Sei sulla pagina 1di 12

VELOCITA’ E ATTESA

CAPITOLO 1: PERCEZIONE
Se c’è qualcosa che ritorna nell’opera complessiva di Virilio, è l’idea che la velocità sia oggi l’ultimo
assoluto, ciò che informa di sé tutte le manifestazioni del vivente, di ogni ordine e grado. È tale
assoluto a diventare l’oggetto specifico di una disciplina particolare, quella della dromologia, che
Virilio struttura a partire dalla constatazione che si stia perdendo mondo a causa del dilagare delle
dinamiche di velocificazione che portano gli eventi e gli enti a un niente. Le tecnologie di punta della
comunicazione e dell’informazione hanno come effetto quello della perdita relativa dallo spazio
tempo del mondo, del controllo dell’estensione e della durata. La velocità appare sempre più come la
vecchiaia del mondo. Jerome Sans nel 1987 di esprime a Virilio a proposito della dromologia: essa
o, se si vuole, la scienza o la logica della velocità è l’essenziale del mio lavoro, perché questo
problema della velocità è un elemento di entrata, una base di lettura del mondo contemporaneo, un
analizzatore impareggiabile delle sue situazioni politiche, strategiche, sociali e anche oltre. Noi siamo
in uno spazio di relatività, di non separabilità; l’immagine del tempo è quella dell’istantaneità.
Inventare un oggetto tecnico, una sostanza tecnica, fisica, fisico-chimica, significa inventare un
incidente specifico. Quindi, attraverso la produzione scientifica e tecnica di questi oggetti c’è la
produzione in negativo di sempre nuovi incidenti originali, rivelatori di una negatività particolare. La
tecnocrazia accetta di veder solo la positività del suo oggetto e dissimula senza posa l’incidente, senza
rendersi conto che l’abbiamo inventato noi stessi. È decisivo il confronto con le catastrofi artificiali,
riconoscendone la peculiarità, in particolare con quell’inquinamento dello spazio e del tempo, con
quegli incidenti che derivano da uno specifico rapportarsi del tecno-scientifico e dell’economico, di
segno capitalistico. Il potere di fascinazione delle immagini di raffigurazione video-computerizzata
entra di fatto in concorrenza con l’esperienza percettiva abituale, con quella che consente di vedere
la realtà presente. Il punto di vista che conta è sempre quello della macchina, Virilio è attento a
indicare un processo di effettiva destrutturazione/destabilizzazione complessiva della figura istituita
dall’umano, a partire dai diversi impatti delle velocità di corsa di differenti veicoli. La velocità è un
fattore di contrazione dello spazio e di una nuova modalità di porsi, del tempo. Il tempo corre: c’è
una corsa del tempo che mostra come l’ordine temporale tradizionale a cui è legato l’essere umano e
che si riflette nei suoi tempi misurati di riflessione e di decisione. Per afferrare al meglio tale
trasformazione si deve partire da quella che appare come la nostra abituale, consolidata, certa, visione
della realtà. È con l’invenzione dello spostamento a cavallo che si effettuano tutte quelle mosse di
una partita che ha come posta il sentire meno il nostro corpo animale: un sentire meno reso possibile
da un movimento che provoca la rimozione delle dimensioni del corpo territoriale. L’accelerazione
del movimento è l’effetto della paura ed è la fuga a provocare lo scarto brutale, l’imbizzarrimento
che il processo di continua acquisizione di velocità superiori disegna la curva di crescita
dell’angoscia. La nostra società è una società di corsa che bisogna saper bene analizzare quando si
pretenda di cogliere la dimensione strategica di quelle politiche vettoriali che contrassegnano le
differenti epoche. Particolarmente acuta è la rilevazione di una trasformazione cruciale che concerne
il rapporto con lo spazio, da intendersi nella modalità di una transizione da una relazione con lo spazio
individuato come dimensione stabile a un non rapporto con la realtà fisica. Gli effetti
dell’accelerazione tecnologica sulla realtà sociale sono di certo spropositati, hanno trasformato il
regime spazio-temporale, ossia la percezione e organizzazione dello spazio e del tempo nella vita
collettiva. La priorità naturale dello spazio sul tempo nella percezione umana sembra essere stata
invertita: nell’epoca della globalizzazione e della utopicità di Internet, il tempo viene sempre più
spasso percepito come qualcosa che comprime o annichilisce lo spazio. Lo spazio appare virtualmente
contrarsi per l’effetto della velocità dei trasporti e della comunicazione. La sensibilità di Virilio nei
confronti della città e del vivere urbano prende atto dal fallimento metropolitano, ovvero l’emergere
di nebulose urbane che testimoniano della crisi della configurazione abituale della metropoli come
fattore di assistenza nei confronti di una esperienza più frammentata. Il comparire delle grandi
nebulose urbane è visto come un processo che si accompagna naturalmente al delinearsi di una sorta
di geopolitica nucleare, con il suo permesso di distruzione. Accanto alle tecniche di costruzione va
posta la costruzione delle tecniche, cioè il composto di trasformazioni spaziali e temporali che
modificano le rappresentazioni dei territori. Urbanesimo significa tutto quello che raccoglie sistemi
di vero e proprio transfert, di transito, di trasmissione, configurati immaterialmente. L’architettura è
strumento di misura, un insieme di saperi situati che organizzano lo spazio e il tempo della società, è
la rilevazione di questa sua caratteristica a permettere a Virilio di individuare due procedimenti. Il
primo ha una natura materiale, è costituito da elementi concreti e ben ordinati ed è così che riesce lo
spazio geografico e politico; il secondo è immateriale ed è composto da rappresentazioni, messaggi,
non localizzabili in quanto destabilizzano il continuum spazio temporale della società.
Il tempo cronologico, storico, lascia il posto ad un tempo che è quello dell’esposizione istantanea: il
tempo è superficie e la durata si dà come supporto d’iscrizione. Con il recente avvento del giorno
elettronico, il prolungarsi della durata del giorno e della visibilità si accompagnava ad una
propagazione nello spazio ad un’estensione del continuum che annulla sia gli antipodi e le distanze
geografiche che gli angoli morti dell’ambiente costruito con la televisione a circuito chiuso. È
l’imperativo della massima velocità raggiungibile a costruire la base delle nuove modalità di
rappresentazione e di dominio del mondo, illuminato dalla velocità afferrata come luce. Ciò che a
Virilio interessa è che gli sviluppi tecnologici tendono a mettere in relazione gli esseri umani con una
realtà, uno spazio/temporalità differente da quella considerata sotto veste abituale, semplicemente
corrente, a velocità ridotta a constante. Se si considerano le specificità dei due tipi di mezzi di
comunicazione di massa con cui si ha a che fare: l’audiovisivo e l’automobile si può rilevare la
maggiore velocità del primo tipo rispetto al secondo. L’idea di Virilio è che la rivoluzione dei trasporti
sia di fatto la prima grande rivoluzione culturale dell’Occidente moderno: il potere dell’informazione
cresce allo stesso ritmo dell’informazione del potere, con i suoi servizi, quello civile e quello militare.
La velocità metabolica e la velocità tecnologica costituiscono i vettori del messaggio, l’informazione
si rivela come il prodotto finale di un tipo di illuminazione del reale, come per l’illuminazione
intensiva l’aumento della velocità di spostamento equivale all’oscuramento del senso. Il solo punto
che ci risulta difficile accettare è l’assimilazione, stabilita da Virilio, fra tre gruppi di velocità che ci
sembrano molto diversi:
1. La velocità a tendenza nomade o a tendenza rivoluzionaria;
2. La velocità regolare, convertite, appropriate dall’apparato dello Stato;
3. Le velocità restituite da un’organizzazione mondiale di guerra totale o di armamento ad
oltranza planetario.
Le cose sono andate così avanti che si può già parlare di un’automazione della percezione. Le scienze
sperimentali, le scienze esatte si sono costituite sulla prova attraverso l’esperimentazione di un uomo
che tramite i suoi occhi è testimone di tale avvenimento.

CAPITOLO 2: SOGGETTO
Virilio prende in considerazione quello della soggezione, all’interno di un contesto d’indagine che
può essere sintetizzato dalla formula del crimine perfetto perpetrato dai nuovi mezzi tecnologici di
informazione e comunicazione, che realizzano la risoluzione anticipata del mondo per clonazione
della realtà e sterminio del reale. La prospettiva dell’accelerazione dei processi operativi propri
dell’umano, riferibili allo sviluppo di veicoli tecnologici estremamente sofisticati, sembra confermare
la perdita di protagonismo, la privazione che dobbiamo sempre più patire. Siamo cioè vittime di
fenomeni che provocano una cecità relativa.
In l’Orizzonte negativo si legge a proposito dei mezzi di comunicazione di massa che essi esprimono
una progressione che vede il veicolo corporeo integrato nel sistema dromocratico costituito da veicoli
tecnologi e quest’ultimo assorbito a sua volta nell’organizzazione data dei mezzi di informazione,
nella quale si afferma la visione istantanea, dromoscopica, del mondo
In La velocità di liberazione, la ricerca di Virilio si concentra sulle conseguenze negative, per il
combinato psico-fisico umano, del progresso tecnologico che anima il dispositivo mediatico con il
suo effetto di stupefazione, della tele-realtà.
La legge del minimo sforzo, in ciò che reclama un diventare sempre più veloci al fine di evitare la
fatica che deriva dagli sforzi in generale di un essere umano che è prima di tutto massa corporea,
fisica, soggetta alla legge della gravità. È da quest’ultima che si pretende di liberarsi ed è possibile
farlo con la velocità, capace di economizzare/risparmiare la fatica.
Nel suo Saggio sulla stanchezza, si avverte il bisogno di indicare nelle giuste stanchezze, in ciò che
necessariamente lo precede, l’effettuarsi proprio di una crisi, di un trapasso, di un superamento.
La legge del minimo sforzo, regola l’accelerazione progressiva e inarrestabile, e rappresenta l’obbligo
a lasciare il corpo pesante ed evadere, a fuggire da tutto ciò che risulta essere ostacolato, fattore di
resistenza, gravità, causa di fatica. La formula di velocità di liberazione contiene l’indicazione del
prodursi odierno di un nuovo tipo di accelerazione, che libera dalla gravità, dalla forza di attrazione
terrestre, permettendo di volare, realizzando una specie di vertigine inversa che sconvolge la stessa
geometria prospettica. l’umano viene tradotto in un uomo-mondo nel momento in cui alla sparizione
della realtà esterna corrisponde la costituzione di un mondo interiore attraversato da sonde micro-
meccaniche. L’uomo contemporaneo diviene simile a un tetraplegico, attrezzato per poter intervenire
sull’ambiente senza spostarsi, ridotto a paralisi e privato delle sue principali prerogative in quanto
soggetto. La dromologia si articola come quella disciplina che tenta di comprendere, dopo la lotta
con
la gravità dei corpi, il conflitto della natura medesima con quella attrazione universale che ha
permesso alla specie di sopravvivere in tale direzione, essa affronta tutte le espressioni di quella
tentazione contro il vivente che si palesa nell’ingegneria genetica, nella fecondazione artificiale e così
via. La virtualizzazione può essere definita come il movimento contrario all’attualizzazione, consiste
nel passaggio dall’attuale al virtuale, nell’elevare a potenza l’entità considerata. La virtualizzazione
è un cambiamento di identità, uno spostamento del centro di gravità ontologico dell’oggetto in
questione, l’entità trova ora la propria consistenza essenziale in un campo problematico.

CAPITOLO 3: BUNKER
Il primo passo del lungo percorso della ricerca di Virilio è segnato dal confronto con l’architettura
del bunker. Virilio raccoglie i risultati di articolate analisi cartografiche e fotografiche che
evidenziano la sua sensibilità rispetto alle condotte militari e agli sviluppi dell’architettura in
generale, che costituiscono alcune delle dimensioni più rilevanti della sua produzione teorica e quelle
che le garantiscono un respiro ampio e un fattore reale di attrazione/seduzione intellettuale,
individuando nel bunker un vero e proprio campo di percezione, alla cui indagine arriva sostenuto da
un punto di vista fenomenologico. L’analisi del Bunker fornisce a Virilio uno stimolo decisivo alla
riflessione più approfondita possibile sulle trasformazioni odierne dello spazio militare, sulla base del
movimento primario della riduzione incessante degli ostacoli e delle distanze, che sfocia in un venir
meno della differenza tra lo stesso proiettile e il veicolo: si ha in effetti una sorta di contrazione
dell’arma-veicolo che si accompagna alla cibernetizzazione del sistema militare, dei suoi istituti e dei
corpi d’azione. Quello che colpisce delle pagine sul Bunker è la delineazione/rilevazione precisa di
un pensiero della guerra centrato sulla dinamica del combattimento che tende a contrarre il mondo,
ad accompagnare l’esplodere delle bombe con l’implodere del territorio, raccolto e sintetizzato in
quelli che sono i suoi luoghi di manifestazione di violenza piena, aperta. Nel tempo della
mobilitazione totale e della guerra lampo, la forma del monolite Bunker avverte un disegno
dell’esistenza umana che porta con sé la valorizzazione di una architettura della sparizione.
Nell’Ottocento si delinea l’estetica della sparizione che succede a quella dell’apparizione. L’estetica
viene messa in movimento: oggi si dovrebbe dire messa in moto, anche nel senso di una evidente
motorizzazione dell’impresa artistica, in ragione del ruolo incisivo e pervasivo. Il rimando è al
fotogramma cinematografico, con alle sue spalle l’invenzione della foto istantanea, all’affermazione
gloriosa del cinema, fino alla velocità delle ventiquattro immagini al secondo del film. L’antiriforma
sorge quando due figure vengono avvicinate, con i loro campi esterni, in un processo che porta alla
generazione di un’altra figura. Lo sforzo di partenza di Virilio è quello di non credere mai ai propri
occhi, di rifiutare l’ordine abituale delle forme, per percepire il mondo alla rovescia, per porre in
primo piano l’impossibile, quell’invisibile che si presenta con le sue singolari figure e la sua
trasparenza, relegando le materie definite. La privazione sensoriale, che ci rende sempre più ciechi
rispetto alla stessa varietà delle fonti di informazione. È questa deprivazione che sta alla base di una
vera e propria cultura della desertificazione, che appare ben sostenuta dal nostro modo di percepire il
mondo. La civiltà dromocratica è contraddistinta dal suo lanciarsi nella corsa di un’accelerazione
storica senza alcun freno, nell’affermazione dell’imperativo d’emergenza di una crescita smisurata,
il cui consumo di energia è diventato a poco a poco l’argomento per una vera e propria difesa pubblica
del suo treno di vita. Il turbocapitalismo del mercato unico porterà all’accidente integrale
dell’economia-mondo, alla bomba di un involontario crac-test, i cui sintomi continuano a susseguirsi
dal quel famoso Big Bang prodotto dall’interconnessione del program-trading delle Borse
internazionali. Virilio sottolinea la situazione effettivamente critica in cui si trova un’umanità che
non
potrà che fare i conti con una crescita sconsiderata in materia di urbanizzazione, di motorizzazione e
quindi di consumo di energia, con le ricadute inevitabili sul piano dell’inquinamento atmosferico e
delle sue pandemie. La dominante del quadro odierno di civiltà è quella dell’aumento della domanda
di trasporto che conferma a suo modo l’importanza di prestare maggiore attenzione alla questione dei
tragitti: OGGETTO, SOGGETTO, TRAGITTO. L’accidente della dromosfera d’accelerazione della
realtà provocherà la fusione del crac-test del capitalismo e del crash-test di un auto-immobilismo che
conduce dritto al disastro di cui la cosmologia implosiva del black hole rappresenta la premonizione.
In breve: il tempo reale dell’accelerazione sostituisca l’estensione dello spazio reale delle nozioni e
che l’individuo contemporaneo sia di fatto vittima spesso consenziente di un macchinario gigante che
riduce i suoi spazi di autonomia. L’accidente contemporaneo del progresso della Big Scienze è
l’accidente di un tempo ucronico, quindi quello che investe ogni utile futurologia.

CAPITOLO 4: ARTE
La squalifica dell’umano è un tema che si ritrova trattato con particolare cura nello studio su La
velocità di liberazione, nel quale si prende atto del progredire inarrestabile di un movimento di
condizionamento strumentale dei comportamenti e dei pensieri dei soggetti. L’approccio
dromologico mette a fuoco quella problematicità che si esplicita attraverso l’individuazione della
complessità attuale dei processi di soggezione e soggettivazione. Quello che può interessare è
l’articolazione dell’estetica della sparizione in relazione all’affermazione dell’arte motorizzata,
componente significativa di un paesaggio mediatico nel quale i protagonisti tradizionali e i loro rituali
appaiono come minimo ridimensionati, affievoliti. La produzione delle immagini sempre più
spettacolari conduce ad una marginalizzazione crescente degli artisti che operano con tecniche di
rappresentazione differenti da quelle specifiche dell’arte motorizzata. È significativo che l’arte
contemporanea appaia spesso come uno stimolo appropriato per una proliferazione, ai limiti della
chiacchiera e forse anche oltre di discorsi di taglio filosofico, sociologico, psicologico e così via.
Bisogna pensare all’arte motorizzata, alla video-arte in specie, come ad una sperimentazione artistica
sostenuta da una tecnica di rappresentazione, accanto ad altre, in misura da restituirla a un soggetto
pratico che la riconosca come mezzo di espressione, tenendo lontana ogni volontà di semplificazione
o di eliminazione. Levy insiste sul fatto che lo sviluppo di nuove forme d’arte non può che essere
favorito da un ambiente tecno-culturale capace di trasformarsi con grande rapidità. L’arte del
cyberspazio si caratterizza come articolazione di processi aperti, come pratica creativa di in un
ambiente vivente di cui i molti sono coautori. Si dà la possibilità concreta che un cervello collettivo:
dei collettivi di sensibilità e di cognizione, in virtù delle progressioni delle tecnologie di
comunicazione e informazione, possano dare corpo a dinamiche di invenzione continua. L’ambiente
elettrico dell’artista mette in comune segni, affetti, pensieri, ma non si limita a porsi come terreno di
distribuzione di prodotti artistici: i gruppi, le comunità, che lo attraversano sono autori di pratiche
espressive. Queste ultime non sono afferrabili senza una comprensione minima della loro qualifica
comune, che stimola ad approfondire un modo nuovo di intendere ciò che si definisce come autore.
L’idea è quella di rinvenire nell’arte una possibilità di rifiuto netto nei confronti di pratiche di
comando sulle attività produttive, cioè una figura di criticità reale connessa alla collocazione
materiale che i soggetti hanno nel movimento della costituzione sociale. È il tema della costruzione
di un’eccedenza d’essere a sostenere con i suoi sviluppi un’idea dell’arte come espressione di potenza
e di etica, come una specie di geroglifico della potenza che rinvia all’immaginazione e alla capacità
d’inventare e di creare. L’energia psichica e fisica, spirituale e corporea è l’alimento principale di una
produttività che investe la totalità dell’esistenza e muove contro il potere di ciò che è passato, morto.
Si può pensare ad una eccedenza d’essere che si concretizza nel valore costruito dell’arte. L’arte ha
il grande potere di rimandare all’atto creativo che la costituisce, al lavoro, al di là poi delle stesse
articolazioni tecniche che ne consentono la riproduzione. Lavoro liberato vuole dire lavoro non
assoggettato/assertivo/sfruttato, espressione di stimolando a lasciarsi investire dall’eccedere, a
sviluppare nuovi significati, sovrappiù dell’essere. Bella è la produzione di essere nuovo che esprime
la capacità della potenza di lavoro, nella sua qualifica sociale, di rifare mondo oltre i vincoli specifici,
le obbligazioni, i comandi della dogmatica imperante su un piano concreto; l’attività artistica è
determinazione importante, perché informa sul fatto che l’arte non può vivere che dentro un processo
di liberazione. L’arte è sempre democratica. Quello che accomuna molti studiosi e artisti è la
convinzione che sia decisivo riscoprire le dimensioni collettive della produzione della libertà e del
bello come eccedenza d’essere, per ampliare il complesso delle potenzialità artistiche nel momento
in cui lo si avverte come importante per uscire da un presente caratterizzato dal primato delle
categorizzazioni negative della legge, della carenza, della castrazione. Il novecento è stato un secolo
ricco di testimonianze artistiche accompagnate dalla consapevolezza del primato di una dominante
esistenziale raffigurata in senso negativo: ha fatto capolino una sensibilità poetica capace di delineare
processi di fuori-uscita da contesti di vita dolorosi, avvilenti, angoscianti. Ciò ha tra i suoi presupposti
essenziali quello della progressione tecno-scientifica, che si manifesta oggi in modo evidente
all’interno le dinamiche della cooperazione produttiva, che tengono assieme il motivo delle
metamorfosi antropologiche, delle trasformazioni dei nostri assetti e delle nostre configurazioni di
soggetti di sapere e la delineazione di pratiche di investimenti etico, sollecitato da un’eccedenza di
conoscere che va al di là, spinge per andarci, delle istituzioni tradizionali del fare cultura. L’arte era
il problema della relazione dell’uomo con il suo milieu, da cui viene ora la contestazione non solo
dell’umano ma anche della natura. Quindi la sparizione dell’arte è stata contemporanea alla sparizione
dell’uomo. Riafferrando il filo del ragionamento sull’eccedenza d’essere e al suo concretizzarsi
nell’impresa artistica, si può anche cercare d’individuare negli stessi eventi artistici qualcosa che
contiene in sé la promessa di nuovi spazzi-tempo: rispetto e contro a delle logiche che spingono verso
l’obiettivo del non farci più credere al mondo, di rompere il rapporto che abbiamo che possiamo
tentare di riavere la pratica artistica rivela una carica eversiva decisiva perché ricollega l’uomo a ciò
che vede e sente. L’arte fornisce, nel mondo intollerabile delineato dallo sviluppo capitalistico, una
ragione molto speciale per credere alle possibilità di continuare a realizzare eccedenza d’essere, di
generare corpo. Quello che vale è l’affinità tra l’opera d’arte e l’atto di resistenza. L’atto di resistenza
ha due facce. È umano ed è anche l’atto dell’arte. Soltanto l’atto di resistenza resiste alla morte, sia
sotto forma di opera d’arte, sia sotto forma di una lotta degli uomini. Nelle società antiche, dai Greci
in poi, dove le frecce e la cavalleria erano esempi di velocità, si trattava del potere relativa, come
nella dimostrazione per assurdo del filosofo Zenone di Elea, per il quale la velocità della freccia è
zero poiché la stessa è immobile in ogni punto del suo tragitto. La velocità era un potere relativo al
cavallo. Oggi il potere non è dato dalla velocità relativa, ma è legato alla velocità assoluta, cioè alla
velocità della luce. Internet, le telecomunicazioni, la telematica sono l’altro aspetto della velocità
assoluta. Si può democratizzare il potere relativo della velocità relativa. La nostra credenza può avere
come unico scopo la carne, abbiamo bisogno di ragioni molto speciali che ci facciano credere al
corpo. Abbiamo bisogno di un’etica o di una fede, e questo fa ridere gli idioti, un bisogno di credere
a questo mondo qui, di cui gli idioti fanno parte.
CAPITOLO 5: PROTESI
La ripresa del motivo delle protesi per handicappati motorizzati, delle vetture automobilistiche, di cui
si inizia ad assaporare l’auto da sé, in una direzione che va verso l’affermazione delle piccole vetture
elettro-mobili, consente a Virilio di sottolinearne il progressivo venir meno, il tramonto cioè del regno
dell’autonomia dell’auto-mobilità domestica a vantaggio del trasporto comune a grande velocità.
Virilio richiama il World Wide Web, soprattutto nel momento in cui la sua attenzione è catturata da
ciò che consente la generazione di una comunicazione istantanea di dati rapportabile ad una sempre
più evidente dislocazione spaziale rispetto al protocollo temporale di accesso telecomunicazionale, a
quello che permette di connettere messaggi trasmessi istantaneamente a distanza. Virilio giunge a
dire l’affermazione prepotente del complesso informativo e metropolitico al posto di quello
industriale e politico, fondato sull’onnipotenza della velocità assoluta del veicolo segnaletico, delle
onde elettromagnetiche. È importante prendere in considerazione un altro tipo di interpretazione dello
sfruttamento del tempo che ha di mira le misure terrestri e che assumo come premessa critica di una
sensibilità ecologista radicale. L’automobile è un oggetto originariamente di lusso, poi svalutato dalla
sua progressiva e ampia diffusione, ma che resiste ideologicamente alla sua perdita di valore:
l’automobilismo di massa materializza un trionfo assoluto dell’ideologia borghese al livello della
pratica quotidiana: fonda e sostiene in ognuno le credenze illusoria che ogni individuo possa prevalere
e avvantaggiarsi a spese di tutti. L’automobilismo offre l’esempio contraddittorio di un oggetto di
lusso che è stato svalutato dalla sua stessa diffusione: il mito del piacere e del vantaggio
dell’automobile persiste mentre i trasporti collettivi dimostrerebbero una superiorità eclatante.
L’industria dell’automobile arriva al risultato prevedibile che tutti vanno più lentamente del più lento
di tutti, a una velocità determinata dalle semplici leggi della dinamica dei fluidi. L’automobile diventa
il più schiavo, imprevedibile e scomodo di tutti i veicoli: potete scegliere un’ora stravagante per le
vostre partenze. L’universo urbano e quello suburbano sono organizzati in funzione dell0automobile
e l’alternativa a tale realtà non può che essere globale, nel senso che non è più sufficiente fornire alle
persone dei mezzi collettivi di trasporto. Nessun mezzo di trasporto veloce e di evasione compenserà
mai l’infelicità di abitare una città inevitabile, di non sentirsi a casa propria da nessuna parte, di una
città inevitabile, di non sentirsi a casa propria da nessuna parte, di passarvi soltanto per lavorare o per
isolarsi a dormire. La disposizione dello spazio continua la disintegrazione dell’uomo cominciata con
la divisione del lavoro in fabbrica. Si parte dal riconoscimento che proprio la velocità e la portata
crescente dei processi di urbanizzazione hanno trasformato, l’esistere dei soggetti. Rivendicare il
diritto alla città significa rivendicare una forma di potere decisionale sui processi di urbanizzazione e
sul modo diretto e radicale. Le città sono nate come concentrazioni geografiche e sociali di un surplus
produttivo. L’urbanizzazione è sempre stata in un qualche modo un fenomeno di classe, dal momento
che tale surplus si è sempre dovuto ricavare da qualche parte e da qualcuno, mentre il controllo sul
suo uso è sempre rimasto nelle mani di pochi. Il capitalismo si fonda sulla continua ricerca di
plusvalore. Per produrre un plusvalore i capitalisti devono produrre un’eccedenza di prodotto. Questo
significa che il capitalismo produce di continuo il surplus produttivo di cui l’urbanizzazione ha
bisogno. Il capitalismo ha bisogno dei processi urbani per assorbire l’eccedenza di capitale che
produce in continuazione. Una particolare attenzione va portata agli impulsi del cambiamento che si
manifestano negli agglomerati urbani e che possono tradursi a volte in idee, ideali e movimenti
rivoluzionari: sono i soggetti che concorrono alla produzione reale della vita urbana a potere far valere
il diritto ad una città all’altezza dei bisogni di una esistenza degna di essere vissuta e del desiderio di
una politica urbana alternativa diversa da quelle tradizionalmente sviluppate. Dal momento che il
processo urbano ne rappresenta un importante canale di assorbimento, il diritto della città si
costituisce con l’instaurazione di un controllo democratico sulla distribuzione di tale eccedenza
attraverso l’urbanizzazione. Un ulteriore innovazione è consistita nella creazione di nuovi organismi
di controllo che integrino l’interesse pubblico e quello privato e che garantiscano che il controllo
dell’erogazione del surplus, esercitato dall’apparato statale, finisca sempre per favorire il grande
capitale e le classi superiori nella formazione del processo urbano. Gli spazi eterotopici sono il terreno
di coltura delle lotti sociali. Harvey ricorda come Lefebvre mantenesse, nel suo libro sulla rivoluzione
urbana, l’idea di eterotopia in tensione con quella di isotopia e di utopia come desiderio di
espressione.
L’intero sistema capitalista di accumulazione perpetua deve essere rovesciato e sostituito.
Rivendicare il diritto alla città è una tappa verso questo obiettivo. In Gorz c’è la consapevolezza che
l’esigenza in prima battuta etica di emancipazione del soggetto non possa che richiamare una critica
radicale, a livello teorico e pratico, del capitalismo capace di cogliere le ragioni essenziali di una
politica di segno ecologista: la tecno-critica la valutazione in positivo delle tecnologie aperte, va
assunta e registrata come elemento fondamentale di un’etica della liberazione collegata alla critica
del capitalismo. Virilio è attento a segnalare ciò che fa presupporre come possibile tale esigenza di
riscatto, vale a dire l’insopportabile riduzione progressiva dello spazio che porta a non esserci per
nessuno, a non poter concretamente esserci. Particolarmente stimolante è la constatazione che l’unico
habitat offerto alle giovani generazioni sia ormai quello ristretto di uno spazio istantaneamente
accessibile. L’anima e il corpo sono incarcerati, prigionieri: l’anima è reintrodotta, oggi dentro il
corpo, assoggettato a sua volta dalle dinamiche/logiche di sfruttamento di qualsiasi territorio. La
parola d’ordine non può che essere quella della liberazione di una accelerazione che conduce alla
sovradeterminazione cadaverica del corpo vivente. Il carattere automatico equivale a negare le
capacità di ragionamento e dunque qualsiasi politica a vantaggio di sistemi di informazione e di
decisione transpolitici, destinati a salvare le apparenze della pace in una dissuasione popolare che
completa quella dei mezzi di dissuasione nucleare. Virilio analizza i processi della dissociazione
neoliberale è il rilancio della sua indagine su quello che sempre trascorre più velocemente, il che
comporta che alla geopolitica succeda una crono-politica, un prevalere dell’intensità sulla estensività.
Al posto dell’invenzione politica di una pace relativa, si presenta quell’inversione transpolitica
condensabile nell’idea di una guerra relativa, di innumerevoli conflitti che ripetono la dominante di
una sorta di guerra del tempo propria di una intensività di fatto irrappresentabile. Il carattere endemico
della guerra reattiva, con il suo effetto di logoramento della figura del militante-militare, si esalta in
quell’estendersi della dissuasione che altro non è che la strategia della guerra stessa. L’idea di tutta
questa riflessione è di rinvenire in una destabilizzazione continua delle strutturazioni in senso assoluto
della dissuasione a causa dell’avvento di un’economia di guerra. Dissuadere a tutti i livelli
consisterebbe nell’estendere il regime della guerra pura all’insieme delle attività produttrici nella
prospettiva escatologica e postindustriale del non sviluppo delle forze produttive, contaminazione del
pensiero politico, ma anche di un discorso scientifico impegnato nella negatività, di cui certe pratiche
di controllo militare delle risorse intellettuali indicano già l’estrema perversione.

CAPITOLO 6: CORPI VIVENTI


C’è una grande situazione agonistica che rimanda a un indebolimento evidente, di qualsiasi disegno
politico. Il modo di distruzione può essere afferrato anche sotto veste di una particolare espressione
di ciò che si può intendere come capitale fisso, calato nel mondo reale e nel corpo vivente della forza-
lavoro contemporanea, che si presenta come contenitore delle funzioni specifiche di mezzi produttivi
considerati di conoscenze, saperi codificati, grammatiche generative ed esperienze variegate. È utile
la ripresa di analisi che insistono su tale punto, sul modello del capitalismo odierno, vale a dire quello
che mette una essenziale qualifica del corpo della forza lavoro, del corpo vivente. Il capitale fisso
umano non è del lavoro morto oggettivato, servito o messo in opera dal lavoro vivo. Esso è della
stessa natura del lavoro vivo. Virilio è molto attento a tale eccedenza e ciò emerge quando coglie una
possibilità d’intesa tra i poteri del nostro tempo, i vari neotribalismi, di fronte al rischi non calcolato
di una avversità interna si manifesta in modalità che poi risultano complici degli interessi dominanti
che stanno alla base della delineazione dei nostri contesti di vita, ma può risultare stimolante
richiamarne la forza di oscillazione, di relativo scuotimento degli ordini mentali e del complesso delle
abitudini date: prende corpo tra le quali spiccano l’improbabile apparizione delle conoscenze, una
produzione scientifica capace di favorire la realizzazione di armi nuove o utilizzabili da chiunque, in
ogni momento e dovunque nei riguardi delle conoscenze che si concretizza in situazioni sempre più
critiche, di difficoltà della stessa crescita economica a debito, drogata dal credito e dalla finanza, le
quali si riverberano di ogni ordine e grado, e dell’intelligenza politica, nelle sue
manifestazioni/articolazioni. La chiusura della riflessione sull’orizzonte negativo è esemplare. La
partecipazione, l’arruolamento di ognuno avviene nella conversazione di masse costrette ad adottare
la fede nucleare, la speranza della salvezza delle prestazioni distruttive assume il ruolo di un focolare
comune, cratos di una città transpolitica, privata al tempo stesso di territorio e di corporeità, che si
costruisce il regime della legge, in un atto di fede. Nell’abilità e nella prontezza di spirito con cui
ricava con irrisoria facilità la soluzione vincente proprio da ciò che non funziona, ha per certi versi
qualcosa in comune con l’americano. Ciò che colpisce è lo sguardo critico nei confronti della
tendenza
della tracotanza tecnica di strumenti che in effetti non possono fare altro che rompersi: sguardo che
si dirige verso il protagonista della corporeità, stimolato da quelle stesse macchine in cui l’essere
umano può riscoprire la sua sensibilità e la sua immaginazione, in una loro singolare affermazione
che arriva a prendersi come espressione della libertà di questa vita, di questa esistenza dei differenti
mondi di vitalità che si dischiudono come nel caso dello stravagante utilizzo di un motore di
motocicletta quale montapanna in una letteraria napoletana. È la fenomenologia della porosità
mediterranea che riesce a tenere insieme il vivente e il positivo, il festivo e il feriale. La vita privata
è frammentata, porosa e discontinua. È il territorio a implicare l’emergere di qualità sensibili pure,
sensibilità che smettono di essere funzionali e diventano dei tratti di espressione, rendendo possibile
una trasformazione delle funzioni. È a questo punto che si può operare un collegamento con le
immagini Benjaminiane, soprattutto quelle di città, di carattere autobiografico, nel momento in cui il
vivente espressivo trova nel sistema territorio-casa il modo di formare costrutti di sensibilità, delle
sensazioni, su un piano di composizione che permette di fare i conti con il caos. I composti di
sensazioni deterritorializzano il sistema dell’opinione, i principi positivi della messa in ordine, di ciò
che presiede alla raccolta delle percezioni e affermazioni dominanti all’interno di un ambiente
naturale, storico e sociale. Il piano di composizione trascina la sensazione in una
deterritorializzazione
superiore, facendola passare attraverso una sorta di dequadratura che la apre e la fede su un cosmo
infinito. L’accumulazione delle merci, realizzate per lo spazio astratto del mercato, ha dissolto
l’autonomia e la qualità dei luoghi, sopprimendo la distanza geografica per raccoglierla interiormente
sotto veste spettacolare. L’unificazione dello spazio vale come gigantesco processo di banalizzazione,
espressione del potere di omogeneizzazione dell’organizzazione economico- materiale, che assicura
la generalizzazione della equi-valenza. L’urbanesimo è la presa di possesso dell’ambiente naturale e
umano da parte del capitalismo che può e deve ora rifare la totalità dello spazio come suo proprio
scenario. L’urbanesimo si mostra come tecnica della separazione, indispensabile per la risoluzione
del compito decisivo della salvaguardia del potere di classe all’interno di una situazione storica che
ha visto il concretizzarsi di condizioni urbane che riuniscono lavoratori che vanno in ogni caso
mantenuti nella posizione della atomizzazione. Il capitalismo odierno si presenterebbe come un
capitalismo di iperproduzione. Il marketing è ora lo strumento del controllo sociale e forma la razza
impudente dei nostri padroni. Il controllo è a breve termine e a rapida rotazione, mentre la disciplina
era di lunga durata, infinita e discontinua. L’integrazione del sistema deve recuperare gli individui
isolati in quanto individui isolati insieme. l’urbanesimo pretende di costruire dei territori
programmati, sulla base di condizioni di habitat e di controllo spettacolare, che si fanno forti di
progressioni tecnologiche importanti. Nelle città nuove sono le forze dell’assenza storica a
riaffermare il carattere esclusivo della loro presenza, nel momento in cui la storia non vi è stata ancora
liberata.

CAPITOLO 7: INTERSTIZI
Gli interstizi tra e persone, tra le cose, tutte quelle configurazioni che si concretizzano tra i corpi e tra
le forme. È la trama della relazione che scompare in una visione del reale che precipita da una forma
all’altra, dimenticando l’entre-monde, rimuovendo tutto quello che appare come poco definitivo,
organizzato, identificato, in una parola: sformato. Si rischia di risultare sempre fuori tempo massimo
nella corsa attuale di un modo di vivere che rende obsoleto l’ordinamento temporale a cui è legato
l’umano, con i suoi tempi di riflessione e di decisione. Il tempo delle macchine, nel dominio del
digitale, si allontana velocemente da quello umano. La corsa tecnologica delinea un oltremondo
rispetto a quello tramandata, con un particolare spazio-temporalità caratterizzata da processi di
disanimalizzazione che arrivano a investire la stessa macchina, in via di miniaturizzazione a favore
del protagonismo eccitato degli istanti dell’informatica e della telematica. Il mondo si assenta intesa
come rappresentazione. Virilio evidenzia le convulsioni di quell’architettura urbana che mette le
banche dati al posto delle porte tradizionali, tracciando delle piste di scorrimento e di eccitazione
crescente che ridimensionano lo spazio concreto a favore di un progetto di resa diversamente
temporale dell’esistere in cui è l’interfaccia uomo/macchina a valere, ad avere realmente significato.
Gli sviluppi tecnologici mettono in relazione gli esseri umani in modalità che sono lontane dallo
spazio-temporalità del passato, quella tradizionale. Il processo di informatizzazione del nostro pianeta
indica il consolidarsi di un orizzonte mediatico in cui è problematico collocarsi. Si realizza una perdita
di localizzazione: sparisce progressivamente la realtà e le nuove tecnologie si rivolgono direttamente
e senza incertezze alla dimensione del corporeo, consumando la fase biologica dell’esistenza
senziente. È in questa ottica che si presenta l’immagine ideologicamente squilibrata di un corpo
impuro, mutante, rivolta a trovare la nuova carne di una metamorfosi antropologica. L’attenzione va
prestata alle piccole sacche di caos annidate negli interstizi della visione pubblica e privata, riferita a
quella vecchia carne che può essere soppiantata dalla nuova, nel concretizzarsi di un potenziale di
avventura e di verità creativa. Si è in definitiva fatti per contaminare con la conseguente
modificazione di noi stessi dovuta al nostro ammalare la vita e tale immagine si collega
all’animazione tecnologica di un corpo che risulta essere vittima di una invasione devastante del
proprio spazio interno. La fenomenologia della mutazione che viene a delinearsi si esplicita a livello
filmico, di immagini che si separano dei corpi, ma anche in ciò che continua a penetrarvi. Rispetto
alla visione tradizionale di ciò che appare come reale, si può dire che il suo supporto tecnologico è
all’altezza dei suoi sviluppi sono veste di vero e proprio campo di battaglia all’interno del quale
prende soprattutto corpo la dinamica che spinge alla desertificazione, verso la sparizione; il suo
dimensionarsi politico e civile, è di un certo impegno riproporre l’attualità di un esistere che non
consiste in ciò che stiamo diventando. L’invito a distinguere il presente dell’attuale, da intendersi
come l’adesso del divenire: l’attenzione va prestata alla molteplicità del divenire che attraversa la
nostra vita. Il divenire è sempre duplice, ed è questo doppio divenire che costituisce il popolo futuro
e la nuova terra. Si potrebbe anche dire che di fronte all’idea della visione come campo di battaglia
la reazione sarebbe quella di assumere tale qualifica per riportarla sul terreno dei processi di
individuazione, che risultano sempre come qualcosa di quantitativo, riferito alla molteplicità dei
tempi e degli spazi concretizzati e delineati da dinamiche aperte di relazione, d’incontro. Scrive
Deleuze: “In quanto procedimento modale, l’individuazione, in Spinoza, è sempre quantitativa. Ma
vi sono due individuazioni assai differenti: quella dell’essenza, definita attraverso la singolarità di
ogni grado di potenza come parte intensiva semplice, indivisibile ed eterna, quella dell’esistenza,
definita attraverso l’insieme divisibile di parti estensive che effettuano il rapporto eterno di
movimento e di quiete nel quale l’essenza del modo si esprime”. Il modo si costituisce a partire della
composizione di parti estensive, di una infinità di esse che entra sotto un determinato rapporto che
contraddistingue appunto una certa essenza di modo. L’uomo è una variabile nel senso che come
diviene la storia, così lui stesso diviene. Si apre la possibilità di pensare a una pluralità di assoluti; si
dissolve un assoluto della storia in cui tutto si compie: una storia come principio e fine del divenire
umano.
CAPITOLO 8: L’IO ALLENTATO
Spesso mi ritrovo a confrontarmi con due idee sulla facoltà che la tecnica ha di metamorfosare
l’umano. Innanzitutto quella di Benjamin: essa mi appare attenta a sottolineare come alla base dello
sviluppo della macchina ci sia la potenza del corpo, da qualificarsi socialmente e in grado di
esprimersi differentemente anche grazie alla stessa dinamica della progressione tecnologica.
L’attenzione di Virilio si rivolge alle dinamiche di assoggettamento, nel rapporto con la tecnica di
segno fondamentalmente critico-negativo, della tendenza alla derealizzazione generale che
caratterizza i processi di tecnicizzazione spinta dei nostri universi di esistenza, lasciando più spazio
alle figure deprimenti, avvilenti/mortificati, di una soggezione senza scampo. Benjamin prende atto
come le quotazioni dell’esperienza stiano precipitando in un paesaggio in cui nulla era rimasto
immutato se non le nuvole e al centro, in un campo di forza di flussi distruttivi ed esplosioni, il
minuscolo, decrepito corpo umano. Lo spazio corporeo svincolato dal corpo umano, diventa un vero
e proprio spazio immaginale, da intendersi come dimensione specifica di una esperienza espropriata,
della disfatta di un corpo in via di sparizione. La ricerca di vincoli o certezze ha l’effetto di realizzare
stili disparati e di variopinte concezioni del mondo, di Weltanschaugen, che risulta deprimente da
indurre a ritenere più dignitosa una franca ammissione di povertà, forse come stimolo ad un nuovo
inizio. È convinzione di Benjamin che la tecnica stia organizzando per il collettivo una sorta di nuova
physis, in cui il corpo e lo spazio immaginativo potranno compenetrarsi in modalità rivoluzionarie.
Tale spazio sarà quello corporeo in grado di riprendere al suo interno la physis collettivamente
articolata dalla tecnica. Alla base di tutto questo sta la cruda dinamica del disassemblamento che porta
alla luce forze reali, affezioni, nelle modalità dell’incontro e dello scontro. Benjamin tiene insieme il
carattere distruttivo della tecnica e il suo potenziale di liberazione. La tecnica può trasformare gli
affetti più originari, le angosce e i desideri degli uomini che esprime una vitalità tale da stimolare una
esperienza non devastante dell’universo. Tra gli esempi Benjaminiani di un modo positivo di
rapportarsi a un mondo non trasfigurato fantasmagoricamente, quello che colpisce è il rimando a
Mickey Mouse, a Topolino, considerato come concretizzazione del sogno di una tecnica mimetica
non estraniante. È il motivo dell’allenamento dell’io, svolto in termini fenomenologicamente critico-
negativi, a riemergere nella dromologia di Virilio. La prospettiva dell’accelerazione dei processi
operativo-percettivi propri dell’umano, rimandata allo sviluppo di veicoli tecnologici sofisticati,
costituisce una conferma palmare dell’estendersi di una dinamica che si accompagna a pratiche di
privatizzazione sensoriale, in una perdita di protagonismo che sembra rendere irrealistica qualsiasi
pretesa di arrivare ad una qualche padronanza nei riguardi di ciò che è accaduto e sta ancora
accadendo. La grammatica del vedere permette di afferrare minimamente ciò che il nostro modo
corrente di visualizzare tende a emarginare. L’analisi del particolare meccanismo generativo delle
visioni può stimolare un supplemento di riflessione, di segno filosofico. La condizione
cinematografica è considerata decisiva per il supplemento del dualismo tra immagine e movimento,
tra coscienza e cosa. Importante è poi la progressione che allontana l’immagine dal corpo, soprattutto
quando la si colga in termini diversi da quelli della rappresentazione, con le sue esigenze, per
ricollegarsi alla concettualizzazione proposta dalla Logica della sensazione, in cui si sostiene che la
pittura deve muoversi, se vuole sottrarsi alla presa della figurazione tradizionale, o verso la forma
pura, smarcandosi da tutto ciò che la connette a rapporti spazio-temporali e psicologici. Contro la
resa
patologica della nostra fantasia, della nostra sensibilità e della nostra intelligenza, attrezzata
tecnicamente, sono urgenti pratiche criminali proprio nei confronti di tutte quelle affermazioni del
valore del niente che appunto nulla vedono al di là della consumazione della fase biologica
dell’esistenza senziente che può essere tradotta e quindi tradita nel senso di un rilancio dei potenziali
di trasformazione, di metamorfosi, presenti nel nostro esistere come esseri costitutivamente di
fantasia.
CAPITOLO 9: IL NEGATIVO TECNICO
L’interesse di Cronenberg alle trasformazioni del corpo è accompagnato da una riflessione sul
dispositivo istituzionale indicato come fattore di determinazione di confini precisi del sociale il
regista
canadese afferma che è proprio questo che mi affascina delle istituzioni. Un0istituzione è come un
organismo in cui alle cellule corrispondono le persone. La parola corporazione significa corpo,
vivono
e muoiono, hanno una loro vita propria. La gente è affascinata dalle piccole sezioni della CIA, che
potrebbero svilupparsi separatamente dal corpo della CIA. Il caos equivale alla distruzione. Il corpo
a corpo con i dati biologici dell’esistenza umana ha come suo scopo quello di accompagnare al meglio
l’articolazione di una dinamica di mutazione che si qualifica in senso mass-mediatico, mantenendo
la convinzione che l’ambito del corporeo sia rappresentabile. L’analisi sviluppata da Virilio ai
processi di tecnicizzazione della polimorficità corporea, il sacrificio o, se non si vuole troppo
drammatizzare, la semplificazione più rapida e produttiva. Ciò entra a far parte in maniera decisiva
delle pratiche di soggettivazione, della realizzazione stessa dei costrutti identitari e risulta complicato
riproporre una ritualizzazione dell’umano nel segno della potenza di metamorfosi che non lo raffiguri
in ciò che è, in ciò che si è, che siamo, ma in ciò che stiamo diventando, in quello che diviene in noi
e attraverso di noi. La riflessione sui corpi gloriosi, sui corpi eccitati, permette di cogliere la
dominante di una riconfigurazione della corporeità che assume concretamente. Di fronte all’idea della
morte così com’è veicolata nella società contemporanea, sotto veste di termine di consumo e di
conseguente debito, cioè di fine della possibilità di usare il futuro, si profila l’alternativa di lunga
durata fornita dalla macchina, con la sua capacità di mostrare una possibilità concreta di
sopravvivenza: è allora evidente come il cyborg assolva una funzione simbolica consistente
nell’indicazione di una durata rafforzata, mediante quella che può essere considerata la sua
caratteristica-chiave. Il cyborg si presenta come il terminale di congegni elettronici che fanno materia,
che si saldano alla massa corporea di un soggetto che vive tutto questo come modalità decisiva di
mutazione antropologica. La figura del cyborg mi appare essenziale in virtù del suo alludere a
dinamiche fondamentali del nostro quadro di civiltà, che concretizzano il nesso di produzione di
soggettività e incorporazioni di sapere sociale applicato, sia pure in un orizzonte segnato da modalità
reali di sottomissione, subalternità e dipendenza. Il corpo tecnologizzato porta fuori dalla dimensione
psichica e privata dell’uomo, il sogno, in un modo tale da far risultare la frammentazione del soggetto
umano la premessa per l’apertura a una pluralità di mondo. Premessa di tutto questo è l’incremento
della velocità di corsa dei diversi veicoli, che divora lo spazio, una corsa del tempo, n grado di
evidenziare come l’ordinamento temporale a cui è consegnato l’uomo con i suoi tempi naturali di
riflessione e di decisione risulti arretrato rispetto alla nuova dimensione spazio-temporale disegnata
da macchine ultra-rapide. La stessa denomenologia del comportamento complessivo del soggetto
contemporaneo presenta una vita vissuta sostanzialmente all’interno di un sistema dromocratico,
contraddistinto dal ruolo essenziale dei mezzi di comunicazione di massa, dell’affermazione della
visione istantanea del mondo. L’informatica e la telematica definiscono un ciclo di compiuta
derealizzazione che comporta il venir meno di questo vantaggio del messaggio emesso e
dell’istantaneità di un segnale radio, di un segnale radar. L’incremento della velocità di spostamento
produce una sorta di oscuramento del senso, che mortifica il valore del contenuto comunicato. La
logica di tutto questo viene tradotta nelle formule della produzione di senso indipendente dal soggetto
umano o della scienza della scienza senza personale scientifico, un accidente da superare. La ricerca
sulla negatività delle nuove tecnologie non è mossa da un impulso tecnofobico, bensì dalla volontà
di conoscere in modo approfondito le modalità di subordinazione attuali della non macchina
dell’essere vivente alla macchina.
CAPITOLO 10: RIPRENDERE TEMPO
La cosiddetta arte del motore è riferibile all’ultimo motore indicato, il motore informatico a inferenza
logica che garantisce l’informazione, la terza dimensione della materia. L’informazione viene
considerata come una nuova forma di energia, che è quella che si presenta come energia cibernetica,
da affiancare all’energia potenziale all’energia cinetica. Per Virilio la telematica è di fatto energia
informatica che sostituisce l’energia elettrica. Siamo di fronte a una rivoluzione energetica che è
importante quanto quella dell’energia atomica. A partire dal cinema, la settimana are è stata un’arte
del motore, quella del motore elettrico, della cinepresa e della cabina di proiezione. Il motore
informatico rivoluziona tutto. Ciò che è cominciato con il motore della cinepresa, esplode con la
telematica e il trasferimento istantaneo a distanza di informazioni. Si può considerare che c’è oggi
un’energia informatica. Il motivo centrale del ragionamento è dato dall’idea che l’energia e
l’informazione funzionano concretamente alla velocità assoluta. Filosoficamente si presenta la
questione di indubbia rilevanza del trasferimento dell’essere a distanza, problematica decisiva perché
si è abituati a identificare il famoso essere con il qui e adesso. Le tecnologie telematiche dissolvono
il territorio del mondo e riducono il mondo a un punto nodale. Virilio è attento a richiamare il fatto
che la velocità, il suo incremento, si presta a lasciar cogliere nuovi universi potenziali. Oggi siamo
obbligati a considerare il fatto che la realtà è sia l’oggetto netto, geometrico che il piegarsi dell’albero
grazie alla vibrazione provocata dallo spostamento rapido che rendi i primi piami mossi mentre si
distinguono bene gli sfondi. Si può estendere questo ragionamento a tutti i piani. La progressione
tecnologica è capace di filtrare sempre più l’umano che risulta filtrato nella stessa capacità di contatto.
Ogni scienza è legata all’osservazione. La macchina che vede a profitto di se stessa e non più per uno
spettatore. È il computer che la dirige in funzione delle informazioni che riceve. Virilio è contro gli
effetti negativi della digitalizzazione, riassumibili in eccesso di filtraggio che conduce alla
perdita/eliminazione di qualcosa d’importante. Gli strumenti informatici sono certo di grande aiuto,
ma bisogna impiegarli avendo consapevolezza che l’utilizzo di uno strumento apre e nello stesso
tempo chiude, su fronti diversi. L’acquisizione di una cultura tecnica è oggi più decisiva di fronte
all’apparizione dei robot e alla realizzazione di oggetti potenti, con la consapevolezza che qualsiasi
tecnica ha un suo rovescio che bisogna saper analizzare. La seconda rivoluzione industriale basata
sull’informatica richiede modi nuovi di affrontare il problema del rapporto tra la politica e l’industria,
tra la scienza e l’informazione, nel momento in cui quest’ultima si fa sempre più largo come fattore
dell’energia necessaria per lo stesso funzionamento complessiva della società contemporanea. È
l’invito a comprendere l’importanza, capace di preoccuparsi sia degli aspetti positivi sia di quelli
negativi dell’assetto attuale della composizione tecnica e sociale del rapporto tra i tempi locali e il
tempo mondiale. Ritorna la centralità del ruolo dell’ecologia all’interno di un approccio critico da
parte di un teorico di formazione urbanistica: l’ecologia va declinata al plurale; c’è quella verde,
l’ecologia delle sostanze, rivolta alle cause del dilagare dei processi d’inquinamento della natura e
c’è quella delle distanze. Sono ecologie intrecciate tra loro e la seconda rinvia all’inquinamento della
scala spazio-temporale. C’è una ecologia materialista e una immaterialista. Può valere un passo di
accompagnamento in termini letterati, di Gianni Celati tratto dal suo Verso la foce in cui vorrebbe
dire che noi non siamo padroni dei nostri pensieri, semmai sono loro che accampano dei diritti su di
noi secondo le situazioni in cui sorgono e poi diventano anche presuntuosi. Bisogna portarli a spasso
questi presuntuosi, che prendano aria.