza?” disse mentre Pippin arrivava di cor-
sa. “Dobbiamo metterci subito in marcia. Ci siamo svegliati tardi; e ab-
biamo un bel po’ di miglia da fare.”
“Tu, vuoi dire, ti sei svegliato tardi,” disse Pippin. “Io ero già in piedi
da un pezzo; e aspettiamo solo che tu finisca di mangiare e di riflettere.”
“Ho finito di fare tutt’e due le cose adesso. Ho intenzione di arrivare
al più presto al Traghetto di Borgodaino. Non la prenderò larga, rimet-
tendomi sulla strada che abbiamo lasciato ieri sera: da qui taglierò dritto
per la campagna.”
“Allora ti toccherà volare,” disse Pippin. “In questo pae­se non c’è
modo di tagliare dritto a piedi.”
“Possiamo sempre andare più dritti della strada però,” replicò Frodo.
“Il Traghetto è a est di Boscasilo; ma la strada prende a sinistra: laggiù a
nord si scorge la curva. Costeggia l’estremità settentrionale della Marcita
per incontrare il sentiero rialzato che viene dal Ponte sopra Magione. Ma
è un giro di parecchie miglia. Se andiamo dritto da qui fino al Traghetto,
risparmieremo un quarto del tragitto.”
“Le scorciatoie causano ritardi,” obiettò Pippin. “Qui intorno il terre-
no è accidentato e nella Marcita ci sono acquitrini e difficoltà d’ogni sor-
ta: conosco questa zona del paese. E se ti preoccupano i Cavalieri Neri,
non capisco perché dovrebbe essere peggio incontrarli su una strada che
in un bosco o in un campo.”
“Nei boschi e nei campi è meno facile trovare le persone,” ribatté
Frodo. “E se pensano che tu sia sulla strada, è più probabile che ti cer-
chino lì anziché altrove.”
“Va bene!” disse Pippin. “Ti seguirò in ogni acquitrino e in ogni fos-
so. Però è dura! Contavo di fare un salto al Persico d’Oro di Magione pri-
ma del tramonto. La birra migliore del Quartiero Est, almeno un tempo:
è da molto che non l’assaggio.”
“Allora è deciso!” disse Frodo. “Le scorciatoie causano ritardi, ma le
osterie ne causano di più lunghi ancora. Dobbiamo tenerti a ogni costo
lontano dal Persico d’Oro. Bisogna arrivare a Borgodaino prima che fac-
cia buio. Tu che cosa ne dici, Sam?”

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La Compagnia dell’Anello

“Io sono d’accordo con voi, signor Frodo,” disse Sam (malgrado
i timori personali e un profondo rimpianto per la birra migliore del
Quartiero Est).
“Allora, se ci tocca arrancare tra rovi e acquitrini, che aspettiamo a
partire?” disse Pippin.

Faceva già quasi caldo come il giorno prima; ma cominciavano a le-


varsi nuvole a Occidente. Minacciava di piovere. Gli hobbit si scapicol-
larono giù per una ripida scarpata erbosa e si tuffarono nel folto della
boscaglia sottostante. Avevano deciso di lasciarsi Boscasilo sulla sinistra
e di tagliare obliquamente per i boschi aggrappolati lungo le pendici
orientali delle colline fino a raggiungere la piana al di là. Poi avrebbero
puntato dritto verso il Traghetto procedendo su terreno aperto, a parte
qualche fosso e qualche steccato. Stando ai calcoli di Frodo, dovevano
percorrere diciotto miglia in linea d’aria.
Si rese presto conto che la boscaglia era più fitta e intricata del pre-
visto. Nel sottobosco non c’erano sentieri e gli hobbit procedevano a ri-
lento. Pervenuti a gran fatica in fondo alla scarpata, trovarono un corso
d’acqua che scendeva dalle colline retrostanti profondamente incassato
tra sponde scoscese e scivolose coperte di rovi. La cosa più seccante
era che tagliava trasversalmente la linea di marcia che si erano prefissa.
Saltarlo non potevano, men che mai attraversarlo senza bagnarsi, graf-
fiarsi e infangarsi. Si fermarono, non sapendo che cosa fare. “Primo in-
toppo!” disse Pippin con un torvo sorriso.
Sam si girò a guardare. Attraverso un varco tra gli alberi intravide la
cima della scarpata erbosa appena scesa.
“Guardate!” disse, afferrando Frodo per il braccio. Guar­darono tutti
e tre e su in alto, sopra le loro teste, sull’orlo si stagliava contro il cielo un
cavallo. Accanto, piegata, c’era una nera figura.
Rinunciarono all’istante all’idea di tornare indietro. Frodo fece strada
e si tuffò di corsa tra i folti cespugli lungo il torrente. “Caspita!” disse a
Pippin. “Avevamo ragione tutti e due! La scorciatoia si è fatta subito tor-
tuosa; ma ci siamo nascosti appena in tempo. Hai l’orecchio fino, Sam:
senti avvicinarsi qualcosa?”
Rimasero immobili in ascolto, quasi trattenendo il fiato; ma non giun-
sero rumori d’inseguimento. “Non ci prova mica a portare il cavallo giù
per la scarpata,” disse Sam. “Ma deve aver capito che siamo passati di lì.
Sarà meglio proseguire.”
Proseguire non era così facile. Avevano i fagotti sul groppone e ce-
spugli e rovi erano riluttanti a lasciarli passare. Il crinale alle loro spalle
non lasciava filtrare il vento e l’aria era ferma e soffocante. Quando fi-
nalmente riuscirono ad aprirsi un varco su un terreno più arioso, erano

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Una scorciatoia per i funghi

accaldati, stanchi e pieni di graffi, e per giunta non riconoscevano più la


direzione presa. Le sponde del torrente si ridussero quando giunse sulla
spianata e si allargò, scendendo di livello, mentre si avviava incontro alla
Marcita e al Fiume.
“Ma questo è il ruscello di Magione!” disse Pippin. “Se vogliamo
provare a riprendere la rotta, dobbiamo attraversarlo subito e tenerci
sulla destra.”
Guadarono il torrente e sfrecciarono lungo un vasto tratto aperto
pieno di giunchi e privo d’alberi. Dopo incontrarono di nuovo una cin-
tura di alberi: alte querce, per lo più, con un olmo o un frassino qua e là.
Il terreno era abbastanza piano e il sottobosco rado; ma gli alberi troppo
vicini ostacolavano la visuale. Improvvise raffiche di vento sollevavano le
foglie e dal cielo coperto cominciarono a cadere i primi goccioloni. Poi il
vento cessò e la pioggia venne giù a secchiate. Scarpinarono il più in fret-
ta possibile su tratti erbosi e in mezzo a folti mucchi di foglie secche; e
tutt’intorno la pioggia grondava e tamburellava. Non parlavano, ma non
facevano che guardarsi dietro e ai due lati.
Dopo mezz’ora Pippin disse: “Spero che non abbiamo girato troppo
verso sud e che non stiamo tagliando questo bosco nel senso della lun-
ghezza! Non è una cinta molto larga… avrei detto un miglio al massimo
nel punto più largo… e a quest’ora avremmo dovuto esserne fuori.”
“Non è il caso di procedere a zig-zag,” disse Frodo. “Non risolverem-
mo niente. Continuiamo nella stessa direzione! Non so se adesso come
adesso mi va tanto di uscire allo scoperto.”

Percorsero forse un altro paio di miglia. Poi il sole tornò a fare capo-
lino dai brandelli di nuvole e la pioggia diminuì. Era ormai mezzogiorno
passato e la pancia cominciava a reclamare. Si fermarono sotto un olmo:
il fogliame, pur virando rapidamente al giallo, era ancora folto e, lì sotto,
il terreno era abbastanza asciutto e riparato. Quando misero mano alle
provviste scoprirono che gli Elfi avevano riempito le bottiglie di una be-
vanda limpida, di un color oro pallido: aveva il profumo di un miele rica-
vato da molti fiori ed era stupendamente rinfrescante. Di lì a poco eccoli
ridere e farsi beffe della pioggia e dei Cavalieri Neri. Le ultime miglia,
sentivano, se le sarebbero presto lasciate alle spalle.
Frodo appoggiò la schiena al tronco dell’albero e chiuse gli occhi.
Sam e Pippin si sedettero vicino e cominciarono a canticchiare, prima a
bocca chiusa e poi sommessamente:

Oh! Oh! Oh! Vo alla bottiglia


Scaccia il duolo e il cuore striglia.
Piove e il vento mi scompiglia

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La Compagnia dell’Anello

E mi restan molte miglia,


Ma sdraiato sotto l’albero,
Lascio che le nubi salpino.

Oh! Oh! Oh! riattaccarono da capo più forte. S’inter­ruppero di botto.


Frodo balzò in piedi. Portato dal vento, ecco arrivare un gemito protrat-
to, come il lamento di una creatura malvagia e solitaria. Si levò e ricad-
de, per finire su una nota lacerante. E mentre erano lì, seduti o in piedi,
come se di colpo paralizzati, un altro gemito, più fievole e lontano ma
non meno raccapricciante, rispose al primo. Seguì un silenzio, interrotto
soltanto dal rumore del vento tra le foglie.
“E quello che cos’era secondo voi?” domandò alla fine Pippin, cer-
cando di assumere un tono disinvolto anche se un poco tremulo. “Se era
un uccello, non l’ho mai sentito prima nella Contea.”
“Non era né un uccello né una bestia,” disse Frodo. “Era un richia-
mo, o un segnale… In quel lamento c’erano parole, anche se non sono
riuscito ad afferrarle. Ma nessuno hobbit ha una voce così.”
Non ne parlarono più. Pensavano tutti ai Cavalieri, ma nessuno li
nominò. Adesso erano riluttanti sia a restare sia a proseguire; ma prima
o poi avrebbero dovuto attraversare l’aperta campagna fino al Traghetto
ed era meglio farlo al più presto e alla luce del sole. In un batter d’occhio
avevano rimesso in spalla i fagotti e ripreso il cammino.

Poco dopo il bosco terminò bruscamente: davanti a loro una distesa


di pascoli. A quel punto si resero conto di avere sul serio deviato trop-
po a sud. In lontananza, oltre la spianata, potevano scorgere la collinetta
di Borgodaino al di là del Fiume, ma adesso si trovava alla loro sinistra.
Sgusciati quatti quatti dal limitare del bosco, si avviarono attraverso la
distesa più in fretta che potevano.
Sulle prime, usciti dal riparo degli alberi, ebbero paura. Lontano,
dietro di loro, si ergeva l’altura dove avevano fatto colazione. Frodo
si aspettava quasi di scorgere a distanza la piccola sagoma di un cava-
liere sul crinale stagliarsi scura contro il cielo; ma non ce n’era traccia.
Il sole, emerso dalle nubi infrante, calando verso le colline che loro
avevano lasciato era tornato a splendere. La paura svanì, ma non la
sensazione d’inquietudine. La campagna però diventava sempre meno
selvaggia, più curata. Ben presto incontrarono prati e campi coltivati:
c’erano siepi, cancelli, canali di scolo. Tutto sembrava pacifico e se-
reno, solo un angolo qualsiasi della Contea. Il loro umore migliora-
va a ogni passo. La linea del Fiume si faceva più vicina; e i Cavalieri
Neri cominciavano a sembrare fantasmi dei boschi ormai lontani alle
spalle.

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Una scorciatoia per i funghi

Costeggiarono il bordo di un immenso campo di rape e giunsero a un


solido cancello. Dietro, un viottolo coperto di solchi tra siepi basse e re-
golari andava verso un lontano ciuffo d’alberi. Pippin si fermò.
“Conosco questi campi e questo cancello!” disse. “È Fasolagro, la
terra del vecchio Fattore Maggot. Tra gli alberi laggiù c’è la sua fattoria.”
“Un guaio dopo l’altro!” disse Frodo con aria allarmata, come se
Pippin avesse dichiarato che il viottolo era l’apertura che portava alla
tana di un drago. Gli altri lo guardarono sorpresi.
“Che cos’ha che non va il vecchio Maggot?” domandò Pippin. “È
un buon amico di tutti i Brandaino. Certo, è il terrore di tutti gli intrusi
e tiene dei cani feroci… ma in fin dei conti la gente di qui è vicina alla
frontiera e deve stare più in guardia.”
“Lo so,” disse Frodo. “Ciò non toglie però,” aggiunse con una risati-
na imbarazzata, “che per anni e anni ho girato alla larga dalla sua fatto-
ria. Quand’ero ragazzo a Palazzo Brandy, mi ha beccato più di una volta
a cercar funghi nella sua proprietà. L’ultima volta me le ha suonate e poi
mi ha mostrato ai cani. ‘Attenti, ragazzi,’ ha detto, ‘la prossima volta che
questo furfantello mette piede sulla mia terra, divoratelo pure. E adesso
cacciatelo via!’ Mi son corsi dietro per tutta la strada fino al Traghetto.
La paura non mi è più passata… anche se devo ammettere che quelle be-
stie conoscevano il loro mestiere e non mi avrebbero neppure sfiorato.”
Pippin scoppiò a ridere. “Be’, è ora di fare la pace. Spe­cie se tornerai
a vivere a Landaino. Il vecchio Maggot è senz’altro un tipo gagliardo…
basta che non gli tocchi i funghi. Camminiamo sul viottolo, così non
entriamo nella proprietà. Se lo incontriamo, gli parlo io. È un amico di
Merry e per un certo periodo sono venuto spesso qui con lui.”

Seguirono il viottolo finché non videro i tetti di paglia di una gran-


de casa e altre costruzioni spuntare in mezzo agli alberi. I Maggot e
i Piedipozza di Magione, come la maggior parte degli abitanti della
Marcita, dimoravano dentro case; e la fattoria era costruita con solidi
mattoni e circondata da un muro molto alto. Davanti al muro un grande
cancello di legno dava sul viale.
Mentre si avvicinavano, all’improvviso si sentì latrare e abbaiare fu-
riosamente e una voce tuonò: “Morsa! Zanna! Lupo! Venite, ragazzi!”
Frodo e Sam s’immobilizzarono, ma Pippin fece qualche passo avan-
ti. Il cancello si aprì e tre enormi cani si fiondarono nel viottolo pun-
tando sui viandanti e abbaiando con accanimento. Non fecero caso a
Pippin; ma Sam si appiattì contro il muro mentre due cani dall’aria lu-
pesca lo annusavano con sospetto e, se si muoveva, ringhiavano. Il più
grosso e feroce dei tre si arrestò davanti a Frodo, drizzando il pelo e
rugliando.

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La Compagnia dell’Anello

Al cancello comparve uno hobbit tarchiato con la faccia tonda e


rubiconda. “Salve! Salve! E voi chi sareste, e che cosa mai vorreste?”
domandò.
“Buon pomeriggio, signor Maggot,” disse Pippin.
Il fattore lo squadrò ben bene. “Non mi dire che è Ma­stro Pippin…
il signor Peregrino Took, dovrei dire!” escla­mò, passando dal cipiglio al
sorriso. “È un bel pezzo che non ti si vede da queste parti. Per fortuna
ti conosco. Stavo già per aizzare i cani contro eventuali sconosciuti. Ne
succedono delle belle oggigiorno. Certo, i tipi strani non sono mai man-
cati da queste parti. Troppo vicini al Fiume,” disse, scuotendo il capo.
“Ma uno così bizzarro non l’avevo visto mai. Quello senza permesso qui
non ci rimette più piede, se posso impedirlo.”
“A chi ti riferisci?” domandò Pippin.
“Allora non l’avete visto?” disse il fattore. “Ha risalito il viottolo in
direzione della strada rialzata proprio poco fa. Un tipo strano e faceva
strane domande. Ma sarà meglio che entriate, così chiacchiereremo con
più comodo. Ho un goccio di buona birra alla spina, se tu e i tuoi amici
volete favorire, signor Took.”
Era evidente che il fattore avrebbe detto di più potendolo fare a
modo suo, con i suoi tempi, perciò accettarono all’unanimità la propo-
sta. “E i cani?” domandò Frodo con un po’ di apprensione.
Il fattore rise. “Non vi faranno niente… se io non glielo ordino. Qui,
Morsa! Zanna! Cuccia!” gridò. “Cuccia, Lupo!” Con grande sollievo di
Frodo e di Sam i cani si allontanarono lasciandoli andare.
Pippin presentò i compagni al fattore. “Il signor Frodo Baggins,” dis-
se. “Forse non lo ricordi ma un tempo viveva a Palazzo Brandy.” Al
nome Baggins il fattore trasalì e lanciò a Frodo un’occhiata penetrante.
Per un attimo Frodo pensò che il ricordo dei funghi rubati fosse riemer-
so e che i cani avrebbero ricevuto l’ordine di cacciarlo via. Ma il vecchio
Maggot lo prese per un braccio.
“Be’, non c’è fine alle stranezze!” esclamò. “Voi sare­ste il signor
Baggins? Entrate! Dobbiamo fare una chiacchierata.”
Entrarono nella cucina del fattore e si sedettero vicino al grande ca-
mino. La signora Maggot tirò fuori un’enorme caraffa di birra e riempì
quattro grossi boccali. Era di ottima qualità e Pippin si sentì ampiamente
ricompensato per la mancata sosta al Persico d’Oro. Sam sorseggiò la sua
con diffidenza. Nutriva un sospetto istintivo verso gli abitanti delle altre
parti della Contea; per giunta non era disposto a legare subito con qual-
cuno che aveva picchiato il suo padrone, sia pure tanto tempo prima.
Dopo qualche commento sul clima e sulle prospettive agricole (non
peggiori peraltro del solito), il Fattore Maggot posò il boccale e li guardò
uno per uno.

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Una scorciatoia per i funghi

“E allora, signor Peregrino,” disse, “da dove mai verrai e dove mai
vorresti andare? Venivi a trovarmi? In tal caso, hai superato il cancello
senza farti vedere.”
“Be’ no,” rispose Pippin. “A dire il vero, tanto ci sei arrivato da solo,
abbiamo preso il viottolo dall’altra estremità, dopo aver attraversato i
tuoi campi. Ma è stato per puro caso. Ci siamo smarriti nei boschi vicino
a Boscasilo mentre cercavamo di prendere una scorciatoia per arrivare
al Traghetto.”
“Se avevate fretta, la strada avrebbe fatto meglio al caso vostro,”
disse il fattore. “Ma non mi preoccupavo tanto di questo. Tu hai il per-
messo di passare sulla mia terra, se vuoi, signor Peregrino. E anche voi,
signor Baggins… pur se i funghi, ho il sospetto, vi piacciono sempre.”
E rise. “Ah sì, ho riconosciuto il nome. Ricordo ancora quando il gio-
vane Frodo Baggins era uno dei peggiori birbanti di Landaino. Ma non
pensavo ai funghi. Avevo appena sentito fare il nome dei Baggins prima
del vostro arrivo. Secondo voi che cosa mi ha domandato quello strano
tipo?”
Aspettarono con ansia che proseguisse. “Be’,” riprese il fattore avvi-
cinandosi lentamente e con gran gusto al punto, “è arrivato su un gros-
so cavallo nero al cancello, che per caso era aperto, e ha puntato dritto
verso la porta di casa. Anche lui era tutto nero, avvolto in un mantello e
incappucciato, quasi per non farsi riconoscere. ‘Che potrà mai volere qui
nella Contea?’ ho pensato tra me. Non se ne vede molta di Grossa Gente
al di qua della frontiera; e comunque non avevo sentito mai parlare di
qualcuno come questo tipo nero.
“‘Buongiorno!’ gli faccio, uscendo di casa. ‘Questo viottolo non por-
ta da nessuna parte e ovunque siate diretto la via più rapida è rimettervi
sulla strada.’ Il suo aspetto non mi piaceva; e quando Morsa è uscito e
lo ha annusato, ha guaito come se lo avessero punto: è schizzato via ug-
giolando con la coda tra le gambe. Il tizio nero stava seduto immobile.
“‘Vengo da laggiù,’ ha detto, lento e rigido, indicando alle sue spalle
a occidente, oltre i miei campi, se permettete. ‘Avete visto Baggins?’ ha
domandato con una voce strana chinandosi verso di me. Non riuscivo a
vedergli il viso, nascosto dal cappuccio; e un brivido mi è corso lungo
la schiena. Ma non capivo perché dovesse cavalcare sulla mia terra con
tanta impudenza.
“‘Andatevene!’ gli faccio. ‘Qui non c’è nessun Baggins. Siete in una
zona sbagliata della Contea. Farete meglio a tornare verso occidente a
Hobbiton… stavolta però passando dalla strada.’
“‘Baggins è partito,’ mi ha risposto in un sussurro. ‘Sta venendo qui.
Non dev’essere lontano. Vorrei trovarlo. Se passerà di qui mi avvertire-
te? Tornerò con l’oro.’

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La Compagnia dell’Anello

“‘No, non lo farete,’ ho detto io. ‘Voi tornerete da dove siete venu-
to, e di gran carriera. Vi do un minuto di tempo, poi sguinzaglio i cani.’
“Ha emesso una specie di sibilo. Forse una risata, forse no. Poi ha
spronato il gran cavallo proprio contro di me e io ho fatto appena in
tempo a scansarmi. Ho chiamato i cani ma quello ha fatto dietro front e
superato il cancello si è lanciato sul viottolo verso la strada rialzata come
un fulmine. Che cosa ne pensate?”
Frodo rimase per un momento a fissare il fuoco, ma il suo unico pen-
siero era come fare a raggiungere il Traghetto. “Non so proprio che cosa
pensare,” disse alla fine.
“Allora ve lo dirò io,” disse Maggot. “Non avreste mai dovuto an-
darvi a confondere con quelli di Hobbiton, signor Frodo. Lì la gente è
strana.” Sam si agitò sulla sedia e lanciò un’occhiataccia al fattore. “Ma
voi siete sempre stato un ragazzo irrequieto. Quando seppi che avevate
lasciato i Brandaino per andare a stare con il vecchio signor Bilbo, dis-
si che andavate incontro ai guai. Date retta a me, tutto questo è dovu-
to agli strani traffici del signor Bilbo. I soldi, dicono, li ha fatti in modo
strano in luoghi sconosciuti. Forse qualcuno vorrà sapere che cosa ne è
stato dell’oro e dei gioielli che, ho inteso dire, ha sepolto nella collina di
Hobbiton.”
Frodo non disse nulla: le ipotesi sagaci del fattore erano alquanto
sconcertanti.
“Be’, signor Frodo,” proseguì Maggot, “mi fa piacere che abbiate
avuto il buonsenso di tornare a Landaino. Il mio consiglio è: restateci!
E non familiarizzate con quei tipi strampalati. Da queste parti troverete
amici. Se uno di quei tizi neri torna a cercarvi, ci penso io. Gli dirò che
siete morto o che avete lasciato la Contea o quel che volete voi. E non
sarebbe lontano dalla verità; perché probabilmente vogliono notizie del
vecchio signor Bilbo.”
“Forse avete ragione,” disse Frodo, evitando lo sguardo del fattore e
seguitando a fissare il fuoco.
Maggot lo guardò pensoso. “Be’, vedo che avete le vostre idee,” disse.
“È chiaro come il sole che non è stato il caso a portar qui voi e quel cava-
liere lo stesso pomeriggio; e forse dopo tutto le mie notizie non giungono
nuove. Non vi chiedo di dirmi qualcosa che intendete tenere per voi; ma
capisco che siete nei guai. Forse pensate che non sarà molto facile arriva-
re al Traghetto senza farvi beccare.”
“Proprio a questo pensavo,” disse Frodo. “Ma dobbiamo cercare
di arrivarci; e non ci riusciremo stando seduti a riflettere. Perciò temo
che dovremo avviarci. Mille grazie per la vostra cortesia! Sono più di
trent’anni che ho il terrore di voi e dei vostri cani, Fattore Maggot, anche
se a voi sembrerà ridicolo. È un peccato, perché mi sono perso un buon

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Una scorciatoia per i funghi

amico. E ora mi spiace andar via così presto. Ma un giorno, forse, tor-
nerò… se ne avrò modo.”
“Sarete sempre il benvenuto,” disse Maggot. “Ma mi è venuta
un’idea. È già quasi il tramonto e fra poco ceneremo; di solito andia-
mo a coricarci subito dopo il Sole. Ci farebbe piacere se voi, il signor
Peregrino e il resto della compagnia vi fermaste a mangiare un bocco-
ne con noi!”
“Piacerebbe anche a noi!” disse Frodo. “Ma dobbiamo andarcene
subito, purtroppo. Anche partendo adesso farà buio prima di arrivare
al Traghetto.”
“Ah! Ma aspettate un momento! Stavo per dire: dopo aver cenato ti-
rerò fuori un piccolo carro e vi porterò tutti al Traghetto. Vi risparmierà
un bel po’ di strada e magari anche qualche seccatura d’altro genere.”
A quel punto Frodo, grato, accettò l’invito, con gran sollievo di
Pippin e di Sam. Il sole era già dietro le colline occidentali e la luce an-
dava scemando. Due figli di Maggot e tre figlie entrarono disponendo
un’abbondante cena sulla grande tavola. In cucina accesero le candele e
attizzarono il fuoco. La signora Maggot faceva avanti e indietro. Arrivò
un altro paio di hobbit appartenenti al nucleo familiare della fattoria.
In breve erano in quattordici seduti a tavola. C’era birra in quantità e
un ricco piatto a base di funghi e pancetta, oltre a molte altre sostanzio-
se pietanze campagnole. I cani accanto al fuoco rosicchiavano croste e
crocchiavano ossa.
Quand’ebbero finito, il fattore e i figli andarono fuori con una lan-
terna ad attaccare il carro. Era buio in cortile quando uscirono gli ospiti,
che gettarono i fagotti sul carro e ci salirono. Il fattore si sedette a casset-
ta e schioccò la frusta per incitare i due robusti cavallini. La moglie stava
sotto la luce della porta aperta.
“Fa’ attenzione, Maggot!” esclamò. “Non metterti a litigare con gli
sconosciuti e torna subito a casa!”
“Va bene!” disse lui, e guidò il carro oltre il cancello. Non c’era un
alito di vento; la notte era calma e silenziosa, con una punta di aria fred-
da. Procedevano a rilento, senza luci. Dopo un paio di miglia giunsero
al termine del viottolo che, attraversato un profondo fossato, risaliva un
breve pendio fino agli alti argini della strada rialzata.
Maggot scese e diede una lunga occhiata nei due sensi, a nord e a sud,
ma nell’oscurità non si vedeva niente e nell’aria immobile non si senti-
vano rumori. Filamenti di nebbia dal fiume finivano sospesi sui fossi e
strisciavano sui campi.
“Diventerà fitta,” disse Maggot; “ma non accenderò le lanterne fino a
quando non mi sarò rimesso sulla via di casa. Stanotte sulla strada senti-
remo qualsiasi cosa prima d’incontrarla.”

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La Compagnia dell’Anello

C’erano cinque miglia o più dal viottolo di Maggot al Traghetto. Gli


hobbit s’imbacuccarono, ma tenevano l’orecchio teso pronti a cogliere
qualsiasi rumore che non fosse il cigolio delle ruote e il lento clop degli
zoccoli dei cavallini. Il carro sembrava a Frodo più lento di una lumaca.
Accanto a lui Pippin ciondolava la testa assonnato; mentre Sam teneva lo
sguardo fisso sulla nebbia che saliva.
Finalmente giunsero all’ingresso del viottolo che portava al Traghetto.
Due alti pali bianchi spuntati all’improvviso sulla destra stavano a indicar-
lo. Il Fattore Maggot tirò le redini e il carro si arrestò con uno scricchiolio.
Avevano iniziato a scendere quando a un tratto sentirono quello che tutti
temevano: un rumore di zoccoli sulla strada che veniva verso di loro.
Maggot saltò giù e tenne ferma la testa dei cavallini, scrutando nel
buio. Clip-clop, clip-clop, il cavaliere si avvicinava. Lo zoccolio risuonava
alto nell’immobile aria nebbiosa.
“Voi fate bene a nascondervi, signor Frodo,” disse Sam preoccupato.
“Sdraiatevi sul carro e nascondetevi sotto le coperte, intanto noi faccia-
mo fare dietro front a questo cavaliere!” Scese e andò a mettersi accanto
al fattore. I Cavalieri Neri avrebbero dovuto passare sopra di lui per av-
vicinarsi al carro.
Clop-clop, clop-clop. Il cavaliere gli era quasi addosso.
“Ehilà!” gridò il Fattore Maggot. Lo zoccolio in arrivo si arrestò di
botto. Nella nebbia, a due o tre passi di distanza, credettero d’intravede-
re vagamente una scura sagoma ammantata.
“E allora!” disse il Fattore, lanciando a Sam le redini e facendosi avan-
ti deciso. “Non un passo di più! Che cosa volete e dove siete diretto?”
“Voglio il signor Baggins. Lo avete visto?” disse una voce soffocata…
ma la voce era quella di Merry Brandaino. Accesero una lanterna e la
luce cadde sul viso stupefatto del fattore.
“Signor Merry!” esclamò.
“Naturalmente! Chi credevate che fosse?” disse Merry facendosi
avanti. Quando emerse dalla nebbia e i loro timori si placarono, parve di
punto in bianco ridursi alla normale misura hobbit. Montava un caval-
lino e aveva una sciarpa avvolta intorno al collo e sul mento per proteg-
gersi dalla nebbia.
Frodo schizzò giù dal carro per salutarlo. “Eccovi final­mente!” disse
Merry. “Cominciavo giusto a chiedermi se sareste arrivati oggi e stavo
rincasando per la cena. Quando è salita la nebbia sono venuto qui e ho
cavalcato verso Magione per vedere se eravate caduti in qualche fosso.
Ma proprio non capisco da che parte siate venuti. Dove li avete trovati,
signor Maggot? Nel vostro stagno delle anatre?”
“No, si sono intrufolati di soppiatto nella mia proprie­tà,” disse il fat-
tore, “e per poco non gli sguinzagliavo dietro i cani; ma vi racconteranno

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Una scorciatoia per i funghi

tutto loro, ci scommetto. Ora, se permettete, signor Merry, signor Frodo


e compagnia, io riprendo la via di casa ch’è meglio. La signora Maggot
starà in pensiero per me, con una notte così, sempre più buia.”
Fece indietreggiare il carro sul viottolo e lo girò. “Be’, buonanotte a
tutti,” disse. “È stata una giornata strana, non c’è che dire. Ma tutto è
bene quel che finisce bene; anche se forse non dovremmo dirlo prima di
aver varcato la soglia di casa. Quando l’avrò fatto sarò proprio contento,
non lo nego.” Accese le lanterne e si alzò. All’improvviso tirò fuori un
grosso cesto da sotto il sedile. “Stavo quasi per dimenticarmene,” dis-
se. “La signora Maggot lo ha preparato per il signor Baggins, con i suoi
omaggi.” Lo porse agli altri e si avviò seguito da un coro di ringraziamen-
ti e di buonanotte.
Guardarono i pallidi cerchi di luce intorno alle lanterne rimpicciolire
nella notte nebbiosa. A un tratto Frodo rise: dal cesto chiuso che teneva
in mano veniva odore di funghi.

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Capitolo V

Una congiura smascherata

“Adesso faremmo bene a tornarcene a casa anche noi,” disse Merry.


“C’è qualcosa di buffo in tutto questo, me ne rendo conto; ma dovrà
aspettare che rientriamo.”
Presero il viottolo del Traghetto, dritto, ben tenuto e costeggiato da
grandi pietre imbiancate. Dopo un centinaio di passi si ritrovarono in
riva al fiume, dove c’era un grosso pontile di legno. Accanto era ormeg-
giato un traghetto largo e piatto. Le bianche bitte vicino all’acqua brilla-
vano alla luce dei fanali posti su due alti pali. Dietro, la nebbia nei campi
bassi aveva ormai superato le siepi; ma, davanti, l’acqua era scura, con
soltanto qualche voluta sparsa come vapore in mezzo alle canne lungo
l’argine. Sulla sponda lontana sembrava esserci meno foschia.
Merry condusse il cavallino sul traghetto servendosi di uno scalan-
drone e gli altri lo seguirono. Poi Merry scostò lentamente l’imbarcazio-
ne dall’attracco con un lungo palo. Il Brandivino scorreva lento e ampio
davanti a loro. Sull’altra sponda l’argine era scosceso e dall’attracco risa-
liva serpeggiando un sentiero. Lì luccicavano altri fanali. Dietro si pro-
filava Coldaino e da lì, attraverso velami vaganti di nebbia, brillavano
tante finestre tonde gialle e rosse. Erano le finestre di Palazzo Brandy,
l’antica dimora dei Brandaino.

Molto tempo prima Gorhendad Vecchiodaino, a capo della famiglia


Vecchiodaino, una delle più antiche della Marcita, per non dire della
Contea, aveva attraversato il fiume, primo confine orientale della regio-
ne. Fu lui a erigere (e a scavare) Palazzo Brandy, cambiò il proprio nome
in Brandaino e vi s’insediò in veste di signore di quello che era in pratica
un piccolo paese indipendente. La sua famiglia cresceva a dismisura e
dopo la sua dipartita continuò a crescere fino a che Palazzo Brandy oc-
cupò tutta la bassa collina, con tre portoni, parecchie porte di servizio
e almeno un centinaio di finestre. I Brandaino e i loro numerosi dipen-
denti iniziarono allora a scavare e poi a costruire tutt’intorno. Questa

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La Compagnia dell’Anello

l’origine di Landaino, un lembo di terra densamente popolato tra il fiu-


me e la Vecchia Foresta, una specie di colonia della Contea. Il villaggio
principale era Borgodaino, aggrappato alle falde e alle pendici dietro
Palazzo Brandy.
La popolazione della Marcita era in buoni rapporti con i Landainesi e
l’autorità del Signore del Palazzo (come chiamavano il capo della famiglia
Brandaino) era tuttora riconosciuta dai contadini tra Magione e Vinciglio.
Ma la maggior parte degli abitanti della vecchia Contea considerava i
Landainesi tipi singolari, mezzi stranieri per così dire. Anche se, in realtà,
non erano poi così diversi dagli altri hobbit dei Quattro Quartieri. Tranne
che per una cosa: amavano le barche e alcuni sapevano nuotare.
Da principio la loro terra era priva di protezioni a Est, ma da quel lato
avevano tirato su una siepe: Alto Strame. Piantata molte generazioni pri-
ma, ora era alta e folta e curata costantemente. Andava senza interruzioni
da Ponte Brandivino, in una grande curva che si allontanava dal fiume,
fino a Finistrame (dove il Circonvolvolo defluisce dalla Foresta per get-
tarsi nel Brandivino): da un capo all’altro più di venti miglia. Ma tutto
era meno che una protezione completa. La Foresta si avvicinava alla sie-
pe in molti punti. Al calar della notte i landainesi chiudevano a chiave la
porta, e anche questo era insolito per la Contea.

Il traghetto si spostava a rilento sull’acqua. La riva di Landaino si av-


vicinava. Sam era l’unico membro della compagnia che non aveva mai at-
traversato il fiume. Mentre l’acqua trascorreva lenta e gorgogliante ebbe
una strana sensazione: quella d’essersi lasciato la vecchia vita alle spalle
nella nebbia, e di aver davanti a sé ad attenderlo un’avventura oscura.
Si grattò la testa e per un attimo provò il fugace desiderio che il signor
Frodo avesse continuato a vivere in pace a Casa Baggins.
I quattro hobbit scesero dal traghetto. Merry lo stava ormeggiando e
Pippin conduceva già il cavallino su per il sentiero quando Sam (che si
era voltato, quasi a dare l’addio alla Contea) disse con un rauco sussurro:
“Guardate indietro, signor Frodo! Vedete qualcosa?”
Sulla lontana piattaforma, sotto le luci distanti, distinguevano a sten-
to una figura: sembrava quella di un nero fardello abbandonato. Ma
mentre guardavano parve muoversi e oscillare da un lato all’altro, come
perlustrando il terreno. Poi strisciò o si ritrasse, accucciata, nel buio ol-
tre le luci.
“Che cos’è, in nome della Contea?” esclamò Merry.
“Qualcosa che ci segue,” disse Frodo. “Ma non chiedetemi altro per
ora! Andiamo subito via!” Risalirono in fretta il sentiero fino in cima
all’argine ma, quando si girarono a guardare, la sponda lontana era av-
volta nella nebbia e non lasciava scorgere nulla.

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Una congiura smascherata

“Grazie al cielo non tenete imbarcazioni sulla sponda occidentale!”


disse Frodo. “I cavalli possono guadare il fiume?”
“Basta andare dieci miglia a nord a Ponte Brandivino… o potrebbe-
ro nuotare,” rispose Merry. “Anche se non ho mai saputo di un cavallo
che abbia attraversato a nuoto il Brandivino. Ma che cosa c’entrano i
cavalli?”
“Te lo dirò dopo. Andiamo a casa e poi avremo modo di parlare.”
“Va bene. Tu e Pippin conoscete la strada; io vi precedo a cavallo e
avverto Ciccio Bolger del vostro arrivo. Pre­pareremo la cena e tutto il
resto.”
“Abbiamo cenato prima con il Fattore Maggot,” disse Frodo. “Ma
non disdegneremmo di fare il bis.”
“E lo farete! Datemi quel cesto!” disse Merry, e si avviò cavalcando
nell’oscurità.

C’era un po’ di strada dal Brandivino alla nuova casa di Frodo a


Criconca. Superarono Coldaino e Palazzo Brandy sulla sinistra e alla
periferia di Borgodaino imboccarono la strada maestra di Landaino che
dal Ponte menava a sud. Dopo mezzo miglio in direzione nord giunsero
a un viottolo che si apriva sulla destra. Lo seguirono per un paio di mi-
glia mentre s’inoltrava su e giù nella campagna.
Alla fine pervennero a un cancelletto in una fitta siepe. Al buio non
si vedeva nulla della casa, che si ergeva lontano dal viottolo in mezzo a
un ampio prato circolare attorniato da una cinta di alberelli dentro la
siepe esterna. Frodo l’aveva scelta perché posta in un angolo appartato
del paese e perché nei paraggi non c’erano altre abitazioni. Si poteva en-
trare e uscire senza farsi notare. L’avevano costruita tanto tempo prima i
Brandaino per gli ospiti o per quei familiari che desideravano tenersi alla
larga per un po’ dalla vita convulsa di Palazzo Brandy. Era una casa di
campagna all’antica, somigliantissima a una buca hobbit: lunga e bassa,
a un solo piano; e aveva il tetto di cotica, le finestre tonde e una grande
porta tonda.
Mentre dal cancello risalivano il sentiero erboso non c’era traccia di
luce; le finestre erano buie e le imposte chiuse. Frodo bussò al portone e
Ciccio Bolger aprì. Una luce amica si riversò all’esterno. Sgattaiolarono
rapidi in casa, chiudendosi dentro e chiudendo con loro la luce. Erano
in un grande atrio con porte ai due lati; di fronte un corridoio portava al
centro della casa.
“Be’, che te ne pare?” domandò Merry giungendo dal corridoio.
“Abbiamo fatto del nostro meglio per darle in poco tempo un’aria di
casa. In fin dei conti io e Ciccio siamo venuti qui solo ieri con l’ultimo
carico.”

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La Compagnia dell’Anello

Frodo si guardò intorno. Aveva l’aria di casa. Molte delle sue cose
preferite – o delle cose di Bilbo (nel nuovo ambiente glielo ricordavano
con più vivezza) – erano sistemate nei limiti del possibile come a Casa
Baggins. Era un posto piacevole, comodo, accogliente; e si sorprese a
desiderare di esserci andato sul serio per ritirarsi a vita privata. Non gli
sembrava giusto aver messo gli amici in quel pasticcio; e tornò a chie-
dersi come avrebbe annunciato la partenza imminente, anzi immediata.
Eppure doveva farlo quella sera stessa, prima di andare a letto.
“È deliziosa!” disse con uno sforzo. “Non mi sembra quasi di esser-
mi trasferito.”

I viaggiatori appesero i mantelli e ammucchiarono i fagotti sul pianci-


to. Merry li condusse in fondo al corridoio e spalancò una porta. Ne uscì
il bagliore del fuoco e un’ondata di vapore.
“Un bagno!” gridò Pippin. “Benedetto Meriadoc!”
“In che ordine entreremo?” disse Frodo. “Prima i più anziani o i più
veloci? In ogni caso tu saresti l’ultimo, Mastro Peregrino.”
“Le cose le saprò pur fare meglio di così, datemene atto!” disse
Merry. “Non possiamo mica iniziare a vivere a Criconca litigando per il
bagno. In quella stanza ci sono tre vasche e un calderone pieno d’acqua
bollente. Troverete anche asciugamani, stuoie e sapone. Entrate e
sbrigatevi!”
Merry e Ciccio andarono nella cucina in fondo al corridoio e si oc-
cuparono degli ultimi preparativi per una cena fuori orario. Stralci di
canzoni in gara per aver la meglio arrivavano dal bagno misti al rumore
di spruzzi e sguazzi. D’un tratto la voce di Pippin si levò sopra le altre in
una delle canzoni da bagno preferite di Bilbo.

Canta! Il bagno a fine giornata


toglie il fango con una lavata!
È un cretino colui che non canta:
L’Acqua Calda è una cosa che incanta!

O! La pioggia che cade è sonora


come il rivo che scende in pianura;
meglio ancora dell’acqua del fiume
l’Acqua Calda che bolle e che fuma.

O! Acqua fresca non dev’esser scarsa


quando hai sete e la gola è riarsa;
meglio ancora è la Birra a gran sorsi
e Acqua Calda versata sul dorso.

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Una congiura smascherata

O! Acqua bella qualora zampilla


nella fonte, in ogni sua stilla;
Ma suono più dolce non v’è
di Acqua Calda che schizza sul piè!

Si udì un terribile tonfo e Frodo che urlava Basta! Pare che la vasca di
Pippin avesse imitato una fontana schizzando in alto.
Merry andò dietro alla porta. “Che ne dite della cena e di una bella
birra?” gridò. Frodo uscì strofinandosi i capelli.
“C’è tanta di quell’acqua nell’aria che vengo in cucina per asciugar-
mi,” disse.
“Accipicchia!” disse Merry, buttando un occhio dentro. Il piancito di
pietra navigava nell’acqua. “Dovresti passare lo straccio, Peregrino, pri-
ma di venire a mangiare,” disse. “Sbrigati o non ti aspettiamo.”

Cenarono in cucina su una tavola vicino al fuoco. “Mi sa che non vi


va di mangiar di nuovo funghi,” disse Fredegario senza molta speranza.
“E invece sì!” gridò Pippin.
“Sono miei!” disse Frodo “La signora Maggot, una regina tra le mo-
gli dei fattori, li ha dati a me. Togliete quelle manacce avide, li servo io.”
Gli hobbit hanno una passione per i funghi, perfino più forte delle
preferenze più spiccate della Grossa Gente. Il che spiega almeno in parte
le lunghe spedizioni del giovane Frodo nei rinomati campi della Marcita
e la rabbia del danneggiato Maggot. In questa occasione però ce n’erano
in abbondanza per tutti, anche secondo i criteri hobbit. E c’erano pure
molte altre pietanze e, quand’ebbero finito, perfino Ciccio Bolger trasse
un sospiro soddisfatto. Spinsero indietro il tavolo e avvicinarono le sedie
al fuoco.
“Sparecchieremo dopo,” disse Merry. “Adesso raccon­ tatemi tut-
to! Devono esservene capitate di avventure, e non è giusto, perché io
non c’ero. Voglio un resoconto completo; e soprattutto voglio sapere
che cosa aveva il vecchio Maggot e perché mi parlava in quel modo.
Sembrava quasi spaventato, se mai fosse possibile.”
“Eravamo tutti spaventati,” disse Pippin dopo una pausa, durante la
quale Frodo rimase in silenzio a fissare il fuo­co. “Lo saresti stato anche
tu, se per due giorni ti avessero inseguito i Cavalieri Neri.”
“E chi sarebbero?”
“Neri figuri in sella a cavalli neri,” rispose Pippin. “Se Frodo non ha
intenzione di parlare, ti racconterò io tutta la storia dal principio.” Dopo
di che descrisse per filo e per segno il viaggio dal momento in cui aveva-
no lasciato Hobbiton. Sam partecipava annuendo e lanciando esclama-
zioni. Frodo rimase in silenzio.

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La Compagnia dell’Anello

“Direi che vi state inventando tutto,” disse Merry, “se non avessi visto
quella sagoma nera sul pontile… e sentito quello strano suono nella voce
di Maggot. Tu che cosa ne pensi, Frodo?”
“Il cugino Frodo si è tenuto molto abbottonato,” disse Pippin. “Ma
è giunto il momento di aprirsi. Finora abbiamo dovuto accontentarci
dell’ipotesi del Fattore Maggot, secondo la quale ha qualcosa a che fare
con il tesoro del vecchio Bilbo.”
“Era solo un’ipotesi,” si affrettò a dire Frodo. “Maggot non sa niente.”
“Il vecchio Maggot è un furbacchione,” disse Merry. “In quella testa
tonda succedono un mucchio di cose che non trapelano dalle sue parole.
Ho inteso dire che una volta andava spesso nella Vecchia Foresta e ha
fama di conoscere moltissime cose strane. Ma almeno puoi dirci se se-
condo te, Frodo, la sua ipotesi è valida o no.”
“Secondo me,” rispose Frodo lentamente, “è valida, fino a un certo
punto. Un nesso con le vecchie avventure di Bilbo c’è, e i Cavalieri Neri
stanno cercando, o bisognerebbe piuttosto dire dando la caccia a lui o a
me. Temo anche, se volete saperlo, che non sia cosa da prendere sotto-
gamba; e che non sono al sicuro né qui né altrove.” Guardò intorno a sé
finestre e pareti, quasi temendo di vederle all’improvviso cedere. Gli altri
l’osservavano in silenzio, scambiandosi occhiate d’intesa.
“Tra un attimo vuota il sacco,” bisbigliò Pippin a Merry. Merry annuì.
“Be’!” disse alla fine Frodo, sollevando il busto e raddrizzando la
schiena, come se avesse preso una decisione. “Non posso tenere più a
lungo il segreto. Ho qualcosa da dire a tutti voi. Ma non so proprio da
che parte cominciare.”
“Credo di poterti essere d’aiuto,” disse Merry in tono pacato, “co-
minciando a parlartene io.”
“Che cosa intendi dire?” domandò Frodo, guardandolo con
apprensione.
“Solo questo, mio caro vecchio Frodo: tu sei addolorato perché non
sai come dirci addio. Certo, avevi intenzione di lasciare la Contea. Ma il
pericolo si è presentato prima del previsto e adesso hai deciso di partire
immediatamente. E non vorresti. Ci spiace molto per te.”
Frodo aprì la bocca e la richiuse. L’espressione attonita che aveva era
così comica che scoppiarono a ridere. “Caro il mio Frodo!” disse Pippin.
“Credevi sul serio di aver gettato polvere negli occhi a tutti noi? Non sei
stato abbastanza cauto né furbo! È da aprile di quest’anno, chiaramente,
che mediti di partire e ti accomiati da tutti i tuoi luoghi abituali. Ti sen-
tivamo tutto il tempo mormorare: ‘Chissà se poserò ancora lo sguardo
su quella valle’, e cose del genere. E fingere di aver finito i soldi per poi
addirittura vendere la tua amata Casa Baggins a quei Sackville-Baggins!
E tutto quel confabulare con Gandalf.”

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Una congiura smascherata

“Santo cielo!” disse Frodo. “E io che credevo d’esser stato cauto e


furbo. Chissà cosa direbbe Gandalf. Insomma, tutta la Contea starà di-
scutendo della mia partenza.”
“Oh, no!” disse Merry. “Non ti preoccupare! Il segreto non durerà
a lungo, ovviamente; ma per il momento, credo, solo noi congiurati ne
siamo al corrente. Non dimenticare che, dopo tutto, noi ti conosciamo
bene e stiamo spesso con te. Di solito riusciamo a indovinare ciò che
pensi. Io conoscevo anche Bilbo. A dirti la verità, ti ho tenuto sempre
d’occhio sin da quando è partito. Pensavo che prima o poi l’avresti se-
guito; anzi, mi aspettavo che lo facessi prima, e ultimamente siamo stati
molto in ansia. Ci terrorizzava l’idea che di punto in bianco te la svignassi
da solo come lui. A partire da questa primavera abbiamo tenuto gli occhi
bene aperti e fatto un sacco di piani per conto nostro. Non te la squaglie-
rai così facilmente!”
“Ma io devo partire,” disse Frodo. “Non posso evitarlo, cari amici.
È un peccato per tutti noi, ma è inutile cercar di trattenermi. Dato che
avete capito tante cose, aiutatemi, vi prego, e non mettetemi i bastoni fra
le ruote!”
“Non hai capito!” disse Pippin. “Tu devi partire: perciò dobbiamo
partire anche noi. Io e Merry veniamo con te. Sam è un’ottima persona e
si butterebbe nella gola di un drago per salvarti, se non inciampasse nei
suoi stessi piedi; ma tu avrai bisogno di più di un compagno nella tua
pericolosa avventura.”
“Miei cari e amatissimi hobbit!” disse Frodo profondamente com-
mosso. “Non lo permetterei mai. Anche questo l’ho deciso tanto tempo
fa. Voi parlate di pericolo, ma non vi rendete conto. Non è una caccia al
tesoro, né un viaggio andata e ritorno. Io fuggo da un pericolo mortale e
vado incontro a un pericolo mortale.”
“Ma sì che ci rendiamo conto,” disse Merry irremovibile. “Per questo
abbiamo deciso di venire. Sappiamo che l’Anello non è cosa da prendere
per scherzo; ma faremo del nostro meglio per aiutarti contro il Nemico.”
“L’Anello!” disse Frodo, ormai completamente inebetito.
“Sì, l’Anello,” disse Merry. “Mio caro vecchio hobbit, tu non tieni
conto della curiosità degli amici. Da anni so dell’esistenza dell’Anello…
da prima che Bilbo partisse, a dire il vero; ma siccome lui lo considerava
ovviamente un segreto, ho tenuto per me la scoperta, fino a che non ab-
biamo ordito la nostra congiura. Certo non conoscevo Bilbo bene come
conosco te; ero molto giovane e lui inoltre era più cauto… ma non abba-
stanza. Se vuoi sapere come ho fatto a scoprirlo, te lo dirò.”
“Va’ avanti!” disse Frodo con voce fievole.
“La sua rovina furono i Sackville-Baggins, come c’era da aspettar-
si. Un giorno, circa un anno prima della Festa, mentre camminavo per

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La Compagnia dell’Anello

strada scorsi Bilbo avanti a me. All’improvviso in lontananza vedemmo


gli Esse-Bi venirci incontro. Bilbo rallentò e in un battibaleno sparì. Ero
così sbalordito che ebbi a stento la prontezza di nascondermi in modo
più normale; ma mi tuffai in mezzo alla siepe e proseguii lungo il campo
all’interno. Mentre sbirciavo sulla strada in cerca di Bilbo, dopo che gli
Esse-Bi erano passati, eccolo rispuntare all’improvviso. Mentre riponeva
qualcosa nella tasca dei calzoni, colsi un luccichio d’oro.
“Dopo di che tenni gli occhi bene aperti. Anzi, ti confesso che mi misi
a spiare. Ma devi ammettere che era assai intrigante e io ero solo un ado-
lescente. Devo esser l’unico della Contea, a parte te, Frodo, ad aver visto
il libro segreto del vecchio.”
“Hai letto il suo libro!” gridò Frodo. “Santo cielo! Non c’è niente di
sicuro?”
“Mai del tutto, direi,” disse Merry. “Ma gli ho dato solo una rapida
occhiata, e non è stato facile. Lui non lasciava mai il libro in giro. Mi
chiedo che cosa ne è stato. Mi piacerebbe darci un’altra occhiata. Ce
l’hai tu, Frodo?”
“No. Non era a Casa Baggins. Deve averlo portato con sé.”
“Dunque, dicevamo,” riprese Merry, “io ho tenuto per me la sco-
perta, fino a questa primavera, quando le cose si sono fatte serie. Allora
abbiamo ordito la nostra congiura; e siccome anche noi facevamo sul se-
rio, non abbiamo avuto troppi scrupoli. Tu sei una bella gatta da pelare,
Gandalf di più. Ma se vuoi conoscere il nostro investigatore capo, te lo
presento.”
“Dov’è?” disse Frodo, guardandosi intorno come se si aspettasse di
veder uscire da un armadio una figura mascherata e sinistra.
“Fatti avanti, Sam!” disse Merry, e Sam si alzò in piedi arrossendo
fino alla radice dei capelli. “Ecco la nostra fonte d’informazioni! E ne
ha raccolte un bel po’, te l’assicuro, prima di farsi beccare. Dopo di che,
posso aggiungere, si è considerato in libertà vigilata e non ha riferito più
niente.”
“Sam!” gridò Frodo, ormai al colmo dello stupore e assolutamente
incapace di decidere se fosse arrabbiato, divertito, sollevato o semplice-
mente sciocco.
“Sì, signore!” disse Sam. “Chiedo venia, signore! Ma non intendevo
farvi un torto, signor Frodo, e neppure al signor Gandalf, se è per que-
sto. Lui, però, badate, ha il sale in zucca; e quando avete detto partire da
solo, lui ha detto no! porta qualcuno di cui ti puoi fidare.”
“Ma non posso fidarmi di nessuno, a quanto pare,” disse Frodo.
Sam lo guardò sconsolato. “Tutto dipende da ciò che vuoi,” interlo-
quì Merry. “Puoi fidarti di noi perché resteremo al tuo fianco nella buona
e nella cattiva sorte… fino in fondo. E puoi fidarti di noi perché man-

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Una congiura smascherata

terremo qualsiasi tuo segreto… e sapremo mantenerlo meglio di te. Ma


non puoi fidarti di noi se intendi affrontare i pericoli da solo e andartene
senza dire una parola. Noi siamo tuoi amici, Frodo. Comunque sia, ecco
come stanno le cose. Sappiamo quasi tutto ciò che Gandalf ti ha detto.
Sappiamo molte cose sull’Anello. Siamo spaventatissimi… ma ti accom-
pagneremo; o ti verremo dietro come segugi.”
“E in fin dei conti, signore,” aggiunse Sam, “fareste bene a seguire il
consiglio degli Elfi. Gildor vi ha detto di portare tipi volenterosi e questo
non potete negarlo.”
“Non lo nego,” disse Frodo, guardando Sam, che adesso sorrideva.
“Non lo nego, ma ormai puoi russare quanto vuoi, non crederò più che
tu stia dormendo. Dovrò prenderti a calci per esserne sicuro.
“Siete un branco di furfanti imbroglioni!” disse, rivolto agli altri.
“Che il cielo vi benedica!” rise e si alzò agitando le braccia. “Mi arren-
do. Seguirò il consiglio di Gildor. Se il pericolo non fosse così cupo, sal-
terei di gioia. Anche così però non posso fare a meno di sentirmi felice;
più felice di quanto non mi sia sentito da diverso tempo in qua. Temevo
questa serata.”
“Bene! Tutto a posto. Tre urrà per Capitan Frodo e il suo equipag-
gio!” urlarono; e si misero a ballare in cerchio intorno a lui. Merry e
Pippin intonarono una canzone che, chiaramente, avevano preparato
per l’occasione.
Era composta sulla falsariga della canzone dei Nani che aveva avviato
Bilbo alla sua avventura tanto tempo prima; il motivo era lo stesso:

Addio al camino e al portoncino!


Tiri il vento o faccia brina,
Via di torno anzi ch’è giorno
Via per boschi e per colline.

A Valforra, di Elfi terra,


In piane ove la foschia atterra,
Per landa o steppa al gran galoppo
A una meta che non s’afferra.

Dietro l’abietto, l’oste appetto,


Sotto il cielo avremo il letto
Finché il cimento avremo vinto
Ed il dovere nostro fatto.

Ma via di torno! Ma via di torno!


Ce ne andiamo anzi ch’è giorno.

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La Compagnia dell’Anello

“Benissimo!” disse Frodo. “Ma in tal caso ci sono un mucchio di fac-


cende da sbrigare prima di andare a letto… sotto un tetto, almeno per
stanotte.”
“Oh! Quella era poesia!” disse Pippin. “Non avrai mica intenzione di
partire sul serio prima di giorno?”
“Non lo so,” rispose Frodo. “Temo quei Cavalieri Neri, e sono sicu-
ro che è rischioso restare a lungo nello stesso posto, specie in un posto
dove si sa che ero diretto. Anche Gildor mi ha avvertito di non indugia-
re. Ma mi piacerebbe tanto vedere Gandalf. Mi sono accorto che perfino
Gildor era turbato quando ha saputo che Gandalf non si era più fatto
vivo. Tutto dipende da due cose. Quanto ci mettono i Cavalieri ad arriva-
re a Borgodaino? E fra quanto saremo pronti noi a partire? I preparativi
non saranno brevi.”
“La risposta alla seconda domanda,” disse Merry, “è che saremo pron-
ti a partire entro un’ora. Ho preparato praticamente tutto. Ci sono cin-
que cavallini nella stalla al di là dei campi; provviste ed equipaggiamento
sono già imballati, tranne qualche vestito di riserva e il cibo deperibile.”
“Sembra una congiura davvero efficace,” disse Frodo. “Ma che mi
dici dei Cavalieri Neri? Sarebbe azzardato aspettare ancora un giorno
l’arrivo di Gandalf?”
“Dipende da che cosa pensi che farebbero i Cavalieri se ti trovassero
qui,” rispose Merry. “A quest’ora avrebbero potuto esser qui, natural-
mente, se non fossero bloccati al cancello Nord, dove la Siepe scende
fino in riva al fiume, da questo lato del Ponte. Le guardie al cancello
non li faranno entrare di notte, anche se potrebbero sempre fare irru-
zione. Anche di giorno, credo, cercherebbero di tenerli fuori, in ogni
caso non prima almeno di aver mandato un messaggio al Signore del
Palazzo – perché l’aspetto dei Cavalieri non li convincerebbe e ne sareb-
bero senz’altro spaventati. Ma, naturalmente, Landaino non è in grado
di resistere a lungo a un attacco risoluto. È anche possibile che al mattino
un Cavaliere Nero arrivi e chieda del signor Baggins e lo lascino passare.
Lo sanno quasi tutti ormai che sei tornato a vivere a Criconca.”

Frodo rimase a lungo seduto a pensare. “Ho preso una decisione,”


disse alla fine. “Parto domattina, non appena fa giorno. Ma non pas-
serò dalla strada: tanto varrebbe aspettare qui. Se attraverserò il cancello
Nord la mia partenza da Landaino anziché restare segreta almeno per
qualche giorno, come sarebbe auspicabile, sarà subito di dominio pubbli-
co. E per giunta il Ponte e la Strada Est vicino alla frontiera saranno cer-
tamente sorvegliati dai Cavalieri, che entrino o meno dentro Landaino.
Non sappiamo quanti siano; ma ce ne sono almeno due, e probabilmente
di più. L’unica è prendere una direzione del tutto inaspettata.”

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Una congiura smascherata

“Ma questo vuol dire addentrarsi nella Vecchia Fore­ sta!” disse
Fredegario orripilato. “Non penserai davvero una cosa del genere. È al-
trettanto pericolosa dei Cavalieri Neri.”
“Non altrettanto,” disse Merry. “È una soluzione dispe­rata, ma se-
condo me Frodo ha ragione. È l’unico modo di andarsene senza averli
subito alle costole. Con un po’ di for­tuna potremmo avere un vantaggio
non da poco.”
“Ma nella Vecchia Foresta non avrai fortuna,” obiettò Fredegario.
“Là dentro nessuno ha mai avuto fortuna. Vi perderete. Non ci va
nessuno.”
“Oh, invece sì!” disse Merry. “I Brandaino ci vanno ogni tanto…
quando l’estro li prende. Abbiamo un ingresso privato. Frodo c’è andato
una volta, tanto tempo fa. Io ci sono stato varie volte: per lo più di gior-
no, beninteso, quando gli alberi sono assopiti e abbastanza tranquilli.”
“Be’, fate un po’ come vi pare!” disse Fredegario. “Io ho più paura
della Vecchia Foresta che di qualsiasi cosa al mondo: le storie che rac-
contano sono un incubo; ma siccome non partecipo al viaggio la mia
opinione conta poco. Comunque, sono molto contento che qualcuno ri-
manga per riferire a Gandalf ciò che avete fatto quando tornerà, e sono
certo che non tarderà molto.”
Per quanto affezionato a Frodo, Ciccio Bolger non aveva nessuna vo-
glia di lasciar la Contea né di vedere quello che si trovava al di fuori. La
sua famiglia veniva dal Quartiero Est, da Bolguado nei Campi del Ponte
per la precisione, ma non aveva mai attraversato il Ponte Brandivino. Il
suo compito, secondo il piano originario dei congiurati, era di rimanere
per occuparsi dei ficcanaso e far credere a tutti il più a lungo possibile
che il signor Baggins abitava ancora a Criconca. Per meglio sostenerne il
ruolo, si era perfino portato dietro dei vecchi vestiti di Frodo. Non ave-
vano pensato a quanto quel ruolo potesse dimostrarsi pericoloso.
“Ottimo!” disse Frodo, quando ebbe chiaro in mente il piano.
“Altrimenti non avremmo avuto modo di lasciare messaggi per Gandalf.
Non so se questi Cavalieri sappiano leggere o no, ma di sicuro non mi
sarei mai arrischiato a lasciare un messaggio scritto, in caso entrassero
e perquisissero la casa. Ma se Ciccio è disposto a difendere il forte e io
ho la certezza che Gandalf saprà la strada che abbiamo preso, questo
mi fa decidere. Domattina per prima cosa mi addentrerò nella Vecchia
Foresta.”
“Be’, è fatta,” disse Pippin. “Tutto sommato preferisco il nostro com-
pito a quello di Ciccio: aspettare che vengano qui i Cavalieri Neri.”
“Aspetta di esserti addentrato nella Foresta,” disse Fredegario.
“Rimpiangerai di non esser qui con me prima che siano passate venti­
quattr’ore.”

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La Compagnia dell’Anello

“Seguitare a discutere non serve,” disse Merry. “Dob­biamo ancora


rimettere in ordine e controllare un’ultima volta gli imballaggi prima di
andare a letto. Vi chiamerò io prima dell’alba.”

Quando finalmente fu a letto, per un po’ Frodo non riuscì a pren-


der sonno. Aveva le gambe indolenzite. Era contento di montare in sella
l’indomani. Alla fine piombò in un vago sogno, nel quale gli sembrava
di affacciarsi a un finestrone su un oscuro mare di alberi intricati. Sotto,
in mezzo alle radici, si udivano creature strisciare e annusare. Era sicuro
che prima o poi lo avrebbero fiutato.
Poi udì un rumore in lontananza. Sulle prime pensò a un forte vento
calato sulle foglie della foresta. Poi capì che non erano foglie ma il ru-
more del Mare lontano; un rumore che non aveva mai sentito da sveglio,
anche se aveva spesso turbato i suoi sogni. A un tratto si accorse di essere
all’aperto. Dopo tutto non c’erano alberi. Si trovava su una buia brughie-
ra e uno strano odore salmastro impregnava l’aria. Alzando gli occhi vide
ergersi solitaria innanzi a sé su uno sperone rialzato un’alta torre bian-
ca. Lo prese un gran desiderio di salire sulla torre e di vedere il Mare.
Incominciò a inerpicarsi su per lo sperone verso la torre: ma d’un tratto
una luce apparve in cielo, e si udì un fragor di tuono.

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Capitolo VI

La Vecchia Foresta

All’improvviso Frodo si svegliò. Nella stanza era ancora buio. Merry


era in piedi sulla soglia: con una mano reggeva una candela, con l’altra
bussava alla porta. “Va bene! Che cosa succede?” disse Frodo, ancora
scosso e frastornato.
“Che cosa succede!” esclamò Merry. “È ora di alzarsi. Sono le quat-
tro e mezza e c’è molta nebbia. Andiamo! Sam sta già preparando la co-
lazione. Perfino Pippin è in piedi. Io vado a sellare i cavallini e a prender
quello che porterà i bagagli. Sveglia quel pigrone di Ciccio! Dovrà pur
alzarsi per salutarci.”
Poco dopo le sei i cinque hobbit erano pronti a partire. Ciccio Bolger
stava ancora sbadigliando. Sgattaiolarono in silenzio fuori della casa.
Merry si mise in testa conducendo un cavallino carico, e si avviò lun-
go un sentiero che attraversava un folto boschetto dietro casa e poi ta-
gliò per vari campi. Le foglie delle piante luccicavano e ogni ramoscello
gocciolava; la rugiada gelida ingrigiva l’erba. Tutto era fermo e i rumori
lontani sembravano vicini e distinti: polli che schiamazzavano in un’aia,
qualcuno che chiudeva la porta di una casa distante.
Nella stalla trovarono i cavallini: piccoli animali robusti del tipo ama-
to dagli hobbit, non veloci, ma adatti a una lunga giornata di lavoro.
Montarono in sella ed eccoli allontanarsi nella nebbia, che sembrava
aprirsi riluttante innanzi a loro e richiudersi minacciosa alle spalle. Dopo
aver cavalcato lenti e silenziosi per un’oretta, di punto in bianco videro
stagliarsi davanti la Siepe. Era alta e intessuta d’argentee ragnatele.
“Come farete a traversarla?” domandò Fredegario.
“Seguitemi!” disse Merry. “E lo vedrete.” Prese a sinistra della Siepe
e ben presto giunsero in un punto dove piegava verso l’interno costeg-
giando il ciglio di un avvallamento. A una certa distanza dalla Siepe ave-
vano scavato una trincea che digradava dolcemente nel terreno. Ai lati
aveva pareti di mattoni che si alzavano con regolarità fino a formare a un

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La Compagnia dell’Anello

tratto una galleria che scendeva in profondità sotto la Siepe per sbucare
nell’avvallamento dall’altra parte.
Qui Ciccio Bolger si fermò. “Addio, Frodo!” disse. “Vorrei tanto non
vederti andare nella Foresta. Spero solo che tu non abbia bisogno di aiu-
to prima di giorno. Ma buona fortuna a te – oggi e ogni altro giorno!”
“Se non mi aspettano cose peggiori della Vecchia Fore­sta, potrò dir-
mi fortunato,” disse Frodo. “Di’ a Gandalf di affrettarsi a seguirci sul-
la Strada Est: noi la riprenderemo presto e andremo a spron battuto.”
“Addio!” gridarono, e cavalcando lungo il pendio s’infilarono nella gal-
leria scomparendo agli occhi di Fredegario.
Era buia e umida. All’altro capo c’era a chiuderla un cancello di spes-
se sbarre di ferro. Merry smontò e aprì il cancello, poi, quando furono
passati tutti, lo riaccostò. Si richiuse con un clangore e la serratura fece
uno schiocco. Suoni sinistri.
“Ecco!” disse Merry. “Avete lasciato la Contea e ora siete fuori, al li-
mitare della Vecchia Foresta.”
“Sono vere le storie che raccontano?” domandò Pippin.
“Non so a quali storie ti riferisci,” rispose Merry. “Se ti riferisci alle
storielle di paura che le bambinaie raccontavano a Ciccio, piene di go-
blin, lupi e cose del genere, direi di no. In ogni caso io non ci credo. Ma
per esser strana, la Foresta lo è. Tutto lì dentro è molto più vivo, più
consapevole di quello che succede, se vogliamo, rispetto alle cose della
Contea. E gli alberi non amano gli estranei. Ti tengono d’occhio. Di so-
lito si accontentano di tenerti d’occhio, almeno durante il giorno, e non
fanno molto altro. Ogni tanto quelli più ostili lasciano cadere un ramo o
cacciano fuori una radice o ti avvinghiano con un lungo rampicante. Ma
è di notte, per quel che ne so, che le cose si fanno più che mai allarman-
ti. Io ci sono venuto solo un paio di volte dopo il calar del sole, e anche
allora son rimasto vicino alla Siepe. Mi è parso di sentire tutti gli alberi
sussurrare tra di loro, scambiarsi informazioni e intrighi in una lingua
inintelligibile; e i rami oscillavano e brancolavano senza un filo di ven-
to. Dicono che gli alberi si muovano sul serio e possano circondare gli
estranei e bloccarli. C’è di vero che molto tempo fa assalirono la Siepe: si
portarono a ridosso, piantarono proprio lì le radici per poi ricaderci so-
pra. Ma arrivarono gli hobbit che abbatterono centinaia di alberi e fece-
ro un grande falò nella Foresta, bruciando tutto il terreno per una lunga
striscia a est della Siepe. Dopo di che gli alberi si astennero dagli assalti
ma diventarono molto ostili. Non molto all’interno c’è tuttora un vasto
spiazzo spoglio dove avevano fatto il falò.”
“Sono pericolosi solamente gli alberi?” domandò Pippin.
“Parecchie cose strane vivono nel cuore della Foresta e all’altra estre-
mità,” disse Merry, “o così almeno ho sentito dire; ma io non le ho mai

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La Vecchia Foresta

viste. Qualcosa però traccia i sentieri. Ogni volta che ci si addentra si


scoprono percorsi aperti; ma di volta in volta sembrano spostarsi e tra-
sformarsi in modo strano. Non lontano da questa galleria c’è, o meglio
c’è stata per tanto tempo, l’imboccatura di un sentiero piuttosto largo
che porta alla Radura del Falò e poi più o meno nella nostra direzione, a
est e un poco a nord. È il sentiero che proverò a ritrovare.”

Allora gli hobbit si allontanarono dal cancello della galleria e attra-


versarono a cavallo l’avvallamento. All’altro capo c’era un vago sentiero
che risaliva al livello della Foresta, a poco più di un centinaio di passi
dalla Siepe; ma dopo averli condotti sotto gli alberi era scomparso. Alle
loro spalle potevano scorgere lo scuro profilo della Siepe attraverso il fu-
sto degli alberi già fitti intorno a loro. Davanti scorgevano soltanto tron-
chi d’innumerevoli forme e dimensioni: dritti o curvi, contorti, inclinati,
tozzi o snelli, lisci o nodosi e ramosi; e tutti i fusti erano verdi o grigi di
muschio e di viscide, ispide escrescenze.
Solo Merry sembrava piuttosto allegro. “Farai meglio a guidarci e a
trovare quel sentiero,” gli disse Frodo. “Non perdiamoci di vista e non
dimentichiamo da che parte sta la Siepe!”
Si fecero strada tra gli alberi e i cavallini avanzavano a rilento evitan-
do con cura le tante radici contorte e intrecciate. Non c’era sottobosco.
Il terreno saliva con regolarità e, andando avanti, sembrava che gli alberi
diventassero più alti, più scuri e più fitti. Non si udivano rumori, tranne
una sporadica goccia di umidore che cadeva attraverso il fogliame im-
mobile. Per il momento non c’erano sussurri o movimenti in mezzo ai
rami; ma avevano tutti la sgradevole sensazione di essere tenuti d’occhio
con rimprovero, venato di avversione, per non dire ostilità. La sensazio-
ne non faceva che aumentare e alla fine si sorpresero a lanciare rapide
occhiate in alto o alle spalle, quasi aspettandosi un colpo improvviso.
Di un sentiero però non si scorgeva ancora traccia e gli alberi sem-
bravano continuamente sbarrare la strada. A un tratto Pippin capì che
non ne poteva più e, senza preavviso, cacciò un urlo. “Ohi! Ohi!” gridò.
“Non vi farò niente. Lasciatemi solo passare, ve ne prego!”
Gli altri si arrestarono allibiti; ma il grido si smorzò come attutito da
un pesante tendaggio. Non ci fu nessuna eco e nessuna risposta, anche se
il bosco parve diventare più gremito e più vigile di prima.
“Se fossi in te non griderei,” disse Merry. “Fa più male che bene.”
Frodo cominciava a chiedersi se esistesse una via d’uscita e se non
avesse avuto torto a trascinare gli altri in quel bosco abominevole. Merry
guardava da una parte all’altra e sembrava già incerto sulla via da prende-
re. Pippin se ne accorse. “Non ci hai messo molto a farci smarrire,” disse.
Ma in quel mentre Merry fece un fischio di sollievo e indicò davanti a sé.

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La Compagnia dell’Anello

“Però!” disse. “Questi alberi si spostano eccome. Ecco la Radura del


Falò davanti a noi (almeno spero), eppure il sentiero per arrivarci sem-
bra essere sparito!”

La luce si faceva più chiara man mano che procedevano. A un tratto


sbucarono dagli alberi e si trovarono in un ampio spazio circolare. Sopra
c’era il cielo, con loro grande sorpresa azzurro e limpido: sotto la volta
degli alberi non avevano potuto veder sorgere il mattino né la nebbia al-
zarsi. Il sole però non era ancora abbastanza alto per brillare nella radu-
ra, anche se la sua luce sfiorava la cima degli alberi. Le foglie erano più
folte e più verdi attorno ai bordi dello spiazzo, recingendolo con un muro
quasi solido. Non vi crescevano alberi, solo erba e molte piante alte: ci-
cuta esile e sbiadita, prezzemolo selvatico, gambi rossi dai semi provvisti
di ciuffi di peli, e poi un rigoglio di ortiche e cardi. Un posto tetro: ma
dopo la soffocante Foresta sembrava un giardino incantevole e allegro.
Gli hobbit si sentirono incoraggiati e levarono lo sguardo speranzosi
alla luce del giorno che si spandeva nel cielo. All’altro capo della radura,
nella muraglia di alberi si apriva un varco e, più in là, un nitido sentiero.
Lo vedevano inoltrarsi nel bosco, largo in qualche punto e in alto sco-
perto, anche se ogni tanto gli alberi si avvicinavano e facevano ombra
con i rami scuri. Presero quel sentiero. Era sempre leggermente in salita
ma ora procedevano molto più spediti e con animo sollevato: sembrava
che la Foresta avesse mollato la presa e in fin dei conti fosse disposta a
lasciarli passare senza ostacolarli.
Ma dopo un po’ l’aria cominciò a farsi calda e soffocante. Gli alberi
tornarono a premere sui lati e gli hobbit non riuscivano a vedere molto
lontano. Più forte che mai ora sentivano la malevolenza del bosco schiac-
ciarli. Il suo silenzio era tale che gli zoccoli dei cavallini, frusciando sulle
foglie secche e inciampando ogni tanto sulle radici nascoste, risuonavano
come tonfi al loro orecchio. Frodo provò a cantar qualcosa per infondere
coraggio, ma la voce si ridusse a un mormorio.

O! Vagabondi nel paese oscuro


non disperate! Poiché anche se duro,
ogni bosco dovrà pur terminare
e scorgere il sole che alto appare:
il sole al tramonto, il sole all’aurora,
il giorno che nasce, il giorno che muore.
A est o a ovest deve un bosco cedere…

Cedere – già nel dire quest’ultima parola la sua voce si spense nel
silenzio. L’aria sembrava pesante e pronunciare le parole era faticoso.

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La Vecchia Foresta

Proprio dietro di loro un grosso ramo cadde con uno schianto da un


vecchio albero sovrastante il sentiero. Gli alberi sembravano serrarli da
presso.
“Non gli piace mica tutto quel terminare e cedere,” disse Merry. “Io
eviterei di cantare per il momento. Aspetta di arrivare al bordo e poi ci
gireremo e gli lanceremo un coro di sfida!”
Parlava allegramente e, se sentiva una grande apprensione, non lo
diede a vedere. Gli altri non risposero. Erano abbattuti. Un grosso peso
si era piazzato saldamente sul cuore di Frodo, che ora a ogni passo si
rammaricava di aver osato sfidare la minaccia degli alberi. Anzi, stava
giusto per fermarsi e proporre di tornare indietro (se era ancora possi-
bile), quando le cose presero una nuova piega. Il sentiero smise di salire
e per un po’ proseguì quasi in piano. Gli alberi oscuri si ritrassero e gli
hobbit ebbero modo di vedere che il sentiero continuava quasi dritto.
Davanti, ma a una certa distanza, si ergeva una collina erbosa, senza al-
beri, come una testa calva emersa dal bosco tutt’intorno. Il sentiero sem-
brava puntare direttamente lì.

Adesso accelerarono di nuovo il passo, felici all’idea di arrampicar-


si per un po’ sopra il tetto della Foresta. Il sentiero sprofondò e poi ri-
prese a salire, portandoli infine ai piedi dello scosceso pendio. Lì, una
volta emerso dagli alberi, svanì in mezzo all’erba. Il bosco si distribuiva
tutt’intorno alla collina come una folta chioma che s’interrompeva bru-
scamente in un cerchio intorno a una calotta rasata.
Gli hobbit si inerpicarono con i cavallini, girando torno torno fino
ad arrivare in cima. Lì si fermarono e si guardarono attorno. L’aria era
scintillante e illuminata dal sole ma caliginosa; e non riuscivano a veder
molto lontano. Vicino a loro la foschia era pressoché scomparsa; anche
se qua e là era rimasta in depressioni del bosco, e a sud, da un profondo
avvallamento che tagliava dritto la Foresta, la nebbia saliva ancora come
vapore o volute di fumo bianco.
“Quello,” disse Merry, indicando con il dito, “quello è il corso del
Circonvolvolo. Viene giù dai Poggi e scorre verso sud-ovest in mezzo alla
Foresta prima di affluire nel Brandivino sotto Finistrame. Non è certo
quella la nostra direzione! La valle del Circonvolvolo, dicono, è la parte
più strana di tutto il bosco – il centro dal quale s’irradia tutta la stranez-
za, se vogliamo.”
Gli altri guardarono nella direzione indicata da Merry ma riuscivano
a scorgere ben poco a parte le brume sulla vallata umida e profonda; e
più in là la metà meridionale della Foresta si sottraeva alla vista.
Il sole in cima al colle iniziava a scottare. Dovevano essere le undi-
ci; ma la caligine autunnale impediva ancora di vedere molto in altre

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La Compagnia dell’Anello

direzioni. A ovest non riuscivano a distinguere né il profilo della Siepe


né la valle del Brandivino al di là. Verso nord, dove puntarono lo sguardo
più speranzosi, non videro niente che ricordasse la striscia della grande
Strada Est, la loro meta. Erano su un’isola in un mare di alberi e l’oriz-
zonte era velato.
Sul lato sud-orientale il terreno scendeva ripidissimo, come se le fal-
de della collina continuassero in profondità sotto gli alberi, quasi spiagge
di un’isola che in realtà sono le pendici di un monte emerso dagli abissi
marini. Si sedettero sul ciglio erboso e, posando lo sguardo sui boschi ai
loro piedi, consumarono il pasto di mezzogiorno. Quando il sole superò
il meriggio, intravidero lontanissimi a oriente i contorni grigio-verdi dei
Poggi che si estendevano da quel lato oltre la Vecchia Foresta. Questo li
rallegrò non poco: era bello vedere l’esistenza di qualcosa oltre i confini
del bosco, pur non avendo intenzione di andare in quella direzione, se
potevano evitarlo: nel leggendario hobbit i Poggitumuli avevano una re-
putazione sinistra come quella della stessa Foresta.

Alla fine presero la decisione di rimettersi in marcia. Il sentiero che


li aveva condotti alla collina rispuntò sul lato esposto a nord; ma non ci
misero molto ad accorgersi che curvava regolarmente verso destra. Ben
presto cominciò a scendere rapido e si resero conto che puntava proprio
verso la valle del Circonvolvolo: cioè tutto fuorché la direzione che desi-
deravano prendere. Dopo averne discusso, stabilirono di lasciare il sen-
tiero fuorviante e di dirigersi a nord; pur non essendo riusciti a vederla
dall’alto della collina, la Strada doveva trovarsi da quella parte e non
poteva distare più di qualche miglio. Sempre verso nord, e a sinistra del
sentiero, la terra sembrava più secca e più aperta, e risaliva pendii dove
gli alberi erano più radi e i pini e gli abeti sostituivano le querce e i fras-
sini e le altre piante strane e sconosciute del bosco più fitto.
Sulle prime parve una buona scelta: procedettero spediti anche se,
ogni volta che intravedevano un raggio di sole in una radura, sembra-
vano aver inspiegabilmente deviato verso est. Ma dopo un po’ gli alberi
tornarono ad accerchiarli, proprio dove, da lontano, erano parsi più radi
e meno aggrovigliati. Poi inaspettatamente scoprirono profondi avval-
lamenti nel terreno, come solchi di grandi ruote giganti o ampi fossati
e strade sprofondate ormai da tempo in disuso e soffocate dai rovi. Di
solito sbarravano il tragitto e per superarli bisognava calarsi e inerpicarsi
a stento sull’altra sponda, impresa ardua e faticosa per i cavallini. Ogni
volta, scesi in fondo, trovavano l’avvallamento pieno di folti cespugli e
di sottobosco intricato che, chissà perché, non cedevano mai sulla sini-
stra ma li lasciavano passare solo quando prendevano a destra, sicché
dovevano fare un bel tratto sul fondo prima di trovare il modo di risalire

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La Vecchia Foresta

l’altra sponda. E ogni volta che s’inerpicavano, uscendo gli alberi sem-
bravano più alti e più scuri; e siccome era più difficile trovare un varco a
sinistra e verso l’alto, erano costretti a prendere a destra e verso il basso.

Dopo un paio d’ore avevano perso il senso dell’orientamento, anche


se sapevano piuttosto bene di aver da molto smesso di andare verso nord.
Venivano deviati e stavano semplicemente seguendo un itinerario scelto
da altri al posto loro: verso est e verso sud, nel cuore della Foresta anzi-
ché fuori.
Era pomeriggio inoltrato quando arrivarono arrancando in un av-
vallamento più ampio e più profondo dei precedenti. Era così scosceso,
quasi a strapiombo, che si rivelò impossibile risalirlo nell’uno o nell’altro
senso senza abbandonare cavallini e bagagli. Non potevano far altro che
seguire l’avvallamento… verso il basso. Il terreno si fece molle e a tratti
acquitrinoso; sulle scarpate spuntarono polle, e ben presto gli hobbit si
trovarono a seguire un ruscelletto che stillava e gorgogliava in un letto
coperto d’erbacce. Poi il terreno iniziò a calare rapidamente e il ruscel-
lo, sempre più veemente e rumoroso, scorreva a sbalzi quasi a capofitto.
Erano in una profonda forra mal illuminata sotto un arco formato dagli
alberi su in alto.
Dopo aver coperto barcollando un tratto lungo il corso d’acqua,
all’improvviso emersero dal buio. Davanti a loro videro, come attraverso
un cancello, la luce del sole. Giunti all’aperto scoprirono di essersi fatti
strada attraverso un crepaccio in una scarpata assai scoscesa, quasi un
dirupo. Ai suoi piedi si apriva un ampio spazio di erba e canne; e in lon-
tananza s’intravedeva un’altra scarpata quasi altrettanto scoscesa. Sulla
terra nascosta nel mezzo ristava un pomeriggio caldo e sonnacchioso do-
rato dagli ultimi raggi di sole. Al centro serpeggiava indolente uno scuro
fiume di acqua marrone, costeggiato da antichi salici, sovrastato da un
arco di salici, ostruito da salici caduti e macchiettato da migliaia di foglie
di salice sbiadite. L’aria ne era satura e tremolavano gialle dai rami, per-
ché una brezza tiepida e leggera soffiava sommessa nella valle, e le canne
stormivano e i rami di salice cricchiavano.
“Be’, adesso se non altro ho un’idea di dove siamo!”  disse Merry.
“Siamo andati quasi nella direzione opposta a quella prevista. Questo è
il Fiume Circonvolvolo! Io vado in esplorazione.”
Emerse alla luce del sole e sparì in mezzo all’erba alta. Dopo un po’
ricomparve e riferì che il terreno tra i piedi del dirupo e il fiume era ab-
bastanza solido; in qualche punto il manto erboso scendeva quasi a pelo
d’acqua. “Per giunta,” disse, “sembra esserci una specie di sentiero che
serpeggia lungo questa sponda del fiume. Se prendiamo a sinistra e lo se-
guiamo, finiremo per forza per sbucare sul lato est della Foresta.”

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La Compagnia dell’Anello

“Alla buon’ora!” disse Pippin. “Sempre che la pista ci arrivi e non si


limiti a portarci in mezzo a una palude, per poi piantarci in asso. Chi l’ha
tracciata, secondo te, e perché? Sono certo che non l’ha fatto a nostro
beneficio. Sto diventando molto diffidente di questa Foresta e di tutto
quel che c’è, e comincio a credere a tutte le storie che raccontano. E hai
un’idea di quanta strada dovremmo fare verso est?”
“No,” disse Merry, “non ce l’ho. Non so neppure quanto siamo sce-
si lungo il Circonvolvolo, né chi mai potrebbe venire qui così spesso da
tracciare un sentiero. Ma non rie­sco a vedere o a immaginare altra via
d’uscita.”
Non restava che mettersi in fila e uscire dalla forra, e Merry li con-
dusse al sentiero che aveva scoperto. Ovunque le canne e le erbe erano
alte e rigogliose, in qualche punto anche molto più su delle loro teste;
ma il sentiero, una volta trovato, era facile da seguire nelle curve e gira-
volte fatte per procedere sul terreno più solido in mezzo alle pozze e agli
acquitrini. Qua e là passava sopra altri rigagnoli che scorrevano lungo i
calanchi nel Circonvolvolo dalle zone forestali più elevate e in quei punti
c’erano tronchi o fasci di sterpaglia posti con cura di traverso.

Gli hobbit cominciavano ad avere molto caldo. Eserciti d’inset-


ti d’ogni sorta ronzavano nelle orecchie e il sole pomeridiano brucia-
va la schiena. Alla fine sbucarono improvvisamente in una zona appena
in ombra; grossi rami grigi formavano un arco sul sentiero. Ogni passo
avanti risultava più restio del precedente. La sonnolenza sembrava spri-
gionar dal suolo, risalire lungo le gambe e calare lievemente dall’aria sul-
la testa e sugli occhi.
Frodo sentiva il mento piegarsi e la testa ciondolare. Proprio davan-
ti a lui Pippin cadde in ginocchio. Frodo si fermò. “È inutile,” sentì
dire a Merry. “Non possiamo fare un altro passo senza prima riposare.
Dobbiamo schiacciare un pisolino. Sotto i salici è fresco. Ci sono meno
mosche!”
Quelle parole non piacquero a Frodo. “Andiamo!” gridò. “Non pos-
siamo schiacciare un pisolino, non ancora. Dobbiamo prima uscire dalla
Foresta.” Ma gli altri erano troppo storditi per dargli retta. Dietro di loro
Sam sbadigliava e sbatteva le palpebre come istupidito.
All’improvviso anche Frodo si sentì vincere dal torpore. Gli girava la
testa. Nell’aria non sembrava più esserci un rumore. Le mosche avevano
smesso di ronzare. Soltanto un suono tenue a stento percettibile, il lieve
tremolio di un canto appena sussurrato, sembrava muoversi su in alto tra
i rami. Sollevò gli occhi pesanti e vide chino su di lui un enorme salice,
vecchio e canuto. Si stagliava gigantesco, i rami sparpagliati come brac-
cia protese con molte mani dalle lunghe dita, il tronco nodoso e contorto

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La Vecchia Foresta

che si apriva in larghe crepe crepitanti fiocamente al moto della ramaglia.


Le foglie tremule contro il cielo luminoso lo abbagliarono e cadde in ter-
ra, restando disteso sull’erba.
Merry e Pippin si trascinarono avanti e si sdraiarono con la schiena
contro il tronco del salice. Dietro di loro le grandi crepe si spalancavano
per riceverli mentre l’albero oscillava e scricchiolava. Alzarono lo sguardo
verso le foglie gialle e grigie che si muovevano lievemente in controluce
e cantavano. Chiusero gli occhi e credettero quasi di udire parole, parole
fresche, che parlavano d’acqua e di sonno. Si abbandonarono all’incan-
tesimo e caddero in un sonno profondo ai piedi del grande salice grigio.
Frodo rimase per un po’ a lottare contro il sonno che lo stava sopraf-
facendo; poi, con uno sforzo, si rimise in piedi. Sentiva un desiderio ir-
refrenabile d’acqua fresca. “Aspettami, Sam,” balbettò. “Devo bagnare
un attimo i piedi.”
Come in sogno vagò verso il lato dell’albero che dava sul fiume, dove
grosse radici attorcigliate spuntavano per buttarsi nella corrente, come
ritorti dragoncelli che si tendessero per bere. Si sedette a cavalcioni su
una radice con i piedi bollenti nella fresca acqua marrone; e lì anche lui
si addormentò con la schiena contro l’albero.

Sam si sedette e si grattò la testa, facendo uno sbadiglio grande


come una caverna. Era preoccupato. Il pomeriggio volgeva al termine
e quell’improvvisa sonnolenza gli sembrava innaturale. “Il sole e l’aria
calda non bastano a spiegarlo,” mormorò fra sé. “Questo grosso albero
non mi piace. Non mi fido. Ma lo senti? Ora si è messo a cantar di son-
no! Così non va mica!”
Si tirò su e si avviò barcollando a vedere che ne era dei cavallini.
Scoprì che due si erano allontanati per un bel tratto lungo il sentiero; e li
aveva appena presi e riportati insieme agli altri, quando sentì due rumo-
ri; uno forte, l’altro sommesso ma molto chiaro. Uno era il tonfo di una
cosa pesante piombata in acqua; l’altro era come il leggero clic di una
serratura che piano piano si richiude saldamente.
Tornò di corsa sulla riva. Frodo era in acqua, vicino alla sponda, e
una grande radice sembrava stargli sopra e tenerlo giù, ma lui non oppo-
neva resistenza. Sam lo agguantò per la giubba e lo tirò fuori da sotto la
radice; e poi con difficoltà lo issò a riva. Frodo si svegliò quasi all’istante,
tossì e sputacchiò.
“Sai una cosa, Sam,” disse alla fine, “quell’albero schifoso mi ha sca-
raventato in acqua! Me ne sono accorto. Con una semplice torsione la
grossa radice mi ha spinto dentro!”
“Forse sognavate, signor Frodo,” disse Sam. “Non dovreste sedervi
in un posto simile quando avete sonno.”

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La Compagnia dell’Anello

“E gli altri?” domandò Frodo. “Chissà che razza di sogni staranno


facendo.”
Aggirarono l’albero e allora Sam capì da dove veniva il clic che aveva
sentito. Pippin era scomparso. La crepa accanto alla quale si era appog-
giato si era richiusa e non si scorgeva neanche uno spiraglio. Merry era
intrappolato: un’altra crepa gli si era chiusa intorno alla vita; le gambe
erano rimaste fuori ma il resto del corpo era dentro un’oscura cavità, i
cui bordi lo abbrancavano come tenaglie.
Frodo e Sam iniziarono a picchiare sul tronco dove prima Pippin era
appoggiato. Poi si adoperarono convulsamente per aprire le ganasce del-
la crepa che teneva serrato il povero Merry. Fu tutto inutile.
“Che infamità doveva capitarci!” gridò Frodo furibondo. “Perché
siamo venuti in quest’orribile Foresta? Come vorrei che fossimo tutti
a Criconca!” Prese a calci l’albero con tutte le sue forze, incurante del
piede. Un fremito quasi impercettibile corse lungo il fusto fino ai rami;
le foglie stormirono e frusciarono, ma adesso il suono era quello di una
risatina fievole e lontana.
“Non è che abbiamo un’ascia nel bagaglio, signor Fro­do?” domandò
Sam.
“Ho portato una piccola accetta per la legna da ardere,” disse Frodo.
“Non ci servirebbe a molto.”
“Un momento!” gridò Sam: la legna da ardere gli aveva suggerito
un’idea. “Forse col fuoco riusciremo a ottenere qualcosa!”
“Forse,” disse Frodo poco convinto. “Forse riusciremo ad arrostire
vivo Pippin all’interno del tronco.”
“Potremmo provare a ferire o a spaventare quest’albero, tanto per
cominciare,” disse Sam in tono feroce. “Se non li lascia andare, lo abbat-
to, a costo di rosicchiarlo.” Corse ai cavallini e in breve tornò con due
cassette per l’esca e un’accetta.
Raccolsero in fretta e furia erba e foglie secche, e pezzi di corteccia;
fecero una pila di ramoscelli spezzati e sterpi tagliati. Li ammucchiarono
contro il tronco dal lato opposto dei prigionieri. Non appena Sam fece
scaturire una scintilla nell’esca, l’erba secca prese fuoco e si levò una
vampata di fiamme e fumo. I ramoscelli crepitavano. Piccole lingue di
fuoco lambivano la scorza secca e sfregiata dell’antico albero strinando-
lo. Un fremito corse lungo tutto il salice. Le foglie sembravano fischiare
per il dolore e la rabbia. Si sentì l’urlo sonoro di Merry e dalle profondità
dell’albero giunse un grido soffocato di Pippin.
“Spegnetelo! Spegnetelo!” strillava Merry. “Sennò mi stritola. L’ha
detto lui!”
“Chi? Cosa?” si sgolava Frodo, precipitandosi dall’altro lato
dell’albero.

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La Vecchia Foresta

“Spegnetelo! Spegnetelo!” implorava Merry. I rami del salice inizia-


rono a oscillare con violenza. Seguì un rumore, come di vento che si le-
vava e si propagava ai rami di tutti gli altri alberi d’intorno, quasi aves-
sero gettato una pietra nel pacifico torpore della valle fiumana e messo
in moto onde di rabbia che si ripercuotevano per tutta la Foresta. Sam
prese a calci il fuocherello e calpestò le faville. Frodo invece, senza sape-
re bene perché lo facesse né che cosa si aspettasse, corse lungo il sentiero
gridando aiuto! aiuto! aiuto! Gli sembrava di sentire a malapena il suono
della propria voce stridula: il vento del salice la soffiava via e la soffocava
in uno strepitio di foglie non appena le parole gli uscivano di bocca. Era
disperato: stupido e smarrito.
Di colpo smise. Ci fu una risposta, o così gli parve; ma sembrava
giungere da dietro di lui, lontano lungo il sentiero e dall’interno della
Foresta. Si girò ad ascoltare e ben presto non ebbe più dubbi: qualcuno
cantava una canzone; una voce profonda e felice cantava allegra e spen-
sierata, ma cantava cose senza senso:

Ehi dol! bel bel dol! Marca un dirondillo!


Marca un dir! salta un dor! salice bel billo!
Tom Bom, bello Tom, Tom Bombadillo!

Tra la speranza e il timore di un nuovo pericolo, Frodo e Sam ora ri-


masero immobili. All’improvviso, dopo una sfilza di parole senza senso
(o presunte tali) la voce si levò forte e chiara e intonò questa canzone:

Ehi! dol bel! dirondel! Cara mia ritorno!


Banderuol, va leggera e va il piumato storno.
Laggiù in basso sotto il Col, al luccichio solare,
In attesa sulla soglia del freddo stellare,
Figlia della donna del Fiume, sta la mia signora,
Bacchetta esil di salice e più dell’acqua chiara.
Tom Bombadil adesso le ninfee balzelloni
A casa porterà. Non senti la canzone?
Ehi! dol bel! dirondel! come bello balla
Baccador, Baccador, bella bacca gialla!
Vecchio Uomo Salice, le radiche hai nascosto!
Tom va di prescia. Il dì fa a sera posto.
Tom con le sue ninfee va a casa balzelloni.
Ehi! Dirondel! Non senti la canzone?

Frodo e Sam ascoltavano incantati. Il vento si placò. Le foglie


spenzolavano di nuovo silenti sui rigidi rami. Seguì un altro brano di

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La Compagnia dell’Anello

canzone e poi, ballando e ballonzolando lungo il sentiero, ecco spun-


tare sopra le canne un vecchio cappello malconcio con un alto cocuz-
zolo e una lunga penna azzurra infilata nella fascia. Con un balzo e
un rimbalzo fece la sua comparsa un uomo, o qualcosa del genere. In
ogni caso era troppo grande e robusto per essere uno hobbit, se non
abbastanza alto per uno della Grossa Gente, pur facendo altrettanto
rumore, e incedeva coi suoi stivaloni gialli sulle gambe massicce, an-
dando alla carica in mezzo all’erba e ai giunchi come una vacca che
s’affretta all’abbeveratoio. Aveva una giubba azzurra e una lunga bar-
ba castana; gli occhi erano azzurri e luminosi, e il viso rosso come una
mela matura, ma solcato da cento rughe ridanciane. In mano portava,
come fosse un vassoio, una grande foglia con un mucchietto di can-
dide ninfee.
“Aiuto!” gridarono Frodo e Sam correndogli incontro a mani tese.
“Calma! Calma! Andiamoci piano!” gridò il vecchio alzando una
mano, e loro si bloccarono di colpo, come paralizzati. “E allora, miei
piccoli compari, dov’è che andate sbuffando come mantici? Che cosa
succede? Sapete chi sono? Sono Tom Bombadil. Ditemi qual è il proble-
ma! Tom va un po’ di prescia. Non mi schiacciate le ninfee!”
“I miei amici sono intrappolati nel salice,” gridò Frodo trafelato.
“Mastro Merry è stritolato in una crepa!” gridò Sam.
“Cosa?” urlò Tom Bombadil con un gran balzo in aria. “Il Vecchio
Uomo Salice? Tutto qui, eh? Si rimedia in un batter d’occhio. Conosco
il motivo che fa per lui. Quel Vecchio Uomo Salice grigio! Gli congelo
il midollo se non si comporta come si deve. Gli strappo le radici a furia
di cantare. Ti alzo un vento che gli soffia via le foglie e i rami. Vecchio
Uomo Salice!”
Posò con cura le ninfee sull’erba e corse all’albero. Lì vide i piedi
di Merry che ancora spuntavano: il resto era già stato inghiottito. Tom
mise la bocca sulla crepa e attaccò a cantarci dentro a bassa voce. Gli
hobbit non riuscivano a capire le parole ma evidentemente Merry si sve-
gliò. Le gambe cominciarono a scalciare. Tom schizzò via e spezzato un
ramo pendente cominciò a percuotere il fianco del salice. “Lasciali usci-
re, Vecchio Uomo Salice!” disse. “Che ti è saltato in testa? Non dovresti
essere sveglio. Mangia la terra! Scava in profondità! Bevi acqua! Dormi!
Te lo ordina Bombadil!” Poi afferrò i piedi di Merry e lo tirò fuori della
crepa, che di colpo si allargò.
Con uno scrocchio lacerante l’altra crepa si squarciò e Pippin schizzò
fuori come se gli avessero mollato un calcio. Poi con un sonoro schiocco
le due crepe si richiusero saldamente. Un brivido corse la pianta dalle
radici alla cima, e calò un silenzio totale.
“Grazie!” dissero gli hobbit, uno dopo l’altro.

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La Vecchia Foresta

Tom Bombadil scoppiò a ridere. “Be’, miei piccoli compari!” disse


chinandosi per scrutarli bene in faccia. “Verrete a casa mia! La tavola
è imbandita con crema gialla, miele, pane bianco e burro. Baccadoro ci
aspetta. Avremo tempo per le domande intorno al desco della cena. Se-
guitemi più in fretta che potete!” Dopo di che raccolse le ninfee e con
un cenno della mano s’avviò ballando e ballonzolando lungo il sentiero
verso est, e sempre cantando a squarciagola parole senza senso.
Troppo sorpresi e troppo sollevati per parlare, gli hobbit lo segui-
rono il più velocemente possibile. Ma non abbastanza. Ben presto Tom
sparì davanti a loro e il rumore del suo canto si fece sempre più fievole
e lontano. All’improvviso la sua voce tornò indietro con un gran grido
d’incitamento.

Svelti, cari amici miei, su pel Circonvolvolo!


Tom vi precede e le candele spolvera.
Tramonta il Sole già e già voi brancolate.
Col buio ci sarà la porta spalancata,
La luce brillerà fuori dai davanzali.
Non temete neri ontani o bianchi salici!
Né rami né radici! Tom vi ha preceduto.
Ehi voi! bel dol! Siam qui per darvi il benvenuto!

Dopo di che gli Hobbit non udirono più nulla. Quasi in un batter
d’occhio il sole parve affondare in mezzo agli alberi alle loro spalle. Pen-
sarono ai raggi obliqui della sera luccicanti sul Fiume Brandivino e alle
finestre di Borgodaino che iniziavano a baluginare con centinaia di luci.
Grandi ombre calavano su di loro; tronchi e rami incombevano minac-
ciosi sul sentiero. Bianche brume principiarono a levarsi in volute sulla
superficie del fiume e a spargersi intorno alle radici degli alberi lungo le
sponde. Montava dal terreno un vapore umbratile per mescolarsi al cre-
puscolo che rapido calava.
Diventava difficile seguire il sentiero ed erano molto stanchi. Le gam-
be sembravano di piombo. Strani rumori furtivi correvano tra i cespugli
e le canne ai lati; e se rivolgevano lo sguardo verso il pallido cielo intra-
vedevano strane facce grinzose e bitorzolute profilarsi minacciose con-
tro l’imbrunire e guatarli biecamente dall’alto della scarpata e dal limitar
del bosco. Avevano l’impressione che tutta quella regione fosse irreale,
un po’ come brancolare attraverso un sogno sinistro che non concedeva
risveglio.
Proprio quando sentirono che i piedi non avrebbero compiuto un
altro passo, si accorsero che il terreno saliva dolcemente. L’acqua co-
minciò a mormorare. Nell’oscurità intravidero il bianco scintillio della

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La Compagnia dell’Anello

schiuma dove il fiume ricadeva in una cascatella. Poi all’improvviso gli


alberi finirono e gli hobbit si lasciarono le brume alle spalle. Uscirono
dalla Foresta e trovarono un’ampia distesa d’erba che emergeva innan-
zi a loro. Il fiume, ora piccolo e veloce, saltellava allegramente incontro
agli hobbit, luccicando qua e là alla luce delle stelle che già brillavano in
cielo.
L’erba sotto i piedi era soffice e bassa, come se fosse falciata o rasa-
ta. Il limitar della Foresta alle loro spalle era tosato e cimato come una
siepe. Ora il sentiero proseguiva in piano, curato e fiancheggiato da pie-
tre. Saliva serpeggiando in cima a un poggio erboso, ora grigio sotto la
pallida notte stellata; e lì, ancora più in alto su un altro pendio, scorsero
le luci sfavillanti di una casa. Il sentiero riprese a scendere e poi a risa-
lire su per una lunga e liscia costa erbosa incontro alla luce. Un ampio
fascio giallo luminoso fuoriuscì vivido da una porta che si era aperta
all’improvviso. Avevano davanti la casa di Tom Bombadil, su, giù, sotto
il colle. Dietro, una falda scoscesa del terreno si stendeva grigia e brulla
e poi, più in là, le sagome scure dei Poggitumuli si ritiravano nella notte
orientale.
Allungarono tutti il passo, hobbit e cavallini. Già metà della stanchez-
za e tutti i timori li avevano abbandonati. Ehi! Dai bel dol! corse incontro
la canzone ad accoglierli.

Ehi! Dai bel dol! Balzellon balzellini!


Ci piace bisbocciar! Hobbit! Cavallini!
Dai, divertiamoci! Cantiamo tutti assieme!

Poi un’altra voce chiara, giovane e antica come la Prima­vera, come la


canzone di un’acqua felice che fluisce nella notte da un luminoso mattino
sulle colline, come una cascata d’argento venne a incontrarli:

Dai, attacca la canzon! Cantiamo tutti assieme


Di sole, stelle, luna, e pioggia, nubi e brume,
Luce sul boccio, guazza sulle piume,
Vento sul colle, campanule sul brugo,
Ninfee nell’acqua, canne sopra il lago:
Tom Bombadil e la figlia del Fiume!

E con quella canzone gli hobbit si fermarono sulla soglia e una luce
dorata li avvolse.

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Capitolo VII

Nella casa di Tom Bombadil

I quattro hobbit varcarono la vasta soglia di pietra e si bloccarono,


abbagliati. Si trovavano in una stanza lunga e bassa, illuminata a giorno
da lampade appese alle travi del soffitto; e sul lucido tavolo di legno scu-
ro innumeri candele rifulgevano alte e gialle.
Su una sedia, all’altro capo della stanza di fronte al portone, c’era una
donna. La lunga chioma bionda ricadeva a onde sulle spalle; la veste ave-
va verde, verde come le canne giovani, fiammata d’argento come perle
di rugiada; la cintura era d’oro, a foggia di catena di giaggioli incastonata
di ceruli occhi di non ti scordar di me. Ai piedi in grandi vasi di terraglia
galleggiavano candide ninfee, talché sembrava intronizzata al centro di
uno stagno.
“Entrate, ospiti cari!” disse e, non appena parlò, gli hobbit capirono
che la voce limpida che avevano sentito cantare era la sua. Accennarono
qualche timido passo nella stanza e cominciarono a inchinarsi profon-
damente, sentendosi stranamente sorpresi e imbarazzati, come chi bussi
alla porta di una casetta per chiedere un bicchier d’acqua e trovi ad acco-
glierlo una giovane e bella regina elfica vestita di fiori vivi. Ma prima che
potessero aprir bocca, lei si levò leggera sulle vaschette di ninfee e corse
loro incontro ridendo; e mentre correva la veste frascheggiò sommessa
come il vento sulle sponde fiorite di un fiume.
“Venite cari amici!” disse, prendendo Frodo per ma­no. “Ridete e sia-
te allegri! Io sono Baccadoro, figlia del Fiume.” Poi leggera li sfiorò e,
chiusa la porta, ci appoggiò la schiena e le bianche braccia aperte. “Chiu-
diamo fuori la notte!” disse. “Forse paventate ancora la nebbia, le ombre
arboree, le acque profonde e le creature allo stato brado. Non dovete te-
mer nulla! Stanotte siete sotto il tetto di Tom Bombadil.”
Gli hobbit la guardavano estasiati; lei li guardò uno per uno sorriden-
te. “Graziosa dama Baccadoro!” disse finalmente Frodo, l’animo com-
mosso da una gioia inspiegabile. Era ammaliato come già altre volte dal-
le belle voci elfiche; ma l’incantesimo che lo stregava era diverso: meno

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La Compagnia dell’Anello

intenso e nobile il piacere, più profondo però e vicino all’animo mortale;


meraviglioso e tuttavia non strano. “Graziosa dama Baccadoro!” ripeté.
“Ora si spiega la gioia nascosta nelle canzoni che udivamo.

O bacchetta esil di salice! O più limpida dell’acqua!


O canna sullo stagno! Bella figlia del Fiume!
O primavera e estate, e ancora primavera!
O vento alla cascata e risa delle foglie!”

Di colpo s’interruppe e balbettò, sopraffatto dallo stupore di sentirsi


dire certe cose. Ma Baccadoro rise.
“Benvenuto!” disse. “Non sapevo che la gente della Contea avesse
una lingua così dolce. Ma vedo che sei Amico degli Elfi; lo dicono la luce
negli occhi e il suono della voce. Quale lieto incontro! Ora sedete, in at-
tesa del Padrone di casa! Non tarderà. Sta accudendo alle vostre bestie
stanche.”
Gli hobbit si sedettero contenti su basse seggiole di giunco mentre
Baccadoro si occupava della tavola; e la seguivano con gli occhi: la grazia
sciolta dei suoi movimenti li riempiva di un piacere pacato. Dal retro del-
la casa giungeva il suono di un canto. Ogni tanto coglievano, tra i tanti
bel dol e dol bel e marca un dirondillo, il ritornello:

Tom Bombadil è un tipo allegrotto;


Stivali gialli ha e azzurro è il suo giubbotto.

“Graziosa dama!” disse Frodo dopo un po’. “Potresti dirmi, se la do-


manda non ti sembra sciocca, chi è Tom Bombadil?”
“Lui è,” disse Baccadoro, interrompendo i movimenti rapidi con un
sorriso.
Frodo la guardò con aria interrogativa. “Lui è, come lo avete visto,”
disse in risposta al suo sguardo. “È il Signore del bosco, dell’acqua e del-
la collina.”
“Allora tutta questa terra gli appartiene?”
“Macché!” rispose lei, e il sorriso si spense. “Quello sì che sareb-
be un peso,” soggiunse a bassa voce, come tra sé. “Gli alberi, le erbe e
ogni cosa che cresce o vive sulla terra appartiene solo a se stessa. Tom
Bombadil è il Signore. Nessuno ha mai sorpreso il vecchio Tom mentre
camminava nella foresta o guadava l’acqua o zompettava sulla cima delle
colline col buio o con la luce. Lui non ha paura. Tom è signore.”
Una porta si aprì ed ecco entrare Tom Bombadil. Non aveva più il
cappello e le foglie autunnali coronavano i folti capelli castani. Rise e av-
vicinatosi a Baccadoro le prese la mano.

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Nella casa di Tom Bombadil

“Ecco la mia leggiadra dama!” disse, facendo un inchi­no agli hobbit.


“Ecco la mia Baccadoro tutta vestita di verde argento e cinta di fiori! È
apparecchiata la tavola? Vedo crema gialla e miele, pane bianco e burro;
latte, formaggio, verdure e bacche mature. Per voi può bastare? È pron-
ta la cena?”
“La cena è pronta,” disse Baccadoro; “ma forse non lo sono gli ospiti.”
Tom batté le mani ed esclamò: “Tom, Tom! I tuoi ospiti saranno stan-
chi e tu quasi te ne dimenticavi! Venite, miei allegri amici, e Tom vi farà
dare una rinfrescata! Pulirete le mani sporche e laverete il viso stanco;
toglierete il mantello inzaccherato e districherete i capelli!”
Aprì la porta e gli hobbit lo seguirono lungo un breve corridoio che
curvava bruscamente. Arrivarono in una stanza dal soffitto basso e in-
clinato (una specie di rimessa costruita sul lato nord della casa). Aveva
le pareti di pietra regolare ma coperte quasi per intero da stuoie gialle
appese e tende gialle. Il pavimento era lastricato e cosparso di freschi
giunchi verdi. Quattro spessi materassi con le coperte bianche erano in
terra uno accanto all’altro. Alla parete opposta c’era una lunga panca
piena di grandi bacinelle di terraglia e, dietro, brocche marroni colme
d’acqua, fredda e bollente. Soffici pianelle verdi erano piazzate accanto
a ogni letto.

Non molto tempo dopo, lavati e rinfrescati, gli hobbit erano seduti a
tavola, due per parte, mentre ai due capi stavano Baccadoro e il Signore.
Fu un pasto lungo e allegro. E anche se gli hobbit mangiarono come sol-
tanto uno hobbit affamato sa mangiare, non ci fu certo scarsità di cibo.
La bevanda nelle ciotole sembrava acqua fresca e limpida, eppure andava
dritta al cuore come vino e liberava la voce. A un tratto gli ospiti si re-
sero conto di cantare allegramente, quasi fosse più facile e più naturale
che parlare.
Alla fine Tom e Baccadoro si alzarono e sparecchiarono rapidamente.
Gli ospiti vennero invitati a mettersi a loro agio e li fecero accomoda-
re su poltrone corredate di sgabelli per i piedi stanchi. Davanti aveva-
no il grande focolare che bruciava con un soave odore, come di legno
di melo. Una volta sistemato il resto, spensero tutte le luci della stanza,
tranne una lampada e un paio di candele ai lati della caminiera. Poi ven-
ne Baccadoro con una candela e augurò a ciascuno di loro la buonanotte
e un sonno profondo.
“Riposate tranquilli,” disse, “fino al mattino! Niente pau­ra dei rumo-
ri notturni! Qui nulla oltrepassa la porta e la finestra se non la luce della
luna e delle stelle e il vento dalla cima della collina. Buonanotte!” Uscì
con un fruscio e un bagliore dalla stanza. Il rumore dei passi era come un
ruscello che dolcemente scende sulle pietre fresche nel cuore della notte.

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La Compagnia dell’Anello

Tom rimase seduto per un po’ in silenzio accanto a loro, mentre cer-
cavano tutti il coraggio per una delle innumeri domande che avrebbero
desiderato fare durante la cena. Il sonno pesava sulle palpebre. Alla fine
Frodo parlò:
“Mi avevi sentito chiamare, Signore, o è stato solo il caso a portarti lì
in quel momento?”
Tom si agitò come se l’avessero strappato a un piacevole sogno. “Eh,
cosa?” disse. “Se ti avevo sentito chiamare? No, non ho sentito niente: ero
intento a cantare. È stato il caso a portarmi lì, se vuoi chiamarlo caso. Non
avevo in mente piani, anche se ti stavo aspettando. Avevamo avuto tue
notizie e sapevamo che eri in viaggio. Era scontato che entro breve tem-
po saresti arrivato all’acqua: tutti i sentieri portano lì, a Circonvolvolo. Il
Vecchio Uomo Salice Grigio è un formidabile cantore; ed è difficile per la
piccola gente sfuggire ai suoi scaltri intrichi. Ma Tom aveva una missione
che lui non osava intralciare.” Tom ciondolò la testa come se il sonno lo
riprendesse; ma proseguì canticchiando con voce sommessa:

Avevo una missione: raccogliere ninfee,


verdi foglie e gigli bianchi per la mia signora,
da conservare al riparo dell’inverno
per vederli fiorire ai suoi piedi sino al disgelo.
Ogni anno a fine estate vo a cercarglieli
in uno stagno limpido e profondo a Circonvolvolo;
i primi lì a sbocciare durano più a lungo.
È lì che un dì trovai la Figlia del Fiume,
la bella Baccadoro in mezzo ai giunchi.
Soave il suo canto allora e più il suo cuore!

Aprì gli occhi e guardò gli hobbit con un improvviso lampo azzurro.

Buon per voi, ché oramai io non farò


più ritorno laggiù lungo l’acqua della foresta,
non mentre l’anno muore. Né passerò davanti
alla casa del Vecchio Uomo Salice prima di primavera,
primavera allegra quando la Figlia del Fiume danza
lungo il sentiero sinuoso per immergersi nell’acqua.

Tacque di nuovo; ma Frodo non seppe trattenere un’altra domanda:


quella che più desiderava ricevesse una risposta. “Parlaci, Signore,” dis-
se, “dell’Uomo Salice. Che cos’è? Non ne avevo mai sentito parlare.”
“No, non farlo!” dissero in coro Merry e Pippin, sollevandosi a sede-
re. “Non ora! Aspetta domattina!”

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Nella casa di Tom Bombadil

“Giusto!” disse il vecchio. “Adesso è ora di riposare. È male sentire


certe cose quando il mondo è in ombra. Dormite fino alle luci del matti-
no, riposate sul guanciale! Non temete i rumori notturni! Niente paura
di salici grigi!” E così dicendo prese la lampada e la spense con un sof-
fio e poi, afferrata una candela per mano, li condusse fuori della stanza.
I materassi e i cuscini erano morbidi come lanugine e le coperte di
lana bianca. Non fecero in tempo a stendersi sugli spessi letti e a mettersi
sotto le coltri leggere che si addormentarono.

A notte fonda Frodo era immerso in un sogno senza luce. Poi vide
sorgere la luna nuova; sotto la fioca luce si stagliava innanzi a lui una nera
parete rocciosa dove, come un grande cancello, si apriva un arco scuro. A
Frodo parve d’esser sollevato e dall’alto vide che la parete rocciosa era un
cerchio di colline, all’interno c’era una spianata e al centro della spianata
s’innalzava una grande torre che mano umana non aveva eretto. In cima
spiccava la figura di un uomo. La luna che sorgeva sembrò indugiargli
un attimo sul capo e luccicare fra i capelli bianchi mossi dal vento. Dalla
scura spianata sottostante giungevano i lamenti di felle voci e l’ululato
di molti lupi. All’improvviso un’ombra, come la sagoma di grandi ali,
oscurò la luna. La figura alzò le braccia e una luce balenò dal bastone
che brandiva. Un’aquila possente calò e lo portò via. Gemettero le voci
e i lupi uggiolarono. Seguì un fragore come di forte vento che portava
il rumore di zoccoli in arrivo al galoppo, al gran galoppo da Oriente.
“I Cavalieri Neri!” pensò Frodo svegliandosi col rumore degli zoccoli
che rimbombava ancora nella testa. Si domandò se avrebbe mai avuto il
coraggio di lasciare il riparo di quelle pareti di pietra. Restò immobile,
sempre in ascolto; ma ora tutto taceva e alla fine si girò e si riaddormentò
o intraprese un altro sogno poi scordato.
Accanto a lui Pippin sognava beato; ma nei sogni avven­ne un cambia-
mento e si girò nel letto mugugnando. A un tratto si svegliò o credette
d’essersi svegliato, eppure udiva ancora nell’oscurità il rumore che ave-
va turbato il sogno: tip-tap, squik: il rumore era quello di rami agitati dal
vento, di fuscelli che grattavano contro la parete e la finestra: cric, cric,
cric. Si domandò se non c’erano salici nei pressi della casa; e poi a un
tratto ebbe la spaventosa sensazione di non trovarsi in una casa normale
bensì all’interno del salice e di udire quell’orrenda voce fredda e stridula
che continuava a ridere di lui. Si sollevò a sedere, sentì i morbidi cusci-
ni cedere sotto le mani e, tranquillizzato, tornò a stendersi. Gli parve di
udire l’eco delle parole: “Niente paura! Riposate fino al mattino! Non
temete i rumori notturni!” E si riaddormentò.
Era il rumorio dell’acqua quello che Merry sentiva nel suo sonno
tranquillo: acqua che scorreva dolcemente per poi spandersi, spandersi

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La Compagnia dell’Anello

irresistibilmente tutt’intorno alla casa in uno stagno scuro e sconfina-


to. Gorgogliava sotto i muri e saliva lenta ma tenace. “Morirò annega-
to!” pensò. “Troverà il modo di penetrare e allora annegherò.” Aveva
l’impressione di essere disteso in un acquitrino molle e viscido e, bal-
zato su, mise il piede sull’angolo di una lastra di pietra fredda e dura.
Allora ricordò dove si trovava e tornò a stendersi. Gli sembrava di udire
o ricordava di aver udito: “Nulla oltrepassa la porta e la finestra se non
la luce della luna e delle stelle e il vento dalla cima della collina.” Un
dolce alito d’aria smosse la tenda. Merry fece un respiro profondo e si
riaddormentò.
Sam ricordò solo di aver fatto una notte di sonno profondo e appa-
gante, se un ciocco può provare appagamento.

Si svegliarono, tutti e quattro insieme, con la luce del mattino. Tom


gironzolava per la stanza fischiettando come uno storno. Quando li sentì
stiracchiarsi, batté le mani gridando: “Ehi! Dol bel! dirondel! Cari i miei
allegroni!” Aprì le tende gialle e gli hobbit si accorsero che coprivano le
finestre alle due estremità della stanza, una rivolta a est e l’altra rivolta
a ovest.
Saltarono su riposati. Frodo corse alla finestra orienta­le e si trovò a
guardare un orticello grigio di rugiada. Si aspettava quasi di vedere il
prato che arrivava fino alla parete, un prato tutto bucherellato dagli zoc-
coli. Di fatto, un alto filare di fagioli sui sostegni gli ostruiva la visuale;
ma al di sopra e in lontananza la grigia sommità della collina si stagliava
contro il sorgere del sole. Era una mattina pallida: a est, dietro lunghe
nuvole come filacci di sudicia lana tinta di rosso ai bordi, baluginavano
gialli fondali. Il cielo annunciava pioggia imminente; ma la luce si diffon-
deva rapida e i fiori rossi dei fagioli cominciavano ad accendersi contro
le verdi foglie umide.
Pippin si affacciò alla finestra occidentale in una pozza di foschia. La
Foresta era nascosta sotto la nebbia. Era come guardare dall’alto un tetto
di nuvole spiovente. C’era un avvallamento o un canale dove la nebbia
si frangeva in pennacchi e volute: la valle del Circonvolvolo. La corren-
te scendeva giù per la collina sulla sinistra per scomparire nelle bianche
ombre. Non lontano dalla finestra c’erano un giardino e una siepe rifila-
ta protetta da una rete argentea e più in là erba verde tosata resa pallida
dalle gocce di rugiada. Niente salici in vista.
“Buongiorno, allegri amici!” gridò Tom, spalancando la finestra
orientale. Entrò l’aria fresca; odorava di pioggia. “Mi sa che il sole oggi
non si farà vedere. Ho camminato a lungo fin dai primi grigi albori, sal-
tellando in cima alle colline, annusando gli elementi, l’erba umida sotto
i piedi, umido il cielo sopra la testa. Ho svegliato Baccadoro cantando

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FELLOWSHIP re set 11/6/02 11:12 am Page 129
Nella casa di Tom Bombadil

sotto la finestra; ma niente sveglia gli hobbit la mattina presto. Di notte la


piccola gente si sveglia al buio e si addormenta con le prime luci! Marca
un dirondillo! Ora svegliatevi, miei allegri amici! Dimenticate i rumori
notturni! Marca un dindo dirondel! Dirondel, miei allegroni! Se fate
presto troverete la colazione sulla tavola. Se fate tardi, erba e pioggia!”
Inutile dirlo – non che la minaccia di Tom sembrasse molto seria –
gli hobbit fecero presto e si alzarono tardi da tavola e solo quando co-
minciava a sembrare quasi vuota. Né Tom né Baccadoro erano presenti.
Tom lo sentivano aggirarsi per la casa, acciottolare in cucina, andare su e
giù per le scale e cantare qua e là all’esterno. La stanza si affacciava a oc-
cidente sulla valle ammantata di nebbia e la finestra era aperta. L’acqua
gocciolava dalle gronde del tetto di paglia. Prima ancora di finir la co-
lazione, le nuvole si erano addensate in una cappa compatta e una fitta
pioggia grigia cadeva soffusa e regolare. Dietro il suo spesso velario la
Foresta si celava alla vista.
Mentre guardavano fuori della finestra sentirono la limpida voce di
Baccadoro che cantava giungere dall’alto, come se cadesse dolcemente
giù dal cielo con la pioggia. Coglievano poche parole ma sembrava chia-
ro che era una canzone della pioggia, soave come gli scrosci sulle colline
riarse, e raccontava la storia di un fiume dalla sorgente sugli altipiani fino
al lontano Mare sottostante. Gli hobbit ascoltavano estasiati; e Frodo in
cuor suo era grato e benediceva il tempo che gli faceva la cortesia di ritar-
dare la partenza. L’idea di andar via lo aveva angustiato fin dal momento
del risveglio; ma ora si rendeva conto che per quel giorno non avrebbero
proseguito.

Il vento d’alta quota veniva da occidente e nuvole più cariche e più


pregne si accumularono per rovesciar la pioggia torrenziale sulle brulle
cime dei Poggi. Intorno alla casa non si vedeva altro che acqua a catinel-
le. Frodo, vicino alla porta aperta, osservava il bianco sentiero gessoso
trasformarsi in un fiumiciattolo di latte che scorreva gorgogliando giù
a valle. Tom Bombadil arrivò trotterellando da dietro l’angolo di casa
e agitava le braccia come per tenere lontana la pioggia… e a dire il vero
quando varcò con un balzo la soglia sembrava proprio asciutto, a parte
gli stivali. Che tolse e mise in un cantuccio del camino. Poi sedette sulla
sedia più grossa e chiamò a raccolta gli hobbit.
“Oggi è giorno di bucato per Baccadoro,” disse, “e delle pulizie d’au-
tunno. Troppo umido per gli hobbit: perché non si riposano, visto che ne
hanno modo? È un giorno adatto ai lunghi racconti, alle domande e alle
risposte, perciò Tom attaccherà a parlare.”
Poi si mise a raccontare molte storie straordinarie, a volte come se
parlasse tra sé, a volte guardandoli all’improvviso con un occhio azzurro

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La Compagnia dell’Anello

acceso da sotto le folte sopracciglia. Spesso la voce intonava una canzo-


ne e allora si alzava, ballando per la stanza. Raccontò storie di api e fiori,
delle abitudini degli alberi, e delle strane creature della Foresta, di cose
buone e di cose cattive, di cose propizie e di cose ostili, di cose crudeli e
di cose pietose, e di segreti nascosti sotto i rovi.
Ascoltandolo, cominciarono a capire le vite della Fore­sta, separate
da loro, e a sentirsi in fondo estranei dove invece tutte le altre cose era-
no a loro agio. Il Vecchio Uomo Salice non faceva che entrare e uscire
dai discorsi e Frodo apprese abbastanza da sentirsi soddisfatto, anzi
più che abbastanza, perché non era un sapere confortante. Le parole di
Tom mettevano a nudo il cuore degli alberi e i loro pensieri, che spesso
erano oscuri e strani, e carichi di odio per le creature che vanno libere
sulla terra, rosicchiando, mordendo, rompendo, abbattendo, brucian-
do: distruttori e usurpatori. Non a caso si chiamava Vecchia Foresta,
perché era davvero antica, sopravvissuta a vasti boschi dimenticati; e
ci vivevano ancora, invecchiando non più in fretta delle colline, i padri
dei padri degli alberi, memori dei tempi in cui erano i signori. Gli anni
innumerevoli li avevano riempiti d’orgoglio e di saggezza radicata, e di
malvagità. Ma nessuno era più pericoloso del Grande Salice: il suo cuo-
re era marcio ma verde la sua forza; ed era astuto, e signore dei venti,
e il suo canto e il suo pensiero correvano per i boschi sulle due sponde
del fiume. Il suo spirito grigio e assetato traeva vigore dalla terra e si di-
ramava come sottili radici nel suolo e come invisibili fuscelli nell’aria,
fino ad avere sotto il suo dominio quasi tutti gli alberi della Foresta dalla
Siepe ai Poggi.
Di punto in bianco il discorso di Tom lasciò i boschi per risalire saltel-
lando il giovane corso d’acqua, oltre le cascate, oltre i ciottoli e le rocce
levigate, e in mezzo ai fiorellini nell’erba compatta e nelle crepe umide, e
arrivare infine ai Poggi. Vennero a sapere dei Grandi Tumuli, e delle ver-
di montagnole, e dei cerchi di pietre sulle colline e negli avvallamenti fra
le colline. Le greggi belavano. Spuntavano mura verdi e mura bianche.
Sulle alture si ergevano fortezze. Re di piccoli reami combattevano tra
loro e il giovane Sole brillava come il fuoco sul rosso metallo delle loro
spade nuove e voraci. Ci furono vittoria e sconfitta; e le torri cadevano,
le fortezze bruciavano e le fiamme salivano al cielo. L’oro fu accatastato
sui sepolcri di re e regine morti; e cumuli li coprirono; e le porte di pietra
si richiusero; e su tutto crebbe l’erba. Le pecore tornarono per un po’ a
brucare l’erba ma ben presto le colline furono di nuovo vuote. Da luo-
ghi oscuri e remoti emerse un’ombra e le ossa sotto i cumuli si agitarono.
Esseri dei Tumuli entrarono nei luoghi vuoti con un tintinnio di anelli
alle fredde dita e di catene d’oro al vento. Cerchi di pietre spuntavano
ghignando dal suolo come denti rotti al chiar di luna.

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Nella casa di Tom Bombadil

Gli hobbit rabbrividirono. Perfino nella Contea erano arrivate le voci


sugli Esseri dei Tumuli al di là della Foresta. Ma era una storia che uno
hobbit non amava ascoltare neanche davanti a un accogliente focolare.
All’improvviso i quattro ricordarono quello che l’allegria della casa ave-
va tenuto lontano dalla mente: la casa di Tom Bombadil si annidava pro-
prio sotto la falda di quelle temute colline. Persero il filo del racconto e
cominciarono ad agitarsi, lanciandosi occhiate.
Quando si riagganciarono alle sue parole, scoprirono che si era inol-
trato in strane regioni al di là della loro memoria e al di là del loro pen-
siero lucido, in tempi in cui il mondo era più vasto e i mari scorrevano
diritti fino alla Costa occidentale; e poi Tom risalì cantando ancora più
indietro fino all’antica luce stellare, quando soltanto i Padri degli Elfi
erano desti. Poi di colpo s’interruppe e videro che ciondolava il capo
come se stesse per addormentarsi. Gli hobbit sedevano immobili davanti
a lui, ammaliati; e sembrava come se, sotto l’incantesimo delle sue paro-
le, il vento si fosse placato, le nubi si fossero asciugate, il giorno si fosse
ritirato, l’oscurità fosse giunta da Oriente e da Occidente, e tutto il cielo
fosse inondato dalla luce di bianche stelle.
Se fossero trascorse mattina e sera di uno o molti giorni Frodo non
avrebbe saputo dire. Non si sentiva né stanco né affamato, solo pieno di
stupore. Le stelle brillavano dietro la finestra e il silenzio dei cieli sem-
brava circondarlo. E proprio lo stupore e una paura improvvisa di quel
silenzio alla fine lo indussero a parlare:
“Tu chi sei, Signore?” domandò.
“Eh, cosa?” disse Tom raddrizzandosi, con gli occhi che scintillava-
no nel buio. “Ancora non sai come mi chiamo? Non c’è altra risposta.
Dimmi piuttosto, chi sei tu, solo, te stesso e anonimo? Ma tu sei giovane
e io sono vecchio. Il più anziano, ecco chi sono. Tenete bene a mente,
amici miei, queste parole: Tom era qui prima del fiume e degli alberi;
Tom ricorda la prima goccia di pioggia e la prima ghianda. Ha tracciato
sentieri prima della Grossa Gente e visto arrivar la piccola Gente. Era
qui prima dei Re, delle tombe e degli Esseri dei Tumuli. Quando gli Elfi
si trasferirono a occidente, Tom era già qui, prima che i mari si curvasse-
ro. Conosceva l’oscurità sotto le stelle quando non incuteva paura: prima
che l’Oscuro Signore giungesse da Fuori.”
Un’ombra parve passare davanti alla finestra e gli hobbit lanciarono
un’occhiata attraverso i vetri. Quando si voltarono, Baccadoro era in pie-
di sulla soglia, incorniciata dalla luce. Impugnava una candela e con la
mano riparava la fiamma dalla corrente; e la luce trapelava come i raggi
del sole attraverso una bianca conchiglia.
“La pioggia è cessata,” disse; “e nuovi rivi scorrono a valle sotto le
stelle. Ora ridiamo e stiamo in allegria!”

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La Compagnia dell’Anello

“E mangiamo e beviamo!” gridò Tom. “Le lunghe storie mettono


sete. E ascoltare a lungo, mattina, giorno e sera, mette fame!” Dopo di
che saltò su dalla sedia e con un balzo agguantò una candela dal camino e
l’accese alla fiamma di quella di Baccadoro; poi danzò intorno al tavolo.
All’improvviso fece uno zompo fuori della porta e scomparve.
Tornò prontamente con un grande vassoio carico. Poi Tom e
Baccadoro apparecchiarono la tavola, mentre gli hobbit assistevano tra
lo stupito e il divertito: tanto leggiadra era la grazia di Baccadoro e tanto
allegre e strambe le capriole di Tom. Eppure sembravano in certo qual
modo intrecciare un’unica danza, senza mai intralciarsi, dentro e fuori
la stanza e tutt’intorno al tavolo; e in un batter d’occhio ecco sistemati
cibo, stoviglie e luci. Le assi rilucevano di candele, bianche e gialle. Tom
s’inchinò agli ospiti. “La cena è pronta,” disse Baccadoro; e allora gli
hobbit si avvidero che era tutta vestita d’argento, con una cinta bianca, i
calzari una cotta di scaglie di pesce. Tom invece era tutto in lindo azzur-
ro, azzurro come i non ti scordar di me lavati dalla pioggia, e indossava
calze verdi.

Fu una cena anche migliore della precedente. La magia delle paro-


le di Tom avrà pur fatto saltare uno o più pasti agli Hobbit, ma quan-
do si trovarono davanti il cibo sembrava passata una settimana almeno
dall’ultima volta che avevano mangiato. Per un bel pezzo non cantarono
e nemmeno parlarono, intenti com’erano alla bisogna. Ma dopo un altro
po’, risollevato l’animo e l’umore, le voci risuonarono ridenti e allegre.
Dopo aver mangiato, Baccadoro cantò molte canzoni per loro, can-
zoni che iniziavano allegramente sulle colline e cadevano dolcemente
nel silenzio; e nei silenzi gli hobbit videro con la mente stagni e specchi
d’acqua più grandi che mai, e guardandoci dentro scorsero il cielo sot-
to di loro e le stelle come gemme negli abissi. Poi di nuovo lei augurò
a ognuno di loro la buonanotte e li lasciò seduti davanti al focolare. Ma
Tom adesso era sveglissimo e li subissò di domande.
Sembrava già saper molto di loro e di tutte le loro famiglie e in verità
anche di tutta la storia e delle attività della Contea da epoche che gli stessi
hobbit non ricordavano quasi più. La cosa non li stupì; ma Tom non na-
scose che gran parte delle notizie più recenti gliele aveva fornite il Fattore
Maggot, che sembrava ritenere una persona più importante di quanto
loro non immaginassero. “C’è terra sotto i suoi piedi e argilla sulle sue
dita; saggezza nelle sue ossa e tiene tutti e due gli occhi aperti,” disse Tom.
Era altresì chiaro che Tom aveva rapporti con gli Elfi e sembrava che in
un modo o nell’altro Gildor lo avesse informato della fuga di Frodo.
In verità Tom sapeva tante di quelle cose e le sue domande erano
così mirate che Frodo si trovò a dirgli di Bilbo e delle proprie speranze e

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Nella casa di Tom Bombadil

paure più di quanto non avesse mai detto neanche a Gandalf. Tom agi-
tava la testa su e giù e una luce gli balenò negli occhi quando sentì nomi-
nare i Cavalieri Neri.
“Mostrami il prezioso Anello!” disse di punto in bianco nel bel mez-
zo del racconto: e Frodo, con sua grande sorpresa, tirò fuori la catenella
dalla tasca e, sganciato l’Anello, lo porse là per là a Tom.
Per un attimo, posato sulla sua grossa mano abbronzata, parve diven-
tare più grande. Poi all’improvviso lo portò all’occhio e scoppiò a ridere.
Per un istante gli hobbit ebbero la visione, comica e allarmante, del suo
occhio azzurro acceso che brillava in mezzo a un cerchio d’oro. Poi Tom
infilò l’Anello sulla punta del mignolo e lo accostò alla luce della candela.
Per un attimo gli hobbit non notarono niente di strano. Poi restarono a
bocca aperta. Tom non accennava a scomparire!
Tom rise di nuovo e poi fece roteare in aria l’Anello che, con un lam-
po, svanì. Frodo lanciò un grido… e Tom si piegò in avanti restituendo-
glielo con un sorriso.
Frodo lo esaminò attentamente e con una certa diffidenza (come chi
ha prestato un ninnolo a un prestigiatore). Era lo stesso Anello, o sem-
brava lo stesso e aveva lo stesso peso: a Frodo quell’Anello era sempre
sembrato stranamente pesante in mano. Ma qualcosa lo spingeva a con-
trollare. Forse era un po’ seccato con Tom, che sembrava prender così
alla leggera quello che perfino Gandalf riteneva avere un’importanza
così pericolosa. Aspettò il momento buono, quando la conversazione era
ripresa e Tom raccontava una storia assurda sui tassi e sulle loro strane
abitudini… e infilò l’Anello al dito.
Merry si girò verso di lui per dirgli qualcosa e trasalì, trattenendo
un’esclamazione. Frodo era soddisfatto (in un certo senso): doveva esse-
re proprio il suo anello se Merry fissava imbambolato la sedia senza riu-
scire ovviamente a vederlo. Frodo si alzò e quatto quatto si allontanò dal
focolare dirigendosi verso il portone.
“Ehi tu!” gridò Tom, lanciandogli lo sguardo più penetrante dei suoi
occhi lucenti. “Dai, Frodo, vieni qui! Dove stai andando? Il vecchio Tom
Bombadil non è ancora cieco a tal punto. Togli il tuo anello d’oro! La tua
mano sta molto meglio senza. Torna qui! Lascia perdere questo giochet-
to e siediti accanto a me! Dobbiamo parlare ancora un po’ e pensare a
domattina. Tom vi deve insegnare la strada giusta e impedire che i vostri
passi vadano errando.”
Frodo rise (cercando di sentirsi contento) e, tolto l’Anello, tornò a
sedersi. A quel punto Tom disse che secondo lui l’indomani ci sarebbe
stato il Sole, una lieta mattina perciò, di buon auspicio per la partenza.
Ma facevano bene a partire di buon’ora, in quella regione il clima era
una cosa di cui neppure Tom poteva esser sicuro molto a lungo: a volte

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La Compagnia dell’Anello

Tom non faceva in tempo a cambiare la giubba che il clima era già cam-
biato. “Non sono il signore degli elementi,” disse; “nessuno che abbia
due gambe lo è.”
Dietro suo consiglio decisero di puntare, a partire dalla casa, quasi
direttamente verso Nord, passando dalle pendici occidentali più basse
dei Poggi: a quel modo potevano sperare di raggiungere la Strada Est
con una giornata di viaggio, evitando i Tumuli. Tom li esortò a non aver
paura… ma a farsi gli affari loro.
“Restate sul verde dei prati. Non andate a confondervi con vecchie
pietre o freddi Esseri, non andate a curiosare nelle loro case, a meno di
non esser gente forte, dal cuore che non vacilla!” Lo ripeté più volte,
consigliando di costeggiare i tumuli sul lato occidentale, in caso avessero
deviato nelle vicinanze. Poi gli insegnò una strofa da cantare se l’indo-
mani per disavventura fossero incappati in qualche pericolo o difficoltà.

Oh! Tom Bombadil, Tom Bombadillo!


In acqua, bosco e colle, tra il salice e il giunchillo,
Con fuoco, sole e luna, tu punta l’orecchio acuto!
Vieni, Tom Bombadil, serve il tuo aiuto!

Quand’ebbero cantato tutti in coro questa strofa appresso a lui, Tom


diede a ognuno di loro una pacca sulla spalla e, prese le candele, li riac-
compagnò in camera da letto.

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Capitolo VIII

Nebbia sui Poggitumuli

Quella notte non sentirono rumori. Ma, se in sogno o no non lo sa-


peva, Frodo sentì un canto soave nella testa: una canzone che sembrava
giungere come una fioca luce dietro una grigia cortina di pioggia e diven-
tare poi sempre più forte, in modo da trasformare tutto quel velame in
vetro e argento finché, quando fu riavvolto, una campagna verdeggiante
si schiuse in lontananza innanzi a lui sotto una repentina aurora.
La visione si sciolse nel risveglio; ed ecco Tom fischiettare come un
albero pieno di uccelli; e il sole già penetrava obliquamente dalla collina
attraverso la finestra aperta. Fuori tutto era verde e oro pallido.
Dopo la colazione, che anche stavolta consumarono da soli, si predi-
sposero ai saluti e, per quanto possibile con una mattina così – fresca, lu-
minosa e limpida sotto un cielo autunnale dilavato di un azzurro tenue –,
si sentivano afflitti. Un’aria frizzante arrivava da nord-ovest. I docili ca-
vallini erano quasi agitati, annusavano e si muovevano senza posa. Tom
uscì di casa, sventolò il cappello e ballò sulla soglia, invitando gli hobbit
a montare in sella, a partire e andar di lena.
Presero per un sentiero che serpeggiava dietro casa e saliva verso
l’estremità nord prima di andarsi a riparare sotto il ciglio della collina.
Non avevano fatto in tempo a smontare per condurre i cavallini lungo
l’ultimo tratto ripido, che Frodo s’arrestò di botto.
“Baccadoro!” gridò. “Mia graziosa dama, tutta vestita di verde argen-
to! Non ci siamo congedati da lei né l’abbiamo più vista da ieri sera!”
Era così dispiaciuto che fece per tornare sui suoi passi ma, in quella, un
chiaro richiamo si propagò dall’alto. Là sul ciglio della collina Baccadoro
gli faceva cenno: aveva i capelli sciolti che scintillavano sotto i raggi del
sole. Come il luccicore dell’acqua sull’erba rugiadosa un balenio guizza-
va sotto i piedi mentre lei danzava.
Si affrettarono su per l’ultimo tratto del pendio e si arrestarono tra-
felati accanto a lei. S’inchinarono ma lei con un gesto del braccio li invi-
tò a guardarsi attorno; e dalla sommità del colle gli hobbit posarono lo

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La Compagnia dell’Anello

sguardo sulle terre alla luce del mattino. Adesso era chiaro e si vedeva in
lontananza, proprio come prima era velato e nebbioso quando si trovava-
no sul poggio nella Foresta, che scorgevano ormai levarsi pallido e verde
in mezzo agli alberi scuri a occidente. In quella direzione la terra si ergeva
in creste boschive verdi, gialle e ruggine sotto il sole, e nascosta più in là
c’era la valle del Brandivino. A Sud, oltre il corso del Circonvolvolo, dove
il Fiume Brandivino formava una grande ansa nella pianura e scorreva via
esulando dalle cognizioni degli hobbit, s’intravedeva un lontano lucore
come di vetro pallido. A nord, oltre i poggi declinanti, la terra prendeva
la fuga in distese e rigonfiamenti grigi, verdi e pallidi colori pastello, fino
a dissolversi in una lontananza uniforme e vaga. A est i Poggitumuli, una
cresta dopo l’altra, spiccavano nel mattino per poi sparire alla vista trasfor-
mandosi in un’ipotesi: niente più che un’ipotesi di azzurro e un remoto
baluginio bianco che si fondeva con l’orlo del cielo e che a loro, sulla base
dei ricordi e delle antiche storie, parlava delle montagne alte e distanti.
Presero una profonda boccata d’aria ed ebbero la sensazione che un
balzo e poche falcate risolute li avrebbero condotti ovunque desiderasse-
ro. Sembrava da pavidi costeggiare a rilento i margini gualciti dei poggi
in direzione della Strada, quando bastava usare le colline come pietre di
passatoio per giunger balzelloni, con la gagliardia di Tom, direttamente
alle Montagne.
Baccadoro parlò richiamando i loro occhi e i loro pensieri. “Ora af-
frettatevi, graziosi ospiti!” disse. “Attenetevi al vostro obiettivo! A nord
con il vento nell’occhio sinistro e un augurio sui vostri passi! Sbrigatevi
finché splende il Sole!” A Frodo disse: “Addio, Amico degli Elfi, è stato
un lieto incontro!”
Ma Frodo non trovava le parole per rispondere. S’inchinò profon-
damente e montò in sella e, seguito dagli amici, prese lentamente il lieve
pendio dietro la collina. La casa di Tom Bombadil, la valle e la Foresta
non si vedevano più. L’aria si fece più calda in mezzo alle verdi pareti
tra i pendii e il profumo del manto erboso saliva forte e dolce alle narici.
Nel girarsi, una volta raggiunto il fondo del verde avvallamento, scorsero
Baccadoro, ora piccola ed esile come un fiore illuminato dal sole contro
il cielo: li osservava immobile con le braccia tese verso di loro. Mentre
guardavano lei lanciò un chiaro richiamo, poi, levata alta la mano, si vol-
tò e sparì dietro la collina.

Il loro percorso serpeggiava lungo il fondo dell’avvallamento e intor-


no ai verdi piedi di un erto colle in un’altra valle più ampia e più profon-
da, e poi sopra le falde di altre colline e giù per i lunghi fianchi e poi di
nuovo su per i lisci versanti, in cima a nuove colline e in fondo a nuove
valli. Non c’erano alberi né corsi d’acqua in vista: era un paese di erba e

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Nebbia sui Poggitumuli

di corta cotica elastica, silenzioso, a parte il murmure dell’aria ai bordi


della terra e le alte strida solitarie di strani uccelli. Mentre procedevano,
il sole era salito in cielo e faceva caldo. A ogni nuova cresta che scalava-
no, la brezza sembrava diminuire. Quando intravidero il paese a occi-
dente, la Foresta lontana pareva fumare, come se la pioggia caduta eva-
porasse di nuovo da foglia, radice e terriccio. Ora un’ombra si stendeva
intorno al limite della visuale, una scura caligine sopra la quale il cielo
sovrastante era come un’azzurra calotta, infuocata e pesante.
Verso mezzogiorno giunsero a una collina dalla sommità am-
pia e schiacciata, come un piatto piano cinto da un verde terrapieno.
Dentro non c’era un filo d’aria e il cielo sembrava vicino alla testa.
L’attraversarono e guardarono verso nord. Gli animi allora si rinfranca-
rono: sembrava evidente che avevano già fatto più strada del previsto.
Certo, le distanze a quel punto erano diventate vaghe e ingannevoli, ma
non c’era dubbio che i Poggi stavano per finire. Ai loro piedi una lunga
valle serpeggiava verso nord prima d’infilarsi tra due falde scoscese. Più
in là non sembravano esserci altre colline. Esattamente a nord intravide-
ro vagamente una lunga linea scura. “È un filare d’alberi,” disse Merry,
“e deve segnare la Strada, che per molte leghe a est del Ponte è costeg-
giata da alberi. C’è chi dice che li piantarono in antico.”
“Magnifico!” disse Frodo. “Se manteniamo la buona andatura di sta-
mattina anche al pomeriggio, avremo lasciato i Poggi prima del tramonto
e staremo cercando un posto dove accamparci.” Ma già mentre parlava
aveva spostato lo sguardo verso est e vide che da quella parte le colline
erano più alte e incombevano su di loro; e tutte quelle colline erano co-
ronate da verdi tumuli e alcune erano irte di pietre che puntavano verso
l’alto come denti scheggiati da verdi gengive.
La vista era inquietante; perciò distolsero lo sguardo e scesero nel
cerchio vuoto. Al centro si ergeva un monolito che spiccava sotto il sole e
a quell’ora non faceva ombra. Era informe e tuttavia pregno di significa-
to: come una pietra miliare o un dito vigilante, o piuttosto come un mo-
nito. Ma adesso avevano fame e il sole era ancora nell’indomito merig-
gio; perciò si sedettero con la schiena contro il lato orientale della pietra.
Era fredda, come se il sole non avesse facoltà di riscaldarla; ma in quel
momento la cosa sembrava piacevole. Tirarono fuori cibo e bevande e
fecero un buon pasto di mezzogiorno all’aperto che non lasciava niente
a desiderare, dato che il cibo veniva “da sotto il Colle”. Tom li aveva for-
niti di scorte alimentari in abbondanza per la giornata. I cavallini, liberi,
vagavano sull’erba.

La cavalcata sulle colline, l’abbondante mangiata, il sole caldo e il


profumo dell’erba, stare stesi troppo tempo con le gambe allungate a

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La Compagnia dell’Anello

guardare il cielo oltre la punta del naso: sono forse fattori sufficienti a
spiegare l’accaduto. Comunque sia: a un tratto si svegliarono inquieti da
un sonno che non avevano mai avuto intenzione di fare. Il monolito era
freddo e proiettava una lunga ombra pallida che si allungava verso orien-
te coprendoli. Il sole, di un giallo scialbo e pallido, baluginava attraver-
so la foschia appena sopra la parete occidentale dell’avvallamento dove
erano stesi; a nord, a sud e a est oltre la parete la nebbia era fitta, fredda
e bianca. L’aria era silenziosa, pesante e gelida. I cavallini, a testa bassa,
avevano fatto capannello.
Gli hobbit balzarono in piedi e corsero al bordo occidentale.
Scoprirono di essere su un’isola in mezzo alla nebbia. E mentre guarda-
vano angosciati il sole al tramonto, quello affondò sotto i loro occhi in
un bianco mare, e una fredda ombra grigia spuntò a Oriente. La nebbia
si srotolò su per le pareti più in alto di loro e, nel montare, si curvò sul
loro capo fino a diventare una volta: erano chiusi in una sala di nebbia
che come pilastro aveva al centro il monolito.
Avevano la sensazione che una trappola si chiudesse intorno a loro;
ma non per questo si persero completamente d’animo. Avevano ancora
davanti agli occhi la promettente prospettiva del corso della Strada e ri-
cordavano ancora in che direzione si trovava. In ogni caso la ripulsione
per quello spazio vacuo intorno alla pietra era così forte che l’idea di ri-
manervi un altro istante neanche li sfiorò. Compatibilmente con le dita
congelate, fecero fagotto in fretta e furia.
Di lì a poco eccoli guidare i cavallini in fila oltre il bordo e giù per il
lungo pendio settentrionale della collina, giù dentro un mare di nebbia.
Man mano che scendevano, la nebbia si faceva più fredda e più umidic-
cia, e i capelli pendevano lisci e gocciolanti sulla fronte. Quando giunse-
ro in fondo faceva così freddo che si fermarono per tirar fuori mantelli
e cappucci, ben presto irrorati di gocciole grigie. Poi, rimontati in sella,
ripresero lenta la marcia, seguendo le asperità del terreno. Si diressero,
come meglio potevano, verso l’apertura, quasi un cancello, all’estremità
settentrionale della lunga valle che avevano visto al mattino. Una volta
superato quel varco, non dovevano far altro che proseguire in una specie
di linea retta e avrebbero finito per raggiungere la Strada. Più in là i loro
pensieri non andavano, a parte la vaga speranza che forse oltre i Poggi
non ci fosse più nebbia.

Avevano un’andatura molto lenta. Per evitare di separarsi e di errare


in direzioni diverse, procedevano in fila, Frodo in testa, seguito da Sam,
dopo di lui Pippin, e infine Merry. La valle sembrava estendersi all’in-
finito. A un tratto Frodo scorse un segno confortante. Davanti a loro, ai
due lati, attraverso la foschia iniziava a delinearsi una sagoma oscura; e si

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Nebbia sui Poggitumuli

rese conto che finalmente erano vicini al varco tra le colline, al cancello
settentrionale dei Poggitumuli. Se riuscivano a superarlo, erano liberi.
“Coraggio! Seguitemi!” gridò da sopra la spalla e si pre­cipitò in avan-
ti. Ma ben presto la speranza si trasformò in sconcerto e apprensione. Le
macchie scure si fecero più scure ma più piccole; e all’improvviso vide
di fronte a sé torreggiare sinistri e leggermente inclinati verso l’interno,
come i pilastri di una porta senza l’architrave, due enormi monoliti. Non
ricordava di averne scorto traccia nella valle, quando al mattino aveva
guardato dalla collina. Prima ancora di rendersene conto c’era già passa-
to in mezzo: e nel farlo l’oscurità parve calare intorno a lui. Il cavallino
s’impennò sbuffando e Frodo cadde in terra. Quando si girò, si accorse
di esser solo: gli altri non lo avevano seguito.
“Sam!” chiamò. “Pippin! Merry! Venite! Perché non mi seguite?”
Non ci fu risposta. Frodo fu preso dal panico e tornò di corsa indie-
tro fra le due pietre urlando all’impazzata: “Sam! Sam! Merry! Pippin!”
Il cavallino prese la fuga in mezzo alla nebbia e scomparve. Da una certa
distanza, o così gli parve, credette di udire un richiamo: “Ehi! Frodo!
Ehi!” Veniva da est, alla sua sinistra, mentre sotto le grandi pietre si sfor-
zava di scrutare nelle tenebre. Si lanciò in direzione del richiamo e si tro-
vò ad affrontare una salita ripida.
Mentre arrancava chiamò di nuovo e continuò a chiamare sempre
più freneticamente; ma per un po’ non ottenne risposta, poi gli parve di
sentirla provenire debole, lontana e dall’alto. “Frodo! Ehi!” giungeva-
no fievoli le voci attraverso la foschia: e poi un grido come aiuto, aiuto!
ripetuto più volte e finito con un ultimo aiuto! che si spense in un lun-
go lamento di colpo interrotto. Incespicando si precipitò il più in fretta
possibile verso le grida; ma ormai non c’era più luce e la notte pressante
lo aveva circondato rendendogli impossibile orientarsi. Gli sembrava di
non far altro che salire, salire, salire.
Soltanto la diversa pendenza del terreno sotto i piedi lo avvertì che
era infine giunto in cima a una cresta o a una collina. Era stanco, sudato
eppure stava gelando. Il buio era totale.
“Dove siete?” urlò disperato.

Non ottenne risposta. Rimase in ascolto. A un tratto si rese conto che


cominciava a fare molto freddo e che lassù il vento si era messo a soffiare,
un vento gelido. Il tempo stava cambiando. Adesso la foschia lo sfiorava a
brani e sbrendoli. Il suo alito fumava e l’oscurità era meno vicina e fitta.
Alzò lo sguardo e vide con sorpresa che vaghe stelle spuntavano tra filac-
ci di nubi e nebbia in fuga. Il vento si mise a fischiare sull’erba.
A un tratto immaginò di sentire un grido soffocato e andò in quella
direzione; e mentre si avviava la foschia venne raccolta e spazzata via,

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La Compagnia dell’Anello

svelando il cielo stellato. Gli bastò un’occhiata per capire che adesso era
rivolto a sud, sulla sommità rotonda di una collina, che doveva aver sca-
lato da nord. Il vento sferzante soffiava da est. Alla sua destra, contro le
stelle occidentali si stagliava una fosca forma nera: un grande tumulo.
“Dove siete?” urlò di nuovo, irato e impaurito.
“Qui!” disse una voce, profonda e fredda, che sembrava venire dalla
terra. “Ti sto aspettando!”
“No!” disse Frodo; ma non fuggì. Le gambe gli cedettero e cadde a
terra. Non successe nulla e non ci fu rumore. Alzò tremando lo sguardo,
in tempo per vedere un’alta figura scura come un’ombra contro le stelle.
Si chinò su di lui. Frodo credette di scorgere due occhi, molto freddi pur
se accesi da una fioca luce che sembrava provenire da una remota distan-
za. Poi una morsa più forte e più fredda dell’acciaio lo afferrò. Il tocco
ghiacciato gli congelò le ossa e non ricordò più niente.

Quando riprese i sensi, per un attimo non rammentò nulla se non


una sensazione di paura. Poi a un tratto capì che era prigioniero, che non
aveva scampo; era in un tumulo. Un Essere dei Tumuli lo aveva catturato
e lui probabilmente era già sotto gli spaventosi incantesimi messi in atto
dagli Esseri dei Tumuli, quelli riportati sottovoce nei racconti. Non osa-
va muoversi e rimase steso come si trovava: supino su una fredda pietra
con le mani sul petto.
Ma anche se la paura era così grande che sembrava far parte della
stessa oscurità che lo circondava, mentre era steso e ripensava a Bilbo
Baggins e alle sue storie, alle passeggiate lungo i viottoli della Contea a
parlare di strade e di avventure, Frodo ritrovò se stesso. C’è un seme di
coraggio celato (spesso in profondità, bisogna ammetterlo) nel cuore del
più grasso e più timido degli hobbit, in attesa di germogliare in vista di
un pericolo grave ed estremo. Frodo non era né molto grasso né molto
timido; anzi, anche se lui non lo sapeva, Bilbo (e Gandalf) lo ritenevano
il miglior hobbit della Contea. Credette di esser giunto alla fine della sua
avventura, una fine spaventosa, ma quel pensiero gli diede forza. Trovan-
dosi, si rinsaldò, pronto al balzo finale; non si sentiva più inerte, inerme
come una preda.
Mentre giaceva lì in terra, pensando e riprendendo il controllo di sé, a
un tratto si accorse che l’oscurità iniziava lentamente a cedere: una palli-
da luce verdastra si diffuse intorno a lui. Sulle prime non lo aiutò a capire
dov’era finito, perché la luce sembrava emanare dalla sua persona e dal
suolo circostante e non aveva ancora raggiunto il soffitto o la parete. Si
girò e nel freddo lucore scorse accanto a sé Sam, Pippin e Merry. Erano
supini, il viso di un pallore mortale; ed erano vestiti di bianco. Sparsi
intorno a loro innumeri tesori, fors’anche d’oro, pur se con quella luce

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Nebbia sui Poggitumuli

sembravano freddi e sgradevoli. I tre avevano il capo cinto di diademi,


catene d’oro intorno alla vita e alle dita numerosi anelli. Avevano spade
al fianco e scudi ai piedi. Ma poggiata di traverso sui tre colli era un’uni-
ca spada sguainata.

All’improvviso si levò un canto: un freddo mormorio, che saliva e


scendeva. La voce sembrava lontanissima e incommensurabilmente
cupa, a volte alta nell’aria e stridula, a volte come un profondo lamen-
to dalla terra. Dal flusso informe di suoni tristi ancorché orribili, ogni
tanto una sequela di parole prendeva forma: crude, dure, fredde parole,
spregevoli e spietate. La notte inveiva contro il mattino di cui era orbata,
e il freddo malediceva il caldo che bramava. Frodo era raggelato fino al
midollo. Dopo un po’ la canzone divenne più chiara e con la morte nel
cuore egli si accorse che si era trasformata in un incantesimo:

Freddi la mano, il cuore e le ossa,


e freddo il sonno giù nella fossa:
mai più risveglio su letto petroso,
anzi che il Sole e la Luna riposino.
Nel vento nero le stelle morranno,
loro nell’oro tuttor giaceranno,
finché sul mar morto e sull’arido piano
l’oscuro signore non levi la mano.

Frodo sentì dietro la testa uno stridio e un raspare. Sollevandosi sul


gomito guardò e vide alla pallida luce che si trovavano in una specie di
corridoio che svoltava alle loro spalle. Dietro l’angolo un lungo braccio
brancolava avanzando sulle dita verso Sam, che era il più vicino, e verso
l’elsa della spada poggiata su di lui.
Sulle prime Frodo ebbe la sensazione che l’incantesimo lo avesse pie-
trificato per davvero. Poi gli venne una folle idea di fuga. Si chiese se, in-
filando l’Anello, si sarebbe sottratto all’Essere dei Tumuli e avrebbe tro-
vato una via di scampo. Si vide correr libero sull’erba, afflitto per la sorte
di Merry, Sam e Pippin, ma vivo e libero, almeno lui. Gandalf avrebbe
dovuto ammettere che non c’era altro da fare.
Ma il coraggio in lui ridesto era ormai troppo forte: non poteva ab-
bandonar gli amici come niente fosse. Esitò, frugando in tasca, e poi
tornò a lottare con se stesso: nel mentre la mano strisciò più vicino.
All’improvviso la decisione prese corpo e, afferrata una corta spada
che aveva lì accanto, s’inginocchiò chinandosi sui corpi dei compa-
gni. Con tutta la forza che aveva vibrò un colpo al braccio strisciante
all’altezza del polso e la mano si staccò; ma allo stesso tempo la spada

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La Compagnia dell’Anello

si frantumò fino all’elsa. Si udì uno strillo e la luce svanì. Un ringhio


squarciò il buio.
Frodo ricadde in avanti su Merry, e il viso di Merry era freddo. Di
punto in bianco gli tornò alla mente, dalla quale era scomparso con la
prima nebbia, il ricordo della casa sotto il Colle e di Tom che cantava.
Si rammentò la strofa insegnatagli da Tom. Con un fil di voce disperata
attaccò: Oh! Tom Bombadil! E a quel nome la voce parve rafforzarsi: as-
sunse un tono pieno e animato, e l’oscura stanza riecheggiò come al suo-
no di tamburi e trombe.

Oh! Tom Bombadil, Tom Bombadillo!


In acqua, bosco e colle, tra il salice e il giunchillo,
Con fuoco, sole e luna, tu punta l’orecchio acuto!
Vieni, Tom Bombadil, serve il tuo aiuto!

Seguì un improvviso, profondo silenzio e Frodo sentì battere il cuore.


Dopo un lungo, lento momento udì chiaramente, pur se lontana, come
se pervenisse filtrata dal terreno o da mura spesse, una voce che cantava
in risposta:

Tom Bombadil è un tipo allegrotto;


Stivali gialli ha e azzurro è il suo giubbotto.
Nessuno ha mai sorpreso Tom, lui è il padrone:
Più lesto ha il piede, più forte ha la canzone.

Ci fu un gran ruglio, come di pietre che rotolavano e cadevano, e


di colpo la luce si riversò all’interno, luce vera, la pura luce del giorno.
Un varco simile a una porticina si aprì all’estremità della stanza oltre i
piedi di Frodo; ed ecco spuntare la testa di Tom (con tanto di cappel-
lo, piuma e compagnia) incorniciata nel riquadro contro la luce del sole
che si levava rosso alle sue spalle. La luce cadde sul suolo e sui visi dei
tre hobbit che giacevano accanto a Frodo. Non si mossero, ma il pallore
mortale era scomparso. Ora sembravano soltanto addormentati molto
profondamente.
Tom si chinò, si tolse il cappello e penetrò nell’oscura stanza cantando:

Vecchio Essere dei Tumuli va’ via, svanisci al sole!


Come foschia dileguati, vagisci come i venti,
Nelle sterili terre lontano dai monti!
Non tornare più qui! Lascia vuoto il tuo tumulo!
Sparisci tu e sparisca il tuo ricordo, più buio del buio,
Chiuso resti il cancello, finché il mondo non migliora.

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Nebbia sui Poggitumuli

A quelle parole seguì un grido e la parte più interna della stanza crol-
lò con uno schianto. Poi ci fu uno strillo stridulo protratto, che si spense
a una distanza inimmaginabile; e poi il silenzio.
“Vieni, amico Frodo!” disse Tom. “Usciamo da qui, andiamo sull’erba
pulita! Devi aiutarmi a spostarli.”
Assieme trascinarono fuori Merry, Pippin e Sam. Nel lasciare il tumu-
lo per l’ultima volta, Frodo credette di vedere una mano recisa che an-
cora si torceva, come un ragno ferito, su un montarozzo di terra caduta.
Tom rientrò nella stanza e si udì un gran pestare e schiacciare. Quando
ne uscì portava a braccia un grosso carico di tesori: cose d’oro, d’argen-
to, di rame e di bronzo; molte collane di perle, catenine e gingilli ingem-
mati. Risalì il verde tumulo e li depose tutti in cima, alla luce del sole.
Rimase lì in piedi, con il cappello in mano e il vento nei capelli, a
guardare i tre hobbit che avevano deposto supini sull’erba nel lato ovest
della montagnola. Alzò la mano destra e con voce chiara e imperiosa
disse:

Sveglia allegri ragazzi! Svegliatevi al saluto!


Caldi il cuore e le membra! La fredda pietra è caduta;
L’oscura porta è aperta; la mano morta spezzata.
La Notte è confluita nella Notte e il Cancello è spalancato!

Con grande gioia di Frodo gli hobbit si mossero, stiracchiarono le


braccia, si strofinarono gli occhi e poi di colpo balzarono in piedi. Si
guardarono intorno sbalorditi, prima Frodo, poi Tom in carne e ossa in
cima al tumulo sopra di loro; e poi se stessi in quelle leggere vesti bian-
che, con corone e cinture d’oro pallido e ninnoli tintinnanti.
“Che cos’è questa roba?” attaccò Merry, palpando il diadema d’oro
scivolatogli su un occhio. Poi s’interruppe, un’ombra gli passò sul volto
e chiuse gli occhi. “Ma certo, ora ricordo!” disse. “Gli uomini di Carn
Dûm ci hanno assalito questa notte e ci hanno sconfitto. Ah! la picca
nel cuore!” Si tastò il petto. “No! No!” disse, riaprendo gli occhi. “Che
vado dicendo? Ho sognato. Dov’eri finito, Frodo?”
“Credevo di essermi smarrito,” disse Frodo; “ma non ne voglio par-
lare. Pensiamo a quello che dobbiamo fare adesso! Rimettiamoci in
marcia!”
“Così conciati, signore?” disse Sam. “Dove sono i miei vestiti?”
Scagliò in terra diadema, cinta e anelli e si guardò in giro con un senso
d’impotenza, come se si aspettasse di trovare mantello, giubba, brache e
altri indumenti hobbit da qualche parte lì a portata di mano.
“Non ritroverete più i vostri vestiti,” disse Tom, balzando giù dal tu-
mulo e ridendo mentre danzava intorno a loro sotto il sole. Si sarebbe

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La Compagnia dell’Anello

detto che non fosse successo niente di pericoloso o spaventoso; e in ef-


fetti, a guardar Tom e a vedere l’allegro lampo nei suoi occhi, l’orrore
dileguò dai loro cuori.
“Che cosa vorresti dire?” domandò Pippin, guardandolo, tra il per-
plesso e il divertito. “Perché no?”
Ma Tom scosse il capo, dicendo: “Strappati agli abissi, avete ritrovato
voi stessi. I vestiti sono una perdita da poco, se eviti di annegare. Siate
felici, miei allegri amici, e lasciate che il tepore del sole ora vi scaldi il
cuore e le membra! Toglietevi questi gelidi panni! Correte nudi sull’erba
mentre Tom va a caccia!”
Schizzò giù per la collina, fischiettando e lanciando richiami. Frodo,
che lo seguiva con lo sguardo, lo vide correre verso sud lungo il ver-
de avvallamento tra la loro collina e la seguente, sempre fischiettando e
sgolandosi:

Ehi! voi! Ohi qui venite! Dove andate vagando?


Su e giù, qua e là, perché, percome e quando?
Orecchie-aguzze, Naso-saggio, Fruscia-coda e Zotico,
Calze-bianche il pischello e il vecchio Ciccio Bozzolo!

Così cantava, correndo veloce, lanciando il cappello in aria e ripren-


dendolo al volo, finché un rialzo del terreno non lo nascose alla vista:
ma i suoi ehi voi! ohi qui! continuarono per un po’ di tempo a risuonare,
portati dal vento, che aveva girato soffiando verso sud.

L’aria stava di nuovo diventando caldissima. Gli hobbit scorrazzaro-


no per un po’ sull’erba, come consigliato da Tom. Poi si sdraiarono al
sole crogiolandosi come qualcuno di colpo trasferito da un inverno ri-
gido a un clima accogliente, o come chi, confinato a letto da una lunga
malattia, un mattino si sveglia e scopre inaspettatamente di star bene e
che il giorno è ancora pieno di promesse.
Quando Tom fu di ritorno, si sentivano forti (e affamati). Rispuntò,
preceduto dal cappello, sul ciglio della collina e dietro di lui veniva una
fila obbediente di sei cavallini: i loro cinque e un altro. Quest’ultimo era
chiaramente il vecchio Ciccio Bozzolo: era più grosso, più grasso, più
forte (e più vecchio) dei loro cavallini. Merry, al quale appartenevano gli
altri, non aveva in realtà mai dato appellativi simili, ma risposero al nuo-
vo nome affibbiatogli da Tom per il resto della vita. Tom li chiamò uno
per uno e quelli si inerpicarono sulla cima e si misero in fila. Poi Tom
s’inchinò agli hobbit.
“Ecco i vostri cavallini!” disse. “Hanno più buonsenso (per certi
versi) di voi hobbit girovaghi: ce l’hanno nel  naso. Fiutano il pericolo

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Nebbia sui Poggitumuli

incombente, mentre voi ci finite dritti dentro; e se corrono a metter-


si in salvo, corrono nella direzione giusta. Dovete perdonarli; anche se
in cuor loro vi sono fedeli, non sono fatti per affrontare gli Esseri dei
Tumuli. Visto, eccoli tornati, e con tutti i bagagli!”
Merry, Sam e Pippin presero i vestiti di ricambio dai fagotti e li indos-
sarono, ma siccome erano costretti a metter capi più pesanti, che aveva-
no portato in previsione dell’inverno imminente, ben presto cominciaro-
no a sentire troppo caldo.
“Da dove sbuca l’altro vecchio animale, quel Ciccio Bozzolo?” do-
mandò Frodo.
“È mio,” disse Tom. “Il mio amico a quattro zampe; anche se lo mon-
to di rado e lui spesso si allontana, libero di vagare per i pendii. Quando
i vostri cavallini sono stati da me hanno avuto modo di conoscere il mio
Bozzolo; e lo hanno fiutato nella notte e sono corsi a incontrarlo. Ho pen-
sato che avrebbe badato a loro e dissipato con le sue sagge parole tutti
i loro timori. Ora però, mio Bozzolo giulivo, il vecchio Tom ti monterà
in groppa. Ehi! Tom verrà con voi, solo per mettervi sulla buona strada;
perciò gli serve un cavallino. Come fai altrimenti a chiacchierare con degli
hobbit a cavallo, se cerchi di trotterellare accanto a loro sulle tue gambe?”
Gli hobbit furono felicissimi di questo e ringraziarono molte volte
Tom; ma lui la prese a ridere, dicendo che loro erano così bravi a smar-
rirsi che non sarebbe stato contento finché non li avesse visti sani e salvi
oltre i confini della sua terra. “Io ho da fare,” disse; “costruire e cantare,
parlare e camminare, e vegliare sul paese. Tom non può essere sempre lì
vicino ad aprire porte e crepe di salice. Tom deve badare alla sua casa, e
Baccadoro aspetta.”

Era ancora piuttosto presto, a giudicar dal sole, tra le nove e le die-
ci, e gli hobbit cominciarono a pensare al cibo. L’ultimo pasto risaliva
al pranzo del giorno prima accanto al monolito. Ora fecero colazione
con quanto restava delle provviste di Tom, destinate alla cena, più quel
che Tom aveva portato con sé. Non fu un lauto pasto (tenuto conto de-
gli hobbit e delle circostanze), ma li fece sentire molto meglio. Mentre
mangiavano, Tom salì sulla montagnola e passò in rassegna i tesori. Ne
radunò la maggior parte in una pila che rifulgeva e scintillava sull’erba.
Li esortò a restare lì “liberi di esser presi da chiunque li trovasse: uccel-
li, bestie, Elfi o Uomini, e ogni creatura gentile”; era il modo per rom-
pere e disperdere l’incantesimo del luogo e tenere per sempre alla larga
gli Esseri dei Tumuli. Scelse per sé dal mucchio una spilla incastonata
di pietre azzurre dalle molte sfumature, come i fiori di lino o le ali delle
licene. La guardò a lungo scuotendo la testa, come se risvegliasse in lui
qualche ricordo, e alla fine disse:

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La Compagnia dell’Anello

“Ecco un grazioso gingillo per Tom e la sua signora! Bella era un dì


colei che portò questo gioiello sulla spalla. Ora lo porterà Baccadoro, e
noi non la dimenticheremo!”
Per ognuno degli hobbit scelse un pugnale lungo e acuminato, a forma
di foglia, di mirabile fattura, damaschinato di forme serpentine rosse e oro.
Scintillarono quando li estrasse dalle nere guaine, lavorati con uno strano
metallo, leggero e forte, e incastonati di pietre rutilanti. Vuoi per virtù di
quelle guaine, vuoi per l’incantesimo che avvolgeva il tumulo, le lame sem-
bravano inviolate dal tempo, inossidabili, affilate, sfavillanti al sole.
“Vecchi coltelli sono lunghi come spade per gli hobbit,” disse. “È
bene avere lame affilate se si va a zonzo come quelli della Contea, a est,
a sud, o lontano, incontro all’oscurità e al pericolo.” Poi raccontò che
quelle lame erano state forgiate tanti anni prima da Uomini dell’Occi-
denza: erano nemici dell’Oscuro Signore, ma furono sopraffatti dal mal-
vagio re di Carn Dûm nella Terra di Angmar.
“Pochi ormai li ricordano,” mormorò Tom, “eppure alcuni di loro
vanno ancora errando, figli di re che vagano in solitudine, proteggono
dalle cose malvagie i tipi incauti.”
Gli hobbit non capirono le sue parole ma, mentre parlava, ebbero
una visione come di una grande distesa di anni dietro di loro, una vasta
pianura indistinta dove trascorrevano sagome di Uomini, alti e torvi, con
spade sfolgoranti, l’ultimo con una stella sulla fronte. Poi la visione svanì
e si ritrovarono nel mondo illuminato dal sole. Era ora di rimettersi in
marcia. Prepararono i bagagli e li caricarono sui cavallini. La nuova arma
appesa alla cintura di cuoio sotto la giubba li faceva sentire assai impac-
ciati e si chiedevano se sarebbe mai servita a qualcosa. A nessuno di loro
era passato per la mente che la fuga gli avrebbe riservato un’avventura
come combattere.

Finalmente partirono. Condussero i cavallini ai piedi della collina; e


poi montarono in sella e si affrettarono al trotto lungo la valle. Si giraro-
no e videro la cima del vecchio tumulo sulla collina dove la luce del sole
sull’oro avvampava come una fiamma gialla. Poi aggirarono una falda
dei Poggi e quello sparì dalla visuale.
Anche se Frodo si guardava intorno da ogni parte, non scorse traccia
delle grandi pietre erette a mo’ di cancello e dopo non molto giunsero al
valico settentrionale, lo varcarono rapidi e la terra digradò ai loro piedi.
Fu un viaggio festoso, con Tom che trotterellava allegro accanto o avan-
ti a loro su Ciccio Bozzolo, che andava molto più veloce di quanto non
promettesse la circonferenza. Tom cantò per quasi tutto il tempo, per
lo più cose senza senso, o forse in una strana lingua ignota agli hobbit,
un’antica lingua composta soprattutto di parole di piacere e di stupore.

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Nebbia sui Poggitumuli

Procedevano a un’andatura sostenuta, ma si resero presto conto che


la Strada era molto più lontana del previsto. Anche senza la nebbia, il
sonnellino pomeridiano avrebbe impedito il giorno precedente di rag-
giungerla prima di notte. La linea scura che avevano visto non era un
filare di alberi bensì di cespugli che crescevano ai bordi di un profondo
fossato con un ripido terrapieno dall’altro lato. Tom disse che una vol-
ta era il confine di un reame, ma in epoca remota. Sembrava ricordargli
qualcosa di triste e smise subito di parlarne.
Scesero nel fossato, risalirono e superarono il terrapieno attraverso
un varco, e poi Tom puntò dritto a nord, dato che avevano leggermente
deviato verso ovest. Ora il terreno era aperto e abbastanza pianeggiante,
e aumentarono l’andatura, ma il sole stava ormai calando quando final-
mente scorsero un filare di alti alberi e capirono, dopo tante avventure
inaspettate, di essersi rimessi sulla Strada. Lanciarono al galoppo i caval-
lini per le ultime centinaia di passi e si arrestarono sotto le lunghe om-
bre degli alberi. Erano in cima a un declivio e la Strada, ora indistinta al
calar della sera, serpeggiava ai loro piedi. In quel punto la sua direzione
andava da sud-ovest a nord-est e alla loro destra precipitava quasi in un
ampio avvallamento. Era tutta solchi e portava i segni delle recenti forti
precipitazioni; c’erano pozze e fossi pieni d’acqua.
Scesero lungo il pendio e si guardarono in giro. Non c’era niente da
vedere. “Be’, finalmente l’abbiamo ritrovata!” disse Frodo. “Direi che
non abbiamo perso più di due giorni con la mia scorciatoia attraverso la
Foresta! Ma forse il ritardo si rivelerà utile… magari ha fatto perdere le
nostre tracce.”
Gli altri lo guardarono. L’ombra della paura dei Cava­lieri Neri ripiom-
bò all’improvviso su di loro. Da quando erano penetrati nella Foresta, ave-
vano pensato soprattutto a tornare sulla Strada; solo ora che ce l’avevano
sotto i piedi ricordarono il pericolo che li incalzava e che molto probabil-
mente stava in agguato sulla Strada stessa. Si volsero a guardare preoccu-
pati il sole che tramontava, ma la Strada era scura e vuota.
“Secondo te,” domandò Pippin esitante, “secondo te ce li avremo
alle costole, stanotte?”
“Stanotte spero proprio di no,” rispose Tom Bombadil; “e forse nep-
pure domani. Ma non fidatevi delle mie ipotesi; non posso esserne sicu-
ro. Una volta a oriente la mia sapienza viene meno. Tom non è signore
dei Cavalieri della Terra Nera, che è così lontana da questo paese.”
Gli hobbit però avrebbero voluto lo stesso che li accompagnasse. Chi
meglio di lui per affrontare i Cavalieri Neri? Di lì a poco si sarebbero
avventurati in terre a loro completamente ignote, ben oltre le più va-
ghe e remote leggende della Contea, e nel crepuscolo crescente ebbero
nostalgia di casa. Una profonda solitudine li prese e come un senso di

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La Compagnia dell’Anello

smarrimento. Rimasero in silenzio, riluttanti alla definitiva separazione,


e soltanto a poco a poco si resero conto che Tom li stava salutando, con
la raccomandazione di farsi animo e di cavalcare fino a notte fonda sen-
za fermarsi.
“Tom vi darà un buon consiglio, finché è giorno (dopo di che sarà
la vostra buona stella ad accompagnarvi e a guidarvi): fatte quattro
miglia lungo la Strada arriverete a un villaggio, Bree sotto Colbree, le
sue porte danno a occidente. Lì troverete una vecchia locanda chiama-
ta Il Cavallino Inalberato. Omorzo Farfaraccio ne è il degno tenutario.
Potrete passarci la notte e poi al mattino ripartir di lena. Siate coraggiosi,
ma prudenti! In alto i cuori allegri, andate incontro al fato!”
Lo pregarono di accompagnarli almeno fino alla locanda e di brindar
con loro un’ultima volta; ma lui rifiutò e rise, dicendo:

Qui ha fine la terra di Tom: non passerà il confine.


Ha da badare alla sua casa, Tom, e Baccadoro aspetta!

Poi si girò, lanciò in aria il cappello, balzò in sella a Bozzolo e risalì il


pendio, allontanandosi cantando nel crepuscolo.
Gli hobbit si arrampicarono a loro volta e lo guardarono finché non
scomparve.
“Mi spiace dover lasciare Mastro Bombadil,” disse Sam. “Certo che
per essere una sagoma, lo è. Hai voglia a farne di strada, uno meglio di
lui, o più bislacco, dove lo trovi? Ciò non toglie che mi farà piacere ve-
dere questo Cavallino Inalberato che ci ha decantato. Spero che somigli
al Drago Verde delle nostre parti! Che tipi sono quelli di Bree?”
“A Bree ci sono gli hobbit,” disse Merry, “e anche la Grossa Gente.
Non dovrebb’essere poi così diverso da casa. Il Cavallino è una buona
locanda da tutti i punti di vista. Lo bazzica anche la mia gente.”
“Sarà tutto quel che volete,” disse Frodo, “ma è pur sempre fuori dal-
la Contea. Non lasciatevi troppo andare! E per favore ricordate – tutti e
tre – che il nome Baggins non va mai fatto. Se bisogna proprio dare un
nome, io sono il signor Sottocolle.”
Poi montarono in sella e si allontanarono in silenzio nel crepuscolo. Il
buio calò rapido mentre procedevano a rilento su e giù per le balze fin-
ché da ultimo non videro delle luci luccicare in lontananza.
Davanti a loro si ergeva Colbree, sbarrando la strada con la sua scura
massa contro le stelle opache; e sotto il fianco occidentale si annidava un
grosso villaggio. Gli hobbit accelerarono il passo, con il solo desiderio di
trovare un fuoco e una porta tra loro e la notte.

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Capitolo IX

All’insegna del Cavallino Inalberato

Bree era il villaggio principale di Breelandia, una piccola regione


abitata, come un’isola in mezzo alle terre deserte che la circondavano.
Oltre a Bree c’erano Stabbiolo, sull’altro versante della collina, Conca, in
una profonda valle un po’ più a est, e Archet, ai margini di Bosco Chet.
Tutt’intorno a Colbree e ai villaggi si stendeva un piccolo territorio di
campi e di miti terreni boschivi largo appena poche miglia.
Gli Uomini di Bree erano castani, tarchiati e piuttosto bassi, tipi gio-
viali e indipendenti: rispondevano di tutto solo a se stessi; ma avevano
rapporti più amichevoli e intimi con gli Hobbit, i Nani, gli Elfi e gli altri
abitanti del mondo circostante di quanto fosse (o sia) consueto per la
Grossa Gente. Stando ai loro racconti erano gli abitanti originari e i di-
scendenti dei primi Uomini addentratisi nella zona occidentale della ter-
ra di mezzo. Pochi erano sopravvissuti ai disordini dei Giorni Antichi;
ma quando i Re riattraversarono il Grande Mare ci trovarono ancora gli
Uomini di Bree, che tuttora dimoravano lì, anche quando il ricordo dei
vecchi Re era ormai sfumato nell’erba.
All’epoca nessun altro Uomo si era insediato tanto a ovest, o nel rag-
gio di cento leghe dalla Contea. Ma nelle zone selvagge al di là di Bree gi-
ravano misteriosi vagabondi. La gente di Bree li chiamava Forestali e non
sapeva nulla delle loro origini. Erano più alti e più scuri degli Uomini di
Bree e, a detta di tutti, dotati di strani poteri in materia di vista e di udito,
e capivano la lingua degli animali e degli uccelli. Vagavano a piacimento
verso sud e verso est fino ai Monti Brumosi; ma ormai erano rimasti in
pochi e si vedevano di rado. Quando facevano la loro comparsa riporta-
vano notizie da lontano e raccontavano strane storie ormai dimenticate
che venivano ascoltate con passione; ma la gente di Bree non ci aveva
stretto amicizia.
C’erano anche parecchie famiglie di hobbit a Breelan­dia; e soste-
nevano di esser loro il più antico insediamento di Hobbit del mondo,
stabilitosi lì molto prima dell’attraversamento del Brandivino e della

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La Compagnia dell’Anello

colonizzazione della Contea. Vivevano per lo più a Stabbiolo, pur se ce


n’era qualcuno anche a Bree, specie sulle pendici più alte della collina,
sopra le case degli Uomini. La Grossa Gente e la Piccola Gente (come
si chiamavano tra loro) mantenevano rapporti cordiali, si facevano gli
affari loro a modo loro, ma si ritenevano tutt’e due a buon diritto parte
essenziale della popolazione di Bree. Quest’intesa singolare (ma eccel-
lente) non aveva riscontro in nessun’altra parte del mondo.
La gente di Bree, Grossa e Piccola, non viaggiava molto; e l’occupa-
zione principale erano gli affari dei quattro villaggi. Saltuariamente gli
Hobbit di Bree si spingevano fino a Landaino o al Quartiero Est; ma pur
se il loro piccolo territorio distava poco più di un giorno a cavallo in di-
rezione est dal Ponte Brandivino, gli Hobbit della Contea lo visitavano
ormai di rado. Un occasionale landainese o un avventuroso Took passava
sì un paio di notti alla Locanda, ma anche questo capitava sempre meno
spesso. Gli Hobbit della Contea si riferivano a quelli di Bree, come agli
altri che vivevano oltreconfine, col termine di Estranei, e non li tenevano
in gran conto, considerandoli rozzi e ottusi. All’epoca dovevano esserci
molti più Estranei sparsi nell’Ovest del Mondo di quanti non immagi-
nasse la popolazione della Contea. Alcuni, beninteso, non erano altro
che bighelloni, pronti a scavare un buco in qualche terrapieno e a restar-
ci finché gli faceva comodo. Ma nella Breelandia, in ogni caso, gli hobbit
erano tipi ammodo e benestanti, e non più rustici della maggior parte dei
loro lontani parenti entro i confini della Contea. Un tempo c’era stato un
gran viavai tra la Contea e Bree e il ricordo ne era ancora vivo. Peraltro
nei Brandaino scorreva sangue di Bree.

Il villaggio di Bree comprendeva un centinaio di case di pietra della


Grossa Gente, per lo più sopra la Strada, annidate sul fianco della collina
con le finestre affacciate a ovest. Da quel lato, a partire dalla collina per
poi, descritto poco più di un semicerchio, ritornarci, si apriva un pro-
fondo fossato con una fitta siepe sulla parte interna. La Strada ci passava
sopra grazie a un sentiero rialzato; ma nel punto dove bucava la siepe,
era sbarrata da un grande cancello. Un altro cancello era posto all’angolo
meridionale, dove la Strada usciva dal villaggio. Scesa la sera chiudeva-
no i cancelli; ma appena entrati s’incontravano gli alloggi dei guardiani.
Lungo la Strada, dove prendeva a destra per aggirare la base della col-
lina, si trovava una grande locanda, costrui­ta tanto tempo prima, quando
il traffico sulle strade era molto più intenso. Bree era situata su un impor-
tante crocevia; un’altra strada antica incrociava la Strada Est quasi ai bordi
del fossato, all’estremità occidentale del villaggio, e in passato Uomini e al-
tre genti di vario tipo ne avevano fatto grande uso. Strano come una notizia
da Bree era ancora un’espressione del Quartiero Est, risalente all’epoca,

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All’insegna del Cavallino Inalberato

quando alla locanda giungevano notizie dal Nord, dal Sud e dall’Est e
gli hobbit della Contea ci andavano più spesso per sentirle. Ma le Terre
del Nord erano da tempo desolate e la Strada Nord veniva usata ormai di
rado: era ricoperta d’erba e la gente di Bree la chiamava Viaverde.
La Locanda di Bree, comunque, era sempre lì e l’oste era una persona
importante. La sua dimora era punto d’in­contro per oziosi, chiacchiero-
ni e ficcanaso tra gli abitanti, grossi e piccoli, dei quattro villaggi; e un
ritrovo per Forestali e altri vagabondi, nonché per quei viaggiatori (nani
per lo più) che, diretti alle Montagne o di ritorno, ancora prendevano la
Strada Est.

Era buio, e le stelle splendevano bianche, quando Frodo e i suoi com-


pagni giunsero finalmente all’incrocio con la Viaverde e si avvicinarono
al villaggio. Arrivati al Cancello occidentale lo trovarono chiuso; ma die-
tro, sulla porta dell’alloggio, sedeva un uomo. Balzò in piedi, prese una
lanterna e li guardò da dietro il cancello con stupore.
“Che cosa volete, e da dove venite?” domandò in tono brusco.
“Siamo diretti alla locanda,” rispose Frodo. “Siamo in viaggio verso
est e non possiamo proseguire oltre per stanotte.”
“Hobbit! Quattro hobbit! Per giunta dalla Contea,  a giudicare
dall’accento,” disse il custode, a bassa voce, come se parlasse tra sé. Li
squadrò truce per un attimo e poi aprì lentamente il cancello per lasciarli
passare.
“Non ci capita spesso di veder gente della Contea cavalcare di notte
per la Strada,” proseguì, mentre loro si fermavano un momento davanti
alla sua porta. “Perdonate se vi chiedo che razza di affari vi porta a est di
Bree! E come vi chiamate, di grazia?”
“I nostri nomi e i nostri affari sono appunto nostri, e questo non mi
pare il posto adatto per discuterne,” disse Frodo, che non gradiva né
l’aspetto di quell’uomo né il tono che aveva.
“I vostri affari sono affari vostri, poco ma sicuro,” disse l’uomo; “ma
è affar mio fare domande, una volta scesa la sera.”
“Siamo hobbit di Landaino e abbiamo voglia di viaggiare e di fer-
marci qui alla locanda,” intervenne Merry. “Io sono il signor Brandaino.
Soddisfatto? Di solito la gente di Bree si rivolgeva educatamente ai viag-
giatori, o così avevo sentito dire.”
“Va bene! Va bene!” disse l’uomo. “Non intendevo offendervi. Ma
mi sa che non sarà soltanto il vecchio Harry al cancello a farvi domande,
ve ne accorgerete. Gira gente strana. Se andate al Cavallino, scoprirete di
non essere gli unici ospiti.”
Augurò loro la buonanotte e gli hobbit tacquero; ma Frodo pote-
va vedere alla luce della lanterna che l’uomo continuava a scrutarli con

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La Compagnia dell’Anello

curiosità. Al momento di rimettersi in moto, fu contento di sentire il can-


cello richiudersi alle spalle. Si domandava come mai fosse così sospetto-
so e se qualcuno avesse chiesto notizie di un gruppo di hobbit. E se si
fosse trattato di Gandalf? Magari era arrivato, mentre loro erano stati
trattenuti nella Foresta e sui Poggi. Ma qualcosa nell’aspetto e nella voce
del custode lo rendeva nervoso.
L’uomo li seguì per un istante con lo sguardo e poi rientrò in casa.
Appena voltò le spalle, una scura figura scavalcò rapida il cancello e si
eclissò nelle ombre sulla strada del villaggio.

Gli hobbit risalirono un lieve pendio, passando davanti a qualche


casa isolata, e si fermarono alla locanda. Le abitazioni sembravano gran-
di e strane. Alla vista della locanda con i suoi tre piani e le numerose
finestre, a Sam si strinse il cuore. Aveva immaginato d’incontrare prima
o poi nel corso del viaggio giganti più alti degli alberi e altre creature
perfino più terrificanti; ma per il momento trovava il primo incontro
con gli Uomini e le loro alte case già abbastanza, anzi fin troppo come
cupa conclusione di una giornata faticosa. Si figurò cavalli neri sellati
nell’ombra del cortile della locanda, e Cavalieri Neri sbirciare da scure
finestre ai piani superiori.
“Non passeremo mica la notte qui, vero, signore?” esclamò. “Visto
che da queste parti ci sono anche gli hobbit, perché non cerchiamo qual-
cuno disposto a ospitarci? Sarebbe più accogliente.”
“Che cos’ha che non va la locanda?” disse Frodo. “Ce l’ha raccoman-
data Tom Bombadil. All’interno dev’essere abbastanza accogliente.”
Anche dall’esterno la locanda sembrava un posto piacevole a occhi
esperti. La facciata dava sulla Strada e due ali rientranti davano su un
terreno in parte ricavato dalle pendici della collina, sicché sul retro le
finestre del secondo piano erano all’altezza del suolo. Un ampio arco im-
metteva in un cortile in mezzo alle due ali e a sinistra, sotto l’arco, in cima
a pochi larghi scalini si apriva un vasto ingresso. Dalla porta spalancata la
luce si riversava all’esterno. Sopra l’arco era appesa una lampada e sotto
oscillava una grossa insegna: un grasso cavallino bianco impennato sulle
zampe posteriori. E dipinto a bianche lettere sull’architrave: il cavallino
inalberato di omorzo farfaraccio. Da molte delle finestre più basse ve-
nivano luci filtrate da spessi tendaggi.
Mentre esitavano là fuori al buio, qualcuno all’interno attaccò
un’allegra canzone, ripresa in coro da voci giulive e altisonanti. Rimasero
un istante in ascolto di quel suono incoraggiante e poi smontarono. La
canzone terminò tra uno scroscio di applausi e di risate.
Condussero i cavallini sotto l’arco e, lasciatili nel cortile, salirono i
gradini. Frodo andava avanti e per poco non si scontrò con un uomo

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All’insegna del Cavallino Inalberato

piccolo e grasso dalla testa calva e dalla faccia rossa. Indossava un grem-
biule bianco e si affannava avanti e indietro tra una porta e l’altra con un
vassoio pieno di boccali.
“Possiamo…” iniziò Frodo.
“Solo mezzo secondo, per favore!” sbraitò l’uomo da sopra le spalle,
e scomparve in un baccano di voci e in una nuvola di fumo. Un attimo
dopo eccolo uscire, asciugandosi le mani sul grembiule.
“Buonasera, giovin signore!” disse, inchinandosi. “In che cosa posso
esservi utile?”
“Letto per quattro e stallaggio per cinque cavallini, se possibile. Voi
siete il signor Farfaraccio?”
“Per l’appunto! Di nome faccio Omorzo. Omorzo Far­faraccio ai vo-
stri ordini! Venite dalla Contea, dico bene?” disse, e poi all’improvvi-
so si batté la mano sulla fronte, come se cercasse di ricordar qualcosa.
“Hobbit!” gridò. “Mi fa pensare a non so più che cosa. Potrei sapere i
vostri nomi, signori?”
“Il signor Took e il signor Brandaino,” disse Frodo; “e questo è Sam
Gamgee. Io mi chiamo Sottocolle.”
“Ma tu guarda!” disse il signor Farfaraccio, facendo schioccare le
dita. “Mi è sfuggito di nuovo! Ma mi tornerà in mente, quando avrò
modo di pensarci. Non so dove mettere le mani; ma vedrò che cosa pos-
so fare per voi. Di questi tempi non capita spesso una comitiva che viene
dalla Contea e mi dispiacerebbe non accogliervi a dovere. Ma stasera il
locale è già affollato come non si vedeva da tempo. Piove sempre sul ba-
gnato, diciamo noi di Bree.
“Ehi! Nob!” urlò. “Dove sei, posapiano piè peloso? Nob!”
“Eccomi, signore! Eccomi!” Uno hobbit dall’aria gioviale schizzò
fuori da una porta e alla vista dei viaggiatori si arrestò di botto e li fissò
con grande interesse.
“Dov’è Bob?” domandò il gestore. “Non lo sai? E allora trovalo!
Saputone! Io non ho sei gambe, e nemmeno sei occhi! Di’ a Bob che ci
sono cinque cavallini da stabulare. In un modo o nell’altro deve trovare
il posto.” Nob filò via con un sorrisetto e un ammicco.
“Allora, cosa stavo dicendo?” disse il signor Farfaraccio, battendosi
la fronte. “Una cosa caccia l’altra, che volete? Stasera sono occupatissi-
mo, mi gira la testa. Ieri è arrivata dalla Viaverde una comitiva prove-
niente dal Sud – il che, tanto per cominciare, è strano assai. Poi c’è una
compagnia itinerante di nani diretta a Ovest giunta in serata. E ora voi.
Non saprei dove sistemarvi, se non foste hobbit. Ma abbiamo un paio
di camere nell’ala nord riservate agli hobbit al momento della costru-
zione di questo edificio. Al pianterreno, come in genere preferiscono;
con le finestre tonde e il resto proprio come piace a loro. Spero che vi

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La Compagnia dell’Anello

troverete bene. Vorrete cenare, non ne dubito. Sarà fatto al più presto.
E ora seguitemi!”
Li condusse per un breve tratto lungo un corridoio e aprì una porta.
“Ecco un bel salottino!” disse. “Spero che vada bene. Ora però mi scu-
serete ma ho troppo da fare. Non c’è tempo per parlare, devo correre. È
un lavoraccio per due gambe, eppure non dimagrisco. Mi affaccerò più
tardi. Se avete bisogno di qualcosa, suonate il campanello, e verrà Nob.
Se non viene, suonate e urlate!”
Alla fine se ne andò, lasciandoli quasi senza fiato. Per quanto indaf-
farato, sembrava in grado di parlare ininterrottamente. Gli hobbit si tro-
varono in una stanza piccola e accogliente. Un po’ di fuoco ardeva nel
camino e davanti c’era qualche sedia bassa e comoda. Su un tavolo ro-
tondo, già ricoperto da una tovaglia bianca, c’era un grande campanello.
Ma Nob, il cameriere hobbit, piombò nella stanza molto prima che pen-
sassero di usarlo. Portava candele e un vassoio pieno di piatti.
“Avete voglia di bere qualcosa, signori?” domandò. “E se vi facessi
vedere le stanze, mentre preparano la cena?”
Quando il signor Farfaraccio e Nob tornarono, gli hobbit si erano la-
vati e sorseggiavano gran bei boccali di birra. In un batter d’occhio i due
apparecchiarono la tavola. C’erano minestra calda, carni fredde, una tor-
ta di more, pagnotte di pane fresco, panetti di burro e una mezza forma
di formaggio invecchiato: buon cibo semplice, all’altezza di quello della
Contea, e abbastanza casereccio da dissipare gli ultimi dubbi di Sam (già
alquanto sollevato dalla bontà della birra).
L’oste si aggirò intorno a loro per un po’ e poi si apprestò a lasciarli.
“Non so se abbiate voglia di unirvi alla compagnia, dopo aver cenato,”
disse sulla soglia. “Magari preferite andare a letto. In ogni caso la com-
pagnia sarà lietissima di darvi il benvenuto, se vi fa piacere. Non abbia-
mo Estranei – chiedo scusa, dovrei dire viaggiatori dalla Contea – molto
spesso; e non ci dispiace avere un po’ di notizie o ascoltare qualche storia
che avete in mente o qualche canzone. Ma a voi la scelta! E se avete bi-
sogno di qualcosa, suonate il campanello!”
Alla fine della cena (durata un tre quarti d’ora buoni a ritmo sostenu-
to e non ostacolata da discorsi superflui) si sentivano a tal punto ristorati
e rinfrancati che Frodo, Pippin e Sam decisero di unirsi alla compagnia.
Merry disse che l’aria della stanza sarebbe stata troppo viziata. “Me ne
starò tranquillamente qui seduto davanti al fuoco per un po’ e forse più
tardi uscirò a prendere una boccata d’aria. Fate attenzione a quel che
dite e non dimenticate che la nostra fuga dovrebbe restare segreta: siamo
ancora sulla strada maestra e non molto lontano dalla Contea!”
“Va bene!” disse Pippin. “Sta’ in guardia anche tu! Non ti smarrire e
non dimenticare che in casa è più sicuro!”

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All’insegna del Cavallino Inalberato

La compagnia era riunita nella sala di ritrovo della locanda. Il raduno


era numeroso e vario, come scoprì Frodo quando gli occhi si abituarono
alla luce, che veniva più che altro dal fuoco scoppiettante; le tre lampa-
de appese alle travi erano fioche e in parte offuscate dal fumo. Omorzo
Farfaraccio stava in piedi vicino al fuoco e parlava con un paio di nani e
due o tre uomini dall’aria strana. Sulle panche c’erano i tipi più diversi:
uomini di Bree, un gruppetto di hobbit locali (seduti a chiacchierar tra
loro), ancora qualche nano e altre figure vaghe, difficili da scorgere nelle
zone d’ombra e negli angoli.
Gli abitanti di Bree accolsero con un coro di benvenuto l’ingresso de-
gli hobbit della Contea. I forestieri, specie quelli giunti dalla Viaverde, li
osservavano con curiosità. L’oste presentò i nuovi arrivati ai compaesani
così in fretta che, pur avendo colto molti nomi, non erano mai sicuri di
sapere a chi appartenessero. Gli Uomini di Bree sembravano aver tutti
nomi piuttosto botanici (e piuttosto strani per quelli della Contea), tipo
Stoppino, Caprifoglio, Piedibrugo, Meladoro, Scardaccione e Felcioso
(per non parlare di Farfaraccio). Certi hobbit avevano nomi simili. Gli
Artemisi, per esempio, erano numerosi. Ma i più avevano nomi normali,
come Scarpati, Tanatasso, Forilunghi, Montasabbia e Tunnelly, molti dei
quali in uso nella Contea. C’erano vari Sottocolle di Stabbiolo i quali,
non riu­scendo a immaginare di condividere un cognome senza parente-
la, presero a benvolere Frodo come un cugino perduto da tempo.
Gli hobbit di Bree erano, di fatto, cordiali e curiosi, e ben presto Frodo
si rese conto di dover dare una qualche spiegazione sui suoi movimenti.
Accennò a un interesse per la storia e la geografia (seguito da grandi scuo-
timenti del capo, anche se nessuno dei due termini era molto usato nel
dialetto di Bree). Disse che pensava di scrivere un libro (seguito da muto
stupore) e che lui e i suoi amici volevano raccogliere informazioni sugli
hobbit che vivevano fuori dalla Contea, in particolare nelle terre orientali.
A questo punto si levò un coro di voci. Se Frodo avesse inteso sul se-
rio scrivere un libro, e avesse avuto in dotazione molte orecchie, gli sa-
rebbero bastati pochi minuti per apprendere quanto bastava a riempire
vari capitoli. E come se non bastasse, gli fecero un elenco di tutti i nomi,
a partire dal “qui presente vecchio Omorzo”, a cui rivolgersi per ulteriori
informazioni. Ma dopo un po’, visto che Frodo non dava segno di voler
scrivere il libro là per là, gli hobbit ripresero a far domande sulle vicende
della Contea. Frodo non si mostrò molto comunicativo e ben presto si
ritrovò seduto da solo in un cantuccio ad ascoltare e a guardarsi attorno.
Gli Uomini e i Nani parlavano più che altro di avvenimenti lontani
e davano notizie dal contenuto che ormai stava diventando fin troppo
familiare. A Sud c’erano problemi e gli Uomini venuti per la Viaverde
erano alla ricerca di terre dove trovare un po’ di pace. Quelli di Bree

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La Compagnia dell’Anello

erano comprensivi, ma chiaramente non erano disposti ad accogliere un


gran numero di forestieri nel loro piccolo territorio. Uno dei viaggiatori,
un tipo brutto e strabico, prevedeva che nel prossimo futuro un nume-
ro crescente di persone sarebbe salito a nord. “Se non si troverà spazio
per loro, lo troveranno da soli. Hanno il diritto di vivere, come tutti gli
altri,” disse a voce alta. Gli abitanti del posto non sembravano contenti
della prospettiva.
Gli hobbit non prestavano molta attenzione a tutto ciò, che per il mo-
mento non si presentava come un problema loro. La Grossa Gente non
poteva certo chiedere alloggio nelle buche degli hobbit. Li interessava-
no più Sam e Pippin, che adesso si sentivano perfettamente a loro agio
e chiacchieravano allegramente degli avvenimenti della Contea. Pippin
provocò una gran risata raccontando del crollo del tetto della Buca co-
munale di Gran Sterro: Will Piedebianco, il sindaco, nonché lo hobbit
più grasso del Quartiero Ovest, era stato sepolto dal gesso e quando era
riemerso aveva l’aria di uno gnocco infarinato. Ma non poche domande
misero una certa ansia addosso a Frodo. Uno di Bree, che sembrava es-
sere stato nella Contea più di una volta, voleva sapere dove vivevano i
Sottocolle e con chi erano imparentati.
A un tratto Frodo notò che un uomo dall’aria strana e dal viso segna-
to dalle intemperie, seduto in ombra vicino alla parete, seguiva attenta-
mente i discorsi degli hobbit. Davanti a sé aveva un alto boccale di me-
tallo e fumava una pipa dal lungo cannello curiosamente intagliato. Le
gambe, che teneva allungate, mettevano in mostra un paio di stivaloni su
misura di morbida pelle ma logori per l’uso e ora incrostati di fango. Un
mantello di pesante panno verde scuro, che portava i segni del viaggio,
lo avvolgeva stretto e, malgrado il caldo della stanza, portava un cappuc-
cio che adombrava il viso; ma mentre sbirciava gli hobbit si scorgeva un
lampo negli occhi.
“Quello chi è?” domandò Frodo, quando ebbe modo di sussurrare
all’orecchio del signor Farfaraccio. “Non ce l’avete presentato, mi pare.”
“Lui?” disse l’oste sussurrando a sua volta, lanciandogli un’occhiata
senza girar la testa. “Non saprei dire con precisione. È uno di quei vaga-
bondi: Forestali li chiamiamo noi. Parla poco: non che non sappia rac-
contare una storia coi fiocchi se ci si mette. Sparisce per un mese, o per
un anno, e poi di punto in bianco ricompare. La primavera scorsa era
un andirivieni; ma ultimamente si fa vedere di rado. Non so come fa di
nome di preciso: ma da queste parti lo chiamano Passolungo. Va sempre
in giro di gran carriera su quei trampoli; anche se non dice mai a nessuno
il perché di tanta fretta. Ma Est e Ovest, bravo chi li capisce, come dicia-
mo a Bree riferendoci ai Forestali e, chiedo venia, a quelli della Contea.
È buffo che mi abbiate chiesto di lui.” Ma in quella reclamarono il signor

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All’insegna del Cavallino Inalberato

Farfaraccio con la richiesta di altra birra e la sua ultima uscita rimase sen-
za spiegazione.
Frodo si accorse che adesso Passolungo lo stava guardando, come se
avesse udito o indovinato quel che avevano appena detto. Di lì a poco,
con un cenno del capo e della mano, invitò Frodo ad andarsi a sedere
accanto a lui. Mentre Frodo si avvicinava, spinse indietro il cappuccio,
mettendo in mostra una scura capigliatura irsuta in parte brizzolata e, in
un volto pallido e severo, due occhi grigi e penetranti.
“Mi chiamano Passolungo,” disse a bassa voce. “Sono molto lieto di
fare la vostra conoscenza, Messer… Sottocolle, se il vecchio Farfaraccio
ha capito bene il vostro nome.”
“Ha capito benissimo,” disse Frodo in tono sostenuto. Lo sguardo
fisso di quegli occhi penetranti non lo metteva certo a suo agio.
“Ebbene, Mastro Sottocolle,” disse Passolungo, “fossi in voi direi ai
vostri amici di tenere a freno la lingua. La birra, il fuoco e gli incontri ca-
suali fanno sempre piacere ma, insomma… questa non è la Contea. Gira
gente strana. Magari penserete che non sta a me dirlo,” aggiunse con un
sorrisetto sardonico, vedendo l’occhiata lanciatagli da Frodo. “E ci sono
stati viaggiatori ancor più strani di passaggio a Bree di recente,” conti-
nuò, studiando la faccia di Frodo.
Frodo ricambiò lo sguardo ma non disse nulla; e Passo­lungo non ac-
cennò a proseguire. La sua attenzione parve all’improvviso concentrarsi
su Pippin. Frodo si rese conto con apprensione che il ridicolo giovane
Took, incoraggiato dal successo ottenuto con il grasso sindaco di Gran
Sterro, adesso si era di fatto lanciato in una versione comica della festa
d’addio di Bilbo. Stava già facendo un’imitazione del Discorso e si avvi-
cinava al momento della stupefacente Scomparsa.
Frodo era seccato. Era senz’altro un racconto abbastan­za innocuo per
la maggior parte degli hobbit locali: solo una buffa storiella su quelle buffe
crea­ture al di là del Fiume; ma qualcuno (il vecchio Farfaraccio, tanto per
dire) la sapeva lunga e probabilmente molto tempo prima aveva sentito di-
cerie sulla sparizione di Bilbo. Gli sarebbe tornato in mente il nome Baggins,
specie poi se avevano chiesto informazioni su quel nome anche a Bree.
Frodo mordeva il freno, incerto sul da farsi. Pippin era chiaramente
molto lusingato dall’attenzione che riceveva e completamente dimentico
del pericolo. Di colpo Frodo ebbe paura che, in quello stato d’animo, fi-
nisse per menzionare l’Anello: sarebbe stato un disastro.
“Dovete intervenire subito!” gli sussurrò Passolungo all’orecchio.
Con un balzo Frodo andò a piazzarsi su un tavolo e attaccò a par-
lare. Il pubblico distolse l’attenzione da Pippin. Qualche hobbit guar-
dò Frodo e ridendo cominciò a battere le mani, convinto che il signor
Sottocolle avesse fatto il pieno di birra.

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La Compagnia dell’Anello

A un tratto Frodo si sentì ridicolo e (com’era sua abitudine quando


teneva un discorso) si mise a giocherellare con le cose che aveva in ta-
sca. Sentì l’Anello attaccato alla catenella e, in modo del tutto inspiega-
bile, lo prese il desiderio d’infilarlo al dito e di sottrarsi scomparendo
a quell’assurda situazione. Gli sembrava che il suggerimento provenis-
se, chissà come, dall’esterno, da qualcuno o da qualcosa nella stanza.
Resistette con fermezza alla tentazione e strinse in pugno l’Anello, come
per tenerlo sotto controllo e impedirgli di fuggire o di combinare guai.
In ogni caso, però, non gli servì d’ispirazione. Pronunciò “qualche pa-
rola di circostanza”, come avrebbero detto nella Contea. Siamo davvero
compiaciuti dalla vostra calorosa accoglienza e oso sperare che la mia breve
visita contribuisca a rinsaldare gli antichi legami d’amicizia tra la Contea e
Bree; e poi esitò e tossì.
Nella stanza tutti gli sguardi erano puntati su di lui. “Una canzone!”
urlò uno degli hobbit. “Una canzone! Una canzone!” urlarono tutti gli
altri. “Coraggio, dài, messere, cantaci qualcosa che non conosciamo!”
Per un istante Frodo restò sbigottito. Poi, disperato, attaccò una ridi-
cola canzone: Bilbo ne andava matto (per non dire fiero, visto che aveva
composto di persona il testo). Parlava di una locanda: sarà per questo
che tornò in mente a Frodo in quel frangente. Oggi, però, di solito se ne
ricordano solo poche parole.

C’è una locanda, una locanda allegra


sotto una grigia collina,
Dove così scura è la birra
Che l’Uomo sulla Luna è sceso in terra
per berne un po’ alla spina.

Lo staffiere ha un gatto ciucco


che però suona il violino;
Dell’archetto lui fa uso,
Su e giù, ci fa le fusa
e strimpella pian pianino.

L’oste detiene anche un cagnetto


che di scherzetti invero è ghiotto;
Quando l’ospite infine sghignazza,
Tosto lui l’orecchio drizza
ride poi e se la fa sotto.

Tengono invero anche una mucca


d’una regina ben più superba;

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All’insegna del Cavallino Inalberato

Come birra la musica l’altera


E la coda ondeggiare le fa in alto
e danzare in mezzo all’erba.

Son d’argento tutti i piatti


e d’argento le posate!
Son speciali alla Domenica,5
Lucidate con la manica
quand’è il sabato in serata.

L’Uomo sulla Luna trinca,


ed adesso gnaula il gatto;
Balla il piatto col cucchiaio,
Prilla la mucca nell’aia,
bracca la coda il cagnetto.

L’Uomo si fa un’altra pinta,


e poi cade dalla seggiola;
Dorme e sogna birra chiara,
Finché il cielo si rischiara
e all’orizzonte albeggia.

Lo staffiere al gatto ciucco:


“I cavalli della Luna,
Mordono l’argenteo morso;
Il padrone sta sul dorso,
presto il Sole sorgerà!”

Suona il gatto sul violino


un refrain che i morti sveglia:
Gratta, raschia, stride, sfuma,
L’oste desta l’Uomo della Luna:
“Son le tre passate!” raglia.

Tratto l’Uomo in cima al colle


della Luna han fatto cappa,
Dietro vengono i cavalli
E la mucca inventa balli,
e un cucchiaio e un piatto scappano.

5
  Vedi Appendice D, nota 6.

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La Compagnia dell’Anello

Va più in fretta ora il violino;


e il cagnetto fa ruggiti,
Mucca e cavalli a capofitto;
Saltan gli ospiti dal letto
e ora ballano accaniti.

Con un ping le corde saltano!


sulla Luna la mucca sale
E il cagnetto è soddisfatto
E il piatto del sabato fugge via ratto
con il cucchiaio domenicale.

La Luna rolla dietro il colle


e il Sole leva il capo eretto.
Non crede quasi ai suoi occhi di fuoco;
Anche se è giorno, come per gioco
sono tornati tutti a letto!

Ci fu un lungo e caloroso applauso. Frodo aveva una bella voce e le


parole stuzzicavano la loro fantasia. “Dov’è il vecchio Orzo?” gridavano.
“Dovrebbe sentirla anche lui. Bob dovrebbe insegnare al suo gatto il vio-
lino, così avremmo di che ballare.” Ordinarono ancora birra e si misero a
urlare: “Un’altra volta, messere! Coraggio! Una volta sola!”
Fecero bere a Frodo un altro bicchiere e poi ricominciare la canzone,
mentre molti di loro si univano a lui; il motivo era conosciuto e ci mi-
sero poco a imparar le parole. Adesso era Frodo a sentirsi soddisfatto.
Sgambettava sul tavolo e quando arrivò per la seconda volta al verso:
sulla Luna la mucca sale, fece un salto per aria. Ci mise troppa energia
e piombò con un botto su un vassoio pieno di boccali, scivolò e rotolò
giù dal tavolo con uno schianto, un acciottolio e un tonfo! Il pubblico
spalancò la bocca, pronto a ridere, e si bloccò in un silenzio sbigottito: il
cantante era scomparso. Era semplicemente sparito, come se fosse pas-
sato dritto attraverso il pavimento senza lasciare un buco!
Gli hobbit del posto guardavano basiti, poi balzarono in piedi chia-
mando a gran voce Omorzo. Tutti si ritrassero da Pippin e Sam, che si
trovarono soli in un angolo, occhieggiati a distanza biecamente e con
sospetto. Era chiaro che adesso molti li consideravano i compari di un
mago itinerante dai poteri e dagli intenti ignoti. C’era invece uno di Bree,
un tipo bruno, che rimase a guardarli con un’espressione smaliziata e un
po’ beffarda che li metteva molto a disagio. Di lì a poco sgusciò fuori dal-
la porta seguito dallo strabico venuto dal sud: i due avevano confabulato
a lungo nel corso della serata.

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FELLOWSHIP re set 11/6/02 11:13 am Page 161
All’insegna del Cavallino Inalberato

Frodo si sentiva un idiota. Non sapendo che cosa fare, strisciò sotto
i tavoli fino all’angolo buio dove era seduto Passolungo, impassibile,
senza far mostra di quanto gli passava per la mente. Frodo si appoggiò
contro il muro e tolse l’Anello. Come si trovasse infilato al dito era un
mistero. L’unica spiegazione possibile era che lo avesse tenuto in mano
mentre cantava e che si fosse chissà come infilato quando aveva tirato
fuori la mano di scatto dalla tasca per frenare la caduta. Per un istante
si domandò se non fosse stato lo stesso Anello a giocargli un tiro; forse
aveva cercato di rivelarsi in risposta a qualche desiderio o ordine che
si avvertiva nella stanza. Non gli piaceva l’aria degli uomini appena
usciti.
“E allora?” disse Passolungo, quando Frodo riapparve. “Perché lo
avete fatto? Peggio di qualsiasi cosa che avrebbero potuto dire i vostri
amici! Avete messo il piede in fallo! O dovrei dire il dito?”
“Che cosa intendete, non capisco,” disse Frodo, seccato e allarmato.
“Lo capite, eccome,” replicò Passolungo; “ma sarà meglio lasciar
passare la buriana. Poi, se non vi spiace, signor Baggins, vorrei scambiare
tranquillamente due parole con voi.”
“A che proposito?” domandò Frodo, ignorando l’uso inopinato del
suo vero nome.
“Una cosa di una certa importanza… per tutti e due,” rispose Passo-
lungo, guardando Frodo negli occhi. “Potreste venire a sapere qualcosa
che vi sarà utile.”
“Benissimo,” disse Frodo, cercando di mostrarsi indifferente.
“Parlerò con voi più tardi.”

Nel frattempo intorno al camino ferveva la discussione. Il signor


Farfaraccio era accorso trotterellando e adesso cercava di ascoltare con-
temporaneamente varie versioni contrastanti dell’accaduto.
“L’ho visto io, signor Farfaraccio,” disse uno hobbit; “o meglio, non
l’ho visto, non so se ci capiamo. Si è dissolto nell’aria, se vogliamo.”
“Non mi dite, signor Artemisi!” disse l’oste, con aria perplessa.
“E invece sì!” replicò Artemisi. “E so quel che mi dico, per l’appunto.”
“Ci dev’essere uno sbaglio da qualche parte,” disse Far­faraccio, scuo-
tendo il capo. “Uno grande e grosso come il signor Sottocolle non pote-
va dissolversi nell’aria, neanche nell’aria viziata, cosa più probabile, dato
l’ambiente.”
“Già, e allora adesso dov’è?” gridavano varie voci.
“Come faccio a saperlo? È padrone di andar dove vuole, purché al
mattino paghi. Ecco lì il signor Took: non è sparito, lui.”
“Sarà, ma io ho visto quello che ho visto, e ho visto quello che non ho
visto,” ribadì ostinato Artemisi.

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La Compagnia dell’Anello

“E io dico che ci dev’essere uno sbaglio,” ripeté Farfa­raccio, pren-


dendo il vassoio e raccogliendo i cocci.
“Certo che c’è uno sbaglio!” disse Frodo. “Io non sono scompar-
so. Eccomi qui! Ho appena fatto quattro chiacchiere con Passolungo lì
nell’angolo.”
Accennò qualche passo alla luce del camino, ma la  mag­gior parte
dei presenti si ritrasse, ancor più turbata di prima. Non erano per nien-
te soddisfatti della spiegazione, stando alla quale era strisciato via rapi-
damente sotto i tavoli dopo la caduta. La maggior parte degli Hobbit e
degli Uomini di Bree se ne andò stizzita in quattro e quattr’otto: ne ave-
va abbastanza di intrattenimenti per quella sera. Un paio di loro lanciò
un’occhiataccia a Frodo e filò via borbottando tra i denti. I Nani e due o
tre strani Uomini ancora rimasti si alzarono e augurarono la buonanotte
all’oste ma non a Frodo e ai suoi amici. In poco tempo non rimase più
nessuno tranne Passolungo che sedeva, inosservato, accanto alla parete.
Il signor Farfaraccio non sembrava granché contrariato. Molto pro-
babilmente in previsione del fatto che la locanda sarebbe stata affolla-
tissima per molte sere a venire, finché quel mistero non fosse stato svi-
scerato. “Ma insomma, signor Sottocolle, che cosa avete combinato?”
domandò. “Spaventare così i clienti e rompere il vasellame con le vostre
acrobazie!”
“Sono davvero desolato se ho causato qualche guaio,” disse Frodo.
“Non ne avevo nessuna intenzione, ve l’assicuro. Si è trattato di un de-
plorevolissimo incidente.”
“Va bene, signor Sottocolle! Ma se avete intenzione di fare ancora
capriole o giochetti di prestigio o cos’altro erano, avvertite prima la gen-
te… e avvertite me. Da queste parti siamo un po’ diffidenti di tutto ciò
che è fuori dell’ordinario… misterioso, non so se ci capiamo; e non ci
abituia­mo così da un giorno all’altro.”
“Non farò più niente del genere, signor Farfaraccio, ve lo garantisco.
E ora credo che andrò a dormire. Ci sveglieremo presto domattina. Ci
fate trovare i cavallini pronti per le otto?”
“Come no! Ma prima di ritirarvi, mi piacerebbe parlare con voi a
quattr’occhi, signor Sottocolle. Mi è appena tornata in mente una cosa
che dovrei dirvi. Spero che non la prendiate male. Sbrigo un paio di fac-
cende e poi vi raggiungo in camera, se non vi disturbo.”
“Ma certo!” disse Frodo; però gli si strinse il cuore. Si domandò
quante conversazioni a quattr’occhi lo aspettavano prima di andare a let-
to e che cosa gli avrebbero rivelato. Tutti costoro erano per caso in com-
butta contro di lui? Cominciò perfino a sospettare che il viso paffuto di
Farfaraccio celasse qualche oscuro disegno.

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Capitolo X

Passolungo

Frodo, Pippin e Sam tornarono nel loro salottino. Non c’era luce.
Non c’era Merry e il fuoco era quasi spento. Soltanto dopo aver riattiz-
zato la fiamma soffiando sulla brace e aggiungendo un paio di fascine si
accorsero che Passolungo li aveva seguiti. Era tranquillamente seduto su
una sedia vicino alla porta!
“Ehilà!” disse Pippin. “Chi siete e che cosa volete?”
“Mi chiamano Passolungo,” rispose; “e anche se forse lo ha di-
menticato, il vostro amico mi ha promesso di fare una chiacchierata a
quattr’occhi.”
“Se non sbaglio, avete detto che sarei venuto a sapere qualcosa di uti-
le,” disse Frodo. “Che cosa avete da dirmi?”
“Varie cose,” rispose Passolungo. “Ma, beninteso, ho il mio prezzo.”
“Che cosa intendete dire?” domandò Frodo seccamente.
“Non vi allarmate! Intendo solo dire che vi dirò quel che so, e vi darò
qualche buon consiglio… ma voglio una ricompensa.”
“E in che cosa consisterebbe, sentiamo?” disse Frodo. A quel punto
aveva il sospetto di essere incappato in un furfante e pensò con preoccu-
pazione che aveva portato solo pochi soldi. L’intera somma non avrebbe
accontentato un farabutto, e per giunta non poteva farne a meno.
“Non più di quanto possiate permettervi,” rispose Pas­solungo con
un lento sorriso, quasi avesse indovinato i pensieri di Frodo. “Solo que-
sto: dovete portarmi con voi fino a che non decido io di andarmene.”
“Ma davvero!” replicò Frodo, sorpreso ma non molto sollevato.
“Anche se volessi un altro compagno, non accetterei una proposta del
genere prima di sapere un mucchio di altre cose sul vostro conto e sui
vostri interessi.”
“Ottimamente!” esclamò Passolungo, incrociando le gambe e appog-
giandosi comodamente allo schienale. “Sem­brate rinsavito, tanto di gua-
dagnato. Finora siete stato troppo incauto. Benissimo! Vi dirò quel che
so e deciderete voi se darmi o no la ricompensa. Quando mi avrete ascol-
tato forse sarete contento di concedermela.”

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La Compagnia dell’Anello

“Coraggio, allora!” disse Frodo. “Che cosa sapete?”


“Troppo; troppe cose oscure,” disse Passolungo torvo. “Ma per quel
che interessa voi…” Si alzò e andò alla porta, l’aprì di scatto e guardò
fuori. Poi la richiuse silenziosamente e tornò a sedersi. “Ho l’orecchio
aguzzo,” proseguì, abbassando la voce, “e anche se non ho la facoltà di
scomparire, ho dato la caccia a molte creature selvagge e circospette e, se
voglio, di solito riesco a non farmi scorgere. Ebbene, stasera mi trovavo
dietro la siepe sulla Strada a ovest di Bree quando quattro hobbit sono
emersi dai Poggitumuli. Non starò a ripeter tutto quello che hanno detto
al vecchio Bombadil o tra di loro; ma una cosa ha risvegliato il mio inte-
resse. Per favore ricordate, ha detto uno di loro, che il nome Baggins non
va mai fatto. Se bisogna proprio dare un nome, io sono il signor Sottocolle.
Ha risvegliato a tal punto il mio interesse che li ho seguiti fin qui. Ho
scavalcato il cancello subito dopo di loro. Forse il signor Baggins ha un
motivo onesto per lasciarsi alle spalle il proprio nome; in tal caso però
consiglierei a lui e ai suoi amici di esser più prudenti.”
“Non vedo quale interesse possa avere il mio nome per uno di Bree,”
disse Frodo con rabbia, “e devo ancora capire perché interessa voi. Il si-
gnor Passolungo ha forse un motivo onesto per spiare e origliare; in tal
caso però gli consiglierei di spiegarlo.”
“Bella risposta!” disse Passolungo ridendo. “Ma la spiegazione è
semplice: cercavo uno hobbit di nome Frodo Baggins. Volevo trovarlo al
più presto. Avevo saputo che portava fuori dalla Contea, be’, un segreto
che riguarda me e i miei amici.
“Non mi fraintendete!” esclamò, quando Frodo si alzò dalla sedia
e Sam balzò in piedi accigliato. “Saprò conservare il segreto meglio di
voi. Bisogna fare attenzione!” Si protese in avanti e li squadrò. “Tenete
d’occhio ogni ombra!” disse a bassa voce. “Uomini neri a cavallo sono
passati da Bree. Lunedì è venuto uno giù dalla Viaverde, dicono; e un
altro ha fatto la sua comparsa più tardi, risalendo la Viaverde da sud.”

Scese il silenzio. Alla fine Frodo si rivolse a Pippin e a Sam: “Avrei do-
vuto immaginarlo da come il guardiano ci ha accolto al cancello,” disse.
“E l’oste sembra aver sentito qualcosa. Perché ha insistito per farci unire
alla compagnia? E perché mai ci siamo comportati in modo così sciocco?
Avremmo dovuto restarcene qui buoni buoni.”
“Sarebbe stato meglio,” disse Passolungo. “Potendo, vi avrei impe-
dito io di andare nella sala di ritrovo; ma l’oste non mi ha permesso di
venire da voi né ha voluto portarvi un mio messaggio.”
“Credete che lui…” iniziò Frodo.
“No, non penso male del vecchio Farfaraccio. Solo che i vagabondi
misteriosi della mia risma non gli vanno proprio giù.” Frodo gli lanciò

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Passolungo

un’occhiata perplessa. “Be’, ho un’aria losca anzichenò, dico bene?” dis-


se Passolungo con una smorfia e uno strano lampo negli occhi. “Ma spe-
ro che avremo modo di conoscerci meglio. Allora mi spiegherete, spero,
che cosa è successo alla fine della canzone. Quello scherzetto…”
“Si tratta di un semplice incidente,” lo interruppe Frodo.
“Chissà,” disse Passolungo. “Diciamo un incidente. Quell’incidente
vi ha messo in una posizione pericolosa.”
“Non più di quanto già lo fossi,” disse Frodo. “Sapevo che quei cava-
lieri m’inseguivano; adesso però sembrano avermi mancato ed essersene
andati.”
“Non ci contate!” disse Passolungo seccamente. “Torneranno. E altri
ne verranno. Ce ne sono molti. So quanti sono. Conosco questi Cavalieri.”
S’interruppe, e i suoi occhi erano freddi e duri. “E c’è gente a Bree della
quale non bisogna fidarsi,” riprese. “Bill Felcioso, per esempio. Ha una
brutta nomea a Breelandia e strana gente bussa alla sua porta. Lo avrete
notato in mezzo alla compagnia: un tipo scuro dall’aria beffarda. Faceva
comunella con uno dei forestieri venuti dal Sud e sono sgusciati fuori in-
sieme subito dopo il vostro ‘incidente’. Non tutti quei tipi del Sud sono
benintenzionati; quanto a Felcioso, venderebbe qualsiasi cosa a chiun-
que; o seminerebbe zizzania per divertimento.”
“Che cosa vuol vendere Felcioso e che c’entra lui col mio incidente?”
disse Frodo, sempre deciso a non capire le allusioni di Passolungo.
“Informazioni su di voi, ovviamente,” rispose Passo­lungo. “Un reso-
conto della vostra esibizione interesserebbe assai certe persone. Dopo
di che non avrebbero più bisogno di farsi dire il vostro vero nome. Mi
sembra più che probabile che lo verranno a sapere prima che sia trascor-
sa questa notte. Può bastare? Per la mia ricompensa regolatevi come vi
pare: prendetemi come guida oppure no. Ma vi posso garantire che co-
nosco tutte le terre tra la Contea e i Monti Brumosi perché le ho battute
per molti anni. Sono più vecchio di quel che sembro. Potrei rivelarmi
utile. Dopo stanotte dovrete lasciare la strada scoperta: gli uomini a ca-
vallo la sorveglieranno notte e giorno. Forse riuscirete a fuggire da Bree
e a fare un tratto di strada mentre il Sole è alto; ma non andrete lontano.
Piomberanno su di voi in qualche luogo selvaggio e buio dove non avrete
scampo. Volete che vi trovino? Sono tremendi!”
Gli hobbit lo guardarono e videro con sorpresa che aveva il viso con-
tratto come dal dolore e le mani stringevano i braccioli della sedia. La stan-
za era immersa nella quiete e nel silenzio, e la luce sembrava essersi affievo-
lita. Per un po’ Passolungo rimase con lo sguardo perso nel vuoto, come se
riandasse ricordi lontani o ascoltasse suoni nella Notte più remota.
“Ecco!” esclamò dopo un istante, passandosi la mano sulla fron-
te. “Forse ne so più di voi sui vostri inseguitori. Voi li temete, ma non

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La Compagnia dell’Anello

li temete abbastanza, per ora. Domani dovete fuggire, se vi riesce.


Passolungo è in grado di condurvi per sentieri assai poco battuti. Lo
porterete con voi?”
Seguì un silenzio pesante. Frodo non rispose; dubbio e paura gli
confondevano la mente. Sam si accigliò e guardò il padrone; e alla fine
sbottò:
“Col vostro permesso, signor Frodo, io direi no! Questo Passolungo
ci avverte e ci dice di fare attenzione; e a questo io direi sì, e comincerei
da lui. Viene dalla Selva e io non ho mai sentito parlar bene di certa gen-
te. Sa qualcosa, poco ma sicuro, anzi troppo, per i miei gusti; ma non è
un buon motivo per farci condurre in qualche luogo buio dove, a sentir
lui, non avremo scampo.”
Pippin mordeva il freno e sembrava a disagio. Passo­lungo non rispo-
se a Sam, ma portò lo sguardo penetrante su Frodo. Frodo se ne accorse
e distolse il suo. “No,” disse lentamente. “Non sono d’accordo. Io credo,
credo che non siate in realtà quello che volete sembrare. Avete iniziato a
parlarmi con l’accento di Bree, ma la voce è cambiata. Sam però non ha
torto e neanch’io capisco: prima ci avvertite di fare attenzione e poi ci
chiedete di prendervi con noi sulla fiducia. Perché questa messinscena?
Chi siete? Che cosa sapete veramente su… sui miei affari; e come fate a
saperlo?”
“Avete imparato bene la lezione sulla prudenza,” disse Passolungo
con un sorrisetto torvo. “Ma la prudenza è un conto e l’esitazione un al-
tro. Da solo non arrivereste mai a Valforra, e fidarvi di me è la sola possi-
bilità che abbiate. Dovete prendere una decisione. Risponderò a qualcu-
na delle vostre domande, se questo vi servirà a farlo. Ma perché dovreste
credere alla mia storia, se non vi fidate già di me? Comunque, eccola…”

In quella bussarono alla porta. Il signor Farfaraccio era arrivato con le


candele e dietro di lui Nob portava recipienti di acqua calda. Passolungo
si ritrasse in un angolo buio.
“Sono venuto ad augurarvi la buonanotte,” disse l’oste, mettendo le
candele sul tavolo. “Nob! Porta l’acqua nelle stanze!” Entrò e chiuse
l’uscio.
“Insomma,” attaccò esitante e con l’aria turbata. “Se ho fatto qual-
cosa di male mi dispiace davvero. Ma una cosa scaccia l’altra, tocca am-
metterlo; e io sono un uomo indaffarato. Ma prima una faccenda e dopo
un’altra mi hanno rinfrescato la memoria, come vuole l’adagio; e spero di
non essere arrivato troppo tardi. Il fatto è che mi hanno chiesto di con-
trollare l’arrivo di hobbit della Contea, nella fattispecie di uno di nome
Baggins.”
“E questo che cosa c’entra con il sottoscritto?” domandò Frodo.

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Passolungo

“Be’, se non lo sapete voi!” disse l’oste con aria d’intesa. “Io non vi
tradirò; ma mi hanno detto che questo Baggins viaggiava con il nome di
Sottocolle e ne hanno dato una descrizione che corrisponde abbastanza
a voi, se posso dirlo.”
“Ah, sì? Sentiamola!” disse Frodo, facendo l’errore d’interromperlo.
“Un piccoletto robusto con le guance rosse,” disse il signor Farfaraccio
solennemente. Pippin ridacchiò, mentre Sam sembrava indignato. “Non
ti aiuterà molto; vale per la maggior parte degli hobbit, Orzo, mi fa quel-
lo,” continuò il signor Farfaraccio lanciando un’occhiata a Pippin. “Ma
questo è più alto della media e più chiaro di carnagione della maggior parte
di loro, e ha una fossetta sul mento: un tipo impertinente con due occhi vi-
spi. Chiedo venia, ma l’ha detto lui, non io.”
“L’ha detto lui? E chi sarebbe?” domandò Frodo impaziente.
“Ah! È stato Gandalf, se avete capito a chi mi riferisco. Un mago, di-
cono, ma indipendentemente da questo è un mio buon amico. Ora però
non so che cosa avrà da dirmi se lo rivedrò: farà inacidire tutta la mia bir-
ra o mi ridurrà a un ciocco, non mi stupirei. È uno che va per le spicce.
Ma quel ch’è fatto non si può disfare.”
“E voi che avreste fatto?” disse Frodo, che cominciava a spazientirsi
di fronte al lento sdipanarsi dei pensieri di Farfaraccio.
“Dov’ero rimasto?” disse l’oste, interrompendosi e schioccando le
dita. “Ah, sì! Il vecchio Gandalf. Tre mesi fa ha fatto irruzione nella mia
stanza senza neanche bussare. Orzo, mi fa, io parto in mattinata. Me lo
faresti un favore? Basta chiedere, dico io. Vado di fretta, dice lui, e non
ho tempo di portare di persona un messaggio alla Contea. Hai una persona
fidata da mandare? Posso trovarla, dico io, domani, forse, o dopodomani.
Meglio domani, dice lui, e poi mi ha dato una lettera.
“L’indirizzo è chiarissimo,” disse il signor Farfaraccio, tirando fuori
dalla tasca una lettera e leggendo l’indirizzo lentamente e con fierezza
(teneva assai alla reputazione di persona istruita):

Sig. frodo baggins, casa baggins, hobbiton nella contea.

“Una lettera per me da Gandalf!” gridò Frodo.


“Ah!” disse il signor Farfaraccio. “Ma allora è vero che vi chiamate
Baggins?”
“Sì,” disse Frodo, “e farete meglio a darmi subito quella lettera e a
spiegarmi perché non me l’avete mandata. Eravate venuto a dirmi questo,
immagino, anche se ci avete messo un bel po’ per arrivare al dunque.”
Il povero signor Farfaraccio sembrava turbato. “Avete ragione, si-
gnore,” disse, “e vi chiedo scusa. E ho una fifa nera di quello che dirà
Gandalf se poi succede qualche guaio. Ma non l’ho fatto apposta. L’ho

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La Compagnia dell’Anello

messa al sicuro. Però non ho trovato nessuno disposto ad andare alla


Contea né l’indomani né il giorno dopo, e non potevo fare a meno di
nessuno dei miei; e poi, tra una cosa e l’altra, mi è passato di mente. Sono
sempre indaffarato. Farò tutto il possibile per rimediare e, se posso es-
servi d’aiuto, basta dirmelo.
“Lettera a parte, ho promesso la stessa cosa anche a Gandalf. Orzo,
mi fa, questo mio amico della Contea dovrebbe passar di qui tra non molto,
lui e qualcun altro. Si farà chiamare Sottocolle. Tienilo a mente! Ma non
devi fargli domande. E se io non sono con lui, potrebbe essere nei guai e
aver bisogno d’aiuto. Fa’ tutto quello che puoi per lui e te ne sarò grato,
dice. E ora eccovi qui e, a quanto pare, i guai son dietro l’angolo.”
“Che cosa intendete dire?” domandò Frodo.
“Questi uomini neri,” disse l’oste abbassando la voce, “stanno cer-
cando Baggins e, se loro hanno buone intenzioni, io sono uno hobbit.
È stato lunedì, e i cani si sono messi a uggiolare e le oche a starnazza-
re. Inquietante, mi son detto. Poi arriva Nob e mi dice che all’ingresso
ci sono due uomini neri che chiedono di uno hobbit di nome Baggins.
Nob aveva i capelli dritti. Ho ordinato a quei tipi neri di smammare e gli
ho sbattuto la porta in faccia; ma ho saputo che avevano chiesto la stes-
sa cosa da qui ad Archet. E anche quel Forestale, Passolungo, ha fatto
un sacco di domande. Voleva incontrarvi prima che aveste mangiato un
boccone o bevuto un sorso, e come insisteva.”
“Insisteva!” disse all’improvviso Passolungo, venendo alla luce. “Tu
non sai quanti guai ci saremmo risparmiati, Omorzo, se lo avessi fatto.”
L’oste trasalì. “Tu!” gridò. “Stai sempre tra i piedi. Che cosa vuoi
adesso?”
“È qui col mio permesso,” disse Frodo. “È venuto a offrirmi il suo aiuto.”
“Be’, voi saprete pure quel che fate,” disse il signor Farfaraccio, guar-
dando con sospetto Passolungo, “ma se mi trovassi nella vostra situazio-
ne, non andrei a confondermi con un Forestale.”
“E con chi, allora?” domandò Passolungo. “Con un oste grasso che
ricorda giusto il proprio nome solo perché gli altri non fanno che urlarlo
tutto il giorno? Loro non possono restare al Cavallino per sempre, e non
possono tornare a casa. Davanti a sé hanno una lunga strada. Andrai tu
con loro e li proteggerai dagli uomini neri?”
“Io? Lasciare Bree? Manco per tutto l’oro del mondo,” disse il signor
Farfaraccio con un’aria davvero spaventata. “Ma perché non restate qui
tranquillo per un po’, signor Sottocolle? Che cosa sono tutti questi strani
movimenti? Che cosa cercano questi uomini neri e da dove vengono, mi
piacerebbe tanto sapere?”
“Purtroppo non posso spiegarvi tutto,” rispose Frodo. “Sono stanco
e molto preoccupato, ed è una storia lunga. Ma se avete intenzione di

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Passolungo

aiutarmi, devo avvertirvi che sarete in pericolo finché resterò nella vostra
casa. Questi Cavalieri Neri: non ne sono sicuro, ma credo, anzi temo che
vengano da…”
“Vengono da Mordor,” disse Passolungo a bassa voce. “Da Mordor,
Omorzo, non so se ti dice qualcosa.”
“Poveri noi!” gridò il signor Farfaraccio sbiancando; il nome chiara-
mente gli era noto. “È la peggior notizia giunta a Bree da che sono nato.”
“Lo è,” disse Frodo. “Siete sempre disposto ad aiutarmi?”
“Lo sono,” disse il signor Farfaraccio. “Ora più che mai. Anche se
non so che cosa possa fare uno come me contro, contro…” balbettò.
“Contro l’Ombra dell’Est,” disse Passolungo sommessamente. “Non
molto, Omorzo, ma tutto serve. Puoi far dormire qui il signor Sottocolle
come signor Sottocolle; e puoi dimenticare il nome Baggins fino a che
non è lontano.”
“Lo farò,” disse Farfaraccio. “Ma scopriranno che si trova qui anche
senza il mio aiuto, purtroppo. È un peccato che il signor Baggins abbia
attirato l’attenzione su di sé questa sera, e non aggiungo altro. La storia
della scomparsa di Bilbo l’avevano già sentita prima di stasera qui a Bree.
Perfino il nostro Nob ci ha ricamato su in quella sua zucca lenta; e a Bree
ci sono altri ben più lesti di comprendonio.”
“Be’, c’è solo da sperare che per ora i Cavalieri non tornino,” disse
Frodo.
“Spero proprio di no,” disse Farfaraccio. “Ma, spettri o no, non en-
treranno tanto facilmente al Cavallino. Non preoccupatevi fino a domat-
tina. Nob terrà la bocca chiusa. Nessun uomo nero varcherà le mie por-
te, finché mi reggono le gambe. Stanotte faremo la guardia io e i miei; ma
voi fareste bene a riposare, se vi riesce.”
“In ogni caso, dovete svegliarci all’alba,” disse Frodo. “Dobbiamo
partire prima possibile. La colazione alle sei e mezzo, per favore.”
“Sta bene! Me ne occuperò personalmente,” disse l’oste. “Buonanot-
te, signor Baggins… o meglio, Sottocolle! Buonanotte… ma, accidenti!
Dov’è il vostro signor Brandaino?”
“Non lo so,” disse Frodo, di colpo in apprensione. Si erano com-
pletamente dimenticati di Merry, e l’ora era tarda. “Temo che sia fuori.
Aveva detto che sarebbe andato a prendere una boccata d’aria.”
“Be’, avete proprio bisogno di essere protetti, questo è certo: sem-
brate in vacanza!” disse Farfaraccio. “Devo andare di corsa a sbarrare
le porte, ma darò ordine di far entrare il vostro amico quando torna.
Sarà meglio mandare Nob a cercarlo. Buonanotte a tutti!” Finalmente
il signor Farfaraccio uscì, lanciando un’altra occhiata diffidente a
Passolungo e scuotendo il capo. I suoi passi si allontanarono lungo il
corridoio.

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La Compagnia dell’Anello

“E allora?” disse Passolungo. “Vi decidete o no ad aprire quella lette-


ra?” Frodo osservò attentamente il sigillo prima di romperlo. Sembrava
proprio quello di Gandalf. All’interno, scritto con la calligrafia forte ma
aggraziata del mago, c’era il seguente messaggio:

il cavallino inalberato, bree.


Giorno di Mezzo Anno, Anno della Contea 1418.

Caro Frodo,
mi sono giunte brutte notizie. Devo partire subito. È meglio che ti
sbrighi a lasciare Casa Baggins e a uscire dalla Contea prima della
fine di luglio al più tardi. Tornerò appena possibile; e ti seguirò, se
saprò che sei partito. Se passi da Bree lasciami un messaggio alla lo-
canda. Puoi fidarti dell’oste (Farfaraccio). Forse lungo la Strada in-
contrerai un mio amico: un Uomo magro, scuro, alto, che certi chia-
mano Passolungo. Sa delle nostre cose e ti aiuterà. Va’ a Valforra.
Spero che ci ritroveremo lì. Se non dovessi venire, ti consiglierà
Elrond.
Il tuo frettoloso
gandalf.

P.S. non servirtene più, per nessuna ragione al mondo! Non viaggia-
re di notte!
P.P.S. Assicurati che sia proprio Passolungo. Ci sono molti uomini
strani sulle strade. Il suo vero nome è Aragorn.

Non tutto quel che è oro poi risplende,


Non si smarriscon tutti gli errabondi;
Il vecchio che ha la forza non s’arrende,
Non gelan le radici più profonde.
Rinascerà un fuoco dalle ceneri,
Una favilla dall’ombre sprigiona;
La lama infranta nuova vita ottiene,
Tornerà re chi è senza corona.

P.P.P.S. Spero che Farfaraccio ti faccia avere presto questa mia. Un


brav’uomo, ma la sua memoria è come un ripostiglio: non trovi mai
quello che cerchi. Se lo dimentica, lo arrostisco.
Addio!

Frodo lesse la lettera e poi la passò a Pippin e a Sam. “Il vecchio


Farfaraccio ha combinato davvero un bel pasticcio!” disse. “Merita di fi-

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Passolungo

nire arrostito. Se l’avessi ricevuta subito, ora saremmo tutti sani e salvi a
Valforra. Ma che cosa sarà successo a Gandalf? Da come scrive, sembra
andato incontro a un grande pericolo.”
“Questo fa da molti anni,” disse Passolungo.
Frodo si girò e lo guardò pensieroso, interrogandosi sul secondo po-
scritto di Gandalf. “Perché non me l’avete detto subito che eravate ami-
co di Gandalf?” domandò. “Non avremmo perso tempo.”
“Sul serio? Chi di voi mi avrebbe creduto prima di adesso?” disse
Passolungo. “Non sapevo nulla di questa lettera. Sapevo invece di dover-
vi convincere a fidarvi di me senza prove, se volevo aiutarvi. In ogni caso,
non intendevo raccontarvi subito tutto sul mio conto. Prima dovevo stu-
diarvi e assicurarmi che foste proprio voi. Non sarebbe la prima volta
che il Nemico mi tende tranelli. Una volta certo della vostra identità, ero
pronto a rispondere a qualsiasi vostra domanda. Devo ammettere però,”
aggiunse con una strana risatina, “che speravo di esser preso per quello
che ero. A volte un uomo braccato è stanco dei sospetti e anela all’amici-
zia. Senonché ho un aspetto che mi penalizza.”
“Purtroppo sì… se non altro a prima vista,” rise Pippin, improvvi-
samente risollevato dalla lettera di Gandalf. “Ma non bisogna giudicare
dall’aspetto, come diciamo noi nella Contea; e mi sa che dopo aver pas-
sato giorni in mezzo alle siepi e ai fossi finiremmo per somigliarci tutti.”
“Ci vorrebbe più di qualche giorno o settimana, mese o anno passato
a vagare per la Selva per farvi somigliare a Passolungo,” rispose lui. “E
morireste prima, a meno di non essere di pasta più dura di quanto non
sembri.”
Pippin si diede per vinto, ma Sam non demordeva e continuava a
guardare Passolungo con aria dubbiosa. “Come facciamo a sapere che
siete il Passolungo di cui parla Gandalf?” domandò. “Prima che saltas-
se fuori questa lettera, non avevate mai fatto il nome di Gandalf. Magari
siete una spia che recita la parte per farci andare dove volete voi, per quel
che ne so. Magari avete fatto fuori il vero Passolungo e indossato i suoi
vestiti. Che cosa avete da rispondere?”
“Che siete un tipo risoluto,” rispose Passolungo; “ma purtroppo
l’unica risposta che posso darvi, Sam Gamgee, è questa. Se avessi ucciso
il vero Passolungo, potrei uccidere anche voi. E vi avrei già ucciso sen-
za tante chiacchiere. Se fossi a caccia dell’Anello, potrei averlo… ora!”
Si alzò e all’improvviso parve diventare altissimo. Gli occhi ardevano
di una luce penetrante e imperiosa. Gettando indietro il mantello, posò la
mano sull’elsa di una spada che pendeva, nascosta, al fianco. Gli hobbit
non osavano muoversi. Seduto a bocca aperta, Sam lo fissava inebetito.
“Ma io sono il vero Passolungo, per fortuna,” disse, guardandoli
dall’alto in basso con un’espressione addolcita da un sorriso subitaneo.

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La Compagnia dell’Anello

“Io sono Aragorn figlio di Arathorn; e se con la vita o con la morte potrò
salvarvi, lo farò.”
Seguì un lungo silenzio. Alla fine Frodo parlò con esitanza. “Credevo
che foste un amico prima ancora di ricevere la lettera,” disse, “o almeno
lo speravo. Mi avete spaventato più volte stasera, mai però come avreb-
bero fatto i servitori del Nemico, o così immagino. Secondo me una delle
sue spie sembrerebbe, be’, più onesta ma sarebbe più turpe, non so se
mi spiego.”
“Capisco,” rise Passolungo. “Io sembro turpe e sono onesto. Giusto?
Non tutto quel che è oro poi risplende, non si smarriscon tutti gli errabondi.”
“Allora i versi si riferivano a voi?” domandò Frodo. “Io non capivo
di che cosa parlassero. Ma come fate a sapere che erano nella lettera di
Gandalf, se non l’avete mai vista?”
“Non lo sapevo,” rispose. “Ma sono Aragorn, e quei versi accompa-
gnano il mio nome.” Estrasse la spada e gli hobbit constatarono che in
effetti la lama era rotta a un palmo dall’elsa. “Non serve a molto, vero
Sam?” disse Passolungo. “Ma vicina è l’ora in cui sarà forgiata a nuovo.”
Sam non replicò.
“Be’,” disse Passolungo, “col permesso di Sam la faccenda è sistema-
ta. Passolungo vi farà da guida. E adesso è ora di andare a letto, direi, e
di riposarvi il più possibile. Domani ci aspetta un percorso accidentato.
Anche se avremo modo di lasciare Bree indisturbati, non possiamo spe-
rare di lasciarla inosservati. Ma io cercherò di far perdere al più presto
le tracce. A parte la strada maestra, conosco un paio di vie d’uscita dalla
Breelandia. Una volta depistata la caccia, punterò su Svettavento.”
“Svettavento?” disse Sam. “Che cos’è?”
“È una collina, un po’ a nord della Strada, circa a metà via tra qui
e Valforra. Domina tutta la regione circostante e avremo così modo di
guardarci intorno. Se Gandalf dovesse seguirci, è lì che si dirigerà. Dopo
Svettavento le difficoltà del viaggio aumenteranno e ci toccherà scegliere
tra vari pericoli.”
“Quando avete visto Gandalf l’ultima volta?” domandò Frodo.
“Sapete dov’è o che cosa sta facendo?”
Passolungo assunse un’espressione grave. “Non lo so,” disse. “In pri-
mavera sono venuto insieme a lui a ovest. In questi ultimi anni, quando
lui era impegnato altrove, ho sorvegliato spesso la frontiera della Contea.
Ci siamo visti l’ultima volta il primo di maggio: a Guado Sarn lungo il
Brandivino. Mi ha detto che la faccenda in ballo con voi era andata a
buon fine e che sareste partito per Valforra l’ultima settimana di settem-
bre. Siccome sapevo che era al vostro fianco, ho intrapreso un viaggio
per conto mio. E si è dimostrato un errore; deve aver senz’altro ricevuto
qualche notizia e io non ero lì a dargli manforte.

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Passolungo

“Sono turbato, per la prima volta da quando lo conosco. Anche se non


poteva venire di persona, avremmo dovuto ricevere suoi messaggi. Al ri-
torno, parecchi giorni fa, ho saputo le brutte notizie. In lungo e in largo
correva voce che Gandalf fosse irreperibile e che gli uomini a cavallo fos-
sero stati avvistati. Sono stati gli Elfi di Gildor a informarmi; e più tardi mi
dissero che voi avevate lasciato casa; mentre non si avevano notizie della
vostra partenza da Landaino. Ho tenuto d’occhio con ansia la Strada Est.”
“Secondo voi i Cavalieri Neri c’entrano qualcosa… con l’assenza di
Gandalf, voglio dire?” domandò Frodo.
“Non so cos’altro avrebbe potuto trattenerlo se non il Nemico in
persona,” disse Passolungo. “Ma non perdete le speranze! Gandalf è più
grande di quanto non sappiate voi della Contea… di norma conoscete
di lui solo gli scherzi e i giocattoli. Ma questa nostra faccenda sarà la sua
più grande impresa.”
Pippin sbadigliò. “Scusate,” disse, “ma sono stanco morto.
Nonostante tutti i pericoli e le preoccupazioni devo andare a letto o mi
addormento qui sulla sedia. Dove sarà quello stupido di Merry? Sarebbe
il colmo se ora ci toccasse uscire al buio per andarlo a cercare.”

In quel mentre sentirono sbattere una porta, e poi passi affrettati lun-
go il corridoio. Merry entrò di corsa seguito da Nob. Richiuse subito la
porta e ci si appoggiò. Era senza fiato. Tutti lo guardarono allarmati per
un attimo prima che dicesse trafelato: “Li ho visti, Frodo! Li ho visti! I
Cavalieri Neri!”
“I Cavalieri Neri!” gridò Frodo. “Dove?”
“Qui. In paese. Sono rimasto a casa per un’ora. Poi, visto che non
tornavate, sono uscito a fare quattro passi. Tornando mi ero fermato a
poca distanza dalla luce della lampada a guardar le stelle. A un tratto ho
avuto un brivido e ho sentito che qualcosa di orribile strisciava lì vicino:
tra le ombre sull’altro lato della strada, appena oltre il fascio di luce della
lampada, c’era come un’ombra più intensa. Senza far rumore è sgusciata
all’istante nell’oscurità. Non c’erano cavalli.”
“Da che parte è andata?” domandò Passolungo di colpo e seccamente.
Merry trasalì, accorgendosi solo in quel momento dello sconosciuto.
“Continua!” disse Frodo. “È un amico di Gandalf. Poi ti spiego.”
“Sembrava aver preso la Strada, verso est,” riprese Merry. “Ho cer-
cato di seguirla. Naturalmente è sparita quasi all’istante; ma io ho girato
l’angolo e sono arrivato fino all’ultima casa sulla Strada.”
Passolungo guardò con stupore Merry. “Siete un tipo ardimentoso,”
disse; “ma è stato sciocco.”
“Non saprei,” disse Merry. “Né coraggioso né stupido, credo. Non
ho potuto farne a meno. Mi sembrava di esser, chissà come, attirato.

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La Compagnia dell’Anello

Fatto sta che l’ho seguita e a un tratto ho sentito delle voci vicino alla sie-
pe. Una borbottava; e l’altra sussurrava, o sibilava. Non capivo una pa-
rola di quel che dicevano. Non mi sono avvicinato di più, anche perché
tremavo da capo a piedi. Poi mi ha preso il terrore, ho fatto per girarmi
e stavo già per prendere la fuga quando qualcosa mi si è avvicinato alle
spalle e sono… sono caduto.”
“L’ho trovato io, signore,” intervenne Nob. “Il signor Farfaraccio mi
aveva mandato fuori con una lanterna. Una volta al cancello Ovest sono
risalito verso il cancello Sud. Mi è parso di vedere qualcosa sulla Strada,
proprio accanto alla casa di Bill Felcioso. Non ci avrei giurato ma sem-
bravano due uomini chini su qualcosa che stavano sollevando. Ho lan-
ciato un grido ma quando sono arrivato sul posto erano spariti, c’era
solo il signor Brandaino in terra, sul ciglio della strada. Sembrava addor-
mentato. ‘Credevo di essere caduto in acque profonde,’ mi fa, mentre lo
scuotevo. Aveva un’aria molto strana e non appena sono riuscito a farlo
riprendere, è saltato su ed è tornato qui correndo come una lepre.”
“È andata proprio così, temo,” disse Merry, “anche se non so quello
che ho detto. Ho fatto un brutto sogno, che non ricordo. Sono crollato.
Non so che cosa m’è preso.”
“Lo so io,” disse Passolungo. “L’Alito Nero. I Cavalieri devono aver
lasciato i cavalli all’esterno e valicato il cancello Sud di nascosto. Ormai
sapranno tutto, dopo aver incontrato Bill Felcioso, e probabilmente quel
tipo del Sud era anche lui una spia. Stanotte potrebbe succedere qualco-
sa, prima che lasciamo Bree.”
“Che cosa succederà?” disse Merry. “Daranno l’assalto alla locanda?”
“No, non credo,” disse Passolungo. “Non sono ancora tutti qui. E
in ogni caso non è il loro sistema. Nell’oscurità e nella solitudine sono
più forti che mai; non attaccheranno apertamente una casa piena di luci
e di persone… dovrebbero essere disperati per farlo, e invece sanno
che a noi tocca ancora affrontare le lunghe leghe di Eriador. Ma la loro
forza sta nel terrore e qualcuno di Bree è già caduto nelle loro grinfie.
Spingeranno quegli sciagurati a commettere qualche iniquità: il Felcioso,
qualcuno dei forestieri e, forse, anche il guardiano del cancello. Lunedì
hanno parlato con Harry al cancello Ovest. Li stavo osservando. Quando
se ne sono andati lui era bianco come un cencio e tremava.”
“A quanto pare siamo circondati dai nemici,” disse Frodo. “Che cosa
dobbiamo fare?”
“Restate qui e non andate nelle vostre stanze! Avranno senz’altro sco-
perto quali sono. Le camere adibite agli hobbit hanno le finestre vicino
al suolo che affacciano a nord. Rimarremo tutti assieme e sbarreremo
questa finestra e la porta. Prima però io e Nob andremo a prendere i vo-
stri bagagli.”

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Passolungo

Uscito Passolungo, Frodo fece a Merry un rapido riassunto di tutto


ciò che era successo dopo cena. Merry stava ancora leggendo e valutan-
do la lettera di Gandalf quando Passolungo e Nob tornarono.
“Bene Signori,” disse Nob, “ho messo un po’ in disordine i vestiti e
piazzato un capezzale per lungo al centro di ogni letto. E con un tappeti-
no di lana marrone ho fatto una bella imitazione della vostra testa, signor
Bag… Sottocolle, signore,” aggiunse con un sorrisetto.
Pippin rise. “Davvero somigliante!” disse. “Ma che cosa succederà
quando avranno scoperto l’inganno?”
“Staremo a vedere,” disse Passolungo. “Speriamo solo di difendere il
forte fino al mattino.”
“Buonanotte a voi,” disse Nob, per andare a fare il suo turno di guar-
dia alle porte.
Ammonticchiarono per terra equipaggiamento e borse. Spinsero una
poltroncina contro la porta e chiusero la finestra. Sbirciando fuori Frodo
vide che la notte era ancora chiara. La Falce6 oscillava luminosa sopra le
falde di Colbree. Poi chiuse e sbarrò le pesanti imposte interne e tirò le
tende. Passolungo avvivò il fuoco e spense tutte le candele.
Gli hobbit si stesero sulle coperte con i piedi rivolti verso il foco-
lare; ma Passolungo si sistemò sulla sedia appoggiata contro la porta.
Parlarono ancora un po’, perché Merry aveva parecchie domande da
fare.
“Sulla Luna sale!” ridacchiò Merry mentre si avvoltolava nella coper-
ta. “Davvero ridicolo da parte tua, Frodo! Ma mi sarebbe piaciuto tanto
esserci. Tra cent’anni i notabili di Bree ne parleranno ancora.”
“Lo spero,” disse Passolungo. Poi tutti tacquero e, uno per uno, gli
hobbit si addormentarono.

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  Nome dato dagli Hobbit all’Orsa Maggiore o Grande Carro.

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FELLOWSHIP re set 21/5/02 9:33 am Page 177
Capitolo XI

Un coltello nel buio

Mentre nella locanda di Bree gli Hobbit si apprestavano a dormire,


l’oscurità era scesa su Landaino; una foschia fluttuava nelle vallette e lun-
go gli argini del fiume. La casa di Criconca si stagliava silenziosa. Ciccio
Bolger aprì con cautela l’uscio e sbirciò fuori. Una sensazione di paura
lo aveva pian piano pervaso nel corso della giornata e non riusciva a ri-
lassarsi né ad andare a letto: sull’aria soffocante della notte gravava una
minaccia incombente. Mentre scrutava nel buio, un’ombra nera si mos-
se sotto gli alberi; il cancello parve aprirsi da solo e richiudersi senza far
rumore. Fu preso dal panico. Si ritrasse e per un istante restò tremante
sulla soglia. Poi chiuse a chiave la porta.
La notte s’addensò. Si udì il suono attutito di cavalli condotti di sop-
piatto lungo il viottolo. Si fermarono davanti al cancello e tre figure nere
entrarono come ombre notturne striscianti per terra. Una andò alla por-
ta, le altre due ai lati della casa; e lì rimasero, immobili come ombre delle
pietre, mentre la notte proseguiva lenta. La casa e gli alberi silenti sem-
bravano aspettare col fiato sospeso.
Un tenue fremito percorse le foglie e un gallo cantò in lontananza.
Era già l’ora fredda che precede l’alba. La figura davanti alla porta si
mosse. Nel buio senza luna e senza stelle, come se avessero sguainato una
luce di ghiaccio, luccicò una lama. Ci fu un colpo, smorzato ma pesante,
e la porta vibrò.
“Aprite, in nome di Mordor!” disse una voce acuta e minacciosa.
Al secondo colpo la porta cedette e cadde all’indietro, col legno sfon-
dato e la serratura rotta. Le nere figure guizzarono dentro.
In quella, dagli alberi vicini un corno risuonò. Come un incendio su
una collina squarciò la notte.

sveglia! pericolo! fuoco! nemici! sveglia!

Ciccio Bolger non era rimasto con le mani in mano. Appena vide le
scure sagome strisciare dal giardino, capì che doveva darsela a gambe, o

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La Compagnia dell’Anello

sarebbe morto. E prese la fuga, uscì da una porta sul retro, attraversò il
giardino e i campi. Quando raggiunse la casa più vicina, a oltre un mi-
glio di distanza, crollò sulla soglia. “No, no, no!” gridava. “No, non sono
io! Io non ce l’ho!” Ce ne volle di tempo prima che qualcuno riuscisse a
decifrare quel che farfugliava. Alla fine ebbero il sospetto che i nemici
fossero penetrati a Landaino, una strana invasione dalla Vecchia Foresta.
E allora non persero altro tempo.

pericolo! fuoco! nemici!

I Brandaino lanciarono il Richiamo di Landaino: erano passati


cent’anni dall’ultima volta che avevano dato fiato al corno, da che erano
calati i lupi bianchi nel Fello Inverno, quando il Brandivino era coperto
di ghiaccio.

sveglia! sveglia!

In lontananza si udivano rispondere altri corni. L’allarme si diffondeva.


Le nere figure fuggirono dalla casa. Una di loro, mentre correva via,
lasciò cadere un mantello hobbit sul gradino. Dal viottolo giunse uno
scalpitio di zoccoli che, messi al galoppo, si allontanarono martellando
nell’oscurità. Criconca era tutta un risuonar di corni, di voci che gridava-
no, di piedi che correvano. Ma i Cavalieri Neri cavalcarono veloci come
il vento fino al cancello Nord. Lasciala suonare, la piccola gente! Sauron
avrebbe fatto i conti con loro più tardi. Nel frattempo avevano un’altra
faccenda da sbrigare: ora sapevano che la casa era vuota e l’Anello spari-
to. Travolsero le guardie al cancello e scomparvero dalla Contea.

Durante le prime ore della notte Frodo si svegliò d’un tratto dal son-
no profondo, come disturbato da un rumore o da una presenza. Vide che
Passolungo era seduto vigile sulla sedia: gli occhi brillavano alla luce del
fuoco che, sbraciato, bruciava vivace; ma lui non fece segno o movimento.
Ben presto Frodo si riaddormentò; ma il rumore del vento e di zoc-
coli al galoppo turbò di nuovo i suoi sogni. Il vento sembrava avvolgere
la casa e scuoterla; e in lontananza udì un corno suonato all’impazzata.
Aprì gli occhi e udì un gallo cantare gagliardamente nel cortile della lo-
canda. Passolungo aveva aperto le tende e spalancato con fragore le im-
poste. La prima luce grigia del giorno pervase la stanza e dalla finestra
aperta entrò aria fredda.
Appena Passolungo ebbe svegliato tutti, li condusse alle loro came-
re. Quando le videro, furono contenti di aver seguito il suo consiglio: le
finestre erano state forzate e oscillavano, le tende svolazzavano; i letti

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Un coltello nel buio

erano sottosopra, i capezzali lacerati e gettati in terra; il tappeto marrone


fatto a pezzi.
Passolungo andò subito a cercare l’oste. Il povero signor Farfaraccio
aveva l’aria insonnolita e spaventata. Non aveva chiuso occhio tutta la
notte (così diceva), ma non aveva sentito nessun rumore.
“Non è mai successa una cosa del genere in tutta la mia vita!” gridò,
levando con orrore le mani al cielo. “Clienti che non possono dormire
nel loro letto, capezzali buoni rovinati e compagnia bella! Dove andre-
mo a finire?”
“Tempi bui,” disse Passolungo. “Ma per il momento potrete avere
un po’ di pace quando vi sarete sbarazzati di noi. Ce ne andremo quanto
prima. Non preoccupatevi della colazione: dovremo accontentarci di un
sorso e di un boccone in piedi. Faremo i bagagli in pochi minuti.”
Il signor Farfaraccio corse a far sellare i cavallini e a preparare un
“boccone”. Ma si ripresentò ben presto costernato. I cavallini erano spa-
riti! Durante la notte qualcuno aveva aperto le porte della stalla e le be-
stie erano scappate: non soltanto i cavallini di Merry, ma ogni altro caval-
lo e animale lì custodito.
La notizia sconfortò Frodo. Come sperar di arrivare a Valforra a pie-
di, inseguiti da nemici a cavallo? Era come andare sulla Luna. Passolungo
rimase in silenzio per un po’, guardando gli hobbit, come a soppesarne
la forza e il coraggio.
“I cavallini non ci aiuterebbero a sfuggire a uomini a cavallo,” disse
alla fine, pensoso, come se avesse letto nella mente di Frodo. “Non an-
dremo molto più piano a piedi, almeno sulle strade che ho intenzione di
percorrere. Io sarei andato a piedi in ogni caso. A preoccuparmi sono il
cibo e le provviste. A parte quello che ci portiamo dietro, non possiamo
contare su altro da mangiare, tra qui e Valforra; e dovremo portarne pa-
recchio di riserva, perché potremmo incontrare rallentamenti, o esser
costretti a far giri tortuosi, allontanandoci dalla via diretta. Quanto siete
pronti a caricarvi sulle spalle?”
“Quanto occorre,” disse Pippin con un tuffo al cuore, ma cercando
di dare a vedere che era più robusto di quanto non sembrasse (o non
credesse).
“Io posso portare per due,” disse Sam spavaldo.
“Non c’è modo di fare qualcosa, signor Farfaraccio?” domandò
Frodo. “Non possiamo trovare un paio di cavallini in paese, o anche uno
solo per i bagagli? Magari non ce li darebbero in affitto, però potrem-
mo sempre comprarli,” aggiunse dubbioso, chiedendosi se avesse soldi
a sufficienza.
“Ne dubito,” disse l’oste sconsolato. “I due o tre cavallini da sella di
Bree erano stallati nel mio cortile e sono spariti. Quanto agli altri animali,

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La Compagnia dell’Anello

cavalli o cavallini da tiro, a Bree ce ne sono pochi e non sono in vendita.


Ma vedrò di fare il possibile. Ora stano Bob e lo mando di corsa in giro.”
“Sì,” disse Passolungo con riluttanza, “sarà meglio. Ci toccherà tro-
vare almeno un cavallino, temo. Così però rinunciamo a ogni speranza di
partire presto e di filare via alla chetichella! Tanto valeva annunciare la
nostra partenza con il corno. Rientrava senz’altro nei loro piani.”
“Una briciola di consolazione c’è,” disse Merry, “e più di una bricio-
la, voglio sperare: nell’attesa avremo modo di far colazione… seduti in-
torno a una tavola. Troviamo Nob!”

Alla fine le ore di ritardo diventarono tre. Bob riportò la notizia


che nei paraggi non c’era modo di procurarsi un cavallo o un cavallino
neanche a peso d’oro – con una sola eccezione: Bill Felcioso ne aveva uno
che eventualmente avrebbe potuto vendere. “Una povera vecchia bestia
mezza morta di fame,” disse Bob; “ma non ve la darebbe per meno del
triplo del suo valore, visto come siete messi, se è vero che conosco Bill
Felcioso.”
“Bill Felcioso?” disse Frodo. “Non ci sarà qualche inghippo dietro?
Non è che poi l’animale torna di corsa da lui con tutta la nostra roba o li
aiuta a mettersi sulle nostre tracce o qualcosa del genere?”
“Può anche darsi,” disse Passolungo. “Ma non riesco a immaginare
un animale che torna da lui dopo essere andato via. Sarà solo un ripen-
samento del caro Mastro Felcioso: un modo come un altro per lucrare
di più su questa faccenda. Il pericolo maggiore è che la povera bestia sia,
com’è probabile, a un passo dalla morte. Mi sa che non abbiamo scelta.
Quanto vuole?”
Il prezzo di Bill Felcioso era dodici monete d’argento; che in effetti
da quelle parti corrispondeva almeno al triplo del valore di un cavallino.
Si rivelò un animale pelle e ossa, denutrito e afflitto; ma non sembrava
proprio sul punto di tirar le cuoia. Il signor Farfaraccio lo pagò di tasca
sua e offrì a Merry altre diciotto monete d’argento per compensare in
parte la perdita dei cavallini. Era un uomo onesto e benestante, quan-
tomeno secondo i criteri di Bree; trenta pezzi d’argento però erano un
colpo basso per lui, più duro da sopportare per via di quel truffaldino
di Bill Felcioso.
Ma in fin dei conti a trarne vantaggio fu lui. Più tardi si scoprì che di
fatto avevano rubato un solo cavallo. Gli altri, che avevano allontanato
o erano filati in preda al terrore, li ritrovarono a vagabondare in angoli
diversi della Breelandia. I cavallini di Merry erano proprio scappati e alla
fine (essendo dotati di molto buon senso) si erano diretti verso i Poggi
in cerca di Ciccio Bozzolo. Per un po’ finirono così sotto la custodia di
Tom Bombadil e se la passarono più che bene. Ma quando Tom venne a

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Un coltello nel buio

sapere dei fatti di Bree, li mandò dal signor Farfaraccio, che così otten-
ne cinque buone bestie a un prezzo più che ragionevole. A Bree avevano
molto più da sgobbare, ma Bob li trattava bene; perciò nell’insieme po-
tevano dirsi fortunati: avevano evitato un viaggio oscuro e periglioso. Ma
non giunsero mai a Valforra.
Comunque, nel frattempo, per quanto ne sapeva il signor Farfaraccio
i suoi soldi, una buona (o una cattiva) volta, erano sfumati. E i guai non
erano finiti. Appena gli altri ospiti, già in agitazione, vennero a sapere
della scorreria alla locanda, si scatenò il putiferio. I viaggiatori del Sud
avevano perso parecchi cavalli e incolpavano a gran voce l’oste, finché
non si scoprì che quella notte era sparito anche uno di loro, nella fatti-
specie l’amico strabico di Bill Felcioso. Di colpo tutti i sospetti caddero
su di lui.
“Se fate comunella con un ladro di cavalli e me lo portate in casa,”
disse Farfaraccio inviperito, “dovreste pagar voi tutti i danni anziché
prendervela con me. Andate a domandare a Felcioso dov’è quel bell’uo-
mo del vostro amico!” Ma si scoprì che non era amico di nessuno e che
nessuno riusciva a ricordare quando si era unito al gruppo.

Dopo colazione gli hobbit dovettero rifare i bagagli e raccogliere altre


provviste per il viaggio più lungo che ora li aspettava. Erano quasi le die-
ci quando finalmente partirono. A quel punto tutta Bree era un brusio
d’eccitazione. Il trucco della sparizione di Frodo; la comparsa dei Cava-
lieri Neri; la razzia nelle stalle; e, non ultima, la notizia che Passolungo
il Forestale si era unito ai misteriosi hobbit, ne facevano una storia che
avrebbe tenuto banco per molti monotoni anni. Quasi tutti gli abitanti di
Bree e di Stabbiolo, e molti perfino da Conca e Archet, affollavano la via
per assistere alla partenza dei viaggiatori. Gli altri ospiti della locanda
erano sulla porta o affacciati alla finestra.
Passolungo aveva cambiato idea e deciso di lasciare Bree dalla strada
maestra. Qualsiasi tentativo di allontanarsi subito attraverso la campa-
gna avrebbe soltanto peggiorato le cose: metà della popolazione li avreb-
be seguiti per vedere che cosa intendevano fare e per impedire la viola-
zione delle proprietà private.
Dissero addio a Nob e a Bob e presero congedo dal signor Farfaraccio
con molti ringraziamenti. “Spero che un giorno ci rincontreremo, quan-
do il clima sarà tornato sereno,” disse Frodo. “Niente mi piacerebbe di
più che trattenermi da voi per qualche tempo in pace.”
Si avviarono con passo pesante, ansiosi e avviliti, sotto gli occhi del-
la folla. Non tutti i visi erano amichevoli né tutte le parole gridate. Ma
Passolungo sembrava incuter soggezione in quasi tutti i paesani di Bree e
quelli che lui fissava chiudevano la bocca e indietreggiavano. Camminava

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La Compagnia dell’Anello

avanti con Frodo; seguito da Merry e Pippin; e per ultimo veniva Sam
con il cavallino, carico di quei bagagli che avevano avuto il coraggio di
affibbiargli; ma l’animale aveva già un’aria meno abbattuta, come se ap-
provasse il mutamento delle sue sorti. Sam masticava pensoso una mela.
Ne aveva una tasca piena: regalo d’addio di Nob e Bob. “Mele per cam-
minare e una pipa per star seduto,” disse. “Ma qualcosa mi dice che ne
sentirò la mancanza fra non molto.”
Gli hobbit non badarono alle teste dei curiosi che sbirciavano dagli
usci o spuntavano dai muretti e dalle recinzioni al loro passaggio. Ma
mentre si avvicinavano al cancello più lontano, Frodo scorse una casa
scura e dall’aria abbandonata dietro una folta siepe: l’ultima casa del
villaggio. A una delle finestre intravide una faccia giallastra dagli occhi
infidi, obliqui; ma sparì all’istante.
“Ecco dove si nasconde il tipo del Sud!” pensò. “Sembra proprio un
goblin.”
Da dietro la siepe li fissava sfrontato un altro uomo. Aveva sopracci-
glia folte e nere e occhi scuri e sprezzanti; la grande bocca era storta in un
sogghigno. Fumava una corta pipa nera. Quando furono vicini, la tolse
di bocca e sputò.
“’Giorno, Zampelunghe!” disse. “Si parte di buon’ora? Trovato final-
mente qualche amico?” Passolungo annuì ma non rispose.
“’Giorno, miei piccoli amici!” disse agli altri. “Lo sapete, vero,
con chi vi siete messi? Quello è Passolungo Capace-di-tutto, non so se
c’intendiamo! Anche se ho sentito altri nomignoli meno favorevoli. State
attenti stanotte! E tu, Sammie, non maltrattare il mio povero vecchio ca-
vallino! Puh!” Sputò di nuovo.
Sam si girò di scatto. “E tu, Felcioso,” disse, “non mettere in mostra
la tua brutta faccia o si farà male.” Con un’improvvisa torsione del polso,
veloce come un fulmine, una mela partì e colpì Bill dritto sul naso. Lui si
ritrasse troppo tardi e da dietro la siepe giunsero improperi. “Una buona
mela sprecata,” disse Sam con rammarico, e proseguì.

Finalmente si lasciarono il villaggio alle spalle. La scorta di bambini e


di sbandati che li aveva seguiti si stancò e all’altezza del cancello Sud tor-
nò indietro. Superato il varco, rimasero per qualche miglio ancora sulla
Strada. Voltava a sinistra descrivendo una curva che aggirava le pendici
di Colbree prima di riprendere la direzione est e poi iniziare a scende-
re veloce in una regione boscosa. Alla sinistra, sulle falde più dolci del
colle, si scorgevano alcune case e buche degli hobbit di Stabbiolo; da un
profondo avvallamento molto lontano a nord della Strada salivano fili di
fumo a indicare dove era sita Conca; Archet era nascosto tra gli alberi
più in là.

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Dopo che la Strada, scendendo per un tratto, si fu lasciata alle spalle


Colbree, alto e marrone, giunsero a uno stretto sentiero che puntava ver-
so Nord. “Qui lasciamo il terreno aperto e ci mettiamo al riparo,” disse
Passolungo.
“Non sarà una ‘scorciatoia’, voglio sperare,” disse Pippin. “La nostra
ultima scorciatoia attraverso i boschi per poco non finiva in un disastro.”
“Ah, ma allora non c’ero io con voi,” rise Passolungo. “Quando ta-
glio, corto o lungo che sia, io non sbaglio.” Guardò la Strada nei due sen-
si. Non si vedeva nessuno; e li guidò spedito giù verso la valle boscosa.
Il suo piano, per quel che ne potevano capire senza conoscere il
paese, era dirigersi prima verso Archet, mantenendosi però sulla destra
e superandolo a est, per poi puntar più dritto che poteva oltre le terre
selvagge su Colle Svettavento. In tal modo, se tutto andava bene, avreb-
bero evitato una grossa curva della Strada, che più avanti piegava verso
sud per evitare le Chiane Moscerine. A loro invece toccava attraversar le
chiane e dalla descrizione di Passolungo c’era poco da stare allegri.
Nel frattempo, però, camminare non era spiacevole. Anzi, se non fosse
stato per i fatti inquietanti della notte prima, avrebbero goduto quella parte
del viaggio più di ogni altra fase precedente. Il sole splendeva, luminoso ma
non troppo caldo. I boschi nella valle erano ancora coperti di foglie e pieni
di colore e sembravano tranquilli e salutari. Passolungo li guidava con sicu-
rezza in mezzo ai tanti sentieri incrociati laddove, abbandonati a se stessi, ci
avrebbero messo poco a entrare in crisi. Seguiva un percorso erratico con
molte giravolte e improvvise deviazioni per stornare eventuali inseguitori.
“Bill Felcioso avrà senz’altro notato dove abbiamo lasciato la Strada,”
disse; “anche se non credo che ci seguirà. Conosce il paese qui intorno
abbastanza bene, ma sa che non può competere con me in un bosco. Ho
paura di quello che potrebbe riferire ad altri. Non devono essere molto
lontani. Se pensano che ci dirigiamo verso Archet, tanto meglio.”

Vuoi per la perizia di Passolungo, vuoi per qualche altra ragione, non
videro traccia né udirono rumore di altre crea­ture viventi durante tutto
il giorno: né bipedi, a parte gli uccelli; né quadrupedi, a parte una vol-
pe e pochi scoiattoli. L’indomani si diressero in linea retta verso est; e
tutto era sempre calmo e placido. Il terzo giorno dopo aver lasciato Bree
uscirono da Bosco Chet. Da quando avevano abbandonato la Strada, il
terreno non aveva fatto che scendere regolarmente e adesso erano entra-
ti in una vasta distesa piatta molto più difficile da affrontare. Erano ben
oltre i confini di Breelandia, in mezzo a un territorio selvaggio e privo di
sentieri, ormai prossimi alle Chiane Moscerine.
Il suolo si era fatto umido, a momenti acquitrinoso, e qua e là incon-
trarono stagni e ampi tratti di canne e di giunchi risonanti del cinguettio

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La Compagnia dell’Anello

degli uccellini nascosti. Dovevano farsi strada con cautela per non
bagnare i piedi e mantenere la giusta direzione. Sulle prime procedet-
tero spediti ma, andando avanti, il transito divenne più lento e più peri-
coloso. Gli acquitrini infidi lasciavano disorientati, e neppure i Forestali
riuscivano a trovare piste da seguire in mezzo ai loro mutevoli pantani.
Gli insetti cominciarono a tormentarli e l’aria era piena di nugoli di mo-
scerini che s’infilavano nelle maniche, nei calzoni e fra i capelli.
“Mi stanno mangiando vivo!” gridò Pippin. “Chiane Moscerine! Ci
sono più moscerini che chiane!”
“Di che cosa campano quando non hanno hobbit a disposizione?”
domandò Sam, grattandosi il collo.
Trascorsero una giornata penosa in quella contrada solitaria e ino-
spitale. L’accampamento era umido, freddo e scomodo; e gli insetti con
le loro punture non li lasciavano dormire. A infestare le canne e i ciuffi
d’erba c’erano anche abominevoli creature che, dai suoni emessi, dove-
vano essere parenti perfidi dei grilli. Ce n’erano a migliaia e stridevano
tutt’intorno, niic-briic, briic-niic, ininterrottamente per tutta la notte, la-
sciando gli hobbit quasi stravolti.
Il giorno dopo, il quarto, non andò molto meglio e la notte fu altret-
tanto spiacevole. Pur essendosi lasciati alle spalle i Nicchibricchi (come
li chiamava Sam), i moschini seguitavano a perseguitarli.
A Frodo, che giaceva sfinito ma incapace di chiuder occhio, parve di
vedere in lontananza una luce in cielo a oriente: si accendeva e si spegne-
va più e più volte. Non era l’alba, alla quale mancava qualche ora.
“Che cos’è quella luce?” disse a Passolungo, che si era alzato in piedi
e scrutava nella notte.
“Non lo so,” rispose Passolungo. “È troppo distante per capirlo.
Sono come lampi che spuntano dalle cime delle colline.”
Frodo si stese di nuovo ma continuò a guardare a lungo i bianchi ba-
gliori contro i quali si stagliava l’alta sagoma scura di Passolungo, silen-
zioso e vigile. Alla fine piombò in un sonno agitato.

Il quinto giorno non avevano fatto molta strada quando si lasciarono


alle spalle gli ultimi stagni e canneti ancora sparsi. Davanti a loro il ter-
reno riprese a salire regolarmente. In lontananza a est ora si scorgeva una
fila di colline. La più alta era sulla destra e un po’ separata dalle altre.
Aveva forma conica, leggermente appiattita in cima.
“Quella è Svettavento,” disse Passolungo. “La Vecchia Strada, che ci
siamo lasciati lontano sulla destra, si snoda a sud della collina e passa non
lontano dalle sue pendici. Potremmo arrivarci per domani a mezzogior-
no, se puntiamo dritto. E sarà meglio far così.”
“Che cosa intendete dire?” domandò Frodo.

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“Che arrivati lì, non sappiamo che cosa troveremo. La collina è vici-
no alla Strada.”
“Ma come, non speravamo d’incontrarci Gandalf?”
“Sì; ma è una speranza vaga. Se anche prendesse questa direzione,
potrebbe non passar da Bree e perciò non venire a sapere dei nostri
movimenti. E in ogni caso, a meno di non aver la fortuna di arrivare sul
posto quasi contemporaneamente, non c’incontreremmo; non sarebbe
sicuro né per lui né per noi aspettare lì a lungo. Se i Cavalieri non ci tro-
vano nella landa, probabilmente punteranno a loro volta su Svettavento,
che offre una vasta visuale su tutto il circondario. A dire il vero, dall’alto
di quella collina molti uccelli e altri animali della regione riuscirebbero a
individuare la nostra posizione. Non c’è da fidarsi di tutti gli uccelli e ci
sono altre spie più infide di loro.
Gli hobbit guardarono con apprensione le lontane colline. Sam levò
gli occhi al cielo pallido col timore di scorger falchi e aquile librarsi sulla
loro testa con occhi scintillanti e ostili. “Mi fate sentire solo e a disagio,
Passolungo!”
“Che cosa ci consigliate di fare?” domandò Frodo.
“Secondo me,” rispose lentamente Passolungo, come se non fosse del
tutto convinto, “secondo me la cosa migliore è puntare quanto più pos-
sibile dritto a est, verso la linea delle colline però, non su Svettavento. Là
conosco un sentiero che corre alle pendici; ci porterà a Svettavento da
nord senza esporci troppo. Poi vedremo quel che c’è da vedere.”

Arrancarono tutto il giorno, finché presto giunse la fredda sera. La


terra diventò più arida e più brulla; ma la foschia e i vapori si stendevano
ormai alle loro spalle sulle paludi. Qualche uccello malinconico cinguet-
tava e si lagnava, finché il tondo sole rosso non s’immerse lentamente nel-
le ombre a occidente; poi scese un vuoto silenzio. Gli hobbit pensavano
alla luce soffusa del tramonto che riluceva attraverso le allegre finestre di
Casa Baggins così lontano.
Sul finire del giorno giunsero a un ruscello che scendeva dalle colli-
ne per perdersi nel terreno paludoso stagnante e ne risalirono gli argini
finché durò la luce. Era già notte quando finalmente si fermarono per ac-
camparsi sotto qualche ontano rattrappito sulle sponde del ruscello. Ora
davanti a loro contro il cielo fosco si stagliavano i dorsi brulli, senza un
albero, delle colline. Quella notte montarono la guardia e Passolungo,
forse, non dormì nemmeno. Con la luna crescente una grigia luce fredda
si sparse sulla terra durante le prime ore della notte.
Il mattino seguente si rimisero in marcia appena sorto il sole. L’aria
era gelida e il cielo di un pallido ceruleo. Gli hobbit si sentivano ri-
storati come dopo una notte di sonno ininterrotto. Cominciavano ad

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La Compagnia dell’Anello

abituarsi alle lunghe marce e ai pasti frugali – più frugali in ogni caso
di quelli che nella Contea avrebbero ritenuto sì e no sufficienti a farli
reggere in piedi. Pippin dichiarò che Frodo sembrava il doppio dello
hobbit di prima.
“Stranissimo,” disse Frodo, stringendo la cintura, “visto che in real-
tà sono assai calato di volume. Speriamo che questo dimagrimento non
continui a oltranza, o diventerò uno spettro.”
“Non fate certi discorsi!” disse Passolungo prontamente, e con sor-
prendente serietà.

Le colline si avvicinavano. Formavano un crinale ondulato, che spes-


so saliva quasi a mille piedi per poi ridiscendere qua e là in bassi crepacci
o valichi che portavano nella terra a est sull’altro lato. Lungo la cima del
crinale riuscivano a scorger quelli che sembravano resti di mura e argini
coperti di vegetazione e, nei crepacci, sussistevano ancora le rovine di
antiche costruzioni in pietra. A notte avevano raggiunto le pendici oc-
cidentali, e lì si accamparono. Era la notte del cinque ottobre ed erano
partiti da Bree sei giorni prima.
Al mattino trovarono, per la prima volta da quando ave­vano lasciato
Bosco Chet, una pista chiaramente visibile. Girarono a destra e la segui-
rono verso sud. Si snodava con astuzia, secondo un tracciato che sem-
brava scelto apposta per restar nascosto sia dall’alto delle colline sia dalle
spianate a ovest. Si tuffava in piccole valli e rasentava pendii scoscesi; e
dove attraversava tratti più pianeggianti e scoperti, a costeggiarlo aveva
sui due lati grossi macigni e pietre squadrate che schermavano i viaggia-
tori quasi come una siepe.
“Chissà chi ha fatto questo sentiero, e per quale motivo,” disse Merry,
mentre procedevano lungo una di queste arterie dove le pietre erano in-
solitamente grandi e ravvicinate. “Non posso dire che mi piace: ha un
che di… be’, somiglia a certi tumuli. Ci sono tumuli a Svettavento?”
“No. Non ci sono tumuli a Svettavento, e neppure sulle altre colline,”
rispose Passolungo. “Gli Uomini dell’Ovest non vivevano qui; anche se
negli ultimi tempi difesero per un periodo le colline contro il male prove-
niente da Angmar. Fecero questo sentiero per collegare le fortezze lungo
le mura. Ma molto tempo prima, agli albori del Regno del Nord, costrui-
rono una grande torre di guardia in cima a Svettavento, la chiamarono
Amon Sûl. Fu bruciata e distrutta, e non ne rimane altro che un anello
malridotto, come una grezza corona sul capo del vecchio colle. Eppure
un tempo era alta e bella. Dicono che Elendil aspettò lì la venuta di Gil-
galad dall’Occidente, ai tempi dell’Ultima Alleanza.”
Gli hobbit guardarono Passolungo. Sembrava esperto delle anti-
che tradizioni, oltre che di percorsi nella natura selvaggia. “Chi era

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Un coltello nel buio

Gil-galad?” domandò Merry; ma Passolungo non rispose, e sembrava


immerso nei pensieri. A un tratto una voce bassa mormorò:

Gil-galad era il Re degli Elfi. Or trae


il menestrello i suoi tristi lai
del regno bello e libero, un faro
di luce lì tra le Montagne e il Mare.

La lancia lunga, la spada tagliente,


da lungi si scorgea l’elmo lucente;
le mille stelle su nel firmamento
riflesse sullo scudo suo d’argento.

Ma se n’è andato tanto tempo fa


e dove adesso sia nessuno sa;
nelle tenebre cadde la sua stella
a Mordor dove le ombre hanno ostello.

Gli altri si voltarono stupiti, perché la voce era quella di Sam.


“Non t’interrompere!” disse Merry.
“Non so altro,” balbettò Sam arrossendo. “Me l’ha insegnata il signor
Bilbo quand’ero ragazzo. Mi raccontava spesso storie del genere, sapendo
che avevo sempre voglia di sentir parlare di Elfi. È stato lui a insegnarmi
a leggere e a scrivere. Aveva letto tanti di quei libri il caro vecchio signor
Bilbo. E scriveva poesie. Quella che ho appena recitato l’ha scritta lui.”
“Non l’ha inventata,” disse Passolungo. “Fa parte del lai intitolato La
Caduta di Gil-galad, scritto in una lingua antica. Bilbo deve averlo tra-
dotto. Mai saputo.”
“Era molto lungo,” disse Sam, “ma parlava solo di Mordor. Quella
parte non l’ho imparata, mi dava i brividi. Chi l’avrebbe mai detto che
mi sarei messo su quella strada!”
“Sulla strada di Mordor!” gridò Pippin. “Voglio sperare che non ar-
riveremo a tanto!”
“Non pronunciar quel nome ad alta voce!” disse Passolungo.

Era già mezzogiorno quando giunsero all’estremità meridionale del


sentiero e innanzi a loro videro, nella pallida luce del sole ottobrino, una
scarpata grigio-verde che come un ponte immetteva sulla falda nord del-
la collina. Decisero di puntare subito verso la cima, mentre era ancora
giorno pieno. Nascondersi non era più possibile, e potevano solo spera-
re di non essere osservati da eventuali nemici o spie. Sulla collina non si
muoveva nulla. Se Gandalf era nei paraggi, di lui non c’era traccia.

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La Compagnia dell’Anello

Sul fianco occidentale di Svettavento trovarono una bas­sura riparata,


sul fondo c’era una valletta a forma di scodella tappezzata d’erba. Lascia-
ti lì Sam e Pippin con il cavallino, i bagagli e i fagotti, gli altri tre prose-
guirono. Dopo una mezz’ora di scalata laboriosa, Passolungo giunse in
cima alla collina, seguito da Frodo e Merry, stanchi e trafelati. L’ultima
parte del pendio si era rivelata ripida e rocciosa.
Sulla vetta trovarono, come aveva detto Passolungo, un ampio anello
di costruzioni in pietra ora sfaldate o coperte d’erba sempiterna. Ma al
centro avevano ammucchiato un cumulo di pietre sgretolate. Sembravano
annerite dal fuoco. Tutt’intorno la cotica era bruciata fino alle radici e
all’interno dell’anello l’erba era riarsa e avvizzita, come se le fiamme aves-
sero spazzato la cima della collina; ma non c’era traccia di esseri viventi.
Piazzati sull’orlo del cerchio diroccato, la visuale tutt’intorno a loro
era vastissima, per lo più terre deserte e monotone, a parte qualche mac-
chia boschiva a sud, e più oltre coglievano qua e là il luccichio di acque
lontane. Sotto di loro, su quel lato meridionale, la Vecchia Strada scor-
reva come un nastro che, emerso da Ovest, serpeggiava su e giù prima
di scomparire dietro un crinale di terra scura a est. Non vi si muoveva
nulla. Seguendo con gli occhi il tracciato verso est videro le Montagne: le
pendici più vicine erano scure e fosche; dietro sorgevano sagome grigie
più alte, e dietro ancora svettavano bianchi picchi scintillanti in mezzo
alle nuvole.
“Be’, eccoci qui!” disse Merry. “E ha un’aria quanto mai tetra e ino-
spitale! Non c’è né acqua né riparo. Né traccia di Gandalf. Ma non pos-
so biasimarlo se non ci ha aspettato… sempre che sia venuto qui.”
“Chi lo sa,” disse Passolungo, guardandosi attorno  pen­ sieroso.
“Anche se avesse avuto un giorno o due di ritardo su di noi a Bree,
avrebbe potuto arrivare qui prima. Quando occorre cavalca assai velo-
ce.” All’improvviso si chinò a guardare la prima pietra in cima al cumulo;
era più piatta delle altre, e più bianca, come se fosse scampata al fuoco.
La raccolse e la esaminò, rigirandola tra le dita. “Qualcuno l’ha maneg-
giata di recente,” disse. “Che cosa ne pensate di questi segni?”
Sulla parte piatta di sotto Frodo vide qualche graffio: .
“Sembrerebbero una sbarra, un punto e altre tre sbarre,” disse.
“La sbarra a sinistra potrebbe essere una runa, una G con dei rami
sottili,” disse Passolungo. “Forse un segno lasciato da Gandalf, anche se
non ne abbiamo la certezza. I graffi sono precisi e sembrano senz’altro
recenti. Ma i segni potrebbero significare qualcosa di completamente
diverso e non aver nulla a che fare con noi. I Forestali usano le rune e
qualche volta capitano da queste parti.”
“Mettiamo che li abbia fatti Gandalf: che cosa potrebbero significa-
re?” domandò Merry.

206

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Un coltello nel buio

“Direi,” rispose Passolungo, “che stanno per G3, a indicare che


Gandalf è stato qui il tre ottobre: cioè tre giorni fa. Sarebbe inoltre la di-
mostrazione che aveva fretta e il pericolo era vicino, per cui non ha avuto
il tempo o non ha osato scrivere niente di più lungo e di più chiaro. Se è
così, dobbiamo stare attenti.”
“Magari esser sicuri che ha fatto lui quei segni, significato a parte,”
disse Frodo. “Sarebbe di gran conforto saperlo in arrivo, che ci segua o
ci preceda.”
“Forse,” disse Passolungo. “Io però credo che sia stato qui e che
fosse in pericolo. Qui c’è stato un incendio, e ora mi torna in mente la
luce che abbiamo visto tre notti fa nel cielo a oriente. Devono averlo
assalito in cima alla collina, con quale esito non saprei. Qui non è ri-
masto e ora dobbiamo pensare a noi e dirigerci a Valforra come meglio
possiamo.”
“Quanto dista Valforra?” domandò Merry, guardandosi stancamente
intorno. Da Svettavento il mondo era selvaggio e vasto.
“Non so se hanno mai misurato la Strada in miglia, oltre la Locanda
Abbandonata, a un giorno di viaggio a est di Bree,” rispose Passolungo.
“C’è chi dice una cosa e c’è chi ne dice un’altra. È una strada strana
e la gente è contenta di arrivare alla fine del viaggio, che abbia mol-
to o poco tempo a disposizione. Posso dirti però quanto c’impiegherei
io a piedi, col tempo buono e senza incidenti: dodici giorni da qui al
Guado del Bruinen, dove la Strada attraversa il Riorombante che sboc-
ca da Valforra. Abbiamo davanti a noi almeno due settimane di viaggio,
perché non credo che avremo modo di usare la Strada.”
“Due settimane!” disse Frodo. “Possono succedere un sacco di cose
in due settimane.”
“Eh sì,” disse Passolungo.
Rimasero per un po’ in silenzio in cima alla collina, vicino al margi-
ne meridionale. In quel luogo solitario Frodo si rese pienamente conto
per la prima volta del pericolo che correva e di non avere più un tet-
to. Desiderò disperatamente che la sorte l’avesse lasciato vivere in pace
nell’amata Contea. Posò lo sguardo sull’odiosa Strada che portava indie-
tro a occidente… verso casa. A un tratto si accorse che due macchie nere
procedevano a rilento verso ovest; tornando a guardare ne scorse altre
tre che strisciavano verso est incontro a loro. Lanciò un grido e afferrò il
braccio di Passolungo.
“Guardate,” disse indicando in basso.
Passolungo si gettò subito in terra dietro al cerchio in rovina trasci-
nandosi appresso Frodo. Merry si tuffò accanto a loro.
“Che cos’è?” sussurrò.
“Non lo so, ma temo il peggio,” rispose Passolungo.

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La Compagnia dell’Anello

Strisciarono di nuovo lentamente fino ai bordi dell’anello e sbirciaro-


no attraverso una fessura tra due pietre frastagliate. La luce non era più
tanto forte, il mattino limpido era sfumato e le nuvole furtive da est ora
avevano coperto il sole, che iniziava a declinare. Le macchie nere le vede-
vano tutti e tre, ma né Frodo né Merry riuscivano a distinguerne con pre-
cisione la forma; eppure qualcosa gli diceva che laggiù i Cavalieri Neri si
stavano adunando sulla Strada oltre le pendici della collina.
“Sì,” disse Passolungo, la cui vista più acuta non gli lasciava dubbi.
“Il nemico è qui!”
Strisciarono via rapidi e scivolarono giù dal lato nord della collina per
raggiungere i compagni.

Sam e Peregrino non erano stati con le mani in mano. Avevano esplo-
rato la valletta e le falde circostanti. Non lontano avevano trovato una
fonte d’acqua limpida sul fianco della collina e, lì vicino, orme che non
risalivano a più di un paio di giorni prima. Nella valle avevano trovato
tracce recenti di un fuoco e altri segni di un accampamento affrettato.
Al bordo della valletta più vicino alla collina erano cadute alcune pietre
e, dietro, Sam aveva rinvenuto una piccola scorta di legna da ardere ac-
catastata in bell’ordine.
“Chissà se il vecchio Gandalf è stato qui,” disse a Pippin. “Chi ha si-
stemato questa roba intendeva tornare, si direbbe.”
Queste scoperte interessarono molto Passolungo. “Avrei dovuto
aspettare ed esplorare personalmente il terreno,” disse, avviandosi di
corsa verso la fonte per esaminare le orme.
“Proprio come temevo,” disse al ritorno. “Sam e Pippin hanno cal-
pestato la terra morbida e le impronte sono rovinate o confuse. Qui di
recente ci sono stati i Forestali. Hanno lasciato loro la legna da ardere.
Ma ci sono anche varie peste più fresche e non le hanno fatte i Forestali.
Almeno un gruppo è opera di stivali pesanti e risalgono al massimo a un
paio di giorni fa. Almeno uno. Ormai non posso esserne sicuro ma dove-
vano essercene molti.” Poi tacque e rimase a riflettere inquieto.
Tutti e quattro gli hobbit ebbero come una visione dei Cavalieri con
mantello e stivali. Se gli uomini a cavallo avevano scoperto la valletta,
prima Passolungo li conduceva altrove e meglio era. Ora che aveva sapu-
to che i nemici erano sulla Strada, soltanto a poche miglia, Sam guardò
l’avvallamento con grande ripugnanza.
“Non facciamo meglio a filarcela al più presto, signor Passolungo?”
domandò con impazienza. “Si è fatto tardi e questo buco non mi piace:
non so com’è ma mi si stringe il cuore.”
“Sì, dobbiamo senz’altro decidere alla svelta che cosa fare,” rispo-
se Passolungo, alzando gli occhi e considerando l’ora e le condizioni

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Un coltello nel buio

atmosferiche. “Be’, Sam,” disse alla fine, “neanche a me questo posto


piace; ma non mi viene in mente niente di meglio da raggiungere prima
di notte. Qui almeno per il momento siamo al riparo e, se ci spostassimo,
sarebbe assai più facile farci individuare da eventuali spie. Potremmo
fare una cosa soltanto, deviare completamente dal nostro itinerario per
tornare indietro verso nord su questo lato delle colline, dove il terreno è
più o meno come qui. La Strada è sorvegliata, ma ci toccherebbe attra-
versarla, nel tentativo di rifugiarci nei boschetti a sud. Sul lato nord della
Strada, oltre le colline, la campagna è spoglia e piatta per miglia.”
“Ma i Cavalieri vedono?” domandò Merry. “Insomma, di solito sem-
bra che usino il naso anziché gli occhi, che per trovarci fiutino, se fiutare
è la parola giusta, di giorno almeno. Ma voi ci avete fatto stendere per
terra quando li avete visti laggiù; e adesso dite che ci vedrebbero, se ci
spostassimo.”
“Sono stato troppo incauto in cima alla collina,” rispose Passolungo.
“Ero molto ansioso di trovare qualche traccia di Gandalf; ma è stato un
errore salire lassù in tre e restarci così a lungo. Perché i cavalli neri vedo-
no e i Cavalieri usano uomini e altre creature come spie, l’abbiamo visto a
Bree. Loro non vedono il mondo della luce come noi, ma le nostre sagome
proiettano ombre nella loro mente, che solo il sole di mezzogiorno distrug-
ge; e al buio percepiscono molti segni e forme a noi celati: è allora che essi
vanno più temuti. E in ogni momento fiutano il sangue degli esseri viventi,
desiderandolo e odiandolo. E ci sono altri sensi, oltre la vista e l’odorato.
Noi avvertiamo la loro presenza – ci ha turbato l’animo appena giunti qui,
e prima ancora di vederli; loro avvertono la nostra più acutamente. E poi,”
aggiunse, e la voce s’abbassò a un sussurro, “l’Anello li attira.”
“Ma allora non c’è scampo!” disse Frodo, guardandosi intorno scon-
volto. “Se mi sposto, mi vedranno e mi daranno la caccia! Se rimango, li
attirerò su di me!”
Passolungo gli posò la mano sulla spalla. “C’è ancora speranza,” dis-
se. “Voi non siete solo. Prendiamo questa legna pronta da ardere come
un segno. Qui non c’è molto riparo né modo di difendersi, ma il fuoco
servirà a tutti e due gli scopi. Sauron può piegare il fuoco ai suoi fini mal-
vagi, come fa con tutte le cose, ma questi Cavalieri non lo amano e temo-
no chi lo maneggia. Il fuoco è nostro amico nella landa.”
“Sarà,” borbottò Sam. “A me pare un modo come un altro per dire
‘eccoci qui’, a parte urlare.”

In fondo all’angolo più basso e riparato della valletta accesero un fuo-


co e prepararono da mangiare. Le ombre della sera cominciavano a cala-
re e faceva freddo. All’improvviso si accorsero di avere molta fame, dato
che non mangiavano niente dalla colazione; ma non osarono consumare

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La Compagnia dell’Anello

altro che una cena frugale. Le terre innanzi a loro erano disabitate, a par-
te uccelli e animali, luoghi ostili disertati da tutte le razze del mondo. I
Forestali a volte superavano le colline, ma erano in pochi e non si tratte-
nevano. Altri viaggiatori erano rari e loschi: a volte poteva capitare qual-
che troll dalle vallate a nord dei Monti Brumosi. Soltanto sulla Strada
s’incontravano viaggiatori, il più delle volte nani, che tutti presi dai loro
affari andavano di fretta e non avevano molte parole e meno ancora aiuto
da offrire agli sconosciuti.
“Non vedo proprio come le provviste possano bastare,” disse Frodo.
“Siamo stati piuttosto attenti negli ultimi giorni e questa cena non si
può dire un banchetto; ma abbiamo consumato lo stesso più del dovuto,
avendo ancora due settimane, se non più, da affrontare.”
“Il cibo non manca nelle terre selvagge,” disse Passo­lungo; “bacche,
radici, erbe; e all’occorrenza io sono un cacciatore piuttosto esperto. Non
dovete aver paura di morire di fame prima dell’inverno. Ma raccogliere
e cacciare è un lavoro lungo e stancante, e noi dobbiamo correre. Perciò
stringete la cinta e pensate speranzosi alle tavolate a casa di Elrond!”
Con l’arrivo dell’oscurità il freddo aumentò. Sbirciando dal bordo
della valle non vedevano altro che una terra grigia scomparire in fretta
nell’ombra. Sopra di loro il cielo era tornato a rischiararsi e si andava
pian piano riempiendo di stelle scintillanti. Frodo e i suoi compagni si
strinsero intorno al fuoco, avvolti in tutti gli indumenti e le coperte che
possedevano; Passolungo invece si era accontentato di una sola coperta
e sedeva un po’ in disparte, fumando pensoso la pipa.
Quando scese la notte e la luce del fuoco cominciò a sfavillare, per
allontanare dalla mente la paura si mise a raccontare storie. Conosceva
molti episodi e leggende del lontano passato, di Elfi e Uomini e delle ge-
sta nobili o malvagie dei Giorni Antichi. Gli hobbit si chiedevano quanti
anni avesse e dove avesse appreso tutte quelle cose della tradizione.
“Raccontaci di Gil-galad,” disse di punto in bianco Merry, quando
terminò la storia dei regni elfici. “Conosci altre strofe di quel lai di cui
parlavi?”
“Certo,” rispose Passolungo. “E le conosce anche Frodo, perché ci
riguardano assai da vicino.” Merry e Pippin guardarono Frodo, che fis-
sava il fuoco.
“So soltanto quel poco che Gandalf mi ha riferito,” disse lentamen-
te Frodo. “Gil-galad fu l’ultimo dei grandi Re degli Elfi della Terra di
Mezzo. Gil-galad significa Luce delle Stelle nella loro lingua. Con Elendil,
l’Amico degli Elfi, si recò nella terra di…”
“No!” disse Passolungo interrompendolo. “Secondo me questa sto-
ria non va raccontata con i servi del Nemico in arrivo. Se riusciremo a
raggiungere la casa di Elrond, avrete modo di ascoltarla lì, per intero.”

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Un coltello nel buio

“Allora raccontateci un’altra storia dei tempi antichi,” supplicò Sam;


“una storia sugli Elfi prima della scomparsa. Vorrei tanto saperne di più
sugli Elfi; tutt’intorno il buio sembra quasi schiacciarci.”
“Vi racconterò la storia di Tinúviel,” disse Passolungo, “in breve…
perché è una storia molto lunga e non se ne conosce la fine; e non c’è più
nessuno oggi, tranne Elrond, che la ricordi come veniva raccontata antica-
mente. È una bella storia, benché triste, come tutte le storie della Terra di
Mezzo, eppure potrebbe risollevarvi l’animo.” Rimase in silenzio per qual-
che istante e poi attaccò non a parlare bensì a salmodiare sommessamente:

Le foglie lunghe, l’erba duratura,


Le ombrelle di cicuta alte e belle
Ed una luce lì nella radura
Di stelle che nell’ombra tremolavano.
E lì danzava Tinúviel
La musica che un flauto assicura,
Nei capelli la luce delle stelle
E nelle vesti che sbrilluccicavano.

Giunse Beren allor dai freddi monti,


Tra le foglie vagò come sperduto
E dove il fiume elfico discende
Solo e dolente seguì la sua via.
Sbirciò di tra le foglie di cicuta
E con stupore allora vide splendere
I fiori d’oro della sua tenuta
E i capelli come ombra sulla scia.

L’incanto gli curò lo stanco piede


Sulle montagne condannato a errare;
E forte e lesto eccolo procedere
Cogliendo i rai di luna che brillavano.
Tra i boschi del regno elfico compare
Lei svolazzando sul suo lieve piede
E sempre solo poi lo lascia a errare
Nella muta foresta che ascoltava.

Beren udiva spesso il rumore


Di piedi lievi come sulle foglie
O musica sgorgante dagli umori
Di ascose cavità che tremolavano.
I fasci di cicuta come spoglie

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La Compagnia dell’Anello

E ad una ad una con fioco rumore


Anche del faggio cedono le foglie
Che nel bosco invernale fluttuavano.

La cercò sempre, la cercò lontano


Dove le foglie annuali erano sparse
Ai raggi delle stelle ed alla luna
Che nei cieli ghiacciati abbrividivano.
Luceva il manto suo sotto la luna,
Come in cima a un colle erto e lontano
Lei danzava e ai suoi piedi era cosparsa
Una nebbia d’argento che fremeva.

Passò l’inverno e lei tornò di nuovo


E al suo canto la primavera apparve
Come l’allodola o quando piove
E l’acqua ribollendo gorgogliava.
Lui vide i fiori elfici saltare
Ai suoi piedi e guarito ecco di nuovo
Danzar con lei desiderò e cantare
Sull’erba che per nulla si turbava.

Di nuovo lei fuggì, lui la rincorse.


Tinúviel! Tinúviel!
La chiamò con il suo elfico nome;
E lei si era fermata e lo ascoltava.
E indugiò un istante e proprio in quel
Momento la sua voce la incantò:
E la sorte calò poi su Tinúviel
Che tra le braccia sue sbrilluccicava.

Beren negli occhi la guardò irruente,


Nell’ombra dei capelli,
Dei cieli la stellar luce fremente
Vi scorse che specchiata tremolava.
Tinúviel l’elfica bella,
Immortale fanciulla elficamente
Lo avvolse negli umbratili capelli
Che adesso come argento luccicavano.

Lunga la via che il fato serbò loro


Su montagne petrose grigie e aride,

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R FELLOWSHIP re set 21/5/02 9:35 am Page 193
Un coltello nel buio

Tra saloni di ferro e porte scure


E boschi di buior senza dimane.
I Mari Divisori a separarli
Pur s’incontrarono alla fine ancora
E molto tempo fa essi trapassarono
Nella foresta in canti senza pena.

Passolungo sospirò e s’interruppe prima di riprendere a parla-


re. “Questa è una canzone,” disse, “nel modo che tra gli Elfi ha nome
ann-thennath, ma è difficile da rendere nella nostra Lingua Comune, e la
mia ne è soltanto un’eco approssimativa. Parla dell’incontro di Beren fi-
glio di Barahir e Lúthien Tinúviel. Beren era un mortale, mentre Lúthien
era la figlia di Thingol, un Re degli Elfi nella Terra di Mezzo, quando
il mondo era giovane; e lei era la fanciulla più leggiadra mai esistita tra
le creature di questo mondo. Pari alle stelle sopra le brume delle terre
Nordiche era la sua beltà e nel suo volto splendeva una luce. In quei gior-
ni il Grande Nemico, di cui Sauron di Mordor non era che un servito-
re, aveva dimora ad Angband, nel Nord, e gli Elfi dell’Ovest, di ritorno
nella Terra di Mezzo, mossero guerra contro di lui per riconquistare i
Silmaril che aveva rubato; e i padri degli Uomini aiutarono gli Elfi. Ma il
Nemico ebbe la meglio e Barahir fu trucidato e Beren, scampato a gran-
di pericoli, valicò le Montagne del Terrore e penetrò nel Regno nasco-
sto di Thingol, nella foresta di Neldoreth. Lì vide Lúthien che cantava e
danzava in una radura vicino al fiume incantato Esgalduin; e la chiamò
Tinúviel, cioè Usignolo nella lingua antica. Molte traversie incontrarono
e rimasero a lungo separati. Tinúviel trasse in salvo Beren dalle segrete
di Sauron e assieme superarono grandi pericoli, riuscendo perfino a de-
tronizzare il Grande Nemico e a prender dalla sua corona di ferro uno
dei tre Silmaril, le gemme più splendenti, come prezzo della sposa per
suo padre Thingol. Ma alla fine Beren venne ucciso dal Lupo venuto dai
cancelli di Angband e spirò tra le braccia di Tinúviel. Ma, per poterlo
seguire, lei scelse la mortalità e di morir dal mondo; e si canta che si ri-
trovarono al di là dei Mari Divisori e, dopo un breve periodo trascorso
a camminar di nuovo vivi in mezzo ai verdi boschi, superarono insieme,
tanto tempo fa, i confini di questo mondo. Talché Lúthien Tinúviel è
stata invero l’unica del lignaggio elfico a morire e a lasciare il mondo,
e loro han perso quella che più amavano. Ma da lei la stirpe dei signori
elfici di un tempo si è tramandata in mezzo agli Uomini. Vivono ancora
quelli che hanno Lúthien come antenata e si dice che mai si estinguerà
la sua progenie. Elrond di Valforra è di quella Schiatta. Perché da Beren
e Lúthien nacque Dior, erede di Thingol; e da lui Elwing la Bianca che
sposò Eärendil, colui che portò la sua nave fuori dalle brume del mondo

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La Compagnia dell’Anello

nei mari del cielo con il Silmaril sulla fronte. E da Eärendil discesero i
Re di Númenor, cioè dell’Occidenza.”
Mentre Passolungo parlava, gli hobbit osservavano il suo strano viso
fervido, fiocamente illuminato dai rossi bagliori del fuoco. Gli occhi bril-
lavano e la voce era profonda e pastosa. Sopra di lui il cielo era nero e
stellato. A un tratto alle sue spalle sulla corona di Svettavento apparve
un pallido lucore. La luna crescente s’inerpicava lenta sulla collina che li
sovrastava e le stelle sopra la vetta si estinguevano.
La storia finì. Gli hobbit si mossero, stiracchiandosi. “Guardate!”
disse Merry. “Sorge la Luna: si dev’esser fatto tardi.”
Gli altri sollevarono lo sguardo. Nel farlo, scorsero in cima alla col-
lina una cosa piccola e nera contro il baluginio della luna, forse soltanto
una grossa pietra o un masso sporgente che risaltava nel pallido lucore.
Sam e Merry si alzarono e si allontanarono dal fuoco. Frodo e Pippin
rimasero seduti in silenzio. Passolungo osservava attentamente la luce
della luna sopra la collina. Tutto sembrava cheto e silenzioso, ma Frodo
sentì un gelido terrore impossessarsi del suo cuore, ora che Passolungo
aveva smesso di parlare. Si raccolse più vicino al fuoco. In quella, Sam
tornò di corsa dal bordo della valle.
“Non so come mai,” disse, “ma tutt’a un tratto ho avuto paura. Non
m’azzarderei a uscir da questa valle per tutto l’oro del mondo; ho avuto
l’impressione che qualcosa strisciasse su per il pendio.”
“Hai visto qualcosa?” domandò Frodo, balzando in piedi.
“Nossignore. Non ho visto niente, ma non mi sono fermato a
guardare.”
“Ho visto io qualcosa,” disse Merry; “o così mi è parso… in lontanan-
za, verso ovest, dove la luce della luna cadeva sulla piana, oltre l’ombra
proiettata dalla cima delle colline, mi è parso di vedere due o tre sagome
nere. Sembravano venire in questa direzione.”
“State vicini al fuoco, con il viso verso l’esterno!” gridò Passolungo.
“Tenetevi pronti, con i bastoni più lunghi in mano!”
Rimasero lì seduti, silenziosi e vigili, la schiena rivolta verso il fuoco,
a scrutare con il fiato sospeso nelle ombre che li circuivano. Non accad-
de nulla. Non ci furono rumori o movimenti nella notte. Frodo si mosse,
sentendo che doveva rompere il silenzio: aveva voglia di gridare.
“Ssh!” sussurrò Passolungo. “Che cos’è?” boccheggiò Pippin nello
stesso istante.
Sul bordo della valletta, dalla parte opposta della collina, più che ve-
derla sentirono ergersi un’ombra, una o forse più di una. Strizzarono gli
occhi per lo sforzo e le ombre sembrarono ingrandirsi. Ben presto non
ebbero più dubbi: tre o quattro alte figure nere erano in piedi sul pen-
dio e li guardavano dall’alto. Erano così nere che sembravano buchi neri

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Un coltello nel buio

nell’ombra densa alle loro spalle. Frodo credette di sentire un fioco sibilo
come un respiro venefico e un brivido sottile lo passò da parte a parte.
Poi le forme lentamente avanzarono.
Il terrore sopraffece Pippin e Merry, che si gettarono a terra bocco-
ni. Sam si ritrasse accanto a Frodo, che non era meno terrorizzato dei
compagni; tremava come se avesse molto freddo, ma il terrore fu risuc-
chiato dall’improvvisa tentazione d’infilar l’Anello. Il desiderio di farlo
s’impossessò di lui, e non riusciva più a pensare ad altro. Non aveva di-
menticato il Tumulo né il messaggio di Gandalf; ma qualcosa sembrava
istigarlo a ignorare ogni avvertimento e lui voleva solo arrendersi. Non
con la speranza di cavarsela o di fare alcunché di buono o di cattivo: sen-
tiva semplicemente il bisogno di prendere l’Anello e infilarlo al dito. Non
riusciva a parlare. Sentiva che Sam lo stava guardando, come se sapesse
che il padrone era in un grosso guaio, ma non riusciva a girarsi verso di
lui. Chiuse gli occhi e lottò per qualche istante; ma resistere divenne in-
tollerabile e alla fine tirò fuori lentamente la catenella e infilò l’Anello al
dito indice della mano sinistra.
Immediatamente, pur se tutto il resto rimase come prima, opaco e
oscuro, le forme diventarono chiarissime. Riusciva a vedere sotto i neri
vestimenti. Erano cinque alte figure: due sul bordo della valle, tre che
avanzavano. Nei bianchi visi ardevano occhi acuti e spietati; sotto il man-
tello avevano una lunga tunica grigia; sui capelli grigi un elmo d’argento;
nella mano scarna una spada d’acciaio. I loro occhi puntati su di lui lo
trapassarono mentre gli piombavano addosso. Disperato, estrasse anche
lui la spada, che gli parve guizzare rossa come un tizzo. Due delle figure
si arrestarono. La terza era più alta delle altre: aveva i capelli lunghi e lu-
cidi e sull’elmo ostentava una corona. In una mano stringeva una lunga
spada, nell’altra un coltello; il coltello e la mano che l’impugnava erano
di un pallido lucore. Con un balzo in avanti si avventò su Frodo.
In quella Frodo si tuffò in avanti per terra e sentì la propria voce gri-
dare a squarciagola: O Elbereth! Gilthoniel! Al tempo stesso colpiva il
nemico ai piedi. Un grido lancinante risuonò nella notte; e Frodo sentì
una fitta come un dardo di ghiaccio avvelenato che gli trafiggeva la spal-
la sinistra. Già sul punto di perdere i sensi intravide, come attraverso
un vortice di nebbia, Passolungo che balzava fuori dall’oscurità con un
tizzone fiammeggiante per mano. Con un ultimo sforzo Frodo, lasciata
cadere la spada, si tolse l’Anello e lo strinse con forza nella mano destra.

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Capitolo XII

Fuga verso il Guado

Quando Frodo riprese i sensi, stringeva ancora disperatamente


l’Anello. Era disteso accanto al fuoco, che ora divampava per la tanta
legna accatastata. I suoi tre compagni erano chini su di lui.
“Che cosa è successo? Dov’è il re pallido?” domandò stravolto.
Al momento erano troppo felici di sentirlo parlare per rispondere;
peraltro non capivano la domanda. Alla fine venne a sapere da Sam che
loro non avevano visto altro che vaghe forme umbratili avvicinarsi. A
un tratto Sam si era accorto con orrore che il padrone era scomparso;
in quel mentre un’ombra nera gli era passata accanto e lui era caduto.
Aveva udito la voce di Frodo ma sembrava giungere da molto lontano, o
da sotto terra, e urlava strane parole. Non avevano visto nient’altro, fin-
ché non erano inciampati sul corpo di Frodo, disteso come morto con
il viso contro l’erba e la spada sotto di sé. Passolungo aveva ordinato di
sollevarlo e di stenderlo vicino al fuoco, e poi era sparito. Questo un po’
di tempo prima.
Chiaramente Sam ricominciava ad avere dubbi su Passolungo; ma,
proprio mentre parlavano, eccolo di ritorno sbucare all’improvviso dalle
ombre. Trasalirono e Sam sguainò la spada piazzandosi davanti al padro-
ne; ma Passolungo si affrettò a inginocchiarsi accanto a Frodo.
“Non sono un Cavaliere Nero, Sam,” disse affabilmente, “né in com-
butta con loro. Cercavo di scoprir qualcosa sui loro movimenti; ma non
ho trovato niente. Non capisco perché se ne siano andati senza più assa-
lirci. Ma nelle vicinanze non si sente la loro presenza.”
Quando udì quel che Frodo aveva da raccontare, si mostrò preoc-
cupato e, con un sospiro, scosse il capo. Poi ordinò a Pippin e a Merry
di scaldare più acqua possibile nel loro pentolino e di lavarci la ferita.
“Tenete il fuoco vivo e Frodo al caldo!” disse. Poi si alzò e allontanan-
dosi chiamò Sam. “Ora credo di capire meglio la situazione,” disse a
bassa voce. “I nemici non dovevano esser più di cinque. Perché non ci
fossero tutti, non lo so; ma secondo me non si aspettavano d’incontra-

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