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Una questione marginale, ma non troppo

La denominazione delle formazioni militari italiane a fianco della resistenza jugoslava


[Da Caro nemico. Soldati pistoiesi e toscani nella Resistenza in Albania e Montenegro 1943-1945 a cura di Lia Tosi, Pisa, ETS, 2018, pp. 185-196]

1. La costituzione della “Divisione partigiana Italiana Garibaldi”. Il 27 novembre 1943 il


comando del II corpus jugoslavo comunicava ai comandi della divisione di fanteria di montagna
“Venezia”, della divisione alpina “Taurinense”,che si erano impegnati a combattere contro i
tedeschi e i loro alleati a fianco dei partigiani, che le due unità sarebbero state fuse in una nuova
divisione, la “Divisione Partigiana Italiana Garibaldi”[Aga Rossi – Giusti, 191-192]. In essa
confluivano anche i resti del gruppo artiglieria “Aosta” e della divisione di fanteria “Emilia”
aggregatisi in precedenza alla Taurinense [ibidem, 179 - 181]. Con questo nome essa combatté
nei Balcani fino al marzo 1945, quando rientrò in Italia [ibidem, 223-228], ma a lungo lo stato
maggior dell’esercito italiano, impegnato a fianco degli Alleati contro la Germania e la
repubblica di Salò si rifiutò di accettare questa denominazione: il maresciallo Giovanni Messe,
capo di stato maggiore, pur accettando la fusione delle due unità e il loro incorporamento nel II
corpus della NOVJ [Narodna Osvobodilna Vojska Jugoslavije /Esercito Popolare di liberazione
della Jugoslavia], chiamò questa formazione “Corpus truppe italiane del Montenegro” [ibidem,
194] .
Perché l’uso del nome di Garibaldi? E chi lo scelse e lo impose? Stefano Gestro in un suo libro
dedicato alle vicende della Divisione partigiana Garibaldi scrive che fu Tito a volere quel nome,
ma che «il nome di Garibaldi era conosciuto e venerato tra i jugoslavi e specialmente tra i
montenegrini fin dal 1862 perché reparti garibaldini avevano combattuto in Jugoslavia durante
le guerre di insurrezione contro turchi e austriaci». In che misura questo era vero e quanto contò
veramente nella denominazione di questa unità combattente? Occorre allora fare un passo
indietro nel tempo per andare a verificare le origini di questo mito garibaldino nei Balcani, ma
anche quale sia stato veramente il peso che esso ebbe nella denominazione del raggruppamento
italiano che partecipò nel biennio 1943-1945 alla guerra contro i tedeschi a fianco delle unità
partigiane jugoslave.

2. Il mito di Garibaldi nei Balcani. L’ammirazione per i suoi successi. E’ nell’emigrazione


polacca, a partire da Tadeusz Kosciuszko, per continuare con Bem e Mieroslawski, che si
sviluppò la teoria della guerra d’insurrezione “per bande”, della guerra partigiana. Essa venne
vista come l’unico modo per recuperare l’indipendenza della Polonia. Ma la guerra per bande fu
anche interpretata come la premessa per una guerra di popolo contro i governi oppressori:

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l’azione delle bande doveva essere al tempo stesso espressione della volontà popolare e scintilla
capace di innescare la generale rivolta popolare. Queste teorie entusiasmarono Mazzini, che le
aveva apprese da uno scritto del 1830 di Carlo Angelo Bianco di Saint-Jorioz, Della guerra
nazionale di insurrezione per bande applicata all’Italia. Trattato dedicato ai buoni italiani da
un amico del paese: molto probabilmente, come ha scritto uno storico serbo, proprio per
influenza mazziniana molti anni più tardi lo scritto del Bianco venne rifatto e pubblicato in
serbo dal raguseo Matija Ban, uomo vicino al governo del principato di Serbia [Stipčević,17].
Ma per quanto potenzialmente capaci di infiammare molti animi di patrioti e rivoluzionari, le
teorie della guerra per bande abbracciate da Mazzini risultarono davvero attraenti sul piano
internazionale solo grazie alle imprese garibaldine, soprattutto a partire dalla impresa dei Mille.
E, naturalmente, l’eco di queste imprese risuonò largamente tra quelle cerchie di intellettuali e
politici dei paesi balcanici desiderose di ottenere l’indipendenza dal dominio ottomano. Ecco
dunque che un romanziere serbo della Vojvodina, Jacuv (Jaša) Ignjatović pubblica sul Srbski
Dnevnik [Giornale serbo] di Belgrado una serie di articoli entusiastici dedicati alla spedizione
dei Mille [Tamborra, 154]. Qualche anno più tardi Garibaldi e Mazzini vengono nominati
membri onorari del Društvo srbske slovesnosti [Società delle lettere serba] a testimonianza della
stima presente nei circoli culturali di Belgrado verso quelli che venivano intesi come i capi
popolari del movimento di emancipazione italiano [ivi]. Ma ancor più che tra i serbi le imprese
garibaldine riscuotevano l’attenzione e l’entusiasmo tra i bulgari che si erano rifugiati a
Belgrado per pianificare la lotta contro la dominazione ottomana: il fatto è comprensibile, se si
tiene conto che mentre i serbi avevano nel principato autonomo di Serbia un embrione di stato e
una loro organizzazione militare, i bulgari erano totalmente assoggettati al Sultano. Attraverso i
secoli nei Balcani si era espressa una tradizione di resistenza sociale ai dominatori ottomani: era
quella delle bande degli haiduti, paragonabili al fenomeno del brigantaggio nelle campagne
italiane. L’haidutičestvo era ancora ben fiorente nelle terre bulgare e Christian Sava Rakovski,
ideologo e organizzatore del movimento nazionale bulgaro, si impegnò a collegare stabilmente
questo fenomeno d resistenza sociale con la causa nazionale [Pitassio 19841, 264]. Mettere
insieme patrioti e haiduti diventati patriottici era il suo sogno [Kimov e altri, 151-180] e per
certi versi lo vedeva realizzato nella impresa dei Mille i cui successi egli esaltava nel giornale
Dunavski lebed [Il cigno del Danubio]. Non era il solo giornale bulgaro a seguire le imprese
garibaldine: altri periodici bulgari dal centro dell’impero ottomano, come Bulgarski knižnici
[Lettere bulgare] o Carigradski Vestnik [Giornale di Costantinopoli] erano prodighi di
informazioni in proposito ][Tamborra, 1961, 34], , ma il giornale di Rakovski si identificava con
i successi di Garibaldi prima, con i suoi progetti in seguito. Christian Sava Rakovski era

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affascinato dalla capacità di Garibaldi di coinvolgere nella avventura dei Mille volontari di ogni
parte di Europa, dagli ungheresi e dai polacchi tradizionalmente partecipi delle imprese
garibaldine ai giovani giunti dai paesi dell’Europa centrale e occidentale, per non parlare
dell’affluenza di romeni (soprattutto dalla Transilvania), di qualche greco e persino di un
montenegrino e di un bulgaro (Teofan Rajnov) [Pitassio, 2007, 174]. L’idea che la lotta per
l’indipendenza di un popolo fosse la lotta per l’indipendenza di tutti gli altri popoli oppressi era
maturata tra l’emigrazione polacca, che aveva combattuto fina dal 1848 sotto le bandiere
garibaldine con il motto «Per la vostra libertà e la nostra». Era stata fatta propria da Mazzini, ma
si era di fatto incarnata in Garibaldi anche per le sue imprese leggendarie nel Sud America. Non
a caso quindi Rakovski pensò nel 1862 di organizzare l’emigrazione bulgara in una Părva
bălgarska legija [Prima legione bulgara] per correre in soccorso della Serbia che stava cercando
di ampliare la sua autonomia dall’Impero ottomano. Sempre nello stesso anno Rakovski inviò
Teofan Rajnov a studiare l’organizzazione, l’armamento e la tattica delle camicie rosse
[Pitassio, 19841, 265]. .Era proprio l’interesse per l’organizzazione militare garibaldina a
spingere nelle fila garibaldine molti volontari di differenti paesi del Sud-est europeo, in
particolare dalle terre romene e da quelle greche: si sperava attraverso questo apprendistato
militare di raggiungere la giusta preparazione da mettere a frutto al momento opportuno nella
lotta per la propria causa nazionale [[ibidem, 266-267].

3. Il mito di Garibaldi nei Balcani. L’atteggiamento garibaldino verso i popoli del Sud-est
europeo. L’ammirazione per Garibaldi nell’Europa sud-orientale nel corso dell’Ottocento non
era legata solo ai suoi successi e alle sue innovazioni introdotte in campo tattico, ma soprattutto,
come poco sopra ricordato, al modo in cui egli collegava la causa del popolo italiano a quella
degli altri popoli oppressi: costante fu l’interessamento garibaldino da un lato per la rinascita di
un libero stato polacco, dall’altro per l’emancipazione dei popoli del Sud-est europeo dalla
dominazione asburgica e ottomana. E’ dell’aprile 1862 l’appello di Garibaldi Ai popoli
dell’Europa orientale che si apriva con un invito a porre fine agli odi che contrapponevano i
popoli oppressi e che giovavano soltanto agli oppressori

La causa principale che ha impedito sino ad oggi l’unione che vi è necessaria per scuotere il giogo e per
conquistare la vostra libertà sta nella discordia che regna tra voi riguardo all’organizzazione politica da stabilire nel
vostro paese. Voi dovete sollevarvi tutti come un sol uomo, dimenticando i tristi odii che hanno ben consolidato nei
secoli la vostra schiavitù.

E sul tema della necessaria unità di tutti i popoli del Sud-est europeo contro l’oppressione
asburgica e ottomana ritornava pochi mesi dopo nel luglio 1862 con un appello Alle genti slave
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sotto la dominazione austriaca e ottomana in cui invitava i popoli balcanici a fidare in se stessi
per cacciare gli oppressori: avrebbero così avuto l’aiuto anche degli italiani, poiché la lotta
contro il despotismo era comune [Pitassio, 19841, 269-270]. Questi appelli erano legati ad un
progetto che prevedeva uno sbarco garibaldino sulle coste dalmate in sintonia con un’azione
dell’esercito regolare italiano contro l’Austria. Lo sbarco garibaldino avrebbe dovuto provocare
la sollevazione delle popolazioni slave contro l’Impero asburgico e contro quello ottomano:
l’unità dei movimenti indipendentisti nel Sud-est europeo era indispensabile e Garibaldi aveva
la consapevolezza che questa unità, per quanto auspicabile, non era facile da ottenere. Non era
solo il ben noto contrasto tra i croati gli ungheresi fin dal 1848, ma anche quello tra
montenegrini e serbi da lui stesso verificato pochi mesi prima durante l’insurrezione in Bosnia
di Luka Vukalović [Pitassio, 2009, 67] o tra greci e slavi o tra romeni e ungheresi, che
cercavano di coinvolgerlo nelle loro dispute [ibidem, 67-68]. L’utopistico progetto garibaldino
del 1862 venne comunque abbandonato salvo ad essere rilanciato in tutto differente contesto nel
1866, alla vigilia della guerra italo-prussiana con l’Austria: 30.000 camicie rosse garibaldine
sarebbero dovute sbarcare in Dalmazia e, in accordo con una sollevazione croata e ungherese,
marciare da sud-est contro l’Impero asburgico, che sarebbe stato attaccato da sud-ovest
dall’esercito italiano e da nord da quello prussiano. Il progetto venne bocciato dal generale
Lamarmora, capo del governo e al comando assieme al generale Cialdini delle operazioni
militari. Il governo accettò di utilizzare le camicie rosse, ma dirottandole, come è noto, sul
fronte secondario del Trentino. Come ha scritto Scirocco la delusione di Garibaldi fu grande,
poiché gli era stato impedito di guidare quella che lui immaginava potesse essere una grande
insurrezione di popoli e di ripetere il successo avuto con la spedizione dei Mille. Proprio quello
che il governo conservatore di Lamarmora voleva evitare [Scirocco, 299-300].

Si comprende quindi come questa attenzione di Garibaldi alla loro sorte non passasse
inosservata ai militanti dei movimenti nazionali del Sud-est europeo e come essi sperassero in
un intervento garibaldino al loro fianco quando si fosse aperta una fase insurrezionale. E questi
interventi difatti non mancarono, anche se non comportarono la presenza diretta di Garibaldi sul
campo: nell’aprile 1861 garibaldini accorsero a sostegno della rivolta guidata da Luka
Vukalović in Erzegovina [Tamborra, 1961, 34]. Nel 1866 scoppiava una rivolta a Creta contro
l’Impero ottomano. Garibaldi non solo la sostenne in un Proclama agli Elleni, ma con la sua
approvazione i garibaldini arrivarono in appoggio agli insorti e tra di loro lo stesso figlio di
Garibaldi, Ricciotti [Pitassio, 2007, 177]. Il governo di Atene su pressione delle Grandi Potenze
frenò la rivolta e arrestò l’afflusso di garibaldini [Tamborra, 1961, 66] e con questo svaniva il
sogno del bulgaro Ljuben Karavelov che Garibaldi si potesse mettere alla testa di una generale
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insurrezione di slavi e greci soggetti al dominio ottomano [Karavelov, 191-195], un sogno che
Karavelov aveva coltivato per tutti gli anni precedenti sulle colonne del giornale russo Golos
[La voce] [Pitassio, 19842, 41]. Ma le speranze in un intervento diretto di Garibaldi a favore
della libertà dei popoli balcanici non vennero in realtà mai meno, soprattutto dopo che lo stesso
Garibaldi aveva dimostrato ancora una volta la sua generosità nel correre in aiuto alla Francia,
patria della rivoluzione, attaccata dalla Prussia a capo della coalizione dei principi tedeschi. Nel
1875 scoppiava la rivolta in Erzegovina e il vojvoda montenegrino Ljubibratić chiedeva a
Garibaldi di intervenire di persona nella rivolta in corso. Garibaldi, vecchio e ammalato, era
costretto a rifiutare, ma prometteva appoggio alla rivolta: sostenne infatti la nascita di un
Comitato Centrale di Soccorso per l’Erzegovina, sollecitò giovani garibaldini italiani a prendere
parte all’insurrezione e un suo uomo di fiducia, Celso Cerretti, divenne aiutante di campo dello
stesso Ljubibratić [Tamborra 69-72]. L’intervento garibaldino nella rivolta dell’Erzegovina
assunse un tono nuovo, quello della lotta non solo contro lo straniero, ma anche contro le
manovre della diplomazia delle Grandi potenze cui si prestavano gli stessi principi locali: era il
frutto della scelta di Garibaldi di aderire all’Internazionale socialista e proprio il Cerretti era un
internazionalista convinto, in corrispondenza con Bakunin, sicché non meraviglia che ben
presto il Ljubibratić fosse allontanato dal principe Nicola di Montenegro dal campo di battaglia
e gli internazionalisti garibaldini con Cerretti in testa venissero spinti ad abbandonare
l’Erzegovina nel gennaio 1876 [Pitassio,19841, 272-274]. Ma il ricordo della loro generosa
partecipazione, dell’appoggio fornito da Garibaldi e del suo successivo interessamento diretto a
favore delle popolazioni colpite dalla repressione ottomana [Garibaldi, 241 e 254-255]
certamente rimase a lungo. Resta da vedere, come ho scritto in precedenza, se in questo ricordo
sia da rintracciare, come asserisce Gestro, la ragione della denominazione delle unità militari
italiane che dopo l’8 settembre 1943 si schierarono a fianco della NOVJ nella lotta contro la
Germania nazista.

4. Le unità militari italiane a fianco dei partigiani jugoslavi e l’uso del nome di Garibaldi.
Ritorno ora ai militari italiani in Jugoslavia dopo all’8 settembre 1943, alla decisione di una
parte di loro di partecipare alla resistenza jugoslava, accettando di essere inquadrati all’interno
dell’Esercito di Liberazione Nazionale di Jugoslavia e di assumere il nome di “Divisione
Partigiana Italiana Garibaldi”. Occorre ricordare a questo punto anche che la divisione
“Garibaldi” non fu l’unica unità militare italiana a combattere in Jugoslavia, poiché accanto ad
essa ci fu anche una “Brigata Italia”, che nacque dalla fusione di due precedenti battaglioni, uno
dei quali si intitolava a “Matteotti”, l’altro, guarda caso a “Garibaldi”: questi due battaglioni
nacquero sulle coste dalmate, il primo dai resti della divisione “Bergamo”, il secondo, il
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“Garibaldi”, che si coprì di gloria nella battaglia di Belgrado (ottobre 1944), fu formato
inizialmente da reparti di carabinieri. I due battaglioni vennero fusi il 29 ottobre 1944 nella
“Brigata Italia” che continuò a combattere in Jugoslavia fino alla fine del conflitto e rientrò in
Italia solo nel luglio 1945 [Aga Rossi – Giusti, 159-170] La scelta di ricorrere al nome di
Garibaldi per denominare uno dei due battaglioni questa volta fu del capitano carabiniere
Francesco Elia, che poi ne assunse il comando [ibidem, 160]. Lo stesso Elia per lungo tempo si
oppose alla fusione del “Garibaldi” con il “Matteotti” perché riteneva i militari di questo
battaglione «permeati di ideologie comuniste» [ibidem, 161]. Ora si pone il problema come mai
il ricorso al nome di Garibaldi avvenne partendo da punti di vista così opposti quali quello del
capitano Elia e di Tito?

5. La memoria divisa di Garibaldi nell’Italia fascista. Per spiegare come si sia ricorsi al
nome di Garibaldi da punti di vista così differenti occorre avere presente allo stesso tempo le
vicende precedenti dell’Italia fascista da un lato e del movimento comunista dall’altro.
All’indomani della piena assunzione del potere da parte di Mussolini iniziò come è noto il
flusso dei rifugiati politici italiani verso gli altri paesi europei ed in particolare verso la Francia.
Proprio in Francia nel campo dell’emigrazione italiana nacquero nel 1923 le “Avanguardie
garibaldine”: tra i fondatori ci fu Ricciotti Garibaldi, figlio di Ricciotti e nipote di Giuseppe
Garibaldi. Questa organizzazione, nata con il solo scopo di tenere desta la memoria del passato
delle imprese garibaldine, si trasformò dopo il delitto Matteotti, in una vera e propria
organizzazione antifascista e assunse un nuovo nome, quello di “Legioni garibaldine”, che
accarezzarono anche progetti di intervento militare contro Mussolini. Idee confuse, rivalità
interne e, soprattutto, il passaggio dello stesso Ricciotti Garibaldi, al fascismo posero fine
all’esperienza delle Legioni garibaldine [Fedele, 1984, 249-252]. La breve storia delle
Avanguardie garibaldine, poi Legioni, da sola non avrebbe certo contribuito granché alla
costruzione di un mito garibaldino in funzione antifascista.
Il regime fascista d’altra parte cercò di dimostrare di essere il vero erede della tradizione
garibaldina e nel corso degli anni Venti ebbe il sostanziale appoggio di un altro nipote di
Garibaldi, Ezio Garibaldi. Questi, interventista e sostenitore de “Il popolo d’Italia” nel 1915,
ufficiale ferito gravemente nel corso della guerra, negli anni drammatici che seguirono alla fine
del conflitto si impegnò a sostegno del movimento fascista, che riteneva il naturale erede della
tradizione garibaldina»: sul suo periodico, nato nel 1925 e intitolato “Camicia rossa” scrissero
importanti intellettuali italiani, da Giuseppe Bottai a Renato Fucini, da Filippo Tommaso
Marinetti, a Curzio Malaparte e Mino Maccari. Ezio Garibaldi sosteneva che c’era una
continuità diretta tra la camicia rossa di Garibaldi e quella nera di Mussolini e nel 1928 pubblicò
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un pamphlet che già nel titolo rivelava il suo sentire Fascismo garibaldino [Lauro
Rossi,183].Mussolini fu sensibile alle idee di Ezio Garibaldi e comprese bene quanto fosse
opportuno impossessarsi del mito garibaldino: da qui le grandiose celebrazioni fasciste del
cinquantenario della morte di Garibaldi nel 1932: discorsi, serie di francobolli, pellegrinaggi a
Caprera, traslazione delle ceneri di Anita al Gianicolo … [ibidem, 184-186]

A questa operazione del regime fascista di intitolarsi unico legittimo erede di Garibaldi
rispondeva l’emigrazione antifascista italiana repubblicana e socialista in Francia. Essa trovava
buon ascolto negli ambienti democratici francesi che non dimenticavano come Garibaldi fosse
accorso nel 1870 a difesa della patria dei principi rivoluzionari di “Liberté, egalité, fraternité”. I
fuoriusciti italiani repubblicani sottolineavano il sostanziale repubblicanesimo di Garibaldi,
nonostante i suoi compromessi con i Savoia, i fuoriusciti italiani socialisti esaltavano i legami di
Garibaldi con gli ambienti della sinistra europea, da Herzen a Bakunin e a tutta l’Internazionale
socialista. Pietro Nenni scrisse una biografia di Garibaldi, come precursore del movimento
internazionalista, che comparve a puntate sulla stampa francese. Treves e Salvemini
contestarono con asprezza l’operazione propagandista fascista delle celebrazioni del
cinquantenario della morte di Garibaldi. Il movimento “Giustizia e libertà” fu in prima linea nel
celebrare il carattere democratico dell’azione garibaldina [Fedele, 252-254].

6. La polemica gramsciana contro il Partito d’Azione e Garibaldi. Questa difesa di un


Garibaldi democratico, di un Garibaldi aperto verso il movimento internazionalista non venne
fatta propria dai comunisti italiani per lungo tempo. Togliatti, nel suo attacco condotto dalle
colonne di “Stato operaio” alla concorrenza antifascista di sinistra ed in particolare a “Giustizia
e libertà” che rivendicava l’eredità delle tradizioni democratiche risorgimentali, si esprimeva in
termini assai duri nei confronti di tutto quanto il Risorgimento: per Togliatti gli eroi del
Risorgimento erano “figure mediocri di uomini politici di provincia, di intriganti di corte, di
intellettuali in ritardo sui tempi, di uomini d’arme da oleografie”[Bocca, 208]. Evidente il
riferimento in quest’ultima definizione a Pisacane e a Garibaldi. In questa polemica al tempo
stesso politica e storiografica Togliatti rispondeva pienamente alle scelte dell’Internazionale
comunista che aveva elaborato la teoria del socialfascismo. Ma se si vanno a leggere le pagine
dei “Quaderni dal carcere” che Gramsci ha dedicato al Risorgimento, si vedrà che i giudizi sul
Partito d’azione e su Garibaldi sostanzialmente coincidono con quelli di Togliatti: è noto che
nell’analisi gramsciana il Risorgimento è stata una rivoluzione sociale incompiuta, poiché i suoi
attori principali non hanno saputo e voluto raccordarsi alle esigenze delle masse popolari, vale a
dire al mondo contadino. Il maggior responsabile di questo fallimento sul piano sociale è stato il

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Partito d’azione, velleitario, parolaio e sostanzialmente subalterno ai liberali moderati e alla
monarchia: da questa valutazione negativa non si salva certo Garibaldi, visto come uno degli
esponenti di spicco del Partito d’azione: Garibaldi ha condotto uno «schiacciamento implacabile
dei movimenti contadini insorti contro i baroni» [Gramsci, Quaderni del carcere, I,.40], il
Partito d’Azione nei «suoi uomini maggiori (Garibaldi, per es.) erano, sia pure saltuariamente
… in rapporto personale di subordinazione coi capi moderati» [ibidem, 42], e altrove «… è
attraverso Vittorio Emanuele che Cavour domina Garibaldi e anche Mazzini … né in Mazzini,
né in Garibaldi, né in Crispi stesso c’era la stoffa dei giacobini del Comitato di Salute Pubblica»
[ibidem, 765], fino a giungere a mettere assieme D’Annunzio, Pascoli e Garibaldi come
possibili promotori del tentativo di condurre «le grandi masse all’”idea” nazionale” o
nazionalista-imperialista» [ ibidem, 797]. Nei dirigenti comunisti italiani delle origini non c’era
dunque spazio per Garibaldi. Ma le cose erano destinate a cambiare.

7. Il VII congresso dell’Internazionale e la valorizzazione della figura di Garibaldi.


L’ascesa di Hitler al potere indusse, com’è noto, ad un ripensamento comunista sulla tattica da
seguire nei confronti delle altre organizzazioni della sinistra: timidamente nelle prime settimane
del governo nazista, con maggior forza a partire dal marzo 1933 e soprattutto dopo l’incendio
del Reichstag e il processo farsa a Georgi Dimitrov l’Internazionale comunista si apre ad una
collaborazione con i partiti socialisti in primo luogo, ma anche con quelli radicaldemocratici. La
formula del socialfascismo con cui si rigettava ogni collaborazione con i partiti
socialisti/socialdemocratici venne così abbandonata e si cominciarono a ricercare forme di unità
di azione [Spriano, 375-377]: il partito comunista italiano e il partito socialista italiano
firmarono nell’agosto 1934 un patto di unità di azione [ibidem, 392-393]. Ci si muoveva verso
la scelta dei fronti popolari che avrebbe avuto la sanzione ufficiale al VII congresso
dell’Internazionale (agosto 1935): questa scelta avrebbe avuto i suoi primi successi in Francia e
nell’iniziale convergenza di tutte le forze democratiche a sostegno della repubblica spagnola,
guidata essa pure da un fronte popolare.. Questo cambiamento di rotta dei comunisti comportò
anche un diverso atteggiamento verso la storia nazionale. Proprio un bulgaro fortemente legato
alla sua storia nazionale, Georgi Dimitrov, nel suo rapporto come segretario generale
dell’Internazionale comunista, al VII congresso dell’organizzazione invitava i comunisti a
tenere conto dei sentimenti patriottici delle masse lavoratrici e citava proprio Garibaldi come
esempio di eroe popolare e nazionale il cui mito non poteva assolutamente essere abbandonato
nelle mani della propaganda fascista [Fedele, 193, Spriano, III, 24]. Non può meravigliare il suo
riferimento, se si pone mente alla fama goduta nell’area balcanica da Garibaldi durante il
Risorgimento. Sul rapporto Dimitrov prese la parola per la delegazione italiana Ruggero Grieco
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che a proposito della questione nazionale si allineò prontamente alle considerazioni dello stesso
Dimitrov:

Noi comunisti italiani, figli dell’eroica classe operaia del nostro Paese affermiamo davanti ai fascisti che l’eredità
rivoluzionaria dei Garibaldi, dei Pisacane, dei Bandiera, appartiene al popolo italiano. Poiché siamo gli eredi di
grandi patrioti come Garibaldi noi siamo contro ogni guerra imperialistica, contro ogni oppressione di altri popoli.
Il popolo di Garibaldi non può opprimere altri popoli [Spriano, II, 419]

e quindi i comunisti italiani si opponevano alla conquista italiana dell’Etiopia. Era una svolta
dei comunisti italiani nell’atteggiamento verso la memoria di Garibaldi, ma appare interessante
il fatto che essa sia avvenuta su sollecitazione di un comunista bulgaro, che ben conosceva la
storia del proprio paese e di quello che aveva significato il nome di Garibaldi soprattutto nelle
cerchie più democratiche del suo risorgimento nazionale.
Alcuni mesi più tardi Georgi Dimitrov convinceva Stalin di permettere all’Internazionale di
organizzare l’afflusso di volontari a sostegno della repubblica spagnola attaccata dalle milizie
del generale Franco sostenuto direttamente dall’Italia fascista e poi dalla Germania nazista.
Molti dirigenti dell’Internazionale furono così impegnati nelle diverse aree nel reclutamento,
nell’organizzazione e nell’invio dei volontari in Spagna [Thomas, 315-316] e tra questi Tito,
incaricato dell’operazione per i Balcani [Pirjevec, 31] e successivamente nell’assistenza ai
reduci dalla guerra a Parigi [ibidem, 38]. Togliatti dal canto suo venne inviato in Spagna da
Stalin ad affiancare la dirigenza del Partito comunista spagnolo, avendo come collaboratori un
altro italiano, Vittorio Vidali, e un francese Jacques Duclos [Thomas, 228-229].

Nell’autunno 1936 vennero formate le brigate internazionali che vennero subito impiegate sul
fronte. La XII brigata internazionale era formata da fuoriusciti tedeschi e italiani e da francesi.
Essa ebbe un ruolo decisivo nella difesa di Madrid già nel novembre 1936. Era articolata su tre
battaglioni, ma mentre i nomi del battaglione tedesco e di quello francese, Thälmann e Marty
ricordavano figure celebri del movimento operaio in Germania e Francia, quello del battaglione
italiano era Garibaldi. Comandato dal repubblicano Randolfo Pacciardi aveva come responsabili
politici il comunista Luigi Longo e il socialista Pietro Nenni [Thomas, 341-350]. Il nome di
Garibaldi era ormai sdoganato per i comunisti e sotto quel nome si stabiliva la prima unità
d’azione antifascista.

8. La nascita della divisione Garibaldi. Quando si trattò di inquadrare i militari italiani che
dopo l’8 settembre avevano deciso di schierarsi a fianco dei partigiana la dirigenza comunista
della resistenza jugoslava, ed in particolare Tito per il ruolo che aveva avuto nell’organizzazione
delle brigate internazionali, erano bene al corrente del precedente spagnolo, i. Sicuramente nella
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decisione di assegnare il nome di Garibaldi alla divisione nata dalla fusione delle divisioni
Venezia e Taurinense concordarono sia Tito in Jugoslavia che Togliatti a Mosca in omaggio alla
politica del Fronte Popolare che il movimento comunista continuava a perseguire anche dopo la
scomparsa della III internazionale. Agli stessi militari italiani non doveva dispiacere essere
accomunati sotto il nome di un eroe del Risorgimento delle cui gesta erano stati informati a
scuola. Lo provava il fatto che in tutt’altro contesto furono gli stessi ufficiali di sicura fede
monarchica, come nel caso del capitano dei carabinieri Francesco Elia, prima ricordato, a
richiamarsi allo stesso nome di Garibaldi. Quanto ai partigiani jugoslavi, fatta eccezione per un
limitato numero di intellettuali, dubito che avessero memoria dei legami diretti tra Garibaldi e il
loro paese, anche se nel Montenegro poteva essere stato conservato qualche vago ricordo
dell’epoca risorgimentale e del nome di Garibaldi: sicuramente a Garibaldi, che aveva messo in
pratica la teoria della guerra per bande come guerra di popolo, la resistenza partigiana si
intonava.

9. Dalla resistenza italiana al Fronte Popolare. La scelta di Garibaldi come simbolo della
lotta comune popolare contro il fascismo, nata in Spagna e rilanciata in Jugoslavia, venne
adottata dal PCI anche per l’organizzazione della resistenza in Italia. Ma il tentativo di riunire
tutte le forze della resistenza sotto il nome di Garibaldi non ebbe successo. Se da un punto di
vista politico le forze della resistenza accettarono di dare vita ad un organismo comune, il CLN,
da un punto di vista militare si ebbe una frattura: le brigate Garibaldi riunirono per lo più
comunisti e una parte dei socialisti, mentre monarchici, azionisti, parte dei socialisti e cattolici
denominarono le loro formazioni con altri nomi [Fiamme Verdi, Matteotti, Osoppo ecc.][. Si
anticipava così sul piano militare quanto sarebbe successo sul piano politico alle elezioni del
1948, quando il volto di Garibaldi comparve sui manifesti di un Fronte Popolare che
raggruppava soltanto comunisti e socialisti.

Aga Rossi Elena– Giusti Maria Teresa, Una guerra a parte. I militari italiani nei Balcani 1940-1945,
Bologna, il Mulino, 2011

Bocca Giorgio, Palmiro Togliatti, Bari, Laterza, 1973

Fedele Santi, Tradizione garibaldina e antifascismo italiano, in Garibaldi e il socialismo, a cura di Gaetano
Cingari, Bari, Laterza, 1984

Gestro Stefano, La divisione partigiana Garibaldi in Montenegro 1943-1945,ed. Mursia, 1981

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