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APP. ROMA, SEZ. MIN., DECR. 3.1.2020 N.

2: UN CASO DA MANUALE DI
ALIENAZIONE GENITORIALE, DIVENUTO UN CASO MEDIATICO
Marcello Adriano Mazzola1
Premessa. Il recentissimo decreto dei giudici del gravame capitolini che ha aperto il 2020, e che sarà
esaminato a conclusione di questo scritto, unitamente a tutti gli importanti provvedimenti intervenuti
precedentemente in questo caso, che pure saranno richiamati ed analizzati, è l’occasione per fare
il punto su un argomento che ha creato e tuttora crea una feroce divisione e discussione. Divisione
che da anni riassumo in due schieramenti: negazionisti v. non negazionisti.

Neghereste difatti voi mai l’esistenza dello stalking o del mobbing sostenendo la tesi strampalata
che i disturbi (ma in realtà appunto nocumenti, potendo poi divenire nei casi più gravi anche
disturbi) da stalking e da mobbing, non essendo ancora stati inseriti nel DSM-V, ovverossia nella
Bibbia internazionale dei disturbi comportamentali, come tali non esistono, in quanto, peraltro, non
tanto perché non riconosciuti ma pure perché non nominati in tal modo?

Adoperereste voi una tale disquisizione, così farlocca, cercando di convincere il vostro interlocutore
che ha appena ricevuto un forte ceffone, che non residuando sulla sua guancia un livido
medicalmente accertabile ed un trauma psichico descritto come tale nel DSM-V, allora stia pure
tranquillo perché non esiste alcuna violenza?

Eppure c’è chi, in modo malevolo, ideologico, politico, superficiale, strumentale continua a
confondere e ad infondere la tesi (finalizzata a distorcere il dibattito, affinchè non si percepiscano e
non si riconoscano i fenomeni reali e le conseguenze, spesso gravi ed anche irreparabili, che tali
fenomeni e condotte arrecano) che ogni condotta, seppure avvertibile, riscontrabile, palpabile,
seppure grave, seppure diffusa, seppure illecita (violando anche norme costituzionali quali gli artt. 2,
29, 30, 32 Cost. e ledendo diritti fondamentali ex art. 8 CEDU), quale quella dell’Alienazione
Genitoriale AG (anche più ampiamente definita di Alienazione Parentale AP), ossia la

condotta commissiva od omissiva, di un genitore o di un parente del minore (od anche quale
condotta di un terzo), che induce all’allontanamento di uno dei genitori (naturale ma anche
non naturale) dal normale accesso al figlio minore e dal rapporto genitoriale con lo stesso,
ostacolandone le sue preminenti funzioni genitoriali, sopprimendone il suo ruolo,
interrompendo o gravemente compromettendo il diritto alla bigenitorialità del minore

così pure realizzando un abuso in danno del minore, in realtà non esista (c.d. negazionismo assoluto).

O se proprio non si riesce a negare l’esistenza di un fenomeno così radicato e risalente nella notte
dei tempi2, lo si giustifica in un solo modo: se il figlio non vuole vedere l’altro genitore è solo perché
l’altro genitore ha compiuto qualcosa di grave (abusi sessuali, sevizie, violenze etc.) (c.d.
negazionismo parziale), dunque questo distacco è giustificato.

Purtroppo invece l’Alienazione Genitoriale è un fenomeno serio che va affrontato con assoluto
rigore, in termini di approccio temporale (più trascorre il tempo e peggio è) e di risoluzione efficace
(i palliativi non servono), poiché diversamente l’alienazione condurrà alla interruzione definitiva del
rapporto tra il genitore alienato (e del suo ramo parentale) ed il figlio alienato, con il rischio che il
figlio (a seconda dell’età) possa manifestare nel tempo gravi disturbi della personalità e gravi danni
alla salute.3

1 Avvocato del foro di Milano. Autore di recente dei seguenti libri: (coautore con Casonato) “Alienazione genitoriale e
sindrome da alienazione genitoriale”, KEY ed., 2016; “Il danno da deprivazione genitoriale”, KEY ed., 2018; “Il danno non
patrimoniale", Dike ed., 2019.
2 Basti ricordare la nota frase “non ti farò più vedere i figli!” che condensa tale fenomeno, agito in un non lontano passato

tanto dall’uomo quanto dalla madre. Frase molto attuale e strumento oggi sempre più grave nell’ambito dei rapporti familiari
conflittuali.
3 CAMERINI G.B., PINGITORE M., LOPEZ G., “Alienazione parentale”, FrancoAngeli ed., 2016; Backer A.J., Verrocchio M.C. (2013).

Italian college student-reported childhood exposure to parental alienation: Correlates with well-being. Journal of Divorce &
Remarriage, 54(8): 609-628; M. C. VERROCCHIO, D. MARCHETTI, D. CARROZZINO, A. COMPARE, M. FULCHERI, “Depression and quality of
life in adults perceiving exposure to parental alienation behaviors”, Published:
https://hqlo.biomedcentral.com/articles/10.1186/s12955-019-1080-6, 14 January 2019.
1
L’Alienazione Genitoriale è semplice e complessa al contempo: ha una gamma infinita di sfumature
(condotte: implicite/esplicite; lascive, dirette; permanenti, temporanee etc.) e dunque di diverse
gravità (dal rendere difficoltoso l’accesso del genitore al figlio sino alla sua irreversibile interruzione).
Ma i sintomi dell’Alienazione Genitoriale sono sempre gli stessi e le situazioni sono immediatamente
identificabili.

Certo, la casistica che vede un rifiuto netto del genitore da parte del figlio può disvelare pure abusi
psicologici, sessuali, fisici o anche traumi dovuti a fenomeni occasionali, oppure altre ragioni
(incompatibilità caratteriali, assenza e incapacità di dialogo etc.). Ma l’esperienza insegna che sono
sempre una percentuale molto bassa.

Ovviamente non possono e non devono essere trascurati i segnali di abuso ma la necessità di
indagare tali motivi non può certo paralizzare un rapporto genitoriale per anni (a volte 10 se non una
vita intera) poiché per la necessità di approfondire (se non svolto in modo celere) si rischia di
compromettere un rapporto bigenitoriale sano. Il film della vita non si riavvolge, certamente non
facilmente, e i fotogrammi di vita perduta hanno un valore immenso. Spesso sono determinanti per
lo sviluppo psicofisico, esistenziale di una persona.

Se non esiste un rapporto genitore/figlio non è detto che ci sia sempre un caso di AG, non v’è
dubbio. Possono esserci altre spiegazioni. Ma se non esistono è probabile, soprattutto nell’ambito di
una separazione conflittuale (è tale anche se la conflittualità viene agita solo da una parte), che vi
sia un’AG in atto, per vari motivi (vendetta, disturbo della personalità, motivi economici etc.).

E’ evidente che il fenomeno dell’AG andrebbe affrontata con la prevenzione, insegnando un


concetto assai semplice ai (futuri) genitori: i figli hanno bisogno, per poter crescere in modo sano ed
equilibrato, di un rapporto significativo e continuativo con entrambi i genitori. I figli hanno bisogno
del papà e della mamma, ovviamente in una composizione armoniosa, non conflittuale. Anche, e
soprattutto, nel caso in cui i genitori interrompano in futuro la convivenza o il loro afflato. Non
esistendo tuttavia alcuna forma di prevenzione in tal senso, la “separazione conflittuale” tra i genitori
genera situazioni patologiche che devono essere decise e risolte da terzi (autorità giudiziaria,
mediatori, servizi sociali, consulenti etc.).

In Italia purtroppo questo fenomeno viene affrontato spesso male4, a causa di tempi processuali che
non rispondono affatto all’interesse del minore (il quale cresce velocemente), a causa di lenti
ideologiche (con l’applicazione quasi sempre implicita del principio della c.d. maternale
preference, che non trova alcun riscontro giuridico né nel nostro ordinamento interno né tantomeno
in quello internazionale), o ancor peggio per un respiro culturale che pretende che il soggetto
debole (e per questo anche credibile) sia sempre la donna/mamma, mentre il genitore meno
adeguato e attendibile sia l’uomo. Eppure il fenomeno di AG può determinare una fattispecie di
“deprivazione genitoriale” legittimando un risarcimento anche significativo dei danni patiti, in primis
non patrimoniali.5 6

4 Per un esame della giurisprudenza recente in materia di AG si rimanda a MAZZOLA M.A. “Il danno non patrimoniale", Dike ed.,
2019.
5 Sicchè “Una ipotesi di illecito endofamiliare è proprio quella da privazione del rapporto genitoriale, in cui soggetto attivo è

il genitore che omette di svolgere il ruolo da egli stesso scelto con la procreazione e soggetto passivo è il minore, che perde,
senza sua colpa, uno dei genitori. La “perdita” del genitore non è compensata dalla presenza dell’altro o dei parenti prossimi;
non è nemmeno compensata dal mero sostegno economico. E’ perdita che segna la vita del fanciullo; è perdita che causa
un danno alla sua stessa identità personale. Giova ricordare, che, attraverso la figura materna e paterna il minore sviluppa
armoniosamente la sua identità e attraverso i genitori il fanciullo rinviene il grimaldello che lo traghetta dal cantuccio familiare
al tessuto sociale. Senza entrambi i genitori il minore viene privato della «famiglia», l’ambiente primario, la società naturale
all’interno della quale i singoli si costruiscono come adulti e come persone. Trattasi di situazione giuridica soggettiva di rango
primario, come tale suscettibile di ristoro anche non patrimoniale in caso di lesione, venendo in rilievo situazioni giuridiche
soggettive avvolte dalla coltre costituzionale (è perciò ammesso il risarcimento ex art. 2059 c.c.: Cass. civ., Sez. Un., sentenza
11 novembre 2008 n. 26972 – 26975). La conclusione è che senz’altro il minore ha diritto al risarcimento del danno che abbia
patito in conseguenza dell’assenza del genitore. Quanto al danno non patrimoniale, esso involge lo strappo insanabile al
tessuto connettivo primario della famiglia, tale essendo la vita di una persona minore di età privata del genitore per volontà
unilaterale di quest’ultimo. Si tratta di lesione che, tenuto conto di tutti gli indici già evidenziati, è sicuramente seria e grave
(elementi necessari per accordare la tutela risarcitoria ex art. 2059 c.c.: v. Corte cost., sentenza 15 dicembre 2010 n. 355).“
(Trib. Milano, sez. IX, pres. Servetti, est. Buffone, 16-23 luglio 2014).
6
Per un esame della giurisprudenza recente in materia si rimanda a MAZZOLA M.A. “Il danno da deprivazione genitoriale”, KEY
ed., 2018.
2
Il caso in esame, che continuerò a “non nominare”, nell’intento di tutelare realmente l’interesse del
minore, ancorchè ora in modo anche paradossale, - essendo finito tale caso in questi ultimi mesi e
giorni su tutti i giornali e social a causa del clamore che la stessa genitrice del minore ha voluto
forzatamente dare al suo caso, accompagnata da uno stuolo di grandi “teste di cuoio” di deputati
che probabilmente neppure hanno letto un solo atto, che oggi invece ampiamente riportiamo,
seppur con i doverosi omissis -, ben riassume tutto ciò che si deve (o non deve fare) in un caso di
Alienazione Genitoriale. Un minore che si è dovuto prestare ad una battaglia ideologica e politica
al grido salvifico di “non esiste la Pas” (e che c’entra?)7, di “abroghiamo la l. 54/2006” (incredibile,
anche perché di fatto inattuata, essendo l’affido condiviso solo formale e non sostanziale!).

Il mio intento dunque è di riflettere, su quello che è stato un caso da manuale di Alienazione
Genitoriale, ossia su un caso di media gravità, nel desolante panorama della perdurante incapacità
di voler affrontare casi analoghi. Casi che devono però essere ben affrontati perché i minori che
vedranno compromesso un rapporto normale e sano con un genitore, costituiranno la società del
domani.

Ripercorriamo dunque le tappe di questo drammatico caso, seppur oramai mediaticamente noto,
per noi comunque omissis. In esso troveremo tratti comuni (e anche disfunzioni) che caratterizzano
la giurisprudenza in materia:

a) più provvedimenti giurisdizionali che si accavallano e tempi lunghi (in questo caso nel complesso
e non per ogni singolo procedimento, anzi singolarmente celeri, ad eccezione di uno: 2013/2020,
ossia ben 7 anni di crescita per un minore e dunque con un rapporto bigenitoriale evidentemente
già compromesso);

b) più CTU (in questo caso molto utili e ben svolte, che pure hanno evidenziato la condotta
alienante/oppositiva della madre e pure indicato efficacemente le soluzioni);

c) l’elevata conflittualità che si vuole sempre imputare ad entrambi i genitori, ancorchè si riconosca
in modo ben chiaro come uno sia il genitore alienante e l’altro il genitore alienato che tenti in tutti i
modi di rimanere aggrappato al filo del rapporto genitoriale (come in questo caso);

d) l’inefficacia effettiva dei provvedimenti che si adottano (appunto meri palliativi, solo lenitivi) senza
voler affrontare il problema, che appunto nei casi gravi pretendono una inversione del
collocamento poiché è palese come un figlio alienato (e vittima di abusi psicologici da parte del
genitore alienante, ovvero “incarcerato” nel perdurante e insormontabile conflitto di lealtà con lo
stesso) rimanga “ostaggio” del carnefice fintanto che continui a vivere con il suo “carceriere”;

e) il dar credito comunque, direttamente o implicitamente, alle accuse (soprattutto se infamanti e


già dimostrate come infondate) del genitore alienante mosse verso il genitore alienato per
(continuare a) di fatto legittimare la condotta alienante.

Atto primo. TRIB. ROMA, SEZ. I, DECR. 24.4.2014 (pres. Massimo Crescenzi, rel. Silvia Albano, giud.
Vittorio Contento).

La genitrice si rivolge al TO per la regolamentazione del rapporto bigenitoriale.

Il Tribunale, nel decreto, descrive tutte le condotte oppositive/ostative/alienanti della madre,


emerse a seguito della CTU:

7Infatti “come noto, il termine alienazione genitoriale – se non altro per la prevalente e più accreditata dottrina scientifica e
per la migliore giurisprudenza – non integra una nozione di patologia clinicamente accertabile, bensì un insieme di
comportamenti posti in essere dal genitore collocatario per emarginare e neutralizzare l’altra figura genitoriale; condotte che
non abbisognano dell’elemento psicologico del dolo essendo sufficiente la colpa o la radice anche patologia delle condotte
medesime. Nel caso di specie, la consulente ha chiaramente accertato che la madre denigra la figura paterna e addirittura
esclude che la figlia dal padre possa trarre alcun vantaggio o elemento positivo. I comportamenti della madre hanno
causato uno stato di forte stress nel padre e anche una situazione di pericolosa vulnerabilità in FIGLIA, che si trova sull’orlo di
una declinazione patologica della propria condizione di bambina travolta dal conflitto.” (Trib. Milano, sez. IX civ., Pres. Amato,
est. G. Buffone, decreto 9 – 11 marzo 2017).
3
Vengono poi nuovamente ribadite le condotte ostative della madre:

madre

4
Se nonché poi si giunge inspiegabilmente a mantenere collocato il minore dal genitore ostativo,
ostacolante, così impedendo di interrompere un legame simbiotico che impedisce all’altro genitore
di poter accedere al figlio, garantendo il diritto alla bigenitorialità ed una sana evoluzione del
minore.

Addirittura il decreto va a colpire la responsabilità del padre, riducendola, senza che vi sia alcun
motivo:

La scelta di voler porre il padre, unicamente desideroso di poter accedere al figlio, nel limbo della
limitazione della responsabilità genitoriale è così privo di alcun motivo reale.

Addirittura si perviene a indicare trattamenti terapeutici ed alla necessità che tutti si mettano in
discussione. Ma perché un genitore ostacolato, mobbizzato, alienato dal minore dovrebbe seguire
tali percorsi? Per curarsi da che cosa? Dal troppo amore verso il figlio? E’ forse una colpa il desiderare
mantenere saldo il legame o il voler crescere il proprio figlio, ove ostacolati in ciò?
5
Al Tribunale capitolino è ben chiaro chi sia il genitore responsabile di questa grave situazione, eppure
poi decide di mettere sullo stesso piano pure il genitore c.d. alienato dal minore:

La responsabilità della genitrice è assai chiara, atteso che il Collegio capitolino la condanna al
pagamento delle spese legali in quanto parte soccombente.

Atto secondo. APP. ROMA, SEZ. PERS. FAM., DECR. 1.7.2015 N. 1781 (pres. Rosaria Ricciardi, rel. Cons.
Gisella Dedato, Cons. Germana Corsetti):

La genitrice del minore reclama il decreto del TO, evidentemente ancora non soddisfatta, pur
mantenendo di fatto il pieno dominio sul minore.

Vengono ora riportate dai giudici del gravame le contraddizioni gravi dei Servizi Sociali, che da un
lato attestano che la madre impedisce gli incontri padre-figlio, poi però citando a caso la rigidità
conseguente del padre (forse che gli Assistenti sociali non diverrebbero rigidi se fosse impedito loro
di relazionarsi con i propri figli? Si mostrerebbero flessibili, lascivi e tripudianti?):

6
La discussione sui gravi comportamenti alienanti della genitrice vengono così affrontati,
emarginando la strumentale discussione sulla scientificità o meno della PAS, come è corretto
avvenga nella specie non disquisendosi nella specie del disturbo insorto nel minore ma delle ragioni
(condotte alienanti) della genitrice:

presente giudizio, in quanto non può revocarsi in dubbio che sussista per [il minore]

7
A questo punto il Collegio vuole “verificare se il rifiuto del padre da parte” del minore sia

(…)

Evidenziando in particolare il Collegio romano che “né tantomeno la [madre del minore] ha
addebitato al padre un effettivo comportamento pregiudizievole” (pag. 8 decreto).

Viene dunque svelato l’arcano, ossia il motivo per cui il figlio non vuole incontrare il padre,
consistente esclusivamente nella condotta alienante della madre:

8
Il Collegio scrive dunque chiaramente che

Il minore

il minore e il padre

In particolare la madre non nasconde neppure questa sua radicata volontà nell’escludere l’accesso
del padre al figlio, ritenendo il padre un pericolo per lo stesso:

9
del padre del minore

10
Fino ad ora dunque tutto bene nelle riflessioni del Collegio. Poi conseguentemente e giustamente il
Collegio del gravame si pone il dubbio su dove debba continuare a vivere il minore, “ostaggio” della
madre (dei suoi convincimenti, veri o falsi che siano, e tutti comunque risultati infondati) che impone
il divieto di accesso alla figura paterna ed al rapporto con essa.

Il Collegio giunge dunque ad una decisione, che ancorchè apparentemente motivata, risulta molto
discutibile, poiché nell’ottica di un bilanciamento implicito finalizzato a garantire maggiormente
l’interesse del minore, decide di mantenere collocato il minore presso la madre.

In questo modo tuttavia non si pone il problema di valutare se tale soluzione potrà realmente
mostrarsi efficace, risolutiva, idonea a restituire il minore all’accesso del rapporto con padre. Si
perviene infatti ad una soluzione astratta ma nel concreto irrealizzabile, poiché deve pretendere
che il genitore alienante muti la propria condotta ed il proprio vissuto (autentico o manifestato che
sia) onde consentire al minore finalmente di poter accedere liberamente al genitore alienato, come
si leggerà nel prosieguo della vicenda giudiziaria:

11
§

Atto terzo. TRIB. MIN. ROMA, DECR. 11.10.2019, N. 6955 (pres. rel. Lidia Salerno, giud. Anna Maria
Contillo, comp. Priv. Marisa Persiani, comp. Priv. Enrico Iraso):

La situazione è rimasta ovviamente irrisolta e successivamente il padre del minore è costretto


nuovamente a rivolgersi al Tribunale, questa volta dei Minorenni per competenza, lamentando “che
successivamente gli incontri alla presenza della [madre del minore] e dell'A.S. ed a volte dei nonni
materni, si erano ridotti a poco tempo e senza la possibilità di interagire con il minore evidenziando
la condotta oppositiva ed ostacolante della madre e pertanto chiedeva dichiararsi la decadenza
della [madre del minore] dall'esercizio della responsabilità genitoriale sul minore e l'allontanamento
del piccolo dalla madre e dalla sua famiglia con collocamento presso il padre, previo eventuale
inserimento temporaneo in una struttura residenziale educativa. Il S.S. (…) segnalava in data 2.4.15,
le difficoltà incontrate per ogni intervento volto ad espletare il mandato non avendo trovato il
consenso della madre.”.

Talchè “Quest'ultima si costituiva e preliminarmente eccepiva la incompetenza del TM, quindi


contestava i risultati della CTU disposta dal Tribunale Ordinario, evidenziava i problemi di salute del

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minore che avevano ritardato l'avvio degli incontri protetti e di come il minore, dopo un periodo di
libera frequentazione con il padre nell'estate del 2013, aveva manifestato una situazione di profondo
disagio nei confronti del padre che l'avevano indotta a sporgere denuncia rispetto alla quale il
relativo procedimento penale era stato archiviato; rilevava di essere stata costretta tramite il
difensore ad esprimere considerazioni critiche agli operatori i quali, in difformità da quanto stabilito
dalla C.d.A., avevano previsto, a padre dall'aprile 2015, incontri liberi padre-minore”.

In particolare poi è emerso che “Le relazioni sugli incontri in spazio neutro tra il dicembre 2015 e
l'aprile 2016 evidenziano come il minore in alcuni incontri sia riuscito a giocare ed a relazionarsi con
il padre richiedendo peraltro la presenza della madre dalla quale si distacca difficilmente, ma
gradatamente il minore ha assunto un atteggiamento oppositivo e di rifiuto verso la figura patema
dimostratasi sempre tranquilla, affettuosa, paziente, propositiva nelle attività di gioco da proporre.
La madre ha espresso già inizialmente la sua titubanza verso i Servizi che a suo dire le hanno
letteralmente distrutto la vita; tra i genitori si evidenzia una situazione di distacco e la mancanza di
ogni comunicazione ed il minore manifesta una notevole sofferenza emotiva, appare bloccato
nell'esprimere le proprie sensazioni positive/negative nei confronti della figura patema rilevandosi la
necessità di un sostegno psicologico per il minore e di un sostegno alle competenze per i genitori. Il
S.S. anche nelle successive relazioni evidenziava il grave disagio emotivo del minore riferendo di aver
consigliato ai genitori di fare intraprendere al figlio un percorso di sostegno psicologico e di seguire
un percorso di sostegno alla genitorialità consigliando anche un percorso di psicoterapia individuale
per la madre, rilevando la necessità che i genitori potessero riprendere un dialogo nell'interesse del
figlio che avverte il conflitto esistente nel sistema familiare. (…) Gli incontri proseguivano con il minore
che non si staccava dalla madre pur accogliendo con lo sguardo il padre e rispondendo alle sue
domande; quando andava via, anche dopo aver detto alla madre di voler tomare a casa, il minore
manteneva lo sguardo basso, ma prima di andare via rivolgeva sempre uno sguardo al padre. Il S.S.
riferiva il permanere di una condizione di conflittualità tra i genitori, il padre pure collaborativo con i
Servizi, reputava il comportamento ostile della (…) condizionante per il minore, mentre la madre
manifestava la volontà di limitare la relazione padre-figlio ritenendo il suo ex compagno pericoloso
per il minore; il S.S. rilevava che durante l'osservazione degli incontri non era emerso alcun elemento
che potesse far ritenere [il padre del minore] pericoloso per il figlio, che andavano mantenuti gli
incontri e che il minore appariva bloccato in un sentimento di lealtà nei confronti della madre
emergendo con chiarezza la sua paura di tradire la madre e quindi di essere da lei "abbandonato",
evidenziando la necessità di aiutare [il minore] a staccarsi dalla figura materna con incontri senza la
presenza della predetta, chiedendo una eventuale prescrizione del TM. Con decreto in data 9.12.16
il TM delegava il S.S. competente di predispone e regolamentare gli incontri padre- figlio in Spazio
neutro evitando che la madre fosse presente agli incontri, prescrivendo alla madre di attenersi alle
disposizioni del Servizio con l'affievolimento che in caso di inottemperanza, sarebbero stati emessi
provvedimenti sulla responsabilità genitoriale. Lo Spazio Neutro incaricato degli incontri peraltro in
data 6.12.16 aveva comunicato che "non riuscendo a comprendere i messaggi ed i continui
cambiamenti nelle modalità di incontro proposti dalla [madre del minore] ma soprattutto
accogliendo la difficoltà [del minore] sospendeva gli incontri fino a nuove indicazioni/
provvedimenti. In data 7.12.16 la [madre del minore] presentava una denuncia nei confronti della
responsabile dello Spazio Neutro ed il S.S.”.
Il TDM nominava poi una CTU e la madre del minore ricusava un Giudice, la cui ricusazione pur
rigettata, induceva poi la Giudice ad astenersi, avendo subito dalla stessa un esposto alla Procura
ed uno al CSM. La genitrice dunque continuava la sua campagna ostile contro chiunque intendesse
riabilitare il rapporto padre/figlio.
Il TDM, anch’esso nella foga di voler mettere sempre e comunque, ingiustificatamente e anche
paradossalmente, sullo stesso piano pure il genitore che si batte solo per poter accedere al figlio,
osserva “che la vicenda del minore si protrae da anni in una situazione di permanente conflittualità
tra i genitori e di crescente disagio del minore il cui stato appare ormai essere secondario rispetto al
conflitto tra i genitori evidenziato ed alimentato tra l'altro dalle reciproche denunce e dalle
innumerevoli istanze e memorie agli atti in una battaglia giudiziaria durata anni e che ha coinvolto
necessariamente il minore in un iter ansiogeno e stressante. (…) A distanza di oltre quattro anni la
situazione appare ancor più degenerata e soprattutto aggravata la condizione di disagio del minore.
Le relazioni dei Servizi coinvolti negli anni haruro evidenziato l'infruttuosità degli interventi espletati,
peraltro poco efficaci e inficiati dalle condotte dei genitori che hanno mantenuto alto il livello di
conflittualità con continue denunce e contestazioni reciproche evidenziando una collaborazione
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solo formale e non sostanziale, seppur con modalità diverse, ai tentativi dei Servizi. In particolare le
recriminazioni del padre sulla condotta della [madre del minore], a suo avviso condizionanti il
minore, e sull'operato dei Servizi ed il comportamento solo formalmente collaborativo della [madre
del minore], che più volte ha evidenziato la sua sfiducia nei percorsi in atto manifestando la
convinzione che non fosse necessario un accesso del minore ad entrambi i genitori, tanto da
interrompere arbitrariamente i rapporti tra il minore ed il padre attribuendo tale interruzione a
problemi di salute del minore, adducendo quindi una pericolosità del padre non supportata da alcun
reale elemento, di certo non ha aiutato i Servizi nell'espletamento del compito loro attribuito. Peraltro
già il TO aveva rilevato i comportamenti disfunzionali delle parti, in particolare il comportamento
della madre di fatto ostativo all'accesso del minore al padre adducendo l'incapacità del predetto
di occuparsi del figlio ed il suo aspetto violento, elementi che non avevano trovato alcun riscontro
come evidenziato dalla CTU”.
In particolare il TDM evidenzia dunque la gravità del persistente comportamento alienante della
madre: “Il TO rilevava, come evidenziato dalla CTU, che il bambino "si mostra in difficoltà nello
staccarsi dalla madre per andare con il padre, si ricorda che una volta rassicurato egli riesce a fruire
positivamente del rapporto con costui, dobbiamo considerare che la rottura del legame con i
genitori e l'intensa conflittualità fanno riemergere nel bambino, in modo patologico, ansie arcaiche
abbandoniche, angosce persecutorie e depressive. Questi sentimenti penosi costringono il bambino
ad utilizzare meccanismi di difesa rigidi per proteggersi dalla sofferenza e a distorcere il proprio
sviluppo per il timore di perdere le garanzie affettive e di cura e di rimanere senza punti di riferimento
chiari e rassicuranti da parte delle figure parentali che lo accudiscono quotidianamente". Si
evidenziava infatti nella CTU della prof. Malagoli Togliatti che la [madre del minore] percepisce [il
padre del minore] come persona potenzialmente pericolosa per se stessa e per il figlio senza che
tale percezione si fondi su reali elementi e non sia riuscita a mentalizzare la distinzione tra il ruolo di
coppia ed il ruolo genitoriale sicché le valutazioni negative sull'ex compagno si riflettono sul predetto
come padre, portandola a porre in essere condotte a più livelli di ostacolo all'accesso del minore
alla figura paterna che viene proposta al figlio con messaggi svalutanti e denigratori, determinando
inoltre un legame fusionale del minore alla madre alla quale è legato da un vincolo di lealtà. Già in
tale CTU si evidenziava il pericolo che la prosecuzione di tale situazione avrebbe potuto produrre
nel minore un "futuro danno allo sviluppo psicosessuale ed ai bisogni evolutivi del minore tali da
rendere necessarie misure di psicoterapia del bambino e del gruppo familiare". Tale previsione,
come una predizione, si è di fatto realizzata, come emerge dalle sempre maggiori difficoltà che oggi
il minore incontra nei rapporti con il padre, tanto da non voler neanche entrare nella sede ove
dovrebbero svolgersi gli incontri protetti sicché la madre lo lascia sull'uscio dicendogli che deve
entrare a firmare e, espletato tale adempimento, si allontana con il bambino mentre il padre sulla
porta, tenta di salutarlo e mandargli un bacio, e come emerge dai risultati della nuova CTU disposta
dal TM ed espletata dalla dott.ssa Irene Petruccelli. Tale condotta dei genitori, in particolare la
condotta della madre appare gravemente pregiudizievole per la sana crescita psicologica del
minore sicché entrambi i genitori vanno sospesi dall'esercizio della responsabilità genitoriale attesa
peraltro l'impossibilità per il padre, allo stato di tale esercizio e la necessità di una figura terza che
possa adottare decisioni nell'interesse del minore. Peraltro tale provvedimento più volte era stato
evidenziato- inutilmente- dal T.O. e dalla C.d.A. quale possibile conseguenza del comportamento
non collaborativo della madre, più volte ammonita in tal senso. La CTU espletata dalla dott.ssa
Petruccelli di fatto conferma quanto già emerso nella precedente consulenza anche in relazione
alla paventata evoluzione per il minore.”.
Nel leggere un tale provvedimento tuttavia rimane assolutamente incomprensibile la sospensione
dall'esercizio della responsabilità genitoriale che colpisce come una scure il padre, reo soltanto di
non rassegnarsi ad essere stato cancellato dalla vita del figlio.
Tuttavia, anche grazie all’ultima CTU che ha finalmente messo a fuoco la situazione ma soprattutto
la soluzione idonea da adottare (nel frattempo però si sono persi ben 4 anni del minore) questa volta
si procede verso una inversione di collocamento del minore.
Sicchè “Emerge dagli atti la grave condizione di pregiudizio psicologico del minore, incastrato in un
rapporto di lealtà con la madre che non gli permette di autodeterminarsi ed esprimere la sua volontà
senza coercizioni, attesa la condotta della madre che volontariamente ed involontariamente non
gli permette l'accesso alla figura patema, dalla stessa - e dal suo contesto familiare- svalutata e
ritenuta pericolosa. Anche nel corso della CTU la madre ha chiaramente espresso la sua rabbia ed
il suo disprezzo per [il padre del minore]. Tale condizione espone il minore al rischio di scissione

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psicologica - meccanismo presente nelle personalità borderline- allo sviluppo di un falso sé e di
bassa autostima, alla sostituzione della figura patema. Il minore esprime il suo rifiuto verso la figura
patema senza saperne indicare reali motivazioni nel corso del colloquio presso il TM evidenzierà di
ritenere che il padre non gli vuole bene, anche in tal caso senza saperne fornire le motivazioni,
peraltro la CTU evidenzia come la figura paterna è ancora in parte introiettata nel minore ed in
questo si ravvede un valore prognostico positivo. Attesa la grave condizione del minore a severo
rischio di evoluzione psicopatologica e la conseguenziale necessità di tempestivi interventi - visti i
tempi inutilmente decorsi ed il severo pregiudizio che ne è conseguito- ed al fine, al tempo stesso, di
verificare l'eventuale residua capacità e volontà della madre di riconoscere il disagio del minore ed
il suo diritto/bisogno di accedere alla relazione paterna, modificando il suo atteggiamento nel senso
di collaborare fattivamente a realizzare tale finalità e rilevato che il minore necessita inoltre di una
immediata presa in carico con un percorso di psicoterapia presso un centro altamente specializzato
diretto anche al ripristino del rapporto con il padre, il TM, con provvedimento in data 5.6.19
dichiarava [padre del minore] e [madre del minore] sospesi dall'esercizio della responsabilità
genitoriale sul minore (…) e nominava tutore del minore (…) delegava il S.S. competente di (…) di
avviare immediatamente il minore presso struttura altamente specialistica per una presa in carico
con un percorso di psicoterapia diretto anche al ripristino del rapporto con il padre, anche con
l'attivazione urgente di incontri in spazio neutro, anche nel periodo estivo, senza la presenza della
madre, organizzati dal S.S. unitamente al tutore e d'intesa con il terapeuta del minore alla presenza
di operatori specializzati con cadenza inizialmente trisettimanale e gradatamente implementata,
prevedendo che il minore venisse accompagnato a tali incontri dall'educatore domiciliare o da
altra persona individuata dal tutore, ammoniva la madre al rispetto delle disposizioni del TM ed a
collaborare per la ripresa dei rapporti padre-figlio. (…) Il Tribunale, sciogliendo la riserva, rileva che
anche l'ultimo provvedimento non ha trovato attuazione per la mancanza di collaborazione e gli
ostacoli frapposti dalla [madre del minore], sicché alcun incontro con il padre è stato realizzato ed
il minore non ha intrapreso il percorso psicoterapeutico previsto.”.
Sicchè finalmente il TDM, constatata la perdurante grave condotta oppositiva della madre,
finalmente giunge ad invertire il collocamento del minore: “Anche all'udienza del 2.10.19 la madre
ha dichiarato che a suo avviso le frequentazioni tra il padre ed il minore dovrebbero avvenire con
le attuali modalità- senza tener conto che allo stato non vi sono di fatto frequentazioni- temendo
condotte violente o abusanti del padre riferendo che il procedimento penale a carico del padre per
sue precedenti denunce di abusi sessuali è stato archiviato senza che siano state fatte indagini e
che anche l'opposizione da lei fatta all'archiviazione è stata rigettata. Peraltro la [madre del minore]
ha riferito che dopo la denuncia non ha fatto seguire il minore per un percorso di sostegno
psicologico in quanto sarebbe stata necessaria la firma del padre; tuttavia la visita programmata al
(…) -dalla [madre del minore] rifiutata- poteva essere una occasione per verificare le condizioni
psico-emotive del minore. Sempre in tale udienza il difensore della madre ha preannunciato il
deposito di una denuncia nei confronti del tutore affermando che era già stata depositata una
denuncia nei confronti del predetto. Appare evidente, come evidenziato dal PMM, che tutti i
tentativi e gli interventi disposti dal TM - e dal T.O. e dalla Corte d'Appello precedentemente- per
riattivare rapporti tra il padre ed il minore si scontrano con la mancanza di collaborazione e con
l'opposizione, ad ogni livello, attuata dalla madre che non riesce ad operare una sana revisione ed
a rendersi conto del danno- rilevato da tutte le CTU- che sta arrecando al minore negandogli e
denigrando la figura patema, con i rischi di evoluzione patologica già evidenziato.”.
Pertanto, in conclusione, “La permanenza del minore presso il nucleo familiare materna appare
gravemente nociva e pregiudizievole per il predetto sicché deve disporsi l'allontanamento del
minore da tale contesto ed il suo collocamento presso il padre, genitore da ritenersi più adeguato.
Il S.S. attiverà un servizio di Assistenza domiciliare che copra le 24 ore con personale specializzato
che possa sostenere il minore nell'inserimento nel nuovo contesto familiare e che possa aiutare il
padre nel recupero del suo ruolo genitoriale e nel recupero del rapporto con il figlio. Il minore va
immediatamente avviato al percorso psicoterapeutico già previsto nel precedente decreto ed a
tutti gli accertamenti propedeutici presso il (…) che la stessa madre ha ritenuto struttura idonea alla
presa in carico. Gli incontri con la madre avverranno in spazio neutro, ogni quindici giorni, secondo
modalità concordate dal il S.S. e dal tutore con la presenza di personale specializzato che osserverà
la qualità della relazione madre- figlio. Ove il collocamento presso il padre risultasse inizialmente
difficoltoso il S.S. provvederà all'inserimento dei minore temporaneamente in idonea casa famiglia

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per il tempo necessario al recupero del rapporto padre- figlio attraverso incontri organizzati dal S.S.
unitamente al tutore e d'intesa con il terapeuta del minore e alla presenza di operatori specializzati.”.
Occorre ben evidenziare come la CTU disposta in tale procedimento sia stata assolutamente chiara
e inequivocabile: “La [madre del minore] ha condizionato psicologicamente,
direttamente/indirettamente e volontariamente/involontariamente, [minore] per cancellare la figura
paterna, non garantendo una tutela alle cure e il diritto al bigenitorialità del minore. Il suo
comportamento ha evidenti ricadute sul figlio, vengono esclusi dalla vita anche la nonna e i familiari
della linea paterna (…) Appare necessario evidenziare che anche in presenza di comportamenti
disfunzionali da parte di un genitore nei confronti dei figli, non è automatico il loro rifiuto nei suoi
confronti. Il rifiuto categorico di un figlio nei confronti di un genitore è estremamente raro.
Rappresenta una condizione psicologica coartata. Innanzi a comportamenti devianti da parte di
un genitore nei confronti dei figli si potrebbe sviluppare un conflitto connotato da sentimenti
ambivalenti di rabbia e ostilità, ma il rifiuto categorico appare più che altro un fattore indotto da
elementi suggestivi esterni, soprattutto a questa età. (…) Il [padre del minore] dall’iter peritale e
dall’analisi degli atti, mostra comunque l’interesse a che il minore mantenga i rapporti con la madre
e con i nonni materni (si veda secondo colloquio individuale con il [padre del minore] del 02.08.2018)
e auspicando sempre che si possa arrivare ad avere un regime di affidamento condiviso, non cerca
quindi di annullare tale figura, ma sa chiederle anche aiuto quando negli incontri protetti si trova in
difficoltà nella gestione [del minore]. [il minore] sta vivendo una condizione di grave pregiudizio per
la sua salute, se continuasse a vivere in questa situazione, il rischio concreto per la sua salute
psicofisica sarebbe:
• scissione psicologica (splitting) con gravi ripercussioni sulle relazioni affettive. Il meccanismo di
splitting è presente nelle personalità Borderline (Fertuck, Fischer, & Beeney, 2018);
• sviluppo di un falso sé e di bassa autostima;
• sostituzione della figura paterna.
In una ricerca italiana Backer e Verrocchio (2013), attraverso un’indagine su 257 studenti di Chieti,
hanno rilevato alti tassi di depressione, bassa autostima, abuso di alcool e stili di attaccamento
disturbati nel gruppo di coloro che erano stati soggetti all’alienazione genitoriale durante l’infanzia.
I rischi sono quindi elevati.”.
La CTU descrive in modo assai chiaro il caso in esame come un (grave) caso di alienazione
genitoriale, indicando le soluzioni più adeguate: “L’alienazione parentale è a tutti gli effetti una forma
di abuso psicologico e volendo creare pertanto un parallelo con le altre forme di violenze
intrafamiliari, il modo di agire dovrebbe essere lo stesso. Il figlio ha il diritto ad essere allontanato dal
genitore abusante nei casi di violenza psicologica, fisica, sessuale (e altro ex art. 333 c.c.). Alla luce
di queste osservazioni è necessario suggerire provvedimenti giudiziali, con risvolti psicologici, per
tutelare la salute psicofisica [del minore] e ripristinare al più presto il suo diritto relazionale con il padre.
Si suggerisce:
a) Allontanamento immediato e urgente del minore dalla figura materna e dal suo contesto
familiare;
b) Trasferimento [del minore] in una struttura protetta per minori per un periodo non inferiore a tre
mesi. Il rientro avverrà presso l’abitazione del padre;
c) Sospensione di tutti i contatti tra madre e figlio per un periodo di tre mesi.
Successivamente, è preferibile ripristinare solo contatti telefonici tra madre e figlio (supervisionati dal
[padre del minore]) per altri tre mesi. Dopo sei mesi, eventualmente, valutare la possibilità di
ripristinare gradualmente il rapporto, anche fisico, con la madre. La modalità di riavvicinamento
figlio-madre (presso centro pubblico o privato) dovrebbe avvenire attraverso uno specifico
programma psicologico che dovrà essere deciso dal [padre del minore] nell’esclusivo interesse del
figlio;
d) Affidamento super esclusivo al [padre del minore], con il quale, ex art. 337-quater c.c., si intende
che anche le decisioni di “maggiore interesse” siano delegate al genitore affidatario;
e) Trattamento psicologico che comprenda psicoterapia sul minore (…) e recupero del rapporto
affettivo padre-figlio. I due interventi risultano imprescindibili”.
Nulla da aggiungere. Occorre solo comprendere e mettere a fuoco chi in questa drammatica
vicenda familiare abbia arrecato danni al minore e all’altro genitore.
Occorre solo comprendere che un genitore così, abusante, va fermato il prima possibile, proprio
nell’interesse supremo del minore. Il cui interesse per il minore significa non farsi abusare
psicologicamente da un genitore, che si disveli inidoneo nelle sue preminenti funzioni genitoriali.

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L’aver partorito, donato la vita, ad un figlio non rende tale genitore idoneo a prescindere, ove si
rivelino da par suo fatti e condotte incompatibili con la crescita equilibrata del figlio.
§

Atto quarto. APP. ROMA, SEZ. MIN., DECR. 3.1.2020 N. 2 (pres. Franca Mangano, Elisabetta Pierazzi
Consigliera rel., Francesca Romana Salvadori Consigliera, Stefania Petrera Consigliera on., Sandro
Montanari Consigliere on.):
La madre del minore decide poi di impugnare il decreto del TDM con cui veniva disposta la
sospensione della responsabilità genitoriale di entrambi i genitori e quello di inversione del
collocamento del minore (che ha poi definito il procedimento appunto l’11.10.19, come appunto
prima letto).
Il Collegio capitolino, dopo avere ricostruito il fatto e richiamato l’ultima CTU depositata nel giudizio
dinanzi al TDM nelle prime 10 pagine, rimarcando che “La CTU ha infatti mostrato come la paura
che [il minore] manifesta nei confronti del padre non nasce dalla oggettiva pericolosità di
quest’ultimo, ma da una azione costantemente denigratoria della figura paterna da parte dalla
madre, motivata dall’astio – dalla ricerca di vendetta - che la [madre del minore] nutre nei confronti
[del padre del minore]. Prova che la paura che [il minore] esprime verso la figura paterna è frutto
del vissuto materno, introiettato dal minore nel corso degli anni, e non di esperienze reali, è che essa
è scollata da dati reali, generica e “astratta”, e non è mai accompagnata da elementi concreti e
circostanziati. In quanto prigioniero di una relazione assolutizzante con la madre, che gli nega ogni
rapporto con il padre e gli fornisce una comunicazione strutturalmente incongrua e disorganizzante,
clinicamente associata ad un funzionamento psicotico, [il minore] è esposto al serio rischio
psicopatologico di sviluppare negativamente la propria personalità e l’identità del proprio sé, con
possibile sostituzione della figura paterna, rischio che il Tribunale deve scongiurare con un immediato
intervento a tutela del bambino anche al fine di garantire il suo diritto alla bigenitorialità.”.
Nel reclamo la madre del minore ha esposto di fatto di essere stata una buona madre e che
l’allontanamento del minore da se sarebbe lesivo di principi di diritto internazionale e pregiudizievole
per la sua salute.
Il Collegio riporta che “il [padre del minore] ha evidenziato come la grave inadeguatezza genitoriale
della madre [del minore] e la sua dannosità per il figlio emergessero anche dal fatto che dopo la
comunicazione del decreto n. 6955/19 [il minore] è stato arbitrariamente prelevato da scuola dal
nonno materno prima dell’orario di uscita e non vi ha ad oggi ancora fatto ritorno, e che né il tutore
né il Servizio Sociale né il padre hanno più avuto notizie [del minore] per quasi cinquanta giorni,
ovvero sino al 5 dicembre u.s., data in cui il Servizio Sociale è riuscito a fare un primo accesso presso
l’abitazione della (…) e ha incontrato [il minore]. Altrettanto grave è che la [madre del minore] abbia
esposto pubblicamente il minore e la sua vita sui social, sulla stampa, in manifestazioni pubbliche,
mostrandosi non tutelante e ponendolo al centro di una contesa mediatica senza alcun riguardo per
il benessere del bambino, ed abbia accusato gli operatori ed il sistema giudiziario di agire con
pregiudizi e violenza nei confronti suoi e del figlio. (…) Il tutore, da parte sua, oltre alle questioni
procedurali delle quali si è già trattato sopra, ha richiamato i risultati della CTU che ha riconosciuto
come la madre [del minore] abbia sempre frapposto ostacoli pretestuosi a tutte le prescrizioni, abbia
denigrato costantemente la figura paterna, abbia arrecato con ciò un grave pregiudizio al minore
che recita un copione e non è libero di sviluppare una relazione di attaccamento con il padre.
Grave la condotta di sottrazione alla scuola ed alla psicoterapia e l’atteggiamento che porta la
reclamante a denunciare chiunque cerchi di intervenire a tutela del figlio.
Il PG ha reiterato in udienza la richiesta di conferma dei provvedimenti impugnati già avanzata dal
proprio Ufficio ed ha chiesto la trasmissione degli atti alla Procura della Repubblica presso il Tribunale
per quanto emerso in ordine all’elusione dell’obbligo scolastico [del minore] da parte della madre.”.
Sono emersi dunque fatti gravi successivi all’ultimo decreto del TDM impugnato, assai significativi e
che avrebbero dovuto già confermare la bontà del decreto, in quanto esplicativi dell’intento della
madre di voler continuare a considerare il figlio oggetto (e si badi bene non soggetto) della propria
custodia. L’esclusione del padre è palese, consequenziale a tale visione. Il figlio è stato ghermito e
sottratto all’esecuzione di quanto disposto dal TDM, incurante delle reali necessità del figlio
(perlomeno di andare a scuola…).
La madre ha deciso di intraprendere una furiosa battaglia mediatica, - con il sostegno e la
collaborazione delle “teste di cuoio” politiche infatuate della maternal preference e pervase dalla
inconsistenza di qualsivoglia ruolo della figura paterna -, indifferente alla prospettiva che ciò
impedirà qualsivoglia oblio di questa grave sofferenza per il minore.
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Da ultimo la madre ha accolto il decreto di qualche giorno fa come una grande vittoria.
Il Collegio capitolino giunge ad evidenziare i seguenti concetti che meritano grande attenzione:
“a. Dalla lettura del corposo fascicolo di primo grado e dei verbali di causa emerge sopra ogni altra
cosa la incapacità di entrambi i genitori, con modalità diverse tra loro ma entrambe
complessivamente esiziali per l’armonioso sviluppo del bambino, di mantenere i contrasti relativi alla
loro relazione interpersonale separati dalla necessaria cogestione del comune ruolo parentale.
Ciò li spinge, quanto alla [madre del minore], a negare il diritto dell’altro genitore di fare parte della
vita del figlio, come lei stessa ha in più occasioni detto di ritenere giusto rivendicando nel corso delle
CTU la propria contrarietà al mantenimento di un rapporto con una figura paterna che lei
sinceramente ritiene pericolosa, e ad agire con quello che sembra una sorta di freddo intento
risarcitorio nei confronti della signora (…), quanto al [padre del minore], anche se questo significa
spaventare, come è accaduto, [il minore] inviando le forze dell’ordine presso la sua abitazione e
attentare alla tranquillità della sua vita familiare con un inusitato stillicidio di denunce, nei confronti
della [madre del minore] e dei suoi familiari, che certamente ha contribuito a fare percepire dalla
reclamante [il padre del minore] come oggettivamente minaccioso.” (pagg. 13-14).
Se è pur vero come sia opportuno non alimentare la conflittualità tra i genitori con denunce, esposti,
ricorsi e quant’altro, tuttavia il Collegio non spiega al povero genitore ostinatamente alienato cosa
avrebbe dovuto fare come alternativa.
Se nonchè “Tuttavia, nel procedimento relativo alla disciplina dell’affidamento di (…), il benessere
del bambino riveste un rilievo assolutamente preminente e la capacità di separare l’interesse del
figlio dal proprio sembra essere venuto meno alle parti, seppure in modo diverso, nel corso della
defatigante controversia giudiziaria.” (pag. 14). Ma ricorda pure il Collegio che “Non sono infatti
emersi nel corso delle CTU vissuti del minore che confermino la interpretazione in chiave di abuso
delle dichiarazioni fatte dal bambino alla madre nell’agosto 2013, che per tali ragioni ha denunciato
il padre di (…).” (pag. 14) e che “La previsione della CTU svolta nel primo giudizio davanti al TO,
purtroppo, si è realizzata; il minore sembra vivere una personale scissione, confermata dal conflitto
tra la descrizione di (…) fatta dalle insegnanti (che, al Tutore che le ha incontrate, lo hanno dipinto
come una sorta di “bambino modello”, bravo e disciplinato e con caratteristiche da leader) e le
modalità regressive del rifiuto del padre (manifestato con pianti irrefrenabili, singhiozzi, ricerca del
contatto fisico con la madre alla comparsa del padre durante gli incontri). Tale condizione regressiva
sembra ormai essere stata forse inconsapevolmente percepita anche dalla madre, che la ha
restituita da ultimo nel corso dell’udienza del 17.12.2019 quando, nel descrivere la attuale condizione
del figlio, ha dichiarato che “(…) sta bene, è solo terrorizzato dall’idea di essere separato da me” ed
in altre occasioni ha ricordato come il figlio la punisse anche picchiandola (quando era più piccolo),
quando lei insisteva per portarlo ad incontrare il padre” (pag. 15).
Il Collegio invece è assolutamente contrario alla inversione del collocamento:
“Tale percorso motivazionale non è condiviso dalla Corte sostanzialmente sulla base di tre ragioni.
Difetta innanzitutto nel decreto reclamato - né se ne trova adeguata traccia nella CTU - una
valutazione comparativa degli effetti su [minore] del trauma dell’allontanamento dalla casa
familiare rispetto al beneficio atteso. Il dolore vivo della forzata separazione, con drastica limitazione
anche dei contatti telefonici, rimane sullo sfondo, recessivo rispetto alla ritenuta prevalenza
dell’interesse alla attuazione coattiva del sempre richiamato diritto alla bigenitorialità di [minore].
Il superiore interesse del minore che ispira il provvedimento impugnato non appare sorretto da un
adeguato bilanciamento, in mancanza del quale esso rischia di risolversi in una formula precostituita,
che non tiene conto delle situazioni concrete che giungono all’attenzione del giudice nel caso
specifico, accogliendo soluzioni apparentemente definitive ma di fatto inapplicabili e fonti di
eccessiva sofferenza per il minore. Ciò in quanto la bigenitorialità non è un principio astratto e
normativo, ma è un valore posto nell’interesse del minore, che deve essere adeguato ai tempi e al
benessere del minore stesso.
Per realizzare veramente l’interesse di questo specifico minore, non appare realistico presumere che
la paura di [minore], e la paura della madre che [minore] mostra di avere recepito, possano essere
superate imponendo il suo allontanamento dalla sua casa e dai suoi affetti ed un collocamento
coattivo in casa del padre. [Il minore] si troverebbe così, incolpevolmente, per l’incapacità dei
genitori di trovare un terreno comune nel suo interesse, incastrato nella duplice sofferenza di un
drastico quanto per lui incomprensibile sradicamento dal proprio ambiente e dai propri affetti, e di
una esposizione forzosa ad una situazione per lui fonte di ansia e paura e comunque estranea.
Provocando in [minore] questa sofferenza non può essere ricostruita la relazione di fiducia e affetto

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con il padre (dall’esclusione dalla quale pure certamente [minore] riceve un danno), e il
bilanciamento tra i diversi profili di rischio per il benessere di [minore] non appare essere stato
correttamente operato dal Tribunale.” (pagg. 16-17).
In abstracto è certamente condivisibile che “la bigenitorialità non è un principio astratto e
normativo” dovendo “essere adeguato ai tempi e al benessere del minore stesso” ma deve essere
sartorialmente cucita sulla realtà fenomenica. Ma proprio per questo il Collegio avrebbe dovuto
soppesare attentamente come sino ad allora ogni soluzione prescritta dall’Autorità giudiziaria fosse
stata contrastata, osteggiata, vanificata e da ultimo aggirata dalla genitrice del minore. E’ dunque
evidente la radicata assenza di qualsivoglia volontà di consentire l’accesso del minore al padre. La
madre non vuole che il figlio partecipi alla vita del figlio, perché è convinta che abbia abusato il
figlio. Poco conta che ciò non abbia trovato alcuna conferma in alcun giudizio. Lei ne è convinta,
dunque è vero, dunque il padre non può accedere al figlio. Lo schema è assai semplice. Come
interrompere dunque questo schema? In questi casi serve una soluzione estrema perché altrimenti
la situazione permarrà, come già hanno dimostrato 7 vani anni.
Per supportare invece il proprio convincimento il Collegio capitolino richiama la gestione insufficiente
da parte del padre della patologia autoimmune da cui risulta affetto il minore8, come se il padre del
minore avesse avuto già allora un accesso normale alla gestione del figlio e dunque della sua
patologia! Sicchè, scrivono i giudici capitolini “Ne consegue che il provvedimento è viziato anche
dal mancato bilanciamento tra il rischio psicopatologico e quello derivante dalla patologia fisica.”
(pag. 18). La sensazione è che il Collegio abbia voluto puntellare il proprio convincimento e non che
abbia tratto da ciò una motivazione adeguata per spiegare perché il minore non possa muoversi
dalla casa della madre.
Il secondo motivo per il Collegio sarebbe il difetto di gradualità:
“La seconda ragione sulla base della quale questa Corte reputa di non confermare il provvedimento
di allontanamento e di collocamento del minore presso il padre è strettamente conseguenziale alla
prima, e attiene al rilevato difetto di gradualità della misura disposta. Come già rilevato, per
ricostruire una relazione padre-figlio basata sulla fiducia e sull’affetto non esistono scorciatoie
normative e l’avvicinamento deve essere necessariamente graduale. In questo specifico caso,
tanto più alla luce del tormentato percorso processuale e della sostanziale inefficacia dei
precedenti provvedimenti, appare velleitario ritenere che sia possibile ri-costruire un legame
parentale recidendo l’altro. E questo rimane vero anche ove si condividesse la convinzione della
CTU della sostanziale artificiosità della paura di [minore] nei confronti del padre. Non vi sono
scorciatoie né automatismi, dunque, e l’approccio “rigido” fin qui adottato ha già dato plurime
prove negative; sicché, piuttosto che reiterare in una escalation provvedimentale il contenuto del
precetto ineseguito, occorre allora pazientemente continuare a tentare altre strade.” (pag. 18).
Anche tale motivo non mi convince affatto per almeno due motivi: il primo è che una forma di
gradualità era pure prevista nella CTU ultima (e dunque poi fatta propria nel decreto reclamato),
laddove si prevedeva che il figlio, pur nell’inversione del collocamento, fosse supportato
tecnicamente nell’avvicinamento al padre; il secondo è che la recisione del legame con la madre
non era in realtà previsto (né voluto dal padre che lo ha più volte spiegato) ma si prevedeva solo
una prima fase nella quale sarebbe stato necessario riconsegnare il figlio all’accesso del padre. Ed
in ogni caso se tale blanda recisione significa consentire al minore di riacquistare uno sviluppo
equilibrato, ben venga anche la blanda recisione.
Il passaggio più discutibile di questa motivazione è invece il volere attribuire pregnanza (con effetti
giuridici) a quello che la madre del minore racconta (seppure infondatamente) di avere vissuto:
“Se, inoltre, è vero che la denuncia sporta dalla signora (…) nei confronti di (…) per condotte
abusanti verso il figlio non è stata ritenuta fondata, la reclamante manifesta ancora oggi la
soggettiva convinzione della fondatezza del contenuto della sua denuncia. Ribadito che un
intervento di sostegno anche individuale sarebbe certamente utile se accolto con la
consapevolezza che si tratta di un aiuto e non di una censura o tantomeno di una sanzione, non è
difficile comunque comprendere come la ragione delle evidenti resistenze della madre a facilitare
l’accesso effettivo del padre alla vita del figlio sia il fatto che ella, sulla base delle esperienze
fortemente negative vissute nel rapporto di coppia con (…), nella gestione successiva del minore e

8 Porpora di Schoenlein Henoch, una malattia rara, che come leggo io in una delle fonti scientifiche attendibili, “Nel bambino
la malattia tende ad autorisolversi e la terapia, quando necessaria, è principalmente sintomatica per controllare i possibili
dolori. Spesso però, in questi piccoli pazienti, si assiste a delle ricadute: la malattia può tornare, anche per due o tre volte, ma
in forma più blanda rispetto all’esordio.” https://www.ospedaleniguarda.it/news/leggi/porpora-di-schoenlein-henoch),
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di quanto ritiene sia accaduto durante l’affidamento con figlio al padre, considera quest’ultimo
realmente dannoso o quantomeno pericoloso per il minore. Tale pericolosità non ha come detto
trovato riscontri nell’analisi dei CTU che hanno esaminato la personalità dei genitori e la relazione
genitoriale. Ciò non toglie che le resistenze della signora (…) siano assai forti da superare, poiché
ella agisce nella soggettiva convinzione di stare operando per il bene del figlio, e per questo si
espone al rischio di conseguenze personali anche gravi, come evidente da ultimo dalla sottrazione
del bambino dalla frequenza scolastica, per la quale è inevitabile la segnalazione alla Procura della
Repubblica per quanto di competenza. Per superare un blocco tanto radicato, che certamente
esercita una importante influenza, anche in ipotesi inconsapevole, sulla psiche di [minore], occorre
dunque comprenderne la natura e la forza e procedere necessariamente con ogni gradualità, in
modo da riuscire a fare comprendere a [minore] e, auspicabilmente, alla madre, che l’apertura
all’incontro con il padre non ha come ineluttabile conseguenza la sua separazione e il suo
allontanamento dal proprio ambiente di riferimento, aiutandolo così a superare la paura, sia quella
dell’accesso al padre che quella di essere allontanato dalla sua attuale vita familiare. Piuttosto che
allontanare [minore] dal suo mondo e inserirlo, artificialmente, in quello del padre, occorre allora
che sia il padre ad essere messo in condizione, e in grado di, partecipare alla vita di [minore] così
come si è strutturata (…) Il principio di gradualità richiede la previsione di prescrizioni puntuali e
concrete che tengano conto degli impegni attuali e concreti di [minore], impegni che devono
immediatamente essere ripresi nella loro pienezza scolastica, sportiva e sociale.” (pag. 18).
Ritengo che sia molto insidioso che passi un principio di tal fatta nel nostro ordinamento, ancorchè
non sia la prima volta che venga declamato. In pratica si asserisce che, ove un genitore sia convinto
(infondatamente, come già accertato) che se l’altro genitore è un pedofilo, può comunque
escluderlo dalla vita del figlio comune. Può comunque continuare ad esercitare un dominio sulla
sua vita (del figlio) ancorchè si riveli nocivo per la sua crescita, mantenendo il collocamento.
Così facendo si alimenta un circolo di conflittualità potenzialmente infinito, poiché chiunque,
all’interno di un rapporto familiare, potrà armarsi di una tale scelta strategica. Non serve più la prova,
basta oramai “la soggettiva convinzione della fondatezza del contenuto della sua denuncia” che
troverà comunque “comprensione”. Un concetto giuridico che per la mia cultura giuridica ritengo
improprio e dunque inaccettabile.
Infine il Collegio ritiene comunque non fattibile nel caso concreto il decreto di inversione del
collocamento “nella mancanza di una preventiva verifica di fattibilità/sostenibilità dell’ordine
impartito che ne condiziona l’efficacia, per quanto il provvedimento impugnato rinvii all’udienza
dell’8.1.2020 anche con finalità di monitoraggio” (pag. 19), citando anche la sistemazione logistica
del padre ed i suoi impegni di libero professionista.
In conclusione il Collegio “Per tutte tali ragioni la previsione dell’allontanamento di (…) dalla casa
materna ed il suo collocamento in luogo diverso dalla abitazione della madre, sia essa la casa
paterna che la casa famiglia (soluzioni peraltro che rispondono ad esigenze diverse e che non
possono essere presentate come alternative sostanzialmente equivalenti senza una adeguata e
specifica valutazione e motivazione, che qui è assente) non appare rispondere al migliore interesse
del minore e deve essere revocata. L’annullamento della disposizione che prevede
l’allontanamento del minore dall’abitazione della madre non comporta l’accoglimento della istanza
della reclamante di reintroduzione del regime di incontri “con frequenza inizialmente trisettimanale
da incrementare progressivamente in spazio neutro”, contenuta nel decreto del 5 luglio 2019,
previsione già non rispettata (…) Non è difficile prevedere che la sottrazione o meglio la sostituzione
del tempo per lo sport, la frequentazione dei coetanei e il tempo libero con gli incontri obbligati con
il padre in un luogo per di più tanto neutro quanto innaturale non potrebbe costituire un grande
incentivo per (…) a ricostruire la relazione interrotta. (…) Il già pesante vissuto familiare del bambino
richiede al contrario che la presenza del padre nella sua vita si pieghi ai suoi orari e ai suoi impegni,
in modo da cominciare a ricostruire una reale funzione di accudimento quotidiano, proprio quella
dalla quale il padre è stato estromesso negli anni per gli ostacoli frapposti dalla signora (…) e per il
suo approccio non rassicurante. E dunque il padre andrà a riprendere (…) da scuola e lo riporterà a
casa, dapprima con un educatore e in seguito, quando (…) avrà acquisito fiducia, da solo, mentre
la madre ve lo accompagnerà la mattina; altrettanto accadrà in occasione delle attività sportive e
ludiche di (…): il padre non dovrà ‘rubare’ immagini della vita del figlio venendo percepito come
una presenza occhiuta, non voluta e minacciosa, ma essere invece legittimato ad accompagnare,
e non solamente osservare le sue attività. La scuola, tramite il Tutore, comunicherà impegni e incontri

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con i genitori, ai quali entrambi sono legittimati a partecipare così come per le visite mediche, la
psicoterapia, le attività ulteriori.
Preliminare sarà in questo progetto il lavoro di psicoterapia con (…), che, si ribadisce, pur nella libertà
di ciascuno, è auspicabile venga accompagnato con analogo percorso dei genitori, sia
singolarmente che, ove fosse possibile, come coppia genitoriale. Centrale il ruolo del Tutore al quale
dovrà essere demandato il compito di predisporre un progetto rispettoso dei tempi indicati dallo
psicoterapeuta e coordinato con le risorse effettive dei servizi, da offrire al Tribunale per i Minorenni
nel giudizio che prosegue. Sarà lo psicoterapeuta di (…) ad indicare i tempi di questo progetto; il
Tutore predisporrà il progetto esecutivo sulla base delle risorse effettivamente messe a diposizione
anche dal Servizio Sociale, che dovrà attivarsi per mettere a disposizione educatori e figure di
mediazione.” (pag. 21).
Conclude infine il Collegio con toni ecumenici: “Tutti gli sforzi descritti saranno vani se non vi sarà
fiducia e collaborazione attiva da parte della madre attuale collocataria e figura di riferimento di
(…), e fiducia, rispetto e pazienza da parte del padre. Ne risentirà (…) e ne dovranno rispondere i
genitori, ciascuno per la propria eventuale parte, nel corso del giudizio davanti al Tribunale per i
Minorenni, i cui approfondimenti istruttori renderanno possibile verificare i progressi nella attuazione
alle misure disposte.” (pag. 23).
Un tale provvedimento a mio avviso avrebbe avuto anche una sua efficacia, forse risolutiva, se posto
all’inizio. Oggi, dopo 7 anni di accanimento o pervicace convincimento, ne dubito. Ma il mio
auspicio ovviamente è di essere smentito. Per il piccolo omissis. Nonché per il genitore, ostacolato
sino ad oggi, che ostinatamente non si è rassegnato all’imperativo della maternal preference.
Milano 11.1.2020

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