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Affrontare l’ansia.

Paola respira affannosamente e prova spesso dolori al torace. Le prime volte temeva di avere un
attacco di cuore ma i medici l’hanno facilmente “rassicurata” dicendole che soffre “solo” un
attacchi di panico.
Romina vive da cinque anni da sola, dopo essere riuscita, con l’aiuto di qualche amica, a ribellarsi
alle violenze del suo compagno. Continua a non farsi rispettare dai figli e dai colleghi di lavoro, se
la violenza fisica è parte del suo passato, quella verbale ed emotiva è ancora molto presente.
Catia ha paura di salire su un mezzo pubblico che sia treno o aereo. Da quindici anni non fa un
viaggio e passa le vacanze in città.
Potremmo continuare con tanti altri esempi, tutti rigorosamente inventati ma molto plausibili.
Quante persone, chi più, chi meno, non hanno incontrato nella loro vita quotidiana una Catia o una
Paola? Il fatto è che pochi ammettono le proprie fragilità, bisogna avere un rapporto
sufficientemente “intimo” per conoscere cosa c’è dietro a certi sorrisi o a certi dinieghi. Eppure, chi
ha il coraggio di ammettere il proprio bisogno di aiuto, ha spesso trovato una soluzione al proprio
mal stare. Non mi riferisco agli psicofarmaci che, per quanto diffusissimi, raramente sono una reale
soluzione. Un aiuto che si sta dimostrando sempre più efficace è quello dato da un percorso
psicoterapeutico. Il bisogno c’è, se, ad esempio, si considerano quelle ricerche che quantificano
milioni di casi di attacchi di panico in Italia. Pochi però sono ancora attenti a ciò che i percorsi
psicoterapeutici sono in grado di offrire. Ciò è dovuto, in parte, alla giungla di scuole e modelli di
cura seguiti dai vari medici e psicologi. Per quanto, da una decina d’anni si sia cercato di
regolamentare la formazione in psicologia clinica (quell’area della psicologia che si occupa
dell’intervento su problematiche e patologie psicologiche), le scuole sono ancora centinaia e i
principi di cura sono ancora condivisi solo in parte da tutti i professionisti.
Allora il singolo individuo invaso dall’ansia o vittima di episodi depressivi, come fa a sapere a chi
rivolgersi? Spesso funziona ancora il consiglio dell’amico che, per motivi svariati, conosce un certo
terapeuta “tanto bravo”. Altre volte, ci si rivolge al medico curante che, però, non ha sempre una
particolare conoscenza dei diversi approcci alla psicopatologia. Quali sono questi approcci?
Vediamo: un indirizzo che deriva dalle prime teorie di Sigmund Freud e che poi si è complessificato
in diversi modelli (junghiano, lacaniano, ecc.) è quello psicodinamico.
Poi c’è il modello cognitivo-comportamentale, molto amato da alcuni medici perché, essendo molto
orientano all’alleviamento dei sintomi, indipendentemente dalla natura degli stessi, riesce a
dimostrare facilmente la propria efficacia. Ciò non significa che non esistano in giro terapeuti
efficaci che seguono altri approcci, ma per ora il metodo scientifico, seguito nelle ricerche, sta
premiando di più chi affronta direttamente un problema misurabile a breve termine rispetto a chi si
pone l’obiettivo di un “riequilibrio generale” della persona.
Una “terza via” è quella rappresentata dai modelli esistenzialisti che cercano di individuare le cause
piuttosto che i sintomi dei problemi psicologici senza seguire procedure prestabilite.
L’attenzione è portata alle forze interiori della persona che agiscono nell’esperienza presente.
Non è, quindi, tanto importante l’elaborazione della propria storia passata, quanto la
consapevolezza di ciò che si può fare con le proprie risorse.
Esistono, infine, i modelli di psicoterapia integrata. Questi sono seguiti da quei professionisti che
aspirano a trovare una teoria e una metodologia comune a più approcci. Lo sforzo di questi
terapeuti è legato all’esigenza di arrivare a denominatori comuni validi per tutti. In questo
senso, le psicoterapie integrate sono quanto di più moderno possa offrire la scienza in
psicologia clinica: il superamento di “scuole di pensiero” a favore di ciò che effettivamente
funziona per tutti. Allora l’ansia o la violenza saranno fenomeni affrontabili allo stesso livello
di un medico che deve saper affrontare un’infezione o una lussazione. Il lavoro è ancora
lungo ma una certa risposta sta arrivando dalla psicoterapia Funzionale. Questo modello
clinico si è sviluppato nei primi anni novanta dalla tradizione delle psicoterapie corporee. Tali
psicoterapie sono conosciute per il fatto di prevedere tecniche di intervento diretto sul corpo.
Ad esempio, un terapeuta psicocorporeo proporrà al proprio paziente tecniche basate sulla
respirazione, sul tocco-massaggio, sul movimento, ecc. Il corpo è parte dell’esperienza
complessiva della persona e, come tale, va considerato nella sua complessa interazione con gli
altri sistemi dell’organismo (emozioni, pensieri, fisiologia). Lungi dal sostituirsi a medici e
fisioterapisti, gli psicoterapeuti corporei agiscono da più di cinquant’anni in una logica di
“integrazione”. In particolare, la psicoterapia Funzionale ha spinto un po’ più in là questa
naturale tendenza all’integrazione, accogliendo e proponendo principi e ricerche mirate a
trovare ciò che ha funzionato veramente in più di cento anni di psicologia.
Al giorno d’oggi, il modo migliore per affrontare un malessere o un disturbo di carattere
psicologico è attraverso una psicoterapia che guardi il più possibile all’insieme della persona,
abbandonando visuali parziali e posizioni ideologiche legate al passato.

M.I.