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DECIME E DEMANI L'EVERSIONE DELLA FEUDALITÀ IN TERRA D'OTRANTO

Author(s): Luigi Masella


Source: Quaderni storici , GENNAIO - APRILE 1972, Vol. 7, No. 19 (1) (GENNAIO -
APRILE 1972), pp. 284-301
Published by: Società editrice Il Mulino S.p.A.

Stable URL: http://www.jstor.com/stable/43776386

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DECIME E DEMANI
L'EVERSIONE DELLA FEUDALITA'
IN TERRA D'OTRANTO*

Questa nota non ambisce a fornire un quadro completo ed


esauriente dell'eversione della feudalità in Terra d'Otranto, il
cui studio richiederebbe un'analisi ben più ampia e approfondita.
Essa si propone soltanto, attraverso un'indagine condotta soprat-
tutto sulle sentenze della Commissione Feudale e sulle ordinanze
del Commissario Ripartitore Domenico Acclavio1, di richiamare
l'attenzione su alcuni aspetti nodali della feudalità otrantina e
della successiva azione riformatrice nel «decennio francese».
A fine Settecento la geografia feudale di Terra d'Otranto
presentava una configurazione varia e complessa, per molti
aspetti legata alle condizioni geofisiche ed economiche delle sue
subregioni, grosso modo coincidente con le attuali province di
Lecce, Brindisi e Taranto.
La pianura salentina a sud di Lecce e la fascia costiera
immediatamente a sud-est di Taranto, caratterizzate da una no-
tevole diffusione del vigneto e dell'oliveto e da insediamenti
umani piccoli e molto vicini fra loro, si distinguevano per la
notevolefrantumazione dei possessi feudali, che comprendevano
spesso un solo centro abitato con non più di mille abitanti e un
migliaio di ducati di rendita annua. Alcuni di essi, come Barba-
rano, Castoguarino, Roccaforzata, non raggiungevano nemmeno
le 500 anime.
Procedendo verso nord il paesaggio geopolitico tendeva a
modificarsi: intorno a Lecce, al di là di una più stretta fascia
di feudi minori, si estendevano le vaste signorie dei Filomarino
della Torre, duchi di Campi, Cutrofiano, Salice e Squinzano, dei

* La presente ricerca è stata effettuata con il contributo del C.N.R. Sono state
usate queste abbreviazioni: A.S.Na. = Archivio di Stato di Napoli; A.S.Le. =
Archivio di Stato di Lecce; A.S.Ba. = Archivio di Stato di Bari.
1 Le ordinanze, per la maggior parte inedite, sono conservate presso la
Biblioteca comunale di Taranto e l'Archivio di Stato di Lecce.

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Pignatelli, di Belmonte, alla cui giurisdizione erano soggetti


oltre 15.000 vassalli distribuiti nei feudi di Corigliano, Copertino,
Galatone, Loverano, Muro, Specchia e Veglie, e degli Spinola
signori di Borgagna, Noè, San Pietro in Galatina e Soleto. Tra
Brindisi e i feudi devoluti degli Imperiali di Francavilla si
estendevano i possessi degli Imperiali di Latiano, col vicino feudo
degli Zevallos (Ostuni) dei Caracciolo, Cicinelli, principi di
Cursi a Grottaglie e, infine, dei Sisto y Britto a Ceglie.
Seguitando quindi in direzione delle Murgie meridionali ta-
rantine, zona che per la particolare conformazione orografica
del suolo si prestava prevalentemente alla cerealicoltura esten-
siva e alla pastorizia, si incontravano i feudi dei Caracciolo,
duchi di Martina, che esercitavano la loro giurisdizione sui 16.000
abitanti di Martina, Mottola e Palagiano ed avevano il più vasto
dominio feudale di Terra d'Otranto; dei De Mari, coi 5.000 abi-
tanti di Castellaneta; degli Spinola de los Balbases in Ginosa e
dei Navarreta con i 3.200 vassalli di Laterza. Attorno a questi
complessi, fra i più estesi del distretto tarantino, si disperdevano
anche in queste zone feudi di gran lunga minori, come quelli di
Monteiasi, Talsano, Palagianello.
Non mancavano i feudatari ecclesiastici: sei tra mense ve-
scovili e arcivescovili, i Padri Olivetani di San Pietro in Galatina,
gli Olivetani di Santa Croce in Lecce, la Badia di Sant'Andrea
ad Insulam e il Monastero di San Benedetto di Brindisi. Com-
plessivamente la loro giurisdizione si esercitava su poco meno
di 20.000 vassalli: poca cosa di fronte alla ben più importante e
massiccia feudalità laica.
Interrompevano questo vasto panorama le città regie di Ta-
ranto, Otranto, Gallipoli, Brindisi e Lecce, il feudo devoluto di
Martano e gli ex-feudi degli Imperiali di Francavilla, zone lontane
fra loro, vere e proprie «enclaves» all'interno dei preponderanti
possessi feudali.
Feudalità prevalente, dunque, ma anche più frazionata che
in altre provincie del regno: complessivamente era soggetto alla
giurisdizione baronale il 74% della popolazione otrantina, ma di
questa più della metà era controllata da 11 degli 81 feudatari
della provincia. Eccettuate poi una decina di signorie tra i 3.000
e i 5.000 abitanti, il resto si disperdeva in minuscoli possessi
con un migliaio o addirittura poche centinaia di vassalli.
Questa particolare configurazione della feudalità si rifletteva
evidentemente sul tipo di rendita percepita dal baronaggio. In
tutta la regione salentina la decimazione universale costituiva la

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fonte principale delle entrate feudali, incidendo in media per un


50% sulla rendita totale. Gli altri cespiti erano rappresentati da
beni immobili nei centri abitati e da giardini a colture specializ-
zate o oliveti, coltivazioni che per la notevole resa unitaria e un
elevato indice di commercializzazione consentivano ai baroni un
livello di vita sostanzialmente simile a quello degli altri pro-
prietari locali. La gestione «in economia» delle poche masserie e
«possessioni», diffusa quasi dovunque in questa zona, sembra essa
pure chiaro indice di un'assimilazione dei feudatari agli altri pro-
prietari borghesi, tesi tutti insieme, ad accrescere il non sempre
ampio margine di profitto. Pare anche spiegabile in tale situazione
il puntiglioso esercizio dei diritti giurisdizionali e proibitivi che
arrotondavano il bilancio feudale e costituivano nello stesso
tempo la condizione basilare per la riscossione delle altre entrate.
L'incidenza delle decime sulla rendita complessiva dei baroni
diminuiva man mano che, procedendo verso nord in direzione di
Brindisi e verso ovest in direzione della Murgia ionica, i com-
plessi signorili diventavano più estesi e le entrate derivavano es-
senzialmente dalle attività tradizionali della cerealicoltura esten-
siva e dell'allevamento. Le masserie e le vaste «difese» costi-
tuivano allora la base del potere feudale; la gestione «in eco-
nomia» lasciava quasi sempre il posto all'affitto, in grado di
fornire una rendita sicura e cospicua da spendere molto spesso,
nel capoluogo di provincia o nella capitale. Diventavano allora
di fondamentale importanza gli estesi demani feudali, che da soli
fornivano una duplice fonte di entrate grazie ai canoni di loca-
zione e all'esercizio dei diritti di erbaggio e di fida che i baroni
si riservavano con precise clausole contrattuali. Così dei 13.229
ducati di rendita che i Caracciolo percepivano dai feudi di
Martina, Mottola e Lordignano oltre 9.000 derivavano da fitti
«per uso di erbaggio» di «difese» e «chiusure»2: i canoni di lo-
cazione delle difese del feudo di Ceglie incidevano per il 63% sul
totale delle rendite del barone Sisto y Britto3. La questione
demaniale risultava così al centro del problema feudale; alla sua
soluzione miravano sia i grossi proprietari borghesi desiderosi di
por fine al monopolio baronale delle terre a pascolo, sia i brac-
ciali e i piccoli contadini, che però vedevano le loro aspirazioni
alla proprietà delle terre scontrarsi con gli interessi questa volta
convergenti dei baroni e dei ricchi allevatori.

2 A.S.Na., Relevi feudali, voi. 215.


3 A.S.Na., Relevi feudali, voi. 208.

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Erano dunque già tutti ben individuati a fine secolo i grossi


nodi che il decennio francese sarebbe stato chiamato a sciogliere:
1) nel Salento, il problema delle decime e la ferma decisione
baronale di mantenerle; 2) la questione demaniale nell'agro
tarantino, con il contrasto baroni-borghesi per il possesso e il
controllo dei demani da una parte, e l'opposto interesse contadino
alla divisione e alla coltivazione dei medesimi dall'altra.

Le decime

Nella memoria al ministro Zurlo del 22 ottobre 1809 4 l'Acclavio,


allora «visitatore economico» di Terra d'Otranto, forniva un'esau-
riente descrizione delle pesanti prestazioni decimali esatte da
gran parte del baronaggio della provincia. Su 178 terre abitate,
ben 127 erano decimabili; le prestazioni variavano da feudo a
feudo non solo per la qualità, ma anche per l'entità dei prodotti
soggetti al tributo, perché spesso «un tale vocabolo dinota l'ot-
tava, la nona, la decima, la quindécima, la ventesima parte del
frutto»5. Accadeva infatti, in particolar modo nel leccese, che il
pagamento della decima sulla base dell'apprezzo del prodotto
da parte del barone prima ancora della raccolta alterasse a volte
notevolmente il valore della prestazione a svantaggio del colono,
che non poteva così tener conto della incidenza di frequenti
«variabili», come grandinate, prematuro deterioramento del pro-
dotto, ecc.6. Si esigeva la prestazione sulle principali derrate:
grano, orzo, avena, fave, lino, olio e vino mosto. In alcuni luoghi
si pretendeva la decima su tutti i prodotti del suolo, con la sola
eccezione dei frutti degli alberi o, per quanto riguardava gli
oliveti, con l'eccezione delle piante antiche, come a San Pietro in
Lama, Galatone, Leverano, Veglie e Copertino. Secondo il Galanti
«fino i giunchi, le mortelle, il prezzemolo, i fiori medesimi che si
piantano in vasi di creta, nelle case, non sono esenti in alcuni
luoghi da questa contribuzione»7. In molte zone, in caso di alie-

4 II documento è pubblicato in « Rivista Storica Salentina », a. X (1915) pp. 24-33.


5 G. M. Galanti, Relazione su Terra d'Otranto, in G. M. Monti, Per la storia
dei Borboni di Napoli, Trani 1939, p. 102.
6 G. M. Galanti, op. cit. : «Quando si tratta dell'olio la stima segue per lo più
allorché il frutto è immaturo sugli alberi, per 10 tomoli di ulive si deve dare imo
staio di olio. Se poi le ulive si perdono, deteriorano, la decima si paga come fu
fissata».
7 Ibidem.

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nazione di terreni o di case era percepita la decima del prezzo,


sostituita in altri luoghi o dal laudemio vero e proprio o da un
versamento di cinque carlini che «dal compratore si offre al
barone in ricognizione di dominio»8.
Neanche le terre demaniali si sottraevano del tutto a questo
tributo. Era il caso di alcuni fondi di Gallipoli e di molti tratti
del territorio di Brindisi e di Taranto. Qui, anzi, i più grossi pro-
prietari, approfittando dell'immigrazione dai centri vicini, avevano
concesso a uso di vigne molti terreni allodiali dietro pagamento
di un annuo censo e col peso della decima, caso veramente
indicativo di un tipo di borghesia agraria nata all'ombra del
sistema feudale e sviluppatasi all'interno delle sue incrinature.
L'incidenza delle decime sulla rendita totale del barone era
talora veramente considerevole. A Castellaneta la decima delle
vettovaglie fruttava alla mensa vescovile 2.000 ducati, pari al 43%
delle entrate; la stessa somma percepiva la mensa vescovile di
Taranto dal solo territorio della «Selva llantina» a Martina
Franca per le quindecime dei frutti. Percentuali addirittura del
92, 94, 98% si raggiungevano nei feudi di Aradeo, Carmiano-Ma-
gliano e Caprarica S. Ceresio9.
E' difficile ad ogni modo tentare una valutazione dell'am-
montare complessivo delle prestazioni decimali, data la scarsa
disponibilità del materiale documentario e la variabilità di questo
tributo legato com'era all'andamento del raccolto e dei prezzi.
Probabilmente l'Acclavio non si allontanava 'molto dalla realtà
quando faceva ascendere il totale delle decime feudali ad annui
ducati 120.000 su un reddito feudale complessivo, nella pro-
vincia di due. 216.000, attenendosi ad una stima fatta dal go-
verno nel 1798 sui relevi precedentemente pagati 10.
In alcune considerazioni finali della sua relazione Acclavio
sembrava sminuire l'importanza delle decime nel periodo in
cui scriveva, attribuendo ad esse un forte calo nel valore ef-
fettivo in seguito al forte calo dei prezzi e alla flessione del
commercio delle più importanti derrate agricole della provincia:
«lo posto attuale degli affari ha definitamente diminuito il
valore delle decime feudali»; «la mancanza del commercio ha

8 Ibidem.
9 A.S.Na., Relevi feudali, voli. 213, 220, 216.
10 Un'analisi condotta sui relevi di alcuni comuni conferma, in linea di massima,
la stima di Acclavio: la media d'incidenza si aggira sul 50% delle rendite feudali,
con una crescente prevalenza nei bilanci dei feudi salentini.

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portato tale avvilimento nel prezzo dei generi, che non può
andare più oltre senza l'abbandono totale dell'agricoltura». Il
blocco commerciale e un tipo di gestione della proprietà fon-
diaria basata essenzialmente sulla rendita parassitaria, aliena
da una specializzazione o valorizzazione delle colture 11 e da
un allargamento del mercato interno, unica alternativa a quella
congiuntura sfavorevole, avevano dunque determinato assieme
alla riduzione dei prezzi e degli estagli dei fondi rustici una
drastica decurtazione a più della metà del valore dei tributi
decimali.

La gravità della prestazione, invero, non consisteva uni-


camente nella forte incidenza, con segni opposti, sul bilancio
del colono e del barone, ma anche nell'impedire ogni modifi-
cazione colturale perpetuando quel modo di conduzione agricola
che costituiva la base di potere di una classe proprietaria
niente affatto disposta a ristrutturazioni in senso capitalistico
dell'azienda. Le decime erano divenute, in sostanza, la forma più
appariscente di ricognizione di dominio, l'espressione di un rap-
porto di semplice sfruttamento tra coloni e barone-proprietario.
Questo sembra essere stato ben presente a Winspeare nella
relazione al ministro della Giustizia, quando riconosceva che
«la concessione delle terre a decime» era divenuta ormai «un
contratto di stile in quella provincia, sì che, insino ad oggi,
non solo i frutti burgensatici dei baroni, ma anche le terre
dei privati possessori si sono date ad enfiteusi con prestazioni
decimali conservate» 12. Il caso dei grossi possidenti tarantini,
cui prima s'è accennato, lo dimostra chiaramente.
Ma se i privati tendevano a servirsi nei contratti di queste
forme di contribuzione, i baroni da parte loro mostravano una

11 Ne è un tipico esempio il contratto di colonia di fondi olivetati, acutamenre


descritto dal Costa nella sua relazione su Terra d'Otranto nel 1811. «Per il condut-
tore è previsto un quantitativo fisso di prodotto in olio per ogni «macina di ulive*.
La natura stessa del contratto porta ché il contadino non abbia interesse di far
fruttificare l'uliveto. Se l'uliveto produce di più, produce al padrone e non a lui»
che, oltre tutto, deve provvedere anche alle forti spese della raccolta e dell'ap-
prezzo del prodotto. «Chi non vede in tutto questo processo di cose un proprietario
il quale non vuole verun fastidio, ma ritirarsi solamente l'olio quando Dio ce
lo dà, e stringersi nelle spalle quando Dio non lo dà?» Relazione di Costa su
Terra d'Otranto, in V. Ricchioni, La statistica del Reame di Napoli, Trani 1942,
p. 226».
12 Trifone, Feudi e Demani. L'eversione della feudalità nell'Italia meridionale,
Milano 1909, p. 219.

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evidente inclinazione ad agire soprattutto come grossi pro-


prietari terrieri, adeguando in tal senso le forme stesse del loro
potere. Dall'esame delle sentenze della Commissione Feudale è
possibile rilevare, infatti, che spesso vari diritti erano ormai
commutati in denaro anche in Terra d'Otranto, e non solo
antichi obblighi come il cunnatico, ma anche i diritti giuri-
sdizionali (bagliva, zecca, piazza, ecc.). Sembrano al contrario
persistere nella forma in natura, assieme alle decime, i diritti
volti a mantenere più saldo il potere economico sulla terra,
come quelli proibitivi di mulini e di trappeti, i diritti di pascolo
e di legnatico, di erbatica e di carnatica, indice probabante del
tipo di politica baronale.
Proprio questa comunanza di interessi, questa disposizione
ad un'omogenea configurazione economico-sociale delle due più
potenti classi otrantine, il vecchio ceto nobiliare e la nuova
borghesia agraria, sono da tener presenti per una giusta com-
prensione dell'effettiva portata della legislazione eversiva fran-
cese e della sua specifica applicazione.
Nel complesso la Commissione Feudale sembra aver operato
secondo l'indirizzo politico-ideologico dianzi illustrato.
Furono abolite tutte le prestazioni di carattere giurisdi-
zionale, i diritti proibitivi, impedimenti al «libero» uso della
proprietà e dei suoi prodotti, i dazi sulla carne, i tributi in
natura o danaro sugli animali di allevamento e domestici, le
giornate lavorative franche sui terreni feudali, varie contri-
buzioni in denaro 13. L'esazione della fida venne riconosciuta
solo in nove comuni e limitata ai territori privati dei baroni
o riconosciuti feudali; in altri quindici fu riconosciuto agli ex
feudatari il diritto di riscossione di censi ed estagli quando
la loro legittimità fosse comprovata da pubblici documenti.
Né le sentenze sembrano essere state molto favorevoli ai comuni
per quanto attiene alla richiesta di reintegre demaniali: tranne
che in otto casi le richieste delle università furono respinte14.
Delle decime la commissione abolì solo quelle su alcuni
generi minori come miglio e fagioli, sui legumi, su alcuni
ortaggi, sulle noci e sui frutti estivi, su prodotti cioè delle
piccole e medie proprietà e della maggior parte di quei micro-

13 Frequenti erano quelle a titolo di «ragioni baronali».


14 I comuni interessati erano Francavilla, Laterza, Martina, Palagiano, Pala-
gianello, Castellaneta, Parabita, Racale.

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fondi sparsi intorno alle grosse unità fondiarie feudali e pri-


vate, tributi che in realtà non sembra costituissero delle fonti
di potere e di reddito notevoli. La decima di prezzo fu in
genere ridotta alla «quinquagesima».
Le sentenze lasciavano invece ai baroni le prestazioni su
tutti i prodotti principali di Terra d'Otranto, grano, orzo, avena,
bambagia, lino, fave, vino mosto e ulive, riconoscendone la
legittimità dell'esazione in quasi tutti i territori la cui natura
feudale o burgensatica era stata contestata dalle Università.
Furono dichiarate illegittime e completamente abolite solo nei
comuni di Salve, Serrano, Valesio e Montesardo, tranne che,
in quest'ultimo caso, su 55 tomoli di natura prevalentemente
boscosa 15.
Interessante e significativo è l'atteggiamento della Com-
missione nei riguardi degli enti ecclesiastici possessori di feudi.
Mentre la stessa pubblicistica settecentesca non sembra aver
mai posto in dubbio il carattere feudale delle prestazioni de-
cimali da essi percepite, negandone a volta esplicitamente la
natura sacramentale, la Commissione assunse nei loro con-
fronti una posizione più rigida e severa. Furono infatti rico-
nosciute sacramentali e perciò abolite le decime esatte dalle
mense vescovili di Castellaneta nel comune omonimo, di Brindisi
nel comune di Torre Santa Susanna, di Lecce a San Pietro in
Lama e a San Pietro Vernotico, di Castro a Miggiano, di Taranto
nel feudo di Grottaglie. La mensa vescovile di Taranto, inoltre,
vide ridotti a una sola decima di sua scelta i tributi di tre
feudi di Roccaforzata 16.
Erano infine riconosciute legittime le decime dovute alla
mensa di Otranto dai feudi siti nei comuni di Uggiano, San-
t'Eufemia, Muro e Giulianello 17 .
Pare evidente da un simile atteggiamento come la questione
della legittimità dei diritti decimali fosse dalla Commissione
legata alle esigenze privatistiche della borghesia terriera otran-
tina, per il cui sviluppo era obiettivamente un ostacolo la pro-

15 Bollettino delle Sentenze della Commissione feudale, Napoli 1810, n. 8,


p. 667; 1809, n. 7, pp. 352-56; 1810, n. 8, p. 879.
16 G. M. Galanti, Op. cit., «nella provincia non esistono decime ecclesiastiche.
Alcuni capitoli hanno il diritto di decimare sopra alcuni fondi, e d'esigere le ri-
decime sulle decime dovute ai baroni. Vi sono badie e canonicati che hanno questo
diritto, ma queste esazioni pare che partecipino della natura feudale».
17 Boll. Sent. cit.

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prieta ecclesiastica, ma poteva rientrare nell'ambito della sua


ideologia, quella baronale opportunamente sfrondata dalle e-
sorbitanze baronali e adeguata ai nuovi canoni giuridici.
Sembra confermare una tale ipotesi anche la decisa oppo-
sizione governativa alla tendenza dei comuni a continuare
la riscossione delle decime al posto dei baroni: la circolare
del 6 sett. 1811 è molto chiara in proposito.
Con tutto questo non si vuole naturalmente presentare
alcun quadro idillico, di pacifica convivenza tra baroni e pro-
prietari. La realtà pare al contrario molto varia e complessa,
con contrasti d'interesse a livello locale spesso marcati, duri,
a volte all'interno stesso dei due ceti possidenti, e tutti verranno
alla luce durante l'applicazione delle sentenze della Commissione.
Ciò che qui preme rilevare è una linea di tendenza a un livello
più generale, linea che sembra spiegare essa sola, in ultima
istanza, l'effettiva consistenza dei provvedimenti eversivi.
Furono proprio i risultati della Commissione feudale a costi-
tuire il fondamento della relazione Winspeare al Ministro di
Giustizia nel 1809, base dei successivi decreti riformatori per
Terra d'Otranto. Attraverso un'indagine delle contribuzioni otran-
tine essa traeva precise conclusioni e proposte legislative da due
sintomatiche premesse: 1) la estrema difficoltà a distinguere il
carattere dominicale da quello feudale delle decime e l'urgenza
al tempo stesso di liberare la provincia dalle «esorbitanze baro-
nali» secondo la legge del 2 agosto 1806; 2) la necessità che i
provvedimenti legislativi da adottare non mutassero «per intiero
lo stato presente della proprietà di quella provincia» e non
portassero «seco loro una conseguenza violenta, che non è caduta
nell'antivedimento della legge» 18.
Il susseguente decreto del 16 ottobre 1809 recepiva integral-
mente le istanze della relazione Winspeare e faceva sue le pro-
poste che vi erano contenute 19. Erano conservate le decime di
comprovata legittimità, limitandone l'esazione agli otto generi
prima citati e vietandone la prestazione in misura superiore alla
decima parte; la riscossione sarebbe avvenuta sui generi tri-
turati nelle aie dei contribuenti, nei palmenti per il vino mosto
e sui luoghi di raccolta per le olive, la cui decima andava riscossa
in frutto e non in olio, evitando dunque ai contadini ogni spesa

18 Trifone, Op. cit., p. 226.


19 Boll. Sent, cit., a. 1809, n. 10, pp. 203-9.

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di trasporto. Erano infine aboliti tutti i diritti di fida, erbatica,


carnatica, la decima di prezzo, le prestazioni sugli animali e i loro
prodotti e tutte quelle a titolo di «stagli, di affida e di ragioni».
La tutela della proprietà privata era il principio ispiratore
del decreto, secondo una linea politica di conservazione sociale,
di ratifica dell' establishment della classe proprietaria nobiliare-
borghese, che lascia «aperto all'intervento contadino il solo
varco ammesso dalla sua ideologia, quello che portava all'esten-
sione della piccola proprietà e al potenziamento del produttore
indipendente»20. Gli stessi decreti sulla redimibilità delle decime
del 17 gennaio 1809, concedendo al 'libero' colono la facoltà di
decidere sulla sorte del suo fondo, sanzionavano questo indirizzo.
Resta da esaminare la misura e lo spirito con cui le dispo-
sizioni legislative su Terra d'Otranto trovarono la loro applica-
zione. A questo punto assume un'importanza notevole l'opera
del «commissario ripartitore» Acclavio21, figura per molti aspetti
strettamente legata alla storia otrantina nel decennio francese.
Funzionario esperto, tra i più preparati, sembra aver assorbito
nella sua educazione napoletana i succhi di quella corrente culturale
riformistico-moderata, che si manteneva nei limiti di una riforma
giuridica atta a facilitare il compromesso tra le classi sociali nel
Mezzogiorno, e che demandava al sovrano il compito di realizzare
dall'alto, amministrativamente, un piano di riforme miranti a
sanzionare il nuovo sistema fondato sulla libera proprietà.
Prima come visitatore economico dal 1800 al 1803, poi come
«commissario ripartitore» nel 1809 e infine in qualità di «inten-
dente» dal 1810 al 1817 egli improntò della sua opera l'azione
eversiva nella provincia otrantina. Tutta la sua attività sembra
ispirata dalla consapevolezza di dover realizzare, attraverso una
rigorosa interpretazione dello «spirito» della legge del 2 agosto e
delle decisioni della Commissione, il nuovo assetto borghese e
solo in questo ambito, in funzione cioè prevalentemente antiba-
ronale, mostra di voler andare incontro a certe esigenze del ceto
coltivatore piccolo borghese.
Consideriamone l'operato innanzi tutto in rapporto al pro-
blema delle decime: esso ebbe un carattere prevalentemente
antifeudale. Acclavio si trovò di fronte una forte resistenza dei

20 R. Zapperi, Sieyès e l'abolizione della ieudalità nel 1789, in «Studi Storici»,


1970, n. 3, p. 441.
21 Per brevi cenni sulla sua figura, cfr. Dizionario biografico degli Italiani, 1960.

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baroni locali che indubbiamente avevano visto diminuire in mi-


sura notevole il loro potere, a livello di pressione politico-econo-
mica con la perdita dei diritti giurisdizionali, spesso fonte anche
di rendite annue considerevoli nei casi di transazione in denaro, e
a livello di consistenza patrimoniale, seppure in minor misura.
Tale resistenza si manifestava innanzi tutto nella contestazione
della natura feudale di alcuni loro fondi e in secondo luogo nel
rifiuto di restituire il quantitativo di generi esatto in misura
superiore alla decima prima della sentenza della Commissione,
quando non si trattava di elusione totale, più o meno violenta, di
ogni decisione sfavorevole, come a Cutrofiano, Castellaneta, Castri-
gnano del Capo. Nel 1811 Acclavio emise anche una circolare che
vietava esplicitamente le doppie esazioni su uno stesso fondo
in seguito agli «abusi che principalmente regnavano nel distretto
di Taranto per l'esecuzione delle decime»22. Le prestazioni infatti
suscitavano duri contrasti tra coloni e possessori. A Poggiardo
questi ultimi, per timore che venisse loro sottratto il dovuto,
con l'aiuto del procuratore regio del circondario, cercarono di
impedire ai coloni, tramite un usciere, ogni uso dei prodotti
prima che essi non fossero stati numerati e annotati da parte
di loro agenti. «L'usciere ancora va incutendo timore ai villani
per mezzo di un gendarme che porta seco per far così pagare
sulla faccia del luogo la decima in fascicoli» 23 . Eppure Winspeare
riteneva di dover spingere, in un suo rapporto, «a conciliare
l'interesse dei reddenti e dell'ex feudatario»: «se gli ex baroni
vogliono evitare l'incomodo della esazione in generi, facilitino
dalla loro parte la commutazione in denaro».
A questa risoluzione egli sembrava molto interessato: in ef-
fetti era l'unica a consentire una soluzione di compromesso dei
contrasti, lasciando salvo il principio della libera proprietà, inte-
grando anzi nel suo alveo le esigenze dei piccoli conduttori.
Perciò quando il comune di Matino 24 chiede di poter utilizzare
la somma dovutagli dal barone come credito di bonatenenza
nell'affrancazione di ima o due decime dei frutti principali egli
scrive subito a Zurlo che la domanda «gli sembra importante
non solo per l'utilità, ma per l'esempio che contiene. Se invece

22 Supplemento al Bollettino delle Sentenze della Commissione feudale, n. 26,


pp. 381-89.
23 Suppl. Boll, cit., n. 19, pp. 295-311.
24 Suppl. Boll, cit., n. 16, pp. 52-162.

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deiraffrancazione si facesse del credito dell'Università qualsivoglia


uso non si otterrebbe mai un vantaggio uguale a quello che si
propone». Le difficoltà per tale operazione erano diverse: innanzi
tutto le resistenze baronali ad abbandonare una rendita in natura
esente perciò stesso da progressive e continue diminuzioni di
valore nel tempo, e in secondo luogo la necessità di far fronte
alle spese notevoli che il processo di affrancazione richiedeva.
L'assenza di caratteri ben definiti nella dislocazione delle
forze e nella coscienza di classe a livello locale consentiva
evidentemente al barone un gioco di pressioni e di interferenze
all'interno stesso degli organismi dirigenti delle università con
due scopi precisi: 1) dilazionare la commutazione «se pure defa-
ticato il comune rinunzi al beneficio»; 2) disgregare il fronte pro-
prietario facendo leva in special modo sui conduttori dei fondi
di minore estensione, ruotanti, come spesso si verificava nella
economia feudale, attorno ai latifondi baronali. In tal caso la
stessa affrancazione per la somma di 5.600 ducati, «quando anche
si promovesse [...], appena appena resterebbe affrancata la de-
cima di un solo genere e del più scarso». E' lo stesso Acclavio
a farsi sostenitore della politica seguita dal comune. Appoggia
senz'altro la proposta di pagare le spese dell'operazione con una
tassa divisa in proporzione alle quote dovute dai reddenti,
obbligandoli nello stesso tempo alla compattezza nei riguardi
della parte avversa.
Raccomanda anzi la massima prudenza perché «la popola-
zione di Matino è per lo più idiota e l'ex barone ha colà il suo
domicilio e il giudice di pace ha vincoli di sangue col barone»,
ragion per cui il credito di bonatenenza potrebbe dissolversi con
una forte liquidazione del prodotto delle decime. Winspeare cerca
di agevolare in tutti i modi l'azione intrapresa chiedendo l'inter-
vento dello stesso Zurlo e dando subito la propria approvazione
alla deliberazione decurionale con cui il comune di Matino, per il
rifiuto del barone a una transazione, decide di agire giudiziaria-
mente nei suoi riguardi.
L'esempio però non sembra aver trovato molto seguito: dalle
ordinanze di Acclavio è possibile inferire processi di commuta-
zione in denaro delle decime solo nei comuni di Francavilla,
Manduria e Sava negli anni immediatamente successivi ai rescritti
ferdinandei. Qui molti proprietari, in seguito alle sentenze della
Commissione feudale, avevano presentato petizioni perché sul
loro debito col Regio Demanio a causa delle decime dei frutti
commutate in canone pecuniario negli anni precedenti ottenes-

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sero una riduzione in proporzione alle decime abolite dalla Com-


missione.
A Francavilla, sull'ammontare complessivo di ducati 59.758,37
di debito fu consentita una riduzione di due. 17.451 (nemmeno
un terzo del totale) per 29 proprietari di cui 11 superavano
i mille ducati di capitale dovuto all'amministrazione demaniale;
l'affrancazione fu totale per tre soli possidenti. A Manduria
su 14.985 ducati si ebbe una riduzione di due. 7.333,18, quasi
la metà dell'intero capitale, per 14 proprietari, di cui sei supera-
vano i mille ducati di debito. A Sava, infine, le due sole ordinanze
che la riguardano riportano su 767,92 ducati un abbuono di due
622,53. Quasi in tutte le ordinanze, dove è precisato il tipo di
decime abolite, il prodotto più frequente accanto al vino mosto e
ai legumi è dato dalle olive, chiaro segno, ci pare, che gli elementi
più dinamici e più favoriti nella richiesta di applicazione delle
norme legislative vigenti furono i grossi e medi proprietari di
oliveti e vigneti.
L'azione individuale evidentemente non doveva invece rive-
larsi molto vantaggiosa per i piccoli conduttori date le spese che
essa comportava. Poiché questa era l'unica via, a meno di un
superamento del regime della piccola proprietà in forme associa-
zionistiche decisamente inconcepibili nell'ambito dell'appena fio-
rente ideologia borghese, è comprensibile forse la loro assenza
nelle ordinanze del comissário ripartitore.
Ogni deroga avrebbe potuto avere pericolose conseguneze:
l'interesse suscitato dai casi di Montemesola 25 e soprattutto di
Taurisano26 è significativo. Qui gli abitanti, invece di seminare i
generi soggetti al tributo decimale, tentarono di mutare la coltura
dei loro fondi trasformandoli in vigne, giardini o in sole «statoni-
che», nonostante il rischio che i nuovi prodotti rimanessero in-
venduti perché in quantità superiore alla domanda del mercato
locale. A Taurisano, anzi, nonostante l'invito di Acclavio a desi-
stere da un simile atteggiamento a meno di una precedente com-
mutazione delle decime in canone pecuniario, ben ventidue red-
denti persistono nella condizione di illegalità. La soluzione pro-
spettata allora da Acclavio, di una commutazione forzosa, tese
a conciliare l'interesse dell'ex feudatario con il «ben essere dell'a-
gricoltura», ma anche ad evitare agitazioni forse gravide di peri-

25 A.S.Le., Intendenza di Terra d'Otranto, Carte demaniali, fase. 228.


26 Suppl. Boll, cit., vol. 35, p. 376 e sgg.

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colose conseguenze. Il progetto di decreto di Winspeare, pubbli-


cato l'I 1 maggio 1814, si muoveva sulla linea indicata dall'acuto
e abile commissario ripartitore: 1) era proibito ai reddenti il
mutamento colturale dei loro fondi senza nessun preventivo
preavviso di tre mesi al creditore; 2) in caso contrario la com-
mutazione sarebbe stata obbligatoria e i possessori sarebbero
stati costretti a pagare per un triennio il doppio della prestazione
stabilita; 3) la commutazione era resa obbligatoria anche per le
situazioni di fatto che s'erano ormai create e i creditori avrebbero
avuto la facoltà di farsi liquidare in tal modo la somma loro
spettante 27 .
Il principio della proprietà privata era così tutelato e solo
nel suo interno erano ammesse facilitazioni all'elemento conta-
dino.

La questione demaniale

Se il problema delle decime interessa soprattutto quella parte


della Terra d'Otranto situata a sud dell'asse Taranto-Brindisi, le
divisioni demaniali, come s'è già accennato, costituiscono l'aspetto
peculiare delle operazioni eversive nel distretto tarantino: su 23
comuni oggetto delle ordinanze di Acclavio 7 appartengono al
distretto di Lecce, due a quello di Brindisi e 14 a quello di
Taranto.
Il fenomeno è da mettere in relazione alle forti resistenze del
solido baronaggio locale, ma probabilmente anche alla presenza
di una grossa e media borghesia terriera che, facendo leva sulla
coltura cerealicola e l'attività armen tizia e perciò colpita in
minor misura da una crisi attinente soprattutto alla produzione
olearia, mostrava una più vivace disposizione allo scontro o di-
retto o mediato attraverso la gestione delle università.
Indubbiamente le perdite subite dai baroni furono considere-
voli, anche se la carenza di dati precisi sull'estensione totale
dei demani non consente nemmeno calcoli parziali e incompleti.
Esse consistettero principalmente in vaste estensioni di terre bo-
scose e macchiose, fonte di rendite cospicue per gli ex feudatari
che le affittavano non solo ai locali, ma molto spesso anche ai
ricchi proprietari delle mandrie transumanti della zona murgiana

27 Suppl. Boll, cit., vol. 7, pp. 345 sgg. e 358 sgg.

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di Terra di Bari28. Si comprendono facilmente allora le resistenze


di questo vecchio ceto nobiliare che si vedeva minacciato nella
più solida base del suo potere e della sua ricchezza. Qualche
esempio potrà dare un'idea dell'incidenza delle divisioni in massa
sul bilancio degli ex feudatari. Il Caracciolo, duca di Martina,
con l'assegnazione al comune di un quarto del territorio della
difesa di Selvapiana e di Selva dritta grande e di un terzo del
demanio di Pantina, perse nel solo feudo di Mottola terreni che
gli rendevano complessivamente circa 11.000 due. annui. Quasi
di 30.000 ducati fu il valore delle quote assegnate al comune di
Palagianello. Ad Avetrana il conte Filo fu privato di terre di
valore superiore a 8.500 ducati, mentre a Ceglie l'assegnazione al
comune delle difese di Ulmo, Montevicoli, Tolma e Votanorusso
significò per il barone Sisto y Britto una perdita di ben 19.000
ducati. Se si tien conto delle osservazioni fatte precedentemente
sulla preponderante incidenza delle rendite assicurate da queste
difese sui bilanci di molti baroni, specie della fascia murgiana
tarantina e, in parte, brindisina, il colpo ad essi inferto si ma-
nifesta in tutta la sua evidenza. Le stesse ordinanze, quando non
definiscono con esattezza l'estensione dei demani, ne attribui-
scono molto spesso la metà ai comuni e raramente un terzo: solo
due volte, a Palagiano e a Castellaneta la quota fu di un quarto.
E' quindi possibile farsi un'idea, sia pur sfumata e alquanto ge-
nerica, della notevole portata dei provvedimenti eversivi nello
specifico delle divisioni in massa.
Probabilmente fu proprio la condotta tenuta nelle divisioni
in massa ad attirare su Acclavio il biasimo del principe di Stron-
goli, incaricato di una missione speciale nel regno, che nel luglio
1812 reclamava al posto dell'Intendente reo di aver «maltrattato»
i nobili della provincia, un uomo «capace, attivo, senza pregiudizi
e di distinta famiglia»29.
In effetti la linea di Acclavio fu decisamente antifeudale e
suscitò opposizioni dure e spesso violente. A Laterza 30 il marchese
Perez-Navarreta reclamò presso Winspeare perché nell'ordinanza

28 II duca di Martina e il Marchese di Laterza, ad esempio, nella seconda


metà del Settecento affittavano periodicamente le loro difese di Selvapiana e di
Fragennaro a enti ecclesiastici e grossi proprietari di Gravina (A.S.Ba., Atti
notarili, not. Pietro della Nave voi. 16.782, f. 149 e voi. 16.784 f. 246; not.
Michele della Nave, voi. 9.787 f. 162).
29 N. Cortese, Memorie di un generale della Repubblica e dell'Impero , France-
sco Pignatelli principe di Strongoli, vol. I, Bari 1927, p. XXVIII.
30 Suppl. Boll. Comm. Feud., cit., n. 15, pp. 32-102.

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che lo riguardava erano stati esclusi tutti i particolari acquisiti


compiuti nella difesa di Fragennaro e in altri luoghi reintegrati
al comune, nonostante la esibizione di pubblici documenti. Dal
successivo rapporto di Acclavio è facile rilevare l'aspetto sostan-
zialmente cavilloso delle motivazioni addotte a difesa del suo
operato: alcuni titoli di acquisto del marchesato non erano stati
presi in considerazione perché il termine di presentazione era
ormai scaduto; per effetto del giudicato l'esame di essi, ove fos-
sero stati opportunamente presentati, apparteneva alla commis-
sione feudale e non a lui, semplice esecutore; tra i documenti
esibitivi ve n'erano alcuni che sarebbe stato inutile prendere in
considerazione perché sarebbero stati comunque giudicati inam-
missibili dalla Commissione. Fu una delle rare occasioni in cui
Winspeare fu costretto a riprendere il suo funzionario ricordan-
dogli i diritti del Navarreta e pregandolo di «ricevere gli stru-
menti, di discuterli e di pronunciare su' medesimi con una parti-
colare ordinanza» perché «questo appunto è nell'ufficio dell'esecu-
tore».

Proteste al Consiglio di Stato indirizzarono i baroni di Mot-


tola e di Avetrana. Quest'ultimo per mezzo di un «armigero»
impediva ai cittadini di esercitare gli usi civici nei fondi dichia-
rati aperti31.
Politica antifeudale di Acclavio, dunque, ma in funzione di
ben definiti interessi borghesi: la questione demaniale appare
infatti strettamente legata in queste zone all'attività armentizia
di molte famiglie benestanti. Sotto questo profilo molti episodi
di violenza acquistano un preciso significato di ferma imposizione
delle loro esigenze di classe. Il caso della stessa Laterza, con le
pretese di alcuni proprietari di chiudere i terreni demaniali co-
munali onde «far pascere coi loro animali senza contribuzione
alcuna»32, o di Mottola, dove un ricco proprietario locale fece
devastare il demanio di S. Antonio distruggendone i frutti e
impedendo il pascolo ai fittuari del comune per mezzo degli
animali dei suoi fidatari33, o di Martina e Palagianello, dove si
recintarono i terreni aperti per impedire ogni divisione34, sono

31 A.S.Le., Intendenza di Terra d'Otranto, Carte demaniali, fase. 374.


32 Ibidem, fase. 245.
33 Ibidem, fase. 502.
34 Ibidem, fase. 602 e fase. 368. Nonostante le disposizioni di Acclavio che
ordinò la demolizione dei recinti murati, nel 1813 a Martina i proprietari proce-
dettero a nuove chiusure.

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chiara espressione dello scontro di interessi tra gli antichi de


tentori del monopolio delle terre a pascolo e i nuovi proprietari
che, un tempo locatari delle difese feudali, ne reclamavano ora il
pieno possesso.
Un ruolo importante ebbero in questo scontro le amministra-
zioni comunali, gestite quasi sempre da elementi legati alle mag-
giori famiglie locali o da interessi o da vincoli di parentela. Il
problema fondamentale per quest'ultime, infatti, non era solo
quello di sottrarre al monopolio baronale vaste distese di terre,
ma anche quello di mantenerle unite, impedendone qualsiasi
divisione fra i coloni e i non possidenti, unica soluzione, del
resto, per una conduzione agricola fondata sulle attività comple-
mentari dell'allevamento non stanziale e della cerealicoltura
estensiva. Le deliberazioni decurionali riflettono quasi sempre le
pressioni dei grossi proprietari e sono proprio esse, molto spesso,
ad ostacolare il compimento di accordi vantaggiosi per i comuni
e l'elemento contadino. La condotta di Acclavio, prima lucida e
decisa, appare ora velleitaria o improntata ad una rassegnata
delusione. Una transazione con la duchessa di Martina, che offriva
una parte della sua proprietà in cambio dell'abolizione degli usi
civici su tutti gli altri suoi fondi, fu rifiutata dal decurionato di
Mot tola che «sembra nascondere sotto l'apparenza dell'utile pub-
blico il particolare interesse dei decurioni i quali essendo nella
maggior parte industriali di animali neri, cale ai medesimi di
avere i mezzi come ingrassarli, senza verun spesa di fida», come
s'espresse il Consiglio d'intendenza in una sua deliberazione a
favore dell'accordo35.
Proprio su questo punto, nella tutela cioè del latifondo e nel
rifiuto di ogni divisione demaniale, si attua una convergenza tra
gli interessi contrastanti dei vecchi e dei nuovi ceti possidenti.
Le deliberazioni decurionali diventano allora favorevoli anche
agli ex baroni che nella nuova veste di semplici latifondisti
riescono in alcuni comuni a conservare i demani perduti. E' il
caso di Faggiano dove l'ex feudatario mantiene il possesso del
territorio detto Monte o Serra con la correspansione di un
canone di 70 ducati e la riserva, in favore dei cittadini, dei diritti
di pascere, legnare e tagliar pietre36.
Sono queste, probabilmente, accanto alla lentezza della pro-

35 Ibidem, fase. 522.


36 Suppl. Boll., cit., n. 13, pp. 3-17.

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cedur a, le cause della mancanza di quotizzazioni nelle ordinanze


di Acclavio. Anche in questo campo la politica del Commissario
ripartitore pare improntata soprattutto all'appianamento dei
contrasti e al mantenimento delle situazioni di fatto col tempo
venutosi a creare. Così, mentre a Palagiano ricchi possidenti chiu-
devano con pareti il terreno migliore del demanio, a Francavilla
le quote assegnate al comune venivano lasciate a censo ai rispet-
tivi proprietari37.
In genere tutti i detentori di colonie furono mantenuti nel
possesso delle loro terre che, per le migliorie apportatevi, furono
escluse dalle quotizzazioni. Molto spesso non si trattava di piccoli
appezzamenti, ma di estese unità poderali occupate più o meno
legalmente38, che venivano in tal modo sottratte a ogni tentativo
di divisione. A Ginosa, per esempio, i fondi occupati da colonie
perpetue raggiungevano 115 carra e a Palagiano 40: il beneficio
accordato dalle disposizioni legislative ai terreni colonici diven-
tava anch'esso strumento nelle mani dei due ceti proprietari ai
danni di una classe contadina disgregata e frustata in ogni ten-
tativo di rivendicazione dei propri diritti.
La supplica dei bracciali di Ceglie il Io agosto 1821 contro
«l'opposizione dei ricchi proprietari e per conseguenza del decu-
rionato in cui dominavano» alle tanto attese quotizzazioni è
sintomatica del fallimento di ogni velleità di pacifica divisione
delle terre nel periodo francese e della delusione di una classe,
quella contadina, che della questione demaniale farà d'ora innanzi
l'oggetto dei suoi lamenti, lo scopo delle sue rivolte disperate.
In questo senso l'eversione feudale in Terra d'Otranto veniva
a chiudere il secolare contrasto tra ricchi borghesi e antica
nobiltà, sanzionando coi suoi principi e i suoi provvedimenti
l'ormai avviato processo di confluenza dei due ceti in un unico
fronte proprietario. Cominciava l'era dei «galantuomini», ma
se ne intravedeva già un'altra, quella delle lotte contadine in
Terra d'Otranto e nel Mezzogiorno in generale; una storia ancora
tutta da scrivere.
Luigi Masella

37 Molte colonie infatti non si trovavano stabilite ai termini della legge poiché
o non contavano il decennio, o non erano continue, o erano state estese in danno
del comune al di là di quelle che erano originariamente come a Mottola, A.S.Le.,
Intendenza di Terra d'Otranto, Carte demaniali, fase. 500.
3S A.S.Le., Intendenza, cit., fase. 128.

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