Sei sulla pagina 1di 45

Sociologia della città

di Francesca Zoia
Appunti delle lezioni di Sociologia della città, vengono trattate alcune delle
principali tematiche riguardo le periferie e il loro sviluppo nel corso della storia

Università: Politecnico di Milano


Facoltà: Architettura
Corso: Progettazione Architettonica
Esame: Sociologia della città
Docente: Agostino Petrillo
Francesca Zoia Sezione Appunti

1. Sociologia della città


Gli studi urbani coinvolgono discipline diverse come la filosofia, geografia, antropologia che permettono di
delineare le coordinate generali del concetto di periferia.
Il concetto di periferia non è un concetto autonomo in quanto esiste solo nel momento in cui esiste un
centro, si tratti di due concetti che hanno un rapporto tra loro in quanto si può affermare che il centro
produce periferia.

Il termine periferia deriva dal verbo greco peripherein che significa tracciare una circonferenza, ovvero
una linea che divide un interno ed un esterno, secondo questa accezione etimologica la periferia è il risultato
di un gesto che delimita due settori differenti e il prodotto di un segno che ribadisce un confine a questa
viene aggiunto il riferimento simbolico del cerchio che individua un kosmos.
Il cerchio individuato dalla linea è un’entità geometrica e spaziale chiaramente definibile mentre tutto ciò
che rimane fuori è un’entità non organizzata, peripherein è quindi una linea che include ed al tempo stesso
esclude ed è solo mediante il tracciamento della linea che unisci tutti i punti che hanno la stessa distanza dal
centro che questo diviene tale (kentron, ovvero punto in cui si appoggia l’ago del compasso per tracciare la
circonferenza).
Il tracciamento della linea che concretizza il peripherein è un gesto che comporta una serie di conseguenze
in quanto, nel momento in cui si decide ciò che sta fuori e ciò che sta dentro, si stabilisce un ordine politico
e una gerarchizzazione degli spazi.

La periferia, nel corso della storia, ha sempre avuto una concezione negativa legata ad una serie di
pregiudizi che si sono rafforzati particolarmente nel momento in cui si è assistito alla formazione della città
industriale.
La periferia è stata a lungo in Europa una sorte di piccolo Oriente, ovvero un luogo popolato da personaggi
particolari e folkloristici e per questo praticamente off limits per i ceti borghesi che vivevano in centro, era
una terra di confine tra la città e la campagna e il fatto di essere un territorio intermedio richiamava l’idea
che fosse un luogo senza qualità in quanto privo delle caratteristiche positive sia dell’urbano che della
campagna.
Il Movimento Moderna pensava che la periferia dovesse essere fatta diventare città attraverso la sua
demolizione e la successiva costruzione attraverso l’adozione di soluzioni sbrigative.
Le città sono cambiate a causa del fenomeno di globalizzazione infatti i centri sono diventati ancora più
centri mentre le periferie ancora più misere inoltre, a differenza di quanto avveniva in passato nelle città
industriali, i centri producono periferie ma non le includono in un progetto sociale ma le relegano in una
dimensione di esternitò.
I nuovi sistemi di comunicazione, come internet e i viaggi low cost, hanno cambiato il mondo.
La globalizzazione ha un’influenza non solo nel mondo lavorativo ma anche a livello demografico nel senso
che si assiste ad un invecchiamento della popolazione e ad una riduzione della natalità ma soprattutto ha

Sociologia della città Pagina 1 di 43


Francesca Zoia Sezione Appunti
fatto saltare i vecchi sistemi urbani.

A Milano manca la parte industriale, dal 1991 al 2005 la città ha perso gli addetti alle industrie non
producendosi più nulla in quanto quest’ultime sono state sostituite da nuove attività.
Oggi sono presenti prevalentemente attività post-industriali relative alle economie cognitive, sapere,
innovazione ovvero tutte attività legate all’ideazione di un prodotto.
Questo si riflette in cambiamenti spaziali e del rapporto tra centro e periferia, non c’è più il centro con uffici
e centri direzionali e la periferia con fabbriche e abitazioni dei lavoratori.

Se si osservano le periferie nelle varie città europee come Parigi, Berlino (Plattenbau, edifici di edilizia
popolare di grandi dimensioni costruiti con pannelli prefabbricati o Siedlungen), Amsterdam
e Mosca (Krusciovke, palazzine popolare costruite nel secondo dopoguerra da Krusciov) si può notare come
siano tutte simili tra loro, ovvero distese di grandi palazzi di edilizia popolari tutti uguali che ospitavano i
lavoratori delle fabbriche.
C’è quindi un modello morfologico (modello della città industriale) che si ripete e anche il tipo di utenti che
ci vivevano, la periferia risultava così facilmente riconoscibile.
Oggi invece non ci vivono esclusivamente operai ma si ha una situazione di mescolanza sociale, si ha così
un nuovo mondo di periferie eterogenee (esempio a Rozzano vivono l’immigrato, l’operaio, il pensionato, il
giovane precario e lo studente fuori sede).

Sociologia della città Pagina 2 di 43


Francesca Zoia Sezione Appunti

2. Shrinking City
Shrinking City termine tedesco che significa città che si contraggono, ne sono un esempio le città di
vecchia industrializzazione che oggi sono diventate periferie.
Sono le città che non sono riuscite a riaffermarsi dopo il loro declino a causa della globalizzazione. Prima
della globalizzazione si pensava che bastasse il fatto di essere nel nord per avere delle garanzie ma, come
denota questo fenomeno, oggi non è più così.
Le Shrinking City si caratterizzano per il calo demografico, un’elevata disoccupazione e l’invecchiamento.

Esempi in Europa: Genova, Lipsia e Ostrava (Repubblica Ceca).


Detroit, l’equivalente della Torino americana, era il quartiere generale dell’industria automobilistica
(General Motors).
Aveva due milioni di abitanti alla fine degli anni Settanta molti dei quali hanno abbandonato la città che
oggi ha soltanto settecentomila abitanti, gran parte dei quali vivono nel ghetto nero, e grandi aree
completamente vuote e abbandonate.
È l’esempio di una città dove sempre ci sia stata la guerra ma invece c’è stata solo la globalizzazione.

Walter Christaller, studioso tedesco di economia degli anni Trenta. Egli studia il territorio in funzione
delle gerarchie christalleriane ovvero un rapporto rango/dimensione, ovvero più una città è grande più si
concentrano le attività produttive.
Si tratta di un sistema che funzionava abbastanza bene per far comprendere come convergono i rapporti in
Europa ma questa gerarchizzazione salta con l’avvento della globalizzazione nel senso che qualunque luogo
può diventare centrale, ovvero anche luoghi con un’estensione limitata possono diventare il centro del
mondo a secondo del loro grado di attrattività (Silicon Valley e l’Apple Park a Cupertino, California), in
questo modo le centralità e le periferie non sono più definibili in maniera chiara.

Sociologia della città Pagina 3 di 43


Francesca Zoia Sezione Appunti
Non c’è una ricetta valida per rendere una città attrattiva in quanto luoghi apparentemente insignificanti
possono avere adesso una nuova importanza, i luoghi si fanno una concorrenza spietata a vicenda.

Non funziona più come prima, quando il solo fatto di essere collocati in determinati luoghi del paese
garantiva di stare bene.
Si assiste al divenire periferia di intere parti di città.
La Goccia d’Oro a Parigi è il caso di una periferia che si è allargata fino alla parte più turistica e storica
della città, è diventato un quartiere etnico nel centro della città.

Londra si caratterizzava per una disuguaglianza diffusa a macchia di leopardo e per fare fronte a questo
problema nasce il Welfare State.
Nel 1944 venne elaborato il primo piano di Welfare State grazie a Lord Beveridge (piano Beveridge), in
questi anni si aveva la necessità di un’organizzazione che impedisse il riformarsi di regimi totalitari
attraverso una serie di interventi a favore dei cittadini meno abbienti.

I Gloriosi Trenta sono gli anni compresi tra il 1945 e il 1975 sono gli anni in cui l’Europa vive un periodo di
benessere, finiscono nell’anno in cui si ha una crisi petrolifera e quindi diminuisce la capacità di spendere da
parte degli stati assistenziali.
Il piano Beveridge prevedeva che si sarebbe dovuto assistere il cittadino dalla sua nascita alla sua morte
(from the cradle to grave).
La fine dei Gloriosi Trenta, la mancanza di soldi da investire nell’assistenza del cittadino e la
globalizzazione comportano le vecchie periferie diventano sempre più lontane.

C.E.P. di Pra a Genova è un quartiere definito “inferno con vista mare”, la situazione di degrado è
peggiorata maggiormente negli ultimi anni tanto che è diventato ancor più periferia in quanto è venuto a
mancare il legame sociale costituito dal lavoro che teneva uniti gli abitanti della periferia con il centro,
avendo questi un motivo per recarvisi.
È il caso di vecchie periferie che sono sempre più isolate in quanto viene a mancare il legame sociale e
sono completamente scollegate dal centro.

Manuel Castells introduce il concetto di vulnerabilità sociale per indicare il fatto che si è accentuata
l’esclusione sociale di coloro che stanno al margine in quanto la società urbana è diventata sempre più
fragile essendo venuti a mancare delle condizioni di sicurezza sociale (vedi il Welfare State di Londra).

Enrico Moretti parla di una nuova geografia del lavoro nel senso che a parità di lavoro svolto, il salario
può variare all’interno di un range a seconda della città in cui ci si trova negli Stati Uniti, segno di una
chiara disuguaglianza spaziale per cui è evidente che in molti casi il destino di una persona dipende dal
luogo in cui si vive (ad esempio se a Buffalo si guadagna 1 è possibile che a New York si guadagni 5).
Gli Stati Uniti sono un paese fortemente caratterizzato dalla mobilità spaziale, ovvero da una

Sociologia della città Pagina 4 di 43


Francesca Zoia Sezione Appunti
predisposizione a spostarsi per motivi di lavoro a tal proposito alcune dimensioni delle case e degli arredi
sono legati a standard ben precisi in modo da essere quasi uguali (armadi).

Sociologia della città Pagina 5 di 43


Francesca Zoia Sezione Appunti

3. FILOSOFIA DELLE PERIFERIE


Divenire periferia oggi è diverso rispetto al passato, si assiste all’esplosione di periferie eterogenee e al
contempo al loro progredire verso i centri delle città.
La concezione delle periferie è fortemente legata al pregiudizio che le conferisce una connotazione negativa
infatti si tende a intendere le periferie come al male e come qualcosa che non è città, è per questo che si
continuano a prediligere i centri rispetto alle periferie.
Ci si occupa di filosofia delle periferie per comprendere l’origini di alcune concezioni dominanti e si sono
individuali alcuni modelli concettuali che Franco Farinelli ha chiamato modelli del mondo.

• Il modello filosofico dominante nella cultura antica era il modello platonico (dall’essere derivano i molti)
che prevede ci sia un essere al centro di tutto che crea per irradiamento l’universo attraverso una serie di
aloni concentrici secondo una concezione emanatista (dal centro verso l’esterno).
Allontanandosi dal centro si ha all’estremo la materia che è il livello più scadente dell’essere o meglio la
privazione stessa dell’essere.
Richiama la struttura del sistema solare o del nucleo di un atomo, dove tutto ruota attorno ad un centro che
corrisponde al bene, bello, giusto.
L’enorme positività del centro investe l’intorno e allontanandosi progressivamente si va a perdere perché si
va incontro al male e questo ha influenzato il modo di pensare del mondo occidentale nella contemporaneità.
L’allontanamento dal centro determina una sorta di perdita e di impoverimento, la periferia rappresenta il
regno della nostalgia inteso come dolore della volontà del ritorno verso il centro.
Nella tradizione occidentale il modello predominante è quello platonico caratterizzato da un pregiudizio
emanatista ed ha influenzato il modo di pensare la struttura della città e i rapporti tra gli spazi.
Tutte le città antiche hanno orientamenti e strutturazioni imperniati sul rapporto centro- periferia infatti il
centro ha margini ben definiti (le città romane hanno il pomerium ovvero una fascia di territorio al di la
delle mura ed è considerata una zona sacra essendoci le divinità che proteggono la città).

• Un contro modello è rappresentato dal modello democriteo-epicureo, si tratta di un modello materialista e


fa riferimento al continuo movimento degli atomi (concezione atomistica) Sostiene che non si ha più un
unico centro ma ogni punto può essere relativamente centro, quello che non esiste più è un unico centro
generatore in quanto si ha una continua ricombinazione che da luogo ad aggregazioni sempre nuove.
Si tratta di un modello più democratico e meno gerarchico rispetto a quello platonico, in quanto non c’è più
differenza tra centro e periferia non essendoci un orientamento preferenziale, inoltre affinchè ogni luogo
possa essere centro si presuppone che ci sia un universo continuo.

Per la filosofia politica la differenziazione tra centro e periferia non è altro che uno strumento di controllo e
di domesticazione dello spazio per questo motivo il discorso sulla periferia è connesso al concetto di
disuguaglianza sociale infatti le città europee hanno istituzionalizzato questa differenza per dare una forma
spaziale e strutturare le differenze di status e classe sociale.
La città, in particolare il rapporto tra centro e periferia, subisce dei cambiamenti a seconda delle varie
epoche.
La città in Europa fino al Settecento era una città murata, durante l’Ottocento invece si distinguono le zone
in cui vivevano i nobili e quelle in cui vivevano gli artigiani.

Sociologia della città Pagina 6 di 43


Francesca Zoia Sezione Appunti
Ci si interroga su come il centro produca periferia.

Sociologia della città Pagina 7 di 43


Francesca Zoia Sezione Appunti

4. Gentrification
Gentrification è un termine che è stato coniato dalla sociologa tedesca Ruth Glass ed indica un processo di
sostituzione della popolazione, è stato definito in questo modo da alcuni filosofi di Chicago.
È il caso di alcuni quartieri del centro abitati dai ceti medio-bassi, i quali sono stati collocati altrove per fare
posto alle élite, ovvero a un numero ristretto di persone che contribuiscono all’economia, l’altra faccia della
gentrification è quella di produrre periferia.
Un esempio si ha nel caso in cui un quartiere viene di moda per cui viene rivalutato e riqualificato facendo
si che i prezzi delle case aumentino costringendo la vecchia popolazione che abitava il quartiere a
trasferirsi in periferia.

In alcuni casi i vecchi centri possono diventare nuove polarità perché diventano interessanti dal punto di
vista degli investimenti di capitale, entrano così in gioco i global players ovvero le grandi società
multinazionali e corporation.
(A Monaco di Baviera, la Sanofi Aventis, una delle più grandi industrie farmaceutiche si insedia in un
piccolo paese ai margini della città dove verrnno poi collocate anche la facoltà di farmacia e altre
industrie farmaceutiche, si assiste così alla migrazione di un gran numero di persone diventando e il piccolo
paesino diventa una centralità).

Il filone di pensiero che ha influenzato particolarmente gli architetti negli ultimi anni è il pensiero francese
contemporaneo riguardo la riflessione sullo spazio, ovvero quello che gli americani chiamano french
theory.

Sociologia della città Pagina 8 di 43


Francesca Zoia Sezione Appunti

5. French Theory
Gilles Deleuze e Felix Guattari autori del “Millepiani”, hanno un ruolo fondamentale nelle riflessioni
riguardo la comprensione delle trasformazioni spaziali e il libro si caratterizza per presentarsi come una vera
e propria sovrapposizione di piani o un labirinto orizzontale in cui ci si può orientare come si preferisce.
Introducono la teoria rizomatica che parte dal concetto di rizoma che è un tubero che prolifera senza una
centralità, senza un punto di origine ben definito ma crescendo intreccia più centralità in quanto ha una
crescita laterale.
La crescita del rizoma è interessante perché è un sistema di accentuato policentrismo, da una linea
generativa si sviluppa una molteplicità di centralità e si contrappone alla struttura dell’albero che ha invece
un orientamento gerarchico.
È interessante notare come nel rizoma ogni parte può essere connessa ad un'altra senza che sia necessario il
passaggio per punti notevoli predefiniti, rappresenta quindi una centralità che procede per punti e per nodi.
Questo modello privo di centralità stabilmente definite ha influenzato gran parte delle teorie contemporanee
in particolare il modello delle città globali.

Nel libro emerge anche una coppia concettuale antitetica Territorializzazione/De- territorializzazione.
Si parla di territorializzazione ogni volta che viene imposto un uso ad un territorio che avrebbe anche altre
potenzialità, significa obbligare un nomade a stanzializzarsi circoscrivendo ambiti di movimento e
sottraendo gradi di libertà.
Un esempio di città territorializzata all’estremo è la città industriale zoonizzata, lo zooning è un concetto
introdotto dal Movimento Moderno per far fronte alla confusione della città tradizionale attraverso una serie
di criteri stabiliti a priori.
Il processi di de-territorializzazione consiste nel far deviare determinate realtà dal loro originario uso
spaziale per permettere loro di schiudersi anche altre possibilità di configurazione spaziale come ad esempio
nella città post-industriale dove alcune parti della città, come le vecchie stazioni ferroviarie o le aree
industriali, perdono la funzione che era stata loro assegnata e diventano territori in cui si possono
sperimentare nuovi usi oppure un altro esempio sono le linee di fuga tracciate dai percorsi dei migranti.
Il mondo feudale era invece fortemente territorializzato perché c’era la servitù che era legata ad una
porzione di terreno.
Processi di territorializzazione e de-territorializzazione avvengono anche negli ultimi anni in paesi come ad
esempio la Cina dove alcune città vengono popolate a forza facendo spostare la popolazione.
Un esempio di territorializzazione estrema è rappresentato dalla situazione nella vecchia Russia dove il
contadino e la sua famiglia erano talmente legati ad un terreno che nel momento in cui questo veniva
venduto, veniva venduta anche la famiglia impedendo loro di muoversi altrove.

Dalla coppia territorializzazione/de-territorializzazione derivano i concetti di Spazi lisci e Spazi striati.


Gli spazi lisci sono spazi che si prestano ad essere attraversati e si caratterizzano per l’assenza di ostacoli in

Sociologia della città Pagina 9 di 43


Francesca Zoia Sezione Appunti
modo da essere percorribili con facilità (deserto), a questo tipo di spazi è legato il concetto di nomadismo.
Gli spazi striati, al contrario, presentano impedimenti al movimento, la libertà nomade viene, attraverso
questo tipo di spazi, territorializzata.
Spesso i meccanismi degli spazi striati sono involontari e non visibili (cercare casa a Milano spesso è
impossibile a causa dei costi elevati) o sono legati a percezioni (alcuni stranieri a Milano evitano
determinati quartieri perché vengono malvisti o sono sottoposti a controlli di polizia).

L’Europa dell’Est, fino al 1989, si caratterizzava per la presenza di costruzioni che limitavano le libertà di
movimento (passaporti interni) in modo da disciplinare il movimento delle persone.
I regimi dell’Est volevano evitare che le città crescessero troppo per cui viene adottato un meccanismo di
creazione di uno spazio striato.

Manuel Castells parla di società delle reti, un richiamo alla teoria del rizoma.
Si tratta di una società che vanta le tecnologie più avanzate che non è altro che la società contemporanea in
grado di disegnare una griglia policentrica in cui le reti stesse individuano dei centri ma si tratta di centralità
relative perché funziona in maniera analoga al tubero che avvizzisce e genera attraverso filamenti delle
nuove polarità.

Jean Francois Lyotard è considerato uno dei più importanti filosofi del postmoderno.
Il post-moderno viene dopo la città zoonizzata e si assiste all’emergere di un nuovo tipo di città in quanto
anche l’economia non è più basata sulla produzione materiale ma sul sapere scientifico.
Durante il post-moderno si è diffusa l’illusione che la fine della città industriale corrispondesse alla fine
delle periferie ma si tratta di un errore in quanto si assiste alla creazione di metropoli al quadrato e
addirittura al cubo e anche la città non è infinita come si credeva infatti non è vero che l’urbano e ovunque,
per cui la teoria della nuvola è un’altra illusione del post-moderno.
Los Angeles rappresenta il paradigma della metropoli postmoderna, in cui il radicale decentramento è
caratteristico del postfordismo e diventa una forza che contribuisce a conferire un nuovo assetto ai territori,
la metropoli dispersa diventa anche il luogo in cui si viene a creare una distribuzione delle popolazioni
(mosaico etnico) che genera una rigida divisione tra le zone centrali e la cintura in cui vivono i migranti
sottopagati che lavorano negli sweatshops del lavoro nero, quello che ne risulta è quindi un collage
discontinuo.
Egli non fornisce una definizione sistematica dello spazio postmoderno ma un insieme di notazioni riguardo
anche la difficoltà di circoscrivere con precisione lo spazio postmoderno ma è celebre l’esempio della
nuvola quale metafora della condizione urbana della postmodernità, ovvero così come non si può stabilire
dove finisca una nuvola allo stesso modo non si possono individuare con certezza i confini della città
contemporanea perchè l’unica cosa che permette di distinguere il centro della nuvola dai suoi margini è la
differente densità ma la materia che la compone non varia, rimane sempre la stessa.

Michel Foucalt contribuisce anch’esso alla riflessione contemporanea sulle relazioni centro- periferie,

Sociologia della città Pagina 10 di 43


Francesca Zoia Sezione Appunti
scrive un articolo “Des espace autres” (degli spazi altri) in cui introduce il concetto di eterotopie
riferendosi a determinati spazi o luoghi che non appartengono alla città ma vi svelano alcuni aspetti nascosti
o non immediatamente visibili.
Sono tutti quei luoghi in cui vengono dette cose che non vengono mai dette dalla città, l’individuo però
viene messo davanti a delle norme che nella quotidianità non vengono esplicate.
Si tratta di una sorta di teatri in cui viene messa in scena o proiettata un’immagine rovesciata ma rivelatrice
di rapporti normali.
Uno di questi luoghi è l’aeroporto che è un luogo che non appartiene alla città ma vi svela come è
organizzata la città ad esempio in termini di controllo e sorveglianza, lo stesso discorso vale per gli
ospedali o i cimiteri.
Il discorso sulle entropie è stato ampliato da Michel Agier, antropologo che lavora su alcuni luoghi
dell’eterotopie in particolare i campi dei rifugiati e dei nomadi, ovvero quei luoghi in cui viene relegata una
parte della società che la città non vuole ma è proprio in questi luoghi che viene svelato il carattere espulsivo
e di esclusione di una città, carattere che nella città viene celato.

Sociologia della città Pagina 11 di 43


Francesca Zoia Sezione Appunti

6. La storia
La storia è intesa come il complesso di saperi che investigano il divenire storico delle società e in
particolare delle periferie.
La questione delle periferie per un lungo periodo non è stata trattata a livello storico perché si è sempre
privilegiato la storia dei centri, soltanto la scuola francese degli Annales se n’è interessata in quanto si è
occupata della storia minore.
Ci si domanda allora a quando si può fare risalire la nascita delle periferie e al riguardo negli ultimi anni si
sono sviluppati una serie di approcci.

1. Approccio storicista sostiene che la periferia ci sia sempre stata ovvero che all’origine la periferia e la
città siano la stessa cosa, ha buone motivazioni ma stride con alcuni aspetti della storia urbana in particolare
con il periodo in cui le città erano murate e distinte dalla campagna, in questo caso non si può parlare di
periferia in senso moderno ma se mai si può parlare del rapporto di dominio esercitato dalla città sulla
campagna.
Franco Farinelli, geografo italiano, sostiene che le periferie ci sono sempre state per cui occorre tenerle in
considerazione nel momento in cui ci si occupa di storia urbana, a sostegno della sua tesi cita Aristotele il
quale raccontava una storia riguardo la città di Babilonia che stava per essere invasa dai nemici ma gli
abitanti fecero comunque in tempo a celebrare una festa in quanto i nemici ci misero molto ad attraversare
le città e arrivare in centro, questo denota che Babilonia era di dimensioni tali da avere anche una
periferia.
Si tratta di un discorso che vale ma relativamente in quanto basti pensare alle città medievali murate
rispetto le quali non si può parlare di periferia in senso moderno ma se mai si può parlare del rapporto di
dominio esercitato dalla città sulla campagna.

2. Approccio industrialista sostiene invece che le periferie siano nate con la rivoluzione industriale quando
le città fuoriescono dalle vecchie cinte murarie e crescono sotto il profilo demografico creando la necessità
di realizzare grossi palazzi per ospitare i contadini provenienti dalle campagne e che lavoravano nelle
fabbriche.
In Europa questo non avviene simultaneamente ma in base ai ritmi dei processi di industrializzazione nei
vari paesi.
Le città nell’Ottocento crescevano enormemente senza alcun tipo di pianificazione ed erano i luoghi in cui si
diffondono, a causa delle condizioni in cui vivevano gli operai, malattie endemiche, cioè malattie radicate
all’interno di un determinato gruppo di persone.
(Ci sono epidemia di colera a Parigi quando iniziano i lavori di Haussman, a Londra nell’East End e ad
Amburgo a causa della fogna all’aperto).
Le periferie per molti versi quindi si presentano come luoghi problematici e si ha l’idea di periferie come un
luogo pericoloso.

Sociologia della città Pagina 12 di 43


Francesca Zoia Sezione Appunti
3. Periferie Moderne, ovvero si tratta di un’ipotesi che sostiene che le periferie moderne siano nate tra gli
anni Venti e Trenta quando è stato introdotto il fordismo e quindi l’automobile ma l’ipotesi prevalente
ritiene che le periferie moderne siano nate nel secondo dopoguerra, ovvero tra gli anni Cinquanta e Sessanta.
Samonà scrive libri riguardo la struttura delle case popolari, in Germania si sviluppano le teorie
dell’existenzminimum che si ponevano l’obiettivo di garantire un minino di comfort e degli standard negli
alloggi aventi una metratura limitata.
Negli anni Trenta vengono costruite anche le prime periferie a Roma (Garbatella) e a Milano (San Siro)

Ovviamente nessuna possibilità esclude le altre perché a volte in Europa le epoche della storia delle periferie
appaiono così stratificate da rendere problematica qualsiasi tipo di distinzione (quartiere di Cornigliano a
Genova è un luogo in cui, nelle varie epoche, si sono succedute diverse funzioni urbane, ovvero villaggio
dei pescatori, spiaggia dove la nobiltà genovese rinascimentale organizzava le corse a cavallo e costruiva
lussuose ville suburbane, luogo di villeggiatura della borghesia ottocentesca, villaggio operaio, città
industriale con l’altoforno e ora desolazione).
Per comprendere al meglio le periferie attuali occorre non limitarsi ad una contemplazione del passato
perché bisogna sottrarsi alla fascinazione della memoria dei luoghi.

La principale lettura riguarda consolidata una tradizione teorica che insisteva sui rapporti tra Nord e Sud
leggendoli in termini di centro dominante dove hanno sede le economie più avanzate e i poteri geopolitici e
periferia dominata.
È interessante notare come il rapporto tra Paese colonizzati e Paesi colonizzatori non viene letto tanto come
una questione di dominio ottenuto attraverso il potere ma come qualcosa viene mantenuto nel tempo anche
una volta venuti a meno i rapporti di dominio politico e militare infatti anche quando questi paesi colonizzati
raggiungono l’indipendenza, i legami di dipendenza economica rimangono iscritti nel funzionamento di
questi territori che tendono a rimanere dipendenti dai Paesi colonizzatori, visti come una sorta di centralità.

I Paesi dell’America Latina nonostante abbia raggiungo l’indipendenza dalle potenze coloniali ma non
vengono studiati come Paesi indipendenti ma come entità che continuano a fare riferimento al Paese
colonizzatori.
Buenos Aires ad esempio è un Paese ricco di materie prime ma non riesce a decollare come un paese
industriale indipendente in quanto continua a funzionare come una sorta di porta rivolta verso l’Europa che
come capitale indipendente dell’Argentina.
Si tratta di città che vengono definite Villes Comptoir, ovvero sono state a lungo filiali di un potere che era
altrove, sono nate come città coloniali che avevano il compito di convogliare le ricchezze verso la madre
patria oltreoceano.
Nell’America Latina, durante tra gli anni Cinquanta e Sessanta, nasce la teoria del Desarollo, ovvero dello
sviluppo autocentrato nel senso che l’ex colonia cerca di svilupparsi in maniera autonoma slegandosi dai
vecchi colonizzatori che oggi colonizzano in un modo diverso ovvero fornendo quello che questi paesi non
sono in grado di produrre.

Sociologia della città Pagina 13 di 43


Francesca Zoia Sezione Appunti
A tal proposito nascono le ISI (Industria Sostitutiva Importazioni).
In Argentina si era diffusa l’idea che bisognasse investire nell’industria locale per diminuire la sua
dipendenza da altri paesi, questo si può notare osservando le automobili vecchie che vi circolavano. C’era
inoltre l’idea secondo la quale i paesi arretrati per svilupparsi dovessero ripetere gli stadi che avevano
attraversato i paesi più avanzati, negli anni Novanta però si scopre che tutto ciò non era necessario in quanto
i paesi in via di sviluppo potevano diventare paesi del terziario senza necessariamente percorrere i vari stadi
intermedi a causa della globalizzazione che aveva cambiato il panorama.

Centro/Periferia
Nord/Sud
Colonizzatori/Colonie

Sociologia della città Pagina 14 di 43


Francesca Zoia Sezione Appunti

7. Teoria del “sistema-Mondo”


Immanuel Wallerstein, sociologo ed economista statunitense, descrive una forma dell’economia
capitalistica in cui gli stati centrali competono tra loro per una serie di privilegi sfruttando i territori
periferici per cui la differenziazione tra centro e periferia non è altro che una divisione planetaria del lavoro,
ovvero nei paesi centrali si concentrano i lavori che richiedono elevate conoscenze e un’alta intensità di
capitale mentre nella periferia i lavori che richiedono una forza lavoro poco qualificata. Elabora la teoria del
“sistema-Mondo” riprendendo gli studi dello storico francese Fernand Braudel facente parte della scuola
degli Annales il quale aveva ricostruito la storia del capitalismo in Europa non attraverso le grandi battaglie
ma attraverso i fatti minori, come il modo di vivere delle persone o cosa commerciavano.

Wallerstein sostiene che tutta la storia del pianeta gira attorno ad alcuni luoghi centrali e ad alcune città che
diventano le capitali di determinate economie, è sempre esistito un centro principale che esercitava il suo
influsso sul resto del mondo ad esempio in Europa il centro si è continuamente spostato di città in città in
seguito al formarsi di nuovi poteri economici (Venezia, Anversa, Genova, Amsterdam e Londra).
Si può notare come non ci sia un unico centro ma un susseguirsi di centralità nel corso della storia seguendo
uno schema preciso e il processo per cui la centralità slitta viene definito CENTRAGE – DÈCENTRAGE –
RÈCENTRAGE, ovvero si viene a creare un’economia dominante con un suo centro ma questo sistema
mondo a un certo punto declina e si ha una fase di de-centralizzazione durante la quale si vengono a stabilire
nuove economie fino a quando non si ha la fase di ri-centraggio nel momento in cui emerge una nuova
potenza.

Wallerstein e Braudel inoltre sostengono che non esista solo il centro e la periferia ma che ci sia
CENTRO-SEMIFERIFERIA-PERIFERIA alle quali si aggiunge l’ESTERNO ovvero quelle zone non
ancora colonizzate o non ancora scoperte ma che permettono di attuare il meccanismo di centrage –
dècentrage – rècentrage, nel senso che man mano che il potere del centro declina, cresce il potere della
semiperiferia che declina finendo nella periferia e nel frattempo si è stabilito un nuovo centro tutto questo
ovviamente funziona finché esiste un esterno che permettano l’ampliamento del mercato o la possibilità di
scoprire nuovi paesi.
La semiperiferia, essendo uno spazio intermedio, riduce la distanza sociale tra centro e periferia e permette
la transizione da un centro ad un nuovo centro nel momento in cui emergono nuovi poteri. Ad esempio, la
scoperta dell’India ha portato al declino l’Olanda e Londra diventa la nuova centralità questo finchè non
cambiano ancora gli equilibri e gli Stati Uniti diventano la nuova centralità con New York, oggi si ritiene
che la nuova capitale del pianeta sia Pechino, nuovo cuore dell’economia mondo.
In questo caso non si può ancora parlare di policentrismo in quanto, nonostante ci sia un susseguirsi di centri
diversi, il centro rimane sempre uno.

Sociologia della città Pagina 15 di 43


Francesca Zoia Sezione Appunti

8. MODELLI
A partire dagli anni si cominciano a sviluppare una serie di concezioni diverse:

Sociologia della città Pagina 16 di 43


Francesca Zoia Sezione Appunti

9. La teoria delle World e Global Cities


La teoria delle World e Global Cities e la teoria dell’Impero si rifanno ad una concezione del mondo più
orizzontale e policentrica rispetto alla teoria di Wallerstein, si tratta infatti di visioni che accentuano la
formazione di forme di potere rizomatico e sottolineano

Teoria delle città globali (New York, Londra e Tokyo) di Saskia Sassen, secondo cui l’idea del succedersi
di centralità oggi è messa in crisi perché il mondo contemporaneo è un mondo democratico di policentrismo.
Viene a meno l’importanza che gli stati nazionali hanno nella gestione a livello internazionale in quanto
l’economia è sempre più puntiforme e le città assumono un ruolo più ampio diventando i nodi di
un’economia organizzata per reti network.
La teoria delle città globali sviluppata negli anni Novanta rappresenta un’alternativa al sistema mondo
affermando che non esiste più un solo centro ma una molteplicità di centri.
Tutte le città sono unità in una sorta di Trans -National network, rete all’interno della quale gli elementi
non sono tutti alla pari ma ci sono città più importanti che sono le grandi capitali planetarie dove vengono
concentrati i saperi e le conoscenze (Tokyo). Queste capitali hanno più relazioni tra loro di quante non ne
abbiano con la nazione in cui si trovano.
Si viene a costituire una rete policentrica delle città e tutti i rapporti di economia che c’erano prima sono
stati cancellati dalla globalizzazione che ha fatto una sorta di tabula rasa.
Nelle città globali si assiste inoltre alla distruzione dei ceti medi e alla formazione di nuove élites
globalizzate che svolgono i cosiddetti lavori importanti a cui si contrappone una massa di poveri, questo
comporta difficoltà ad accedere al bene casa essendoci una riduzione dell’edilizia sociale in questo contesto
si è inserito il fenomeno della gentifrication e quindi una competizione per lo spazio da cui sono usciti
sconfitti i ceti popolari che sono stati allontanati da alcune zone della città e per trovare una nuova
sistemazione hanno pagato il prezzo di una periferizzazione e segregazione al di fuori dai centri città.

Antonio Negri e Micheal Hardt elaborano la teoria dell’impero rizomatico, che è molto vicina alla teoria
di Saskia Sassen, ovvero con la globalizzazione non c’è un centro ma un rizoma che prolifera sviluppando
sempre nuovi nodi e quindi si ha un potere sempre più diffuso attraverso l’emergere di nuove centralità.
Questa teoria ha anche delle zone d’ombra, ovvero quei luoghi privi di attrattiva e di possibilità di sviluppo
in cui nessuno vuole investire e ci si interroga sul loro destino in funzione della globalizzazione, cioè
crescono o diminuiscono?

Sociologia della città Pagina 17 di 43


Francesca Zoia Sezione Appunti

10. Teoria della frammentazione


Se ne occupa la Teoria della frammentazione di Schultz e altri studiosi tedeschi, si tratta di un’ulteriore
ipotesi che tiene conto della presenza di luoghi d’ombra essendosi occupati dello studio dello sviluppo del
Terzo Mondo dove ci sono città in cui si creano isole collegate all’economia planetaria che ospitano le filiali
delle grandi multinazionali ma si tratta di isole oltre le quali ci sono zone d’ombre e di miseria (isole di
ricchezza in un oceano di povertà).

Dalle città globali partono quindi i flussi di denaro che viene investito in questi luoghi di produzioni
disseminati nel pianeta, secondo la teoria della frammentazione quindi le mega-città non solo sono città
raggiunte dalla globalizzazione ma contribuiscono alla formazione di questo sistema infatti seppur siano
gerarchicamente subordinate ai centri di controllo globali mostrano una sorta di internazionalizzazione
ovvero risultano inserite nel mercato mondiale.
Non sono altro che aree frutto di uno sviluppo frammentario dove al loro interno i ricchi e i poveri sono
divisi tra Gated community protette come ad esempio Condominions Specialos che sorgono nel cuore della
città.
I teorici della frammentazione sostengono che questo modello si sta sviluppando a livello planetario, sembra
dare apparentemente delle chance ai territori arretrati ma in realtà si tratta di luoghi che emergono per un
determinato periodo e in maniera improvvisa.
L’immagine dell’arcipelago metropolitano mondiale che è stata proposta al posto del sistema mondo traduce
la realtà di un accaparramento delle ricchezze e di una distribuzione ineguale del potere da parte di un
gruppo ristretto di privilegiati.

Paul Bairoch sostiene che ci sia sempre più sud nel nord del mondo e sempre più nord nel sud del mondo,
ovvero c’è più potenzialità di sviluppo in quello che una volta era il sud e più arretratezza e marginalità a
nord.

Queste teorie introducono un concetto moderno di periferia da leggersi nella prospettiva di un sistema
mondiale.
I nuovi meccanismi di mercato introdotti dalla globalizzazione non fanno altro che accrescere le
disuguaglianze e quindi danno origine a processi di esclusione e stigmatizzazione da parte dei gruppi
dominanti.
Il problema è che si tratta di un gioco in cui ci sono molto più perdenti che vincenti in cui la globalizzazione
può portare ad un numero ridotto di città che si affermano sulle altre, inoltre la globalizzazione potrebbe
finire male e si rischierebbe un aumento delle disparità tra le zone del pianeta piuttosto che ad una
diminuzione di queste.
C’è chi sostiene anche che la globalizzazione sta finendo e quindi occorre immaginare un mondo post
globalizzazione che si pensa sarà diviso in macro-aree omogenee dove la competizione non sarà più tra le

Sociologia della città Pagina 18 di 43


Francesca Zoia Sezione Appunti
città ma tra queste aree arrivando ad un punto di assestamento.

Sociologia della città Pagina 19 di 43


Francesca Zoia Sezione Appunti

11. Sociologia delle periferie


La sociologia delle periferie consiste in un’analisi delle periferie dal punto di vista sociologico, oggi si
adotta un approccio macrosociologico nel senso che ci si interessa maggiormente alle grandi interazioni e
quindi viene letta come la distribuzione delle forze e dei poteri in particolare si cerca di capire cosa sia
centro e periferia a livello mondiale in quanto un approccio microsociologico si usava in passato che si
concentrava invece sui quartieri e quindi ad una scala minore.

Gli studi sulle periferie intrapresi agli inizi della città industriale sono spesso nato come indagini sulla
povertà infatti nella seconda metà dell’Ottocento sono state inchieste tese a descrive le condizioni di vita
degli strati più bassi della società soprattutto in Gran Bretagna (Charles Both racconta di come viva l’altra
meta nell’East-end nel suo libro Vita e lavoro degli abitanti di Londra in cui evidenzia la distribuzione delle
zone più povere nel contesto urbano complessivo. Si tratta quindi di un’indagine moderna sulla
disuguaglianza e per la prima si ha una relazione tra la residenza e la condizione sociale).

Il metodo d’indagine di Both venne ripreso e arricchito negli anni Venti in America dove nasce la scuola
sociologica di Chicago che si occupa dello studio della crescita dell’urbano esplorando le dinamiche con cui
di distribuiva la popolazione (Chicago è il risultato di una serie di fasce concentriche, la prima fascia situata
nel nucleo centrale era il luogo in cui risiedevano i più ricchi ed era quindi il Central Business District, la
seconda era la zona di transito e ospitava i liberi professionisti, la terza fascia ospitava le zone più povere, la
quarta i lavoratori del ceto medio e infine c’era la zona dei pendolari e dei suburbs residenziali. Si viene a
creare una competizione per aggiudicarsi le zone più appetibili).

L’indagine sulle periferie prenderà la forma dello studio di comunità andando a sovrapporre a zone della
città un’origine di tipo etnica o sociale (Little Italy a Boston o ghetto dei migranti ebrei a Chicago), non si
tratta soltanto di studi sulla comunità come insieme ma comunità intesa come costruzione sociale di uno
spazio indagando temi quali ad esempio i rapporti di vicinato e i rapporti che intrattengono con la città nel
suo complesso.
È interessante notare in questi casi la scelta della piccola dimensione, ovvero di universi circoscritti, per
indagare dinamiche urbane più ampie.
Nei primi anni Sessanta si insiste sulle condizioni di vita nelle periferie e sulle ripercussioni che la
monotonia delle periferie ha sugli abitanti sotto il profilo delle mentalità.
Le periferie oggi sono luoghi problematici in quanto sono i luoghi dell’esclusione e della marginalizzazione,
in cui sono presenti degrado e segregazione sociale che diventano una sorta di contenitori di un’umanità
inutile mentre dovrebbe essere il luogo da cui può ripartire un discorso più ampio sull’eguaglianza di diritti.

C’è l’esigenza di ripensare i rapporti tra grandi agglomerazioni metropolitane, economie e società e
per farlo occorre ripercorre le tappe fondamentali.
Gli anni Settanta rappresentano una rottura rispetto il modello tradizionale di interpretare la città e il suo

Sociologia della città Pagina 20 di 43


Francesca Zoia Sezione Appunti
ruolo nell’economia, vengono a meno le teorie di Christaller e di Castells e si assiste alla trasformazione che
getta le basi della globalizzazione attraverso i cambiamenti della struttura produttiva che si riflette in termini
spaziali-territoriali.
Gli anni Ottanta sono l’epoca delle tendenze legata alla delocalizzazione produttiva e si afferma
un’economia strutturata per reti e nodi, in questi anni in Europa si parla di declino urbano mentre negli Stati
Uniti si intensifica il fenomeno dello sprawl.

Si sviluppano una serie di nuovi concetti in particolare:


• Città mondiali, ipotesi avanzata da John Friedman a metà degli anni Ottanta, e si riferisce ad una rete di
città organizzate orizzontalmente e strettamente collegate tra loro in cui si concentra il potere di comando,
diventa decisivo comprendere la relazione interurbana ovvero i rapporti tra le città e il loro ruolo nella
divisione spaziale del lavoro.
Rappresentano i luoghi di accumulazione e di concentrazione del capitale internazionale e fungono da poli
di attrazione in questo modo le città delle stelle in una costellazione che stava appena cominciano a
profilarsi ovvero post nazionale.
Si viene a delineare anche una nuova classe sociale, ovvero la classe globale composta da specialisti
iperqualificati e caratterizzata da un’alta mobilità internazionale.
Le città globali sono autonome rispetto al loro retroterra produttivo ma anche rispetto alla nazione in cui
sorgono, un problema riguarda la periferia che si viene a creare ovvero tutto ciò che rimane fuori dalle reti
che si vanno tessendo.
• Città globali, ipotesi sviluppata da Saskia Sassen poco dopo il concetto di città globali e viene messo in
evidenza il fatto le reti planetarie fanno capo a nodi decisivi e che il controllo esercitato si realizza mediante
la produzione di servizi, il motore che rende possibile la crescita metropolitana è il capitale intellettuale che
non è prodotto soltanto dalla classe globale.
• Mega-città si tratta delle enormi agglomerazioni urbane terzomondiali, ovvero quelle città che non sono
posizionate ai vertici della gerarchia planetaria.
Svolgono un ruolo ambiguo ovvero è in atto un processo globale per cui alcune mega-città sono vincolate
all’economia globale ma sono luoghi in cui si hanno gli indici di povertà più elevata mentre altre mega-città
appaiono perfettamente globalizzate ma rappresentano isole in un oceano di libertà.

Il XXI secolo è il secolo in cui la maggioranza della popolazione vive in grandi agglomerazioni urbane
infatti la città continua ad apparire ai migranti come l’unica soluzione per scappare dalla povertà urbana ma i
modelli di città che si stanno diffondendo si differenziano sempre di più con quelli del passato ne sono un
esempio le mega-città terzomondiali che più che macchine produttive sono contenitori di povertà estrema e
disoccupazione.

Sociologia della città Pagina 21 di 43


Francesca Zoia Sezione Appunti

12. Il futuro delle città


La crescita sarà sempre più concentrata nei paesi meno sviluppati (sud-est asiatico e Africa sub-sahariana)
ma anche le città dei paesi più sviluppati subiranno mutamenti sullo sfondo della globalizzazione.
Il futuro delle città però risulta ancora critico, la Biennale di Venezia del 2006 si era chiusa ponendosi
l’interrogativo “le città cambieranno il mondo?”, quello che finora è sicuro è che il mondo ha cambiato le
città sotto la spinta della globalizzazione.
Si afferma una nuova gerarchia di città che non è più quella tradizionale tra nord e sud ma è più libera in
quanto ora si parla di nodi e punti centrali di una nuova rete.
Si hanno visioni discordi, c’è chi pensa che le città potrebbero cambiare il mondo in quanto in esse si
concentrano enormi capacità produttive e si delinea la trama di un progetto comune per cui prospettano la
possibilità di un futuro meno diviso ma al contempo le metropoli potrebbero anche rappresentare il
momento di passaggio ad un capitalismo più spietato dominato da un arcipelago di isole di benessere in cui
si contrarrebbe il potere economico circondate da oceani di povertà e marginalità (coesistono due tendenze
opposte da una parte prospettive catastrofiche e dall’altro un ottimismo astratto).

Sociologia della città Pagina 22 di 43


Francesca Zoia Sezione Appunti

13. Il modello della città coloniale


Il modello della città coloniale si caratterizza per essere costruito secondo regole che ordinano la struttura
urbana, è regolato da una maglia ortogonale (quadrillée) che definisce blocchi di costruito (cuadras) che
convergono verso una plaza centrale che è il luogo dove sorgono gli edifici di rappresentanza.
Questo modello riflette una gerarchia sociale ben precisa, i nobili e i borghesi si concentrano attorno alla
piazza mentre i ceti inferiori sono collocati ai margini estremi dell’insediamento, ne risulta una città
concepita come il luogo delle disuguaglianze.
La città coloniale inoltre tende ad edificarsi a partire da una tabula rasa e secondo tratti distintivi che si
possono ritrovare in tutte le realtà coloniali, inglesi, francesi e tedeschi.
La città coloniale ha rappresentato un modello che esemplifica il rapporto tra metropoli e colonia ma che
costituisce anche la base del discorso sulle città mondiali e sulla loro extraterritorialità basti pensare che è
l’emblema della città divisa al suo interno ed è interessante la relazione che intrattiene con la madrepatria
(vedi ancora il World City System).
Le città coloniali incarnano quindi l’idea di una rete di città privilegiate in un ristretto arcipelago di dominio,
ricordando quello che faranno le World Cities a tal proposito, le città globali sono in parte spazi del post
colonialismo e questo significano che presentano i presupposti per la formazione di un discorso
postcoloniale.
L’idea su cui si fondava era quello della colonizzazione interrotta e quindi il fatto che era legata ad un potere
come le città terzomondiali che erano nate come porte orientate sulla madrepatria o meglio funzionavano
come struttura di supporto.
C’è stato un periodo storico decisivo in cui il modello classico di città coloniale è stato superato e gli anni
Ottanta hanno rappresentato uno spartiacque decisivo in quanto la transizione dal fordismo al post-fordismo
ha segnato in qualche modo il tramonto della concezione della dipendenza ma è nel momento in cui il
paradigma della città coloniale e dell’urbanesimo dipendente cessa di essere esplicato che alcuni suoi tratti
vengono assimilati da alcune teorie per cui il modello della città coloniale sopravvive alla sua scomparsa
come modello di riferimento.
Ci sono infatti due aspetti della città coloniale che vengono ripresi dalle nuove teorie ovvero l’aspetto della
relazione dipendente tra città e città e le relazioni interurbane che agiscono sulla struttura interna della
città.
È interessante notare come Los Angeles presenta elementi caratteristici del rapporto metropoli/periferia
dove lo sprawl e la frammentazione mascherano un ordine improntato allo sfruttamento (cittadella di
recente edificazione nella downtown sorveglia una corona in cui risiedono migranti terzomondiali, la
periferia diventa così il cuore della regione industriale), si tratta di una fascinazione del modello coloniale
in cui s trovano fusi elementi di dominio e di sfruttamento ma in fondo non dimentichiamoci che Los
Angeles è nata come colonia spagnola.

Sociologia della città Pagina 23 di 43


Francesca Zoia Sezione Appunti

14. La città duale


Negli anni Novanta viene elaborato il concetto di città duale ovvero un modello urbano caratterizzato da
un’accentuata polarizzazione sociale che comporta come conseguenza la segregazione in particolare si una
separazione socio-spaziale come conseguenza alla polarizzazione dei redditi.
La città duale la si può definire come il risultato spaziale di una struttura del reddito a clessidra con
l’erosione dei ceti medi ma le parti della città non devono essere considerata come entità differenti prive di
relazioni perché in realtà sotto il profilo economiche le due parti sono costitutive l’una dell’altra.
Nella critica post-coloniale la città coloniale viene riletta come un luogo di incontro/scontro di culture in cui
si disegna un rapporto assimetrico tra culture e poteri ma in realtà può essere vista soprattutto come un
mondo di illusioni che l’Occidente ricco proietta sulla realtà della miseria e della povertà urbana.

Sociologia della città Pagina 24 di 43


Francesca Zoia Sezione Appunti

15. Modelli di periferia planetaria


Esistono principalmente tre modelli di periferia planetaria:
1. Slum,
2. Periferia statunitense,
3. Banlieue francese.

Sociologia della città Pagina 25 di 43


Francesca Zoia Sezione Appunti

16. SLUMS
Il termine slums veniva attribuito, nella Londra dell’Ottocento, ai quartieri miseri e mal costruiti in cui
vivevano i poveri della città.

Per quanto riguardo l’etimologia del termine questa è un po’ incerta in quanto alcuni sostengono che
significhi gente povera mentre altri che si riferisca a un’idea di salto rispetto a dove vive la gente normale.
Esiste una differenza tra ciò che si intende oggi per slums e ciò che erano gli slums nella Londra Vittoriana,
di cui parla Charles Dickens, infatti in quest’ultimo caso non si trovano necessariamente in periferia o ai
margini della città ma anche in zone relativamente centrali in quanto a Londra c’è stato un processo di
Hausmanizzazione senza Hausmann nel senso che si è in qualche modo replicato l’intervento del barone
senza però distruggere il centro per renderlo borghese per cui i poveri sono rimasti a vivere in centro.
Esiste una polemica intorno al fatto di chiamare slums le periferie povere delle città terzomondiali in quanto
si tratta di qualcosa di diverso rispetto gli slums della città europea ottocentesca, è più opportuno definirle
con il termine bidonville o favelas.
Negli anni Settanta si sviluppa l’idea che gli slum e le bidonville siano un fenomeno residuale, localizzato in
alcuni luoghi privi di qualsiasi tipo di organizzazione e non sono riusciti a creare una periferia popolare, e
che quindi quando svilupperanno un’economia seguendo le fasi dei paesi industrializzati verranno risanati
ma successivamente ci si rende conto che non potrà mai succedere ma si assisterà ad una loro crescita
esponenziale.

Nel 1966 si tenne ad Instabul un evento storico noto con il nome di Habitat II, si tratta di un convegno
organizzato dalle Nazioni Unite per segnalare le condizioni dei quartieri poveri e ci si è resi conto che si
trattava di una situazione allarmante in quanto gli slums crescevano in maniera preoccupante. e non era
possibile controllare la costruzione di questi per cui i progetti di case popolare non riuscivano a soddisfare le
necessità.

Basti pensare che a Buenos Aires il rapporto tra città costruita e periferia è di 3 a 1, questo significa che un
oceano di periferia circondava la città tradizionale, a Nairobi il rapporto era di 10 a 1, inoltre città come
Rio de Janeiro o San Paolo si trovano con una popolazione che è il doppio di quella attuale nel corso di 50
anni.

Per la prima volta viene affermato che “il diritto alla casa e all’abitare sono un diritto fondamentale di tutti
gli esseri umani” ma l’unica soluzione possibile si rifà a quanto dice l’urbanistica brasiliana ovvero “le
favelas sono la soluzione al problema delle favelas” nel senso che, nelle attuali condizioni di organizzazione,
amministrazione e gestione delle metropoli, l’unico insediamento possibile è quello dell’autocostruzione e
dell’insediamento illegale che permette in qualche modo di risolvere il problema della scarsità delle
abitazioni.

Sociologia della città Pagina 26 di 43


Francesca Zoia Sezione Appunti
Questo discorso implica che l’obiettivo di architetti e urbanisti non è tanto quello di distruggere le favelas
ma fare in modo di creare condizioni di vita migliori (John Turner realizza una serie di interventi nelle
Barriadas di Lima che possono essere riassunti con il concetto di Slum Upgrading, ovvero interventi di
rinnovamento e adeguamento degli slum).

Un'altra data importante è il 2003 quando esce il rapporto di UN-Habitat intitolato “The challenge of the
slum” nel quale si afferma che il fenomeno degli slum continua a crescere.
Nel 2005 il sociologo americano Mike Davis scrive il libro “Il pianeta degli slums” in cui con una visione
apocalittica di quello che potrà essere il futuro segnala la crescita del problema che comporta
un’accelerazione delle trasformazioni e dell’urbanizzazioni del mondo con conseguenze sociali.

È evidente che la questione degli Slum sia la questione politico-sociale più importante di questo millenio in
quanto rischiano di non essere più un aspetto marginale ma diventare la dimensione normale di vita nelle
metropoli caratterizzate da una profonda disuguaglianza.

Davis ritiene che il rapporto di UN-Habitat rappresenta la prima indagine globale sulla povertà.
L’urbanizzazione del pianeta avviene dunque sotto il segno della disuguaglianza e si può notare la crescita
di gigantesche città operaie laddove prima vi era campagna e si è formata una classe operaia numericamente
enorme che versa in condizioni di vita e di lavoro estremo oltre che completamente esclusi dalla vita sociale
e politica della città.
Il modello ottocentesco di slum viene quindi riproposto a scala mondiale e con ritmi intensificati, tali da
eccedere le capacità delle amministrazioni di fornire infrastrutture necessarie e servizi, tanto che la povertà
diventa il tratto distintivo delle città terzomondiali in cui i quartieri ricchi residenziali appaiono come
un’anomalia.
Si tratta di un’emergenza storica senza precedenti caratterizzata da una concentrazione rapidissima di
popolazione in alcune mega-regioni urbane, questo fenomeno si caratterizza per il fatto di comportare una
crescita della povertà e per la sua accelerazione che in questo caso non è più legata ad un’idea di progresso.
L’enigma della metropoli contemporanea va letto nelle relazioni tra centralità e marginalità e non nella
dicotomia città globali dei ricchi e mega-città dei poveri in quanto l’urbanizzazione non è un fenomeno
lineare e non è facile definire cosa sia una mega-città in quanto nella sua formazione entrano in gioco
numerosi fattori e non solo la crescita demografica.
Le mega-città spesso non sono meri contenitori di povertà ma fungono da elemento attrattore per gli
spostamenti dei migranti e basano la loro riproduzione sulla capacità di attrarre le principali risorse di un
paese combinandole con quelle ottenibili attraverso scambi commerciali e rappresentano un anello di una
catena che coinvolge merci, capitali ed essere umani.
Gli slum sono luoghi dimenticati ed ignorati dalle amministrazioni e sono una sorta di universo di
dannazione quotidiana impregnato di malattia, fatalismo e attesa che dal mondo esterno giunga qualcosa
(servizi, aiuti medici o economici), l’unico intervento da parte del governo è rappresentato dall’intervento
delle forze politiche che ribadiscono pratiche di dominio crudo attraverso corpi di polizia speciali.

Sociologia della città Pagina 27 di 43


Francesca Zoia Sezione Appunti
L’attesa diventa quindi una componente fondamentale della vita quotidiana degli abitanti che non hanno
alcuna prospettiva di miglioramento o di emancipazione.
Un altro fattore che caratterizza gli slum è quindi la presenza del crimine che dichiara di controllare le vaste
estensioni della periferia, il problema è che negli slum si intrecciano il potere legale (statuale) e il potere non
legale (mafioso) quest’ultimo legato al fenomeno della corruzione e al traffico di droga.

In sintesi, quindi si può ricapitolare la storia degli slum a partire dalla loro nascita quando il concetto di slum
si rifaceva ad un ambito dentro la città in cui si manifestavano pessime condizioni di vita.
Oggi gli slum innanzitutto gli slum indicano tutti quegli insediamenti formali che sorgono ai margini delle
città dei paesi povero a causa dell’espansione rapida dell’ambito amministrativo della città (in molte città
terzomondiali per arrivare alle zone centrali in cui si concentrano le sedi delle grandi corporatios bisognava
attraversare strade non asfaltate ai lati delle quali sorgono case autocostruite).
Con il convegno delle Nazioni Unite gli slum vengono identificati come ambiti urbani in cui solo la metà
degli abitanti ha accesso limitato all’acqua potabile senza che vegano presi in considerazioni altri fattori
quali ad esempio il reddito o gli aspetti architettonici e spaziali.
Occorre non dimenticare che la diffusione degli slum abbia assunto tipologie differenti a seconda dei periodi
storici e delle epoche di produzione, gli slum attuali rappresentano anche una cesura
rispetto alla relazione tra la produzione fordista e il problema abitativo in quanto oggi appaiono come un
abitare definitivo seppure misero e informale.
Le Global cities giocano un ruolo fondamentale nel discorso sulla globalizzazione in quanto rappresentano i
centri di comando delle relazioni di scambio mentre le mega-cities dei paesi arretrati avevano un ruolo
marginale in questo quadro seppur si possono considerare comunque città influenzate dalla globalizzazione
e continuano a crescere in maniera massiccia nonostante i vari interventi di slum clearance in quanto
forniscono manodopera sottopagata, ruolo che solo gli abitanti degli slum possono ricoprire nella divisione
internazionale del lavoro ovviamente gli elevati livelli di povertà in cui vivono e la mancanza della
possibilità di un reddito fisso provocano forme di alienazione e facilita lo slittamento dei più giovani verso
la criminalità favorendo un clima di sopraffazione e violenza.

Sociologia della città Pagina 28 di 43


Francesca Zoia Sezione Appunti

17. PERIFERIA STATI UNITI


Storicizzare lo sprawl? di Agostino Petrillo

Il fenomeno dello sprawl ha caratterizzato tutte le città americane, al termine sprawl è stata attribuita una
connotazione negativa già etimologicamente in quanto si riferisce ad un’idea di scompostezza, letteralmente
significa sdraiarsi in maniera scomposta, a livello urbanistico fa riferimento invece all’estremo
sparpagliamento dell’urbano.
È importante stabilire se si tratta di un fenomeno peculiarmente americano oppure di un modello insediativo
generalizzabile legato all’economia, alle tecnologie e al lavoro che caratterizzerà paesi avanzati orientati
verso forme di produzione avanzate.

Robert Beauregard ha sottolineato che è necessario contestualizzare il fenomeno della diffusione urbana e
pensarlo in una prospettiva storica anche perché solo analizzando determinate caratteristiche storico-
culturali e riflettendo sulle trasformazioni geopolitiche, tecnologiche e del lavoro è possibile comprenderlo a
pieno.

L’affermarsi di questo orientamento è legato al fatto che negli ultimi anni si è messo l’accento sulle
potenzialità della città diffusa al contempo però emergono segni di un ritorno alla centralità soprattutto in
Europa, in quest’ultimo caso ci si riferisce a quello che Dieter Leapple chiama “la rinascita della fenice
dalle sue ceneri”, ovvero si era in qualche modo decretata (Peter Hall afferma che il necrologio della città è
stato pronunciato prima che ne avvenisse il decesso) la fine dei centri urbani i quali invece sono ritornati a
giocare un ruolo fondamentale.

La riscoperta della centralità urbana segnala il nuovo appeal di cui sembra godere il modello di città
compatta mentre il modello dell’urbanesimo diffuso potrebbe avere difficoltà a svilupparsi al di fuori degli
Stati Uniti, purtroppo non si può ancora affermare con certezza quale modello dominerà dopo la
globalizzazione.

Ci si interroga su quando sia nato lo sprawl e si hanno interpretazioni diverse.

• La studiosa dell’urbanistica americana Dolores Hayden adotta un approccio culturalista e ricostruisce l’


evoluzione dei pattern storici dei suburbs sottolineando la storica diffidenza della cultura americana nei
confronti della grande città compatta e sostenendo che lo sprawl, inteso come avversione verso la densità
urbana e le gradi concentrazioni di umanità, sia un fenomeno talmente radicato nella mentalità statunitense
da poter dire che si tratta di un fenomeno nato con l’America stesa.
Questo approccio però non riesce a spiegare il motivo per cui il modello della dispersione urbana
statunitense e l’anti urbanesimo, essendo così radicato nella cultura umana, si sia diffuso anche al di fuori

Sociologia della città Pagina 29 di 43


Francesca Zoia Sezione Appunti
degli Stati Uniti.
Il termine suburbs è un termine che non è possibile tradurre in quanto ha un significato diverso rispetto
all’italiano dove ha una connotazione negativa (il suburbio è qualcosa che sta al di fuori del centro della
civiltà e del centro urbano, a Roma ad esempio ospitava ladri e prostitute) in quanto si tratta dei sobborghi
fuori dalla città dove il ceto medio alto decideva di trasferirsi essendo visti come luoghi meno pericolosi ed
ideali per far crescere i bambini (vedi Richard Sennet “Family against the city”).

• Robert Beauregard propone un’interpretazione originale che si basa sulla ricostruzione delle diverse
epoche dello sviluppo urbano statunitense e ciò che deriva è che si può far coincidere la nascita dello sprawl
con la fine della Seconda guerra mondiale e la massima esplosione si ha avuta durante il periodo compreso
tra il 1945 e il 1975 noto come short american century. Si tratta non solo del periodo di maggior crescita
della potenza americana a livello internazionale ma anche degli anni in cui si assiste ad un cambiamento
della distribuzione della popolazione, avviene la White Flight si assiste ad un rovesciamento del rapporto
tra centro e periferia in quanto i ceti alti abbandonano il centro della città per trasferirsi in periferia mentre i
ceti più poveri invadono il centro andando ad abitare gli edifici che erano stati abbandonati (Herbet Gans ad
esempio parla di Levittown come di una cittadina monocolore, uno studio che illustra come la linea del
colore divida i vecchi centri abitati dalle underclass nere e latine dai suburbs abitati invece dai ceti medi
bianchi).
Questa fuga dai centri è agevolata da alcuni fattori quali la produzione massiccia di automobili e la sua
diffusione, la costruzione di autostrade e le azioni di speculatori ed amministratori che premono per
realizzare nuovi insediamenti, inoltre esistono anche componenti ideologiche che spingono verso la scelta di
uno stile di vita suburbano in quanto si tratta di un modello che rappresenta la ricchezza e la libertà dei
consumatori americani ma anche la prosperità degli Stati Uniti nel dopoguerra.

La deindustrializzazione degli anni Settanta rappresenta una svolta produttiva e si assiste al passaggio ad
economie del terziario, in questi anni si comincia a delineare una sorta di eccezionalismo americano nel
senso che negli Stati Uniti prendono forma processi che altrove sono sconosciuti ovvero la capacità di
distaccarsi da modelli storici di insediamento e produrre uno spazio legato più che altro ad un’idea di
separatezza.
Lo sprawl rappresenta una fase espansiva che non segue i normali sentieri dell’urbanizzazione ma è un
processo che, essendosi verificato nel secolo breve americano, ha conseguenze che chiamano in causa il
riassetto dei rapporti di potere.
Sempre Robert Beauregard introduce il concetto di urbanesimo parassita riferendosi a una forma di
insediamento che possono permettersi solo gli Stati Uniti in virtù della loro posizione a livello planetario.

Dopo gli anni Settanta, con l’affermarsi del post-fordismo e il tramonto delle megalopoli, la diffusione
urbana viene in qualche modo portata all’estremo con l’avvento delle Edge Cities.
Si viene a delineare una nuova configurazione degli insediamenti caratterizzati dalla perdita del centro,
fenomeno che non ha precedenti in nessun altro dei paesi sviluppati.

Sociologia della città Pagina 30 di 43


Francesca Zoia Sezione Appunti
Questo comporta la nascita di un tessuto nuovo che non è urbano, rurale e nemmeno periurbano ma ne
possiede simultaneamente tutte le caratteristiche.

• Robert Fishman condivide in parte il discorso di Beauregard seppur con una prospettiva meno critica,
anch’egli ritiene che nella sua fase iniziale il fenomeno non era riuscito a staccarsi da un’idea consolidata di
città e a comprendere che la città industriale poteva essere un fenomeno transitorio, infatti ne ha descritto
l’evoluzione, ovvero con lo sviluppo di nuovi reti di comunicazione e il mutamento della produzione la
logica dei complessi metropolitani viene spezzata, in quanto viene a meno la dipendenza dalle centralità
tradizionali.
Negli Stati Uniti infatti negli anni Novanta si può parlare di morte delle città ma nonostante l’urbanesimo
parassita e il modello di insediamento urbano statunitense continua a presentare anomalie comincia a
diffondersi anche in altri paesi come ad esempio il Canada, l’Australia, l’America Latina e la Cina.

Fenomeni di dispersione urbana che si sono verificati in Europa sono piuttosto rilevanti essendo in un
contesto dove si ha una tradizione urbana fortemente consolidata e orientata in un’ottica diversa dato che si
ha anche una disponibilità ridotta, per contro in alcuni paesi (Olanda) vengono adottate politiche di
contenimento dello sprawl.
Si può però affermare che il fenomeno in Europa sia più contenuto rispetto a quanto avvenuto negli Stati
Uniti ma ha messo in qualche modo in discussione un tipo ideale, ovvero il tipo della città densa con una
centralità ben individuata e caratterizzata da un sistema di welfare sviluppato per sostenere i ceti più deboli.
L’adozione del modello statunitense presenta alcune problematiche nel momento in cui si decide di
applicarlo al contesto europeo tra cui la scarsità di spazio, il fatto di essere ancorati al concetto di centralità
urbane e anche in termini di spazio pubblico che non si è ancora connotato di caratteristiche di
privatizzazione e commercializzazione come negli Stati Uniti (basti pensare agli shopping malls che non
sono blindati e sorgono in vicinanza dei centri urbani), tutto ciò non significa che in Europa non ci siano
sviluppate forme di segregazione e polarizzazione in quanto ci sono state ma in maniera meno evidente.

In Germania si sono verificati fenomeni di Zwischenstadt, ovvero un caso di dissoluzione della città
europea compatta e la nascita di un tessuto ambiguo che non è campagna urbanizzata e nemmeno città
ruralizzata.

In Gran Bretagna, le politiche tathceriane che promuoveva l’utilizzo dell’automobile e l’ampliamente della
rete autostradale hanno favorito la dispersione urbana infatti si sono moltiplicate le urbanizzazioni al di là
delle green belts con un consumo di territorio caotico per Leapfrogging, ovvero procedendo per salti come
la rana.
In Italia si può parlare di città diffusa facendo riferimento al Veneto o alla megalopoli padana, si nota infatti
un mutamento per quanto riguarda la distribuzione degli insediamenti per diffusione insediativa o
irradiazione, processo legato alla deindustrializzazione e alla fuoriuscita dei ceti medi dalle aree
metropolitane a maggiore densità.

Sociologia della città Pagina 31 di 43


Francesca Zoia Sezione Appunti

In tutta la vicenda della controversia sullo sprawl e sulla sua interpretazione pesano vincoli di tipo
ideologico.

1. Approccio neoliberista, riprende gli studi della Scuola di Vienna che hanno avuto un discreto successo
negli Stati Uniti, vede nello sprawl un destino comune a tutte le società avanzate.
I due economisti Peter Gordon e Harry Richardson sostengono che nel futuro ci saranno una serie di
piccole comunità altamente interconnesse caratterizzate da un’autonomia politica- amministrativa, si assiste
al declino delle grandi organizzazioni statale in quanto le nuove relazioni produttive sono legate a una rete
policentrica.
Egli parlano di dispersed metropolis per indicare la ridistribuzione delle funzioni urbane su di un territorio
più ampio a questo si aggiunge la tendenza degli americani a vivere in luoghi a bassa densità, per cui a poco
valgono le politiche che spingono in direzione di una ricentralizzazione di fronte al dilagare delle
technoburbs, ovvero insediamenti ad alta componente tecnologica che si differenziano dalle conosciute
forme di sprawl.
Ne consegue che le grandi città finiranno per perdere la loro ragione di esistere e lo sprawl si tingerà di
naturalità.

2. Approccio neo-riformista, sottolinea il ruolo dei governi locali nel contenimento del fenomeno e
vengono messi in luce i rischi e le problematiche legate all’estensione incontrollata dello sprawl primo fra
tutti il consumo del territorio che eccede l’aumento della popolazione, inoltre questo tipo di modello
comporta dei costi sociali come ad esempio il tempo impiegato per gli spostamenti lavorativi in quanto le
nuove tecnologie non sono in grado di sostituire completamente le vecchie attività.

3. Approccio riduzionista non esclude l’ipotesi della suburbanizzazione ma la riconsidera nell’ottica della
sostenibilità ambientale ed ecologica, il discorso assume il carattere di una riflessione sul consumo delle
risorse in particolar modo dovuto all’uso intensivo dell’automobile soprattutto nell’epoca dell’esplosione dei
prezzi del petrolio.

Occorre notare come da tutte queste riflessioni venga escluso l’aspetto socio politico come ad esempio la
scomparsa delle dimensioni della varietà e dell’incontro.
Una delle conseguenze del trasferimento dei ceti medi nei suburbs non ha fatto altro che accentuare ancora
di più i problemi dei vecchi centri urbani e ha dato origine ad una drammatica contrapposizione tra i livelli
di vita nelle esclusive aree privilegiate e le condizioni di vita nei centri urbani degradati, dove si hanno
scuole di basso livello e servizi pubblici scadenti.
Lo sprawl diventa quindi l’altra faccia del ghetto ed è un fatto sociologico che assume anche una
configurazione spaziale che alimenta l’esclusione estrema in quanto la ridotta capacità di mobilità spaziale e
sociale non fa altro che creare situazioni di zone di confinamento in cui sono accessibili sono lavori scadenti
e mal pagati.

Sociologia della città Pagina 32 di 43


Francesca Zoia Sezione Appunti
Alla base delle trasformazioni della città stanno le trasformazioni nella divisione internazionale del lavoro e
la nascita di forme di produzione leggere e per i servizi, infatti quello che è avvenuto nei paesi avanzati è
stato possibile perché la produzione pesante era stata collocata altrove e questo ha comportato che su gran
parte di quelli che erano terreni agricoli, non essendo più necessari perché i prodotti agricoli venivamo
importati, sono state realizzate città nuove.
In un primo momento si è convinti che per i centri urbani, tramontata la loro centralità industriale fordista, si
prospetta un futuro da shrinking cities ma in realtà per le città si prospettano una serie di nuove opportunità
perché le nuove forme di economia basate sul sapere e sulle capacità creative richiedono scambi che non
possono essere soltanto virtuali per cui si assiste ad una sorta di rivalorizzazione della vita urbana e della
centralità urbana ed entra in gioco anche il fenomeno della gentrification (Neil Smith sostiene che il ritorno
alla città sia stato fatto prima dalla speculazione e solo in un secondo momento dalla gente), si tratta di un
fenomeno speculativo ma non solo in quanto le forme di lavoro nuovo si possono comprendere solo se
inquadrate in un contesto urbano di relazioni sociali fitte come quello dei vecchi centri, la città torna quindi
ad essere attraente per la forza lavoro qualificata.
In un contesto di questo tipo, gli Stati Uniti potrebbero trovarsi nella condizione di essere un paese senza
città per cui lo sprawl diventa segno di arretratezza piuttosto che di progresso ribaltando il quadro tracciato
da Beauregard.

È difficile giungere a delle conclusioni in quanto la realtà urbana è soggetta ad un continuo mutamento del
quale non si vedono ancora i punti di approdo ultimo.
Si potrebbe azzardare un’ipotesi che riprenda la teoria di Leo van den Berg il quale sostiene si ha una
ciclica oscillazione tra diversi modelli di concentrazione urbana e diffusone urbana che si succedono con
alternanza mentre per quanto riguarda la situazione attuale non esiste un modello che trionfa sugli altri ma si
ha una coesistenza di forze che spingono in direzione della decentralizzazione e forze che invece si
muovono in direzione di una ricentralizzazione.

Sociologia della città Pagina 33 di 43


Francesca Zoia Sezione Appunti

18. BANLIEUE FRANCESE


Periferie, povertà urbana, esclusione: il dibattito in Francia e Germania di Agostino Petrillo

Studio dello sviluppo e delle trasformazioni sociali e spaziali della Francia e della Germania infatti si
vogliono mettere a confronto periferie di paesi diversi in quanto si assiste all’emergere di problematiche
comuni seppur permangono delle differenze sostanziali legate più a che altro alle modalità di organizzazione
dei poteri politici e le tipologie di azione dei poteri locali.
I processi più generali che influenzano lo sviluppo delle periferie sono la deindustrializzazione e la
terziarizzazione, i flussi migratori che contribuiscono a ridisegnare le periferie

La storia delle periferie francesi è la storia delle periferie europee per eccellenza in quanto costituiscono in
qualche modo la genesi delle periferie moderne finendo per esserne considerate il modello.
Ci sono due etimologie della parola banlieue che contengono l’origine del suo significato: Ban-lieue
(ban=bando, lieue=leghe), inteso come luogo dove si è bandi ovvero fuori dalla città ma si riferisce anche
al diritto di bando che è un diritto medievale dei feudatari che permetteva loro di imporre sui propri terreni
delle tasse o dei dazi, era un diritto anche della città di Parigi ad esercitare controlli e imporre dazi per un
certo numero di leghe all’esterno delle mura della città.

La periferia moderna di Parigi è quella che si sviluppa in seguito all’intervento del barone Haussmann, il
quale distrugge la vecchia Parigi per far posto alla Parigi moderna, si tratta di un intervento che può essere
considerato un precursore del processo di gentrification in quanto i vecchi abitanti del centro storico sono
stati allontanati per fare posto alle nuove élite.
Parigi risulta così essere una delle prime capitali europee ad essere divisa tra un centro monumentale
borghese e periferia povera che si caratterizza per la separatezza spaziale e amministrativa e per la sua
dipendenza dalla città, quindi il modello centro borghese e periferia proletaria è destinato ad imporsi anche
in altre città europee.
La periferia parigina diventa il crogiuolo di movimenti politici, il simbolo della banlieue rossa è
rappresentato dalla città di Saint Denis e dal fatto che si parli di una Parigi accerchiata dal proletario
rivoluzionario mosso dalla voglia di emancipazione sociale, la periferia diventa una cintura politicizzata con
associazionismo attorno alla città, un personaggio di questo periodo è Jacques Prevert, poeta che organizza
un teatro militante con spettacoli di impronta politica.

Questa immagine della banlieue verrà cancellata in seguito alla Seconda guerra mondiale con la
decolonizzazione avente come conseguenza l’accelerazione dei processi migratori.

La Francia avvia un processo di ricostruzione e per far alimentare la sua macchina industriale necessitava di
grandi quantità di manodopera che veniva attratta ma per la quale occorreva pensare alla sua

Sociologia della città Pagina 34 di 43


Francesca Zoia Sezione Appunti
stanzializzazione infatti la crescita della popolazione urbana rappresenta un fattore decisivo per l’economia
ma al contempo genera problemi di ordine urbanistico e sociale in quanto i lavori non hanno i mezzi per
accedere agli alloggi in centro per cui si riversano nelle periferie dove vengono costruite abusivamente delle
sorte di bidonville.
La crisi degli alloggi porta ad una soluzione innovatrice, le prime politiche pubbliche di riabilitazione del
territorio prevedono grandi progetti di costruzione di alloggi da realizzare in periferia in realtà la scelta dei
luoghi in cui edificare è piuttosto casual infatti si tende a costruire in spazi rimasti ai margini del mercato
fondiario.
Vengono istituite le ZUP (zone à urbaniser par priorité=aree con priorità di urbanizzazione) e nascono i
Grands Ensembles, ovvero edifici di grandi edifici che si sviluppavano in altezza per quattro-cinque piani
destinati ad ospitare un gran numero di abitanti (soprattutto operai), costruiti sui dettami del Movimento
Moderno quindi si trattava di torri ed edifici a stecca che hanno contribuito a definire un nuovo tipo di
paesaggio.
Le nuove tipologie adottate sono una sorta di manifesto della modernità e definiscono un nuovo stile di vita
e di abitazione, una sorta di mondo a parte rispetto all’urbano tradizionale si tratta di HML (habitation a
loyer moderè) ovvero grandi edifici con molti piani e un elevato numero di appartamenti.

La produzione di case popolari francese è molto più massiccia di quella italiana (INA casa) ma negli anni
Sessanta ci si rende conto che questo modello non funziona in quanto nonostante ci sia prossimità spaziale
manca la vicinanza sociale, in quanto c’è una separazione tra i gruppi che ci vivono.
Gli anni dell’edificazione sono segnati da contrasti e polemiche in cui spesso è chiamato ad intervenire il
corpo speciale di polizia che procede con un processo di slum clearance, si può quindi affermare che la
storia della nuova banlieue rossa nasce sotto il segno della costrizione e della violenza.
Nei nuovi alloggi non vivevano solo operai ma anche componenti dei ceti medi e questo viene letto come
una sorta di progetto interclassista che potrebbe dare vita ad una contaminazione positiva.
In questo periodo la maggior parte dei migranti dei lavoratori meno qualificati sono esclusi dall’edilizia
pubblica e vivono nei vecchi edifici abbandonati in prossimità del centro.
Negli anni Settanta nasce una mitologia dei Grands ensembles luoghi attorno ai quali si diffonde una
percezione negativa e infatti i ceti medi iniziano ad abbandonare i Grands Ensembles a causa della cattività
pubblicità che inizia a farsi di questi luoghi e si diffonde l’idea che si tratti di vivere in una maniera
alienante tanto che si inizia a parlare di una sorta di malattia mentale che colpisce le casalinghe che vivono
totalmente isolate in questi blocchi (la malattia si chiama Sarcellite e prende il nome da un quartiere che
sorge a non molti chilometri dalla città di Parigi, Sarselles); in questi anni inoltre la componente migrante
diventa sempre più importante in quanto in un primo momento erano arrivati gli uomini e una volta sistemati
veniva ricongiunto il nucleo famigliare, si assiste così ad un processo di etnicizzazione delle banlieue.
Si assiste al profilarsi di una problematica che la costruzione degli HML comporta ovvero prossimità
spaziale e distanza sociale, si tratta di un articolo di Chamboredon che mette in luce un aspetto che non era
mai stato preso in considerazione dai pianificatori ovvero il fatto che nei Grands ensembles umanità
dissimili vengono costretti a coabitare questo ovviamente finisce con il generare tensioni.

Sociologia della città Pagina 35 di 43


Francesca Zoia Sezione Appunti

I fenomeni di disuguaglianza sociale marcati da un forte carattere urbano rendono necessaria la lettura della
questione delle banlieue in un contesto globale e non più nazionale tenendo conto delle trasformazioni della
distribuzione del lavoro, delle comunicazioni e dei trasporti.
Con l’abbandono da parte dei ceti medi, che decidono di trasferirsi in residenze suburbane, svanisce il sogno
dell’abitare nuovo legato ai grands ensembles i quali assumono invece il carattere di zone in cui regna la
segretazione e dove vengono confinate le popolazioni marginali infatti oltre al processo di etnicizzazione e
di abbandono da parte dei ceti medi, a causa della nuova legge sui mutui del 1978 emanata dal governo
francese che consente di contrarre un mutuo a tassi bassissimi per acquistare una casa nel periurbano
parigino, il governo aggrava la situazione nel momento in cui assegna gli spazi vuoti a persone con
difficoltà, disadattati, disoccupati e malati mentali creando un luogo con un’elevata concentrazione di
disagio.
Nel 1981 cominciano le prime rivolte da parte dei giovani figli di migranti ai quali viene promesso dal
governo francese la possibilità di ascesa sociale e di riscatto quando invece non fu così (i giovani prendono
il diploma nelle scuole delle periferie e questo non è riconosciuto come un diploma preso in un liceo nel
centro di Parigi e si rendono conto che per loro non c’è alcun tipo di lavoro o di opportunità che gli consenta
di avere un riscatto sociale) a tal proposito comincia una stagione di rivolte e manifestazioni che durerà per
circa trent’anni e si viene a creare un clima negativo di sospetto e di controllo da parte della polizia che non
fa altro che aumentare la criminalità nella periferia.
In questi anni emerge dunque una teoria sociologica americana, oggi molto criticata, che sostiene che il fatto
di vivere in un quartiere che gode di cattiva fama influenza negativamente il comportamento di chi ci vive e
si viene a creare una sorte di nuova sottoclasse urbana semi-criminale.

In seguito a questi eventi il governo Mauroy avvia un insieme di politiche note con il nome di Politique de
la ville volte a salvaguardare la mixitè e ad intervenire sulle zone degradate.
Il problema di queste zone viene considerato sotto il profilo delle nuove povertà e dell’integrazione, si
ragiona in termini di sacche di povertà dove gli abitanti devono far fronte ad una serie di difficoltà, a
contribuire al degrado delle banlieue contribuisce la struttura monofunzionale di questi quartieri. La stagione
in cui si assiste ad una coscientizzazione politica da parte degli abitanti della periferia dura poco si torna a
un clima di violenza che sfocia nella rivolta del 1991 ed è un evento che crea una sorta di frattura nel senso
che la problematica dell’esclusione non riguarda più soltanto i margini della società ma va a toccare il cuore
della società infatti l’esclusione riguarda l’assetto sociale nel suo nucleo e il discorso sull’esclusione va a
colpire il cuore del funzionamento del welfare.
Le politiche del decennio precedente si sono dimostrare impotenti perché non hanno fatto altro che
accentuare le situazioni di separazione infatti nei quartieri dell’esilio si concentra un’umanità priva di
prospettive e si diffonde la consapevolezza che la condizione in cui vivono sia permamente.
Un’ulteriore aggravante di questa situazione, secondo Alain Touraine, è il tramonto della società industriale
nella quale il movimento operaio aveva integrato in s’è i poveri e gli esclusi mentre ora i poveri e gli esclusi
non possono costituire più un attore collettivo dotato di una rilevanza sociale in quanto il nocciolo della

Sociologia della città Pagina 36 di 43


Francesca Zoia Sezione Appunti
questione era fuoriuscito dalla fabbrica e si era diffuso nell’urbano.
Vengono sottolineati fallimenti delle amministrazioni, le cui politiche si sono mostrate inefficaci, e la crisi
dello stato assistenziale, sono infatti le stesse istituzioni a contribuire a creare arretratezza a causa della loro
arretratezza per cui, secondo Donzelot e Estèbe soltanto un rinnovamento dello stato e delle modalità di
intervento attraverso il farsi animatore di iniziative tese a ricostruire un legame sociale.
La posizione di Robert Castell invece ritiene che con la fine della società del lavoro e quindi con il declino
della condizione di salariato, vengono erosi i diritti di sicurezza sociali e gli obblighi dello stato welfariano,
si assiste ad un processo di de-sicurizzazione che rende incerta la condizione del singolo individuo.

Pierre Bourdieu elabora negli anni Novanta una concezione di spazio che ha influenzato la questione delle
periferie e dell’esclusione.
La politica urbana dello stato francese viene svelata nella sua impotenza e viene richiamata l’importanza
della distinzione dei fattori che fanno si che uno spazio sia percepito con determinate caratteristiche, egli
parla di effetti di luogo riferendosi al fatto che vivere in un luogo piuttosto che in un altro può influire sulla
vita di una persona basti pensare alla stigmatizzazione delle banlieue che ha conseguenze dirette sulla vita
degli abitanti e sulla percezione che hanno di loro stessi.
Le modalità di uso della città diventano un segno della posizione sociale, l’Habitus fa l’Habitat (l’abitante fa
il luogo) e viceversa nel senso che la collocazione spaziale nella città influisce sulla posizione sociale e ha
effetti sul destino di chi vive in determinate zone.
Esiste una profonda connessione tra spazio sociale e spazio psichico che si va a contrapporre all’idea delle
amministrazioni secondo cui il rinnovo degli edifici fosse sufficiente ad eliminare le tensioni sociali esistenti
nella periferia.

In seguito all’americanizzazione dell’Europa si inizia a parlare di ghetto riferendosi alle periferie francesi
ma in realtà il ghetto non è altro che la metafora di una condizione dei migranti che vivono in uno spazio
enorme gerarchizzato.
In Francia esistono varie tipologie di ghetti che hanno in comune la mancanza di autonomia, il clima di
rassegnazione e di dipendenza dalla città.
Per cercare di risolvere la concentrazione di malessere viene emanate nel 2000 la loi solidarité et
renouvellement urbain, siccome alcuni comuni hanno una concentrazione di migranti superiori, i comuni
con una concentrazione minore e quindi più ricchi comprano quote ai comuni più poveri in modo da
consentire loro la realizzazione di opere pubbliche ma questo non ha fatto nulla affinchè altri comuni
accogliessero i migranti per cui la legge non ha avuto grandi effetti.
Ad aggravare la situazione degli alloggi popolari ha contribuito la legge del Droit Opposable (legge del
diritto opponibile), che prevedeva che qualunque francese che fosse in difficoltà per la casa può fare
ricorso affinché gli venga assegnato un alloggio pubblico ma si tratta di replicare il meccanismo degli anni
Sessanta che tendeva a concentrare negli alloggi popolari persone con diversi tipi di difficoltà, la
concentrazione di difficoltà e disagio non fa altro che far esplodere problemi.

Sociologia della città Pagina 37 di 43


Francesca Zoia Sezione Appunti
Jacques Donzelot propone, nella lettura di città separata, uno schema triadico al posto di quello duale egli
ritiene che sia in corso una dislocazione dell’urbano in tre livelli a ognuno dei quali corriponde una diversa
maniera di vivere (relegation, periurbanisation, gentrification).
La tripartizione dello spazio viene definita attraverso l’idea di una città a tre velocità in cui si ha una prima
zona che è in via di gentrificazione in cui abitano le elites, la seconda velocità comprende le zone periurbane
decentrate abitate dai ceti medi in cui gli scambi e le relazioni avvengono lungo l’asse periferia-periferia e
infine la terza velocità è quella in cui regna l’immobilità ed è abitata dai migranti e si tratta di quelle zone
che tendono a diventare luoghi di relegazione.
Emerge un quadro di città profondamente divise dal punto di vista delle opportunità e degli stili di vita in cui
non si intravede la fuoriuscita dal ghetto nel senso di mobilità geografica e sociale.
L’obiettivo è quello di demolire i fondamenti della politique de la ville che vede nell’abbandono della
questione dei luoghi dell’esclusione la chiave di una possibile emancipazione di chi ci vive.
Il problema è che la città non fa più società e quindi una possibile soluzione potrebbe essere quella di
rimettere in moto la società ovvero puntare alla mobilitè e non alla mixitè, la quale si è dimostrata essere un
progetto fallimentare in quanto non ci si può illudere di modificare la situazione esistente facendo ricorso
soltanto ad interventi che vadano ad incidere su luoghi specifici mentre sarebbe più opportuno mobilitare
una realtà urbana sempre più immobile.

Sociologia della città Pagina 38 di 43


Francesca Zoia Sezione Appunti

19. PERIFERIA BERLINESE


Le grandi città si sviluppano in Germania in ritardo rispetto alle altre città europee, la fase di maggior
crescita si ha dopo l’unificazione dei Reich guglielmino quindi per Berlino è decisivo il periodo a cavallo tra
la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento in quanto si assiste ad una crescita della popolazione e si
viene a creare una corona periferica di Mietkasernen (caserme d’affitto) in cui si concentrano gli
immigrati dalle campagne e i lavoratori delle fabbriche, si viene così a creare una divisione sociale e politica
tra questi e i quartieri borghesi.

Si tratta di quartieri caratterizzata dalla crescita disordinata in cui densità e affollamento raggiungono livelli
altissimi, una sorta di banlieue che avranno anche loro una stagione rivoluzionaria tra il 1918 e il 1919, a
differenza delle banlieue parigini, la costruzione della periferia berlinese è improntata a criteri di minor
densificazione e concentrazione e questo può essere dovuto alla struttura di fortezza della città per cui si ha
un modello di città nella città infatti le Großsiedlung (grande insediamento), che caratterizzano la storia
urbana novecentesca, dialogano con le preesistenze.
La storia delle periferie berlinesi però è una storia interrotta a causa della costruzione del muro che nel
secondo dopoguerra divide la città in due parti.

Nel secondo dopoguerra la Germania deve fronteggiare un enorme fabbisogno abitativo in quanto erano
andate distrutte gran parte delle abitazioni e inoltre erano giunti profughi e migranti.
Le amministrazioni pianificano forme di coabitazione coatta e procedono ad un ciclo edilizio rapidissimo e
intensivo in quanto si ritiene che questo potesse contribuire al rilancio dell’economia e risolvere il problema
della disoccupazione comincia così una nuova epoca di sviluppo urbano.
Le distruzioni di intere parti di città hanno lasciato ampie possibilità di ripensare e progettare le città ma si
finisce con il privilegiare soluzioni tecniciste e stereotipate.
Non si vedono limiti alla crescita e per ampliare le città si radono al suolo zone storiche e quartieri operai
senza preoccuparsi troppo della tradizione storica o dell’appartenenza sociale, si assiste così ad una seconda
distruzione della Germania che andrà avanti fino agli anni Settanta.
Si assiste alla fuga dai centri per trasferirsi in zone suburbane e inizia a delinearsi la divisione tra B-
Siedlungen ovvero insediamenti suburbani privilegiati per i ceti medio alti e le A-bereichen, ovvero zone in
cui vengono confinati poveri, anziani e stranieri.
Alla necessità di alloggi si risponde quindi con la creazioni di grandi insediamenti che a volte diventano
delle vere e proprie città satelliti (Wolfsburg, città satellite che ospitava i lavoratori della Volkswagen) in
cui giungono anche lavoratori ospiti attratti dalle centrali produttive in piena espansione e trovano
collocazione in edifici nuovi che sono il prolungamento delle Mietkasernen ottocentesche, si tratta
sostanzialmente di edifici monofunzionali ai margini delle grandi città delle specie di dormitori privi di
servizi e mal collegati alle principali vie di comunicazione.

Sociologia della città Pagina 39 di 43


Francesca Zoia Sezione Appunti
Anche la Germania dell’Est, seppur esclusa dai flussi migratori, vede la nascita di nuove periferie attraverso
la realizzazione di casermoni prefabbricati (Plattenbauten) edificati nel centro a cui si sommano città
satelliti (Trabantenstaede).
Queste strutture abitative presentano dei limiti e hanno conseguenze sul funzionamento del paese, Hans-Paul
Bahrdt sottolinea alcuni nodi problematici ovvero i pericoli derivanti dalla costruzione ex novo di quartieri
di abitazione in cui non si tiene conto della composizione sociale ma si ha una visione ottimistica del futuro
in quanto si ha la convinzione di procedere verso un futuro di benessere e di livellamento sociale ovvero si
pensa ad una società livellata sui ceti medi infatti gli anni Cinquanta e Sessanta sono caratterizzati dal
benessere economico e dalla piena occupazione, nasce la via tedesca alla prosperità ovvero lo Standort
Deutschland, che si impone come un modello da seguire in tutta Europa.
Il modello dello Standort Deutschland comincia a incrinarsi negli anni Settanta con l’emergere di sacche di
povertà all’interno di una società che si ritiene ricca e abbondante, si tratta di povertà nuove che non
riguardano solo coloro che vivono in una condizione marginale ma anche i gruppi non produttivi per cui la
povertà torna ad essere una questione sociale.
Il futuro delle Siedlungen risulta preoccupante in seguito ai risultati elettorali che vedono l’affermazione di
liste dell’estrema destra nelle zone in cui si concentra l’edilizia sociale, si ripresenta inoltre la questione
delle abitazioni che non si era mai risolta del tutto anzi risultava essersi complessificata dall’evoluzione del
mercato immobiliare.
Le nuove povertà inoltre non risultano più facilmente classificabili in quanto non comprendo più soltanto le
classi consuete ma nuove forme come ad esempio le povertà giovani, ovvero giovani che non guadagno
abbastanza per avere uno standard di vita accettabile.
Negi anni Ottanta si sviluppa un nuovo filone interpretativo della teoria della stratificazione sociale in
particolare si basa sul fatto che per la comprensione delle disuguaglianze sociale vengono presi in
considerazione fattori quali la casa, la salute, la formazione scolastica e la partecipazione politica.
La ristrutturazione dell’economia ha profonde conseguenze spaziali infatti alcune città mostrano segni di
declino in seguito alla perdita di gran parte delle attività industriali ne è un caso Berlino che è come se
diventasse una città tripartita profondamente diversa dal passato ovvero esiste una prima città che è la
metropoli internazionale, a fianco di questa esiste una seconda città che fornisce lavoro e abitazioni ai ceti
medi e svolge le funzioni di un capoluogo regionale e infine vi è una terza città che è la città dei marginali e
degli esclusi.

Gli anni Novanta si aprono all’insegna della riunificazione tra le due Germanie e questo comporta che gli
squilibri tra est ed ovest si innestano sulla problematica nord-sud e si palesano conflitti vecchi e nuovi.
Per quanto riguarda l’ambito dell’abitare sembra che manchi il coraggio di affrontare i limiti di quella che è
stata la politica della casa e di progettare soluzione diverse ma in alcuni paesi si elabora un programma che
ripropongono un intervento nei quartieri difficili e il recupero di aree pesantemente colpite dal declino
industriale e disoccupazione, si tratta di iniziative da cui s svilupperà il programma Soziale Stadt (città
sociale).
In Germania il discorso sull’esclusione si fa largo in ritardo in quanto i conflitti scatenati dalla mancanza di

Sociologia della città Pagina 40 di 43


Francesca Zoia Sezione Appunti
lavoro come avveniva in Francia qui vengono in qualche modo mitigate da un sistema di welfare efficace
per cui non vi sono rivolte giovanili o dei migranti, non si tratta di una questione di segregazione moderata
ma influisce il fatto che qui i giovani sono maggiormente protetti rispetto che in Francia.
Gli anni Novanta si caratterizzano per una serie di lavori empirici che però hanno rilevanti ricadute teoriche:
Herlyn compie un’indagine sulla città di Hannover e nota una crescita della disparità tra le diverse zone
della città e quindi si è in un contesto in cui gli squilibri territoriali vanno aumentando. Non essendo più
possibile classificare i poveri in maniera gerarchica, il concetto di povertà si apre ad una serie di nuove
declinazioni e non è possibile ricondurla ai consueti gruppo problematici in quanto la redistribuzione non
equilibrata nella città andrà sempre di più aumentando.
I problemi delle città si fanno più urgenti e la politica tradizionale ha difficoltà a fronteggiare e gestire
questo tipo di problematiche.

Si afferma con forza in Germania il concetto di Ausgrenzung (=esclusione), concetto che può avere diverse
accezioni, giuridica, spaziale, socio-linguistica, fino a comprendere le valenze di stigmatizzazione sociale e
discriminazione.
Il capitalismo necessita di una parte ridotta della popolazione per riprodurre il suo ciclo e quindi ormai è più
opportuno parlare di un dentro e di un fuori piuttosto che di un sopra e di un sotto.

Carsten Keller sintetizza il discorso sulla segregazione affermando che se ne possono individuare quattro
tipi di questo processo: gentrificazione, segregazione dei gruppi svantaggiati, suburbanizzazione e
autosegregazione dei ceti alti. Le tendenze estreme, ovvero l’autosegregazione dei ceti alti e la segregazione
dei gruppi svantaggiati esprimono l’andamento della polarizzazione socio-spaziale nelle città.
Al di fianco di questa teoria, si ha una teoria che risente dell’influenza delle riflessioni sulla urban
underclass proposta da Wilson ma il concetto diventa una sorta di campo di battaglia politico:
• lettura in chiave conservatrice, ovvero l’autoesclusione dei poveri viene considerata come il risultato della
loro incapacità di misurarsi con una società che richiede talento e alta formazione.
• lettura in chiave oggettivistica, ovvero l’esclusione non è altro che la forma più evidente dei meccanismi di
sfruttamento e marginalizzazione tipici del capitalismo.

Alcuni aspetti della riflessione di Wilson vengono ripresi ma in particolari si afferma la tesi del ruolo
svantaggiante giocato da alcuni quartieri e al concetto di underclass che indica uno status rigidamente
connotato viene preferito quello di Ausgrenzung.
Il problema non è tanto l’aumento della povertà quanto piuttosto il profilarsi di una nuova forma di divisione
sociale che si muove tra inclusione ed esclusione.
Vengono sviluppati studi che rilevano aspetti di una crescente stigmatizzazione e ne risulta che le zone della
città in cui vivono i poveri sono caratterizzate da scarsa qualità abitativa ma anche da una cattiva fama che li
rende poco raccomandabili (schlechte Adresse, ovvero gli indirizzi famigerati che segnano indelebile coloro
che ci vivono), si tratta di zone ai margini della città mal collegate alle vie di comunicazione.
Si vengono a creare le condizioni per un perpetuarsi della povertà e dell’esclusione in quanto vi è un

Sociologia della città Pagina 41 di 43


Francesca Zoia Sezione Appunti
accumulo di segregazione sociale in questi casi l’esclusione diventa essa stessa un fattore di produzione
della disuguaglianza e finisce per peggiorare le condizioni di chi ci vive.
La povertà dei moderni ha tratti peculiari legati alle trasformazioni dei modi di produzione e alla
riallocazione della divisione internazionale del lavoro, ovvero alte qualifiche alti salari e basse qualifiche
bassi salari e aumentano i disoccupati di lungo periodo in quanto si riducono i posti di lavoro per lavoratori
non qualificati e la formazione rappresenta un valore aggiunto infatti il sistema formativo diventa parte
integrante della selezione sociale e contribuisce a facilitare l’ingresso nel mondo del lavoro.
Ci sono state trasformazioni anche nel mercato dell’abitazione, nei centri urbani ci sono stati processi di
risanamento e valorizzazione del vecchio patrimonio era qualitativamente scadente, ma relativamente a buon
prezzo. La valorizzazione dei vecchi appartamenti che ne è derivata li ha trasformati in residenze appetibili
sia se poste in vendita sul mercato dell’abitazione sia se proposti ad affitti alti. Alla radice di questo processo
di valorizzazione sta anche una specifica strategia degli investimenti che si è andata sempre più orientando
verso la proprietà immobiliare quale fonte di rendita questo ha particolarmente interessato le nuove élites
che hanno visto crescere il proprio potenziale economico che vanno alla ricerca di abitazioni situate in zone
centrali divenute di nuovo attraenti l’altra faccia della medaglia vede una riduzione del patrimonio
dell’edilizia sociale in quanto gli stanziamenti per essi si sono ridotti.

La crisi delle città europee deve intendersi come crisi di un modello di integrazione, si è in un’epoca di crisi
che coinvolge il ruolo della città nel suo complesso, nelle relazioni a livello locale e globale ma anche al
loro interno per quanto riguarda i conflitti che attraversano le città dividendole.
La crescente polarizzazione economica accentua le differenze tra ricchi e poveri tanto che si vengono a
creare i quartieri dei vincenti e i quartieri dei perdenti.
La posizione che si ha nel mercato del lavoro finisce per condizionare gli spazi di azioni in altri settori della
società, si viene a creare un’interdipendenza tra mercato del lavoro e abitazione ma la fragilità sociale si
esprime anche nell’incapacità di accedere a determinate prestazioni dei servizi.

Sociologia della città Pagina 42 di 43


Francesca Zoia Sezione Appunti

20. Conclusioni
Nella riflessione francesi e tedesche su quartieri dell’esclusione, periferie e povertà è possibile cogliere
alcuni elementi comuni.
Tramonta l’idea che la povertà investa solo settori specifici della società e si prende atto del lento processo
di separazione e di isolamento sociale che assumono quasi le forme dell’autoisolamento e potrebbero
rappresentare il preludio di una disintegrazione sociale delle città su larga scala.

In Francia si è affermato un concetto di exclusion legato all’oggettività di determinate situazioni di


segregazione mentre in Germania si ricorre maggiormente al concetto di Ausgrenzung.
In Francia il dibattito oscilla intorno alle due polarità di una questione considerata prima sociale e poi urbana
mentre in Germania si insiste sugli effetti di quartiere e sulla funzione escludente svolta da determinati
luoghi anche perché le zone problematiche tedesche appaiono distribuite diversamente rispetto alla
situazione francese e alcune di queste sono ancora in formazione, in Germania inoltre bisogna fare i conti
con l’eredità della divisione infatti si hanno le Großsiedlung dell’est che seppur hanno bisogno di essere
recuperate sotto il profilo architettonico appaiono meno segregate di quelle dell’ovest o addirittura delle
banlieue francesi dato che le circostanze storiche hanno fatto in modo che nella parte orientale sia stata
favorita la mescolanza sociale.
Nonostante le differenze che intercorrono tra un paese fortemente centralizzato come la Francia e un paese
federale come la Germania, le scelte di politica sociale appaiono in qualche modo simile ovvero sia nel caso
della Politique de la ville e la Soziale Stadt vi è un oggetto comune rappresentato dai quartieri in crisi e un
obiettivo comune ovvero fornire a che vive l’opportunità di ripristinare un legame con la società urbana.
Un’altra differenza riguarda il fatto che in Francia tutto è cominciato prima che in Germania ovvero la
decolonizzazione e l’inurbamento di massa che hanno creato una concretizzazione spaziale della separatezza
sociale più evidente e drammatica di quella tedesca in quanto accompagnate anche da rivolte.

Le analogie tra la situazione francese e quella tedesca sono sempre più evidenti: vecchie e nuove forme del
lavoro convivono e le problematiche delle vecchie e nuove periferie finiscono per innestarsi l’una sull’altra
ovvero la forza lavora non qualificata finisce relegata in quartieri sensibili e le amministrazioni si trovano a
dover combattere il formarsi di quartieri in cui si creano dinamiche di ghettizzazione e si concentrano
individui sfavoriti, il rischio è quello che si formano quartieri sempre meno misti socialmente, delle vere e
proprie isole di povertà.
È difficile intervenire su un processo in si innesca una reazione a catena in quanto la minor inclinazione
della popolazione alla mescolanza sociale e una forma di mobilità socialmente selettiva si rafforzano, si
assiste alla formazione di società separate che procedono senza mai incontrarsi.

Sociologia della città Pagina 43 di 43


Indice
1. Sociologia della città 1
2. Shrinking City 3
3. FILOSOFIA DELLE PERIFERIE 6
4. Gentrification 8
5. French Theory 9
6. La storia 12
7. Teoria del “sistema-Mondo” 15
8. MODELLI 16
9. La teoria delle World e Global Cities 17
10. Teoria della frammentazione 18
11. Sociologia delle periferie 20
12. Il futuro delle città 22
13. Il modello della città coloniale 23
14. La città duale 24
15. Modelli di periferia planetaria 25
16. SLUMS 26
17. PERIFERIA STATI UNITI 29
18. BANLIEUE FRANCESE 34
19. PERIFERIA BERLINESE 39
20. Conclusioni 43