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Hegel

Letteratura spagnola (Università degli Studi di Napoli Federico II)

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Hegel
Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770-1831).1 Di modesta famiglia protestante, dopo gli studi nello Stift
di Tubinga, con Hoelderlin e Shelling, più giovane di lui di 5 anni, completa la sua formazione a Berna ed
a Francoforte, dove vivrà facendo il precettore. All’iniziale entusiasmo per la rivoluzione francese,
celebrata con l’amico Hoelderlin piantando l’albero della libertà nel parco dello stift, subentrò la
delusione per gli esiti infausti della rivoluzione. Come studioso si occuperà di Kant, di Fichte e Spinoza.
Nel periodo di Tubinga ed in quelli di Berna e Francoforte prevalgono in lui gli interessi religiosi, non
disgiunti da quelli politici. Hegel aveva ricevuto una profonda educazione religiosa ed aveva letto con
interesse i progetti di riforma politica contenuti negli scritti di Rousseau e Lessing e non va dimenticato
che in Germania, centro della riforma protestante, la questione religiosa non era mai separata da quella
politica. Negli scritti della maturità invece prevarrà l’interesse storico-politico. Fu professore a Jena, ad
Heidelberg, dove compose i suoi scritti più sistematici, ed a Berlino. Serio, taciturno, lontano dal modo
affascinante di Schelling di interpretare il ruolo del “genio” romantico, Hegel pervenne lentamente alla
costruzione del suo immenso sistema filosofico che fu in grado di influenzare la filosofia in modo
definitivo, al pari di quello d’Aristotele o di Kant. I suoi scritti più importanti sono La fenomenologia
dello Spirito (1807), nella cui prefazione prendeva le distanze dalla dottrina di Schelling, La scienza della
Logica (1812-1816) e L’enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio ( 1817) che è la sua opera più
sistematica. A Berlino pubblicò i Lineamenti di filosofia del diritto ossia diritto naturale e scienza dello
stato(1821). Morì in questa città per un’infezione di colera.

Nonostante la fama di svevo inesorabile e caparbio, dall’incredibile capacità d’astrazione e complessità


concettuale, Hegel fu una persona dotata di profonda spiritualità, di umanità e concrete esperienze di vita.
Soprattutto gli interessi religiosi, che caratterizzarono la sua gioventù, mostrano una grande capacità di
amore e comprensione per il mondo umano.

I. Gli scritti giovanili (1793-1800).


I suoi scritti giovanili, scoperti e riproposti soltanto di recente, hanno dato nuova linfa agli studi hegeliani,
in quanto hanno mostrato che egli maturò i propri concetti confrontandosi direttamente con l’Illuminismo
e con la tradizione cristiana.
Gli scritti giovanili più importanti sono: Positività della religione cristiana (= Gesù era il maestro di una
pura religione morale, i suoi discepoli trasformarono questa morale in una religione “positiva”, codificata,
fondata su dogmi, istituzioni e precetti fino a farne una religione pubblica nelle cui leggi esteriori sarebbe
naufragato il profondo messaggio interiore del maestro); Lo spirito del cristianesimo e il suo destino (=
nell’opera giovanile più importante, pubblicata a Francoforte nel 1817, Hegel prende in considerazione le
religioni, greca, ebraica e cristiana. A differenza dei Greci, che avevano un rapporto sereno con la divinità
e con le sue manifestazioni naturali, il popolo ebraico entra in conflitto con il suo unico Dio e con la sua
opposta manifestazione che è la natura. Dio punisce gli uomini attraverso la pioggia e, per salvarsi,
l’umanità, soggiogata dal diluvio, sottoscrive un patto di sudditanza con la divinità. In questo modo gli
ebrei, orgogliosi del loro rapporto preferenziale con la divinità, scelgono di vivere in sdegnosa ostilità con
gli altri uomini e con la natura. Cristo è colui che cerca di ricomporre la frattura che oppone il suo popolo
a tutti gli altri ed alla divinità che lo tiene soggiogato, contrapponendo alla cieca sottomissione la forza
della armonia e dell’amore, per dio e per tutti gli altri uomini. Al dio despota egli contrappone il dio
padre, al concetto di rivalità con gli altri popoli contrappone il concetto di fratellanza universale. Egli
morirà senza essere stato compreso, ma morirà senza risentimento: “Padre, perdonali” saranno le sue
ultime parole. Gesù dunque cerca di riportare tra gli uomini quell’atmosfera di serenità e di unità con il
divino e con la natura che era della Grecia antica, Non però la serenità bucolica, ingenua e fanciullesca
com’era quella dei Greci, ma un unità consapevole, ricercata dopo il dolore della frattura).
La prima opera teoretica. Differenza tra il sistema filosofico di Fichte e quello di Schelling, Fu
composta a Jena, nel 1801, dove si era recato, su invito di Schelling, per iniziare la carriera accademica.

1 Per gli amici GeorgerogrobfiedGottlobletfritz Wilelmcorso FrieeedelriklutzelofissaJohannswrockjweir (Ero curiosa di


verificare se l’avreste letto).
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In questo scritto Hegel rileva la superiorità del sistema di Schelling in quanto restituisce alla natura
l’importanza negatale da Fichte (che l’aveva ridotta ad “immagine prodotta”, non a realtà esistente in sé)
giungendo ad una filosofia dell’assoluta identità tra l’Io e la natura.

II. I capisaldi del sistema. Gli assunti fondamentali da ricordare.

a) Il rapporto finito/infinito. “Il Vero è l’Intero”.


Riassunto in questa formula, contenuta nella prefazione alla Fenomenologia dello Spirito, vi è l’intento
speculativo di Hegel (= la sua intenzione filosofica). Tale intento è quello di congiungere le opposizioni
di “finito e infinito”, di “universale e particolare”, di “unità e molteplicità”, nella ferma convinzione che
la realtà possa risiedere solo nella loro unità.
La realtà (= “ciò che è vero”) per Hegel non è un insieme disordinato di sostanze autonome, ma è un
organismo unitario (= “l’Intero”), il quale, non avendo nulla al di fuori di sé, coincide con l’infinito (che
chiama anche l’Idea, = il Razionale, = lo Spirito). “Ciò che è vero” non è il singolo componente di un
Tutto, ma è soltanto il Tutto, ossia “l’Intero” ed esso è un “soggetto spirituale infinito”.
I vari enti che compongono il mondo sono detti “Il finito”. Sono chiamati così, però, solo
impropriamente, in quanto “Il finito” per Hegel tecnicamente non esiste, perché ciò che chiamiamo
“finito” è soltanto l’espressione parziale dell’Infinito. Come in fisiologia si comprende la funzione di un
organo soltanto contestualizzandolo in un corpo, così la filosofia può capire il contingente solo
analizzandolo come parte di un tutto. * Soltanto quest’ultimo, per Hegel, è vivente. E lo è non in maniera
accidentale e provvisoria, come qualunque individualità particolare (che rappresenta il finito), ma è
vivente nel senso che è vivente “assoluto”, al di fuori di esso non c’è nulla e non conosce morte.
* Il tutto, per Hegel è maggiore della semplice somma delle parti. Ricordiamo
l’esempio fatto in classe. L’automa composto dall’insieme delle lattine di
Coca cola. Una lattina sola è una cosa, se combinata con perizia tecnologica
diviene parte di un organismo semovente, composto da tante lattine come
quella; e così un organismo vivente è più di una semplice somma di cellule e
organi. Così l’organismo statale, lo vedremo, per Hegel è più di una semplice
somma di cittadini.
Quello di Hegel è un modello monistico, in senso spinoziano, ma, a differenza di Spinoza che considerava
la Natura come sostanza unica e statica, Hegel concepisce lo Spirito come attività dinamica, in cui tutto
ciò che esiste è una “tappa” del processo di realizzazione, che termina con la finale coscienza di sé, con
l’uomo. L’Infinito, come l’Assoluto di Schelling, è un soggetto spirituale in fieri (= in divenire), che,
tramite un lungo percorso di ri-co-no-sci-men-to, tende alla consapevolezza di sé. Tale percorso si
sviluppa in tre “momenti”. La schematizzazione di questi tre stadi è stata utilizzata per comodità dagli
storici della filosofia posteriore ad Hegel, nei termini di Tesi, Antitesi e Sintesi, termini che Hegel per la
verità non ha mai utilizzato e che vedremo più avanti nel dettaglio quando analizzeremo la Dialettica.

b) Il rapporto ragione/realtà. “Ciò che è reale è razionale; ciò che è razionale è reale”.
Questo aforisma, notissimo, è contenuto nella prefazione ai Lineamenti di filosofia del diritto e riassume
il senso stesso dell’Hegelismo. In questo secondo punto sono contenute tre domande chiave:
1) Che cos’è la realtà?
2) Tutto ciò che esiste è necessario o puramente fortuito? Ossia: Potrebbe ciò che esiste (che è esistito o
esisterà) essere diverso da com’è (com’è stato e come sarà)?
3) Esiste il caso (l’accidentale) o il mondo è retto solo dalla necessità?2
La realtà per Hegel, lo abbiamo visto, è un soggetto in divenire, che possiede una sua intrinseca
intelligibilità, e che Hegel identifica soprattutto con i termini di Idea e Ragione. Ma cosa significa
precisamente? → Pensiamo a tutto ciò che esiste, l’universo, le stelle, la natura, le persone, la civiltà e
tutto quello che ancora non conosciamo: questo è il Reale. Ed è reale soltanto dal momento che è “tutto

2 Necessità, Ananke per i greci, la ferrea legge stabilita dagli dèi che non lascia scampo. È una delle domande più complesse
della filosofia ed anche una tra le più interessanti, perché riguarda la libertà dell’uomo. Siamo liberi di agire o le nostre azioni
sono ferreamente determinate?
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ciò che esiste” in sé e non dipende da altro. Tutto quello che vediamo, che è, che è stato e che deve
ancora venire è un soggetto spirituale in divenire che egli identifica con la pura razionalità (Ragione) e
che chiama anche l’Assoluto. Soltanto l’assoluto, il tutto, ha la sua ragione d’essere. Nessun elemento
contingente ha senso e razionalità se non inserito in un contesto. Nessun evento storico, ad esempio, è
razionale di per sé, ma lo è solo se è visto come tappa di una sequenza necessaria: ricordiamo che per
Hegel si può capire ogni “finito” solo partendo dall’”Infinito” (* cfr. Il tutto è maggiore della somma delle parti).
La frase “Ciò che è reale è anche razionale” significa che la razionalità è la sostanza stessa di ciò che
esiste, intendendo con ciò “la perfetta identità di realtà e ragione”.
Dunque, La Ragione coincide con la Realtà. Fin qui ci siamo. Ma… “La Ragione”, di cui Hegel parla, è
la ragione umana? Quella che consente agli uomini di fare i calcoli o prendere decisioni, di progettare una
casa, di fare le parole crociate o di ascoltare la musica? Certo, anche quella. Ma non solo. È questo il
concetto più importante e complesso della filosofia di Hegel, ma anche facilmente comprensibile se lo
affrontiamo per gradi.
▪ La razionalità per Hegel non è semplice prerogativa umana, non è esclusivamente la facoltà che
consente all’uomo di interpretare il mondo a suo modo e di imprimergli una forma (alla maniera
dell’Intelletto di Kant, cha attraverso le categorie imprime un ordine alla realtà). No. La razionalità è
nell’uomo perché è anche nel mondo. L’uomo “legge” il mondo esattamente così come il mondo è. E
questo perché la “sostanza” che compone l’Assoluto coincide con la ragione umana! La realtà,
l’Assoluto, lo Spirito, non è una materia caotica alla quale l’essere umano imprime una regola, ma è il
dispiegarsi stesso di una struttura razionale che è già razionale anche fuori dall’uomo, la quale in modo
inconsapevole si manifesta nella natura ed in modo consapevole nell’uomo. (… chi aveva affermato che
il logos regge il mondo?).
La realtà è ragione in movimento, un organismo in fieri che si esprime attraverso la razionalità.
Quindi, la struttura della realtà è intelligibile, per l’uomo, perché tale struttura coincide esattamente
con la struttura della ragione umana. Forse sarà più semplice alla luce di un confronto. Kant aveva
sostenuto che la realtà ultima, la struttura in sé delle cose, il noumeno, fosse in-conoscibile all’uomo in
quanto l’uomo possiede un apparato intellettivo fatto in un certo modo, capace di cogliere, della realtà,
soltanto l’aspetto fenomenico. In altre parole, attraverso le categorie, l’intelletto umano interpreta la
realtà in un certo modo, ma nessuno ci assicura che quello sia il vero aspetto della realtà. (Cfr. il film
Matrix). Il fenomeno è soltanto quello che riusciamo a percepire della realtà. Hegel, al contrario, afferma
che quel che vediamo, udiamo o percepiamo, lo vediamo, udiamo e percepiamo perché la realtà è
esattamente così come ci appare, dato che anche noi siamo razionali, e la nostra ragione è la stessa
ragione che dà la forma al mondo. La celebre formula di Hegel, tuttavia, non vuole esprimere solamente la
possibilità che la realtà sia penetrata, o intesa, dalla ragione, ma intende affermare la necessaria, totale e
sostanziale identità della realtà e della ragione.

▪Tale sostanziale identità implica anche quella conseguente tra essere e dover essere, in quanto ciò che
“è” risulta esattamente ciò che razionalmente “deve essere”. Il mondo si manifesta attraverso una serie
di momenti necessari che non possono essere diversi da ciò che sono. La realtà è una totalità
processuale necessaria formata da una serie ascendente di “gradi” che rappresentano ognuno il
risultato di quelli precedenti ed il presupposto di quelli seguenti, non c’è spazio per la casualità. L’idea
di Hegel è che tutto ciò che è reale (tutto ciò che esiste in natura e tutti gli eventi della storia umana) è di
per sé razionale e quindi necessario.⇨ “Ciò che è reale è razionale” significa, per Hegel, soprattutto
che quello che è è e-sat-ta-men-te ciò che deve essere: ogni fatto che si manifesta del mondo risponde a
una legge razionale; tutto ha una sua logica, ogni cosa buona e ogni cosa cattiva, il giusto e l’ingiusto,
ciò che sembra assurdo e ciò che non lo è. La razionalità permea ogni cosa ne-ces-sa-ria-men-te, ogni
cosa, anche quando sembra secondaria, ha in realtà la sua ragione nel “gioco” del Tutto. Ogni cosa è
quindi giustificata e trova giustificazione; vi è sempre una giustificazione per ogni evento, nulla è
casuale.

c) La funzione della filosofia. “La filosofia è come la nottola di Minerva che inizia il suo volo sul far
del crepuscolo”.
L'identità assoluta della realtà con la ragione porta con sé la conseguenza che compito della filosofia sia
l’occuparsi di ciò che è, e non del dover essere. “Ciò che è” è la ragione e “intendere ciò che è” è il
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compito della Filosofia. Essa ha la funzione, per Hegel, di prendere atto della realtà e comprenderne le
strutture razionali che la compongono. La filosofia, insomma, non deve immaginare come dovrebbe
essere il mondo ma limitarsi a spiegarlo. “Rinunciare alla pretesa di plasmare la realtà e limitarsi a
giustificarla razionalmente, questo il ruolo della filosofia”. Essa arriva come la nottola di Minerva, al
calare della sera, ossia quando la realtà ha già compiuto il suo processo di formazione.3 Infatti la filosofia
è l’ultima e la più alta manifestazione del dispiegarsi della razionalità nella storia umana, che supera
l’arte e la religione quali tentativi di spiegare la realtà. Abbiamo detto, tutto ciò che è avvenuto non è
avvenuto per caso; tutto ciò che avviene ha una profonda ragione d’essere ed il mondo non potrebbe
essere diverso da come è. Appare evidente quindi, anche ad una prima sommaria lettura, che l’hegelismo
può a ragione essere interpretato come “giustificazionismo”, nonostante l’interpretazione che ne volle
dare il filone di pensatori, da Engels a Marcuse, che ha cercato di mostrare come la filosofia di Hegel
possa venir letta anche in modo rivoluzionario o socialmente dinamico. Questo discorso sulla dinamicità
della filosofia di Hegel c’introduce direttamente nel cuore del suo pensiero, la Dialettica.

III. La Dialettica.
“Dialettica” è il termine chiave per individuare immediatamente la filosofia di Hegel, una “regola”
applicabile tanto alla realtà quanto al pensiero umano.
III. 1. La Realtà.
La Realtà, per Hegel, come per Schelling, è un divenire, ossia un farsi man mano di quell’Assoluto o
Spirito che chiama Idea o Ragione, che costituisce la totalità del “reale”(come anticipato nei Capisaldi
del sistema).
La nozione hegeliana di realtà è complessa: in senso proprio Reale è soltanto lo Spirito (= l’Assoluto). Solo lo
Spirito esiste in sé e non dipende da altro. Lo spirito è qualcosa di più che la somma delle sue manifestazioni
particolari. Infatti se consideriamo ciascun elemento individuale, ciascuna individualità componente il mondo
umano e naturale, indipendentemente dal rapporto con lo spirito, ossia col tutto, abbiamo soltanto una povera
cosa contingente. Qualsiasi evento o cosa individuale è reale non in sé, staccata dal resto, come un amorfo
mucchio di sassi, ma è reale soltanto in relazione con il tutto. Solo questo tutto è realtà.
Tale Assoluto, o Idea, si manifesta attraverso tre momenti che Hegel indica con l’antico termine di
Dialettica.4 In Hegel la dialettica è al contempo la legge di sviluppo della realtà e la legge di
comprensione della medesima e consiste nei tre momenti della Tesi (affermazione), della Antitesi
(negazione) e della Sintesi (l’unificazione comprensiva delle prime due). Quindi:
▪ Tesi: (= l’Idea in sé, o Idea Pura).
▪ Antitesi: (= l’Idea fuori di sé).
▪ Sintesi: (= l’Idea che ritorna in sé).
Questa è la Triade dialettica per cui è famoso Hegel, esposta nella sua Enciclopedia.
Ma cosa significa?
5
➢ L’idea in sé, secondo il paragone di Hegel, corrisponde a “Dio prima della creazione”. O meglio al
programma di sviluppo del mondo, un progetto che non è imposto dall’esterno perché è un progetto
immanente (= interno) al mondo stesso.
➢ L’idea fuori di sé è la Natura, l’estrinsecazione dell’Idea nella realtà spazio-temporale del mondo: è
l’applicazione del programma.
➢ L’Idea che ritorna in sé è lo Spirito. Lo Spirito è l’Idea (il programma) che, dopo essere uscita da sé
facendosi natura (l’Antitesi), torna presso di sé con l’intelligenza dell’uomo (la Sintesi).
Ovviamente vale per Hegel il discorso fatto per Schelling, ossia che questa triade non è da intendersi in
senso cronologico, come se prima ci fosse l’Idea in sé, poi la Natura e infine lo Spirito, ma in senso
3 La nottola , la civetta, il simbolo dell’intelligenza di Minerva, Athena, la dea della razionalità.
4 Il concetto, nella tradizione filosofica ha ricevuto significati diversi.
In Platone, la dialettica è la dottrina delle idee e procede secondo il metodo dualistico.
In Aristotele indica il processo dimostrativo che parte da premesse probabili, ossia generalmente ammesse.
Per Kant è l’arte di costruire ragionamenti capziosi, basati su premesse che sembrano probabili ma che in realtà non lo sono.
In Fichte è “la sintesi degli opposti per mezzo della determinazione reciproca”.
5 L’espressione, che è di Hegel, non deve trarre in inganno perché l’assoluto hegeliano è un Infinito Immanente, che non crea il
mondo perché è il mondo.
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logico. Ciò che concretamente esiste è lo Spirito che ha come co-eterna condizione la Natura e come co-
eterno presupposto il programma rappresentato dall’Idea pura.6

Hegel applica la dottrina del divenire dialettico a qualsivoglia elemento della realtà, ogni aspetto della
realtà si afferma, si nega e si supera. Quindi la trasformazione è una legge universale (nulla n’è
immune) regolata dai tre momenti. Per esistere ogni cosa deve trasformarsi, cambiare, dunque questo
implica che ogni cosa debba negare se stessa, divenire l’opposto di se stessa per poi trovare una sintesi.
Ogni stato della realtà, ogni essere si trova in ogni istante in una condizione contraddittoria, ciò che è si
afferma attraverso la negazione, divenendo qualcos’altro. Hegel insomma condivide l’idea di Eraclito
che ogni essere, esistendo, realizza un’unità di contrari. Pensare la realtà dunque significa pensarla
dialetticamente, interpretarla come una totalità processuale che procede secondo lo schema triadico di
Tesi, antitesi e sintesi (e con ciò direi di avere riaffermato a sufficienza il concetto).

III. 2. Il Pensiero.
Come funziona il pensiero dell’uomo?
Anche il pensiero soggiace alla dialettica, ossia si presenta diviso in tre “aspetti”.
1) L’aspetto astratto (o intellettuale).
2) L’aspetto dialettico (o negativo-razionale).
3) L’aspetto speculativo (o positivo-razionale).
Questi tre momenti, non soltanto il secondo, compongono la dialettica e sono momenti di ogni atto logico.
➢ Il primo aspetto, quello astratto, consiste nel concepire ogni cosa, ogni determinazione, come se fosse
separata dalle altre (in sé). Questo è il momento più basso del pensiero, proprio dell’Intelletto, che
riesce a considerare la realtà soltanto come molteplicità di cose divise le une dalle altre e viste solo in
base alle loro differenze, secondo l’antico principio “d’identità e non contraddizione” (= per cui ogni
cosa è se stessa e assolutamente separata dalle altre). A questo momento corrisponde la Tesi.7
➢ Il secondo aspetto è quello negativo, o propriamente dialettico, che dà il nome a tutto il procedimento.
Esso mostra l’insufficienza del principio d’identità, tipico dell’Intelletto e la necessità di un suo
superamento, semplicemente dimostrando come ad ogni affermazione corrisponda ne-ces-sa-ria-men-te
una negazione perché per specificare ciò che una cosa è, occorre implicitamente riferirsi a ciò che essa
non è (ad esempio, il concetto di uno, per essere chiarito, deve essere messo in contrapposizione a
quello di molti, il concetto di finito a quello di infinito, il concetto di bene a quello di male e così via): a
questo momento corrisponde l’Antitesi.
➢ Il terzo aspetto, quello positivo o speculativo, consiste nel cogliere l’unità delle opposte
determinazioni, che altro non sono se non aspetti unilaterali di una realtà più ampia che li comprende e
li sintetizza: a questo ultimo aspetto corrisponde la Sintesi. La sintesi è il momento più alto del
pensiero razionale ed è una ri-affermazione della affermazione iniziale, potenziata tramite l’azione
della negazione intermedia. Questa unificazione, questa sintesi, è da Hegel chiamata Aufhebung,
termine che possiede il doppio significato di togliere e conservare.

Ai tre “momenti” dell’assoluto Hegel farà corrispondere le tre “sezioni” in cui divide il sapere filosofico.
▪ La Logica (la scienza dell’Idea pura), che corrisponde alla Tesi.
▪ La filosofia della Natura, che corrisponde all’Antitesi.
▪ La filosofia dello Spirito, che corrisponde alla Sintesi.

Considerazioni finali
1) La dialettica illustra il principio fondamentale della filosofia di Hegel: la risoluzione del finito nell’infinito.
Perché ci mostra come ogni spicchio di realtà, il finito, non possa esistere se non in un contesto di rapporti, in una
trama di relazioni che forma il tutto infinito.

6 Questo concetto non contraddice quello di “dinamicità” o progressione, perché Idea, Natura e Spirito sono co-esistenti e
svolgono la loro azione continuativamente e contemporaneamente.
7 È questo il momento del “mucchio di sassi”, un semplice coacervo di elementi slegati tra loro, amorfi e privi di unità.
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2) La dialettica esprime una concezione ottimistica del mondo perché ha il compito di unificare il molteplice
conciliando le opposizioni e quindi pacificando i conflitti. Il conflitto è un momento reale del mondo, certamente,
ma di passaggio: il negativo per Hegel esiste soltanto come aspetto necessario della successiva unificazione, la
quale dà luogo ad una nuova affermazione ed ad una nuova negazione che richiede un’ulteriore sintesi e così via.
3) Esiste una fine di questo processo? Un punto d’arrivo in questa dialettica? Oppure questo è un processo che si
protrae all’infinito? In altre parole: la dialettica è un processo “chiuso” o “aperto”? Hegel risponde che esiste una
sintesi finale e quindi privilegia l’idea un processo chiuso, perché spostando indefinitamente la meta da
raggiungere (come fa Fichte) lo Spirito non avrebbe mai il pieno possesso di sé stesso.
Questa soluzione scontenterà alcuni dei suoi allievi, come Engels e Croce, poiché introduce l’idea di uno
“stagnante” epilogo che annulla ogni attività creatrice.

IV. Le critiche ai predecessori.


Hegel polemizzò con tutti. Senza remore e senza timore di smentite.

1) Polemizzò con gli Illuministi, di cui criticò il concetto di ragione definendola un semplice intelletto
astratto, in quanto finito e parziale strumento adatto soltanto ad esprimere le aspirazioni degli
individui. Critica la ragione dei Philosophes perché essa pretendeva di dar lezioni alla storia stabilendo
come avrebbe dovuto essere, mentre la realtà per Hegel è sempre come dovrebbe essere.
2) Di conseguenza si trovò in disaccordo anche con Kant che dell’Illuminismo fu il momento più alto e
completo. L’antitesi kantiana tra finito e infinito, tra fenomeno e noumeno, tra realtà e ragione e, in
campo morale, tra essere e dovere essere, non è per Hegel tollerabile, in quanto la realtà è una,
fenomeno e noumeno coincidono e la realtà è ragione.
3) Nei confronti dei romantici, dei quali aveva fatto parte nel periodo di Francoforte, Hegel esprimerà
forte dissenso. In primo luogo contesta ad essi il primato conferito all’“arte” e alla “fede”, in nome
della ferma convinzione che soltanto la ragione possa trovare le risposte agli enigmi dell’esistenza. In
secondo luogo egli contesta gli atteggiamenti individualistici ed intimistici di alcuni romantici
affermando che l’intellettuale non deve ripiegarsi nel proprio io, ma tener d’occhio l’oggettivo corso
del mondo ed integrarsi nelle istituzioni socio-politiche.
4) Nei riguardi di Fichte, lo accusa di aver ridotto l’oggetto, la natura, a semplice ostacolo esterno all’Io,
col rischio di ricadere in un nuovo dualismo di tipo kantiano. Inoltre contesta a Fichte di aver ridotto
l’Infinito a semplice meta ideale dell’io finito la cui spinta incessante, nel tentativo di raggiungere tale
meta ideale si riduce ad un processo all’infinito che non giunge mai ad un fine, si riduce a puro
“tendere” invano. Fichte si muoverebbe per Hegel all’interno di una filosofia del “cattivo infinito”,
come sprezzantemente la chiama, ancora incapace di cogliere la piena coincidenza tra finito e infinito,
razionale e reale, essere e dovere essere che costituisce la sostanza dell’idealismo e che era stata invece
colta da Schelling.
5) Anche Schelling però, nonostante che Hegel nel saggio del 1801 (Differenze del sistema di Fichte e di
quello di Schelling) ritenga il suo sistema superiore a quello di Fichte per i motivi cui si è fatto cenno,
non rimarrà escluso dal novero delle critiche. Nell’introduzione alla Fenomenologia dello spirito Hegel
contesterà l’antico compagno di studi per aver concepito il suo Assoluto come mera identità
indifferenziata di Io e natura, di ogni differenza, vuota indifferenza di soggetto e oggetto, dalla quale
rimane esclusa l’attività dialettica. L’assoluto di Schelling è criticato perché a-dialettico e statico,
incapace di comprendere e spiegare la ricchezza del reale nei suoi diversi aspetti ed è ritenuto da Hegel,
che “ci va giù” piuttosto pesante, malgrado l’amicizia, un abisso vuoto che non sa dare il giusto valore
al negativo , “come una notte nella quale tutte le vacche sono nere”.8
Il principio fondamentale della filosofia di Hegel è sì la completa coincidenza del finito con l’infinito,
del reale con il razionale; questa coincidenza però si distingue dall’identità indifferenziata di Schelling
perché in Hegel si arricchisce del procedimento dialettico applicabile tanto alla realtà quanto al pensiero

8 Per Hegel l’Assoluto è Spirito, un’unità dinamica, processo dialettico e mo-vi-men-to. Il concetto implica in Hegel due
nozioni. Vita: lo Spirito è vivente ma, diversamente dagli individui che lo costituiscono, non ha relazione alcuna con la morte,
è eterno. Coscienza: lo spirito è vita elevata a coscienza, è vita consapevole di se stessa. Tale coscienza non è data, una volta
per tutte, ma implica un lungo percorso di conquista.
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umano e da quella di Fichte che si riduce ad un “cattivo infinito”, incapace di cogliere la piena
coincidenza tra finito e infinito, tra essere e dover essere.
⇩ ⇩ ⇩ ⇩
Ebbene, questo principio è stato esposto da Hegel in due modi differenti.

1. Il primo è una sorta di “romanzo”, descritto nella Fenomenologia dello Spirito, dove Hegel illustra la
“storia” del percorso che la coscienza ha dovuto affrontare per giungere ad afferrare questo principio.

2. Il secondo modo è quello dell’Enciclopedia delle scienze filosofiche, che l’opera più sistematica ed
accademica, nella quale vi è l’illustrazione della realtà così com’è, secondo Hegel.

V. La Fenomenologia dello Spirito.


Le Figure
Sono entità né totalmente ideali, né
totalmente storiche ma ideali e storiche
al contempo, in quanto esprimono le
tappe ideali dello Spirito che hanno
trovato una loro esemplificazione tipica
nel corso della Storia. Nella
fenomenologia Hegel ha inteso delineare
una filosofia trascendentale della
coscienza e, al tempo stesso, una storia
complessiva dello sviluppo culturale
dell’umanità. Il termine non si riferisce
ad un solo termine dell’opposizione
dialettica, ma alla sintesi che li unisce

Il saggio intitolato La Fenomenologia dello Spirito, stampato nel 1807 a Jena, è la prima grande opera di
Hegel e narra la storia romanzata della coscienza,9 che, attraverso erramenti, contrasti e scissioni, e
quindi infelicità e dolore, esce dalla sua individualità, raggiunge l’universalità e si riconosce come
ragione che è realtà e realtà che è ragione. 10
Nel saggio, attraverso una serie di figure divenute famose, Hegel ripercorre le tappe e i gradi di
formazione dello Spirito stesso, il quale, progressivamente, acquisisce coscienza di sé, fino a
riconoscersi come totalità razionale. Lo Spirito, dopo un percorso lungo e faticoso, acquisisce la
consapevolezza che le varie espressioni particolari e finite del mondo altro non sono che sue
manifestazioni nelle quali può rispecchiarsi. La Fenomenologia coincide con il divenire del Sapere
umano, della scienza e della filosofia.

Fenomenologia dello spirito


Prima parte Seconda parte
A. Coscienza (Tesi) A. Spirito
B. Autocoscienza (Antitesi) B. Religione
C. Ragione (Sintesi) C. Filosofia (come sapere assoluto)

Prima parte. La prima delle due parti della Fenomenologia è a sua volta ripartita in tre Figure:

• La Coscienza, in cui predomina l’attenzione verso l’oggetto

9 Il termine Fenomenologia, la scienza di ciò che appare, (dal greco Phainomenon “apparenza” e Logos “discorso” e
“dottrina”).
10 Probabilmente, la più complessa e delirante opera filosofica mai impressa su carta da pugno umano, della quale cercheremo
di dare una versione semplificata e comprensibile, intento nobile ma di dubbia realizzazione. Leggi la nota e dimenticatela.
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• L’ Autocoscienza, in cui predomina l’attenzione verso il soggetto


• La Ragione, nel quale l’individuo arriva a scorgere l’unità profonda di soggetto e oggetto, io e mondo,
sintetizzando in tal modo i momenti della coscienza e dell’autocoscienza. Il movimento è ascendente,
dal grado più basso a quello più alto.
A . La Coscienza.
Lo svolgimento del processo Fenomenologico inizia con la Coscienza. L’attenzione qui è rivolta
all’“oggetto” (le stelle, il blocco di marmo, il coniglio, il fiore di pesco o un fiume). L’individuo che
conosce in questa fase è convinto che l’oggetto abbia piena e autonoma realtà. Passando attraverso le tre
figure della Certezza sensibile, della Percezione e dell’Intelletto l’individuo scopre che nel conoscere il
mondo conosce in realtà se stesso. Ecco che la coscienza diviene così Autocoscienza.

B. l’Autocoscienza.
La sezione dedicata all’Autocoscienza è la più interessante di tutta la Fenomenologia perché contiene le
Figure più celebri della filosofia hegeliana. Qui il centro dell’attenzione si sposta dall’oggetto al
“soggetto” ed in questa sezione Hegel non si muove più solamente in ambito prettamente gnoseologico-
scientifico ma coinvolge settori più vasti, quali la società, la politica, la storia e la religione.
L’Autocoscienza “è la certezza che la coscienza ha di se stessa”, ma il termine acquista in Hegel un valore
sociale e politico, perché essa si raggiunge soltanto confrontando la nostra esistenza con quella degli altri;
l’uomo riesce a riconoscersi soltanto se è riconosciuto da altre autocoscienze simili a lui.
L’autocoscienza, infatti, postula la presenza di altre autocoscienze in grado di darle la certezza di essere
tale.
Qui è presentato il concetto di Riconoscimento. L’essere umano si contraddistingue per l’innato desiderio di riconoscimento
(Anerkennung) che nutre dentro di sé. Qualunque cosa faccia, l’uomo la fa per essere riconosciuto. Io sono certo di essere un
uomo, sono certo di essere autocoscienza solo perché altri uomini mi riconoscono come tale. Io desidero fortemente essere
riconosciuto, chiamato uomo, desiderato e amato e apprezzato dagli altri uomini. Non è immediato però che l’altro (Mario, il
capuffico, mio padre) sia disposto a riconoscermi, ad apprezzarmi, ad amarmi come desidero, la sua indifferenza è per me
fonte di insostenibile sofferenza. Questo è ciò che può accadere ad ognuno nel concreto dell’esperienza quotidiana. Ma c’è un
ambito teoretico in cui, per Hegel, vale questo discorso, collocato fuori della storia come esperienza innata, universale, che
individua la condizione originaria dell’essere umano, nella quale egli lotta per il proprio riconoscimento, arrivando a desiderare
l’annientamento di colui che, con la sua presenza indifferente, mette in discussione la mia stessa esistenza. Il desiderio di
riconoscimento porta con sé dunque l’eventualità del conflitto che s’innesca quando gli esseri umani si rifiutano di riconoscersi
reciprocamente, rifiutano la relazione. “O mi riconosci o ti uccido”, “o mi ami o mi uccido”, “o mi riconosci come adulto o
faccio comunque quel che mi pare”. Tale lotta per il riconoscimento è per Hegel generata da un fraintendimento: i contendenti
credono che riconoscersi voglia dire escludere l’Altro fino ad ucciderlo o fino ad uccidersi o fino a non considerarlo proprio.
Ma questa è illusione. Si ha autentico riconoscimento solo a patto che l’altro sia incluso nella propria vita e lo si può fare
soltanto se esso resta in vita ovvero se il rapporto permane. Questo è quello che accade nell’ipotetico stato di natura di Hegel
quando uno dei due contendenti ritiene che il restare in vita si più importante dell’essere riconosciuto o riconoscere. Ne deriva
così il rapporto signoria-servitù”.
(Il concetto è approfondito all’interno del testo Philosophica, 3a, pagg. 132-139 “Il riconoscimento in Hegel”)

a. La figura Servo-Padrone.
La figura del servo-padrone è sicuramente la più
bella della Fenomenologia e presenta una notevole
ricchezza tematica, apprezzata soprattutto dai
marxisti, i quali hanno letto in essa una intuizione,
anche se solo teoretica, della configurazione
dialettica della storia e del lavoro umano, nella quale,
grazie alla esperienza della sottomissione, si generano
nel servo le condizioni per la liberazione. Questo non
vuol dire che si possa leggere Hegel in chiave
marxista. La figura hegeliana non si conclude con una
rivoluzione sociale, ma con la coscienza della
indipendenza del servo nei confronti delle cose e
della dipendenza del signore dal lavoro servile.
Come avviene il reciproco riconoscersi delle autocoscienze? Nei suoi scritti giovanili Hegel aveva
romanticamente attribuito tale compito all’amore. In questo saggio invece, per il fatto che ciascuna
autocoscienza mira ad essere sì riconosciuta, ma anche ad essere indipendente dall’altra ed allo stesso
tempo dominarla (ricordiamoci di Hobbes, dello stato di natura e della lotta di omnes contra omnium) ne
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deriva che il riconoscimento reciproco deriva dalla lotta, dal conflitto fra le autocoscienze, che desiderano
essere riconosciute, senza a loro volta riconoscere. Tale “lotta per il riconoscimento” non termina con la
morte delle autocoscienze contendenti (poiché in tal caso sarebbe annullata l’intera dialettica del
riconoscimento), ma con il subordinarsi dell’una all’altra nel rapporto che Hegel chiama del Servo-
Padrone.
L’Autocoscienza per affermare la propria indipendenza deve essere pronta a tutto, anche a rischiare la
propria vita. Cosa succede ad un certo punto? Che uno dei due contendenti, avvertito più dell’altro il
valore infinito della propria e dell’altrui vita, ha avuto paura della morte ed ha risolutamente abbandonato
la lotta, rinunciando alla propria indipendenza e libertà. Ha riconosciuto l’altro senza esserne
riconosciuto. Si è arreso davanti a colui che non ha tremato, al Signore che ha messo a repentaglio la
propria vita nella lotta per la supremazia, divenendone il Suddito, rassegnandosi a divenire una
individualità non libera ma viva. Questo è quello che secondo Hegel ha originato il rapporto di signoria-
servitù tipico delle società del mondo antico. Hegel colloca, infatti, questa lotta su due piani teoretici
differenti, da un lato ne parla come qualcosa di a-temporale, di universale, dall’altro ne colloca la
verosimiglianza storica nell’età antica, agli albori della civiltà umana.
Messosi in tale situazione di disuguaglianza il servo, attraverso il proprio lavoro, trasforma la natura per
soddisfare i bisogni del proprio signore, che in virtù del diritto acquisito con la forza lo domina,
costringendolo a provvedere alle proprie necessità. E la cosa va avanti così. Ad un certo punto però
s’inserisce la paradossale inversione dei ruoli. Il signore, abituatosi a godere passivamente dei frutti del
lavoro altrui, da indipendente che era finisce per diventare dipendente del servo che lavora per lui.
Quest’ultimo, il perdente, che inizialmente appariva come dipendente dal signore dato che si era rimesso
alla sua clemenza, dal momento che ha imparato a padroneggiare la natura e a trasformare le cose da cui
il suo signore riceve il proprio sostentamento, finisce per rendersi indipendente. Il rapporto di
subordinazione si rovescia. Il padrone diviene servo e il servo diviene padrone.11 L’indipendenza del servo
viene acquisita attraverso il suo lavoro. Il lavoro è il mezzo con cui il servo domina, la natura e libera
gradualmente se stesso attraverso un processo che si sviluppa in tre momenti.12
• La paura della morte. Il servo è tale perché ha tremato di fronte alla prospettiva della morte, ossia
della perdita della propria essenza. Egli però attraverso la propria paura ha potuto sperimentare anche il
proprio essere con la relativa conquista della propria autocoscienza.
• Il servizio. Nel periodo servile la coscienza si auto-disciplina e impara a vincere, in tutti i singoli
momenti i suoi impulsi naturali.
• Il lavoro. Trattenendo anche i propri appetiti, non usufruendo dell’oggetto che sta lavorando, perché
non è di sua proprietà, il servo raggiunge l’indipendenza dalle cose stesse e la propria autonomia dagli
oggetti. Per dirla con Hegel, il lavoro è appetito tenuto a freno. Inoltre, il lavoro forma, poiché il servo,
in ciò che produce, mette tutto se stesso e non solo la sua forza materiale, mentre il padrone si limita ad
utilizzare gli oggetti prodotti.

b. Il rapporto stoicismo-scetticismo.

Il raggiungimento dell' indipendenza, ultimo dei tre momenti della dialettica servo-padrone, trova la sua
espressione filosofica nello Stoicismo del periodo ellenistico-romano, ossia quel tipo di visione del
mondo che celebra l’autosufficienza e la libertà del saggio nei confronti di ciò che lo circonda (affetti,
passioni, ricchezze). La libertà stoica è libertà interiore. Il saggio stoico è libero sia quando è sul trono,
come l’imperatore filosofo Marco Aurelio, sia quando è in catene, come lo schiavo Epitteto. Tale libertà
stoica però, riflette Hegel, è una libertà soltanto pensata, “astratta” e non concretamente attuata perché i
condizionamenti, da cui ha la pretesa di slegarsi, permangono oggettivamente. Lo Scetticismo pretende di
fare un passo aventi, nella strada verso la liberazione, sospendendo l’assenso su tutto ciò che è
comunemente ritenuto per vero, afferma la non verità di tutti i legami da cui lo stoicismo aveva preteso di
essere libero, e dunque la loro non esistenza e oppone a tutto ciò che ritiene essere non-vero la propria
11 Nota come questa sia la trama della “Macchina del tempo” romanzo nel quale lo statunitense H.G. Wells, ipotizza un
lontano futuro, visitato dal protagonista, dove gli antichi servitori (i Mòrloch) di una casta di privilegiati (gli Elòi) sono
divenuti i loro padroni e aguzzini, non essendo gli ultimi più in grado di sostentarsi da soli.
12 Nota come questa affermazione profonda verrà sfruttata in modo ignobile e tragico nella famigerata frase “Il lavoro rende
liberi” appesa all’ingresso dei campi di lavoro nazisti al tempo della seconda guerra mondiale.
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certa identità. A questo livello però la coscienza si contraddice, perché da un lato cerca di nega la realtà
del reale affermando che tutto è vano e tutto è falso e dall’altro pretende di pensarsi come vera, come
stabile baluardo contro l’instabilità (= se afferma che tutto è non-vero come fa a pensare a se stessa come
vera?).

c. La coscienza infelice

Una volta scoperta la natura contraddittoria del proprio essere, la coscienza (che da un lato vorrebbe
innalzarsi sull’accidentalità e non verità della vita, e dall’altro si scopre parte di quella stessa accidentalità
e non verità) diviene consapevole della propria condizione ed entra in quella fase che Hegel esprime con
la figura della coscienza infelice. È questa la figura simbolo, la chiave di volta dell’intera
Fenomenologia, quella della coscienza infelice che descrive il pensiero religioso tipico dell’ebraismo e
del cristianesimo. In questo stadio di sviluppo, la coscienza riconosce di essere mutevole, accidentale,
inessenziale e tende a ricercare qualcosa di immutabile, necessario ed essenziale, le caratteristiche che
aveva creduto di trovare in se stessa e lo trova. E’ Dio. In questa fase dello sviluppo della coscienza
umana Dio è concepito come l’Essere perfetto ed immutabile, in aperta antitesi con l’imperfezione e
mutevolezza delle cose del mondo. Dalla situazione propria dell’ebraismo a quella del Cristianesimo la
figura di Dio si trasforma, da Signore assoluto a Padre, ma in ogni modo sempre trascendente e lontano
dall’uomo. Anche la pretesa dei primi discepoli di cogliere la presenza dell’Assoluto in un uomo mortale,
il Cristo, è destinata al fallimento. Fallimento di cui sono simbolo le crociate, nelle quali l’inquieta ricerca
di Dio si conclude di fronte ad un sepolcro vuoto. Cristo, di fronte alla coscienza, continua a rimanere
qualcosa di diverso e separato, sia in quanto dio trascendente sia in quanto dio incarnato, un mistero per i
suoi posteri. Di conseguenza con il cristianesimo, lungi dall’aver trovato la pace, la coscienza continua ad
essere inevitabilmente infelice, perché dio continua ad essere un “al di là” che sfugge. La vicenda della
coscienza prosegue nella ricerca disperata dell’assoluto, attraverso la mortificazione di sé fino alla
completa negazione dell’io a favore di dio. Con l’ascetismo e le sue pratiche di umiliazione della carne, il
santo medievale la coscienza tocca il suo punto più basso in quanto cerca di annientare la propria
singolarità; ma il motivo per cui lo fa, ossia per cercare la fusione totale con l’assoluto cui aspira
trasforma, dialetticamente, questo momento nel punto più alto quando la coscienza si rende conto di
essere lei stessa Dio, ovvero l’Universale e l’Assoluto. Il Medio-Evo prelude così al Rinascimento ed
all’età Moderna ed alla scoperta della Ragione “quale certezza d’essere ogni realtà”.

C . La Ragione.
Dal Rinascimento l’Autocoscienza si eleva gradatamente a Ragione che per Hegel è “ perfetta identità di
essere e pensiero”. La ragione, abbiamo detto “è la certezza di essere ogni realtà” ossia quell’assoluto
invano cercato dalla coscienza fuori da sé. Questa consapevolezza tuttavia non è immediata, deve passare
attraverso diverse fasi prima di manifestarsi e giustificarsi. Hegel illustra le peregrinazioni della coscienza
divenuta Ragione che pur apparentemente cercando un’altra cosa, ad esempio la natura, a partire dalla sua
fase rinascimentale cerca in realtà se stessa, cerca di riconoscersi nella realtà oggettiva che le sta davanti,
tentativo destinato a fallire quando ci si rende conto che l’unità di io e mondo non è qualcosa di dato e di
contemplabile perché esistente, ma è qualcosa che deve essere realizzato. Anche questo progetto, però, è
anch’esso destinato a fallire finché assume la forma di uno sforzo individuale come testimoniano le varie
figure chiamate a testimonial da Hegel, che vanno da Faust a Robespierre. Con queste figure simbolo
Hegel intende dire che se ci si pone dal punto di vista dell’individuo si è inevitabilmente condannati a non
raggiungere mai l’universalità. Questa unione con l’universale, agognata dalla coscienza, si potrà
realizzare soltanto nella fase successiva, quella dello Spirito. È la fase in cui l’individuo scopre che la sua
felicità è concepibile soltanto nella vita Etica, all’interno di un tessuto sociale poiché lo Spirito è
universalità concreta e non è possibile rimanere allo stato di pura individualità. Gli individui si
relazionano tra loro e costituiscono le loro vite sullo Stato, quel complesso di costumi e di leggi che Hegel
chiama “sostanza Etica”, o “sostanza universale”. L’individuo realizza la propria essenza e le proprie
autentiche finalità solo nella vita associata che costituisce l’universale tanto cercato dalla coscienza.

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Seconda parte. La seconda parte della Fenomenologia tratta della dialettica dello Spirito, della
Religione e della Filosofia.
Hegel stesso, deciderà di eliminare tale seconda parte nelle edizioni successive della Fenomenologia in
quanto le tematiche che tratta verranno riprese ampiamente nella Enciclopedia delle scienze. Per questo
motivo anche noi in questa sede ci limitiamo solo a citare le fasi che concludono le romanzesche vicende
della coscienza alla scoperta di se stessa all’interno della Fenomenologia .

La prima sezione della seconda parte tratta dello Spirito. Tale Spirito (che nell’Enciclopedia sarà detto
“Spirito oggettivo” ed “Eticità”) è la Ragione, concretamente realizzata nelle istituzioni storico-
politiche di un popolo ossia nello Stato. Per “Spirito” dunque qui Hegel intende l’individuo nei suoi
rapporti con la società cui appartiene.
Antigone. Il mito di Antigone inizia laddove termina quello di
Edipo. Resosi conto del misfatto compiuto (di avere ucciso il
padre, Laio, il re di Tebe, e avere sposato la madre, Giocasta),
Edipo si acceca, dopo che Giocasta in seguito alla rivelazione si
era impiccata, ed erra in esilio per l’Attica, accompagnato dalle
due figlie, Antigone e Ismene. Edipo morirà a Colono, presso il
bosco sacro a Dioniso, nel quale era vietato l'ingresso ai profani.
Sua figlia Antigone a questo punto decide di ritornare a Tebe,
assediata dai sette principi guidati da Polinice, uno dei suoi due
fratelli che era stato esiliato dalla città dal gemello Eteocle.
Quando vi giunge, scopre che Creonte, il nuovo re di Tebe,
fratello di Giocasta, aveva proibito di dare sepoltura agli
assedianti sconfitti, tra cui Polinice, lasciando il loro corpo in
pasto ai cani. Antigone, disobbedisce agli ordini del re e si
accinge ad uscire dalla città per onorare il cadavere del fratello.
Scoperta dal re viene fatta seppellire viva all’interno di una
caverna. Interrogato Tiresia, l'indovino cieco, il promesso sposo
di Antigone, Emone, figlio di Creonte, scopre il luogo dove era
imprigionata la fanciulla ma ella ormai si è impiccata. Alla vista
del corpo, Emone, si uccide e così la madre di lui, in seguito alla
notizia della morte del figlio.
La seconda e la terza sezione sono dedicate alla Religione ed alla Filosofia, attraverso le quali l’individuo
acquista la piena ed esplicita coscienza di sé come Spirito. Dopo aver trovato la “pace” nello stato e la
“verità” nella filosofia idealistica di Hegel ecco che la coscienza ha concluso il suo ciclo.

In questa seconda parte della Fenomenologia c’è una figura che vorremmo sottolineare. Hegel ne parla
nella sezione dedicata allo Spirito etico proprio della civiltà greca ed è rappresentata dalla fanciulla
Antigone. Celebrata nell’omonima tragedia di Sofocle, Antigone incarna l’ideale giuridico legato alla
convinzione della superiorità delle leggi eterne non scritte, stabilite dagli dèi, sopra quelle civili, positive,
create artificialmente dagli uomini. Nel 442 a.C. Sofocle mette in scena il conflitto tra Antigone e Creonte
in termini politici. È il problema del conflitto tra legge naturale e legge dello stato, contro la quale
Antigone si batte in nome della legge eterna, cui anche gli stessi dèi devono sottostare.
“Io seguo le leggi sacre e incrollabili degli dèi, leggi non scritte, delle quali io un giorno dovrò subire il
giudizio [...] E non credevo che i tuoi bandi fossero così potenti da sovrastare e sovvertire le leggi morali
degli dèi”.
La dialettica dello Spirito comincia così con un conflitto tra le leggi umane e quelle divine, le agrapta
nomina (le leggi eterne) invocate da Antigone che, andando contro l’esplicito divieto del tiranno Creonte,
dà sepoltura al cadavere del fratello Polinice, che si era ribellato allo stato. Hegel parla di Antigone per
mettere in evidenza il dissidio sussistente tra legge morale (che invoca i sentimenti di pietà familiare) e
legge dello stato dando un valore maggiore a questa ultima, in quanto l'istituzione statale risulta essere
più evoluta rispetto all'istituzione familiare, più arcaica e dunque meno evoluta.

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VI. Il Sistema. L’Enciclopedia delle Scienze Filosofiche.

Astratto/Concreto
Per Hegel, il rapporto tra i termini astratto e concreto
è opposto a quello del linguaggio comune, per il
quale ciò che è astratto è solitamente il pensiero,
indipendente dal concreto che ha a che fare con la
realtà delle cose e dei fatti. Per Hegel al contrario
astratto è l’insieme degli elementi del reale,
considerati, secondo il loro etimo, come estrapolati
dal contesto (abstracti), come se fossero indipendenti
dal movimento complessivo, organico, del tutto.
concreto, per Hegel, è soltanto il reale; ma se “il vero
è l’intero” allora reale veramente è soltanto “il tutto”,
ossia lo Spirito, ossia l’Idea, perché essa conserva
sempre la coscienza della relazione che ha con altre
idee.
Negli anni di Jena Hegel aveva espresso la convinzione che la filosofia debba essere un “sapere
sistematico”. L’ambiziosa costruzione di un sistema che comprendesse il complesso delle scienze
filosofiche era iniziata già con la Fenomenologia, concepita come un’introduzione ad un più generale
“sistema della scienza”.
Il sapere assoluto è la somma aspirazione di Hegel. Interpretato come il complesso delle scienze
filosofiche tale sapere è risultato di un processo attraverso il quale lo spirito comprende se stesso come
totalità razionale; totalità nella quale ciascuna parte trova giustificazione se cessa di essere considerata
unilateralmente (o, per dirla con Hegel, in modo Astratto) e diviene momento di un insieme strutturato
secondo nessi necessari (ossia Concreto). Il “sistema” della filosofia hegeliana è l’esposizione
dell’Assoluto che mostra il mondo come razionalità. Il sistema, in quanto descrizione dell’assoluto, non
ha un principio né una fine perché l’assoluto non ha un principio né una fine.
L’esposizione più chiara e completa del suo sistema è data da Hegel nell’Enciclopedia delle scienze
filosofiche in compendio (Heildeberg, 1817).
Essa comprende tre parti generali: La Logica, la Filosofia della Natura, la Filosofia dello Spirito.

Enciclopedia delle Scienze Filosofiche


Logica Filosofia della Natura Filosofia dello Spirito

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Dottrina dell’Essere Meccanica Spirito oggettivo


Dottrina dell’Essenza Fisica Spirito soggettivo
Dottrina del Concetto Fisica organica Spirito assoluto

1. Logica.
La logica è la “scienza dell’Idea pura”, ossia la scienza che studia la legge che regola l’universo “colta
nell’elemento astratto del pensiero”. Presa in esame nella seconda delle sue opere fondamentali, La
scienza della logica (1812) e compendiata nella prima parte dell’Enciclopedia, la Logica descrive le
strutture ideali della realtà come sono in sé, senza considerare né il modo in cui si sono attuate
concretamente nel mondo né il modo in cui sono state colte dalla coscienza umana. In virtù della
presupposta identità di pensiero ed essere, cardine della filosofia hegeliana, la logica, (lo studio del
pensiero), coincide esattamente con la metafisica (lo studio dell’essere), essa ha insomma valore sia
ontologico sia metafisico, perché “mira a portare alla coscienza la natura logica che anima lo spirito”.
Attraverso lo studio della logica, il mondo si manifesta come un organismo fatto di “concetti” (o
categorie), i quali sono determinazioni tanto del pensiero quanto della realtà. I concetti, di cui parla Hegel
non sono pensieri “soggettivi”, ai quali la realtà rimane esterna e contrapposta, ma pensieri “oggettivi”
che esprimono la realtà stessa nella sua essenza.13
La logica hegeliana si divide in logica dell’Essere, logica dell’Essenza e logica del Concetto e procede
partendo dai concetti più poveri o astratti (come quello di essere) fino a giungere a quelli più ricchi e
concreti, sino al “concetto di tutti i concetti” che è l’Idea.
➢ Logica dell’essere. È caratterizzata dall’immediatezza e dalla semplicità e incomincia partendo dal
concetto più astratto ed indeterminato di tutti: il concetto di essere. Esso, lo aveva insegnato Parmenide,
è il concetto assolutamente privo di determinazioni e di contenuto, “l’essere è”.
L’essere è “che cosa?”, è “Come”? Niente cosa, niente come: l’essere è, punto! Esso coincide con il
verbo essere e basta!
Proprio per questa sua genericità il concetto di essere, per Hegel, trapassa in quello di nulla, che non è il
contrario dell’essere ma ne rappresenta solo un momento. Come si può vedere il concetto di essere è in
Hegel opposto a quello di Parmenide. Per il filosofo di Elea l’essere era statico e contrapposto al non-
essere, per Hegel l’essere è dinamico ed indissolubilmente legato al non essere che anzi fa parte
dell’essere. Hegel piuttosto riconosce valida l’intuizione di Eraclito: la realtà ed il pensiero sono
contrassegnati dal mo-vi-men-to. Essere e nulla trapassano continuamente l’uno nell’altro; quindi la
sintesi perfetta di entrambi è il divenire, nel quale essi sono superati. Il concetto perfetto di questa
perfetta unione, di questa unità, è il divenire che è anche il loro superamento ed il primo passaggio
alla determinazione. L’essere e il nulla, come pure astrazioni sono, infatti, l’opposto dell’essere
“determinato”, che proprio in virtù di tale opposizione viene posto in luce. Dal passaggio continuo
dall’essere al nulla e dal nulla all’essere, dal nascere al perire, deriva l’essere determinato. Cos’è
l’essere determinato? L’essere determinato è l’essere finito, quel che Hegel chiama l’esserci, che ha
come carattere fondamentale il limite. L’esserci è tale in virtù della qualità, che lo specifica e lo rende
fi-ni-to, della quantità e della misura.
Queste categorie considerano l’essere nel suo isolamento, fuori da ogni relazione. Quando l’essere
riflette su se stesso e scopre le relazioni che intercorrono tra lui e gli altri esseri, dalla logica dell’essere
si passa alla logica dell’Essenza.
➢ Logica dell’essenza. L’essere che riflette su se stesso e coglie, dietro il divenire sensibile, il sostrato
permanente che è alla sua base, in quel preciso istante esso riconosce la sua essenza. Nel momento in
cui l’essere si riconosce identico a se stesso e diverso dalle altre essenze, in quel preciso momento di
consapevolezza l’essere diviene essenza che si manifesta come esistenza. La manifestazione
dell’esistenza nell’essenza è il fenomeno14. L’unità di essenza (ciò che è interno) e di esistenza (ciò che
appare, che è esterno) è la realtà in atto.

13 Da notare come le categorie, che con Kant erano funzioni mentali umane, valide soltanto in relazione al fenomeno, con
Hegel tornino ad essere determinazioni sia del pensiero che della realtà in sé.
14 Il fenomeno è la manifestazione dell’essenza di ciò che esiste: è il manifestarsi dell’ “esistente”.
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➢ Logica del concetto. Arricchito dalla riflessione su di sé, l’essere diviene Concetto (Il concetto di cui
parla Hegel non è il concetto dell’intelletto, di cui parlava Kant, ma il concetto della ragione). Il
concetto per Hegel è l’espressione soggettiva della ragione universale (= lo Spirito, la ragione
universale si esprime nell’uomo attraverso i concetti). Nella sua forma più alta il concetto è l’Idea, ossia
la ragione auto-cosciente. Nell’Idea si manifesta la realtà effettiva dello Spirito che è unità piena di
pensiero ed essere. L’Idea è il concetto proprio della ragione, “lo spirito vivente della realtà”.
La Ragione dice Hegel è soggettività vivente e l’Idea (= il concetto nella sua forma più alta) ne è la
espressione.
L’idea è, al contempo, vita (= un’anima realizzata in un corpo) e desiderio di conoscere (= desiderio di
raggiungere ciò che ancora appare come oggetto separato da sé). Tale desiderio di conoscere è teoretico,
se la spinta a conoscere è dettata dal desiderio di verità, o pratico, se la spinta a conoscere è dettata dal
desiderio del bene. L’Idea assoluta è l’identità di vero e di bene, la vita universale che ha riassorbito in
sé ogni finitezza, ogni immediatezza. (Più semplificato di così non posso!!! Ma non ve lo chiederò!).

Alcuni punti da sottolineare prima di chiudere la Logica:

a. Idealismo per Hegel.


Col termine Idealismo Hegel intende la teoria della non realtà del finito. L’idealismo della filosofia
consiste in questo: nel non riconoscere il finito come un vero essere (Hegel Scienza della Logica).
L’idealismo è per Hegel la propria dottrina della risoluzione dialettica del finito nell’infinito (che è la
sua proposizione fondamentale).

b. Rapporto Intelletto e Ragione.


Il sapere dell’intelletto (quello della scienza) è astratto (cfr. tavola a pag 12) perché coglie soltanto
pezzi, tronconi di realtà, separati dal tutto (come se pretendessimo di capire il corpo umano analizzando
solo il cuore o una mano, senza sapere che sono solo parti di un organismo più complesso), il sapere
della ragione è concreto perché della realtà riesce a cogliere l’unità organica. Quello dell’intelletto è un
modo di pensare statico, basato sul principio di identità e non contraddizione, che immobilizza gli enti
nelle loro determinazioni rigide e reciprocamente escludentesi. Quello della ragione è un modo di pensare
fluido che riesce a cogliere la concretezza vivente del reale. La ragione speculativa rappresenta l’organo
attraverso cui avviene la risoluzione del finito nell’infinito, che rappresenta l’alfa e l’omega della filosofia
hegeliana. N.B. l’Intelletto, la ragione negativa e la ragione speculativa però non sono da intendersi come
facoltà mentali diverse ma soltanto differenti fasi della stessa ragione umana.
c. La distinzione tra cattiva infinità e buona infinità.
La cattiva infinità, è il prodotto dell’intelletto astraente. È astratta, vuota perché non possiede al suo
interno il finito che le si contrappone semplicemente come qualcosa di estraneo, che non può
comprendere. Questa “falsa” infinità (che attribuisce a Fichte) pur dichiarando “contraddittorio”
(“illusorio”), il finito esprime solamente l’esigenza del suo superamento, senza mai riuscirci, poiché
l’infinito è esclusivamente una meta ideale.
La buona infinità o “vera” infinità consiste nella unità di finito e infinito o meglio con la totale e completa
risoluzione del finito nell’infinito (ancora una volta il concetto fondamentale di Hegel).
d. La logica di Hegel non è la logica aristotelica. Questa aveva per suoi princìpi fondamentali il
principio di identità e non contraddizione, secondo cui gli opposti non possono coincidere. Invece, per
Hegel il reale è proprio una sintesi d’opposti. La logica aristotelica, dunque, è la logica dell’intelletto,
quella hegeliana è logica della ragione dialettica.

2. Filosofia della Natura.


La seconda parte dell’Enciclopedia tratta della Filosofia della natura. Nell’economia generale del sistema
di Hegel, la Logica corrisponde alla Tesi, dunque la Filosofia della natura corrisponde all’Antitesi ossia il
momento negativo. Essa è anche il luogo in cui tale sistema presenta le maggiori incongruenze. Hegel
identifica la natura come “esteriorizzazione”, nello spazio e nel tempo, dell’idea, che, raggiunta la
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pienezza del suo sviluppo logico, si risolve ad uscire da sé, manifestandosi in una molteplicità di forme.
Ma, mentre in certi momenti egli sembra giudicare negativamente questa “trasformazione” dell’idea,
giudicando la natura una forma di degrado dell’idea, una caduta di stile, una risoluzione imperfetta,
inadeguata alla perfezione dell’Idea, in altri momenti sembra considerare questo passaggio, dall’idea alla
natura, come una sorta di potenziamento dell’idea, un arricchimento autoriflessivo dell’idea.
Indubbiamente, in accordo più con Fichte che con Schelling, Hegel ha prevalentemente insistito sul
carattere peggiorativo della natura rispetto all’idea, poiché, avendo essa un’esistenza meramente
esteriore, tutte le sue manifestazioni sono condizionate dalla contingenza, mentre all’idea si addicono i
caratteri dell’universalità e della necessità.
La funzione chiave del concetto di Natura all’interno del sistema è quello insostituibile di farsi
“rifugio” di tutto quel mondo dell’apparenza, del finito, dell’accidentale e del contingente e
dell’individualità, legati al tempo ed allo spazio, che Hegel tende a respingere fuori dell’Olimpo
aristocratico della diarchia Ragione-Realtà. Tutto ciò che l’individualità, legata alla contingenza
naturale, ha di irriducibile alla ragione deve pur trovare posto nel sistema, se è vero che il principio di
identità tra ragione e realtà impone l’obbligo di giustificare e risolvere nella ragione tutti gli aspetti della
realtà. Ed il posto lo trova nella natura, che da questo punto di vista si configura come una sorta di
pattumiera del sistema stesso.
Poiché in essa il concetto è realizzato in modo inconscio ed accidentale, è impossibile mostrare la
necessità e l’universalità di tutti i suoi prodotti, quindi Hegel sostiene che la filosofia possa al massimo
mostrare il piano generale della natura, fondamentalmente statica e fissa nel suo ordine graduale. Dal
primo grado della natura costituito dalla meccanica, che studia i fenomeni naturali al livello più basso,
attraverso lo studio della fisica si perviene a quello più alto costituito dalla fisica organica, la quale tratta
della natura geologica, di quella vegetale e di quella animale, dove l’organismo manifesta una certa
autonomia e sentimento per la vita. “Ogni individuo biologicamente determinato incontra la morte, che
Hegel interpreta come segno e conseguenza “dell’inadeguatezza all’universalità” da parte
dell’individuo, che è semplice accidentalità rispetto al genere. Solo questo è l’idea, mentre gli individui
sono esistenze attraverso cui il genere si perpetua. Nell’uomo, anch’esso individuo biologicamente
determinato avviene il riscatto dell’idea dalla sua esteriorità con l’attuazione del passaggio dalla natura
allo spirito: la ragione riprende coscienza di sé realizzando la sintesi di universale e individuale”.15

3. Filosofia dello Spirito.


La filosofia dello Spirito è il momento della Sintesi dei due momenti che lo hanno preceduto, quello della
Logica e quello della filosofia della Natura. Lo spirito è al contempo negazione della natura (in quanto ne
elimina l’esteriorità) e esaltazione della natura (in quanto la realizza al massimo vertice). Giunta al livello
dello Spirito la ragione si fa soggettività libera (libera dalle ferree leggi naturali) e pienamente
consapevole di sé e del suo valore.
Lo spirito coincide e si manifesta con l’uomo. Con esso la natura si eleva dalla cecità alla coscienza e
diviene cultura.
Anche lo Spirito dell’uomo procede per gradi ed Hegel ne segue lo sviluppo dialettico; diversamente da
quanto accade nella Natura, però, nella quale i gradi sussistono giustapposti e coesistenti uno accanto
all’altro (il mondo vegetale e minerale accanto a quello animale), nello Spirito ciascun grado è compreso
e risolto nel grado superiore, il quale a sua volta è già presente nel grado inferiore (= l’individuo non
esiste accanto alla società, ma è ricompresso nella società, la quale, a sua volta, è presente nell’individuo,
fin dall’inizio).
I tre momenti dello sviluppo dello Spirito sono: lo Spirito soggettivo, lo Spirito oggettivo, lo Spirito
assoluto.

Spirito soggettivo Spirito oggettivo Spirito assoluto


Antropologia Diritto Arte
Fenomenologia Moralità Religione
Psicologia Eticità (famiglia-società-stato) Filosofia
15 Pancaldi, Trombino, Villani, Philosophica, vol. 3. pag. 89.
15

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Le pagine di maggior interesse si trovano all’interno dei capitoli dedicati allo Spirito oggettivo e assoluto.

➢ Lo Spirito soggettivo.
È lo Spirito individuale, considerato nel suo lento e progressivo emergere dalla natura dai più elementari
gradi della vita psichica fino alle più elevate attività conoscitive e pratiche. La filosofia dello Spirito
soggettivo è suddivisa in tre parti:

Antropologia. Studia lo Spirito come anima, ossia la fase aurorale della vita cosciente e indica quel
complesso di legami tra spirito e natura che nell’uomo si manifestano come temperamento. È qui
contenuta dissertazione sulle tre età dell’uomo, quale ennesima riprova della struttura dialettica del reale,
in cui l’infanzia (la tesi) è vista come il periodo dell’armonia dell’individuo con il mondo; la giovinezza
(l’antitesi) è il periodo in cui l’uomo, con le proprie speranze ed i propri ideali, entra in conflitto con il
proprio ambiente, familiare e sociale; la maturità (la sintesi) è il momento in cui l’individuo, dopo l’urto
adolescenziale con il mondo si riconcilia con esso, tramite il riconoscimento della necessità oggettiva
della razionalità del mondo già esistente.

Fenomenologia. Studia lo Spirito come coscienza riprendendo i temi contenuti nella Fenomenologia.

Psicologia. Questa è la sezione in cui Hegel studia lo Spirito soggettivo in senso proprio, ossia
l’“individuo come tale” in cui si realizza l’unità dialettica dei due momenti precedenti. Il soggetto
individuale è in grado di esprimersi con l’alta manifestazione del volere libero.

↓ ↓ ↓ ↓
➢ Lo Spirito oggettivo.
È questa la sezione più importante di tutta l’ Enciclopedia.
Divenuto spirito libero, lo Spirito soggettivo, quando incontra altri individui liberi come lui, sente la
necessità di regolare la propria libertà. Il termine Libertà per Hegel indica la “realizzazione di sé” del
singolo, tramite un atto di volontà. Tale atto ha senso solo in un mondo strutturato, una società, uno stato.
Fuori di questo mondo tale libertà è indeterminata, insensata e vuota. Quindi, la volontà di libertà
dell’uomo trova la sua realizzazione soltanto nella sfera dello Spirito oggettivo che è la sfera delle
istituzioni sociali, quell’insieme di istituzioni sovra individuali che Hegel raccoglie sotto il concetto di
Diritto.
I momenti dello spirito oggettivo sono tre: il diritto astratto, la moralità, l’eticità, dei quali Hegel si è
occupato anche nei Lineamenti di filosofia del diritto. La filosofia del diritto di Hegel ha avuto moltissima
importanza per tutto l’Ottocento avendo influenzato a lungo gli studi giuridici.

1. Il diritto Astratto La Tesi.


Il momento in cui l’individuo realizza la propria libertà all’interno di una sfera sociale è quello del diritto
astratto (che coincide con il diritto privato). È il momento in cui all’individuo viene riconosciuta la
“personalità giuridica” al modo romano, ossia egli, considerato all’interno di un istituzione sociale
concreta, diviene soggetto dotato di diritti, il primo dei quali è quello della proprietà privata. La persona
qui considerata è la persona che non vive in stato di natura dove vige l’infinita volontà ma in uno stato di
diritto. L’essenza del singolo, dell’essere individuale, è la libertà; questa può dirsi tale, però, soltanto
all’interno di una società civile perché si rapporta alla libertà di altri singoli, altrimenti non sarebbe
commensurabile.
La “persona” per Hegel diviene tale solo in rapporto al mondo esterno di “cose” che può riconoscere
come sue, “ la persona ha per suo fine il diritto di porre la sua volontà in ogni cosa”. Qui Hegel entra in
aperto conflitto con la concezione di Rousseau, che aveva individuato nella proprietà privata un vero e
proprio atto di arbitrio(Vedi Philosophica 3A: Antologia, brano 6. pag. 118 = leggere e confrontare con
vol. 2B p. 147!). Per Hegel la proprietà privata è invece costitutiva della libertà della persona giuridica.
La proprietà di qualcosa è affermazione di sé, dell’individuo, nella cosa. Possedere qualcosa significa
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essere libero (disporre come si vuole di quella cosa). In quanto persona giuridica, l’individuo è soggetto a
diritti ma anche a doveri. La proprietà, perciò, diviene tale soltanto in virtù del reciproco riconoscimento
fra persone, e questo si ha tramite l’istituto giuridico del contratto.
L’esistenza del diritto rende possibile la logica possibilità del suo contrario, il torto. Diverse sono le forme
di torto, dalla controversia (in cui le parti interpretano diversamente il diritto), fino al delitto, dove il
valore della legge è completamente negato. Per ciò il diritto (tesi), violato tramite il delitto (antitesi), deve
essere ripristinato mediante la punizione o pena. Questa per Hegel rappresenta la sintesi o la
ricomposizione del diritto trasgredito, quindi una necessità oggettiva del vivere in comune; perché essa
sia ri-compositiva della frattura creatasi tra l’individuo e la società, e non vendicativa, occorre che essa
sia riconosciuta interiormente dal colpevole. Questa esigenza, trascende l’ambito del diritto, che concerne
l’esteriorità della legge e richiama la sfera della moralità.

2. La Moralità L’Antitesi.
La moralità è la sfera in cui l’individuo manifesta una volontà di agire in base ad un proponimento (un
libero proposito) una libera intenzione. Il fine a cui mira quest’intenzione è il benessere. Hegel, avverso al
rigorismo etico, ritiene che la morale non debba mai entrare in contrasto con la nostra aspirazione alla
felicità. Tale aspirazione, essendo volontà soggettiva, interiore e privata, non riesce quasi mai ad elevarsi
fino a coincidere con l’aspirazione al bene in sé e per sé. Da ciò deriva la contraddizione tra essere e
dovere essere che è tipica della moralità (soprattutto quella kantiana, che Hegel critica fermamente) che
non riesce mai a concretizzarsi nella realtà di fatto.

3. L’Eticità La Sintesi.
La scissione tra la soggettività ed il bene, tipica della Moralità, viene risolta da Hegel nell’Eticità, nella
quale il bene è in grado di attuarsi concretamente. L’eticità è moralità sociale, in grado di realizzare il
bene in forme istituzionali, quali la Famiglia, la Società civile, lo Stato.
In quanto moralità concreta, attuata visibilmente nel mondo e non astrattamente, l’eticità rappresenta il
superamento della spaccatura fra interiorità ed esteriorità che è propria della morale del dovere. Nello
stesso tempo, configurandosi come una sorta di morale che ha assunto le forme del diritto (dell’esteriorità
istituzionale) e di diritto che ha assunto le forme della morale (del perseguimento del bene universale),
l’eticità risulta in grado di superare le opposte unilateralità sia del diritto che della morale. Famiglia,
società civile e stato a loro volta costituiscono la triade dialettica dell’eticità.

La Famiglia . Tesi.
È il primo momento dell’eticità. Quella di Hegel è la prima teorizzazione filosofica della famiglia
borghese, incentrata sulla coppia e sui figli, piuttosto che sui più vasti legami di parentela delle famiglie
tradizionali ed è strettamente associata al patrimonio. Fondata sull’amore e la fiducia (la monogamia) ha
come fondamento il matrimonio e scopo la crescita e l’educazione dei figli, i quali divenendo personalità
autonome a loro volta daranno origine ad altre famiglie. La famiglia è una persona giuridica e come
“persona” ha la sua realtà sostanziale nel possesso di beni, di una proprietà (vedi la teoria della proprietà
a pag. 16).

La Società civile. Antitesi.


Il momento successivo dello Spirito etico è quello in cui il sistema unitario e solidale della famiglia si
frantuma per dar luogo a quello, conflittuale, della società civile, che della famiglia costituisce la naturale
antitesi. Qui interessi particolari ed indipendenti coesistono ed entrano in conflitto economico, sociale e
giuridico tra loro. La società civile rappresenta il momento negativo dell’eticità “il campo di battaglia
dell’interesse privato di tutti contro tutti”, un sistema atomistico in cui si ripropone l’isolamento degli
individui, chiusi ciascuno nel proprio ambito privato, che vede contrapposti anche i diversi nuclei
familiari tra loro. La società civile si articola a sua volta in tre diversi sistemi.

Il sistema

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dei Bisogni Qui Hegel mostra piena competenza nei processi economici tipici della società
industriale e si avvicina alle analisi degli economisti classici, come Adam Smith, di cui
accoglie i risultati. Il primo momento della società civile è il cosiddetto sistema dei bisogni
che nasce dalla necessità di soddisfare i bisogni di tutti. A tal fine gli individui, attraverso
l’organizzazione della produzione dei beni in base alla divisione del lavoro, danno origine
ad un sistema di classi o ceti, nel quale ognuno, credendo di lavorare solo per il proprio
vantaggio contribuisce all’appagamento dei bisogni di tutti gli altri. “Dove si ha società
civile- dice Hegel- hanno luogo le classi nella loro distinzione; giacché la sostanza
universale, in quanto vivente, non esiste se non si particolarizza organicamente”. Le classi
distinte da Hegel sono tre: 1) Il ceto “naturale”, degli agricoltori, che ha il suo patrimonio
nei prodotti di un terreno che lavora. 2) Il ceto “formale” degli artigiani, dei fabbricanti e
dei commercianti, che si occupa di “dar forma al prodotto naturale”. 3) Il ceto “universale”
dei funzionari, che ha per sua occupazione gli interessi della società. Il problema
rappresentato dal pauperismo crescente del moderno mondo industrializzato, dovuto alla
crescita demografica ed all’accumulo diseguale della ricchezza, deve essere risolto
secondo Hegel non dall’assistenzialismo, contrario ai principi di una società civile, né
dall’estensione forzata dell’occupazione, che creerebbe soltanto una crisi da
sovrapproduzione, ma con l’espansione del mercato.

L’Amministrazione
della Giustizia Il secondo momento della società civile è costituito dall’amministrazione della
giustizia in cui il diritto diviene pubblico e concerne la sfera delle leggi realizzandosi in
modo concreto in un sistema di norme pubblicamente riconosciute e con valore
obbligante.

La Polizia
e le Corporazioni La polizia provvede alla sicurezza sociale, assicurando il benessere del singolo
che deve essere un diritto. Tra i compiti della polizia per assicurare il benessere dei membri
del corpo sociale deve esserci quello educativo, in quanto l’individuo è visto come figlio
della società civile. Nel sistema hegeliano inoltre rivestono un ruolo particolare le
corporazioni di mestiere, che di fronte alla conflittualità del modello sociale borghese,
tendenzialmente individualistico, si pongono come efficace elemento mediatore tra
l’individuo e la società. Esse prefigurano, in un certo qual modo, il momento
dell’universalità statale, attuando una sorta di unità tra la volontà del singolo e quella della
categoria lavorativa cui appartiene.

Lo Stato. Sintesi.

Lo Stato costituisce il culmine della Eticità che in lui trova piena realizzazione e compiuta unità. Lo Stato
risolve in sé i due momenti precedenti, ri-affermando l’unità immediata della famiglia (Tesi) al di là della
dispersione della società civile (Antitesi). Quello di Hegel è il più compiuto modello di stato etico mai
elaborato nel quale tutte le particolarità (gli individui, le famiglie, le classi) trovano il loro fondamento, il
senso del loro essere ed il fine del loro agire.

1. Lo Stato Etico
Per Hegel lo stato esprime l’ethos di un popolo ed il suo spirito. “Esso è sostanza etica consapevole di sé,
la riunione del principio della famiglia e della società civile”. Molto di più della semplice somma delle
persone giuridiche che lo compongono, è Totalità organica, un organismo attraverso cui vivono i suoi
singoli componenti. Come dal punto di vista metafisico l’intero viene prima delle parti, di cui non è
semplice somma, così lo stato viene prima della società civile e della famiglia. Incarnazione suprema
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della moralità e del bene comune lo Stato Etico di Hegel si differenzia nettamente dal modello politico
elaborato dagli autori precedenti.
A. Si differenzia dal modello liberale (da Locke a Kant), per il quale lo stato sarebbe un entità artificiale,
uno strumento creato dagli individui per la semplice tutela dei loro interessi, dei loro diritti e a garanzia
della loro sicurezza (questa teoria comporta per Hegel una riduzione dello stato a semplice tutore dei
particolarismi della società civile, dove la libertà nello stato finisce per identificarsi con la libertà dallo
stato).
B. Lo Stato di Hegel si differenzia anche dal modello democratico di Rousseau, secondo il quale la
sovranità risiederebbe nel popolo. Questa nozione di sovranità popolare appartiene al novero “dei confusi
pensieri” in quanto il popolo “al di fuori dello stato” è soltanto una somma di singoli, una moltitudine
informe. A tale “astrazione” Hegel contrappone la teoria per cui la sovranità dello stato deriva dallo stato
stesso, il quale dunque ha in sé, e non al di fuori di sé, la propria ragione d’essere. Tale concezione anti-
liberale ed anti-democratica si fonda sul presupposto teorico che non siano gli individui a fondare lo stato,
ma lo stato a fondare gli individui, sia dal punto di vista cronologico e storico (= in quanto gli individui
nascono nell’ambito di uno stato che viene prima di essi), sia dal punto di vista ontologico (= in quanto
lo stato è superiore agli individui esattamente come il tutto è superiore alle parti che lo compongono).
C. Tale ottica organicistica dello stato etico si accompagna anche al rifiuto del modello contrattualistico,
ossia della teoria, di Locke e Rousseau, che vorrebbe far dipendere l’esistenza della vita associata da un
“contratto sociale”, scaturito dalla volontà arbitraria degli individui che si uniscono in virtù di
un’esigenza, il che per Hegel sarebbe un insulto alla “maestà” dello stato (Leggi Antologia brano 6.
pag.121).
D. Il Giusnaturalismo, la teoria che afferma l’esistenza di diritti naturali prima ed al di fuori dello stato,
proposto da Grozio e da Pufendorff e di cui Antigone è la figura simbolica (vedi casella pag. 11), è
contestato da Hegel in quanto l’idea stessa di un “diritto” anteriormente ed al di fuori di una compagine
statale, è contraddittoria. Lo stato, per Hegel non può trovare nelle leggi della morale un limite, un
impedimento alla sua azione e non può dipendere da quei “pensieri universali”, come li chiama, che
vanno sotto il nome di “principi morali”.

2. Stato di Diritto e la Monarchia costituzionale


Lo stato di Hegel è assolutamente sovrano ma non dispotico, ossia illegale. Conformemente con la
tradizione che va da Hobbes a Rousseau, Hegel ritiene che lo stato debba operare soltanto attraverso le
leggi, il suo è uno stato di diritto fondato sul rispetto delle leggi che devono governare al posto degli
uomini. Da ciò il ruolo fondamentale del potere legislativo che, insieme a quello governativo e quello
principesco, forma la divisione perfetta della perfetta costituzione che per Hegel è la monarchia
costituzionale. La monarchia costituzionale è la migliore tra le forme di governo, perché riassume le
forme classiche, monarchia, aristocrazia e democrazia, “Il monarca è uno, con il potere governativo
intervengono alcuni e con il potere legislativo interviene la pluralità”.
Al potere legislativo, cui concerne l’obbligo di emanare le leggi, collabora l’“assemblea delle
rappresentanze di classi” anche se in minima parte, perché al compito di promulgare le leggi concorrono
meglio ed in maggior misura gli altri due, il potere governativo e quello principesco. L’uno attraverso i
funzionari statali traduce in atto l’universalità delle leggi, l’altro rappresenta l’incarnazione stessa dello
stato in una individualità reale, cui spetta la decisione ultima “ circa gli affari della collettività”, di fatto
niente più che una enfatica figura simbolo di quella che Hegel ritiene la forma di governo più razionale.
Pur riconoscendo l’importanza mediatrice dei ceti, che stanno tra il potere del governo ed il popolo
dissolto in individui, Hegel si mostra diffidente nei confronti del loro agire politico, ritenendo che essi
siano inclini a far valere gli interessi privati a spese dell’interesse generale, anzi, coerentemente con le sue
premesse antidemocratiche, arriva ad affermare che i membri del governo possono fare ciò che è il
meglio da soli, perché essi possiedono una profonda conoscenza dei bisogni e degli affari dello stato,
mentre il popolo non sa ciò che vuole e ciò che è il meglio per lui.

3. Statolatria?

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Da tutto ciò deriva che lo Stato per Hegel realizza l’ingresso di Dio nel mondo, “Lo stato è volontà
divina […] il suo fondamento è la potenza della Ragione che si realizza come volontà. Nell’idea di Stato
non devono tenersi presente stati particolari; anzi, si deve considerare per sé l’idea, questo Dio reale”.
Tale esplicita divinizzazione dello stato da parte di Hegel non ha lasciato indifferente la critica
successiva. È stato rilevato, soprattutto nel corso del novecento, che alla concezione dello “Stato Etico” si
sono richiamati i regimi totalitari, come quello fascista italiano (si pensi alla carta del lavoro del 1927) 16,
per negare i diritti e le libertà individuali in nome della supremazia dello stato. Alcuni interpreti non
ravvisano una simile radicalità in Hegel, poiché, affermano, la sfera della politica e dello stato non
rappresentano il senso ultimo della vita dello Spirito in Hegel, perché lo stato è “pur sempre concepito nel
contesto della filosofia dello Spirito oggettivo e non nel contesto della filosofia dello Spirito assoluto;
quindi per quanto lo Stato rappresenti il culmine della eticità, è l’eticità stessa a non essere l’ultima parola
della filosofia” (Philosophica 3° pag.121). Questa interpretazione “conciliante” del pensiero politico di
Hegel rileva che, stando alle premesse del suo pensiero, Hegel non identifica Dio con lo Stato ma con lo
Spirito assoluto, il quale attraverso l’arte e la religione culmina nella filosofia. Ciò è senz’altro vero, ma è
bene ricordare che l’arte, la religione e la filosofia esistono per Hegel soltanto nello stato e in virtù
dello stato, il quale rappresenta allora, proprio come scrive Hegel “l’entrata concreta e visibile di dio
nel mondo”.

4. La Guerra è la Salute dei popoli


Così come non esiste alcuna legge morale, non scritta, che abbia il potere di limitare l’azione dello Stato
al suo interno, altrettanto per Hegel non esiste alcuna autorità esterna in grado di dirimere le controversie
tra gli stati sovrani. Lo stato, infatti, è un individuo che si pone di fronte ad altrettanti individui statali
ciascuno autonomo e sovrano all’interno del suo territorio. Oltre a se stesso, nessun giudice, nessun
organismo superiore, è legittimato a regolare i rapporti inter-statali. Con ciò Hegel nega che esista un
diritto pubblico internazionale. Non potrà mai esistere una Repubblica dell’umanità, come quella sognata
da Kant, poiché non esiste uno Spirito dell’umanità, ma solo uno “Spirito dei popoli”. Tale Spirito è il
riconoscersi di un popolo in un modo d’essere tipico che porta con se la nozione di patria. Ne deriva che
la sovranità politica deve risiedere esclusivamente nello stato nazionale. E dato che le nazioni si trovano
tra loro in una condizione di naturalità, ne consegue che la guerra rimane l’unico modo per risolvere i
contrasti, “ quindi il conflitto tra gli stati, in quanto le volontà particolari non trovano un
accomodamento, può essere deciso solo dalla guerra”.17 In altre parole, poiché nessuno può fungere da
arbitro nelle dispute tra stati, il solo giudice universale è il ricorso alla guerra.
Muovendosi in un’ottica diametralmente opposta al cosmopolitismo illuminista e pacifista di Kant (che
aveva sostenuto l’efficacia di una” Lega Mondiale degli Stati” per l’instaurazione di una pace perpetua) 18
Hegel non solo attribuisce alla guerra un carattere di necessità ed inevitabilità ma anche addirittura un
alto valore morale. Con un paragone famoso Hegel afferma che come “il movimento dei venti preserva il
mare dalla putredine, nella quale sarebbe ridotto da una quiete durevole” così la guerra preserva i popoli
dalla fossilizzazione alla quale li ridurrebbe una pace durevole o perpetua. La guerra è necessaria alla
salute spirituale dei popoli, la cui compattezza (= autocoscienza) si rafforza, definendosi, per contrasto,
con un nemico. Ogni stato è un individuo e nell’individualità è contenuta per dialettica la negazione ed
anche se un certo numero di stati si costituisce a famiglia essa deve crearsi un’antitesi, un nemico. Dalle
guerre, infatti, risultano rafforzati i popoli che “sono in discordia in sé perché acquistano mediante
guerre all’esterno, pace all’interno”. Va bene parlare di pace, di pace perpetua, dice Hegel, ma “le
chiacchiere ammutoliscono dinnanzi alle serie repliche della storia”. In questo gioco di relazioni regolate
dalla guerra, gli stati sovrani diventano singole espressioni dello Spirito che entra nel tempo e si incarna

16 La Carta del Lavoro è il documento programmatico con il quale vennero fissate le principali linee guida della Politica
sociale Italiana nel 1927. Essa rappresentava la politica economica del ventennio fascista, caratterizzata dal corporativismo,
inteso come terza via fra il liberal-capitalismo e il collettivismo marxista.
17 Come nella dialettica servo-signore anche qui il solo arbitro universale è la forza: poiché ogni individualità statale aspira ad
essere riconosciuta dalle altre come la più potente, ne deriva la regressione allo stato di natura, in cui il ricorso naturale alla
guerra è indicato come lo strumento più idoneo per la soluzione delle controversie, qualora vengano meno le condizioni per un
accordo pacifico.
18 G. K.!!!
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nella Storia. La dialettica dello spirito oggettivo si conclude in una filosofia della Storia (Antologia
Philosophica 3A brano 8, leggere!).

5. La Storia.
La Storia del mondo, che conclude la filosofia dello Spirito oggettivo, è il teatro in cui lo Spirito realizza
la sua libertà in senso giuridico ed etico. La storia è la realizzazione della libertà, non una libertà astratta,
puro arbitrio individuale, ma libertà con-cre-tiz-za-ta nel mondo del diritto, della morale e dell’eticità.
All’occhio dello scrivano della storia, colui che si limita a registrare il corso degli eventi, essa appare un
tessuto casuale di fatti mutevoli, dettati da cause contingenti e priva di ogni piano razionale o divino,
dominata dallo spirito del dis-ordine, della distruzione e del male. Per il filosofo della storia, non è così.
Questo insieme di eventi non può essere catalogato sotto la categoria del semplice mutamento o del caso,
ma sotto quello della ra-zio-na-li-tà. “Il grande contenuto della storia è razionale e così deve essere, una
volontà divina domina poderosa nel mondo”. Occorre guardare la Storia tenendo presenti le categorie di
ringiovanimento e di fine; se ci chiediamo quale sia il fine di questo movimento, la coscienza cristiana ci
fornisce una prima spiegazione: è la potenza divina che con infinita saggezza realizza i suoi fini. Tuttavia
questa fiducia nella divina provvidenza “è fede indeterminata, generica, in grado di dar conto soltanto di
eventi singoli, non si applica al tutto, al complessivo corso degli eventi del mondo” e si trincera spesso
dietro l’impossibilità umana di comprendere i disegni provvidenziali (= “le vie del Signore sono infinite”;
“non cade foglia che Dio non voglia”). Occorre che la filosofia porti alla luce della coscienza razionale il
fine della Storia, ne riconosca le vie, i mezzi e i modi con cui essa si realizza nel mondo. Per Hegel dietro
l’esplicarsi della Storia c’è lo Spirito, la Ragione universale che attraverso la storia realizza il suo fine.

▪Il fine della Storia . Per Hegel il fine della Storia è che “lo Spirito giunga a sapere ciò che esso è
veramente, e oggettivi questo sapere e lo realizzi facendone un mondo esistente, manifesti
oggettivamente se stesso”.
Questo significa che il fine della Storia è la manifestazione dello Spirito nel mondo, ossia che esso
giunga alla conoscenza di sé, di cosa esso è veramente. E per giungere a questa consapevolezza è
necessario che questo spirito si manifesti nel mondo in qualcosa di concreto, che si incarni in qualcosa
di determinato, e questo qualcosa, è lo Spirito di un popolo. I singoli popoli poi si muovono all’interno
di un teatro, uno stesso orizzonte universale che costituisce lo Spirito del mondo. Il particolare spirito di
un particolare popolo è solo l’anello di una catena costituita dal corso dello spirito del mondo. Tra lo
spirito del mondo e lo spirito del popolo c’è lo stesso rapporto che esiste tra il l’infinito e il finito, tra
Dio e le sue manifestazioni, poiché lo spirito di un popolo è lo Spirito Universale che si fa particolare.
La storia incarna lo spirito del mondo attraverso il farsi dello spirito di un popolo. E questo spirito del
mondo è conforme allo spirito divino che è lo Spirito Assoluto (Antologia, Philosophica 3a brano 7,
pag. 123, Leggere).

▪I mezzi della Storia. I mezzi che la Storia usa per realizzare lo Spirito nel mondo, sono gli individui e
le loro passioni; “nulla di grande è stato compiuto nel mondo senza passioni”, esse non sono affatto
opposte alla moralità “anzi realizzano l’universale”. Le passioni, che spingono gli individui ad agire per
i propri scopi egoistici (sete di potere, di ricchezza, di vendetta e d’amore), non sono altro che gli
strumenti che conducono, nella storia, a fini diversi a cui quelle esplicitamente mirano. Accanto alle
idee, l’altro grande movente della storia, le passioni muovono gli uomini verso la realizzazione dei
propri particolari fini. Essi però non sanno d’essere semplici strumenti per la realizzazione degli scopi
dello Spirito. Questo vale soprattutto per gli uomini eccezionali, che Hegel chiama gli individui
cosmico-storici, essi, protagonisti della vita dei loro popoli, condottieri, legislatori, eroi, sono stati i
veggenti che incarnando completamente lo spirito di un popolo hanno istitntivamente saputo realizzare
il fine dello Spirito. Inseguendo il proprio obiettivo particolare, mossi dall’ambizione o da un ideale
hanno realizzato il fine dello Spirito.

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▪L’astuzia della Ragione. La ragione è astuta, perché utilizza gli individui e le loro passioni agendo alle
loro spalle. Apparentemente Alessandro magno, Cesare, Napoleone non fanno che seguire la propria
passione e la propria ambizione, in realtà si tratta di un’astuzia della ragione che si serve degli individui
e delle loro passioni come di mezzi per attuare i suoi fini. Non deve meravigliare che una volta
compiuta la propria missione questi “eroi” vengano abbandonati al proprio destino dalla ragione, non
deve meravigliare che su di essi incomba spesso la sconfitta o la tragedia. La loro “funzione” è quella
di realizzare non la propria personale felicità ma fini universali. Questo è il senso dell’Astuzia della
ragione, la quale si avvale degli eroi, delle loro passioni per realizzare il proprio scopo universale, e non
i loro particolari, lasciandoli poi cadere come “gusci vuoti” quando hanno adempiuto il loro compito
storico. Il disegno provvidenziale della Storia si rivela nella vittoria che di volta in volta consegue il
popolo che ha concepito il più alto concetto dello spirito.
▪La Libertà. Abbiamo detto che il fine ultimo della Storia del mondo è che lo spirito giunga alla
conoscenza di sé, attraverso lo spirito di un popolo che lo incarna. La conoscenza di sé di un popolo è
ciò che lo rende libero. Lo Spirito in sé è Libertà, se un popolo giunge alla propria coscienza di popolo è
libero. Tale coscienza costituisce il diritto, i costumi, la religione di un popolo. Quanto più un popolo è
affine al suo spirito, tanto più è libero. In altre parole, se il fine della storia è la libertà, questa libertà è
attuata dai popoli che più si costituiscono forme di Stato corrispondenti e affini al loro spirito; più essi
hanno compreso e approfondito ciò che è il loro spirito e più essi sono liberi. Il fine della storia è allora
la costituzione di uno Stato, attraverso il quale si possa realizzare la liberà dello Spirito.

▪Il Corso della Storia. La costituzione dello Stato è il fine supremo della storia. Tradotto in termini
temporali: La storia del mondo è la successione di forme statali che altro non sono che momenti di un
divenire assoluto. Come il sole segue il suo corso, muovendosi da Oriente ad Occidente, così lo spirito
del mondo, al suo apparire, si è mosso seguendo il corso del sole. Le prime grandi civiltà sono fiorite ad
oriente (Cina, India, Egitto, Babilonia) dove la forma di governo era il dispotismo “uno solo è libero”.
In seguito, spostandosi verso Occidente, lo Spirito si è realizzato pienamente presso i Greci, dove
“alcuni erano liberi”. Attraverso le vicende della storia di Roma, in cui i cittadini sono diventati sudditi
e del cristianesimo che ha segnato il mondo con la conciliazione spirituale tra Dio e l’umanità,
attraverso profondi momenti di crisi (la fine dell’impero romano, le invasioni barbariche e la scissione
tra le chiese) lo Spirito è approdato all’era moderna che trova nella Germania di Hegel la piena
realizzazione dell’ideale cristiano- riformato in cui “tutti gli uomini sanno di essere liberi”. La Ragione
è giunta alla sua piena manifestazione ed essa può trovare piena e completa realizzazione nello stato
prussiano che mostra le caratteristiche dello stato-idea. Nel mondo cristiano-germanico la ragione è
giunta alla sua piena attuazione. Si può parlare di una fine della storia? La piena maturità dello Spirito,
che Hegel vede incarnata nella civiltà cristiano-germanica, significa l’inaridimento del suo slancio
creativo? Hegel non dà una risposta a questo, ma accenna agli Stati Uniti come al paese del futuro,
“quello cui in tempi futuri si rivolgerà l’interesse della storia universale” ma, aggiunge, “fare il profeta
non si addice al filosofo”.

➢ Lo Spirito assoluto.

Lo Spirito oggettivo si è realizzato nello “stato etico”. Ma questo non è lo Spirito assoluto. Lo Spirito
entra nel culmine del suo sviluppo dialettico quando si rende conto del limite degli spiriti dei popoli
particolari di cui si è servito come strumenti per il suo disvelamento. Quando lo spirito giungerà alla
piena coscienza della propria infinità (cioè del fatto che tutto è spirito e al di fuori di esso non vi è nulla)
questo sarà il culmine della realizzazione dello Spirito, lo Spirito Assoluto. Tale auto-conoscersi dello
spirito come assoluto ha ancora necessità di un movimento dialettico che si articola in Arte, Religione e
Filosofia. Queste attività si differenziano soltanto per la forma, non per il loro contenuto che è lo stesso,
che è l’Assoluto, Dio.19 L’arte conosce l’Assoluto nella forma dell’intuizione, la religione nella forma
della rappresentazione, la filosofia nella forma del puro concetto.

19 Il termine “assoluto” conosce una lunga vicenda nel corso della storia occidentale: si tratta, in realtà, di un’espressione
platonica o neoplatonica, che significa “ ab-solutus, assolto (= sciolto) da ogni particolare condizione.
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Arte. L’arte rappresenta il primo gradino attraverso cui lo Spirito acquista coscienza di sé. Nell’arte lo
spirito umano vive in modo immediato ed in-tu-i-ti-vo quella fusione tra soggetto e oggetto, tra Spirito e
natura, che la filosofia idealistica teorizza concettualmente, quando sostiene che la natura altro non è se
non manifestazione dello spirito. L’arte si esprime attraverso forme e materiali naturali ma ciò che
esprime è un messaggio spirituale. Tale conciliazione di spirito e natura non sempre si è realizzata nel
tempo, anzi la storia dell’arte è si è evoluta (ricordiamo che, per Hegel, la storia è sempre evoluzione )
parallelamente alla storia dello Spirito e dei popoli che ne sono stati l’espressione. Nata in oriente, l’arte è
stata dapprima simbolica, ossia caratterizzata da uno squilibrio fra il contenuto e la forma, a favore del
contenuto, perché stilizzata attraverso dei simboli (= il simbolo è un veicolo espressivo che allude
soltanto al contenuto ideale senza aver la capacità di comunicarlo pienamente). È un tipo d’arte che si
realizza nell’architettura. L’equilibrio tra contenuto e forma si realizza pienamente nell’arte classica, cui
ha dato vita la civiltà delle poleis greche, che nella scultura e nella rappresentazione della forma umana
hanno saputo realizzare la perfezione della bellezza. Priva di profondità, paga solo della sua forma
esterna, l’arte classica manifesta il suo limite proprio nel perfetto equilibrio tra forma esteriore e
contenuto interiore. Tale limite dell’arte classica è evidenziato dall’arte romantica, sviluppatasi in
occidente in età moderna, la quale attuando un nuovo squilibrio fra contenuto spirituale e forma sensibile
è un arte consapevole e quindi più evoluta. Essa si trova nella condizione di esprimere un contenuto tanto
ricco da trovare inadeguata ogni figurazione sensibile. L’artista romantico acquista coscienza che
qualsiasi forma sensibile è ormai insufficiente per esprimere in modo compiuto l’interiorità spirituale,
“pertanto rinunzia a mostrarlo come tale nella figurazione esterna e per mezzo della bellezza”. Di
conseguenza le arti privilegiate dalla cultura romantica saranno la pittura e la musica, dove l’elemento
sensibile viene via via affinandosi fino a scomparire del tutto con la poesia “la più spirituale delle arti”,
pura interiorità e capacità evocativa. “Nel progredire culturale di un popolo giunge l’epoca in cui l’arte
rimanda oltre se stessa”. Questa è per Hegel l’origine della moderna “crisi” dell’arte. Lo spirito del tempo
di Hegel non riesce più a considerare l’arte espressione idonea della sua profonda essenza, “possiamo
ancora trovare splendide le immagini del padreterno o di Maria, esse però non riescono più a farci
inginocchiare”. Si rispetta l’arte e la si ammira ancora, ma la si sottomette all’analisi del pensiero per
riconoscerne la funzione ed il posto.

La religione
Come l’arte, anche la religione ha un suo divenire nella storia,
parallelo a quello della civiltà dei popoli che la praticano. In
Asia vediamo nascere la religione naturale, in cui lo Spirito è
percepito come indistinguibile dalla Natura (al gradino più
basso lo sciamanesimo, in quello più alto le religioni
panteistiche, sia quelle della sostanzialità, dove il divino è
l’impersonale sostanza delle cose, come il taoismo,
l’induismo, il buddismo, sia quelle dell’enigma, come quelle
degli egizi o dei siriani, dove Dio è annunciato come spirito
libero). Alla religione naturale segue la religione della
personalità individuale, che rappresenta Dio con sembianze
umane, in cui prevale o l’aspetto della trascendenza, come in
quella ebraica, o della bellezza, come in quella greca, o della
moralità, come in quella romana. Con il cristianesimo alfine
la religione giunge alla forma assoluta, in quanto concepisce
Dio come Spirito. Essa evidenzia una conciliazione tra finito e
infinito, tra umano e divino nella persona di cristo. Essa è,
nella sua sfera, perfetta.
Religione. La Religione, è la forma in cui lo Spirito Assoluto si manifesta come Rappresentazione.
Oggetto della religione è Dio, il soggetto della religione è la coscienza umana, lo scopo della religione è
l’unificazione di Dio e della coscienza. La prima forma di religione è il sentimento di Dio, la certezza
interiore che Dio c’è. Il sentimento però non è in grado di giustificare razionalmente tale certezza e di
trasformarla in verità oggettivamente valida: io non posso dire “Dio c’è perché me lo sento”, e neppure
dire “attraverso quest’opera d’arte intuisco Dio”. Con la religione però posso tentare di pensare Dio non
attraverso i concetti della filosofia e neppure attraverso l’intuizione sensibile dell’arte, ma tramite una
terza via che è data dalla rappresentazione. Questa è una metafora del pensiero e procede in modo a-
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dialettico, giustapponendo le proprie determinazioni quasi fossero indipendenti le une dalle altre. Ad
esempio, l’immagine cristiana di Dio padre che crea il mondo è la rappresentazione, ossia
l’ipostatizzazione metaforica (= il frutto di immagini giustapposte) del fatto che la natura costituisce un
momento dialettico della vita dello Spirito.
La religione non è filosofia, dice Hegel, ma da questa può essere riconosciuta come momento
fondamentale della vita dello Spirito.
Lo sviluppo della coscienza religiosa è lo sviluppo dell’idea di Dio nella coscienza umana. Al primo
stadio troviamo la religione naturale. Qui l’idea di Dio è come sepolta nella natura. L’idolatria ed il
feticismo stanno al grado più basso della religione naturale, le religioni panteistiche orientali al grado più
alto, e così via via fino alla religione più evoluta, quella assoluta, che presenta al massimo grado l’idea di
dio nella coscienza umana che è la religione cristiana, in cui Dio appare come puro spirito. Vicina con i
suoi dogmi alla verità della filosofia (Cristo, l’uomo-dio, esprime pienamente l’identità di finito e infinito;
la trinità di Padre, Figlio e Spirito santo, la triade dialettica di Tesi, Antitesi e Sintesi), la religione
cristiana presenta pur sempre dei limiti, gli stessi propri d’ogni religione. La religione non è in grado di
pensare Dio dialetticamente e finisce per arenarsi di fronte ad un presunto “mistero dell’Assoluto”.
L’unico sbocco coerente della religione è la filosofia, che ci parla anch’essa di Spirito e Dio ma non più
nella forma inadeguata della rappresentazione, ma in quella adeguata del concetto. Tuttavia la religione
cristiana, perfetta nella sua forma, è quella che più di ogni altra si presta alla conversione nella superiore
forma della filosofia.

Filosofia. Il culmine della vita dello Spirito è la Filosofia. “Essa è l’Idea che pensa se stessa”. Nella
filosofia, che è l’ultimo momento della vita dello Spirito, l’Idea giunge alla piena e concettuale coscienza
di se medesima, chiudendo il ciclo cosmico. Perfettamente dispiegata nella realtà, la Ragione, l’Idea, con
la filosofia è divenuta auto-cosciente; lo Spirito con la filosofia è giunto al suo scopo finale che è quello
di auto-conoscersi.
Se l’Assoluto non è sostanza immobile ma storia, allora anche la filosofia, come autocoscienza
dell’assoluto, avrà una dimensione essenzialmente storica.
I vari sistemi filosofici che si sono succeduti nella storia, come le religioni o le forme artistiche, non
devono e non possono essere perciò considerati un insieme disordinato ed accidentale di opinioni. Al
contrario, ognuno di essi costituisce una tappa necessaria e del farsi dello Spirito, che supera quello che
precede ed è superato da quello che segue. La filosofia è storia della filosofia. Essa, al pari della realtà, è
un processo che si è storicamente affermato per gradi e che si è concluso con l’Idealismo. Ogni filosofia è
valida per il suo tempo, adeguata a quelle che sono le esigenze di quel grado di sviluppo dello Spirito.
Quindi “la filosofia che è ultima nel tempo è risultato di tutte le precedenti e deve contenere i principi di
tutte; essa perciò è la più sviluppata, ricca e concreta”.
Hegel sostiene che la filosofia è simile alla Nottola di
Minerva (la civetta, uccello sacro alla dea Minerva,
nata dal cervello di Giove e dea dell’Intelligenza) che
inizia il suo volo solo al crepuscolo. Hegel, con questa
metafora, intende dire che la filosofia sorge quando una
civiltà ha ormai compiuto il suo processo di formazione
e si avvia al suo declino. Al tramonto degli stati ionici,
nell'Asia Minore, sorse la filosofia ionica. Con la
decadenza di Atene fiorì la filosofia di Platone e di
Aristotele. A Roma la filosofia si diffonde solo al
tramonto della repubblica e col regime dittatoriale degli
imperatori.
Il suo compito è comprendere ciò che è. A lei non compete fare previsioni o dare indicazioni su come ci si
dovrebbe comportare, poiché essa è il proprio tempo tradotto in pensiero. Essa è come “la nottola di
Minerva” che spicca il suo volo sul far del crepuscolo”( = Come “pensiero che pensa il mondo
mediante il concetto”, essa può comparire soltanto quando il processo mediante il quale lo spirito si
è concretizzato, in un certo popolo ed in una certa civiltà, si è concluso), quindi “dopo che la realtà
ha completato il proprio processo e si è ben assestata”. La filosofia è espressione senile di un’epoca e

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sorge quando conosce la crisi tra le condizioni esterne e le aspirazioni interne e sente il bisogno di ritirarsi
in se e riflettere.

La filosofia allora ha un ruolo soltanto giustificatorio? È apparato conservatore? Hegel è stato interpretato
anche così. In realtà la filosofia nel momento in cui comprende il proprio tempo lo rende leggibile, lo
svela e lo rende passibile di modificazioni: la comprensione è infatti la condizione indispensabile per la
successiva correzione degli errori eventuali. Hegel si è sempre ritenuto onesto e solerte funzionario della
ragione.

Il dibattito sulle teorie politiche di Hegel, a partire dalla posizione che lo considera un apologeta dello
Statalismo e della restaurazione, è tuttora vivo, soprattutto in coloro che, non accettando questa riduzione
di Hegel quale “dittatore filosofico della Germania prussiana”, 20 hanno insistito per una chiave di lettura
“progressista” della teoria politica di Hegel, che vede in lui più un teorico della società civile che non
dello Stato, dato che egli ha incessantemente polemizzato con i teorici della contro-rivoluzione e della
restaurazione ed è stato un portavoce della rivoluzione francese. Secondo Karl Popper, Hegel sarebbe un
nemico della società aperta ed un profeta del totalitarismo. Tenendo presente che sarebbe altamente
ingiusto ritenere le teorie e le forme dello stato hegeliane puntualmente coincidenti a quelle naziste o
fasciste (lo stato di Hegel è uno stato di diritto costituzionale e l’entità decisiva non è la razza o il sangue
come per i teorici del Terzo Reich) resta fermo che il nostro Hegel ha lasciato in eredità alle dittature del
novecento alcune idee, alcune forme mentali atte a giustificarne la condotta politica.
1) Il valore dato allo Stato, fuori dal quale l’individuo non è nulla.
2) Lo stato non ricava la sovranità dalla moltitudine informe del popolo ma da se stesso, in quanto prima
dello stato il popolo “non esiste”.
3) La sovranità statale s’incarna in una cerchia ristretta di funzionari dedita al pubblico bene che
platonicamente “sa” e “pensa”.
4) Lo Stato deve permeare di sé tutte le manifestazioni della vita in comune.
5) Lo Stato è un ente che al di là di sé non riconosce alcuna idea etica.
6) Non esiste sopra gli stati alcun diritto internazionale.
7) La guerra è inevitabile strumento di composizione dei conflitti inter-statali e giova alla salute dei
popoli.
Un “arsenale teorico” a cui avrebbero attinto a piene mani i fautori del totalitarismo e che sarebbe servito
a diffondere e giustificare il primato del “collettivo” sull’ “individuale”. Emblematica a tal proposito la
voce “Dottrina del Fascismo”, redatta da Giovanni Gentile, per l’enciclopedia Treccani e firmata da
Mussolini che sembra enunciare punto per punto le caratteristiche dello Stato Etico teorizzato da Hegel.
Rifiutando polemicamente tale immagine di Hegel altri studiosi hanno cercato di accreditare l’opposta
figura di un Hegel paladino della ragione e della libertà. Fra gli interventi più significativi citiamo
Ragione e Rivoluzione di Herbert Marcuse, il quale, dopo avere insistito sulle potenzialità critiche e
perciò liberatrici della ragione idealistica enumera le concrete differenze fra lo stato hegeliano e quello
totalitario (che si fonda sulla sottomissione delle masse attraverso il terrore, aborrito da Hegel).
Sembrerebbero emerse inoltre alcune interpretazioni di un Hegel “massone” e “segreto” in base ad alcuni
quaderni di appunti presi da uditori nel corso di lezioni di Hegel nel corso di lezioni tenute nel 1831, da
cui emergerebbe un Hegel socialista-liberale.
E non dimentichiamo che nella Fenomenologia la realizzazione del riconoscimento, fra gli individui
liberi della società moderna, è affidata da Hegel al linguaggio, all’esercizio del linguaggio “in un contesto
pratico e morale in cui il confronto tra le autocoscienze non è mediato dalla lotta o dalla violenza ma dal
giudizio che ciascuno esprime vicendevolmente nei confronti dell’azione compiuta dall’altro […] la
proposta hegeliana è l’intersoggettività dialogante. Essa non garantisce che l’azione in sé sia e rimanga
buona, garantisce piuttosto la reciproca comprensione tra esseri umani”. 21 Questo non sembra suffragare
l’intenzione di teorizzare uno stato tirannico o violento.

20 Rudolf Haym, Hegel e il suo tempo, Berlino 1857.


21Pancaldi, Trombino, Villani, Philosophica, 3 a, Marietti, pag. 138-139.
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Due visioni di Hegel contraddittorie, due opposte “leggende”. Esse andrebbero ridimensionate. Forse ha
ragione Norberto Bobbio quando afferma che “Hegel non è un “reazionario” ma non è neppure, quando
scrive la filosofia del diritto un “liberale” è puramente e semplicemente un conservatore, in quanto pregia
più lo stato che l’individuo, più l’autorità che la libertà, più la coesione del tutto che l’indipendenza delle
parti, più l’obbedienza che la resistenza, più il vertice della piramide che la base”.

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