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Sommario

Frontespizio
Copyright
Dedica
Prologo
Capitolo 1
Capitolo 2
Capitolo 3
Capitolo 4
Capitolo 5
Capitolo 6
Capitolo 7
Capitolo 8
Capitolo 9
Capitolo 10
Capitolo 11
Capitolo 12
Capitolo 13
Capitolo 14
Capitolo 15
Capitolo 16
Capitolo 17
Capitolo 18
Capitolo 19
Capitolo 20
Capitolo 21
Capitolo 22
Capitolo 23
Capitolo 24
Capitolo 25
Capitolo 26
Capitolo 27
Capitolo 28
Capitolo 29
Capitolo 30
Capitolo 31
Capitolo 32
Capitolo 33
Capitolo 34
Capitolo 35
Capitolo 36
Capitolo 37
Capitolo 38
Capitolo 39
Capitolo 40
Capitolo 41
Capitolo 42
Capitolo 43
Capitolo 44
Capitolo 45
Capitolo 46
Capitolo 47
Capitolo 48
Capitolo 49
Capitolo 50
Capitolo 51
Epilogo
Ringraziamenti
ISBN: 978-88-347-3289-2
Edizione ebook: novembre 2016
Titolo originale: Nemesis Games
© 2015 by Daniel Abraham and Ty Franck
© 2016 by Fanucci Editore
via delle Fornaci, 66 – 00165 Roma
tel. 06.39366384 – email: info@fanucci.it
Indirizzo internet: www.fanucci.it
Proprietà letteraria e artistica riservata
Stampato in Italia – Printed in Italy
Tutti i diritti riservati
Progetto grafico: Grafica Effe
Questa copia è concessa in uso esclusivo a
A Ben Cook, senza il quale...
Prologo
Filip

I cantieri spaziali gemelli di Callisto sorgevano fianco a fianco


sull’emisfero della luna permanentemente rivolto lontano da Giove. Il sole
era soltanto la stella più luminosa nella notte infinita, e la chiazza bianca della
Via Lattea era di gran lunga più lucente. Tutt’intorno ai crateri, intensi
riflettori bianchi illuminavano gli edifici, le macchine di carico e le
piattaforme. Le costole delle navi parzialmente costruite si inarcavano al di
sopra della regolite fatta di polvere di pietra e ghiaccio. Due cantieri, uno
civile e uno militare, uno di proprietà terrestre e uno marziano. Entrambi
protetti dalle stesse difese di cannoni a rotaia antimeteore, entrambi dedicati
alla costruzione e riparazione di navi che avrebbero portato l’umanità verso
nuovi mondi al di là degli anelli, se e quando la diatriba su Ilus si fosse
risolta.
Ed entrambi erano molto più nei guai di quanto avrebbero mai immaginato.
Filip scivolò in avanti, seguito da vicino dal resto della squadra. I LED delle
tute erano stati strappati, le piastre di ceramica sfregiate finché niente era
tanto liscio da poter generare un riflesso. Perfino il chiarore del display del
casco era così fioco da essere quasi invisibile. Le voci che risuonavano nelle
orecchie di Filip – traffico navale, comunicazioni di sicurezza, chiacchiere di
civili – venivano intercettate in modalità passiva. Lui ascoltava soltanto,
senza trasmettere niente a sua volta. Il laser di puntamento che portava
affibbiato alla schiena era spento, lui e i suoi uomini erano ombre fra le
ombre. Il timer per il conto alla rovescia, appena visibile sulla sinistra del suo
campo visivo, superò la soglia dei quindici minuti. Filip percosse l’aria,
appena più densa del vuoto, con il palmo aperto, nel gesto tipico dei
cinturiani che indicava di avanzare lentamente. Intorno a lui, la sua squadra lo
seguì.
In alto, nel vuoto sopra di loro, troppo distanti per essere visibili, le navi
marziane che proteggevano i cantieri comunicavano fra loro in toni scanditi e
professionali. A causa del modo in cui avevano dovuto sparpagliare le loro
forze, i marziani avevano in orbita soltanto due navi. O meglio, era probabile
che fossero soltanto due, ma ce ne potevano essere altre nascoste nel buio,
che mascheravano le proprie emanazioni di calore e si schermavano dai radar.
Era possibile, ma improbabile. E la vita, come diceva il padre di Filip, era un
lavoro rischioso.
Quattordici minuti e trenta secondi. Due timer secondari apparvero accanto
al primo, uno con un conto alla rovescia di quarantacinque secondi, l’altro di
due minuti.
«Nave da trasporto Frank Aiken, siete autorizzati ad avvicinarvi.»
«Messaggio ricevuto, Carson Lei» rispose la familiare voce ringhiante di
Cyn. Filip poté quasi sentire il sorriso che accompagnava le parole del
vecchio cinturiano. «Coyos sabe meglio ai sus bebe veniamo tenendoci
bassi?»
Da qualche parte, lassù, la Frank Aiken stava inquadrando le navi marziane
con innocui laser di rilevamento distanziale regolati alla stessa frequenza di
quello affibbiato sulle sue spalle. Quando l’ufficiale addetto alle
comunicazioni rispose, niente nella sua voce indicava timore.
«Messaggio non chiaro, Frank Aiken. Ripetere, per favore.»
«Scusa, scusa» rise Cyn. «Voialtri raffinati gentiluomini conoscete qualche
buon bar dove un povero equipaggio cinturiano possa andare a bere, una
volta sulla superficie?»
«Non vi posso aiutare, Frank Aiken» replicò il marziano. «Mantenere la
rotta.»
«Sabez sa. Solidi come una roccia, dritti come un proiettile, noi.»
La squadra di Filip superò la cresta del cratere e si trovò a guardare verso la
terra di nessuno del cantiere marziano: era come si erano aspettati che fosse.
Individuò i magazzini e i depositi di scorte, poi si sfilò dalle spalle il laser di
puntamento, ne appoggiò la base sul ghiaccio sporco e lo accese. Gli altri,
che si erano allargati in una linea abbastanza ampia da poter avere nel mirino
tutte le guardie, fecero lo stesso. I laser erano vecchi, le piattaforme di
puntamento a cui erano assicurati erano state recuperate da una dozzina di
posti diversi. Prima che il minuscolo LED rosso alla base del laser diventasse
verde, il primo dei due timer secondari arrivò allo zero.
L’allarme di sicurezza a tre toni risuonò sul canale civile, seguito da
un’ansiosa voce di donna.
«Abbiamo un mech di carico sfuggito al controllo, lì fuori. È... oh, merda, si
sta dirigendo verso i cannoni antimeteore!»
Con il panico e gli allarmi che gli risuonavano nelle orecchie, Filip fece
spostare il suo gruppo lungo il bordo del cratere. Piccoli sbuffi di polvere si
sollevavano intorno a loro, e rimanevano sospesi, allargandosi come nebbia
invece di ricadere. Il mech di carico non rispondeva ai comandi di override e
procedeva attraverso la terra di nessuno, dritto verso i grandi occhi dei
cannoni difensivi antimeteore, accecandoli, sia pure per pochi minuti. Come
richiedeva il protocollo, quattro marine marziani emersero dal loro bunker,
con l’armatura potenziata che gli permetteva di scivolare sulla superficie
come se pattinassero sul ghiaccio. Uno qualsiasi di loro avrebbe potuto
uccidere tutta la sua squadra senza altro danno che un momentaneo senso di
compassione. Filip li odiava in massa e singolarmente, per principio. Le
squadre di riparazione si stavano già dirigendo verso i cannoni danneggiati, e
tutto sarebbe tornato in ordine entro un’ora.
Dodici minuti e quarantacinque secondi.
Filip si fermò per guardarsi alle spalle, verso la sua squadra. Dieci
volontari, i soldati migliori che la Fascia aveva da offrire. A parte lui,
nessuno di loro sapeva perché quella missione per razziare il deposito di
scorte marziano fosse tanto importante, o a cosa avrebbe portato, ma erano
tutti pronti a morire se lui lo avesse chiesto, perché lui era chi era. Per via di
chi era suo padre. Filip poteva avvertirlo nel ventre e nella gola. Non era
paura, ma orgoglio. Era orgoglio.
Dodici minuti e trentacinque secondi. Trentaquattro. Trentatré. I laser che
avevano posizionato presero vita, puntando i quattro marine, il bunker che
ospitava la squadra di supporto, la recinzione perimetrale, le officine e gli
alloggiamenti. I marziani si girarono, perché la loro armatura era tanto
sensibile da avvertire perfino la lieve carezza di quell’invisibile raggio di
luce. Nel muoversi, sollevarono le armi. Filip vide uno di essi accorgersi
della squadra e spostare l’arma dai laser verso di loro. Verso di lui.
Trattenne il respiro.
Diciotto giorni prima una nave – Filip non sapeva neppure quale – aveva
effettuato una violenta accelerazione da qualche parte nel sistema gioviano,
arrivando a dieci o forse quindici g. Nel nanosecondo determinato dai
computer, la nave aveva liberato alcune dozzine di cilindri di tungsteno con
quattro razzi monouso ad accelerazione breve posizionati nel baricentro e
dotati di economici sensori a singola frequenza. Erano a stento abbastanza
complessi da poter essere definiti macchine. Bambini di sei anni costruivano
ogni giorno cose più sofisticate, ma accelerati com’erano a centocinquanta
chilometri al secondo, quei cilindri non avevano bisogno di essere complessi.
Si doveva solo mostrare loro dove andare.
Fu tutto finito nel tempo che il segnale impiegò a propagarsi dall’occhio di
Filip al suo nervo ottico e poi alla sua neocorteccia visiva. Fu consapevole
dei tonfi, dei pennacchi di ejecta là dove si erano trovati i marine, di due
nuove, fugaci stelle là dove c’erano state le navi da guerra, ma solo dopo che
il nemico era morto. Attivò la radio della tuta.
«Ichiban» disse, orgoglioso di quanto la sua voce suonasse calma.
Insieme, si lanciarono giù per il lato del cratere, strisciando i piedi. Il
cantiere marziano pareva uscito da un sogno, con volute di fiamma che si
levavano dalle officine devastate a mano a mano che i gas volatili che vi
erano immagazzinati prendevano fuoco. Una neve morbida scaturiva
fluttuante dagli alloggiamenti, via via che l’atmosfera da essi liberata si
congelava. I marine erano scomparsi, con il corpo fatto a pezzi e sparso
ovunque. Con la nube di polvere e ghiaccio che riempiva il cratere, soltanto il
sistema di guida del suo HUD gli permetteva di vedere dov’erano i bersagli.
Dieci minuti e tredici secondi.
La sua squadra si divise. Tre si portarono nel centro dello spazio aperto,
cercando un punto abbastanza largo da poter cominciare a montare la sottile
struttura in carbonio nero della piattaforma di evacuazione. Altri due
impugnarono pistole automatiche prive di rinculo, pronti a sparare a chiunque
fosse emerso dalle macerie. Gli edifici emersero incombenti dalla polvere,
scuri e minacciosi. Le porte di accesso erano chiuse, e un mech di carico
giaceva rovesciato su un fianco, con il manovratore morto o morente. Il loro
tecnico specialista si avvicinò ai comandi delle porte e ne aprì
l’alloggiamento con una torcia a energia.
Nove minuti e sette secondi.
«Josie» disse Filip.
«Trabajan, sa sa?» replicò Josie, secco.
«So che stai lavorando» disse Filip. «Se non riesci ad aprirlo...»
Le grandi porte di accesso si mossero, tremarono e si sollevarono. Josie si
girò e attivò le luci del casco, in modo che Filip potesse vedere l’espressione
del suo volto rude. Entrarono nel magazzino. C’erano grandi pile di curve
lastre di ceramica e acciaio, più dense di montagne. Cavi sottili come capelli
e lunghi centinaia di chilometri erano raccolti intorno a spolette di plastica
più alte di Filip. Stampanti massicce erano solo in attesa di modellare piastre
che potessero combaciare nel vuoto, definire un volume e trasformarlo in
quella bolla di acqua, aria e complessi organici che passava per un ambiente
umano. Tremolanti luci di emergenza tingevano quell’ampio spazio del
chiarore spettrale di un disastro. Filip avanzò. Non ricordava di aver estratto
la pistola, ma l’aveva in mano. Miral, e non Josie, era entrato in un mech di
carico e si stava affibbiando le cinghie di sicurezza.
Sette minuti.
Le luci stroboscopiche rosse e bianche dei primi veicoli di emergenza
tremolarono nel caos del cantiere navale, dando l’impressione di giungere da
tutte le parti e da nessuna. Filip avanzò in mezzo alle file di saldatori
industriali e stampanti per metalli. C’erano vasche piene di polvere di acciaio
e ceramica più sottile del talco, montanti per nuclei a spirale e strati di
armature corazzate in kevlar e schiuma ammucchiate come il più grande letto
del sistema solare. In un ampio angolo libero c’era perfino un intero
propulsore Epstein smontato, che sembrava il più complesso puzzle
dell’universo. Filip però ignorò tutto.
L’aria non era abbastanza densa da portargli all’orecchio il rumore degli
spari. Il suo HUD rilevò un allarme da movimento rapido nello stesso
momento in cui una chiazza luminosa appariva sulla trave d’acciaio alla sua
destra. Filip si lasciò cadere, con la microgravità che faceva abbassare il suo
corpo più lentamente di quanto lo avrebbe fatto sotto accelerazione. Il
marziano spiccò un balzo giù per la corsia. Non indossava l’armatura
potenziata delle guardie ma un esoscheletro tecnico. Filip mirò al baricentro e
svuotò mezzo caricatore. I proiettili divamparono nel lasciare la canna,
bruciando il loro carburante e tracciando linee di fuoco e di gas di scarico fra
il rosso e il grigio nell’aria sottile di Callisto. Quattro colpi raggiunsero il
marziano, e bolle di sangue fluttuarono verso il basso in una congelata
nevicata rossa. L’esoscheletro passò a un allarme di emergenza, con i LED che
si tingevano di un cupo colore ambrato. Su una qualche frequenza, stava
riferendo ai servizi di emergenza del cantiere che era successo qualcosa di
terribile. La sua meccanica devozione al dovere era quasi buffa, nel contesto.
La voce di Miral gli risuonò sommessa all’orecchio. «Hoy, Filipito. Sa
boîte sa palla?»
Filip impiegò un momento a trovarlo. Era nel mech di carico, con la tuta da
vuoto annerita che si fondeva in un tutt’uno con il grosso mech come se
fossero stati fatti uno per l’altro. Soltanto il vago contorno del cerchio
spezzato, simbolo dell’Alleanza dei Pianeti Esterni, era ancora visibile sotto
la sporcizia che indicava come Miral potesse essere soltanto un trasandato
pilota di mech marziani. I contenitori di cui aveva parlato erano ancora
assicurati ai bancali: erano quattro, ciascuno da mille litri, e sulla superficie
curva c’era scritto ‘Rivestimento di Risonanza ad Alta Densità’ – quel
rivestimento che assorbiva energia e aiutava le navi marziane a evitare di
essere individuate. Era tecnologia stealth. L’aveva trovata. Un timore che non
aveva saputo di provare svanì.
«Sì, è quello» disse.
Quattro minuti e sette secondi.
Il ronzio del mech di caricamento era un suono distante, trasportato più
dalle vibrazioni nel pavimento della costruzione che dall’atmosfera rarefatta.
Filip e Josie si mossero verso le porte. Le luci lampeggianti erano più intense,
e avevano assunto una sorta di direzione precisa. La radio della tuta di Filip
stava ricevendo una quantità di frequenze affollate di voci urlanti e di allarmi
di sicurezza. Le forze militari marziane stavano rimandando indietro tutti i
veicoli di soccorso provenienti dal cantiere civile, preoccupati che i primi
soccorritori potessero essere terroristi e nemici travestiti. Era una misura
comprensibile, e in altre circostanze avrebbe anche potuto essere così. L’HUD
di Filip mostrava i contorni degli edifici, la piattaforma di evacuazione eretta
a metà, la miglior valutazione possibile sulla posizione dei veicoli sulla base
di dati forniti dall’IR e di tracce di luce troppo tenui perché i suoi occhi le
potessero registrare. Aveva la sensazione di camminare attraverso un disegno
schematico dove tutto era definito dai contorni e le superfici erano soltanto
sottintese. Mentre avanzava con passo strascicato sulla regolite, il terreno fu
percorso da un profondo tremito. Una detonazione, forse, o un edificio che
aveva ultimato il proprio lento e lungo afflosciarsi. Il mech di carico di Miral
apparve sulla soglia, illuminato da dietro dalle luci del magazzino. I
contenitori che stringeva fra le pinze erano neri e anonimi. Filip si diresse
verso la piattaforma, e mentre camminava si sintonizzò sul loro canale
criptato.
«Situazione?»
«Un piccolo problema» rispose Aaman, che era incaricato della
piattaforma. Filip si sentì in bocca il sapore metallico della paura.
«Cose del genere non sono ammesse, coyo» ribatté, lottando per restare
calmo. «Di cosa si tratta?»
«Un po’ di questa merda di ejecta sta sporcando la piattaforma. Ho della
polvere nelle giunture.»
Tre minuti e quaranta secondi. Trentanove.
«Arrivo» disse Filip.
Intervenne la voce di Andrew. «Nell’armeria ci sparano addosso, piccolo
boss.»
Filip ignorò il diminutivo. «Quanto è grave?»
«Abbastanza» rispose Andrew. «Chuchu è a terra e io sono bloccato. Mi
servirebbe una mano.»
«Tieni duro» rispose Filip, la mente che lavorava a ritmo serrato. Le sue
due guardie erano vicine alla piattaforma di evacuazione, pronte a sparare a
chiunque non fosse stato dei loro. I tre costruttori lottavano con una trave di
sostegno. Filip balzò verso di loro, aggrappandosi alla struttura nera per
fermarsi. In linea, Andrew grugnì.
Non appena vide il connettore bloccato dalla polvere nera che lo intasava, il
problema gli risultò chiaro. Nell’atmosfera, sarebbe bastato soffiarci sopra
per pulirlo, ma qui quell’alternativa non era disponibile. Aaman scavava
freneticamente con una lama, rimuovendo un frammento infinitesimale dopo
l’altro nel tentativo di svuotare quei minuscoli e complessi canali dove il
metallo combaciava.
Tre minuti.
Aaman spinse la trave al suo posto e cercò di collegare le due parti con la
forza. Ci andò vicino, molto vicino, ma quando allentò la presa tornarono a
separarsi. Filip lo vide imprecare, con gocce di saliva che punteggiavano
l’interno del visore. Se solo si fossero portati dietro una bombola di aria
compressa, pensò.
Naturalmente, lo avevano fatto.
Strappò il coltello dalla mano di Aaman e lo piantò nel polso della tuta,
dove l’articolazione la rendeva più sottile. Una fitta di dolore gli disse che era
andato un po’ troppo in profondità, ma non importava. L’allarme della tuta
prese a lampeggiare, ma lo ignorò mentre si protendeva in avanti e premeva
la minuscola apertura nella tuta contro il connettore intasato. L’aria che
sfuggiva dalla lacerazione soffiò via polvere e ghiaccio, e scaturì anche una
singola goccia di sangue, che si congelò in una sfera perfetta e rimbalzò
lontano dalla struttura. Filip si trasse indietro e Aaman fece combaciare le
parti del connettore, che questa volta rimasero unite. La tuta intanto
autosigillò lo strappo non appena Filip rimosse il coltello.
Si girò. Miral e Josie avevano liberato i contenitori dal bancale e ne
avevano assicurato uno alla piattaforma. Intanto, le luci di emergenza si erano
fatte più fioche, perché i veicoli di soccorso li avevano oltrepassati nella
caligine e nella confusione, probabilmente diretti verso la sparatoria in corso
all’armeria. Anche Filip l’avrebbe considerata la minaccia principale, se non
avesse saputo che non era così.
«Piccolo boss» chiamò Andrew, con voce sottile e ansiosa. «Qui le cose si
mettono male.»
«No preoccupes» rispose Filip. «Ge gut.»
Una delle due guardie gli posò una mano sulla spalla. «Vuoi che vada a
sistemare le cose?» chiese. Devo andare a salvarli?
Filip sollevò un pugno e lo scosse gentilmente avanti e indietro. No. La
donna si irrigidì quando comprese cosa le stava dicendo, e per un momento
Filip pensò che gli avrebbe disobbedito. La scelta era sua. Ammutinarsi in
quel momento equivaleva a punirsi da soli. Josie fece scivolare al suo posto
l’ultimo contenitore e strinse le cinghie. Aaman e la sua squadra montarono
l’ultima trave di sostegno.
Un minuto e venti secondi.
«Piccolo boss!» urlò Andrew.
«Mi dispiace, Andrew» rispose Filip. Ci fu un momento di sconvolto
silenzio, poi un flusso di invettive e di oscenità. Filip cambiò frequenza alla
radio. I servizi di emergenza del cantiere militare urlavano meno. Una donna
che parlava in un tedesco calmo e deciso impartiva ordini con l’efficienza
quasi annoiata di qualcuno abituato a fronteggiare crisi, e le voci che
rispondevano facevano propria la sua professionalità. Filip indicò la
piattaforma. Chuchu e Andrew erano morti, o era come se lo fossero, se
ancora non lo erano. Filip si mise in posizione sulla piattaforma, allacciandosi
le cinghie intorno alla vita, sotto l’inguine e intorno al petto, poi adagiò la
testa contro la spessa imbottitura.
Cinquantasette secondi.
«Niban» disse.
Non successe niente.
Sintonizzò di nuovo la radio sul canale criptato. Adesso Andrew stava
piangendo. Gemeva.
«Niban! Andale!» gridò Filip.
La piattaforma di evacuazione sobbalzò sotto i suoi piedi, e
improvvisamente si trovò ad avere un peso corporeo quando quattro razzi
chimici ad accelerazione elevata illuminarono il terreno sotto di lui,
sparpagliando i bancali vuoti e ribaltando sulla schiena il mech da carico di
Miral. L’accelerazione gli spinse il sangue verso le gambe, la visuale si
ridusse a un lungo tunnel e i suoni alla radio si fecero più sottili e distanti,
mentre la sua consapevolezza pareva spegnersi a tratti. La tuta gli gravò
intorno alle gambe come se fossero state strette nella morsa di un gigante,
costringendo il sangue a risalire lungo le vene, e lui ritrovò un po’ di
chiarezza mentale.
In basso, il cratere era una vescica oblunga di polvere sulla faccia della
luna, con alcune luci che si muovevano dentro di essa. Le torri sul limitare
del cratere si erano spente, ma adesso mostravano qualche bagliore a mano a
mano che i sistemi cercavano di riavviarsi. I cantieri navali di Callisto
barcollavano come un ubriaco, o una persona che fosse stata colpita alla testa.
Il timer del conto alla rovescia scandì i due secondi, poi uno.
Il secondo attacco arrivò quando il timer scandì lo zero. Filip non vide
l’impatto della roccia. Come per i proiettili di tungsteno, viaggiava troppo in
fretta perché l’occhio umano la potesse cogliere, ma vide la nuvola di polvere
levarsi di scatto come se qualcuno l’avesse sorpresa, e poi la vasta onda
d’urto, così potente da essere visibile anche nell’atmosfera pressoché
inesistente.
«Reggetevi forte» avvertì, anche se non ce n’era bisogno. Sulla piattaforma,
tutti si stavano già reggendo. In un’atmosfera più densa, quell’onda d’urto
avrebbe significato la morte per tutti loro, mentre qui fu un po’ peggio di una
brutta tempesta. Aaman emise un grugnito.
«Qualche problema?» chiese Filip.
«Una pinche roccia mi ha forato il piede» rispose Aaman. «Fa male.»
«Grazia sa che non ti ha preso il pisello, coyo.»
«Non mi lamento» disse Aaman. «Niente lamentele.»
I razzi della piattaforma esaurirono la spinta, la gravità da accelerazione si
dissolse a poco a poco. Lontano sotto di loro, la morte aveva visitato i
cantieri. Adesso non c’erano più luci, non si vedevano neppure fuochi che
bruciavano. Filip spostò lo sguardo sulla luminosa distesa di stelle, il disco
galattico che splendeva su tutti loro. Una di quelle luci non era una stella, ma
le emanazioni dei propulsori della Pella che veniva a recuperare il suo
equipaggio girovago. Tranne Chuchu. Tranne Andrew. Filip si chiese perché
non si sentisse male per la perdita di due persone che erano ai suoi ordini.
Quello era stato il suo primo comando, la prova che poteva gestire una vera
missione, con una grossa posta in gioco, e uscirne vittorioso.
Non voleva parlare, e forse non lo fece. Forse fu solo un sospiro a sfuggirgli
dalle labbra. Miral ridacchiò.
«Come no, Filipito» commentò l’uomo più anziano. E un momento più
tardi aggiunse: «Feliz cumpleaños, sabez?»
Filip Inaros sollevò le mani in un gesto di ringraziamento. Quello era il suo
quindicesimo compleanno.
1
Holden

Un anno dopo l’attacco su Callisto, quasi tre anni dopo che lui e il suo
equipaggio erano partiti alla volta di Ilus, e circa sei giorni dopo il loro
rientro, James Holden stava fluttuando accanto alla sua nave, intento a
osservare un mech da demolizione che ne tagliava lo scafo. Otto cavi tesi
assicuravano la Rocinante alle pareti del suo posto di ancoraggio. Quello era
uno soltanto dei numerosi moli riservati alle riparazioni della Stazione di
Tycho, e la sezione riparazioni era solo una delle molte dell’enorme sfera.
Intorno a loro, nel volume della sfera ampio un chilometro, era in corso di
svolgimento un migliaio di altri progetti, ma Holden aveva occhi soltanto per
la sua nave.
Il mech finì di tagliare e staccò un’ampia sezione dello scafo esterno. Sotto
di esso era visibile lo scheletro della nave, con le costole robuste circondate
da un confuso groviglio di cavi e condotti; ancora più sotto si scorgeva la
superficie dello scafo interno.
«Già» commentò Fred Johnson, che fluttuava accanto a Holden. «L’hai
incasinata per bene.»
Per quanto appiattite e distorte dal sistema di comunicazione delle tute, le
parole di Fred furono comunque un pugno nello stomaco. Il fatto che Fred, il
capo nominale dell’Alleanza dei Pianeti Esterni e una delle tre persone più
potenti del sistema solare, si interessasse di persona alle condizioni della sua
nave avrebbe dovuto essere rassicurante. Invece, Holden aveva la sensazione
di avere accanto un padre che gli stesse controllando i compiti per verificare
che non avesse fatto troppi pasticci.
«L’incastellatura di sostegno interna è piegata» intervenne una terza voce,
sul canale di comunicazione. Era quella di Sakai, un uomo dall’espressione
acida che era subentrato come nuovo ingegnere capo della stazione dopo la
morte di Samantha Rosemberg durante quello che ormai tutti chiamavano
l’Incidente della Zona Lenta. Sakai stava supervisionando le riparazioni dal
suo ufficio, poco distante, attraverso la serie di telecamere e di sensori a raggi
X del mech.
«Come sei riuscito a fare una cosa del genere?» Fred indicò l’alloggiamento
del cannone a rotaia, lungo la chiglia della nave. La canna del cannone
correva lungo quasi tutta la lunghezza della nave, e le travi di supporto che lo
fissavano allo scafo erano visibilmente piegate in alcuni punti.
«Allora,» ribatté Holden «ti ho mai detto di quella volta in cui abbiamo
usato la Roci per trascinare un mercantile pesante fino a un’orbita planetaria
più alta usando il cannone a rotaia come propulsore a reazione?»
«Già, bella storia» commentò Sakai, senza traccia di umorismo. «Forse
sarebbe possibile riparare qualcuna di quelle travi di supporto, ma sono
pronto a scommettere che troveremo nella lega tante di quelle microfratture
che sarà meglio sostituirle tutte.»
«Una cosa del genere costerà parecchio» osservò Fred, con un fischio
sommesso.
Il leader dell’APE agiva a intermittenza come sostenitore e cliente
dell’equipaggio della Rocinante. Holden sperava che fossero di nuovo nella
fase positiva dei loro tempestosi rapporti. Senza uno sconto riservato a clienti
preferenziali, le riparazioni alla nave sarebbero state molto più costose. Non
che avessero problemi a permetterselo, d’altronde.
«Sullo scafo esterno ci sono un sacco di buchi rappezzati alla meglio»
continuò Sakai. «Quello interno sembra a posto, visto da qui, ma dovremo
passarlo a pettine fitto e accertarci che sia ben sigillato.»
Holden stava per fargli notare che il viaggio di rientro da Ilus avrebbe
comportato molta più morte per asfissia se lo scafo interno non fosse stato
perfettamente isolato, ma si trattenne dal farlo. Non c’era motivo di
inimicarsi l’uomo responsabile di mantenere la sua nave in condizione di
volare. Ripensò al sorriso malizioso di Sam e alla sua abitudine di temperare
le critiche con qualche battuta sciocca, e sentì qualcosa che gli si contraeva
nel petto. Erano passati anni, ma il dolore di quella perdita riusciva ancora ad
assalirlo a tradimento.
«Grazie» disse invece.
«Non sarà un lavoro veloce» replicò Sakai. Il mech rimosse un’altra parte
della nave si ancorò con i piedi magnetici e procedette a tagliare un’altra
sezione dello scafo esterno accompagnato dal bagliore intenso della fiamma
ossidrica.
«Andiamo nel mio ufficio» suggerì Fred. «Alla mia età puoi sopportare di
indossare una tuta da esterni solo per un certo tempo.»
La mancanza di forza di gravità e di atmosfera facilitava molti aspetti della
riparazione della nave. L’altro lato della medaglia era che questo costringeva
i tecnici a indossare tute ambientali mentre lavoravano. Holden interpretò le
parole di Fred come un eufemismo per dire che il vecchio aveva bisogno di
urinare e non si era preso la briga di applicare il preservativo-catetere della
tuta.
«D’accordo, andiamo.»
L’ufficio di Fred era ampio, per essere su una stazione spaziale, e odorava
di cuoio vecchio e di caffè buono. La cassaforte a parete era fatta in titanio e
acciaio graffiato, come un attrezzo di scena di un vecchio film; lo schermo a
parete dietro la scrivania mostrava la vista dello scheletro di tre navi in
costruzione, tutte grandi, massicce e funzionali come grossi martelli. Erano
l’inizio di una flotta navale su misura dell’APE. Holden sapeva perché
l’Alleanza sentiva il bisogno di creare una sua flotta difensiva armata, ma
considerato tutto quello che era successo negli ultimi anni non poteva fare a
meno di pensare che l’umanità continuava a ricavare le lezioni sbagliate dai
traumi subiti.
«Caffè?» chiese Fred. A un cenno di assenso di Holden prese ad armeggiare
con la macchina per il caffè che si trovava su un tavolo laterale, versandone
due tazze. Quella che porse a Holden sfoggiava uno stemma sbiadito: il
cerchio spezzato dell’APE, tanto consumato da essere ormai quasi invisibile.
Holden accettò la tazza, accennò allo schermo, e chiese: «Quanto ci vorrà?»
«La nostra proiezione attuale è di sei mesi» rispose Fred, poi sedette sulla
sua sedia con un grugnito tipico di una persona anziana. «Tanto varrebbe che
ci volesse un’eternità. Fra un anno e mezzo da ora le strutture sociali umane
di questa galassia saranno irriconoscibili.»
«La diaspora.»
«Se vuoi chiamarla così» rispose Fred, con un cenno di assenso. «Io la
chiamo la corsa alla terra. Un sacco di carri coperti che si precipitano verso la
terra promessa.»
Oltre mille mondi a disposizione di chi se ne fosse appropriato. C’erano
persone di ogni pianeta, stazione e roccia del sistema solare che si stavano
precipitando ad assicurarsene un pezzo. E nel loro sistema natale, tre governi
si affrettavano a costruire abbastanza navi da guerra per controllare il tutto.
Una torcia per saldare si accese con una fiammata sul fianco di una delle
navi, una luce tanto intensa che il livello di illuminazione del monitor si
attenuò per reazione.
«Ilus è stato più che altro un avvertimento che un sacco di persone
finiranno per morire» osservò Holden. «Possibile che nessuno vi abbia
prestato ascolto?»
«In realtà no. Conosci la corsa alla terra che ci fu nel Nord America?»
«Certo» replicò Holden, sorseggiando il caffè. Era delizioso: caffè coltivato
sulla Terra e ricco di sapore. I privilegi del grado elevato. «Avevo già colto il
tuo riferimento ai carri. Sai che sono cresciuto nel Montana. Tutta quella
merda riguardo alla frontiera è la storia che la gente di laggiù continua a
raccontare su di sé.»
«Quindi sai che il mito del destino manifesto nasconde una quantità di
tragedie. Molti di quei pionieri non ce l’hanno mai fatta. E parecchie delle
persone che ce l’hanno fatta sono poi finite a lavorare per pochi soldi per le
ferrovie, le miniere e i ricchi allevatori.»
Holden bevve di nuovo il caffè, osservando le navi in costruzione. «Per non
parlare di tutte le persone che vivevano là prima che arrivassero i pionieri e
regalassero a tutti un’elegante nuova pestilenza. Almeno, la nostra versione di
destino galattico non soppianta niente di più evoluto delle lucertole mimo.»
Fred annuì. «Forse. Per ora pare che sia così, ma non tutti i milletrecento
sistemi sono ancora stati esplorati a fondo. Chi può sapere cosa troveremo?»
«Se ben ricordo, robot assassini e reattori a fusione grandi come continenti
in attesa soltanto che qualcuno azioni un interruttore per poter far saltare in
aria mezzo pianeta.»
«Sulla base del nostro unico campione. Le cose potrebbero farsi ancora più
strane.»
Holden scrollò le spalle e finì il caffè. Fred aveva ragione. Non c’era modo
di sapere cosa poteva esserci in attesa su tutti quei mondi. Impossibile dire
quali pericoli ci fossero in serbo per quegli aspiranti coloni che si stavano
precipitando a reclamarli.
«Avasarala non è contenta di me» commentò.
«No, non lo è» convenne Fred. «Io sì però.»
«Ripeti un po’?»
«Senti, quella vecchia signora voleva che tu andassi laggiù e dimostrassi a
tutti nel sistema solare quanto era brutta la situazione. Voleva che li
spaventassi tanto da indurli ad aspettare che il governo dicesse loro che
potevano muoversi. Che riportassi il controllo nelle loro mani.»
«La situazione faceva parecchia paura» disse Holden. «Non sono stato
chiaro al riguardo?»
«Certo. Ma era anche qualcosa a cui si poteva sopravvivere, e adesso Ilus si
sta preparando a mandare sui nostri mercati navi cariche di litio. Saranno
ricchi. Potrebbero finire per essere l’eccezione che conferma la regola, ma nel
tempo che tutti impiegheranno a rendersene conto ci sarà già gente su tutti
quei mondi, in cerca della prossima miniera d’oro.»
«Non so che altro avrei potuto fare in modo diverso.»
«Niente» convenne Fred. «Però Avasarala e il primo ministro Smith di
Marte, e tutto il resto di quegli specialisti della politica vogliono il controllo
di tutto questo. E tu hai fatto in modo che non potessero averlo.»
«Allora perché tu sei contento?»
«Perché io non sto cercando di controllarlo» rispose Fred, con un ampio
sorriso. «Ed è per questo che finirò per averne il controllo. Sto portando
avanti un gioco a lungo termine.»
Holden si alzò per versarsi un’altra tazza del delizioso caffè di Fred. «Sai,
credo che avrai bisogno di spiegarmelo con parole più semplici» dichiarò,
appoggiandosi alla parete accanto alla caffettiera.
«Ho la Stazione di Medina, una struttura economicamente indipendente che
chiunque attraversi gli anelli deve oltrepassare, e distribuisco pacchi di
sementi e ripari di emergenza a qualsiasi nave ne abbia bisogno. Vendiamo
terriccio per colture e filtri per l’acqua a prezzo di costo. Qualsiasi colonia
riesca a sopravvivere in parte lo farà perché noi li abbiamo aiutati, quindi
quando verrà il momento di organizzare una forma di governo galattico, a chi
si rivolgeranno? Alle persone che vogliono imporre un’egemonia con
un’arma in pugno? O a quelli che erano e sono pronti ad aiutarli nei momenti
di crisi?»
«Si rivolgeranno a te» disse Holden. «Ed è per questo che stai costruendo
quelle navi. All’inizio, devi apparire pronto a dare aiuto quando tutti ne
hanno bisogno, ma vuoi apparire forte quando cominceranno a cercare un
governo.»
«Sì» confermò Fred, appoggiandosi allo schienale della sedia. «L’Alleanza
dei Pianeti Esterni è sempre stata costituita da tutto ciò che si trova al di là
della Fascia, e continua a essere così. Solo... le cose si sono espanse un
poco.»
«Non può essere tanto semplice. È impossibile che la Terra e Marte se ne
stiano con le mani in mano e ti lascino governare la galassia solo perché hai
distribuito tende e razioni di cibo.»
«Niente è mai semplice» ammise Fred. «Ma è da lì che cominceremo. E
fintanto che possiedo la Stazione di Medina controllo il centro della
scacchiera.»
«Hai davvero letto il mio rapporto?» chiese Holden, incapace di impedire
all’incredulità di trasparirgli dalla voce.
«Non sto sottovalutando i pericoli lasciati su quei mondi...»
«Lascia perdere quello che ci siamo lasciati alle spalle» interruppe Holden,
posando la tazza di caffè mezza vuota per attraversare a grandi passi la stanza
e appoggiarsi in avanti sulla scrivania di Fred. «Dimentica gli automi e quel
sistema ferroviario che funzionava ancora dopo essere rimasto in attivo per
circa un miliardo di anni. E i reattori che esplodevano. Dimentica le lumache
velenose e i microbi che ti strisciano negli occhi e ti accecano.»
«Quanto è lunga questa lista?»
Holden lo ignorò. «La cosa che dovresti ricordare è la pallottola magica che
ha fermato tutto quanto.»
«Trovare quel manufatto è stato un colpo di fortuna per te, considerato
quello che...»
«No, non lo è stato. È stata la risposta al paradosso di Fermi più
fottutamente spaventosa che riesca a immaginare. Sai perché non c’erano
indiani nella tua analogia con il Vecchio West? Perché erano già morti. Quei
quel-che-erano che hanno costruito tutta quella roba sono partiti in vantaggio
e hanno usato quella loro protomolecola costruttrice di portali per uccidere
tutto il resto. E questa non è neppure la parte più spaventosa. Quello che fa
veramente paura è che poi è arrivato qualcos’altro, ha piantato una pallottola
nella nuca agli altri tizi e ha lasciato i loro cadaveri sparsi per la galassia.
Quello che ci dovremmo chiedere è chi abbia sparato quella pallottola
magica. E ancora, gli andrà bene che ci appropriamo di tutta la roba delle sue
vittime?»
Fred aveva assegnato all’equipaggio due suite al livello degli appartamenti
manageriali dell’anello abitativo della Stazione di Tycho. Holden e Naomi ne
condividevano uno mentre Alex e Amos si erano insediati nell’altro, anche se
nella pratica questo significava soltanto che andavano a dormire lì, dato che
quando non erano impegnati ad approfittare dei numerosi intrattenimenti
offerti da Tycho, i ragazzi parevano trascorrere tutto il loro tempo
nell’appartamento di Holden e Naomi.
Quando Holden entrò, Naomi era seduta nella zona pranzo, intenta a
studiare qualcosa di complesso che scorreva sullo schermo del suo terminale
palmare. Gli sorrise senza sollevare lo sguardo. Alex era seduto sul divano
del loro salotto: lo schermo a parete era acceso, su di esso si vedevano grafici
e commentatori di un notiziario, ma il volume era abbassato e il pilota teneva
la testa adagiata all’indietro, con gli occhi chiusi, russava sommessamente.
«Adesso restano anche a dormire?» chiese Holden, sedendosi al tavolo di
fronte a Naomi.
«Amos è andato a prendere la cena. A te com’è andata?»
«Vuoi prima le notizie cattive o quelle peggiori?»
Naomi infine sollevò lo sguardo dal suo lavoro e inclinò il capo da un lato,
socchiudendo gli occhi fissi su di lui. «Ci hanno licenziati di nuovo?»
«Non questa volta. La Roci è piuttosto malconcia. Sakai dice...»
«Ventotto settimane» lo anticipò Naomi.
«Già. Hai messo una microspia nel mio terminale?»
«Sto guardando i fogli di lavoro» rispose lei, indicando il suo schermo. «Li
ho ricevuti un’ora fa. Lui... Sakai è davvero in gamba.»
L’aggiunta ‘Ma non quanto Sam’ rimase sospesa nell’aria in mezzo a loro,
taciuta. Naomi riabbassò lo sguardo sul tavolo, nascondendolo dietro la
cortina dei suoi capelli.
«Quindi, sì, quelle sono le cattive notizie» convenne Holden. «Mezzo anno
di inattività, e sto ancora aspettando che Fred si decida a dire che sarà lui a
pagare la cosa. O una parte. O qualcosa.»
«Economicamente siamo ancora molto ben messi. Il pagamento delle
Nazioni Unite è arrivato ieri.»
Holden accantonò quel commento con un cenno del capo.
«Dimentichiamoci del denaro, per un momento. Continuo a non riuscire a
farmi ascoltare da nessuno, quando si tratta del manufatto.»
Naomi agitò le mani nella scrollata di spalle cinturiana. «Perché questa
volta dovrebbe essere diverso? Non ti hanno mai ascoltato neppure prima.»
«Per una volta, mi piacerebbe essere ricompensato per la mia visione
ottimistica dell’umanità.»
«Ho fatto il caffè» disse lei, indicando con la testa verso la cucina.
«Fred me ne ha offerto un po’ del suo, ed era tanto buono che mi ha
definitivamente rovinato il palato quando si tratta di caffè di qualità inferiore.
Un altro aspetto per cui il mio incontro con lui è stato insoddisfacente.»
La porta dell’appartamento si aprì e Amos entrò con passo pesante,
trasportando un paio di grossi sacchetti e lasciandosi dietro una scia di
profumo di curry e cipolle.
«Il cibo» disse, scaricando i sacchetti sul tavolo davanti a Holden. «Ehi,
capitano, quando riavrò la mia nave?»
«Quello è cibo?» chiese Alex dal salotto, con voce forte quanto assonnata.
Amos non rispose: stava già tirando fuori dai sacchetti i contenitori di
polistirolo, disponendoli intorno al tavolo. Holden aveva creduto di essere
troppo irritato per mangiare, ma il profumo speziato del cibo indiano gli fece
cambiare idea.
«Non per parecchio tempo» rispose Naomi ad Amos, con la bocca piena di
tofu. «Abbiamo deformato l’impalcatura di sostegno.»
«Merda» imprecò Amos, sedendosi e afferrando un paio di bacchette. «Vi
lascio soli per un paio di settimane e voi incasinate la mia ragazza.»
«Sono state usate superarmi aliene» interloquì Amos, entrando nella stanza
con i capelli arruffati dal sonno che gli sporgevano dalla testa in ogni
direzione. «Le leggi della fisica sono state alterate e sono stati fatti degli
errori.»
«Stessa merda, giorno diverso» ribatté Amos, porgendo al pilota un
contenitore pieno di riso al curry. «Alza il volume. Quello sembra Ilus.»
Naomi alzò il volume del notiziario e la voce del commentatore riempì
l’appartamento. «...l’energia è stata parzialmente ripristinata, ma le fonti sul
posto dicono che questo contrattempo avrà...»
«Questo è pollo vero?» chiese Alex, afferrando uno dei contenitori.
«Stiamo spendendo a piene mani, eh?»
«Zitto» ingiunse Amos. «Stanno parlando della colonia.»
Alex levò gli occhi al cielo, ma non disse niente mentre trasferiva le strisce
di carne di pollo speziata nel suo piatto.
«...passando ad altre notizie, un rapporto preliminare relativo alle indagini
sull’attacco dello scorso anno contro i cantieri navali su Callisto è stato fatto
trapelare questa settimana. Anche se non si tratta di un testo definitivo, questi
primi rapporti sembrano indicare il coinvolgimento di una fazione
indipendente dell’Alleanza dei Pianeti Esterni e accusa per l’elevato numero
di perdite...»
Amos tolse il volume calando con violenza il dito sui comandi inseriti nel
tavolo. «Merda, io volevo sentire altro su quello che succede su Ilus, non su
qualche cowboy idiota dell’APE che trova il modo di farsi saltare in aria.»
«Mi chiedo se Fred sappia chi c’è dietro a quell’attacco» rifletté Holden.
«Gli oltranzisti dell’APE hanno difficoltà ad abbandonare la loro teologia del
‘noi contro il sistema solare’.»
«Si può sapere cosa volevano?» chiese Alex. «Su Callisto non c’erano
munizioni pesanti. Niente armi nucleari. Niente per cui valesse la pena fare
una scorreria del genere.»
«Oh, adesso ci aspettiamo anche che queste stronzate abbiano un senso?»
ribatté Amos. «Passami quel naan.»
Holden si appoggiò allo schienale della sedia con un sospiro. «So che mi fa
apparire come un idiota ingenuo, ma dopo Ilus pensavo davvero che
avremmo potuto avere un momento di pace. Che nessuno avrebbe sentito il
bisogno di far saltare in aria qualcun altro.»
«E sembra che sia così» replicò Naomi, reprimendo un rutto mentre posava
le bacchette. «La Terra e Marte sono in uno stato di tregua permeato di
tensione, l’ala legittima dell’APE governa invece di combattere. Su Ilus, i
coloni collaborano con le Nazioni Unite invece di spararsi addosso a vicenda.
Questo è il meglio che si può ottenere. Non ci si può aspettare che tutti
rispettino lo stesso programma. Dopotutto, siamo pur sempre umani, e una
percentuale di noi continuerà a essere composta da coglioni.»
«Non sono mai state pronunciate parole più vere, capo» commentò Amos.
Finirono di mangiare e per parecchi minuti rimasero seduti in silenzio.
Amos tirò fuori alcune birre dal piccolo frigorifero e le distribuì mentre Alex
usava l’unghia del mignolo come uno stuzzicadenti e Naomi tornava a
esaminare le previsioni relative alle riparazioni.
«Allora,» disse dopo aver studiato le cifre per parecchi minuti «le buone
notizie sono che anche se le Nazioni Unite e l’APE dovessero decidere che
dobbiamo pagarci da soli le riparazioni, saremo in grado di coprire le spese
attingendo solo a quello che abbiamo nel fondo di emergenza della nave.»
«Ci sarà un sacco di lavoro per trasportare i coloni attraverso quegli anelli,
quando riprenderemo a volare» disse Alex.
«Sì, perché possiamo ficcare davvero molto terricciato nella nostra piccola
stiva» ribatté Amos, con uno sbuffo sarcastico. «Inoltre, forse coloni con le
pezze al culo e disperati non sono il genere di clienti di cui dovremmo andare
a caccia.»
«Affrontiamo la realtà» intervenne Holden. «Se le cose continuano ad
andare in questo modo, trovare lavoro potrebbe diventare piuttosto difficile
per una nave da guerra privata.»
Amos scoppiò a ridere. «Allora permettimi un anticipato ‘te l’avevo detto’,
dato che quando queste parole risulteranno essere vere, come succede
sempre, potrei non essere lì per pronunciarle.»
2
Alex

La cosa che Alex Kamal amava di più nei viaggi su lunghe distanze era che
essi cambiavano il modo in cui si sperimentava lo scorrere del tempo. Le
settimane – a volte i mesi – trascorse in accelerazione erano come uscire dalla
storia per addentrarsi in un piccolo universo separato. Tutto si riduceva alla
nave e alle persone che la occupavano. Per lunghi periodi non c’era nessun
lavoro da fare a parte la manutenzione di base, e quindi la vita perdeva ogni
urgenza. Si trattava solo di lavorare secondo i piani, e il piano era che non
succedesse niente di critico. Viaggiare attraverso il vuoto dello spazio gli
dava un’irrazionale sensazione di pace e di benessere. Era per questo che
poteva fare quel lavoro.
Aveva conosciuto altre persone, di solito giovani uomini e donne, la cui
esperienza era diversa. Ai tempi in cui era stato nella marina, c’era stato un
pilota che aveva lavorato parecchio per i pianeti interni, volando fra la Terra,
la Luna e Marte. Poi si era trasferito, firmando per un viaggio verso le lune di
Giove, agli ordini di Alex. Più o meno nello stesso momento in cui si sarebbe
concluso un viaggio fino a uno dei pianeti interni, quel ragazzo aveva
cominciato ad andare in pezzi: si irritava per cose da poco, mangiava troppo o
saltava i pasti, si aggirava irrequieto avanti e indietro fra il centro di comando
e la sala motori della nave come una tigre in gabbia. Quando erano arrivati a
Ganimede, il dottore di bordo e Alex si erano trovati concordi sulla necessità
di mettere dei sedativi nel cibo di quel tizio per impedire che le cose
sfuggissero di mano, e alla fine della missione Alex aveva raccomandato che
quel pilota non venisse mai più assegnato a un lungo tragitto. C’erano piloti
che non andavano tanto addestrati quanto messi alla prova.
Non che lui non si portasse dietro un suo bagaglio di stress e di
preoccupazioni. Fin da quando la Canterbury era stata distrutta, era stato
oppresso da una certa quantità di ansia di fondo. Con solo loro quattro a
bordo, la Rocinante era strutturalmente a corto di personale. Amos e Holden
erano entrambi due forti personalità maschili che, se mai si fossero trovati in
aperto disaccordo, avrebbero potuto disintegrare le dinamiche
dell’equipaggio. Il capitano e il suo primo ufficiale erano amanti, e se mai la
loro relazione fosse finita, questo avrebbe significato la fine di qualcosa di
più di un lavoro. Quello era il genere di cose di cui si preoccupava sempre,
qualunque fosse l’equipaggio con cui lavorava. Sulla Roci ormai covava le
stesse preoccupazioni da anni, senza che nessuna di esse fosse mai sfociata in
qualcosa di concreto, e questo era di per sé una forma di stabilità. Così come
stavano le cose, Alex si sentiva sollevato quando arrivavano alla fine di una
missione, e si sentiva ugualmente sollevato nel cominciare quella successiva.
Quantomeno, se non sempre, almeno di solito.
L’arrivo alla Stazione di Tycho avrebbe dovuto essere un sollievo. La Roci
era malmessa come non l’aveva mai vista, e i cantieri navali di Tycho erano
fra i migliori del sistema, per non parlare del fatto che erano anche i più
amichevoli. Adesso l’occuparsi in via definitiva del prigioniero che si erano
portati dietro da Nuova Terra era il problema di qualcun altro e lui non era
più sulla nave. La Edward Israel, l’altra metà del convoglio che aveva
lasciato Nuova Terra, stava procedendo sana e salva verso il sole. I successivi
sei mesi non promettevano altro che lavori di riparazioni e relax. Secondo
qualsiasi standard, avrebbe dovuto esserci molto meno di cui preoccuparsi.
«Allora cosa ti rode?» chiese Amos.
Alex scrollò le spalle, aprì il piccolo frigorifero della suite, lo richiuse e
scrollò di nuovo le spalle.
«Qualcosa ti rode, sicuro come la merda.»
«Lo so.»
Le luci avevano quella tonalità chiara fra il giallo e l’azzurro che imitava il
primo mattino, ma Alex non aveva dormito, non molto. Amos sedette al
computer e si versò una tazza di caffè. «Non stiamo facendo una di quelle
cose in cui hai bisogno che ti faccia un sacco di domande per metterti a tuo
agio nel parlare dei tuoi sentimenti, vero?»
Alex rise. «Quello non funziona mai con me.»
«Allora non facciamolo.»
Quando erano in accelerazione, Holden e Naomi tendevano a isolarsi
insieme, anche se nessuno dei due se ne rendeva conto. Era lo schema
naturale degli amanti, trarre più conforto dalla reciproca vicinanza che dal
resto dell’equipaggio. Se non fosse stato così, Alex se ne sarebbe
preoccupato. Però questo significava che a lui rimaneva prevalentemente la
sola compagnia di Amos. Alex andava orgoglioso della sua capacità di
riuscire ad andare d’accordo quasi con chiunque, in un equipaggio, e Amos
non costituiva un’eccezione. Era un uomo senza sottintesi, quando diceva di
aver bisogno di passare del tempo da solo era perché ne aveva davvero
bisogno. Quando Alex gli chiedeva se voleva andare a vedere uno di quei
film neonoir provenienti dalla Terra che aveva appena scaricato, la risposta di
Amos era sempre e solo limitata alla sua domanda. Non c’era nessuna
sensazione di tradimento. Nessuna punizione sociale o giochi di isolamento.
Amos era quel che era, e basta. A volte Alex si chiedeva cosa sarebbe
successo se fosse stato Amos a morire sulla Donnager, e lui si fosse trovato a
passare gli ultimi anni con il loro vecchio tecnico medico, Shed Garvey.
Probabilmente le cose non sarebbero andate altrettanto bene, o forse Alex ci
si sarebbe abituato. Difficile saperlo.
«Ultimamente faccio dei sogni che... mi disturbano» ammise.
«Incubi?»
«No. Sogni piacevoli. Sogni che sono migliori del mondo reale, tanto che
mi sento male quando mi sveglio.»
«Uh» commentò pensosamente Amos, mentre beveva il suo caffè.
«Hai mai fatto sogni del genere?»
«No.»
«Il problema è che Tali è in tutti quei sogni.»
«Tali?»
«Talissa.»
«La tua ex moglie.»
«Già» annuì Alex. «Lei è sempre là, e le cose sono sempre... piacevoli.
Voglio dire, non come quando eravamo insieme. A volte, sono di nuovo su
Marte. Altre lei è sulla nave. È solo presente, le cose fra noi vanno bene, poi
mi sveglio, lei non c’è e le cose non vanno bene. E...»
La fronte di Amos si aggrottò, la sua bocca si sollevò, comprimendo la sua
faccia in qualcosa di più piccolo e pensoso.
«Vuoi rimetterti con la tua ex?»
«No, in realtà no.»
«Ti senti arrapato?»
«No, non sono sogni erotici.»
«Allora non ti posso aiutare. Non mi viene in mente altro.»
«È cominciato laggiù» spiegò Alex, riferendosi all’altro lato degli anelli,
quando erano in orbita intorno a Nuova Terra. «Ho parlato di lei una volta, e
da allora... Io l’ho delusa.»
«Sì.»
«Ha passato anni ad aspettarmi, e io non sono stato l’uomo che voleva che
fossi.»
«No. Vuoi un po’ di caffè?»
«Direi proprio di sì» annuì Alex.
Amos gliene versò una tazza. Non aggiunse zucchero, ma riempì la tazza
solo per due terzi per lasciare spazio al latte. Uno dei piccoli aspetti
dell’intimità della vita di bordo.
«Non mi piace come ho lasciato in sospeso le cose con lei» disse Alex. Era
una semplice affermazione, non una rivelazione, ma aveva il peso di una
confessione.
«No» convenne Amos.
«C’è una parte di me che pensa che questa sia un’occasione.»
«Questa?»
«Il fatto che la Roci resterà tanto a lungo in bacino di carenaggio. Potrei
andare su Marte, vederla. Scusarmi.»
«E poi scaricarla di nuovo per tornare qui prima che i motori di bordo siano
di nuovo in funzione?»
Alex abbassò lo sguardo sul suo caffè. «Per lasciare le cose in uno stato
migliore.»
Amos scrollò pesantemente le spalle. «Allora vai.»
Una marea di obiezioni gli affiorò nella mente. Loro quattro non si erano
mai separati da quando erano diventati un equipaggio, e dividere adesso il
gruppo sembrava un presagio di sfortuna. La squadra di Tycho addetta alle
riparazioni avrebbe potuto aver bisogno di lui, o apportare alla nave qualche
cambiamento di cui non sarebbe stato a conoscenza fino a un qualche futuro
momento critico. Oppure, ancora peggio, andarsene avrebbe potuto
significare che non sarebbe mai tornato. Se c’era una cosa che l’universo gli
aveva dimostrato negli ultimi anni, era che non si poteva dare niente per
certo.
Lo salvò il trillo di un terminale palmare. Amos tirò fuori di tasca il
congegno, lo guardò, toccò lo schermo e si accigliò. «Adesso avrò bisogno di
un po’ di privacy» disse.
«Certo, nessun problema» assentì Alex.
Fuori dal loro alloggio, la Stazione di Tycho si stendeva in lunghe curve
gentili, uno dei gioielli della corona dell’Alleanza dei Pianeti Esterni. Ceres
era più grande, e la Stazione di Medina controllava quella strana zona di
annullamento fra gli anelli. Ma la Stazione di Tycho era ciò di cui l’APE era
stata orgogliosa fin dall’inizio. Le sue linee ampie e spaziose, più simili a
quelle di un galeone che di qualsiasi nave spaziale a cui prestasse servizio,
non erano funzionali. La bellezza della stazione era di per sé un vanto. Lì
c’erano le menti che avevano creato Eros e Ceres, quelli erano i cantieri
navali che avevano costruito la nave più grande di tutta la storia dell’umanità.
Gli uomini e le donne che, non molte generazioni prima, avevano sfidato per
la prima volta gli abissi dello spazio al di là di Marte, erano stati abbastanza
intelligenti e potenti da creare questo.
Alex percorse la lunga passeggiata. Le persone che incrociò erano
cinturiani, con il corpo più allungato rispetto agli standard terrestri e con la
testa più grande. Lo stesso Alex era cresciuto nella gravità relativamente
bassa di Marte, ma non aveva acquisito completamente quel genere di
fisionomia derivante da un’infanzia in assenza di gravità.
Le piante crescevano in abbondanza negli spazi vuoti degli ampi corridoi,
con i rampicanti che si sviluppavano sotto la spinta della gravità da rotazione
come avrebbero fatto in risposta alla normale forza gravitazionale terrestre.
C’erano bambini che correvano per quei corridoi dopo aver marinato la
scuola, come lui aveva fatto a Londres Nova. Bevve il suo caffè e cercò di
coltivare quel senso di pace che provava in accelerazione. La Stazione di
Tycho era artificiale quanto la Roci. Il vuoto all’esterno del suo scafo non era
meno spietato. Però la calma non volle affiorare. La Stazione di Tycho non
era la sua nave, la sua casa. Queste persone che gli camminavano accanto,
mentre si dirigeva verso l’area comune e si soffermava a guardare attraverso
l’enorme finestra di strati di ceramica trasparente che si affacciava sullo
spettacolo scintillante dei cantieri navali, non erano la sua famiglia. E
continuava a chiedersi cosa ne avrebbe pensato Tali di tutto quello, se
sarebbe potuta venire lì e vedere la bellezza di quel posto come lui non era
mai riuscito a fare con la vita che lei aveva voluto condurre su Marte.
Quando ebbe svuotato la tazza tornò indietro. Si avviò in mezzo al flusso di
pedoni, spostandosi per far passare i carrelli elettrici e scambiando brevi
commenti cortesi in quella catastrofe linguistica poliglotta che era il gergo
cinturiano. Non si soffermò a pensare a dove stava andando finché non arrivò
a destinazione.
La Roci era sospesa nel vuoto, mezza svestita. Appariva piccola, con lo
scafo esterno rimosso e quello interno che brillava sotto i riflettori da lavoro.
Per la maggior parte, le cicatrici derivanti dalle loro avventure erano state
sullo scafo esterno: adesso erano scomparse, e rimanevano soltanto le ferite
più in profondità. Non riusciva a vederle da dove si trovava, ma sapeva di
cosa si trattava. Era rimasto sulla Rocinante quanto su qualsiasi altra nave
nella sua carriera, e l’amava più di qualsiasi altra, perfino della prima.
«Tornerò» promise alla nave; quasi in risposta una torcia per saldare si
accese lungo la curva del cono dei propulsori, e per un momento la sua luce
brillò più intensa del sole non schermato del cielo marziano.
La suite che Naomi e Holden condividevano era ad appena un corridoio di
distanza da dove dormivano lui e Amos, la sua porta aveva lo stesso aspetto
accogliente dovuto al materiale in finto legno, e il numero inserito nella
parete era altrettanto nitido. Alex entrò e si venne a trovare nel bel mezzo di
una conversazione già in corso.
«...se credi che sia necessario» stava dicendo Naomi, la cui voce proveniva
dalla stanza principale dell’appartamento. «Io credo però ci siano prove
consistenti che hai distrutto tutto quanto. Voglio dire, Miller non è più
tornato, vero?»
«No,» rispose Holden, salutando Alex con un cenno «ma la sola idea che ci
siamo portati dietro un po’ di quella robaccia sulla nave per così tanto tempo
senza neppure saperlo mi fa venire i brividi. Non li fa venire anche a te?»
Alex protese la tazza vuota, Holden la prese e la riempì automaticamente di
caffè. Niente zucchero, spazio per il latte.
«Sì,» ammise Naomi, entrando in cucina «ma non al punto di rimuovere
tutto l’intero scafo esterno per causa sua. Le parti sostitutive non saranno mai
robuste come quelle originali, lo sai anche tu.»
Alex aveva conosciuto Naomi Nagata sulla Canterbury. Poteva ancora
vedere con l’occhio della mente la ragazza magra e irosa che il capitano
McDowell aveva presentato loro come il nuovo ingegnere in seconda. A quel
tempo, lei si era nascosta per quasi un anno dietro la cortina dei suoi capelli;
adesso, nel nero si scorgevano i primi fili bianchi, e lei si teneva più eretta
sulla persona, era più a suo agio nella propria pelle, più sicura di sé e più
forte di quanto lui avrebbe mai immaginato potesse essere. E Holden, il
primo ufficiale fanfarone e pieno di sé che era passato alla carriera civile
sfoggiando il suo congedo con disonore come se fosse stato un vanto, era
diventato quest’uomo che gli porgeva il latte e ammetteva allegramente
l’irrazionalità dei propri timori. Supponeva che il tempo avesse cambiato tutti
loro, solo che non sapeva bene che influenza avesse avuto su di lui.
Probabilmente era troppo vicino a quel tipo di interrogativo.
Tutti tranne Amos. Niente cambiava Amos.
«Tu cosa ne pensi, Alex?»
Sorrise, e lasciò che il suo accento della Mariner Valley si facesse più
marcato. «Ecco, penso che se non ci ha uccisi quando era lì non lo farà
adesso che non c’è più.»
«Ottimo» sospirò Holden.
«Ci farà risparmiare denaro e ci troveremo in condizioni migliori» insistette
Naomi.
«Lo so, ma la cosa continua a darmi una strana sensazione» ribatté Holden.
«Dov’è Amos?» chiese Naomi. «Se la sta ancora spassando in giro?»
«No» rispose Alex. «Nei primi giorni che eravamo in porto ha passato
abbastanza tempo nei bordelli da far fuori tutti i suoi contanti. Da allora ci
siamo limitati a passare il tempo insieme.»
«Dobbiamo trovare qualcosa che lo tenga occupato finché siamo su Tycho»
osservò Holden. «Diavolo, dobbiamo trovare qualcosa che ci tenga tutti
occupati.»
«Potremmo lavorare sulla stazione» suggerì Naomi. «Non so che lavori
siano disponibili, però.»
«Abbiamo ricevuto offerte da una mezza dozzina di posti per un rapporto
pagato sui fatti di Nuova Terra» disse Holden.
«Lo stesso vale per qualsiasi altra persona che sia tornata indietro attraverso
l’Anello» ribatté Naomi, con una risata nella voce. «E le comunicazioni con il
pianeta funzionano ancora.»
Holden parve sgonfiarsi appena un poco. «Giusta osservazione. Però
saremo bloccati qui per parecchio tempo. Dobbiamo fare qualcosa.»
Alex trasse un profondo respiro. Eccolo qui, il momento. La sua
determinazione vacillò mentre versava il latte nella tazza e l’oscurità del caffè
si trasformava in un marrone più blando. Si sentiva in gola un nodo grosso
come un uovo.
«Ecco» cominciò. «Ho... ah... ho pensato ad alcune cose...»
Si aprì la porta della suite ed entrò Amos. «Ehi, capitano, avrò bisogno di
un po’ di licenza.»
Naomi inclinò la testa da un lato, le sopracciglia che si corrugavano, ma fu
Holden a parlare.
«Licenza?»
«Sì, devo tornare sulla Terra per un po’.»
Naomi si sedette su uno sgabello vicino al tavolo per la colazione. «Cosa
succede?»
«Non lo so» rispose Amos. «Forse niente, ma preferirei andare a dare
un’occhiata per appurarlo. Per essere sicuro. Sai com’è.»
«C’è qualcosa che non va?» domandò Holden. «Perché se c’è un problema
possiamo andare tutti insieme, mentre aspettiamo che la Roci venga riparata.
Stavo giusto cercando una scusa per portare Naomi sulla Terra in modo che
la mia famiglia possa conoscerla.»
L’irritazione che passò sul volto dell’ingegnere fu quasi più rapida della
velocità di aggiornamento del terminale di Alex. Momenti del genere lo
rendevano nervoso, il modo in cui Holden riusciva a spingere Naomi fuori
dalla sua zona di sicurezza senza neppure rendersi conto di farlo. Lei però si
riprese prima che Amos potesse parlare.
«Potresti dover continuare a cercare la scusa giusta, capitano. La mia
faccenda ha tempi piuttosto stretti. Una donna con cui ho vissuto è morta.
Devo andare ad accertarmi che sia tutto a posto.»
«Oh, mi dispiace davvero» disse Naomi, nello stesso momento in cui
Holden chiedeva: «Devi andare a occuparti della successione?»
«Sì, qualcosa del genere» replicò Amos. «In ogni caso, ho prenotato un
trasporto fino a Ceres e poi nel pozzo gravitazionale, ma ho bisogno di
convertire in contanti parte dei miei proventi per avere denaro da spendere
mentre sarò là.»
Una coltre di immobilità calò sulla stanza per un momento. «Però tornerai»
disse infine Naomi.
«Ho intenzione di farlo» replicò Amos. Alex rimase colpito dal fatto che
quella risposta era più onesta di un semplice sì. Amos voleva tornare, ma
poteva sempre succedere qualcosa. Nel tempo che avevano trascorso
viaggiando sulla Cant o sulla Roci, Alex non aveva mai sentito Amos parlare
della sua vita sulla Terra, se non in termini estremamente generici. Si chiese
se fosse dovuto al fatto che non valeva la pena di far menzione del passato, o
se il passato fosse troppo doloroso per parlarne. Con Amos, si sarebbe potuto
trattare di entrambe le cose contemporaneamente.
«Certo» assentì Holden. «Dimmi solo quanto ti serve.»
La trattativa fu breve, il trasferimento effettuato sui rispettivi terminali.
Amos sorrise e assestò una pacca sulla spalla di Alex.
«Bene, adesso hai l’appartamento tutto per te.»
«Quando vuoi partire?» domandò Alex.
«Fra circa un’ora. Dovrei andare a mettermi in fila.»
«Okay. Abbi cura di te, socio.»
«Ci puoi scommettere» replicò Amos, e uscì.
I tre membri rimasti dell’equipaggio della Roci sostarono in silenzio nella
cucina, con Holden che appariva sconvolto e Naomi divertita. Lo stato
d’animo di Alex era a metà strada fra l’uno e l’altra.
«Ecco, questa è stata una cosa davvero strana» commentò infine Holden.
«Credi che starà bene?»
«È Amos» rispose Naomi. «Sono più preoccupata per chiunque stia
andando a controllare.»
«Giusta osservazione» annuì Holden, poi si mise a sedere sul piano cucina e
si girò verso Alex. «Comunque, prima stavi dicendo che c’era qualcosa a cui
pensavi...»
Alex annuì. Stavo pensando a quanto è difficile frammentare una famiglia,
e alla famiglia che ho infranto in passato, e al bisogno che ho di rivedere la
mia ex moglie e di cercare di fare chiarezza su chi eravamo uno per l’altra e
su tutte le cose che abbiamo fatto. Adesso, dire una cosa del genere sembrava
alquanto sconfortante.
«Ecco, visto che rimarremo attraccati per parecchio tempo, stavo pensando
di fare un viaggetto fino a Marte. Dare un’occhiata ai vecchi posti.»
«D’accordo» annuì Holden. «Però tornerai prima che le riparazioni siano
finite, giusto?»
Alex sorrise. «Ho intenzione di farlo.»
3
Naomi

Il tavolo di Golgo era predisposto per i tiri di apertura, con il primo e il


secondo goal intatti e il campo ancora vuoto. Le pulsanti note di contrabbasso
che provenivano dalla sala principale del Brawe Blome vibravano attraverso
il pavimento, e il mormorio circostante non era tanto elevato da impedire la
conversazione. Naomi soppesò la palla d’acciaio, avvertendo il sottile gioco
di massa e peso, diverso a ogni differente livello di gravità. Di fronte a lei,
Malikah e i suoi compagni di squadra del team addetto alle riparazioni
aspettavano. Uno di essi stava bevendo un Blue Minnie e il liquido di un
azzurro intenso gli aveva tinto le labbra come un rossetto. Erano passati tre
anni – no, quattro – dall’ultima volta che Naomi aveva giocato a Golgo,
mentre quelle persone giocavano ogni giovedì. Soppesò di nuovo la palla,
sospirò e la fece ruotare. Immediatamente le palle degli avversari scattarono
per bloccare il suo percorso, adeguandosi alla sua rotazione e cercando di
sfruttare il suo tiro.
Era il genere di mossa che si usava contro un principiante. Naomi poteva
essere un po’ arrugginita, ma non era una principiante. Quando il tavolo
registrò il risultato e pose fine al tiro, la palla di Naomi era parecchio al di là
della linea che indicava la metà del campo. La sua squadra l’applaudì, quella
di Malikah gemette. Tutti sorrisero. Era una partita amichevole, anche se non
erano tutti amici.
«Tocca a me! Tocca a me!» gridò uno dei compagni di squadra di Naomi,
agitando le grandi mani pallide. Si chiamava Pere, o Paar, qualcosa del
genere. Lei recuperò la palla d’acciaio e gliela lanciò. L’uomo le sorrise e
fece scorrere fugacemente lo sguardo sul suo corpo prima di riportarlo sul
tavolo. Povero stronzetto. Naomi si fece da parte e Malikah si spostò per
affiancarlesi.
«Hai ancora il tocco» commentò. Aveva una voce splendida, con l’accento
della Stazione di Ceres che ammorbidiva i toni aspri delle profondità della
Fascia.
«Ho passato un sacco di tempo a giocare, l’ultima volta che sono stata qui»
rispose Naomi. «Non si dimentica mai quello che si faceva da giovani,
vero?»
«Neppure a volerlo» rise Malikah, e Naomi si unì alla sua risata.
Malikah abitava in un insieme di stanze tre livelli più in basso e a trenta
gradi dal locale nel senso della rotazione. L’ultima volta che Naomi era stata
lì, le pareti erano rivestite di seta nei motivi del marrone e dell’oro, e l’aria
era stata intrisa dell’aroma dell’incenso di sandalo, artificiale per non intasare
i riciclatori dell’aria. Aveva dormito lì per due notti in un sacco a pelo,
addormentandosi al suono della musica d’arpa registrata e del mormorio delle
voci di Malikah e di Sam. Solo che adesso Sam era morta, e Naomi era di
nuovo con Jim, e l’umanità aveva ereditato un migliaio di soli nel raggio di
un paio d’anni di accelerazione. Nel trovarsi là a ridere con Malikah e il suo
team di riparazione, Naomi non avrebbe saputo dire se era più stupita da
quanto le cose fossero cambiate o da quanto minimo fosse quel cambiamento.
Malikah la toccò sulla spalla con espressione accigliata. «Bist ajá?»
«Stavo pensando» rispose Naomi, scivolando a fatica nel ritmo del gergo
cinturiano. Il Golgo non era la sola cosa in cui si fosse arrugginita.
La bocca di Malikah s’incurvò verso il basso agli angoli, anche se intorno al
tavolo stavano erompendo grida di gioia miste ad altre di sgomento. Per un
momento, Sam fu lì anche lei, non la donna in carne e ossa con i capelli rossi
e l’abitudine di usare termini infantili come boo-boo1 o owie2 per descrivere
cose come una paratia sfondata da un meteorite. No, c’era soltanto lo spazio
che lei aveva occupato, e la condivisione da parte delle due donne della
consapevolezza della sua assenza.
Paar-o-Pere passò la palla al giocatore successivo, il nuovo ingegnere capo
Sakai, mentre gli avversari gli assestavano ironiche pacche sulle spalle.
Naomi venne avanti per valutare il danno. Trovarsi in mezzo ai cinturiani –
soltanto cinturiani – era stranamente confortante. Amava il resto del suo
equipaggio, ma erano due terrestri e un marziano, e c’erano conversazioni
che con loro non avrebbe mai potuto fare.
Fu in grado di capire quando Jim arrivò senza aver bisogno di voltarsi,
perché i giocatori che aveva di fronte guardarono tutti alle sue spalle,
sgranarono gli occhi e furono pervasi da un’aria di eccitazione. Nessuno lo
disse, ma era come se avessero esclamato ‘Ehi, guardate! È James Holden!’.
Era facile dimenticare che Jim era quello che era, l’uomo che aveva avviato
due guerre e avuto un ruolo nel porre fine a entrambe. Era stato il capitano
della prima nave umana ad attraversare l’Anello, o comunque il primo che
era sopravvissuto. Era stato sulla base aliena al centro della zona lenta ed era
tornato indietro. Era sopravvissuto alla Stazione di Eros e alla morte
dell’Agatha King. Era stato su Nuova Terra, la prima colonia umana su un
pianeta non umano, e laggiù aveva forgiato una pace difficile. Era quasi
imbarazzante vedere come tutti reagivano a quell’Holden, quello sugli
schermi e nei notiziari. Lei sapeva che Jim non aveva niente a che vedere con
quel James Holden, ma dirlo era inutile. Certe cose rimanevano un segreto
anche dopo che erano state rivelate.
«Ciao, amore mio» la salutò Holden, circondandola con un braccio.
Nell’altra mano teneva un Martini al pompelmo.
«Per me?» chiese lei, prendendo il cocktail.
«Spero proprio di sì. Non lo berrei neppure per sfida.»
«Ciao, coyo!» salutò Paar-o-Pere, sollevando la palla d’acciaio. «Vuoi fare
un tiro?»
Le risate intorno al tavolo furono vivaci. In parte di piacere – James Holden
gioca con noi! – in parte erano pungenti – Guarda il grand’uomo fare una
figuraccia. Niente di tutto quello aveva qualcosa a che vedere con l’uomo
reale. Naomi si chiese se lui fosse consapevole di quanto avesse alterato la
natura di una stanza semplicemente entrandovi. Se doveva azzardare una
risposta, probabilmente non lo sapeva.
«No» rifiutò Jim, con un sorriso. «Sono una schiappa a questo gioco. Non
saprei da dove cominciare.»
Naomi si protese verso Malikah. «Devo andare. Grazie per avermi fatto
giocare.» Il che significava ‘Ti sono grata per avermi permesso di stare qui
con altri cinturiani come se appartenessi a questo posto’.
«Sei todamas la benvenuta, coya-mis» rispose Malikah. Il che significava
‘La morte di Sam non è stata colpa tua, e se anche lo fosse stata ti perdono.’
Naomi prese Jim per un gomito e lo guidò verso la sala principale del bar.
La musica salì di livello mentre oltrepassavano la soglia, luci e suoni che si
univano in un’aggressione sensoriale. Sulla pista da ballo la gente si muoveva
in coppie o in gruppi. C’era stato un tempo, molto prima che incontrasse Jim,
in cui l’idea di ubriacarsi e di gettarsi in quella calca di corpi le sarebbe parsa
attraente. Ricordava con affetto la ragazza che era stata, ma non era una
gioventù che le andasse di ritrovare. Si fermò vicino al bancone e finì il suo
Martini. C’era troppo rumore per parlare, quindi si divertì a osservare le
persone che notavano Jim, quel gioco dell’è-lui-o-non-è-lui nella loro
espressione. Jim, dal canto suo, era amabilmente annoiato. L’idea di essere al
centro dell’attenzione gli era del tutto estranea, il che faceva parte di ciò che
Naomi amava di lui.
Una volta che il bicchiere fu vuoto, posò la mano sulla sua e insieme si
insinuarono fra la calca per uscire dal club e nel corridoio pubblico. Uomini e
donne in fila per entrare – quasi tutti cinturiani – li guardarono andarsene.
Sulla Stazione di Tycho era notte, il che non significava molto. La stazione
era strutturata in base a una rotazione di tre turni: tempo libero, lavoro,
riposo. Le conoscenze che si avevano dipendevano dal turno in cui si
lavorava, come in tre città diverse che occupassero lo stesso spazio. Un
mondo che sarebbe sempre stato composto per due terzi da sconosciuti. Passò
il braccio intorno alla vita di Jim e lo trasse a sé fino a poter sentire la coscia
di lui che si muoveva contro la sua.
«Dobbiamo parlare» gli disse.
Lui si tese un poco, ma mantenne un tono di voce leggero. «Tipo, discorsi
da uomo a donna?»
«Peggio» rispose lei. «Da capitano a primo ufficiale.»
«Cosa succede?»
Entrarono in un ascensore e Naomi premette il pulsante che portava al loro
livello. Ci fu un segnale sonoro, poi le porte si chiusero con delicatezza
mentre lei metteva ordine nei suoi pensieri anche se in realtà sapeva bene
cosa doveva essere detto, e che Holden non lo avrebbe trovato di suo
gradimento più di quanto lo facesse lei.
«Dobbiamo assumere altri membri per l’equipaggio.»
Conosceva i silenzi di Jim abbastanza bene da sapere cosa significasse.
Sollevò lo sguardo sulla sua espressione vuota, con le palpebre che
sbattevano appena più in fretta del solito.
«Davvero?» replicò lui. «A me pareva che ce la stessimo cavando
benissimo.»
«Sì. Lo abbiamo fatto. La Roci è una nave militare. È intelligente, con un
sacco di automazione e di ridondanza, ed è per questo che siamo riusciti tanto
a lungo a manovrarla con un terzo dell’equipaggio standard necessario.»
«Per questo e perché siamo l’equipaggio migliore che si sia nel cielo.»
«Questo aiuta. Dal punto di vista del talento e dell’anzianità di servizio,
abbiamo un gruppo valido. Però siamo anche fragili.»
«Non sono certo di capire cosa intendi con quel ‘fragili’.»
«Siamo sulla Rocinante da quando l’abbiamo salvata dalla distruzione della
Donnager. Non abbiamo avuto nessun ricambio nel personale, nessun
avvicendamento. Fammi il nome di una sola nave che tu conosci dove
succeda lo stesso. Ci sono stati viaggi in cui la Canterbury aveva un quarto
del personale necessario, nella loro prima missione insieme. E...»
Le porte si aprirono e uscirono dall’ascensore, spostandosi di lato per
lasciar entrare un’altra coppia. Naomi sentì gli altri due mormorare fra loro
mentre le porte si richiudevano. Jim rimase in silenzio durante il tragitto fino
alla loro suite. Quando infine parlò, la sua voce suonò bassa e pensosa.
«Pensi che uno di loro potrebbe non tornare? Amos? Alex?»
«Penso che succedono un sacco di cose. Durante un’accelerazione elevata
qualcuno può avere un colpo apoplettico. La dose aiuta, ma non è una
garanzia. Ci hanno sparato addosso. Ci siamo trovati senza motore in
un’orbita che andava decadendo. Ricordi che tutte queste cose sono successe,
vero?»
«Certo, ma...»
«Se perdiamo qualcuno, passeremo dal manovrare la nave con un terzo
dell’equipaggio standard all’averne appena un quarto. Aggiungi a questo la
perdita di capacità non ridondanti.»
Holden si fermò con la mano sulla porta del loro appartamento.
«Aspetta, aspetta, aspetta. Se perdiamo qualcuno?»
«Sì.»
Lui aveva gli occhi dilatati, sconvolti, incorniciati da piccole rughe di
tensione. Naomi allungò una mano per cancellarle con una carezza, ma non
scomparvero.
«Allora stai cercando di prepararmi alla morte di un membro del mio
equipaggio?»
«Storicamente parlando, gli umani sono mortali al cento percento.»
Jim accennò a ribattere qualcosa, esitò, poi aprì la porta ed entrò nella suite.
Naomi lo seguì, chiudendo la porta alle loro spalle. Voleva lasciar cadere
l’argomento, ma se lo avesse fatto non sapeva quando lo avrebbero affrontato
di nuovo.
«Se avessimo un equipaggio tradizionale, avremmo due persone per ogni
postazione. Se qualcuno rimanesse ucciso o fosse messo fuori
combattimento, ci sarebbe qualcun altro pronto a prenderne il posto.»
«Non intendo aggiungere altre quattro persone alla nostra nave, e tanto
meno otto» dichiarò Jim, dirigendosi verso la camera da letto. Stava
fuggendo dalla conversazione, ma non se ne sarebbe effettivamente andato.
Attese che il silenzio, l’angoscia e la paura di averla fatta irritare lo
inducessero a tornare indietro. Ci vollero appena quindici secondi. «Non
gestiamo le cose come se fosse un equipaggio regolare perché noi non siamo
un equipaggio regolare. Ci siamo presi la Roci quando tutto il resto del
sistema ci sparava addosso. Abbiamo avuto navi sotto schermatura che ci
hanno fatto esplodere sotto i piedi una nave da guerra. Abbiamo perso la
Cant, e poi abbiamo perso Shed. Non si può sopravvivere a tutto questo ed
essere semplicemente normali.»
«Questo cosa vorrebbe dire, esattamente?»
«Questa nave non ha un equipaggio. Noi non la gestiamo come se fossimo
un equipaggio. La gestiamo come una famiglia.»
«Esatto» convenne Naomi. «È proprio questo il problema.»
Si fissarono a vicenda dai lati opposti della stanza. La mascella di Jim si
contrasse con ogni obiezione e argomentazione che gli si bloccava sulla
lingua. Sapeva che lei aveva ragione, ma voleva che avesse torto. Naomi lo
vide rendersi conto che non c’era via di uscita.
«Ottimo» disse infine Holden. «Quando gli altri torneranno parleremo di
qualche colloquio di lavoro, dell’assumere un paio di persone per una
missione o due. Se funzioneranno nel modo giusto potremo considerare di
tenerle con noi in permanenza.»
«Mi sembra una buona idea» approvò Naomi.
«Cambierà gli equilibri a bordo» aggiunse Holden.
«Tutto cambia» rispose lei, circondandolo con le braccia.
Ordinarono qualcosa da mangiare in un ristorante indiano fusion, riso al
curry geneticamente modificato e proteine fungine quasi indistinguibili dalla
carne di manzo. Per il resto della serata, Holden cercò di essere allegro e di
nascondere il proprio disagio. Non funzionò affatto, ma Naomi apprezzò lo
sforzo.
Dopo la cena guardarono i canali di intrattenimento finché non venne quel
momento del confortevole ritmo delle loro giornate in cui lei spegneva lo
schermo e tirava Jim a letto con sé. Il sesso con Holden era cominciato come
una cosa eccitante, anni prima, quando stavano iniziando a vedere con
esattezza quanto potesse essere stupido che il capitano e il suo primo ufficiale
dormissero insieme. Adesso era più ricco, calmo e giocoso. E più confortante.
Più tardi, mentre se ne stavano distesi sul grande materasso di gel
modellante, con le lenzuola arrotolate intorno ai piedi, la mente di Naomi
prese a vagare. Pensò alla Roci, a Sam, a un libro di poesia che aveva letto da
ragazza e a un gruppo musicale in cui uno degli ingegneri anziani l’aveva
coinvolta, sulla Canterbury. I suoi ricordi cominciavano ad assumere
l’aspetto confuso e surreale dei sogni quando la voce di Jim la risvegliò quasi
completamente.
«Non mi piace che se ne siano andati.»
«Mmm?»
«Alex e Amos. Non mi piace che se ne siano andati. Se finiranno nei guai,
noi saremo qui, e non potremo neppure usare la Roci per andare a prenderli.»
«Staranno bene» rispose lei.
«Lo so. Ecco, più o meno.» Holden si puntellò su un gomito. «Davvero non
sei preoccupata?»
«Un poco, forse.»
«Voglio dire, so che sono due adulti, ma se succedesse qualcosa, se non
tornassero indietro...»
«Sarebbe un duro colpo» ammise Naomi. «Noi quattro ormai facciamo
affidamento gli uni sugli altri da anni.»
«Già» disse Jim. E dopo un momento aggiunse: «Sai chi sia questa donna
per la quale Amos è andato a fare quei suoi controlli?»
«No, non lo so.»
«Credi fosse la sua amante?»
«Non lo so» ripeté Naomi. «Ho avuto più l’impressione che fosse una sorta
di madre surrogata.»
«Può darsi. Non so perché stavo pensando a un’amante.» La voce di Holden
cominciava a suonare impastata dal sonno. «Ehi, posso fare una domanda
inappropriata?»
«Se la memoria mi aiuta a risponderti.»
«Perché tu e Amos non vi siete mai messi insieme? Sulla Cant, intendo.»
Naomi scoppiò a ridere, poi si girò e stese il braccio sul petto di lui. Anche
dopo aver viaggiato insieme per tanto tempo, le piaceva l’odore della sua
pelle. «Dici sul serio? Hai mai prestato la minima attenzione alla sua
sessualità?»
«Non credo sia qualcosa di cui io e Amos dobbiamo parlare.»
«È qualcosa che farai meglio a ignorare» garantì Naomi.
«Mmm. D’accordo. Stavo solo pensando... sai... a come ti seguiva
dappertutto quando eravamo sulla Cant. E non ha mai parlato di lasciare la
Roci.»
«Non rimane sulla Roci per me» ribatté Naomi. «Lo fa per te.»
«Per me?»
«Ti usa come la sua coscienza esterna di ricambio.»
«No.»
«È quello che fa. Trova qualcuno che abbia il senso dell’etica e ne segue la
guida» spiegò Naomi. «È il modo in cui cerca di non essere un mostro.»
«Perché dovrebbe cercare di non essere un mostro?» Le parole rese
impastate dal sonno erano come una coperta.
«Perché lo è» ribatté Naomi, mentre la sua consapevolezza scivolava oltre
la linea del sonno. È per questo che andiamo d’accordo.
Il messaggio giunse due giorni più tardi, senza preavviso. Naomi era dentro
una tuta EVA, impegnata a ispezionare il lavoro dell’ingegnere capo Sakai.
Lui le stava spiegando perché avevano usato una diversa lega di ceramica per
le connessioni fra lo scafo interno e quello esterno quando sullo schermo del
casco di Naomi apparve il segnale di un messaggio prioritario. Ricordando la
sua conversazione con Holden, si sentì assalire da un’ondata di paura. Era
successo qualcosa ad Alex. O ad Amos.
«Aspetta» disse. Sakai rispose sollevando il pugno in segno di assenso.
Naomi fece partire il messaggio. Apparve uno schermo da trasmissione
piatto su cui spiccava lo stemma del cerchio spezzato dell’APE, poi lo stemma
si dissolse e fu sostituito dall’immagine di Marco. Gli anni gli avevano
inspessito un poco il volto, ammorbidito la curva della mascella. La sua pelle
aveva ancora lo stesso colore ricco e cupo che lei ricordava, e le mani
intrecciate sul tavolo a cui era seduto per registrare apparivano delicate come
sempre. Lui sorrise con un misto di dolore e divertimento che per lei fu come
precipitare all’indietro nel tempo.
Il messaggio si arrestò, bloccato dai sistemi medici della tuta che
segnalavano un battito cardiaco accelerato e un’elevata pressione sanguigna.
Lei si servì del mento per premere il pulsante che bloccava gli allarmi e la
voce di Marco riprese a risuonarle nelle orecchie, dapprima disturbata, poi
sempre più fluida a mano a mano che il feed di dati acquisiva coerenza.
«Mi dispiace. So che non vuoi avere a che fare con me. Se può essere
d’aiuto, posso sottolineare che non ti ho mai chiamata prima, e che adesso
non lo sto facendo alla leggera.»
Spegni tutto, pensò Naomi. Ferma la trasmissione, cancellala. Tanto
saranno tutte bugie. Bugie o quelle parti della verità che gli fanno comodo.
Scordati di aver mai ricevuto questo messaggio. Marco distolse lo sguardo
dalla videocamera come se le avesse letto nella mente, o avesse saputo quello
che lei avrebbe pensato.
«Naomi, non approvo la tua decisione di andartene, ma l’ho sempre
rispettata. Non ti ho cercata neppure quando sei apparsa nei notiziari, per cui
tutti sapevano dove ti trovavi. E adesso non ti ho cercata per me stesso.»
Le sue parole erano nitide, calde e calibrate. La grammatica impeccabile di
qualcuno che parlava una seconda lingua tanto bene da far apparire la cosa
innaturale. Non c’era traccia del suo dialetto cinturiano, quindi quello era un
altro aspetto sotto cui gli anni lo avevano cambiato.
«Cyn e Karal ti trasmettono il loro amore e rispetto, ma sono i soli a sapere
che ti sto cercando. E il perché. Al momento sono sulla Stazione di Ceres, ma
non ci possono rimanere a lungo. Ho bisogno che ti incontri là con la loro
squadra e... no, scusami. Questo è sbagliato, non mi sarei dovuto esprimere in
questo modo, è solo che non so più che cosa fare e tu sei la sola a cui mi
possa rivolgere. Si tratta di Filip. È nei guai.»

1 ‘Errore stupido’, in gergo infantile.


2 ‘Farsi male’, in gergo infantile.
4
Amos

Gli faceva male la gola.


Amos deglutì, cercando di dissolvere quel nodo con la saliva, ma tutto
quello che ottenne fu una nuova fitta di dolore intenso, come se avesse
inghiottito sabbia. L’infermeria della Roci gli aveva iniettato tutti i vaccini e i
trattamenti profilattici antibatterici tre mesi prima, come previsto, quindi non
pensava di poter essere malato. Però c’era quel punto in fondo alla gola che
gli dava l’impressione di aver inghiottito una pallina da golf che gli si fosse
incastrata a metà strada.
Tutt’intorno a lui i cittadini e viaggiatori dello spazioporto della Stazione di
Ceres andavano e venivano come formiche sul loro formicaio, le voci che si
fondevano in un unico ruggito indifferenziato che era anonimo quanto il
silenzio. Amos si sentì divertito al pensiero che su Ceres non ci fosse nessuno
in grado di comprendere davvero la sua metafora. Lui stesso non aveva più
visto da vicino un formicaio da un paio di decenni, ma i ricordi d’infanzia,
quando aveva osservato le formiche trasportare uno scarafaggio o ripulire la
carcassa di un ratto erano ancora vividi nella sua mente. Come gli scarafaggi
e i ratti, le formiche avevano imparato a convivere senza troppi problemi con
i loro vicini umani. Quando il cemento delle città umane si era esteso intorno
al globo e metà degli animali terrestri era finita sulla lista delle specie a
rischio di estinzione, nessuno si era preoccupato delle formiche. Loro se la
stavano cavando benissimo, grazie tante, e gli avanzi di fast food erano
altrettanto buoni e abbondanti quanto un tempo lo erano state le carcasse
degli animali morti nella foresta.
Adattarsi o morire.
Se si fosse potuto dire che Amos aveva una filosofia, si sarebbe trattato
proprio di quella. Il cemento rimpiazza la foresta. Ne intralci l’espansione, ti
seppelliscono sotto di esso. Se però trovi il modo di sopravvivere nelle sue
crepe, allora puoi prosperare ovunque. E c’erano sempre delle crepe.
Il formicaio di Ceres era un via vai continuo intorno a lui. C’erano persone
in cima alla catena alimentare locale che compravano spuntini o biglietti per
le navette o le navi in partenza dalla stazione. E c’erano anche le persone che
vivevano nelle crepe. Una ragazzina di non più di dieci anni, con i capelli
sporchi e vestita con una tuta di due taglie troppo piccola, adocchiava i
viaggiatori pur evitando di fissarli, in attesa che qualcuno posasse la valigia o
il terminale palmare abbastanza a lungo da poterglielo sottrarre. Poi si
accorse che Amos la stava guardando e fuggì in direzione di un portello di
manutenzione incassato alla base di una parete.
Era un vivere nelle crepe, ma era pur sempre vivere. Adattarsi, non morire.
Deglutì di nuovo, e il dolore gli strappò una smorfia. Il suo terminale trillò e
lui sollevò lo sguardo sul tabellone con gli orari dei voli che dominava lo
spazio pubblico della stazione. Vivide lettere gialle su sfondo nero, con un
carattere studiato più per essere leggibile che per essere elegante. Il suo volo
su lunga tratta fino alla Luna era confermato, con una finestra di lancio di tre
ore. Digitò sullo schermo del proprio terminale per comunicare al sistema
automatico che ci sarebbe trovato a bordo quando la nave fosse partita e si
allontanò in cerca di un modo per far passare quelle tre ore.
Non fu difficile trovarlo, perché c’era un bar vicino a ogni gate.
Non voleva ubriacarsi e perdere il volo, quindi si limitò alla birra,
bevendola in modo lento e metodico, e rivolgendo un cenno al barista quando
stava per finire un boccale, in modo da avere il successivo in attesa quando lo
avesse svuotato. Voleva sentirsi stordito e rilassato, e sapeva esattamente
come diventarlo nel più breve tempo possibile.
Il bar non offriva molto quanto a intrattenimenti o distrazioni, quindi si
concentrò sul bicchiere, sul barista e sulla consumazione successiva. Il nodo
alla gola si inspessiva a ogni sorso, ma lo ignorò. Gli altri clienti del bar
erano silenziosi, intenti a leggere sul proprio terminale o a conversare a bassa
voce in piccoli gruppi mentre bevevano. Tutti erano diretti da qualche altra
parte. Quel posto non era una destinazione, era qualcosa in cui ci si imbatteva
nel viaggiare, accidentale e dimenticabile.
Lydia era morta.
Aveva trascorso vent’anni a pensare a lei. Naturalmente, avere la sua faccia
tatuata sul cuore aveva qualcosa a che vedere con questo. Ogni volta che si
guardava allo specchio senza camicia pensava a lei. Al di là di questo, però,
ogni giornata portava con sé delle scelte, e ogni scelta che faceva cominciava
con una piccola voce nella testa che gli chiedeva cosa Lydia avrebbe voluto
che facesse. Quando aveva ricevuto il messaggio di Erich si era reso conto di
non averla più vista o averle parlato per oltre vent’anni. Questo significava
che lei era di vent’anni più vecchia di quando se n’era andato, e quanti anni
aveva avuto allora? Ricordava il grigio nei suoi capelli, le linee intorno agli
occhi e alla bocca. Era stata più vecchia di lui, ma a quel tempo lui aveva solo
quindici anni, e ‘più vecchio di lui’ era stata un’ampia definizione in cui
ricadeva la maggior parte della gente.
E adesso era morta.
Forse essere vent’anni più vecchia della donna che ricordava era un’età
sufficiente per morire di cause naturali. Forse era morta in ospedale, o nel suo
letto, comoda e al caldo, circondata da amici. Forse aveva avuto un gatto che
le dormiva sui piedi. Sperava che fosse vero, perché se non era così – se si
era trattato di qualcos’altro rispetto alle cause naturali – avrebbe ucciso ogni
singola persona anche remotamente coinvolta nella cosa. Esaminò l’idea nella
sua mente, rigirandola di qua e di là, aspettando di vedere se Lydia lo avrebbe
fermato. Bevve un altro lungo sorso di birra che gli bruciò lungo la gola.
Sperava davvero che non fosse l’insorgere di una malattia.
Non sei malato, disse la voce di Lydia, nella sua mente. Sei triste. In lutto.
Il nodo che hai in gola, quel posto vuoto sotto lo sterno, la sensazione di
vuoto allo stomaco che perdura per quanta birra tu possa ingurgitare.
Questo è cordoglio.
«Uh» disse ad alta voce.
«Hai bisogno di qualcosa, amico?» chiese il barista, con disinteresse
professionale.
«Un’altra» rispose Amos, indicando il boccale ancora mezzo pieno che
aveva in mano.
Non elabori bene il lutto, disse un’altra voce. Questa volta era Holden, e
quella era la verità. Era per questo che lui si fidava del capitano: quando
diceva qualcosa era perché ci credeva davvero. Non c’era bisogno di
analizzarlo, o di cercare di capire cosa avesse inteso dire in realtà. Anche
quando combinava un casino, il capitano agiva sempre in buona fede. Amos
non aveva incontrato molti uomini come lui.
La sola, vera emozione intensa che Amos avesse mai provato da più tempo
di quanto riuscisse a ricordare era la rabbia. Era sempre là, che lo aspettava.
Elaborare il lutto in quel modo era semplice e diretto. Lo capiva. L’uomo
seduto al bancone, a qualche sgabello di distanza, aveva l’aspetto rude e
ossuto di un minatore di asteroidi. Stava centellinando la stessa birra da
un’ora, e ogni volta che Amos ne ordinava un’altra gli scoccava un’occhiata
che era a metà fra l’irritazione e l’invidia per i suoi fondi all’apparenza
illimitati. Sarebbe stato così facile. Bastava dirgli qualcosa di offensivo, ad
alta voce, mettendolo in una posizione in cui tirarsi indietro lo avrebbe
coperto d’imbarazzo davanti a tutti. Quel poveraccio si sarebbe sentito
costretto ad abboccare all’esca, e allora Amos sarebbe stato libero di
elaborare il proprio lutto a sue spese. Un po’ di tempo in cella avrebbe potuto
essere perfino un buon sistema per rilassarsi.
Quel tizio non ha ucciso Lydia, disse la voce di Holden. Però forse qualcun
altro lo ha fatto, pensò Amos, e devo scoprire se è così.
«Voglio pagare il conto, amigo» disse al barista, agitando nella sua
direzione il proprio terminale. Poi indicò il minatore. «E aggiungi altri due
giri per quel tizio.»
Il minatore si accigliò, cercando qualcosa di offensivo nelle sue parole.
Quando non trovò nulla, disse soltanto: «Grazie, fratello.»
«Quando vuoi, hermano. Stai attento, là fuori.»
«Sa sa» rispose il minatore, finendo la birra e allungando la mano verso una
delle due che Amos gli aveva appena offerto. «Fai lo stesso, sabe dui?»
Amos sentiva quasi la mancanza della sua cuccetta sulla Roci.
Il trasporto su lunga tratta si chiamava Lazy Songbird, ma la sua
somiglianza con un uccello iniziava e finiva con le lettere bianche dipinte
sulla fiancata. Dall’esterno, sembrava un gigantesco bidone dei rifiuti con il
cono del propulsore a un’estremità e un minuscolo ponte operativo all’altra.
Vista da dentro, sembrava l’interno di un gigantesco bidone dei rifiuti, con la
differenza che era diviso in dodici ponti, con cinquanta persone per ponte.
La sola privacy possibile era nelle tende sottili delle cabine doccia, e la
gente sembrava usare il gabinetto solo quando c’erano in giro membri
dell’equipaggio in uniforme.
Ah, pensò, regole da prigione.
Si scelse una cuccetta, che era un semplice sedile a smorzamento con un
piccolo armadietto sotto di esso e uno schermo da intrattenimento altrettanto
piccolo sulla murata adiacente. Optò per una il più lontano possibile tanto dai
gabinetti quanto dallo spaccio e cercò di tenersi il più lontano possibile dalle
zone più trafficate. Condivideva il suo spazio con una famiglia di tre persone
da un lato e una vecchia dall’altro.
La vecchia passò tutto il viaggio fatta, prendendo piccole pillole bianche e
fissando il soffitto per tutto il giorno, salvo poi agitarsi e sudare tutta la notte
in preda a sogni febbrili. Amos provò a presentarsi, lei gli offrì alcune pillole
che lui rifiutò, e questo pose fine a ogni contatto fra loro.
La famiglia sull’altro lato era molto più simpatica. Due uomini sulla
trentina e la figlia di circa sette anni. Uno dei due uomini era un ingegnere
strutturale di nome Rico, l’altro era un papà casalingo chiamato Jianguo. La
bambina si chiamava Wendy. Quando Amos prese inizialmente possesso
della cuccetta lo adocchiarono con un certo sospetto, ma lui sorrise, strinse
loro la mano e comprò a Wendy un gelato ai distributori dello spaccio senza
poi mostrare strani interessi nei suoi confronti. Sapeva com’erano fatti gli
uomini che avevano un interesse eccessivo per i bambini, e sapeva come
evitare di essere scambiato per uno di loro.
Rico era diretto sulla Luna per accettare uno dei nuovi lavori che erano
disponibili nei cantieri orbitali Bush. «Un sacco di coyos sono diretti giù per
il pozzo. Beaucop lavori, adesso, con tutti che cercano di prendersi un anello.
Nuove colonie, nuovi mondi.»
«Tutto questo finirà insieme a questa corsa ai nuovi mondi» replicò Amos.
Era disteso sul suo sedile e ascoltava con un orecchio le chiacchiere di Rico
mentre guardava un video sullo schermo a parete, senza volume.
Rico agitò le mani nella scrollata di spalle dei cinturiani e inclinò la testa
verso sua figlia, che dormiva sul suo sedile. «È per lei, sabe? Al cosa fare più
tardi penseremo poi. Per adesso, metto da parte un po’ di yuan. Scuola,
viaggio all’Anello, quello che le serve.»
«Ho capito. Al più tardi si pensa poi.»
«Oh, ehi, stanno pulendo i bagni. Corro a farmi una doccia.»
«Cosa ti prende, amico?» chiese Amos. «Perché tanto scompiglio?»
Rico inclinò la testa da un lato, quasi gli avesse chiesto perché nello spazio
c’era il vuoto. A essere onesti, Amos conosceva la risposta, ma gli
interessava vedere se la sapeva anche Rico. «Le gang dei tragitti lunghi, coyo.
È il prezzo che si paga per volare in classe economica. Essere poveri è uno
schifo.»
«L’equipaggio sorveglia per beccare quel genere di stronzate, giusto? Se
qualcuno scatena una zuffa ci addormentano tutti col gas e legano i colpevoli.
Niente chiasso, niente problemi.»
«Non sorvegliano le docce. Non ci sono telecamere. Se non paghi quando
passano per l’estorsione, è lì che ti beccano. Meglio andare quando c’è in giro
l’equipaggio.»
«Non mi dire» commentò Amos, fingendosi sorpreso. «Non ho ancora visto
nessuno passare per l’estorsione.»
«Lo vedrai, hombre. Tieni d’occhio Jian e Wendy mentre non ci sono,
d’accordo?»
«Con tutti e due gli occhi, fratello.»
Rico aveva ragione. Quando fu finita la confusione iniziale, con la gente
che cercava una cuccetta, decideva di detestare il proprio vicino e cercava un
altro posto, la maggior parte dei passeggeri si sistemò tranquilla. I cinturiani
scelsero un posto sui ponti dei cinturiani, gli interni su ponti divisi fra
marziani e terrestri. Amos era su un ponte cinturiano, ma pareva essere il solo
disposto a mescolarsi con loro.
Regole da prigione, non c’erano dubbi.
Il sesto giorno, un piccolo gruppo di duri proveniente da un ponte superiore
scese con l’ascensore e si allargò a ventaglio attraverso il compartimento.
Con cinquanta persone sul ponte, impiegarono del tempo a passare da tutti.
Fingendo di dormire sul suo sedile, Amos li sorvegliò con la coda
dell’occhio. Era una truffa elementare. Uno di quei duri si avvicinava a un
passeggero, spiegava la politica dell’assicurazione durante il volo, poi
incassava un trasferimento di crediti tramite un economico terminale a
perdere. Le minacce erano implicite, e tutti pagavano. Era un racket stupido,
ma tanto semplice che funzionava lo stesso.
Uno degli estorsori, che non sembrava avere più di quattordici anni, puntò
verso di loro. Rico accennò a tirare fuori il proprio terminale palmare, ma
Amos si sollevò a sedere sul letto e gli fece cenno di metterlo via, poi si
rivolse al giovane furfante: «Qui siamo tutti a posto. In quest’angolo non
paga nessuno.»
Il furfante lo fissò senza parlare. Amos sorrise. Non gli andava in modo
particolare di essere addormentato con il gas e legato, ma se era quello che
doveva succedere poteva anche sopportarlo.
«Sei un uomo morto» dichiarò il truffatore. Riversò nelle proprie parole
tutta la dura virilità di cui era capace, e Amos lo rispettò per il suo impegno.
Tuttavia, soggetti molto più pericolosi di un magro cinturiano adolescente
avevano cercato di intimidirlo. Annuì, come se stesse valutando la minaccia.
«Dunque, c’è stata quella volta in cui mi sono trovato intrappolato
nell’intercapedine di un reattore quando è scoppiato un tubo di liquido
refrigerante» disse.
«Cosa?» chiese il ragazzo, sconcertato. Perfino Rico e Jianguo stavano
fissando Amos come se avesse perso il senno. Lui si spostò, e le sospensioni
del sedile stridettero nel cambiare orientamento.
«Vedi, il liquido refrigerante è fottutamente radioattivo. Nell’impatto con
l’aria si vaporizza. Il fatto che ti si deposita sulla pelle non è una buona cosa,
ma puoi sopravvivere, perché per lo più viene via lavandosi. Però non è il
caso di respirarlo. Risucchiare un sacco di particelle radioattive nei polmoni,
da dove non le puoi tirare fuori? Sì, praticamente ci si fonde da dentro.»
Il ragazzo si guardò alle spalle, in cerca di sostegno nel vedersela con quel
pazzo farneticante, ma il resto della squadra di estorsori era impegnata.
«Quindi,» continuò Amos, protendendosi in avanti «dovevo raggiungere un
portello di manutenzione, aprire un armadietto d’emergenza e assicurarmi
sulla faccia un respiratore senza prima respirare quella merda.»
«E allora? Devi comunque...»
«Il succo di questa piccola triste storiella è che ho imparato alcune cose su
me stesso.»
«Sì?» La situazione si era fatta tanto strana che il ragazzo pareva davvero
interessato alla risposta.
«Ho imparato che posso trattenere il respiro per quasi due minuti mentre
sono impegnato in un’intensa attività fisica.»
«E allora...»
«E allora devi chiederti quanti danni posso procurarti nei due minuti prima
che il gas faccia effetto su di me. Parecchi, scommetto.»
Il ragazzo non rispose. Rico e Jianguo parevano trattenere il respiro, Wendy
fissava Amos con un ampio sorriso.
«C’è qualche problema?» Uno dei compari del giovane furfante era
finalmente venuto a controllare cosa succedeva.
«Sì, lui...»
«Nessun problema» rispose Amos. «Stavo solo spiegando al tuo giovane
socio qui presente che questo angolo della stanza non paga l’assicurazione.»
«Sei tu a dirlo?»
«Sì. Sono io.»
Il furfante più anziano studiò Amos, valutandolo. Avevano più o meno la
stessa statura, ma Amos era più pesante di lui di almeno venticinque chili. Si
alzò e si stiracchiò un poco, come a sottolineare la cosa.
«Con che gruppo lavori?» chiese il furfante più anziano, scambiandolo per
un rivale in affari.
«Rocinante» rispose Amos.
«Mai sentiti.»
«Certo che ne hai sentito parlare, ma il contesto è tutto, vero?»
«Forse hai fatto un fottuto errore, coyo» affermò il furfante.
Amos rispose con un’espansiva scrollata di mani cinturiana. «Suppongo che
lo scoprirò prima o poi.»
«Prima o poi» convenne il furfante, poi afferrò il suo compare più giovane e
si allontanò con il resto della banda. Quando presero l’ascensore per il ponte
successivo, lasciarono lì il ragazzo, che continuò a fissare Amos da un capo
all’altro della stanza, senza cercare di nascondere la cosa.
Con un sospiro, Amos tirò fuori l’asciugamano dalla sua sacca. «Vado a
fare una doccia.»
«Sei pazzo» dichiarò Jianguo. «Non c’è in giro nessuno dell’equipaggio. Ti
aggrediranno.»
«Già.»
«Allora perché andare?»
«Perché detesto aspettare» ribatté Amos, alzandosi e gettandosi
l’asciugamano su una spalla.
Non appena si diresse verso i bagni con l’asciugamano bene in vista, il
ragazzo prese a parlare nel proprio terminale. Chiamava le truppe.
I bagni erano costituiti da cinque fragili cabine di plastica per le docce
contro una paratia e dieci gabinetti a vuoto spinto contro l’altra. Alcuni
lavandini erano allineati lungo la paratia direttamente di fronte alla porta. Lo
spazio aperto nel centro conteneva alcune panche su cui sedersi mentre si
aspettava il proprio turno sotto la doccia o ci si rivestiva dopo di essa. Non
era lo spazio ideale per un corpo a corpo. Troppe sporgenze contro cui
sbattere, e c’era il rischio di inciampare nelle panche.
Amos gettò l’asciugamano su un lavandino e si appoggiò a esso con le
braccia incrociate. Non dovette aspettare a lungo. Pochi minuti dopo la
chiamata fatta dal ragazzo, lui e cinque furfanti della squadra di estorsori
entrarono nella stanza.
«Solo sei? Mi sento un po’ offeso.»
«Non sei un po’ niente» ribatté il più anziano. Era il capo, quindi, che
parlava per primo. «Anche i grossi muoiono.»
«Vero. Allora, come funziona? Sono a casa vostra, quindi rispetterò le
regole della casa.»
Il capo scoppiò a ridere. «Sei buffo, uomo. Presto morto, ma buffo.» Si girò
quindi verso il ragazzo e aggiunse: «Carne tua, coyo.»
Il ragazzo tirò fuori di tasca un coltello. La sicurezza non lasciava passare
armi di sorta nel compartimento passeggeri, ma quello era un irregolare pezzo
di metallo strappato da qualcosa e affilato. Di nuovo, regole da prigione.
«Non voglio mancarti di rispetto» gli disse Amos. «Ho ucciso il primo
uomo quando avevo più o meno la tua età. Ecco, alcuni uomini, in realtà, ma
non è questo il problema. So che devo prendere sul serio te e il tuo coltello.»
«Bene.»
«No» rispose tristemente Amos. «In realtà non è un bene.»
Prima che chiunque potesse muoversi, attraversò lo spazio che li separava e
afferrò il braccio con cui il ragazzo reggeva il coltello. La nave era a una
spinta di appena un terzo di g, quindi Amos sollevò il ragazzo e lo fece
ruotare nell’aria in modo da fargli sbattere il braccio contro lo spigolo di una
cabina doccia. Il suo corpo continuò a muoversi e Amos non lo lasciò andare,
per cui il braccio si ripiegò intorno al punto di impatto. Il suono dei tendini
del gomito che si spezzavano fu simile a quello di un pezzo di compensato
colpito da un martello. Il coltello sfuggì alle dita prive di forza e fluttuò sul
pavimento mentre Amos abbandonava la presa sul braccio.
Ci fu un lungo secondo durante il quale i cinque furfanti fissarono l’arma
per terra ai piedi di Amos mentre lui li fissava a sua volta. Il senso di vuoto
nel suo ventre se n’era andato, come pure quello spazio altrettanto vuoto sotto
il suo sterno, e la gola aveva smesso di fargli male.
«Chi è il prossimo?» chiese, flettendo le mani, senza neppure essere
consapevole del sorriso che aveva sul volto.
Gli si lanciarono contro in massa. Lui allargò le braccia e li accolse come
amanti persi da tempo.
«Stai bene?» chiese Rico, impegnato a tamponare un piccolo taglio sulla
testa di Amos con un pezzo di garza intriso di alcol.
«Per lo più sì.»
«E loro stanno bene?»
«Meno,» rispose Amos «ma per lo più sì. Tutti usciranno di lì con i loro
piedi quando si sveglieranno.»
«Non dovevi farlo per me. Avrei pagato.»
«No» disse Amos. Vedendo l’espressione perplessa di Rico, aggiunse:
«Non l’ho fatto per te. Rico, quei soldi andranno nel fondo per Wendy,
altrimenti verrò a cercare anche te.»
5
Holden

Uno dei nonni di Holden aveva trascorso la giovinezza cavalcando nei


rodei. Tutte le sue fotografie ritraevano un uomo alto, muscoloso, dall’aria
robusta, con una cintura dominata da una grossa fibbia e un cappello da
cowboy, ma l’uomo che Holden aveva conosciuto da bambino era stato esile,
pallido e curvo, come se gli anni avessero rimosso ogni elemento estraneo e
trasformato quel giovane nell’anziano scheletrico che era diventato.
Lo colpì il fatto che a Fred Johnson pareva essere successo qualcosa di
simile.
Era ancora un uomo alto, ma la sua muscolatura un tempo massiccia era
quasi scomparsa, con la pelle che pendeva sul lato inferiore delle braccia e sul
collo. Da nerissimi, i capelli si erano fatti prevalentemente grigi, e adesso
erano quasi scomparsi. Il fatto che riuscisse ancora a proiettare un’aria di
assoluta autorità significava che ben poco di quell’aura di comando era
dipeso dal suo aspetto fisico.
Quando Holden si sedette, Fred aveva sulla scrivania due bicchieri e una
bottiglia di qualcosa di scuro. Gli offrì da bere con un cenno della testa e
Holden assentì nello stesso modo. Mentre Fred riempiva i bicchieri, Holden
si appoggiò allo schienale con un lungo sospiro. «Grazie» disse.
«Cercavo solo una scusa» rispose Fred, scrollando le spalle.
«Non mi riferivo al drink, ma grazie anche per questo. Grazie per l’aiuto
con la Roci. I soldi di Avasarala sono arrivati, ma abbiamo riportato danni di
cui non ero a conoscenza quando ho preparato il conto. Senza lo sconto per
clienti preferenziali saremmo nei guai.»
«Chi dice che otterrete uno sconto?» chiese Fred, mentre gli porgeva il
drink, ma sorrise nel parlare. Poi si lasciò sprofondare nella sedia con un
grugnito. Nell’entrare, Holden non si era reso conto di quanto avesse temuto
quella conversazione: anche se sapeva che era soltanto una buona trattativa di
affari, gli dava la sensazione di chiedere la carità. Il fatto che la risposta fosse
stata un sì era un bene, e il fatto che Fred non lo avesse ridotto a contorcersi
per ottenerla era anche meglio. Gli dava maggiormente la sensazione di
essere seduto lì con un amico.
«Hai l’aria invecchiata, Fred.»
«Mi sento vecchio. Ma è sempre meglio dell’alternativa.»
Holden sollevò il bicchiere. «A quelli che non sono più con noi.»
«A quelli che non sono più con noi» ripeté Fred, e bevvero entrambi.
«Quella lista si fa più lunga ogni volta che ti incontro.»
«Mi dispiace per Bull, ma credo che abbia salvato il sistema solare. Stando
a quello che so di lui, credo penserebbe di essere stato dannatamente in
gamba.»
«A Bull» disse Fred, sollevando di nuovo il bicchiere.
«E a Sam» aggiunse Holden, unendosi al brindisi.
«Presto me ne andrò, quindi volevo fare il quadro della situazione con te.»
«Aspetta. Te ne vai? Andarsene nel senso di partire, oppure come hanno
fatto Bull e Sam?»
«Non ti libererai ancora di me. Devo tornare alla Stazione di Medina»
replicò Fred, versandosi ancora un po’ di bourbon e fissando il bicchiere con
aria accigliata, come se si fosse trattato di un’operazione delicata. «È quello il
centro dell’azione.»
«Davvero? Mi pareva di aver sentito qualcosa su un incontro fra il
segretario generale delle Nazioni Unite e il primo ministro marziano, e
credevo fossi diretto là.»
«Possono parlare quanto vogliono. Il vero potere risiede nella geografia.
Medina è il fulcro dove si collegano tutti gli anelli, ed è dove risiederà il
potere per parecchio tempo a venire.»
«Per quanto tempo pensi che le Nazioni Unite e Marte ti permetteranno di
condurre lo show? Sei partito avvantaggiato, ma loro hanno una quantità di
navi veramente pericolose da scagliarti contro, se dovessero decidere di
volere la tua roba.»
«Avasarala e io stiamo lavorando parecchio a tutto questo dietro le quinte,
tenendoci in contatto. Impediremo che le cose sfuggano di mano.» Fred fece
una pausa per bere un lungo sorso. «Però abbiamo due grossi problemi.»
Holden posò il bicchiere. Cominciava ad avere la sensazione che aver
chiesto e ottenuto uno sconto sulle riparazioni potesse non essere stata la fine
effettiva delle trattative.
«Marte» disse.
«Sì, Marte sta morendo» convenne Fred, con un cenno di assenso.
«Fermare la cosa è impossibile. Però abbiamo anche un mucchio di estremisti
dell’APE che stanno facendo un sacco di chiasso. L’attacco contro Callisto
dello scorso anno è stato opera loro. I tumulti per l’acqua sulla Stazione di
Pallas anche. E ci sono state altre cose. La pirateria è aumentata, e il numero
di navi pirata che sfoggiano l’emblema del cerchio spezzato è più elevato di
quanto mi vada a genio.»
«Avrei supposto che qualsiasi problema avessero avuto fosse stato risolto
dal fatto che tutti possono avere il loro pianeta libero.»
Fred bevve un altro sorso del suo drink prima di rispondere. «La loro
posizione è che la cultura cinturiana è una cultura adattata allo spazio. La
prospettiva di nuove colonie che dispongano di aria e di forza di gravità
riduce la base economica su cui fanno affidamento i cinturiani. Per loro,
costringere tutti a scendere in un pozzo gravitazionale è l’equivalente morale
di un genocidio.»
Holden rimase interdetto. «I pianeti liberi sono un genocidio?»
«Loro sostengono che essersi adattati a vivere a bassa gravità non è un
handicap, è ciò che sono. Non vogliono andare a vivere su un pianeta, quindi
li stiamo sterminando.»
«D’accordo, posso capire che non vogliano passare sei mesi imbottiti di
steroidi e stimolanti per la crescita ossea. Ma in che modo li staremmo
uccidendo?»
«Tanto per cominciare, non tutti riescono a tollerare quel tipo di terapie, ma
il punto non è realmente questo. Si tratta,» rispose Fred, accennando alla
stazione spaziale intorno a loro «del fatto che tutto questo non ci sarà più una
volta che tutti avranno un pianeta. Quantomeno per generazioni, o forse per
sempre. Non c’è motivo di sprecare risorse nei pianeti esterni o di portare
avanti attività minerarie nella Fascia quando possiamo trovare le stesse cose
in fondo a un pozzo gravitazionale, ottenendo per di più aria e acqua gratis.»
«Quindi, quando non avranno più qualcosa che tutti gli altri vogliono
moriranno semplicemente di fame là fuori?»
«Sì, è così che loro vedono la cosa» confermò Fred. Lui e Holden
condivisero un momento di silenzio mentre bevevano.
«Già» commentò infine Holden. «Ecco, non hanno tutti i torti, ma non vedo
cosa ci possano fare.»
«Ci sono persone che stanno cercando di capirlo. Ma la situazione sta
degenerando.»
«Callisto e Pallas.»
«E più di recente hanno sferrato un attacco contro la Terra con un vecchio
mercantile pesante tirato fuori dalla naftalina.»
Holden scoppiò a ridere. «Non ho letto che la Terra sia stata bombardata,
quindi l’attacco deve essere fallito.»
«Ecco, era un attacco suicida, e la metà relativa al suicidio ha funzionato.
La flotta delle Nazioni Unite di pattuglia in orbita alta ha ridotto il mercantile
in una nuvola di gas a un decimo di UA3 dal pianeta. Nessun danno, non
molto interesse da parte della stampa, ma è possibile che quelli fossero tutti
preliminari e che stiano preparando qualcosa di grosso e appariscente per
dimostrare che non si può ignorare la Fascia. La cosa che mi terrorizza a
morte è che nessuno è in grado di capire di cosa si possa trattare.»
Il corridoio in lieve pendenza dell’anello abitativo della Stazione di Tycho
era pieno di operai. Holden non prestava molta attenzione agli orari della
stazione, ma suppose che la folla che stava incrociando significasse un
cambio di turno. Si trattava di quello, oppure era stato dato un ordine di
evacuazione senza che suonasse nessun allarme.
«Salve, Holden!» salutò qualcuno, nell’oltrepassarlo.
«Salve» replicò lui, senza sapere bene chi stesse salutando.
La celebrità era una cosa che non aveva ancora capito come gestire. Le
persone lo indicavano, lo fissavano, sussurravano fra loro al suo passaggio.
Sapeva che in genere quel comportamento non era inteso come un insulto,
che esprimeva soltanto la sorpresa provata dalla gente quando qualcuno che
aveva visto soltanto sugli schermi, nei video, appariva di colpo nel mondo
reale. Quando riusciva a sentirne qualche frammento, la maggior parte delle
conversazioni consisteva in un: ‘Quello è James Holden? Credo che quello
sia James Holden.’
«Holden, come va?» chiese una donna che veniva verso di lui lungo il
corridoio.
Su Tycho c’erano quindicimila persone che lavoravano in tre turni diversi.
Era come una piccola città nello spazio, e lui non riusciva a ricordare se la
donna che gli aveva rivolto la parola fosse qualcuno che avrebbe o meno
dovuto conoscere, quindi si limitò a sorridere e a rispondere: «Bene, e a te?»
«Lo stesso» replicò lei mentre si incrociavano.
Quando arrivò alla porta del suo appartamento fu per lui un sollievo che la
sola persona all’interno fosse Naomi. Era seduta al tavolo della sala da
pranzo con una tazza di tè fumante davanti e un’espressione remota nello
sguardo. Holden non riuscì a capire se fosse malinconica o se stesse
risolvendo mentalmente un complesso problema ingegneristico. Quelle due
sfumature di espressione in lei erano tanto simili da confonderlo.
Riempì d’acqua una tazza dal rubinetto della cucina, poi sedette di fronte a
lei e attese che parlasse per prima. Naomi lo guardò attraverso la cortina dei
suoi capelli e gli rivolse un triste sorriso. Allora si trattava di malinconia, non
di questioni di ingegneria.
«Ciao» la salutò.
«Ciao.»
«Allora, ho un problema.»
«È una cosa che posso sistemare?» chiese Holden. «Dimmi di cosa si
tratta.»
Naomi sorseggiò il tè per prendere tempo. Non era un buon segno, in
quanto significava che quella faccenda era qualcosa che non sapeva bene
come esporre. Holden sentì i muscoli dello stomaco che gli si tendevano.
«In realtà, questa è una parte del problema» spiegò infine Naomi. «Devo
andare a fare una cosa, e non posso permettere che tu sia coinvolto. Per
niente. Questo perché se sarai coinvolto cercherai di sistemare la cosa, e non
puoi farlo.»
«Non capisco» affermò Holden.
«Prometto che al mio ritorno ti fornirò una spiegazione completa e
dettagliata.»
«Aspetta. Ritorno? Dove stai andando?»
«Su Ceres, tanto per cominciare» rispose Naomi. «Però la cosa potrebbe
non finire lì. Non so bene per quanto tempo starò via.»
«Naomi,» disse Holden, protendendosi sul tavolo per prenderle la mano «in
questo momento mi stai spaventando a morte. Non c’è modo che io ti
permetta di partire per Ceres senza di me. Soprattutto se si tratta di qualcosa
di brutto, e ho la sensazione che sia qualcosa di veramente brutto.»
Naomi posò la tazza e strinse la mano di lui in entrambe le proprie. Le dita
che erano state intorno alla tazza erano calde, le altre erano fresche. «Solo
che è quello che succederà. Non c’è spazio per una trattativa, quindi partirò
perché tu avrai capito e mi avrai lasciato spazio a sufficienza per gestire la
cosa a modo mio, oppure partirò perché avremo rotto i rapporti e non avrai
più voce in capitolo in quello che faccio.»
«Aspetta, cosa?»
«Abbiamo rotto?» chiese Naomi, e gli strinse la mano.
«No, certo che no.»
«Allora ti ringrazio per avere abbastanza fiducia in me da lasciarmi gestire
questa cosa a modo mio.»
«È quello che ho appena detto?» domandò Holden.
«Praticamente sì.» Naomi si alzò. Holden non l’aveva notata, ma aveva una
sacca di tela già pronta posata sul pavimento accanto alla sedia. «Mi metterò
in contatto quando potrò, ma se non potessi farlo non interpretare la cosa in
modo drammatico, d’accordo?»
«D’accordo» replicò Holden. Tutta quella scena aveva assunto quasi la
connotazione di un sogno. Naomi, in piedi dall’altro lato del tavolo, con la
sacca verde oliva in mano, pareva molto lontana. La stanza sembrava più
grande di quanto non fosse, oppure era Holden a essere rimpicciolito. Si alzò
anche lui, stordito come da un senso di vertigine.
Naomi lasciò cadere sul tavolo la sacca e lo circondò con entrambe le
braccia. Con il mento appoggiato contro la fronte di lui sussurrò: «Tornerò.
Te lo prometto.»
«Okay» rispose Holden. Il suo cervello aveva perso la capacità di formare
altre parole.
Dopo averlo stretto con forza un’ultima volta, lei raccolse la sacca e si
diresse alla porta.
«Aspetta!» esclamò Holden.
Naomi si volse.
«Ti amo.»
«Ti amo anch’io» replicò lei, e se ne andò.
Holden si rimise a sedere perché l’alternativa era accasciarsi sul pavimento.
Quando finalmente riuscì a tirarsi su dalla sedia era passato un minuto, o
forse un’ora, era difficile determinarlo. Fu quasi sul punto di chiamare Amos
perché venisse a bere qualcosa con lui, ma poi si ricordò che anche Amos e
Alex se n’erano andati.
Lo avevano fatto tutti.
Era strano come tutto restasse uguale anche quando ogni cosa era cambiata.
Si alzava ancora tutte le mattine, si lavava i denti, indossava vestiti puliti e
faceva colazione. Arrivava al cantiere per le riparazioni alle nove del mattino
ora locale, si infilava in una tuta ambientale e si univa alla squadra che
lavorava alla Rocinante. Per otto ore si arrampicava in mezzo alle costole
scheletriche della nave, collegando condutture, installando propulsori di
manovra sostitutivi, rappezzando fori. Non sapeva come fare tutto quello che
andava fatto, ma voleva imparare, per cui osservava con attenzione i tecnici
quando svolgevano operazioni veramente complicate.
Sembrava tutto molto normale, molto di routine, quasi come avere ancora la
sua vecchia vita.
Poi però tornava all’appartamento, otto ore più tardi, e là non c’era nessuno.
Era veramente solo per la prima volta da anni. Amos non sarebbe venuto a
chiedergli di fare un giro dei bar. Alex non avrebbe guardato i notiziari in
streaming seduto sul suo divano, rivolgendo commenti sarcastici allo
schermo. Naomi non sarebbe stata lì a chiedergli della sua giornata e a
scambiare pareri su come procedevano le riparazioni. Le stanze avevano
perfino un odore di vuoto.
Quello era un aspetto di sé stesso che non aveva mai dovuto affrontare
prima, ma adesso cominciava a rendersi conto di quanto avesse bisogno di
una famiglia. Era cresciuto con otto genitori e una scorta apparentemente
infinita di nonni, zie, zii e cugini. Quando aveva lasciato la Terra per entrare
in marina, aveva passato quattro anni all’accademia con compagni di corso e
di camera, e con una serie di ragazze. Anche dopo il suo congedo con
disonore era andato subito a lavorare per la Pur’N’Kleen, sulla Canterbury,
dove si era creato una nuova famiglia di colleghi e amici. O, se non una
famiglia, almeno si era trattato di persone.
Le sole due persone con cui avesse davvero fatto amicizia su Tycho erano
Fred, tanto impegnato nelle sue macchinazioni politiche da avere a stento il
tempo di respirare, e Sam, che era morta anni prima nella zona lenta. Il nuovo
ingegnere capo, Sakai, era un ingegnere competente e pareva prendere molto
sul serio le riparazioni della nave, ma non aveva espresso alcun interesse a
estendere i loro rapporti al di là di questo.
Quindi adesso passava molto tempo nei bar.
Il Blauwe Blone era troppo rumoroso e pieno di gente che conosceva
Naomi ma non lui. I locali vicini ai moli erano pieni di operai turbolenti che
avevano appena finito il turno di lavoro, ai quali scatenare una rissa con un
tizio famoso sarebbe parso un modo perfetto per scaricare la tensione.
Qualsiasi altro posto in cui ci fossero più di quattro persone per volta si
trasformava in un ‘mettersi in fila per farsi fotografare con James Holden e
poi passare un’ora a rivolgergli domande personali’. Così, aveva trovato un
ristorantino annidato in un corridoio laterale, fra una sezione residenziale e
una serie di centri commerciali. Era specializzato in quello che i cinturiani
chiamavano cibo italiano, e sul retro aveva un piccolo bar che tutti
sembravano ignorare.
Holden poteva starsene seduto a un tavolino, passando in rivista le notizie
più recenti sul terminale palmare, leggendo messaggi e infine dando
un’occhiata a tutti i libri che aveva scaricato dalla rete negli ultimi sei anni. Il
bar serviva lo stesso cibo del ristorante sul davanti del locale, e anche se era
roba che nessuno sulla Terra avrebbe scambiato per cibo italiano, era
comunque commestibile. I cocktail erano mediocri ed economici.
Sarebbe potuto risultare quasi tollerabile, tranne per il fatto che Naomi
pareva scomparsa dalla faccia dell’universo. Alex mandava aggiornamenti
regolari su dov’era e cosa stava facendo. Amos aveva impostato il terminale
perché gli mandasse automaticamente un messaggio per fargli sapere che il
suo volo era atterrato sulla Luna, e che da lì era poi arrivato a New York. Da
Naomi, niente. Esisteva ancora, o almeno esisteva il suo terminale, perché i
messaggi che le mandava arrivavano da qualche parte. La rete non gli
rimandava mai un segnale di connessione inesistente. Però la conferma che il
messaggio era stato inviato con successo era la sola risposta che riceveva.
Dopo un paio di settimane di quella nuova routine a base di scadente cibo
italiano e cocktail economici, infine il suo terminale trillò per una richiesta di
comunicazione in arrivo. Sapeva che non poteva essere Naomi, perché lo
scarto temporale legato alla velocità della luce rendeva impossibile una
comunicazione diretta fra due persone che non vivessero sulla stessa stazione,
ma tirò fuori di tasca il terminale così in fretta che gli volò di mano e finì
dall’altra parte della stanza.
«Hai bevuto troppi dei miei Margarita?» commentò Chip, il barista.
«Il primo era già uno di troppo» replicò Holden, strisciando sotto la panca
alla ricerca del terminale. «E chiamarlo Margarita dovrebbe essere illegale.»
«È un Margarita perché ci sono dentro il vino di riso e il concentrato di
aroma al lime» protestò Chip, che pareva leggermente offeso.
«Pronto?» gridò Holden nel terminale, schiacciando senza pietà il
touchscreen per attivare la connessione. «Pronto?»
«Ciao, Jim» disse una voce femminile, del tutto diversa da quella di Naomi.
«Chi parla?» chiese Holden, poi sbatté la testa contro il tavolo nello
strisciare fuori e aggiunse: «Dannazione!»
«Sono Monica» rispose la voce. «Monica Stuart. Ho chiamato in un brutto
momento?»
«Attualmente sono un po’ occupato, Monica» replicò Holden. Chip levò gli
occhi al cielo, Holden reagì mostrandogli il dito medio, e il barista cominciò
a preparargli un altro drink. Probabilmente, una punizione per l’insulto.
«Capisco» disse Monica. «Però c’è una cosa di cui mi piacerebbe proprio
discutere con te. C’è la possibilità di incontrarsi? Magari a cena, o per un
drink, o qualcosa?»
«Temo che nel prossimo futuro sarò bloccato sulla Stazione di Tycho,
Monica. Al momento la Roci sta subendo una serie completa di riparazioni,
quindi...»
«Oh, lo so. Anch’io sono su Tycho. È per questo che ti ho chiamato.»
«Certo» disse Holden. «È ovvio che tu sia qui.»
«Stasera può andare bene?»
Chip mise il drink su un vassoio e un cameriere del ristorante venne a
prenderlo per portarlo di là. Accorgendosi che Holden stava guardando la
scena, il barista mimò le parole ‘Ne vuoi un altro?’. La prospettiva di un’altra
serata passata a mangiare quelle che il ristorante ridicolmente chiamava
‘lasagne’, seguite da abbastanza ‘Margarita’ di Chip per eliminare il
retrogusto che lasciavano in bocca, pareva una forma di morte lenta.
La verità era che si sentiva annoiato e solo. Monica Stuart era una
giornalista e aveva la caratteristica di comparire soltanto quando voleva
qualcosa. Aveva sempre un secondo fine, ma se non altro scoprire cosa
voleva e poi dirle di no gli avrebbe permesso di passare una serata che non
sarebbe stata esattamente identica a tutte le altre trascorse da quando Naomi
se n’era andata. «Sì, d’accordo, Monica, quella della cena sembra un’ottima
idea. Niente cibo italiano, però.»
Mangiarono sushi di salmone, fatto con pesce allevato nelle vasche della
stazione. Era spaventosamente costoso, ma sarebbe stato pagato dal fondo
spese di Monica, quindi Holden si permise di indulgere in quella prelibatezza
fino a sentirsi scoppiare nei vestiti.
Monica mangiò poco, con movimenti piccoli e precisi delle bacchette, quasi
raccogliendo il riso un chicco per volta, e ignorò completamente il wasabi.
Anche lei era un po’ invecchiata dall’ultima volta che Holden l’aveva vista di
persona, ma al contrario di Fred gli anni in più le donavano, aggiungendo un
senso di gravità e di esperienza al suo aspetto da star del video.
Avevano iniziato la serata parlando di piccole cose: come stessero andando
le riparazioni della nave, cosa ne era stato della squadra che lei aveva avuto
sulla Rocinante, ai tempi in cui l’Anello era una cosa nuova, dove fossero
andati Amos, Alex e Naomi. Holden non aveva antipatia per Monica, ma non
era qualcuno di cui si fidasse molto. Però lo conosceva, avevano viaggiato
insieme, e ancor più che di cibo buono, lui aveva fame di parlare con
qualcuno che conoscesse almeno un poco.
«Allora. C’è questa cosa davvero strana» disse poi Monica, tamponandosi
con delicatezza gli angoli della bocca con un tovagliolo.
«Più strana del cenare a base di pesce crudo su una stazione spaziale con
una fra i reporter più famosi di tutto il sistema solare?»
«Mi lusinghi.»
«È un’abitudine. Non dico sul serio.»
Monica frugò nella borsetta a tracolla che aveva e tirò fuori un sottile
schermo video flessibile arrotolato. Spinti da parte i piatti, lo stese sul tavolo.
Una volta attivato, lo schermo mostrò l’immagine di un mercantile pesante,
grosso e massiccio, che si dirigeva verso uno degli anelli della zona lenta.
«Guarda questo.»
L’immagine si mise in movimento, con il mercantile che procedeva con una
propulsione lenta verso uno dei portali. Holden suppose che si trattasse di
quello che dal sistema solare dava accesso alla zona lenta e alla Stazione di
Medina, ma avrebbe potuto essere uno qualsiasi degli altri, dato che avevano
tutti più o meno lo stesso aspetto. Quando la nave attraversò il portale
l’immagine tremolò e oscillò a causa delle particelle a energia elevata e del
flusso magnetico che bombardavano l’apparecchiatura di registrazione, poi
l’immagine si stabilizzò e la nave non risultò più visibile. Questo non voleva
dire granché, dato che la luce che attraversava i portali si era sempre
comportata in modo strano, piegando le immagini come la rifrazione
sull’acqua. Il video finì.
«È una cosa che ho già visto prima» commentò. «Gli effetti speciali sono
buoni, ma la trama è un po’ esile.»
«In realtà non è precisamente qualcosa che hai già visto. Indovina che è
successo a quella nave?» ribatté Monica, il volto acceso dall’eccitazione.
«Cosa?»
«No, dico sul serio, prova a indovinare. Avanza supposizioni, fammi
qualche ipotesi. Perché quella nave non è mai sbucata dall’altra parte.»

3 Unità Astronomica, approssimativamente uguale alla distanza fra il sole e la Terra.


6
Alex

«Ciao, Bobbie» disse Alex, parlando davanti alla videocamera del suo
terminale palmare. «Passerò una o due settimane a Mariner, da un cugino. Mi
chiedevo se ti andasse di pranzare insieme, mentre sono in città.»
Terminato il messaggio lo inviò, poi ripose il terminale in tasca, si mosse
con irrequietezza per qualche momento, lo tirò fuori di nuovo e cominciò a
passare in rivista i suoi contatti, in cerca di un’altra fonte di distrazione. A
ogni minuto che passava si avvicinava sempre più all’atmosfera rarefatta di
casa sua. Erano già all’interno dell’orbita di Phobos e in mezzo a quell’alone
ora invisibile di ghiaia sparsa che la gente chiamava l’Anello di Deimos. La
nave non aveva schermi, altrimenti da dove si trovava sarebbe stato in grado
di vedere la massiccia struttura d’acciaio della Base di Hecate che si riversava
su per il fianco del monte Olympus. Era stato una recluta là, dopo essere
entrato nella marina.
Mariner Valley era stato uno dei primi insediamenti su vasta scala di Marte.
Cinque quartieri collegati scavati nei fianchi di vasti canyon, annidati sotto la
pietra e la regolite. La rete di ponti e tubi di trasporto che li collegava era
chiamata Haizhe perché le strutture dei ponti più occidentali e i tubi che ne
uscivano formavano una figura che faceva pensare al cartone animato di una
medusa. La più recente linea ad alta velocità per Londres Nova era come una
lancia attraverso la testa della medusa.
Tre ondate di coloni cinesi e indiani avevano scavato in profondità nel
suolo arido del pianeta, conducendo un’esistenza fragile e pericolosa,
sfidando i limiti delle capacità umane e delle possibilità di insediamento. La
sua famiglia era stata parte di quei coloni. Lui era stato l’unico figlio di
genitori non più giovani, per cui non aveva nipoti, ma nella Mariner Valley
c’era un tale assortimento di cugini Kamal che sarebbe potuto passare da una
stanza per gli ospiti alla successiva per mesi senza mai diventare un ospite
ingombrante per nessuno di loro.
La nave tremò, perché adesso l’atmosfera esterna era abbastanza densa da
creare turbolenza. L’allarme da accelerazione emise un trillo gradevole e una
voce registrata avvertì lui e gli altri passeggeri di controllare le cinture di
sicurezza dei sedili a smorzamento e di riporre negli armadietti inseriti nella
parete accanto a loro qualsiasi oggetto che pesasse più di due chili. I motori
frenanti si sarebbero accesi dopo trenta secondi, raggiungendo la massima
forza frenante di tre g. La voce automatizzata suonava abbastanza
preoccupata da dare l’impressione che fosse un livello notevole, ma del resto
c’era da supporre che qualcuno potesse esserne impressionato.
Ripose il terminale palmare nell’armadietto, lo chiuse e attese che la spinta
dei razzi frenanti lo schiacciasse contro il sedile. In uno degli altri
scompartimenti un bambino piccolo si mise a piangere. Cominciò il conto
alla rovescia, una musica di intervalli convergenti comprensibile in qualsiasi
lingua, e quando quei toni si trasformarono in un unico accordo gentile e
rassicurante, la frenata ebbe inizio, premendolo contro lo strato di gel del
sedile. Si assopì mentre la nave sferragliava e tremava. L’atmosfera di Marte
non era abbastanza densa da poterla utilizzare come agente frenante sul loro
ripido percorso di discesa, ma poteva comunque generare un livello di calore
elevato. Semiassopito, cercò di effettuare mentalmente i calcoli relativi
all’atterraggio, ma i numeri gli apparvero sempre più surreali a mano a mano
che scivolava in un sonno leggero. Se qualcosa fosse andato storto –
un’alterazione della frenata, il brivido di un impatto che percorreva la nave,
uno spostamento degli ammortizzatori del sedile – si sarebbe svegliato in un
istante, subito lucido, ma non successe nulla, quindi non ce ne fu bisogno.
Come ritorno a casa, non era poi male.
Lo spazioporto vero e proprio si trovava alla base della valle. Sei chilometri
e mezzo di pietra si innalzavano dalle piattaforme, la striscia di cielo sopra di
esse misurava a stento una trentina di gradi, da un orlo all’altro della valle.
Quella stazione era una delle costruzioni più vecchie di Mariner, la cui
imponente cupola trasparente era stata costruita con il duplice scopo di
bloccare le radiazioni e di fornire una vista che colpisse per la sua vastità. I
canyon si stendevano verso est, erti, rocciosi e splendidi, con miriadi di luci
che scintillavano lungo le loro pareti laddove i diversi quartieri si
affacciavano all’esterno, le dimore di persone ricche sfondate che preferivano
barattare la sicurezza offerta dalle profondità della roccia con lo status
derivante dall’avere una vera finestra che desse all’esterno. Un aereo da
trasporto volava a bassa quota, dove l’aria relativamente più densa offriva
maggior supporto alle sue ali sottilissime.
Secondo i dati, un tempo Marte aveva posseduto una sua biosfera. C’era
stata la pioggia, e fiumi che scorrevano. Forse non in tempi geologici
compatibili con la storia umana, ma era successo. E i terraformatori
promettevano che sarebbe successo di nuovo. Non durante la loro vita, o
quella dei loro figli, ma un giorno sarebbe successo. Alex attese in fila, alla
dogana, guardando verso l’alto. La forza gravitazionale del pianeta, che era
appena un terzo di g, gli sembrava strana. Qualsiasi cosa potesse affermare la
matematica, la forza gravitazionale derivante dalla propulsione dava una
sensazione diversa da quella che esisteva in fondo a un pozzo. Inoltre, a parte
la splendida vista dei canyon e la strana sensazione derivante dal proprio
peso, Alex sentiva una sorta di ansia crescergli nel petto.
Era lì. Era a casa.
L’uomo che esaminava i viaggiatori in arrivo aveva folti baffi bianchi
ancora sfumati di rosso, gli occhi iniettati di sangue e un’espressione cupa.
«Affari o diporto?»
«Nessuna delle due cose» ribatté Alex, con il suo accento strascicato.
«Sono qui per vedere la mia ex moglie.»
L’uomo gli rivolse un rapido sorriso. «Sarà un incontro d’affari o di
piacere?»
«Definiamolo non di affari» ribatté Alex.
Il doganiere toccò lo schermo del suo terminale e indicò la videocamera con
un cenno del capo. Mentre il sistema confermava che lui era chi asseriva di
essere, Alex si chiese perché avesse risposto in quel modo. Non aveva detto
che Tali era una bisbetica, non l’aveva insultata, ma aveva sfruttato quel
sottinteso per fare una rapida battuta. Sentiva che lei meritava di meglio, e
probabilmente era vero.
«Si goda la permanenza» concluse il doganiere, e Alex fu libero di accedere
di nuovo al mondo che si era lasciato alle spalle.
Sua cugina Min era nell’area di attesa. Di dieci anni più giovane di lui,
cominciava ora a perdere le ultime vestigia della giovinezza e ad ammantarsi
di quell’appesantimento che sopraggiungeva con la mezza età. Il suo sorriso
era ancora quello della ragazzina che Alex aveva conosciuto un tempo.
«Ehilà, compare» lo salutò, con l’accento strascicato di Mariner che
suonava probabilmente di mezzo grado più marcato del solito. «Cosa ti porta
da queste parti?»
«Più sentimento che buon senso» rispose Alex, spalancando le braccia. Si
abbracciarono per un momento.
«Hai bagagli?» chiese poi Min.
«Viaggio leggero.»
«Benissimo. Ho un carrello giù davanti all’ingresso.»
Alex inarcò un sopracciglio. «Non ce n’era bisogno.»
«Sono più economici di un tempo. I ragazzi non torneranno dall’Università
Inferiore per altre quattro ore. C’è qualcosa che ti va di fare prima di averli in
mezzo ai piedi?»
«Le uniche due cose che ho aspettato con impazienza sono state vedere le
persone di qui e mangiare una ciotola di spaghetti da Hassan.»
Un’aria imbarazzata affiorò sul volto di Min e svanì in un istante. «C’è una
bottega eccellente che fa ottimi spaghetti sulla parete meridionale. Hanno una
salsa all’aglio che è un vero sballo. Hassan però ha chiuso i battenti circa
quattro anni fa.»
«Ah. No, non importa. Non si andava da Hassan per la qualità dei suoi
spaghetti.»
«Ecco, anche questo è vero.»
«Era solo che si trattava dei suoi spaghetti.»
Il carrello era un comune modello elettrico, più largo e robusto di quelli
usati sulle stazioni. Gli pneumatici erano di un polimero trasparente che non
avrebbe lasciato segni sui pavimenti dei corridoi. Alex prese posto sul sedile
per il passeggero, Min si mise ai comandi, e durante il tragitto parlarono di
piccole cose, argomenti domestici – chi in famiglia stava per sposarsi, chi era
prossimo al divorzio, chi si stava trasferendo, e dove. Un numero
sorprendente di fratelli e sorelle di Min si trovavano su navi dirette
all’Anello, e anche se lei non lo disse apertamente, Alex ebbe la sensazione
che fosse più interessata ad apprendere cosa lui avesse visto dall’altra parte
che ad avere sue notizie personali.
Imboccarono un lungo tunnel di accesso e poi uno dei ponti di
collegamento che portava a Bunker Hill. Quello era il quartiere dove Alex era
cresciuto. Le ceneri di suo padre erano nella cripta della sinagoga, quelle di
sua madre erano state sparse sull’Ophir Chasmata. La prima ragazza che lui
avesse mai baciato aveva abitato in alcune stanze due corridoi più in giù
rispetto a dove viveva adesso la famiglia di Min. Il miglior amico che avesse
avuto da adolescente era stato un ragazzo cinese, Johnny Zhou, che viveva
con un fratello maggiore e una sorella sull’altro lato del canyon.
Adesso, nel ripercorrere quei corridoi, si sentì assalire dai ricordi. La curva
del corridoio dove al Lone Star Sharabaghar si tenevano gare di danza e di
bevute durante i week-end. Quella volta in cui, a nove anni, era stato sorpreso
a rubare gomma da masticare in una bottega all’angolo fra i corridoi Dallas e
Nu Ren Jie, o quando aveva vomitato di brutto nei bagni dell’Alamo Mall
Toll Plaza. Probabilmente, ogni giorno succedevano migliaia di cose come
quelle. L’unico elemento che rendesse speciali le sue esperienze era che
appartenevano a lui soltanto.
Ci mise del tempo a rendersi conto di cosa lo mettesse a disagio. Come per
la differenza fra la gravità da propulsione e quella planetaria, il vuoto dei
corridoi era una cosa quasi troppo sottile per notarla immediatamente. A
mano a mano che Min si addentrava nel quartiere, quello che Alex notò
furono le luci, e poi le porte chiuse. Lungo tutti i corridoi, sparsi come una
manciata di sabbia, appartamenti e attività erano chiusi, con le finestre buie.
Questo di per sé non voleva dire molto, ma Alex ne notò prima uno, poi
alcuni, poi – come fiori su un prato – un’improvvisa sequenza di quei
massicci catenacci esterni che proprietari e forze di sicurezza apponevano alle
porte quando le unità in questione non erano in uso. Pur continuando a
chiacchierare con sua cugina, cominciò a contare le porte chiuse lungo il
tragitto: sulle cento successive – abitazioni, attività, stanze per la
manutenzione, scuole – ventuno erano sprangate.
Accennò alla cosa mentre Min arrestava il carrello davanti a casa sua.
«Già» commentò lei, in un tono leggero che suonava forzato. «Un mondo
fantasma.»
In un momento imprecisato, nel corso degli anni in cui lui era stato lontano,
Talissa si era trasferita. Il vecchio alloggio che avevano condiviso era a
Ballard, annidato fra la stazione navale e il vecchio impianto per la
purificazione dell’acqua. Secondo gli elenchi abitativi locali, adesso si
trovava a Galveston Shallow. Non era il quartiere in cui avrebbe immaginato
che potesse andare a vivere, ma le cose cambiavano, e forse lei si era in
qualche modo arricchita. Sperava che fosse così. Era favorevole a qualsiasi
cosa potesse aver reso migliore la sua vita.
I corridoi di Galveston Shallow erano ampi, e metà della luce proveniva
dalla superficie, effettiva luce solare che passava attraverso una serie di
schermi trasparenti per ridurre al minimo le radiazioni. Gli ampi soffitti
inclinati davano all’ambiente la sensazione di essere naturale, quasi organico,
e l’odore dei riciclatori meccanici dell’aria era quasi coperto dal ricco
profumo delle piante e del terriccio. Ampie strisce di vegetazione riempivano
le aree comuni, per lo più pothus e sanseveria, il genere di piante che
generavano un’elevata quantità di ossigeno. L’umidità presente nell’aria era
strana e rilassante. Alex si rese conto che quello era il sogno che Marte aveva
reso reale, sia pure in piccolo. Se avesse funzionato, un giorno il progetto di
terraformazione avrebbe dato quell’aspetto a tutto il pianeta, con flora e
fauna, aria e acqua. Un giorno, secoli dopo la sua morte, la gente avrebbe
forse camminato sulla superficie di Marte, circondata da piante come quelle,
avrebbe potuto avvertire sulla pelle la vera luce del sole.
Si stava distraendo. Controllò sul terminale la propria posizione rispetto al
nuovo indirizzo di Tali. Il cuore gli batteva più in fretta del solito e non
sapeva bene cosa fare con le mani, dove metterle. Si chiese cosa lei avrebbe
detto, come lo avrebbe guardato. Ira e gioia sarebbero state entrambe
giustificate, ma sperava comunque che si sarebbe trattato di gioia.
Il suo piano – trovare il posto, raccogliere il coraggio e suonare il
campanello – fallì perché la vide non appena svoltò l’ultimo angolo che
portava al suo alloggio. Era inginocchiata fra le piante dello spazio comune,
con una paletta da giardiniere in mano. Indossava spessi pantaloni da lavoro
di tela sporchi di terriccio e una camicia marrone chiaro con una quantità di
tasche e anelli, per lo più vuoti, a cui appendere attrezzi da giardinaggio. Il
passare del tempo era stato clemente con lei. Non era bella, forse non lo era
mai stata, ma era avvenente, ed era Talissa.
Sentì un accenno di sorriso incurvargli le labbra, nato più dall’ansia che dal
piacere. Affondò le mani nelle tasche e si avvicinò, cercando di apparire
disinvolto. Tali sollevò lo sguardo dal suo lavoro, poi tornò ad abbassarlo. Le
spalle le si tesero mentre tornava a guardare nella sua direzione. Alex sollevò
una mano, con il palmo verso l’esterno.
«Alex?» disse Tali, quando lui raggiunse il limitare del giardino.
«Ciao, Tali.»
Quando lei parlò di nuovo, la sola emozione nella sua voce era un’assoluta
incredulità. «Cosa ci fai qui?»
«Avevo un po’ di tempo libero mentre la mia nave era in riparazione e ho
pensato di tornare qui dalle mie parti. Di rivedere un po’ di gente, sai com’è.»
Talissa annuì, la bocca piegata in una curva irregolare, segno che stava
riflettendo intensamente. Forse avrebbe dovuto mandarle un messaggio,
prima di venire, ma gli era parso che quello dovesse essere un incontro faccia
a faccia.
«Bene, d’accordo» commentò infine lei.
«Non ti voglio interrompere. Magari, quando avrai finito, posso offrirti una
tazza di tè?»
Tali si appoggiò all’indietro sui talloni e inclinò la testa da un lato. «Alex,
smettila. Cosa ci fai qui?»
«Niente.»
«No, c’è qualcosa. Sei qui per un motivo.»
«Davvero, non è così. Stavo solo...»
«Non ci provare» avvertì lei, in tono colloquiale. «Non mi rifilare balle.
Nessuno si presenta all’improvviso a casa della sua ex moglie perché ha
pensato che sarebbe stato carino bere un tè insieme.»
«Ecco, certo, ma pensavo...» cominciò Alex.
Tali scosse il capo e riprese a scavare nel terriccio scuro. «Pensavi... cosa?
Che avremmo bevuto qualcosa insieme, parlato dei vecchi tempi e saremmo
diventati un po’ sentimentali? Che magari saremmo finiti a letto insieme per
la nostalgia?»
«Cosa? No. Io non...»
«Per favore, non farmi fare la parte del cattivo. Ho una vita ricca, piena e
complessa di cui tu hai scelto di non essere parte. Al momento, ho per le
mani un sacco di cose che non mi va di condividere con te, e dovrei
confortare il tizio che mi ha piantata in asso un numero imprecisato di anni fa
solo perché sta... non so, sta avendo una crisi di mezza età? Non è una mia
priorità, e non è una cosa che sia giusto aspettarsi da me.»
«Oh» mormorò Alex, sentendosi un peso nel ventre come se avesse appena
inghiottito un proiettile di tungsteno. Si sentiva il volto accaldato. Tali
sospirò, guardandolo. La sua espressione non era crudele, e non era neppure
ostile. Più che altro, era stanca.
«Mi dispiace» continuò lei. «Siamo due persone che un tempo si
conoscevano. Adesso, forse siamo anche un po’ meno di questo.»
«Capisco. Mi dispiace.»
«Non sono stata io a metterti in questa posizione. Sei stato tu a metterci me.
Io mi stavo solo occupando delle mie piante.»
«Lo so. Non volevo crearti disagio, né adesso né prima.»
«Né prima? Prima, quando mi hai piantata in asso?»
«Non era quello che volevo succedesse, e non si trattava di te o...»
Lei scosse con violenza il capo, una smorfia sulle labbra.
«No. Non lo fare. Alex, stiamo parlando del passato, ed è una
conversazione che ho appena detto di non voler fare. D’accordo?»
«D’accordo.»
«Bene.»
«Mi dispiace se le cose sono... difficili.»
«Me la caverò benissimo» ribatté lei.
Alex sollevò di nuovo la mano, lo stesso gesto che aveva fatto
nell’avvicinarsi, solo che adesso aveva un significato diverso. Poi si volse e si
allontanò, l’umiliazione che gli gravava come un peso sul petto. L’impulso di
voltarsi, di lanciarle un’ultima occhiata nel caso che lei forse lo stesse
guardando era quasi troppo intenso per potervi resistere.
Ma tenne duro.
Tali aveva ragione. Era stato per questo che si era presentato alla sua porta
senza preavviso, perché sapeva che se lei avesse detto di no avrebbe dovuto
rispettare il suo desiderio, e da qualche parte, in un angolo del suo cervello,
aveva pensato che se fossero stati lì insieme, a respirare la stessa aria, per lei
sarebbe stato più difficile respingerlo. E forse lo era stato. Forse quello che in
effetti aveva fatto era stato renderle la cosa più difficile.
Il primo bar in cui si imbatté si chiamava Los Compadres, e l’aria
all’interno puzzava di birra e di formaggio surriscaldato. L’uomo dietro il
bancone pareva avere a stento l’età legale per poter bere, e aveva una
carnagione itterica messa in risalto dai capelli rossicci e da baffi che sarebbe
stato generoso definire un pio desiderio. Alex si appollaiò su uno sgabello e
ordinò un whisky.
«È ancora un po’ presto per cominciare a festeggiare» commentò il barista,
mentre lo serviva. «Di cosa si tratta?»
«A quanto pare,» ribatté Alex, esagerando appena un poco il suo accento
della Mariner Valley per dare più effetto alle parole «a volte sono un pezzo di
merda.»
«Una triste verità.»
«Sì.»
«E ti aspetti che bere da solo migliori le cose?»
«No. Sto solo rispettando le tradizioni relative alla sofferenza maschile da
abbandono.»
«Mi sembra giusto» convenne il barista. «Vuoi anche mangiare qualcosa?»
«Fammi dare un’occhiata al menu.»
Mezz’ora più tardi era ancora a metà del suo drink. Il bar cominciava a
riempirsi, il che significava che c’erano forse una ventina di persone in uno
spazio che ne avrebbe potute contenere settanta. Musica Ranchera scaturiva
da altoparlanti nascosti. Il pensiero di tornare a casa di sua cugina e fingersi
allegro era appena peggiore del continuare a starsene seduto in quel bar ad
aspettare che l’autocommiserazione si dissipasse. Continuava a cercare di
pensare a cosa avrebbe potuto dire o fare di diverso che potesse cambiare le
cose. Finora, il meglio che era riuscito a trovare era stato ‘Non piantare in
asso tua moglie’, il che equivaleva praticamente a dire ‘Sii qualcun altro’.
Il suo terminale trillò. Nel tirarlo fuori trovò un messaggio di testo da parte
di Bobbie Draper.
CIAO, ALEX. SCUSA SE CI HO MESSO TANTO A RISPONDERE, MA SONO
ASSURDAMENTE IMPEGNATA. SÌ, SE SEI IN CITTÀ MI PIACEREBBE VEDERTI, E
POTREI ANCHE AVERE UN FAVORE DA CHIEDERTI, SE TE LA SENTI. PASSA DA ME
QUANDO VUOI.

Il suo indirizzo era a Londres Nova. Alex attivò il link e sullo schermo
apparve una mappa. Non era lontano dalla metropolitana express, e sarebbe
potuto arrivare là per cena. Strisciò il terminale palmare sulla superficie del
bancone per pagare il drink e si stiracchiò. Nel corridoio un carrello si era
guastato, e una mezza dozzina di tecnici della manutenzione si erano raccolti
intorno a esso. Una donna dalla pelle color latte ebbe un lieve sussulto di
sorpresa quando lui le rivolse un cenno di saluto nell’incrociarla. Alex intuì
che si stava chiedendo se lui era davvero il pilota del famoso James Holden, e
si allontanò nel corridoio prima che la donna potesse formulare la domanda.
Sì. Sarebbe stato piacevole rivedere Bobbie.
7
Amos

Lo spazioporto era stato costruito un secolo prima a un chilometro da


Lowell City. Adesso era il cuore geografico della più grande metropoli della
Luna, anche se dallo spazio non lo si sarebbe detto. Sulla Luna c’erano
pochissime cupole vere e proprie, perché la continua pioggia di micrometeore
trasformava una cupola in un portello di espulsione dell’aria ad apertura
casuale. Di conseguenza, mentre la navetta scendeva verso la superficie, le
sole tracce visibili della città erano gli occasionali punti di accesso alla
superficie e lo spazioporto stesso. I moli di attracco non erano quelli
originali, ma erano ancora dannatamente vecchi. Una volta, la
pavimentazione era stata bianca, ma adesso sentieri grigi segnavano i punti
dove era stata logorata per anni dal passaggio di stivali e di carrelli. Gli uffici
del sindacato si affacciavano sul lungo corridoio attraverso una serie di
finestre butterate e la polvere lunare conferiva all’aria un odore di polvere da
sparo.
Il gruppo di estorsori si presentò in forze nell’area di sbarco per fissare
Amos con aria minacciosa mentre lui lasciava la nave. Amos sorrise, li salutò
con la mano e tenne Rico, Jianguo e Wendy vicino a sé finché non ebbero
lasciato il lungo terminal.
«Hermano,» disse Rico, stringendogli la mano «adesso dove andrai?»
«Giù nel pozzo» rispose Amos. «Voialtri prendetevi cura di questa
ragazzina, d’accordo? E buona fortuna per il nuovo lavoro.»
Jianguo strinse a sé Wendy. «Lo faremo. Xie xie usted ha hecho.»
Poi lui e Rico lo fissarono come se si aspettassero qualcos’altro. Ma Amos
non aveva nient’altro da dire, quindi si girò e si allontanò verso il terminal
delle navette planetarie. L’area di attesa era in una grande falsa cupola
progettata per fare colpo sui turisti. Il tutto era nel sottosuolo, ma l’imponente
camera era coperta dal pavimento al soffitto da schermi video a definizione
estremamente elevata che mostravano il panorama esterno. Le colline e i
crateri della superficie lunare si stendevano in tutte le direzioni, ma ciò che
attirava maggiormente l’attenzione era il semicerchio blu e verde sospeso nel
cielo. Da quella distanza, la Terra era splendida, con le città visibili soltanto
come lucciole baluginanti sul suo lato in ombra. Nelle aree illuminate dal
sole, invece, dall’orbita lunare non era possibile vedere quasi niente di
edificato dall’uomo. Il pianeta appariva pulito, inviolato.
Era una graziosa menzogna.
Pareva un dato di fatto dell’universo che quanto più si guardava una cosa da
vicino, tanto peggiore essa appariva. Se si prendeva la persona più bella
dell’intero sistema solare e si effettuava uno zoom con il giusto livello di
ingrandimento, quella stessa persona si trasformava in un panorama
apocalittico di crateri brulicanti di orrori, e anche la Terra era così. Era una
gemma scintillante se vista dallo spazio, mentre da vicino era un panorama
devastato e coperto di acari che vivevano divorando i morenti.
«Un biglietto per New York» disse al chiosco automatizzato.
La discesa fino alla Terra era abbastanza breve perché nessuno tentasse di
mettere in piedi un racket di estorsioni, il che era piacevole. Il volo in sé era
turbolento fino a dare la nausea, il che era meno piacevole. C’era una cosa da
dire a favore dello spazio: poteva anche essere un vuoto enorme pieno di
radiazioni che ti uccidevano in un istante se non prestavi adeguata attenzione,
ma almeno non c’era mai turbolenza. La navetta era priva di finestre, ma
nella parte anteriore della cabina c’era un grande schermo visore che
mostrava la discesa attraverso le videocamere esterne di prua. New York si
ingrandì fino a cessare di essere una chiazza grigia per diventare una città
vera e propria. Lo spazioporto situato su una massa artificiale di terra a sud di
Staten Island passò dall’avere le dimensioni di un francobollo al trasformarsi
in una vasta rete di piattaforme di lancio e di atterraggio circondate
dall’Oceano Atlantico, appena oltre l’imboccatura della Lower New York
Bay. Minuscole navi giocattolo, tanto piccole da poter essere messe nella
vasca da bagno di un bambino, si espansero fino a diventare le enormi navi
da carico a energia solare che percorrevano gli oceani avanti e indietro. Tutto
ciò che era visibile durante la discesa appariva lindo e tecnologicamente
elegante.
Anche quella era una menzogna.
Quando infine la navetta attraccò, Amos era pronto a immergersi
nell’atmosfera della città, se non altro per vedere qualcosa che si mostrava
per quello che era. Quando si alzò in piedi nella forza di gravità terrestre per
lasciare la navetta, desiderò che essa gli desse una sensazione sbagliata, che
gli apparisse opprimente dopo tutti quegli anni di assenza, ma la verità era
che dentro di lui, nel profondo, forse addirittura a livello genetico, qualcosa
stava gioendo. I suoi antenati avevano passato qualche miliardo di anni a
costruire tutte le loro strutture interne intorno alla costante di una spinta
gravitazionale verso il basso di un g, e il suo organismo esalò un sospiro di
sollievo per lo stupefacente senso di ‘giustezza’ che questo gli dava.
«Grazie per aver volato con la nostra compagnia» disse un volto anonimo e
gradevole, dallo schermo video accanto all’uscita. La voce era modulata
attentamente in modo da non avere nessuno specifico accento regionale o una
specifica appartenenza sessuale. «Ci auguriamo di rivedervi presto.»
«Fottiti» disse Amos allo schermo, con un sorriso.
«Grazie, signore» replicò la faccia, dando l’impressione di guardarlo dritto
negli occhi. «La TransWorld Interplanetary prende molto sul serio i vostri
suggerimenti e commenti.»
Dopo un breve tragitto in metropolitana dalla piattaforma di atterraggio al
centro visitatori dello spazioporto, Amos si ritrovò in coda alla dogana, in
attesa di entrare a New York City e di calpestare di nuovo ufficialmente il
suolo terrestre per la prima volta dopo una ventina d’anni. Il centro visitatori
puzzava di troppi corpi accalcati tutti insieme, ma al di sotto di quell’odore si
avvertiva il lieve, non sgradevole, sentore di alghe e salsedine. L’oceano, lì
fuori, penetrava in ogni cosa, un promemoria olfattivo che ricordava a quanti
passavano da questa Ellis Island dell’era spaziale che la terra era qualcosa che
apparteneva in modo assolutamente unico alla razza umana. Il luogo di
nascita di ogni cosa. L’acqua salata che scorreva nelle vene di tutti era
originariamente giunta dagli stessi oceani che si trovavano appena al di fuori
di quell’edificio. I mari erano presenti da molto più tempo degli esseri umani,
avevano contribuito a crearli, e quando loro fossero tutti morti si sarebbero
ripresi la loro acqua senza pensarci due volte.
Questa, almeno, non era una menzogna.
«Documento di cittadinanza, di corporazione o sindacale» disse l’uomo
dall’aria annoiata che sedeva nel gabbiotto della dogana. Quello pareva il
solo lavoro in tutto l’edificio che non fosse svolto da un robot. A quanto
pareva, i computer potevano essere programmati per fare quasi tutto, tranne
percepire quando qualcuno stava tramando qualcosa di losco. Amos era certo
che in quel momento lo stessero sondando da capo a piedi, controllando il
suo battito cardiaco, il livello di sudorazione della pelle, il respiro, ma quelle
erano tutte cose che potevano essere controllate con delle droghe o un
apposito addestramento. L’umano nel gabbiotto lo avrebbe squadrato per
vedere se lui aveva l’aria losca.
Amos gli sorrise. «Certo» rispose, poi richiamò sul suo terminale il proprio
documento di cittadinanza delle Nazioni Unite, che il funzionario della
dogana confrontò con i dati presenti sul suo database. L’agente doganale
lesse lo schermo senza che il suo volto tradisse la minima espressione. Amos
non era più tornato a casa da quasi tre decenni, quindi si aspettò di essere
indirizzato alla fila di sicurezza aggiuntiva per ricerche più approfondite. Non
sarebbe stata la prima volta che si ritrovava con un dito sconosciuto su per il
culo.
«Tutto a posto» disse infine l’agente della dogana. «Buona permanenza.»
«Buon lavoro» rispose Amos, incapace di impedire del tutto alla sorpresa di
trasparirgli dal volto. L’agente agitò con impazienza una mano, come per
dirgli di togliersi dai piedi, e la persona in attesa dietro di lui si schiarì
sonoramente la gola.
Amos scrollò le spalle e attraversò la linea gialla che separava legalmente la
Terra dal resto dell’universo.
«Amos Burton?» chiamò qualcuno. Si trattava di una donna attempata che
indossava un economico completo grigio. Quello era il genere di
abbigliamento proprio dei burocrati di medio livello e degli sbirri, quindi
Amos non rimase sorpreso quando lei aggiunse: «Deve venire con noi,
adesso.»
Amos sorrise e valutò le alternative. Una mezza dozzina di sbirri stava
convergendo su di lui, e tutti indossavano l’armatura tattica completa delle
squadre da intervento ad alto rischio. Tre di essi impugnavano un taser, gli
altri avevano pistole semiautomatiche. Ecco, se non altro lo prendevano sul
serio, il che era lusinghiero, in un certo senso.
Sollevò le mani sopra la testa. «Mi ha preso, sceriffo. Quali sono le
accuse?»
L’agente in borghese non rispose mentre altri due membri della squadra
tattica gli ammanettavano le mani dietro la schiena.
«Sono perplesso» aggiunse Amos. «Sono appena arrivato, quindi qualsiasi
crimine potrò commettere al momento è ancora teorico.»
«Ora faccia silenzio» ribatté la donna. «Non è in arresto. La portiamo a fare
un giro.»
«E se non volessi venire?»
«Allora sarà in arresto.»
La stazione di polizia dell’autorità portuale era praticamente identica a
qualsiasi altra stazione di polizia in cui Amos avesse mai passato del tempo.
A volte le pareti erano grigio talpa, a volte erano del tipico verde governativo,
ma i muri di cemento e gli uffici con le pareti di vetro che si affacciavano su
un’area centrale ingombra di scrivanie avrebbe potuto essere su Ceres tanto
quanto sulla Terra. Perfino l’odore di caffè bruciato era lo stesso.
L’agente in borghese lo scortò oltre la scrivania del sergente, che salutò con
un cenno, e lo scaricò in una piccola stanza che non somigliava alle stanze
per interrogatori a cui lui era abituato. A parte un tavolo e quattro sedie,
l’unico altro arredo era un enorme schermo visore che copriva la maggior
parte di una parete. L’agente lo fece sedere di fronte a esso, poi lasciò la
stanza chiudendosi la porta alle spalle.
«Uh» commentò Amos, chiedendosi se quella fosse una nuova tecnica
d’interrogatorio, poi si appoggiò all’indietro sulla sedia per mettersi comodo
e magari cercare di dormire un poco dopo il nauseante tragitto sulla navetta.
«Cos’è questa, l’ora del sonnellino? Qualcuno veda di dargli la fottuta
sveglia» disse una voce familiare.
Sullo schermo, Chrisjen Avasarala lo stava fissando, e il suo volto appariva
quattro volte più grande del reale su quel monitor gigantesco.
«Le cose sono due, o non sono nei guai, oppure ci sono dentro fino al
collo» dichiarò Amos, con un sorriso. «Come ti vanno le cose, Chrissie?»
«Anch’io sono contenta di vederti. Chiamami di nuovo in quel modo e
chiederò a un agente di picchiarti gentilmente con un pungolo per il
bestiame» ribatté Avasarala, anche se Amos ebbe l’impressione di
intravedere un accenno di sorriso sul suo volto.
«Certo, Signora Uber Segretario. Questa è una chiamata di cortesia,
oppure...»
«Perché sei sulla Terra?» chiese Avasarala, mentre ogni traccia di
umorismo le scompariva dal volto.
«Sono venuto a porgere l’estremo saluto a un’amica che è morta. Mi sono
dimenticato di compilare un modulo, o qualcosa del genere?»
«Chi? Chi è morto?»
«Non sono fottuti affaracci tuoi» replicò Amos, in tono falsamente cortese.
«Ti ha mandato Holden?»
«No» rispose Amos, sentendo l’ira che cominciava a scaldargli il ventre
come un sorso di scotch di qualità. Provò la resistenza delle manette e calcolò
le probabilità di riuscire a liberarsene. Di farsi largo combattendo attraverso
una stanza piena di poliziotti. Quel pensiero lo fece sorridere senza che se ne
rendesse conto.
«Se sei qui per Murtry, al momento non è sulla Terra» continuò Avasarala.
«Sostiene che lo hai quasi pestato a morte nella camera di pressurizzazione
della Rocinante, durante il volo di rientro. Hai intenzione di finire il lavoro?»
«Murtry ha colpito per primo, quindi tecnicamente si è trattato di
autodifesa. E se lo avessi voluto morto, non credi che sarebbe già morto? È
improbabile che abbia smesso di colpirlo solo perché ero stanco.»
«Allora di cosa si tratta? Se hai un messaggio per me da parte di Holden,
sputa il rospo. Se Holden sta mandando messaggi ad altri, dimmi di chi e di
cosa si tratta, immediatamente.»
«Holden non mi ha mandato a fare un accidente di niente» dichiarò Amos.
«Mi sto ripetendo? Ho l’impressione di ripetermi.»
«Lui...» cominciò Avasarala, ma Amos la interruppe.
«È il capitano della nave su cui viaggio, non è il capo della mia fottuta vita.
Ho delle faccende personali da sbrigare e sono venuto qui per provvedere.
Adesso arrestatemi per qualcosa o lasciatemi andare.»
Amos non si era reso conto che Avasarala si stesse protendendo in avanti
sulla sedia finché lei non si rilassò contro lo schienale ed esalò un lungo
respiro che si trasformò in un sospiro. «Dici sul serio, vero?»
«Non sono noto per le mie battute di spirito.»
«D’accordo. Però devi capire la mia preoccupazione.»
«Che Holden stia escogitando qualcosa? Lo hai mai incontrato? Non ha mai
fatto niente in segreto in tutta la sua vita.»
Avasarala scoppiò a ridere. «Questo è vero. Se però sta mandando un
assassino prezzolato sulla Terra, noi...»
«Un momento, cosa hai detto?»
«Se Holden sta mandando...»
«Scordati Holden. Mi hai appena definito il suo assassino prezzolato. È
questo che voialtri pensate di me? L’assassino alle dipendenze di Holden?»
Avasarala si accigliò. «Non lo sei?»
«Ecco, sono soprattutto un meccanico. Però l’idea che le Nazioni Unite
abbiano da qualche parte un file su di me che mi qualifica come l’assassino
della Rocinante è... grandiosa.»
«Sai, il fatto che tu dica una cosa del genere mi induce a pensare di non
essermi sbagliata.»
«Comunque sia» rispose Amos, scrollando le spalle alla maniera terrestre,
le mani ancora ammanettate dietro la schiena. «Qui abbiamo finito?»
«Quasi» disse Avasarala. «Come stavano gli altri quando sei partito?
Bene?»
«La Roci è uscita malconcia da quel viaggio fino a Ilus e ritorno, ma
l’equipaggio sta bene. Alex sta cercando di ricucire i rapporti con la sua ex. Il
capitano e Naomi continuano a fare coppia fissa. Per lo più è tutto come
sempre.»
«Alex è su Marte?»
«Ecco, la sua ex vive lì, quindi suppongo che sia diretto su Marte, anche se
era ancora su Tycho l’ultima volta che l’ho visto.»
«Questo è interessante» commentò Avasarala. «Non la parte in cui vuole
ricucire con la sua ex, però. Nessuno prova mai a fare una cosa del genere
senza fare la figura dello stronzo.»
«Davvero?»
«Ecco...» Avasarala guardò qualcuno che non era inquadrato dallo schermo,
poi sorrise e accettò una tazza di tè fumante servita da una mano
all’apparenza priva di corpo. Bevve un lungo sorso e si concesse un sospiro
appagato. «Grazie per avermi incontrato, Burton.»
«Oh, è stato un piacere.»
«Per favore, tieni presente che allo stato delle cose il mio nome è collegato
abbastanza strettamente con la Rocinante, il capitano Holden e il suo
equipaggio.»
«E allora?» chiese Amos, con un’altra scrollata di spalle.
«E allora,» ribatté Avasarala, posando la tazza fumante per tornare a
protendersi in avanti «se hai intenzione di fare qualcosa che più tardi sarò
costretta a insabbiare, gradirei che prima mi chiamassi.»
«Ci puoi contare, Chrissie.»
«Sul serio. Piantala di chiamarmi così, cazzo» ribatté lei, con un sorriso.
Lo schermo si spense, e la donna che lo aveva fermato allo spazioporto
entrò nella stanza. Amos indicò lo schermo con il mento.
«Credo di piacerle.»
Il livello della strada di New York non era diverso dalle strade di Baltimora
su cui era cresciuto. Un sacco di edifici alti, una quantità di traffico
automatizzato, folle di gente stratificata in due gruppi distinti: quelli che
avevano un posto in cui essere, e quelli che non lo avevano. Chi aveva un
lavoro si spostava in fretta dai mezzi di trasporto pubblici agli edifici di uffici
e viceversa a ogni cambio di turno. Comprava cose dai venditori ambulanti,
in quanto il semplice fatto di avere denaro contante era un simbolo di status
sociale. Quelli che vivevano della sussistenza di base vagabondavano e
barattavano, vivendo degli eccessi creati da chi era produttivo e
incrementandoli quando potevano con l’industria del lavoro nero, troppo
ridotta perché il governo la notasse.
Alla deriva in mezzo a loro come spettri, invisibili per chiunque non
appartenesse al loro mondo, c’erano i membri di un terzo gruppo: quelli che
vivevano nelle fessure. Ladri che cercavano una preda facile. Spacciatori e
artisti della truffa, e prostitute di ogni età, ogni sesso e orientamento sessuale.
Il genere di persona che Amos era stato un tempo. Uno spacciatore fermo a
un angolo lo colse a guardarlo e lo fissò a sua volta con aria accigliata,
vedendolo per quello che era pur senza riconoscerlo. Non aveva importanza.
Non sarebbe rimasto in città abbastanza a lungo perché la notizia arrivasse
alle orecchie di qualcuno che sarebbe potuto venire a chiedergli in che modo
si inseriva nel loro ecosistema.
Dopo aver camminato per un paio d’ore, per abituarsi alla sensazione della
forza di gravità e del cemento sotto i piedi, si fermò in un hotel scelto a caso e
prese una stanza. C’era una cosa di lui che era cambiata, e quella cosa era il
denaro. Nonostante tutti i pericoli e i drammi, viaggiare sulla Rocinante era
risultato un lavoro proficuo. Con le percentuali che aveva incassato, non
avrebbe dovuto preoccuparsi del costo dell’hotel, quindi si limitò a chiedere
una stanza e ordinò al suo terminale di pagare la cifra che l’hotel avrebbe
richiesto.
Una volta in camera fece una lunga doccia. Il volto di Lydia parve fissarlo
dallo specchio del bagno mentre si lavava i denti e radeva la corta ricrescita
di capelli che aveva sulla testa. Ripulirsi gli diede la sensazione di un rituale,
come i preparativi fatti da un sant’uomo prima di celebrare un rito sacro.
Quando ebbe finito sedette nudo nel centro del grande letto e richiamò a
schermo il necrologio di Lydia.
LYDIA MAALOUF ALLEN, DECEDUTA MERCOLEDÌ 14 APRILE AL...

Allen. Amos non conosceva quel nome. Come pseudonimo non serviva a
granché, visto che Lydia Maalouf era il nome con cui l’aveva sempre
conosciuta. Quindi non era uno pseudonimo. Nome da sposata? Interessante.
LASCIA IL CONIUGE, CHARLES JACOB ALLEN, SUO MARITO DA UNDICI ANNI...

Più di dieci anni dopo che lui se ne era andato, Lydia aveva sposato un
uomo di nome Charles. Amos sondò quell’idea, nello stesso modo in cui
avrebbe sondato con un dito una ferita per vedere se era infetta, e cercò di
scoprire se gli causava dolore. Provò soltanto curiosità.
SI È SPENTA SERENAMENTE NELLA SUA CASA DI PHILADELPHIA, CON CHARLES
AL SUO FIANCO...

Charles era stato l’ultimo a vederla viva, quindi era il primo che doveva
trovare. Dopo aver letto parecchie volte il resto del necrologio, si registrò sul
sito dei trasporti pubblici di massa e acquistò un biglietto per quella notte su
un treno ad alta velocità per Philadelphia, poi si distese sul letto e chiuse gli
occhi. Si sentiva stranamente eccitato all’idea di incontrare il marito di Lydia,
come se quella fosse stata anche la sua famiglia e Charles fosse qualcuno che
lui avrebbe dovuto conoscere da sempre, ma che avrebbe incontrato solo ora.
Non riusciva a prendere sonno, ma il letto morbido contribuì a rilassare i
muscoli tesi della sua schiena e a disperdere i residui di nausea dovuti al
tragitto sulla navetta. La via che doveva seguire era chiara.
Se Lydia era davvero morta serenamente nel proprio letto, con un marito
amorevole accanto, allora avrebbe incontrato quell’uomo, visto la casa in cui
lei era vissuta e portato dei fiori sulla sua tomba per dirle addio un’ultima
volta. Se le cose non erano andate così, avrebbe ucciso un po’ di persone.
Nessuna delle due possibilità lo eccitava più dell’altra. Entrambe gli
andavano bene.
Si addormentò.
8
Holden

Holden fece tornare indietro il video e lo guardò di nuovo. La nave,


un’orrenda scatola di metallo con contenitori di stoccaggio aggiuntivi fissati
sui fianchi gli fece venire in mente i carri carichi di provviste che si vedevano
nei vecchi western, il che non era molto lontano dalla verità. La Rabia Balkhi,
registrata come di proprietà del capitano Eric Khan di Pallas, era pur sempre
un insieme di provviste e di persone dirette alla frontiera per rivendicare per
sé della terra. Forse c’erano meno cavalli, e di certo più reattori a fusione.
Di nuovo, la nave attraversò il portale, l’immagine si distorse e sobbalzò,
poi la Balkhi scomparve.
«Allora?» chiese Monica, con voce piena di aspettativa. «Cosa ne pensi?»
Holden si grattò un braccio mentre decideva come rispondere.
«C’è un milione di ragioni per cui un vecchio catorcio arrugginito come
quello potrebbe scomparire, là fuori» disse. «Perdita di contenimento del
nucleo, perdita di pressione atmosferica, impatto con detriti. Al diavolo, è
anche possibile che la radio si sia semplicemente guastata e che adesso stiano
vivendo comodamente su un nuovo pianeta, aspettando che qualcuno venga a
controllare come stanno.»
«Potrebbe darsi,» convenne Monica, con un cenno di assenso «se questo
fosse l’unico caso. Tuttavia, durante lo scorso anno quattrocentotrentasette
navi hanno oltrepassato gli anelli per addentrarsi in nuovi sistemi solari, e
tredici di queste sono svanite. Puf.» Allargò le dita a mimare una piccola
esplosione. Holden fece qualche calcolo mentale, quella era più o meno una
percentuale di perdita del tre percento. Quando era in marina, nel budget era
prevista una perdita supposta di mezzo punto percentuale a causa di guasti
meccanici, impatti da asteroidi, sabotaggio e fuoco nemico. Questa era una
percentuale sei volte più elevata.
«Uh!» esclamò. «Questa sembra una percentuale piuttosto alta per navi che
sono state in grado di volare per l’anno e mezzo necessario a raggiungere
l’Anello.»
«Sono d’accordo, decisamente troppo alta. Se le navi esplodessero senza
motivo con tanta regolarità non volerebbe più nessuno.»
«Dunque» cominciò Holden, poi si interruppe per ordinare un altro drink
sul menu del tavolo. Aveva la sensazione che ne avrebbe avuto bisogno.
«Perché nessuno ne parla? Chi sta tenendo d’occhio quelle navi?»
«Nessuno!» esclamò Monica, in tono trionfante. «Il punto è proprio questo.
Nessuno le traccia. Abbiamo migliaia di navi che stanno lasciando il sistema
interno per sciamare verso i portali. Appartengono a cittadini di tre diversi
governi, e a persone che non si considerano cittadini di nessun governo. La
maggior parte di queste persone non ha mai depositato un piano di volo, ha
solo caricato le valigie su una nave ed è partita a tutta velocità per i nuovi
mondi.»
«Suppongo che l’accaparramento di proprietà immobili funzioni così.»
«E così eccoli là, diretti laggiù da soli o in piccoli gruppi, tutti pungolati
dall’incentivo di arrivare per primi dove stanno andando. Ma qualcosa li sta
fermando. Li fa scomparire. O quantomeno fa scomparire alcuni di loro.»
«È evidente che tu hai una teoria» osservò Holden.
«Credo che sia la protomolecola.»
Holden sospirò e si sfregò la faccia con entrambe le mani. Il suo drink era
arrivato, e lui lo sorseggiò per un minuto, con il freddo del ghiaccio e il
calore del gin che gli riempivano la bocca. Monica intanto lo fissava, quasi
sobbalzando per l’impazienza. «No, non lo è» rispose infine. «La
protomolecola è scomparsa. È morta. Ho scagliato l’ultimo nodo funzionante
dentro una stella.»
«Come fai a saperlo? Anche se fosse stato l’ultimo frammento dell’arma
che ha costruito gli anelli, sappiamo che chi ha fatto tutto questo ha usato
attrezzi costituiti dalla protomolecola. E di che altro si può trattare? Ho letto i
rapporti. Che mi dici di tutti quei robot e delle cose che si sono risvegliati su
Ilus? La protomolecola ci attacca perché abbiamo preso la sua roba.»
«No» ribadì Holden. «Non è quello che è successo. Senza saperlo, avevo
portato con me un nodulo dell’infezione originale che cercava ancora di
entrare in contatto con ciò che l’aveva inviato, qualsiasi cosa fosse. Nel farlo,
ha risvegliato un sacco di roba. Noi l’abbiamo spento e l’abbiamo lanciato
dentro una stella per impedire che la cosa si ripetesse.»
«Come puoi essere sicuro?»
Al sushi bar, uno degli chef diede un annuncio e una dozzina di persone
intorno a lui applaudì. Holden trasse un profondo respiro ed esalò lentamente
il fiato fra i denti.
«Suppongo di non poterlo essere. Come si fa a dimostrare che qualcosa non
esiste?»
«Credo ci sia un modo in cui puoi farlo» suggerì Monica. La sua
espressione indusse Holden a pensare che quello che stava per dire fosse il
vero motivo per cui stavano parlando. Era un po’ come guardare un gatto in
caccia puntare una bistecca. «Fred Johnson ha ancora quello che potrebbe
essere l’ultimo campione rimasto di protomolecola. Quello che hai prelevato
dalla nave segreta della Mao-Kwikowski.»
«Quello che ho... ehi, come fai a saperlo?» chiese Holden. «E quante
persone ne sono a conoscenza?»
«Non rivelo mai le mie fonti, ma penso che dovremmo prendere quel
campione e vedere se riusciamo a svegliarlo. Far riapparire quel tuo
fantasma, Miller, e scoprire se la protomolecola sta usando i portali per
distruggere le nostre navi.»
Una mezza dozzina di risposte entrò in collisione nella mente di Holden,
risposte il cui tenore andava da ‘Questa è la peggiore idea che abbia mai
sentito’ a ‘Ma ti rendi davvero conto di quello che stai dicendo?’. Ci vollero
alcuni secondi perché una di esse trionfasse sulle altre.
«Vuoi che organizzi una seduta spiritica?»
«Non la definirei una...»
«No» disse Holden. «No e basta.»
«Non posso lasciar perdere questa cosa. Se non vuoi aiutarmi...»
«Non ho detto che non ti avrei aiutato. Ho detto che non intendo entrare in
comunione con un frammento di melma aliena assassina nella speranza che
cominci a raccontarmi le sue storie da vecchio sbirro. Non dobbiamo
stuzzicare quella roba. Dobbiamo lasciarla in pace.»
L’espressione di Monica era aperta e interessata. Se non avesse saputo dove
guardare, lui non sarebbe mai riuscito a notare la sua irritazione e delusione.
«Allora che si fa?» chiese lei.
«Conosci quella vecchia battuta riguardo al sentire rumore di zoccoli,
vero?»
«Credo di no.»
«La storia è molto lunga, ma il punto è che se senti in lontananza un rumore
di zoccoli, la tua prima ipotesi è che si tratti di cavalli, non di zebre. Tu stai
sentendo rumore di zoccoli e sei balzata dritta alla supposizione che si tratti
di unicorni.»
«Quindi cosa vorresti dire con questo?»
«Dico che dobbiamo andare a vedere se troviamo un po’ di cavalli o di
zebre, prima di metterci in caccia di unicorni.»
L’avere per le mani un affascinante nuovo mistero non significava che
Holden non avesse più un lavoro diurno, ma gli dava qualcosa a cui pensare a
parte sentire la mancanza di Naomi. E di Alex. E di Amos. Ma soprattutto di
Naomi. Mentre strisciava lungo le costole esposte del fianco della Rocinante
con una torcia al plasma in mano, rifletteva su dove potessero finire le navi,
quando scomparivano. Monica aveva ragione: quel numero era troppo
elevato perché la causa fosse solo un casuale guasto ai sistemi. C’era una
quantità di altre possibilità, anche ignorando la teoria della protomolecola-
unicorno. Lui però aveva smesso di credere alle coincidenze più o meno
quando aveva cominciato a passare del tempo con il detective Miller, e l’altra
cosa di rilievo che stava succedendo era che fazioni radicali dell’APE stavano
lanciando una serie di attacchi contro installazioni dei pianeti interni, com’era
successo su Callisto e perfino sulla Terra.
Una fazione violenta dell’APE era decisamente ostile alla colonizzazione, e
adesso navi di coloni cariche di provviste svanivano senza lasciare traccia.
Inoltre, la Stazione di Medina – nata come Behemoth, e prima ancora come
Nauvoo, e ora nucleo al centro di tutti i portali dell’Anello – aveva il saldo
controllo dell’APE. Tutto questo creava un quadro convincente, anche se lui
non aveva nessuna prova effettiva che fosse vero.
In quello scenario, le navi sarebbero state abbordate da equipaggi pirata
dell’APE, che avrebbero preso le provviste e... che ne era stato dei coloni? Li
avevano espulsi nello spazio? Se era vero, era una cosa orribile, ma non era
comunque la cosa più orrenda che gli esseri umani si fossero fatti a vicenda.
Rimanevano comunque le navi. I pirati si sarebbero tenuti le navi, ma
avrebbero dovuto farle scomparire, il che significava cambiare il codice del
transponder. Il fatto che la Rocinante non fosse più la Tachi dimostrava che
l’APE aveva i mezzi per fare una cosa del genere.
«Sakai» chiamò, attivando con il mento la frequenza radio del canale
privato che condivideva con l’ingegnere capo. «Ci sei?»
«Problemi?» replicò Sakai, in un tono tale da dare l’impressione che stesse
sfidando Holden ad avere un problema. Lui aveva imparato a non offendersi,
perché l’impazienza era la condizione di default di Sakai.
«Direi che è più che altro un indovinello.»
«Odio gli indovinelli» ribatté Sakai.
«Diciamo che stai cercando di capire se qualcuno ha rubato un mucchio di
navi e cambiato i loro codici di transponder. Come rintracceresti quelle navi,
se dovessi farlo?»
L’ingegnere sbuffò pensieroso per un momento.
«Non cercare le navi scomparse» rispose infine. «Cerca quelle nuove che
spuntano dal nulla.»
«Sì, bene. Questa è la risposta giusta» dichiarò Holden. «Grazie.»
Si fermò accanto a una vecchia saldatura crepata fra lo scafo interno e una
delle costole della nave e procedette a ritoccarla con la torcia. La visiera del
casco si scurì, trasformando il mondo in un luogo nero con un solo punto
d’intensa luce azzurra in esso. Mentre lavorava, pensò a come fare per
rintracciare nuove navi apparse come per magia. Il pubblico registro era un
buon punto di partenza, ma impegnarsi in una ricerca manuale significava
annegare nei dati. Se fosse stata lì, senza dubbio Naomi avrebbe potuto
scrivere sul suo terminale palmare un programma che gli avrebbe fornito i
dati che voleva in dieci minuti. Purtroppo, lui non aveva il suo stesso talento
di programmatrice, ma Fred aveva ingegneri programmatori alle sue
dipendenze, e se lui...
«Perché?» chiese Sakai. Era passato così tanto tempo da quando aveva
parlato con l’ingegnere che Holden impiegò un momento a ricordare il
contesto per quella domanda.
«Perché cosa? Perché voglio sapere come trovare navi perdute?»
«Sì.»
«Ecco, ho un’amica giornalista che sta indagando su alcune navi
scomparse. Ho promesso che le avrei dato una mano, e stavo pensando a
come farlo davvero.»
«Stuart» disse Sakai. Era per metà un’affermazione e per metà una
domanda. «Ho sentito dire che era qui sulla stazione.»
«Sì, la mia vecchia amica Monica. Se devo essere sincero, credo che stia
dando la caccia alle ombre, ma ho promesso che l’avrei aiutata, e comunque
ho bisogno di fare qualcosa che non sia sentirmi solo e commiserarmi.»
«Già» convenne Sakai. Dopo un lungo momento, aggiunse: «Quindi non
sono successe abbastanza cose fottutamente strane da indurti a credere alle
ombre?»
Trovò la luce ammiccante di un messaggio in arrivo sulla consolle di casa, e
per quanto si sforzasse in ogni modo di non sperare che fosse da parte di
Naomi, avvertì comunque una devastante delusione quando il volto rotondo
di Alex apparve sullo schermo. «Ciao, capo» disse il pilota. «Hai presente la
scena in cui incontro la mia ex moglie e ci riconciliamo commossi? Già, è
stato un fallimento, ma forse avrei dovuto pensarci sopra un po’ di più. Prima
di partire ho però intenzione di passare a trovare Bobbie, quindi non va poi
tutto male. Come sta la mia ragazza? Voialtri la state lucidando e facendo
bella per il mio ritorno? Richiamerò appena possibile. Chiudo.»
Per poco Holden non cominciò la sua risposta chiedendo un rapporto sulla
faccenda della ex moglie, ma quella piccola voce appartenente a Naomi che
adesso viveva nella sua testa gli ingiunse di non fare il ficcanaso, quindi si
limitò a rispondere: «Grazie per esserti fatto vivo. Porgi i miei saluti a
Bobbie. Ci vogliono ancora mesi prima che la Roci sia pronta, quindi prenditi
tutto il tempo che vuoi.»
Rimase lì seduto per un minuto, cercando di pensare a qualche altra cosa da
dire, poi si limitò a tagliare il tempo vuoto in fondo alla registrazione e a
inviare il messaggio. Era strano come una persona potesse avere una così
vitale importanza nella tua vita, e tuttavia scoprire di non avere niente da dirle
quando non si condivideva la stessa aria. Di norma, lui e Alex avrebbero
parlato della nave, degli altri due membri dell’equipaggio, di lavori da fare.
Adesso che erano tutti sparpagliati e la Roci era in riparazione, non rimaneva
più molto da dire che non fosse un’invasione della sfera personale. Quel
genere di riflessioni sembrava l’inizio di una lunga strada buia verso
un’amara solitudine, quindi decise di andare a fare qualche indagine.
Gli sarebbe piaciuto avere un cappello.
«Sei già qui di nuovo?» commentò Fred, quando Holden venne introdotto
nel suo ufficio da uno dei suoi assistenti. «So che il mio caffè è buono, ma...»
Holden si impadronì di una sedia e si mise comodo mentre Fred armeggiava
con la caffettiera. «Dunque, Monica Stuart è qui su Tycho.»
«Sì. Credi che qualcuno come lei possa atterrare su questa stazione senza
che io lo sappia?»
«No» convenne Holden. «Sai però perché è qui?»
La caffettiera prese a borbottare e un aroma ricco e aspro si diffuse
nell’ufficio. Mentre il caffè si faceva, Fred si protese sulla scrivania e digitò
sul terminale. «Qualcosa che ha a che fare con navi scomparse, giusto? È
quello che dice il nostro servizio di intelligence.»
«Hai incaricato qualcuno di indagare sulla cosa?»
«In tutta onestà? No. Ho sentito delle voci al riguardo, ma noi siamo
seppelliti qui. Ogni nave che abbia un reattore Epstein è diretta oltre i portali,
e la maggior parte è diretta verso sistemi inesplorati, dove non ci sono altre
navi o stazioni. Non abbiamo più notizie da alcune di esse, ma in un certo
senso sembra la cosa più ovvia che può succedere.»
Holden accettò con un cenno di gratitudine la tazza fumante che Fred gli
porgeva e bevve un sorso. Il caffè del vecchio non lo deluse. «Questo lo
capisco» replicò, dopo un altro sorso. «E credo anche che la teoria di Monica
al riguardo sia piuttosto inverosimile, ma è il genere di cosa che attirerà
l’attenzione pubblica, se non troviamo per primi una risposta migliore.»
«Lei ha già una teoria?»
«Pensa che si tratti della protomolecola. Uno dei dati su cui si basa è il
risveglio dei robot e della tecnologia presenti su Ilus.»
«Mi hai detto che la protomolecola era un evento irripetibile» osservò Fred,
fissando accigliato la propria tazza di caffè. Quando riprese a parlare, nel
farlo soffiò davanti a sé il vapore del caffè, come l’alito di un drago. «Miller
è tornato?»
«No, non è tornato. Per quanto ne so, in tutto l’universo non esiste una
coltura attiva della protomolecola. Però...»
«Però io ho quella sostanza inattiva che tu mi hai dato.»
«Esatto. E in qualche modo Monica ha saputo della sua esistenza.»
L’espressione di Fred si fece ancora più accigliata. «Ho una fuga di notizie
da qualche parte.»
«Sì, questo è certo, ma non è la parte che mi preoccupa.»
Fred inarcò le sopracciglia in una tacita domanda.
«Monica ha deciso che dovremmo prendere quella melma e usarla come
una sorta di tavola Ouija per evocare lo spettro di Miller» continuò Holden.
«Ma questa è una cosa stupida» disse Fred.
«Vero? Per questo penso che dovremmo vagliare tutte le altre possibilità
prima di metterci ad armeggiare con virus alieni.»
«Suppongo che per tutto ci sia una prima volta» ribatté Fred, con appena
una nota di sarcasmo nella voce. «Hai una teoria alternativa?»
«Sì, ma non ti piacerà» replicò Holden.
«Ho ancora del bourbon, se avremo bisogno di un anestetico per questa
operazione.»
«Potrebbe essere necessario» ammise Holden, poi bevve il resto del caffè
per prendere un po’ di tempo. Per quanto Fred potesse essere invecchiato
nell’arco degli ultimi cinque anni, si sentiva ancora intimidito di fronte a lui,
ed era difficile affrontare argomenti che avrebbero potuto offenderlo.
«Ne vuoi ancora?» chiese Fred, indicando la tazza vuota, ma Holden rifiutò
scuotendo il capo.
«Allora, c’è quella fazione radicale estremista dell’APE di cui mi hai
parlato» cominciò Holden.
«Non credo...»
«Hanno sferrato almeno due attacchi pubblici. Uno contro strutture
marziane e uno contro la Terra stessa.»
«Entrambi sono falliti.»
«Forse» ribatté Holden. «Noi però presumiamo di sapere quali fossero i
loro scopi, e questa mi sembra una supposizione di partenza sbagliata. Forse
per loro far saltare in aria un grosso pezzo di un cantiere navale marziano e
costringere la flotta delle Nazioni Unite di stanza sulla Terra a sparare un
mucchio di missili contro un vecchio mercantile sono due vittorie.»
«D’accordo, mi sembra giusto» ammise Fred, con un riluttante cenno di
assenso.
«Questa faccenda ha però un terzo aspetto. Certo, i radicali pensano che la
Terra e Marte li abbandoneranno quando i nuovi mondi saranno stati
colonizzati, ma questo significa che i coloni stessi fanno parte del problema.»
«Ne convengo.»
«Allora, non è possibile che quest’ala radicale dell’APE abbia deciso che
oltre a far saltare in aria qualcosa sui pianeti interni, può anche mandare un
messaggio impadronendosi di alcune navi coloniali?»
«Ecco,» replicò Fred, parlando lentamente come se stesse elaborando la
risposta mentre la proferiva «il grosso problema di questa teoria è il luogo
degli attacchi.»
«Perché si verificano dall’altro lato dei portali.»
«Esatto» confermò Fred. «Un conto sarebbe se le navi fossero disintegrate
mentre attraversano la Fascia, ma... dall’altro lato dei portali? Chi ha accesso
là? A meno di pensare che le navi siano state in qualche modo sabotate. Una
bomba con una miccia estremamente lunga?»
«C’è un’altra possibilità» affermò Holden.
«No, non c’è» ribatté Fred, anticipando la sua argomentazione successiva.
«Fred, senti, so che non vuoi pensare di avere a Medina persone che
lavorano contro il tuo interesse, magari alterando i registri. Disattivando i
sensori quando ci sono cose che non vogliono far vedere ad altri. Mi rendo
conto che è una cosa difficile da mandare giù.»
«Medina è al centro dei nostri piani a lungo termine» dichiarò Fred, con
voce ora dura come il ferro. «Ho piazzato su quella stazione tutta la mia gente
migliore e più fedele. Se i radicali hanno una quinta colonna là, allora non
posso più fidarmi di nessuno nella mia organizzazione. Tanto vale che faccia
le valigie e vada in pensione.»
«Ci sono migliaia di persone su Medina. Dubito che tu possa garantire di
persona per ciascuna di esse.»
«No. Però le persone che gestiscono la stazione sono la mia gente, gli
elementi più fedeli che ho. È impossibile che una cosa del genere stia
succedendo senza che loro lo sappiano e vi collaborino.»
«Un’idea che fa paura.»
«Significa che non possiedo la Stazione di Medina» disse Fred. «Significa
che la fazione estremista più dura e violenta del nostro gruppo controlla il
collo di bottiglia dell’intera galassia.»
«Allora, come si può fare per scoprire come stanno davvero le cose?»
domandò Holden
Fred si appoggiò allo schienale della sedia con un sospiro e gli rivolse un
triste sorriso. «Sai cosa penso? Penso che sei annoiato, ti senti solo e sei in
cerca di una distrazione. Non smantellare l’organizzazione che ho impiegato
una vita a costruire solo per trovarti qualcosa da fare.»
«Però alcune navi sono scomparse. Anche se non è Medina a prenderle,
qualcosa lo sta facendo, e non credo che possiamo semplicemente ignorare il
fenomeno, sperando che cessi.»
«Ripara la tua nave, Jim. Riparala, e rimetti insieme il tuo equipaggio.
Questa faccenda delle navi scomparse non è un lavoro per te.»
«Grazie per il caffè» disse Holden, alzandosi per andarsene.
«Non lascerai perdere, vero?»
«Tu che ne pensi?»
«Penso che se romperai qualcosa di mio, qualsiasi cosa sia, dovrai
ripagarlo» rispose Fred.
«Ne prendo nota» annuì Holden, con un sorriso. «Ti terrò aggiornato.»
Mentre usciva dall’ufficio, gli parve di vedere Miller che sorrideva e
diceva: ‘Sai di aver trovato una domanda davvero interessante quando
nessuno vuole darti una risposta in merito.’
9
Naomi

Una volta c’era stata una ragazza cinturiana di nome Naomi Nagata, e
adesso c’era una donna. Anche se la differenza fra le due si era creata un
anno, un giorno, un minuto per volta, il diagramma di Venn delle due non si
sovrapponeva. Lei aveva già tagliato via da anni tutto quello che poteva
essere eliminato, e quel che rimaneva lo faceva nonostante i suoi sforzi. Per
lo più, riusciva ad aggirare quelle parti indesiderate.
«Buona permanenza su Ceres» disse il funzionario della dogana, con lo
sguardo che già si spostava sull’uomo in piedi dietro di lei. Naomi annuì con
un sorriso cortese che faceva capolino in mezzo alla cortina dei suoi capelli e
si addentrò negli ampi corridoi dello spazioporto. Una faccia in più fra
milioni di altre facce.
La Stazione di Ceres era la più grande città della Fascia e contava più o
meno sei milioni di persone che risiedevano in quell’asteroide cavo dal
diametro di centinaia di chilometri. Naomi aveva sentito dire che il solo
spazioporto poteva aggiungere a quel numero un milione di corpi in transito
al giorno. Per la maggior parte della sua vita, quello era stato il simbolo del
colonialismo dei pianeti interni. La torre eretta dal nemico sul terreno nativo
dei cinturiani.
Fuori dello spazioporto, i corridoi erano tanto caldi da essere quasi afosi,
con il carico entropico della città intrappolato dal vuoto dello spazio che
agiva come un termos. L’aria era intrisa di umidità, e l’odore di corpi e di
urina stantia era come il sorriso di un vecchio amico. Schermi alti tre metri
gridavano annunci pubblicitari, ora per trivelle meccaniche ora per articoli di
alta moda, ma il loro chiasso era solo un debole elemento della cacofonia di
voci, carrelli e macchinari. Un notiziario pubblico mostrava le immagini di
un combattimento in corso da qualche parte sulla Terra. Un altro piccolo
culto ribelle o un conflitto etnico tradizionale che chiedeva di nuovo il suo
tributo di sangue, importante soltanto perché succedeva sulla Terra, che
aveva un grosso peso simbolico perfino per quei cinturiani che da generazioni
consideravano la Fascia come la loro casa. Era la madre dell’umanità, che
teneva il piede ben piantato sul collo dei cinturiani. Sullo schermo, un uomo
dalla pelle pallida, che perdeva sangue da una ferita al cuoio capelluto, teneva
alto un libro, probabilmente un testo sacro, e gridava tanto da avere la bocca
distorta dall’ira. L’uccisione di altrettante persone nella Fascia non avrebbe
fatto notizia. Neppure in quel momento.
Si avviò nel senso della rotazione, alla ricerca di un chiosco di cibo che
servisse qualcosa di invogliante. C’erano i soliti prodotti industriali, uguali in
tutte le stazioni, ma adesso che era l’APE a gestire Ceres, erano presenti anche
alternative diverse. Dhejet con uova al curry, ciotole di spaghetti, farinata
rossa. I cibi della sua infanzia, cibi cinturiani. La cucina della Rocinante era
stata progettata da qualcuno che apparteneva alla marina marziana, e le scorte
di cibo che accettava erano sempre nutrienti, di solito buone e a volte anche
eccellenti... ma non erano il suo cibo.
Optò per la farinata, che acquistò in un chiosco sfregiato e coperto dagli
adesivi di generazioni di volantini di nightclub. Gliela servirono in un
contenitore marrone che le stava nel palmo della mano ed era abbinato a una
spatola simile a un cucchiaio appiattito. Il primo boccone le riempì la bocca
del sapore del cumino e la mente di ricordi polverosi. Per un momento, si
ritrovò nella sua cuccetta sulla nave di Tio Kriztec, raggomitolata su quella
ciotola di ceramica che a quel tempo aveva amato e che negli anni aveva
dimenticato, impegnata a mangiare in silenzio mentre gli altri cantavano nella
cambusa. A quel tempo non poteva aver avuto più di sei anni, ma il ricordo
era fresco e nitido. Mangiò un altro boccone, assaporandolo. Nel farlo, notò
l’uomo che la seguiva.
Era esile, perfino per un nativo, con i capelli di un grigio sporco che gli
fluivano all’indietro dalla testa come le ali ripiegate di un uccello. Era fermo
a una quindicina di metri di distanza, apparentemente intento a guardare un
notiziario con aria un po’ annoiata. Non avrebbe saputo dire cosa avesse
attirato la sua attenzione su di lui, dandole la certezza che fosse lì per lei,
forse qualcosa nel modo noncurante con cui evitava di guardarla, o nel suo
atteggiamento.
Svoltò di nuovo nel senso della rotazione, muovendosi in fretta pur senza
correre, in modo da costringerlo ad accelerare il passo per non perderla di
vista. Mentre camminava, scrutò la folla intorno a lei. Se aveva ragione, era
possibile che ci fossero altri che lavoravano in squadra con quell’uomo.
Scivolò con disinvoltura negli spazi che si aprivano nella calca di corpi,
trovando punti in cui la via si svuotava per un istante quando la gente
intersecava il suo tragitto o s’incrociava a vicenda. Quando aveva tredici anni
e stava passando da una nave a un’altra, aveva trascorso sei mesi su Ceres,
ma la stazione era lontana dal territorio che le era familiare. Fece del suo
meglio, puntando verso un corridoio laterale che era quasi certa corresse fra
due di quelli più ampi.
Forse si sbagliava, forse quell’uomo, chiunque fosse, si era trovato lì per
caso in un momento in cui lei si sentiva particolarmente ansiosa. Non si
guardò indietro finché il corridoio laterale non sbucò di nuovo nel flusso più
fitto di traffico pedonale proveniente dal gate successivo, poi studiò il nuovo
ambiente con una rapida occhiata e trovò il posto che le serviva: un chiosco
cambiavalute distante quattro metri, che con le sue pareti, opache per
garantire la privacy, creava un piccolo spazio in mezzo al flusso di gente,
come un masso in un fiume. Senza fermarsi, raggiunse lo spazio morto sul
lato opposto del chiosco e si appoggiò contro di esso, le scapole che
assorbivano la frescura del metallo. L’aria era abbastanza densa da farla
sudare un poco, appena un velo di umidità sul petto e all’attaccatura dei
capelli. Si fece il più possibile piccola e invisibile, e contò lentamente a
rovescio, partendo da cento.
Era arrivata a trentadue quando l’uomo la oltrepassò in tutta fretta, il mento
sollevato, lo sguardo che sondava la folla davanti a lui. Sentendo in bocca il
sapore metallico della paura, Naomi si girò verso il chiosco, poi lo aggirò
sull’altro lato e imboccò il corridoio da cui era appena arrivata. Mentre
tornava sui suoi passi, la sua mente vagliava frenetica tutte le possibilità.
Marco aveva infine deciso di porre fine alla loro situazione di stallo e la
minaccia a Filip era stata soltanto un’esca per la trappola, oppure le forze di
sicurezza avevano aspettato per tutto quel tempo e stavano infine per
prenderla. O qualcuno che aveva seguito troppo i notiziari relativi a Ilus
aveva deciso di perseguitarla. O anche, Marco aveva mandato i suoi uomini a
tenerla d’occhio. Quell’ultima ipotesi non era affatto improbabile.
Tornata nel corridoio principale fermò un carrello e pagò per una corsa fino
a tre livelli più su e a un ampio parco. La donna che guidava il carrello non la
degnò di una seconda occhiata, il che fu un sollievo. Naomi si appoggiò allo
schienale del duro sedile di plastica modellata e finì di mangiare la farinata
mentre le ruote sibilavano contro il pavimento nell’imboccare la rampa che
portava in alto, più vicino al centro di rotazione e più lontano dal porto.
«Du-es diretta in un posto preciso?» chiese la donna.
«Non so dove sto andando» rispose Naomi. «Lo saprò quando ci arriverò.»
Aveva conosciuto Marco quando aveva sedici anni e aveva appena finito il
corso equivalente di calcolo distribuito sulla Stazione di Hygeia. Sulla Luna,
quel titolo le avrebbe fruttato un posto di ingegnere in uno qualsiasi dei
grandi cantieri navali, ma dato che era soltanto un documento equivalente,
era stata consapevole che avrebbe dovuto frequentare per altri tre o quattro
semestri prima di poter avere un lavoro, anche se sapeva già come farlo.
Marco aveva fatto parte di una squadra mineraria e di recupero che
effettuava le proprie riparazioni sulla Stazione di Hygeia per poi tornare nella
Fascia vera e propria per cercare metalli rari e, a volte, recuperare parti di
rottami di vecchie navi che trovavano sulla loro strada. Forse, o almeno così
si diceva, a volte quei rottami erano molto, molto nuovi. Il capitano era un
vecchio di nome Rokku che odiava i Pianeti Interni quanto chiunque altro
nella Fascia, e i suoi uomini erano i più estremisti membri dell’APE che si
potessero trovare, al punto che se non erano ancora diventati una cellula
militare era solo perché nessuno glielo aveva chiesto. A quell’epoca Naomi
viveva con Tia Margolis, un’altra delle sue zie adottive, e barattava lavoro
svolto senza licenza alla stazione di raffinazione con aria, acqua, cibo,
accesso alla rete e un posto dove dormire. Allora Marco e i suoi compagni le
erano parsi un bastione di stabilità. Un equipaggio che aveva lavorato
insieme sulla stessa nave per sette missioni appariva ai suoi occhi come una
famiglia.
E Marco stesso era incredibile. Occhi scuri, morbidi capelli neri, una bocca
che disegnava un arco perfetto e una barba che al tatto le dava la stessa
sensazione che immaginava potesse derivare dall’accarezzare un animale
selvaggio. Si aggirava nei corridoi davanti al bar della stazione, ancora troppo
giovane per comprare alcolici ma abbastanza affascinante da indurre persone
più mature a comprarli per lui nelle poche occasioni in cui non riusciva a
convincere direttamente i mercanti a ignorare le regole. Gli altri membri
dell’equipaggio – Big Dave, Cyn, Mikkam e Karal – erano tutti superiori di
grado rispetto a lui sulla nave ma si lasciavano guidare da lui a terra. Non
c’era stato un momento preciso in cui lei era entrata a far parte del loro
equipaggio. Era semplicemente scivolata nella loro stessa orbita,
frequentando gli stessi posti, ridendo delle stesse battute, e a un certo punto ci
si era aspettati che facesse le stesse cose. Quando avevano infranto i sigilli
della porta di un magazzino e lo avevano trasformato in un club temporaneo a
cui si accedeva solo su invito, lei era stata invitata. Non era passato molto
tempo che si era ritrovata ad aiutarli a rompere i sigilli.
La Stazione di Hygeia non era al suo meglio a quei tempi. Allora l’alleanza
fra la Terra e Marte era parsa solida come la pietra, tasse e tariffe su provviste
essenziali erano appena al di sotto del livello che avrebbe reso tutto troppo
costoso per sostentare la vita, e a volte lo avevano superato. Le navi che
attraccavano lì avevano a bordo un’aria tanto rarefatta da rasentare l’anossia e
il mercato nero di materiali idroponici utilizzabili era vivo e prospero. Anche
se era nominalmente di proprietà di un conglomerato di imprese con base
sulla Terra, la Stazione di Hygeia era in pratica una malmessa zona autonoma
tenuta insieme da abitudine, disperazione e il radicato rispetto dei cinturiani
per le infrastrutture.
Quando Marco era presente, perfino i vecchi pavimenti di ceramica crepata
sembravano meno miserandi. Lui era il genere di persona che cambiava il
significato di tutto ciò che lo circondava. C’era stata una ragazza di nome
Naomi che avrebbe giurato di seguirlo ovunque. Adesso era una donna, e
avrebbe detto che non era vero.
Eppure era lì.
Il Bistrot Rzhavchina si trovava in alto, verso il centro di rotazione. Porte di
acciaio arrugginito coperto di sigillante bloccavano l’ingresso e un buttafuori
più alto di lei di mezza testa e con spalle il doppio delle sue la fissò con occhi
roventi quando entrò, ma non accennò a fermarla. Lassù, la rotazione della
stazione sembrava più che altro una trazione laterale, tanto che l’acqua
cadeva inclinata quando la versavi. Il fatto che lì gli immobili fossero
economici non era però il solo motivo per cui quei corridoi erano pieni di
cinturiani. Lì l’effetto Coriolis cominciava a essere un po’ più che
subliminale, e quella non era una cosa a cui terrestri e marziani si fossero mai
veramente abituati. Vivere in rotazione era una fonte di orgoglio per i
cinturiani, ciò che contrassegnava chi erano e in che modo fossero diversi.
Una musica cupa riempiva il locale, il suo ritmo un costante assalto
sommesso. Il pavimento era appiccicoso, là dove non era coperto di gusci di
arachidi, e l’odore di sale e birra economica riempiva l’aria. Naomi si diresse
in fondo al locale e sedette nel punto più riparato dagli sguardi che riuscì a
trovare. Nel locale c’erano fra le quindici e le venti persone, sedute o in piedi,
e poteva sentire il loro sguardo su di sé. La mascella le scivolò leggermente
in avanti e la bocca assunse un’espressione contrariata che era in pari misura
disapprovazione e una maschera protettiva. La parete a cui era appoggiata
vibrava per le note profonde della musica.
Ordinò da bere usando il sistema elettronico del tavolo e pagò con un
gettone prepagato. Prima che il ragazzo dal volto sottile dietro il bancone
potesse portarle l’ordinazione, le porte di metallo che davano sul corridoio si
aprirono di nuovo ed entrò Wings. I suoi movimenti erano tesi e ansiosi, la
sua espressione cupa e irosa. Non l’aveva seguita fin lì, quello era il posto
dove era tornato dopo aver fallito nel suo incarico. Naomi si ritrasse di un
altro centimetro contro la parete.
Wings sedette al bancone, si alzò, si rimise a sedere. Una porta nascosta
nell’ombra sul retro del locale si aprì e ne emerse un uomo enorme. I muscoli
del collo e del torso erano tanto grandi e definiti che si sarebbero potuti usare
per una lezione di anatomia, i capelli grigio acciaio erano tagliati cortissimi e
le linee bianche di una cicatrice gli attraversavano l’orecchio sinistro come la
mappa del delta di un fiume. Un enorme tatuaggio con il cerchio spezzato
dell’APE gli decorava un lato del collo. Si diresse al banco, dove Wings era in
attesa, con le mani già protese in un gesto di scusa. Naomi non poté sentire
cosa diceva, ma il senso era chiaro: l’aveva vista, e l’aveva persa di vista. Gli
dispiaceva. Pregava di poter conservare le rotule al loro posto. Naomi si
concesse un accenno di sorriso.
L’uomo massiccio sorrise, annuì, poi disse qualcosa che parve dissipare
l’ansia di Wings quanto bastava per fargli accennare un sorriso. Il grosso
uomo si girò lentamente, scrutando con occhi socchiusi la penombra del
locale. Quando si posò su di lei, il suo sguardo si arrestò. Intanto, il ragazzo
dietro il bancone accennò a dirigersi al suo tavolo con un vassoio, ma il
grosso uomo gli posò una mano sul petto, spingendolo indietro. Naomi
sedette un po’ più eretta e fissò l’uomo negli occhi quando lui raggiunse il
tavolo. Erano chiarissimi, come li ricordava.
«Ciao, Knuckles» disse.
«Cyn» rispose Naomi, poi le braccia massicce di lui la sollevarono di peso e
lei ricambiò l’abbraccio. L’odore e il calore della sua pelle le davano
l’impressione di abbracciare un orso. «Dio, non sei cambiato minimamente,
vero?»
«Sono solo migliorato, uhkti. Più grosso e più brillante.»
La rimise a terra con un tonfo, un sorriso che gli tracciava sul volto linee
simili a onde in una piscina. Naomi gli batté un colpetto sulla spalla e il
sorriso di Cyn si fece più ampio. Al bancone, Wings aveva gli occhi sgranati.
Naomi gli rivolse un cenno della mano. L’uomo mandato per seguirla esitò,
poi rispose al saluto.
«Allora, cosa mi sono persa?» chiese Naomi, mentre Cyn la guidava oltre la
porta sul retro del locale.
«Solo tutto quanto, sa sa?» tuonò Cyn. «Cosa ti ha detto Marco?»
«Dannatamente poco.»
«Fa sempre così. Sempre.»
Oltre la porta, un corridoio si addentrava tortuoso nella pietra nuda
dell’asteroide. Lì il sigillante era grigio, vecchio, qua e là sfaldato, e il freddo
emanava dalla pietra. Tre uomini erano appoggiati alla parete con le armi in
mano. Il più anziano era Karal, e Naomi non conosceva i due più giovani. Nel
passargli accanto depose un bacio sulla guancia di Karal, mentre gli altri la
guardavano con un misto di diffidenza e meraviglia. Il corridoio nascosto
terminava davanti a una porta d’acciaio.
«Perché tanta segretezza?» chiese Naomi. «Sapete che ormai è l’APE a
governare su Ceres.»
«C’è APE e APE» rispose Cyn.
«E voi siete l’altra» osservò lei, usando il calore nella propria voce per
coprire il disagio che provava.
«Sempre» confermò Cyn.
La porta si aprì e Cyn si chinò per oltrepassare la soglia, rendendo
impossibile vedere oltre la sua mole. Naomi lo seguì.
«Siamo arrivati qui ma non ci siamo spinti oltre» continuò Cyn, da sopra la
spalla. «E sarà meglio che non ci fermiamo troppo a lungo. Secondo i piani,
saremmo dovuti tornare da Marco un mese fa.»
«Marco non è qui?»
«Qui ci siamo soltanto noi pivelli.» Il sorriso di Cyn traspariva dalle sue
parole.
La camera in cui entrarono era ampia e fredda. Un ventilatore portatile
smuoveva l’aria stantia e lasciava un odore di gomma, alcuni scaffali di
plastica preformata contenevano scorte di acqua e cibo e un sottile tavolo
laminato era circondato da cinque sgabelli; un vecchio ripetitore di rete era
appeso a un gancio mediante i suoi cavi. Una serie di letti a castello su
quattro livelli era addossata alla parete e c’erano dei corpi raggomitolati sotto
le coperte, ma se pure stavano dormendo Cyn non se ne preoccupò,
mantenendo la voce al suo volume normale.
«La questione è che faremo meglio a non essere qui dove chiunque ci può
raggiungere quando crollerà tutto, sa sa?»
«Quando crollerà cosa?» chiese Naomi.
Cyn sedette al tavolo, protese un lungo braccio e tirò giù da uno scaffale
una bottiglia priva di etichetta, rimuovendo il tappo con i denti.
«Accidenti, Knuckles,» commentò con una risata «quando hai detto che lui
non ti ha spiegato niente non hai esagerato, vero?»
Naomi sedette su uno degli sgabelli mentre Cyn versava il liquido ambrato
in un paio di bicchieri. I fumi odoravano di alcol, burro e zucchero bruciato, e
Naomi sentì la propria bocca reagire a quell’odore. Il sapore era come tornare
a casa.
«Non c’è niente come il brandy di Tia Margolis» dichiarò Cyn, con un
sorriso.
«Niente di niente» convenne Naomi. «Allora, adesso che sono qui, che ne
dici di mettermi al corrente?»
«Ecco» cominciò Cyn. «Si tratta di questi pinche portali dell’Anello. Tu lo
sai meglio di chiunque altro. Altri mille pianeti interni, e tutta una nuova serie
di ragioni per cui anche loro possono voler fottere i cinturiani, que si? E la
metà dei cinturiani che si mette a fare il leccaculo con il loro macellaio,
comportandosi in modo nobile, ufficiale e politico. Quindi noi... e con noi
intendo dire Marco, okay? Circa due o tre anni fa noi abbiamo deciso...»
«Non è una cosa di cui parliamo» intervenne in tono tagliente una voce
giovane. Cyn guardò verso la porta e Naomi lo imitò, oppressa da un senso di
timore. Il ragazzo appariva allo stesso tempo terribilmente vecchio e
terribilmente giovane. La sua pelle era più scura di quella di Marco, i suoi
capelli più ricci, ma gli occhi erano gli stessi, e anche la bocca. Qualcosa di
enorme – più vasto degli oceani – le si mosse nel petto. Emozioni che aveva
seppellito riaffiorarono in superficie e quell’onda di piena minacciò di
trascinarla via. Cercò di non darlo a vedere, ma dovette appoggiare di piatto
la mano sul tavolo per sorreggersi.
Lui avanzò nella stanza. La camicia beige appariva troppo grande per il suo
fisico, ma Naomi vide che era in quella fase fra la crescita da puledro
dell’adolescenza e il formarsi della muscolatura di un uomo adulto. Due delle
figure sulle cuccette si riscossero e si girarono, ma non ci furono altre
reazioni.
«Non ne parliamo finché non saremo rientrati sani e salvi. Neppure qui.
Non ne parliamo affatto. Sabez?»
«Mé capisco» disse Cyn. «Pensavo però che...»
«So cosa pensavi. Te lo passo, ma non ne parliamo.»
Per la prima volta il giovane incontrò il suo sguardo, nel quale si leggeva la
sua stessa lotta interiore. Naomi si chiese come doveva apparirgli, cosa c’era
nel suo cuore, adesso che il suo era pieno di gioia, senso di colpa e uno
spaventoso rimpianto. Quello era il momento che non si era concessa di
desiderare, e che sapeva sarebbe venuto fin da quando aveva ricevuto su
Tycho il messaggio di Marco. Non era pronta ad affrontarlo. Lui abbozzò un
rapido sorriso e la salutò con un cenno del capo.
«Filip» disse Naomi, con cautela, come se quella parola fosse stata fragile.
Quando lui rispose, lo fece con una voce che avrebbe potuto essere l’eco
della sua.
«Mamma.»
10
Amos

La stazione per i treni ad alta velocità di Philadelphia si trovava vicino al


centro di un’area commerciale, in una zona a medio reddito. Quelli che
avevano uno stipendio si aggiravano per le strade fra le file di negozi,
acquistando abiti di media qualità e piccoli oggetti di lusso disponibili
soltanto per quanti disponevano di contanti. Non molti contanti. I negozi
veramente di lusso si trovavano altrove, protetti da misure di sicurezza
studiate per tenere fuori gente come quella.
Anche sulla Terra c’erano persone che avevano soldi, e persone che erano
piene di soldi.
Ad Amos riusciva strano pensare che sul suo conto doveva avere
abbastanza da poter passare per un membro della seconda categoria. Lo
divertiva immaginare di aggirarsi per un lussuoso centro commerciale nei
suoi rozzi abiti di fattura cinturiana solo per far venire una sincope ai
commessi quando avesse pagato un paio di migliaia di dollari per qualcosa di
inutile. Magari un bello shaker per cocktail di platino, dato che un paio di
volte l’anno gli veniva voglia di bere un Martini.
Forse lo avrebbe fatto più tardi. Dopo.
Lasciò il centro commerciale e si diresse verso il distretto residenziale nel
quale la mappa sul suo terminale indicava trovarsi la vecchia casa di Lydia.
Nell’avvicinarsi alla piccola e stretta uscita simile a un tunnel, venne
accostato da un ragazzino di undici o dodici anni che indossava
un’economica tuta di carta, del genere che i chioschi per le necessità di base
dispensavano gratuitamente se si forniva la propria impronta del pollice. Il
ragazzino offriva un assortimento di servizi sessuali a prezzi stracciatissimi.
Amos lo afferrò per il mento e gli sollevò il volto, notando i lividi gialli e
sbiaditi lasciati da percosse non troppo recenti e il tipico arrossamento
intorno alle palpebre che indicava la dipendenza dalla polvere di fata.
«Chi è il tuo protettore?» gli chiese.
Il ragazzo si ritrasse di scatto dalla sua mano. «Non si tocca gratuitamente,
amico.»
«Non ti preoccupare. Non sono uno che si approfitta. Chi è il tuo
protettore? È qui in giro?»
«Non so cosa vuoi dire» ribatté il ragazzino, cominciando a guardarsi
intorno in cerca di una via di fuga.
«Già, okay. Sparisci.» Amos guardò il ragazzino correre via e sentì
qualcosa che gli premeva sullo stomaco come l’insorgere di un crampo. Non
poteva aiutare ogni ragazzo di strada in cui si imbatteva, ce n’erano troppi e
aveva altro da fare. Era una cosa frustrante. Forse il ragazzino avrebbe
rintracciato il suo protettore e gli avrebbe parlato del grosso tizio minaccioso
che gli aveva afferrato la faccia. Allora il protettore sarebbe venuto a cercarlo
per impartirgli una lezione che gli insegnasse a non mettere le mani sulla
mercanzia.
Quel pensiero gli dipinse un sorriso sulla faccia e fece dissolvere il nodo
che gli serrava lo stomaco.
La casa di Lydia era a trentasette isolati dalla stazione, in un quartiere a
basso reddito, ma non in un isolato di case governative. Qualcuno pagava per
quel posto, il che era interessante, dato che non pensava che Lydia potesse
aver ripulito la propria fedina abbastanza da qualificarsi per l’addestramento
al lavoro. Forse suo marito era un cittadino con delle capacità e un passato
pulito che gli aveva permesso di ottenere un lavoro onesto. Anche questo era
interessante. Che sorta di uomo che conduceva la vita di un cittadino onesto
avrebbe mai sposato un’attempata gangster come Lydia?
Continuò a camminare a passo tranquillo, sperando che il protettore venisse
a cercarlo e facesse la sua apparizione. Un’ora e mezza più tardi il terminale
lo informò che aveva raggiunto la sua destinazione. La casa non sembrava un
granché, una piccola abitazione su un solo piano che, vista dalla strada,
appariva esattamente identica a ogni altra piccola casa a un solo piano del
vicinato. Un minuscolo giardino riempiva lo spazio fra la casa e il
marciapiede e appariva curato in modo amorevole, anche se lui non riusciva a
ricordare che Lydia avesse mai posseduto una sola pianta.
Percorse lo stretto sentierino che attraversava il giardino fino alla porta
d’ingresso e suonò il campanello. Un momento più tardi un ometto anziano
con una frangia di capelli bianchi venne ad aprire. «Cosa desidera, figliolo?»
Amos sorrise, e qualcosa nella sua espressione indusse l’uomo a
indietreggiare di mezzo passo con nervosismo. «Salve, sono un vecchio
amico di Lydia Maalouf. Ho appena scoperto che è deceduta e volevo
porgere le mie condoglianze» disse, poi contorse il volto per un minuto nello
sforzo di trovare una versione del suo sorriso che non spaventasse gli ometti
anziani.
Dopo un momento il vecchio – Charles, così c’era scritto nel necrologio –
scrollò le spalle e gli fece cenno di entrare in casa. L’interno era riconoscibile
come uno spazio in cui Lydia aveva vissuto. Gli arredi lussuosi, i tessuti da
parete e le tende dai colori vivaci gli ricordavano l’appartamento che lei
aveva avuto a Baltimora. Parecchie fotografie erano sparse su tavoli e
scaffali, immagini della vita che lei aveva avuto dopo che se n’era andato.
Due cani su un campo erboso, che fissavano la macchina fotografica con la
lingua penzoloni. Charles, con più capelli in testa anche se pur sempre di un
bianco argenteo, che scavava in giardino. Lydia e Charles insieme in un
ristorante, sorridenti con le candele sul tavolo e un bicchiere di vino davanti.
Sembrava una bella vita, e Amos avvertì una strana sensazione allo stomaco
nel vedere quelle foto. Non sapeva bene cosa significasse, ma probabilmente
era una buona cosa.
«Ha un nome?» chiese Charles. «Vuole un po’ di tè? Lo stavo preparando
quando ha bussato.»
«Certo, mi andrebbe un po’ di tè» rispose Amos, ignorando la prima
domanda, e rimase nel salotto accogliente mentre Charles armeggiava in
cucina.
«Sono passati un paio di mesi dal funerale» disse intanto. «Era fuori dal
pozzo?»
«Sì, di recente ho lavorato nella Fascia. Mi dispiace che ci sia voluto tanto
tempo per tornare qui.»
Charles emerse dalla cucina e gli porse una tazza fumante. Dall’aroma, era
tè verde, senza zucchero.
«Sei Timothy, giusto?» domandò Charles, come se si stesse informando su
che tempo faceva. Amos sentì la mascella che gli si contraeva e l’adrenalina
che gli si riversava nel sangue.
«Non più da molto tempo ormai» replicò.
«Lei parlava di tua madre, a volte» affermò Charles. Pareva rilassato, come
se avesse saputo che qualsiasi cosa stesse per succedere era inevitabile.
«Mia madre?»
«Lydia si è presa cura di te dopo che tua madre è morta, giusto?»
«Sì, lo ha fatto.»
«Allora,» aggiunse Charles, dopo aver bevuto un altro sorso di tè «come
funziona la cosa?»
«Posso chiederti il permesso di prendere qualcuna di quelle rose per
portarle sulla sua tomba...»
«Oppure?»
«Oppure posso prendermele perché qui non vive più nessuno.»
«Non voglio guai.»
«Ho bisogno di sapere cosa è successo.»
Charles abbassò lo sguardo, trasse un profondo respiro e annuì. «Ha avuto
quello che chiamano un aneurisma aortico ascendente. Una notte è andata a
dormire e non si è più svegliata. Ho chiamato i paramedici, l’indomani
mattina, ma hanno detto che era morta da ore.»
Amos annuì. «Sei stato buono con lei, Charles?»
«Io l’amavo, ragazzo» ribatté il vecchio, con una sfumatura ferrea nella
voce. «Puoi fare quello che vuoi qui, non sono in grado di fermarti. Però non
ti permetto di mettere in dubbio questo. L’ho amata dal primo momento che
ci siamo incontrati all’ultimo bacio della buonanotte, e l’amo ancora.»
La voce del vecchio non aveva il minimo tremito, ma c’erano lacrime nei
suoi occhi e le mani gli tremavano.
«Posso sedermi?» chiese Amos.
«Accomodati. Se vuoi dell’altro tè dimmelo. La teiera è piena.»
«Grazie. Mi dispiace di averti strapazzato in quel modo, ma quando ho
saputo, ho temuto...»
«So chi era Lydia prima che ci incontrassimo» affermò Charles, sedendo su
un piccolo divano di fronte a lui. «Siamo sempre stati sinceri l’uno con
l’altra. Qui però nessuno ci ha mai dato problemi. Aveva soltanto un’arteria
che non funzionava bene e una notte ha ceduto mentre lei dormiva. Tutto
qui.»
Amos si massaggiò la testa per un momento, aspettando di vedere se
credeva davvero a quel vecchio. A quanto pareva, gli credeva.
«Grazie. Di nuovo, mi dispiace se sono stato aggressivo» disse Amos.
«Allora, posso prendere qualche rosa?»
«Certo» sospirò Charles. «Del resto, non è più il mio giardino. Prendi
quello che vuoi.»
«Ti trasferisci?»
«Ecco, il tizio che pagava il sussidio di Lydia ha smesso quando lei è morta.
Avevamo messo qualcosa da parte, ma non molto. Molto presto vivrò della
sussistenza di base, il che significa spostarmi nelle case governative.»
«Chi la finanziava?» domandò Amos, pur conoscendo già la risposta.
«Un ragazzo di nome Erich. Comanda un gruppo nella città dove viveva
Lydia. Suppongo sia qualcuno che conoscevi.»
«Sì, un tempo» confermò Amos. «Sa di te? E che Lydia si era sposata?»
«Certo. Si è tenuto in contatto, controllava come stavamo.»
«E ti ha tagliato i fondi dopo che lei è morta.»
Non era una domanda, quindi Charles non rispose e si limitò a sorseggiare
il tè.
«Allora,» concluse Amos, alzandosi «c’è una cosa che devo andare a fare.
Non cominciare ancora a trasferirti, mi accerterò che tu abbia il denaro per
mantenere questo posto.»
«Non sei obbligato a farlo.»
«In un certo senso sì.»
«Per lei» disse Charles.
«Per lei.»
La linea ad alta velocità per Baltimora impiegò meno tempo di quanto ce ne
fosse voluto per camminare fino alla stazione. La città in sé non era cambiata
per niente nei vent’anni in cui Amos era stato assente. Gli stessi gruppi di alti
palazzi commerciali e la stessa distesa di case per chi aveva il sostentamento
di base o un reddito minimo, che si espandeva fino a raggiungere gli isolati
ordinati delle case della classe media, in periferia. C’era lo stesso odore di
alghe marce che veniva dalla sommersa costa orientale, con i gusci vuoti e
marci di vecchi edifici che sporgevano dall’acqua torbida come le costole di
un mostro marino morto da tempo.
Anche se quella realizzazione lo turbava, dovette ammettere che aveva
l’aria di casa.
Prese un taxi elettrico automatizzato per andare dalla stazione al suo
vecchio quartiere. Anche al livello della strada la città appariva più o meno la
stessa. I lampioni erano stati sostituiti con altri più squadrati, alcune strade
non erano più solo pedonali ma a uso misto e le gang di delinquenti,
spacciatori e professionisti del sesso avevano ora facce diverse, ma
occupavano più o meno gli stessi angoli e le stesse porte dove avevano
lavorato i loro predecessori. Nuove erbacce crescevano in tutte le fessure
della città, ma erano pur sempre le stesse fessure.
Si fece lasciare dal taxi a un chiosco del caffè all’angolo che accettava le
schede per le razioni di sussistenza. Era lo stesso punto esatto in cui aveva
mangiato per l’ultima volta a Baltimora prima di andarsene. Il chiosco e il
marchio del franchising che lo gestiva erano diversi, ma l’assortimento di
panini e muffin sembrava lo stesso.
«Una tazza di caffè grande e un muffin di granturco» disse alla ragazza che
lavorava al chiosco. Quando il suo terminale le trasferì denaro effettivo
invece di crediti per le razioni di sussistenza lei rimase tanto sorpresa che per
poco non lasciò cadere l’ordinazione. Con i suoi nuovi yen di Ceres convertiti
tramite rete in dollari delle Nazioni Unite, calcolando ogni commissione di
trasferimento e di cambio valuta, finì per pagare il triplo per il suo spuntino.
Dal sapore, il muffin sembrava essere stato riciclato da vecchi muffin di
granturco mangiati in precedenza e il caffè sarebbe potuto passare per un
derivato del petrolio, ma si appoggiò a un muro accanto al chiosco e finì
entrambi, poi gettò quel che rimaneva nel riciclatore e ringraziò la ragazza.
Lei non rispose. Con il suo denaro che veniva dallo spazio e i suoi abiti da
straniero, la lasciò lì a fissarlo come se fosse stato una sorta di creatura aliena.
Cosa che in un certo senso supponeva essere ai suoi occhi.
Non aveva idea di dove cominciare a cercare Erich, ma non dovette
camminare a lungo prima che una ragazza adolescente con trecce perfette e
costosi pantaloni di cotone emergesse da una soglia in ombra.
«Ehi, hai un minuto?» le disse Amos.
«Per te, mongolo?»
«Non mi chiamo mongolo» replicò Amos, con un sorriso. Poteva vedere la
paura negli occhi di lei, ma era ben nascosta. Era abituata a sconosciuti
pericolosi, ma una parte di lei era pur sempre consapevole del pericolo.
«Dovresti, un bruto come te.»
«Tu sei di qui. Puoi darmi una mano.»
«Cerchi erba? Polvere? Ho un po’ di neuro, se ti fai di quello. Ti fa volare
fuori da questo buco di merda.»
«Non mi serve la tua roba per volare, uccellino. Devo solo farti una
domanda.»
Lei rise e gli mostrò il dito medio. Lui non era un cliente, quindi non era
niente, e si stava già voltando per scomparire oltre la soglia buia quando
Amos l’afferrò per un braccio con gentile fermezza. Adesso c’era una
scintilla di paura effettiva negli occhi della ragazza.
«Ti farò una domanda, uccellino, e tu risponderai. Poi ti lascerò volare via.»
«Fottiti, mongolo.» La ragazza gli sputò contro e cercò di liberare il braccio
dalla sua stretta.
«Smettila, ti farai soltanto del male. Quello che voglio sapere è chi vi
gestisce. Devo parlare con un tizio di nome Erich. Uno con un braccio
rovinato. Se il tuo gruppo non lavora per lui indicami qualcuna che lo fa,
sabe?»
«Sabe?» La ragazza smise di dibattersi. «Parla inglese, coglione.»
«Erich. Sto cercando Erich. Dammi l’indicazione che mi serve e me ne
andrò.»
«O forse ti farò un bel salasso» intervenne una voce nuova. Una grossa
figura emerse dalla stessa soglia che il suo uccellino aveva utilizzato, una
montagna umana con cicatrici intorno agli occhi e la mano destra nella tasca
della felpa voluminosa. «Lasciala andare.»
«Certo» rispose Amos, e lasciò libero il suo uccellino, che salì di corsa i
gradini fino alla porta. La montagna umana gli rivolse uno sgradevole sorriso,
scambiando per paura il fatto che lui avesse assentito alla richiesta.
«E adesso vattene.»
«No» ribatté Amos, sorridendo a sua volta. «Devo trovare Erich. Adesso è
un pezzo grosso, a quanto ho sentito. Gestisce lui il tuo gruppo? O magari
puoi indicarmi qualcuno che lavora per lui?»
«Ti ho detto...» Qualsiasi cosa la montagna umana intendesse dire si perse
in un gorgoglio quando Amos gli sferrò un pugno al collo. Mentre la
montagna cercava di ricordare come si faceva a respirare, Amos gli sollevò la
felpa e sfilò la pistola che lui aveva infilato nella cintura, poi gli sferrò un
calcio dietro la gamba per farlo cadere in ginocchio. Non gli puntò contro la
pistola, si limitò a impugnarla con indifferenza nella mano destra.
«Ora, le cose stanno così» disse quindi, a voce abbastanza bassa perché
potesse sentirlo soltanto la montagna umana. L’imbarazzo era la ragione
principale per cui la gente combatteva, quindi quanto più avesse ridotto
l’imbarazzo per la montagna umana, tanto meno era probabile che
continuasse a lottare. «Devo trovare Erich e tu puoi essermi amico in questo
o puoi non esserlo. Vuoi essere mio amico?»
La montagna umana annuì, perché non riusciva ancora a parlare.
«Visto, mi piace farmi nuovi amici.» Amos batté un colpetto sulla spalla
massiccia del furfante. «Puoi aiutare il tuo nuovo amico a trovare l’altro suo
amico, Erich?»
La montagna umana annuì di nuovo e riuscì a gracchiare: «Vieni con me.»
«Grazie!» esclamò Amos, e gli permise di alzarsi.
La montagna umana lanciò un’occhiata verso la soglia in ombra,
probabilmente per segnalare all’uccellino di chiamare qualcuno – Amos
sperò che si trattasse della gente di Erich – per dare un avvertimento. Andava
bene così. Voleva che Erich si sentisse sicuro, quando si sarebbero incontrati.
Se avesse avuto con sé un sacco di gente armata era più probabile che si
rilassasse e desse ascolto alla voce della ragione.
La montagna umana lo precedette attraverso il suo vecchio quartiere e verso
i moli e il fatiscente monolite del fallito progetto arcologico. Zoppicava un
poco, come se il ginocchio gli creasse problemi. Al loro passaggio, un paio di
tizi che indossavano quel genere di giacche voluminose che non riuscivano
del tutto a nascondere le armi pesanti infilate sotto di esse li salutarono con
un cenno e presero a seguirli.
«Abbiamo anche la scorta» commentò Amos, rivolto a uno di loro.
«Non fare niente di stupido.»
«Senza dubbio da un paio di decenni è un po’ tardi per questo, ma afferro il
punto.»
«La pistola» disse l’altra guardia, protendendo la mano. Senza una parola,
Amos vi lasciò cadere l’arma che aveva sottratto alla montagna umana.
Vista dall’esterno, la vecchia struttura arcologica stava andando in pezzi,
ma una volta dentro il suo aspetto cambiava in modo drammatico. Qualcuno
aveva sostituito il pavimento danneggiato dall’acqua con piastrelle nuove, le
pareti erano dipinte e pulite, le porte di legno marcio che si affacciavano sul
corridoio principale erano state sostituite con altre di materiale composito e
vetro che potevano tollerare l’aria umida. Nel complesso, sembrava un
palazzo di uffici di una ricca società.
Qualsiasi cosa stesse combinando, di certo Erich se la cavava molto bene.
Si fermarono davanti a un ascensore. «Lui è all’ultimo piano» disse la
montagna umana. «Ora io me ne vado, okay?» La sua voce era ancora rauca
ma aveva un suono molto migliore.
«Grazie molte per l’aiuto» replicò Amos, senza sarcasmo. «Prenditi cura
del collo. Mettici su un po’ di ghiaccio, quando torni indietro, e cerca di non
parlare molto. Se fra tre giorni ti darà ancora fastidio, usa uno spray agli
steroidi.»
«Grazie» gracchiò la montagna umana, e se ne andò.
L’ascensore si aprì con un trillo di campanello e una delle due guardie
rimaste ne indicò l’interno. «Dopo di te.»
«Gracias» replicò Amos, e si appoggiò alla parete di fondo della cabina. Le
guardie lo seguirono e una di esse inserì una scheda di metallo nei comandi
dell’ascensore prima di premere il pulsante più alto.
Mentre salivano, Amos passò il tempo studiando come avrebbe potuto
togliere l’arma alla guardia più vicina e uccidere l’altra. Aveva già in mente
una strategia che poteva funzionare piuttosto bene quando l’ascensore trillò
di nuovo e le porte si aprirono.
«Da questa parte» disse una delle guardie, e indicò lungo un corridoio.
«Il livello del club» commentò Amos. «Elegante.»
L’ultimo piano era stato ristrutturato con arredi eleganti e una moquette di
velluto marrone. In fondo al corridoio le guardie aprirono una porta che
aveva l’aspetto del legno ma pareva abbastanza pesante da avere l’anima
d’acciaio. Sempre elegante, ma non a scapito della sicurezza.
Dopo il lusso del corridoio, l’ufficio aveva un aspetto quasi spartano.
Conteneva una scrivania di metallo dominata da schermi per una serie di
consolle e terminali di rete, uno schermo a parete che offriva una vista
dell’oceano e fingeva di essere una finestra, e una grossa palla di gomma al
posto della poltrona da scrivania.
Erich si era sempre fatto irrequieto nel restare seduto troppo a lungo.
«Timmy» disse, alzandosi dietro la scrivania come se fosse stata una
barricata. Le due guardie si piazzarono ai lati della porta.
«Adesso la gente mi chiama Amos.»
Erich scoppiò a ridere. «Suppongo di averlo saputo, giusto?»
«Suppongo di sì.» Erich aveva un buon aspetto, sano come non lo era stato
da ragazzo. Aveva perfino la cintura del benessere tipica di un uomo di
mezza età all’altezza del ventre. Però il braccio sinistro era sempre piccolo e
avvizzito, e dal modo in cui stava in piedi pareva che camminasse ancora
zoppicando. Adesso però, circondato com’era dal suo successo e dall’aspetto
ben nutrito, quelli apparivano come i trofei di una vita passata e non handicap
che si trascinava dietro in quella attuale.
«Dunque,» continuò «mi stavo chiedendo cosa ci facessi in città.»
«Ha pestato Troy» disse una delle guardie. «E Lacy sostiene che ha
malmenato un po’ anche lei.»
«Ha ucciso qualcuno?» domandò Erich. Quando nessuna delle due guardie
rispose, aggiunse: «Allora si sta ancora comportando in modo cortese.»
«Esatto» confermò Amos, con un amichevole cenno del capo. «Non sono
qui per fare casino, ma solo per fare due chiacchiere.»
«E allora chiacchieriamo» ribatté Erich, rimettendosi a sedere sulla palla di
gomma che faceva da poltrona.
11
Alex

Tre giorni dopo aver visto Talissa – per quella che adesso era costretto a
considerare l’ultima volta – ed essere poi andato a cena con Bobbie Draper,
Alex si rese conto che era tempo di tornare a casa. Era stato a cena con i
parenti e con un paio di vecchi amici, aveva visto in che modo la sua
cittadina di un tempo era cambiata e sotto quali aspetti era ancora la stessa, ed
era giunto ancora una volta alla conclusione che un vaso rotto non si può
aggiustare. Era quanto più vicino riusciva ad arrivare al farsi andare bene le
cose.
Prima di partire, però, c’era un’ultima persona che avrebbe dovuto
deludere.
La metropolitana express per Londres Nova ronzava fra sé, con gli annunci
pubblicitari sopra i sedili che promettevano di rendere migliore la vita dei
viaggiatori in cento modi diversi: certificazioni tecniche, biancheria
migliorata, sbiancante per i denti. Il software di riconoscimento facciale
pareva non sapere come identificarlo. Nessuno di quegli annunci si rivolgeva
a lui. La cosa che si avvicinava di più era un magro avvocato che indossava
un completo verde oliva e prometteva di aiutare la gente a trovare un
passaggio per i nuovi sistemi al di là dell’Anello. Cominciate una nuova vita
nelle colonie nello spazio aperto! Noi vi possiamo aiutare!
Di fronte a lui un ragazzo di circa diciassette anni sedeva in silenzio con lo
sguardo perso nel vuoto, gli occhi socchiusi in un’espressione a metà fra la
noia e il sonno. Quando aveva avuto più o meno la sua età, Alex era stato
impegnato a decidere se voleva entrare nella marina o iscriversi all’università
superiore. A quel tempo frequentava Kerry Trautwine, anche se Mr
Trautwine era un fanatico religioso che lo detestava perché non apparteneva
alla setta giusta. Passava le nottate a giocare a battaglie simulate con Amal
Shah e Korol Nadkarni.
Quel ragazzo di fronte a lui viaggiava negli stessi corridoi, mangiava in
alcuni degli stessi ristoranti e probabilmente pensava al sesso più o meno
negli stessi termini, ma viveva anche in un universo differente. Alex cercò di
immaginare come sarebbe stato poter includere la possibilità di raggiungere
pianeti alieni alle alternative che aveva avuto a diciassette anni. Si sarebbe
ancora arruolato in marina? Avrebbe incontrato Talissa?
Una voce meccanica e gentile annunciò che erano arrivati al terminal di
Aterpol. Il ragazzo aprì gli occhi, riscosso dalla sonnolenza, e scoccò ad Alex
un’occhiata diffidente. La decelerazione che spinse Alex contro il sedile gli
diede quasi la sensazione di una frenata a orientamento lungo. Quasi, ma non
del tutto.
Aterpol era il centro di Londres Nova, la sola stazione con collegamenti per
tutti i quartieri che componevano la città. I soffitti a volta si curvavano sopra
le aree comuni, le porte di accesso lungo le pareti avevano una sigillatura
doppia per impedire che l’aria sfuggisse nel vuoto delle gallerie, e il terminal
stesso dava su un ampio parco pubblico con veri alberi che crescevano dal
terriccio sotto la luce di un crepuscolo artificiale. Alcune panchine di un
materiale che imitava l’aspetto del legno e del ferro erano sparpagliate lungo i
sentieri tortuosi e una polla pervadeva l’aria di un odore di alghe e di umidità.
Il rassicurante mormorio dei riciclatori d’aria, simile a una brezza, faceva da
sottofondo a tutto il resto come un’eterna preghiera. Parecchie finestre erano
disposte lungo le pareti, alcune illuminate, altre no; le stanze che si
affacciavano sul parco lungo il tragitto di Alex erano uffici e appartamenti,
ristoranti e stanze di manutenzione.
Alex attraversò il parco fino ai cancelli opposti, dove le linee locali della
metropolitana raggiungevano gli altri quartieri. Innis Shallow, dove viveva
Bobbie, non aveva la migliore delle reputazioni. Tuttavia, il peggio che Marte
aveva da offrire non era pericoloso quanto un settore malfamato della
Stazione di Ceres, e comunque chiunque avesse cercato di aggredire Bobbie
doveva avere istinti suicidi o essere spalleggiato da un esercito.
Tre giorni prima stava percorrendo quello stesso sentiero, sentendosi ancora
ferito per il disastroso incontro con Tali mentre seguiva sul suo terminale
palmare le indicazioni per raggiungere l’appartamento di Bobbie. Non aveva
più visto l’ex marine da quella notte sulla Luna, quando l’Anello si era
distaccato dalle rovine di Venere ed era volato verso il limite estremo del
sistema solare, e guardava con anticipazione a qualsiasi cosa potesse distrarlo
da come la sua giornata era andata fino a quel momento.
Bobbie viveva in un corridoio laterale molto gradevole, con una sua striscia
di vegetazione al centro e luci che erano state modellate in modo da sembrare
lampioni di ferro battuto, come qualcuno aveva immaginato dovessero essere
stati nella Londra del XIX secolo. Dovette aspettare davanti alla sua porta
solo per pochi secondi prima che lei venisse ad aprire.
Bobbie Draper era una donna a dir poco imponente, e anche se anni di vita
da civile avevano in parte ridotto la definizione della sua muscolatura,
emanava comunque competenza e forza nello stesso modo in cui un fuoco
irradiava calore. Ogni volta che la vedeva gli tornava in mente un’antica
storia su come i nativi samoani, armati solo di sassi e lance, avevano
ricacciato in mare i conquistadores spagnoli muniti di armi da fuoco. Bobbie
era una donna che faceva apparire plausibile quell’assurdità.
«Alex! Entra. Mi dispiace, la casa è un disastro.»
«Non può essere peggio della mia cabina alla fine di un tragitto lungo.»
La stanza principale era più ampia del ponte operativo della Roci, realizzata
nei toni della terracotta e del grigio, che non avrebbero dovuto armonizzare
ma lo facevano. Il tavolo da pranzo non poteva ospitare più di quattro
persone e intorno a esso c’erano soltanto due sedie. Oltre un’arcata di fronte
alla porta d’ingresso, un monitor a parete era regolato in modo da mostrare
chiazze di colore che mutavano in continuazione, come ninfee di Monet, ma
animate. Laddove nella maggior parte degli appartamenti ci sarebbe stato un
divano dominava una macchina per l’allenamento contro resistenza, con
accanto una rastrelliera carica di pesi cromati. In un angolo c’era una scala a
chiocciola di bambù, con i gradini laminati che brillavano sotto la luce.
«Una bella sistemazione.»
Bobbie si guardò intorno nell’appartamento con aria quasi di scusa. «È più
di quanto mi serva, molto di più, ma ho pensato che avrei apprezzato di avere
spazio per esercitarmi.»
«Lo hai pensato?»
Bobbie scrollò le spalle. «È più di quanto mi serva.»
Indossò una giacca di pelle marrone che aveva un’aria professionale e
minimizzava l’ampiezza delle sue spalle, poi lo portò in un ristorantino dove
ordinarono una trota in salsa nera fra le migliori che avesse mai assaggiato.
La birra era distillata in loco e servita fredda. Nel corso delle successive due
ore il bruciore lasciato dalla voce di Talissa e il sentimento di disgusto verso
sé stesso si attenuarono anche se non svanirono del tutto. Bobbie gli raccontò
alcune storie connesse al suo lavoro al servizio di assistenza ai veterani. C’era
stata una donna che era venuta a richiedere aiuto psichiatrico per suo figlio,
che non smetteva più di giocare ai videogame da quando aveva finito la
ferma. E quella volta in cui un uomo aveva sostenuto che l’avere un
giocattolo sessuale incastrato nel colon era un danno che si era verificato in
servizio. Quando Bobbie rideva, Alex si trovò a ridere con lei.
Lentamente, cominciò anche lui a raccontare qualcosa. Com’era stato
trovarsi sul lato opposto dell’Anello, guardare Ilus, o Nuova Terra, o come
avrebbero finito per chiamarlo, subire la sua parossistica devastazione.
Com’era stato tornare indietro portando a bordo un prigioniero – il che lo
portò a raccontare della prima volta in cui avevano avuto un prigioniero in
custodia, Clarissa Mao, figlia di Jules-Pierre e sorella del paziente zero
aggredito dalla protomolecola – e a come stessero adesso Holden, Amos e
Naomi.
Ed era stato a quel punto che era insorto il dolore. La nostalgia per il suo
equipaggio e la loro nave. Apprezzava lo spirito arguto di Bobbie e la sua
compagnia disinvolta e diretta, ma quello che voleva davvero – in quel
momento e poi nei giorni che sarebbero seguiti – era tornare sulla Rocinante.
Per questo, la conclusione della conversazione risultò per lui estremamente
imbarazzante.
«Dimmi, Alex» chiese Bobbie, e il suo sforzo di dare alle sue parole lo
stesso tono cordiale e disinvolto che aveva avuto fino ad allora le etichettò
subito come qualcosa di diverso. «Sei ancora in contatto con qualcuno, ai
cantieri navali?»
«Certo, conosco alcuni tizi che prestano ancora servizio su Hecate.»
«Mi stavo chiedendo se potevi farmi un piccolo favore.»
«Certo, naturalmente» rispose Alex. E un secondo più tardi aggiunse: «Di
cosa si tratta?»
«Mi sto dedicando a una sorta di hobby» spiegò lei, con aria un po’ sofferta.
«Non... non è ufficiale.»
«È per Avasarala?»
«In un certo senso. L’ultima volta che è venuta qui abbiamo cenato insieme,
e alcune cose che mi ha detto mi hanno indotta a riflettere. Con i nuovi mondi
che si stanno aprendo là fuori, sono in corso un sacco di cambiamenti,
alterazioni nelle strategie, cose del genere. E una delle grandi risorse di Marte
– una delle cose per cui ci sarà un mercato – è la marina.»
«Non capisco» commentò Alex, appoggiandosi allo schienale della sedia.
«Parli di lavoro mercenario?»
«Parlo di cose che spariscono. Mercato nero. Negli ultimi anni siamo
passati attraverso un paio di grosse guerre, un sacco di navi sono state
demolite, e nel caso di alcune pare che ne abbiamo semplicemente perso le
tracce. Adesso le risorse della marina sono sfruttate al massimo, e non so
quanto si stiano impegnando al momento per rintracciare quelle navi. Sai che
c’è stato un attacco contro i cantieri navali su Callisto?»
«Sì, ho visto qualcosa sui notiziari.»
«Ecco, quello è un esempio, giusto? C’è un grosso incidente, e la prima
reazione è solo di identificare i responsabili e ricostruire le difese.»
«Certo, è la cosa da fare, giusto?» osservò Alex.
«Di conseguenza, controllare con esattezza cosa sia andato perduto durante
l’attacco è sulla lista delle cose da fare di qualcuno, ma non è una priorità, e
con tutti i casini che stanno succedendo potrebbe non diventarlo mai. Lo
sanno più o meno tutti, anche se non lo dicono.»
Alex bevve, posò la bottiglia e si asciugò la bocca con il dorso della mano.
«Quindi se alla base c’è uno speculatore, potrebbe cogliere l’opportunità per
involare parte delle apparecchiature che sono sopravvissute, venderle al
mercato nero e poi dichiarare che sono andate distrutte.»
«Esatto. In certa misura, questo è sempre successo, ma con questa
situazione caotica che diventa sempre più strana è un problema.»
«E con Marte che sta perdendo un sacco di abitanti che partono sulle navi
coloniali.»
«Sì, anche questo» convenne Bobbie, mentre l’espressione le si induriva.
Alex si protese in avanti sulla sedia, i gomiti sul tavolo. L’odore della trota in
salsa nera aleggiava ancora nell’aria, anche se i piatti erano stati portati via.
Sullo schermo nella parte anteriore del ristorante una giovane donna i cui
abiti prendevano in giro l’abbigliamento manageriale danzava al ritmo di una
canzone pop computerizzata; Alex non riuscì a capire in quale lingua fosse,
perché a una certa velocità ogni lingua suonava altrettanto priva di
significato.
«Vorresti dirmi che stai indagando sulle fonti delle attrezzature militari
vendute al mercato nero fuori da Marte?»
«Armi,» specificò Bobbie «scorte di medicinali, munizioni, tute a energia.
Perfino navi.»
«E stai facendo tutto da sola, per divertimento, a causa di qualcosa che ti ha
detto Chrisjen Avasarala.»
«In un certo senso lavoro per lei.»
Alex scoppiò a ridere. «Ho quasi paura a fartelo notare, ma sei partita
dicendo che avevi bisogno di un favore e non mi hai ancora detto di cosa si
tratti.»
«Un sacco di gente, a Hecate, si rifiuta di parlare con me. Io sono un
marine, loro appartengono alla marina, questioni di corpo di appartenenza. Tu
però li conosci, in un certo senso sei uno di loro in un modo in cui io non
potrò mai essere, non in questa vita. Mi chiedevo se potevi farmi il favore di
indagare un poco.»
Sul momento, Alex annuì, ma si limitò a rispondere: «Ci devo pensare su.»
E adesso, siccome si trattava di Bobbie, e siccome aveva bisogno che nella
sua vita ci fosse almeno una cosa che poteva considerare definitivamente
chiusa, l’avrebbe vista un’ultima volta per dirle che la risposta era un no.
Aveva una nave a cui doveva tornare. Se c’era qualcosa che avrebbe potuto
fare da là, sarebbe stato lieto di darle una mano, ma al momento la sua
assoluta priorità era quella di lasciare Marte per non tornarci mai più.
Arrivò alla fine del corridoio. I lampioni di ferro erano accesi e creavano
l’illusione di una strada della Terra di alcuni secoli prima. Era l’eco di un
luogo in cui né lui né Bobbie erano mai stati, e tuttavia risultava comunque
piacevole e confortante. Camminò lentamente, ascoltando il borbottio quasi
silenzioso dei riciclatori, come se appena dietro quel suono si fosse potuto
cogliere il mormorio delle acque del Tamigi.
Da qualche parte nelle vicinanze un uomo lanciò un grido, subito interrotto.
Dopotutto, quella era Innis Shallow. Alex accelerò leggermente il passo.
Arrivato davanti alla porta di Bobbie, si fermò un momento.
Era chiusa, ma non del tutto. Una chiazza nera, perfettamente rotonda, che
ammaccava l’interno del pannello, mostrava dove il catenaccio si era
congiunto allo stipite, e una sottile lama di luce lungo il bordo del battente
indicava dove lo stipite stesso si era piegato, infrangendo la ceramica. La
voce maschile tornò a risuonare, un basso borbottio che saliva di tono fino a
interrompersi in modo secco e deciso. Proveniva dall’interno
dell’appartamento di Bobbie.
Con il cuore che triplicava il ritmo dei battiti, Alex tirò fuori il proprio
terminale e con mosse rapide e silenziose attivò il collegamento con i servizi
di emergenza del sistema locale. Inserì una richiesta di soccorso e una
conferma, ma non compilò tutti i dettagli richiesti dallo schermo perché non
ce n’era il tempo. Fermo davanti alla porta, con i pugni serrati, desiderò con
tutte le sue forze che anche Amos fosse lì.
Poi spinse la porta e si lanciò nell’appartamento.
Bobbie era al tavolo, seduta su una delle sedie, con le braccia dietro la
schiena e le gambe stese davanti a sé perché erano troppo lunghe per quella
sedia. Aveva del sangue sulla bocca e su un lato del collo, e un uomo in tuta
grigia le puntava una pistola alla nuca.
Altri due uomini, che indossavano le stesse tute grigie, si girarono verso
Alex. Entrambi impugnavano pistole automatiche. Un quarto uomo, che
sfoggiava invece un completo casual grigio cenere e una camicia di un blu
acceso, si volse verso l’intruso con un’espressione che era un misto di
sorpresa e irritazione. Quando vide Alex gli occhi gli si dilatarono.
«Merda!» esclamò, ma quella singola parola quasi si perse nel fracasso di
legno che si frantumava. Troppo rapida perché Alex potesse seguirne i
movimenti, Bobbie ridusse in schegge la sedia a cui era legata e afferrò per il
polso l’uomo che aveva alle spalle, che urlò quando dal suo braccio scaturì
uno strano suono umido.
Uno degli uomini armati sparò alla cieca, e il fragore aggredì le orecchie di
Alex mentre si scagliava in avanti gridando e si lanciava contro l’uomo con il
completo. Barcollarono insieme all’indietro, poi il ginocchio dell’uomo si
piantò nell’inguine di Alex e il mondo per lui si dissolse in un velo di dolore
accecante. Scivolò in ginocchio, cercando di mantenere la presa sulla giacca
dell’avversario, mentre le pistole continuavano a fare fuoco e il puzzo di
polvere da sparo riempiva l’aria.
L’uomo con il completo allungò la mano verso una fondina da ascella, e
Alex gli afferrò il braccio: il polso di quell’uomo pareva fatto di cemento, e la
mano stringeva una pistola. Qualcuno gridò, e il ruggito degli spari si
trasformò nel ruggito di qualcos’altro, più profondo e animalesco. Alex si
trascinò in avanti, il dolore ai testicoli che scendeva a un livello meramente
lancinante, e morse quel polso compatto, affondando i denti nella seta grezza
della manica e continuando a stringere fino a far combaciare gli incisivi.
L’uomo con il vestito non urlò neppure. Si limitò a calargli con forza l’altra
mano sulla tempia.
Tutto si fece un po’ più silenzioso, un po’ più distante. Alex sentì scivolare
la propria presa sul braccio dell’uomo, si sentì cadere all’indietro e atterrare
con violenza sulla schiena. Il dolore c’era ancora, ma era come attutito.
L’uomo con il vestito sollevò la pistola, puntandola verso di lui: l’apertura
della canna pareva grande quanto una caverna.
Oh, pensò Alex, è così che morirò.
Poi la testa dell’uomo sobbalzò in avanti come per un secco cenno di
assenso e lui si accasciò. Adesso c’era Bobbie in piedi davanti a lui, con un
manubrio per sollevamento pesi da sei chili stretto in una mano. La cromatura
era sporca di sangue e di qualcosa che sembrava una ciocca di capelli.
Nessuno sparava più.
«Ehi» disse Alex.
«Stai bene?» chiese Bobbie, sedendosi accanto a lui. Uno degli uomini la
oltrepassò barcollando, un braccio stretto contro il petto, e si lanciò fuori
dalla porta. Lei non accennò a inseguirlo.
«Sono un po’ dolorante» rispose Alex, poi rotolò su un fianco, assalito dai
conati di vomito.
«È tutto a posto» garantì Bobbie. «Sei stato davvero bravo.»
«È passato molto tempo da quando ho praticato il combattimento corpo a
corpo. Probabilmente avrei potuto fare di meglio con un po’ di allenamento.»
«Già, comunque erano in quattro, armati, e noi eravamo in due e disarmati.
Tutto considerato, ce la siamo cavata bene.»
Esalò un lungo respiro, la testa che cominciava ad accasciarsi. Alex cercò di
sollevarsi a sedere.
«Tu stai bene?»
«Mi hanno sparato un paio di volte» rispose lei. «Brucia.»
«Merda. Sei ferita?»
«Sì. Fra un momento andrò a quella consolle per chiamare i servizi di
emergenza, prima che la perdita di sangue mi intontisca.»
«L’ho già fatto io prima di entrare» replicò Alex.
«Una buona pianificazione.»
«Non sono sicuro che la pianificazione c’entri molto» rispose Alex. Poi:
«Bobbie? Resta con me.»
«Sono qui» rispose lei, con voce assonnata. «Sto bene.»
In lontananza, Alex sentì il lamento in tre tonalità delle sirene che cresceva
di volume, avvicinandosi un respiro dopo l’altro. Per un momento, pensò che
fossero loro a far tremare il pavimento, poi si rese conto che era solo il suo
corpo a tremare. In un angolo della stanza, uno degli aggressori giaceva
accasciato contro la parete, il collo piegato con una strana angolazione e il
sangue che gli si seccava sul petto. Però non stava più sanguinando, il che
significava che non era morto. L’uomo con il completo grigio alternava
accessi di tosse a conati di vomito, soffocando. Le sirene si fecero più forti, e
adesso si udivano anche delle voci – una donna che si identificava come un
poliziotto e avvertiva che stavano per entrare.
«Ero venuto per dirti che resterò. Ti aiuterò» disse Alex.
«Grazie.»
«Questa aggressione è legata alla faccenda del mercato nero, vero?» chiese
Alex. «Suppongo che tu abbia fatto le domande giuste.»
Bobbie riuscì a sorridere. Adesso, c’era un sacco di sangue sulla sua
camicia.
«Non lo so» rispose. «Mi hanno fatto solo domande su di te.»
12
Amos

«Ti va un po’ di coca?» chiese Erich. «Non è sintetica, è roba vera che
viene da una pianta.»
«No, ma accetterò un drink, se ce n’è uno a tiro» replicò Amos. I
convenevoli erano soltanto un rituale, ma i rituali erano importanti.
Nell’esperienza di Amos, quanto più due persone erano pericolose, tanto più
tendevano a essere accuratamente cortesi nelle loro interazioni sociali. Quelli
che alzavano la voce e facevano gli spacconi per cercare di intimidire
l’avversario per farlo battere in ritirata, volevano evitare il combattimento.
Quelli silenziosi stavano studiando come fare a vincere.
«Tatu, porta l’El Charros» ordinò Erich, e una delle guardie sgusciò fuori
dalla porta. Rivolto ad Amos, aggiunse quindi: «Di recente ho sviluppato una
passione per la tequila.»
«Io no» rispose Amos. «La Terra è ancora il solo posto dove si possa
trovare una buona tequila. La roba che hanno nella Fascia è imbevibile.»
«Suppongo che lassù non crescano molte agavi blu.»
Amos scrollò le spalle e attese. Tatu tornò con una bottiglia alta e stretta e
due bicchierini altrettanto stretti. Erich li riempì entrambi e ne sollevò uno in
un brindisi.
«Ai vecchi amici.»
«Ai vecchi amici» ripeté Amos, bevendo il liquore in un sorso.
«Un altro?» chiese Erich, indicando la bottiglia.
«Certo.»
«Hai visto molto del quartiere?»
«Solo quello che c’è fra qui e la stazione.»
«Non è cambiato molto» affermò Erich, poi fece una pausa mentre entrambi
bevevano e tornò a riempire i bicchieri. «Le facce cambiano, ma gli angoli
sono sempre gli stessi.»
«Buffo, nel venire qui stavo pensando proprio la stessa cosa. Per te, però, le
cose sono cambiate.»
«Non quelle importanti» ribatté Erich, con un sorriso, e agitò il braccio
corto e avvizzito.
Amos indicò la stanza, l’edificio ristrutturato, le guardie. «Quando ti ho
lasciato eri in fuga per salvarti la vita, quindi almeno una cosa è diversa.»
«Voi ragazzi potete andare» disse Erich a Tatu e al suo compagno. I due
scivolarono fuori in silenzio e si chiusero la porta alle spalle. Quello pareva
un buon segno. Erich doveva essere sicuro che Amos non fosse lì per
ucciderlo, oppure aveva un modo per proteggersi che non richiedeva la
presenza di altre persone. Non poteva essere una pistola sotto la scrivania, era
un metodo troppo diretto per Erich. Con indifferenza, Amos cominciò a
cercare cavi o sporgenze sospette sulla sua sedia o sul pavimento sotto di
essa.
Erich versò altri due bicchierini di tequila. «Ho imparato una cosa
importante da te, quando te ne sei andato» disse poi.
«Di cosa si tratta?»
«Non sarò mai l’individuo più duro che ci sia in una stanza, a meno di
essere da solo» rispose Erich, agitando di nuovo il braccio menomato. «Di
solito, però, sono il più furbo. L’esecuzione di un piano può essere affidata a
dei sottoposti, ma creare il piano non è così semplice.»
«Verissimo» convenne Amos. «È per questo che non sarò mai il capitano di
una nave.»
Quelle parole destarono una reazione in Erich. Non cambiò espressione o
sussultò, ma Amos si accorse che aveva assimilato e archiviato quel
commento come importante.
«Tu però sei sempre utile» ribatté poi. «Lo sei sempre stato. Adesso fai
parte di un equipaggio?»
«Non mi hai visto sui notiziari?»
«Sì. Hai un aspetto diverso. Ti sei rasato la testa e rotto il naso un po’ di
volte, ma io non dimentico mai un nome.»
«Ecco, non questo, comunque» commentò Amos, e buttò giù la tequila in
un brindisi a Erich. «A proposito, gracias per questo.»
«Quindi sei ancora con quell’equipaggio?»
«Sì. Perché?»
«Perché sei seduto qui nel mio ufficio a bere la mia tequila. Ci sto ancora
ruminando sopra nella mia testa. Un uomo utile come te può sempre trovare
lavoro, e se è quello che vuoi, io te lo posso dare. Se però non sei in cerca di
lavoro, cosa stai cercando?»
Amos afferrò la bottiglia e si versò un altro drink. Erich si stava sforzando
intensamente per non apparire nervoso, e doveva aver fatto molta pratica,
perché quasi riusciva nell’intento. Il tempo poteva cambiare un sacco di cose,
e da un piccolo hacker nervoso con una taglia sulla testa, Erich si era
trasformato in un boss che possedeva una proprietà di rispettabili dimensioni
nell’area portuale di Baltimora. Alcune cose però non cambiano, alcuni
segnali non scompaiono mai. Mentre Erich sedeva del tutto immobile,
guardandolo negli occhi senza battere ciglio, la mano minuscola del braccio
deforme si apriva e si chiudeva come quella di un bambino che cercasse di
afferrare un giocattolo fuori della sua portata.
«Sono stato a casa di Lydia» affermò Amos, sorseggiando lentamente la
tequila.
«Non è più la casa di Lydia, perché lei è morta» ribatté Erich. «È per questo
che sei qui? Dopo che te ne sei andato, l’ho trattata come avresti fatto tu.»
«Davvero?» chiese Amos, inarcando le sopracciglia.
«Ecco,» ammise Erich, distogliendo lo sguardo con un certo imbarazzo
«non proprio come avresti fatto tu.»
«Grazie anche per questo» disse Amos.
«Non mi hai ucciso quella volta, quando avevi ogni ragione per farlo, e
dopo ti è stato impossibile rimanere qui» affermò Erich, protendendosi in
avanti. La sua mano sinistra aveva smesso di contrarsi. «Lasciarla è stato
parte del favore che mi hai fatto, e non l’ho mai dimenticato. All’inizio, lei
mi ha aiutato, mi ha dato una mano a costruire quello che ho adesso, mi ha
insegnato a usare il cervello per sconfiggere i muscoli. Non le è mai mancato
niente che era in mio potere darle.»
«E io lo apprezzo» ripeté Amos. Erich socchiuse gli occhi e tirò fuori la
mano da sotto la scrivania, impugnando un’automatica a canna corta. Amos
scoprì di sentirsi sorpreso e anche un po’ orgoglioso del suo amico. Erich
appoggiò la mano sulla scrivania, la pistola puntata lontano da Amos, più un
avvertimento che una minaccia.
«Se hai qualche rancore e sei venuto qui per saldare i conti,» ammonì «bada
che non saresti il primo a lasciare questa stanza in una sacca per cadaveri.»
Amos sollevò un poco le mani, in un finto gesto di resa. «Non sono neppure
armato, capo. Sono venuto qui per parlare.»
«Allora parla.»
«Quello che hai fatto per Lydia è stato davvero bello» affermò Amos,
riabbassando lentamente le mani ma tenendo d’occhio la pistola. «Però ti
sbagli. Lei non è morta del tutto. Qualcosa di lei è rimasto.»
Erich inclinò la testa da un lato, accigliandosi. «Credo che questa me la
dovrai spiegare nei dettagli.»
«C’è un vecchio che l’amava e viveva con lei e le ha dato il bacio della
buonanotte prima che morisse. E c’è una casa con un piccolo giardino di rose
a cui lavoravano insieme. Forse ci sono anche dei cani. Ho visto una
fotografia, ma non so se sono ancora vivi.»
«Continuo a non capire» disse Erich.
Amos si sfregò il pollice contro le nocche, cercando di trovare le parole
giuste. Quello era un pensiero che non aveva mai espresso ad alta voce, e se
avesse fatto un casino ed Erich avesse frainteso, c’era la possibilità che
finissero per cercare di uccidersi a vicenda. Quindi, valeva la pena di
riflettere un poco.
«Le cose stanno così. Quel vecchio si tiene la casa fino alla morte. Lui è la
sola cosa che Lydia si sia lasciata alle spalle, l’ultimo pezzetto di lei. Si tiene
la casa.»
Erich appoggiò di piatto la pistola sulla scrivania e si versò un altro
bicchiere, poi si appoggiò allo schienale tenendo il bicchiere nella destra.
Non poteva prendere la pistola senza lasciar cadere il bicchiere, e non
avrebbe potuto farlo abbastanza in fretta da evitare che Amos lo raggiungesse
per primo. Era un segnale, e Amos sentì la tensione che gli abbandonava il
collo e le spalle.
«Sei più sentimentale di quanto avrei immaginato» commentò Erich.
«Non sono molte le cose riguardo alle quali sono sentimentale, ma quando
lo faccio sono decisamente appassionato» ribatté Amos.
«Allora, ho sentito la richiesta, ma io cosa ci guadagno? Avevo una sorta di
debito con Lydia, ma non devo un accidente a quel vecchio. Se continuo a
mantenerlo, cosa me ne viene?»
Amos sospirò e rivolse un triste sorriso al suo più vecchio amico.
«Davvero?»
«Davvero.»
«Non ti uccido, non uccido quei due tizi lì fuori, non smantello da cima a
fondo la tua organizzazione e non la ricostruisco con qualcuno che mi dovrà
un favore.»
«Ah» osservò Erich. «Eccolo qui.»
Amos dovette ammettere che Erich aveva davvero sviluppato nervi
d’acciaio. Non guardò neppure la pistola mentre veniva minacciato, e invece
gli rivolse la sua versione di un tragico sorriso.
«Ecco qui... chi?»
«Timmy.»
«Sì, suppongo di sì. Quella però non sarebbe la mia prima scelta. Allora,
cosa facciamo?»
«Non mi costa quasi niente far restare quel vecchio nella casa» disse Erich,
poi scosse il capo come se non fosse stato d’accordo con sé stesso. «Se pure
mi costasse, però, lo farei lo stesso, giusto per tenere Timmy lontano dalle
mie strade.»
«Grazie ancora.»
Erich accantonò quelle parole di gratitudine con un gesto della mano sana,
poi si alzò e si diresse verso il grande schermo dell’ufficio che fingeva di
essere una finestra. La pistola era ancora sulla scrivania, ormai ignorata.
Amos la studiò per un momento, poi si appoggiò ancor più all’indietro nella
sedia e incrociò le mani dietro la testa, i gomiti larghi.
«Buffo, vero?» commentò Erich, indicando fuori dalla finta finestra
qualcosa che Amos non riusciva a vedere. «Tutte quelle facce nuove nei
vecchi angoli. La merda cambia e rimane la stessa. Io sono cambiato, tu no.»
«Io vivo su un’astronave e a volte combatto contro mostri alieni» replicò
Amos, scrollando i gomiti. «Questo è diverso.»
«Là fuori c’è qualcosa che faccia più paura di un drogato senza denaro
quando tu hai in mano la sua dose? O di un boss di strada che pensa che tu lo
abbia fregato?» Erich scoppiò a ridere e si girò, dando le spalle alla finestra.
«Al diavolo quelle cose. C’è qualcosa di più spaventoso del vivere della
sussistenza di base?»
«No» ammise Amos.
«Allora, hai avuto quello che volevi» disse Erich, con voce d’un tratto
piatta e spenta. «Ora alza i fottuti tacchi dalla mia città o si aprirà la stagione
di caccia.»
Amos si alzò. Adesso era più vicino di Erich alla pistola e poteva sentirsi
attirare da essa come dalla forza di gravità. Avrebbe potuto prenderla,
uccidere Erich e le due guardie in attesa fuori. Entro la fine della giornata
sarebbe stato proprietario di una fetta del vecchio territorio di Erich e avrebbe
avuto gli uomini e la credibilità per impadronirsi del resto. L’intero scenario
gli si dipanò nella mente in un lampo.
Invece, agganciò i pollici nel bordo delle tasche dei pantaloni e indietreggiò
verso la porta. «Grazie per il drink» disse. «Avevo dimenticato quanto fosse
buona la tequila.»
«Te ne farò dare due bottiglie da Tatu, mentre ti accompagna fuori. Così
potrai portarle con te» offrì Erich.
«Merda, è un’offerta che non rifiuterò di certo.»
«Mi ha fatto piacere vederti» affermò Erich. Fece una pausa, poi aggiunse:
«La pistola era scarica.»
«Davvero?»
«C’è uno spara-freccette nascosto nell’illuminazione» spiegò Erich,
spostando per un momento lo sguardo sull’insieme di LED incastonati nel
soffitto, sopra di loro. «Sono dardi avvelenati. Se dico una parola, uccidono
chiunque sia nella stanza, a parte me.»
«Bello. Grazie per non averla detta.»
«Grazie per essere ancora mio amico.»
Quelle parole avevano il sapore di un congedo, quindi Amos gli rivolse un
ultimo sorriso e lasciò la stanza. Tatu lo aspettava nel corridoio con una
cassetta di bottiglie di tequila, segno che le guardie avevano monitorato
l’intera conversazione dal corridoio.
«Ti serve aiuto per trovare l’uscita?» chiese la guardia.
«No» ribatté Amos, caricandosi la cassetta in spalla. «Sono bravo ad
andarmene.»
Amos si fece guidare dal terminale palmare fino al più vicino albergo
economico e prese una stanza. Scaricò il liquore e la sua sacca sul letto, poi
uscì per le strade. Una breve passeggiata lo portò fino a un banchetto di fast
food dove comprò ciò che l’insegna definiva ottimisticamente come una
salsiccia belga. A meno che i belgi non fossero stati famosi per i loro prodotti
al sapore di tofu, quell’ottimismo era malriposto. Non che importasse. Amos
si rese conto che mentre conosceva a memoria il periodo orbitale di ogni luna
di Giove, non aveva idea di dove fosse il Belgio. Non pensava che fosse un
territorio nord americano, ma era il massimo a cui riusciva ad arrivare, quindi
non era certo nella posizione di criticare certe affermazioni riguardo alla
cucina belga.
Si incamminò verso i vecchi moli marci su cui giocava da bambino per il
solo motivo che aveva bisogno di una meta e sapeva da che parte si trovava
l’acqua. Finì di mangiare la salsiccia e quando non trovò a portata di mano un
bidone per il riciclaggio mangiò e inghiottì anche l’involucro, che era fatto di
amido di granturco e aveva il sapore di cereali da prima colazione stantii.
Un gruppetto di adolescenti lo oltrepassò, poi si fermò e si girò per seguirlo.
Erano in quell’età difficile che era a metà fra l’essere vittime ambulanti e
l’essere capaci di veri crimini da adulti, l’età giusta per piccoli furti e per fare
da corrieri agli spacciatori, oltre all’occasionale scippo, quando se ne
presentava l’occasione e non c’erano troppi rischi. Amos li ignorò e scese su
un vecchio molo d’acciaio arrugginito.
Gli adolescenti si tennero indietro, discutendo a voce bassa ma tesa.
Probabilmente cercavano di decidere se un bersaglio isolato che presentava il
bonus di essere un forestiero ben fornito – era un dogma che chiunque
provenisse da fuori la zona dei moli di Baltimora dovesse avere più denaro di
chiunque abitava lì – valeva il rischio di affrontare un uomo della sua taglia.
Conosceva bene i calcoli di quell’equazione. Un tempo, aveva partecipato
anche lui a quel genere di discussioni. Continuando a ignorarli, ascoltò invece
il gentile sciacquio del mare contro i piloni del molo.
In lontananza, il cielo fu illuminato da una linea di fuoco che sembrava un
fulmine tracciato con un righello. Qualche momento più tardi il rimbombo
sonico si espanse sulla baia e Amos fu assalito dal ricordo improvviso di
essere stato seduto con Erich su quegli stessi moli a guardar lanciare in orbita
le scorte di munizioni per cannoni a rotaia e a discutere della possibilità di
lasciare il pianeta.
Per tutti coloro che si trovavano fuori dal pozzo gravitazionale, lui era
originario della Terra, ma non era vero, non nei modi che contavano. Lui era
di Baltimora. Quello che sapeva del pianeta che si stendeva all’esterno di
poche dozzine di isolati del distretto povero della città si sarebbe potuto
scrivere su un tovagliolo. I primi passi che aveva mai mosso fuori dalla città
erano stati quelli che aveva fatto nello scendere dalla linea ad alta velocità a
Bogotà per poi salire sulla navetta che lo aveva portato sulla Luna.
Sentì un sommesso rumore di passi sul molo, alle sue spalle. La discussione
era finita e i sì avevano vinto sui no. Si girò per affrontare i ragazzi che si
stavano avvicinando. Alcuni brandivano bastoni improvvisati, uno aveva un
coltello. «Non ne vale la pena» disse. Non flesse o sollevò i pugni, si limitò a
scuotere la testa. «Aspettate il prossimo.» Ci fu un momento di tensione
mentre loro lo fissavano e lui li fissava a sua volta. Poi, muovendosi come se
avessero raggiunto una sorta di parere telepatico congiunto, i ragazzi si
allontanarono in gruppo.
Erich si sbagliava sul fatto che lui fosse lo stesso. L’uomo che era stato un
tempo non era stato un insieme di tratti della personalità. Era stato le cose che
sapeva, i desideri che aveva nel cuore, i talenti che possedeva. La persona che
era stato prima di partire sapeva in quale scantinato si distillava il liquore
migliore, quali spacciatori avevano una scorta costante di tabacco e marijuana
per il mercato nero, quali bordelli servivano i locali e quali erano là solo per
derubare turisti in cerca di emozioni. Quella persona aveva saputo dove
affittare una pistola a buon mercato, e che il prezzo triplicava se la si usava
davvero, sapeva che era più economico affittare per qualche ora un’officina
meccanica e fabbricarsi la propria arma, come il fucile a canna mozza che
aveva usato la prima volta che aveva ucciso un uomo.
La persona che era adesso sapeva come mantenere in funzione un reattore a
fusione, come regolare le spire magnetiche per impartire la massima energia a
particelle ionizzate esaurite, e come riparare una breccia in uno scafo. A
quest’uomo non interessavano quelle strade, o i piaceri e i rischi che
offrivano. Baltimora poteva anche apparire esattamente la stessa, ma gli era
estranea quanto la mitica terra del Belgio.
In quel momento, comprese che quella era la sua ultima visita sulla Terra.
Non sarebbe più tornato.
Il mattino successivo si svegliò nella camera in affitto con mezza bottiglia
di tequila sul comodino e i primi postumi di sbornia che avesse avuto da anni.
Per un momento, pensò di essere stato tanto ubriaco da aver bagnato il letto,
ma poi si rese conto che nel calore soffocante della stanza aveva prodotto
almeno un litro di sudore. Si sentiva la gola arida e la lingua gonfia.
Lavò via il sudore della notte e bevve acqua calda e fumante direttamente
dalla doccia, gettando indietro la testa per lasciare che gli riempisse la bocca.
Dopo decenni dell’acqua filtrata e sterilizzata della nave e delle stazioni
spaziali, si meravigliò di tutti i sapori che avvertiva in essa, e si augurò che
non tutti fossero dovuti a microbi o a metalli pesanti.
Tirò fuori dalla cassetta le rimanenti bottiglie di tequila e le ripose nella sua
sacca, avvolgendole nei vestiti per proteggerle dagli urti, poi prese il
terminale e cominciò a cercare un passaggio per tornare sulla Luna e da lì
imbarcarsi su un volo a lunga distanza per Tycho. Aveva detto addio a Lydia,
o almeno ai pezzi che lei si era lasciata dietro. Aveva dato una sorta di addio
a Erich. Su tutto il pianeta non rimaneva nessuno di cui gli importasse un
accidente.
Ecco, no, non era vero. Forse c’era qualcuno di cui gli importava un poco.
Chiamò il numero che Avasarala aveva usato, e si trovò davanti un giovane
dall’aspetto scultoreo, con un taglio di capelli perfetto, la pelle pallida e denti
giganteschi. Sembrava un costoso manichino di negozio. «Ufficio del
segretario di Avasarala.»
«Passami Chrissie, ragazzo, e fai in fretta.»
Il manichino rimase immerso in uno sconvolto silenzio per il tempo di due
lunghi respiri. «Mi dispiace, ma il segretario non può...»
«Ragazzo,» lo interruppe Amos, con un sogghigno «ho appena chiamato
sulla sua linea privata, giusto? Mi chiamo Amos Burton.» Era una menzogna,
ma l’aveva ripetuta abbastanza spesso da farla diventare una sorta di verità.
«Lavoro per James Holden. Scommetto che se non le dici subito che sono in
linea, entro la fine della giornata ti troverai a campare della sussistenza di
base.»
«Un momento, prego» rispose il manichino, poi sullo schermo apparve il
logo bianco e blu delle Nazioni Unite.
«Burton» disse Chrisjen Avasarala, comparendo sullo schermo meno di
trenta secondi più tardi. «Perché cazzo sei ancora sul mio pianeta?»
«Mi sto preparando ad andarmene, capo, ma ho pensato che c’è ancora una
persona che devo vedere prima di farlo.»
«Si tratta di me? Perché non mi piaci abbastanza da considerare la
prospettiva affascinante. Ho un volo per la Luna che mi aspetta sulla
piattaforma, in modo che possa andare a preparare un fottuto party per il
primo ministro marziano prima del suo arrivo.»
«Ti fanno fare queste cose?»
«Faccio tutto, e ogni secondo che passo a parlare con te costa diecimila
dollari.»
«Davvero?»
«No, ho inventato quella cifra sul momento. Però detesto questi fottuti voli
fino alla Luna, quindi ho comunque continuato a rimandare per finire altro
lavoro. Ti serve un passaggio? Se questo ti rimuoverà dal mio pianeta, posso
dartelo io. Cosa c’è? Ho detto qualcosa di buffo?»
«No, mi hai solo ricordato qualcuno» replicò Amos. «In ogni caso, ho la
sensazione che questo sia l’unico viaggio quaggiù nel pozzo che farò mai.»
«Ne sono affranta» commentò lei.
«Dal momento che sono qui, ho pensato che sia meglio fare adesso tutto
quello che voglio fare, vedere tutti quelli che mi interessano, sai» continuò
Amos. «Dov’è che voialtri avete rinchiuso Zuccherino?»
«Zuccherino?»
«La giovane Mao. Clarissa. Ha volato con noi per qualche mese, dopo che
ha smesso di cercare di uccidere il capitano, e devo ammettere che
cominciavo ad apprezzarla un poco.»
«Ti sei fatto la prigioniera?» L’espressione di Avasarala esprimeva in pari
misura divertimento e disgusto.
«No» rispose Amos. «Tendo a non farlo con le persone che mi piacciono.»
13
Holden

I sistemi che la rete di portali aveva aperto alla colonizzazione erano sparsi
attraverso quella che tutti erano sicuri essere la galassia della Via Lattea. La
cartografia stava ancora elaborando le posizioni relative, ma perfino i dati
iniziali ponevano alcuni dei nuovi sistemi a decine di migliaia di anni luce
dalla Terra, con alcune nette stranezze riguardo al tempo e alla posizione. Di
fronte a simili distanze inimmaginabili era facile dimenticarsi di quanto
spazio ci fosse anche in un solo sistema solare, almeno finché non si cercava
di trovare qualcosa al suo interno.
Legalmente, qualsiasi astronave in movimento doveva registrare un piano
di volo e avere un transponder attivo, il che rendeva relativamente facili da
tracciare le navi che volavano da un punto a un altro. E con un segnale di
transponder che ti permetteva di sapere dove puntare il telescopio era
possibile vedere un propulsore attivo da un capo all’altro di un sistema solare.
A volte le navi però spegnevano i motori per riparazioni in cantiere, e così
scomparivano dalla griglia per tutto quel tempo. Altre navi venivano
smantellate, quindi era possibile che un transponder finisse sul mercato nero
e non riapparisse più per ragioni del tutto legittime. Le nuove navi apparivano
con nomi nuovi di zecca e le navi che venivano vendute registravano un
cambiamento di nome. Alcune venivamo messe insieme con pezzi di
recupero, altre costruite nei cantieri navali, altre ancora venivano recuperate.
E tutto questo succedeva sparso in circa cento quintilioni di chilometri
quadrati di spazio, qualche quadrilione in più o in meno, e questo soltanto se
si ignorava il fatto che lo spazio aveva anche una terza dimensione.
Diciassette navi erano svanite nell’attraversare i portali dell’Anello, e se la
sua supposizione era giusta erano probabilmente rientrate nel loro sistema di
origine con un nuovo nome. In teoria, c’era una strada per arrivare
all’informazione che voleva, ma a meno che non avesse voluto trascorrere
parecchie centinaia di vite a vagliare i dati grezzi, aveva bisogno di aiuto.
Nello specifico, aveva bisogno di un computer che vagliasse un certo
numero di massicci database di navi nuove, navi smantellate, navi vendute,
navi riparate e navi perdute, alla ricerca di qualsiasi cosa che non quadrasse.
Anche con un buon computer e un software di analisi dei dati molto
intelligente, era quello che un programmatore avrebbe definito un compito
tutt’altro che di poco conto.
E per sua sfortuna, il miglior ingegnere di software che lui conoscesse era
volata verso una meta sconosciuta e non rispondeva ai suoi messaggi. Holden
non aveva il talento per fare da solo, il tempo per imparare o una squadra che
lo facesse per lui. Quello che aveva, erano soldi.
Dopo il suo turno di lavoro alle riparazioni della Roci insieme alla squadra
di Sakai, chiamò di nuovo Fred. «Ehi, Fred, ho un problema di software.
Posso assumere uno dei tuoi maghi della programmazione per un lavoro
veloce?»
«La tua nave ha bisogno di aggiornamenti?» chiese Fred. «Oppure è
qualcosa che mi farà incazzare?»
«Qualcosa che ti farà incazzare. Allora, chi è disponibile per scrivere un
programma personalizzato?»
Paula Gutierrez aveva il corpo allungato e la testa leggermente troppo
grande di chi era cresciuto in un ambiente a bassa gravità. Il suo sorriso era
calibrato e professionale. Era un ingegnere programmatore freelance che
aveva accettato di lavorare per sei mesi come consulente su Tycho cinque
anni prima e poi era semplicemente rimasta sulla stazione, svolgendo lavori
occasionali qua e là. Il suo ampio volto riempiva lo schermo del terminale di
Holden con le sue sopracciglia cespugliose e i denti di un candore accecante.
«Quindi, questo è quello che mi serve, e mi serve al più presto» concluse
Holden, dopo aver esposto quello di cui aveva bisogno. «È fattibile?»
«Certamente» rispose Paula. «Tycho tiene in loco una copia di tutti i
database di traffico, quindi non devo neppure perdere tempo con lo
sfasamento temporale. L’urgenza però ti costerà.»
«Mi costerà... quanto?»
«Millecinquecento all’ora, dieci ore di lavoro come minimo. Sappi in
anticipo che non accetto discussioni sulla parcella e non faccio sconti.»
«Sembra una cifra molto alta» osservò Holden.
«Perché ti tengo per le palle e posso spremerti fino all’osso.»
«D’accordo. Quando comincerò a ricevere i risultati?»
Paula agitò le sopracciglia nell’equivalente di una scrollata di spalle e
guardò qualcosa che non era inquadrato dalla videocamera. «Diciamo che fra
venti ore a partire da adesso comincerai a ricevere dati. Vuoi che li raccolga o
che li inoltri a mano a mano che arrivano?»
«Mandameli direttamente, per favore. Hai intenzione di chiedermi perché li
voglio?»
Paula scoppiò a ridere. «Non lo faccio mai.»
Monica aveva preso in affitto un piccolo appartamento nel livello di Tycho
riservato ai visitatori. Era una sistemazione costosa, e con sorpresa di Holden
non risultò essere più elegante degli alloggi aziendali che Fred aveva
riservato al suo equipaggio. Non molte compagnie trattavano i loro
dipendenti alla stessa maniera degli ospiti. La cortesia però richiedeva che lui
si comportasse come se l’alloggio di Monica fosse stato qualcosa di speciale,
per farla sentire bene riguardo alla spesa che stava affrontando, quindi si
sperticò nei commenti appropriati riguardo agli spazi aperti e alla qualità
degli arredi.
«Allora, cosa ha detto Fred?» chiese Monica, non appena Holden si fu
seduto al suo tavolo da pranzo, intento a sorseggiare il tè che lei gli aveva
preparato.
«Onestamente, non crede che ci sia abbastanza fondamento in base al quale
procedere.»
«Mi riferivo all’utilizzare il campione della protomolecola per cercare di
entrare in contatto con il detective Miller.»
«Sì» replicò Holden, posando la tazza del tè sul tavolo e allontanandola da
sé. Il primo sorso gli aveva scottato la lingua, tanto che adesso se la sentiva
ruvida. «Gliene ho accennato, ma solo perché sapesse che da qualche parte
c’è una fuga di notizie. Quello è sempre stato uno strumento investigativo che
non ci avrebbe portati a niente. Nessuno farà mai uscire quella merda dalla
sua bottiglia.»
«Allora quello che mi stai dicendo è che qui spreco il mio tempo.»
«No» ribatté Holden. «Per niente. Io credo che la cosa delle navi scomparse
sia vera, solo che non ritengo sia una cospirazione aliena. È molto più
probabile che sia associata con la linea dura e oltranzista dell’APE. Sto
indagando al riguardo, se è una storia che ti interessa approfondire.»
Monica fece ruotare sul tavolo il proprio terminale palmare, già spazientita
con lui perché aveva cambiato argomento. «Mi sono fatta un nome con quella
storia sulla Behemoth. Alieni, e portali spaziotemporali, e uno spettro
prodotto dalla protomolecola che parlava soltanto con la persona più famosa
del sistema solare. Non credo che il servizio successivo possa essere qualcosa
come Gli Umani Fanno Ancora gli Stronzi gli Uni con gli Altri. Manca di
stile.»
«Allora qui si tratta di ritrovare quelle navi scomparse, oppure di trovare
un’altra carrettata di stranezze aliene che ti renda ancora più famosa?»
«Un discorso piuttosto moralista, considerato che viene da un tizio che è
riuscito a infilarsi in ogni notizia di grande rilievo degli ultimi sei anni.»
«Ouch» gemette Holden, poi lasciò che il silenzio pieno di disagio si
protraesse per un po’. Monica continuò a far ruotare il terminale, ma evitò di
guardarlo negli occhi.
«Mi dispiace» disse infine.
«Non importa. Senti, io sto vivendo questa strana esperienza di trovarmi
con il nido vuoto, e la cosa mi rende irrequieto. Siccome ho bisogno di
aggrapparmi a qualcosa, intendo andare a cercare quelle navi scomparse.
Probabilmente non si tratterà di una cospirazione aliena, ma lo farò lo stesso.
Vuoi aiutarmi?»
«A essere sincera, non so bene da dove cominciare. Pensavo di chiederlo
agli alieni onniscienti. Sai quanto è grande lo spazio?»
«Ho riflettuto sulla cosa, e ho un piano» spiegò Holden. «Ho parlato a Fred
della mia teoria riguardo all’APE, ma l’idea non gli piace, per cui la rifiuta a
priori. Tuttavia, questo mi ha dato da pensare. L’APE non butterebbe mai via
tutte quelle navi. I cinturiani non pensano in quel modo, loro riciclano tutto.»
«E allora?»
«E allora, come fai a ritrovare navi prese dai pirati? L’ingegnere capo Sakai
mi ha suggerito di cercare navi nuove che sbuchino dal nulla, invece di dare
la caccia a quelle scomparse.»
«Sakai ha suggerito...»
«È il tizio con cui lavoro alle riparazioni della Roci. In ogni caso, mi è parsa
una grande idea, quindi ho assunto un mago della programmazione locale
perché mi scriva un database di ricerca con cui rintracciare tutti i nomi di navi
nuove che figurano sui registri e cercare di individuare il loro punto di
origine.»
«Un mago della programmazione.»
«Una programmatrice informatica del posto, sì, o come altro si chiama quel
genere di lavoro, e da un momento all’altro comincerò a ricevere un flusso di
dati che include tutte le navi apparse in modo misterioso. Le nostre
diciassette navi scomparse dovrebbero essere un sottogruppo di quella
categoria. Se non altro, si tratterà di un numero di navi inferiore a... ecco, a
tutte quante le navi.»
Monica si alzò e si allontanò di parecchi passi, senza parlare. Holden soffiò
sul suo tè e attese. Quando infine lei tornò a girarsi, il suo volto esprimeva
un’incredulità accuratamente controllata. «Hai coinvolto Fred Johnson, un
ingegnere di Tycho e una fottuta hacker in tutto questo? Sei davvero tanto
stupido?»
Holden sospirò e si alzò. «Sei stata tu a parlarmi di questo, quindi ti farò la
cortesia di tenerti informata su come vanno le indagini...»
«E adesso te ne stai andando?» L’espressione incredula di Monica si
accentuò.
«Sai, sarà una cosa buffa, ma non sono costretto a sopportare di essere
definito uno stupido da qualcuno che sto cercando di aiutare.»
Monica sollevò i palmi in un gesto conciliatorio che Holden sospettò non
essere davvero sincero.
«Mi dispiace,» disse «ma tu hai appena coinvolto nella mia... nella nostra
indagine tre nuove persone, una delle quali è il membro dell’APE di più alto
profilo. Cosa mai ti ha fatto pensare che fosse una buona idea?»
«Mi conosci, giusto?» ribatté Holden, senza rimettersi a sedere ma senza
neppure puntare diritto verso la porta. «Sono uno che non nasconde niente.
Non credo che Fred sia il cattivo della situazione, ma se lo è, allora la sua
reazione alle nostre ricerche ci dirà qualcosa. La segretezza è il terreno fertile
in cui cresce tutta questa merda cospiratoria. Fidati di me. Agli scarafaggi
non piace che si punti loro addosso una luce.»
«E se decidessero di liberarsi del tizio con la luce?»
«Ecco,» rispose Holden, con un sorriso «anche questo sarà interessante.
Non saranno i primi a provarci, e io sono ancora qui.»
L’indomani, i dati forniti dal programma di Paula cominciarono ad arrivare.
Holden autorizzò il suo terminale a trasferire il resto del pagamento per i suoi
servizi e si mise a passare in rassegna la lista.
C’era una quantità di navi nuove che continuava a spuntare intorno a Marte
e alla Terra, ma quella era una cosa prevedibile. I cantieri navali sfornavano
navi nuove o rimesse a nuovo con la massima velocità con cui ingegneri e
meccanici riuscivano a metterle insieme. Chiunque avesse qualche yen da
investire si stava muovendo verso i portali dell’Anello e i mondi al di là di
essi, e il gruppo più nutrito di persone che amavano vivere su un pianeta ed
erano già adattate fisiologicamente a quel genere di vita proveniva dai due
mondi interni. Solo una piccola percentuale di quelle navi presentava nei suoi
documenti falle evidenziate dal programma di Paula, ma una breve ricerca lo
indusse a convincersi che quelle falle erano per lo più errori nella
documentazione e non la conseguenza di atti di pirateria.
C’era anche una manciata di navi nuove sospette nella Fascia, e quelle
erano più interessanti. Se l’APE stava rubando navi, allora il posto più logico
per nasconderle era una regione dello spazio piena di navi e di altri corpi
metallici. Cominciò a vagliare l’elenco delle navi della Fascia, una per volta.
La Gozerian era apparsa dal nulla, attraccando alla raffineria di Pallas,
proprio nel periodo di tempo interessato. Dai documenti, figurava essere stata
ereditata tramite testamento omologato, ma le carte in questione erano vaghe
riguardo a chi fosse morto e quale fosse il grado di parentela fra il vecchio e il
nuovo proprietario. Holden ebbe il sospetto che la risposta a quelle due
domande fosse che il morto era la persona che precedentemente possedeva la
nave, e che il suo rapporto con il nuovo proprietario era che questi lo aveva
ucciso e si era preso la nave. Il trasferimento di proprietà era abbastanza
sospetto da essere quasi certamente il risultato di un atto di pirateria, ma la
Gozerian era schedata come una nave mineraria a scafo leggero, priva di
reattore Epstein. Era fatta per saltare di asteroide in asteroide. I registri di
Pallas confermavano quei dati, e una ricerca sull’elenco delle diciassette navi
scomparse non ne fece affiorare nessuna che corrispondesse alla descrizione.
Nessuno si sarebbe diretto ai confini del sistema solare, e da lì fino a un
nuovo mondo su qualcosa che non fosse dotato di reattore Epstein. C’erano
posti molto più confortevoli di una nave in cui morire di vecchiaia.
Cancellata la Gozerian dall’elenco, Holden passò alla nave successiva.
Quando finì di vagliare tutta la lista iniziale inoltrata da Paula erano le tre del
mattino, ora di Tycho, e il suo turno di lavoro sulla Roci cominciava alle otto,
quindi si concesse un paio di ore di sonno e passò una mattinata orribile
cercando di individuare i cavi dei propulsori di manovra in mezzo alla nebbia
da carenza di sonno che gli offuscava il cervello.
Alla fine del turno, tutto quello a cui riusciva a pensare era mangiare
qualcosa e fare una lunga dormita, ma trovò ad aspettarlo il flusso di dati
proveniente da Paula, che conteneva all’incirca cinquanta nuove navi.
Andando a casa, acquistò degli spaghetti da asporto e passò il resto della
serata a vagliare la lista.
La Mouse Pie era un trasporto di gas e non corrispondeva a nessuna nave
scomparsa. La Vento era apparsa per la prima volta antecedentemente al
periodo di tempo che gli interessava, e una richiesta di informazioni
all’ultimo porto che aveva visitato confermò che le date erano esatte. La
Blasphemous Jester figurava come dotata di reattore Epstein, ma una ricerca
nei registri di servizio rivelò che il suo propulsore non funzionava più da
anni. Da allora, qualcuno la stava usando come una navetta per spostamenti
brevi.
L’analisi continuò, un nome dopo l’altro. A un certo punto il suo terminale
trillò per segnalare un messaggio in arrivo. Era Amos, che si faceva vivo con
poche parole ermetiche: ‘Ho visitato la tomba della mia amica. Tutto bene,
ma ho ancora delle cose da fare. Ci sentiamo più tardi.’ Holden mangiò un
altro boccone di spaghetti ormai freddi, che avevano assunto la consistenza di
altrettanti lombrichi, e si chiese come riuscisse Miller a guadagnarsi da vivere
facendo quel lavoro di merda. Era sconvolgente rendersi conto di quanta
parte di un’indagine fosse soltanto una logorante ricerca. Vagliare liste
interminabili alla ricerca di quell’unica cosa che non quadrava, parlare più e
più volte con ogni potenziale testimone, consumarsi la suola delle scarpe,
come avrebbero detto gli investigatori privati dei film neonoir che piacevano
ad Alex.
Pensare ad Alex sbloccò qualcosa nella sua memoria e lo indusse a
ripercorrere a ritroso l’elenco fino a trovare una nave registrata come Pau
Kant. La sua ultima posizione indicata era 434 Hungaria, un corpo roccioso
ad albedo alto nel gruppo Hungaria, un ammasso di asteroidi relativamente
vicino all’orbita di Marte, ma con un’inclinazione elevata. I controlli di Marte
avevano intercettato un segnale da parte della Pau Kant ma di lì a poco
l’avevano persa di vista e avevano contrassegnato la nave come scomparsa.
Prima di quella sua unica e breve apparizione, però, la Pau Kant non pareva
essere esistita in nessun registro. Holden non riuscì a trovare nessuna
descrizione del suo tipo di scafo o di propulsore e non c’erano neppure dati
relativi a un qualsiasi proprietario. La spostò nell’elenco delle navi da
controllare in seguito, ma c’era qualcosa riguardo a Marte e agli asteroidi
interni della Fascia che gli faceva suonare un campanello nella mente.
Il gruppo Hungaria non era un brutto posto per nascondere qualcosa. 434
Hungaria aveva un diametro di circa venti chilometri, con una quantità di
massa che poteva schermare le navi dai radar, e l’alta albedo del gruppo
avrebbe confuso i risultati ottenuti da chiunque cercasse delle navi con un
telescopio. Anche la posizione era interessante. Se i radicali dell’APE stavano
raccogliendo navi per aggredire i trasporti dei coloni, la Fascia interna non
era una brutta area di raccolta. Nel recente passato avevano anche sferrato un
attacco contro la Terra, e il fatto che fosse fallito non significava che non ne
stessero progettando altri. Un mucchio di navi rubate nascoste nella Fascia
interna era esattamente il genere di primo passo per arrivare a un altro
tentativo.
Gli asteroidi Hungaria erano molto lontani dalla posizione attuale di Tycho,
e lui non aveva una nave, ma essi erano piuttosto vicini a Marte, e Alex si
trovava là. Se avesse potuto disporre di una nave, non gli ci sarebbe voluto un
viaggio troppo lungo per andare a dare un’occhiata e verificare se la Pau
Kant era ancora là, ormeggiata all’asteroide e nascosta. Se poi essa fosse
risultata corrispondere a una qualsiasi delle navi scomparse, quella sarebbe
stata una notizia interessante da riferire a Fred.
Posò il terminale sul tavolo, lo inclinò in modo che registrasse l’immagine
del suo volto, e disse: «Ciao, Alex, spero che le cose lì stiano andando per il
meglio e che Bobbie stia bene. Io sto indagando su quella faccenda delle navi
scomparse, e ne ho trovata una sospetta vicino a 434 Hungaria. Per caso hai
modo di procurarti una nave? Se devi prenderla a noleggio, sentiti libero di
attingere ai fondi necessari dal mio conto. Mi piacerebbe che tu andassi a
vedere se una nave di nome Pau Kant è parcheggiata lassù nell’ombra.
Allego al messaggio le specifiche del suo codice di transponder.»
Raccolse in un file tutte le informazioni che possedeva sulla Pau e sulla sua
posizione più recente, attinte dai registri di Marte. Non era molto su cui
lavorare, e quella sembrava un’impresa senza speranza, ma ad Alex sarebbe
piaciuto fare quel volo e lui era disposto a pagare i costi, per cui non si
sentiva molto in colpa nel fare quella richiesta.
Era sicuro che l’impeto di energia che gli derivava dall’aver fatto quel
progresso sarebbe stato di breve durata, ma voleva condividere il suo
successo e si sentiva del tutto sveglio, per cui chiamò Monica. Trovò la
segreteria, quindi le lasciò un messaggio chiedendole di richiamarlo, finì di
mangiare quei disgustosi spaghetti freddi e immediatamente crollò
addormentato sul divano.
Il mattino successivo non era di turno per lavorare alla Roci, e Monica non
lo aveva richiamato, per cui provò di nuovo a contattarla. Non ebbe risposta.
Nell’andare a fare colazione passò dal suo appartamento, ma lei non c’era.
Era un po’ seccata con lui, ma non pensava che avrebbe abbandonato tutta
quella storia delle navi scomparse senza dire niente. Fece un’altra chiamata.
«Servizio di sicurezza di Tycho» rispose una giovane voce maschile.
«Salve, sono Jim Holden. Volevo fare un controllo riguardo a una
giornalista in visita qui, Monica Stuart. Ha lasciato la stazione?»
«Un momento. No, dai registri risulta essere ancora qui. Il suo
appartamento è...»
«Sì, in realtà adesso sono davanti al suo appartamento, ma lei non risponde
alla porta o al suo terminale palmare.»
«I miei dati indicano che il suo terminale non si è più connesso alla
Tychonet dalle prime ore di ieri.»
«Ah.» Holden fissò la porta con aria accigliata. Di colpo, il silenzio
dall’altro lato aveva assunto un che di minaccioso. E se decidessero di
liberarsi del tizio con la luce? Lui non era il solo a adattarsi a quella
descrizione. «Quindi per più di un giorno non ha comprato neppure un
tramezzino. Questo non mi pare un buon segno.»
«Vuole che mandi una squadra?»
«Sì, per favore, lo faccia.»
Quando infine la squadra arrivò e aprì la porta dell’appartamento di
Monica, ormai Holden si aspettava il peggio, e non rimase deluso. Le stanze
erano state perquisite in modo metodico, gli indumenti e gli effetti personali
di Monica erano sparsi sul pavimento, e il terminale palmare che lei usava per
le interviste era stato fracassato sotto i piedi da qualcuno, ma lo schermo si
accese ancora quando lui lo toccò. La squadra non trovò tracce di sangue, il
che era la sola cosa positiva.
Mentre la squadra finiva con gli accertamenti, Holden chiamò Fred. «Sono
io» disse, non appena il capo dell’APE rispose. «Hai un problema più grosso
della presenza di radicali su Medina.»
«Davvero?» ribatté Fred, con voce stanca. «E di cosa si tratta?»
«Li hai qui su Tycho.»
14
Naomi

Terryon Lock avrebbe dovuto essere un nuovo tipo di posto nel vuoto del
sistema di Giove. Un mondo cinturiano, avevano pensato, modulare per poter
crescere o contrarsi a seconda delle necessità, e al di fuori del controllo della
Terra, di Marte o di chiunque altro. Una città libera nello spazio, con un suo
governo e suoi controlli ambientali. Naomi aveva visto i piani quando erano
apparsi inizialmente sulle reti. Rokku li aveva fatti stampare su sottili fogli di
plastica e li aveva appesi alle pareti della nave. Terryon Lock era stato la
nuova Gerusalemme, finché le forze di sicurezza di Ganimede non lo
avevano chiuso. Niente colonie senza permesso. Niente case. Niente porti
sicuri, neppure se li costruivano da soli.
Non era neppure incinta, quando era successo, e non aveva saputo che
quello l’avrebbe definita come persona.
Filip aveva otto mesi quando l’Augustín Gamarra era esplosa. La Gamarra
aveva lasciato la Stazione di Ceres diretta a una stazione di ricerca della
marina della Coalizione su Oshima con un carico di sostanze organiche e
apparecchiature idroponiche. A dieci ore dalla partenza, mentre la nave
procedeva tranquilla a un quarto di g, il contenimento della bottiglia
magnetica era venuto meno e il nucleo di fusione si era riversato nella nave.
Per una frazione di secondo la Gamarra si era fatta luminosa come il sole e
duecentotrenta persone erano morte. Non erano sopravvissuti rottami di sorta
e l’indagine ufficiale sull’incidente si era chiusa senza approdare a nulla.
Incidente o sabotaggio. Sfortuna o omicidio.
Si erano spostati dalla stanza nascosta sul retro del locale a un appartamento
privato ancora più vicino al centro di rotazione. L’aria aveva quell’odore
troppo pulito di ozono proprio di un filtro di riciclaggio sostituito di recente.
Filip sedeva al piccolo tavolo con le mani intrecciate, lei era appollaiata
sull’orlo del piccolo divano di gel e schiuma, intenta a guardare gli occhi
scuri del ragazzo e a collegarli nella sua mente con quelli che ricordava. A
ricollegare le sue labbra al sorriso sdentato e deliziato del neonato. Non
riusciva a stabilire se la somiglianza c’era davvero, o se era soltanto frutto
della sua immaginazione. Quanto poteva cambiare qualcuno da quando era
poco più che un bimbo in fasce a quando arrivava a essere quasi un adulto?
Poteva essere davvero lo stesso ragazzo? Non era nessun altro.
Quell’alloggio non era abbandonato. C’erano abiti nell’armadietto, cibo e
birra nel piccolo frigorifero, le pareti pallide mostravano segni negli angoli
dove i danni di piccoli incidenti si erano sommati nel corso degli anni. Lui
non le aveva detto di chi fosse quell’appartamento, e lei non lo aveva chiesto.
«Perché non hai portato la Rocinante?» domandò Filip. C’era una nota
esitante nella sua voce, come se quella domanda fosse un sostituto per quelle
che desiderava porre davvero, quelle a cui lei voleva essere in grado di
rispondere. Dove sei andata? Non ci amavi?
«È in bacino di carenaggio per riparazioni che richiederanno mesi.»
Filip annuì una volta, un gesto secco. Naomi ritrovò Marco in quel gesto.
«Questo complicherà le cose.»
«Marco non mi ha detto che volevate la nave» replicò Naomi, detestando le
scuse implicite in quelle parole. «Ha detto soltanto che eri nei guai, che ti
stavi nascondendo dalla legge e che io potevo... che potevo essere d’aiuto.»
«Dovremo escogitare qualcosa» replicò lui.
Al tempo in cui Naomi era stata prossima al parto, gli ospedali della
Stazione di Ceres erano fra i migliori della Fascia. Nessuno di loro due aveva
abbastanza soldi per andare su Europa o Ganimede durante la gravidanza, e
Ceres era più vicina della Stazione di Tycho alle concessioni minerarie di
Rokku. Le gravidanze erano molto più pericolose per i cinturiani di quanto lo
fossero per chi viveva con una forza di gravità costante, e Naomi si era già
presa un paio di grossi spaventi. Lei e Marco si erano stabiliti in un
appartamento in affitto economico, uno fra le dozzine che servivano i
cinturiani che venivano lì per cure mediche. I termini dell’accordo non
prevedevano una scadenza specifica, permettendo loro di rimanere finché non
avessero più avuto bisogno dei dottori, delle infermiere, dei sistemi esperti e
dei farmaci che la struttura forniva.
Ricordava ancora la forma del letto, e le economiche tende di plastica con
la stampa di un panorama stellato che Marco aveva appeso sulla porta. Il loro
odore le dava la nausea, ma lui era parso così orgoglioso di sé stesso che si
era sforzata di sopportarlo. Del resto, anche a gravidanza così avanzata, quasi
tutto continuava a darle la nausea.
Aveva trascorso le sue giornate dormendo e sentendo il bambino che si
muoveva dentro di lei; Filip era un feto irrequieto. Non si era sentita come
una bambina che stesse aspettando un figlio, ma come una donna che aveva il
controllo del suo destino.
«Quanta gente devi portare via di qui?» chiese Naomi.
«Quindici persone in tutto»
«Tu incluso?»
«Sedici.»
Naomi annuì. «C’è anche un carico?»
«No» rispose lui, poi parve sul punto di aggiungere altro. Dopo un
momento distolse lo sguardo.
A quel tempo Ceres era ancora sotto il controllo della Terra. La maggior
parte delle persone che vivevano della sussistenza di base erano cinturiani
che lavoravano sotto contratto per una delle società marziane o terrestri. La
sicurezza della Terra era affidata ai cinturiani, come pure il controllo del
traffico. Le ricerche biologiche su Marte erano fatte da cinturiani. Marco
aveva riso di tutto questo, ma era stata una risata amara. Aveva definito Ceres
il più grande tempio alla sindrome di Stoccolma eretto dall’umanità.
Chiunque volava con Rokku aveva pagato la sua quota per entrare nell’APE,
Naomi inclusa, e l’APE si era presa cura di loro negli ultimi tempi della sua
gravidanza, con le donne del posto che portavano cibo nel loro buco, e gli
uomini del posto che portavano Marco fuori, al bar, perché avesse qualcun
altro oltre a lei con cui parlare. Naomi non aveva dato importanza alla cosa, si
era solo sentita grata. In quelle notti in cui Marco era fuori a bere e lei era
sola con Filip nel loro letto, la sua mente che si muoveva nel silenzio aveva
provato un senso di appagamento quasi trascendente... o almeno era così che
lo ricordava adesso. Era possibile che a quel tempo, ignorando cosa doveva
ancora succedere, l’esperienza fosse stata diversa.
«Dove dovete andare?»
«Di questo non parliamo» rispose Filip.
Naomi si allontanò i capelli dagli occhi. «Mi hai portata qui perché è un
posto sicuro, sa sa? Quindi si tratta del fatto che non vuoi essere sentito da
qualcun altro, oppure pensi che dirmelo ti possa compromettere? Se non ti
fidi di me abbastanza da chiedermi quello che vuoi, allora non ti fidi
abbastanza perché io abbia motivo di stare qui.»
Quelle parole parvero trasmettere più sfumature di quanto fosse tollerabile,
come se i semplici fatti logistici significassero anche qualcosa riguardo al
perché se ne era andata, a chi erano l’uno per l’altra. Le pareva quasi di poter
sentire quelle parole scricchiolare, ma non aveva idea di cosa Filip sentisse in
esse, né sapeva in che altro modo si sarebbe potuta esprimere. Per un
momento, qualcosa affiorò nell’espressione di lui... dolore, o odio, o
sofferenza... ma scomparve troppo in fretta perché potesse identificarlo. Un
nuovo strato di senso di colpa le gravò addosso, schiacciandola. Paragonato a
quello che già la opprimeva, era insignificante.
«Lui ha detto che dovevo informarti dopo che avessimo lasciato la
stazione» affermò Filip.
«A quanto pare, non sapeva che avrei trovato un passaggio su una nave
diversa. I piani cambiano. È nella loro natura.»
Filip la fissò con occhi duri come biglie, e Naomi si rese conto di aver
citato parole di Marco senza rendersene conto. Forse Filip lo percepiva come
uno schiaffo, pensava che lei stesse avanzando rivendicazioni su suo padre
usando le sue parole. Non lo sapeva. Non lo conosceva. Era una cosa che
doveva continuare a ricordare a sé stessa.
«C’è un punto per un rendez-vous.»
«C’è anche un tempo preciso?»
«Sì.»
«Fra quanto?»
Naomi vide il solito ‘non parliamo di questo’ affiorargli nello sguardo.
Quando rispose, la sua voce suonò più debole, più giovane. Più vulnerabile.
«Presto.»
«Quanto presto?»
Filip distolse lo sguardo.
«Molto presto.»
A quel tempo, lei aveva saputo che su Ceres c’erano fazioni estremiste
dell’APE, ma la cosa non l’aveva turbata. L’APE radicale era pur sempre l’APE,
e quindi parte della famiglia. Forse era l’equivalente dello zio svitato che si
ubriacava e cercava la rissa, ma con la Terra che alzava le tariffe e Marte che
abbassava i prezzi che era disposto a pagare per i minerali, la sensazione di
essere sotto assedio faceva schierare i cinturiani primariamente dalla parte dei
cinturiani stessi. E dopo aver viaggiato con Rokku per qualche tempo, sentir
parlare di uccidere terrestri e marziani diventava una sorta di rumore di
fondo.
Il parto era stato duro, trenta ore di travaglio. Indeboliti da una vita a gravità
incostante, i muscoli della parete addominale si erano lacerati. Se si fosse
trovata sulla nave di Rokku, o anche solo sulla Stazione di Hygeia, forse
sarebbe morta insieme al bambino, ma al complesso medico di Ceres
avevano già visto situazioni come quella, o anche peggiori. Una donna dai
capelli grigi con una quantità di tatuaggi sulle mani e sulle braccia era rimasta
nella sua stanza per tutto il tempo, cantando sommesse melodie in swahili e
arabo. Le pareva ancora adesso di vederla e di sentire la sua voce, anche se
aveva dimenticato il suo nome, ammesso che lo avesse mai saputo.
Filip aveva tratto il primo esausto, iroso respiro alle cinque del mattino, il
giorno dopo che lei si era ricoverata nel complesso. Il pediatra automatizzato
lo aveva esaminato per quelli che erano stati i cinque secondi più lunghi della
vita di Naomi, poi aveva dichiarato che il neonato rientrava senza rischi nei
limiti di errore standard. La donna con i capelli grigi lo aveva adagiato sul
seno di Naomi e aveva cantato una benedizione.
Non le era venuto in mente di chiedersi dove fosse Marco. Aveva supposto
che fosse da qualche parte in un’area di attesa, pronto a distribuire
l’equivalente di qualche sigaro non appena avesse avuto sue notizie. Sue e del
loro bambino. E forse era addirittura stato vero.
«Dobbiamo arrivare là, o lasciare la stazione è sufficiente?» chiese Naomi.
«Quantomeno, dobbiamo lasciare la stazione. Sarebbe meglio arrivare là,
ma non essere più qui è indispensabile.»
«Dove stiamo andando?»
«L’ammasso di Hungaria.» Si trattava di un gruppo di asteroidi minori con
un’alta albedo. Non c’era nessuna stazione, ma era presente una struttura di
deposito ad accesso libero. Ed era vicina ai pianeti interni, nella misura in cui
potevano esserlo gli asteroidi della Fascia.
«Incontreremo qualcuno là?»
«Non là. C’è una nave a qualche giorno di viaggio, verso il Sole, ma ancora
in Hungaria. Si chiama Pella.»
«E dopo?»
Filip agitò le mani nell’equivalente cinturiano di una scrollata di spalle. A
quanto pareva non le era dato di sapere più di questo. Si chiese cosa sarebbe
successo se avesse fatto pressione per sapere altro, e si rese conto che era un
esperimento che non avrebbe fatto. Mi dispiace, pensò. Ti amavo più di
quanto abbia mai amato qualsiasi cosa. Sarei rimasta se avessi potuto. Ti
avrei portato con me.
Filip la guardò, poi distolse lo sguardo.
Aveva trascorso la maggior parte delle settimane successive al parto in
convalescenza. Il bambino le impediva di dormire per periodi prolungati, ma
a parte una settimana di coliche decisamente infernali, la cosa non era né più
facile né più difficile di come si fosse aspettata. La cosa peggiore di cui
soffriva era la noia, e Marco l’aiutava a superarla. Il gruppo locale con cui
usciva a bere era composto da meccanici e tecnici del porto, e lui le
sottoponeva problemi di ingegneria che stavano cercando di risolvere. Era il
genere di lavoro che un consulente avrebbe fatto in cambio di mezzo mese di
crediti. Lei lo faceva per pura benevolenza e per il bisogno di fare qualcosa
che fosse intellettualmente stimolante. Mentre Filip dormiva nella sua piccola
culla di plastica, lei personalizzava programmi diagnostici per i riciclatori
dell’acqua, costruiva sequenze virtuali di messa in fase per unità di
individuazione di forze tangenziali, progettava software di override per
testare i limiti di contenimento delle bottiglie magnetiche.
Il genere di limiti che, non molto tempo dopo, sarebbero stati superati sulla
Gamarra.
«D’accordo» disse Naomi. «Vedrò quello che riesco a fare.»
«Puoi procurarti un’altra nave?» chiese Filip.
«Potrei riuscire a noleggiare qualcosa.»
«Non puoi semplicemente noleggiarne una. Questa nave deve essere
irrintracciabile.»
Significava che qualsiasi cosa fosse successa avrebbe fatto sì che gente
armata desse la caccia a Filip, Cyn e gli altri. Forse le forze di sicurezza, forse
una fazione rivale, o forse qualche altra cosa che lei non aveva ancora
previsto. Però ci sarebbero state delle conseguenze. E ci sarebbe stata
violenza.
«Potrei procurarmi qualcosa a noleggio in modo discreto» osservò. «Se non
dovesse funzionare, mi accerterò che non si possa risalire a te.»
Filip deglutì a fatica, e per un momento Naomi scorse in lui una scintilla di
paura. Adesso aveva sedici anni, uno in meno dell’età che aveva lei quando
aveva conosciuto suo padre, tre di meno rispetto alla sua età quando lo
allattava al seno.
«Ti avrei cercato, se lui me lo avesse permesso» disse. Quelle parole le
uscirono di bocca sulla spinta di un bisogno che non poteva controllare. Lui
era solo un ragazzo, e portava già il fardello, quale che fosse, che Marco gli
aveva scaricato sulle spalle. Farlo sentire responsabile anche di come lei si
sentiva non era una gentilezza. Si alzò in piedi. «Non c’è niente che tu debba
fare al riguardo. È solo che ti avrei cercato. Se lui lo avesse permesso.»
Se me lo avesse permesso. Quelle parole le gravavano nella mente, velenose
e pesanti. Avrei fatto quello che volevo, solo che lui mi controllava ancora. E
continua a farlo. Dopo tutti questi anni e tutti questi cambiamenti e tutto
quello che ho fatto e sono diventata. Non ti avrei lasciato a lui, solo che
Marco mi controlla ancora. Mi limita. Mi punisce per non avergli permesso
di dominarmi completamente.
«D’accordo» replicò Filip. La sua espressione era vuota.
Naomi annuì. Aveva i pugni tanto serrati da farsi dolere le nocche. Si
costrinse a rilassarsi. «Dammi un giorno di tempo e ti saprò dire di più.»
«Vieni al locale» replicò Filip. «Se non ci siamo, aspetta e ti contatteremo.
Dobbiamo continuare a spostarci.»
Credevo che sarei potuta stare con te, pensò Naomi, e poi si detestò per la
delusione che provava. Quello non era un ricongiungimento. La questione
che aveva in sospeso con Filip poteva essere ciò che l’aveva portata lì, ma lui
stava facendo qualcosa di diverso, qualcosa che aveva attirato nel suo mondo
la madre persa da tempo. Se lei invece desiderava stare seduta con lui a
mangiare dolci e condividere storie come non avevano mai fatto, quello era
un suo problema.
«Va bene così» disse. Esitò, poi si volse verso la porta. Mentre la
raggiungeva, lui parlò di nuovo, con voce tesa, come se quelle parole fossero
state difficili da dire.
«Grazie per essere venuta.»
Quella frase le causò un dolore allo sterno, come se qualcuno le avesse
calato un martello sulle ossa, sopra il cuore. Filip la osservava dal tavolo.
Somigliava così tanto a suo padre. Cercò di immaginare di essere stata a sua
volta tanto giovane, e che a quell’età sarebbe stata capace di scegliere parole
che erano così assolutamente vuote, commoventi e crudeli. Sentì un sorriso
distenderle le labbra di un millimetro, un’espressione più di dolore che di
gioia.
«Ti ha suggerito lui di dirlo, vero?» chiese.
Il silenzio del ragazzo avrebbe potuto essere interpretato in cento modi
diversi.
Dopo il disastro della Gamarra, Marco era tornato a casa ubriaco e felice
per il festeggiamento. Lei gli aveva detto di non fare rumore per non
svegliare il bambino, e Marco l’aveva sollevata fra le braccia, facendola
vorticare nella piccola stanza finché non aveva sbattuto con la caviglia contro
il letto e le era sfuggito un grido di dolore. Allora lui l’aveva lasciata andare e
aveva massaggiato il piccolo livido. L’aveva baciato. Poi aveva sollevato lo
sguardo su di lei con un sorriso che chiedeva e prometteva in pari misura e lei
si era chiesta se avrebbero potuto fare l’amore abbastanza silenziosamente da
far sì che Filip continuasse a dormire. Era a quello che stava pensando
quando lui l’aveva annientata.
«Ce l’abbiamo fatta. Tu ce l’hai fatta, que sì?»
«Ce l’abbiamo fatta a fare cosa?» aveva chiesto, appoggiandosi all’indietro
contro il gel del letto.
«A pareggiare i conti per Terryton Lock» aveva risposto Marco. «A
difendere la Fascia. Noi. Lui.»
Marco aveva annuito in direzione del bambino, che dormiva con il pollice
nella bocca rilassata, gli occhi tanto serrati da dare l’impressione che non si
sarebbero più aperti. Naomi aveva capito prima ancora di rendersi conto di
averlo fatto, e una scossa elettrica le si era riversata nel cuore, nel ventre, in
tutto il corpo. Marco l’aveva percepito. Il ricordo del sorriso interrogativo
con cui la fissava dal basso in alto le bruciava ancora nella mente.
«Cosa sono riuscita a fare?» aveva chiesto.
«Il crimine perfetto» aveva risposto lui. «Il primo di molti.»
E Naomi aveva capito. La Gamarra era stata uccisa dal suo codice. Le
persone che erano morte avevano perso la vita per causa sua... e di colpo tutti
i discorsi aggressivi e farneticanti di Rokku avevano cessato di essere solo
semplici battute. Adesso Marco era un assassino, e lo era anche lei. Avevano
continuato comunque a fare l’amore, perché lui era troppo eccitato e
pericoloso per opporgli un rifiuto, e lei era in uno stato di shock tale che non
riusciva neppure a capire fino a che punto avrebbe voluto opporsi. Aveva
odiato quello che stava succedendo, ma lo avevano fatto. Quello era stato
l’inizio dei tempi bui, ma in retrospettiva tutto il resto – la depressione, la
paura, la perdita di Filip, il suo mancato suicidio – era già implicito in quella
notte.
La scritta sulle porte dell’inferno, in caratteri piccoli.
Affittare un buco vicino al porto fu facile. Aveva abbastanza denaro da
acquistare crediti anonimi, reindirizzarli attraverso un’agenzia di cambio che
non era sulla stazione e farli arrivare su un conto ombra temporaneo. Le
parve strano farlo soltanto perché era qualcosa che non faceva più da molto
tempo, da quando si era arruolata sulla Canterbury, e le pareva che fosse
successo sette vite prima.
Seduta sul sottile letto di gel, attese che le lacrime e la nausea cessassero.
Lo avrebbero fatto, anche se all’apice della crisi le parve che non sarebbe mai
finita. Dopo fece una lunga doccia e indossò abiti puliti acquistati in un
chiosco. Guardare il blocco compatto di tessuto pressato espandersi fino a
diventare una tuta le ricordò un insetto che uscisse dal proprio guscio. Pareva
dovesse essere una metafora per spiegare qualcosa.
Il terminale palmare mostrava una mezza dozzina di nuovi messaggi da
parte di Jim, ma non li ascoltò. Se lo avesse fatto, la tentazione di rispondere
– di confessargli tutto e di cercare conforto in lui, di parlare con qualcuno di
cui si fidava completamente – sarebbe stata troppo forte per resisterle, e
allora lui si sarebbe sentito obbligato a fare qualcosa. A venire a sistemare le
cose. A ficcarsi nei pasticci che lei aveva combinato e nelle cose che aveva
fatto. La distanza fra qui e là, fra Marco e la Rocinante, era troppo preziosa
per sacrificarla. Il momento di cercare conforto sarebbe arrivato più tardi, una
volta che avesse fatto quello che doveva. Dopo aver salvato Filip ed essere
sfuggita a Marco. Quindi, non ascoltò i messaggi, ma neppure li cancellò.
Anche quando erano sulla nave di Rokku, Marco aveva coltivato la sua
futura posizione di capo, ed era stato bravo a farlo. Per quanto le cose
potessero farsi brutte, lui riusciva sempre a dare l’impressione che ogni
nuovo ostacolo fosse qualcosa che aveva calcolato, che ogni soluzione –
perfino quelle con cui, a livello logico, lui non aveva avuto niente a che fare –
fosse in qualche modo il risultato della sua genialità. Una volta le aveva
spiegato come ci riusciva.
Il trucco, le aveva detto, consisteva nell’avere un piano semplice, che più o
meno non potesse andare storto, in modo da avere sempre qualcosa al tuo
attivo, e poi nell’accatastare i rischi su quella base. E avere un’alternativa che
avrebbe funzionato forse una volta su cento ma che, quando avesse
funzionato, ti avrebbe fatto apparire come un dio. E poi averne una che
avrebbe funzionato una volta su venti, e che se fosse andata a buon fine ti
avrebbe fatto apparire come la persona più sveglia che c’era nella stanza. E
poi, se tutto il resto fosse fallito, avere ancora quell’unica soluzione che ti
avrebbe sempre dato la vittoria.
Se c’era una singola frase che poteva definire Marco era: vincere sempre.
Negli anni, Naomi si era chiesta più di una volta che posto avesse occupato
lei in quella scala. Era stata la sua opportunità da uno su cento, oppure la cosa
certa? Non lo aveva mai saputo, e non avrebbe mai avuto modo di scoprirlo.
Non le importava neppure più, se non come un fastidio simile al sentir
prudere un dito che era stato amputato.
E adesso era di nuovo lì a fare quello che lui voleva. L’aveva resa complice
dei suoi piani, quali che fossero. Questa volta, però, sapeva con chi aveva a
che fare, non era la ragazza che lui aveva indotto con l’inganno a sabotare la
Gamarra. Non era più un’adolescente innamorata al punto da non ragionare
più, e Filip non era un neonato che potesse essere rapito e tenuto in ostaggio
per garantire che lei si comportasse bene. Per garantire il suo silenzio.
Quindi forse – forse – quello era il momento che aveva desiderato, forse
farla venire era stato l’errore di Marco. Allontanò quell’idea, perché era
troppo pericolosa, troppo complicata, ed era troppo probabile che Marco
sapesse che lei ci avrebbe pensato.
Scavando nella guida telefonica della stazione, impiegò quasi un’ora a
trovare l’indirizzo che voleva, anche se sapeva cosa stava cercando. Non
sapeva cosa facesse la Outer Fringe Exports, sapeva solo che era abbastanza
losca da far sì che non ci avrebbe mai voluto lavorare, e abbastanza
competente da aver saputo prima di loro delle rivendicazioni con cui Marte
contestava il loro recupero della Rocinante. Trovò l’indirizzo, a un molo
diverso da quello dove era stata l’ultima volta, e prese un carrello.
I magazzini nelle vicinanze del porto erano in uno stato di flusso costante.
La pressione del commercio e dell’efficienza manteneva in uso ogni spazio
disponibile, con un tempo di inattività il più ridotto possibile fra i contratti di
affitto e le operazioni di carico e scarico. L’insegna sul vetro temperato della
porta diceva OUTER FRINGE EXPORTS, ma da lì a una settimana, un giorno o
un’ora, quella scritta sarebbe potuta cambiare.
Un giovane seduto dietro il banco della reception le sorrise. Aveva i capelli
tagliati corti e la pelle di parecchi toni più scura di quella di Naomi; i suoi
occhiali dalla montatura in acciaio potevano essere un’affettazione o un
congegno d’interfaccia. Naomi non lo aveva mai visto prima.
«Salve» disse.
«Miss Nagata» salutò l’uomo, come se fosse stata una sua vecchia
conoscenza. «È da un po’ che non ci si vede. Mi dispiace doverla informare
che al momento non abbiamo nessun lavoro adatto per la sua nave.»
«Non sono qui per questo» rispose. «Mi serve una nave da noleggiare, e ho
bisogno di farlo molto in sordina.»
L’espressione dell’uomo non cambiò. «Questo può essere un problema
costoso.»
«Deve trasportare un equipaggio di non più di venti persone.»
«Per quanto tempo le serve?»
«Non lo so.»
«Trasporterete un carico?»
«No.»
Gli occhi dell’uomo si fecero sfocati per un momento – allora gli occhiali
erano un’interfaccia. Naomi incrociò le braccia.
Uno su cento, pensò, mi presento con la mia nave da guerra pronta per
portare via delle persone da Ceres. Uno su venti, so come trovare qualcuno
che lo farà per me. Si chiese quale fosse il piano da uno su cinque. O quello
dalla riuscita certa.
Lo sguardo dell’uomo tornò a focalizzarsi su di lei.
«Credo che possiamo aiutarla» disse.
15
Alex

Il tragitto fino all’ospedale fu una cosa da incubo. Mentre il trasporto


procedeva a tutta velocità lungo i corridoi, gli antidolorifici cominciarono a
fare effetto, e la combinazione di dolore e tensione nel suo corpo si trasformò
nella semplice sensazione, profonda e inquietante, che qualcosa non andasse.
Una volta, mentre erano ormai vicini all’ingresso del pronto soccorso, il
tempo parve arrestarsi mentre lui perdeva conoscenza per qualche momento.
Nessuno dei paramedici gli prestò attenzione.
Erano tutti focalizzati su Bobbie.
La donna massiccia aveva gli occhi chiusi e un tubo di plastica chiara che le
usciva dalla bocca, tenendole la mascella aperta. Da dove si trovava, Alex
poteva distinguere solo parte dei dati del display della sua barella, e non
sapeva bene come interpretare quello che vedeva. Le voci dei paramedici
erano tese e secche. Parole come ‘tentare di rigonfiare’, ‘stabilizzare’ e
‘mantenere la pressione’ rischiarono di farlo cadere nel panico. Quel poco del
corpo di Bobbie che poteva vedere era inerte. Si disse che non era morta,
perché se lo fosse stata non sarebbero stati impegnati a cercare di salvarla, e
si augurò che fosse vero.
Al pronto soccorso lo trasportarono su un letto medico automatizzato non
dissimile da quelli che c’erano sulla Rocinante. I sensori impiegarono
probabilmente un minuto e mezzo a esaminarlo, ma gli parve un’eternità, e
intanto continuò a girare la testa di lato per cercare Bobbie, salvo poi
ricordarsi che adesso lei era in un’altra stanza. Anche allora, non si rese conto
di quanto le ferite riportate e gli antidolorifici gli avessero appannato la mente
finché non arrivò la polizia e lui non cercò di spiegare quello che era
successo.
«Cosa c’entrava la donna in armatura potenziata?» chiese Bobbie.
Era seduta sul suo letto d’ospedale, con indosso uno spesso camice
monouso di carta su cui la scritta BHAMINI PAL MEMORIAL HOSPITAL era
stampata ripetutamente in modo da creare un disegno blu scuro su fondo
chiaro. Bobbie aveva i capelli raccolti in una crocchia morbida, e lividi scuri
che le segnavano la guancia sinistra e le nocche. Quando cambiò posizione,
lo fece con cautela, lo stesso modo in cui Alex si muoveva quando si era
esercitato troppo e si sentiva un po’ dolorante. A lui non avevano sparato due
volte, al polmone sinistro e alla gamba destra, e tuttavia aveva preso in seria
considerazione la possibilità di usare una sedia a rotelle per andare dalla
propria camera a quella di lei.
«Mi riferivo a te» spiegò Alex. «Avevo difficoltà a ricordare il tuo nome.»
Bobbie ridacchiò. «Già. Credo che la polizia vorrà parlarti di nuovo.
Probabilmente la versione che ha ottenuto era un po’ confusa.»
«Pensi... ecco, non sarebbe meglio non parlare?»
«Non siamo in arresto» replicò Bobbie. «L’unico di quei tizi che respirava
ancora ha chiesto un avvocato prima ancora di arrivare qui. Sono sicura che
se vorranno qualcuno da sbattere in cella non si tratterà di noi.»
«Cosa hai detto loro?» chiese Alex.
«La verità, che un gruppo di delinquenti ha fatto irruzione nel mio
appartamento, mi ha legata e ha cominciato a fare a turno nel pestarmi e a
chiedermi perché incontravo Alex Kamal.»
Alex si premette un pollice contro il labbro superiore fino a farlo dolere un
poco. Il sorriso di Bobbie era pieno di comprensione.
«Non so perché lo abbiano fatto» disse infine. «Non ho nemici su Marte,
non che io sappia.»
Bobbie scosse il capo, e Alex notò che era una donna molto attraente. Tossì
e archiviò mentalmente quel pensiero come orribilmente inappropriato,
considerate le circostanze.
«La mia supposizione è che non si tratti tanto di chi sei quanto delle
persone a cui sei collegato» osservò Bobbie.
«Holden?»
«E Fred Johnson. E magari riescono perfino a fare due più due e inserire
anche Avasarala nel quadro. Lei ha viaggiato per un po’ sulla Rocinante.»
«Anni fa, per circa un minuto e mezzo.»
«Lo ricordo, c’ero anch’io» annuì Bobbie. «Tuttavia, in un modo o
nell’altro, lo scenario più plausibile che riesco a immaginare è che abbiano
pensato che stessi facendo rapporto a te su qualcosa, o che tu stessi riferendo
qualcosa a me. E la cosa migliore è che quella possibilità li ha spaventati.»
«Non vorrei guardare in bocca al cavallo donato, ma quella definizione di
‘cosa migliore’ ha denti molto lunghi» osservò Alex. «Hai parlato loro della
tua indagine?»
«No, non sono pronta a farlo.»
«Ma pensi che le cose siano collegate.»
«Oh, diavolo, certo. Tu no?»
«In effetti, è quello che spero» ammise Alex, con un sospiro. Dall’altra
parte del corridoio qualcuno gridò parole che lui non riuscì a distinguere;
un’infermiera passò davanti alla porta con aria accigliata. «Quindi cosa
facciamo?»
«La sola cosa possibile» rispose Bobbie. «Continuiamo a scavare.»
«Mi sembra giusto. Allora, cosa dobbiamo cercare, esattamente?»
L’espressione di Bobbie si fece più concentrata. Spiegò che il problema
erano le navi. La marina marziana era composta dal migliore e più nuovo
gruppo di navi del sistema solare. La Terra ne aveva di più, ma la sua marina
era antiquata, le sue navi avevano una tecnologia vecchia di generazioni o
rimodernata inserendo a forza design più recenti su strutture vecchie.
Entrambe le flotte avevano subito forti perdite negli ultimi anni. Sia che si
trattasse di un semplice suggerimento da parte di Avasarala, o che lei le
avesse assegnato una vera e propria missione, Bobbie aveva cominciato a
indagare, e quello che aveva scoperto era interessante.
Non era difficile seguire i movimenti delle sette grandi navi di classe
Donnager, ma le corvette che esse trasportavano, tutte navi come la
Rocinante, erano più difficili da tracciare. Bobbie aveva cominciato a
esaminare i dati delle battaglie partendo da Io, dall’esterno dell’Anello e
dall’incidente nella zona lenta. In effetti, quando si esaminavano i rapporti sui
danni, c’era una vera sovrabbondanza di ricchezze.
In un primo momento era parso che le cifre corrispondessero. Una mezza
dozzina di navi perse qui, una manciata là, i codici dei transponder annullati.
Quando però aveva scavato più in profondità aveva cominciato a trovare
delle discrepanze.
La Tsuchi, una corvetta assegnata alla Bellaire, era stata messa in disarmo e
smantellata dopo i fatti di Io. Un anno dopo era apparsa nel rapporto su
un’azione di scarsa entità vicino a Europa. La nave da rifornimento Apalala
era stata ritirata dal servizio e poi, sette mesi più tardi, aveva prelevato una
spedizione diretta su Ganimede. Un carico di scorte di medicinali che
risultava perso per un incidente riappariva per un po’ su un foglio di carico di
materiale diretto a Ceres e poi scompariva di nuovo. Armi perse in
combattimento intorno a quella che adesso era la Stazione di Medina
riapparivano una volta durante un’ispezione sulla Base di Hecate, poi non si
trovavano più di nuovo.
Secondo Bobbie, qualcuno aveva riesaminato i registri e alterato i vecchi
rapporti, inserendo la distruzione fasulla di alcune navi e poi cancellandone la
presenza dai dati più recenti, o cercando di farlo. Aveva trovato una mezza
dozzina di falle nei dati, ma era comunque impossibile vedere qualsiasi nave
che fosse stata cancellata con successo. Questo significava il coinvolgimento
di qualcuno che si trovava abbastanza in alto nella catena di comando della
marina da poter avere accesso ai file.
Naturalmente, c’era un protocollo che determinava chi si supponeva potesse
avere accesso ai documenti in questione, ma lei era ancora stata concentrata
sullo studio di come la cosa funzionava nella pratica quando Alex l’aveva
contattata e l’aveva invitata a cena.
«Se te la senti,» disse Bobbie «vorrei che verificassi proprio questo, chi può
aver alterato l’informazione. Poi potrò cominciare a indagare su di loro.»
«Proseguire sulla strada su cui siamo già» sintetizzò Alex.
«Solo che tu forse hai qualche amico nella marina.»
«Quello è un modo in cui possiamo procedere, ma non è il solo.»
Bobbie si protese in avanti, sussultò e si riadagiò all’indietro. «Che altro hai
in mente?»
«Qualcuno ha assunto i gentiluomini che ti hanno conciata così. Mi pare
che scoprire tutto il possibile su di loro sia un altro buon modo di impiegare il
nostro tempo.»
Bobbie sorrise. «Quella era la parte di cui intendevo occuparmi io.»
«Bene, allora siamo d’accordo» replicò Alex. In quel momento un uomo
apparve sulla soglia. Era enorme, tanto che le sue spalle sfioravano entrambi
gli stipiti, e il suo volto era teso per un’emozione che poteva essere tanto
paura quanto rabbia. Il mazzo di narcisi gialli che aveva in mano sembrava
minuscolo, e avrebbe continuato a sembrare tale finché non fosse stato messo
in un vaso.
«Ciao» salutò. «Volevo solo...»
«Entra» rispose Bobbie. «Alex, questo è mio fratello Ben. Benji, lui è Alex
Kamal.»
«Piacere di conoscerti» disse l’omone, chiudendo la mano di Alex nella sua
e stringendola con delicatezza. «Grazie per tutto quello che hai fatto.»
«È stato un piacere» rispose Alex.
Il letto scricchiolò quando il fratello di Bobbie si sedette vicino ai suoi piedi
e guardò la sorella con aria imbarazzata. Adesso che lei lo aveva presentato
come suo fratello, Alex poteva vedere la somiglianza fra loro, solo che su
Bobbie quei tratti facevano un effetto migliore.
«Il dottore dice che ti stai rimettendo bene» affermò Ben. «David vuole che
ti dica che pensa a te.»
«Questo è davvero dolce, ma David pensa soltanto alla terraformazione e
alle tette» replicò Bobbie.
«Ho messo in ordine la stanza degli ospiti» continuò Ben. «Quando ti
dimetteranno dall’ospedale verrai a stare da noi.»
Il sorriso di Bobbie si fece più tagliente. «Non vedo come questo possa
accadere.»
«No» ribatté suo fratello. «No, questa non è una discussione. Ti ho detto
dall’inizio che Innis Shallow era un posto pericoloso, soprattutto per una
persona che vive sola. Se Alex non ti avesse salvata...»
«Non sono certo di aver davvero salvato qualcuno» interloquì Alex, ma Ben
si accigliò e continuò il suo discorso.
«...avresti potuto essere uccisa. O peggio.»
«Peggio che essere uccisa?» commentò Bobbie.
«Sai cosa intendo.»
Lei si protese in avanti, appoggiando i gomiti sulle ginocchia. «Sì, lo so, e
penso che anche quella sia una stronzata. Non sono più in pericolo a Innis
Shallow di quanto lo sarei a Breach Candy.»
«Come puoi dire una cosa del genere?» domandò suo fratello, contraendo la
mascella. «Dopo tutto quello che hai passato, dovrebbe essere ovvio che...»
Alex si spostò di lato verso la porta. Bobbie intercettò il suo sguardo e il
suo fugace sorriso, immediatamente scomparso, fu eloquente. Era un ‘mi
dispiace’ e ‘grazie’ e ‘parleremo delle cose importanti quando lui se ne sarà
andato’. Alex annuì e batté in ritirata nel corridoio, seguito dal mormorio
delle voci dei due fratelli che continuavano a discutere.
Quando tornò al suo letto, trovò la polizia ad aspettarlo, e questa volta fornì
una deposizione che, quantomeno, era coerente, anche se lasciò nel vago
alcune questioni a monte dell’accaduto.
Per lo più, il termine ‘famiglia’ era una metafora, su navi a lunga
percorrenza. Di tanto in tanto c’era un gruppo che era effettivamente
imparentato, ma si trattava quasi sempre di cinturiani. Sulle navi militari e
societarie poteva esserci una manciata di coppie sposate, e di tanto in tanto
qualcuno aveva un bambino, o persone che erano cugine fra loro finivano per
ritrovarsi sulla stessa nave. Quelle erano le eccezioni, mentre la regola era
che parlare di famiglia era un modo di parlare di un bisogno: quel bisogno di
amicizia, di intimità, di un contatto umano che era talmente radicato nel
genoma umano da far sì che chi non lo possedeva non era più del tutto
umano. Era un cameratismo a caratteri cubitali, il sinonimo di una lealtà più
forte del concetto a cui si riferiva.
L’esperienza che Alex aveva di una vera famiglia – di consanguinei – era
più l’avere un sacco di persone che si ritrovavano sulla stessa mailing list
senza sapere bene perché vi fossero iscritte. Aveva amato i suoi genitori,
quando erano vivi, e ancora amava il loro ricordo. I suoi cugini erano sempre
felici di vederlo, così come lui era lieto della loro accoglienza e compagnia.
Vedere Bobbie e suo fratello insieme e percepire, anche in quel breve
momento, la profonda e invalicabile differenza di carattere esistente fra loro,
gli aveva fatto capire qualcosa.
Stando a quello che si raccontava, una madre poteva amare una figlia più
della sua stessa vita, oppure odiarla profondamente. O entrambe le cose.
Fratello e sorella potevano andare d’accordo, oppure litigare, o condividere
una sorta di disagevole indifferenza reciproca.
E se un effettivo rapporto di consanguineità derivante da una discendenza
comune poteva significare una qualsiasi di quelle cose, allora forse il termine
‘famiglia’ era sempre una metafora.
Ci stava ancora riflettendo sopra quando arrivò a casa di Min. I suoi figli e
la ragazza che lei e suo marito avevano adottato erano tutti presenti, intenti a
condividere un pasto di spaghetti e pesce, e tutti lo salutarono come se lo
conoscessero, come se le sue ferite fossero state importanti per loro, come se
gli importasse di lui. Sedette al tavolo per un po’, scherzando e minimizzando
sia l’aggressione sia le sue conseguenze, ma quello che voleva fare – e che
fece non appena il suo senso dell’etichetta glielo permise – era congedarsi e
tornare nella stanza degli ospiti che gli avevano messo a disposizione.
Trovò ad attenderlo un messaggio dalla Roci. Era di Holden. Vedere quei
familiari occhi azzurri e i capelli castani arruffati era stranamente
disorientante. Si sentì come se una parte di lui fosse già stata in viaggio per
tornare sulla Rocinante e si sentì un po’ sorpreso di non essere già là.
«Ciao, Alex, spero che le cose lì stiano andando per il meglio e che Bobbie
stia bene.»
«Già» commentò Alex, rivolto alla registrazione. «Buffo che tu lo chieda.»
«Io sto indagando su quella faccenda delle navi scomparse, e ne ho trovata
una sospetta vicino a 434 Hungaria. Per caso hai modo di procurarti una
nave? Se devi prenderla a noleggio, sentiti libero di attingere ai fondi
necessari dal mio conto. Mi piacerebbe che tu andassi a vedere se una nave di
nome Pau Kant è parcheggiata lassù nell’ombra. Allego al messaggio le
specifiche del suo codice di transponder.»
Alex arrestò la registrazione sentendo la pelle che gli formicolava sulla
nuca. Quello delle navi scomparse stava diventando il leitmotiv della sua
giornata, e la cosa lo metteva a disagio. Ascoltò il resto del messaggio di
Holden sfregandosi pensosamente il mento. Conteneva molto meno di quanto
voleva sapere. I dati relativi alla Pau Kant non la indicavano come una nave
marziana o contenevano altro di particolare. Regolò il proprio terminale sulla
funzione di registrazione, controllò sullo schermo il proprio aspetto, si pettinò
i capelli con le dita e iniziò a registrare il messaggio.
«Ciao, capitano. Ho ricevuto il tuo file sulla Pau Kant. Mi chiedevo se
potevo avere qualche informazione in più al riguardo. Io stesso sono nel bel
mezzo di qualcosa di un po’ strano.»
Descrisse quindi quello che era successo a lui e a Bobbie usando un tono
più leggero di quanto la cosa in effetti meritasse perché non voleva
spaventare Holden quando non c’era niente che potesse fare per proteggere
lui o Bobbie. A parte dire che gli assalitori erano parsi spaventati di vederlo
apparire sulla scena, lasciò fuori i dettagli relativi all’indagine di Bobbie e di
Avasarala. Poteva essere solo paranoia da parte sua, ma trasmettere
quell’informazione senza un altro paio di livelli di criptaggio del messaggio
pareva andare in cerca di guai. Chiese invece quali altre navi si supponeva
fossero scomparse e in che modo questo poteva collegarsi a Marte, poi inviò
il messaggio.
Forse ciò su cui Holden stava indagando, qualsiasi cosa fosse, era una pura
coincidenza. Forse non c’era nessuna correlazione fra la Pau Kant e le navi
da guerra marziane scomparse, ma lui non ci avrebbe scommesso sopra.
Controllò se ci fossero messaggi da parte di Amos o di Naomi e rimase un
po’ deluso di non trovarne. Registrò un breve messaggio per entrambi e lo
inviò.
Nella stanza principale dell’appartamento le voci dei ragazzi erano
rumorose, con tre conversazioni in corso allo stesso tempo e ciascuno che
alzava il tono per farsi sentire al di sopra degli altri. Ignorandoli, Alex entrò
nella directory locale e cercò alcuni vecchi nomi, persone che riusciva a
ricordare dei tempi in cui prestava servizio. Ce n’erano dozzine. Marian
Costlow. Hannu Metzinger. Aaron Hu. Li cercò tutti sulla directory, vecchi
amici, conoscenti e nemici, verificando chi fosse ancora su Marte, ancora
nella marina e potesse ricordarsi di lui abbastanza bene da voler uscire
insieme per bere una birra e fare una chiacchierata.
Entro la fine della serata aveva al suo attivo tre nomi. Mandò un messaggio
a ciascuno di loro, poi chiese una connessione con Bobbie. Qualche secondo
più tardi lei apparve sullo schermo. Dovunque fosse, non era all’ospedale.
Indossava una camicia con il colletto verde invece del camice blu, aveva
lavato i capelli e li aveva raccolti in una treccia.
«Alex,» disse «mi dispiace per mio fratello. È pieno di buone intenzioni,
ma è un po’ un coglione.»
«Tutti sono imparentati con qualcuno che lo è» rispose lui. «Sei finita a
casa tua o a casa sua?»
«Nessuna delle due» replicò lei. «Devo assumere una ditta delle pulizie per
rimuovere il sangue dal pavimento e voglio far fare accurati accertamenti di
sicurezza per appurare come hanno fatto a entrare.»
«Già. Non mi sentirei al sicuro senza prima averlo fatto» convenne Alex.
«Infatti. Inoltre, se dovesse esserci un altro attacco è sicuro come l’inferno
che non voglio che Ben e sua moglie si vengano a trovare sotto un fuoco
incrociato. Ho preso una camera d’albergo. Qui hanno un loro sistema di
sicurezza e posso avere una sorveglianza extra a pagamento.»
La voce di Min salì di tono in sottofondo, chiedendo un po’ di calma. Si
sentiva una risata nel suo tono, e Alex ne colse un’eco nelle proteste dei suoi
figli. Sentì una morsa stringergli il petto, come una mano serrata intorno al
cuore. Non aveva pensato che potesse esserci un altro attacco. Avrebbe
dovuto farlo.
«Hanno una stanza libera nel tuo hotel?» chiese.
«Probabilmente sì. Vuoi che mi informi?»
«No, faccio i bagagli e vengo lì, se per te va bene. Se loro non ce l’hanno,
la troverò altrove.» E dovunque sia, non sarà a casa di Min, pensò, ma non lo
disse. «Ho messo insieme i nomi di alcune persone con cui pensavo di fare
due chiacchiere nei prossimi giorni, per vedere se salta fuori qualcosa.»
«Lo apprezzo davvero, Alex» disse Bobbie. «Dovremmo parlare di come
gestire la cosa senza rischi. Non voglio che ti vada a infilare in una trappola.»
«Non piacerebbe neppure a me. Inoltre, non è che puoi procurarti una nave,
vero?»
Quel saltare di palo in frasca lasciò Bobbie interdetta. «Che genere di
nave?»
«Qualcosa di piccolo e veloce» rispose Alex. «Potrei dover fare un salto
fino alla Fascia per controllare qualcosa per conto di Holden.»
«Ecco, in effetti sì, ho qualcosa» disse Bobbie. «Avasarala mi ha regalato la
vecchia pinaccia da corsa che abbiamo sequestrato a Jules-Pierre Mao. Il
massimo che ha fatto è stato farmi spendere le tariffe di ancoraggio ai moli,
ma probabilmente potrei rimetterla in tiro.»
«Stai scherzando? Ti ha dato la Razorback?»
«Non sto scherzando. Credo sia stato il suo modo di pagarmi senza farlo in
modo effettivo. Probabilmente la sconcerta il fatto che non l’abbia ancora
venduta. Perché ti serve? Cosa succede?»
«Ti ragguaglierò quando ne saprò di più» rispose Alex. «Forse è qualcosa, e
forse non è niente.»
In ogni caso, pensò, ci farà andare entrambi dove sarà dannatamente
difficile che qualcuno tenti di attaccarci di nuovo.
16
Holden

Le riprese delle telecamere di sicurezza della Stazione di Tycho coprivano


quasi tutti gli spazi pubblici – gli ampi corridoi, i più stretti condotti di
accesso, gli attracchi e i corridoi di manutenzione. Pareva che i soli posti
dove gli occhi del servizio di sicurezza della stazione non arrivavano fossero
gli uffici e gli alloggi personali. Perfino nei ripostigli e nelle officine c’erano
telecamere che registravano chiunque entrasse o uscisse. Questo avrebbe
dovuto facilitare le cose, ma non era così.
«Deve essere questo» disse Holden, battendo un dito sullo schermo. Sotto
la sua unghia, la porta di Monica si aprì e ne uscirono due persone.
Indossavano tute blu chiaro senza distintivi o loghi di sorta, un cappello scuro
e aderente, e guanti da lavoro. La cassa che spingevano in mezzo a loro era
fatta della stessa plastica preformata e ceramica che i servizi alimentari e
ambientali usavano per trasportare materiali biologici: sostanze fungine
grezze da lavorare e aromatizzare, e poi i cibi che ne venivano ricavati, come
pure, quando necessario, i resti fecali lavorati che venivano riportati indietro
come substrato per i funghi. Fermi magnetici trattenevano la cassa sul
carrello, e l’indicatore su un lato mostrava che era sigillata. Ed era abbastanza
grande da poter forse contenere una donna. O un corpo di donna.
I due uomini erano entrati un’ora prima. Monica era arrivata circa venti
minuti prima. Qualsiasi cosa fosse successa all’interno, lei doveva essere
stata in quella cassa.
Accigliato e chino in avanti, Fred contrassegnò la cassa come sospetta ed
emise un ordine perché fosse rintracciata. Holden non era in grado di dire
cosa stesse pensando, ma gli occhi di Fred erano opachi per l’ira. L’ira e
qualcos’altro. «Li hai riconosciuti?» gli chiese.
«Non sono nel sistema.»
«Allora come hanno fatto a entrare nella stazione?»
«Ci sto lavorando» replicò Fred, lanciandogli un’occhiata.
«Giusto. Scusami.»
Sullo schermo i due uomini – Holden era piuttosto sicuro che fossero
entrambi uomini – portarono la cassa fino a un corridoio di manutenzione,
mentre l’immagine passava in automatico da una videocamera alla
successiva. In quello spazio più ristretto, la cassa sbatteva contro le pareti e
tentò di incastrarsi dove il corridoio svoltava.
«Porte e angoli» disse Holden.
«Cosa?»
«Niente.»
Il tracciamento della sicurezza mostrò i due uomini che entravano in un
magazzino pieno di bancali di casse simili alla loro. I due guidarono il
carrello fino a un bancale pieno a metà, sganciarono i fermi e issarono la
cassa sul bancale, insieme alle altre. Fred divise l’immagine sul video,
mantenendo il tracciamento del carrello ma aggiungendone un altro per
ciascuno dei due uomini. Una finestra mostrava il magazzino, mentre l’altra
seguì le due figure fuori nei corridoi comuni.
Nel magazzino, arrivarono un paio di conducenti di mech, di rientro dalla
pausa pranzo, e ripresero il loro lavoro di accumulo delle casse. Nel corridoio
comune, i due uomini entrarono in un bagno e non ne uscirono. Il nastro della
registrazione continuò a scorrere fino a quando il bordo verde che
contrassegnava una ripresa in tempo reale apparve intorno alle immagini.
Una rapida chiamata al gestore del magazzino appurò che i due uomini non si
erano rintanati lì dentro: erano semplicemente svaniti. Il carrello, le cui
immagini erano ancora quelle di vecchie registrazioni, era seppellito in
mezzo ad altri identici. Fred azionò l’avanzamento veloce. Conducenti di
mech andarono e vennero, i bancali si riempirono e furono impilati uno
sull’altro.
«Stato attuale» disse Fred, e la registrazione della sicurezza avanzò rapida
senza spostarsi dalla telecamera del magazzino. Qualsiasi cosa ci fosse stato
nella cassa era ancora là.
«Bene,» disse Fred, alzandosi in piedi «questo sta per trasformarsi in un
giorno sgradevole. Vieni?»
I controlli ambientali del magazzino non mostravano anomalie, ma Holden
non poté fare a meno di immaginare di avvertire un qualche odore sotto
quello di olio e di ozono, come un sentore di morte. Il conducente del mech
era una giovane donna dal volto fresco, con dritti capelli castani che avevano
lo stesso colore della sua pelle. La sua espressione, mentre rimuoveva le
casse dal bancale, rivelava eccitazione, curiosità e un timore a stento
contenuto. A ogni cassa spostata Holden sentiva lo stomaco che gli si
contraeva sempre di più. Monica lo aveva avvertito che coinvolgere altre
persone nella sua indagine era pericoloso, e non poteva fare a meno di
pensare che qualsiasi cosa avessero trovato nei prossimi minuti sarebbe stato
colpa sua.
Quindi rimediare era una sua responsabilità. Supponendo che si potesse
rimediare.
«È quella» disse Fred alla conducente del mech. «Mettila qui.»
La donna spostò il contenitore sul pavimento vuoto. I fermi magnetici si
attivarono con un tonfo sordo. L’indicatore mostrava ancora che era sigillata.
Se pure era stata messa lì dentro mentre era ancora viva, Monica doveva aver
esaurito l’aria ormai da ore. Il mech indietreggiò, accoccolandosi sulle zampe
posteriori di titanio e ceramica. Fred venne avanti, sollevò il suo terminale e
inserì un comando di override. L’indicatore della cassa si modificò, e Fred
spalancò il coperchio.
L’odore che scaturì dalla cassa era ricco e organico. Holden fu assalito dal
ricordo improvviso e sopraffacente di quando aveva quattordici anni, nella
fattoria della sua famiglia, sulla Terra. Mamma Sophie coltivava un orto
vicino alla cucina, e quando rivoltava la terra prima di piantare qualcosa
l’odore era proprio uguale a quello. La cassa era piena fino all’orlo di
morbide e sbriciolate proteine fungoidi grezze. Fred si protese in avanti e
immerse una mano in quella massa: cercava un corpo nascosto. Quando lo
ritrasse, il suo braccio era coperto di polvere fino al gomito e lui scosse il
capo in un gesto di diniego. Un gesto terrestre.
«Sei certo che sia la cassa giusta?» chiese Holden.
«Sì,» rispose Fred «ma controlliamo comunque.»
Durante l’ora successiva, l’autista di mech sempre più confusa tirò fuori le
altre casse dal bancale, e Fred e Holden le aprirono. Quando infine la quantità
di pulviscolo di proteine liberato nell’aria ebbe attivato due volte l’allarme da
particolati, Fred ordinò di smettere.
«Lei non è qui» disse.
«Questo l’ho visto. È piuttosto strano, giusto?»
«Sì.»
Fred si massaggiò gli occhi con il pollice e l’indice. Appariva vecchio, e
stanco. Quando ritrovò il controllo, il senso di potere e di autorità era ancora
presente. «Hanno scambiato le casse da qualche parte fra l’alloggio di
Monica e questo magazzino, oppure hanno alterato la registrazione.»
«Entrambe non sono cose positive.»
Fred guardò l’autista di mech, impegnata a impilare da un lato le casse
aperte per rimandarle indietro perché il contenuto venisse lavorato di nuovo.
Quando parlò, lo fece a voce abbastanza bassa perché soltanto Holden
potesse sentirlo. «Entrambe le cose significherebbero che avevano un’elevata
conoscenza del funzionamento del sistema di sicurezza, ma non potevano
accedervi al punto da cancellare del tutto le registrazioni.»
«Questo restringe il campo?»
«Un poco, forse. Potrebbe essere una squadra operativa segreta delle
Nazioni Unite. Loro avrebbero potuto fare una cosa del genere. O Marte.»
«Ma tu non credi si tratti di loro, vero?»
Fred si mordicchiò un labbro, poi tirò fuori il terminale palmare e digitò una
serie di codici, ogni colpo del dito secco e violento. Suonò un allarme e icone
verdi e oro apparvero su ogni schermo, da quello del terminale di Holden a
quello dei comandi delle porte e al pannello di controllo del mech. Fred
affondò i pugni nelle tasche con un grugnito soddisfatto.
«Hai appena messo il blocco alla stazione?» chiese Holden.
«Sì,» rispose Fred «e intendo mantenerlo finché non avrò ottenuto qualche
risposta. E non avrò riavuto Monica Stuart.»
«Bene» disse Holden. «Una mossa estrema, ma buona.»
«Forse sono un po’ incazzato.»
Il contenuto dell’alloggio di Monica era disposto sul piano di ceramica fra il
grigio e il verde dei banchi di lavoro del laboratorio della sicurezza. Niente
sangue, niente immagini, e il miscuglio di DNA lasciato dalle migliaia di
persone che nell’ultima settimana erano entrate in contatto con quegli oggetti,
di solito depositando un campione troppo esiguo per poter identificare uno
specifico individuo. Era tutto quello che restava. Una sacca per il vestiario,
con la cerniera rotta che pendeva aperta a disegnare un sorriso insulso. Una
camicia che Holden ricordava di averle visto indosso quando l’aveva
incontrata alcuni giorni prima. Il terminale danneggiato con il suo display
fracassato. Tutte cose che non erano di proprietà della stazione quando lei
aveva preso in affitto l’appartamento. Sembrava poca roba, come se non ci
fosse stato abbastanza, e nel formulare quella riflessione Holden si rese conto
che stava pensando a quelle cose come al bagaglio di oggetti di tutta una vita.
Probabilmente, lei aveva altre cose altrove, o forse no. Se non l’avessero
ritrovata viva, quello era tutto ciò che si sarebbe lasciata alle spalle.
«Non puoi fare sul serio, cazzo» ripeté Sakai, per quella che pareva la terza
o la quarta volta. L’ingegnere capo era rosso in faccia, con la mascella
serrata. Era arrivato alla stazione di sicurezza pochi minuti dopo Fred e
Holden, che era alquanto sorpreso che Fred non lo avesse ancora fatto buttare
fuori. «Ho otto navi in arrivo nella prossima settimana. Cosa dovrei fare?
Dire loro di mettersi in orbita sincrona e aspettare che decidiamo se li
lasceremo attraccare?»
«Mi sembra un buon punto di partenza» ribatté Fred.
«Abbiamo scorte che devono essere spedite, in base a una mezza dozzina di
contratti.»
«Ne sono consapevole, Mr Sakai.» Fred non aveva alzato la voce, e non
c’era rabbia nel suo tono, ma la sua fredda cortesia fece rizzare i capelli sulla
nuca a Holden. Anche Sakai parve percepirla: questo non lo fermò, ma da
accusatorio il suo tono si fece quasi supplichevole.
«Ho delle spedizioni relative a un paio di dozzine di lavori che devono
partire. Ci sono un sacco di persone che fanno affidamento su di noi.»
Per un momento, le spalle di Fred parvero accasciarsi, ma la sua voce non
perse un atomo della sua forza. «Ne sono consapevole. Riprenderemo tutte le
attività non appena potremo.»
Sakai esitò, sul punto di dire qualcos’altro. Invece, si limitò a un breve
sospiro impaziente e uscì mentre il capo della sicurezza entrava. Era una
donna dal volto sottile che Fred chiamava Drummer, ma Holden non sapeva
se quello fosse il suo nome, il cognome o un soprannome.
«Come vanno le cose?» chiese Fred.
«Niente che non possiamo gestire» rispose lei. La sua voce aveva un
accento secco che Holden non riuscì a localizzare. Lei gli lanciò una rapida
occhiata unita a un breve cenno del capo, poi tornò a rivolgersi a Fred.
«Abbiamo qualche informazione che possiamo fornire in merito a quanto a
lungo ci aspettiamo che duri la situazione di blocco?»
«Di’ a tutti che l’interruzione del servizio sarà il più breve possibile.»
«Sì, signore. Grazie, signore» rispose Drummer, e si girò per andarsene.
«Drummer, uscendo chiudi la porta, d’accordo?»
Gli occhi della donna ebbero un lieve fremito, il suo sguardo si posò ancora
su Holden per poi allontanarsene. Non disse nulla, ma si richiuse la porta alle
spalle mentre usciva. Fred rivolse a Holden uno stanco sorriso privo di
allegria.
«Sakai ha ragione. Ho appena chiuso l’equivalente di una grande città
portuale a causa di una donna scomparsa. Ogni ora in cui mantengo questo
stato di cose, Tycho perde migliaia di crediti su una dozzina di diversi
contratti.»
«Quindi dobbiamo trovarla in fretta.»
«Sempre che non l’abbiano già infilata nei riciclatori, e trasformata in acqua
e qualche molecola attiva» ribatté Fred. Un momento più tardi aggiunse: «Ho
i sensori che stanno setacciando l’area locale. Se l’hanno buttata fuori nello
spazio presto lo sapremo.»
«Grazie» replicò Holden, appoggiandosi a un bancone. «So che non lo dico
spesso, ma lo apprezzo davvero.»
Fred accennò verso la porta. «L’hai vista? Drummer, intendo.»
«Certo.»
«Lavoro direttamente con lei da tre anni, e prima ancora la conoscevo già
da altri dieci.»
«D’accordo» disse Holden.
«Se me lo avessi chiesto ieri, ti avrei detto che mi fidavo di lei al punto da
affidarle la mia vita.»
«E adesso?»
«Adesso c’è esattamente una sola persona su questa stazione che sono certo
non mi sparerà alla nuca se continuo a scavare in questa faccenda, e sei tu»
ribatté Fred.
«Deve essere una cosa che mette a disagio.»
«Lo è. Quello che intendo dire, James, è che se da un lato mi fa piacere che
apprezzi quello che sto facendo per te, dall’altro ti assumo in questo
momento come mia guardia del corpo personale. In cambio, cercherò di
impedire a chiunque di spararti.»
Holden annuì lentamente. C’era qualcosa che gli si agitava in un angolo del
cervello, come un pensiero non del tutto formato. Poi si sentì assalire da
un’ondata di vertigini, come se stesse guardando in un baratro. «Noi due
contro una cospirazione annidata nell’APE.»
«Sì, finché non avrò le prove che non è così.»
«È una posizione davvero scomoda in cui trovarsi, vero?»
«Non è quello che avrei scelto» replicò Fred. «Però qualcuno sa come
aggirare i miei sistemi di sicurezza, e qualsiasi cosa stesse facendo la tua
amica giornalista è stato sufficiente a spaventarli e a indurli a un’azione
abbastanza diretta da rivelare le loro carte.»
«Le navi scomparse» disse Holden. «Ne ho accennato a un paio di
persone.»
«Non è una cosa da farsi.»
«In retrospettiva, vorrei aver giocato a carte un po’ più coperte, ma...»
«Non mi riferivo a quello» precisò Fred. «Una volta che ti sei infiltrato
nelle strutture di sicurezza del nemico, non fai niente che possa rivelare che ci
sei riuscito. Sono le nozioni di base della guerra delle informazioni. Finché il
nemico non sa che sono compromesse, puoi continuare a raccogliere dati.
Non è cosa a cui si possa rinunciare, a meno che la posta in gioco sia
incredibilmente alta oppure...»
«Oppure?»
«Oppure se sai che il nemico compromesso non rimarrà comunque a lungo
in circolazione. Non so se la faccenda delle navi scomparse abbia spaventato
qualcuno fino a indurlo a commettere uno stupido errore, o se la mia
posizione su Tycho sia talmente precaria che non importa quello che posso
sapere o meno.»
«Sembri accettare la cosa senza troppi problemi.»
Fred inarcò un sopracciglio. «Dentro di me sono in preda al panico» ribatté,
con assoluta serietà.
Holden guardò il mucchietto delle cose di Monica come se avessero potuto
avere qualcosa da aggiungere alla conversazione. Il terminale lampeggiava
desolatamente, la camicetta pendeva floscia e triste.
«Avete ricavato niente dal suo terminale?» chiese.
«Non possiamo connetterci» rispose Fred. «Tutti i sistemi di diagnostica
sono disabilitati o criptati. Giornalisti.»
Holden raccolse il terminale. Il display fracassato era un disastro di luce
sparsa. Le sole sezioni che avevano ancora qualcosa di vagamente
riconoscibile erano un pulsante rosso lampeggiante in un angolo e alcune
lettere su una scheggia particolarmente ampia: ALE IN A. Holden premette il
pulsante rosso e il terminale lampeggiò una volta, poi il pulsante scomparve e
le lettere furono sostituite da qualcosa marrone chiaro attraversato da una
linea, un singolo pezzo di puzzle che fluttuava in un mare di statica luminosa.
«Che cosa hai fatto?» chiese Fred.
«C’era un pulsante, e l’ho premuto» rispose Holden.
«Gesù cristo. È davvero così che tu affronti tutte le cose della vita, vero?»
«Guarda. Io... credo di aver accettato un segnale in arrivo.»
«Da cosa?»
Holden scosse il capo, poi tornò a girarsi verso il mucchietto delle cose di
Monica, e quel minuscolo pensiero informe che continuava a disturbarlo
affiorò infine nella sua sfera cosciente dandogli una sensazione simile al
sollievo.
«Il suo acquisitore di immagini video» disse. «Ha un piccolo apparecchio
che può portare indosso durante le interviste. È fatto per non dare nell’occhio,
in modo che la persona con cui lei sta parlando finisca per dimenticarsi di
essere ripresa.»
«E?»
Holden allargò le mani. «Qui non c’è.»
Fred venne avanti con le labbra serrate e gli occhi che esaminavano il
pasticcio di luci sullo schermo infranto. Holden ebbe una sensazione di
movimento, come se l’immagine fosse cambiata leggermente. Fuori della
porta chiusa dell’ufficio di Fred si levarono delle voci, una maschile pervasa
di rabbia e quella calma e secca di Drummer.
«Sei certo che non possiamo accedere a questo terminale?» chiese Holden.
«Più che certo,» rispose Fred «ma ci potrebbe essere un altro modo. Vieni.
Se vogliamo risolvere questa cosa ci serve un elaboratore di immagini
astronomiche.»
Una volta che Fred ebbe spiegato il problema, ci vollero tre ore per
predisporre un’apparecchiatura che catturasse la luce che emanava dallo
schermo infranto, e un’altra ora per indurre il computer a capire il suo nuovo
compito. A quanto pareva, le proprietà della luce che proveniva da nubi di
polvere extrasolare erano molto diverse da quelle dello schermo frantumato
di un terminale. Una volta che i sistemi esperti si furono convinti che il
problema rientrava nel loro tipo di lavoro, il laboratorio si mise all’opera,
abbinando polarizzazioni e angoli, mappando le fessure nella superficie del
display e costruendo una lente computazionale che non poteva esistere nel
mondo reale.
Fred aveva fatto uscire tutti dal laboratorio e lo aveva sigillato. Holden
sedeva su una sedia, intento ad ascoltare il ticchettare degli scanner che
registravano i fotoni e a guardare l’immagine sul display che si ricomponeva
lentamente. Fred canticchiava fra sé una melodia bassa e lenta che suonava
insieme malinconica e minacciosa. Le postazioni e le scrivanie vuote intorno
a loro sottolineavano quanto fossero soli in una stazione piena di gente.
Una sequenza computazionale si concluse e l’immagine si aggiornò. Era
ancora rozza e attraversata da deformazioni multicolori, mentre alcune
sezioni erano semplicemente mancanti: sembrava l’inizio di un’emicrania.
Però era sufficiente. Parecchi metri di spazio vuoto che terminavano con
una porta quadrata in metallo dotata di un meccanismo di chiusura
industriale. Pareti, soffitto e pavimento erano coperti da una vernice gialla
piena di graffi e punteggiati di asole per assicurare casse e bancali.
«Quello è un container» disse Fred. «È in un container per le spedizioni.»
«Guarda il modo in cui l’immagine si muove. È lei? Si sta muovendo?»
Fred scrollò le spalle.
«Perché se si sta muovendo, allora probabilmente è viva, giusto?»
«È possibile. Se è viva è perché la vogliono viva. E lontano da Tycho.
Guarda là.»
Holden seguì la direzione indicata dal dito di Fred. «Quello è il bordo della
porta?»
«La porta è sigillata, e non ha sigilli a meno di essere pronto alla
spedizione. C’è probabilmente un quarto di milione di contenitori come
quello sulla stazione, ma scommetto che non ce n’è più di qualche migliaio
già sigillato e pronto a partire. Chiunque la voglia, la vuole in un posto da
dove non possiamo recuperarla.»
Holden sentì qualcosa che gli si rilassava nello stomaco. Lei era là fuori e
stava bene. Non era in salvo, non ancora, ma non era morta. Non si era reso
conto di quanto il senso di colpa e la paura gli gravassero sulle spalle fino al
momento in cui la speranza non aveva sollevato quel peso.
«Cosa c’è?» chiese Fred.
«Io non ho detto niente.»
«Ma hai fatto quel verso.»
«Oh, già» replicò Holden. «Stavo solo notando come il fatto che tutti coloro
a cui tengo siano lontani rende davvero importante che io non mandi in vacca
le cose che posso controllare.»
«Una buona intuizione. Ben fatto.»
«Mi stai prendendo in giro?»
«Un poco. Però sto anche eseguendo un esame sensoriale di sicurezza
mirato sui contenitori pronti alla spedizione. E prova a indovinare?» Fred
accennò allo schermo sulla scrivania che aveva davanti. Il grande vuoto della
sfera di lavoro di Tycho era rappresentato in sottili e nitide linee schematiche.
Per abitudine, lo sguardo di Holden andò alla Rocinante. Fred indicò al di là
di essa, verso un gruppo di contenitori metallici che fluttuavano nel vuoto.
«Uno di quelli è caldo.»
17
Alex

Alex aveva trascorso una buona quantità del suo tempo di addestramento
alla Base di Hecate, e tornarci adesso era strano sotto un paio di aspetti.
Anche lì c’era il genere di cambiamenti che aveva imparato ad aspettarsi su
Marte – i vecchi bar erano scomparsi, sostituiti da nuovi ristoranti, i campi di
palla a mano da quattro soldi erano stati trasformati in un centro
amministrativo, cose del genere. Mentre guidava il carrello lungo gli ampi
corridoi, però, la cosa che lo colpì maggiormente fu come tutti fossero
giovani. I cadetti si pavoneggiavano davanti a quello che un tempo era stato
lo Steel Cactus Mexican Grill e che adesso vendeva confezioni da asporto di
cibo tailandese. Gli annunci commerciali sugli schermi erano tutti di armi e
chiese, servizi per single studiati per persone in servizio attivo e assicurazioni
sulla vita fatte su misura per le famiglie che si lasciavano alle spalle. Era quel
genere di cose che promettevano controllo o conforto in un universo incerto.
Alex ricordava di aver visto annunci come quelli, decenni prima. Lo stile era
cambiato, ma i bisogni e le paure nascoste che li alimentavano erano sempre
gli stessi.
Alex aveva indossato l’uniforme, fatto le stesse battute, o almeno battute
dello stesso tipo. Con un misto di speranza e timore, si era chiesto se ci
sarebbe stata violenza, quando avesse lasciato la base, e aveva finto di essere
più duro di quanto non fosse nella speranza di diventarlo effettivamente.
Ricordava quanto tutto fosse stato serio. C’era stata quella volta in cui
Preston si era ubriacato e aveva cominciato a darsele con Gregory. Alex era
stato coinvolto e tutti e tre erano finiti davanti alla polizia militare, certi che
la loro carriera fosse finita. O quella volta in cui Andrea Howard era stato
sorpreso a barare ed era stato congedato con disonore. Aveva dato
l’impressione che qualcuno fosse morto.
Adesso, nel guardare quei ragazzi, gli pareva ovvio che ci fossero risse e
decisioni stupide. Erano bambini, come lo era stato anche lui quando era lì, e
le sue scelte erano state fatte da qualcuno che ancora non aveva giudizio.
Aveva sposato Talissa quando aveva più o meno quell’età, e avevano fatto i
loro piani riguardo a come lui avrebbe prestato servizio per i turni previsti e
poi sarebbe tornato a casa. Tutti i loro piani erano stati fatti da ragazzini di
quell’età. Guardando la cosa da quella prospettiva, era logico che niente
avesse funzionato.
L’altra cosa che lo sorprese fu che tutti parevano sapere chi fosse.
Parcheggiò il carrello davanti a una sala da tè chiamata Poush che era
sopravvissuta negli anni trascorsi da quando lui prestava servizio lì. Il
tendone azzurro e dorato proiettava un’ombra gentile sulla porta di vetro. La
pittura anticata sulla vetrina formava una cornice in stile art nouveau, con
frasi in francese. Alex suppose che l’intenzione fosse quella di evocare un
caffè parigino dei secoli passati per persone che non avevano mai neppure
messo piede sul pianeta su cui la Francia si trovava. Era strano come quella
pittoresca sensazione si trasmettesse tanto bene.
Dentro, una dozzina di piccoli tavoli con tovaglie di vero lino erano
accalcati gli uni vicino agli altri, e l’aria era pervasa dell’odore del qahwa
locale – mandorle, cannella e zucchero. Il capitano Holden adorava il caffè, e
Alex avvertì un momentaneo rammarico che lui fosse sulla Stazione di Tycho
e non potesse sentire quell’aroma. Prima che potesse completare quel
pensiero, Fermín saltò su dalla sedia e lo cinse con le braccia.
«Alex!» gridò. «Buon dio, uomo. Sei diventato grasso!»
«No» ribatté Alex, ricambiando l’abbraccio e poi ponendovi fine. «Quello
grasso eri tu.»
«Ah» commentò il suo vecchio amico, annuendo. «Sì, ero io. L’ho
dimenticato. Siediti.»
Il cameriere, un ragazzo di forse diciotto anni, si affacciò alla porta della
cucina e sgranò gli occhi. Sfoggiò un sorriso che voleva essere la solita forma
di cortesia, ma quando si ritrasse in cucina Alex lo sentì parlare in tono
eccitato con qualcuno, e cercò di non sentirsi in imbarazzo per questo.
«Grazie per essere qui» disse all’amico. «Non mi piace essere quello che
non si tiene in contatto finché non ha bisogno di un favore.»
«Eppure sei qui» replicò Fermín. Gli anni avevano tinto di grigio il velo di
barba e gli avevano appesantito la mascella. Alex ebbe la sensazione che se
avesse socchiuso gli occhi avrebbe ancora potuto vedere l’uomo dal volto
affilato con cui aveva prestato servizio nascosto lì da qualche parte. Gli fu più
facile ritrovarlo nella gestualità, quando lui accantonò le sue preoccupazioni
con un cenno. «Non è niente. Sono lieto di fare un favore a un amico.»
Il cameriere emerse dalla cucina annuendo. Quasi timidamente, posò
davanti ad Alex l’ampia tazza fumante che aveva in mano.
«La specialità della casa» disse. «Per lei, Mr Kamal.»
«Ah. Grazie» rispose Alex.
Il ragazzo annuì di nuovo e batté in ritirata. Alex ridacchiò a disagio nel
guardare la tazza, e Fermín sogghignò. «Suvvia, devi essere abituato a questo
genere di cose, giusto? Sei Alex Kamal, il primo pilota che abbia attraversato
l’Anello.»
«No, solo il primo che è sopravvissuto.»
«Stessa cosa.»
«E di certo non volevo esserlo» aggiunse Alex. «Mi stavano sparando.»
«Questo lo rende meno romantico?»
Alex soffiò sulla superficie della tazza e bevve un sorso. Chai, con miele e
cardamomo e qualche altra cosa che non riusciva a individuare. «Quel
viaggio è stato un sacco di cose, ma di certo non romantico» ribatté con voce
strascicata. «E da allora di solito ho avuto intorno il capitano che attirava tutta
l’attenzione.»
«Altrove probabilmente è diverso. Tu però sei un ragazzo di qui, uno di noi
che è andato là fuori e se l’è cavata bene.»
«È questo che è successo?»
Fermín allargò le mani in un gesto che abbracciava la sala da tè, il corridoio
all’esterno, la Base di Hecate e tutto Marte. «Io sono rimasto qui per tutto il
dannato tempo e sono arrivato al grado di primo sottufficiale. Due divorzi e
un figlio all’università superiore che mi chiama due volte l’anno per farsi
prestare soldi.»
«Ma hai avuto meno persone che ti sparavano addosso. Non è divertente
come lo fai apparire.»
«Suppongo di no» ammise Fermín. «L’erba altrui è sempre più verde.»
Più o meno per un’ora rimasero seduti a bere tè e a mangiare biscotti alle
mandorle – anche se meno di quanti ne avrebbero mangiati quando erano più
giovani. Fermín lo ragguagliò su una mezza dozzina degli altri che erano stati
conoscenze comuni in passato. Il tè era buono e Fermín gioviale. Per Alex fu
difficile determinare cosa lo stesse rendendo malinconico. Quando arrivò il
momento di andarsene, il ragazzo rifiutò di farsi pagare. «Offre la casa» disse
soltanto, quando chiesero il conto.
Il posto di controllo per accedere alla base vera e propria era gestito da una
squadra di sicurezza che chiese a Fermín di guardare in un apparecchio di
riconoscimento facciale. Una volta che lui si fu identificato, Alex venne
perquisito per accertare che non avesse armi o merci di contrabbando, poi gli
fu dato un pass da visitatore. Il tutto richiese meno di cinque minuti, anche se
si svolse senza fretta. Alex seguì Fermín verso una passerella semovente e si
appoggiò con lui alla ringhiera mentre essa li trasportava sempre più addentro
l’Olympus Mons.
«Dimmi di questo tizio» chiese Alex.
«Il comandante Duarte? Ti piacerà. Piace a tutti. È l’aiutante
dell’ammiraglio Long da dieci anni.»
«Long non è andata in pensione?»
«Morirà alla sua scrivania» dichiarò Fermín. La sua voce suonava quasi
risentita, ma il suo sorriso mascherava qualsiasi sentimento ci fosse sotto.
«Apprezzo che tu abbia organizzato questo incontro.»
«Nessun problema. Duarte è eccitato all’idea di conoscerti.»
«Davvero?»
«Perché ti sorprendi? Sei il pilota della Rocinante. Sei famoso.»
L’ufficio di Winston Duarte era semplice e confortevole. La scrivania era di
policarbonato pressato, appena più larga di quella della reception, lo schermo
a parete era regolato su una tranquilla immagine semiastratta che scorreva nei
toni del seppia e del marrone, evocando più o meno in pari misura foglie
cadute e prove matematiche. Il solo tocco di lusso era uno scaffale contenente
quelli che sembravano effettivi volumi su carta stampata di manuali di
strategia militare. Il proprietario di quello spazio vi si adattava come se fosse
stato progettato per lui. Di mezza testa più basso di Alex, con le guance
segnate dall’acne e caldi occhi marroni, Duarte emanava cortesia e
competenza. Dopo l’iniziale stretta di mano sedette accanto ad Alex invece di
prendere posto dietro la scrivania.
«Devo dire che questa visita mi sorprende un poco» affermò. «La maggior
parte dei miei rapporti con l’APE è formale.»
«La Roci non fa parte dell’APE.»
Le sopracciglia di Duarte si sollevarono di un millimetro. «Davvero?»
«Siamo più che altro un appaltatore indipendente. Abbiamo accettato lavori
per conto dell’APE, ma anche la Terra ha pagato alcune delle nostre parcelle.
Se sono convenienti, accettiamo anche lavori da società private.»
«Allora mi devo ricredere. In ogni caso, sono onorato. Cosa posso fare per
lei, Mr Kamal?»
«Tanto per cominciare, mi chiami Alex. Non sono qui in veste ufficiale.
Quello che voglio dire è che sono in licenza dalla mia nave e nel tornare a
visitare i posti dove sono cresciuto mi sono imbattuto in una vecchia amica
che ha bisogno di una mano per qualcosa. Sa com’è, una cosa tira l’altra...»
«E questo l’ha portata da me» concluse Duarte. Il suo sorriso fu improvviso
e caldo. «Mi considero fortunato. Cosa preoccupa la sua amica?»
«Navi scomparse.»
Duarte si immobilizzò, il sorriso ancora perfetto e al suo posto. Per un
momento, fu come se fosse diventato una statua. Quando riprese a muoversi,
si appoggiò allo schienale della sedia con una noncuranza un po’ troppo
marcata che destò l’attenzione di Alex. «Non mi risulta di nessuna nave
scomparsa. C’è qualcosa che dovrei sapere?»
Alex incrociò le mani su un ginocchio. «La mia amica è un marine. Ecco,
un ex marine, adesso, e sta facendo qualche indagine sul mercato nero.»
«Allora è una giornalista?»
«Una patriota marziana» precisò Alex. «Non vuole sollevare polveroni, e
non lo voglio neppure io. Però ha trovato alcune cose che l’hanno
insospettita.»
«Che genere di cose?»
Alex sollevò un dito. «Ci arriverò fra un momento. Il problema è che lei
non è della marina, non ha amici o contatti fra di noi. Quindi, mi ha chiesto di
fare qualche domanda, e quando l’ho fatto...»
«Il primo sottufficiale Beltran l’ha mandata da me» disse Duarte.
«Capisco.»
«Ha fatto un errore?»
Duarte rimase in silenzio per un lungo momento, gli occhi fissi nel nulla.
Alex si agitò sulla sedia. Quel genere di conversazioni non faceva parte dei
suoi doveri abituali e non era in grado di stabilire se le cose stessero andando
bene o male. Duarte sospirò. «No.»
«Lei... anche lei ha notato delle cose, vero?»
Duarte si alzò e si avvicinò alla porta, senza toccarla, guardandola con la
testa leggermente inclinata. «Questo non è il genere di cose di cui parliamo.
Non infrango la catena di comando.»
«E io lo rispetto» replicò Alex. «Non le sto chiedendo di essere sleale verso
qualcuno. Però io ho alcune informazioni e anche lei potrebbe averne. Le dirò
quello che mi sento di poter condividere e lei farà lo stesso. Forse possiamo
aiutarci a vicenda.»
«Ho un’indagine in corso.»
«Non mi crea problemi che lei trasmetta ad altri quello che le dirò» affermò
Alex. «Forse sarebbe meglio se lo stesso valesse per lei.»
Duarte rifletté sulla cosa con le labbra serrate. «D’accordo. Cos’ha
scoperto?»
«Falle negli inventari. Cose perdute o distrutte che riappaiono in seguito.
Armi. Scorte di medicinali.»
«E navi?»
«Sì» confermò Alex. «Anche navi.»
«Mi dia un nome.»
«Apalala.»
Duarte parve sgonfiarsi. Andò alla scrivania e si accasciò sulla sedia dietro
di essa, ma quando parlò la sua voce aveva un tono rilassato che diede ad
Alex la sensazione di aver superato un test. La falsa e disinvolta cordialità
con cui l’incontro era cominciato si era dissolta come una maschera.
«È quella su cui stavo indagando anch’io» disse Duarte.
«Cosa ha trovato?»
«Non lo so. Non proprio. Le nostre risorse sono già troppo ridotte. Lo sa?»
«La gente sta partendo per i nuovi pianeti.»
«Gli inventari procedono a rilento, e sono convinto che molti di essi siano
artefatti più di quanto chiunque voglia ammettere. Sto cercando di convincere
l’ammiraglio che questo è un problema, ma lei non riesce a capirlo oppure...»
«Oppure?»
Duarte non concluse la frase. «Anche negli attacchi è visibile uno schema.
Può essere politico, o forse si tratta solo di furto e di pirateria. Ha saputo
dell’attacco su Callisto?»
«Ne ho sentito parlare.»
«Si è imbattuto in niente di particolare al riguardo?»
«No.»
Duarte serrò la mascella con aria delusa. «In quell’attacco c’è stato
qualcosa che mi disturba, ma non riesco a individuare di cosa si tratta. Il
tempismo è stato perfetto, l’attacco ben coordinato. E per cosa? Per
saccheggiare un cantiere navale?»
«Che cosa hanno preso?»
Duarte incontrò lo sguardo di Alex con un sorriso dolente. «Non lo so. Non
lo sa nessuno, e credo che nessuno lo saprà mai perché non riesco neppure a
capire cosa c’era là prima. Ecco come stanno le cose.»
Alex si accigliò. «Mi sta dicendo che la marina marziana non sa dove sono
le sue stesse navi?»
«Le sto dicendo che siamo praticamente al collasso quando si tratta di
tracciare e inventariare provviste, navi e materiali. Non sappiamo cosa manca
perché non sappiamo cosa c’era. E chi comanda è così concentrato sul non
perdere la faccia davanti alla Terra e all’APE che minimizza la gravità della
cosa.»
«La insabbiano.»
«Minimizzano» ribadì Duarte. «Proprio in questo momento il primo
ministro Smith sta battendo la grancassa riguardo al suo viaggio sulla Luna
per incontrarsi con il segretario generale delle Nazioni Unite e giura che va
tutto bene, e fa tanto chiasso perché in realtà non è vero che va tutto bene. Se
fossi un criminale e operassi nel mercato nero, tutto questo mi sembrerebbe
un Natale permanente.»
Alex disse qualcosa di osceno. Duarte aprì la scrivania e tirò fuori un
blocco di carta e una penna d’argento. Scrisse per un momento, poi strappò il
pezzo di carta dal blocco e lo spinse verso l’altro lato della scrivania. In una
calligrafia precisa e chiaramente leggibile aveva scritto: KAARLO HENDERSON-
CHARLES e un indirizzo all’interno della base. Il fatto di scrivere qualcosa
fisicamente invece di affidare l’informazione a un trasferimento elettronico
poteva essere una precauzione sensata o una forma di paranoia. Alex non
avrebbe saputo dire di cosa si trattava.
«Visto che è qui, le consiglio di parlare con Kaarlo. È un programmatore
anziano che ha lavorato al progetto che dovrebbe coordinare i database. È
stato il primo a venire da me per dire che riscontrava dei problemi. Se ha
delle domande specifiche, lui le potrebbe fornire le risposte o potrebbe
indicarle dove cercarle.»
«Mi aiuterà?»
«Potrebbe» replicò Duarte. «Io l’ho fatto.»
«Potrebbe... coprirgli le spalle?»
«No» replicò Duarte, con un triste sorriso. «Non intendo ordinare a nessuno
di fare qualcosa con lei. Senza offesa, ma non fa più parte della marina.
Qualsiasi cosa facciamo, lei e io, la faremo come parte della mia indagine, e
io farò un rapporto esaustivo, alla lettera, all’ammiraglio.»
«Per pararsi il culo.»
«Al diavolo, sì» replicò Duarte. «Lei dovrebbe fare lo stesso.»
«Sissignore» rispose Alex.
Quando uscì Fermín non era nell’area di attesa, quindi Alex prese una delle
passerelle mobili e si diresse a est, verso gli alloggi della base. Si sentiva la
testa leggera, come se avesse respirato ossigeno rarefatto per troppo tempo.
Nella sua vita, la marina era sempre stata la sola cosa che non cambiava, il
fattore permanente. Il suo rapporto con essa poteva modificarsi – aveva fatto
il suo periodo di ferma e si era congedato – ma i cambiamenti riguardavano
tutti lui, la sua vita, la sua fragilità e la sua temporaneità. L’idea che la marina
stessa potesse essere fragile, che il governo di Marte potesse barcollare o
collassare, era come dire che il sole potesse spegnersi. Se queste cose non
erano solide, niente lo era.
E forse era così, niente lo era.
Il buco di Kaarlo Henderson-Charles era in un blocco di cento altri buchi
identici, modesti e spartani. Sulla porta grigioverde non c’era niente che lo
identificasse a parte il numero, e nel vaso accanto a essa non c’erano fiori,
solo terra arida. Alex suonò il campanello, poi provò a bussare e avvertì il
battente che gli si apriva sotto le nocche. Poteva sentire qualcuno borbottare
rabbiosamente sottovoce – no, non era una persona ma i riciclatori messi al
massimo per ripulire l’aria. Colse un sentore di cordite e un odore come di
carne marcia.
Il corpo, vestito nella tuta dell’uniforme, era sul tavolo da cucina. Il sangue
si era raccolto sotto la sedia e aveva schizzato il muro e il soffitto. La pistola
pendeva ancora nella destra inerte. Alex scoppiò in una risata che era un
misto di incredulità e di disperazione, poi tirò fuori il terminale per chiamare
la polizia militare.
«Poi cosa è successo?» chiese Bobbie.
«Tu cosa pensi? È arrivata la polizia militare.»
L’atrio dell’hotel era decorato in carminio e oro, e una fontana a parete
gorgogliava accanto ai divani, coprendo le loro voci e dando loro un po’ di
privacy. Alex sorseggiò il suo Gin tonic, avvertendo il lieve bruciore
dell’alcol. Bobbie si premette le nocche contro le labbra con espressione
accigliata. Aveva un aspetto eccellente, per una persona qualsiasi che fosse
stata torturata e a cui avessero sparato, ma per essere Bobbie appariva ancora
un po’ fragile. Le bende che coprivano le ferite di proiettile sul lato sinistro
del corpo formavano un goffo rigonfiamento sotto la sua casacca, ma niente
di più.
«Ti hanno interrogato?» disse, senza neppure dare alla frase un’intonazione
interrogativa.
«Per circa otto ore. Duarte però mi ha potuto fornire un alibi solido, per cui
non sono in prigione.»
«Piccoli favori. E quel tuo amico? Fermín?»
«A quanto pare il suo terminale non è connesso alla rete. Non so se ha
ucciso quel tizio o se l’assassino ha ucciso anche lui o che altro.» Alex bevve
ancora, questa volta più a lungo. «Può darsi che non me la cavi molto bene a
indagare.»
«Io non me la cavo molto meglio di te» replicò Bobbie. «Più che altro, ho
scrollato gli alberi per vedere cosa cadeva. Finora, la sola cosa di cui sono
davvero sicura è che sta succedendo qualcosa.»
«E che la gente è pronta a uccidersi a vicenda per questo qualcosa»
aggiunse Alex.
«E adesso che è coinvolta la polizia militare blinderanno l’intera indagine
come se fosse fissionabile. Non riuscirò più a cavare un dannato ragno dal
buco.»
«Pare che l’ora del detective dilettante sia scaduta» convenne Alex.
«Comunque, posso ancora fare domande in giro.»
«Hai fatto più che abbastanza» replicò Bobbie. «Non avrei dovuto
coinvolgerti in questa storia. È solo che non mi va di deludere la vecchia
signora.»
«Questo lo capisco e lo rispetto. Però vorrei sapere cosa sta succedendo.»
«Anch’io.»
Alex finì il suo drink, con il ghiaccio che gli tintinnava contro i denti.
Avvertiva un piacevole calore nel ventre. Guardò verso Bobbie e si accorse
che lo fissava a sua volta.
«Sai,» disse lentamente «solo perché qui ci hanno chiuso tutte le strade
questo non significa che è tutto chiuso da ogni parte.»
Bobbie sbatté le palpebre, poi scrollò le spalle con indifferenza, ma c’era un
bagliore nel suo sguardo. «Stai pensando a quell’asteroide sperduto a cui
Holden ti ha chiesto di dare un’occhiata?»
«Tu hai una nave, e qui non c’è niente che possiamo fare» rispose Alex.
«Quella invece mi sembra una cosa fattibile.»
«Se non altro, se qualcuno ci vorrà sparare addosso lo vedremo arrivare»
commentò Bobbie, con un’indifferenza che emanava una sorta di eccitazione.
O forse l’alcol e la prospettiva di essere di nuovo in una cabina di pilotaggio
stavano inducendo Alex a vedere quello che desiderava vedere.
«Potremmo andare a dare un’occhiata» disse. «Probabilmente non
troveremo niente.»
18
Holden

La sfera dei cantieri della Stazione di Tycho scintillava intorno a Holden,


più lucente delle stelle. Le navi in vario stato di riparazione erano sospese nei
loro ancoraggi, e la Rocinante era soltanto una fra le tante. Altre navi erano
sospese nel centro della sfera, in attesa di poter partire. Le scintille delle torce
per le saldature e i pennacchi bianchi esalati dai propulsori di manovra
ammiccavano a intervalli, come lucciole. Il solo suono che poteva sentire era
quello del suo respiro, il solo odore quello troppo pulito dell’aria di una
bombola. La tuta EVA grigioverde sporca portava stampata su un braccio la
scritta SICUREZZA DI TYCHO in lettere arancioni, e il fucile che teneva in mano
proveniva dall’armadietto delle armi di Fred.
Le forze di sicurezza della stazione erano in stato di allerta, Drummer e le
sue squadre erano tutte impegnate a sorvegliarsi a vicenda sulla base della
supposizione – Holden era dolorosamente consapevole che non si trattava di
niente più di questo – che se c’era al loro interno una fazione dissidente, le
forze ancora fedeli a Fred sarebbero comunque state in numero più elevato.
Quando erano usciti dal portellone stagno, Holden aveva attivato il sistema di
sicurezza che ora evidenziava poco più di mille punti in cui poteva essere
annidato un cecchino. Tornò a disattivarlo.
Fred fluttuava davanti a lui, all’interno di un mech da recupero di un giallo
acceso; il kit di soccorso e recupero appariva come un enorme zaino
assicurato alle spalle del mech. Uno sbuffo di fumo bianco scaturì dal lato
sinistro del mech e Fred fluttuò con eleganza verso destra. Per un momento, il
cervello di Holden registrò le dozzine di contenitori di spedizione accumulati
nello spazio vuoto fuori degli enormi magazzini, vedendoli come se si
fossero trovati sotto di loro e lui e Fred fossero stati due sommozzatori in un
vasto mare senz’aria. Poi la prospettiva si invertì e lui si trovò a salire verso
di essi a piedi in avanti. Attivò nuovamente l’HUD della tuta, modificando le
priorità del display, e uno dei contenitori assunse una tonalità verde. Quello
era il bersaglio. La prigione, o forse la tomba, di Monica Stuart.
«Come te la cavi, là sotto?» chiese la voce di Fred, nell’auricolare.
«Tutto a posto» replicò Holden, poi contrasse le labbra in una smorfia di
irritazione e accese il microfono. «Tutto a posto, tranne per il fatto che questa
non è la mia solita armatura. I comandi di questo arnese sono tutti in qualche
misura sbagliati.»
«Ti eviterà di morire se ci sparano addosso.»
«Certo, a meno che non siano davvero in gamba.»
«Possiamo sperare che siano delle schiappe» ribatté Fred. «Preparati, sto
per entrare.»
Quando avevano identificato il container, Holden aveva pensato che
avrebbero mandato un mech a trascinarlo in un hangar di scarico e lo
avrebbero aperto lì. Non aveva pensato alla possibilità di qualche trappola
finché Fred non gliel’aveva fatta notare. I dati del container mostravano che
era in attesa di essere prelevato, ma il contenuto della casella da cui sarebbe
dovuto risultare a quale nave era diretto era confuso, e l’immagine del video
di Monica aveva mostrato soltanto la porta di accesso. Per quel che ne
sapevano, lei poteva essere seduta su bidoni di acetilene e ossigeno collegati
agli stessi circuiti dei fermi di attracco. Quello che sapevano per certo era che
la porta era sprangata e sigillata, ma poteva essere collegata a un detonatore.
Secondo Fred, l’alternativa meno rischiosa era quella di aprire un buco nello
stipite visibile della porta e mandare dentro qualcuno a dare un’occhiata. E
l’unico qualcuno di cui era certo di potersi fidare era Holden.
Fred si posizionò davanti alle porte del container, e il braccio massiccio del
mech si protese all’indietro per sganciare il grosso zaino di soccorso e
recupero. Fred ne prelevò il contenuto con una rapidità ed efficienza di
movimenti tale da dare l’impressione che quella fosse una cosa che faceva
tutti i giorni: il sottile portello di emergenza di plastica, un cannello da taglio
monouso, due tute pressurizzate d’emergenza, un segnale d’emergenza e la
piccola cassetta sigillata di un apparecchio medico di emergenza trovarono
tutti posto nel vuoto intorno a lui come se fossero stati agganciati in loco.
Holden aveva trascorso abbastanza anni a trasportare ghiaccio da riuscire ad
ammirare il movimento di deriva minimo di ogni oggetto.
«Augurami buona fortuna» disse Fred.
«Non saltare in aria» replicò Holden. Fred spense il microfono mentre stava
ancora ridacchiando, poi le braccia del mech entrarono in movimento con una
velocità e precisione chirurgiche. La fiamma ossidrica si accese, tagliando
attraverso il metallo mentre un iniettore di schiuma sigillante si muoveva di
pari passo per impedire la fuoriuscita di aria dal container. Holden aprì
intanto il collegamento con il laboratorio e le immagini che il video di
Monica continuava a trasmettere: adesso si vedeva una luminosità intensa,
come quella di una stella.
«Abbiamo la conferma visiva» annunciò. «È il contenitore giusto.»
«L’ho visto» confermò Fred, mentre ultimava il taglio. Applicò il portello
stagno sulla cicatrice nel metallo, premendo l’adesivo contro la superficie,
poi aprì la cerniera esterna. «Tocca a te.»
Holden venne avanti. Fred sollevò una delle massicce mani a tre dita del
mech e Holden vi depose il fucile, prelevando la scatola dell’apparecchiatura
medica e una tuta d’emergenza.
«Se vedi qualcosa di sospetto, esci subito» gli raccomandò Fred.
«Correremo il rischio di coinvolgere un vero tecnico esperto in demolizioni.»
«Farò solo capolino all’interno» rispose Holden.
«Come no.» L’angolazione del visore di Fred rendeva impossibile vedere il
suo sorriso, ma esso gli trapelava dalla voce. Holden si tirò dietro il telo
esterno del portello, lo sigillò, gonfiò la bolla e aprì il telo interno. Il taglio
quadrato misurava un metro per lato, con i bordi neri e bruciati del taglio
separati da una striscia beige chiaro di sigillante. Premette un piede contro la
parte intatta della porta del contenitore fino a far scattare la suola magnetica
dello stivale, poi sferrò un calcio con l’altro piede. La schiuma sigillante si
sbriciolò, rompendosi verso l’interno, e il pannello tagliato fluttuò dentro il
container da cui ora scaturiva un’opaca luce biancastra.
Monica Stuart giaceva legata su un sedile a smorzamento, con gli occhi
aperti ma vitrei e la bocca rilassata. Un taglio su una guancia era già coperto
da una crosta scura, e un’apparecchiatura medica automatica di poco costo
era fissata alla parete, con un tubo che penetrava nel collo di lei come un
guinzaglio. Dentro il container non pareva esserci niente altro, o quantomeno
niente che recasse un grosso cartello con la scritta ATTENZIONE – ESPLOSIVI.
Holden si aggrappò al bordo del sedile, facendolo spostare sulle
sospensioni: gli occhi di Monica incontrarono i suoi, e gli parve di scorgere
in essi una fugace emozione – confusione, e forse sollievo. Quando le
rimosse con delicatezza l’ago dal collo, un sottile getto di un liquido
trasparente prese a danzare nell’aria mentre lui apriva la cassetta contenente
l’apparecchiatura medica d’emergenza e gliel’applicava a un braccio.
Quaranta lunghi secondi più tardi, l’apparecchio riferì che Monica appariva
sedata ma che le sue condizioni erano stabili, e chiese se Holden voleva
intervenire.
«Come procede là dentro?» domandò Fred, e questa volta Holden si ricordò
di accendere il microfono.
«L’ho trovata.»
Tre ore più tardi erano nell’infermeria della Stazione di Tycho. La stanza
era isolata, con quattro guardie all’esterno e ogni connessione di rete con la
stanza disattivata fisicamente. Gli altri tre letti erano vuoti, e se fossero
arrivati altri eventuali pazienti sarebbero stati dirottati altrove. Quella era in
parte una sala di recupero e in parte custodia protettiva, e Holden si chiese se
Monica comprendeva quanta parte di quella sicurezza fosse in realtà soltanto
scena.
«Non è stato divertente» disse Monica.
«Lo so» rispose Holden. «Te la sei vista brutta.»
«Sì.» Le parole di Monica suonavano impastate, come se fosse stata
ubriaca, ma il suo sguardo era lucido e a fuoco come Holden era abituato a
vederlo.
In piedi vicino al letto, Fred incrociò le braccia. «Mi dispiace, Monica, ma
le devo fare qualche domanda.»
«Di solito è il contrario» osservò lei, con un sorriso che le si estendeva allo
sguardo.
«Sì, ma di solito io non rispondo. Spero che lei lo farà.»
Monica trasse un profondo respiro. «D’accordo. Cosa vuole sapere?»
«Perché non cominciamo da come ha fatto a finire in quel container?»
chiese Fred.
Lei scrollò le spalle, un gesto che risultò riuscirle doloroso. «Non c’è molto
da dire. Ero nel mio alloggio quando la porta si è aperta e sono entrati due
tizi. Ho inviato l’allarme di emergenza alla sicurezza, ho urlato parecchio e
ho cercato di fuggire, ma mi hanno spruzzato qualcosa sulla faccia e sono
svenuta.»
«La porta si è aperta» ripeté Fred. «Non è stata lei ad aprire?»
«No.»
L’espressione di Fred non cambiò, ma l’angolazione delle sue spalle diede a
Holden la sensazione che fosse oppresso da un peso crescente. «Continui.»
«Mi sono ripresa mentre mi caricavano sul sedile a smorzamento, ma non
potevo muovermi molto» proseguì Monica. «Sono però riuscita ad attivare la
mia microcamera portatile.»
«Ha sentito qualcuno parlare?»
«Sì. Erano cinturiani. Era questo che voleva sapere, giusto?»
«Fra l’altro. Può riferirmi cosa hanno detto?»
«Mi hanno chiamata con una serie di appellativi sgradevoli» rispose
Monica. «E c’era qualcosa riguardo a un attivatore. Non sono riuscita a
seguire tutto.»
«Il gergo cinturiano può essere difficile da capire.»
«Ed ero stata drogata e aggredita» aggiunse Monica, la voce che le si faceva
più dura. Fred sollevò le mani in un gesto conciliante.
«Non intendevo offendere» disse. «Non ricorda niente di specifico che...»
«Tutto questo è collegato alle navi coloniali scomparse, vero?»
«È ancora presto per dirlo» replicò Fred. Poi, con riluttanza, ammise: «Però
quella è di certo una possibilità.»
«Allora c’è dietro l’APE. Solo che lei non ne sapeva niente.»
«Al momento non confermo e non nego nulla.»
«Allora non lo faccio neppure io» dichiarò Monica, incrociando le braccia.
«Ehi, ehi, ehi» intervenne Holden. «Avanti, voi due, qui siamo tutti dalla
stessa parte, giusto?»
«Non senza condizioni» replicò Monica.
Fred serrò la mascella. «Le abbiamo appena salvato la vita.»
«Grazie, per questo» disse Monica. «Verrò inclusa nelle indagini, in tutto
quanto le riguarda, e voglio un’intervista esclusiva con tutti e due. In cambio
vi darò tutto ciò di cui dispongo sulle navi coloniali e sul mio rapimento,
perfino le parti che non ho detto a Holden. E vi avvertirò prima di rendere
pubblica una qualsiasi parte di questo materiale.»
«Aspetta un momento» esclamò Holden. «Ci sono cose che non mi hai
detto?»
«E la mia approvazione finale prima che qualsiasi cosa venga trasmessa»
aggiunse Fred.
«Non se ne parla» ritorse Monica. «Inoltre, avete bisogno di me.»
«Approvazione finale solo per le questioni di sicurezza» disse Fred. «E due
settimane di preavviso.»
Gli occhi di Monica erano luminosi e avidi. Holden aveva viaggiato con lei
per settimane quando aveva raggiunto l’Anello per la prima volta e pensava
di conoscerla, ma la sua espressione inflessibile lo sorprese. Fred parve solo
esserne divertito.
«Una settimana di preavviso, e nessuna censura irragionevole» ribatté, poi
puntò verso Fred un dito accusatore, aggiungendo: «Mi fido di lei al
riguardo.»
Fred guardò verso Holden con un sorriso sottile e privo di divertimento.
«Bene, adesso dispongo di due persone che non lavorano per la parte
avversa.»
La cosa che Holden non aveva saputo – no, non era esatto. La cosa che
Holden aveva saputo ma non aveva valutato a fondo, era il numero di navi
che si spostavano attraverso gli anelli e nella vasta distesa dei nuovi pianeti. I
registri completi di cui disponeva Monica tracciavano le quasi cinquecento
navi che avevano effettuato l’attraversamento. Molte erano ancora più piccole
della Rocinante e viaggiavano in gruppo per avanzare una rivendicazione su
un mondo nuovo e sconosciuto, oppure per unirsi a insediamenti appena
fondati su posti con nomi come Paris, Nuovo Marte e Firdaws. Altre navi
erano più grandi – vere navi coloniali cariche dello stesso genere di provviste
che, generazioni prima, l’umanità aveva portato con sé sulla Luna, su Marte e
sulle lune di Giove.
La prima a scomparire era stata la Sigyn, un trasporto per l’acqua convertito
appena più nuovo della Canterbury. Poi era toccato alla Highland Swing, una
minuscola nave per spostamenti fra asteroidi che era stata quasi sventrata per
inserirvi un reattore Epstein con una potenza tre volte superiore a quella che
la piccola nave avrebbe mai potuto usare. La nave che lei gli aveva mostrato,
la Rabia Balkhi, era quella che aveva la migliore registrazione visiva del
transito attraverso l’Anello, ma non era stata la prima o l’ultima a scomparire.
Nel vagliare la lista, Holden prese nota del tipo e delle caratteristiche delle
navi scomparse per inoltrare il tutto ad Alex. La Pau Kant poteva essere una
di quelle.
In quelle sparizioni c’era anche un altro schema. Le navi che scomparivano
lo facevano nei momenti di traffico elevato, quando l’attenzione della
Stazione di Medina era divisa fra cinque o sei navi diverse. E dopo – il che
era interessante – l’anello attraverso cui era passata la nave in questione non
mostrava un picco di radiazioni ma una discontinuità, un momento in cui i
livelli di fondo cambiavano improvvisamente. Era qualcosa che pareva non
comparire negli altri attraversamenti dei portali. Monica aveva interpretato la
cosa come la prova di una tecnologia aliena che stesse facendo qualcosa di
strano e di imperscrutabile, ma sapendo ciò che sapevano adesso, Holden
riteneva che fosse più un difetto lasciato dall’alterazione dei dati. Come per
lo scambio della cassa in cui Monica era stata portata via o gli uomini che
erano entrati nel bagno e non ne erano più usciti, qualcuno aveva dovuto
nascondere il momento in cui le navi ‘scomparse’ emergevano attraverso
l’anello. E se nei dati dei sensori dell’Anello ci fosse stato quello stesso
difetto che puntava verso il sistema natale dell’umanità...
«Holden?»
L’ufficio della sicurezza intorno a lui era vuoto, perché Fred lo aveva
sgomberato per il suo ‘uso personale’ – e cioè come centro per le sue indagini
private in merito a quanto la sua posizione fosse compromessa. Il personale
di sicurezza che Holden aveva incrociato nell’andare lì pareva sconcertato dal
fatto di essere stato buttato fuori dai suoi uffici, ma nessuno aveva sollevato
obiezioni. O almeno nessuna che lui avesse sentito.
Fred sostava sotto l’arcata del corto corridoio che portava alle stanze degli
interrogatori. Era in abiti civili, di buon taglio. Un velo di barba bianca gli
copriva il mento e le guance, gli occhi iniettati di sangue erano del colore
giallastro dell’avorio antico, ma aveva la schiena eretta e rigida, e il suo
portamento era abbastanza deciso da incutere rispetto.
«Hai saputo qualcosa?» chiese Holden.
«Ho fatto una chiacchierata con un mio collaboratore che conosco da molto
tempo. Il ritardo nelle comunicazioni rende queste cose penosamente lente,
ma... adesso ho un’idea più chiara di cosa ho davanti. Se non altro, è un
inizio.»
«Puoi fidarti di lui?»
Fred fece un sorriso stanco. «Se anche Anderson Dawes è contro di me,
allora sono fottuto, qualsiasi cosa faccia.»
«Sono d’accordo» annuì Holden. «Allora, da dove cominciamo?»
«Posso prenderti in prestito per qualche minuto?» chiese Fred, accennando
alla sala interrogatori.»
«Vuoi interrogarmi?»
«Più che altro, voglio usarti come attrezzo di scena in una piccola
commedia che sto mettendo in piedi.»
«Parli sul serio?»
«Se funziona, ci farà risparmiare del tempo.»
Holden si alzò. «E se non funziona?»
«Allora non sarà servito a niente.»
«Un’alternativa accettabile.»
La sala degli interrogatori era un ambiente freddo e ostile, con un tavolo
d’acciaio fissato al pavimento che separava un singolo sgabello senza
schienale da tre sedie imbottite di gel, una delle quali era occupata da
Monica. Il taglio sul suo volto aveva già un aspetto molto migliore, ridotto a
poco più di un lungo segno rosso. Senza trucco, aveva un aspetto più duro,
più anziano, che le si addiceva. Fred indicò a Holden la sedia dall’altro lato,
poi prese posto nel centro.
«Limitati ad avere un’aria seria e lascia parlare me» disse.
Holden intercettò lo sguardo di Monica e inarcò le sopracciglia in un
silenzioso ‘Cosa significa tutto questo?’. Lei rispose con un sottile sorriso che
esprimeva un altrettanto silenzioso ‘Suppongo che lo scopriremo presto’.
La porta si aprì ed entrò Drummer, seguita da Sakai. Lo sguardo
dell’ingegnere capo si spostò da Holden a Monica, poi tornò su Holden.
Drummer lo guidò fino allo sgabello.
«Grazie» le disse Fred. Drummer annuì e uscì con fare rigido dalla stanza.
Era possibile che fosse solo seccata per essere esclusa da quanto succedeva, o
forse si trattava di qualcosa d’altro. Holden era consapevole di come quel
genere di pensieri potesse portare in fretta a una paranoia paralizzante.
Fred sospirò. Quando parlò, la sua voce era morbida e calda come la
flanella. «Allora, credo sappia di cosa si tratta.»
Sakai aprì la bocca, poi la richiuse. Un momento più tardi, fu come veder
cadere una maschera quando i suoi lineamenti si modellarono in
un’immagine di odio assoluto e rovente.
«Sai una cosa?» ribatté. «Fottiti.»
Fred rimase seduto immobile, con un’espressione indecifrabile. Era come
se non avesse sentito quelle parole. Sakai serrò la mascella e si accigliò a
mano a mano che il silenzio si protraeva e la pressione cresceva fino a
diventare insostenibile.
«Voialtri arroganti fottuti terrestri. Tutti quanti. Venite qui fuori nella
Fascia per condurre noi poveri pezzenti alla salvezza? È questo che credete di
fare? Avete idea di quanto siate fottutamente paternalistici? Tutti quanti.
Tutti. La Fascia non ha bisogno di bastardi terrestri come voi che vengano a
salvarci. Ci salviamo da soli, e voialtri stronzi potete pagare per questo,
chiaro?»
Holden sentì il calore dell’ira che gli saliva dal petto, ma la voce di Fred
continuò a suonare calma e morbida.
«Quello che percepisco è che sei risentito nei miei confronti perché vengo
dalla Terra. Ho capito bene?»
Sakai cercò di appoggiarsi all’indietro sullo sgabello, recuperò l’equilibrio,
poi si girò e sputò sul pavimento. Fred attese di nuovo, ma questa volta
l’ingegnere lasciò che il silenzio si prolungasse. Dopo qualche momento,
Fred scrollò le spalle, sospirò e si alzò in piedi. Quando si protese in avanti e
colpì Sakai, fu un movimento tanto semplice e pedestre che Holden non
rimase neppure sconvolto finché Sakai non cadde a terra con il sangue che gli
sgorgava da un labbro.
«Ho sacrificato la mia vita, e la vita di persone di cui m’importa molto più
di quanto mi importi di te per proteggere e difendere la Fascia» ringhiò Fred.
«Non sono dell’umore adatto per sopportare che un presuntuoso terrorista
pezzo di merda mi dica che non è così.»
«Non ho paura di te» dichiarò Sakai, ma dal suo tono risultò chiaro a
Holden che era terrorizzato. Lo stesso Holden era leggermente turbato. In
passato aveva già visto Fred Johnson infuriato, ma l’ira incandescente che
adesso emanava dalla sua persona era una cosa del tutto diversa. Il suo
sguardo non aveva cedimenti. Quello era l’uomo che aveva comandato
eserciti e massacrato migliaia di persone. L’assassino. Sakai si ritrasse dal
suo sguardo spietato come da un colpo fisico.
«Drummer!»
Il capo della sicurezza aprì la porta ed entrò. Se rimase sorpresa, non lo
diede a vedere. Fred non si girò a guardarla.
«Capo Drummer, chiuda in cella questo pezzo di merda. Lo metta in
isolamento e si accerti che riceva abbastanza razioni e acqua da non morire.
Non deve vedere nessuno. E voglio un esame completo della sua presenza
sulla stazione: con chi ha parlato, con chi ha scambiato messaggi, quanto
spesso ha cagato. Passate tutto al vaglio di un’analisi codificata.»
«Sì, signore» rispose Drummer, poi esitò prima di chiedere: «Posso
rimuovere il blocco alla stazione?»
«No» rispose Fred.
«Sì, signore» ripeté Drummer, poi aiutò Sakai ad alzarsi in piedi e lo scortò
fuori. Holden si schiarì la gola.
«Dovremo verificare tutto il lavoro fatto sulla Rocinante» disse. «Non ho
nessuna intenzione di volare su qualcosa le cui ispezioni di sicurezza sono
state fatte da quel tizio.»
Monica fischiò piano.
«Una fazione scismatica dell’APE?» commentò. «Ecco, non sarebbe la
prima volta che un capo rivoluzionario diventa il bersaglio di un’ala
estremista della sua fazione.»
«No» convenne Fred. «Quello che mi preoccupa è che si sentono
abbastanza sicuri da scoprire le loro carte.»
19
Naomi

La birra era fermentata in tino e aveva un gusto ricco, con un sentore di


lievito e un vago retrogusto fungino perché il luppolo era stato tagliato con
funghi geneticamente modificati. Karal stava preparando cousa alla piastra,
un pane croccante, sottile e non lievitato, coperto di salsa e cipolla piccante.
Con Cyn, Naomi e un nuovo tizio di nome Miral che condividevano la stessa
aria con Karal e la piastra rovente, i riciclatori stavano lavorando quasi alla
massima velocità in rapporto allo spazio in questione. Il calore, l’aria che
sapeva di spezie, la vicinanza di altri corpi e il rilassato stordimento dell’alcol
le davano l’impressione di precipitare all’indietro nel tempo. Le pareva quasi
che se avesse aperto la porta, fuori non ci sarebbe stata la zona dei moli della
Stazione di Ceres ma la nave di Rokku che accelerava alla volta della
prossima concessione mineraria o del prossimo porto.
«E così Josie» cominciò Cyn, agitando una mano enorme, poi si interruppe
e si girò verso Naomi con aria accigliata. «Ti ricordi di Josie, vero?»
«Ricordo chi è» rispose Naomi.
«Già. E così Josie apre bottega là, sa sa? Comincia a far pagare il pedaggio
ai terrestri per lasciar percorrere loro il corridoio e lo chiama...» Cyn schioccò
le dita tre volte, cercando di ricordare la battuta chiave della sua storia. «Lo
chiama strada municipale a pedaggio.»
«Quanto è durata la cosa?» chiese Naomi.
«Abbastanza da costringerci a lasciare la stazione prima che la sicurezza ci
prendesse» rispose Cyn, con un sorriso. Poi si fece serio. «Questo è stato
prima, però.»
«Prima» convenne Naomi, sollevando il proprio bicchiere. «Dopo Eros è
cambiato tutto.»
«È cambiato tutto dopo che quegli stronzi hanno distrutto la Cant» dichiarò
Miral, fissando Naomi con occhi socchiusi, come a dire ‘Quella era la tua
nave, giusto?’. Era un altro invito che le facevano a raccontare qualche storia.
Si protese appena in avanti, nascondendosi dietro il velo dei suoi capelli.
«Tutto è cambiato dopo la Base di Metis. Tutto è cambiato dopo la Stazione
di Anderson. Tutto è cambiato dopo Terryton Lock. Tutto è cambiato dopo
ognuna di quelle cose.»
«Ez maldecio igaz» convenne Cyn, annuendo. «Tutto è cambiato dopo
ognuna di quelle cose.»
Karal sollevò lo sguardo con un’espressione che era un misto di
cameratismo e rammarico che significava ‘Tutto è cambiato dopo la
Gamarra’.
Naomi gli sorrise. In effetti era così, e dispiaceva anche a lei. Trovarsi lì,
con quegli uomini, faceva affiorare un genere di nostalgia che permeava ogni
cosa. A tutti loro sarebbe piaciuto che lei raccontasse una storia – riguardo a
Eros, all’essere stata sulla prima nave che aveva attraversato il portale,
all’aver viaggiato fino alla prima colonia sui nuovi mondi. Cyn e Karal non le
avrebbero chiesto di farlo, quindi il tizio nuovo seguiva il loro esempio. E lei
teneva per sé le proprie opinioni.
Filip dormiva nella stanza accanto, il corpo raggomitolato come una
virgola, gli occhi chiusi che non erano quelli profondamente appesantiti dal
sonno di un neonato dormiente. Il resto dei membri della cellula era sparso in
altre case sicure, perché gruppi più piccoli attiravano di meno l’attenzione, e
se pure avessero perso un gruppo gli altri avrebbero potuto andare avanti.
Non era una cosa che qualcuno dicesse apertamente, e quella era una strategia
familiare e insieme strana, come una canzone un tempo preferita ascoltata di
nuovo dopo averla dimenticata per anni. Karal raccolse il cousa, sollevandolo
dalla piastra rovente e facendolo ruotare sulla punta delle dita. Naomi protese
la mano e quando lui le posò il pane sul palmo le loro dita si sfiorarono
appena. Era la semplice intimità fisica dell’amicizia. Della famiglia. Era stato
vero una volta, e il suo essere ora meno vero era perdonato alla luce del fatto
che tutti loro sapevano com’era stato un tempo. Da quando era arrivata, erano
stati tutti molto attenti a non lasciare che la conversazione scivolasse su
qualcosa che ponesse troppo l’accento sugli anni in cui lei era stata lontana.
E così, quando lei infranse quel tacito accordo, tutti compresero che lo
aveva fatto di proposito. Per quanto detestasse distruggere quel fragile
momento, la sola cosa peggiore del parlare era far passare tutto sotto silenzio.
«Filip ha un bell’aspetto» disse, come se quelle parole non avessero
ulteriori significati. Morse il pane, sentendo la salsa e la cipolla che le
inondavano la lingua e le facevano pizzicare il naso con il loro sapore salato e
agrodolce. Con la bocca piena, aggiunse: «È cresciuto.»
«Sì» disse Cyn, in tono guardingo.
Naomi si sentì la gola contratta da anni di dolore e rabbia, perdita e
tradimento. Sorrise, e la sua voce non ebbe tremiti. «Come è stato in questi
anni?»
L’occhiata che Cyn scoccò a Karal fu quasi troppo rapida per poter essere
notata. Adesso erano in acque pericolose. Naomi non sapeva se stavano
cercando di proteggerla dalla verità o di proteggere Filip e Marco da lei. O se
semplicemente non volevano essere coinvolti nel dramma che il suo antico
amante e il loro figlio erano stati ed erano tuttora.
«Filipito se l’è cavata bene» disse Karal. «È un ragazzo sveglio e
concentrato. Ser concentrato. Marco si è preso cura di lui. Lo ha tenuto al
sicuro.»
«Al sicuro quanto chiunque di noi potrà mai esserlo» aggiunse Miral,
cercando di dare un tono leggero alle sue parole. Nella sua espressione si
leggeva un’avida curiosità. Lui non c’era stato ai tempi in cui Naomi e Marco
stavano insieme, era come se loro stessero avendo una conversazione e lui
non potesse sentire la metà delle parole.
«Que a mí?» chiese Naomi.
«Noi tutti gli abbiamo detto la verità» rispose Karal, una nota dura che gli
affiorava nella voce. «Non mentiremmo mai a uno dei nostri.»
Cyn diede un singolo colpo di tosse e le scoccò un’occhiata in tralice, come
un cane che si sentisse in colpa. «Quando lui è diventato abbastanza grande
da fare domande, Marco gli ha detto come le cose si fossero fatte dure.
Troppo dure. Che sua madre aveva avuto bisogno di allontanarsi da tutto
quanto. Di rimettere insieme ellas kappa.»
«Ah» commentò Naomi. Quindi quella era la storia su di lei. Quella che era
stata troppo sensibile. Troppo debole. E dal punto di vista di Marco poteva
perfino sembrare la verità.
Ma poi come doveva essere stato vedere quello che era diventata? Primo
ufficiale della Rocinante, superstite della Stazione di Eros, viaggiatrice verso
nuovi mondi. Visto in quest’ottica, ‘troppo duro’ era una definizione strana.
A meno che non significasse che lei non aveva amato suo figlio abbastanza
da rimanere. A meno che ciò da cui era fuggita non fosse stato lui.
«Filipito è affidabile» disse Cyn. «Puoi essere orgogliosa di lui.»
«Lo sono» replicò Naomi.
«Allora» interloquì Miral, con una voce che si sforzava invano di suonare
noncurante. «Sei imbarcata sui James Holden, sì? Com’è?»
«Lavoro costante, nessuna possibilità di promozioni» rispose Naomi, e Cyn
scoppiò a ridere. Dopo un momento Miral si unì alla risata con aria contrita.
Solo Karal rimase in silenzio, anche se poteva dipendere dal fatto che era
concentrato ad armeggiare con la piastra rovente.
Il terminale di Naomi trillò e lei lo sollevò: altri due messaggi di Jim. Il suo
dito si librò a un centimetro dal pulsante che serviva per accettarli. La sua
voce era ad appena pochi, piccoli movimenti di distanza e quel pensiero
l’attirava come un magnete. Sentirla adesso, anche se era soltanto una
registrazione, sarebbe stato come fare una lunga doccia d’acqua pulita. Inserì
i messaggi nella lista di quelli in attesa. Presto li avrebbe ascoltati, tutti
quanti, ma se avesse cominciato adesso non si sarebbe fermata, e non aveva
ancora finito. Invece, avviò una richiesta di connessione con l’indirizzo che il
rappresentante della Outer Fringe Exports le aveva dato. Qualche secondo più
tardi la connessione si attivò, contrassegnata da un bordo rosso a indicare che
era una connessione protetta.
«Miss Nagata» disse il giovane con gli occhiali. «In cosa le posso essere
utile oggi?»
«Sto aspettando quella nave» rispose lei. «Ho bisogno di sapere a che punto
siamo.»
Lo sguardo del giovane perse focalizzazione per un momento, poi il suo
sorriso si fece più tagliente. «Stiamo aspettando che il trasferimento venga
aggiornato sui registri della base, signora.»
«Quindi il pagamento è andato a buon fine?»
«Sì. Se vuole, può prendere possesso della nave anche adesso, ma la prego
di tenere presente che non può avere l’autorizzazione a lasciare il porto finché
il registro non sarà stato aggiornato.»
«Va bene così» disse lei, alzandosi in piedi. «A che molo è attraccata?»
«Molo sei, attracco diciannove, signora. Vuole che sia presente un nostro
rappresentante per la consegna?»
«No» rispose Naomi. «Lasciate le chiavi nel motore di avviamento e noi
penseremo al resto.»
«Certamente. È stato un piacere.»
«Anche per me» replicò Naomi. «Stia bene.»
Chiuse la connessione. Cyn e Miral stavano già raccogliendo le loro poche
cose. Karal rimosse con una mano dalla piastra il cousa rimanente e la staccò
dalla spina con l’altra. Naomi non ebbe bisogno di dire loro di avvertire gli
altri perché Cyn lo stava già facendo. Senza che in realtà fosse cambiato
nulla, l’aria sembrava di colpo troppo densa, il calore generato dalla piastra e
dai loro corpi era troppo opprimente. Naomi oltrepassò la porta interna.
«È ora» disse con voce gentile. Ricordava tutti quei film in cui una madre
svegliava il figlio per prepararlo per la scuola. Quello era ciò che di più
simile a quella situazione lei avrebbe mai avuto, e pur sapendo che sbagliava
si permise di assaporarlo. «Filip, adesso possiamo andare.»
Lui aprì gli occhi, e per un momento non fu del tutto sveglio. Appariva
confuso, vulnerabile, giovane. Poi si destò completamente e tornò a essere sé
stesso. Quel suo nuovo io che lei non conosceva.
Aprirono la porta principale e uscirono nel corridoio, dove la brezza fresca
prodotta dalla rotazione odorava di umidità e di ozono. Naomi teneva ancora
nella mano sinistra il cousa di Karal, mangiato a metà. Ne staccò un altro
morso, ma si era raffreddato e la salsa si stava rapprendendo, quindi gettò
quel che ne rimaneva nel riciclatore e cercò di non vedere quel gesto come
una metafora per qualcos’altro.
Cyn emerse dalla porta con la sua mole incombente, il volto atteggiato al
solito cipiglio. Appariva più vecchio, più duro. Naomi sentì la mancanza di
quello che lui era stato quando era giovane. Le mancava la persona che lei
stessa era stata.
«Pronta ad andare, Knuckles?» le chiese.
«Diavolo, sì» rispose. Lui la guardò con maggiore attenzione, forse
cogliendo in quelle parole qualcosa di più di una semplice affermazione.
La nave era un semplice skiff da trasporto, tanto piccolo che i fermi di
attracco che lo trattenevano sembravano sul punto di schiacciarne i lati
bruniti, e non aveva un reattore Epstein, per cui la maggior parte della stiva
sarebbe stata occupata dalla massa del propellente. Questo significava che
avrebbe dovuto volare a spinta e che anche così per buona parte del tragitto
sarebbe rimasto in stato di inerzia. Era appena meglio dell’infilarsi una tuta
EVA e munirsi di una manciata di bombole d’ossigeno di riserva, ma sarebbe
servita al loro scopo. Naomi l’aveva comprata a un prezzo da materiale di
recupero, reindirizzando denaro proveniente dalle sue quote della Rocinante
attraverso due conti anonimi, uno sulla Luna e l’altro su Ganimede. Il
proprietario ultimo registrato per la nave risultava essere la Edward Slight
Risk Abatement Cooperative, una società che non era esistita prima di
comparire sui moduli di registrazione e che sarebbe svanita non appena si
fossero liberati della nave. I transponder l’avrebbero identificata come la
Chetzemoka. Nel complesso, rappresentava la metà di tutto ciò che Naomi
poteva considerare il suo patrimonio, e il suo nome non figurava su nessuno
dei documenti.
Non sembrava abbastanza. Sembrava troppo. Non sapeva cosa sembrasse.
Filip rimase in attesa sulla piattaforma antistante la torre d’imbarco, quindi
lo fece anche lei. Cyn, Karal e Miral si tennero abbastanza distanti da dare
loro una parvenza di privacy. L’attracco era uno spazio a noleggio con un
contatore a parete i cui numeri rossi scandivano i minuti rimasti prima che il
passaggio di proprietà diventasse effettivo. Le pareti di ceramica e metallo
avevano l’aspetto offuscato del sigillante logorato dalle continue radiazioni
dello spazio, e l’aria puzzava di lubrificante. Qualcuno aveva lasciato sulla
parete un vecchio poster raffigurante il cerchio spezzato dell’APE, con un
emisfero di Marte e uno della Terra a formare il cerchio. Non era solo l’APE,
ma il suo braccio militante.
Un tempo quella era stata la sua gente.
Arrivarono gli altri. Josie e il Vecchio Sandy. E Wings, quale che fosse il
suo vero nome. C’era una donna che Naomi non aveva mai visto prima, dal
volto massiccio e lo sguardo dolente, a cui mancava un dente. E un uomo
dalla testa rasata che aveva il cuoio capelluto solcato da una rete di cicatrici
livide e l’andatura zoppicante che indicava una ferita a un piede che non era
guarita. E altri ancora. Nel passare, tutti salutarono Filip con un cenno, la loro
espressione un misto di rispetto e indulgenza. Tutti lo conoscevano meglio di
lei e si sarebbero imbarcati con lui quando fosse partito. In qualsiasi altro
momento, il dolore che le comprimeva lo sterno l’avrebbe preoccupata, ma
adesso sapeva di cosa si trattava.
Le lacrime minacciavano di sgorgare, ma sbatté le palpebre e si morse la
lingua per ricacciarle indietro.
«Va tutto bene?» chiese Filip.
Lei scoppiò a ridere, e la morsa intorno al suo cuore si accentuò.
«Abbastanza bene. Non appena il registro sarà stato aggiornato potremo
fornire un piano di volo e partire.»
«Bene.»
«Hai un momento?»
Lui le lanciò una rapida occhiata con occhi che esprimevano qualcosa di
simile all’ansia. Un istante più tardi annuì e accennò con il mento all’angolo
della piattaforma. Si appartarono insieme e gli altri diedero loro spazio.
Naomi aveva il cuore che le martellava nel petto come se fosse stata in
pericolo, poteva sentirselo pulsare in gola.
Si fermò vicino alla parete del molo e Filip si girò a fronteggiarla. Il ricordo
di lui come di un neonato senza denti che le afferrava un dito con un sorriso
di inconfondibile orgoglio le aggredì la mente, e le ci volle un momento per
allontanarlo.
«È stato bello vederti» disse.
Per un momento pensò che lui avrebbe risposto ‘anche per me’.
«Quando sarà tutto finito, la nave sarà tua, d’accordo?»
Filip guardò oltre la sua spalla, verso l’ormeggio. «Mia?»
«Voglio che l’abbia tu. Rivendila e tieni per te il denaro. O tienila, se
preferisci. Però è tua, e di nessun altro.»
Lui inclinò la testa da un lato. «Non verrai con noi?»
«Non sono qui per tornare con voi» disse Naomi, poi sospirò. «Sono venuta
perché lui ha detto che eri nei guai. Sono venuta per te. Qualsiasi cosa lui stia
facendo, qualsiasi cosa ti stia facendo fare, non posso partecipare. Non
potevo prima e non posso neppure ora.»
Per un lungo momento Filip non si mosse. Naomi si sentiva la gola stretta,
come se non riuscisse a respirare.
«Capisco» disse suo figlio, quel figlio che stava per lasciare di nuovo. Che
sarebbe tornato da Marco e da tutto ciò che lui era.
«Tuo padre non è un brav’uomo» sbottò Naomi, le parole che le rotolavano
dalle labbra. «So che gli vuoi bene. Anch’io lo amavo, un tempo, ma lui non
è...»
«Non devi giustificarti» la interruppe Filip. «Hai fatto questo per noi e lo
apprezzo. Mi delude che sia tutto quello che sei disposta a fare, ma lui mi
aveva detto che sarebbe potuto succedere.»
«Potresti venire con me.» Non aveva avuto intenzione di dirlo, ma nel
momento in cui pronunciò quelle parole comprese che diceva sul serio, dal
profondo dell’anima. «La mia nave ha bisogno di equipaggio. Siamo
indipendenti e ben riforniti. Vieni a fare un viaggio con me, vuoi?
Impariamo... impariamo a conoscerci a vicenda.»
Per la prima volta un’espressione vera incrinò la maschera di riserbo di suo
figlio. Tre linee sottili gli si disegnarono fra le sopracciglia e lui fece un
sorriso che poteva essere di confusione o di compassione. «Sono nel bel
mezzo di qualcosa» disse.
Naomi avrebbe voluto supplicare, prenderlo e portarlo via. Voleva riaverlo
con sé, un desiderio che faceva più male del dolore derivante dalla
consapevolezza di non poterlo avere.
«Forse dopo, allora» suggerì. «Quando vorrai, non avrai che da dirlo. C’è
posto per te sulla Rocinante.»
Se Marco te lo permetterà, pensò, ma non lo disse. Se non ti farà del male
come mezzo per punire me. E poi, un momento più tardi: Dio, sarà davvero
strano spiegare tutto questo a Jim.
«Dopo, forse» annuì Filip. Protese la mano, e per un momento si strinsero il
polso a vicenda, poi lui si volse e si allontanò con le mani in tasca.
Il senso di perdita fu vasto e oceanico, reso ancora peggiore dal fatto che la
perdita non si stava verificando adesso. Si era verificata ogni giorno da
quando se n’era andata, ogni giorno in cui aveva vissuto la vita che si era
scelta invece di quella che Marco aveva prescritto per lei. Adesso le faceva
tanto male solo perché stava vedendo il risultato totale di tutti quei giorni e ne
sperimentava la tragedia.
Non vide Cyn e Karal avvicinarsi finché non furono lì. Si asciugò gli occhi
con il dorso della mano, irritata e imbarazzata, timorosa che una parola
gentile potesse infrangere la poca compostezza che le rimaneva. Una parola
gentile o una crudele.
«Ehi, Knuckles» disse Cyn, la sua voce profonda che si faceva bassa e
morbida. «Allora, nessuna possibilità di kommt mit? Filipito è un ragazzo
notevole. So che adesso è teso e rigido, ma è ancora in missione. Quando non
è al comando sa essere divertente. E anche dolce.»
«Me ne sono andata per ragioni precise» ribatté Naomi, parole pesanti,
opache e vere. «E non sono cambiate.»
«Lui è tuo figlio.» L’accusa nella voce di Karal la aiutò a calmarsi perché
era qualcosa a cui sapeva come rispondere.
«Conosci quelle storie in cui un lupo in trappola si rosicchia una zampa per
liberarsi?» replicò. «Quel ragazzo è la mia zampa. Senza di lui non sarò mai
integra, ma che io sia fottuta se rinuncerò a essere libera.»
Cyn sorrise e lei vide il dolore nei suoi occhi. Qualcosa le si sciolse dentro.
Era fatta, aveva finito. Adesso tutto quello che voleva era ascoltare ogni
singolo messaggio che Jim le aveva lasciato e trovare il mezzo di trasporto
più rapido che ci fosse per tornare su Tycho. Era pronta ad andare a casa.
Cyn allargò le braccia e lei accettò un ultimo abbraccio. Il grosso uomo la
strinse a sé e lei gli appoggiò la testa sulla spalla, mormorando un’oscenità a
cui lui rispose ridacchiando. Odorava di sudore e di incenso.
«Ah, Knuckles» tuonò. «Non doveva per forza andare così. Suis désolé,
sì?»
Le sue braccia le si serrarono intorno, bloccandole le mani lungo i fianchi, e
lui si incurvò all’indietro fino a sollevarla da terra. Qualcosa le affondò nella
carne della coscia e Karal indietreggiò zoppicando con l’ago ancora in mano.
Naomi prese a dibattersi, sbattendo un ginocchio contro il corpo di Cyn, il cui
abbraccio ora violento le strappava l’aria dal corpo. Gli morse la spalla, dove
riusciva ad arrivare, e sentì in bocca il sapore del sangue. La sua voce le
suonava sommessa e rilassante all’orecchio, ma non riusciva più a
comprendere le parole. Un senso di torpore le stava dilagando dalla gamba
verso il ventre. Cyn parve cadere con lei ancora stretta fra le braccia, ma non
atterrò mai, continuò a vorticare all’indietro nello spazio senza che i suoi
piedi si staccassero dal ponte.
«Non lo fate» annaspò Naomi, con voce che le parve provenisse da molto
lontano. «Per favore, non lo fate.»
«Dobbiamo, Knuckles» rispose Cyn. «Questo era il piano immer e sempre,
sa sa? Era di questo che si trattava.»
Un pensiero l’assalì, poi scivolò via. Cercò di sferrare una ginocchiata
all’inguine di Cyn, ma non era più certa di dove fossero le sue gambe. Aveva
il respiro rumoroso e affannoso. Da sopra la spalla di Cyn vide gli altri fermi
vicino alla torre d’imbarco della nave. La sua nave. La nave di Filip. Si erano
tutti girati a guardarla, anche Filip, che la fissava inespressivo. Le parve di
aver gridato, ma poteva aver solo immaginato di farlo. Poi, come una luce
che si spegnesse, la sua mente smise di funzionare.
20
Alex

Quando pilotava una nave, qualsiasi nave, c’era un momento in cui la


percezione che Alex aveva del proprio corpo si estendeva in modo sottile a
includere l’intera struttura che lo circondava. Imparare a conoscere che
sensazione trasmetteva quella particolare nave durante le manovre – come si
interrompeva la spinta gravitazionale quando quel particolare propulsore si
disattivava, quanto tempo era necessario per l’inversione di spinta a metà del
tragitto – tutto questo creava una sorta di profonda intimità. Non era
razionale, ma alterava la percezione che lui aveva di sé, la sensazione di chi
fosse. Quando era passato dalla mole enorme e imponente della nave
coloniale trasformata in trasporto per il ghiaccio Canterbury alla rapida
fregata da guerra che era poi diventata la Rocinante, per lui era stato come
ringiovanire di vent’anni.
Perfino la Roci, però, aveva tonnellate di metallo e di ceramica. Poteva
volare rapida e decisa, ma c’era autorità dietro quel movimento. Muscoli.
Pilotare la pinaccia da corsa Razorback era come tenersi attaccati a una
piuma durante una tempesta. La nave era composta essenzialmente da un
abitacolo delle dimensioni del ponte operativo della Roci, assicurato a un
reattore a fusione. Perfino la sezione ingegneria era un compartimento
sigillato, a cui i tecnici potevano accedere solo quando la pinaccia era
ormeggiata. Non era il genere di nave il cui equipaggio effettuasse da sé la
manutenzione, che era stata affidata a personale assunto apposta. I due sedili
a smorzamento erano addossati uno all’altro e il compartimento alle loro
spalle conteneva soltanto il bagno, un dispenser di cibo e una cuccetta troppo
piccola per Bobbie. Non c’era neppure un sistema per il riciclaggio del cibo,
solo per l’aria e l’acqua. Un propulsore di manovra poteva far ruotare quella
nave su sé stessa due volte in dieci secondi con un’emissione di potenza che
avrebbe impiegato il doppio di quel tempo per spostare la Roci di cinque
gradi.
Se nel pilotare la Rocinante Alex doveva pensare alla nave come al
destriero di un cavaliere, la Razorback implorava la sua attenzione come un
cucciolo. Gli schermi circondavano i sedili e coprivano le pareti, riempiendo
tutto il suo campo visivo di stelle, del sole lontano, del vettore e della velocità
relativa di qualsiasi nave che si trovasse entro il raggio di un quarto di UA.
Quegli schermi gli sbattevano in faccia i dati relativi alla performance della
nave quasi come una vanteria. Sebbene il tessuto interno anti scheggiatura
fosse fuori moda da un decennio, e nonostante la sporcizia e i segni di
logoramento lungo i bordi dei sedili, la nave sembrava giovane, idealista,
incosciente e un po’ fuori controllo. Alex sapeva che se avesse passato
abbastanza tempo ad abituarvisi, dopo la Roci gli sarebbe apparsa lenta e
insulsa, quando vi fosse tornato. Solo per un po’, però, disse a sé stesso. Fino
a quando non vi si fosse abituato di nuovo. Quel pensiero gli impedì di
sentirsi sleale. Con la sua potenza ed esuberanza, la Razorback era una nave
di cui sarebbe stato facile innamorarsi.
Però non era costruita per garantire la privacy.
«...come comunità, Marte ha il suo collettivo buco del culo contratto al
punto da deviare la luce» continuò Chrisjen Avasarala, alle sue spalle.
«Tuttavia, il primo ministro e la sua scorta sono finalmente partiti. Spero che
quando arriverà sulla Luna riusciremo a fargli dire qualcosa che non sia già
stato rimaneggiato da una mezza dozzina di diplomatici che giocano a
coprirsi il culo. Almeno, lui sa che c’è un problema, e rendersi conto di avere
della merda sulle dita è il primo passo verso il decidere di lavarsi le mani.»
Alex non aveva più visto l’anziana donna da quando erano sulla Luna, ma
non faticava a immaginarsela, con il suo volto da nonna e gli occhi pieni di
disprezzo. Emanava stanchezza e divertimento riuscendo a farle apparire
parte della sua indole spietata, ed era chiaro che a Bobbie piaceva.
Soprattutto, che si fidava di lei.
«Nel frattempo, resta fuori dai guai. Morta non servi a nessuno. E se
quell’idiota di Holden sta cercando di sciogliere un altro filo nello stesso
nodo, Dio solo sa come incasinerà le cose. Quindi, fammi rapporto appena
puoi.»
La registrazione produsse uno scatto e si fermò.
«Ecco, sembra quella di sempre» commentò Alex.
«Devo riconoscerglielo, è coerente» convenne Bobbie.
Alex si girò sul sedile per guardarla. Anche se i due sedili erano identici, la
taglia di Bobbie faceva apparire il suo più piccolo. La pinaccia procedeva con
un’accelerazione piuttosto lieve di tre quarti di g. Era il doppio della forza
gravitazionale di Marte, ma Bobbie continuava a addestrarsi in condizioni di
un intero g come aveva fatto quando era un marine in servizio attivo. Si era
offerto di procedere con una forza gravitazionale ridotta per non sollecitare le
sue ferite, ma lei aveva riso. Comunque, Alex non aveva bisogno di
accelerare maggiormente.
«Ricordi quando hai detto di lavorare con lei?» le chiese, cercando di non
farla suonare come un’accusa. «In che cosa è diverso dal lavorare per lei?»
La risata di Bobbie suonò come un colpo di tosse. «Suppongo risieda nel
fatto che non vengo pagata.»
«A parte la nave.»
«E altre cose» specificò Bobbie. La sua voce era accuratamente allegra in
un modo da cui si capiva che si era esercitata a nascondere il proprio disagio.
«Ha un sacco di modi per allungarmi delle carote, quando vuole farlo. Il mio
lavoro al centro di assistenza per i veterani. Quest’altra roba...»
«Sembra complicato.»
«Lo è» confermò Bobbie. «Ma sono tutte cose che devono essere fatte, e io
sono nella posizione per farle. Mi dà la sensazione di contare qualcosa, il che
non è poco. Però continua a mancarmi chi ero prima.»
«Amen, cazzo» commentò Alex. Il modo in cui lei inarcò le sopracciglia gli
disse che aveva lasciato trasparire più di quanto fosse stato sua intenzione
fare. «Non è che non ami la Roci, è una grande nave e gli altri sono la mia
famiglia. È solo che... non so. Ci sono arrivato come conseguenza dell’aver
visto un sacco di gente che conoscevo, e che mi piaceva, saltare in aria. Avrei
potuto vivere senza quell’esperienza.»
L’espressione di Bobbie si fece calma, concentrata, remota. «A volte lo
sogni ancora?»
«Sì» rispose Alex. Aveva il sapore di una confessione. «E tu?»
«Meno di un tempo, ma a volte lo faccio ancora. Sono arrivata a una sorta
di accettazione.»
«Davvero?»
«Ecco, quantomeno sono più a mio agio di fronte all’idea che non lo
supererò mai del tutto. Più o meno è la stessa cosa.»
«Ti manca essere un marine.»
«Sì. Me la cavavo bene»
«Non potresti tornare?»
«No.»
«Già» annuì Alex. «Neppure io.»
«Ti riferisci alla marina?»
«A tutto quanto. Le cose cambiano, e non tornano quelle che erano.»
Il sospiro di Bobbie fu un assenso. La vastità dello spazio fra Marte e la
Fascia, fra loro due e le stelle lontane, era soltanto un’illusione prodotta dagli
schermi ricurvi e dalle eccellenti videocamere esterne. Il modo in cui lo
spazio conteneva le loro voci era più reale. Erano una piccola bolla in un
mare incommensurabilmente più grande di semplici oceani. Questo dava loro
il permesso di discutere con noncuranza di cose di cui in genere Alex aveva
difficoltà a parlare. Bobbie stessa occupava quello spazio a metà fra l’essere
una sconosciuta e una compagna di bordo che lo induceva a fidarsi di lei ma
non a sentire la responsabilità di proteggerla da quelli che erano i suoi
pensieri e le sue emozioni. I giorni del tragitto da Marte a Hungaria erano
come stare seduto in un bar a chiacchierare davanti a una birra.
Le parlò dei timori che nutriva riguardo alla relazione fra Holden e Naomi,
e degli attacchi di panico che aveva avuto nel tornare da Nuova Terra verso la
Terra, delle volte in cui aveva ucciso qualcuno e degli incubi che avevano
finito per sostituire il senso di colpa. Le raccontò aneddoti relativi a quando
era morto suo padre, e poi sua madre. Della breve relazione che aveva avuto
quando volava per la marina, e del rammarico che provava ancora al
riguardo.
Da parte sua, Bobbie gli parlò della sua famiglia, dei fratelli che le
volevano bene ma non parevano avere la minima idea di chi o cosa lei fosse.
Dei tentativi che aveva fatto di uscire con qualcuno da quando era diventata
una civile, e di come fossero andati tutti male. Della volta in cui era
intervenuta per impedire che suo nipote finisse coinvolto nel traffico della
droga.
Piuttosto che cercare di raggomitolarsi nella cuccetta, Bobbie dormì sul
sedile a smorzamento, e Alex fece lo stesso per un tacito senso di solidarietà.
Questo significò che finirono per seguire entrambi lo stesso ciclo di sonno, il
che era un male per l’alternanza dei turni di guardia, un bene per quanto
riguardava le lunghe conversazioni divaganti.
Parlarono degli anelli e della protomolecola, delle voci che Bobbie aveva
sentito riguardo a nuovi tipi di metamateriali che i laboratori di Ganimede
stavano scoprendo sulla base dell’osservazione dell’Anello e dell’ingegneria
inversa effettuata sul materiale che le sonde marziane avevano raccolto dopo
quello che era successo su Venere. Nelle lunghe ore di cameratesco silenzio
mangiarono le razioni che si erano portati dietro e osservarono con i telescopi
altre navi che procedevano per la loro strada: un paio di navi minerarie dirette
verso un asteroide non ancora rivendicato da nessuno, la piccola flotta che
scortava il primo ministro marziano verso la Luna, un trasporto d’acqua
diretto verso Saturno per raccogliere ghiaccio per la Stazione di Ceres e
compensare tutto l’ossigeno e l’idrogeno che l’umanità aveva usato nel
trasformare quella roccia nella più grande città portuale della Fascia. Il
sistema di tracciamento generava minuscoli punti nel rilevare i dati dei
transponder, perché le navi vere e proprie erano troppo piccole e lontane per
poter essere viste senza un adeguato ingrandimento. Perfino l’alta albedo del
gruppo di Hungaria significava soltanto che i sensori avevano un po’ più di
facilità nell’individuarlo. Alex non sarebbe stato in grado di identificare quel
particolare centimetro di cielo disseminato di stelle come qualcosa di diverso
da tutto il resto se non fosse stata la nave a dirglielo.
L’intimità della Razorback e la brevità del viaggio facevano pensare a una
scappatella sentimentale di un week-end senza la parte relativa al sesso.
Desiderò che avessero pensato a portarsi dietro qualche bottiglia di vino.
Il primo segno che non erano soli giunse quando erano ancora a un paio di
centinaia di migliaia di chilometri da Hungaria. I sensori esterni della
Razorback presero a lampeggiare e il segnale di prossimità ad apparire e
sparire. Alex chiuse le immagini visive e richiamò al loro posto i dati tattici e
dei sensori.
«Cosa succede?» chiese Bobbie.
«A meno che non mi sbagli, questo è il momento in cui una nave militare ci
direbbe che qualcuno ci sta puntando.»
«Laser di puntamento?»
«Sì» confermò Alex, sentendo un brivido che gli correva lungo la schiena.
«Il che è un comportamento un po’ più provocatorio di quello che mi sarei
aspettato.»
«Quindi là fuori c’è una nave in oscuramento.»
Alex vagliò i database e le routine di corrispondenza, ma era solo una
procedura standard. Non si era aspettato di trovare niente, e così fu.
«Nessun segnale di transponder. Credo che abbiamo trovato la Pau Kant...
supponendo che possiamo trovarla, intendo. Vediamo cosa riusciamo a
stanare.»
Iniziò un’analisi dei sensori in un arco di dieci gradi e regolò le
comunicazioni su una banda aperta. «Ehi, là fuori. Siamo la nave privata
Razorback proveniente da Marte. Non abbiamo potuto fare a meno di notare
che ci state puntando. Non siamo in cerca di guai. Se poteste fare lo sforzo di
risponderci, questo mi tranquillizzerebbe.»
La Razorback era una nave da corsa, il giocattolo di una ragazzina ricca.
Nel tempo che il suo sistema impiegò a identificare la nave che li stava
prendendo di mira, la Roci avrebbe già avuto il profilo e le specifiche della
nave e avrebbe puntato a sua volta il bersaglio giusto per mettere in chiaro le
cose. La Razorback riferì che aveva raccolto i dati del profilo e stava
cercando una corrispondenza. Per la prima volta da quando avevano lasciato
Marte, Alex avvertì il profondo desiderio di essere sul sedile di pilotaggio
della Rocinante.
«Non rispondono» osservò Bobbie.
«Ma non ci stanno neppure sparando» replicò Alex. «Finché pensano che
siamo due zotici che si fanno un giro su una nave rubata, ce la caveremo.
Probabilmente.»
Il sedile di Bobbie cigolò sulle sospensioni quando lei spostò il proprio
peso. Non ci credeva neppure lei. I momenti si prolungarono. Alex aprì di
nuovo il canale. «Ehi, là fuori, nave non identificata. Sto per sospendere la
propulsione finché non avrò una risposta da voi. Vi avverto in modo da non
prendere nessuno alla sprovvista. Apprezzerei davvero una risposta, solo per
sapere che non ci sono problemi. Senza offesa.»
Spense il reattore. La gravità da accelerazione allentò la sua presa su di lui e
il gel del sedile lo spinse gentilmente contro le cinture di sicurezza. Poteva
sentire il cuore pulsargli nel collo, rapido.
«Stanno decidendo il da farsi» disse Bobbie.
«Lo penso anch’io.»
«Stanno prendendo tempo.»
La Razorback annunciò una corrispondenza visiva, ma non era con i dati
che Holden gli aveva mandato. La nave che li teneva sotto tiro non era
nessuna delle navi coloniali scomparse oltre le porte: con un’approssimazione
del novantotto percento di certezza era una corvetta marziana, che navigava
in oscuramento. Alle sue spalle, Bobbie vide gli stessi dati e giunse alle sue
stesse conclusioni.
«Merda» imprecò.
Ultimato il profilo, la Razorback riprese con l’analisi dei sensori e ci fu un
altro contatto passivo. Se quella corvetta era la Pau Kant, non era là fuori da
sola. Poi ci furono altri due contatti, poi sei. La Razorback individuò il più
vicino e cominciò allegramente a cercare una corrispondenza per il suo
profilo. D’istinto, Alex allungò la mano per attivare i cannoni difensivi di
prua, che ovviamente non erano presenti sulla nave da corsa.
«Forse parleranno» opinò Bobbie. Dal suo tono, Alex capì che non si
aspettava che lo facessero. Non se lo aspettava neppure lui. Mezzo secondo
più tardi, la Razorback annunciò due oggetti in avvicinamento rapido che
provenivano dalla corvetta.
Fece ruotare la pinaccia per allontanarla dai missili e riaccese il reattore. Il
sedile gli sbatté con violenza contro la schiena, e alle sue spalle Bobbie emise
un grugnito. Scusandosi mentalmente con lei, Alex salì a un’accelerazione di
dieci g, e la pinaccia scattò impazientemente in avanti.
Non sarebbe bastato.
Per quanto la Razorback potesse essere leggera, la massa da accelerare dei
missili era inferiore di un intero ordine di grandezza, e non avevano a bordo
niente di tanto fragile come un corpo umano, per cui potevano ricorrere a
un’accelerazione molto più elevata e raggiungere il bersaglio nell’arco di ore.
Lui non aveva contromisure che gli permettessero di farli esplodere e non
aveva niente dietro cui nascondersi. Non aveva neppure un carico da liberare
nello spazio nella speranza che i missili vi andassero a sbattere contro.
Il campo visivo cominciò ad assottigliarglisi, oscurandosi lungo i contorni e
facendosi frammentato e dorato nel centro. Sentì gli aghi del sedile che gli
penetravano nelle cosce e nel collo, le droghe che gli scorrevano come
ghiaccio nelle vene. Aveva il cuore affaticato e lottava per respirare, ma la
vista gli si schiarì, come pure la mente. Doveva pensare. La sua nave era
veloce, ma la sua rapidità non era niente se paragonata a quella di un missile.
Non c’era nessuna copertura che potesse raggiungere in tempo, e se la qualità
dei missili era pari anche solo alla metà di quella della nave che li aveva
lanciati dovevano essere in grado di guidarsi da soli fin dentro il cono del suo
propulsore, qualsiasi cosa lui avesse scovato dietro cui nascondersi.
Poteva fuggire, attirare gli assalitori fino a farli allineare dietro di lui e poi
sganciare il nucleo: la risultante reazione di fusione ne avrebbe probabilmente
distrutto almeno uno, o forse entrambi. Poi però si sarebbero trovati in volo
inerziale, e alla mercé di una seconda scarica di missili.
D’altronde, un piano cattivo era sempre meglio del non avere nessun piano.
Il dito gli si contrasse sui comandi. Non gli erano familiari, e la paura di
inserire l’informazione sbagliata solo perché non era sulla sua dannata nave
era come un paletto piantato nel cuore.
Bobbie grugnì, ma lui non aveva la forza di girarsi a guardarla. Si augurò
che non stesse soffrendo. La gravità elevata non era una buona cosa per
qualcuno che di recente era stato crivellato di pallottole. Si disse che doveva
essere solo la reazione agli aghi che le somministravano le droghe.
Poi un allarme gli apparve sullo schermo, proveniente dalla consolle di
Bobbie. PRIMO MINISTRO. NAVI DI SCORTA.
Fra le droghe, il panico e il ridotto flusso di sangue nel cervello, Alex
impiegò alcuni secondi a capire cosa avesse inteso dire. La Razorback non
aveva cannoni difensivi di prua o missili d’intercettazione, ma la flotta diretta
verso la Luna sì. Alex inserì i dati nel sistema di navigazione. Non sarebbero
mai riusciti a raggiungere le navi marziane prima che i missili li
raggiungessero, ma era possibile – a stento – entrare nel raggio delle loro
difese antimissilistiche se avesse cambiato rotta subito, e se i marziani
avessero capito cosa stava succedendo e avessero reagito quasi
immediatamente. E l’accelerazione sarebbe stata al limite massimo di ciò che
lui e Bobbie potevano tollerare.
Quasi senza pensarci attivò i propulsori di manovra e i sedili a
smorzamento si adeguarono al nuovo vettore. I missili parvero balzare più
vicini mentre correggevano a loro volta la rotta e prevedevano la futura
posizione della pinaccia. Alex trasmise un segnale di emergenza su tutte le
frequenze standard e si augurò che chiunque l’avesse visto, sulle navi della
piccola flotta, avesse i riflessi rapidi. Le due sfere – il tempo che mancava
alla collisione e la portata delle armi antimissilistiche marziane – non si
sovrapponevano, ma erano separate da poche centinaia di chilometri. Appena
un batter d’occhio, alla loro velocità relativa. Attivò i comandi medici e passò
Bobbie dalla somministrazione delle droghe al protocollo di supporto vitale.
Mi dispiace, Bobbie, pensò. Ti avvertirei, se ne avessi il tempo, ma devi
fare un sonnellino se non vogliamo che ti dissangui. Guardò i suoi segni vitali
avere un picco e poi abbassarsi, con la pressione del sangue e la temperatura
interna che precipitavano come una pietra nell’oceano. Poi spinse la nave a
quindici g.
La testa gli doleva. Si augurò che non fosse un ictus incipiente, ma se era
così se lo era meritato. Mantenere un’accelerazione di quindici g era una cosa
stupida e suicida. Sentì l’aria che gli veniva strappata dal petto dalla
pressione che gli gravava sulle costole e sulla pelle. Il suono dei suoi ansiti
era simile a conati di vomito. Adesso però le sfere si toccavano. I minuti si
susseguirono, lunghi, poi alcuni oggetti in rapido movimento si staccarono
dalla flotta marziana. Ci avevano messo un tempo dannatamente lungo, ma le
loro difese erano entrate in azione. Cercò di digitare un messaggio per
avvertire i marziani che là fuori c’erano altre navi in oscuramento, ma non
riuscì a concentrarsi su quel pensiero abbastanza a lungo da inviarlo. La sua
consapevolezza continuava a spegnersi a intervalli, come un universo
incespicante.
Il sistema medico diede un segnale di allarme, e lui pensò che si trattasse di
Bobbie, che le sue ferite si fossero comunque riaperte. L’allarme era però
indirizzato a lui: qualcosa gli si era lacerato nel ventre. Lo cancellò e riprese a
guardare la morte che si avvicinava.
Non ce l’avrebbero fatta. Il missile di testa era troppo vicino e avrebbe
distrutto la Razorback prima che potessero arrivare i soccorsi. Non aveva
avuto un’idea al riguardo? Qualcosa...
Non si rese neppure conto di cambiare rotta, le sue dita lo fecero da sole.
Le sfere non si toccarono più finché non passò alla schermata relativa alla
collisione per tracciare il secondo missile. Forse potevano farcela. Forse.
Attese. Il primo missile si fece più vicino. Cinquemila chilometri.
Quattromila. Espulse il nucleo.
Duecento chilometri...
La pressione schiacciante della gravità scomparve. Pur continuando a
saettare nello spazio, la Razorback smise di accelerare. Alle sue spalle, il
missile di testa morì nella fornace nucleare che si disintegrava rapidamente. Il
secondo missile vibrò e deviò per evitare la nube in espansione di gas
incandescenti, e contemporaneamente quattro luci passarono davanti ad Alex,
saettando sugli schermi tanto in fretta che le registrò solo come un’immagine
residua.
Una frazione di secondo più tardi le difese antimissilistiche marziane
distrussero il missile inseguitore, ma lui aveva già perso conoscenza.
21
Naomi

«Bist bien, Knuckles?» chiese Karal.


La stretta cambusa messa insieme alla meglio era troppo grande per un
equipaggio tanto scarso. Cattiva progettazione e spreco di spazio. Non era
logora, era una cosa da quattro soldi. Naomi fissò Karal da dietro il velo dei
capelli e sorrise. «Ottimamente, per come stanno le cose» replicò,
scherzando. «Como sa?»
Karal scrollò le mani alla maniera dei cinturiani. I suoi capelli erano
ingrigiti nel corso degli anni, e anche il velo di barba che gli copriva il volto,
che un tempo era stato nero come lo spazio fra le stelle.
La guardò negli occhi, e lei non sussultò. «Ho qualcosa da dire.»
«Adesso non ci sono segreti fra noi» replicò Naomi, e quando lui scoppiò a
ridere sorrise a sua volta. La prigioniera che flirtava con il carceriere nella
speranza che generare un pensiero gentile nella sua testa potesse tornarle utile
in seguito. E forse lo avrebbe fatto.
La cosa che la spaventava di più era la bravura con cui riusciva a recitare
quel ruolo. Dal momento in cui aveva ripreso i sensi aveva parlato quando le
rivolgevano la parola, riso se qualcuno faceva una battuta, si era comportata
come se il suo rapimento fosse stato una di quelle cose che succedevano,
come l’usare gli attrezzi di qualcuno senza prima chiedere il permesso.
Fingeva di dormire, mangiava tutto quello che riusciva a inghiottire
nonostante lo stomaco contratto dalla tensione, e tutti la trattavano come se
fosse stata la ragazza di un tempo, come se tutti potessero ignorare gli anni e
le differenze, riportarla all’ovile come se non se ne fosse mai andata. Come
se fosse stata un’altra. Nascondere la paura e l’indignazione le riusciva tanto
facile che pareva non avesse mai cessato di farlo.
Tanto facile da indurla a dubitare che forse non aveva davvero mai smesso.
«Ecco, io sono stato uno di loro» disse Karal. «Ho aiutato con Filipito. A
prendersi cura di lui.»
«Bene.»
«No» precisò Karal. «Intendo prima. A volte, lui era con me.»
Naomi sorrise. Stava cercando di non ricordare quei giorni disperati, dopo
che aveva detto a Marco che se ne sarebbe andata, i giorni dopo che lui le
aveva portato via Filip. Per tenerlo al sicuro, aveva detto, finché lei non
avesse ritrovato il controllo delle sue emozioni. Un nodo le serrò la gola, ma
si costrinse a sorridere lo stesso.
«Quei giorni. Lo avevi tu?»
«Immer, no. Ma a volte sì. Hijo si spostava, sì? Una notte qui, due notti là.»
Il suo bambino era stato passato di mano in mano fra gente che lei
conosceva. Una manipolazione brillante. Marco si era servito del bambino
per indicare quanta fiducia riponeva in loro, dipingendo al tempo stesso lei
come la pazza della situazione, quella pericolosa, accertandosi che la storia
che circolava nella loro comunità fosse che lui era quanto mai solido mentre
lei era andata in pezzi. Fu assalita dal ricordo improvviso e sopraffacente di
Karal che guardava dalla cucina mentre lei scoppiava in lacrime fra le braccia
di sua moglie. Souja, così si chiamava. Che impressione dovevano avergli
fatto a quel tempo le sue lacrime e le sue imprecazioni?
«Se avessi taciuto non lo avrei mai saputo» osservò. «Perché parlarmene
qui?»
Karal scrollò di nuovo le mani. «Nuovo giorno. Nuovo inizio. Cerco di
spazzare via un po’ di vecchia ruggine.»
Naomi cercò di leggere sul suo volto se era vero o se si trattava di un’altra
piccola crudeltà in una forma che lei non poteva contestare senza apparire
come quella fuori di testa. Se fossero stati sulla Roci, lo avrebbe saputo
stabilire, ma qui il delicato equilibrio fra paura, rabbia e il tentativo di
controllarsi soffocava piccole cose come la verità. Quella era la bellezza del
modo in cui Marco aveva predisposto le cose contro di lei – dirle che era in
pezzi come strumento per spezzarla. E funzionava ancora, a un decennio e
mezzo di distanza.
Poi, per un momento, Amos fu presente, più vivido nella sua memoria della
nave che la circondava. Non importa quello che hai dentro, capo. A loro
importa solo quello che fai. Non sapeva se fosse soltanto un ricordo, o la sua
mente che si protendeva alla ricerca di un posto che le desse certezza in un
ambiente dove non poteva fare affidamento su niente.
Se Amos è diventato la mia personale pietra di paragone quanto a saggezza,
sono fottuta, pensò, e scoppiò a ridere. Karal azzardò un sorriso.
«Grazie per avermelo detto in modo diretto» affermò Naomi. «Nuovo
inizio. Via la ruggine.»
E se mai avrò la possibilità di lasciarti alle mie spalle in mezzo a un fuoco,
Karal, allora il buon Dio mi è testimone che brucerai.
«Affibbia le cinghie, d’accordo?» disse Karal.
«Provvedo» rispose Naomi, sospingendosi con gentilezza verso il soffitto e
poi sul ponte, in direzione del sedile a smorzamento fra Cyn e Wings. A
quanto pareva, il vero nome di Wings era Alex, ma per quanto la concerneva
quel nome apparteneva già a un altro, quindi per lei sarebbe stato sempre
Wings. Lui le sorrise, e lei ricambiò mentre si allacciava le cinture che
l’avrebbero bloccata contro il gel.
Il segnale di avvertimento passò da un colore ambrato a un conto alla
rovescia fatto di numeri sempre color ambra. Quando arrivarono allo zero il
sedile sobbalzò sotto di lei, venendole incontro e richiudendosi di qualche
centimetro intorno al suo corpo. Era iniziata la decelerazione. Quando si
fosse conclusa si sarebbero ritrovati dov’era Marco.
Dopo che il tunnel ebbe collegato i portelloni stagni, Naomi si aspettò che
ci fossero addii di qualche tipo. Abbracci e menzogne e tutte quelle cose che
la gente faceva nel separarsi dopo un lungo viaggio. Quando non successe, si
rese conto che il viaggio era stato lungo soltanto per lei. Il viaggio da Ceres
attraverso lo spazio vuoto in direzione del sole rispetto a Marte e degli
asteroidi del gruppo Hungaria era per loro come andare dal proprio sedile al
bagno.
Filip emerse dal ponte operativo con aria vigile e dura. No, non era vero,
aveva l’aspetto di un ragazzo che si sforzava di apparire vigile e duro.
«Controllate che non abbia armi» ordinò in tono tagliente.
Cyn spostò lo sguardo da Filip a Naomi e viceversa. «Verdad? Knuckles è
stata qui per parecchio tempo, e se fosse stata armata lo avremmo capito. Non
mi sembra...»
«Nessun prigioniero sale sulla Pella senza essere controllato» ribatté Filip
estraendo di tasca una pistola a freccette senza puntarla direttamente contro di
lei. «È così che funziona, giusto?»
Cyn scrollò le spalle e si girò verso di lei. «È così che funziona.»
Filip la guardò, le labbra serrate in una linea sottile, le dita fin troppo
consapevoli della vicinanza del grilletto dell’arma. Sarebbe dovuto apparire
minaccioso, ma sembrava soprattutto spaventato. E rabbioso. Mandare un
figlio a perpetrare un rapimento era il genere di cose tipico di Marco. Non lo
faceva per crudeltà, anche se era una cosa crudele, e neppure per corrodere
qualsiasi relazione che avrebbero potuto avere, sebbene avesse anche
quell’effetto. Lo faceva solo perché funzionava. Adesso perfino il suo mettere
Filip su Ceres appariva come una manipolazione. Ecco qui tuo figlio, dove lo
avevi lasciato. Entra nella trappola e riprenditelo.
E lei lo aveva fatto. Non sapeva se era più delusa di Filip o di sé stessa.
Erano due tipi di delusione molto diversi fra loro, e quello diretto contro di sé
era molto più velenoso. Poteva perdonare a Filip qualsiasi cosa, perché era un
ragazzo e viveva con la presenza di Marco nella mente. Perdonare sé stessa
sarebbe stato più difficile, e non aveva molta pratica al riguardo.
Quando il portellone esterno si aprì, ebbe un momento di disorientamento.
Il passaggio aveva la solita struttura fatta di costole di titanio e Mylar gonfio
d’aria, in esso non c’era niente che apparisse strano, e fu soltanto quando fu
arrivata dall’altra parte che ne riconobbe l’odore: acre e intenso,
probabilmente cancerogeno. Le emissioni di sostanze volatili organiche
provenienti dalla stoffa.
«È nuovo?» domandò.
«Non ne parliamo» rispose Filip.
«Non parliamo di molte cose, vero?» scattò Naomi, e lui la guardò,
sorpreso dal suo tono tagliente. Credi di sapere cosa sono, pensò, ma tutto
quello che conosci sono un mucchio di storie.
Il portellone dell’altra nave era stranamente familiare. La curva era simile a
quella del portellone della Roci e così pure la forma della chiusura. Un design
marziano, anzi, un design proprio della marina marziana. Marco si era
impossessato di una nave militare. All’interno c’erano alcuni soldati in attesa.
Al contrario del gruppo cencioso che aveva incontrato su Ceres, quegli
uomini indossavano tutti una sorta di rozza uniforme: una tuta grigia che
portava il simbolo del cerchio spezzato sul braccio e sul petto. Sullo sfondo
delle linee eleganti del corridoio della nave, quelli sembravano costumi
scadenti in una commedia con un set ben progettato. Le armi però erano vere,
e Naomi non dubitò che sarebbero stati pronti a usarle.
Il ponte sembrava il fratello minore di quello della Rocinante. Dopo le
strutture economiche e a stento accettabili a livello estetico della Chetzemoka,
i sedili a smorzamento e i monitor di qualità militare apparivano solidi e
rassicuranti. E là nel centro, come se si fosse messo in posa, fluttuava Marco,
che indossava qualcosa di simile a una divisa militare, priva però di gradi di
sorta.
Era bello come una statua, era costretta a rendergliene atto perfino adesso.
Ricordava ancora un tempo in cui quelle labbra e la morbidezza in quegli
occhi l’avevano fatta sentire al sicuro, alcune vite prima. Lui le sorrise, e
Naomi si sentì sopraffare da uno strano senso di sollievo: era di nuovo con
lui, senza dubbio in suo potere, quindi il suo incubo era diventato realtà e se
non altro poteva smettere di averne paura.
«L’ho portata qui, signore» disse Filip, tutte le consonanti scandite in un
tono tagliente come una lama. «Missione compiuta.»
«Non ne ho mai dubitato» rispose Marco. Di persona, la sua voce aveva una
ricchezza che si era persa nel messaggio registrato. «Hai fatto un buon lavoro,
mijo.»
Filip rispose con un accenno di saluto e si girò per andarsene.
«Ah!» esclamò Marco, cosa che fece arrestare di colpo il ragazzo. «Non
essere scortese, Filip. Dai un bacio a tua madre, prima di andartene.»
«Non sei obbligato a farlo» aggiunse Naomi. Con occhi vacui e vuoti, però,
Filip fluttuò fino a lei e le depose un fugace bacio su una guancia con labbra
aride prima di tornare all’ascensore. Le guardie lo accompagnarono, tranne
due che presero posizione dietro di lei.
«È passato molto tempo» commentò Marco. «Hai un bell’aspetto, gli anni
sono stati clementi con te.»
«Anche con te» rispose lei. «Il tuo modo di parlare è diverso, però. Quando
hai smesso di parlare come un cinturiano?»
Marco allargò le mani. «Per poter essere ascoltato dalla classe che ci
opprime devi parlare come i suoi membri. Non solo nei termini, ma anche
nella dizione. Le accuse di tirannia, per quanto fondate, vengono accantonate
a priori se non sono esposte in un modo che chi è al potere riconosce come
potente. È per questo che Fred Johnson era utile. Era già l’icona di
un’autorità a cui le autorità erano in grado di rispondere.»
«Quindi ti sei esercitato» commentò lei, incrociando le braccia.
«È il mio lavoro» ribatté Marco. Protendendosi, spinse con la punta delle
dita contro la parte superiore del ponte e fluttuò in basso verso i sedili davanti
ai comandi. «Grazie per essere venuta.»
Naomi non rispose. Poteva sentire che lui era già impegnato a riscrivere il
passato, a trattarla come se avesse scelto di unirsi a lui, come se fosse stata
responsabile della sua presenza lì. Invece, accennò al ponte operativo. «Bella
nave. Dove l’hai presa?»
«Ho amici ai piani alti» replicò Marco, poi ridacchiò. «E alleanze strane,
molto strane. Ci sono sempre persone capaci di capire che quando il mondo
cambia le cose cambiano con esso.»
Naomi giocherellò con i capelli, tirandoseli davanti agli occhi; poi però,
furente con sé stessa, li spinse indietro. «Allora, a cosa devo questa trappola
di merda?»
L’espressione ferita di Marco sarebbe potuta passare per sincera. «Nessuna
trappola. Filip era nei guai, tu eri nella posizione di poter tirare fuori nostro
figlio da un posto dove la situazione poteva diventare molto peggiore.»
«E sono stata ripagata venendo trascinata sulla tua nave contro la mia
volontà? Non credo proprio di poterti ringraziare per questo.»
«Dovresti» rispose Marco. «Ti abbiamo portata qui perché sei una di noi,
per tenerti al sicuro. Se avessimo potuto spiegarti tutto lo avremmo fatto, ma
la situazione è delicata e non ci si sofferma a spiegare perché si sta
proteggendo qualcuno quando il pericolo è vicino. La posta in gioco è la vita
di milioni di cinturiani, e...»
«Oh, ma per favore» lo interruppe Naomi.
«Non ci credi?» chiese Marco, una nota aspra che gli affiorava nella voce.
«Tu sei quella che ci ha uccisi. Tu e il tuo nuovo capitano. Nel momento in
cui quei portali si sono aperti, tutto il resto di noi è morto.»
«Respiri ancora» osservò Naomi, ma la sua ira suonò come una forma di
petulanza perfino alle sue orecchie. Anche lui lo sentì.
«Non sei cresciuta in fondo a un pozzo gravitazionale. Sai quanto poco
importasse di noi alla gente dei mondi interni. La Chesed. La Stazione di
Anderson. L’incendio nella miniera Cielo. Le vite dei cinturiani non
significano un accidente per la gente dei mondi interni. Non lo hanno mai
fatto, e tu lo sai.»
«Non sono tutti così.»
«Alcuni fingono di non esserlo, giusto?» L’accento cinturiano gli era
riaffiorato nella voce, insieme a un’ira vibrante. «Però loro possono ancora
scendere in fondo ai pozzi gravitazionali. Hanno mille nuovi mondi, e ci sono
miliardi di terrestri che possono andarci a vivere. Niente addestramento,
droghe o riabilitazione. Sai quanti cinturiani non riescono a tollerare un g di
gravità? Anche dando loro tutto, tutte le cure mediche, un esoscheletro mech
di supporto, una casa di cura? Due terzi. Due terzi di noi potrebbero diventare
degli storpi su questi coraggiosi nuovi mondi se i terrestri unissero le forze e
investissero tutti i loro fondi per aiutarci. Credi che succederà? Non è mai
successo prima. Lo scorso anno tre impianti farmaceutici hanno smesso di
produrre i loro cocktail di medicinali di basso costo per la densità ossea. Non
hanno rinnovato le licenze. Non si sono scusati con qualsiasi nave che non
aveva i fondi per comprare i medicinali più costosi. Hanno semplicemente
smesso di produrli. Avevano bisogno della capacità produttiva per le navi
coloniali e tutta la nuova roba che stanno producendo sulla base dei dati che
arrivano dagli anelli.
«Noi siamo avanzi, Naomi. Tu e io e Karal e Cyn. Tia Margolis, Filip.
Stanno procedendo oltre e si dimenticano di noi perché possono farlo.
Quando scriveranno la storia, sai cosa saremo noi? Un paragrafo riguardo a
quanto sia sgradevole quando una razza di persone diventa obsoleta e a come
sarebbe stato molto più umano sopprimerci.
«Avanti, dimmi che mi sbaglio.»
Erano gli stessi deliri che aveva proferito un tempo, perfezionati nel corso
degli anni. Una nuova variante delle stesse argomentazioni che aveva
avanzato su Ceres. Naomi si aspettò quasi di sentirgli dire che la Gamarra se
l’era cercata, che quella era una guerra e chiunque contribuiva a soffocare il
nemico era un soldato, che lo sapesse o meno. Avvertiva un senso di vuoto
allo stomaco, come se fosse stato fatto d’acqua, una sensazione che ricordava
dai tempi oscuri, e qualcosa in fondo alla sua mente si mosse. Era il serpente
dell’impotenza, da lungo tempo dormiente, che cominciava a risvegliarsi.
Finse che non ci fosse, nella speranza che non sarebbe esistito se solo ne
avesse negato con abbastanza forza la presenza.
«E questo cosa c’entra con me?» chiese, con meno veemenza di quanto
fosse stata sua intenzione.
Marco sorrise, e quando parlò il suo tono era di nuovo quello del leader
colto. Il rozzo furfante cinturiano era sparito dietro la sua maschera. «Tu sei
una di noi. Estraniata, certo, ma una di noi comunque. Sei la madre di mio
figlio. Non volevo che ti succedesse qualcosa.»
Si aspettava che lei chiedesse cosa intendeva dire, le aveva preparato la
strada, ben illuminata. Cosa intendi con quel ‘non volevo che ti succedesse
qualcosa’? E lui glielo avrebbe detto, l’avrebbe guardata sgranare gli occhi,
avrebbe visto la sua paura.
Che si fottesse.
«Non volevi me, volevi la Rocinante, solo che non ha funzionato» ribatté.
«Volevi la nave? Oppure Holden? Puoi dirmelo. Volevi vantarti davanti al
mio nuovo compagno? Sarebbe stata una cosa piuttosto triste.»
Sentì il suo respiro accelerare, con l’adrenalina che le pompava nelle vene.
L’espressione di Marco si fece più dura, ma prima che potesse parlare la
stazione delle comunicazioni produsse un segnale, e una voce che lei non
conosceva echeggiò sul ponte.
«Hast contatto» disse una donna.
«Que?»
«Nave piccola. Una pinaccia da Marte. Sta comunicando con l’Andreas
Hofer.»
«Navetta esplorativa?» chiese Marco, in tono tagliente.
La pausa che seguì si prolungò per alcuni secondi, poi: «Sembra solo un
pinche idiota che si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Se ne
ha vista una, però, ha visto tutta la forza d’attacco, giusto?»
«Quanto tempo all’impatto?»
«Ventisette minuti.» Non c’era stata esitazione. Chiunque ci fosse dall’altra
parte della comunicazione si era aspettata quella domanda. Marco fissò il
pannello di controllo con aria accigliata.
«Non poteva aspettare ancora un poco? Sarebbe stato più bello senza questa
interferenza. Comunque va bene così. Distruggete la pinaccia.»
«Toda?»
Marco guardò verso Naomi, gli occhi scuri fissi su di lei, e un sorriso gli
sfiorò le labbra. Era il solito stronzo melodrammatico.
«No, no es toda. Lanciate anche l’assalto contro la nave del primo ministro
marziano. E avvertite il gruppo di caccia di tenersi pronto, in modo che
quando quel buono a niente cercherà di fuggire potremo abbatterlo.»
«Sabez» rispose la donna. «Sezione ordini chiude.»
Marco attese, la mano protesa come in una sfida. «Questo è il modo. Fare sì
che non ci possano dimenticare» disse. «Prendere le catene che hanno
forgiato per legarci e usarle come fruste. Non scompariremo nell’oscurità.
Adesso ci rispetteranno.»
«Cosa credi che faranno? Che chiuderanno l’Anello?» replicò Naomi. «Che
riprenderanno a fabbricare i medicinali economici? Cosa credi che farà per la
‘nostra gente’ sparare a un politico marziano? In che modo può aiutare
qualcuno?»
Marco non rise, ma il suo atteggiamento si ammorbidì. Naomi ebbe la
sensazione di aver detto qualcosa di stupido, e che questo gli faceva piacere.
Nonostante tutto, avvertì una fitta di imbarazzo.
«Mi dispiace, Naomi, ma dovremo riprendere questa conversazione più
tardi. Però sono davvero contento che tu sia tornata. So che c’è stata molta
asprezza fra noi e che non vediamo il mondo nello stesso modo, ma sarai
sempre la madre di mio figlio, e ti amerò sempre per questo.»
Sollevò un pugno in direzione delle guardie. «Accertatevi che sia al sicuro,
poi preparatevi a un’accelerazione violenta. Stiamo per combattere.»
«Sì, signore» rispose una delle guardie, mentre l’altra prendeva Naomi per
un gomito. Il suo istinto iniziale fu quello di opporre resistenza, di ritrarsi, ma
a cosa sarebbe servito? Si spinse verso l’alto assecondando il movimento, con
i denti tanto serrati da farsi dolere la mascella.
«Ancora una cosa» aggiunse Marco. Naomi si volse, pensando che si stesse
rivolgendo a lei, ma non era così. «Quando la rinchiudete, accertatevi che sia
in un posto da cui può vedere un notiziario. Oggi cambierà tutto. Non
vogliamo che si perda lo spettacolo, giusto?»
22
Amos

«Gli ultimi rapporti riferiscono che un enorme asteroide ha colpito l’Africa


settentrionale. L’Oxford Center di Rabat, che si trova cinquecento chilometri
a ovest del luogo dell’impatto, calcola che all’epicentro ci sia stata una scossa
di grado otto punto sette della scala Richter.»
Amos cercò di nuovo di appoggiarsi allo schienale della sedia. Era un
arredo piccolo e scomodo. Si trattava di un merdoso pezzo di plastica
leggera, modellata in una fabbrica da una macchina che non ci si doveva
sedere sopra. La sua prima supposizione era che fosse stata progettata
apposta per essere ingombrante e inefficace se si fosse cercato di usarla per
colpire qualcuno, solo che poi l’avevano fissata al pavimento. Ogni cinque
minuti circa, puntava i piedi sul pavimento di cemento e spingeva all’indietro
senza neppure rendersi conto di farlo: la sedia si piegava un poco sotto la
pressione, ma non diventava più comoda, e non appena lui rinunciava,
tornava immediatamente alla forma originale.
«...mai visto dai tempi dell’eruzione del Krakatoa. Il traffico aereo è
gravemente ostacolato in quanto la nube di detriti mette in pericolo tanto i
velivoli commerciali quanto quelli civili. Kivrin Althusser, che si trova a
Dakar, ci fornirà ora un’ulteriore analisi della situazione a terra. Kivrin?»
Sullo schermo apparve una donna dalla pelle olivastra che indossava uno
hijab color sabbia. Si umettò le labbra, annuì e cominciò a parlare.
«L’onda d’urto ha investito Dakar poco meno di un’ora fa, e le autorità
stanno ancora valutando i danni. A me la città appare devastata. Ci giungono
rapporti secondo i quali moltissime strutture locali non sono sopravvissute
alla scossa iniziale. Anche la rete elettrica è collassata. Gli ospedali e i centri
medici di emergenza sono oltre il limite della capienza. Mentre vi parlo è in
corso l’evacuazione delle Torri Elkhashab, e si teme che la torre nord possa
essere instabile. Il cielo... qui il cielo...»
Amos cercò di appoggiarsi all’indietro sulla sedia, sospirò e si alzò. La sala
d’attesa era vuota, a parte lui e una vecchia in un angolo, che continuava a
tossire coprendosi la bocca con il braccio. Non era quello che si poteva
definire un posto grande. Le finestre si affacciavano su duecento metri di
desolante terreno del North Carolina, spoglio dall’ingresso della struttura fino
ai cancelli della recinzione. Una doppia fila di reticolato antiuragano a
monofilamento bloccava l’accesso a un muro di cemento alto due piani, con
una postazione per cecchini su ogni angolo, difese automatiche e un controllo
armamenti più solido di un tronco d’albero. L’edificio era basso, una
costruzione a un solo piano che in superficie aveva gli uffici amministrativi e
un’enorme entrata di servizio. La maggior parte di ciò che succedeva lì
accadeva nel sottosuolo, ed era esattamente il genere di posto in cui Amos
aveva sperato di non venirsi mai a trovare.
La cosa buona era che quando avesse finito se ne sarebbe potuto andare.
«Passando ad altre notizie, la richiesta di soccorso proveniente dalla scorta
del primo ministro marziano sembra essere autentica. Un gruppo di navi non
identificate...»
Alle sue spalle, la porta degli uffici amministrativi si aprì. L’uomo
all’interno sembrava composto da cento chili di muscoli scolpiti e appariva
anche terribilmente annoiato. «Clarke!»
«Sono qui!» disse la vecchia che tossiva, alzandosi in piedi. «Clarke sono
io.»
«Da questa parte, signora.»
Amos si grattò il collo e riprese a osservare il cortile della prigione mentre
nel notiziario il giornalista continuava a parlare in tono eccitato di tutte le
cose disastrose che stavano succedendo. Amos sarebbe stato più attento se
non fosse stato impegnato a pianificare i modi in cui avrebbe cercato di
andarsene da quel posto se ce lo avessero mai mandato, e dove sarebbe morto
provandoci. Stando alle poche parti che sentì, tuttavia, quella pareva essere
una giornata particolarmente buona per i reporter.
«Burton!»
Amos si avvicinò lentamente. Il tizio muscoloso controllò il terminale
palmare.
«Lei è Burton?»
«Oggi sì.»
«Da questa parte, signore.»
L’uomo lo condusse in una piccola stanza con altre sedie fissate al
pavimento. C’era anche un tavolo, che era di fabbricazione più solida.
«Allora, è qui per una visita?»
«Sì» rispose Amos. «Per vedere Clarissa Mao.»
L’uomo muscoloso sollevò lo sguardo da sotto le sopracciglia. «Qui non ci
sono nomi.»
Amos accese il proprio terminale. «Cerco la 42-82-4131.»
«Grazie. Deve consegnare tutti gli effetti personali, inclusi cibi e bevande, il
suo terminale palmare e qualsiasi capo di vestiario che contenga più di sette
grammi di metallo. Niente cerniere, supporti plantari o cose del genere.
Mentre si trova all’interno della prigione i suoi diritti civili saranno ridotti,
come definito dal codice Gorman. Una copia del codice le verrà fornita se ne
farà richiesta. Desidera una copia del codice?»
«Va bene così.»
«Mi dispiace, signore, ma mi serve un sì o un no.»
«No.»
«Grazie, signore. Mentre si trova all’interno della prigione deve seguire le
direttive impartite da qualsiasi guardia o dipendente della prigione senza
esitazione o domande. Questo è per la sua stessa sicurezza. Se non dovesse
ottemperare, le guardie e i dipendenti della prigione sono autorizzati a usare
qualsiasi mezzo ritengano necessario per garantire la sua sicurezza e quella
degli altri. Ha capito e acconsente?»
«Certo» rispose Amos. «Perché no?»
Il tizio muscoloso spinse un terminale verso la parte opposta del tavolo e
Amos premette su di esso il pollice fino a quando la sua impronta non fu
registrata. Un piccolo indicatore sul lato del modulo divenne verde. Il tizio
recuperò il suo terminale insieme a quello di Amos e alle sue scarpe, al posto
delle quali gli vennero fornite scarpe usa e getta fatte di carta e colla.
«Benvenuto nella Fossa» disse l’uomo muscoloso, sorridendo per la prima
volta.
L’ascensore era di acciaio e titanio, con una serie di luci intense e aspre sul
soffitto che tremolavano un po’ troppo in fretta perché si potesse essere certi
che fosse un effettivo tremolio. Due guardie parevano vivere dentro la cabina,
andando su e giù ogni volta che essa lo faceva. Sembrava davvero un lavoro
di merda. Lo fecero scendere al decimo livello sotterraneo, dove una scorta lo
aspettava: una donna dai capelli grigi con un volto ampio, che indossava
un’armatura leggera e aveva nella fondina un’arma che Amos non riconobbe.
Qualcosa trillò due volte quando lui si addentrò nel corridoio, ma nessuna
delle guardie cercò di sparargli, quindi suppose che fosse una cosa normale.
«Da questa parte, signore» disse la sua scorta.
«Sì, d’accordo» rispose Amos. I loro passi echeggiavano sul duro
pavimento e contro il soffitto. Le luci erano incassate dentro gabbie di
metallo, il che creava una rete di ombre su ogni cosa. Amos si sorprese a
contrarre le mani a pugno, pensando al modo esatto in cui avrebbe dovuto
sbattere la testa della guardia contro la parete per toglierle l’arma. In realtà
era solo la forza dell’abitudine, ma quel posto gli faceva quell’effetto.
«È la prima volta che scende quaggiù?» chiese la donna.
«Si vede?»
«Un poco.»
Dal fondo del corridoio una voce maschile si levò in un ruggito, e Amos si
sentì pervadere da una calma familiare. La donna inarcò le sopracciglia, e
quando lui le sorrise incurvò le labbra in un sorriso di risposta. Adesso però
nel suo sguardo c’era una valutazione differente.
«Se la caverà benone» commentò. «Da questa parte.»
Il corridoio era di cemento grezzo, costellato da una fila di porte di metallo
fra il verde e il grigio, tutte con la stessa finestra di spesso vetro verde che
faceva apparire la stanza all’interno come immersa nell’acqua. Nella prima,
quattro guardie che portavano la stessa armatura leggera della scorta di Amos
stavano costringendo a terra un uomo, e la donna che si era trovata in sala
d’attesa era raggomitolata in un angolo con gli occhi chiusi. Pareva pregare.
Il prigioniero, un uomo alto e magro, con lunghi capelli e una fluente barba
grigio ferro, ruggì di nuovo. Protese in fuori un braccio, con un movimento
troppo rapido perché lo sguardo di Amos potesse seguirlo, e afferrò una delle
guardie per la caviglia, tirando. La guardia cadde al suolo, ma due delle altre
erano munite di quelli che sembravano pungoli per il bestiame. Uno di essi
entrò in contatto con la schiena del prigioniero, l’altra con la base della nuca.
L’uomo barbuto si accasciò con un’ultima imprecazione. La guardia atterrata,
una donna, si rialzò in piedi con il sangue che le scorreva dal naso,
accompagnata dalle canzonature dei colleghi. La vecchia si accasciò in
ginocchio, muovendo le labbra, poi trasse un lungo respiro tremante e quando
parlò emise un lamento, con voce che pareva venire da chilometri di distanza.
La scorta di Amos la ignorò, quindi lui fece altrettanto.
«La sua è qui. Nessuno scambio di oggetti di nessun tipo. Se a un certo
punto dovesse sentirsi minacciato alzi la mano. Noi saremo in osservazione.»
«Grazie» replicò Amos.
Finché non la vide, Amos non realizzò quanto quel posto gli ricordasse una
clinica medica per persone che avevano solo il sostentamento di base. Un
economico letto da ospedale in plastica, un water d’acciaio montato sulla
parete senza neppure un paravento intorno, un vecchio sistema medico
esperto, uno schermo a parete regolato su un vuoto grigiore lucente, e
Clarissa con tre lunghi tubi di plastica inseriti nelle vene. Era più magra di
quanto lo fosse stata durante il viaggio di ritorno dalla Stazione di Medina,
prima che essa prendesse quel nome. Aveva i gomiti più grossi delle braccia
e gli occhi apparivano enormi sul suo volto.
«Ciao, Zuccherino» la salutò, sedendosi sulla sedia accanto al suo letto.
«Hai un aspetto di merda.»
Lei sorrise. «Benvenuto a Bedlam4.»
«Credevo che questo posto si chiamasse Bethlehem.»
«Anche Bedlam si chiamava Bethlehem. Allora, cosa ti conduce nel mio
piccolo appartamento fornito dallo Stato?»
Dall’altro lato della finestra, due guardie trascinarono l’uomo con la barba
grigia lungo il corridoio. Clarissa seguì con il proprio la direzione dello
sguardo di Amos e ridacchiò.
«Quello è Konecheck» disse. «È un volontario.»
«Da cosa lo capisci?»
«Potrebbe andarsene, se volesse» rispose Clarissa, sollevando il braccio a
mostrare i tubi. «Quaggiù siamo tutti soggetti modificati. Se permettesse loro
di rimuovere le sue modifiche, potrebbe trasferirsi ad Angola o a Newport.
Non sarebbe libero, ma almeno vedrebbe il cielo.»
«Non potrebbero semplicemente rimuovergliele?»
«La privacy del corpo è sancita dalla costituzione. Konecheck è davvero un
brutto, bruttissimo soggetto, ma vincerebbe comunque una causa del genere.»
«E cosa mi dici di te? Della tua... ecco... roba?»
Clarissa chinò il capo. La sua risata fece tremare i tubi. «A parte il fatto che
ogni volta che le usavo mi ritrovavo a vomitare e piagnucolare per un paio di
minuti subito dopo, quelle modifiche hanno anche qualche altro
inconveniente. Se le rimuovessimo, sopravvivrei, ma il risultato sarebbe
ancora meno piacevole di questo. A quanto pare, c’è un motivo se le
modifiche che ho subito non sono di uso generale.»
«Merda. Per te deve essere una situazione schifosa.»
«Fra le altre cose, significa che resterò qui finché... ecco, finché non sarò
più da nessuna parte. Ogni mattina mi somministrano i bloccanti, poi c’è il
pranzo alla caffetteria, mezz’ora di esercizio, e per tre ore posso starmene
seduta nella mia cella o in un recinto di contenimento con altri nove detenuti.
Poi si ripete tutto daccapo. È giusto. Ho fatto cose brutte.»
«Tutte quelle stronzate che il predicatore ha tirato fuori riguardo alla
redenzione, all’essere riabilitati...»
«A volte non vieni riabilitato» rispose lei, con voce forte e stanca allo stesso
tempo, da cui si capiva che era qualcosa su cui aveva riflettuto. «Non tutte le
macchie vengono via. A volte fai qualcosa di tanto brutto da portarne le
conseguenze per il resto della vita e da portarti i rimpianti nella tomba. È
quello il tuo lieto fine.»
«Uh» commentò Amos. «In effetti, credo di sapere cosa intendi.»
«Spero proprio di no.»
«Mi dispiace di non averti piantato una pallottola in testa quando ne avevo
la possibilità.»
«A me dispiace di non averne saputo abbastanza da chiederti di farlo.
Comunque, cosa ti conduce quaggiù?»
«Ero da queste parti, soprattutto per dire addio a buona parte del mio
passato. Siccome non credo proprio che tornerò mai più qui, ho pensato che
avrei fatto bene a salutarti adesso, se ci tenevo a farlo.»
Le salirono le lacrime agli occhi e gli prese una mano nella sua. Quel
contatto era strano, perché le sue dita erano troppo sottili, ceree. Tuttavia gli
parve scortese respingerla, quindi cercò di ricordare come si comportavano le
persone quando avevano un momento intimo come quello. Finse di essere
Naomi che stringeva la mano di Clarissa.
«Grazie per esserti ricordato di me» disse lei. «Parlami degli altri. Come sta
Holden?»
«Ecco... merda, quanto ti hanno detto di quello che è successo su Ilus?»
«I censori non mi permettono di vedere niente che riguardi lui, o te, o
qualsiasi cosa che coinvolga la Mao-Kwikowski, o la protomolecola, o gli
anelli. Per me potrebbe essere una causa di disturbo.»
Amos si sedette più comodo. «D’accordo. Allora, tempo fa il capitano
riceve questa chiamata...»
Per circa quarantacinque minuti, o forse un’ora, le raccontò le cose che
erano successe dopo che la Rocinante aveva consegnato Clarissa Mao alle
autorità. Raccontare storie che non finivano con una battuta non era qualcosa
che rientrasse nella sua esperienza, quindi era abbastanza certo che la
sequenza degli eventi facesse schifo. Tuttavia, Clarissa bevve ogni parola
come se lui stesse versando acqua sulla sabbia di una spiaggia. Di tanto in
tanto il sistema medico trillava, rispondendo a quello che succedeva nel suo
flusso sanguigno.
I suoi occhi cominciarono a chiudersi come se fosse stata sul punto di
addormentarsi, ma le sue dita non persero la presa su quelle di lui. Anche il
suo respiro si fece più profondo. Amos non sapeva bene se dipendesse dalla
cosa che le stavano somministrando, qualsiasi cosa fosse, o se si trattasse di
qualcos’altro. Smise di parlare, ma lei non parve accorgersene. Sembrava
strano sgusciare via senza dire niente, ma non voleva svegliarla solo per
salutarla, quindi rimase seduto lì per qualche tempo, guardandola, perché non
c’era nient’altro da guardare.
La cosa strana era che appariva più giovane. Niente rughe ai lati della bocca
o intorno agli occhi, le guance non avevano traccia di rilassamento. Era come
se il tempo che aveva trascorso in prigione non avesse avuto peso, come se
non potesse mai invecchiare e morire, ma soltanto starsene lì a desiderare di
poterlo fare. Probabilmente era un effetto collaterale della robaccia che le
pompavano nell’organismo. C’erano generi di veleni ambientali che avevano
a loro volta quell’effetto, anche se lui non ne conosceva i dettagli. Clarissa
aveva ucciso una quantità di persone, ma anche lui lo aveva fatto, in un modo
o nell’altro, e sembrava un po’ strano che lei dovesse rimanere lì mentre lui
se ne sarebbe potuto andare. Clarissa rimpiangeva le cose che aveva fatto, e
forse era quella la differenza. Rammarico e punizione, i due lati della moneta
del karma. O forse l’universo era fottutamente casuale. Non pareva che quel
Konecheck avesse molti rimpianti, eppure anche lui era rinchiuso lì.
Amos stava per cercare di liberare la mano quando gli allarmi si misero a
suonare. Clarissa spalancò gli occhi e si sollevò a sedere, presente e vigile, e
neppure vagamente assonnata. Forse non si era davvero addormentata,
dopotutto.
«Cos’era?» chiese.
«Stavo per domandarlo a te.»
Lei scosse il capo. «È qualcosa che non ho mai sentito prima.»
Pareva il momento giusto per liberare la mano. Amos andò alla porta, ma la
sua scorta stava già entrando. Aveva l’arma in pugno, ma non la stava
puntando contro nulla in particolare.
«Mi dispiace, signore» disse, con voce più tesa di quanto lo fosse stata in
precedenza. Era spaventata, o forse eccitata. «Questa struttura è stata posta in
stato di blocco, quindi temo che per il momento le dovrò chiedere di rimanere
qui.»
«Di quanto tempo stiamo parlando?» domandò Amos.
«Non conosco la risposta, signore. Finché il blocco non sarà annullato.»
«C’è qualche problema?» domandò Clarissa. «Lui è in pericolo?»
Era una buona mossa. A nessuna guardia importava mai un accidente se i
prigionieri erano in pericolo, quindi lei si era informata del civile in visita.
Anche così, la guardia non avrebbe risposto a meno di volerlo fare.
Risultò che le andava di farlo.
«Una roccia è precipitata vicino al Marocco circa tre ore fa» disse, con la
frase che si concludeva con un tono quasi interrogativo.
«Ho visto qualcosa al riguardo» replicò Amos.
«Come ha fatto a passare?» volle sapere Clarissa.
«Viaggiava molto, molto in fretta» spiegò la guardia. «Era accelerata.»
«Gesù» mormorò Clarissa, come se qualcuno le avesse sferrato un pugno in
pieno petto.
«Qualcuno ha scagliato quella roccia di proposito?» domandò Amos.
«Rocce, al plurale» precisò la guardia. «Un’altra si è abbattuta quindici
minuti fa nel centro dell’Atlantico. Adesso ci sono tsunami e allarmi di piena
in arrivo ovunque, dalla Groenlandia al fottuto Brasile.»
«Baltimora?» chiese Amos.
«Ogni posto. Ovunque.» Gli occhi della guardia si stavano facendo
lacrimosi e sconvolti. Forse era panico, o forse dolore. Accennò con la
pistola, ma il suo gesto risultò soltanto impotente. «Rimarremo in stato di
blocco finché non sapremo.»
«Sapremo cosa?» incalzò Amos.
Fu Clarissa a rispondere. «Se quella era l’ultima, o se continueranno a
piovere rocce.»
Nel silenzio che seguì cessarono di essere guardia, prigioniera e civile.
Erano soltanto tre persone in una stanza.
Poi il momento passò.
«Tornerò con un aggiornamento non appena ne avrò uno, signore.»
Il cervello di Amos passò in rassegna tutti gli scenari più semplici e non
trovò molte alternative. «Aspetti. So che quello schermo lassù non è qui per
fornire un intrattenimento o cose del genere, ma può trasmettere i notiziari?»
«I prigionieri possono accedere ai notiziari solo nell’area comune.»
«Certo,» convenne Amos «ma io non sono un prigioniero, giusto?»
La donna abbassò lo sguardo, poi scrollò le spalle, prese il proprio
terminale palmare e digitò alcune linee di testo. Lo schermo grigio tremolò e
si attivò, mostrando un uomo pallido con ampie labbra morbide che era nel
bel mezzo del servizio che stava trasmettendo.
«...non sono stati individuati dai radar, e stiamo ricevendo rapporti secondo
cui c’è stata un’anomalia nella temperatura che potrebbe essere collegata
all’attacco.»
La guardia lo salutò con un cenno e chiuse la porta. Amos non sentì scattare
la serratura, ma fu certo che il battente fosse bloccato. Si rimise a sedere sulla
sedia e puntellò i talloni sul lato del letto da ospedale. Clarissa sedette protesa
in avanti, con le mani ossute intrecciate strettamente. Sullo schermo apparve
un uomo dai capelli bianchi che parlava in tono serio dell’importanza di non
saltare alle conclusioni.
«Sai dove si sia abbattuta la prima roccia?» chiese Clarissa. «Ricordi
qualcosa del notiziario che hai sentito?»
«Non stavo prestando attenzione. Credo abbiano detto Krakatoa... è un
posto?»
Clarissa chiuse gli occhi. Se possibile, il suo pallore si fece ancora più
intenso. «Non proprio. È un vulcano che è esploso moltissimo tempo fa e ha
scagliato cenere fino a ottanta chilometri di altezza. Le onde d’urto hanno
fatto il giro del mondo sette volte.»
«Ma non era nell’Africa settentrionale?»
«No» rispose lei. «Non riesco a credere che lo abbiano fatto davvero.
Stanno scagliando rocce. Voglio dire, chi farebbe mai una cosa del genere?
Non puoi... non puoi rimpiazzare la Terra.»
«Adesso forse si può, in un certo senso» osservò Amos. «Là fuori ci sono
un sacco di pianeti che prima non c’erano.»
«Non riesco a credere che qualcuno abbia voluto fare questo.»
«Già, ma lo hanno fatto.»
Clarissa deglutì a fatica. Dovevano esserci delle scale, lì da qualche parte.
Probabilmente erano chiuse a chiave perché i prigionieri non vi potessero
accedere, ma dovevano esserci. Si avvicinò alla finestra che dava sul
corridoio e premette la testa contro di essa, ma non riuscì a vedere niente
all’esterno, in nessuna direzione. Prendere a calci il vetro pareva una
soluzione che non avrebbe portato a niente. Non che intendesse provarci, era
solo una riflessione.
Sullo schermo, una nube a forma di fungo si sollevò da un mare vasto e
vuoto. Poi, una voce di donna dissertò con calma di megatonnellaggio e di
capacità distruttiva, mentre sullo schermo appariva una mappa che mostrava
un punto di un rosso intenso sull’Africa settentrionale e un altro nell’oceano.
Clarissa sibilò.
«Cosa c’è?» chiese Amos.
«Se mantengono le stesse distanze, e se ce ne sarà un altro, cadrà qui
vicino» replicò lei.
«D’accordo» annuì Amos. «Però non c’è molto che possa fare al riguardo.»
I cardini erano dall’altro lato della porta, naturalmente, perché quella era
una fottuta prigione. Fece schioccare la lingua contro i denti. Forse avrebbero
rimosso il blocco e gli avrebbero permesso di andarsene. Poteva succedere. In
caso non fosse accaduto, però... ecco, quello sarebbe stato un modo stupido di
morire.
«Cosa stai pensando?» domandò Clarissa.
«Ecco, Zuccherino, pensavo che sono rimasto un giorno di troppo su questa
palla di fango.»

4 Riferimento al Bethlem Royal Hospital, noto anche come Bedlam, manicomio londinese.
23
Holden

Holden si appoggiò allo schienale della sedia, stordito, lo sguardo fisso


sulle immagini sullo schermo. L’immensità di quelle notizie faceva apparire
l’ufficio di Fred un luogo nuovo e sconosciuto: la scrivania con le sottili linee
nere negli angoli dovute all’usura del tempo; la cassaforte inserita nella
parete come una piccola finestra privata; la moquette industriale. Era come se
stesse vedendo Fred per la prima volta, appoggiato in avanti sui gomiti con
gli occhi pieni di doloroso sgomento. Meno di un’ora prima erano cominciati
ad arrivare rapporti accompagnati dal bordo rosso intorno allo schermo che
denotava la gravità delle notizie. I precedenti titoli che parlavano di una
meteora o forse di una piccola cometa abbattutasi sull’Africa settentrionale
erano già dimenticati. Le navi che trasportavano il primo ministro della
repubblica marziana erano sotto attacco da parte di una forza ignota e
all’apparenza ostile, e la sua scorta si stava muovendo per intercettarle. Era la
notizia dell’anno.
Poi la seconda roccia aveva colpito la Terra, e quello che avrebbe potuto
essere un disastro naturale si era rivelato essere un attacco.
«Le due cose sono collegate» disse Holden. Ogni parola gli usciva di bocca
lentamente, e anche i suoi pensieri erano lenti. Era come se lo shock avesse
fatto precipitare la sua mente nel gel da assorbimento d’impatto. «L’attacco
contro il primo ministro. Questo. Sono cose collegate, giusto?»
«Non lo so. Forse» rispose Fred. «Probabilmente.»
«Era questo che stavano pianificando. È opera della tua fazione dissidente
dell’APE» continuò Holden. «Dimmi che non ne sapevi niente. Dimmi che
non c’entri.»
Fred si girò verso di lui con un sospiro. La stanchezza che gli traspariva
dall’espressione era immensa. «Fottiti.»
«Sì. D’accordo. Dovevo chiederlo.» E un momento più tardi: «Porca troia.»
Al notiziario, le immagini degli strati superiori dell’atmosfera terrestre
mostravano il risultato dell’attacco, simile a un livido. La nuvola di polvere si
stava spargendo verso ovest mentre il pianeta ruotava sotto di essa, e quel
pennacchio di polvere avrebbe continuato ad allargarsi fino a coprire tutto
l’emisfero settentrionale – forse anche un’area più vasta – anche se per il
momento era soltanto una chiazza di oscurità. La sua mente continuava a
rimbalzare contro quell’immagine, rigettandola. La sua famiglia era sulla
Terra – le sue madri e i suoi padri, e la terra su cui era cresciuto. Era tanto,
troppo tempo che non tornava, e adesso...
Non ebbe la forza di concludere quel pensiero.
«Dobbiamo riuscire ad anticipare le loro mosse» disse Fred, parlando quasi
più a sé stesso che a Holden. «Dobbiamo...»
Una richiesta di comunicazione apparve sul lato dello schermo e lui la
accettò. Il volto di Drummer riempì una piccola finestra.
«Signore, abbiamo un problema» disse. «Una delle navi parcheggiate là
fuori in attesa di attraccare ha appena diretto i laser di puntamento sui motori
principali e sull’anello abitativo superiore.»
«La griglia di difesa è attivata?»
«È quello il problema, signore. Vediamo...»
La porta dell’ufficio si aprì ed entrarono tre persone che indossavano
l’uniforme della sicurezza della Stazione di Tycho. Una di esse trasportava
una grossa sacca di tela, le altre due avevano in mano strumenti a cui la
mente di Holden faticò a dare un senso. Erano strani terminali palmari, o una
specie di attrezzo compatto.
Oppure erano armi.
Come qualcuno che parlasse alla radio, una voce in un angolo della sua
mente disse ‘Questo è un attacco coordinato in tutto il sistema’ proprio
mentre la prima donna faceva fuoco. Il semplice impatto sonoro fu da solo
come l’essere colpito, e Fred si rovesciò all’indietro sulla sedia. Holden si
affannò a estrarre la pistola, ma la seconda donna si stava già girando verso di
lui. Cercò di gettarsi a terra, di mettersi al coperto dietro la scrivania, ma le
due donne fecero fuoco quasi simultaneamente e lui trattenne il respiro
quando qualcosa lo colpì appena sotto le costole, senza che riuscisse a capire
se aveva sbattuto contro il bordo della scrivania o gli avevano sparato. Fece
fuoco alla cieca e l’uomo lasciò cadere la sacca di tela. La testa della prima
donna scattò all’indietro e lei crollò in ginocchio. Qualcun altro stava
sparando, e Holden impiegò quelli che gli parvero minuti, ma che
probabilmente furono meno di un secondo, per rendersi conto che si trattava
di Fred, supino dietro la scrivania, che faceva fuoco da in mezzo ai propri
piedi. Non aveva idea di dove fosse riuscito a procurarsi una pistola nei
secondi trascorsi dall’inizio dell’attacco.
La seconda donna prese di mira Fred, ma Holden trasse un respiro, si
costrinse a ricordare come prendere la mira e la colpì al costato. L’uomo
fuggì dall’ufficio e Holden lo lasciò andare, scivolando al suolo. Non pareva
perdere sangue, ma non era certo di non essere stato raggiunto da una
pallottola. La prima donna lottò per sollevarsi in ginocchio, una mano
insanguinata premuta contro l’orecchio, ma Fred le sparò di nuovo e lei crollò
al suolo. Come se tutto stesse accadendo in un sogno, Holden notò che la
sacca di tela si era aperta, e che conteneva tute ambientali di emergenza.
Quando Fred gridò, la sua voce suonò stranamente acuta e molto lontana,
perché il fragore degli spari aveva assordato entrambi. «Come guardia del
corpo fai schifo, Holden, lo sai?»
«Non ho avuto nessun addestramento formale» gridò di rimando Holden, le
parole che gli suonavano più forti in gola che all’orecchio. Poi si rese conto
che c’era un’altra voce che gridava, ma che non proveniva dalla stanza, bensì
dalla consolle di Fred. Era Drummer. Ignorandola, si chinò su Fred. Aveva
un fianco coperto di sangue, ma non riuscì a vedere dove fosse la ferita.
«Stai bene?» gli urlò.
«Benissimo» ringhiò Fred, issandosi in piedi. Sussultò, serrò i denti e si
sedette. Sul monitor, Drummer sbiancò in volto.
«Dovrai alzare la voce» disse Fred. «Qui le cose si sono fatte un po’
rumorose. Holden, metti in sicurezza quella dannata porta.»
«Porte e angoli» disse Holden, scavalcando i cadaveri. «Sempre porte e
angoli.»
Fuori, l’ufficio della sicurezza era vuoto. Su una parete lampeggiava una
luce, che era un segnale di emergenza di qualche tipo, e adesso che sapeva di
doverlo ascoltare, poteva anche sentire l’allarme: era un segnale di
evacuazione. Qualcuno stava evacuando l’anello della stazione. La cosa non
poteva indicare niente di buono. Si chiese se fossero stati i buoni a dare
l’allarme, o se facesse parte del piano di attacco, e intanto continuò a
controllare di non essere stato colpito.
Abbassò lo sguardo sulla pistola che aveva in mano. Credo di aver appena
ucciso qualcuno, pensò. E qualcun altro ha scaricato una roccia sulla Terra. E
poi hanno cercato di uccidere Fred. Era una brutta situazione. Era tutto molto
brutto.
Non si accorse di Fred che sopraggiungeva alle sue spalle finché non lo
prese per un gomito, appoggiandosi a lui per sorreggersi e spingendolo
contemporaneamente in avanti.
«Riscuotiti e torna in vita, marinaio» disse Fred. «Ce ne dobbiamo andare.
Ci hanno sparato contro un siluro e qualche fottuto bastardo ha sabotato la
mia griglia di difesa.» Fred stava imprecando più del solito, segno che lo
stress del combattimento aveva ridestato il marine da tempo dormiente dentro
di lui.
«Stanno sparando contro l’Anello?» chiese Holden.
«Sì, e in particolare contro il mio ufficio. Comincio ad avere la sensazione
di non essergli simpatico.»
Insieme, avanzarono a fatica. Nel largo corridoio, la gente si affrettava a
raggiungere i ripari rigidi e le stazioni di evacuazione.
Un uomo attempato, con i capelli cortissimi e la bocca contratta in una
smorfia permanente, vide che Fred sanguinava, e senza dire una parola si
passò il suo braccio libero intorno alle spalle.
«Siamo diretti in infermeria o alle strutture di evacuazione?» chiese.
«Nessuna delle due cose» rispose Fred. «I cattivi stanno cercando di
occupare la sezione ingegneria. I miei uomini sono stati assaliti e sono
bloccati là, e ci sono due siluri nemici diretti a mettere fuori uso i motori.
Dobbiamo dare rinforzo ai nostri e ripristinare la griglia. Vedere se riusciamo
a rispondere al fuoco.»
«Stai scherzando?» protestò Holden. «Ti hanno sparato e stai
sanguinando.»
«Ne sono consapevole» ribatté Fred. «Quassù, sulla sinistra, c’è un
trasporto di sicurezza. Possiamo prenderlo e raggiungere la sfera dei cantieri.
Come ti chiami, capo?»
L’uomo con la smorfia sul volto guardò verso Holden con un’espressione
che pareva chiedere a chi Fred si stesse rivolgendo. Holden scosse il capo, a
indicare che Fred conosceva già il suo nome. «Elettricista di prima classe
Garret Ming, signore. Lavoro per lei da dieci anni, in un modo o nell’altro.»
«Mi dispiace che non ci siamo conosciuti prima» disse Fred. «Sai usare una
pistola?»
«Imparo in fretta, signore.»
Fred era grigio in volto, ma Holden non avrebbe saputo dire se era per la
perdita di sangue, lo shock, o i primi sintomi di una profonda disperazione.
«Questo è un bene.»
La Stazione di Tycho era costruita come una sfera del diametro di mezzo
chilometro. L’area dei cantieri era abbastanza grande da poter contenere al
suo interno quasi qualsiasi nave più piccola di una nave da guerra. A riposo, i
due anelli situati all’equatore della sfera elargivano gravità da rotazione ai
migliori ingegneri e tecnici della Fascia. I grandi reattori alla base della sfera
potevano spostare la stazione ovunque nel sistema. O fuori di esso, ora.
Tycho aveva sovrinteso all’avvio della rotazione di Ceres e di Pallas, era il
cuore pulsante della Fascia e il suo più grande vanto. La Nauvoo, la nave che
avrebbe dovuto portare gli esseri umani fra le stelle, era stata troppo vasta per
entrare nella sfera dei cantieri, ma era stata costruita nello spazio, accanto
all’enorme stazione. Non c’era posto migliore di Tycho per la costruzione di
grandi sogni: insieme alla terraformazione di Marte e alle fattorie di
Ganimede, era una testimonianza vivente delle ambizioni e del talento
dell’umanità.
Holden non avrebbe mai immaginato che potesse dare la sensazione di
essere fragile.
Il trasferimento dall’Anello alla cupola dei canteri fu come prendere un
ascensore particolarmente scomodo. Cominciarono il tragitto con la gravità di
un terzo di g tipica della stazione, poi ci fu un sobbalzo e il loro peso
cominciò a diminuire. Quando le porte si aprirono, erano ormai in caduta
libera. Il sangue che aveva cominciato a gocciolare dal braccio di Fred era
adesso un rivestimento fluido, con il liquido trattenuto contro il suo corpo
dalla tensione di superficie mentre si inspessiva gradualmente fino a
trasformarsi in una sorta di gelatina. Garrett ne era coperto, e anche Holden,
che continuava ad aspettarsi che Fred svenisse. Lui però non perdeva
focalizzazione o determinazione.
Visibile dal lungo tubo trasparente del corridoio di accesso, la sfera di
costruzione appariva come una rete di funzionalità purificata. Altri corridoi si
incurvavano fra gli attracchi delle navi, con le pareti ricoperte da un
susseguirsi di pannelli di accesso, trasmettitori di energia, armadietti di
stoccaggio e per le apparecchiature e piattaforme di parcheggio dei mech,
disposti secondo uno schema che si ripeteva in modo sottile. Le ossa di
acciaio e ceramica della stazione erano visibili ovunque, la luce era intensa e
aspra come quella solare nel vuoto. L’aria del corridoio di accesso era
addolcita dall’odore dei lubrificanti al carbonio e delle scariche elettriche.
Insieme, si spinsero tutti e tre a testa in avanti verso la parte sud della
stazione, i ponti della sezione ingegneria e gli enormi reattori a fusione. Il
corpo di Holden non riusciva a decidere se stava cadendo lungo un
interminabile pozzo curvo o se stava nuotando in un fiume d’aria sotterraneo.
«Drummer!» ordinò Fred, secco. «Rapporto.»
Per un momento, l’audio del suo terminale palmare risultò alquanto
confuso, poi ne scaturì una voce di donna scandita, calma e misurata in un
modo che suonava come la versione professionale del panico.
«Ricevuto. La sezione ingegneria principale è stata disattivata dalle forze
ostili. Occupano la sezione ausiliaria con un contingente di circa venti uomini
bene armati. Ci stiamo tenendo bloccati a vicenda.»
«Potete disimpegnarvi?»
«Non senza rischi, signore. Loro non possono muoversi, ma neppure noi.»
«Sappiamo...»
Qualcosa di molto rumoroso successe all’altra estremità della linea di
comunicazione, e un secondo più tardi una vibrazione tanto profonda da
penetrare nelle ossa percorse il corridoio. Garret imprecò fra sé.
«Il primo siluro ha colpito il bersaglio, signore» riferì Drummer.
«L’Anello?»
«No, signore, il cono del reattore. Il siluro diretto contro l’Anello ha colpito
il bersaglio alcuni minuti fa, ma non è esploso.»
«Ringraziamo per i piccoli favori» commentò Fred. «Sappiamo come sono
armati gli insorti?»
«Piccole armi automatiche. Alcune granate.»
«Potete chiudere il loro sistema di aerazione?»
«C’è un comando manuale, ma non ho ancora uomini a sufficienza per
poterne distaccare alcuni per quel compito.»
«Ho con me un elettricista di prima classe» replicò Fred. «Dimmi dove lo
devo portare.»
«Ricevuto. C’è un accesso sul ponte di servizio quattro. Controlli
ambientali Delta-Foxtrot-Whisky-barra-sei-uno-quattro-otto.»
«Loro avevano tute ambientali per il vuoto» osservò Holden. «Quelle nel
tuo ufficio. Avevano tute di emergenza. Chiudere l’aerazione potrebbe non
avere effetto.»
«Li terremo bloccati finché le loro bombole non si saranno esaurite, se è
quello che deve essere fatto» rispose Drummer, dal terminale di Fred.
«Bene» approvò Fred. «Ci stiamo muovendo.»
«Non si fermi per una birra, signore» replicò Drummer, poi il sibilo della
connessione aperta cessò. Fred emise un piccolo grugnito soddisfatto e si
spinse più oltre lungo la parete.
«Non funzionerà» insistette Holden. «Capiranno cosa stiamo facendo e
apriranno un varco nella paratia, o qualcosa del genere.»
«Conosci la differenza fra un codice e un codice cifrato, Holden?»
«Cosa?»
«La differenza fra un codice e un codice cifrato. Con un codice cifrato cripti
un testo in maniera tale che nessuno può capire cosa significhino le parole del
messaggio. In un codice, dici le parole apertamente, ma ne cambi il
significato. Chiunque abbia un buon computer e molto tempo può decifrare
un messaggio cifrato, ma nessuno può decifrare un codice.»
Holden si lanciò attraverso un’ampia intersezione dove si congiungevano
tre diversi passaggi. Per un momento, la stazione si estese intorno a lui su
tutti e tre gli assi. Fred e Garret gli fluttuavano subito dietro, ma si
spingevano in avanti molto più in fretta di lui, per cui arrivarono sul lato
opposto per primi. Fred svoltò a sinistra e segnalò agli altri di seguirlo.
«Il ponte di servizio quattro è dall’altra parte, signore» osservò Garret.
«Ma le quattro persone della squadra di attacco sono da questa» replicò
Fred, con voce che cominciava a farsi impastata. «Livello sei, sezione
quattordici, attracco otto. Una volta in posizione, io cercherò di attirarli allo
scoperto e li prenderemo sul fianco.»
Holden ci pensò su per un momento. «Avevi organizzato un intero sistema
di comunicazione in codice nel caso che fosse successo questo. Ma, e se
Drummer fosse stata una di loro?»
«Avevo altri sistemi organizzati con Oliver, Chu e Stavros» rispose Fred.
«Comunicazioni aperte ma in codice con chiunque mi fosse rimasto.»
«Una mossa furba» commentò Holden.
«Faccio questo genere di cose da parecchio tempo.»
La squadra d’attacco era dove Fred aveva detto che si sarebbe trovata: tre
uomini cinturiani e una donna con il fisico più tozzo dei terrestri, tutti in
armatura leggera, fucili antisommossa e granate a soppressione. Fred diede a
Garret un fucile a canna corta e lo posizionò alla retroguardia, dove poteva
rendersi utile ma essere abbastanza al sicuro. Uno dei membri della squadra
cercò di curare la ferita di Fred, ma lui lo allontanò con un cenno.
Vicino al fondo della stazione, la curva dei corridoi era più stretta,
l’orizzonte più vicino. Erano a meno di dieci metri dalle porte della sezione
ausiliaria di ingegneria, e la curva della parete offriva loro copertura. Quando
fosse arrivato il momento, si sarebbero dovuti avvicinare ancora di più.
Il terminale palmare di Holden gli vibrò in tasca. Circondato da una cornice
rossa, un estratto dei notiziari annunciava che una terza roccia aveva colpito
la Terra. Holden spense l’apparecchio. Se si fosse permesso di pensare a
quello che stava succedendo in quel momento nel resto del sistema solare non
sarebbe riuscito a concentrarsi su quello che stava per accadere in quel
corridoio. Tuttavia, si sentiva la gola contratta e le mani scosse da un tremito
che non riusciva del tutto a controllare. La sua famiglia era sulla Terra, e
anche Amos. E Alex era su una minuscola nave da qualche parte, non molto
lontano dalla scorta del primo ministro marziano. E Naomi era... chissà dove.
Il non sapere dove rendeva la cosa peggiore.
«Stai bene» mormorò. «Cerca solo di stare bene.»
«Cosa?» chiese Fred.
«Niente. Sono pronto.»
Fred aprì la connessione. «Drummer, impossibile disattivare l’aerazione.
Dovremo far entrare in gioco l’artiglieria pesante. Ho una squadra di marine
da combattimento che ho recuperato in un bar e che sta venendo a darvi
manforte.»
«Capito» rispose Drummer. A Holden parve che dal suo tono trasparisse un
sorriso. «Dica loro di fare in fretta, però. Ho due uomini a terra e non sono
certa che possiamo resistere molto più a lungo.»
«Dieci minuti» replicò Fred, e intanto sollevò la mano sinistra insanguinata
nel gesto che, nell’idioma cinturiano, equivaleva all’ordine di prendere
posizione. La squadra di attacco impugnò più saldamente le armi, e Holden
fece altrettanto. Le persone rintanate nella sezione di ingegneria ausiliaria
impiegarono quasi cinque minuti a decidere che dovevano tentare una sortita.
La porta si spalancò e la prima mezza dozzina circa di nemici si riversò
all’esterno. Erano vestiti come persone normali: uniformi della sicurezza, tute
da tecnici, il vestiario casual che Holden avrebbe potuto vedere in un bar o
nei corridoi. Erano solo persone, cittadini di Tycho. Della Fascia. Si
posizionarono in modo da essere al coperto dal fuoco di sbarramento di
Drummer, inizialmente inconsapevoli della presenza della seconda squadra.
Al segnale di Fred, tutti e sei aprirono il fuoco, anche se Holden si rese conto
che non si stava sforzando molto di colpire qualcuno. Una seconda ondata
cercò di uscire dalla sezione ingegneria mentre la prima tentava di ripiegare
al suo interno. Il contingente di Drummer venne avanti preceduto da un fuoco
di sbarramento di proiettili di gel e granate a soppressione, che nell’esplodere
generavano una schiuma che induriva quasi all’istante come la pietra
Il combattimento si concluse in mezzo minuto. Quindici minuti più tardi la
griglia difensiva era stata ripristinata e la nave che aveva lanciato i siluri era
in estrema accelerazione da qualche parte fra gli asteroidi troiani. Passò quasi
un’ora prima che il costo effettivo dell’attacco risultasse chiaro.
Adesso che la stazione era relativamente sicura, Fred aveva permesso che lo
portassero in infermeria. La leggera forza di gravità dell’Anello era
comunque sufficiente a evidenziare quanto si fosse indebolito. Il sistema
esperto gli inserì nel corpo quattro aghi e procedette a pompargli nelle vene
sangue artificiale, facendogli riaffiorare ben presto il colore sul volto. Seduto
accanto al suo letto, Holden osservava i monitor medici senza vederli
davvero. Avrebbe voluto controllare le notizie che provenivano dalla Terra,
ma al tempo stesso non voleva sapere. Quanto più a lungo fosse riuscito a
rimandare quel momento, tanto più tempo aveva per non pensarci. L’arrivo di
Drummer con il rapporto sui danni fu per lui quasi un sollievo. Un’altra
distrazione.
«I siluri hanno crepato il cono del reattore» annunciò.
«Quanto è grave?» chiese Fred.
«Vuole far volare questa cosa con un cono rappezzato? È abbastanza grave
da costringerci a fabbricarne uno nuovo.»
«Mi sembra giusto» dovette convenire Fred.
«Se non altro, non hanno fatto saltare l’Anello» osservò Holden. «Se quel
siluro non avesse fatto cilecca...»
Il volto di Drummer si fece stranamente immoto. «A proposito, ci siamo
sbagliati su quel siluro. Il nemico ha sparato un’arma che aveva lo scafo
esterno e la propulsione di un siluro, ma aveva un mech di recupero applicato
a un’estremità. È penetrato nel suo ufficio, ha aperto un varco nella paratia
esterna e si è portato via metà del muro.»
Fred sbatté le palpebre.
«Era per questo che avevano bisogno delle tute EVA» osservò Holden. «Me
lo ero chiesto. Mi pare però un modo molto strano di attaccarti. Aprire il tuo
ufficio come una scatola di sardine.»
«Non era a me che stavano dando la caccia» ribatté Fred, poi fece una
pausa e aggiunse qualcosa di osceno.
«Cosa?» chiese Holden. «Cosa c’è?»
Fu Drummer a rispondergli, con la stessa voce calma e professionale che
aveva usato durante lo scontro a fuoco. «Il nemico ha preso la parete che
conteneva la cassaforte del colonnello Johnson. Aprirla non sarà facile, ma
dobbiamo supporre che ci riescano, disponendo del tempo e delle risorse
necessarie.»
«Ma avevano già compromesso la tua struttura di comando, giusto?
Probabilmente avevano già qualsiasi informazione sensibile che potevano
desiderare...»
Holden aveva capito prima ancora che Fred lo dicesse, ma voleva dare
all’universo la possibilità di dimostrare che si sbagliava, di fare in modo che
la peggiore cosa possibile non fosse successa.
«Hanno preso il campione» disse Fred, rendendo reale la cosa. «Chiunque
ha fatto questo, adesso ha la protomolecola.»
24
Amos

«La densità non dovrebbe essere presa in considerazione?» chiese Clarissa.


La schifezza che le iniettavano nel sangue, qualsiasi cosa fosse, doveva aver
esaurito il suo ciclo perché cominciava ad avere un aspetto leggermente
migliore. Amos poteva ancora vedere le vene sotto la pelle sottile come
pergamena, ma le guance andavano riprendendo colore.
«Certo, ma quella è tutta l’energia che produrresti per far accelerare le
rocce. Sia che lanci un proiettile al tungsteno o un fottuto cuscino di piume da
un’astronave, devi comunque far accelerare la nave fino alla velocità
desiderata. Tutto il prezzo va pagato in anticipo, dal punto di vista
dell’energia.»
«Ma un cuscino brucerebbe prima di arrivare a terra.»
«D’accordo, quello non è un esempio calzante.»
Sullo schermo, i notiziari mostravano ripetutamente i due impatti,
saccheggiando riprese da tutte le possibili fonti che riuscivano a trovare –
terminali, videocamere di sicurezza, satelliti orbitali per la mappatura. La
scarica di aria ionizzata splendeva come la scia di un cannone a rotaia, poi
nell’Africa settentrionale fioriva un’enorme rosa di fuoco, ripetutamente.
Un’altra scia simile a un raggio fendeva l’aria e l’Oceano Atlantico si
trasformava da una vasta distesa di acqua azzurro cupo a un cerchio sempre
più grande di uno sgomentante colore verde, per poi schizzare un muro
bianco e nero fino al cielo. I reporter parevano quasi pensare che se tutti loro
avessero continuato a guardare quelle scene, esse avrebbero cominciato ad
acquisire un senso.
Milioni di persone erano morte e altri milioni sarebbero morti nelle
prossime ore, quando gli tsunami e le inondazioni avessero raggiunto la terra
ferma. Altri miliardi ancora sarebbero morti nelle settimane e nei mesi a
venire. La Terra era diventata un pianeta diverso da quando lui era sceso nel
sottosuolo. Quello non era il genere di cosa a cui si poteva dare un senso
continuando a fissarlo, ma non riusciva a distogliere lo sguardo. Tutto quello
che poteva fare era parlare di cose insignificanti con Zuccherino e vedere che
altro sarebbe successo.
Il commentatore aveva un morbido accento europeo ed emanava un senso
di calma tale da significare che probabilmente aveva preso un sacco di
pillole. O forse la voce era stata modulata e modificata dai tecnici del suono.
«Le armi usate non sono state individuate dai radar finché non sono entrate
nell’atmosfera terrestre, meno di un secondo prima dell’impatto.»
L’inquadratura cambiò, trasformandosi in un’apocalittica immagine
satellitare: cinque inquadrature sequenziali che mostravano l’impatto
nell’Atlantico e l’onda d’urto che da esso si stava espandendo attraverso
l’oceano. La scala era immensa.
«Vedi,» disse Amos, puntando un pollice verso lo schermo «è così che si
capisce che hanno usato sulle rocce un rivestimento che assorbe le onde
radar. Quando ha colpito l’atmosfera si è bruciato e ha smesso di funzionare,
giusto? Comunque, considera che il proiettile è passato dalla ionosfera al
livello del mare in circa mezzo secondo, quindi viaggiava a circa duecento
chilometri al secondo. Sto ragionando alla cieca, ma comunque si potrebbe
produrre il genere di esplosione di cui parlano con un blocco di carburo di
tungsteno del diametro di tre metri e mezzo o quattro per lato. Non è grosso.»
«Sei riuscito a calcolare tutto questo a mente?»
Amos scrollò le spalle. «Da molti anni ormai il mio lavoro consiste nel
vedermela con fusioni nucleari contenute magneticamente. Più o meno, si
tratta dello stesso tipo di matematica, e finisci per sviluppare un certo
istinto.»
«Questo lo vedo da me» commentò lei. Poi: «Pensi che moriremo?»
«Sì.»
«Di questo?»
«Forse.»
Sullo schermo, il notiziario ripropose un video di cinque secondi ripreso da
una barca a vela. Il bagliore di quel lampo perfettamente diritto, la lente
stranamente deformante dell’onda di pressione che piegava l’aria e la luce, e
l’immagine che si frantumava. Chiunque si era trovato su quella barca era
morto prima ancora di capire cosa stava vedendo. Quel giorno, probabilmente
le ultime parole più comuni sarebbero state ‘Uh, che strano’. Oppure ‘Oh,
merda’. In modo remoto, Amos era consapevole che il ventre gli doleva come
se avesse mangiato troppo poco. Probabilmente si trattava di paura, o di
shock, o qualcosa del genere. Clarissa emise un piccolo verso in fondo alla
gola che lo indusse a guardarla.
«Vorrei poter rivedere mio padre.»
«Sì?»
Lei rimase in silenzio per un momento, poi aggiunse: «E se ci fosse
riuscito? Se avesse scoperto come controllare la protomolecola? Tutto
sarebbe stato diverso. Questo non starebbe succedendo.»
«Succederebbe qualcos’altro» replicò Amos. «E se mai avessi visto da
vicino quella cosa, non penseresti che sarebbe un’alternativa migliore.»
«Credi che il capitano Holden potrà mai...»
Il pavimento si sollevò e colpì Amos alle gambe. D’istinto, lui tentò di
rotolare, ma l’attacco era troppo esteso, non c’era modo di evitarlo. Lo
schermo si infranse, le luci si spensero, poi successe qualcosa di rumoroso.
Per alcuni secondi venne sballottato per la stanza come un dado in una
scatola, senza sapere cosa lo stesse colpendo. Tutto si fece buio.
Dopo un momento interminabile, le luci d’emergenza color ambra si
accesero. Il letto di Clarissa era rovesciato su un lato e la ragazza era distesa
sul pavimento. Una polla di un liquido chiaro si andava allargando sotto il
sistema medico esperto, diffondendo nell’aria un odore pungente di
refrigerante e alcol. La spessa finestra di rete metallica e vetro a prova di
proiettile si era infranta e adesso era opaca come la neve, e una rete di crepe
si allargava sulla parete. Dall’angolo in cui era Clarissa si levò una risata
gorgogliante intrisa di panico, e Amos sentì il proprio sorriso ferino
affiorargli sul volto per reazione. C’era un allarme che suonava, un lamento
che saliva di tono, vacillava e tornava a salire. Amos non aveva idea se quello
fosse il suo suono naturale o se l’onda d’urto lo avesse guastato.
«Sei tutta intera, Zuccherino?»
«Non ne sono sicura. La mano mi fa molto male. Potrei essermi rotta
qualcosa.»
Amos si alzò in piedi. Aveva dolori dappertutto, ma la lunga familiarità con
il dolore fisico gli disse che non aveva riportato danni seri, per cui accantonò
la cosa e la ignorò. Il terreno stava ancora tremando un poco, o forse era lui a
tremare. «Ecco, se è vero, è una scocciatura.» La porta che dava sul corridoio
era ancora chiusa, ma aveva un aspetto strano, come se il telaio si fosse
deformato. Si chiese se si sarebbe mai riaperta.
«Siamo a dieci piani di profondità nel sottosuolo» disse Clarissa.
«Sì.»
«Se per noi è stato tanto violento, cosa sarà successo in superficie?»
«Non lo so» replicò Amos. «Andiamo a vedere.»
Clarissa si sollevò a sedere. Aveva la mano sinistra che si era gonfiata fino
a diventare il doppio della destra, quindi era chiaro che qualcosa in essa si era
rotto. Nella sua tunica da prigioniera, sembrava un fantasma, qualcosa che era
già morto ma non aveva ancora smesso di muoversi, una descrizione che
Amos ritenne accurata.
«La prigione è in stato di blocco» osservò Clarissa. «Non possiamo andare
da nessuna parte.»
«Il fatto è che perché il blocco sia attivo questa deve essere una prigione, e
perché sia una prigione è necessario che ci sia... ecco, una civiltà, là fuori.
Credo che questo posto si sia appena trasformato in un grosso buco nel
terreno pieno di gente pericolosa. Dovremmo andarcene.»
Assestò un calcio alla porta, ma fu come sferrare un pugno a una paratia a
mani nude. Si spostò e provò con la finestra rotta, ottenendo un risultato
appena migliore. Ci provò altre tre volte prima che una voce che gridava
dall’esterno lo interrompesse. «Smettila immediatamente! Siamo in stato di
blocco!»
«Qualcuno che non sa che non c’è più una prigione» commentò Clarissa.
Sembrava leggermente ubriaca. Forse aveva anche una commozione
cerebrale, oltre alla frattura alla mano.
«Siamo qui!» urlò Amos. «Ehi! Siamo bloccati qui dentro!»
«Siamo in stato di blocco, signore. Deve rimanere dove si trova finché...»
«Il muro è crepato!» gridò di rimando Amos. «Sta per crollare.» Poteva
perfino essere vero.
Ci fu un lungo momento di silenzio, poi dalla porta arrivò uno scatto e il
battente si spostò strisciando di un paio di centimetri prima di incastrarsi. La
guardia di scorta sbirciò all’interno. La fioca luce d’emergenza che arrivava
dal corridoio la trasformava in poco più di una sagoma nei toni del grigio, ma
anche così Amos lesse la paura nella sua espressione. Alle sue spalle c’era
altra gente, ma non riuscì a vedere di chi si trattasse.
«Mi dispiace, signore, ma questa struttura è...» cominciò la donna.
Amos puntellò la spalla contro il battente, senza spingere ma senza neppure
permetterle di richiuderlo.
«In stato di blocco, questo l’ho capito» ribatté. «Il problema però è che
bisogna evacuare la struttura.»
«Non posso farlo, signore, questa è...»
«Non solo noi» la interruppe Amos. «Anche lei. Anche lei deve uscire di
qui, a meno che non desideri davvero morire sul lavoro, cosa che troverei
deludente.»
La guardia si umettò le labbra e spostò lo sguardo sulla destra. Amos cercò
di pensare a cosa avrebbe potuto dire o fare per convincerla fino in fondo, ma
la cosa migliore che gli venne in mente fu di darle un pugno alla mascella e
sperare di riuscire a uscire di lì prima che qualcuno gli sparasse. Stava già
tirando indietro il braccio quando Clarissa gli posò una mano sulla spalla.
«Ha delle persone a cui tiene, in superficie, vero?» disse. «Amici?
Familiari?»
Lo sguardo della guardia si fece sfuocato, come se stesse vedendo
qualcos’altro. Qualcun altro. Probabilmente qualcuno che era già morto ma il
cui corpo non era ancora freddo. «Non... non ci posso pensare adesso.»
«Il regolamento penale dice che ha la responsabilità di mantenere al sicuro
e in salute i prigionieri affidati alla sua custodia» continuò Clarissa. «Non si
metterà nei guai per aver organizzato un’evacuazione. Sarà un’eroina.»
La guardia aveva il respiro affannoso, come se fosse stata impegnata in un
duro lavoro fisico. Amos aveva visto altre persone reagire in quel modo
quando erano sconvolte per qualcosa, ma non riusciva veramente a capire
quel comportamento. Clarissa lo spostò gentilmente di lato e si protese verso
la guardia.
«Non può fare parte di una squadra di soccorso in superficie se è seppellita
viva quaggiù» affermò in tono sommesso, come se si stesse scusando per
qualcosa. «Potrebbero esserci scosse di assestamento e le pareti potrebbero
crollare. Non c’è niente di disonorevole nell’evacuare questo posto.»
La guardia deglutì a fatica.
Clarissa si protese ancora di più in avanti e, quasi in un sussurro, aggiunse:
«E c’è un civile, qui dentro.»
La guardia disse sottovoce qualcosa che Amos non colse, poi si girò per
parlare da sopra la spalla. «Sullivan, aiutami ad aprire questa dannata porta.
La struttura è compromessa e qui dentro abbiamo un fottuto civile da tenere
al sicuro. Morris, se quel bastardo prova a fare qualcosa, stendilo. Hai capito,
stronzo? Una sola mossa sbagliata e per te sarà la fine.»
Nel corridoio, qualcuno rise, un suono carico di minaccia. Amos e Clarissa
indietreggiarono mentre due nuove mani afferravano il battente e prendevano
a tirare per aprirlo.
«Tenere al sicuro il civile? È questo che l’ha convinta?» domandò Amos.
Clarissa scrollò le spalle. «Era la scusa che le serviva. Comunque, tu sei un
fiore prezioso.»
«Ecco, certo. Solo, non sono abituato ad avere qualcuno che apprezzi.»
La porta si aprì con uno stridio, con il battente che si spostava verso il
corridoio solo per metà della sua corsa prima di bloccarsi, probabilmente per
sempre. Nel corridoio, i danni apparivano più evidenti. Una crepa correva
lungo il centro, più bassa di tre o quattro centimetri sia su un lato che
sull’altro, e l’aria era più densa di quando Amos era entrato, tanto da destare
in lui l’impulso istintivo di controllare i riciclatori. Forse non era neppure un
impulso sbagliato. Trovarsi a una profondità di una trentina di metri nel
sottosuolo era molto simile all’essere nel vuoto, e se i guasti erano abbastanza
estesi l’atmosfera sarebbe diventata un problema.
L’altro prigioniero, Konecheck, era inginocchiato per terra e una seconda
guardia, Morris, era a tre passi dietro di lui con un’arma puntata alla sua
schiena. Se si trattava di un’arma da fuoco, era un modello che Amos non
riconobbe. Il prigioniero aveva tutto il lato sinistro della faccia gonfio, come
se avesse perso un incontro di boxe in cui l’arbitro era stato molto lento a
intervenire. In tutto c’erano la donna che gli aveva fatto da scorta, altre due
guardie, Zuccherino e quel tizio.
Konecheck sollevò lo sguardo da dietro le ciocche di lunghi capelli grigio
ferro e annuì in maniera infinitesimale. Amos sentì un’onda di qualcosa che
somigliava molto a un senso di conforto pervadere tutto il suo essere – uno
sciogliersi dei muscoli delle spalle, un senso di calore al ventre. Le cose si
sarebbero fatte spiacevoli prima che fosse tutto finito, ma quello era un
livello di violenza che comprendeva.
«Abbiamo un nuovo piano» dichiarò la donna. «Evacuiamo questi
prigionieri e il civile, portandoli in superficie.»
La guardia che aveva aiutato ad aprire la porta – Suliman? Sullivan?
Qualcosa del genere – era un uomo dal collo taurino, con un unico
sopracciglio nero che gli attraversava la fronte. Morris, la guardia con il
fucile, era più magro e attempato, con i denti guasti e senza l’ultima falange
del mignolo della mano sinistra.
«Sei certa di non voler rinchiudere i prigionieri in un ripostiglio, prima di
andare?» chiese Morris. «Mi sentirei molto meglio a uscire di qui senza avere
alle spalle questi fottuti psicopatici.»
«Zuccherino viene con me» dichiarò Amos, scrollando le spalle. «Questo è
quanto.»
«Potreste aver bisogno di aiuto a rimuovere detriti» osservò Konecheck.
Era stato lui a ridere, prima. Per quanto innocue, quelle parole erano intrise di
minaccia, che però gli altri parvero non cogliere. Amos se ne chiese il perché.
«Gli ascensori non funzionano, quindi useremo le scale» decise la donna.
«Ci porteranno fuori di qui. Una volta in superficie, potremo mettere in
sicurezza i prigionieri.»
«Cosa facciamo per la ricaduta radioattiva?» domandò la guardia massiccia
– Amos era quasi certo che si chiamasse Sullivan.
«Quelle sono le bombe nucleari, idiota» ringhiò Konecheck.
«Rona? Non dovremmo interpellare il capitano prima di fare una cosa del
genere?» domandò Morris, che non aveva spostato lo sguardo dalla schiena
di Konecheck. È competente, pensò Amos, archiviando quell’informazione
per uso futuro.
«Il capitano non risponde» ribatté la donna, Rona. La sua voce era tesa,
troppo controllata per lasciar trapelare il panico. Da come gli altri due
tacquero improvvisamente, Amos dedusse che erano stati all’oscuro della
cosa. «Dirigiamoci alle scale. Morris, tu per primo, poi i prigionieri, io e
Sully. Lei dovrà seguirci, signore.»
«Io starò con loro» ribatté Amos.
«Non ti fidi di lasciare la tua ragazza con me?» ringhiò Konecheck.
Amos sorrise. «No.»
«Muoviamoci, prima che ci sia una fottuta scossa di assestamento» tagliò
corto Rona.
La paura era una cosa interessante. Amos poteva scorgerla in tutte le
guardie, senza però riuscire a indicare cosa esattamente la rivelasse. Forse il
modo in cui Morris continuava a guardarsi alle spalle, o come Rona e
Sullivan mantenevano esattamente la stessa andatura, dietro di loro, come se
stessero cercando di trovare un accordo semplicemente usando la lunghezza
del passo. Zuccherino sembrava focalizzata e vuota, ma lei era fatta così.
Konecheck, alla sinistra di Amos, teneva il mento proteso in fuori e sfoggiava
il suo essere un soggetto pericoloso, cosa che sarebbe stata più divertente se
lui non avesse avuto un sistema nervoso rimodellato per la violenza. Soggetti
come quelli erano comunque sempre spaventati oppure tanto devastati da non
contare niente. Amos si chiese se lui stesso fosse spaventato, ma non sapeva
come fare a stabilirlo. Si chiese anche se sarebbero piovute altre rocce dal
cielo, ma quello non pareva il genere di cose su cui lui potesse avere voce in
capitolo.
Tutt’intorno, la prigione era in rovina. Le crepe correvano lungo i muri
come se il pavimento fosse stato sollevato di un paio di centimetri e poi
spinto di nuovo al suo posto, e da qualche parte giungeva un rumore di acqua
che scorreva nelle tubature. Le luci di emergenza erano accese, ma qua e là
qualcuna si era guastata, creando chiazze di oscurità. Anche se gli ascensori
fossero stati in funzione, si sarebbe ben guardato dall’utilizzarli. Uno degli
istinti che aveva sviluppato vivendo per anni su una nave era la capacità di
percepire come funzionasse l’intera nave sulla base di alcuni indicatori locali,
e se la Fossa si fosse trovata in orbita, lui avrebbe dormito con indosso una
tuta ambientale, giusto per non incorrere nella spiacevole sorpresa di
svegliarsi in un ambiente privo d’aria.
«Smettila con quel fottuto fischiettare» disse Konecheck.
«Stavo fischiettando?» chiese Amos.
«Sì» confermò Clarissa, che teneva stretta al corpo la mano gonfia.
«Uh» commentò Amos, e riprese a fischiettare, questa volta di proposito.
«Ho detto di smetterla» ringhiò Konecheck.
«Sì» convenne Amos, con un amichevole cenno del capo. «Lo hai detto.»
«I prigionieri mantengano il silenzio» scattò Rona, dietro di loro. «Anche il
civile è gentilmente pregato di chiudere il becco.»
Amos studiò Konecheck con la coda dell’occhio. Era ancora troppo presto
per esserne certo, ma c’erano dalle quaranta alle sessanta probabilità su cento
che uno dei due avrebbe dovuto uccidere l’altro. Non in quel momento, ma
prima che fosse tutto finito. Poteva solo sperare sul quaranta percento invece
del sessanta.
Un brivido percorse il pavimento, come se fosse stato attivato un propulsore
messo a punto malamente, e una pioggia di polvere di cemento cadde
dall’alto come neve tinta d’ambra dalle luci. Morris disse qualcosa di osceno.
«Una scossa di assestamento» affermò Rona. «Era solo una scossa di
assestamento.»
«Può darsi» convenne Clarissa. «Forse è l’onda d’urto proveniente
dall’Africa. Non ricordo con quanta rapidità quel genere di forza viaggia
attraverso il mantello terrestre.»
«Non viene dalla fottuta Africa settentrionale» ribatté Konecheck. «Non
con la violenza con cui l’abbiamo avvertita»
«Quando l’impianto di Galveston è esploso, l’onda d’urto è stata ancora
misurabile al suo terzo passaggio intorno al pianeta» osservò Clarissa.
«Oh, adesso la stronzetta è diventata una professoressa di storia?»
«I prigionieri mantengano il silenzio!» gridò Rona, che suonava molto più
agitata. Oltre un angolo, incontrarono una luce verde modellata come l’icona
di un uomo stilizzato che saliva alcuni gradini. Amos si chiese quante altre
persone si trovassero a quel livello, ancora rinchiuse e in attesa di essere
salvate, e quante altre stessero già salendo le scale per uscire. Le guardie
erano quanto mai reticenti al riguardo, ma lui sarebbe stato pronto a
scommettere parecchio denaro sul fatto che al momento c’erano un sacco di
persone che stavano decidendo ognuna per conto proprio.
Morris si fermò davanti alla porta delle scale. Il display inserito nella parete
mostrava l’immagine rossa di una serratura chiusa, ma quando lui vi passò
davanti il proprio terminale palmare e inserì un codice, l’immagine divenne
verde e la porta scivolò di lato. Era ovvio che in una prigione si mettessero
dei blocchi ai circuiti elettrici di emergenza, pensò Amos. Si chiese che altro
fosse bloccato.
Una valanga di fango, acqua, rocce, cemento e sbarre d’acciaio si riversò
nel corridoio. Morris balzò indietro con un grido, poi cadde a terra serrandosi
uno stinco: aveva i pantaloni lacerati e Amos intravide qualcosa di umido e
scuro sulle sue dita. Sangue.
«Morris!» scattò Rona. «Rapporto.»
«Dovranno darmi dei punti di sutura.»
«Mi sposto in avanti per dare un’occhiata» avvertì Amos, dando per
scontato un implicito ‘quindi non mi sparate’. Oltre la porta, le scale erano
scomparse, e lo strato di terra e di macerie era talmente spesso da rendere
impossibile capire se esistevano ancora sotto di esso. Non si capiva da dove
arrivasse l’acqua, ma siccome aveva un odore pulito era probabile che si
trattasse di acqua potabile. Un’altra scossa smosse alcune pietre e un blocco
di cemento grosso quanto una testa.
Sullivan stava borbottando fra sé un flusso di oscenità che non suonavano
tanto come una reazione irosa quanto come i primi segni dell’insorgere del
panico. Amos scosse il capo.
«Nessuno potrà mai uscire di qui» affermò. «Non senza alcuni mech da
scavo che lavorino per qualche mese. Dobbiamo trovare un’altra via per
risalire in superficie.»
«Non c’è un’altra dannata via» dichiarò Rona. «Quello è il percorso di
evacuazione, dritto davanti a noi.»
«Zuccherino?»
La voce di Clarissa era calma, ma ancora un po’ impastata. «Difficile
risponderti, Amos. Questa è una prigione per criminali ad alto rischio, quindi
non ci hanno messo molte vie di uscita.»
«Mi sembra giusto» convenne Amos. «Ma se dovessi escogitare qualcosa di
astuto?»
«Le guardie hanno i comandi di override. Se possiamo accedere al condotto
dell’ascensore e la cabina non ci blocca la strada, potremmo riuscire ad
arrampicarci.»
«Dieci piani a un g e con una mano rotta?» Amos non menzionò la
possibile commozione cerebrale che probabilmente le comprometteva il
senso dell’equilibrio.
«Non ho detto che sarebbe divertente.»
«Le scalette di accesso sono tutte bloccate» osservò Rona. «Ci hanno messo
davanti delle porte perché nessuno possa salire senza permesso.»
Konecheck scoppiò in una risata priva di divertimento e Sullivan gli puntò
contro un’altra di quelle strane armi che non erano propriamente pistole.
«Zuccherino?»
«Non so. Forse potremmo trovare qualche altra cosa.»
Amos stiracchiò il collo, con le vertebre che crocchiavano come mortaretti.
«Questa sarà una giornata fottutamente lunga.»
25
Naomi

Ora dopo ora, la storia prese forma, e ogni nuovo momento rese le cose
peggiori. I notiziari provenienti dalla Terra e da Marte, e poi i rapporti dalla
Stazione di Tycho e da Ganimede, pieni di giornalisti dal volto inespressivo
per lo shock o in lacrime. Il martellamento subito dalla Terra occupava la
maggior parte dello spazio con immagini apocalittiche. Città lungo la costa
atlantica dove l’impatto delle onde infrangeva finestre fino al quarto o quinto
piano. Un esercito di piccoli tornado che si formava sulla scia dell’onda
d’urto. Il pianeta, che lei era abituata a vedere come qualcosa di luminoso,
perché le luci cittadine lo facevano risplendere di continuo, che scivolava
nell’oscurità. L’ospedale da campo di Dakar, dove cenere e pietre piovevano
su file e file di cadaveri. Il tremante portavoce delle Nazioni Unite che
confermava la morte del segretario generale. Il vuoto fra i pianeti era
pullulante di discorsi e supposizioni, di rapporti e di teorie, e poi di altri
rapporti e teorie in conflitto con i precedenti. Con la complessità del ritardo
creato dallo sfasamento temporale era impossibile mettere gli eventi in ordine
cronologico e sembrava che stesse accadendo tutto contemporaneamente.
Il che, suppose Naomi, era quello che Marco aveva voluto.
Gli eventi che si verificavano in altri luoghi, e che in qualsiasi altro giorno
sarebbero apparsi devastanti, sembravano semplici note a piè di pagina della
grande tesi della distruzione che si stava verificando sulla Terra. Sì, c’era
stato un tentativo di colpo di stato sulla Stazione di Tycho, ma la Terra stava
morendo. Sì, una cellula dell’APE aveva assunto il controllo dei porti di
Ganimede, ma la Terra stava morendo. Sì, era in corso una battaglia fra le
navi di scorta marziane e una forza d’attacco ignota, vicino agli asteroidi
Hungaria, ma la Terra stava morendo. Non si poteva sfuggire alla sensazione
che qualcosa di vasto si fosse abbattuto sull’umanità.
Fuori, nella stanza comune, voci entusiaste salivano di tono a ogni nuovo
rapporto, applaudendo con gioia. Nell’alloggio che le avevano assegnato, lei
guardava le scene con un torpore crescente. E sotto di esso si formava
qualche altra cosa. Dopo un mezzo turno spense lo schermo, e il suo volto si
riflesse nel vuoto che seguì, sembrando quello di un altro sconvolto reporter
alla vana ricerca di parole adatte. Si tirò fuori dal sedile a smorzamento e uscì
nella stanza comune, che era tanto simile alla cambusa della Roci da far sì
che il suo cervello si sforzasse invano di riconoscerla; quando non ci riusciva,
tentava di nuovo. Un ambiente del tutto sconosciuto sarebbe stato più facile
da accettare di quella sconcertante somiglianza architettonica.
«Ciao, Knuckles» disse Cyn, alzandosi in piedi in mezzo alla folla. «A que
gehst, sì?»
Naomi rispose con un’automatica scrollata di mani cinturiana, ma Cyn non
si rimise a sedere. Quella non era la domanda di un amico che si chiedeva
dove stesse andando, ma di una guardia che chiedeva un’informazione a una
prigioniera. Naomi controllò meglio la propria espressione.
«È questo il motivo, vero? È per questo che lui mi voleva?»
«Marco son Marco» replicò Cyn, con voce stranamente gentile. «Ha
pensato che dovevamo prenderti, quindi lo abbiamo fatto, sì? Che importanza
ha il perché? Questo rimane ancora il posto più sicuro di tutto il sistema in
cui trovarsi.»
Naomi trasse un lungo respiro ed esalò lentamente il fiato.
«È molto da assimilare» disse. «Una cosa grossa.»
«Lo è» convenne Cyn. Naomi si guardò le mani, le cui dita erano
intrecciate. Comportati come una di loro, pensò. Cosa avrebbe fatto se fosse
stata di nuovo una di loro? La risposta le giunse in modo fin troppo naturale.
Come se fosse stata davvero una di loro. Come se lo fosse sempre stata.
«La nave ha un inventario» disse. «Posso fare i controlli, rendermi utile.»
«Ti accompagno» rispose lui, avviandosi al suo fianco.
Naomi sapeva dove andare, dove l’avrebbe portata l’ascensore, dove si
trovava l’officina meccanica. Negli anni che aveva trascorso sulla Roci non si
era resa conto che stava interiorizzando la logica di progettazione della
marina marziana, ma lo aveva fatto. Quando arrivarono nell’officina, sapeva
dove erano immagazzinati gli array diagnostici anche se non vi aveva mai
messo piede prima.
Cyn esitò prima di aprire gli armadietti, ma solo per un momento.
Controllare gli inventari, testare batterie, relè e bolle di stoccaggio era
qualcosa che tutti facevano quando avevano del tempo libero, se erano
cresciuti nella Fascia. Era una cosa naturale come bere acqua, e quando lei
prese un array anche Cyn fece altrettanto. La porta della baia di carico era
sigillata, ma lui non ebbe problemi ad aprirla.
La baia di carico era ben rifornita. C’erano bancali magnetici assicurati al
ponte e alle pareti in file ordinate. Naomi si chiese vagamente da dove
venisse tutta quella roba e quali promesse fossero state fatte per ottenerla. Si
avvicinò al bancale più vicino, collegò l’array al bancale e lo aprì, esponendo
le casse che contenevano batterie. Prese la prima, la inserì nell’array, attese
che l’indicatore diventasse verde, poi la estrasse, la rimise al suo posto e ne
prese un’altra.
«Risulterà tutta roba buona» commentò Cyn. «Questa è tutta attrezzatura
militare.»
«Bene, allora ringraziamo Dio per il fatto che i militari non fanno mai
casini.» L’indicatore passò al verde e lei sostituì con un’altra la batteria che
aveva in mano. Cyn si avvicinò alla cassa successiva, la aprì e cominciò a
fare la stessa cosa.
Naomi si rese conto che era una gentilezza. Lui non era venuto lì come
amico, ma come carceriere. Avrebbe potuto benissimo rimetterla nella sua
cabina e bloccare la porta per tenerla all’interno, ma non lo aveva fatto.
Avrebbe potuto sorvegliarla passivamente mentre vagliava le batterie, ma non
lo aveva fatto. Stava fingendo che stessero svolgendo quel lavoro insieme,
alla pari, anche se quello significava non potersi godere birra e Armageddon
con i suoi amici. Suo malgrado, Naomi avvertì una scintilla di gratitudine per
quello.
«È un grande giorno» osservò.
«Ci ha messo molto ad arrivare» replicò Cyn.
«Davvero molto» convenne lei, automaticamente.
«Deve essere stato strano, rivederlo.»
Naomi tirò fuori una batteria, la controllò, la rimise a posto, afferrò la
successiva. Cyn si schiarì la gola.
«Mé falta» aggiunse. «Non avrei dovuto dirlo.»
«No, va tutto bene» ribatté Naomi. «Sì, è strano rivederlo. Ho lavorato
molto per allontanarmi da lui, l’ultima volta. Non ho mai pensato di tornare.»
«Brutti tempi.»
«Quelli o questi?»
Cyn scoppiò a ridere e si volse a guardarla con una domanda nello sguardo.
«Questi? Esá la terra promessa. La Fascia che prende posizione. Sai com’era
prima. Ricordi che dimagrivamo perché non potevamo avere abbastanza
ossigeno, ci fratturavamo le ossa perché le tasse sui medicinali erano troppo
alte.»
«Sì» rispose Naomi, ma ormai Cyn si era lanciato e non intendeva fermarsi.
Posò il suo array e la fissò. La comprensione si era consumata e adesso nei
suoi occhi c’era rabbia, non verso di lei, ma verso qualcosa di più grande.
«Ho tre cugini che sono morti perché le corporazioni della Terra non hanno
voluto vendere medicinali anticancerogeni di qualità ai cinturiani. Ci davano
solo la merda avanzata dalle fattorie di Ganimede, solo che le carni create in
vasca non sono come le persone, giusto? Non funzionano nello stesso modo,
ma a chi importa? A Tio Bennet hanno portato via la nave perché era in
arretrato con il pagamento della licenza. Non era neppure in un pinche
attracco terrestre, ma non ha pagato, quindi lo hanno abbordato, lo hanno
scaricato su Ceres e hanno venduto la sua nave. E per cosa? Ci proteggono
forse dai pirati? Ci proteggono da fabbricanti di terza categoria che vendono
per nuove tute usate? Importa loro se ci sparano? Se veniamo uccisi?»
«So che non gli importa.»
«Non gli importava, Knuckles, non gli importava, perché adesso il passato
appartiene al passato. Questo è oggi» dichiarò Cyn, trapassando l’aria con un
pollice. «Hai volato per loro per un mucchio di anni, e forse non è tu falta. Le
cose successe prima, il tenere Filipito lontano da te, forse noi tutti abbiamo
agito male, sì? Comincio però a pensare che tu abbia diviso una cuccetta con
un coyo terrestre per tanto tempo da dimenticare cosa sei. Da cominciare a
pensare che forse sei come loro.»
‘No,’ avrebbe voluto dire ‘non ho mai dimenticato.’ Ma nel momento
stesso in cui formò quelle parole non si sentì certa che fossero vere. Un
tempo c’era stata una ragazza che portava il suo nome e che era appartenuta a
quel posto, che aveva provato la stessa rabbia che in quel momento vedeva in
Cyn e in Filip. C’era stato un tempo in cui avrebbe potuto applaudire a quelle
morti sulla Terra. Ma Jim era un terrestre, e anche Amos. E Alex era di
Marte, il che era più o meno la stessa cosa, dal punto di vista di un cinturiano.
E lei cos’era? La loro mascotte cinturiana? Quella fuori posto? Non lo
pensava, quindi era qualcos’altro.
E tuttavia, quanto l’avevano davvero conosciuta bene? C’erano così tante
cose che non aveva detto. Non sapeva cosa sarebbe cambiato se ne avesse
parlato.
Cyn la fissava con espressione accigliata, lo sguardo duro e la mascella
contratta. Naomi cercò di ritirarsi dietro la cortina dei suoi capelli, ma non era
sufficiente, non qui e non ora. Doveva dire qualcosa, doveva reagire, o
sarebbe stato come confessare, e lei aveva finito di assumersi la
responsabilità per cose che non aveva scelto di fare. Cercò di immaginare
cosa avrebbe detto Jim, ma pensare a lui era come toccare una ferita aperta,
un misto del senso di colpa per avergli nascosto il proprio passato, di dolore e
di desiderio dovuti all’essere lontana da lui, e paura che gli fosse successo
qualcosa di brutto su Tycho. O che gli stesse succedendo in quel momento,
mentre lei non poteva fare nulla per aiutarlo. Non sapeva cosa avrebbe fatto
Jim, e non osava cercare di immaginarlo.
D’accordo. Amos, allora. Cosa avrebbe fatto Amos?
Trasse un profondo respiro ed esalò il fiato. Quando sollevò lo sguardo
spinse indietro i capelli e sorrise. «Ecco, Cyn, quello è un modo di vedere le
cose» disse, dando peso a ogni parola. «Vero?»
Lui rimase interdetto. Qualsiasi cosa si fosse aspettato, non era stata quella.
Naomi controllò l’ultima batteria del bancale, la ripose e richiuse il tutto. Cyn
la stava ancora fissando, con la testa girata leggermente verso la sua sinistra.
Pareva diffidente.
Bene.
Naomi accennò al bancale aperto ai suoi piedi. «Hai intenzione di
controllarle, o hai bisogno di aiuto?» chiese.
Entro l’ora di cena parve che gli attacchi fossero finiti. I notiziari, d’altro
canto, non conoscevano interruzione. Naomi era seduta a una tavola che,
come ogni altra cosa su quella nave, le appariva troppo familiare, e aveva
Cyn alla sua destra e una giovane donna sconosciuta alla sinistra. Il suo piatto
era pieno di funghi fritti in salsa piccante, proprio come li preparava Rokku.
Anche lei mangiava con una sola mano, come facevano tutti, e si chiese se un
osservatore esterno che avesse esaminato la stanza sarebbe riuscito a
individuarla come l’elemento estraneo.
Lo schermo era regolato su un notiziario che proveniva dalla Stazione di
Tycho, e nel guardarlo lei cercò di non provare niente. Quando però sullo
schermo apparve Monica Stuart fu assalita da un violento senso di paura che
non riuscì affatto a spiegarsi. La giornalista cominciò con un’introduzione
che non diceva niente di nuovo, poi si rivolse a Fred Johnson, che sedeva
rigido al suo fianco e appariva vecchio e stanco. Naomi non lo guardò e
ascoltò a stento quello che dicevano, impegnata a scrutare la periferia
dell’inquadratura nell’eventualità che Jim si fosse trovato lì. Del resto, gli
altri intervenivano di continuo con commenti derisori e fischi, permettendole
di cogliere solo qualche frammento dell’intervista.
«Ritiene di essere stato il bersaglio primario dell’attacco?»
«Pare che sia proprio così.»
«Fottuto bugiardo!» gridò qualcuno, dal fondo della cambusa, e gli altri
ruggirono la loro approvazione, Cyn incluso.
Fred si muoveva con cautela e l’inquadratura rimaneva fissa sul suo volto,
il che significava che era ferito e lo stava nascondendo. Una volta aveva
sentito dire che gli uccelli, sulla Terra, facevano tutto il possibile per
nascondere il fatto che erano malati, perché qualsiasi debolezza evidente era
un invito a un attacco. Quel paragone faceva apparire Fred Johnson
vulnerabile, ma forse in quel momento tutto era vulnerabile. «Gli assalitori
sono stati catturati e speriamo di farci presto una chiara idea di chi ci sia
dietro all’accaduto.» Qualcosa, in quell’affermazione, catturò l’attenzione di
Naomi. Conoscendo Marco, era strano che non avesse diramato un
comunicato stampa. L’aveva portata lì per fare sfoggio del suo potere, giusto?
Oppure no? Lei sarebbe dovuta arrivare con la Rocinante, ed erano rimasti
tutti delusi che non lo avesse fatto. Era stata la nave il suo bersaglio effettivo?
Oppure Jim? Con un senso di terrore, si chiese cosa sarebbe successo se non
fosse venuta da sola.
Poi, come se fosse stato evocato dai suoi pensieri, Monica Stuart finì di
intervistare il colonnello Fred Johnson, portavoce dell’APE e direttore della
Stazione di Tycho, e si rivolse invece al capitano James Holden.
Il cuore di Naomi mancò un battito.
«A quanto mi è dato di capire, lei ha svolto il compito di guardia del corpo
per il colonnello Johnson» cominciò Monica.
«Sì, è così» confermò Jim, con una piccola smorfia. A quanto pareva non se
l’era cavata molto bene. «In realtà non ce n’era bisogno, perché è risultato
che le persone infiltrate nelle squadre di sicurezza erano una minoranza molto
ridotta. Lui non ha mai corso un vero pericolo.»
Stava mentendo. Naomi allontanò da sé il cibo.
«È vero che c’era un bersaglio secondario? Alcune persone hanno riferito
che l’attacco potrebbe essere stato una copertura per un furto.»
L’irritazione affiorò negli occhi di Jim. Naomi si chiese se qualcun altro lo
avesse notato. Probabilmente, Monica si stava addentrando in un territorio
che non rientrava in quanto avevano convenuto, o stava affrontato qualcosa
che avevano deciso di passare sotto silenzio. «Non lo hanno riferito a me»
ribatté Jim. «Per quanto ne so, a parte qualche danno alla stazione, il tentato
colpo di Stato è stato un totale fallimento.» Quella era un’altra menzogna.
«Cambiate canale!» gridò qualcuno, generando un coro di assensi.
Qualcuno lanciò a Jim un epiteto offensivo, e Cyn scoccò un’occhiata a
Naomi per poi distogliere lo sguardo. Lei riprese a concentrarsi sul cibo. La
salsa piccante le faceva bruciare le labbra, ma la cosa non le dispiaceva. Lo
schermo passò a trasmettere uno dei principali notiziari provenienti dalla
Terra. Il reporter era un uomo giovane che indossava un impermeabile nero, e
il testo diceva che si trovava in un luogo chiamato Porto. Gli edifici alle sue
spalle erano un misto di antico e di nuovo, tutti aggrediti da dense acque
fangose. Ancora più indietro, su un tratto di terreno sopraelevato, c’erano file
di sacchi. No, erano sacche per cadaveri.
«Quello era lui, vero?»
Non sapeva da quanto tempo Filip fosse in piedi alle sue spalle. La ragazza
alla sua sinistra lo salutò con un cenno e si affrettò ad andarsene. Lui occupò
la sedia rimasta vuota. Un velo di barba gli delineava la linea della mascella,
nero sullo sfondo di un marrone dorato della sua pelle. Si girò a guardarla, e
il suo sguardo impiegò un momento a trovare quello di lei, come se fosse
stato ubriaco. «Quello era l’uomo per il quale ci hai lasciati, sì no?»
Cyn emise un grugnito come se avesse incassato un colpo fisico, cosa di cui
Naomi non comprese il motivo. In realtà, la domanda era talmente sbagliata
da essere buffa.
«Non è andata così» rispose. «Però, sì, sono imbarcata con lui.»
«È avvenente» commentò Filip, e lei si chiese di chi fossero le parole a cui
stava facendo eco, perché non sembravano tipiche di Marco. «Volevo dirti,
riguardo al tuo essere qui, sai? Volevo dirti...»
Poi però non concluse la frase. Naomi si chiese se quello che gli leggeva
nello sguardo fosse davvero rammarico, o se lo stesse immaginando perché
voleva che ci fosse. Non sapeva cosa dire, come rispondere. Sembrava che ci
fossero così tante versioni di lei – la prigioniera, la collaborazionista, la
madre ricongiunta al figlio, la madre che se n’era andata – e tutte quante
parlavano in modo diverso. Non sapeva quale di esse fosse reale, o se ce ne
fosse una reale.
Probabilmente lo erano tutte.
«Non è il modo che avrei scelto io» affermò, districandosi fra le parole
come se fossero state lame affilate. «Però questo è vero di un sacco di cose,
sì?»
Filip annuì e distolse lo sguardo. Per un momento Naomi pensò che se ne
sarebbe andato, e non seppe dire se voleva che lo facesse o che restasse.
«Sai, quello che c’è là adesso sono io» dichiarò Filip. «Al notiziario? Sono
io.»
Il reporter era più vecchio di Filip, con il volto più ampio e spalle più
larghe. Per un momento, Naomi cercò di cogliere una somiglianza fra loro,
poi comprese, e fu come entrare in un congelatore.
«È opera tua» disse.
«Me lo ha dato come regalo» continuò Filip. «Hai presente il rivestimento
schermante sulle rocce? Ho guidato io la squadra che lo ha recuperato. Senza
di me non ci sarebbe stato niente di tutto questo.»
Si stava vantando. La tensione agli angoli degli occhi e nelle labbra rivelava
quanto desiderasse fare colpo su di lei. Avere la sua approvazione. Qualcosa
di simile all’ira le si agitò nello stomaco. Sullo schermo, il reporter stava
elencando organizzazioni umanitarie e gruppi religiosi, persone che
cercavano di disporre aiuti per i profughi. Come se sul pianeta ci fosse stato
ancora qualcuno che non aveva bisogno di aiuto.
«Ha fatto lo stesso anche a me» rispose, e lesse la domanda nell’espressione
interrogativa di Filip. «Tuo padre. Ha messo sangue anche sulle mie mani, mi
ha resa complice nell’uccidere altre persone. Credo abbia pensato che
avrebbe reso più facile controllarmi.»
Era la cosa sbagliata da dire. Il ragazzo sussultò e si ritrasse in sé stesso
come l’antenna di una lumaca che avesse toccato del sale. Le immagini del
notiziario cambiarono. Adesso il conto dei morti e dei dispersi sulla Terra
aveva superato i duecento milioni. Un applauso echeggiò per tutta la
cambusa.
«È stato per questo che te ne sei andata?» domandò Filip. «Non sopportavi
di fare il lavoro?»
Lei rimase seduta in silenzio per un lungo momento. «Sì» rispose poi.
«Allora è stato meglio che te ne sia andata» ribatté Filip. Naomi si disse che
non parlava sul serio, che cercava soltanto di ferirla. E funzionava.
Soprattutto, però, lei provava un immenso dolore per tutte quelle cose che il
suo bambino avrebbe potuto essere e non era, per il figlio che avrebbe potuto
avere in lui, se ci fosse stato un modo. Lei però aveva lasciato il suo bambino
nelle mani di un mostro e l’infezione si era diffusa. Una famiglia di mostri,
padre e madre e figlio.
Rendeva la cosa più facile.
«Era un peso che mi gravava addosso» spiegò. «Tutte quelle persone morte
per qualcosa che io avevo fatto. Ho cercato di andarmene. Gli ho detto che
non lo avrei denunciato se solo mi avesse permesso di prenderti con me e
andarmene. Invece lui ti ha portato via. Ha detto che mi comportavo come
una pazza e non si fidava di lasciarmi vicino a te. Che se qualcuno fosse stato
denunciato, quella sarei stata io.»
«Lo so» affermò Filip, sputando le parole. «Lui me lo ha detto.»
«E avrei dovuto continuare a farlo ancora. E ancora. E ancora. Uccidere
altra gente per lui. Ho perfino cercato di farlo, di tenere duro. Di lasciarli
morire. Ti ha detto anche che ho cercato di uccidermi?»
«Sì» annuì Filip. Si sarebbe dovuta fermare. Non c’era bisogno di scaricare
tutto quello su di lui, sul suo bambino. Il suo bambino che aveva appena
contribuito a uccidere un mondo.
Dio, voleva ancora proteggerlo. Quanto era stupida una cosa del genere?
Adesso Filip era un assassino. Doveva sapere.
«Ero in una camera di pressurizzazione della Stazione di Ceres e l’avevo
manomessa perché si aprisse. Tutto quello che dovevo fare era uscire. Era
una di quelle vecchio stile, blu e grigia, con l’aria che aveva un odore fasullo
di mela, tipico dei riciclatori che avevano là. In ogni caso, l’ho fatto. Ho
azionato il portello, solo che la stazione aveva inserito una misura di
sicurezza di cui non ero a conoscenza.» Scrollò le spalle. «È stato allora che
ho capito.»
«Cosa hai capito?»
«Che non potevo salvarti. Potevi avere una madre che se n’era andata o una
madre morta. Quelle erano le sole alternative.»
«Alcune persone non sono fatte per essere soldati» dichiarò Filip. Era un
commento inteso per ferire, ma ormai lei era al di là del provare qualsiasi
cosa.
«Il solo diritto che hai riguardo a chiunque altro, nella vita, è quello di
andartene. Ti avrei portato con me, se avessi potuto, ma non potevo. Sarei
rimasta se avessi potuto, ma non potevo. Ti avrei salvato, se avessi potuto.»
«Non avevo bisogno di essere salvato.»
«Hai appena ucciso un quarto di miliardo di persone» disse Naomi.
«Qualcuno avrebbe dovuto impedire che succedesse.»
Filip si alzò con movimenti legnosi. Per un momento, Naomi vide l’aspetto
che avrebbe avuto da adulto, e com’era stato da bambino. Nei suoi occhi
c’era una profonda sofferenza. Non era come la sua, era un dolore personale,
e lei poteva solo sperare che lui lo avvertisse davvero e imparasse almeno a
provare rammarico.
«Prima di ucciderti, vieni a cercarmi» aggiunse.
Filip si ritrasse di un centimetro, come se lei avesse urlato. «Con que io
faccia una cosa tanto stupida? Soy no un vigliacco, io.»
«Quando succederà, cercami» ripeté lei. «Niente potrà mai cancellarlo, ma
io ti aiuterò, se potrò.»
«Tu sei merde per me, puta» scattò Filip, e si allontanò a grandi passi. Gli
altri presenti nella cambusa fissarono la scena o finsero di non notarla. Naomi
scosse il capo. Che guardassero pure. Aveva smesso di importarle, e perfino
di farle male. Il suo cuore era vasto, arido e vuoto come un deserto, e per la
prima volta da quando aveva ricevuto la chiamata di Marco, su Tycho, si
sentiva la mente limpida.
Si era quasi dimenticata della presenza di Cyn finché lui non parlò. «Parole
aspre per il suo grande giorno.»
«La vita è così» ribatté lei, ma dentro di sé pensò: Questo non è il grande
giorno.
Marco parlò nella sua memoria. Per poter essere ascoltato dalla classe che
ci opprime devi parlare come i suoi membri. Non solo nei termini, ma anche
nella dizione. Lui però non aveva ancora fatto il suo annuncio. Con nessuna
dizione. Lei non conosceva i suoi piani e probabilmente non li conosceva
nessuno tranne lo stesso Marco.
Quale che fosse il suo grande disegno, però, la cosa non era ancora finita.
26
Amos

Sullivan morì quando erano circa a quindici metri di altezza su per il


condotto.
Il piano, se così lo si poteva chiamare, era di aprire le porte del pozzo
dell’ascensore, salire di un livello e aprire anche quelle porte. Ogni livello
sarebbe stato un’area di preparazione per arrivare al successivo, e quando
fossero arrivati al punto in cui era bloccata la cabina, al livello più alto,
avrebbero ormai acquisito una sufficiente conoscenza della struttura da
riuscire ad aggirarla o da indurre le guardie appostate dentro di essa a lasciarli
passare. In ogni caso, era un problema che avrebbero potuto risolvere quando
fossero arrivati là.
Ci volle circa un’ora per aprire la prima coppia di porte. Tanto per
cominciare la loro impostazione di default era di blocco, e inoltre la loro
massa era molto superiore a quella di normali porte di ascensore. Alla fine ci
erano voluti Amos, Sullivan e Morris su una porta e Konecheck con le sue
modifiche sull’altra per smuoverle quanto bastava per sgusciare oltre. Il
terreno aveva tremato due volte, la seconda scossa più violenta della prima,
perché tutto il dannato mantello planetario risuonava come una campana.
Alla fine della lotta con la porta, Amos cominciava ad avere sete, ma gli
parve che dirlo non sarebbe servito a niente.
Il pozzo dell’ascensore era immerso nel buio, cosa che si era aspettato, ma
era anche bagnato e quella era una cosa imprevista. Gocce nere come pioggia
sporca cadevano dall’alto, chiazzando le pareti e rendendole viscide. Era
impossibile stabilire se la perdita provenisse da uno dei piani superiori o se
l’edificio al livello del suolo fosse stato spazzato via. Le guardie erano
munite di torce, ma i loro raggi mostravano soltanto sporche pareti d’acciaio
e la rotaia incassata su cui scorreva la cabina. Una serie di pannelli d’accesso
in acciaio correva accanto alla rotaia, simile a una fila di armadietti
sovrapposti che si perdeva all’infinito nella penombra.
«Quella è la scala di manutenzione» spiegò Rona, dirigendo un cerchio di
luce bianca sulle porte degli armadietti. «Gli sportelli rientrano e rivelano
degli appigli per le mani.»
«Grandioso» replicò Amos, sporgendosi nel vuoto. In basso, il condotto
proseguiva per circa altri tre metri. Era possibile che la zuppa nera
accumulata lì sotto fosse anche più profonda, ma lui sperava di non doverlo
scoprire. L’aria odorava di cenere e vernice, e Amos evitò di pensare troppo a
cosa stava colando lungo il pozzo, o alla sua provenienza. Anche se tutto quel
posto fosse stato immerso fino al collo in schifezze tossiche, non avrebbe
cambiato quello che dovevano fare.
Lo spazio vuoto fra un piano e l’altro era di forse mezzo metro. Allungando
il collo poteva vedere le file di porte dell’ascensore inserite a filo della parete:
non c’era appiglio neppure per un dito. Gli parve anche che forse ci fosse
qualcosa in cima al condotto, una chiazza di luce che appariva e scompariva,
rapidissima.
«Possiamo arrivare alle prossime porte?» chiese Clarissa, alle sue spalle.
«Com’è la situazione?»
«A quanto pare ci serve un piano C» affermò Amos, tornando nel corridoio
della prigione.
Konecheck ridacchiò e Sullivan si girò di scatto, puntandogli alla testa
quella cosa simile a una pistola. «Pensi che sia divertente, stronzo? Credi che
sia tutto così fottutamente divertente?»
Ignorando la tensione omicida presente nell’aria, Amos studiò l’arma. Era
qualcosa che non aveva mai avuto prima per le mani. L’impugnatura era di
ceramica dura, con un’interfaccia di contatto che correva lungo la linea
d’incontro delle due metà. La canna era corta, quadrata e larga quanto il suo
pollice. Konecheck incombeva su Sullivan con il viso gonfio contorto in una
maschera d’ira e di sfida, il che andava benissimo a patto che la cosa si
fermasse lì. «Hai intenzione di usarla, ometto?»
«Questa cosa spara?» chiese Amos. «Ditemi che non sono quei proiettili
antisommossa. Quaggiù vi danno munizioni vere, giusto?»
Sullivan si girò verso di lui pur mantenendo la pistola puntata su
Konecheck. Amos sorrise e con estrema lentezza posò la mano sul braccio
della guardia fino ad abbassarglielo con gentilezza.
«Di cosa diavolo parli?» domandò Sullivan.
«Del piano C» rispose Amos. «Quella cosa spara proiettili veri, giusto? Non
pallottole di gel o altra roba da femminucce del genere?»
«Qui ci danno munizioni vere» confermò Morris. «Perché?»
«Stavo pensando che una pistola può perforare il metallo.»
«Dove vuoi andare a parare?» chiese Clarissa.
«Stavo pensando che abbiamo tre perforatrici di metallo, e che quindi forse
possiamo fare qualche buco» rispose Amos.
Le armi erano connesse biometricamente alle guardie nell’eventualità che
qualcuno come Clarissa o Konecheck fosse riuscito a metterci le mani sopra,
quindi Rona dovette calarsi con Amos nella fanghiglia invece di lasciare che
ci andasse da solo. Quella poltiglia nera arrivava alla caviglia, fredda e
viscida, e la più bassa di quelle porte simili ad armadietti aveva il bordo
inferiore sommerso. Amos batté contro il metallo con le nocche, ascoltando il
suono prodotto. Il raggio della torcia rimbalzava sullo sportello, riempiendo il
pozzo di un chiarore crepuscolare.
«Pianta una pallottola qui» disse Amos, segnando il punto sull’acciaio con
un po’ di fanghiglia. «E qui. Vedi se riesci a creare un paio di appigli per le
dita.»
«E se il proiettile rimbalzasse?»
«Sarà una fregatura.»
La prima pallottola aprì nella copertura d’acciaio un buco di circa un
centimetro, il secondo uno un po’ più piccolo. Amos ne controllò i bordi con
le dita, verificando che erano taglienti, ma non quanto una lama di coltello.
La pioggia nera gli aveva inzuppato la camicia che adesso gli si era incollata
alla schiena.
«Ehi, piccoletto» chiamò. «Scendi un momento qui sotto.»
Dopo una breve pausa di silenzio si sentì il ringhio di Konecheck. «Come
mi hai chiamato?»
«Piccoletto. Vieni a dare un’occhiata, per capire se abbiamo ottenuto
qualcosa.»
Konecheck atterrò con uno schizzo di fanghiglia che si riversò su Amos e
Rona, ma la cosa non aveva importanza. Il prigioniero fece quindi parecchia
scena, flettendo i muscoli della schiena e stendendo in fuori le mani, poi
infilò due dita nei fori di proiettile, puntellò l’altro braccio contro la parete e
tirò. Una persona normale non avrebbe ottenuto nessun risultato, ma la Fossa
non era posto per persone normali. Il metallo si flesse, si piegò e si staccò,
rivelando una fila di pioli di metallo ricurvo e un po’ ruvido per garantire una
presa più salda. Konecheck sogghignò, e il gonfiore alla faccia unito alla
barba sporgente lo fece apparire come un fenomeno da baraccone. Aveva la
punta delle dita arrossata e un po’ escoriata, ma ad Amos non parve che ci
fosse sangue.
«D’accordo» disse. «È brutto come l’inferno, ma abbiamo un piano.
Usciamo di qui.»
La scala era stretta e rozza, e non aveva senso passare ore appesi a essa se
non era necessario, quindi Sullivan e Konecheck salirono per primi, la
guardia per praticare i fori con la pistola e il mostro per strappare via
l’acciaio. Intanto, Amos si sedette sul pavimento di cemento del corridoio
con le gambe che penzolavano nel vuoto del pozzo, mentre Morris e Rona
rimasero in piedi alle sue spalle, con Clarissa in mezzo a loro. Amos sentì lo
stomaco che gli gorgogliava. Dieci metri più in su, si sentì di nuovo il rumore
secco della pistola.
«Mi sorprende che non sia stato più difficile trovare una via di uscita»
osservò Clarissa.
«Il problema di una prigione» rispose Amos «è che non è previsto che ti
tenga rinchiuso soltanto con i suoi mezzi, sai? Fintanto che ti rallenta quanto
basta perché qualcuno ti possa sparare, ha svolto il suo lavoro.»
«Ha passato del tempo in prigione?» chiese Rona.
«No, ma conosco la gente» replicò Amos.
Altri due spari risuonarono senza far precipitare nessuno dalla scala o
provocare il crollo del pozzo dell’ascensore. Un’ora più tardi l’allarme smise
di suonare e il silenzio risultò angosciante quanto lo era stato quel lamento
costante. Adesso che era cessato si sentivano rumori in lontananza. Voci che
salivano di tono per l’ira. Due volte risuonarono spari che non provenivano
dal pozzo dell’ascensore. Amos non aveva idea di quanta gente ci fosse nella
Fossa, fra prigionieri, guardie e chissà chi altro. Forse un centinaio, forse di
più. Suppose che i prigionieri fossero rinchiusi nelle celle, e se c’erano altre
guardie stavano prendendo decisioni per loro conto, e nessuno suggerì di
andarle a cercare.
Altri due spari giunsero dal pezzo, poi un mormorio di voci e infine un urlo.
Amos scattò in piedi quasi prima che il corpo di Sullivan gli passasse accanto
per andare ad atterrare nella fanghiglia in fondo al pozzo. Con un grido
inarticolato Rona saltò giù a sua volta mentre Morris dirigeva il raggio della
torcia su per la scala. I piedi di Konecheck erano due chiazze pallide, il suo
volto un’ombra sopra di essi.
«È scivolato» gridò.
«Scivolato un accidente!» gridò Rona, dirigendosi verso la scala con la
pistola in pugno. Amos saltò giù e le sbarrò la strada, allargando le mani.
«Ehi, ehi, ehi. Non facciamo pazzie. Quel tizio ci serve.»
«Sto arrivando al livello quattro» avvertì Konecheck. «Comincio a vedere
la luce in cima, e sento il vento. Ci siamo quasi.»
Sullivan giaceva nella fanghiglia con una gamba ripiegata sotto il corpo in
modo innaturale, floscio come uno straccio, e aveva ancora in pugno la
pistola: una spia gialla sul lato indicava che era rimasta senza munizioni.
Sullivan era vissuto abbastanza a lungo da cessare di essere utile, poi
Konecheck lo aveva assassinato.
Quell’idiota non aveva potuto aspettare che fossero tutti su.
«È scivolato» disse. «Sono cose che succedono. Non fare niente di
stupido.»
Rona aveva i denti che battevano per la rabbia e la paura. Amos sorrise e
annuì, perché quello sembrava il comportamento che si usava per rassicurare
la gente, ma non riuscì a capire se servì a qualcosa.
«Qualcuno viene ad aiutarmi?» chiamò Konecheck. «Oppure devo fare
tutto da solo?»
«Prenda Morris» suggerì Clarissa. «Due pistole, una per il metallo l’altra
per tenerlo sotto controllo. È stato un errore, ma non si ripeterà due volte.»
«E lasciare te senza sorveglianza?» ribatté Morris, alle sue spalle. «Neppure
per idea. Nessuno rimane senza una guardia a sorvegliarlo.»
«La terrò io fuori dai guai» disse Amos, ma le guardie non parvero sentirlo.
«Saliamo tutti» decise Rona. «Tutti. E se qualcuno fa qualcosa di anche
minimamente minaccioso giuro su dio che vi uccido tutti.»
«Io sono un civile» le ricordò Amos.
Rona indicò i pioli con il mento. «Cominciate a salire.»
E così cominciarono ad arrampicarsi nel buio, una mano dopo l’altra.
Salirono di dieci metri, forse dodici. Morris per primo, poi Clarissa, Amos e
Rona alla retroguardia, con la torcia appesa alla cintura e la pistola in mano.
Konecheck liberò la fila successiva di pioli, imprecando e ruggendo per lo
sforzo. Il fango nero continuava a gocciolare dall’alto, rendendo tutto viscido,
al punto che Amos si chiese se Sullivan non fosse scivolato davvero e
ridacchiò fra sé, a voce tanto bassa da non essere sentito da nessuno. In cima
alla scala, Konecheck si spostò da un lato per permettere a Morris di
oltrepassarlo. Ci furono altri due spari, poi i due uomini si scambiarono di
posizione. Amos si chiese se quei pioli fossero stati progettati per reggere il
peso di due uomini contemporaneamente, ma non si piegarono, quindi
almeno quella era una cosa positiva. Nel salire passò parecchio tempo a
guardare le caviglie di Clarissa, dato che non c’era praticamente niente altro
da guardare. Erano esili per l’atrofia, con la pelle pallida e sbiadita. Notò
quando cominciarono a tremare. Se la mano fratturata le creava problemi, lei
comunque non ne fece parola.
«Tutto a posto, Zuccherino?»
«Va tutto bene» rispose lei. «Comincio solo a stancarmi.»
«Tieni duro, pomodorino. Ci siamo quasi.»
Sopra di lei, il pozzo si andava accorciando, ma non c’era traccia della
cabina o delle guardie che si erano trovate dentro di essa: c’era soltanto un
quadrato grigio pallido da cui arrivava sempre più forte l’ululato del vento.
Una volta, quando avevano ormai non più di quattro o cinque metri da
risalire, Rona emise un suono simile a un singhiozzo, uno solo. Amos non
gliene chiese il motivo.
Poi Konecheck arrivò all’orlo e si tirò su, subito seguito da Morris. La
pioggia nera continuava a cadere e si era fatta più fredda. Adesso Clarissa
stava tremando, tutto il corpo che vibrava come se fosse stata troppo leggera
e il vento avesse potuto trascinarla via.
«Puoi farcela, Zuccherino.»
«Lo so. So che posso.»
Clarissa si issò fuori del pozzo, poi fu la volta di Amos. Il pozzo
dell’ascensore finiva con un’apertura netta, come se la mano di Dio fosse
scesa a spazzare via tutto. L’edificio amministrativo era scomparso, a parte i
pezzi di cemento e di legno scheggiato sparsi sul campo spoglio, e la
recinzione non c’era più. All’orizzonte, gli alberi erano stati ridotti a una serie
di monconi e dovunque si posasse lo sguardo c’erano soltanto terra e
cespugli. Il cielo era scuro, con basse nubi enormi che si stendevano da un
lato all’altro del mondo come onde rovesciate. Il vento violento che soffiava
da est aveva un puzzo che Amos non riuscì subito a identificare. Quello era
come immaginava dovesse apparire ciò che faceva seguito a una battaglia,
solo che era ancora peggiore.
«Muoviti» lo incitò Rona, spingendogli la gamba. Poi, senza preavviso,
Konecheck ruggì e Morris urlò. Una pistola fece fuoco nel momento stesso in
cui Amos si issava all’esterno e si tirava in piedi. Konecheck teneva sollevato
da terra Morris, la cui testa pendeva da un lato in un modo troppo rilassato e
floscio che metteva bene in chiaro la situazione, e Clarissa era accasciata ai
piedi dell’altro prigioniero.
Per una frazione di secondo lo sguardo di Konecheck incrociò quello di
Amos, e lui scorse il vile piacere animalesco che lo animava, la stessa gioia di
uno scolaretto intento a bruciare formiche con una lente d’ingrandimento. Più
rapido di quanto fosse umanamente possibile, Konecheck lasciò andare il
corpo della guardia e si lanciò in avanti, i piedi che affondavano nel fango
viscido mentre correva. Amos gli andò incontro, cosa che l’altro non si era
aspettato, e riuscì a piantargli un solido pugno sotto la gabbia toracica. Il
gomito di Konecheck però apparve come dal nulla e gli calò sull’orecchio
con tanta forza che il mondo prese a vorticargli intorno. Amos barcollò e
Konecheck lo afferrò per un braccio e per la cintura. Amos si sentì sollevare
al di sopra della testa del prigioniero e si trovò a guardare giù per il pozzo
dell’ascensore, vedendo Rona che lo fissava a bocca aperta e con occhi
dilatati. La caduta sarebbe stata lunga, e Amos si chiese vagamente se
avrebbe rivisto Lydia, una volta in fondo. Probabilmente no, ma come ultimo
pensiero era piacevole.
Lo sparo fece barcollare Konecheck, e Amos ne approfittò per contorcersi
nella sua stretta d’un tratto allentata e cadere all’indietro, atterrando con
violenza. Clarissa era distesa sopra il corpo di Morris, entrambe le mani
chiuse intorno al pugno del morto mentre prendeva di nuovo la mira.
Nonostante il sangue che gli scorreva dal petto, Konecheck stava per
scagliarsi contro la ragazza, ma prima che potesse farlo la mano di Rona si
protese oltre il bordo del pozzo e lo afferrò per una caviglia. Konecheck
scalciò all’indietro con un movimento troppo rapido per essere visibile, e
Rona emise un grido di dolore. Intanto però Amos si era rialzato, tenendo le
ginocchia piegate in modo da abbassare il proprio baricentro. Il mondo gli
vorticava ancora intorno e non poteva fare affidamento sull’orecchio interno
perché gli indicasse in che direzione era l’alto, ma aveva trascorso così tanti
anni in assenza di gravità che ignorare le vertigini era per lui quasi una
seconda natura.
Mise a segno un calcio all’inguine di Konecheck che probabilmente lo
castrò e lo fece indietreggiare con gli occhi dilatati. Ebbe forse un decimo di
secondo per assumere un’espressione sorpresa, poi precipitò di nuovo nella
Fossa. Quel capitolo era storia chiusa.
Amos si sedette, massaggiandosi l’orecchio offeso, mentre Rona strisciava
all’aperto sotto la cupa luce incerta. Piangendo, girò lentamente su sé stessa
nel prendere atto con incredulità e orrore della devastazione che li
circondava; le mani le si agitavano lungo i fianchi come se stesse fingendo di
essere un pinguino, e il suo sgomento sarebbe apparso buffo se non fosse
stato tanto sincero. Perdere tutto meritava almeno un po’ di dignità.
«Dov’è andato?» gridò, al di sopra dell’ululato del vento, come se qualcuno
avesse potuto risponderle. Poi: «Oh, mio dio. Esme.»
Clarissa era rotolata supina, con le braccia allargate sotto la pioggia sporca
e la testa appoggiata sul morto come se fosse stato un cuscino. Teneva gli
occhi chiusi, ma era possibile vedere la sua cassa toracica che si alzava e si
abbassava. Amos sollevò lo sguardo su Rona. «Esme? Una tua familiare?»
Lei annuì senza guardarlo.
«Già» continuò Amos. «Senti, se devi andare a cercarla, per me va bene.»
«La prigioniera... devo...»
«È tutto a posto. Penserò io a tenere Zuccherino fuori dai guai... sai, finché
tu non torni.»
La donna non parve registrare l’assurdità della cosa e si avviò incespicando
verso una bassa collina che si intravedeva all’orizzonte. Non sarebbe tornata.
Nessuno sarebbe tornato, perché non c’era nulla a cui tornare.
Adesso Clarissa aveva gli occhi aperti. Mentre Amos la osservava, la sua
bocca si allargò in un sorriso e lei si passò le mani umide tra i capelli,
scoppiando in una risata che esprimeva piacere.
«Il vento» disse. «Oh, mio dio, non avrei mai pensato di poterlo avvertire di
nuovo, o di trovarmi fuori all’aperto. È così bello.»
Amos fece scorrere lo sguardo sulle rovine che li circondavano e scrollò le
spalle. «Credo che la cosa dipenda molto dal contesto» commentò.
Aveva fame e sete, era bagnato, non avevano un riparo o vestiti, e la sola
pistola a disposizione doveva essere impugnata dalla mano di un morto per
poter funzionare, almeno finché il corpo non si fosse raffreddato.
«D’accordo» disse. «E adesso dove cazzo andiamo?»
Clarissa protese un braccio esile a indicare il cielo con un dito: lassù, un
disco pallido e perfetto lottava per affiorare in mezzo alle nuvole e ai detriti
presenti nella stratosfera. «Sulla Luna» rispose. «Restare sul pianeta significa
morire quando il cibo si esaurirà. E anche l’acqua.»
«Lo pensavo anch’io.»
«Ci sono i nostri yacht. So dove la mia famiglia li teneva, ma è uno
spazioporto per gente ricca, con tonnellate di misure di sicurezza. Potremmo
aver bisogno di aiuto per entrarci.»
«Conosco le persone giuste» affermò Amos. «Ecco, voglio dire, sempre che
siano ancora vive...»
«Allora abbiamo un piano» approvò lei, ma non accennò a muoversi. La
sua voce cominciava a farsi meno impastata, il che significava che
probabilmente non aveva un’emorragia cerebrale, e che avevano un problema
in meno da risolvere. Amos si spostò, sdraiandosi contro la cassa toracica del
morto, con la sommità della testa che toccava quella di lei. Riposarsi un poco
pareva un’ottima cosa, ma presto si sarebbero dovuti rimettere in movimento
perché la strada fino a Baltimora era lunga, a piedi. Si chiese se sarebbero
riusciti a trovare un’auto, o almeno un paio di biciclette. L’orecchio
cominciava a smettere di pulsare dolorosamente, quindi probabilmente presto
sarebbe stato in grado di camminare.
Nel cielo nero, il cerchio pallido si fece ancora più indistinto dietro uno
strato più spesso di nuvole e cenere, scomparendo per un momento prima di
riaffiorare a fatica.
«È buffo» osservò Clarissa. «Nel corso della maggior parte della storia
umana andare sulla Luna era impossibile, un sogno che andava al di là
dell’immaginazione. Poi per un po’ è diventato un’avventura prima di
scivolare in qualcosa di banalmente quotidiano. Ieri era banale. Adesso è di
nuovo quasi impossibile.»
«Già» convenne Amos. «Ecco...»
La sentì spostarsi e girare la testa come per vederlo meglio. «Cosa c’è?»
Lui indicò il cielo. «Sono abbastanza sicuro che quello sia il sole. Però ho
capito cosa intendi dire.»
27
Alex

La testa gli doleva, come pure la schiena, e non sentiva più le gambe. Tutto
quello lo turbò finché la sua mente non riprese a ragionare quanto bastava a
permettergli di realizzare che allora non era morto. L’apparecchiatura medica
emise un segnale sonoro, qualcosa di freddo prese a scorrergli dentro il
braccio e lui perse di nuovo conoscenza.
Al risveglio successivo, constatò di sentirsi quasi umano. L’infermeria era
enorme, almeno cinque volte più grande di quella della Rocinante, ma più
piccola dell’ospedale completo a unità multiple della Behemoth. Il
rivestimento anti-scheggiatura delle pareti aveva la calda e morbida tonalità
marrone della crosta del pane. Cercò di sollevarsi a sedere, poi ci ripensò.
«Ah, Mr Kamal. Si sente meglio?»
Il dottore era una donna dal volto sottile, pallida e con un paio di occhi del
colore del ghiaccio, che indossava un’uniforme della MCRM. Alex annuì, più
per una reazione indotta dalle convenzioni sociali che perché si sentisse
davvero meglio.
«Mi rimetterò?» chiese.
«Dipende» ribatté la dottoressa. «Continui a mangiare come se avesse
vent’anni e sarà la sua fine.»
Alex rise, e una fitta di dolore gli trapassò il ventre. La dottoressa fece una
smorfia e gli posò una mano sulla spalla.
«Ha subìto un piccolo intervento mentre era incosciente. L’accelerazione a
cui si è sottoposto ha peggiorato lo stato della sua ulcera.»
«Ho un’ulcera?»
«L’aveva. Adesso abbiamo ricostruito la parte interessata ma il tessuto
trapiantato si sta ancora assestando. Ancora qualche giorno e si sentirà molto
meglio.»
«Già» commentò Alex, adagiando la testa sul cuscino. «Ultimamente sono
stato un po’ sotto stress. Bobbie sta bene?»
«Benissimo. Stanno ascoltando il suo rapporto. Immagino che vorranno
parlare anche con lei, adesso che ha ripreso i sensi.»
«Che ne è stato della mia nave?»
«L’abbiamo qui nell’hangar e la stanno rifornendo di carburante. Potrà
riaverla non appena la via sarà sgombra.»
Quelle parole riportarono Alex alla realtà contingente. «Sgombra?»
«Ha presente quei gentiluomini che le stavano sparando contro? La nostra
scorta si sta accertando che non venga loro troppa voglia di seguirci.
Immagino che potrà andarsene una volta che saranno arrivate le navi di
soccorso.»
«Allora ci sono soccorsi in arrivo?»
«Oh, certo» replicò la dottoressa, con un sospiro. «Mezza dozzina delle
nostre navi migliori. Forse è più di quanto ci serva, ma nella nostra posizione
attuale nessuno vuole correre rischi.»
«Sono anch’io della stessa idea» dichiarò Alex, chiudendo gli occhi. Il
silenzio gli parve strano, quindi li riaprì e vide che la dottoressa era ancora
ferma nello stesso punto di prima, con lo stesso sorriso e le dita intrecciate
davanti a sé. C’erano però lacrime nei suoi occhi.
«Mentre era privo di sensi sono successe delle cose» disse. «Probabilmente
dovrebbe esserne informato.»
Bobbie si alzò e lo abbracciò non appena lui entrò nella stanza dove stava
fornendo il suo rapporto dei fatti; indossava una tuta da pilota come quella
che avevano fornito anche a lui. In un primo momento non dissero nulla. Per
Alex era strano sentirsi stretto dalle braccia di lei: Bobbie era molto più
grossa e forte di lui, e si sarebbe aspettato che essere abbracciato in quel
modo da una donna attraente dovesse avere qualcosa di erotico, ma tutto ciò
che avvertì fu la profonda consapevolezza della loro comune vulnerabilità.
Non era mai stato sulla Terra, non sapeva come fosse, laggiù, e finora
avrebbe detto di non avere nessun particolare legame con essa. Il fatto che si
sarebbe sbagliato ad affermarlo era una rivelazione. Un quarto di milione di
morti fra gli impatti e gli tsunami, e presto quel numero sarebbe aumentato. I
notiziari parlavano già di crollo delle infrastrutture, delle temperature
primaverili di superficie che si abbassavano verso lo zero nell’emisfero
settentrionale sotto le vaste nubi di polvere, acqua e detriti. Le principali città
disponevano di reattori a fusione per l’energia, ma tutti i luoghi che invece
facevano ancora affidamento sull’energia solare avrebbero presto esaurito le
batterie di riserva. Miliardi di altre luci che si spegnevano. Il segretario
generale era morto, insieme a un numero ignoto di membri dell’assemblea
delle Nazioni Unite, e i militari stavano richiamando le navi da ogni parte del
sistema solare per creare un cordone intorno al pianeta, per timore di nuovi
attacchi. Il fallito colpo di stato su Tycho e la flotta fantasma in cui loro si
erano imbattuti sembravano notizie marginali rispetto a quello che era
successo sul mondo natale dell’umanità.
E la cosa peggiore era che nessuno sapeva chi lo avesse fatto. O perché.
Bobbie lo lasciò andare e si trasse indietro. Alex vide il suo stesso senso di
vuoto interiore riflesso negli occhi di lei.
«Porca troia» disse.
«Già.»
Nella sala in cui si trovavano tutto esprimeva sicurezza e conforto. Le luci
erano indirette, prive di ombre, e le pareti erano dello stesso marrone delicato
dell’infermeria. I sedili a smorzamento circondavano un piccolo tavolo
fissato alla parete invece di una scrivania. Era quel genere di ambiente che
Alex associava agli studi degli psichiatri che si vedevano nei film. Anche
Bobbie si guardò intorno, dando l’impressione di vedere la stanza con occhi
nuovi adesso che Alex era presente, poi accennò a una piccola alcova di
fronte alla porta.
«Vuoi un po’ di tè? Ne hanno.»
«Certo» accettò Alex. «Tu stai bene?»
«Benissimo. Voglio dire, sono un po’ scossa, ma non mi hanno neppure
ricoverata in infermeria» rispose lei. «Che qualità vuoi? Hanno pekoe
all’arancia, oolong, camomilla...»
«Non so cosa siano. D’accordo, prendiamo l’oolong.»
La macchina sibilò, poi lei gli porse un bulbo, che era caldo al tatto ed
esalava un odore sottile di fumo e acqua. Alex sedette al tavolo e cercò di
sorseggiare il tè, che però era troppo caldo. Bobbie gli sedette accanto.
«È stato un volo davvero incredibile» disse. «Mi dispiace non essere stata
cosciente per vederlo.»
«Ti avrei avvertita, ma sai com’è. La tensione del momento.»
Bobbie scosse il capo. «Non ho da obiettare. Se mi fossi tesa troppo,
probabilmente avrei riaperto una ferita, o avuto un ictus o qualcosa del
genere. Ho esaminato i dati di volo. Sul serio, ero in questa stanza, con
indosso una tuta pulita, e mentre guardavo quelle registrazioni ci sono
comunque stati alcuni secondi in cui ho pensato che non ce l’avremmo fatta.»
L’ammirazione che le trapelava dalla voce trasmise ad Alex un calore più
intenso di quello del tè. Si sentì certo di essere arrossito, e sperò che non si
notasse. «Sì, ce l’abbiamo fatta per il rotto della cuffia. È stato un bene che tu
ti sia ricordata che il convoglio era qui. A me non veniva più in mente
nessuna idea. Sappiamo di chi diavolo sono quelle navi?»
«No. La maggior parte della scorta si è mossa per proteggerci, e per ora
pare funzionare, ma da quei tizi non arrivano segnali transponder, e neppure
richieste o minacce. Niente di niente.»
«Inquietante.» Adesso il tè si era raffreddato a sufficienza. «C’è possibilità
che mi permettano di mandare un messaggio al capitano?»
Bobbie sospirò e allargò le mani. «Prima o poi sì, dato che ci trattano come
soggetti amici, ma potrebbe passare del tempo prima che ci diano accesso a
un array di comunicazione. Il combattimento è ancora in corso anche se noi
non ci siamo più in mezzo.»
«Cosa gli hai detto?»
Bobbie aggrottò la fronte. «La verità, solo che temo che non abbia fatto un
gran buon effetto.»
«Cosa significa?»
«Ho detto che per via di un’informazione avuta da James Holden eravamo
in cerca di navi scomparse che si nascondono sotto nuovi segnali di
transponder.»
«Uh. Sì, questo ha un che di minaccioso quando lo si dice ad alta voce,
vero?»
«Hanno chiesto come facesse lui a sapere che bisognava cercare là, e quali
fossero i miei rapporti con Holden. Voglio dire, sapevano già chi tu fossi,
quindi più che altro volevano capire perché io mi fossi imbarcata insieme a
te.»
«E tu cosa hai risposto?»
«Che eravamo vecchi amici, e che tu eri stato nella marina, per cui conosci
le navi mentre io appartenevo alle forze di terra. Questo però mi ha portata a
parlare delle mie indagini sui problemi del mercato nero, a casa, di come tu
abbia fatto qualche domanda in giro per mio conto su Hecate, e del tizio
morto e dei tizi che mi hanno aggredita.»
«Quindi gli altri tizi morti.»
«Ecco, sì. A quel punto, mi è parso che fossero un po’ sospettosi quando ho
affermato di non sapere niente.»
Alex si protese in avanti; si sentiva ancora debole e scosso. «Se non altro,
non pensano che facciamo parte di... lo sai. Di quello.»
La porta si aprì dolcemente, quasi a scusarsi del proprio movimento.
L’uomo che entrò era attempato, con capelli bianchi ben curati, indossava un
completo invece di una tuta o un’uniforme, e sembrava un avvocato
particolarmente bonario. Con lui entrarono due marine in armatura completa
che non degnarono Alex e Bobbie della minima attenzione nel prendere
posizione ai lati della porta. L’uomo dai capelli bianchi rivolse invece loro un
ampio sorriso per poi rivolgersi ad Alex.
«Mr Kamal!» disse, con voce che si intonava al suo aspetto. «Sono lieto di
vederla di nuovo in circolazione. Speravo di poter scambiare qualche parola
con lei riguardo alla spiacevole situazione attuale, sì?»
Alex lanciò un’occhiata a Bobbie, che rispose con una scrollata di spalle
appena percettibile. Quell’uomo non era qualcuno che lei conoscesse.
«Certamente» replicò Alex. «Qualsiasi cosa possa fare per rendermi utile.»
«Bene, bene, bene» approvò l’uomo, poi sollevò un dito, aggiungendo:
«Prima, però, c’è un’altra cosa.»
Sedette al tavolo e si accigliò, un’espressione peraltro stranamente mite che
diede ad Alex l’impressione di essere uno scolaro sul punto di subire un
rimprovero da parte del preside della sua scuola. «Sergente Draper, vorrei
chiederle per quale motivo il governo della Terra esige di parlare con lei. Si è
tenuta in contatto con loro?»
Bobbie si fece grigia e pallida in volto e si portò una mano alla bocca. «Oh,
mi dispiace terribilmente» disse. «Lei ha un aspetto diverso nei video,
signore, e non l’ho riconosciuta. Alex, questo è il primo ministro Smith.»
Alex schizzò in piedi. «Oh, spiacente, signore. Con tutto quello che
abbiamo passato andando su Ilus e il resto, l’ultima volta non ho seguito
l’andamento delle elezioni.»
Una delle guardie fece un colpo di tosse che poteva essere una risata
soffocata, e il cipiglio del primo ministro si trasformò in qualcosa di un po’
più autentico e sconcertato. Segnalò ad Alex di rimettersi a sedere. «Sì, certo.
Ovviamente, non importa. Torniamo però alla mia domanda. Ha lavorato per
il governo della Terra?»
«No» rispose Bobbie. «Ho parlato e ho un rapporto di familiarità con una
sola persona, Chrisjen Avasarala, ma niente più di questo.»
Il primo ministro annuì, aggrottando le sopracciglia. «Sì, capisco. Con il
decesso del segretario generale e il caos in cui versa l’assemblea, Chrisjen
Avasarala è di fatto il legittimo governo della Terra, e si è offerta... ecco,
credo che le sue parole esatte siano state ‘di massaggiarmi i testicoli con un
raschietto’ se le fosse successo qualcosa.»
«Sembra proprio lei» commentò Alex.
«Sì, ha un linguaggio alquanto colorito. Ha anche insistito per poterle
parlare, per cui mi chiedo cosa lei abbia da dirle, esattamente.»
«Niente che non possa dire in sua presenza, signore» dichiarò Bobbie.
«Non sono una spia. Avasarala ha sollevato alcuni interrogativi e
preoccupazioni che mi sono parsi legittimi e interessanti, e io ho portato
avanti le indagini per conto mio. Se vuole, sarò più che lieta di illustrarle nei
dettagli tutto quello che ho fatto e cosa ho scoperto.»
«È amica intima di Chrisjen Avasarala. Vola con l’equipaggio della
Rocinante. Lei pare avere molto contatti con la Terra e la Fascia, sergente.»
«Sissignore» rispose Bobbie, lo sguardo fisso dinnanzi a sé e leggermente
abbassato. «In tal caso è un bene che siamo tutti dalla stessa parte.»
Il silenzio che seguì si prolungò un po’ troppo per i gusti di Alex. Il primo
ministro intrecciò le dita su un ginocchio. «Suppongo che lo sia» convenne.
«Allora, perché non esaminiamo nei dettagli quello che ha scoperto e
studiamo come poter includere produttivamente in tutto questo la nostra
comune amica Chrisjen?»
L’interrogatorio si protrasse per ore. Portarono Alex in una stanza separata
dove lui raccontò loro tutto quello che era successo da quando erano tornati
da Ilus. Poi nella stanza entrò una donna, e lui le ripeté tutto quanto. A quel
punto lo riportarono dove si trovava Bobbie e posero ad entrambi domande a
cui per lo più non furono in grado di rispondere. Nel complesso, come
interrogatorio fu moderato, ma anche così lasciò Alex prosciugato.
Quella notte gli assegnarono un suo alloggio, che conteneva un armadietto,
una cuccetta a smorzamento e uno schermo. Gli restituirono perfino il
terminale palmare. L’alloggio era un po’ più grande di quello che aveva sulla
Roci, era minuscolo se paragonato a quello su Tycho, ed era un po’ meglio di
quello che aveva avuto quando ancora prestava servizio nella marina. Gli
permisero di registrare messaggi per Holden, Amos e Naomi, anche se furono
vagliati dai sistemi di bordo prima di essere inoltrati. Fatto quello, promise a
sé stesso che si sarebbe tenuto lontano dai notiziari.
Erano passati anni dall’ultima volta che aveva respirato l’aria di una nave
della marina marziana, e l’odore astringente dei riciclatori d’aria fece
riaffiorare in lui i ricordi. Il suo primo turno di servizio, l’ultimo. Si sentì
assalire da un crescente senso di malinconia che in un primo momento non
riuscì a identificare. Era un misto di dolore e di paura, tutte le ansie che aveva
sempre provato riguardo all’equipaggio della Roci che riaffioravano
centuplicate. Immaginò essere di nuovo sulla nave senza Amos, o senza
Naomi. O di non rivedere più la sua nave, non sentire mai più la voce di
Holden. Un’ora dopo aver deciso di andare a dormire rinunciò a prendere
sonno, riaccese la luce e si sintonizzò su un notiziario.
Marte si impegnava a far pervenire dall’orbita scorte di cibo e di
medicinali. Ganimede, che aveva riacquistato il controllo dei propri moli,
stava dirottando tutti i suoi raccolti verso la Terra. Un gruppo che si definiva
il Fronte Acadiano rivendicò la responsabilità degli attacchi ma venne
screditato quasi immediatamente. Sulla Terra erano cominciati i disordini, e i
saccheggi. Spense il notiziario e si vestì.
Aprì una connessione con Bobbie, che accettò quasi immediatamente la
chiamata. Dovunque fosse, non era nella sua cuccetta, perché le pareti alle
sue spalle erano troppo lontane e la sua voce aveva un po’ di eco. Aveva i
capelli raccolti, le guance arrossate ed era sudata.
«Ciao» disse, sollevando il mento in un cenno secco di saluto.
«Ciao. Non riuscivo a dormire e ho pensato di vedere cosa stavi facendo.»
«Ho appena finito di tirare di boxe. Il tenente mi permetterà di fare un po’
di addestramento.»
«Sanno che ti hanno sparato poco tempo fa, vero?»
«Credi che qualche foro di proiettile ti esima dagli addestramenti?» ribatté
lei, con una ferocia tale da indurlo a chiedersi se stesse scherzando o meno.
«Mi hanno perfino prestato un’armatura.»
«Dopo Io hai più indossato un’armatura potenziata?»
«No. Quindi sarà una cosa... non so, o davvero eccitante o da far venire gli
incubi.»
Alex ridacchiò e lei sorrise. Quel sorriso era come acqua versata su una
scottatura. «Torni subito alla tua cuccetta o passi prima dalla sala mensa?»
«Probabilmente mi andrebbe di mangiare qualcosa. Ci troviamo lì?»
In sala mensa era un momento tranquillo perché la cena del turno alfa era
finita e mancava ancora un’ora al pranzo del turno beta. Bobbie sedeva da
sola a un tavolo vicino alla parete opposta, con il terminale palmare aperto
davanti a sé. Tre uomini e una donna, seduti non lontano da lei, lanciavano
occhiate alla sua schiena nel parlare fra loro, e Alex avvertì un immediato
impulso protettivo, come se si fosse trovato di nuovo all’università inferiore e
uno dei suoi amici fosse stato vittima di derisione da parte di un altro gruppo.
Prese un tramezzino al formaggio e un bulbo d’acqua, poi si andò a sedere
di fronte a lei. Aveva nel piatto i resti del polpettone al sugo che aveva
trangugiato, e dal suo terminale scaturiva una voce familiare.
«...monitoreranno ogni nostra fottuta parola. Se avevi voglia di discutere di
mestruazioni in modo lungo e dettagliato, questa è forse l’occasione migliore
per farlo. Lui è sempre stato impressionabile di fronte a questioni femminili,
e a nessuno piace un guardone, anche se è il primo ministro.»
«Come sta?» chiese Alex, accennando al terminale palmare. Bobbie spense
la registrazione e fissò con aria accigliata lo schermo vuoto.
«Credo sia affranta e devastata, ma non lo darà mai a vedere. Questo era
quello che temeva di più, adesso è successo e lei non può neppure guardare
altrove perché è quella che deve... sistemare le cose. Solo che non si possono
sistemare, vero?»
«No, suppongo di no.»
«Ci stanno portando sulla Luna.»
«Lo avevo immaginato» annuì Alex, e qualcosa nella sua voce attirò
l’attenzione di Bobbie.
«Non ci vuoi andare?»
«Sinceramente, voglio andare a casa, tornare sulla Roci con il mio
equipaggio. A quel punto mi importerà molto meno di dove andremo, anche
se sarebbe piacevole andare da qualche parte dove non ti sparano addosso.»
«Quello sarebbe un bonus» convenne Bobbie. «Non so dove ci sia un posto
del genere, però.»
«Ci sono un sacco di pianeti, là fuori. La mia esperienza in fatto di nuove
colonie è stata un po’ movimentata, ma posso capire il fascino di un nuovo
inizio.»
«Non ci sono mai veri nuovi inizi» replicò Bobbie. «Tutti quelli nuovi si
portano dietro il bagaglio del vecchio. Se mai ripartissimo davvero da zero
questo significherebbe non avere più una storia, e non so come questo sia
possibile.»
«Però posso ancora sognare.»
«In questo mi trovi d’accordo.»
All’altro tavolo due degli uomini si alzarono per portare i loro vassoi al
riciclatore. L’uomo e la donna rimasti seduti lanciarono uno sguardo ad Alex
e Bobbie facendo finta di niente. Alex staccò un morso dal suo sandwich, e il
formaggio untuoso e il burro finto gli diedero la sensazione di essere di
nuovo giovane, o forse gli fecero ricordare da quanto tempo avesse cessato di
esserlo.
«Nessuna notizia degli stronzi che ci hanno sparato addosso?»
«Sono ancora impegnati a combattere contro le navi della scorta.
Indietreggiano ma non si ritirano, e la nostra scorta non cerca di impegnarli
seriamente fintanto che può impedire a quei bastardi di avvicinarsi.»
«Sì, certo.»
«Sembra strano anche a te?»
«Un poco» convenne Alex. «Un’imboscata in cui non tendi una vera
imboscata a nessuno mi sembra un vero buco nell’acqua.»
«È opera nostra» disse Bobbie. «Tu e io ci siamo trovati nel posto giusto al
momento giusto e abbiamo costretto gli assalitori a rivelare troppo presto le
loro carte. Se non lo avessimo fatto, non sarebbe morto soltanto il segretario
generale terrestre. In realtà, credo sia per questo che ci stanno trattando tanto
bene. Smith sa che le cose sarebbero potute andare molto peggio, senza di
noi.»
«Probabilmente hai ragione, solo che...»
«Stai aspettando che caschi anche l’altra scarpa.»
«Già.»
«Anch’io. Siamo nervosi, e perché non dovremmo esserlo? Nell’arco di una
notte qualcuno ha praticamente distrutto tutta la civiltà umana.»
Quelle parole investirono Alex come un pugno, e lui posò il suo sandwich.
«È quello che è successo, giusto? Adesso non so più chi siamo, né che effetto
abbia tutto questo.»
«Non lo so neppure io, né chiunque altro, però lo scopriremo. E troveremo i
responsabili di tutto questo. Non permetteremo loro di vincere.»
«Quale che sia il gioco che stanno portando avanti.»
«Quale che possa essere» confermò Bobbie.
In quel momento miliardi di persone stavano morendo senza che ci fosse
modo di salvarle. La Terra era devastata, e se pure fosse sopravvissuta non
sarebbe mai tornata a essere quella che era stata. Marte era una città fantasma
perché il progetto di terraformazione che ne era il cuore stava andando in
pezzi. Gli alieni che avevano inviato la protomolecola non avevano avuto
bisogno di distruggere l’umanità, era bastato loro dare all’umanità
l’opportunità di autodistruggersi e l’intera specie l’aveva colta al balzo. Alex
si asciugò con rabbia una lacrima e Bobbie finse di non notarlo.
«Già» commentò lui. «Comunque mi sentirò molto meglio quando
arriveranno le navi di soccorso.»
«Amen» annuì Bobbie. «Comunque, vorrei che le navi in arrivo fossero più
di sei. Ecco, sette. Sei e mezzo.»
«Sei e mezzo?»
«Le navi di soccorso hanno incrociato da qualche parte e preso con loro un
trasporto commerciale non militare, la Chetzemoka.»
28
Holden

«Una copertura per un furto» ripeté Holden. «Voglio dire, che razza di
uscita è stata quella?»
Fred Johnson continuò a camminare. Quel corridoio dall’ampia curva
gentile che offriva la vista della sfera di costruzione era il vanto della
Stazione di Tycho e il suo modo di dichiarare apertamente che non era stata
distrutta. Le persone che incrociavano rivolgevano loro un cenno di saluto.
Alcune portavano al braccio una fascia verde in segno di solidarietà, ma
parecchi altri portavano il cerchio spezzato dell’APE a cui era stato aggiunto
un altro cerchio spezzato, posizionato a novanta gradi rispetto al primo. Altri
ancora sfoggiavano un globo stilizzato e le parole UN POPOLO APE & TERRA. Il
danno fisico subìto dalla stazione era limitato prevalentemente alla sezione
ingegneria e ai livelli del propulsore, in fondo alla sfera, oltre all’ufficio di
Fred, nell’Anello, ma Holden non poteva fare a meno di pensare che il danno
più grave fosse stato inferto alla storia stessa di Tycho che, come Ceres,
appena poco tempo prima era stata uno dei gioielli dei pianeti esterni. Parte di
una più vasta discussione riguardo all’indipendenza della Fascia.
Adesso che alcuni cinturiani l’avevano attaccata, era diventata
qualcos’altro. Quel senso di unione con la Terra non era tanto effettiva
compassione nei confronti di un governo che fino a poco tempo prima era il
nemico quanto una dichiarazione di separazione dall’APE. La Stazione di
Tycho per la Stazione di Tycho, e al diavolo chiunque pestava loro i calli.
O forse stava solo proiettando i propri sentimenti, dato che quello era in
buona parte ciò che provava lui stesso.
«Si stava comportando da giornalista» rispose Fred. «Quello è il genere di
cose che fanno.»
«Le avevamo appena salvato la vita. Se non fosse stato per noi l’avrebbero
portata via dalla stazione, dio solo sa dove, e... non so, l’avrebbero torturata o
qualcosa del genere.»
«Questo è vero» convenne Fred. Avevano raggiunto l’ascensore e ne
varcarono le porte che si erano aperte al loro avvicinarsi. Il grado di Fred
aveva ancora i suoi privilegi, e la priorità sugli ascensori era uno di essi.
«Però le abbiamo anche mentito, e lei lo sapeva.»
Holden si trattenne dall’obiettare perché si sarebbe limitato a sostenere che
non era vero, mentre in effetti sapeva che avevano mentito. Quella non era
una cosa che lui avrebbe mai fatto appena pochi anni prima. Allora avrebbe
detto la verità, tutta la verità, e lasciato che succedesse quel che doveva
succedere. Non sapeva se a turbarlo di più fosse il fatto che era cambiato o
che non se ne era accorto finché qualcun altro non glielo aveva fatto notare.
Fred lo guardò con un sorriso stanco. «‘Infuriati con il sole perché
tramonta, se queste cose destano la tua ira.’ Lo ha detto un poeta di nome
Jeffers.»
«Sì, ma lui parlava di giornalisti e politici che si mentono a vicenda?»
«In effetti, sì.»
L’ascensore cambiò direzione e cominciò a scendere. Fred si appoggiò con
un gemito alla parete di fondo.
«Non eravamo obbligati a farlo» osservò Holden.
«Invece sì» ribatté Fred. «Dopo una perdita, la cosa più importante per un
leader è farsi vedere. Ed essere visto camminare con le sue dannate gambe.
Questo imposta la narrazione degli eventi.»
«Sarà...»
«È una cosa che posso ancora fare, e che io sia dannato se non la farò»
aggiunse Fred.
Il suo vecchio ufficio era ancora in fase di riparazione. Finché le pareti e il
pavimento fossero stati aperti sul vuoto, Drummer gli aveva predisposto uno
spazio vicino alle prigioni piene al massimo. Era un ambiente più piccolo,
meno comodo e imponente, e Holden non riusciva a entrarvi senza avere la
sensazione che Fred si fosse degradato da solo, o che avesse accettato senza
lamentele la degradazione che l’universo gli aveva inflitto.
Fred prese posto dietro la scrivania e si sfregò gli occhi con il palmo delle
mani. «La verità è che quasi tutto quello che facciamo qui non sarà neppure
una nota a piè di pagina sui libri di storia.»
«Non puoi saperlo. Ti senti solo scoraggiato» replicò Holden, ma Fred
stava già richiamando sul video della scrivania il lavoro da sbrigare.
«La scorsa notte ho ricevuto due messaggi. In realtà, erano di più, ma quei
due erano interessanti. Il primo veniva dalla Terra. Avasarala si trovava sulla
Luna quando è successo tutto, e sta mettendo insieme una risposta.»
«Una risposta?»
«Una conferenza diplomatica. Il primo ministro marziano era già in viaggio
per la Luna, e lei vuole che sia presente anch’io, come ‘rappresentante
dell’ala meno svitata dell’APE’. Se la sorte dell’umanità poggia davvero sulle
capacità diplomatiche di quella donna... ecco, sarà una cosa interessante.»
«Qual è la cosa peggiore che potrebbe succedere? La guerra?»
Fred scoppiò in una cupa risata. «Ho già parlato con Drummer, che è pronta
ad assumere la gestione di Tycho in mia assenza.»
«Allora sei intenzionato ad andare?»
«Non so se andrò là, ma non intendo restare qui. C’è qualcos’altro che
volevo farti vedere.»
Fred aprì un messaggio e fece cenno a Holden di guardare. Sullo schermo
c’era un uomo pallido, con capelli bianchi tagliati corti e le rughe di una
vecchiaia precoce che gareggiavano con le cicatrici lasciate dall’acne in una
ormai lontana gioventù. La data impressa sull’angolo in basso a sinistra
diceva che il messaggio era stato inviato dalla Stazione di Pallas.
«Anderson Dawes» disse Fred. «Hai sentito parlare di lui?»
«È una figura di spicco dell’APE, giusto?»
«È l’uomo che a suo tempo mi ha contattato e ha fatto di me la figura di
rappresentanza che la Fascia presentava ai pianeti interni. È stato
fondamentale nel trasferimento di Ceres sotto la supervisione dell’APE, e negli
ultimi anni ha condotto negoziati per fare in modo che l’APE avesse su
Ganimede diritti uguali a quello della Terra e di Marte.»
«Okay» disse Holden.
Fred avviò il messaggio registrato e la figura dell’uomo prese vita. Aveva
una voce bassa e rauca, come se avesse incassato troppi pugni al collo. «Fred,
so che questo deve essere un periodo difficile per te, e per quel che può
valere è piuttosto sconvolgente per tutti noi. Ma così vanno le cose. La storia
è fatta di sorprese che in retrospettiva appaiono ovvie. Voglio che tu sappia
che non ho approvato nulla di tutto questo. Però conosco gli uomini che
l’hanno fatto e sono veri patrioti, qualsiasi cosa si possa dire dei loro
metodi.»
«Cosa cazzo è questo?» commentò Holden.
«Aspetta fino in fondo» replicò Fred.
«Adesso mi rivolgo a te per fare la pace all’interno dell’organizzazione. So
bene quanto te tutto ciò che hai sacrificato e quanto duramente hai lavorato
per l’APE nel corso degli anni. Tutto questo non è stato dimenticato, ma
adesso siamo in una nuova era, che ha una sua logica. So che sei un uomo
capace di riconoscere la differenza fra la giustizia e le cose che devono
succedere. Ti riporterò in seno al gregge, lo giuro, ma ho bisogno di un
simbolo, qualcosa che possa offrire ai nuovi poteri per dimostrare che sei un
uomo ragionevole, che sai negoziare. Hai preso un prigioniero. Non è una
delle persone che hanno partecipato all’insurrezione – perfino loro sanno che
richiedere questo tanto presto significa fare un passo troppo lungo – ma è
comunque tuo prigioniero. Si chiama William Sakai. Come gesto di buona
fede ti chiedo di consegnarmelo qui sulla Stazione di Pallas, e in cambio ti
garantisco un posto al tavolo delle trattative quando...»
Fred fermò la registrazione, bloccando Anderson Dawes con gli occhi e la
bocca semiaperti.
«Questo deve essere uno scherzo» dichiarò Holden.
«Nessuno sta ridendo.»
Holden sedette sul bordo della scrivania, fissando la figura sullo schermo in
preda a una quantità di emozioni contrastanti: ira, sorpresa, indignazione,
divertimento, disperazione. «Potresti dirgli che lo abbiamo già buttato fuori
da un portello stagno.»
«Prima o dopo che lo buttiamo fuori da un portello stagno?»
«A me vanno bene entrambe le alternative.»
Fred sorrise e spense il monitor. «Lo dici, ma non lo faresti. Anche quando
sei infuriato, sei un brav’uomo, e a quanto pare lo sono anch’io.»
«Davvero?»
«Invecchiando mi sono ammorbidito. Adesso tutto mi sembra... delicato.
Siamo ancora in stato di blocco e devo decidermi a rimuoverlo e a dare a
tutto una parvenza di normalità. Il punto però non è questo. Ho ricevuto un
invito a due tavoli. I pianeti interni sono in ritirata e stanno riorganizzando le
forze. I radicali dell’APE stanno diventando la nuova forza al comando.»
«Ma sono folli sterminatori di masse.»
«Sì» convenne Fred. «E noi non sappiamo chi siano. Dawes lo sa, io no.»
«Aspetta un momento» esclamò Holden. «Aspetta. Stai per proporre di
consegnare Sakai a questo Dawes in modo da poter fornire ad Avasarala i
nomi di chi si è divertito a scaricare rocce sulla Terra? Quante volte pensi di
cambiare fazione nella tua carriera?»
«Io non ho mai cambiato fazione» ribatté Fred. «Le fazioni continuano a
cambiarmi intorno. Io sono sempre stato qualcuno che voleva ordine, pace,
perfino giustizia. Quello che è successo sulla Stazione di Anderson mi ha
aperto gli occhi su cose che prima non avevo visto, o forse avevo scelto di
non vedere. Adesso questo...»
«Ha rifatto la stessa cosa.»
«Non so cosa abbia fatto, ed è quello che sto cercando di decidere. Ci sono
sempre stati radicali all’interno dell’APE, il Collettivo Voltaire, Marco Inaros,
Cassandra Lec, ma erano figure ai margini, dove pensavamo di poterli
controllare e tenere in riga. E se a volte non ci riuscivamo, potevamo usare i
loro eccessi per far apparire posti quali Ceres e Tycho come il minore dei
mali disponibili. E adesso sono loro a comandare. Non so se la cosa migliore
sia dichiararsi contro di loro o stare al loro fianco e cercare di controllare la
caduta.» Scosse il capo.
«Il tuo amico Dawes sembra già andare a letto con loro.»
«La sua fedeltà va alla Fascia. Quando la cosa migliore era trovare un modo
per essere rispettati e trattati da eguali dai pianeti interni, quello era ciò a cui
lui mirava. La mia fedeltà va a... tutti. Per molto tempo questo ha significato
parlare per conto delle persone che avevano meno voce per farsi sentire. Poi è
arrivata la protomolecola e ha cambiato le regole del gioco e adesso se
cavalcare al fianco dei radicali mi desse la massima influenza possibile...
finché Medina è nelle mani della mia gente, nessuno mi può ignorare, e posso
schierarmi con la parte che a mio parere darà i risultati migliori nel lungo
termine.»
«Queste sembrano stronzate per razionalizzare la realpolitik applicata a
cose fatte» dichiarò Holden. E un momento più tardi aggiunse: «Signore.»
«Lo sono,» ammise Fred «ma è tutto ciò che ho con cui lavorare. Se dovessi
richiedere i servizi della Rocinante per andare sulla Luna e incontrarmi con
Avasarala, accetteresti l’incarico?»
«Certo, se prima finiamo di controllare tutto il lavoro fatto da Sakai e porti
il tuo equipaggio. O, meglio ancora, se andiamo a recuperare il mio,
dovunque sia andato a finire.»
«E se dovessi assumerti per portare me e il prigioniero su Pallas?»
«In quel caso puoi andare a farti fottere.»
Fred ridacchiò e si alzò, controllando l’arma che portava al fianco.
«Apprezzo sempre le nostre piccole chiacchierate, capitano. Prenditi la
giornata libera. Ti contatterò quando sarò arrivato a una decisione, in un
senso o nell’altro.»
«Dove stai andando?»
«A parlare con Sakai,» rispose Fred «per vedere se c’è qualcosa che riesco
a ricavare da lui riguardo a tutto questo. La prospettiva di non essere
scaraventato fuori da uno dei miei portelli stagni potrebbe renderlo più
disponibile a parlarmi.» Fissò Holden, e la sua espressione cambiò in modo
strano, diventando un miscuglio in cui la compassione era in attrito con la
supplica. «Cerco di fare la cosa giusta, Holden. Però ci sono tempi in cui non
è così ovvio quale sia.»
«Sono d’accordo con te» convenne Holden. «Fino al punto in cui mi dici
che questo è uno di quei tempi.»
Holden era in un ristorante thai, a mangiare curry con arachidi che, stando a
quel che ricordava dalla sua infanzia, era del tutto diverso da qualsiasi cosa
fosse servita sulla superficie di un pianeta. Un pezzo di non-pollo galleggiava
su uno strato di non-curry, e lui lo stava spingendo nella salsa con le
bacchette per poi osservarlo tornare in superficie, quando arrivarono due
messaggi. Il primo era di mamma Elise. Finora la famiglia stava bene. Erano
in stato di allarme ambientale ma non erano arrivati ordini di evacuazione.
Del resto, aggiungeva inarcando un sopracciglio, non c’era nessun posto in
cui essere evacuati che fosse meglio preparato ed equipaggiato del ranch.
Avrebbero spedito il reattore di riserva a Three Forks perché rinforzasse la
griglia locale, e avrebbero aspettato di sentire dai Jackson se avevano bisogno
di qualcosa. Holden la conosceva abbastanza bene da recepire la profondità
della sua ansia legata a tutte le cose che non aveva detto. Nel salutarlo, però,
promise di tenersi in contatto. Come conforto era poca cosa, ma era pur
sempre qualcosa.
Il secondo messaggio era di Alex.
Lui e Bobbie Draper erano sulla nave del primo ministro, diretti verso la
Luna con una flotta di scorta che guardava loro le spalle. Tutti erano
parecchio nervosi ma pensavano di essere al sicuro per il momento, perché le
navi di soccorso erano in viaggio e li avrebbero raggiunti entro un giorno o
due. Non aveva avuto notizie di Naomi, dovunque fosse, e soprattutto non ne
aveva avute di Amos. Alex faceva una battuta sul fatto che Amos
sopravviveva sempre a tutto e che quello non era il primo pianeta che gli
esplodeva intorno, ma quell’umorismo era intriso dello stesso timore che
provava Holden. Dopo che Alex ebbe concluso il messaggio, lo riascoltò altre
tre volte, giusto per sentire la sua voce familiare.
Cominciò poi a registrare una risposta, ma il ristorante era un ambiente
troppo aperto e pubblico per le cose che voleva dire, quindi promise a sé
stesso che avrebbe provveduto una volta tornato al suo alloggio. Mangiò tutto
il curry che riuscì a ingurgitare mentre intorno a lui le luci del ristorante
passavano lentamente dal giallo all’oro, imitando i colori di un falso tramonto
su un pianeta che molte delle persone presenti non avevano mai visto tranne
che su uno schermo. Pagò il conto, e il cameriere venne a offrirgli un
assortimento di dessert e di liquori per concludere il pasto. Lo sguardo
dell’uomo indugiò su di lui abbastanza a lungo da mettere bene in chiaro che
avrebbe potuto chiedere anche altre cose, il tutto sempre rimanendo nei limiti
della cortesia.
La mente di Holden si soffermò sulla maggior parte delle domande. Altro
cibo, altri drink, altro sesso. Qualsiasi sesso. Si rese conto di una profonda e
oceanica caverna di desiderio nel suo ventre, qualcosa di simile alla fame o
alla sete, allo sfinimento o al desiderio fisico, ma che non poteva essere
soddisfatto. Non aveva un termine per definire quella sensazione, sapeva solo
che lo rendeva pronto all’ira e alla disperazione. E dietro a tutto aleggiava la
paura che non avrebbe mai riavuto a bordo il suo equipaggio, e questo lo
colpiva come un pugno nello stomaco.
Poi la parola gli affiorò nella mente. Soffriva di nostalgia di casa, e per
quanto meravigliosa, la Rocinante non era casa senza Alex, Amos e Naomi a
bordo. Si chiese per quanto tempo sarebbe durata quella sensazione nel caso
loro non fossero mai tornati, per quanto tempo li avrebbe aspettati, anche
dopo aver appreso che non li avrebbe più rivisti. Il cameriere gli sorrise con
gentilezza.
«Non prendo niente, grazie» disse Holden.
Uscì sul corridoio principale, ripassando mentalmente quello che avrebbe
detto ad Alex e come lo avrebbe detto. Ogni sua parola sarebbe stata
esaminata dal servizio di comunicazioni marziano, quindi non voleva dire
nulla che potesse essere male interpretato. Il problema era che lui sapeva
sempre cosa intendeva dire con le sue affermazioni e non vedeva le altre
chiavi di lettura finché qualcuno non le creava. Magari avrebbe potuto fare
solo qualche battuta e dire che non vedeva l’ora che fossero di nuovo tutti
insieme.
Quando sul suo terminale arrivò una richiesta di connessione, la accettò con
la mente predisposta ad aspettarsi Alex, anche se lo sfasamento temporale lo
rendeva impossibile. Drummer lo fissò con aria accigliata dallo schermo.
«Mr Holden, mi chiedevo se poteva passare dall’ufficio di sicurezza
ausiliario.»
«Suppongo di sì» replicò Holden, d’un tratto guardingo, perché continuava
ad aspettarsi che Drummer risultasse avere anche lei un piano personale. «C’è
qualcosa che dovrei sapere prima di venire?»
In sottofondo si sentì un flusso di imprecazioni che andava salendo di tono,
poi Drummer si trasse di lato e Fred apparve nell’inquadratura. «Se fosse
qualcosa di cui parlare in rete non dovresti venire qui.»
«Giusto» rispose Holden. «Arrivo.»
Nell’ufficio della sicurezza trovò Fred che camminava avanti e con le mani
strette dietro la schiena; il suo solo saluto fu un cenno secco del capo. Seduta
al suo posto, Drummer era un modello di professionalità, atteggiamento
studiato per non dare al capo nessun appiglio per urlarle contro. Holden non
aveva nessun problema a farsi urlare contro.
«Qual è il problema?»
«Medina si è oscurata» disse Fred. «Avrei dovuto ricevere un rapporto
questa mattina, ma con la situazione tutta per aria non mi sono preoccupato.
Da allora la stazione ha perso altre due opportunità di comunicare, e...
Drummer? Fagli vedere.»
Il capo della sicurezza richiamò a schermo un’immagine schematica del
sistema solare. Su quella scala, perfino Giove e il sole erano poco più di un
pixel luminoso. Migliaia di punti indicavano il traffico all’interno del sistema
– navi, basi, satelliti, sonde e boe di navigazione. Tutta l’umanità riassunta in
breve. Un gesto e una sillaba fecero sparire la maggior parte di
quell’affollamento. Al suo posto rimasero un paio di dozzine di punti verdi
con la parola INDETERMINATO che formava una nuvola approssimativa dove
avrebbero dovuto esserci i codici di identificazione. Le statistiche di
qualcuno, eseguite con una correlazione piccola ma significativa.
«Abbiamo visto queste non appena la stazione si è oscurata» spiegò
Drummer. «Venticinque nuovi punti. Tutti hanno propulsori che
corrispondono a quelli di navi militari marziane e sono tutti in accelerazione
sostenuta verso l’Anello.»
«Accelerazione sostenuta?»
«Da otto a dieci g iniziali, con curvatura discendente, il che significa che
stanno viaggiando al limite delle possibilità dei loro reattori.»
Holden emise un fischio e Fred smise di camminare: la sua espressione
placida la diceva lunga sulla sua ira. «Quella su Medina è la mia gente. Se la
stazione è stata compromessa, o se queste nuove navi sono dirette là con
intenzioni violente, questo porrà un significativo ostacolo alla mia
partecipazione alla nuova direzione sviluppatasi nell’APE.»
«Il che significa che vadano a farsi fottere?»
«Sì.»
«La strada fino a Medina è lunga» osservò Holden. «Anche a
quell’accelerazione ci metteranno del tempo. Non credo però che potremmo
arrivare là prima di loro.»
«Non potremmo fare niente neppure se fosse possibile. Se pure prendessi
tutte le navi a mia disposizione, una sola fregata Marziana potrebbe scatenare
l’inferno contro di esse. Perfino la Rocinante sarebbe in grave inferiorità
quanto ad armamenti.»
«Viene da chiedersi dove abbiano preso quelle navi militari marziane»
osservò Holden.
«Mi accerterò di chiederlo a Dawes, subito dopo avergli detto cosa penso
del suo scambio di prigionieri in buona fede. Quanto ci vuole perché la
Rocinante sia pronta a volare?»
«Accelerando al massimo, potremmo tirarla fuori di qui in cinque giorni.»
«Capo Drummer, assegni tutte le squadre disponibili al completamento
delle riparazioni e dei controlli di sicurezza della Rocinante.»
«Sì, signore» rispose Drummer, e richiamò sul suo schermo i turni di lavoro
dei cantieri navali. Fred abbassò lo sguardo sui propri piedi, poi tornò a
sollevarlo.
«Nei prossimi giorni sarò impegnato a mettere in ordine Tycho per
Drummer, quindi vorrei che sovrintendessi tu le squadre sulla Roci.»
«Non avevo intenzione di fare altro.»
«Mi sembra giusto» annuì Fred. Poi, in tono quasi malinconico, aggiunse:
«Sarà bello rivedere la Luna.»
Holden cercò di aspettare di arrivare al suo alloggio, ma perse la pazienza
una volta in ascensore. Aprì il messaggio di Alex e attivò la telecamera per
registrare una risposta.
«Ciao, Alex. Sai, c’è una cosa buffa. A quanto pare ci ritroveremo insieme
prima di quanto pensassimo...»
29
Naomi

Sapeva dall’inizio di doverselo aspettare: come il ricadere in una cattiva


abitudine, i pensieri oscuri erano tornati. Quali linee di alimentazione
avevano cavi elettrici con un voltaggio sufficiente a fermare un cuore, quali
stanze erano abbastanza piccole da poter essere sigillate e svuotate dell’aria, i
modi in cui si potevano manipolare i sistemi medici perché somministrassero
un’overdose. E le camere di pressurizzazione. Sempre le camere di
pressurizzazione. Quelle idee non erano ancora una compulsione, era solo il
suo cervello che notava cose interessanti. Il peggio sarebbe arrivato in
seguito, se lei lo avesse permesso.
Quindi, si costringeva a distrarsi. Non con i notiziari che venivano
trasmessi in continuazione, dovunque, perché la facevano solo sentire ancora
più impotente. Non con le conversazioni con i suoi vecchi amici, perché nel
migliore dei casi le davano la sensazione di mentire, e nel peggiore di essere
avviata a trasformarsi in quella precedente versione di sé stessa per la quale i
pensieri oscuri erano più naturali. Quello che aveva era il lavoro. Tutti
incarichi semplici, come il controllo degli inventari o la sostituzione dei filtri
dell’aria, e sempre sotto lo sguardo vigile di un custode. Quando parlava,
erano frasi cortesi e superflue, il genere di battute che qualsiasi membro di un
equipaggio poteva fare, e quello dava agli altri l’illusione che lei fosse una di
loro, cosa che non avrebbe ottenuto standosene a rimuginare sulla sua
cuccetta. Se aveva una speranza, essa risiedeva nel trovare un modo di
sfruttare quel suo strano non-status in seno al gruppo. E con Marco.
All’inizio aveva cercato di distrarsi pensando al suo vero equipaggio. Alex
e Amos. Jim. Adesso però anche i ricordi più belli che aveva di loro erano
pervasi di senso di colpa e di dolore, per cui finì invece per riempirsi la mente
di problemi tecnici. Nella sala mensa, mentre gli altri applaudivano alle
immagini di devastazione, lei cercava di calcolare le emissioni del reattore,
partendo dalle dimensioni della cambusa per dedurre i requisiti dei sistemi di
riciclaggio dell’aria e dell’acqua, conoscendo la percentuale approssimativa
di energia che la Roci immetteva in essi. Durante il suo turno di sonno,
mentre giaceva irrequieta nella cuccetta a smorzamento, con l’accelerazione
costante di un terzo di g che la schiacciava contro il gel come una mano
premuta sul petto, ripassava la griglia di alimentazione della Roci, mappando
il modo in cui la logica della sua nave si sarebbe applicata a quella. La
considerava una forma di meditazione, perché era troppo pericoloso
ammettere, anche con sé stessa, che stava elaborando dei piani.
E tuttavia, c’erano piccoli dettagli che cominciavano a combaciare.
Nell’officina c’era una cassetta degli attrezzi che aveva una chiusura piegata
e poteva essere aperta a forza in pochi minuti. Le chiavi a brugola esagonali
al suo interno potevano aprire il pannello di accesso sulla parete
dell’ascensore fra gli alloggi dell’equipaggio e la camera di pressurizzazione,
dove era riposto il ricevitore diagnostico secondario della matrice di
comunicazione. Disponendo di qualche minuto senza interruzioni, qualcuno
avrebbe potuto trasmettere un messaggio. Qualcosa di breve. Se ci fosse stato
qualcosa da dire, o qualcuno a cui dirlo.
Aveva una mezza dozzina di piani come quello. Un percorso per insinuarsi
fra i due scafi e assumere il controllo di un CDP. Un modo per usare un
terminale palmare rubato per fare copie del software della sezione ingegneria.
Come imporre un ciclo forzato a un portello stagno falsificando i codici di
emergenza dell’infermeria. Per lo più erano soltanto fantasticherie, cose
possibili in teoria ma niente che avesse un motivo per tentare nella pratica.
Alcuni erano però piani piuttosto solidi. E tutti erano frustrati da un semplice
fatto a cui non si poteva sfuggire: il primo livello di qualsiasi sistema di
sicurezza era sempre fisico. Anche se avesse trovato il modo di prendere il
controllo dell’intera nave usando una calamita e un pezzo di velcro, la cosa
non avrebbe avuto importanza perché Cyn, o Aaman, oppure Bastien le
avrebbero piantato una pallottola nel collo prima che potesse farcela.
Quindi la definiva meditazione e teneva a bada l’oscurità. E a volte –
rimanendo tranquilla, evitando di creare disturbo e mantenendo la mente e i
sensi all’erta – sentiva cose che non avrebbe dovuto sentire.
Karal, il suo sorvegliante per quel turno, parlava con una donna di nome
Sárta mentre lei raschiava il pavimento del ponte dell’equipaggio, poco
lontano. In realtà la nave era abbastanza nuova perché la cosa non fosse
necessaria, ma era comunque un lavoro. Wings, quello che per primo le
aveva dato la caccia su Ceres, uscì dal proprio alloggio con indosso
un’uniforme della marina marziana. Naomi sollevò lo sguardo da sotto il velo
dei suoi capelli mentre Wings notava Karal e Sárta lì insieme. L’ondata di
gelosia che lo attraversò fu identica a quella che gli umani provavano fin da
quando erano scesi dagli alberi.
«Ehi, voialtri» disse, con un falso accento strascicato. «Víse mé! Bin
Marteño, sa sa? Salve, salve, salve!»
Karal ridacchiò e Sárta parve irritata, mentre Wings percorreva la stretta
stanza affettando un’andatura a gambe storte. Naomi si spostò di lato per
fargli spazio.
«Non hai niente di meglio da fare che giocare a travestirti?» domandò
Sárta.
«Non anticipare i tempi» commentò Karal. «Ho sentito che prima
passeremo a prendere dei prigionieri. Da Liano, quello che faceva arrivare le
informazioni su Ceres. Raggio stretto. Hamechie riguardo ai prigionieri.»
«Non è quello che ho sentito io» ribatté Wings, troppo in fretta, e rivolto
più a Sárta che a Karal. «Ho sentito che è solo uno, Sakai. E anche così...»
Scrollò le spalle.
«Anche così?» ripeté Sárta, scimmiottando la scrollata. Wings arrossì per
l’ira.
«Tutti sanno com’è» affermò. «A volte dicono a uomini già morti che
vivranno. Tu c’eri, Karal. Andrew e Chuchu? Prima la promessa che gli aiuti
stavano arrivando e poi un semplice mi dispiace. È davvero triste.»
«Esa sono morti da soldati» replicò Karal, ma era chiaro che il riferimento
lo aveva colpito, glielo si leggeva nell’atteggiamento delle mani e nella piega
degli angoli della bocca. Poi, come se si fosse reso conto del suo errore,
abbassò lo sguardo su di lei. Naomi mantenne un’espressione del tutto vuota
e annoiata, concentrando la propria attenzione sulla fessura del plancito e la
sottile spatola di plastica con cui la stava pulendo. La cascata di sottintesi di
quanto aveva udito non le traspariva dal volto.
Sakai era il nome dell’ingegnere capo sulla Stazione di Tycho, e se si
trattava dello stesso uomo, allora era uno dei seguaci di Marco. E lo avevano
preso, altrimenti non sarebbe stato definito un prigioniero. Soffiò per
allontanarsi i capelli dagli occhi e passò a pulire un’altra fessura.
«Allora, torniamo al lavoro, sì?» commentò Karal.
Wings emise un grugnito di derisione ma rientrò nel proprio alloggio per
fare come gli era stato detto, mentre Karal e Sárta riprendevano a flirtare. Il
momento però era sfumato, e ben presto rimasero soltanto Karal e Naomi, a
cercare di far passare il tempo.
Mentre lavorava, inserendo la plastica nelle fessure per rimuovere qualsiasi
cosa vi si fosse infilata, lei cercò di inserire la nuova informazione nel più
vasto quadro generale delle cose. Marco aveva sperato che lei portasse la
Rocinante su Ceres, ma Sakai aveva saputo che la nave aveva bisogno di
riparazioni e doveva aver trasmesso quell’informazione ai suoi capi.
Lei aveva pensato che Marco avesse voluto la nave a causa di chi e cosa lei
era, e forse quella era una componente del tutto, o forse quello che lui aveva
voluto realmente era accesso personale a una nave che sarebbe stata la
benvenuta alla Stazione di Tycho, dove il suo arrivo era atteso. Per quale
scopo, le era impossibile saperlo. Con il modo in cui incastonava piani dentro
altri piani, lui poteva aver avuto una mezza dozzina di modi per usare la Roci,
e lei. Inoltre, c’era un punto interrogativo riguardo a Sakai, se fosse o meno
in pericolo. Temevano che Fred lo giustiziasse? Forse. O forse si trattava di
qualcos’altro.
In un modo o nell’altro, adesso ne sapeva più di prima, e come la chiusura
piegata della cassetta degli attrezzi, questo le dava opzioni che prima non
aveva avuto. Si chiese cosa avrebbero fatto Jim, Amos o Alex, al suo posto,
come avrebbero preso quella singola informazione e l’avrebbero utilizzata. In
realtà era una domanda meramente retorica, perché sapeva già cosa avrebbe
fatto Naomi Nagata, e non era qualcosa che chiunque degli altri avrebbe
potuto fare.
Quando il ponte fu pulito, lasciò cadere la spatola nel riciclatore, si alzò in
piedi e si stiracchiò. La forza di gravità da accelerazione le faceva dolere le
ginocchia e la schiena, e desiderò che gli altri avessero avuto un po’ meno
fretta di arrivare dove stavano andando, dovunque fosse. Comunque non
aveva importanza.
«Vado a farmi una doccia» disse. «Avvertilo che gli voglio parlare.»
«Chi devo avvertire?» chiese Karal.
Naomi inarcò un sopracciglio. «Digli che la madre di suo figlio gli vuole
parlare.»
«Lo hai mandato sul campo?» chiese Naomi. «Siamo arrivati a questo?
Bambini soldati?»
Il sorriso di Marco era quasi dolente. «Credi che sia un bambino?»
La sala delle macchine da esercitazione era vuota, a parte lui. In assenza di
gravità, tutti i membri dell’equipaggio avrebbero trascorso ore nel gel a
resistenza o in uno dei mech da addestramento. In accelerazione, quasi tutti
erano tenuti anche troppo sotto sforzo dal loro stesso peso. Marco però era là,
con indosso un semplice abito da esercitazione, con le cinghie avvolte intorno
alle mani nel tirare verso il basso larghe fasce che opponevano resistenza. I
muscoli della schiena gli fluivano sotto la pelle a ogni movimento, e Naomi
era certa che ne fosse consapevole. Aveva conosciuto molte persone forti
nella sua vita, ed era in grado di distinguere la differenza fra i muscoli
prodotti dal lavoro e quelli che erano frutto della vanità.
«Credo che si stia vantando di essere il responsabile della pioggia di rocce
sulla Terra» ribatté. «Come se fosse qualcosa di cui essere orgoglioso.»
«Lo è. È più di quanto tu o io avremmo fatto alla sua età. Filip è intelligente
ed è un leader. Dagli altri vent’anni e potrebbe controllare il sistema solare.
Forse anche più di questo.»
Naomi si avvicinò e spense la macchina. Le larghe fasce nelle mani di
Marco si afflosciarono con un sibilo a stento udibile. «Non avevo finito»
osservò.
«Dimmi che non è per questo che mi hai portata qui» ribatté Naomi.
«Dimmi che non mi hai rapita per mostrarmi che buon padre sei stato e
com’è cresciuto bene il nostro ragazzo. Perché tu lo hai tradito.»
La risata di Marco fu bassa, calda e prolungata. Cominciò a rimuovere le
fasce dalle mani. Sarebbe stato così facile fargli del male in quel momento,
tanto che lei si sentì piuttosto sicura che avesse un modo nascosto di
difendersi. In caso contrario, l’impressione che potesse averlo era una difesa
sufficiente. E lei non era lì per ucciderlo, ma per spingerlo a dire qualcosa.
«È quello che pensi?» domandò lui.
«No» rispose Naomi. «Penso che lo hai fatto per vantarti. Ti ho lasciato e
sei un tale ragazzino che ancora non puoi sopportarlo. Quindi, quando è
arrivato il tuo grande momento, hai avuto bisogno che io fossi qui per vederlo
succedere.»
Per quel che valeva, era vero. Poteva vedere in lui un piacere che derivava
dall’esercitare potere su di lei. Perfino quello strano non-status che lei aveva
in seno all’equipaggio era parte del tutto. Rinchiuderla in una gabbia sarebbe
stata una tacita ammissione che lei costituiva una minaccia, mentre Marco
voleva che si rendesse conto di essere impotente e creasse da sola i muri della
sua prigione. C’era stato un tempo in cui avrebbe funzionato. Lei stava
scommettendo sul fatto che Marco non si rendesse conto che quel tempo era
passato.
E sul fatto che fosse passato davvero. Quando la guardò con occhi
socchiusi, scuotendo il capo, avvertì di nuovo il senso di umiliazione serrarle
la gola, familiare come una vecchia abitudine. Forse, quindi, la verità era più
complicata.
«Ti ho portata a casa, dalla parte dei vincenti, perché sei la madre di mio
figlio e lo sarai sempre. Qualsiasi altra cosa al di là di questo è una piacevole
coincidenza. Avere la possibilità di trovare un senso di chiusura pacifica fra
noi...»
«Stronzate. Chiusura? Hai perso, la storia è chiusa. Sostieni che le cose non
erano finite perché non avevi ancora vinto. Me ne sono andata, ho sacrificato
tutto perché non avere niente lontano da te era meglio che avere tutto ed
essere la tua marionetta.»
Marco sollevò le mani con i palmi in fuori in una parodia di un gesto
conciliante. Non funzionava, non ancora.
«Capisco che tu avresti fatto le cose in modo diverso e non ti biasimo per
questo. Non tutti hanno la forza per essere un soldato. Credevo che tu ce
l’avessi, di poter contare su di te. E quando il peso del fardello ti ha
schiacciata... sì, ho portato nostro figlio dove sapevo che sarebbe stato al
sicuro. Mi biasimi per averlo tenuto lontano da te, ma tu avresti fatto
esattamente lo stesso, se ne avessi avuto il potere.»
«Lo avrei fatto» confermò Naomi. «Lo avrei portato con me e non avresti
più rivisto nessuno dei due.»
«Quanto siamo differenti, allora?» Il sudore gli imperlava la pelle. Prese un
asciugamano dallo scaffale e si tamponò la faccia e le braccia. A livello
intellettuale, Naomi sapeva che era splendido, come lo sarebbero state le ali
iridescenti di una mosca blu. Avvertì il peso del disgusto che provava verso
sé stessa perché gli permetteva di esercitare il suo fascino su di lei, e
comprese che quello rientrava negli scopi che lui aveva. I pensieri oscuri le si
ridestarono nel cervello, ma non avevano importanza. Era lì per risolvere un
puzzle.
Lui posò l’asciugamano. «Naomi...»
«Allora si tratta di Holden, vero? Mi hai portata qui come... cosa?
Un’assicurazione che ti proteggesse da lui?»
«Non ho paura del tuo compagno di scopate terrestre» ribatté Marco, e
Naomi colse l’asprezza improvvisa della sua voce, come un animale avrebbe
fiutato un incendio in lontananza.
«Credo che tu ne abbia» ribatté. «Credo che volessi rimuoverlo dalla
scacchiera prima di dare inizio a tutto questo, e io avrei dovuto condurlo nella
trappola. Non potevi immaginare che sarei venuta da sola, che non avrei
portato un uomo che fosse forte al mio posto.»
Marco ridacchiò, ma fu un suono tagliente. Attraversò la stuoia per le
esercitazioni e raccolse la sua veste scura, infilandosela. «Stai cercando di
convincerti a fare qualcosa, Knuckles.»
«Sai perché sto con lui?»
Se fosse stato saggio, Marco non avrebbe abboccato all’esca. Se ne sarebbe
andato, lasciandola lì sola in mezzo alle macchine. Ma se era riuscita a farlo
infuriare, anche solo un poco...
«Suppongo che tu abbia una propensione per gli uomini potenti» rispose
Marco.
«Perché lui è quello che tu fingi di essere.»
Vide il colpo andare a segno. Non avrebbe neppure saputo dire cosa,
esattamente, fosse cambiato in lui, ma il Marco che aveva visto da quando era
stata portata lì – il leader disinvolto, stanco della vita, sicuro di sé che
dirigeva il più grande colpo di Stato della storia dell’umanità – scomparve,
lasciato cadere come una maschera, e al suo posto riapparve il ragazzo pieno
di rabbia che un tempo l’aveva quasi distrutta. La sua risata non fu bassa, né
calda o stentorea.
«Bene, allora aspetta e vedrai a quanto questo gli servirà. Il grande Holden
può pensare di essere impossibile da uccidere, ma chiunque può sanguinare.»
Ecco. Quella era un’informazione. La sua tattica stava funzionando. Certo,
poteva essere soltanto la retorica che affiora in una lite, una vana minaccia.
Oppure poteva averle appena detto che i suoi piani coinvolgevano ancora la
Rocinante.
«Tu non gli puoi fare niente» ribatté.
«No?» ringhiò Marco, snudando i denti come uno scimpanzé. «Ecco, forse
tu sì.»
Poi si volse di scatto e uscì dalla stanza, lasciandola sola come avrebbe
dovuto fare alcuni minuti prima. O un decennio e mezzo prima.
«Hai finito?» chiese Cyn, accennando alla porzione di riso e lenticchie
mangiata a metà che lei aveva nel piatto. Sullo schermo della sala mensa, un
generale marziano picchiava il pugno su un tavolo, rosso in volto per
un’emozione che somigliava molto alla paura. Stava descrivendo la codardia
della persona, o persone, che aveva commesso quell’atrocità, non solo contro
la Terra, ma contro l’umanità intera. Ogni tre frasi circa, uno dei commensali
seduti in fondo alla tavola ripeteva le parole del generale con voce acuta e
tremula, come un personaggio di un cartone animato per bambini.
Staccò un altro pezzo dalla porzione di lenticchie e se lo mise in bocca.
«Quasi» rispose, con la bocca piena, poi depose il vassoio e il resto del cibo
nel riciclatore e si diresse verso l’ascensore. Cyn incombette subito alle sue
spalle, ma lei era talmente immersa nei suoi pensieri che quasi non si accorse
di lui finché non parlò.
«Ho sentito che hai avuto un chiarimento con el jefe» commentò Cyn.
«Etwas á Filipito?»
Naomi emise un verso neutro e inarticolato.
Cyn si grattò la cicatrice sopra l’orecchio sinistro. «Es un bon coyo, tuo
figlio. So che questo non è quello che avresti scelto per lui, ma... Filipito, lo
ha capito anche lui. E l’ha presa male.»
L’ascensore si fermò e lei scese, tallonata da Cyn. «L’ha presa male?»
«Non ci dà peso, ma lo sa» disse Cyn. «È un uomo, il nostro Filipito, ma
non al punto da non voler sentire la tua opinione, sì? Sei sua madre.»
La cosa straziante era che lei lo capiva. Si limitò ad annuire.
Sdraiata sulla sua cuccetta, con le dita intrecciate dietro il collo, rimase a
fissare il vuoto del soffitto. Lo schermo a interfaccia accanto a lei era spento,
ma non ne sentiva la mancanza. A poco a poco, mise insieme quello che
sapeva.
Marco aveva preparato degli attentati alla vita dei capi della Terra, di Marte
e dell’APE, ma era riuscito a uccidere soltanto il segretario generale. Aveva
cercato di mettere le mani sulla Rocinante prima che uno qualsiasi di quegli
attentati fosse compiuto. Aveva scatenato la peggiore catastrofe che si fosse
abbattuta sulla Terra da quando i dinosauri si erano estinti. Aveva armi da
guerra e armamenti marziani ma non pareva collaborare in nessun modo con
il governo o la marina di Marte. Quelle erano tutte cose che sapeva già, niente
di nuovo. Quindi, cosa c’era di nuovo?
Tre cose, e forse soltanto quelle. In primo luogo, Wings pensava che il
tentativo di riavere Sakai potesse essere diretto più a rassicurare il prigioniero
che a recuperarlo effettivamente. In secondo luogo, Marco aveva lasciato
intendere che Holden era ancora in pericolo e, in terzo luogo, che avrebbe
potuto essere lei a fargli del male.
Inoltre, al di sotto di tutto il resto, era certa che finché Marco non avesse
fatto il suo discorso, diventando il punto focale dell’attenzione dell’umanità,
l’attacco sarebbe stato ancora realizzato solo a metà... e se Sakai avesse
pensato che sarebbe rimasto prigioniero, le cose sarebbero andate storte.
Questo era interessante. Cosa poteva sapere Sakai che...
Oh.
Fred Johnson era vivo, e la Stazione di Tycho non era nelle mani di Marco.
Holden era in pericolo, e sarebbe stata lei a fargli del male.
Questo significava che la Roci, come la Augustín Gamarra prima di lei, era
stata sabotata in modo da far venire meno il contenimento della bottiglia
magnetica. Probabilmente sarebbe successo mentre la nave era ancora
all’attracco. Fred Johnson, James Holden e, incidentalmente, l’ingegnere
capo Sakai e chiunque altro si trovava sulla stazione, sarebbero morti in una
sfera di fuoco quando il software che lei aveva scritto una vita prima avrebbe
deciso che era il momento che succedesse.
Stava accadendo di nuovo, e lei non aveva modo di impedirlo.
30
Amos

Si incamminarono a piedi. Le nuvole non erano veramente nuvole, e la


pioggia che cadeva su di loro era composta in pari misura di acqua, sabbia e
fuliggine. Il fetore della terra rivoltata e della putrescenza era tutt’intorno a
loro, ma il freddo lo respingeva al punto da riuscire in buona parte ad
attutirlo. A giudicare da come gli alberi erano stati abbattuti tutti nella stessa
direzione, con le foglie orientate più o meno verso nordest e le radici rivolte a
sudovest, Amos si augurò che si stessero dirigendo verso un territorio meno
devastato. Almeno finché non fossero arrivati alla costa e alle inondazioni.
Supponeva che a Baltimora le persone che avrebbero avuto meno problemi
sarebbero state quelle insediate nell’arcologia abbandonata nel centro della
città, perché era stata progettata per contenere un intero ecosistema dentro le
sue massicce mura di acciaio e ceramica. Il fatto che non avesse mai
funzionato non aveva tanta importanza quanto il fatto che era una struttura
alta e progettata per durare nel tempo. Anche se i piani più bassi fossero stati
sommersi, in quelli alti una grande quantità di persone sarebbe potuta
sopravvivere alla parte peggiore del cataclisma. Quando Baltimora fosse
diventata un mare, l’arcologia sarebbe stata ancora un’isola.
Inoltre, l’arcologia era in un quartiere malfamato, ed Erich e i suoi sgherri
ne possedevano almeno una parte. Fintanto che il resto non fosse stato
controllato da un’altra delle gang principali – Loca Griega o Golden Bough –
Erich e i suoi avrebbero potuto probabilmente occupare l’intera struttura con
un attacco determinato. E se pure Erich non ce l’aveva fatta, ci sarebbe stato
qualcuno con cui trattare. Sperava solo che non si trattasse di quelli del
Golden Bough perché erano dei fottuti idioti, almeno in base alla sua
esperienza personale.
Nel frattempo, però, c’erano problemi più immediati. Lo scopo era arrivare
là, ma se il piano consisteva nel mettere un piede davanti all’altro dalla Fossa,
a Bethlehem, fino all’arcologia di Baltimora, in esso c’erano decisamente
alcune falle. Il distretto espanso contava circa tre milioni di persone fra lui e
la sua meta, se avesse scelto il percorso più diretto, ma attraversare centri
urbani ad alta densità di popolazione sembrava una brutta idea, per cui
sperava di potersi tenere un po’ a ovest di quell’area e aggirarla. Era piuttosto
sicuro che là ci fosse un’area naturale protetta che avrebbero potuto
attraversare. Non che avesse mai trascorso molto del suo tempo sulla Terra
facendo campeggio, ma era tutto quello che aveva su cui basarsi, e se fosse
stato da solo probabilmente ce l’avrebbe fatta.
«Come stiamo andando, Zuccherino?»
Clarissa annuì. La tunica ospedaliera della prigione era sporca di fango
dalle spalle all’orlo, i capelli le pendevano lunghi e flosci, e lei era solo
troppo fottutamente magra e pallida, cosa che la faceva apparire come uno
spettro. «Sto bene» rispose, il che era una balla, ma lui cosa ci poteva fare?
Era stato stupido a chiederglielo.
E così camminarono, cercarono di non sprecare troppe energie e si
guardarono intorno alla ricerca di posti dove ci potesse essere acqua potabile.
Lungo l’autostrada erano state organizzate un paio di stazioni di emergenza,
con uomini e donne che portavano la fascia del personale medico e generatori
per azionare le luci artificiali, perché quella del sole non raggiungeva mai un
livello superiore a quello crepuscolare, neppure a mezzogiorno. Le nuvole
impedivano a parte del calore di disperdersi nello spazio, ma bloccavano
anche i raggi del sole: pareva l’inizio dell’inverno, mentre avrebbe dovuto
esserci un calore estivo. Di tanto in tanto, si imbatterono in altre rovine: un
edificio sventrato, con le pareti strappate dall’intelaiatura di acciaio e
ceramica, un treno ad alta velocità rovesciato su un fianco come un
millepiedi. I corpi sparsi ai lati della strada parevano essere tutti frutto
dell’esplosione iniziale.
La maggior parte dei superstiti dallo sguardo spento e in stato di shock
pareva diretta verso le stazioni di emergenza, ma Amos cercò di tenersene
alla larga. Tanto per cominciare, era chiaro che a Zuccherino non avrebbe
dovuto essere permesso di circolare libera in mezzo ai cittadini terrestri
rispettosi della legge, e lui non se la sentiva di sostenere lunghe conversazioni
riguardo a quali leggi fossero ancora applicabili dopo un’apocalisse. In ogni
caso, inoltre, non potevano trovare là le cose di cui avevano bisogno, quindi
tenne gli occhi bene aperti e puntò verso nordest.
Anche così, passarono tre giorni prima che trovasse quello che stava
cercando.
La tenda si trovava circa sette metri più indietro rispetto alla strada. Non era
tanto una vera tenda quanto un telo catramato appeso a una corda tesa fra un
palo della luce e un pallido alberello. Davanti a essa c’era però un fuoco
acceso, e un uomo chino sulle fiamme fumose, che alimentava con alcuni
rametti. Una motocicletta elettrica era appoggiata al palo della luce, con il
quadro comandi spento, forse per conservare energia o perché era del tutto
scarica. Amos si avvicinò, accertandosi di tenere sempre le mani dove l’altro
uomo le potesse vedere, e si fermò a circa quattro metri di distanza, con
Zuccherino che lo seguiva barcollando. Probabilmente non appariva come
una minaccia a chiunque non la conosceva e non sapeva chi era.
«Salve» salutò Amos.
Dopo un momento, l’altro uomo annuì. «Salve.»
«Da che parte sei diretto?» chiese Amos.
«Ovest» rispose l’uomo. «Tutto è una fottuta devastazione verso est, da qui
alla costa, e forse anche a sud. Cerco di arrivare in un posto caldo.»
«Già, le cose sono di merda dappertutto» commentò Amos, come se fossero
stati davanti al chiosco di una caffetteria, intenti a chiacchierare del tempo.
«Noi andiamo a nordest, verso Baltimora.»
«Quel che ne rimane» commentò l’uomo. «Senza offesa, ma il tuo piano fa
schifo.»
«Nessun problema. Stavo pensando lo stesso del tuo.»
L’uomo sorrise e non tirò fuori un’arma, se pure ne aveva una. Non c’erano
poi così tante pistole fra i cittadini terrestri rispettosi delle leggi quante se ne
trovavano nella Fascia. E se quel tizio era disposto a parlare di stronzate tanto
a lungo senza che nessuno dei due diventasse aggressivo o facesse una
mossa, probabilmente non era un predatore, ma soltanto un ragioniere o un
tecnico medico che stava cercando di venire a patti con il fatto che adesso il
suo titolo di studi era senza valore.
«Offrirei quello che abbiamo,» disse Amos «ma non abbiamo niente.»
«Vi aiuterei, ma la tenda è grande abbastanza solo per una persona.»
«Io sono piccola» osservò Zuccherino. Il suo era uno scherzo solo per modo
di dire. Magra com’era, doveva sentire il freddo più di loro, e adesso che ci
pensava, Amos dovette ammettere che si stava facendo piuttosto tagliente.
«Un avvertimento. Andate a nord di alcuni chilometri prima di puntare
ancora a est» avvertì l’uomo.
«Perché?» chiese Amos.
«Un fottuto miliziano survivalista. Ci sono cartelli di INGRESSO VIETATO, e
tutto il resto. Mi ha sparato contro quando sono andato a chiedere un po’
d’acqua. Un vero idiota che probabilmente si sta pisciando addosso per la
gioia che il mondo sia andato a puttane e la sua scorta di armi e la sua
paranoia siano risultate utili.»
Amos avvertì un senso di calore e rilassamento nel petto, e pensò che
potesse essere sollievo. «Buono a sapersi. Abbi cura di te.»
«La pace sia con voi.»
«E con te, sempre» rispose Zuccherino. Amos salutò l’uomo con un cenno e
si avviò a nord lungo la strada. Circa mezzo chilometro più tardi si fermò e si
accoccolò accanto a un albero, osservando la strada che avevano appena
percorso. Zuccherino gli si accoccolò accanto, tremando.
«Cosa stiamo facendo?»
«Controlliamo se ci segue» rispose Amos. «Sai, giusto per precauzione.»
«Credi che lo farà?»
Amos scrollò le spalle. «Non lo so. Il problema della civiltà è che mantiene
le persone civili. Elimina la prima cosa e non puoi fare affidamento
sull’altra.»
Lei sorrise. Non aveva un bell’aspetto, e Amos si chiese di sfuggita cosa
avrebbe fatto se fosse morta. Probabilmente avrebbe studiato un altro piano.
«Pare che tu abbia già fatto queste cose in passato.»
«Merda, questo è il modo in cui sono cresciuto. Tutta questa gente si sta
soltanto mettendo al passo. Il fatto è che siamo umani e siamo tribali. Quanto
più le cose sono tranquille, tanto più grande diventa la tua tribù. Tutti quelli
della tua banda, o tutta la gente della tua nazione. Tutti gli abitanti del tuo
pianeta. Poi arriva uno sconvolgimento, e la tribù torna a essere piccola.»
Accennò al panorama buio e grigio. A questa distanza dal disastro, gli
alberi non erano stati abbattuti, ma cespugli ed erbacce cominciavano a
morire per il freddo e la mancanza di luce.
«Attualmente, suppongo che la nostra tribù sia di due elementi.»
Lei rabbrividì all’idea, oppure il freddo la stava assalendo con più forza.
Amos si alzò in piedi e scrutò la strada: il tizio della tenda non sarebbe
venuto, il che era un bene.
«D’accordo, Zuccherino, muoviamoci. Dovremo abbandonare la strada per
un po’.»
Lei guardò verso nord, lungo la strada, con aria confusa. «Dove andiamo?»
«A est.»
«Vuoi dire dove non dovremmo andare perché c’è uno stronzo fuori di testa
che spara alla gente?»
«Esatto.»
La cittadina aveva avuto dimensioni decenti la settimana prima, un insieme
di casette economiche che si affacciavano su strade strette, con pannelli solari
su ogni tetto che immagazzinavano la luce del sole, quando c’era ancora. Qua
e là si vedeva qualche persona, più o meno in una casa su cinque o sei, dove
gli occupanti attendevano aiuti o erano in uno stato di rifiuto dell’accaduto
così profondo da pensare che rimanere al sicuro in casa fosse un’alternativa
accettabile. O forse avevano solo deciso che preferivano morire a casa loro,
una decisione razionale quanto qualsiasi altra, considerando lo stato delle
cose.
Si tennero sui marciapiedi, anche se non c’erano molte macchine in giro.
Una volta, un’auto della polizia passò a qualche isolato di distanza, e una
vecchia che sedeva curva davanti al volante di una berlina li oltrepassò
evitando con cura di guardare verso di loro. Quando le batterie si fossero
esaurite, non ci sarebbe stata una griglia di alimentazione a cui ricaricarle,
quindi tutti i tragitti erano molto brevi o di sola andata. Una casa sfoggiava
alcune parole dipinte sulla facciata: IN QUESTA CASA TUTTO È DI PROPRIETÀ
DELLA FAMIGLIA TRAVIS. I SACCHEGGIATORI SARANNO INSEGUITI E UCCISI. Quella
scritta lo fece ridere per un paio di isolati. Il supermercato al centro della
cittadina era buio e gli scaffali erano stati svuotati di tutto. Evidentemente, lì
qualcuno aveva compreso la gravità della situazione.
L’area recintata si trovava all’estremità orientale della cittadina. Amos
aveva temuto di poterla oltrepassare senza notarla, ma essa si estendeva lungo
la strada e i cartelli parlavano chiaro. PROPRIETÀ PRIVATA. VIETATO L’INGRESSO.
FORZE DI SICUREZZA ARMATE IN LOCO. Quello che gli piaceva di più diceva:
NIENTE SERVIZI DI SOCCORSO.
Un cortile costituito da un ampio campo piatto portava a una casa bianca
modulare, e il mezzo di trasporto parcheggiato davanti a essa pareva qualcosa
fabbricato a imitazione dell’equipaggiamento militare. Amos aveva vissuto in
un vero trasporto militare abbastanza a lungo da notare le differenze.
Per prima cosa piazzò Zuccherino al limitare della proprietà, poi fece una
volta il giro del perimetro, osservando ogni dettaglio. La recinzione era
sormontata da filo spinato, ma non era elettrificata. C’erano cinquanta
probabilità su cento che ci fosse la postazione di un cecchino in soffitta, ma
poteva essersi trattato soltanto di un uccello. Era facile dimenticare che
nonostante la massiccia e pesante presenza dell’umanità, c’era ancora una
fauna selvatica sulla Terra. La casa in sé era prefabbricata, o montata sul
posto, e c’erano tre tubi che uscivano dal terreno e parevano parte di un
sistema di ventilazione. C’erano fori di proiettile nella corteccia degli alberi
al confine della proprietà, e un punto in cui le foglie dei cespugli morenti
erano chiazzate da qualcosa che pareva sangue.
Era il posto che stava cercando.
Cominciò portandosi al confine della proprietà per poi piegare le mani a
coppa intorno alla bocca e mettersi a gridare.
«Ehi, della casa! Ci siete?»
Attese per un lungo minuto, attento a cogliere eventuali segni di
movimento. C’era qualcosa dietro le tende della finestra sul davanti. Niente
nella postazione del cecchino. Forse si era davvero trattato solo di passeri.
«Ehi, della casa! Mi chiamo Amos Burton e voglio fare un baratto!»
Si levò una voce maschile, acuta e irosa. «Questa è proprietà privata!»
«È per questo che sono qui a fottermi la gola urlando invece di suonare il
dannato campanello. Ho sentito che eri preparato per questa merda che è
successa. Io sono stato colto con i calzoni a mezz’asta. Voglio barattare per
avere delle armi.»
Ci fu un lungo silenzio. Amos sperò che quel bastardo non si limitasse a
sparargli, ma quella era una possibilità. La vita era fatta di rischi.
«Cosa offri?»
«Un riciclatore dell’acqua» gridò Amos. «È sul retro del mio furgone.»
«Ne ho già uno.»
«Te ne potrebbe servire un altro. Non credo che ne fabbricheranno ancora
per parecchio tempo a venire.» Attese, contando fino a dieci. «Adesso entro e
mi avvicino alla casa, così possiamo parlare.»
«Questa è proprietà privata! Non attraversare la linea!»
Amos aprì il cancello, sfoggiando il suo sorriso più ampio e sciocco. «È
tutto a posto! Se fossi armato non starei cercando delle armi, giusto? Non mi
sparare, sono qui solo per parlare.»
Attraversò la linea di sbarramento, lasciando aperto il cancello alle sue
spalle e badò a tenere le mani alzate con le dita allargate. Poteva vedere il
respiro che gli si condensava davanti, segno che si era fatto davvero molto
freddo. Le cose non sarebbero migliorate molto presto. Si chiese se non
sarebbe stato meglio dire che aveva un’unità riscaldante.
La porta principale si aprì e ne uscì un uomo alto e magro, con una faccia
stupida e crudele, e un fucile d’assalto a canna lunga puntato verso il centro
del petto di Amos. Un fucile del genere doveva essere fottutamente illegale in
base alle leggi delle Nazioni Unite riguardo alle armi.
«Salve» salutò, agitando una mano. «Mi chiamo Amos.»
«Lo hai già detto.»
«Non ho capito il tuo nome.»
«Non l’ho detto.»
L’uomo venne avanti e si posizionò al riparo del suo finto trasporto
militare.
«Bel fucile» commentò Amos, tenendo sempre le mani alzate.
«E funziona» ribatté l’uomo. «Spogliati.»
«Ripeti un po’?»
«Mi hai sentito. Se vuoi barattare con me, dimostrami che non nascondi
armi addosso. Spogliati!»
Quella era una cosa che non aveva previsto, ma non aveva importanza.
Quello non era il primo tizio in cui si imbatteva che si inebriava della
sensazione di essere potente. Amos si tolse la camicia, si sfilò le scarpe una
per volta, poi lasciò cadere a terra i pantaloni. L’aria fredda gli aggredì la
pelle.
«Fatto!» disse. «A meno che non abbia una pistola su per il culo, possiamo
convenire che non sono armato, sì?»
«Sì» rispose l’uomo.
«Senti, se sei ancora preoccupato al riguardo, puoi far venire fuori qualcuno
che perquisisca i miei vestiti mentre tu mi tieni sotto tiro e ti accerti che non
cerchi di giocarti qualche scherzo.»
«Non dirmi cosa devo fare.»
Quello era un buon segno, e faceva apparire più che probabile che quel tizio
fosse solo. Amos lanciò un’occhiata verso la soffitta, perché se c’era una
seconda persona quello sarebbe stato il posto ideale dove piazzarla. Piccole
ali grigie e marroni svolazzarono nella soffitta in risposta alla sua domanda.
«Dov’è il riciclatore?»
«Circa cinque chilometri più in giù, lungo la strada» rispose Amos,
indicando con il pollice. «Posso portarlo qui in un’ora.»
«Non importa» ribatté l’uomo, sollevando il fucile all’altezza della spalla e
prendendolo di mira. L’apertura della canna sembrava grande come una
grotta. «Posso andare a prenderlo da solo.»
Prima che potesse premere il grilletto, qualcosa attraversò il cortile come
una folata di vento. Solo che quel vento era munito di zanne. L’uomo
barcollò all’indietro, poi lanciò un grido di confusione e dolore. I bloccanti
chimici ormonali che le avevano somministrato in prigione avevano perso il
loro effetto nei giorni trascorsi da quando avevano lasciato la Fossa, e
Zuccherino si mosse troppo in fretta perché lo sguardo di Amos potesse
seguirla. Era come se fosse diventata un colibrì infuriato. L’uomo crollò in
ginocchio, di colpo privo del fucile da assalto e con un dito fratturato e
sanguinante. Mentre si raggomitolava per stringere la mano danneggiata con
quella sana, il fucile fece fuoco, squarciandogli il torace lungo il fianco.
Poi Zuccherino si immobilizzò, con il vento che le agitava la tunica e il
sangue che le chiazzava tutto il corpo, il fucile d’assalto ancora stretto in una
mano. Lentamente, si accasciò al suolo, e nel tempo che Amos impiegò a
rimettersi i pantaloni e ad avvicinarsi, gli occhi le si erano rovesciati
all’indietro nelle orbite e stava vomitando. Amos l’avvolse nella propria
camicia e attese che la crisi fosse passata. Non durò più di cinque minuti, e
siccome in quel tempo nessun altro uscì di casa per indagare sull’accaduto o
vendicarsi, Amos cominciò a sentirsi sicuro che il morto fosse stato uno
scapolo.
Clarissa rabbrividì una volta, si immobilizzò, poi lo sguardo vacuo
scomparve dai suoi occhi.
«Ehi» disse. «Abbiamo vinto?»
«Il primo round» rispose Amos, annuendo. «Succede così tutte le volte?»
«Sì» confermò lei. «Non è poi un granché, vero?»
«Utile quando serve, però»
«È vero. Stai bene?»
«Ho un po’ di freddo, ma non mi ucciderà» replicò Amos. «Resta qui per
un po’, d’accordo? Io vado a vedere come sono messe le cose dentro.»
«Vengo con te» disse lei, cercando di sollevarsi a sedere. Amos le posò una
mano sulla spalla, e non dovette neppure spingere per tenerla giù.
«Vado io per primo. Mi sorprenderebbe non trovare delle trappole.»
«D’accordo» sussurrò lei. «Allora ti aspetterò qui.»
«Buona idea.»
Il mattino successivo lasciarono la casa all’alba. Entrambi indossavano una
tuta termica di qualità professionale, anche se quella di Amos era un po’
stretta e Clarissa aveva dovuto arrotolare le maniche. Il bunker sottostante la
casa conteneva scorte sufficienti per un paio d’anni: attrezzatura di
sopravvivenza, armi, munizioni, razioni ipercaloriche, una pila di pornografia
sorprendentemente noiosa e una collezione di splendidi scacchi intagliati a
mano. La scoperta migliore però l’avevano fatta nel garage, dove c’era una
mezza dozzina di biciclette inutilizzate ma in perfetto stato di manutenzione,
complete di sacche per il sellino. Anche con il fucile assicurato alla schiena e
lo zaino pieno di acqua e cibo sulle spalle, impiegarono solo mezz’ora a
coprire la distanza dall’area recintata alla strada, passando per la cittadina.
Entro mezzogiorno, avevano percorso più strada di quanta ne avrebbero fatta
camminando per tre giorni. Probabilmente, la distanza fra la Fossa e l’ufficio
di Erich era di circa settecento chilometri, e loro erano riusciti a percorrerne
poco meno di trenta a piedi. Con le biciclette avrebbero più che raddoppiato
quella media, il che significava che Baltimora era a circa nove giorni di
distanza, supponendo che niente fosse andato storto. Pareva chiedere troppo,
considerando il contesto, ma si poteva sempre sperare.
A mezzogiorno si fermarono per mangiare. La luce era tanto fioca da far
pensare che fossero le ore che precedevano l’alba. Adesso il suo respiro
congelava nell’aria, ma fra l’esercizio fisico e la tuta termica, Amos non
sentiva il freddo. Anche Zuccherino sembrava stare mille volte meglio,
sorrideva e le sue guance avevano ripreso colore. Si sedettero su una vecchia
panchina accanto alla strada, guardando verso est. Il panorama era fatto di
fango e detriti sparsi.
E all’orizzonte si scorgeva il bagliore di qualcosa di enorme – una città o un
incendio – che illuminava dal basso le nuvole, oro su grigio. Forse, perfino la
fine del mondo aveva i suoi momenti di bellezza.
Clarissa staccò un morso dalla sua barretta energetica e bevve un sorso
d’acqua dalla borraccia autopurificante. «Ti disturba?»
«Cosa?»
«Quello che abbiamo fatto.»
«Non so bene a cosa ti riferisci, Zuccherino.»
Lei lo fissò socchiudendo gli occhi, come se stesse cercando di stabilire se
stava scherzando. «Abbiamo invaso la casa di un uomo, lo abbiamo ucciso e
abbiamo preso la sua roba. Se non fossimo passati di lì, lui avrebbe potuto
farcela a sopravvivere finché il sole non fosse tornato.»
«Mi avrebbe sparato senza una ragione, solo perché avevo qualcosa che lui
voleva.»
«Non lo avrebbe fatto se non fossimo andati là. E abbiamo mentito riguardo
al voler barattare.»
«Pare che tu voglia dimostrare qualcosa, Zuccherino.»
«Se lui non fosse stato pronto a premere il grilletto, avresti lasciato perdere?
O saremmo comunque qui con questi fucili e questo cibo?»
«Oh, avremmo preso la sua roba. Voglio solo farti notare che entrambe le
parti in causa avevano lo stesso piano.»
«Allora non siamo precisamente i buoni della situazione, vero?»
Amos si accigliò. Quella era una domanda che non gli era passata per la
mente finché lei non l’aveva posta, e lo turbava il fatto che la cosa non lo
disturbasse più di tanto. Si grattò il petto e cercò di immaginare Holden a fare
quello che avevano fatto loro. O Naomi. O Lydia.
«Sì» disse. «Devo proprio tornare al più presto sulla nave.»
31
Alex

«Sei di buon umore» osservò Bobbie, mentre Alex le si sedeva di fronte.


La sua colazione era a base di porridge con una spolverata di proteine simili
a uova, salsicce e salsa piccante. Aveva i capelli raccolti in una coda e umidi
di sudore, e le guance arrossate da uno sforzo fisico recente. Il solo guardarla
lo faceva sentire fuori forma, ma Bobbie aveva ragione nel dire che era di
buon umore.
«Il capitano porterà la mia ragazza sulla Luna.»
Bobbie si accigliò. «La tua... ragazza?»
«La Roci.»
«Ah, giusto. Per un secondo, ho pensato... Sì. E sarà bello rivedere anche
Holden. E Avasarala.»
«Sarà bello essere di nuovo sulla mia dannata nave» ribatté Alex, spargendo
un po’ di pepe sul suo piatto di uova reidratate. «Adesso, se solo riuscissimo
a recuperare anche Amos e Naomi. Un momento. Ho detto qualcosa di
sbagliato?»
L’ombra che era apparsa a velare l’espressione di Bobbie scomparve e lei
scosse il capo.
«Niente. È solo... non so, credo sia invidia. È passato del tempo da quando
avevo gente a cui ero legata.»
Infilzò una salsiccia con la forchetta e si guardò intorno nella sala mensa
mentre mangiava. Le uova di Alex erano biancastre e sapevano più di lievito
che di qualcosa che provenisse da una gallina, cosa che portava con sé
decenni di ricordi. «Trovarsi in mezzo a gente in servizio attivo rende
difficile attendere con impazienza il ritorno alla vita da civile?»
«In un certo senso sì.»
«Le cose cambiano» osservò Alex.
«E non tornano com’erano» replicò lei, citandogli le sue stesse parole.
Alex spezzò un pezzo di pane tostato e se lo mise in bocca, parlando mentre
masticava. «Stiamo ancora parlando di servizio?»
Bobbie sorrise. «No, credo di no. Non riesco ancora a raccapezzarmi. La
Terra non tornerà mai più a essere la Terra. Non com’era.»
«No.»
«E neppure Marte» continuò Bobbie. «Penso a mio nipote. È un ragazzo
sveglio. Sveglio per quanto concerne lo studio, intendo. Non è mai stato
davvero a contatto con il mondo, tranne che per andare all’università e
lavorare al progetto di terraformazione. Quella è tutta la sua vita. Lui è stato
una delle prime persone fra quelle che conosco a capire cosa avrebbero
significato le colonie su altri mondi per tutto quello che abbiamo qui.»
«Già. Rende tutto differente» convenne Alex.
«Tutto tranne il modo in cui lo affrontiamo.» Bobbie armò una doppietta
immaginaria e mimò l’atto di fare fuoco.
«È stupefacente quante cose siamo riusciti a realizzare, considerato che
facciamo tutto da primati sociali presuntuosi e con comportamenti evolutivi
del Pleistocene.»
Bobbie ridacchiò, e quel suono fece piacere ad Alex. Nel far stare meglio le
persone che lo circondavano c’era qualcosa che lo faceva sentire più leggero.
Era come se le cose non potessero andare poi tanto male, se gli altri membri
del suo equipaggio erano allegri. Era consapevole della pecca in quel
ragionamento: se confortare gli altri gli era di conforto, allora forse valeva
anche l’opposto, e confortare lui era di conforto agli altri, per cui avrebbero
potuto finire per mandare la nave a sbattere contro un asteroide mentre si
sorridevano a vicenda.
«Ho sentito che le navi di soccorso sono arrivate» osservò.
«Sì, ma potrebbe non essere una cosa tanto positiva quanto speravamo»
replicò Bobbie, con la bocca piena di salsiccia. «Ne parlavano durante
l’addestramento, questa mattina. Le navi di soccorso dovrebbero entrare nel
raggio d’azione operativo più o meno ora, ma la fregatura è che gli equipaggi
sono tutti dannatamente inesperti. Nel senso che questa è la loro prima
missione.»
«Tutti quanti?» chiese Alex.
«Gli equipaggi in gamba sono ancora tutti a Hungaria per coprirci le
spalle.»
«Ecco, meglio avere un mucchio di adolescenti che volano con noi che
ritrovarci con le due sole fregate» dichiarò Alex. «Però mi scuserai se mi
sono permesso di sperare che la cavalleria in arrivo fosse un po’ più esperta
di così.»
«Probabilmente hanno detto la stessa cosa di noi, quando abbiamo
cominciato.»
«So che lo hanno fatto. Nella mia prima missione da solo, per poco non ho
sganciato il nucleo per errore.»
«Sul serio?»
«Ero sconvolto.»
«Quello è un essere sconvolto di livello militare, non ci sono dubbi»
convenne Bobbie. «Ecco, se tutto andrà bene, questa sarà una passeggiata
tranquilla fino alla Luna.»
Alex annuì e bevve un sorso di caffè. «Credi che succederà? Pensi davvero
che sia finita?»
Il silenzio fu la risposta di Bobbie.
Passarono il resto del pasto a discutere di argomenti meno carichi di
tensione: come l’addestramento dei marine fosse diverso da quello della
marina, e quale fosse il migliore; le storie che Alex aveva da raccontare
riguardo a Ilus e alla zona lenta; ipotesi su cosa avrebbe fatto Avasarala una
volta che il primo ministro fosse arrivato sulla Luna. Erano tutti discorsi
legati al loro lavoro, e Alex li trovò rilassanti e piacevoli. Erano anni che non
collaborava più con Bobbie, ma lei era una persona con cui era piacevole
parlare e una compagnia gradevole. In un’altra vita, poteva immaginare di
imbarcarsi con lei. Ecco, nelle forze armate, comunque, dato che non gli
riusciva di immaginarla su un trasporto per l’acqua come la Canterbury. Si
chiese come sarebbe stato averla sulla Roci. Una parte di ciò che faceva della
Rocinante la loro casa era il fatto che l’equipaggio era così ridotto e aveva
così tanta esperienza condivisa. C’era un’intimità che derivava dal
condividere per così tanto tempo il proprio spazio vitale con la stessa
manciata di persone, e chiunque fosse entrato nel gruppo, perfino una persona
competente, intelligente e accomodante come Bobbie, avrebbe dovuto fare i
conti con questo. E non c’era niente che rovinasse un equipaggio come avere
a bordo una persona che si sentiva esclusa.
Ci stava ancora riflettendo sopra, mentre masticava il penultimo boccone di
quelle cosiddette uova e ascoltava Bobbie raccontare una storia di free
climbing sulla superficie di Marte, quando l’allarme prese a suonare.
«Tutto il personale alle postazioni di combattimento» annunciò una voce
secca e calma, in mezzo agli ululati dell’allarme. «Questa non è
un’esercitazione.»
Alex era già in piedi e diretto verso il proprio sedile a smorzamento prima
di essersi reso pienamente conto di quello che stava facendo. Bobbie era
accanto a lui. Entrambi gettarono nel riciclatore il vassoio del pasto e il bulbo
per bere, perché l’addestramento li portava a identificare qualsiasi oggetto
che non fosse fissato come un potenziale proiettile se il vettore della nave
fosse cambiato troppo improvvisamente. Le vibrazioni scandite dei CDP
risuonavano già lungo i ponti, ma Alex non riuscì a immaginare cosa potesse
essersi avvicinato tanto da richiedere quelle armi da distanza ravvicinata
senza essere notato. L’allarme suonava ancora quando raggiunsero il
corridoio e uno dei marine, il sergente Park, li intercettò.
«Non avete il tempo di tornare ai vostri alloggi. Qui ci sono alcuni sedili
liberi dove possiamo sistemarvi.»
«Cosa succede?» chiese Alex.
«Le navi di supporto ci stanno sparando addosso» rispose Park.
«Cosa?» scattò Bobbie.
Park continuò a camminare, aprendo il portello di accesso a una sala
riunioni vuota e facendoli entrare. Alex si abbandonò nell’abbraccio di un
sedile a smorzamento, allacciando le cinture con l’efficienza dovuta
all’abitudine e a un lungo addestramento. La sua mente faticava a mettere a
fuoco l’accaduto.
«Qualcuno ha falsificato i codici transponder militari?» chiese.
«No, quelle sono le nostre navi» rispose Park, mentre controllava le sue
cinture.
«Allora come...»
«Speriamo di tirare fuori quella risposta da loro, signore, quando arriverà il
momento.» Si girò verso il sedile di Bobbie e controllò anche le sue cinture
mentre continuava a parlare. «Per favore, rimanete sui vostri sedili finché non
segnaleremo che potete abbandonarli senza pericolo. Non so bene con cosa
abbiamo a che fare, ma mi aspetto che le cose possano diventare...»
La nave ebbe un violento sussulto, facendo ruotare gli ammortizzatori dei
sedili di quarantacinque gradi rispetto al ponte. Park si spostò e si puntellò
appena prima di sbattere contro la parete.
«Park! Rapporto!» gridò Bobbie, allungando le mani verso le cinghie che la
trattenevano sul sedile.
«Rimanete sui sedili!» ingiunse il marine, da un punto dietro Alex e sotto di
lui. La pressione della gravità da accelerazione lo stava schiacciando con
forza contro il gel. Un ago gli scivolò nella coscia, iniettandogli un insieme di
sostanze che avrebbero ridotto il rischio di un ictus. Gesù, quella situazione
era più seria di quanto aveva creduto.
«Park!» gridò ancora Bobbie, poi esplose in una serie di oscenità mentre il
marine usciva incespicando nel corridoio, lasciandoli lì. «Questa situazione è
di merda. Davvero di merda.»
«Riesci a vedere qualcosa?» gridò Alex, anche se lei era ad appena un
metro e mezzo di distanza. «Il mio pannello di controllo è bloccato.»
Sentì il suono del respiro di Bobbie al di sopra delle vibrazioni scandite dei
CDP e del rombo più sordo prodotto dal lancio dei missili. «No, Alex, ricevo
solo il segnale di stand-by.»
Un gemito sonoro e prolungato percorse il ponte, scuotendo i sedili mentre
cambiavano di nuovo orientamento. Chiunque ci fosse al timone, stava
costringendo la nave a una serie di manovre che la mettevano a dura prova.
Insieme ai rumori profondi e riconoscibili delle armi di bordo si sentivano
altri suoni meno familiari. La mente di Alex li trasformò tutti in danni
prodotti dal nemico, e almeno in alcuni casi fu certo di avere ragione. Aveva
la gola arida e il ventre che gli doleva. Continuava ad aspettarsi che un
proiettile gauss trapassasse la nave, e ogni secondo in cui questo non
succedeva faceva apparire la cosa sempre più probabile.
«Stai bene?» chiese Bobbie.
«Vorrei soltanto poter vedere cosa succede. O fare qualcosa. Non mi
dispiace combattere, ma detesto essere semplice carne in scatola.»
Il suo stomaco ebbe un sobbalzo e per un lungo momento lui scambiò
l’improvvisa assenza di peso per un senso di nausea. Il suo sedile a
smorzamento si spostò verso sinistra, quello di Bobbie verso destra, finché
poterono quasi vedersi in faccia.
«Hanno centrato il reattore» disse Bobbie.
«Già. Hai presente quella storia in cui tu e Avasarala pensavate che
qualcuno si stesse appropriando di navi e forniture della MCRM?»
«Adesso sembra un’idea brillante, vero?»
I sedili si spostarono di nuovo quando i propulsori di manovra della nave
presero a lottare contro la massiccia inerzia dell’acciaio e della ceramica. Il
pulsare dei CDP e i rombi che accompagnavano il lancio dei missili creavano
un’aspra musica di sottofondo, ma fu il silenzio ad attirare l’attenzione di
Alex.
«I cattivi hanno smesso di sparare» disse.
«Uh» commentò Bobbie. E un momento più tardi chiese: «Allora ci stanno
abbordando?»
«È quello che stavo pensando.»
«Per quanto ancora vuoi rimanere su questi sedili prima che andiamo a
cercare di procurarci qualche arma?»
«Cinque minuti?»
«Per me va bene» rispose Bobbie, tirando fuori il suo terminale palmare.
«Imposto il timer.»
La porta della sala riunioni si aprì dopo tre minuti e venticinque secondi.
Entrarono tre marine in armatura leggera da combattimento, che si
puntellarono contro lo stipite tenendo lungo il fianco i fucili da assalto. Il
primo, un uomo dal volto sottile con una cicatrice che gli correva lungo un
lato del naso, venne avanti. Alex si trovò a pensare che se i cattivi, chiunque
fossero, erano in possesso di navi da guerra marziane, allora probabilmente
disponevano anche di armature marziane. L’uomo dal volto sottile si fermò
però accanto alla scrivania.
«Mr Kamal, sergente Draper, sono il tenente de Haan. La nave eseguirà
delle manovre, quindi dovremo stare attenti, ma ho bisogno che veniate
subito con me.»
«Ricevuto, signore» rispose Bobbie, slacciando le cinture del sedile e
spostandosi per lanciarsi verso la porta. Alex la seguì quasi all’istante.
I marine si spostarono lungo i corridoi privi di gravità con l’efficienza
derivante dalla pratica, fluttuando da un riparo al successivo, con uno di essi
sempre in posizione di tiro alle spalle del gruppo, un altro all’avanguardia, e
Bobbie e Alex al centro della formazione. Per due volte la nave sussultò
mentre Alex era a metà di un balzo da un appiglio al successivo. La prima
volta riuscì ad aggrapparsi a un supporto diverso, ma la seconda rimbalzò su
un tratto di ponte del tutto spoglio e continuò a vorticare nell’aria finché uno
dei marine non lo afferrò e lo trascinò al sicuro. I rumori unilaterali del
combattimento si fecero dapprima più stentorei, poi più distanti. Una paratia
rifiutò di aprirsi, registrando la presenza del vuoto dall’altra parte, e questo li
costrinse a tornare sui loro passi. Come in un sogno inquieto, quel tragitto
parve durare in eterno e al tempo stesso terminare quasi subito dopo essere
iniziato.
Sul ponte, il capitano era assicurato al suo sedile, con il primo ministro sul
sedile accanto. Tutt’intorno, i membri dell’equipaggio seduti alle loro
postazioni si scambiavano continue informazioni e Alex ne colse alcuni
frammenti, formandosi un quadro della situazione senza sapere con esattezza
cosa avesse sentito per arrivare a quelle conclusioni. Il reattore principale era
disattivato. Il pannello delle comunicazioni non era in grado di trasmettere né
su banda larga né a raggio stretto. C’erano falle nello scafo vicino
all’ingegneria, l’armeria e la stiva di prua. Era ancora possibile lanciare
missili, ma i sistemi di guida erano inattivi. Nessuno menzionava le due
fregate che avevano accompagnato la nave da quando la scorta principale si
era allontanata, quindi Alex suppose che fossero distrutte.
«Siamo sotto attacco e ci stanno abbordando» affermò il capitano, con voce
notevolmente calma. «Anche la nostra scorta originale è al momento sotto un
attacco concentrato e non potrà venire in nostro soccorso. Abbiamo trasmesso
un ampio segnale di richiesta di soccorso, ma sembra estremamente
improbabile che chiunque possa arrivare qui in tempo per influenzare l’esito
dello scontro. Ci stiamo preparando a una vigorosa difesa, ma se non potremo
garantire la vostra sicurezza potrebbe essere necessario evacuarvi.»
«Nel bel mezzo di uno scontro?» chiese Alex.
«Non è una soluzione ottimale» ammise il capitano. «Con il dovuto
rispetto, la mia massima priorità deve essere la sicurezza del primo ministro.»
«Certamente, capitano» affermò Bobbie, nello stesso momento in cui Alex
commentava: «Questo suona un po’ minaccioso.» Il capitano li ignorò
entrambi.
«Abbiamo preparato una mezza dozzina di capsule di salvataggio. Il
protocollo richiede di dare a ciascuno di voi una scorta armata a bordo della
capsula e di farle partire tutte nello stesso momento, nella speranza di
dividere l’attenzione del nemico e di dare a ciascuno di voi la migliore
possibilità di passare inosservato.»
«Questo è un piano di merda» dichiarò Alex, parlando al capitano, poi si
rivolse al primo ministro. «Sa anche lei che è un piano di merda, vero,
signore?»
Smith annuì. Aveva il volto arrossato e un velo di sudore gli danzava sul
collo e sulla mascella, con la tensione di superficie che lo faceva aderire alla
pelle.
«Sì» concordò Bobbie. «Le capsule non hanno un reattore Epstein. Ci
scarichereste là fuori a farci sparare. E noi abbiamo qui uno yacht da corsa.
La Razorback è fatta per la velocità.»
Il capitano sollevò una mano per chiedere silenzio. «Dunque, cosa stavo per
dire? Possiamo requisire la Razorback per il primo ministro, equipaggiarlo
con un pilota e una guardia di scorta, ma questo significa comunque
trasformare due civili in carne da cannone.»
«Perché diavolo dovreste fare una cosa del genere?» interruppe Bobbie.
«Avete un pilota e una scorta proprio qui, giusto? Possiamo sistemare il
primo ministro sulla cuccetta mentre noi occupiamo i sedili. Alex ha più
esperienza di chiunque di voi nel pilotare quella nave e, con il dovuto rispetto
per il tenente de Haan, io so sparare bene quanto uno qualsiasi dei vostri
uomini. Sarà difficile, ma è una cosa che si può fare.»
«Era dove volevo andare a parare, sì» ribatté il capitano, con voce pervasa
di irritazione. «Inoltre, il primo ministro ha messo bene in chiaro che per
motivi politici la presenza del sergente Draper è richiesta sulla Luna,
quindi...»
«Hanno detto di sì, capitano Choudhary» scattò il primo ministro. «Lo
accetti come risposta.»
«Tenente?» disse Bobbie. «Se devo fungere da scorta in questa missione,
mi piacerebbe proprio avere un’arma.»
L’uomo dal volto sottile sorrise, con un bagliore negli occhi freddi. «Posso
procurargliela, sergente. Capitano?»
Il capitano ebbe un secco cenno di assenso e il tenente de Haan si lanciò
verso l’ascensore, con Bobbie che lo seguiva da presso. Alex aveva il cuore
che gli batteva a un ritmo doppio del normale, ma in lui la paura era
temperata da una crescente eccitazione. Certo, correva il pericolo di perdere
la vita. Sì, un nemico ignoto li aveva circondati e probabilmente stava per
abbordare la nave. Ma lui avrebbe potuto volare di nuovo in battaglia, e una
parte immatura e infantile della sua anima non vedeva l’ora di farlo.
«Useremo i CDP per coprire la vostra fuga il più a lungo possibile» cominciò
il capitano, ma Alex l’interruppe di nuovo.
«Non sarà sufficiente. Se accelereremo per tutto il tragitto fino alla Terra...
probabilmente potremo distanziare le navi nemiche, ma i loro missili non
devono preoccuparsi di passeggeri che vengano schiacciati
dall’accelerazione. E là fuori non c’è niente dietro cui nascondersi.»
«Dovrà escogitare qualcosa» ribatté il capitano.
«D’accordo» rispose Alex. «Impostate una manciata di missili in modo che
abbiano la stessa frequenza del laser delle comunicazioni della Razorback e
lanciatene quanti più possibili insieme a noi quando partiremo. Bobbie potrà
usare il nostro laser per pilotare quei missili e prendere di mira il fuoco in
arrivo. Distanzieremo le navi e abbatteremo i loro missili. A meno che non ci
sia qualcuno appostato fra qui e la Luna, o che non esauriamo i missili,
dovremmo cavarcela.»
A patto che non ci sparino nell’istante stesso della partenza, pensò, ma non
lo aggiunse.
Il capitano sbatté le palpebre e lanciò un’occhiata al primo ministro, nel cui
sguardo si leggeva un interrogativo. Il capitano Choudhary scrollò le spalle.
«Ha escogitato qualcosa.»
«Vuole dire...»
«No» rispose il capitano. «La cosa potrebbe... potrebbe funzionare.»
«Capitano!» chiamò una voce alle loro spalle. «Abbiamo un contatto
confermato con il nemico sui ponti sette e tredici. Abbiamo il permesso di
usare le armi pesanti?»
«Permesso accordato» rispose il capitano, poi si rivolse ad Alex. «Credo
che questo sia il segnale che per lei è ora di andare, Mr Kamal.»
«Grazie, capitano. Farò in modo che questa cosa funzioni, se posso.»
Il primo ministro sciolse le cinture e fluttuò fuori dal sedile verso l’alto,
finché uno dei marine rimasti non lo afferrò e lo tirò giù, orientandolo di
nuovo. Mentre il primo ministro stringeva la mano al capitano, un’altra voce
li interruppe.
«Capitano, riceviamo un messaggio dalle forze nemiche. Viene dalla
Pella.»
«La loro ammiraglia» spiegò il primo ministro ad Alex.
«Altre richieste di resa?» domandò il capitano.
«No, signore, è una trasmissione normale, non su raggio stretto. È... ecco,
porca troia.»
«Me lo faccia sentire, Mr Chou» ordinò il capitano. «Dall’inizio.»
Un messaggio audio cominciò a scorrere. Ci fu un intenso crepitio di statica
che svanì, poi tornò a crepitare. Qualcuno grugnì, e parve un verso di dolore.
Quando la voce infine prese a parlare, suonò concentrata e seria. E colpì Alex
come un calcio in pieno ventre.
«Se ricevete questo messaggio, per favore, inoltratelo. Parla Naomi Nagata,
della Rocinante...»
32
Naomi

Comprese cosa stava per succedere prima ancora che accadesse. Prima
ancora di sapere di cosa si sarebbe trattato. La sensazione che la nave le
trasmetteva cambiò, anche se inizialmente nessuno dei dettagli parve
alterarsi. L’equipaggio continuava a guardare i notiziari e ad applaudire. Lei
era sempre sotto guardia costante e trattata come una mascotte: la mansueta
ragazza di James Holden era stata riportata nella gabbia che era il suo posto
di appartenenza. Marco era cortese con lei, Filip combattuto fra l’avvicinarla
e l’evitarla. C’era però una differenza, una tensione che si era diffusa nella
nave, e lei non sapeva ancora se stavano tutti aspettando con ansia la notizia
di un’altra atrocità o se si trattava di qualcosa di più personale e concreto.
All’inizio, la sola cosa certa fu che questo le rendeva più difficile mangiare e
dormire. Il timore che le contraeva il ventre era troppo intenso.
Nessuno le disse niente, e non ci fu un momento specifico in cui trasse le
sue conclusioni. Invece, riesaminò il recente passato, e i dettagli che aveva
accumulato nei suoi giorni di prigionia. Alcuni continuavano a emergere,
intrappolati da un senso di importanza quasi occulto. Wings che sfoggiava la
sua uniforme marziana, una ragazza dalle spalle larghe e appena più matura
di Filip che si esercitava con la concentrazione di qualcuno che si stia
preparando per qualcosa per cui sa di non essere pronto, Karal che
indirizzava il suo lavoro di inventario verso l’armeria e la scorta di armature
potenziate, la serietà con cui Cyn valutava il peso di ciascuna pistola. Come
sedimenti di polvere che si accumulavano a formare un condotto in cattivo
stato di manutenzione, quelle piccole cose si riunirono nel corso del tempo e
assunsero una forma che quasi equivaleva a una conoscenza certa. Stavano
per andare in battaglia e, cosa più importante, stavano per tendere
un’imboscata a un contingente marziano.
Quando trovò Miral e Aaman seduti uno accanto all’altro nel corridoio
fuori dell’infermeria comprese che il momento era quasi arrivato, e la
speranza che aveva nascosto perfino a sé stessa le fiorì in gola, intensa come
un’ira selvaggia.
«Qui è la Pella» disse Miral, concentrandosi su ciascuna sillaba. «Confermé
allineamento di rotta.»
«Confermate» lo corresse con gentilezza Aaman.
Miral serrò i pugni e li picchiò contro il ponte. «Merda. Cosa ho detto?»
«Confermé. Devi dire confermate.»
«Di nuovo.» Miral si schiarì la gola. «Qui è la Pella. Confermate
allineamento di rotta»
Aaman sorrise. «Allineamento di rotta confermato, Pella.»
Miral sollevò lo sguardo, vide Naomi e Cyn che si avvicinavano e fece una
smorfia. Naomi scosse il capo. «Sei stato grande» commentò. «Molto
marziano.»
Miral esitò, incerto su cosa lei sapesse o le fosse permesso di sapere.
Quando sorrise, aveva un’espressione quasi imbarazzata. Naomi sorrise a sua
volta e continuò a camminare, fingendo di essere una di loro, di appartenere a
quel posto. Accanto a lei, Cyn non fece commenti ma la osservò con la coda
dell’occhio.
Il pasto di metà turno fu a base di spaghetti riscaldati e birra. Il notiziario
era sintonizzato su un rapporto da tutto il sistema, e lei lo guardò avidamente
per la prima volta, non per quello che diceva ma per quello che non diceva.
Le riserve di cibo e di acqua si stavano esaurendo nell’America settentrionale
e in Asia, con l’Europa che aveva solo pochi giorni di margine. Gli sforzi di
inviare soccorsi dall’emisfero meridionale erano ostacolati da un crescente
bisogno locale di scorte. Non le importava, perché non si trattava di Jim. La
Stazione di Medina si era oscurata: il segnale portante di base c’era ancora,
ma tutte le richieste di contatto venivano ignorate, tuttavia neanche questo le
interessava. Il portavoce parlamentare della minoranza marziana, a Londres
Nova, richiedeva l’immediato ritorno del primo ministro su Marte, e questo le
interessò appena un poco. Qualsiasi notizia che non parlasse di una nave
esplosa sulla Stazione di Tycho era una vittoria. Mangiò in fretta,
trangugiando gli spaghetti pallidi e dolci, e buttando giù d’un sorso la birra,
come se affrettando il pasto avesse potuto accelerare la nave, anticipare
l’attacco.
La sua opportunità.
Lei e Cyn trascorsero il mezzo turno successivo a esaminare la sezione
ingegneria e l’officina meccanica per accertarsi che tutto fosse assicurato al
suo posto. Su una nave piena di cinturiani, lei non aveva avuto dubbi che
tutto lo sarebbe stato, ed era così, ma quel rituale era rassicurante. Il senso di
ordine e di controllo sull’ambiente della nave era sinonimo di sicurezza. I
cinturiani che non ricontrollavano tutto tre volte erano stati eliminati in fretta
dal patrimonio genetico comune, e vedere l’ordine dell’officina le diede un
senso di conforto quasi atavico. Inoltre, senza dare nell’occhio, controllò la
posizione di quella cassetta degli attrezzi difettosa con il fermo distorto,
badando poi a non guardare di nuovo in quella direzione. Il suo affettato
disinteresse le pareva troppo ovvio, e si sentì certa che escludendo in modo
così totale la cassetta dalla sua sfera cosciente stava in effetti attirando su di
essa l’attenzione di Cyn.
Il rapporto fra i suoi pensieri oscuri e l’eccitazione crescente e quasi
intollerabile che aveva nel cuore non le risultò evidente finché il terminale di
Cyn non trillò e lui sospese il lavoro.
«Wrócić do tu sedile a smorzamento, sì?» disse, toccandole la spalla. La sua
mano era gentile ma forte. Lei non finse di non sapere, non cercò di
nascondere la propria ansia, che sarebbe comunque stata interpretata come
timore della battaglia.
Quando arrivarono al suo alloggio, si assicurò al sedile e Cyn controllò le
cinghie. Poi, con sua sorpresa, le sedette accanto per un momento, spostando
con la sua massa l’equilibrio del sedile. I muscoli gli fluivano sotto la pelle al
minimo movimento, ma riusciva ad apparire giovanile e timido, come se il
suo corpo fosse stato un travestimento. «Zuchtig tu, sa sa?»
Naomi sorrise come immaginava che avrebbe fatto se fosse stata sincera.
«Certo che starò attenta» rispose. «Lo sono sempre.»
«La, non sempre, tu» ribatté Cyn. Pareva lottare alle prese con qualcosa, ma
lei non sapeva cosa. «Distanza ravvicinata significa un sacco di manovre. Se
non hai un sedile a smorzamento che ti contiene, allora sbatti su una parete,
sì? Magari contro un angolo.»
La paura le inondò la bocca del sapore del rame. Lui sapeva? Aveva
intuito? Cyn flesse le mani, incapace di incontrare il suo sguardo.
«En buenas umore, tu. Felice, da quando hai parlato con Marco. Quindi ho
pensato che forse credi ci sia qualcosa per cui essere felice, sì? Magari una
via d’uscita senza porte.»
Suicidio, pensò Naomi, sta parlando di suicidio. Pensa che slaccerò le
cinture nel bel mezzo della battaglia e lascerò che la nave mi sballotti fino a
uccidermi. Anche se era una cosa che finora non aveva preso coscientemente
in considerazione, quello era il genere di idea che i pensieri oscuri le
avrebbero fatto affiorare nella mente. La cosa peggiore fu che quel pensiero
non generò nessuna sorpresa, soltanto un senso di calore. Quasi di conforto.
Si chiese se quell’idea fosse stata sepolta nella sua mente, se il pericolo insito
nel suo piano ne fosse l’aspetto negativo o un modo nascosto che i pensieri
oscuri avevano trovato per esprimersi. Il fatto di non saperlo per certo la
turbò.
«Ho intenzione di essere ancora qui quando sarà finita» rispose, scandendo
le parole, come per convincere sé stessa e non solo la sua guardia.
Cyn annuì. I sistemi di bordo diedero l’avvertimento dell’inizio delle
manovre, ma il grosso uomo non si alzò dal sedile, non ancora. «Esá? È dura
tanto per noi quanto per te. Ce la faremo, eh? Tutti noi, e anche tu.» Si
fissava le mani come se ci fosse stato scritto sopra qualcosa. «Mi familia»
disse infine. «Ricordalo. Alles lá son, y tu bist anche.»
«Vai ad allacciarti le cinture, omone» replicò Naomi. «Potremo finire dopo
questa conversazione.»
«Dopo» ripeté Cyn, rivolgendole un sorriso, e si alzò. Giunse il secondo
avvertimento, e Naomi si adagiò nel gel come se fosse stata intenzionata a
rimanere nel suo fresco abbraccio.
Sul ponte, Marco si stava senza dubbio dimostrando calmo e disinvolto,
recitando la parte del capitano marziano e rassicurando tutti che ogni cosa era
sotto controllo adesso che lui era arrivato. E gli avrebbero creduto. Era su una
nave marziana con un transponder noto e valido, e probabilmente stava
usando un sistema di codifica marziano. Il fatto che potesse essere qualcosa
di diverso da ciò che sembrava sarebbe stato inconcepibile per loro quanto
era evidente per lei.
Voleva che le importasse, ma non lo fece. Non aveva tempo per queste
cose.
Giunse il rumore dei missili, insieme al borbottio dei CDP, e la stanza si
spostò di trenta gradi sulla sinistra, con il sedile che sibilava sulle
sospensioni. Slacciò le cinture e si sollevò a sedere, allontanando la gamba
dall’ago. Se fosse stata certa che non si trattava di un sedativo avrebbe atteso
di ricevere le iniezioni. Troppo tardi. Il sedile tornò in posizione neutra e lei
saltò a terra, dirigendosi in fretta verso il corridoio, tenendo le braccia
allargate in modo da avere la punta delle dita contro entrambe le pareti e
facendo scivolare i piedi sul plancito. Piega le ginocchia, tieni basso il
baricentro, disse a sé stessa.
Tieniti pronta al cambiamento, quando arriverà. La nave le sussultò
intorno. Le pareti e il ponte non mostravano nulla, i suoi occhi le
promettevano che tutto era solido, silenzioso e stabile, mentre la sua stessa
massa la spingeva, facendola cadere verso una parete, verso l’altra e poi, cosa
peggiore, in avanti, dove non c’era nulla a cui si potesse aggrappare. Era
peggio dell’assenza di peso. Lo sforzo che la mente faceva per interpretare
l’alto e il basso in assenza di gravità poteva essere disorientante, ma questa
era una cosa diversa. Rotolò lungo il corridoio come un dado in una tazza,
muovendosi in avanti quando poteva, puntellandosi contro le pareti quando il
movimento era troppo violento.
Nell’ascensore, selezionò l’officina meccanica e si tenne aggrappata alle
maniglie mentre la cabina la faceva scendere attraverso il corpo della nave.
Fu scossa da un’esplosione: i marziani stavano reagendo. Questo andava
benissimo, che combattessero pure. Non poteva dare la propria attenzione a
quella lotta, non prima di aver concluso la sua.
L’officina era vuota, con tutti gli attrezzi assicurati al loro posto, peraltro
con un margine di tolleranza sufficiente a farli tintinnare tutti quando la nave
sobbalzava: metallo contro metallo, come se la nave stesse imparando a
parlare. Si diresse verso la cassetta danneggiata, ma il plancito scomparve
sotto i suoi piedi e lei incespicò, sbattendo la testa contro gli scaffali di
metallo. Per qualche secondo, il tintinnio metallico parve farsi più lontano.
Scosse il capo, e gocce di sangue schizzarono sulla parete e sul pavimento.
Niente di serio, disse a sé stessa. Le ferite alla testa sanguinano sempre
parecchio, ma non significa che sia una cosa grave. Continua a muoverti.
I CDP borbottavano, un suono che si muoveva lungo il corpo della nave.
Trovò la cassetta, aprì i fermi, la tirò fuori e si sedette per terra tenendola in
grembo. Per un lungo, nauseante momento, pensò che la serratura fosse
diversa, intatta e inattaccabile, ma si sbagliava. Era solo uno scherzo della
mente. Andava tutto bene. Tirò il chiavistello, infilò la punta delle dita nella
fessura che non avrebbe dovuto esserci, tirò per allargarla, poi spinse di
nuovo, conficcando la pelle e le ossa sotto di essa come un cuneo. Faceva un
male d’inferno, ma lo ignorò. Di colpo, la pressione del suo corpo contro il
pavimento si fece terribile, segno che stavano accelerando, anche se non ne
sapeva il motivo. La schiena le doleva. Erano passati anni dall’ultima volta
che alla sua schiena era stato richiesto di supportare il corpo durante
un’accelerazione intensa. Di solito, era distesa supina su uno strato di gel.
Il chiavistello cedette con uno schiocco indignato, la cassetta si spalancò,
ma non ne cadde fuori nulla, perché brugole, saldatori epossidici, voltmetri e
lattine di aria compressa e di lubrificanti erano tutti assicurati al loro posto.
Frugò fra gli strati di attrezzi fino a una fila di brugole e tirò fuori quella da
dieci millimetri. Questo era uno dei vantaggi che aveva rispetto a Marco e al
suo equipaggio. Lei aveva vissuto per anni su una nave marziana, e sapere
quali attrezzi aprissero i diversi pannelli di accesso era come conoscere il
palmo della propria mano. Prese anche un cercafase, un connettore per cavi e
un saldatore, e si ficcò tutto in tasca. Con un po’ di fortuna le sarebbe servita
soltanto la brugola, ma...
Il ponte le fluttuò via di sotto per l’improvvisa scomparsa della forza di
gravità. Non avrebbe saputo dire se stava vorticando nell’aria o se la nave le
ruotava intorno. Si protese verso il pavimento, le pareti, ma non aveva niente
a portata di mano tranne la fluttuante cassetta degli attrezzi. Però poteva
bastare. Se la strinse contro il ventre, poi la spinse lontano come massa di
reazione e si girò per aggrapparsi al banco da lavoro. La gravità tornò
all’improvviso e la cassetta cadde rumorosamente alle sue spalle mentre lei
incespicava. Un altro basso rimbombo scosse la nave. Con le ginocchia e la
schiena che le dolevano, corse verso l’ascensore.
La forza di gravità scomparve di nuovo mentre vi entrava. I CDP
borbottavano ancora, ma con intensità minore, e non ricordava l’ultima volta
che aveva sentito lanciare un missile. La battaglia volgeva al termine. Cercò
di imporre all’ascensore di andare più in fretta con la sola forza di volontà. Se
il segnale di cessato allarme fosse stato dato e altre persone avessero lasciato
i loro sedili, Holden, la Rocinante e forse anche una buona percentuale della
Stazione di Tycho sarebbero morti. Mentre l’ascensore procedeva un lento
metro dopo l’altro, lei immaginò la scena: il reattore che si attivava e poi si
riversava all’esterno con un fuoco più intenso della luce che divorava ogni
cosa. La nave si mosse, sbattendola contro la parete con forza sufficiente ad
ammaccarla, poi la lasciò libera di fluttuare nuovamente. Fermò l’ascensore
fra gli alloggi dell’equipaggio e la camera di pressurizzazione, puntellandosi
in modo che la decelerazione non la lasciasse intrappolata nel centro vuoto
della cabina.
Il pannello di accesso era alto quindici centimetri e largo quaranta, e si
apriva sui principali condotti elettrici di comunicazione che attraversavano il
centro della nave. Se avesse tagliato tutti i cavi con un saldatore, tutto il
traffico sarebbe stato reindirizzato all’istante su altri canali, e a parte
l’accendersi di qualche indicatore di avvertimento non sarebbe successo
niente. Le andava bene così perché non voleva danneggiare la nave, voleva
usarla. Puntellandosi con entrambi i piedi e una mano contro gli appigli sulle
pareti, si mise al lavoro con la brugola. Le viti erano un tutto unico con la
piastra e non si staccavano, ma lei sentì quando il filetto metallico perse la
sua presa. Tre di esse si staccarono. Quattro. Cinque.
Sei.
Poteva vedere il ricevitore attraverso la fessura dove la piastra cominciava a
staccarsi. La nave tremò sotto di lei, girandosi, e lei serrò il pugno intorno
alla brugola, vedendola cadere lungo il condotto dell’ascensore anche se in
realtà questo non stava succedendo. Un grosso coagulo di sangue fra il rosso
e il nero le scivolò dai capelli, spalmandosi sulla parete chiara, ma lei lo
ignorò. Aveva allentato sette connettori. Otto. Sentì delle voci provenire dagli
alloggi dell’equipaggio – una donna che diceva qualcosa di indistinto e un
uomo che rispondeva di no. Nove. Dieci.
La piastra si staccò. Prese il ricevitore e controllò che fosse carico: le
batterie erano quasi al massimo, e la connessione era eccellente. Non sapeva
quale fosse il circuito di trasmissione, e il primo che provò le diede un codice
di errore. Imprecando a mezza voce, lo mise in modalità diagnostica e
cominciò una serie di controlli. Le parve che passasse un’eternità prima che
si riattivasse. Sfogliò il rapporto diagnostico fino a trovare quello che le
serviva: il canale diciotto era un canale di comunicazione che usava per
trasmettere gli stessi protocolli D4/L4 utilizzati dalla Rocinante. Inserì il codice
di override che le avrebbe permesso di inviare trenta secondi di toni
diagnostici, poi cancellò il file che li conteneva. Quando giunse il messaggio
di errore, lei richiese il passaggio ai comandi manuali. Adesso stava quasi
piangendo. Il piede destro le scivolò e si aggrappò al pannello aperto,
graffiandosi le nocche contro qualcosa di affilato e appuntito. Grugnì di
dolore e accantonò la propria irritazione. Non c’era tempo.
«Se ricevete questo messaggio,» disse, con il ricevitore vicino alle labbra
«per favore inoltratelo. Parla Naomi Nagata, della Rocinante, e il messaggio è
per James Holden. Il software che controlla la bottiglia magnetica è stato
sabotato. Non avviate il reattore senza prima aver ricaricato i driver
dell’hardware da una fonte nota e sicura. Se sentite questo messaggio, per
favore inoltratelo.»
A metà dell’ultima parola il ricevitore segnalò che i trenta secondi erano
scaduti e tornò al menu di base. Lei lo lasciò andare e si lasciò andare a sua
volta, fluttuando all’indietro dalla parete mentre allargava le braccia e
abbandonava la presa sulla brugola. Sperò che avesse funzionato. Erano nel
bel mezzo di una battaglia e poteva esserci interferenza nelle comunicazioni
se Marco voleva che quanto stava succedendo risultasse poco chiaro, ma era
altrettanto probabile che stesse godendo nel dare spettacolo. E se lei aveva
ragione, se stavano dando la caccia al primo ministro marziano, i dati relativi
alla battaglia sarebbero stati analizzati dai migliori servizi segreti che ancora
esistevano.
Jim non era al sicuro, non ancora. Lei lo sapeva, ma per un momento non
avvertì quella consapevolezza. L’oscurità sarebbe tornata, insieme all’ansia
schiacciante, al senso di colpa e alla paura. Non ne dubitava, ma adesso, in
questo momento, avvertiva solo leggerezza. Aveva elaborato il suo piano e
aveva funzionato. Il suo avvertimento avrebbe raggiunto Jim oppure no, ma
in ogni caso non c’era altro che potesse fare. E sul ponte, proprio in quel
momento, Marco stava cercando di capire con esattezza cosa lei avesse fatto.
La risata che le scaturì dalla gola aveva il sapore della vittoria.
Le voci che provenivano dagli alloggi dell’equipaggio si fecero più forti e
confuse. Anche se il segnale di via libera non era ancora stato dato, sentì delle
persone che si muovevano. Riconobbe la voce di Cyn, che aveva un tono
allarmato. Sfiorò il muro con la gamba e si protese ad agganciare un polso in
un appiglio. Inutile prendersi il disturbo di usare l’ascensore. Una mano dopo
l’altra, si issò su per il condotto e nei corridoi. I volti che sbirciavano dalle
porte avevano gli occhi sgranati, e un uomo si ritrasse con un sussulto nel
vederla. Naomi si lanciò nel corridoio con un calcio e volò dritta come una
freccia, senza neppure toccare gli appigli lungo il tragitto per stabilizzarsi. La
spalla le doleva, la ferita al cuoio capelluto aveva ripreso a sanguinare. Si
sentiva serena.
Cyn si spinse oltre un angolo, poi si puntellò e la guardò a bocca aperta, gli
occhi sgranati. Naomi sollevò il pugno in un gesto di saluto nel passare oltre.
«Se qualcuno mi vuole, sarò nel mio alloggio, sì?» disse.
33
Holden

La maggior parte della storia umana aveva mappe statiche: anche in tempi
di cambiamento e di caos, nei quali intere civiltà erano cadute nel corso di
una sola notte, i luoghi erano rimasti più o meno gli stessi. La distanza fra
l’Africa e l’America meridionale sarebbe rimasta quella che era sempre stata,
almeno nell’arco dell’evoluzione umana, e sia che la si chiamasse Francia o
Zona di Interesse Europeo Comune, Parigi era più vicina a Orléans di quanto
lo fosse Nizza. Era stato solo quando l’umanità si era spostata su Marte, e poi
sulla Fascia e sui mondi al di là di essa, che la distanza fra i grandi centri
della vita umana era diventata una funzione di tempo. Rispetto alla Stazione
di Tycho, la Terra e la Luna erano quasi sul lato opposto del sole. Marte era
più vicino, ma si allontanava a ogni ora che passava. Saturno era più vicino
sia della Terra che di Marte, e le lune di Giove erano più lontane. Il fatto che
tutto si avvicinasse e poi si facesse più lontano era un dato di fatto nella vita
di Holden, qualcosa di insignificante che non meritava commenti. Era solo in
momenti come questo che i dati di fatto della periodicità orbitale parevano
somigliare a una metafora di qualcosa di più profondo.
Non appena Fred aveva deciso di andare sulla Luna, Holden aveva riportato
le sue cose sulla Rocinante. Poi vi aveva trasferito anche gli effetti personali
del resto dell’equipaggio. Aveva trovato i vestiti di Amos ripiegati con ordine
e riposti in una rozza sacca di tela. La roba di Alex era sparsa a casaccio in
una valigia, metà dentro una sacca di rete e metà fuori di essa, e Holden non
era stato in grado di stabilire quale parte fosse pulita e quale da lavare. Le
cose di Naomi erano nel loro appartamento: un paio di stivali di scorta, un
calzino spaiato, un po’ di biancheria. Lei aveva lasciato anche un modellino
di mech da combattimento marziano – rosso acceso e nero opaco, non più
grande del pollice di Holden – sul ripiano del bagno. Holden non sapeva se
esso avesse per lei un significato speciale, o se invece non ricordasse neppure
come se lo era procurato, ma ebbe cura di prenderlo con sé. Dopo averlo
avvolto per bene, lo ripose in una scatoletta imbottita. Quello era il solo modo
che aveva di prendersi cura della donna a cui il mech apparteneva, quindi
fece del suo meglio.
Tornare a bordo della Rocinante fu come tornare a casa, solo che anch’essa
era vuota. Gli stretti corridoi del ponte dell’equipaggio sembravano troppo
ampi. I rumori occasionali prodotti dalle giunture a espansione che si
adeguavano ai cambi di temperatura parevano spettri che bussassero. Quando
le squadre addette alle riparazioni erano in zone dove le poteva sentire,
Holden era infastidito da voci e passi che non erano quelli del suo
equipaggio. Quando le squadre se ne andavano, il silenzio diventava
opprimente.
Si disse che era una cosa temporanea, che entro breve tempo avrebbe
riavuto Alex nella cabina di pilotaggio e Amos nella sezione ingegneria.
Naomi sarebbe stata al suo fianco per dirgli con gentilezza in cosa stava
sbagliando e come poteva fare le cose meglio. Sarebbe andato sulla Luna e
loro sarebbero stati là, tutti quanti, in qualche modo.
Solo che non aveva ancora avuto notizie di Naomi. Aveva ricevuto un
breve messaggio di testo da mamma Tamara, in cui gli diceva che per ora
tutti i suoi genitori stavano bene, ma che la cenere cadeva sul ranch come la
neve a novembre. E non c’erano notizie di Amos.
A volte, la gente sapeva quando si stava salutando per l’ultima volta, ma
non sempre. Spesso non ne era consapevole. Il definitivo separarsi della
maggior parte della gente era così in sordina che le persone coinvolte non se
ne accorgevano neppure. Adesso, nell’oscurità del ponte di comando, con un
bulbo da mezzo litro di bourbon che gli fluttuava accanto e il sistema audio
che suonava blues in dodici misure, Holden era sicuro di aver detto un addio
definitivo un paio di volte senza saperlo. Riviveva ogni cosa nella mente, e i
ricordi diventavano meno autentici e più dolorosi ogni volta che li
riesaminava.
«Noi siamo tutto quello che rimane» disse alla nave. «Tu sei tutto quello
che ho.»
Per un lungo momento la Rocinante non rispose. Poi, stranamente, lo fece:
l’intensa luce gialla di una richiesta di comunicazione in arrivo si accese sulla
sua consolle. Holden si asciugò gli occhi lacrimosi con una manica e accettò
la chiamata. Apparve la faccia di Fred Johnson, che aveva un’espressione
accigliata.
«Holden?»
«Fred?»
«Stai bene?»
«Ah. Sì?»
Fred si protese in avanti e la sua testa mi ingigantì sullo schermo. «Sono
quindici minuti che cerco di contattare il tuo terminale palmare.»
Holden si guardò intorno sul ponte di comando, poi annuì. «Potrei averlo
lasciato nei pantaloni, nel mio alloggio. Credo di averlo fatto.»
«Sei ubriaco?»
«Penso di sì.» Holden doveva concentrarsi per non biascicare.
«E non hai addosso i pantaloni?»
«Non sono ancora pronto a portare la nostra relazione a questo livello.»
«Bene, comunque fatti somministrare qualcosa dal sistema medico e torna
sobrio, poi mettiti i pantaloni. Ti sto per mandare a bordo l’equipaggio per il
volo.»
Holden accese le luci e spense la musica. «Cosa succede?»
«Stiamo ricevendo una serie di rapporti. La nave del primo ministro
marziano è sotto attacco. Le navi scovate dal tuo uomo, Alex, erano delle
esche per far allontanare la scorta.»
«Ma le nuove navi di scorta...» cominciò Holden.
«Sono quelle che gli stanno sparando.»
Holden imprecò sottovoce. «Alex è su quella nave. Abbiamo sue notizie?»
«Non ne abbiamo ricevute da nessuno. Ho tenuto alcuni radiotelescopi
puntati in quella direzione e questo è ciò che stanno ricevendo. Ho controllato
con Drummer e il personale di ingegneria: dicono che la Roci è del tutto a
posto, e io sono sempre meno interessato a starmene seduto qui ad aspettare
che chi c’è dietro a tutto questo provi di nuovo ad attaccarmi.»
Holden sciolse le cinghie del sedile e fluttuò in avanti. Si sentiva la testa un
po’ confusa. Si guardò intorno sul ponte di comando: era come se una parte
del suo cervello continuasse ad aspettarsi di vedere Alex, Naomi e Amos là
con lui. Non si era reso conto di avere l’abitudine di cercare i suoi uomini
prima che la Roci si mettesse in viaggio, e quando realizzò che questa sarebbe
stata la prima volta che non sarebbero stati presenti, questo gli parve un
cattivo presagio.
«D’accordo» disse. «Mi ripulisco in modo da essere presentabile. Quando
vorresti partire?»
«A quanto tempo corrisponde il più presto possibile?»
«Il reattore è freddo, e dovremo fare scorta di aria e di acqua» replicò
Holden. I fumi dell’alcol parevano già dissiparsi, ma non era del tutto certo
che fosse vero, e non soltanto una sensazione. «Inoltre, una fonte attendibile
mi ha informato che devo farmi dare dal sistema medico qualcosa che mi
faccia tornare sobrio, e che devo coprirmi il culo.»
«Lieto che tu abbia prestato attenzione» ribatté Fred. «Due ore?»
«Credo sia fattibile.»
«Allora facciamolo.»
Holden si spinse giù per il condotto dell’ascensore, una mano dopo l’altra.
Un nuovo equipaggio stava per salire sulla sua Rocinante. Era una cosa
ovvia, naturalmente, perché era stato previsto dai loro piani, ma adesso la
prospettiva lo riempiva di terrore. Volti sconosciuti ai comandi e negli alloggi
dell’equipaggio. Voci che non erano quelle a cui si era abituato negli anni
trascorsi da quando avevano lasciato la Donnager. Anche quando avevano
trasportato passeggeri, il suo equipaggio era stato il cuore della nave. Questa
era una cosa diversa, e non gli piaceva.
Nell’andare al suo alloggio si fermò in infermeria. Una volta sobrio, le
implicazioni simboliche di un nuovo equipaggio temporaneo per il viaggio
fino alla Luna non apparivano più tanto minacciose, ma un pensiero continuò
ad aleggiargli nella mente: senza Naomi – senza tutto il suo equipaggio – la
Rocinante non sarebbe stata quella che era. Quando controllò il proprio
terminale, vi trovò soltanto messaggi da parte di Fred. Il silenzio di Alex non
era certo d’aiuto.
Il tubo di trasporto entrò in contatto con il portello stagno con un tonfo
gentile, come se la Stazione di Tycho si fosse schiarita la gola. Holden era
nella camera di pressurizzazione per accoglierli: otto persone, sei cinturiani e
due che parevano essere terrestri, tutte con indosso l’uniforme da volo di
Tycho e munite del loro piccolo kit personale, fluttuarono nello spazio
circondato dagli armadietti. Li accompagnava Drummer, nella sua divisa di
agente della sicurezza.
«Capitano Holden, le vorrei presentare il capitano Foster Sales e il suo
equipaggio» disse.
L’uomo che le fluttuava accanto, con le braccia protese a puntellarsi, pareva
troppo giovane per essere un capitano. I capelli neri tagliati corti si
congiungevano con una lucida barba che cercava invano di dare a quel volto
infantile una certa gravità. Lui provvide a presentare gli altri – i piloti Arnold
Mfume e Chaya Lombaugh, gli ingegneri Sandra Ip e Zach Kazantzakis, i
tecnici degli armamenti Gor Droga e Sun-yi Steinberg, la specialista di
comunicazioni Maura Patel. Alla fine della piccola cerimonia, Holden si sentì
certo di aver già dimenticato tutti i loro nomi.
Drummer parve intuire il suo disagio perché, quando l’equipaggio si diresse
alle diverse postazioni, indugiò per un momento e lo trasse in disparte. «Sono
brave persone, capitano. Li ho scelti di persona. Nessuno di loro è fra i
‘cattivi’.»
«Sì, questo è un bene» commentò Holden.
Il sorriso di Drummer era stranamente gentile. «Tutto questo è strano anche
per me.»
«Davvero?»
«Quella gente ha fatto irruzione nella stazione affidata alla mia
responsabilità, ha rubato la protomolecola e ha cercato di uccidere il capo.
Passo tutta la giornata mostrando un atteggiamento calmo e controllato, e
quando arriva il momento di andare a dormire digrigno i denti e fisso il muro.
E adesso che il vecchio sta per partire? Confesso in tutta onestà che me la sto
facendo addosso per la paura che gli succeda qualcosa.»
Holden esalò un lungo respiro. «Grazie.»
«Non c’è di che, signore. Qui stiamo combattendo tutti una dura battaglia.»
«C’è qualcosa che dovrei sapere riguardo a...» Holden accennò alla porta.
Drummer lo mise al corrente con poche, semplici frasi. Il compagno di stanza
di Ip era uno dei voltagabbana, e lei si sentiva ancora tradita. Steinberg e
Mfume erano entrambi sensibili al perderci la faccia, e se in genere questo
non era un problema, qualora fossero stati coinvolti in un litigio era bene che
qualcuno intervenisse a sedare gli animi. Droga aveva parenti sulla Terra, per
cui era preoccupato, furente e pieno di dolore. Holden prese mentalmente
nota di parlare con quell’uomo, se ne avesse avuta la possibilità. Mentre
ascoltava ogni piccolo dettaglio, ogni difetto e vulnerabilità, punto di forza e
pregio particolare, sentì nascergli nel petto un senso di calma.
D’accordo, quegli uomini e quelle donne non erano la sua famiglia, ma
erano il suo equipaggio. Non avrebbero mai significato per lui ciò che
significavano Alex, Amos e Naomi, ma per le prossime settimane lui sarebbe
stato il loro capitano, e questo era sufficiente.
Per ora, gli bastava.
Fred oltrepassò la camera di pressurizzazione mentre Drummer finiva di
esporre il problema di insonnia di Maura Patel. Fred atterrò a piedi in avanti,
agganciando le caviglie agli appigli come se fosse nato nella Fascia e
rimanendo con un’inclinazione di novanta gradi rispetto a loro, il volto
atteggiato a un rude sorriso e un piccolo kit personale appeso alla spalla.
«Allora, cosa state facendo voi due?»
«Drummer mi sta spiegando con estrema gentilezza come fare a
comportarmi da adulto» rispose Holden.
«Davvero?»
«È possibile che stessi diventando un po’ sentimentale.»
Fred annuì. «Succede anche ai migliori, di tanto in tanto. A che punto
siamo?»
Fu Drummer a rispondere. «L’equipaggio sta iniziando le procedure di
avviamento. Nessuno ha finora riferito la presenza di problemi, quindi
dovremmo essere pronti in orario.»
«Eccellente» commentò Fred. «Ovviamente, a quest’ora si saranno già presi
tutte le cabine migliori.»
«Le cabine sono tutte uguali, tranne la mia» rispose Holden. «E non puoi
avere la mia.»
«Non me lo sognerei mai, capitano» ribatté Fred. «Il convoglio marziano ha
inviato una richiesta di soccorso. La scorta originale sta tentando di
accelerare per raggiungerli, ma adesso le navi misteriose stanno attaccando in
forze. Come imboscata, questa appare estremamente efficace.»
«Mi dispiace sentirlo» commentò Holden. «Ancora nessuna notizia di Alex,
quindi.»
«Ecco, possiamo solo sperare per il meglio» rispose Fred. «Le ultime
informazioni sono che gli assalitori hanno smesso di sparare, quindi sembra
che si stiano preparando a un abbordaggio.»
Holden sentì il sangue che gli si gelava nelle vene. «Il protocollo richiede di
far esplodere la nave se gli assalitori arrivano nelle vicinanze della sezione
ingegneria o del CIC.»
«Questa misura serve a evitare che il nemico comprometta i vostri codici»
spiegò Drummer. «Sono arrivati a bordo di navi della marina marziana,
quindi il danno è già stato fatto.»
Tutti e tre rimasero in silenzio per un lungo momento. Quando infine Fred
parlò, la sua voce suonò bassa e tagliente. «Questo sì che è un pensiero
allegro. Allora, capitano, vieni a darci una mano per partire?»
Holden guardò verso Drummer. Lei stava professionalmente sull’attenti, ma
gli parve di scorgere un bagliore di disagio nei suoi occhi. Fred Johnson
aveva diretto la Stazione di Tycho per quasi due decenni e adesso stava
partendo. Ed era possibile che non tornasse, come era possibile che non lo
facesse lo stesso Holden.
Stiamo combattendo tutti una dura battaglia.
«Lasciamo questa parte a Foster, in modo che si faccia un’idea della nave»
rispose Holden. «Sulla stazione c’è qualcosa di cui mi devo occupare prima
di partire.»
Monica era in un nuovo alloggio. A guardarla, seduta sul divano, era come
se lo stesse incontrando per la prima volta. I mesi che la sua squadra aveva
passato con l’equipaggio della Rocinante nel viaggio verso l’Anello, il lavoro
disperato che aveva fatto sulla Behemoth, prima che diventasse la Stazione di
Medina, il suo rapimento e il salvataggio da parte di Holden. Era tutto
scomparso. La sua espressione era cortese ma impenetrabile.
«Allora, sto per partire» disse Holden. «Non so bene quando o se ci
rivedremo, e ho la sensazione che non siamo in buoni rapporti.»
«Perché lo pensi?»
«In via confidenziale?»
Il silenzio raffreddò la stanza, poi Monica tirò fuori di tasca il nuovo
terminale palmare e ne toccò lo schermo per due volte. L’apparecchio emise
un trillo e lei lo appoggiò su una coscia. «Benissimo. In via confidenziale.»
«Lo penso perché ti ho mentito, tu lo sai, e questo ti ha fatto infuriare. E
perché hai cercato di indurmi a parlare di cose di cui non volevo parlare,
facendomi domande a tradimento nel bel mezzo di un’intervista, e io sono
infuriato per questo.»
Monica sospirò, ma il suo volto si ammorbidì. Appariva più vecchia di
quando si erano conosciuti. Aveva sempre un look adatto alle telecamere ed
era sempre perfetta, ma appariva logorata dall’universo. «Cosa ti è successo,
Holden? Eri un uomo che non nascondeva niente. Eri la sola voce di cui tutti
si potevano fidare perché anche se non conoscevi tutto almeno dicevi la verità
su quello che sapevi. Questa faccenda di leggere il comunicato stampa? Non
è da te.»
«Fred mi ha chiesto di non dire che era uno dei bersagli.»
«O che si sono portati via il campione della protomolecola» aggiunse
Monica, poi sollevò il terminale. «Siamo in via confidenziale, quindi fammi
la cortesia di non mentirmi al riguardo anche adesso.»
«E che si sono portati via la protomolecola» confermò Holden.
Il volto di Monica si addolcì. Si grattò un braccio, con le unghie che
stridevano contro il tessuto. «Questa è una cosa di importanza critica, la cosa
più spaventosa che sia successa da quando è cominciato tutto. Non credi che
la gente abbia il diritto di conoscere il pericolo che sta correndo?»
«Fred lo sa. Lo ha detto ad Avasarala e a Smith. La Terra e Marte lo sanno.
E lo sa anche l’APE. Scatenare il panico fra la gente senza motivo...»
«A questo punto, il panico non sarebbe una reazione irragionevole» obiettò
Monica. «Quanto al decidere per conto della gente cosa debba o non debba
sapere, in modo che faccia quello che tu ritieni debba fare, non è il modo in
cui si comportano le brave persone, e tu lo sai. È un atteggiamento
paternalistico e condiscendente, e non è degno di te. Forse va bene per loro, i
manovratori della politica, ma non è degno di te.»
Holden sentì un’onda di calore salirgli nel petto. Non avrebbe saputo dire se
era vergogna, o rabbia, o qualcosa di più complicato. Ricordò che mamma
Tamara diceva sempre ‘fa più male se c’è qualcosa di vero’. Avrebbe voluto
rispondere con una cattiveria, colpire a sua volta. Intrecciò le dita. «Quello
che fai tu ha importanza?»
«Cosa?»
«Fare la reporter. Dire cose alla gente. Ha potere?»
«Certo che ne ha.»
«Allora anche il modo in cui tu usi quel potere ha importanza. Non dico che
abbiamo avuto ragione a passare sotto silenzio la questione della
protomolecola. Sostengo che rivelarlo a tutti – soprattutto adesso, quando
tutto questo, qualsiasi cosa sia, è ancora in corso – sarebbe peggio. Quando
eravamo nella zona lenta, sei stata la voce che ci ha uniti tutti. Hai dato forma
a un momento di caos e questo ha fatto sentire la gente più sicura, più calma e
più razionale. Più civilizzata. Abbiamo di nuovo bisogno di questo. Io ne ho
bisogno.»
«Come puoi dire...» cominciò Monica, ma in quel momento il suo terminale
vibrò. Abbassò lo sguardo su di esso con irritazione, poi assunse
un’espressione sorpresa e sollevò un dito in direzione di Holden, per chiedere
un momento di tempo.
«Cosa succede?» domandò lui, ma Monica stava già leggendo qualcosa sul
terminale, con gli occhi che le si dilatavano sempre di più. «Monica? Se
questa è una lezione pratica su quanto sia da stronzi nascondere
un’informazione, ammetto che è stranamente elegante. Se però adesso potessi
smetterla...»
«Le navi che stanno attaccando quella del primo ministro marziano. La loro
ammiraglia ha mandato un messaggio.» Monica sollevò lo sguardo. «È per
te.»
La voce di Naomi scaturì sottile e metallica dal terminale, e per Holden fu
come svegliarsi da un incubo per trovarsi in qualcosa di peggio. «Se ricevete
questo messaggio, per favore inoltratelo. Parla Naomi Nagata, della
Rocinante, e il messaggio è per James Holden. Il software che controlla la
bottiglia magnetica è stato sabotato. Non avviate il reattore...»
Lei continuò a parlare, ma Holden aveva già tirato fuori il suo terminale
palmare. Le nocche gli dolevano e dovette fare uno sforzo per allentare la
stretta intorno al congegno. Inviò una richiesta di connessione a Drummer,
mentre il cuore gli martellava contro le costole e si sentiva assalire dalla
sensazione di precipitare nel vuoto, come se fosse caduto da una torre e non
fosse riuscito ad afferrarsi al cornicione. Monica stava imprecando
sommessamente a mezza voce. Sembrava quasi una preghiera.
Se il reattore si fosse acceso e la bottiglia avesse ceduto, la Rocinante
sarebbe morta in una frazione di secondo. Forse la Stazione di Tycho sarebbe
sopravvissuta, almeno in parte.
«Parla Drummer» disse una voce che usciva dal terminale. «Come posso
esserle utile, capitano?»
«Avete già avviato il reattore?» chiese Holden.
Drummer rimase in silenzio per circa mezzo secondo, che parve protrarsi
per anni. «Sì, signore. Siamo al sessanta percento e tutto va a meraviglia.»
«Spegnetelo» ordinò Holden. «Spegnetelo immediatamente.»
Seguì un momento di silenzio. Non mi chiedere il perché, pensò Holden.
Non discutere o chiedere spiegazioni. Per favore, non lo fare.
«Fatto. Il nucleo è spento» riferì Drummer. «Adesso posso chiedere cosa
sta succedendo?»
34
Alex

«...Non avviate il reattore senza prima aver ricaricato i driver dell’hardware


da una fonte nota e sicura. Se sentite questo messaggio, per favore inol...»
Il messaggio si interruppe.
«Dobbiamo inviare questo messaggio» disse Alex. «Dobbiamo farlo
arrivare a Holden.»
«Me ne occuperò io» rispose il capitano. «Lei e il primo ministro dovete
evacuare la nave. Adesso.»
Alex lo fissò, confuso. Naomi era su una delle navi assalitrici. La Roci era
stata sabotata. Si sentiva intrappolato in quel momento di immobilità fra
l’essere colpito sulla testa e l’insorgere del dolore. Il suo primo pensiero
semicoerente e irrazionale fu, se Naomi è con loro, allora forse non sono poi
così cattivi.
«Mr Kamal?»
«No, sto bene, è solo che...»
Il primo ministro Smith lo fissò con quegli occhi gentili e innocui che
sembravano assolutamente fuori posto lì. «Questo cambia qualcosa per noi?»
«No» rispose Alex. «È solo che... No. No, dobbiamo andare. Un momento.
Bobbie...»
«Il sergente Draper sa dove siete diretti» interloquì il capitano Choudhary.
«Farò in modo che non si perda per strada.»
Si diressero all’ascensore, preceduti e seguiti da due marine. La cabina
diede ad Alex un momento in cui riuscire a orientarsi, mentre li trasportava
verso il cuore della nave. Essa impiegò solo pochi secondi a prendere velocità
e ad annullare la gravità, ma quel tempo fu sufficiente perché la sua mente
identificasse una direzione come l’alto e l’altra come il basso. La cabina era
abbastanza grande da accogliere un carico triplo di quello attuale. I marine
presero posizione davanti alla porta, pronti ad affrontare un eventuale
pericolo, mentre il primo ministro si piazzò di lato e vicino all’ingresso, dove
c’era un po’ di copertura. Nessuno fece commenti al riguardo, era solo una
cosa che succedeva. Le dinamiche del potere politico sotto forma di posizioni
in un ascensore.
Naomi era lì, proprio lì, forse a meno di diecimila chilometri di distanza.
Era come svoltare un angolo e trovarsela davanti, solo che naturalmente non
era proprio così. Anche una battaglia a distanza ravvicinata comportava
distanze che sarebbero state vaste in qualsiasi altro contesto. Se le navi
fossero state trasparenti, quelle nemiche sarebbero state visibili solo grazie
alle emissioni del reattore – punti di luce in un cielo che ne era pieno. Al
momento, la Pella poteva essere lontana da lui quanto Boston lo era dallo Sri
Lanka, e sarebbe comunque stata una vicinanza quasi intima se inserita nella
vasta scala del sistema solare.
«Sta pensando alla sua amica» osservò Smith.
«Sì, signore» ammise Alex.
«Sa per quale motivo si trovi sulla Pella?»
«Non ho idea del perché non sia sulla Rocinante. Senza offesa, ma mi
chiedo perché io stesso abbia mai lasciato la mia nave. Quanto più ne resto
lontano, tanto più l’idea di lasciarla risulta essere stata un grosso errore.»
«Pensavo lo stesso riguardo a casa mia» replicò Smith.
Uno dei marine – un uomo alto, con un accento mieloso che Alex non riuscì
a individuare – annuì. «Dovrebbe mettersi al coperto, signore. Dovremo
attraversare alcune aree che potrebbero non essere sotto il nostro controllo.»
Quello che voleva dire era che il nemico aveva già tagliato loro la strada per
arrivare all’hangar. Alex si addossò alla parete lasciata libera dal primo
ministro e si preparò. L’ascensore rallentò, e quello che era stato il basso
divenne l’alto, poi anche quella lieve forza di gravità venne a mancare. I
marine indietreggiarono, sollevando le armi, e la porta si aprì. Un eterno
secondo più tardi, la scorta uscì nel corridoio, seguita dal primo ministro e da
Alex.
I corridoi della nave erano vuoti, perché l’equipaggio si era assicurato ai
sedili a smorzamento durante la battaglia oppure era in azione altrove per
tenere il percorso sicuro mentre loro quattro lo percorrevano. I due marine
facevano a turno a spostarsi da una porta a un’intersezione e a un’altra porta.
La distanza che li separava aumentava a ogni piccolo balzo in avanti e Alex
era quanto mai consapevole che le porte alle loro spalle si sarebbero potute
aprire senza che ci fosse nessuna guardia fra loro e qualsiasi cosa ne fosse
uscita. I marine non parevano preoccupati della cosa, e lui cercò di trarre
conforto da questo.
Tutti i corridoi avevano la stessa copertura antischeggiamento presente sul
ponte e nella sala mensa, ma erano contrassegnati da codici che indicavano la
posizione e strisce colorate che aiutavano a orientarsi all’interno della nave.
Una riga era di un rosso intenso, con la scritta gialla HANGAR in hindi, inglese,
bengali, farsi e cinese, ed era quella che stavano seguendo.
Procedettero in fretta e in silenzio, e Alex aveva cominciato a pensare che
sarebbero arrivati all’hangar senza problemi quando il nemico li scovò.
L’imboscata era organizzata in modo professionale. Il marine dalla voce
mielosa si era appena lanciato in avanti quando cominciarono a sparare. In un
primo momento Alex non riuscì a vedere da dove venissero gli spari, ma si
puntellò automaticamente e si arrischiò a guardare avanti, intravedendo le
vampate degli spari e un piccolo cerchio di caschi nell’intersezione che si
trovava più oltre. Gli assalitori erano attestati su una paratia che si affacciava
nel corridoio, come se stessero sparando dentro un pozzo. Anche se avesse
avuto un’arma, il bersaglio che offrivano era molto ridotto.
«Siamo sotto tiro» disse l’altro marine, e Alex impiegò un quarto di
secondo a comprendere che non parlava con loro. «Tollivsen è ferito.»
«Ma sono ancora in gioco!» gridò il marine dalla voce mielosa.
Sul lato opposto del corridoio rispetto ad Alex, il primo ministro era
raggomitolato dietro la sporgenza di una porta. La maggior parte dei civili
tendeva a schiacciarsi contro una parete, finendo per lanciarsi nel bel mezzo
della linea di tiro. Smith non lo aveva fatto, segno che era ben addestrato.
Un’altra raffica di spari passò loro accanto, strappando lunghe strisce nere
dalle pareti e dal ponte, e pervadendo l’aria dell’aspro odore della cordite.
«Oyé» gridò uno degli assalitori. «Consegnate Smith y vi lasciamo andare,
sa sa?»
Il primo marine sparò tre colpi, seguiti da una risata degli assalitori. Alex
non poteva esserne certo, ma gli pareva che le persone che sparavano loro
addosso indossassero divise militari e armatura leggera marziane.
«Ehi!» gridò a sua volta. «Morti non vi serviremo a niente, giusto?»
Ci fu una pausa, quasi un momento di sorpresa. «Hoy, bist tu Kamal?»
«Il mio nome è Kamal» rispose Alex.
«Il pilota di Knuckles, sì?»
«Chi è Knuckles?»
«Una pinche traditrice, ecco chi è» ribatté la voce. «Quando arrivi
all’inferno, dille che ti ci ha mandato Salo.»
«Granata in arrivo» avvertì il marine dalla voce mielosa, in tono
stranamente calmo. «Adotto contromisure.»
Alex si volse con la faccia verso la parete e si premette le mani sulle
orecchie. Lo shock dell’esplosione fu come essere colpito sul fianco da uno
schiaffo gigantesco. Lottò per respirare, mentre fiocchi di qualcosa simile a
neve vorticavano nell’aria e la puzza di plastica e di materiale esplosivo si
faceva tanto densa da riuscire soffocante. Il suono secco degli spari pareva
provenire da molto lontano.
«Granata smorzata,» gridò il marine «ma qui ci farebbero comodo dei
rinforzi.»
Il primo ministro aveva una linea di un rosso acceso che gli solcava il dorso
delle mani e il sangue gli inzuppava i polsini, fluttuando nell’aria del
corridoio in piccoli punti. Alex sentì la parete tremare sotto la sua mano
quando qualcosa detonò nella nave, troppo lontano per poterne sentire il
rumore. Qualcuno all’imboccatura del corridoio stava ridendo e gridando
qualcosa nel dialetto dei cinturiani, troppo in fretta per poterlo decifrare. Alex
sporse la testa nel tentativo di intravedere il resto del corridoio e subito la
ritrasse. Un crepitio di spari lo costrinse a rintanarsi di nuovo dietro la sua
scarsa copertura.
Più avanti le risate si trasformarono in urla e i suoni secchi degli spari
divennero qualcosa di più cupo e minaccioso. I marine aprirono il fuoco e nel
corridoio si scatenò un pandemonio. Un corpo passò vorticando nell’aria,
inerte e morto, con l’uniforme intrisa del sangue di una dozzina di ferite.
Alex non riuscì a determinare di quale fazione l’uomo avesse fatto parte.
Gli spari cessarono. Alex attese un lungo momento, poi sporse la testa per
ritrarla immediatamente e subito dopo si sporse per guardare più a lungo.
L’intersezione dove si era attestato il nemico era avvolta da una nebbia fatta
di fumo, di sangue e di contromisure antigranata. Due corpi fluttuavano nello
spazio centrale, uno con indosso un’armatura da combattimento leggera,
l’altro in equipaggiamento completo da ricognizione dei marine. La figura in
armatura potenziata sollevò la mano per indicare che la via era sgombra.
«Abbiamo fatto un po’ di pulizia per voi» disse Bobbie, la cui voce pareva
provenire da chilometri di distanza ed essere stata privata di tutti i toni acuti.
«Adesso potete venire avanti, però vi conviene trattenere il respiro nel
passare di qui. Ci sono un po’ di particolati.»
Alex si spinse in avanti, con il primo ministro che lo seguiva da presso, e
oltrepassarono Bobbie e altri quattro marine, il che portò la loro scorta a sei
elementi. Alex non aveva più visto Bobbie in armatura dal combattimento su
Io: sembrava a suo agio circondata dagli altri marine, con la massiccia
armatura che ingrandiva ulteriormente la sua mole. Soprattutto, appariva
malinconica, consapevole che quella era un’illusione.
«Quell’armatura ti si addice, Draper» commentò, nel passarle accanto.
Mezzo assordato dalla sparatoria, avvertì le parole che gli vibravano in gola
senza sentirle. Il sorriso di Bobbie gli disse che lei invece le aveva sentite.
Nell’hangar, la Razorback era sospesa a ormeggi costruiti per navi molto
più grandi. Era come vedere un tornio industriale con dentro uno
stuzzicadenti. L’equipaggio di volo si teneva aggrappato ad alcuni appigli e
faceva cenno ad Alex, a Bobbie e al primo ministro di salire a bordo. Quando
Alex raggiunse la nave, le massicce porte dell’hangar avevano già avviato il
ciclo di apertura. Il capo della squadra di volo, una donna, gli stava porgendo
una tuta pressurizzata, urlando perché potesse sentirla.
«Ci coordineremo con il controllo degli armamenti. I CDP cercheranno di
coprire la vostra partenza, ma state attenti. Sarebbe triste se andaste a sbattere
contro i nostri proiettili.»
«Capito» annuì Alex.
La donna indicò con il mento le porte dell’hangar. «Non perderemo tempo
a evacuare completamente l’hangar, ma vi porteremo a qualcosa come mezza
atmosfera. Creerà un po’ di attrito, ma non dovrebbe generare perdite a
bordo.»
«E se succedesse?»
La donna indicò di nuovo la tuta ambientale. «Avrete un po’ di aria in
bombola da respirare mentre trovate una soluzione.»
«Come piano non è un granché, ma è pur sempre un piano.»
«Circostanze imperfette» convenne la donna.
Alex si infilò la tuta mentre il primo ministro, che aveva già indosso la sua,
entrava nella pinaccia e si dirigeva alla cuccetta sul retro. La Razorback era
uno yacht, un mezzo veloce fatto per saettare in giro fuori dall’atmosfera, la
discendente filosofica di navi che non perdevano mai di vista la costa.
Soprattutto, era vecchia. La ragazza che per prima l’aveva pilotata era morta,
o trasformata in qualcosa di strano, da anni e la nave era già stata vecchia
prima che lei morisse. E adesso avrebbe dovuto volare attraverso una zona in
cui era in corso una battaglia.
Alex controllò gli ultimi sigilli della tuta e si diresse verso la Razorback.
Bobbie era al portello d’ingresso e guardava verso l’interno. Quando parlò, lo
fece attraverso la radio.
«Abbiamo un piccolo problema, Alex.»
Lui le si insinuò accanto a fatica. Anche senza l’armatura da
combattimento, Bobbie aveva fatto apparire troppo piccolo l’interno della
nave, e adesso lo faceva apparire addirittura ridicolo, se si confrontavano le
sue dimensioni con quelle del secondo sedile. Non sarebbe mai riuscita a
entrarci.
«Dobbiamo interrompere la sequenza di lancio e procurarti una tuta EVA
normale» disse Alex.
«La nave è stata abbordata e ci stanno cercando. Cercano lui» ribatté
Bobbie. «Non c’è tempo.» Si girò a guardarlo: all’interno del casco, la sua
espressione appariva triste. «Vedo una sola possibile alternativa.»
«No» protestò Alex. «Non rimarrai qui. Non me ne importa un accidente,
non ti abbandonerò.»
Bobbie sgranò gli occhi. «Cosa? No, intendevo che dovrò rimuovere il
sedile e usare i motori della tuta per puntellarmi. Hai pensato che volessi...»
«Fallo subito» disse Alex.
Bobbie si protese in avanti, con gli stivali magnetici che facevano presa sul
ponte della Razorback e una mano serrata intorno alla paratia. Con l’altra,
afferrò la base del sedile a smorzamento e lo sollevò. I bulloni si staccarono
come se avesse strappato un pezzo di carta, le sospensioni si spostarono e
girarono sotto la spinta di rotazione. Bobbie venne avanti, premendo mani e
piedi contro le pareti e il ponte e spingendo fino a quando la tuta non fu
incastrata solidamente, come se fosse stata parte della sovrastruttura.
«D’accordo, sono a posto» avvertì.
Alex tornò a rivolgersi al capo della squadra di volo. La donna lo salutò, e
lui restituì il saluto con il cuore in gola. I marine che li avevano scortati,
rischiando la vita per farli arrivare fin lì, se n’erano già andati. Alex desiderò
di aver pensato a ringraziarli.
«Raggiungo la mia postazione e vi faccio uscire di qui» disse la donna.
«State attenti, là fuori.»
«Grazie» rispose Alex, poi si spinse dentro la nave, chiuse il portello e
procedette a effettuare tutti i controlli. Il reattore Epstein era caldo e dava un
segnale verde sul pannello. Aria e acqua erano al massimo della capienza e i
riciclatori erano pronti. «Lei è a posto là dietro, signore?»
«Pronto quanto più posso esserlo» rispose il primo ministro.
«Tieniti forte» disse Alex a Bobbie. «Il viaggio potrebbe farsi movimentato,
e non sei su un sedile a smorzamento.»
«Lo sono» ribatté lei, e Alex poté intuire dal suo tono il sorriso che
accompagnava le parole. «Indosso il mio.»
«Ecco, allora va bene» mormorò Alex.
Le luci degli ormeggi passarono da chiusi a in movimento e ad aperti, poi la
Razorback si trovò a fluttuare. Suonò un allarme, attutito dall’atmosfera
rarefatta, poi le massicce porte dell’hangar cominciarono ad aprirsi. Il
cambiamento della pressione esterna investì la pinaccia come un colpo di
martello. Alex puntò verso l’apertura sempre più larga piena di oscurità e di
stelle, e la centrò. La Razorback saettò nel vuoto, impaziente e famelica. Il
monitor mostrava una dozzina di navi troppo piccole per essere viste a occhio
nudo e la lunga forma ricurva dei colpi di CDP, simili a tentacoli che si
agitassero nel vuoto.
«Assumo il controllo del laser per le comunicazioni» avvertì Bobbie.
«Ricevuto» rispose Alex. «Saremo sballottati un poco.»
Poi lanciò la Razorback a tutta velocità oltre le porte dell’hangar e nello
stretto passaggio fra le linee di tiro dei CDP della nave da guerra che
sparavano in automatico a piena potenza. Fece volteggiare la pinaccia in
mezzo alle linee di proiettili al tungsteno ad alta velocità nella speranza che
essi fossero sufficienti a fermare qualsiasi missile le navi assalitrici avessero
scagliato contro di loro a bruciapelo. Poi, da dietro, arrivarono ondate su
ondate di oggetti in rapido movimento. Lo schermo della Razorback si
trasformò in una massa solida, perché la densità dello sciame di missili era
eccessiva per poter differenziare i singoli componenti: l’intero arsenale della
nave da guerra era stato lanciato contemporaneamente, regolato per
sintonizzarsi sul bersaglio costituito dalla frequenza del laser per le
comunicazioni della pinaccia.
«Abbiamo la nostra scorta» disse Alex. «Andiamocene da qui. Quanti g
puoi tollerare, Draper?»
«Se dovessi rompermi una costola te lo farò sapere.»
Alex sorrise e diresse la pinaccia verso il sole per poi accelerare... due g,
tre, quattro, quattro e mezzo – finché il sistema non cominciò a protestare
perché non poteva iniettargli niente attraverso la tuta EVA. Alex attivò con il
mento i rozzi comandi inseriti nel casco e si iniettò le anfetamine presenti nel
minuscolo kit di emergenza della tuta. Dapprima, le navi nemiche parvero
non capire bene cosa fosse successo, poi cominciarono a girarsi, piccoli
triangoli rossi sullo schermo. Le emanazioni di scarico del reattore fecero a
gara con lo scintillio delle stelle alle sue spalle mentre Alex correva verso il
sole, la Terra, la Luna e quel che restava della flotta delle Nazioni Unite.
Sentì la gioia che gli gonfiava il petto, come se si fosse liberato di un peso.
«Non potete prendere la Razorback» disse ai triangoli rossi. «Ce ne siamo
andati, e andati, e andati.» Regolò la radio sul canale generale. «Come vanno
le cose là dietro?»
«Bene,» annaspò il primo ministro «ma dovremo accelerare in questo modo
ancora per molto?»
«Sì, signore, ancora per un po’» rispose Alex. «Una volta che avremo
acquisito un po’ di respiro, abbasserò la velocità a un solo g.»
«Un po’ di respiro» ripeté il primo ministro, faticando a parlare. «Questa è
davvero buffa.»
«Qui è tutto a posto, Alex» avvertì Bobbie. «Posso togliermi il casco senza
correre rischi? Preferirei non usare tutta l’aria della bombola finché c’è aria
fresca dentro la nave.»
«Sì, puoi farlo. Lo stesso vale per lei, signor primo ministro.»
«Per favore, mi chiami Nathan.»
«Affare fatto, Nate» rispose Alex. Il sole era una sfera bianca. Attivò il
computer di navigazione di bordo e procedette a calcolare le rotte verso la
Luna. La più rapida li avrebbe portati all’interno dell’orbita di Mercurio, ma
la pinaccia non era omologata per trovarsi a più di mezza UA dalla superficie
della corona, quindi sarebbe stata una cosa alquanto difficile. E Venere non
era un posto che poteva usare elegantemente per ottenere un effetto fionda.
Se però Avasarala stava mandando loro incontro una flotta, questa gli
avrebbe potuto dare una spinta per allontanarsi dal pianeta, quindi aveva
senso puntare in quella direzione.
«Alex?» chiamò Bobbie.
«Sono qui.»
«Quella faccenda del non essere disposto a lasciarmi indietro... dicevi sul
serio, vero?»
«Certamente.»
«Grazie.»
Alex sentì il rossore salirgli al volto nonostante la pressione
dell’accelerazione. «Non c’è di che» rispose. «Per come la vedo io, adesso sei
parte dell’equipaggio, giusto? E noi ci prendiamo cura gli uni degli altri.»
«Non si lascia indietro nessun soldato» commentò lei. Forse era l’effetto
dell’accelerazione, ma qualcosa nel suo tono diede l’impressione che le sue
parole avessero un significato più profondo, come se avesse fatto una
promessa. Poi grugnì: «Alex, abbiamo oggetti in rapido movimento che si
avvicinano. Credo che i cattivi ci stiano scagliando contro dei missili.»
«Sei pronta a deluderli, sergente?»
«Oh, dannazione, sì» replicò Bobbie. «Quanti proiettili abbiamo nel
caricatore?»
Alex cambiò immagine sullo schermo. La nuvola dei missili di scorta si
trasformò in un elenco numerato, tutto in bianco, con il numero di serie
identificativo accanto a ciascuno di essi. Perfino l’elenco riempiva lo
schermo. Passò a una visuale riassuntiva. «Un po’ meno di novanta.»
«Questo dovrebbe farci arrivare a destinazione. Pare anche che quasi tutte
le navi stiano accelerando al massimo per inseguirci. Che ne dici di sparare
loro qualche colpo per scoraggiarle?»
«In ogni caso, servirà a tenerle a distanza, anche se credo che i loro CDP
abbatteranno probabilmente i missili prima che possano fare un danno
effettivo» assentì Alex. «Solo che... aspetta.» Richiamò a schermo l’elenco
relativo alla flotta nemica e impiegò solo pochi secondi a trovare quello che
stava cercando. Contrassegnò la Pella. «Tutte meno quella. Non dobbiamo
spararle contro.»
«Ricevuto» rispose Bobbie.
Non si lascia indietro nessun soldato, pensò Alex. Questo vale anche per te,
Naomi. Non so cosa diavolo stia succedendo laggiù e non vedo ancora come
questo si possa risolvere, ma che io sia dannato se ti abbandonerò.
35
Naomi

In passato, quando era ancora una ragazza che non conosceva altro, per lei
era stato difficile vedere Marco come l’elemento cattivo della loro coppia. Lo
era stato anche dopo la Gamarra, dopo che le aveva portato via Filip. Era
cresciuta in mezzo alla povertà, sapeva com’erano gli uomini cattivi.
Violentavano la moglie, o la picchiavano, o picchiavano i figli. Era così che li
si riconosceva per quelli che erano. Marco non era mai stato così. Non
l’aveva mai colpita né le si era imposto con la forza o aveva minacciato di
spararle o di scaraventarla fuori da un portello stagno o di versarle acido negli
occhi. Era così bravo a fingersi gentile da indurla a dubitare di sé stessa e a
chiedersi se non era davvero lei ad agire in modo irragionevole e irrazionale,
come lui continuava a sottintendere.
E non aveva mai fatto niente che potesse renderle le cose più facili.
Dopo che era rientrata nel suo alloggio, avevano chiuso a chiave la porta.
Da allora, non si era preoccupata di cercare di chiedere aiuto o di lasciare la
piccola stanza. Sapeva riconoscere una cella e sapeva con la stessa sicurezza
con cui era certa della sua mortalità, che presto o tardi Marco sarebbe venuto
da lei.
Adesso le era seduto di fronte, nella sua uniforme della marina militare
marziana. Gli occhi avevano un’espressione morbida, le labbra erano
atteggiate a un sorriso che esprimeva divertimento e rammarico. Sembrava un
poeta. Un uomo che il mondo aveva fatto soffrire, ma che era ancora capace
di provare passione. Si chiese se aveva studiato quell’espressione davanti allo
specchio e giudicò che fosse probabile.
La ferita alla testa aveva smesso di sanguinare, le articolazioni le dolevano
e le si stava formando un ampio livido sul fianco sinistro. Aveva perfino la
sensazione di aver perso lo strato esterno della pelle dei polpastrelli e che essi
fossero escoriati e sanguinanti, anche se in effetti erano solo un po’ più
arrossati del solito. Stava sorseggiando la stessa versione di camomilla che si
poteva avere sulla Rocinante, e questo le dava l’impressione di avere un
alleato segreto. Si rendeva conto che non era un pensiero del tutto razionale,
ma le era comunque di conforto.
La sala mensa era vuota, gli schermi spenti e l’equipaggio era stato
mandato via. Perfino Cyn e Karal erano assenti. Il sottinteso era che qualsiasi
cosa avessero detto sarebbe rimasta privata, ma probabilmente non era così.
Non faticava a immaginare Filip che li osservava da un altro ponte. L’insieme
aveva il sapore di una trappola. Con Marco, tutto aveva quel sapore, perché
tutto era una trappola.
«Non so perché mi fai queste cose, Naomi» affermò Marco. Non c’era
rabbia nella sua voce. No, questo non era esatto. La rabbia c’era, ma era
nascosta dietro la maschera della delusione. «Un tempo eri meglio di così.»
«Mi dispiace. Ho sconvolto i tuoi piani?»
«Ecco, sì» ammise Marco. «Il fatto è che un tempo avevi più
discernimento, cercavi almeno di capire quello che stava succedendo prima di
agire. Eri professionale. Ma questa bravata? Hai preso una cosa difficile e
l’hai resa peggiore. Adesso quello che avrebbe dovuto essere delicato
diventerà duro. Voglio solo che tu capisca perché farò quello che sto per fare,
in modo che ti renda conto che non avevo scelta.»
C’era una cosa che sarebbe stato furbo fare, e lei lo sapeva. Una donna più
saggia avrebbe pianto, implorato perdono. La furbizia sarebbe stata
nell’insincerità della cosa. Era un errore dare a Marco qualsiasi cosa che
fosse reale, era meglio essere creduta debole, essere fraintesa e sottovalutata.
Naomi lo sapeva, ma non poteva farlo. Quando ci provava, qualcosa nel
profondo del suo animo la spingeva a fermarsi. Forse, se si fosse finta debole,
era fin troppo possibile che la finzione diventasse realtà. Forse la vera
finzione era essere forte.
Sputò sul ponte. Nella sua saliva c’era un po’ di sangue. «Risparmia il
fiato.»
Lui si protese in avanti e le prese la mano. La sua stretta era forte, quasi le
stesse dimostrando che poteva farle del male, anche se al momento non lo
stava facendo. Ecco, questo è un modo come un altro per trasporre
fisicamente i tuoi sottintesi, pensò, e ridacchiò.
«Naomi, so che siamo in disaccordo, du y mé. So che sei infuriata. Ma so
che un tempo eravamo qualcosa. Eravamo un corpo solo, tu e io, e per quanto
cerchiamo di stare separati, nostro figlio significa che non lo saremo mai del
tutto.»
Lei cercò di liberare la mano, ma Marco mantenne la stretta. Poteva tirare
con più forza o lasciare che lui la toccasse, controllasse il suo corpo, sia pure
in quella misura minima. Marco aveva un bagliore di piacere negli occhi, e il
suo sorriso si era fatto leggermente più sincero, e tagliente.
«Devi capire che quello che sto facendo qui non è per me. È per noi.»
«Per noi?»
«Per i cinturiani. Tutti i cinturiani. È per Filip, perché quando verrà il suo
momento ci sia ancora un posto per lui e non sia solo una nota a piè di
pagina. Un tempo c’era un popolo che viveva sulle lune e sugli asteroidi e su
pianeti dove la vita non si era evoluta. Poi però abbiamo trovato i portali, e
quelle persone si sono estinte perché non avevamo bisogno di loro. Ecco
perché devo fare tutto questo. Non ti piacciono i miei metodi, lo capisco, ma
sono i miei, e la causa è giusta.»
Naomi non parlò. Il processore alimentare emise un lamento acuto a
segnalare che la scorta d’acqua cominciava a scarseggiare. Si chiese se Marco
lo sapeva, o se per lui quello era un altro rumore privo di significato.
«Bel discorso, ma non spiega perché sono qui. Non avevi bisogno di avermi
qui per distruggere il sistema, ne avevi per qualcos’altro. Vuoi sapere cosa
penso?»
«Me lo hai detto» ribatté Marco, accentuando leggermente la presa sulla sua
mano. «Perché il grande James Holden non venisse a farmi esplodere la casa
sulla testa. Davvero, hai un’opinione eccessiva di lui. Non è poi così
notevole.»
«No, è peggio di così. Io credo che tu volessi la Roci. Volevi che la mia
nave volasse al tuo fianco mentre facevi tutto questo. Quando non l’ho
portata con me, hai ripiegato sul piano di riserva e l’hai fatta sabotare da
Sakai perché esplodesse, perché in te non c’è assolutamente niente di
originale.»
Il suo sorriso rimase caldo, ma adesso lo sguardo si era fatto freddo. Privo
di divertimento. «Non riesco a seguirti» disse.
«Hai cominciato la conversazione con un ‘perché mi costringi a farti del
male quando ti amo così tanto?’, ma adesso siamo al ‘se non posso averti,
non ti avrà nessuno’. Puoi fingere che stiamo parlando della nave, se vuoi.
Per me non ha importanza.»
Marco la lasciò andare e si alzò in piedi. Non era alto come lo ricordava.
«Hai sbagliato tutto dall’inizio. Io volevo Fred Johnson, il Macellaio della
Stazione di Anderson, che ha ucciso persone come me e te e Filip solo perché
eravamo cinturiani. Volevo isolarlo, tenere la tua nave lontana dalle sue mani.
Ho cercato di farmela portare, ma non ha funzionato. Ho detto a Sakai di
metterla fuori uso. Fuori uso, sa sa? Di modificarla in modo che si riducesse
al tre percento della potenza. Di far esplodere la parte di poppa, cosa che
forse non avrebbe ferito nessuno.»
«Non ti credo» dichiarò Naomi, ma ormai lui si era infervorato e
camminava avanti e indietro per la sala mensa, con le braccia allargate come
se stesse tenendo un discorso davanti a una folla invisibile.
«Il mio piano non era di distruggere la nave, sei stata tu a spingermi a
questo. Quello che succederà a Holden sarà colpa tua, non mia. È questo che
devi vedere, come le cose peggiorano quando cominci a comportarti come se
sapessi tutto. Tu non sai niente, Naomi, non lo sai perché non te l’ho detto.»
Lei bevve un sorso di camomilla e scrollò le spalle.
«Allora illuminami.»
Marco sorrise. «Hai notato che abbiamo sospeso l’accelerazione per alcuni
minuti? Cosa strana da fare nel bel mezzo di un inseguimento, no?»
La verità era che non se ne era accorta. Stesa sulla cuccetta a curarsi le
ferite, non aveva badato ai cambiamenti della forza di gravità.
«Procedura di attracco» spiegò Marco, e tirò fuori di tasca il terminale
palmare, selezionando qualcosa. Gli altoparlanti degli schermi sibilarono e
crepitarono. Non apparve nessuna immagine, ma si sentì una voce.
La sua voce.
«Parla Naomi Nagata, della Rocinante. Se ricevete questo messaggio, per
favore inoltratelo. Dite a James Holden che sono in difficoltà. Le
comunicazioni non funzionano, e non ho il controllo della navigazione. Per
favore, inoltrate il messaggio.»
Marco toccò un altro comando sul terminale e gli schermi si accesero.
Erano le videocamere esterne, probabilmente collegate ai cannoni difensivi di
prua. La Chetzemoka procedeva a meno di cento metri di distanza, con un
tubo di attracco collegato al suo portello stagno come un cordone ombelicale.
Quella era una nave che poteva essere ricollegata a lei, se avessero indagato
abbastanza a fondo, perché i pagamenti erano giunti dai suoi conti.
«Basterà metterla più o meno su una rotta di intercettazione e regolare la
bottiglia perché ceda quando i sensori di vicinanza individuano una nave»
spiegò Marco, in un tono dolente che lei fu certa nascondesse la sua
soddisfazione. «Le cose non dovevano andare così, ma adesso è necessario
che lo facciano.»
Naomi sentì un impeto di vera disperazione salirle in gola e si costrinse a
ricacciarlo indietro. Era quello che Marco voleva, quindi avrebbe fatto
qualsiasi cosa, provato qualsiasi cosa, tranne quello. Studiò lo schermo. La
nave sembrava una scatola tenuta insieme con qualche saldatura e un po’ di
resina epossidica.
«Stai derubando tuo figlio» disse, e quando Marco si accigliò indicò lo
schermo con il mento. «La Chetzemoka. Ho detto a Filip che poteva averla,
quando fossimo arrivati qui. Quella nave è sua e tu gliela stai rubando.»
«Necessità di guerra» dichiarò Marco.
«Genitore di merda.»
Lui protese in avanti la mascella e serrò le mani a pugno. Per un momento,
Naomi pensò che le avrebbe reso le cose facili, che avrebbe mostrato al
pubblico per cui stava recitando chi era davvero. Lui però ritrovò il controllo
in tempo, e Naomi non seppe decidere se si sentiva sollevata o delusa.
«Se fossi rimasta al tuo posto, James Holden sarebbe vissuto. Invece sei
uscita, sei andata dove non dovevi, e a causa tua ora lui morirà.»
Naomi si alzò in piedi e si sfregò gli occhi con il dorso della mano, mentre
la versione falsa della sua voce ripeteva nella sala mensa: «Dite a James
Holden che sono in difficoltà...»
«C’è altro?»
«Fingi che non ti importi,» commentò Marco «ma ti importa.»
«Se lo dici tu.» Naomi scrollò le spalle. «Ho preso una piccola botta alla
testa che mi sta procurando un’emicrania. O magari è colpa di qualcos’altro.
Vado in infermeria per farmi rimettere a nuovo, sì?»
«Puoi fingere...»
«Posso fingere in infermeria? O devi continuare a cercare di fare colpo su
di me?» Era troppo. Poteva sentire dietro tutto quello che diceva la piena di
parole che cercava di affiorare. Sei un egomaniaco e un sadico, e ancora Non
posso credere di aver mai pensato di amarti, e Se Jim morirà, Dio mi è
testimone che troverò il modo di danneggiare la bottiglia di questa nave e noi
tutti lo seguiremo all’inferno. Avviare una discussione era però un’altra
trappola, quindi non lo fece. Lasciò che il silenzio spezzasse il ritmo
dell’esibizione di Marco e vide le sue spalle accasciarsi un poco quando lui si
arrese e scese dal palcoscenico.
«Miral!» chiamò, mentre i suoni prodotti da un membro dell’equipaggio
che proveniva dagli alloggi si facevano più forti. «Hai abusato della libertà
che ti avevo dato, quindi non ti puoi aspettare di conservarla.»
«Sono troppo pericolosa per essere lasciata libera?» chiese Naomi, poi si
umettò la punta dell’indice e cancellò qualcosa su una lavagna immaginaria.
«Un punto per me, allora.»
In infermeria, una donna che lei non conosceva eseguì alcuni esami per
assicurarsi che non avesse un’emorragia cerebrale, e che nessuno dei lividi
che aveva accumulato fossero ferite da schiacciamento abbastanza serie da
danneggiare i muscoli, inondare il suo corpo di potassio o fermarle il cuore.
Miral intanto se ne stava appoggiato all’armadietto dei medicinali, recitando
oscenità – cagna, puta, stronza – con una rabbia focalizzata solo in parte.
Dopo tutti i giorni che aveva passato a inventariare