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INTRODUZIONE AL BUDDISMO

Il buddismo
è una religione che attira le persone di un certo livello culturale. Tuttavia, molti
ritengono il B come:
1. un anti-religione: che mina il senso religioso in quanto molte cose vanno
contro la concezione religiosa.
2. una religione atea: perché ogni religione venera una divinità o spirito o
molteplicità degli dei ma, nel Buddismo invece, non si può parlare di Dio.

Quale sono le caratteristica del B?


A. Il Buddismo dice che l’anima non esiste; è la dottrina dell’Anatta (= non–
anima). Se non c’è Dio e non c’è anima, non si può parlare di religione (mentre
la religione è relazione tra un essere superiore e l’uomo come entità spirituale o anima)
B. Nel Buddismo, c’è una comunità di monaci che però non è basata su
concezione di fratellanza, una per semplice convivenza, perché legati da uno
stesso stile di vita. Inoltre, la comunità è ridotta sola ai monaci; non ad altri
praticanti (Tra le caratteristiche della religione, c’è anche l’aspetto comunitario).
C. Nel Buddismo manca il rito di passaggio (mentre Tutte le religioni hanno riti di
passaggio e d’iniziazione es il Battesimo).
D. nel Buddismo non c’è preghiera, solo meditazione (Tutte le religioni hanno
preghiera come atto di relazione tra essere trascendente e uomo).
E. Il buddismo usa diverse lingue (non c’è una lingua sacra come per le altre
religioni). Tra le varie lingue di trasmissione del Buddismo, ci sono il Pali, il
sanscrito, il Mâgadi; il cinese, il tibetano1 (Dalai Lama è il capo del Buddismo
tibetano2). per cui ogni lingua e ogni filosofia possono essere utili per insegnare
il Buddismo.
F. È una religione piena di forte razionalità che però è molto difficile da capirla.
G. non è vincolata a nessuna visione filosofica particolare.3
H. Tutti i buddismi usano una formula di professione di fede: “Io mi rifugio nel
Buddah, nel Dhammà, nel Sanghà“, si usa in ogni occasione religiosa per es.
ordinazione di un monaco.
I. Buddah, Dhammà e Sanghà sono il triplice gioiello del Buddismo è il triplice
rifugio cioè ti–saranà (pali) o tri-sharanà (sanscrito); sono i tre gioielli (ti-ratnà /
tri-ratnà= triplice abbandonarsi ad una persona importante).

Primo Capitolo
IL BUDDAH
Cosa significa il B?

1 Altre difficoltà sono nei concetti complicati e nei termini spesso intraducibili ed indefinibili (Es: il termine in sanscrito, Nirvana = Nibbana nella lingua pali)

2 forma particolare del Buddismo

3 (diverso dal cristianesimo).

1
“Buddah” non è un nome personale ma un titolo onorifico che significa
“l’illuminato”, il risvegliato, il conoscente. Dal punto di vista etimologico,
“Buddah” ha un senso collegato all’intelligenza, alla conoscenza, sapienza,
comprensione, per cui, “illuminato” è un senso derivato in quanto una
conoscenza profonda delle cose spesso si manifesta come illuminazione.
Il Buddah è colui che si risveglia ad una dimensione più profonda delle cose;
può esser compreso con un’analogia del sonno–risveglia, quando si vive è come se si
dormisse e si sognasse quando ci si risveglia ad una realtà vera dal sogno della realtà
quotidiana si ha il Buddah.
 Tale titolo è stato attribuito ad una persona tradizionalmente indicata come
Siddhartha Gòtama, è un personaggio storico, ma non si sa molto della sua vita.
 Si parla di diversi Buddah apparsi in diversi settori del mondo, perché ci sono
altri mondi sparsi nell’universo oltre al nostro e nei quali il senso del tempo è diverso;
 si parla d’altri sei Buddah apparsi in altre parti del cosmo e in un’altra
dimensione del tempo e alcuni ritengono che debbono apparirne altri.

Nella scuola Mahayana, il Buddah indica la realtà ultima e vera, l’essere, ciò
che si chiama generalmente dio. Per i buddisti il problema storico del Buddah non
ha grande importanza, come in tutte le religioni orientali 4 in cui vi è una
concezione ciclica della storia. Ciò che è importante per loro sono gli
insegnamenti.

La sua vita?
Si pensa sia nato nel 560 a.C. e morto nel 480 a.C. circa, si sa però con
precisione dagli scritti che ha vissuto 80 anni. Oggi non si è certi di tale datazione
e si preferisce collocarlo intorno al V sec a.C., quindi 460-380 a.c. La ragione è;
 si conoscono alcuni personaggi dell’India e le loro date, come
Chandragupta Maurya citato nelle fonti greche e latine, primo imperatore
dell’India dopo l’invasione di Alessandro Magno o anche Asòka, suo
nipote che prese l’impero nel 260 a.C.
 nelle cronache “singalesi” (Mahavamsa e Dipavamsa) si trovano
riferimenti al Buddah, ma ci sono date diverse (Buddah morì 100 anni
prima dell’ascesa al trono di Asòka; altri dicono 218 anni prima, ma si
pensa sia giusto 100.
Sembra sia nato nell’attuale Nepal, prima appartenete all’India divisa in molti
regni, nel regno dei Shakya che aveva capitale Kapilavastu, piccolo regno
marginale tale da non figurare nella storia dell’India (shàkya è il clan di
Siddhartha). Un titolo del Buddah in una scuola è shakyamuni.
Secondo i testi buddisti egli era un principe, figlio di un gran re, ma non è
vero storicamente, il Maharaja (figlio di un gran re). Nella scrittura pali divisa in
tre parti o (il tipitaka= tre canestri) Discorsi, dottrine (vinaia) del Buddah che
contengono le regole monastiche in cui vi è anche una sezione storica sul Buddah
dal momento della sua illuminazione alla sua morte. Sembra che dopo una crisi
4
( = religioni semitiche )
2
religiosa abbia abbandonato la sua patria e si dedicò alla vita ascetica fino ad arrivare ad
un momento in cui non aveva più dubbi e problemi, dopo di che ha raccolto attorno a sé un
gruppo di persone che volevano vivere la vita ascetica. È la cosiddetta “illuminazione”.
Probabilmente, morì per avvelenamento a causa di un incidente.

Per i buddisti chi è B?


il Buddah è il salvatore, compie atti al di sopra del piano umano. Esistono
alcuni racconti sulla vita del Buddah, ma non storicamente fondati. Sono
presenti in una parte del “Vinaya–Pitaka”, nel “Lalita–Vistara” e nel “Nidana–
Katha” ( il secondo è del III sec d.C.; il primo del III sec. a.C.);

la sua nascita?
ci sono agiografie e vite del Buddah, soprattutto il Buddah–carità di
Asvaghosha (del II sec. d.c.) e nella “Jàtaka” che racconta non solo la vita storica
ma anche le reincarnazioni in aree e tempi diversi del Buddah, concepimento e
nascita miracolosa del Buddah. Avvenne nella purezza della regina, la “grande
Maya” che sognò di essere penetrata da un elefante bianco, un dio, dopo aver
concepito, si ritirò in una foresta per favorire la concentrazione mentale fino al
parto avvenuto senza alcun dolore. Si insiste nel concepimento virginale. Nasce
dal fianco di Maya, nel cui ventre resta trasparente durante la gravidanza.
L’elefante porta nella proboscide un fior di lato che diviene simbolo del
buddismo. Alla nascita, Buddah è già capace di parlare e di camminare! Fa sete
passi in tutte le direzioni per indicare la destinazione universale, in tutti i popolini
tutto il mondo del buddismo e dice: “questa è l’ultima volta che sono nato in
questo mondo di divenire”. Maya dà alla luce il Buddah aggrappandosi al ramo
di un albero in fiore nel giardino di LUMINI. (nasce nel 350 a.c. Maya morì dopo una
settimana dal parto, per cui le madri di tutti i Buddah devono morire subito perché hanno
dato il massimo, partorendo un futuro Buddah). Vennero previsti5 due futuri del
bambino:
 un Chakravartì (un grande re) il suo corpo manifestava 32 segni di
grandezza da cui deriva che poteva diventare un Chakravartì. [Chakrà è la
ruota, indica il dominio, il governo: Chakravarti è colui che fa girare la ruota, che ha
il controllo nelle cose]
 un asceta che rinuncia al dominio e gira per il mondo.

Shuddadhana, il padre, voleva la prima possibilità e cercò di trattenerlo nel


palazzo. Buddah, a 29 anni ebbe una crisi e lasciò il palazzo per cercare senso
nella sua vita. Si racconta la leggenda delle quattro uscite per spiegare come e
perché il Buddah ha rinunciato la famiglia, palazzo, regno, e il potere. Le 4 uscite
sono:
1. uomo vecchio: Buddah esce con il suo scudiero6 e va in città; Vede un, uomo
vecchio chiede al suo compagno, cosa gli è successo e lo scudiero gli spiega la
5
Pronosticare: prevedere un avvenimento futuro sulla base di indizi, congetture, impressioni.
6
Persona che era al servizio di un cavaliere e si occupava delle armi e dei cavalli.
3
vecchiaia che colpisce tutti. Il principe decide di non proseguire, si chiude a
palazzo e medita su questa novità.
2. un malato: Esce di nuovo, vede un malato che giace al bordo di una strada e
si lamenta, chiede al compagno che gli spiega; sconvolto, torna a palazzo e
medita.
3. un corteo funebre: Esce per la terza volta e vede un corteo funebre, non
capisce, il compagno spiega la morte, torna a palazzo e medita.
4. un monaco Esce ancora e vede un monaco mendicante che appare molto
sereno e che gli racconta la sua scelta di vita.

Il principe torna a palazzo e vede di aver trovato una riposta alle sue
domande: nel mondo pieno di sofferenze si può vivere felice, fugge dal palazzo di
notte, arriva in una foresta dove cerca la risposta alle sue domande. Si taglia i
capelli, consegna gioielli e vestiti al suo accompagnatore a cui ordina di avvertire
suo padre della sua scelta. Trascorre sei anni d’ascesi, di ricerca religiosa e
spirituale, sotto due maestri. Poi, segue una strada personale con pratica
d’austerità e digiuno.
La vicenda del Buddah si svolge tra i due lati nelle valle del fiume Gange,
molto significativo dal punto di vista religioso. la zona della sua attività è quella
che oggi chiamiamo Calcutta, dove confluiscono il Gange e il Brahamaputra.
Sulla riva di uno degli affluenti del Gange, il Buddah farà la sua ricerca ascetica,
praticando tutti gli esercizi dell’ascetismo del tempo: mortificazioni corporali,
ecc…. (Il Giainismo è una religione sorta nello stesso periodo del buddismo con
caratteristiche affini, uno dei suoi testi parla del Buddah e della sua ricerca spirituale).
La cosa importante non sono le penitenze in sé, ma la scoperta che il Buddah
fa dopo sei anni di ricerca, che queste penitenze non servivano, non avrebbero
portato a risolvere i suoi problemi esistenziali, era la strada sbagliata. Arrivò, così,
a scoprire la “via di mezzo” (Majjima patipada) che diventerà il concetto
fondamentale del buddismo, indica che bisogna evitare tutte le pratiche eccessive,
soprattutto rispetto al corpo, è la via che evita gli estremi dal punto di vista etico,
sia della penitenza che del piacere; in senso metafisico è la via che conduce tra il
nulla e l’essere, l’affermazione e la negazione, il buddismo è si e no oppure né si
né no, non predilige7 alcuna polarità.
(La scuola del Màdhyamatcà sottolinea la medietà che viene applicata a tutte le cose, lo
stesso nirvana è questione che è tra l’essere e il nulla. L’ascetica deve servire al
perfezionamento del sapere, della mente e ella condotta; è tendere all’equilibrio,
all’armonia delle proprie forze). Smesse le pratiche di penitenza, si dice che Sujata gli
offrì un piatto di riso e lui ne mangiò. I cinque asceti che gli si erano uniti nella
ricerca vedendolo lo lasciarono, indignati. Dopo queste cose, il Buddah ricevette
l’illuminazione sotto un albero, dopo una meditazione molto serena, ricordando
un’esperienza ascetica particolare di quando era bambino.

Secondo Capitolo
7
Prediligere: amare più d’ogni altra persona o cosa.
4
LA PREDICAZIONE DI BUDDAH

La meditazione buddistica?
La meditazione buddista è composta di quattro tappe (Dhyàna8 in pali):
1. Dhyàna, il Buddah cominciò a riflettere con ragionamenti ed analisi, la
meditazione produce gioia e piacere, tuttavia il Buddah non si lascia sopraffare
dal piacere e prosegue
2. Dhyana consisteva nella concentrazione della mente, è uno stato in cui la
mente, priva di pensieri, insiste su un solo punto, è accompagnata da calma e
gioia interiore
3. Dhyàna è concentrazione prolungata e coscia della mente, è un dimorare
consapevole e conscio con forte piacere corporale, è equanime consapevole e
lieto
4. Dhyàna, abbandonato ogni sensazione di piacere e di dolore, è lo stadio in cui
si permane.
Dopo aver raggiunto la quarta Dhyàna, il Buddah ottiene:
la triplice conoscenza che giunge il cuore di tutto il buddismo, e avviene in tre
veglie della notte in cui la:
- prima conoscenza riguarda le sue esistenze precedenti;
- seconda la missione di tutti gli esseri i quali trasmigrano, senza
esclusione di alcuno. Le loro anime sono esistite da sempre e sempre
continuano a trasmigrare
- terza spiega il perché dei fenomeni che ha compreso nelle prime due, è
la spiegazione delle cause, e comprende che ciò avviene perché ci sono
gli àsrava (il desiderio), Kama (l’ignoranza), bhava (desiderio sensuale dei
piaceri (avidhya).

(Le tre conoscenze vengono espresse nelle “quattro mobili verità” del buddismo che è un
tentativo di spiegare l’esistenza tutta intera: principio, finalità, causalità)
ha ottenuto nuovi occhi; oltre all’occhio umano, ha l’occhio divino e l’occhio della saggezza
(prajina). Grazie a questo, egli è conoscente di tutto: il passato, né il presente, né il futuro.

La predicazione di Buddah?
Dopo l’illuminazione, il Buddah permane sotto l’albero, nei luoghi
circostanti, continuando la meditazione per approfondire le cose apprese
(Avviene la tentazione del maligno, Mara, prima e dopo l’illuminazione). Due
mercanti di passaggio sono i primi che professano il buddismo, gli offrono del
cibo e gli dèi gli donano una ciotola9. Questa professione comprende solo le prime due
parti (manca la terza [Sangha] perché non c’era ancora una comunità, quindi “fede” in
Buddah [fondatore] e in Dhamma [dottrina]).

8
(l’attuale Zen)
9
(i buddisti possono mangiare solo in ciotola) Piccolo recipiente di forma semisferica senza manico,
spec. di terracotta, latta, plastica, ecc., usato per contenere brodo, minestre o altri alimenti.
5
La predicazione avviene dopo che il Buddah ha avuto una visione degli dèi
indù (Brahama….) per invitarlo a predicare la sua dottrina, segnando intorno al
Buddah il segno di venerazione. All’inizio, il Buddah rifiuta ritenendolo uno
sforzo inutile poiché nessuno capirebbe, ma Brahama gli dice che tutto il mondo
andrà distrutto se non lo fa; così Buddah inizia a predicare. (Secondo la
tradizione) il Buddah ha predicato prima ai suoi due maestri, Arada e Udraka,
ritenendoli più degni. Tuttavia, sono già morti, allora pensa ai compagni della
ricerca, questi cinque si trovano nel parco di Daxno10, Lì avviene la sua prima
predica, detta:
“la predica di Banares”, è la più importante in cui sono contenute le quattro
nobili verità. La decisione del Buddah di predicare è detta “la messa in moto (o il
giro) della ruota” è la raffigurazione del Dhamma, in cui la ruota indica la dottrina
stessa. Nella prima predica, il Buddah dice di evitare due eccessi, vita di piaceri e
vita di macerazione, è questo la via di mezzo. Egli narra le nobili verità:
1. il dolore come realtà universale
2. l’origine del dolore.
3. la soppressione del dolore per mezzo dell’annientamento totale del desiderio
4. la via, l’ottuplice sentiero, per la soppressione del desiderio.

Ottenere l’occhio del Dramma?


Prendere immediatamente il messaggio buddista, è il primo passo da
compiere, può essere paragonato alla fede (delle altre religioni). L’ordinazione di
un monaco buddista è fatta con un rito ed è detta “upasampadà” cioè
“avvicinati”, che è una parola che compare nel rito: “Ehi bhikku upasampadà”11 (o
monaco avvicinati). Tra i primi a dare professione fu Yasa, il cui padre fu il primo
laico buddista. Dopo Yasa ci sono altri quattro convertiti, suoi amici, fino ad
arrivare in poco tempo a 60 discepoli; a questo punto il Buddah li mandò a
predicare la dottrina.
Nel Vinaya è narrata la conversione di tre fratelli, devoti dell’agnihotra (il
sacrificio del fuoco di un’antichissima religione), Sono i fratelli Kàsyapa che
avevano molti discepoli12. Buddah con i suoi 1000 seguaci arriva a Rajagriha dove
avrà molto successo e conoscerà il re del regno di Magadha, Bimbisara, e suo
figlio Ajatasàtu (questi due saranno i benefattori della comunità buddista). I due
primi grandi discepoli furono Mogallana e Sàriputra, decisivi per la formazione
della comunità buddista iniziale. Sariputra rimase colpito da un monaco
buddista, Assaji, così decise di aderire alla dottrina buddista. Altro discepolo
importante fu Maha-Kasyapa (che fu capo della comunità buddista dopo la morte
del Buddah e guidò la prima riunione della comunità per decidere sul da farsi
dopo la morte del fondatore, È considerato il patriarca del buddismo Zen).
Ananda fu il cugino e il discepolo amato dal Buddah di cui diventò il segretario o

10
oggi presso Banares che è oggi il centro della religione buddista
11
Monaco si dice bhikku o bhikshu che, letteralmente significa mendicante, mentre upasaka è un
fedele laico e aveva il compito di sostenere la comunità monastica e osservare certe regole
12
questo serve a dimostrare la vittoria del buddismo sull’induismo ortodosso
6
servitore personale, È anche il responsabile della comunità femminile nella sua
fondazione. Il buddismo è la prima religione a dare una forma religiosa anche
alle donne.
Durante il primo concilio fu Ananda a trasmettere tutti gli insegnamenti del
Buddah, dopo la sua morte, ricordando tutto a memoria. Tutto fu scritto in:
1. “sutra” cioè un genere letterario utile per ricordare a memoria e quindi per
diffondere il messaggio; significa “filo” proprio perché presenta un filo
conduttore.
2. Upali, concittadino del Buddah, sembra che abbia scritto tutta la Vinayapitaka
contenente le regole monastiche; egli era un barbiere, appartenente ad una casta
molto bassa, prima di diventare monaco. Il Buddah ha avuto proprio il privilegio
di aprirsi a tutti.
Secondo il buddismo, esistono quattro gruppi sociali: Brahamano, Ksatriya,
Vansya (commercianti, artigiani, ecc…) Sudra (servi) e poi i fuori-casta. Il Buddah
le elimina completamente: tutti gli uomini sono uguali e la religione è rivolta a tutti;
anche nella sua estensione era internazionale fin dall’inizio poiché i discepoli del
Buddah provenivano da varie parti della pianura del Gange. Rispetto alle altre
religioni del tempo, il buddismo era più equilibrato nelle pratiche ascetiche (es: si
mangiava tutto ciò che si riceveva in elemosina, senza distinzioni).

Ci sono tanti benefattori delle comunità buddiste, come:


- Pasauadi, re di Kasala, come i potenti del Vajji
- Ambapali fu benefattrice del Buddah donandogli un parco e costruendo un
monastero, molto ricco ma con una vita morale molto complicata.
- Sudattà, soprannominato dai buddisti Anathapindada o Anathapindikà ( litt.
colui che sostiene i poveri) che fece costruire un monastero nel parco di
principe Jeta da cui comprò il terreno ad un prezzo esagerato.
- Visàka è un’altra signora che fece costruire un altro monastero.
- Jivaka darà un parco alla comunità buddista.
- Amrapali era anche una benefattrice.

Terzo Capitolo
I MONACI E I NEMICI DI BUDDAH

I monaci di Buddah?
Per Buddah, quando i monaci si riuniscono, devono discorrere o della
dottrina oppure restare in silenzio, non parlare di cose mondane. Buddah
preparava i suoi discorsi secondo la capacità di comprensione delle persone.
c’erano delle prediche solo ad alcune persone scelte; usava molte parabole e molti
esempi per illustrare la dottrina13. Probabilmente, predicava in diverse lingue: pali
(conserva la versione più ampia), magàdhi (del regno di Magadhà. Il Buddah non
richiedeva dagli ascoltatori un’obbedienza cieca, non imponeva la sua autorità per

13 Dopo la morte del Buddah, ci sarà grande confusione dovuta alla diversità d’interpretazioni dei suoi racconti

7
indicare la verità delle sue dottrine, per queste erano sperimentabili da tutti
mediante un certo metodo; l’illuminazione può essere conseguita da tutti e
accertare così le verità, soprattutto le quattro mobili verità. La verità, infatti,
proviene dall’esperienza, non da concetti astratti.
Nella parabola della zattera, il Dhamma, cioè la sua dottrina, è paragonata
ad una zattera che un uomo usa per attraversare il fiume, dopo la traversata la
zattera non serve, bisogna abbandonarla per camminare senza portare anche il
suo peso. Ci sono domande rivolte al Buddah a cui egli non ha risposto:
- se il mondo ha un inizio;
- se sia eterno;
- se l’anima sia diversa dal corpo;
- se l’anima esiste dopo la morte.
Il silenzio del Buddah è un linguaggio, non indica ignoranza, ma voleva
comunicare che queste domande non avevano senso, non avrebbero recato alcun
frutto per la vita pratica, sono solo questioni speculative; potrebbero dare origine
a risposte contraddittorie.
La parabola della freccia avvelenata vuole indicare che la salvezza è la cosa
più importante, quindi non bisogna perdere tempo in altre considerazioni inutili. I
poteri magici non possono essere usciti per la conversione.

Mahaprajapati (zia del Buddah che diventò seconda moglie del papa del Buddah dopo la
morte di Maya), rimasta vedova, chiese di andare nella comunità, ma Buddah rifiutò per tre
volte, fino a quando un discepolo intervenne a suo favore e si fondò così la comunità
femminile, c’erano otto regole che le donne dovevano osservare, erano tutte un po’ umilianti.

I nemici di Buddah?
Il Buddah aveva degli nemici, soprattutto altri gruppi che cercavano di
propagare la loro dottrina, come i giainisti. c’erano tentativi di screditare Buddah
e i suoi monaci. Anche suo cugino si oppose a lui, Devadatta (Adeodato), cercò di
creare uno scisma nel buddismo di cui voleva diventare capo; creò così un gruppo
separato dalla comunità originaria. Mandò anche qualcuno per uccidere Buddah
senza riuscire.

Gli ultimi giorni di Buddah?


Buddah morì circa a 85 anni, dopo 45 anni di predicazione. Gli ultimi suoi
giorni vengono narrati nel “Maha–parinibbàna sutta”; il parinibbàna è il
trapasso di un uomo santo, la morte di colui che ha già raggiunto il nirvana,
applicabile solo a quelli che sono diventati “arhat”, cioè santo; con la morte entra
definitivamente nel nirvana che cessa d’essere un’esperienza passeggera per
diventare definitiva. Parte per un viaggio, accompagnato da molti monaci,
visitando varie comunità. Nell’attuale Patna compie il miracolo dell’attraversata
in volo del fiume. Arriva a Vaisàla; è già la stagione della pioggia durante la quale
i buddisti devono restare ritirati in mediazione, per cui si ferma circa tre mesi. Lo

8
colpì una grave malattia, però seppe controllare il dolore e si guarì con la sua
forza di volontà. Prosegue il viaggio, fa una gran predica, tra le quattro maggiori,
è la predica di “atta–dipa atma dipa”, cioè il sé come lampada, il sé come isola 14;
cioè ognuno deve prendere la propria anima come propria guida per giungere
alla meta. Raduna tutti i monaci per esortarli a prendere il sé come fonte di luce e
restare rifugiati nel proprio sé. Arriva da Cunda che offre un pranzo; fu l’ultimo
pranzo (probabilmente funghi), si sentì male. Morì a Kusi-nara dopo qualche
giorno.

La venerazione dei resti mortali del Buddah?


Nel Buddismo, c’è una pratica della venerazione dei resti mortali del
Buddah. I quattro luoghi di pellegrinaggio erano:
- Lumbini (luogo di nascita del Buddah),
- Gaya (luogo dove ha ricevuto l’illuminazione),
- Sarnath (luogo dove ha cominciato ad insegnare),
- Kusinara (luogo dove è morto Siddhartha Gotama).

Nirvana (si può raggiungere in questo mondo con l’illuminazione


pari–nirvana ( vi si giunge solo con la morte).
I resti della cremazione sono stati divisi in otto parti, interrate in 8 “stupa”, cioè
cumuli sui resti corporali, aperti nel 250 a c. da Asòka, l’imperatore, che li sparti in
84,000 parti diffuse in tutto il regno.

Quarto Capitolo
LA DOTTRINA DI BUDDAH

Le dottrine del Buddismo?


Le dottrine del buddismo, cioè il cuore dell’insegnamento buddista sono le
quattro mobili verità:
 Dukha (sofferenza, dolore);
 Samudaya (il sorgere);
 Nirodha (l’eliminazione);
 Marga (la via), in altre parole, la sofferenza, la sua origine, la sua
eliminazione e la via che porta a tale eliminazione.

La prima verità Dukha


(sofferenza, dolore): include

14 (dipa può significare non solo lampada ma anche isola)

9
a. tutti i dolori immaginabili: corporali, psicologici, mentali, esistenziali, ma vuol
dire anche più di questo, include le angosce, e anche i piaceri (mangiare,
dormire, ecc…) in quanto non durano, finiscono in fretta e anche perché spesso
si trasformano in dolore hanno la loro base nei sensi, come i dolori.
b. I cinque aggregati dell’esistenza: Rupa (forma, cioè corpo) Vedana (sensazione)
Samsira (percezione) Samskara (inclinazione) Vijnana (coscienza) che indicano
tutte le realtà fisiche e materiali riducibili a cinque elementi fondamentali:
acqua, terra, fuoco, aria e etere.
c. tutte le sensazioni prodotte dal contatto dei sensi con le cose; la collaborazione
della mente, cioè i sensi interni; gli effetti degli atti precedenti i cui effetti
perdurano nella vita attuale che ne è condizionata (Samskara); le conoscenze e
le idee della mente.
d. Comprende anche tutte le filosofie e le teologie.
e. la Fine del dukha vuol dire fine del mondo dove mondo è il corpo

Nel “Milinda–panha” (le questioni di Milinda) il re Milinda pone delle questioni


ad un monaco greco (II sec. a C.) che spiega proprio la non- permanenza
portando l’esempio del fiume che scorre di continuo e poi il cerchio di fuoco
che è solo illusione, che è il Dukkà

Aniccià, Anattà e Dukkà possono essere considerati sinonimi; Aniccià o Anitra


= non-eternità, è la transitorietà delle cose, l’indeterminata, la non-permanenza
della realtà. . Anattà o Anàtma potrebbe significare anima ma meglio il non-sé,
cioè la realtà dell’anima non esiste, è la non-sostanzialità delle cose, il non poter
trovare nulla di stabile dietro i fenomeni che cambiano.

Il mondo?
il mondo non esiste come tale, ma solo il mondo della nostra esperienza,
costituisce sempre un mistero che non è possibile cogliere pienamente. il mondo è
uno stato delle cose, un modo di sentire e vedere. può essere anche relazione tra le
cose, è ciò che ognuno sperimenta, è il mio mondo, ciò che io penso, vivo o
immagino o percepisco. Quando Buddah dice della fine del mondo indica la
possibilità di trovarci alla fine dell’esperienza del mondo, non in senso fisico.
Ci sono tre concetti nei testi buddisti indicano il mondo:
1. Jagata = il mondo in sé, che noi non possiamo conoscere e che è inutile
ricercare;
2. Loka = mondo sperimentato o sperimentabile, ciò che configuriamo con la
nostra mente, sul nostro mondo si ergano vari mondi (alcuni su paradiso,
altri giù i mondi della sofferenza). Nel nostro mondo abitano uomini,
animali, spiriti, cioè anime in trasmigrazione, sono spiriti affamati che
cercano di mangiare le cose ma non possono ingerire. Tuttavia, anche i

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paradisi sono sofferenza, si trovano divinità o uomini che fanno buone
azioni, ma non è salvezza, il nirvana si trova alla fine del mondo, oltre di
loro, infatti i paradisi non sono permanenti; i meriti svaniscono pian piano
fino a giungere, a cadere di nuovo nel nostro mondo, qui sta la sofferenza.
Normalmente, la possibilità di entrare nel nirvana è riservata solo agli
uomini. Nel nostro mondo c’è una dimensione spazio–temporale diversa,
negli altri mondi tale dimensione è più dilatata.
3. Samsara = mondo delle esperienze quotidiane, è la trasmigrazione o rinascita,
etimologicamente è ripetizione delle stesse cose senza fine, l’eterno ritorno
dell’identico, è una ciclicità in cui siamo coinvolti senza trovare via d’uscita,
è essere condannati ad un’esistenza insensata, non è una prospettiva buona.
È strettamente legato con il desiderio: tutto si ripete perché c’è sete di
qualcosa. Il mondo è guidato dalla mente, dalla sete, dalla brama, dal
desiderio incontrollato e disordinato, è vincolato al piacere; è inoltre, una
costruzione a cui partecipiamo involontariamente tramite 6 sensi (il sesto è
la mente) da cui derivano i piaceri. Il mondo è sotto il potere del Mara, cioè il
maligno, tentatore, identificato con la morte.

La scuola buddista del Mahayana con Nagarjma dice che il limite del
nirvana, con il limite del Samsara, dove nirvana è l’apposto del samsara, è
l’eliminazione del samsara, ma per lui non c’è alcuna differenza.

La dottrina dell’anattà (=non–anima)?


nel Buddismo si distingue tra anima personale, anima universale Nella
(riguardo alla rinascita: nessuno ha coscienza di essere rinato, delle sue vite
precedenti; è piuttosto un concetto di “panteismo” cioè c’è un’anima unica
presente in tutta la realtà, in virtù della quale tutti gli esseri sono collegati).
seconda predica, il Buddah parla dell’anima, di qui le numerose teorie sull’anima,
anche lui non ha voluto spiegare se anima è diversa dal corpo o se anima esiste
dopo la morte. La costituzione fondamentale dell’uomo è:
 corpo,
 sensazione,
 percezione,
 samskara (inclinazioni) e
 vijnana (coscienza);
qui non c’è un’anima che persiste dopo la morte; perchè non è reale. Di qui la
scuola Teravada nega l’esistenza dell’anima personale (teravada = dottrina degli
anziani). La scuola Mahayana dice che non c’è anima personale, abbiamo un senso
dell’ego che è una sensazione falsa, da eliminare, ma non vuol dire che non

L’aspirante dello Zen deve cercare di trovare il senso del Koan che è una
cosa senza senso, se riesce a spiegarlo vuol dire che è arrivato all’illuminazione
e a trovare il senso, dunque nel buddismo l’assurdità non si può eliminare del11
tutto, ma eliminando il grande sé, tutto cade nel non–senso.
abbiamo un’anima, intesa come anima universale di cui ogni essere fa parte, esiste
un sé universale che noi non conosciamo.

La seconda verità Samudaya


significa “il sorgere”.
a. Ciò che produce il dolore è la sete di piacere, la sete d’esistenza, la sete di non–
esistenza (kama – bhava – vibhama). L’origine è ciò che può essere percepito e
verificato diverso della causa che è un concetto mentale, non riscontrabile.
b. Tutta la filosofia buddista si basa sulla dottrina del pratitya samutpada, cioè
l’origine condizionata o coproduzione delle cose: c’è una collaborazione di
varie cose ed elementi per dare origine al dolore. Conoscere questa dottrina è la
via della salvezza, senza di essa non si supera la catena delle rinascite, il
samsara. La conoscenza della relatività delle cose è esperienza della salvezza,
la conoscenza non è intellettuale, ma è sperimentare la relatività, solo così si
supera la condizione del Dukka e ci si salva, essa è allo stesso tempo esperienza
dell’assoluto.

Il buddismo è una religione della compassione; essa è la sua verità più eminente. Non è del
tutto assimilabile alla carità cristiana perché non è ristretta all’umanità ma è estesa a tutte le
forme viventi (ne fa parte anche la non–violenza) questo per la reincarnazione: c’è la possibilità
che in vite precedenti noi siamo stati in altre forme viventi o che lo saremo in futuro (questo
fa parte IIa mobile verità).

Catena dei 12 fondamenti o 12 “nidana?


Dopo l’illuminazione, il Buddah avrebbe trascorso molto tempo a meditare
sulla catena dei 12 fondamenti o 12 “nidana” (È un cerchio in cui non c’è origine)
in cui nota che:
l’ignoranza genera il samskara coscienzanome-e-forma
le sei sfere dei sensi (sadayatanà)contattosensazione
desiderio (brama)attaccamento l’esistenza (bhava)nascitamorte.
Questi elementi sono l’origine del dukka se uno di essi non esiste più, tutto
cade, nessuna esperienza può avere luogo e ci troviamo fuori del mondo della
relatività; ogni elemento diventa indispensabile per proseguire nella catena. C’è
una dipendenza tra loro. Essa è rappresentata con una ruota con i 12 elementi in cui
vi è un cane che stringe tra i denti il tempo:
1. L’ignoranza è rappresentata da una vecchia donna cieca; per il buddismo è la
radice d’ogni male, deve essere eliminata dall’illuminazione.
2. Il samskara è raffigurato come un vasaio perché le disposizioni condizionano e
plasmano il nostro mondo che da loro viene condizionato.
3. La coscienza è raffigurata come una scimmia che salta da un ramo all’altro,
perché è sempre disturbata, non si ferma mai.
4. Nome–e-forma è raffigurato come cose diverse: nome = cose mentali; forma =
tutte le cose materiali. I sei campi dei sensi sono i diversi ambiti in cui i nostri

12
sensi agiscono, si dice “campo” per evitare di parlare del soggetto e degli
oggetti percepiti dai suoi sensi perché per il buddismo non sono realtà.
5. Il contatto esiste perché ci sono i campi dei sensi che percepiscono gli oggetti
nelle varie interazioni. È raffigurato da una copia di fidanzati che si tengono in
mano.
6. Le sensazioni sono raffigurate come frecce che colpiscono gli occhi.
7. Il desiderio di ripetere le sensazioni genera attaccamento alle cose, questo
desiderio è raffigurato come un uomo che si ubriaca.
8. L’attaccamento è raffigurato da un uomo che coglie una frutta da un ramo. Ci
sono quattro tipi d’attaccamento:
 Ai piaceri sensuali,
 Ai punti di vista od opinioni speculativi,
 Ai precetti,cerimonie, pratiche religiose,
 Alla teoria dell’io.
Essi devono sparire, altrimenti non si raggiunge la salvezza. È raffigurato
come una donna incinta perché l’attaccamento porta al cielo delle rinascite
continue.
9. La nascita (e anche la rinascita) è raffigurata da una donna partoriente.
10.La morte è raffigurata come un cadavere portato al cimitero, la morte non è la
fine dell’esistenza ma uno dei suoi elementi; per questo nella catena non esiste
un inizio ed una fine.

Al centro della ruota c’è: un gallo = orgoglio, cupidigia;


un serpente = avversione;
un maiale = confusione;
tutte e tre si tengono per la coda così da formare un cerchio per indicare che i vizi
sono interdipendenti; da essi derivano cinque impedimenti e dieci afflizioni.

La terza verità è la “Nirodha”


arresto, quindi eliminazione, fine, soppressione,
a. È tentativo di eliminare l’esistenza come continuo movimento. Esso è
atteggiamento ed esperienza del “nirvana”; la sua radice è “va” = soffiare, è
preparazione negativa, quindi significa “soffiato via”, da comprendere però in
contesto di un fuoco che si spegne, che si estingue. Il buddismo indica con
questo termine la realtà ultima, il fine della vita e del mondo, di qui il
buddismo viene interpretato come nichilismo da parte di alcuni, cioè la sua
meta sarebbe il nulla. In realtà non è così, perché il nirvana indica la
trascendenza, è qualcosa che rinvia al di là del mondo visibile ma che si può
sperimentare anche qui ed ora. Il termine può apparire come negazione di
qualcosa, ma il suo significato è positivo.
Quello che viene spento è il fuoco della passione, dei piaceri sensuali; è
l’estinzione del fuoco del desiderio. Cupidigia - odio–confusione sono i tre
fuochi che vengono spenti quando il nirvana viene raggiunto. Il fuoco

13
rappresenta il desiderio che sorge nell’uomo e che è collegato agli oggetti di
tali desideri e ai sensi dell’uomo: i sensi e i loro oggetti. Nirvana è
soppressione di tali impulsi legati agli oggetti. Il desiderio si sperimenta
come fuoco che brucia in noi, i sensi bruciano per i propri oggetti. L’uomo
vive nel mondo tra cose attraenti che causano la sete. L’uomo è dunque spinto
a desiderare queste cose; se l’uomo non lo alimenta il fuoco si spegne, così si
ottiene il nirvana.
b. Altra immagine tipica del buddismo per indicare la trascendenza e la realtà
ultima è “l’altra sponda” il cui raggiungimento è precisamente il nirvana, il
fuoco come l’oceano è il desiderio sensuale, eliminare i flutti del mare e le
fiamme del fuoco è raggiungere il nirvana, è portare ad acquietare i sensi. La
realtà ultima è detta anche “imperscrutabile, beatitudine, pace invulnerabile,
traguardo finale,….”, soprattutto è detto “incondizionata” come stato in cui ci
possiamo trovare in opposizione alla realtà condizionata del mondo: le cose
del mondo meno relative e correlate tra loro “teoria del condizionato” diverse
dall’incondizionato che è assoluto, non relativo, non dipendente da mente e
da nessuno. Nirvana può indicare una realtà fatta, ma anche uno stato delle
cose, un’esperienza; può essere realtà ontologica o psicologica a seconda che
sia un fatto od un’esperienza, realtà oggettiva e realtà soggettiva nel buddismo
non possono essere separate, in questo è vicino alla fenomenologia in cui
esperienza soggettiva e realtà oggettiva si compenetrano.

TATÀGATA è la persona che ha raggiunto il nirvana, è uno che è morto in


santità, è un santo a cui si applicano le stesse quattro negazioni del nirvana: non
si può dire che chi è morto è o non è, ecc…. Dunque, il nirvana è una realtà di
cui non abbiamo alcuna possibilità di parlare, nessuna categoria valida lo può
esprimere, è realtà assoluta, positiva, che non si può descrivere, né può
diventare oggetto del pensiero e del discorso umano. Anche chi ne ha fatto
esperienza resta muto, non può comunicarla, senza che questo sia indicativo
della sua non–realtà, non si hanno concetto adeguati.

L’altra sponda non può essere immaginata come un altro mondo simile
a quello attuale; è una realtà completamente diversa, è un non-essere più nel
mondo. Quando chiesero al Buddah cosa fosse il nirvana, egli non ha
risposto, considerando questa domanda come inutile, come non ha senso
(non è la prima volta che egli rimane in silenzio di fronte ad alcuni
domande). Il silenzio del Buddah è da intendere come un modo indiretto di
parlare del nirvana15. Il linguaggio permette vari modi di parole: ciò che si
dice viene cancellato, è uno scrivere sotto il segno della cancellazione; altro
modo è dire due cose contrastanti, es: la realtà è il nullacontraddizione.

15
(cf. WITTGENSTEIN)
14
I filosofi che definiscono il Nirvana?
A. NAGARJUNA, della scuola Mahayana, il più gran filosofo buddista:
- definì il nirvana dicendo: “aprahinam asampraptam anuccinnam asàsvatàm
aniradanam anutpannam etan nirvanam ucciate” (in lingua sanscrita)= “ciò che
né si abbandona, né si annichilisce, né si eternalizza, né si distrugge, né si
produce”, sono tutte espressioni negative e ceppi ai termini opposti in cui
uno annulla e contraddice l’altro. In questo non si può entrare nel nirvana e
non si può neppure uscire.
- Nella definizione del nirvana, il pensiero si blocca, i termini che sono usati si
cancellano a vicenda così da creare un vuoto nella mente;
- l’apofatismo è la caratteristica principale del discorso sul nirvana a cui è
impossibile applicare le categorie del mondo.
- Rispetto al nirvana bisogna negare tutte le cose: nel nirvana non c’è né acqua,
né terra, né aria, né fuoco, né sole, né luna... È questo la fine del dolore.

Nel buddismo invece, il nirvana non può essere detto come una forma d’esistenza:
non si può dire che il nirvana c’è perché l’esistenza è sempre legata ai concetti
fenomenici; non si può neanche dire che il nirvana non c’è, sarebbe un’affermazione
insensata.
B. CANDRAKIRTI (filosofo), nella sua definizione di nirvana dice: ”Bhavabhava
paràmarsa kshyo nirvanam uccyati” ciò significa che il nirvana si dice quando le
considerazioni sull’esistenza non esistono più, dove cessano le categorie
d’esistenza e non–esistenza, là comincia il nirvana.
Per parlare delle realtà trascendenti, si usa la quadruplice negazione,
applicata anche al nirvana:
- Nirvana è
- Nirvana non è sono tutte affermazioni da
- Nirvana è e non è cancellare non valgono.
- Nirvana né è né non è.

C. Raggiungere il Nirvana?
( Per verificare se qualcuno ha raggiunto il nirvana, bisogna osservare la sua condotta, la
sua vita. Arhat è il monaco che ha acquisito la perfezione spirituale, che ha raggiunto il
grado maximum. Chi diceva di essere arrivato veniva sottoposto ad un esame
(cessazione di ogni brama, dell’attaccamento alle cose del mondo…). “Arhat” è categoria
spirituale di realizzazione personale ma “Tatàgata” è realtà ontologica di cui si può
parlare soprattutto dopo la sua morte (uno che è Arhat, se muore diventa Tatàgata).

MAHAYANA) Una delle scuole del buddismo identifica il nirvana con il


samsara, concetto che indica che la realtà ultima si trova in questo mondo, non è
in altro luogo o tempo; il mondo come tale è la vera, ultima ed unica realtà.
D. NAGARJUNA dice che i limiti del samsara sono gli stessi per il nirvana.
Tuttavia, questa stessa realtà si sperimenta in due modi diversi; la costruzione
del pensiero basata sui nostri desideri ed aspettative, sovrapposte alla realtà è il

15
samsara, la realtà priva di tali costruzioni è il nirvana. Occorre dunque una
trasformazione della coscienza in cui tutto si trasforma; è un’esperienza pura in
cui non vi è la dicotomia soggetto-oggetto, non è un’esperienza come
sensazione esterna, come qualcosa di separato dal soggetto 16. Si parla di una
duplice possibilità del nirvana:
 Una si presenta già in questo mondo (= Sòpadisesha)
 l’altra inizia solo dopo la morte (= Nirupadisesha). Questo
ultimo nirvana è identificato al parinirvana.
Coloro che hanno raggiunto il nirvana sono spontanei, non producono i karmà,
cioè le conseguenze delle loro azioni, sono puri, innocenti, distaccati, senza
vincoli del mondo.

E. NAGASENA il monaco nel suo dialogo con il re Menandro17 (III–II sec. a.C.),
risponde che il nirvana è cessazione della brama che porta alla ricerca affamosa
della ruota della vita, è dunque cessazione della ruota e del male. Il nirvana
non può essere spiegato con una similitudine, solo le sue qualità si possono
paragonare: è stato di purezza, come l’acqua placa la febbre di tutte le passioni
ed estingue la sete e la brama dei piaceri sensuali, del definire, come la
medicina difende dai tormenti delle passioni, pone fine alle sofferenze, dà la
salvezza, come lo spazio non nasce, non invecchia, non muore, è senza supporti
ed ostacoli, è infinito. È possibile indicare la via per raggiungere il nirvana ma
non spiegare la causa che l’ha prodotto perché esso non è condizionato da
nulla, è percepibile con la mente pura, non ostacolata, disinteressata e retta; chi
lo sperimenta può avvertire dolore fisico ma non mentale.

La quarta nobile verità è la “Marga”


la via
a. È la via che conduce all’eliminazione del dukha, cioè del dolore e quindi al
nirvana. Non c’è una porta per il nirvana ma ci si può preparare per
quest’esperienza.
b. È il nobile ottuplice sentiero che porta all’eliminazione del dukhà: (1)retta
visione, (2)retto atteggiamento, (3)retta parola, (4)retta azione, (5)retto guadagnarsi la
vita, (6)retto sforzo, (7)retta attenzione, (8)retta concentrazione. Essi si dividono in
tre porti:
- religiosità o fede = prajna (1,2);
- etica = sila (4,5,6),
- mistica = sumadhi (7,8).
Questo ottuplice sentiero s’impiega prima della scoperta della verità e non
costituisce delle tappe perché possono essere praticati nel medesimo tempo.
c. La quarta nobile verità:

16
(cf. l’interpretazione di Robinson e Johnson, in La religione buddista).
17
È stato un re greco della regione che si trova nell’attuale Afganistan.
16
1. è la via che conduce alla realizzazione proposta dal buddismo, cioè al
nirvana. . È la via che offre tutta la verità
2. è un mezzo per la scoperta delle 4 nobili verità.
3. si scopre percorrendo la stessa verità.
4. è un mezzo per giungere alla cessazione del dukha e quindi al nirvana
5. la quarta verità non è la causa che produce automaticamente l’effetto
della terza verità cioè il nirvana poiché il nirvana avviene in maniera
tutta imprevista (cioè senza fare alcuni calcoli). Uno può mettersi sulla
strada ma il suo risultato (raggiungimento) che lo porta alla metà
desiderata è un’altra cosa.

Ad esempio, ANANDA, discepolo amato del Buddah, alla morte del


Buddah, non aveva ancora raggiunto l’ultimo grado di santità, non era
ancora diventato un Arhat e per questo motivo lui sarà escluso dal primo
concilio del Buddismo che si è tenuto dopo la morte del Buddah in vista di
decidere del futuro della comunità buddista. Ananda era molta amareggiato
di non poter partecipare a questo grande evento. Secondo i testi, la notte
prima la tenuta del concilio, Ananda raggiungerà il nirvana, al momento di
coricarsi (appena aveva messo la testa sul letto ricevette l’esperienza del
nirvana).

Il nirvana sarebbe un’esperienza d’estasi?


Il nirvana non è neppure un’estasi ma è la distruzione dell’Ashara (passione,
desideri, l’odio …); tuttavia può darsi che sia accompagnato dall’estasi. Inoltre, è
un’esperienza che lasca nella persona una traccia indelebile.

L’ottuplice sentiero non è una scoperta proprio del Buddah ma una riscoperta di ciò
che esisteva ma che è andata scomparsa. Quindi, la quarta verità (la via)esisteva prima del
Buddah. Era la via seguita da tutti gli uomini che avevano raggiunto la perfezione già
nell’antichità. Ora il Buddah ha riscoperto la via antica.

Spiegazione dell’ottuplice sentiero?


1. Retta visione: prendere atto della natura, della situazione delle cose nel
mondo cioè guardare le cose così come sono, aver un nuovo modo di
guardare le cose senza pregiudizi, senza condizionamento il quale causa
la stoltezza. Ciò significa anche accettare le quattro verità buddiste,
accettare la realtà così come essa è. “Retta visione” può essere paragonato
alla FEDE nelle altre religioni (soprattutto nelle religioni semitiche). Dopo
aver raggiunto il nirvana, vedremo le cose così come sono.
2. Retto atteggiamento (o retta intenzione): viene praticato nei confronti con
altrui. È l’intenzione di astenersi da ogni desiderio, dall’ansia, da ogni
forma di violenza.
3. Retto parlare, retto agire, retto guadagnarsi la vita: tutti e tre sono il
cuore dell’etica buddista (della condotta morale).
17
- Retta parola: astenersi dalla menzogna, calunnia, parole ingiuriose,
tutte parole che non contribuiscono all’edificazione della comunità….
Vuole dire “non parlare”, non dire delle bugie; evitare delle
chiacchiere, sciocchezze, …. Nel senso positivo, vuole dire parlare in
modo amichevole, in modo gentile, in modo che non causa discordia
tra le genti, che produce la pace, la serenità nella comunità.
- Retto agire: astensione da 3 atti dannosi:
 L’uccisione d’essere viventi (= non agire in modo da togliere
la vita),
 Rubare (può significare anche aiutare gli altri con mezzi
economici perché non siano tentati di rubare).
 Fare atti sessuali illeciti (= amare con amore puro).
- Retto guadagnarsi la vita (o retto mezzo di sostentamento): si riferisce
alle professioni che possono essere lecite o non secondo la concezione
buddista. Le professioni che sono in contraddizione con i principi etici,
morali, religiosi buddisti sono: la pesca, la caccia, la prostituzione, la
macelleria, la produzione e commercio delle armi e veleni, la truffa18, ….
Questi non sono professioni ammessi dal buddismo per guadagnare la
vita.
- Retto sforzo significa vegliare sulla propria mente per cacciare via i
pensieri, un vigilare sulle azioni mentali, sui desideri, sulle
immaginazioni. Questo va fatto in vista di condurre ben la
meditazione. Senza questo impegno costante sulla mente non si può
fare ben la meditazione.
- Retta attenzione (o retta consapevolezza): significa il sàdi = una pratica
della consapevolezza che è un elemento del cammino verso il nirvana
(è un modo di fare la meditazione). È una vigilanza a tutte le facoltà
mentali. Praticare il sàdi consiste secondo il testo, nel prestare
attenzione alternativamente al corpo in se e per se, alle sensazioni in se
e per se, alla mente in se e per se, agli oggetti mentali in se e per se. La
pratica consiste nell’osservare in modo distaccato e rendersi conto di
tutto quello che avviene. Secondo alcune scuole buddiste, essa consiste
nel prendere atto di quello che siamo facendo, vedendo, quello che sta
accadendo in noi, osservare ciò che la mente pensa senza giudizio.

N.B. Per i buddisti, meditare: è una cultura della mente: qualsiasi cosa
può essere oggetto di meditazione. Questa retta attenzione dovrebbe terminare
con un altro più alto: la retta concentrazione.

- Retta concentrazione: è l’ultimo degli esercizi spirituali buddisti, cioè


l’ultimo dell’ottuplice sentiero. Essa conduce alla meditazione o al

18
Reato commesso da chi ricava illecito profitto a danno di altri, avendoli indotti in errore con artifici e raggiri; frode, imbroglio,
inganno.
18
tyàna (jàna) ma anche alla gioia. Tuttavia, il tyàna si realizza in 4 tipi di
cui il primo nella concezione buddista corrisponde alla meditazione
cristiana19 mentre gli altri tre corrisponderebbero alla contemplazione
cristiana.

Quinto Capitolo
MORALE BUDDISTA
I PRECETTI MINORI, MEDI E MAGGIORI

Parlando della sila o comportamento morale buddista, essa ha conosciuto


dei nuovi sviluppi. La moralità buddista non è uguale per tutti. Secondo il
buddismo le varie categorie devono osservare le regole a secondo dei gruppi cui
appartengono.
A) precetti minori
Sono i 5 precetti che devono essere seguiti da tutti i buddisti senza
distinzione (monaci, novizi, laici…). Sono chiamati panca-sila o precetti minori:
1. Non uccidere (Ahimsa20)
2. Non rubare
3. Non aver rapporti sessuali illeciti
4. Non mentire
5. Non bere bevande alcoliche.

N.B. – Non c’è un passo scritturale che propone questi 5 precetti nel loro insieme (si può
trovare uno ad uno in vari testi). Siamo già nella scolastica buddista.
- l’ultimo (non bere bevande alcoliche) non è osservato da tutti i buddisti.
- Nonostante che “non uccidere” rimane un valore buddista, non è vietato mangiare la
carne. Tuttavia, alcuni buddisti preferiscono osservare la dieta meditariale che è molto
apprezzata nel buddismo.

19
Analisi sui testi della Scrittura, sull’esperienza dei santi; ciò ha qualcosa in comune con il primo tyàna del buddismo.
20
himsa significa danneggiare, uccidere; quindi ahimsa è l’opposto.
19
Il buddismo è una religione rivolta ad un pacifismo, è contrario alla
violenza. Però, nella storia ci sono state delle guerre condotte dai buddisti e nelle
quali anche i monaci hanno partecipato.

1. Non uccidere: Nei riguardi di alcuni animali nocivi, il buddismo propone di


allontanarsi da loro. Se avviene di uccidere senza averne l’intenzione non è
una colpa. La gravità della colpa della violenza dipende dalla grandezza
dell’animale21 che è ucciso: l’uomo è senza dubbio il più grande tra gli
animali e quindi uccidere un uomo comporta una più gran colpa che
uccidere un gatto. Però, secondo il buddismo, uccidere tre gatti = uccidere
un cavallo. È vietato assolutamente l’aborto in tanti paesi buddisti (è visto in
un modo molto negativo).
2. Non rubare: non si tratta soltanto di prender le cose d’altrui ma anche
prestare senza rimborsare ed ogni disonesta nel commercio.
3. Atti sessuali illeciti: i monaci devono essere casti e celibi anche se nella
storia ci sono stati monaci sposati. Sono vietati gli atti sessuali
prematrimoniali o extra – matrimoniali. Ma in alcuni paesi, andare dai
prostituti non è peccaminoso. Per quanto riguarda la poligamia e il
concubinaggio, questi sono valutati a secondo dei paesi. Per esempio, in
Giapone queste pratiche sono lecite mentre nello Sri-Lanka dove si pratica
l’ortodossia buddista, le regole sono osservate rigorosamente.
4. Non dire menzogne: anche qui ci si può distinguere una certa gravità: ad es.
mentire nel tribunale è peggio degli altri casi.
5. Non bere bevande alcoliche: questo divieto include anche le droghe.

B) precetti medi
Ci sono anche i precetti medi (sila medi). Essi riguardano soprattutto i
monaci. È un prestigio ad un laico che si decide di osservare anche i precetti medi i
quali sono destinati normalmente ai monaci. Sono questi 8 sila, 5 già visti e tre
altri in più:
 Astenersi dal cibo fuori dei pasti normali (una volta prima di mezzogiorno),
 Astenersi dalle danze,
 Astenersi dai letti alti
 Tuttavia i monaci possono bere nel pomeriggio (nei rispetti del divieto
sopravisto).

C) precetti maggiori
Infine, ci sono i precetti maggiori (sila maggiori): sono 10 e riguardano i
novizi. Sono questi 8 appena visti e due altri in più:
 Astenersi da ballo, danze, canto, musica, giochi, ghirlande, abiti eleganti,
 Astenersi dall’accettare oro e argento.
21
essa è valutata a secondo della sua posizione nella scale dell’evoluzione.
20
TESTI:
- P. MARVEY,Introduzione al buddismo, le lettere, Firenze 1998.
- R. ROBINSON-W. L. JOHNSON, La religione buddista, Ubaldini Editore, Roma 1998.
- M. ZAGO, Buddismo, Rizzoli, Collana «Les grandi religioni» 1997.
- Klaus K. KLOSTER-MAIER, Buddhism, Oneworld Books, London 1999.
- Collana: Sette e Religioni, Vol I 21, 25, 29, 35 (di studio domenicano, Bologna).

21

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