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Filosofia immanuel kant

Filosofia
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Immanuel Kant
Vita e pensiero
Nasce nel 1724 a Konigsberg allora capoluogo della Prussia orientale e oggi Kaliningrad, città
Russa. Fu educato nello spirito religioso del pietismo (religione protestante molto rigorosa dal
punto di vista della disciplina, per questo lui è sempre stato molto disciplinato). Nel 1732 inizia a
studiar, più tardi si iscrive all’università e nel 1747 inizia ad insegnare come precettore privato per
poi andare ad insegnare nell’università della sua città. Il suo ideale politico, quale egli lo delineò
nello scritto Per la pace perpetua. Un progetto filosofico era quello di una costituzione
repubblicana fondata sui tre principi della rivoluzione francese (libertà, indipendenza e
eguaglianza), per la quale era a favore ma ne condannava gli eccessi.
Kant dice che la ragione è il bene più alto sulla terra e l’ultima pietra di paragone della verità.
Egli rifiutava il dispotismo e “costringeva dolcemente a pensare da sè”, “osa sapere” diceva ai suoi
allievi all’università.
Muore nel 1804 mormorando “Sta bene” e sulla sua tomba furono incise le seguenti parole tratte
dalla Critica della ragion pratica <<Il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di
me>>.

Nell’attività di Kant si possono distinguere tre periodi:


1. Il primo periodo (precritico)
Va fino al 1760 e qui prevale l’interesse per le scienze naturali. L’opera principale di questo
periodo è del 1755 Storia naturale universale e teoria del cielo, scritto che descrive la formazione
dell’intero sistema cosmico a partire da una nebulosa primitiva in conformità alle leggi della fisica
Newtoniana.
2. Il secondo periodo (precritico)
Va fino al 1781 e qui prevale l’interesse filosofico con l’orientamento verso l’empirismo inglese e il
criticismo. Nello scritto La falsa sottigliezza delle quattro figure sillogistiche Kant critica la logica
aristotelico – scolastica dicendo che non ha basi concrete. Nello scritto A contingentia mundi, Dalla
contingenza del mondo, una riedizione del vecchio argomento delle 5 vie a posteriori di San
Tommaso, egli ritiene questo l’unico argomento in grado di dimostrare l’esistenza di Dio contro la
prova ontologica a priori di Sant’Anselmo. In seguito si accorgerà che non si può dimostrare
l’esistenza di Dio.
Nel 1763 scrive la Ricerca sul concetto delle grandezze negative dove cercherà di utilizzare i
concetti e i procedimenti della matematica per la filosofia.
Nel 1764 scrive Osservazioni sul sentimento del bello e del sublime dove sostiene che il sublime
commuove ed esalta, il bello allieta e rapisce. Nello stesso anno comparve la Ricerca sulla
chiarezza dei principi della teologia naturale e della morale dove definisce la metafisica come
nient’altro che una filosofia sui primi fondamenti della nostra conoscenza.
Nell’Unico argomento possibile per una dimostrazione dell’esistenza di Dio il filosofo definisce la
metafisica è un abisso senza fondo e un oceano tenebroso senza sponde e senza fari, per questo lui
dice di essere un innamorato deluso della metafisica nello scritto del 1765 Sogni di un visionario
chiariti con i sogni della metafisica. Egli ritiene che la metafisica debba considerare le proprie
forze, e con essa, essendo la scienza dei limiti della ragione umana, importa più conoscere bene e
mantenere i propri possedimenti anziché andare alla cieca in cerca di conquiste, quindi i problemi
che deve trattare la metafisica sono quelli che si limitano ai confini dell’esperienza. Per spiegare
meglio questo concetto Kant utilizza la metafora dell’isola sulla quale si trova e che conosce tutta;
ha una barca e con questa va nell’oceano alla ricerca di un qualcosa che non conosce e che è meglio
di ciò che sa già, ma che non troverà mai, questo per spiegare che l’uomo non ha certezze.
Nel 1770 Kant scrive la Dissertazione La forma e i principi del mondo sensibile e intelligibile per
poter entrare come professore fisso all’università. Il ’69 per Kant è stato un anno importante, lo
definisce l’anno che gli ha portato una gran luce perché Kant in filosofia è stato come Copernico in
astronomia. La Dissertatio distingue la conoscenza sensibile che coglie le cose “uti apparent” ossia

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come appaiono, i fenomeni, dalla conoscenza intellettuale che coglie le cose “uti sunt” ossia come
sono nel loro ordine intellegibile, i noumeni. Nella conoscenza sensibile distingue la materia, cioè
la sensazione, che è una modificazione degli organi di senso quindi a “posteriori”, e la forma, cioè
la legge, indipendente dalla sensibilità e che ordina la materia sensibile. Le due forme, come
vedremo sono lo spazio e il tempo e sono a “priori”.

3. Il terzo periodo (critico)


Va dal 1781 e scrive tre critiche: la Critica della ragion pura (1781) di cui ne farà una versione più
semplice nel 1783 intitolata I Prolegomeni. La seconda edizione appare invece nel 1787 e contiene
importanti rimaneggiamenti e aggiunte soprattutto per quanto riguarda la deduzione
trascendentale. Critica della ragion pratica (1788) e la Critica del giudizio (1790). Ne seguono tra
il 1793 e il 1795 la prima e la seconda edizione di La religione entro i limiti della sola ragione e
l’opera politica Per la pace perpetua alla quale un anno dopo aggiunge un articolo segreto dove
sostiene che i governanti debbano ascoltare i consigli dei filosofi, non togliendo loro la libertà di
pensiero, di parola e di stampa.

La sua filosofia si chiama quindi Criticismo, perché fa della critica lo strumento per eccellenza
della filosofia. Dal greco “Krino” significa “giudicare, distinguere, valutare, soppesare” ecc ossia
interrogarsi sul fondamento di determinate esperienze umane, infatti si giudica dopo l’esperienza
altrimenti si cade nel pregiudizio. Ci si interroga su queste esperienze chiarendone le possibilità, la
validità e i limiti in ambito conoscitivo, Critica della ragion pura, morale, Critica della ragion
pratica, estetico e sentimentale, Critica del giudizio. Il criticismo si configura quindi come una
filosofia del limite impegnata a stabilire nei vari settori dell’esperienza, le colonne d’Ercole
dell’umano e quindi il carattere condizionato delle possibilità esistenziali che non sono mai tali da
garantire l’onniscienza e l’onnipotenza dell’individuo <<ermeneutica della finitudine>> dell’uomo.
Riguardo a questo si distacca dagli scettici e soprattutto da Hume il quale aveva uno scetticismo
totale sia metafisico che scientifico, critica infatti il principio di causa effetto, mentre Kant solo
metafisico perché crede che il regno della scienza sia il regno della verità.
Il kantismo può essere considerato come la prosecuzione di quell’indirizzo critico che l’empirismo
inglese aveva seguito fin da Locke riconoscendo e segnando i limiti della ragione e del mondo
umano e che l’illuminismo aveva difeso e propagandato nel Settecento. Dall’Illuminismo però il
kantismo si distingue per una maggiore radicalità di intenti, infatti, se l’Illuminismo aveva portato
davanti al tribunale della ragione l’intero mondo dell’uomo, Kant si propone di portare davanti
al tribunale della ragione la ragione stessa, per chiarirne in modo esauriente strutture e
possibilità.

La critica della ragion pura

La teoria Kantiana dei giudizi (determinanti)


Kant è convinto che la scienza offra il tipico esempio di principi assoluti ossia di verità universali e
necessarie che valgono ovunque e sempre allo stesso modo. Infatti, pur derivando in parte
dall’esperienza e pur nutrendosene continuamente la scienza presuppone anche, alla propria base,
alcuni principi immutabili che sono i pilastri su cui essa si regge, tali principi sono i giudizi
sintetici a priori diversi dai giudizi analitici a priori e dai giudizi sintetici a posteriori. Si
chiamano giudizi perché consistono nel connettere un predicato con un soggetto.

 Giudizi analitici a priori: si tratta di quelli dei razionalisti che deducono senza ricorrere
all’esperienza in quanto essendo universali e necessari, cioè si fondano sul principio di identità
e non contraddizione, non hanno bisogno di convalidazioni empiriche. Sono quindi anche
infecondi, in quanto il predicato non dice niente di nuovo rispetto al soggetto es. “I corpi sono

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estesi”, qui il concetto di estensione, non aggiunge nulla al concetto di corpo dal momento che
vi è implicato per definizione.
 Giudizi sintetici a posteriori: si tratta di quelli degli empiristi che hanno una concezione
induttivista e che ricorrono quindi all’esperienza. In questo caso sono quindi particolari e non
necessari perché derivano esclusivamente dall’esperienza, ma fecondi, in quanto il predicato
dice qualcosa di nuovo rispetto al soggetto, aggiungendosi o sintetizzandosi a posteriori es. “i
corpi sono pesanti”, qui il concetto di pesantezza di può formulare solo dopo aver fatto
esperienza di più oggetti corporei dato che il peso a differenza dell’estensione non è collegato a
priori con il concetto di “corpo”.
 Giudizi sintetici a priori: simboleggiano la concezione cristicistica della scienza che assume un
giudizio positivo in quanto è fecondo e universale e necessari, non derivare quindi
dall’esperienza, es. 7+5=12.
Kant ritiene tuttavia contro il razionalismo che la scienza derivi dall’esperienza, ma ritiene anche,
contro l’empirismo che alla base dell’esperienza vi siano dei principi inderivabili dall’esperienza
stessa: La scienza è uguale quindi all’esperienza (cioè la materia o il contenuto) che è una
modificazione degli organi di senso e che perciò testimonia la presenza dell’oggetto dal quale è
causata, più i principi sintetici a priori (cioè la forma, cioè le leggi di fondo), che ci permettono di
presupporre che “ogni evento ha una causa”, anche se per sapere quali sono tali cause ha bisogno di
ricorrere alla testimonianza dell’esperienza.

La rivoluzione copernicana
Kant che così come Copernico, per spiegare i moti celesti, aveva ribaltato i rapporti tra la terra e il
sole, allo stesso lui, per spiegare la scienza, ribalta i rapporti tra soggetto e oggetto, portando il
soggetto, cioè la ragione umana, al centro. Capovolge quindi il modo di vedere la natura. Non è più
l’uomo che si modella sulla natura ma la natura sull’uomo perché dipende da lui, in quanto è
l’uomo che la tempora lizza e la spazializza tramite le forme e priori di spazio e tempo. Per chiarire
la sua teoria sulle forme a priori gli studiosi hanno usato tre esempi, viene paragonata a:
1. Lenti colorate con cui l’uomo guarda la realtà, ma la vede colorata a modo suo;
2. Sigillo, forma a priori, che imprime la sua forma sulla cera, l’esperienza;
3. La mente Kantiana viene paragonata ad un computer perché pur cambiando le informazioni,
impressioni sensibili, non cambiano gli scemi, le forme a priori, con cui esse vengono ricevute.

Questa critica può essere interpretata esattamente come un’analisi delle autentiche possibilità
conoscitive dell’uomo e si configura come una specie di mappa filosofica della potenza e
dell’impotenza della ragione in quanto depositaria di principi puri a priori. Davanti al tribunale della
critica la ragione appare come giudice e giudicato al tempo stesso, quindi la ragione è sia ciò che
viene reso argomento di critica sia ciò che mette in atto la critica. Si tratta sostanzialmente di
un’analisi critica dei fondamenti del sapere, della conoscenza che coglie il fenomeno e non il
noumeno e che si fonda sulle tre facoltà di sensibilità (spazio e tempo, oggetto dell’Estetica
trascendentale), intelletto (le 12 categorie, oggetto dell’Analitica trascendentale), e ragione (le tre
idee, oggetto della Dialettica trascendentale). La ricerca Kantiana assume la forma concreta di
un’indagine rivolta, da un lato, alla matematica e alla fisica, e dall’altro alla metafisica. Mentre nel
caso della matematica e delle fisica si tratta di chiarire le condizioni che le rendono possibili come
scienze, nel caso della metafisica si tratta in realtà di scoprire se esistano condizioni tali che
possano legittimare le sue pretese di porsi come scienza, o viceversa se essa sia inevitabilmente
condannata alla non scientificità.
Kant risponde in questa critica alla prima domanda <<Che cosa posso conoscere?>>¸risponde che
si può conoscere solo il fenomeno cioè quello che si manifesta e appare a noi, ma non il noumeno,
cioè la cosa in se. L’opera si distingue in due parti principali: la dottrina degli elementi e la
dottrina del metodo, la prima si propone di mettere in luce le forme a priori, la seconda si propone

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di chiarire l’uso degli elementi a priori della conoscenza. La prima si divide a sua volta in estetica
trascendentale e logica trascendentale (analitica e dialettica). Il termine trascendetale viene
usato da Kant per indicare ciò che rende possibile la conoscenza dell’esperienza.

1. Estetica trascendentale
Qui Kant parla della prima facoltà dell’uomo, la sensibilità o conoscenza sensibile. (aistesis =
sensazione). È una sintesi di forma e contenuto. Questa parte della critica studia le forme a priori
della sensibilità: la forma temporale e la forma spaziale; tutte le cose che conosciamo nel corso
della nostra vita le inseriamo in un tempo e in uno spazio, cioè come prima cosa le temporaliziamo
e le spaziamo perché l’oggetto ci è dato dall’esperienza, cioè dalla conoscenza sensibile. Il tempo
tuttavia è più importante perché tutte le cose possono essere temporalizzate ma non tutte le cose
possono essere spazializzate come ad esempio i sentimenti. Lo spazio è la forma del senso interno,
mentre il tempo è la forma sia del senso interno che di quello esterno perché fa da “medium” ossai
mezzo universale per comprendere la realtà. Kant giustifica la qualità a priori dello spazio e del
tempo sia con argomenti teorici generali, sia con argomenti tratti dalle scienze matematiche. Nel
primo caso, la cosiddetta “esposizione metafisica” Kant fa emergere il proprio punto di vista
confutando
 La visione empiristica, che considerava spazio e tempo come nozioni tratte dall’esperienza
(Locke); Kant afferma invece che spazio e tempo non possono derivare dall’esperienza poiché
per fare un’esperienza qualsiasi dobbiamo già presupporre le rappresentazioni originali di
spazio e tempo;
 La visione oggettivistica, che considerava spazio e tempo come entità a se stanti o recipienti
vuoti (Newton); Kant afferma che qualora spazio e tempo fossero davvero dei recipienti vuoti,
essi dovrebbero continuare ad esistere anche nell’ipotesi che in essi non vi fossero oggetti, ma
come si fa a concepire reale qualcosa senza un oggetto reale? Quindi Kant conclude che spazio
e tempo non sono contenitori in cui si trovano gli oggetti, ma dei quadri mentali a priori entro
cui connettiamo i dati fenomenici;
 La visione concettualistica, che considerava spazio e tempo come concetti esprimenti i rapporti
tra le cose (Leibniz); Kant afferma che spazio e tempo non possono essere considerati alla
stregua di concetti, in quanto hanno una natura intuitiva e non discorsiva, infatti noi non
astraiamo il concetto di spazio dalla constatazione dei vari spazi, come il concetto di cavallo dai
vari cavalli, ma intuiamo i vari spazi come parti di un unico spazio, presupponendo in tal modo
la rappresentazione originaria di spazio che risulta quindi un intuizione pura a priori.
Nel secondo caso, l’”esposizione trascendentale” Kant si chiede: <<La matematica è scienza?>>
Si, perché è formata da due discipline, l’aritmetica, che si fonda sulla forma a priori temporale
(1,2,3,4 …) e la geometria che si fonda sulla forma a priori spaziale. Queste due discipline sono
sintetiche a priori, sintetiche in quanto ampliano le nostre conoscenze e a priori perché valgono
indipendentemente dall’esperienza. In quanto a priori la matematica è anche universale e
necessaria; dal punto di vista scientifico Kant è agnostico perché non si pronuncia su Dio, accetta
solo la struttura matematica della realtà, secondo cui Dio creando “geometrizza” (Galielo), ma non
può accettare ciò che dice perché non c’è posto per Dio nella scienza.

2. Logica trascendentale: che studia le forme a priori del pensiero discorsivo e si divide a sua
volta in:

 Analitica trascendentale
Qui Kant parla della seconda facoltà dell’uomo, la conoscenza intellettiva, l’intelletto, che pensa
dopo che ci è stato dato l’oggetto dalla conoscenza sensibile. Anche questa è una sintesi di forma e
contenuto. Questa parte della critica studia le forme a priori dell’intelletto: le 12 categorie o concetti
puri, cioè concetti basilari della mente che costituiscono le supreme funzioni unificatrici
dell’intelletto. Tuttavia a differenza delle categorie aristoteliche che valgono sia per il pensiero che

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per la realtà, le categorie kantiane valgono solo per la realtà. Le categorie sono divise in quattro
gruppi da tre: quantità, qualità, relazione modalità. Le più importanti sono quelle della relazione
che si suddividono in sostanza, causa effetto e azione reciproca. Quella della causalità è la
categoria più importante dove distinguiamo fatti A (cause) da fatti B (effetti), quindi alla domanda
che si pone in questa critica ossia se la fisica è scienza egli risponde di si perché nell’esempio “la
pietra riscaldata dal sole è calda” abbiamo applicato il principio di causa effetto. Kant deve adesso
giustificare la validità delle categorie e il loro uso, ovvero il diritto della ragione ad impiegarle sulla
natura, perché non è per nulla evidente che gli oggetti debbano sottostare ad esse, a differenza delle
forme di spazio e tempo, in altri termini, dire che la realtà obbedisce oltre che alle forme delle
nostre intuizioni anche dei nostri pensieri è un paradosso che esige una giustificazione adeguata:
poiché tutti i pensieri presuppongono l’io penso (la struttura unificatrice o categoria suprema), e
poiché l’io penso pensa tramite le categorie, ne segue che tutti gli oggetti pensanti presuppongono le
categorie, il che equivale a dire che la natura obbedisce necessariamente alle forme a priori del
nostro intelletto, cioè la natura obbedisce alle categorie che sono le diverse maniere di agire dell’io
penso. L’Io penso di Kant non è un Io creatore, ma legislatore della natura, tanto che egli insite sul
suo carattere finito, il quale si limita semplicemente ad ordinare una realtà che gli preesiste e senza
la quale la sua stessa conoscenza non avrebbe senso.

Gli schemi trascendetali (?)


Sono determinazioni a priori del tempo o rappresentazioni pure mediatrici tra sensibilità e intelletto.
Gli schemi sono presentati all’intelletto dall’”immaginazione produttiva”, essa rielabora i dati
sensibili e forma degli schemi che sono legati ancora al sensibile ma nello stesso tempo non si
riferiscono più ad un dato preciso, ed appartengono già al concetto. Ad esempio lo schema del
triangolo presuppone l’esperienza di un triangolo particolare e ne preannuncia il concetto. In
generale Kant intende per schemi trascendentali le regole tramite cui l’intelletto ordina a priori il
tempo secondo determinate forme che corrispondono alle varie categorie.

I principi dell’intelletto puro


I principi dell’intelletto puro sono gli assiomi dell’intuizione (tutti i fenomeni intuiti sono quantità
estensive), anticipazione della percezione (ogni realtà percepita ha una quantità intensiva, ossia un
grado), analogie dell’esperienza (l’esperienza è possibile solo mediante una trama necessaria
basata sulle categorie di sostanza, causa e azione reciproca), postulati del pensiero empirico
generale (definiscono come possibile, reale o necessario, cioè che si accorda rispettivamente con le
condizioni formali, materiali, e universali dell’esperienza).

La distinzione tra fenomeno e noumeno:


- Fenomeno: la realtà che ci appare tramite le forme a priori della nostra conoscenza. (apparenza
sensibile)
- Noumeno: la realtà considerata indipendentemente da noi e dalle forme a priori; come tale la
cosa in se costituisce una <<x sconosciuta>>. (cosa in sé)
Kant ha sempre ribadito che l’ambito della conoscenza umana è limitato al fenomeno poiché il
noumeno non può divenire, per definizione, oggetto di un esperienza sensibile. Kant distingue, a
proposito del noumeno, un significato positivo e uno negativo: in senso positivo il noumeno è
l’oggetto di un’intuizione non sensibile cioè può essere conosciuto attraverso un’intuizione
intellettuale (Dio). In senso negativo il noumeno è invece il concetto di una cosa in sé come di una
x che non può mai entrare in rapporto conoscitivo con noi, può essere quindi pensato ma non
conosciuto. (Uomo).
Da questo deriva che per noi il noumeno è un concetto limite che serve ad arginare le nostre
pretese conoscitive; coerentemente con queste dottrine Kant paragona l’uomo ad un marinaio che
da un’isola si va ad addentrare in un oceano tempestoso, questa metafora vuol dire che tende a
volersi imbattere nella metafisica lasciando le scienze sicure. L’isola infatti è la conoscenza sicura

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mentre il mare è la metafisica in cui non c’è niente di sicuro. Kant espone questa metafora in questa
Critica, per criticare appunto la metafisica perché come sappiamo condivide lo scetticismo
metafisico con Hume ma non lo scetticismo scientifico perché mette in dubbio il principio di causa
effetto.

 Dialettica (logica della parvenza) trascendentale


Qui Kant parla di una terza facoltà dell’uomo, la ragione, o conoscenza razionale. La metafisica,
dice Kant, è un parto della ragione, questa a sua volta non è altro che l’intelletto stesso dell’uomo il
quale è inevitabilmente portato a voler conoscere anche senza dati, cioè senza l’esperienza, in ciò
simile ad una colomba che quando vola avverte l’attrito dell’aria e lo concepisce come un qualcosa
che la ostacola ma senza questa non potrebbe volare, la colomba è la ragione e il vento è
l’esperienza.
Secondo Kant la ragione possiede tre idee:
 Anima: psychè  psicologia razionale, che non è una scienza, ma una pseudo scienza
perché si imbatte nei paralogismi (falsi sillogismi);
 Mondo: cosmos  cosmologia razionale, che non è una scienza ma una pseudoscienza
perché si imbatte nelle antinomie, che nascono quando i metafisici pretendono di fare un
discorso intorno al mondo nella sua totalità; le antinomie sono quindi coppie di affermazioni
opposte dove l’una, la tesi, afferma e l’altra, l’antitesi, nega, ma tra le quali, in assenza di
un’esperienza corrispondente, non è possibile decidere. La prima e la seconda antinomia
sono quelle matematiche perché si rifanno alle categorie di quantità e qualità, la terza e la
quarta antinomia invece sono dinamiche perché si riferiscono alle categorie della relazione e
della modalità;
 Dio: theos  teologia razionale, che non è una scienza ma una pseudoscienza perché Dio
non si può dimostrare, non esiste infatti secondo Kant nessuna prova dell’esistenza di Dio.
Contro la prova ontologica condanna il salto mortale metafisico dal piano della possibilità
logica a quello della realtà ontologica; contro la prova cosmologica afferma che non
dimostra niente perché essa vuole mostrare qualcosa di già presupposto sottobanco e da puri
concetti vuole far scaturire delle esistenze. Contro la prova fisico – teologica dice che noi
possiamo anche pensare che il mondo sia stato creato da Dio ma non possiamo dimostrarlo.
Le idee di anima, mondo e dio sono come delle regole che ci ricordano come ci dobbiamo
comportare.
La conclusione dell’intera critica è che la matematica è scienza, la fisica pure, la metafisica no
perché la conoscenza è sempre sintesi di contenuto e forma, la forma sono le tre idee, ma ci manca
il contenuto di queste perciò non vi è conoscenza e si parla di metafisica, possiamo solo crederci
senza dimostrare
In conclusione bisogna dire che Kant nella Critica della ragion pura ha criticato la ragione quando
pretendeva di andare oltre l’esperienza, quindi critica un eccesso di essa.

La critica della ragion pratica


Qui si trova la risposta alla seconda domanda <<Che cosa devo fare?>>. Come sappiamo Kant
dice che un’azione è giusta se posso generalizzarla, ciò che conta è l’azione, la sua è un’etica molto
rigorosa: non bisogna trattare gli uomini come mezzi ma come fini. In questa critica Kant parla
della morale.
La ragione pratica qui viene criticata nella sua parte non pura, cioè legata all’esperienza, perché
essa può darsi delle massime, cioè delle forme di azione, dipendenti dall’esperienza e perciò non
legittime dal punto di vista morale. Quindi in conclusione Kant critica le pretese della ragione
pratica di restare sempre legate all’esperienza. Critica un difetto di essa, che deve cercare di fare a
meno dell’esperienza basandosi invece sulla legge morale. Questa critica è divisa in dottrina degli
elementi che tratta gli elementi della morale e si divide in analitica (espone la regola della verità,
l’etica), e la dialettica (affronta la parvenza morale, ovvero l’antinomia connessa all’idea di sommo

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bene); e dottrina del metodo che tratta del modo in cui la legge morale può accedere all’animo
umano. L’agire morale per Kant è una continua lotta tra la ragione e gli impulsi egoistici; la legge
morale si presenta all’uomo nella forma di imperativo, ovvero di un comando che richiede di
sacrificare le proprie inclinazioni sensibili, e che l’uomo, per la sua natura limitata e imperfetta, può
anche trasgredire. Pertanto se nella Critica della ragion pura circola come tema dominante la
polemica contro l’arroganza della ragione, che pretende di oltrepassare i limiti della conoscenza
umana, nella Critica della ragion pratica circola come tema dominante la polemica contro il
fanatismo morale ovvero l’aspirazione al raggiungimento della perfezione etica, che secondo Kant
non può esistere nell’uomo.
Kant distingue i principi pratici, ossia le regole generali che disciplinano la nostra volontà, in
massime e imperativi. Le massime sono prescrizioni soggettive cioè valida esclusivamente per
l’individuo che le fa proprie; gli imperativi invece sono prescrizioni oggettive, cioè validi per
chiunque. Gli imperativi a sua volta si dividono in imperativi ipotetici e imperativi categorici.
 Gli imperativi ipotetici prescrivono dei mezzi in vista di determinati fini e hanno la forma
del “se…devi….” e si suddividono in regole dell’abilità, che illustrano le norme tecniche
per raggiungere un determinato scopo e in consigli della prudenza, che forniscono i mezzi
pero ottenere il benessere o la felicità;
 Gli imperativi categorici ordinano invece il dovere in modo non condizionato, ma imposto
con la forma del “devi perché devi” puro e semplice. Quindi per seguire la morale bisogna
seguire l’imperativo categorico e le sue tre formule: la prima formula è “Agisci seguendo
una massima che può valere per tutti”. La seconda è “Agisci tenendo sempre presente la
dignità umana che è in te e negli altri”; la terza espone l’autonomia della volontà.
Kant non ci dice cosa dobbiamo fare per comportarci bene, perché quello che conta è la forma non
il contenuto dell’azione, cioè conta l’intenzione con cui lo fai. La legge morale è un comando che
vale in modo assolutamente oggettivo ovvero per tutti gli esseri pensanti, tale è appunto
l’imperativo categorico. Le leggi morali sono universali e necessarie, ma non come lo sono le leggi
naturali, poiché mentre le leggi naturali non possono non attuarsi, le leggi morali possono non
attuarsi, perché la volontà umana è soggetta non solo alla ragione ma anche alle inclinazioni
sensibili e quindi può deviare, e proprio per questo le leggi morali sono dette “imperativi” o
“doveri”. In tedesco l’esser necessario in senso naturalistico si dice “mussen” (es. tutti devono
morire) mentre la necessità o il dovere morale si dice “sollen” (es. tutti gli uomini devono
testimoniare il vero).
1. l’azione deve ricercare la razionalità;
2. rispetta la dignità nella tua persona e negli altri;
3. la legge morale è propria della ragione umana;
Dal recinto dell’etica e del rispetto della morale Kant esclude l’utilitarismo perché il cuore della
moralità risiede nello sforzo di attuare la legge della ragione solo per ossequio di essa;
all’antiutilitarismo lega rigorismo, escludendo quindi emozioni e sentimenti. La moralità consiste
dunque nel puro dovere-per-il-dovere.
Kant distingue la legalità dalla moralità. la prima concerne l’azione visibile, ad esempio assolvere
al dovere esteriore di pagare le tasse, la seconda concerne l’intensione invisibile, il pagare le tasse
per puro dovere, in base a questa distinzione non tutte le azioni legali, cioè esteriormente conformi
alla legge, sono anche morali. Le etiche esterne non autonome sono dette eteronome. La volontà
buona è quella che tende al bene supremo che è la virtù, diversa dal sommo bene.
In questa critica Kant si trova a rispondere anche alla terza domanda <<Che cosa posso
sperare?>> e risponde attraverso i postulati. Kant per risolvere l’antinomia del sommo bene (virtù
+ felicità) crea due postulati forti: dell’immortalità dell’anima e dell’esistenza di Dio. Il termine
postulato è ripreso dalla matematica classica si riferisce ad un qualcosa che non è dimostrabile.
Circa l’immortalità dell’anima dice che poiché il sommo bene non è realizzabile in questa vita,
avremo a disposizione dopo la morte un tempo infinito per raggiungerlo. Circa il postulato
dell’esistenza di Dio Kant dice che se ci comportiamo bene ci aspettiamo un premio, questo premio

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ce lo deve dare qualcuno al termine della nostra vita terrena e quindi postuliamo l’esistenza di Dio.
Accanto a questi due postulati “religiosi” Kant pone il postulato della libertà; quest’ultima è infatti
la condizione stessa dell’etica formale la quale, nel momento in cui prescrive il dovere presuppone
anche che si possa agire in conformità a esso e che quindi si sia sostanzialmente liberi. Il postulato è
“se io devo, anche posso, se posso sono di fronte ad una scelta, se posso scegliere sono anche
libero”. Noi sappiamo che esiste la non sappiamo cos’è.
In conclusione la Critica della ragion pratica riesce a cogliere ciò che è negato nella prima critica,
cioè il noumeno postulandolo in un altro modo, attraverso la fede che viene fondata dalla morale,
perché una persona si deve comportare bene indipendentemente da se crede o meno, Kant da
credente sostiene che ci si comporta se bene si può arrivare anche alla fede.

La Critica del Giudizio


Qui Kant risponde alla quarta e ultima domanda <<Che cos’è l’uomo?>> e risponde dicendo che
l’uomo è un essere fornito della possibilità di ragionare, in quanto animale fornito di razionalità può
fare di se stesso un animale ragionevole. Questa critica muove da una sorta di dualismo di tipo
platonizzante lasciato aperto nelle prime due critiche: il regno della necessità, nella prima critica, e
il regno della libertà nella seconda. In altre parole da un lato campeggiava un mondo fenomenico e
deterministico conosciuto dalla scienza, dall’altro un mondo noumenico della libertà e del
dovere basato sull’etica.
In questa critica egli parla della terza facoltà dell’uomo, il sentimento che secondo Kant è la facoltà
umana che coglie la bellezza e che non ha valore di tipo conoscitivo o teoretico. Quindi l’uomo non
essendo soddisfatto di aver studiato la natura in senso scientifico adesso vuole contemplarne la
bellezza. Egli divide i giudizi in determinanti e riflettenti, nel primo caso si parla del giudizio
scientifico ossia sintetico a priori, cioè il giudizio che determina gli oggetti fenomenici mediante
forme a priori universali e necessarie (l’universale è dato); nel secondo caso invece riflettono su una
natura già costituita, limitandosi a interpretarla secondo le esigenze di finalità e armonia
(l’universale è cercato). I giudizi riflettenti si suddividono a sua volta in giudizi estetici o di gusto
con cui la finalità della natura è vissuta in modo immediato (finalità soggettiva), dove cogliamo il
bello e il sublime e dove prevale la bellezza ossia l’armonia tra il soggetto e l’oggetto, e in giudizi
teleologici con i quali la finalità della natura è pensata in modo concettuale mediante la nozione di
fine (finalità oggettiva). Kant da quattro definizioni del bello secondo la tavola delle categorie
 Secondo la qualità il bello è l’oggetto di un piacere senza interesse;
 Secondo la quantità il bello è ciò che piace universalmente senza concetto;
 Secondo la relazione il bello è la forma della finalità di un oggetto in quanto questa vi è
percepita senza la rappresentazione di uno scopo;
 Secondo la modalità il bello è ciò che, senza concetto, è riconosciuto come oggetto di un
piacere necessario;
E’ proprio nella riflessione sul bello che sta la rivoluzione copernicana estetica sostenendo che il
bello è ciò che piace senza interesse, universalmente, senza scopo e necessariamente; Kant
distingue inoltre tra piacevole, per i sensi, e il piacere estetico, della forma, e tra bellezza libera,
senza concetto, e bellezza aderente, riferita ad un concetto.
Kant dice che il bello è bello per tutti, mentre il piacevole varia da persona a persona. Inoltre Kant
esprime la differenza tra bello e sublime; il bello ci da una sensazione di piacere, il sublime invece
prima ci fa commuove ma poi ci esalta; è un valore estetico che si ha quanto ci troviamo di fronte
qualcosa di smisurato o incommensurabile e si distingue in matematico e dinamico, il primo si ha di
fronte a qualcosa di straordinariamente grande (il cielo stellato, il mare, il tramonto ….), il secondo
si ha di fronte a avvenimenti naturali potenti e in movimento (eruzione di un vulcano), di fronte al
sublime quindi inizialmente ci sconcertiamo perché ci sentiamo finiti di fronte a certi fenomeni di
infinito, ma poi ci esaltiamo perché ci accorgiamo che abbiamo qualcosa di più che ci permette di
comprenderli: la ragione. In fine fa una distinzione tra le persone rozze e ignoranti che scambiano il

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sublime con qualcosa che terrorizza solo, mentre la persona intelligente e di gusto riesce a cogliere
il secondo fine del sublime.
Fin’ora abbiamo parlato del “bello di natura”, distinto da quest’ultimo è il “bello artistico” che ha
un’affinità con il bello precedente perché la natura è bella quando ha l’apparenza dell’arte e l’arte è
bella quando ha l’apparenza o la spontaneità della natura. Il genio è colui che crea le regole ossia
colui che crea l’opera d’arte, perché se per giudicare oggetti belli è necessario il gusto, per produrre
tali oggetti è indispensabile il genio, dotato di un talento innato, il quale è il tramite con cui la
natura interviene sull’arte. Kant identifica le prerogative del genio in quanto è creativo, è capace
di produrre opere esemplari ossia che fungono da modelli per altri, e rende impossibile
dimostrare scientificamente come compie la sua produzione. Per queste caratteristiche il genio è
inimitabile, e Kant individua una differenza fondamentale tra l’arte e la scienza: in quest’ultima
operano soltanto degli ingegni, ma non propriamente dei geni, che operano solo nell’arte imitando
la natura.

La religione
Il suo testo La religione entro i limiti della ragione riguarda alla natura dell’uomo, che consiste
nella libertà, ma nella libertà si radica l’inclinazione al male; Kant parla quindi di male radicale che
non può essere distrutto perché l’uomo pur avendo coscienza della legge morale ha adottato la
massima di allontanarsi da essa, non potendolo distruggere perché la distruzione deve essere opera
delle buone massime ma se noi compiamo il male abbiamo adottato la massima di distruggere le
buone massime e non possiamo quindi distruggerlo. L’uomo non è responsabile di avere sensibilità
ma è invece responsabile della sua inclinazione al male, infatti questo è un atto libero che ci deve
essere imputato come peccato e renderci colpevoli. Il peccato originale dell’uomo consiste quindi
nel sottrarsi alle massime morali ossia non seguire le leggi morali.
Secondo Kant la religione naturale e la religione rivelata sono come due cerchi concentrici dove al
centro abbiamo la religione naturale e all’esterno quella rivelata. Alla base della religione rivelata
c’è quella naturale ossia la fede morale, perché è proprio la morale che fonda la fede e non la fede
che fonda la morale. Dio, dice Kant, non può essere pregato se non con l’azione morale, ogni altra
forma di preghiera o di attività religiosa è superstizione.
La politica
Kant condivide con gli illuministi il concetto di civiltà come tendenza verso una società umana
universale o cosmopolitica di cui detta le condizioni nello scritto Per la pace perpetua del 1795.
Kant riconosce le condizioni della pace nella costituzione repubblicana dei singoli stati basata sulla
libertà e sull’uguaglianza giuridica, nella federazione degli stati tra loro e nel diritto cosmopolitico,
cioè nel diritto di uno straniero a non essere trattato da nemico nel territorio di un altro stato. La
massima garanzia della pace è il rispetto da parte dei governanti delle massime dei filosofi, e
l’accordo tra politica e morale. L’onestà è la migliore di ogni politica. Nella seconda edizione di Per
la pace perpetua del 1796 Kant aggiunge un articolo segreto dove afferma che gli stati armati per la
guerra devono prendere in considerazione le massime dei filosofi, i quale devono avere da esso
libertà di pensiero, parola e stampa. Norberto Bobbio pubblica nel 1969 a Torino “Diritto e Stato
nel pensiero di Immanuel Kant” dove dice che il fatto che gli Stati debbano fermarsi ad ascoltare i
filosofi dimostra che per Kant la ragione umana, di cui i filosofi rappresentano l’espressione più
alta, è al di sopra della potenza dello Stato, il quale non può ne cancellarla ne limitarla. Ma vuol dire
anche che i filosofi e gli intellettuali hanno qualcosa da dire ai potenti che stringono nel lo ro pugno
le sorti degli uomini. Perciò devono stare accanto ai potenti per ammaestrarli. Questo per Kant non
significa che i politici debbano diventare filosofi o viceversa, come diceva Platone, perché il potere
corrompe il libero uso della ragione; auspica soltanto che i politici, facendo bene i politici, lasciano
la libertà ai filosofi di fare i filosofi, e dall’altra parte che i filosofi, facendo bene i filosofi, non si
chiudano nella torre delle loro speculazioni, ma si rivolgano ai politici con i loro insegnamenti
bastati sull’uso critico della ragione
La storia

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Il piano della storia è un ideale orientativo al quale gli uomini devo inspirare le loro azioni, quindi è
un possibilità e non una realtà. L’opera di riferimento è Idee per una storia universale da un punto
di vista cosmopolitico del 1784: la natura, dice, per raggiungere i suoi scopi si serve
dell’antagonismo che c’è in tutti gli uomini tra la loro tendenza alla socievolezza e all’isolamento,
per cui Kant parla di insocievole socievolezza. L’antagonismo tra queste due tendenze porta gli
uomini all’attività e al lavoro. Kant parla di un progresso possibile ma non necessario verso
l’unificazione politica del genere umano.

Conclusioni
Kant quindi è l’ultimo degli illuministi o il primo dei romantici?
Reale e Antiseri hanno a lungo studiato la frase che ha sulla tomba, il passo conclusivo della Critica
della ragon pratica; per Kant, dicono, l’uomo è un essere fenomenico finito, ma dotato di una
strutturale apertura verso l’infinito (le tre idee di anima, mondo e Dio), e di un bisogno
ineliminabile dell’infinito stesso rivelandosi come effettivamente votato all’infinito, quindi il suo
destino è l’infinito. Il concetto di uomo finito che tende all’infinito lo lega al romanticismo
aprendone quindi le porte. Secondo la storiografia idealista, dei romantici, Kant è il primo dei
romantici. Oggi la maggior parte condividono l’interpretazione di Kant come ultimo degli
illuministi per questi motivi:
1. L’idea delle Critiche è di matrice illuministica perché i titoli stessi simboleggiano il criticismo
delle opere tipico dell’attività degli illuministi;
2. Kant stesso rivendica la propria appartenenza al movimento dell’illuminismo;
3. I fondamenti del sapere della morale e dell’esperienza estetica sono nell’uomo che diventa
legislatore della natura, ma non creatore (rivoluzione copernicana);
4. Lo stesso Hegel interpreterà la filosofia di Kant una filosofia del finito, contrapposta alla
filosofia dell’infinito.

Kant nel pensiero moderno


Il pensiero di Kant è stato molto rivalutato dal filosofo ebreo tedesco Hans Jonas che ha scritto Il
principio di responsabilità nel 1979, infatti Jonas sottolinea l’importanza dell’etica della
responsabilità anche se critica Kant perché dice che il suo imperativo categorico deve essere
sostituito in età moderna da un nuovo imperativo, l’imperativo ecologico: l’imperativo categorico
Kantiano si preoccupa dell’ Hic et Nunc (qui e ora), quindi vuol dire che l’etica Kantiana non è
lungimirante, si occupa cioè delle generazioni presenti e non di quelle future, mentre l’imperativo
ecologico Jonasiano si preoccupa delle generazioni future.

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