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Gli autori

Clive Cussler, uno dei rari scrittori in cui vita e fiction


s’intrecciano in modo indissolubile, ha fondato la NUMA
(National Underwater and Marine Agency), una società che si
occupa del recupero di navi e aerei scomparsi in circostanze
misteriose, e trasposto nei suoi romanzi – tutti bestseller nella
classifica del New York Times – la propria straordinaria
esperienza di cacciatore di emozioni.
Russell Blake è autore di ventinove thriller di successo. Vive
in Messico, sulla costa del Pacifico.

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PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA
© Longanesi & C. © 2018 - Milano
Gruppo editoriale Mauri Spagnol
ISBN 978-88-304-5196-4
Titolo originale
The Eye of Heaven
In copertina: foto © Tyler Olson/123RF;
foto © Volodymyr Goinyk/123RF;
foto © Jiri Vaciavek/123RF
Elaborazione grafica di Andrea Falsetti / Cahetel
Copyright © Sandecker RLLP, 2014
Prima edizione digitale: giugno 2018
Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.
È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.

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LA LEGGENDA DELL’AZTECO

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PROLOGO

Un punto imprecisato nel mare


del Labrador, 1085
Lampi accecanti squarciarono il torbido cielo notturno,
illuminando i volti degli uomini ai remi del drakkar vichingo che
affrontavano le bizze di un mare implacabile. Il capitano
ondeggiava al ritmo degli inesorabili marosi, osservando un’onda
gigantesca abbattersi sulla poppa.
Vere e proprie falesie di acqua nera, sospinte dal vento gelido,
minacciavano di capovolgere la robusta imbarcazione da un
momento all’altro. L’impassibile equipaggio era messo a dura
prova dalla pioggia scrosciante e la sua sopravvivenza dipendeva
solo dai propri sforzi instancabili. Il capitano scrutò i suoi
uomini con sguardo determinato, aggrottando le sopracciglia
sotto il diluvio. L’acqua scorreva lungo la sbiadita cicatrice di
guerra che partiva dall’angolo dell’occhio sinistro e spariva nella
barba bionda. Era cresciuto sull’oceano, figlio di una stirpe di
avventurieri e predoni temprata dalla violenza indomita della
natura, che lui conosceva bene. Aveva perso il conto delle notti
passate a lanciare imprecazioni contro il perfido mare del Nord,
ma quella era la burrasca peggiore che avesse mai affrontato.
Il drakkar era decisamente fuori rotta, sospinto a nord dalle
correnti impetuose. Se avesse rispettato il percorso stabilito, una
delle onde gigantesche si sarebbe abbattuta sulla prua e avrebbe
rovesciato la barca, portandoli a morte certa. Il meglio che il

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capitano potesse fare era governare la barca con il vento in poppa
finché la tempesta non fosse passata.
Un bagliore breve e intenso screziò le nubi, poi il mondo
ripiombò nell’oscurità. Dalla pelliccia d’orso del capitano
grondava acqua salata, mentre i muscoli delle sue braccia
possenti si gonfiavano per lo sforzo. Un altro lampo illuminò la
notte, facendo luccicare il torvo profilo di un drago intagliato nel
legno, appena dietro la testa del capitano.
Un marinaio – un uomo alto, con la pelle della stessa
consistenza del cuoio e una folta e ribelle chioma rossa – smise
di vogare e avanzò con passo sicuro sulle grezze assi di quercia.
«Thor stanotte sta dando sfogo alla sua rabbia, vero, Vidar?»
gridò il capitano al suo secondo, per farsi sentire sopra gli ululati
del vento.
«Proprio così, capitano. Ma credo che il peggio sia passato. I
marosi sembrano più piccoli rispetto a qualche ora fa.»
«Spero che tu abbia ragione. Mi fanno male le braccia come
se avessi lottato con un orso per tutta la notte.»
«Una sensazione familiare. Conosci mia moglie.»
I due lupi di mare si scambiarono un sorriso privo di allegria,
poi Vidar si avvicinò al capitano e gli tolse la barra del timone
dalle mani.
«Impossibile dormire in questo incubo. Gli uomini reggono?»
chiese il capitano.
«Fanno del loro meglio. Sono stanchi e infreddoliti.» Vidar
non aggiunse che erano anche spaventati. Ammettere di avere
paura non era concepibile, per quei guerrieri.
«Hanno passato fin troppo tempo a tracannare birra e a
godersi l’ospitalità degli indigeni. Questo darà loro qualcosa a
cui pensare, nel caso si siano rammolliti.»
«Sì, capitano, li sta decisamente mettendo alla prova…»

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Un’esplosione assordante fece tremare il ponte. I due
vichinghi osservarono l’abbagliante spettacolo con occhi abituati
alle tempeste e alla battaglia.
Il capitano intravide una sagoma sollevarsi dietro di lui e si
girò d’istinto. Fissarono la poppa fendere un’onda gigantesca. Il
drakkar restò sospeso sulla cresta per un breve istante, poi si
abbassò piano piano mentre il mostro nero spariva nell’oscurità.
«Immagini cosa sarebbe successo se l’avessimo presa di
prua?» chiese Vidar a voce bassa.
«Oppure al centro della barca. Ora saremmo tutti in viaggio
verso il Valhalla.»
I loro occhi si spostarono sull’albero, distrutto e inutile: la
metà superiore si era spezzata ed era stata divelta come un
ramoscello, insieme a una bella porzione della vela, dalla
tempesta scoppiata all’improvviso. Un errore che era costato caro
al capitano: avrebbe dovuto abbassare il drappo di lana
intrecciata prima che il vento potesse strapparlo. Ma aveva
cercato di ottenere la massima velocità possibile. Le braccia dei
suoi uomini erano forti, ma, dopo quasi ventiquattr’ore ai remi,
malgrado si fossero dati il cambio, erano prossimi al loro limite.
La Sigrun, uno dei drakkar più imponenti mai varati, era stata
costruita in base a criteri rigorosi per un equipaggio di novanta
uomini, con la possibilità di avere fino a un massimo di ottanta
vogatori, due per ognuno dei quaranta remi, e con un albero di
quindici metri. Era lunga ben trentacinque metri e larga cinque,
con la chiglia intagliata in un’unica, enorme quercia e una
zavorra di pietre squadrate. La Sigrun avrebbe potuto viaggiare a
una velocità prossima ai quattordici nodi a vela spiegata con il
mare calmo, ma, in una burrasca invernale di quelle proporzioni,
in uno dei tratti più remoti dell’Atlantico settentrionale, la
velocità non era un problema: restare a galla invece sì.

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La Sigrun disponeva della tipica chiglia vichinga a clinker, a
doppia prua, ma con un capodibanda più alto per le spedizioni in
mare aperto. Alle sue estremità erano intagliate due identiche
teste di drago. Navi come la Sigrun avevano un curriculum
eccellente, avendo navigato su uno degli oceani più pericolosi del
pianeta, e la loro capacità di tenere il mare e la loro velocità erano
leggendarie. Ma persino il drakkar più robusto aveva i suoi limiti,
e la tempesta aveva provato la Sigrun e il suo equipaggio ben più
di qualsiasi cosa avessero mai affrontato.
Trascorsero lunghe ore e, mentre le prime luci dell’alba si
aprivano a fatica un varco tra le pesanti nubi grigie, il mare iniziò
a placarsi. Il capitano diede l’ordine ai vogatori esausti di
riposarsi, ora che il peggio era passato, poi i suoi occhi colsero
una nuova minaccia: ghiaccio. Un iceberg si profilava nella
foschia, una cinquantina di metri di fronte a loro, grande quanto
una collinetta. Si girò verso il timoniere e lanciò l’allarme:
«Ghiaccio! A prua!»
La nave aveva un pescaggio ridotto, eppure le onde agitate li
avrebbero potuti spingere troppo vicini alla massa sommersa, che
avrebbe fatto a pezzi lo scafo di legno affondando il drakkar. Nel
giro di qualche minuto, l’acqua gelida avrebbe causato la morte
di tutto l’equipaggio.
La prua virò lentamente: manovrare la nave era difficile a
causa del mare mosso. Un’altra onda li spinse ancora più vicini:
troppo, per i gusti del capitano. «Mettetecela tutta. Vogate,
dannazione, vogate o sarà la fine per tutti.»
Silenziosa come uno spettro, la nave scivolò oltre la
minacciosa massa di ghiaccio. Il capitano guardò il monolite
ghiacciato, un’isola desolata nel bel mezzo dell’oceano. Offrì
l’ennesima preghiera muta agli dei. Se la nave era in mezzo ai
ghiacci, la tempesta doveva averli spinti ben più a nord di quanto

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avesse temuto e, a causa del cielo coperto, sarebbe stato
impossibile tracciare una rotta con gli strumenti a sua
disposizione. «Prendete un corvo imperiale dalla stiva.»
Vidar trasmise il comando al marinaio più vicino, che
sgattaiolò via. Il mare si era quasi placato ed era giunto il
momento di utilizzare l’arma segreta dei marinai vichinghi: gli
uccelli.
Due uomini aprirono un boccaporto e scesero nella stiva
prodiera. Qualche istante dopo riemersero portando con loro una
grezza gabbia di legno, dentro cui si agitava una grossa forma
nera. Il più alto dei due uomini portò la gabbia fino alla
postazione del capitano, a poppa, e la posò sulla tolda.
Dopo avere dato un’ultima occhiata torva al mare, il capitano
si accovacciò e scrutò il corvo. «Ebbene, amico mio, è ora. Che il
tuo volo sia dritto e preciso. Non deludermi. La nostra
sopravvivenza dipende dal tuo istinto. Che Odino ti guidi.» Si
raddrizzò e rivolse un brusco cenno al marinaio. «Liberalo, e che
faccia buon viaggio.»
Il marinaio si portò la gabbia fino all’altezza del petto, mentre
Vidar si avvicinava e, dopo aver trafficato con i legacci di cuoio
che tenevano chiuso lo sportello, lo apriva infilando le mani
infreddolite nella gabbia. Il corvo cercò di sottrarsi alla presa, ma
aveva perso il suo spirito combattivo e Vidar non ebbe difficoltà a
prenderlo. Lo tirò fuori e poi, con una preghiera silenziosa, lo
lanciò in aria.
Il corvo imperiale si sgranchì le ali volando intorno alla nave,
poi puntò verso un approdo.
«Presto, girate la prua. Seguite il corvo.»
Guardarono la macchiolina nera finché non fu scomparsa in
lontananza e allinearono la testa dello spaventoso drago prodiero
al volo dell’uccello.

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«Quanti ce ne restano, Vidar?»
«Solo uno. Il terrore ha ucciso gli altri due.»
«So come si sono sentiti. È stata una tempesta che
racconteremo intorno al fuoco quando saremo vecchi e ingrigiti.»
«È la verità. Ma l’abbiamo superata. E ora sappiamo in che
direzione si trova un approdo.»
«L’unica domanda è quanto dista.»
«Già. E quant’è ospitale.»
«Niente spiagge calde e ragazze allegre, scommetto, a
giudicare dal ghiaccio e dalle basse temperature.»
«Ho il sospetto che tu abbia ragione.»
Gli uomini tacquero, persi nei loro pensieri. Per il momento,
la loro rotta era incerta. Una volta a terra, quando le nubi si
fossero diradate, avrebbero potuto osservare il sole e tracciare la
rotta verso casa.
«Ordina agli altri di mettersi ai remi, Vidar. Dobbiamo
viaggiare veloci finché c’è luce. Non voglio passare un’altra notte
in mare aperto, con gli iceberg che attendono di farci colare a
picco.»
Vidar si rivolse agli uomini che stavano riposando, assopiti
dovunque avessero trovato uno spazio libero sulla tolda. «È
venuto il momento di guadagnarvi vitto e alloggio. Ai remi,
vichinghi, ai remi!»
Nel tardo pomeriggio avvistarono montagne innevate in
lontananza, forse a mezza giornata di navigazione alla loro
velocità. Quella vista gradita rinvigorì gli uomini esausti, che
raddoppiarono i loro sforzi. Vidar era al timone e accanto a lui il
capitano scrutava la terra, senza perdere di vista l’acqua. Man
mano che la nave si avvicinava alla costa, il mare si riempiva
sempre più di piccoli blocchi di ghiaccio galleggiante, oltre che
di qualche grosso iceberg.

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«Che ne pensi, Vidar?» chiese il capitano, pallido per la
tensione ininterrotta degli ultimi due giorni.
«È terraferma, non c’è dubbio. Dico di cercare un porto
sicuro dove fermarci per la notte e poi, dopo esserci riposati,
escogiteremo un piano.»
«Gli uomini sono allo stremo. Possiamo improvvisare
qualcosa per riparare l’albero. Se dobbiamo remare per tutto il
tragitto, il viaggio di ritorno a casa sarà lungo.»
Vidar annuì. «È così.»
«Guarda: un fiordo. Se lo seguiamo verso l’interno,
dovremmo riuscire a trovare un punto in cui accamparci.» Il
capitano indicò la fenditura nel litorale. «Con un po’ di fortuna,
potrebbe addirittura esserci un fiume navigabile.»
«Possibile» convenne Vidar, strizzando gli occhi per vederci
meglio.
«Se c’è, significherebbe acqua potabile. E, magari,
selvaggina.»
«Un bene in entrambi i casi: le nostre provviste calano.»
«Dovremmo seguire il fiordo e verificare fin dove si spinge.
Non vedo opzioni migliori e presto sarà di nuovo buio.»
«Qualsiasi cosa pur di sottrarci a questo vento. Quantomeno
le scogliere ci forniranno riparo dalle sue raffiche peggiori.»
«Dirigiamoci verso il fiordo.»
Vidar scrutò i vogatori con la determinazione negli occhi.
«Forza, ragazzi. Vogate. Ci siamo quasi.»
L’unico rumore era il cigolio dei remi. Non c’era nessun altro
segno di vita, nessuna indicazione del fatto che non fossero le
uniche creature viventi sulla Terra. Nulla che lasciasse intendere
che i venti non li avevano fatti finire in un Purgatorio glaciale, in
un remoto mondo degli inferi.
«Ritmo, uomini. Ritmo!» gridò Vidar, mentre schivavano i

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banchi di ghiaccio in direzione delle scogliere biancoazzurre sui
lati del fiordo. Si sporse verso il capitano. «Vedi quella cosa
laggiù in fondo? Si direbbe un canale stretto.»
«Sì, lo vedo. È probabile che più avanti ci sia un’altra
insenatura. Comunque sia, dobbiamo continuare finché non
troviamo un punto dove accamparci per la notte. È probabile che,
lungo questa costa inospitale, non ci sia un posto in cui
attraccare.»
La nave imboccò la fenditura nel litorale e si ritrovò tra
banchi di ghiaccio sempre più fitti. Le pareti scoscese del canyon
si protendevano alte nel cielo e impedivano ai raggi sempre più
fiochi del sole calante di entrare. Man mano che procedevano, il
buio calò sempre più fitto, ma almeno l’acqua era calma.
Il capitano indicò un punto davanti a loro. «Là. Alla base del
ghiacciaio. Non sarà facile, ma direi che possiamo tirare la nave
in secco almeno in parte, per la notte. A quel punto, all’alba,
allestiremo una squadra e verificheremo cosa ci attende sulla
terraferma.»
Vidar strinse le palpebre per vedere meglio la lingua di
ghiaccio piatto e annuì. Spinse sulla barra del timone e diresse la
prua dell’imbarcazione verso quella rientranza inclinata. La poca
luce rimasta guizzò sulla superficie dell’insenatura disseminata di
ghiacci e gli uomini diedero fondo alle ultime risorse, spingendo
il drakkar a destinazione. Con un sussulto, la chiglia grattò la
crosta gelata e l’equipaggio scese per sollevare la barca e
spingerla in secca, per evitare che scivolasse via con l’alta marea,
sfruttando le asce da combattimento per far presa sul ghiaccio.
Riuscirono a far emergere metà dell’enorme scafo dall’acqua, una
testimonianza della leggerezza delle imbarcazioni vichinghe. Il
capitano diede il segnale di fermarsi: avevano fatto del loro
meglio e, con l’ultima luce del crepuscolo, sarebbe stato

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opportuno conservare le forze e accamparsi sulla tolda in vista
della notte.
Il capitano alzò gli occhi al cielo per scrutare l’arazzo di
stelle e rivolse un appello agli dei perché lo aiutassero a portare
in salvo quegli uomini. L’indomani avrebbero preparato una
spedizione armata di archi lunghi e, con un minimo di fortuna,
avrebbero messo nella stiva un po’ di cacciagione, mentre gli altri
riparavano l’albero rotto. Per quanto non fosse impossibile
tornare in patria a forza di remi, una vela, pure se a mezzo
servizio, avrebbe aumentato le probabilità di consegnare il loro
carico prezioso.
Il suo ultimo pensiero prima di assopirsi fu che doveva
tornare a ogni costo. Aveva fatto un voto segreto al capo della
spedizione, morto lontano da casa.
All’alba, il cielo era grigio e minaccioso. Il mantello di Vidar
crepitò quando lui, muovendosi, ruppe lo strato sottile di
ghiaccio che si era formato sulla sua superficie. Si sforzò di
aprire gli occhi e vide che l’intera nave era imbiancata: una bufera
di neve l’aveva coperta.
Poco lontano, il capitano si stiracchiò alzandosi. Il suo
sguardo vagò sull’equipaggio ancora assopito, prima di posarsi su
quella che era stata acqua e che ora era ghiaccio compatto. Un
sinistro fronte di nubi temporalesche incombeva sull’oceano.
Osservò la linea scura in avvicinamento e si accostò a Vidar che,
intirizzito, cercava con fatica di mettersi a sedere. «Temo che stia
arrivando un’altra tempesta. Di’ agli uomini di spiegare ciò che
resta della vela: lo useremo come riparo. A giudicare dall’aspetto
di quelle nubi, non ne siamo ancora usciti.»
Vidar annuì, alzando gli occhi al cielo. «Non resta molto
prima che la tempesta ritorni.»
Il capitano si rivolse all’equipaggio. «Uomini! Tutti in piedi.

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Liberate la vela e stendetela sul ponte come riparo. E fatelo in
fretta, a meno che non vogliate ritrovarvi nella neve fino al
collo!»
L’assonnato equipaggio si sforzò di entrare in azione e,
quando il diluvio gelato si abbatté, aveva approntato una tenda di
fortuna. La prima ondata di grandine colpì la tela con violenza e
tutti furono grati al capitano per la sua prontezza, mentre gli
elementi aggredivano l’imbarcazione con la furia di un demonio.
La tempesta continuò a infuriare fino a mezzogiorno. Alla
fine il martellamento cessò e l’unico rumore fu quello del respiro
caldo e affannoso degli uomini, mentre la tormenta si placava.
Quando il capitano scostò il margine della vela e uscì
nell’aria immobile, il paesaggio era accecante: bianco a perdita
d’occhio, dato che ora la nave era sepolta fin oltre le battagliole.
Considerò le sue opzioni, che risultarono sempre più fosche.
Erano intrappolati, la nave era immobilizzata e c’era poco che lo
incoraggiasse a darsi qualche speranza di sopravvivenza.
La testa di Vidar spuntò accanto a lui e poi, lentamente, gli
uomini scostarono la vela, osservando ammutoliti la vastità della
desolazione artica.
Il capitano scrutò l’area circostante e poi raddrizzò la schiena.
«D’accordo. Il peggio è alle nostre spalle. Formate una squadra di
esplorazione. Prendiamo le misure di questo posto finché il
brutto tempo ci dà tregua. Siate di ritorno prima del buio. Voglio
sapere cosa ci attende.»
Vidar si voltò verso gli uomini, stoico, la bocca serrata in
un’espressione risoluta. «Trenta degli arcieri migliori tra voi
prendano arco, spada e provviste a sufficienza per un giorno. Si
parte appena pronti.»
Gli uomini si sparpagliarono velocemente, rinvigoriti dalla
possibilità di sbarcare, e vi furono parecchie discussioni bonarie

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su chi fosse l’arciere migliore e, dunque, più meritevole di
quell’incarico. Dopo brevi preparativi, i vichinghi calcarono la
neve fresca, una lenta fila di forme irsute che puntavano verso il
ghiacciaio alla ricerca di una pista su cui allontanarsi dall’acqua.
Alla fine Vidar lanciò un grido e indicò una sottile spaccatura nel
ghiaccio, dove un frastagliato affioramento roccioso spuntava
dalla parete scoscesa. La colonna deviò verso quell’area
promettente prima di sparire alla vista, uomo dopo uomo.
Il crepuscolo aveva ormai scurito il cielo quando il capitano
vide la barba rossa di Vidar in avvicinamento sul ghiaccio, di
ritorno dalla fenditura, seguito dagli arcieri.
Al suo arrivo, Vidar rivolse un brusco cenno al capitano e i
due uomini si spostarono a poppa, dove avrebbero potuto
conversare in privato. «Abbiamo proceduto per ore. Non c’è altro
che ghiaccio. Non si è visto nemmeno un uccello.»
«Non può essere tutto così. E le aree circostanti?»
«Ci sono montagne su entrambi i lati. Credo che la nostra
unica possibilità sia cercare di raggiungerle domani. Dove c’è
terra deve esserci vita e, con un po’ di fortuna, potremo cacciare
qualcosa e portarla qui.»
Il capitano rifletté sulle parole del suo secondo. «Molto bene.
Alle prime luci dell’alba, forma due squadre. Quaranta uomini
ciascuna. Una la prendi tu, l’altra io. Ci divideremo e ci
allontaneremo dal ghiaccio in due direzioni opposte, così
aumenteremo le probabilità che almeno uno di noi trovi del cibo.
Lasceremo il resto degli uomini a presidiare la nave.»
Partirono all’alba, una lunga colonna di valorosi guerrieri
senza nemici da sgominare, a parte il freddo e la fame. Una volta
che furono sulla superficie del ghiacciaio, il capitano strinse con
una mano possente una spalla di Vidar e lo abbracciò. «Buona
fortuna. Che il tuo carniere sia stracolmo alla fine della

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giornata.»
«Auguro altrettanto a te. Una volta cacciato tutto ciò che
saremo in grado di trasportare, torneremo alla nave.»
Il capitano annuì, guardando Vidar dritto negli occhi.
Sapevano entrambi che il loro futuro era incerto e prometteva
solo miseria e fame. Ma erano vichinghi e avrebbero proceduto a
tappe forzate finché non ne fosse rimasto in piedi nemmeno uno.
Il capitano indicò un picco lontano. «Avanti, uomini! Ci sono
corsi d’acqua limpida e cervi grassi che attendono di fare la
vostra conoscenza. Non facciamoli aspettare.» Compì i primi
lunghi passi verso le montagne lontane, muovendosi con grazia
felina, facendo strada come aveva sempre fatto, con la sicurezza
di chi era nato per quel compito.

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Cartagena, Spagna, oggi


La Bermudez oscillava pigramente tra le onde tranquille del
mare azzurro, strattonando la catena dell’ancora come un cane
con il guinzaglio corto. La barca da spedizione, con il suo scafo
d’acciaio lungo trenta metri, era più stabile di buona parte dei
natanti di quelle dimensioni. Sembrava più un motopeschereccio
per la pesca a strascico che una nave da archeologia marina. Una
boa di segnalazione rossa e bianca andava su e giù a una
cinquantina di metri dalla poppa.
La superficie si riempì di bolle quando Remi Fargo emerse
accanto a una grande piattaforma da immersione. L’acqua le colò
dalla muta quando si issò sulla scaletta parzialmente sommersa.
Spinse la maschera da sub sulla testa e si godette il calore del
sole estivo sul volto. Dopo essersi lasciata cadere nuovamente in
acqua, si sfilò il giubbetto ad assetto variabile.
Sam Fargo attraversò il ponte e scese la scaletta, facendo una
breve pausa per apprezzare la bellezza della moglie prima di farle
un sorriso e darle una mano a togliersi le pinne e il resto
dell’attrezzatura. «E chi sarebbe questa splendida apparizione
marina? Una sirena, magari?»
Lei gli rivolse un’occhiata scettica e gli diede uno schiaffo
scherzoso sul petto nudo. «Stai facendo il cascamorto?»
Lui fece spallucce. «Credo che l’adulazione non sia mai
un’opzione da scartare.»

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«Farai strada, bello mio. Hai un futuro radioso davanti.»
Sam prese l’imbragatura con un braccio muscoloso e un po’
scottato dal sole, sollevando senza fatica quella ventina di chili di
attrezzatura. «Trovato altro?»
«No. Credo di avere catalogato ogni cosa.» Altre bolle
agitarono la superficie e poi dall’acqua spuntò una seconda testa.
«Vedo che è arrivato anche Dominic.»
Il sub si issò a sua volta sulla piattaforma e si liberò di
bombola e attrezzatura. Dal suo viso bruno e sottile svettava una
capigliatura nera cortissima dalle punte grigie. Sorrise e alzò
entrambi i pollici. «Abbiamo finito, giusto?» Era più
un’affermazione che una domanda. In qualità di capitano della
nave e di capo della squadra spagnola di sommozzatori incaricati
dall’università di Siviglia di esplorare il relitto che si trovava lì
sotto, a quarantuno metri di profondità, la decisione spettava a
lui. Per mera cortesia si mostrava deferente nei confronti dei due
colleghi americani, noti cacciatori di tesori.
Erano stati loro a scoprire il relitto e a comunicarlo al
dipartimento spagnolo di Storia marittima. La ricerca di Sam e
Remi aveva stabilito che si trattava con ogni probabilità di un
mercantile del XVII secolo, affondato nel corso di una tempesta
invernale. Giaceva sepolto nei sedimenti di sabbia su una
sporgenza al di là della quale il fondale si inclinava bruscamente.
Un gruppo di sommozzatori e di archeologi marini era stato
inviato sul luogo, e i Fargo avevano partecipato all’immersione
per determinare l’importanza storica della nave.
«Sembra proprio che abbiamo finito» convenne Remi,
passandosi le dita tra i capelli che, iniziando ad asciugarsi,
mostravano qualche luccichio ramato. Si abbassò la cerniera
lampo anteriore della muta e sfiorò inconsciamente il minuscolo
scarabeo d’oro appeso alla strisciolina di cuoio che aveva intorno

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al collo. Era un nuovo portafortuna regalatole da Dominic, dentro
un’elaborata scatolina, al loro arrivo. In effetti le aveva portato
fortuna: malgrado la profondità, l’immersione era stata
relativamente semplice. Avevano passato una settimana in una
località idilliaca, a fare ciò che amavano fare. Il capitano era
gentilissimo e l’equipaggio garbato ed efficiente. Se tutte le loro
avventure fossero state altrettanto pacate… «Da queste parti,
dov’è che una ragazza può darsi una rinfrescata?» chiese a Sam.
«La tua cabina ti attende. Lo champagne è nel ghiaccio e i
cioccolatini sono sul cuscino» disse Sam, con un piccolo
inchino.
«Conoscendoti, hai bevuto lo champagne e ti sei pappato il
dolce.»
«Sono un libro aperto per te, vero? Cos’è che mi ha tradito?»
«La macchia marrone che hai sul mento.»
Un sordo rombo di potenti motori diesel giunse alle loro
orecchie dall’altro lato di quel braccio di mare. Si voltarono per
vedere un grosso yacht privato bianco spegnere i motori a meno
di duecento metri di distanza. Remi diede una sbirciata al quadro
di poppa, ma il nome e il porto d’origine erano coperti da una
lunga sequenza di bombole subacquee dentro una rastrelliera
realizzata su misura.
«Un po’ più vicino e possiamo scambiare gioielli anche con
loro» disse Sam.
«Grosso, eh?» osservò Remi.
«Almeno quarantacinque metri.»
«E ha un bel po’ di bombole. Si direbbe che facciano sul
serio, con le immersioni.»
Un membro dell’equipaggio si portò sulla prua dell’opulento
yacht. Qualche istante dopo, l’ancora finì in acqua, facendo
sferragliare la catena mentre scendeva verso il fondale. A due

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miglia e mezzo di distanza, il litorale frastagliato svettava nel
cielo estivo; più vicina, la Isla de Las Palomas era circondata da
una flotta di imbarcazioni da diporto e piccoli yacht in gita dai
porti turistici limitrofi. Una nave da crociera di un bianco polare
si infilò nel porto di Cartagena, destinazione popolare di molte
crociere nel Mediterraneo.
«Non ti pare strano che una barca getti l’ancora così vicino al
relitto, Dominic?» chiese Sam.
«Non necessariamente. Da queste parti, molte barche
preferiscono trattenersi per la notte nelle immediate vicinanze di
altre imbarcazioni, nel caso ci fosse bisogno di assistenza.»
«Però siamo ben lontani dalla rotta più normale, non trovi?»
disse Remi.
«Forse sono solo curiosi di quello che noi facciamo qui»
ipotizzò Sam. «Dopotutto, siamo all’ancora da una settimana e la
boa che segnala ’immersione in corso’ è molto visibile.»
«Probabilmente è così. È nella natura umana.» Dominic non
sembrava preoccupato.
Remi alzò una mano per proteggersi gli occhi, mentre
osservava la catena dell’ancora della nave scendere ulteriormente.
«Spero solo che non scoprano il relitto e non manomettano alcun
manufatto prima dell’arrivo delle autorità.»
«Non mi preoccuperei più di tanto. La maggior parte dei sub
sa che non è il caso di entrare in un relitto in gran parte sepolto
come questo. Nessuno vuole finire intrappolato. Sarebbe una
condanna a morte…»
«Hai ragione.» Remi alzò il viso per godersi il sole della tarda
mattinata, a occhi chiusi, poi li aprì e guardò Sam. «Non stavi per
sedurmi con cioccolatini e champagne?»
«Era più che altro una velata minaccia.»
«Dovresti sapere che non mi spavento facilmente, che la

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minaccia sia velata o meno.»
Si diressero alla loro cabina privata, dopo aver riposto
l’attrezzatura. La loro stanza era grande, per gli standard
marittimi. Era rivestita di pannelli di mogano opacizzato dal
passare degli anni, ma che, nonostante tutto, manteneva una calda
corposità. Sam si sedette a un tavolino incassato accanto a uno
dei due oblò della cabina, mentre Remi andava in bagno. Ben
presto, dalla doccia sgorgò un bel flusso d’acqua bollente.
«Tu credi che quella barca sia innocua?» chiese Remi, dal
box doccia.
«Non ho motivo di pensare che non lo sia.»
«In quel relitto ci sono parecchie statue di valore.»
Il mercantile era affondato insieme a tutto l’equipaggio e si
riteneva che contrabbandasse antichità inestimabili dalla Grecia
all’Inghilterra, dove c’era un gran mercato per quel genere di
oggetti, tra i reali e le classi più abbienti. Uno scrupoloso
inventario del relitto aveva confermato i sospetti secolari: nella
sua stiva c’erano sculture greche di grande interesse e del valore
di svariati milioni di dollari: un tesoro di diverso tipo rispetto ai
soliti ori e gioielli, ma pur sempre un tesoro.
Speravano di tenere riservata quella notevole scoperta finché
il governo non avesse organizzato il recupero dei manufatti. C’era
come sempre la preoccupazione che qualche cacciatore di tesori
su commissione potesse intromettersi, danneggiando il sito nel
tentativo di sottrarre qualcosa, per quanto le probabilità fossero
basse.
«Verissimo. Sono certo che al popolo spagnolo non faccia
piacere che qualcuno si dilegui con cose che gli appartengono.»
Sam e Remi consegnavano sempre alle autorità qualsiasi cosa
scoprissero. Quella linea guida li aveva resi graditi collaboratori
nelle più interessanti spedizioni in giro per il mondo. Lo

22
facevano per l’emozione della scoperta, non per i soldi, dato che
la fortuna di Sam si era consolidata grazie alla vendita della sua
azienda, diversi anni prima.
«Dominic non mi è sembrato preoccupato. E lui conosce bene
queste acque.» La doccia si fermò e la porta si spalancò. Remi
uscì e si avvolse uno spesso asciugamano intorno al corpo,
utilizzandone un altro per asciugarsi i capelli di fronte allo
specchietto del bagno.
Sam digitava sul laptop che aveva davanti. «Vero.»
«Penso che dovremmo tenere d’occhio quella barca.»
«Agli ordini, skipper.» Lo sguardo di Sam si spostò dallo
schermo del computer alla soglia del bagno, dove riuscì a
scorgere metà di Remi che spazzolava la folta capigliatura biondo
rame. «Ti ho già detto che sei bellissima?»
«Non a sufficienza. E, adesso, dove sono lo champagne e i
cioccolatini?»
«Potrei aver esagerato per attirarti sottocoperta…»
«Ci sei riuscito. Spero che tu abbia in mente un’alternativa
adeguata.»
Sam spense il laptop e abbassò lo schermo. «Qualche idea ce
l’ho…»

23
2

Tornati sul ponte principale, Sam e Remi guardarono verso il


secondo livello, dove l’equipaggio, seduto intorno a un tavolino
da gioco costellato di bottiglie di birra, rideva e gettava soldi sul
piatto mentre studiava le carte, tra volute di fumo che si alzavano
da sigarette rollate a mano. La spedizione era terminata ed era
venuto il momento di rilassarsi, un passatempo nel quale gli
spagnoli eccellevano.
Remi osservò divertita uno degli uomini accusare di barare il
capo della squadra di immersione. Il prevedibile sdegno fu
placato con una serie di brindisi che celebrarono l’integrità
dell’accusato. Remi si voltò verso Sam, che però si era diretto a
poppa, da dove fissava l’orizzonte. Una leggera brezza
meridionale gli scompigliò i capelli e la camicia di lino bianco.
Remi lo raggiunse e insieme osservarono quattro
sommozzatori dello yacht appena arrivato infilarsi mute ed
equipaggiamento e scivolare in acqua.
«Stai pensando quello che penso io?»
«Che forse qualcuno ci ha traditi?» chiese Remi.
«In realtà pensavo che fosse il pomeriggio giusto per fare
un’immersione rilassante.»
«Non posso scendere a grande profondità. Ho bisogno di
molto più tempo in superficie.»
«Non credo che ci sia bisogno che tu ti immerga. Voglio solo
darmi un’occhiata intorno e accertarmi che i nostri sospetti non

24
siano fondati.»
«Il fatto che tu sia paranoico non significa che quella gente
non sia malintenzionata nei tuoi confronti.»
«Esattamente. Dunque, tu cosa ne pensi?»
«Che è ora di rimettersi la muta. Mi devi un bel trattamento in
una spa come si deve.»
«Sai bene che sarei venuto con te, se solo avessi potuto. Le
tabelle di decompressione sono tiranne.»
«Il che significa che anche tu hai un tempo limitato di
immersione, signor Cousteau» lo mise in guardia, con
un’espressione che manifestò per un brevissimo istante la sua
preoccupazione.
«Sì, signora. Come vuole lei, signora.»
«Ecco, così direi che va meglio.»
Cinque minuti dopo, erano pronti. L’equipaggio era ancora
impegnato a fare bagordi, all’oscuro del fatto che Sam e Remi
avessero raggiunto la piattaforma di immersione.
«Visibilità ancora intorno ai venti metri?» chiese Sam,
sistemandosi la maschera.
«Più o meno. Forse un po’ di più.»
«In tal caso, non dovremmo stare a lungo sul fondale. Solo
un’immersione piacevole, ricreativa.»
«Dalle parti del relitto, ovviamente.»
«Mi sembra il luogo ideale, non trovi?»
«E se ci vedono?»
«Ci immergeremo tenendo lo scafo della Bermudez il più
possibile sopra di noi. Inoltre, se ho ragione, non guarderanno in
alto. Sai com’è, quando esplori un relitto sommerso hai i
paraocchi.»
Remi annuì. «Bel piano.»
Calarono in acqua dalla piattaforma la pesante scaletta

25
d’acciaio inossidabile e, invece di tuffarsi, si immersero con
cautela, finché non furono del tutto sommersi. Sam diede l’okay
a Remi e lei fece altrettanto, segnalandogli che era pronta.
Scesero gradualmente fino a quasi venti metri, seguendo,
come stabilito, un percorso approssimativo per raggiungere il
relitto. A una quarantina di metri dall’obiettivo, Sam fece cenno a
Remi di restare immobile e poi si allontanò, sparendo negli abissi
sempre più bui. Passò una decina di minuti e, giusto quando
Remi iniziava a preoccuparsi, Sam riapparve, controllando il suo
cronometro subacqueo. Indicò la superficie.
Quando riaffiorarono, lui sputò il suo erogatore. Il grande
yacht bianco era solo a cinque metri da loro.
«Beccati. Due sub erano dentro lo scafo e gli altri due erano
all’esterno. Ho visto le loro luci da lavoro. E poi sono usciti altri
cinque uomini dal relitto. Trasportavano statue. I quattro che
abbiamo visto erano solo una piccola parte della banda. Dentro
potrebbe essercene una decina, forse più.»
«Come facevano a sapere?»
«È ovvio che sono venuti preparati…»
«Il che solleva un’altra domanda: chi sono e chi ha fatto
trapelare l’informazione?»
«Forse le coordinate gliele ha date qualcuno che sa del
relitto. Il che significa una bella lista di funzionari spagnoli.»
«Immagino di sì. Quanto a chi siano questi pirati…»
«C’è solo un modo per scoprirlo.»
Lei scosse la testa. «Non starai pensando…»
«La miglior difesa è un buon attacco.»
«Non sarebbe meglio informare le autorità?»
«Ti riferisci alle stesse persone che forse hanno passato
l’informazione a questi tizi? Scommettiamo che la cosa non
porterebbe a nessun risultato?»

26
Remi sospirò. «Suppongo che le cose finora siano filate
troppo lisce per i tuoi gusti. Avrei dovuto immaginarmelo.»
«Forza. Andiamo a vedere come vive l’altra metà.»
«Siamo noi l’altra metà.»
«Sai cosa intendo.»
«Sì, Sam. Temo di saperlo fin troppo bene.»
Si avvicinarono allo yacht dei contrabbandieri a una
profondità di tre metri e Sam digitò le coordinate sul suo GPS da
immersione quando furono esattamente sotto di esso. Dopo aver
dato un’altra occhiata alla posizione del relitto, indicò la poppa,
sopra di loro, e Remi segnalò che era pronta. Insieme salirono
fino alla scaletta da immersione appesa sotto la pedana e Sam si
issò, seguito da Remi.
«Lasciamo qui la nostra attrezzatura. Dobbiamo sembrare
come tutti gli altri sommozzatori. Se qualcuno ci vede, saluta con
la mano e basta.»
«Non lo so, Sam. È possibile che io sia un po’ più formosa
del tipico sommozzatore tecnico.»
«Uno dei tanti motivi per cui ti amo.»
«Almeno non devo temere che tu scappi con un’altra
subacquea.»
«Scappare è faticoso, soprattutto con le pinne ai piedi.»
Remi gli diede un buffetto.
Dopo una sbirciata furtiva alla zona sgombra del ponte
inferiore, nei pressi del quadro di poppa, salirono la scaletta di
accesso. Lo yacht aveva quattro piani sopra la carena. Dal ponte
del secondo piano giunse una soave cascata di note jazz.
«Si direbbe che la festa sia lassù» sussurrò Remi.
Sam annuì. «La domanda è se abbiamo voglia di partecipare.»
«Dovremmo comportarci con prudenza.»
«Dunque… ci imbuchiamo?»

27
Lei gli rivolse uno sguardo di intesa. «Dirti di no ti
fermerebbe?»
«Il ragionamento fila. Saliamo di soppiatto e vediamo con chi
abbiamo a che fare.»
«Di soppiatto? Con addosso la muta? Su un mega-yacht?»
«Non ho detto che fosse un piano perfetto.»
Remi fece un sorrisino. «Mostrami la strada, o grande
cacciatore.»
Lui raggiunse il ponte del secondo livello e si ritrovò di
fronte a tre giovani bellezze abbronzate che indossavano un
sorriso e poco altro, distese su sedie a sdraio intorno a una vasca
per l’idromassaggio. Una di loro alzò gli occhi e squadrò Sam,
poi si abbassò lentamente gli occhiali da sole per riguardarlo da
capo a piedi.
Quattro uomini più vecchi erano seduti intorno a un grande
tavolo in tek, carico di un banchetto epicureo e di champagne. Il
fumo dei loro sigari era acre in quella brezza fragrante. Un quinto
uomo, più giovane, era accanto al parapetto sinistro e scrutava la
Bermudez con un binocolo. Uno degli uomini si alzò: era una
figura imponente che indossava una camicia di Robert Graham
dai colori vivaci, un paio di pantaloni misto seta e lino di Armani
e mocassini di Prada. Sam sorrise.
Superato un breve choc, l’uomo sfoggiò un ampio sorriso,
distinto come il panama color crema che portava sulle ventitré.
«Sam e Remi Fargo. Che piacevole sorpresa. Molto gentile da
parte vostra farci una visitina» disse, con il suo inconfondibile
accento britannico da alta borghesia.
Sam avvertì la presenza di Remi dietro di lui. Senza voltarsi,
si avvicinò al tavolo con un sorriso altrettanto cordiale ed estrasse
una bottiglia di champagne dal secchiello d’argento coperto di
condensa. Studiò l’etichetta per un istante e poi fece cadere

28
nuovamente la bottiglia nel secchiello. «Che il cielo mi fulmini se
non è Janus Benedict. Vedo che bevi ancora Billecart-Salmon del
1996.»
«Squadra che vince non si cambia. Se posso permettermi, a
cosa dobbiamo il piacere della vostra compagnia?»
«Ci trovavamo a bordo di quell’altra nave, abbiamo visto la
vostra e ci siamo chiesti se per caso non aveste della senape Grey
Poupon.»
«Ah, lo scellerato umorismo di Fargo. Ben trovato.» Il tono di
voce raffinato di Janus era un perfetto complemento dei suoi baffi
a penna sempre più grigi.
Gli altri tre uomini seduti rivolsero ai Fargo occhiate divertite
e al tempo stesso guardinghe, godendosi lo spettacolo: era
evidente a tutte le persone sedute al tavolo che Janus e i Fargo
erano vecchi avversari.
L’uomo più giovane si avvicinò a Janus e mormorò: «Janus.
Che stai facendo? Cacciali in mare… subito. O, meglio
ancora…»
Janus lo zittì con un gesto brusco. Lo prese in disparte e
bisbigliò a sua volta. «Reginald, smettila immediatamente.
Bisogna sempre tenere i nemici a distanza ravvicinata, per capire
meglio come ragionano.»
«È una follia.» Reginald allungò una mano dietro la schiena,
dove teneva una pistola nascosta sotto la camicia.
«Sarai anche mio fratello, ma fai una sciocchezza del genere
sulla mia barca e saranno guai. Pensaci. Solo per un secondo. Se
estrai un’arma, non avremo altre opzioni. Smettila e torna a
girarti i pollici mentre gli adulti parlano.» Janus si allontanò da
lui e riportò l’attenzione sui nuovi arrivati. «Vi prego, insisto. Un
po’ di champagne. Remi, posso dire che sei incantevole come
sempre?»

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Remi si era sfilata il cappuccio della muta e si era abbassata
la lampo. «Il solito diavolo mellifluo.»
«Dovrei essere di pietra per non accorgermi della tua bellezza,
cara signora.» Janus si accomodò e schioccò le dita.
Dal salone al piano superiore si materializzò uno steward in
pantaloni sportivi bianchi e camicia con le spalline nere.
«Porta altre due sedie per i miei ospiti, insieme a qualche
bicchiere. E alla svelta.»
«Sì, signore.»
Come conigli usciti da un cilindro, altri due steward
apparvero con sedie e flûte di champagne. Remi e Sam si
accomodarono al tavolo. Un cameriere versò a entrambi un
bicchiere di champagne, che scintillò come oro effervescente nel
sole lucente.
Janus indicò il suo entourage. «Consentitemi di presentarvi
tutti. Pasqual, Andrew, Sergei, vi presento Sam e Remi Fargo,
ritenuti i cacciatori di tesori di maggior successo del pianeta.
Oh… il signore laggiù, impegnato ad ammirare la vostra elegante
imbarcazione, è mio fratello minore, Reginald.»
Gli uomini rivolsero un cenno ai Fargo.
Sam scosse la testa. «Non siamo affatto cacciatori di tesori,
Janus. Siamo semplicemente mossi da un’insaziabile curiosità e
ci ritroviamo nel posto giusto al momento giusto.»
«Già, direi: di certo la Dea bendata è appollaiata sulle vostre
spalle in via permanente. Ma la fortuna aiuta gli audaci.» Janus
alzò il bicchiere per fare un brindisi. «Alla bella stagione e alla
navigazione senza intoppi.»
Remi toccò il bicchiere con il suo.
Sam si limitò a sorridere. «Cosa ti porta sulla costa spagnola,
Janus? Non è esattamente il tuo territorio.»
«Tutto lavoro e niente svago, caro ragazzo.» Janus diede

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un’occhiata alle tre belle ragazze sdraiate accanto alla vasca.
«Ordini del medico. Respira aria salmastra, goditi il sole.
Nessuno di noi può sapere quanto tempo abbia ancora a
disposizione.» Fece una pausa. «E voi?»
«Dobbiamo avere lo stesso medico. Ci ha dato istruzioni
praticamente identiche» intervenne Remi.
«Anche il vostro dev’essere molto bravo, allora.»
Sam si sporse. «Non ho potuto fare a meno di notare che su
questa barca hai un bell’assortimento di attrezzatura subacquea.»
Janus non batté ciglio e si limitò a fargli un sorrisino.
«Alcuni dei miei ospiti sono veri appassionati. Uno dei prezzi da
pagare quando si danno feste. L’ho fatta allestire in maniera tale
da far trovare loro tutto ciò che desideravano.»
«Immagino che ce li siamo persi, a giudicare dagli spazi vuoti
nel contenitore delle bombole.»
«Davvero? È difficile non perdere di vista qualcuno su uno
yacht di queste dimensioni. Ma non mi sorprende scoprire che
siano andati a fare un’immersione. Dopotutto, è una delle loro
passioni. E sono davvero bravi, devo dire.»
«Quanto è lunga la barca? Quaranta metri?» chiese Remi.
«Oh, no, santo cielo. Direi una cinquantina. Non ricordo
esattamente. È una delle tante, non lo sapevate? Una scocciatura,
mantenerla, e non è che sia a buon mercato. Ma perché faticare
tanto, in questa vita, se non per goderci i piccoli lussi?»
Per un’altra ventina di minuti si punzecchiarono come
gladiatori che si studiavano in un’arena verbale, alla ricerca di
eventuali punti deboli, ma Janus era troppo a suo agio per fare
passi falsi. Per quanto Sam e Remi conoscessero il suo gioco – e
Janus sapeva che lo conoscevano –, a bordo dello yacht non
avrebbero potuto fare granché. Quando Sam si stancò della
conversazione, si congedarono, ringraziarono Janus per

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l’ospitalità e tornarono alla piattaforma di immersione.
«Ti lascia il marcio in bocca, vero?» commentò Sam mentre
indossavano l’equipaggiamento.
«Sì, squalo marcio.» Remi si infilò il cappuccio. «Quanto è
untuoso. Il burro non gli si scioglierebbe in bocca.»
«È sempre stato così. Ti ricordi l’ultima volta?»
Sam e Remi si erano imbattuti in Benedict nel corso di una
spedizione per individuare un galeone spagnolo al largo delle
coste della Normandia. La ricerca si era rivelata fruttuosa, ma
avevano dovuto fare i conti con guasti sospetti alla loro
attrezzatura, architettati con ogni probabilità dagli scagnozzi di
Janus. In certi ambienti, il suo nome saltava fuori con regolarità
quando si parlava di manufatti rubati. La sua attività primaria
però era il traffico d’armi con il gotha dei despoti africani e
società fantasma affiliate ai cartelli della droga. I suoi legami e la
sua influenza finanziaria erano tali che non era mai finito sotto
processo: non gli sarebbe mai arrivata nemmeno una multa per
divieto di sosta. La sua rete di banche, compagnie assicurative e
società immobiliari gli aveva assicurato una presenza fissa sulla
scena sociale del Regno Unito. Aveva ricevuto più inviti di buona
parte dei diplomatici di carriera e nuotava nelle acque insidiose
del potere con la naturalezza di un barracuda.
«Dobbiamo avvertire l’università e le autorità, Sam. Non
possiamo permettere che la faccia franca in questo modo.
Sappiamo entrambi che, quando avrà finito, il relitto sarà
completamente spoglio.»
«Sì, lo so. Ma ho paura che sia riuscito a corrompere almeno
qualche importante funzionario, per cui, quando arriveranno per
mettere in sicurezza il tesoro segreto, gli spagnoli si ritroveranno
con un pugno di mosche.»
Remi si sistemò il giubbetto da immersione e si voltò verso

32
Sam. «Conosco quel tono di voce. Cosa stai pensando di fare?»
«Continueremo a seguire i canali ufficiali, ma potrebbe
servire qualche metodo non convenzionale per essere certi che,
nel frattempo, non scappi portandosi via qualcosa.»
«E tu sei proprio il tipo che pensa in grande… e senza
preconcetti» disse lei, inarcando un sopracciglio.
«So essere bello e basta, per te?»
«Be’, in effetti fai degli splendidi massaggi alla schiena.»
«Un sottile suggerimento?» chiese Sam, scrutando l’acqua
oltre il bordo della piattaforma.
«E sei pure sveglio. Mi piace.» Remi si calò in acqua.
Sam attese di veder spuntare la testa della moglie in
superficie prima di raggiungerla, mentre in mente gli frullavano i
modi possibili per contrastare Janus in mare aperto, considerata
la loro chiara inferiorità numerica.

33
3

Dominic andava avanti e indietro nella timoniera mentre Sam


e Remi, a braccia conserte, attendevano una risposta del
dipartimento spagnolo di Storia marittima su come intendeva
proteggere il relitto dal saccheggio. Frustrato, Sam diede
un’occhiata all’orologio subacqueo Anonimo Professionale CNS
che Remi gli aveva regalato per il suo compleanno. Siccome
nessuno aveva risposto al telefono – ma era venerdì, quindi era
comprensibile –, avevano insistito che l’allarme venisse
comunicato via radio.
Dominic smise di passeggiare senza meta. «Amici, abbiamo
fatto tutto ciò che è in nostro potere. Vi informerò appena avrò
notizie.»
«C’è qualcun altro con cui metterci in contatto? La polizia?
La guardia costiera?» volle sapere Remi.
«Informerò tutti, però non sono ottimista. Ricordatevi che,
per quanto sia estremamente importante per noi, nella lista delle
priorità degli altri la questione occupa un posto basso. La cosa
migliore da fare è attendere una reazione dell’università o del
governo.»
«A quel punto buona parte dei reperti, se non tutti, saranno
scomparsi» disse Sam.
Dominic si strinse nelle spalle. «Capisco la vostra
frustrazione. La provo anch’io. Ed è per questo che aspetterò
notizie e continuerò a chiamare chiunque mi venga in mente.»

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Sam sfiorò una spalla a Remi e i due si scambiarono
un’occhiata. Lui annuì e sospirò. «Suppongo che dovremo
collaborare col sistema. Se nessuno si prende la briga di
rispondere, non possiamo costringerli. E di certo non possiamo
far colare a piccola la barca di Benedict, per quanto l’idea mi
piaccia.»
Remi gli rivolse un’occhiataccia cupa. «Sam…»
«Ho detto che non lo farò, non preoccuparti. Dominic, se
senti qualcosa, ci avvertirai?»
«Certo, non preoccuparti.»
Sul ponte, il barbecue organizzato dall’equipaggio si era
animato con il passare delle ore. Quando salirono, furono accolti
da risate sguaiate e da grida di sdegno provenienti
dall’interminabile partita a carte. La superficie dell’acqua intorno
alla Bermudez si increspò di scintille dorate man mano che il sole
scivolava oltre l’orizzonte. Presto sarebbe sceso il crepuscolo, e
Sam e Remi sapevano che le possibilità che le autorità
intervenissero calavano insieme al sole.
Tornati nel loro alloggio privato, Remi si sedette sul letto e
fissò Sam, che si era avvicinato all’oblò per scrutare lo yacht di
Janus. «Sai che nessuno risponderà quantomeno fino a lunedì…»
«Purtroppo è vero. Forse perché Benedict li ha corrotti,
oppure perché è venerdì e siamo in Spagna.» Sam fece una pausa.
«Credo di sapere come faranno a dileguarsi con le statue senza
rischiare di essere abbordati e arrestati, malgrado sia un’ipotesi
azzardata. Non caricheranno nulla a bordo.»
«E come faranno?»
«Ah, con un trucchetto e sfruttando Madre Natura per far
sparire le proprie tracce.»
«È un po’ tardi per gli enigmi, Sam.»
«Se fossi in loro, attenderei il buio. Secondo te, quanto

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tempo ci vuole per svuotare la stiva?»
«Solo per tirar fuori le statue, senza preoccuparti di eventuali
danni al relitto? Almeno un’intera giornata. Ma potresti perdere
qualche pezzo.»
«Giusto. Il loro problema principale sarà tirar su tutto dal
fondale. Non potranno farlo senza dare nell’occhio. Dunque
secondo me attendono il buio per utilizzare gli argani della nave.»
Remi corrugò la fronte. «Mi sembrava che avessi detto che
non avrebbero caricato nulla…»
«Non sulla barca.»
Lei lo guardò confusa, poi sorrise. «Quanto sei subdolo.»
«Se vuoi beccare un ladro, devi ragionare da ladro. Se fanno
le cose in fretta, e lo faranno, ci possono riuscire in sei, sette ore.
Le luci da lavoro sopperiranno alla mancanza di luce naturale. Io
dico che lavoreranno tutta la notte e saranno pronti a filarsela
all’alba, se non prima.»
«Ma noi gli metteremo i bastoni fra le ruote.»
«Ci puoi scommettere. Sono un esperto di bastoni fra le
ruote. È stata la mia seconda specializzazione all’università.»
«Pensavo che fosse stato bere birra.»
«Bisogna stabilire delle priorità. Che non si escludono a
vicenda.»
«Secondo te, a che ora inizierà la festa?»
«Direi intorno alle quattro del mattino. Meglio arrivare in
anticipo.»
«Vuoi dirmi come vuoi fermarli?»
«Pensavo che non me lo avresti mai chiesto.»
Sam e Remi scesero alla piattaforma di immersione, la luna
sfoggiava un sorriso sbilenco tra le nubi rade, con la sua luce
fredda che scintillava sul mare increspato. Il resto della squadra
di archeologi si era da tempo ritirato nei propri alloggi e si

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godeva il giusto sonno degli ubriachi. Remi aprì un bauletto a
tenuta stagna ed estrasse due grosse maschere da sub dotate di
visori notturni monoculari, fornite dagli agganci di Sam al
dipartimento della Difesa. Li avevano utilizzati con grande
successo nello scafo del relitto, dove amplificavano persino le
tracce più tenui di luce.
«Spero che funzioni» sussurrò Remi, mentre si controllavano
l’attrezzatura a vicenda.
«È la via più sicura.»
Lei gli diede un buffetto. «La tua attrezzatura è a posto.»
«Anche la tua.» Si allontanò. «I visori notturni sono
all’avanguardia. Nel peggiore dei casi, se dovesse servirci una
piccola fonte di luce, utilizzeremo una torcia elettrica. Se
facciamo attenzione e limitiamo il fascio di luce allo scafo, non
se ne accorgerà nessuno.»
Remi scrutò le onde leggere. «Ti ho mai detto quant’è
romantico immergersi nel mare freddo a notte fonda?»
«Speravo che ci saresti cascata…»
«Mi conosci troppo bene.»
Si bloccarono quando da sopra si udì un cigolio. Sam inclinò
la testa per cogliere il minimo movimento e, dopo qualche minuto
di silenzio ininterrotto, si rilassarono: probabilmente era solo il
legno della tolda che scricchiolava per il calo di temperatura.
Sam prese la maschera dalle mani di Remi e attivò il visore
notturno, dopodiché strinse il nastro del suo cappuccio. «Ehi,
magia! Ci vedo! Pronta a farti una nuotata?»
«Sono nata pronta, bello.» Anche Remi sistemò la maschera e
accese il visore. Dopo aver controllato per l’ultima volta la sua
sacca da immersione, si calò in acqua.
Sam la raggiunse pochi istanti dopo e ben presto nuotavano
in direzione dello yacht di Benedict, utilizzando le coordinate del

37
GPS di Sam.
La visibilità non era scarsa come temevano, tre metri sotto la
superficie. A quella profondità, la luce della luna penetrava a
sufficienza per consentire loro di vedersi. I visori avevano una
portata di una decina di metri: doveva bastare. Remi si librava
nell’acqua come un delfino e Sam, quando si voltò a guardarla, fu
percorso da una scarica di orgoglio all’idea che avesse accettato
di affrontare un compito difficile insieme a lui, come aveva fatto
spesso, senza battere ciglio.
Lo scafo dello yacht apparve davanti a loro. Man mano che si
avvicinavano, notarono le reti che si aspettavano di vedere, legate
sotto lo scafo con corde di nylon fissate a pesanti occhielli di
acciaio, che erano stati saldati alla chiglia specificamente per
quello scopo. Sam indicò la rete più vicina, zeppa di statue,
mentre la superavano per raggiungere la prua. In quel momento,
nell’acqua si udì il ronzio di una vibrazione: i motori erano
accesi.
Sam indicò la rete più vicina, estrasse il suo coltello XS
Scuba in titanio e raggiunse il punto in cui una delle due sagole
era attaccata allo scafo. Remi fece altrettanto con quella opposta,
indugiando un istante per scrutare tutte le reti appese alla nave
come frutti sospesi – almeno una dozzina, forse più – che
sparivano nell’oscurità per tutta la lunghezza dello yacht.
Iniziarono a segare le corde finché non si lacerarono, quasi allo
stesso tempo. Osservarono la rete piena di manufatti riguadagnare
lentamente il fondale. Quando scomparve nelle acque oscure, si
avvicinarono a quella successiva.
Una decina di minuti dopo, mentre si accostavano alla
penultima rete, lo yacht iniziò a muoversi. Sam si guardò intorno
e indicò la catena dell’ancora, che si stava afflosciando mentre la
barca scartava leggermente in avanti. Remi si allontanò per

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evitare di restare intrappolata nelle maglie della rete che le stava
andando incontro. Sam fece altrettanto. La catena entrò in
tensione non appena si fu liberata dal fondale e, a quel punto, lo
yacht indugiò sopra l’ancora che saliva dagli abissi.
Remi indicò le due reti restanti. Raggiunsero le due sagole e
iniziarono a tagliarle, consapevoli di non avere molto tempo
prima che la nave iniziasse la navigazione. Con un po’ di fortuna,
sarebbero riusciti a liberarle entrambe e ad allontanarsi prima che
lo yacht ripartisse.
Sam attaccò la sua sagola. La catena dell’ancora sferragliò,
arrotolandosi sul verricello di prua. Persino sott’acqua, il rumore
ricordava il fuoco di una mitragliatrice. Tagliare diventò più
difficile quando la poppa si spostò, spinta dal vento di superficie,
con le gigantesche eliche a cinque lame che giravano lentamente,
dato che la trasmissione era al minimo.
Il lato di Sam finalmente si liberò e la rete di nylon s’inclinò
al rallentatore. Poi, nel preciso istante in cui Remi ebbe finito il
lavoro sul suo lato, le enormi eliche iniziarono a girare e lo yacht
scartò in avanti. Sam imprecò in silenzio, sentendosi trascinare
verso le eliche dalla loro stessa trazione. Dopo aver dato
un’ultima occhiata alla rete restante, che conteneva una sola
statua, sbatté le pinne con tutta la forza che aveva per fuggire.
Aveva visto fin troppe fotografie di incidenti con eliche per
rischiare all’ultimo momento, e girò la testa alla ricerca di Remi,
mentre scendeva a capofitto.
Ce l’aveva quasi fatta, quando l’ultima rete si impigliò nella
bombola di Sam e, in un istante, venne trascinato via, senza
controllo. Si ritrovò davanti un’immagine uscita dai suoi peggiori
incubi: il ribollio delle eliche di ottone, scintillanti e affilate, a
pochi metri da dove era intrappolato.
Il movimento della nave che prendeva velocità lo spinse

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ancora più vicino alle eliche, e lui lottò inutilmente per liberarsi,
consapevole di avere solo pochi secondi prima che l’ancora
salisse del tutto e il capitano aumentasse la velocità. A quel
punto, anche se Sam fosse riuscito a districarsi, sarebbe stato
risucchiato nel gorgo di quelle lame letali. Protese dietro di sé la
mano che impugnava il coltello da immersione e mollò fendenti
alla cieca contro la fitta rete di nylon.
Senza successo.
In un ultimo, disperato tentativo di salvarsi, cercò a tentoni i
dispositivi di sgancio della sua imbracatura e li aprì, prendendo
un’abbondante boccata d’aria compressa, prima di togliersi
l’erogatore dalla bocca e di nuotare verso gli abissi con tutta la
forza che aveva in corpo.
La pinna sinistra sussultò, squarciata dalla lama dell’elica, e
lui si sentì spingere come all’interno di una corrente a getto,
catapultato all’indietro dal gorgo dell’elica man mano che lo
yacht accelerava.
Dopo essere stato sbatacchiato per quella che gli parve
un’eternità, Sam riaffiorò e inspirò una boccata d’aria fresca e
gradita, con la poppa dell’imbarcazione di Benedict chiarissima
nel suo visore notturno. Incamerò un’altra bella boccata d’aria e
tornò giù per cercare Remi.
Lei si era allontanata prima di lui e Sam vide la sua sagoma
fluttuare nell’oscurità.
Stava bene.
La raggiunse e le prese una mano. Remi gliela strinse. Si
voltò verso di lui e i suoi occhi si spalancarono sotto la maschera
quando lo vide senza bombola. Lui alzò un pollice ed entrambi
salirono in superficie.
«Cos’è successo alla tua attrezzatura?» gli chiese, mentre
galleggiavano nella notte.

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«Gli dei del mare hanno preteso un sacrificio e la scelta era
tra me e la bombola.»
«Stai bene?»
«Mai stato meglio. Torniamo alla barca prima che albeggi.»
La Bermudez galleggiava pacificamente tra le onde color
ebano. Tornati a bordo, Remi si sfilò l’attrezzatura ed entrambi si
tolsero la muta. Non volevano parlare con nessuno dell’avventura
notturna. Sembrava la linea di condotta più prudente, considerata
l’influenza che aveva Benedict in livelli ignoti
dell’amministrazione spagnola. Inutile fargli avere altre
informazioni e annullare qualsiasi vantaggio si fossero
guadagnati.
Sam studiò meglio la sua pinna malridotta, con lo squarcio su
un lato. L’elica gli aveva mancato il piede di pochi centimetri.
Grazie a Dio, Remi non se n’era accorta e lui decise di non
informarla del rischio che aveva corso.
«Mi è sembrato che la statua che si è portato via fosse quella
a grandezza naturale di Atena» sussurrò Remi.
«Ne informeremo le autorità, se e quando arrivano. Non mi
fido di nessuno su questa barca.»
Remi sgranò gli occhi. «Non penserai che uno della
squadra…?»
«Non so cosa pensare. So solo che i soldi sporchi di Benedict
sembrano aver comprato un bel po’ di indifferenza nei confronti
di un furto lampante, e non voglio correre rischi.»
Lei annuì. «Pensi che un sonnellino di un paio d’ore
possiamo farcelo?»
«Lo spero. Domani i telefoni e la radio scotteranno, ma per
ora dichiaro compiuta la missione, anche se Benedict è fuggito
con un cimelio.»
«Una volta che ne sarà stata denunciata la scomparsa, sarà

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costretto a nasconderlo da qualche parte o a venderlo.»
«Speriamo. Certi collezionisti sono davvero senza scrupoli.»
«Quando le autorità ci risponderanno, lui sarà in acque
internazionali. Io cercherei subito asilo in Marocco o Algeria.
Distano un centinaio di miglia. Come bere un bicchier d’acqua,
per quella nave.»
«La farà franca anche stavolta.»
«Temo di sì. E ora… che ne dici di posare davvero la testa sul
cuscino?»
Janus Benedict era sul ponte di poppa, infuriato, dopo che il
capo della squadra dei sommozzatori gli aveva comunicato che,
malgrado la fatica fatta, l’unica cosa ancora nelle loro mani era
una statua.
Reginald sembrava sul punto di malmenare lo sventurato
messaggero. «Razza di un idiota. Come hai potuto permettere che
accadesse?» La sua camicia di seta di Versace brillava al sole.
Janus sollevò una mano per zittire il fratello e parlò con voce
calma, piatta. «La colpa non è di Hector. Aggredirlo non porterà
da nessuna parte.»
«In che senso, non è colpa sua? Abbiamo appena perso
milioni di dollari perché ha legato male il carico!»
Hector scosse la testa. Mostrò un frammento di spessa corda
di nylon gialla e indicò l’attrezzatura subacquea che aveva
sistemato ai margini del ponte. «No, signore. Tutte le sagole
erano ancora attaccate ai tiranti. Le corde sono state recise.
Guardi le estremità. E quell’attrezzatura è rimasta impigliata nella
rete. Non si è trattato di un incidente.»
Janus annuì, fissando la costa vicina, che scintillava come un
miraggio sull’orizzonte. «Sono stati i Fargo. Non può essere
altrimenti.»
«Sapevo che avrei dovuto ammazzarli quando ne ho avuto la

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possibilità.»
Janus si girò verso il fratello. «Davvero? È questa la tua
soluzione? Un omicidio a sangue freddo di fronte a una
moltitudine di ospiti? Sei uscito di senno?» Scosse la testa e si
rivolse a Hector. «Molto bene. Porta la statua sul ponte e
impacchettala come stabilito: la consegneremo al rendez-vous.»
Di lì a un’ora, un peschereccio algerino li avrebbe accostati
per trasportare la statua in un luogo sicuro, consentendo allo
yacht di procedere verso Maiorca. Nell’ipotesi altamente
improbabile che venisse fermato e ispezionato, non ci sarebbe
stato nulla da trovare. Sarebbe stata la parola dei Fargo contro la
sua ed era convinto che, con le bustarelle che aveva pagato per
ingrassare il sistema spagnolo, di problemi seri non ce ne
sarebbero stati.
«Continuo a dire che una pallottola tra gli occhi avrebbe
risolto un sacco di problemi» brontolò Reginald mentre Hector si
allontanava, sollevato di averla fatta franca dopo il fallimento
della spedizione.
«Quante volte ti devo dire che prendere decisioni avventate è
da stupidi? La posta in palio è alta e non puoi fare la prima cosa
che ti passa per la testa. Qui si gioca a scacchi, non a rugby. È
tutta questione di strategia, non di forza bruta.»
«Parla l’uomo a cui la sobrietà ha appena fatto perdere
milioni.» Reginald rimpianse subito le sue parole quando vide il
gelo negli occhi del fratello maggiore.
«Allora, caro il mio saputello, i milioni li faccio io e posso
anche decidere di perderli, giusto? Faresti bene a riflettere, prima
di alzare la cresta. Sei tu che mi hai supplicato di partecipare alle
mie operazioni, sei tu che hai deciso che la vita del playboy era
diventata noiosa. E non ti sei lagnato del mio approccio quando
quella ragazza di Cannes ti ha denunciato alla polizia. Sei stato

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più che felice di come la mia reputazione abbia fatto sparire quel
fastidio.» Janus fece una breve pausa e sospirò. «La mia pazienza
ha un limite, Reginald. Se vuoi essere parte della mia attività,
farai le cose a modo mio. L’impulsività porta solo seccature, che
tu ci creda o meno. È stata solo la prima ripresa di una lunga
partita. Sono certo che rivedremo i Fargo e che, quando accadrà,
le cose andranno in maniera diversa.»
Reginald lo guardò con una strana espressione, punto nel
vivo ma impenitente. «Lo dici come se fosse scontato.»
Janus posò con fare paterno una mano su una spalla di
Reginald e indicò la sontuosa colazione sul tavolo rotondo fuori
dal salone principale. «La pazienza paga. Questa faccenda non è
finita. Fidati di me.» Si schiarì la gola: argomento chiuso. «La
statua di Atena ci farà ottenere diversi milioni da un acquirente di
Mosca, per cui copriremo almeno i costi del carburante e le altre
spese della nostra gitarella. Non siamo in perdita. E ricordati: chi
va piano va sano e va lontano.»
Raggiunsero il tavolo e si sedettero uno di fronte all’altro.
Uno steward corse a versare loro del caffè nero bollente, un altro
giunse con del succo d’arancia fresco e un terzo attese con
discrezione che fossero serviti prima di chiedere come
preferivano le uova.
Reginald ordinò un’omelette e Janus una frittata di albumi.
Quando il fratello minore riportò lo sguardo su di lui, Janus
scrutava l’orizzonte e i suoi lineamenti fini mostravano
un’espressione serena, come se il piano avesse avuto successo e
lui non avesse una sola preoccupazione al mondo. Reginald
conosceva Janus e quell’espressione. Se aveva detto che non era
finita, non era finita: quegli americani impiccioni avrebbero avuto
quel che si meritavano da suo fratello. Malgrado il suo garbo,
Janus era letale come un cobra e altrettanto silenzioso.

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Avrebbe preparato il conto e, al momento opportuno, i Fargo
avrebbero pagato.
Ne era certo.

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4

La mattinata passava lenta, Dominic non aveva ottenuto


risposta dai suoi contatti, quindi Remi decise di occuparsi
personalmente della faccenda. Accese uno dei telefoni satellitari
e chiamò un numero che conosceva bene. Selma Wondrash
rispose al quarto squillo.
«Selma? Parla Remi. Scusa se ti chiamo così tardi.»
«Eccovi! È da quasi una settimana che non vi sento. Mi
preoccupo, quando voi due sparite dal mio radar.»
«Siamo stati impegnati a fare immersioni.»
«Come sono andate?»
«Abbiamo finito, ma è sorto un problemino.»
«Come sempre. Cosa posso fare per aiutarvi?»
«Che contatti hai nella Marina spagnola?»
Selma ci pensò su, elaborando informazioni alla velocità
della luce. «La Marina spagnola… Mi lasci fare qualche ricerca.
Se non ho un contatto interno, posso trovare qualcuno che
conosce le persone giuste. Cosa avevate in mente?»
Remi glielo spiegò e Selma espresse il proprio assenso con
un borbottio. «Capisco. Mi dia il tempo di mettermi all’opera.
Qui è l’una del mattino, ma sono ancora sveglia: tanto vale fare
qualcosa di utile.»
«Temevo di averti svegliata.»
Selma esitò. «No, ultimamente sono nottambula. L’insonnia
va e viene.»

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«La detesto. Dovresti prendere qualcosa per combatterla:
dormi già poco in condizioni normali…»
«Lo farò, se dovesse proseguire a lungo. Ma, per il momento,
è un bene che fossi sveglia. La richiamo appena ho novità. C’è
altro?»
«Fa’ il pieno di carburante al Gulfstream e tienilo pronto al
decollo per domani sera. Così saranno passate ventiquattr’ore
dall’ultima immersione. Inoltra un piano di volo per San Diego.
Torniamo a casa.»
«Lo consideri già fatto.»
Sam aveva acquistato un jet privato Gulfstream G650 con
un’autonomia effettiva di dodicimila chilometri da una banca che
lo aveva pignorato a un fondo di investimento in difficoltà. Da
allora, la loro capacità di muoversi intorno al globo era cresciuta
notevolmente. Le spese folli non erano da lui, ma – come avevano
sottolineato i commercialisti – si vive una volta sola. Inoltre la
vendita dell’azienda e i diritti delle ultime invenzioni brevettate
da Sam avevano accresciuto le loro risorse finanziarie al punto
che non avrebbero potuto spenderle in dieci vite.
Remi riagganciò e si voltò verso Sam, che dal ponte di poppa
scrutava con diffidenza l’ampia distesa del Mediterraneo, come se
lo yacht di Benedict potesse riapparire da un momento all’altro.
«Selma sta per fare il suo pressing a tutto campo. Conoscendola,
la Settima Flotta sarà qui per l’ora di pranzo.»
Sam l’abbracciò e la baciò sulla testa. «Ti ho mai detto
quanto sono fortunato ad averti?»
Lei si alzò in punta di piedi e gli diede un lungo bacio. «Sono
felice che te ne sia accorto, alla fine. Significa che il mio
lussuoso soggiorno alla spa sta per iniziare?»
«Non appena arriviamo a casa.»
Studiarono il mare calmo, su cui qualche imbarcazione da

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diporto oziava nei pressi dell’isola.
Remi si toccò la collana con lo scarabeo portafortuna. «Tutto
considerato, sarebbe potuta andare molto peggio. Perlomeno non
siamo stati costretti ad affrontare un piccolo esercito armati solo
di vanghe e fucili a pietra focaia.»
«Ah, i bei tempi andati. Hai ragione, ovviamente. Mi dispiace
solo di non aver fatto in tempo a prendere quell’ultima statua.
Una trentina di secondi in più e saremmo riusciti a liberarla.»
«Lo so, ma non si può avere tutto. Direi che è andata
benissimo, per essere una missione improvvisata.»
Dominic si avvicinò dalla timoniera con un’espressione
avvilita sul bel viso. La stanchezza delle cinque del mattino e la
bandana rossa che gli copriva i capelli gli davano un’aria da
pirata. «Ancora nulla. Temo che non avremo notizie fino a lunedì,
ma perlomeno quello yacht ha abbandonato la zona, giusto?»
«Però potrebbe tornare e il relitto ha ancora bisogno di
sorveglianza. Per quanto ci riguarda, abbiamo messo in moto i
nostri. Non ci sono grandi probabilità che succeda qualcosa, ma
non si sa mai» disse Sam.
Le palpebre di Dominic si strinsero mentre faceva uno dei
suoi contagiosi sorrisini castigliani. «Sarebbe splendido.
All’università non c’è nessuno e lì non sto facendo progressi.»
Mezz’ora dopo, il satellitare di Remi squillò e lei discusse a
bassa voce con Selma, prima di riattaccare. «Arriva la cavalleria.»
Sam annuì. «Quanto tempo?»
«Due ore. Manderanno una barca da Cartagena, ma ci vorrà
un po’ per farla partire.»
Sam e Remi erano tornati sul ponte principale quando
udirono un rombo di motori potenti provenire da occidente. Remi
scrutò la superficie dell’acqua e indicò una sagoma grigia che
puntava esattamente su di loro. Una motovedetta della Marina –

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classe Serviola, sessanta metri di lunghezza – era in
avvicinamento dal porto di Cartagena. Man mano che si
approssimava, riuscirono a leggerne il nome: Atalaya. Rimasero
entrambi a osservarla mentre gettava l’ancora nelle vicinanze.
Dominic li raggiunse quasi subito.
«Direi che dovrebbe tenere i cacciatori di tesori a distanza
finché il carico del relitto non sarà recuperato.» Sam mise al
corrente Dominic dell’incursione notturna ai danni di Benedict e
gli diede un foglietto su cui aveva scarabocchiato delle
coordinate. «Le reti si trovano in questo punto. I sommozzatori
dello yacht sono stati così gentili da estrarre le statue dal relitto,
per cui dovrebbe essere un gioco da ragazzi issarle dal fondale.»
Diede un’altra occhiata alla nave della Marina. «Dopo
l’immersione di stamattina, non possiamo prendere l’aereo prima
di domani. Possiamo approfittare della vostra ospitalità per
un’altra notte?»
«Un piacere… e sarò io stesso ad accompagnarvi sulla
terraferma.»
La mattina seguente misero in valigia le loro cose, compresi i
visori notturni da restituire al fornitore di Sam, e poi pranzarono
con Dominic. L’equipaggio aveva fatto una spedizione di pesca
molto fortunata. Mentre si godeva un ultimo bicchiere di
Albariño, l’eccellente vino bianco locale, Sam disse: «Grazie
dell’ospitalità, Dominic. Ma si è fatto tardi e dobbiamo sbarcare.
Ci puoi dare il passaggio che ci hai promesso?»
«Certo. Datemi cinque minuti.»
Salirono su una barchetta da sette metri in fibra di vetro,
dotata di un potente motore fuoribordo, e solcarono le acque
placide, con qualche sobbalzo e spruzzo salato quando
incrociavano un’onda più grossa. Sam e Remi erano seduti al
centro, su una panca, mentre Dominic governava la barca da

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poppa. Una ventina di minuti dopo giunsero al porto commerciale
di Cartagena, dove, dopo essersi salutati, si separarono. Sam e
Remi presero un taxi fino all’aeroporto di Murcia-San Javier, a
circa venticinque chilometri.
Il loro jet li attendeva sulla pista. I due piloti, Brad Sterling e
Rex Fender, passavano in rassegna la checklist in vista del
decollo, mentre Sandra, l’assistente di volo, presiedeva
all’approvvigionamento dell’elegante aereo, studiando
attentamente gli addetti al catering che caricavano a bordo cibo e
vino. Quando i Fargo arrivarono, lei li accolse con calore. La sua
settimana di vacanza in Spagna era terminata e Remi notò che
aveva trovato il tempo per prendere un po’ di sole in quella città
costiera, di certo rilassandosi più di quanto non avessero fatto
loro a bordo della Bermudez, immergendosi giorno e notte.
«Abbiamo inoltrato un piano di volo e dovremmo essere in
aria al massimo in venti minuti» li informò Brad. «Il volo durerà
undici ore, a un’altezza di quarantottomila piedi, e dovrebbe
essere tranquillo, visto che viaggeremo sopra qualsiasi
turbolenza.»
Sam e Remi si accomodarono sulle enormi poltrone di cuoio
cucito a mano. Una cabina separata nel retro disponeva di un
letto largo quasi quanto il velivolo stesso. Sandra aveva avuto la
premura di fargli trovare una bottiglia di champagne Veuve
Clicquot La Grande Dame ghiacciato del 2004 e due flûte di
cristallo, per ingannare l’attesa del decollo. Sam fece saltare il
tappo con un gesto teatrale e versò a entrambi un assaggio, che
sorseggiarono con gusto.
Le potenti turbine sibilarono nel momento in cui Sandra
chiudeva la porta della fusoliera. Dopo aver rullato fino
all’estremità opposta della pista, l’elegante jet schizzò in cielo,
salendo quasi verticalmente sul Mediterraneo, prima di eseguire

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una larga virata a occidente.
Raggiunta l’altitudine di crociera, mentre la Spagna spariva
alle loro spalle, Sam e Remi accesero i rispettivi computer per
preparare la successiva escursione: una spedizione nei recessi
settentrionali del Canada. Una squadra finanziata dalla guardia
costiera degli Stati Uniti avrebbe esplorato i fiordi dell’isola di
Baffin per studiare lo scioglimento dei ghiacciai. Erano stati
invitati da un amico, il comandante Wes Hall, e avrebbero
trascorso una settimana utilizzando l’attrezzatura specializzata di
Sam per raccogliere dati sui cambiamenti geofisici.
Poco prima delle nove di sera atterrarono all’aeroporto
internazionale di San Diego. Ad accoglierli al terminal dei
charter c’era Selma, con la Cadillac CTS-V. Remi la abbracciò
mentre Sam caricava i bagagli nel grande baule. Presto furono in
viaggio verso la loro casa sull’oceano a La Jolla.
«Allora, Selma, ti siamo mancati?» chiese Sam.
«Certo. La casa non è la stessa quando non ci siete.»
«Zoltán come sta? Ha fatto il bravo?» chiese Remi.
Zoltán era il loro grosso pastore tedesco, che si erano portati
a casa dall’Ungheria dopo la ricerca della tomba perduta di
Attila.
«Sapete com’è. Sa solo fare il bravo, ma sente la vostra
mancanza. Lei è l’amore della sua vita, Remi. Penso davvero che,
se sapesse parlare, suo marito avrebbe di che preoccuparsi.»
«Ehi! È una bella bestia, ma io ho i pollici opponibili» le
ricordò Sam, e tutti risero di gusto.
Appena furono nel garage, Sam e Remi udirono Zoltán
abbaiare, sebbene le portiere dell’automobile fossero ancora
chiuse.
«Va’ avanti tu, ti seguo con i bagagli. Si direbbe che il tuo
secondo amore stia perdendo la testa. Sarà meglio che tu vada a

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salutarlo, prima che abbatta le pareti» disse Sam.
La porta del garage si chiuse dietro di loro e Selma aprì il
baule, mentre Remi si dirigeva verso l’ingresso. Quando aprì la
porta e mise piede in corridoio, i latrati di Zoltán cessarono,
rimpiazzati da un tenue uggiolio: il suo naso sensibile aveva
individuato la presenza di Remi. Lei entrò in cucina e lo trovò
seduto, fremente ma troppo disciplinato per correrle incontro. Lei
si avvicinò, si chinò e lo strinse in un lungo abbraccio. Lui
rispose con una leccata e strofinando il muso contro di lei,
spazzando per terra con la coda pelosa in un tripudio di gioia.
Era al settimo cielo: la sua padrona era finalmente tornata.
Selma entrò in casa, seguita da Sam con i bagagli, e Zoltán
uggiolò nuovamente: ogni suo sogno era diventato realtà. Sam
lasciò cadere le borse accanto allo sportello del frigorifero e batté
le mani a Zoltán, invitandolo a raggiungerlo. Il cane balzò in
avanti senza farselo ripetere, e Sam lo grattò dietro le orecchie,
mentre Remi si univa a lui con una serie di carezze.
Selma assisteva alla rimpatriata con un sorriso. «Volete che vi
porti la roba su nella vostra stanza?»
Remi scosse la testa. «Lo farà Sam. Un po’ di esercizio fisico
gli farà bene, dopo una settimana a oziare.»
«Vero. Nient’altro che gin e ciambelle. Ho lasciato a Remi
tutto il lavoro duro. Non volevo stancarmi o farmi male.»
La faccia di Selma restò impassibile. «Be’, se non vi dispiace,
mi ritiro per la notte. Ci vediamo domattina.»
«Grazie per essere venuta a prenderci, Selma» disse Remi.
«Nessun problema, è il mio lavoro» ribatté Selma, per poi
ritirarsi nel suo appartamentino.
Al piano di sopra, in camera da letto, Remi si gettò sul grande
letto matrimoniale con un sospiro di felicità, mentre Zoltán si
raggomitolava sul pavimento, ai piedi del letto.

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«È bello essere di nuovo a casa. Tra le altre cose, il pavimento
non oscilla. Vado a fare una doccia. Torno tra un minuto.»
«Fa’ con calma. Non dobbiamo andare da nessuna parte.»
«Già, però il fuso orario mi ha stordito un po’. Non so bene
se ho voglia di fare colazione o di bere il bicchiere della staffa.»
Remi si mise a sedere. «Selma non ti è sembrata strana?»
Sam si sfilò la camicia. «Strana? In che senso?»
«Non lo so. Triste. Forse un po’ preoccupata.»
«Possibile. Ma non mi avevi detto che ultimamente ha avuto
problemi di insonnia? Io divento un po’ irritabile, quando sono a
corto di sonno.»
«Un po’ irritabile? Un orso disturbato nella fase del letargo,
direi.»
«Anche gli orsi hanno bisogno di privacy.»
«Forse è il caso che domani le parli. Chiediglielo. Quanto a
me, ho undicimila chilometri di polvere di viaggio da scrollarmi
di dosso.»
«Non ho visto tanta polvere nell’aereo su cui ci fai volare di
questi tempi.»
«Sai cosa intendo.»
«E presto sarò immacolato come un neonato.»
«Questo lo giudicherò io.»

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Selma era già in piedi e nell’aria c’era un ricco aroma di caffè


quando Sam e Remi scesero al piano della casa dedicato alla
ricerca. Il sole del mattino entrava dai finestroni a tutta parete e le
placide acque azzurre del Pacifico si estendevano davanti a loro
come un arazzo. Selma guardava il panorama.
«Buongiorno, Selma. Come stai oggi? Dormito un po’
meglio?» chiese Remi, riempiendosi una tazza.
Selma si voltò, sorpresa dal loro arrivo, con un’espressione
angosciata. «Oh, no, signora Fargo! Ci… ci sono cose che non so
fare bene, e immagino che dormire sia una di quelle…»
«Cos’è che non va?»
Anche Sam aveva un’espressione preoccupata.
«Voglio che mi promettiate che non avrete una reazione
eccessiva.»
«Una reazione eccessiva a cosa?» volle sapere Sam, che si
zittì quando Remi gli lanciò un’occhiataccia.
«Era quello che temevo» mugugnò Selma.
«Non badare a lui. Al mattino è scontroso, dovresti saperlo.
Dicci cosa sta succedendo, Selma.»
«Non ho mai detto nulla prima, ma le mie anche ormai sono
in condizioni così precarie che devo farmele sostituire entrambe.»
«Oh, no, Selma. Mi dispiace tanto!»
Selma inspirò una lunga boccata d’aria, come se stesse per
tuffarsi. «Una settimana fa sono andata dal dottore e mi ha detto

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che non posso più rimandare.»
«Selma! Perché non ce l’hai detto? Ora capisco perché non
dormivi» disse Sam.
«So che avrei dovuto dire qualcosa. Ma il momento non è per
niente propizio. Abbiamo un sacco di cose in ballo e fra un paio
di giorni partirete. Non voglio deludervi, ecco tutto. Siete
entrambi impegnatissimi.»
«Sciocchezze. Sei di famiglia» disse Remi.
«Quand’è che ti vogliono operare?» chiese Sam.
«La mia operazione è in programma tra sei giorni. Allo
Scripps.»
«Uno dei migliori ospedali del Paese, giusto?»
«Assolutamente sì.»
«Cancelleremo il nostro viaggio all’isola di Baffin, o
quantomeno lo posticiperemo fino a quando non sarai di nuovo
operativa.» Remi si avvicinò a Selma e la strinse in un lungo
abbraccio.
«Oh, no. È proprio quello che volevo evitare. Vi prego, non
cambiate programma. Mi sentirei davvero in colpa se cancellaste
il viaggio. Comunque non potete fare nulla.»
«Invece sì» ribatté Sam. «Farò sistemare quassù l’attrezzatura
per la riabilitazione di cui avrai bisogno, così potrai tornare
subito a casa. Ti troveremo il miglior fisioterapista. Avrai
assistenza costante, giorno e notte.»
Furono interrotti dalla porta del bagno che si chiudeva. Una
ragazza dalla capigliatura bizzarra – nera con mèches rosso
acceso –, jeans neri e maglietta verde avocado li fissò.
Selma si staccò da Remi e si schiarì la gola. «Volevo fare le
presentazioni. Lei è mia nipote, Kendra Hollingsworth. Le ho
chiesto di venire a fare la vostra conoscenza. Vi darà una mano
mentre io sarò… in ospedale e in convalescenza. Kendra, loro

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sono Sam e Remi Fargo.»
Kendra si fece avanti e strinse la mano di Remi e poi quella di
Sam. Lui notò che aveva un tatuaggio sul collo e uno nella parte
interna del polso, oltre a un piercing scintillante sul naso.
«Piacere» disse con voce pacata.
«Piacere mio» rispose Sam, rivolgendo una rapida occhiata a
Remi, che era impassibile.
«Kendra si è laureata da poco alla USC e ha un po’ di tempo
libero, per cui ha cortesemente accettato di darci una mano» disse
Selma, consapevole della leggera tensione. «La conosco da
quando è nata ed è una delle persone più sveglie che abbia mai
incontrato. Un talento straordinario.»
«In cosa ti sei laureata, Kendra?» chiese Remi.
«Informatica e storia. Avrei voluto specializzarmi anche in
matematica, ma sarebbe stato un carico di lavoro eccessivo.»
«Notevole» disse Sam.
Kendra fece spallucce. «Non tanto, se vuoi trovare un lavoro
decoroso. Perlomeno non in questo ambiente. Posso scegliere tra
la programmazione e l’insegnamento, e nessuna delle due cose mi
interessa particolarmente. Quindi, quando Selma mi ha chiesto di
darle una mano, ho accettato subito.»
«Hai presentato Kendra a Pete e Wendy?» chiese Sam.
«Non ancora. Lo avrei fatto domani. Oggi volevo spiegare a
Kendra un po’ di cose sulla nostra attività, siccome è una giornata
tranquilla.»
«Selma, voglio sapere qualcosa di più sui tuoi programmi. Ce
la fai a trovare il tempo per pranzare con me oggi?» chiese Remi.
«Certo. Voglio mostrare a Kendra come sono collegati i nostri
sistemi e farle vedere tutto quello su cui stiamo lavorando al
momento. Ma per l’una dovrei aver finito.»
«Perfetto. Scegli un posto.»

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«Oh, mi conosce. Mi va bene tutto.»
«Va bene, prenoterò io in un posto speciale. Andiamo, Sam.
Lasciamole lavorare.»
Una volta tornati al piano di sopra, nella zona giorno, Remi
sussurrò: «Sembra davvero molto giovane, non ti pare?»
«Siamo stati tutti giovani, non te lo dimenticare. Se non
ricordo male, ero davvero bravo, all’epoca.»
«Povera Selma. Ha un’aria così abbattuta. Fa finta di niente,
ma deve soffrire tanto. La conosco troppo bene. Glielo leggo in
faccia.»
«Lo so. Grazie a Dio avrà le cure migliori.»
«Però… cioè, abbiamo sempre dato per scontato che sarebbe
stata qui ad aiutarci. E poi succede una cosa così…»
«Vedi cosa riesci a scoprire a pranzo. E resta positiva.
L’atteggiamento è importante. Ovviamente dille che avrà tutto ciò
che le serve. Qualsiasi cosa. Qualsiasi trattamento o
fisioterapista, in qualsiasi luogo al mondo… qualunque cosa.
Non deve far altro che chiedere.»
«Lo farò. Conoscendola, lo scoglio peggiore sarà impedirle di
tornare al lavoro troppo presto. Sai quanto le piace.»
«Sì, ma Pete e Wendy non sono due fannulloni. Con loro due,
non ci saranno problemi. E non è che avremo bisogno di aiuto per
mappare un ghiacciaio che si ritira. Sarà eccitante tanto quanto…
be’, guardare del ghiaccio che si scioglie.»
Remi si avvicinò alla porta scorrevole e indugiò sulla soglia,
mentre una leggera brezza oceanica le scompigliava i capelli.
«Che ne pensi dei tatuaggi?»
Sam si strinse nelle spalle. «È la moda del giorno. Si direbbe
che tutti ne abbiano.»
«Spero solo che Kendra sia… stabile.»
Sam la raggiunse e la cinse con un braccio, stringendola da

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dietro. «Forse è stato il suo gesto di ribellione all’università. Ne
abbiamo fatti tutti. Ricordi?»
«Parla per te. Io ero una brava ragazza.»
«Lo sei ancora. La migliore. Solo che non hai gusti
particolarmente buoni in fatto di uomini.»
«Sono disposta a passare sopra ai tuoi difetti. Hai un buon
profumo.»
«Questa acqua di colonia me l’hai regalata tu per il mio
compleanno.»
Lei si voltò, gli annusò il petto e poi gli diede un lungo bacio,
prima di staccarsi e di guardarlo dritto negli occhi. «Uno a zero
per la signora.»
Quella sera, Sam e Remi si godettero una cena al Valencia
Hotel, a pochi passi da casa loro: l’antipasto di calamari freschi e
il primo di tonno pinna azzurra alla griglia furono più buoni che
mai. Sam ordinò una bottiglia di Malbec Cobos Reserva del 2010
da abbinare al pesce: le sue note di ribes nero e cioccolato
accompagnavano alla perfezione il condimento a base di spezie.
Parlarono di Selma, della sua operazione e della loro
preoccupazione alla prospettiva di partire l’indomani mattina
dopo il poco tempo trascorso a casa.
«La prossima volta ricordami di non riempire il programma di
impegni» disse Sam, mentre osservavano le onde frangersi sulla
spiaggia e scivolare via dalla sabbia in un ciclo infinito.
«Non è tutta colpa tua. Ho accettato, ricordi?»
«In tal caso, è colpa tua! Dopotutto dovresti essere tu il
cervello della squadra.»
«Devo essermi scordata quella comunicazione di servizio,
Mister Inventore del Caltech.»
«Ehi, di quando in quando, tutti abbiamo fortuna.»
Dopo che Sam ebbe pagato il conto, varcarono l’enorme

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ingresso e imboccarono la via di casa, passando su un sentiero
che attraversava il prato. Sulla strada, poco lontano, una sagoma a
bordo di una berlina scura mise a fuoco la lente di un
teleobiettivo e scattò una serie di fotografie, mentre le silhouette
della coppia si stagliavano nel cielo notturno illuminato dalla
luna piena.
Sam rallentò per un istante e si sporse verso Remi, scrutando
la strada alla loro destra. «Non spaventarti, ma credo che
qualcuno ci stia osservando.»
«Da dove?» chiese Remi, a voce bassa, mantenendo lo stesso
passo di Sam.
«Non ne sono certo, ma ho visto del movimento in una delle
automobili sulla strada.»
«Potrebbe essere di tutto. Giovani amanti. Un cane. Una
persona che sta parcheggiando o andando via.»
«Tutto vero. Ma in genere, a quest’ora, l’area è tranquilla.»
«Cosa vuoi fare?»
«Fermati, gettami le braccia al collo e baciami, con la faccia
rivolta all’oceano. Così posso studiare bene la strada.»
«È un trucchetto astuto per approfittarti di me?»
«Penso che ormai sia un po’ tardi. Conosci tutti i miei
trucchi.»
«È quello che dici sempre e poi ne tiri fuori uno nuovo.»
«Baciami, meravigliosa creatura. Dai, prima che invecchi.»
Remi si fermò, si girò e, alzandosi in punta di piedi, gettò le
braccia intorno al collo di Sam.
Lui studiò le poche macchine parcheggiate lungo il
marciapiedi e individuò la berlina. La luce della luna si rifletté
sulla lente della macchina fotografica, che luccicò mentre si
muoveva, confermando i suoi sospetti.
Remi interruppe il bacio quando Sam le strinse un polso e i

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due ripresero a camminare. Ormai erano a poca distanza dalla
loro casa.
«Ho visto qualcosa riflettere una luce in un’automobile, forse
una lente. La buona notizia è che non è fissata a un fucile.»
«Come fai a saperlo?»
«Perché siamo ancora vivi. La cattiva notizia è che qualcuno
ci sta sicuramente spiando.»
«È preoccupante. Mi chiedo perché. Può essere un cacciatore
di autografi?»
«Molto divertente. Entriamo in casa e assicuriamoci che i
sistemi di sicurezza siano in funzione.»
«Perché non chiamiamo la polizia, invece?»
«Per dirle cosa? Che ho visto un luccichio all’interno di
un’automobile? Pensi davvero che mi prenderanno sul serio?»
«Suppongo che il tuo ragionamento fili.»
«Persino un orologio rotto funziona due volte al giorno.»
Selma era già a letto quando entrarono in casa. Dopo aver
riesaminato tutti i sensori e l’allarme dal pannello di controllo
centrale, Sam disattivò quello della porta accanto al garage e
sgattaiolò fuori. La strada era immersa nel silenzio e gli unici
rumori erano il fragore delle onde contro le rocce a Goldfish
Point e il lontano ronzio del traffico, proveniente dalla Torrey
Pines Road. Rannicchiandosi, Sam girò intorno al primo veicolo
parcheggiato e si diresse nel punto in cui era posizionato
l’osservatore.
Quando giunse alla berlina, ebbe un tuffo al cuore. Lì, di
fronte a lui, c’era uno spazio vuoto. Diversi mozziconi di
sigaretta sull’asfalto erano l’unica indicazione del fatto che
qualcuno avesse sostato lì.
Sam si raddrizzò, con le mani sui fianchi, e scrutò la strada.
L’automobile non c’era più.

60
6

Martedì mattina giunse in un batter d’occhio e, quando Selma


portò Sam e Remi all’aeroporto per il loro viaggio verso l’isola di
Baffin, loro la abbracciarono a lungo. Zoltán era al suo fianco e
sussultava ogni volta che un jet decollava sopra di loro.
Remi si inginocchiò a baciarlo e grattargli il mento. «Scusa se
ti lascio di nuovo da solo, cucciolone.» Uno scodinzolio le disse
che aveva capito e, quando Remi si alzò, lo sguardo del cane la
seguì con affetto illimitato.
«Facci sapere com’è andato l’intervento» disse Sam a Selma.
Lei annuì, imbarazzata per essere al centro dell’attenzione.
«Sono solo un po’ agitata, ma il dottore ha detto che fanno decine
di operazioni di questo tipo ogni giorno. Non è niente, davvero.»
«Sono certa che sarà tutto finito prima che te ne accorga»
disse Remi. «Però, Selma, ti prego: facci sapere com’è andata e
come ti senti dopo. Ci teniamo molto entrambi.»
«Prometto che lo farò.» Selma si schiarì la gola. «E ora
parliamo di cose più urgenti… L’equipaggiamento che vi ho fatto
preparare è arrivato ieri sull’isola di Baffin. C’è un volo privato
che vi attende a Iqaluit per trasportarvi all’aeroporto di Clyde
River, sempre che non ci siano ritardi. La pista di Clyde River è
decisamente troppo corta per il vostro jet, per cui in quella tappa
viaggerete su un aereo a elica.»
«Direi che hai pensato a tutto, come al solito» disse Sam.
Selma arrossì. «Se c’è qualcosa di cui avete bisogno a cui io

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non abbia provveduto, se ne occuperanno Pete e Wendy. Basta
una chiamata con il satellitare. Inoltre, quando avrete finito con la
vostra ricerca sul ghiacciaio, io sarò di nuovo operativa, pronta
per qualsiasi cosa, come sempre.» Selma guardò Zoltán e si avviò
verso l’automobile. Nell’istante in cui aprì la portiera posteriore,
Zoltán le schizzò accanto, un fulmine di pelo nero e bruno. «Si
direbbe che qualcuno sia pronto a partire. Gli piace tanto
viaggiare, anche se si starà chiedendo dove sia la colazione.»
Un assistente di volo ritirò i loro bagagli dal baule e li
trasportò all’interno del piccolo fabbricato riservato ai voli
privati, dove li attendeva Sandra, pimpante come sempre. Li
condusse sulla piazzola e da lì sulla scaletta, e ripose le loro cose
nella cabina, mentre Sam e Remi prendevano posto. Furono in
volo nel giro di pochi minuti e, una volta raggiunta la quota di
crociera, Sandra servì loro una colazione leggera di paste e frutta.
Lavorarono entrambi sui rispettivi computer e sei ore
passarono in fretta. Quando atterrarono all’aeroporto
internazionale di Iqaluit, sul lato meridionale dell’isola di Baffin,
erano riposati e pronti alla successiva tappa del viaggio. Il
Gulfstream rullò fino alla zona del terminal, dove c’erano diversi
aeroplani di piccole dimensioni. Un Cessna Caravan a una sola
elica era parcheggiato ai margini della pista. Due uomini lo
stavano rifornendo di carburante e preparando al volo.
«Scommetti che è quello il nostro aereo?» disse Sam.
Remi si protese verso di lui e gli strinse una mano. «Il resto
del viaggio sarà lento.»
Il G650 si fermò e Sandra aprì il portellone. Entrò una folata
di vento artico, raggelandoli, e Remi fu grata per i giubbotti
invernali che si erano portati dietro. Sapevano che passare dai
ventun gradi di San Diego a una temperatura sotto lo zero
sarebbe stato uno choc, ma non c’era modo di evitarlo e avrebbe

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fatto ancor più freddo al largo della costa orientale di Baffin, la
quinta isola più grande del mondo e la più grossa dell’arcipelago
artico, con buona parte del litorale coperto dai ghiacci per tutto
l’anno.
«Non guardarmi in quel modo. Abbiamo approvato entrambi
questo viaggio, ricordi?» disse Sam, in risposta all’occhiataccia
di Remi.
«Il freddo in realtà non lo avevo considerato. O tutta questa
neve.»
«Non sarà una cosa lunga. Una sola settimana. E la nave
dovrebbe avere il riscaldamento. Almeno spero.»
«Non sento più i piedi.»
«Oh, andiamo, siamo ancora sull’aereo.»
«Dobbiamo scendere?»
«L’idea è quella.» Sam scese dalla scaletta. Una folata gelida
attraversò la pista, sferzandolo come uno schiaffo freddo, e si
chiese se in fondo Remi non avesse ragione. «Visto? Come essere
a Maui.»
Remi gli diede un’altra occhiataccia e lo seguì con riluttanza.
Il più alto dei due uomini accanto al Cessna agitò una mano e
si avvicinò. «I Fargo?»
«Dipende: la nave ha il riscaldamento?» chiese Remi.
L’uomo li guardò perplesso.
Sam abbozzò un sorriso, sperando che non gli si crepasse la
faccia. «Siamo noi. Voi dovete essere il comitato di benvenuto.»
L’uomo annuì e tese una mano. «Suppongo di sì.
Imbarchiamo le vostre cose. Dobbiamo approfittare della luce.
Atterrare a Clyde River può essere complicato persino nelle
migliori circostanze. Non è il caso di farlo al buio. Comunque, io
sono Rick.»
«Piacere di conoscerla, Rick. Da come parla, quest’area deve

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conoscerla piuttosto bene.»
«Può ben dirlo. Volo da queste parti da oltre vent’anni.»
Una volta decollati, Rick non fu molto loquace, il che andava
benissimo a Sam e Remi. Il Caravan procedette con regolarità per
settecentotrenta chilometri e, quando tra le nubi rade si
materializzò la pista d’atterraggio in ghiaietto dell’aeroporto di
Clyde River, restava meno di mezz’ora di luce. L’aereo atterrò
senza problemi e si fermò davanti a un capanno Quonset che
fungeva da terminal.
Dalla struttura uscirono due uomini che indossavano giacche
pesanti e cuffie. Quando Rick aprì il portellone, per poi andare a
recuperare i loro bagagli dalla stiva, Sam riconobbe
immediatamente il comandante Wes Hall, capo della missione di
ricerca e loro vecchio amico.
«Sam, Remi, che piacere rivedervi. Però sarebbe più bello se
fosse successo alle Fiji.»
«Sarebbe complicato mappare la velocità di scioglimento dei
ghiacciai laggiù, non trovi?» disse Remi, sorridendo.
«Ben ti sta per non aver avuto la lungimiranza di fare ricerche
su qualcosa di più divertente. Per esempio, la densità del corallo
nella grande barriera corallina.»
«Ecco perché sono un semplice ufficiale della guardia
costiera e voi siete i grandi avventurieri. Vi presento il mio primo
ufficiale, il tenente Ralph Willbanks. Tenente, posso presentarle
Sam e Remi Fargo?»
Si strinsero la mano, con il fiato che si condensava nell’aria
gelida.
«Ho sentito parlare tanto di voi» disse Willbanks.
«Non creda a tutto ciò che il comandante le dice» lo ammonì
Sam.
«Ho tralasciato l’uccisione del drago e la capacità di levitare»

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disse Hall.
Il gruppo rise.
Rick li raggiunse con i bagagli. Willbanks se li caricò
entrambi sulle spalle e Hall indicò un Hummer. Al suo interno,
un guardiamarina canadese aveva tenuto acceso il motore diesel e
il riscaldamento. Remi scivolò sul sedile posteriore con un
sospiro di sollievo, seguita da Sam. Hall si accomodò sul sedile
del passeggero, mentre Willbanks si mise accanto a Sam e chiuse
la portiera.
Mentre il veicolo avanzava sussultando su una pista di terra
battuta piena di solchi, Hall disse: «Sono solo pochi minuti di
strada. La nave è ancorata a Patricia Bay. Passeremo la notte lì e
alle cinque del mattino partiremo. Il ghiaccio non aspetta…»
«Immagino che tu non abbia dello scotch da abbinare al
ghiaccio, giusto?» chiese Sam.
«In effetti, quando saremo in alto, nella zona dei fiordi, potrai
preparare cocktail con il ghiaccio del ghiacciaio. Dà un gusto
migliore a tutto, a quanto si dice. Ma io temo di non poter bere
nulla per tutta la durata del viaggio. Senso del dovere e via
dicendo. Non voglio dare il cattivo esempio, gozzovigliando con
dei civili.»
«L’importante è che non ci siano regole che impediscano a un
dipendente di farsi un cicchetto di quando in quando.»
«Sareste dipendenti se foste pagati. Date le circostanze, l’aver
contribuito a finanziare la spedizione vi rende ospiti d’onore, e a
loro fornisco sempre tutti i comfort possibili.»
«Mi piace il tuo modo di pensare. In ogni caso, quanto fa
freddo fuori?» chiese Remi.
«Meno sedici gradi centigradi. Ma non preoccupatevi: di
giorno sale addirittura a meno quattordici.»
«Immagino che a bordo non ci siano spa e massaggi…»

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«Verranno allestiti dopo questa missione. Spiacente, pensavo
che aveste ricevuto la comunicazione di servizio.»
Svoltarono a una curva e fecero il loro ingresso nella cittadina
di Clyde River, una serie di baracche spartane e segnate dalle
intemperie, decisamente poco invitanti. Qualche casa aveva le
luci accese: gli abitanti se ne stavano al loro interno per
proteggersi dal freddo costante, mentre il crepuscolo cacciava il
tenue sole nel suo rifugio notturno, dietro le montagne.
«Il casinò dov’è?» chiese Sam.
«In mezzo alla baia. Ogni giorno è una scommessa, in una
crociera di collaudo come questa.»
«Oh, è una nuova imbarcazione?»
«Sì. L’Alhambra è all’avanguardia ed è stata varata solo due
mesi fa. È un cutter di quarantadue metri in grado di fendere
ghiacci leggeri. I vecchi cutter di classe Bay sono in grado di
affrontare fino a un massimo di cinquanta centimetri di ghiaccio,
mentre questa bellezza arriva quasi a un metro.»
«E quello è considerato ghiaccio leggero?»
«Rispetto alle sue sorelle da centoventi e centocinquanta
metri, sì. Ma sarebbe impossibile farle entrare nei fiordi.
L’Alhambra è la nave perfetta: abbastanza agile da esplorare la
costa senza timore di incagliarsi e abbastanza robusta da fendere
la crosta di ghiaccio che ricopre la superficie persino in tarda
primavera e a inizio estate.»
«Ah, eccola» disse Remi, indicando la baia.
La nave aveva il caratteristico logo su banda rossa della
guardia costiera degli Stati Uniti stampigliato sullo scafo bianco.
Le sue luci si riflettevano sulla superficie placida dell’acqua nera.
«Sembra più lunga di quarantadue metri.»
«È larga quasi dodici metri e molto robusta. Mi piace molto il
suo disegno. Non è il massimo nella navigazione al traverso per

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via della sua pancia rotonda, ma il discorso vale per buona parte
dei rompighiaccio.»
Il veicolo si fermò lentamente, con uno scricchiolio di ghiaia
sotto gli enormi pneumatici, e tutti smontarono. Il vento
penetrava nelle giacche invernali di Sam e Remi come se fossero
di lino. Remi si strinse le braccia al corpo per smettere di battere
i denti.
Hall le fece un cenno di intesa. «Ho due giubbotti da
esploratore artico con sopra i vostri nomi.»
«Grazie, Wes. Sei un vero signore. Tra te e mio marito, avete
reso questa esperienza romantica come una seconda luna di
miele.»
«Sam è sempre stato un tenerone, lo so.»
«Amen» convenne Sam.
Willbanks fece una chiamata con la sua radio e una barchetta
ormeggiata dietro l’Alhambra si mise in moto, sussultando e
facendo rotta verso riva. Sam e Remi seguirono i due ufficiali
della guardia costiera giù per la sponda inclinata. Un istante dopo
solcavano le acque in direzione della nave.
«Selma ha detto che tutta l’attrezzatura è arrivata integra!»
gridò Sam a Hall, mentre rallentavano accanto all’imbarcazione
da ricerca.
«Sì. L’ho fatta collegare ai nostri sistemi dai miei tecnici per
verificare ogni cosa.»
Non appena furono a bordo, Hall li portò a fare un tour della
nave e li presentò ai quindici uomini dell’equipaggio, per poi
mostrar loro la cabina in cui avrebbero alloggiato: una stanza
privata accogliente, con un piccolo bagno e una doccia, concepita
perché fosse efficiente più che comoda. Remi scrutò l’alloggio
senza commentare, mentre l’uomo indicava i vari pomelli e leve
che controllavano tutto, da un citofono alla temperatura. Dopo

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averli invitati a cena, se ne andò.
Quando la porta a tenuta stagna si fu chiusa alle spalle del
comandante, Remi si avvicinò al letto e lo tastò titubante. «Sarà
un lungo viaggio.»
«Ehi, almeno c’è il riscaldamento. Fingi che sia una gita in
campeggio.»
«Perché adoro dormire in tenda.»
«Hai passato abbastanza tempo in mia compagnia, sul campo,
facendo a meno delle comodità.»
«La parola chiave è ’abbastanza’.»
«Sette giorni. Sette, brevi giorni in mare. È una specie di
crociera privata…»
«In un inferno di ghiaccio. Posso farmi rimborsare?»
«Temo che, una volta in ballo, dovremo ballare.»
«Immagino che faccia troppo freddo per tornare a riva a
nuoto.»
La cena fu sorprendentemente buona e, dopo un’ora passata a
raccontarsi storie e a mettersi al pari con il tempo perduto
dall’ultima volta che erano stati insieme a Hall, Sam e Remi
tornarono nella loro stanza, satolli ma stanchi dopo una giornata
di viaggio. Si assopirono con il dondolio delicato della pesante
nave nella corrente del fiume.

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7

Il ronzio della coppia di motori diesel fece vibrare l’intera


nave nel momento in cui l’Alhambra puntò a nord, verso il
circolo polare artico, solcando i marosi a poca distanza dalle
coste settentrionali dell’isola di Baffin. Fino a quel momento il
viaggio era stato fruttuoso: nei primi tre giorni la nave aveva
percorso centosessanta miglia a nord di Clyde River. La squadra
aveva ispezionato quattro fiordi, mappandone i fondali e
misurando la portata del restringimento dei ghiacciai. Si era
stabilita una routine: sveglia all’alba e in azione entro un’ora, per
approfittare della luce del sole che sembrava non calare mai.
I giri del motore diminuirono nel momento in cui la nave si
avvicinò alla meta del giorno, una lingua azzurra che spariva nel
ghiaccio. Due catene di montagne si profilavano su entrambi i
lati, come sentinelle a protezione di un regno desolato, nascosto
sulla sommità del mondo. La superficie del mare iniziò a
crepitare man mano che si avvicinavano al fiordo: c’era un sottile
strato di ghiaccio sull’acqua, malgrado la primavera si stesse
preparando a malincuore a trasformarsi in estate.
Hall guardava fuori dalla vetrata, mentre il timoniere al suo
fianco orientava la prua del cutter verso l’interno per seguire il
fiordo, dovunque conducesse.
«Taglia il ghiaccio come burro, vero?» commentò Sam. Si
trovava davanti a una serie di monitor che mostravano le diverse
misurazioni ottenute dalle strumentazioni specializzate da lui

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fornite.
«Il segreto è nel sistema di lubrificazione ad aria compressa a
bassa pressione dello scafo, che soffia aria tra lo scafo e il
ghiaccio. Riduce la pressione sullo scafo e aumenta il taglio
verticale, e così il ghiaccio si crepa con una pressione
decisamente inferiore rispetto alle navi di vecchio stampo.» Hall
alzò il binocolo e scrutò l’area. «Si direbbe che svolti a destra.
Controlliamo nuovamente il filmato del satellite.» Si avvicinò a
un monitor e zoomò sul punto in cui si trovavano, mentre il
tecnico centrava l’immagine sull’icona gialla intermittente che
rappresentava la loro posizione. «Vedete? Il ghiacciaio davanti a
noi era più lungo di quasi due chilometri, una volta. Che gliene
pare, Connelly? Pensa che ce la possiamo fare a infilarci in quel
canale?» chiese, picchiettando sullo schermo.
Il tecnico effettuò una rapida misurazione sullo schermo e
annuì. «Sì, signore. Ma solo per un pelo. Secondo il computer, la
gola è larga meno di trenta metri. Una mossa sbagliata e finiremo
sulle rocce.»
Remi salì sul ponte di comando mentre la nave si avvicinava
alla gola. Man mano che avanzavano, il ghiaccio diventava più
spesso e le montagne sembravano sempre più imponenti.
«Magnifico, vero?» disse, ammirando l’incredibile bellezza
selvaggia del paesaggio.
«Vero, sì» disse Sam, con gli occhi fissi sui monitor.
«Non stai nemmeno guardando.»
«L’ho visto prima, mentre ci avvicinavamo. Ora mi sto
guadagnando vitto e alloggio.»
Lei andò vicino a Hall e osservò la gola. «È molto stretta.»
«È uno dei motivi per cui utilizziamo questa barchetta invece
di un mastodonte: è più manovrabile» le spiegò Hall.
La nave imboccò l’angusto canale, con le pareti rocciose a

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pochissima distanza da entrambe le battagliole, e il timoniere
ridusse ancora di più la potenza. E poi s’infilarono nel fiordo
orlato da scogliere a picco, così alte da oscurare la luce diretta
del sole.
«Vedete? Pare che si estenda per altri tre chilometri e termini
nel punto in cui il ghiacciaio incontra l’acqua» disse Hall,
puntando il dito davanti a sé. «Secondo le immagini satellitari, un
migliaio di anni fa il ghiacciaio si estendeva fino al punto in cui
ci troviamo adesso.»
«Be’… questo è strano» disse Sam, sporgendosi in avanti per
studiare lo schermo. «Il magnetometro… sta dando i numeri.»
«È un termine tecnico?»
«È bizzarro, ecco tutto. I valori rilevati sono i più disparati.
Come se ci fosse qualcosa sul ghiaccio.» Fissò il dispositivo di
visualizzazione dei dati.
«Un deposito di minerali?» chiese Remi.
«È diverso da qualsiasi cosa abbia mai visto. Ho un segnale
una cinquantina di metri davanti a noi che non indica minerali
naturali. No, si direbbe… Si direbbe una specie di struttura.»
«In questo posto?» esclamò Hall. «Forse un vecchio
peschereccio?»
«È improbabile» rispose Sam.
«Mi puoi dare la posizione?» chiese Hall.
«Direi a una quarantina di metri, quindici gradi a tribordo.»
«Accanto a quell’altura innevata?»
«Esatto.»
«Timoniere, piano. Ci porti il più vicino possibile senza farci
colare a picco.»
«Sì, signore.»
L’Alhambra avanzò lentamente, con il crepitio del ghiaccio
contro lo scafo che si trasformava in un cigolio, poi si fermò. Il

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timoniere fermò il motore per poi fissare Hall, ansioso.
«Cosa ti dice il tuo ciarpame hi-tech?» chiese Hall a Sam.
«Che siamo a meno di quindici metri da ciò che rileva, di
qualsiasi cosa si tratti.»
«Magari un aereo abbattuto? Oppure un relitto della seconda
guerra mondiale?» ipotizzò Remi.
«Tutto è possibile, ma sembra che sia molto in profondità, nel
ghiaccio. Qualunque cosa ci sia là sotto, non ci è finita di
recente.» Sam fece una pausa. «Ma è davvero strano. Se ho capito
bene, non è sott’acqua. È sulla superficie.»
«Io non vedo nulla.»
«Perché la profondità del ghiaccio aumenta lungo tutta la
costa. Probabilmente avrà uno spessore di circa sei metri, quando
sotto c’è della roccia.» Sam studiava l’area in questione dai
finestrini della timoniera.
«Bene. E adesso?» chiese Hall.
Sam diede un’ultima occhiata agli schermi e si alzò. «Direi
che è ora di andare a fare una passeggiata.»
Hall, Sam, Remi e tre uomini dell’equipaggio avanzarono con
cautela sulla superficie scivolosa, coperta da un lieve strato di
neve.
Sam notò un graduale aumento della pendenza man mano che
si avvicinavano al misterioso obiettivo. Una volta giunti sulla sua
sommità – di qualunque cosa si trattasse –, calcolò che erano
circa cinque metri sul livello del mare. Il metal detector iniziò a
stridere come un gabbiano quando Sam lo accese. Si spostò con
cautela, senza alzare i piedi, tracciando un grezzo perimetro nei
punti in cui le rilevazioni si interrompevano. Alla fine, l’area era
larga grosso modo trenta metri. «Puoi far venire altri uomini?
Con attrezzi da scavo? Si spera che ne abbiate qualcuno a
bordo…»

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«Qualche piccone e pala, e un palanchino o due» disse Hall,
scrutando il perimetro.
Dopo che la squadra ebbe picconato il ghiaccio per un paio
d’ore, uno degli uomini dell’equipaggio gridò. Sam e Remi
corsero da lui.
Sam si inginocchiò ed esaminò il materiale marrone,
dopodiché si alzò in piedi e studiò nuovamente il perimetro. «È
legno.»
«Lo vedo. La domanda è perché mai tu lo abbia rilevato.»
«Perché c’è altro. Deve trattarsi di ferro e di diversi altri
materiali.»
Remi lo guardò negli occhi. «Pensi anche tu quello che penso
io?»
«Per il momento non voglio entusiasmarmi o saltare alle
conclusioni.» Sam si rivolse agli uomini, che avevano smesso di
scavare nel ghiaccio. «Fate attenzione. Scavate intorno al legno.
Potete vedere la linea in cui scompare nel ghiaccio. Restate
all’esterno.»
Giunsero altri marinai, sollecitati da Willbanks, e presto tutti
si misero a spaccare il ghiaccio con qualsiasi cosa trovassero:
pale, picconi, palanchini, martelli. Verso sera, buona parte della
struttura sepolta era venuta alla luce e non v’era dubbio su cosa
fosse.
«Una nave vichinga» disse Remi, con voce ammaliata.
Sam annuì. «Sì. La prima mai scoperta sull’isola di Baffin.
Sono stati fatti dei ritrovamenti in Groenlandia, ma mai qui. È
una scoperta sensazionale. È in condizioni perfette. Il ghiaccio ha
conservato tutto.»
«Cos’è questo?» gridò Remi dal centro della lunga
imbarcazione. Aveva strabuzzato gli occhi guardando all’interno
della barca. «Vedo qualcosa.»

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Sam si strinse le mani a coppa intorno agli occhi e scrutò
nell’oscurità, poi scosse la testa. «È troppo buio. Non capisco.
Qualcuno ha una torcia elettrica?»
Due minuti dopo, Willbanks giunse con una lunga torcia di
alluminio nero e l’accese, prima di consegnarla a Sam.
«Grazie.» Sam puntò il fascio di luce dentro al ghiaccio, che
in alcuni punti era opaco. La luce sembrava sparire man mano che
penetrava nelle zone opalescenti e poi riprendere vigore
sull’oggetto dell’attenzione di Remi, che si ritrasse di scatto. Sam
continuò a scrutare nel ghiaccio.
I ciechi occhi azzurri di un uomo fissavano l’eternità dalla
sua prigione di ghiaccio, con un’espressione perplessa, serena.
Era aggrappato a ciò che restava di una vela strappata, con
l’incolta barba bionda chiaramente visibile malgrado il pesante
mantello di pelliccia in cui si era avvolto, nel vano tentativo –
fatto secoli prima – di sottrarsi all’inevitabile.

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8

Dopo cena, Sam e Remi si accomodarono nella timoniera


insieme a Hall e Willbanks. Osservavano il turno di notte
sull’imbarcazione vichinga: strappare al freddo abbraccio della
natura la nave millennaria non era un’impresa facile. Potenti
torce portatili illuminavano l’area e il faro principale
dell’Alhambra era puntato sulla poppa dell’antica imbarcazione
che emergeva pian piano.
«È una scoperta straordinaria. Dico sul serio. Un autentico
drakkar vichingo in condizioni ottimali, con l’equipaggio in
perfetto stato di conservazione. Non ho mai sentito parlare di
nulla di paragonabile» disse Remi, esprimendo ciò che tutti
pensavano.
«È vero. Il semplice valore per la ricerca è incommensurabile»
aggiunse Sam.
«Quante persone abbiamo trovato a bordo? Dieci, finora? Una
nave del genere quanti uomini doveva trasportare… ottanta,
novanta?» chiese Hall.
«Non si può sapere con certezza, però, se dovessi tirare a
indovinare, direi che la barca ha trovato riparo qui per proteggersi
dagli elementi. Forse il resto dell’equipaggio è andato a cercare
una via alternativa per tornare in mare oppure a fare provviste.
Non appena avremo riportato alla luce un’altra porzione della
nave, forse otterremo qualche risposta.»
Remi rabbrividì. «Immaginate cosa devono aver provato

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questi ultimi superstiti. Affamati, assiderati, consapevoli che non
avrebbero mai più rivisto la loro patria o la loro famiglia, che
sarebbero morti in una terra desolata…»
«L’unico aspetto positivo è che l’ipotermia è indolore» disse
Hall. «Perdi i sensi e, a un certo punto, il tuo cuore smette di
pompare sangue al cervello. Per cui è improbabile che alla fine
abbiano sofferto.»
«È comunque sinistro. Quel tizio… con il suo sguardo fisso
nel nulla.»
Sul tavolo calò il silenzio mentre tutti riflettevano sul
commento di Remi, poi Sam si alzò. «Con un minimo di fortuna,
entro il tramonto di domani dovremmo essere riusciti a liberare
un’area grande a sufficienza per condurre un’ispezione completa.
Non so voi, ma io sono stanco morto. Era da un po’ che non
passavo una giornata intera ai lavori forzati.»
Remi sorrise e si alzò. «Ti appoggio. Signori, grazie mille per
aver messo l’equipaggio al lavoro. So che non rientrava nello
scopo della spedizione.»
«Volete scherzare? Stiamo facendo la storia. Però hai
sottolineato un punto importante, su cui io stesso ho riflettuto.
Prima o poi ce ne dovremo andare per completare la mappatura
dei fiordi e l’analisi del ghiacciaio. Purtroppo abbiamo una
tabella di marcia da rispettare. Per quanto ci sia un minimo di
elasticità, l’Alhambra ha altri impegni programmati dopo questo
viaggio e io devo cercare di rispettarli» disse Hall.
Sam annuì. «L’analisi è importante, su questo non si discute.
Lascia che ci ragioni sopra per vedere se mi viene in mente una
soluzione. Detesto l’idea di lasciare questa scoperta in balia degli
elementi, col rischio che qualcuno venga quassù a metterci le
zampe. Avete comunicato la notizia via radio?»
«Sì. Sto aspettando un responso più dettagliato, ma la prima

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cosa che i canadesi hanno detto è che manderanno una squadra
prima possibile. Però non è semplice come sembra: dovranno
organizzare uomini ed equipaggiamento, trovare una nave
adeguata, attrezzarla…» disse Willbanks.
«Conosco fin troppo bene le difficoltà, ma non possiamo
farci niente. Tireremo fuori il meglio dalla situazione ed
escogiteremo qualcosa» lo rassicurò Sam.
Remi prese Sam per mano e lo trascinò verso la scala di
boccaporto da cui si accedeva alla loro cabina. «Buonanotte. Vi
prego di assicurarvi che facciano attenzione man mano che la
barca affiora. Meglio lavorare più lentamente e con maggiore
cautela…»
«Messaggio ricevuto. Buonanotte anche a voi due» disse
Hall.
Alle tre del pomeriggio del giorno dopo, il drakkar era
riaffiorato quasi del tutto. Sam e Remi stavano svolgendo un
lavoro delicato all’interno della barca e avevano concordato di
lasciare i dieci cadaveri all’interno di un sottile strato di ghiaccio,
per conservarli.
Remi diede un colpetto alla prima di una serie di casse di
legno che rivestivano entrambi i fianchi dello scafo, dove si
trovavano le postazioni dei vogatori e che rappresentavano gli
unici spazi per le provviste della nave, a parte un piccolo vano
nello scafo. Avevano scoperto l’albero spezzato in fondo al
corridoio centrale, dove era stato sistemato, e restava ancora
qualche remo: quelli assenti erano stati probabilmente usati per
accendere il fuoco prima che gli ultimi uomini dell’equipaggio
morissero di fame o di freddo. «Sam? Vieni qui. Credo di essere
riuscita a liberarla dal ghiaccio.»
Sam annuì da circa cinque metri di distanza, dove stava
staccando con cautela del ghiaccio con martello e scalpello e le si

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avvicinò con prudenza sul ponte sdrucciolevole. «Sei più veloce
di me.»
Insieme sollevarono il coperchio della cassa e Sam lo posò su
un fianco, con attenzione. Remi infilò una mano e tirò fuori una
statuetta intagliata nell’ossidiana.
«Non ha un’aria nordica.»
Remi gliela passò senza dire una parola ed estrasse una
ciotola di argilla splendidamente dipinta. «È… è incredibile.
Guarda in che condizioni è. Sembra che abbia solo due settimane
di vita. Mai visto nulla di simile.»
Lui la prese dalle sue mani e la studiò. «Davvero incredibile.»
Wes Hall smise di sovrintendere ai lavori di sgombero della
prua e si avvicinò. Scrutò la ciotola in mano a Sam, ma non fece
alcun commento.
Remi tirò fuori una maschera di rame sbalzato e la studiò con
occhio esperto.
«Ti va di azzardare un parere?» sussurrò Sam, che non
credeva ai suoi occhi.
«Non un parere» rispose Remi, emozionata. «Nessuno di
questi oggetti è europeo. Sono tutti manufatti precolombiani.»
«Intendi dire che sono aztechi?» disse Hall, in tono scettico.
Remi scosse la testa. «Non sono un’esperta di arte
precolombiana, ma scommetto una bottiglia di cognac di qualità
che sono giunti qui un migliaio di anni fa dal Messico. Direi
olmechi, toltechi oppure maya. Forse un’altra cultura
centroamericana. Secondo me questa roba risale a prima degli
aztechi.»
«Che ci fa su una nave vichinga nell’Artico?»
Sam scrollò le spalle. «Non so proprio cosa dire.»
Remi continuò a fare l’inventario del contenuto della cassa,
annotandosi il numero di statue al suo interno, in larga parte

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coperte da glifi. Era un tesoro che sfuggiva alla loro
comprensione: non monete d’oro o d’argento, ma la prova che i
vichinghi avevano viaggiato lungo le coste dell’America ed erano
stati in stretto contatto con i gruppi nativi del luogo. Quando
ebbe finito, fotografò attentamente tutti gli oggetti per poterli
studiare in seguito e li ripose al loro posto.
Sam tornò alla cassa su cui stava lavorando e, quand’ebbe
rimosso il ghiaccio necessario dal grezzo contenitore di legno, ne
sollevò il coperchio. «Altri oggetti simili.» Prese un’urna di
ceramica arancione di delicata fattura e la diede a Remi.
Il pomeriggio volò via mentre aprivano due nuove casse,
contenenti altri antichi manufatti precolombiani, oltre che parte
degli effetti personali dei vogatori. Nel cuore della stiva, Sam
scoprì una pesante pietra incisa sui margini: una lastra runica
vichinga. Era un esemplare più piccolo di quelle utilizzate come
pietre tombali primitive, molto comuni in Scandinavia. Né Sam
né Remi sapevano leggere l’antica scrittura scandinava, per cui la
fotografarono per sottoporla in seguito a un esame più
dettagliato. All’ora di cena, avevano portato alla luce un
patrimonio di manufatti che lasciava intendere che la nave fosse
una scoperta in grado di cambiare la storia.
Sam e Hall convennero di interrompere momentaneamente gli
scavi sul drakkar, essendo ormai evidente la portata della
scoperta. Passarono un’ora alla radio con entusiasti esponenti
della Canadian Archaeological Association e della Waterloo
University, oltre che della Canadian Historical Association di
Montréal. Furono tutti concordi sulla necessità di allestire
immediatamente una spedizione e sul fatto che non si potesse
lasciare incustodito il sito, considerata l’importanza dei
manufatti. Alla fine della chiacchierata, Sam aveva stipulato un
accordo di cui aveva paura di parlare con Remi, ma che gli

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sarebbe stato impossibile eludere.
«Hai fatto cosa?» chiese infatti lei, incredula, seduta a braccia
conserte sul letto della loro cabina.
«Mi sono offerto volontario per passare un po’ di tempo
accampato sul ghiaccio.» Prima che Remi potesse obiettare,
aggiunse: «Hai visto cosa contengono quelle casse. Non
potremmo mai continuare il viaggio con l’Alhambra come se
niente fosse, sapendo cosa c’è qui. Dai, ti conosco. E tu conosci
me. È la materia di cui sono fatti i nostri sogni».
Remi rimase fortemente accigliata per qualche secondo e poi
si rilassò, incapace di avercela a lungo con suo marito. «Ora sì
che sei in debito con me. Già è brutto essere confinati in questa
scatola di sardine, ma ora dovrò anche accamparmi su un
ghiacciaio. Non c’è un solo trattamento spa al mondo in grado di
compensare una cosa del genere.»
«Wes ha detto che ha delle tende speciali, isolanti. E stufette
a gas propano. Non sarà brutto come pensi.» Poi Sam riconsiderò
la sua tattica: quelle parole gli erano parse stupide nel momento
stesso in cui le pronunciava. Altroché, se sarebbe stato brutto.
C’erano venti gradi sotto zero e sarebbero rimasti sul ghiaccio
almeno una settimana, forse più. «Ma il fatto che io sia in debito
con te è fuori di dubbio. Farò qualsiasi cosa tu possa
immaginare.»
«Qualsiasi cosa?»
«Assolutamente sì.»
«Me lo ricorderò.»
La mattina dopo, Sam e Remi osservarono l’Alhambra
retrocedere e liberarsi dal ghiaccio con una serie di crepitii a
ripetizione. Dietro di loro si ergeva una grossa tenda dal
rivestimento riflettente, sola come un orfano sconsolato: la loro
nuova casa, con tutti i comfort che fossero riusciti a scovare nella

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stiva della nave.
«Almeno non ci sarà bisogno del frigorifero» disse Sam.
«Sempre bravo a indorare la pillola, vero?»
«Faccio di necessità virtù.»
La nave procedette in retromarcia per un’altra decina di metri
e poi effettuò un’inversione a tre tempi per fendere con la prua il
ghiaccio che si era riformato. La osservarono avvicinarsi allo
stretto e poi sparire in mare aperto. Il fioco rombo dei motori
diesel restava l’unica traccia del suo passaggio, oltre a una scia di
frammenti di ghiaccio sulla superficie.
Sul fiordo calò il silenzio.
«Finalmente. Pensavo che non se ne sarebbero più andati.»
«Lo so. Le folle mi fanno andare fuori di testa» convenne
Remi.
«Questi adolescenti, con la loro musica e le loro feste…»
«Ora, finalmente, potremo lavorare in pace.» Remi si toccò
distrattamente lo scarabeo d’oro appeso al collo, mentre una
folata di vento gelido soffiava un po’ di neve intorno ai suoi
piedi.
Sam annuì e si voltò nella direzione opposta rispetto
all’imboccatura del fiordo. «Il tuo talismano portafortuna ti piace
davvero tanto.»
«Finora ci ha trattato bene. Abbiamo appena scoperto un
drakkar in perfetto stato di conservazione e non lo stavamo
neppure cercando…»
«Nulla da eccepire.»
Remi frugò nel suo giubbotto da esploratore troppo grande e
trovò il telefono satellitare. Schiacciò un tasto di chiamata rapida
e attese che la connessione si attivasse.
Kendra rispose al terzo squillo e Remi fu felice di notare che
aveva una voce decisa ed efficiente.

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«Kendra, sono Remi Fargo.»
«Signora Fargo, come va? Abbiamo ricevuto i messaggi sul
drakkar che ci avete mandato. Deve essere una cosa
entusiasmante.»
«Lo è. Straordinaria. Una delle scoperte più emozionanti che
abbiamo mai fatto. Ma non è per quello che ti sto chiamando.
Come sta Selma?»
«L’intervento è andato bene e sta iniziando a fare fisioterapia
in ospedale. È probabile che la trattengano ancora due o tre
giorni, e poi sarà a casa. L’attrezzatura è arrivata e potrà
continuare la fisioterapia da qui.»
«Ricordati di dirle che abbiamo chiamato e che le auguriamo
di riprendersi.»
«Certo.»
«Pete e Wendy hanno avuto fortuna con la ricerca che gli
abbiamo chiesto di fare?»
«Li sto aiutando e stiamo ancora facendo dei controlli. Per
quanto sembrino esserci svariate testimonianze di presenze
vichinghe nelle Americhe prima di Colombo, non ci sono prove
del fatto che siano genuine. C’è chi sostiene che siano stati qui e
altri che offrono spiegazioni alternative.»
«Benvenuta nel mondo dell’archeologia. La buona notizia è
che questa scoperta metterà fine a qualsiasi ulteriore dibattito.
Non c’è altra spiegazione per i manufatti che stiamo scoprendo.
Però continuate a cercare.»
«Lo faremo. Ci troviamo benissimo insieme e Pete mi è stato
particolarmente d’aiuto.»
«Mi fa piacere. Ora ascolta, Kendra: spostare e restaurare
questa nave sarà un lavoro enorme. Anni fa, ci siamo trovati alle
prese con un compito simile, con il sottomarino confederato CSS
Hunley. Quando Selma torna a casa, ti spiace metterla in contatto

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con Warren Lasch, che aveva guidato quel progetto, e vedere se
può collaborare con il dottor Jennings? Ci sarà bisogno di tutta la
competenza disponibile.»
«Certo. Sarà fatto.»
Remi disattivò la connessione per non consumare le batterie e
si riavvicinò alla nave vichinga, dove Sam aveva ripreso a rompere
il ghiaccio, un’impresa che sembrava interminabile. Passarono le
ore di luce immersi in quell’attività, staccando faticosamente il
ghiaccio da una cassa dopo l’altra e prendendo abbondanti
appunti sulle loro scoperte.
Di notte, la speciale stufetta mantenne la tenda a una
temperatura accettabile. Si addormentarono in fretta, dopo
un’intera giornata di lavoro sulla nave che continuava a rivelare
altri tesori, a ritmo lento ma inesorabile.
I giorni si susseguirono e fu con una certa sorpresa che si
resero conto che era trascorsa più di una settimana. La mattina
del nono giorno, il telefono satellitare squillò.
Sam sussultò per la sorpresa e se lo fece quasi sfuggire. «Sì?»
«Sam Fargo? Parla il dottor Jennings di Montréal. Sto
venendo lì con una squadra. Dovremmo essere al fiordo nelle
prime ore di domani. Come ve la state passando?»
Jennings era uno dei più eminenti archeologi canadesi ed era
a capo del gruppo che avrebbe trasportato la nave e il suo
contenuto a un laboratorio a temperatura controllata di Montréal.
«Meglio di così non si potrebbe. Anche se devo ammettere
che cominciamo a essere stanchi di dormire sul ghiaccio.»
Remi strabuzzò gli occhi, senza smettere di lavorare accanto a
lui.
«Immagino. Porteremo con noi un vero e proprio
accampamento. È stata una fortuna che non ci siano stati dei
temporali. Ma, a quanto sembra, noi non saremo altrettanto

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fortunati: un fronte temporalesco si sta dirigendo verso l’isola di
Baffin e vi si abbatterà domani, nel tardo pomeriggio o in serata.
La prima cosa da fare sarà allestire il campo, proteggere il
drakkar e portarvi via prima che il peggio abbia inizio.»
«Non avrete problemi sul ghiaccio durante una bufera? Forse
è il caso che la nave attenda un giorno o due, finché non
passa…»
«Lascio la decisione a voi. Dipende dai vostri impegni e
dall’urgenza che avete di tornare alla civiltà.»
«Parlerò con mia moglie, ma ho la sensazione che la cosa più
prudente sia aspettare sulla nave insieme a voi che il maltempo
passi, dopo aver messo il sito in sicurezza.»
«Non mi metterò certo a discutere, ma ve ne sarei grato. Ci
vediamo domani.»
Sam mise fine alla telefonata e illustrò le opzioni a loro
disposizione a Remi, la quale convenne che non avevano così
fretta di partire da esporre i loro colleghi alla forza bruta di una
bufera. Rimettendosi al lavoro con rinnovato vigore, passarono in
rassegna il contenuto di tutte le casse, dopo aver numerato e
catalogato gli articoli, sotto lo sguardo dei dieci guerrieri
vichinghi morti. Si erano presi il lusso di lavorare con calma,
documentando ogni cosa con dovizia di particolari in vista di
ulteriori approfondimenti: un’eventualità fin troppo rara,
considerato l’alto profilo di molte delle loro scoperte.
Il mattino seguente, poco dopo l’alba, giunse la squadra degli
archeologi. Sam e Remi udirono la nave prima ancora di vedere il
gigantesco scafo rosso infilarsi nella fenditura, con poco più di
sei metri di margine sui fianchi. Grande quasi il doppio
dell’Alhambra, la Cameron era una nave oceanografica da altura
di classe A1 Lloyd della guardia costiera canadese, lunga
sessantanove metri e larga quindici. Entrare nel fiordo non

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sarebbe stato particolarmente difficile, in base ai dati della
mappatura del fondale forniti dall’Alhambra: la profondità
variava tra i diciotto e i quarantatré metri, ed era in grado di
accogliere agevolmente i quattro metri e mezzo di pescaggio
dell’enorme imbarcazione.
La prua torreggiante della Cameron frantumò senza fatica il
ghiaccio sulla superficie e si fermò a una ventina di metri dalla
poppa del drakkar vichingo. Sam e Remi videro il capitano e il
suo secondo nell’altissima timoniera.
Poi un uomo di alta statura, sulla quarantina, spuntò dalla
sovrastruttura e andò a prua, quasi tre piani sopra di loro. Agitò
una mano e gridò: «Ehi, laggiù. Dovete essere i Fargo!»
«Il dottor Jennings, presumo. Riconosco la voce» rispose
Sam, ricambiando il saluto.
«E quella è la nave vichinga. Santo cielo, sembra che sia stata
appena costruita.»
«Una cosa straordinaria. Abbiamo lasciato il ghiaccio su
buona parte dello scafo per preservarlo.»
«Non riesco a dirvi quanto siamo emozionati. È un onore
conoscervi entrambi.»
«Altrettanto, dottor Jennings» disse Remi.
«Chiamatemi Matthew, vi prego, e diamoci del tu. Fa troppo
freddo per attenerci a inutili formalismi.» Il suo fiato saliva in
volute di vapore a ogni parola pronunciata.
La squadra degli archeologi a bordo della Cameron non perse
tempo. Dopo aver testato il ghiaccio per essere certi che fosse
abbastanza compatto per camminarci sopra, iniziarono a
trasportare attrezzi e sezioni di costruzioni provvisorie verso
l’area accanto alla tenda di Sam e Remi. Impiegarono il resto
della mattinata e buona parte del pomeriggio per erigere cinque
strutture: una cucina portatile da campo, un impianto per bagni e

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docce, due camerate e una stanza delle attrezzature dotata di
centrale operativa. Gli otto uomini della squadra di costruttori
operarono in silenzio e con efficienza, mentre Sam e Remi si
crogiolavano in una cabina privata, godendosi la prima doccia
calda da oltre una settimana, seguita da un abbondante pasto a
base di frutti di mare, innaffiato da birra e vino bianco, offerto dal
governo canadese.
Sam incontrò gli archeologi nel pomeriggio e parlò di fronte a
una sala piena. Dopo aver fornito un resoconto dello stato di
avanzamento degli scavi fino a quel momento e aver dato la
notizia della loro incredibile scoperta di manufatti
precolombiani, nacque una discussione animata.
Jennings si schiarì la gola. «Sappiamo che tra gli
insediamenti vichinghi della Groenlandia e quello scoperto nel
sud dell’isola di Baffin, nella Tanfield Valley, ci sono stati dei
contatti. È evidente che esistesse una rotta commerciale di
qualche tipo, per quanto irregolare. Ma non avevamo prove
decisive del fatto che i vichinghi si fossero spinti più a sud. Si
sono fatte congetture su viaggi nel continente canadese per fare
legna, ma non era mai affiorato nulla di conclusivo.»
«Ovviamente bisognerà sottoporre la nave alla datazione con
il carbonio» sottolineò un altro scienziato, «ma direi che si tratta
di un tipo di nave più recente: un drakkar a vela.»
Jennings posò la matita sulla scrivania. «Il che restringerebbe
il campo, facendola risalire a un momento imprecisato tra il 900 e
il 1300 dopo Cristo. Concorda con la saga di Leif Erikson,
secondo cui avrebbe compiuto un viaggio a ovest intorno al 1000
dopo Cristo, una volta saputo del Nuovo Mondo da Bjarni
Herjólfsson, che aveva seguito la costa di Terranova quando una
tempesta lo aveva fatto finire fuori rotta, nel 986 dopo Cristo. Le
nuove prove dimostrano in maniera chiara che i vichinghi si

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avventurarono a sud, oltre che a ovest.»
Remi consegnò i loro appunti e i dati delle loro osservazioni,
che aveva già inserito nei computer. Lei e Sam risposero a turno
alle domande del gruppo. Quando la riunione fu sciolta, tutti
scesero sul ghiaccio e gli scienziati diedero un’occhiata da vicino
all’imbarcazione vichinga. Sembravano bambini in un negozio di
dolciumi ed era palpabile l’emozione di uomini e donne che per
settimane, forse mesi, avrebbero preparato il trasporto
dell’imbarcazione a Montréal.
Il cielo si scurì verso sera e un minaccioso banco di nubi si
avvicinò dall’oceano. La squadra fissò un enorme telone sopra la
barca vichinga per proteggerla dalle intemperie. Persino nella
tarda primavera, una grande tempesta nel circolo polare artico
non era da prendere alla leggera, perciò si affrettarono a
rafforzare il piccolo accampamento e a predisporlo per qualsiasi
cosa la natura avesse in serbo.
Mentre la processione di nubi temporalesche si avvicinava, la
Cameron fece inversione in mezzo al fiordo, dove gettò l’ancora
nel punto più profondo. Poco dopo, l’intensità del vento crebbe
e, nel giro di mezz’ora, un vento di tempesta iniziò a spingere
scrosci d’acqua gelida all’interno del canyon glaciale. Il cielo fu
squarciato da fulmini e il rombo baritonale dei tuoni fece vibrare
la grande nave a ogni scarica.
Le montagne circostanti li ripararono dalla parte peggiore
della tempesta. Sam e Remi potevano solo immaginare quanto
aveva patito l’equipaggio della nave vichinga e, nelle prime ore
del mattino, resero grazie in silenzio per non aver dovuto
affrontare la tempesta artica nella loro tenda.
La bufera si lasciò dietro un fresco manto bianco. Quattro ore
dopo, la squadra della spedizione salutava Sam e Remi mentre la
Cameron si dirigeva lentamente verso la fenditura. Remi si

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strinse a Sam mentre le scoscese pareti rocciose sfilavano accanto
a loro e, una volta che la nave fu nel cuore di quell’angusto
canale, tornarono alla loro cabina privata: la loro parte nella
scoperta ora era consegnata ai libri di storia.
Il capitano li intercettò mentre entravano e strinse la mano a
entrambi, con entusiasmo. «Vi riporteremo a Clyde River entro
domani mattina. Se c’è qualcosa che posso fare per rendere più
confortevole il vostro viaggio, fatemelo sapere.»
«Sto ancora cercando di abituarmi al concetto di acqua e cibi
caldi» scherzò Remi.
«Bene, abbiamo entrambi in abbondanza, e credo che
Jennings abbia lasciato qualche bottiglia di buon vino, nel caso vi
serva qualcosa con cui placare la sete a pranzo e a cena. Ripeto:
se avete bisogno di qualcosa, non esitate a chiedere.»
«Quando tornerete a prendere la squadra?» chiese Sam.
«Difficile a dirsi. Potrebbe andarci una nave più grande, in
grado di accogliere a bordo l’intero drakkar. I nostri rilevamenti
dicono che il punto più stretto di quella fenditura è di trenta
metri, per cui dovremmo riuscire a farvi passare una delle nostre
navi più grandi, con un minimo di fortuna e un po’ di grasso su
entrambi i lati dello scafo.»
«Grazie per l’ospitalità. È una bella sensazione non essere
più tra i ghiacci» disse Remi.
«Non ho dubbi in proposito. Quando vi va, venite su al ponte
di comando e vi farò visitare la nave. Se tutto va bene, il mare si
sarà calmato e il viaggio di ritorno alla civiltà – sempre che
possiate definire così Clyde River – sarà senza intoppi.»
Si strinsero nuovamente la mano e, a quel punto, Sam e Remi
furono soli. Nella loro cabina privata, Remi controllò l’indicatore
delle batterie del telefono satellitare, notando che si erano
ricaricate, e lo passò a Sam, prima di lasciarsi cadere sul letto.

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«Telefona a Kendra e chiedi notizie di Selma. Verifica se Rick
può venirci incontro all’aeroporto. Per quanto mi riguarda, ho
passato sull’isola di Baffin tutto il tempo che potevo, sebbene in
tua dolce compagnia.»
«Sai che ti annoierai a morte, dopo un’avventura come questa.
Come passerai il tempo, ora che non devi spaccare ghiaccio per
tutto il giorno?»
«Direi che abbiamo entrambi un sacco di cose da fare, ora che
sappiamo con certezza che i vichinghi hanno avuto contatti con
l’America precolombiana. Penso che dovremmo studiare a fondo
il folklore e vedere se contiene qualcosa che ci possa far puntare
in una direzione promettente. Sono stati in Messico, e i manufatti
che abbiamo trovato rappresentano un importante tesoro per
quelle civiltà. Ci deve essere un motivo per cui i vichinghi erano
carichi di quelle merci.»
Sam annuì. «Pensavo la stessa cosa. Ora che sappiamo…»
«… siamo in vantaggio su tutti e, se questa informazione
porta da qualche parte, ci arriveremo per primi.»
«Questa è la ragazza che ho sposato.»
«E allora portala via di qui sul primo aereo che trovi.»
Sam capì l’antifona. Si chiuse la pesante porta alle spalle e si
diresse verso il ponte di comando, per avere un segnale migliore.
Remi era stata indefessa, instancabile, e sapeva bene che avrebbe
dovuto farsi perdonare.
Dopotutto, un patto era un patto.

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9

Antibes, Francia meridionale


Il tramonto assunse una delicata sfumatura dorata sopra la
villa di ispirazione toscana con vista sul mare. Un banco di nubi
incombeva come fumo arancione e rosso carico, un caleidoscopio
abbagliante che si rifletteva sul Mediterraneo. Il sole si inabissò
lentamente, finché non fu altro che un tizzone luminescente nel
mare. Il panorama dalla casa era splendido, motivo per cui Janus
Benedict l’aveva acquistata quasi vent’anni prima, aggiungendo
un campo da tennis e una piscina che sarebbero stati l’invidia di
buona parte degli alberghi della zona.
Janus era seduto sulla veranda esterna a godersi il celestiale
spettacolo, con il blazer di seta grezza blu scuro sbottonato – una
concessione all’informalità – mentre sorseggiava un porto
Fonseca del 1923. Lo aveva acquistato in un negozio di Lisbona
durante una delle sue incursioni a caccia di vini locali. Con l’età,
il liquido vermiglio aveva assunto una colorazione ambrata e si
era arricchito di aromi secondari, che giustificavano ampiamente
il prezzo esorbitante preteso dal venditore.
Un minuscolo telefono cellulare trillò dal tavolo rotondo di
vetro accanto a lui. Janus posò il sigaro Romeo y Julieta Wide
Churchill su un posacenere di cristallo e rispose. «Benedict.»
«Signore, abbiamo altre informazioni sulla scoperta
canadese.»
«Sì, Percy. Dimmi pure.»

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«Hanno tutti la bocca cucita, ma ho convinto l’assistente di
un professore che le sue difficoltà finanziarie sarebbero state
temporanee se fosse riuscito a darmi qualcosa di utile.» Percy era
l’uomo della provvidenza di Janus, quando serviva qualche losco
imbroglio, e da decenni la sua efficienza era ammirevole.
«Mi piacerebbe pensare che la mia generosità conosca
qualche confine.»
«Certamente. In ogni caso, sembra che i Fargo abbiano
colpito ancora. Una scoperta straordinaria sull’isola di Baffin. A
quanto pare si tratta di un drakkar vichingo, una cosa mai vista
prima.»
«Interessante, ma di certo non sconvolgente. E, fatto più
importante, di scarsa utilità per il sottoscritto. Le antichità
scandinave non hanno grande mercato.»
«Ed è giusto, direi. Roba orribile. Asce, pelli non
conciate…»
Janus capì dall’inflessione di Percy che c’era dell’altro, ma
non gli mise fretta. Sarebbe arrivato al nocciolo, di qualunque
cosa si trattasse, non appena fosse stato pronto. «Però, in effetti,
ancora una volta questa coppia di cavalieri ha un incredibile
successo in materia di scoperte insolite.»
«Questa in particolare è degna di nota per ciò che quel
drakkar trasportava.»
«Capisco. Ciò che trasportava…»
«Sembrerebbero un bel po’ di ninnoli precolombiani. Vasi,
statue, ciarpame di quel tipo.»
Janus raddrizzò la schiena e i suoi battiti cardiaci
aumentarono. «Hai detto precolombiani?»
«Sì.»
«In tal caso, capisco tutto il clamore. Che bel colpo.
Immagino che possa creare parecchio subbuglio in qualche

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circolo accademico.»
«Parecchio.»
«Ottimo lavoro, come sempre. Se conosco un po’ i Fargo, sarà
soltanto il loro primo passo. Sono intelligenti e rapidi. Di certo
approfitteranno di queste informazioni e, se c’è un tesoro da
scoprire, andranno subito alla sua ricerca. Credo che sia venuto il
momento di intensificare la sorveglianza su di loro. Ma a
occuparsene dovrà essere qualcuno più scaltro dell’ultimo idiota
che avete mandato. Non voglio altri incidenti che li mettano sul
chi vive.» Percy lo aveva aggiornato sul pasticcio delle fotografie
davanti a casa dei Fargo a La Jolla, e quella sciatteria lo aveva
fatto infuriare.
«Certo. Me ne sto già occupando. Stavolta l’approccio sarà
più… ehm… discreto.»
«Tienimi al corrente di qualsiasi loro mossa. Sono stato
chiaro?»
«Chiarissimo. Sarà fatto. Le comunicherò qualsiasi cosa mi
sembri pertinente.»
«Dove sono in questo momento?»
«Sul loro aereo. Secondo il piano di volto inoltrato stamattina
dal pilota, stanno tornando a San Diego.»
«Molto bene. Fa’ quello che devi fare. Non lesinare sulle
risorse. L’istinto mi dice che con un po’ di pazienza avremo un
esito molto interessante. Quei due non stanno mai fermi a lungo:
quando si muovono, voglio avere due passi di vantaggio su di
loro.» Janus riattaccò e fissò il telefono, poi lo posò di nuovo sul
tavolo e riprese a godersi il suo sigaro cubano.
L’orizzonte aveva assunto sfumature viola e cremisi, e gli
ultimi scintillii del sole sul mare erano stati rimpiazzati dalle luci
delle lussuose ville vicine che si estendevano fino a Cannes.
Bevve un altro sorso di quell’oro liquido ed emise un sospiro di

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soddisfazione. Avrebbe mandato all’aria qualsiasi cosa avessero
in mente i Fargo. Era una questione personale, da quando
avevano interferito con il suo ultimo progetto. Malgrado il suo
aplomb, per Janus era stato uno schiaffo in faccia, altrettanto
doloroso e umiliante.
Ma le cose sarebbero cambiate.
Reginald uscì nella veranda e si chiuse la portafinestra alle
spalle.
«Eccoti. Ti sei perso il tramonto» gli disse Janus, mentre il
fratello si accomodava sulla sedia dalla parte opposta del tavolo.
«Ne ho visti tanti. Cos’è che bevi?»
«Un goccio di porto d’annata.»
«È buono?»
«Non male. A te, però, potrebbe non piacere.»
«Probabile. Non riesco a capire come tu faccia a mandar giù
roba così dolce. A me sembra melassa.» Reginald schiacciò il
tasto di un interfono quasi invisibile sul tavolo. «Simon, per
favore, portami un Glenfiddich con ghiaccio.»
Dopo qualche istante di silenzio, dall’altoparlante uscì una
voce metallica e solenne. «Certo, signore. Il solito?»
«Magari facciamo doppio. È stata una giornata orribile.»
«Un istante solo, signore.»
Reginald fissò l’acqua sempre più scura, poi estrasse un
pacchetto di sigarette dal taschino e ne accese una. Soffiò una
nube grigia verso il tetto sporgente e iniziò a tamburellare
nervosamente le dita. Arrivò un cameriere con un vassoio
d’argento su cui c’era un tumbler di scotch, pieno per tre quarti,
con due cubetti di ghiaccio che fluttuavano nel liquido color
caramello.
Reginald ne trangugiò un terzo in un solo sorso, mentre il
domestico spariva nuovamente all’interno della casa. «Ah.

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Almeno una cosa gli scozzesi la sanno fare.»
«Vedo che sei di buon umore.»
«Mai stato meglio. Allora, qual è il programma della serata?
Mettiamo tutto a ferro e fuoco?»
«Certo che no. Ho riservato un tavolo al Carlton per le sette.
Insieme ai von Schiff.»
Reginald gemette. «Loro no! Tutto tranne questo.»
«Fa’ il bravo, Reginald. Sono affari. Farai buon viso a cattivo
gioco.»
«Il figlio è scemo. Ha preso tutto dal suo vecchio. E la
signora è una vera e propria mummia.»
«Forse. Però sono conoscenze utili.»
Reginald finì il suo drink e tenne alzato il bicchiere. «In tal
caso, sarà meglio farmene qualcun altro.»
«Direi di no, ragazzo mio. Non voglio che tu faccia una
scenata.»
Reginald strinse le palpebre, assumendo un’aria minacciosa.
«Sono adulto, Janus.»
«Allora, se non ti dispiace, comportati da adulto. Non posso
permettermi che tu ti presenti a cena in stato alterato. Se vuoi
avere un tête-à-tête con una bottiglia, fallo dopo cena, non
prima.»
«Dannazione.»
«Esatto. Vatti a cercare una giacca adeguata e di’ a Simon di
accendere la macchina. Partiamo fra pochi minuti.»
La mente di Janus era già altrove e non notò il ghigno di
Reginald. Il fratello minore si alzò in piedi, spense la sigaretta ed
entrò in casa.
Janus si ravviò i lucidi capelli brizzolati, finì il porto e si alzò
in piedi, lisciandosi i pantaloni sportivi e sistemandosi la cravatta
di seta con tutta calma. Non era il caso di avere un’aria trasandata

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davanti ai von Schiff. I tedeschi tenevano ai dettagli e, come
sapeva bene, la differenza tra successo e fallimento spesso si
doveva a una presentazione accurata.
Reginald aveva ragione: il figlio era un idiota.
Ma sopportare la compagnia di quell’ebete per due ore
sarebbe stato molto fruttuoso e, dunque, lo avrebbe fatto con il
sorriso.
Il sorriso di un rapace.

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10

Il viaggio notturno di ritorno a San Diego si svolse senza


intoppi e, quando il G650 toccò terra, Remi si voltò verso Sam
con espressione stanca. «Finalmente a casa.»
«Per un po’, si spera. A meno che tu non abbia in programma
qualcosa nella tua vorticosa agenda sociale e non me l’abbia
detto.»
«Ho in programma solo una serie di favolosi trattamenti in
una spa e un appuntamento con una massaggiatrice che mi
scongeli le estremità.»
«Non ti sei congelata.»
«Non fare il furbo con me. Non ti ho ancora perdonato di
esserti offerto volontario.»
«E non devi. Spero che viziarti da mattino a sera possa
risollevarti un po’ il morale.»
«Sì, ma sarò di umore ancora migliore quando diventeremo
famosi per aver ritrovato il drakkar.»
«Potresti avere un reality show tutto tuo.»
«Quale troupe televisiva sarebbe tanto stupida da accettare un
incarico del genere?»
«Hai ragione.»
Kendra li attendeva a bordo della Cadillac, il cui sedile
posteriore era occupato quasi per intero da Zoltán. Il pastore
tedesco intravide Remi e latrò di gioia, sbattendo la coda sul
sedile come un metronomo.

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Il cuore di Remi si strinse quando vide i suoi occhi color
cioccolato. «Chi è il cane più bello e buono del mondo?»
esclamò, spalancando le braccia.
Zoltán saltò giù e corse da Remi, poi attese trepidante che lei
si inginocchiasse e lo abbracciasse.
Sam alzò le mani. «No, no, va’ pure da lei. Io sono solo
quello che ti compra da mangiare. Ignorami pure.»
«Sei geloso!»
«Non è vero. D’accordo, forse un po’. Ha più capelli di me.
Ecco. L’ho detto.»
«È una bellezza ungherese. Sai che ho sempre avuto un
debole per queste cose.»
«Non è colpa mia se sono nato in California.»
«Tranquillo, i surfisti sono al secondo posto.»
Kendra li aggiornò sullo stato della ricerca mentre
procedevano nel traffico del primo mattino verso La Jolla.
«Abbiamo preparato un dossier con articoli sui contatti tra
americani ed europei prima di Colombo, ma non c’è niente di
preciso. Buona parte della storia di quei popoli si basa su
tradizioni orali mutilate o alterate dagli spagnoli. È impossibile
stabilire cosa sia vero e cosa no. Temo che per capirci qualcosa
bisognerà faticare. Credetemi, c’è una montagna di dati.»
«Non abbiamo nulla in programma, per cui non è un
problema. Come sta Selma?» chiese Remi.
«Sta riposando a casa. Voleva venire a prendervi, ma non mi
sarei sentita tranquilla.»
«Allora è di nuovo operativa?»
«Più o meno. Non penso che lo sarà al cento per cento per un
po’.»
«Non mi sorprende. Dicono di mettere in conto almeno sei
mesi per un recupero completo.»

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«Dev’essere frustrante» disse Sam. «So quanto le piaccia
essere al centro dell’azione.»
Kendra annuì. «Diciamo che è una paziente difficile. L’hanno
detto i medici. A dire il vero, l’espressione più usata da loro è
stata ’poco collaborativa’.»
Remi sorrise. «Non avevo dubbi.»
Kendra li precedette in casa, seguita da Zoltán e da Remi, con
Sam in fondo. Zoltán abbaiò a mo’ di saluto.
Selma sorseggiava un tè con il deambulatore al fianco.
«Bentornati!»
«Selma! Come stai?»
«Sempre pronta a combattere. Ho il mio fidato deambulatore.
Ma ogni tanto devo cedere alla sedia a rotelle» ammise.
«L’importante è che ti stia riprendendo.»
«Preferirei che non ci volesse tutto questo tempo. Sono
davvero stanca di dipendere dagli altri.»
«Kendra è stata di grande aiuto» disse Sam «e noi siamo in
pausa. Per cui non ti stai perdendo nulla.»
Remi annuì. «È vero. Resteremo a casa per un po’. Tu devi
solo pensare alla tua fisioterapia e a riprenderti. Non farci da
chioccia. Siamo in buone mani.»
«Ci proverò, ma è diventata un’abitudine…»
Sam portò i bagagli in camera al piano di sopra e Remi lo
raggiunse subito dopo.
«Spero che Selma se la prenda con calma e non cerchi di
affrettare la convalescenza» disse lei, andando avanti e indietro
davanti al finestrone che dava sul Pacifico.
«Ognuno di noi è diverso. Dovremmo rispettare la sua
volontà.»
Remi si fermò e guardò l’oceano azzurro, la cui bellezza
purissima la calmò come sempre. «Hai ragione. Voglio solo che

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non esageri e che non si faccia male, aggravando la situazione.»
«Sai cosa ti serve? Andiamocene al Valencia Hotel a farci un
trattamento spa completo. Pranziamo sulla veranda del ristorante,
magari ci facciamo uno Chardonnay Kistler e qualche granchio
blu…»
«Ecco perché mi piaci, Sam Fargo.»
«Pensavo che fosse per come suono il pianoforte.»
«E per la tua splendida voce.»
Lui le rivolse un’occhiata scettica. «Adesso esageri.»
«Come si suol dire, a ciascuno il suo.»
Trascorsero il mattino e buona parte del pomeriggio
all’albergo e, quando tornarono a casa, l’umore di Remi era
decisamente migliorato. Sam propose di iniziare l’analisi
dell’archivio di tradizioni orali precolombiane messo insieme da
Pete e Wendy.
La squadra di ricerca si mise al lavoro al piano di sotto.
Quando si fece sera e il crepuscolo diventò notte, avevano solo
intaccato la mole dei racconti, molti dei quali in conflitto tra loro.
Sam e Remi decisero di concentrarsi sulla società tolteca attorno
al 1000 avanti Cristo, per individuare eventuali influenze
europee. Quando diedero la buonanotte a Selma e a Kendra,
erano entrambi esausti ma rincuorati dai piccoli progressi.
«Hai notato il modo in cui Pete guardava Kendra?» chiese
Remi, sprimacciando i cuscini.
«No. Cosa mi sono perso?»
«Penso che gli piaccia.»
«A Pete? Sul serio?»
«È la sensazione che ho avuto. Mi domando cosa ne pensi
Wendy…»
«Mi inchino al tuo intuito femminile in queste faccende. Tutti
sanno che gli uomini sono gli ultimi a capirci qualcosa.»

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«È una delle qualità più tenere del vostro sesso.»
«Meno male che la pensi così.»
Zoltán li osservava dalla sua postazione ai piedi del letto, con
gli occhi vigili e le orecchie dritte.
Remi andò alle spalle di Sam e fece scivolare le braccia
intorno al suo petto. «Sono pronta a perdonare l’escursione tra i
ghiacci, bel ragazzo, quantomeno per un po’.»
«Non spaventare il cane.»
«È più coraggioso di quanto sembra.»
Zoltán chiuse gli occhi e sbuffò, come se avesse capito.

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«Sam, guarda qui!» esclamò Remi, mentre la seconda tazza di


caffè della mattinata si raffreddava sulla sua scrivania accanto al
grosso monitor.
«Che cos’è?»
«Quetzalcóatl.»
«Il serpente piumato venerato dagli aztechi?»
«Chiamato anche Votan dai maya.»
«E?»
«Bianco, capelli rossi… e strabico, secondo questa
descrizione.»
«Strabico?»
«Sì. Cosa ancor più interessante, secondo una saga vichinga
del XIV secolo, un esploratore vichingo di nome Ari Marson,
strabico e dai capelli rossi, è scomparso intorno al 980 dopo
Cristo mentre era in viaggio verso la Groenlandia. In base a
quella saga, è stato adorato come una divinità in una terra nuova,
a dieci giorni di navigazione da Vinland.»
«Vinland? E dove potrebbe essere?»
«Secondo diverse fonti, in un punto imprecisato tra l’isola di
Baffin e la parte nordorientale degli Stati Uniti.»
Sam fece un rapido calcolo. «Il che collocherebbe il punto di
approdo a sud degli Stati Uniti. In Messico?»
«Possibile. Alcune fonti ipotizzano che si tratti di Cuba. E ci
sono altre storie secondo cui Quetzalcóatl sarebbe giunto in

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Messico da est, quindi da Cuba.»
«Interessante. Quella cos’è?» Sam indicò un’altra immagine
sullo schermo.
«Un’immagine di Quetzalcóatl descritto come un uomo
bianco con la barba.»
«Ma io pensavo che il culto di Quetzalcóatl risalisse a ben
prima del X secolo.»
«Sì, ma c’è stata parecchia confusione quando sono arrivati
gli spagnoli. Hanno frainteso diverse cose e il tutto è stato
complicato dal clima religioso in Europa. Così hanno
semplicemente cambiato le cose che non gli piacevano.»
«E i libri di storia li scrivono i vincitori.»
«Esattamente. Quanto alle date contenute nella saga,
anch’esse sono considerate inaffidabili. In altre parole, il 980
potrebbe essere il 1080 che poi è stato cambiato nella tradizione
orale, oppure la persona che l’ha trascritto potrebbe esserselo
ricordato male.»
Sam annuì. «Ma torniamo ai vichinghi sulla costa orientale.
Ricordo male o negli anni ’50 è stata ritrovata una moneta
vichinga nel Maine?»
«L’ho vista anch’io. Si discute ancora oggi se fosse un falso.»
«Come sempre. È il bello del mestiere: restringere il campo
delle opinioni e delle congetture fino a scoprire la verità.»
«Se prendiamo tutto alla lettera, allora è possibile che
Quetzalcóatl fosse effettivamente un vichingo.»
«Secondo alcuni racconti, sarebbe giunto da est a bordo di
una nave dalle fiancate munite di scudi. E, tra i vari tipi di
conoscenze che si sarebbe portato appresso, c’era l’uso del
metallo – del ferro, nella fattispecie – in cui i vichinghi erano
esperti. Forse è il caso di concentrarci su quel Quetzalcóatl.»
Remi annuì. «Già fatto. Ma qui le cose si fanno confuse: un

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famoso sovrano tolteco dell’XI secolo era ritenuto la
reincarnazione di Quetzalcóatl, o era adorato come un dio.
Ancora una volta si tratta in larga parte di congetture, perché gli
aztechi hanno distrutto buona parte dei documenti toltechi. Però
questo sovrano, Topiltzin Cē Ācatl Quetzalcóatl, ha regnato sulla
capitale tolteca di Tollan – oggi chiamata Tula – nel Messico
centrale. A lui si attribuisce il merito di aver dato ai toltechi
conoscenze disparate, tra cui la coltivazione del mais e la
lavorazione del metallo, e di aver migliorato le loro abilità edili.
In certi racconti si dice che era un uomo bianco e barbuto, che
amava le vesti lunghe e ampie e le pellicce.»
«Inizia a farmi male la testa.»
«Lo so. È un po’ come cercare di afferrare un’anguilla
scivolosa.»
«Ma è pur sempre un punto di partenza.»
«Sono d’accordo.»
«Io dico di tirar fuori tutto il possibile su questo sovrano di
nome Quetzalcóatl e di raffinare la ricerca partendo da lì.»
«È un buon piano. Ci farò lavorare la squadra.»
Passarono i tre giorni successivi a scavare nelle leggende
sull’enigmatico leader tolteco. Il suo regno era la forza dominante
del Messico. I pochi codici che raccontavano la storia delle
civiltà mesoamericane non furono d’aiuto, dato che si
contraddicevano in diversi punti. Alla fine, qualche filo si unì ad
altri, evidenziando un tema comune: intorno al 1000 dopo Cristo,
c’era stato un sovrano che aveva trasformato la società tolteca.
Aveva introdotto incredibili innovazioni sotto il profilo
tecnologico e veniva spesso descritto come un bianco, anche se,
secondo altri resoconti, era un indigeno.
Alle dieci di quella sera, dopo un’altra lunga fase di studio
accurato dei dati, il cuore di Sam batté all’impazzata mentre

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leggeva in un tomo polveroso una leggenda su Quetzalcóatl. Era
stato sepolto insieme a un tesoro come non se ne erano mai visti,
con ogni sorta di ornamenti di giada e manufatti d’oro. L’oggetto
principale, uno splendido gioiello, era considerato una leggenda
come quella dell’El Dorado, la città d’oro: l’Occhio del Paradiso,
uno smeraldo senza difetti offerto dai toltechi come tributo al
potente sovrano. Si vociferava che fosse grande come un cuore
umano e possedesse proprietà magiche.
Il racconto era zeppo di esagerazioni ma avaro di dettagli, e
rendeva conto delle numerose ricerche fatte dagli spagnoli per
individuare la tomba, che si conclusero tutte con un nulla di
fatto. Con il passare del tempo, l’entusiasmo si era spento e la
storia era diventata una delle tante leggende che i conquistatori
europei si erano inventati nel tentativo di assicurarsi fondi per le
loro esplorazioni.
Ma una cosa emerse agli occhi di Sam: la descrizione
dettagliata di Quetzalcóatl. In quel racconto, era un vecchio
morto per cause naturali che, con la sua barba rossa screziata di
grigio, era stato composto all’interno di una bara di giada e oro e
sepolto in un luogo sacro che sarebbe rimasto segreto per sempre.
Per un abile cacciatore di tesori, la menzione di una tomba
nascosta piena di ricchezze incredibili era come un drappo rosso
per un toro. Sam spense il computer e tornò al piano di sopra,
dove Remi si era ritirata già da un’ora. Era ansioso di darle la
notizia. Provava un’euforia che di rado in passato lo aveva
portato fuori strada.
Le disse della scoperta che aveva fatto mentre si gustavano un
bicchierino di cognac Rémy Martin XO. Le finestre aperte davano
sull’oceano scuro, con appena lo scintillio lontano delle luci di
una barca che faceva rotta a nord del San Diego Harbor. Quando
Sam ebbe finito di raccontarle della tomba perduta di

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Quetzalcóatl, anche Remi era emozionata.
Un peschereccio di nove metri era all’ancora poco lontano
dalla costa, nei pressi di una delle vaste foreste di kelp a ridosso
del litorale. Chiunque lo avesse osservato avrebbe visto due
uomini impegnati nella pesca notturna. Un’occhiata più attenta
forse avrebbe notato un microfono direzionale puntato verso la
portafinestra aperta di una casa sulla scogliera, mentre un terzo
uomo, seduto nella cabina con le cuffie in testa, ascoltava ogni
parola pronunciata nella camera da letto dei Fargo.
Ma non c’era nessuno che potesse notare gli uomini a bordo
di quella barca. Stavano registrando la discussione, che sarebbe
stata analizzata più tardi, insieme a innumerevoli altre, e poi
spedita al cliente. Gli agenti erano stagionati professionisti della
sorveglianza, esperti di intercettazione e di spionaggio aziendale.

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Prima dell’alba, nella luminescenza di migliaia di luci


elettriche, su Città del Messico incombeva una cappa di foschia.
Le autostrade erano già intasate dai pendolari dei sobborghi
densamente popolati che circondavano la metropoli.
Un camion della spazzatura vecchio e malconcio traballava
lentamente su una strada nella colonia di López Mateos. Il
motore arrancava in quella vasta area povera, una quindicina di
chilometri a nord di Città del Messico. Molte famiglie vivevano
in stanze di quattro metri per cinque e i crimini violenti connessi
alla droga la rendevano una delle zone più pericolose della
regione. Il camion si fermò con uno stridio di pneumatici.
Dal fondo della strada si udì un rombo. La terra iniziò a
tremare, dapprima in maniera lieve e poi sempre più forte. Un
muro di mattoni si crepò e crollò, sbriciolandosi per la scossa di
terremoto, e da una crepa al centro della strada uscì un getto
d’acqua. Gli uomini a bordo del camion della spazzatura
osservarono inorriditi diverse case a due piani in calcestruzzo
accartocciarsi su se stesse, come se la terra le risucchiasse nel
sottosuolo. Bambini seminudi corsero in strada mentre l’asfalto
sotto i loro piedi fremeva. Le poche lampadine funzionanti sulle
facciate degli edifici si spensero man mano che i cavi della
corrente si strappavano in qualche punto della linea elettrica. I
lampioni oscillarono, prima di cedere alla base e schiantarsi in
terra con un’esplosione di vetri.

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In lontananza, i grattacieli della città ondeggiarono. Era un
terremoto forte persino in una zona ad alto rischio sismico. Le
scosse continuarono per un minuto intero, prima che la terra
smettesse di muoversi sotto i piedi della gente spaventata.
La strada sembrava una zona di guerra, con un reticolo di
enormi crepe su ciò che restava dell’asfalto e l’acqua fuoriuscita
dalle tubature che si raccoglieva in pozze maleodoranti, in cui si
riversavano pure gli impianti fognari rotti. Le porte delle case si
aprivano e gli abitanti uscivano per fare il punto della situazione.
Quella calamità era solo l’ultima di una serie apparentemente
interminabile di sventure per una popolazione nata sotto una
cattiva stella.
Il sole fece capolino dalle montagne circostanti, penetrando
debolmente attraverso il pulviscolo che il crollo degli edifici
aveva sollevato. I netturbini studiarono la strada in rovina ancora
per qualche istante, poi il conducente inserì la marcia e fece fare
un’inversione al decrepito camion traballante, prima di prendere
la via del ritorno.
Ulteriori ricerche sulla tomba di Quetzalcóatl non rivelarono
nulla di utile e, nel tardo pomeriggio del secondo giorno, fu
chiaro a tutti che erano in un vicolo cieco. A Sam bruciavano gli
occhi a forza di scrutare il monitor alla ricerca di un glifo
sfuggente, del minimo indizio che li potesse mettere sulla strada
giusta: erano rimasti a corto di opzioni. Ma non era dandosi per
vinto che Sam si era guadagnato la sua reputazione: la tenacia lo
spingeva ad alzare la posta quando il gioco si faceva difficile.
Quando Selma si unì a loro, Remi si alzò per salutarla mentre
Sam, esausto, si grattava una guancia. «Come procede?»
«Le solite frustrazioni» rispose Remi. «Racconti incompleti,
vaghe allusioni prive di sostanza, resoconti parziali…»
«Ah, ricerca, quanto mi manchi.»

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«Come stai? Ti senti un po’ meglio?» chiese Sam, dando la
schiena al suo computer.
«Ogni giorno è una nuova sfida.»
«Quel che conta è che tu faccia dei progressi» disse Remi.
«A volte non ho proprio questa impressione» confessò Selma,
una rara ammissione per una delle donne più infaticabili e
determinate che ci fossero. Guardò l’oceano e si sforzò di
sorridere. «Ho pensato di fare un salto per vedere come ve la
cavate senza di me.»
«Non benissimo. Al momento la nostra pista si è quasi
esaurita» disse Sam, per poi farle un riepilogo dei passi avanti
fatti, o meglio, non fatti.
Alla fine lei annuì. «Be’, sapete cosa dovrete fare.»
Sam e Remi si scambiarono un’occhiata.
«No…» disse Remi.
«Lasciatemi fare qualche telefonata. Non mi farò male.
Starmene con le mani in mano mi sta facendo diventare pazza,
nonostante i libri e la televisione. Chiamerò un po’ di gente e
sonderò il terreno. Rendermi utile migliorerà il mio umore.»
«Selma…» fece per dire Sam, ma lei lo bloccò alzando una
mano.
«Se scopro qualcosa, ve lo farò sapere. Ora rimettetevi al
lavoro. Non ce la farete mai, se continuate a trovare scuse per
battere la fiacca.» Girò il deambulatore e tornò lentamente nella
sua stanza. Aveva un’espressione determinata a loro ben nota.
Sam sospirò e si alzò, stiracchiandosi e ruotando la testa per
sgranchirsi le spalle e il collo. Remi tornò al suo pc mentre Sam
si fece la quinta tazza di caffè, poi aprì una portafinestra e
raggiunse la terrazza per prendersi una gradita boccata d’aria
salmastra. I gabbiani volteggiavano nel cielo azzurro,
approfittando della corrente ascensionale, e qualche

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imbarcazione operava ai margini della foresta di kelp. Foche
ghiotte erano in concorrenza con i pescatori per dividersi il
bottino dell’oceano e Sam ne osservò le lucide teste nere
spuntare dall’acqua in più punti, prima di immergersi nuovamente
per andare a caccia di pesce.
Non male, come vita, pensò. Semplice. Una nuotata, pesce
fresco a pranzo, poi magari una siesta su un bello scoglio al sole.
Le foche avevano davvero capito tutto. Meglio che perdere la
vista davanti a fotografie di antiche rovine, nel tentativo di trovare
indizi per sbrogliare uno dei misteri più tenaci della storia.
Dopo aver dato un’ultima occhiata al cielo del tardo
pomeriggio, tornò con riluttanza al suo computer e riprese a
cercare di decifrare le incisioni che stava studiando.
Due ore dopo, Selma spuntò con un’espressione trionfale.
«Congratulazioni. Siete stati invitati all’Istituto nazionale di
Antropologia e Storia di Città del Messico per studiare il loro
archivio di manufatti toltechi. Il responsabile è un vecchio amico
e collega, Carlos Ramírez. È il direttore della sezione antichità e
il cugino di un ministro dell’Interno, e fa anche parte del
consiglio dell’università.»
«Fantastico, Selma!» disse Remi, alzandosi dalla sedia.
«Carlos è molto gentile. Anni fa, abbiamo collaborato ad
alcune ricerche e non credo che si sia scordato quanto andassimo
d’accordo. In ogni caso, in questo momento è impegnatissimo
perché una squadra di operai intenti a riparare tubature in una
strada dopo il terremoto ha fatto una nuova scoperta: una serie di
camere sotterranee collegate da gallerie. Sembrano tolteche, ma
sono solo rilevazioni preliminari. Nell’area c’è ancora il caos. Vi
ha invitati entrambi a volare in Messico per incontrare lui e due
ricercatori esperti e, se vi va, studiare il nuovo sito insieme.»
«Selma, non smetti mai di sorprendermi» disse Sam,

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scuotendo la testa ammirato.
«Be’, non esageriamo. Ho dovuto solo ricordarmi il prefisso
telefonico del Messico e chiedere la restituzione di un favore.»
«Quando possiamo andarci?»
«A quanto sembra, buona parte della città è a posto, ma
alcune aree sono state molto danneggiate e interi isolati rasi al
suolo. Il terremoto ha raggiunto una magnitudo di 7,8 gradi, ma il
danno è circoscritto. Carlos ha detto sostanzialmente che potete
andare quando vi pare. La vostra reputazione apre parecchie
porte.»
«Non gli hai detto su cosa stiamo lavorando, vero?» chiese
Remi.
«No, mi sono limitata a dirgli che stavate svolgendo ricerche
su Quetzalcóatl e sulla manipolazione a cui aztechi e spagnoli
hanno sottoposto le leggende tolteche. Avete ampio spazio di
manovra, ma potrete giustificare perché siete più interessati a
determinate ricerche piuttosto che ad altre.»
«Sei un genio» disse Sam.
«Ho immaginato che avreste fatto prima così che non
svolgendo ricerche online. Come sapete, Internet può portarvi
solo fino a un certo punto…»
Remi annuì. «E poi bisogna sporcarsi le mani. Lo sappiamo,
Selma.»
«Non so che fare quando ho le mani pulite così a lungo»
convenne Sam. «Direi che è venuto il momento di dirigerci a sud
del confine. Ay ay ay!»
Remi finse di guardarlo con disapprovazione. «Temo che si
sia già preparato per questo viaggio a forza di tequila.»
«Sciocchezze. Sono completamente sobrio» insisté Sam.
«Come no» ribatté Remi, e tutti scoppiarono a ridere.
«Kendra, è il momento di dire ai piloti di abbandonare la

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spiaggia e di riscaldare i motori dell’aereo» disse poi Sam.
«Quando vorreste decollare?» chiese lei, dalla sua postazione
accanto alle finestre.
Remi e Sam si guardarono e lei fece spallucce. «Domattina?
Diciamo… alle otto? Il che significa che saremo a Città del
Messico a mezzogiorno, ora locale.»
«Sarà fatto. E l’albergo?»
«Se non sbaglio, l’ultima volta che ci siamo stati abbiamo
alloggiato al Four Seasons, nel quartiere Zona Rosa. Era un
ottimo albergo e si trova in centro.»
«Ricevuto.» Kendra possedeva la stessa metodicità di Selma e
uno stile pacato e diretto. «Qualche richiesta speciale?»
«Selma ti fornirà un breve elenco di quello che ci piace
portarci sul campo in occasioni come questa» disse Remi. «Cose
molto semplici. La lista ce l’ha lei.»
«Ottimo. Gliela chiedo subito.»
Il resto della giornata passò rapidamente nei preparativi per il
viaggio. Sam e Remi erano più che pronti per una cena di
festeggiamento nel loro locale preferito di San Diego, un
ristorante italiano nel Gaslamp Quarter. Presero l’ultimo acquisto
di Sam, una Porsche 911 Turbo Cabriolet nera che non aveva
quasi mai l’occasione di guidare. Abbassò la capote e Remi si
appoggiò allo schienale del morbido sedile di cuoio, con la calda
brezza serale che le scompigliava i capelli. Passò da una marcia
all’altra con entusiasmo e il motore potente li catapultò dalla
rampa di accesso all’autostrada.
«Piano, cavallino» lo ammonì Remi, mentre davanti a loro
apparivano i grattacieli del centro di San Diego.
«Scusa. Mi scordo sempre quanto sia sensibile l’acceleratore
di questa macchina.»
«Se non sbaglio, abbiamo già superato la fase del decollo.

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Puoi dare meno gas.»
«Ogni tuo desiderio è un ordine.» Sam rallentò a un’andatura
ragionevole.
Consegnarono le chiavi a un inserviente ed entrarono nel
ristorante. Il titolare li accolse come se fossero parenti che non
vedeva da tempo e li accompagnò al tavolo d’angolo, il loro
preferito. Sua moglie li raggiunse per salutarli e consigliò una
serie di assaggi dei piatti speciali dello chef, accompagnati da
una bottiglia di Sassicaia del 2009, un ottimo rosso toscano.
La cena fu molto rilassante. Ogni piatto era preparato e
presentato alla perfezione: ottime bruschette, animelle brasate,
ravioli di carne di vitello con salsa al tartufo e gamberi cucinati in
tre modi diversi. Quando Sam e Remi arrivarono al limoncello
erano sul punto di scoppiare e convennero che, dopo quella
splendida cena, avrebbero dormito bene.

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Il G650 attraversò la coltre di nubi nella sua discesa finale


verso l’aeroporto internazionale Benito Juárez di Città del
Messico. Una volta usciti dalle nubi, videro la città diverse
centinaia di metri sotto di loro. Una pioggia torrenziale
scrosciava su edifici e strade. Il velivolo atterrò sollevando un
ventaglio d’acqua e raggiunse il terminal dei jet privati.
Tutt’intorno c’era un viavai forsennato di veicoli con i fanali
accesi e i lampeggianti intermittenti, carichi di bagagli e
carburante per i jet commerciali in partenza che attendevano il
loro turno di sfidare il temporale.
Una GMC Yukon nera li aspettava davanti all’ingresso di vetro
e acciaio del terminal. L’autista tenne la portiera aperta per farli
entrare, caricò i bagagli e poi girò intorno al veicolo per mettersi
al volante.
Le strade erano intasate dal traffico. L’acqua scorreva
sull’asfalto e buche grosse come televisori si riempivano di acqua
nera dall’aspetto poco rassicurante. La gente del posto si
trascinava sui marciapiedi indossando parka di plastica,
brandendo ombrelli e procedendo con cautela sul cemento
sconnesso. Davanti a un discount farmaceutico, un poveraccio
travestito da pollo si riparava sotto una tettoia, agitando un
cartello di polistirolo su cui era stampata a grandi lettere rosse la
parola ABIERTO.
«Se la storia del cacciatore di tesori fallisce, posso sempre

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fare quello» commentò Sam.
«Sarei disposta a pagare per vederti con quel costume
addosso, indipendentemente dalle circostanze.»
«Non so. Potrebbe far calare il valore degli immobili a La
Jolla.»
«Codardo.»
«Non è vero.»
«Pollo.» Remi mise le mani sotto le ascelle e agitò i gomiti.
«Coccodè-coccodè-coccodè…»
Lui la guardò, divertito. «Stai cercando di dirmi qualcosa?
Perché l’attenzione di questo gallo la stai proprio ottenendo.»
«O indossi il costume da pollo oppure niente.»
«Se non sapessi che stai scherzando, sarei preoccupato.»
«E chi scherza?» chiese Remi, corrugando la fronte.
«Lasciamo perdere.»
Presero alloggio nell’albergo. Dopo aver disfatto le valigie,
chiamarono Carlos Ramírez, che parlava inglese con un forte
accento. Li informò che sarebbero potuti andare da lui a qualsiasi
ora di quel pomeriggio e che lui sarebbe stato felice di presentarli
agli altri ricercatori alle prese con la nuova scoperta. Sam e Remi
pranzarono nel ristorante dell’albergo e poi si fecero portare in
taxi all’INAH – l’Istituto nazionale di Antropologia e Storia –,
ubicato accanto al parco Cuicuilco, nel sud della città.
Carlos Ramírez, con un abito grigio scuro elegante e di taglio
perfetto, li accolse al banco della sicurezza. Aveva capelli
brizzolati e piuttosto lunghi. Un paio di baffi gli incorniciavano il
labbro superiore, che era costantemente piegato in un sorriso.
«Ah, señor e señora Fargo. Benvenuti, benvenuti. Sono felice
che non vi siate lasciati intimidire dal clima.»
«Rispetto a certi luoghi in cui siamo stati di recente, qui
siamo in paradiso» disse Sam.

114
«Un po’ di pioggia non ci ha mai impedito di fare qualcosa di
importante» gli assicurò Remi.
Carlos li condusse nel suo ufficio, al piano di sopra. «Ho una
suite qui, e anche nella sede del centro storico. Ma la verità è che
passo buona parte del mio tempo in ufficio. Preferisco
l’accademia alla burocrazia. Ovviamente il lavoro sul campo è il
mio primo amore. Ma, ora che ricopro un ruolo di responsabilità,
ho meno opportunità di svolgerlo.»
L’ufficio era ampio, con un tavolo da riunione a un’estremità,
circondato da poltrone di cuoio imbottito bordeaux e una grossa
scrivania ovale. Una serie di finestre dava sul parco.
«Vi prego, accomodatevi. Chiamerò gli altri e farò le
presentazioni. Ma prima ditemi in che modo posso aiutarvi.»
«Come Selma le avrà detto, stiamo facendo ricerche sui
toltechi, nella fattispecie sul periodo intorno al 1000 dopo
Cristo. Abbiamo pensato di venire in Messico a curiosare di
persona» spiegò Sam.
«La vostra reputazione vi precede. Come nazione, siamo in
debito con voi per aver salvato il Codice dei Maya. Qualunque
cosa possa fare per assistervi, la farò. Basta chiedere.»
«Be’, questo non dovrebbe essere altrettanto drammatico»
disse Remi. «Temo che buona parte di ciò che stiamo studiando
sia già risaputo. Ma fa parte del nostro lavoro e preferiamo essere
minuziosi.»
«Sì, certo. Da dove vorreste cominciare?»
«Vorremmo dare un’occhiata alla collezione di manufatti e a
qualsiasi documento che riguardi i toltechi e il loro sovrano più
famoso, Quetzalcóatl.»
«Certamente. Purtroppo non c’è molto. I sacerdoti aztechi
hanno distrutto buona parte di ciò che documentava i suoi
successi. Per complicare le cose, gli spagnoli hanno alterato i

115
documenti rimasti, al punto che ciò che oggi sappiamo sul suo
conto è probabilmente falso.»
Remi annuì. «Capisce il nostro problema, dunque. Speriamo
che abbiate materiale non disponibile online, in grado di fare un
po’ di luce in più sulla civiltà tolteca, oltre che sul loro capo.»
«In effetti non sareste potuti arrivare in un momento migliore.
Da quello che possiamo ipotizzare, le cripte venute alla luce dopo
il terremoto potrebbero contenere nuove informazioni sulla civiltà
tolteca. È ancora troppo presto per dirlo, ma siamo speranzosi.
Sembra che siano state nascoste sottoterra deliberatamente, cosa
che i toltechi facevano solo con i loro siti di maggior valore. È
stata una scoperta del tutto inaspettata, così a sud di Tula.»
«Ci piacerebbe vederle quanto prima.»
«Lasciatemi convocare gli archeologi che dirigono gli scavi.
Opererete a stretto contatto con loro. Sono due dei nostri migliori
studiosi.» Carlos digitò sul suo telefono e scambiò una raffica di
parole in spagnolo. «Saranno qui tra poco. Maribela e Antonio
Casuela, fratello e sorella. Due menti brillanti ed esperti dei
toltechi.»
Un paio di minuti dopo, bussarono alla porta. Entrò una
donna alta, poco più che trentenne, seguita da un uomo che
doveva avere più o meno la stessa età. Che fossero fratelli era
evidente dai loro lineamenti. Ciò a cui né Remi né Sam erano
preparati era la loro bellezza. I lunghi capelli d’ebano della donna
sembravano brillare di luce propria, facendo risaltare la pelle
liscia color caramello, gli zigomi alti, i denti bianchissimi e
brillanti occhi color cioccolato. L’uomo era altrettanto avvenente,
con una mascella forte e un profilo virile che faceva pensare a un
modello o a una stella del cinema più che a un accademico.
La donna tese la mano a Remi. «Señora Fargo, che piacere
incontrarla. Sono anni che seguo con interesse i suoi exploit.»

116
Carlos sorrise. «Remi Fargo, le presento Maribela Casuela.»
«Il piacere è tutto mio» disse Remi, scrutando la forma
perfetta della donna, i suoi pratici pantaloni neri e la camicetta
rossa che mettevano in evidenza le curve in un modo che molte
donne si sarebbero solo potute sognare.
«E lei deve essere Sam Fargo» disse Maribela con voce soave,
tendendo la mano a Sam. Il suo palmo era fresco.
Sam avrebbe giurato che tra loro fosse passata una leggera
scossa. Si affrettò a rivolgersi al fratello. «Antonio, giusto?»
«Che emozione. Una vera emozione» disse Antonio mentre si
stringevano la mano.
«Vi prego, diamoci tutti del tu. Detesto le formalità» disse
Remi, mentre i nuovi venuti si accomodavano accanto a Sam.
Carlos li informò di ciò a cui erano interessati i Fargo e i loro
occhi si illuminarono quando menzionò le cripte venute
recentemente alla luce.
«È una cosa straordinaria» disse Antonio. «È tutto
perfettamente integro. Vi siamo entrati entrambi e le sole sculture
meritano anni di studio. Si direbbe che ci sia una serie di gallerie
interconnesse che portano ad almeno quattro camere funerarie.
Abbiamo già portato via le mummie. Le informazioni che offre
questa scoperta sono uniche. Sono certo che la visita si rivelerà
per voi un’esperienza straordinaria.»
«E, ovviamente, siete liberi di passare in rassegna tutto quello
che abbiamo sui toltechi e Quetzalcóatl» aggiunse Maribela, «per
quanto si tratti di cose di cui in larga parte si sono occupate le
riviste accademiche, per cui di sorprese ce ne saranno poche.»
«Com’è l’area intorno alla nuova scoperta?» chiese Sam.
Carlos si accigliò. «Un caos controllato. Abbiamo sgombrato
l’ingresso e ci sono poliziotti a presidiarlo, ma la zona
circostante è tuttora disastrata. Solo in quella colonia un

117
centinaio di persone ha perso la vita. Devono essere ancora
ripristinati i servizi essenziali e si sono verificati dei saccheggi.
Le squadre di soccorso stanno entrando negli edifici, ma la
situazione non è buona.»
«C’è il rischio che arrivino i tombaroli?» chiese Remi.
«Speriamo di no» rispose Antonio, «ma la polizia è
sottopagata e, dunque, tutto è possibile. Abbiamo catalogato tutti
gli oggetti preziosi e siamo attualmente impegnati a trasferirli
qui, ma si tratta di un processo lento perché vogliamo
documentare lo stato della scoperta. Sapete, basta poco…»
Remi annuì. «Per prima cosa, non fare danni.»
Maribela la guardò. «E, se posso chiedere, tu che studi hai
fatto? Se non ricordo male, mi pare di aver letto che sei
un’antropologa.»
«Esatto, un’antropologa fisica, anche se è da anni che non ho
a che fare con il mondo accademico. Anch’io preferisco
decisamente stare sul campo.»
«Ovvio. Non c’è nulla di simile al brivido di essere i primi,
vero?»
«Già. È stata una vera fortuna che mio marito condividesse
quella passione» disse Remi, prendendo la mano di Sam con aria
possessiva.
Antonio e Maribela li accompagnarono a vedere i manufatti e
le fotografie che avevano ammassato nello scantinato del grande
edificio. Sam e Remi conoscevano già molti di quegli oggetti, di
cui avevano visto le immagini su Internet.
«Purtroppo i toltechi non avevano una lingua scritta, dunque
la loro storia è frutto di tradizioni orali registrate in tempi
successivi e di qualche sporadico pittogramma. Ma dai glifi
potete capire che avevano una complessa padronanza di un
sistema di simboli, per quanto continui a esserci parecchio

118
disaccordo su come interpretarli» disse Maribela.
«Proprio come esistono resoconti contrastanti sul mitico
sovrano tolteco, Cē Ācatl Topiltzin, spesso chiamato Topiltzin
Quetzalcóatl o, semplicemente, Quetzalcóatl. Nel corso degli
anni, i racconti si sono fatti così confusi che è difficile capire a
cosa credere. Per esempio, qualcuno insiste che fosse una figura
mitica priva del minimo fondamento storico. Altri, invece,
sostengono che sia stato il primo sovrano tolteco. Altri ancora
dicono che fosse ritenuto la reincarnazione divina del
Quetzalcóatl originale, la più importante divinità
mesoamericana.» Antonio indicò una serie di bassorilievi
raffiguranti un uomo serio con una grande testa e quella che
sembrava una barba.
«La cosa è davvero disorientante. Soprattutto la barba. Era
sconosciuta tra i nativi americani, giusto?» chiese Sam.
Maribela sorrise. «Esatto. E complicata ulteriormente dalle
poche rappresentazioni spagnole delle leggende e della storia
azteche. Sappiamo che sono versioni pesantemente distorte della
tradizione orale. Un altro problema è rappresentato dal fatto che,
di certo, ci sono state difficoltà di interpretazione. Molti dei
documenti esistenti sono stati creati dai monaci francescani o dai
conquistadores, che non brillano per accuratezza.»
Antonio si avvicinò alla sorella. «Per non parlare dei
documenti che sono stati occultati perché contraddicevano le
cronache ufficiali. Sappiamo che gli spagnoli tendevano a
cancellare qualsiasi indizio che potesse condurre a tesori
leggendari. Non che ci abbiano guadagnato qualcosa, ma
dimostra un approccio sistematico al saccheggio dell’eredità
culturale di maya e aztechi per interesse economico e per ottenere
i favori del re di Spagna, al fine di trovare i finanziamenti per
ulteriori spedizioni.»

119
«Nel corso della storia, il denaro ha motivato molte azioni
umane» convenne Sam.
Antonio annuì. «Senza dubbio alcuni di quei racconti
ufficiali sono pura invenzione, dovuti alla confusione tra il
Quetzalcóatl divinità e il Quetzalcóatl sovrano tolteco.»
«Ci sono racconti più accurati che potrebbero alludere a siti
significativi?» chiese Remi, facendo attenzione a non utilizzare la
parola «tesori».
«Tutti i codici sopravvissuti sono più banali. Alcuni sono
approdati in Spagna, altri colati a picco insieme alle navi che
naufragavano regolarmente, altri ancora sono spariti.»
«Avete cercato di localizzarne qualcuno?» chiese Sam.
Antonio fece spallucce. «Ovvio. Abbiamo fatto svariati viaggi
in Spagna, ma non abbiamo trovato nulla che non sia di dominio
pubblico. C’è del materiale a Cuba, ma persino per noi messicani
è complicato rapportarsi con le autorità. Sono molto reticenti. Io
e Maribela ci siamo andati più o meno quattro anni fa e ci siamo
rimasti per diversi mesi, collaborando con il loro museo. Ci
hanno fatto vedere alcuni pittogrammi e un manoscritto su
aztechi e toltechi, in teoria redatto da un conquistador. Non ci
hanno accordato il permesso di studiarli da vicino e nemmeno di
fotografarli. Abbiamo contattato molte volte chi di dovere per
ottenere l’accesso ai reperti o per farli restituire al Messico, ma
abbiamo sempre incontrato un forte ostruzionismo. È un peccato,
perché si tratta del nostro patrimonio culturale, non del loro.»
«Un manoscritto? Cosa diceva?» chiese Remi.
«Non sono in grado di dirvelo. Era incomprensibile: doveva
essere una specie di codice cifrato, cosa non insolita nel caso di
documenti segreti. Non ho avuto il tempo di analizzarlo riga per
riga e decifrarne il codice. Ma ricordo chiaramente che c’erano
disegni dettagliati di icone azteche e forse pure tolteche, tra cui

120
una di Quetzalcóatl.»
«I cubani hanno cercato di decifrarlo?» domandò Sam.
«Non penso. Per loro non è altro che un vecchio manoscritto.
Ho avuto la sensazione che si trovasse lì da tanto di quel tempo
che a nessuno interessava più, almeno finché non abbiamo
chiesto di esaminarlo. A quel punto è diventato un tesoro
nazionale.»
«E dove tengono tutte queste antichità messicane?» disse Sam
con voce piatta, senza tradire altro che garbata curiosità.
«Nel castello del Morro, all’imboccatura del porto
dell’Avana. Lì c’è un piccolo museo e immagino che quella roba
sia finita nel seminterrato, in magazzino, proprio dov’è stata
messa centinaia di anni fa, dopo che gli inglesi avevano restituito
l’isola agli spagnoli» rispose Maribela.
Remi scattò una serie di foto e si rivolse ad Antonio.
«Capisco perché sono tutti così entusiasti per la rete di gallerie:
sembra un ritrovamento notevole. Dovete essere emozionati.»
«Sì, è la prima scoperta sui toltechi da parecchio tempo e la
sua ubicazione è sorprendente. Pensavamo che i toltechi avessero
costruito solo a Tula, ma ora sappiamo che non è così.» Antonio
fece una pausa. «La leggenda dice che Quetzalcóatl fu cacciato da
Tollan e che intraprese un viaggio verso i confini più lontani della
civiltà, che comprendevano le città dei maya in Messico e
Guatemala, e forse anche oltre.»
«Pensate che la leggenda della tomba di Quetzalcóatl abbia
un minimo di fondamento?» chiese Remi.
«No, credo dipenda piuttosto dalle indicazioni ambigue
contenute in uno dei codici più oscuri e in alcune lettere di
conquistadores al re di Spagna. Superstizioni.»
«Dunque, secondo voi, non esiste nessuna tomba.»
«Ne dubito. A quello spettro hanno dato la caccia tutti, dagli

121
spagnoli agli avventurieri di oggi, e ne sono usciti tutti a mani
vuote. No, il vero tesoro dei toltechi è la loro storia che,
purtroppo, è perduta, così come la camera tombale del loro
leggendario sovrano. Avete presente le storie, giusto? Uno
smeraldo grosso come un cuore umano… Dovrebbe essere giunto
dalla Colombia, ma non ci sono prove del fatto che i toltechi si
siano spinti tanto a sud, e ancor meno che vi abbiano svolto
scambi commerciali. Ho concluso che, al pari di molte altre
leggende dell’epoca, questa si basi più sulla speranza che su fatti
reali. Una specie di omologo messicano del Sacro Graal, con le
stesse probabilità che sia realmente esistito.»
L’ispezione dei manufatti occupò il resto del pomeriggio.
Sam e Remi accettarono di farsi venire a prendere il mattino
seguente da Antonio e Maribela al Four Seasons per andare a
esplorare le cripte sotterranee.
Durante il viaggio di ritorno in taxi all’albergo, Sam chiamò
Selma e le parlò a bassa voce mentre sfrecciavano nel traffico.
«Selma, trova tutto ciò che puoi su manufatti spagnoli a Cuba.
Sia documenti ufficiali sia voci di corridoio.»
«A Cuba? D’accordo. Inizio subito.»
«Ah! Per quanto sia improbabile, vedi se online esiste una
pianta del castello del Morro all’Avana.»
«Sarà fatto. Appena ho qualcosa, vi mando via email un
resoconto dei progressi.»
Remi incrociò il suo sguardo mentre riattaccava e richiamava
un altro numero dall’agenda. «E adesso?»
«Be’, la faccenda di Cuba mi ha fatto riflettere. Chi può avere
accesso a informazioni relative a Cuba più che… Rube?»
«Rubin Haywood? Buona idea. Sono certa che un’intera ala
della CIA sia dedicata a Cuba.»
Il SUV salì su un dosso particolarmente alto, sballottandoli.

122
Remi si puntellò al sedile e portò la mano libera all’icona d’oro
che aveva al collo.
«Un po’ della fortuna di quello scarabeo in questo momento
ci farebbe comodo. Perché non lo sfreghi e fai comparire un
genio?» chiese Sam, mentre iniziava la chiamata.
Risero e poi l’inconfondibile voce di Rube si fece sentire.
«Rube. Sono Sam, il tuo vecchio amicone.»
«Sam! Quanto tempo. Sei a Washington? Hai voglia di
offrirmi la cena?»
«La cena dovrà aspettare, Rube. No, ti chiamo per scopi più
accademici.»
«Di cosa si tratta, stavolta?»
Sam gli spiegò quello che stava cercando e, quando ebbe
finito, Rube rimase in silenzio per diversi secondi.
«Potrebbe volerci un po’ di tempo, ma posso mettere all’opera
un analista. Ho sentito dire che, di questi tempi, si possono fare
cose straordinarie con i computer.»
«I dati si possono trovare solo se qualcuno li ha inseriti.»
«Hai ragione. Tutto qui, dunque? Vuoi sapere qualcosa su
eventuali tesori archeologici cubani nascosti nel castello del
Morro? Un’area di indagine oscura, persino per te…»
«Cerco solo di mantenere fresco e spontaneo il nostro
rapporto.»
«Ehm… Allora ti comunico che ho ricevuto una
promozione.»
«Davvero? Congratulazioni.»
«Grazie. Ti direi qual è la mia nuova qualifica, ma poi dovrei
ucciderti, per cui è meglio di no.»
«Buono a sapersi.»
«D’accordo, amico. Metterò gli elfi al lavoro. Hai sempre lo
stesso indirizzo email?»

123
«Certe cose non cambiano mai.»
Quando Sam riattaccò, Remi gli scivolò accanto. «Come ti
sembrano i nostri nuovi colleghi? Quella Maribela è uno
schianto, vero?»
«Chi? Ah, la sorella? Non me n’ero accorto.»
Remi gli diede un colpetto col gomito. «Sai che, quando
menti, distogli sempre lo sguardo?»
«A chi vuoi credere? A me o al mio sguardo?»
«Era solo per dire… Quella ragazza non è come mi
aspettavo.»
«La stessa cosa vale per il fratello. Non è brutto come sua
sorella, però…»
Passarono in silenzio accanto alle facciate variopinte di
negozi e condomini, entrambi persi nei pensieri su un sovrano
leggendario, sulla sua tomba e sugli ostacoli che avrebbero
dovuto superare per trovarla.

124
14

La pioggia cadeva dal cielo color ardesia sul parabrezza del


Chevrolet Suburban di Antonio. La foschia del mattino era
abituale in quel periodo dell’anno nel Distrito Federal, o DF,
come i locali chiamavano Città del Messico. Le strade erano
intasate di veicoli, quando si diressero a nord ed entrarono nella
poverissima colonia di López Mateos.
Antonio svoltò e raggiunsero due veicoli militari occupati da
soldati armati fino ai denti, con gli M4 pronti a far fuoco.
«È la nostra protezione» spiegò Antonio, mentre rallentava.
«La polizia ha chiesto il supporto dei militari dopo essere stata
bersaglio di colpi d’arma da fuoco, la notte scorsa. Ragazzini,
probabilmente, ma hanno tutti i nervi a fior di pelle.» Si fermò
vicino a un cordolo sbriciolato, accanto a un mercatino rionale
coperto di tag tracciati con vernici a spruzzo. Le vetrine rotte
erano riparate da pesanti griglie di acciaio da costruzione. Un
soldato con le mostrine da sergente si avvicinò ad Antonio mentre
quest’ultimo apriva la portiera del conducente e mostrava il suo
documento di identità al veterano, che gli diede un’occhiata
diffidente prima di farlo passare.
Maribela si voltò verso Sam e Remi. «Comincia lo spettacolo.
Si dice così, vero?»
«Assolutamente sì» disse Remi.
Un nastro giallo bloccava l’accesso a un sentiero che portava
in un baratro sotto la strada. Sam e Remi trattennero il respiro per

125
via del fetore di fogna stagnante. Antonio sparì nell’oscurità, poi
si udì l’inconfondibile ronzio di un generatore a gas e all’interno
due luci portatili presero vita.
«Forza. È circa tre metri più avanti» disse Maribela.
Remi deglutì e trattenne un conato di vomito, poi seguì i due
archeologi messicani, tallonata da Sam.
Davanti a loro c’era una breccia in un muro di pietra,
collassato dall’altra parte. Antonio scavalcò l’ingresso
dell’apertura e gli altri lo seguirono. All’intersezione di tre
passaggi c’era un treppiede che reggeva un’altra luce.
Antonio attese che gli altri lo raggiungessero e poi spiegò:
«Ciascuno di questi corridoi conduce a una camera sepolcrale. La
più interessante probabilmente è quella poco più avanti. Vedrete
vasellame e altri oggetti: sono numerati, ma li abbiamo lasciati
dov’erano per studiarli con più cura nei prossimi giorni.
Attenzione a dove mettete i piedi: il pavimento è sconnesso».
Si avvicinarono alla prima cripta. I loro passi echeggiavano in
quello spazio chiuso e l’aria puzzava di terriccio umido e muffa.
Antonio si chinò e premette un interruttore: una serie di luci da
lavoro illuminarono la fine della galleria e la loro sinistra
luminescenza fu riflessa dalle pareti della camera.
Remi sussultò quando una radice le sfiorò una spalla.
Sam la prese per mano. «Roba da pelle d’oca, non trovi?»
La stanza era piccola, meno di quattro metri per quattro, e
all’estremità opposta aveva una predella di pietra dov’era posata
la tomba di un dignitario tolteco. Vasi, statuette di ceramica,
maschere e attrezzi di ossidiana erano sparsi ai suoi fianchi. Una
griglia di spago bianco ne mappava la posizione precisa. La cosa
più interessane erano i bassorilievi che coprivano ogni centimetro
quadrato delle pareti: l’intera stanza era un tesoro di arte tolteca.
Sam si fermò a ridosso del piedistallo, contemplando quello

126
spettacolo sbalorditivo, e sentì Remi stringersi a lui.
«È probabile che questi oggetti fossero impilati con ordine,
ma che, nel corso dei secoli, i terremoti li abbiano sparpagliati.
Per quanto la cripta si sia conservata molto bene, i pittogrammi
sono la cosa più straordinaria. Molto simili a quelli degli altri siti
toltechi che abbiamo mappato, ma non ne avevo mai vista
un’abbondanza simile» disse Maribela.
Sam e Remi si avvicinarono a una parete. Sam estrasse da una
tasca una piccola torcia elettrica e la accese.
Illuminò un volto serio, con un copricapo elaborato, una
mazza stilizzata in una mano e un serpente nell’altra. Si spostò
verso un’altra parete, dove un giaguaro era pronto a balzare di
fronte a un tempio. Accanto c’era una processione di guerrieri. In
basso, alcuni uomini tenevano degli animali al guinzaglio. Altri
costruivano una maestosa piramide. E via dicendo, scena dopo
scena.
«Straordinari, vero?» sussurrò Remi. «Sono in condizioni
eccellenti.»
Antonio annuì. «Proseguendo negli scavi, speriamo di
trovarne altri. Il fango che vedete sul pavimento è dovuto alle
inevitabili infiltrazioni nel corso del tempo. Ma buona parte
dell’area è integra, un fatto senza precedenti.»
«Di chi pensate che fossero le mummie?» chiese Remi.
«Sacerdoti, probabilmente, ma di altissimo rango, forse i capi
religiosi della loro epoca. Perché siano sepolti a sud di Tula è un
mistero.»
«Era normale seppellire i capi religiosi in cripte così
elaborate?»
«In effetti, si sa poco sulla civiltà tolteca, per cui ci sono più
domande che risposte. Ci vorranno molti mesi, se non anni, per
documentare questa scoperta in maniera esauriente, sempre che la

127
città ce lo consenta. La strada che corre sopra di noi è un
problema. Potremmo acquistare uno degli edifici vicini e creare
un ingresso da lì, ma servono fondi…»
Anche le altre cripte contenevano incisioni e manufatti. Remi
fotografò le pareti per analizzarle in un secondo tempo,
sbalordita dalla quantità di materiale. Per realizzarle dovevano
esserci voluti anni di lavoro da parte di artigiani esperti.
Dopo tre ore di esplorazione, Antonio segnalò che era il
momento di fare una pausa e che sarebbero tornati in superficie.
«Oggi pomeriggio verrà un gruppo di studenti a darci una
mano con gli scavi. Se volete restare siete i benvenuti, ma ci sarà
parecchia gente. E poi avete visto quasi tutto quello che c’era da
vedere. Volete passare un po’ di tempo all’Istituto a studiare i
manufatti che si trovano là?» suggerì Maribela. «Posso
accompagnarvi in macchina mentre Antonio resta qui.»
«Sarebbe favoloso. Non vogliamo esservi di intralcio, e
all’Istituto di roba da vedere ce n’è sicuramente a sufficienza per
tenerci impegnati» disse Sam.
Remi annuì e il gruppo tornò con cautela sulla strada
maleodorante, dove un sole rovente era spuntato tra le nubi.
Durante il tragitto verso l’Istituto, il telefono di Sam squillò.
Guardò il numero sul display e rispose. «Buone notizie?»
«Potrei avere qualcosa di promettente» disse Rube, «ma si
tratta al tempo stesso di una bella e di una brutta notizia.»
«La brutta qual è?»
«Cuba è reticente tanto quanto i cinesi, per cui non abbiamo
altro che una serie di pettegolezzi e insinuazioni.»
«Il che significa che sono ’inaffidabili’.»
«Esatto.»
«E quella bella?»
«A quanto sembra, all’Avana c’è un magazzino di antichità

128
spagnole controllato dal ministero dell’Interno. Fa parte del loro
gruppo museale.»
«Suppongo di non poterti chiedere come fai a saperlo.»
«Me l’ha detto un profugo arrivato insieme a una cinquantina
di altre persone su una barca di fortuna, una quarantina di anni
fa.»
«Allora è un’informazione datata?»
«Non è quello il tuo problema principale.»
«Perché ho il sospetto che stia per arrivare un colpo di
scena?»
«Sono così trasparente?»
«Dimmelo e basta.»
«Si trova nei sotterranei del castello del Morro, che è
presidiato da un contingente militare ventiquattr’ore al giorno.»
«Hai qualche dettaglio sulla sua pianta?»
«Controlla la tua casella di posta elettronica. Però, Sam, ti do
un piccolo consiglio. I cubani giocano sporco e non amano gli
americani. Se hai in mente di fare qualcosa di sciocco, il mio
consiglio è di non farlo.»
«Non è molto incoraggiante.»
Rube sospirò. «Non appena avrò riattaccato, sarai solo, amico
mio. Non sarò in grado di aiutarti se ti cacci nei guai, e ti
consiglio vivamente di non fare nulla di avventato.»
«Ricevuto. Grazie ancora. Ti devo un favore.»
«Sta’ attento, Sam. Non potrò incassare quel favore, se non
sopravvivi.»

129
15

Dopo aver passato il pomeriggio ad analizzare il materiale


conservato all’Istituto, confrontandolo con le foto scattate quel
mattino, alle sei Sam e Remi decisero di ritirarsi e tornarono in
albergo. Sam si collegò alla sua casella di posta elettronica e per
diversi minuti studiò le rudimentali cianografie del castello del
Morro, chiaramente disegnate a mano, e una descrizione del
contingente militare che presidiava la fortezza. Edificato nel 1589
per proteggere il porto dell’Avana, il Morro era un monumento
nazionale diventato attrazione turistica.
Remi si sedette sul letto e inarcò un sopracciglio quando vide
il disegno. «Sam Fargo, spero che non ti sia messo in testa un
piano folle.»
«Certo che no. Pensavo solo a quale fosse il periodo migliore
per andare a fare un giro a Cancún.»
«Che è a un’ora di volo da Cuba, giusto?»
«Ah, sì? Davvero? Così poco?»
«Saresti un pessimo baro.»
«È un bene che non giochi a carte.»
«Nell’istante in cui abbiamo sentito parlare di un manoscritto
criptato, ho capito che non ce l’avresti fatta a resistere.»
«Be’, è davvero una vergogna che una potenza straniera si sia
presa qualcosa di così importante per il popolo messicano.»
«Non sappiamo se sia davvero importante. Potrebbe anche
essere soltanto una ricetta.»

130
«Con qualche illustrazione precolombiana.»
«Non scordarti le lettere dei conquistadores. Non sono
esattamente promettenti. Inoltre la conquista spagnola del
Messico è andata avanti per quanto, centottant’anni? Potrebbe
riferirsi a qualsiasi cosa, non necessariamente ai toltechi.»
«E va bene! Però abbiamo forse piste migliori?»
«Non ancora, ma abbiamo appena iniziato ad analizzare il
nuovo sito. Forse c’è qualcosa in grado di indicarci la direzione
giusta…»
«E sarà ancora qui quando torneremo.»
Remi si accigliò. «Se torneremo.»
«Oh, dai. Pensavo solo di entrare di soppiatto, scattare
qualche foto e sparire prima che qualcuno se ne accorga. Che
male c’è?»
«È una fortezza, Sam. Vuol dire che è ’fortificata’.
Appartiene allo Stato più ostile agli Stati Uniti di questo
emisfero. Qualcosa mi dice che, se ci beccano, saremo in grossi
guai.»
«Ecco perché non dobbiamo farci beccare.»
Remi sospirò. «Ripeto, è una cattiva idea. Ma vedo che non
ha senso discutere con te.»
«Magari come allenamento?»
«Ho alle spalle anni di pratica, ma non è cambiato nulla.»
«In tal caso, voliamo all’Avana, studiamo bene la fortezza ed
entriamo nei sotterranei di notte.»
«Giusto… E come intendi farlo?»
«Questo ancora non lo so.»
«Chiamami appena lo sai.»
Quella sera ricevettero tre email dalla squadra, ma non
contenevano nulla che Sam e Remi non sapessero già. C’era la
voce di un’enciclopedia sulla leggenda della tomba di

131
Quetzalcóatl che descriveva una bara di giada, montagne d’oro,
decorazioni inestimabili e l’Occhio del Paradiso, cose che
all’occhio esperto di Sam sembravano le fantasie di un
adolescente. Il tesoro doveva essere nascosto in una tomba
segreta, in un luogo sacro, al riparo dalle profanazioni di
eventuali pagani, che per i toltechi significava chiunque
all’infuori di loro.
C’era poi una tesi di dottorato su una spedizione di ricerca
del 1587 che aveva ripercorso le orme della spedizione originale
del 1521. Per quanto il gruppo avesse scoperto buona parte delle
maggiori città azteche e tolteche, con la ricerca della tomba non
aveva avuto fortuna. Ma l’idea di un tesoro inestimabile aveva
suggestionato generazioni di avventurieri, che si erano messe alla
caccia del luogo di riposo di Quetzalcóatl – oltre che delle
leggendarie Sette Città di Cibola – e dell’El Dorado, in
Sudamerica. Trovarono solo rovine, malattie e morte.
Secondo l’articolo di una popolare rivista, nei primi anni ’20
altre persone avevano perlustrato le città templari del Messico
centrale alla ricerca dello sfuggente tesoro, ma non avevano mai
fatto ritorno, forse uccise dai banditi di un territorio in preda
all’anarchia.
Dopo aver mangiato con calma in albergo, Sam fece una
ricerca sui voli da Cancún e scoprì che ogni giorno ne partivano
diversi per l’Avana. Si documentò sulle condizioni di ingresso
nel Paese e scoprì che sarebbero potuti entrare agevolmente a
Cuba inserendo nei loro passaporti dei visti cartacei, che
sarebbero stati sfilati al momento dell’uscita. In tal modo, non ci
sarebbero state tracce della loro presenza. Dopo che Sam ebbe
spiegato a Remi i dettagli pratici del viaggio, concordarono di
provare almeno a fare una piccola vacanza cubana e di dare
un’occhiata al castello del Morro.

132
La prima cosa che Sam fece il giorno dopo fu informare i
ragazzi di La Jolla dei loro progetti e chiedere loro di trovare una
persona affidabile all’Avana che li assistesse nel loro soggiorno
in città.
Subito dopo si occupò del viaggio a Cancún. Diede
istruzione a Rex di inoltrare un piano di volo per quella sera. Per
finire prenotò un volo per il giorno successivo da Cancún
all’Avana, dopo essersi accertato di poter ottenere i visti al
consolato cubano di Cancún.
A causa del traffico, il tragitto per l’aeroporto durò quasi
quanto il volo per Cancún. Quando il G650 atterrò e il portellone
nella fusoliera si spalancò, la cabina fu invasa da un caldo
opprimente, con un tasso di umidità che sfiorava il novanta per
cento. Un’auto di cortesia li portò immediatamente al Ritz-
Carlton dove, dopo il check-in, cenarono al Fantino, l’esclusivo
ristorante dell’albergo. Remi iniziò con una zuppa di piselli dolci
e lattuga con capesante e scelse il merluzzo nero come entrée,
mentre Sam optò per un antipasto di tonno Ahi scottato e per il
filet mignon in crosta di porcini, il tutto innaffiato da una
bottiglia di Cabernet/Syrah Adobe Guadalupe Serafiel del 2006.
Sam si mise comodo mentre i camerieri portavano via i piatti,
facendo roteare quel che restava del vino nel calice, prima di
finirlo con soddisfazione. «Wow. Chi lo sapeva che in Messico
producessero vini come questo? Una cosa straordinaria.»
«Lo so. Una delizia. Quasi un pasto a sé.»
Sam guardò la luce riflessa del lampadario che le danzava
negli occhi. «Devi ammettere che, finora, non è male.»
«Non è l’isola di Baffin, te lo concedo…»
Dopo cena, bevvero tequila al bar della piscina e si godettero
il fragore della risacca sulla spiaggia di sabbia bianca, con la
fluorescenza delle onde sotto la luce della luna.

133
«È meraviglioso, Sam. Spero solo che la giornata di domani
si concluda in modo altrettanto splendido.»
«Saremo all’Avana. Possiamo trovare un posto che faccia un
mojito decente e familiarizzare con i locali. Cosa può andare
storto?»
«Ti rendi conto che ogni volta che lo dici…»
«… qualcosa va storto. Ritiro la domanda.»
«Non credo che funzioni così. Ormai l’hai detto.»
«Sciocchezze. Siamo sulla spiaggia più bella del mondo. E io
sono in compagnia della più bella ragazza della città.»
Remi gli si avvicinò. L’orchestrina messicana del bar e le sue
armonie vocali erano il perfetto complemento della tequila
inebriante che stavano sorseggiando. Tornarono nella loro stanza.
Il futuro era incerto, ma il presente non poteva essere più
gradevole.
Sam chiamò Selma, ansioso di sapere qualcosa sulla sua
ricerca di una guida cubana.
Fu Kendra a rispondere. «Siete fortunati. Selma ha avuto un
suggerimento da uno dei suoi contatti: un medico dell’Avana che
ha accettato di farvi da guida e che sembra pieno di risorse.»
«Selma ha garantito per lui?»
«Sì. Gli sono piaciuti diversi suoi articoli e sono anni che si
scrivono. Quando partite?»
«Domani pomeriggio.»
«Buona fortuna.»
Sam fece una pausa. «Selma come sta?»
«Non molla, ma la fisioterapia non è facile.»
«Può succedere. Segue le istruzioni del medico?»
«Credo di sì. È probabile che faccia più di quanto non debba.
Ieri mi ha detto che vuole solo tornare a essere operativa prima
possibile.»

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«Dille che la pensiamo.»
«Lo farò.»

135
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Mentre si dirigevano al consolato cubano, fu chiaro che il


taxista non aveva idea di dove fosse. Dopo aver chiesto
indicazioni a tre passanti, finalmente li lasciò davanti a una
fatiscente villa bianca a due isolati dalla strada principale, la
«nuova sede» – a quanto pareva – dello sfuggente quartier
generale cubano.
La sala di attesa era climatizzata solo da un ventilatore
risalente a prima dell’invenzione del motore a scoppio. Quando
la donna alla reception consegnò loro i visti, li presero felici e,
dopo averle versato un piccolo contributo, uscirono il più in
fretta possibile.
Percorsero i lunghi isolati a passo tranquillo, con il sole
tropicale a picco. Giunti sulla strada principale, Sam era madido
di sudore. Si guardò attorno e indicò un ferramenta.
Dieci minuti dopo erano più poveri di diverse centinaia di
pesos ma avevano una borsa colma di attrezzi e altre cose utili.
Fermarono un taxi e tornarono in albergo.
Un pranzo in piscina con un ultimo margarita risollevò loro il
morale. All’aeroporto superarono senza intoppi il controllo di
sicurezza. L’atmosfera positiva della sera precedente durò finché
non vennero informati dalla hostess della Cubana de Aviación
che il volo sarebbe decollato con un’ora di ritardo per motivi non
specificati. La zona delle partenze era quanto di più lontano ci
fosse dalla piscina del Ritz, ma Sam fece buon viso a cattivo

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gioco grazie a una birra Tecate e a un sacchetto di patatine,
mentre Remi sorseggiava una bottiglia d’acqua.
Da un’ora di ritardo si passò a due e, quando finalmente
furono sull’aereo, Remi aveva già detto diverse volte che non
aveva buoni presentimenti per quel viaggio.
«Rilassati. Cosa può…» disse Sam, interrompendosi subito.
Remi gli rivolse un’occhiataccia. «Ti ho avvertito. Finirai per
attirare il malocchio.»
«Non l’ho detto.»
«L’hai pensato.»
Sam non sapeva come ribattere, dunque si limitò a guardare le
palme cotte dal sole ai margini della pista, fuori dal finestrino. Il
vetusto jet rullò pesantemente in preparazione al decollo e poi
iniziò a rombare sulla pista, tremando in modo preoccupante e
faticando ad alzarsi.
L’aeroporto internazionale José Martí dell’Avana era più
grande di quanto si aspettassero, con i suoi tre terminal e una
flotta di aerei al suolo. Remi sussurrò a Sam che l’interno era
trasandato quanto l’esterno. Gli agenti della dogana, seri e ostili,
li fecero passare.
Sam cambiò quattrocento dollari allo sportello del
cambiavalute e si mise in tasca le banconote cubane. Quando
furono sul marciapiedi, in coda per un taxi, la calura li investì
con violenza. Il caldo era ancora più umido di quello di Cancún,
e persino la brezza proveniente dalla giungla circostante era
sgradevole. Una fila di taxi Mitsubishi nuovi era in attesa sotto
una tettoia di acciaio arrugginito, dove un tizio dal pallore
cadaverico e dalla divisa blu chiaro soffiava dentro un fischietto
con l’entusiasmo di un becchino.
Il tragitto verso il centro dell’Avana richiese quarantacinque
minuti, attraversando prima la campagna e poi i sobborghi della

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città. Per Sam e Remi fu una sorpresa vedere tanti veicoli
moderni: si erano aspettati catorci degli anni ’50, in base
all’iconografia cinematografica. A quanto pareva, i cubani non
avevano visto gli stessi film perché il loro appetito per le Nissan e
le Honda sembrava insaziabile, come in ogni altro angolo
d’America, anche se c’erano ancora vecchie Fiat e Lada in
abbondanza, che vomitavano gas di scarico azzurrognolo.
Quando giunsero all’Iberostar Parque Central, un fattorino in
divisa aprì la portiera di Remi mentre Sam pagava l’autista.
L’albergo era un elegante edificio coloniale d’angolo, di fronte a
un enorme parco, ancora affollato all’approssimarsi della sera. Un
sassofonista suonava un riff ipnotico sul sottofondo dei motori
delle automobili e delle risate dei ragazzi che bighellonavano in
giro. Sam rimase per un attimo ad ascoltare, prima di voltarsi e di
accompagnare Remi nella hall dell’albergo.
Una volta in camera, Sam chiamò il contatto di Selma, il
dottor Lagarde.
«Ah, presumo che lei sia l’amico di Selma Wondrash,
giusto?» disse Lagarde in un inglese accettabile, dopo avere colto
l’accento americano di Sam.
«Sì. Siamo in città. Volevo sapere che programmi ha domani.»
«Organizzerò i miei impegni in base alle vostre necessità,
ovviamente. Ho una certa flessibilità. Farò sapere all’ospedale
che non sarò presente.»
«Grazie. Spero che la cosa non le crei troppo disturbo.»
«Certo che no. Qualsiasi amico di Selma è anche amico mio.
La stimo moltissimo.»
Lagarde sarebbe venuto a prenderli in albergo alle nove del
mattino seguente.
«Allora, dove si mangia?» chiese Remi. Era accanto alla
finestra, da dove osservava l’attività nella piazza sul lato opposto

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della strada.
«Ho trovato un ristorante promettente online. La mia idea è di
girovagare un po’, assaporare l’atmosfera della città e poi andare
a cena tardi, verso le nove.»
«Può andare.»
Dopo aver prenotato il ristorante, uscirono sul Paseo del
Prado, un corso trafficato che girava intorno alla piazza e si
estendeva dal famoso Malecón, lungo l’oceano, fino alla
periferia. Seguirono la strada fino al muro di fronte al mare,
ritrovandosi sul lato opposto del porto rispetto al loro obiettivo:
il Castillo de los Tres Reyes Magos del Morro, o castello del
Morro.
«È maestoso» disse Remi, guardando le imponenti pareti di
pietra. «Come facciamo a raggiungerlo?»
«Sotto il porto c’è una galleria per le auto.»
«Allora non dovremo attraversare il canale a nuoto?»
«Non stasera.»
«Ci vuoi andare subito?»
«Possiamo visitarlo domani. Stasera siamo semplici turisti
che si godono la città.»
Un gruppo di ragazze li superò sul Malecón, lasciandosi alle
spalle una scia di profumo. Remi e Sam le seguirono, non avendo
una destinazione particolare. Si diressero a est, sul lungomare, e
poi imboccarono una stradina che si immetteva nel centro storico
della vecchia Avana, un’area animata in cui gente del posto e
turisti passeggiavano sui marciapiedi. Dalle facciate malconce dei
palazzi spuntavano mattoni come scheletri: la corrosione aveva
fatto cadere la malta e conferiva alle case un aspetto di sciatta
disperazione.
Svoltarono a un angolo e per poco non andarono a sbattere
contro una persona. Era un vecchietto con un panama, la pelle

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piena di rughe e scura come una sella consunta, che fumava un
sigaro grosso quasi quanto il suo braccio. Sorrise sfoggiando un
lampo di gengive rosa. I denti erano da tempo stati sacrificati
all’età e alle circostanze. «Perdón» borbottò, prima di procedere
per la sua strada, lasciandosi alle spalle una scia di fumo acre.
«Sei proprio sicuro di voler proseguire, Sam?» sussurrò
Remi.
«Certo. Tutte le guide dicono che questa parte della città è
sicura al cento per cento.»
Come per sottolineare il concetto, due soldati armati di mitra
si avvicinarono con sguardo vigile, studiando i paraggi con la
concentrazione di una pattuglia in una zona di guerra.
«Ecco, ti senti meglio?»
«Mi sentirei meglio se avessero più di sedici anni.»
«Criticona!»
Girarono intorno a una pozza di acqua stagnante che si era
formata in una conca dell’antico acciottolato.
Remi indicò una piccola insegna gialla, una cinquantina di
metri alla loro sinistra. «Guarda. Ecco uno dei ritrovi abituali di
Hemingway, la Bodeguita del Medio.»
«Lo considero un segno. È l’universo che ci ordina di
fermarci.»
«Secondo Hemingway, è qui che preparano il miglior mojito
dell’Avana.»
«Mi basta. Prego, dopo di te.»
Il bar era affollato e più piccolo di quanto non si aspettassero.
Le pareti erano coperte di autografi di persone famose, famigerate
e sconosciute. Le inevitabili foto di Che Guevara e Fidel Castro li
guardavano di traverso da piccole cornici. Si liberò uno sgabello:
Sam si fece strada e lo occupò per Remi, che si accomodò con
piacere e attirò l’attenzione del barista.

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«Dos mojitos, por favor» disse, sollevando due dita.
L’uomo annuì e preparò i drink, pestando le foglie di menta
con grande concentrazione, prima di versare una dose generosa di
rum in uno shaker di acciaio inossidabile. Aggiunse succo di
lime, sciroppo di zucchero di canna e soda, poi agitò il miscuglio
con intensità, rendendo la preparazione del cocktail uno
spettacolo, mentre diverse macchine fotografiche scattavano
dietro Remi.
I drink apparvero sul bancone di legno graffiato, ciascuno con
un ramoscello di menta. Sam sollevò il suo bicchiere coperto di
condensa per fare un brindisi e Remi fece altrettanto.
Un mojito tirò l’altro e ben presto si ritrovarono a
chiacchierare con un gruppo di canadesi diretti a Varadero, una
località di mare centoventi chilometri a est dell’Avana, nota per la
sua ospitalità e per le sue spiagge assolate. Quando la folla si
fece più rumorosa, Sam diede un’occhiata al suo orologio e
chiese il conto al barista.
All’esterno, la strada buia aveva un’aria ancor più sinistra di
quando erano arrivati. Si unirono ad altri turisti che tornavano dal
lungomare al centro cittadino. Giunti davanti a un grosso albergo,
Remi si avvicinò a un taxi e chiese al conducente quanto distasse
il ristorante.
Il vecchio la guardò dall’alto in basso, con una faccia
inespressiva. «San Cristobal Paladar? Troppo lontano per andarci
a piedi. Una decina di minuti, forse meno, in macchina. Vuole
che vi ci porti?»
Sam annuì e così salirono a bordo.
Il ristorante si trovava in un edificio coloniale nel centro della
città e il cibo era fantastico, un piacere inatteso. Al termine della
cena, il titolare chiamò un taxi per loro e ne attese l’arrivo
accanto all’ingresso, chiacchierando con Remi degli alti e bassi

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di chi gestiva un’attività in un Paese comunista.
Tornati in albergo, Sam la convinse a farsi un ultimo cicchetto
nel bar della lobby. Si gustarono un bicchierino di rum Havana
Club Gran Reserva di quindici anni, mentre nell’atrio un
musicista in smoking suonava un piano a coda.
«Be’, devo dire che finora non è andata così male» ammise
Remi.
«Ottimo cibo, ottimi drink e ottima compagnia. Imbattibile,
secondo me.»
«Spero solo di non avere mal di testa domattina, con tutto
questo rum.»
«È risaputo che, quando bevi rum sull’isola, non ti viene mai
il mal di testa.»
«Interessante. Non lo sapevo. Mi sembra l’ennesima
invenzione di Sam Fargo.»
Per qualche ora della loro frenetica esistenza, il mondo parve
perfetto, l’atmosfera tranquilla, la musica ipnotica, con gli alisei
che soffiavano all’esterno come facevano da secoli e come
avrebbero continuato a fare per chissà quanto ancora.

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La mattina seguente, il dottor Lagarde li attendeva nella hall


dell’albergo. Basso, panciuto, sulla sessantina, con una folta
barba grigia e occhiali rotondi, indossava un abito di lino
leggero, una camicia e un immancabile panama. «Onorato di
conoscervi» disse, stringendo prima la mano di Remi e poi quella
di Sam.
«Grazie per essersi preso del tempo per farci da guida» disse
Sam.
«Ci mancherebbe, siete sulla mia isola. È il minimo che possa
fare per degli ospiti.»
«È comunque molto gentile da parte sua» disse Remi.
«Bueno. Allora, qual è la prima cosa che vorreste vedere? Ci
sono tante cose interessanti, a seconda dei vostri gusti.»
«In realtà siamo qui per studiare il castello del Morro,
dottore.»
«Vi prego, diamoci del tu. Chiamatemi pure Rafael.»
«E noi siamo Sam e Remi. Ci puoi dire qualcosa del
castello?»
«Certamente. È patrimonio nazionale. All’Avana tutti
conoscono la sua storia e molti ci sono stati un’infinità di volte.
Un tempo la visita era gratuita. Per il popolo.» Rafael emise un
sospiro e scosse la testa. «Anche quello, come molte altre cose, è
cambiato e ora dobbiamo pagare per vedere la nostra storia.»
«Possiamo andarci? E tu puoi farcelo visitare?»

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«Certo. La mia macchina è dietro l’angolo. Anche se forse è il
caso di andarci in taxi, perché parcheggiare sarà un problema.»
Sette minuti dopo, il taxi li scaricò alla base del colle. La
fortezza si profilava sopra di loro, con le bocche dei cannoni che
spuntavano minacciose dalle mura, puntate sul canale da cui
eventuali invasori sarebbero dovuti passare. Rafael li accompagnò
oltre i cancelli e Sam pagò i biglietti di ingresso per tutti.
Come buona parte dell’Avana, le mura del castello si stavano
sbriciolando e la loro superficie era segnata da secoli di tempeste
e sole tropicale.
Il dottor Lagarde si tolse il cappello e lo usò per farsi aria.
«La fortezza è stata progettata da un ingegnere italiano piuttosto
noto al tempo, Giovanni Battista Antonelli. Il suo progetto è stato
approvato dagli spagnoli e i lavori di costruzione iniziarono nel
1589. Fino a quel momento, il colle disponeva solo di qualche
cannone e di una guardiola di pietra per le sentinelle, del tutto
inadeguati per proteggere la città man mano che, da piccolo
villaggio, si trasformava nel principale centro commerciale
spagnolo del Nuovo Mondo. I pirati erano una minaccia costante
e, dopo aver costruito il primo faro, il governatore ha fatto
appello alla corona perché si erigesse una vera fortificazione. Per
costruire la fortezza, armata di sessantaquattro cannoni, ci vollero
quarant’anni.»
«Ma, a un certo punto, sono arrivati gli inglesi, giusto?»
chiese Sam.
«Esattamente. Nel 1762. Hanno occupato l’Avana per un
anno, per poi restituirla agli spagnoli mettendo fine alla Guerra
dei sette anni. Subito dopo sono iniziati i lavori di costruzione de
La Cabaña, la fortezza ancora più grande che potete vedere
appena al di là del promontorio. Per costruirla ci sono voluti
dieci anni e, insieme al castello del Morro, ha reso l’Avana

144
inattaccabile.»
«C’è un bel po’ di gente in giro» disse Remi, scrutando la
folla.
«È una delle destinazioni più popolari dell’Avana. Iconica.
Lo è ancor più di notte, quando viene sparato un colpo di
cannone a salve. In origine segnalava il momento della chiusura
delle porte della città, ora è solo una tradizione spagnola che
abbiamo mantenuto.»
Remi indicò una porta presso cui si era assiepata una certa
calca. «Che cos’è?»
«Un museo. Contiene armi e cimeli nautici.»
«Possiamo andare a visitare i sotterranei?»
«Certo. Solo alcune parti nei piani più bassi sono chiuse al
pubblico. Vecchi caveau, penso.»
«Davvero? Ci dovrai far vedere l’intero complesso. Lo trovo
affascinante» disse Remi.
Passarono la giornata a visitare il castello e pranzarono in
uno dei due ristoranti, dove un trio suonava della salsa per
intrattenere la clientela. Sam assaggiò diverse birre, tra cui la
chiara Crystal e l’ambrata Bucanero. Una volta tornati in albergo,
alle quattro, erano scottati dal sole e stanchi, ma si accordarono
per tornare al castello alle nove per assistere alla cerimonia del
cannone, un ottimo pretesto per osservare la rapidità con cui la
folla si diradava ed escogitare il modo migliore per accedere ai
sotterranei. La pianta di Rube mostrava alcuni condotti di
ventilazione che dal sottosuolo andavano ai piani superiori: un
possibile punto d’entrata, se fossero riusciti a varcare le porte.
La sicurezza non era al massimo, ma c’erano comunque
soldati e poliziotti e sarebbe bastato che uno solo desse l’allarme
per far finire Sam e Remi in guai seri. L’ala che ospitava i caveau
era cordonata e una pesante barriera di ferro arrugginito sigillava

145
il corridoio di pietra da cui si accedeva alle viscere del castello.
Sam studiò la pianta per un’altra ora, alla ricerca di qualcosa
che gli fosse sfuggito. Ma quel posto era una fortezza concepita
per respingere qualunque tentativo di accesso. Persino
dall’interno entrare nei caveau sarebbe stato difficile. Avevano
entrambi notato le telecamere di sorveglianza nei corridoi interni,
per quanto non nelle vicinanze della barriera, il che però
significava che, se fossero stati scoperti, sarebbero stati visti in
faccia e le loro chance di uscire da Cuba sarebbero state pari allo
zero.
Alle otto e un quarto andarono in taxi al castello del Morro e
si mescolarono alla vasta folla in attesa della cerimonia del
cannone. Il prato in cui si trovava il cannone era quasi
completamente al buio, dato che le nubi oscuravano la luna. I
soldati in alta uniforme mettevano in scena il rito serale, tra flash
e scatti. La folla mormorò emozionata quando il maestro d’armi
gridò gli ordini ai sottoposti, che si accingevano ai rispettivi
compiti come automi, mentre altri marciavano in formazione sul
prato.
L’esplosione fu assordante e fu accolta da un’acclamazione.
Non appena la cerimonia si fu conclusa, la folla si diresse verso
le uscite. Remi si avvicinò a una delle porte che conducevano ai
piani inferiori e, dopo essersi guardata intorno, l’aprì e la varcò.
Sam restò dov’era, fingendosi concentrato sul suo cellulare,
ignorando il poliziotto che gli passò accanto e che sembrava più
interessato alle ragazze in minigonna che a lui.
Passarono cinque minuti, poi dieci, poi altri dieci. La
fermezza di Sam stava per vacillare quando Remi riapparve.
«Mi hai fatto preoccupare» le disse, sollevato.
«Non c’è nulla di cui preoccuparsi. A parte la pattuglia
armata che ho dovuto evitare.»

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«Stai scherzando.»
«Ho l’aria di una che scherza?»
«Non proprio. Come hai fatto a evitarla?»
«Ho sentito il rumore degli stivali e mi sono nascosta in una
cella lungo il corridoio. Per fortuna non era nel campo di una
telecamera.»
«Allora, cos’hai scoperto?»
«Che, grazie a Dio, le sentinelle sono sciatte e poco attente. Il
condotto di ventilazione è protetto da una grossa griglia di ferro
talmente arrugginita che si fa a pezzi a mani nude. Saranno
sufficienti cinque minuti con un piede di porco o con una
tenaglia. Ma ho la sensazione che tu sia troppo grosso per
passarci. Se entriamo da lì, dovrò andare in solitaria. E bisogna
comunque considerare le telecamere.»
Sam scosse la testa. «Non se ne parla.»
«D’accordo. Possiamo tornare a casa, allora.»
«Non mi va che tu vada sola. Ci deve essere un altro modo.»
«Ho esaminato il lucchetto sulla barriera: è di epoca
sovietica. È temprato, per cui non credo che lo si possa tagliare.
Dando per scontato che riusciamo a entrare con una tenaglia e
che le guardie non ci notino e si mettano a sparare.»
«Abbiamo escogitato piani per risolvere situazioni più
complicate. Troveremo un modo. Pensi di poter forzare il
lucchetto?»
«Penso di sì, ma non ho mai scassinato un lucchetto russo
prima d’ora e potrei metterci troppo. E non dimentichiamo che le
pattuglie lo noterebbero. Ho scattato una foto per fare qualche
ricerca online.» Fece una pausa. «Continuo a pensare che il
condotto di ventilazione sia l’opzione migliore.»
«Non se ne parla. Non me ne starò con le mani in mano
mentre tu ti prendi tutti i rischi.»

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L’espressione di Remi si ammorbidì. «Ecco una delle cose
che mi piacciono di te.»
«Il mio coraggio? La mia galanteria?»
«Il fatto che tu finga che per te non ci sia alcun rischio. Sono
certa che, se ti beccassero, non lasceresti il Paese per parecchio
tempo.»
«Motivo in più per non farsi beccare. Non mi troverei bene in
una prigione cubana.»
Remi gli posò una mano sul viso. «Hai ragione. Non con
questo bel faccino.»
«Riesci sempre a dire la cosa giusta» rispose Sam.
Qualcosa attirò la sua attenzione. Sul marciapiedi, un uomo
con un berretto da baseball calato sulla fronte si girò e accese una
sigaretta, per poi sparire dietro l’angolo, lasciandosi dietro una
nuvoletta di fumo.
«Quel tizio l’ho già visto prima. Penso che qualcuno ci stia
seguendo.»
«Per quale motivo? Non sappiamo nemmeno noi cosa stiamo
facendo qui.»
«Potrebbe non essere nulla. È solo che l’ho visto prima e sto
cercando di ricordare dove.» Poi si ricordò. «Era ai margini della
folla. L’ho notato perché ti fissava. Vediamo se riusciamo a
raggiungerlo.» E andò all’inseguimento.
Remi gli andò dietro ma, all’incrocio, si ritrovarono davanti a
una marea di persone: gli ultimi spettatori della cerimonia del
cannone si stavano avviando verso l’uscita.
«Lo vedi?» chiese Remi.
«No… Aspetta. Eccolo. Berretto nero da baseball. Camicia
azzurra a maniche corte. Una trentina di metri più avanti, sulla
destra. Accanto a quella vetrina.»
L’uomo vide che Sam lo stava fissando e spense la sigaretta

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con un piede. Poi si confuse nella folla che si accalcava
all’uscita. Sam si mise quasi a correre e Remi lo seguì,
domandandosi cosa intendesse fare una volta che avesse
raggiunto l’uomo.
Cosa che non accadde. Al cancello principale non c’era
traccia della loro preda. Sam passò in rassegna le figure che
scendevano dal colle, ma senza successo. L’uomo era sparito
come una zanzara in una stanza buia.
Per due ore si aggirarono per la fortezza, tornando
periodicamente alle porte dei piani inferiori, tentando di stabilire
i tempi delle sentinelle. Calcolarono che la pattuglia passava nel
corridoio ogni trenta minuti. Alle undici e mezzo l’area era quasi
deserta, eccezion fatta per i pochi che si erano attardati a cena e
che uscivano dal ristorante; Sam e Remi erano gli unici civili
all’interno della fortezza. Persino i venditori ambulanti avevano
chiuso bottega per la notte.
Tornarono verso l’albergo. Sam era ancora turbato per l’uomo
che li aveva pedinati. Remi gli propose di fare un giretto dietro
l’angolo e visitare un altro ritrovo abituale di Hemingway, El
Floridita, che aveva dato i natali al frozen daiquiri.
Si accomodarono al bancone e ordinarono. Sam non smise di
tener d’occhio la porta e solo quando ebbe quasi finito il suo
drink sembrò rilassarsi.
«Sam, non dico che quell’uomo non mi abbia fissato. Se dici
che è così, ti credo. Non riesco a capire perché mai qualcuno
dovrebbe seguirci. Magari era un ladruncolo in cerca di prede
facili tra i turisti?»
«Possibile. Cioè, chi sa che siamo qui? Nessuno. E, anche se
qualcuno lo sapesse, che senso avrebbe? Non è che abbiamo
trovato un galeone carico d’oro davanti alla costa.»
«Esattamente. Credo che siamo talmente abituati all’idea che

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qualcuno possa seguirci da notare cose che ad altri sfuggirebbero.
Il che non è un male.»
«Forse. Inoltre, pedinarci rivelerebbe solo che siamo
interessati a siti storici e ai locali in cui fanno i migliori cocktail
dell’Avana. Non esattamente informazioni preziose.»
Remi sorrise. «No, detto così sembra del tutto innocente.»
Finì il suo drink e sospirò di piacere. «Dato che oggi sei stato
così buono, andiamo in albergo. Dobbiamo capire come risolvere
il nostro problemino con la fortezza, se non vogliamo che il
viaggio sia stato inutile.»

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Tre giorni dopo, Sam e Remi lasciarono l’albergo, affidando


le proprie valigie a Rafael. Avevano comprato due zaini neri e
riposto le cose di valore dentro sacchetti a tenuta stagna infilati
negli scomparti interni. Ogni zaino conteneva un cambio d’abiti e
i documenti. Kendra aveva impiegato solo quarantott’ore per
organizzare tutto. Il piano prevedeva che Rafael mandasse in
Messico i loro bagagli con la prima persona di fiducia in procinto
di lasciare il Paese.
Sgattaiolarono dalla porta sul retro dell’albergo, per seminare
il pedinatore che erano convinti li seguisse. Per quanto ne
sapevano, era una squadra di tre persone – due uomini e una
donna – che si davano il cambio, modificando il proprio aspetto a
ogni turno. Remi aveva convinto Sam a non ricorrere alla forza
bruta, bensì a un approccio più sottile.
Dopo aver cambiato taxi per sicurezza, si fecero portare al
castello. Cenarono in uno dei ristoranti all’interno della fortezza,
prendendosela comoda, in attesa che gli spettatori sgombrassero
l’area dopo la cerimonia del cannone.
Quand’ebbero finito di cenare, passeggiarono sugli spalti
merlati, tenendo d’occhio le pattuglie armate. A mezzanotte
entrarono nell’edificio, aprendo leggermente la porta esterna e
restando in ascolto per captare eventuali rumori, prima di
raggiungere la barriera al piano inferiore. Superarono una
telecamera di sicurezza che sarebbe stato impossibile evitare.

151
L’area era aperta al pubblico e si augurarono che l’allarme non
scattasse.
Remi restò di guardia mentre Sam estraeva da una tasca i due
pezzi di una lattina di alluminio che aveva tagliato e modellato
con cura. Ne fece scivolare un pezzo arrotondato sul perno del
lucchetto e lo fece scendere finché la linguetta non fu entrata del
tutto, poi le impresse una torsione e ottenne un tenue clic. Ripeté
l’operazione con l’altro perno e aprì il lucchetto. «Che lo
spettacolo abbia inizio.»
Remi gli si mise vicino mentre lui dava una spruzzata di
lubrificante ai cardini e al gancio arrugginiti. «Pronto?» gli
chiese, sollevando il gancio.
«Lo sono nato.»
Remi spinse di lato la leva – che, malgrado il lubrificante,
gemette come una bestia ferita – e sgattaiolò dentro. Sam tese le
orecchie per individuare eventuali pattuglie, ma non udì nulla e, a
quel punto, il telefono vibrò. Remi lo stava chiamando
dall’interno.
«Cattive notizie. Nel corridoio, accanto alla porta, c’è una
telecamera. Sono fregata. È il momento del piano B. Chiudi il
lucchetto e allontanati. Ci vediamo dove abbiamo stabilito.»
«No. Cambio di programma. Vengo con te.»
«Sam, mi hanno ripresa. Da un momento all’altro arriveranno
dei soldati. Non ho tempo per discutere.»
«Allora non discutere. C’è un modo per chiudere la barriera
dall’interno?»
Ci fu un istante di silenzio e poi il sussurro di Remi. «Sì. Un
gancio. Più o meno accanto a te.»
«Ci vediamo tra un secondo. Sarà meglio che tu vada verso la
porta del caveau. Spero che non abbia perso il tuo tocco di
scassinatrice.» Sam aprì la porta ed entrò. La richiuse e fece

152
scivolare il lucchetto nel gancio, facendo scattare il meccanismo
di chiusura. Con un minimo di fortuna, avrebbe trattenuto le
guardie per un po’: la barriera sembrava resistente, per quanto
fosse concepita solo per tenere fuori i turisti e non per fortificare
il corridoio. E, come tutte le porte di sicurezza, si apriva verso
l’esterno, per cui avrebbero dovuto abbattere anche l’intelaiatura.
Ipotizzò che i cubani non fossero così stupidi da tentare di aprirla
a colpi d’arma da fuoco, considerato il pericolo di eventuali
pallottole di rimbalzo.
Il corridoio era buio, illuminato da una sola lampadina
protetta da una gabbietta. Sam corse da Remi, che era
inginocchiata di fronte alla porta del caveau. Si fermò sotto la
telecamera assicurata al soffitto, frugando nello zaino finché non
trovò una lattina di vernice spray. Dopo aver scrutato la sfera a
specchio, tolse il tappo e fece partire un getto di vernice contro la
telecamera. «Ora sono ciechi. Come va?»
«È meno complicato di quanto pensassi. Dovrei riuscire ad
aprirla tra un secondo.»
Udirono dei passi in fondo al corridoio, dalla parte opposta
della barriera, seguiti dai colpi delle sentinelle che stavano
cercando di abbattere la pesante lastra di ferro.
«Questo potrebbe essere un ottimo momento per aprire la
porta, Remi.»
«Ci sono quasi» sussurrò lei a denti stretti, sfregando
delicatamente il grimaldello di fortuna contro i perni all’interno
della serratura e facendo pressione con una forcina distesa. Sam
si era mostrato dubbioso su quei semplici arnesi creati da Remi
finché lei non gli aveva dato una dimostrazione della sua capacità
di metterli a frutto, aprendo la serratura della porta della loro
stanza in quindici secondi. Al che lui aveva deciso che era venuto
il momento di riporre maggior fiducia nelle capacità di sua

153
moglie.
«Ci siamo.» La serratura si aprì con un clic e Remi si alzò in
piedi. «Pronto?»
Altri schianti echeggiarono dalla porta metallica,
accompagnati da grida.
«Va’. Ti aspetto qui fuori e mi occupo della luce. Non voglio
che quei tizi si mettano in testa di sparare nel corridoio, se
riescono ad aprire un foro nella barriera.»
Una sirena assordante scattò quando Remi aprì la porta.
Avevano previsto che ci sarebbe stato un allarme, silenzioso o
sonoro, ma fu ugualmente frastornante. Sam si ficcò dei tappi di
polistirolo nelle orecchie, correndo verso la lampada. Quando vi
fu sotto, prese di nuovo la lattina di vernice e ne spruzzò un getto
sulla lampadina, facendo sprofondare il corridoio nel buio totale:
l’unica luce proveniva da una lontana fessura di ventilazione
nelle pareti spesse tre metri.
Un colpo d’arma da fuoco fu esploso dal lato opposto della
barriera, seguito da un grido e ordini urlati. A quanto sembrava,
la pallottola di piombo era troppo morbida per penetrare la
barriera ma, a giudicare dalla baraonda, aveva colpito una
guardia. Forse avrebbero perso la voglia di sparare.
I colpi ricominciarono nel giro di una decina di secondi:
questa volta acciaio contro acciaio. Sam ci aveva visto giusto: le
asce antincendio che aveva notato in una serie di bacheche di
vetro in giro per la fortezza sembravano appena entrate in gioco.
Non si illudeva che la porta resistesse a lungo. Ripercorse
lentamente il corridoio fino al caveau. «Hai finito?» gridò,
accecato dai flash della macchina fotografica digitale di Remi.
«Quasi! Ancora tre foto e ce ne andiamo di qui!» gridò per
farsi udire sopra la sirena.
Un fascio di luce scaturì dalla barriera. L’avevano bucata.

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Qualche secondo e sarebbero iniziati gli spari.
«Ce l’hanno fatta. Andiamocene. Subito!»
Remi non esitò. Si lanciarono verso l’estremità opposta del
corridoio dove, in base alla pianta di Rube, sapevano che
avrebbero trovato una curva e poi un incrocio. Sam pregò che il
disegno fosse preciso e che a un certo punto, negli ultimi
quarant’anni, una mente geniale non avesse deciso di chiudere la
loro via di fuga.
Raggiunsero l’incrocio nel momento stesso in cui alle loro
spalle iniziavano gli spari. Le pallottole sibilarono nell’aria e
rimbalzarono contro le pareti di pietra. Sam e Remi si gettarono
in terra e strisciarono, stabilendo forse un nuovo record nel passo
del leopardo. Le guardie stavano per finire i colpi.
Sam indicò una stanza buia a circa tre metri di distanza e si
diressero lentamente in quella direzione. Dopo quella che parve
un’eternità, raggiunsero la porta. L’aria puzzava di muffa e
putrefazione, ma anche dell’odore più gradito al mondo:
salsedine. Dal lato opposto della stanza li accolse il rombo delle
onde che si frangevano sulle rocce sotto le fondamenta del
castello. Scattarono in piedi e si diressero a tentoni verso il
rumore.
Lì, al piano terra, c’erano tre scivoli che scendevano in mare,
larghi abbastanza per una persona. Le sbarre di ferro conficcate
nella pietra erano state in larga parte corrose dagli elementi. Sam
estrasse una torcia a penna da una tasca, poi frugò nello zaino e
tirò fuori un cric e un rotolo di corda. Perlustrò con il fascio di
luce la stanza per cercare qualcosa intorno a cui annodare la
cima. Dal lato opposto, contro il muro, c’era un lavatoio di pietra.
Gli legò velocemente intorno un capo della corda, facendo diversi
giri, prima di creare un nodo da scalatore e di dargli un bello
strattone. «Lasciami rompere le sbarre, poi seguimi.» Si chinò sul

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freddo pavimento di pietra, reso scivoloso dalla condensa e dalla
muffa, e si lasciò andare giù, con le braccia in avanti, la corda in
una mano e il cric nell’altra.
La grata di ferro era quasi del tutto arrugginita. Sam impiegò
meno di cinque minuti per creare un varco attraverso cui infilarsi.
Qualche pezzetto di ferro cadde lungo il muro scosceso e finì
sugli scogli. Sam si voltò e li seguì per una quindicina di metri,
fino a una sottile sporgenza contro cui si frangevano le onde,
alzando spruzzi per poi sparire nella notte più nera. La corda tesa
sopra di lui vibrò mentre Remi scendeva. Il rumore dei suoi
stivali sulle rocce lo riempì di sollievo. «Attenta! Le rocce sono
scivolose e, se inciampi, i cirripedi tagliano come lamette!» le
gridò, togliendosi i tappi dalle orecchie e infilandoseli in tasca
mentre studiava le mura buie del castello sopra di lui. «Dobbiamo
sbrigarci. Presto entreranno e, se non ce ne saremo andati prima
che capiscano come siamo fuggiti, dovremo vedercela con le
pallottole e le radio.»
Avanzarono lungo il litorale con passo cauto ma spedito.
Remi scivolò e Sam la prese per un braccio, aiutandola a ritrovare
l’equilibrio. Cinque minuti dopo, il castello era alle loro spalle e
si stavano dirigendo a est, lungo una spiaggia di sassi.
«Quanto manca?» chiese Remi, mantenendo senza difficoltà
il passo di Sam.
«Non più di un centinaio di metri, direi. Meno male che non
hanno mai chiuso gli scarichi dei bagni…»
«Per favore. Dovrò comunque farmi dieci docce solo per
togliermi di dosso l’odore di muffa. Non ricordarmi cos’è stata
l’ultima cosa a scendere da quegli scivoli.»
«È da almeno vent’anni che non vengono usati. Sia lodato il
cielo per l’invenzione dei servizi igienici.»
«Se lo dici tu.»

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Continuarono ad avanzare lungo la spiaggia, ansiosi di
allontanarsi dal castello.
«E le foto?» chiese Sam, rallentando, mentre scrutava il
litorale alla ricerca del loro obiettivo.
«Ho fotografato tutto, compreso il manoscritto. Praticamente
mi si è sbriciolato tra le mani mentre lo srotolavo. Una vergogna
che nessuno si sia preso la briga di conservarlo in condizioni
migliori.»
«Siamo fortunati che ne sia rimasto qualcosa. Sei riuscita a
dare un’occhiata al testo e alle illustrazioni?»
«Sì. Però al momento non è questo il nostro problema
principale.»
Alla base del castello scintillarono i fasci di luce di una serie
di torce elettriche.
«I nostri inseguitori hanno appena capito tutto. Spero che
Selma sia stata di parola, altrimenti i nostri guai sono solo
cominciati.»
«Guarda. Eccola.» Sam indicò una cima legata a una roccia
sulla spiaggia. La raggiunse di corsa e tirò con tutte le sue forze:
un vecchio gommone gonfiabile si avvicinò alla spiaggia,
oscillando sulla debole risacca.
«Non ci credo.»
«Ehi, siamo a Cuba. Cosa ti aspettavi? È moderno, per gli
standard locali.» Sam fece scattare il coltellino svizzero, tagliò la
cima dalla roccia, la riavvolse e poi la gettò all’interno della
piccola imbarcazione. «Sali a bordo, lo spingerò finché non
saremo oltre la risacca.»
Remi diede un’altra controllata al suo zaino per essere certa
che fosse ben chiuso e che la macchina fotografica fosse al sicuro
nel sacchetto a tenuta stagna, prima di aiutarlo a spingere
l’imbarcazione in acqua e di saltare a bordo.

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Sam attese che montasse un’altra onda e poi spinse il canotto
via dalla spiaggia, dando la schiena alla cresta che gli si frangeva
addosso. Una serie di torce illuminò la spiaggia mentre i soldati
ripercorrevano i loro passi. I piedi di Sam si alzarono dal fondale
e lui si issò a bordo. Dopo aver rivolto un’occhiata preoccupata
al motore fuoribordo, risalente a prima degli anni ’60, diede uno
strattone al cordino d’avviamento.
Nulla.
Provò di nuovo e fu premiato da un flebile scoppiettio e da un
pennacchio di fumo. «Remi, potrebbe volerci un po’. Prendi i
remi e mettiti a vogare.»
Lei obbedì.
Sam non ebbe bisogno di guardarla in faccia per intuire la sua
espressione. Si concentrò invece sul motore fuoribordo, che,
all’ottavo tentativo, prese finalmente vita con fragore. «Vedi? Ti
avevo detto che non sarebbe stato un problema.»
Il chiaro di luna si rifletté sullo scarabeo d’oro al collo di
Remi, che riusciva a malapena a cogliere le grida degli
inseguitori. «Io aumenterei la velocità, perché siamo ancora a
distanza di tiro… e continueremo a esserlo finché non vedremo
più la spiaggia.»
Come per sottolineare il concetto, alcune pallottole
sollevarono spruzzi dietro di loro, seguite dalle detonazioni dei
colpi di un fucile a ripetizione.
«Auguriamoci che nessuno disponga di un mirino a visione
notturna. Tieni giù la testa.» Sam diede gas.
Gli rispose un gemito sordo e il motore parve sul punto di
spegnersi, ma poi i giri salirono e l’imbarcazione scattò in avanti
sulle onde basse. Altri colpi d’arma da fuoco finirono in mare
intorno a loro, sparati a casaccio. Man mano che la barchetta
puntava a nord, sobbalzando sulla superficie dell’acqua, il fuoco

158
si ridusse e cessò.
«Quanto manca?» chiese Remi.
Sam estrasse un piccolo GPS subacqueo dal suo zaino, lo
accese e cercò di leggere lo schermo nell’oscurità. «Un miglio e
mezzo a nord. Vediamo quanto ci mettono i cubani a far decollare
un elicottero. Se rimandano a mañana come per tante altre cose,
dovremmo farcela. È quasi l’una del mattino di un giorno feriale
e non dovremmo apparire sul radar. La sorte sembra a nostro
favore.»
«E la barca che deve venire a prenderci?»
«Una volta a bordo, saremo quasi subito in acque
internazionali. Non avrà problemi a raggiungere una velocità di
cinquanta nodi in acque calme come queste e, in caso di
necessità, può addirittura superare i cento. Inoltre non penso che
i cubani vogliano provocare un incidente internazionale per due
cacciatori di emozioni forti che si sono introdotti in un vecchio
magazzino. Non abbiamo neppure sottratto nulla, come verrà
evidenziato da un rapido inventario. Speriamo che perdano
interesse non appena lo scoprono.»
«Devo ricordarti che sperare non è una grande strategia?»
«L’imbarcazione più veloce che hanno raggiunge una velocità
massima di trentasei nodi, se va bene. Dunque, se decidessero di
darci la caccia, saremmo in vantaggio. Non ci si avvicinerebbero
nemmeno.»
«I loro razzi sì, però. Non sarebbe male se sapessimo dove si
trova la nave cubana più vicina.»
«Dovremmo avere un radar a bordo, sulla barca.»
«Dovremmo? Si ritorna alle speranze, dunque?»
«Finora è andato tutto bene.»

159
19

Il gommone procedette di buona lena, rimbalzando su flutti


alti poco più di mezzo metro. Sam tenne d’occhio il porto
dell’Avana per individuare eventuali luci, ma non ne vide.
Qualche minuto dopo, all’orizzonte apparve lo scafo scuro di un
motoscafo d’altura. «Eccolo!»
Puntarono verso la barca e ben presto si ritrovarono a bordo
del Cigarette Marauder da quindici metri, i cui tre motori
Mercury 1075 presero vita con un rombo un istante dopo. Il
capitano – alto, con una chioma argentea e occhi azzurri
scintillanti – diede un colpetto alla plancia portastrumenti,
osservando insieme a Sam e Remi l’ormai inutile canotto che
spariva nell’oscurità. Chiuse la lampo della giacca a vento sopra
una camicia azzurra hawaiana e si passò una mano tra i capelli,
scrutando la terraferma cubana in lontananza.
«Quanto ci vorrà per raggiungere Cay Sal?» chiese Sam.
Il capitano diede un’occhiata al quadrante arancione del suo
orologio e sorrise. «Se la sorte ci è favorevole, un paio d’ore al
massimo. I serbatoi sono pieni e laggiù c’è un’altra barca che mi
rifornirà per il viaggio di ritorno. Ovviamente, se fossimo
costretti a seminare un’imbarcazione della Marina, potremmo
arrivarci in poco più di un’ora, a tutto gas. In un modo o
nell’altro, saremo fuori dalle acque territoriali cubane tra una
decina di minuti, forse meno. Fate superare gli ottanta nodi di
velocità a questa bellezza e per lei sarà un gioco da ragazzi.»

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«Ottanta nodi? Significa volare…»
«Ha ragione. È il caso di allacciarsi le cinture di sicurezza
perché, a quella velocità, si rischia di spiccare il volo.»
«Buona idea» disse Remi. «Mettiamoci in viaggio. Non ha
senso aspettare che i cattivi si organizzino.»
«Giusto, signora. Tenetevi stretti.»
Il capitano azionò le leve. I grossi motori rombarono, la barca
scattò in avanti e, una trentina di secondi dopo, si ritrovarono a
solcare le onde a una velocità di quasi ottanta nodi. Schizzarono
sull’acqua. Il basso parabrezza non faceva granché per ripararli
dall’aria mentre sfrecciavano a nordovest.
Il capitano indicò un puntino luminoso ai margini dello
schermo del radar. «Si tratta probabilmente di un’imbarcazione
della Marina!» gridò, per farsi udire sopra il fragore dei motori.
«Direi ventidue miglia a ovest. Vediamo se aumenta la velocità. È
possibile che non appariamo sul suo radar. È molto difficile
individuare questa bellezza, soprattutto di notte e con un mare
leggermente mosso.»
Osservarono il puntino intermittente da lui indicato, che si
spostava sempre più a nord.
Il capitano strinse le palpebre e scosse la testa. «Procede a
una discreta velocità. Intorno ai trentacinque nodi, direi, che è
tanto per una nave di quelle dimensioni. Ovviamente noi andiamo
a più del doppio, per cui, quando sarà ai margini delle sue acque
territoriali, noi saremo a metà del tragitto per Cay Sal.»
L’altezza delle onde crebbe quando furono a quindici miglia
da Cuba. Le luci dell’isola erano uno scintillio sull’orizzonte. Il
capitano ridusse il gas, tornando a una velocità di
cinquantacinque nodi. Fu quasi come fermarsi, dopo la corsa in
alto mare a una velocità quasi doppia. Ogni volta che la barca
scendeva dalla cresta di un’onda, la panca assestava un duro

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colpo alla loro zona lombare e, quando il capitano ridusse la
velocità a quarantacinque nodi, a Sam e Remi parve che qualcuno
li avesse presi a bastonate nelle reni. Il loro anfitrione non
sembrava preoccupato, anzi, pareva godersi la corsa notturna, con
il vento che gli mulinava intorno a ogni onda.
Erano in viaggio da due ore e si avvicinavano al lato
sottovento di Cay Sal. Il capitano fece una chiamata sulla sua
radio, prima di puntare con decisione verso le secche.
Nell’oscurità apparve una luce intermittente. Lui manovrò
abilmente la grande imbarcazione accanto a un Cessna T206H
Stationair in attesa e la arrestò nelle acque calme di fianco
all’aereo.
«Ehi, capitano! Attenti a dove mettete i piedi, voi due. Forza,
vi do una mano!» gridò il pilota, per farsi sentire sopra il motore
dell’aereo, che era in stallo, mentre gettava una cima a Sam
perché avvicinasse ulteriormente la barca.
Remi fu la prima a superare con un agevole balzo lo spazio
vuoto.
Sam si rivolse al capitano della barca. «Grazie mille.»
«Buon viaggio a lei e alla sua deliziosa signora. Vi auguro di
arrivare dovunque siate diretti senza turbolenze e con un buon
atterraggio.»
Da un finestrino, Remi osservò Sam saltare sul galleggiante,
aggrapparsi al portellone e issarsi a bordo del velivolo. La barca
mandò su di giri i motori e si allontanò per tornare verso il porto
dove approdava abitualmente.
Sam diede una sbirciatina al quadro di poppa mentre spariva
alla vista.
«Mistress of the C. Strano nome per una barca, non trovi?»
commentò Remi.
«Dopo quel viaggio, direi che può chiamarla come gli pare, a

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patto che sia disponibile se mai dovessimo trovarci di nuovo in
una situazione simile.»
Il pilota, un uomo arzillo con un pizzetto castano striato di
grigio, salì a bordo e chiuse il portellone. «Benvenuti» disse, con
un sorrisino. «Allacciatevi le cinture di sicurezza! Decolliamo.»
Si sentirono schiacciare contro le poltrone quando l’aereo
accelerò, rimbalzando sulle onde basse, prima di alzarsi nel cielo
per le quattro ore di volo alla volta di Cancún, dove li attendeva il
loro G650.

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20

Tornati a Città del Messico, Sam e Remi si misero a studiare


le foto e passarono in rassegna un collage di manufatti e quattro
immagini del manoscritto. Avevano già scartato le lettere dei
conquistadores, rilevanti solo sul piano storico, e si
concentrarono sul resto.
Poi spedirono tutto a Selma e alla squadra per farlo
analizzare, ma senza molta convinzione. Selma poteva anche
fidarsi delle capacità di sua nipote, ma Remi no. Lei e Sam ne
avevano discusso a lungo ed erano giunti a conclusioni
inquietanti. «Lei e la squadra sono le uniche persone che
sapessero che eravamo a Cuba, Sam. È un fatto. E noi sappiamo
che Selma, Pete e Wendy sono persone fidate.»
«No, lo sapeva anche Lagarde. Forse l’ha detto a qualcun
altro.»
«È possibile, ma ho qualche dubbio su Kendra. Ce l’ho fin
dal principio…»
«Cosa che potrebbe avere compromesso il tuo giudizio. Non
abbiamo le basi per ipotizzare che stia fornendo informazioni su
di noi a qualcuno.»
«Non ipotizzo proprio nulla. Dico solo che chi ci stava
seguendo non avrebbe potuto sapere altrimenti dove ci trovavamo
o che eravamo interessati al castello del Morro.»
«A parte Lagarde. E chiunque altro con cui abbia parlato.
Andiamo, Remi, cos’è più probabile, che Kendra lavori per il lato

164
oscuro oppure che qualcuno a Cuba abbia la lingua lunga?»
Finirono per prendere atto del loro disaccordo sulla
questione, ma fu con una certa esitazione che Remi spedì le foto
del manoscritto e delle immagini sacre, con le istruzioni di
sottoporre il manoscritto a un confronto con tutti i codici noti del
XVII secolo.
Le foto dei manufatti furono di scarso aiuto. Sembravano
bassorilievi arrivati a Cuba, forse per conservarli in un luogo
sicuro oppure per spedirli in Spagna, cosa che poi non era
avvenuta. Le immagini illustravano una processione di guerrieri e
sacerdoti, vari esempi della divinità Quetzalcóatl – una
raffigurazione piuttosto comune nel simbolismo tolteco e in
quello azteco – e, per finire, diverse scene di piramidi che
eruttavano fumo verso il cielo.
Sembrava non esserci alcuna spiegazione razionale per il fatto
che quei manufatti fossero stati portati via dal continente, né
alcuna indicazione di cosa ci fosse di tanto delicato o prezioso da
giustificare lo sforzo. Esistevano pittogrammi simili praticamente
in qualsiasi rovina in Messico, Belize e Guatemala.
Non avevano concluso niente e decisero di andare a dormire
presto, ancora esausti per la fuga dall’Avana.
«Non c’inviteranno mai a esplorare galeoni affondati intorno
al porto dell’Avana, immagino» disse Sam, mentre si dirigevano
al taxi che li attendeva davanti all’Istituto.
«Non è che fossimo nella lista dei candidati…»
«Che ne dici se ordiniamo la cena in camera e ci godiamo una
bella notte di sonno?»
«Il tuo ragionamento è convincente. Ma prima ho un
appuntamento con un lungo bagno caldo.»
«Ogni desiderio della signora è un ordine. È il mio nuovo
motto.»

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Remi gli rivolse uno sguardo scettico mentre lui le teneva
aperta la portiera del taxi. «Che ne pensi delle foto?»
«Buona costruzione, discreta luce…»
Gli diede una gomitata mentre lui le si accomodava accanto.
«Hai capito cosa intendo.»
«Ah, se ti riferisci alle mie speranze che ci conducessero alla
tomba del nostro sfuggente amico, temo che non indichino una X
su una mappa.»
«L’ho pensato anch’io. Non hanno molto senso. Mi sembrano
tutte uguali.»
«Forse domani possiamo coinvolgere Maribela e Antonio.
Sono veri esperti. Quantomeno sapranno se sono reperti toltechi
oppure aztechi, così capiremo se siano rilevanti o meno.»
«Non ne sono entusiasta, ma non stiamo facendo grandi passi
avanti.»
«No, però potrebbe anche dipendere dal fatto che siamo
reduci da ventiquattr’ore passate a forzare serrature, a farci
rincorrere e sparare addosso, ad attraversare l’oceano a bordo di
un motoscafo e a volare su un aereo a elica e su un jet fino a Città
del Messico.»
«Non scordarti il tuffo sul vecchio scivolo delle fogne.
Un’esperienza che non voglio ripetere a breve.»
«Vedila come un’attrazione acquatica.»
Remi arricciò il naso. «Che schifo! Che schifo e basta.»
Il tragitto di ritorno passò in un piacevole silenzio e si
godettero la cena in camera. Sam la sorprese con un margarita al
melograno, il preferito di Remi, e si concesse un Don Julio
Blanco on the rocks con sale e lime. Dopodiché chiamò Selma
per vedere se aveva avuto fortuna con il manoscritto.
Fu Kendra a rispondere e le notizie non furono positive.
«Niente, finora. Abbiamo fatto una ricerca automatizzata che non

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ha portato a nulla e la stiamo ripetendo manualmente. Ma non
promette bene. Secondo Pete, se si fosse trattato di un cifrario
conosciuto la sequenza automatizzata lo avrebbe individuato. Per
cui è possibile che non risalga a quel periodo e si tratti di
tutt’altra cosa.»
«Potrebbe anche essere collegato a un documento diverso, nel
qual caso non lo decifreremo mai.»
«Selma consulterà le sue fonti per vedere se salta fuori
qualcosa. Ma buona parte dei codici cifrati sono stati decodificati
e quelli che non lo sono stati… be’, fanno il loro dovere.»
«Non mollare, Kendra. Ti contatterò di nuovo domani. Altre
novità?»
«Un rapporto dal Canada. Un certo dottor Jennings ha detto
che i preparativi sono a buon punto. Ha aggiunto che voi avreste
capito cosa intendeva e che sta tornando a Montréal per iniziare a
raccogliere fondi per il restauro, mentre il lavoro di catalogazione
procede. Mi ha chiesto di ringraziarvi per aver messo Warren
Lasch, quello dell’impresa del CSS Hunley, in contatto con lui. A
quanto sembra, si è rivelata una specie di manna.»
«Bene! Ero sicuro che sarebbe stato utile.»
«Sta per raggiungere il Canada, dove si fermerà alcune
settimane per preparare l’infrastruttura e il trasporto della nave.»
Kendra esitò. «Ah, già, e ho inviato il rapporto di Jennings anche
al suo indirizzo email.»
«Bene. Grazie per il lavoro che stai svolgendo. Lo
apprezziamo.» Sam fece una pausa. «Come sta Selma?»
«Sta facendo quel che deve fare, ovvero lottare: la conoscete,
è tosta. Ogni giorno è sempre più in forze e vivace, ma, se
esagera, di notte deve ancora prendere antidolorifici.»
«È lì?»
Kendra esitò. «In questo momento sta riposando. Vuole che

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vada a svegliarla?»
«No. Certo che no. Lasciala dormire. Volevo solo salutarla.
Può aspettare.»
«D’accordo. C’è altro?»
«No, Kendra. Ti chiamo domattina, quando da te saranno le
nove.»
«Ci sarò.»
Remi lo osservò chiudere la telefonata e notò la sua
espressione accigliata. «Nulla?»
«Non ancora.»
«Il solito ottimista.»
«Sono ingenuo come un bambino.»
«Come sta Selma?»
«Tiene duro, secondo Kendra.» Sam le riferì il succo della
conversazione.
Remi restò seduta in silenzio a lungo e poi baciò Sam su una
guancia. «Sei un brav’uomo, Sam Fargo.»
«Ti ho fregata di nuovo. Il mio piano maligno funziona»
disse, restituendole il bacio.
«Direi piuttosto che funzionano la spossatezza e i margarita.»
«Come si fa a non amare quei margarita…»

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21

Le vibrazioni degli enormi motori diesel scossero il


pavimento dello yacht. Janus Benedict lo attraversò a grandi passi
con un bicchierino di cognac, il cellulare all’orecchio e
un’espressione irata.
In lontananza, le case bianche e azzurre di Mykonos
punteggiavano le colline dell’isola mentre la grossa nave si
avvicinava in vista di una settimana di bagordi e di incontri con
clienti mediorientali disposti a pagare somme altissime per armi
di difficile acquisizione.
«Due dilettanti hanno seminato una squadra di agenti segreti
cubani professionisti? Com’è possibile? Spiegamelo.»
«Li hanno seguiti ventiquattrore al giorno, ma i Fargo devono
aver capito di essere pedinati perché si sono letteralmente
dileguati, quando invece avrebbero dovuto essere in albergo»
disse Percy.
«Una scusa. Sai cosa penso delle scuse, quando si manca un
obbiettivo.»
«Certo. Ho già comunicato la mia insoddisfazione nel modo
più incisivo possibile alla gente del posto. Non verranno pagati.»
«Preferirei che venissero dati in pasto agli squali.»
«Giusto. Ma temo che una cosa del genere sia disapprovata
persino a Cuba.»
«Pagare un prezzo esorbitante in cambio di scarsi risultati sta
diventando seccante.»

169
«Certo.» Percy inspirò. «Però ho ottenuto un’informazione
interessante da un’altra fonte cubana. Quella notte, qualcuno si è
introdotto nel castello del Morro. I filmati delle telecamere di
sicurezza hanno colto i suoi amici sul fatto. I cubani sono
furibondi per la figuraccia che gli hanno fatto fare: il castello è
un’area fortificata, con militari e poliziotti, eppure quei dilettanti
sono entrati e usciti senza alcuna difficoltà, da quanto ho capito.»
«Incredibile. Che cosa hanno sottratto?»
«Be’, è questa la cosa strana. Pare che non manchi nulla. A
quanto sembra, il caveau in questione conteneva solo
cianfrusaglie navali e qualche documento. Ah, già, e qualche
pietra intagliata. Nient’altro che porcherie, se ho capito bene.»
«Non se si sono presi il rischio di violare una fortezza
presidiata. Se c’è una cosa che ho imparato, è che quei due non
fanno nulla per caso. Voglio una lista completa del contenuto di
quel caveau. Subito.»
«Ho anticipato la sua richiesta. Se si collega alla sua casella
di posta elettronica troverà la lista, con tanto di foto. Anche se
averli conservati in uno scantinato ha fatto sì che alcuni di quei
documenti siano gravemente danneggiati.»
«Sono tutti idioti, su quella sponda del golfo? Perché mai
avrebbero dovuto conservare qualcosa di prezioso in una stanza
in cui avrebbe finito per marcire?»
«A quanto sembra, sono tutti presi dal portare avanti la nobile
’rivoluzione comunista’.»
Janus borbottò. «Molto bene. Do un’occhiata e poi ti
richiamo.»
Chiuse la comunicazione e continuò a passeggiare, con un
crescente nodo allo stomaco man mano che soppesava le opzioni
a sua disposizione. Aveva già sentito il suo contatto messicano: i
Fargo erano tornati a Città del Messico e avevano trascorso la

170
giornata all’Istituto, dove quantomeno avrebbe potuto tenerli
d’occhio più facilmente. Non si erano accorti di essere seguiti,
forse perché la squadra dei messicani era più numerosa. Doveva
ricordarsi di avvertire il suo agente messicano: evitare qualsiasi
cosa che potesse metterli sul chi vive.
Janus entrò nel suo lussuoso ufficio e controllò la posta
elettronica, mettendosi a leggere con interesse l’inventario.
Doveva pur esserci qualcosa per cui correre tutti quei rischi.
Pazienza. Lui disponeva di un’arma segreta di cui nessuno,
nemmeno Percy, era al corrente. Un’arma che aveva coltivato con
scrupolo e che sembrava finalmente pronta a dare i suoi frutti.
Avrebbe saputo quanto sapevano i Fargo riguardo a ciò su cui
stavano lavorando, proprio come era riuscito a rintracciarli in giro
per il globo.
Janus spense il computer e raggiunse il fratello alla
festicciola sul ponte, intorno alla piscina. Per quel viaggio aveva
reclutato cinque stupende modelle spagnole, tre delle quali
bionde. Conosceva bene i gusti dei suoi clienti e le bionde
spianavano sempre il terreno, quando si dovevano prendere
decisioni difficili su attrezzature militari costose. Salì la scala che
conduceva al ponte superiore, senza fare il minimo rumore sui
gradini di legno duro con i suoi mocassini italiani fatti a mano.
Janus si avvicinò al tavolo a braccia aperte, con un sorriso
radioso, mentre osservava quelle giovani bellezze a sua completa
disposizione finché i suoi clienti non fossero arrivati, di lì a
poche ore.
«Signorine, vi prego. È maleducato spassarvela da sole.
Fatevi in là, il capitano vuole trascorrere un po’ di tempo con le
sue nuove amiche.»
Le ragazze ridacchiarono nervosamente alla sua apparizione
improvvisa, ma si rilassarono quando lo videro in faccia. Erano

171
esperte e conoscevano bene quell’espressione. Un appetito cieco
che rientrava nei ferri del mestiere.
Vecchio come l’isola greca verso cui stavano facendo rotta.
Maribela e Antonio studiarono le foto scattate dai Fargo a
Cuba, increduli. Quella mattina si erano fermati all’Istituto prima
di dirigersi alle cripte, dove erano in corso gli scavi.
«Davvero straordinarie. Come diavolo avete fatto a
procurarvele?» chiese Antonio.
«A quanto sembra, persuasione e cortesia fanno miracoli. È
bastato dire la parola segreta ed ecco che i cubani non vedevano
l’ora di darci le foto» disse Sam.
Lui e Remi avevano convenuto di mostrare a Maribela e
Antonio le foto dei manufatti, ma non quelle del manoscritto.
«Be’, vi attende una carriera da politici» disse Maribela, con
un sorriso ammirato fin troppo caloroso per i gusti di Remi.
«Temo davvero di farmi troppi scrupoli.»
Alle orecchie di Remi, la risata armoniosa di Maribela fu
come un’unghia su una lavagna e si limitò a brontolare, mentre si
alzava in piedi e raggiungeva Sam. «Che ve ne pare dei
bassorilievi?»
Antonio si avvicinò e studiò le immagini. «Direi che sono
decisamente toltechi, ma si tratta di immagini diverse da qualsiasi
cosa che io abbia mai visto. Le studieremo meglio, certo, ma ne
sono sicuro.»
«Non c’è nulla nel soggetto che vi faccia venire in mente
qualcosa?»
«No. Una processione. Quetzalcóatl. Sacerdoti o dignitari. I
soliti giaguari e le solite aquile. La cosa più insolita è l’aspetto
della piramide, o del tempio.»
«Ma a voi non dice nulla?» chiese Sam.
«Il problema sta in parte nel fatto che molto di ciò in cui

172
crediamo è in realtà un’interpretazione, soggetta a modifiche
sulla base di nuove informazioni. Alcune scoperte che abbiamo
fatto in quelle cripte ci stanno facendo riconsiderare le nostre
precedenti congetture sui toltechi.»
«Ci piacerebbe vedere ciò che avete fatto in nostra assenza»
disse Remi.
Antonio annuì. «Certo. Eravamo diretti là. Se vi va di venire,
siete i benvenuti.»
«Il posto è ancora sgradevole, ma, ora che è stato ripristinato
il servizio idrico in una parte dell’area colpita, c’è molta meno
tensione rispetto all’ultima volta in cui ci siete stati» disse
Maribela.
«In tal caso, vengo con te!» disse Sam, sistemando in fretta i
suoi appunti, finché non notò che Remi lo stava fulminando con
lo sguardo.
Quando i due fratelli uscirono dall’ufficio, Remi si allontanò
da Sam, battendo rumorosamente i tacchi sul pavimento di
linoleum. «Che ti prende, ogni volta che Maribela è nella
stanza?»
«A cosa ti riferisci?»
«Sai esattamente a cosa mi riferisco, Fargo.»
Lui fece spallucce. «No, davvero.»
«Quella donna apre la bocca e tu sei come un ragazzino al
ballo di fine anno.»
Sam sgranò gli occhi. «Che succede, Remi? Il mostro dagli
occhi verdi sta venendo in superficie? Tu? Sul serio?»
«Non fare lo gnorri. Lo vedo come ti comporti.»
«Intendi quando cerco di metterle le mani addosso?»
«Non sei divertente.»
L’espressione di Sam si ammorbidì. «Ormai dovresti sapere
che la mia donna sei tu e nessun’altra.»

173
Lei gli rivolse un’occhiata diffidente. «Lo dici solo per farmi
stare meglio?»
«Se rispondessi a questa domanda, ti direi davvero soltanto
qualcosa per farti stare meglio. Per cui, se negassi, mentirei.»
«Vedi? Ecco che cosa mi fa infuriare di te. Non riesci mai a
darmi una risposta diretta.»
«Te l’ho appena data. E adesso possiamo tornare al tesoro
della nostra vita? Non che mi dispiaccia di vivere in una soap
opera messicana o che so…» Sam finse di torcersi un baffo
inesistente e Remi, suo malgrado, rise.
Il tragitto durò quaranta minuti. Quando il SUV si fermò
davanti all’ingresso della cripta, videro che era presidiato da un
drappello diverso di soldati. Si ripeté la solita formalità della
consegna dei documenti di identità e ben presto si ritrovarono
sottoterra, dove una dozzina di zelanti studenti stavano pulendo
pezzi di vasellame con dei pennelli e fotografando alcuni reperti.
Antonio li condusse nella camera più vasta. «Uno dei
bassorilievi che mi avete mostrato me ne ricorda vari che si
trovano qui. Non volevo dire nulla prima di averli rivisti, ma sarei
interessato alla vostra opinione.»
Al loro arrivo, disse qualcosa in spagnolo a tre studenti che
etichettavano manufatti. Se ne andarono subito, facendo spazio a
loro quattro.
«Quale bassorilievo?» chiese Remi.
«Credo… Sì, eccolo. Questo. È piccolo, quindi dovrete
accostarvi per vederne i dettagli.»
Sam e Remi si avvicinarono e studiarono quella porzione del
bassorilievo. Era un gruppo di guerrieri e sacerdoti che rendeva
omaggio a una piramide. In alto incombeva una nube.
Maribela strinse le palpebre per osservare meglio il
bassorilievo. «Basandomi solo su questa immagine, non saprei

174
proprio cosa dire.»
«Sembrerebbe una specie di motivo devozionale, legato alla
preghiera» disse Sam. «Si vede il punto in cui l’assemblea fa una
supplica e si inchina davanti alla piramide. È tipico dell’arte
tolteca?»
Antonio fece spallucce. «Non più che in quella maya o
azteca. Però di queste ultime abbiamo molti più elementi che ci
consentono di esprimere una valutazione, rispetto ai toltechi.»
Remi rivolse un’altra breve occhiata alla piramide.
«Ipotizziamo per un momento che questa rappresentazione
descriva la stessa storia dei bassorilievi cubani, o una simile. Che
cosa ci direbbe?»
«Nulla, purtroppo. Se non che qualcuno, a noi sconosciuto,
quasi cinquecento anni fa era convinto che quella
rappresentazione avesse un che di rilevante. Tutto qui.»
Maribela annuì. «Che ci sia effettivamente un significato è
tutta un’altra faccenda. Immagino che non siate riusciti a
convincere i cubani a darvi il manoscritto conservato laggiù,
vero? Magari avete qualche foto?»
Sam notò che Remi si era irrigidita. «Ci stiamo lavorando, ma
sapete come vanno queste cose. Siamo già fortunati ad avere ciò
che abbiamo. Però, se ci fossero novità, sarete i primi a saperlo.»
Maribela fissò Remi, poi tornò a studiare la processione
impressa nella pietra. «Non sappiamo nemmeno se è legato a
questo, per cui non è la fine del mondo. Potrebbe trattarsi di un
resoconto ingigantito delle ricchezze del Nuovo Mondo, oppure
di un appello alla corona per ottenere più soldi…»
«Ma non avevate detto che conteneva illustrazioni di figure
azteche o tolteche?»
«Sì, ma non sarebbe strano che fosse un rapporto codificato,
oppure se l’autore si fosse imbattuto in una pista falsa.»

175
Sam e Remi passarono il resto della mattinata a studiare i
bassorilievi. A mezzogiorno Maribela li riaccompagnò in albergo,
mentre Antonio continuava a lavorare. Appena arrivati al Four
Seasons, Sam chiamò Selma sulla sua linea mentre
raggiungevano la loro camera.
Ancora una volta, fu Kendra a rispondere. «Oh, sono contenta
che abbia chiamato. Selma vuole parlarle. È proprio qui.»
«Bene, passamela.»
Selma andò immediatamente al punto. «Ho analizzato il
manoscritto per tutta la notte e non ho cavato un ragno dal buco.
Di qualunque cosa si tratti, non è un normale codice. Ne ho pure
sottoposto alcune parti all’attenzione di diversi accademici
specializzati in questo campo, e nemmeno loro ci hanno capito
nulla.»
«Il che significa…?»
«Ci stavo pensando stamattina. Ho parlato con il suo vecchio
professore del Caltech, George Milhaupt, per vedere se avesse
qualche idea. So che è uno studioso di criptologia e che conosce
tutti.» Selma esitò. «Ha fatto un nome e non sono sicura che le
piacerà. Ha detto che Lazlo è la scelta migliore.»
«Lazlo Kemp?» disse Sam, con un tuffo al cuore.
«Proprio lui.»
Un silenzio carico di tensione calò sulla linea, come quando
una brutta barzelletta non viene capita. «Ma lui è… indisposto,
giusto? Da quando ha avuto… ehm… l’incidente.»
«Sì, dal giorno dello scandalo è sparito. Ma ho fatto un po’ di
ricerche e, a quanto sembra, ha abbandonato l’accademia per il
lavoro sul campo. Secondo le ultime notizie che si hanno di lui,
si è diretto verso la giungla del Laos per cercare un tesoro
perduto.»
«Ha sempre avuto la personalità del cacciatore di tesori, più

176
che del professore. Non sono sorpreso.»
«Forse, quando si è reso conto che nessuno gli avrebbe più
dato lavoro, ha capito che non gli restava nulla da perdere e ha
deciso di emulare i vostri successi.»
«Me ne aveva parlato. Ma pensavo si trattasse di
chiacchiere.»
«Evidentemente no, se la notizia è vera. In ogni caso, George
l’ha definito l’unica persona in grado di decifrare il vostro
manoscritto.»
«Non ho nulla da ridire. È molto bravo.»
«Ho cercato di mettermi in contatto con lui, ma nessuno dei
suoi numeri di telefono è attivo. Ho persino tentato con sua
figlia, che non lo sente da anni. Non mi è sembrato che le
dispiacesse, a giudicare dalle ultime parole che ha detto prima di
riattaccare.»
«Ahi.»
Selma si schiarì la gola. «Se volete decifrare il messaggio
contenuto in quel manoscritto, dovrete trovare Lazlo. In un punto
imprecisato del Laos. Forse. Con lui, non si può mai sapere…»
Sam sospirò e studiò il soffitto. «D’accordo, Selma. Grazie.
Metti al lavoro Kendra e la squadra. Ho bisogno di sapere tutto
ciò che posso: l’ultimo posto in cui è stato visto, con chi stava
lavorando, chi gli ha fornito l’equipaggiamento, quando è stata
l’ultima comunicazione che ha avuto con qualcuno…»
«L’avevo immaginato. Ci stanno già lavorando.»
«Sei divina, Selma.»
«Non penso proprio.»
Sam fece una pausa. «E tu come stai, in generale?»
«Non raccomanderei a nessuno quello che sto passando.
Spero che non ci voglia ancora tanto. Non è uno scherzo.»
Quando Sam chiuse la conversazione, Remi lo stava fissando

177
dal lato opposto della stanza. «Ho sentito il nome di Lazlo?»
«Il mio vecchio professore ha detto che è l’unico in grado di
decifrare il manoscritto.»
«Vuoi scherzare.»
«Magari.»
«Cosa fa, dopo… l’incidente?»
«Be’, è stato licenziato in seguito a quello scandalo piccante.
Selma dice che se n’è andato nella giungla asiatica a cercare un
tesoro.» Sam fece spallucce. «Chissà perché ha scelto come socio
la figlia di uno dei più potenti magnati dei media inglesi. Alla
faccia delle scelte sbagliate.»
Remi si accigliò. «Altroché. E lei non aveva circa diciotto
anni? E lui cinquanta?»
«No, qualcuno in meno, ma l’alcol non è clemente. Lei era
una sua matricola e aveva appena compiuto diciott’anni. Ma
hanno entrambi dichiarato che è stato consensuale…»
«Scusa, Sam, ma si è meritato tutto ciò che gli è capitato. E a
me stava pure simpatico.»
Sam annuì, notando l’uso del passato. «Ed è un alcolista, non
c’è dubbio. Ma è anche un esperto di documenti antichi ed è per
questo che George lo ha raccomandato.»
Remi scosse la testa. «Non dirmi che…»
«Dobbiamo cercarlo.»
«Quell’uomo è un pericolo pubblico. Una catastrofe
ambulante. Dopo avermi portata fra i ghiacci e avermi fatto
scendere lungo uno scarico fognario, stai per chiedermi di andare
alla ricerca di un beone egocentrico in… Dov’è che hai detto che
è stato visto l’ultima volta?»
«Laos.»
«Intendi quel posto pericoloso e torrido dall’altra parte del
pianeta? Quel Laos?»

178
«Ho sentito dire che ci sono anche zone carine.»
«Assolutamente no. Neanche per sogno. Non riuscirai a
blandirmi e a convincermi ad andare nel Triangolo d’Oro per
trovarlo.»
«Remi…»
«Hai perso il senno? Neanche per sogno. Fine della
discussione, Fargo. Dico sul serio.»

179
22

Le gomme del G650 stridettero quando entrarono in contatto


con la pista surriscaldata dell’aeroporto internazionale Wattay,
nella Repubblica democratica popolare del Laos. Il volo da Città
del Messico era durato grossomodo ventiquattr’ore, con una
sosta alle Hawaii per fare il pieno di carburante. Kendra aveva
richiesto i permessi necessari affinché il velivolo potesse entrare
nello spazio aereo ladiano e restarvi a terra per tutto il tempo
necessario. Il personale di volo sarebbe rimasto a Vientiane, la
capitale.
Un’automobile del Salana Boutique Hotel li attendeva al
terminal, non appena ebbero sbrigato le pratiche doganali. La
stanza era adeguata, non lussuosa, dotata di un condizionatore
d’aria dozzinale ma funzionante. Dopo essersi fatti una lunga
doccia, consumarono una cena leggera e andarono a letto presto,
esausti per la differenza di fuso di mezza giornata tra Città del
Messico e Vientiane.
Al loro risveglio, dopo undici ore di sonno profondo, Sam
chiese a Kendra di trovare una guida che li accompagnasse tra le
colline del Laos, l’ultimo luogo in cui Lazlo era stato visto. Da
ciò che Selma aveva scoperto, era giunto a Vientiane e per una
settimana si era dato da fare per recuperare l’attrezzatura
necessaria. Aveva fatto visita a un conoscente presso l’università
locale e si era diretto a nord sulle tracce di quello che aveva
colpito la sua immaginazione. Il suo ultimo contatto con il

180
mondo era stato una telefonata a carico del destinatario – il
fratello, con cui era in rotta – da una cabina di Vang Vieng, una
cittadina sulle rive del fiume Nam Song.
Il fratello aveva riferito la conversazione a Selma, seppur con
riluttanza. Un mese e mezzo prima, Lazlo lo aveva supplicato di
inviargli duemila sterline a Vientiane per contribuire a finanziare
la sua ricerca e fargli superare un «momento difficile», come lo
aveva definito. Messo alle strette, gli aveva detto di essere finito
nei guai con la legge a Vang Vieng, aggiungendo che sarebbe
stato scortato a Vientiane dalla polizia per pagare la notevole
multa. Suo fratello gli aveva inviato le duemila sterline con
l’avvertimento che sarebbe stata l’ultima volta. Lazlo gli aveva
assicurato che sarebbe bastato e che stava per fare una scoperta
sensazionale, che avrebbe posto fine per sempre alle sue
difficoltà economiche e che avrebbe anzi arricchito l’intera
famiglia.
Da quel momento, non c’erano più state comunicazioni e suo
fratello temeva che, alla fine, Lazlo si fosse cacciato in un grosso
guaio.
La loro guida era un uomo tra i venti e i trent’anni di nome
Analu, che parlava un inglese comprensibile, per quanto
appesantito dell’inflessione locale, con una voce acuta ed
entusiasta. Mostrò loro con orgoglio il suo veicolo: un SUV Isuzu
di dieci anni dalla vernice rossa sbiadita e dagli pneumatici in
condizioni opinabili. Quando Sam gli disse che erano diretti a
Vang Vieng, lui sorrise, sfoggiando una dentatura che sarebbe
stata il sogno di qualsiasi dentista. «Trekking? Rafting?»
«Ehm, no. Forse c’è un nostro amico, lassù.»
«In tanti vanno sul fiume e si fanno male ogni anno. Era una
cosa pazzesca…»
«Era?» chiese Remi.

181
«Già. Grande città turistica, molte feste di ragazzini. Ma ora
non più.»
«Cos’è successo?» chiese Sam, curioso.
«Il governo ha chiuso tutti i bar sul fiume.»
«Dunque niente alcol?» disse Remi. «L’inferno in terra, per
uno come Lazlo…»
«C’è ancora un sacco d’alcol. Moltissimo in città. Uguale a
prima, ma diverso. E qualche bar viene ricostruito sull’acqua.
Amici della polizia. Familiari, cugini, fratelli, capito?»
«Credo di sì. Dunque conosci il posto?» chiese Sam.
«Sì, certo. Vi ci porto subito?»
«Quanto dista?»
«Tre, forse quattro ore. La strada è discreta. Niente pioggia.
Non è buona con la pioggia.»
«Lassù ci sono degli alberghi?»
«Sì, come no. Un sacco di buoni alberghi.»
«Bene. In marcia, prima che faccia buio.»
Salirono a bordo del SUV e il motore si avviò con
un’inquietante nube di fumo nero, dopodiché iniziarono a
muoversi lentamente, forse perché funzionavano solo tre dei
quattro cilindri. Sam si chiese dove Kendra fosse andata a
pescare il loro nuovo amico.
Analu si infilò nel traffico con assoluto disinteresse per gli
altri veicoli, un atteggiamento che ottenne in cambio abbondanti
suonate di clacson. Premette il pedale dell’acceleratore a tavoletta
e fece un gesto dal finestrino aperto che Sam interpretò come
amichevole. Il piccolo SUV procedette rumorosamente, come un
pugile in difficoltà alla fine dell’undicesima ripresa, dopo aver
sbandato per evitare per un soffio un furgone, cosa che non
scompose minimamente Analu.
Una decina di secondi dopo, una berlina Nissan nera scese

182
dal cordolo, mezzo isolato più indietro, e si mise a seguirlo, con
due uomini laotiani a bordo, seri e concentrati. Il passeggero fece
una telefonata quando il loro obiettivo imboccò la rampa che
immetteva sulla Route 13 e, dopo una breve discussione, impartì
delle istruzioni al conducente, che si lasciò distanziare di un’altra
cinquantina di metri.
Una volta fuori dall’area urbana di Vientiane, la strada si
trasformò in una pista piatta a due corsie, in pessime condizioni,
con sciami di motociclisti che li superavano ogni volta che
l’Isuzu si avvicinava a una città. Per quanto ne sapesse Sam, la
circolazione stradale non aveva regole chiare e, alla seconda ora
di viaggio, si era abituato a collisioni evitate a malapena e a
motociclisti kamikaze che gli correvano incontro sulla corsia
sbagliata, scartando per mettersi al sicuro pochi istanti prima
dell’impatto.
Con loro grande sorpresa, su entrambi i lati della strada si
estendevano rigogliosi terreni agricoli dalle sfumature di verde
quasi luminescenti. Si erano aspettati giungle e foreste pluviali e,
al contrario, sembravano trovarsi in una striscia agricola tropicale
che si estendeva all’infinito, con il vento che creava increspature
sui campi.
Malgrado i loro dubbi, Analu non ammazzò né loro né altri
automobilisti e, di quando in quando, offrì qualche commento sui
vari luoghi attraversati nel loro tragitto verso nord. Alcune
digressioni furono buffe, altre tristi, ma sempre espresse in tono
rassegnato, conseguenza del vivere in una società in cui la
povertà era endemica e ogni autorità corrotta.
Mentre si avvicinavano alla loro destinazione, Remi indicò
una catena di montagne che svettavano nel cielo. «Guarda.
Bellissime, vero?»
«Formazioni carsiche. Calcare eroso dal fiume nel corso del

183
tempo» disse Sam.
«Sembra un paesaggio da film.»
Il traffico si intensificò man mano che si avvicinavano alla
città e, ben presto, si ritrovarono in una lunga coda di automobili
che si muoveva a passo d’uomo in attesa che una mandria di
bovini attraversasse la strada davanti a loro.
«Prima fermata dove? Ci siamo quasi!» esclamò Analu,
suonando di quando in quando il clacson per rompere la
monotonia.
«Alla stazione di polizia.»
Analu puntò gli occhi spalancati su Sam nello specchietto
retrovisore. «Siete sicuri?»
«Certo. E avremo bisogno che tu ci faccia da interprete, se
nessuno parla inglese» disse Remi.
L’espressione di Analu indicava che rimpiangeva di non aver
chiesto qualche dettaglio in più prima di accettare l’incarico. Da
indigeno, era cresciuto sapendo che recarsi alla stazione di
polizia era saggio come fare il giocoliere con delle accette.
Tuttavia, fece finta di niente e annuì come se non avesse la
minima preoccupazione al mondo. E sarebbe stato più
convincente se non fosse diventato pallido come un cadavere.
Giunti in centro, Analu svoltò a destra e percorse un intero
isolato, per poi parcheggiare in un’area fangosa davanti a uno dei
pochi edifici di cemento (tutti gli altri erano di legno verniciato
in tinte sgargianti). Spense il motore, che ansimò come un
fumatore incallito prima di morire con un fremito, e poi smontò
nel caldo soffocante. Sam scrutò l’edificio, che sembrava poter
contenere a malapena qualche scrivania e una cella, e indicò ad
Analu di fare strada.
All’interno, due uomini dai folti capelli neri e unti sedevano
dietro un bancone, fumando sigarette rollate a mano, con le

184
uniformi chiazzate di sudore, malgrado il ventilatore soffiasse un
flusso di aria tiepida verso di loro. Da una radio portatile su una
scrivania usciva una canzone pop a tutto volume che, in qualsiasi
altra lingua, sarebbe risultata insulsa. Guardarono Analu da sotto
le palpebre pesanti mentre lui faceva le presentazioni. Un agente
si alzò in piedi, andò nel retro e tornò mezzo minuto più tardi con
un tizio basso e cicciottello, sulla quarantina, che sembrava
essersi svegliato da poco. L’uomo si abbottonò la camicia della
divisa con dita impacciate e, in tono brusco e irritato, fece una
domanda ad Analu. Lui sorrise trepidante e si imbarcò in una
sconclusionata spiegazione del motivo per cui aveva interrotto il
riposino pomeridiano del capitano.
Questi si asciugò la faccia sudata con un fazzoletto lercio e
grugnì, per poi porre un’altra domanda, ora in tono apertamente
minaccioso.
Analu annuì come un pagliaccio e si rivolse a Sam. «Vuole
sapere cosa cercate. Gli ho detto che siete ospiti importanti del
popolo laotiano e che avete qualche domanda da fare, giusto?»
Sam si schiarì la gola. «Digli che cerchiamo un cittadino
britannico che è stato in custodia oppure che doveva soldi alla
polizia locale circa un mese fa. Il suo nome è Lazlo Kemp.»
Le palpebre del capitano si strinsero alla menzione di Lazlo.
Zittì Analu, che aveva iniziato a tradurre, e fissò Sam con
sguardo calcolatore. «Cosa volete da lui?» chiese imperioso, in
un inglese approssimativo.
«Siamo amici. Non abbiamo sue notizie da mesi. Siamo
preoccupati. E dobbiamo parlargli» disse Remi.
L’ufficiale la ignorò, in attesa che fosse Sam a parlare.
«Dobbiamo parlargli e speravamo che sapeste come
raggiungerlo» disse Sam. «Vi sarei molto grato se poteste
aiutarci. Molto.»

185
L’uomo rivolse un’occhiata a Remi e poi riportò l’attenzione
su Sam, con un’espressione che si era fatta più scaltra che
scocciata. «Voi amici suoi?»
«Sì. Amici generosi che hanno un problema che lei, forse, è
in grado di risolvere.»
«Generosi… quanto?»
«Cento dollari.»
L’ufficiale laotiano fece una risata di scherno e la trattativa
iniziò. «Mille.»
Sam scosse la testa di fronte a quella cifra assurda.
«Centocinquanta.»
Tre minuti dopo, Sam estrasse duecentocinquanta dollari e
consegnò le banconote al capitano, che non mostrò il minimo
ritegno per l’estorsione che si stava consumando davanti agli
occhi dei suoi sottoposti.
Prese i soldi e passò in rassegna ciascuna banconota, come se
avesse il sospetto che Sam le avesse stampate quella mattina,
dopodiché le fece sparire in un batter d’occhio nei pantaloni.
Estrasse una penna dal taschino della camicia e scarabocchiò un
indirizzo e un nome su un pezzetto di carta. «Parlate con Bane.
Magari, lui visto l’inglese.»
Analu prese il foglietto e lo scrutò come se fosse uno
scorpione vivo. Tornati in macchina, si rivolse a loro con
un’espressione preoccupata. «Brutta faccenda.»
«Già, ho il sospetto che lo sia» disse Sam. «Ma dobbiamo
trovare il nostro amico.»
Analu avviò il motore e procedettero sulla strada principale,
svoltando verso il fiume dopo un centinaio di metri, su una
sterrata piena di buche. Sobbalzarono per un po’ prima di
arrestarsi nei pressi di alcuni edifici che sembravano sul punto di
crollare al minimo alito di vento. Analu fissò l’ingresso e spense

186
il motore, scuotendo la testa. «Arrivati. Bisogna pagare ancora
per avere altre informazioni. Il padrone è molto pericoloso.»
«Remi, perché non resti qui, stavolta?» disse Sam,
spalancando la portiera.
«E perdermi tutto il divertimento?»
«Credo che pagherò molto meno se non ho una splendida
donna con me.»
«Sempre alla ricerca dell’affare.»
«Sono fatto così.»
«D’accordo. Però non farti ammazzare. Non saprei come
spiegarlo a Selma e alla squadra.»
Analu bussò sul sottile pannello di compensato che fungeva
da porta e, un minuto dopo, un tizio avvizzito dai lunghi capelli
bianchi e dalla barba incolta sbirciò dall’interno. Analu parlò in
laotiano e l’uomo borbottò. Dopo aver studiato attentamente
Sam, aprì la porta di fortuna e si fece indietro per farli entrare.
Nell’oscurità, Sam riuscì a malapena a cogliere le sagome dei
corpi che giacevano su brandine lerce addossate alle pareti.
L’interno era torrido, ma le persone assopite non sembravano
farci caso. Passarono in un’altra stanza, dove due uomini erano
seduti a un tavolo da gioco pieghevole in metallo su cui si
trovavano una cassetta di sicurezza di metallo e una vasta gamma
di pipe. Analu chinò il capo e parlò. Il più anziano dei due, un
uomo decrepito dall’aria fragile e flaccida, increspò le labbra e
scrutò Sam dall’alto in basso.
Al termine di una lunga contrattazione, nel corso della quale
Analu minacciò tre volte di andarsene, Sam tirò fuori una
banconota da cento dollari, come se fosse un biglietto di prima
classe per New York. Il trafficante di oppio protese un braccio
magrissimo, la guardò in controluce e mormorò qualcosa al
compagno. L’uomo che li aveva fatti entrare fece un sorriso che a

187
Sam ricordò un drago di Komodo. Analu fu percorso da un
brivido.
Il vecchio trafficante si sporse in avanti e parlò in un inglese
aspro ma comprensibile, con una voce corrosa da tutto l’oppio
che si era fumato negli ultimi cinquant’anni. «Inglese pazzo
frequenta Lulu’s. Un chilometro a nord. Forse lì adesso.»
Sam si rivolse ad Analu, che sembrava terrorizzato. «Conosci
il Lulu’s?»
«Brutto posto.»
Sam rivolse un cenno al trafficante e lo ringraziò per il suo
aiuto. Mentre tornavano all’Isuzu, Sam e Analu sentirono gli
uomini ridacchiare oltre le pareti sottili.
«Direi che è andata bene» disse Sam, una volta raggiunta
Remi dentro quel forno d’acciaio.
«Sbaglio o ho sentito delle risate? La battuta qual era?»
«Chi è stato a dire che, se giochi a poker da quindici minuti e
non hai capito chi è il gonzo, allora il gonzo sei tu?»
Remi diede un’occhiata all’edificio. «Un saggio.»
Il motore si avviò al terzo scoppiettio e, qualche minuto dopo,
si fermarono di fronte a una lunga baracca rettangolare con un
tetto di paglia, che faceva sembrare lussuosa buona parte dei
tuguri del mondo. Due motociclette erano appoggiate su cavalletti
arrugginiti accanto alla porta, dove si trovava un gallo che si
guardava intorno in cerca di qualcosa di commestibile. Da dentro
uscivano della musica e una risata femminile. Alle orecchie di
Sam, sembravano un coro stonato di bambini e il richiamo di un
rapace. Scambiò un’occhiata con Remi, poi la prese per mano e la
condusse alla soglia buia. Una misera insegna verde pallido sopra
l’ingresso annunciava che erano giunti al Lul’s. La seconda u
doveva essersi cancellata a un certo punto.
L’interno non era sorprendente, considerata la scarsa attrattiva

188
della facciata, ma Remi fu colta alla sprovvista lo stesso. Il
pavimento di terra battuta, cosparso di paglia sporca, era
punteggiato da sei tavoli di plastica bianca, tutti privi di clienti.
Un bar di legno e bambù si profilava all’estremità di quella stanza
buia, dove un uomo magrissimo sulla cinquantina era seduto a
guardare un televisore in bianco e nero, dietro cui si ergevano due
frigoriferi decrepiti. All’estremità opposta, una donna locale con
un paio di vistosi leggings rossi era seduta a bere a un tavolo di
legno costellato di bottiglie di birra vuote. Il suo compagno – un
bianco con la carnagione di un giallo malaticcio – rivolse ai
nuovi arrivati lo sguardo confuso e vacuo di qualcuno convinto di
avere le allucinazioni.
«Lazlo. Bel posticino ti sei trovato» disse Sam in tono
leggero, avvicinandosi al tavolo.
«Santo cielo. Straordinario. Sam… Fargo. Cosa diavolo ci fai
qui?» farfugliò Lazlo. «E, se non sbaglio, insieme alla splendida
Rami?»
«Remi. E, no, non ti sbagli» disse lei.
Lazlo tentò di alzarsi in piedi, un gesto ambizioso che parve
spossarlo. Saggiamente, ridimensionò il livello della sua
cavalleria a un gesto incerto. «Prego, sedetevi. Barista, da bere
per tutti!»
L’uomo dietro il bancone alzò lo sguardo, come se notasse
solo allora i nuovi arrivati, e inarcò un sopracciglio.
«Una birra» disse Sam, mentre Remi scuoteva la testa.
Analu rimase sulla soglia, pronto a scappare da un momento
all’altro. Sopra di loro giravano le lame di plastica crepate di un
ventilatore cigolante, che soffiava il fumo della sigaretta di Lazlo
verso la ragazza, che probabilmente aveva vent’anni ma ne
dimostrava sessanta.
Il barista aprì il frigorifero più vicino ed estrasse una bottiglia

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di Beerlao Original, dopodiché si trascinò a piedi scalzi fino al
tavolo. La posò davanti a Sam, senza mostrare il minimo interesse
a portar via le bottiglie vuote.
Lazlo sollevò la sua birra già mezza consumata per fare un
brindisi. Sam brindò con la sua bottiglia, scrutando gli occhi
dilatati di Lazlo e i tre bicchierini vuoti accanto alle bottiglie.
Per quanto fosse strano, la birra era fredda. Sam ne bevve un
lungo sorso, poi la posò e attese che Lazlo chiedesse cosa ci
facessero lì.
Lazlo finì la birra in tre sorsi e gettò la sigaretta ancora accesa
nel collo della bottiglia, osservandola spegnersi con un tenue
sfrigolio, prima di sistemarla accanto alle sorelle vuote. Remi si
mosse nervosamente sulla sedia e lui finalmente capì l’antifona.
Fissò la sua amica e sparò una rapida raffica di parole in un
laotiano approssimativo. Lei finì il suo drink, si alzò e si diresse
al bar, vacillando su tacchi alti che non lasciavano molti dubbi
sulla sua vocazione. «Che bello vederti, vecchio mio. Sul serio.
Chi avrebbe mai pensato… Però, al momento, sono un po’ giù di
corda. Non sono il solito Lazlo effervescente…»
«Lo vedo, amico mio. Ma anche per me è un piacere vederti.»
Sam rivolse a Lazlo uno sguardo garbato. «Cosa ci fa un onesto
inglese come te in un posto come questo?»
Lazlo fece un sorrisino senza traccia di umorismo e cercò le
sue sigarette nel taschino della camicia, poi perse interesse. «È
una storia lunga e sordida. Come quasi tutte quelle che vedono
coinvolto il sottoscritto.»
«Abbiamo fatto il giro di mezzo mondo per trovarti,
prenditela comoda.»
Lazlo si schiarì la voce. «È evidente che avete sentito del
mio… peccatuccio.» Rivolse uno sguardo cauto a Remi. «Sì, è
ovvio. Un errore monumentale, ma pazienza. Una volta messe in

190
ordine… le cose, ho deciso di… be’… reinventarmi, in sostanza.
Le opportunità bussano spesso alla porta dei più curiosi e io da
tempo studiavo delle pergamene khmer. Ho sempre voluto andare
in giro per il mondo a far fortuna, ma le cose non sono andate per
il verso giusto ed eccomi qua.»
«Eccoti qua» gli fece eco Remi.
«Cos’è successo, Lazlo?» mormorò Sam.
Lui infilò una mano nel taschino ed estrasse un pacchetto
sgualcito con dentro una sola sigaretta. Sam e Remi notarono che
gli tremava la mano, quando se l’accese. «Le cose sono iniziate
abbastanza bene. Mi ero segnato alcuni posti promettenti nella
foresta e avevo con me tre aiutanti. Abbiamo cercato per qualche
mese… senza successo. Ma non mi sono dato per vinto. Avevo
ipotecato il mio appartamento per finanziare la spedizione, per
cui ci sarei dovuto riuscire per forza. Ma non era ciò che gli dei
avevano in serbo per me.»
«Cosa stavi cercando?»
«Un tesoro. Cos’altro? Quando l’impero khmer è caduto, nel
XV secolo, una notevole quantità d’oro e gioielli è stata trafugata
dall’attuale Cambogia e nascosta in una grotta in un punto non
meglio identificato del Laos. Perlomeno è ciò che ho dedotto da
tutte le fonti esistenti ed ero convinto di poterla trovare. Alla fine
pare che sia stato un po’ troppo ottimista» disse Lazlo, con voce
spezzata, e sembrò afflosciarsi. «Dunque, mi trovate qui… a
pagare per i miei peccati…»
«Perché proprio qui?»
«Perché no? È un posto come un altro dove affrontare i tuoi
demoni. Perché non in una zona selvaggia del Laos? C’è un posto
migliore?»
«Quindi, fine della storia? Ti sei arreso? Oppure hai scoperto
che non c’era nessun tesoro?»

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«Non è che mi sia arreso. Piuttosto, la mia indole ha avuto il
sopravvento. Avevo tutto sotto controllo, ma, man mano che i
soldi a mia disposizione si riducevano sempre più e io non ero
più vicino alla scoperta del tesoro khmer di quanto lo fossi
all’inizio, ho riabbracciato la mia vecchia fiamma: la bottiglia. In
poco tempo, ho perso la passione per il tesoro e ho acquistato
una dipendenza dall’oppio locale, a cui faccio seguire una
bottiglia del whisky di riso locale – lao-lao, lo chiamano –, un
vero affare: costa meno di una sterlina a bottiglia.» Lazlo guardò
Sam con aria spaurita. «Due sterline a notte per una stanza in un
alberghetto e qualche spicciolo per una dose notturna di oppio. A
prezzi così allettanti, ci si può smarrire a lungo.»
Sam si chinò verso di lui. «Puoi ancora reagire.»
Lazlo scosse la testa. «Non più, temo. Non più. I vecchi tempi
sono andati. Non si possono riportare indietro le lancette
dell’orologio.»
Remi si schiarì la voce. «Abbiamo una proposta per te.»
Lazlo scoppiò a ridere. «Sono davvero lusingato. Sempre che
sia quello che penso…»
Remi ignorò l’allusione. «Abbiamo un progetto per cui ci
serve il tuo aiuto. Ma devi essere sobrio. In queste condizioni,
non ci sei di alcun aiuto.»
«Un progetto?»
«Un antico manoscritto spagnolo» intervenne Sam.
«L’abbiamo trovato a Cuba. Ma è cifrato e non riusciamo a
decrittarlo.»
«Pochi codici sono indecifrabili.»
«Questo non assomiglia a nulla che abbiamo mai visto.»
Lazlo soffiò una nube di fumo verso il ventilatore e chiuse gli
occhi. «Sam, dubito davvero di essere ancora capace di fare
queste cose.»

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«Sciocchezze. Certo che ne sei capace. Ti stai solo
crogiolando nell’autocommiserazione. Stai annebbiando una
delle menti più brillanti che ci siano con l’alcol e altre
schifezze.»
Lazlo aprì gli occhi e sorrise di nuovo. «Mi dichiaro
colpevole, vecchio amico. E sarà meglio che mi lasciate scontare
la mia pena in questo purgatorio dimenticato da Dio. Non posso
aiutarvi, ecco tutto.»
«Intendi che il tuo cervello è talmente in pappa da non poter
risolvere l’enigma? Oppure che non vuoi farlo perché
significherebbe riscuoterti?»
«Entrambe le cose.»
«Lazlo, guardami. Ho detto che abbiamo una proposta da
farti. Non vuoi sentirla?» chiese Remi.
Lui spense la sigaretta e i suoi occhi finalmente incontrarono
quelli di Remi. «D’accordo, splendida signora, d’accordo. Di
cosa siete venuti a discutere, dando per scontato che non si tratti
della mia spettacolare caduta in disgrazia nel mondo
accademico?»
«Aiutaci con quel manoscritto e ti daremo una mano nella tua
caccia al tesoro khmer. Aiutaci a trovare il nostro e noi ti
aiuteremo a trovare il tuo. Costi quel che costi. Soldi,
personale… Verremo addirittura nella giungla con te. Non hai
nulla da perdere. Dacci quello che ci serve e noi lo daremo a te.
Guardami, Lazlo. Ascoltami. Aiutaci e faremo la nostra parte per
realizzare il tuo sogno.»
Lazlo si appoggiò allo schienale, mentre il suo cervello
annebbiato cercava di cogliere il senso delle sue parole. «Dici…
dici sul serio, vero?»
«Mai stata più seria. Hai l’occasione di prenderti la rivincita.
Di allestire una spedizione come si deve. Di fare una scoperta

193
importante. Senza dover pensare ai soldi. Un’occasione di quelle
che capitano una volta sola nella vita.»
Sam annuì. «Solo uno stupido la rifiuterebbe. E tu sarai tante
cose, ma non sei mai stato stupido.»
«Certi giornalisti avrebbero da ridire e sono certo che lo
farebbero in modo davvero convincente.»
Remi ammorbidì il tono. «È un capitolo chiuso. Adesso le
cose sono cambiate. Ci serve il tuo aiuto. Dicci di sì e ti tireremo
fuori di qui, ti daremo una ripulita e ti metteremo al lavoro.
Qualsiasi cosa ti serva.»
Lazlo scosse la testa. «Potrebbe non essere così semplice. È
da parecchio tempo che sono in queste condizioni.»
«Ti troveremo una buona clinica. Ti disintossicheranno. Sarai
in perfette condizioni in men che non si dica. Non devi restare in
questo stato, Lazlo. Hai tutto da guadagnare se fai la scelta
giusta.»
La faccia di Lazlo si increspò in un ghigno. «’Una volta
tanto.’ È quello che stavi per dire, vero?»
«No. Però, se ti semplifica le cose, lo dirò. Fa’ la scelta
giusta, una volta tanto.»
Lui non disse nulla per parecchio tempo, poi abbassò le
spalle e nascose la faccia tra le mani. Quando alzò gli occhi,
erano rossi e umidi. «Non me lo merito. Siete decisamente troppo
buoni per uno come me.»
Sam scosse la testa. «Non siamo migliori di te. Siamo solo
nella posizione di poterti aiutare, proprio come tu sei nella
posizione di aiutare noi. È una semplice transazione. Otteniamo
entrambi quel che ci serve. È il fondamento di qualsiasi relazione
professionale.»
Lazlo si asciugò gli occhi con il dorso di una manica sudicia.
«Attento a quel che desideri, Sam.»

194
Sam sorrise e colse lo sguardo di Remi. «Lo sono sempre,
Lazlo.»

195
23

Lazlo viveva in una baracca accanto al fiume che non sarebbe


stata fuori posto negli slum di Calcutta. Sam lo aiutò a
raccogliere le sue cose e ben presto furono sulla dissestata via per
Vientiane. Lazlo si assopì quasi subito e si svegliò soltanto
quando Sam trovò campo e lasciò un messaggio per Kendra,
chiedendole di individuare un centro per disintossicarsi da oppio
e da alcol in quella zona.
Due ore dopo, quando in California erano le cinque del
mattino, Selma richiamò. «Ho trovato un posto a Bangkok, se
riuscite a portarlo lì. Se ho capito bene, lo avete trovato, vero?»
«Selma! Mi aspettavo che a chiamare fosse Kendra. Un po’
più tardi, a dire il vero…»
«Ho visto la spia della segreteria e mi sono permessa di
ascoltare il messaggio, immaginando che foste voi. Comunque
ero già sveglia. Ecco i dettagli: è una struttura di prima classe.
Pare che i ricchi thailandesi abbiano gli stessi problemi di Lazlo.
A giudicare dal sito Internet, sembra un albergo a cinque stelle e
fa parte di uno dei migliori ospedali di Bangkok.» Gli fornì altre
informazioni, che lui ripeté ad alta voce per consentire a Remi di
memorizzarle.
Si fecero accompagnare all’aereo da Analu, dopo aver
chiamato l’equipaggio e averlo avvertito che sarebbero dovuti
partire subito per Bangkok. Quando giunsero in aeroporto, i
motori del G650 ronzavano già. Sam aveva telefonato alla clinica

196
e aveva prenotato un posto per Lazlo. Gli avevano anticipato cosa
si sarebbe dovuto aspettare spiegandogli che Lazlo avrebbe
potuto bere qualcosa in aereo per scongiurare il rischio di
convulsioni, ma nulla più di un cocktail forte.
Su richiesta di Lazlo, Sandra gli preparò un Finlandia and
tonic doppio. Si riprese subito dopo averlo tracannato, come un
assetato in un’oasi nel deserto. Durante il volo, Sam e Remi
chiacchierarono con lui del più e del meno.
Un’automobile della clinica li andò a prendere in aeroporto.
La struttura manteneva le promesse del sito. Dopo aver compilato
un lungo modulo pieno di domande e averlo firmato, Lazlo fu
condotto in camera, mentre la direttrice, un’avvenente donna
asiatica in completo blu scuro, spiegava le procedure a Sam e
Remi.
«Che ci crediate o meno, l’astinenza da oppio è il minore dei
suoi problemi. Gli daremo un potente sedativo e utilizzeremo
farmaci per purificare dall’oppio i suoi recettori nervosi, per cui,
se fuma solo da qualche mese e non si inietta eroina o altri
oppiacei, il problema si risolverà in poche ore. L’alcol è un’altra
storia, più complicata. Si direbbe che il vostro amico sia un
alcolista da tanto tempo, ed è pericoloso cercare di sradicare
questo tipo di dipendenza.»
«Beve da quando lo conosco, ovvero almeno da un
decennio.»
«In questo caso, i prossimi giorni saranno molto difficili.
Somministriamo terapie a base di acido nitroso e vitamine per
ridurre i sintomi dell’astinenza, ma ogni paziente è diverso.
Inoltre, il processo dell’astinenza fisica è solo l’inizio. Avrà
bisogno di cure costanti per almeno trenta giorni e dovrà
iscriversi di sua volontà a un programma.»
«Stiamo già prendendo accordi per lui a Città del Messico.

197
Riceverà cure adeguate» disse Remi.
«Ottimo. Resterete in città per tutta la durata del ricovero?»
«Sì. Alloggiamo al Mandarin Oriental» disse Sam. «Ho
scritto il nostro numero di cellulare sul modulo di ricovero.»
La direttrice si alzò e strinse loro la mano. «Cercate di non
preoccuparvi. Faremo di tutto per farlo sentire a casa sua.» Ebbe
un’esitazione. «Non potrete vederlo nel periodo di
disintossicazione: finché quella fase non si è conclusa, non sono
consentite le visite.»
Remi annuì. Lei e Sam avevano cercato «astinenza da alcol»
sui computer dell’aereo mentre erano in viaggio e lei capiva bene
perché per le prime settantadue ore non fosse consentito fare
visita al paziente.
Quattro giorni passarono in fretta. Ogni pasto fu
un’opportunità per provare i vari ristoranti consigliati dal
concierge. Il secondo giorno fecero un giro della città e, in
seguito, ogni volta che era sereno, passeggiarono per le strade
affollate del centro. Quando tornarono alla clinica, la direttrice li
accompagnò in camera di Lazlo e poi si allontanò.
«Com’è andata?» chiese Sam.
«Molto peggio di quanto mi aspettassi» disse lui, con occhi
tristi ma limpidi. «Non vorrei ripetere l’esperienza. È un po’
come essere trascinati sopra dei cocci di vetro dopo essere stati
cotti allo spiedo. No, anzi, ora che ci penso, forse quello sarebbe
più gradevole.»
Sam annuì. «La buona notizia è che, se fai attenzione, ti
capiterà una volta sola nella vita. Come ti senti, ora?»
«Di certo non al cento per cento, ma potrebbe andare peggio,
tutto considerato.»
«Ti hanno dato qualcosa?»
«Valium. Hanno detto che c’è il rischio di sviluppare una

198
dipendenza, per cui ci sono pro e contro. Però è riuscito a tenere
sotto controllo i sintomi peggiori.»
«Ti hanno detto quando sarai nelle condizioni di viaggiare?»
chiese Remi.
«Non gliel’ho chiesto. Pensavo che avrei lavorato da qui. Non
è così?»
Sam e Remi si guardarono. «Abbiamo pensato che sarebbe
meglio che tu venissi in Messico con noi.»
«Santo cielo. In Messico? È un piacere che non ho ancora
avuto.» Lazlo si interruppe. «Speravo che mi avreste fornito
scansioni ad alta risoluzione del manoscritto e un computer, così
avrei potuto iniziare la mia analisi da qui. È un posto davvero
noioso.»
«Le ho su una chiavetta.» Remi frugò nella sua borsetta ed
estrasse un computer portatile, fingendosi sbalordita. «Oh! Che
cos’è? Un computer, guarda caso. Abbiamo pensato che avresti
avuto voglia di iniziare…» Posò il notebook sul letto e la
chiavetta sul comodino, prima di frugare nuovamente nella
borsetta e di trovare il cavo di alimentazione. «Voilà! Sei un
dipartimento di crittologia ambulante.»
«Complimenti, davvero. Ora non devo far altro che trovare il
tasto di accensione.» Le mani di Lazlo tremavano quando sollevò
il computer e se lo piazzò sulle gambe, ma non era una sorpresa,
considerate le sue condizioni quand’era entrato in clinica.
Sapevano che sarebbe stato fragile per parecchio tempo.
Una decina di minuti dopo se ne andarono, lasciandolo alle
prese con il suo nuovo progetto e promettendogli che sarebbero
tornati a trovarlo il pomeriggio successivo. Parlarono con la
direttrice, che approvò l’idea di dimetterlo e di imbarcarlo su un
aereo nel giro di quarantott’ore, con il severo monito di non
portare a bordo alcol, per evitare tentazioni. Non rappresentava

199
un problema per nessuno dei due e, di ritorno all’albergo, Remi
passò l’informazione a Sandra.
Due giorni dopo, le dimissioni dalla clinica furono un intenso
travaglio burocratico. Tutti sospirarono di sollievo quando,
finalmente, si lasciarono alle spalle la struttura e furono in
viaggio per l’aeroporto. Sam e Remi si erano goduti l’inatteso
tempo libero, ma morivano dalla voglia di tornare in Messico,
sentendosi più che mai con l’acqua alla gola. Lazlo, come suo
solito, non rivelava nulla del progresso con il manoscritto, anche
se, di quando in quando, sorrideva come un bambino birichino,
cosa che loro di solito prendevano come indicazione positiva.
Il volo sul Pacifico durò un’ora meno del previsto, grazie a
forti venti di coda, ma al loro arrivo a Città del Messico erano
comunque esausti. Un rappresentante della clinica presso cui
Lazlo sarebbe stato ricoverato li andò a prendere all’aeroporto e
li trasportò alla struttura, che si trovava in una zona esclusiva del
centro, nei pressi del quartiere degli affari. Sam e Remi presero
un’altra stanza al Four Seasons, presso cui l’amico di Lagarde
aveva fatto spedire i loro bagagli da Cuba.
Quella sera cenarono insieme a Carlos Ramírez, che si rivelò
un anfitrione delizioso e li portò in uno dei migliori ristoranti di
Città del Messico, il Pujol, dove mangiarono da re. Scelsero il
menu di assaggi dello chef e un vasto assortimento di rare
bottiglie di tequila.
Carlos riferì che i lavori nel sito erano stati rallentati dal
clima: era piovuto per tre giorni durante la loro assenza, a causa
di un enorme fronte temporalesco che aveva attraversato il
Messico. Le strade, già di per sé poco praticabili, erano diventate
inaccessibili. Maribela e Antonio avevano ripreso a lavorare solo
il giorno prima. Carlos disse che erano entusiasti delle immagini
che Sam e Remi avevano portato da Cuba, e che avevano

200
riscontrato qualche altra somiglianza tra i manufatti delle cripte e
i bassorilievi dell’Avana.
Quando la serata si concluse, Sam e Remi erano satolli e
ottimisti, ora che Lazlo faceva parte della loro squadra.
Concordarono che l’aiuto di Carlos era una fortuna per loro ed
erano tristi che la serata fosse finita. Carlos augurò loro la
buonanotte e si offrì di riaccompagnarli in albergo in macchina,
ma loro preferirono fermarsi a bere un drink.
Quando se ne andarono, Sam tenne aperta la porta del
ristorante per Remi, ammirando il suo abito da sera nero di Hervé
Léger e il modo con cui aderiva alle sue curve. «Quest’abito è
fantastico. Ottima scelta, come sempre.»
«Be’, grazie. Non ero certa che lo avresti notato.»
«Stai scherzando? Ogni uomo di Città del Messico mi
invidia. E anche le scarpe sono incredibili» aggiunse, cercando di
guadagnare ancora più punti.
«Ballerine Jimmy Choo rosse a punta.»
Sam fece un sorrisino. «Dopo ’Choo’ mi sono perso.»

201
24

Janus Benedict posò la tazza di caffè sul tavolo in tek e


scrutò le isole sulla sinistra. Le scogliere si ergevano dall’acqua,
sfidando l’erosione e il progresso umano. La sera prima, erano
scesi a terra insieme agli ospiti, tre siriani che parevano molto
interessati alla sua selezione di missili terra-aria, oltre che alla
disponibilità degli elicotteri russi Ka-50 Black Shark per i quali
lui faceva regolarmente da intermediario a beneficio del
produttore russo, che era a corto di liquidi. Le trattative sarebbero
state lunghe e nessuna convinzione religiosa avrebbe impedito
loro di godersi i piaceri delle isole greche o di apprezzare i
passatempi forniti da Janus, dal punto di vista sia chimico sia
erotico.
Janus era intontito da due bicchierini di grappa di troppo.
Sapeva che non avrebbe dovuto concederseli, ma a volte era
necessario un sacrificio pur di far sentire a casa loro i propri
ospiti. I siriani sembravano essersi divertiti e Janus era convinto
che sarebbero stati disposti a versare più di quanto avrebbero
fatto se lui avesse offerto solo bibite e panini.
Controllò lo schermo dell’iPad ed ebbe la conferma che tutti
e tre dormivano profondamente nelle rispettive cabine. Le
telecamere nascoste erano utili non solo perché gli fornivano
un’assicurazione se qualcosa fosse andato storto, ma anche
perché lo rendevano un anfitrione abilissimo, in grado di
anticipare ogni desiderio di un ospite prima ancora che questi lo

202
formulasse.
Per il momento le cabine erano immerse nel silenzio, e Janus
sperava di trascorrere un altro paio d’ore in solitudine, prima di
riprendere a intrattenere gli ospiti.
Reginald salì le scale barcollando, con un paio di occhiali di
Dolce & Gabbana che gli riparavano gli occhi dalla luce
abbagliante del mattino e una sigaretta che gli pendeva dalle
labbra. Si sedette di fronte al fratello e indicò la sua tazza. Uno
steward in divisa bianca accorse dal salone e gli versò una lauta
dose di caffè scuro e poi, dopo un altro cenno di Reginald, tornò
con un bicchierino di Baileys e glielo versò nella tazza.
«Immagino di non doverti chiedere come ti senti stamattina»
disse Janus, osservando il fratello minore portarsi la tazza alle
labbra con mano tremante. «Nervosetto, direi.»
«È stata una notte impegnativa. Quella Sophie…»
«Sì, certo. Risparmiami i dettagli. Per far sentire i clienti a
loro agio dobbiamo fare sacrifici. E li abbiamo fatti con aplomb.
Credo che i siriani siano maturi.»
«Con tutta la coca che si sono fatti, sarà meglio che lo siano,
dannazione.» Dalla sua faccia era chiaro che anche lui ne aveva
fatto un consumo smodato.
«A fine serata mi sono sembrati disposti a ritrattare i prezzi
degli elicotteri e a considerare l’aumento che abbiamo proposto
rispetto al costo del produttore.»
«Non potrebbero certo acquistarli direttamente da lui…»
«Ah, ma non è importante che accettino la dura realtà, bensì
che siano soddisfatti dell’affare. Sulla base del loro entusiasmo,
che è durato fino alle ore piccole, direi che sono soddisfatti.
Dopotutto non sono soldi loro. Fa tutto parte del gioco. Devono
assicurare ai loro datori di lavoro, chiunque siano, che hanno
strappato il miglior prezzo sul mercato. Noi dobbiamo aiutarli a

203
farlo, rendendo la loro visita il più piacevole e divertente
possibile.»
«Missione compiuta.»
«Sì. Buone notizie, caro mio: non sarai costretto a subire altri
momenti di svago. Il mio jet è ad Atene, pronto a portarti in
Messico oggi stesso. Dopo colazione, Simon ti condurrà a terra,
dove prenderai il primo aereo in partenza dall’isola.»
«In Messico? Perché diavolo dovrei andare in Messico? È un
posto schifoso!»
«Forse, ma i clienti messicani comprano i nostri prodotti in
grande quantità e mi sono allargato sul mercato globale, per cui,
quando vogliono trattare, diventa una priorità. Inoltre quei
seccatori dei Fargo sono tornati a Città del Messico. Se hanno
scoperto qualcosa, voglio saperlo, ma non intendo perdere una
giornata intera per volare fin là. Quindi andrai a parlare con il
cartello di Los Zetas, che vuole ampliare il suo arsenale, e a
tenere d’occhio i Fargo.» Janus bevve un altro sorso di caffè.
«Reginald, si tratta di clienti molto importanti. Molto volubili.
Sarai nel loro territorio, per cui ti suggerisco di comportarti di
conseguenza. Non irritarli, o non ne uscirai vivo.»
«Fantastico. Mi mandi in un Paese di malati di mente a
discutere con un manipolo di pazzi dal grilletto facile.»
«Non sono così male. Si tratta di un affare potenzialmente
molto proficuo e dovrai agire con cautela. Sono certo che, se
terrai la testa a posto, non avrai problemi. Quanto ai Fargo, non
fare nulla di avventato. Se pensi che sia il caso di intervenire,
prima consultati con me. Sono stato chiaro?»
«Non parlarmi come se avessi cinque anni.» Reginald finì il
suo caffè e fece un cenno. Lo steward gliene versò ancora. «Ho
capito. Devo essere garbato con i bifolchi e fare da fermacarte
con i Fargo. Se dovesse esserci bisogno di ragionare, chiamo te.

204
Mi è sfuggito qualcosa?»
«Reginald, dico sul serio. Non tollero comportamenti
impulsivi. Ormai per me è una questione personale. Non rovinare
tutto.»
«Messaggio ricevuto. Scambierò perline con gli indigeni con
la massima serietà. Non ti accorgerai nemmeno del mio
passaggio.»
Janus strinse le palpebre e poi annuì. Era il massimo che
poteva aspettarsi da suo fratello. Sperava che bastasse. Sapeva
che Reginald moriva dalla voglia di dimostrare il proprio valore,
ma doveva ancora imparare a superare la sua impulsività. Inoltre,
il capo locale di Los Zetas non era molto più vecchio di lui, e
forse sarebbero andati d’accordo. E Janus sarebbe stato più
tranquillo se suo fratello si fosse trovato sul posto, nel caso ci si
dovesse occupare dei Fargo.
Sam si stava facendo la barba in bagno quando il suo telefono
squillò sul comodino.
Remi si stirò e rotolò dalla sua parte per rispondere. «Pro…
pronto?» disse, con la voce impastata dal sonno.
«Sono sorpreso che tu dorma ancora alle sette del mattino,
quando c’è un tesoro da scoprire…»
«Ehm… buongiorno, Lazlo.»
«Tra quanto tempo potete venire a trovarmi in questa orribile
prigione?»
«Io pensavo che fosse piuttosto bella…»
«Rispondi alla domanda.»
«Un’ora, forse. Dipende dal traffico.» Si schiarì la gola e si
mise a sedere. «Perché?»
«Oh, nulla. Pensavo che foste interessati a quello che ho fatto
durante la notte.»
«Sarebbe a dire?»

205
«Ho riflettuto sulla mia infelice esistenza con sincero rimorso
e molta angoscia. Ah, già, e ho decifrato il manoscritto.»
«Stai scherzando.»
«No, sono serio. Ovviamente dovrete scoprire cosa significhi.
Si parla di un tempio e di serpenti alati. Strani tizi, questi
spagnoli.»
Sam uscì dal bagno e si avvicinò a Remi, che gli passò il
telefono. «Lazlo?»
«Buongiorno, dormiglione!»
«Sei un po’ troppo allegro.»
«Ho decifrato il manoscritto. Ho invitato la tua dolce metà a
raggiungermi per discuterne davanti a un caffè. L’invito si estende
anche a te, ovviamente, a meno che tu non sia già occupato.»
Sam batté le palpebre e guardò Remi. «Una notizia favolosa.
Sei un mago. Siamo da te in un baleno.»
«Fate con calma. Non ho impegni urgenti, ora che sono più
immacolato delle preghiere di una suora.»
«Sei sobrio, quantomeno.»
«Anche quello. A presto.»
Sam gettò il telefono sul letto. «Forse è il caso di fare una
doccia veloce.»
«Sono pronta in cinque minuti. È emozionante. Questa parte
mi piace un sacco. Quando le cose girano.»
Sam sorrise. «Anche a me.»

206
25

Quando arrivarono, Lazlo era nella sua stanza, seduto su un


divanetto marrone. Si alzò per accoglierli e indicò un tavolo
rotondo nell’angolo, su cui era posato un notebook. «Prego,
accomodatevi. Immagino che vi fermerete per un po’» disse,
indicando due sedie pieghevoli che aveva chiaramente fatto
portare in previsione dell’incontro.
«Ti trovo meglio» disse Remi, studiando la sua faccia e
notando la luce nei suoi occhi.
«Grazie, Remi. Sei una donna persuasiva, in senso buono.»
«Allora, cos’hai per noi?» chiese Sam, sedendosi accanto a
lui.
«Ah, da dove comincio? Prima di tutto, il codice. È un
cifrario a sostituzione. Il testo nascosto originale era in latino, o
meglio lo era una parola su due, mentre le altre erano in
spagnolo. È molto insolito, ma ci fa capire che l’autore non era
un conquistador, bensì un religioso oppure un nobile istruito.
Non vi annoierò con tutti i dettagli tecnici. In breve, ho trovato
qualcosa di simile – e risalente a quella stessa epoca – solo una
volta: si trattava di un documento cifrato destinato al papa. L’ho
inserito nella lista solo per abitudine ed è stata una fortuna che
l’abbia fatto: quando ho fatto passare il testo nel programma, ha
identificato lo schema della cifratura. Da lì in poi è stato un
gioco da ragazzi.»
«Interessante. Dunque si tratta di un prete?» chiese Remi.

207
«Questo dovrete stabilirlo voi.»
«Perché non è apparso nel nostro database?»
«Probabilmente perché non avete passato gli ultimi vent’anni
a compilare la lista di tecniche di criptaggio più esauriente mai
creata» disse Lazlo, con un vago sorriso.
«E che cosa dice?»
«Una volta tradotto il testo latino in spagnolo, sembra la
descrizione di una tradizione orale che l’autore avrebbe estorto a
un prigioniero azteco altolocato, un religioso, forse uno dei più
stimati. In ogni caso, quest’uomo ha parlato all’autore di un
presunto tesoro che si sarebbe trovato in un terreno sacro. Pietre
preziose, immagini sacre rare e un dono che un dio aveva fatto ai
suoi antenati.»
«Un dio?»
«È quello che c’è scritto. Tradotto liberamente, se ho capito
bene, significa ’l’Occhio di Dio’.»
Remi si appoggiò allo schienale. «No. È ’l’Occhio del
Paradiso’, anche se i toltechi non credevano nel paradiso. Si sa
troppo poco di loro, però, per dirlo con certezza. Ma capisco che
dei cristiani, di fronte a un concetto come quello della vita dopo
la morte, fossero portati a usare parole familiari.»
«Dio, il paradiso: a me sembrano la stessa cosa.»
«C’è qualche indicazione su dove trovare l’Occhio del
Paradiso?» chiese Sam.
«In un certo senso. Da quel che ho capito, è nella camera
funeraria di uno dei loro esseri supremi dal nome
impronunciabile.»
«Quetzalcóatl» mormorò Remi.
«Qualcosa di simile.»
«E dice dove si trova quella camera?»
«Nei pressi di un santuario dedicato al dio, ovviamente.»

208
«C’è scritto proprio così?»
«Be’, non in questi termini. L’ho ricavato da frasi
sconclusionate su serpenti alati e cose del genere. Non so se siate
in grado di capirci qualcosa, ma ho fatto una copia della mia
trascrizione grezza e l’ho salvata sulla chiavetta che mi avete
dato. È tutta vostra e spero che vi porti nella direzione giusta.
Anche se andrà a finire che regalerete i tesori alla gente del posto
invece di tenerveli per voi, come farebbe qualsiasi persona
assennata.»
«Esatto. Non lo facciamo per i soldi. Qualunque percentuale
il Messico dovesse riconoscerci, sempre ammesso che troviamo
qualcosa, verrà destinata alla nostra fondazione benefica.»
«Immagino che il vostro modello filantropico non includa
anche ex accademici caduti in disgrazia e in difficoltà
economiche, vero?»
Sam sorrise. «Perché non viviamo un giorno alla volta?»
«Ce lo puoi spiegare riga per riga?» chiese Remi, e Lazlo
annuì.
Una trentina di minuti dopo, Sam aveva un’aria costernata,
Remi neutra e Lazlo raggiante e soddisfatta.
«Non sappiamo ancora dove si trovi la tomba» disse Sam.
Lazlo sorrise. «Volevi indicazioni come: ’Fate cinquanta
passi dalla vecchia quercia, in direzione ovest-nordovest, e
scavate vicino alla roccia spaccata’?»
«Non possono esserci tanti templi dedicati a Quetzalcóatl»
rifletté Remi.
Sam scosse la testa. «In realtà, ce ne sono. I toltechi, gli
aztechi, i maya… lo adoravano tutti. Pertanto, a seconda del
momento in cui è stata costruita, è possibile che il corpo sia stato
sepolto in una tomba esistente oppure in una costruita al
momento della sepoltura. Il manoscritto non chiarisce il periodo

209
preciso, giusto?»
«No. Parla solo di ’una camera sotto una piramide’» disse
Lazlo, indicando un passo della traduzione.
Sam scosse nuovamente la testa. «Ne esistono decine…
centinaia, sempre che non sia una di quelle ancora da scoprire. Si
direbbe che ogni anno si ritrovino sempre più rovine maya nello
Yucatán.»
«Oppure che non sia una di quelle andate distrutte. Come
Cholula» aggiunse Remi.
«Non vorrei scoraggiarvi, ma potrebbe esserci anche un po’ di
confusione nella traduzione dalla lingua originale allo spagnolo.
Potrebbe non trattarsi di un tempio dedicato a Quetzalcóatl, ma
di un sito sacro in cui era adorato insieme ad altri.»
«E questo cosa implica per noi?»
«Che dobbiamo cercare una camera sotto una delle centinaia
di piramidi esistenti. Almeno è chiaro che la stanza si trovava
sotto la piramide, e non dentro.»
«Sempre che sia davvero così. Sembra che nemmeno il
sacerdote azteco ne fosse così sicuro.»
Lazlo annuì. «Vero. Il manoscritto dichiara di basarsi sul
sentito dire. Come succede con molti di questi resoconti.»
Sam brontolò e si alzò. «Nessuno ha detto che sarebbe stato
facile, giusto? Lazlo, sei più unico che raro. Sul serio.»
«Ben detto, amico mio. Se solo qui permettessero di brindare
con un gin and tonic… ma suppongo che l’infermiera non me lo
permetterebbe.»
«È per il tuo bene.»
«Anche se non dovessi vivere ancora a lungo, sembrerà
un’eternità, e sobria, per giunta.» Lazlo assunse un’espressione
rassegnata. «Parlando sul serio, apprezzo molto l’aiuto che mi
date.»

210
«Abbiamo un doppio fine. Speriamo di convincerti a
guardarci le spalle e ad aiutarci a trovare la tomba. Potresti
esaminare le foto del sito emerso durante il terremoto e vedere se
sei d’accordo con la nostra interpretazione dei pittogrammi…»
«Ne sarei felicissimo. Dovete solo chiedermelo.»
«Ottimo.»
Quando il loro taxi fu nei pressi dell’Istituto, Remi strinse la
mano di Sam e sospirò. «Non preoccuparti. Sbroglieremo la
matassa.»
«In genere ci riusciamo.»
«È il nostro lavoro.»
«Esatto. Ma stavolta potremmo aver bisogno di aiuto. Che ne
dici di coinvolgere Carlos?»
«Preferirei di no. Prima vediamo cosa riusciamo a combinare
da soli. E non scordarti della nostra arma segreta: l’ineguagliabile
Lazlo.» Il tono di Remi non era del tutto convinto.
«Se c’è qualcuno in grado di aiutarci, sono Maribela e
Antonio.» Sam guardò nello specchietto laterale, cosa che faceva
periodicamente da quando erano usciti dalla clinica. «Puoi farmi
un favore? Di’ all’autista di oltrepassare l’Istituto.»
«Cosa?»
«Quell’auto ci sta dietro da quando siamo andati alla clinica.
Una Toyota nera. Credo che qualcuno ci segua e voglio esserne
certo.»
Remi si sporse in avanti e scambiò due parole in spagnolo
con l’autista, che annuì e procedette verso sud.
«Cosa gli hai detto?»
«Di portarci nel ristorante dove pensa che preparino le
colazioni migliori della zona.»
«Una scelta intraprendente.»
«E spero anche gustosa. Non mi dispiacerebbero qualche

211
uovo e una tazza di caffè forte.» Guardò nello specchietto dalla
sua parte. «Cosa facciamo, se ci stanno davvero seguendo?»
«Bella domanda. Magari cerchiamo di metterli alle strette,
scopriamo di chi si tratta e perché ci stanno seguendo.»
«Non è che abbia sempre funzionato in passato.»
«Hai ragione. Allora cosa proponi?»
«Facciamo finta di niente e li seminiamo al momento giusto.
Non mi sembra importante che qualcuno sappia che siamo in
albergo o all’Istituto. Non è che in Messico siamo un’entità
ignota.»
«Per fortuna il cervello della squadra ragiona in maniera
lucida. Il mio istinto mi dice di caricare a testa bassa, con le
pistole in pugno.»
«In alcune circostanze può funzionare. Ma non abbiamo
nessuna pistola.»
«Sei sempre pronta a tarparmi le ali.»
«È la mia missione.»
Circa sei minuti dopo, l’autista accostò davanti a un
ristorante molto popolare, a giudicare dalla folla. Entrarono e la
direttrice di sala li accompagnò a un tavolo accanto a una delle
grandi finestre panoramiche. Si sentivano gli aromi stuzzicanti di
cibo appena cotto e di caffè. Sam ebbe l’acquolina in bocca dal
momento in cui si sedette. Un’occhiata alla strada confermò che
la Toyota aveva preso posizione una cinquantina di metri più
avanti, lungo l’isolato. Non c’erano più dubbi.
«Sam, so che non ti piacerà sentirlo, ma c’è solo una persona
che sapeva che eravamo a Cuba e che ora siamo qui.»
«In effetti non mi piace. Lagarde. Ci ha fatto spedire i
bagagli.»
«Non si tratta di Lagarde. Deve essere Kendra.»
«Ammettiamo che tu abbia ragione. È una situazione

212
difficile.»
«Che si fa?»
«Smettiamo di fare affidamento sull’ufficio finché Selma non
sarà tornata operativa a tempo pieno.»
«Perché non la licenziamo e basta? Il fatto che ci spii e lavori
per qualcun altro mi fa infuriare. Una parente di Selma…»
«Come pensi che ci resterebbe, Selma, se ci sbarazzassimo di
Kendra? No, secondo me è il caso che ci teniamo la cosa per noi
e che d’ora in poi la contattiamo il minimo indispensabile. Non
voglio spezzare il cuore a Selma.»
Una cameriera arrivò al tavolo e Remi ordinò caffè per
entrambi. Sam finse di studiare il menu.
«Hai deciso?» chiese Remi.
«Huevos rancheros. Sono nel menu, vero?»
«Sarebbe meglio che tu lo girassi dalla parte giusta.»
«Andiamo! Il mio spagnolo non è così scarso.»
«Se lo dici tu. Lascia ordinare me, se non vuoi che ti portino
muso di suino bollito.»
«Il bacon migliora qualsiasi piatto.»
«Quindi non licenziamo Kendra?»
Sam scosse la testa. «E niente muso di suino.»
«Puah!»

213
26

Sam e Remi trascorsero una lunga giornata all’Istituto,


vagliando attentamente la collezione di cimeli alla ricerca di
indizi su quali piramidi fossero più promettenti. Mancava poco al
tramonto quando furono sorpresi dall’arrivo di Maribela. Remi
era accanto a Sam, a indicare la fotografia di un tempio sul
computer, e si rese conto troppo tardi che sul proprio schermo
c’era ancora il manoscritto.
Prima che potesse coprirlo con qualcosa di più innocuo,
Maribela stava già fissando l’immagine scannerizzata a occhi
spalancati. «L’avete trovato! Siete straordinari. Pensavo che non
l’avrei mai rivisto.»
Remi tornò alla sua postazione e lanciò un’occhiata
rassegnata a Sam. «Sì, a volte abbiamo fortuna. I cubani sono
stati molto disponibili. Forse è tutta una questione di
approccio…»
«Ho subito riconosciuto il documento, che però resta
incomprensibile. Potrebbero volerci anni per decifrarlo.»
«A dire il vero, lo abbiamo già fatto» disse Remi, in tono solo
un po’ malizioso.
«Sul serio? È… incredibile. Siete davvero la coppia dei
miracoli. Che cosa c’è scritto? Qualcosa di interessante?»
«Ne stavamo giusto discutendo. In sostanza, è il racconto di
un prete spagnolo o di un nobile istruito che narra la storia della
tomba nascosta di Quetzalcóatl e del tesoro a essa legato.»

214
Maribela parve sorpresa. «Ho visto le altre versioni di quella
leggenda. Questo documento dà informazioni dirette?»
«In un certo senso. Il guaio è che è molto vago, com’è tipico
di quel periodo. Sappiamo solo che, se esiste una tomba, è
sepolta sotto una piramide sacra.»
Sam si avvicinò alle due donne. «Volevamo chiedere a te e ad
Antonio di dare un’occhiata al testo e di aiutarci a restringere il
campo. Sempre che non interferisca con il vostro attuale progetto,
naturalmente…»
«Ma certo! Posso parlare a nome di mio fratello. Saremmo
onorati di dargli un’occhiata e di offrirvi le nostre considerazioni.
È su, nel suo ufficio, vado a chiamarlo.» Maribela corse fuori
dalla stanza.
Remi si sedette sulla sua sedia e rivolse un’occhiata torva allo
schermo. «Sono stata davvero sbadata.»
«Non stavamo facendo progressi. Magari non tutto il male
verrà per nuocere.»
«E allora perché sono così arrabbiata?»
«Siamo animali territoriali. E molto competitivi. È naturale
non voler condividere una ’nostra’ scoperta.»
«Non è ancora una scoperta. È solo un manoscritto. Che forse
può significare qualcosa, o forse no.»
Sam fece spallucce. «Ed è per questo che probabilmente non
sarà un problema. Inoltre Maribela e Antonio verrebbero a sapere
del sito, se lo trovassimo. Se c’è davvero una tomba sotto una
piramide, dovremmo chiedere il permesso delle autorità per
scavare in un sito storico. Non possiamo scavare con le ruspe in
uno dei loro tesori nazionali come se niente fosse.»
Maribela tornò con Antonio e si strinsero tutti intorno al
monitor di Remi. Sam non poté fare a meno di notare che,
persino dopo un’intera giornata sul campo, Maribela sembrava

215
essere appena scesa da una passerella della moda di Milano.
Remi lo guardò come se gli avesse letto nel pensiero.
Nel corso delle due ore successive, studiarono il manoscritto
decrittato insieme ai fratelli.
Sam si alzò e si stiracchiò, guardando l’ora. «È stata una
giornata lunga. Riprendiamo il discorso domani?»
«Certo. È un problema se facciamo una copia del file del
manoscritto e della decrittazione per studiarli a casa?» Antonio
alzò una chiavetta agganciata al suo portachiavi.
«Nessun problema. Però vi prego di tenerlo riservato.
Potrebbe trattarsi di una scoperta estremamente importante, se
riusciamo a capire di quale piramide si tratta» disse Remi.
«Certamente. Resterà limitato a me e a mia sorella. E a
Carlos. In quanto direttore, serve la sua approvazione per
investirvi ore di lavoro.»
«D’accordo. Carlos è ancora qui?» chiese Sam.
«No, ma domani arriverò presto e gliene parlerò.» Antonio
controllò il suo orologio Panerai. «A che ora, domani? Alle nove
va bene?»
Remi sorrise. «Sarebbe perfetto.»
Sam tese la mano ad Antonio per farsi dare la chiavetta. «Vi
faccio le copie.»
Il loro taxi arrivò una quindicina di minuti dopo. Nel tragitto
di ritorno all’albergo, Sam sorrise a Remi. «Vuoi mangiare in
hotel oppure cercare un ristorante locale? Per me non fa
differenza, purché andiamo adesso. Potrei mangiarmi un cavallo.»
«Cosa che probabilmente faresti se non ceniamo in albergo.
Io non ho digerito bene la colazione.»
«Probabilmente per colpa del muso di suino…»
«Già. Forse non era fresco.»
«Non c’è niente di peggio del muso andato a male» convenne

216
Sam. Risero entrambi. «Sei ancora dispiaciuta di averli messi al
corrente del manoscritto?»
«No, mi sono tranquillizzata. Per quanto detesti ammetterlo,
avevi ragione. Mi sono comportata in modo immaturo.»
«Non è vero. Come ho detto, anch’io avrei fatto la stessa
cosa.»
«Ma tu sei sempre immaturo.»
«Fa parte del mio fascino…»
«Puoi dirlo forte.»
Cenarono in silenzio. Remi convenne che un margarita non
aveva mai fatto male a nessuno. Dopo essersi goduti un
abbondante pasto, tornarono nella loro stanza, chiedendosi
entrambi se avessero davvero fatto la cosa giusta consegnando ad
altri il risultato di tutto quel lavoro e se, alla fine, avrebbe fatto la
minima differenza.
Il mattino dopo, furono svegliati da scrosci di pioggia
sferzante che facevano tremare le finestre dell’albergo.
«E io che pensavo che in Messico ci fosse sempre il sole»
disse Sam.
«Be’, ha fatto più caldo che a casa…»
«Ed è piovuto a sufficienza per dare a Seattle del filo da
torcere.»
«Forse è il periodo dell’anno. Ehi, abbiamo tempo per un
caffè e una brioche?»
Sam guardò l’orologio. «Se non mi depilo le gambe.»
«Per stavolta posso passarci sopra.»
Il tragitto in macchina per raggiungere l’Istituto fu una lenta
agonia: i rifiuti galleggiavano sulle strade inondate e i tombini
tracimavano. Quando misero piede in ufficio, erano le nove e
mezzo.
Maribela li aspettava con un’espressione emozionata. Riuscì

217
a malapena a contenere l’entusiasmo quando varcarono la soglia.
«Buongiorno, Maribela» disse Sam, passandosi le dita tra i
capelli bagnati.
«Buongiorno.»
«Avete dormito bene?» chiese Remi.
«Non ho quasi chiuso occhio, e nemmeno mio fratello. Ma ho
buone notizie! Antonio crede di sapere di quale piramide si
tratta.»
«Davvero?» disse Sam. «Fantastico! Come ha fatto a
capirlo?»
«Ha scartato le rovine maya che non soddisfacevano i criteri o
la cui storia ci è arrivata tramite un religioso azteco. Gli aztechi
hanno avuto poche interazioni con i maya, perciò è improbabile
che un segreto così importante sia stato svelato a un sacerdote
azteco. Inoltre, all’epoca, non era facile raggiungere il cuore dello
Yucatán da qui, e le probabilità che un pellegrinaggio sia rimasto
segreto così a lungo sono scarse. Infine, a meno che il corpo non
sia stato preservato in qualche modo, deve essere stato sepolto
nel periodo della morte di Quetzalcóatl… il sovrano, ovviamente,
non la divinità. Il che restringe il campo.»
«Finora il discorso fila» convenne Remi.
«Il che ci fa pensare a piramidi esistenti al tempo della sua
morte, che possiamo collocare grossomodo tra il 980 e il 1100
dopo Cristo. Sembra un lasso di tempo notevole, ma non è
enorme. Ed esclude qualsiasi sito azteco.»
«E se la tomba fosse stata edificata in seguito e il corpo fosse
stato trasferito?» chiese Sam.
«Possibile, ma non è quello che dice il testo, se si tiene conto
delle sfumature della lingua nahuatl. La persona che ha redatto il
manoscritto ha annotato ciò che pensava stesse dicendo l’azteco,
ma probabilmente non è ciò che ha detto davvero. È il modo in

218
cui uno spagnolo avrebbe interpretato le sue parole. Ha senso?»
Remi annuì lentamente. «Ma, dato che è quella la vostra
specializzazione…»
«Esatto. Possiamo risalire a ciò che potrebbe essere andato
perduto nella traduzione. Se le cose stanno così – e di garanzie
non ce ne sono –, allora il sito è una delle rovine a nord o a est di
Città del Messico.»
«Ovvero Teotihuacán, Cholula e Tula, giusto?»
«No, Cholula si trova a sud, nei pressi dell’attuale Puebla.»
«E avete escluso le altre città maya?»
«Sì, anche se non abbiamo certezze. Sarebbe stato
impossibile tenere segreta la costruzione di una tomba sotto una
piramide sacra. No, dobbiamo prendere in considerazione
Teotihuacán, che al momento della morte di Quetzalcóatl era
disabitata, oppure Tula, da cui fu esiliato nell’ultima parte del
suo regno. È più probabile che si tratti di Teotihuacán perché
doveva essere vuota e, dunque, chiunque avesse lavorato in
segreto avrebbe potuto effettuare lo scavo e costruire la camera
senza farsi scoprire.»
«Devono averci lavorato in tanti, direi» disse Sam.
«Sì, ma il manoscritto parla di un ordine segreto che adorava
il sovrano Quetzalcóatl in quanto dio vivente e che, in seguito, si
dedicò alla protezione della tomba sacra. Se i suoi seguaci erano
veri fanatici, è possibile che dopo i lavori di costruzione si siano
stabiliti nella zona, mantenendo il loro segreto per generazioni e
generazioni.»
«In questo caso, si tratta del tempio del serpente piumato di
Teotihuacán? Era tra i nostri candidati, ma sembrerebbe fin
troppo ovvio» disse Remi.
«Talvolta il luogo più ovvio è il posto migliore in cui
nascondere qualcosa di valore incommensurabile. Abbiamo degli

219
scavi in corso sul luogo, in questo momento. Sotto il tempio è
stato scoperto un sistema di gallerie che, però, è stato riempito
intorno al 250 dopo Cristo e ci stiamo mettendo un’eternità per
riportarlo alla luce.»
«Dunque, se fosse stata lì, avreste trovato anche la camera
segreta» disse Remi.
Antonio arrivò e si avvicinò a loro.
«Maribela ci stava giusto parlando della tua teoria su quale
potrebbe essere il tempio» disse Sam.
«Ah, già. Be’, sono solo congetture ma, a mio avviso,
dovrebbe trovarsi sotto il tempio del serpente piumato.»
«Ma, dopo la scoperta delle gallerie, è stata fatta un’analisi
con il sonar e non è emerso nient’altro. Forse le gallerie sono
collegate alla camera?» chiese Remi.
«Ne dubito. Un nostro collega dirige quello scavo e, se avesse
scoperto o ipotizzato qualcosa, lo avremmo saputo. No, se si
trova lì, non è nel punto più ovvio. E l’analisi con il sonar si è
concentrata su quel particolare quadrante, dopo la scoperta della
galleria. Se è situata in uno degli altri quadranti, oppure più in
profondità, potrebbe passare un decennio prima che si trovi
qualcosa.»
«Come facciamo a localizzarla, allora?» chiese Sam.
«In base alla nostra interpretazione, il manoscritto indica aree
specifiche, una volta ristretto il campo a quella piramide.
Ovviamente sarebbe stata una missione impossibile per
un’esplorazione del XVI secolo, e questa potrebbe essere la
ragione per cui la ricerca alla fine è stata abbandonata.»
«Come facciamo a ottenere il permesso per scavare?»
«Be’, serve l’autorizzazione del ministero. Ne ho appena
finito di parlare con Carlos. Inoltrerà una richiesta e vedrà se
riesce ad accelerare le pratiche.»

220
«Quanto ci vorrà?» chiese Remi.
«Se non incontra resistenze, forse una settimana» disse
Maribela.
«E poi c’è la questione del finanziamento» aggiunse Antonio.
«Siamo sempre a corto di soldi e la nuova scoperta ha assorbito il
centodieci per cento dei nostri fondi.»
Sam e Remi sorrisero.
«Potremmo fare una donazione» disse Sam. «Diteci solo
quanto pensate che serva e noi metteremo in moto gli ingranaggi.
Abbiamo finanziato altri scavi, perché non questo? La scoperta
vale il costo di una piccola squadra di addetti ai lavori.»
Antonio annuì. «Molto generoso da parte vostra. Forse è il
caso che parliate con Carlos. È lui a gestire le finanze
dell’Istituto.»
Sam e Remi raggiunsero l’ufficio di Carlos al piano di sopra.
Per prima cosa, discussero con lui della probabilità che la tomba
si trovasse sotto il tempio del serpente piumato e lui sembrò
davvero entusiasta dell’idea.
Quando la discussione si spostò sulla logistica e sulla loro
partecipazione, si mostrò restio a prendere posizione sui tempi,
ma poi si rilassò quando Sam parlò di una donazione per coprire
le spese degli scavi. «È davvero generoso da parte vostra. E
immagino che disporre già dei finanziamenti possa agevolarne
l’approvazione.»
«È quello che abbiamo pensato anche noi. Non ha senso
rimandare. Ci dia il via libera e noi faremo fare un bonifico sul
conto dell’Istituto. Potete ricevere i soldi sul conto domani
stesso.»
«Non credo che sarà nulla di particolarmente costoso, se
avete in mente un posto specifico. Si parla di pochi operai, di un
supervisore, magari di un po’ di attrezzatura da scavo…»

221
«E di uno scanner, se pensa che possa essere utile» aggiunse
Remi.
«Probabilmente no, ma non guasta metterlo nel preventivo di
spesa. Diciamo che… ehm… cinquantamila dollari americani
coprirebbero abbondantemente le spese, compreso il rilascio
dell’autorizzazione. Lo scanner dovrà essere spedito in aereo
dagli Stati Uniti e a farlo funzionare dovrà essere un tecnico
americano esperto.»
«Lo consideri già fatto.»
Quando tornarono nel loro ufficio provvisorio, Antonio
studiava una foto satellitare del luogo e Maribela indicava
un’area accanto a uno spigolo della piramide. «È il punto più
probabile. Ci sono tutti gli elementi contenuti nel racconto
azteco…»
«Potrebbe sembrare una domanda sciocca, ma la piramide,
ovvero questo tempio del serpente piumato, è solida o cava?»
chiese Remi.
«Sembrerebbe cava, ma molto profonda. Sono state costruite
piramidi su piramidi sopra i templi preesistenti, incorporandoli al
loro interno. Gli archeologi vi hanno scavato una galleria e hanno
scoperto più di duecento scheletri, oltre a resti umani in ciascuno
dei quattro angoli. E dall’analisi con il sonar non risulta nessuna
camera all’interno.»
«Sì, ma il sonar ha dei limiti. Lo so fin troppo bene» disse
Sam.
Remi annuì. «E che mi dite della piattaforma davanti alla
piramide? L’abbiamo esclusa?»
Antonio scosse la testa. «È stata costruita dopo la piramide. È
probabile che abbia soppiantato la piramide come luogo di culto.
Il manoscritto non ne parla, ma hai ragione, dovremmo
considerarla. Magari è un trucco dei costruttori della tomba,

222
un’indicazione fuorviante. Oppure abbiamo capito male e siamo
fuori strada.»
«Dunque, secondo voi, la piramide del tempio del serpente
piumato di Teotihuacán è la nostra candidata migliore?» chiese
Remi, riassumendo.
«Crediamo di sì.»
Sam si passò una mano sul viso. «Forse, mentre attendiamo
l’autorizzazione, dovremmo fare un giro nel sito.»
Remi guardò fuori dalla finestra. «Appena smette di piovere.
Non è tanto lontano, vero?»
«Una quarantina di chilometri.»
«Va bene, andiamo. A meno che qualcuno non abbia idee
migliori…»
Sam scosse la testa. «Mi sembra un buon piano. Speriamo
che smetta presto di piovere.»

223
27

Piovve per tutto il giorno seguente, quindi Sam e Remi si


concentrarono sullo studio di ogni documento che riuscirono a
trovare su Teotihuacán, soprattutto sul tempio del serpente
piumato. La storia della città era molto interessante, così come la
velocità con cui era decaduta: a un certo punto era la città più
grande del mondo, ma poi, intorno al 700 dopo Cristo, era stata
abbandonata. Una cinquantina di anni dopo, un incendio l’aveva
distrutta. Un centro abitato più grande di Roma si era trasformato
in una città fantasma. E si sapeva poco dei suoi costruttori così
come dei toltechi, la cui città era solo un centinaio di chilometri a
nord.
Non videro Carlos per tutto il giorno, ma diedero per scontato
che fosse nel suo altro ufficio e che si sarebbe messo in contatto
con loro non appena avesse ottenuto l’autorizzazione per
condurre gli scavi, per discutere del finanziamento del progetto. Il
giorno si trascinò stancamente e, alle cinque, erano entrambi più
che pronti ad andarsene.
Il mattino fu benedetto dal sole e da un viaggio a Teotihuacán
per esaminarne la pianta con i loro occhi. Per quanto tempo
avessero passato a studiarla, nulla avrebbe potuto prepararli alla
magnificenza che si trovarono davanti quando smontarono dal
taxi e si fermarono di fronte all’enorme statua di pietra
all’ingresso del museo.
Si unirono a un gruppetto di turisti tedeschi e si

224
incamminarono sul lungo viale dei morti, che tagliava la città in
due e che terminava di fronte alla piramide della luna. Il tempio
del serpente piumato si trovava all’estremità opposta della parte
di città portata alla luce, con la piramide del sole a metà tra i due
monumenti. Era uno spettacolo incredibile: si trattava della terza
piramide più grande del mondo dopo quelle egiziane e quella di
Cholula.
Sam puntò il dito verso gli edifici circostanti. «Ti dà l’idea di
come fosse grande e di quanto dovesse essere evoluta questa
civiltà. Una delle cose più straordinarie è la precisione
geometrica del progetto. La parete anteriore della piramide del
sole si allinea con i punti in cui il sole tramonta agli equinozi e il
viale dei morti punta verso le Pleiadi. L’astronomia svolgeva un
ruolo fondamentale, in questa società.»
«L’altra cosa per la quale non ero preparata è il caldo.
Immagino che la mancanza assoluta di ombra abbia i suoi
svantaggi» disse Remi, mentre avanzavano lungo il famoso viale,
familiarizzando con le dimensioni della città. «E dire che un
mesetto fa, sull’isola di Baffin, mi lamentavo del freddo…»
Procedettero in silenzio. A metà del viale dei morti, Sam
sollevò il telefono, come per verificare se c’era segnale, e poi
parlò a bassa voce. «Non voltarti, ma il nostro pedinatore è dietro
di noi.»
«Ne sei certo?»
«Guarda tu stessa.» Sam aveva girato un filmato, reggendo il
cellulare sopra di sé. Lo fece ripartire rapidamente dall’inizio e
consegnò il telefono a lei.
L’immagine sussultava, ma Sam aveva colto un uomo ispanico
sulla trentina che camminava per conto suo e che sembrava
davvero fuori posto. Ovviamente non si era aspettato di dover
camminare per chilometri sotto il sole e, per giunta, aveva un

225
abbigliamento ben diverso da quello degli altri visitatori.
«Non ha l’aria particolarmente felice, non trovi?»
«Probabilmente era convinto di doversene stare seduto tutto il
giorno, non di andare a fare una gita a piedi.»
«Sai, mi hai appena fatto venire voglia di accelerare il passo e
di trascorrere qui il doppio del tempo che avevamo messo in
conto» disse Remi, restituendogli il telefono.
«Brutta giornata per chi vuole giocare a ’segui i Fargo’.»
«Facciamogli sudare la paga.»
«Sei una donna crudele, Remi Fargo.»
«Proprio così, mio caro. Proprio così.»
La piramide della luna si profilava davanti a loro, con templi
più piccoli su entrambi i lati del viale. Si fermarono al palazzo
dei giaguari, così chiamato per via dei vivaci affreschi che si
trovavano al suo interno, e approfittarono dell’ombra proiettata
dalla tettoia di lamiera ondulata, prima di dirigersi al palazzo di
Quetzalpapálotl, che doveva il suo nome alle illustrazioni di una
creatura mitica simile a una farfalla sui suoi muri. Era stato
restaurato e si ergeva in quasi tutta la sua gloria passata. Se la
presero comoda al suo interno, sapendo che il loro pedinatore era
fuori, sotto il sole implacabile. Quando finalmente li seguì
all’interno, loro uscirono e se ne andarono alla piramide della
luna, costringendolo a seguirli.
«Mi fa quasi pena» disse Sam a bassa voce, mentre iniziavano
a salire i gradini della parte anteriore della piramide insieme a
qualche altro intrepido turista.
«A me no. Nessuno lo costringe a pedinarci.»
«Gli è andata proprio male. Hai notato che indossa scarpe
eleganti di cuoio? Non sono una scelta saggia, per una missione
come questa. A fine giornata, sarà fortunato se riesce ancora a
camminare.»

226
«E c’è ancora tanto da vedere. Wow, guarda che panorama!»
disse Remi, prima di estrarre il suo telefono da una tasca e
scattare qualche foto dell’intera città che si estendeva davanti a
loro. Gli edifici tremolavano nel calore che si alzava dal selciato
mentre Sam e Remi si gustavano il maestoso panorama.
«E adesso?» chiese Sam.
«Oh, penso che dobbiamo visitare la piramide del sole.
Dopodiché possiamo passare alla cittadella, dove c’è il tempio
del serpente piumato, laggiù in fondo.»
«Meno male che abbiamo fatto una colazione abbondante. Di
questo passo, non usciremo di qui prima delle due o delle tre.»
«E, a quell’ora, il nostro pedinatore zoppicherà di brutto. Sua
mamma non gli ha mai spiegato di mettersi sempre scarpe
comode?»
«E la crema solare? Scommetto che rimpiange di non avere un
cappello. Rischia una brutta scottatura. Siamo a duemila metri di
altitudine.»
«Adesso fa pena anche a me, ma non a sufficienza per
allentare la pressione. Sbaglio, o prima che la città venisse
distrutta le sommità di tutte quelle piramidi più piccole erano
sormontate da templi?»
«Si pensa di sì. Anche la sommità di questa.»
«Ti fa sentire davvero piccolo. E pensare che questo luogo
prosperava millecinquecento anni prima che noi nascessimo. E
che ora è in gran parte ridotto a cumuli di terra.»
«Non so se ne usciremo vivi. Il che è un buon motivo per
godercela finché splende il sole. E oggi splende di certo, come
può testimoniare il nostro amico.»
Remi prese la mano di Sam. «Forza, andiamo alla grande
piramide. Direi che il nostro amico si è riposato fin troppo.
Daremo nell’occhio a stare fermi a lungo, e tutti gli altri hanno

227
già iniziato la salita.»
Visti dal basso, i templi minori lungo il tragitto non
sembravano affatto piccoli. Alle loro spalle, erano ancora sepolti
nel terreno fin quasi alla sommità. Quando erano iniziati gli
scavi, lì c’era una campagna gibbosa, con qualche struttura che
sbucava. La terra sembrava desiderosa di riprendersi i suoi spazi,
spazzando via qualsiasi traccia di Teotihuacán dalla sua
superficie.
Salirono i gradini della piramide del sole e scrutarono il resto
del complesso che si trovava una sessantina di metri sotto di loro.
«La piramide del povero Quetzalcóatl è modesta, rispetto a
questa. Con lui hanno lesinato. Quei serpenti piumati non sono
rispettati» scherzò Sam, mentre una gradevole brezza gli
scompigliava i capelli.
«Fermiamoci al museo. Sono certa che ci sia l’aria
condizionata. Rinfreschiamoci e poi finiamo con il Serpentello,
d’accordo?»
«Buona idea. Soprattutto la parte dell’aria condizionata.»
Il museo era pieno di manufatti riportati alla luce nei
cent’anni di esplorazione archeologica del sito e conteneva una
mappa e una ricostruzione dell’aspetto che aveva la città nel
momento di massimo splendore. Tutti gli edifici erano coperti di
intonaco e vernice brillante, decorati con affreschi per omaggiare
gli dei e celebrare momenti importanti. Curiosarono per una
quindicina di minuti, godendosi il fresco, e poi si diressero alla
meta finale, l’area che gli spagnoli avevano chiamato ’la
Cittadella’, pensando che si trattasse di una fortezza. In realtà era
una piazza, che ospitava il tempio del serpente piumato.
Da lontano non sembrava più maestoso delle due piramidi.
Una volta saliti sulla piattaforma che gli stava davanti, però,
videro i dettagli delle teste di serpente scolpite e le complesse

228
raffigurazioni di serpenti che salivano intorno alla struttura di
piano in piano.
«Erano grandi fan dei serpenti» disse Sam.
«O serpenti o niente. È il mio nuovo slogan.»
«Sei nel posto giusto, allora. Serpenti ovunque.»
«Con le piume, però. Non dimenticarle.»
«Certo che no.»
«Si direbbe che sia chiuso ai visitatori. E che stiano
restaurando alcune teste.»
«Ho la sensazione che sia un po’ come un ponte. La
manutenzione non finisce mai.»
«Era il centro della città, allora?»
«Pensano di sì. Ma il resto rimane sotto quei terreni agricoli
là in fondo.»
«E a quel centro commerciale.»
Remi indicò la piramide. «Secondo te la nostra camera
potrebbe trovarsi sul lato posteriore? Possiamo andarci?»
«Direi di no. È cordonato. Inoltre, una volta che avremo
l’autorizzazione, rimarremo qui per giorni e giorni mentre
scaviamo. Sono certo che, fino ad allora, non ci sia nulla da
vedere, solo altra terra.»
Dopo aver studiato la Cittadella per un’altra ventina di
minuti, si avviarono nuovamente verso l’ingresso principale dove,
nel calore asfissiante, una fila di taxi attendeva i visitatori
esausti.
Mentre prendevano il primo della fila, Remi diede una rapida
sbirciata alle loro spalle, dove il loro pedinatore stava zoppicando
il più rapidamente possibile verso il parcheggio. «È il caso di
aspettarlo?»
«No. Perché semplificargli la vita?»
«Mi domando chi sia. O piuttosto chi gli abbia dato questo

229
incarico.»
«Qualcuno che ora è davvero frustrato. Non preoccuparti.
Una volta ottenuto quel permesso, li semineremo. Da queste
parti, ci sono degli alberghetti in cui non ci troveranno mai. La
caccia si concluderà con un nulla di fatto.»
«Spero che tu abbia ragione.»
Il viaggio di ritorno durò un’ora e, dopo aver pranzato in un
ristorante dei paraggi, raggiunsero l’Istituto. Due automobili
della polizia erano parcheggiate lungo il cordolo, all’esterno, e
un manipolo di studenti curiosi vi bighellonava accanto.
«Mi chiedo cosa significhi tutto questo» brontolò Remi
mentre entravano nel palazzo.
Maribela si trovava al banco della sicurezza, impegnata a
parlare a bassa voce con un poliziotto. Quando li vide, si liberò e
gli andò incontro. Il suo bel viso era teso.
«Che succede, Maribela?» chiese Sam.
«Carlos. È scomparso. La polizia dice che è stato rapito.»
«Carlos?» esclamò Remi.
Maribela si accigliò e annuì. «È uno degli aspetti negativi
della vita a Città del Messico. Ci sono molti rapimenti.»
«È terribile. Cosa sta facendo la polizia?»
«Perquisisce il suo ufficio per capire se c’è qualche traccia
dei sequestratori, ma è solo una formalità. In genere, si tratta di
bande criminali organizzate che lo fanno per soldi. Prendono di
mira persone ricche e potenti. Temo che Carlos sia entrambe le
cose, tra il patrimonio della sua famiglia e la sua posizione alle
dipendenze del governo.»
«I sequestratori solitamente fanno del… del male alle loro
vittime?» chiese Remi.
La faccia di Maribela si incupì ancora di più. «A volte. È
impossibile prevederlo. Ma pregheremo che la situazione si

230
risolva rapidamente e che Carlos torni incolume. Temo che non si
possa fare altro.»

231
28

Nei due giorni seguenti, vennero a sapere che il rapimento di


Carlos aveva bloccato il loro permesso: senza il suo sostegno, fu
risucchiato nell’enorme buco nero della burocrazia di Città del
Messico.
Antonio passò dal ministero per sondare la situazione, ma,
dopo avervi trascorso un giorno intero, tornò accigliato.
«Nessuno ne sa nulla. Ho fatto una nuova richiesta, ma abbiamo
perso almeno una settimana.»
«È frustrante. Non sembra che si possa fare granché in
proposito» disse Sam.
«Sfortunatamente no. Il sistema è così. È brutto, ma è quello
che è.»
«Secondo te quanto tempo ci vorrà, per questa richiesta?»
«Potrebbe volerci addirittura un mese. Anche se ho
sottolineato che abbiamo preso un impegno con dei finanziatori
per i quali il rispetto delle tempistiche è fondamentale, per cui
spero che ciò acceleri le pratiche.»
«Un mese è troppo. Carlos pensava di ottenerlo nel giro di
una settimana.»
«E probabilmente ci sarebbe riuscito. Il problema è che
Carlos non è qui e non possiamo contare sulle sue conoscenze.
Avrebbe potuto prendere in mano il telefono e invitare a pranzo la
persona giusta. Io temo di non sapere nemmeno chi sia, la
persona giusta. Ho passato tutta la vita nel mondo accademico o

232
sul campo.»
Remi si mosse nervosamente sulla sedia. «C’è qualcosa che
possiamo fare per accelerare le cose?»
«Vorrei tanto che ci fosse, ma non mi viene in mente nulla.»
Antonio se ne andò per lavorare al sito.
Sam continuò a studiare le immagini della galleria sotto il
tempio del serpente piumato, mentre Remi analizzava i
bassorilievi delle tombe a nord della città, portate alla luce dal
terremoto. All’una fecero una pausa per il pranzo e Sam chiamò
la clinica per sapere come stava Lazlo.
Dopo uno scambio di convenevoli con la direttrice, Isabella
Benito, Sam passò bruscamente alle domande di cui lui e Remi
avevano discusso la sera prima. «Come sta?»
«Fisicamente, è sempre più in forze e si è ripreso quasi del
tutto. Ha messo su tre chili e ogni giorno partecipa al programma
di ginnastica della clinica.»
«E mentalmente?»
«Ah, quello è un processo più complicato. La dipendenza
psicologica dall’alcol è insidiosa e da molti anni è un aspetto
primario del suo stile di vita.»
«Capisco.»
«Deve rivedere l’immagine che ha di se stesso per pensare a
un futuro senza alcol. È quella, come ho detto, la parte difficile.
Purtroppo molti pazienti non compiono questa importante
transizione e, viceversa, cadono nella trappola delle vecchie
abitudini.»
Sam sospirò. «Secondo lei, è stabile a sufficienza per lavorare
a un progetto insieme a noi?»
«Dipende da ciò di cui avete bisogno da lui. Se mi sta
chiedendo se può lavorare qui durante la sua convalescenza, direi
di sì, con la dovuta cautela. Potrebbe addirittura rivelarsi

233
terapeutico.»
«Quanto ad andare sul campo insieme a noi?»
«Sul campo? Nel senso di abbandonare la clinica prima di
aver completato il suo programma?»
«Solo per brevi periodi. Magari un giorno qui, due lì. Che
cosa ne pensa?»
La direttrice esitò, soppesando la domanda. «Ci stiamo
avvicinando al momento in cui lo reintrodurremo lentamente nel
mondo esterno. Piccoli passi per acclimatarlo a un ambiente non
istituzionale. Ma avverrebbe in circostanze scrupolosamente
controllate e sotto costante osservazione.»
«Quindi è pronto a reintegrarsi?»
«Sì, ma sto parlando di andare al ristorante insieme ad altri
pazienti, accompagnato da un operatore. Di andare a fare
shopping. Se ho capito bene, lei sta proponendo qualcosa di
più… impegnativo.»
«Señora Benito, Lazlo è prima di tutto un accademico. Vive
per quello. Gli stimoli intellettuali sono come l’ossigeno per lui.
Ciò che propongo è coinvolgerlo in un progetto che assorbirà
tutta la sua attenzione. Che gli darà uno scopo.»
«Se è quello che vuole, io non ho obiezioni, ma dovrà
assumersene la responsabilità.»
«Sì, lo apprezzo. Se capisco bene, sta dicendo che è
probabilmente in grado di farlo, ma che lei non può garantire che
non abbia una… ricaduta.»
«Non ci vedo nulla di negativo, ma in tutta onestà nessuno di
noi può prevedere con assoluta certezza gli esiti di un paziente,
meno che mai in questa fase. È ancora molto presto.»
«Lo rispetto. Grazie per la sua onestà.»
«Prego.»
«Passeremo oggi pomeriggio per fargli un saluto.»

234
Sam chiuse la comunicazione e mise Remi al corrente della
conversazione.
Lei spense il suo computer con aria preoccupata, mentre
raccoglieva le sue cose. «Non lo so, Sam. Cioè, con quel
manoscritto ha realizzato un piccolo miracolo, ma ho la
sensazione che sia ancora a rischio.»
«Non c’è dubbio. Secondo me, però, gli farebbe bene lavorare
con noi e, di certo, non sarebbe male avere altri due occhi sui
dati. Qual è la cosa peggiore che può succedere?»
«Rieccoti.»
«Scusa.»
Remi sospirò. «Mettiamo qualcosa sotto i denti e andiamo a
vedere come se la passa. Se ci sembra in buone condizioni,
prenderemo una decisione. D’accordo?»
Sam annuì. «Ci puoi scommettere. Ma, per sicurezza, è il
caso di preparare un pacchetto di emergenza.»
Lei sollevò una chiavetta USB. «Ci ho già pensato.»
Consci di essere seguiti, ma rassegnati all’idea, attraversarono
la città per raggiungere la clinica.
«Come va la bella vita?» chiese Sam.
Lazlo, che era seduto a letto e stava leggendo un libro, si alzò
per stringergli la mano. «A forza di vivere in maniera così sana,
sto andando fuori di testa. Chi avrebbe mai detto che la virtù
potesse essere tanto noiosa?»
Remi sorrise. «Hai una bella cera.»
«Con le lusinghe sì che farai strada. Prego, accomodatevi.
Ditemi come procede la caccia alla vostra tomba. Posso offrirvi
un goccio d’acqua? Temo di non avere altro, a meno che non
vogliate che suoni il campanello e faccia portare del caffè. Ho
rinunciato all’idea di una tazza di tè come si deve.»
Gli spiegarono la loro teoria. Lazlo li seguì, apparentemente

235
senza sforzo, facendo domande dirette, profonde, precise quanto
rilevanti. Dopo mezz’ora, Sam e Remi si scambiarono uno
sguardo e lei si sporse, intrecciando le mani.
«Lazlo, ci farebbe comodo un aiuto. Ti andrebbe di analizzare
ciò che abbiamo raccolto e fornirci il tuo parere di esperto?»
«Be’, non penso di essere più esperto di voi ma, se posso dare
il mio contributo, perché no? Non è che al momento io stia
lavorando sulla fusione fredda…»
Remi infilò una mano nella borsetta e ne estrasse la chiavetta
USB. «Ecco qualche foto del materiale che abbiamo raccolto.
Bassorilievi delle tombe tolteche appena scoperte, tutto ciò che
di rilevante abbiamo trovato negli archivi dell’Istituto, indirizzi di
dominio pubblico, mappe: c’è di tutto.»
Lazlo prese la chiavetta. «Be’, immagino che questo possa
tenermi impegnato per un po’. Quand’è che intendete fare il
vostro scavo?»
«Siamo in attesa del permesso. C’è stata una complicazione»
disse Sam, raccontando a Lazlo del rapimento e degli effetti che
aveva avuto sul loro progetto.
Lazlo scosse la testa. «Che sfortuna. Quindi siete fermi?»
«Mi piacerebbe poter dire di no, ma è proprio così.»
«L’unico lato positivo è che avrò tempo di mettermi in pari.
Porte che si chiudono, finestre che si aprono e via dicendo.»
«Già. Be’, speriamo di avere presto il via libera. Quando
succederà, ti vogliamo con noi» disse Remi.
Lazlo inarcò un sopracciglio. «Pensate che i miei carcerieri lo
consentiranno?»
«Forse sì, se giuri di comportarti bene.»
«Il mio concetto di buon comportamento non è molto
ortodosso…»
Sam sorrise. «Ma questo è il nuovo Lazlo, amico mio. E

236
aiutarci in questa scoperta sarebbe un grosso passo avanti per
costruirti una reputazione di esperto sul campo, più che di
accademico.»
«Se riuscite a convincere la vecchia bisbetica a lasciarmi
libero, come faccio a dire di no?»
«Speravo che lo dicessi. Per il momento, dai un’occhiata a
tutta questa roba e contattaci se ti dovesse venire in mente
qualcosa. Partiremo da lì.»
«Intesi.» Lazlo fece una pausa e, quando riprese a parlare, lo
fece con voce pacata. «Apprezzo tutto ciò che state facendo.»
Remi sorrise. «Tu stai aiutando noi. È una strada a doppio
senso.»
Lazlo guardò verso la finestra, dove particelle di pulviscolo
fluttuavano pigre nel sole pomeridiano. «Non vi deluderò.»
Il viaggio di ritorno in albergo fu veloce. La radio del taxi
trasmetteva un confronto tra quelli che parevano il mesto lamento
di un tenore sconvolto dal dolore e dei trombettisti mariachi che
avessero già iniziato l’happy hour.
Remi diede un’occhiata allo specchietto laterale,
avvicinandosi a Sam. «Ci stanno ancora seguendo.»
«Per lo meno sono coerenti.»
«Come ti è parso Lazlo? A me è sembrato lucido.»
«Hai sentito la direttrice: le cose potrebbero andare in due
modi diversi. Ma per il momento scommetto su Lazlo. Credo che
voglia nuove prospettive… punto. Dio sa che è meglio di una
baracca in mezzo al fango.»
«Spero che tu abbia ragione.»
Selma chiamò mentre si preparavano ad andare fuori a cena.
Aveva un tono eccitato. «Ho parlato con una vecchia amica che
lavora presso il dipartimento di Stato e conosce qualcuno che
conosce qualcuno. Domani si metteranno in contatto con il

237
ministero messicano e vedranno se si può fare qualcosa per
accelerare la concessione del vostro permesso.»
«Ottima notizia, Selma. Non ci hai messo tanto.»
«Ho dovuto promettere una cassa di champagne di qualità. È
un’intenditrice, per cui niente robaccia…»
«Se avrà successo, sarà Dom Pérignon.»
«Oh, ne sarà felice. Ha molta influenza sui programmi di aiuti
all’estero, compresi quelli per il Messico. Lì tutti vogliono farle
dei favori. Non me la sento di dire che è fatta, ma ci siamo
davvero vicini.»
«In tal caso, sul suo menu ci sarà del Dom, non appena riesco
a ordinarlo.»
«Me ne occuperò io. Mi fa stare bene poter fare qualcosa di
utile.»
«In questo caso non badare a spese, Selma.»
«D’accordo. Buona serata.»
«Anche a te.» Sam sorrise per la prima volta da quella che
sembrava un’eternità.
Dopo una cena leggera, Sam e Remi andarono a letto presto.
Diverse ore dopo, la suoneria del telefono di Sam lacerò il
silenzio della stanza. Cercò l’interruttore della lampada a tentoni
e, dopo averla accesa, rispose. «Pronto?»
«Sam, amico mio. Ho analizzato la traduzione del manoscritto
e ho dato un’occhiata alle foto che avete scattato ai bassorilievi.
Devo dire che non sono convinto che la tomba sia dove pensate
che sia.»
«Lazlo, hai idea di che ore sono?»
«Nemmeno vagamente. Scusa se è tardi. Pensavo che volessi
sentire la brutta notizia.»
«Possiamo parlarne domattina?» Sam strizzò le palpebre
davanti al display della sveglia sul comodino. «Per lo meno, più

238
tardi?»
«Certamente. Volevo solo che tu lo sapessi. E mi piacerebbe
tanto recarmi alla tomba emersa da poco per vedere i bassorilievi
di persona. Quelle foto non sono esattamente il massimo.»
«Va bene. Ti chiamo dopo che il sole è sorto.»
«Ottimo. Ti aspetto.»
Sam spense la luce mentre Remi gli scivolava accanto. Lui
sospirò e lei gli si avvicinò di più. «Sempre convinto che sia stata
una buona idea?» mormorò.
Sam stava già dormendo.

239
29

Un pickup Ford scassato, carico di travi di legno di scarto,


sussultava sulla strada davanti al negozio di materiali edili nella
periferia di Città del Messico. Oltre l’alto muro di cinta c’erano
tre veicoli, per quanto il negozio fosse chiuso per il fine
settimana: una Cadillac Escalade nera, una Lincoln Navigator
bianca e un Hummer H2 bordeaux rialzato dagli enormi
pneumatici.
In un piccolo edificio secondario, Carlos era legato a una
sedia di legno, nudo dalla cintola in su, il viso un’orrenda
maschera di colpi e lividi. Lo schienale della sedia faticava a
sostenere il suo peso morto mentre lottava per respirare, stretto
com’era dalle corde. Reginald passeggiava davanti a lui, con una
sigaretta accesa e la faccia distorta da una rabbia irragionevole,
mentre valutava l’informazione appena ricevuta.
Tornò da Carlos e gli assestò un altro pugno. La parte
superiore dei suoi guanti neri da autista era chiazzata di sangue
rappreso.
Carlos farfugliò qualcosa. Non aveva quasi sentito il colpo,
con tutti quelli che il suo sequestratore gli aveva già dato.
«Pensavo che mi avessi detto che il permesso era lettera
morta. Mi hai mentito. Te ne pentirai.» Reginald pronunciò ogni
sillaba con un chiarissimo tono di minaccia.
Carlos si sporse su un fianco e sputò sul pavimento, accanto
alle scarpe cucite a mano di Reginald. «Lo… era. Quando mi hai

240
rapito… sarebbe… dovuto restare in stallo a tempo
indeterminato.» La vista gli si annebbiò. Era sul punto di perdere
i sensi e il suo intero corpo era attraversato dal dolore.
«No, a quanto sembra. Le nostre fonti ci dicono che le
pratiche del permesso per i Fargo, in cooperazione con l’Istituto
nazionale di Antropologia e Storia, stanno andando avanti e che
gli è stata data la massima priorità.»
«Io… un altro permesso… non il mio. Mi… hai sequestrato
da… giorni. Deve… essere… nuovo» farfugliò Carlos, con
parole quasi incomprensibili, prima di abbandonare il mento sul
petto e di svenire.
Reginald gli diede un pugno a una tempia, per il gusto di
farlo, e poi agitò la mano indolenzita. La sua furia si placò
gradualmente, mentre studiava l’archeologo svenuto. Passeggiò
ancora per qualche istante, poi si sfilò i guanti e li gettò sul
pavimento con aria disgustata, prima di abbandonare la stanza.
Nell’ufficio accanto, un ispanico sulla trentina, con la pelle
scura e butterata, fissò i suoi occhi porcini su Reginald da dietro
una dozzinale scrivania metallica. Due uomini più giovani erano
seduti accanto alla porta con fucili d’assalto AKM sulle gambe,
lo sguardo perso nel nulla.
«Allora? Hai scoperto qualcosa?» chiese Ferdinand Guerrero,
il boss del cartello di Los Zetas di Città del Messico. Era il più
violento del Paese, una banda criminale internazionale con
ramificazioni in luoghi remoti come l’Africa, l’Europa e il
Sudamerica, oltre che in tutte le principali città degli Stati Uniti.
«No. Sostiene che non sia lo stesso… problema… di cui ero
preoccupato.»
«Magari dice la verità?» chiese Guerrero, la cui voce pacata
strideva con il suo ghigno e con il naso grosso e piatto che si era
rotto in qualche rissa.

241
«Non importa. La sua assenza non ci ha dato abbastanza
tempo per farci ottenere il nostro, di permesso.» Reginald diede
un calcio a un’altra scrivania di metallo per la frustrazione. In
quello spazio ristretto, il rumore sembrò un’esplosione.
Grazie alla loro fonte, avevano ottenuto il manoscritto e la
traduzione. E qualche soldo a un assistente con un problema di
droga e indebitato con Guerrero aveva procurato loro una copia
del permesso perduto. Sapevano esattamente su quale punto di
Teotihuacán concentrarsi.
Guerrero si studiò le punte d’argento degli stivali da cowboy
Lagarto in pelle di struzzo. «Cosa vuoi che ne facciamo? Lo
lasciamo libero? Se la sua utilità si è esaurita…»
Reginald si sforzò di tenere le emozioni sotto controllo e
agitò una mano con noncuranza. «Immagino che sappiate come
sbarazzarvi di lui, vero?» Fece una pausa, riflettendo. «È in grado
di identificarmi.»
Guerrero scoppiò in una risata catarrosa, priva di umorismo.
«Puoi dirlo forte. Hai preferenze sul momento?»
«Attendiamo il fine settimana, per farlo sembrare un
rapimento finito male. Anzi, se avete qualcuno in grado di
contattare la famiglia e chiederle un grosso riscatto, potrebbe
farvi guadagnare dei soldi facili per il disturbo che vi siete presi.»
Le palpebre di Guerrero si strinsero. «Ti ho già detto quanto
ti sarebbe costata questa cosa.»
Reginald percepì il pericolo e tornò immediatamente sui suoi
passi. «Certo. E saremo felici di scontarvelo dal prossimo ordine
che farà la vostra organizzazione. Parlavo di un extra, una specie
di premio di produzione.»
Guerrero rise nuovamente e sbatté una mano sulla scrivania.
«Ah! Sei buffo. Molto più di tuo fratello, eh? Però, parlate nello
stesso modo. ’Un premio di produzione!’»

242
Le due guardie del corpo, non sapendo bene cosa avesse
suscitato l’ilarità del loro capo, sorrisero, ma non osarono ridere.
Guerrero era tristemente noto per i suoi repentini cambi di umore.
Se si convinceva che un sottoposto lo aveva insultato, poteva
condannarlo a morte. E la sua volubilità non era mitigata dal
quantitativo pazzesco di cocaina e metanfetamina che assumeva,
che lo rendeva pericoloso come una granata priva di sicura.
Guerrero annuì lentamente e Reginald fece un timido sorriso,
ricacciandosi in gola un fremito ansioso.
«Ottimo, allora. Direi di aspettare il fine settimana e poi di
fare ciò che vuoi di lui.»
«No problem, jefe» disse Guerrero, con voce inespressiva.
«Già.» Reginald andò alla porta e uno dei due sicari gliela
aprì. Mentre tornava al SUV che Guerrero gli aveva
premurosamente messo a disposizione, soppesò le strategie per
tenere il fratello maggiore all’oscuro del suo ultimo piano. Janus
sarebbe andato su tutte le furie, se fosse venuto a sapere del
sequestro. Era troppo cauto: talvolta era meglio essere flessibili e
adattarsi agli sviluppi di una situazione. Se le cose fossero andate
secondo i suoi piani, il permesso che avevano richiesto sarebbe
stato concesso rapidamente, mentre la domanda dei Fargo restava
in fondo alla pila, e loro sarebbero riusciti a sovrintendere di
persona agli scavi.
Non vedeva alcun aspetto negativo, purché Guerrero non ne
parlasse a Janus. E suo fratello non avrebbe certo avuto il minimo
desiderio di discutere con quel sociopatico omicida. Reginald
avrebbe chiesto l’approvazione del fratello per dare a Los Zetas
lo sconto promesso e gli avrebbe assicurato che era il meglio che
si potesse ottenere, ovviamente non prima di aver scremato
qualche decina di migliaia di sterline da destinare al suo conto
corrente personale. Janus era la sua famiglia, ma lo trattava come

243
un bambino petulante e il risentimento era radicato.
Uscì dal negozio, inforcò gli occhiali da sole e, mentre
attendeva che i suoi occhi si abituassero alla luce intensa, si
studiò le nocche leggermente gonfie. Dopo aver dato un’occhiata
al suo Patek Philippe World Time d’oro bianco, si avvicinò alla
Lincoln, canticchiando il motivetto suonato dai mariachi la sera
prima mentre lui intratteneva la ballerina sedicenne che Guerrero
gli aveva fatto trovare.
Pareva proprio che sarebbe stato uno splendido pomeriggio.
Due giorni dopo, Antonio e Maribela entrarono nell’ufficio
dei Fargo, raggianti come se avessero appena ricevuto un aumento
di stipendio.
«Il permesso. Ce l’abbiamo! Possiamo iniziare quando ci
pare.» Maribela sventolò un foglio.
«Fantastico, Maribela! Lavorerete con noi?» I dubbi di Remi
su di lei non si erano dissipati.
«Certo. È una scoperta dal potenziale troppo alto perché la
affidiamo a chiunque altro.»
«E cosa mi dite del vostro nuovo sito? Le cripte?»
«Richiederà un lavoro scrupoloso di mesi, forse anni. Uno dei
nostri colleghi fidati guida la squadra. Siamo completamente a
vostra disposizione.» Maribela scosse con leggerezza la sua
fluente capigliatura.
Remi si tastò lo scarabeo d’oro che aveva al collo e fece un
debole sorriso, che Antonio le restituì. «Che bella collana. Non
credo di averne mai vista una simile» commentò.
«Grazie. È il mio talismano portafortuna. Viene dalla
Spagna.»
Sam si schiarì la gola, non gradendo l’ammirazione di
Antonio per il gioiello di Remi. «Diamoci da fare. Ci farò
mandare subito un po’ di denaro. Dovremo compilare una lista

244
delle attrezzature e del personale che ci servono. Se il bonifico
parte oggi, dovremmo riuscire a procurarci qualunque cosa ci
serva domani ed essere al sito il giorno seguente.»
«Fantastico» disse Remi. «Mi sembra di avere atteso per
mesi. So che sono passati pochi giorni, però…»
Antonio annuì. «Peccato che Carlos non sia qui. Avrebbe
fatto una deroga ai suoi impegni pur di partecipare a uno scavo di
questa portata.»
«Ci sono novità?» chiese Sam con prudenza.
«No. Nulla. Sta passando troppo tempo. Sua moglie sta
impazzendo dalla preoccupazione, come potete immaginare.»
«Un ritardo simile è insolito?» chiese Remi.
«Sì. Normalmente i criminali vogliono i soldi il prima
possibile. L’attesa aumenta solo il rischio.»
Un silenzio carico di tensione calò tra loro, poi Antonio si
sfregò le mani. «Inutile preoccuparci, non possiamo farci niente.
Meglio concentrarci su cosa possiamo fare.»
«Giusto» disse Sam, fissando lo schermo del suo iPhone.
«Chiamerò per quel denaro. Ho ancora i dati del conto corrente
che mi ha fornito Carlos.»
«Benissimo, lascio fare a te.»
Il resto del pomeriggio lo passarono a compilare liste e a
delineare il modo migliore per affrontare gli scavi. Non vedevano
l’ora di iniziare, ma dovevano procedere con cautela per non
danneggiare alcun manufatto.
Due giorni dopo, sgattaiolarono fuori dal Four Seasons
attraverso un ingresso laterale, prima di infilarsi in un’auto a
noleggio. Avevano preso una stanza all’El Oasis, un motel a sei
isolati dalla città antica. Per quanto la sistemazione fosse
primitiva, il condizionatore e la doccia funzionavano, seppur a
singhiozzo, il che era più di quanto si aspettassero.

245
Poco dopo, da sotto un telone che forniva un’ombra gradita,
contemplarono il retro della piramide del tempio di Quetzalcóatl.
Lazlo li aveva raggiunti, felice di essere sul campo e fuori
dalla clinica. Il sole del tardo pomeriggio picchiava su di loro
mentre gli operai scavavano lungo una sezione di dodici metri
alla base della piramide, per guadagnarsi un misero stipendio
lavorando dieci ore al giorno e spostando un quantitativo
sorprendente di terriccio.
Il caposquadra stava per dare il segnale di fine giornata,
quando uno dei suoi uomini, con la maglietta gialla impregnata di
sudore, lanciò un grido. Tutti corsero da lui, che si trovava in un
fosso profondo qualche metro.
Remi trattenne il fiato quando vide ciò che l’uomo aveva
urtato con la pala: l’inconfondibile sagoma di una superficie di
pietra creata dall’uomo. «Ci siamo» disse, con un filo di voce.
Sam si avvicinò alla grezza scala a pioli di legno, a poca
distanza. Tutti e cinque si calarono nel fosso e Antonio diede un
ordine a gran voce. L’operaio raschiò via il terriccio con cautela,
aiutato subito da due colleghi.
Un’ora dopo era venuta alla luce un’ampia porzione del tetto
a volta di una camera. I tre operai si appoggiavano alle rispettive
pale, ansimanti per lo sforzo.
«Presto sarà notte. Possiamo continuare domani» disse
Maribela, ma Remi scosse la testa.
«No, gli uomini possono andare. Si sono guadagnati il giusto
riposo. Ma noi abbiamo fatto tutta questa strada, e so che non
riuscirò a dormire se non tentiamo almeno di trovare un
ingresso.»
Sam annuì. «Possiamo farcela senza gli operai. Abbiamo un
minimo di esperienza in queste cose.»
«Molto bene.» Antonio scambiò qualche parola a bassa voce

246
con il caposquadra che, con il cappello in mano, sembrava un
supplicante.
La squadra risalì la scaletta, portando con sé le pale.
Sam studiò la superficie di pietra e poi alzò gli occhi al cielo
sempre più buio.
«Possiamo accendere alcune di quelle luci da lavoro?» chiese
Lazlo.
«Certo.» Maribela salì la scala per uscire dal fosso e parlò
con il caposquadra.
«Ah, ci serviranno anche torce elettriche, palanchini e corde!»
le gridò Sam.
Dieci minuti dopo, stavano esaminando le giunzioni di malta
tra i grandi blocchi di pietra che formavano il tetto della
costruzione, alla ricerca del punto giusto per sfilarne uno.
Poi Antonio li chiamò perché lo raggiungessero. «Pensate di
poterci infilare un palanchino?» chiese, indicando una fessura,
una crepa che girava intorno alla pietra in un punto in cui la
malta si era consumata.
Remi ci fece scivolare dentro il suo palanchino. «Sam? Prova
a piantarci anche il tuo.»
Sam si unì a lei, ma la fessura era troppo stretta. Iniziò a
grattare la malta con la punta affilata e, nel giro di mezz’ora, la
pietra si fu allentata a sufficienza per smuoversi. Lazlo si unì a
loro e Antonio infilò il suo palanchino nella crepa. In quattro
riuscirono a spostare la pietra, aprendo un varco di poco più di
mezzo metro: l’oscurità sottostante era nera come l’inchiostro e
umida.
Remi puntò il raggio della sua torcia elettrica nella cavità, che
assorbì la luce come fango viscoso. Lei strinse le palpebre,
cercando di distinguere qualcosa. «Prendete la corda. Scendo a
dare un’occhiata.»

247
Sam scosse la testa. «No, ci vado io.»
«Pensi di riuscire a passare da quel varco? È stretto.»
«Faccio esercizio fisico.»
«Negli ultimi tempi, sollevamento di tequila ed enchiladas.
Ma se sei convinto di potercela fare…»
Antonio srotolò la corda di nylon e ne consegnò un’estremità
a Sam. «Potrebbero esserci dei serpenti. In questa regione, molti
sono velenosi, così come gli scorpioni e i ragni. Forse è il caso di
aspettare il mattino. Posso farmi dare un fibroscopio dal mio
collega impegnato nello scavo della galleria e, magari, uno dei
suoi robot per esplorare la camera.»
Sam fece un sorrisino. «E rinunciare alla gloria? Neanche per
sogno. Vivo per queste cose.»
«Ma i serpenti…» lo mise in guardia Maribela.
«Li mangio a colazione.»
«Speriamo che non sia viceversa, amico mio» disse Lazlo.
Remi alzò gli occhi al cielo mentre Sam si avvolgeva due giri
di corda intorno alla vita. «Legatela a qualcosa che regga il mio
peso: un paraurti dovrebbe bastare. Mi calerò finché non sarò
arrivato in fondo. Dopodiché darò corda. Lentamente. Se grido di
dolore, sarà il segnale per tirarmi su e preparare il siero
antiofidico.»
«Non ne abbiamo» disse Antonio.
«Nessun piano è perfetto. Ma comunque, se grido… tiratemi
su.»
Remi gli prese una mano. «Sta’ attento, Tarzan.»
«Farei l’urlo della giungla, ma potrebbe spaventare i
serpenti.»
«E inorridire gli astanti. Oltre che tua moglie» disse Lazlo.
Antonio risalì e si portò dietro un’estremità della corda,
tornando qualche minuto dopo. «L’ho fissata.»

248
«Allora, come diceva Evel Knievel, che Dio ce la mandi
buona.»
«Scommetto che non lo ha mai detto» ribatté Remi.
«Sottovoce.» Sam si sedette sul ciglio della fessura e ci infilò
le gambe; dopodiché, dopo un ultimo strattone alla corda, lasciò
scivolare la parte inferiore del corpo nell’abisso. Diede corda
lentamente, sparendo sotto i loro piedi.
Remi si accostò al bordo e puntò il raggio della sua torcia
elettrica in basso, su di lui. «Vedi serpenti?»
Il fascio di luce della sua torcia e di quella di Sam
illuminarono il pavimento di pietra.
«No. E niente avvocati.»
«Si direbbe più sicuro che qua fuori.»
Sam toccò il fondo. Scandagliò lentamente l’interno della
camera e poi diede ulteriore corda, avvicinandosi con cautela a un
ingresso in pietra.
Antonio si trovava sopra di lui, le gambe tremanti di energia
nervosa, e Sam vide a malapena le teste dei due addetti alla
sicurezza che sbirciavano nel varco tra le pietre. Il cielo sopra di
loro era quasi nero, con qualche stella.
Maribela passeggiava da un’estremità del fosso all’altra,
mangiandosi un’unghia, mentre Remi puntava dall’alto il fascio
di luce nei recessi più lontani della loro scoperta.
Un minuto dopo, la corda si tese nuovamente e Sam gridò:
«Tiratemi su!»
Antonio diede un ordine a una delle guardie, che corse a
mettere in moto il pickup per farlo retrocedere. La corda si tese e
poi apparve Sam, con i capelli impolverati e la faccia sporca di
ragnatele. Antonio gridò e il pickup si fermò. Sam finì di issarsi
in superficie e si slacciò la corda dalla vita.
«Allora?» chiese Remi, trepidante.

249
«Non sono buone notizie. Si direbbe che siano passati dei
ladri molto tempo fa. Secoli fa, intendo. Si nota il punto in cui
sono state abbattute le rocce dell’ingresso. Deve essere accaduto
prima che il terreno lo coprisse, per cui si parla dell’epoca
precolombiana, forse addirittura un migliaio di anni fa. Non ci
sono più nemmeno gli scheletri.» Scosse la testa. «Di qualunque
cosa si tratti, se era una tomba nascosta, non l’hanno nascosta
bene. Non c’è nessun tesoro, solo un paio di sale vuote e qualche
incisione. Nient’altro.»
Le spalle di Remi e di Lazlo si afflosciarono.
«Nemmeno qualche serpente?» chiese quest’ultimo.
«Neanche uno.»
Remi gli pulì la camicia mentre lui si passava una mano sul
viso. «Che delusione.»
«Solo se ti aspettavi qualcosa di più di un buco nel terreno.»
«Tanto rumore per nulla…» disse Lazlo. «Be’, succede,
immagino.»
«Forse possiamo comunque imparare qualcosa, ma in ogni
caso non è valsa la pena saltare la cena.»
Remi gli sorrise. «Il mio grande, audace esploratore.
Scommetto che laggiù ti è venuto un discreto appetito…»
«E una bella sete. Non scordarti i drink.»
Lazlo sbuffò e diede un colpo di tosse.
Remi si rivolse ad Antonio. «C’è qualche posto in cui si
mangia bene da queste parti? Possiamo mettere di guardia un
addetto alla sicurezza ed esplorare la camera domattina.»
«Sì, ci sono diversi ottimi ristoranti tradizionali messicani.»
Fece il nome di due dei più popolari mentre, uno dopo l’altro,
salivano la scaletta. Il disappunto era chiaro dal portamento di
ognuno.
«Che ne dici di darti una ripulita e di nutrirti, Sam? A quel

250
punto, davanti a qualche margarita, potremo lamentarci di tutto
quello che è andato storto.» Poi Remi si rivolse ad Antonio, che
stava aiutando Maribela a risalire la scala a pioli. «Antonio,
Maribela, perché non vi unite a noi? Anche tu, Lazlo.»
Antonio e sua sorella si scambiarono un’occhiata. «No,
grazie. Dobbiamo ancora fare parecchia strada per tornare a Città
del Messico. Però ci vediamo qui domattina. Alle nove va bene?»
Sam fece spallucce. «Va bene. Ormai non c’è più fretta.
Abbiamo trovato quel che c’era da trovare.»
«Ho imparato a non rifiutare mai un pasto gratis, se vi
accontentate della mia sobria compagnia» disse Lazlo.
«Niente ci farebbe più piacere» ribatté Sam.
Città del Messico
Una berlina marrone scuro percorse lentamente la strada
deserta alle pendici del vulcano Xaltepec, a Città del Messico,
nei pressi della Sierra de Santa Catarina, uno dei quartieri
peggiori del Messico. Violenza, traffico di droga e schiavitù
umana erano fenomeni quotidiani, così come gli omicidi, su cui
la polizia raramente si prendeva la briga di indagare. La filosofia
era che, se ti trovavi in quella zona, eri in cerca di guai, oppure
eri un criminale e ti meritavi quel che ti succedeva. Pozze di
acqua maleodorante circondavano l’incrocio presso cui la berlina
rallentò, fermandosi quasi accanto a una casa. L’edificio era fatto
di blocchi di calcestruzzo, aveva il tetto di lamiera ondulata, era
interamente coperto di graffiti e aveva tutte le luci spente.
La portiera posteriore della berlina che avanzava a passo
d’uomo si aprì di scatto e una sagoma rotolò sull’asfalto lercio.
La portiera si chiuse con un tonfo e l’autista accelerò, coprendo
due isolati prima di svoltare a destra, imboccare una strada più
grande e accendere i fanali.
Gli occhi senza vita di Carlos fissarono l’infinità del cielo

251
notturno. Sarebbero passate molte ore prima che il furgone del
medico legale si presentasse per raccogliere i suoi resti, scortato
da diversi camion carichi di poliziotti armati fino ai denti, per
assicurarsi che nessuno sparasse ai tecnici. Ci sarebbero voluti
altri due giorni per effettuare l’identificazione, una routine tipica
per una delle città più popolose del mondo, ordinaria
amministrazione per una polizia tristemente sottopagata e a corto
di personale, costretta ad arrangiarsi con un equipaggiamento
antiquato.
Teotihuacán, Messico
I due addetti alla sicurezza che Antonio aveva messo di
guardia alla tomba decisero di prendersi una pausa e si
allontanarono dal fosso nel momento in cui un SUV vi si fermava
accanto. Erano stati ben ricompensati per allontanarsi mezz’ora,
intascandosi ciascuno un mese di paga.
Janus Benedict smontò dal lato del passeggero e raggiunse lo
scavo, seguito da Reginald. L’autista rimase a bordo del veicolo
col motore acceso.
«Tutto qui? Non sembra granché» disse Reginald. Svegliarsi
alle quattro del mattino per sprecare il suo tempo in quel
postaccio, lontano dagli agi del suo albergo a cinque stelle, lo
aveva contrariato.
«Sembra che, per una volta, i Fargo siano rimasti a mani
vuote. Il che mi entusiasma e mi intriga.» Janus sospirò.
«Immagino che persino i migliori di quando in quando falliscano.
Prima o poi capita.»
«E allora cosa siamo venuti a fare?»
Janus diede un’altra occhiata allo scavo, poi scosse la testa e
tornò all’auto. «Visto che ho volato dalla parte opposta del
pianeta, ho pensato di vedere coi miei occhi.»
«A me sembra un buco nella terra.»

252
Janus fulminò il fratello con lo sguardo. «Non ti sfugge
niente, vero?»
Reginald imprecò a bassa voce, sbattendo la portiera,
arrabbiato con il fratello per la frecciatina ma evitando
saggiamente di scontrarsi con lui. Aveva i nervi a fior di pelle, ora
che il tempio era stato scoperto, e non era il caso di rischiare un
suo scoppio d’ira sotto l’effetto del jetlag.
Le gomme stridettero sul ghiaietto quando il grosso veicolo
fece retromarcia. Gli addetti alla sicurezza tornarono una
quindicina di minuti più tardi: il sito era calmo e vuoto, e così lo
avrebbero descritto la mattina, a cui mancavano ormai poche ore.

253
30

«Che c’è?» chiese Sam sul taxi, mentre raggiungevano il sito


dal loro motel.
«Non so. C’è qualcosa che non va. Non riesco a credere che
non ci fosse altro. Mi sembra così… non so, così incompleto.»
«È scoraggiante, ma almeno abbiamo risolto l’enigma del
manoscritto e localizzato la camera» disse Lazlo.
«È proprio questo a tormentarmi. Non ne sono convinta.
Abbiamo trovato una camera. Ma la domanda è: abbiamo trovato
la camera?»
«Cosa intendi?»
«Non può essere che ci siamo sbagliati?»
«L’abbiamo trovata. Nel punto esatto in cui pensavamo che
fosse.»
«Non nel punto in cui noi pensavamo che fosse: in quello in
cui Antonio e sua sorella erano convinti che fosse. E se si fossero
sbagliati?»
«E noi, guarda caso, avremmo trovato una cripta?»
«Sono anni che si scoprono nuove gallerie e camere nei pressi
di queste piramidi. Nessuno aveva fatto altri scavi in quell’area,
scommetto. Abbiamo scavato in una zona molto vasta. Le
probabilità di scoprire qualcosa non sono alte come potresti
pensare. E che cosa abbiamo trovato? Una tomba saccheggiata.
Non sappiamo altro. Sulle pareti hai visto immagini che ti
facciano pensare che fosse stato il luogo di sepoltura di un

254
sovrano oggetto di un culto divino?»
«Be’, effettivamente, ora che ne parli…»
«Se dovessi costruire una tomba nascosta, che dovesse
contenere immense ricchezze e le spoglie del sovrano più
importante della tua civiltà, considereresti quello un luogo di
riposo adeguato?»
Lazlo annuì. «Il ragionamento fila.»
Sam studiò la faccia di Remi. «È questo che non ti convince?
Il fatto che sia così… modesta?»
«Credo di sì, oltre al fatto che non sono mai stata del tutto
convinta che le loro ipotesi fossero giuste. Ho dei dubbi fin dalla
prima volta che ce l’hanno detto. Non chiedermi perché.
Chiamalo intuito. Ma una parte del mio cervello ha detto: ’No,
c’è qualcosa che non va’. Non so cos’ho visto, ma, qualunque
cosa fosse, ho imparato a fidarmi del mio istinto.»
La faccia di Sam si fece seria. «Aspetta. Che cos’è che hai
appena detto?»
«Non mi hai sentita?»
«Certo. Hai detto che non sai cos’hai visto.»
Remi parve perplessa. «Esatto.»
«In che senso l’hai visto? Dove avresti potuto vedere qualcosa
in grado di farti arrivare a quella conclusione? Cos’hai visto che
ti ha convinta che si sbagliavano?»
Remi rifletté in silenzio e, mentre si avvicinavano al cancello,
scosse la testa. «Non lo so. L’ho detto così per dire.»
«Ti conosco da troppo tempo. Usi le parole in modo preciso,
che tu te ne renda conto o meno. Hai detto che hai visto qualcosa.
Ora, la mia domanda è: cosa?»
«Sam, ci sto pensando, ma sinceramente non lo so.»
Lui annuì. «Non concentrarti. Lascia che il tuo cervello arrivi
alla risposta da solo. Ti verrà in mente. Funziona così.»

255
«Da quand’è che ti intendi tanto di cervelli?»
«Il mio funziona così. Ho pensato che per il tuo fosse lo
stesso.»
«Ne dubito…»
Lazlo restò in silenzio, perso nei suoi pensieri. Quando il taxi
si fermò, si guardò intorno disorientato prima di scendere.
Sam pagò l’autista e si incamminarono verso il tempio. L’aria
del mattino era fresca e il cielo leggermente coperto, con meno
afa del solito. Quando arrivarono al sito, Antonio era in piedi
sotto il tendone e studiava un’immagine su un grosso schermo.
«Che cos’è?» chiese Sam, avvicinandosi.
«Ah, buongiorno. Sono le immagini provenienti da un robot
che sono riuscito a farmi prestare per qualche ora dal mio collega.
Lo stanno usando nell’altra galleria, ma ho pensato che filmare
l’interno della camera prima di entrarci avrebbe accelerato il
nostro lavoro.»
«Ottima idea. Tua sorella dov’è?»
«Giù nel fossato. Lo sta azionando a distanza. È alimentato
via cavo, quindi i suoi movimenti sono limitati.»
Osservarono le immagini sullo schermo e Lazlo scosse la
testa quando la lente passò sui bassorilievi. «Che idea vi siete
fatti?»
«Niente di speciale, per Teotihuacán.»
«Vi sembrano toltechi?» chiese Remi.
Antonio li studiò meglio. «Non particolarmente, ma è difficile
a dirsi, finché non abbiamo davvero la possibilità di…»
«Ma la vostra prima impressione è che assomiglino a tutti gli
altri che si trovano qui?»
Antonio si voltò lentamente dalla parte di Remi. «Dove vuoi
andare a parare?»
«Qualcosa mi dice che questa scoperta, per quanto

256
interessante, non sia quello che cercavamo.»
Gli occhi dell’uomo si spalancarono. «Che cosa?»
Remi gli spiegò le sue riserve, accompagnandolo lungo tutto
il ragionamento che lei aveva fatto.
Una volta che ebbe finito, Antonio non sembrava più
convinto come lo era al loro arrivo. «Però non sai cos’hai visto
che ti ha fatto mettere tutto in discussione?»
Lei si accigliò. «Non ancora. Ma è una sensazione forte.»
Nel frattempo, Sam si diresse allo scavo. «Buongiorno.»
Accanto all’ingresso della cripta, Maribela era concentrata su
un piccolo monitor sopra un tavolino e manovrava un joystick per
azionare il robot che si trovava sotto di lei. Schiacciò un tasto e
alzò lo sguardo verso di lui, con un sorriso. «Buenos días anche a
te.»
«Non è che hai trovato un tesoro incredibile, vero?»
«No. Gli oggetti di valore sono spariti tanto tempo fa.»
«Che impressione ti sei fatta dei bassorilievi? Ne ho visti solo
alcuni.»
«È ancora presto per dirlo.»
«Ti sono parsi adeguati all’incarnazione di un dio?»
«Cosa intendi?»
«Ieri mi è sembrato che fossero alquanto modesti.»
«Mmm, ’modesti’…»
Remi si avvicinò, tallonata da Lazlo. «Sam, so cos’è stato.»
Maribela li fissò, confusa.
«Cosa?»
«I bassorilievi cubani. La piramide con la nube sopra. Sia in
quell’immagine, sia in quella identica nelle cripte, c’è sempre un
secondo edificio.»
«Davvero?»
«Sì. Un tempio più piccolo.»

257
«E?»
«Perché? Perché c’è un tempio più piccolo?»
Sam fece una pausa. «Stai per dirmelo, vero?»
Lazlo si schiarì la gola e prese la parola. «Perché la piramide
è un punto di riferimento, non l’effettiva ubicazione della
tomba.»
Maribela lo guardò con aria scettica. «Come fa a saperlo?»
«Ci sono la piramide e la nube. Ma, a malapena visibile nella
nube, c’è la luna. La nube ne copre buona parte, ma c’è» disse
Remi.
«D’accordo…»
Lei scosse la testa. «Abbiamo capito male. L’ubicazione è la
piramide della luna. Eravamo così fissati con Quetzalcóatl che ci
siamo messi a cercare serpenti. E le descrizioni creano
confusione, proprio come il testo del manoscritto.»
«Ne sei certa?»
Remi guardò Sam. «Non sono mai stata così certa di nulla in
vita mia. Abbiamo cercato nel posto sbagliato.»
Lazlo si guardò intorno. «Penso che per me sia venuto il
momento di visitare il sito del terremoto, come richiedo da
tempo, e di studiare di persona e con attenzione quei bassorilievi.
Con il dovuto rispetto, prima di procedere in questa direzione,
sarebbe meglio sapere che non ci è sfuggito nulla.»
Remi annuì. «Concordo. Antonio, pensi che ci si possa
andare oggi?»
«Non vedo perché no. Fatemi fare una telefonata per allertare
la squadra. Vi ci porterò io stesso.»
Maribela studiò lo scavo, con le mani sui fianchi. «Io resterò
qui a sovrintendere ai lavori.»
Antonio diede un’occhiata al suo orologio. «D’accordo,
allora. Chiamerò dall’automobile. Inutile sprecare tempo.»

258
31

Le strade per López Mateos erano intasate dal traffico della


tarda mattinata. Il grosso SUV superò edifici in condizioni sempre
peggiori per entrare nel cuore del quartiere, che si era ormai
ripreso dal terremoto. La stradina da cui si accedeva alla tomba
era ancora chiusa al traffico, sorvegliata da un drappello di
soldati. Antonio mostrò i documenti e poterono incamminarsi sul
sentiero che portava allo scavo.
Il responsabile del progetto si avvicinò ad Antonio e gli
strinse la mano. Dopo una breve discussione in spagnolo, se ne
andò.
Le palpebre di Antonio si strinsero mentre la sua vista cercava
di adattarsi all’oscurità all’interno della cripta. «Sam, Remi, siete
già stati qui e conoscete le precauzioni da prendere. Lazlo, buona
parte dell’area è stata cordonata per non causare danni mentre
scaviamo e documentiamo il sito. Ti chiedo di rispettare tutto
questo e di non toccare nulla. Ho mandato la squadra in pausa
pranzo anticipata, così il sito sarà tutto vostro per le prossime due
ore.»
«Certo. Non vi accorgerete nemmeno che sono stato qui» lo
rassicurò Lazlo.
«E grazie ancora» disse Remi.
«Se tutto va bene, ne varrà la pena. Andiamo da questa parte.
Cominceremo da quella che chiamiamo ’la cripta principale’.»
Avanzarono lentamente lungo il corridoio che portava

259
all’intersezione.
Antonio li condusse nella stanza più grande, poi accese
diverse lampade per studiare meglio i bassorilievi. «Ripeto,
attenti alle aree delimitate. Ci sono manufatti ancora da portare
alla luce.»
Remi lo raggiunse davanti a un bassorilievo e indicò la
parete. «Ecco la processione, vedi? Esattamente come nelle foto.»
«Davvero straordinaria, vista di persona, vero?» Lazlo
contemplò l’immagine da lontano, poi si avvicinò per studiarne i
dettagli. «Ci deve essere voluta un’eternità. Un lavoro artigianale
incredibile…»
«E ci sono altri bassorilievi sulla piattaforma funebre, oltre
che sulle altre pareti. Ma questo si ripete in tutte le camere,
dunque doveva avere una certa rilevanza per i toltechi» disse
Antonio.
«Visto? Eccolo. Il tempio del serpente piumato.» Sam indicò
il complesso bassorilievo che descriveva la piramide a gradoni.
«Ci avrei scommesso» concordò Lazlo, stringendo le palpebre
e avvicinandosi.
Remi iniziò a fotografare nuovamente le pareti, nel caso le
fosse sfuggito qualcosa la volta precedente, e Sam si spostò verso
quella opposta per studiare i suoi bassorilievi.
Per diversi minuti Lazlo rimase a esaminare l’immagine della
processione, brontolando a bassa voce, poi raggiunse Sam. «È
quello che si ripete in tutte le stanze?»
«Sì.»
«Allora darò un’occhiata nelle altre. Visto che siamo qui…»
«Dovresti andare con Antonio. Ti farà da guida.»
«Certo. Non ho voglia di perdermi, né di finire in un bar della
zona.»
Lazlo e Antonio percorsero il corridoio di pietra che

260
conduceva alla cripta successiva, mentre Remi fissava con
estrema concentrazione le immagini delle piramidi, come se
potesse dedurre la vera ubicazione della tomba di Quetzalcóatl
con la pura forza di volontà.
«È ovvio che si tratta di Teotihuacán, ora che ci siamo stati»
disse Sam.
«Sì. Ci siamo quasi, allora. È già qualcosa.»
«E quella deve essere la piramide del sole.»
«Credo di sì, a giudicare dalle dimensioni.»
Sam scosse la testa. «In tal caso, il tempio del serpente
piumato non può essere il punto giusto. Guarda l’orientamento.»
«Concordo. Ma gli esperti sono Antonio e Maribela, e loro
hanno pensato che…»
Sam fu interrotto da Lazlo, che tornava correndo nella cripta
principale. Remi si voltò a guardarlo, notando la sorpresa sul suo
viso di norma sereno.
«Credo di aver capito tutto. Mi ci è voluto un po’. Astuto
come un diavolo, l’autore di questi bassorilievi, chiunque fosse.
Francamente, se non avessi saputo cosa cercare, non lo avrei mai
capito, di certo non attraverso le fotografie. Senza offesa…»
«Cosa stai dicendo?» chiese Remi.
«I bassorilievi sono diversi in ognuna delle tombe. Hanno
differenze minime, ma presenti.»
«Ne sei certo?» domandò Sam.
«Assolutamente sì. Venite, vi faccio vedere.» Lazlo li guidò
nella camera accanto e indicò una parete. «Vedete? I dignitari
sono posizionati in maniera diversa, così come i punti di
riferimento. La piramide è più a destra.»
Sam corrugò la fronte. «Potrebbe trattarsi di una variazione
naturale, dovuta ai materiali disponibili o a un diverso artista.
Insignificante.»

261
«Vero. Entriamo nella prossima stanza. Vedrete un’altra
leggera differenza.»
«Se gli artisti hanno realizzato le loro incisioni basandosi su
un’illustrazione, come è quasi sicuramente avvenuto,
probabilmente non è rilevante» disse Antonio, dalla soglia.
«Di norma sarei d’accordo, ma assecondatemi. Andiamo.»
Entrarono tutti nella terza cripta, dove due lampade
inondavano di luce i bassorilievi.
«L’ennesima variazione. Vedete?»
Remi annuì e scattò alcune foto. «Sì. Ma cosa significa?»
Lazlo fece un sorriso sardonico. «È la domanda giusta. Per
rispondere dovete perdervi un po’.»
Sam e Remi si scambiarono uno sguardo perplesso.
«Scusa, non ti seguo» disse lui.
«Volevo la conferma del mio sospetto, per cui sono andato a
dare un’occhiata alla quarta tomba. Lì, nell’anticamera buia, ho
scorto dei bassorilievi sulla parete, quasi all’altezza del soffitto,
sopra il livello dei nostri occhi. Non c’erano lampade e si
vedevano a fatica, per cui mi sono fatto prestare la torcia a penna
di Antonio. Cosa pensate che fossero?»
Sam scosse la testa. «Coordinate GPS?»
«Ah, fuochino. Venite a dare un’occhiata voi stessi.» Li
condusse nello stretto corridoio di pietra che portava alla tomba
più lontana e si fermò prima di entrare.
Remi puntò il raggio della sua torcia a penna sul bassorilievo
che Lazlo indicava.
«Ha un’aria familiare.»
«È di nuovo quella processione.»
«Esatto. Guardate meglio, però: vedete qualcosa che non
appare in nessuno dei bassorilievi più grandi?»
Sam si avvicinò a Remi. «Che mi prenda un…»

262
Remi alzò gli occhi verso di lui. «Sono pianeti e stelle.»
Lazlo annuì come un padre orgoglioso. «Esatto. Con i punti
di riferimento celesti, dovremmo risalire alla vera ubicazione
della tomba.»

263
32

Tornati nella seconda tomba, Antonio indicò il bassorilievo


della processione. «In questo si distinguono appena la luna e
alcune stelle, ma sembrano quasi un’aggiunta.»
«Sì, come in uno degli altri. Ma temo che le costellazioni
siano diverse, così come i disegni» confermò Lazlo.
«Non capisco. Come facciamo a sapere qual è la descrizione
giusta?»
Lazlo rifletté per un momento. «Non posso fare a meno di
credere che il bassorilievo ripetuto abbia un significato. La mia
ipotesi è che sia una descrizione astronomica, un indizio per
esperti di stelle. Forse… forse il motivo per cui la posizione dei
punti di riferimento è differente è che le immagini sono
rappresentazioni della stessa cosa in diversi periodi dell’anno.
Eventi importanti come il solstizio d’estate o d’inverno…»
«Come possiamo stabilirlo?» chiese Remi.
Gli occhi di Lazlo si allargarono. «Abbiamo le immagini del
manoscritto e dei bassorilievi cubani, vero?»
«Certo, al motel.»
«Andiamoci subito.»
«Perché?»
«Perché, se ho ragione, il manoscritto contiene l’indizio
finale per dipanare la matassa. Remi, scatta altre foto ai
bassorilievi di ciascuna stanza nell’ordine in cui li vedremmo se
avanzassimo dalla cripta principale a quella finale. Cerca di

264
tenere sempre la stessa angolatura. Termina con la nostra nuova
scoperta nell’anticamera.»
Nel giro di dieci minuti erano di nuovo a bordo del SUV in
viaggio verso Teotihuacán. Un’ora dopo arrivarono al motel e
Remi corse dentro, tornando qualche istante dopo con una
chiavetta USB.
Di ritorno allo scavo, si strinsero intorno al monitor su cui
Lazlo studiò i bassorilievi e il manoscritto cubani. Nessuno disse
una parola mentre lui analizzava attentamente le immagini,
passandole in rassegna una dopo l’altra, prima di indugiare sulla
serie di foto scattata nelle tombe.
«I reperti cubani restringono il campo al secondo della serie.
Vedete quella luna? La posizione è identica. Tutto il resto non è
nient’altro che un diversivo.»
«Hai ragione. È la luna. Non l’avrei mai notata, in mezzo a
tutti gli altri glifi» ammise Antonio.
«Ora la domanda è: di quale tempio si tratta? Quello più
piccolo?» Sam indicò un edificio basso sulla destra.
«Non è difficile come pensate, ora che sappiamo cosa
cercare» disse Lazlo.
«Cioè?» chiese Maribela.
«Gli altri simboli indicano la via. Teotihuacán è organizzata
in maniera molto specifica, progettata seguendo certi eventi
astronomici, il movimento del sole, delle stelle, della luna.»
«Già…»
«Guardate il cielo nel bassorilievo, sopra la luna. Quella
stella è più grande delle altre. Dunque deve trattarsi della stella
del Nord. La stella polare.»
Antonio emise un verso di assenso. «È coerente con le altre
immagini tolteche che abbiamo analizzato.»
Lazlo sospirò. «È qui che temo venga il difficile. Dovremo

265
simulare il movimento della luna e delle stelle finché non
troviamo un punto in cui coincidono con le posizioni indicate in
quel bassorilievo. Fatto ciò, saremo in grado di calcolare
l’ubicazione della tomba.»
«Non dovrebbe essere così difficile da stabilire.» Antonio
illustrò gli altri simboli astronomici a tutti. Dopo essersi
consultato con Lazlo, annotò qualche appunto, poi digitò
rapidamente sulla tastiera del laptop. Lo osservarono cancellare
una parola e inserirne un’altra in una finestra di ricerca vuota e
poi premere una serie di tasti. «Ho un programma che può
analizzare la posizione della luna, delle stelle e del sole sulla
base di coordinate anche vaghe. Ci metterà un po’, però. Lazlo
pensa che la processione finale si sia tenuta in corrispondenza di
un evento celeste importante. Qualcosa di monumentale,
adeguato alla tumulazione del più grande sovrano del suo tempo.
Pertanto ho inserito tutti gli eventi più ovvi, gli equinozi e altri
allineamenti ritenuti importanti dalle culture mesoamericane.»
Si aprì una finestra sullo schermo. Lui e Lazlo la studiarono e
poi la sovrapposero a un modello di Teotihuacán. Dopo aver
cambiato videata diverse volte, Antonio si allontanò dal
computer.
Lazlo indicò lo schermo. «Ecco il vostro tempio. Il primo
sulla destra, tenendo la piramide della luna davanti a voi.»
Remi guardò Antonio. «Vi sono mai stati effettuati degli
scavi?»
Lui scosse la testa. «Non credo. Abbiamo solo scavato per
liberare la facciata dalla terra. Le piramidi secondarie erano
considerate insignificanti nel quadro complessivo del sito,
dunque tutte le risorse sono state concentrate sugli edifici più
grandi.»
«E non sono mai state esplorate a fondo.»

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«Disponiamo di finanziamenti molto limitati…» si giustificò
Maribela.
Antonio alzò una mano. «Non penso che Remi ci stia
accusando di essere negligenti, ma solo che non si sa granché sul
loro conto, dato che gli scavi principali si sono concentrati
intorno ai siti più spettacolari.»
«Esatto. Potrebbe tranquillamente esserci una tomba sotto il
tempio, oppure lungo uno dei lati» disse Remi.
«In effetti, se guardate l’allineamento delle strutture, vedrete
il retro del tempio sull’asse.»
«Quanto misura quel lato?» chiese Sam.
«Quasi tutte le strutture sono lunghe circa trentasei metri
quadrati.»
«Non molto più piccolo del tempio del serpente piumato.»
«Poco più della metà, ma è comunque una superficie
notevole.»
«Andiamo a dare un’occhiata. Ci serve un altro permesso?»
«Direi di no, dato che qui sono il funzionario superiore
dell’INAH.»
Salirono a bordo del Suburban aziendale di Antonio e
percorsero lentamente il viale dei morti, facendo attenzione a
evitare i gruppi di turisti che visitavano i monumenti. Giunti al
tempio, risalirono il pendio retrostante, sgombrato solo
parzialmente dalla terra, e studiarono la parte posteriore della
piramide minore.
«Diciamo che va fatto uno scavo di una trentina di metri. Ma
c’è molta terra da spostare. Si può far venire un retroescavatore
per fare il grosso del lavoro di sgombero, prima di far intervenire
la squadra?» chiese Remi.
«Non vedo perché no» disse Antonio. «In città ci sono
parecchi posti in cui noleggiare attrezzature e operatori. Magari

267
riusciamo a trovarne uno già nel pomeriggio. Se lo paghiamo in
modo adeguato, l’operatore non avrà problemi a lavorare fino a
tardi. Chissà che non riusciamo a completare il lavoro in un
giorno solo, prima di mettere al lavoro la squadra.»
«Delimitiamo un’area da sgombrare.»
Alle due arrivò un enorme retroescavatore che lavorò fino alle
nove, prima col sole e poi con i fari da lavoro. Quando
l’operatore se ne andò, Sam, Remi e Lazlo raggiunsero in taxi il
ristorante in cui avevano cenato la sera prima. Il cibo era buono e
l’umore alle stelle. Avevano la sensazione di aver fatto progressi
significativi.
Il mattino seguente, i lavori iniziarono alle otto. Alle due e
mezzo del pomeriggio, l’intera sezione dietro la base della
piramide era pronta per la squadra, che avrebbe effettuato scavi
più scrupolosi con picconi e pale. Continuarono fino al calare del
sole e ripresero il mattino dopo, sgombrando il terriccio sotto la
luce implacabile del sole caldo. Alle sei di sera, una piccozza
penetrò dall’argilla dura in una cavità sottostante. Il foro venne
allargato fino a consentire a una persona di entrarvi. Quella volta
Remi insistette per andare e, dopo aver ascoltato ammonimenti
simili a quelli ricevuti da Sam, si fece calare nell’apertura
insieme a una luce portatile e a una radio.
«Cosa vedi?» le chiese Sam dopo una trentina di secondi.
«Una galleria rudimentale. Passa sotto il tempio.»
«Quanto è lunga?»
«È quello che intendo scoprire.»
Sam decise di lasciarla in pace e di permetterle di esplorare
l’ambiente finché non fosse stata pronta a comunicare di nuovo.
Dopo una lunga pausa, la sua voce crepitò ancora dalla radio.
«C’è un ingresso. È di pietra, coperto di bassorilievi molto più
complessi di quelli che abbiamo visto finora. Ma è ostruito da

268
pietre più piccole, sigillate con la malta. Ci servirà qualcosa per
aprirci un varco. E potrebbe essere una buona idea puntellare la
galleria, anche se, non essendo crollata nel corso dei secoli,
dovrebbe reggere.»
Sam passò l’informazione ad Antonio, accanto a lui insieme a
Lazlo, entrambi concentrati sull’apertura. Antonio ordinò agli
uomini di entrare in azione: il caposquadra portò un’altra scala a
pioli e tre operai sparirono nel buio. Gli altri rimasero sopra e
passarono travi e assi di legno, con cui creare una puntellatura
rudimentale.
«Vengo giù» disse Sam e, dopo che fu passata la prima ondata
di operai, scese con una piccozza, seguito da Lazlo, Antonio e
Maribela armati di pesanti palanchini di ferro.
I fasci delle loro torce elettriche si mossero sulle pareti di
argilla finché non individuarono Remi dietro una curva della
galleria, di fronte a una porta murata in modo grossolano. I muri
attorno erano coperti di bassorilievi molto simili a quelli che
avevano visto nelle cripte del sito di López Mateos.
Remi indicò la sommità della porta. «Guardate, la piramide
con la luna. Ci siamo. Deve essere il posto giusto.»
Sam annuì. «State indietro. Vediamo se si riesce a entrare…»
Fece mulinare la piccozza e la sbatté contro la pietra. Volò via un
blocco di malta. Colpì di nuovo e un pezzo più grosso cadde ai
suoi piedi. «Funziona. Ci vorrà solo un po’ di tempo.»
«Facciamolo fare agli operai» suggerì Maribela.
Sam scosse la testa. «Neanche per idea. Datemi solo cinque
minuti.» Continuò a colpire la parete e, dopo un po’, un sasso
cadde nello spazio vuoto retrostante. «Abbiamo creato un varco!
Fatemi buttare giù qualche altro sasso e poi useremo quei
palanchini.» Due pietre squadrate crollarono all’interno con il
suo colpo successivo, e poi un’altra con quello dopo. Sam

269
appoggiò la piccozza a una colonna, mentre Lazlo e Antonio si
davano da fare con i palanchini.
Lo spazio era troppo angusto per consentire a Remi e
Maribela di dare una mano. Altri sassi caddero nello spazio
interno e poi la parte inferiore della parete crollò in un cumulo di
detriti. Dalla pila si sollevò una nube di polvere.
«Credo che l’onore spetti a Remi» disse Sam.
Antonio annuì. «Certo. Señora.»
Remi sollevò la voluminosa luce portatile, poi si sporse nello
spazio appena aperto e si diede un’occhiata intorno. «È una
cripta.» Scavalcò l’apertura e trattenne il fiato.
Un brivido di paura salì lungo la spina dorsale di Sam. «Stai
bene?» le chiese, puntando la sua torcia elettrica nel buio.
«Benissimo. Credo proprio che abbiamo trovato la tomba.»
Fece una pausa. «C’è un corpo coperto di giada su una
piattaforma di pietra, circondato da vari mucchi di offerte. Sono
impolverate, ma vedo qualche luccichio, per cui si tratta
probabilmente di oro. E di maschere di giada.»
«Oro? I toltechi non avevano oro» disse Maribela.
«Magari lo scambiavano? E pure ossidiana. E vasellame
tolteco. Ceramica.»
«Posso entrare?» chiese Sam.
«Sì, però fa’ attenzione.»
Sam si infilò nel varco, seguito da Maribela, Lazlo e Antonio.
Si ritrovarono in una camera di circa tre metri per quattro,
dalle pareti di pietra coperte di bassorilievi. Remi girò con
cautela intorno a un mucchietto di manufatti e si chinò, con la
lampada davanti a sé. Le lampadine a LED proiettavano una
sinistra luminescenza bianca all’interno della cripta.
Remi raccolse una statuetta dalla pila. «Oro.»
Sam e Lazlo erano accanto alla figura sulla piattaforma. La

270
pelle della mummia si era essiccata: era color caffè e sembrava
avere la consistenza della carne secca.
«Era alto circa un metro e cinquanta, dunque era chiaramente
un indigeno. Non certo la figura alta, maestosa e barbuta delle
leggende» disse Lazlo.
Maribela andò al suo fianco, scrutando la mummia. «Ma la
storia parla di una veste ampia e larga di cuoio bianco. Un tempo
era bianco, almeno. La veste di un profeta…»
«O di un dio» sussurrò Antonio.
«Ma nessun Occhio del Paradiso» disse Sam.
«Ahimè, probabilmente fa parte della leggenda» ribatté
Maribela. «Col passare del tempo le enormi ricchezze di questa
tomba potrebbero essere state esagerate, insieme all’altezza di
Quetzalcóatl.»
Remi aveva superato le offerte e stava studiando i bassorilievi
sulla parete. «Guardate, sono quasi tutti serpenti. Quetzalcóatl. E
qui viene ripreso il tema della processione, ma in questa
immagine si trasporta il corpo di un serpente piumato. È una
processione funebre.»
Passarono un’ora all’interno della camera, mentre gli operai
puntellavano la galleria con le travi.
Remi posò la luce e si passò una mano fra i capelli
impolverati. «Credo che sia stata una giornata produttiva, non
trovate? Meglio lasciare queste cose agli esperti.»
Antonio annuì. «È una delle scoperte più rilevanti degli
ultimi cento anni. Dovete essere molto fieri di voi. Avete trovato
il luogo di riposo di Quetzalcóatl. È stato un vero onore lavorare
con voi.»
Maribela sorrise. «Sì. È un successo straordinario. Il popolo
messicano è in debito con voi per avergli restituito un importante
pezzo della sua storia. Di nuovo» aggiunse, riferendosi al codice

271
dei maya che i Fargo avevano recuperato solo qualche mese
prima.
«L’onore è nostro per aver avuto l’occasione di esplorare un
sito sacro. E anche voi dovete essere fieri: sarà un evento di
grandissima portata, per la comunità archeologica, il ritrovamento
del tesoro perduto e del corpo di Quetzalcóatl in un solo giorno.
È un successo che in tanti non avranno mai.»
Remi tossì per via della polvere che saturava l’aria, poi
aggiunse con garbo: «Questa scoperta non sarebbe stata possibile
senza di voi». La verità, naturalmente, era più complessa.
Davanti alla mummia, Lazlo scuoteva la testa. «Ci sfugge
ancora qualcosa. Non so cosa, ma è così.»
Maribela rise. «Lazlo, questo è quanto. Anche se non è ciò
che speravi, non significa che a qualcuno sia sfuggito qualcosa.»
«Forse no. Ma voglio condurre un’ispezione scrupolosa
dell’interno. Così come abbiamo trascurato le informazioni
trovate nelle tombe di López Mateos che ci hanno portati qui,
qualcosa mi dice che sia troppo presto per considerare risolto
questo arcano.»
Antonio gli si avvicinò. «Ovviamente condurremo un’analisi
dettagliata della scoperta e la studieremo palmo a palmo. Stiamo
cercando la stessa cosa e ritengo giusto rispettare l’istinto di
Lazlo. È sempre possibile che qui ci siano altri segreti e che
Quetzalcóatl non ce li abbia ancora rivelati tutti.»
Una volta riemersi, Antonio fece alcune telefonate per
organizzare un servizio di sicurezza più corposo al calare delle
tenebre. Non era il caso di correre rischi, con una stanza che
conteneva oro e preziosi manufatti. In una zona rurale del
Messico, ben fuori dalla portata della polizia, Antonio era cauto:
un numero sufficiente di operai aveva visto cosa si trovava nella
camera perché le voci iniziassero a circolare, e una presenza

272
armata era una precauzione saggia.
Il telefono di Antonio trillò e lui si allontanò. Ascoltò per
qualche istante e sbiancò. Quando tornò, sembrava scosso.
«Era… Hanno trovato il corpo di Carlos.»
Calò il silenzio. La notizia della morte violenta del loro
collega aveva smorzato l’entusiasmo della scoperta. Antonio li
mise al corrente delle poche informazioni che gli avevano dato e
che non spiegavano nulla. L’ennesima morte insensata in un
mondo crudele, un brav’uomo strappato alla vita senza un motivo.
Man mano che la luce del giorno si attenuava, un vento caldo
prese a soffiare sulle rovine, come l’alito di un dio arrabbiato che
gemeva, un canto funebre per il loro amico scomparso.
Dopo un momento di rispettoso silenzio, Sam e Remi
riempirono i rispettivi zaini mentre i due fratelli impartivano
istruzioni ai due addetti alla sicurezza.
Quando Antonio ebbe finito, si avvicinò ai Fargo, scuro in
volto. «Resterò qui finché non arrivano le altre guardie. Ho
chiesto un contingente di soldati dalla base militare vicina.»
Diede un’occhiata all’orologio. «Dovrebbero essere qui entro
un’ora. Ve ne state andando?»
«Torneremo domani a vedere cosa viene riportato alla luce, se
vi sta bene» disse Remi.
«Mi farebbe piacere.»
Seguirono gli ultimi turisti lungo il viale dei morti,
raggiungendo i cancelli di ingresso con la testa da un’altra parte.
Restarono in silenzio per tutto il tragitto di ritorno al motel.

273
33

La mattina dopo, Lazlo, Remi e Sam si diressero verso la


piramide della luna a bordo di un golf cart fornito dall’INAH. Il
SUV di Antonio era parcheggiato vicino a dove una squadra
ancora mezza addormentata allestiva un tendone. Al loro arrivo,
lo trovarono impegnato a dare spiegazioni a un gruppo di studenti
dall’aria seria.
A Maribela, che era poco lontano, si illuminarono gli occhi
quando li vide. «Hola! Siete arrivati presto!» esclamò, e andò
loro incontro con il passo leggero di una ballerina.
«Volevamo dare un’altra occhiata alla nostra scoperta» spiegò
Sam.
«Molto bene. Stavamo giusto ripassando i protocolli insieme
alla squadra. Ci è stata assegnata una decina di assistenti. Non
vogliamo danneggiare nulla mentre documentiamo il contenuto
della cripta.»
«Vorremmo entrare e fotografare tutto, prima che qualcosa
venga spostato.»
«Certo. Da questa parte: vi procurerò guanti e spazzole, nel
caso trovaste qualcosa da ripulire.»
«Grazie, ma ci interessano soprattutto i bassorilievi. Speriamo
di fare luce sul motivo per cui molti racconti descrivono
Quetzalcóatl come un bianco alto e con la barba. La mummia è
tutto fuorché quello…»
«Ah, già, le leggende.»

274
«È meglio essere scrupolosi» disse Remi, con voce tranquilla
ma decisa.
Lazlo percepì la tensione tra le due donne e si diede subito da
fare per disinnescarla. «Quanto tempo ci vorrà perché tuo fratello
finisca con i ragazzi?» chiese a Maribela.
«Ci sta lavorando da circa un quarto d’ora, per cui immagino
poco.»
Infatti Antonio li raggiunse poco dopo e li accolse come
ospiti d’onore. «Eccovi qui! Siete venuti a festeggiare?»
«Volevamo scattare qualche foto prima che vi metteste
davvero al lavoro.» Sam diede un’occhiata ai sei soldati che
formavano un anello lungo il perimetro del sito, con i fucili M4
in spalla. Nessuno dimostrava più di diciotto-venti anni. «Vedo
che hai fatto intervenire i grossi calibri. Letteralmente.»
«Non sarebbe bello che il tesoro di Quetzalcóatl sparisse.»
Passarono la giornata a scattare fotografie e spazzolare i
bassorilievi per coglierne tutti i dettagli. Finalmente Sam tornò in
superficie per prendere una boccata d’aria. Remi lo raggiunse
sotto il telone, dove Lazlo stava analizzando metodicamente le
foto sul grosso monitor. Era del tutto rapito e ignaro del
trambusto circostante.
«Hai fotografato tutto quello che volevi?» chiese Sam.
«Penso di sì, anche se ho la stessa sensazione di ieri. Non è
granché, come tesoro.»
«È probabile che i toltechi non fossero un popolo ricco.»
«Ma la leggenda sembra troppo gonfiata, rispetto a ciò che si
trova qui sotto» intervenne Remi, sfiorandosi lo scarabeo d’oro
con le dita. «Magari è solo il mio amuleto portafortuna che
irradia vibrazioni scettiche.»
«Direi che, finora, ha portato parecchia fortuna. Tuttavia,
vibrazioni o meno, la considero una vittoria. Abbiamo risolto

275
l’ennesimo enigma della Storia. Non male, per una giornata di
lavoro.» Sam diede un’occhiata a Lazlo. «Sei pronto a tornare?»
Lazlo si era di nuovo perso nei suoi pensieri, dimentico di
loro. «C’è qualcosa che ci sfugge. Non so cosa, ma è così.»
«Inizio a preoccuparmi, quando tu e Remi siete d’accordo.
Andiamo, è stata una giornata lunga. Le foto saranno qui anche
domattina e ti sarai rovinato gli occhi su quel monitor. Hai fame,
Remi?»
«Ce l’ho sempre. E tu hai l’aria di uno che potrebbe darsi una
rinfrescata.»
«Anche tu non ti guardi allo specchio da un po’, vero?»
Salutarono Antonio e Maribela, riportarono Lazlo alla clinica
e infine tornarono all’hotel St. Regis, dato che quella mattina
avevano lasciato il motel. Concordarono di ritrovarsi la mattina
seguente e di fare il tragitto in macchina fino al sito insieme,
dopo una buona notte di sonno. Ormai il lavoro più difficile era
stato fatto.
Alle tre del mattino, a Teotihuacán regnava un silenzio di
tomba. Le maestose piramidi erano pressoché invisibili nel cielo
notturno. L’ampio viale dell’antica città era una striscia nera
come l’inchiostro, deserta. Una falce di luna fece capolino tra le
nubi, proiettando abbastanza luce perché i soldati di guardia alla
cripta appena scoperta potessero vedersi in faccia. Un sergente
veterano percorreva il perimetro del tempio, assicurandosi che i
suoi dodici sottoposti fossero attenti e vigili. Per quanto
distassero solo quaranta chilometri dal caos di Città del Messico,
era come essere in un altro mondo: il baluginio delle luci di San
Martín de las Pirámides era diverso dallo scintillio al neon della
capitale quanto l’acqua è diversa dal vino.
Un caporale era di guardia nei pressi della barriera che
delimitava l’area dello scavo e sussurrava una barzelletta a uno

276
dei suoi uomini. Si irrigidì e si zittì non appena vide avvicinarsi il
sergente: il loro comandante aveva fama di essere un osso duro,
un militare di carriera che aveva passato quindici anni di servizio
in giro per il Messico, all’apice della guerra al narcotraffico.
Prendeva molto sul serio quel monotono incarico di sorveglianza,
che i suoi uomini, grandi a malapena da doversi radere,
consideravano l’ennesima, infinita successione di pattuglie
noiose, insensate e inutili.
Il sergente aprì la bocca, probabilmente per abbaiare un
rimprovero, quando il cappello gli saltò via, insieme a metà del
cranio. Il caporale impiegò un secondo a capire cosa fosse
successo, l’ultimo secondo della sua breve vita: un puntino rosso
gli danzò sullo sterno e due pallottole gli si conficcarono nel
petto. Il soldato semplice a cui stava raccontando la sua storiella
stava per puntare l’arma e sparare, quando un proiettile gli
trafisse la gola. Si afflosciò al suolo, farfugliando mentre esalava
l’ultimo respiro, scosso da tremiti, con il fucile ormai inutile
accanto ai piedi.
Dall’oscurità circostante, otto uomini vestiti di nero
avanzarono verso il sito con passo furtivo ed esperto. Altri tre
soldati caddero sotto i colpi silenziati delle pistole calibro nove.
Le munizioni subsoniche le rendevano impercettibili come
pistole ad aria compressa. Si levò un grido da uno dei soldati
rimanenti, nel momento in cui individuò un corpo senza vita. Il
capo del gruppo di assalto mormorò qualcosa nel suo auricolare e
le otto figure vestite di nero aprirono il fuoco, facendo piazza
pulita.
La battaglia era finita ancora prima di iniziare. I soldati erano
stati abbattuti senza che avessero sparato un solo colpo. Il capo
della squadra di assalto si raddrizzò e avanzò in mezzo alla
carneficina, fermandosi di quando in quando per giustiziare un

277
ferito. Quando fu certo che l’area fosse libera, estrasse un
cellulare dalla giacca a vento nera e premette uno dei tasti di
chiamata rapida.
Due minuti dopo, apparvero tre grossi SUV a fari spenti. Il
primo si fermò ai margini del sito e tutte e quattro le portiere si
aprirono. Guerrero smontò e attese Reginald, che lo seguì un
istante dopo. «Fatto. Ma è il caso di fare in fretta. Non ho idea se
siano tenuti a comunicare con la base via radio a intervalli
regolari o quale sia il loro protocollo.» Guerrero studiò i cadaveri
con espressione calma: vedeva soldati messicani morti quasi ogni
giorno.
Reginald annuì. «Da’ ordine ai tuoi di portare i borsoni.
Vogliamo l’oro, ovviamente, ma anche eventuali icone e oggetti di
ceramica. C’è un mercato fiorente per quella roba, se hai i
contatti giusti.»
«E tu ce li hai.» Guerrero sogghignò e un raggio di luna
errante si rifletté sulla capsula d’oro di un suo incisivo,
conferendogli un aspetto demoniaco.
«Il che fa di me il partner ideale, vero? Questa roba potrebbe
valere una fortuna.»
«Andiamo a vedere cos’abbiamo, allora. Prima tu.»
Reginald aggirò i corpi fino a raggiungere la rampa
all’ingresso della tomba. Una volta dentro, accese la sua torcia
elettrica, imitato da Guerrero. Ben presto vennero raggiunti dagli
altri. Quattro restarono in superficie per assicurarsi che nessuno
interrompesse il saccheggio.
Reginald entrò nella cripta e si inginocchiò accanto a uno dei
tre mucchi. Sollevò con cautela una statuetta d’oro e la soppesò
con un borbottio, prima di avvolgerla attentamente in un panno e
farsela scivolare nella sacca. «Non c’è tanto quanto avrei sperato,
ma questa statuetta da sola pesa almeno due chili. Sarà una

278
nottata proficua. Portiamo via tutto: questa roba starà in quattro o
cinque borse, per cui lo spazio a disposizione sarà più che
sufficiente. Ma ricordate quello che ho detto: trattate tutto con
cura. Sono oggetti molto fragili. Faremo un inventario una volta
lontani da qui.»
Si misero al lavoro: uno estraeva i manufatti preziosi e gli
altri li impacchettavano e li mettevano via. La cripta fu svuotata
nel giro di una ventina di minuti.
Reginald fissò la mummia, si diede un’occhiata in giro e
guardò l’orologio. «Fatto. Il nostro compito qui si è concluso.»
Soddisfatto, raggiunse Guerrero, che gli offrì una mano per
trasportare la borsa.
«Quanto pensi che valgano?» chiese, mentre Reginald gli
passava le maniglie della pesante sacca.
«Non sono ancora in grado di dirlo, ma suppongo milioni.
Quanti… dipenderà dal mercato e dal tempo che dovremo
attendere perché la pista si raffreddi, prima di offrire i reperti a
qualche collezionista accorto.»
«Perché non fondiamo l’oro e non lo convertiamo subito in
denaro?»
Reginald scosse la testa, inorridito. «Santo cielo, no. Il valore
di questi manufatti è nella loro storia, non nel peso dell’oro.
Valgono mille volte più del valore grezzo del metallo.»
Guerrero lo guardò con aria scettica. «Ricordati il patto:
cinquanta e cinquanta. Niente scherzi. Non c’è nessun angolo del
pianeta abbastanza lontano perché tu possa sfuggirmi.»
«Non temere» disse Reginald, atteggiandosi a onesto
nobiluomo inglese agli occhi di quel selvaggio presuntuoso.
Ovviamente, a prescindere da quanto avrebbe fruttato quel tesoro,
avrebbe fatto in modo che almeno il settanta per cento restasse
nelle mani sue e di Janus. Il boss del cartello non avrebbe mai

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saputo con precisione i termini di ciascuna vendita e, se
necessario, Reginald avrebbe stipulato patti privati per ulteriori
pagamenti.
Non vedeva l’ora di godersi l’espressione di Janus nel
momento in cui si fosse presentato da lui con il tesoro. Mentre il
fratello maggiore dormiva, Reginald aveva preso l’iniziativa e
aveva fatto guadagnare a entrambi una piccola fortuna. Gli era
pure passato per la testa di tagliarlo fuori del tutto, ma gli
servivano l’esperienza di Janus per valutare ogni pezzo e la sua
rete di conoscenze. Forse, di lì a qualche anno, avrebbe
conosciuto tutti i personaggi in gioco, ma per il momento Janus
era il capo, per quanto la cosa ferisse l’orgoglio di Reginald.
Con un po’ di fortuna, sarebbero stati al sicuro a Città del
Messico mentre la polizia piazzava posti di blocco sulle strade
circostanti e tutti i veicoli venivano perquisiti. Sarebbe stata una
caccia all’uomo inadeguata e tardiva.
Reginald poteva solo immaginare come avrebbero reagito i
Fargo, una volta scoperto che erano stati battuti sul tempo e che
la loro grande scoperta sarebbe stata ricordata come un fiasco
assoluto.
Un ghigno famelico gli attraversò la faccia mentre pensava
alla loro espressione. Il momento della rivincita.

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Il mattino dopo, Lazlo era in attesa nella lobby della clinica


quando il taxi di Sam e Remi accostò davanti all’imponente
edificio. Sam fece appena in tempo a smontare e fargli un cenno
che li aveva già raggiunti. Nel giro di pochi minuti, i tre erano
seduti in un bel ristorante nei paraggi. Dopo aver ordinato la
colazione, la discussione si concentrò sulla tomba.
Lazlo bevve un sorso di caffè nero. «Oggi voglio studiare il
sito con calma. Temo che i vostri colleghi messicani abbiano
cantato vittoria un po’ troppo presto.»
«O forse sono meno paranoici di te» disse Sam.
«Anni di cinismo e pessime abitudini ti segnano, è
inevitabile.»
Il cellulare di Sam squillò mentre il cameriere li serviva. Lui
lesse il numero, perplesso, e rispose mentre Remi e Lazlo
attaccavano le loro uova. Dopo una discussione a bassa voce,
chiuse la comunicazione e posò il telefono sul tavolo accanto al
suo piatto. Il colore era sparito del tutto dal suo viso.
«Sam? Cos’è che non va?» domandò Remi.
«Il sito è stato attaccato. Sono tutti morti, e il tesoro è
sparito.»
«Com’è possibile?» chiese Lazlo, incredulo.
«Ieri, a tarda notte, qualcuno ha assassinato i soldati e ha
razziato la cripta. I manufatti… tutti… sono spariti.»
«Quanti soldati c’erano?»

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«Una decina. Antonio mi ha appena chiamato. È distrutto,
come potete immaginare.» Sam gli riferì il resoconto di Antonio.
Quand’ebbe finito, si fissarono in un silenzio sbigottito, mentre
cercavano di accettare la notizia dell’attacco.
«Dunque non resta nulla?» chiese Remi, alla fine.
«Almeno non hanno portato via la mummia.»
«Ma chi poteva essere al corrente della scoperta? Era stata
annunciata?» chiese Lazlo.
Remi scosse la testa. «No, ma è evidente che qualcuno ha
parlato. Potrebbe essere stato un operaio, oppure uno studente, o
addirittura un soldato. Ci sono troppi sospetti.»
«Antonio dice che il sito brulica di federales e di troupe
televisive. Se vogliamo andarci siamo i benvenuti, ma dovremo
attendere la fine della giornata per consentire alla polizia di fare
il suo lavoro.»
«Ha dell’incredibile. Siamo solo a due passi da Città del
Messico…»
«C’è qualche ipotesi su chi sia il responsabile?» chiese Lazlo.
«Una banda di criminali. C’è un’ampia scelta. Chiunque sia
stato, deve essere molto, molto bravo. Nessuno si è accorto di
nulla fino alle sette, quando sono arrivate le guardie del mattino.
Il che significa che gli aggressori hanno ucciso una decina di
soldati armati fino ai denti senza fare il minimo rumore. Nessuno
è riuscito a rispondere al fuoco. Deve essere stato un attacco
fulmineo.»
«Tipo… un commando del SAS. Quasi impossibile, avrei
detto.»
«La polizia sta raccogliendo le impronte degli pneumatici, ma
Antonio non mi è sembrato ottimista. Qualcosa mi dice che i
federales non siano come la squadra di CSI della televisione.»
«Già, immagino.»

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Le spalle di Sam si afflosciarono. «Ho perso l’appetito.»
Remi scostò il suo piatto. «Anch’io.»
Lazlo invece finì la sua colazione, mentre Remi sorseggiava il
caffè. Dopo l’ultima forchettata di omelette, si rilassò e scrutò il
traffico dalla finestra panoramica. «Sapete, una delle cose che
studiavo ieri sera era una descrizione di questo tipo di tombe. Se
vuoi nascondere qualcosa, devi fare in modo che resti un segreto.
Ma qualsiasi segreto può trapelare. Voi cosa fareste, se aveste tra
le mani un tesoro ineguagliabile e se, per giunta, doveste
seppellirlo insieme al vostro glorioso capo defunto?»
«Mi arrendo.»
«Ci sono stati rari casi di tombe-diversivo. Chiunque ne
ritrovi una abbandona ulteriori ricerche, perché è convinto di
avere trovato ciò che cercava. Di solito contengono ricchezze
sufficienti a convincere chiunque che si tratti della vera tomba.
Erano davvero ingegnosi.»
«Pensi che possa essere una falsa pista?»
«Tutto è possibile. È solo un’ipotesi, ma considerate ciò che
vi aspettavate e ciò che avete trovato.»
«Hai visto le foto. A te pare un tesoro degno di un re? Persino
per gli standard toltechi?»
«No. Il mio ragionamento è proprio questo.»
«Ma, se non è la vera tomba, allora perché i bassorilievi
conducevano lì?»
«È proprio quello che non mi tornava. Forse l’ubicazione è
corretta, ma la cripta che abbiamo scoperto… è stata concepita
per porre fine alla caccia alla tomba.» Lazlo sospirò. «E ci è
riuscita.»
Remi guardò Sam. «Non ho sempre detto che Lazlo è un
genio?»
«Be’, la giuria non ha ancora deliberato, tuttavia…»

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«No, sul serio.»
«Interessante. In effetti, il ragionamento fila. Ma,
francamente, il governo messicano non sarà entusiasta alla
prospettiva che ci mettiamo a scavare a caso, sperando che quella
vaga ipotesi sia valida. Non abbiamo nulla di concreto su cui
basarci.»
«Ma deve esserci un modo.»
«Non ho detto che non c’è. Ho solo detto che non ci
consentiranno di scavare per sfizio all’interno di un sito storico.»
Remi studiò la sua espressione. «Hai un’idea?»
«Sì. Una delle cose che mi ha detto prima Antonio è che il
sonar alla fine ha segnalato qualcosa, anche se era troppo tardi
per esserci di aiuto. Sto pensando che forse non è troppo tardi.»
Sam pagò il conto e uscirono tutti in strada.
Remi attirò l’attenzione di un taxi, poi attese che uscisse dal
traffico e si fermasse accanto al marciapiedi. «Questo significa
che il nostro fantastico soggiorno al St. Regis è terminato? Che si
torna al motel di Teotihuacán?»
«Solo se vuoi fare un ultimo tentativo.»
«Certo che lo voglio fare. L’istinto di Lazlo funziona come il
mio: forse abbiamo scoperto la camera di sepoltura di
Quetzalcóatl, la cui storia è stata gonfiata a dismisura, oppure
siamo caduti in un trabocchetto tolteco.»
«La natura umana non è cambiata molto, da mille anni a
questa parte. Qualunque persona normale avesse scoperto un
tesoro e una mummia si sarebbe fermata lì» convenne Lazlo.
Sam tenne la portiera posteriore aperta per Remi e le scivolò
accanto, mentre Lazlo saliva sul sedile del passeggero.
«Ma noi non siamo persone normali, giusto?» disse lei.
Sam sorrise. «No, grazie a Dio. Ci annoieremmo a morte.»
La Jolla, California

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Alla fine di un’altra lunga giornata di lavoro, Kendra scoccò
un’occhiata furtiva a Pete, impegnato a spegnere il suo computer.
Wendy se n’era andata da mezz’ora, lasciando i due alle prese
con il loro ultimo compito.
«Trovato qualcosa?» chiese Pete, alzandosi. Aveva una
barbetta di due giorni sul viso. Si scostò una ciocca di capelli
dalla fronte e sorrise a Kendra, che scosse la testa.
«No, ma non è che mi aspettassi un miracolo. Ci vorrà un bel
po’ di tempo. Non mi è saltato all’occhio nulla.»
«È per questo che lo chiamano ’lavoro’.»
«Sempre meglio che spadellare hamburger.»
Pete si avvicinò alla sua scrivania. «Parli per esperienza?»
«Non rivelo i miei segreti così facilmente. Una ragazza deve
mantenere un po’ di mistero…»
Pete sembrò subito a disagio e spostò il peso da un piede
all’altro, prima di schiarirsi la gola.
Kendra inarcò un sopracciglio, in attesa della sua frase
successiva.
«Hai impegni per stasera?»
«Volevo andare a farmi un altro tatuaggio. Perché?»
La risposta lo spiazzò ma, avendo iniziato il discorsetto, andò
avanti. «Oh, niente. Stavo pensando di fare un giro a Old Town e
di andare a bere qualcosa in quel nuovo birrificio artigianale.
L’ho visto su Internet. Pare che facciano una pizza fantastica.»
«Non mangio carboidrati né latticini e non bevo alcol» disse
Kendra, per poi fargli un sorrisino. «Mi sono sempre chiesta che
effetto faceva pronunciare quelle parole. Le ho sentite tante di
quelle volte che ormai mi fanno esplodere la testa. Ora lo so.»
Pete la guardò confuso.
Kendra sospirò. «Era una battuta, Pete. Adoro la pizza e la
birra. Quale americana con un po’ di sale in zucca rifiuterebbe

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un’offerta del genere?»
«Dunque niente tatuaggio?»
«Dipende da quante birre mi faccio. Offri tu?»
«Il primo giro.»
Kendra spense il computer con un clic, poi si alzò e si fece
scivolare la borsetta a tracolla. «Pronta. Prendiamo auto
separate?»
«Scegli tu. Non ho problemi a darti un passaggio più tardi, se
vuoi prenderne solo una.»
«Ci sto. Fa’ strada. In effetti ho una fame da lupi: oggi mi
sono dimenticata di pranzare.»
«Pensavo di essere l’unico a farlo, da queste parti.»
«Tra geni ci si intende.» Mentre si avvicinavano alla porta,
Kendra alzò un dito. «Selma.» Andò verso la stanza della donna
e, vedendo filtrare la luce da sotto la porta chiusa, bussò piano.
Zoltán emise un latrato protettivo dall’interno. Selma aprì
uno spiraglio e sorrise quando vide Kendra.
«Sto uscendo. Vuoi che ti porti qualcosa domattina?»
Selma scosse la testa. «No, cara, grazie, sono a posto. Passa
una buona serata. E ricordati di attivare l’allarme quando esci.»
«Sarà fatto. Stai un po’ meglio?»
«Non c’era un proverbio? Ciò che non ti uccide…»
Kendra sorrise. «Nietzsche ci sapeva fare con le parole,
vero?»
«Altroché. Stammi bene. Oh, Pete. Sei ancora qui?»
«Sì, Selma. Stavo giusto accompagnando fuori Kendra.»
Selma rivolse uno sguardo d’intesa a Kendra, poi riassunse la
sua tipica espressione neutra. «Un vero cavaliere. Bene, allora, è
venuto il momento che gli anziani vadano a letto. Divertitevi,
ragazzi.»
Kendra le diede un bacio su una guancia. «Ciao, buonanotte.»

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Città del Messico


Janus Benedict trattenne a stento la rabbia osservando la
faccia compiaciuta di Reginald mentre gli descriveva l’incursione
notturna nella tomba, esaltato per avere trafugato il tesoro sotto il
naso di Sam e Remi. Il fratello era su di giri non solo per
l’adrenalina, pensò Janus.
L’istinto di autoconservazione di Reginald entrò in gioco non
appena colse lo sguardo inespressivo di Janus, uno sguardo che
conosceva bene, pur non capendo perché suo fratello non fosse
lieto della notizia.
Janus fissò l’elaborato soffitto della villa di Città del Messico
che aveva preso in affitto per tutta la settimana, perso nei suoi
pensieri.
«Be’, non hai nulla da dire? Abbiamo il tesoro.»
«Già. Ma approfondiamo l’argomento. Hai organizzato un
attacco notturno a un sito storico, a cui hai partecipato insieme a
diversi membri del cartello di Los Zetas, e hai massacrato una
decina di soldati?»
«Sì, te l’ho detto. Ma l’abbiamo fatta franca.»
«’L’abbiamo fatta franca.’ Ti sei reso complice dell’assassinio
di una decina di persone, e hai reso complice anche me.»
«Complici di che? Abbiamo il tesoro.»
«Ah, il tesoro. Che, a giudicare dalle tue foto, non è certo una
fortuna. E dov’è, di grazia?»

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«Te l’ho detto. Non mi hai ascoltato? Guerrero lo tiene in un
posto sicuro.»
Janus si alzò e si avvicinò alla finestra per scrutare il parco.
Quando si voltò, era ancora impassibile. «Non hai la minima idea
di quello che hai fatto, vero?»
«Be’, in realtà lo so bene. Ho messo le mani su quel dannato
tesoro.»
«No. Ti sei messo in società col peggior gruppo di assassini
sulla faccia della Terra per eseguire una carneficina che spingerà
il governo messicano a mettere sottosopra il pianeta per anni e
anni, alla ricerca di quei manufatti. Non solo mi hai precluso la
possibilità di metterli in commercio, ma mi hai associato ad
assassini che ti farebbero fuori senza pensarci due volte. Ero un
venditore disinteressato che forniva a quelle bestie le armi di cui
avevano bisogno, ma tu mi hai portato al loro livello. Se uno di
quei criminali dovesse mai trovarsi con l’acqua alla gola e
intendesse barattare informazioni, ora avrebbe qualcosa da
scambiare: non solo sul loro capo ma pure su di te e, per
associazione, su di me.»
La spiegazione di Janus fu come uno schiaffo per Reginald.
«Non… non pensavo…»
«È la prima cosa sensata che tu abbia detto. Non hai pensato.
Se lo avessi fatto, ne avresti parlato con me e io ti avrei spiegato
che il tuo piano era pericoloso e stupido. Avrei fatto in modo che
fosse il cartello a realizzare l’incursione, senza di te, e noi non
avremmo fatto altro che ricevere i manufatti. In caso di successo,
non ci saremmo attesi un guadagno economico immediato.»
«Qual è la differenza?»
«La differenza è che conosco quei parassiti e so che vorranno
i soldi. Non gli interessa che potrebbero volerci anni prima che la
faccenda cada nel dimenticatoio. Visto che sono in società con

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loro, dovrò pagare per non incorrere nella loro collera. Per cui,
razza di scemo che non sei altro, non solo hai esposto entrambi a
notevoli pericoli presenti e futuri, ma mi costi pure una bella
somma che forse recupererò, forse no.»
«Ma abbiamo…»
«Dannazione, Reginald! Non abbiamo nulla. Los Zetas hanno
per le mani qualche ninnolo che non riusciremo mai a piazzare
sul mercato e la cui stessa esistenza ti mette in pericolo. Alcuni
nostri clienti ora saranno convinti che siano nostri complici.
Corriamo il rischio che vengano arrestati e ti vendano in cambio
di uno sconto di pena. E sai una cosa, imbecille? Buona parte
degli Stati sono pronti a estradare un pluriomicida.»
«Ma non ho ucciso nessuno.»
«È la tua parola contro la loro. Vuoi dichiararlo mentre
marcisci in un carcere messicano? Fatico a capire come ti sia
venuto in mente che fosse una buona idea.»
«Quel che è fatto è fatto e non si può tornare indietro» disse
Reginald, a braccia conserte e con voce torva.
«Non riesco a credere che ti ho consentito di entrare nei miei
affari. Sul serio. Non hai idea di quello che fai, eppure sei
convinto di essere il più intelligente di tutti. Incredibile.»
«Sai una cosa, Janus? Inizio a stancarmi delle prediche che
mi fai come se fossi uno scolaretto.»
«Inizi a stancarti?» Janus fece una serie di respiri profondi.
Le mani gli tremavano dalla rabbia e il cuore gli pulsava nelle
orecchie. Si sforzò di calmarsi. «Reginald, ci hai messi in una
posizione pericolosissima. Quel che è peggio è che continui a
non sapere cosa stiano combinando davvero i Fargo.»
«In che senso?»
«Sono ancora qui. A Città del Messico. E so per certo che
sono tornati al sito. Mi sembra un comportamento strano, se

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hanno trovato il tesoro che cercavano.»
«Ma non c’è rimasto nulla, a parte quel vecchio cadavere.
Forse stanno raccogliendo l’attrezzatura, oppure vogliono dare
un’ultima occhiata prima di andarsene.»
«Forse. Ovviamente, se tu non avessi perso il lume della
ragione, saremmo ancora qui a studiare le loro mosse e ad
attendere, con un vantaggio su di loro. Ora sono sul chi vive e
saranno ancora più cauti del solito.»
Reginald si accese una sigaretta, prima di avvicinarsi al bar e
versarsi una generosa dose di scotch. Lo bevve in due sorsi e si
voltò verso il fratello. «Scusami, Janus. Volevo solo farti una
sorpresa…»
«E ci sei riuscito, non c’è dubbio. Chiama Guerrero. Voglio
incontrare il mio nuovo socio il prima possibile per discutere del
nostro futuro.»
Teotihuacán, Messico
L’area intorno alla piramide della luna era stata isolata dalla
polizia. Il nastro giallo oscillava alla brezza quando Lazlo e i
Fargo si avvicinarono alla piramide minore lì accanto. Le indagini
erano quasi concluse: i cadaveri erano stati da tempo trasportati
all’obitorio e le prove erano state raccolte. I pochi agenti rimasti
erano impegnati a chiacchierare. L’agitazione era scemata e
stavano solo aspettando la fine del loro turno.
Remi cercò di spiegare la loro presenza a due poliziotti di
guardia all’ingresso – un varco nel nastro –, e furono ammessi
grazie all’intervento di Maribela, che li condusse alla tenda delle
ricerche.
Trovarono Antonio seduto con aria abbacchiata su una sedia
da campo azzurra. Aveva appena congedato i suoi studenti, che si
erano presentati in quella che era diventata una zona di guerra.
«Ah, eccovi. La polizia sta per andarsene. A quel punto potremo

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entrare e valutare i danni. Oggi farò prelevare la mummia con
grande cura, per mantenere integra la giada, e la farò portare
all’Istituto, dove la sottoporremo a ulteriori analisi. Mi sembra
più sicuro svuotare del tutto la cripta, nel caso qualcuno leggesse
gli articoli sui giornali e si mettesse in testa di vendere i resti di
Quetzalcóatl sul mercato nero.»
Sam annuì. «È la cosa migliore da fare. Ora la camera è
vuota?»
«Sì. Naturalmente è importante sul piano storico di per sé,
così come lo sono i bassorilievi, però non sono trasportabili. Nei
prossimi giorni faremo installare un cancello con serratura. In
molte altre aree sembra funzionare.»
«E che mi dici della sicurezza notturna?» chiese Lazlo.
«Avremo un piccolo contingente di soldati, ma ormai non
resta più nulla da rubare. Domani farò installare il cancello da
una squadra di muratori, poi basterà la normale sicurezza.»
«Che sarebbe, per l’esattezza?» chiese Remi. «La normale
sicurezza, intendo…»
«Qualche auto e golf cart e sei uomini di notte. Teotihuacán è
grande da pattugliare, e passano la maggior parte del tempo a
impedire atti di vandalismo. Sono più un deterrente.»
«E non hanno scoperto i soldati morti?»
«No, l’esercito gli aveva detto di starsene alla larga per evitare
di farsi sparare per errore. Il sito era sotto controllo militare. Non
che sia servito a tanto…»
«Ci sono indizi su chi possa essere stato?»
«No, a meno che non se li tengano per loro. Io sono solo un
accademico che scava per guadagnarsi da vivere. Nessuno mi dice
mai nulla.»
«Le cose stanno per cambiare. Ma aspettiamo che se ne
vadano tutti. Che ne dite?»

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Maribela e Antonio la guardarono in modo strano.
«È questo il sonar?» chiese Sam, indicando due valigette nere
con la scritta FRAGILE.
«Sì. Quella contiene il monitor e gli apparecchi sonar e l’altra
è un carrello.»
«Era parecchio che non ne vedevo uno.»
«Li hanno usati in altri siti, ma il loro raggio d’azione è
limitato. I rivelatori di muoni sono più efficaci.»
«Tuttavia è in grado di fornire misurazioni abbastanza precise
per quanto? Una decina di metri di profondità?»
«Certo, ma domani dovremo restituirlo. Ho detto di non
prendersi la briga di mandare un tecnico: nel pomeriggio verrà a
prenderlo un corriere.»
Sam e Lazlo si scambiarono uno sguardo di intesa.
«Dovremmo avere a disposizione abbastanza tempo.»
«Per cosa?» chiese Maribela, avvicinandosi.
«Vi spiegherò tutto non appena la polizia se ne sarà andata e
saremo soli» disse Sam, prima di riprendere a esaminare
l’apparecchio.
Lazlo si unì a lui, e scambiarono qualche parola a bassa voce.
Antonio si rivolse a Remi, che si limitò a fare spallucce.
«Non guardare me. Ho sposato un pazzo.»
I federales se ne andarono alle sei e un quarto, quando giunse
una jeep con sei soldati armati. Era il turno di notte,
comprensibilmente agitato dopo quanto successo ai loro
predecessori. Stringevano le armi con aria nervosa, all’erta,
sebbene non vi fossero palesi minacce da cui difendersi.
Mentre calava il buio e le ombre delle piramidi si
allungavano, Sam prese una sedia da campo e si sedette davanti
ad Antonio e Maribela, mentre Lazlo e Remi studiavano con
attenzione le ultime immagini della cripta. Confidò loro i suoi

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sospetti e cosa intendeva fare: utilizzare il sonar per condurre una
ricerca clandestina di un’altra camera, mentre non c’era nessuno
nei paraggi. «Voglio evitare indiscrezioni. Quando abbiamo
trovato questo sito, c’erano fin troppe persone. Qualcuno ha
parlato. L’unico modo per essere certi che un segreto resti tale è
tenerlo tra noi.»
«Pensi davvero che ci sia un’altra camera?» chiese Maribela,
incredula.
«È una possibilità che non voglio trascurare. Sembra che
stasera sia l’opportunità migliore per operare con il sonar in
assenza di pubblico. Facciamolo. Se non dovessimo trovare nulla,
avremo solo sprecato una sera. Se invece troviamo qualcosa…
Be’, non voglio salire su un aereo e andarmene senza sapere.»
Antonio annuì. «Come vuoi procedere?»
«Porteremo l’apparecchiatura giù nella cripta e io la spingerò
in giro. Ogni cavità al di sotto della superficie apparirà sotto
forma di interruzione nella configurazione normale del monitor. È
un sistema di rilevamento molto semplice, ma dovrebbe bastare.»
Il sonar comprendeva un sostegno pieghevole con una ruota
davanti e due dietro, una sorta di triciclo. Davanti al manubrio
c’era una console di comando dotata di uno schermo, mentre
l’apparecchio di rilevazione sonar era sospeso appena sopra il
livello del terreno, accanto alla ruota anteriore. I soldati li
osservarono con vaga curiosità quando spinsero il carrello verso
la rampa di terra. Antonio si fermò a chiacchierare con loro,
spiegando che stavano conducendo misurazioni sotterranee e che
non c’era di che preoccuparsi. Nessuno sembrò interessato e ben
presto Sam si ritrovò a trafficare con i comandi dell’apparecchio
per calibrarne la sensibilità.
«Vedete quella? Terra compatta» disse indicando lo schermo,
che era un oceano di scariche.

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«Come si fa a capire che non è compatta? Oppure che è una
struttura?» chiese Remi.
«È lì che diventa un’arte. Dipende tutto dalla destrezza
dell’operatore.»
Avanzarono lentamente lungo il corridoio che portava alla
cripta e, nel frattempo, Sam girò qualche manopola. A tre quarti
della camera, si fermò e regolò lo schermo.
«Che c’è?» chiese Maribela.
«Si direbbe che sotto di noi ci sia qualcosa. Sì, c’è
decisamente qualcosa.» Indicò un punto sullo schermo. «Vedete
l’anomalia nel campo? È un’area cava. Potrebbe essere una
grotta… oppure un tunnel.»
«Una grotta?» chiese Remi.
Antonio annuì. «Sì, buona parte della città è stata costruita su
grotte. Sotto la piramide del sole, per esempio, c’è una grotta
naturale che veniva utilizzata per riti sacri.»
«Come facciamo a sapere se è naturale o artificiale?»
«Lazlo, ti spiace prendere il gesso e contrassegnare questa
posizione? Ci torneremo più tardi.» Sam indicò una lattina di
polvere gialla.
Lazlo tracciò una X sul pavimento di terra battuta, che tutti
fecero attenzione a non pestare mentre procedevano verso la
camera. Appena prima dell’ingresso, il pavimento era rivestito di
pietra e Sam dovette ricalibrare nuovamente l’apparecchio.
Varcarono una soglia e condussero una metodica ricerca a
griglia della zona della tomba, ma non vi furono rilevazioni come
quella fatta nel corridoio. Dopo una ventina di minuti di attente
perlustrazioni, Sam si asciugò il sudore dalla fronte e indicò la
galleria. «L’unica anomalia è quella. Nient’altro.»
«Non sembrava tanto grande, vero?» chiese Maribela.
«No, non più di un paio di metri.»

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«A quale profondità?» domandò Lazlo.
«Direi al massimo due metri e mezzo. Saremo in grado di
restringere il campo quando ci torneremo sopra.» Sam spinse di
nuovo il carrello nel corridoio e si fermò in corrispondenza della
X. «Eccola. Due metri esatti sotto di noi. Sembra irregolare, più
larga che lunga. Potrebbe essere qualsiasi cosa, ma di certo
esiste.»
Remi aggrottò le sopracciglia. «Cosa avevi in mente?»
Sam studiò l’immagine per l’ultima volta, prima di spegnere
l’apparecchio. «Pensavo che un po’ d’esercizio fisico potesse
essere tonificante.»

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36

Sam, Antonio e Lazlo ansimavano ogni volta che le loro


piccozze sbattevano contro l’argilla compatta. Avevano preso il
ritmo, nella mezz’ora trascorsa da quando avevano iniziato. Si
erano fermati due volte per sgombrare il terriccio ed erano a metà
percorso verso ciò che li attendeva, immersi in un buco largo
poco più di mezzo metro quadrato. Remi e Maribela
ammucchiavano il terriccio accanto alla parete in vista del
momento in cui avrebbero riempito nuovamente il buco, una volta
svelato il mistero della cavità sotto il corridoio.
La terra sotto i piedi degli uomini iniziò a muoversi e, prima
che fossero riusciti a saltare fuori dalla fossa, cedette di colpo. Si
ritrovarono in caduta libera tra una pioggia di detriti e atterrarono
su un fondo di pietra dura a sufficienza da lasciarli senza fiato.
La voce di Remi giunse dall’alto. «State bene?»
Sam si scrollò la terra di dosso e si mise a sedere, tastandosi
il costato. «Penso di sì. Lazlo? Antonio?»
Antonio si mosse. «Sto bene. Sono solo… un po’ stordito.»
«Non si trattano così gli ospiti» brontolò Lazlo, togliendosi
terriccio dalla faccia.
«Pensavo che avremmo avuto un minimo di preavviso, prima
che il pavimento cedesse» disse Sam.
«L’archeologia è una scienza imprecisa, a volte.»
Sam tossì e guardò in alto. «Remi? Ti spiace gettarci qualche
torcia elettrica?»

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Sam sentì qualcosa strisciargli su una gamba e, suo malgrado,
rabbrividì. D’un tratto, gli ammonimenti sui serpenti non gli
parvero più tanto buffi.
Udì dei passi e poi la voce di Remi. «Attenti, lì in basso!»
Tre torce d’alluminio atterrarono sul mucchio di detriti tra gli
uomini.
La voce di Remi echeggiò di nuovo sulle pareti dello spazio
in cui si trovavano, di qualunque cosa si trattasse. «Allora? Cosa
c’è lì sotto?»
Sam accese la sua torcia e la orientò intorno al punto in cui
giaceva, dove l’aria era ancora satura di polvere. Passò qualche
secondo. «Siamo all’interno di un’altra galleria.»
Sam attese la risposta di Remi, mentre Antonio e Lazlo
accendevano le loro torce. La galleria era larga circa tre metri e si
estendeva nell’oscurità.
«Aspettate un attimo, allora. Scendo.» Il capo di una corda
cadde accanto a Sam e la sagoma sottile di Remi scese dal foro,
accompagnata da altro terriccio smosso.
Sam puntò la torcia sul torace di Remi. «Carino da parte tua
raggiungermi. A cosa hai assicurato la corda?»
«Alla piattaforma del nostro amico mummificato. Maribela
resterà lassù, nel caso ci serva aiuto: non mi sembrava una buona
idea essere tutti qua sotto senza avere un modo certo per risalire.»
«Maribela?» gridò Antonio.
«Sì?»
«Puoi chiedere ai soldati di portare quaggiù una scala a pioli?
Una di quelle alte…»
Sam scosse la testa. «No. Per il momento non voglio che
nessuno all’infuori di noi lo venga a sapere.»
Antonio annuì e fece una smorfia di dolore piegando il collo.
Poi alzò gli occhi verso l’apertura. «Sam ha ragione. Puoi portare

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qui la scala di alluminio lunga? Non pesa tanto. E qualche torcia
in più, se possibile. Ma niente soldati. Solo tu.»
«D’accordo.» I passi di Maribela echeggiarono lungo il
corridoio al piano superiore.
Si sentiva solo il rumore dei loro respiri. Remi puntò la torcia
sulle pareti della galleria e indicò alla sua destra. «La vedete?»
«Sì, sembra una specie di anticamera» disse Sam.
«Guardate i bassorilievi. Sono toltechi, identici a quelli della
cripta. Ma questi hanno dettagli più esotici.» Remi si avviò lungo
la galleria e raggiunse le pareti di pietra nel punto più ampio.
Un’enorme cornice di pietra intorno all’ingresso del corridoio
mostrava gli inconfondibili pittogrammi della cripta al piano
superiore, ma con incisioni più dettagliate e fini. «Qui c’è la
stessa processione funebre. La stessa piramide, ma la luna non è
ostruita da nuvole. E Quetzalcóatl… Guardate! Il suo ritratto è
diverso rispetto a tutti gli altri. Qui ha i capelli lunghi e la
barba.»
«Promettente.»
Lei scrutò il corridoio. «Devono averci messo parecchio
tempo a costruire questo ambiente, considerate la lunghezza della
galleria e la complessità dei bassorilievi.»
«Mi domando cosa ci sia dalla parte opposta» disse Sam,
guardando nella direzione in cui si era avviato Lazlo.
«C’è solo un modo per saperlo» ribatté Remi, tornando al
crollo. Si fermò qualche metro più avanti, dove Lazlo puntava la
torcia elettrica su un ammasso di terriccio e sassi al termine della
galleria.
Lazlo studiava il passaggio distrutto. «Pare che i costruttori
abbiano fatto crollare la galleria dopo aver finito i lavori. Non
volevano che nessuno entrasse qui dentro.»
Sam studiò i detriti. «Non ci sono rientranze in alto. È stata

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una scelta deliberata. L’hanno fatta crollare, oppure l’hanno
riempita per poi appiattire il pavimento della stanza superiore per
non lasciare tracce.»
Lo sferragliamento della scala a pioli calata da Maribela li
fece sussultare. Antonio ne piantò la base nel terriccio e ne testò
la stabilità, prima di darle l’ok. Maribela scese tenendosi con una
mano alla scala e puntando con l’altra la luce a LED che avevano
utilizzato nella cripta sovrastante.
La sgradevole luce bianca della lampada illuminò la galleria
come un treno in arrivo e i fratelli si affrettarono a raggiungere
Sam e Remi nell’anticamera. Maribela la studiò senza
commentare. Lazlo li superò ed entrò lentamente nello spazio
vuoto. Remi lo seguì, infilandosi nel passaggio sotterraneo che
dopo un po’ intersecava la galleria sovrastante prima di svoltare
sotto la piramide.
«Aspettate. Fermatevi tutti» disse Sam, quando furono nei
pressi di un’altra svolta.
Il gruppo si bloccò e Remi si avvicinò a lui.
Lazlo si guardò intorno, incerto. «Che c’è?»
«Là. In quella sezione del pavimento» disse, indicando un
avvallamento. «Ne ho già viste altre. È una trappola. I toltechi
utilizzavano canne o qualcosa di simile per creare un finto
pavimento su un fossato e sopra ci piazzavano del terriccio. Nel
corso dei secoli, la forza di gravità ha esercitato la sua attrazione,
ma…»
Lazlo arretrò di un passo malfermo.
Sam si sporse leggermente in avanti e si inginocchiò davanti
all’avvallamento, poi si rivolse a Remi. «Hai un coltello? Temo di
aver lasciato il mio al motel.»
«Nessuna ragazza perbene va a fare la speleologa senza
portarsene uno.»

299
Sam prese il coltello che gli porgeva e aprì la lama da tredici
centimetri, bloccandola in posizione, dopodiché si sporse in
avanti e piantò il coltello nel terriccio oltre il margine della
depressione. Il coltello penetrò nel terreno. «Di qualunque cosa
si tratti, è troppo dura da tagliare.» Prese l’impugnatura della sua
lunga torcia di alluminio e la picchiò sul terreno.
L’inconfondibile rumore di uno spazio cavo fu la risposta che
ottenne. Dopo aver dato un’ultima botta per sicurezza, si alzò e
fece un cenno. «Andiamo a prendere un po’ di legname alla tenda
delle ricerche e sistemiamolo su questo punto. Siete pronti a
scommettere che, quando scaveremo, troveremo un buco
profondo con parecchi oggetti molto affilati sul fondo, tipo lame
o punte di ossidiana? È una trappola.»
Antonio e Sam andarono a prendere le assi rimaste dai lavori
di puntellamento, mentre Lazlo, Maribela e Remi attendevano
accanto all’avvallamento. Tornarono con cinque assi
sufficientemente lunghe per coprire l’ampiezza dell’area. Lazlo
aiutò Antonio a sistemarle e Sam testò il ponte improvvisato
prima di attraversarlo.
«Attento a non scivolare. La caduta potrebbe essere fatale» lo
ammonì Lazlo.
Alla fine della galleria, si ritrovarono davanti a una maestosa
soglia intagliata, sigillata da mattoni di pietra saldati con la malta
in maniera scrupolosa, un lavoro ben diverso da quello
raffazzonato dell’altra cripta. Antonio e Lazlo risalirono al piano
di sopra per cercare qualche attrezzo e tornarono con piccozze e
palanchini.
La barriera di mattoni si dimostrò ben più solida dell’altra,
ma nel giro di mezz’ora il primo blocco di pietra iniziò a
muoversi, seguito in rapida successione da altri tre.
Raddoppiarono gli sforzi e ben presto l’apertura fu grande a

300
sufficienza per infilarcisi.
Remi e Lazlo furono i primi a entrare. Maribela li seguì con
la lampada, mentre Sam e Antonio si rilassavano.
«Santo cielo… si direbbe che siamo nel posto giusto.» La
voce sommessa di Remi era comunque udibile in quello spazio
ristretto.
Sam si infilò nella cripta dove la moglie fissava un elaborato
sarcofago posto su un piedistallo. A differenza della piattaforma
al piano superiore, era coperto di statuette intagliate. Sam si
avvicinò e studiò la parte superiore dell’urna funeraria, mentre
Lazlo perlustrava il resto dell’ambiente, indugiando con il raggio
della torcia sui bassorilievi che ornavano i fianchi e la parte
superiore del sarcofago.
«Chi mi vuol dare una mano ad aprirlo?» chiese Sam.
Antonio e Lazlo andarono sul lato opposto e gli rivolsero un
cenno. Lazlo posò la sua torcia elettrica sul pavimento. «Sono
pronto quando lo sei tu, amico mio. Però sembra pesante.»
«Ehi, possiamo dare una mano anch’io e Maribela. Spostati,
Fargo» disse Remi, scivolando accanto a Sam.
Maribela raggiunse Antonio e Lazlo dall’altra parte e, a un
cenno di Sam, fecero leva.
Il coperchio si mosse di qualche centimetro. Provarono di
nuovo e, a ogni tentativo, il coperchio si spostò ulteriormente,
seppur di poco. Una volta che ebbero creato uno spazio largo
poco più di mezzo metro, si fermarono e Remi puntò la torcia
all’interno.
Restò a bocca aperta, come pure Maribela.
Sam emise un tenue fischio e si avvicinò. «Le leggende erano
vere» mormorò, posando una mano su una spalla di Remi.
Il corpo era mummificato, ma la lunga barba e i lunghi capelli
rossi erano intatti, intrecciati in maniera scrupolosa ed elaborata,

301
con qualche piccola gemma tra una ciocca e l’altra. Indossava una
cotta di maglia e un classico elmo vichingo. In una mano
stringeva una spada d’acciaio e nell’altra una lancia. Un’ascia di
guerra giaceva al suo fianco e uno scudo gli copriva gli stinchi.
Antonio osservò il sarcofago. «Secondo voi, quant’era alto?
Un metro e ottanta? Ipotizzando che il suo corpo occupi l’intera
lunghezza della bara.»
«Direi un metro e ottantacinque circa. Era alto, questo è
certo. Un vichingo» disse Sam.
Maribela lo guardò in modo strano. «Sembri esserne molto
sicuro.»
Sam raccontò del drakkar sull’isola di Baffin e i loro occhi si
spalancarono.
«Ecco perché eravate così interessati alla leggenda» disse
Antonio. «Sapevate che doveva corrispondere alla realtà.»
«Sì. E ora abbiamo un’ulteriore prova della comunicazione
tra quelle culture, che nessuno si sarebbe mai immaginato.»
«Guardate qua» disse Lazlo, puntando la torcia sulla parte
inferiore del coperchio dell’urna. «C’è un’iscrizione.»
«Cosa dice?» chiese Remi.
Lui la studiò per alcuni lunghi istanti. «Non ne sono certo. Il
mio runico è un po’ arrugginito, ma, di primo acchito, sembra una
specie di elogio funebre. Dovrò leggerlo tutto per riuscire a tirar
fuori una traduzione che abbia senso.»
«Ce la puoi fare basandoti su una foto della parte interna del
coperchio e un’altra della parte visibile sul fondo del sarcofago?»
chiese Remi.
«Direi di sì. Vuoi fare tu gli onori?»
Remi infilò il suo telefono all’interno dell’ampio sarcofago e
scattò diverse foto, dopodiché ripeté l’operazione sulla parte
interna del coperchio. Poi ne fotografò l’esterno, mentre gli altri

302
studiavano i bassorilievi sulle pareti.
«È un po’ strano che non ci sia nessun tesoro, non trovate? La
leggenda non parlava di uno smeraldo grande come una piccola
automobile?» chiese Lazlo.
«Sì, ma potrebbe essere un’esagerazione. Qui dentro non
vedo nulla. E voi?» chiese Sam.
Antonio e Maribela scossero la testa.
Maribela fece luce su un elaborato bassorilievo.
«Sembrerebbe la storia della conquista di una grande città maya
da parte di Quetzalcóatl. Forse di Chichén Itzá.»
Antonio indicò un’altra serie di bassorilievi. «E qui… Ci sarà
bisogno di ulteriori studi, ma sembra che raccontino lo
spostamento della capitale tolteca – o della sede del potere –
nella città maya. E guardate! Questo parla dell’esilio di
Quetzalcóatl dalla capitale tolteca… e… della sua morte.»
«Lazlo, se oggi non te l’ho ancora detto, sei un vero genio»
disse Remi.
«Non mi stanco mai di sentirmelo dire, anche se si tratta di
una lieve esagerazione» disse Lazlo, sulle cui guance apparvero
piccole chiazze rosse.
Sam si rivolse a Remi. «Non ci sarebbe mai passato per la
testa che l’altra tomba fosse uno specchietto per le allodole.»
Antonio, esterrefatto, scosse la testa. «È davvero incredibile.
Più osservo questi bassorilievi, meno sento di conoscere i
toltechi. La portata dei loro scambi commerciali era ben più
estesa di quanto pensassimo.»
Remi diede un colpetto a un lato dell’urna. «Ricordatevi che,
secondo la leggenda, Quetzalcóatl vagò nella natura selvaggia per
anni dopo aver abbandonato Tula.»
«Studiare questa stanza sarà il progetto della mia vita. Un
vero sogno, sia per me che per mia sorella» disse Antonio.

303
Lazlo sorrise. «Be’, direi che avrete il vostro bel daffare.»
Ammirarono i bassorilievi per parecchio tempo, poi Sam
diede un’occhiata al suo orologio. «Direi di chiudere qui la
giornata e di tornare domattina, per fare un inventario più
completo e catalogare tutti i bassorilievi. Non vedo altro. E voi?»
Antonio scosse la testa. «No. Eppure è un ritrovamento senza
precedenti. Cambierà la storia del nostro popolo. Che esista un
Occhio del Paradiso o meno, oggi è un giorno miracoloso.»
Lazlo annuì. «Sì. Davvero.» Gli brontolò sonoramente lo
stomaco. «Scusate. È la natura che chiama: non ci si può fare
nulla.»
«Diamo da mangiare ai maschietti. Riprenderemo domani»
disse Remi e Sam sorrise.
«Queste esplorazioni tombali mi fanno venire un
languorino…»
«Non vogliamo che nessuno di voi deperisca.»
«Andiamo, allora. La prima Coca-Cola per festeggiare la offro
io» disse Lazlo.
Tornati in superficie, Antonio diede rigorose istruzioni al
drappello di soldati, vietando a chiunque di entrare nella tomba
finché Remi non avesse trasferito sulla sua chiavetta USB le foto
scattate. Mentre lo faceva, Antonio offrì a lei e a Sam uno strappo
al motel, cosa che accettarono di buon grado. La luna piena
brillava arancione tra le nubi rade mentre procedevano sull’ampio
viale della metropoli deserta, dopo essersi lasciati alle spalle la
scoperta di una vita. Al motel, salutarono Antonio che si
allontanava e, dopo essersi dati una ripulita, andarono al
ristorante.
«Immagino che tu non sia disposta a privarti delle foto già
stasera, vero?» chiese Lazlo, mentre i loro piatti venivano portati
via.

304
«Mi leggi di nuovo nel pensiero, Lazlo. Devi piantarla.»
«Che fretta c’è? Direi che, dopo una giornata come oggi, puoi
prendertela comoda per il resto della serata» disse Sam.
Lazlo fece spallucce. «Nessuna fretta. Pensavo solo che vi
sarebbe piaciuto sapere dov’è nascosto il tesoro. Tutto qui.»
«Di cosa stai parlando?»
«Dell’iscrizione. La mia ortografia dell’antica lingua non è
affatto arrugginita.»
Le palpebre di Remi si strinsero mentre lei gli passava la
chiavetta USB. «Che cos’hai visto, Lazlo?»
Lazlo fece una pausa teatrale. «Se per voi non è un problema,
preferirei tradurlo prima che nella tomba si riversi una pazza
folla, domani. Non voglio alimentare le speranze di nessuno, però
l’ultima riga diceva qualcosa riguardo all’Occhio del Paradiso.
Considerata l’ubicazione, a questo vecchio accademico sembra
proprio una mappa del tesoro.»

305
37

Il giorno seguente, a colazione, Lazlo era abbattuto. Le


occhiaie lo facevano sembrare un procione, e a Sam e Remi fu
chiaro che non aveva dormito granché quella notte. Dopo la terza
tazza di caffè, rivolse loro uno sguardo stanco. «La risposta alla
vostra domanda è sì. Sì, ho tradotto l’iscrizione. E, sì, racconta
una storia incredibile. Purtroppo l’unica cosa di cui non parla è
dove trovare l’Occhio del Paradiso.»
«Che cosa dice?» chiese Remi.
Lazlo tirò fuori da una tasca un foglietto malconcio e lo aprì.
Lo fece scivolare sul tavolo verso Sam e Remi, che lo lessero con
attenzione.
Quello che avete davanti agli occhi è il corpo di Knut
Eldgrim, figlio di Bjorn e Sigrid. Sono giunto da Gotalander
con 200 uomini e 4 navi. Ero il loro capitano e timoniere.
Dopo una traversata di 30 giorni su un mare calmo, siamo
approdati su una strana spiaggia sabbiosa, accanto a una
scogliera, sotto una montagna che si alzava fino al cielo. La
terra tutto intorno era coperta da una foresta lussureggiante.
Abbiamo incontrato un popolo strano, diverso da
qualsiasi altro mai visto prima. Era amichevole e ci ha
portati al suo lontano villaggio, Tollan. Ho curato una
profonda ferita che un giaguaro aveva causato alla gamba
destra del loro capo. Ho usato la medicina che avevamo con
noi, nell’eventualità che ci fossimo trovati in battaglia. Il Re

306
mi ha nominato suo consigliere in segno di gratitudine.
Ho curato ferite e malanni di altri abitanti del villaggio.
Al mio equipaggio sono stati donati vari oggetti rari e pietre
preziose, come ringraziamento per avere scavato un canale
per far arrivare l’acqua del fiume al loro villaggio.
Un anno dopo, il Re è morto. Poco prima di andarsene,
mi ha nominato nuovo capo del suo popolo e mi ha dato il
nome di Topiltzin Cē Ācatl Quetzalcóatl. Mi ha lasciato in
eredità un copricapo del grande dio, il serpente piumato. Mi
ha donato un amuleto che simboleggiava il mio potere di
sovrano e dio, una grossa pietra del Sud che risplende della
luce del sole: l’Occhio del Paradiso.
Negli anni seguenti, ho insegnato al popolo a fondere il
ferro, a posare i mattoni e a scolpire la roccia, a coltivare
ortaggi e a costruire strade e canali navigabili.
Sotto il mio regno, il nostro impero è cresciuto. Abbiamo
conquistato la città maya di Chichén Itzá. Ho spostato in
quella città la capitale dei nostri vasti territori e vi ho eretto
un tempio al serpente piumato, simile a quello di Tollan.
Mentre ero sul letto di morte, la gente di questa terra
piangeva e diceva che mio fratello, il dio Tezcatlipoca, mi
cacciava, ma che sarei tornato da loro.
I miei compagni guerrieri hanno fatto ritorno in patria
carichi delle meraviglie di questo mondo, con l’intenzione di
tornare qui. È stato costruito un cippo nel punto in cui le
nostre navi sono giunte a riva. Quando la mia gente di
Gotalander tornerà da questa gente, lo farà insieme
all’Occhio del Paradiso, e ciò indicherà il mio ritorno da
loro.
Sam e Remi si scervellarono sulla frase finale mentre Lazlo
osservava la loro reazione. Quando Sam alzò gli occhi, la sua

307
espressione rifletteva la frustrazione provata da Lazlo dopo aver
trascorso la nottata a tradurre. «Dunque c’è un cippo accanto a
una scogliera, sotto una montagna o una collina. Un gioco da
ragazzi. Il che significa… quanto? Diverse migliaia di chilometri
di costa messicana e centro-americana? E un cippo che potrebbe
essere tranquillamente andato distrutto un sacco di tempo fa.»
«Sempre ipotizzando che non sia caduto in uno dei terremoti
che hanno cambiato il litorale e decimato diverse città del
Messico negli ultimi mille anni» aggiunse Remi.
«O un uragano. Non scordiamoci degli uragani.»
«Anche se c’è proprio scritto che è stato ’costruito’ un cippo.
Non eretto o scolpito. Costruito. Secondo me dev’essere una
struttura, nel punto in cui le navi sono approdate» disse Lazlo.
«In questo caso, allora, perdonate il mio pessimismo.
Cerchiamo solo un cippo costruito sulla costa mille anni fa.
Potrebbe voler dire qualsiasi cosa, da un cumulo di sassi a…»
Sam sembrava perso nei suoi pensieri. Bevve un lungo sorso
di caffè e poi si fermò, con la tazza a mezz’aria, rivolgendosi a
Remi. «Sulla nave. Quella sull’isola di Baffin. A bordo c’era
un’incisione runica. Hai una foto?»
Lei annuì. «Credo di sì, ma non ricordo dove. Probabilmente
su una chiavetta USB.»
«Non ci siamo mai presi la briga di tradurla.»
Remi si scostò dal tavolo. «Oh, santo…»
«Se posso permettermi, prima o poi vorrei tanto dare
un’occhiata a quella foto» disse Lazlo.
Remi tornò nella sua stanza quasi di corsa. La cameriera
sparecchiò e Sam stava posando sul tavolo diverse banconote
quando tornò Remi, sventolando una chiavetta con aria di trionfo.
«Quanto ti ci vorrà per tradurla?» chiese, consegnandola a Lazlo.
«Dipende dalla lunghezza del testo. Quant’era grossa la

308
pietra?»
«Direi sessanta centimetri per novanta. Onestamente, la prima
volta che l’ho vista nella stiva, ho pensato che fosse zavorra.»
«Lasciate che mi ci metta. Non dovrebbe volerci più di un
paio d’ore. Di certo, non con tutto l’esercizio che ho fatto di
recente.»
«Ti aspetteremo qui.»
«Non ce n’è bisogno. Se volete andare allo scavo, vi
raggiungerò lì non appena avrò qualcosa da comunicarvi.»
Remi annuì. «Una cosa: credo che, per il momento, sia meglio
tenere per noi le nostre scoperte. Potrebbero condurci all’Occhio
del Paradiso. Non voglio diffondere la notizia e diventare un
bersaglio, o essere bruciata sul tempo. Per cui, acqua in bocca.»
«Le mie labbra sono sigillate» le assicurò Lazlo, alzandosi.
«Potete dire che ho dormito fino a tardi, nel caso qualcuno si
chiedesse che fine ho fatto.»
«Hai bisogno di un sonno ristoratore» convenne Sam.
«Buona fortuna, Lazlo.»
Lazlo rivolse a Remi un sorriso forzato. «La fortuna c’entrerà
poco.»
Antonio e Maribela erano già sul sito all’arrivo di Sam e
Remi e sovrintendevano a quella che sembrava una falange di
archeologi e tecnici dell’Istituto, tutti con camici da laboratorio
dall’aria nuova, mentre un contingente di soldati armati montava
di guardia. Antonio li salutò quando li vide e le sentinelle li
fecero entrare.
«Buongiorno. Dov’è il vostro complice?» chiese Maribela,
con un sorriso radioso.
«Dovrebbe arrivare da un momento all’altro» disse Sam.
«Cosa avevate in programma per oggi?»
«Inizieremo a mappare l’area, poi analizzeremo la tomba più

309
in basso con il sonar prima di restituirlo, tanto per andare sul
sicuro» spiegò Antonio. «Ho appena ragguagliato tutti sui
protocolli con cui documentare la scoperta, con video e
fotografie.»
«Sembra che abbiate tutto sotto controllo» osservò Remi.
«Per quanto sia possibile con uno scavo di questa portata. Ma
non illudetevi: potrebbe essere un lavoro di anni. Fa impallidire
qualsiasi altro nostro scavo attualmente in corso.»
«Avete messo una squadra al lavoro sull’iscrizione
dell’urna?» chiese Sam.
«Lo faremo a tempo debito.»
«Se volete, possiamo darvi una mano» disse Remi.
«Lo apprezziamo, ma, in tutta onestà, voi due avete fatto
anche troppo» disse Maribela, in tono cordiale ma leggero. «A
proposito, faremo un comunicato stampa e, più tardi, terremo una
conferenza a cui ci farebbe molto piacere che partecipaste.»
Furono interrotti da uno scienziato dall’aria stressata, che
reggeva una cartellina e una radio. Sam e Remi approfittarono
dell’interruzione per allontanarsi dal centro di comando. Sam si
riparò gli occhi dal sole del mattino e osservò l’attività in corso
intorno all’ingresso della tomba. «Sei interessata a partecipare a
una conferenza stampa?»
«No, a meno che qualcuno non mi punti una pistola alla
tempia.»
«Allora ci esimiamo?»
«Assolutamente sì. Possiamo dire che uno di noi due ha
un’intossicazione alimentare.»
«Funziona sempre. Lanciamo la monetina?»
Remi scosse la testa. «No. Mi offro volontaria come vittima.»
Mezz’ora più tardi arrivò Lazlo e, dopo essere passato sotto
le forche caudine della sicurezza, andò subito da loro, faticando a

310
contenere l’emozione. Maribela lo osservò dirigersi rapidamente
verso i Fargo e Sam gli andò incontro prima che svelasse
qualcosa agli altri.
«Credo che…» fece per dire Lazlo, ma Sam lo interruppe
bruscamente.
«Qui c’è un sacco di gente. Magari è il caso di farci una
passeggiatina intorno alla piramide mentre mi racconti cosa dice
la lastra.»
«Ah, già. Capisco. Fammi strada, e scusami. Non volevo
spiattellare ogni cosa.»
«Non c’è problema. Remi, vieni con noi?»
«Prova a impedirmelo.»
Una volta che furono lontani da orecchie indiscrete, Lazlo
spiegò in sintesi cosa aveva scoperto. «Si direbbe che l’incisione
runica contenga istruzioni specifiche per raggiungere l’Occhio
del Paradiso. Non lo chiama in quel modo, ma dice che l’orgoglio
del Nuovo Mondo si trova sotto un tempio. E poi descrive una
serie di punti di riferimento: un picco svettante a sud, una laguna
nei paraggi, una scogliera, un’isoletta. Credo che ci siano
informazioni sufficienti su cui lavorare. Attraverso un esame
dettagliato del litorale lungo il golfo del Messico, dovremmo
riuscire a restringere la ricerca, sempre che i riferimenti siano
rimasti grossomodo identici.»
Gli occhi di Remi si illuminarono. «Lazlo, è fantastico! Hai
una traduzione scritta da darci?»
«Certo.» Tirò fuori un pezzo di carta ripiegato.
Lei se lo fece scivolare nella tasca posteriore dei pantaloni e
scambiò un’occhiata cospiratoria con Sam. «Lazlo, noi ce ne
andiamo con una scusa. Puoi tranquillamente restare qui oppure
raggiungerci a Città del Messico mentre facciamo questa ricerca.»
«Per quanto mi piaccia molto starmene fermo a cuocere al

311
sole come un’aragosta, credo che vi accompagnerò. Vi spiace?»
«Certo che no.»
Sam e Remi tornarono al centro di comando e, dopo una
breve conversazione con Antonio, si sottrassero al circo
mediatico per tornare al motel. Antonio li fece riaccompagnare in
macchina da un suo assistente e, a mezzogiorno, Lazlo era di
ritorno in clinica e Sam e Remi avevano preso una stanza al St.
Regis.
Una volta che si furono sistemati in camera, Sam telefonò a
Selma, che rimase in attesa della traduzione per metterci al lavoro
la squadra.
Remi la trascrisse rapidamente al computer e gliela mandò.
Quando vide l’avviso di ricezione nella sua casella di posta
elettronica, sorrise a Sam. «È questione di pochi giorni prima che
Antonio e Maribela riescano a tradurre l’iscrizione.»
«Sì, però solo noi abbiamo il messaggio nel drakkar.»
«Che mi dici di loro due? Ti sembra il caso di coinvolgerli?»
chiese Remi.
«Credo che, una volta che ci saremo fatti un’idea di quello
che abbiamo davanti, potremo fare quella telefonata. Per ora,
meno persone dispongono di tutte le tessere del mosaico, meglio
è. Di fughe di notizie ce ne sono state fin troppe. Perché sfidare
la sorte?»

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38

Isla Mujeres, Messico


Janus Benedict si accese con cura il sigaro Cohiba che si era
tenuto da parte per fumarlo dopo pranzo. Aspirò, soddisfatto,
godendosi la vista delle acque turchesi al largo dell’Isla Mujeres
dal ponte inferiore del suo yacht. I grattacieli di vetro e acciaio di
Cancún luccicavano in lontananza. Uno steward si avvicinò con
un telefono cellulare e, dopo essersi scusato per l’interruzione, lo
posò sul tavolo di tek e sparì.
Janus si portò il telefono a un orecchio.
«Sì?»
«I Fargo hanno estratto l’ennesimo coniglio dal loro
cilindro.» La persona al telefono riferì la scoperta vichinga e lo
informò della conferenza stampa che sarebbe stata trasmessa più
tardi, nel pomeriggio.
Janus elaborò l’informazione in silenzio e, dopo aver soffiato
una nube di fumo verso il cielo, impartì una serie di ordini.
Quand’ebbe finito, chiuse la comunicazione. Aveva
un’espressione serena, un uomo privo di preoccupazioni agli
occhi del mondo.
Conosceva abbastanza i Fargo da capire che, con la scoperta
fatta alla piramide della luna, se c’era un tesoro su cui mettere le
mani, ci si sarebbero messi con l’ostinazione delle sanguisughe.
Non doveva far altro che essere paziente e attento. Da dove si
trovava avrebbe potuto raggiungere in poche ore qualsiasi punto

313
del Messico e, una volta saputo che i Fargo erano entrati in
azione, intercettarli sarebbe stato un gioco da ragazzi.
Reginald era ancora a Città del Messico, dove restava la sua
preda. Janus sarebbe rimasto in attesa, consentendo a quella
fastidiosa coppia di svolgere il lavoro per lui. Un piano
relativamente semplice era già stato complicato da suo fratello e
Janus non intendeva coinvolgerlo di nuovo, a meno che non fosse
assolutamente necessario. Guerrero aveva assunto un ruolo più
importante di quello di semplice guardaspalle, il che era irritante
e rischioso, ma, in un imprecisato futuro, forse il suo approccio
brutale sarebbe tornato utile a Janus.
Janus osservò una coppia di pellicani volteggiare sul quadro
di poppa e scrutare la superficie del mare in cerca di pesce.
Predatori che si nutrivano. L’ordine naturale delle cose.
Una legge immutabile di natura che quegli impiccioni dei
Fargo avrebbero presto sperimentato sulla loro pelle.
Città del Messico
Selma contattò Sam il giorno seguente. La sua voce gli parve
più forte di quanto non fosse mai stata nelle ultime settimane:
sembrava la vecchia Selma, traboccante di efficienza e vigore.
«Abbiamo lavorato sui riferimenti che ci avete dato, restringendo
il campo a diverse zone. Una è sulla costa caraibica, nei pressi del
Belize; la seconda è nello Yucatán, a nord di Cancún; e la terza è
a nord di Veracruz, sul golfo del Messico.»
Sam chiuse gli occhi, immaginandosi i luoghi. «A quanti
chilometri è quella nel Belize?»
«A circa milleduecento chilometri.»
«Nella giungla, immagino…»
«Penso di sì.»
«E che mi dici dello Yucatán?»
«Un po’ più lontano.»

314
«Non ce lo vedo un gruppo di vichinghi che copre quella
distanza via terra, per giunta attraverso una giungla. Che ne
dici?» chiese Sam.
«Tutto è possibile, ma avrebbero dovuto avere un buon
motivo per farlo.»
«Mmm… E quanti chilometri dista Veracruz?»
«Circa duecentosettanta. Però tra Teotihuacán e la costa c’è
una catena montuosa, una specie di barriera naturale.»
Sam ci pensò su. «Avrebbero potuto attraversare le montagne,
con una guida, ma non una giungla.»
«In tal caso, l’area di Veracruz è la candidata ideale…»
«Sento un però nella tua voce, Selma.»
«Be’, c’è un problemino.»
«E quale sarebbe?»
«È nei pressi di una centrale nucleare.»
Il silenzio calò sulla linea telefonica. «Stai scherzando.»
«Sa bene che non scherzo mai.»
Sam sospirò. «Già, hai ragione.»
«Potrebbe essere appena fuori dal perimetro di sicurezza, ma
non lo saprete finché non sarete lì. Ho dato un’occhiata ai filmati
satellitari, ma non si capisce. L’unico modo per saperlo con
certezza è andarci.»
«Be’, perlomeno non è tanto lontano.»
«Quello è un aspetto positivo. Però si trova a sua volta in una
regione che presenta alcuni problemi di sicurezza.»
«Più di Città del Messico?»
«Oh, sì. C’è una sola strada statale che punta a nord sulla
costa da Veracruz, il principale porto nella parte orientale del
Paese. Per combinazione, è il porto da cui entra buona parte della
cocaina colombiana. Pertanto quella zona è la principale arteria
distributiva del traffico di coca diretto a nord, verso le province

315
confinanti che, fino a poco tempo fa, erano considerate al di fuori
del controllo del governo e gestite con efficienza dai cartelli.»
«Dimmi che il quadro sta per migliorare…»
«Ho pensato che voleste sapere cosa vi troverete davanti.»
«Grazie, Selma. Immagino che sia impossibile infiltrarci nella
zona senza un permesso e metterci a ficcanasare, a maggior
ragione con quella centrale nucleare.»
«Purtroppo sì.»
Remi tornò dalla spa un’ora dopo e Sam la aggiornò,
indicando l’area sul loro laptop.
«Vedi il bicchiere mezzo pieno. Almeno abbiamo la probabile
ubicazione del tempio.»
«Certo. Brulicante di sicari dei cartelli e di materiale
radioattivo. E possiamo scordarci della segretezza: dovremo
informare Antonio e Maribela, se vogliamo ottenere un
permesso.»
Remi si sedette sul letto e si passò le dita tra i capelli biondo
rame. «Mi pare che non abbiamo molta scelta. Non dobbiamo per
forza raccontare che pensiamo di avere trovato l’Occhio del
Paradiso. Possiamo limitarci a dire che abbiamo una pista e che
vogliamo cercare rovine in quell’area.»
«Una pista su cosa?»
«Be’, su qualcosa che ha a che fare coi vichinghi. In base alle
informazioni raccolte sul drakkar, pensiamo che sia il punto in
cui sono sbarcati e che possano essere rimaste delle tracce.
Manteniamoci sul vago.» Remi si alzò in piedi. «Faccio una
doccia. Pensaci su e poi possiamo chiamare Antonio. Non vedo
come possa dire di no, dopo che abbiamo scoperto la tomba di
Quetzalcóatl.»
«Nemmeno io. Però vorrà di certo accompagnarci. Quel posto
è relativamente vicino, e finora è sempre venuto con noi.»

316
«È probabile che tu abbia ragione. Il che significa che verrà
anche sua sorella.»
«Sembra che si muovano in coppia.»
«No comment.»
Antonio fu garbato ma cauto quando, quel pomeriggio, si
parlarono al telefono. Era ancora a Teotihuacán, dove sarebbe
rimasto finché non fosse stato sicuro che gli scavi erano a buon
punto e finché non fosse stato nominato un sovrintendente.
«Dovrò verificare se ci sono delle restrizioni. E dovremo parlare
con l’Ente di controllo nucleare, che fa storia a sé. È parte
dell’Azienda elettrica nazionale, ma, considerati i rischi posti dai
reattori…»
«Capisco, Antonio. Vorrebbe dire tanto per noi.»
«Posso dirvi che, se il sito è all’interno del loro perimetro,
sarà ben più difficile. Immaginate di voler condurre una ricerca
archeologica vicino a un reattore della vostra nazione…»
«Be’, speriamo che sia fuori dal perimero. Lo possiamo
scoprire solo se ci andiamo.»
«Fatemi fare qualche telefonata.» Antonio ebbe
un’esitazione. «Quant’è urgente?»
Remi scoppiò a ridere, sperando che alleggerire la tensione lo
rabbonisse. «Ci piacerebbe verificare la nostra ipotesi finché
siamo ancora in Messico. Se potessi aiutarci, lo considererei un
favore enorme.»
«Be’, detesto deludere una signora. Ci proverò.»
«Grazie, Antonio.» Remi riattaccò e sorrise a Sam. «Farà
tutto ciò che può.»
«Non sono per nulla sorpreso.»
Lei lo osservò per qualche istante. «Non è che per caso sei un
po’ geloso, Fargo?»
«No. Sono ancora sottosopra per quell’intossicazione

317
alimentare.»
«Quella che ho inventato io?»
«Ah, già.»
Remi scivolò accanto a lui sul letto e gli prese una mano.
«Per me non esistono altri cacciatori di tesori all’infuori di te,
Sam Fargo.»
«Lo dici a tutti quelli che incontri.»
Lo baciò su una guancia. «Solo a quelli disposti a vestirsi da
pollo.»
«Almeno quello depone a mio favore.»
Lo baciò di nuovo. «Basta e avanza.»

318
39

Veracruz, Messico
Le ruote del Gulfstream toccarono la pista dell’aeroporto
internazionale di Veracruz e l’aereo rullò fino al terminal privato
all’estremità meridionale della pista di atterraggio. Lazlo sorrise a
Maribela, seduta davanti a lui. Invece di restituirgli il sorriso, la
donna guardò la foschia mattutina fuori dal finestrino. Antonio
colse l’espressione di Lazlo e si strinse nelle spalle. Sam e Remi
si slacciarono le cinture di sicurezza mentre l’aereo rallentava
fino ad arrestarsi del tutto.
Nel terminal, Antonio parlò brevemente al cellulare e poi si
voltò. «Le automobili dovrebbero essere qui tra cinque minuti.»
«Automobili?» chiese Maribela.
«Sì. L’Azienda elettrica mi ha chiesto di farci accompagnare
da tre poliziotti locali, e ho dovuto accettare. Sono per la nostra
protezione, oltre che per evitare sconfinamenti nella loro
proprietà. Se scoprissimo che dobbiamo accedere al territorio
della centrale, sarà un altro discorso.»
«Non è un problema, a patto che tengano la bocca chiusa su
ciò che stiamo facendo» disse Sam.
«Era una clausola non negoziabile. Francamente, con tutta la
violenza che c’è stata nell’ultimo periodo, non mi è sembrata una
cattiva idea.»
Lazlo parve a disagio. «Hai appena pronunciato la parola
’violenza’?»

319
Remi annuì. «Niente di eclatante. C’è stata solo qualche
decapitazione.»
«E qualche sparatoria» aggiunse Sam.
«Ah… e un lancio di granate. O era da un’altra parte?» chiese
Remi, in tono innocente.
Lazlo sbiancò. «Spero proprio che lo facciate per il mio bene.
Splendido. Davvero divertente.»
«Andiamo, Lazlo, si vive una volta sola!» scherzò Remi.
«Mi sono affezionato all’idea, anche se dovrò trascorrerla a
secco come il vento del deserto. Non vorrei mai che la lama di un
machete rovinasse la mia serie ininterrotta di vittorie.»
Antonio si sbracciò dalle porte a vetri del terminal. «Sono
arrivati.»
Due SUV Chevrolet Suburban neri attendevano, accanto a tre
poliziotti in divisa con i mitra a tracolla, schierati come se si
aspettassero un attacco in aeroporto. L’aria si appesantì: la serietà
degli agenti rendeva il pericolo reale, e la voglia di scherzarci
sopra fu spenta in modo definitivo dalle armi e dal loro sguardo
inespressivo.
«Andrò nel veicolo di testa, insieme agli agenti e a Lazlo»
disse Antonio. «Maribela, sali sul secondo insieme ai Fargo.»
Dopo aver caricato bagagli e attrezzatura, in una quindicina
di minuti furono fuori da Veracruz, sulla litoranea, diretti a nord.
Prati scintillanti di alta erba verde ondeggiarono nella lieve
brezza al loro passaggio. Dopo pochi chilometri, il paesaggio
divenne agricolo, con ettari su ettari di coltivazioni che si
estendevano a perdita d’occhio fino alle colline. A mezz’ora da
Veracruz, una vasta schiera di dune di sabbia color caffè
punteggiava il litorale.
«Uno spettacolo straordinario. Sembra il Sahara» disse Remi.
Una dune buggy a trazione integrale schizzò sulla cresta di

320
una delle dune più vicine, lasciandosi alle spalle una nube mentre
sfrecciava lungo la strada, per poi tornare verso il mare.
Una decina di minuti dopo superarono una laguna. L’acqua
verde smeraldo era increspata dal vento e orlata di palme e
costruzioni in calcestruzzo dalle tinte sgargianti, col tetto di
paglia.
Lazlo indicò un picco sulla loro sinistra, che svettava nel
cielo come un monolite. «Promettente. Mi pare di ricordarmelo
piuttosto bene. Sembra perfetto per una scalata, se vi piace
l’arrampicata, con la sua parete a picco.»
Maribela lo guardò nello specchietto retrovisore. «Quello è il
Cerro de los Metates. È famoso, a Veracruz. Nei paraggi, a
Quiahuiztlán, ci sono tombe totonache, oltre che rovine
importanti sulla collina. Fatemi sapere se vi va di vederle.
L’uscita è poco più avanti.»
Remi scosse la testa e Sam fece spallucce. «Magari una volta
che avremo finito le nostre ricerche lungo la costa. È possibile
che da queste parti ci fossero degli insediamenti totonachi
quando vi giunse Quetzalcóatl? Intorno al 1000 dopo Cristo?»
«Senza alcun dubbio. La regione è abitata da migliaia di
anni.»
«Interessante. Per qualche motivo pensavo che questo posto
fosse disabitato, all’epoca.»
«Be’, è più che altro una questione semantica. Di città ce
n’erano, ma erano piccole per gli standard moderni.»
«Dunque era un’area semideserta?»
«Direi di sì, fatta eccezione per qualche accampamento di
pescatori.»
Qualche chilometro più a nord apparvero gli edifici rossi
della centrale nucleare di Laguna Verde.
Maribela si girò leggermente verso il sedile posteriore. «La

321
nostra destinazione è sul lato opposto della centrale. Come potete
vedere, è molto grande. È in funzione dalla fine degli anni ’80.»
Superati gli edifici, Maribela indicò una laguna sulla loro destra,
tra la strada e il golfo del Messico. «Ecco la Laguna Verde, da cui
la centrale prende nome. La strada che imboccheremo porta a
nord della laguna, fino alla costa.»
Il Suburban di testa frenò e segnalò una svolta a destra. Si
alzò una nube di polvere quando svoltò per imboccare la strada
sterrata, seguito dall’altro SUV. Oltrepassarono diverse case, poi
svoltarono di nuovo a destra e seguirono la strada finché non si
ridusse a poco più di una pista. Il SUV di Antonio si fermò
accanto a un folto boschetto e lui smontò insieme alla scorta
armata, attendendo che l’autista parcheggiasse.
Antonio frugò nell’assortimento di piccozze, pale, palanchini
e lampade per estrarre alcuni attrezzi e altri oggetti più piccoli.
Sam prese in mano un machete e ne studiò la lama, prima di
riporlo nel fodero di tela.
Antonio si schiarì la gola. «Bene. La polizia sorveglierà i
veicoli in nostra assenza. Avete tutti una borraccia e un machete.
Fate attenzione ai serpenti: da queste parti ci sono molti serpenti
a sonagli, per cui camminate con cautela. E non abbiate fretta. È
probabile che abbiano più paura di voi di quanta voi ne abbiate di
loro, ma non si sa mai. È sempre meglio avvertirli del nostro
arrivo.»
«Nessuno mi aveva parlato di serpenti» disse Lazlo a Sam,
che fece spallucce.
«L’ha fatto lui adesso.»
Remi prese la parola. «Cerchiamo le rovine di un tempio.
Potrebbero essere deteriorate per via degli elementi atmosferici.
Se vi imbattete in qualcosa che sembra essere stato prodotto
dall’uomo, gridate. Suggerisco di dividerci, tenendoci a una

322
decina di metri gli uni dagli altri, e di dirigerci a sud da questo
punto.»
«Come facciamo a non farci mordere dai serpenti?» chiese
Lazlo.
«Muovendoci lentamente e guardando dove mettiamo i piedi»
disse Antonio.
«Anche pregare potrebbe essere d’aiuto» aggiunse Sam.
«Pronti?» chiese Remi.
Iniziarono a risalire la china, accompagnati dal rumore delle
onde che si frangevano sulle rocce alla base della scogliera, una
quarantina di metri sotto di loro. Il sottobosco era folto e
selvaggio, protetto da una volta di rami, alimentato dalle piogge
abbondanti e dal sole. Passò la mattina, poi il pomeriggio, e il
sole iniziò la sua lenta discesa dietro le montagne della Sierra
Madre.
«Ho trovato qualcosa!» gridò infine Remi.
«Arrivo!» ribatté Sam, andandole incontro.
«È coperto di vegetazione, ma sembra un pezzo di muro.»
Lazlo raggiunse Sam e si aprirono insieme la strada a colpi di
machete. Anche Maribela e Antonio si avvicinarono e, ben
presto, si ritrovarono tutti di fronte a una leggera asperità nel
terreno.
Remi le diede un colpetto con il suo coltello e l’acciaio
tintinnò contro la roccia. «Ho grattato via una trentina di
centimetri di terriccio in un paio di punti, e sotto c’è della roccia.
Sembra alto circa cinque metri.»
«Più che sufficiente per un piccolo tempio» disse Antonio.
«Dopo un migliaio di anni di tempeste, erosione idrica e
accumulo di terriccio, ci si aspetta una bella collinetta,
esattamente come questa.»
Sam scostò l’intrico di piante che coprivano la parete

323
verticale e si mise a scavare. «Ci serviranno le piccozze e le pale
che sono sui SUV.»
Antonio e Lazlo andarono a prenderle, mentre Sam, Remi e
Maribela menavano fendenti al fogliame con i machete, nel
tentativo di sgombrare il perimetro del tumulo. Quando Lazlo e
Antonio tornarono, gli altri tre erano esausti e fecero una pausa.
Una brezza rinfrescante soffiava dal bordo della scogliera, a
pochi metri di distanza.
«Una nave in avvicinamento sarebbe stata certamente in grado
di vederlo dal mare. Ci scommettete che qui c’era qualcuno con il
compito di accendere un fuoco di segnalazione ogni giorno?»
chiese Sam.
«Ha senso» convenne Remi. «Così si spiega anche la nube
sulla piramide in alcuni bassorilievi. Poteva essere una voluta di
fumo, un velato riferimento a questo tempio.»
Maribela scrutò Remi. «Che cosa intendi?»
«Lazlo è riuscito a tradurre una pietra runica che abbiamo
scoperto a bordo del drakkar vichingo» spiegò Remi. «La lastra
parlava di un cippo sulla costa, un tempio in grado di guidare i
vichinghi sulla via del ritorno nel Nuovo Mondo, per
colonizzarlo in nome del loro capo qui sepolto. Potrebbe
contenere ogni sorta di dato storico.»
Sam si alzò e brandì una pala. «Togliamo un po’ di terriccio e
vediamo cosa c’è sotto.»
Antonio si unì a lui con una piccozza e insieme si diedero da
fare sulla parte centrale del tumulo, mentre Maribela e Remi
scavavano in un altro punto.
Dopo un’ora di duro lavoro, Sam si ritrasse e studiò l’area
sgombrata da lui e da Antonio. «Remi, vieni a dare un’occhiata.
Sembra un ingresso. Però è sigillato.» Sam gli diede un colpetto
con la punta della pala. Avevano scoperto un’apertura

324
rettangolare dai bordi in pietra, ma si ritrovarono la via ostruita
da un misto di rocce e malta. «Forse è il caso di fare un paio di
foto ai bassorilievi sul bordo, per il nostro album.»
Remi lo raggiunse e piantò la pala a terra. Maribela giunse un
momento dopo e restò a bocca aperta quando vide cosa stava
indicando Sam.
Inciso nella cornice di granito c’era un teschio che indossava
un elmo da guerra. L’elmo era ornato con la testa di un serpente
con i denti in mostra e le ali spiegate, pronto a colpire.

325
40

Maribela guardò Antonio, sbalordita. «Non capisco. Non


assomiglia a nessuna delle immagini tolteche in cui ci siamo mai
imbattuti.»
Remi scattò foto da varie angolature. «Sì, ricorda più un
vichingo. Guardate il teschio: ha la barba. Credo che abbiamo
davanti il primo esempio di iconografia vichinga mai scoperto in
Messico.»
«L’accostamento tra arte indigena e arte vichinga è…
notevole.»
«Non sembra granché accogliente, vero?» commentò Lazlo.
«Di certo fa riflettere» convenne Sam. «Mi domando come
mai abbiano sigillato l’ingresso del tempio…»
«Forse si sono stancati di attendere il ritorno della nave»
disse Lazlo.
«C’è solo un modo per scoprire cosa c’è dentro. Vediamo se
riusciamo ad aprirci un varco finché c’è luce. Che ne pensi,
Antonio? È un problema se creiamo un’apertura qui?»
«Direi che il vostro istinto finora ha avuto ragione…»
«Bene, allora. Vediamo di cosa è fatta questa fanghiglia.»
La malta si era indurita al punto da assumere la stessa
consistenza della roccia. Il sole stava tramontando dietro le
montagne nel momento in cui le loro piccozze aprirono il primo
foro. La vista dell’apertura sempre più grande li incoraggiò. La
malta si sbriciolava, staccandosi a grossi blocchi, e nel giro di

326
qualche minuto riuscirono a sgombrare del tutto l’ingresso.
Maribela aveva portato le torce. Ne accese una e la passò a
Sam. Lui strinse le palpebre e sbirciò dentro.
Remi gli si avvicinò, puntando a sua volta la torcia
all’interno. «Non era quello che mi aspettavo» disse, ritraendosi
per consentire ad Antonio e Maribela di scrutare l’interno.
Lazlo si avvicinò e guardò da sopra le loro spalle.
«Non ho mai visto una sepoltura di massa in un tempio come
questo. Quanti scheletri ci sono?» chiese Maribela.
Antonio contò a bassa voce in spagnolo. «Una decina. Ma
guardate come sono vestiti.» Mise con cautela un piede
sull’unico scalino che scendeva nel tempio, tallonato da Lazlo.
Sam e Remi si scambiarono un cenno e li raggiunsero. La
camera era più ampia di quanto sembrasse dall’esterno: era di
almeno sei metri per lato. Gli scheletri erano seduti contro le
pareti, come in attesa. Ciascuno indossava una tunica di cotta di
maglia e su alcuni teschi giallastri, eternamente sorridenti, era
calato un elmo vichingo. Ai fianchi avevano spade e asce da
guerra.
«Guardate là!» disse Remi, indicando diversi oggetti accanto
ai gradini dell’ingresso. Puntò la torcia elettrica sul lungo trogolo
di legno e sugli attrezzi. «Ecco da dove viene la malta.»
«Dannazione! Si sono murati vivi!» esclamò Lazlo.
Nessuno parlò mentre riflettevano sul significato dello
spettacolo che avevano davanti agli occhi. Era impossibile sapere
quanti di quegli uomini fossero ancora in vita nel momento in cui
l’ingresso era stato murato, ma gli attrezzi erano una chiara prova
del fatto che almeno uno di loro, e probabilmente di più, avesse
vissuto a sufficienza per completare il suo macabro compito,
prima di trascorrere i suoi ultimi momenti intrappolato nella sua
stessa tomba.

327
«Guardate i bassorilievi. Sono grezzi, ma osservate le
immagini» disse Remi, scrutando le pareti sopra i corpi.
Un guerriero barbuto, in parte serpente, uccideva un gruppo
di uomini che avevano attaccato un piccolo tempio. Sopra la vetta
incombeva una nube. Le immagini erano orrende: i corpi erano
straziati, spesso decapitati. Dagli occhi dei guerrieri uscivano
saette che incendiavano i dintorni, dove altre figure bruciavano
tra le fiamme.
«Non sono particolarmente allegre» sussurrò Lazlo. «Un po’
troppo in stile Armageddon, per i miei gusti. Però il messaggio è
chiaro.»
Sam annuì. «Immagino sia un monito per chiunque cerchi di
introdursi nel tempio.»
«Noi, per esempio» disse Remi.
Tutti tacquero.
Antonio tornò alla soglia. «Ormai è buio. Meglio raccogliere
le nostre cose e lasciare la polizia di guardia per la notte. Vado a
parlargliene.»
«Non sono ancora pronta ad andarmene. Prendiamo le luci da
lavoro portatili.»
«Ma non c’è nulla che non possa attendere fino a domattina»
protestò Maribela.
«Non sono stanca. Se le guardie restano qui tutta la notte,
non vedo perché non possiamo lavorare di notte anche noi. Non
sarebbe la prima volta. Le batterie dovrebbero bastare.»
Sam rivolse ad Antonio uno sguardo rassegnato. «L’avete
sentita. Io mi limito a eseguire gli ordini.»
«Non capisco che fretta ci sia. Possiamo tornare domani.
Questa gente sarà ancora morta» disse Maribela.
Remi rivolse un’occhiata a Sam. «In ballo non c’è solo il
tempio.»

328
«Cosa intendi?» chiese Antonio.
«Da qualche parte potrebbe esserci l’Occhio del Paradiso.
Lasciato per i vichinghi che sarebbero dovuti tornare a regnare in
Messico.»
Maribela sbatté le palpebre. «Dici sul serio?»
«Non volevo dire nulla finché non avessimo trovato il sito.»
«E dov’è, allora, l’Occhio del Paradiso?»
Sam scrollò le spalle. «È quello il problema. Le parole
dell’iscrizione non sono chiare. La lastra diceva solo ’sotto il
tempio’. Il che potrebbe significare che è sotto di noi, in una
camera o in una cripta, oppure all’interno di una grotta, in un
punto imprecisato della scogliera, o sepolto in un angolo
nascosto. Per quanto ne sappiamo, in questi bassorilievi ci sono
altri indizi. Non ci sono mai state indicazioni dirette, in questa
storia, e non penso che ne troveremo ora.»
Remi andò al centro della stanza. «Ecco perché abbiamo
fretta e dobbiamo lavorare in segreto. Questo progetto è già stato
afflitto da tanti problemi e preferiremmo evitarne finché siamo
qui, in mezzo al nulla. Le uniche persone al corrente dei fatti
sono i presenti. Ma, più tempo impieghiamo a trovare la pietra
preziosa, sempre che esista davvero, più alta è la probabilità che
qualcosa vada storto.»
Antonio annuì. «Capisco. Andiamo a prendere le lampade e a
convincere la polizia a fare la guardia all’area nel corso della
notte. Domani organizzeremo una squadra di sicurezza più nutrita
mentre lavoriamo. Questi uomini potrebbero parlare, quando se
ne andranno, il che potrebbe portare problemi seri. Questa è una
zona afflitta da grande violenza, e lo sanno tutti.»
«Per non parlare dei serpenti» aggiunse Lazlo, alleggerendo
un po’ l’atmosfera.
Mezz’ora dopo, le tre lampade erano state piazzate e uno dei

329
poliziotti era seduto davanti al tempio, mentre i suoi colleghi
erano a bordo del SUV, da dove avrebbero potuto individuare
eventuali veicoli in avvicinamento.
Lazlo passeggiava davanti all’ingresso grattandosi la testa,
mentre Sam e Remi picchiettavano il pavimento, Sam con
l’impugnatura del machete e Remi con la sua torcia elettrica.
Antonio e Maribela scattavano fotografie ai bassorilievi.
Lazlo si bloccò a metà di un passo e fissò il muro. «Sam! Ho
appena notato qualcosa.»
«Che cosa?» chiese Sam, senza smettere di sondare il
pavimento.
«I muri. Non finiscono sul pavimento.»
«Cosa stai dicendo, Lazlo?»
«Guarda i muri. I blocchi di pietra. Sono simmetrici. Ma
quelli in basso sono profondi solo un terzo degli altri. Il
pavimento non posa sulla roccia, come ci si potrebbe aspettare.
Oppure i vichinghi hanno costruito fondamenta, cosa improbabile
intorno all’anno 1000.»
«E quindi?»
«Credo che la struttura continui in basso. O, come è scritto
sulla lastra, sotto.» Lazlo sguainò il suo machete e iniziò a
grattare il pavimento, rimuovendo il sottile strato di terriccio che
si era accumulato nei secoli. «Se l’intera struttura sottostante è
vuota, picchiettando sul pavimento non si percepirebbe alcuna
differenza. Il suono sarebbe identico ovunque.»
Sam guardò Remi e annuì. Ben presto si ritrovarono in
ginocchio.
«Ho trovato un piolo!» esclamò Antonio, un’ora dopo.
Remi si alzò e lo raggiunse. «Un piolo?»
Antonio picchiettò una zona del pavimento. «Hai un
coltellino?»

330
Remi aprì la lama del coltello e glielo consegnò.
Antonio usò la punta per togliere del terriccio e ben presto si
ritrovarono davanti un cilindro di pietra largo una quindicina di
centimetri che spuntava dal pavimento.
«Ne abbiamo visti di simili nelle rovine maya» spiegò
Maribela. «Per fissare una lastra mobile, i costruttori foravano la
pietra e vi infilavano un piolo per impedirle di slittare,
bloccandola. Ce ne devono sicuramente essere altre.»
Antonio incuneò la lama lungo il margine del foro e la scosse.
Il cilindro si mosse. «Qualcuno ha un altro coltello? Ce ne
servono almeno due.»
Sam gli diede il suo coltellino pieghevole e Antonio si mise
all’opera sul cilindro di pietra. Riuscì a sollevarlo di due
centimetri, poi Sam riuscì a prenderlo e sfilarlo. Si sedette ad
ammirare la precisa rastremazione del cono di granito, dopodiché
lo posò. «Troviamo gli altri.»
Un’ora e sette cilindri dopo, apparvero i contorni chiari di
una lastra di pietra larga un metro e lunga uno e venti. Lazlo e
Antonio erano andati a cercare qualche tronco da utilizzare come
rullo e Maribela aveva preso dal SUV una lattina di olio motore
per lubrificarne i bordi, nella speranza che fosse più semplice
sfilare la lastra. Una volta che Antonio fu di ritorno con due bei
pezzi di legno, tallonato da Lazlo che ne portava altri due,
sistemarono il legname sul pavimento e si misero al lavoro con i
palanchini, incuneandoli sotto i bordi della lastra.
«Sollevate questo lato, io cercherò di spingerlo dalla mia
parte» disse Sam.
Fecero forza sul rettangolo di pietra. Remi e Maribela
usarono le punte delle pale per esercitare una leva più forte,
mentre gli uomini facevano pressione sui palanchini. Un lato si
sollevò leggermente dal pavimento.

331
«Fantastico. Tenetelo lì… tenetelo…» Sam fece leva sul suo
palanchino e sollevò la lastra di un paio di centimetri, poi di un
altro paio. «Lazlo, infilaci sotto un rullo. Attento alle dita!»
Lazlo spinse un pezzo di legno sotto il bordo e, insieme,
sfilarono i palanchini, abbassando la lastra. Antonio si affrettò a
far rotolare gli altri tre, uno dietro l’altro, per far sì che la lastra
slittasse sui tronchi. Anche Lazlo infilò il suo palanchino
nell’apertura e fece leva. La lastra si spostò ancora di qualche
centimetro.
Con la fronte madida di sudore, Sam si fermò per asciugarsi
gli occhi. «Credevo che avessi problemi alla schiena.»
«Un miracolo. Mi sento di nuovo un adolescente» disse
Lazlo.
«È un momento fantastico. Ora togliamo di mezzo questa
cosa per vedere quel che c’è sotto.»
Fecero leva tutti insieme, mentre Maribela versava sui solchi
il poco olio che le restava. Remi si mise accanto a Sam e
aggiunse anche il suo peso. La pesante lastra di pietra si spostò
bruscamente sui pezzi di legno, rivelando un grosso varco.
Maribela e Antonio fecero scivolare la lastra verso di loro, fino a
bloccarla accanto a uno scheletro. Sam sganciò la torcia di
alluminio dalla cintura e ne puntò il raggio all’interno del buco
nerissimo.
Nessuno parlò finché non fu Lazlo a rompere il silenzio.
«Spero solo che non ci siano serpenti.»

332
41

Remi si scosse la polvere dai pantaloni e andò sul lato


opposto dell’apertura, puntando la torcia su una lunga serie di
gradini di pietra che sembrava scendere all’infinito. Uno strato di
ragnatele bloccava la luce e un grosso scarafaggio nero fuggì
dentro una fenditura. Anche Antonio e Maribela si misero a
scrutare nel buio, ma la luce supplementare delle loro torce non
fece granché.
«Allora, chi vuole scendere per primo?» chiese Lazlo.
Remi tossì. «Sam?»
«Ne ero sicuro già nel momento in cui ho visto le ragnatele.»
«Niente broncio. Adori questo ruolo.»
Sam sorrise. «Altroché.» Scese sul primo degli stretti gradini
e si tolse un po’ di ragnatele di dosso, con la torcia elettrica
nell’altra mano. Proseguì un gradino alla volta, senza far rumore,
posando un piede dietro l’altro con grande attenzione. Il suo
respiro sembrava un muggito in quello spazio ristretto e lui si
chinò istintivamente per evitare di sfiorare il soffitto. Si fermò
sull’ottavo gradino e si accovacciò.
«Che c’è?» gridò Remi.
«Pensavo che fosse una trappola. C’è una fessura su un lato,
ma non è niente.»
«Ne sei certo?»
«Lo sapremo tra un secondo.» Posò un piede sul gradino e
non accadde nulla. Continuò a scendere finché non lo videro più.

333
Tese una mano per appoggiarsi al muro, ma la ritrasse quando
vide quelle che sembravano tane di serpenti. Un millepiedi
marrone strisciava sulla parete. La luce della torcia si rifletté sul
suo esoscheletro color cioccolato e Sam rabbrividì. Ripreso
l’equilibrio, fece un respiro profondo e continuò a scendere.
La temperatura calava drasticamente man mano che
proseguiva la discesa. Una decina di metri sotto il tempio, arrivò
su un piccolo ballatoio reso scivoloso da uno strato di muffa.
Sulla parete c’erano altri bassorilievi, diversi da quelli che
ornavano il tempio.
C’era l’incisione di un drakkar con la vela quadrata e le teste
di drago descritte in grande dettaglio, che solcava enormi onde.
Al timone c’era una figura barbuta che indossava un mantello
gonfiato dal vento e l’elmo con il serpente alato. Una serie di
scudi tondi rivestiva i fianchi dello scafo e la nave era piena di
guerrieri, le cui lance e asce erano di dimensioni esagerate. Di
fronte all’imbarcazione fluttuava quello che sembrava un sole o
un pianeta da cui si irradiavano onde di energia o di luce, per
guidare la nave alla sua destinazione.
Sam si avvicinò e vide che non si trattava affatto di un corpo
celeste. Dal suo centro, un occhio stilizzato scrutava la nave.
Si voltò e il rettangolo luminescente della sommità delle scale
gli sembrò lontano un chilometro di distanza. «Secondo me, ci
siamo!»
«Cosa?» rispose la voce di Remi, rimbalzando sulle pareti di
pietra.
«È un bassorilievo. Un drakkar vichingo pilotato da
Quetzalcóatl, con una gemma grossa come la mia testa.»
Sam si voltò a destra, dove la sua voce causava un’eco. Lì,
alla fine di un breve corridoio, c’era una piccola caverna scavata
dall’acqua nella pietra in millenni di erosione. Si pulì da altre

334
ragnatele, poi sentì qualcosa strisciargli su un braccio. Si
immobilizzò tutto e puntò lentamente la torcia, finché non vide
una vedova nera strisciargli sulla pelle nuda.
Si infilò l’estremità della torcia tra i denti. Inspirò
profondamente per farsi forza e poi scacciò l’aracnide. Irritato, il
ragno atterrò sul pavimento di pietra e corse al riparo
nell’oscurità. Sam chiuse gli occhi per un istante e imprecò.
Dopodiché puntò il raggio della torcia sulle pareti della grotta
finché non si rifletté su qualcosa all’estremità opposta, sul vertice
di quella che sembrava una stalagmite tronca. Sam perlustrò il
pavimento della grotta con la torcia per assicurarsi che non ci
fossero trabocchetti e, non vedendone, si avvicinò con cautela al
piedistallo.
Remi e Lazlo erano in attesa con il fiato sospeso, come se
inalare profondamente rischiasse di turbare un fragile equilibrio.
Maribela andava avanti e indietro all’ingresso, con un evidente
nervosismo, mentre Antonio studiava gli scheletri con curiosità.
«Si capisce che erano vichinghi dalla loro stazza. Sono tutti
una trentina di centimetri più alti di qualsiasi mummia recuperata
nei nostri scavi» disse.
«Le ultime guardie in attesa della loro nave, poveracce. Deve
essere stato difficile. Hanno quasi tutti la barba grigia. A meno
che non fosse una crociera della terza età, sono stati qui per molti
anni» disse Lazlo.
«Probabilmente troveremo le tracce di un fuoco di
segnalazione sulla sommità del tempio» disse Remi, scrutando gli
scheletri.
«Immaginate come dev’essere attendere, giorno dopo giorno,
anno dopo anno…»
Lazlo fu interrotto dalla voce di Sam, che spuntava in quel
momento dal passaggio. «Al giorno d’oggi non c’è più una simile

335
dedizione. Vi ho mai detto che detesto le vedove nere?»
«Sam! Cos’hai trovato?» chiese Remi.
Sam li guardò tutti con aria sconsolata, fece un lungo sospiro
e poi sorrise. «Oh, niente. Solo il più grande smeraldo che io
abbia mai visto. A me sembra inca, ma non è che sia un esperto.»

336
42

Sam li guidò giù dalle scale, mettendoli in guardia sull’ottavo


gradino, mentre lo seguivano verso la cripta in cui aveva trovato
l’Occhio del Paradiso. «State attenti. Cercate di seguire i miei
passi. Non mi fido di questo pavimento. Potrebbe esserci una
trappola in qualsiasi punto.»
Remi fece attenzione a posare i piedi sulle orme lasciate da
Sam nella polvere, sempre più vicina alla gemma luccicante.
Lazlo la seguiva, con passo leggermente più malfermo, tenendo
d’occhio le ragnatele che gli fluttuavano intorno, come viticci
spettrali. Antonio e Maribela procedettero con più sicurezza:
quel tipo di ambiente era il loro habitat naturale, avendo
esplorato rovine per anni.
Si fermarono a fissare la gemma. Un baule di legno marcio si
trovava sul fondo della camera, poco distante, come se fosse stato
aggiunto in un secondo momento. Con la sua bandana, Sam tolse
il residuo di calcio accumulatosi sulla parte anteriore dello
smeraldo negli ultimi mille anni e tutti colsero il luccichio della
gemma, che sembrava emanare luce propria. Era trasparente,
quasi priva di imperfezioni, e grande circa quanto un pompelmo.
Era in un astuccio d’oro plasmato a mano con incisi ritratti
stilizzati di Quetzalcóatl.
«È straordinario» sussurrò Lazlo. «Come se avesse una vita
sua. Non ho mai visto nulla di simile.»
Remi si abbassò per studiare quel che restava del baule, il cui

337
legno era marcito da tempo e la cui forma originale era indicata
vagamente solo dal bordo di metallo arrugginito. «Possiamo
ipotizzare che i toltechi si siano spinti nel territorio degli inca.
Lo smeraldo deve essere giunto dall’impero inca, da quella che
oggi è la Colombia. Guardate queste statue.»
Antonio annui. «È davvero una scoperta di valore
inestimabile.»
«Di quanti carati pensate sia lo smeraldo?» chiese Lazlo.
«Non saprei nemmeno da dove partire per fare una stima.
’Enorme’ è un numero?» disse Sam.
«Fuochino, amico mio. Ottimo lavoro, comunque. È un
periodo intenso per i Fargo, sotto ogni punto di vista.»
«Sì, siamo stati molto fortunati» disse Remi. «Ma il vero
lavoro comincia adesso. La squadra di Antonio deve studiare
questo ritrovamento. Noi non abbiamo fatto altro che seguire gli
indizi e non ce l’avremmo fatta senza il tuo aiuto, Lazlo.» Fece
una pausa. «Come ho detto più volte, sei un genio.»
«Mai contraddire una signora» disse lui, raggiante.
Maribela guardò il suo orologio. «Mi sono appena resa conto
che, con tutti questi colpi di scena, non abbiamo mangiato nulla
da colazione. A qualcuno va di cenare, anche se è tardi? Posso
fare una scappata a prendere qualcosa nel paese più vicino.
Anche gli agenti avranno fame.»
Sam si voltò. «Buona idea. Qui non ci resta molto da fare, a
parte assicurarci che nessuno interferisca con il sito finché non
l’avremo messo in sicurezza.»
«Mentre sono via, voi potete scattare fotografie. Abbiamo in
programma di fermarci qui per la notte?»
«Suppongo di sì. Ora non ce la farei proprio a dormire» disse
Remi. «Anzi, vengo con te.»
«Non ce n’è bisogno. Per trovare qualcosa di aperto potrebbe

338
volerci un po’ di tempo. Le enchiladas di pollo vanno bene a
tutti? Perfetto. Sarò di ritorno appena possibile.»
«Vuoi un po’ di soldi?» chiese Sam.
«Con i favori che avete fatto al Messico nel corso di questa
avventura, direi che vi possiamo offrire un takeaway. È il
minimo.»
Una volta che Maribela se ne fu andata, Antonio diede
un’occhiata alla grotta. «Vado a prendere una delle lampade da
lavoro nel tempio per fare un po’ di luce.»
«Buona idea. E già che ci sei, vedi se trovi qualche altro
addetto alla sicurezza. Questa scoperta cambia ogni cosa» disse
Sam.
«Sarà fatto.»
Lazlo si avvicinò al baule ed esaminò le icone, facendo
attenzione a non toccarle. Antonio tornò dopo qualche minuto
con una lampada a LED e la posò accanto all’Occhio del Paradiso
per consentire a Remi di fotografare tutto. Una volta che lei ebbe
immortalato ogni oggetto presente nella grotta, tornarono sul
ballatoio, dove ripeté l’operazione sui bassorilievi. Quand’ebbe
finito, risalirono i gradini che portavano al tempio, con Sam in
testa, seguito da Antonio, Remi e Lazlo.
Dall’alto si udirono alcuni colpi d’arma da fuoco che, in
quello spazio chiuso, sembrarono cannonate. Il corpo di un
agente cadde giù dalle scale, con il fucile che gli sferragliava
accanto. Sam interruppe la caduta dell’uomo, gli controllò il
polso e ne prese il fucile mentre Antonio gli sfilava la pistola di
servizio. Nessuno disse una parola, storditi com’erano dal
rumore, con il corpo senza vita del poliziotto che ostruiva in parte
la scalinata.
La voce di Janus Benedict echeggiò dal tempio sopra di loro,
calma e pacata, come se stessero giocando a scacchi. «Non fare

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stupidaggini, Fargo. Non è una causa per cui immolarsi.
Immagino che tu sia lì sotto e che abbia messo le mani sul fucile
della sentinella. Mettilo giù, con calma e senza fare movimenti
bruschi, ed esci con le mani in alto.»
Gli occhi di Sam perlustrarono l’apertura. «Come faccio a
sapere che non ci ucciderai come hai fatto con questo
poveraccio?»
«Non è nel mio stile. Ma i miei partner locali non sono
altrettanto pazienti, per cui, se non gettate le armi, farete i conti
con gente con cui non avrete la minima chance. E che mi sembra
nervosa.» Janus fece una pausa. «E, ovviamente, c’è la vostra
amica messicana. Ha una pistola puntata alla testa. Se la
situazione dovesse degenerare, la responsabilità sarà tua. Metti
giù la pistola e andrà tutto bene. Hai la mia parola.»
«La tua parola? La parola di un ladro e un assassino?»
Il tono di Janus si indurì. «È la tua ultima possibilità, poi
temo che questi ragazzi spareranno alla donna e vi getteranno il
suo corpo, a dimostrazione della loro serietà. Non c’è più tempo
per i sofismi, quando si inizia a sparare. Presto arriveranno i
rinforzi e, a quel punto, vorrei già essermene andato. Allora, cosa
si fa? Vuoi dimostrare qualcosa e lasciare che la donna muoia,
oppure fare la persona ragionevole, sopravvivere e rimandare lo
scontro?»
Antonio scambiò uno sguardo con Sam e scosse la testa, ma
lui si alzò in piedi e gettò il fucile fuori dal varco. Antonio si
accigliò e poi lanciò la pistola verso l’alto.
«Siamo disarmati!» gridò Sam, alzando le mani.
«Sì. Così va molto meglio» disse Janus nel momento in cui
Sam spuntò dall’apertura, seguito da Antonio.
Maribela era accanto a Janus, davanti all’ingresso della
tomba. Reginald la teneva sotto tiro con una pistola e Guerrero,

340
alle loro spalle, puntava a sua volta un’arma verso di loro.
Un’espressione sollevata e poi confusa si fece strada sul volto
di Antonio nel momento in cui Maribela sorrise accanto a Janus,
mentre Antonio si avvicinava. Guerrero raggiunse le armi gettate,
le allontanò con un calcio e affiancò Reginald, senza abbassare la
pistola.
Sam e Janus si guardarono.
«Persino per uno come te è un colpo basso, Benedict. È così
che vuoi essere ricordato?»
«Non l’ho deciso io. Sul serio. Ma quelli del posto fanno le
cose in modo diverso e sono loro a condurre le danze, per così
dire. Paese che vai… Credimi, uccidere mi ripugna tanto quanto
disgusta te.»
«Eppure non l’hai impedito.»
«Non avrei potuto, ma non lo approvo. Ho chiesto che questa
operazione venisse condotta nel modo più indolore possibile. Ma
temo che la mia capacità di influenzare gli indigeni abbia un
limite. Sono assetati di sangue. Non posso farci niente.»
«Ti saresti trovato bene a Norimberga.»
«Chiudi quella fogna, se non vuoi che aggiunga il tuo corpo
al mucchio» fu la minaccia di Reginald, la cui pistola era puntata
contro Sam. «E, comunque, chi credi di essere? Hai la fortuna di
respirare ancora, ignorante feccia americana.»
«Che significa, Janus? Ti sei portato dietro tuo fratello per
fargli fare il lavoro sporco? Non volevi rischiare di spezzarti
un’unghia?»
Reginald colpì Sam in faccia con la pistola. Lui grugnì di
dolore e si portò una mano alla guancia insanguinata.
«Ehi, non ce n’era bisogno. Sono certo che saranno
ragionevoli.» Janus riportò la sua attenzione su Sam. «Dov’è la
tua deliziosa consorte, Fargo?»

341
Sam lo fissò a sua volta, ma non disse nulla. «Che tu possa
marcire all’inferno, Benedict.»
Janus scosse la testa, come se fosse alle prese con un
bambino disubbidiente, ed estrasse il suo iPhone da una tasca.
«Pazienza. Ah, vedo che è lì in basso. Scommetto che speri in
uno dei vostri famigerati miracoli.» Si schiarì la gola. «Remi? Fa’
la brava e non costringermi a venire giù a prenderti. So che sei lì.
Vieni fuori.»
Gli occhi di Sam si spalancarono. «Un localizzatore?»
«Sei un ragazzo sveglio, vero? Sì, sono al corrente di ogni
vostro spostamento dalla Spagna in poi. Il talismano portafortuna
di tua moglie è anche il mio talismano portafortuna. Vale ben più
della misera somma per il dispositivo radio.»
Poco dopo, Remi uscì lentamente dall’apertura, con la torcia
elettrica in mano, dando a Janus un’occhiata carica d’odio. Lazlo,
sconvolto, arrancò dietro di lei, con le mani sopra la testa.
«Mi sembrava di sentire puzza di marcio. Avrei dovuto
immaginare che eri tu, Benedict» ringhiò Remi.
«Visto? Non sai perdere. Non ti si addice.» Janus fece
spallucce. «Non sai quanto mi piace la tua collana.»
Remi se la strappò e la gettò in terra.
Maribela la raccolse. «Davvero carina. Un po’ pacchiana, per
i miei gusti, ma sorriderò ogni volta che la indosserò.»
Remi scattò in avanti, furente. «Mi fai schifo.»
Janus fece un passo verso di lei. «Su, su, mia cara. Mi
dispiacerebbe se le tue ultime parole fossero così scortesi.»
Sam sputò sangue accanto ai suoi piedi. «Allora vuoi
ucciderci. Alla faccia della morale. Non sei altro che un volgare
ladro e un assassino. Non sei abbastanza intelligente da trovare i
tuoi tesori e sei sempre costretto a rubare agli altri.»
«Che insolenza! Non farò niente di simile. Tuttavia, è

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probabile che al mio collega non piaccia lasciare le cose in
sospeso, per cui temo che non riuscirete a celebrare un altro
anniversario. Il fratello sarà risparmiato, con l’avvertimento che,
se dirà una sola parola, lui e sua sorella incontreranno una fine
prematura. Ma voi due rappresentate un problema per il quale
esiste una sola soluzione. Se può consolarvi, chiederò che sia
rapida e indolore.» Janus controllò il suo orologio Patek
Philippe. «Cercate di godervi i vostri ultimi istanti.»
«Sei finito, Benedict» promise Sam, tirando Remi verso di sé.

343
43

Janus guardò la scalinata che si apriva oltre i Fargo,


studiando la lastra spostata di lato. Si avvicinò e guardò in basso,
all’interno dello spazio buio, mentre Guerrero e Reginald
tenevano le armi puntate sul gruppo. Dopo alcuni secondi, si
ritrasse e sorrise a Maribela. «Perché non porti giù Reginald a
vedere lo smeraldo mentre io svolgo questo compito sgradevole?»
«Certo. Reginald?»
Antonio la fissò, confuso, poi scosse la testa e imprecò in
spagnolo. «No. Perché diavolo…?»
Maribela fece spallucce. «Sta’ zitto. È meglio così. Abbiamo
le fotografie. Lo smeraldo non ci servirà a nulla: non ci farà
ottenere un bonus. Hai detto tu stesso che il tesoro dei toltechi
consisteva nella loro storia. Quella resterà nelle nostre mani.»
Sam scosse la testa. «Che razza di donna sei? Sono morti
degli uomini per… cosa, avidità? Quanto ti paga? Quanto costa
tradire tutto ciò per cui hai lavorato? Sono curioso.»
Janus lo mise a tacere con un gesto. «Non sono affari tuoi.
Anche se non posso negare che gli sforzi della deliziosa Maribela
saranno lautamente ricompensati. Ora andate. Non abbiamo
molto tempo.»
Antonio aveva l’aria distrutta. «Maribela…»
«Lascia perdere, Antonio. Lascia fare a me. Tra una settimana
saremo in grado di finanziare le nostre spedizioni, non dovremo
più supplicare il governo per qualche spicciolo. A te, magari, sta

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bene vivere così, ma a me no.» Maribela indicò l’apertura nel
pavimento. «Forza, Reginald. Ti faccio strada.»
«Aspettate. Vengo con voi» grugnì Guerrero, in un inglese dal
forte accento spagnolo.
«Non sono convinto che sia necessario» disse Janus. «Servi
decisamente di più quassù.»
«Vado» insistette Guerrero, rivolgendo un’occhiata diffidente
a Reginald.
«Capisco. Ma chi si occuperà di loro in tua assenza?» chiese
Janus, mostrando una crepa, seppur fugace, nel suo atteggiamento
cortese.
Guerrero si avvicinò alla Beretta che aveva allontanato con un
calcio e la raccolse, per poi darla a Janus, che la prese come se
fosse una serpe viva. «Puoi farlo tu. Tornerò. A quel punto, finirò
io l’opera.» Guerrero fece un orrendo sogghigno, poi lanciò un
richiamo. Sulla soglia del tempio apparve un suo tirapiedi con un
mitra. «Vieni dentro e tieni d’occhio questi due. Va’ avanti tu»
disse poi a Maribela. «Il tuo fidanzato ha ragione su una cosa:
dobbiamo fare in fretta. Presto arriveranno i rinforzi e non è il
caso di affrontare un drappello di soldati.»
Maribela entrò nel varco. Reginald scese le scale dietro di lei,
con la pistola nella cintura dei pantaloni, scrutando con finta
spavalderia il soffitto della galleria.
«Non preoccuparti. Ha retto per un migliaio d’anni. Dovrebbe
essere sicuro per i prossimi cinque minuti» disse Maribela.
«Non sono preoccupato. Solo che i posti chiusi non mi
piacciono.» La sua voce si spezzò sulle ultime parole.
«Non piacciono a nessuno.»
Raggiunsero la grotta, dove la lampada portatile era ancora in
funzione, e si avvicinarono allo smeraldo.
Maribela fece un cenno, senza staccare lo sguardo dalla

345
gemma.
Reginald si avvicinò. «L’Occhio del Paradiso. È splendido.
Da restare a bocca aperta.» Il suo sguardo era colmo di cupidigia
mentre studiava quel tesoro inestimabile.
«È vero. Impossibile sapere quanto pagherebbero i
collezionisti. Milioni. Forse centinaia di milioni.» Maribela
calcolò la percentuale che le sarebbe toccata in quel caso.
Reginald estrasse la pistola e la puntò su di lei. «Sei proprio
un’avida stronza, vero?»
Sgomento e paura apparvero sul suo viso. «No. Ho fatto… ho
fatto tutto quello che mi hai chiesto.»
«Il che ti rende stupida, oltre che avida.»
Lei scosse la testa, in preda al panico. «Tuo fratello mi ha
dato la sua parola…»
«Ma io no. Di Janus mi occuperò io. Mi dirà che ho fatto
bene, quando capirà di aver risparmiato il venti per cento che
avrebbe dovuto pagarti.»
La pallottola 9 millimetri parabellum colpì Maribela in mezzo
alla fronte. Il suo corpo si irrigidì e cadde in terra, privo di vita. Il
secco crepitio dello sparo echeggiò come lo scoppio di una
bomba. Reginald si infilò nuovamente la pistola nella cintura e
tornò a studiare lo smeraldo.
Guerrero sorrise e gli diede un colpetto sulla spalla, mentre
scrutavano insieme la preziosa gemma. «Allora, cabrón, ti
piacciono i soldi tanto quanto piacciono a me, vero? Bene. Ce ne
sono di più per noi!»
All’interno del tempio, il tirapiedi del cartello non staccò mai
gli occhi dai Fargo, tenendo il dito sul grilletto del suo
Kalashnikov, pronto a fare fuoco. Janus puntava la Beretta su
Antonio, disgustato all’idea di doversi occupare di un compito
tanto volgare.

346
Il rumore assordante dello sparo di Reginald risalì dalle scale
e, da quel momento, fu come se il tempo si comprimesse e si
muovesse al rallentatore.
Il tirapiedi si voltò istintivamente, solo per un istante, ma
abbastanza per consentire a Sam di estrarre il coltello dalla tasca
dei pantaloni e farne scattare la lama. Lo lanciò verso la gola
dell’uomo e l’affilatissima lama da nove centimetri gli affondò
nel collo, squarciandogli la trachea. Il dito del tirapiedi schiacciò
per riflesso il grilletto del mitra, crivellando gli scheletri di
pallottole. Diversi proiettili rimbalzarono sibilando. Sam si
lanciò contro il sicario mentre cadeva di schiena sulla soglia.
Dall’esterno, i suoi colleghi criminali tempestarono di pallottole
il corpo privo di vita.
Janus cercò di puntare la Beretta contro Sam, ma un calcio
sferrato da Remi lo colpì al polso, facendo cadere l’arma. Lui vi
si gettò sopra, ma Remi lo anticipò di una frazione di secondo,
prendendola un attimo prima di lui e colpendolo sulla tempia col
calcio. La vista di Janus si offuscò e lui si afflosciò a terra,
nell’istante in cui Sam metteva le mani sul mitra del sicario.
Sam si lanciò sulla lampada portatile e la spense, facendo
precipitare il tempio nell’oscurità. Dall’esterno giunsero altri
spari, ma Sam non fece più fuoco, in attesa che i suoi occhi si
abituassero al buio. Sapeva che, senza luce, gli uomini del
cartello non avrebbero potuto prendere la mira. Era un piccolo
vantaggio, ma l’unico che avesse.
«Antonio, scommetto che il sicario aveva una pistola. Ne hai
mai usata una?» chiese Sam.
«No, ma ci proverò.»
La voce di Guerrero echeggiò dalle scale. «Jaime! Che
succede lì sopra?»
Remi strisciò accanto a Sam. «Mi occuperò io di loro. Tu

347
pensa agli uomini armati là fuori.»
Sam soppesò rapidamente la situazione e annuì. Vide un
movimento alla luce fioca della luna e prese la mira con il fucile,
dopodiché fece partire tre colpi. Udì un gemito sordo all’esterno
e strisciò fino al cadavere del sicario sulla soglia. Dall’esterno
giunsero altri spari, che colpirono il cadavere. Sam digrignò i
denti e li ignorò: doveva raggiungere l’uomo e frugargli nelle
tasche. Arrivò alla soglia e tastò al buio, con il fucile puntato
verso la notte mentre cercava l’inconfondibile sagoma di un
caricatore o di una pistola. Trovò un revolver nella cintura
dell’uomo e lo sfilò, poi lo fece scivolare sul pavimento in
direzione di Antonio.
Sentì un fruscio nella sterpaglia alla sinistra del tempio e
sparò. Trovò due caricatori in una tasca della giacca a vento del
sicario. Li tirò fuori e rotolò via mentre una gragnuola di
pallottole esplodeva sopra di lui. Estrasse il caricatore vuoto, ne
inserì uno pieno, mise un colpo in canna e sparò brevi raffiche
all’esterno.
Senza fare il minimo rumore, Remi attendeva accanto
all’imboccatura delle scale, con le orecchie tese per captare
eventuali suoni, assordata com’era dal fragore della sparatoria.
Antonio le strisciò accanto. «Cosa devo fare?»
«Spara sulle scale quando lo faccio io.» Remi si rimise in
ascolto, certa che Reginald e Guerrero stessero risalendo.
Fu allora che Reginald, alle spalle di Guerrero, accese la
torcia elettrica per non cadere. Guerrero gli intimò di spegnerla,
ma bastò: Remi li aveva individuati. Scaricò quattro colpi
nell’apertura. Antonio sparò tre volte. Le pallottole rimbalzarono
sulla pietra, trasformando la tromba delle scale in un luogo di
sterminio. Remi udì un gemito e un corpo che cadeva contro la
pietra. Esplose altri due colpi, tanto per andare sul sicuro, e in

348
risposta ottenne una breve imprecazione e un forte rumore di
stivali che scendevano la scala.
Con la sua voce inconfondibile, Reginald imprecò di nuovo e
lei udì il rumore di un corpo che cadeva sui gradini. Aveva fatto
dietrofront nell’oscurità, perso l’equilibrio, e stava rotolando
sulla scala.
«State bene?» chiese Sam, accanto all’entrata.
«Mai stata meglio!» rispose Remi.
«Penso… penso di sì» disse Antonio.
Lazlo mugugnò qualcosa accanto agli scheletri.
Remi guardò dalla sua parte. «Lazlo» sussurrò.
«Sono… sono stato… colpito.» La voce di Lazlo era roca.
«È grave?» chiese Sam.
«Mi ha colpito… una dannata… pallottola. Quanto di…
peggio… può esserci?»
«Dove?»
Lazlo tossì. «A una spalla.»
«Resisti. Sarà tutto finito nel giro di pochi secondi.» Remi si
rivolse ad Antonio. «Fa’ qualunque cosa Sam ti dica di fare,
capito?»
Antonio annuì. «Tu cosa farai?»
Un’altra raffica di colpi tempestò l’ingresso del tempio. Remi
rabbrividì e abbassò la testa. Il mitra russo di Sam rispose al
fuoco. Lo staccato dei suoi colpi era musica per le orecchie di
Remi. Diede un’altra occhiata all’imboccatura della scala e
strinse le palpebre. «La farò finita.»

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44

In un momento di pausa della sparatoria, Remi corse da Sam,


tenendosi bassa. «Scendo a eliminarlo, Sam. Il tizio del cartello
lo abbiamo ferito o ucciso, resta solo Reginald.»
«Remi. Riflettici bene. Aspetta quassù. Prima o poi saranno
costretti a salire le scale. Attaccali in quel momento.»
«Non mi piace l’idea che siano là sotto con lo smeraldo.»
«Non è che possano prenderlo e andarsene.»
Remi ci pensò e annuì. «D’accordo. Faremo le cose a modo
tuo. Per la cronaca, sono favorevole a un’operazione alla Sam
Fargo: un ingresso da Far West.»
«Ne prendo nota. E non lo escludo. Non mi piace l’idea che
tu sia sulle scale con Reginald pronto a fare fuoco su di te.
Significa andarsele a cercare.»
«Hai chiarito il tuo punto di vista. Che cosa intendi fare?»
«Ci hanno bloccati. È uno stallo. Non possiamo andarcene,
ma loro non possono entrare. Voglio tenerli a bada finché non
arrivano le guardie della centrale nucleare. Con tutti questi spari,
non ci vorrà tanto.»
«Speriamo. Non sappiamo quanto ci metteranno, in realtà. E
potrebbero essere in arrivo altri sicari del cartello. Anzi, il
personale della centrale potrebbe avere l’ordine di non
abbandonare le proprie postazioni, nel caso si trattasse di un
diversivo in vista di un attacco frontale.»
Sam guardò Antonio, che si era acquattato con la pistola in

350
mano. «Antonio, il tuo cellulare funziona qui dentro? Hai
segnale?»
«Sì.»
«Chiama qualcuno. Fa’ intervenire tutte le forze armate
messicane. Subito. Spiega la situazione. Abbiamo bisogno della
cavalleria.»
Antonio digitò il numero di emergenza e parlò a voce bassa,
mentre Sam e Remi tenevano d’occhio la sterpaglia all’esterno
del tempio. Quando riattaccò, non aveva un’aria fiduciosa. «Mi
hanno detto di restare in linea. Ho risposto che non potevo, ma
che dovevano mandarci immediatamente un contingente di
uomini armati. E un mezzo aereo per evacuare i feriti.
L’operatrice mi ha detto che avrebbe fatto tutto il possibile.»
«Non mi pare promettente» disse Remi.
«Oh, qualcuno arriverà: la domanda è tra quanto tempo.»
Antonio esitò. «Cosa volete fare con Reginald e mia sorella?»
«Non possiamo fare altro che attendere. Scendere quelle scale
è un suicidio.»
«Maribela potrebbe farsi male. O quell’uomo potrebbe usarla
come ostaggio.»
Remi gli sfiorò una mano. «Antonio, rifletti. A scatenare il
panico è stato un colpo di pistola. E sulle scale c’erano solo due
persone: Reginald e Guerrero.» Fece una pausa. «Mi dispiace.»
«Potrebbe essere ferita… come Lazlo.»
Sam annuì. «È possibile. Ma in questo momento non
possiamo farci nulla. Dobbiamo tenere a bada i sicari finché non
arrivano i soccorsi. A quel punto, di Reginald potranno occuparsi
i professionisti. Vedremo come se la cava di fronte a soldati
armati in assetto di guerra.»
Sul pavimento poco lontano, Lazlo si lamentò.
«Come va, Lazlo?» chiese Sam, senza distogliere lo sguardo.

351
«Non… benissimo.»
Remi strisciò da lui e vide la ferita. «I soccorsi sono in arrivo.
Non dovrebbero metterci tanto.»
«Ottimo… lavoro…»
Altri spari tempestarono l’ingresso, facendo volare schegge di
pietra. Sam sparò un colpo verso il bagliore della canna del suo
avversario, mentre Remi tornava da lui.
«Dallo a me. Sono io la tiratrice scelta, ricordi?»
«Me la sono cavata bene, finora.»
«Sono ancora là fuori a sparare. Forza, facciamo cambio. Un
AK per una Beretta nove millimetri praticamente nuova è un
affarone.»
Sam ubbidì e soppesò la pistola. «Non so bene cosa riuscirò a
combinare con questo giocattolo.»
«Non preoccuparti. Spara un paio di colpi e vedi se riesci a
stanarli.»
Sam esplose due colpi. Quando dall’esterno aprirono il
fuoco, Remi rimase al riparo finché non ebbero finito e poi sparò
tre colpi in rapida successione.
Non ci fu risposta.
Remi fece un sorrisino. «Mai far fare a un uomo…»
«… il lavoro di una donna. Lo so. Pensi di averlo colpito?»
«Direi di sì. Ma potrebbero essercene altri.»
«Vuoi azzardare un tentativo di fuga?»
«Sarebbe più saggio restare qui e attendere l’arrivo dei
militari.» Si guardò intorno. «Dov’è Antonio?»
Sam scrutò l’interno del tempio, immerso nell’oscurità. «Era
qui un attimo fa.»
Remi imprecò. «Idiota. È andato giù a cercare Reginald. Lo
sapevo.» Restituì il mitra a Sam. «Dammi la Beretta.»
«Remi, solo perché Antonio vuole suicidarsi non significa

352
che lo debba fare anche tu…»
«Sta facendo quello che avrei dovuto fare io.»
«No, sta facendo qualcosa di molto stupido in cui tu non
dovresti farti coinvolgere.»
«Ne parliamo dopo, Fargo.»
«Remi…»
Ma lei corse alla scala in pochi secondi e scomparve prima
che Sam potesse fare qualcosa per fermarla. Procedette a tentoni,
con la pistola davanti a sé. Dal basso non c’erano stati altri spari:
almeno quello era positivo. Non avvertì neppure la presenza di
Antonio, il che significava che aveva svoltato l’angolo e che si
trovava nel corridoio che portava alla grotta.
Remi passò accanto al cadavere di Guerrero, si inginocchiò e
tastò il terreno circostante finché non trovò la sua pistola. Se la
fece scivolare nella cintura e continuò a scendere i gradini finché
non raggiunse il ballatoio. In quel punto, la luce della lampada da
lavoro era abbastanza intensa da farle intravedere il bassorilievo
sulla parete contro cui si era appoggiata, preparandosi a svoltare
all’angolo.
Si accucciò, per fornire un bersaglio meno evidente. Nulla.
Passo dopo passo, con grande cautela, strisciò in avanti, mentre
la sua vista si adattava alla luce fioca. Restò in ascolto, ma udì
solo un leggero sgocciolio in un punto imprecisato della grotta.
Entrò con la pistola spianata, ma si fermò quando vide
Reginald dall’altro lato della caverna, che teneva fermo Antonio e
gli puntava la pistola alla testa.
«Gettala oppure gli faccio saltare le cervella.»
«Sparagli. Ha ucciso Maribela» disse Antonio, a denti stretti.
Reginald scosse la testa. «Non sono stato io. È stato
Guerrero» mentì.
Antonio cercò di divincolarsi. «Sparagli.»

353
«Dammi un motivo per non farlo, Reginald» disse Remi,
facendo un altro passo.
«Lo uccido. Giuro che lo faccio.»
Un altro passo. «E perché dovrebbe importarmene? Se getto
la pistola, mi ucciderai comunque.»
«Le cose sono andate storte. Voglio solo uscire vivo di qui.
Non costringermi a ucciderlo.» Reginald fece una pausa, poi
gridò: «Hai cinque secondi, dopodiché ti ritroverai addosso il suo
cervello!»
Remi abbassò la pistola. «Calmo, Reginald. Ti credo. Se ci
spari, Sam ti abbatterà non appena tenti di risalire le scale. Sarai
più morto di Elvis prima di poter fare un passo.»
Ci fu un guizzo nei suoi occhi. «Chiudi quella bocca e getta
la pistola.»
«Sparagli ora» la supplicò Antonio.
«Sto per mettere giù la pistola.» Remi si inginocchiò
lentamente, senza distogliere mai lo sguardo da Reginald. Vide
l’istante di trionfo che si era aspettata nel momento in cui posò la
pistola sul pavimento e fece per raddrizzarsi.
Con un ghigno di esultanza, Reginald scostò la pistola dalla
testa di Antonio per puntarla contro Remi. «Povera stupida…»
Non vide la mano sinistra di Remi scivolarle dietro la schiena
e impugnare la pistola di Guerrero, concentrato com’era sugli
occhi della donna e sulla mano che stava posando la Beretta a
terra.
Lo sparo colpì Reginald a una spalla, a pochi centimetri dal
petto di Antonio. Il proiettile gli distrusse la scapola e lo fece
ruotare su se stesso, mentre Antonio si avventava su di lui e
iniziava a picchiarlo con una furia amplificata dal dolore per la
morte della sorella. La pistola di Reginald gli sfuggì di mano
mentre i due uomini cadevano insieme. Remi la allontanò con un

354
calcio nel momento in cui la voce di Sam si faceva sentire
dall’ingresso.
«Remi! Stai bene?»
«Certo che sto bene, Fargo.»
Sam consegnò il suo mitra a Lazlo, che si era appoggiato
contro la parete del corridoio e tremava tutto, e corse di sotto.
Quando raggiunse Antonio, quest’ultimo aveva smesso di
malmenare Reginald. Aveva uno sguardo assente mentre stringeva
il ragazzo per la camicia. La testa di Reginald ciondolò in avanti:
aveva perso conoscenza.
Sam lo scrutò e annuì ad Antonio. «Dall’aspetto che ha, per
un po’ non ci darà problemi. E tu?»
«Ha ucciso mia sorella.»
«Mi dispiace, Antonio. Sul serio. Però devi lasciare che a
occuparsi di lui siano le autorità.»
Antonio mise a fuoco la faccia malconcia di Reginald come
se fosse appena uscito da uno stato di trance e lasciò la presa. Si
alzò lentamente, studiandosi le nocche gonfie, come se stesse
valutando se finire il lavoro.
Sam fece un passo avanti. «Non è il modo giusto. Mi servi
lucido se vogliamo sopravvivere fino all’arrivo dei rinforzi.
Riprendi il controllo.»
«Sono solo scosso» ribatté Antonio, calmandosi lentamente.
«Che mi dici degli uomini del cartello?»
«Ho sentito arrivare due veicoli pesanti. Se fossi in loro, me
ne sarei andato da tempo con la coda tra le gambe.» Sam studiò
Antonio. «Torniamo di sopra. Non si sa mai. Gli addetti alla
sicurezza dovrebbero entrare da un momento all’altro. Avranno
già raggiunto il parcheggio vicino alla strada.»
Antonio si guardò intorno e i suoi occhi si fermarono sul
corpo di sua sorella. Lazlo entrò nella grotta e si mise davanti a

355
Maribela, per evitarne la vista ad Antonio.
Sam raccolse da terra il revolver di Antonio, se lo mise in
tasca e poi prese l’uomo sottobraccio. «Andiamo. Sopra ci
aspetta il comitato di benvenuto.»
Remi seguì Sam e Antonio fuori dalla grotta, sulle scale.
Mentre risalivano i gradini, si voltò. «Lazlo? Tutto bene?»
«Non temere, sono dietro di te.»
Quando furono quasi in cima, Sam accese la sua torcia
elettrica, perlustrando la stanza con la pistola stretta nella mano
destra. Si fermò bruscamente sul primo gradino.
«Cosa c’è?» chiese Remi, con un filo di voce.
Sam si voltò. «Janus. È sparito.»

356
45

«Sparito?» ripeté Remi.


«Era qui quando sono sceso a prendervi. Deve aver ripreso i
sensi. Oppure ha finto di perdere conoscenza, in attesa di
un’opportunità di fuga.»
«Dovete prenderlo. Non può farla franca» disse Antonio.
«Non preoccuparti, ho tutte le intenzioni di dargli la caccia.»
Remi salì l’ultimo gradino. «Sam, ne sei certo? Ci sono un
sacco di armi, qui in giro…»
«Non scapperà. Se lo conosco, l’ultima cosa che desidera è
uno scontro a fuoco. Non è nel suo stile.»
«E se ti sbagli?»
Lui le consegnò la Beretta e raccolse un revolver. «Ecco altra
potenza di fuoco. Se dovesse presentarsi qualcuno che non sia il
sottoscritto o la polizia, inizia a sparare e non smettere.»
«Non hai risposto alla mia domanda.»
«È un rischio che sono disposto a correre.» Sam spense la
torcia e raggiunse l’ingresso del tempio. Fece una pausa per
individuare eventuali minacce, poi corse fuori, rotolando
sull’erba calpestata, aspettando che il terreno intorno a lui
venisse tempestato dalle pallottole.
Nulla.
Osservò l’area. La luce della luna era più forte di quanto
apparisse dall’interno. Non sembrava esserci nessuno. In che
direzione poteva essere scappato l’inglese? Di certo non sarebbe

357
mai corso verso i soldati in arrivo.
Esaminò il terreno man mano che si allontanava dal tempio e
si imbatté nel cadavere di uno dei sicari: la fondina della pistola
era aperta e vuota, a conferma del fatto che Janus era armato. Sam
seguì il piccolo sentiero percorso dagli uomini del cartello,
camminando cautamente, attento a non annunciare la sua
presenza a Janus.
Le onde sferzavano la costa ai piedi della scogliera, una
decina di metri sotto di lui. Sam sentiva la salsedine nell’aria
mentre si addentrava nella boscaglia, fermandosi di quando in
quando per mettersi in ascolto. Ma udì solo il rumore del mare.
Superò alberi coperti di rampicanti e fitti sterpi finché non si
ritrovò in una piccola radura circolare, che terminava con la
scogliera. Troppo tardi vide Janus davanti a sé, immerso nella
luce sinistra della luna.
Gli puntava una pistola alla testa.
La preda era diventata cacciatore.
In un batter d’occhio, Sam alzò il revolver. «È finita, Janus.
Getta la pistola.»
«Non ci penso neanche» disse Janus, con un fugace sorriso.
«Ci troviamo in quello che viene giustamente chiamato uno stallo
alla messicana.»
«Chiamalo come ti pare, pagherai comunque per gli innocenti
che hai ucciso.»
«Io non ho ucciso nessuno.» La voce di Janus era chiara, il
tono gelido.
«Bugiardo.»
«Credi a quello che ti pare. Non ho sangue sulle mani.»
«Forse non hai ucciso nessuno personalmente, ma sei la
causa di una lunga scia di cadaveri.»
«Io non c’entro, vecchio mio. Sul serio. Non avevo il

358
controllo della situazione: purtroppo il mio partner messicano ha
preso in mano la faccenda. Come ho detto, gli indigeni fanno le
cose in modo diverso. Senza il minimo buonsenso. Davvero
deplorevole.»
«Avresti potuto fermarli.»
Janus scosse la testa. «No. I passi falsi di mio fratello hanno
compromesso la mia posizione. Avrei potuto lasciarci la pelle
anch’io. Temo che la mia influenza fosse limitata.»
Dal mare giunse il rumore lontano di un elicottero. Né Sam
né Janus dissero nulla mentre il suono cresceva di intensità e un
faro fendeva l’oscurità, immergendoli nella sua luce abbagliante.
«Le autorità messicane» disse Sam. «Spero che tu ti goda il
viaggetto in prigione.»
Con grande sorpresa di Sam, Janus scoppiò a ridere. «Sì, me
lo godrò, il viaggetto. Però non si concluderà in una prigione
messicana, bensì sul mio yacht, che si trova in acque
internazionali.»
L’impudenza della sua risposta fece infuriare Sam, ma,
quando notò che l’elicottero era azzurro e non cachi militare, capì
che Janus non stava bluffando. «Posso spararti prima che tu salga
a bordo.»
Janus fissò Sam in silenzio e poi lasciò cadere la pistola.
Fece spallucce e si girò lentamente verso l’elicottero, dando la
schiena a Sam. Il velivolo atterrò e due uomini armati ne
uscirono, puntando le armi su Sam.
Lui continuò a tenere Janus sotto tiro, anche se la potenza di
fuoco degli avversari era superiore alla sua. «Un giorno pagherai
per i tuoi crimini.»
Quando Janus ebbe quasi raggiunto l’elicottero, si fermò, si
voltò e urlò sopra il fragore dei rotori: «Come ho detto, non ho
mai ucciso nessuno. Non ucciderò nemmeno te, Sam Fargo!»

359
«Almeno non hai messo le mani sull’Occhio del Paradiso.»
«Vero. Ma ci sarà un’altra occasione, un altro tesoro.» Si
voltò e salì a bordo dell’elicottero.
Immobile, Sam osservò il velivolo alzarsi dalla radura e virare
sulla scogliera, in direzione del mare. «Sì, ci sarà un’altra
occasione» mormorò. Abbassò il revolver mentre l’elicottero
spariva nella notte, lasciandolo solo sul precipizio. La brezza gli
agitò gli abiti nel lento tragitto di ritorno al tempio.
Quando fu davanti all’ingresso, Remi corse fuori e gli gettò le
braccia al collo. Lo tenne stretto a lungo.
«È scappato.»
Remi lo guardò confusa. «Come?»
Sam le raccontò l’accaduto. «L’ho lasciato andare. Non
potevo sparare alla schiena di un uomo disarmato, nemmeno se
quell’uomo era Benedict.»
Remi gli prese il revolver, aprì il tamburo e lo studiò alla luce
della luna. «Meglio così. Era scarico.»

360
46

I soldati armati fino ai denti circondarono il tempio e quattro


paramedici si fecero incontro a Sam e Remi, che indicarono
Lazlo, accasciato contro un muro. Andarono a prendere una
barella mentre altri paramedici seguivano Antonio giù per le
scale.
Sam si avvicinò a Lazlo, che protese una mano tremante verso
di lui.
«Non sforzarti di parlare. Si occuperanno di te» disse Sam.
Ma Lazlo gli fece segno di avvicinarsi.
Sam scambiò un’occhiata con i paramedici, che, essendosi
accertati delle sue condizioni, si strinsero nelle spalle. Sam gli si
inginocchiò accanto e gli rivolse un sorriso spento. «Risparmia
energie, amico mio. Ne avrai bisogno.»
Antonio corse fuori dal tempio, sconvolto. «L’Occhio del
Paradiso. È sparito» sussurrò, dando un’occhiata alla decina di
soldati nel tempio. «È una catastrofe.»
Lazlo tossì e fece una smorfia. «Il mio… mio giubbotto»
disse, girandosi verso la sua giacca a vento insanguinata,
appoggiata poco più in là.
«Hai freddo?» gli chiese Sam.
«No. La… la gemma è in una tasca.»
«Cosa?» Raccolse il giubbotto, che era più pesante del
normale, ed estrasse lo smeraldo.
«Ho pensato che fosse… meglio… eliminare eventuali

361
tentazioni… dato che aspettavamo… parecchia gente.» Lazlo
chiuse gli occhi, esausto per lo sforzo.
Remi e Sam si scambiarono un’occhiata e Sam consegnò la
pietra preziosa ad Antonio, che la accolse quasi in modo
timoroso. «Fa’ attenzione. È un importante pezzo di storia da
salvaguardare.»
Lui annuì. Aveva un’espressione combattuta: la sorella era
chiaramente il primo dei suoi pensieri, mentre teneva tra le mani
il tesoro dei toltechi.
Sette ore dopo, Lazlo riprese conoscenza nell’ospedale
militare di Veracruz, dopo un intervento chirurgico di due ore. La
prognosi era buona e, con un po’ di fortuna, si sarebbe ripreso del
tutto, con una cicatrice grinzosa e un’incisione a mezzaluna in
più.
Sam e Remi si avvicinarono al suo letto. Era ancora pallido,
persino dopo innumerevoli sacche di sangue e plasma. Lazlo si
schiarì la gola e tentò di parlare, ma Sam scosse la testa. «Non
sforzarti. Torneremo domani. Siamo voluti restare qui fino al tuo
risveglio. Pare che tu abbia di nuovo ingannato il Tristo
Mietitore. Hai nove vite come un gatto.»
«Io…»
«Prenditela comoda e basta. Non c’è nulla di cui discutere in
questo momento. Volevamo solo che sapessi che siamo qui per te.
Riposati. Torneremo domani, d’accordo?»
Lazlo riuscì a fare un lieve cenno, poi chiuse gli occhi e si
assopì.
L’area intorno al tempio venne cordonata e fu allestito un
piccolo accampamento militare per bloccare la strada di accesso.
Sam e Remi esibirono i rispettivi passaporti. Un caporale
inespressivo li controllò, li spuntò da una lista, chiese
un’approvazione via radio e infine diede loro il permesso di

362
entrare. Un altro soldato indicò un’area dove c’erano diversi
veicoli militari, in cui avrebbero potuto parcheggiare. La pista di
duecento metri che conduceva al tempio era diventata una strada
sterrata, ripulita dalle erbacce e allargata per consentire il
trasporto delle attrezzature e del personale. Militari armati
fiancheggiavano la pista a intervalli di una decina di metri. A
quanto pareva, prendevano sul serio le misure di sicurezza.
Raggiunsero quello che fino a poche ore prima era stato solo
un tumulo di terriccio e assomigliava ormai a un termitaio: gli
operai vi si arrampicavano e sgombravano terriccio sotto lo
sguardo attento di Antonio. Nelle vicinanze erano stati montati
una grossa tenda e un telone sospeso su quattro pali sotto cui i
tecnici allestivano l’attrezzatura, accompagnati dal ronzio
regolare di un generatore.
«Antonio, sei riuscito a riposare un po’?» chiese Remi,
quando furono nei pressi del tempio.
«Qualche ora. Sapevo che non sarei riuscito a dormire
granché, e qui c’è del lavoro da svolgere. Come vedete, stiamo
sgombrando la parte esterna, mentre all’interno c’è un’altra
squadra all’opera. Ci vorrà un po’ di tempo per catalogare tutto.»
«E l’Occhio del Paradiso?»
«Al sicuro nella cassaforte del comandante della base, finché
non lo spediremo a Città del Messico in aereo.»
«Per quanto tempo resterai?»
«Almeno una settimana. Per un po’ farò avanti e indietro tra
Teotihuacán e questo sito. Si tratta in entrambi i casi di scoperte
monumentali, per le quali il popolo messicano ha nei vostri
confronti un grande debito di gratitudine.»
«L’avventura è di per sé una ricompensa» disse Remi, e Sam
annuì.
Antonio indicò una zona sgombra nei pressi del tetto piatto

363
del tempio ed esclamò qualcosa in spagnolo, rivolto ai braccianti,
per poi riportare l’attenzione sui suoi ospiti. «Come sta Lazlo?»
«Si riprenderà.»
«Avete notizie di Reginald?»
«È in stato di arresto e ricoverato nello stesso ospedale. È in
prognosi riservata per la grave emorragia che ha subito, ma
sopravvivrà» disse Sam.
«Volevo parlarvi proprio di quello. Non mi va di chiedervelo,
ma devo farlo, per i miei genitori. Potete evitare di inserire nel
rapporto ufficiale la complicità di Maribela con Benedict?»
Sam e Remi sorrisero.
«Ne abbiamo già discusso. Per quel che ci riguarda, è morta
mentre svolgeva il suo lavoro» disse Sam.
«Infangarne la memoria non ci farebbe ottenere nulla»
aggiunse Remi.
«Grazie. Non potete immaginare quanto vi sia grato.»
«Dispiace a entrambi per la piega che hanno preso le cose…
per la sua morte prematura.»
Antonio guardò la superficie scintillante del golfo del
Messico, con espressione assente. Quando riportò l’attenzione su
di loro, aveva gli occhi lucidi. «Malgrado tutto… era mia
sorella.»
Sam annuì e Remi deglutì.
«Lo so, Antonio. Lo so.»

364
47

La Jolla, California
Quattro giorni dopo, avendo fatto una bella nottata di sonno,
Sam e Remi erano seduti nella loro cucina, con lo sguardo sul
Pacifico blu cobalto che si estendeva ininterrotto fino al
Giappone.
Selma prese un bricco di caffè e lo posò accanto al suo tè. Si
schiarì la gola, sedendosi di fronte a loro e osservandoli. «Vi
vedo abbronzati e in gran forma.»
«Sì, il viaggio in Messico ci ha fatto bene» disse Sam.
«Direi che vi siete fatti una dose salutare di svago in stile
Fargo.»
«Oh, sai, il solito» disse Remi. «Sparatorie, sicari dei cartelli
della droga, tesori nascosti. Tutto nella norma.»
Sam sorseggiò il caffè mentre Selma li aggiornava sulle
novità. A Kendra avevano finalmente offerto il lavoro dei sogni
presso l’università della California a San Diego, e avrebbe
iniziato la settimana successiva.
«Splendido, Selma. Grazie ancora per averla portata da noi a
darci una mano.»
«Si è trovata molto bene, qui, e ci ha tenuto a farmi sapere
che potremo contare su di lei ogni volta che ce ne sarà bisogno.»
«Molto gentile da parte sua.»
«Passerà domani per prendere il resto delle sue cose e
salutare.»

365
«Bene. Voglio ringraziarla personalmente» disse Sam.
«Avete saputo che Antonio è stato nominato direttore
dell’INAH? È il più giovane della storia.»
«Se lo merita. È un bravo archeologo e ha pagato la sua
dedizione a caro prezzo. Dovremo mandargli un biglietto di
congratulazioni, Sam.»
«Certo. Selma, posso dirti che hai un’ottima cera?»
«Grazie. In effetti mi sento quasi in forma perfetta. I dottori
sono soddisfatti. Hanno detto che dovranno comunque tenermi
sotto controllo, ma che l’intervento e la fisioterapia sono stati un
successo. Anzi, inizierò a prendere lezioni di tip-tap. Ordini del
medico. Dicono che faccia bene alle anche.»
Remi la guardò incredula. «Fantastico. Ma perché proprio il
tip-tap?»
«Non lo so. La brutta notizia è che sono di nuovo nelle
condizioni di lavorare, dunque non vi siete liberati di me.»
«Sei la miglior ricercatrice del mondo intero» ribatté Sam.
«Altro che liberarci di te.»
Selma arrossì e si voltò verso l’oceano. «E Benedict e suo
fratello?»
«Reginald sarà processato. Probabilmente dovremo tornare in
Messico per testimoniare ma, quando noi e Antonio
racconteremo la nostra versione dei fatti, finirà in galera per il
resto dei suoi giorni.»
«È garantito?»
«Assolutamente sì. Era con un importante boss del cartello di
Los Zetas, oltre che con un bel po’ di sicari. I rilevamenti balistici
e le impronte digitali hanno collegato la pistola di Reginald alla
pallottola che ha ucciso Maribela. No, quell’uomo è storia
vecchia, anche se potrebbe non arrivare vivo alla sentenza. A
quanto sembra, Los Zetas lo considerano responsabile della

366
morte di Guerrero, quindi è in isolamento per la sua stessa
sicurezza.»
«E Janus? Si è fatto sentire?»
«Abbiamo sporto denuncia, ma chissà come andrà a finire. La
causa contro di lui è più complicata perché non possiamo
dimostrare che abbia effettivamente premuto il grilletto. L’unico
testimone oculare che avrebbe potuto confermare il suo
coinvolgimento era Guerrero, che ora non può parlare più a
nessuno.»
«Ma Janus era presente. Potete dimostrarlo.»
«Lo so, ma la faccenda è complicata. Se fosse ancora in
Messico sarebbe un caso diverso, ma dato che è scomparso…»
«Forse la farà franca» concluse Remi.
«Antonio si è dato da fare per assicurarsi che nessuno torni in
libertà. Scommetto che farà tutto ciò che può per oliare gli
ingranaggi della giustizia.»
Selma si rilassò contro lo schienale. «Bene. Voltiamo
l’ennesima pagina nel libro dei Fargo. E ora che si fa? Avevate
detto qualcosa a proposito di Lazlo…»
«Dobbiamo ancora decidere. Ci ha detto che per un po’
resterà in Messico ad aiutare Antonio, ma ho il sospetto che lo
vedremo più spesso da queste parti.»
«Potrebbe essere interessante, sempre che abbia cambiato
stile di vita.»
«Di solito, beccarsi una pallottola ti cura dall’imprudenza.
Credo che sia sulla strada giusta.»
Selma strinse le palpebre e sorrise. «Be’, come sempre, sarà il
tempo a dircelo.»

367
48

Quarantacinque giorni dopo,


Città del Messico
Il museo nazionale di Antropologia era ornato di striscioni a
tinte vivaci che annunciavano una nuova mostra, dedicata al
patrimonio storico dei toltechi. La mostra vantava l’Occhio del
Paradiso, una pietra preziosa al centro di innumerevoli articoli e
reportage televisivi fin dalla sua scoperta. La presenza vichinga al
momento di massimo splendore dell’epoca tolteca era ormai un
fatto storico e quella pietra preziosa commemorava l’incontro tra
le due culture.
Dignitari del governo ed esponenti dell’alta società di Città
del Messico parteciparono all’«evento dell’anno». Un’orchestra
mariachi di sedici elementi suonava nel cortile esterno, mentre i
camerieri si aggiravano tra la folla, offrendo stuzzichini e
bevande.
Sam e Remi sorseggiavano champagne insieme ad Antonio,
nei pressi dell’ingresso del salone, che aveva ai lati due austere
guardie armate. Lazlo non riusciva a stare fermo mentre fissava la
folla con una bibita in mano.
«Sei davvero elegante quando vuoi, te lo riconosco» gli disse
Remi.
Da quando erano arrivati, Lazlo non aveva smesso per un
istante di tormentarsi il cravattino dello smoking. «Rientra tutto
nel mio malvagio piano per assumere il controllo del Paese. Ma

368
tu, mia cara, sei l’invidia di tutti gli uomini qui presenti.»
Remi indossava un abito Carolina Herrera in chiffon trapunto
di perle.
Il sorriso di Sam valeva mille parole.
«Il vostro amico è stato preziosissimo allo scavo. Penso che
abbia addirittura imparato qualche parola di spagnolo» disse
Antonio, con un sorriso.
«Sono felice che ti sia ripreso del tutto. Non che pensassi che
una pallottola ti avrebbe danneggiato in modo sostanziale» disse
Sam.
«È vero, ho la pellaccia dura. E… sì, mi sento benissimo.
Non consiglierei a nessuno di farsi sparare addosso, in ogni
caso.»
«Tutto è bene quel che finisce bene.» Remi alzò il calice di
champagne per fare un brindisi.
Antonio diventò serio. «Immagino che abbiate saputo di
Reginald, vero?»
«No. Non dirmi che è evaso» disse Sam.
«È stato ucciso ieri nel corso di una rivolta scoppiata in
carcere. Sono in corso delle indagini, ma, secondo le mie fonti, si
è trattato di un diversivo per consentire ad alcuni scagnozzi di
Los Zetas di vendicarsi. A quanto pare, è stata una morte
crudele.»
Remi scosse la testa. «Chi di spada ferisce…»
«Non me la sento di dire che il mondo sia più povero…»
disse Lazlo, ottenendo un cenno di assenso da Antonio.
«Notizie di Janus?» chiese Sam.
Antonio scosse la testa. «No. È come se si fosse volatilizzato.
In Messico è stato emanato un mandato d’arresto nei suoi
confronti, ma è difficile applicarlo fuori dai nostri confini. Non è
stato condannato per alcun reato e, dunque, la collaborazione è…

369
quantomeno riluttante, soprattutto contro un uomo molto ricco e
potente.»
L’orchestra smise di suonare. Una donna matura ed elegante
si avvicinò al microfono e fece un annuncio in spagnolo.
Antonio fece un riassunto a bassa voce, quando la donna
ebbe finito di parlare. «Tra due minuti apriranno le porte e, per la
prima volta nella storia, l’Occhio del Paradiso sarà esposto a
tutto il Messico. È un momento entusiasmante. Spero che non vi
dispiaccia andare dentro a dire qualcosa e a sottoporvi a un breve
servizio fotografico insieme alla gemma. I giornali non vedono
l’ora.»
«Dobbiamo proprio?» chiese Sam.
«Temo di sì. Fa tutto parte dello spettacolo.»
«Non può farlo Lazlo al posto nostro? È un oratore ben più
convincente, ha lo smoking e tutto quanto.»
«Anche tu sei elegante, amico mio» disse Lazlo, studiando
l’abito di seta blu scuro di Canali. «Non ti puoi esimere. Fa parte
dei doveri di una rockstar dell’archeologia.»
Sam fece spallucce e si rivolse a Remi. «Ebbene, Remi, pare
che sia venuto il momento di pavoneggiarci.»
Remi fece l’occhiolino a Lazlo e poi si voltò verso suo
marito, che attendeva con trepidazione. Con sguardo malizioso, si
sporse e si alzò in punta di piedi, con le labbra a pochi centimetri
da un orecchio di Sam. «Pwuk-Pwuk.»

370
49

Due anni dopo,


Montréal, Canada
Lo scafo del drakkar appoggiava su cunei di legno fatti a
mano. La chiglia millenaria era ancora sorprendentemente
robusta. Una serie di luci collocate in posizioni strategiche
illuminavano l’imbarcazione, restaurata con amore da
un’instancabile squadra che aveva lavorato spesso anche di notte.
Diversi giornalisti si aggiravano per la struttura costruita di
recente accanto al museo apposta per ospitare il drakkar,
fotografando il maestoso scafo. I manufatti erano esposti in teche
illuminate lungo le pareti. Gli ospiti della serata di gala parlavano
a bassa voce.
Il dottor Jennings si avvicinò a Sam e a Remi accompagnato
da un uomo alto e abbronzato, che indossava un elegante abito di
Armani. Il suo volto si aprì in un ampio sorriso quando strinse la
mano a Sam e baciò Remi su entrambe le guance. Era il loro
vecchio amico Warren Lasch, volato fin lì per incontrarli dopo
aver investito mesi del suo tempo nel progetto del restauro.
Il dottor Jennings, Lasch e i Fargo girarono lentamente
intorno alla lunga imbarcazione, ammirando il duro lavoro che
aveva riportato la nave al suo antico splendore.
«È un vero miracolo» disse Remi, mentre osservavano la
lucida testa di drago sulla prua. «È un capolavoro, un risultato
straordinario.»

371
«Persino gli scudi sono in condizioni perfette. Bravo! Sul
serio» le fece eco Sam.
Il dottor Jennings sorrise. «Per fortuna avevamo a nostra
disposizione risorse illimitate, grazie alla generosa donazione
fatta da un’organizzazione filantropica anonima. Abbiamo potuto
trasportarlo qui con la dovuta cura e svolgere un lavoro di
altissimo livello. Non ce l’avremmo fatta senza l’aiuto di Warren.
È stato il nostro angelo custode.»
«Jennings esagera» disse Lasch.
«Non credo proprio. Pure le teche dei manufatti sono
notevoli» osservò Sam. «Questa mostra dovrebbe essere il pezzo
forte del vostro museo.»
«Sì. Abbiamo già ricevuto richieste di prestito da Parigi e
New York. Francamente non riesco a immaginare di privarmi di
uno qualsiasi di questi oggetti, anche se forse sono un po’
sentimentale.»
«Conosco la sensazione» disse Remi. «In ogni scoperta lasci
un pezzetto di te.»
Un cameriere si avvicinò e fece un leggero inchino. «Signor
Fargo?»
Sam annuì. «Ebbene sì, lo ammetto.»
«C’è un biglietto per lei.» Il cameriere consegnò a Sam una
busta.
«Un biglietto?» chiese Sam, perplesso. «Di chi?»
«Il gentiluomo che me l’ha dato non mi ha detto il suo nome.
Ha solo detto di accettare le sue scuse per non essersi potuto
trattenere.»
«Un gentiluomo? Che aspetto aveva?»
«Alto, molto distinto, capelli grigi.»
Sam si allontanò di qualche passo, si voltò e aprì la busta.
Lesse il breve messaggio e poi tornò a raggiungere gli altri,

372
corrucciato.
Remi studiò la sua espressione. «Cosa succede, Sam? Hai la
faccia di uno a cui abbiano appena rubato la bicicletta.»
Sam sospirò e le passò il biglietto. «È di un vecchio amico.»
Remi lo lesse con un filo di voce. «’Non vedo l’ora di
incontrarvi di nuovo. Godetevi la nostra tregua. Non durerà a
lungo.’ È firmato ’Janus Benedict’.» Guardò Sam. «Si direbbe
che ti abbia infastidito.»
«Appena posso, gli manderò una risposta che gli farà passare
la voglia di scherzare.» Sam scrutò la folla, le signore dai vivaci
abiti da sera, gli uomini vestiti di nero. Di Benedict nessuna
traccia. «Temo che se ne sia andato.»
«La prossima volta che ci incontriamo, non sarà così
simpatico» osservò Remi.
«Non quando scoprirà che la nostra prossima spedizione sarà
alla ricerca dell’Arca dell’Alleanza.»
Gli occhi di Remi si spalancarono. «Ti sei scordato di
dirmelo?»
Sam rise. «Spero che Benedict abbia la stessa reazione.»
«Fammi indovinare. È il tuo ennesimo, subdolo stratagemma
per ingannare il segugio.»
«Sì. Il nostro ladro di antichità non ama la frustrazione.»
«Sai che stai pungolando un nido di vespe?»
«Sì.»
«Allora dove saremo, quando Janus ci cercherà?»
Sam fece un sorrisino. «Spaparanzati al sole, a mollo in una
laguna tropicale del Pacifico, alla ricerca delle rovine di una
civiltà perduta nelle Isole Salomone.»
Ignorando le persone assiepate nella sala, Remi sorrise,
abbracciò Sam e lo baciò. «Una cosa te la devo concedere, Sam
Fargo: sai proprio come conquistare una donna.»

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Indice

Presentazione
Frontespizio
Pagina di copyright
Prologo
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