Sei sulla pagina 1di 40

PARTE LINGUISTICA

IL GERMANICO RICOSTRUITO

Innanzitutto prima di trattare della fase linguistica denominata germanico, 1 prendiamo in


considerazione la lingua madre dalla quale il germanico stesso deriva: l’indoeuropeo 2
(indogermanisch). Esso rappresenta lo stadio più antico, una sorta di lingua pre-documentaria,
chiamata così per motivi geografici, in quanto include la maggior parte delle lingue che
dall’Europa si estendono sino all’India. Da essa, inoltre, derivano le lingue storiche. 3 Il
processo di formazione, il passaggio dalla fase ie. a quella del germanico si è svolto in un arco
di tempo estremamente lungo, durante il quale si sono susseguite situazioni linguistiche diverse
che non siamo in grado di ricostruire con precisione. Tuttavia possiamo ipotizzare una certa
periodizzazione nel passaggio dall'indoeuropeo al germanico, periodizzazione che non deve
essere considerata rigida, ma che comunque aiuta a fornire delle indicazioni sul suo processo
evolutivo.4
1) La prima fase del germanico è rappresentata dall’inizio della cosiddetta diaspora ie.
(avvenuta intorno al 2000 a.C.) durante la quale popolazioni di origine ie. sono venute a
contatto con altre parlanti idiomi di differente origine) sino al II-I sec. a.C. Negli ultimi
secoli di questa fase lunghissima (ventuno-ventidue secoli) inizia ad affermarsi l’accento di
intensità sulla sillaba iniziale (l’accento comincia gradatamente a fissarsi sulla sillaba
radicale)5 rispetto a quello musicale e libero dell’ie., e la prima mutazione consonantica,
fenomeno scoperto da Rasmus Rask nel 18146 (Ricerche sull’origne della lingua nordica
antica o islandese) e codificato alcuni anni dopo da Jacob Grimm (Deutsche Grammatik,
1833).
2) La seconda fase comprende il periodo tra il II e il I sec. a.C. sino all’inizio dell’era volgare,
nella quale assistiamo all’affermazione delle caratteristiche proprie del germanico:
l’accento di intensità si fissa definitivamente sulla sillaba radicale ed avvengono le
trasformazioni del timbro vocalico (es.: ie Ā > germ Ō, ie: O > germ. A).
3) La terza fase include i primi secoli dell’era volgare e vede il costituirsi delle premesse di
quelle che saranno poi le lingue germaniche nonché la definitiva definizione delle lingue
germaniche. Ogni lingua una volta che si è staccata dal germanico comune segue un destino
suo proprio.
Tuttavia, come accennato in precedenza, questa periodizzazione è soltanto indicativa,
poiché le nostre conoscenze non ci permettono di essere più precisi e i diversi fenomeni si

1
Si tratta di quella lingua parlata dalle tribù germaniche man mano che risaliamo indietro nel tempo. Tale
lingua doveva avere tratti pressoché identici.
2
D’ora innanzi ie.
3
Le lingue derivanti dall’ie. sono: il celtico, il greco, il latino, l’italico, il baltico, lo slavo, il tocario, l’albanese,
l’indoiranico, l’ittito, l’armeno e, naturalmente, il germanico.
4
F. Van Coetsem, Grundriss der Germanischen Philologie.
5
Questa è la prima caratteristica che contrappone il germ. rispetto all’ie.
6
Nel 1814 Rasmus Rask (1787-1823), già conosciuto per i suoi studi sulle lingue nordiche, inglese antico e
frisone, pubblicò il saggio Undersøgelse on det Gamle Nordiske eller Islandske Sprogs Oprindelse “Ricerche
sull’origine della lingua nordica antica o islandese”. Tale opera non fu solo dedicata all’islandese antico, ma
dimostra la parentela delle lingue germaniche tra loro e di queste col celtico, il greco, il latino e lo slavo. Si
tratta del primo esempio di grammatica comparata dell’indoeuropeo, anche se, per motivi contingenti, la sua
data di pubblicazione (1818) è posteriore a quella del celebre volume di F. Bopp, Über das Conjugationsystem
der Sanskritsprache in vergleich mit jenem griechischen, lateinischen, persischen und germanischen
Sprachen .Inoltre, per la prima volta, Rask individua quei mutamenti fonetici, riguardanti il sistema
consonantico, tipici delle lingue germaniche che vanno sotto il nome di Lautverschiebung “mutazione
consonantica” (lett. “spostamento di suono”). Tuttavia, anche se fu Rask ad aver individuato per la prima volta i
mutamenti fonetici tipici delle lingue germaniche, fu Jacob Grimm (1785-1863) ad averli codificati alcuni anni
dopo nella sua prima edizione della Deutsche Grammatik nel 1819 (Vittoria Dolcetti Corazza/Renato Gendre,
Moduli di Filologia Germanica, 1. Filologia Germanica, Edizioni Dell’Orso, Alessandria 2000).

1
sono attuati molto lentamente. Di conseguenza sono possibili oscillazioni di secoli: alla
luce, comunque, degli studi più recenti pare che i fenomeni vocalici e consonantici tipici
del germanico possano collocarsi nel periodo incluso tra il III e il I sec. a.C. Quando sono
avvenute le mutazioni consonantiche, l’accento del germanico, probabilmente, era ancora
uguale a quello dell’ie., cioè era ancora libero e musicale.
Il germanico comune è quindi una lingua ricostruita tramite un confronto tra le lingue
germaniche storiche attestate. È possibile scorgere al suo interno delle diverse fasi
linguistiche che si susseguono? Ipotizziamo che:
- il germanico sia uno schermo,
- le informazioni inenenti alle varie lingue germaniche siano le immagini che
saranno più o meno sfuocate dipendentemente dal fatto che siano più o meno recenti,
- le diverse epoche storiche di documentazione siano apparecchi posti a distanza che le
proiettano.
Per il risultato della ricostruzione del germanico sono più determinanti le
documentazioni più arcaiche rispetto a quelle più recenti.
Infatti il gotico è più determinante, giacché le testimonianze sono le più antiche.
Come l’immagine filmica (a due dimensioni) riesce a dare l’illusione della profondità, così
è possibile scorgere nel prodotto della nostra ricostruzione il succedersi di fasi linguistiche
diverse, dunque è possibile cogliere tracce di spessore diacronico.
La linguistica ha cercato di rendere conto di tale profondità storica coniando varie
denominazioni. Si è giunti a parlare di:
1) PREGERMANICO (VORGERMANISCH)
2) PROTOGERMANICO (URGERMANISCH)
2.1)PROTOGERMANICO PRIMITIVO (FRÜHURGERMANISCH)
(sottoperiodizzazione)
3) GERMANICO PRIMITIVO (FRÜHGERMANISCH)
4) GERMANICO COMUNE (GEMEINGERMANISCH)
4.1)TARDO GERMANICO COMUNE (SPÄTGEMEINGERMANISCH)
(sottoperiodizzazione)
Tuttavia, a queste etichette è pressoché impossibile far corrispondere confini precisi dal
punto di vista cronologico.
Il passaggio dall’ie. al germ. e dal germ. alle lingue germaniche è avvenuto senz’altro per
gradi, senza soluzione di continuità, quindi senza alcuna interruzione. Secondo il
germanista sovietico E.A. Makaev si riconoscono essenzialmente due fasi distinte del
germ. In base a fenomeni di natura morfofonetica, si suppone che:
1) in una fase più antica, il germanico abbia conservato l’accento musicale e mobile
caratteristico dell’ie.
2) Alla fase precedente ne sarebbe subentrata gradualmente una seconda, nella quale il
germ. avrebbe acquistato progressivamente le caratteristiche che lo individuano e lo
contraddistinguono rispetto alle altre lingue ie. L’accento che si fissa sulla sillaba radicale
e da musicale e mobile diventa dinamico espiratorio: a questo avvenimento importante è
collegata una serie di conseguenze che si verificano sia in fase ancora unitaria che nelle
varie lingue germaniche, come l’indebolimento delle sillabe atone lontane dalla radice sino
a scomparire, inoltre alla scarsa autonomia della sillaba atona si collegano quei fenomeni,
quali la metafonia e la frattura.
Tra la fase 1) e la fase 2) vi il cosiddetto periodo “e-a”: tale periodo è caratterizzato da
una ristrutturazione del vocalismo a seguito del passaggio di o>a / ā>ō. Quest’ultimo
passaggio non è solo tipico del germ., ma anche del baltico, dello slavo e dell’indoiranico.
Infatti si è giunti a ipotizzare che non si tratti di una comune caratteristica ie., ma solo di
un certo numero di dialetti.

2
Il germanico comune come lingua ricostruita

All’insieme delle formule comuni, ricostruite dalle forme attestate nelle lingue germaniche
giunte sino a noi o ai simboli delle corrispondenze tra le forme documentate si dà il nome di
germanico comune7.
Il concetto di germanico è prettamente linguistico, è nato ed elaborato dalla linguistica storico-
comparata che presenta la maggior evidenza in sede linguistica. Infatti, se non è sempre facile
distinguere una facies archeologica, un genere letterario; possiamo invece stabilire con certezza
se un testo (anche di pochissime parole) è stato scritto in una lingua germanica, celtica o slava.
La spiegazione delle somiglianze tra le lingue germ. è di ordine storico. Queste lingue
risalgono a un punto di partenza comune, cioè sono imparentate geneticamente tra loro.
Tuttavia, questo punto di partenza comune non è documentato (quindi è diverso dal caso delle
lingue romanze), però – proprio in analogia al passaggio dal latino ai vari volgari romanzi –
dobbiamo ammettere come modello conoscitivo, anche per lo sviluppo delle lingue germ.,
l’ipotesi di una derivazione da una fase (relativamente) unitaria 8. Man mano che si risale
indietro nel tempo, le somiglianze tra le lingue germ. si fanno più forti; ad esempio. Basta
vedere l’i. m. while e l’atm. wile “spazio di tempo” che sono più vicini rispetto alle
corrispondenti forme moderne while e Weile; mentre l’i.a. hwil e l’ata. hwila sono ancora più
simili di while e wile della fase media.
Riepilogando:
i.a. hwīl ata hwīla
i.m. while ata wīle
i. mod. while ted. mod. Weile “momento”
Si assiste quindi a un processo di convergenza che può essere ricondotto a un punto iniziale
unitario. Pertanto si tratta del punto di convergenza, in cui le differenze tra le varie lingue
germaniche si annullano.
È però importante sottolineare che la linguistica storica (o glottologia) e la geografia linguistica
hanno dimostrato l’inesistenza di lingue unitarie, prive di differenziazioni dialettali al loro
interno. Ad esempio il francese, il siciliano, il provenzale non sono sorti da un latino volgare
indifferenziato (che, tra l’altro, non è mai esistito), ma dalle concrete realtà storiche del latino
di: Francia, Sicilia, Provenza. Lo stesso discorso vale anche per il germanico. Non sempre
dalla comparazione riusciamo a ricostruire una forma unitaria di partenza. Ad esempio, per
quanto riguarda la preposizione “attraverso”, abbiamo le attestazioni in got. þairh, i.a. þerh
(dialetto northumbrico) le quali rimandano a una forma originaria *þerh. Al contrario l’ata.
dur(u)h (> ted. mod. durch), i.a. (sass. occ.) þur(u)h (> i. mod. through), fris. thruch risalgono
a un diverso grado apofonico zero: *þurh.
Parimenti, nel campo della morfologia non sempre è possibile ricondurre a un punto di
partenza unitario la forma della seconda persona singolare del preterito dei verbi forti. Ad
esempio prendiamo in considerazione il caso di “tu portasti”.
Got. e isl.a. bart (isoglossa goto-nordica), ma:
i.a. bære,
ata e sass. a. bāri
= in tutti questi casi il concetto di germ. com. è inoperante, perché non abbiamo elementi per
concludere che una delle due forme è più recente dell’altra. Quindi tutto ciò sta a dimostrare
che il germ. com. è un’astrazione scientifica, la somma delle informazioni indotte dalle lingue
germ. storicamente documentate, il punto di massima convergenza dove le differenze
7
D’ora innanzi germ. com.
8
Naturalmente sul piano storico le differenze tra lo sviluppo dal latino alle lingue romanze e dal germanico alle
varie lingue germaniche sono notevoli, poiché il latino ha continuato ad esistere per secoli accanto e/o sopra ai
volgari; mentre il germanico non ha mai rappresentato una manifestazione linguistica di pari prestigio.

3
interlinguistiche si annullano. Ovviamente, a questo prodotto ricostruito mancano molte
proprietà appartenenti a una lingua reale. Non presenta alcuna stratificazione socio-linguistica
(che pure sarà esistita). Si è voluto individuare nella lingua delle più antiche iscrizioni runiche
una koiné letteraria per il fatto che in essa non compaiono differenziazioni dialettali notevoli
(per il carattere formulare di queste iscrizioni, ricche di ripetizioni).
Innanzitutto, è meglio mettere bene in evidenza alcune tendenze generali del germ. rispetto
all’ie., soprattutto per quanto riguarda il vocalismo, poiché il consonantismo – una volta
“sconvolto” da quei mutamenti codificati da Rasmus Rask e Jacob Grimm – è rimasto poi
piuttosto stabile. Il sistema vocalico, invece, conserva la distinzione tra vocali brevi e lunghe
(come l’ie.), quindi anch'esso si basa sull'apofonia (alternanza della vocale della sillaba radicale
in parole etimologicamente connesse tra loro). È particolarmente importante, perché senza
alterare il significato, svolge una precisa funzione morfosemantica), ma ha anche la possibilità
di attribuire a tale distinzione un valore fonematico, esistono quindi coppie di parole che
distinguono il loro significato solo per la differenza di quantità vocalica. Tale fenomeno si può
notare ancora oggi. Ad esempio se prendiamo in considerazione il lat. uěnit “egli viene” e
uēnit “egli venne”; l’ingl. mod. pull “tirare” e pool “pozzanghera”; il ted. mod. lass “lascia!” e
las “leggeva”, notiamo che vi sono delle oscillazioni di significato, dipendentemente dalla
quantità vocalica presente nella sillaba radicale di ciascuna parola.
Accento germ. d’intensità iniziale ha provocato una tendenza all’indebolimento delle altre
sillabe, poste lontano dalla radice (specie quelle finali), nelle quali osserviamo la caduta della
vocale breve e talvolta anche di quella lunga. Questo tipo di accento (ovviamente ancora vivo
nelle lingue moderne, es. l’ingl. mod. e il ted. mod. lo presentanoancora oggi) ha investito
anche i prestiti provenienti dalle altre lingue, tranne i più recenti, provocando mutamenti
notevoli. Prendiamo ad esempio il lat. paraueredus > ted. mod. Pferd: l’accento spostandosi
sulla sillaba iniziale ha provocato la caduta di tutte le altre sillabe. Lo stesso vale per. palatium
> ted. mod. Pfalz;. tegula > i.a. tigele > i. mod. tile; e catillus > i.a. cetel > i. mod. kettle
“paiolo”.

L’accento d’intensità iniziale

Col fissarsi dell’accento sulla sillaba radicale in germ. si ottennero:


1) il rafforzamento dell’elemento radicale (e quindi)
2) l’indebolimento della sillabe finali.
Conseguenze notevoli sono state provocate dall’accento d’intensità iniziale (tratto tipico e
innovante del germ.), differentemente dall’ie., il cui accento era invece libero e musicale
nell’ultima fase prima della diaspora, come possiamo ricostruire sulla base del sanscrito.
D’altronde, questo tipo di accento ie. pare fosse ancora vivo in germ. quando si attuarono i
mutamenti codificati da K. Verner. Mutamenti fonologici importanti hanno coinvolto anche il
sistema morfologico; infatti i sistemi fonologico e morfologico sono strettamente legati tra
loro, tanto che l’evoluzione dell’uno condiziona anche l’evoluzione dell’altro.
Nel momento in cui l’accento radicale causa l’indebolimento e annulla le sillabe finali, si perde
anche la flessione nominale e verbale: da qui vi è la necessità di distinguere la funzione di ogni
lessema nell’ambito della frase in un altro modo. Ne è la dimostrazione più chiara l’inglese di
oggi: da lingua sintetica e flessiva è passata a lingua analitica preposizionale (isolante). Molto
spesso uno stesso lessema può essere verbo o sostantivo (es. love), sostantivo o aggettivo (es.
light); si deve quindi fare ricorso a nuovi mezzi per non compromettere la comprensione:
adottare un ordine fisso per le parole nella frase ed esprimere sempre il soggetto nella
coniugazione verbale. Si tratta di una profonda trasformazione tipologica i cui primi indizi si
vedono già nel germ. Il suo sistema morfologico mostra semplificazioni e riduzioni rispetto a

4
quello ie., come anche dei tratti innovanti, che gli conferiscono un aspetto del tutto particolare
nell’ambito delle lingue ie.

Dall’indoeuropeo al germanico: il consonantismo

Ancor prima di occuparsi di consonantismo, è opportuno innanzitutto dare la definizione di


legge fonetica, poiché come già accennato in merito agli studiosi che si sono occupati di
problemi linguistici, il sistema consonantico del germ. ha subìto quelle trasformazioni note
sotto il nome di Mutazione Consonantica (Lautverschiebung, lett. “spostamento di
suono”) o Legge di Rask o Legge di Grimm.

Definizione di legge fonetica


Constatazione – a posteriori – di una regolarità statistica di corrispondenze o
trasformazioni9.
Tale regolarità è verificabile sul piano empirico, anche se talvolta vi sopraggiungano fattori
di disturbo. Dal punto di vista scientifico, essa costituisce un postulato e il suo status
epistemologico è quello di un’ipotesi come “generalizzazione del campione di dati
esistenti”. Es.: da -n casi di corrispondenza tra l’ingl. f- e il lat. p- si generalizza la costanza
del rapporto, affermando che l’ingl. f- corrisponde al lat. p-.
Il sistema consonantico che si ricostruisce per l’indoeuropeo è il seguente:

Modo di articolazione

occlusive fricative nasali


sorde sonore sonore aspirate
Luogo di labiali P B BH M
articolazione dentali T D DH S Z N
velari K G GH
labiovelari KW GW GWH
liquide
L, R
L’ie. Z è allofono di S. Per quanto riguarda in generale -s essa viene definita sibilante,
poiché nell’articolare questo suono la lingua forma un canalicolo attraverso il quale l’aria
passa, producendo il caratteristico sibilo.
Tale schema non tiene conto della serie palatale postulata da alcuni studiosi e delle sorde
aspirate (PH, TH, KH, KWH), ricostruite sulla base delle lingue orientali, ma piuttosto rare
in ie.

Il sistema consonantico che si ricostruisce per il germanico è il seguente:

Modo di articolazione
9
Nel caso di un rapporto di discendenza genetica, come dal latino all’italiano, la corrispondenza espressa
dalla legge fonetica indica un rapporto di sostituzione e/o trasformazione (es. lat. i > it. /e/); mentre tra le
lingue discendenti dalla stessa matrice (ie.) si ha un rapporto orizzontale (es.: lat. p- > i.a. e mod. f-).

5
nasali
occlusive fricative M
sorde sonore sorde sonore N
Luogo di labiali P B F B
articolazione dentali T D Þ D liquide
velari K G X G L
labiovelari KW GW XW GW R

Precisiamo quanto segue:


1) Le occlusive sonore B, D, G, GW e le fricative sonore B, Ð, G, GW non sono fonemi
distinti, ma allofoni dello stesso fonema, cioè il loro valore e il modo con cui vengono
pronunciati dipendono dalla posizione che esse occupano nella parola. La sonora semplice
B, D, G, GW si presenta come tale all’inizio di parola e dopo nasale; mentre le
corrispondenti fricative sonore B, Ð, G, GW ricorrono ad esempio in posizione
intervocalica. La nasale velare (M) si articola davanti a velare ha una distribuzione
complementare rispetto a quella della nasale dentale e non costituisce fonema.
Differenze rilevanti tra sistema consonantico ie. e germ.:
- scomparsa delle sonore aspirate,
- sviluppo delle fricative.
Concordanze: non devono trarre in inganno, poiché sono esiti di mutamenti e non di
continuazioni. Es. germ. * p non deriva dall’ie. P, ma dall’ie. B.
Uniche consonanti che il germ. conserva rispetto all’ie sono: le liquide L, R le nasali M, N e la
sibilante S, quando non è soggetta a Legge di Verner.
Gli “sconvolgimenti” che il consonantismo germ. ha subito rispetto a quello dell’ie. sono stati
studiati prima da R. Rask e poi da J. Grimm, al quale si deve la formulazione della prima
mutazione consonantica. Secondo la terminologia elaborata da J. Grimm
Ogni consonante TENUE (sorda) IE > ASPIRATA (fricativa) in GERM.
Ogni consonante ASPIRATA (aspirata) IE > MEDIA (sonora) in GERM.
Ogni consonante MEDIA (sonora) IE > TENUE (sorda) in GERM.
Tale terminologia necessita ulteriori spiegazioni:
1) consonante TENUE = consonante SORDA ie. e germ. (P, T, K, Kw)
2) consonante ASPIRATA = consonanti ASPIRATE ie. (BH, DH, GH, GwH) e
FRICATIVE SORDE germ. (F, Þ, X, Xw)
3) consonante MEDIA = consonante SONORA ie e germ.
Legge di Grimm = Legge T. A. M (tenue-aspirata-media).
Tenue

Media Aspirata
Quindi:
ie. P > germ. F ie. B > germ. P ie. BH > germ. B
ie. T > germ. Þ ie. D > germ. T ie. DH > germ. D
ie. K > germ. X ie. G > germ. K ie. GH > germ. G
ie. KW > germ. XW ie. GW > germ. KW ie. GWH > germ. GW

o per meglio rispettare lo specchietto T A M:


ie. P > germ. F ie. BH > germ. B ie. B > germ. P
ie. T > germ. Þ ie. DH > germ. D ie. D > germ. T
ie. K > germ. X ie. GH > germ. G ie. G > germ. K
ie. KW > germ. XW ie. GWH > germ. GW ie. GW > germ. KW
N.B.: Le labiovelari sono attestate solo in gotico, nelle altre lingue gli esiti delle antiche
labiovelari non differiscono da quelli delle velari + W.

6
Vi sono tuttavia le seguenti eccezioni; infatti non si ha mutazione consonantica dove:
1) le occlusive sorde ie. P, T, K sono precedute -S. Es. ie. STER- “astro” (v. lat. stella), il
secondo elemento consonantico rimane invariato nel passaggio dall’ie. al germ. (got.
stairno, norr. stjarna, i.a. stearra > i. mod. star, ata. sterno > ted. mod. Stern)
2) Nei nessi PT, KT ruota solo il primo elemento consonantico. Es.: ie. NOKT- “notte” (v. lat.
nox, noctis) > germ. NAXT (got. nahts, norr nátt, i.a. neaht > i. mod. night, ata. noht > ted.
mod. Nacht).

Cronologia del consonantismo


Quando si verificò la prima mutazione consonantica? È piuttosto arduo datare un fenomeno
linguistico, specialmente nel nostro caso, visto che si tratta di un fenomeno di grande
complessità. Senz’altro è avvenuto gradualmente e in un arco di tempo particolarmente
lungo. Gli indizi che possediamo per giungere a una cronologia assoluta della prima
mutazione consonantica si basano sui prestiti penetrati dal celtico e dal latino e, talvolta,
sull’onomastica e la toponomastica tramandataci dagli autori classici.
Per quanto riguarda la trasformazione dal sistema consonantico ie. a quello del germ., non è
facile stabilire una cronologia precisa: alcuni studiosi collocano la prima mutazione
consonantica: (teoria A) intorno al 500 a.C. e altri, invece, (teoria B) tra il 400 e il 250 a.C.
- I prestiti dal celtico mostrano la prima rotazione consonantica. Es. celt. ambaktos “servo”
> got. ambahts, ata. ambaht. Quindi possiamo dedurre che questi prestiti sono penetrati
nelle lingue germ. prima dell’attuazione della prima rotazione consonantica. In base ai dati
archeologici in nostro possesso, si pensa che i contatti tra i Celti e i Germani siano stati
particolarmente intensi a partire dal VI-Vsecc. a.C. Di conseguenza, si può considerare
questa data come termine cronologico: dopo tale periodo è iniziata la prima rotazione
consonantica.
- I prestiti dal latino, invece, non mostrano più gli esiti della prima mutazione
consonantica. Se prendiamo ad es. il lat. cellārium e lo confrontiamo con l’ata. kellari (>
ted. mod. Keller) “cantina”, vediamo che l’occlusiva iniziale non ha subìto la prima
rotazione consonantica, in quanto abbiamo kellari e non *hellari con mutazione. Quindi,
possiamo evincere che nel momento dei più antichi contatti tra Romani e Germani (I sec.
a.C.-I sec. d.C.) la prima rotazione consonantica doveva già essersi conclusa.
In base, dunque, a queste e ad altre considerazioni, possiamo presumere che la prima
mutazione consonantica sia avvenuta tra il 400 e il 200 a.C.
È anche difficile stabilire una cronologia relativa all’interno della stessa mutazione
consonantica, in quanto è ostico definire come abbia agito questo meccanismo che è sì
complesso e articolato, ma che comunque non ha provocato sovrapposizioni o confusioni.
Varie sono state le interpretazioni, le più recenti propongono interpretazioni di tipo
fonologico. Le prime serie a muoversi sarebbero state le occlusive sorde che
passarono ad aspirate SORDE (P>PH, T>TH, K>KH, KW>KWH). Foneticamente questo
passaggio si giustifica pensando alla pronuncia di P, T come occlusive forti con notevole
quantità d’aria espirata (si pensi alla forte carica espiratoria dell’accento intensivo germ.),
solo in un secondo momento si è attuato un processo di lenizione, 10 per cui abbiamo, come
abbiamo visto precedentemente: P>F, T>Þ, K>X, KW>XW.
Contemporaneamente cominciano a muoversi anche le serie delle aspirate che procedono
verso la perdita dell’aspirazione (fenomeno comunque comune alla maggioranza delle
lingue ie.) verso un’altra articolazione fricativa (BH > B, DH > D, GH> G, GWH > GW).
Quindi la situazione si presenta in questo modo:

10
La lenizione è un processo per cui una consonante da forte passa a lene, cioè viene articolata con minore
energia, acquistando sonorità o passando, se occlusiva, alla serie delle fricative.

7
ie. P 1 BH 2 B 3
germ. F B P
A questo punto è facile comprendere il passaggio delle occlusive sonore ie ad occlusive
sorde germ.: con questo si viene a colmare “il vuoto” lasciato dal primo di questo
mutamento. Dunque, lo schema in definitiva è il seguente:
ie P BH B
germ. F B P

Esempi di prima mutazione consonantica (o legge di Rask o legge di Grimm)

Consonanti sorde
- ie. P > germ. F
ie. PISK-“pesce” (cfr. lat. piscis) > germ. FISK-AZ (got. fisks, norr. fiskr, i.a. fisc > i. mod.
fish, ata. fisk > ted. mod. Fisch).
N.B.: Il nesso consonantico SK è rimasto invariato. Ha ha subito palatalizzazione in i.a. (e
mod.) e ted. mod.: ciò però non ha niente a che vedere con la prima mutazione consonantica,
ma riguarda la storia delle singole lingue.
-ie. T > germ. Þ Vediamo in questo caso tre esempi poiché i suoi esiti si prestano ad alcune
considerazioni:
ie. TREIES “tre” (cfr. lat. tres) > germ. ÞRJIZ (got. þreis, norr. þrīr, i.a. þri(e) > i. mod. three,
ata. drī > ted. mod. drei)
ie. BHRĀTER “fratello” (cfr. lat. frater) > germ. BRŌÞER (got. brōþar, norr. bróðir, i.a.
broþor > i. mod. brother, ata. bruoder > ted. mod. Bruder)
ie. MĀTER “madre” (cfr. lat. mater)> germ. MŌÐER (in got. non è attestato, 11 norr. móðir,
i.a. mōdor > i. mod. mother, ata. muoter > ted. mod. Mutter); ata. -uo > atm. ū > ted. mod. u.
ie. PəTER “padre” (cfr. lat. pater) > germ. FAĐER (got. fadar,12 norr. faðir, i.a. fæder > i.
mod. father, ata. fatar > ted. mod. Vater).
Nelle lingue germ. storiche Đ ha esiti diversi: in got. si conserva, ma passa a sorda in posizione
finale; in norr. > d solo, però, in posizione iniziale e dopo nasale, nelle lingue germ. occ. passa
a d in ogni caso (tranne però in ata. che > t per seconda mutazione consonantica, v. fatar).
Per quanto concerne la dentale il punto di partenza è l’ie. T, ma vi sono diversi esiti nelle varie
lingue germ. Negli ultimi due casi MOÐER e FAÐER ha agito la legge di Verner, trattandosi
di termini in cui l’accento ie. (v. le forme scr. mātįr e pitár) non cadeva sulla sillaba
precedente alla dentale presa in considerazione (norr. moðir, i.a. modor, got. fadar, norr. fađir,
i.a. fæder). In inglese dal XV sec. in poi d > th quando nella sillaba successiva c’è r. In ata. ha
agito la seconda mutazione: muoter e fatar.

- ie. K > germ. X


ie. KERD- “cuore” (cfr. lat. cor) > germ. XERT- (got. hairto, norr. hjarta, i.a. heorte > im..
mod. heart, ata. herza > ted. mod. Herz)
- ie. KW > germ. XW
- ie. KWOD “che cosa?” (cfr. lat. quod) > germ. XWAT (got. hva, con caduta di t), norr. hvat,
i.a. hwæt > i. mod. what, ata. hwaz > ted. mod. was)
N.B.: In ted. mod. c’è stata la perdita dell’elemento velare. Inoltre, t>z per seconda mutazione
consonantica, in quanto si trova in posizione finale.

11
In gotico, invece, per “madre” è attestato il sostantivo ahtei, di etimologia oscura.
12
In gotico, oltre al sostantivo di chiara origine indoeuropea, è presente per “padre” il sostantivo atta, anch’esso
di etimologia oscura.

8
Consonanti sonore
Per quanto riguarda questa serie c’è qualche difficoltà nella comparazione per la labiale B,
poiché pare fosse piuttosto rara in ie. all’inizio di parola.
- ie. D > germ. T
ie. DONT-/DENT-/DNT- “dente” (cfr. lat. dens) > germ. TANÞ (got. tunÞus, < ie. DNT-),13
norr. tønn, i.a. ° °
tōþ> i. mod. tooth , ata. zan > ted. mod. Zahn)
N.B.: per quanto riguarda gli sviluppi nelle varie lingue germaniche storiche, notiamo quanto
segue: il norr. presenta assimilazione regressiva del gruppo cons. nþ > nasale geminata -nn; in
i.a. la nasale dinanzi a fricativa è caduta ed ha provocata allungamento della vocale precedente;
in ata., infine, c’è stata la perdita della dentale finale.
- ie. G > germ. K
ie. AGROS “campo” (cfr. lat. ager) > germ. AKRAZ (got. akrs, norr. akr, i.a. æcer > i. mod.
acre, ata acker > ted. mod. Acker).
- ie. B > germ. P
ie. DHEUB “profondo” > germ. DEUP (got. diups, norr. djúpr, i.a. dēop > i. mod. deep, ata
tiof > ted. mod. tief)
N.B.: In ata. ha agito, in entrambi i casi, la seconda mutazione consonantica.
Per quanto riguarda la B finale pare che in ie. fosse piuttosto rara.
- ie. GW > germ. KW
ie. GWEM- “venire” (cfr. lat. uenio)> germ. KWEM (got. qiman, norr. koma, i.a. cuman > i.
mod. come, ata queman > ted. mod. kommen)
N.B.: Quasi tutte le lingue germ. (soprattutto nella fase mod.) mostrano la scomparsa
dell’elemento labiale o, meglio, la sua fusione con la vocale seguente. La labiovelare si
conserva nell’aggettivo ted. mod. bequem “comodo”.

Consonanti sonore aspirate:


- ie. DH > germ. D
ie. DHUR “porta” (cfr. lat. fores, pl.) > germ. DUR (got. daur, norr. dyrr (pl.), i.a. duru (sg.),
dora (pl.) > i. mod. door, ata. turi (pl.) > ted. mod. Tür dalla forma sing. tor > ted. mod. Tor
“portone”)
- ie. BH > germ. B
ie. BHER- “portare” (cfr. lat. ferre) > germ. BER- (got. bairan, norr. bera, i.a. beran > i. mod.
bear, ata. beran > ted. mod. (ge)bären “partorire”)
- ie. GH > germ. G
ie. GHOSTIS “ospite” (cfr. lat. hostis) > germ. GASTIZ (got. gasts, norr. gestr, i.a. giest > i.
mod. guest, ata. e ted. mod. gast e Gast).
ie. GWH > germ. GW
ie. GWHEN- “colpire” (cfr. lat. offendo) > germ. GW -(attestate solo: norr. gunnr e ata. gundea
“battaglia”)
Più comunemente però vi è la seguente trasformazione: ie. GWHER-/GWHOR- “caldo” (cfr.
lat. formus)> germ. WER-/WOR- (got. warmjan “scaldare”, norr. varmar, i.a. wearm > i. mod.
warm, ata e ted. mod. warm).

La legge di Verner

13
Ciò conferma quanto dimostrato dalla geografia linguistica e dalla glottologia (o linguistica storica) per cui
non esistono lingue unitarie prive di differenziazioni dialettali al loro interno. Infatti, in questo caso, notiamo
che per il gotico, rispetto alla altre lingue germ. storiche, il sostantivo “dente” deriva dalla radice al grado zero,
anziché dalla radice al grado forte.

9
La legge di Grimm non dà però ragione a certi mutamenti del germ., per quanto riguarda la
serie delle sorde ie. P, T, K, K W, S che non dà luogo a fricative sorde (come ci si aspetterebbe),
ma a fricative sonore. Questa “irregolarità” è stata spiegata dallo studioso danese K. Verner
(1874), il quale enunciò in tal modo la sua legge:
Le occlusive sorde ie. P, T, K che si trovano all’interno di parola, in un contesto sonoro, se
sono precedute da sillaba atona, passano a occlusive sonore. Infatti, se la sillaba precedente
è accentata (tonica), questo mutamento non avviene. Tuttavia, si è ipotizzato che le consonanti
sorde P, T, K in un primo momento avessero subìto regolarmente la legge di Grimm; tuttavia
se si trovavano in un contesto sonoro, all’interno di parola, se precedute da sillaba atona,
passarono successivamente a sonore. Di conseguenza i passaggi sarebbero stati i seguenti: T >
Þ > D. L’esito sonoro rappresenterebbe pertanto un momento cronologicamente successivo a
quello codificato da Grimm nella sua legge.

Esempi della legge di Verner

ie. P > germ. B


ie T > germ. D
ie. K > germ. G
ie. KW > germ. GW
ie S > germ. Z (tranne in got., poiché il got. non tollera le sonore in
posizione finale). Inoltre, Z > r nelle lingue germ. nord-occ.)

Vi è un esito riscontrabile ancora oggi della legge di Verner. In inglese moderno oggi diciamo
death “morte”, ma dead “morto” al participio passato del verbo di die “morire”. Entrambi i
termini sono formati sulla radice ie. DHAU “morire”, solo che il sostantivo death “morte”
deriva dalla radice DHAU + il suffisso TU che è atono (quindi DHAUTU). Considerato che
l’accento cade sulla radice DHAU (come in tutte le lingue germaniche), la T del suffisso TU ha
potuto subire regolarmente la prima mutazione consonantica; infatti T > Þ > TH. 14 Invece, il
participio passato del verbo die, dead è formato sulla radice DHAU + il suffisso TO, che però è
sempre tonico (dunque DHAU + TO > DAUTO), ed è proprio qui che sta la differenza,
giacché il suffisso TO è accentato; di conseguenza:
1) l’accento non cade più sulla radice DHAU, ma sul suffisso TO,
2) quindi sono subentrate tutte le condizioni necessarie al verificarsi della legge di Verner. La
sillaba precedente (DHAU) è atona, la consonante si trova all’interno di parola, in un contesto
sonoro: perciò la T del suffisso TO si sonorizza e passa a d, non a th!
Per quanto riguarda, invece, il ted. mod. abbiamo rispettivamente le forme Tod e tot che
presentano seconda mutazione consonantica. Nel participio passato tot, la dentale del suffisso
ha subito sia la legge di Verner, sia (in un secondo momento) la seconda mutazione
consonantica, quindi è tornata a T, che è la medesima articolazione del suffisso ie. –TO-
Lo stesso è successo all’aggettivo ie. ALTOS “vecchio” > germ. ALDAZ > i.a eald > i. mod.
old. Anche in questo caso ha agito la legge di Verner; tuttavia in ata. abbiamo alt poiché ha
agito sia legge di Verner che la seconda rotazione consonantica, dunque anche in questo caso
si è ritornati all’articolazione del suffisso ie. –TO-
Naturalmente si presume che si tratti dell’accento libero ie, quindi dobbiamo ipotizzare che
quando avvengono questi mutamenti non si è ancora affermato l’accento intensivo e radicale
del germ. In questo caso, la sonorizzazione delle occlusive sorde ie. dipende dalla variabilità di
un accento libero che però come tale non doveva più esistere, se accettiamo l’interpretazione
data dalla legge di Grimm e se ricordiamo che: l’accento comincia a fissarsi sulla sillaba

14
In inglese antico death corrispondeva a deaþ. In inglese medio ci sarà il passaggio la fricativa sorda þ al
digramma th, presente ancora oggi in inglese moderno.

10
radicale nell’ultima fase del periodo più antico del germ. com. (II sec. a.C. ca.) e che il primo
passo delle mutazioni consonantiche (P > PH) è strettamente connesso con l’accento fisso
intensivo. Quindi è stata avanzata un’altra congettura: tenendo conto di questo, il passaggio
dall’occlusiva sorda ie. alla sonora del germ. (legge di Verner) pare sia avvenuto attraverso una
fase di fricativa sorda e poi di fricativa sonora, (quindi: occlusiva velare sorda > fricativa sorda
> fricativa sonora > occlusiva sonora). In alcuni casi si ritiene che il fenomeno sia indipendente
dagli esiti della legge di Grimm, addirittura ad essa precedente: in questo caso è interpretabile
- da un punto di vista fonologico - come un normale processo di lenizione e sonorizzazione
delle occlusive e della sibilante sorda S che si riscontra frequentemente anche al di fuori del
germ. Es.: lat. volg. focu > sp. fuego; lat. volg. patre > fr.a. pathre > fr. mod. père.
Altre oscillazioni imputabili alla legge di Verner, nelle lingue germaniche antiche, sono
riscontrabili – come si è appena visto - tra un sostantivo e un participio preterito formati sulla
stessa radice (v. death e dead), ma anche tra la forma singolare e la forma plurale del preterito
dei verbi forti.. Ciò è dovuto al fatto che il preterito del germ. è modellato sul perfetto dell’ie.
nel quale l’accento cadeva sulla sillaba radicale alle tre persone singolari, ma sulla desinenza
alle tre persone plurali.
Es. verbo forte della III classe weorðan “diventare” in inglese antico (oggi in inglese moderno
questo verbo è caduto in disuso. Al contrario è conservato in tedesco moderno, werden, con il
quale si formano il futuro e il passivo).
Ie. GHWERT-/GHWORT-/GHWRT (cfr. lat. vertere) > germ. WERÞ > (got. wairðon, norr.
verða). Alle tre persone singolari del passato remoto (preterito singolare, cioè alla prima,
seconda e terza persona singolare) abbiamo:
i.a. warþ “egli diventò”. C’è –þ, poiché la T dell’ie. ha subìto regolare legge di Grimm (T > Þ),
in quanto la sillaba che la precedeva era tonica, poiché l’accento alle prime tre persone
singolari del passato remoto cadeva sempre sulla radice. Al contrario alle tre persone plurali
del passato remoto (preterito plurale, cioè alla prima, seconda e terza persona plurale) la forma
in i.a. è wurdon “essi diventarono”, poiché l’accento alle tre persone plurali cadeva sempre sul
suffisso. Di conseguenza, la radice essendo diventata atona, la T dell’ie ha potuto sonorizzarsi
in D.
Comunque il fenomeno è riscontrabile ancora oggi; infatti vi è lo stesso tipo di oscillazione nei
verbi forti in tedesco moderno tra il consonantismo dell’infinito e quello del participio passato.
Questo fenomeno si chiama alternanza grammaticale.
Es. ted. mod. infinito ziehen “tirare”, ma passato remoto gezogen “tirato”, in quanto il
participio passato dei verbi forti, nelle lingue germaniche, è formato mediante l’aggiunta del
suffisso d’origine ie. -NO che è sempre tonico, di conseguenza l’accento non cade più sulla
sillaba radicale, ma sul suffisso, quindi la consonante ie. K, essendo atona, ha potuto
sonorizzarsi.
ie. DEUK- “condurre” (cfr. lat. duco) > germ. TEUX- (got. tiuhan, i.a. teon > i. mod. tie
“legare”, ata. ziohan > ted. mod. ziehen).

La seconda mutazione consonantica (o mutazione consonantica alto tedesca)

Si tratta di un fenomeno tipico dei dialetti tedeschi meridionali (alemannico e bavarese) il


quale perde di intensità man mano che si procede verso nord (il limes geografico è
rappresentato dalla linea di Benrath o dalla linea di Ürdingen a sud di Düsseldorf, dove vi è la
separazione tra ich a sud e ik a nord).
Per quanto riguarda la datazione sono utili i prestiti latini in tedesco, ossia quelli più antichi
entrati prima della diffusione del Cristianesimo. Questi prestiti mostrano tutti la seconda
mutazione consonantica. Ad esempio, il lat. tegula (i. a. tigele > i. mod. tile) > ted. mod.

11
Ziegel, lat. planta > ata. pflanza, mentre quelli più recenti (inerenti al cristianesimo) non la
presentano più, es.: lat. apostolus > postul (v. Traduzione del Diatesseron o Armonia
Evangelica, effettuata a Fulda nella prima metà del IX secolo, probabilmente da alcuni
discepoli di Rabano Mauro). Un’indicazione più precisa ci viene data dalla tradizione
riguardante il nome di Attila in tedesco: Etzel con seconda rotazione consonantica, poiché t >
tz . Considerato che Attila morì nel 453, questo significa che a metà del V sec. la seconda
mutazione consonantica è già operante. Si è propensi, dunque, a datare la seconda mutazione
consonantica alla metà del V sec. d.C., con l’approssimazione che la datazione di un fenomeno
linguistico impone. Dapprima si sarebbero trasformate le dentali (tra l’altro è l’unica serie a
presentare la seconda mutazione in modo completo) e ciò sarebbe avvenuto tra la seconda metà
del V e l’inizio del VI secc. (come dimostrerebbe, appunto, il nome di Attila, Etzel), poi si
sarebbero trasformate le labiali (VI-VII secc.) e infine le velari (VII-VIII sec.).
Comunque, la seconda mutazione consonantica è più complessa e meno regolare negli esiti
rispetto alla prima, poiché nella prima rotazione non si hanno condizionamenti da parte del
contesto fonetico (tranne per le eccezioni dei nessi consonantici S + T o con doppia occlusiva
velare PT, KT); mentre nella seconda rotazione il trattamento delle consonanti varia a seconda
della posizione che le stesse occupano nella parola. Infine è importante sottolineare che si parte
dal germ. e non più dall’ie. in quanto, precedentemente menzionato, la seconda mutazione
consonantica riguarda solo l’alto tedesco antico.

- Germ. P > ata pf in posizione iniziale


> ata. f in posizione finale
> ata. ff in tutti gli altri casi
- Germ. T > ata. tz in posizione iniziale o mediana
ata. z in posizione iniziale e finale
ata. zz in tutti gli altri casi
- Germ. K > ata. kh in posizione iniziale
ata. h in posizione finale
ata. hh in tutti gli altri casi
- Germ. F > ata NON SUBISCE MUTAZIONE CONSONANTICA
- Germ. Þ > ata D
- Germ. X > ata. NON SUBISCE MUTAZIONE CONSONANTICA
- Germ. B > ata. p solo quando è geminata, altrimenti il fenomeno è limitato
al tedesco superiore (cioè alemannico e bavarese)
- Germ. D > ata. t
- Germ. G > ata. k solo nel tedesco superiore (cioè alemannico e bavarese)
o quando è geminata.
Esempi di seconda mutazione consonantica
germ. P > ata. –pf: (i.a. pund > i. mod. pound, ata. Pfunt )
germ. PP > ata. –ff (bta. Wappe, ata. Waffe )
germ. P > ata. – f (i.a. dēop > i. mod. deep, ata tiof > ted. mod. tief)

germ. T > ata.-z (i.a. tōþ > i. mod. tooth, ata. zan > ted. mod. Zahn)

germ. Þ > ata. –d (i.a. þrī(e) > i. mod. three, ata. drī > ted. mod. drei)

germ. D > ata. – t (i.a. duru (sg.), dora (pl.) > i. mod. door, ata. turi (pl.) > ted. mod.
Tür dalla forma sing. tor > ted. mod. Tor “portone” e
i.a. deop > i. mod. deep; ata tiof > tief)

12
germ. K > ata. kh (sass.a. kunni, ata. chunni “famiglia”, stirpe”)
germ. K > ata h (sass.a. ik; ata ih > ted. mod. ich)

Il longobardo15
Il dialetto longobardo presenta la seconda mutazione consonantica soltanto in parte. Da quel
poco che siamo a conoscenza; infatti il longobardo è linguisticamente un dialetto complesso, in
quanto mostra caratteristiche fonologiche sia alto tedesche, sia basso tedesche. Il problema se il
longobardo sia un dialetto alto tedesco o meno ha occupato a lungo gli studiosi. Si è cercato di
dare la seguente spiegazione: nel suo evolversi, è probabile che il longobardo abbia subìto un
influsso germanico, uno gotico e uno tedesco durante gli spostamenti di cui i Longobardi sono
stati protagonisti (secondo P. Scardigli). Con questa teoria si spiegherebbe la mancata
dittongazione di ē2 (vocale lunga d’origine germanica che in ata. > -ia) e di –ō (che in ata
dittongo in –uo). Per il fatto che la seconda mutazione consonantica sia presente in modo
incompleto, potrebbe essere spiegabile in questo modo: i Longobardi potrebbero aver
assimilato la seconda mutazione consonantica tramite le popolazioni con le quali confinavano
(quali Alemanni e Bavaresi).
Inoltre conosciamo tale dialetto solo da testimonianze lessicali (termini longobardi attestati
nell’Editto di Rotari e nelle leggi dei suoi succsssori) nonché da tracce presenti nella
toponomastica, come le Fare longobarde. Infatti fara era un termine longobardo che indicava i
vari corpi di spedizione in cui si divideva il popolo in armi durante le loro migrazioni. Molto
spesso la fara coincideva col gruppo dei parenti inteso nel senso più vasto, che includeva tutti
coloro i quali discendevano da un antenato comune. I Longobardi scesero in Italia e migrarono
per la penisola divisi in fare. Successivamente le fare passarono ad indicare i terreni assegnati a
ogni gruppo e il termine è rimasto poi nella toponomastica italiana con questo significato.
Abbiamo ad esempio Fara Sabina, Fara Novarese. In altri casi traggono origine da parole
longobarde, quali gualdo (v. Gualdo Tadino), sala (v. Sala Baganza, Sala Consilina), oltre
naturalmente i nomi della Lombardia e di Lombardore dove appare chiaramente il nome dei
Longobardi. Inoltre appartengono alla categoria dei prestiti penetrati in italiano dal longobardo
quei termini che presentano in parte la seconda mutazione consonantica: cioè con le fricative o
le affricate, quali zolla, arraffare, chiazzare, strofinare, fazzoletto, milza, sberleffo, schernire,
zazzera, ciuffo… In aggiunta a ciò sono di chiara derivazione longobarda anche termini inerenti
alla sfera giuridica: faida, spia, manigoldo (in origine “boia”), altre riguardanti la vita militare:
spiedo (che in origine era un’arma), spalto, sguattero (in origine indicava una guardia v. ted.
mod. Waechter).

Trattamento delle consonanti in posizione finale


Con il fissarsi dell’accento sulla sillaba radicale, con l’indebolimento e la scomparsa delle
sillabe atone, sia le consonanti che le vocali si sono trovate coinvolte in questa progressiva
semplificazione, sebbene le prime siano più stabili rispetto alle seconde.
La consonante finale più debole è la ie. M > normalmente germ. N (infatti, nelle lingue germ.
la m finale si trova solo nella desinenza del dativo pl. della declinazione nominale e
pronominale, forse perché protetta dalla i che seguiva nella desinenza originaria ie. MI); lo
15
I Longobardi “quelli dalle lunghe barbe” (cfr. ted. mod. Bart “barba”) o “quelli dalle lunghe lance” (cfr. ted.
mod. Barte “scure”, v. anche it. alabarda) ai tempi di Tacito erano già famosi per la loro ferocia. Probabilmente
la loro origine era la penisola scandinava. Prima di stanziarsi nella zona dell’Elba rimasero sulle rive del
Baltico, dove erano conosciuti col soprannome winniles “guerrieri”. Dall’Elba, dopo una lunga permanenza, essi
si mossero verso la Boemia, la Pannonia e da qui, a causa della presenza degli Avari, proseguirono verso l’Italia.
Infatti Alboino cedette la Pannonia agli Avari, riservandosi il diritto di ritornarvi dopo 200 anni, e quindi si
diressero in Italia dove spodestarono gli Ostrogoti e regnarono tra il 569 e il 774, sopraffatti dai Franchi.

13
stesso vale per la N che non si conserva più neppure nelle iscrizioni runiche. 16 Es. germ.
HORNAN > runico horna. Si conserva solo nei monosillabi dopo vocale breve, es.: got. þan,
i.a. þan > i. mod. than, ata. dan > ted. mod. dann, denn, ma: norr. þá, poiché la nasale finale ha
subito caduta, ma ha provocato l’allungamento della vocale della sillaba precedente
Scompaiono anche le antiche dentali, frequenti come consonanti finali nelle desinenze verbali
ie. Es. got. bairai “che egli porti”, norr. , i.a., ata bere vs. scr. bharet.
Come le nasali, anche le dentali si conservano solo nei monosillabi. Es. lat. is-tud “questo” cfr.
germ.: got. þat-a (con a- rafforzativa), norr. þat, i.a. þæt > i. mod. that, ata. daz > ted. mod.
dass.
N.B.: l’ata ha subito seconda mutazione consonantica sia per quanto riguarda la consonante
iniziale þ > d che quella finale t > z
S finale, frequente al nom. sg. in germ. si sonorizza per un processo analogo a quello della
legge di Verner > Z. Es.: ie GHOSTIS > germ. GASTIZ: subisce caduta in i.a. e a.t.a.:
rispettivamente giest (con metafonia) e gast, mentre in got. abbiamo gasts, poiché (come già
accennato precedentemente il got. non tollera le consonanti sonore in posizione finale). In
norr., invece, abbiamo: S > R cfr. norr. gestr , tale forma presenta anche metafonia. Questo
fenomeno è presente anche in runico laddove troviamo GastiR. Tuttavia, anche in questo caso
si conserva nei monosillabi dopo vocale breve, subendo rotacizzazione in norr. e ata. es. norr:
mer, ata. mir, got mis (conservata), ma cade in i.a.: mē.

Dall’indoeuropeo al germanico: il vocalismo

Per l’ie. si ricostruisce il seguente sistema vocalico:

I U + per le corrispondenti lunghe: Ī Ū


E O Ē Ō
* ә 17 Ā
A
Per il germ. ricostruiamo, invece, il seguente sistema vocalico:

I U + per le corrispondenti lunghe: Ī Ū


E Ē Ē-2 (innovazione)
A Ō

16
La scrittura runica è il tipo di scrittura più antico col quale sono stati redatti i primi documenti epigrafici
germanici: in antico nrodico (norreno) sono chiamati rúnar i segni del f u þ a r k : il nome che indica
l’alfabeto runico e che deriva dalla successione dei primi sei segni che lo compongono. Le prime
attestazioni di questa risalgono tra la fine del II e l’inizio del III sec. d.C. L’alfabeto runico più antico, e
che possiamo presumere fosse comune a tutti i Germani, possedeva ventiquattro segni, quando le varie
lingue germaniche si differenziarono (primi secoli dell’era volgare) per seguire processi evolutivi diversi,
esso si adattò alle loro esigenze fonetiche: nelle lingue nordiche si ridusse a sedici segni, mentre in
anglosassone si ampliò a ventotto, ventinove segni (per far fronte al vocalismo particolarmente ricco e
sfumato dell’inglese antico). Le iscrizioni più antiche sono state rinvenute nella Scandinavia meridionale
(es. Corno d’oro di Galleus, V sec. d.C.). La lingua di queste iscrizioni presenta caratteri uniformi e tratti
più conservativi rispetto a documenti redatti in altre lingue germ. Se prendiamo in considerazione
l’iscrizione tramandataci dal corno d’oro di Galleus, leggiamo: ek HlevagastiR HoltingaR horna tawido “io
Hlevagastir da Holt (o figlio di Holt) costruii il corno” e nell’iscrizione di Engang, leggiamo: gastiz. Di
quest’ultimo termine abbiamo testimonianza nel got. gasts, norr. gestr, i.a. giest, ata. gast “ospite”.
17
Si tratta della swa, una vocale dal timbro indistinto.

14
si nota una considerevole semplificazione. Inoltre il germ. sviluppa una Ē secondaria,
denominata Ē2 che doveva avere un’articolazione chiusa, a differenza della Ē di origine ie., la
cui articolazione doveva essere aperta.

Per quanto riguarda i dittonghi, abbiamo:

ie.: AI EI OI
Germ.: AI I (monott.) AI

ie. AU EU OU
Germ.: AU EU AU

Anche in questo caso la semplificazione è notevole.

Vocali brevi
Esempi: per quanto riguarda A abbiamo:
ie. AGROS (“campo”) > germ. AKRAZ (got. akrs, norr. akr, i.a. aecer > i. mod. acre, ata.
ackar > ted. mod. Acker): naturalmente ogni lingua segue uno sviluppo suo proprio.
N.B.: germ. A > i.a. ae quando nella sillaba seguente c’è una vocale palatale, una liquida o una
nasale.
Per quanto riguarda O abbiamo:
ie. OKTO (“otto”) > germ. AXTO (got. ahtau, norr. átta, i.a. ahta/eahta > i. mod. eight, ata.
ahto > ted. mod. acht)
A riguardo del norreno tt (atta) < assimilazione del gruppo consonantico ht > tt (assimilazione
regressiva): fenomeno comune in norreno. Inoltre, á significa vocale lunga.
Per l’inglese antico ea < frattura di a dinanzi ad h + consonante (così come anche dinanzi a
liquida, l/r, + consonante).
Per l’ie. *ә (swa) abbiamo:
ie. P ә TER “padre” (cfr. lat. pater) > germ. FAÞER (> got. fadar, norr faðir, i.a. faeðer > i.
mod. father, ata fatar > ted. mod. Vater)
Per l’ie. E abbiamo:
ie. ED- “mangiare” (cfr. lat. edere) > germ. ET- (>got. itan, norr. eta, i.a. etan > i. mod. eat,
ata. ezzan > ted. mod. essen)
N.B.: Per quanto concerne il gotico, la * e germ. > got. i, quindi la i del got. corrisponde alla
*e ed alla *i germ. Quando segue: r, h o hv i > e, rappresentata graficamente da ai (es. got.
wair “uomo”, rispetto al lat. vir). Ai può rappresentare anche il germ. *e (es. germ. BER-
“portare” > got. bairan. Nelle stesse condizioni il germ. *u > o rappresentata graficamente da
-au- , es. germ.: DUR- “porta” > got. daur). La grafia ai per e ed au per o sono da attribuire
all’influsso del greco, dove nel IV secolo, appunto, ai valeva e. Su questo modello, per
analogia, Ulfila ha introdotto anche la grafia di au per o ed ei per i. Le grafie ai per e ; au per o
ed ei per i sono state oggetto di molte dispute; infatti alcuni ne sostengono il valore di vocale
semplice solo dinanzi a: r, h, hv; altri invece ritengono che ai/au siano sempre vocali semplici.
Entrambe le ipotesi sono valide, sebbene alcune considerazioni ci facciano propendere a
considerare ai/au sempre come vocali semplici. Infatti Ulfila li usa nella trascrizione degli
antroponimi e delle parole greche per rendere e/o/i, es.: gr. Petros > got. Paitrus, gr. Iordanes
> got. Iaurdanes. Quando, invece, Ulfila vuol rendere un dittongo usa le seguenti grafie: gr.:
eu > got. aiw, gr. au > got. aw; gr. ou > got. auw. Es.: gr. Paulos > got. Pawlos. La tendenza a
considerare ai/a vocali semplici è dovuta al fatto che Ulfila, attento com’era ai problemi della
lingua, difficilmente usava lo stesso segno grafico per indicare le vocali semplici e i dittonghi.
Quindi laddove in Ulfila troviamo ai/au li dobbiamo considerare sempre monottonghi.

15
Comportamento di E dinanzi a NASALE + CONSONANTE:
ie. BHENDH- “legare” > germ. BIND- (> got. bindan, norr. binda, i.a.. bindan > i. mod. bind,
ata. bintan > ted. mod. binden) = ie. E + N + cons. > germ. I + N + cons. Tale fenomeno è
conosciuto col nome di innalzamento vocalico. È un tratto tipico del germanico, sebbene in
provenzale sia attestato il sostantivo bindel “nastro”. Esso avviene anche dove nella sillaba
seguente c’è una –i: ie. ESTI “egli è” > got. e ata. ist ; i.a. is
Per l’ie. I, abbiamo:
ie. PISK “pesce” > germ. FISKAZ18 (>got. fisks, norr. fiskr, i.a. fisc > i. mod. fish, ata. fisk >
ted. mod. Fisch)
Per l’ie. U, abbiamo:
ie. SUNUS “figlio” > germ. SUNUZ (>got. sunus, norr. sunr, i.a. sunu > i. mod. son, ata.
sunu > ted. mod. Sohn)
Per quanto riguarda I/U con valore di semiconsonanti, abbiamo:
Per l’ie. J (semivocale) abbiamo:
ie. JUGOM “giogo” > germ. JUKAM (>got. juk, norr. ok, i.a. geoc > i. mod. yoke, ata joh >
ted. mod. Joch)
N.B.: Per il norreno: in posizione iniziale j cade (come pure anche w, però w cade solo quando
seguono l, r, ō, ū, y (lunga). In altre condizioni subiscono entrambe (sia j che w) un
rafforzamento jj, ww che porta allo sviluppo di occlusive sonore (la stessa cosa succede anche
per il gotico, tant’è che si parla di isoglossa goto-nordica). Es.: got. twaddje (gen. pl. di twai
“due”) e il norr. tveggia (gen. pl. di tveir “due”).
Per l’anglosassone, geoc: g è la grafia i.a. per il germ. J.

Vocali lunghe
Per ie. Ā abbiamo > germ. Ō
ie BHRĀTER “fratello” > germ. BRŌÞER (got. broðar, norr. broðir, i.a. broðor > i. mod.
brother, ata. bruoder > ted. mod. Bruder)
N.B.: germ.Ō > ata uo (dittongazione, ma > u in ted. mod.)

Per ie. Ō abbiamo:


ie. BHLŌ- “fiorire” (cfr. lat. flos, floris) > germ. BLŌMON “fiore” (> got. bloma, norr. blóm,
i.a. blostma > i. mod. blossom “fioritura”, ata. bluomo > ted. mod. Blume).
N.B.: Il termine i. mod. flower “fiore” è un prestito del francese fleur.
Per l’ie Ē abbiamo: > germ. Ē (articolazione aperta).
ie. SĒTIS “seme” (cfr. lat. semen) > germ. SĒÞIZ (> got. seþs, norr. sád, i.a. saed > i. mod.
seed, ata. sāt > ted. mod. Saat).
N.B.: Ē come mostrano gli esiti nelle lingue germ. storiche, l’articolazione di questa Ē
d’origine ie (denominata Ē 1) -e1 doveva essere aperta; infatti, come si può ben notare, si
realizza con: á (norr.), ae (inglese antico), ā (ata). In germ., inoltre, interviene
un’importante innovazione: vi è la formazione di una nuova Ē, indicata
convenzionalmente con *e-2. La sua origine non è chiara; infatti è controversa ed è tuttora
oggetto di discussione da parte degli studiosi. Compare soprattutto nei prestiti, in parole isolate
e nel preterito singolare e plurale dei verbi forti della VII classe (a raddoppiamento). In gotico
ha gli stessi esiti di ē (quindi resta e), in i.a. e norr. dà esito ē, in ata inizialmente si presenta
come -e, ma ben presto si dittonga: ia., es.: parole isolate (got. her “qui”, norr hér, i.a. her > i.
mod. here, ata. her (atm. hiar> ted. mod. hier. Prestiti: lat. mesa < mensa > got. mes, i.a. mesa
; ata. mias).
Per l’ie. Ī > germ. Ī
18
In questo caso si ha l’ampliamento.

16
ie. S(U)WĪNO- “suino” (agg.) (cfr. lat. suinus) > germ. SWĪNA “maiale” (got. swein, norr svín,
i.a. swin > i. mod. swine, ata. swin > ted. mod. Schwein).
N.B.: Got ei è la grafia per i: ciò è dovuto, anche in questo caso, all’influsso della grafia greca
del IV sec.
Per ie Ū abbiamo:
ie. PŪ- “puzzare” (cfr. lat. pus)> germ. FŪLAZ19 (got. fuls, norr full, i.a. e ata. ful).

Dittonghi

ie AI OI > germ. AI
ie. EI > germ. I (monottongazione)
ie. AU OU > germ. AU
ie. EU > germ. EU

Per AI abbiamo:
ie. GHAID– “capretto” (cfr. lat. haedus) > germ. GAIT- “capra” (got. gaits, norr geit, i.a. gat >
i. mod. goat, ata. geiz > ted. mod. Geiss)
N.B.: ata./norr.: germ. AI > ei (isoglossa nordico-ata?)
i.a.: germ. AI > ā
Per EI abbiamo:
ie. STEIGH- “camminare” (cfr.lat. inuestigare) > germ. STIG- (got. steigan, norr. stíga, i.a.
stigan, ata. stigan > ted. mod. steigen)
Per OI abbiamo:
ie. OINOS “uno” (cfr. lat. unus) > germ. AINAZ (got. ains, norr. einn, i.a. ān > i. mod. one,
ata. ein > ted. mod. eins)
Per AU abbiamo:
ie. AUG- “crescere” (cfr. lat. augeo) > germ. AUK- (got. aukan, norr. auka, i.a. eacian. ata.
ouhhon)

N.B.: germ. AU > i.a. ea


germ. AU > ata. ou, ma: se segue h, l, r, n, d, t, s , z > ō
Per OU abbiamo:
ie. ROUDHO- “rosso” (cfr. lat. rufus)> germ. RAUĐA- (got. rauþs, norr. rauðr, i.a. read > i.
mod. red, ata. rot > ted. mod. rot)
Per EU abbiamo:
ie. DEUK- “condurre” (cfr. lat. duco) > germ. TEUX- (got. tiuhan, i.a. teon > i. mod. tie
“legare”, ata. ziohan > ted. mod. ziehen)
N.B.: got. iu è stato proposto il valore monottongale y.
Germ. EU > i.a. eo
Germ. EU > ata. io

Nella trasformazione del sistema vocalico dall’ie. al germ. vi è la tendenza generale a colmare
lacune che il sistema vocalico germ. presentava (soprattutto per quanto riguarda ā): d’altronde
una ā si era già sviluppata in germ. nella sequenza A + N + X in cui si assiste alla caduta della
nasale velare dinanzi a fricativa velare sorda ed all’allungamento della vocale > ā). Es.: got.
þāhta (pret. sg. di þankjan “pensare” < germ. ÞANX-TA (cfr. ata. dāhta)).

19
Anche in questo caso si ha l’ampiamento.

17
Lo stesso vale anche per la -o infatti anche in questo caso vi è tendenza a creare nuovi livelli
vocalici, a formare vocali interne e nuovi dittonghi in quelle lingue che conoscono la
metafonia e la frattura.

La metafonia e la frattura

Si tratta di due fenomeni collegati al vocalismo del germanico.


Per metafonia si intende il cambiamento del timbro della vocale radicale (tonica) per influsso
della vocale contenuta nella sillaba seguente. Alcuni studiosi sono dell’opinione che esisteva
già in germ. (o almeno pretenderebbero di vederla già operante nel germ.); tuttavia non vi è
traccia né in gotico, né nelle iscrizioni runiche. Inoltre, nei testi più antichi delle altre lingue
germ., la metafonia è piuttosto irregolare.
Il gotico infatti non presenta né metafonia, né frattura, in inglese antico e in norreno vi sono
entrambe, mentre in alto tedesco antico vi è solo la metafonia.
Vi sono tre tipi di metafonia:
1) Metafonia da i metafonia palatale, per cui abbiamo i seguenti mutamenti di timbro:
a > e
e > i
u > y
o > ø
Es.: germ. GASTIZ > got. nom. sg. gasts “ospite” nom. pl. germ. GASTEJIZ > got. gasteis
vs. norr. nom. sg. gestr, nom.pl. gester
i.a. giest (in i.a. e>ie dopo consonante palatale e, in questo caso -g è
palatale); ata. nom sg. gast, nom. pl. gesti > ted. mod. rispettivamente Gast e
Gäste. Si può comprendere (dalle forme del ted. mod., ma anche dell’inglese
moderno) come la presunta “irregolarità” del plurale di certi sostantivi moderni
non sia altro che la traccia di un’antica metafonia. Es.: i. mod. foot < FOT
“piede”, pl. feet < FOTIZ, mouse < MUS, pl. mice < MU-SIZ > i.a. mys e poi >
mis e infine in mice (la grafia c è dovuta all’influsso del francese a seguito della
Conquista Normanna del 1066).

2) Metafonia da U (velare) a > o


e > ø
i > y
Questo tipo di metafonia è particolarmente frequente in norr. (investe anche le vocali lunghe).
Es.: barn “figlio” > dat. pl. bornum per effetto della u seguente.
3) Metafonia da A i > e
u > o
Quest’ultima è meno frequente rispetto alle prime due.

La frattura, invece, è il fenomeno per cui una vocale breve tonica si “frange” o, meglio, si
amplia in due elementi vocalici in determinate condizioni dipendenti dal contesto fonetico. Si
riscontra maggiormente in norr. e in i.a. Tuttavia, alla luce di studi recenti sembra probabile
che anche che: i > ai , u > au in gotico derivino da fenomeni di
frattura: naturalmente in questo caso viene rifiutata la teoria che ai, ei, au siano monottonghi e
dunque vengano intesi come dittonghi, sebbene come si è già accennato, questo sia piuttosto
improbabile. Sebbene il passaggio di i>ai, u>au si riscontri in condizioni fonetiche uguali a
quelle in cui si verifica la frattura in i.a. e norr. (cioè dinanzi a l, r, h + cons. Es.: got. hairto
“cuore”, norr. hjarta, i.a. heorte > i. mod. heart vs. ata. herza; oppure got. airþa “terra” vs.

18
norr. jorð, i.a. eorðe vs. ata erda), è alquanto improbabile che il gotico presenti frattura,
proprio per il fatto che ai, ei, au sono sempre considerati monottonghi sul modello del greco.
- In norreno la frattura provoca i seguenti esiti:
e > ja (se nella sillaba seguente c’è -a),
e > jo (se nella sillaba seguente c’è -u)

- In inglese antico la frattura provoca i seguenti esiti:


ae > ea
e > eo
i > io
N.B.: non si tratta di veri e propri dittonghi, ma di digrammi in cui prevale la pronuncia del
primo elemento, mentre il secondo è un suono di transizione (glide).

Trattamento delle vocali in posizione finale

Sinora abbiamo esaminato le vocali toniche, vediamo ora quelle in sillaba finale, lontane dal
centro di tonicità, quindi maggiormente soggette a indebolimento e caduta. Si presume che il
germ. conservasse le vocali finali, anche quelle brevi, a questo proposito sono significative le
testimonianze offerte dalle iscrizioni runiche, le quali nella loro arcaicità conservano le vocali
brevi anche dove il gotico non le presenta più. Es. germ. HORNAN > nom/acc. sg. neutro
runico horna “corno” cfr. got. haurn (ek HlevagastiR HoltingaR horna tawido)
Nom sg. runico stainaR < germ. STAINAZ cfr. got. stains.
runico gastiR cfr. got. gasts.
Si è tentato di codificare la caduta delle vocali finali (delle sillabe atone) nelle lingue
germaniche attraverso la “teoria delle more”. Mora: “quantità”, “il tempo” di una vocale, per
cui è possibile stabilire le seguenti equazioni:
- Vocale breve corrisponde a una mora
- Vocale lunga corrisponde a due more
- Vocale extra-lunga corrisponde a tre more
Ovviamente, il punto di partenza per il calcolo delle more è sempre l’INDOEUROPEO.
Tendenze generali delle lingue germ.: il gotico perde sempre una mora, quindi: la vocale breve
> scompare, la vocale lunga > breve, la vocale extra lunga > lunga
Il norreno perde sempre due more, quindi: le vocali brevi e lunghe scompaiono, la vocale
extra lunga > breve
L’inglese antico e l’alto tedesco antico normalmente perdonp una mora: la vocale breve
scompare, la vocale lunga> breve (anche se però talvolta scompare), la vocale extra lunga >
breve.
Esempi: ie. ESTI “egli è” > got., ata. ist; i.a. is perdita di 1 mora.
ie. BHERO “io porto” > got. baira, norr. ber, i.a. bere, beru, ata. biru perdita di 2 more
ie. TESO-OM “di questi “ (gen. pl.) > got þize, norr. þeira, i.a. þara, þæra, ata. dero
perdita di 3 more.
Vi sono tuttavia numerose eccezioni, soprattutto in i.a. e in ata (anche se non mancano neppure
in norr. e got.). In got. è eccezionale, ad es., il comportamento della u, in quanto si conserva:
- nella desinenza nom. sg. sunus
- nella desinenza acc. sg. sunu < germ. SUNUN
nelle altre declinazioni la desinenza cade. Vi è una tendenza a conservare la -u addirittura in
posizione finale assoluta. Es. avv. filu “molto”. Tale tendenza si riscontra anche in i.a. e ata.
dove la u rimane dopo sillaba breve. Es. i.a. e ata. sunu (nom./acc. sg.), ma cade dopo sillaba
lunga, es. i.a. hond, ata. hant “mano", cfr. got. handus, handu.

19
Il trattamento delle vocali in posizione finale è comunque un problema delicato, ma comporta
comunque sottolineare che vi è la tendenza nelle lingue germ. ad eliminare le sillabe finali: una
volta che l’ultima sillaba è caduta, il processo di indebolimento investe anche la penultima e così
via. Tale processo è riscontrabile molto bene in inglese, lingua ricchissima di monosillabi e nella
quale tale processo ha raggiunto le sue estreme conseguenze.
Cronologia del vocalismo
Per quanto riguarda le trasformazioni vocaliche O > Ă / Ā > Ō, le fonti classiche lasciano
aperta un’oscillazione di circa due secoli, coincidente più o meno intorno all’inizio dell’era
volgare: cioè concomitante approssimativamente col passaggio dal periodo “e-a” (I sec. a.C. ca.)
 al secondo periodo germanico (= èra volgare, cioè in quel periodo in cui vi erano già le
premesse di quelle che sarebbero diventate le caratteristiche delle lingue germaniche).

Le sonanti

Erano caratterizzate da una specie di bivalenza, potevano cioè apparire come vocali o come
consonanti, a seconda della posizione che occupavano nella parola.

ie. M, N, R, L unitamente alle corrispondenti lunghe.


° ° ° °

Nel passaggio dalla fase ie. a quella del germ., le sonanti hanno sviluppato una “vocale
d’appoggio” che è sempre U:

ie.: M > germ. UM


°
ie. N > germ. UN
°
ie. R > germ. UR
°
ie. L > germ. UL
°
Esempi: ie. M

20
°
ie. DEKM “dieci” (cfr. lat. decem)> germ. TEXUN20 (got. taihun, norr. tíu, i.a. tēn(e) > i. mod.
ten, ata. zehan > ted. mod. zehn)
N.B.: M finale > germ. N.
Il norr. ha subito la caduta di h interna, ciò ha prodotto l’allungamento della vocale
precedente, idem in i.a.

ie. N > germ. UN


°
IE. N (prefisso negativo) (cfr. lat. in) > germ. UN (got. un-, norr. ú,21 i.a. e i. mod. un-, ata e
ted.
mod. un)

ie. L > germ. UL


°
ie. WLKWOS “lupo” (cfr. lat. lupus) > germ. WULFAZ (got. wulfs, norr. úlfr, i.a. wulf > i.
mod. wolf, ata. wolf > ted. mod. Wolf).
ie. R > germ. UR
°
ie. MR (cfr.lat. mors) > germ. MUR (got. maurþs, norr. morð, i.a. mordor > murder, ata. mord
°
>Mord)22

Dall’indoeuropeo al germanico: la morfologia


I sostantivi
La flessione nominale del germ. mantiene molte delle caratteristiche ie., anche se con lo
sviluppo di alcuni tratti peculiari:
- i tre generi (masch., femm., neutro): essi si conservano ancora oggi nel tedesco mod. e
nell’islandese.
- I numeri: il germ. conserva solo il singolare e il plurale. Il duale si conserva solo nella
declinazione pronominale.
- L’ie. aveva otto casi: nel germ. vi è una riduzione a quattro casi (vi sono tracce di
strumentale e locativo nelle lingue antiche, ma poi scompaiono). Il dativo comprende le
funzioni originariamente espresse dai locativo, ablativo e strumentale, quindi assume
grande importanza.
- Per quanto riguarda sempre la declinazione nominale, 23 il sistema flessionale ie. è molto
ricco, mentre nel passaggio al germ. si riduce a due grandi categorie
1) declinazione dei temi in vocale (detta anche declinazione forte, se si usa la terminologia di
J. Grimm). A seconda della vocale presente nel suffisso, essa comprende
I temi ie. Ŏ > germ. Ă. Es.: germ. STAINAZ “pietra”> got. stains, norr. steinn, i.a. stān > i.
mod. stone, ata. steinn > ted. mod. Stein. Si tratta essenzialmente di sostantivi maschili e
neutri.
20
M passa, in germanico, a N quando si trova in posizione finale.
21
In questo caso la caduta della nasale ha provocato l’allungamento della vocale precedente. Infatti ú indica
vocale lunga.
22
L’ie. forma la radice del sostantivo “morte” anche al grado forte in –O- (MOR-).
23
La flessione nominale include sia la flessione dei sostantivi, sia quella degli aggettivi.

21
I temi in ie. Ā > germ. Ō es. germ. GEBO “dono”> got. giba, norr. giof, ia. giefu > i. mod.
gift, ata. geba. Sono tutti femminili.
I temi in ie. I > germ. I. Es. germ. GASTIZ “ospite”> got. gasts, norr. gestr, i.a. giest > .
mod. guest, ata. gast > ted. mod. Gast. Comprende sostantivi maschili, femminili e
pochissimi neutri.
I temi in ie. U > germ. U. Es.: germ. SUNUZ “figlio”> got sunus, norr. sunr, i.a. sunu >i.
mod. son, ata. sunu > ted. mod. Sohn. Include sostantivi maschili, femminili e neutri.
2) Declinazione dei temi in consonante (detta anche declinazione debole, sempre secondo la
terminologia di Grimm). Essa è rappresentata per lo più da temi in nasale. Es. germ.
GUMAN “uomo” > got. guma, norr. gumi, i.a. guma, ata. gomo (cfr. lat. homo, hominis).
Inoltre, la declinazione in nasale è molto ricca, in quanto ricopre una posizione di rilievo e
mostra una particolare vitalità (mentre era in declino nelle altre lingue ie.). Infatti, nel
germ., molti sostantivi appartenenti ad altre declinazioni sono conguagliati in quella in
nasale (v. il sostantivo il “cuore” il quale originariamente era un antico tema in dentale,
(come per il lat. cor, cordis); mentre in germ. viene inserito nella declinazione dei temi in
nasale (v. got. nom. hairto, gen. hairtins). Tale tipo di declinazione è molto importante, in
quanto, sulla declinazione dei temi in nasale, è modellata anche la declinazione debole
dell’aggettivo (un altro tratto innovante del germ.).
Tuttavia, sebbene la classe dei temi in nasale sia molto cospicua, vi sono anche altre
declinazioni in consonante.
I temi in R: tale categoria comprende per lo più i termini indicanti nomi di parentela; es. got.
broþar “fratello”, fadar “padre”, swistar “sorella”.
I temi in ND: si tratta di antichi participi presenti sostantivati, formati col suffisso ie.
ENT/ONT- es. got. frijonds “amico”).
Infine vi sono anche temi in radice: si tratta di forme prive di suffisso, le cui desinenze sono
aggiunte direttamente alla radice; es. got. baurgs, i.a. burg, “città” (v. anche lat. burgus
‘borgo’) e i.a. mann > i. mod. man; ata. mann > ted. mod. Mann “uomo”.

Gli aggettivi

L’ie non conosceva una speciale flessione per l’aggettivo, il quale seguiva la flessione
nominale. Per quanto riguarda, invece, il germ. notiamo lo sviluppo di due tipi di flessioni
(tratto innovante):
1) la flessione forte o pronominale (in vocale)
Assomiglia in parte alla flessione dei temi in vocale dei sostantivi, in parte alla flessione
pronominale. Si usa quando l’aggettivo è indeterminato, è usato come predicato, attributo o
apposizione. Vediamo alcuni esempi in inglese antico:
an snotor wita ‘un saggio studioso’ (nom. masch. sg.)
gemæne ger ‘anno comune’ (nom. sg. neutro)
eorðlices mannes ‘dell’uomo comune’ (gen. sg. masch.)
on Ebreisce spræce ‘in lingua ebraica’ (dat. sg. femm.)
trume gewitnysse ‘fondata testimonianza’ (acc. sg. femm.)
rimcræftige preostas ‘i preti esperti di computo’ (nom. pl. masch.)
ricra manna ‘degli uomini ricchi’ (gen. pl. masch.)
mid urum arun ‘con i nostri remi’ (dat. pl. femm.)

2) la flessione debole (in nasale)


È modellata sui sostantivi con i temi in nasale, si usa quando l’aggettivo è determinato (cioè
preceduto dall’articolo determinativo o dal dimostrativo), coi numerali, al comparativo o al
superlativo. Vediamo i seguenti esempi in inglese antico:
seo lengtenlice emniht ‘l’equinozio di primavera’ (nom. sg. femm.)

22
þæs deopan wælis ‘del mare profondo’ (gen. sg. masch. e neutro)
to þam ecan life ‘nella vita eterna’ (dat. sg. neutro)
þisne deopan cræft ‘questa profonda scienza’ (acc. sg. masch.)
þa geswengtan sawle ‘l’anima afflitta’ (acc. sg. femm.)
þa estfullan preostas ‘i preti clementi’ (nom. pl. masch.)

Formazione del comparativo e del superlativo

Il comparativo
Si tratta di una formazione di tipo sintetico, risale all’ie., il quale conosceva - per il
comparativo - un suffisso –JES-/-JOS-/-JS- formato sui tre gradi apofonici. Tale suffisso
veniva aggiunto alla radice dell’aggettivo e ne intensificava il significato. Es.: ie. SWĀD-
“dolce” > comparativo SWAD-IOS-A “molto dolce > “più dolce”.
Il germ. usa questo suffisso, ma al grado 0 dell’ie. (-JS-) > germ. IS + aggiunge un altro
suffisso secondario: AN , quindi il risultato finale è > ISAN, il quale: > got. iz, mentre nelle
lingue germ. occ. e sett. z rotacizza (> r), inoltre la i, prima di subire caduta, ha provocato
metafonia della vocale radicale, quindi abbiamo: norr. r, i.a. ra > i. mod. er, ata, ir > mod. er.
Esempi:
- ie. SWĀD > germ. SWŌT > got. sut. Superlativo: germ. SWŌT+ISAN > SWŌTIZ > got.
sutiz.
- ie. AL + TO “vecchio” > germ. ALD24 > i.a. ald, eald > i. mod. old, ata. alt > ted. mod. alt.25
Comparativo: germ. ALD +ISAN > ALDIZ > i.a. elder, ata. elter > ted. mod. älter: in questi
casi, la i prima di cadere ha provocato metafonia sulla vocale radicale.
Inoltre, l’i. mod. e il ted. mod. usano anche le forme perifrastiche per formare il comparativo,
rispettivamente more e mehr, tuttavia tali forme sono più recenti.
Particolarità: il germ. oltre al suffisso -ISAN per la formazione del comparativo, ha sviluppato
anche un suffisso secondario in O: -ŌSAN > got. ōz, norr. ar, i.a. ra, ata. or. L’origine di
questo suffisso non è chiara. Inizialmente veniva usato per formare il comparativo degli
aggettivi in ō e in a. La presenza dei due suffissi spiega certe irregolarità nella presenza di
metafonia palatale (ovviamente, provocata da ISAN).

Il superlativo
Il germ. utilizza, anche in questo caso, il suffisso ie. IS- + un suffisso secondario di
rafforzamento –THO- > il risultato è quindo –ISTHO- > germ. ISTA- (got. ist, norr. zt, i.a. est,
> mod. est, ata. ist > ted. mod. est).
Come per il comparativo utilizza anche un altro suffisso in Ō, > germ.-ŌSTA- (got. ost, norr.
ast, i.a. e ata. ost). Nelle lingue antiche tali suffissi sono confusi.

Comparazione irregolare
È caratterizzata dal supplettivismo irregolare di eredità ie., considerato però un tratto
anomalo per il tipo linguistico germ. che tende a conguagli analogici (dove il tema del
superlativo è sempre uguale a quello del comparativo).
Es. aggettivi “buono” e “cattivo”, “grande” e “piccolo” con i relativi comparativi e superlativi

24
Come precedentemente affermato, in ie. T > germ. D per legge di Verner, in quanto l’aggettivo “vecchio” è
formato sulla radice ie. AL + il suffisso –TO (tonico); quindi trovandosi la T all’interno di parola, in contesto
sonoro ed essendo preceduta da sillaba atona si sono verificate quelle condizioni necessarie per il passaggio da
occlusiva sorda (T) a occlusiva sonora (D).
25
In inglese antico ha agito la frattura,in quanto la vocale radicale è seguita dalla liquida l e dalla dentale d. In
tedesco, ovviamente, questo fenomeno non si presenta poiché, come sopra menzionato, il tedesco non conosce
la frattura.

23
Gotico Norreno Inglese antico Alto tedesco antico
gōþs góþr gōd guot
Comp. batiza betre bet(e)ra bezziro
Sup. batists beztr be(e)st bezzist
ubils illr yfel ubil
Comp. wairsiza verre wyrsa wairsiro

Sup. / verstr wyrrest wairsist

Es.. aggettivi “grande” e “piccolo”, con i relativi comparativi e superlativi

Gotico Norreno Inglese antico Alto tedesco antico


mikil mikell micel mihhil
Comp. maiza meire māra mēro
Sup. maists mestr mæst meist
leitils lítell lytel luzzil 26
Comp. minniza minno læssa minniro
Sup. minnists minztr læst minnist

I pronomi27

I pronomi personali
L’ie. conosceva la declinazione pronominale che era in parte simile e in parte differente a
quella dei sostantivi. Solo i pronomi personali avevano una flessione particolare.
Per quanto riguarda il germ. i pronomi non si discostano sostanzialmente dal modello ie, anzi
ci appaiono particolarmente conservativi, tanto che le loro caratteristiche fondamentali
sopravvivono ancora oggi. Il germ. conosce, per i pronomi, la distinzione dei tre generi che
tuttora anche l’inglese conserva: he, she, it. Il pronome personale conserva la categoria del
caso: nom., gen., dat., acc. (talvolta anche lo strum.). Per i pronomi personali il germ. conserva
benissimo le radici ie. e i principi ai quali si ispira la flessione ie. (temi diversi per il sing. e il
plur.)
Indoeuropeo
Prima persona singolare Nominativo EGŌ Casi obliqui: EM-/M-
Prima persona plurale Nominativo WE Casi obliqui: NOS-/NS-
°
(Cfr. lat. nom. ego, acc. mē nonché nos)

Got. ik, acc. mik, norr. ek, acc. mic, i.a. ic > i. mod. I, acc. mec/mē > i. mod. me, ata. ih > ted.
mod. ich, ata. mih > ted. mod. mich.
Le lingue germ. presentano –k finale perché può essere dovuta:
- a un’analogia col nominativo

26
V. ted. mod. lützel (caduto in disuso, in quanto si tratta di forma letteraria).
27
I pronomi sono una categoria del nome, in quanto oltre a sostituirlo possono anche determinarlo, cioè possono
avere funzione aggettivale (come i pronomi dimostrativi o indefiniti).

24
- o come il resto di una particella rafforzativa ge (riscontrabile anche in altre forme
pronominali ie.).

Got. weis, acc. uns; norr. vér, acc. oss, i.a. nom. we, acc. ūs > mod. us, ata e mod. wir, acc.
unsih > mod. uns. N.B.: unsih è probabilmente un’analogia con mih.

Seconda persona singolare Nominativo TŪ Casi obliqui: TEW/TU-


Seconda persona plurale Nominativo YUS Casi obliqui: UOS/US-

cfr. lat. tū (nom.), tē (acc.).


Got. þu, acc. þuk, norr. þú, acc. þic, i.a. þu >i. mod thou (in disuso), acc. þe > i. mod thee (in
disuso), ata. dū > mod. du , acc. dih > mod. dich.

cfr. lat. vos.


Got. jūs, acc. izwis; norr. ér, acc. yþr, i.a. ge > i. mod. you, acc. eōw, iōw, ata. ir > mod. ihr,
acc. iuwih > euch.
Per quanto riguarda il pronome di terza persona, come per l’ie. anche il germ. conosceva un
pronome unico indifferenziato sia per il singolare che per il plurale e privo di nominativo.
ie. SEW-/SW- (cfr. lat. sē). Got. sik, ata. sih > mod. sich. In i.a. questa forma si riscontra solo
nel possessivo di terza persona sīn, usato raramente.
Il pronome anaforico, così chiamato perché si riferisce a una persona o a un oggetto già
menzionato. La sua declinazione distingue tre generi e due numeri (cfr. lat. is). Got. is, ata. er
> mod. er. L’i.a. e il norr. usano la radice ie. KI- > norr. hann, i.a. hē > mod. he (nom.), him
(acc/dat.). Questa radice è presente, isolata, anche in got. nell’espressione himma daga “oggi” e
nell’ata. hiu jaru > hiuru > heurer “quest’anno” o hiu tagu > hiutu > heute “oggi”.
Gli aggettivi possessivi

Dal genitivo singolare del pronome personale + il suffisso -N si ottiene l’aggettivo possessivo
che segue la declinazione forte.

Got. meins
norr. mínn
i.a. mīn > mod. my (agg.) si è generalizzato dando origine all’aggettivo, mentre mine (pron.)28
ha sviluppato una –e finale. Il tutto si è verificato a partire dal XIII secolo.
ata mīn > ted. mod. mein

Got. þeins
norr. þínn
i.a. þin > mod. thine (in disuso)
ata. dīn > mod. dein

got. seins
norr. sínn
i.a. sīn
ata. sīn > ted. mod. sein

got. unsar
28
La differenziazione di queste due forme è dovuta al fatto che, dal XIII sec. in poi, il possessivo poteva
apparire dinanzi a parola che cominciava per consonante. Nella forma abbreviata abbiamo mi: tale forma si è
generalizzata dando origine, per l’aggettivo, all’i.mod. my; mentre il pronome ha conservato la forma con nasale
sviluppando una e finale.

25
norr várr
i.a. ūre > mod. our
ata e mod. unser

got. izwar
norr yþvárr
i.a. ēower/īower > mod. your
ata iuwar > euer

I pronomi dimostrativi
In ie. era caratterizzato da due temi distinti: SO- (per il nominativo maschile e femminile) e
TO- (per il nominativo neutro e i casi obliqui maschili, femminili e neutri). Eccezione: l’ata
che forma il pronome dimostrativo sul tema ie. TO
Il maschile e il neutro derivano da un tema in ie. O > germ. A-, mentre il femm. deriva da un
tema ie. Ā > germ. Ō.

Nominativo Gotico Masch. sa Femm. sō Neutro þata


Accusativo Masch. þana Femm. þo Neutro þata
Nominativo Norreno Masch. sá Femm. sú Neutro þat
Accusativo Masch. þann Femm. þa Neutro þat
Nominativo i.a. Masch. sē Femm. sēo, sīo Neutro þæt
Accusativo Masch. þone Femm. þa Neutro þæt
Nominativo ata Masch. der Femm. diu Neutro daz
Accusativo Masch. den Femm. dia Neutro daz

Già molto presto, però, nelle lingue germ. antiche, il dimostrativo ha assunto la funzione di
articolo determinativo; infatti l’articolo determinativo delle lingue germ. mod. è formato sulla
radice del dimostrativo. Di conseguenza, per il dimostrativo vero e proprio si sentì la necessità
di rafforzare le varie forme aggiungendo - dopo le desinenze - la particella enclitica SE/SI in
tal modo si giunse gradualmente alle forme dell’i. mod this, these, those e del ted. mod. dieser:
ancora oggi notiamo che le desinenze, originariamente interne, si sono spostate in posizione
finale. Got.: anziché la particella enclitica SE/SI usa uh (cfr. lat. c-, es. hic); mentre il norreno
presenta: þesse, þetta.
Nelle lingue germ. antiche alle volte il pronome dimostrativo svolge anche la funzione di
pronome relativo. Tuttavia, nella fase antica di ogni lingua, un vero e proprio pronome relativo

26
non si è ancora formato e ogni lingua si comporta a proprio modo. Es. il gotico usa il pronome
personale, talvolta anche il dimostrativo, spesso rafforzato dalla particella ei, es.: saei. Il norr.
usa particelle invariabili (es.: es, er). L’anglosassone usa il pronome personale o il dimostrativo
+ la particella þe. L’alto tedesco antico usa il pronome personale o anche il dimostrativo che in
i. mod e ted. mod corrispondono rispettivamente a: that e der, svolgendo funzione di relativo.

I pronomi interrogativi
I pronomi interrogativi sono conservati molto bene nelle lingue germ., le quali hanno
mantenuto la radice ie. KWE-S-/KWO-D (cfr. lat. quis, quod). Il got. presenta hva (masch.),
hvō (femm.) e ha (neutro), presenta anche una forma di duale: hvaþar “quale dei due?” e hvrjis
“quale?” con declinazione forte, il norr. huárr, huerr. L’i.a. hwā (masch. e femm) > i. mod.
who e hwæt (per il neutro) > i. mod. what. L’ata., invece, presenta (h)wer > ted. mod. wer e
hwaz > ted. mod. was. L’i. mod. who e il ted. mod. wer svolgono anche funzione di relativo
(sviluppatosi successivamente in entrambe le lingue).

I numerali

I cardinali
Sono di chiarissima derivazione ie. Esempi:
1 ie. OINOS > germ. AINAZ (got. ains, norr. einn, i.a. ān > i. mod. one, ata. ein > ted. mod.
eins, dal quale deriva l’articolo indeterminativo).
2 ie. DU > germ. TU (got. twai, norr. tveir, i.a. twēgen, > i. mod. two, ata. zwēne > ted. mod.
zwei).
N.B.: l’i.a. twēgen è analogico con bēgen “entrambi” < ie. BO (cfr. lat. ambō) + il suffisso
JENO (tema pronominale del dimostrativo).
3 ie. TREIES > germ. ÞRJIZ (got. þreis, norr. þrír, i.a. þri(e) > i. mod. three, ata. drī > ted.
mod. drei)
4 ie. KWETWOR > germ. FEĐWOR (got. fidwor, norr. fjórir, i.a. fēower > i. mod. four, ata.
fior > ted. mod. vier)
5 ie. PENKWE > germ. FINF (got. fimf, norr. fimm, i.a. fīf: ī, poiché la caduta della nasale ha
provocato allungamento della vocale contenuta in sillaba radicale) > i. mod. five, ata. fimf >
ted. mod. fünf ). Inoltre, got. fimf e ata. fimf si possono considerare isoglosse.
6 ie. S(W)EKS > germ. SEHZ (got. saihs, norr. sex, i.a. siex > i. mod. six, ata. sehs > ted. mod.
sechs).
7 ie. SEPTM > germ. SEBUN (got. sibun, norr. sjau, i.a. seofen > i. mod. seven, ata. sibun
° > mod. sieben). N.B. got sibun e ata sibun possono essere considerate isoglosse.
8 ie. OKTO > germ. AXTO (got. ahtau, norr átta, i.a. eāhta > mod. eight, ata. ahto > ted. mod.
acht)
9 ie. (E)NEWEN > germ. NIWEN (got. niun, norr. níu, i.a. nigun > i.a. nine, ata. niun > ted.
mod. neun). N.B. got niun e ata niun possono essere considerate isoglosse.
10 ie. DEKM > germ. TEXUN (got. taihun, norr tíu, i.a. tēn(e) > i. mod. ten, ata. zehan > ted.
°

27
mod. zehn).
11-12: 1-2 + suffisso ie. LEIK W- “lasciare > germ. LIF- “uno che resta (oltre 10)”: si tratta di
una formazione particolare del germ., in parte condiviso col baltico (dove dà esito –lika, v.
lituano vienúolika “undici” e dvylika “dodici ). Esempi:
11 Germ. AINAZ-LIF (got. ainlif, norr. ellifu, i.a. en(d)le(o)fan > i. mod. eleven, ata. einlif >
ted. mod. elf)
12 Germ. TU-LIF (got. twailif, norr. tolf, i.a. twelf > i. mod. twelve, ata. zwelif > ted. mod.
zwölf).
13-19: si ritorna all’antico sistema, cioè quello del composto copulativo per cui le lingue germ.
usano le rispettive unità + “dieci”, che funge da suffisso e che può apparire con quantità e
timbro vocalico diversi (cfr. lat. tre-decim). Esempi:
15 Got. fimftaihun (fimf unità - + taihun decina ), norr. fimmtán, i.a. fiftēne > i. mod. fifteen,
ata. fimfzehan > ted. mod. fünfzehn.
20-60: unità + ie. TIGUS “decade”, il quale appare come suffisso nelle lingue occ. (es.: i.a. tig,
ata. –zug > ted. mod. -zig); mentre è sostantivo autonomo in got. e in norr.
Esempi:
40 got. fidwortigjus, norr. fiórertiger, i.a. feowertig > i. mod. fourty, ata. viorzug > ted. mod.
vierzig.
70-110: si formano mediante sistemi vari, non del tutto chiariti. In alcuni casi si possono
trovare resti della formazione tra un’enumerazione decimale e una sessagesimale. Esempi:
70 Got. sibuntēhund, ma in i.a. c’è la forma hundseofontig (hund in seguito cadrà, v. i. mod.
seventy), ata. sibunzo > ted. mod. siebzig (riscontrabile ancora il suffisso di “decina”).

100 Got. taihun-tēhund, i.a. hundteontig > i. mod. hundred. Il 100 si forma mediante la radice
ie. KMTON > germ. XUNDAN (got. hund, i.a hund, ata. hunt. In seguito si affermò un
°
composto germ. formato da XUNDAN + RAÞA “numero” > i.a. (tardo) hundred > i. mod.
hundred, norr. hundrað, atm e mod. hundert.
Centinaia: si formano tramite l’unità + 100. Esempi: germ. þRJIZIHUNDART “300”.
1000 viene formato tramite la radice ie. TĒU “gonfiare” > germ. ÞEUS > ÞUS + suffisso
HUNDI “100” > ÞUSUNDI “molte centinaia” (got. þusendi, norr. þúsund, i.a. þusend > i.
mod. thousand, ata. dūsunt > ted. mod. tausend).
Anche in questo caso, siamo in presenza di una caratteristica comune con le lingue del gruppo
balto-slavo. Infatti notiamo la somiglianza tra la forma got. þūsundi “1000” e le forme
corrispondenti in lit. tukstantis e in sl. tysesta.

Gli ordinali
Vengono formati sulla radice dei cardinali + l’aggiunta del suffisso ie. –TO- (uguale a quella
del part. pret. dei verbi deboli) > got. –a, norr. –e, i.a. –a o –e > i. mod. –th, ata. –o > ted. mod
t. Si notino vari adattamenti fonetici.
Vi sono tuttavia delle eccezioni, per quanto riguarda “primo” e “secondo”, in quanto
presentano radici diverse da quelle del numerale cardinale. Tale fenomeno è riscontrabile
ancora oggi:
1° got. fruma, norr. fyrstr, i.a. fyrest > i. mod. first, ata. furist. Si tratta di forme di superlativo
(tranne per il got.), dell’avverbio germ. FUR “prima” < ie. PR-. In ted. mod. furist >
°
sostantivo Fürst “principe”; mentre il tedesco, per il numerale ordinale, ha sviluppato erst <
germ. AIRISTA (forma al superlativo) < rad. ie. che indicava il “giorno” e “di buon mattino”
(v. i. mod. ere “prima” e ted. mod. eher)
2° le lingue germ. antiche usano la radice di “altro”. ie. ONŌ “altro” + TERO suffiso
secondario > germ. ANÞER > got. anþar, norr. ánnar, i.a. ōþer > i. mod. other, ata. andar >

28
ted. mod. ander. Tuttavia in in. mod. e ted. mod. il significato è nuovamente quello di “altro”,
e non ha più niente a che vedere col numerale. Infatti sia in i. mod. che in ted. mod. si sono
affermate altre due forme: l’i. mod. ha sviluppato second per influsso dal francese durante la
conquista normanna; mentre il ted. mod. ha sviluppato zweite, formando l’ordinale
regolarmente sul cardinale corrispondente zwei.

Dall’indoeuropeo al germanico: il sistema verbale

Prendiamo innanzitutto in considerazione l’ie. La sua coniugazione poteva esprimere:


1. l’aspetto, cioè: il valore dell’azione che poteva essere durativa (presente),
momentanea (aoristo) o derivante cioè indicava le conseguenze nel presente di
un’azione compiuta nel passato
2. il modo: la realtà (indicativo), la possibilità (congiuntivo), il desiderio (ottativo), il
comando (imperativo)
3. il tempo: presente, passato, futuro
4. la persona (prima, seconda, terza)
5. il numero (singolare, duale, plurale)
6. la diatesi: attiva, media, passiva

Prendiamo in considerazione ora il sistema verbale del germ. Innanzitutto ha semplificato tale
sistema, aggiungendo delle innovazioni proprie:
 L’aspetto non c’è più (quindi si è perso il valore che aveva l’azione, a seconda che fosse
durativa, momentanea o derivante), ma vi è un’opposizione temporale tra presente e
preterito. Il futuro viene formato con forme perifrastiche o si usa il presente.
 La diatesi è una sola: quella attiva (restano tuttavia tracce di medio-passivo in gotico e in
inglese antico), ma nelle fasi antiche di tutte le lingue germaniche le forme perifrastiche
vengono usate per indicare il passivo, il quale si forma con il verbo essere o divenire + il
participio preterito.
 I modi sono: indicativo, ottativo (che include anche il congiuntivo) e l’imperativo.
 Per quanto riguarda il numero vi è il singolare e il plurale, si perdono le tracce di duale.
 Le persone sono tre per ogni numero (si ha poi un’unificazione delle desinenze che porta a
un’identificazione delle forme).

29
 Il tempo è espresso in germ. anche con le forme nominali: cioè con quelle forme che pur
esprimendo un’azione, si flettono e si costruiscono come un nome e sono: infinito,
participio presente e participio preterito.
Inoltre, i verbi nelle lingue germ. si dividono in due grandi categorie:
1) verbi forti. Si chiamano in questo modo poiché hanno la “forza” nonché la capacità di
mutare la vocale radicale. Sono caratterizzati da apofonia (o alternanza vocalica) di
derivazione ie., che il germ. conserva molto bene nel sistema verbale, meno in quello
nominale.
2) verbi deboli non hanno la capacità di cambiare la vocale radicale nella formazione del
paradigma. Il preterito e il participio preterito si formano con l’aggiunta di un suffisso in
dentale.
+ preterito-presenti (indicano le conseguenze nel presente di un’azione compiuta nel passato)
+ atematici (privi del suffisso, le cui desinenze vengono unite direttamente alla radice).

I verbi forti
Essi sono caratterizzati, come sopra menzionato, da apofonia o alternanza vocalica nella
formazione del paradigma (tra presente e preterito, fra preterito singolare e preterito plurale).
In ie., a causa della mobilità dell’accento, l’elemento vocalico di una radice poteva variare,
come dimostrano gli esiti nelle varie lingue germ. Se prendiamo ad esempio la radice ie.
BHER- “portare” ne derivano le forme col grado normale, in E (v. lat. fero, got. bairan), col
grado forte, in O, radice ie. BHOR- (v. pret. sg. got. bar “io portai”), infine le forme col grado
ridotto (grado 0), radice ie. BHR (v. ted. mod. Ge-burt “nascita”. Si dice grado 0 in quanto
manca
°
dell’elemento vocalico. Ne consegue che, per la formazione del suo paradigma, il germ.
utilizza i tre gradi apofonici ie. della radice.
Inoltre il germ. usa l’apofonia29 per esprimere l’opposizione semantica tra presente e preterito,
e ancora, tra preterito singolare e plurale, con due diversi gradi apofonici (grado normale per il
presente, grado forte per il preterito singolare e grado 0 per il preterito plurale). Bisogna anche
considerare che il preterito germanico è modellato sul perfetto ie. nel quale l’accento cadeva
sulla radice al preterito singolare, ma sulla desinenza al preterito plurale: a questa caratteristica
sono imputabili quelle oscillazioni, riscontrabili ancora oggi, dovute alla legge di Verner.
Infatti se prendiamo in considerazione il preterito sing. i.a. warþ “egli diventò” e il preterito
plurale wurdon “essi diventarono” vediamo che, nel caso del preterito singolare, abbiamo –þ,
poiché la T ie. ha subito regolare legge di Grimm (o prima mutazione consonantica: T > Þ), in

29
Come precedentement affermato, per apofonia si intende l’alternarsi regolare di determinate vocali ( e, o, a)
nella radice di parole etimologicamente connesse. Tale fenomeno svolge una precisa funzione morfosemantica,
in quanto senza alterare il significato della parola, ne definisce il tratto morfologico e ne precisa il valore
semantico. Ci sono due tipi di apofonia: l’apofonia quantititava, quando è la quantità della vocale che alterna,
es. lat. uěnit “egli viene” e uēnit “egli venne”: cioè in questo caso la quantità della vocale determina se si tratta
di un presente indicativo o di un passato remoto. L’altro tipo di apofonia è l’apofonia qualitativa quando è la
qualità della vocale che alterna, es. lat. tegō “copro” e toga “toga”: in questo caso è la qualità della vocale a
determinare se si tratta di una forma verbale o di un sostantivo.

30
quanto la sillaba che la precedeva era tonica; nel caso – invece – del preterito plurale la T si è
sonorizzata in D, considerato che la sillaba che la precedeva era atona, quindi trovandosi
all’interno di parola, in contesto sonoro si sono create quelle condizioni adatte al passaggio di
T > D: cioè al realizzarsi della legge di Verner.
Il participio preterito, invece, è formato col suffisso ie NO, con radice al grado normale oppure
0.
Per osservare l’apofonia radicale nella morfologia del verbo è necessario riportare le quattro
forme verbali:
1) il presente (il cui vocalismo è uguale all’infinito, poiché il grado vocalico è lo stesso, cioè
normale)
2) il preterito singolare
3) il preterito plurale
4) il participio preterito.
Nelle lingue germ. abbiamo sei classi apofoniche più una settima classe comprendente i verbi a
raddoppiamento.

Verbi forti della I classe:


La radice, oltre alla vocale radicale alternante, presenta –i
ie. EI OI I I
germ. I AI I I
Es.: verbo “mordere”

gotico beitan bait bitun bitans


norreno bíta beit bito bitenn
inglese antico bītan bat biton (ge)biten
alto tedesco antico bīzan beiz bizzun gi-bizzan

Verbi forti II classe


La radice, oltre la vocale radicale alternante, presenta -u-
ie. EU OU U U
germ. EU AU U U
Es.: verbo “offrire”

gotico biudan bauþ budun budans


norreno bióða baud buðo boðenn
inglese antico beodan bead budon (ge)boden
alto tedesco antico biotan bōt butun gi-botan

Verbi forti della III classe


La terza classe include i verbi con radici che terminano in liquida o nasale +
consonante

31
ie. EN ON N N
° °
germ.: EN AN UN UN
Es.: verbo “legare”

gotico bindan band bundun bundans


norreno binda band bundo bundenn
inglese antico bindan band bundon (ge)bunden
alto tedesco antico bintan bant buntun gi-buntan

N.B.: Le prime tre classi hanno radici che mostrano la normale alternanza delle vocali ie. E/O
+ un elemento vocalico/consonantico.

Verbi forti della IV classe


Include quei verbi le cui radici terminano in consonante liquida o nasale semplice , ma il
paradigma mostra un’alternanza diversa: infatti, al preterito plurale hanno il grado vocalico
normale (con Ē, anziché il grado zero), per analogia a quello della 5a classe. Tale analogia è
favorita dalla somiglianza della struttura radicale delle due classi e dalla presenza in entrambe
dell’alternanza E/A.

ie. EN ON EN N
°
grado normale grado forte grado normale grado 0
(idem prime 3 classi) (idem prime (innovazione) (idem prime 3 classi)
3 classi)
germ. EN AN EN UN
Es. Verbo “prendere”

gotico niman nam nēmun numans


norreno nema nam námo nomenn
inglese antico30 niman nam nāmon (ge)numen
alto tedesco antico nemon nam nāmon gi-nommen

Verbi forti della V classe


Include quei verbi le cui radici terminano in consonante semplice diversa da liquida o
nasale.
ie. E O Ē Ē
Germ. E A Ē Ē
Il preterito plurale e il participio preterito presentano grado normale (in Ē). Tale caratteristica
è giustificata dal fatto che, se ci fosse stato il grado 0, si sarebbero prodotti gruppi consonantici
difficilmente pronunciabili (es. * gbun, invece di gebun, per il got.)
Es.: verbo “dare”

gotico giban gab gēbun gibans


norreno gefa gaf gáfo gefenn

30
In inglese questo verbo non si conserva, poiché già nella fase antica è stato soppiantato dal verbo taca di
origine danese (> i. mod. take) penetrato in inglese durante la dominazione danese dell’Isola (1016-1042).

32
inglese antico giefan geaf geofon (ge)giefen
alto tedesco antico geban gab gēbun gi-geban

Verbi forti della VI classe


Include quei verbi che presentano radici con vocale radicale lunga.
ie. O Ō Ō O
germ. A Ō Ō A
Es. verbo “viaggiare”

gotico faran fōr fōrun farans


norreno fara fór fóro farenn
inglese antico faran fōr fōron (ge)faren
alto tedesco antico faren fuor fuorun gi-faran

Verbi forti della VII classe


Questa classe include i verbi a raddoppiamento. Si tratta di un procedimento morfologico,
frequente nelle lingue ie., e consistente nella ripetizione del fonema iniziale seguito da –e- per
la formazione del preterito. Quindi questi verbi formano il preterito (sia singolare che plurale)
in questo modo:
fonema iniziale + fonema iniziale + -e (cfr. lat. me-mini “ho messo in mente” e quindi
“ricordo”). Tali verbi indicano la conseguenza di un’azione.
Il germ. utilizza lo stesso procedimento in questa classe di verbi per distinguere il preterito. È
particolarmente visibile in gotico, meno nelle altre lingue (poche tracce esistono in norreno,
mentre nelle lingue occidentali è pressoché scomparso). I verbi appartenenti alla VII classe
possono presentare alternanza vocalica o meno. I verbi senza alternanza vocalica si
suddividono in sottogruppi, a seconda del vocalismo radicale che presentano: fenomeno
conservato bene in gotico, meno altrove.

a) vocalismo radicale germ. AI (cfr. pret. sg. verbi forti 1a classe)


Es.: verbo “chiamare”31

gotico haitan haihait haihaitun haitans


norreno heita hét héto heitenn
inglese antico hātan hēt hēton (ge)hāten
alto tedesco antico heizzan hiaz hiazun gi-heizzan

b) vocalismo radicale germ. AU (cfr. pret. sg. verbi forti 2a classe)


Es. verbo “accrescere”

gotico aukan aiauk aiaukun aukans


norreno auka iók ióko aukenn
inglese antico ēcian ēok ēokon (ge)ēacen
alto tedesco antico ouhhon / / /

La radice del norr. io- è d’origine oscura.

31
Questo verbo conserva in parte la diatesi medio-passiva in gotico e in inglese antico.

33
c) vocalismo radicale germ. A (cfr. verbi forti 3a classe)
Es. verbo “prendere”

gotico fāhan fāifah fāifahun fāhans


norreno fá fekk fengo fengenn
inglese antico fōn fēng fēngon (ge)fāngen
alto tedesco antico fahan feng/fiang fiangun gi-fangan

d) vocalismo radicale germ. Ē2 (cfr. pret. sg. verbi forti 4a classe)


Es. verbo “dormire”

gotico slaipan saislaip saislaipun slaipans


norreno / / / /
inglese antico slaepan slēp slēpon (ge)slaēpen
alto tedesco antico slāfan sliaf sliafun gi-slāfan

N.B.: ata. pret. sg. e pret. pl. ia per dittongazione < e-2 germ.
e) vocalismo radicale germ. Ō (cfr. pret. sg verbi forti 6a classe)
Es. verbo “sacrificare”
gotico blōtan baiblōt baiblōtun blotans
norreno blóta32 / / /
inglese antico blōtan blēot blēoton (ge)blōten
alto tedesco antico bluozan / / /

Il gotico mantiene distinti i vari tipi di vocalismo radicale, presentando lo stesso grado vocalico
nel presente e nel preterito. In i.a. e ata. vi è mutazione del vocalismo del preterito rispetto a
quello del presente. In i.a. e < e-2 + eo di origine oscura. In ata. -ia < e-2 + io < Ō.

I verbi deboli

Questi verbi mancano completamente di apofonia. Essi formano il preterito mediante


l’aggiunta di un suffisso in dentale: got. da, norr. ða, i.a. –de/-te > i. mod. ed/t; ata. ta > ted.
mod. te
Il participio preterito viene invece formato tramite il suffisso ie. TO, a differenza di verbi forti
che lo formano col suffisso ie. –NO-: got. þs, norr. ðr, i.a. de> i. mod. ed-/-t, ata. t > ted. mod.
t.
La formazione del preterito debole è una delle innovazioni più vistose del germ., è stata
oggetto di ampie discussioni che miravano a stabilirne l’origine; l’ipotesi più probabile è quella
cosiddetta della teoria composizionale: il preterito debole era in origine una forma perifrastica
costituita da
- un verbo principale
+
- il verbo “fare” (in funzione di ausiliare): ie. DHĒ/DHŌ (cfr. lat. facio) i.a. don > mod. do,
ata. tuon > mod. tun.

32
In norreno questo verbo è passato alla categoria dei verbi deboli.

34
Il verbi deboli sono verbi secondari che possono derivare: da verbi forti, da sostantivi o da
aggettivi (per questo sono anche detti deverbativi) + suffissi. A seconda dei suffissi che
presentano si dividono in tre classi:

I classe: suffisso –J- (cfr. lat. capio) got. nasjan, pred. nasida
II classe: suffisso -Ō- (cfr. lat. amo) got. salbon, pret. salbōda
III classe: suffisso - E – (cfr. lat. moneo) got. haban, pret. hahaida.

Inoltre il gotico e il norreno hanno questa particolarità: presentano una IV classe di verbi
deboli. Si tratta di verbi con suffisso in –NO- (quasi tutti intransitivi), mancanti però di
participio preterito.
Il norr. e l’ata. presentano ancora le tre classi, anche se non sempre il suffisso originario è
individuabile in modo chiaro.
Nell’i.a. le forme dei temi della coniugazione debole sono state rivoluzionate da metafonia,
geminazioni consonantiche (come per l’ata.), ampliamenti. Non sempre è individuabile, anche
in questo caso, la forma originaria, seppure le tre classi si conservino bene. La terza classe è
particolarmente esigua; infatti molti verbi che inizialmente appartenevano a questa classe sono
passati alla prima e alla seconda. Appartengono alla terza classe solo quattro verbi: secg(e)an
“dire”, habban “avere” e hycg(e)an “pensare” (soppiantato dal verbo think, per influsso del
danese, usato ancora oggi) e libban “vivere”.
I verbi preterito-presenti

Si tratta di una categoria tipica del germanico; è costituita da un piccolo numero di verbi di tipo
forte alternante, la cui caratteristica è quella di avere la forma al preterito (con alternanza
vocalica, come per i verbi forti), ma il significato al presente. Questo fatto è spiegato in questo
modo: se pensiamo al perfetto ie. (sul quale è modellato il pret. germ.), vediamo che spesso
esso indicava le conseguenze nel presente di un’azione compiuta nel passato (es. in greco la
radice del verbo “sapere” era la stessa del verbo “vedere”: gr. oída “io so” < ie. UID-
“vedere”), quindi “io so (qualcosa) ” perché “(precedetentemente) ho visto”.
Questo valore di presente si era già affermato in germanico, perciò le lingue storiche hanno
sentito la necessità di creare un nuovo preterito di tipo debole per esprimere l’azione del
passato. A seconda del vocalismo della radice questi verbi possono rientrare nelle classi dei
verbi forti. Inoltre bisogna considerare che formano l’ottativo presente, l’infinito presente e il
participio presente sul vocalismo radicale del plurale.

got. wait, witun “io so”, “essi sanno”, infinito witan, pret. wista/wissa (cfr. 1a classe verbi forti
alternanza AI-/I)
norr. veit, vito, infinito vita, pret. vissa
i.a. wāt , witun, infinito witan, pret. wisse o wiste 33
ata. weiz, wizzun, infinito wizzan, preterito wissa o wista > ted. mod. weiss, weissen, infinito
wissen, pret. wusste.
got. kann, kunnon (AN/UN 3a classe), infinito kunnan, pret. kun
norr. kann, kunno, pret. kunna
i.a. can. cunnon, infinito cunnan, pret. cūþe > mod. can, could
ata. kan, kunnon > kann, koennen, infinito kunnan, pret. konta > konnte, infinito können
got. skal, skulon (AL/UL 4a classe) infinito skulan, pret. skulda
norr. skal, skolo, infinito skola, pret. skylda
i.a. sceal, sculon o sceolon> shall, infinito sculan, sceolan, pret. sceolde >should
ata. skal, skulun > sollen, infinito skulan, pret. skolda.
33
A differenza del tedesco, in inglese questo verbo non si è conservato, poiché è stato soppiantato da cnouen (>
i. mod. know) per influsso danese.

35
I verbi atematici

Si tratta di resti di un tipo verbale ie. molto arcaico: i verbi atematici, in quanto mancano della
vocale di congiungimento tra sillaba radicale e desinenza, duqnue mancano del suffisso. Fa
parte di questa categoria il verbo essere, il quale è anche un verbo supplettivo, cioè ricorre a
radici diverse per completare la propria coniugazione (isoglossa germ.-lat. sum: fui).
Le radici sono tre, tutte di origine ie.
1) ES/-S “essere”, “esistere”: in origine aveva significato durativo. È usata per il presente ed è
nota a tutte le lingue germ.
2) BHEU “divenire”, “crescere”: originariamente era perfettiva e quindi usata per l’aspetto
verbale dell’aoristo (cfr. lat. fui). L’opposizione delle due radici è legata all’aspetto verbale
dell’ie. Nelle lingue germaniche è sconosciuta in got e norr., conservata nelle lingue occ.
dove è usata anche per il presente. È da questa radice che derivano le forme i. mod. be,
being, been.
3) WES “abitare”, “stare”. È la radice alla quale il germ. ricorre per la formazione del
preterito. Avendo perduto la nozione di aspetto verbale, sostituita da quella del tempo. Got.
wisan, norr. vesa, ia. e ata. wesan.
Esempi:
-ES-/ /-BHEU-

Presente indicativo

gotico singolare im plurale sijun duale siju


is siju
ist sind

norreno singolare em plurale erom


est/ert ero
es/er ero

ia. singolare beo plurale beoþ/ bioþ infinito bion e beon


bist

36
biþ .
opp.

i.a. singolare eom plurale sint/sindon


eart aron/arun (anglico)34
is

ata. singolare bim/bin plurale birun


bist bimt
ist sint

Altri verbi atematici sono il verbo willan “volere” e il verbo don “fare”.

PECULIARITA’ LINGUISTICHE DEL GERMANICO

1) Accento intensivo sulla sillaba radicale.


2) Consonantismo: legge di Rask o di Grimm o prima mutazione consonantica (450/400-250
a.C. ca). Come importante riferimento vengono presi i prestiti che dal celtico sono penetrati
in germanico e nelle lingue germaniche, i quali presentano la prima mutazione
consonantica
3) Legge di Verner (eccezione alla prima mutazione consonantica: le occlusive sorde si
sonorizzano anziché passare a spiranti).
4) Alternanza grammaticale (legata alla legge di Verner): v. i. mod. death ‘morte’ e dead
‘morto’.
5) Seconda mutazione consonantica relativa all’alto tedesco (450 d.C. ca.). Viene preso come
riferimento il nome di Attila in tedesco, la cui morte risale al 453 d.C.
6) Vocalismo: passaggio *o > *ă / *ā > *ō .
7) Sviluppo di ē 2 (articolazione chiusa): *e-2, per distinguerla da *ē-1 di articolazione aperta
e di chiara derivazione indoeuropea.
8) Passaggio di *e >* i davanti a –n + consonante o dove vi sia la –i nella sillaba seguente.
Es. ie. EN+ *C > germ. IN+C (innalzamento vocalico); ie. ESTI > got. ist, i.a. ys/is, ata e
mod. ist..
9) La metafonia (mutamento del timbro della vocale radicale per influsso della vocale
contenuta nella sillaba successiva) e la frattura (il frangimento della vocale in sillaba
radicale in determinate condizioni del contesto fonetico, di solito dinanzi a l, r, h + altra
consonante).
10) Mutamento delle sonanti ie. (L, R M, N) con sviluppo di una vocale di appoggio (U).
° ° ° °
11) Semplificazione della flessione nominale in sintagmi preposizionali.
12) ie. J/W (semiconsonanti) subiscono in germ. un rafforzamento in posizione intervocalica,
soprattutto in gotico e in norreno.
13) Trattamento particolare delle consonanti e delle vocali in posizione finale (indebolimento e
caduta).
14) Sviluppo dell’apofonia radicale (alternanza della vocale in sillaba radicale) per la
formazione del preterito singolare e preterito plurale dei verbi forti.
15) Riduzione dei casi da otto dell’ie a quattro del germ.
16) Sviluppo della declinazione debole dell’aggettivo (in nasale –n).
34
Oggi per il pres. ind. si usa are per influsso scandinavo. Es. Ind. pres.: I am cfr. norr. em

37
17) Sviluppo di due categorie temporali (presente e preterito) e di tre categorie modali
(indicativo, ottativo e imperativo) per quanto riguarda i verbi.
18) Formazione del preterito dei verbi deboli tramite l’aggiunta di un suffisso in dentale.

Differenze/concordanze tra indoeuropeo e germanico


INDOEUROPEO GERMANICO
Accento: libero- musicale. Accento: dinamico-espiratorio.
Sistema vocalico: mantenimento della quantità Sistema vocalico: mantenimento della quantità vocalica con
vocalica con valore fonematico. valore fonematico e dell’apofonia. Vi è, però, la fusione dei
Apofonia o alternanza vocalica. timbri vocalici: *ă/*ǒ > *ă;* ā/*ō > *ō + sviluppo di una
*e-2 ( con articolazione chiusa). Apofonia.
Sistema consonantico: conservazione delle tre serie Sistema consonantico: mutazioni consonantiche (I-II) e
(sorde, sonore, sonore aspirate). legge di Verner.
Struttura flessiva: nominale e verbale. Otto casi Struttura flessiva: semplificazione struttura flessiva
(nominativo, genitivo, dativo, accusativo, vocativo, nominale che porta al diffondersi di sintagmi preposizionali.
ablativo, locativo e strumentale). Sviluppo della declinazione –n (nasale) dei sostantivi e la
Aggettivi: comparazione mediante l’aggiunta di un sua utilizzazione per la flessione debole dell’aggettivo.
suffisso (-JES -JOS, -JS). Riduzione dei casi da otto a quattro (nominativo, genitivo,
dativo e accusativo. Tracce di strumentale restano solo nella
declinazione pronominale).
Aggettivo: stesso metodo per la formazione del comparativo
dell’ie col suffisso al grado zero JS+AN >germ. ISAN).
Semplificazione coniugazione verbale con conseguente
necessità di esprimere il pronome personale per indicare il
soggetto; sviluppo della categoria dei verbi deboli.
Sistema pronominale: pressoché identico a quello Sistema pronominale: pressoché identico a quello dell’ie.
del germ.
Verbo essere: formato con le tre radici (-ES/-BHEU, Verbo essere: formato con le stesse radici dell’ie (-ES/S,
--WES). -BHEU, -WES).
Lessico di base comune a tute le lingue del gruppo. Conservazione del lessico di base ie, sebbene subentri lo
Infatti si ritrovano, sia in ie. che in germ., i termini sviluppo autonomo di una parte del lessico riguardante
appartenenti alle seguenti sfere semantiche: l’ambiente naturale, la guerra, la caccia, le azioni
Nomi di parentela: umane:
padre (cfr. lat. pater); got fadar, norr. faðir, i.a. mare: è formato sulla rad. ie. MORI- (v. lat. mare), got.
faeðer > mod. father, ata. fatar > ted. mod. Vater. marei, norr. marr, i.a. mere > mere ‘laghetto’, ata. meri/mari
Nomi delle parti del corpo: > ted. mod. Meer ‘mari interni’. Tuttavia vi è un ulteriore
occhio (cfr. lat. oculus) got. augo, norr. auga, i.a. sviluppo di un’altra radice presente nelle lingue storiche:
eage > i.mod. eye, ata. ouga > ted. mod. Auge. got. saiws ‘lago’, norr. saer, i.a. sae > i. mod. see, ata. seo >
Termini riguardanti l’agricoltura: ted. mod. See ‘mare’ al femm., ma ‘lago’ al masch.:
seme (cfr. lat. semen) got seþs, norr. sáð, i.a. saed > i. probabilmente è riconducibile alla rad. ie. SEIKW-
mod. seed, ata. sat > ted. mod. Saat. ‘gocciolare’. 35

35
Probabilmente dalla medesima radice pare che derivi anche il sostantivo “anima” attestato nelle lingue
germaniche (got. saiwala, i.a. sawel > i. mod. soul, ata. sele > ted. mod. Seele). Questa ipotesi è stata avanzata

38
Nomi di animali: nave: got. skip, norr. skip. i.a. scip >i. mod. ship, ata. shif >
capra (cfr. lat. haedus) got. gaits, norr. geit, i.a. gat > ted. mod. Schiff ‘vela’, unitamente a:. got. segl, norr/i.a.
i. mod. goat , ata. geizz > ted. mod. Geiss. segel > i. mod. sail, ata. segal > ted. mod. Segel.
Termini riguardanti i fenomeni atmosferici: uccello: got. fugls, norr. fugl, i.a. fugol > i. mod. fowl
tuono (cfr. lat. tonitrus; got. /, norr. þórr, i.a. þunor > ‘pollo’, ‘pollame’, ata. fogal > ted. mod. Vogel vs. lat. avis
i. mod. thunder, ata. donar > ted. mod. Donner spada: got. /, norr. sverð, i.a. sweord, > i. mod. sword, ata.
Verbi riguardanti le comuni azioni umane: swert > ted. mod.Schwert.
mangiare (cfr. lat. edere); got. itan, norr. eta, i.a. vivere: sviluppo della rad. germ. LIB- got. liban,, norr. lifa,
etan > i. mod. eat, ata. ezzan > i. mod. essen. i.a. libban > i. mod. live, ata. leben > ted.mod. leben.
bere: sviluppo di una nuova rad. in germ. DRINK- got.
drigkan, norr. drekka, i.a. drincan > i. mod. drink, ata.
trinkan > ted. mod. trinken) vs. lat. bibere
morire: la rad. ie. MOR-/MR (v. lat. mors) è poco
rappresentata (i. mod. murder ‘assassinio’, ‘morte violenta’).
In germ. c’è la continuazione della radice ie. STERBH- >
germ. STERB- ted. mod. sterben ‘morire’, i. mod. starve
‘morire di fame’; unitamente allo sviluppo della rad. ie.
DAU- > i. mod. death, ted. mod. Tod.

Lista delle abbreviazioni

ie. indoeuropeo
germ. germanico
gr. greco
lat. latino
got. gotico
norr. norreno
i.a. inglese antico
i.m. inglese medio
i. mod. inglese moderno
ata. alto tedesco antico
atm. alto tedesco medio
ted. mod. tedesco moderno
cons. consonante
voc. vocale
sg. singolare
pl. plurale
nom. nominativo
gen. genitivo
acc. accusativo
dat. dativo
loc. locativo
strum. strumentale
ind. indicativo
pres. presente
pret. preterito
pret. sg. pretirito singolare
pret. pl. preterito plurale
part. pret. participio preterito
inf. infinito
cfr. confronta
v. vedi

poiché si riteneva che i mari e i laghi diventassero le dimore delle anime degli uomini dopo la loro morte.

39
vs. versus
 passa a
< deriva da

Bibliografia

V. Dolcetti Corazza, Introduzione alla Filologia Germanica, ed. dell’Orso, Alessandria 1997.

V. Dolcetti Corazza/R.Gendre, Moduli di Filologia Germanica, 1. Filologia Germanica,


Edizioni Dell’Orso, Alessandria 2000.

H.F. Nielsen, The Germanic Languages. Origins and Early Dialectal Interrelations, The
University of Alabama Press, Tuscaloosa London, 1989

M.G. Saibene, Le lingue germaniche storiche. Origine e sviluppo, Cisalpino, Milano 1996.

A, Scaffidi Abbate, Introduzione allo studio delle lingue germaniche antiche, Patron Editore,
Bologna 1979

F. Van Coetsem, Kurzer Grundriss der Germanischen Philologie bis 1500, Ludwig Erich
Schmitt, Berlin 1970.

40

Potrebbero piacerti anche