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L’impresa indebitata sarà il motore della

crescita?
- Marco Bertorello, Danilo Corradi, 19.06.2021

Nuova Finanza pubblica. La rubrica settimanale a cura di Nuova Finanza pubblica

Mentre si intravede un’uscita dalla crisi sanitaria, una delle preoccupazioni più diffusa tra le classi
dirigenti in Italia nasce dalla domanda: «quando e come lo Stato rientrerà nei suoi più consueti
confini?», ovvero, i confini affermatisi dopo lunghi decenni di liberismo e privatizzazioni… e ristagno
economico. Una preoccupazione che non sembra nascere dall’emergere di immediati problemi reali,
quanto da una preoccupazione di natura strettamente ideologica.

Il mondo attuale appare stretto tra le recenti scelte statunitensi (sostegno alla domanda, tassazione
dell’impresa, intervento pubblico sui brevetti, ecc.) e le politiche di successo della mano visibile in
Cina, mentre contestualmente cresce l’indebitamento pubblico e privato ad ogni latitudine.

In un’Europa sempre legata al paradigma neo liberista, Germania e Francia stanno utilizzando ogni
mezzo necessario per difendere le loro posizioni produttive.

Se questo è il contesto, ipotizzare un repentino rientro dello Stato dall’economia italiana appare
quantomeno ardito. La ripresa dovrebbe dunque essere affidata alla mano invisibile e agli
investimenti privati?

Recentemente sono apparsi Rapporti di studio dell’impresa nostrana che non prefigurano un futuro
semplice. Il Cerved conferma che il Covid ha avuto «effetti senza precedenti sul sistema delle
imprese italiane, modificando le condizioni di domanda e offerta».

L’Associazione delle banche italiane (Abi) pur evidenziando come il tasso di deterioramento del
credito per le imprese non finanziarie abbia raggiunto nel 2020 i livelli più bassi della serie storica
post-crisi del 2008 (2,5%), ha sottolineato come esso tornerà a salire fino al 4,3% nel 2021. Un dato
importante perché arriva a valle di un sostegno senza precedenti delle finanze pubbliche verso
l’impresa.

Il Cerved conferma una tale dinamica, ma rendendola complessivamente più chiara. Ciò che resta in
particolare sofferenza sono i comparti tipicamente produttivi. La loro inchiesta svolta su 640 mila
società di capitali non finanziarie evidenzia come il loro indebitamento sia passato dal 2019 al 2020
da 846 miliardi di euro a 937 miliardi, con un incremento di oltre 90 miliardi (+10,7%).

L’incremento dei volumi di debito finanziario nelle società a maggior rischio di default è più che
raddoppiato, passando da 63,2 (7,5%) a 135 miliardi di euro (14,4%). Il rischio aumenta
trasversalmente in tutte le dimensioni di impresa, finendo per amplificare le distanze tra piccole e
grandi, in quanto la quota di società a rischio va dal 20,5% nelle microimprese al 14,5% delle piccole,
al 12,1% delle medie fino all’8,3% delle grandi.

Quest’ultime risultano le più solide, ma in termini assoluti anche quelle in cui si concentra la
maggior parte di debito. Anche i divari territoriali sono aumentati con una maggiore incidenza nelle
regioni del Centro-sud.

Si va da un indebitamento del 13,3% nelle imprese del Friuli al 26,2% per quelle in Sardegna. Di
fronte a questo quadro, viene spesso individuata la ripartenza del Pil come fattore determinante per
la tenuta del sistema produttivo e del sistema creditizio. Una ripartenza che non può essere
circoscritta al rimbalzo del Pil del 2021, ma che dovrà aprire una nuova stagione negli anni a seguire,
consolidando una crescita stabile in grado di superare la stagnazione di questi ultimi decenni.

Anche in questo caso le sorti del paese vengono legate al successo del Pnrr, cioè ad un ulteriore
investimento effettuato con risorse pubbliche e debito.

Se questo è il quadro, però, la preoccupazione per quando lo Stato si ritrarrà dall’economia appare
quantomeno fuori tiro, sarebbe più utile domandarsi come rendere efficiente e trasparente la sfera
pubblica. Cioè come renderla utile a una ripartenza, magari con un baricentro spostato nella
direzione di ridurre le differenze socioeconomiche e i danni all’ambiente.

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