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RIASSUNTO DI POLITICA ECONOMICA (Cellini)

CAP 1
La politica economica è quella parte della scienza che studia una comunità, riguardo
all’individuazione dei fini al modo di perseguire tali fini all’esito dell’eventuale intervento.

I fini di una comunità

Per comunità , si intende un aggregato di individui, con preferenze eterogenei. È del tutto
fisiologico che in ogni ente costituito da soggetti sia presente un conflitto tra gli obbiettivi
individuali dei soggetti che lo compongono. La TEORIA DELLE SCELTE COLLETTIVE sviluppa la
propria riflessione intorno a questo nodo concettuale, cercando di stabilire come- a partire dalle
finalità delle singole unità che lo costituiscono –un corpo complesso arrivi a all’individuazione dei
suoi obbiettivi. Pertanto, la teoria delle scelte collettive costituisce una parte – la prima della
politica economica. La politica economica, prima ancora di preoccuparsi di evitare che vengano
selezionati obbiettivi contraddittori, studia la gestione dei conflitti tra gli obbiettivi che ci si è
assegnati.

Il perseguimento dei fini

La parte della politica economica che studia il raggiungimento dei fini assegnati riguarda LA
TEORIA DELLA CONTROLLABILITA’. Essa studia le condizioni che devono essere soddisfatte affinchè
sia raggiungibile il fine che l’ente collettivo si posto, data la struttura dell’economia per
raggiungere un determinato obbiettivo bisogna implementare specifiche azioni.

I soggetti della politica economica

Privati: consumatori, imprese e cittadini

Le autorità di politica economica, è un ente che non ha una propria personalità, ma è


semplicemente un aggregatore delle preferenze individuali, l’autorità si limita a osservare le
preferenze degli individui, a stabilire un fine di politica economica e a decidere se e come
intervenire per realizzarlo.

IL MODELLO DI MUSGRAVE: suggerisce di rappresentare l’autorità di politica economica come


l’insieme dei tre uffici, che si differenziano per la natura degli obbiettivi perseguiti. Più
precisamente, l’autorità di politica economica sarebbe costituita: dall’allocation bureau, che è
l’ufficio che persegue gli obbiettivi di natura macroeconomica, dal restribution bureau che è
l’ufficio che si occupa degli intereventi volti a realizzare la redistribuzione del reddito.
La teoria normativa della politica economica (cap. II°)

La politica economica pur non essendo una scienza in senso stretto segue, comunque, un metodo
scientifico, in cui:

o L’investigazione economica parte dall’osservazione di fenomeni che esistono realmente;


o L’attenzione va rivolta a fenomeni che mostrano una certa regolarità;
o Vengono enucleati “fatti stilizzati”;
o Vengono creati modelli al fine di spiegare i fatti stilizzati;
o Viene avviato un processo di valutazione del modello.
Un modello è la descrizione semplificata della realtà e deve essere: semplice, generalizzabile e robusto; può
essere letto in due modi: - Positivo (o descrittivo), ci dice “che cosa succede e perché; - Normativo (o
prescrittivo), ci dice che cosa deve essere fatto affinché vengano raggiunti determinati risultati.

Invece, le relazioni che intercorrono tra gli elementi del modello possono essere illustrati un modo
discorsivo o in modo formale. Gli economisti rappresentano i modelli in modo formalizzato, tramite l’uso di
equazioni. Distinguiamo quattro categorie di relazioni:

1) Relazioni tecniche, che comprendono equazioni che descrivono la tecnologia o le preferenze degli
individui, per esempio: la funzione di produzione (y=kαJβ) o la funzione di utilità;
2) Relazioni comportamentali, che descrivono il comportamento degli individui, per esempio: le funzioni
di domanda o di offerta di mercato (Q=A-Bp) oppure la funzione di consumo aggregato keynesiana
(C=Co+cY).
3) Relazioni di equilibrio, come l’imposizione dell’eguaglianza tra quantità domandata e quantità offerta
di un certo bene [D(p)=S(p)].
4) Relazioni di definizione, che servono per definire una grandezza, per esempio: la domanda aggregata
(D=C+I+G+X-M);
- Relazioni istituzionali (sono una sotto-categoria delle relazioni di definizione), equazioni
definitorie relative a grandezze istituzionali, per esempio: il saldo del bilancio dello Stato dato
dalla differenza tra entrate e uscite (BS=T-G) o del saldo della bilancia commerciale (BC=X-M).
Ovviamente in ogni modello figurano delle variabili (grandezze osservabili e misurabili). Queste possono
essere: - endogene, in tal caso il valore della variabile viene spiegata all’interno del modello; - esogene, in
questo caso il valore viene preso come dato (non viene spiegato all’interno del modello). Nelle relazioni tra
variabili figurano anche parametri di comportamento (ossia valori numerici che figurano nelle relazioni sui
comportamenti dei soggetti) e parametri tecnici (ossia valori numerici che figurano nelle relazioni tecniche).

Nel costruire un modello, si cerca di dare spiegazione al maggior numero di variabili, ma nonostante tutto
esistono variabili esogene per diversi motivi:

o Nei sistemi economici sono importanti anche variabili non economiche;


o Esistono fatti predeterminati;
o Bisogna porre un limite nell’ampliamento del modello.
Quindi, la politica economica, essendo interessata a proposizioni normative, piuttosto che positive,
sistematicamente tratta come esogeno ciò che una lettura positiva del modello interpreta come endogeno.

Un modello può avere una:

- Forma strutturale, le equazioni che compongono il modello (rappresentano le relazioni di struttura del
sistema economico) legano variabili endogene con altre variabili endogene ed esogene.
- Forma ridotta, compare un’equazione per ogni variabile endogena e ogni variabile endogena viene
spiegata solo in funzione delle variabili esogene, per esempio: y=f(x); y(mx1) = A(mxn) x(nx1).
Tra le variabili possono essere individuati obiettivi e strumenti. Per obiettivo si intende un fine dell’azione
dell’Autorità di politica economica e può essere: fisso o flessibile. Abbiamo a che fare con un obiettivo fisso
quando l’Autorità di politica economica mira a raggiungere un valore puntuale di una certa variabile, per
esempio: vogliamo un tasso di disoccupazione del 2,5%. Si parla di obiettivo flessibile quando ci troviamo di
fronte ad un problema di massimizzazione o di minimizzazione, per esempio: minimizzare i costi o
massimizzare il benessere sociale.

Per strumento si intende una variabile che viene usata dal policy-maker come leva per raggiungere un fine.
Per definire una variabile “strumento”, bisogna che questa soddisfi alcuni requisiti; in particolare deve
essere: 1) controllabile dall’Autorità di politica economica; 2) sufficientemente “isolata” dall’influsso di
elementi esterni; 3) efficace sugli obiettivi che l’Autorità si pone.

Un modello di politica economica è controllabile se l’Autorità di politica economica è in grado di perseguire


i suoi obiettivi. Secondo il Teorema della regola aurea di Tinbergen: condizione necessaria affinché un
modello statico e deterministico di politica economica con obiettivi fissi sia controllabile è che il numero di
strumenti a disposizione del policy-maker sia almeno pari al numero degli obiettivi. La condizione
individuata è necessaria ma non sufficiente (dal momento che bisogna richiedere che gli strumenti siano
anche indipendenti fra di loro); quindi di fronte ad un sistema di mi equazioni da risolvere (obiettivi) per ni
variabili incognite (strumenti), sono possibili tre casi:

- mi=ni: il numero degli strumenti è perfettamente uguale al numero degli obiettivi; in questo caso il
sistema è perfettamente controllabile ed esiste una e una sola soluzione.
- mi<ni: il numero di strumenti è maggiore rispetto a quello degli obiettivi; il sistema è sotto determinato
e presenta infinite soluzioni.
- mi>ni: il numero di strumenti è minore rispetto a quello degli obiettivi; il sistema non è controllabile. In
questa situazione è possibile agire in tre modi: 1) stabilire quali sono gli obiettivi che godono di priorità,
in modo da decidere quali obiettivi fare cadere e creare, così, un equilibrio tra strumenti e obiettivi; 2)
cercare di costruire o inventare nuovi strumenti; 3) abbandonare gli obiettivi fissi e perseguirne uno
flessibile.
Esempi di obiettivi flessibili: la funzione di perdita min L=∑mi=1 ωi (yi-yi*)2 sotto il vincolo y= A x. Indice di
malessere di Okun IMO= π + u (“π” è il tasso di inflazione, “u” è il tasso di disoccupazione). Il tasso di
disoccupazione ed il tasso d’inflazione non si muovono in modo disgiunto, ma sono tra loro legati da una
relazione, che sarà rappresentata da una curva, la curva di Phillips.

La critica di Lucas: secondo Lucas, nel momento stesso in cui un’azione di politica economica viene messa in
atto, questa muta il quadro nel quale gli individui si muovono. L’effetto della politica economica sulle
variabili obiettivo è pertanto imprevedibile; la politica economica ha si effetto sulle variabili economiche,
ma in un modo che non può essere previsto sulla base dei comportamenti osservati nel passato.
Conclusione: è meglio astenersi da interventi attivi, proprio perché l’esito del loro intervento è sempre
imprevedibile.
Fallimenti microeconomici del mercato: il potere di mercato (cap. VI°)

Consideriamo il caso in cui il mercato sia servito da una sola impresa (monopolista), che persegue la
massimizzazione del suo profitto. La teoria canonica del monopolio assume:

a) che l’impresa percepisca come dato il comportamento dei consumatori [P=P(Q)];


b) che l’impresa assuma come data la tecnologia di produzione a sua disposizione [c=c(q)];
c) che l’impresa presente sul mercato non tenga conto del comportamento di altre imprese estranee al
mercato.
d) che la quantità prodotta dalla singola impresa coincide con la quantità complessivamente immessa sul
mercato (q=Q).
La funzione obiettivo (π=RIC-CT) dell’impresa monopolista sarà: π= Q P(Q) – c(Q); la massimizzazione di
questa funzione richiede che venga prodotta quella quantità tale da eguagliare il ricavo marginale col costo
marginale (∂RIC(Q)/∂Q = ∂c(Q)/∂Q, punto M). E’ immediatamente verificabile che la coppia (QM,PM), cioè la
scelta ottimale per l’impresa monopolista, non garantisce l’efficienza allocativa, poiché la quantità prodotta
non è quella che eguaglia il prezzo al costo marginale.

Figura 6.1 L’equilibrio dell’impresa monopolista e la perdita netta di monopolio.

La presenza di inefficienza allocativa nel punto di ottimo per l’impresa può essere spiegata con la perdita
netta o secca di monopolio: il passaggio dal punto ottimale dell’impresa al punto di benessere sociale
(punto M a SW) comporta:

a) per i consumatori un surplus (pari all’area +A+B);

b) per l’impresa una perdita (-A) e un incremento (+C).

Pertanto, il guadagno netto di benessere per la società è dato da (+A+B-A+C)=(+B+C); la perdita netta di
monopolio non è altro che la differenza tra benessere sociale massimo (in condizione di perfetta
concorrenza) e benessere sociale di monopolio.

Perché esistono i monopoli?

Esistono i monopoli per diversi motivi:


- di natura storica rafforzati da interventi legislativi che determinano la presenza di barriere all’entrata
per imprese che vogliano iniziare a produrre su un mercato;
- di natura economica, come quando i comportamenti di un’impresa presente ostacolano e impediscono
l’entrata di nuove imprese e le legislazioni anti-monopolistiche intendono contrastare;
- monopolio naturale, è un caso particolare in cui la presenza del monopolio non è da addebitare al
comportamento dell’impresa, ma alla configurazione del mercato, cioè alla dimensione della domanda e
dei costi di produzione, che rende impossibile che più di un’impresa possa ottenere profitti positivi.
Il monopolio è inefficiente anche in senso dinamico?

Il monopolio determina inefficienza allocativa, ma è inefficiente anche in senso dinamico?

- Schumpeter (monopolio efficiente in senso dinamico): la perfetta concorrenza consente che le


generazioni attuali stiano meglio rispetto a una situazione di monopolio, ma che le generazioni future
potrebbero stare peggio, in quanto la crescita economica associata a regimi di monopolio è più forte
rispetto alla crescita economica associata a situazioni di concorrenza perfetta. Perché: l’innovazione, che
sta alla base del processo di crescita, richiede ingenti investimenti rischiosi da parte delle imprese in R&S
e, solo l’impresa monopolista con i suoi guadagni più elevati rispetto alle altre potrebbe far fronte,
garantendo, così, una crescita più veloce.
- L’opposta visione di Arrow ( monopolio inefficiente in senso dinamico): la concorrenza perfetta non solo
garantisce l’efficienza statica, ma garantisce anche un tasso di crescita economica più elevato rispetto a
quello associato a situazioni di monopolio. Perché: a) chi gode di rendite monopolistiche non ha
incentivo a compiere ricerca e sviluppo e quindi non genera crescita; b) le informazioni sulla tecnologia
usata dal monopolista sono protette da brevetti e quindi circolano in modo difficoltoso, rallentando,
così, il processo di crescita.
Queste opposte posizioni, ben fondate, hanno dato vita al “conflitto Schumpeter contro Arrow” e lasciano
ancora aperta la questione.

Le vie d’uscita dall’inefficienza statica di monopolio.

In caso di monopolio le Autorità di politica economica devono decidere se tollerare o meno la presenza del
monopolio:

o Se il monopolio non viene tollerato, si avvia una politica di liberalizzazione del mercato:
1. Attuare politiche di tipo istituzionale (ad esempio: la normativa antitrust) che permettono di
modificare norme e leggi al fine di favorire l’ingresso di altre imprese;
2. Concedere sussidi per la produzione del bene per le imprese entranti.
o Se la presenza del monopolio viene tollerata, bisogna influenzarne il comportamento in modo da
evitare l’inefficienza allocativa:
1. Statalizzare l’impresa e renderla di proprietà pubblica;
2. Attuare la regolamentazione, cioè cercare di influenzare i comportamenti dell’impresa
monopolista privata:
2.1. Regolamentare la quantità;
2.2. Regolamentare il prezzo:
a) Regola del “second-best” (prezzo uguale a costo medio), questa regola non garantisce la
massimizzazione del benessere sociale, ma rende massimo il benessere sociale,
subordinatamente al rispetto del vincolo che il profitto non sia negativo;

b) Nel mondo reale vige la “regola del price-cap”, è una regola che riguarda la variazione del
prezzo. Si consente all’impresa di aumentare il prezzo, da un anno all’altro, non oltre un
ammontare stabilito e pari alla variazione dell’indice generale dei prezzi (∆P, tasso di
inflazione), decurtato di un certo fattore (X), la massima variazione di prezzo tollerata sarà:
∆Pi=∆P-X. Come si può notare viene concesso un aumento del prezzo in misura minore al
tasso di inflazione perché si cerca di spingere l’impresa all’efficienza (tagliare i costi di
produzione superflui), ma spesso si ottiene come risultato un abbassamento qualitativo del
bene.

3. Tetto al rendimento del capitale d’impresa, consente di fissare qualunque prezzo sia compatibile
con un tasso di rendimento del capitale non superiore ad una certa soglia (r = guadagni/stock dei
capitali). Ma, in questo caso, l’impresa tenderà a dotarsi di capitale fisico e finanziario in misura
superiore rispetto alle sue necessità (effetto Averch-Johnson).
4. L’asta alla Demsetz: tollerare la presenza di un’impresa monopolista, ma cercare di spingere le
imprese a competere tra di loro per l’aggiudicazione all’asta della posizione privilegiata di
monopolio. In questo caso vincerà l’asta l’impresa che offre di più e il ricavato dell’asta potrebbe
così essere adoperato dal policy-maker per risarcire i consumatori dalle inefficienze del mercato.
5. Teoria dei mercati contendibili: garantire la contendibilità del mercato, cioè dare la possibilità alle
imprese di entrare ed uscire da un mercato dove vige il monopolio senza sostenere costi
irrecuperabili (sunk-costs).
Altri casi di potere di mercato.

In tutti i casi in cui un’impresa goda di potere di mercato (ad esempio: oligopolio), l’allocazione che
massimizza il profitto non è efficiente in senso allocativo:

o Oligopolio alla Cournot, caratterizzato da poche imprese che vendono un bene omogeneo e da una
forte interdipendenza strategica; infatti, la decisione di produzione di ogni impresa incide sulla quantità
complessiva presente sul mercato, la quale a sua volta incide sul prezzo e quindi sui profitti da praticare
anziché la quantità da produrre;
o Oligopolio alla Bertrand, l’esito è diverso. Infatti se tutte le imprese hanno la stessa struttura dei costi,
potrebbe esservi una situazione di equilibrio nel caso in cui si stabilisse il prezzo pari al costo marginale;
pertanto l’oligopolio alla Bertrand determina un equilibrio che replica la perfetta concorrenza nel caso
in cui le imprese producano beni omogenei ed abbiano la stessa struttura dei costi (paradosso di
Bertrand). Se, invece, tutte le imprese producono beni omogenei ma non hanno la stessa struttura dei
costi, l’impresa con i costi più bassi potrà accaparrarsi l’intero mercato.
Il cartello.

Si configura come accordo di cartello ogni intesa tra imprese, volto a modificare l’allocazione di mercato in
favore delle imprese stesse e a danno dei consumatori, solitamente tali accordi prevedono una diminuzione
delle quantità immesse sul mercato, in modo da determinare un incremento del prezzo; provocando così
una situazione di inefficienza allocativa. Inoltre i cartelli tendono ad essere instabili poiché una volta
raggiunto l’accordo, ogni impresa ha incentivo a tradire tale accordo, posto che le altre imprese rimangano
fedeli al patto. Abbiamo visto che ogni qualvolta l’impresa gode di un potere di mercato, si giunge ad
allocazioni inefficienti sotto il profilo allocativo. Tale distorsione allocativa può comunque essere più o
meno pronunciata. Quindi possiamo dire che un mercato può essere più o meno concorrenziale. Per
valutare il grado di concentrazione di un mercato, bisogna prima definire i confini di tale mercato e quindi
valutare la sostituibilità fra i beni prodotti dalle diverse imprese. Aumentare la sostituibilità tra prodotti, se
possibile, rappresenta un’azione pro-concorrenziale. L’aumento di sostituibilità si può perseguire in diversi
modi: attraverso la diffusione di standard tecnologici; cercando di cambiare i gusti dei consumatori;
riducendo i costi di trasporto. Una volta definiti i confini del mercato: un primo criterio per misurare il
grado di concorrenzialità può essere rappresentato dal numero delle imprese esistenti, ma tale criterio per
diversi motivi non è attendibile. Un secondo criterio è dato dal grado di concentrazione; un’impresa è
concentrata se un numero piccolo di imprese serve un’ampia posizione della domanda; maggiore è la
concentrazione, più elevato sarà l’allontanamento dall’efficienza allocativa. L’indice maggiormente
adoperato è quello di Eherfindall, definito come la somma dei quadrati delle quote di mercato, un altro
indice ampiamente utilizzato è l’indice di rapporto di concentrazione di ordine K; esso è dato dalla somma
delle quote di mercato delle K imprese maggiori che servono un dato mercato. Infine ulteriori criteri di
valutazione della concentrazione sono rappresentati dalle barriere all’entrata e dalla struttura dei mercati a
monte o a valle.

Le politiche antitrust (cap. VII°)

L’oggetto principale della politica e della normativa antitrust consiste:

a) Combattere accordi e intese fra imprese, finalizzati a limitare la concorrenza;


b) Combattere gli abusi da parte di posizioni dominanti;
c) Impedire acquisizioni e fusioni di imprese che determinerebbero minore concorrenza.
Le politiche antitrust sono state adottate:

- Nel 1890 negli USA (Sherman Antitrust Act);


- Nel 1957 in Germania;
- Nel 1968 nel Regno Unito;
- Nel 1977 in Francia;
- Nel 1990 in Italia;
- Nel 1957 i primi accordi sulla Comunità europea nel Trattato di Roma.
L’intervento antitrust in USA e in Europa: due diverse logiche a confronto.

Perché la politica antitrust in Europa nasce in ritardo rispetto agli USA? Per due motivi:

o A fine Ottocento, sia gli USA che i Paesi europei iniziano a sperimentare processi di industrializzazione
pesante, con episodi di concentrazione industriale e con la nascita di cartelli industriali. Gli USA e i Paesi
europei scelgono di seguire due strade di intervento correttivo differenti:
- Negli USA lo Stato ricopre un ruolo di “arbitro”, quindi non era direttamente presente nel mercato,
ma lo sorvegliava dall’esterno e lo svolgimento di tale compito si ripercosse sull’attuazione delle
normative antitrust.
- Le Autorità di politica economica europee scelsero invece di fare intervenire direttamente lo Stato
nel mercato, soprattutto incidendo sull’offerta, lo Stato, quindi, esercitava il ruolo di “giocatore”; il
ruolo interventista dello Stato portò alla creazione di monopoli pubblici, il cui esercizio, almeno in
astratto, si ispirava più all’ottimizzazione del benessere sociale, che a quella del profitto. Ciò portava
l’Autorità di politica economica a disinteressarsi delle normative antitrust.
o L’economia statunitense era chiusa e poco propensa agli scambi internazionali, mentre in Europa gli
scambi con l’estero erano frequenti ed avevano come conseguenza una spiccata concorrenzialità, il che
escludeva fisiologicamente la necessità di norme esterne. (indice di apertura: X + M / PIL).
A partire dagli anni Ottanta hanno avuto luogo due differenti processi, che hanno portato i Paesi europei a
rivedere la loro logica di intervento, e ad avvicinarsi al “modello americano”:

a) Processi di liberalizzazione e privatizzazione dei mercati in cui erano presenti monopoli pubblici con un
cospicuo ridimensionamento dell’azione dello Stato nell’economia;
b) La crescente internazionalizzazione delle economie (con, ad esempio, l’acquisizione di imprese anche al
di fuori dei confini degli Stati nazionali) ha portato alla consapevolezza che affidarsi al sistema
concorrenziale non è più sufficiente per affrontare i trust.
L’esperienza americana.

Nel 1890 venne varata la prima normativa antitrust Sherman Antitrust Act. Questa normativa era divisa in
due parti:
I. Divieto di collusioni tra le imprese a scapito dell’interesse pubblico;
II. Divieto di monopolizzazione dei mercati e l’abuso di posizione dominante.
Lo Sherman Antitrust Act non puniva il monopolio in quanto tale, bensì l’abuso di posizione monopolista ed
il tentativo di rendere un mercato monopolistico e, proprio per questo motivo, questa normativa risultò
poco efficace. Così, nel 1914, venne varato il Clayton Act, che individua, sanzionandole, pratiche ritenute
responsabili di portare a situazioni di monopolio; in particolare: la discriminazione di prezzo; le vendite
condizionate con contratti di esclusiva; fusione tra imprese. Fu altresì istituito il Federal Trade Commission
Act, un’Autorità governativa garante della concorrenza che, successivamente nel 1938, venne attribuito,
anche, il compito esplicito di tutelare i consumatori (ad esempio: forme di pubblicità non veritiere).

L’esperienza europea e italiana.

Il Trattato di Roma (trattato istitutivo della Comunità Europea), del 1957, fu il primo atto di normativa
antitrust per i Paesi Europei e gli articoli sono:

- L’art.81: sono vietati:


1) Discriminazione dei prezzi: fissare i pressi direttamente o indirettamente;
2) Vendite congiunte: limitare la produzione;
3) Clausole di esclusiva: spartirsi i mercati di sbocco e di approvvigionamento;
4) Prezzi predatori: condizioni dissimili a transazioni equivalenti;
5) Condizionare i contratti all’accettazione di obbligazioni.
- L’art.85: tutti i divieti presenti nel Trattato di Roma sono consentiti a condizione che le imprese
migliorino la tecnologia, la produzione a favore dei consumatori;
- L’art.86: vieta l’abuso di posizione dominante;
- L’art.92: gli Stati non possono aiutare le imprese favorendo così posizioni di vantaggio.
In Italia, l’art.41 della Costituzione tutela la libera concorrenza, ma solo con la Legge 287 del 1990 venne
varata una coerente normativa a tutela della concorrenza e che riprende testualmente il Trattato di Roma;
fu creata l’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Autorità antitrust) che opera come segue:

- Individuazione del mercato rilevante, prendendo in considerazione elementi merceologici, geografici ed


economici; grado di sostituibilità fra prodotti diversi: εxi,pj= var.%xi / var.%pj);
- Rilevazione della posizione dominante, che viene valutata in relazione alla quota di mercato (numero di
imprese e numero di quote di mercato: si = qi / Qi), relazioni di integrazione, barriere all’entrata, …
- Valutazione dei comportamenti (verifica degli abusi), i divieti sono quelli elencati nel Trattato di Roma
(discriminazione dei prezzi, vendite congiunte, clausole di esclusiva, prezzi predatori).
Le Autorità di settore.

Nel nostro Paese operano, accanto all’Autorità garante, delle Authority (Autorità di settore) che hanno il
compito di vigilare sui comportamenti delle imprese che operano in specifici settori come ad esempio:
ISVAP che è l’Istituto di Vigilanza sulle Assicurazioni Private e di interesse collettivo.

Liberalizzazione e privatizzazione.

- Liberalizzazione: si intende l’ingresso di nuove imprese su mercati serviti da monopolisti;


- Privatizzazione: si intende il passaggio di proprietà da soggetti pubblici a soggetti privati; la
privatizzazione può essere parziale (privatizzazione parziale) e cioè la vendita dei pacchetti azionari di
proprietà pubblica non è stata totale e lo Stato ha mantenuto il controllo di pacchetti azionari (clausola
del golden share).
Le esternalità (cap. VIII°)

Si definisce esternalità l’effetto che il comportamento di un agente esercita direttamente sul risultato di un
altro agente.

Le esternalità possono essere:

- Positive, che danno luogo a economie esterne;


- Negative, che danno luogo a diseconomie esterne.
E possono aver luogo in:

- Attività di consumo [esempio: fumo della sigaretta “A” che arreca fastidio a “B” (negativa); “A” cura il
suo prato procurando piacere visivo a chi passa (positivo)].
- Attività di produzione [esempio: l’inquinamento (negativo); l’occupazione (positivo)].
Il problema che la presenza di esternalità comporta è che i singoli consumatori e produttori non agiscono
mirando all’ottimo sociale, ma solamente all’ottimo individuale: comportandosi in questo modo i soggetti
non saranno in grado di tenere nella giusta considerazione le esternalità, cioè non sapranno valutare i danni
o i benefici che ciascuno esercita sugli altri, e quindi raggiungeranno un punto di equilibrio (ottimo
individuale) che non coincide con l’ottimo sociale. Pertanto esiste un conflitto tra ottimo individuale e
ottimo sociale; quindi, la presenza di esternalità è una causa di fallimento del mercato che richiede un
intervento di politica economica.

L’esternalità determina l’inefficienza sociale delle scelte individualmente ottimali.

Ipotizziamo una società formata da due agenti (individuo “A” e individuo “B”):

o Individuo “A”: - Utilità netta: wA(xA)=bA(xA)-cA(xA);


- Massimizzazione: wIA,xA = ∂wA(xA) / ∂xA = 0;
- Punto di ottimo: wIA,xA(.)=0 => bIA,xA(.)-cIA,xA(.)=0 (beneficio marginale=costo
marginale);
o Individuo “B”: se l’attività di “A” esercita un’esternalità negativa su “B”:
- Utilità netta: wB(xB) = bB(xB) – cB(xBxA);
- Massimizzazione: MAXxBwB(.) => wIB,xB(.)=0 => bIB,xB(.)-cIB,xB(.)=0.
o Benessere sociale: consideriamo ora il problema dal punto di vista sociale:
- Utilità netta: SW = wA(.) + wB(.) = bA(xA) – cA(xA) + bB(xB) – cB(xB,xA).
- Massimizzazione: MAXxA,xBSW(.) => ∂SW(.) / ∂xA = 0 (→I°)
∂SW(.) / ∂xB = 0 (→II°)

- Condizione di ottimo: bIA,xA – cIA,xA – cIB,xA = 0 (→I°)


bIB,xB – cIB,xB = 0 (→II°)

Si può notare che la II° condizione di ottimo sociale corrisponde alla condizione di ottimo individuale
dell’individuo “B”. La quantità xA ottimale per la società può essere interpretata (I° condizione):

1) bIA,xA – cIA,xA = cIB,xA ( l’ottimo sociale richiede di eguagliare il beneficio netto marginale di “A” al
costo marginale che xA esercita su “B”);
2) bIA,xA = cIA,xA + cIB,xA (all’ottimo sociale si richiede di rispettare l’eguaglianza tra beneficio
marginale sociale ed il costo marginale sociale).
Vi sono tre vie di uscita dell’inefficienza comportata dal mercato in caso di esternalità:
1) imposizione dei vincoli sulle quantità;
2) istituzione di tasse o di sussidi;
3) creazione dei mercati.
Correzione dell’effetto esterno tramite l’imposizione di vincoli sulle quantità.

Regolamentazione della quantità: l’Autorità di politica economica fissa vincoli di quantità limitando la
libertà di scelta del singolo agente (esempio: il divieto di fumare, che considera come ottimo sociale
l’eliminazione del fumo in certi ambienti).

Correzione dell’esternalità tramite tasse o sussidi.

Nel 1920 A. Pigou, osservò come gli effetti esterni conducessero a situazioni socialmente inefficienti e
propose di correggere comportamenti individuali, in presenza di esternalità, introducendo appropriate
tasse o sussidi.

o Tasse: Ipotizziamo che venga introdotta una tassa t su ogni unità di xA prodotta (o consumata). Il
problema di ottimo individuale che “A” si trova ad affrontare è: MAX: bA(xA) – c(xA) – txA dove
l’ammontare txA è l’ammontare del prelievo operato a seguito della tassa introdotta. L’individuo
massimizzerà il suo risultato quando: bIA,xA – cIA,xA – t = 0 e da questa condizione ricaverà pertanto
l’ammontare di xA per lui ottimale.
Ovviamente, quest’ultima condizione, coincide con l’ottimo sociale se t=cIB,xA: bIA,xA = cIA,xA-t (ottimo
individuale). Abbiamo così dimostrato quanto ci eravamo prefissati: un’imposta di entità pari al danno
marginale arrecato agli altri conduce l’individuo che esercita l’esternalità negativa a operare una
scelta individualmente ottimale che coincide con l’ottimo sociale: bIA,xA = cIA,xA + cIB,xA (ottimo sociale).

o Sussidi: alternativa alla tassa è il sussidio per astenersi dalla produzione dell’esternalità negativa,
questo strumento è ritenuto “poco felice” perché: a) il sussidio per astenersi dalla produzione di
esternalità negative richiede un costo finanziario al policy-maker (e non un’entrata come l’imposta); b)
sembra più discutibile sotto il profilo dell’equità (è giusto dare sussidi a chi produce esternalità
negative?); c) potrebbe spingere le imprese a falsare i dati per ottenere più sussidi; d) potrebbe
spingere sul mercato di un bene un numero di imprese in esubero rispetto alla situazione di efficienza.
La creazione di mercati per lo scambio di effetti esterni: il Teorema di Coase.

Un’ulteriore soluzione alla questione delle esternalità è stata proposta nel 1960 da Coase, che si basa
sull’idea di creare un mercato in cui gli effetti delle esternalità possano essere scambiati; un esempio di
questo concetto è l’idea di creare un mercato in cui possa essere scambiato il diritto a fumare; in origine,
potrebbe essere garantito ai non-fumatori il diritto all’aria pulita, diritto a cui questi possono essere portati
a rinunciare in cambio di un beneficio che superi il costo (ovvero il danno) che essi subiscono quando sono
investiti dal fumo passivo. Se, invece, l’attribuzione originaria dei diritti è al contrario, saranno i fumatori ad
avere il diritto di emettere fumo, e i non-fumatori potranno acquistare da loro il diritto all’aria pulita.

Il Teorema di Coase:

a) Se si è in presenza di esternalità;
b) Se le parti coinvolte sono in grado di contrattare liberamente (ossia se i costi di transazione sono nulli);
c) Se la configurazione socialmente efficiente esiste ed è unica;
allora la creazione di un mercato per lo scambio dei diritti a generare gli effetti esterni conduce gli
individui a produrre (o a consumare) il bene che genera l’esternalità in quantità esattamente uguale a
quella che massimizza il benessere sociale; inoltre, in questo caso, l’ammontare di effetto esterno
scambiato sul mercato, pari a quello socialmente ottimale, è indipendente dalla misura in cui si sono
attribuiti inizialmente i diritti di proprietà.

Se valgono le condizioni (a) e (b) ma, in luogo della (c) vale che:

d) L’allocazione che massimizza il benessere sociale non è unica;


allora l’attribuzione iniziale dei diritti di proprietà è rilevante sull’esito finale raggiunto dalle contrattazioni
degli agenti.

Dimostrazione:

ipotizziamo che l’individuo B subisce l’esternalità negativa da parte di A, che riceva come iniziale diritto di
proprietà il diritto a non subire l’effetto negativo. L’agente B avrà una fonte aggiuntiva di reddito che
deriva dalla vendita del diritto e l’individuo A deve pagare il diritto, si avrà così:

o L’individuo “A”: MaxxA : bA(xA)-cA(xA)-pxA ;


o L’individuo “B”: MaxxB,xA=bB(xB)-cB(xB,xA)+pxA ;
la quantità di xA che B trova ottimale vendere ad A deriva dal processo di ottimizzazione, ponendo
uguale a zero la derivata prima della funzione obiettivo di B rispetto a xA, si ottiene:

-c’B,xA+p=0. E quindi B venderà ad A quella quantità tale da eguagliare il prezzo al costo marginale
arrecato dall’esternalità. D’altro lato la quantità di xA che l’individuo A trova ottimale esercitare è tale
che: b’A,xA - c’A,xA = c’B,xA .

Le critiche:

la creazione di mercati ad hoc per lo scambio dei diritti a generare esternalità è stata soggetta a numerose
critiche non tanto sulla coerenza, quanto piuttosto sulla realizzabilità concreta: 1) la creazione di un
mercato è tutt’altro che non-costosa; 2) l’attribuzione iniziale dei diritti di proprietà è un’attività
assolutamente discrezionale e che comporta effetti distributivi notevoli, dato che pone alcuni soggetti in
posizione di monopolio; 3) non è detto che effettivamente gli individui siano poi disposti a scambiare questi
diritti.

Recentemente è stata suggerita un’altra soluzione, che consiste nella vendita all’asta dei diritti negoziabili,
idea che è stata creata partendo dall’esternalità negativa dell’inquinamento: il meccanismo si basa su
un’asta diretta dall’Autorità di politica economica, alla quale possono partecipare sia le imprese che
producono inquinamento, sia i consumatori che vogliono un ambiente sano; se l’asta risulta competitiva, il
prezzo speso per ottenere il diritto sarà pari al danno marginale comportato dalle esternalità; e l’Autorità
otterrebbe un introito che potrebbe usare per finalità sociali.

Le pseudo-esternalità.

Può accadere che la condotta di mercato di un soggetto sia influenzata dalle scelte di un altro, secondo
meccanismi che però rientrano nel sistema dei prezzi: ad esempio il taglio della produzione di petrolio, che
induce i consumatori, ed in particolare gli automobilisti, a modificare il proprio comportamento sul
mercato. Le esternalità di questo tipo si definiscono pecuniarie, o anche pseudo-esternalità, in quanto non
vi è uno scarto tra valutazione individuale e sociale dei costi e dei benefici relativi ad un certo bene.
Pertanto le pseudo-esternalità non conducono a fallimenti del mercato, ma rappresentano dei momenti di
questo.

beni pubblici (cap. X°)

Un bene pubblico è un bene dotato di due caratteristiche fondamentali:

1) È non-rivale nel consumo, ossia il fatto che venga consumato da un individuo non ne preclude il
contemporaneo consumo da parte di altri individui;
2) È non-escludibile, ossia risulta impossibile evitare che il bene, una volta prodotto, sia consumato da
chiunque lo desideri.
Oltre ai beni privati ed ai beni pubblici esistono beni che vengono detti beni misti, dato che godono soltanto
in parte delle proprietà dei beni pubblici puri:

a) Beni tariffabili (o beni di club): sono beni escludibili e non-rivali; in questo caso, il bene può essere
utilizzato da più soggetti contemporaneamente, ma previo pagamento, da parte di ciascuno, di una
tariffa (ad esempio: il pagamento del pedaggio autostradale);
b) Common goods (beni comuni): sono beni rivali ma non-escludibili; in questo caso, il consumo del bene
da parte di un individuo preclude il consumo del medesimo bene da parte di altri, ma è impossibile
evitare che chi lo desidera possa consumarlo (ad esempio: il pesce pescato).
Tuttavia va segnalato che vi sono beni la cui natura può essere discutibile: per esempio, tutti i beni non-
rivali, possono essere comunque soggetti a problemi di congestione (ad esempio: l’utilizzo di una piscina
pubblica che, una volta utilizzata contemporaneamente da più individui diventa rivale per gli individui che
aspettano fuori dalla piscina l’utilizzo di questa); oppure i beni escludibili (ad esempio: l’utilizzo di un
software subordinato all’acquisto di una licenza, ma facilmente copiabile; che viene così utilizzato anche da
chi non acquista la licenza).

Se i beni pubblici vengono scambiati sul mercato, essi danno luogo a configurazioni di equilibrio inefficienti
in senso allocativo. Perché: i diritti di proprietà non sono esattamente definibili, in quanto l’utilizzo è aperto
a tutti e non è possibile che qualcuno lo utilizzi anche senza pagarlo (fenomeno di free-riding); allora
risulterà non-conveniente produrlo, ma tutti potrebbero stare meglio se il bene fosse prodotto, e ciascuno
si impegnasse a pagarne in parte il costo di produzione; ecco perché la produzione di beni pubblici è
affidata a Enti pubblici che possono far ricadere sulla fiscalità generale i costi di produzione.

Il fatto che i vantaggi derivanti da beni pubblici siano indivisibili implica che ciascun individuo consuma il
medesimo ammontare di bene pubblico; occorre quindi valutare:

- Quanto bene pubblico produrre per garantire l’efficienza allocativa;


- Come ripartire i costi di produzione.
L’inefficienza allocativa dei beni pubblici.

Come abbiamo precedentemente detto la produzione, da parte di un individuo, del bene pubblico risulta
non-conveniente. Consideriamo una società formata da due individui: dal punto di vista della Teoria dei
giochi, la mossa “non-contribuisce” risulterà una strategia dominante e, l’intersezione delle scelte
individualmente razionali (non-contribuisce, non-contribuisce) dà luogo ad una situazione di equilibrio
(equilibrio di Nash) ma che è Pareto-inefficiente, dato che entrambi potrebbero stare meglio in un’altra
situazione. Siamo pertanto di fronte a un gioco di “dilemma del prigioniero”.

Per rispondere alla domanda “quanto bene pubblico produrre per garantire l’efficienza allocativa”, occorre
che sia soddisfatta la Condizione di Samuelson: in presenza di bene pubblico, la condizione di efficienza
allocativa richiede di eguagliare il saggio marginale di trasformazione tra bene pubblico e bene privato (il
prezzo relativo del bene pubblico in termini di bene privato) alla somma dei saggi marginali di sostituzione
tra bene pubblico e bene privato degli “n” individui presenti.

In termini formali, deve valere: ∑ SMSig,x = p.

SMSig,x indica il Saggio Marginale di Sostituzione tra bene pubblico e bene privato per l’individuo i, mentre p
indica il prezzo relativo del bene pubblico in termini di bene privato (saggio marginale di trasformazione del
bene pubblico in bene privato).

L’impostazione di Lindhal.

Per rispondere alla domanda “come ripartire i costi di produzione”, bisogna far riferimento a Lindhal che
suggerisce di impostare il problema delle decisioni di produzione e finanziamento dei beni pubblici nel
modo seguente: dapprima vanno trovate le domande ottimali degli individui, in funzione degli schemi di
contribuzione proposti, e in una seconda fase, si risolve il problema trovando lo schema di contribuzione che
renda soddisfatte la definizione di bene pubblico (i cui benefici sono indivisibili) e quella di fattibilità
dell’allocazione.

I common goods.

Per common goods intendiamo un bene che è non-escludibile ma è rivale, ossia un bene il cui consumo è
aperto a tutti, ma il cui stock viene progressivamente ridotto a causa della rivalità nel consumo. Ciascun
individuo nel momento in cui sceglie di usare ulteriormente una risorsa pubblica o meno, non tiene conto
del fatto che questa sua decisione influisce sul beneficio suo e dell’altro individuo. Il problema non è
distante dall’inefficienza comportata dall’esternalità e le vie di uscita possono essere sostanzialmente
simili: vendere a un privato le proprietà comuni, oppure mantenere la proprietà pubblica ma assegnando i
diritti di sfruttamento.

I beni di merito e di demerito e le asimmetrie informative


CAP 11
L’incompletezza informativa e la asimmetria informativa rientrano tra le caratteristiche dello
scambio di molti beni e servizi. Infatti. In alcuni casi è possibile riscontrare che solo un lato del
mercato ha informazioni complete.
Incompletezza informativa apre spazi per comportamenti opportunistici che conducono al
fallimento del mercato. Se un autorità di politica economica ritiene che i soggetti attivi sul mercato
posseggano un grado di informazione inappropriato o che non dispongano degli strumenti o delle
capacità atti a valutare correttamente l’insieme di informazioni in loro possesso,allora trarrà la
conclusione che le scelte individuali compiute sul mercato non rispecchino correttamente i costi e
i benefici individuali e che quindi siano in realtà individualmente (sub-ottimali).
I beni di merito e di demerito
Sono quelli per cui il policy maker ritiene giustificato limitare la libertà di scelta individuale
riguardo il consumo o la produzione, poiché crede che gli individui abbiano informazioni limitate o
distorte circa i reali costi e benefici individuali comportati dallo loro produzione o dal loro
consumo. In genere i beni di demerito (droga) sono legate delle esternalità negative. Mentre i beni
di merito (vaccini) (istruzione obbligatoria), esse comportano esternalità positive,. La natura
meritoria di un bene implica che si limiti la sovranità del consumatore, in nome di una maggiore e
migliore informazione detenuta da enti che stanno al di sopra dell’individuo.
Le asimmetrie informative: presentazione e classificazione
Si verifica un caso di asimmetria informativa ogni volta che i soggetti coinvolti in scambi economici
dispongono di insiemi di informazioni differenti.
Le asimmetrie info sono alla base dei fallimenti di mercato in termini di scambio e allocazione delle
risorse, (Pareto-inefficenti)
La teoria economica distingue diverse tipologie di asimmetrie info:
se l’asimmetria informativa è precedente rispetto alla conclusione del contratto (scambi) si parla
di ADVERSE SELECTION: ( vendita di un bene usato dove la qualità del bene è conosciuta solo dal
venditore) o (le polizze assicurative). Se invece la differenza fra gli insiemi informativi insorge dopo
che il contratto è stato siglato si parla di MORAL HAZARD: che a sua volte si divide in 2 sotto
gruppi: HIDDEN ACTION (azione nascosta) e HIDDEN INFORMATION (informazione nascosta).

Adverse selection: quando un soggetto possiede un set informativo diverso rispetto alla
controparte, chi possiede maggiori informazioni potrà adottare comportamenti che porteranno al
fallimento del mercato. Il fallimento potrà essere evitato attraverso processi di certificazione della
qualità (professioni mediche) o da marchi (dop igp) per i prodotti alimentari.
Moral hazard: si riscontrano 2 soggetti: colui che possiede minori info è detto PRINCIPALE il
soggetto che attua un comportamento particolare dopo la stipula del contratto è detto AGENTE.
ESEMPIO: impresa-manager quest’ultimo attua un comportamento opportunistico che dipende
dal contratto stipulato con l’imprenditore.

E’ di fondamentale importanza l’intervento pubblico che deve implementare sistemi informativi


pubblici e di metodi omogenei come (certificati della qualità) e introdurre standard minimi da
rispettare nei diversi settori.

Distribuzione del reddito e benessere sociale (cap. XII°)

Esistono diverse prospettive sotto le quali valutare la distribuzione del reddito:

a) Distribuzione personale del reddito, ossia il modo in cui il reddito si distribuisce fra i soggetti che
compongono la comunità;
b) Distribuzione funzionale del reddito, che si concentra su come il reddito si distribuisce fra i fattori
produttivi che hanno concorso a produrlo, in particolare: il capitale ed il lavoro;
c) Distribuzione sociale del reddito, si concentra sul modo nel quale il reddito si ripartisce fra le classi
sociali (ad esempio: fra capitalisti e lavoratori);
d) Distribuzione spaziale del reddito, che si concentra sul modo nel quale il reddito si ripartisce fra le aree
geografiche che costituiscono un’economia;
e) Distribuzione settoriale del reddito, ossia da come il reddito si ripartisce fra i settori che compongono
un’economia.
In questo capitolo ci concentreremo sulla distribuzione personale del reddito e faremo cenno alla
distribuzione sociale/funzionale del reddito (cap.14 → distribuzione settoriale, cap.15 → distribuzione
geografica del reddito).

La distribuzione personale del reddito: misure della equità distributiva.

Il primo problema da affrontare riguarda: -“quale variabile” considerare (noi utilizzeremo il reddito); -
“quale unità” considerare (noi utilizzeremo la famiglia, ma nel calcolo e nella comparazione dei redditi
familiari va adottata una correzione per rendere confrontabili situazioni di famiglie con struttura diversa. A
questo fine si utilizzano “scale di equivalenza”).

Il reddito è un carattere misurabile che si ripartisce in modo non uniforme tra i componenti di un gruppo. Le
scienze statistiche hanno elaborato numerosi indicatori allo scopo di valutare la variabilità e la
concentrazione nella distribuzione di caratteri.

Gli indicatori utilizzati sono:

- Gli indicatori di dispersione, o variazione, che esprimono quanto una distribuzione sia dispersa
intorno alla sua media. Vengono utilizzati: la varianza [∑(yi-y)2/N], lo scarto quadratico medio (radice
quadrata della varianza), lo scostamento medio assoluto dalla media (∑|yi-y|/N) ed il “rapporto
percentilico” (bisogna ordinare i soggetti in modo crescente rispetto al reddito posseduto, si divide il
gruppo ordinato in dieci sottogruppi. Il rapporto fra il reddito medio del 10° decile ed il reddito medio
del 1° decile fornisce un’indicazione della diseguaglianza distributiva);
- Gli indicatori di concentrazione, che forniscono una misura di quanta parte di un carattere misurabile
sia posseduta da una data frazione della popolazione. Vengono utilizzati: la curva di Lorenz (si
considera il gruppo di soggetti da esaminare, ordinati in modo crescente rispetto al reddito
personale, calcolare le distribuzioni cumulate del reddito ottenendo così una curva che, in caso di
distribuzione egualitaria, coincide con la bisettrice che taglia in due parti uguali il I° quadrante e
avente angolo di 45°. Ovviamente , quanto più la curva di Lorenz si allontana dalla bisettrice, tanto
meno equamente il reddito è distribuito); l’indice di Gini (che è data dal rapporto tra l’area H, area
compresa tra la curva e la bisettrice, e l’area del triangolo rettangolo, ma poiché l’area del triangolo
è: base per altezza diviso due, si può anche dire che l’indice di Gini è pari al doppio dell’area H.
Questo indice può assumere valore compreso tra 0 (distribuzione perfettamente equa) e 1 (massima
concentrazione nella distribuzione del reddito); quanto più lontana è la curva di Lorenz dalla
bisettrice, tanto più l’indice di Gini si avvicinerà a 1).

Figura 12.1 La curva di Lorenz.


Concetti e indicatori di povertà.

La povertà è una condizione di una fascia di popolazione che vive in condizioni particolarmente disagiate.

Esistono due differenti concetti di povertà:

- Povero in senso assoluto: colui il quale può contare su un reddito giornaliero non superiore a 1
dollaro (o 2 dollari) e/o che gode di un reddito annuo inferiore a 390 dollari;
- Povertà relativa: la condizione di povero dipenda non soltanto dal reddito individuale, ma dal
contesto nel quale il reddito è percepito. Infatti si definisce povero in senso relativo colui il cui reddito
equivalente è inferiore rispetto al 50% del reddito individuale medio della comunità di riferimento (la
metà di questo reddito rappresenta il reddito che individua la linea della povertà relativa).
Questi dati vanno interpretati con molta attenzione: condizioni di recessione generalizzata, implicano
l’uscita di persone dalla fascia della povertà relativa, non perché si sia innalzato il loro reddito individuale,
ma perché si è abbassato il livello della linea di soglia della povertà.

Il legame teorico fra distribuzione del reddito e benessere sociale.

Andiamo ora ad esaminare come, a parità di reddito medio, varia il benessere sociale al variare del modo in
cui il reddito è distribuito tra i diversi individui.

Teorema di Atkinson: se ogni individuo ha funzione di utilità crescente e concava nel livello del proprio
reddito e se l’ammontare di reddito complessivamente disponibile in una comunità non dipende dal modo in
cui è distribuito, allora una distribuzione più equa del reddito è associata a un più elevato livello di
benessere sociale.

o La prima ipotesi (se ogni individuo ha funzione di utilità crescente e concava nel livello del proprio
reddito) equivale a dire che l’utilità di ogni individuo dipende dal reddito, ciò vuol dire che dosi
aggiuntive del reddito individuale incrementano l’utilità individuale, ma in misura via via decrescente.
Pertanto, quando si sottrae una unità a chi ha un reddito elevato, per trasferirla a chi ha un reddito
basso, il decremento di utilità arrecato al più ricco sarà minore dell’incremento di utilità che l’unità
aggiuntiva determina per chi, più povero, la riceve. In questo caso, il trasferimento di reddito
aumenterà l’utilità della società, in quanto il beneficio per il povero eccede il danno arrecato al ricco.
o La seconda ipotesi (l’ammontare complessivo di reddito non dipende dal modo in cui esso è distribuito)
richiede che la redistribuzione del reddito non sia costosa.
La logica del Teorema non viene messa in discussione, ma bensì vengono messe in discussione le ipotesi su
cui esso si basa:

a) La redistribuzione è costosa perché, nel momento in cui si opera un trasferimento di reddito, non è
detto che tutto il reddito sottratto a chi è più ricco effettivamente giunga a chi è più povero;
b) Le politiche di redistribuzione vanno a colpire chi ha maggiore reddito e pertanto disincentivano la
produzione del reddito proprio da parte di chi ha maggiore capacità nel generare reddito.
Okun ha proposto di ragionare sulle curve di benessere sociale e di calcolare quale perdita di reddito
complessivo una società sia disposta ad accettare pur di ottenere una distribuzione di reddito più equa e
rimanere sulla stessa curva di benessere sociale.

In questo senso esisterebbe una sorta di saggio marginale di sostituzione fra equità ed efficienza.

La distribuzione funzionale del reddito.

La distribuzione funzionale del reddito, si concentra su come il reddito si distribuisce fra i fattori produttivi
che hanno concorso a produrlo (capitale, lavoro).
La quota distributiva che spetta al fattore lavoro è ottenibile semplicemente rapportando il monte di
remunerazioni che va al lavoro rispetto al reddito complessivo: αL = WN / Py [dove WN è il salario medio
delle unità di lavoro per il numero complessivo di unità di lavoro (monte delle remunerazioni del fattore
lavoro in termini nominali), Py indica il PIL (il prodotto fra il livello generale dei prezzi, P, e la produzione
reale, y)]. Però l’uso concreto di questa regola comporta svariati problemi:

a) È abbastanza semplice reperire i dati sui salari distribuiti ai lavoratori assunti, ma è diffide capire il
reddito percepito da chi svolge attività autonome;
b) Si pone il problema di quale indicatore di salario sia da considerare, perché i contributi sociali vanno si
a beneficio del fattore lavoro, ma non rientrano nel reddito disponibile dei lavoratori;
c) Nella misura delle quote distributive vi sono imprecisioni legati alla presenza di attività irregolari (ad
esempio: il lavoro nero).
Le conseguenze economiche della distribuzione del reddito.

L’andamento della distribuzione personale dei redditi è legata all’andamento della distribuzione funzionale
del reddito. Infatti dato che il ventaglio delle retribuzioni del lavoro è più ristretto del ventaglio delle
remunerazioni del capitale, nei periodi in cui il lavoro acquisisce quote distributive maggiori, la
distribuzione personale del reddito diventa più equa, mentre nei periodi in cui aumenta la quota
distributiva del capitale e si restringe quella del lavoro, aumenta la iniquità nella distribuzione personale dei
redditi.

Conoscere gli andamenti degli indicatori di distribuzione del reddito è importante, perché questi indicatori
sono legati alle performance economiche complessive.

Kuznets raccolse i dati relativi all’indice di Gini e del livello del reddito pro-capite in un insieme di Paesi
ottenendo una curva a forma di U rovesciata. Interpretazione: l’aumento dei livelli del reddito (cioè la
crescita economica) dapprima comporta un aumento della diseguaglianza ma, oltre un certo livello di
reddito, comporta una riduzione delle diseguaglianze.

Il nesso inverso, l’effetto della diseguaglianza sulla performance di crescita, è stato indagato da Robert
Barro: a parità di altre condizioni si trova una correlazione negativa e significativa tra la diseguaglianza e la
successiva performance di crescita, cioè la diseguaglianza nella distribuzione personale del reddito
danneggia la performance di crescita.

Le politiche economiche di redistribuzione.

L’obiettivo della politica economica è la riduzione della diseguaglianza distributiva. Le politiche di


redistribuzione del reddito sono praticate:

a) in modo diretto, cioè procedendo a trasferimenti di reddito fra individui diversi (rientra qui la politica
fiscale che si occupa di stabilire l’ammontare di imposte e trasferimenti in capo ai diversi individui);
b) in modo indiretto, cioè fornendo beni e servizi a individui diversi che pagheranno prezzi diversi per il
consumo di questi beni (qui rientra la produzione e l’attribuzione di beni e sevizi pubblici agli individui
che saranno chiamati a pagare ammontari differenti, per il medesimo bene pubblico, a seconda delle
loro condizioni di reddito).
Il principale strumento di politica economica per ottenere una redistribuzione del reddito è rappresentato
da disegni dell’imposizione fiscale, tra i quali:

- imposizione fiscale progressiva, se l’aliquota media di imposizione è crescente con l’aumento del
reddito (=> ti = Ti / yi = f(yi) , fI>0);
- imposizione fiscale proporzionale, l’aliquota di imposizione è la stessa per tutti gli individui e non
dipende dal livello del reddito individuale (=> ti =Ti);
- imposizione fiscale regressiva, l’aliquota di imposta decresce all’aumentare del reddito. Tipico
esempio è l’imposta a somma fissa (lump-sum tax) nell’ambito del quale tutti gli individui, a
prescindere dal loro reddito, devono pagare il medesimo ammontare (=> ti = Ti / yi = f(yi) , fI<0).

Il welfare state (cap. XIII°)

Per welfare state (stato sociale) si intende l’insieme di istituti messi in atto dallo Stato con l’obiettivo di
intervenire nella sfera economica e promuovere la qualità della vita dei cittadini, combattere le condizioni
di povertà o di indigenza originate da motivazioni diverse (ad esempio: malattia, invalidità, vecchiaia,
disoccupazione, etc.). Gli strumenti utilizzati, a tal fine, sono: - i trasferimenti alle famiglie; - fornitura di
beni e servizi.

Origini storiche del welfare state.

La grande crisi economica iniziata nel 1929 in USA, e propagatasi in tutti i Paesi del mondo, ha accelerato il
processo di adozione di istituti di protezione sociale che, in un primo momento, erano rivolti soltanto a
specifiche categorie (ad esempio: i lavoratori dipendenti), ma poi estesi a tutti. Un primo passo importante
fu compiuto dalla Gran Bretagna con l’adozione, nel 1942, del Rapporto Beveridge. In Italia, invece, già nel
1898, si adottava un’istituzione obbligatoria dell’assicurazione per gli infortuni sul lavoro e, grazie al regime
fascista, fu istituito in Italia l’Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale (INFPS, ora INPS), negli anni
Trenta.

Dopo la Seconda guerra mondiale, in tutti i Paesi occidentali con sistemi di libero mercato, si registra
un’enorme espansione quantitativa e qualitativa dell’intervento pubblico nell’economia, con finalità sociali,
favorita grazie: - al boom economico (che durò dagli anni Cinquanta agli anni Settanta); - al clima ideologico-
politico, che sosteneva l’ampliamento dello stato sociale.

Ma, dopo gli anni Settanta, a seguito delle crisi economiche generate dal primo shock petrolifero del 1973-
74 e, più in generale, a seguito delle contestazioni socio-politiche al modello fino ad allora stabile, sorsero i
dubbi sulla “sostenibilità” dello stato sociale dovuti sia a fatti economici (riguardanti il rallentamento della
crescita economica, cioè tassi crescenti di disoccupazione e di inflazione; e crisi del modello di produzione
fordista); sia a fatti di origine sociale e politica (riguardanti all’instabilità del modello della famiglia con un
solo dipendente generata dall’aumento di offerta del lavoro femminile).

La struttura della spesa per lo stato sociale in Italia ed Europa.

Verso la fine degli anni Novanta, in Italia, la quota della spesa sociale sul PIL era di poco superiore al 22%
(un dato del tutto comparabile con il dato medio dei Paesi dell’Unione Europea).

Circa l’articolazione della spesa, invece, l’Italia presentava rilevanti diversità: a) previdenza (in particolare la
spesa pensionistica); b) assistenza (contributi per particolari condizioni di lavoro, per esempio:
disoccupazione); c) sanità. Il sistema dello stato sociale in Italia si è concentrato prevalentemente sui rischi
di vecchiaia ed è stato meno attento rispetto ai “nuovi” bisogni.

La previdenza.
La spesa in previdenza sociale coincide con la spesa per le pensioni, infatti, il termine “previdenza” sta a
indicare che in una fase della vita (la fase lavorativa), si versano contributi in modo da poter contare, nella
fase successiva della vita (la fase del pensionamento), su una rendita, che rappresenta una fonte di reddito
non-da-lavoro.

Ma perché, nell’ambito del welfare state, lo Stato interviene per rendere obbligatorio il risparmio
pensionistico? Perché:

- Il risparmio pensionistico è un bene di merito e gli individui privati, lasciati a sé, non sarebbero in
grado di percepire quanto importante sia il risparmio finalizzato alla costruzione di una rendita
pensionistica;
- Le asimmetrie informative tra individui ed enti pensionistici sono rilevanti, e questo provoca
fallimenti microeconomici di mercato;
- La presenza di una parte della popolazione non coperta da forme di pensione configurerebbe una
esternalità negativa per l’intera società.
Nella realtà italiana, come in altri Paesi, esistono diversi tipi di pensione:

a) La pensione di vecchiaia (trasferimenti percepiti da persone che hanno raggiunto un’età avanzata e
che sono tenute a ritirarsi dal lavoro);
b) La pensione di anzianità (trasferimenti percepiti da persone che, decidono di ritirarsi dal lavoro e di
percepire quanto possono in base a quanto hanno versato ed alle normative vigenti);
c) La pensione di reversibilità o per superstiti (trasferimenti percepiti dal coniuge o dai figli di chi ha
versato i contributi ed è venuto a mancare);
d) La pensione di invalidità (trasferimenti percepiti da persone che si trovano in condizioni particolare
tali da non poter esercitare una normale attività lavorativa);
e) La pensione sociale (trasferimenti percepiti da soggetti che sono privi di mezzi di sostentamento).
Nell’erogazione delle pensioni di vecchiaia e di anzianità si configura la contropartita di una prestazione
previdenziale, mentre tutte le altre hanno soltanto una natura assistenziale e quindi non vi è un pagamento
preventivo.

I sistemi pensionistici possono essere organizzati secondo due logiche alternative:

o Sistemi a capitalizzazione: ciascun lavoratore versa i contributi all’ente pensionistico, l’ente


pensionistico impiega tali contributi in investimenti finanziari, che producono interessi; nel momento
in cui il lavoratore inizia a percepire la pensione, questa viene coperta dai contributi che egli stesso ha
versato più gli interessi maturati. L’ammontare della pensione viene stabilito secondo una logica di
equivalenza tra il valore attuale dei contributi versati ed il valore attuale atteso delle prestazioni
pensionistiche.
In un ideale sistema a capitalizzazione il tasso di rendimento dei contributi pensionistici è esattamente
il tasso d’interesse.

o Sistema a ripartizione: i contributi versati dai lavoratori vengono utilizzati per erogare le prestazioni
pensionistiche ad altri lavoratori, in questo caso si possono adottare due metodi di calcolo:
- Regime contributivo: l’ammontare della rendita pensionistica viene calcolata in base ai contributi
effettivamente versati;
- Regime retributivo: l’ammontare della pensione che si riceverà può essere determinato in base
alla retribuzione ricevuta (facendo riferimento all’ultima retribuzione ricevuta).
Il rapporto tra l’entità della pensione e l’entità della retribuzione lavorativa, viene definito anche
“tasso di sostituzione”.
In un ideale sistema a ripartizione il rendimento del versamento è pari alla somma del tasso di crescita
demografica più il tasso di crescita della produttività (cioè è pari al tasso di crescita della produzione
aggregata).

In linea teorica risulta più conveniente, per chi versa contributi versarli a un sistema di capitalizzazione se si
ritiene che il tasso d’interesse sarà > del rendimento del versamento, viceversa, risulterebbe conveniente il
sistema a ripartizione se il rendimento del versamento fosse > del tasso d’interesse. Perché il sistema a
capitalizzazione si affida al mercato, mentre il sistema a ripartizione richiede un patto intergenerazionale.

Sotto il profilo delle concrete scelte politiche, nell’immediato Secondo dopoguerra, vennero attivati sistemi
che si basavano sulla ripartizione (proprio perché in quegli anni la crescita della produttività era superiore
rispetto ai tassi d’interesse). Ma questo sistema entrò in crisi a partire dalla seconda metà degli anni
Settanta perché i tassi di crescita della produttività diminuirono insieme alla crescita demografica; inoltre
sui sistemi pensionistici iniziarono a gravare anche oneri di tipo assistenziali.

Per valutare quanto gravosa sia la spesa pensionistica rispetto al PIL è possibile utilizzare l’Indice di
Gravosità della Spesa Pensionistica (IGSP), che è il rapporto tra la spesa pensionistica ed il PIL: IGSP = NPS /
NLW. Successivamente, all’inizio degli anni Ottanta, gli economisti hanno iniziato a rilevare che esisteva un
debito pensionistico notevole facendo, così, maturare l’idea di attuare una riforma sul sistema
pensionistico.

Il sistema pensionistico italiano e le riforme degli anni Novanta.

In Italia le riforme più significative operate negli anni Novanta furono:

o La “Riforma Amato” (1992-1993): una rilevante modifica di tale riforma è la cancellazione


dell’indicizzazione (cioè l’autonomo agganciamento) delle pensioni ai salari, questa disposizione ha
fatto in modo che il rapporto tra spesa pensionistica e PIL proiettato nel 2040 calasse dal 23% al 18%.
Inoltre ha stabilito che la pensione di vecchiaia spetti a chi ha almeno 20 anni di contributi e abbia
raggiunto i 65 anni di età (60 per le donne); ha previsto che la pensione di anzianità può essere goduta
con 35 anni di contribuzione.
o La “Riforma Dini” (1995): la sua principale novità è rappresentata dal passaggio al metodo di calcolo
secondo il principio contributivo e, all’interno della gestione INPS, viene più chiaramente separata la
spesa assistenziale dalla spesa previdenziale.
o La riforma del Governo Berlusconi (settembre 2003): esso punta ad accelerare il passaggio al metodo
contributivo, e a favorire la scelta di permanere al lavoro delle persone che avrebbero maturato già i
requisiti per il collocamento in pensione, grazie all’incentivo rappresentato dall’erogazione dei
contributi che sarebbero invece da devolvere al sistema pensionistico.
Le azioni dei Governi che si sono succeduti hanno teso al sostegno di strumenti pensionistici privati,
invocando l’attivazione di un sistema “a tre pilastri” (con questo si fa riferimento alla presenza
contemporanea di tre differenti sistemi pensionistici):

1) Sistema pensionistico ad adesione obbligatoria e basato sul criterio della ripartizione;


2) Sistemi pensionistici (pubblici o privati) provvisti da associazioni su base aziendale (obbligatoria o
facoltativa) basato sul criterio della ripartizione o della capitalizzazione;
3) Piani pensionistici individuali e volontari offerti da istituzioni finanziarie private e basati sul
meccanismo della capitalizzazione.
L’assistenza.

L’assistenza è una categoria generale di spesa per social-welfare, e possiamo ricordare:


- Le misure intese a combattere la povertà e i disagi: cercare di garantire a tutti i cittadini un reddito di
minima, un sussidio di entità prefissata non soggetto a imposizione. In alternativa, si può immaginare
un’imposta sul reddito negativa (si tratta di individuare una soglia di reddito pari a y* e di stabilire che
l’imposta sul reddito percepito dall’individuo i è: T = t(yi – y*), dove t indica un’aliquota di imposizione.
Ora, se il reddito è maggiore del valore soglia (T>0), allora si dovrà pagare un’imposta positiva; mentre
se il reddito è negativo (T<0), allora si dovrà rimborsare l’imposta (sussidio).
L’istituzione di un reddito di minima potrebbe:

- Disincentivare gli individui a offrire lavoro e a risparmiare;


- Rafforzare i rapporti di lavoro sommerso ;
- Esercitare un effetto stigma, cioè la vergogna di ricevere il sussidio porta i beneficiari a forme di
auto-esclusione sociale.
- Gli ammortizzatori sociali: sono istituti che intendono lenire situazioni di disagio temporanee legate a
interruzioni del rapporto di lavoro (i sussidi di disoccupazione). In riferimento all’Italia gli
ammortizzatori sociali sono: a) la Cassa integrazione ordinaria; b) la Cassa integrazione straordinaria;
c) l’indennità di mobilità; d) l’indennità di disoccupazione.
- Le politiche per la casa (NO!!!): sono costituite da tutte quelle misure che intendono favorire il
reperimento di abitazioni da parte delle famiglie. Le misure di assistenza propriamente dette
consistono nella concessione di contributi alle famiglie bisognose, e nella fornitura di alloggi
appositamente costruiti da enti;
- Le politiche per il diritto allo studio (NO!!!): intendono rendere sostanziale il diritto allo studio, che in
Italia è sancito dalla Costituzione. L’offerta di un sistema pubblico di istruzione, con tasse legate al
reddito familiare rappresenta già di per sé un’istituzione di redistribuzione. Le misure di assistenza
per il diritto allo studio consistono nella concessione di contributi o di esenzioni al pagamento
parziale o totale delle tasse.
La sanità. (NO!!!)

La sanità non è un bene ma piuttosto un insieme di differenti beni e servizi. Le voci della spesa sanitaria
sono riconducibili a: cure mediche di base; prestazioni specialistiche; ricoveri ospedalieri; interventi
chirurgici e farmaci. Il motivo dell’intervento pubblico può essere ricondotto sia a fallimenti
microeconomici del mercato sia a motivazioni redistributive.

I sistemi sanitari possono essere distinti in tre grandi categorie:

a) Il modello pubblico che prevede che tutti i cittadini abbiano la possibilità di usufruire dei servizi
sanitari, il cui costo è coperto dalla fiscalità generale o da contributi obbligatori.
b) Il modello privato, che prevede che tutti i beni e servizi siano scambiati tramite meccanismi di
mercato, ma che prevede, tuttavia, che chi non ha i mezzi possa essere coperto da assicurazioni
pubbliche finanziate dalla fiscalità generale;
c) Il modello misto in cui sono presenti sia un servizio pubblico sia un servizio privato.
La legge 833/1978 ha istituito in Italia un sistema sanitario nazionale che è universale, cioè rivolto a tutti i
cittadini; esso ha preso il posto del precedente sistema che era basato sulle mutue. Tale legge è poi stata
modificata in molte sue parti. Le regioni svolgono un ruolo assai rilevante poiché a questi livelli vengono
prese le decisioni di programmazione e finanziamento di offerta dei sevizi. In Italia l’offerta dei sevizi
sanitari è in larga parte pubblica ma affiancata da strutture private spesso fegate al settore pubblico da
apposite convenzioni. Negli anni Novanta è stata ampliata la quota di contributi richiesta a cittadini i
cosiddetti ticket. Inoltre sotto il profilo della gestione delle strutture è stato avviato un processo di
aziendalizzazione infatti dal 1992 è stata riconosciuta agli ospedali una spiccata autonomia. Dal 1998 è stata
riconosciuta una più ampia autonomia alle aziende socio sanitarie e vi è stato un ampliamento della sfera in
cui applicare contratti privati anziché pubblici. La spesa sanitaria è finanziata da un Fondo Sanitario
nazionale da finanziamenti regionali e da ticket pagati dai fruitori dei servizi.
Le politiche industriali (cap. XIV°)

Quando si parla di politiche industriali ci si riferisce all’insieme delle politiche che mirano a
governare la struttura produttiva ed il potenziale produttivo di un’economia, in particolare, mirano a
influenzare i comportamenti relativi alle decisioni di produzione, all’interno di un sistema
economico.
La composizione strutturale di un’economia.
Un sistema economico può essere rappresentato in diversi modi, tra cui:
o In base al settore:
1) Il settore dell’agricoltura (settore primario);
2) Il settore dell’industria (settore secondario);
3) Il settore dei servizi (settore terziario).
Tale ripartizione fu suggerita da Clark (1940) che segnalò come il processo di sviluppo
economico coincidesse con un espansione del settore industriale e con una contrazione del
settore dell’agricoltura provocando un mutamento strutturale che, sempre secondo Clark, sta alla
base del processo di sviluppo economico. Ma il mutamento strutturale più eclatante riguardò la
contrazione dell’industria a favore dei servizi; in questo caso la produttività del lavoro nel settore
dei servizi cresce più lentamente rispetto a quanto avviene nell’industria e porta ad abbassare il
tasso di crescita della produttività del lavoro misurata a livello aggregato.
o Alla composizione dei beni:
- Beni commerciabili, sono quei beni che possono essere consumati in un posto diverso da dove
vengono prodotti e sono caratterizzati da una forte concorrenza che ne influenza il prezzo (ad
esempio: i beni agricoli e i manufatti);
- Beni non commerciabili, sono quei beni che non risentono della concorrenza in quanto sono
prevalenti nel settore dei servizi.
o Alla dimensione delle imprese:
- Piccole, fino a 200 dipendenti;
- Medi, fino a 500 dipendenti;
- Grandi, con oltre 500 dipendenti.
Conoscere la composizione dell’industria in relazione alla dimensione d’impresa fornisce
un’informazione importante relativamente ai punti di forza e di debolezza della struttura
industriale, in quanto le piccole e medie imprese sono caratterizzate da maggiore flessibilità
tecnologica rispetto alle grandi imprese, ma scontano posizioni di debolezza soprattutto nei
mercati di approvvigionamento degli input.
o Alla composizione della tecnologia, che può essere a basso o ad alto contenuto di innovazione.
Sotto questo profilo la composizione di un sistema economico fornisce informazioni sul potere
di mercato che possono esercitare le imprese e sulle potenzialità di mutamento tecnologico
futuro.
Le politiche industriali in Italia e nei Paesi europei.
La storia delle politiche industriali che si sono succedute nella Repubblica italiana possono essere
distinte in tre fasi:
1) Le politiche industriali selettive (anni Cinquanta-Settanta): l’Italia, come tutti i Paesi
europei, esce dalla seconda guerra mondiale, con l’apparato produttivo pesantemente
danneggiato. Il primo obiettivo è quindi la ricostruzione appoggiata dagli aiuti
internazionali (Piano Marshall e accordi tra Paesi europei); infatti le prime istituzioni
comunitarie (CECA: Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio; EURATOM: Comunità
per l’energia Atomica) sono nate per rafforzare la struttura produttiva dei Paesi della
Comunità europea in specifici settori, ritenuti di particolare importanza strategica per i Paesi
della Comunità.
Nei trattati di tali comunità sono esplicitamente presenti indicazioni su obiettivi e strumenti
di politica industriale rivolti al rafforzamento delle imprese operanti in questi settori. Infatti
nel Trattato di Roma (1957, istitutivo della Comunità Economica Europea) non si fa alcun
riferimento a politiche industriali in quanto dovevano rimanere materia dei singoli Stati
Nazionali. L’obiettivo primario era quello della costituzione di una struttura industriale
nazionale particolarmente forte nei settori strategici. Si adottò così una politica industriale
“selettiva” orientata a favorire la crescita ed il rafforzamento di specifici settori (ad esempio:
la protezione doganale, l’incentivazione fiscale, la promozione di fusioni e accorpamenti, la
creazione di imprese pubbliche nazionali). In Italia lo sviluppo industriale degli anni
Cinquanta e Sessanta ha visto una concentrazione territoriale nel “Triangolo industriale”
(Torino-Milano-Genova).
2) Le politiche industriali generali rivolte ai fattori produttivi (anni Ottanta): i Paesi della
Comunità Europea furono colpiti fortemente dallo shock petrolifero (1973-74) che
determinò un innalzamento dei costi di produzione e una contrazione della domanda
mondiale. Si passò così da una politica dei “settori” ad una politica dei “fattori” consentendo
un aggiustamento strutturale delle economie e, a tutti i settori industriali, un recupero di
flessibilità con la possibilità di riorganizzare i processi produttivi. Gli strumenti utilizzati
sono: a) di tipo fiscale (incentivi e detassazioni), rivolti all’utilizzo ed alla sostituzione dei
fattori produttivi (per esempio in Italia: la legge di incentivazione dell’imprenditorialità
giovanile, 1986) ; b) di tipo istituzionale (revisioni di normative e leggi), che intendono
conferire al sistema produttivo un maggiore grado di flessibilità (- flessibilità interna
all’impresa, cioè la capacità di modificare i processi produttivi; - flessibilità esterna, cioè la
possibilità di spostamento di risorse da un’impresa all’altra) e azioni di privatizzazione di
imprese pubbliche e di liberalizzazione dei mercati.
I risultati ottenuti sono stati una maggiore competitività delle imprese tramite la riduzione
dei costi di produzione ed un rinvigorito tasso di crescita economica.
3) Le politiche industriali generali di tipo istituzionale (anni Novanta): nel 1990, nel
“Rapporto Bangemann”, la Commissione Europea individua l’obiettivo di creare un clima
favorevole all’affermazione di coalizioni progressive, per trasformare la Comunità Europea
da una semplice unione doganale, in un’unione economica aperta. Proprio il Trattato di
Maastricht (1992) riprende questo concetto e favorisce l’innovazione, infatti, l’art.130
stabilisce e promuove:
a) Un ambiente favorevole all’iniziativa, alla crescita ed allo sviluppo delle imprese di
tutta la Comunità e in particolare delle piccole e medie imprese;
b) L’adattamento dell’industria alle trasformazioni che intervengono via via;
c) La cooperazione fra imprese, agevolando la formazione di reti (network);
d) Un migliore sfruttamento del potenziale industriale e delle attività di ricerca, di
innovazione e di sviluppo.
La politica industriale messa in atto può essere definita di tipo generale e rivolta alle
istituzioni e gli strumenti utilizzati servono a promuovere la collaborazione tra le imprese al
fine di sfruttare tutte le possibili esternalità positive (coalizione progressiva).
Sistemi di imprese e politiche industriali.
Alfred Marshall notò che le imprese tendevano ad agglomerarsi in specifici territori e denominò
queste aggregazioni come “distretti”: quando si parla di distretto industriale si fa riferimento a
un’entità socio-economica costituita da un insieme di imprese, facenti parte di uno stesso settore
produttivo, localizzate in un’area circoscritta, tra le quali vi è collaborazione ma anche concorrenza.
Marshall ricondusse l’esistenza dei distretti alla Teoria classica smithiana della divisione del lavoro:
conviene alle imprese suddividere il lavoro per acquisire vantaggi di produttività e collocarsi vicine
per ridurre i costi di produzione grazie a:
a) Un’ampia circolazione di informazioni e di conoscenze tecniche che diventano un patrimonio
comune e diffuso;
b) Lo sviluppo di un pool di forze di lavoro che sono qualificate e specializzate;
c) L’insediamento di fornitori specializzati.
Il contributo iniziale di Marshall venne ripreso, in Italia, da Giacomo Becattini che propose la
seguente definizione di distretto: un’entità socio-territoriale caratterizzata dalla compresenza attiva,
in un’area territoriale circoscritta, naturalisticamente e storicamente determinata, di una comunità di
persone e di imprese industriali.
L’elemento che caratterizza questi distretti è l’industrial atmosphere (bene pubblico per eccellenza),
che si configura come un fattore produttivo intangibile, come un’esternalità positiva che comporta
riduzioni di costo per tutte le imprese; invece, l’innovazione tecnologica, avviene grazie
all’esperienza “learning by doing”.
Il Decreto del Ministero dell’Industria (21/04/1993) richiede che siano soddisfatte cinque
condizioni per individuare un distretto:
1) L’indice di specializzazione manifatturiera dell’area considerata deve essere superiore al 30%
rispetto all’indice di specializzazione manifatturiera a livello nazionale;
2) L’indice di specializzazione produttiva deve essere superiore al 30% rispetto all’indice
nazionale;
3) La densità imprenditoriale deve mostrare un indice superiore rispetto a quello nazionale;
4) L’occupazione nell’attività manifatturiera di specializzazione deve superare il 30%;
5) L’occupazione nelle piccole imprese appartenenti al settore di specializzazione deve essere
superiore al 50% dell’occupazione di tutte le imprese del settore manifatturiero della
medesima area.
L’esperienza dimostra che vi possono essere altre forme di aggregazione distrettuale, tra cui:
a) Distretto marshalliano: caratterizzato da una molteplicità di piccole imprese integrate tra loro
sia orizzontalmente sia verticalmente;
b) Distretto “hub and spoke”: caratterizzato dalla presenza di un impresa leader affiancata da una
molteplicità di piccole imprese (follower) che producono input per essa;
c) Distretto “piattaforma satellite”: costituito da un insieme di stabilimenti sorti a seguito di de-
localizzazione produttiva operata da parte di un distretto in seguito ad una riduzione dei costi;
d) Distretto “state-anchored”: in cui il nocciolo duro dell’aggregazione è rappresentato da
imprese o enti pubblici, come università ma anche come enti o basi militari.

Le politiche regionali (cap. XV°)

Con la definizione “politiche regionali” intendiamo riferirci all’insieme delle azioni di politica economica che
hanno come obiettivo primario la redistribuzione geografica del reddito tra le aree territoriali di
un’economia; le politiche regionali nascono dalla necessità di sostenere la crescita e lo sviluppo
dell’economia in zone geografiche specifiche, attraverso strumenti che cercano di favorire il permanere
delle imprese presenti e la localizzazione, nelle aree individuate, di nuove attività produttive. Questo
perché all’interno di un’economia possono esistere permanenti e significative differenze tra le aree
territoriali che la compongono. Le differenze riguardano:

- il livello del reddito pro-capite, che in alcune aree si mantiene significativamente inferiore rispetto al
dato medio;
- la composizione della struttura economica, le regioni con livelli di reddito più bassi presentano una
struttura nella quale il settore primario riveste un peso maggiore ed il settore industriale un peso
minore rispetto al dato medio;
- indicatori socio-economici: il tasso di attività [= NS / pop.15-64 (basso)], il tasso di disoccupazione [=
disoccupati / NS (alto)], tasso di occupazione [= occupati / pop.15-64 (basso)], forza di lavoro (occupati
+ disoccupati = NS).
Gli squilibri regionali e le teorie economiche.

o Nella tradizione Keynesiana se le regioni sono assimilabili a economie chiuse, non vi è motivo per
ritenere che tutte debbano convergere sui medesimi livelli di reddito; anzi al contrario vi sono motivi
per ritenere che gli squilibri tra i livelli di reddito delle diverse regioni debbano permanere. Questa è
nota come tesi della causazione cumulativa.
Se vale il principio della domanda effettiva, le imprese produrranno quello che si attendono venga loro
domandato. Se una regione in un dato periodo ha espresso una ridotta domanda, le imprese di quella
regione produrranno poco e distribuiranno poco reddito: ciò alimenterà una ridotta domanda e quindi
non si potrà stimolare ulteriore produzione. Un insufficiente domanda è al tempo stesso causa ed
effetto di una ridotta produzione e quindi di un ridotto reddito. Quindi le regioni in ritardo di sviluppo
si trovano intrappolate in quella che viene denominata “trappola della povertà”.

Un aumento della domanda dovuto all’incremento della domanda dall’esterno può rivelarsi efficace
per far uscire le regioni in ritardo di sviluppo dalla trappola della povertà; però affinché tale intervento
sia efficace è necessario che l’apparato produttivo della regione sia in grado di soddisfare la domanda
addizionale.

o La scuola di pensiero neoclassico sostiene che un fattore produttivo sarà impiegato laddove il suo
rendimento marginale sarà più elevato, ma il rendimento marginale del fattore produttivo è tanto più
elevato laddove vi è un minor accumulo del fattore stesso. Di conseguenza ogni fattore produttivo
tenderà ad andare laddove ve ne sia di meno. Questa valutazione di convenienza nell’impiego dei
fattori rappresenta una spinta alla convergenza fra le diverse zone (il fattore è più produttivo laddove
ce ne è poco. Pertanto conviene impiegare i fattori laddove ve ne sono accumulati meno, si avrà
perfetta convergenza).
Una seconda linea di argomentazione mette sotto indagine l’andamento decrescente della produttività
marginale dei fattori. Vi sono validi motivi per ritenere che la produttività di un fattore non sia più elevata
laddove ne viene impiegato di meno, ma al contrario lo sia laddove ne viene impiegato di più. All’origine del
rendimento crescente del fattore vi sarebbero fenomeni di “learning by doing”, ma anche economie di
scala localizzate, esternalità positive di tipo tecnico e pecuniario. Fenomeni di questo genere sono invocati
per spiegare l’esistenza dei distretti. Se vale il principio del rendimento marginale crescente di un fattore
produttivo, non vi è alcun motivo per ritenere che vi debba esser una convergenza. Quindi le regioni in
ritardo di sviluppo rimarranno tali in quanto le attività produttive verranno collocate laddove vi è
abbondanza di fattori produttivi.

In riferimento all’Italia, nel 1992, Putnam ha sostenuto che la vera differenza nelle dotazioni iniziali,
riguarda la dotazione di capitale sociale (la predisposizione degli individui a cooperare, senso civico di
cooperazione, la mutua fiducia).

La misurazione delle divergenze regionali.

Gli indicatori che vengono utilizzati per la misurazione delle divergenze regionali sono gli stessi di quelli
trattati nella distribuzione personale del reddito (scienze statistiche), ma in questo caso prenderemo come
unità di indagine la regione:

o Andamento, nel tempo, di un indice di dispersione dei livelli di reddito pro-capite: verrà calcolato lo
scarto quadratico medio dei redditi pro-capite delle regioni, se col passare degli anni lo scarto
quadratico medio va diminuendo ciò vuol dire che le differenze tra le regioni si stanno assottigliando
ed avremo sigma-convergenza; viceversa, se lo scarto quadratico medio aumenta le differenze si
accentuano.
o Beta-convergenza: vi è convergenza in senso beta, all’interno di un gruppo di soggetti (regioni) ed in
un dato periodo di tempo se si manifesta una correlazione negativa tra il livello di partenza del reddito
pro-capite ed il suo successivo tasso di crescita, cioè la beta-convergenza sta ad indicare che crescono
in misura maggiore i redditi in quelle regioni nelle quali il livello di partenza è minore.
Anche se i due processi danno risultati concordanti ciò non significa che la beta-convergenza implica sigma-
convergenza.

Vi sono alcuni economisti che pensano che la riduzione delle differenze fra le regioni si accompagna a
buone performance globali di crescita macroeconomica, infatti la crescita macroeconomica comporterebbe
una riduzione delle differenze, mentre periodi di recessione sarebbero associati all’allargamento delle
differenze e ciò dovuto al fatto che la redistribuzione geografica comporta conflitti e costi.

L’esperienza storica delle politiche regionali italiane.

Nei primi decenni del Secondo dopoguerra, il principale problema all’origine del dualismo regionale in Italia
veniva individuato nella insufficiente dotazione di capitale fisico delle regioni meridionali; così venne
fondata (1950) la Cassa del Mezzogiorno col compito di realizzare la progettazione l’esecuzione di opere
infrastrutturali pubbliche; ma si decise di chiuderla (1986) per diversi motivi:

a) Negli anni Ottanta, si preferisce adottare politiche di sostegno al reddito delle famiglie;
b) Si diffondono sentimenti di opinione pubblica più freddi rispetto alla necessità di un intervento
straordinario nelle regioni del Sud;
c) Gli organi comunitari iniziano a ostacolarle, intravedendo in esse aiuti ingiustificati e lesivi della libertà
di concorrenza.
Successivamente alcune competenze della Cassa furono trasferite all’ “Agenzia per la promozione dello
sviluppo nel Mezzogiorno” e poi (1988) a “Sviluppo Italia”, struttura più snella per il finanziamento di
investimenti e l’incentivazione di progetti di imprenditoria.

Ma la crisi economica successiva la primo shock petrolifero (1973-74) ha determinato un rallentamento dei
flussi migratori dal Sud al Nord e questo spinse ad attuare politiche contro la disoccupazione nel
Mezzogiorno; inoltre le politiche di sostegno dei redditi sono a loro volta state accusate di essere alla base
di deprecabili episodi di spreco, di cattiva amministrazione e di distorsioni nel mercato del lavoro; infatti,
queste, avrebbero rappresentato un disincentivo alla attiva ricerca di lavoro nel settore formale e
avrebbero determinato un ampliamento delle attività di economia irregolare.

Le “nuove” politiche regionali e l’intervento dell’Unione Europea.

Solo alla fine degli anni Ottanta, la Comunità ha riconosciuto che la coesione sociale rappresenta un
obiettivo da perseguire, a tal fine si sono definiti diverse linee di intervento:

Obiettivo 1) : Ha come finalità il sostegno alle regioni in ritardo di sviluppo, definite come quelle nelle
quali il reddito pro-capite è inferiore al 75% del reddito pro-capite medio dell’Unione
Europea (YPCr ≤ 0.75 YPCUE);
Obiettivo 2) : E’ rivolto alle aree colpite da declino industriale;
Obiettivo 3) : E’ rivolto a regioni con disoccupazione di lunga durata e problemi di inclusione sociale di
gruppi emarginati;
Obiettivo 4) : E’ rivolto a regioni con problemi di disoccupazione legata a riconversione industriale;
Obiettivo 5) /a): Riguarda regioni con problemi di adeguamento strutturale dell’agricoltura e della pesca;
/b): E’ relativo alle zone rurali vulnerabili;

Obiettivo 6) : Alle zone a bassissima densità abitativa.


Tutti gli strumenti di intervento politico richiedono (e premiano) le capacità di cooperare e progettare dei
soggetti “dal basso” e aderiscono al principio comunitario che intende premiare le capacità di
concertazione, programmazione e partenariato:

- Concertazione tra i soggetti pubblici e privati dell’area locale nell’elaborazione dei programmi;
- Programmazione, cioè la capacità di stilare piani pluriennali di sviluppo;
- Partenariato, cioè la collaborazione, nella fase di predisposizione dei piani, tra uffici della Comunità
Europea e i policy-maker centrali e locali delle aree interessate.
Inoltre devono rispettare:

- Addizionalità, l’intervento della Comunità non deve causare una riduzione dell’impegno dello Stato
nazionale, bensì esserne un complemento;
- Sussidarietà, la Comunità non deve intervenire qualora un obiettivo possa essere realizzato
dall’ordinario intervento degli Stati nazionali.
Gli strumenti di intervento sono: i contratti di programma, le intese di programma, accordi di programma, i
patti territoriali, i contratti d’area.

Capitolo 16
I regimi di disequilibrio
Macroeconomico
I 4 disequilibri nel modello macroeconomico 2x2
• Consideriamo un sistema economico con:
– 2 soggetti (famiglie ed imprese)
– 2 mercati (lavoro e beni)
– Un terzo soggetto che ha un ruolo passivo (Governo)
– Esiste un terzo bene, la moneta, il cui mercato è sempre in
equilibrio.
• Le famiglie domandano beni ed offrono lavoro mentre l’opposto fanno
le imprese. La moneta è il bene numerario ed indichiamo con P il
prezzo dei beni e W il prezzo del lavoro.
• Assumiamo anche la domanda (offerta) di beni sia decrescente
(crescente) in P e che l’offerta (domanda) di lavoro sia crescente
(decrescente) in W.
• Ricordiamo anche che per la legge di Walras se in un sistema di N
mercati (N-1) sono in equilibrio, allora vi sarà equilibrio anche sul
mercato rimanente.

I 4 disequilibri nel modello macroeconomico 2x2


• Dato che il mercato della moneta è sempre in equilibrio bisogna
verificare la presenza di equilibrio in uno dei rimanenti mercati
diversamente saranno entrambi in disequilibrio.
• Inoltre, quando su un mercato non vi è equilibrio fra domanda
ed offerta, la quantità effettivamente scambiata coincide con la
minore fra quella domandata e quella offerta (regola del lato
corto).
• Il soggetto che non riesce a realizzare i suoi piani ottimali si dice
razionato.
• Possiamo dunque avere 4 casi di disequilibrio teoricamente
possibili.

I regimi
• I - in questo caso i lavoratori saranno razionati sul mercato del
lavoro, mentre le imprese lo saranno sul mercato dei beni.
• Si avrà disoccupazione del fattore lavoro e tale regime viene
denominato regime di disoccupazione keynesiana.
• II - i lavoratori sono razionati sia sul mercato del lavoro sia sul
mercato del bene. Si parla di regime di disoccupazione classica.
• III - le famiglie sono razione sul mercato del bene, mentre le
imprese sono razione sul mercato del lavoro. Regime di
inflazione repressa.
• IV - le imprese sono razionate in entrambi i mercati. Si parla di
quarto regime che è soltanto una curiosità teorica senza alcun
risvolto reale.

Regime di inflazione repressa


• Le famiglie non riescono a soddisfare la loro domanda di beni
anche se riescono a realizzare i loro desideri nel mercato del
lavoro.
• Tuttavia le imprese producono una quantità di beni non
sufficiente per accontentare le famiglie e vorrebbero impiegare
un maggior numero di lavoratori.
• Tale modello descrive abbastanza bene le condizioni dei paesi
dell’Europa dell’Est con economie pianificate fra il 1945-1990.
• Da un punto di vista teorico, si dovrebbe verificare un aumento
dei prezzi ed un aumento dei salari per riassorbire l’eccesso di
domanda sul mercato dei beni e del lavoro.
• Tuttavia in tali economie i prezzi erano fissi. Per tale motivi si
parla di inflazione repressa. All’inizio degli anni Novanta, tutti i
paesi ad economia pianificata hanno conosciuto un forte
aumento dei prezzi.

Regimi di disoccupazione keynesiana e classica


• La differenza tra questi due regimi risiede nel fatto che, in
disoccupazione classica, le imprese producono meno di quanto
le famiglie desiderano, mentre in disoccupazione keynesiana, le
imprese producono più di quanto desiderato dai consumatori.
• Nel caso di disoccupazione classica, la ricetta di politica
economica prevede un aumento dei prezzi ed una diminuzione
dei salari. Infatti secondo i neoclassici la flessibilità dei prezzi è
in grado di condurre i mercati in equilibrio.
• Nel caso di disoccupazione keynesiana, la riduzione dei salari
sarebbe dannosa. Infatti si tradurrebbe in un decremento della
domanda di beni aggravando il disequilibrio nel mercato dei
beni.
• In altre parole il meccanismo dei prezzi non sempre è efficace
nel ridurre gli squilibri. La ricetta di politica economica
keynesiana prevede un incremento della domanda da operarsi
esogenamente da parte dell’Autorità di politica economica.
Il livello del reddito aggregato nei modelli di base per l’analisi macroeconomica (cap.
XVII°) – NO!!!

La curva IS.

Relazione IS: la relazione IS rappresenta le combinazioni tra tasso d’interesse e reddito, compatibili con
l’equilibrio sul mercato dei beni.

Nel mercato dei beni, la domanda è rappresentata da: D = C + I + G + X – M ; dove:

- C → sono i Consumi [C = C0 + c(Y-T0-tY+TR)];


- I → sono gli Investimenti [I = I0 – h r];
- G → è la Spesa Pubblica [G = G0];
- X → sono le Esportazioni [X = f(prezzi, RRM) = X0], (RM = Resto del Mondo);
- M → sono le Importazioni [M = f(prezzi, Y) = M0 + mY];
isolando il tasso di interesse, possiamo riscrivere la funzione di domanda nel seguente modo: A0 = C0 + cTR0
– cT0 + I0 + G0 + NX0 ; quindi risulterà: r = 1/h [A0] – 1/h(1/α) Y.

Figura 17.5 Curva IS.

Interpretazione geometrica:

- Tutti i punti che giacciono lungo la curva IS rappresentano combinazioni del reddito col tasso
d’interesse, che assicurano l’equilibrio sul mercato dei beni;
- Tutti i punti del piano al di sopra della curva IS rappresentano combinazioni di tasso d’interesse e
reddito a cui corrisponde una carenza di domanda (o un eccesso di offerta) di beni, siamo in presenza
di un tasso di interesse eccessivo rispetto a quello di equilibrio;
- Tutti i punti del piano al di sotto della curva IS rappresentano situazioni di eccesso di domanda, il tasso
di interesse è inferiore (e quindi gli investimenti superiori).
Analizzando la funzione del tasso di interesse (r) si potrà notare che:

a) [A0/h] è l’intercetta della retta, dove incrementi delle componenti autonome della domanda
determinano uno spostamento verso destra della curva IS;
b) -1/[h(1/α)] è il coefficiente angolare della retta, dove:
o Quanto più gli investimenti sono sensibili al tasso d’interesse tanto più piatta sarà la curva IS.
Poniamo che il tasso d’interesse diminuisce:
- Se gli investimenti sono molto sensibili al tasso d’interesse, essi aumenteranno in misura
considerevole e per assicurare l’equilibrio macroeconomico si dovrà aumentare il reddito. Nel
caso limite che gli investimenti siano infinitamente sensibili al tasso di interesse, la curva IS
sarebbe perfettamente orizzontale;
- Se gli investimenti sono poco sensibili al tasso di interesse, essi aumenteranno di poco, e
quindi anche il reddito (o produzione) dovrà adeguarsi in misura limitata. Nel caso limite che
gli investimenti non siano per nulla sensibili al tasso di interesse, la curva IS sarà una retta
verticale.
o Quanto maggiore è il moltiplicatore, tanto più piatta sarà la curva IS. Questo implica anche che:
- Quanto maggiore è la propensione al consumo, tanto più piatta sarà la curva IS;
- Un’economia in cui l’aliquota di imposizione è molto elevata presenterà una curva IS più
ripida di un’economia identica ma con aliquote d’imposte meno elevate;
- Un’economia aperta presenterà una curva IS più ripida rispetto alla stessa economia se fosse
chiusa.

Figura 17.6 Significato economico dell’inclinazione della curva IS.

La curva LM.

Relazione LM: la relazione LM rappresenta le combinazioni di tasso di interesse e reddito che sono
compatibili con l’equilibrio sul mercato della moneta.

Nel mercato della moneta, l’offerta è rappresentata dall’insieme di tutti i mezzi di pagamento a
disposizione di una collettività e dipende dalle scelte delle Autorità di politica economica; la funzione sarà
data dal rapporto tra lo stock di moneta nominale (M*) ed il livello generale dei prezzi (P): [M* / P].

Invece, la domanda di moneta, seguendo la tradizione keynesiana, viene effettuata per tre diversi motivi:

1) La domanda di moneta a scopo transattivo (ℓ1), ha luogo al fine di regolare gli scambi e rappresenta
una necessità;
2) La domanda di moneta a scopo speculativo (ℓ2), che risponde ad una scelta, in quanto rappresenta
un modo di impiegare la propria ricchezza;
3) La domanda di moneta a scopo precauzionale, che risponde alla necessità di far fronte a eventi
imprevisti.
La domanda di moneta complessiva (MD) sarà una funzione crescente nel reddito e decrescente nel tasso di
interesse: [MD = L0 + ℓ1Y - ℓ2r].

Pertanto l’equilibrio sul mercato della moneta sarà dato da: [(M*/P) = L0+L1Y-L2r] (offerta = domanda) e
isolando il tasso di interesse si avrà: r = 1/ℓ2 [L0-(M*/P)] + ℓ1/ℓ2 Y .
Figura 17.7 La curva di domanda di moneta.

Interpretazione geometrica:

o [L0 – (M*/P)] /ℓ2 è l’intercetta della curva LM. Se aumenta l’offerta di moneta, la curva LM deve avere
un’intercetta più bassa, cioè deve spostarsi verso destra.
o +ℓ1/ℓ2 è il coefficiente angolare e dato che i parametri sono positivi la curva LM è positiva. Data
l’offerta di moneta, e posto che si voglia preservare l’equilibrio sul mercato della moneta, se aumenta
il reddito, allora deve aumentare anche il tasso di interesse. Casi limite:
- Se ℓ1 = 0 e/o ℓ2 → +∞, l’inclinazione della LM tende a zero (curva orizzontale).
- Se ℓ2 = 0 e/o ℓ1 → +∞, l’inclinazione della LM tende a più infinito (curva verticale).

Figura 17.9 La curva LM (rappresentazione lineare semplificata).

Il sistema IS-LM: gli effetti della politica economica.

È possibile considerare simultaneamente l’equilibrio sul mercato dei beni (curva IS) e l’equilibrio sul
mercato della moneta (curva LM) basta ricordare due regole:

- Politiche fiscali hanno effetto sulla curva IS, infatti politiche fiscali espansive determinano uno
spostamento della curva IS verso destra, mentre politiche fiscali restrittive determinano uno
spostamento della IS verso sinistra;
- Politiche monetarie hanno effetto sulla curva LM, infatti politiche monetarie espansive determinano
uno spostamento della curva LM verso destra, mentre politiche monetarie restrittive comportano uno
spostamento della curva LM verso sinistra.
La politica fiscale (cap. XVIII°)

Per politica fiscale intendiamo l’insieme delle misure messe in atto dall’Autorità di politica economica
concernenti le entrate e le spese del settore pubblico. Per settore pubblico si intende il settore statale
(amministrazioni centrali dello Stato), le amministrazioni locali, gli enti pubblici di previdenza.

Le entrate e le uscite del settore pubblico sono definite dal bilancio dello Stato che può essere:

a) Annuale o pluriennale;
b) Di previsione (se riporta le entrate e le spese che si prevede di realizzare nell’arco temporale coperto)
o consuntivo (se si riportano le spese e le entrate effettivamente realizzate);
c) A legislazione vigente (se si riferisce alle entrate ed alle spese che avverranno, dato il quadro
normativo esistente) o programmatico (se considera le modificazioni di normativa);
d) Di competenza (se si riferisce alle entrate e alle spese accertate) o di cassa (se si riferisce ali flussi in
entrata e uscita che effettivamente entrano o escono dalle casse).
Le entrate possono essere distinte in:

o Entrate in conto corrente:


1) Entrate tributarie: a) imposte e tasse sui consumi, sui redditi, sulle ricchezze e sugli affari; b) i
proventi dei monopoli di Stato; c) i proventi di lotto, lotterie e altri giochi;
2) Entrate extra-tributarie: comprendono i proventi dei beni dello Stato, ecc.;
L’indice di incidenza fiscale è dato dal rapporto delle entrate in conto corrente ed il PIL, esso esprime
il peso del prelievo fiscale nel complesso dell’economia.

o Entrate in conto capitale:


3) L’alienazione di beni patrimoniali e la riscossione di crediti;
4) L’accensione di prestiti.
T rappresenta le entrate (1,2,3) pubbliche che vengono prese in considerazione nei modelli macro-
economici.

Le uscite possono essere distinte in:

1) Spese correnti: a) erogazione di compensi per il lavoro del personale dipendente; b) spese di
consumo corrente; c) trasferimenti in conto corrente alle famiglie e alle imprese; ecc.
2) Spese in conto capitale: spese per l’acquisto di macchinari, trasferimenti in conto capitale a
famiglie e imprese; ecc.
3) Rimborso di prestiti precedentemente ottenuti.
G rappresenta le uscite (1,2) pubbliche che vengono prese in considerazione nei modelli macro-
econominci.

La differenza tra le entrate e le uscite rappresenta il saldo, in particolare vengono definite diversi tipi di
saldi, tra cui:

a) Saldo corrente: differenza tra entrate correnti e spese correnti;


b) Saldo netto da finanziare o fabbisogno complessivo: differenza tra (T – G).
Il modus operandi della politica fiscale in Italia.

In Italia, l’art.81 della Costituzione stabilisce che il bilancio preventivo, di durata annuale, predisposto dal
Governo, deve essere approvato dal Parlamento; il bilancio non può stabilire nuovi tributi e nuove spese e
che ogni nuova legge che importi nuove spese deve prevederne la copertura.
Nel 1978, per evitare il divieto imposto dall’art.81 della Costituzione, si è previsto la predisposizione,
accanto al bilancio dello Stato, della legge finanziaria, che consiste in una manovra di legge, da votare
prima del bilancio, nella quale è possibile apportare modifiche legislative che introducono nuove spese ed
entrate.

Il processo del bilancio dello Stato si articola in diverse fasi:

o Formulazione del bilancio di previsione dello Stato: si approntano i bilanci di previsione e la legge
finanziaria. I passi sono: il Governo
- Predispone il bilancio preventivo a legislazione corrente;
- Individua gli obiettivi della manovra fiscale
- Procede a disegnare una manovra che è contenuta nella legge finanziaria;
- Contestualmente all’approvazione dalla legge finanziaria, da parte del Parlamento, si approvano
le note di variazione al bilancio;
- Infine, si vota la legge di bilancio di previsione.
o Gestione del bilancio: cioè realizzazione delle entrate e delle uscite;
o Rendicontazione: nella quale vengono rendicontate le entrate e le uscite che hanno avuto luogo
durante l’esercizio.
Effetti macroeconomici dell’imposizione progressiva.

Un’imposizione di tipo progressiva risponde meglio all’obiettivo di realizzare una redistribuzione personale
del reddito e comporta alcune conseguenze:

o L’imposizione fiscale progressiva si configura come uno stabilizzatore automatico, cioè un qualsiasi
meccanismo economico che porti endogenamente il livello del reddito a muoversi nel senso opposto
rispetto a quello di uno shock esogeno che lo colpisce. A titolo di esempio: immaginiamo che il reddito
sia colpito da uno shock positivo. L’imposizione fiscale farà aumentare il prelievo fiscale e ciò
determina che il reddito disponibile aumenta in misura più contenuta rispetto al reddito lordo (le
variazioni nel reddito netto saranno più modeste di quanto non siano le variazioni nel reddito lordo);
o Il drenaggio fiscale (fiscal drag): un aumento del reddito nominale, a cui non corrisponde un aumento
del reddito reale, comporta un aumento più che proporzionale rispetto all’imposizione fiscale e quindi
un aumento dell’incidenza fiscale che darà luogo ad una riduzione del reddito disponibile reale. Dato
che l’aliquota di imposta dipende dal reddito nominale ed i redditi sono divisi in scaglioni, una
soluzione potrebbe essere quella di indicizzare anche i confini fra gli scaglioni sottoposti alle diverse
aliquote. Così l’inflazione avrebbe effetto non soltanto sul reddito nominale, ma anche sul valore delle
soglie che segnano il confine fra gli scaglioni.
Effetti delle diverse modalità del finanziamento della spesa pubblica.

La spesa pubblica può essere finanziata in due modi:

o Finanziamento con imposte.


L’aumento della spesa pubblica determina un aumento del reddito di equilibrio e quindi un aumento
dell’imposizione fiscale, ma l’incremento endogeno nel gettito fiscale non può mai essere sufficiente a
coprire l’iniziale spesa pubblica. Supponiamo che il gettito fiscale sia idoneo a coprire la spesa pubblica
(caso di spesa pubblica con bilancio a pareggio): ∆G=∆T0>0. nel caso che t=m=0 si avrà il Teorema di
Haavelmo: in un’economia chiusa e con aliquota marginale d’imposizione nulla, un aumento della
spesa pubblica interamente finanziato con un pari aumento dell’imposizione fiscale autonoma,
determina un aumento esattamente uguale al reddito di equilibrio. In altre parole se aumenta la spesa
pubblica, e di un pari ammontare l’imposizione, allora aumenta anche il reddito di equilibrio. In questo
modo il Governo è in grado di far aumentare il reddito, mantenendo il bilancio pubblico in pareggio.

o Spesa pubblica che genera deficit.


Consideriamo il caso in cui la variazione di spesa pubblica sia finanziata soltanto per una parte:
∆T0=μ∆G0. Calcoliamo l’aumento del reddito di equilibrio che sarà dato da: ∆Yeq = 1-cμ/1-c [∆G0]:

- Se μ=0 (incremento di spesa pubblica non accompagnata da alcun incremento di imposizione), si


registra il massimo valore del moltiplicatore [1/(1-c)] (tutto deficit);
- Se μ=1 (incremento di spesa pubblica accompagnata da un pari incremento delle imposte), si
registra il minimo valore del moltiplicatore che risulta pari a 1 (bilancio in pareggio);
- Se 0<μ<1 (incremento di spesa pubblica è parzialmente finanziato con incremento delle imposte),
il valore del moltiplicatore è compreso tra 1 e 1/(1-c) e sarà tanto più elevato, quanto più
l’incremento di imposte è ridotto.
Il fabbisogno che la spesa pubblica ha generato può essere coperto in due modi:

1) Con l’emissione di debito pubblico (senza emissione di moneta): in questo caso si muove verso
destra soltanto la curva IS;

Figura 18.1 Politica fiscale espansiva con emissione di debito pubblico.

2) Con l’emissione di moneta: in questo caso si muove verso destra sia la curva IS (per l’aumento
della spesa pubblica) sia la curva LM (per l’aumento dell’offerta di moneta). Questa viene
chiamata politica monetaria accomodante e una politica di spesa pubblica accompagnata da
una politica monetaria accomodante produce effetti espansivi sul reddito perché la politica
monetaria espansiva consente di evitare l’aumento del tasso di interesse.

Figura 18.1 Politica fiscale espansiva con emissione di moneta.

Bisogna fare attenzione a:

- Questo risultato vale soltanto nel caso che il reddito di equilibrio sia inferiore a quello di pieno
impiego (in caso contrario, anche secondo i Keynesiani, un aumento di spesa pubblica, comunque sia
finanziata, è destinata a tradursi in un aumento dei prezzi, senza effetto sul livello del reddito);
- La modalità di finanziamento della spesa pubblica è rilevante sugli effetti del reddito di equilibrio di
breve periodo e non tiene in considerazione valutazioni di vincoli di bilancio intertemporali.
~ Il teorema di equivalenza ricardiana.
Nel 1974, Robert Barro, presentò un’argomentazione assai semplice: se il settore pubblico contrae debiti,
prima o poi questi andranno ripagati e per fare ciò dovranno essere introdotte delle imposte.

Tale principio era già stato presentato da David Ricardo, nel 1814, con la Teoria di equivalenza ricardiana:
Data una sequenza di spesa pubblica, e imponendo il vincolo del pareggio intertemporale del bilancio
pubblico, l’effetto che la spesa pubblica esercita sul reddito di equilibrio e sui consumi è esattamente il
medesimo, a prescindere dal fatto che essa sia finanziata con imposte, oppure con l’emissione di titoli del
debito pubblico.

Affinché l’equivalenza ricardiana sia logicamente sostenibile occorre credere che un aumento di tasse oggi,
oppure un aumento di tasse domani, sia considerato dagli individui esattamente identico. Questa identicità
può valere soltanto se l’orizzonte temporale del settore pubblico coincide esattamente con l’orizzonte
temporale degli individui viventi; perché le generazioni attualmente viventi avrebbero ben ragione di
preferire che la spesa pubblica sia finanziata con debito anziché con imposte, dato che a pagare le imposte
future saranno generazioni future. Ma gli individui provano benevolenza per le generazioni future, sicchè
anticipano le maggiori tasse future a fronte dell’emissione di debito corrente. Per compensare le
generazioni future delle maggiori tasse che dovranno pagare, le generazioni attuali decidono di lasciare
maggiori lasciti ereditari.

Barro suggerisce che il debito pubblico non è considerato dalle famiglie come ricchezza netta, dal momento
che esse sono consapevoli che prima o poi qualcuno sarà chiamato a ripagare tali debiti.

Problemi di gestione del debito pubblico.

Il finanziamento del deficit pubblico tramite emissione di titoli di debito pubblico ha determinato l’esistenza
di uno stock di debito pubblico di notevole dimensione; e, l’esistenza di uno stock di debito pubblico,
implica la necessità di impiegare risorse per pagare gli interessi su tale debito. L’onere di tali interessi sarà
tanto maggiore: a) quanto più elevato è lo stock del debito; b) quanto più elevato è il livello dei tassi
d’interesse.

Ma lo Stato gode di alcuni vantaggi: non può fallire e ha la capacità di influenzare i tassi d’interesse che
deve pagare sul debito.

L’obiettivo della politica economica è quello della sostenibilità del debito pubblico, cioè ottenere che il
rapporto tra stock del debito e PIL sia non-crescente nel tempo: σ = Bt / PtYt (indicatore di sostenibilità del
debito pubblico), il tasso di variazione percentuale di tale rapporto costituisce spesso un esplicito obiettivo
di politica economica; la variazione di B è pari al deficit primario [(G-T)prim] più gli interessi maturati sul
debito: (∆B) = (G-T)prim + iB - ∆(BM). Effettuando le opportune sostituzione si ottiene: (σ*t) = x/B – r – y* la
variazione percentuale del rapporto tra debito pubblico e PIL è pari al deficit primario (non finanziato con
base monetaria), più il tasso d’interesse reale, meno il tasso percentuale di crescita del PIL reale.

o Lettura descrittiva della relazione:


- il rapporto tra debito pubblico e PIL cresce nei periodi nei quali è elevato il deficit primario non
finanziato con emissione di base monetaria;
- l’indicatore di sostenibilità del debito pubblico viene fatto crescere da tassi d’interesse reali elevati;
- un basso tasso di crescita del PIL reale contribuisce a elevare il rapporto debito pubblico/PIL;
- nel caso particolare di un saldo primario in pareggio (x=0), il rapporto tra debito pubblico e PIL
cresce se il tasso reale d’interesse è superiore al tasso di crescita del PIL reale.
o Lettura normativa della relazione: ci porta a trattare delle politiche del rientro dal debito pubblico
(tutte le misure messe in atto dai policy-maker al fine di ridurre la crescita del rapporto fra debito
pubblico e PIL):
- Politiche di contenimento del deficit pubblico primario, queste misure hanno puntato a contenere la
spesa e a incrementare le entrate, tuttavia, questa manovra non è né sufficiente né necessaria in
quanto il debito cresce anche per altre cause;
- Politiche monetarie accomodanti, una tale politica genera però inflazione;
- Politiche di controllo dei tassi d’interesse, il tasso d’interesse reale è difficilmente configurabile
come uno strumento di politica economica in quanto esso è poco controllabile dalle Autorità di
politica economica;
- Politiche di crescita del reddito, hanno come obiettivo quello di sostenere la crescita economica.

La moneta e la politica monetaria (cap. XIX°)

La moneta è l’insieme dei mezzi di pagamento a disposizione di una collettività. La politica monetaria è
l’insieme degli interventi delle Autorità di politica economica tesi a incidere sulla quantità di moneta.

La moneta svolge tre funzioni:

1) È unità di conto: i prezzi di tutti i beni vengono espressi in unità di moneta;


2) È un mezzo di pagamento: viene utilizzata per regolare i rapporti di debito e di credito sorti in seguito
a scambi economici;
3) È riserva di valore: viene impiegata come possibile strumento di investimento e serve a trasferire
potere di acquisto nel tempo.
Nei secoli passati si parlava di moneta-merce: il bene che fungeva da moneta aveva anche una sua utilità
intrinseca in quanto merce.

Nelle moderne economie si parla, invece, di moneta-segno: la moneta perde il suo connotato di merce e
non ha più utilità intrinseca. Il compito di fornire i mezzi di pagamento spetta non solo all’Autorità politica,
ma anche agli intermediari finanziari, quest’ultimi sono quei soggetti che mettono in collegamento le unità
in surplus, che esprimono un risparmio (ad esempio: le famiglie), con le unità in deficit (ad esempio: le
imprese), le quali domandano crediti.

La Teoria dell’economia monetaria definisce Base Monetaria (BM): l’insieme delle banconote e delle
monete metalliche stampate o coniate dagli istituti che, per legge, hanno questa potestà; la base monetaria
viene indicata anche come moneta legale, in quanto la sua emissione è regolata dalla legge che rende
obbligatoria per tutti i cittadini l’accettazione di questo strumento per regolare i pagamenti.

Nel mondo reale si configurano differenti aggregati monetari, in particolare:

- M0 è l’insieme delle banconote e monete in circolazione, questa coincide con la base monetaria in
mano al pubblico (BMP chiamata anche circolante o moneta ad alto potenziale): [M0 = BMP];
- M1 è la somma tra M0 e l’insieme dei depositi bancari a vista (o in conto corrente): [M1 = BMP +
c/cD];
- M2 è la somma tra M1 e tutti gli altri depositi bancari a breve termine: [M2 = BMP + D≤ 2 anni];
- M3 è la somma tra M2 e le quote e le partecipazioni in fondi comuni monetari e le operazioni pronti
contro termine: [M3 = BMP + D].
I moltiplicatori della base monetaria.

Tra i diversi aggregati monetari sussistono delle relazioni che possono essere analizzati attraverso il modello
di moltiplicazione della base monetaria, che consta di alcune equazioni:

o Equazioni definitorie:
- BM = BMP + BMB (la Base Monetaria può essere detenuta dal Pubblico o dalle Banche);
- M = BMP + D (la Moneta consiste nella somma tra Base Monetaria in mano al Pubblico e
Depositi).
o Equazioni comportamentali:
- BMP = hD , h>0 (questa equazione descrive il comportamento dei Privati, i quali scelgono di
tenere come Base Monetaria presso di sé la frazione h dell’ammontare che detengono come
Depositi. h può essere interpretato come un parametro comportamentale dei privati, ma è in
realtà una funzione che varia al variare del tasso di interesse, quindi si avrà: h = h(r));
- BMB = jD , j<1 (questa equazione descrive il comportamento delle Banche, circa l’ammontare di
Base Monetaria che detengono presso di sé, in relazione ai depositi che ricevono. La legislazione
bancaria impone alle banche di trattenere presso di sé una certa frazione dei depositi ricevuti dai
risparmiatori (coefficiente di riserva obbligatoria), inoltre le banche detengono presso di sé le
cosiddette riserve libere. j è data dalla somma del coefficiente di riserva obbligatoria più il
coefficiente di riserva libera: j = cRO + cRL. Il coefficiente di riserva obbligatorio rappresenta uno
strumento di politica monetaria facilmente controllabile, invece il coefficiente di riserva libero
risponde a valutazioni di convenienza economica delle aziende di credito).
Sostituendo [BM=BMP+BMB] con [BM=hD+jD=(h+j)D] si avrà [D = 1/h+j BM] dove [1/(h+j)] è il
moltiplicatore dei depositi.

Sostituendo [M=BMP+D] con [M=hD+D] si avrà [M=(1+h)D] e [M= h+1/h+j BM] dove [(h+1)/(h+j)] è il
moltiplicatore della moneta. L’equazione esprime la relazione che sussiste tra Base Monetaria e Moneta e
rende chiaro che la moneta è un multiplo della base monetaria.

Determinanti del moltiplicatore della moneta.

Analizzando l’equazione del moltiplicatore della moneta possiamo renderci conto che, a parità di base
monetaria, la quantità di moneta è tanto maggiore:

o Quanto minore è j. Infatti quanto maggiore è il coefficiente di riserva delle banche, tanto più il
processo di moltiplicazione della moneta sarà attenuato dalla mancata concessione in credito di ciò
che le banche hanno ricevuto in deposito, e quindi tanto più piccolo sarà il moltiplicatore. Nel caso
limite in cui il coefficiente di riserva delle banche fosse massimo, cioè pari a 1, il moltiplicatore della
moneta diventerebbe esso stesso pari a 1 e la moneta finirebbe col coincidere esattamente con la
base monetaria.
o Quanto minore è h. h esprime la propensione degli operatori a detenere base monetaria presso di sé,
se gli operatori preferissero detenere sempre tutto in depositi (h=0) questi attivano la re-immissione
della carta-moneta in circolazione, e quindi rendono massimo il valore del moltiplicatore. Se, invece,
gli operatori detengono presso di sé i propri mezzi di pagamento soltanto come circolante e non
depositano nulla presso le banche, non viene attivato per nulla il processo di moltiplicazione.
La creazione della base monetaria.

La base monetaria è emessa da banche centrali, su concessione dello Stato, come contropartita di
specifiche operazioni che rappresentano canali o fonti di creazione della base monetaria, tra queste:

1) Finanziamenti al Tesoro: le banche centrali emettono carta moneta per coprire le spese dei rispettivi
Governi (monetizzazione della spesa pubblica), ma, a seguito degli accordi di Maastricht e dell’avvio
della moneta unica europea, è stato introdotto il divieto di monetizzazione delle spese pubbliche.
2) Finanziamenti alle banche: le banche centrali emettono base monetaria per rispondere alle richieste
di finanziamento delle banche e delle aziende di credito. Le aziende di credito possono rivolgersi alle
banche centrali per ottenere liquidità e, a tal fine, cedono eventuali titoli di credito che esse vantano
verso terzi.
3) Finanziamenti al settore estero: le banche centrali emettono base monetaria come contropartita
dell’acquisto di valute estere. La dinamica di questa fonte è legata all’esito della bilancia dei
pagamenti e alle decisioni sulle scorte di valute straniere da detenere, infatti un attivo della bilancia
dei pagamenti si traduce in una creazione di nuova base monetaria, mentre un deficit nei conti con
l’estero porta a una distruzione di base monetaria.
4) Operazioni di mercato aperto: le banche centrali possono decidere di emettere base monetaria in
contropartita all’acquisto di titoli finanziari preesistenti sui mercati finanziari.
È importante sottolineare che la quantità di moneta esistente in un’economia dipende non soltanto dalle
Autorità monetarie, ma dipende anche dal comportamento degli operatori privati.

Perciò è scorretto pensare che la moneta possa essere un buono strumento di politica economica, dato che
essa non risponde al requisito della controllabilità da parte delle Autorità di politica economica (il
moltiplicatore della moneta).

Strumenti e obiettivi della politica monetaria: la teoria tradizionale del modus operandi della politica
monetaria.

Nella teoria tradizionale del modus operandi della politica monetaria, le variabili possono essere:

1) Gli strumenti: la teoria economica individua come strumenti della politica monetaria:
- La base monetaria, la cui controllabilità dipende dallo specifico canale di creazione e dal
contesto istituzionale in cui ci si trova;
- Il coefficiente di riserva obbligatorio nato per fini prudenziali;
- Il massimale sugli impieghi, si tratta di una misura amministrativa con la quale le Autorità
monetarie impongono alle aziende di credito un limite massimo alla concessione di crediti;
- I vincoli di portafoglio per le aziende di credito;
- La posizione netta sull’estero, si tratta di una disposizione amministrativa con la quale si invitano
le aziende di credito ad assumere una posizione (debitoria o creditoria) in valuta straniera
presso banche straniere;
- La fissazione di tassi di interesse di pertinenza delle Autorità monetarie, si tratta di fissare tassi
d’interesse applicati dalla banca centrale a particolari operazioni (ad esempio: il Tasso Ufficiale
di Sconto);
2) Gli indicatori: si tratta di variabili, facilmente osservabili, la cui dinamica informa le Autorità
sull’effettiva direzione che stanno prendendo le variabili rilevanti (ad esempio: i tassi di interesse di
mercato)
3) Obiettivi operativi: si tratta di variabili che sono endogene, direttamente influenzate dagli strumenti
utilizzati. La loro dinamica consente di fare previsioni sugli obiettivi che si stanno perseguendo;
4) Obiettivi intermedi: si tratta di variabili influenzate dagli strumenti e che hanno un chiaro e diretto
legame con gli obiettivi finali. La loro evoluzione consente di prevedere con immediatezza
l’evoluzione delle variabili che rappresentano gli obiettivi finali;
5) Obiettivi finali: la politica monetaria deve condividere tutti gli obiettivi macroeconomici della politica
economica (il livello di reddito e di occupazione, il livello dell’inflazione, il saldo dei conti con l’estero,
la crescita).
L’inflazione e le politiche anti-inflazionistiche (cap. XX°)

L’inflazione è una situazione caratterizzata da un aumento continuo e generalizzato del livello dei prezzi.
Questo tasso si può presentare sia con valori molto contenuti, sia con valori più elevati, ma può raggiungere
valori anche molto più elevati. Quando il tasso d’inflazione mensile supera il 50% si parla di iperinflazione.
Viceversa una situazione nella quale l’indice generale dei prezzi mostra tassi di crescita negativi, i prezzi
stanno diminuendo, viene connotata come deflazione.

I costi dell’inflazione.

L’inflazione comporta un costo generalizzato che la determina come un’inefficienza di ordine


macroeconomico da combattere: un tasso di inflazione positivo non vuol dire che i prezzi di tutti i beni
aumentano allo stesso tasso; i prezzi di alcuni beni aumenteranno in misura più rilevante di altri e questo
significa che l’inflazione si accompagna tipicamente a modificazioni nella struttura dei prezzi relativi.
L’inflazione quindi porta una redistribuzione di risorse con effetti rilevanti, determinando, altresì,
un’indesiderata modifica nella composizione strutturale e/o settoriale dell’economia o nel modo in cui il
reddito si ripartisce fra salari, profitti e rendite.

I motivi dell’inefficienza sono:

- Costi comportati dall’inflazione prevista (o anticipata): se gli operatori si attendono inflazione, la


incorporeranno nei propri comportamenti e gli effetti negativi sul benessere degli individui saranno
limitati proprio perché preventivati;
- Costi comportati dall’inflazione non-prevista (o non-anticipata): ciò rappresenta una situazione di
incertezza che rende i segnali informativi dei prezzi meno chiari e gli operatori si trovano al di fuori del
punto per essi ottimale;
- Allocazione dei consumi non-ottimale: gli operatori osservano l’aumento del prezzo di un bene, ma
non conoscendo l’aumento del livello generale dei prezzi, non sono in grado di stabilire quale sia il
prezzo reale del bene.
L’inflazione, inoltre, ha ripercussioni nelle relazioni internazionali, in quanto rende la merce di un Paese
meno competitiva rispetto a quella di altri.

Le politiche di controllo dell’inflazione.

o Le politiche sull’inflazione secondo la tradizione della scuola della teoria quantitativa della moneta.
Sino all’inizio del XX secolo, la spiegazione a fenomeni inflazionistici derivava dalla Teoria quantitativa
della moneta che ci offre una spiegazione dell’inflazione molto semplice: l’aumento dell’indice
generale dei prezzi è da attribuire al fatto che la massa di moneta cresce più velocemente della
crescita della produzione reale; è una crescita eccessiva della moneta che genera inflazione. Per avere
inflazione nulla è necessario e sufficiente che la moneta cresca allo stesso tasso a cui cresce la
produzione reale.
Il punto di partenza è una identità, l’equazione degli scambi, essa stabilisce che, in un arco di tempo, il
valore degli acquisti è pari al valore delle vendite ed entrambi sono pari al valore degli scambi: Mv = Py
[il valore nominale degli acquisti (Moneta per la sua Velocità di circolazione) è uguale al valore
nominale della produzione (livello generale dei Prezzi per la Produzione in termini reali)].
Successivamente è stata interpretata come un’equazione comportamentale: M = 1/v Py (funzione di
domanda di moneta).

Queste equazioni possono essere differenziate nel tempo e a tal proposito prenderemo in
considerazione il tasso di variazione percentuale della variabile: M*+v*=P*+y*; e mantenendo v costante
nel tempo, si avrà: P*=M*-y*

- Se il reddito reale è costante (y*=0), si avrà: P*=M*, vi può essere inflazione se vi è un aumento della
quantità di moneta;
- Se P*=0 allora M*=y* (se la produzione reale varia nel tempo, allora l’aumento di moneta non
causerà inflazione se essa avviene allo stesso tasso in cui aumenta la produzione reale).
o La scuola Keynesiana: l’inflazione da domanda.
I keynesiani accolgono l’idea che l’eccesso di domanda aggregata, quando non sia accompagnato da
espansione monetaria, possa causare inflazione; infatti la curva di domanda si sposta verso destra e
ciò genera un aumento dei prezzi (se non fosse così si avrebbe un eccesso di domanda che causerebbe
inflazione, quindi l’aumento dei prezzi è necessario per ristabilire il nuovo equilibrio).

o L’inflazione secondo i monetaristi.


Quest’idea è stata contestata dai monetaristi, in quanto stabiliscono che l’aumento dell’offerta di
moneta è l’unica vera causa dell’inflazione. Si immagini che abbia luogo un incremento di spesa
pubblica, finanziata in deficit, senza che aumenti l’offerta di moneta; l’aumento di una componente
della domanda aggregata (la spesa pubblica, in questo caso) determina una diminuzione di un’altra
componente di domanda aggregata (ad esempio: gli investimenti fissi delle imprese) causata
dall’aumento del tasso d’interesse. Se la politica fiscale espansiva è accompagnata da un aumento di
offerta di moneta, quest’ultimo contrasterà innalzamento del tasso d’interesse, ma la domanda
aggregata aumenterà provocando tensioni inflazionistiche.

o La scuola della spinta da costi.


Secondo la scuola della pinta da costi le cause principali dell’inflazione sono:

- L’aumento dei margini di profitto cercati dalle imprese.


- L’aumento dei costi medi di produzione che dipende da:
~ Il costo delle materie prime: Infatti, un aumento del costo delle materie prime avrà
ripercussione sui prezzi. In un sistema di cambi fissi, una decisione politica delle Autorità di
fissare un tasso di cambio nel quale diventa più costoso acquistare valuta estera per
l’acquisto di input importato, comporta maggiori costi medi di produzione e si traduce
quindi in inflazione. Perciò un deprezzamento (o una svalutazione) della moneta nazionale
è una delle cause di inflazione.
~ Il costo del lavoro: (CLUP = WL/Y) esso sarà dato dalla spesa per retribuire i lavoratori diviso
il volume di produzione; in termini di tassi percentuali di variazione, avremo: P* = g*+W*-π*.
Da ciò la regola aurea della politica economica (se g*=0, margini di profitto costanti) non ci
sarà inflazione se i salari nominali cresceranno allo stesso tasso al quale cresce la
produttività media del lavoro (P*=W*- π*). Ancora oggi, nelle trattative sui rinnovi
contrattuali, si è soliti agganciare la dinamica dei salari nominali alla produttività del lavoro.

Un ulteriore conseguenza della regola aurea della politica economica:


se i margini di profitto delle imprese non variano (g*=0) e se il salario nominale cresce allo
stesso tasso della produttività media del lavoro (W*=π*), allora la quota di reddito che va al
fattore lavoro rimane inalterata (SL=0); infatti se: SL = W/ Pπ, consideriamo la variazione
percentuale: SL* = W*-P*-π*.

o L’inflazione strutturale e il morbo di Baumol.


- L’inflazione strutturale:
aumenti salariali che sarebbero giustificati in un settore (poiché in questo settore la dinamica
della produttività è cresciuta altrettanto), quando sono applicati ad altri settori (nei quali la
produttività del lavoro è cresciuta a un tasso minore) sono causa di inflazione.

- Morbo dei costi di Baumol:


si verifica quando aumentano i costi di produzione in quei settori nei quali la produttività del
lavoro è costante nel tempo; per esempio, nel settore delle arti dal vivo, Baumol osserva che per
suonare un quartetto di Mozart occorrono oggi gli stessi quattro musicisti che servivano quando
Mozart lo ha composto, i tempi di esecuzione e di studio sono rimasti invariati.

La politica dei redditi.

La politica dei redditi rappresenta un tentativo di influenzare, tramite un accordo fra le parti sociali, la
dinamica delle variabili macroeconomiche; esistono diversi tipi di politica dei redditi, tra cui:

- Politiche dei redditi “dirigiste”: nel caso che il policy-maker intervenga con atto autoritativo per
imporre tetti ai prezzi fissati dagli operatori, si tratta di atti di politica economica che limitano il libero
volere degli operatori;
- Politiche dei redditi “istituzionali”: nel caso che il policy-maker partecipi a incontri “triangolari”,
insieme ai rappresentanti dei lavoratori e degli imprenditori;
- Politiche dei redditi “di mercato”: nel caso che il policy-maker rimanga esterno alle trattative fra i
rappresentanti dei lavoratori e delle imprese, e si limiti a fissare schemi di sussidi e incentivi a quei
soggetti che hanno raggiunto e applicano accordi coerenti con l’obiettivo di lotta dell’inflazione.
Inoltre l’inflazione può essere vista come un’esternalità negativa e per correggerla, l’Autorità di politica
economica può intervenire applicando vincoli sulle quantità (politiche dei redditi dirigistiche), fissando
appropriate tasse e incentivi (politiche dei redditi di mercato); oppure può attribuire i diritti di proprietà
(secondo quanto argomentato dal teorema di Coase): si attribuisce alle imprese e alle associazioni dei
lavoratori un diritto a ottenere incrementi di prezzo e poi consentendo a questi soggetti di scambiarsi
tali “diritti” sul mercato dei diritti ad aumentare i prezzi.

I vantaggi dell’inflazione e la tragedia della deflazione.

L’inflazione danneggia chi si trova in posizione creditoria, nei moderni sistemi capitalistici, le imprese si
trovano in posizione debitoria, mentre le famiglie si trovano in posizione creditoria, l’inflazione produce
una redistribuzione in favore delle imprese e a danno delle famiglie.

Un altro soggetto che si trova in posizione debitoria è il settore pubblico (è evidente che l’inflazione
rende meno gravoso l’onere del debito pubblico), ma nessun Governo responsabile può mai pensare di
dichiarare che intende risolvere il problema del debito pubblico generando inflazione perché l’inflazione
causerebbe una perdita di valore reale ai risparmi delle famiglie.

Viceversa, effetti di deflazione hanno effetti opposti, infatti una riduzione generalizzata del livello dei
prezzi rende più gravosa la posizione di chi ha contratto un debito. Solitamente episodi di deflazione si
sono verificati in momenti in cui la domanda aggregata è risultata “troppo bassa” o da un eccesso di
offerta.

Le alterne fortune della curva di Phillips (cap.XXI°)

Nel 1960 chiamarono “curva di Phillips” la curva che lega il tasso di disoccupazione col tasso di variazione
dei salari. A tal proposito vi furono due versanti del pensiero economico:

o Sul versante della ricerca empirica, vennero ripetuti esercizi simili, in riferimento a diversi Paesi. Per
tutti i Paesi analizzati, e per ogni periodo di tempo preso in esame, sempre emergeva una curva molto
simile a quella trovata da Phillips:
- Lungo l’asse orizzontale si misura il tasso di disoccupazione, sull’asse verticale è misurato il tasso
di variazione percentuale dei salari nominali;
- Per valori del tasso di disoccupazione via via crescenti, il tasso di variazione del salario nominale
è via via decrescente, fino ad assumere valori negativi, quindi tra il tasso di disoccupazione ed il
tasso di variazione dei salari nominali sussiste un legame di segno negativo;
- La curva non è lineare, bensì convessa, ciò significa che, a incrementi del tasso di disoccupazione
corrispondono decrementi via via decrescenti del tasso di variazione dei salari nominali;
- La curva interseca l’asse orizzontale in corrispondenza di un valore del tasso di disoccupazione
intorno al valore u0 = 5,5% (tasso di disoccupazione di equilibrio): questo vuol dire che per un
tasso di disoccupazione intorno al 5,5%, il salario nominale mostra un tasso di variazione nullo;
- Non si osserva mai un valore del tasso di disoccupazione inferiore allo 0,8%, in tale punto la
curva di Phillips tende ad avere un asintoto verticale;
- Non si osserva mai un valore del tasso di variazione del salario nominale inferiore a -1%, in tale
punto la curva di Phillips tende ad avere un asintoto orizzontale.
(i salari monetari sono veramente rigidi verso il basso e possono diminuire, ma non oltre una
certa percentuale, solo quando il tasso di disoccupazione è veramente alto: il potere dei
sindacati è basso e quindi i salari diminuiscono, ma tale potere non svanisce del tutto e quindi
non si può sfondare il pavimento inferiore relativo alla variazione dei salari).

Figura 21.1 La curva di Phillips.

o Sul versante della spiegazione dei fondamenti teorici della relazione, già Phillips su suggerimento
Lipsey, osservò che la variazione del salario, essendo la variazione di un prezzo (il prezzo del lavoro),
poteva rispondere a eccessi di domanda e di offerta (spiegazione di Lipsey della curva di Phillips).
La curva di Phillips è data da: W* = f(u) e dalla teoria della spinta dei costi (P* = g*+W*-π*) si ottiene: P* =
f(u) + g* - π*, questa è l’equazione della curva di Phillips con il tasso di inflazione in luogo del tasso di
variazione dei salari e ponendo (β=g*-π*) si ottiene: P* = f(u) + β. La curva di Phillips rappresentò una
guida all’azione della politica economica in quanto si riteneva che esistesse un legame necessario e
stabile tra tasso di disoccupazione e tasso di inflazione.

La spiegazione teorica di Lipsey.

Sul mercato del lavoro, l’equilibrio è dato dall’intersezione tra domanda e offerta di lavoro che corrisponde
al punto in cui la curva di Phillips interseca l’asse orizzontale, sembra emergere però un problema di
coerenza logica, infatti sul mercato del lavoro non esiste disoccupazione, mentre nella curva di Phillips si
osserva disoccupazione. Questa apparente contraddizione è spiegata da Lipsey:

- l’offerta di lavoro è data dalla somma tra lavoratori occupati e disoccupati: NS = N* + U;


- la domanda di lavoro è data dalla somma tra occupati e posti vacanti: ND = N* + V;
- il punto di equilibrio del mercato del lavoro è: NS = ND, cioè U = V.
Pertanto nel punto di equilibrio del mercato del lavoro non è vero che non vi siano disoccupati, vi sono
un numero disoccupati pari al numero di posti vacanti (disoccupazione frizionale).

Figura 21.2 L’interpretazione di Lipsey.

La critica di Friedman.

Nel 1967, Milton Friedman (il più illustre esponente del monetarismo), sostenne che la curva di Phillips
rappresentava un grave errore teorico e che le politiche economiche da essa ispirate sarebbero state
destinate al fallimento. L’errore fondamentale commesso dall’interpretazione standard della curva di
Phillips risiede nel confondere il salario nominale con il salario reale (più precisamente il salario reale atteso
dai lavoratori), inoltre, non si considera l’effetto che l’inflazione esercita sulle aspettative di inflazione.
Friedman suggerisce pertanto che la corretta espressione della curva di Phillips sia: W* = f(u) + Pe* (Pe →
livello generale dei prezzi percepiti dai lavoratori nel periodo corrente) “curva di Phillips aumentata con le
aspettative” (o “curva di Phillips alla Friedman”). Questa interpretazione ci dice che non esiste un’unica
curva, ma un fascio di curve e ogni curva corrisponde ad un diverso livello di inflazione attesa; quindi: P* =
f(u) + β + Pe* in cui la variabile dipendente è il tasso di inflazione.

~ La curva di Phillips aumentata con aspettative statiche.


Aspettative statiche significa che i lavoratori si attendono, per il periodo t, lo stesso valore della variabile
realizzato e osservato nel periodo precedente, quindi: Pt* = f(ut) + β + Pt-1* (il tasso di disoccupazione non
incide sul tasso di inflazione, ma sulla variazione del tasso di inflazione → interpretazione
“accelerazionista”). Sulla curva di Phillips nel punto u=u0 è pari a zero non già il tasso d’inflazione, bensì la
variazione (o accelerazione) del tasso di inflazione, quindi valori di u minori di u0 corrispondono a situazioni
in cui è positiva la differenza Pt*-Pt-1*, cioè l’inflazione sta accelerando. Si parla, in questo caso, di tasso di
inflazione che non accelera l’inflazione, NAURI.

~ Una formulazione generale della curva di Phillips aumentata con le aspettative.


In questo caso Pet* = γPt* [il parametro γ esprime in che misura l’inflazione corrente si traduce (si trasferisce)
nel tasso atteso d’inflazione]. Ora, sostituendo i valori nella relazione (P*=f(u)+β+Pe) si ottiene: P* = 1/1-γ
[f(u)+β]:

- Se γ=0, la curva di Phillips aumentata con le aspettative coincide con l’originaria curva di Phillips, le
politiche inflazionistiche non generano aspettative di inflazione e sono efficaci nel ridurre il tasso di
disoccupazione;
- Se γ=1, l’inflazione attesa coincide con quella realizzata e l’inflazione corrente genererà una pari
aspettativa di inflazione;
- Se 0<γ<1, l’inclinazione della curva di Phillips aumentata con le aspettative è più ripida della
originaria curva.
In questo caso si parla di tasso “naturale” di disoccupazione, NRU, quasi una caratteristica fisica
connaturata al sistema economico.

~ Un commento sulla visione friedmaniana della curva di Phillips.


Le politiche di controllo della disoccupazione potranno essere efficaci soltanto fino a quando gli operatori
non rivedranno le loro aspettative, pertanto, l’efficacia delle politiche è tutt’al più limitata al breve periodo.
Viene ribadita, da Friedman, la posizione non-interventista, sarebbe meglio se le Autorità di politica
economica si limitassero a mettere in atto comportamenti vincolati da regole fisse e fosse loro fatto divieto
di attuare politiche economiche attive. La critica di Friedman, pertanto, si inserisce perfettamente nello
schema ideologico-politico del monetarismo; inoltre, rappresenta un caso particolare di quella che sarà
nota come critica di Lucas alla politica economica.

La curva di Phillips con aspettative razionali.

L’ipotesi di aspettative razionali sono state introdotte nella letteratura economica da Muth nel 1961. il
mondo è soggetto a eventi stocastici non prevedibili, ma gli agenti utilizzano tutte le informazioni a loro
disposizione per elaborare aspettative sulle variabili rilevanti. Infatti l’inflazione attesa per il periodo t è pari
alla previsione fatta sulla base del set informativo posseduto; quindi gli scostamenti del tasso di
disoccupazione dal valore u0 sono possibili soltanto se hanno luogo eventi non previsti. Le Autorità di
politica economica riusciranno a ridurre il tasso di disoccupazione al di sotto del livello u0 soltanto se
riusciranno a cogliere di sorpresa gli agenti: sono le sorprese inflazionistiche l’unico strumento efficace nel
ridurre il tasso di disoccupazione al di sotto del suo valore di equilibrio. L’efficacia è tuttavia destinata ad
avere durata limitata, in quanto gli agenti si renderanno subito conto di essere state vittime di una
sorpresa.

Curva di Phillips e curva di offerta aggregata.

In corrispondenza del tasso di disoccupazione u0, esiste un livello di produzione aggregata che possiamo
chiamare, nella tradizione monetarista, occupazione di pieno impiego (y*). Quando il tasso di
disoccupazione corrente è superiore a u0, il livello di produzione corrente sarà inferiore a quello di pieno
impiego: P* = 1/1-γ {F[h(y-y*)] + β} che rappresenta un modo particolare di scrivere la curva di Phillips, in cui
viene evidenziato un legame tra il tasso di inflazione e gli scostamenti tra la produzione corrente e il livello
di pieno impiego: a valori via via più elevati di (y-y*) corrispondono valori via via più elevati del tasso di
inflazione. Questa equazione può essere interpretata come una funzione di offerta aggregata, crescente,
che lega il livello di produzione al tasso di variazione dei prezzi.

Il declino empirico della curva di Phillips.

Nel 1973, a seguito del primo shock petrolifero, per la prima volta si osservò negli USA un aumento
contemporaneo del tasso di disoccupazione e del tasso di inflazione, che nella logica della curva di Phillips,
era inammissibile.

Gli stessi economisti si preoccuparono di svolgere delle ricerche empiriche per quantificare il valore del
tasso di disoccupazione naturale; in realtà, il valore “naturale” del tasso di disoccupazione, che per
definizione non è influenzato dalle politiche di domanda, è però influenzabile da istituzioni e da
comportamenti culturali consolidati. Se l’obiettivo della politica economica era quello di ridurre il tasso di
disoccupazione, la preoccupazione degli economisti contrari alle politiche di domanda è stata quella di
suggerire appropriate modifiche per cercare di ridurre il tasso di disoccupazione naturale. Queste politiche
non possono che essere di tipo istituzionale ed essere rivolte al lato dell’offerta, piuttosto che a quello della
domanda.

Digressione: le politiche del lavoro.

La disoccupazione è una manifestazione di squilibrio sul mercato del lavoro. Tutte le politiche economiche
che intendono influenzare il mercato del lavoro vengono connotate come “politiche del lavoro”.

~ Alcune definizioni e dati sulla recente situazione italiana.


- Disoccupato è colui che pur offrendo, alle condizioni prevalenti sul mercato del lavoro, il proprio
lavoro, non riesce a scambiare questo servizio contro una remunerazione;

- Disoccupati volontari sono coloro che, alle condizioni prevalenti sul mercato, ritengono ottimale non
offrire il proprio lavoro (non si considerano disoccupati);

- Le forze di lavoro (offerta di lavoro) sono gli occupati e i disoccupati;

- Non-forze di lavoro sono la popolazione che ha età inferiore a 15 anni e superiore a 64 anni (chi è
disoccupato volontario rientra tra le non-forze di lavoro).

- Il tasso di disoccupazione è il rapporto tra i disoccupati e le forze di lavoro;

- Il tasso di attività è il rapporto tra le forze di lavoro e la popolazione in età lavorativa;

- Il tasso di occupazione è il rapporto tra il numero degli occupati e la popolazione in età da lavoro.

In base alle politiche economiche più appropriate da adottare risulta molto utile distinguere vari tipi di
disoccupati:

- in base alla permanenza nello stato di disoccupazione (di breve e di lungo periodo);
- chi ha perso il lavoro e quindi ha già esperienze lavorative e chi è in cerca della prima occupazione.
~ Le politiche contro la disoccupazione.
Le politiche del lavoro vengono divise in:

- politiche passive del lavoro, sono quelle che si limitano a lenire il disagio derivante dalla condizione
di disoccupazione e sono costituite da due provvedimenti:
1) Sostegno economico ai disoccupati (indennità di disoccupazione),

2) Collocamento in pensione dei lavoratori espulsi dai processi produttivi (schemi di pensionamento
anticipato).

- politiche attive del lavoro, sono quelle che mirano ad attivare comportamenti specifici virtuosi, da
parte di chi domanda e soprattutto da parte di chi offre lavoro, in modo da limitare il periodo dello
status di disoccupato e da favorire il re-ingresso nel processo produttivo. Queste politiche sono
costituite da alcuni provvedimenti:
1) Supporto e orientamento dei disoccupati,

2) Formazione e addestramento,

3) Schemi di suddivisione delle opportunità di lavoro,

4) Incentivi all’occupazione,

5) Inserimento lavorativo per categorie particolari di lavoratori (ad esempio: portatori di


handicapp),

6) Creazione diretta di posti di lavoro da parte delle pubbliche amministrazioni.

La bilancia dei pagamenti e i tassi di cambio (cap. XXIII°)

Il mercato in cui vengono scambiate le valute di Paesi diversi prende il nome di mercato valutario (o
mercato dei cambi), il mercato valutario rappresenta un “segmento” del mercato internazionale dei titoli
finanziari.

La bilancia dei pagamenti.

La Bilancia dei Pagamenti (BdP) è un documento contabile che registra gli scambi economici che
intercorrono, in un certo lasso di tempo, tra i residenti di un Paese e i residenti nel resto del mondo.

Gli elementi che caratterizzano questa regola sono:

a) La bilancia dei pagamenti è un conto, conto vuol dire che la BdP viene tenuta secondo le regole
ragionieristiche della partita doppia (quindi la somma algebrica delle voci deve dare zero). In attivo
vengono indicate tutte le vendite (i cui proventi vengono poi registrati una seconda volta in passivo),
in passivo vengono indicati tutti gli acquisti (i cui pagamenti vengono poi registrati una seconda volta
in attivo).
b) La bilancia dei pagamenti registra gli scambi economici.
c) Durante un periodo di tempo, la bilancia dei pagamenti va sempre riferita a un arco temporale.
d) Residenti e non-residenti, questo significa che nella bilancia dei pagamenti lo scambio deve
riguardare un residente e un non-residente.
La bilancia dei pagamenti si basa su:

- le registrazioni delle dogane;


- i dati valutari, trasmessi dalle banche, nei quali figurano le domande e le offerte di valute straniere;
- le stime delle spese effettuate da soggetti.
La bilancia dei pagamenti presenta aspetti di interesse economico:

a) la sezione delle partite correnti, che registra lo scambio di beni e servizi, nonché i trasferimenti
unilaterali;
b) la bilancia dei movimenti dei capitali finanziari, che registra lo scambio di attività e passività
finanziarie.
La somma algebrica delle due sezioni corrisponde all’esito della BdP (BP=PC+SMK). Se entrambi le sezioni
sono in pareggio la BdP è in situazione di “pieno equilibrio”. La sezione della BdP in cui è registrato l’esito
viene detta anche “bilancia monetaria” perché è relativa alla variazione delle riserve ufficiali del Paese.

Schemi di bilancia dei pagamenti.

Dal 1999 si segue lo schema della bilancia dei pagamenti proposta dal FMI a cui hanno aderito tutti i Paesi
dell’area euro.

Questo schema è così composto:

- il saldo commerciale è dato dalla differenza tra esportazioni e importazioni


a cui vengono aggiunti

- l’esito del conto dei servizi (ad esempio: spese per trasporti, i premi assicurativi, i servizi da lavoro)
- l’esito dei trasferimenti (ad esempio: le rimesse degli emigrati, le riparazioni di guerra, i contributi
da/per organizzazioni internazionali)
si ottiene il saldo delle partite correnti.

Le voci principali del conto dei capitali finanziari sono quattro:

- la compravendita di titoli azionari finalizzati al controllo di imprese (investimenti diretti),


- la compravendita di titoli (azionari e obbligazionari) operati a fini di aggiustamento di portafoglio
finanziario degli operatori,
- l’accensione o la concessione di crediti commerciali e i prestiti
a cui vengono aggiunti

- possibili errori o omissioni

Si perviene all’esito della BdP.

Le Autorità di politica economica erano solite dare disposizioni amministrative per fare modificare la
“Posizione Netta sull’Estero (PNE) delle aziende di credito”: cioè la banca centrale obbliga le aziende di
credito ad accendere debiti (o crediti) presso l’estero, al fine di reperire (o cedere) valuta.

Attualmente lo schema della bilancia dei pagamenti utilizzato all’interno dell’area euro è diversa e divisa in
tre sezioni:

1) il conto corrente, che contiene: beni, servizi, redditi e trasferimenti;


2) il conto capitale, nel quale viene registrato l’interscambio di attività intangibili (ad esempio: i brevetti),
che contribuiscono alla formazione del capitale intangibile delle imprese;
3) il conto finanziario, nel quale vengono computati sia i movimenti di capitale effettuati dai privati, sia le
operazioni inerenti le variazioni delle riserve che rappresentano quindi l’esito economico;
4) errori o omissioni.
Cenni sulle caratteristiche dei conti con l’estero dell’Italia.
Nel Secondo dopoguerra, l’apertura commerciale del nostro Paese ha rappresentato uno dei capisaldi della
politica economica (infatti, l’apertura è stata vista come elemento di tutela della concorrenza e come
occasione di crescita economica, sociale e politica).

~ Invece, l’apertura agli scambi di capitali finanziari, è soltanto recente e, infatti, la transazione di
capitali finanziari è stata molto ridotta fino alla metà degli anni Settanta.
~ Circa la bilancia commerciale, l’Italia presenta: 1) situazioni di deficit per quanto riguarda le materie
prime, i prodotti energetici e i prodotti ad alto contenuto tecnologico; 2) situazione di avanzo per
quanto riguarda i lavorati dei settori tradizionali, i lavorati ad alto contenuto creativo. Proprio per
questo motivo c’è chi ritiene che il nostro Paese abbia una limitata capacità e possibilità di
innovazione tecnologica.
~ In conto servizi, il turismo ha segnato forti attivi fino a qualche anno fa.
~ In conto trasferimenti, sono molto evidenti, in Italia, le rimesse degli emigrati.
Soltanto con l’adesione irrevocabile alla moneta unica europea (1997), sono cessate le aspettative di
svalutazione sulla lira e ciò ha consentito di limitare i passivi dei movimenti di capitale.

I tassi di cambio.

~ Tassonomia.
o Per tasso di cambio nominale bilaterale (o tasso di cambio) si intende il prezzo di una valuta nei
confronti di un’altra valuta.
Esistono due metodi di calcolo:

- “incerto per certo” (ei/c), essa esprime quante unità della moneta domestica si scambiano contro
una unità di valuta estera; se il tasso di cambio aumenta (ad esempio: il cambio lira/dollaro passa
da 1700 a 1800), significa che la lira si deprezza ed il dollaro si apprezza.
- “certo per incerto” (ec/i), in questo caso si fissa a 1 la quantità di moneta domestica e si chiede a
quante unità di valuta estera corrisponde un’unità di moneta interna; se il tasso di cambio aumenta
(ad esempio: il cambio euro/dollaro passa da 1,05 a 1,10), significa che l’euro si sta apprezzando ed
il dollaro si deprezza.
Poiché ci troviamo in un Paese dell’area euro ci riferiremo al sistema “certo per incerto”.

o Tasso di cambio nominale effettivo; la nostra moneta viene scambiata contemporaneamente da più
monete estere che hanno un tasso di cambio diverso, pertanto, per avere un’idea dell’andamento del
tasso di cambio verso tutte le altre valute estere, occorre considerare una media dei tassi di cambio
(più correttamente una media ponderata, in cui i coefficienti di ponderazione rispecchino il peso che
ciascuna valuta straniera ricopre nell’interscambio tra il Paese ed il rispettivo partner commerciale). A
tal proposito avremo: eeff = eAωA + eBωB +… eNωN = ∑Ni=A eiωi.
o Tasso di cambio bilaterale reale, questo cambio intende tenere in considerazione il valore reale di
scambio fra due monete (si deve tenere in considerazione non solo il rapporto di cambio nominale fra
le due monete, ma anche i prezzi vigenti nei due Paesi). A tal proposito avremo: ereale = ePeuro / PUSA.
o Tasso di cambio reale effettivo, è dato dalla media ponderata dei cambi bilaterali reali: erealeff = eeffPd /
P f.
L’indicatore di competitività non è altro che il reciproco del tasso di cambio reale effettivo (se il tasso
di cambio reale effettivo aumenta, aumenta anche il prezzo dei prodotti domestici nei confronti del
resto del mondo e quindi diventano meno competitivi): ε = Pf / ePd.

~ i sistemi di cambio.
Per sistema di cambio si intende un accordo fra due o più Paesi, con il quale vengono fissate regole per lo
scambio tra le rispettive monete.

Una moneta si dice convertibile se essa può essere liberamente scambiata sui mercati contro le altre valute.
Un sistema di cambio si dice:

- fisso, quando due o più Paesi si accordano per stabilire in modo univoco il loro tasso di cambio. E’
sufficiente che le Autorità di un Paese definiscano in modo rigido il rapporto di scambio della loro
moneta contro un’altra moneta, in questo caso si parlerà di rivalutazione o di svalutazione della
moneta.
Il tasso di cambio fisso può essere:

- puntuale se è definito un preciso valore numerico per il cambio;

- a banda se è fissato un dato intervallo di oscillazione entro la quale il cambio può muoversi.

- Flessibile, se non esiste nessun accordo vincolante su quale debba essere il tasso di cambio fra due
monete ed esso viene quindi stabilito dalle forze di mercato (cioè determinato dalla domanda e
dall’offerta di quantitativi delle diverse monete sui mercati delle valute). In questo caso si parlerà di
apprezzamento e di deprezzamento della moneta.
Storicamente vigeva il sistema aureo (o gold standard) che si basava su un sistema di cambio fisso. Con lo
scoppio della Prima guerra mondiale, molti Paesi furono obbligati a espandere la spesa pubblica, che in
parte fu coperta con emissione monetaria, la quale implicò l’incapacità di garantire la copertura aurea. Il
sistema internazionale che nacque (1944) con gli accordi di Bretton Woods prevedeva il sistema gold-
exchange standard, cioè prevedeva che le Autorità statunitensi garantissero la convertibilità del dollaro in
oro, su richiesta delle banche centrali degli altri Paesi, e che tutti i Paesi si impegnassero ad avere un
cambio fisso contro il dollaro (erano consentite oscillazioni dei tassi di cambio in una banda del ± 1%); il
motivo risiedeva nel fatto che un sistema di cambi fissi poteva essere un antidoto alle crisi economiche
planetarie. Per sorvegliare sul sistema del cambio fisso fu istituito il Fondo Monetario Internazionale (FMI),
presso il quale le banche centrali dei Paesi aderenti avrebbero versato parte delle proprie riserve d’oro e
che poteva emettere una sorta di moneta virtuale, i diritti speciali di prelievo. Accanto al FMI nacque un
organismo per favorire la libertà di commercio, l’Organizzazione Mondiale di Commercio (WTO).

All’origine della crisi del sistema di cambi fissi sta il fatto che gli USA iniziarono a monetizzare parte delle
spese pubbliche, senza avere la possibilità di copertura aurea della moneta emessa; così i cambi iniziarono
a fluttuare liberamente.

Nel 1979 partì il Sistema Monetario Europeo (SME), nel quale le monete dei Paesi della Comunità Europea
erano regolate da un sistema di cambi fissi (con bande di oscillazione del 2,50% o del 6%). Ma nel 1992 fu
firmato il Trattato di Maastricht che stabiliva la volontà irrevocabile di costruire una moneta unica europea
al fine di raggiungere un sistema di cambio fisso puntuale tra i Paesi che avrebbero poi aderito; entrò così in
vigore, nel 2002, l’euro che sostituì la vecchia moneta, la lira.

~ Esiste un valore naturale del tasso di cambio? La teoria della PPP.


Secondo la Teoria della Parità del Potere di Acquisto, PPA (o in inglese PPP) il valore naturale del tasso di
cambio sarebbe quello che garantisce la parità del potere di acquisto; ma i diversi beni hanno una diversa
importanza nei diversi contesti economico-sociale; inoltre molti economisti sono pronti a sostenere che
l’evoluzione dei tassi di cambio rispecchia la differenza fra i tassi d’inflazione, infatti se vale la Teoria PPP, il
cambio della moneta del Paese A si apprezza se l’inflazione nel Paese B è maggiore rispetto all’inflazione in
A (ePPP=PB/PA e la variazione percentuale darà: ePPP=PB-PA). In conclusione, abbiamo individuato un
meccanismo che porta a ritenere che vi sia un legame causale tra inflazione e deprezzamento, infatti una
maggiore inflazione domestica porta a un deprezzamento della moneta domestica sul mercato dei cambi e
se il Paese è coinvolto in un regime di cambi fissi una maggiore inflazione interna spinge la banca centrale a
procedere a una svalutazione della moneta interna (l’inflazione provoca, in questo caso, svalutazione).
Effetti delle modificazioni del tasso di cambio.

Se la moneta di un Paese viene svalutata (o si deprezza) questo avrà delle conseguenze:

a) Effetti sulle partite correnti: Il prodotto domestico di un Paese la cui moneta si svaluta (o si deprezza)
diviene maggiormente competitivo, in termini di prezzo, sui mercati internazionali; questo perché il
prodotto domestico diventa relativamente meno costoso rispetto alla produzione straniera.
b) Effetti sui movimenti di capitali finanziari: Le decisioni finanziarie rispondono alla remunerazione, cioè
al tasso d’interesse associato ai titoli finanziari stessi, nella computazione del rendimento devono
essere considerati anche i tassi di cambio e le loro variazioni. Nelle decisioni sugli investimenti
finanziari ciò che ha rilievo non è il livello del cambio, ma le attese sulle sue variazioni. Infatti, le attese
di deprezzamento (o svalutazione) provocano un deflusso di capitali finanziari, mentre attese di
apprezzamento (o rivalutazione) determinano un afflusso di capitali finanziari.
Esistono le cosiddette “profezie che si autorealizzano”: se l’aspettativa di deprezzamento si diffonde,
un numero crescente di operatori chiederà di cambiare lira contro valute straniere. Questo determina,
sui mercati internazionali dei cambi, un eccesso di offerta di lire e un eccesso di domanda di valute
straniere e questo fa sì che effettivamente la moneta si deprezzi, pur non essendovi, ex-ante, alcun
motivo che giustificasse il deprezzamento.

I meccanismi economici di riequilibrio automatico della bilancia dei pagamenti.

Una bilancia dei pagamenti in deficit, in un regime di cambi flessibili, porta a un deprezzamento della
moneta. Il deprezzamento, a sua volta, comporta un aumento di competitività di prezzo del prodotto
nazionale con positivi effetti sulle partite correnti, cioè con l’effetto di ridurre (e persino di annullare) il
deficit iniziale.

Se, invece, il tasso di cambio di un Paese tende ad apprezzarsi, a seguito di un avanzo della sua bilancia dei
pagamenti, il prodotto di questo Paese perderà competitività di prezzo sui mercati internazionali. Ciò
porterà a un peggioramento delle partite correnti.

L’aggiustamento del cambio rappresenta un meccanismo automatico di aggiustamento basato sui prezzi
relativi (stabilizzatore automatico). Altri meccanismi di aggiustamento basati sul reddito: un deficit della
bilancia dei pagamenti attiva una minore produzione domestica (dovuto al fatto che parte della produzione
non verrà più venduta) che spingerà le imprese domestiche a ridurre la propria produzione, che si tradurrà
in una riduzione del reddito distribuito. Tale riduzione farà calare le importazioni, e quindi farà riassorbire il
disavanzo.

Gli squilibri della bilancia dei pagamenti si ripercuotono sull’offerta di moneta, se il Paese adotta un sistema
di cambi fissi; precisamente, un surplus della bilancia dei pagamenti si traduce in un aumento dell’offerta di
moneta, mentre un deficit si traduce in riduzione dell’offerta di moneta.

- Se i conti con l’estero sono in passivo, la banca centrale dà la valuta straniera e riprende base
monetaria (della moneta domestica); la quantità di circolante nell’economia domestica diminuisce
(viene distrutta moneta).
- Se i conti con l’estero sono in attivo, la banca centrale può o creare base monetaria o agire su un altro
canale, per esempio, riducendo il finanziamento al settore bancario (operazione di sterilizzazione).
Se la banca centrale non attua alcuna operazione di sterilizzazione, si mettono in moto altri processi
economici: con una BdP in deficit e con un sistema di cambi fissi, il deficit si ripercuote in una diminuzione
dell’offerta di moneta e questo produce gli stessi effetti di una politica monetaria restrittiva (la curva LM si
sposta verso sinistra e si avrà una riduzione del reddito ed un aumento del tasso di interesse): le
importazione diminuiscono, diminuiscono i prezzi e quindi aumenta la competitività, aumenta l’afflusso di
capitali esteri; questo è un meccanismo di aggiustamento automatico sui prezzi e sulle quantità.

Le politiche attive di riequilibrio dei conti con l’estero: la manovra del cambio e le sue limitazioni.

Attendere la realizzazione di meccanismi automatici di aggiustamento può richiedere tempi lunghi, per cui
le Autorità di politica economica possono ritenere opportuno intervenire attivamente, per ripianare
squilibri nei conti con l’estero. Posto che l’obiettivo di politica economica sia il pareggio dei conti con
l’estero, si tratta di stabilire quale sia lo strumento di intervento più opportuno. Solitamente viene utilizzato
la variazione del tasso di cambio: il buon senso suggerisce di svalutare (o fare deprezzare) il tasso di cambio,
in presenza di deficit nei conti con l’estero e di rivalutare (o fare apprezzare) il tasso, in presenza di surplus.
In questo modo, si agisce sulla competitività della produzione nazionale e quindi sull’esito delle partite
correnti. Ma affinché la manovra del cambio sia efficace, è necessario che siano verificate alcune pre-
condizioni:

a) La condizione di Marshall-Lerner: occorre che le importazioni e le esportazioni siano sufficientemente


reattive al tasso di cambio, affinché una svalutazione (o deprezzamento) del tasso di cambio migliori
l’esito delle partite correnti.
b) L’effetto j: le quantità fisiche di beni importati ed esportati, per adeguarsi alle nuove condizioni di
prezzo, hanno bisogno di tempo; nell’immediato, il valore delle esportazioni cala, proprio perché il
tasso è diminuito a seguito della svalutazione; questo dà luogo ad un immediato e netto calo del
valore delle partite correnti, che poi inizieranno a migliorare solo lentamente. Il temporaneo
peggioramento che intercorre tra t0 e t1 prende il nome di “effetto j” (nelle economie avanzate questo
effetto dura fra 3 e 8 mesi).
c) Assenza di strozzature: occorre “assenza di strozzature nel lato dell’offerta”, la svalutazione della
moneta riesce a migliorare le partite correnti soltanto se l’apparato produttivo dell’economia
domestica non è soggetto a rigidità (strozzature) tali da rendere l’economia non in grado di produrre
beni per soddisfare l’accresciuta domanda estera (in altre parole, l’economia non deve trovarsi in
condizioni di pieno impiego); se così non fosse, una svalutazione accrescerà la domanda che di
tradurrà in una spinta inflazionistica.
d) Effetto pass-through: occorre fare attenzione che, una svalutazione della moneta domestica,
potrebbe tradursi unicamente in un maggiore profitto per gli intermediari commerciali.
e) Aspettative di svalutazione: spesso una svalutazione della moneta nazionale induce aspettative di
ulteriori svalutazioni. In merito alle partite correnti, attese di svalutazione futura fanno sì che agli
operatori nazionali convenga accelerare il più possibile i pagamenti che essi debbono effettuare
all’estero e ritardare gli incassi che essi debbono ricevere dall’estero per il fatto che ci si aspetta che in
futuro le valute estere valgano di più rispetto alla moneta. Quindi, affinché la svalutazione abbia
effetti positivi sull’esito della BdP, è necessario richiedere che i miglioramenti delle partite correnti
non siano neutralizzati da peggioramenti nel saldo dei movimenti di capitali; stiamo richiedendo che
l’elasticità dell’aspettativa della variazione futura del tasso di cambio a una variazione corrente sia
limitata.
Quando le Autorità di politica economica sono pronte a svalutare (o a fare deprezzare) la propria moneta
per accrescere la competitività, significa che stanno seguendo una politica di svalutazione competitiva.

La teoria della bilancia dei pagamenti e la curva BP.

Come già sappiamo l’esito complessivo della bilancia dei pagamenti è dato dalla somma del saldo delle
partite correnti e del saldo dei movimenti di capitale (BP=PC+SMK).

L’esito delle partite correnti (PC) dipende:

a) Negativamente dal reddito domestico (mY);


b) Positivamente dal reddito del resto del mondo (χYRM);
c) Positivamente dall’indicatore di competitività (γ = Pf / ePd);
[PC = PC0 – mY + χYRM + γ(Pf / ePd)].

L’esito del movimento dei capitali (SMK) dipende:

a) Positivamente dal tasso di interesse interno (αr);


b) Negativamente dal tasso di interesse estero (βrRM);
c) Positivamente dalle aspettative di apprezzamento del cambio (γeexp*);
SMK = K0 + αr - βrRM + λeexp*.

La relazione BP esprime l’insieme delle combinazioni di reddito e tasso d’interesse di un’economia che
assicurano il pareggio della bilancia dei pagamenti. Dato che le partite correnti dipendono (negativamente)
dal reddito ed il saldo dei movimenti di capitale dipende (positivamente) dal tasso d’interesse, si ottiene:
BP = PC(Y) + SMK(r) = 0; effettuando le opportune sostituzioni , si avrà: BP = [PC0 –mY + χYRM + γ(Pf / ePd)] +
[K0 + αr - βrRM + λeexp*] = 0; da cui si ricava: r = m/α Y – [PC0 + χYRM + γ(Pf / ePd) + K0 - βrRM + λeexp*] / α . A cui
corrisponde la curva BP:

- i punti lungo la curva BP rappresentano situazioni di equilibrio della BdP;


- i punti del piano che stanno al di sopra di tale curva rappresentano situazioni associate a surplus nei
conti con l’estero;
- i punti del piano che stanno al di sotto di tale curva rappresentano situazioni associate a deficit nei
conti con l’estero;
- m/α <0 rappresenta l’inclinazione (positiva) della curva: a fronte di un aumento del reddito, per
mantenere una BdP in pareggio è necessario che aumenti anche il tasso d’interesse, per poter
migliorare il saldo di movimenti di capitali;

Figura 23.2 La curva BP.

Quanto più sensibili sono i capitali finanziari al tasso di interesse, tanto più piatta sarà la curva BP.

Analizziamo i due casi limite:

o la curva BP si presenta come perfettamente verticale se i movimenti di capitali finanziari sono del
tutto insensibili ai tassi d’interesse (ossia, se i capitali finanziari sono totalmente immobili);
o la curva BP si presenta come perfettamente orizzontale se i movimenti di capitali finanziari sono
infinitamente sensibili al tasso d’interesse (ossia, se i capitali finanziari hanno un’infinità mobilità). In
questo caso il tasso d’interesse interno è uguale al tasso d’interesse estero e ciò provoca un infinito
afflusso (se r>rf) o deflusso (se r<rf) di capitali finanziari dal Paese preso in considerazione (Perfetta
integrazione finanziaria o perfetta sostituibilità fra i titoli di Paesi differenti).
Passiamo ora a esaminare la posizione della curva BP:

a) se aumenta il reddito del resto del mondo, la curva BP si deve spostare verso destra nel piano;
b) se aumenta il tasso d’interesse estero, la curva BP si sposta verso sinistra;
c) se il tasso di cambio si deprezza (o viene svalutato), la curva BP si sposta verso destra. Viceversa se il
tasso di cambio si apprezza (o viene rivalutato), la curva BP si sposta verso sinistra;
d) un’attesa di svalutazione di tasso di cambio, richiede un minore livello del reddito e quindi uno
spostamento della curva BP verso sinistra.

Gli effetti delle politiche macroeconomiche in economia aperta: il modello IS-LM-BP


(cap. XXIV°)

In questo capitolo esamineremo gli effetti delle politiche macroeconomiche, in particolare le politiche
fiscali e monetarie, in un’economia aperta. Per far ciò utilizzeremo il modello IS-LM-BP che ha
rappresentato un’importante guida teorica per valutare le politiche macroeconomiche in economia aperta.

Occorre preliminarmente definire il contesto istituzionale delle economie sotto esame; in tale ambito, due
sono gli elementi di rilievo:

1) Sapere se i capitali finanziari sono caratterizzati da alta o da bassa mobilità (ossia da alta o bassa
sensibilità rispetto ai differenziali nei tassi d’interesse fra diversi Paesi);
2) Conoscere il regime di cambio, è necessario sapere se il Paese in questione adotta un sistema di cambi
fissi oppure un sistema di cambi flessibili.
Gli effetti delle politiche economiche in un’economia aperta con cambi flessibili.

~ La politica fiscale.
Immaginiamo di prendere in esame un’economia che parta da una situazione di equilibrio su tutti e tre i
mercati (punto A). In seguito ad una politica fiscale espansiva, la curva IS si sposta verso destra provocando
un aumento del reddito di equilibrio e un aumento del tasso di interesse di equilibrio; il sistema trova
equilibrio (punto B) nel punto di intersezione del mercato dei beni e della moneta, questo è un equilibrio di
breve periodo che non rappresenta la posizione finale del sistema economico, in quanto il disequilibrio dei
conti con l’estero, pur sostenibile nel breve periodo, mette comunque in atto meccanismi di aggiustamento
automatico. Infatti, circa i conti con l’estero l’esito non è scontato perché l’aumento del reddito comporta
un peggioramento delle partite correnti, mentre l’aumento del tasso d’interesse comporta un
miglioramento del saldo dei movimenti dei capitali finanziari:

- Se assumiamo che i capitali finanziari siano poco mobili (curva BP piuttosto ripida) questi non
saranno sufficienti a compensare il passivo delle partite correnti e, poiché ci si trova in regime di
cambi flessibili, la bilancia dei pagamenti va in passivo e il tasso di cambio si deprezza provocando
uno spostamento verso destra sia della curva IS (grazie al benefico effetto di domanda comportato
dalla maggiore competitività della produzione nazionale) sia della curva BP.
Il nuovo punto di equilibrio (punto C) rappresenta l’equilibrio di lungo periodo e i meccanismi di
aggiustamento automatico hanno rafforzato gli effetti di aumento sul reddito (e anche quelli sul
tasso d’interesse) ottenuti già come risultato d’impatto dalla politica fiscale espansiva:
Figura 24.1 Effetto della politica fiscale espansiva in presenza di cambi flessibili (con capitali poco
mobili).

- Se assumiamo che i capitali finanziari siano mobili (curva BP piuttosto piatta) questi saranno
sufficienti a compensare il passivo delle partite correnti e, poiché ci si trova in regime di cambi
flessibili, la bilancia dei pagamenti va in attivo e il tasso di cambio si apprezza provocando uno
spostamento verso sinistra sia della curva IS (in quanto la produzione nazionale soffre di una
perdita di competitività di prezzo e la domanda autonoma si contrae) sia della curva BP.
Il nuovo punto di equilibrio (punto D) rappresenta l’equilibrio di lungo periodo e l’effetto di impatto
ottenuto dalla politica fiscale espansiva, di innalzare sia il reddito sia il tasso d’interesse, viene
attenuato dai meccanismi automatici che si sono messi in moto a seguito dell’avanzo registrato in
bilancia dei pagamenti:

Figura 24.1 Effetto della politica fiscale espansiva in presenza di cambi flessibili (con capitali mobili).

Nel caso limite di perfetta mobilità dei capitali finanziari (curva BP orizzontale) a seguito di uno
spostamento espansivo della curva IS (verso destra), l’equilibrio di breve periodo si trova al di sopra
della curva BP che rappresenta una bilancia dei pagamenti in avanzo; l’infinita sensibilità dei
capitali finanziari e l’aumento del tasso di interesse comporta un infinito afflusso di capitali
finanziari. Ma l’apprezzamento del tasso di cambio determina un peggioramento della
competitività dei prodotti domestici, che comporta, a sua volta, un ritorno verso sinistra della curva
IS.

La politica fiscale espansiva risulta totalmente inefficace nel lungo periodo e gli effetti espansivi sul
reddito sono soltanto transitori:
Figura 24.2 Effetto della politica fiscale espansiva in presenza di perfetta mobilità dei capitali
finanziari (e cambi flessibili).

~ La politica monetaria.
Immaginiamo di prendere in esame un’economia che parta da una situazione di equilibrio su tutti e tre i
mercati (punto A). In seguito ad una politica monetaria espansiva, la curva LM si sposta verso destra
provocando un aumento del reddito di equilibrio e una diminuzione del tasso di interesse di equilibrio; il
sistema trova equilibrio (punto B) nel punto di intersezione del mercato dei beni e della moneta, questo è
un equilibrio di breve periodo che non rappresenta la posizione finale del sistema economico, in quanto il
disequilibrio dei conti con l’estero, pur sostenibile nel breve periodo, mette comunque in atto meccanismi
di aggiustamento automatico. Infatti, circa i conti con l’estero l’esito è scontato perché l’aumento del
reddito comporta un peggioramento delle partite correnti, mentre la diminuzione del tasso d’interesse
comporta un peggioramento del saldo dei movimenti dei capitali finanziari. L’equilibrio di breve periodo si
trova al di sotto della curva BP che rappresenta una bilancia dei pagamenti in disavanzo e che provoca un
deprezzamento del tasso di cambio; ciò ha effetti positivi sulla domanda di beni soddisfatta da produzione
nazionale (di cui infatti migliora la competitività) e questo comporta uno spostamento verso destra sia della
curva IS sia della curva BP.

Pertanto, rispetto all’equilibrio di breve periodo, i meccanismi di aggiustamento automatico, in un regime


di cambi flessibili, esaltano l’effetto espansivo sul reddito della politica monetaria espansiva (mentre
riducono il decremento del tasso d’interesse). Questa conclusione non è influenzata dal grado di mobilità
dei capitali finanziari:

Figura 24.3 Effetto della politica monetaria espansiva in presenza di cambi flessibili (con capitali poco
mobili).
Figura 24.3 Effetto della politica monetaria espansiva in presenza di cambi flessibili (con capitali mobili).

Gli effetti delle politiche economiche in un’economia aperta con cambi fissi.

~ La politica fiscale.
Immaginiamo di prendere in esame un’economia che parta da una situazione di equilibrio su tutti e tre i
mercati (punto A). In seguito ad una politica fiscale espansiva, la curva IS si sposta verso destra provocando
un aumento del reddito di equilibrio e un aumento del tasso di interesse di equilibrio; il sistema trova
equilibrio (punto B) nel punto di intersezione del mercato dei beni e della moneta, questo è un equilibrio di
breve periodo che non rappresenta la posizione finale del sistema economico, in quanto il disequilibrio dei
conti con l’estero, pur sostenibile nel breve periodo, mette comunque in atto meccanismi di aggiustamento
automatico. Infatti, circa i conti con l’estero l’esito non è scontato perché l’aumento del reddito comporta
un peggioramento delle partite correnti, mentre l’aumento del tasso d’interesse comporta un
miglioramento del saldo dei movimenti dei capitali finanziari:

- Se assumiamo che i capitali finanziari siano poco mobili (curva BP piuttosto ripida) l’equilibrio di
breve periodo si trova al di sotto della curva BP e, poiché ci si trova in regime di cambi fissi, la
bilancia dei pagamenti va in passivo e quindi si distrugge base monetaria che corrisponde ad una
manovra monetaria restrittiva. L’effetto della manovra monetaria restrittiva si ripercuote sulla
curva LM che si sposta verso sinistra.
Il nuovo punto di equilibrio (punto C) rappresenta l’equilibrio di lungo periodo e l’effetto espansivo
sul reddito di una politica fiscale espansiva, con cambi fissi, è ridotto nel lungo periodo se i capitali
finanziari sono poco mobili (e addirittura annullato se i capitali sono perfettamente immobili):

Figura 24.4 Effetto della politica fiscale espansiva in presenza di cambi fissi (con capitali poco
mobili).
- Se assumiamo che i capitali finanziari siano mobili (curva BP piuttosto piatta) l’equilibrio di breve
periodo si trova al di sopra della curva BP e, poiché ci si trova in regime di cambi fissi, la bilancia dei
pagamenti va in attivo e quindi si crea base monetaria che corrisponde ad una manovra monetaria
espansiva. L’effetto della manovra monetaria espansiva si ripercuote sulla curva LM che si sposta
verso destra.

Il nuovo punto di equilibrio (punto D) rappresenta l’equilibrio di lungo periodo e l’effetto espansivo
sul reddito di una politica fiscale espansiva, con cambi fissi, è esaltato nel lungo periodo se i capitali
finanziari sono molto mobili:

Figura 24.4 Effetto della politica fiscale espansiva in presenza di cambi fissi (con capitali mobili).

~ La politica monetaria.
Immaginiamo di prendere in esame un’economia che parta da una situazione di equilibrio su tutti e tre i
mercati (punto A). In seguito ad una politica monetaria espansiva, la curva LM si sposta verso destra
provocando un aumento del reddito di equilibrio e una diminuzione del tasso d’interesse equilibrio; il
sistema trova equilibrio (punto B) nel punto di intersezione del mercato dei beni e della moneta, questo è
un equilibrio di breve periodo che non rappresenta la posizione finale del sistema economico, in quanto il
disequilibrio dei conti con l’estero, pur sostenibile nel breve periodo, mette comunque in atto meccanismi
di aggiustamento automatico. Infatti, circa i conti con l’estero l’esito è scontato perché l’aumento del
reddito comporta un peggioramento delle partite correnti, mentre la diminuzione del tasso d’interesse
comporta un peggioramento del saldo dei movimenti dei capitali finanziari. L’equilibrio di breve periodo si
trova al di sotto della curva BP e, poiché ci si trova in regime di cambi fissi, la bilancia dei pagamenti va in
passivo e quindi si distrugge base monetaria che corrisponde ad una manovra monetaria restrittiva.
L’effetto della manovra monetaria restrittiva si ripercuote sulla curva LM che si sposta verso sinistra.

La curva LM inizia a “tornare indietro” fino a raggiungere la posizione iniziale di equilibrio.

La politica monetaria, in un regime di cambi fissi, è totalmente inefficace nel lungo periodo e può avere
effetti soltanto transitori, questo dovuto dalla contrazione di base monetaria messa in moto dal disavanzo
nei conti con l’estero:
Figura 24.5 Effetto della politica monetaria espansiva con cambi fissi.

Figura 24.5 Effetto della politica monetaria espansiva con cambi fissi.

Valutazione degli effetti delle politiche economiche in casi particolari.

~ Assenza di mobilità dei capitali finanziari.


Analizziamo ora il caso limite particolare in cui i capitali finanziari hanno una mobilità nulla, ossia non
reagiscono per niente alle variazioni dei tassi d’interesse (curva BP perfettamente verticale), l’unica
variabile rilevante è il reddito interno: yBP (reddito compatibile con l’equilibrio dei conti con l’estero), yPI
(reddito di pieno impiego).

Immaginiamo di voler perseguire, come obiettivi di politica economica, l’equilibrio dei conti con l’estero ed
il pieno impiego e di avere a disposizione uno strumento di politica fiscale e uno di politica monetaria:

Se l’economia si trova in un punto della regione G, si è di fronte ad un conflitto tra obiettivi, infatti,
perseguire l’obiettivo del pieno impiego richiederebbe politiche di tipo espansivo, mentre perseguire
l’obiettivo del pareggio dei conti con l’estero richiederebbe politiche restrittive.

La situazione di deficit nei conti con l’estero implica l’attivarsi di un deprezzamento automatico del tasso di
cambio (e questo porta la curva BP a spostarsi verso destra, avvicinando l’obiettivo esterno a quello
interno). Tale meccanismo automatico è troppo lento e richiede la necessità di ricorrere a nuovi strumenti
di politica economica.

Una soluzione è quella di far deprezzare (o di svalutare) il tasso di cambio più velocemente di quanto
succeda in virtù del meccanismo di riequilibrio automatico, oppure fare acquisire di nuovo sensibilità ai
movimenti di capitali finanziari (politica di tipo istituzionale) che consente di ottenere una curva BP
positivamente inclinata:

Figura 24.6 Le politiche economiche in presenza di immobilità dei capitali finanziari.

Figura 24.6 Le politiche economiche in presenza di immobilità dei capitali finanziari.

~ Perfetta mobilità dei capitali finanziari.


Analizziamo ora il caso limite particolare in cui i capitali finanziari hanno una perfetta mobilità, ossia
reagiscono infinitamente alle variazioni dei tassi d’interesse (curva BP perfettamente orizzontale), in questo
caso il tasso d’interesse domestico è pari al tasso d’interesse estero.

Circa gli effetti delle politiche economiche, in presenza di perfetta mobilità dei capitali finanziari, già
abbiamo avuto modo di parlarne:

- Se i cambi sono flessibili, la politica fiscale può avere solo effetti transitori, mentre gli effetti della
politica monetaria sono esaltati dagli aggiustamenti automatici che si mettono in moto nel lungo
periodo;
- Se i cambi sono fissi, gli effetti della politica fiscale sono esaltati dagli aggiustamenti automatici che
si mettono in moto nel lungo periodo, mentre la politica monetaria si rileva inefficace nel lungo
periodo.
Tassi di cambio flessibili e fissi: una valutazione complessiva.

I pro e i contro dei sistemi di cambio fissi e flessibili:

o Sistema di cambio fisso.


- Pro:
a) Garantisce un quadro caratterizzato da minore incertezza e tale stabilità favorisce
l’interscambio di beni e servizi;

b) La maggiore difficoltà nell’operare svalutazioni limita il rischio di inflazione importata e


costringe gli operatori domestici a una più rigida disciplina;

c) I guadagni di competitività internazionale devono essere ottenuti incrementando la


produttività dei fattori.

- Contro:
a) L’offerta di moneta dipende dall’esito della bilancia dei pagamenti e quindi vi sono severe
limitazioni all’autonomia discrezionale della politica monetaria;

b) La politica monetaria è totalmente inefficace nel lungo periodo;

c) Impone all’Autorità monetarie di detenere scorte valutarie e questo comporta un costo.

o Sistema di cambio flessibile.


- Pro:
a) Garantiscono un grado di libertà in più;

b) Modificazioni del tasso di cambio rappresentano una possibile risposta a eventuali shock;

c) Non vi è la necessità per le Autorità di detenere scorte di valute.

- Contro:
a) Il rischio di generare inflazione importata;

b) guadagnare competitività senza incidere sulle strutture economiche.

Nel mondo reale la speculazione interviene e colpisce sia valute che hanno cambi fissi sia valute con cambi
flessibili.

Le politiche economiche dell’unione Europea


Cap 26

Le diverse fasi della politica economica europea

Il trattato di Roma firmato il 1957 sancì la nascita di un unione doganale: i paesi firmatari si impegnavano
ad abbattere ogni forma di restrizione al commercio interno più nello specifico si impegnavano a non
imporre dazi alle importazioni intra-comunitarie e a coordinare le politiche commerciali con gli stati esterni.
Tale unione si configuro anche come un importante segnale politico,l’unione doganale avrebbe creato
commercio portando a sostituire produzione nazionale in settori inefficienti con produzione effettuata nei
paesi della comunità. Ciò avrebbe spinto i paesi dell’unione a specializzarsi nelle produzioni in cui avevano
vantaggi comparati, con economie di scala e abbassare i costi di produzione, il libero commercio in oltre
avrebbe spinto l’eliminazione di posizioni monopolistiche. Le politiche europee negli anni 60-70 si
concentravano sulla pac con forte rigidità. Il settore si di importanza vitale ebbe degli svantaggi nei riguardi
del bilancio europeo dati dai fondi impiegati per la pac.

L’Europa e il mercato unico

Il mercato unico è un accordo tra i Paesi che oltre a essere un’unione doganale, garantiscono anche la piena
mobilità di fattori produttivi. I contenuti più importanti dell’atto unico europeo del 1986 sono: rimozione
degli ostacoli residui, al commercio interno, all’abolizione fisica delle frontiere e in fine piena libertà di
movimento dei capitali. I vantaggi di un’organizzazione più efficiente dei sistemi produttivi avrebbe dovuto
ricadere principalmente sui consumatori, grazie alla attenzione per le politiche a difesa della concorrenza e
a nuovi campi di intervento della Commissione Europea. In realtà parte di queste attese sono state deluse.
Le cause del fallimento furono: l’esclusione dei processi di liberalizzazione, di alcuni paesi per settori
specificamente strategici.

L’Europa della moneta unica

Con la caduta del sistema di Bretton Woods del 1971 la comunità europea cerco di limitare i danni per
limitare la variabilità dei tassi di cambio tra le valute nazionali attraverso l’adozione di una moneta unica già
sancita da keynes. L’adozione di una moneta unica comportava anche effetti negativi nel senso che: il costo
principale di rinunciare a una moneta nazionale consiste nel perdere parte di sovranità, di rinunciare a
strumenti di politica economica legati alla moneta Come il controllo del tasso di cambio. Altro fattore
negativo è la riallocazione delle risorse e della mobilità dei fattori produttivi. I vantaggi riguardano
l’abbattimento dei costi di transazione, annullamento dei rischi di cambio; tutto ciò dovrebbe accelerare i
processi di integrazione commerciale e finanziaria.

Con il trattato di mastricht oltre all’obbiettivo di una moneta unica, trasferendo la gestione della politica
monetaria alla banca centrale eu. Secondo il trattato i paesi dovevano soddisfare 5 condizioni: il tasso di
inflazione non può eccedere dell’1,5%, il tasso di interesse nominale a lungo termine nell’anno precedente
all’adesione non deve eccedere del 2%, il terzo quesito prevede che nel corso dei due anni precedenti
l’adesione, il tasso di cambio della moneta nazionale deve rimanere stabile , in 4° istanza al momento
dell’ammissione alla moneta unica il deficit pubblico non deve eccedere il 3% in rapporto al pi. In fine al
momento dell’ammissione lo stock di debito pubblico non deve eccedere il 60% del pil. Il patto di stabilità e
crescita firmato dai paesi che sono favorevoli all’adozione della moneta unica, prevede un accordo di
coordinamento delle rispettive politiche fiscali al fine di renderle coerenti e compatibili con la gestione di
una politica monetaria, oltre a disposizioni che riguardano il pareggio di bilancio pubblico nel medio
termine con una tolleranza di debito non superiore al 3% del pil.

Le politiche europee oggi e il loro futuro

L’Analisi di bilancio dell’unione europea può risultare utile per identificare i campi di intervento delle
istituzioni comunitarie. L’unione eu non ha entrate fiscali proprie: le risorse derivano da i trasferimenti dei
paesi membri ( in proporzione al reddito, in rapporto al gettito iva nazionale) e in fine dai proventi dazi
doganali agricoli. Attualmente il bilancio dell’unione eu è di circa 130 miliardi di euro che corrisponde al
l?1% del pil complessivo dei paesi dell’unione e circa il 2%della spesa pubblica degli stati membri.

Le entrate fiscali: innanzi tutto è essenziale una maggiore armonizzazione fiscale tra i paesi membri, in
quanto esistono rilevanti distorsioni nei prezzi finali dei beni e servizi, certamente una maggiore
armonizzazione implica una effettiva perdita di sovranità per i paesi membri riguardo sempre le politiche
fiscali.( Questo è un ostacolo ). L’introduzione di tasse europee sarebbe una soluzione, da di impossibile
applicazione data dalla pluralità di politiche eco-fiscali interne dei paesi e dal suo grado di sviluppo.

La spesa: per molti anni l’unione con l’implementazione della PAC ha sostenuto un forte flusso di spesa
oltre il 33% . nasce ora la necessità di spostare le risorse su altri quesiti e politiche (ambientali –
energetiche). Tutto dipende dalla pluralità degli obbiettivi da prefissare che si differenziano dalle situazioni
attuali dei paesi membri.

Capitolo 27
La politica economica
nell’era della globalizzazione
Definizione di globalizzazione
• Beck (1997) distingue tra
– Globalità: dimensione nella quale si collocano e si
rappresentano gli avvenimenti rilevanti della società-mondo
– Globalismo: punto di vista secondo cui il mercato mondiale
rimuove o sostituisce l’azione politica (ideologia)
– Globalizzazione: processi in seguito al quale gli stati
nazionali e la loro sovranità vengono condizionati e connessi
da attori transnazionali.
• La globalizzazione fa riferimento ad eventi di storia economica,
ad una percezione nuova della dimensione sociale rilevante e
ad una nuova ideologia.

• Gli avvenimenti sono la crescente dimensione del commercio


internazionale e l’elevata mobilità dei beni prodotto e dei fattori
produttivi; la connessione globale dei mercati finanziari e del
mercato del lavoro; la dimensione della concentrazione
economica e la ridotta efficacia delle politiche economiche
nazionali.
• Il fenomeno dell’apertura commerciale non è nuovo, ciò che lo
rende interessante è l’elevato numero di paesi coinvolti.
• Inoltre più interessante dal punto di vista della novità sono le
trasformazioni strutturali che hanno investito le economie con la
crescente importanza del settore dei servizi nei paesi avanzati e
il mutato contenuto degli scambi internazionali di beni e servizi.

Cause
• La fine della contrapposizione ideologica e politica tra economie di
libero mercato e economie pianificate.
• Tale aspetto ha causato un mutato orientamento teorico e politico delle
organizzazioni economiche internazionali divenute assertrici del libero
scambio.
• Inoltre molti paesi, anche in via di sviluppo, hanno adottato politiche
sulla circolazione di capitali finanziari di stampo liberista (USA anni
Ottanta, Europa anni Novanta).
• Sempre più paesi nel corso degli anni Ottanta e Novanta hanno
adottato la convertibilità della propria valuta rendendo più agevoli gli
scambi commerciali.
• Il ruolo del progresso tecnico con particolare attenzione alla tecnologia
informatica (General Purpose Technology) che agisce in maniera
diversa nei diversi settori di un’economia.

Gli effetti della globalizzaione


• Il primo indicatore è la performance di crescita e la sua positiva
correlazione con il grado apertura di un’economia. Essa è
collegata alla capacità di accesso e di utilizzo dei knowledge
product con caratteristiche di bene quasi-pubblico che a sua
volta dipende dalla presenza e distribuzione del capitale umano.
• Il secondo riguarda la de-industrializzazione dei paesi avanzati
a favore del settore dei servizi. La sua correlazione con la
globalizzazione non è stata dimostrata in maniera sicura. Infatti
alcuni la imputano piuttosto a fattori di domanda e tecnologici
(minore crescita della produttività nei servizi e maggiore
occupazione).

• Il terzo è relativo alla crescente disuguaglianza nella


distribuzione personale del reddito che è dovuta ad una
maggiore dispersione salariale accompagnata da una battuta di
arresto nelle spese per il welfare.
• Si discute se tale dispersione salariale sia dovuta al progresso
tecnologico o agli scambi commerciali.
– All’interno di un paese sviluppato i lavoratori più a rischio
sono i low-skilled poiché sono soggetti a concorrenza diretta
(immigrazione e de-localizzazione) ed indiretta
(importazione di beni ad alta densità di lavoro non
qualificato).
– Secondo altri il progresso tecnologico ha causato aumenti
della domanda di lavoro qualificato.

Globalizzazione, movimenti speculativi di capitali e


crisi valutarie
• La mobilità dei capitali è la novità maggiore ed è secondo alcuni
ritenuta una delle cause della frequenza delle crisi valutarie.
La velocizzazione della trasmissione delle informazioni ha reso possibili
movimenti di capitali investiti a brevissimo termine e utilizzati con
finalità speculative.
• Si necessiterebbe una politica economica più attenta ed un diverso
ruolo per gli organismi internazionali.
– Tobin tax: un’imposta a cui soggiacciono le operazioni sui mercati
di cambi o un addizionale coefficienti di riserva obbligatoria riferito
ai capitali finanziari in entrata in ogni paese.
– Gli interventi di organismi quali il FMI sono stati soggetti a pesanti
critiche per aver imposto misure restrittive di bilancio e monetarie e
per la scarsità di mezzi finanziamento come prestato di ultima
istanza a tassi maggiori rispetto quelli sul mercato.

Conclusioni
• Interdipendenza tra le diverse economie che rende ciascuna
maggiormente esposta a shock esterni.
• I tradizionali strumenti di politica economica sono divenuti meno
efficaci sugli obiettivi e meno controllabili da parte dell’autorità
nazionali. Si necessita la ricerca di nuovi strumenti di politica
economica.
• Bisogna tener presente che la globalizzazione ha mutato la
struttura economica del mondo mettendo in gioco
l’appropriatezza delle politiche economiche tradizionali.
• Le soluzioni a tali problemi devono essere trovate in una politica
istituzionale, cioè nel disegno di nuove istituzioni sia a livello
locale sia internazionale.