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Mutamenti del quadro mondiale

Trump, la Ue, l’Italia

MarxVentuno, n. 1-2/2018
MarxVentuno, numero doppio: 1-2/2018
Periodico bimestrale iscritto al ROC n. 23781
Registrazione del Tribunale di Bari n. 19 – 1.10.2013

Direttore: Andrea Catone

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Hanno collaborato alla redazione di questo numero:


Alessia Franco e Alessandro Sagliano

In copertina:
Costruzione della forza spaziale di Ljubov’ Sergeevna Popova

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ISBN: 978-88-909183-5-3
ISSN: 2283-3277:

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per conto di MarxVentuno Edizioni
Ottobre 2018
INDICE

Andrea Catone
Mutamenti nel quadro mondiale. Trump, la Ue, l’Italia 5

Samir Amin
ll ritorno al fascismo del capitalismo contemporaneo 40

Samir Amin
Decadenza o rivoluzione 55

Andrea Catone
A Samir Amin 65

Samir Amin
Riflessioni sulla Cina dopo il 19° Congresso del Pcc 68

Francesco Maringiò
Il socialismo cinese entra in una nuova era.
Appunti sugli insegnamenti marxisti
nel rapporto politico di Xi Jinping al 19° Congresso del Pcc 73

Gaio Doria
Il socialismo cinese nella Nuova Era
e la sua contraddizione principale 85

Zhang Boying
Centralità della popolarizzazione
nel marxismo con caratteristiche cinesi 91

Vladimir F. Gryzlov
Indimenticabile la mia Unione Sovietica...
Consigli metodici a propagandisti, docenti, relatori 109

Dmitrij G. Novikov
Le cause della disintegrazione dell’URSS.
Un bilancio della discussione in Russia 139
Francesco Garofalo
Le prefazioni italiane del Manifesto
Colpo d’occhio sullo sviluppo del marxismo in Italia 144

Angelo Baracca
Attualità dell’eredità di Marx. Che cosa possiamo dire di nuovo sulla Scienza
dal punto di vista del Materialismo Storico di Marx? 175

Marcos Aurélio da Silva


Domenico Losurdo.
Filosofo della storia, geografo dell’anticolonialismo 205

Luciana Santos, Renato Rabelo


La ricca opera di Losurdo
continuerà a illuminare la lotta per il socialismo 213

Salvatore Tinè
La scomparsa di Domenico Losurdo:
una perdita enorme per il pensiero critico 217

Abstracts 222
Andrea Catone - Mutamenti nel quadro mondiale 5

Mutamenti nel quadro mondiale.


Trump, la Ue, l’Italia

Andrea Catone

Abstract

Prima e dopo l’elezione di Trump assistiamo ad un duro scontro in-


terno alla classe dominante Usa. È fallito, a quasi 30 anni dalla fine
dell’Urss, il “progetto americano per il nuovo secolo” di essere la su-
perpotenza incontrastata nel mondo (unipolarismo). La straordinaria
ascesa della Cina, la riorganizzazione della Russia sotto la direzione di
Putin, l’emergere di nuovi soggetti sulla scena mondiale ne determina-
no il fallimento. Trump cambia linea, non per accettare però un mondo
veramente multipolare, ma nel tentativo di affermare su una base più
solida il primato americano. Non smantella, ma rafforza il complesso
militar-industriale (aumenta la spesa per il 2019), né il sistema di basi
e di alleanze militari sotto stretto controllo USA, in primis la NATO.
E, insieme, punta al rilancio della base industriale, indebolitasi negli
ultimi decenni, con una politica protezionistica e la dura guerra com-
merciale non solo contro la Cina, ma anche contro i paesi capitalistici
– dalla Ue al Canada al Giappone – che hanno costituito dopo il 1945 il
“blocco occidentale”. Trump vuole rompere ogni organismo di coopera-
zione internazionale, in modo da trattare da maggiori posizioni di forza
con ogni singolo paese. La Ue vive oggi una crisi profonda politica,
morale, di progetto. In questa crisi si inserisce ora l’azione di Trump
apertamente contro la Ue. L’implosione della Ue avrebbe oggi un forte
segno di destra – come mostra in Italia la forte ascesa della Lega – e
porrebbe ogni singolo paese europeo ancor più sotto il controllo USA.
6 MarxVentuno n. 1-2/2018

L’irrompere sulla scena politica interna e internazionale di Donald


Trump, insediatosi (nonostante abbia ricevuto 2.800.000 voti in meno
della candidata del partito democratico Hillary Clinton1), il 20 gennaio
2017 alla Casa Bianca quale 45° presidente della potenza con il più alto
Pil, il più forte arsenale e la più grande presenza militare del mondo,
con basi istallate in oltre 150 paesi, muta il quadro dei rapporti inter-
nazionali a livello mondiale. Nessuna analisi del quadro mondiale e dei
rapporti internazionali può prescindere dal ruolo degli Usa.

Un duro scontro tra frazioni della classe capitalistica americana

A quasi due anni dal suo insediamento, Trump continua ad


essere oggetto di contestazioni e attacchi dei media, tra cui i ben
noti “The Washington Post” e “New York Times”. Ad agosto
2018 il “Boston Globe” ha lanciato una campagna per la libertà
di stampa negli Usa, in sostanza contro Trump, alla quale han-
no aderito 350 giornali2. Sono numerosi ormai i libri e pamph-
let contro di lui, lanciati con grande battage pubblicitario3. E

1 Nel conteggio definitivo dei voti popolari, arrivato domenica 18 dicem-


bre 2016, Hillary Clinton aveva 65.844.594 voti, ovvero il 48,2%, Trump
62.979.616 voti, il 46,1%. “Mai nessuno nella storia degli Stati Uniti aveva
perso raccogliendo così tanti voti in più del vincitore, ma Trump ha co-
munque raggiunto la Casa Bianca grazie al collegio elettorale degli Stati
Uniti, il meccanismo istituito dall’articolo 2 della costituzione americana
che sancisce di fatto l’elezione indiretta del presidente”. Cfr. https://www.
corriere.it/extra-per-voi/2016/12/15/trump-ha-preso-meno-voti-vin-
to-come-funzionano-grandi-elettori-perche-potrebbero-essere-aboliti-8142
32d4-c2ee-11e6-a6a9-813fa40c3688.shtml?refresh_ce-cp.
2 Cfr. http://www.ilsussidiario.net/News/Esteri/2018/8/16/ 350-
giornali-Usa-vs-Trump-no-nemici-popolo-Guerra-su-liberta-di-stam-
pa-NYT-abbonatevi-a-news-locali-/834879/
3 L’ultimo è Fear, del giornalista Bob Woodward, ben noto per l’inchie-
sta condotta insieme con Carl Bernstein pubblicata sul “Washington Post”
sullo scandalo Watergate, che portò alla richiesta di impeachment e alle di-
Andrea Catone - Mutamenti nel quadro mondiale 7

insieme con ciò, azioni legali e iniziative per procedere all’im-


peachment4. Uno scontro di tal fatta non si presentava da molti
anni nella storia americana, che pure è costellata da risoluzio-
ni violente dei conflitti interni, compresi l’omicidio di quattro
presidenti5: quando la classe capitalistica americana non riesce a
comporre le contraddizioni interne alle sue frazioni di classe con
metodi legali, ricorre al “Far West”, alla risoluzione violenta ed
extralegale.
L’attuale scontro in atto negli Usa non è tra lavoro e capitale, o tra
masse popolari e borghesia: la classe lavoratrice è, nella fase attuale,
oggetto e strumento di manovre nello scontro interborghese, non
è soggetto attivo di rivendicazioni sociali né tantomeno portatore
di un progetto politico quale classe per sé. È uno scontro interno
alla classe dominante e dirigente negli Usa, tra frazioni della classe
capitalistica.
Il capitale non è un blocco unico, ma procede attraverso la con-
traddizione tra capitali: uniti contro i lavoratori, “fratelli nemici”,
divisi e in competizione per la spartizione dei profitti. Non esiste il

missioni dell’allora Presidente degli Stati Uniti Richard Nixon (1972). Fear
dipinge la Casa Bianca come “una gabbia di matti”, “sempre sull’orlo di
una crisi di nervi”, guidata da “uno squilibrato” e anche “un idiota”.
4 Azioni formali per avviare il processo di impeachment sono state avviate
dai deputati Al Green e Brad Sherman, entrambi democratici. Si è parlato
di impeachment già prima dell’insediamento di Trump. Una risoluzione del
dicembre 2017 è fallita in Aula.
5 Quattro sono stati i presidenti uccisi: Abraham Lincoln il 15 aprile 1865,
James Garfield il 2 luglio 1881, William McKinley il 6 settembre 1901 e John
F. Kennedy a Dallas, in Texas, il 22 novembre 1963. Molti di più quelli
scampati ad attentati: Andrew Jackson, 30 gennaio 1835; Theodore Roose-
velt, il 14 ottobre 1912, Franklin Delano Roosevelt, nel febbraio del 1933,
Harry Truman, primo novembre 1950, Richard Nixon il 14 aprile 1972 a
Ottawa, in Canada e il 22 febbraio 1974, Gerald Ford il 5 settembre 1975
a Sacramento, in California e il 22 settembre 1975, a San Francisco, in Ca-
lifornia, Jimmy Carter il 5 maggio 1979, Ronald Reagan il 30 marzo 1981,
George H.W. Bush 13 aprile 1993, Bill Clinton il 29 ottobre 1994, George W.
Bush il 7 febbraio 2001 e il 10 maggio 2005 a Tbilisi, in Georgia.
8 MarxVentuno n. 1-2/2018

capitale, ma i capitali. La concorrenza tra imprese capitalistiche non


è un accessorio del modo di produzione capitalistico, ne è parte co-
stitutiva, fondante. Tra concorrenza e monopolio vi è una dialetti-
ca, che porta la concorrenza a generare il monopolio e il monopolio
a sua volta a generare la concorrenza, come Marx scriveva già nel
1846: “Nella vita economica di oggigiorno voi trovate non soltanto
la concorrenza e il monopolio, ma anche la loro sintesi, che non è
una formula, ma un movimento. Il monopolio produce la concor-
renza, la concorrenza produce il monopolio”6. Nell’analisi matura
del Capitale Marx chiarisce filosoficamente la questione della con-
correnza – della contraddizione intercapitalistica – come inestrica-
bilmente connessa alla vita stessa del capitale: “Il capitale esiste e
può esistere soltanto come molteplicità di capitali, e perciò la sua
autodeterminazione si presenta come la loro azione e reazione re-
ciproca”. Poiché esso è per sua natura “autorepulsione, pluralità di
capitali in completa indifferenza reciproca”, deve necessariamente
“respingersi da se stesso”. “Poiché il valore costituisce la base del
capitale, e questo esiste necessariamente solo in quanto si scambia
contro un equivalente, esso si respinge necessariamente da se stes-
so. Un capitale universale che non abbia di fronte a sé altri capitali
con cui scambiare [...] è perciò un assurdo. La reciproca repulsione
di capitali è già implicita in esso in quanto valore di scambio rea-
lizzato”7.
Occorre sgomberare il campo da un equivoco, alimentato
anche dalla narrazione dei “trumpiani”: dell’outsider che sfida
il cosiddetto establishment. Con l’uso di questi termini la reto-
rica populista tende a rimuovere la connotazione di classe: se
Trump è contro l’élite e l’élite è separata e contro il “popolo”,
l’immobiliarista ultramiliardario diventa miracolosamente vi-
cino al popolo o uomo del popolo. D’altra parte, la rimozio-

6 K. Marx, Lettera a Annenkov, in Miseria della Filosofia, Editori Riuniti,


Roma, 1971, p. 158.
7 K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica vol. II,
La Nuova Italia, Firenze, 1970, pp. 17-28, nota [Evidenziazioni mie, A. C.].
Andrea Catone - Mutamenti nel quadro mondiale 9

ne dell’analisi di classe caratterizza anche l’approccio di una


parte consistente degli acerrimi nemici di Trump, che lo di-
pingono come “squilibrato”, “pazzo” (come nel libro Fear del
giornalista Bob Woodward), nascondendo una fortissima con-
traddizione politica dietro il paravento dei limiti caratteriali
del personaggio.
Trump sembra aver ottenuto notevoli successi in campo eco-
nomico, anche se il dato statistico generale nasconde il crescere
delle disuguaglianze sociali e delle contraddizioni nella società
americana, come osserva nella sua analisi Ni Feng dell’Ameri-
can Institute of Chinese Academy of Social Sciences8. I dati del II
trimestre 2018 segnano un aumento del PIL del 4,1%. Anche se
– come segnalano alcuni analisti – parte di esso è dovuto all’ec-
cezionale e non ripetibile incremento delle esportazioni (+9,3%)
dovute all’acquisto di scorte prima che scattassero le contro-
misure ai dazi imposti da Trump (ad esempio, lo straordinario
incremento di vendita di soia), il dato è indubbiamente signifi-
cativo. “Con gli accordi commerciali che stanno arrivando cre-
sceremo anche di più”, sostiene Trump, prevedendo una cresci-
ta annuale ben superiore al 3% rispetto a una media dell’1,8%”
delle due precedenti amministrazioni. E ogni punto percentuale
significa 3.000 miliardi di dollari e 10 milioni di posti di lavoro9.
A spingere la crescita anche i consumi, balzati del 4,3%, in parte
grazie al taglio delle tasse da 1.500 miliardi di dollari10. La disoc-

8 Ni Feng (倪峰), Perdita di equilibrio e divisione: la politica americana sotto


l’amministrazione Trump, in 世界社会主义研究 (World Socialism Studies),
N. 4, 2018, pp. 58-64.
9 Carlos Barria, in “Reuters”, 27-7-2018, L’economia americana vola
e Trump esulta: “In corsa per la crescita maggiore degli ultimi 13 anni”.
Ma gli esperti avvertono: “I dati del secondo trimestre sono ‘drogati’. Le
esportazioni sono aumentate per timore di dazi futuri”, in https://www.
huffingtonpost.it/2018/07/27/leconomia-americana-vola-e-trump-esul-
ta-in-corsa-per-la-crescita-maggiore-degli-ultimi-13-anni_a_23491120/.
10 L’ultima riforma fiscale americana, promulgata il 22 dicembre 2017,
si colloca nel solco delle precedenti: una redistribuzione della ricchezza
10 MarxVentuno n. 1-2/2018

cupazione è ai minimi storici: ad agosto 2018 6.200.000 persone,


il 3,9%11.
La guerra che a diversi livelli continua ad essere scatenata contro
Trump negli Usa nonostante i buoni risultati dell’economia sugge-
risce che lo scontro in atto tra frazioni del capitalismo Usa non è do-
vuto essenzialmente a questioni di politica interna. Non è l’attacco
all’Obamacare, né la riforma fiscale ultraliberista che riduce ancor
più le tasse ai ricchi a scatenare una guerra al presidente quale non
si vedeva dai tempi dell’impeachement di Nixon. E non sono nep-
pure i motivi ideologici sbandierati da alcuni democratici, che, in
nome dell’esportazione della democrazia occidentale, della libertà e
dei diritti umani, hanno appoggiato i pesantissimi bombardamenti
dal Medio Oriente ai Balcani all’Afghanistan nelle guerre americane
dal 1991 ad oggi. E del resto Trump non è e non si è mai presentato
nella veste di un paladino dei popoli, né ha mai speso una parola di
biasimo per i milioni di vittime causati dalle guerre americane nel
mondo.
Le cause di uno scontro che va ben al di là della ‘normale’ lotta
politica per accaparrarsi posizioni di potere negli States (che si
è presentata non di rado come scontro tra predoni per spartirsi
il bottino) vanno cercate nell’impostazione della politica estera
Usa.

a favore dei redditi più elevati. I contribuenti più ricchi, l’1% del totale,
quelli che dichiarano un reddito superiore a 500.000 dollari, beneficeranno
di una riduzione delle imposte di 60 miliardi di dollari l’anno, quanto il
54% degli statunitensi, quelli che guadagnano tra 20.000 e 100.000 dollari.
Coloro che hanno un reddito tra 100.000 e 500.000 dollari beneficeranno di
una riduzione di 136 miliardi. Questi contribuenti rappresentano il 22,5%
della popolazione soggetta a tassazione, la stessa percentuale di quelli che
guadagnano meno di 20.000 dollari e che si spartiranno solo 2,2 miliardi,
ossia lo 0,15% delle entrate fiscali. Arnaud Leparmentier, Les gagnants et les
perdants de la réforme fiscale de Donald Trump, “Le Monde”, 20-12-2017.
11 Cfr. United States Departement of Labor - Bureau of Labor Statistics,
7-9-2018, https://www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm.
Andrea Catone - Mutamenti nel quadro mondiale 11

Lo specifico imperialismo Usa

Donald Trump non rappresenta se stesso, né avrebbe mai potu-


to ascendere alla presidenza Usa senza il sostegno di una frazione
della classe dominante americana; egli è fino in fondo agente attivo
ed esponente della classe capitalistica degli Usa e del suo imperiali-
smo, che, formulato ideologicamente con la “dottrina Monroe” nel
182312, ha assunto, con la vittoria nella II guerra mondiale nel 1945, e
ancor più dopo la dissoluzione dell’Urss (1991), il carattere specifico
di una superpotenza fondata sulla narrazione della sua missione
speciale nel mondo quale Manifest Destiny13 per esercitare primato
e leadership su scala mondiale, come esplicitamente affermano i do-
cumenti strategici dal 1991 in poi e il “Progetto per il Nuovo Secolo
Americano” (PNAC)14. Con “primato” – scrive nel sito del “Discus-
sion Club Valdai” Dmitrij Suslov, Vicedirettore presso il Centro di
studi europei e internazionali globali – “si intende la nota superiori-
tà degli Stati Uniti su tutti gli altri e l’assenza di rivali in grado, indi-
vidualmente o persino in gruppo, di mettere in discussione questa
superiorità. Per leadership si intende l’impostazione secondo cui
proprio gli Stati Uniti devono stare al centro dell’adozione delle
principali decisioni di politica ed economia mondiali, e alla base
dell’ordine mondiale globale devono stare le regole, le norme e le

12 Cfr. in proposito il libro di Nico Perrone, Progetto di un impero. 1823.


L’annuncio dell’egemonia americana infiamma la borsa, Napoli, La Città del
Sole, 2013.
13 La narrazione del Manifest destiny racconta che gli Usa hanno la mis-
sione di espandersi, diffondendo la loro forma di libertà e democrazia, non
solo perché ciò sarebbe bene, ma anche ovvio (“manifesto”) e inevitabile
(“destino”).
14 Il Progetto per il Nuovo Secolo Americano (PNAC), think tank neoconser-
vatore, fu fondato nel 1997 da William Kristol e Robert Kagan con l’obiet-
tivo dichiarato di “promuovere la leadership globale americana”, definita
“buona sia per l’America che per il mondo”. Tra i suoi sostenitori vi era
anche il “falco” John R. Bolton, nominato da Trump dal 9 aprile 2018 con-
sigliere per la Sicurezza nazionale Usa.
12 MarxVentuno n. 1-2/2018

istituzioni fondate dagli Stati Uniti e che sono sotto il loro effettivo
controllo, così come i valori americani, assunti come universali”15.
Gli Usa assurgono nel corso del XX secolo a massima potenza
imperialista. La forza dell’imperialismo Usa consentirà di distri-
buire le briciole della rapina imperialistica alla classe operaia in-
terna, che, dopo l’eliminazione degli Industrial Workers of the
World (IWW) alle soglie degli anni 1920, è organizzata in sindacati
corporativi, “gialli”, piegati ai voleri della classe capitalista. Dalla
grande crisi del 1929, che devastò il proletariato americano, gli Usa
escono effettivamente con la II guerra mondiale e il piano Marshall,
grazie alle ingenti commesse belliche e civili per le sue industrie, e
divengono, dopo il 1945, la superpotenza guida del mondo capita-
listico.
Democratici e repubblicani condividono le scelte di fondo
dell’imperialismo Usa: la guerra contro il Vietnam la iniziano i de-
mocratici e la concludono i repubblicani; l’assalto alla Baia dei Porci
nel tentativo fallito di rovesciare Fidel Castro (Cuba, aprile 1961)
lo fa il democratico J. F. Kennedy, la contrapposizione esasperata
all’URSS e al comunismo è un tratto comune a tutti, e il repubbli-
cano George H. W. Bush, 41° presidente Usa, avvia il nuovo seco-
lo americano del primato e della leadership Usa con la guerra del
Golfo del 1991 contro l’Iraq. I documenti sulla sicurezza strategica
elaborati a partire dal 1991 sono chiari in proposito. All’apice del
“momento unipolare”, poco dopo la caduta dell’URSS e la guerra
contro l’Iraq, la cosiddetta strategia del primato viene articolata in
seno al Pentagono nel 1992 in un rapporto riservato intitolato De-
fense Policy Guidance 1992-1994 (DPG), scritto da Paul Wolfowitz
e I. Lewis Libby, in cui si propone di “impedire a qualsiasi pote-
re ostile di dominare regioni le cui risorse gli consentirebbero di
raggiungere un grande status di potere”, “scoraggiare i paesi in-

15 Cfr. Dmitrij Suslov, Kuda idet vnešnaja politika SŠA: dolgosročnye faktory
i perspektivy [Dove va la politica estera degli Usa: fattori di lungo periodo
e prospettive], http://ru.valdaiclub.com/a/highlights/kuda-idyet-vne-
shnyaya-politika-ssha/
Andrea Catone - Mutamenti nel quadro mondiale 13

dustrializzati avanzati dal tentare di sfidare la nostra leadership o


rovesciare l’ordine politico ed economico stabilito”, e “impedire la
futura comparsa di qualsiasi concorrente globale”16. “Siamo al cen-
tro e al centro dobbiamo restare [...] Gli Stati uniti devono guida-
re il mondo, tenendo alta la fiaccola morale, politica e militare del
diritto e della forza, e proporsi come esempio a tutti i popoli della
terra”17. “Il XVIII secolo è stato francese, il XIX inglese ed il XX ame-
ricano. Il prossimo sarà un altro secolo americano”18. “L’America
scavalca il mondo come un gigante [...] Da quando Roma distrusse
Cartagine, nessun’altra grande potenza si è innalzata al culmine cui
siamo giunti noi”19.
La politica imperialistica Usa ha goduto di un notevole consenso
interno. L’unico momento in cui l’intervento militare Usa fu ogget-
to di contestazioni di rilievo fu tra la fine degli anni 60 e i primi
anni 70 per la guerra del Vietnam, ma fu in gran parte dovuto alla
straordinaria resistenza dei vietcong che seppero infliggere perdite
pesanti all’esercito invasore. Anche per questo gli Usa aboliscono la
leva obbligatoria (1972) e costruiscono un esercito di professionisti.
Dopo il 1991, salvo qualche voce di dissenso illuminata, il consenso
alle guerre imperialiste – o l’indifferenza rispetto ad esse – è stato il
tratto dominante.

16 Cfr. “The New York Times”, 8-3-1992, Excerpts From Pentagon’s


Plan: Prevent the Re-Emergence of a New Rival, https://www.nytimes.
com/1992/03/08/world/excerpts-from-pentagon-s-plan-prevent-the-re-
emergence-of-a-new-rival.html. Cfr. anche: Philip S. Golub, Rêves d’Em-
pire de l’administration américaine, in “Le monde diplomatique”, luglio
2001, pp. 4-5.
17 Cfr. Jesse Helms, Entering the Pacific Century, Heritage Foundation,
Washington, DC, 1996.
18 Cfr. Charles Krauthammer, The Unipolar Moment, “Foreign Affairs”,
vol. 70, n. 1, New York, 1990-1991.
19 Mortimer Zuckerman, The Second American Century, “Time Magazine”,
New York, 27-12-1999, in Philip S. Golub, op. cit.
14 MarxVentuno n. 1-2/2018

Tre decenni dopo il 1991: un bilancio negativo per


il “nuovo secolo americano”

A quasi 30 anni dalla fine dell’URSS e dall’avvio della strategia


dell’unipolarismo Usa, il più potente paese del mondo deve registra-
re il fallimento di questa strategia, che ha costellato l’ultimo quarto
di secolo di guerre, manovre di sovversione e smembramento – at-
traverso azioni militari dirette o per interposta persona, sostegno a
movimenti separatisti, “rivoluzioni colorate” – di paesi colpevoli di
resistere alla pressione Usa, fino a promuovere e alimentare – stra-
tegia del caos – una guerra infinita in Medio Oriente favorendo la
creazione dello stato terrorista di Daesh nel 201420.
Il bilancio di questa linea strategica – condivisa nelle linee di fon-
do da repubblicani e democratici, con differenze nella tattica – è fon-
damentalmente negativo, pur potendo annoverare alcuni successi
parziali, quali:
- aver inglobato nella NATO i paesi ex socialisti dell’Europa cen-
tro-orientale e balcanica e alcune repubbliche ex sovietiche (dopo
l’adesione delle repubbliche baltiche candidate alla NATO sono
Ucraina e Georgia);
- aver esteso le basi americane in parti del globo che fino al 1991
erano precluse: dall’Europa centro-orientale e balcanica, lì dove era-
no fino al 1989 degli stati socialisti, arrivando ai confini della Fede-
razione russa, fino all’Afghanistan e all’Asia centrale;
- aver ridimensionato l’aspirazione dell’euro a divenire moneta
di riserva internazionale: il dollaro continua ad essere di gran lunga
la valuta principale detenuta dalle banche centrali del mondo (ol-
tre il 62%), mentre l’euro, dopo aver raggiunto il picco del 27% nel

20 Cfr. Stephen Lendman, Dirty Open Secret: US Created and Supports ISIS,
“Global Research”, 13-6-2017, https://www.globalresearch.ca/dirty-open-
secret-us-created-and-supports-isis/5594486. Cfr. anche La grande bugia: i
26 punti che svelano l’alleanza tra Usa e Isis, in https://www.lantidiploma-
tico.it/dettnews.php?idx=82&pg=9497
Andrea Catone - Mutamenti nel quadro mondiale 15

2009, è sceso oggi intorno al 20%21. Contro l’euro gli Usa promosse-
ro nel 2003 la guerra all’Iraq22 (sostenuti dal Regno Unito e avversati
fortemente da Francia e Germania) e anche quella del 2011 contro
Gheddafi, che minacciava di sostituire il dollaro con il dinaro d’o-
ro africano per la vendita dell’ottimo petrolio libico. Pure l’attacco
speculativo partito nel 2009-2010 contro il debito sovrano di paesi
dell’eurozona quali Cipro, Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda, Ita-
lia, può iscriversi all’interno della guerra valutaria tra dollaro ed
euro23, anche se bisogna osservare che tale attacco ha potuto provo-
care effetti ancor più devastanti sulle economie e le società di questi
paesi (dalla Grecia all’Italia), grazie alla rovinosa conduzione della
crisi del debito da parte del nucleo dirigente dell’eurozona guidato
dalla Germania.

21 Dati riferiti al 2017. Fonte: World Currency Composition of Official


Foreign Exchange Reserves International Monetary Fund.
22 “La stampa dice che l’esercito Usa non ha trovato armi di distruzione
di massa in Irak [...] Menzogne! Maledette menzogne! Non ha forse trovato
forzieri pieni di euro? E il nostro esercito non ha forse rovesciato un regime
che minacciava di usare l’euro? Quale arma potrebbe arrecare maggiori
distruzioni dell’euro? L’Irak ha esibito sfrontatamente il proprio compor-
tamento oltraggioso nei confronti del dollaro insistendo per avere pagata
in euro la propria produzione petrolifera. Quello stato canaglia ha quindi
accumulato queste armi monetarie di distruzione di massa. Per fortuna,
siamo intervenuti appena in tempo per porre fine a questa pericolosa pro-
liferazione [...] In mano alle persone sbagliate, l’euro potrebbe minaccia-
re l’importanza del dollaro e far saltare in aria le fondamenta finanziarie
della nostra nazione. L’egemonia dell’euro provocherebbe distruzioni fi-
nanziarie di massa negli Stati Uniti”, in The Daily Reckoning (newsletter
finanziaria Usa), 21 aprile 2003, citata da V. Giacché in Guerra tra capitali,
dollaro contro euro: ultime notizie dal fronte, in “La Contraddizione”, Roma,
maggio-giugno 2003.
23 Cfr. tra gli altri: Domenico Moro, Lo scontro euro-dollaro dietro la crisi
del debito sovrano UE, in www.resistenze.org - osservatorio - economia -
30-04-2010 - n. 317; Raffaele Sciortino, Trade War: requiem per l’ordine neoli-
berale? (intervista di Giuseppe Molinari) http://www.commonware.org/
index.php/cartografia/835-trade-war-requiem-per-l-ordine-neoliberale,
5-4-2018.
16 MarxVentuno n. 1-2/2018

Ma per la strategia Usa delineata dal 1991 in poi il bilancio com-


plessivo è negativo:
- Non fermano la travolgente ascesa economica della Cina, che
si sta trasformando da “fabbrica del mondo” anche in cervello al-
tamente tecnologico del mondo. Questa è la più pesante sconfitta
strategica degli Usa. Consapevoli del nuovo ruolo e della nuova
responsabilità nel mondo, i dirigenti cinesi, dopo aver adottato cor-
rettamente nei decenni precedenti la massima di Deng Xiaoping di
procedere cautamente in politica estera, senza assumere un ruolo
protagonista di primo piano, propongono oggi al mondo una stra-
tegia globale, contrapposta a quella statunitense, di relazioni inter-
nazionali economiche e politiche basate su rapporti paritari tra Stati,
con un interscambio reciprocamente vantaggioso. Si veda il grande
progetto di “Nuova via della Seta”. La “via cinese” oggi non riguar-
da solo lo straordinario sviluppo del più popoloso paese del mondo,
ma l’intero globo, un modello che, rispettando le diverse culture e
civiltà, propone un’alternativa concreta di relazioni internazionali.
- Non riescono a disgregare la Russia, né a distruggere il suo
apparato militare nucleare. Dalla presidenza El’cin avevano ottenu-
to molto, la Russia poteva anche essere inglobata nel sistema del ca-
pitalismo occidentale, tanto da essere ammessa nel 1997 nel suo club,
che cambiò nome in G8 (per ritornare poi a G7, nel 2014, escludendo
la Russia, colpevole di aver difeso i propri interessi nazionali contro
il golpe banderista in Ucraina). Ma dopo il 1999 si afferma in Russia
con Vladimir Putin un’altra direzione politica che ferma i tentati-
vi di balcanizzazione e smembramento della Federazione (Cecenia,
Daghestan, repubbliche autonome sul Caspio), ricostruisce la forza
militare del paese, restituisce autostima al popolo russo, umiliato
e offeso dal decennio el’ciniano di rapina e svendita degli interessi
nazionali, rintuzza le provocazioni (Georgia, agosto 2008), reagisce
al golpe ucraino del 2014 e impedisce la distruzione della Siria assu-
mendo un ruolo sempre più importante nello scacchiere internazio-
nale. La contrapposizione alla Russia, indicata dai democratici ame-
ricani come il nemico e perciò oggetto di dure sanzioni economiche,
rinsalda per converso i buoni rapporti tra Russia e Cina.
Andrea Catone - Mutamenti nel quadro mondiale 17

- Non riescono ad ottenere nel Medio Oriente-Nord Africa


(MENA) un’area sottomessa al loro controllo, per cui, dopo due
guerre all’Iraq nel 1991 e nel 2003, alla Libia e alla Siria nel 2011, non
resta loro che la “strategia del caos”, perseguendo non la stabilità,
ma l’instabilità permanente della grande area di vitale importanza
economica e strategica, cercando di evitare che si stabilizzi sotto il
controllo e a vantaggio di potenze rivali.
- Anche il “cortile di casa”, l’America Latina, pur se attraverso un
percorso a zig-zag, di avanzate e ritirate, tende a sottrarsi al control-
lo del Grande Fratello Usa.
Un articolo dell’“Economist” del gennaio 2018 lamenta la perdi-
ta di potere Usa negli ultimi 20 anni a vantaggio di Cina e Russia:
“Quasi 20 anni di deriva strategica hanno fatto il gioco della Russia
e della Cina. Le guerre fallimentari di George W. Bush si sono ri-
velate un diversivo e hanno ridotto il sostegno in patria per il ruo-
lo globale dell’America. Barack Obama ha perseguito una politica
estera di ridimensionamento ed era apertamente scettico sul valore
dell’hard power”24.
Il mondo è già multipolare, che l’imperialismo Usa lo riconosca
o meno.
L’azione di politica estera dei quasi due anni della presidenza
Trump va esaminata tenendo conto anche del fatto che tale azio-
ne – dati i rapporti di forza e lo scontro in atto ai vertici del potere
Usa – non è solo e soltanto il frutto della pura volontà di Trump,
ma è anche il risultato delle pressioni e dei condizionamenti che
egli ha dovuto subire dal Pentagono o dal Deep State. È, insomma,
una sorta di compromesso implicito o di una mediazione di fatto
tra Pentagono e presidente. Questo potrebbe spiegare gli zig-zag,
le tortuosità, le incoerenze e le irrazionalità della politica Usa negli
ultimi due anni. Trump non gode di un potere assoluto e indiscri-
minato e la politica Usa – al di là dei presidenti – dovrà sempre

24 The next war. The growing danger of great-power conflict, https://www.


economist.com/leaders/2018/01/25/the-growing-danger-of-great-power-
conflict.
18 MarxVentuno n. 1-2/2018

fare i conti con il complesso militar-industriale che ha caratterizza-


to l’ascesa a prima potenza mondiale degli Usa almeno dagli anni
1940 in poi: la seconda guerra mondiale è stata la grande levatrice
dell’assurgere degli Usa a prima potenza mondiale e ha tenuto a
battesimo il complesso militar-industriale.

Trump come alternativa alla guerra mondiale


imperialista dei democratici Usa?

Alcuni analisti ritengono che l’essenza dello scontro ai vertici del


potere Usa sia dovuto alla contrapposizione di opzioni strategiche
sui destini del mondo. Da una parte ci sarebbero i fautori del ricor-
so alla guerra – fintantoché gli Usa possono godere della superio-
rità militare – per distruggere gli stati che rappresentano l’ostacolo
all’affermazione della superiorità indiscussa degli Usa nel mondo,
e quindi, abbattere la Russia e la Cina. Si può in proposito ricordare
l’ultimo capitolo del celebre libro di Samuel P. Huntington, Lo scon-
tro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, che delinea l’ipotesi di una
guerra mondiale nel 2010 tra Usa e Cina25. Questa opzione di guerra
totale è presente tra gli scenari possibili degli strateghi politici e mi-
litari di Washington e sarebbe, come ognuno può ben immaginare,
la catastrofe dell’umanità. Questa opzione si basa sul rifiuto di ac-
cettare un mondo che a quasi 30 anni dal 1989-91 è profondamente
diverso da quello dell’unipolarismo americano che i vincitori della
guerra fredda avevano delineato e messo nero su bianco nei do-
cumenti strategici dal 1991 in poi. Il ricorso alla guerra mondiale
dovrebbe riaffermare il primato mondiale americano con la distru-
zione dei suoi nemici. Trump e i suoi consiglieri, invece, sarebbero
in proposito più realisti, riconoscerebbero il mutamento intervenu-

25 Samuel P Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale,


Garzanti, Milano, 2000, cap. XII, § Guerre di civiltà e ordine delle civiltà,
pp. 466-471. Ed. originale, The Clash of Civilizations and the Remaking of World
Order, 1966, Chapter 12, The West, Civilizations, and Civilization, § Civili-
zational War and Order, pp. 312-318.
Andrea Catone - Mutamenti nel quadro mondiale 19

to nei rapporti mondiali, la fine dell’unipolarismo e punterebbero,


in un mondo multipolare, a mantenere il primato rafforzando la
base economica degli Usa, frenando il trend del continuo aumento
del deficit commerciale, senza ridurre, anzi aumentando la spesa
militare26, mantenendo l’enorme apparato militare in funzione non
solo di deterrenza, ma di dimostrazione muscolare di forza. La stra-
tegia di Trump sarebbe in questo caso più equilibrata e razionale
rispetto a quella dei fanatici del nuovo secolo americano. Secondo
Jean-Claude Paye

La battaglia tra Democratici e la maggioranza Repubblicana può


essere letta come conflitto tra due tendenze del capitalismo sta-
tunitense, quella portatrice dei valori della mondializzazione del
capitale e quella che sprona per rilanciare lo sviluppo industriale
di un Paese economicamente in declino. Gli Stati Uniti erano la
forza motrice dell’internazionalizzazione del capitale e ne traeva-
no il massimo beneficio politico. Grazie al crollo dell’URSS e al
sottosviluppo della Cina, per vent’anni gli Stati Uniti sono stati
l’unica superpotenza, un super-imperialismo che organizzava il
mondo a proprio profitto. L’emergere della Cina e la ricostruzione
politica della Russia hanno frantumato l’onnipotenza economica
e politica americana. La presa d’atto di questa nuova situazione
ha indotto un contrasto interno sulla strada da imboccare: fuga
in avanti nella liberalizzazione degli scambi o protezionismo. […]
Due sole sono le vie d’uscita per gli Stati Uniti: un rinnovamento
economico su base protezionistica, come auspicato da una parte
dei Repubblicani, oppure una conflittualità militare sempre più
palese, opzione che il Partito Democratico sembra preferire27.

26 Il 14 agosto 2018 Trump ha firmato il testo della legge che approva


un budget di 716 miliardi di dollari. Il provvedimento metterà in servizio
attivo migliaia di nuovi militari, riserve e unità della guardia nazionale.
https://www.repubblica.it/esteri/2018/08/14/news/stati_uniti_aumen-
ta_budget_per_la_difesa-204080685/
27 Jean-Claude Paye, USA: Imperialismo contro ultra-imperialismo, http://
20 MarxVentuno n. 1-2/2018

Paye ritiene che la questione militare si ponga per Trump come mo-
mento tattico della strategia di sviluppo economico.

Questa tattica consiste nell’incrementare conflitti locali, destinati


a frenare lo sviluppo di nazioni concorrenti e a sabotare progetti
globali che si contrappongono alla struttura imperiale degli Stati
Uniti, come, per esempio, la Nuova Via della Seta […] I livelli eco-
nomico e militare sono strettamente collegati, ma, contrariamente
alla posizione dei Democratici, permangono distinti. La finalità
economica non viene confusa con i mezzi militari messi in atto. La
riorganizzazione dell’economia nazionale è condizione che per-
mette di evitare o, perlomeno, di posporre un conflitto globale.
La possibilità di una guerra totale diviene mezzo di pressione per
imporre nuove condizioni nei termini di scambio con i partner
economici. L’alternativa offerta ai concorrenti è la scelta tra il con-
sentire agli Stati Uniti la ricostituzione delle proprie capacità of-
fensive, a livello di forze produttive, oppure l’essere rapidamente
coinvolti in una guerra totale28.

Anche Dmitrij Suslov, che sottolinea vieppiù gli aspetti della crisi
americana di cui l’elezione di Donald Trump sarebbe il risultato e
non l’inizio, legge la zigzagante politica estera del neopresidente
Usa come un complicato e contraddittorio processo di adattamen-
to alla nuova situazione mondiale sviluppatasi, in una direzione
“chiaramente sfavorevole per gli Stati Uniti e non in linea con i loro
atteggiamenti ideologici. […] I principali beneficiari della globaliz-
zazione e delle attuali regole del commercio internazionale sono la
Cina e altri importanti centri di potere non occidentali. Il monopolio
ideologico degli Stati Uniti è crollato. Gli Stati Uniti si sono dimo-
strati incapaci non solo di trasformare il mondo intero secondo i
propri interessi e valori e di rendere universale l’ordine internazio-

www.voltairenet.org/article199884.html
28 Jean-Claude Paye, Guerra economica o “guerra assoluta”?, http://www.
voltairenet.org/article201431.html.
Andrea Catone - Mutamenti nel quadro mondiale 21

nale basato su di essi, ma anche di promuovere la propria agenda e


mantenere le posizioni già prese. […] Con Obama (e di fatto anche
nel secondo mandato presidenziale di J. Bush) l’America ha iniziato
un difficile e doloroso adattamento a questo mondo”. Di qui deriva
il tentativo di ridurre il coinvolgimento americano nelle aree che
non sono considerate tra le più importanti, “di non essere trascinati
in nuove guerre, di abbandonare la politica di occupazione a lungo
termine e di costruzione degli Stati, e di concentrarsi sulla regione
Asia-Pacifico quale principale centro di gravità dell’economia e del-
la politica mondiali”. È interessante nell’analisi dello studioso russo
il legame dialettico che egli istituisce tra situazione internazionale e
situazione interna:

I fattori fondamentali della politica estera degli Stati Uniti si sud-


dividono in esterni (di sistema) e interni. I primi includono l’alli-
neamento di forze nel mondo e lo scenario generale geopolitico
globale, economico e ideologico, le relazioni degli Stati Uniti con
altri centri chiave del potere, l’accettazione o il rifiuto da parte
di essi della leadership americana, la capacità o l’incapacità de-
gli Stati Uniti di esercitare questa leadership, lo stato del sistema
americano di alleanze militari e dell’ordine economico liberista
basato su di esse. I secondi includono la presenza o meno del con-
senso interno sulla politica estera, l’agenda di politica estera dei
partiti democratico e repubblicano e dei gruppi di interesse, lo
stato dell’economia nonché le preferenze di politica estera della
popolazione e la misura in cui le élite di entrambe le parti le ri-
flettono. […] Recentemente, tutti i fattori esterni ed interni della
politica estera degli Stati Uniti sono entrati in azione, rendendo
impossibile condurre con successo e in modo sostenibile la politi-
ca estera tradizionale basata sul primato e sulla leadership.

La vittoria di Donald Trump secondo Suslov, è stata il risultato di


questi problemi, e non il loro inizio. Ha mostrato la presenza negli
Stati Uniti di un sempre maggiore divario negli ultimi decenni tra
l’élite politica e imprenditoriale che ha ottenuto enormi benefici gra-
22 MarxVentuno n. 1-2/2018

zie alla globalizzazione e la gran parte della popolazione, i cui red-


diti sono in costante calo e sente minacciata la propria sicurezza e
identità. E non crede più che l’espansione e l’impegno globale degli
Stati Uniti portino benefici sia ad essi che al resto del mondo.

Per la prima volta dal 1945, Donald Trump ha scollegato e persi-


no giustapposto leadership globale (coinvolgimento) e grandez-
za (prosperità economica, rispetto politico e superiorità militare),
concetti che sono stati considerati inseparabili negli ultimi 70 anni.
Egli ha dichiarato apertamente che gli impegni globali degli Stati
Uniti e i suoi interessi nazionali non sono sempre gli stessi e che
questi ultimi dovrebbero essere considerati prioritari, anche se ciò
significa danneggiare il cosiddetto “bene globale” 29.

Da questi approcci analitici si potrebbe dedurre che la politica di


Trump è il meno peggio: tra il rischio di guerra assoluta che i de-
mocratici scatenerebbero pur di mantenere il primato, da un lato, e,
dall’altro una politica che, potenziando il già mastodontico arsenale
militare si proporrebbe però di impiegarlo solo a scopo dimostra-
tivo e di deterrenza per ottenere vantaggi economici e politici, la
politica di Trump sembrerebbe il male minore.
Tuttavia, non va mai dimenticato che lo scontro in atto è tra frazio-
ni del capitalismo imperialistico Usa e che occorre in primis guarda-
re alla struttura economico-sociale, al carattere specifico dell’impe-
rialismo americano così come si è costruito e sviluppato negli ultimi
80 anni, dalla seconda guerra mondiale in poi, col ruolo inelimina-
bile del complesso militar-industriale. Trump non è l’espressione di
un mutamento della struttura economico-sociale dell’imperialismo
americano. L’imperialismo Usa si è costruito sulla potenza militare

29 Cfr. D. Suslov, op. cit.,18-12-2017. Dmitrij Suslov è direttore del pro-


gramma Valdai Club “Globalizzazione e Regionalizzazione: Stato generale
dell’economia mondiale e della governance globale”. È anche vicedirettore
del Centro di studi europei e internazionali globali presso la National Rese-
arch University-Higher School of Economics, Mosca, Russia.
Andrea Catone - Mutamenti nel quadro mondiale 23

e sul complesso militar-industriale. Ciò lo distingue da altre attua-


li potenze imperialiste basate sul capitale finanziario e sull’espan-
sione economica attraverso esso, quali Germania o Giappone. La
politica di Trump, indipendentemente dalle sue dichiarazioni, non
potrà fare a meno del supporto del complesso militare-industriale e
delle strategie del Pentagono. Ciò diviene sempre più chiaro a pro-
posito della NATO. Ad onta di alcune sue dichiarazioni30 in campa-
gna elettorale e dopo, l’attuale amministrazione Usa non scioglierà
la NATO, ma chiede un maggiore impegno di spesa militare agli
alleati subalterni, il che significa tra l’altro commesse e affari per il
complesso militare industriale Usa.

Trump e la rottura degli organismi multilaterali

Se c’è una direttrice chiara e mai smentita della politica estera di


Trump è la tendenza ad opporsi agli organismi e accordi multilate-
rali e a smantellarli. Dalla plateale delegittimazione e ridicolizza-
zione del G7 di giugno 2018 in Canada31 al ritiro (settembre 2017)

30 Cfr. l’intervista al “The New York Times”: Donald Trump Says


NATO is “Obsolete”, 2-4-2016 (https://www.nytimes.com/politics/first-
draft/2016/04/02/donald-trump-tells-crowd-hed-be-fine-if-nato-broke-
up/), seguita da numerose altre dichiarazioni analoghe, alternate però da
richieste di aumento della spesa militare dei paesi aderenti alla NATO al
2% del PIL immediatamente, e non entro il 2024, come da accordi prece-
denti, e in prospettiva al 4% (nell’ultimo vertice NATO dell’11-12 luglio
2018). Potenziare e non indebolire la NATO sotto controllo Usa è il vero
obiettivo della politica di Trump che usa la “minaccia” di scioglierla solo
a questo scopo.
31 Charlevoix (Canada) - Colpo di scena a G7 ormai concluso: Donald
Trump, in una rabbiosa risposta al premier canadese Justin Trudeau che
durante la sua conferenza stampa conclusiva del summit aveva criticato i
dazi unilaterali americani, ha ritirato nella notte con una decisione-shock la
firma degli Stati Uniti dal comunicato congiunto che solo poche ore prima
era stato a fatica composto dai sette grandi. Una scelta che ha fatto salta-
re anche solo un compromesso di facciata sul delicato e cruciale capitolo
del commercio: https://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2018-06-10/
24 MarxVentuno n. 1-2/2018

dall’accordo di Parigi sul clima, dall’annullamento nel gennaio 2017


del trattato transpacifico (TPP), al congelamento delle trattative sul
trattato transatlantico (TTIP), allo scavalcamento del North Ameri-
can Free Trade Agreement (NAFTA). La linea dell’amministrazio-
ne è chiarissima: niente accordi in e con organismi multilaterali (e
quindi anche con la Ue, platealmente disconosciuta come soggetto),
e accordi con i singoli paesi, come è accaduto con il Messico32, impor-
tantissimo partner economico degli Usa. L’America first si traduce
in un primato degli Usa: trattare con singoli paesi piuttosto che con
organismi multilaterali o cooperazione di Stati fa pesare tutta la for-
za economica, politica e militare del maggior contraente. In Europa
Trump gioisce del Brexit e promette alla May buoni contratti quanto
più sarà dura nelle trattative di uscita dalla Ue; e propone a Macron
di lasciare la Ue per avere un rapporto privilegiato con gli Usa.
Assistiamo qui a un apparente paradosso della politica trumpia-
na: da un lato, alcuni autorevoli analisti politici gli attribuiscono il
riconoscimento di un mondo multipolare, il che rovescia la strategia
Usa dal post guerra fredda ad oggi; ma, dall’altro, Trump si muove
per eliminare forme e organismi di collaborazione anche parziale
tra paesi (e tra questi la Ue). Anche l’Onu e le sue articolazioni non
godono del favore di Trump, in continuità in ciò con le politiche dei
repubblicani che tagliano fondi all’Unesco e altri organismi ONU.

g7-colpo-scena-finale-trump-non-firma-minaccia-dazi-e-attacca-trude-
au-e-disonesto-074933.shtml?uuid=AEzFUk3E&refresh_ce=1
32 Cfr. Marco Valsania, Trump annuncia l’accordo Usa-Messico: Il Nafta
va in pensione, “Il Sole24ore”, 27-8-2018: “Il nome Nafta, ha detto Trump,
“ha molte cattive connotazioni per tante persone” e quindi sarà sostitu-
ito da “Accordo commerciale Stati Uniti-Messico”. Trump ha denuncia-
to il Nafta, in vigore da 24 anni, come un ‘disastro’ per gli Stati Uniti e i
lavoratori americani, accusando Messico e Canada di averne tratto trop-
po vantaggio. In mancanza di una nuova intesa ha minacciato di uscirne.
https://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2018-08-27/usa-e-messico-la-
voro-revisione-nafta-accordo-sempre-piu-vicino-075921.shtml?uuid=AE-
Qk3ifFhttps://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2018-08-27/usa-e-mes-
sico-lavoro-revisione-nafta-accordo-sempre-piu-vicino-075921.
shtml?uuid=AEQk3ifF.
Andrea Catone - Mutamenti nel quadro mondiale 25

La linea Trump, opponendosi ad organismi e accordi multilate-


rali, non delinea un mondo multipolare di convivenza e sviluppo
pacifico reciprocamente vantaggioso. In ciò essa è radicalmente
opposta a quella della Repubblica Popolare Cinese e del presidente
Xi Jinping, che mirano a sviluppare incontri e accordi multilaterali,
ad aprire la strada ad un nuovo modo di concepire e intrattenere le
relazioni internazionali. Nella visione internazionale di Trump vi è
l’obbligato riconoscimento dell’esistenza di un soggetto economico
ormai forte e in ascesa, quale la Cina, e di un soggetto in grado di
contrastare gli Usa sul piano militare nucleare, quale la Russia, con
i quali si vede costretto a trattare, ma a trattare possibilmente da
posizioni di relativa forza. Di qui il mantenimento e l’inasprimento
delle sanzioni contro la Russia – nonostante il dialogo con Putin a
Helsinki (16 luglio 2018) – e la guerra dei dazi contro la Cina, che,
dopo i primi colpi di assaggio, è passata ai grandi numeri.
Come osserva dal sito del Club Valdai Andrei Tsygankov, profes-
sore presso i dipartimenti di Scienze Politiche e Relazioni Interna-
zionali della San Francisco State University, Trump è

un convinto sostenitore dell’egemonia globale degli Stati Uniti. La


sua critica ai liberali del libero scambio e ai democratici dimostra
che non è un isolazionista, ma un nazionalista da superpotenza. Il
‘rispetto’ di Trump per Putin (e viceversa) è dovuto alla parentela
ideologica, non ad interessi. Entrambi i leader sanno che trovare
un linguaggio comune non significa consenso. Nazionalismo si-
gnifica dura rivalità per la promozione dei propri interessi. Que-
sta è la ‘normalizzazione’ di cui parla Trump, collegandola alla
conquista di nuovi mercati e all’indebolimento spudorato dei ri-
vali. Per questo, egli usa una vasta gamma di strumenti, tra cui
pressioni politiche, minacce di invasione militare, sanzioni varie,
limitazioni commerciali. In un mondo in cui il dollaro statuniten-
se e le società americane sono ancora dominanti, queste misure
economico-finanziarie sono destinate a ripristinare la vacillan-
te egemonia degli Stati Uniti. Il Presidente degli Stati Uniti non
è contrario alle sanzioni anti-russe, anche se alcuni sperano che
26 MarxVentuno n. 1-2/2018

possa superare la crisi delle relazioni bilaterali. Ideologicamente


e psicologicamente, è pronto a imporre attivamente limitazioni
economiche non solo contro la Cina, la Corea del Nord, l’Iran e la
Turchia, ma anche contro i suoi ‘alleati’ europei, che non condi-
vidono la sua ideologia. Trump potrebbe ‘concordare’ con Putin
solo alle sue condizioni, così nel suo gioco la Russia dovrebbe fare
la parte di un paese che aiuta gli Stati Uniti a calpestare i suoi
rivali e accetta totalmente l’egemonia globale degli Stati Uniti33.

Nello schema di Trump i rapporti mondiali si potrebbero con-


figurare in un condominio forzoso a tre, con Cina e Russia. Tale
impostazione ci viene indirettamente rivelata dal professor Micha-
el T. Klare, dichiaratamente antitrumpiano, corrispondente dello
storico quotidiano “The Nation”, membro della direzione della
“Arms Control Association”, frequentemente ospitato da “Le mon-
de diplomatique”. Egli avanza la singolare tesi secondo cui il tycoon
americano starebbe attuando il progetto politico di Russia e Cina
tendente “a stabilire un ordine mondiale tripolare, concepito dai le-
ader russi e cinesi nel 1997 e perseguito inesorabilmente da allora.
Un tale ordine tripolare […] rompe radicalmente con il paradigma
della fine della guerra fredda. Durante quegli anni inebrianti, gli
Stati Uniti furono la potenza mondiale dominante e dominarono
su gran parte del resto del pianeta con l’aiuto dei loro fedeli alleati

33 Andrei Tsygankov, Sanctions Serve to Maintain US Global Hegemony, 16-


8-2018, http://valdaiclub.com/a/highlights/sanctions-serve-to-maintain-
the-us-global-hegemony/. Sulla stessa lunghezza d’onda si trova anche
Aleksej Plotnikov, della Scuola Superiore di Economia di Mosca, che in
un’intervista pubblicata sul sito del Partito comunista della Federazione
russa (PCFR) afferma seccamente che “non c’è da aspettarsi il migliora-
mento o persino la stabilizzazione delle relazioni russo-americane con Tru-
mp. Non ci sono i prerequisiti oggettivi e soggettivi per questo”: “Ožidan-
ija ne opravdalis’”. Mnenie eksperta sammite v Chel’sinki, https://kprf.
ru/international/capitalist/178318.html, 24-8-2018, trad. it. “Le aspetta-
tive russe su Trump si sono dimostrate infondate”, traduzione dal russo
di Mauro Gemma, in http://www.marx21.it/index.php/internazionale/
pace-e-guerra/29279-qle-aspettative-russe-su-trump-si-sono-dimostra-
te-infondate.
Andrea Catone - Mutamenti nel quadro mondiale 27

della NATO. Per i leader russi e cinesi, tale sistema ‘unipolare’ era
considerato un anatema […] Come suggeriscono i suoi recenti at-
tacchi alla NATO e il suo abbraccio al presidente russo, Trump sta
visibilmente cercando di creare il mondo tripolare che Boris El’cin
e Jiang Zemin avevano immaginato una volta e che Vladimir Putin
aveva promosso con zelo fin dall’inizio del suo mandato”34.
Sembra che la bussola dei democratici e dei “pacifisti” americani
continui ad essere la demonizzazione di Russia e Cina, cui si attri-
buiscono oscuri disegni egemonici e qualificante come sistemi illi-
berali e dittatoriali: per attaccare Trump, si afferma la sua vicinanza
al progetto strategico di questi due Stati, deformando senza alcun
ritegno la concezione di mondo multipolare elaborata da cinesi e
russi contro l’unipolarismo Usa. In tutti i documenti ufficiali, in tut-
te le dichiarazioni congiunte, dal 1997 ad oggi, il mondo multipola-
re di cui parlano i leader russi e cinesi non è affatto tripolare, circo-
scritto ai tre poli di Usa, Russia e Cina, come pretende il professor
Klare, ma si concepisce una varietà e diversificazione di rapporti tra
i paesi, rigettando ogni politica di egemonismo e di grande potenza.
Ecco cosa dice la Dichiarazione congiunta del 1997:

Un numero crescente di paesi comincia a riconoscere la necessi-


tà di rispetto reciproco, uguaglianza e vantaggio reciproco – ma
non per l’egemonia e la politica di potere – e per il dialogo e la
cooperazione – ma non per lo scontro e il conflitto. […] Le Par-
ti sono favorevoli a fare del rispetto reciproco della sovranità e
dell’integrità territoriale, della non aggressione reciproca, della
non ingerenza negli affari interni dell’altra parte, dell’uguaglian-
za e del vantaggio reciproco, della coesistenza pacifica e di altri
principi di diritto internazionale universalmente riconosciuti, la
norma fondamentale per la conduzione dei rapporti tra gli Stati
e la base di un nuovo ordine internazionale. Ogni Paese ha il di-

34 Michael T. Klare It’s a Mistake to Assume Trump Doesn’t Have a Foreign-Pol-


icy Strategy, 24-7-2018, https://www.thenation.com/article/mistake-as-
sume-trump-doesnt-foreign-policy-strategy/.
28 MarxVentuno n. 1-2/2018

ritto di scegliere autonomamente il proprio percorso di sviluppo


alla luce delle proprie condizioni specifiche e senza interferenze
da parte di altri Stati. Le differenze nei loro sistemi sociali, ide-
ologie e sistemi di valori non devono diventare un ostacolo allo
sviluppo delle normali relazioni tra gli Stati. Tutti i paesi, grandi
o piccoli, forti o deboli, ricchi o poveri, sono membri uguali della
comunità internazionale. Nessun paese deve cercare l’egemonia,
impegnarsi in politiche di potere o monopolizzare gli affari in-
ternazionali35.

E quella del 2005:

I problemi dell’umanità possono essere risolti solo sulla base di


principi e norme di diritto internazionale universalmente rico-
nosciuti e in un ordine mondiale equo e razionale. I Paesi del
mondo dovrebbero osservare rigorosamente i principi del rispet-
to reciproco della sovranità e dell’integrità territoriale, della non
aggressione reciproca, della non ingerenza negli affari interni
dell’altro, dell’uguaglianza, del beneficio reciproco e della coe-
sistenza pacifica. Deve essere pienamente garantito il diritto dei
paesi a scegliere le proprie vie di sviluppo alla luce delle proprie
condizioni, a partecipare equamente agli affari internazionali e
a cercare lo sviluppo su un piano di parità. Le differenze e le
controversie devono essere risolte pacificamente senza l’adozio-
ne di un’azione unilaterale e di una politica coercitiva e senza
ricorrere alla minaccia della forza o all’uso della forza. I popoli
di tutti i paesi dovrebbero avere la possibilità di decidere gli af-
fari del proprio paese e le questioni mondiali dovrebbero essere
decise attraverso il dialogo e la consultazione su base multilate-
rale e collettiva. La comunità internazionale dovrebbe rinuncia-
re completamente alla mentalità del confronto e dello scontro,

35 Russian-Chinese Joint Declaration on a Multipolar World and the Es-


tablishment of a New International Order, adopted in Moscow on 23 April
1997, pubblicata nei documenti dell’ONU, A/52/153 - S/1997/384, in
http://www.un.org/documents/ga/docs/52/plenary/a52-153.htm.
Andrea Catone - Mutamenti nel quadro mondiale 29

non dovrebbe perseguire il diritto di monopolizzare o dominare


gli affari mondiali, e non dovrebbe dividere i paesi in un campo
principale e in un campo subordinato36.

Siamo, come si vede, ben lontani dal tripolarismo che Klare im-
puta ai dirigenti russi e cinesi. Se però sgomberiamo il campo da
questa grossolana e strumentale deformazione, l’articolo di Klare,
uscito anche in “Huffington Post” del 25 luglio 2018 con un titolo
più conforme – Trump’s Grand Strategy To Create A Tripolar Wor-
ld – individua nel tripolarismo un asse portante della politica inter-
nazionale di Trump e risolve l’apparente paradosso di un Trump
che da un lato sarebbe impegnato a superare l’unipolarismo Usa e
dall’altro attacca tutti gli organismi, i luoghi e i trattati di coopera-
zione internazionale.
La politica di Trump non è volta a realizzare un mondo multi-
polare, con la conseguente rinuncia al primato americano, ma è il
riconoscimento obtorto collo della presenza ineliminabile di Cina e
Russia sul piano economico e politico-militare, con cui fare i conti
possibilmente da una posizione di forza. Per questo Trump aumen-
ta la spesa militare.

Trump e la messa in riga dell’Occidente capitalistico

Letta in questa luce, diviene chiara la politica di Trump verso ciò


che si chiama politicamente ed economicamente “Occidente”, rap-
presentato nel G7: oltre gli Usa, i paesi europei capitalisticamente
più forti, Giappone, Canada. Trump si propone di intessere relazio-

36 Cfr. Il punto 2 di China-Russia Joint Statement on 21st Century World


Order, firmata da Hu Jintao e Vladimir Putin il 1-7-2005 a Mosca, http://
shodhganga.inflibnet.ac.in/bitstream/10603/118079/21/21_annex-
ure%205.pdf. Sulla stessa linea il Joint Statement of The People’s Republic
of China and the Russian Federation On Major International Issues, Bei-
jing, 23 May 2008, che richiama esplicitamente le due precedent dichiaraz-
ioni, in https://www.fmprc.gov.cn/mfa_eng/wjdt_665385/2649_665393/
t465821.shtml
30 MarxVentuno n. 1-2/2018

ni esclusivamente bilaterali, nelle quali punta ad imporre la forza


politica, economica e militare dell’imperialismo Usa.
Il soggetto da mettere in riga con maggior decisione, quello cui
Trump si è rivolto persino con la parola di “nemico”37 è l’Unione
europea.
Gli Usa battezzano la nascita della CEE (1957) e la sua evoluzio-
ne, con il trattato neoliberista di Maastricht (1992), in Ue. La Ue è
un soggetto erede sì della CEE, ma relativamente diverso, perché
nato in un contesto mondiale radicalmente mutato rispetto a quello
in cui erano sorte le prime comunità europee: la fine dell’URSS, la
vittoria Usa nella guerra fredda, l’unificazione tedesca (o meglio,
l’Anschluss38 della Repubblica Democratica Tedesca da parte della
RFT). La UE di Maastricht servì ad inglobare nel sistema capitali-
stico occidentale i paesi ex socialisti dell’Europa centro-orientale e
balcanica (con le buone o con le cattive: guerra della NATO contro
la Jugoslavia,1999): era il polo di attrazione economico e politico per
i paesi ex socialisti messisi in fila per essere ammessi nel club “pri-
vilegiato” della Ue, per entrare nel quale dovevano però passare
prima attraverso la NATO. Questa Ue, dove la Germania era dive-
nuta il paese economicamente e politicamente più importante e più
popoloso, è stata utile alla politica Usa per stabilizzare e consolidare
la vittoria nella guerra fredda ed evitare che l’Europa dell’Est si ri-
avvicinasse a Mosca.
Ma la Ue si proponeva anche come un grande mercato solvibile
di 500 milioni di abitanti, con l’ambizione di costruire un’area valu-
taria di tutto rispetto che avrebbe potuto far concorrenza al dominio
incontrastato del dollaro, alimentando anche tentazioni e ambizioni
di paesi grandi produttori di petrolio e gas – dall’Iraq di Saddam
Hussein alla Libia di Gheddafi – di sostituire l’euro al dollaro nella

37 Trump calls European Union a ‘foe’ of the US In un’intervista alla CBS


News del 15 luglio 2018, https://edition.cnn.com/2018/07/15/politics/
donald-trump-european-union-foe/
38 Cfr. il documentato libro di V. Giacché, Imprimatur, Reggio Emilia.
2013.
Andrea Catone - Mutamenti nel quadro mondiale 31

denominazione del prezzo del petrolio. Gli Usa reagirono sempre


violentemente a simili tentativi, ricorrendo all’arma più congeniale
al loro imperialismo: la guerra (cfr. quanto scritto supra in propo-
sito). La UE ha un notevole surplus commerciale con gli Usa, oltre
metà del quale è della Germania39 (ma anche l’Italia seconda poten-
za manifatturiera d’Europa vi contribuisce40). Ciò ben prima dell’e-
ra Trump, rappresenta uno dei maggiori motivi di contrasto con gli
Usa.
La Ue nasce con ambizioni generali, la sua costituzione è accele-
rata dalla Tavola rotonda degli industriali europei che di fronte al
mutato scenario mondiale (caduta dei paesi socialisti, prima guerra
del Golfo 1991) si propongono di unirsi per avere voce in capitolo
nella politica internazionale41. Il percorso della sua storia è acciden-
tato e contraddittorio, si acuiscono le contraddizioni, da un lato tra
i 28 stati aderenti, dall’altro tra popoli – che hanno visto peggiorare
le proprie condizioni con la grande crisi iniziata nel 2007-2008 e le
pesanti politiche di austerità – e classi dirigenti che hanno sostenuto
tali politiche. La disastrosa gestione della crisi e dell’attacco spe-
culativo al debito sovrano ha alimentato il risentimento popolare
verso l’Unione europea, che si è tradotto in una crescente avanzata
di movimenti e partiti sempre più radicalmente critici verso la Ue e
decisi a lavorare per la sua fine. La vittoria dei sostenitori dell’uscita

39 Nel 2016, la UE ha chiuso con un avanzo commerciale verso gli Usa


di quasi 140 miliardi di dollari. Rispetto al 2009, il disavanzo commerciale
americano verso la Ue risulta praticamente raddoppiato.
40 Gli Stati Uniti rappresentano il terzo mercato per le esportazioni ita-
liane. Il valore dell’export di beni e servizi italiani negli Usa nel 2017 ha
toccato i 49 miliardi di euro, di cui 40 in beni. La bilancia commerciale è
nettamente a favore dell’Italia: gli Usa hanno importato per solo 15 mrd di
euro. Dati dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, Lucia Tajo-
li, I rapporti commerciali tra Italia e Usa al tempo dei dazi, 27-7-2017, ht-
tps://www.ispionline.it/it/pubblicazione/i-rapporti- commerciali-tra-i-
talia-e-usa-al-tempo-dei-dazi-21060.
41 Cfr. Henri Houben, in L’Europe de tous les dangers, “Études Marxistes”,
gennaio-marzo 2002, n.57, pp. 28-41.
32 MarxVentuno n. 1-2/2018

del Regno Unito dalla Ue (la “Brexit”) nel referendum del 23 giugno
2016 ha alimentato ulteriormente i movimenti euroscettici e avversi
all’euro, cosiddetti “sovranisti” e “populisti”. La dissoluzione della
Ue non è più una remota ipotesi di scuola, ma una possibilità con-
creta. Qualche leader, come il ministro degli interni italiano Salvini,
evoca per il 2019, quando si svolgeranno le elezioni per il Parlamen-
to europeo, lo spettro di un nuovo 1989, con la caduta – invece che
del muro di Berlino – della UE42.
Le precedenti amministrazioni Usa che hanno fustigato le ambi-
zioni valutarie dell’euro (vincendo sinora la battaglia: l’euro è solo
un 20% delle riserve valutarie delle banche centrali, mentre il dol-
laro è oltre il 60%) e si sono duramente contrapposte ai due paesi
leader della UE, Francia e Germania, ai tempi della guerra contro
l’Iraq del 2003, quando Bush lanciò l’appello per una “coalizione
dei volenterosi” (cui aderì anche l’Italia del governo Berlusconi).
Espressioni non proprio cordiali verso la Ue (“fuck the EU!”43) fu-
rono usate durante la “rivoluzione colorata” di Euromaidan da Vi-

42 “Far cadere il muro di Berlino un tempo sarebbe stato impensabile. Il


prossimo muro che faremo cadere è quello di Bruxelles. Non dico a colpi
di ruspa se no dicono che sono cattivo...”. Serve una “Lega delle Leghe”
che metta insieme “tutti i movimenti liberi e sovrani che vogliono difen-
dere la propria gente e i propri confini”. Salvini rinnova il giuramento di
Pontida, ma lo traduce in chiave continentale. Se prima c’era da difendere
il Nord, e poi l’Italia tutta, ora la battaglia si sposta in Europa. “Non è la
Lega che è cambiata, è il mondo che cambiato. Abbiamo capito che da soli
non andavamo da nessuna parte. Per vincere occorreva unire l’Italia, come
occorrerà unire l’Europa […] “zero virgola di Bruxelles per me valgono
zero”, http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/salvini-dopo-mu-
ro-berlino-faremo-cadere-quello-di-bruxelles-aecfaf29-a8d7-4018-ba54-f-
22f9dacf066.html
43 Cfr. “The Guardian”, 6 Feb 2014: «Victoria Nuland reportedly said
‘Fuck the EU’ speaking of Ukraine crisis […] The frustration of the Obama
administration at Europe’s hesitant policy over the pro-democracy pro-
tests in Ukraine has been laid bare in a leaked phone conversation be-
tween two senior US officials, one of whom declares: “Fuck the EU”», in
https://www.theguardian.com/world/2014/feb/06/us-ukraine-russia-
eu-victoria-nuland.
Andrea Catone - Mutamenti nel quadro mondiale 33

ctoria Nuland inviata da Washington, quando nella gestione della


crisi ucraina si manifestarono divergenze tra europei e americani.
Il 21 febbraio 2014 tra rappresentanti della Ue, l’opposizione ucrai-
na e il governo Janukovič fu siglato un accordo che prevedeva un
percorso senza rotture costituzionali plateali verso nuove elezioni
entro il dicembre, accordo da cui gli Usa si tennero fuori, per soste-
nere il giorno dopo l’assalto violento alla Rada ucraina e l’istalla-
zione di un governo parafascista di banderisti44. Nel 2013 – presi-
denza Obama – scoppia lo scandalo dei telefoni di Angela Merkel
e del governo tedesco spiati dai servizi americani. E nello stesso
anno un rapporto del Tesoro americano afferma che l’avanzo del-
le partite correnti della Germania intorno al 7% del PIL provoca
“una distorsione deflazionistica per la zona euro e per l’economia
mondiale”.
Ma la differenza fra l’atteggiamento delle amministrazioni Usa
del passato rispetto alla Ue e quello di Trump è dato da un mu-
tamento di prospettiva strategica. Pur in presenza di contraddi-
zioni economiche e politiche, la politica Usa verso la Ue non era
di guerra verso un nemico, ma di moral (e immoral) suasion, di
pressioni, ma sempre all’interno di un rapporto che considerava
la Ue un alleato e un pilastro stabile e utile nelle relazioni inter-
nazionali a guida Usa. Con la stragrande maggioranza dei suoi
membri aderenti alla NATO – alleanza militare e politica sotto
stretto controllo e comando americano – la sua esistenza non fa-
ceva ombra agli Usa. Oltretutto, con la presenza al suo interno di
quinte colonne come il Regno Unito o i paesi baltici e la Polonia,

44 Janukovyč e i principali membri dell’opposizione – Vitalij Kličko, le-


ader di UDAR, Oleh Tyahnibok, leader di Svoboda, Arsenij Jacenjuk di
Bat’kivščyna – alla presenza in qualità di testimoni e organizzatori dei mi-
nistri degli esteri di Germania (Frank-Walter Steinmeier), Francia (Laurent
Fabius), Polonia (Radoslaw Sikorski) per l’Unione europea e di Vladimir
Lukin, inviato speciale della Federazione Russa, firmano un accordo per
tornare alla Costituzione del 2004, ridurre i poteri del presidente, formare
un governo di unità nazionale e organizzare delle elezioni presidenziali
entro dicembre. Cfr. “MarxVentuno”, n. 1-2/2014, p. 68.
34 MarxVentuno n. 1-2/2018

l’Unione poteva ben essere eterodiretta. Gli Usa mantenevano


attraverso di essa la leadership mondiale sui paesi capitalistici,
potevano giocare la carta di un fronte unico dell’“Occidente” evi-
tando di presentarsi come grande potenza autosufficiente nel suo
splendido isolamento. Questa impostazione dei rapporti Usa-Ue
è ben esemplificata dal viaggio di commiato di Obama, che, alla
fine del suo secondo mandato, si reca in Europa per incontrare i
principali leader europei45.
Trump invece, sin dal suo esordio in campagna elettorale, si
muove sulla linea non solo del “Fuck the EU!” della Nuland, ma
dell’attacco frontale alla Ue. Una linea che sembra non avere tenten-
namenti o battute d’arresto. L’attacco è su tutti i fronti: ideologico,
politico, commerciale e mira a delegittimare del tutto il già pallido
ruolo della Ue nel mondo, a togliere ai paesi europei credibilità e
supporti. Emblematico è il caso del ritiro (8 maggio 2018) dall’accor-
do sul nucleare iraniano, con dure sanzioni verso le imprese e i pae-
si che intrattengano rapporti commerciali con l’Iran. Scrive Andrea
Bonanni: “In teoria, le sanzioni americane scattate ieri sono mirate
contro l’Iran. In pratica, puntano a colpire e affondare ciò che resta
di un mondo multipolare e, in particolare, a umiliare l’Europa. La
sfida è globale. La sua portata va al di là del pur importante accordo
per la denuclearizzazione di Teheran. In gioco c’è la sovranità del
resto del mondo nel decidere la propria politica estera e le proprie
strategie commerciali”46.

45 “Barack Obama saluta l’Europa. È a Berlino la tappa conclusiva del


viaggio nel Vecchio Continente del presidente uscente degli Stati Uniti che
ha provato a tranquillizzare gli alleati. Nella cancelleria tedesca si è svolto
l’incontro a sei, con Angela Merkel, il presidente francese François Hollan-
de, la premier britannica Theresa May, il presidente del Consiglio italiano
Matteo Renzi e il premier spagnolo Mariano Rajoy. In agenda, come è fa-
cile immaginare, il futuro delle relazioni transatlantiche dopo l’elezione di
Donald Trump alla Casa Bianca”, https://it.euronews.com/2016/11/18/
germania-il-commiato-di-barack-obama-dall-europa.
46 A. Bonanni, Sanzioni all’Iran, così Trump umilia la Ue, “La Repubblica”, 7-8- 18..
Andrea Catone - Mutamenti nel quadro mondiale 35

Usa, UE e Italia nell’attuale situazione internazionale

La crisi della Ue è in fase avanzata. È crisi dell’euro, una mo-


neta senza Stato in un’area valutaria non ottimale, con scompensi
crescenti tra le diverse aree che hanno differenti livelli di sviluppo
delle forze produttive. È crisi della struttura della BCE e dei suoi
regolamenti vincolanti. Le regole stabilite a Maastricht e l’intera ar-
chitettura dell’Unione europea determinano disuguaglianze e una
gerarchizzazione crescente tra i paesi membri. L’architettura della
Ue e dell’euro favorisce alcuni stati a detrimento di altri. Sicché, più
che una casa comune dei popoli europei, la Ue è percepita da un
numero crescente di persone come una gabbia. La crisi è, non meno
che economica, morale, ideale, di egemonia.
La politica di Trump entra a gamba tesa in questa crisi per vol-
gerla a suo vantaggio, per arrivare all’implosione della Ue. Sostiene
apertamente le forze politiche e i leader che da posizioni di destra –
la campagna anti immigrazione e la mobilitazione reazionaria delle
masse – attaccano la Ue e ne propongono la rottura.
Le elezioni italiane del 4 marzo 2018 – con l’affermazione di due
forze “populiste” ed “euroscettiche”, il M5S e la Lega di Matteo Sal-
vini, che, dopo una lunga gestazione, danno vita al governo Conte
(2 giugno) – rappresentano una svolta significativa non solo nel pa-
norama politico italiano, ma in quello della Ue e nel quadro mon-
diale, anch’esso in rapido mutamento.
Nonostante negli ultimi 30 anni – e in particolare negli ultimi
10, a partire dalla grande crisi, l’Italia abbia perso ruolo e posizioni
nell’economia mondiale (negli anni 80 è la quinta potenza del G7,
con un PIL che supera quello inglese), essa rimane tuttavia un paese
di importanza non trascurabile sia dal punto di vista economico (è
il secondo paese manifatturiero della Ue, dopo la Germania), che
da quello geopolitico (penisola che si allunga al centro del Mediter-
raneo, di fronte al Nord Africa) ed è uno dei paesi fondatori della
CEE, e poi della Ue. Ciò che accade in Italia ha un riflesso non irrile-
vante nel mondo e non a caso in tutto il periodo della guerra fredda
il bel Paese è stato oggetto di trame costellate di stragi per evitare
36 MarxVentuno n. 1-2/2018

l’ascesa di un governo di sinistra e mantenere il controllo Usa sulla


penisola assicurandone la sua appartenenza al campo occidentale e
alla NATO. L’Italia è presente in molte missioni militari nel mondo
con circa 10.000 soldati.
Nell’attuale contesto culturale e politico una implosione della
Ue non sarebbe opera di una rivoluzione democratica e popolare
per la riconquista di una sovranità nazionale scippata dall’archi-
tettura sovranazionale della Ue, ma di forze di destra che cresco-
no sulla base della mobilitazione reazionaria delle masse, come è
evidente nell’esperienza italiana, in cui la Lega di Salvini, che ha
ottenuto il 17% di consensi alle elezioni del 4 marzo, ha, secon-
do tutti i sondaggi, raddoppiato i suoi consensi grazie alla poli-
tica sull’immigrazione, e non sulla base di una politica economi-
co-sociale avanzata, né su un’azione di difesa e attuazione della
Costituzione antifascista. Quest’ultima, anzi, continua ad essere
pesantemente attaccata: la Lega di Salvini, Fratelli d’Italia, Forza
Italia sostengono l’iniziativa di passaggio ad una repubblica pre-
sidenziale47; il M5S, dal canto suo, in aperto contrasto con la pro-
clamata centralità del parlamento, ritorna sulla proposta di taglio
del numero dei parlamentari48, che riduce la rappresentanza e la
possibilità di lavoro effettivo del parlamento, il cui compito nella
nostra Costituzione non si limita affatto al solo dire sì o no alle
proposte di legge.
L’attuale contesto italiano ed europeo vede l’avanzare di forze
reazionarie, del nazionalismo antidemocratico, dei disegni autori-
tari, sostenuti dalla politica Usa che punta alla rottura della Ue per
trattare da migliori posizioni di forza con i singoli stati. Che si tratti,

47 La proposta di legge di iniziativa popolare, presentata in Cassazione


prima dell’estate, dall’Associazione Nuova Repubblica, con a capo il prof.
Guzzetta, intende trasformare l’Italia in una Repubblica presidenziale.
48 Il leader del M5S Di Maio annuncia la proposta di legge costituzionale
per tagliare 345 parlamentari, http://www.adnkronos.com/fatti/politi-
ca/2018/09/18/maio-pronto-ddl-per-tagliare-parlamentari_1Uobgs6AN-
RvwFwW1wXB3iO.html
Andrea Catone - Mutamenti nel quadro mondiale 37

come scrive bene Manlio Dinucci, di un sovranismo senza sovrani-


tà49 è chiaramente messo in luce dal fatto che mentre è ben presente
nel discorso dei sovranisti lo smantellamento della Ue (che Salvini
paragona al Muro di Berlino), è assolutamente latitante qualsiasi ac-
cenno alla Nato o alle basi Usa che occupano il territorio Italiano.
Anzi, serpeggia in diversi settori del sovranismo italiano la convin-
zione o l’illusione che gli Usa di Trump possano venire in soccor-
so dell’Italia sia nel suo contenzioso con la Francia (per il controllo
della Libia e delle sue grandi risorse petrolifere e idriche), che nello
scontro con la Germania e la sua politica mercantilista. Anche in
settori della “sinistra radicale” sembra avanzare l’idea che il nemico
principale non siano gli Usa, ma la Germania, la Francia, la Ue. Per
cui la lotta contro la NATO passa in secondo piano rispetto ad una
rottura dei vincoli della Ue50.
La riconquista di un’autentica sovranità nazionale non può esse-
re oggi opera di forze reazionarie: avremmo una sovranità subalter-
na all’imperialismo Usa. La riconquista e l’esercizio di un’autentica
sovranità popolare può essere opera solo di un ampio movimento
democratico-popolare, che non combatta la “gabbia” della Ue per
sottomettersi ancor più agli Usa.
Le forze di ispirazione socialista e comunista vivono oggi in Eu-
ropa una situazione estremamente difficile, drammatica. Da un
lato, non possono e non devono sostenere l’attuale assetto della
Ue che avvantaggia il capitale finanziario tedesco; non possono e
non devono sostenere questa Ue, con la sua architettura squilibra-

49 Un’Italia sovranista senza sovranità, “il manifesto” 4-9-2018. Si può


leggere in rete in http://www.marx21.it/index.php/internazionale/pa-
ce-e-guerra/29245-unitalia-sovranista-senza-sovranita
50 Sulla questione del nemico principale era con fermezza intervenuto
Manlio Dinucci, giornalista ed esponente del comitato Noguerra NoNa-
to, su “MarxVentuno” n. 1-2/2016: Usa/Nato: il nemico principale con-
tro cui fare fronte comune. Cfr. sullo stesso tema Emiliano Alessandroni,
Economicismo o dialettica? Un approccio marxista alla questione europea, in,
http://www.marxismo-oggi.it/saggi-e-contributi/saggi/275-economici-
smo-o-dialettica-un-approccio-marxista-alla-questione-europea.
38 MarxVentuno n. 1-2/2018

ta e generatrice di disuguaglianze e ingiustizie sociali stabilita a


Maastricht e confermata e ampliata nel Trattato di Lisbona e nella
complessa struttura dei trattati e delle norme europee; non posso-
no e non devono essere al carro della socialdemocrazia liberista e
dei democristiani europei che, con le loro politiche di austerità e
di mancato rispetto per i popoli, hanno aperto la strada all’ascesa
delle forze di destra. Dall’altro lato, non possono e non devono in
questo contesto mettersi a rimorchio del populismo e sovranismo
filoUsa, né favorirlo in un’azione di rottura della Ue che avrebbe
un inequivocabile marchio di destra e non porterebbe affatto alla
realizzazione di un’autentica sovranità popolare, la quale richie-
de mobilitazione e partecipazione attiva e consapevole delle masse
sulla base di un progetto condiviso di democrazia progressiva e
avanzata.
Se nella crisi europea avanzano le forze di destra attraverso una
mobilitazione reazionaria delle masse – elemento che Togliatti in-
dicava come uno dei tratti specifici del fascismo – vi sono precise
responsabilità delle forze di ispirazione socialista e comunista in
Europa: dalla fondazione della Ue di Maastricht nel 1992 non sia-
mo stati in grado di costruire sulla base dell’internazionalismo pro-
letario un coordinamento internazionalista effettivo e attivo, con
un programma comune su base continentale rivolto a combattere
l’architettura della Ue generatrice di disuguaglianze e squilibri. In
oltre 25 anni non si sono ingaggiate lotte internazionaliste su scala
europea, e sono rari i casi in cui vi è stata qualche manifestazione
comune. Questo grande deficit di internazionalismo ha favorito le
derive nazionalistiche di destra.
Il movimento operaio e comunista nei suoi momenti più alti si
è sviluppato su due gambe, quella nazionale e quella internazio-
nalista, strettamente e intimamente connesse: se se ne taglia una
avremo da un lato il “socialismo nazionale”, lontanissimo dall’ispi-
razione di Marx ed Engels, e che slitta facilmente a destra (il nazio-
nal-socialismo) e, dall’altro, la cancellazione dell’identità nazionale
soffocata e rimossa in organismi sovranazionali, che è l’ideologia
del cosiddetto “globalismo”.
Andrea Catone - Mutamenti nel quadro mondiale 39

L’internazionalismo proletario, la concezione e la pratica inter-


nazionalista, sono la marcia in più dei comunisti e del movimento
operaio, che ne ha fatto la forza e la grandezza nei suoi momenti
più alti.
La strada da imboccare – che è oggi un sentiero stretto e difficile
– è quella della costruzione di un movimento organizzato a livello
europeo, che ponga con chiarezza progetto e obiettivi di trasforma-
zione della Ue attraverso la mobilitazione delle masse. Se questo
non sarà, la fine della Ue avrà un segno reazionario, a tutto vantag-
gio dell’imperialismo Usa, e non avremo nessuna autentica sovra-
nità popolare.
40 MarxVentuno n. 1-2/2018

Il ritorno al fascismo
del capitalismo contemporaneo1

Samir Amin

Abstract

Non è un caso che il titolo stesso di questo contributo colleghi il ritorno


del fascismo sulla scena politica con la crisi del capitalismo contemporaneo.
Il fascismo non è sinonimo di un regime di polizia autoritario che rifiuta
le incertezze della democrazia parlamentare elettorale. Il fascismo è una
particolare risposta politica alle sfide con cui la gestione della società capi-
talistica deve confrontarsi in circostanze specifiche.

Unità e diversità dei fascismi

I movimenti politici che possono definirsi fascisti in senso pro-


prio hanno occupato la scena ed esercitato il potere in un buon nu-
mero di paesi europei, in particolare negli anni 1930, fino al 1945
(Mussolini, Hitler, Franco, Salazar, Pétain, Horthy, Antonescu, Ante
Pavelić e altri). La diversità delle società che ne sono state vittima
– capitalisticamente più sviluppate qui, minori e dominate là, as-
sociate a una guerra vittoriosa qui, prodotto della sconfitta altrove
– impedisce di confonderle.
Quindi vanno precisati i differenti effetti che questa diversità di
strutture e circostanze ha prodotto sulle società interessate. Tutta-

1 Samir Amin, The Return of Fascism in Contemporary Capitalism, in “Month-


ly Review”, Sep 01, 2014, https://monthlyreview.org/2014/09/01/the-re-
turn-of-fascism-in-contemporary-capitalism/
Samir Amin - Il ritorno al fascismo del capitalismo 41

via, al di là di questa diversità, tutti questi regimi fascisti condivido-


no due tratti comuni:
1. Date le circostanze, accettano di inserire la loro gestione della
politica e della società in un quadro che non metta in causa i prin-
cipi fondamentali del capitalismo, cioè la proprietà privata capita-
listica, compresa quella dei moderni monopoli. È per questo che
qualifico questi fascismi dei modi particolari di gestione del capita-
lismo e non delle forme politiche che mettono in discussione la sua
legittimità, anche se nella retorica del discorso fascista il “capitali-
smo” o i “plutocrati” sono oggetto di lunghe diatribe. La menzo-
gna che nasconde la vera natura di questi discorsi appare appena
si esamina la “alternativa” proposta da questi fascisti, sempre muta
riguardo l’essenziale, la proprietà privata capitalistica. Tuttavia,
l’opzione fascista non costituisce l’unica risposta alle sfide che la
gestione politica di una società capitalista deve affrontare. È solo in
determinate circostanze di crisi violenta e profonda che la soluzione
fascista sembra essere, per il capitale dominante, la migliore se non
addirittura la sola possibile. L’analisi deve centrare l’attenzione su
tali crisi.
2. L’opzione di gestione fascista della società capitalista in que-
stione è ancora fondata, per definizione, sul rifiuto categorico della
“democrazia”. Ai principi generali su cui sono fondate le teorie e le
pratiche delle democrazie moderne – il riconoscimento della diver-
sità di opinioni, il ricorso alle procedure elettorali per garantire una
maggioranza, la garanzia dei diritti delle minoranze, ecc. – i fasci-
smi sostituiscono sempre i valori opposti della sottomissione alle
esigenze della disciplina collettiva, all’autorità del capo supremo e
dei capi esecutivi.
Questo rovesciamento di valori è poi accompagnato da un ritor-
no a temi che guardano al passato, in grado di fornire alle procedure
di sottomissione della società una legittimità apparente. A tal fine,
la proclamazione di un presunto necessario ritorno al passato (“me-
dievale”), alla sottomissione alla religione di Stato, o a una qualsiasi
42 MarxVentuno n. 1-2/2018

presunta specificità della propria “razza” o “nazione” (etnica) costi-


tuisce la panoplia del discorso ideologico propagandato dal potere
fascista coinvolto.
I fascismi storici della storia moderna europea presa in esame,
che condividono queste due caratteristiche, non sono meno diversi
e rientrano nell’una o nell’altra delle seguenti quattro categorie:
1) Il fascismo delle potenze capitalistiche “sviluppate” maggiori,
che aspirano a diventare potenze egemoni dominanti l’intero siste-
ma capitalista mondiale, o almeno regionale.
Il nazismo costituisce il modello di questa categoria di fascismo.
La Germania, diventata una grande potenza industriale a partire dal
1870, concorrente delle potenze egemoni del tempo (Gran Bretagna
e in second’ordine la Francia) e di quelle che aspirano a diventare
tali (Stati Uniti), affronta le conseguenze del fallimento del suo pro-
getto segnato dalla sconfitta del 1918. Hitler formula chiaramente il
suo progetto: imporre all’Europa, compresa la Russia e forse anche
oltre, la dominazione egemonica della “Germania”, vale a dire del
capitalismo monopolistico del paese che ha sostenuto l’ascesa del
nazismo. Egli è disposto ad un compromesso con i suoi principali
avversari: a lui l’Europa e la Russia, al Giappone la Cina, alla Gran
Bretagna il resto dell’Asia e dell’Africa, agli Stati Uniti le Americhe.
Il suo errore è stato di pensare che questo compromesso fosse pos-
sibile: la Gran Bretagna e gli Stati Uniti non lo hanno accettato, il
Giappone invece lo ha sottoscritto.
Il fascismo giapponese appartiene alla stessa categoria. Dal 1895,
il Giappone capitalista moderno aspira a imporre il suo dominio su
tutta l’Asia orientale. Qui il cambiamento viene compiuto “dolce-
mente”, passando da una forma “imperiale” di gestione del nascen-
te capitalismo nazionale – poggiato su istituzioni dall’apparenza
“liberale” (una “Dieta” eletta), controllata interamente dall’impera-
tore e dalla aristocrazia trasformata dalla modernizzazione - a una
forma brutale gestita direttamente dall’Alto comando militare. La
Germania nazista stringe l’alleanza con il Giappone imperial/fasci-
sta, mentre Gran Bretagna e Stati Uniti (dopo Pearl Harbour, 1941)
Samir Amin - Il ritorno al fascismo del capitalismo 43

entrano in guerra con Tokyo, come fa anche la resistenza in Cina, in


cui le deficienze del Kuo Min Tang saranno compensate dai comu-
nisti maoisti.

2) Il fascismo delle potenze capitaliste di seconda fascia

L’Italia di Mussolini (l’inventore del fascismo, incluso il nome) è


un ottimo esempio. Il mussolinismo fu la risposta della destra ita-
liana (vecchia aristocrazia, nuova borghesia, classi medie) alla crisi
degli anni 1920 e alla crescente minaccia comunista. Ma né il capi-
talismo italiano, né il suo strumento politico, il fascismo di Mus-
solini, avevano l’ambizione di dominare l’Europa, per non parlare
del mondo. Nonostante le farneticazioni del Duce sulla ricostruzio-
ne dell’Impero romano (!), Mussolini comprese che la stabilità del
suo sistema era basata su un’alleanza – da subalterno – con la Gran
Bretagna (padrona del Mediterraneo) o la Germania nazista. Questa
esitazione tra le due possibili alleanze continuò fino alla vigilia della
Seconda guerra mondiale.
Il fascismo di Salazar e Franco appartengono alla stessa famiglia.
Essi furono due dittatori piazzati dalla destra e dalla Chiesa cat-
tolica in risposta ai pericoli rappresentati dai repubblicani liberali
o dai repubblicani socialisti. Per questa ragione, i due non furono
mai ostracizzati per la loro violenza antidemocratica (con il pretesto
dell’anticomunismo) dalle maggiori potenze imperialiste. Riabilita-
ti dopo il 1945 da Washington (Salazar fu membro fondatore della
Nato e la Spagna acconsentì all’installazione di militari statunitensi)
e dalla Comunità europea (garante per natura dell’ordine capitali-
sta reazionario), dopo la Rivoluzione dei garofani (1974) e la morte
di Franco (1980), questi due sistemi si sono uniti al campo delle nuo-
ve “democrazie” a bassa intensità della nostra epoca.

3) Il fascismo delle potenze sconfitte.

Esso include la Francia di Vichy, ma anche il Belgio di Léon De-


grelle e lo pseudo governo “fiammingo” sostenuto dai nazisti. In
44 MarxVentuno n. 1-2/2018

Francia, le classi dominanti scelgono “Hitler piuttosto che il Fronte


popolare” (vedi sul tema i libri di Annie Lacroix-Riz). Questo tipo di
fascismo, connesso con la sconfitta e la sottomissione a una “Europa
tedesca”, fu costretto a ritirarsi in disparte in seguito alla sconfitta
dei nazisti. In Francia, cedette il passo ai Consigli della Resistenza
che, per una volta, univano i comunisti agli altri soggetti resistenti
(in particolare Charles de Gaulle). La sua ulteriore evoluzione do-
vette attendere (con l’avvio dell’integrazione europea e l’adesione
della Francia al Piano Marshall e alla Nato, vale a dire la sottomissio-
ne volontaria all’egemonia degli Stati Uniti) la destra conservatrice
e quella anticomunista e socialdemocratica per rompere definitiva-
mente con la sinistra radicale scaturita dalla Resistenza antifascista
e potenzialmente anticapitalista.

4) Il fascismo nelle società dipendenti dell’Europa orientale.

Dobbiamo scendere di parecchi gradi esaminando le società capi-


talistiche dell’Europa orientale (Polonia, Stati baltici, Romania, Un-
gheria, Jugoslavia, Grecia ed Ucraina occidentale durante l’epoca
polacca). Qui si deve parlare di capitalismo ritardato, quindi dipen-
dente. Nel periodo tra le due guerre, le classi dominanti reazionarie
di questi paesi sostennero la Germania nazista. Tuttavia, occorre
esaminare caso per caso le loro articolazioni politiche al progetto
di Hitler.
In Polonia, la vecchia ostilità al dominio russo (della Russia za-
rista), che divenne ostilità nei confronti della Unione Sovietica co-
munista, assecondata dalla popolarità del papato cattolico, normal-
mente avrebbe reso il paese un vassallo della Germania sul modello
di Vichy. Ma Hitler non era d’accordo: i polacchi, come i russi, gli
ucraini, i serbi, erano popoli destinati allo sterminio insieme con gli
ebrei, i rom ed altri. Non c’era quindi alcuno spazio per un fascismo
polacco alleato di Berlino.
L’Ungheria di Horthy e la Romania di Antonescu furono, per
contro, trattati come alleati subalterni della Germania nazista. Il fa-
scismo in entrambi i paesi era esso stesso il prodotto delle loro spe-
Samir Amin - Il ritorno al fascismo del capitalismo 45

cifiche crisi sociali: la paura del “comunismo”, dopo l’esperienza di


Béla Kun in Ungheria; la mobilitazione nazionale sciovinista contro
ungheresi e ruteni in Romania.
In Jugoslavia, la Germania di Hitler (seguita dall’Italia di Mus-
solini) sostenne una Croazia “indipendente”, affidata alla gestione
anti-serba degli ustascia, con il supporto decisivo della Chiesa cat-
tolica, mentre i serbi erano destinati allo sterminio.
La Rivoluzione russa aveva ovviamente cambiato le cose riguar-
do le prospettive di lotta della classe operaia e la risposta delle classi
possidenti reazionarie a questa lotta, non solo nel territorio dell’U-
nione Sovietica pre-1939, ma anche nei territori perduti (Stati baltici
e Polonia).
A seguito del Trattato di Riga del 1921, la Polonia annesse la parte
occidentale della Bielorussia (Volinia) e l’Ucraina (Galizia meridio-
nale, che in precedenza era proprietà della Corona austriaca; e Ga-
lizia settentrionale, che era stata una provincia dell’Impero zarista).
In tutta la regione, due campi presero forma a partire dal 1917 (e
anche dal 1905 con la prima Rivoluzione russa): quello filo-socia-
lista (che diventò filo-bolscevico), popolare in vasti settori della
classe contadina (che aspiravano a una riforma agraria radicale in
loro favore) e degli intellettuali (ebrei in particolare); e quello an-
ti-socialista (e conseguentemente compiacente verso i governi an-
ti-democratici sotto l’influenza fascista) in tutte le classi possidenti.
La reintegrazione degli Stati baltici, della Bielorussia e dell’Ucraina
occidentale nell’Unione Sovietica nel 1939 accentuò tale contrasto.
La mappa politica dei conflitti tra “filofascisti” e “antifascisti” in
questa parte dell’Europa orientale venne offuscata dallo scontro tra
sciovinismo polacco (che persisteva nel suo progetto di “polonizza-
re” le regioni annesse di Ucraina e Bielorussia attraverso insedia-
menti coloniali) e le popolazioni vittime, da un lato; e, dall’altro,
dal conflitto tra “nazionalisti” ucraini, che erano sia anti-polacchi
sia anti-russi (a causa dell’anticomunismo) e il progetto di Hitler,
che non prevedeva alcuno stato ucraino come alleato subalterno,
in quanto il suo popolo era semplicemente destinato allo sterminio.
46 MarxVentuno n. 1-2/2018

Rimando il lettore all’opera fondamentale di Olha Ostriitchouk Gli


ucraini di fronte al loro passato2, la cui analisi rigorosa della storia con-
temporanea della regione (Galizia austriaca, Ucraina polacca, Picco-
la Russia e Ucraina sovietica) permette di comprendere le questioni
del conflitto ancora in corso, come anche il posto occupato dal fasci-
smo locale.

Lo sguardo compiacente della destra occidentale verso


il fascismo passato e presente

La destra parlamentare europea tra le due guerre ha sempre avuto


uno sguardo compiacente verso il fascismo e l’ancora più ripugnan-
te nazismo. Churchill stesso, nonostante il suo carattere terribilmen-
te “british”, non ha mai nascosto la propria simpatia per Mussolini. I
presidenti Usa e l’establishment repubblicano e democratico hanno
scoperto con molto ritardo il pericolo rappresentato dalla Germania
hitleriana e, soprattutto, dal Giappone imperial/fascista. Con tutto
il cinismo che caratterizza la classe dirigente statunitense, Truman
ammise apertamente ciò che gli altri pensavano in silenzio: lasciare
che la guerra esaurisse i protagonisti – Germania , Russia sovietica
e gli europei sconfitti – e intervenire il più tardi possibile per racco-
glierne i frutti. Cioè non proprio l’espressione di una posizione an-
tifascista di principio! E senza mostrare alcuna esitazione vennero
riabilitati Salazar e Franco nel 1945. Oltretutto, la connivenza con
il fascismo europeo è stata una costante nella politica della Chiesa
cattolica. Non è quindi una forzatura della realtà descrivere Pio XII
come un collaboratore di Mussolini e Hitler.

Lo stesso antisemitismo di Hitler ha suscitato orrore solo molto


tardi, quando raggiunse il livello più alto della sua follia omicida.
L’enfasi posta sull’odio del “giudeo-bolscevismo”, alimentato dai
discorsi di Hitler, era comune a molti politici. Fu solo dopo la scon-

2 Olha Ostriitchouk, Les Ukrainiens face à leur passé, Bruxelles, PIE Lang,
2013.
Samir Amin - Il ritorno al fascismo del capitalismo 47

fitta del nazismo che si rese necessario condannare l’antisemitismo


in linea di principio. Il compito è stato facilitato dal fatto che gli
autoproclamati eredi del titolo di “vittime della Shoah” divenne-
ro i sionisti di Israele, alleati dell’imperialismo occidentale contro i
palestinesi ed i popoli arabi, che ad ogni modo non erano mai stati
coinvolti negli orrori dell’antisemitismo europeo!
Ovviamente, il crollo dei nazisti e dell’Italia di Mussolini obbligò
le forze politiche di destra in Europa occidentale (a occidente della
“cortina”) a distinguersi da quelli che, all’interno dei loro gruppi, si
erano resi complici e alleati del fascismo. Tuttavia i movimenti fa-
scisti furono solo costretti ad abbandonare la scena e a nascondersi
dietro le quinte, senza scomparire realmente.
In Germania occidentale, in nome della “riconciliazione”, il go-
verno locale ed i suoi patroni (Stati Uniti, e secondariamente Gran
Bretagna e Francia) lasciarono al loro posto tutti o quasi gli autori
di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità. In Francia, fu-
rono avviati procedimenti legali contro la Resistenza per “illecite
esecuzioni di collaborazionisti” quando i vichysti riapparvero sulla
scena politica con Antoine Pinay. In Italia, il fascismo rimase in
silenzio, ma sempre presente nelle file della Democrazia cristiana
e della Chiesa cattolica. In Spagna, la “riconciliazione” imposta nel
1980 dalla Comunità europea (che più tardi divenne l’Unione eu-
ropea) ha semplicemente vietato qualsiasi ricordo dei crimini fran-
chisti.
Il supporto dei partiti socialisti e socialdemocratici dell’Europa oc-
cidentale e centrale alle campagne anticomuniste sostenute dalla
destra conservatrice hanno la loro parte di responsabilità per il suc-
cessivo ritorno del fascismo sulla scena. Questi partiti della sinistra
“moderata” erano comunque stati autenticamente e risolutamente
antifascisti. Ma tutto questo venne dimenticato. Con lo spostamento
di queste partiti verso il liberalismo sociale, il loro incondiziona-
to appoggio all’integrazione europea, sistematicamente progettata
per garantire l’ordine capitalista reazionario, e la loro non meno in-
condizionata sottomissione all’egemonia Usa (esercitata, tra gli altri
48 MarxVentuno n. 1-2/2018

mezzi, attraverso la Nato), si è consolidato un blocco reazionario


che combina la destra classica e i socioliberali e che potrebbe inclu-
dere, se necessario, la nuova estrema destra.
Successivamente, la riabilitazione del fascismo in Europa orienta-
le è stata condotta a passo svelto a partire dal 1990. Tutti i movimen-
ti fascisti dei paesi interessati erano stati fedeli alleati e collaborato-
ri a vari gradi dell’hitlerismo. Con l’approssimarsi della sconfitta,
molti dei loro capi vennero dispiegati ad ovest e poterono quindi
“arrendersi” alle forze armate statunitensi. Nessuno di loro fu con-
segnato alle autorità sovietiche, jugoslave o degli altri governi delle
nuove democrazie popolari per rendere conto dei propri crimini (in
violazione degli accordi tra gli Alleati). Tutti trovarono rifugio negli
Stati Uniti e in Canada e tutti furono coccolati dalle autorità per il
loro feroce anticomunismo!
Ne Gli ucraini di fronte al loro passato, Olha Ostriitchouk met-
te a disposizione tutto il necessario per stabilire senza ombra di
dubbio la collusione tra gli obiettivi della politica Usa (e, dietro
di essi, dell’Europa) e quelli dei fascisti locali dell’Europa orien-
tale (in questo caso, dell’Ucraina). Ad esempio, il “professore”
Dmytro Dontsov, fino alla sua morte (nel 1975), ha pubblicato tut-
te le sue opere in Canada, che non soltanto sono violentemente
anticomuniste (abituale è l’utilizzo del termine “giudeo-bolscevi-
smo”), ma anche fondamentalmente anti-democratiche. I governi
dei cosiddetti Stati democratici dell’Occidente hanno supportato,
finanziato e organizzato la “rivoluzione arancione” (vale a dire, la
controrivoluzione fascista) in Ucraina. E tutto questo continua...
Precedentemente, in Jugoslavia, il Canada spianò la strada agli
ustascia croati.
Il modo con cui i media “moderati” (che non possono ammette-
re apertamente di supportare dei fascisti dichiarati) nascondono il
loro appoggio a questi fascisti è semplice: sostituiscono l’aggettivo
fascista con “nazionalista”. Il professor Dontsov non è più un fasci-
sta, ma un “nazionalista” ucraino, proprio come Marine Le Pen, che
non è più fascista, ma nazionalista! (come ha scritto “Le Monde”, ad
Samir Amin - Il ritorno al fascismo del capitalismo 49

esempio).
Ora, questi autentici fascisti sono veramente “nazionalisti”, sem-
plicemente perché si descrivono così? C’è da dubitarne. I nazionalisti
oggi meritano di essere qualificati in questo modo solo se mettono
in discussione il potere delle forze effettivamente dominanti nel
mondo contemporaneo, vale a dire, quello dei monopoli degli Stati
Uniti e dell’Europa. Ma questi cosiddetti “nazionalisti” sono amici
di Washington, Bruxelles e della Nato. Il loro “nazionalismo” si ri-
duce a odio sciovinistico nei confronti dei popoli vicini, in gran par-
te innocenti, che non sono mai stati responsabili delle loro disgrazie:
per gli ucraini sono i russi (e non lo zar); per i croati sono i serbi;
per la nuova estrema destra in Francia, Austria, Svizzera, Grecia e
altrove, sono gli “immigrati”.
Il pericolo rappresentato dalla collusione tra le maggiori forze po-
litiche negli Stati Uniti (repubblicani e democratici) e in Europa (la
destra parlamentare e i socioliberali) da un lato e i fascisti d’Oriente,
dall’altro, non va sottovalutato. Hilary Clinton si è eretta a portavo-
ce di questa collusione spingendo all’estremo l’isteria bellica. Anco-
ra più di Bush, se possibile, invoca la guerra preventiva a oltranza
(e non solo la riedizione della Guerra fredda) contro la Russia – con
un più aperto interventismo in Ucraina, Georgia e Moldova, tra gli
altri – contro la Cina e contro i popoli in rivolta in Asia, Africa e
America Latina. Purtroppo, questa fuga in avanti degli Stati Uniti,
in risposta al loro declino, potrebbe trovare un sostegno sufficiente
da permettere a Hillary Clinton di essere “la prima donna presiden-
te degli Stati Uniti!” Non dimentichiamo cosa c’è dietro questa falsa
femminista.
Non c’è dubbio che il pericolo fascista può sembrare non ancora
in grado di minacciare l’ordine “democratico” negli Stati Uniti e
nell’Europa ad ovest della vecchia “cortina”. La collusione tra la
destra parlamentare e i socioliberali rende inutile per il capitale do-
minante fare ricorso ai servigi dell’estrema destra che segue a ruota
i movimenti fascisti storici. Ma allora cosa dobbiamo dedurre dai
successi elettorali dell’estrema destra negli ultimi dieci anni? Gli eu-
50 MarxVentuno n. 1-2/2018

ropei sono chiaramente anche vittime della diffusione generalizzata


del capitalismo monopolistico3. Possiamo quindi capire perché, di
fronte alla collusione tra la destra e la sinistra cosiddetta socialista, si
rifugino nell’astensione elettorale o nel voto per l’estrema destra. La
responsabilità della sinistra potenzialmente radicale è, in tale con-
testo, maggiore, in quanto se avesse l’audacia di proporre un reale
superamento del capitalismo contemporaneo, ne guadagnerebbe in
credibilità perduta. Una sinistra radicale coraggiosa è necessaria per
dare quella coerenza di cui i frammentati movimenti di protesta at-
tuali e le lotte difensive sono manchevoli. Il “movimento” potrebbe
quindi invertire i rapporti di forza sociali a favore delle classi lavo-
ratrici e consentire avanzamenti progressivi. I successi conseguiti
dai movimenti popolari in Sud America lo testimoniano.
Nelle attuali circostanze, i successi elettorali dell’estrema destra
derivano dal capitalismo contemporaneo stesso. Tali successi con-
sentono ai media di biasimare e mettere nello stesso calderone, i
“populisti dell’estrema destra e quelli dell’estrema sinistra” dimen-
ticando che i primi sono filo-capitalisti (come il termine estrema de-
stra dimostra) e quindi dei potenziali alleati, mentre i secondi sono
gli unici oppositori potenzialmente pericolosi del sistema di potere
del capitale.
Si osservano, mutatis mutandis, circostanze simili negli Stati Uni-
ti, sebbene qui l’estrema destra non si sia mai definita fascista. Il
maccartismo di ieri, proprio come i fanatici e guerrafondai del Tea
Party di oggi (Hilary Clinton, per esempio) difendono apertamente
le “libertà” – intese esclusivamente come quelle dei proprietari e dei
dirigenti del capitale monopolistico – contro “il governo”, sospetta-
to di cedere alle richieste delle vittime del sistema.
Un’ultima osservazione finale sui movimenti fascisti. Essi sem-
brano incapaci di sapere quando fermarsi nelle loro richieste. Il culto
del leader e l’obbedienza cieca, la acritica ed estrema valorizzazione

3 Per un ulteriore approfondimento, vedere Samir Amin, The Implosion of


Contemporary Capitalism [L’implosione del capitalismo contemporaneo],
New York: Monthly Review Press, 2013.
Samir Amin - Il ritorno al fascismo del capitalismo 51

delle costruzioni mitologiche pseudo-etniche o pseudo-religiose che


trasmettono fanatismo, il reclutamento di milizie per azioni violente
fanno del fascismo una forza difficile da controllare. Gli errori, an-
che al di là degli eccessi irrazionali nei termini degli interessi sociali
al cui servizio si pongono i fascisti, sono inevitabili. Hitler, che era
un autentico malato di mente, fu comunque in grado di costringere i
grandi capitalisti che lo avevano messo al potere a seguirlo nella sua
follia, conquistando anche l’ampio sostegno di un intero popolo.
Anche se è solo un caso estremo e Mussolini, Franco, Salazar, Pétain
non erano malati di mente, un grande numero di loro collaboratori
e seguaci non ha esitato a perpetrare azioni criminali.

Il fascismo nel Sud contemporaneo

L’integrazione dell’America Latina nel capitalismo globalizzato


nel XIX secolo si basava sullo sfruttamento dei contadini ridotti allo
status di “peones” e la loro sottomissione alle crudeli pratiche dei
grandi proprietari terrieri. Il sistema di Porfirio Diaz in Messico ne
è un buon esempio. L’approfondimento dell’integrazione nel XX
secolo ha prodotto la “modernizzazione della povertà”. L’esodo ru-
rale accelerato, più pronunciato e giunto prima in America Latina,
rispetto ad Asia e Africa, ha portato a nuove forme di povertà nelle
favelas urbane contemporanee, le quali sono andate a sostituire le
vecchie forme di povertà contadina. Contemporaneamente, le for-
me di controllo politico sulle masse sono state “modernizzate” con
l’istituzione di dittature, l’abolizione della democrazia elettorale, il
divieto dei partiti politici e dei sindacati e il conferimento ai servizi
segreti “moderni” di tutti i diritti di arrestare e torturare attraverso
le loro tecniche di intelligence. Chiaramente, queste forme di gestio-
ne politica sono analoghe a quelle del fascismo nei paesi a capita-
lismo dipendente in Europa orientale. Le dittature latinoamericane
del XX secolo si sono poste al servizio del blocco reazionario locale
(grandi latifondisti, borghesia compradora e talvolta le classi me-
die beneficiarie di questo tipo di lumpen-sviluppo), ma soprattutto
hanno servito il capitale straniero dominante, in questo caso degli
52 MarxVentuno n. 1-2/2018

Stati Uniti, che per tale ragione ha sostenuto queste dittature fino
alla loro caduta per via della recente esplosione dei movimenti po-
polari. La forza di questi movimenti e le conquiste sociali e demo-
cratiche che hanno imposto escludono, almeno nel breve termine, il
ritorno delle dittature para-fasciste. Ma il futuro è incerto: il conflit-
to tra il movimento delle classi lavoratrici e il capitalismo locale e
mondiale è appena iniziato. Come per tutti i tipi di fascismo, le dit-
tature dell’America Latina non evitano errori, alcuni dei quali sono
stati fatali. Penso, per esempio, a Jorge Rafael Videla, che è sceso in
guerra per le isole Malvine per capitalizzare il sentimento nazionale
argentino a proprio vantaggio.
A partire dagli anni 1980, il lumpen-sviluppo caratteristico della
diffusione generalizzata del capitalismo monopolistico ha sostitui-
to i sistemi nazionali populisti dell’epoca di Bandung (1955-1980),
in Asia e Africa4. Questo lumpen-sviluppo ha anche prodotto for-
me simili sia alla modernizzazione della povertà che a quella della
violenza repressiva. Gli eccessi dei sistemi post-nasseristi e post-ba-
athisti nel mondo arabo forniscono dei buoni esempi di ciò. Non
dobbiamo mettere insieme i regimi populisti nazionali dell’epoca
di Bandung e quelli dei loro successori, che sono saltati sul carro
del neoliberalismo globalizzato, perché entrambi “non democrati-
ci”. I regimi di Bandung, nonostante le loro pratiche politiche auto-
cratiche, hanno goduto di qualche legittimazione popolare sia per
i loro risultati effettivi, di cui hanno beneficiato la maggioranza dei
lavoratori, che per le loro posizioni antimperialiste. Le dittature che
seguirono persero questa legittimità non appena accettata la sotto-
missione al modello neoliberista globalizzato e il lumpen-sviluppo
che lo accompagna. L’autorità popolare e nazionale, anche se non
democratica, ha ceduto il passo alla violenza della polizia in quanto
tale, al servizio del progetto neoliberale, antipopolare e antinazio-
nale.
Le rivolte popolari recenti, a partire dal 2011, hanno messo in di-
scussione le dittature. Ma le dittature sono solo state messe in di-

4 Per la diffusione generalizzata di capitalismo monopolistico, ibid.


Samir Amin - Il ritorno al fascismo del capitalismo 53

scussione. Un’alternativa troverà i mezzi per giungere alla stabilità


solo in caso riesca a conciliare i tre obiettivi attorno a cui le rivolte
sono state mobilitate: la prosecuzione della democratizzazione della
società e della politica; le conquiste sociali progressiste e l’afferma-
zione della sovranità nazionale.
Ma siamo ancora lontani. Questo è il motivo per cui ci sono più
alternative possibili nel breve termine visibile. Ci può essere un pos-
sibile ritorno al modello nazionale popolare dell’epoca Bandung,
magari con un pizzico di democrazia, oppure una cristallizzazione
più pronunciata di un fronte democratico, popolare e nazionale, o
ancora un tuffo in una illusione rivolta al passato che, in questo con-
testo, assume la forma di una “islamizzazione” della politica e della
società.
Nel conflitto, molto confuso, fra queste tre possibili risposte alla
sfida, le potenze occidentali (Stati Uniti e suoi alleati subalterni eu-
ropei) hanno fatto la loro scelta: hanno dato sostegno preferenziale
ai Fratelli musulmani e/o altre organizzazioni “salafite” dell’islam
politico. La ragione è semplice ed evidente: queste forze politiche
reazionarie accettano di esercitare il loro potere all’interno del neo-
liberismo globalizzato (abbandonando così ogni prospettiva di giu-
stizia sociale e indipendenza nazionale). Questo è l’unico obiettivo
perseguito dalle potenze imperialiste.
Di conseguenza, il programma dell’islam politico appartiene al
tipo di fascismo trovato nelle società dipendenti. Infatti, condivi-
de con tutte le forme di fascismo due caratteristiche fondamenta-
li: 1) l’assenza di una messa in discussione degli aspetti essenziali
dell’ordine capitalistico (e in questo contesto ciò equivale a non con-
testare il modello di lumpen-sviluppo collegato alla diffusione del
capitalismo neoliberale globalizzato); 2) la scelta di forme anti-de-
mocratiche, da stato di polizia, di gestione politica (come ad esem-
pio il divieto di partiti e organizzazioni e l’islamizzazione forzata
della morale).
L’opzione anti-democratica delle potenze imperialiste (che smen-
tisce la retorica pro-democratica del diluvio propagandistico a cui
54 MarxVentuno n. 1-2/2018

siamo sottoposti), accetta quindi i possibili “eccessi” dei regimi isla-


mici in questione. Come altri tipi di fascismo e per le stesse ragioni,
questi eccessi sono iscritti nei “geni” del loro modo di pensare: sot-
tomissione indiscussa al leader, fanatica valorizzazione dell’adesio-
ne alla religione di Stato e la formazione di forze d’urto utilizzate
per imporre la sottomissione. In realtà, e questo si può già vedere, il
programma “islamista” fa progressi soltanto in un contesto di guer-
ra civile (fra sunniti e sciiti, tra gli altri) e provoca niente altro che
caos permanente. Questo tipo di potere islamico è, quindi, la ga-
ranzia che le società in questione resteranno assolutamente incapaci
di affermarsi sulla scena mondiale. È chiaro che gli Stati Uniti in
declino hanno rinunciato a ottenere qualcosa di meglio (un governo
locale stabile e sottomesso) in favore di questa “seconda scelta”.
Sviluppi analoghi e scelte simili possono trovarsi al di fuori del
mondo arabo-musulmano, come ad esempio nell’India induista. Il
Bharatiya Janata Party (BJP), che ha appena vinto le elezioni in In-
dia, è un partito religioso indù reazionario che accetta l’inclusione
del suo governo nel neoliberismo globalizzato. È il garante che l’In-
dia, sotto il suo governo, si ritirerà dal progetto di essere una poten-
za emergente. Descriverlo come fascista, poi, non è davvero forzare
troppo la realtà.
In conclusione, il fascismo è tornato in Occidente, Oriente e nel
Sud e questo ritorno è naturalmente connesso alla diffusione della
crisi sistemica del capitalismo monopolistico generalizzato, finan-
ziarizzato e globalizzato. Il ricorso effettivo o anche potenziale ai
servigi del movimento fascista da parte dei centri dominanti di
questo sistema in difficoltà richiede la massima vigilanza da parte
nostra. Questa crisi è destinata a peggiorare e, di conseguenza, la
minaccia di ricorrere a soluzioni fasciste diventerà un pericolo con-
creto. Il sostegno di Hillary Clinton ai guerrafondai di Washington
non fa ben sperare per il futuro immediato.
Samir Amin - Rivoluzione o decadenza? 55

Rivoluzione o decadenza?
Pensieri sulla transizione tra i modi di produzione
in occasione del bicentenario della nascita di Marx1

Samir Amin

Abstract
A partire da Marx ed Engels, attraverso le esperienze della socialde-
mocrazia tedesca e della rivoluzione russa, il movimento operaio e so-
cialista ha sostenuto che una serie di rivoluzioni si sarebbero verificate
a iniziare dai paesi a capitalismo avanzato. Tuttavia, negli ultimi 75
anni la storia ha modificato radicalmente lo scenario: oggi, la prospetti-
va rivoluzionaria sembra molto remota nel centro del sistema economi-
co mondiale e più probabile nelle periferie meno sviluppate. Un’analisi
del sistema imperialista contemporaneo e delle precedenti epoche deve
fondarsi sul concetto di sviluppo ineguale e sullo studio comparato della
crisi e della transizione tra modi di produzione. Dalla caduta dell’im-
pero romano all’attuale crisi del sistema capitalistico, nello studio delle
transizioni da un modo di produzione all’altro nelle diverse epoche, si
può tracciare una linea di demarcazione tra fasi storiche “di decadenza”
e “rivoluzionarie”. La rivoluzione socialista con cui abbiamo a che fare
nella nostra epoca, che nasce dalle periferie ma da cui il centro non è
necessariamente immune, è di tipo decadente o rivoluzionario?

1 Revolution or Decadence? Thoughts on the Transition between Modes of Production


on the Occasion of the Marx Bicentennial, in “Monthly Review”, 1° Maggio
2018, https://monthlyreview.org/2018/05/01/revolution-or-decadence/
56 MarxVentuno n. 1-2/2018

Introduzione
Karl Marx è un gigante del pensiero, non solo per il dicianno-
vesimo secolo, ma ancora di più per comprendere il nostro tempo.
Nessun altro tentativo di sviluppare una comprensione della so-
cietà è stato tanto fertile, ammesso che i “marxisti” andassero oltre
la “marxologia” (il limitarsi a ripetere ciò che Marx aveva potuto
scrivere in relazione al proprio tempo) e invece perseguissero il suo
metodo in accordo con i nuovi sviluppi storici. Lo stesso Marx ha
continuamente sviluppato e rivisto le sue opinioni nel corso della
sua vita.
Marx non ha mai ridotto il capitalismo a un nuovo modo di pro-
duzione, ma ha considerato tutte le dimensioni della moderna so-
cietà capitalista, capendo che la legge del valore non regola solo l’ac-
cumulazione capitalistica, ma governa tutti gli aspetti della civiltà
moderna. Questa visione unica gli ha permesso di offrire il primo
approccio scientifico relativo ai rapporti sociali nel più ampio am-
bito dell’antropologia. In tale prospettiva, egli ha incluso nelle sue
analisi ciò che oggi viene chiamato “ecologia”, riscoperta un secolo
dopo Marx. John Bellamy Foster, meglio di chiunque altro, ha sa-
pientemente sviluppato questa prima intuizione di Marx.
Io ho dato la priorità ad un’altra intuizione di Marx, legata al fu-
turo della globalizzazione. Dalla mia tesi di dottorato nel 1957 al
mio ultimo libro, ho dedicato i miei sforzi allo sviluppo ineguale
derivante da una formulazione globalizzata della legge dell’accu-
mulazione. Ne ho tratto una spiegazione per le rivoluzioni in nome
del socialismo sorte nelle periferie del sistema globale. Il contributo
di Paul Baran e Paul Sweezy, con l’introduzione del concetto di sur-
plus, è stato decisivo nel mio tentativo.
Condivido anche un’altra intuizione di Marx, espressa chiara-
mente nel 1848 e ulteriormente riformulata fino ai suoi ultimi scrit-
ti, secondo cui il capitalismo rappresenta solo una breve parentesi
nella storia: la sua funzione storica è quella di aver creato in poco
tempo (un secolo) le condizioni che richiedono di andare oltre, nel
comunismo, inteso come uno stadio superiore della civiltà.
Samir Amin - Rivoluzione o decadenza? 57

Marx afferma nel Manifesto (1848) che la lotta di classe finisce


sempre “o con una trasformazione rivoluzionaria della società in
generale o con la comune rovina delle classi in lotta”. Questa frase è
stata al centro del mio pensiero per molto tempo.
Per questo motivo offro le mie riflessioni su “Rivoluzione o deca-
denza?”, il capitolo conclusivo del mio prossimo libro per il bicente-
nario della nascita di Marx.
1

Il movimento operaio e socialista si è basato sull’idea di una serie


di rivoluzioni che sarebbero iniziate nei paesi a capitalismo avanza-
to. Dalle critiche che Marx e Friedrich Engels fecero dei programmi
della socialdemocrazia tedesca alle conclusioni che il bolscevismo
ha tratto dall’esperienza della rivoluzione russa, il movimento ope-
raio e socialista non ha mai concepito la transizione al socialismo su
scala mondiale in nessun altro modo.
Tuttavia, negli ultimi settantacinque anni la trasformazione del
mondo ha preso altre strade. La prospettiva della rivoluzione è
scomparsa dagli orizzonti dell’Occidente avanzato, mentre le ri-
voluzioni socialiste si sono limitate alla periferia del sistema. Esse
hanno inaugurato sviluppi di un’ambiguità sufficiente perché alcu-
ni le vedessero solo come una fase dell’espansione del capitalismo
a livello mondiale. Un’analisi del sistema in termini di sviluppo
ineguale tenta di dare una risposta diversa. Partendo dal sistema
imperialista contemporaneo, questa analisi ci obbliga anche a con-
siderare la natura e il significato di uno sviluppo ineguale nelle pre-
cedenti fasi storiche.
La storia comparata della transizione da un modo di produzione
a un altro richiede di porre la questione della modalità della tran-
sizione in termini generali e teorici. Quindi, le somiglianze tra la
situazione attuale e l’epoca della caduta dell’impero romano han-
no portato quegli storici che non sono propugnatori del materia-
lismo storico a tracciare paralleli tra le due situazioni. D’altra par-
te, una certa interpretazione dogmatica del marxismo ha usato la
terminologia del materialismo storico per oscurare il pensiero su
58 MarxVentuno n. 1-2/2018

questo tema. Così gli storici sovietici parlavano della “decadenza di


Roma”, mentre proponevano la “rivoluzione socialista” come l’u-
nico modo di istituire nuovi rapporti di produzione in luogo dei
rapporti capitalistici. La seguente analisi comparata della forma e
del contenuto delle crisi nel mondo antico e di quelle capitalistiche
nei rapporti di produzione affronta questo problema. Le differenze
tra queste due crisi giustificano il fatto che se ne tratti una in termini
di “decadenza” e l’altra in termini di “rivoluzione”?
Il mio argomento principale è che esiste un parallelo preciso tra
queste due crisi. In entrambi i casi, il sistema è in crisi perché la cen-
tralizzazione del surplus che organizza è eccessiva, cioè è in antici-
po rispetto ai rapporti di produzione che ne sono alla base. Quindi,
lo sviluppo delle forze produttive nella periferia del sistema richie-
de la rottura del sistema e la sostituzione con un sistema decentra-
lizzato per la raccolta e l’utilizzo del surplus.

La tesi più comunemente accettata nel materialismo storico è


quella della successione di tre modi di produzione: il modo schia-
vistico, il modo feudale e il modo capitalistico. In questo quadro, la
decadenza di Roma sarebbe solo l’espressione della transizione dal-
la schiavitù alla servitù. Rimarrebbe ancora da spiegare perché non
si parli di una “rivoluzione feudale” mentre si parla di rivoluzioni
borghesi e socialiste.
Rilevo di questa formulazione centrata sull’Occidente l’eccessiva
generalizzazione delle caratteristiche specifiche della storia dell’Oc-
cidente e il rigetto della storia di altri popoli in tutte le sue particola-
rità. Scegliendo di derivare le leggi del materialismo storico dall’e-
sperienza universale, ho proposto una formulazione alternativa di
un modo di produzione precapitalistico, il modo tributario, al quale
tendono tutte le società di classe. La storia dell’Occidente – la co-
struzione dell’antichità romana, la sua disintegrazione, la creazione
dell’Europa feudale e, infine, la cristallizzazione degli stati assoluti
nel periodo mercantilista – esprime quindi in una forma particolare
Samir Amin - Rivoluzione o decadenza? 59

la stessa tendenza fondamentale che altrove si esprime nella costru-


zione meno discontinua di stati completi e tributari, di cui la Cina
è l’espressione più forte. Il modo di produzione schiavistico non è
universale, come lo sono i modi tributario e capitalistico; è partico-
lare e appare strettamente in relazione all’estensione dei rapporti
mercantili. Inoltre, la modalità feudale è la forma primitiva e incom-
pleta della modalità tributaria.
Questa ipotesi vede l’istituzione e la successiva disintegrazione
di Roma come un tentativo prematuro di costruzione tributaria. Il
livello di sviluppo delle forze produttive non ha richiesto la centra-
lizzazione tributaria sulla scala dell’impero romano. Questo primo
tentativo fallito fu quindi seguito da una transizione forzata attra-
verso la frammentazione feudale, sulla base della quale la centraliz-
zazione fu ancora una volta ripristinata nel quadro delle monarchie
assolute dell’Occidente. Solo allora il modo di produzione in Oc-
cidente si avvicinò al modello tributario completo. Inoltre, fu solo
a partire da questa fase che il precedente livello di sviluppo delle
forze produttive in Occidente raggiunse quello del modo tributario
completo della Cina imperiale; non è certo una coincidenza.
L’arretratezza dell’Occidente, espressa dall’aborto di Roma e dal-
la frammentazione feudale, gli ha certamente dato il suo vantaggio
storico. In effetti, la combinazione di elementi specifici dell’antico
modo tributario e dei modi comunitari barbarici caratterizzò il feu-
dalesimo e diede all’Occidente la sua flessibilità. Ciò spiega la velo-
cità con cui l’Europa è passata attraverso la fase tributaria completa,
superando rapidamente il livello di sviluppo delle forze produttive
dell’Occidente e passando al capitalismo. Questa flessibilità e velo-
cità contrastano con l’evoluzione relativamente rigida e lenta delle
modalità tributarie complete dell’Oriente.
Indubbiamente il caso romano-occidentale non è l’unico esempio
di una costruzione tributaria fallita. Possiamo identificare almeno
altri tre casi di questo tipo, ciascuno con le sue condizioni specifiche:
il caso bizantino-arabo-ottomano, il caso indiano, il caso mongolo.
In ognuno di questi casi, i tentativi di installare sistemi di centralizza-
zione tributari erano troppo in anticipo rispetto alle condizioni di svi-
60 MarxVentuno n. 1-2/2018

luppo delle forze produttive perché li si potesse istituire saldamente.


In ciascun caso, le forme di centralizzazione erano probabilmente
combinazioni specifiche di mezzi statali, para-feudali e mercantili.
Nello stato islamico, ad esempio, la centralizzazione mercantile ha
svolto il ruolo decisivo. Successivi fallimenti indiani devono essere
collegati ai contenuti dell’ideologia indù, che ho contrapposto al con-
fucianesimo. Per quanto riguarda la centralizzazione dell’impero di
Gengis Khan, essa fu, come sappiamo, di brevissima durata.

Il sistema imperialistico contemporaneo è anche un sistema di cen-


tralizzazione del surplus su scala mondiale. Questa centralizzazione
opera sulla base delle leggi fondamentali del modo capitalistico e nel-
le condizioni del suo dominio sui modi precapitalistici della periferia
assoggettata. Ho formulato la legge dell’accumulazione del capitale
su scala mondiale come forma di espressione della legge del valore
che opera su questa scala. Il sistema imperialistico per la centraliz-
zazione del valore è caratterizzato dall’accelerazione dell’accumula-
zione e dallo sviluppo delle forze produttive nel centro del sistema,
mentre nella periferia queste sono trattenute e deformate. Sviluppo e
sottosviluppo sono due facce della stessa medaglia.
Così possiamo vedere che un ulteriore sviluppo delle forze pro-
duttive nella periferia richiede la distruzione del sistema imperialisti-
co di centralizzazione del surplus. Una fase necessaria di decentraliz-
zazione, l’avvio della transizione socialista all’interno delle nazioni,
deve precedere la riunificazione ad un livello più alto di sviluppo,
che costituirebbe una società planetaria senza classi. Questa tesi cen-
trale ha diverse conseguenze per la teoria e la strategia della transi-
zione socialista.
Nella periferia, la transizione socialista non è distinta dalla libe-
razione nazionale. È diventato chiaro che quest’ultima è impossibile
sotto la guida borghese locale, e perciò essa costituisce una fase de-
mocratica nel processo di una rivoluzione ininterrotta a tappe guida-
te dalle masse contadine e operaie. Questa fusione degli obiettivi del-
la liberazione nazionale e del socialismo genera a sua volta una serie
Samir Amin - Rivoluzione o decadenza? 61

di nuovi problemi che dobbiamo valutare. Poiché l’enfasi si sposta


da un aspetto all’altro, il movimento reale della società si alterna tra
progresso e regresso, ambivalenze e alienazione, in particolare nella
forma nazionalista. Anche in questo caso possiamo fare un paragone
con l’atteggiamento dei barbari nei confronti dell’Impero Romano:
essi erano ambivalenti nei suoi confronti, in particolare nella loro imi-
tazione formale, persino servile, del modello romano contro cui si
rivoltavano.
Allo stesso tempo, si intensifica il carattere parassitario della so-
cietà del centro. In alcuni casi, i tributi imperiali hanno corrotto i ple-
bei e paralizzato la loro rivolta. Nelle società del centro imperialista,
una parte crescente della popolazione beneficia di un’occupazione
improduttiva e di posizioni privilegiate, entrambe concentrate lì da-
gli effetti della disuguale divisione internazionale del lavoro. È quin-
di più difficile immaginare il disimpegno dal sistema imperialistico
e la formazione di un’alleanza antimperialista capace di rovesciare
l’alleanza egemonica e inaugurare la transizione al socialismo.

L’introduzione di nuovi rapporti di produzione sembra più facile


nella periferia che nel centro del sistema. Nell’impero romano, i rap-
porti feudali presero rapidamente piede in Gallia e in Germania, ma
solo lentamente in Italia e in Oriente. È stata Roma a inventare la ser-
vitù della gleba che ha sostituito la schiavitù, ma l’autorità feudale si
è sviluppata altrove e i rapporti feudali non si sono mai pienamente
sviluppati nella stessa Italia.
Oggi il sentimento di rivolta latente contro i rapporti capitalistici
è molto forte al centro, ma è impotente. Le persone vogliono “cam-
biare la loro vita” ma non riescono nemmeno a cambiare il governo.
Quindi il progresso si verifica nell’ambito della vita sociale più che
nell’organizzazione della produzione e dello Stato. La rivoluzione
silenziosa dello stile di vita, la rottura della famiglia, il crollo dei va-
lori borghesi dimostrano questo aspetto contraddittorio del processo.
Nella periferia, le abitudini e le idee sono spesso molto meno avanza-
te, ma nondimeno gli Stati socialisti sono stati istituiti lì.
62 MarxVentuno n. 1-2/2018

La tradizione marxista volgare ha prodotto una riduzione mecca-


nicistica della dialettica del cambiamento sociale. La rivoluzione – il
cui contenuto oggettivo è l’abolizione dei vecchi rapporti di produ-
zione e la creazione di nuovi rapporti, condizione preliminare per
l’ulteriore sviluppo delle forze produttive – è trasformata in una leg-
ge naturale: l’applicazione all’ambito della società della legge in cui
la quantità diventa qualità. La lotta di classe rivela questa necessità
oggettiva: solo l’avanguardia – il partito – è al di sopra della mischia,
fa e domina la storia, è esente da alienazione. Il momento politico
che definisce la rivoluzione è quello in cui l’avanguardia conquista
lo Stato. Lo stesso leninismo non è del tutto privo del riduzionismo
positivista del marxismo della Seconda Internazionale.
Questa teoria che separa l’avanguardia dalla classe non è applicabile alle
rivoluzioni del passato. La rivoluzione borghese non ha assunto que-
sta forma: in essa la borghesia ha cooptato la lotta dei contadini contro
i signori feudali. L’ideologia che le ha permesso di fare questo, lungi
dall’essere un mezzo di manipolazione, era a sua volta alienante. In que-
sto senso, non esisteva una “rivoluzione borghese” – il termine stesso è
un prodotto dell’ideologia borghese – ma solo una lotta di classe guidata
dalla borghesia o, al massimo, in alcuni casi una rivoluzione contadina
cooptata dalla borghesia. Ancor meno possiamo parlare della “rivolu-
zione feudale”, laddove la transizione è stata fatta inconsciamente.
La rivoluzione socialista sarà di un tipo diverso, presupponendo
una coscienza non alienata, perché mirerà per la prima volta all’abo-
lizione di ogni sfruttamento e non alla sostituzione di nuove forme
di sfruttamento alle vecchie. Ma ciò sarà possibile solo se l’ideolo-
gia che la anima diventerà qualcosa di diverso dalla consapevolezza
delle esigenze dello sviluppo delle forze produttive. Niente lascia
intendere, infatti, che il modo di produzione statalista, come nuova
forma di rapporti di sfruttamento, non sia una possibile risposta alle
esigenze di questo sviluppo.

Solo gli uomini fanno la storia. Né gli animali né gli oggetti inanima-
ti controllano la propria evoluzione: sono soggetti ad essa. Il concetto
Samir Amin - Rivoluzione o decadenza? 63

di prassi è appropriato in riferimento alla società, come espressione


della sintesi del determinismo e dell’intervento umano. Anche la re-
lazione dialettica tra struttura e sovrastruttura è propria della società
e non ha equivalenti in natura. Questa relazione non è unilaterale. La
sovrastruttura non è il riflesso dei bisogni della struttura. Se lo fosse,
la società sarebbe sempre alienata e non vedo in che modo potrebbe
essere liberata.
Questo è il motivo per cui propongo di distinguere tra due qualita-
tivamente diversi tipi di transizione da un modo produzione all’altro.
Quando la transizione è fatta inconsciamente o da una coscienza alie-
nata, cioè quando le classi che animano l’ideologia non permettono
ad essa di dominare il processo di cambiamento, quest’ultimo sembra
operare come un cambiamento naturale, l’ideologia sembra far parte
della natura. Per questo tipo di transizione possiamo applicare l’e-
spressione “modello di decadenza”. Al contrario, se e solo se l’ideolo-
gia esprime la dimensione totale e reale del cambiamento desiderato,
possiamo parlare di rivoluzione.
La rivoluzione socialista con cui abbiamo a che fare nella nostra
epoca è di tipo decadente o rivoluzionario? Senza dubbio non pos-
siamo ancora rispondere a questa domanda in modo definitivo. Sotto
certi aspetti, la trasformazione del mondo moderno ha incontestabil-
mente un carattere rivoluzionario come sopra definito. La Comune di
Parigi e le rivoluzioni in Russia e Cina (e in particolare la Rivoluzione
Culturale) sono state momenti di intensa coscienza sociale de-aliena-
ta. Ma non siamo impegnati in un altro tipo di transizione? Le diffi-
coltà che rendono oggi quasi inconcepibile lo sganciamento dei paesi
imperialisti e l’impatto negativo che ciò provoca sui paesi periferici
che seguono la via socialista (che porta a possibili restaurazioni ca-
pitalistiche, evoluzioni verso una modalità statalista, regresso, alie-
nazione nazionalista, ecc.) rimettono in questione il vecchio modello
bolscevico.
Qualcuno vi si è rassegnato e crede che il nostro non sia il tem-
po di una transizione socialista ma di un’espansione mondiale del
capitalismo che, a partire da questo “piccolo angolo d’Europa”, ab-
bia appena iniziato a estendersi verso sud e verso est. Alla fine di
64 MarxVentuno n. 1-2/2018

questo spostamento, la fase imperialistica sembrerebbe non essere


l’ultima, la suprema fase del capitalismo, ma una fase di transizio-
ne verso il capitalismo universale. E anche se si continua a credere
che la teoria leninista dell’imperialismo sia vera e che la liberazione
nazionale faccia parte della rivoluzione socialista e non della rivolu-
zione borghese, non sarebbero possibili eccezioni, cioè l’apparizione
di nuovi centri capitalistici? Questa teoria enfatizza le restaurazioni o
le evoluzioni verso una modalità statalista nei paesi orientali, carat-
terizzando come processi oggettivi di espansione capitalistica quelle
che erano solo rivoluzioni pseudo-socialiste. Qui il marxismo appare
come un’ideologia alienante che maschera il vero carattere di questi
sviluppi.
I sostenitori di questa tesi credono che dobbiamo aspettare che il
livello di sviluppo delle forze produttive al centro sia capace di dif-
fondersi in tutto il mondo prima che la questione dell’abolizione del-
le classi possa davvero essere messa all’ordine del giorno. Gli europei
dovrebbero quindi acconsentire alla creazione di un’Europa sopra-
nazionale in modo che la sovrastruttura statale possa essere adattata
alle forze produttive. Senza dubbio sarà necessario attendere l’isti-
tuzione di uno stato planetario corrispondente al livello delle forze
produttive su scala mondiale, prima che si ottengano le condizioni
oggettive per la sua sostituzione.
Altri, e io stesso con loro, vedono le cose in modo diverso. La ri-
voluzione ininterrotta per tappe è ancora all’ordine del giorno per la
periferia. Le restaurazioni nel corso della transizione socialista non
sono irrevocabili. E fratture del fronte imperialista non sono inconce-
pibili negli anelli deboli del centro.
Andrea Catone - A Samir Amin 65

A Samir Amin

Andrea Catone

Pechino, 5 Maggio 2018, grandissima sala gremita di giovani e


anziani, cinesi e di tutto il mondo. Samir Amin tiene in seduta ple-
naria la sua conferenza per il grande convegno dedicato a Marx a
200 anni dalla nascita, organizzato dall’università cinese con oltre
330 relatori.
È l’ultima volta che lo incontro: vivace e cordiale come sempre,
nulla lascia presagire che ci avrebbe lasciati entro qualche mese.
Scambiamo qualche battuta sulla situazione italiana e sull’emergere
di movimenti di massa reazionari, di tipo fascista, che egli osserva
crescere nelle società europee come conseguenza della crisi capita-
listica. Su questo egli scriveva già da alcuni anni diversi articoli e
saggi, come quello pubblicato dalla “Monthly Review” nel 2014, The
Return of Fascism in Contemporary Capitalism, che abbiamo voluto ri-
proporre in questo numero della nostra rivista.
A Pechino e in Cina Samir era quasi di casa, partecipe più volte
ai forum internazionali che in autunno il World Socialism Studies
Center della Chinese Academy of Social Sciences organizza con ca-
denza ormai annuale, o ai convegni marxisti che diversi istituti ci-
nesi promuovono con sempre maggiore frequenza e ampiezza. Allo
straordinario sviluppo del socialismo con caratteristiche cinesi e al
ruolo fondamentale che la Repubblica Popolare Cinese può svolge-
re e svolge nel mondo nel percorso di emancipazione dell’umanità,
66 MarxVentuno n. 1-2/2018

Samir Amin, direttore del Forum del Terzo Mondo con sede in Se-
negal, a Dakar, guardava con crescente interesse e vicinanza negli
ultimi anni, senza risparmiare alcuni rilievi critici e note di messa
in guardia in merito ai rapporti di produzione e di proprietà e al
rapporto città/campagna. Riportiamo qui le sue interessanti osser-
vazioni sul 19° Congresso del Partito Comunista Cinese, svoltosi
nell’ottobre 2017.
Samir Amin è ben noto ai compagni, ai militanti, agli studiosi
italiani sin dagli anni 1960-70, quando, da posizioni marxiste, leni-
niste e maoiste elabora la strategia dello “sganciamento” dei paesi
economicamente dipendenti dal sistema dell’imperialismo mon-
diale, proponendo uno “sviluppo autocentrato”. Sin da quei primi
importanti contributi emergeva una delle direttrici di fondo della
sua ricerca militante, e scrivo “ricerca militante” pour cause: Samir
non è stato mai un teorico fine a se stesso, ma un intellettuale marxi-
sta militante, un organizzatore politico, un promotore di iniziative,
un compagno attivamente impegnato sul fronte della lotta politica,
sociale, culturale. Egli ha sempre tenuto ferma la barra dell’analisi
marxista, ha sempre provato a leggere e interpretare il mondo – per
cambiarlo – con le lenti di Marx, di un marxismo non dogmatico e
non settario, ma sempre ben saldo, acuto e vigile nei suoi presup-
posti e nel suo sistema teorico, anche quando ne proponeva aggior-
namenti di analisi e categorie, soprattutto in relazione al sistema
mondiale dell’imperialismo e alla crisi economica del sistema capi-
talistico mondiale dei “monopoli generalizzati”.
Per la sua personale storia e formazione Samir è stato un intel-
lettuale marxista antimperialista in lotta per l’emancipazione dei
popoli sottoposti al giogo coloniale e semicoloniale, o allo scambio
ineguale imposto dall’imperialismo occidentale, e, al contempo, un
intellettuale marxista che era di casa a Parigi e nei principali centri
dell’Occidente. Sotto questo aspetto godeva del raro privilegio di
poter avere uno sguardo sul mondo dal “Sud” e dal “Nord”, con
Andrea Catone - A Samir Amin 67

una prospettiva complessa e complessiva, che si traduceva in indi-


cazioni strategiche. Era un intellettuale militante che ha conserva-
to sino all’ultimo giorno la consapevolezza della necessità, per un
marxista, di una strategia di lungo termine; era un militante che non
intendeva perdersi nei meandri della tattica del giorno per giorno.
Era uno studioso di economia e di teoria economica, ma ha tratta-
to sempre questa disciplina come la trattava Marx, al quale nulla di
umano era estraneo: non in termini strettamente specialistici. I suoi
numerosissimi scritti erano a un tempo economia, storia, politica,
filosofia.
È stato presente, attivo e vigile sulla scena del mondo da oltre
60 anni, con la sua passione comunista durevole, con la sua verve
brillante e a tratti polemica, e, al tempo stesso, con una straordina-
ria disponibilità all’ascolto e al confronto, per meglio comprendere
questo mondo in rapida trasformazione, con le sue sfide, le sue pos-
sibilità e i suoi grandi rischi.
Ha scritto moltissimo, direttamente nelle lingue che dominava,
dall’arabo al francese all’inglese. Avremo modo in altra occasio-
ne di dar conto ai nostri lettori della sua sterminata produzione.
Collaborava con molte riviste in tutto il mondo. “l’ernesto” e poi
“MarxVentuno”, nonché il sito marx21.it hanno ospitato numerosi
testi che egli ci inviava di norma in francese, talora in inglese, e ci
proponeva di tradurre e pubblicare. Nel settembre scorso è uscito
per le Edizioni MarxVentuno il suo libro (apparso contemporanea-
mente in diverse altre lingue nel mondo) dedicato ad una riflessione
sulla rivoluzione bolscevica e alle prospettive future del movimento
operaio e di emancipazione dei popoli sottoposti al giogo imperiali-
stico: Ottobre 17: ieri e domani.
68 MarxVentuno n. 1-2/2018

Riflessioni sulla Cina dopo il 19° Congresso


del Partito Comunista1

Samir Amin

Abstract
La Cina è impegnata in un doppio progetto che mira, da un lato, a costruire
un sistema produttivo industriale completo, coerente e articolato sul rin-
novamento dell’agricoltura contadina e, dall’altro, cerca di trarre vantag-
gio dal suo essere inserito nella globalizzazione capitalista contemporanea.
Questo progetto è conflittuale per natura, ma se il potere decisionale del
Pcc e dello Stato prende le misure lucidamente, diventa possibile supe-
rare la contraddizione in questione. Ma per ciò è necessario che il potere
conservi e rafforzi la sua capacità di controllare l’inserimento della Cina
nella globalizzazione imperialista e che rispetti e anche favorisca le capa-
cità di resistenza delle classi popolari alle devastazioni del capitalismo. Al
riguardo, la lettura dei documenti del 19° Congresso riassicura l’autore.

1.

La rivoluzione cinese è una grande rivoluzione perché ha iscrit-


to i suoi obiettivi principali (liberare la Cina dalla dominazione
dell’imperialismo, del feudalesimo e della borghesia compradora)
nella lunga transizione al comunismo.

1 http://samiramin1931.blogspot.com/2017/11/salir-amin-partir-des-do-
cuments-du-xix.html, 22 novembre 2017.
Samir Amin - Riflessioni dopo il 19° Congresso del Pcc 69

A. Il comunismo è una fase superiore della civilizzazione, fon-


dato sul principio della solidarietà (degli individui e delle nazioni)
che si sostituisce a quello della competizione. La socializzazione
attraverso la pratica della democrazia succede a quella fonda-
ta sulla sottomissione ai meccanismi del mercato. La liberazione
degli esseri umani dall’alienazione mercantile e dal loro assog-
gettamento al potere sostituisce la sovranità della nuova istanza
culturale a quella dello Stato e permette il suo deperimento. Il
comunismo è “un’utopia creatrice”: l’utopia di oggi, diventerà la
realtà di domani.

B. Il progetto comunista è un progetto universale. Non è quello di


alcuni popoli particolari la cui eccezionale eredità culturale avrebbe
preparato la capacità di immaginarne la realizzazione. È il progetto
dell’umanità intera.
Questo carattere universale non significa che il comunismo fab-
bricherà individui tutti simili gli uni agli altri, nazioni che non si
distinguono più le une dalle altre. Al contrario, comunismo è sino-
nimo della più grande diversità, a vantaggio di una creatività senza
precedenti nella storia.
In questo senso ogni tappa della lunga transizione socialista,
quindi il comunismo stesso, deve essere associato ai caratteri propri
di ogni popolo. Il socialismo sarà sempre e ovunque coi colori della
Cina, della Russia, della Francia, dell’Egitto ecc. Il richiamo a questa
volontà da parte del PCC (il socialismo con caratteristiche cinesi)
deve essere sostenuto; è positivo.

2.

Il percorso storico della Cina è notevole. In anticipo sugli altri la


Cina ha costituito la massa demografica più importante organizzata
in società di uno Stato. Era ai primi posti per la diversità e la qualità
dei suoi prodotti e l’efficienza nella loro produzione. Ha inventato
alcuni degli elementi fondamentali per progredire nella moderniz-
70 MarxVentuno n. 1-2/2018

zazione del mondo: la laicità, la gestione dei servizi pubblici attra-


verso la meritocrazia. Pertanto costituiva per le monarchie assolute
europee del 18° secolo un modello da imitare.
Tuttavia, questo modello ha iniziato a vacillare a partire dal
18° secolo e con la rivoluzione industriale europea del 19° secolo
la Cina affonderà nella condizione di paese dominato. Il suo po-
polo intraprese molto presto la nuova via rivoluzionaria, di cui è
testimonianza la Rivolta dei Taiping, antenata del maoismo. An-
che le classi dirigenti hanno tentato di resistere alla loro manie-
ra (le riforme dell’imperatrice Tseu Hi, la rivoluzione del 1911).
Sono stati i cannoni della flotta britannica e non la competitività
superiore dell’industria inglese, ad aprire la Cina alla sovranità
imperialista. La Cina deve al marxismo e alla sua sinizzazione
avviata da Mao l’esito felice della sua lotta e il trionfo della sua
rivoluzione.
L’ambizione del popolo cinese, sostenuta dal suo Stato dal 1950
fino ad oggi, è di vedere la Cina giungere al livello di potenza in-
dipendente, rispettata, attore attivo nel forgiare il mondo, offrire al
suo popolo condizioni di vita onorevoli rese possibili dal progresso
della scienza moderna.
Questa ambizione è legittima e deve essere sostenuta da tutti i
popoli del Pianeta.

3.

Dal 1950 la Cina si è impegnata sulla via della lunga transizione


socialista.

A. Il percorso scelto dal popolo e dallo Stato cinese è ovviamente


singolare, in risposta alla sfida della “costruzione del socialismo in
un solo paese”, poiché la lunga transizione socialista non può essere
altro che il prodotto di progressi successivi e diversi da un paese
all’altro. Non è mai stato altrimenti, né nel passato storico, né nel
presente e nel futuro visibile. L’umanità non è mai progredita e non
progredirà mai ad un ritmo uguale per tutti; non ci sarà mai una “ri-
Samir Amin - Riflessioni dopo il 19° Congresso del Pcc 71

voluzione mondiale” che dispensi coloro che possono fare un passo


avanti, dal farlo da soli (errore dei trotskisti su questo argomento).

B. La transizione socialista cinese è passata per tappe successive


dal 1950 fino ad oggi.
La prima tappa si è conclusa con la vittoria di una rivoluzione
popolare e democratica condotta da un partito autenticamente co-
munista nel suo progetto, una rivoluzione che è stata capace di coin-
volgere la maggiore forza principale nella società, i contadini, nel
lungo processo di trasformazione del paese. Per questa ragione Mao
ha detto di questa rivoluzione che era “popolare e democratica” e
non “borghese e democratica”; e questa distinzione conserva il suo
carattere decisivo per il presente e il futuro.
I momenti successivi al periodo maoista e post maoista sono stati
contrassegnati da progressi e talvolta da battute d’arresto, che devo-
no essere riconosciuti. Non può essere altrimenti nella lotta storica
di lunga durata intrapresa dalla Cina dal 1950.
Spetta al 19° Congresso e al Presidente Xi Jinping l’onore di avere
riconosciuto la continuità di questa storia e di avere rotto con la re-
torica dei discorsi che spesso si sentono, secondo i quali il periodo
maoista sarebbe stato tessuto di errori continui e fondamentali e che
è la rottura conseguente alla morte di Mao che sarebbe all’origine
del successo della Cina contemporanea.

C. In tutte le fasi del suo sviluppo la via cinese è stata affrontata –


e rimane tale – con due grandi sfide che richiedono risposte efficaci
e corrette per ciascuno dei suoi momenti successivi: (i) la sfida po-
sta dall’associazione dei contadini ai possibili progressi della lunga
transizione socialista; (ii) la sfida posta dall’ostilità del sistema ca-
pitalista mondiale manifesto nei confronti del progresso della Cina.
La Cina è riuscita a rispondere generalmente in modo corretto a
queste sfide. Mao ha saputo trarre le lezioni dalla sfortunata espe-
rienza sovietica, impantanata e incapace di riformarsi, condannata
pertanto alla restaurazione pura e semplice del capitalismo. Mao e i
72 MarxVentuno n. 1-2/2018

suoi successori sono stati capaci di immaginare strategie nuove che


sono risultate efficaci.

D. La Cina ormai è impegnata in un doppio progetto che mira,


da un lato, a costruire un sistema produttivo industriale completo,
coerente e articolato sul rinnovamento dell’agricoltura contadina
e, dall’altro, cerca di trarre vantaggio dal suo essere inserito nella
globalizzazione capitalista contemporanea. Questo progetto è con-
flittuale per natura, anche se probabilmente costituisce la sola alter-
nativa possibile nelle condizioni del mondo contemporaneo. Certa-
mente lascia la via aperta al rafforzamento di tendenze capitaliste
che operano nella società. Tuttavia, se il potere decisionale del PC e
dello Stato prende le misure lucidamente, diventa possibile supera-
re la contraddizione in questione. Ma per ciò è necessario: a) che il
potere conservi e rafforzi la sua capacità di controllare l’inserimento
della Cina nella globalizzazione imperialista ostile (e in particolare
rifiuti l’inserimento dell’economia cinese nella globalizzazione fi-
nanziaria); e b) che rispetti e anche favorisca le capacità di resistenza
delle classi popolari alle devastazioni del capitalismo.
Al riguardo, la mia lettura dei documenti del 19° Congresso mi
riassicura. Tuttavia solo gli sviluppi futuri potranno provare che le
risoluzioni del Congresso saranno effettivamente attuate.
Francesco Maringiò - Il socialismo cinese entra in una nuova era 73

Il socialismo cinese entra in una nuova era


Appunti sugli insegnamenti marxisti
nel rapporto politico di Xi Jinping al 19° Congresso del Pcc
Francesco Maringiò1

Abstract

Si apre una fase nuova per la storia della Cina e dello sviluppo dell’ideologia
cardine del Pcc, il socialismo con caratteristiche cinesi. La relazione di Xi se-
gna la svolta teorica del 19º Congresso Nazionale. “La Cina continuerà a por-
tare avanti un progetto di sviluppo che mette l’essere umano al centro, ponen-
dosi come obiettivo strategico la ricerca di una vita sempre migliore della sua
popolazione”. Xi parla un linguaggio di forte valenza e capacità di attrazione
anche all’interno dell’Occidente: esiste un’alternativa al capitalismo liberale
che causa insicurezza per la gente comune in tutto il mondo. La prima svolta
è in economia, dove si passa da una crescita impetuosa del Pil ad un nuovo
modello definito il “new normal” (xin changtai). È un cambio di paradigma,
la conversione da una produzione orientata alla quantità ad una orientata alla
qualità e all’innovazione. La sfida è quella di trasformarsi da paese “imitatore”
a paese “innovatore”. La seconda svolta sta nelle riforme politiche. Con la lotta
alla corruzione si è reso il partito più forte, mettendolo al centro di tutto, e si
è rinsaldato il rapporto con le masse. “Il tema del Congresso è: rimanere fedeli
alla nostra aspirazione originaria e tenere ben ferma la nostra missione”.

Il Congresso del Pcc ha catturato l’attenzione dei principali mezzi


di informazione di tutto il mondo, non fosse altro per il fatto che,
come ha ricordato l’ambasciatore cinese in Italia in un recente in-
tervento, «negli ultimi cinque anni, a partire dal 18° Congresso del

1 Advisor e giornalista. Esperto in politica cinese.


74 MarxVentuno n. 1-2/2018

Partito Comunista Cinese, la Cina ha registrato un incremento del


Pil da 6.900 miliardi di euro a 10.200, attestandosi stabilmente al se-
condo posto a livello mondiale e contribuendo per il 30% alla cresci-
ta economica mondiale. Negli ultimi cinque anni, 60 milioni di per-
sone sono state affrancate dalla povertà»2. A parte le speculazioni
sulla composizione del Comitato Permanente3, i media occidentali
si sono concentrati sul consolidamento del potere da parte di Xi Jin-
ping – descritto come il nuovo uomo forte alla continua ricerca di
protagonismo – ed energiche sono state le condanne sull’influenza
mondiale che la Cina potrebbe avere nel prossimo futuro e biasimo
per un presunto ritorno del culto della personalità4.
Xi Jinping ha indubbiamente conseguito una posizione premi-
nente dato che prima dell’apertura del congresso è assurto al ruolo
di “core leader” (hexin lingdao, che in italiano potremmo tradurre
come “cuore della leadership”) ma, come fa notare Ducan McFar-
land del Centre for Marxist Education di Cambridge: «Sì, Xi è un
leader forte, ma che tipo di leader è? Il suo intervento al Congresso è
stato quello di un comunista devoto che applica il marxismo-lenini-
smo alle condizioni della Cina»5. Del resto è stato proprio Deng Xia-
oping ad insistere sull’importanza di una leadership forte6 in grado

2 Li Ruiyu, L’ingresso della Cina in una “nuova era”, 23/11/2017, Agi, ht-
tps://goo.gl/mfTNN2.
3 Ufficialmente: Comitato Permanente dell’Ufficio Politico del Comitato
Centrale del Partito Comunista Cinese, (Zhōngguó Gòngchǎndǎng Zhōng-
yāng Zhèngzhìjú Chángwù Wěiyuánhuì), che rappresenta il vertice della le-
adership del Pcc.
4 Solo a titolo di esempio, segnaliamo questo artico di Minxin Pei apparso
su “Foreign Affair”: China’s Return to Strongman Rule, 1/11/2017, https://
goo.gl/cvrvpG, ed il commento del “Financial Times”: Inside China’s secret
‘magic weapon’ for worldwide influence del 26/10/2017, https://goo.gl/xS-
SEUV. Sul culto della personalità, rimando a questa mia analisi: Xi Jinping e
il culto della personalità, 10/05/2016, https://goo.gl/sXM8XJ.
5 Duncan McFarland, China, Xi Jinping and the Nineteenth Party Congress,
19/12/2017, https://goo.gl/P7cV3H.
6 Deng Xiaoping, Selected works, Vol. III (1982-1992), 1994, Foreign Lan-
Francesco Maringiò - Il socialismo cinese entra in una nuova era 75

di esercitare l’autorità necessaria per attuare le riforme. Non è certo


la prima volta che gli osservatori occidentali interpretano in manie-
ra erronea le fasi di svolta della pratica di governo cinese: la stessa
politica di riforma ed apertura lanciata da Deng venne raccontata
come l’omologazione della Cina all’Occidente.

Le fasi dello sviluppo nella Cina moderna

Quella che si apre è una fase nuova per la storia della Cina e dello
sviluppo dell’ideologia cardine del Pcc, ossia il socialismo con ca-
ratteristiche cinesi, e la relazione di Xi segna la svolta teorica del 19º
Congresso Nazionale che pone tutti noi di fronte all’esigenza di una
periodizzazione della storia moderna della Cina.
Quando il Pcc prende il potere e viene fondata la Repubblica Po-
polare il paese è sconvolto dalla guerra e da una lunga fase di co-
lonizzazione da parte delle potenze dell’Occidente liberale che non
si fa scrupoli a violentare, saccheggiare ed umiliare un popolo di
antichissima civiltà, dando il via al “lungo secolo delle umiliazioni”
(1839-1949), iniziato con la Prima Guerra dell’Oppio e causa della
“grande divergenza” studiata da Ken Pomeranz. Il Pil cinese passa
dal 32,9% di quello mondiale nel 1820 al 5,2% del 1949 e il Pil pro
capite rimane invariato per sessant’anni (1890-1949).
Nella prima fase dello sviluppo della nuova Cina, fondata nel
1949, si pongono le basi per l’indipendenza nazionale e per la sua
integrità territoriale (questa è la fase nella quale “il popolo cinese si
è alzato in piedi”, come dice Mao) e si prova a porre rimedio alla pe-
sante arretratezza economica. Tuttavia, i trent’anni che caratterizza-
no questo primo stadio della storia cinese contemporanea non sono
stati in grado di risolvere il problema del benessere e dello sviluppo
delle forze produttive (benché lo stesso Grande balzo in avanti e la
Rivoluzione Culturale fossero tentativi – rivelatisi illusori- di acce-
lerare l’edificazione economica del paese).
Nei successivi trent’anni, che hanno segnato una seconda fase

guage Press, Beijing, p. 271.


76 MarxVentuno n. 1-2/2018

della storia della Cina contemporanea (segnati dalla svolta della III
Sessione Plenaria dell’11° CC del 1978, fino al 18° Congresso del
2012), grazie ai successi della politica di “riforma ed apertura” l’eco-
nomia del paese è cresciuta in maniera impressionante, bruciando
le tappe dello sviluppo e risolvendo i problemi della penuria e della
povertà. Questa è la fase nella quale, secondo la massima di Deng:
“diventare ricchi è glorioso” e si avvia una grande redistribuzio-
ne – a tappe ed in maniera non omogenea – che, pur risolvendo il
problema dei bisogni primari, non affronta quello dell’equità e del
rafforzamento del paese sul piano internazionale.
È nei cinque anni in cui è in carica il 18° Comitato Centrale, sotto
la guida di Xi Jinping, che si registra invece la trasformazione della
Cina da paese prospero a paese ricco e potente sia sul piano dome-
stico che sullo scenario internazionale. Ma questa Cina deve tutta-
via fare i conti con due enormi problemi: quello della distribuzione
non bilanciata e quello dell’inefficienza.
In un colloquio avuto con un dirigente cinese, così egli ha sinte-
tizzato le varie fasi, usando la metafora della torta. “In un primo
momento – ha affermato – non avevamo nulla da mangiare e, gra-
zie alle riforme di Deng abbiamo imparato a cucinare la torta e a
renderla sempre più grande. Oggi prendiamo atto che non tutta la
popolazione ha la sua fetta di torta (distribuzione non bilanciata) e
che non è sufficientemente grande per tutti, né buona (inefficienza).
Per cui, quello che serve è cambiare il modello: da una produzione
quantitativa bisogna concentrarsi su una produzione qualitativa ed
attuare un’equa politica di redistribuzione”.
Il cuore politico del 19° Congresso ruota proprio attorno a questo
punto e alle conseguenti riforme. Ciò pone il primo mandato di Xi
Jinping in continuità con gli indirizzi tracciati dal sul predecessore7 e
con le guide fondamentali delle riforme volute da Deng, che fissava
come “primo obiettivo quello di condurre una vita abbastanza con-
fortevole entro la fine del XX secolo ed avvicinarsi al livello economi-

7 Cfr. Alice Miller, The Trouble with Factions, “China Leadership Monitor”,
no. 46, https://goo.gl/qaKdTh.
Francesco Maringiò - Il socialismo cinese entra in una nuova era 77

co dei paesi sviluppati nei successivi 3-5 decenni, attraverso un am-


biente internazionale pacifico e superando tutti gli ostacoli interni”8.
Il rapporto politico presentato da Xi Jinping al 19° congresso il 18
ottobre 2017, incarna il nerbo di questa sfida e rappresenta pertanto
il contributo politico del Pcc, frutto del consenso raggiunto al suo
interno rispetto al quinquennio precedente ad alle linee guida per
i prossimi decenni. Nel testo della relazione sono pertanto fissati i
punti centrali di svolta teorica formulati dal congresso e che posso-
no essere riassunti nel cambio di analisi sulla “contraddizione prin-
cipale” all’interno della società cinese e l’ingresso del socialismo con
caratteristiche cinesi in una “nuova era”.

La contraddizione principale

Nell’agosto del 1937 Mao Zedong, dalla base guerrigliera dello


Yan’an, elabora il saggio “Sulla contraddizione”, come interpreta-
zione della filosofia del materialismo dialettico, ed analizza come
ogni aspetto della vita (e della politica) sia il risultato di contrad-
dizioni, una delle quali risulta essere principale rispetto alle altre.
In quella fase veniva individuata quale contraddizione principale
quella tra “imperialismo e paese aggredito”. Sebbene il partito na-
zionalista (Kuomintang) avesse lanciato una serie di “campagne di
annientamento” contro l’Armata Rossa cinese, il dirigente comuni-
sta non smette di considerare quella contro l’occupante straniero la
contraddizione principale su cui concentrare le forze e non rinuncia,
nonostante le aggressioni, ad allearsi con le truppe di Chiang Kai-
shek (Jiang Jieshi).
La situazione cambia una volta vinta la guerra, sconfitti i nazio-
nalisti ed avviate le prime riforme economiche. Il Pcc considera ora
come contraddizione principale quella tra i “rapporti di produzione
e lo sviluppo concreto delle forze produttive”. Questa linea resta in
campo fino all’8° Congresso (1956) allorché viene individuata come
contraddizione principale nel paese quella scaturita dal “bisogno del

8 Deng Xiaoping, Selected works, Vol. III (1982-1992), 1994, Foreign Lan-
guage Press, Beijing, p. 115.
78 MarxVentuno n. 1-2/2018

popolo di un rapido sviluppo economico e culturale ed una produ-


zione arretrata”; non più quindi quella tra proletariato e borghesia.
Il 19° Congresso segna una nuova svolta e viene individuata una
ulteriore contraddizione principale, ossia quella “tra uno sviluppo
inadeguato e sbilanciato ed il sempre crescente bisogno del popolo
di una vita migliore”.
Pertanto, mentre Mao durante la Rivoluzione culturale ha enfa-
tizzato la lotta di classe come strumento di mobilitazione popolare
e Deng ha posto l’accento sulla primazia della produzione economi-
ca, Xi avanza in direzione di una crescente armonia sociale che mira
a costruire un socialismo prospero con, al suo interno, la lotta contro
la corruzione e i valori borghesi9.
Il salto teorico nel pensiero è evidente allorquando si sottolinea
l’esigenza della promozione di uno sviluppo che mette al centro
i bisogni degli individui e la prosperità comune. Nessun partito
al governo in un paese capitalista avanzato ha mai formulato un
obbiettivo paragonabile a quello esposto da Xi Jinping nel rappor-
to politico al congresso. “La Cina continuerà a portare avanti un
progetto di sviluppo che mette l’essere umano al centro, ponendo-
si come obiettivo strategico la ricerca di una vita sempre migliore
della sua popolazione”10. Questo genera inevitabilmente simpatia e
supporto tra il popolo cinese: il socialismo con caratteristiche cinesi
da visione del futuro diventa una realtà concreta del presente. Per
dipiù, per la prima volta, parla un linguaggio che ha una forte va-
lenza ed una capacità di attrazione anche all’interno dell’Occidente:
esiste un’alternativa al capitalismo liberale che causa insicurezza
per la gente comune in tutto il mondo.
Il socialismo cinese entra in una nuova era

Secondo la definizione di Marx, la società comunista è quella re-


golata dal principio “ciascuno secondo le proprie capacità, a cia-
scuno secondo i propri bisogni” (Critica al programma di Gotha),

9 Cfr. Duncan McFarland, cit.


10 Li Ruiyu, cit.
Francesco Maringiò - Il socialismo cinese entra in una nuova era 79

ovvero la società dei “liberi produttori associati” (Il Capitale), capa-


ce quindi di realizzare il destino comune. Il socialismo con carat-
teristiche cinesi per raggiungere questo obiettivo ha individuato la
necessità di liberare e sviluppare le forze produttive ed eliminare
lo sfruttamento e la polarizzazione della ricchezza. E, se il Grande
balzo in avanti e la Rivoluzione culturale si “basavano sull’illusio-
ne che l’accelerata edificazione economica potesse essere promossa
con le stesse modalità con cui erano state condotte le battaglie poli-
tiche e militari della rivoluzione cinese, si può allora comprendere
la svolta di Deng Xiaoping che ha criticato il vecchio modello perché
incapace di sviluppare le forze produttive e perché non era in grado
di appagare realmente il diritto alla vita e a una vita dignitosa”11.
Queste innovazioni hanno dovuto fare i conti non solo con al-
cune resistenze da parte dei fautori della distribuzione egualitaria
della penuria (non è un dibattito nuovo nella storia dei paesi socia-
listi, basti pensare alla Nep sovietica), ma anche con il retaggio della
vecchia società e con le contraddizioni che questa nuova politica
inglobava. Perché se è vero che la produzione della ricchezza è stata
possibile in gran parte grazie allo sviluppo delle forze produttive
mediante la competizione degli individui e delle imprese e con un
intreccio di industria pubblica e privata, ciò ha comportato anche
la crescita di disuguaglianze e fenomeni degenerativi, la diffusione
di valori quali l’individualismo e la spinta alla ricchezza personale
e alla carriera, oltre a veri e propri valori contrari e pericolosi per il
socialismo.
Un primo ripensamento inizia con l’introduzione nel 17° Con-
gresso (2007) della teoria della “visione di sviluppo scientifico”
(kexue fazhan guan) di Hu Jintao, che può essere considerato «uno
sviluppo economico che tiene conto del fattore umano e che è ben
coordinato in modo complessivo con quello sociale. L’importanza
del fattore umano è rafforzata da un altro principio, su cui si basa
questa nuova concezione, quello delle “persone da considerare

11 Domenico Losurdo, La lotta di classe. Una storia politica e filosofica, 2013,


Editori Laterza, p. 207-08.
80 MarxVentuno n. 1-2/2018

come priorità” (yi ren wei ben): in altre parole partire dagli interessi
fondamentali della popolazione nei diversi indirizzi delle riforme e
porre gli interessi della gente comune al primo posto»12.
Ma è con la direzione di Xi Jinping che si innesca una vera a pro-
pria svolta.
La prima è nell’economia, allorquando si passa da una crescita
impetuosa del Pil ad un nuovo modello definito il “new normal”
(xin changtai), che non indica solo un calo programmato della cre-
scita del Pil, ma un cambio di paradigma da un paese che ha usato la
sua abbondante manodopera a basso costo per produrre ed espor-
tare beni ad alta intensità di lavoro, verso un altro ad alta intensità
tecnologica: unica via per scongiurare la cosiddetta “trappola del
reddito medio”. Ciò comporta una crescita del ruolo dei servizi ed
una conversione da una produzione orientata alla quantità ad una
orientata alla qualità ed all’innovazione. Xi Jinping ha citato la paro-
la “innovazione” 59 volte nel corso della sua relazione al Congresso
e la sfida per la Cina è quella di trasformarsi da paese “imitatore”
a paese “innovatore”, soprattutto nei settori delle nuove tecnologie
e del commercio e dei pagamenti elettronici. Infatti, come fa notare
Ben Shenglin, professore alla scuola di Management dell’Università
del Zhejiang, sebbene l’e-commerce sia nato negli Stati Uniti negli
anni ’90, Amazon e le altre società del settore non hanno avuto uno
sviluppo tanto rapido quanto le cinesi Alibaba e jd.com e, sebbene
PayPal sia stata fondata negli Usa nel 1998 ed abbia dato il via all’e-
ra dei pagamenti elettronici, ciò è avvenuto appena cinque anni pri-
ma dell’imitatore Alipay. È giunto il tempo del sorpasso, contando
sul fatto che «è la combinazione dei cambiamenti radicali nella sfera
politica, economica, sociale, culturale e tecnologica che ha creato un
ambiente politicamente stabile e un potente ecosistema di innova-
zione con caratteristiche cinesi, che apre la strada al rapido svilup-
po della “nuova economia”»13. A questo si accompagna una grande

12 Marina Miranda, Mediazione e ‘visione scientifica’: Hu Jintao al XVII Con-


gresso del Pcc, 2007, Mondo Cinese n.133, https://goo.gl/5QZJRq.
13 Ben Shenglin, Transforming from imitators to innovators, 14/11/2017, Chi-
Francesco Maringiò - Il socialismo cinese entra in una nuova era 81

svolta anche nelle aziende di stato con l’obiettivo di renderle più


efficaci e trasformarle in aziende di livello mondiale e competitive
a livello globale14.
La seconda svolta, conseguente alla prima, sta nelle riforme poli-
tiche. Con la lotta alla corruzione si è reso il partito più forte (met-
tendolo al centro di tutto) e si è rinsaldato il rapporto con le mas-
se. Ora il socialismo cinese entra in una nuova era ed è chiamato a
farsi carico della nuova contraddizione principale e porre quindi
al centro i nuovi bisogni della popolazione, quali la democrazia, il
legalismo, l’ecologia, etc. Del resto, dopo aver appagato i bisogni
materiali più immediati, esso è chiamato a fare i conti con la demo-
crazia formale e le sue regole, in modo tale da stare al passo con le
istanze di quella società civile che proprio le riforme economiche
hanno contribuito a creare. Per tali ragioni si è posta grande enfasi
sullo sviluppo del “rule of law” (yifa zhiguo, già affrontata nel corso
del IV Plenum del 18° CC) perché rafforzare ed istituzionalizzare
il governo della legge, tenendo il Partito al centro e rendendo più
debole l’arbitrarietà dei funzionari è diventata una priorità, assieme
all’obiettivo di fare dei passi in avanti sul terreno della difesa della
natura, per trovare un’armoniosa coesistenza tra questa e l’uomo.
Si tratta di una grande innovazione teorica rispetto all’esperien-
za del socialismo reale in Europa orientale, dove ci si illuse che la

na Daily, https://goo.gl/cbDcj2
14 «Dall›ultimo congresso nel 2012, ben 34 imprese statali centrali, o SOE,
sono state ristrutturate, con un numero complessivo che scende a 98 da
117. Le SOE centrali hanno registrato un utile netto record di 1,11 trilioni
di yuan (167,2 miliardi di $) da gennaio a settembre, grazie alle riforme dal
lato dell›offerta, che hanno contribuito a ridurre il requisito del rapporto tra
attività e passività e contenere i deflussi di capitali. A seguito della riforma,
anche le finanze di 2.041 «società zombie», tutte filiali di 81 principali
SOE centrali, sono migliorate, con perdite subite ridotte di 88,5 miliardi
di yuan, rispetto allo stesso periodo del 2015. («Le aziende zombie» sono
imprese economicamente non redditizie, di solito settori industriali con
forte sovrapproduzione, mantenute in vita grazie all›aiuto del governo
e delle banche)». Zhong Nan, The Great SOE Turnaround, “China Daily
Business”, 30/10/2017, https://goo.gl/wWfpF3.
82 MarxVentuno n. 1-2/2018

realizzazione dei diritti economici e sociali rendesse superfluo l’am-


pliamento delle conquiste spirituali e della democrazia formale. L’e-
sperienza cinese mostra come gli sforzi per lo sviluppo economico
e materiale dell’economia costituiscono una base solida per l’espan-
sione dello stato di diritto e delle riforme politiche che, se fatte senza
che la struttura politica ed economica siano preparate (come fu il
caso della perestrojka e della glasnost’ in Unione Sovietica), diventa-
no la premessa per la sconfitta.
È sulla base di queste innovazioni, che investono l’amministra-
zione statale e il governo, che il rapporto politico traccia la stra-
da che condurrà, attraverso tre tappe, alla nuova Cina di metà
secolo.

Le nuove tappe dello sviluppo

La prima tappa è quella che condurrà la Cina a diventare, entro


il 2020, una società con un livello diffuso di benessere, ossia una
società moderatamente prospera. Per fare ciò diventa necessario
concentrarsi su tre obiettivi: prevedere e risolvere i rischi principali,
eliminare l’ultima sacca di povertà rimasta e mantenere sotto con-
trollo ed entro limiti accettabili l’inquinamento.
Il primo obiettivo pone l’attenzione della dirigenza cinese appena
eletta prevalentemente sullo scenario internazionale. Da qui vengo-
no i principali problemi che mettono a rischio la pace e le condizioni
ambientali per uno sviluppo armonioso della Cina, a partire dalle
scelte isolazioniste di Stati Uniti e Gran Bretagna di imprimere una
inversione di marcia al processo di globalizzazione. «L’impegno
globale della Cina è dinamico, sicuro e in aumento. L’economia ed
il commercio guidano il potere della Cina, come dimostra la tanto
necessaria Belt and Road Initiative, ma la diplomazia, il soft power
della cultura e dei media e l’hard power della proiezione della mari-
na, si sviluppano rapidamente. Come ha detto Xi, la nuova era vede
“la Cina avvicinarsi al centro della scena ed offrire maggiori contri-
buti all’umanità”. Il Paese sta ora offrendo la “saggezza cinese” e
le “ricette cinesi” alla comunità internazionale – le esperienze e le
Francesco Maringiò - Il socialismo cinese entra in una nuova era 83

lezioni del notevole sviluppo della Cina, in particolare per i paesi in


via di sviluppo»15.
Il secondo obiettivo consiste nell’eliminazione dell’ultima sacca
di povertà di circa 50 milioni di persone (quasi quanto tutta l’Italia)
in un contesto economico mutato e che non vuole più fare riferi-
mento alle bibliche migrazioni interne verso le città, ma estendere
il progresso e lo sviluppo nelle regioni interne e meno sviluppate.
Il terzo obiettivo, ad appannaggio principale dei governi locali, è
quello di preservare l’acqua, l’aria ed il suolo dall’inquinamento e
porre la Cina come alfiere di una civiltà ecologica mondiale e nella
lotta contro i cambiamenti climatici.
La seconda tappa è quella che Condurrà al Cina a diventare, en-
tro il 2035, un paese socialista moderno. Ciò significa costruire un
paese moderatamente forte nel settore delle manifatture, un paese
leader nel settore scientifico e dell’innovazione tecnologica ed avan-
zato nel settore dell’intelligenza artificiale.
Entro il 2035, raggiunti questi obiettivi, potrà considerarsi conclusa
la prima tappa della transizione al socialismo e la Cina potrà pre-
pararsi all’obiettivo ambizioso di metà millennio di diventare un
paese socialista moderno, potente, ricco, democratico, armonioso e
bello.
La portata di questo disegno è enorme, non solo per la Cina. In
poco più di trent’anni questo paese immagina di aver concluso la tap-
pa primordiale della costruzione del socialismo e diventare un paese
socialista moderno e ricco, che ha vinto la sfida contro le due disu-
guaglianze storiche (quella interna e quella con i paesi più sviluppati)
nel corso di un secolo dall’ascesa al potere del Partito comunista.
Non è un caso, infatti, che le date che segnano le tappe interme-
die di questo sviluppo, coincidano con i due “obbiettivi centenari”
(liang ge yibai nian): il 2021 si celebrerà il centenario della fonda-
zione del Pcc, mentre il 2049 sarà il centenario di fondazione della
Repubblica Popolare Cinese.

15 Robert Lawrence Kuhn, New era on the road to 2050, 28-29/10/2017, “Chi-
na Daily”, https://goo.gl/sofnqr.
84 MarxVentuno n. 1-2/2018

Nella relazione politica al Congresso, leggiamo: “Il tema del Con-


gresso è: rimanere fedeli alla nostra aspirazione originaria e tenere
ben ferma la nostra missione, tenere alta la bandiera del socialismo
con caratteristiche cinesi, ottenere una vittoria decisiva nella costru-
zione di una società moderatamente prospera a tutti gli effetti, im-
pegnarsi per il grande successo del socialismo con caratteristiche
cinesi per una nuova era, e lavorare instancabilmente per realizza-
re il sogno cinese di ringiovanimento nazionale. Non dimenticare
mai perché hai iniziato e porterai a termine la tua missione”. Que-
sta espressione è figlia della cultura tradizionale cinese: durante la
dinastia Tang il poeta Bai Juyi scrisse che “se sai sempre ricordare
dove ha iniziato, alla fine realizzerai il tuo desiderio”16 e rappresen-
ta il testimone ideale che le generazioni di comunisti cinesi si passe-
ranno per raggiungere gli obbiettivi centenari e la realizzazione del
sogno cinese.
Figlio di un rivoluzionario che aveva combattuto insieme al pre-
sidente Mao durante la guerra civile, Xi Jinping non solo ha assistito
ai tumultuosi eventi politici della Cina, ma ha anche sopportato una
dura vita di campagna durante la Rivoluzione Culturale. Qui ha
fatto amicizia e lavorato con contadini ed umili lavoratori, che lo
hanno trasformato in un marxista pragmatico.
Oggi, il suo pensiero ha spinto il marxismo cinese in una nuova era.

16 Cfr.: Sun Jiahui, The ancient origins of Xi Jinping’s latest buzzword,


24/10/2017, https://goo.gl/H1Y9sv.
Gaio Doria - Il socialismo cinese nella Nuova Era 85

Il socialismo cinese nella Nuova Era


e la sua contraddizione principale1

Gaio Doria2

Abstract
Il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese assume un’importanza
storica senza precedenti. La conquista della posizione della seconda eco-
nomia più grande del mondo, ha trasformato la Cina in una potenza in-
dustriale. L’età dell’arretratezza delle forze produttive è definitivamente
terminata. Per questo motivo, Xi Jinping ha teorizzato: “Quello che stiamo
affrontando ora è la contraddizione tra uno sviluppo squilibrato e inade-
guato e i crescenti bisogni del popolo di una vita migliore”. La ridefinizione
della contraddizione principale della Cina può essere il punto più impor-
tante del 19° Congresso.

Xi Jinping, segretario generale del Partito Comunista Cinese, è


rimasto nel pulpito della sala del popolo e per 210 minuti ha letto
32440 ideogrammi senza fermarsi un minuto e ha bevuto acqua solo
una volta. Un risultato impressionante per un uomo di 64 anni che,
attraverso la sua posizione determinata – con voce calma e compo-
sta – ha dato un chiaro messaggio al mondo: Il Partito Comunista
Cinese (PCC) è un partito marxista-leninista, fedele ai principi del
marxismo e impegnato nella sua applicazione teorico-pratica nel

1 In http://www.vermelho.org.br/noticia/303607-1, 26-10-2017.
2 Master in economia cinese presso la People’s University of China, colla-
boratore della Commissione di Politica e Relazioni Internazionali del Par-
tito Comunista del Brasile (PCdoB) e editorialista del Portale “Vermelho”.
86 MarxVentuno n. 1-2/2018

contesto cinese. L’impegno della più grande associazione comuni-


sta del mondo è quello di assicurare il progresso della Cina attraver-
so la realizzazione della modernizzazione socialista.
È impossibile ignorare questi elementi quando cerchiamo di
capire questo gigante asiatico. La Cina ha fatto una scelta storica per
il socialismo. Non è un sistema semplicemente importato, ma un
percorso forgiato attraverso la lotta rivoluzionaria del popolo cinese
che, sotto la guida del suo partito comunista, ha fatto grandi passi
avanti. La rivoluzione cinese non è stata imposta artificialmente
dall’alto verso il basso. La società cinese non è stata sequestrata dai
comunisti, come gran parte degli analisti borghesi amano suggerire.
La Rivoluzione è stato un processo storico che ha goduto di estrema
capillarità, la stragrande maggioranza dei cinesi si è impegnata po-
liticamente e ha lottato per la sua indipendenza e per il suo futuro,
per un progetto nazionale. Per questa particolare caratteristica, il
Partito comunista cinese ha messo radici profonde nelle masse con-
tadine della Cina.
Così, la dichiarazione fatta il 25 ottobre 2017 dal segretario gene-
rale del PCC Xi Jinping alla conferenza stampa del 19° Congresso,
secondo cui il Partito deve sempre servire il popolo, in quanto sua
avanguardia e spina dorsale della nazione, non è mera propaganda
politica. È un fatto storico. Il rapporto del Partito comunista cinese
con il popolo cinese è organico e solido, costruito in quasi 100 anni
di esistenza.
Chi non capisce la natura storico-sociale di questo rapporto non
capirà mai la Cina contemporanea. Rimarrà, come la stragrande
maggioranza dei critici, nel pessimismo apocalittico, ripetendo,
come Prometeo, analisi mistiche sulla caduta del Partito Comunista
Cinese e sulla fine del socialismo. Ecco perché l’Occidente non è
stato in grado di interpretare e seguire con chiarezza la crescita della
Cina negli ultimi 40 anni.
La politica cinese, nonostante le sue specificità, non è affatto in-
decifrabile. C’è una modalità istituzionale nel modo in cui viene
condotta. La Repubblica Popolare Cinese, erede della Rivoluzione
Gaio Doria - Il socialismo cinese nella Nuova Era 87

d’Ottobre del 1917, considera i principi stabiliti dalla Comune di


Parigi e l’accumulazione di esperienze del movimento comunista
internazionale come pilastri fondamentali per l’organizzazione del
suo sistema politico. In questo modo, l’organizzazione di congressi
con una certa periodicità è prassi comune a tutti i partiti comunisti
ancora esistenti nel mondo.

Certo, il caso della Cina è particolarmente importante perché è il più


grande partito comunista al potere. Ma allora perché è così difficile
capire la Cina? La risposta è semplice, i riferimenti teorici usati per
analizzare il Paese sono rivestiti di sfumature ideologiche e pregiu-
dizi che precludono una visione scientifica della realtà cinese.
La fondazione della Repubblica Popolare Cinese (RPC) rappre-
sentava la fine di un ciclo storico, in cui la Cina era stata ridotta
in condizioni di semicolonia dall’imperialismo occidentale. A par-
tire dal 1949 iniziò il lungo cammino verso la modernizzazione so-
cialista. In questa traiettoria, la Nuova Cina ha raccolto successi e
fallimenti. Dopo i primi decenni della RPC, Deng Xiaoping si rese
conto che il binomio guerra e rivoluzione era stato sostituito dal
binomio pace e sviluppo. Pertanto, la Cina avrebbe dovuto intra-
prendere una nuova fase storica, la Riforma e l’apertura, che Deng
ha classificato come una seconda rivoluzione. Nel settembre 1982,
al 12° Congresso del Partito Comunista Cinese, sulla scia dei primi
successi della Riforma e dell’Apertura, Deng Xiaoping riassume l’e-
sperienza storica e conclude: la verità universale del marxismo deve
essere integrata nella realtà concreta della Cina, che deve seguire il
suo proprio cammino, costruendo il socialismo con caratteristiche
cinesi.
La linea politica del Partito è stata alterata dalla percezione di
quella che sarebbe stata la principale contraddizione nella Prima
Fase del Socialismo, un altro grande progresso teorico realizzato dal
PCC che comprese, attraverso difficoltà pratiche, che era necessario
un lungo periodo di tempo per costruire il socialismo. La lotta di
classe cessò di svolgere un ruolo di primo piano e la contraddizione
principale divenne quella tra i crescenti bisogni economici e cultu-
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rali del popolo e l’arretratezza delle forze produttive.


In questo modo, il socialismo con caratteristiche cinesi rappresen-
ta un importante progresso teorico nella sinizzazione del marxismo.
È diventato il pensiero di base per il Partito e per il popolo cinese,
la guida per la costruzione del socialismo in Cina e per la realiz-
zazione del sogno cinese e del ringiovanimento della Cina, come
teorizzato dai leader comunisti.
Che cos’è il socialismo e come costruirlo? Che tipo di Partito da
costruire? Che tipo di sviluppo dovrebbe essere raggiunto? Queste
sono state le principali domande degli ultimi decenni. La teoria
di Deng Xiaoping ha cercato di rispondere alla prima questione.
Il pensiero delle Tre Rappresentanze Rappresentati, formulato
da Jiang Zemin, ha affrontato la seconda questione. Il concetto di
sviluppo scientifico, proposto da Hu Jintao, ha affrontato le sfide
poste dalla terza questione.
Queste questioni, tuttavia, non troveranno mai risposte defini-
tive. Ecco perché il marxismo ha formulato il materialismo storico
dialettico, come un modo di pensare basato sulla preoccupazione di
cogliere la realtà nei suoi incessanti cambiamenti, nel suo costante
processo di trasformazione con le sue innumerevoli contraddizioni.
Così, il segretario generale del Comitato centrale del Partito Co-
munista Cinese (PCC), Xi Jinping, nel suo rapporto al 19° Congres-
so, ha sottolineato questo: “Grazie agli sforzi compiuti in un lungo
periodo di tempo, il socialismo con caratteristiche cinesi è entrato in
una nuova era, che conferma la nuova posizione storica dello svi-
luppo della Cina”.
Il direttore del Dipartimento Accademico della Scuola Centrale
del PCC, Xie Chuntao, autore di diversi libri, conferma questo pen-
siero. Dopo 40 anni di riforme e di apertura, lo sviluppo scientifi-
co e tecnologico in tutti gli ambiti produttivi, la crescita economica
stabile e i progressi politici e sociali hanno elevato la Cina ad una
posizione di avanguardia sulla scena mondiale. Ciò indica, quindi,
l’ingresso del socialismo con caratteristiche cinesi in una nuova era.
In questo modo, il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese
Gaio Doria - Il socialismo cinese nella Nuova Era 89

assume un’importanza storica senza precedenti. La conquista della


posizione della seconda economia più grande del mondo, ha tra-
sformato la Cina in una potenza industriale. L’età dell’arretratezza
delle forze produttive è definitivamente terminata. Per questo mo-
tivo, Xi Jinping ha teorizzato: “Quello che stiamo affrontando ora
è la contraddizione tra uno sviluppo squilibrato e inadeguato e i
crescenti bisogni del popolo di una vita migliore”.
La ridefinizione della contraddizione principale della Cina può
essere il punto più importante del 19° Congresso. I marxisti inter-
pretano il mondo attraverso il materialismo storico dialettico. Le di-
namiche delle forze opposte sono sempre presenti nelle società. Per
condurre con successo un cambiamento sociale è necessario iden-
tificare e definire la contraddizione principale di una data società.
Elaborata nel modo giusto, contribuirà a promuovere uno sviluppo
scientifico e stabile. Interpretata in modo scorretto, può portare una
società alla rovina e al caos sociale.
Nel contesto di profondi e complessi cambiamenti della situazio-
ne nazionale e internazionale, le sfide programmatiche del partito
nel governo della Cina attireranno l’attenzione globale. Di fronte a
ciò, rappresentando il nucleo centrale della leadership del PCC, le
parole di Xi Jinping esprimono lo scopo fondamentale del 19° Con-
gresso e l’aspirazione dei comunisti cinesi:
“Il tema del Congresso è quello di rimanere fedeli alla missione,
di innalzare la bandiera del socialismo con caratteristiche cinesi, di
vincere decisamente la sfida di una completa costruzione di una so-
cietà di moderato benessere, di approfittare della grande vittoria del
socialismo con caratteristiche cinesi nella nuova era e di lottare con
coerenza per concretizzare il sogno cinese della grande rivitalizza-
zione della nazione cinese”.
Le sfide che la Cina dovrà affrontare saranno diverse e di enor-
mi proporzioni. Migliorare il sistema sanitario, razionalizzare l’uso
delle risorse naturali, combattere la corruzione, rafforzare le istitu-
zioni, approfondire la democrazia socialista, tra gli altri.
Quindi, per affrontare le sfide imposte alla Cina nei prossimi cin-
90 MarxVentuno n. 1-2/2018

que anni, il Partito Comunista Cinese ha eletto il suo nuovo Co-


mitato Centrale nella sessione di chiusura del 19° Congresso il 24
ottobre 2017. Il 19° Comitato Centrale è stato eletto dai 2.336 dele-
gati presenti, di cui 204 membri e 172 supplenti. Nel suo discorso di
chiusura, Xi ha detto: “Crediamo che tutte le decisioni e i piani che
il Congresso ha elaborato e tutti i risultati raggiunti giocheranno un
ruolo molto rilevante nel guidare e garantire il successo dei nostri
importanti sforzi”.
Deng Xiaoping affermò una volta che quando la Cina avesse rag-
giunto una serie di obiettivi nel suo sviluppo, avrebbe indicato una
via alternativa ai popoli oppressi del mondo, dimostrando, quindi,
la superiorità del socialismo di fronte al capitalismo come unica so-
luzione per uno sviluppo sostenibile, scientifico e umano.
Zhang Boying - Centralità della popolarizzazione nel marxismo 91

Centralità della popolarizzazione


nel marxismo con caratteristiche cinesi1

Zhang Boying2

Abstract

Tra la popolarizzazione del marxismo e il marxismo con caratteristiche


cinesi c’è un legame inscindibile. La ricerca accademica in questo settore è
già iniziata, ma deve essere ancora approfondita. Il presente articolo prende
la popolarizzazione del marxismo come punto di partenza per analizzare il
marxismo con caratteristiche cinesi e approfondire la relazione tra i due.
Gli intellettuali e i comunisti cinesi inizialmente accettarono il marxismo,
che ebbe origine in Occidente, al fine di sopravvivere e rovesciare le “tre
montagne” dell’imperialismo, del feudalesimo e del capitalismo burocrati-
co, che opprimevano il popolo. Durante la rivoluzione popolare, il Pcc ha
gradualmente compreso che copiare la teoria marxista alla lettera e sen-
za considerare le condizioni nazionali cinesi non sarebbe stato possibile.
I principi universali del marxismo devono essere combinati con la realtà
concreta del paese perché la rivoluzione possa avere un esito positivo. Il
marxismo con caratteristiche cinesi ha scritto un nuovo capitolo della teo-
ria marxista. La popolarizzazione del marxismo cinese contemporaneo deve
anche avere una prospettiva globale. La diffusione dei risultati teorici del
marxismo cinese contemporaneo arricchisce le teorie generali marxiste.

1 Pubblicato in “Journal of Shanghai Normal University (Philosophy & So-


cial Sciences Edition)” n. 3, 2010. Traduzione dal cinese di Letizia Vallini.
2 Vicepresidente a tempo pieno della Federazione delle Scienze Sociali di
Tianjin e capo redattore di “Teoria e Modernizzazione”, rivista accademi-
ca, bimestrale, è autore di numerosi studi e saggi sul marxismo cinese. Nel
2019 sarà pubblicato in italiano dalle edizioni MarxVentuno il suo libro Il
socialismo con caratteristiche cinesi: perché funziona?
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Analisi di diversi problemi

In primo luogo, la comunità accademica è concorde nel definire il


marxismo con caratteristiche cinesi come l’unione dei principi uni-
versali marxisti e della realtà concreta della Cina. Combinando il
marxismo nelle culture straniere e la rinomata cultura tradizionale
della Cina, è stato creato un tipo di marxismo in stile cinese, usato
per realizzare la rivoluzione, la costruzione e le riforme del popolo
cinese. Per quanto riguarda il significato della popolarizzazione3
del marxismo non c’è una grande divergenza di opinioni negli am-
bienti accademici. Generalmente, con il termine “popolarizzazione
del marxismo” si intende la comprensione e il padroneggiamento
del marxismo da parte delle masse attraverso l’educazione popo-
lare, la divulgazione degli ideali e altri mezzi. L’interiorizzazione
delle idee e dei concetti chiave tra le masse diventa, quindi, un’ar-
ma spirituale per la trasformazione costante del mondo soggettivo
e oggettivo.
Nel Dizionario di Cinese Moderno4 la parola “popolarizzazione”
viene definita come “essere un tutt’uno con le masse; adattarsi alle
esigenze delle masse”. Quindi, nel caso specifico della Cina, la po-
polarizzazione del marxismo rende la teoria marxista un tutt’uno
con le masse cinesi e si adatta alle esigenze popolari del paese. In
questo modo tanto il contenuto quanto la forma della teoria del
marxismo hanno bisogno di essere resi popolari proprio perché de-
vono essere strettamente legati alle richieste specifiche delle masse
ed essere adatti alle necessità della maggioranza della popolazione
cinese. In breve, le “azioni” di cui parla la teoria e le forme con cui la
teoria viene espressa devono essere in armonia con il popolo cinese,

3 Di seguito verrà utilizzata la parola “popolarizzazione” come tradu-


zione del termine cinese “大众化”, inteso come “diffusione associata a
generale accessibilità” [NdT].
4 Ufficio Modifiche Dizionari, Istituto di Linguistica, Accademia Cinese di
Scienze Sociali (CASS), Xiandai hanyu cidian (2002 nian zengbu ban) (Dizio-
nario di Cinese Moderno (Edizione revisionata del 2002)), Commercial Press,
2002, p. 239.
Zhang Boying - Centralità della popolarizzazione nel marxismo 93

utilizzando ciò che i cinesi conoscono e apprezzano per parlare di


quanto sta più a cuore alle masse.
In passato, quando si faceva riferimento alla popolarizzazione del
marxismo, spesso si pensava che si trattasse solamente di una que-
stione legata alla divulgazione teorica e all’educazione, ma, in real-
tà, questa spiegazione è incompleta. È necessario includere anche
la popolarizzazione del contenuto teorico marxista, vale a dire una
stretta integrazione tra gli interessi del popolo cinese e specifici bi-
sogni cognitivi, concetti pratici e necessità teoriche. In questo modo
si sottolinea che la popolarizzazione del marxismo non si limita alla
divulgazione del lavoro teorico, ma integra ulteriormente la teoria
marxista con il lavoro e la vita quotidiana delle masse, e quindi è
necessario un processo creativo e innovativo. La creatività e l’inno-
vazione si riflettono nella vicinanza, nella popolarità e nel profondo
radicamento di questa “combinazione”. Più è popolare, radicata e
interiorizzata questa combinazione, più il senso di innovazione è
forte e migliori sono i suoi risultati.
In secondo luogo, la popolarizzazione del marxismo non è solo
una questione di linguaggio e altre forme di espressione familiari
alle masse: da un certo punto di vista, anche lo stile cinese appar-
tiene alla “sfera dei problemi” ed è un requisito intrinseco della di-
vulgazione del marxismo. Lo stile cinese include l’espressione lin-
guistica, ma non si limita ad essa: dal contenuto alla forma questo
stile è un tutt’uno con le caratteristiche cinesi. Lo stile cinese, ciò che
viene anche chiamato “caratteristiche cinesi”, si uniforma ai bisogni
delle masse ed è esattamente ciò di cui il popolo ha bisogno.
Pertanto, questo stile è uno degli argomenti base della popola-
rizzazione del marxismo ed è anche la fonte del suo potere teorico.
Grazie alle “caratteristiche cinesi”, la combinazione di teoria e pra-
tica è più diretta: una vera e propria base “popolare” si combina
con un potere endogeno permettendo di rendere il marxismo più
accessibile alle masse.
La “popolarizzazione” non si limita a un tipo di divulgazione
astratta, ma, al contrario, è estremamente concreta. Quando si parla
della popolarizzazione del marxismo, si sa che non si parla di un
94 MarxVentuno n. 1-2/2018

concetto che supera il tempo e lo spazio.


Nella realtà degli attuali stati nazionali, la popolarizzazione del
marxismo è diventata un tipo di divulgazione concreta per determi-
nati paesi e gruppi etnici. In Cina, grazie a diversi metodi educativi
popolari, la popolarizzazione ha permesso alle masse di compren-
dere il marxismo, interiorizzarne il pensiero teorico e usarne i prin-
cipi come linee guida pratiche. Questo tipo di popolarizzazione del
marxismo non può essere separato dallo stile cinese o dalle cosid-
dette “caratteristiche cinesi”
Inoltre, quando in Cina si parla di popolarizzazione del marxi-
smo si intende dire, in sostanza, che il popolo cinese domina la te-
oria marxista, la quale, a sua volta, guida il processo pratico delle
masse. Quindi, la popolarizzazione del marxismo è diventata realtà
grazie alla teoria e ha una stretta relazione con il marxismo con ca-
ratteristiche cinesi.
Il marxismo con caratteristiche cinesi e la popolarizzazione
del marxismo compongono un’unità dialettica: sono allo stesso
tempo diversi ma correlati. La loro differenza risiede nel fatto
che il marxismo con caratteristiche cinesi è il risultato del pro-
cesso di integrazione tra la teoria marxista e la realtà specifica
della Cina ed è caratterizzato dagli elementi peculiari di questo
paese. Per quanto riguarda le somiglianze, invece, in entrambi
è evidenziato il passaggio del marxismo dalla teoria alla prati-
ca. Il marxismo con caratteristiche cinesi sottolinea il processo di
realizzazione delle idee marxiste in Cina, mentre la popolariz-
zazione del marxismo si concentra sulla comprensione di que-
sta teoria da parte delle masse e sull’uso popolare. Entrambi si
focalizzano sulla necessità di realizzare il marxismo nella pratica
e usarlo per guidare la realtà. Il secondo elemento in comune è
il fatto che il marxismo con caratteristiche cinesi non può essere
separato dalla popolarizzazione.
Viceversa, la combinazione tra marxismo e realtà cinese e quel-
la tra marxismo e cultura tradizionale cinese non possono essere
considerate senza la popolarizzazione perché le “masse cinesi”
sono una parte importantissima della “realtà cinese”. La natura
Zhang Boying - Centralità della popolarizzazione nel marxismo 95

concreta e specifica della Cina include anche “le particolarità del


popolo cinese”5. Il marxismo con caratteristiche cinesi deve in-
cludere o, per meglio dire, ha bisogno della “popolarizzazione”
perché solo educando il popolo si può far progredire l’integra-
zione tra teoria marxista e realtà cinese. Allo stesso tempo, si può
fondamentalmente affermare che la grande pratica delle masse
popolari è la base concreta del marxismo cinese.
Il presente articolo esamina la stretta correlazione tra il marxi-
smo con caratteristiche cinesi e la popolarizzazione del marxismo
partendo dal fatto che quest’ultima è il principio fondamentale
per la divulgazione delle teorie marxiste in Cina. Il marxismo con
caratteristiche cinesi ha bisogno della popolarizzazione del marxi-
smo. Solo quando la popolarità del marxismo diventa universale,
il marxismo con caratteristiche cinesi può assumere il ruolo di gui-
da della teoria e può mettere in pratica le idee marxiste in Cina. I
marxisti cinesi attribuiscono grande importanza al fatto di fare della
teoria marxista una guida per la pratica attraverso la divulgazione
del marxismo e a inserire l’eredità, la crescita e l’innovazione del
marxismo nella pratica popolare. Naturalmente, il marxismo con
caratteristiche cinesi è emerso nel contesto della pratica creativa del
Partito Comunista Cinese come guida del popolo di questa nazione
nella pratica della teoria marxista. Essenzialmente, il marxismo con
caratteristiche cinesi non è diverso dal marxismo classico, anzi, è un
suo prolungamento naturale. Ciò che lo differenzia dal marxismo
classico è la particolarità della rivoluzione, della costruzione e delle
riforme cinesi che analizzano concretamente le condizioni specifi-
che dei principi universali marxisti, arricchendoli e sviluppandoli.
Quindi, la popolarizzazione del marxismo include la popolarizza-
zione del marxismo con caratteristiche cinesi.

5 Wang Weiguang, Zhengque renshi Makesizhuyi Zhongguo hua, shidai hua,


dazhong hua de neihan (Comprendere correttamente la connotazione scientifica del
marxismo con caratteristiche cinesi, del tempo e della popolarizzazione), Zhong-
guo tese shehuizhuyi yanjiu, n. 1, 2010.
96 MarxVentuno n. 1-2/2018

La popolarizzazione del marxismo come requisito principale del


marxismo con caratteristiche cinesi

Per prima cosa, il fatto che la popolarizzazione del marxismo sia


un requisito base del marxismo con caratteristiche cinesi dipende
dallo scopo teorico di quest’ultimo.
Il marxismo stesso è una dottrina teorica, ma non una qualsia-
si: è una dottrina che riguarda l’emancipazione del proletariato e
delle grandi masse popolari, le leggi dello sviluppo della società
umana, la lotta per la libertà e lo sviluppo globale. Quindi, si può
dire che il marxismo ha un forte carattere pratico e che la praticità
stessa è la caratteristica essenziale del marxismo. Marx ed Engels
si auto definivano “materialisti pratici”6. Parlando della dottrina di
Marx, Engels una volta disse: “Marx era prima di tutto un rivolu-
zionario. Contribuire in un modo o nell’altro all’abbattimento della
società capitalistica e delle istituzioni statali che essa ha creato, con-
tribuire all’emancipazione del proletariato moderno al quale egli,
per primo, aveva dato la coscienza delle condizioni della propria
situazione e dei propri bisogni, la coscienza delle condizioni della
propria liberazione: questa era la sua reale vocazione. La lotta era il
suo elemento”7. In Cina, i marxisti hanno accettato il marxismo pro-
prio perché si adattava ai bisogni della classe operaia e delle masse
popolari. Quindi il marxismo con caratteristiche cinesi si concentra
sulla pratica per risolvere i problemi concreti della Cina. Gli intellet-
tuali e i comunisti cinesi inizialmente accettarono il marxismo, che
ebbe origine in Occidente, al fine di sopravvivere e rovesciare le “tre
montagne” dell’imperialismo, del feudalesimo e del capitalismo bu-
rocratico8, che opprimevano il popolo. Durante la rivoluzione popo-

6 La frase completa recita: “in realtà per il materialista pratico, cioè per il
comunista, si tratta di rivoluzionare il mondo esistente, di metter mano allo
stato di cose incontrato e di trasformarlo”, in K. Marx-F. Engels, L’ideologia
tedesca, Editori Riuniti, Roma, 1972, pp. 14-15 [NdR].
7 Discorso pronunciato da Engels durante la veglia funebre per Marx.
8 Le “Tre Grandi Montagne” si riferiscono all’imperialismo, al feudalesimo
Zhang Boying - Centralità della popolarizzazione nel marxismo 97

lare, il Partito Comunista Cinese ha gradualmente compreso che co-


piare la teoria marxista alla lettera e senza considerare le condizioni
nazionali cinesi non sarebbe stato possibile. I principi universali del
marxismo devono essere combinati con la realtà concreta del paese
perché la rivoluzione possa avere un esito positivo. Il Partito Comu-
nista Cinese, sia come avanguardia della classe operaia che come
partito politico, ha usato i motivi e gli scopi del marxismo per trova-
re un modo scientifico e corretto di aiutare il popolo a trasformare la
vecchia Cina e costruirne una nuova. Quindi, la situazione concreta
della Cina e la risoluzione dei suoi problemi sono gli obiettivi princi-
pali su cui si focalizza il marxismo con caratteristiche cinesi. Il mar-
xismo con caratteristiche cinesi viene proposto per essere applicato
nella pratica, per liberare il popolo cinese, per aiutare lo sviluppo
nazionale e per contribuire alla prosperità del paese. Pertanto, pos-
siamo affermare che il marxismo con caratteristiche cinesi è “marxi-
smo applicato” e “marxismo pratico”. Il punto di partenza del mar-
xismo con caratteristiche cinesi sta proprio nella sua applicazione:
non è usato in modo passivo e astratto, ma con precisione e in modo
creativo. L’uso attivo consiste nell’aderire al marxismo e, contempo-
raneamente, arricchirlo e svilupparlo in base alle condizioni e alle
pratiche specifiche, combinando sostegno e crescita. Come risultato,
il marxismo con caratteristiche cinesi ha scritto un nuovo capitolo

e al capitalismo burocratico, cioè i tre principali nemici della Cina durante


il periodo della nuova rivoluzione democratica (1919 - 1949). Questi tre
nemici erano come tre montagne che pendevano pesantemente sulle teste
della gente nella vecchia Cina. Nel giugno del 1945, durante il discorso
conclusivo del VII congresso nazionale del Partito Comunista Cinese, Mao
Zedong dichiarò: “Ora ci sono due grandi montagne che schiacciano il po-
polo: una si chiama imperialismo e l’altra è il feudalesimo”. Nell’aprile del
1948, durante il “Discorso alla Conferenza dei Quadri nell’Area Liberata
di Shansi-SuiYuan”, Mao Zedong disse: “La nuova rivoluzione democrati-
ca non è una rivoluzione qualsiasi: essa può e deve essere esclusivamente
una rivoluzione contro l’imperialismo, il feudalesimo e il capitalismo bu-
rocratico scatenata dalle masse popolari sotto la guida del proletariato”.
Per ulteriori informazioni si faccia riferimento a Mao Zedong, “Speech at
Conference of Cadres”, April 1st, 1948. in Selected Works, Vol. III.
98 MarxVentuno n. 1-2/2018

della teoria marxista: questo nuovo capitolo è iniziato grazie alla


rivoluzione, alla costruzione, alla riforma e all’apertura della Cina.
Con l’integrazione tra marxismo e realtà cinese, è stato promosso lo
sviluppo del marxismo, si è giunti a nuove conclusioni e sono stati
raggiunti l’adesione e lo sviluppo del marxismo.
Nel report “Sul Nuovo Palco”, presentato nell’ottobre del 1938
durante la sesta sessione plenaria del VI congresso nazionale del
Partito Comunista Cinese, Mao Zedong introdusse per la prima vol-
ta il concetto di marxismo con caratteristiche cinesi. Egli dichiarò:
“I comunisti sono marxisti internazionalisti, ma il marxismo deve
essere integrato con le caratteristiche specifiche del nostro paese e
deve acquistare una determinata forma nazionale prima di venire
applicato nella pratica. La grande forza del marxismo-leninismo ri-
siede precisamente nel fatto che esso viene integrato con la pratica
rivoluzionaria concreta di ogni paese. Per il Partito comunista cinese
si tratta di imparare ad applicare la teoria del marxismo-leninismo
alle circostanze specifiche della Cina. Se i comunisti cinesi, che sono
parte della grande nazione cinese, carne della sua carne e sangue
del suo sangue, parlassero di marxismo prescindendo dalle caratte-
ristiche specifiche della Cina, sarebbe solo marxismo in astratto, nel
vuoto. Perciò il modo in cui applicare concretamente il marxismo in
Cina, così che ogni sua manifestazione abbia decisamente un carat-
tere cinese, ossia il modo in cui applicare il marxismo alla luce delle
caratteristiche specifiche della Cina, diventa un problema che tutto
il partito deve comprendere e risolvere immediatamente”9. In que-
sto caso, Mao Zedong ha enfatizzato “l’applicazione” del marxismo
alla realtà concreta della Cina e il suo uso in conformità con le ca-
ratteristiche cinesi. Non solo viene sottolineato il modo in cui i prin-
cipi universali del marxismo vengono efficacemente integrati con
la situazione concreta cinese, ma anche l’obiettivo finale del mar-
xismo in Cina, cioè la sua “applicazione pratica”. Parlando del suo

9 Il passo è nel rapporto di Mao “Il ruolo del Partito comunista cinese nella
guerra nazionale” dell’ottobre 1938. Una traduzione italiana è in Opere di
Mao Tsetung, vol. 7°, Edizione Rapporti Sociali, Milano, 1992, p. 41.
Zhang Boying - Centralità della popolarizzazione nel marxismo 99

atteggiamento nei confronti dello studio del marxismo, Deng Xiao-


ping disse: “La teoria marxista non è mai un dogma, ma una linea
guida per l’azione. Richiede alle persone una costante integrazione,
secondo i principi e i metodi di base, con una realtà in continuo
cambiamento per esplorare le risposte ai nuovi problemi e, quindi,
sviluppare la teoria marxista stessa”10. La massima “Lo studio del
marxismo e del leninismo deve essere preciso ed efficacie” enfatizza
la necessità di sostenere, utilizzare e sviluppare il marxismo nella
realtà. Jiang Zemin ha sottolineato: “Il marxismo deve essere co-
stantemente al passo con i tempi, la realtà e lo sviluppo scientifico.
Non può essere immutabile”11. Anche Hu Jintao ha evidenziato: “Il
sistema teorico del socialismo con caratteristiche cinesi è un sistema
scientifico che include importanti idee strategiche, tra cui quelle di
Deng Xiaoping, l’importante Teoria delle tre rappresentanze12 e il
concetto di sviluppo scientifico. Questo sistema teorico combina e
sviluppa il marxismo, il leninismo e il pensiero di Mao Zedong. In
più, combina la saggezza e gli sforzi di molte generazioni di co-
munisti cinesi per guidare il popolo nella sua incessante ricerca e
pratica. È l’ultimo risultato del marxismo con caratteristiche cine-
si...”13 I risultati teorici del marxismo con caratteristiche cinesi sono
stati ottenuti grazie all’uso pratico, quindi devono essere compresi
attraverso la popolarizzazione e devono usati dalle masse per rag-

10 Deng Xiaoping wenxuan (Scritti scelti di Deng Xiaoping), Renmin Chuban-


she, 1993, volume n. 3, p. 146.
11 Jiang Zemin lun you Zhongguo tese shehui zhuyi (L’opinione di Jiang Zeming
sul socialismo con caratteristiche cinesi), (estratto), Zhongyang wenxian chu-
banshe, 2002, p. 626.
12 L’importante Teoria delle tre rappresentanze è stata presentata dall’ex
Segretario Generale del Partito Comunista Cinese Jiang Zemin: il Partito
Comunista Cinese deve sempre rappresentare i requisiti dello sviluppo
delle forze produttive avanzate, l’orientamento dello sviluppo della cul-
tura avanzata e gli interessi fondamentali della maggior parte del popolo
cinese.
13 Kexue fazhanguan zhongyao lunshu zhaiyao (Riepilogo del concetto di sviluppo
scientifico), Zhongyang wenxian chubanshe, 2008, p. 4, 5.
100 MarxVentuno n. 1-2/2018

giungere i propri obiettivi teorici.


In secondo luogo, il marxismo con caratteristiche cinesi è essen-
zialmente una considerazione degli interessi fondamentali del po-
polo cinese: questa è la vera forza motrice che rende possibile la
popolarizzazione. Se una teoria è lontana dagli interessi della gente,
non importa quanto ci si sforzi per divulgarla, sarà sempre difficile
renderla popolare su vasta scala. Le teorie possono essere accolte fa-
vorevolmente dalle masse solo se le servono: unicamente in questo
modo i concetti ideologici verranno interiorizzati, creduti e usati.
Le conquiste teoriche del marxismo in Cina, tra cui troviamo le idee
di Mao Zedong e di Deng Xiaoping, l’importante Teoria delle tre
rappresentanze e il concetto di sviluppo scientifico, mettono tutte
al primo posto gli interessi del popolo cinese14. Il nucleo di queste
teorie ideologiche è uno solo: la risoluzione degli interessi specifici
del popolo cinese in diversi periodi storici. Questa è l’incarnazione
della praticità e dell’affinità del marxismo con il popolo. Gli ulti-
mi risultati della sinizzazione del marxismo, vale a dire il sistema
teorico del socialismo con caratteristiche cinesi, le idee di Deng
Xiaoping, l’importante Teoria delle tre rappresentanze e il concet-
to di sviluppo scientifico, prendono in considerazione gli interessi
fondamentali del popolo cinese contemporaneo. Il pensiero teorico
di Deng Xiaoping sulla strategia dello sviluppo “in tre fasi” e sulla
“prosperità comune” miravano a costruire un paese prospero con
cittadini felici e agiati, trovandosi la società cinese nella fase pri-

14 Durante il XIX congresso nazionale del Partito Comunista Cinese, il Se-


gretario generale del Partito Comunista Cinese Xi Jinping ha dichiarato: “Il
pensiero del socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era costru-
isce e arricchisce ulteriormente il marxismo-leninismo, il pensiero di Mao
Zedong e di Deng Xiaoping, la Teoria delle tre rappresentanze e il concetto
di sviluppo scientifico. Esso rappresenta l’ultimo risultato dell’adattamen-
to del marxismo al contesto cinese e racchiude l’esperienza pratica e la sag-
gezza collettiva del nostro partito e del nostro popolo. È una componente
importante della teoria del socialismo con caratteristiche cinesi e una guida
all’azione per tutti i membri del partito e per tutti i cinesi mentre ci sfor-
ziamo di raggiungere il ringiovanimento nazionale. Questo pensiero deve
essere rispettato e costantemente modificato su una base a lungo termine”.
Zhang Boying - Centralità della popolarizzazione nel marxismo 101

maria del socialismo. L’importante Teoria delle tre rappresentan-


ze pone l’accento sugli interessi della maggioranza delle persone
e rappresenta i requisiti dello sviluppo delle forze produttive otti-
mizzate e il progresso della cultura avanzata. Essa ha come scopo
finale il benessere dell’economia e della cultura popolari. Il concet-
to di sviluppo scientifico e la costruzione di un’armoniosa società
socialista sono il pensiero strategico e il metodo di esecuzione per
realizzare gli interessi della grande maggioranza del popolo cinese.
Come sottolineato da Hu Jintao: “Lo sviluppo deve essere per le
persone, deve dipendere dalle persone e i suoi frutti devono essere
condivisi da tutti. La centralità del popolo è il principio base del
materialismo storico marxista e incarna la missione principale del
nostro partito, che è quella di servire lealmente le persone, e il no-
stro scopo fondamentale, cioè lo sviluppo economico e sociale”15.
La combinazione dei principi universali del marxismo con la realtà
contemporanea della Cina, l’ultimo risultato della sinizzazione del
marxismo, si basa su una profonda comprensione delle leggi che
governano lo sviluppo della società umana, l’orientamento generale
del Partito Comunista e lo sviluppo delle caratteristiche cinesi. Lo
scopo fondamentale è quello di servire gli interessi della maggio-
ranza del popolo cinese di oggi: questa è la base intrinseca per fare
sì che il marxismo sia ampiamente accettato dall’opinione pubblica
come guida pratica.
In terzo luogo, si parlerà del principio di soggettività del mar-
xismo. Il problema della soggettività e dell’obiettività riguarda il
rapporto tra l’uomo e il mondo reale. “L’esame dello stato e del
ruolo della persona come soggetto si concentra sulla relazione tra
l’uomo e il mondo. In altre parole, la relazione tra l’uomo e il mon-
do, e anche il mondo stesso, viene esaminata dal punto di vista del-
lo status e del ruolo della persona come soggetto”16. Il principio di

15 Kexue fazhanguan zhongyao lunshu zhaiyao (Riepilogo del concetto di svilup-


po scientifico), Zhongyang wenxian chubanshe, Dangjian duwu chubanshe,
2008, p. 31.
16 Chen Yanqing wenji (Scritti scelti di Chen Yanqing), Tianjin renmin chu-
102 MarxVentuno n. 1-2/2018

soggettività è un principio fondamentale della filosofia marxista.


“Il marxismo supera l’unilateralità dei vecchi materialismo e ideali-
smo, trascende l’opposizione tra il principio di oggettività e quello
di soggettività e li unifica sulla base della pratica”17. In effetti, in un
certo senso, il principio di soggettività è anche un principio fonda-
mentale del marxismo. La filosofia marxista, come visione del mon-
do e metodologia, fornisce i principi di base e metodologici per la
teoria marxista nel suo complesso. L’accentuazione del potere prin-
cipale delle masse è la caratteristica di base del marxismo. Quindi,
quando il marxismo enfatizza la pratica, deve anche sottolineare
la soggettività delle persone e mettere in evidenza il principio di
soggettività.
La popolarizzazione, come requisito principale del marxismo in
Cina, è strettamente correlata al principio di soggettività del marxi-
smo.
La definizione “marxismo con caratteristiche cinesi” incarna il
principio di soggettività del marxismo. Essa risolve scientificamen-
te e materialisticamente la relazione tra teoria e pratica e quella tra
uomo e mondo (questo mondo include mondi materiali e spirituali,
come per esempio la teoria scientifica). Il marxismo con caratteri-
stiche cinesi enfatizza la combinazione tra teoria e pratica: questa
pratica è storica e concreta ed è un’attività efficacie che il sogget-
to adotta sulla base della realtà oggettiva. Nel caso specifico della
Cina, questa pratica è l’uso concreto dei principi universali del mar-
xismo da parte del popolo cinese in base a determinate condizio-
ni nazionali. Ciò deve essere ottenuto integrando le caratteristiche
specifiche cinesi e seguendo la situazione nazionale reale, non la
“teoria”. Il marxismo con caratteristiche cinesi ha messo in risalto
la posizione dominante, il ruolo centrale e le capacità soggettive
del Partito Comunista Cinese e del popolo cinese e ha confermato
le teorie scientifiche che questi ultimi stavano cercando. Di fronte
al marxismo, non ci sono soggetti passivi, obbedienti, meccanici

banshe, 2007, p. 31.


17 Ibid., p. 106.
Zhang Boying - Centralità della popolarizzazione nel marxismo 103

o inflessibili, ma solo soggetti attivi, creativi e capaci. Nella teoria


dell’attuazione passiva, cieca, meccanica e rigida, il soggetto è as-
sente, quindi questo sistema non è il tipo di pratica positiva seguita
dal marxismo.
È stato già detto che il marxismo con caratteristiche cinesi è
un tipo di marxismo applicato attivamente che aderisce anche al
principio di soggettività marxista. Il fatto che il marxismo con ca-
ratteristiche cinesi si conformi con la soggettività non significa che
ci sia un allontanamento dall’obiettività, ma che la soggettività è
la sua base fondamentale. Significa anche che l’unità dialettica tra
oggettività e soggettività è stata raggiunta. L’emancipazione della
mente e la ricerca della verità dai fatti sostenute dai marxisti cinesi
incarnano l’unità dialettica tra oggettività e soggettività. Possiamo
affermare che “l’emancipazione della mente” è il pensiero ideologi-
co del Partito Comunista Cinese e incarna perfettamente il principio
di soggettività aumentando la consapevolezza della coscienza sog-
gettiva, l’abilità soggettiva e lo spirito creativo del soggetto. Allo
stesso modo, possiamo anche sostenere che “la ricerca della verità
dai fatti” è l’essenza teorica del marxismo con caratteristiche cine-
si perché, basandosi sul materialismo, esprime l’appello razionale
soggettivo. “Concreto” significa che insiste sull’idea che la sfera ma-
teriale, basata sull’esistenza oggettiva, venga collocata al primo po-
sto. “Ricerca” indica la soggettività della persona, cioè l’entusiasmo
e l’iniziativa del soggetto. Partendo dalle realtà della rivoluzione,
della costruzione e delle riforme cinesi, combinare i principi uni-
versali del marxismo con la realtà cinese ed esplorare la legge dello
sviluppo oggettivo e dei percorsi propri dello sviluppo della rivo-
luzione, della costruzione e delle riforme cinesi significa sostenere
e applicare il principio di soggettività del marxismo. La rivoluzione
democratica della Cina proposta da Mao Zedong ha usato le aree
rurali per circondare le città e ha preso la strada del potere politico
insistendo sul principio di obiettività e di soggettività del marxi-
smo, che metteva in luce l’entusiasmo, l’iniziativa e la creatività del
Partito Comunista Cinese e del popolo cinese. Questo processo non
104 MarxVentuno n. 1-2/2018

solo è sfociato nella rivoluzione della nuova democrazia in Cina,


ma ha anche arricchito e sviluppato il pensiero del marxismo a pro-
posito della presa del potere da parte delle forze armate. Le teorie
di Deng Xiaoping hanno presentato sia i piani quinquennali che i
mercati come strategie: “pianificazione” non significa socialismo e,
allo stesso modo, “mercato” non significa capitalismo perché anche
il socialismo può impegnarsi in un’economia di mercato. Queste
idee si basano sulla realtà cinese e sulle nuove conclusioni tratte
dagli aspetti positivi e negativi del movimento socialista in Cina e
persino nel mondo: superano il modello classico dell’ex Unione So-
vietica e, allo stesso tempo, sviluppano e arricchiscono il marxismo
classico. Già negli anni ‘80 Deng Xiaoping disse: “Il successo della
rivoluzione cinese è dovuto alla combinazione, fatta dal compagno
Mao Zedong, tra il marxismo-leninismo e la realtà della Cina, che
ha preso la propria strada. Anche ora che siamo impegnati nella co-
struzione, dobbiamo combinare il marxismo-leninismo con la realtà
cinese e andare per la nostra strada”18. Si può dire che “prendere la
propria strada” è un altro modo per parlare della sinizzazione del
marxismo: è una sintesi del marxismo in Cina. L’importante Teoria
delle tre rappresentanze, il concetto di sviluppo scientifico e le al-
tre principali idee strategiche si trovano tutte collocate in un nuovo
momento storico. Secondo i tempi e lo sviluppo sociale, l’eredità,
la persistenza e lo sviluppo del marxismo si basano su una profon-
da comprensione delle leggi che regolano lo sviluppo della società
umana, la costruzione del socialismo e il Partito Comunista. Eredi-
tare, sostenere e, soprattutto, sviluppare il marxismo sottolineano il
ruolo e la responsabilità del soggetto, della conoscenza e della pra-
tica. Questa è la coscienza razionale dei veri marxisti.
Il principio di soggettività non è solo strettamente correlato al
marxismo con caratteristiche cinesi, ma ha anche un legame diretto
con la popolarizzazione del marxismo. Lo scopo fondamentale del
marxismo con caratteristiche cinesi risiede nella pratica e nell’ap-

18 Deng Xiaoping wenxuan (Scritti scelti di Deng Xiaoping), op. cit., p. 95.
Zhang Boying - Centralità della popolarizzazione nel marxismo 105

plicazione: i soggetti della pratica non sono solamente le élite so-


ciali o politiche o il Partito Comunista Cinese, ma anche le grandi
masse popolari sotto la guida del partito. Al fine di diventare una
forza materiale concreta, le conquiste teoriche del marxismo devo-
no considerare la popolarizzazione come un principio e un requisito
fondamentali e usare la popolarizzazione per raggiungere gli scopi
teorici del marxismo con caratteristiche cinesi.

Aspetti da enfatizzare nella popolarizzazione del marxismo nella


Cina contemporanea

La popolarizzazione del marxismo nella Cina contemporanea è


una questione importante per l’intero partito e per tutta la società.
Il suo compito consiste nel comprendere come il sistema teorico del
socialismo con caratteristiche cinesi possa interiorizzare meglio le
idee delle masse e se possa o meno essere tradotto nella realtà in
maniera più efficace, diventando una guida pratica per il popolo.
Il compito coinvolge più aspetti, tra cui il meccanismo istituziona-
le, i metodi di divulgazione e l’educazione di individui di talento19.
Questo capitolo vuole presentare brevemente i diversi aspetti che
dovrebbero essere enfatizzati.
In primo luogo, è necessario collegare la popolarizzazione del
marxismo nella Cina contemporanea con la costruzione di un si-
stema di valori socialista. Il primo dei quattro elementi centrali del
sistema di valori fondamentali socialisti si basa sull’uso della teoria
marxista come guida. Il marxismo è la guida ideologica del partito e
del paese ed è anche l’anima del sistema di valori fondamentali del
socialismo. Senza l’uso del sistema di valori socialisti per guidare
le tendenze ideologiche sociali non si può concepire il marxismo
e, quindi, nemmeno il marxismo cinese contemporaneo, cioè il si-
stema teorico del socialismo con caratteristiche cinesi. La popola-

19 Boying Zhang, Guanyu dangdai Zhongguo Makesizhuyi dazhonghua de


ruogan sikao (Alcune riflessioni sulla popolarizzazione del marxismo nella Cina
contemporanea), “Journal of Shanghai Normal University” (Philosophy &
Social Sciences Edition), n.3, 2008.
106 MarxVentuno n. 1-2/2018

rizzazione del marxismo nella Cina contemporanea svolge un ruo-


lo importante come guida del pensiero sociale, si può dire che la
prima è inclusa nel secondo. Allo stesso tempo, alcune esperienze
di successo nel campo della popolarizzazione possono fornire un
riferimento per la costruzione del sistema di valori fondamentali
del socialismo. Naturalmente, in condizioni specifiche, anche alcuni
buoni metodi ed esperienze utili per la costruzione del sistema di
valori di base dovrebbero essere evidenziati durante il processo di
popolarizzazione.
In secondo luogo, i risultati teorici del marxismo con caratteristi-
che cinesi si basano sulla combinazione della costruzione e della
riforma socialista della Cina odierna; questa combinazione è incen-
trata sugli obiettivi generali del paese, della nazione e della società
e, quindi, tende alla generalità. Possono essere presi come esempio
i “cinque piani complessivi”20 ed altre politiche che si concentra-
no sulle prospettive scientifiche dello sviluppo: si tratta spesso di
questioni che riguardano i principali livelli di sviluppo nazionale,
sociale ed etnico. La popolarizzazione deve prestare attenzione ai
bisogni delle singole teorie e agli interessi degli individui. Per dis-
sipare i dubbi delle masse e migliorare il suo ruolo di guida ideolo-
gica e di mediatore, è necessario essere capaci di collegare l’ampia
generalizzazione del marxismo con caratteristiche cinesi agli inte-
ressi personali del grande pubblico, al pensiero pratico e alla vita
lavorativa. L’integrazione di questo lavoro specifico, che ha come
scopo il far comprendere a pieno il marxismo nella Cina contem-
poranea, non è solamente una responsabilità riservata agli addetti
alla divulgazione teorica, ma anche alla maggior parte dei membri

20 I “cinque piani complessivi” si riferiscono alla nuova esigenza di man-


tenere i “cinque equilibri”, cioè il bilanciamento dello sviluppo urbano e
rurale, lo sviluppo tra regioni, lo sviluppo economico e sociale, lo sviluppo
dell’uomo e della natura e lo sviluppo interno combinato con l’apertura
al mondo esterno. Questi piani sono stati proposti da Hu Jintao durante
la III sessione plenaria del XVIII congresso nazionale del Partito Comuni-
sta Cinese (14 ottobre 2003) nel discorso “Decisione del Comitato Centrale
del Partito Comunista Cinese su alcune questioni importanti riguardanti il
perfezionamento dell’economia di mercato socialista”.
Zhang Boying - Centralità della popolarizzazione nel marxismo 107

del partito, in particolare ai quadri dirigenti. Solo in questo modo


il lavoro potrà dare i suoi frutti. È necessario sfatare il mito che la
popolarizzazione del marxismo nella Cina contemporanea sia solo
una questione di teoria, propaganda ed educazione. In realtà, è
collegata a ciascun membro del partito. La popolarizzazione deve
combinare le difficoltà pratiche delle masse con gli insegnamenti
teorici del partito e spiegare le linee guida, i principi e le politiche in
un linguaggio familiare alle masse, in modo che il popolo possa trar-
ne beneficio, elevare il proprio livello di comprensione ideologica e
risolvere gradualmente le difficoltà, aumentando il tenore di vita
di ogni cittadino. Quindi, per popolarizzare il marxismo nella Cina
contemporanea non è solo necessario che la maggioranza dei mem-
bri e dei quadri del partito comprendano e padroneggino la teoria
marxista, ma anche che essi lavorino in prima fila quotidianamente
per avvicinare ulteriormente le masse alla teoria, alle linee guida, ai
principi fondamentali e alle politiche innovative del partito. Que-
sta è una parte importante del marxismo cinese contemporaneo che
non può essere ignorata: divulgare il marxismo usandolo e appli-
care il marxismo alla divulgazione sono requisiti importanti per la
popolarizzazione del marxismo cinese contemporaneo. Pertanto, la
popolarizzazione del marxismo non è solo un compito della teoria,
della divulgazione e degli educatori, ma un lavoro che deve svol-
gere la maggior parte dei membri e dei quadri del partito. Questi
ultimi devono essere sempre in contatto con le masse durante il loro
lavoro specifico e devono incorporare nei propri compiti quotidiani
le posizioni e i punti di vista del sistema teorico del socialismo con
caratteristiche cinesi e le linee guida del partito. Questo processo è
proprio l’essenza della divulgazione stessa. Questi sono i requisiti
sempre più elevati che vengono richiesti ai membri e quadri del par-
tito della nuova epoca, affinché facciano meglio il proprio lavoro,
diventino qualificati e addirittura eccellenti.
In conclusione, va anche sottolineato che la popolarizzazione del
marxismo cinese contemporaneo deve anche avere una prospettiva
globale. Sebbene i risultati teorici del marxismo cinese contempo-
raneo siano il prodotto della combinazione dei principi universali
108 MarxVentuno n. 1-2/2018

del marxismo e della realtà della Cina attuale, essi sono specifici del
marxismo e perciò anche universali. Attualmente, in Cina, le rifor-
me e l’apertura nazionali, la costruzione di sistemi di economia di
mercato, lo sviluppo scientifico e tecnologico, l’ambiente ecologico
e altri elementi sono sempre più al passo con il progresso globale.
Inoltre, la Cina svolge un ruolo sempre più importante nella politi-
ca e nell’economia mondiale e negli affari esteri. Le principali idee
strategiche, tra cui troviamo il concetto di sviluppo scientifico e la
costruzione di un mondo armonioso, non sono solo una preroga-
tiva cinese, ma nel mondo intero. Quindi, si può anche affermare
che il marxismo con caratteristiche cinesi, in particolare le sue con-
quiste nella Cina contemporanea, sono una fonte di ispirazione per
le teorie generali marxiste, anche grazie al contributo dei risultati
dell’esperienza cinese. Pertanto, nel corso dei dialoghi e degli scam-
bi con il mondo, i risultati teorici del marxismo con caratteristiche
cinesi devono anche trasmettere alle persone delle altre nazioni il
livello di comprensione delle questioni mondiali della teoria marxi-
sta. Questo processo ha indubbiamente un grande significato per la
diffusione dei risultati teorici del marxismo cinese contemporaneo
perché arricchisce le teorie generali marxiste, sostiene un modello
di mondo multipolare e trasmette l’idea della costruzione di una
società armoniosa. Questo è il nuovo requisito proposto dallo svi-
luppo sociale del mondo, ovvero della nuova epoca, per la popola-
rizzazione del marxismo cinese contemporaneo. In un certo senso
si può dire che i risultati della teoria marxista cinese, in particola-
re quelli del marxismo cinese contemporaneo, sono sia della Cina
che mondiali. Durante gli scambi con i cittadini degli altri paesi del
mondo, dobbiamo lavorare duramente per rendere popolare a livel-
lo internazionale il marxismo con caratteristiche cinesi e utilizzarlo
per trasmettere la voce e le idee di questa nazione, fornendo conte-
nuti specifici a coloro che sono interessati alle riforme, all’apertura
e alle esperienze di successo della Cina. Può tutto ciò essere visto
come un’estensione all’estero delle responsabilità dei lavoratori te-
orici del marxismo cinese?
Gryzlov - Indimenticabile la mia Unione Sovietica... 109

Indimenticabile la mia Unione Sovietica1...

Consigli metodici a propagandisti, docenti, relatori2

Vladimir F. Gryzlov3

Abstract

Il saggio ripercorre la storia dell’URSS cominciando dalla sua nascita


all’indomani della rivoluzione d’ottobre. Appena nata, l’Unione Sovietica
dovette far fronte ad una grave eredità: quella della questione nazionale,
che fin dall’inizio fu cavalcata dalle borghesie nazionaliste per minare il ne-

1 Parole della canzone “La nostra patria è l’Unione Sovietica” del bardo
rosso Aleksander Charčikov.
2 Nezabvennyj moj Sovetskij Sojuz…*(Metodičeskie sovety propagandistam,
lektoram, dokladčikam), pubblicato nella rivista teorico-politica del PCFR
“Političeskoe Prosveščenie”, n. 6/2017. http://www.politpros.com/journal/
read/?ID=6910&journal=222. Traduzione di Andrea Catone.
3 Direttore della rivista “Političeskoe Prosveščenie”.
Dal 2016 la rivista “MarxVentuno” ha uno scambio con la rivista dei co-
munisti russi, che ha già tradotto e pubblicato alcuni articoli. Ricordiamo
tra gli altri quello di Manlio Dinucci, tratto dal nostro n. 1-2/2016, La Nato
dopo la “guerra fredda” [NATO posle “cholodnoj vojny”], nel n. 5/2016, leg-
gibile anche in versione digitale in http://www.politpros.com/journal/
read/?ID=5804&journal=199,; e A. Catone, tratto dal n. 1-2/2017, Battersi
per la Costituzione! Battersi per il proporzionale! [Borotsja za Konstituciju, za
proporcional’nuju izbiratel’nuju sistemu!] nel n. 3/2018, leggibile anche in
http://www.politpros.com/journal/read/?ID=7381&journal=231. Nella
Presentazione del testo il collegio redazionale scrive che la questione della
lotta per un sistema proporzionale, contro il maggioritario è molto attuale
anche per la Federazione russa, visto che dal 2016 il sistema elettorale pre-
vede che la metà dei deputati della Duma (225) della Federazione Russa
vengano eletti con sistema maggioritario uninominale, e solo l’altra metà
con sistema proporzionale. Il maggioritario evidentemente avvantaggia
chi dispone di mezzi economici e controlla le leve del potere.
110 MarxVentuno n. 1-2/2018

onato potere sovietico e frammentare il paese. La costituzione e la gestione


delle diverse repubbliche e dei diversi popoli all’interno dell’Unione richie-
se uno sforzo creativo e il paese conobbe uno sviluppo dinamico all’insegna
dell’amicizia tra i popoli e dell’unità internazionale, che culminarono nello
sforzo congiunto della Grande Guerra Patriottica.
La persistenza della questione nazionale fece parte del complesso quadro
di crisi e distruzione dell’Unione Sovietica nel 1991 e nei decenni succes-
sivi. L’andata al potere dei “democratici” ha distrutto lo Stato dell’Unio-
ne anche attraverso cambiamenti socio-economici e il dilagare del mercato
borghese ha favorito la nascita di mercati nazionali e regionali, mentre si
procedeva alla disgregazione verticale degli organismi statali e delle orga-
nizzazioni sociali.
Oggi comprendere la direzione nello sviluppo delle relazioni nazionali
sul territorio dell’ex URSS è di fondamentale importanza per elaborare la
strategia dei partiti comunisti e delle organizzazioni popolari patriottiche.
Sono due le tendenze più significative: quella verso la reintegrazione (la
ricostituzione dello spazio che fu l’URSS) e quella verso la disintegrazione.
Nel movimento di massa per la reintegrazione il ruolo principale è svolto
dal proletariato, per questo sono necessari il coinvolgimento e la massi-
ma attenzione dei partiti comunisti uniti nell’Unione dei partiti comuni-
sti-PCUS.

Si può costruire l’incontro, la conferenza, la relazione per il 95°


anniversario della formazione dell’URSS secondo il seguente sche-
ma:

1. Successo della formazione e sviluppo dell’URSS. Risoluzione


della questione nazionale nella forma in cui proveniva dal passato.

2. Principali cause e conseguenze della distruzione dell’Unione


Sovietica.
3. Processi di reintegrazione e disintegrazione sul territorio dell’ex
URSS. La lotta dei comunisti, dei patrioti per il ripristino dello Stato
dell’Unione sovietica.
4. Compiti immediati delle organizzazioni di partito regionali,
locali e di base.
Gryzlov - Indimenticabile la mia Unione Sovietica... 111

1. Successo della formazione e sviluppo dell’URSS

Risoluzione della questione nazionale nella forma in cui proveni-


va dal passato
Per cominciare, è possibile ricordare al pubblico che la formazio-
ne dell’URSS è stata la continuazione della causa del Grande Otto-
bre.
L’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche fu proclamata
dal I Congresso dei Soviet dell’URSS il 30 dicembre 1922. La crea-
zione del nuovo stato si realizzò in modo altamente democratico e
con eccezionale senso di responsabilità dei partecipanti al processo
di unificazione. Il I Congresso dei Soviet approvò in sostanza la Di-
chiarazione e il Trattato che istituiva l’Unione Sovietica stipulato
dalle delegazioni plenipotenziarie, elette dai Congressi dei Soviet
della RSFSR4, RSSU5, RSFST6 e RSSB7.
Dalla Russia sovietica, l’URSS ricevette una pesante eredità. Il
quadro complessivo, dopo la rivoluzione democratico-borghese
di febbraio era questo: da un lato, vi fu l’aggregazione delle forze
rivoluzionarie a livello internazionale, dall’altro vi fu la divisione
del paese. Nelle regioni periferiche sorsero un’intera serie di orga-
ni pseudo statali di potere della borghesia nazionalista: “Rade” in
Ucraina e Bielorussia; “Consigli nazionali” negli Stati baltici; “Šura
Islamica”, “Ulema” e “Alaš Orda” in Asia centrale; “Sfatul Cerij” in
Moldavia, ecc. Il movimento “bianco” e gli interventi stranieri dopo
l’ottobre 1917 miravano alla distruzione del paese.
Va sottolineato che l’istituzione del potere sovietico, l’avvio sulla
strada delle trasformazioni socialiste, portò legittimamente alla for-

4 Rossijskaja Sovetskaja Federativnaja Socialističeskaja Respublika: Repubblica


Socialista Federativa Sovietica Russa.
5 Ukrainskaja Sovetskaja Socialističeskaja Respublika: Repubblica Socialista So-
vietica Ucraina
6 Zakavkazskaja Sovetskaja Federativnaja Socialističeskaja Respublika: Repubbli-
ca Socialista Federativa Sovietica Transcaucasica.
7 Belorusskaja Sovetskaja Socialističeskaja Respublika: Repubblica Socialista
Sovietica Bielorussa.
112 MarxVentuno n. 1-2/2018

mazione di un unico stato dell’Unione. Il Partito dei comunisti fu in


grado di organizzare e dirigere un ampio e potente movimento di
unificazione delle repubbliche e dei popoli sovietici.
Vi fu un difficile processo di ricerca creativa della forma del fu-
turo stato dell’Unione. Nella costruzione dell’URSS, Lenin respinse
categoricamente la confederazione, ma non era d’accordo neanche
con l’autonomizzazione, vale a dire l’ingresso di grandi repubbli-
che nella RSFSR con diritti di autonomia. Egli propose di creare un
“nuovo livello”, una “nuova federazione”. Grande fu il ruolo di I. V.
Stalin nella creazione dell’URSS.
L’Unione Sovietica si sviluppò in modo dinamico. A supporto di
ciò si possono riportare i seguenti dati statistici: 1922-1982, il volu-
me totale della produzione industriale crebbe in URSS 537 volte e
nella RSS Armena 1048 volte, nella RSS Moldava 969, in quella del
Kazakistan 938, nel Tagikistan 898, nella RSS bielorussa 730 volte,
nella Repubblica socialista Sovietica kirghisa 712 volte, ecc. Il be-
nessere del popolo crebbe rapidamente. L’Unione Sovietica ascese
rapidamente ai vertici della cultura, della scienza, dell’educazione.
Il paese ottenne successi significativi nella risoluzione della que-
stione nazionale. Negli anni del potere sovietico i popoli ebbero di-
verse forme di statualità nazionale, che esprimeva gli interessi non
solo del popolo o popoli, riflessi nel nome della repubblica, nell’au-
tonomia, ma difendeva i rappresentanti di tutte le nazionalità che
vivevano nel territorio della data Repubblica, della formazione
nazional-statale. I livelli di sviluppo delle repubbliche furono pa-
rificati. Nell’ambito delle relazioni tra nazionalità si manifestarono
tendenze allo sviluppo e riavvicinamento delle nazioni e delle na-
zionalità socialiste. Si formò una comunità di uomini nuova nella
storia, di classe e internazionale: il popolo sovietico.
L’amicizia tra i popoli e l’unità internazionale si manifestarono
chiaramente negli anni più difficili della Grande Guerra Patriotti-
ca. I rappresentanti praticamente di tutte le nazioni e nazionalità
dell’URSS hanno ricevuto l’alto titolo di Eroe dell’Unione Sovietica.
Tra questi: 8160 russi, 2068 ucraini, 309 bielorussi, 161 tartari, 108
ebrei, 96 kazaki, 90 armeni, 90 georgiani, 69 uzbeki, 61 mordvini,
Gryzlov - Indimenticabile la mia Unione Sovietica... 113

44 ciuvasci, 43 azeri, 39 baschiri, 32 osseti, 18 mari, 18 turkmeni, 15


lituani, 14 tagiki, 13 lettoni, 12 kirghisi e combattenti di altre nazio-
nalità.
L’Unione Sovietica ha avuto un’enorme influenza sullo svilup-
po del mondo intero. Dalla Grande Rivoluzione d’Ottobre e dalla
formazione dell’Unione Sovietica inizia una nuova era della sto-
ria mondiale, l’era della transizione dal capitalismo al socialismo.
L’URSS è stata la forza trainante della comunità socialista, ha aiuta-
to il movimento comunista internazionale, il movimento operaio, il
movimento di liberazione nazionale, i patrioti e gli autentici demo-
cratici in tutto il mondo.

2. Principali cause e conseguenze della distruzione


dell’Unione Sovietica

Passando alla seconda questione, va notato che, c’erano certa-


mente problemi nazionali nel paese, ma si trattava di problemi com-
pletamente diversi rispetto a quelli esistenti prima del 1917 o a quel-
li attuali. Dovevano essere risolti con calma, senza violare l’integrità
dello stato che si era formato nel corso di un millennio. Una chiara
maggioranza dei nostri concittadini era di questo avviso. Nel refe-
rendum di tutta l’Unione del 17 marzo, 1991 il popolo (112 milioni,
ovvero quasi il 76% di tutti gli elettori) si espresse chiaramente per il
mantenimento e il rinnovamento dell’URSS. Ma il gruppo dirigente
del paese e del PCUS di quel tempo si mise al carro dei “democrati-
ci” e dei nazionalisti. Commise errori grossolani di carattere socioe-
conomico e politico generale, il che ebbe un impatto molto negativo
anche sulle relazioni tra nazionalità. L’arrivo dei “democratici” al
potere a Mosca ha portato alla distruzione dello Stato dell’Unione.
Le cause della distruzione dell’Unione Sovietica furono diverse:
interne ed esterne, soggettive e oggettive, operanti in tutto il territo-
rio del paese e in singole regioni, meno e più sostanziali, principali.
Nonostante tutta l’importanza delle cause esterne, quelle interne
furono tuttavia determinanti. Ma quali tra esse furono decisive? La
risposta a questa domanda non può che basarsi sulla concezione
114 MarxVentuno n. 1-2/2018

dialettico-materialistica della storia. Si dovrebbe partire dal fatto


che la questione nazionale è questione del potere e le sue radici si
trovano nella sfera sociale ed economica. Quando si parla della sfera
sociale ed economica ci si riferisce non solo al rapido declino econo-
mico dei nuovi stati negli ultimi anni, ma anche alle caratteristiche
essenziali dello sviluppo socio-economico.
Qual è l’essenza degli attuali cambiamenti socio-economici nel
territorio dell’ex Unione Sovietica? Se si evidenzia la cosa più im-
portante, allora c’è stato un cambiamento nei rapporti di proprietà,
e, insieme con ciò, dell’ordine sociale: la restaurazione del capita-
lismo, in alcune regioni con elementi di feudalesimo e di rapporti
patriarcal-tribali.
Il mercato borghese di tutto il mondo è stato modellato sotto for-
ma di mercati nazionali e regionali. Insieme ai mercati ci sono forze
di classe sociale che si sforzano di distruggere il paese. È chiaro che
sono direttamente interessati a vari tipi di processi di redistribu-
zione, conflitti interetnici e guerre dell’“economia sommersa”, la
borghesia criminale. Hanno bisogno di “riciclare” denaro, avere
l’opportunità di sfruttare i lavoratori “in modo civilizzato”, capi-
talisticamente. La frammentazione del paese, la contrapposizione
dei suoi popoli nell’interesse anche della borghesia compradora.
Tuttavia, è impossibile ridurre le cause della distruzione dell’URSS,
l’aggravamento della questione nazionale agli interessi oggettivi e
alle azioni solo di questi gruppi sociali.
La figura più importante nei mercati nazionali emergenti è il pic-
colo borghese. All’esterno, sembrerebbe non così pericoloso come
gli uomini d’affari dell’“economia sommersa”, della mafia e dei
comprador, ma il fenomeno è molto più ampio. Un peculiare pic-
colo borghese, sostanzialmente diverso dal suo predecessore russo
dell’inizio del XX secolo, è il commerciante, ricettatore, speculatore.
Tuttavia, al giorno d’oggi il direttore di una grande fabbrica o istitu-
zione accademica deve spesso “giocare” secondo le stesse regole. Il
lavoratore e il minatore, l’insegnante e il dottore per mesi non han-
no ricevuto gli stipendi. Furono costretti a diventare “navette”, fare
Gryzlov - Indimenticabile la mia Unione Sovietica... 115

lunghi viaggi con le borse “il sogno dell’occupante” 8, commerciare


nei “komki” 9 o nei “gadjušnik” 10, ecc. Non si tratta della valutazio-
ne morale di questo comportamento spesso forzato, ma della posi-
zione obiettiva nel sistema di produzione sociale e, di conseguenza,
della posizione politica di grandi gruppi di persone.
Questo elemento piccolo-borghese (l’“infuriato piccolo-borghe-
se”, che è tutto il tempo sotto la minaccia di fallimento, rovina,
povertà) determina anche in larga misura i processi che portano al
nazionalismo, al separatismo. È vero che al commerciante non inte-
ressa la nazionalità del compratore. Ma allo stesso tempo, il piccolo
borghese aspira a usare qualsiasi fattore (nazionale, linguistico, re-
ligioso, ecc.) per resistere alla concorrenza. Per il profitto è sempre
pronto ad incitare all’inimicizia e all’odio nazionali.
La nascente borghesia è desiderosa di potere. L’esigenza dello
stato nazionale è naturale nelle condizioni del nascente mercato na-
zionale borghese. Lo stato nazionale è la forma più adeguata agli
interessi della borghesia. Perciò si aspira alla “sovranità” e alla “pie-
na indipendenza”, si impongono barriere doganali, si introducono
proprie valute, ecc. Così è avvenuto in tutto il mondo in cui il modo
di produzione borghese stava prendendo forma. La questione na-
zionale è un fenomeno mondiale. La base richiede una sovrastrut-
tura appropriata.
Ma la borghesia nel nostro paese era ancora relativamente piccola
e debole. Essa fa appello all’intellighenzia, ai lavoratori, ai contadi-

8 Si chiamava così, “sogno dell’occupante”, un’enorme valigia, usata dal


personale militare sovietico che serviva nell’ex RDT.
9 Komki: kommisionnye magaziny. I negozi di commissioni in epoca sovietica
erano il luogo in cui era possibile acquistare cose costose e scarse impor-
tate dall’estero. I negozi che prendono in vendita beni nuovi o usati da
privati sono chiamati commissioni. Il concetto di “commissionario” deriva
dal principio stesso dell’operazione: il proprietario riceve una percentuale
(commissione) dalla vendita di cose o attrezzature lasciate dal venditore
privato in vendita [NdT].
10 Locale economico, di bassa qualità, sgradevole [NdT].
116 MarxVentuno n. 1-2/2018

ni, agli strati declassati, ecc. E posti nelle condizioni di un peggio-


ramento della situazione socio-economica, disorientati dai media,
vari strati sociali rispondono in una forma o in un’altra agli appelli
delle forze filocapitaliste. Sorgono movimenti nazionali e nazionali-
sti. La forza di questi movimenti è determinata dal grado di parteci-
pazione di ampi settori della popolazione.
In un breve lasso di tempo, tali movimenti subirono un’evolu-
zione significativa in varie regioni. All’inizio, le organizzazioni a
orientamento nazionale si limitavano alle richieste di attenzione alle
culture nazionali, alle lingue, alle tradizioni, alla religione dei popo-
li, a trattare in modo veritiero la storia, all’ecologia. Spesso questo
è stato combinato con giuramenti di fedeltà al “popolo”, alla “pe-
restrojka” e al “socialismo”. Molte rivendicazioni nazionali erano
legittime e giuste. Ma ben presto la situazione cambiò radicalmente.
I rappresentanti dell’intellighenzia artistica e scientifica, che erano
stati leader-ispiratori dei movimenti nazionali, vennero in genere
messi in secondo piano. I movimenti scivolarono sempre più su bel-
licose posizioni nazionaliste e scioviniste, di russofobia, di borghe-
sia compradora. A un certo punto divennero piuttosto massicci e
rappresentavano una seria forza politica.
Gli sforzi dei movimenti “democratici” e nazionalisti miravano a
rompere lo Stato e le strutture socio-politiche di tutta l’Unione. Le
forze controrivoluzionarie non potevano semplicemente prendere la
macchina statale bella e fatta e usarla per raggiungere i propri obiet-
tivi. Dovevano distruggere lo stato precedente e le sue strutture.
In questa situazione, il centro dell’Unione ha mostrato una sor-
prendente debolezza. Avendo nelle mani tutte le leve del potere,
ha scaricato su chiunque la soluzione dei problemi. Inoltre, è stato
proprio il centro che ha avviato il mercato “libero”, lo ha impiantato
con la forza e quindi ha costantemente generato impulsi destabiliz-
zanti. In altre parole, il centro, con la sua politica socio-economica,
ha diviso in diverse parti popoli e repubbliche.
Non è un segreto che il PCUS fosse il nucleo del sistema politi-
co dell’URSS. Su di esso, come su uno spiedo, poggiavano tutte le
Gryzlov - Indimenticabile la mia Unione Sovietica... 117

strutture statali e le organizzazioni sociali. Tolto lo spiedo, risultò


che tutto “andava via”: a livello verticale furono distrutti la subor-
dinazione e il coordinamento degli organismi statali e delle organiz-
zazioni sociali; a livello orizzontale fu distrutta la loro interazione.
Così andavano le cose. Certo, ci furono tentativi di interrompere
questo corso. Furono intrapresi nel PCUS (gli ultimi Plenum del Co-
mitato Centrale, la formazione del Partito Comunista della RSFSR e
i gruppi di iniziativa dei comunisti di base nel partito). Ci fu il Co-
mitato d’emergenza (GKČP) dell’URSS. Oppure ricordiamo le atti-
vità del gruppo di deputati “Unione”, la lotta dei collettivi dei lavo-
ratori della Transnistria, i fronti internazionalisti dei lavoratori negli
Stati baltici, in Moldavia e in altre regioni. Ma gli internazionalisti
non hanno saputo resistere alle forze “democratiche” e nazionaliste.
Sarebbe corretto sottolineare che non abbiamo avuto un processo
di disintegrazione o addirittura il collasso di uno stato, l’URSS, ma
la distruzione di questo stato, la sua frantumazione in più di 15 sta-
ti nazionali, essenzialmente borghesi. Attivamente o passivamen-
te, da protagonisti o conformisti, da osservatori, a questo dramma
hanno preso parte decine di milioni di persone. E ancora non si può
dire che il suo esito fosse completamente predeterminato.
Ritengo che in un’intervista, una conferenza, una relazione, valga
la pena considerare la questione della formazione di nuovi stati na-
zionali sul territorio dell’URSS. Lo stato è un’organizzazione basata
su determinate forze di classe sociale ed esprime i loro interessi.
Ora, la questione della classe sociale degli stati che sono sorti sul
territorio dell’URSS è oscurata nella letteratura sull’argomento. Ne-
gli ultimi anni, sono stati scritti volumi sul federalismo in Russia,
persino nella Rus’ di Kiev e nello stato di Mosca, sulla delimitazione
dei poteri dei soggetti dell’attuale Federazione Russa, ma è difficile
trovare almeno l’affermazione che la struttura dello stato nazionale
(stato unitario, federazione, confederazione) è una delle caratteri-
stiche della forma dello stato, insieme con la forma di governo e il
regime politico. L’essenza dello stato è dovuta alla sua natura di
classe sociale. Senza cambiare l’essenza dei nuovi stati (sostituendo
118 MarxVentuno n. 1-2/2018

lo stato borghese con uno di orientamento democratico-popolare e


socialista), la questione nazionale non può essere risolta in futuro, il
paese e il popolo non possono essere uniti.
È giunto il momento di abbandonare il discorso vuoto sullo stato
moderno come una specie di “contratto sociale”, specialmente dopo
l’accordo nell’agosto 1991 (dalla testimonianza del consigliere di
stato Ju. Skokov al Comitato di emergenza sovietico) di bombarda-
re il Cremlino e gli spari dei carri armati sulla Camera dei Soviet a
Mosca nell’ottobre 1993 – il luogo in cui si trovava la massima auto-
rità della RSFSR (RF) – il congresso dei deputati del popolo. Quella
che fu una grande conquista del pensiero sociale ai tempi di J.-J.
Rousseau, T. Hobbes e J. Locke, oggi appare estremamente ingenua.
Lo stato non è l’incarnazione di alcuna idea – “russa”, “ortodossa”
(“il regno di Dio sulla terra”), ecc. È una forza materiale completa-
mente tangibile. Lo stato più democratico è capace di coercizione.
Lo stato è prima di tutto l’esercito, la milizia (polizia), gli organi
per la sicurezza dello stato, altre agenzie di sicurezza, nonché gli
organi di gestione economica nell’interesse di determinati gruppi
socio-economici.
L’emergente borghesia nazionale e compradora, per molti aspetti
di natura francamente criminale, aveva bisogno di uno stato bor-
ghese. Solo con l’aiuto di meccanismi statali avrebbe potuto realiz-
zare i suoi desideri e le sue speranze. Aveva bisogno di leggi nel suo
stesso interesse. Il diritto è la volontà della classe dominante, eleva-
ta alla legge. Era necessario non solo adottare leggi, ma anche creare
strutture in grado di costringere a rispettare queste leggi. Uno stato
di classe è violenza organizzata e sistematica (anche attraverso la
selezione di mezzi di lotta da parte degli sfruttati). Era necessario
formare un apparato statale – nuovi funzionari (burocrazia) – per
impadronirsi delle posizioni burocratiche.
Sotto il pretesto delle “riforme”, c’è stata una trasformazione (un
cambio di giurisdizione) e una rottura dei precedenti assetti, la for-
mazione di nuovi organi del potere statale. Sono in fase di forma-
zione “i distaccamenti speciali di uomini armati”, un “potere pub-
Gryzlov - Indimenticabile la mia Unione Sovietica... 119

blico” armato. In termini moderni, si tratta di strutture di potere che


possono essere utilizzate anche contro il proprio popolo o singoli
gruppi, strati, compresi quelli identificati su base nazionale: “nuovi
arrivati insolenti”, “invasori”, “mankurt”11, ecc.
Quanto luridume hanno versato e versano i “democratici” e i na-
zionalisti sugli “estremisti”-bolscevichi, che ruppero la macchina
statale della Russia zarista. Ma forse che essi, nell’interesse ormai
degli sfruttatori, non hanno fatto lo stesso? I bolscevichi fecero que-
sto nell’interesse del popolo lavoratore.
Allo stesso tempo, anche i fattori esterni hanno giocato un ruolo
estremamente importante nella distruzione dell’URSS, spesso in-
trecciati con quelli interni. In sostanza, c’era una guerra di nuovo
tipo. Questo durissimo scontro tra i due sistemi socio-economici (o,
come a volte dicono, la “terza guerra mondiale”) si è manifestato
in tutte le sfere della vita pubblica: in politica, economia, questioni
sociali, ideologia. La dura rivalità era nel campo dell’informazione,
della diplomazia, dell’intelligence, dell’esercito. Tutte le principali
istituzioni dello stato e della società del paese, tutte le principali
sfere di attività della vita erano sotto attacco.
Agli ascoltatori si può porre la domanda: a cosa ha portato la di-
struzione dell’URSS? Ci hanno perso tutti i popoli. Gli stati appe-
na dichiarati sono nella più dura crisi politica e socio-economica,
perdono la propria indipendenza e sovranità. Nella maggior parte
delle repubbliche dell’Unione sono emersi regimi oligarchici ed et-
nocratici, forse l’unica eccezione è la Bielorussia. Nella vita politica,
le tendenze nazionaliste e fasciste stanno crescendo, i sostenitori dei
“banderisti”, dei “Fratelli della foresta” e altri complici degli hitle-
riani stanno marciando per le strade delle nostre città.

11 Secondo il romanziere Ajtmatov una leggenda kirghisa narra che i man-


kurt erano prigionieri di guerra che venivano trasformati in schiavi con la
testa avvolta nella pelle di cammello, che sotto il sole cocente si restringe-
va avvolgendo strettamente la testa come una fascia d’acciaio. Un mankurt
non riconosceva il suo nome, la sua famiglia o tribù, “non si riconosceva
come essere umano” [NdT].
120 MarxVentuno n. 1-2/2018

È stato distrutto il complesso economico nazionale unitario. La


produzione industriale in quasi tutte le repubbliche è al livello del
1990, e sotto molti aspetti molto più bassa. Una situazione simile è
in agricoltura. Il tenore di vita della popolazione attiva è diminuito
drasticamente, c’è uno spopolamento (degenerazione, perdita di
elementi vitali) delle nazioni. A causa della mancanza di lavoro, i
cittadini, in particolare dalle repubbliche dell’Asia centrale, dell’U-
craina e della Moldavia, dalle zone di conflitti interetnici, emigrano
nella Federazione Russa o in altri paesi. Emergono acute contraddi-
zioni interetniche e guerre.
Sono stati ritagliati i nuovi confini degli stati sulla carne viva dei
popoli. Sono state divise comunità nazionali sviluppatesi nel corso
di molti decenni e secoli. Non solo i popoli relativamente piccoli
(Tagiki, Lesghi12 e molti altri) furono sono stati divisi in diversi stati,
ma anche oltre 25 milioni di russi sono fuori dalla Federazione Rus-
sa, circa 7 milioni di ucraini al di fuori dell’Ucraina, 2,5 milioni di
uzbeki al di fuori dell’Uzbekistan, 1,5 milioni di bielorussi al di fuo-
ri della Repubblica di Bielorussia... Oggi sono chiamate minoranze
nazionali, ma queste minoranze sono molto più numerose di molti
popoli degli stati confinanti.
Sono stati infranti i legami di parentela e amicizia di decine di
milioni di persone, è stata rotta una comunità di cultura e infor-
mazione multinazionale. L’uso della lingua russa, la lingua della
comunicazione interetnica, sta calando, il numero di scuole in cui
si insegna la lingua russa si è sensibilmente ridotto. In uno dei suoi
discorsi, V. M. Alpatov, membro corrispondente, direttore dell’Isti-
tuto di linguistica dell’Accademia delle scienze russa, ha affermato
amaramente che, con l’eccezione della Bielorussia, la lingua russa
è limitata nelle sue funzioni. In Turkmenistan, il processo di sra-
dicamento della lingua è quasi completo, da qualche parte conti-
nua. Più recentemente, il presidente del Kazakistan N. Nazarbajev

12 Lesghi (russo Lezginy): gruppo di popolazioni di lingua caucasica del


Daghestan, suddiviso in numerose frazioni Dargua, Didoi Lachi, Curini
ecc. [NdT].
Gryzlov - Indimenticabile la mia Unione Sovietica... 121

ha firmato un decreto sul trasferimento graduale dell’alfabeto della


lingua kazaka dall’alfabeto cirillico a quello latino. La transizione è
prevista entro il 2025.
Sono state distrutte le forze armate unitarie dell’URSS. Forze ar-
mate missilistiche e spaziali sono ora in diversi stati. Ora non esiste
un unico sistema di difesa missilistica e di difesa aerea. La marina
militare è stata frammentata. Il complesso militare-scientifico e mi-
litar-industriale è significativamente indebolito. I nuovi stati hanno
annunciato la creazione delle proprie forze armate. La capacità di
combattimento di questi eserciti è estremamente bassa.
L’intera architettura delle relazioni internazionali è radicalmente
cambiata. “La distruzione dell’URSS,” ha giustamente osservato il
professor M. S. Džunusov, “può essere paragonata a uno tsunami
geopolitico planetario”. Fino ad ora, le onde di questo tsunami cir-
colano in tutto il mondo. È stato liquidato il mondo bipolare. Gli
Stati Uniti e i loro alleati della NATO si sono arrogati il diritto di
“punire” gli Stati e i popoli più deboli. Se l’Unione Sovietica fosse
esistita, non ci sarebbe stata certamente nessuna tragedia della Ju-
goslavia, dell’Iraq, della Libia, della Siria...

3. Processi di reintegrazione e disintegrazione sul territorio dell’ex


URSS. La lotta dei comunisti, dei patrioti per il ripristino dello
Stato dell’Unione sovietica.

L’esame della terza questione può iniziare con la tesi secondo cui
nel corso dell’ultimo quarto di secolo, sono avvenuti cambiamenti
significativi sul territorio dell’URSS, una nuova realtà politica, so-
cio-economica, spirituale e culturale è emersa. Comprendere la di-
rezione nello sviluppo delle relazioni nazionali e nazional-statali è
di fondamentale importanza per elaborare la strategia e le tattiche
dei partiti comunisti e delle organizzazioni popolari patriottiche.
Sul territorio dell’ex Unione Sovietica oggi si manifestano le due
tendenze più significative: verso il reinserimento e verso la disin-
tegrazione. I funzionari russi hanno affermato che l’integrazione
dovrebbe iniziare da una “lista pulita” ed essere costruita in base
122 MarxVentuno n. 1-2/2018

al tipo di integrazione nell’Unione europea. Ma nell’attuale UE, la


situazione non è l’ideale, ci sono forti contraddizioni. Pertanto, i co-
munisti, i rappresentanti delle organizzazioni patriottiche devono
rivendicare – e lottare per – la reintegrazione, cioè un’integrazione
che tenga conto della situazione attuale e sia vincolata a servirsi in
modo creativo dell’esperienza sovietica.
Milioni di persone partecipano ai processi di re-integrazione e
disintegrazione nel territorio dell’ex Unione Sovietica. C’è una lotta
tra i sostenitori di queste tendenze, a volte in forme molto dure,
spesso senza averne piena coscienza. Qualcuno sta aspettando da
che parte potrà trarre un vantaggio, dove soffierà il vento, o guarda
di lato.
La reintegrazione è un processo complesso, che dipende da molti
fattori. Ora a volte sembra che il pendolo, pur se lentamente, inizi a
muoversi verso la reintegrazione. Ma, secondo me, non dovrebbero
esserci illusioni: non c’è motivo di parlare della prevalenza della
tendenza alla reintegrazione. I fatti sono testardi.
Il ruolo principale nel promuovere la reintegrazione deve essere
svolto dal proletariato, dai salariati del lavoro fisico e mentale delle
ex repubbliche sovietiche. Abbiamo bisogno di un movimento di
massa per la re-integrazione al fine di soddisfare gli interessi dei
lavoratori, degli strati proletari. Per questo è necessaria la massima
attenzione dei partiti comunisti alla classe operaia, ai collettivi di
lavoro.
Le tendenze al reinserimento e alla disintegrazione nelle singole
sfere della vita sociale differiscono in modo significativo. Inizierò
con la sfera politica e politico-militare. Esiste “de jure” un unico
Stato dell’Unione. B. El’cin, L. Kravčuk, S. Šuškevič non avevano il
diritto di “porvi fine”, mettendo le loro firme sotto i documenti di
Belovež. Al momento della firma di questi documenti, non solo la
Costituzione dell’URSS, ma molte dozzine di articoli delle costitu-
zioni della RSFSR, della RSSU e della RSSB, sono state gravemente
violate. Tuttavia, “de facto” l’URSS è stata liquidata, ovunque i suoi
presidenti e governi, la sua legislazione, il suo esercito, la polizia
(le milizie), gli organi di sicurezza e le altre strutture del potere, i
Gryzlov - Indimenticabile la mia Unione Sovietica... 123

sistemi monetari specifici, ecc.


In un’estrema instabilità, le strutture degli stati che si sono sepa-
rati sono in una certa misura “ossificate”. Continua la linea delle
attuali modalità di separazione. Questo processo è guidato dai più
grandi predatori imperialisti. Si può persino dire che l’Occidente
“mastica” i nuovi stati “indipendenti” o parti di essi, e si intrapren-
dono tentativi per fagocitare la preda.
Ciò riguarda non solo l’economia, ma anche la politica, la sfera
politico-militare. La cooperazione militare della Federazione Russa
con parte delle ex repubbliche sovietiche è ora completamente as-
sente. La “parata delle sovranità” è sostituita dalla “parata dell’ab-
bandono della sovranità”. La Lituania, la Lettonia e l’Estonia nel
2004 sono entrate nella UE e nella NATO. Viene sollevata la que-
stione dell’ammissione della Georgia nell’Unione europea e nella
NATO. Forze politiche influenti in Ucraina e Moldavia stanno os-
sessivamente chiedendo di aderire all’Unione europea e alla NATO.
In molte ex repubbliche sovietiche ci sono basi militari e di trasbor-
do, centri di addestramento strutture di comando e controllo degli
Stati Uniti e della NATO.
Le basi militari statunitensi (ex campi di aviazione sovietica)
Karši-Chanabad (Uzbekistan) e Manas (Kirghizistan) sono state re-
centemente chiuse, ma ora stanno parlando di schierare una base
di forze aeree americane nell’aeroporto di Mary-2 (Turkmenistan).
L’attenzione dell’Occidente verso gli Stati baltici è aumentata. Gli
Stati Uniti stanno progettando di trasferire in Polonia e negli sta-
ti baltici parte delle loro truppe stanziate in Italia e in Germania.
Nei siti Internet della NATO si scrive esplicitamente che 9 divisioni
statunitensi, britanniche e tedesche verranno trasferite qui. Si svol-
gono regolarmente le esercitazioni congiunte della NATO con gli
Stati sorti nei territori delle ex repubbliche sovietiche. Gli aeroporti
ex sovietici delle basi aeree di Zokniaj (Šiauliaj, Lituania), Lielvarde
(sud-est della Lettonia) e Emari (Suurkjul vicino a Tallinn) sono stati
modernizzati per ospitare le forze aeree dell’Alleanza Nord-Atlan-
tica. Gli aerei militari della NATO hanno pattugliato lo spazio aereo
dei paesi baltici per oltre 10 anni, il loro numero sta crescendo. È
124 MarxVentuno n. 1-2/2018

stato deciso di dislocare negli Stati baltici i distaccamenti avanzati


delle forze speciali americane. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti e la
Gran Bretagna intendono aumentare la propria presenza di flotte
nel Baltico. Sul Mar Nero, gli americani hanno iniziato la costru-
zione del Centro per le operazioni marittime a Očakovo (Ucraina).
Gli Stati Uniti e altri paesi della NATO stanno addestrando nuovi
quadri di personale militare, riequipaggiando i loro eserciti secondo
gli standard dell’Alleanza.
I conflitti inter-statali e interetnici impediscono la reintegrazione.
Soprattutto se si versa del sangue, i conflitti rimarranno a lungo nel-
la memoria delle nazioni, influenzando negativamente le loro rela-
zioni reciproche. I demagoghi “democratici” continuano a parlare
di “divorzio civile” nella distruzione dell’URSS. Si sentono afferma-
zioni beffarde secondo cui la presunta “liquidazione” dell’URSS ci
avrebbe protetti dalla “balcanizzazione”.
Dopo il 1991, le “metastasi” dei conflitti più acuti, le guerre in-
teretniche e civili si sono diffuse sempre più nel territorio dell’ex
Unione Sovietica. Si sono verificati, covano o sono ancora in corso
scontri armati con l’uso di armi pesanti (artiglieria con razzi, veicoli
corazzati, aerei). Ci sono stati dozzine di conflitti armati a breve ter-
mine. Ci sono stati molti scontri senza l’uso di armi che potrebbero
degenerare in contrapposizioni più dure. Mostruose azioni terro-
ristiche si indirizzano sui trasporti, le case vengono fatte saltare in
aria, le persone vengono prese in ostaggio, vendute per denaro e
brutalmente uccise. Cresce il numero di scontri di massa su base na-
zionale. Rimane un gran numero di crimini terroristici ed estremi-
stici. I militanti dello “Stato islamico” cercano di tornare nella loro
“patria”, creano “celle dormienti” e preparano atti terroristici.
La guerra civile in Tagikistan (1992-1997) ha causato la morte di
almeno 100-150 mila persone, le principali perdite si sono verificate
nella seconda metà del 1992. Nelle due guerre cecene, sono morti
fino a 250 mila militari e civili. Molte migliaia sono morte durante i
conflitti nel Nagorno-Karabach, in Abchazia e nell’Ossezia del Sud,
in Transnistria, in pogrom, disordini e scontri di confine in Asia cen-
trale. Attualmente, gli abitanti del Donbass stanno morendo. Milio-
Gryzlov - Indimenticabile la mia Unione Sovietica... 125

ni di persone sono state ferite e mutilate, hanno abbandonato i loro


focolari, sono diventati rifugiati e sfollati.
Periodicamente vengono lanciate guerre del “gas”, del “vino”,
del “latte” e altre guerre commerciali. I collegamenti ferroviari e ae-
rei sono interrotti e vengono organizzati “blocchi del trasporto”. Le
ex repubbliche sovietiche avanzano reciprocamente rivendicazioni
territoriali, molti dei confini tra loro non sono delimitati. Nell’ago-
sto 2015, in una riunione del governo ucraino, è stato rilevato che
dalla parte ucraina del confine con la Federazione russa erano stati
scavati 180 km di fossati anticarro, costruiti 546 km di barriere di
fortificazione, 39 km di barriere con filo spinato. Si è giunti sino al
punto di minare i confini. L’Uzbekistan ha installato mine antiuomo
lungo tutto il perimetro del confine con il Tagikistan con il pretesto
di proteggere il suo territorio da terroristi e spacciatori di droga. Ma
non un singolo terrorista o spacciatore di droga è stato fatto saltare
in aria e persone pacifiche stanno morendo. Vi sono forti disaccordi
e dispute sulle risorse idriche tra Kirghizistan e Tagikistan, da un
lato, e Turkmenistan, Uzbekistan e Kazakistan, dall’altro.
Il nazionalismo è un fenomeno estremamente pericoloso. Ma
abbiamo “scienziati” che addirittura rifiutano il termine “nazio-
nalismo”. Porre la questione del nazionalismo e dello sciovinismo
“offenderebbe” i popoli. E si dichiara questo nel bel mezzo di acu-
ti conflitti etnici e guerre. Sono noti casi di selvaggi atti vandalici,
quando hanno bruciato i corpi con la fiamma ossidrica o hanno di-
strutto “stelle” e “croci ortodosse”. I comunisti devono educare i
più ampi strati della popolazione ad essere decisamente immuni
dal nazionalismo, dallo sciovinismo e dalla russofobia.
La disunione dei nuovi stati si manifesta e addirittura si rafforza
nella sfera economica. L’economia dell’URSS era basata sull’unità
dei settori economici e delle economie delle repubbliche. Tutte le re-
pubbliche hanno partecipato alla sua crescita. È chiaro che la RSFSR
o la RSS ucraina hanno dato un contributo maggiore all’economia
di tutta l’Unione. Ma l’economia nazionale dell’URSS era un orga-
nismo unitario. La sua distruzione è stata molto dolorosa. Certo, per
una persona la testa o il cuore sono più importanti di un dito. Ma
126 MarxVentuno n. 1-2/2018

se le viene tagliato anche solo il dito mignolo non ne uscirà nulla di


buono.
Il livello di integrazione economica è diminuito in modo signi-
ficativo. Nel 1990, la quota di scambi complessiva tra le repubbli-
che dell’URSS era del 69%. Nel 2014, la quota di scambi reciproci
dei paesi della CSI scende al 19% sul fatturato totale del commercio
estero. L’indice più basso è in Azerbajdžan: - 9%. La Repubblica di
Belarus è più integrata con altri paesi della CSI, con il 60% del suo
fatturato commerciale estero. La Federazione Russa è pochissimo
integrata con le ex repubbliche sovietiche. Nella RSFSR nel 1990 la
quota complessiva di scambi commerciali con le altre repubbliche
dell’Unione era del 57%, ora (gennaio-giugno 2017) è solo il 12%.
Le ragioni di questi cambiamenti sono chiare. Per la borghesia
compradora è più redditizio vendere all’estero gas e petrolio, me-
talli, piuttosto che occuparsi di ingegneria meccanica, elettronica,
impiantistica e di altri importanti settori dell’economia. V. Truškov,
commentatore politico del quotidiano “Pravda” afferma corretta-
mente: “Sul territorio della ex Unione si sviluppano solo quei settori
industriali per i quali il mercato mondiale – e la situazione in esso è
determinata dagli interessi del grande capitale globale – ha definito
determinate nicchie”. Il capitale straniero non vuole forti concor-
renti.
Un capitale orientato verso gli interessi nazionali può partecipare
alle relazioni economiche transnazionali. Nella stessa Federazione
Russa ci sono imprese non pienamente operative che potrebbero
fornire prodotti alle ex repubbliche sovietiche. Ma, in senso stretto,
abbiamo bisogno di qualcos’altro, continua V. Truškov: “Abbiamo
un disperato bisogno dell’integrazione del proletariato moderno, la
cui forza principale è ancora la classe lavoratrice”.
I nuovi stati nei rapporti economici sono sempre più orientati
verso l’Occidente e altri paesi del “lontano estero”. Ad esempio, il
Kazakistan e le repubbliche dell’Asia centrale stanno compiendo
sforzi per sviluppare nuovi giacimenti di petrolio e gas, cercando
allo stesso tempo di espandere la l’area geografica delle loro espor-
tazioni. Come sta andando? In particolare, il Turkmenistan dedica
Gryzlov - Indimenticabile la mia Unione Sovietica... 127

grande attenzione al progetto del gasdotto Turkmenistan-Afghani-


stan-Pakistan-India. Si stanno esplorando le prospettive per espor-
tare gas dal Turkmenistan al mercato europeo e all’Iran.
La dipendenza delle economie dei nuovi stati dai principali pre-
datori imperialisti è in aumento. Esiste una specie di intervento eco-
nomico del capitale globale e dei paesi limitrofi. L’economia delle
ex repubbliche sovietiche sta acquisendo sempre più caratteristiche
coloniali: si trasformano in fornitori di materie prime dei paesi capi-
talisti sviluppati. Cresce la povertà cronica, è apparso il commercio
degli schiavi, si diffonde l’AIDS. Le repubbliche dell’Asia centrale
sono diventate una delle principali vie della fornitura all’ingrosso
di droghe dal loro luogo di produzione al consumatore; così va il
cosiddetto traffico di droga.
I nuovi Stati si sono notevolmente separati l’uno dall’altro nella
sfera spirituale e culturale. I valori internazionalisti sovietici sono
soppiantati da miti e idee nazionalistiche. È stato eliminato il siste-
ma unificato dell’informazione. Ci sono periodicamente segnalazio-
ni di una riduzione o cessazione completa delle trasmissioni della
televisione russa. Il tempo delle trasmissioni televisive viene occu-
pato da programmi locali impopolari. A volte è impossibile com-
prare giornali russi nelle ex repubbliche sovietiche, alcuni di essi
sono vietati, altri costano molto. In passato, la Biblioteca di Stato
Lenin di Mosca riceveva non solo giornali di tutta l’Unione e delle
repubbliche, ma quasi tutti i giornali delle città e dei distretti, gior-
nali a grande tiratura delle imprese, dei kolchoz e dei sovchoz, delle
università. Ormai da diversi anni non esiste più un solo giornale
di alcuni stati “sovrani”. È particolarmente difficile imbattersi nella
stampa di opposizione, specialmente quella comunista.
Quali forme di integrazione a livello statale abbiamo oggi? Quan-
do demolirono l’Unione Sovietica, annunciarono la creazione della
Comunità di Stati Indipendenti (CSI). Oggi i partecipanti alla CSI
sono l’Azerbaigian, l’Armenia, la Bielorussia, il Kazakistan, il Kir-
ghizistan, la Moldavia, la Federazione Russa, il Tagikistan, il Tur-
kmenistan (membro associato), l’Ucraina. Nel 2009, la Georgia ha
ufficialmente lasciato la CSI. Nel dicembre 2014, i deputati della
128 MarxVentuno n. 1-2/2018

Verchovna Rada dell’Ucraina hanno iniziato a discutere la questio-


ne del ritiro dell’Ucraina dalla CSI, nessuna decisione è stata presa.
Poi ci furono messaggi secondo cui l’Ucraina sarebbe rimasta nella
CSI. Il 9 novembre 2016, un disegno di legge sul ritiro dell’Ucraina
dalla CSI è stato presentato alla Verchovna Rada.
La CSI è una formazione molto amorfa. Il professor G. I. Starčenk-
ov ha giustamente osservato che “la proclamazione della CSI era
destinata a svolgere il ruolo di un anestetico per i cittadini sovie-
tici”. Oggi molti hanno dimenticato ciò che è stato detto nei docu-
menti sulla formazione della Comunità di Stati indipendenti. L’ac-
cordo sulla creazione della CSI ha rilevato che le parti “garantiscono
l’apertura delle frontiere, la libertà di circolazione e il trasferimento
di informazioni all’interno della Comunità”. “Gli stati membri della
Comunità conserveranno e manterranno sotto il comando congiun-
to uno spazio militare-strategico comune”. È stato osservato che
il “Coordinamento delle attività di politica estera” appartiene alla
sfera comune. Nella Dichiarazione dei Governi della Repubblica
di Bielorussia, della Federazione Russa e dell’Ucraina sul coordi-
namento della politica economica, leggiamo che hanno concorda-
to di “costruire relazioni economiche e calcoli sulla base dell’unità
monetaria esistente, il rublo”. Naturalmente, i firmatari di questi
documenti cercavano un’altra cosa: lo smembramento dell’URSS e
l’isolamento delle sue parti. Sono state incluse clausole di collabora-
zione per lavarsi la faccia.
Hanno ingannato i popoli, mostrando di preservare in apparenza
almeno alcuni legami. Furono formati consigli di capi di stato, di
capi di governo, di ministri degli affari esteri, della difesa, degli af-
fari interni, di comandanti di truppe di confine, ecc. Furono formati
più di cinquanta consigli diversi, commissioni interstatali e comitati
di cooperazione. I presidenti si incontrano senza un argomento se-
rio e come ordine del giorno vi sono compleanni, in cravatta e senza
cravatta, ma non si fa alcun passo avanti sulle questioni dell’inte-
grazione dei paesi della CSI, “le cose sono ancora lì”.
All’interno della CSI sono state adottate migliaia di decisioni e
programmi di integrazione. Quasi nessuno è stato realizzato. Ed è
Gryzlov - Indimenticabile la mia Unione Sovietica... 129

estremamente difficile raggiungere qualsiasi decisione all’interno


della CSI. Le decisioni sono prese per consenso. Negli stati, compre-
sa la Federazione Russa, non ci sono in realtà strutture statali che
sarebbero impegnate nella cooperazione con i paesi della CSI. Ma i
rapporti con le nostre ex repubbliche sovietiche sono più importanti
per noi che con gli Stati Uniti o l’Unione europea.
Non ci sono essenzialmente relazioni multilaterali all’interno
della CSI, esse sono principalmente bilaterali. Inoltre, le ragioni di
scambio di ciascuna coppia di paesi differiscono in modo significa-
tivo (le loro restrizioni doganali, la differenza di tassazione, ecc.).
Ovviamente, questo non va a vantaggio della cooperazione com-
merciale ed economica.
Non vi è alcun indizio della creazione effettiva, dotata di reali
poteri dei corpi sovranazionali, della CSI. I nuovi “leader” dei pa-
esi della CSI di fronte a qualsiasi tentativo di spingere i processi di
integrazione “dal basso” gridano alla violazione della sovranità. Il
bilancio unificato degli organismi della CSI per il 2017 in termini
di entrate e uscite ammonta a 929.410,6 mila rubli russi. Per fare
un confronto: le entrate nel bilancio della Federazione Russa per lo
stesso anno sono previste per un importo di 13,43 trilioni di rubli,
le uscite per un importo di 16,18 trilioni di rubli. È chiaro che que-
sto è incomparabile con l’era sovietica, quando il Centro poteva ac-
cumulare grandi fondi per attuare grandiosi progetti nelle diverse
repubbliche.
Naturalmente, in virtù della sua scarsa coesione, la CSI fa ben
poco per reintegrare le ex repubbliche sovietiche. Ma nelle attua-
li condizioni concrete, i comunisti sostengono gli organi della CSI
quando si tratta di mantenere almeno alcuni dei singoli componenti
della comunità dei popoli dell’ex Unione Sovietica.
Le prospettive di reintegrazione sono spesso associate allo Stato
unito della Repubblica di Bielorussia e della Federazione russa. Il
trattato sull’istituzione dello Stato unito di Bielorussia e Russia è
stato firmato l’8 dicembre 1999. La vicinanza storica e culturale di
russi e bielorussi, gli stretti legami economici, politici, scientifici e
culturali che si sono sviluppati durante l’era sovietica e in preceden-
130 MarxVentuno n. 1-2/2018

za hanno contribuito a questo. Sembra che siano state di aiuto due


risoluzioni adottate dalla Duma di Stato dell’Assemblea federale
della Federazione Russa il 15 marzo 1996. La prima era: «Sull’appro-
fondimento dell’integrazione dei popoli uniti nell’URSS e sull’abro-
gazione del decreto del Soviet Supremo della RSFSR del 12 dicem-
bre 1991 “Sulla denuncia del Trattato sull’istituzione dell’URSS”».
La seconda era “I risultati del referendum sull’Unione del 17 marzo
1991 sulla questione della preservazione dell’URSS hanno forza le-
gale per la Federazione Russa-Russia”. Ci sono stati diversi tentativi
di applicare queste deliberazioni.
Durante l’ultima votazione, la polizia antisommossa (OMON) era
nel cortile della Duma di Stato, ma i deputati hanno ancora votato
per l’adozione delle risoluzioni. Inoltre, il 20 luglio 1994, Alexander
Lukašenko è stato eletto presidente della Repubblica di Bielorussia
e ha dato un contributo significativo al ripristino della cooperazione
russo-bielorussa.
Sembrerebbe che la creazione dello Stato unito di Russia e Bielo-
russia, anche in questa forma, sia un processo reciprocamente van-
taggioso. È stato un grande successo politico e morale.
Ha rotto i piani geopolitici degli Stati Uniti e della NATO. Lo
Stato unito spezzava il “cordone sanitario” tra la Federazione rus-
sa e l’Unione europea. Ma la leadership russa successivamente ha
bloccato e blocca in ogni modo il processo di rafforzamento dello
Stato unito.
Si fanno alcuni passi per attuare il trattato. Nonostante le difficol-
tà oggettive e soggettive e gli ostacoli creati dagli oppositori dell’in-
tegrazione, il bilancio dello Stato unito è aumentato da 585 milioni
nel 1998 a 4.872 milioni di rubli russi nel 2017. Più del budget degli
organismi della CSI, ma, naturalmente, è ancora molto piccolo.
Di grande importanza è la cooperazione nel campo della difesa.
È stato creato il raggruppamento regionale delle forze armate della
Repubblica di Bielorussia e della Federazione Russa. Il Consiglio di
Stato Supremo dello Stato dell’Unione ha deciso di integrare i siste-
mi di difesa aerea della Federazione russa e della Bielorussia e sono
in corso misure per l’addestramento operativo e di combattimento
Gryzlov - Indimenticabile la mia Unione Sovietica... 131

delle truppe, per organizzare le frontiere esterne dello Stato unito,


nella sfera tecnico-militare. Sul territorio della Bielorussia si trova
un certo numero di importanti infrastrutture tecnico-militari della
Federazione Russa che influiscono sul mantenimento della sicurez-
za in Europa e nel mondo. Tra questi vi sono la stazione radar di
preavviso di attacco missilistico vicino a Baranoviči e un punto di
controllo sottomarino a Vilejka.
Ma finora, il Trattato sull’istituzione dello Stato unito di Bielorus-
sia e Federazione Russa non è pienamente dotato di contenuti reali.
Non esiste una costituzione, un governo comune, un sistema mo-
netario unificato. Si differenziano in modo sostanziale gli approcci
fondamentali nella politica socioeconomica. I paesi occidentali, e
sottomettendosi ad essi a volte anche la Federazione Russa, stan-
no conducendo una attiva guerra economica, politica e nel campo
dell’informazione contro la Bielorussia, paese a noi fratello. Questa
guerra ora si riduce, ora aumenta di intensità. È chiaro che i bielo-
russi non accetteranno mai l’Unione, in cui gli oligarchi russi e oc-
cidentali fagocitano la loro economia nazionale e stabiliscono il loro
dominio politico ed economico.
I comunisti, ovviamente, devono sostenere il rafforzamento dello
Stato unito. Il ripristino dei legami rotti tra la Federazione russa e la
Bielorussia, l’istituzione di nuovi legami è una necessità oggettiva.
I legami di integrazione si fanno strada attraverso tutti gli ostacoli
politici e di altro tipo. La posizione fondamentale dei comunisti in
questa materia è la richiesta di uguaglianza politica ed economica
dei partecipanti alla reintegrazione.
Un altro tentativo di integrazione è la creazione della Comunità
economica euroasiatica (EurAsEC). Più di venti anni fa, il 29 marzo
1994, parlando all’Università Statale di Mosca. M. V. Lomonosov, il
presidente del Kazakistan N. Nazarbajev ha avuto l’idea di formare
l’Unione eurasiatica sulla base di un unico spazio economico e di
una politica di difesa congiunta. Ma la creazione di una simile unio-
ne ricordava in molti modi un “girare a vuoto”.
Gli aspetti politici della fusione sono stati infine respinti. La Co-
munità economica euroasiatica (EurAsEC) è esistita nel periodo
132 MarxVentuno n. 1-2/2018

2001-2014. Il 10 ottobre 2000 ad Astana, i capi di stato (Bielorussia,


Kazakistan, Federazione russa, Tagikistan, Kirghizistan) hanno fir-
mato il Trattato sull’istituzione dell’EurAsEC (entrato in vigore il
30 maggio 2001). Il 25 gennaio 2006 è stato firmato il protocollo di
adesione dell’Uzbekistan all’organizzazione, ma nell’ottobre 2008
l’Uzbekistan ne ha sospeso la partecipazione. Dal maggio 2002, l’U-
craina e la Moldavia hanno avuto lo status di osservatori presso Eu-
rAsEC e l’Armenia dal gennaio 2003.
Si è discusso molto di questa organizzazione. Ma il 10 ottobre
2014, i capi della Federazione Russa, Bielorussia, Kazakistan, Kir-
ghizistan e Tagikistan hanno firmato documenti sulla liquidazione
della Comunità economica eurasiatica in conseguenza dell’entrata
in vigore dell’Unione economica eurasiatica il 1° gennaio 2015.
Ora si parla dell’Unione economica eurasiatica (EAEU) e dell’U-
nione doganale, della libertà di circolazione delle merci, dei servizi
di capitali e lavoro, di una politica socioeconomica coordinata, basa-
ta sul consenso o unitaria. Nel gennaio 2010 è entrata in vigore la ta-
riffa doganale comune di tre paesi (Kazakistan, Federazione russa,
Bielorussia). Nel 2014, l’Armenia è entrata a far parte dell’Unione
doganale (la decisione è entrata in vigore il 2 gennaio 2015), e nello
stesso anno 2015 anche il Kirghizistan.
Quali sono i risultati? Per un paio d’anni sono stati positivi. Ma
dal 2013, il volume degli scambi intra-commerciali mostra una ten-
denza negativa. È l’impatto della crisi economica in questi paesi.
Nel 2015 il volume degli scambi reciproci nell’EAEU è diminuito
del 25,5%, alla fine del 2016 si registra la diminuzione di un altro
6,7%.
Quindi, si può affermare che le ex repubbliche sovietiche conti-
nuano a disperdersi in “appartamenti nazionali”. L’integrazione nel
territorio dell’ex URSS procede lentamente, non si osservano cam-
biamenti importanti. Inoltre, teniamo conto che questa è prevalen-
temente un’integrazione capitalistica.
È estremamente importante invertire la situazione, sostenendo
con forza la reintegrazione e la fusione statale delle ex repubbliche
sovietiche. È necessaria una reintegrazione che non sia fine a se stes-
Gryzlov - Indimenticabile la mia Unione Sovietica... 133

sa. Il suo obiettivo è soddisfare i bisogni e gli interessi dei lavoratori,


per garantire la sicurezza dei paesi. Un grande stato è nell’interesse
dei lavoratori.
Non dobbiamo essere pessimisti. I fattori interni ed esterni che
richiedono la reintegrazione delle ex repubbliche dell’Unione So-
vietica non sono scomparsi. Continuano ad agire.
Il fattore interno più importante è il perdurare del ritardo econo-
mico dei nuovi stati e il declino del tenore di vita della popolazione.
I popoli conservano non solo la nostalgia, ma anche il desiderio di
ristabilire lo stato dell’Unione. Ricordano la passata grandezza del
paese sovietico.
L’esperienza plurisecolare della coesistenza di popoli in un uni-
co stato, le tradizioni della lotta di lavoratori di diverse nazionalità
contro gli oppressori e gli invasori stranieri, sviluppate nel corso
della storia, i valori della civiltà, portano alla reintegrazione. I po-
poli divisi lottano per l’unificazione. Importante è il ruolo unificante
svolto dalla popolazione russa e dalla comunità slava orientale del-
la maggioranza dei cittadini dell’ex Unione Sovietica. Non dimen-
tichiamo che in Unione Sovietica c’era un matrimonio misto ogni
sette.
Tutto ciò si riflette nella coscienza sociale. Indagini di sociologi
indicano che molti cittadini dei nuovi stati mantengono opinioni
comuni sui valori sovietici, sugli eventi più importanti della storia
sovietica e sulla situazione attuale nelle ex repubbliche sovietiche.
L’atteggiamento positivo nei confronti dell’URSS rimane pressoché
allo stesso livello dei risultati del referendum su tutta l’Unione del
marzo 1991. Altra cosa è il fatto che un numero significativo di co-
loro che si rapportano positivamente all’URSS non sono pronti a
combattere attivamente per il suo ripristino.
Citerò dati di sociologi stranieri. Il noto American Gallup Institute
un anno e mezzo fa ha pubblicato i risultati di un sondaggio condot-
to tra cittadini delle ex repubbliche sovietiche su come si rapportano
al collasso dell’URSS. La risposta ha stordito i sociologi americani.
Si scopre che solo il 24% degli ex cittadini sovietici ha visto questo
collasso come una cosa positiva. Per di più una parte di sondaggi in
134 MarxVentuno n. 1-2/2018

Ucraina e Moldova ha stupito gli esperti dell’Istituto Gallup. Nella


“piazza”, nonostante Maidan13, il 56% degli intervistati ha un atteg-
giamento negativo nei confronti della perdita di un unico grande
paese, e solo il 23% lo considera un vantaggio. In Moldavia, che ha
siglato un accordo di associazione con l’Unione europea, in cui la
Corte costituzionale ha riconosciuto il rumeno come lingua di sta-
to, il 42% continua a vedere nel crollo dell’URSS più di un danno,
solo il 26% ne ha tratto beneficio. Anche i cittadini della Federazione
Russa non sono entusiasti di essersi “liberati dalla zavorra”, come
i politici “democratici” presentarono la divisione dell’URSS: il 55%
degli intervistati lo considera un danno, solo il 19% è a favore.
Anche i fattori esterni agiscono nella stessa direzione. L’aggressi-
vità delle potenze imperialiste e degli islamisti radicali sta crescen-
do nel mondo. La situazione internazionale è estremamente grave.
Molti esperti avvertono che siamo alla vigilia di una grande guerra.
Sembra che i fattori oggettivi e soggettivi che spingono per il ri-
pristino dell’URSS non siano ancora pienamente attivati. E la ragio-
ne di ciò non sono solo i nazionalisti e comprador locali, ma anche
noi stessi, la nostra passività, l’indecisione. È necessario offrire ai
lavoratori l’alternativa reale dell’integrazione e attuarla in modo
permanente. Il compito più importante dei comunisti è la ricostru-
zione di una rinnovata Unione. Ma tenendo costantemente presen-
te questo compito, oggi sarebbe necessario elaborare e proporre ai
comunisti di tutti i partiti dell’Unione dei Partiti Comunisti-PCUS
, ai lavoratori, ai popoli dell’ex Unione Sovietica, un programma di
azioni pratiche concrete per la sua attuazione, forme e metodi di lot-
ta. In modo che ogni organizzazione di partito regionale, locale, di
base, i nostri alleati, le ampie fasce della popolazione, sappiano cosa
va fatto e agiscano. Occorre rendere concreto l’appello a ricreare lo
Stato dell’Unione.
Quando si prepara un programma d’azione, si dovrebbe partire
dal fatto che le relazioni nazionali sono a più livelli, di solito vengo-

13 Con “Maidan” si intende la ‘rivoluzione colorata’ di Kiev del 2013-14


che ha portato al potere i banderisti [NdT].
Gryzlov - Indimenticabile la mia Unione Sovietica... 135

no chiamate “sintetiche”. Includono aspetti economici, politici, giu-


ridici, spirituali e culturali, ecc. Ciò significa che la combinazione di
nazionale e internazionale dovrebbe permeare tutto il nostro lavoro:
organizzazione del partito, quadri, agitazione e propaganda, movi-
mento di protesta, durante le elezioni, ecc. A loro volta, le strutture
di partito direttamente coinvolte nella politica nazionale, nella lotta
per ricostruire lo Stato dell’Unione, non devono tralasciare le que-
stioni del ritorno alla proprietà sociale, dell’affermazione del potere
popolare, dello sviluppo del movimento operaio, dell’organizzazio-
ne delle nostre manifestazioni e picchetti, del lavoro dei mezzi di
informazione di massa del partito e di altre forme di attività.
Non semplificheremo. È chiaro che è necessario cambiare radi-
calmente la situazione politica e socioeconomica generale nelle ex
repubbliche sovietiche, almeno nella più grande di esse. Il conso-
lidamento dei popoli sulla base dell’uguaglianza e della giustizia
sociale è possibile solo nell’ambito del socialismo. Il ripristino dello
Stato dell’Unione avverrà solo su base volontaria.
Abbiamo bisogno di un enorme lavoro educativo dei partiti co-
munisti per trasformare le nobili idee di amicizia tra nazioni e unità
internazionale in azione motivata di milioni di persone.
Occorrerebbe cercare forme specifiche di reintegrazione econo-
mica e convergenza, proponendo programmi e iniziative. La rein-
tegrazione economica richiede decisioni e azioni principalmente a
livello statale. Pertanto, ci dovrebbe essere una costante pressione
sulle strutture statali “dal basso”, spingendo le strutture di potere a
reintegrarsi. È consigliabile promuovere lo sviluppo delle relazioni
economiche estere a livello di regioni e imprese.
C’è bisogno di un migliore coordinamento delle proteste. È
necessario organizzare potenti campagne di sostegno, solidarietà
di classe in connessione con eventi in questa o quella repubblica,
con la repressione contro i comunisti. È necessario utilizzare più
attivamente i contatti di partiti politici, sindacati, veterani, donne,
giovani, ambientalisti e altre organizzazioni sociali, istituzioni e
comunità scientifiche, associazioni culturali, associazioni di artisti,
società sportive, forme popolari di avvicinamento delle diverse
136 MarxVentuno n. 1-2/2018

nazionalità.
È necessario celebrare congiuntamente le date giubilari della
nostra storia comune, trascorrere serate di amicizia, vacanze nelle
zone di confine e nei luoghi di residenza, per eliminare gli ostacoli
nella comunicazione tra parenti e amici. Intervenire più spesso con
iniziative di giornate e settimane della cultura e dell’arte dei popo-
li fraterni, conferenze scientifiche, forum di veterani, incontri della
gioventù, competizioni sportive e promuovere lo sviluppo delle re-
lazioni nel campo dell’informazione.
È anche importante che in ogni repubblica ci sia una quota
significativa di russi e cittadini di orientamento filorusso, interessati
alle relazioni con la Federazione Russa e altri stati sul territorio
dell’ex Unione Sovietica. Occorre supportarli. Prestare maggiore at-
tenzione ai lavoratori migranti provenienti dai nuovi stati, facendoli
partecipare alla creazione di un clima di solidarietà proletaria.
I comunisti sono i sostenitori più coerenti del ripristino di un
unico Stato dell’Unione. Il Partito Comunista della Federazione
Russa sta intraprendendo costanti azioni in questa direzione. Nel
programma e nello statuto del Partito Comunista della Federazione
Russa, le posizioni del partito sulla questione nazionale sono for-
mulate come obiettivi principali e compiti che sono di fronte alle
sezioni del partito. Il compito più importante del Partito Comunista
della Federazione Russa è quello di ricreare la rinnovata Unione dei
Popoli sovietici, rafforzare l’indipendenza politica e l’indipendenza
economica dell’Unione, ripristinando i suoi interessi e posizioni tra-
dizionali nel mondo.
Tutti i partiti che fanno parte dell’UPC-PCUS contribuiscono in
modo significativo al ripristino di un unico Stato dell’Unione. Le
autorità attuali comprendono che gli atteggiamenti dei comunisti
esprimono gli interessi e le aspirazioni dei lavoratori, della maggio-
ranza della popolazione delle ex repubbliche sovietiche. Pertanto, i
comunisti sono soggetti a repressione, molestie e persecuzioni. La
maggior parte dei partiti dell’UPC- PCUS opera nelle più diffici-
li condizioni illegali e semi-legali. I partiti comunisti sono messi al
bando, i loro membri vengono gettati in prigione, picchiati. Ma i
Gryzlov - Indimenticabile la mia Unione Sovietica... 137

comunisti continuano la loro lotta. Sono gli eroi del nostro tempo.
Parlando del ristabilimento dello Stato dell’Unione, possiamo
contare anche sulla solidarietà, sul sostegno delle forze esterne, non
solo sui comunisti, ma anche sui veri patrioti e veri democratici,
avversari della globalizzazione imperialista, antifascisti.
Non dovremmo avere illusioni: il processo di reintegrazione, il ri-
pristino dello Stato dell’Unione sarà difficile. C’è una dura battaglia
da affrontare. Ci sono influenti oppositori della reintegrazione
all’interno dei nostri paesi, ci saranno provocazioni, grida e pres-
sioni da parte dell’Occidente. Ma dietro di noi è la grande storia
dei nostri popoli. Siamo responsabili verso le nuove generazioni. La
vittoria sarà nostra!

4. I compiti immediati delle organizzazioni di partito


regionali, locali e di base

La risposta alla quarta questione sarà di grande importanza in


un incontro, una conferenza, una relazione. Qui è necessario rivela-
re i compiti più importanti delle organizzazioni di partito regionali
(locali, primarie). Un propagandista, un conferenziere, un relatore
devono dimostrare che l’organizzazione del partito ha adempiuto
alle decisioni dei congressi di partito e degli organi di governo.
Occorre prestare particolare attenzione alla necessità di raffor-
zare ideologicamente e organizzativamente le organizzazioni di
partito, attirare nuovi membri del partito, prepararsi alle imminen-
ti campagne elettorali, realizzare piani per “piccoli” casi concreti e
altre questioni rilevanti della vita di partito. Il discorso deve essere
sostenuto con materiale specifico locale, contenere un’analisi della
situazione nella regione, città, distretto, quartiere.
In conclusione, va sottolineato che le questioni relative al ripristi-
no dello Stato dell’Unione devono permeare tutto il nostro lavoro.
Molti fiumi e torrenti si fondono in un unico potente fiume, un vasto
movimento unificante di popoli. In esso possono esservi mezzi toni
e sfumature di posizioni, di visioni del mondo, di atteggiamenti.
Solo su questa strada può esserci una svolta nel futuro.
138 MarxVentuno n. 1-2/2018

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Krjučkov G. K. (Kiev). S čem prišla Ukraina k očerednomu dnyu svoej


nezavisimosti [In che cosa si è imbattuta l’Ucraina il giorno successi-
vo della sua indipendenza], in “Izvestiya SKP—KPSS”, n. 2/2017.
Dmitrij G. Novikov - Le cause della disintegrazione dell’URSS 139

Le cause della disintegrazione dell’URSS:


un bilancio della discussione in Russia1

Dmitrij Georgevič Novikov2

Abstract

La disintegrazione dell’URSS è stata resa possibile dalla combinazione


di numerosi e variegati fattori. È diffusa l’opinione, secondo cui il declino
dello stato sovietico sia dovuto al modello economico basato sull’economia
pianificata e su principi di gestione dirigistici. Si afferma che l’economia
dell’URSS non abbia retto alla concorrenza dell’Occidente e che verso la
metà degli anni Ottanta essa avesse dato fondo alle sue risorse. Tale con-
clusione sulla mancanza di vitalità dell’economia nazionale socialista non
è confermata da dati oggettivi. Assai più fondata è l’idea che la causa fonda-
mentale della crisi siano state le poco meditate riforme economiche promos-
se da M. Gorbačëv negli anni 1985-1990. La causa più importante della
dissoluzione dell’Unione Sovietica fu l’azione sovversiva dei servizi segreti
occidentali. L’infiltrarsi delle contraddizioni tra le nazioni dell’URSS di-
venne una delle cause principali della disintegrazione.

La disintegrazione dell’URSS è stata resa possibile dalla combi-


nazione di numerosi e variegati fattori. Parecchi studiosi russi riten-

1 In: Nad etim razmyšljaet istorija. Zametki k 20-letiju s momenta razvala


SSSR [Su questo riflette la storia. Note per il XX anniversario dal collasso
dell’URSS], a cura di Li Shenming, Social Sciences Academic Press (China),
Pechino, 2011, pp. 139-143, traduzione di Fabio De Leonardis.
2 Candidato al dottorato in scienze storiche, membro del Presidium e vi-
cepresidente del Comitato Centrale del PCFR, primo vicepresidente della
commissione della Duma di Stato per gli affari internazionali.
140 MarxVentuno n. 1-2/2018

gono che la causa principale della dissoluzione dell’URSS sia stata


la profonda crisi economico-sociale degli anni Ottanta. Tuttavia, le
origini e la sostanza di tale crisi vengono intese in modi differenti.
Nella letteratura scientifica e pubblicistica è diffusa l’opinione,
secondo la quale il declino dello stato sovietico sia dovuto al mo-
dello economico basato sull’economia pianificata e su principi di
gestione dirigistici. Si afferma che l’economia dell’URSS non abbia
retto alla concorrenza dell’Occidente e che verso la metà degli anni
Ottanta essa avesse dato fondo alle sue risorse. Tale conclusione
sulla mancanza di vitalità dell’economia nazionale socialista non è
confermata da dati oggettivi. L’economia dell’URSS era una delle
più stabili. Nel periodo 1928-1987 il PIL pro capite era cresciuto di
cinque volte. Persino negli anni Ottanta la crescita dell’economia
era del 3-4% all’anno, che è la norma per i paesi sviluppati.
Anche l’idea di un’arretratezza tecnologica non corrisponde alla
realtà storica. Negli anni Ottanta il 70% delle produzioni tecnologi-
che utilizzate nell’industria e nell’agricoltura dell’Unione Sovietica
corrispondeva agli standard mondiali, e il 15% addirittura li supe-
rava.
Infondato è anche il punto di vista secondo il quale l’economia
dell’URSS era caduta in declino a causa delle elevate spese per l’in-
dustria militare. M. S. Gorbačëv ha dichiarato più volte che l’URSS
spendeva per la difesa dal 20% al 40% del suo reddito nazionale. In
realtà, sulla base dei dati del Goskomstat, le spese per il complesso
militar-industriale negli anni Ottanta ammontavano al 10% del PIL.
Evidentemente un tale livello di spese nella produzione militare
non poteva condurre l’URSS al crac economico.
Assai più fondata è l’idea che la causa fondamentale della crisi
siano state le poco meditate riforme economiche promosse da M.
Gorbačëv negli anni 1985-1990. Il primo passo a riguardo fu la rifor-
ma dei ministeri e degli enti degli anni 1986-1987. Il suo esito fu la
soppressione di circa il 40% delle sottosezioni dell’apparato centrale
e il licenziamento di quasi 600.000 dipendenti. Questa misura andò
a colpire un sistema ben oliato di gestione economica e di interazio-
Dmitrij G. Novikov - Le cause della disintegrazione dell’URSS 141

ne reciproca tra gli enti. Una serie di altre misure condussero a una
significativa contrazione degli investimenti di capitali, alla rottura
dell’equilibrio intersettoriale, a un’ulteriore crescita dei prezzi al
consumo e al calo della produzione. L’economia dell’URSS spro-
fondò in una situazione in cui non vi erano “né piano né mercato”.
L’esito delle “trasformazioni” fu un brusco inasprimento della
situazione nel paese. Il calo della produzione coinvolse tutti i set-
tori dell’economia nazionale. Il governo condusse una politica fi-
nanziaria populista. L’incremento dei redditi personali in presen-
za di un abbassamento dei ritmi di crescita della produzione e la
contrazione della disponibilità di merci portarono all’inflazione e al
crac del mercato dei beni di consumo. Fu introdotto il razionamen-
to, con tagliandi e tessere per l’acquisto di diversi prodotti alimen-
tari e di altre merci. Il tenore di vita della popolazione peggiorò. Il
sistema finanziario dello stato entrò in crisi. Il governo incrementò
bruscamente le importazioni. Aumentò il deficit nei conti pubblici
e crebbero i prestiti statali. Se nel 1985 il debito interno dell’URSS
ammontava a circa 30 miliardi di dollari, nel 1991 raggiunse i 120
miliardi di dollari. Le riserve auree del’URSS si ridussero di dieci
volte. E così, all’inizio degli anni Novanta, l’azione della squadra di
Gorbačëv gettò l’economia del paese in uno stato di profonda crisi.
Tale situazione stimolò le spinte centrifughe.
Alla disintegrazione dell’URSS contribuì la crisi del partito al
potere, il PCUS. Gli ideologi della perestrojka proclamarono la
“departitizzazione” dello stato. Nel 1990 fu abrogato l’art. 6 della
Costituzione dell’URSS, che proclamava il ruolo guida del PCUS
nel sistema politico della società sovietica. La conseguenza fu che
cominciarono a crollare gli elementi fondamentali del sistema di
governo del paese. Allo stesso tempo nel PCUS emerse una crisi
ideologica. Il XXVIII Congresso del partito nel 1990 mise a nudo la
pochezza ideologica della dirigenza del PCUS. Invece di un nuo-
vo programma del partito fu approvata la dichiarazione “Verso
un socialismo umano e democratico”. La decisione del Congresso
riguardo alla possibilità di creare delle piattaforme politiche all’in-
142 MarxVentuno n. 1-2/2018

terno del PCUS ne distrusse l’unità ideologica. Nel partito emersero


tendenze e coalizioni. Le divergenze ideologiche trasformarono il
PCUS da efficiente organo politico a club di discussione. Il destreg-
giarsi di Gorbačëv non fece altro che rafforzare i processi di disin-
tegrazione. Alla fine il PCUS, disgregato e privato di poteri reali
non riuscì ad opporsi alle tendenze distruttive, le quali portarono
lo stato alla dissoluzione.
Un grave colpo all’URSS fu la politica interna del governo di
Gorbačëv. Nel 1985-1988 la dirigenza del paese dette il via a dei
processi politici incontrollabili. La perestrojka, iniziata con lo slogan
“Più socialismo!”, si concluse con un rivolgimento antisocialista. La
glasnost’ non si trasformò in uno strumento di democratizzazione
della società, bensì in un meccanismo di manipolazione dell’opi-
nione pubblica. Le forze liberali organizzarono un potente gruppo
orientato alla distruzione delle basi ideali della società sovietica. I
mass media “democratici” rovesciarono una valanga di informazio-
ni negative, travisando la storia dell’URSS ed esaltando le conquiste
degli USA e dei paesi dell’Europa Occidentale. Molte persone erano
disorientate. Si fece sentire all’improvviso l’azione di forze distrutti-
ve. In condizioni di pluralismo e di glasnost’ gli ex dissidenti ebbero
la possibilità di condurre apertamente le loro lotte politiche. E così
il movimento “Russia Democratica” nel 1990 prese apertamente
posizioni antisovietiche, pronunciandosi per l’uscita della RSFSR
dall’URSS. L’opposizione si mise a minare attivamente la situazio-
ne politica e sociale. Comparvero le organizzazioni nazionaliste – i
“Fronti nazionali” – in Estonia, Lettonia, Lituania, Azerbaigian, Ge-
orgia ed altre repubbliche.
L’infiltrarsi delle contraddizioni tra le nazioni dell’URSS divenne
una delle cause principali della disintegrazione. I conflitti etnici era-
no attivamente provocati dalle forze liberali, le quali legavano l’idea
di democrazia alla “liberazione nazionale” dei popoli dell’Unione
Sovietica. L’incapacità della dirigenza centrale dell’URSS di con-
trollare la situazione e le sortite provocatorie dei nazional-liberali
contribuirono all’orgia nazionalistica. I conflitti su base nazionale
Dmitrij G. Novikov - Le cause della disintegrazione dell’URSS 143

si estesero a molte regioni del paese, in particolare alla Transcau-


casia e all’Asia Centrale. All’inizio degli anni Novanta sull’onda
dello sciovinismo arrivarono al potere nelle repubbliche baltiche e
in Armenia, Azerbaigian, Georgia, Kazakistan, Moldavia e Russia
le forze nazionaliste, le quali svolsero il ruolo più grave nel crollo
dell’URSS.
La causa più importante della dissoluzione dell’Unione Sovietica
fu l’azione sovversiva dei servizi segreti occidentali. Dopo la fine
della Seconda Guerra Mondiale gli USA e i loro alleati misero in
atto una “guerra fredda” contro l’URSS. Nella contrapposizione tra
i due sistemi furono messe in moto potenti macchine propagandi-
stiche. Gli ideologi borghesi riuscirono a trovare alleati all’interno
del’URSS, a discreditare gli ideali comunisti in certi segmenti della
società e a creare un’immagine attraente del capitalismo occidenta-
le. La solidarietà del popolo sovietico fu spezzata. In condizioni di
tradimento de facto degli ideali del socialismo da parte di Gorbačëv,
Jakovlev, Ševardnadze, l’URSS perse la guerra dell’informazione e
della propaganda, e ciò contribuì parecchio al suo crollo.
Svolse un ruolo negativo anche la dissoluzione del sistema dei
paesi socialisti. Nel 1989 iniziò il ritiro dei contingenti sovietici dai
paesi dell’Europa Centrale e Orientale. La liberalizzazione politica
e l’indebolimento dell’influenza dell’URSS stimolarono gli orienta-
menti antisovietici e anticomunisti in essi presenti. Tuttavia, la diri-
genza dell’Unione Sovietica non adottò misure efficaci per il mante-
nimento del COMECON e del Patto di Varsavia. La politica estera
di Gorbačëv era orientata verso i paesi dell’Europa Occidentale e gli
USA. La dirigenza dell’URSS tradì i suoi alleati in Polonia, Cecoslo-
vacchia, Ungheria, Bulgaria, Romania e Germania Est. La dissolu-
zione del sistema dei paesi socialisti in Europa, lo scioglimento del
COMECON e del Patto di Varsavia crearono a livello internazionale
delle condizioni che contribuirono alla dissoluzione dell’URSS.
144 MarxVentuno n. 1-2/2018

Le prefazioni italiane del Manifesto


Colpo d’occhio sullo sviluppo
del marxismo in Italia1

Francesco Galofaro2

Abstract

L’articolo presenta un’indagine su alcune storiche prefazioni italiane al Ma-


nifesto del partito comunista di Marx ed Engels. Lo scopo è quello di sottoli-
neare come, in ogni periodo storico, la prefazione tracci un bilancio sulla storia
del movimento operaio, attualizzando il Manifesto e orientando il lettore nel
contesto del dibattito marxista dell’epoca e delle conseguenti scelte politiche. A
partire dalla prima prefazione anarchica di Pietro Gori, il saggio prende in esame
la prefazione di Engels, quella di Labriola, e poi le letture di Togliatti, Zangheri,
Colletti, Sanguineti, Hobsbawn, Losurdo e Bertinotti.
Secondo la nostra interpretazione, dopo la nascita di ogni nuovo movimento
politico (forze anarchiche, socialiste, comuniste, di nuova sinistra, post-coloniale
e persino neoliberiste) una rilettura del Manifesto è funzionale alla ricerca (o
all’invenzione) di radici. Ciò avviene sottolineando ogni volta le caratteristiche
ancora attuali della Weltanschauung di Marx ed Engels: durante l’ascesa delle
forze dei lavoratori, fino agli anni Cinquanta, le prefazioni si focalizzavano sul
loro potere di trasformare il mondo; dopo la caduta dei principali stati socialisti,
le forze socialdemocratiche abbandonano Marx, mentre i movimenti liberisti lo
riscoprono come un economista e le forze radicali lo ritraggono come profeta
della globalizzazione e della crisi.

1 Relazione all’incontro di formazione rivolto a giovani del PdCI e Rifon-


dazione, tenutosi domenica 24 gennaio 2016 a ridosso dell’anniversario
della fondazione del PCdI (21 gennaio 1921) organizzato da Giuseppe
Agrello, segretario federale del PCdI di Bologna.
2 Professore a contratto di Semiotica, Politecnico, Milano, Docente
di Semiotica - ISIA Roma, CUBE - Centro Universitario Bolognese di
Etnosemiotica http://cube.unibo.it. Pubblicazioni: http://academia.edu/.
Francesco Galofaro - Le prefazioni italiane del Manifesto 145

Perché scrivere una nuova prefazione di un testo? Con Genette


(1987) sappiamo che ogni prefazione ha la funzione di orientare
l’interpretazione del lettore. Se è così, le introduzioni al Manifesto
del partito comunista costituiscono un documento di eccezionale
interesse: dicono molto del modo in cui questo scritto, piccolo ma
pericoloso, è stato interpretato nel corso dei suoi quasi 170 anni di
vita. Un periodo in cui è stato continuamente ristampato mentre
mutavano le sorti del movimento dei lavoratori, della filosofia
marxista e delle forme di Stato che ad essa si ispiravano e si ispirano
tutt’ora. Wikipedia conta una sessantina di edizioni italiane, ma
basta dare un’occhiata al catalogo opac per rendersi conto che il
computo è largamente incompleto. Fortunatamente, il numero delle
prefazioni e delle introduzioni è minore; nonostante questo non è
stato possibile reperirle tutte. Il nostro criterio è stato il seguente:
abbiamo effettuato un campionamento di grappoli di testi a distanza
di più o meno cinquant’anni. In questo modo si sono evidenziate
alcune funzioni interessanti delle prefazioni:
- Bilancio della storia del movimento dei lavoratori dal 1848;
- Attualizzazione del Manifesto nel contesto della nuova edizione;
- Orientamento del lettore entro il dibattito marxista coevo, tanto
per ciò che riguarda la teoria quanto per le opzioni politiche che ne
conseguono;
Abbiamo considerato prefazioni fondamentali, quali quelle di
Labriola o di Togliatti; altre ci sono sfuggite. Ci è stato impossibile
reperire alcune edizioni rare, come quella a cura del PCdI del 1925,
della quale abbiamo notizie indirette. Mancano le poche prefazioni
edite dalla così detta Nuova sinistra, quali quella di Corvisieri e
Rostagno; come vedremo, alcuni esponenti del dibattito teorico del
marxismo degli anni ‘60 e ‘70 diverranno prefattori di Marx molto più
tardi, a partire dagli anni ‘90. Ci scusiamo con il lettore per le carenze
del nostro lavoro; ne segnaleremo di volta in volta i limiti scientifici e
il perimetro e ci ripromettiamo di colmare le lacune in seguito.
146 MarxVentuno n. 1-2/2018

Materializzazione dello spettro

Siamo nel 1848 ed uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro


del comunismo. Così recita il noto incipit del Manifesto del partito
comunista. Il Manifesto fu pubblicato come strumento di lotta poli-
tica, finanziato dalla Lega dei giusti, un’organizzazione di operai
parigini, composta soprattutto da sarti e falegnami3. Il titolo è piut-
tosto interessante: la parola “Partito” non può essere intesa, come
oggi, alla stregua di un’organizzazione politica come quelle che di lì
a poco avrebbero fatto irruzione sulla ribalta della storia: all’epoca
significava semplicemente “tendenza” o “opinione”. Il Manifesto fu
scritto per avere una diffusione immediata e stampato in diverse lin-
gue. Tra le quali una versione italiana (perduta), inglese, francese,
tedesca, fiamminga e danese.
Fu forse un colpo di fortuna o una previsione azzeccata, ma un
paio di settimane dopo la sua pubblicazione la rivoluzione scoppiò
in tutta Europa. Nell’anno del crollo della Santa Alleanza e della fine
delle residue istituzioni feudali, il Manifesto ebbe rapida diffusione
e lo si stampò perfino sui quotidiani, a puntate. Poi, con il ‘49 e il
reflusso dell’ondata rivoluzionaria, anche il Manifesto scomparve
dalla circolazione per un quindicennio: se letta semplicemente come
opera che incita alla rivoluzione, già allora non era più possibile
considerarla attuale. Lo stesso Marx inaugura un nuovo periodo
della sua vita: costretto ad abbandonare Parigi, si trasferisce a Londra
e torna allo studio dell’economia, convinto che l’emancipazione del
proletariato abbia bisogno di una teoria scientifica migliore. Gli
sforzi del periodo sono raccolti nei Grundrisse.
Il Manifesto ritorna di moda anni dopo, a partire dalla fondazione
della prima internazionale, in concomitanza con il successo
crescente delle socialdemocrazie in occidente. Si preparano
ristampe. Tuttavia, a sottolineare la vocazione scientifica dell’opera,
gli stessi autori non mancano di aggiornarne il lessico ed i contenuti,
rendendo difficile agli editori di ieri e di oggi la scelta della versione

3 Per la parte che segue si veda Hobsbawn (1998).


Francesco Galofaro - Le prefazioni italiane del Manifesto 147

da ristampare. Ad esempio, Engels sostituisce al termine “lavoro”


l’espressione “forza-lavoro4, ed esclude la società preistorica
dall’ambito di quelle interessate dalla lotta di classe. Anche le
prefazioni d’autore sono strumento di lavoro: ad esempio, dopo la
Comune di Parigi, Marx ed Engels scrivono che la macchina statale
non può essere messa in opera ai fini dei lavoratori semplicemente
così com’è5. Nel preparare le prefazioni alle edizioni per ciascuna
regione, poi, non dimenticano di effettuare una piccola analisi del
suo sviluppo economico, dei suoi problemi e dello stato politico
in cui versa. Per esempio, l’edizione polacca del 1892 ricorda che
la Polonia è industrialmente più sviluppata della Russia e affida
al proletariato il compito di liberare la nazione dal giogo russo,
data l’ormai inestricabile connivenza di interessi che si è venuta
a creare tra le rispettive aristocrazie. Come possiamo vedere, le
prime ristampe del Manifesto sono già da subito un tentativo di
attualizzazione. In questa sua capacità di lasciarsi re-inserire in un
nuovo contesto consiste la sua pericolosità: per questo non fu mai
del tutto riassorbito dalla cultura borghese, essa tenti sempre di
sterilizzare e fagocitare ogni movimento rivoluzionario.

La diffusione in Italia

Come nota Hobsbawn (1998), in Italia l’opera si diffonde assai


tardi rispetto alla sua riscoperta nel resto d’Europa. Come si
è detto, la prima versione italiana del 1848 è oggi perduta. In
seguito, gli italiani leggeranno Marx prevalentemente in francese.
Alcune traduzioni parziali cominciarono a girare negli anni ‘80
dell’Ottocento, quando nel resto dell’Europa occidentale l’opera
di Marx era ormai uno strumento acquisito tra i partiti socialisti
dell’epoca. Nelle biblioteche ambulanti della socialdemocrazia

4 Cfr. Caracciolo (1998, n. 13).


5 Cfr. Hobsbawn (1998, n. 11).
148 MarxVentuno n. 1-2/2018

tedesca il Capitale era presente insieme alle opere di Darwin6.


Curiosamente, le prime operazioni divulgative del marxismo in
Italia sono opera non dei socialisti, ma degli anarchici. Pensiamo al
compendio del Capitale ad opera di Carlo Cafiero (1879).

La prefazione di Pietro Gori

In questo contesto la prima prefazione al Manifesto in cui ci si


imbatte è quella di Pietro Gori, intellettuale e poeta anarchico, autore
di canzoni di lotta come Addio Lugano bella e La ballata di Sante
Caserio. È il 1891 e la casa editrice è Flaminio Fantuzzi di Milano. La
traduzione è piuttosto lacunosa. Nella breve prefazione, le idee del
Manifesto vengono definite “demolitrici”, “diroccatrici”: servono
a far prendere coscienza alle masse. Gori descrive il movimento
socialista in due periodi: la prima fase della lotta di classe aveva
per obiettivo la rivendicazione, da parte del proletariato, di alcuni
diritti di casta; con il Manifesto, tuttavia, il socialismo moderno si
fa universalista: alla fine della tirannide borghese non deve infatti
seguire una nuova tirannide. Chiaramente Gori sottolinea i tratti più
messianici del Manifesto con l’impeto rivoluzionario dei romantici.
Secondo l’autore, una volta che il proletariato si sia dotato di uno
strumento scientifico di questo calibro, non c’è bisogno di perdere
ulteriore tempo a studiare: occorre passare all’azione senza ulteriori
indugi.

La prefazione di Engels

Nel 1893 abbiamo una prefazione d’autore: è Engels in persona,


su richiesta di Turati, a scriverla per il lettore italiano. L’editrice è
“Uffici della critica sociale” di Milano, la casa editrice della rivista
teorica del Partito Socialista Italiano, il cui congresso fondativo si
era tenuto a Genova soltanto l’anno prima - cfr. Galli (1980). La
traduzione questa volta è completa, a cura del poeta Pompeo Bettini,

6 Cfr. Steinberg (1976).


Francesco Galofaro - Le prefazioni italiane del Manifesto 149

oggi dimenticato ma all’epoca apprezzato da Croce.


Nell’introdurre la propria opera, Engels compendia le rivoluzioni
europee del 1848. A suo giudizio, in quell’anno gli operai portano
ovunque al potere i borghesi, e, ove non vi sia uno Stato nazionale, ne
pongono le basi. Non si tratta dunque di una rivoluzione socialista
in senso proprio; piuttosto, ne crea le premesse. Nel contesto del
giovanissimo Stato italiano, il cui destino appare ad Engels molto
simile a quello tedesco, si sottolinea così il ruolo importante dell’unità
nazionale a fianco della collaborazione internazionale degli operai. I
due elementi, unità nazionale e collaborazione internazionale, non
si davano ancora nel contesto del 1848. In conseguenza di quei moti,
nei quarantacinque anni seguenti la borghesia sviluppa l’industria e
pone, dialetticamente, un proletariato più forte e le condizioni per la
sua vittoria. Engels tenta perfino un’opera di seduzione nei confronti
del proprio lettore: riconosce nell’Italia il luogo dove per prima la
borghesia si è sviluppata, nei comuni del tardo medioevo. Cita il
rinnovamento culturale e spirituale che in quell’epoca si incarnò
in un poeta come Dante, ed auspica che presto possa nascere un
novello Dante, in corrispondenza con l’aprirsi dell’era proletaria.

Anarchici e socialisti

Un paragone tra il tentativo anarchico e quello socialista di


appropriazione del Manifesto fa ben comprendere la differenza
tra i due approcci. Il primo è ancora improntato ad una mitologia
romantica: l’Idea, l’Azione, il tirannicidio; il secondo è più scientifico
e perfino troppo moderato. Si tratta di una dialettica la cui possibile
spiegazione risiede nell’antitesi tra due movimenti all’epoca molto
forti e in competizione quali socialismo ed anarchismo. Secondo
l’interpretazione di Galli (1980), il socialismo italiano nasceva fin
da principio con un’evidente contraddizione interna tra afflato
rivoluzionario e bisogno di riconoscimento politico legale. Tuttavia,
sarebbe un errore pensare ad un Engels in cui, sopita ogni velleità
rivoluzionaria, prevalgono moderazione e riformismo. Nella
prefazione all’edizione italiana del 1895 de Le lotte di classe in
150 MarxVentuno n. 1-2/2018

Francia, Engels contrappone infatti il diritto al colpo di Stato della


borghesia al diritto alla rivoluzione del proletariato. Quel che
ad Engels non sfuggiva era piuttosto il carattere di transizione
incompiuta al capitalismo e lo stato di arretratezza in cui versava
l’economia italiana, elementi che certo non facevano pensare ad
una rivoluzione imminente – cfr. Ragionieri (1976 : 47). Infatti, se
confrontiamo la prefazione italiana e quella polacca dello stesso
periodo, la seconda parla di una rivoluzione alle porte, mentre nella
prima appare solo come augurio.

La prefazione di Antonio Labriola

Chi in quegli anni si diede davvero da fare per far conoscere Marx
e per innovare la teoria socialista fu Antonio Labriola. Professore di
filosofia della storia a Roma, negli anni ‘89-’90 tiene un corso sul
Manifesto. In seguito scrive il saggio “In memoria del manifesto dei
comunisti” per Devenir social, una rivista francese diretta da Sorel,
ed in seguito lo pubblica in italiano, sollecitato da Croce. In seguito
a questa lettura Croce stesso ha una breve conversione al marxismo.
In seguito il saggio viene più volte ristampato come prefazione
all’edizione del Manifesto del 1901, la cui traduzione è sempre del
Labriola.
La posizione discussa da Labriola (1901) è quella del comunismo
critico, l’etichetta con cui Marx ed Engels presentarono le proprie
proposte politiche alla Lega dei giusti. Labriola recupera questa
“denominazione di origine” per farla valere contro alcune carat-
teristiche filosofiche del marxismo della sua epoca, che specie in
Italia assumeva contorni illuministici e positivisti. In polemica con
il gruppo dirigente del socialismo italiano, Labriola portò avanti
la sua battaglia culturale a stretto contatto con Engels ed Adler.
La sua interpretazione del marxismo faticò ad affermarsi in Italia,
mentre ebbe maggior fortuna all’estero: influenzò la visione di
Plechanov7; anche Lenin, pur criticando quest’ultimo, lesse i Saggi

7 Cfr. Vranicki (1971).


Francesco Galofaro - Le prefazioni italiane del Manifesto 151

sulla concezione materialistica della storia nel 1897 e ne auspicò la


traduzione in russo, traduzione che apparve nel 1898 – cfr. Solomon
(1973 : 92). Problematico l’atteggiamento di Trockij: se nella propria
autobiografia finì per esprimere apprezzamento per Labriola,
secondo la testimonianza dei Quaderni dal carcere egli considerava
Labriola un dilettante del marxismo – cfr. Fresu (2007). Infine, non
va dimenticato come le idee di Labriola abbiano influito sui giovani
Gramsci e Togliatti8, allora studenti a Torino, alla ricerca di una
alternativa all’interpretazione positivista del marxismo, in piena
crisi ideologica.
Il primo nucleo tematico interessante che caratterizza la prefa-
zione di Labriola è naturalmente una critica serrata nei confronti
del positivismo, che descrive come un razionalismo astratto,
che annacqua i caratteri originali della posizione marxiana con
l’interclassismo riformista di Auguste Comte e col darwinismo
sociale di Spencer, improntato all’individualismo borghese. Ad
una visione determinista e lineare dello sviluppo storico, che ha il
proprio termine nella conquista del potere da parte del proletariato,
Labriola contrappone una lettura originale del rapporto tra storia
e soggettività. Da un lato, i processi storici si compiono intorno a
noi e attraverso noi. Dunque il nostro arbitrio è vinto e aggiogato
ai processi sociali, e in questo la posizione di Labriola non pare
certo contraria al determinismo. D’altro canto, rispetto ai processi
sociali noi siamo contemporaneamente soggetto ed oggetto, causa
ed effetto, termine e parte. Si tratta di una dottrina che diverrà
compiuta in Gramsci e Togliatti che riflettono sul ruolo necessario
del partito, soggetto del fare storia, contro il meccanicismo
positivista.
Labriola è anche il primo a trarre un bilancio del Manifesto e a
interrogarsi sulla sua scientificità. Labriola insiste sul carattere

8 Si vedano le testimonianze dirette – Togliatti (2013). Cerroni, nella sua


introduzione del 1973 a Labriola (1902) mette tuttavia in guardia dalle
strumentalizzazioni che vorrebbero vedere in Labriola la radice di un
marxismo italiano differente, di matrice idealista e riformista negli esiti.
152 MarxVentuno n. 1-2/2018

morfologico, e non cronologico, delle previsioni del marxismo.


Ovvero, Marx non fornisce date, come farebbe un Nostradamus.
Quel che Marx descrive è la forma della società, proprio come un
botanico descrive la morfologia di una foglia. E nella foglia sono già
inclusi i suoi possibili sviluppi. Un punto di vista che fa pensare al
naturalismo di Goethe9.
Labriola non contrappone il comunismo critico di Marx ed Engels
ai movimenti socialisti. Il comunismo critico si pone su un piano
teoretico: il suo scopo è fornire ai movimenti un’interpretazione
della storia e un’arma. E infatti il punto di vista storiografico del
Manifesto poteva dirsi molto avanzato per la propria epoca: come
testimonia Labriola, fu scritto quando la orientazione storica non
andava più in là del mondo classico (ibid. p. 82). Anche Labriola
cerca nella storia successiva al ‘48 alcune conferme della validità del
marxismo. Tra queste, nota come sia sempre vero che l’affermazione
dei movimenti socialisti passi sempre attraverso due stadi, seppur
con ritmi diversi: un socialismo agrario, propugnato da piccolo-
borghesi, déclassé, rivoluzionari per istinto; un secondo socialismo,
più autenticamente proletario. Si trattava forse di un auspicio per
l’Italia: sempre Labriola notava che il Partito Socialista nato a Genova
aveva una composizione di classe prevalentemente borghese - cfr.
Galli (1980).
Infine, Labriola vede il marxismo come un completamento
dell’Economia classica. La teoria del valore dei classici ne costituisce
il centro. Secondo Labriola, dopo Marx gli economisti borghesi
sconfessano la teoria del valore perché si rendono conto essa conduce
direttamente al marxismo attraverso leggi come quella della caduta
tendenziale del saggio di profitto. Val la pena di ricordare che tale
caduta è prima di tutto un fenomeno empirico che prima di Marx
anche altri economisti, a partire da Adam Smith, avevano tentato
di spiegare. Il bersaglio polemico di Labriola, ancora una volta

9 Ci riferiamo ovviamente a Goethe (1790). L’influsso di Goethe, Schiller,


Lessing, Herder, Klopstock sulla formazione di Labriola è ricordato in
Giazzi (2016).
Francesco Galofaro - Le prefazioni italiane del Manifesto 153

aggiornatissimo, è costituito da economisti suoi contemporanei


come Carl Menger e Vilfredo Pareto.
Le edizioni successive fino al 1925

Nella prima terna di edizioni italiane del Manifesto che abbiamo


considerato, vediamo, nell’arco di soli dieci anni, la dialettica tra
un punto di vista anarchico, socialista, e infine critico nei confronti
del socialismo stesso. L’attualizzazione del Manifesto in seguito
viene perseguita anche allegando ad esso documenti importanti:
ad esempio, nel 1918 in appendice si riportano le decisioni di
Zimmerwald e di Kienthal, le due grandi conferenze internazionali
socialiste tenutesi durante la guerra mondiale, nelle quali la
posizione della trasformazione della guerra imperialista in guerra
civile, sostenuta da Lenin, era prevalsa su un paficismo generico
ed astratto. Quando, nel 1925, esce la prima edizione del PCd’I, per
la Libreria editrice del Partito Comunista, la traduzione è ancora
quella del Labriola. In questo modo si costruisce una continuità
ideale tra il suo comunismo critico ed il nuovo partito. Con il 1925 si
interrompono le nuove edizioni del Manifesto, in concomitanza con
la trasformazione del fascismo in dittatura.

La prefazione di Togliatti

Nel ‘43 le strutture dello Stato fascista crollano: in concomitanza, il


Manifesto viene immediatamente ristampato a Padova, per Guerrini.
Nel ‘48 esce un numero speciale di Rinascita contenente uno scritto
di Togliatti (1948) sul Manifesto10, che verrà in seguito ripubblicato
più volte, sia in forma di prefazione sia in allegato a diverse edizioni
del Manifesto11. Si tratta di un atto di rivendicazione dell’eredità

10 Il numero era titolato Il 1848. Raccolta di saggi e testimonianze e conteneva


tra gli altri i saggi di F. Cagnetta, Le traduzioni italiane del Manifesto del Partito
comunista e E.Cantimori Mezzomonti, Origine del Manifesto.
11 Noi abbiamo consultato l’edizione 1973 a cura di Gerardo Chiaramonte,
154 MarxVentuno n. 1-2/2018

marxiana da parte del PCI appena uscito dalla guerra e dalla


clandestinità, in un periodo in cui tale eredità poteva dirsi ancora
contesa dal PSI12. Togliatti si pone in connessione con Labriola,
del quale apprezza la visione della dialettica, antipositivista, che
aveva influito sulla sua formazione e su quella di Gramsci. Secondo
Togliatti sono invece trascurate dal Labriola le problematiche con-
nesse al movimento operaio.
Ciò che rende attuale il Manifesto per Togliatti è la realizzazione
della sua previsione scientifica, con la rivoluzione del ‘17 e con la
comparsa di una nuova forma statale, socialista. Nota Togliatti che
in passato liberali, gesuiti e socialdemocratici concedevano di più
alla qualità di un classico che andrebbe letto a scuola; nel ‘45 invece
la polemica ideologico-culturale arriva al punto di negargli ogni
valore.
Il punto di vista veramente originale di Togliatti riguarda la stessa
nozione di scientificità di una dottrina politica: ad essere interessante
non è tanto la capacità della teoria di azzeccare previsioni, quanto
piuttosto il suo potere di trasformare la realtà. Non bisogna dimen-
ticare che in Togliatti e in Gramsci, a differenza che nel socialismo
positivista, un grande ruolo è riconosciuto al soggetto delle trasfor-
mazioni storiche, quel principe che nella loro modernità si incarnava
nel partito politico13. La teoria esibisce una caratteristica singolare:
è come se, presa coscienza delle leggi storiche, essa ci aprisse una
possibilità, per quanto piccola, di deviarne il corso: uno spazio
tecnico e politico in precedenza inesistente. Questa visione è ancora
una volta lontana dal determinismo positivista, per cui le leggi
inesorabili della storia portano inevitabilmente alla rivoluzione e
alla vittoria del proletariato, un modello che a Togliatti e a Gramsci

in cui il testo togliattiano è purtroppo riportato in maniera incompleta.


12 Ricordiamo che nel 1945 il PSI pubblica la versione 1848 del Manifesto;
nello stesso anno una edizione del Manifesto è distribuita da l’Unità.
13 Sarebbe bene chiedersi chi sia oggi, in epoca di crisi dei partiti, il
moderno principe.
Francesco Galofaro - Le prefazioni italiane del Manifesto 155

appariva già del tutto superato negli anni ‘10 del Novecento – cfr.
Togliatti (2013).
Col Manifesto, secondo Togliatti, il proletariato prende coscienza
di se stesso, si dota di un programma di azione e di critica teorica alle
altre correnti del socialismo (cristiano, aristocratico, borghese…).
Togliatti considerava attuali tali critiche. Un’altro segno della
vitalità del Manifesto consiste nella lunghissima sopravvivenza
del marxismo, fatto raro tra le dottrine sociali, che ha permesso di
comprendere lo sviluppo capitalista, la sua estensione all’intero
globo, lo scoppio di ben due guerre mondiali.
Togliatti dedica però alcune riflessioni anche ad elementi di
inattualità del Manifesto: il Migliore mette in guarda dal pensare che
ogni possibile sviluppo storico possa essere già previsto dalla teoria
e dall’idea che la rivoluzione sia in qualche modo imminente: la sua
carica rivoluzionaria si spiega con il contesto storico del ‘48, mentre
Marx ed Engels sono normalmente più prudenti. Si legge qui tra le
righe la convinzione togliattiana che la “guerra di movimento” tra
le classi e tra i rispettivi partiti si sia trasformata, in campo NATO, in
“guerra di posizione” - cfr. Togliatti (2014). Inoltre, secondo Togliatti
il Manifesto è incompleto: è Lenin con la dottrina dell’imperialismo e
del partito rivoluzionario a integrare la teoria.
Il bilancio di Togliatti è comunque positivo: negli anni, l’accesso
al potere delle classi subalterne si è allargato e così pure il fronte
contrario alla borghesia; l’imperialismo ha perduto il proprio
prestigio. Togliatti si sentiva parte di un movimento storico vincente
nonostante il disastro della seconda guerra mondiale e le condizioni
estremamente difficili in cui versavano le masse dell’epoca. Il
Manifesto serviva allora a rinsaldare l’ottimismo del popolo, la
fiducia in un avvenire di progresso.

La prefazione di Zangheri

Il lettore ci perdoni se effettuiamo un salto di altri 40 anni. Non è


nostra intenzione tacere il dibattito marxista degli anni ‘60 e ‘70. In
156 MarxVentuno n. 1-2/2018

parte ce ne occupiamo leggendo le prefazioni del Manifesto degli anni


‘90. Se andiamo direttamente allo scritto di Zangheri è per il contrasto
abissale rispetto al quadro dipinto da Togliatti. La prefazione di Renato
Zangheri esce per l’edizione Editori Riuniti del 1983. È stato in seguito
ristampato nel 2001, l’edizione che abbiamo potuto consultare14.
Si tratta di un testo poco interessante dal punto di vista della
ricostruzione della cornice storica della cornice del Manifesto, per la
quale Zangheri si affida svogliatamente al Labriola – ovvero ad una
fonte vicina agli eventi, ma arretrata dal punto di vista dell’analisi
storiografica. Nel complesso si tratta di una prefazione paradossale,
perché dichiara la totale inattualità del volume che introduce.
Zangheri presenta Marx come profeta, un tratto in comune con
l’interpretazione politica della destra. Zangheri fa propria una
genealogia liberale, per cui Marx è padre di rivoluzioni violente e di
Stati totalitari. Se il socialismo dell’URSS è un binario morto, perfino
i socialismi democratici si trovano per Zangheri a una battuta
d’arresto. Per questi motivi, interrogarsi sull’attualità del socialismo
di Marx è del tutto inutile. È vero, scrive Zangheri, che esiste un
altro Marx da far valere accanto a quello rivoluzionario: un Marx
che lotta per il suffragio universale e per la democrazia. Tuttavia,
neppure in quanto padre della socialdemocrazia del Novecento
Marx può essere recuperato: infatti, che sia condotta con mezzi
pacifici o violenti, è l’impianto stesso della lotta di classe a fare
problema, e a portare a vicoli ciechi ed ai ripensamenti. La prefazione
di Zangheri è un’apologia dell’homo laicus liberale, che abbandona
le fedi religiose e politiche ed adotta un impianto interclassista.
Zangheri accetta pienamente il capitalismo come tecnica di governo,
e rappresenta un sentire comune della sinistra dell’epoca: quella del
liberismo vincente di Reagan e della Tatcher, quando tassi di crescita
costanti sembravano garantiti anche se minimi. Ecco che a entrare
in crisi in Occidente è la socialdemocrazia stessa, la sua forma di

14 Poiché nel frattempo si era verificata la caduta del muro di Berlino e la


scomparsa del PCI, è lecito sospettare che Zangheri abbia accentuato in
questa nuova versione i suoi giudizi circa l’inattualità del marxismo.
Francesco Galofaro - Le prefazioni italiane del Manifesto 157

Stato basata sull’intervento in economia, sul debito pubblico e sulla


redistribuzione del reddito attraverso i servizi pubblici, e perfino
i riferimenti culturali classici dei socialdemocratici. Nell’89 la fine
spettacolare dell’URSS distrae dalla devastante crisi dei modelli
di riferimento, dell’impianto ideologico e programmatico delle
socialdemocrazie mondiali. Nello stesso anno infatti l’SPD adotta il
Berliner programm, così detto “post-materialista”, in cui fa propri
valori di libertà individuale accanto alle tematiche dei movimenti
ambientalisti degli anni ‘80.

Il 1998

L’anno 1998 è il 150o anniversario dalla pubblicazione del Ma-


nifesto. L’anniversario sembra cadere nel periodo di massima debo-
lezza del movimento operaio, così come il centenario aveva segnato
quello di massima forza. Così, in un articolo commemorativo, Rossa-
na Rossanda (1998) si chiede «perché centocinquant’anni dopo, la
classe spossessata, e tuttavia arricchita da innovatrici esperienze
di lotta in occidente, e in presenza di una rete prima sconosciuta
dei mezzi di comunicazione, non si associ, non si organizzi, non si
pensi unita e come soggetto transnazionale capace di unificarsi».
Ne nasce un dibattito, raccolto in Rossanda (2000), che ha veduto
tra i suoi protagonisti alcuni tra i principali interpreti del marxismo
di fine secolo. Purtroppo, non possiamo entrare nel merito per non
allontanarci dal nostro tema. Ad ogni modo, a dieci anni dalla caduta
del muro di Berlino si moltiplicano pubblicazioni e prefazioni. Ne
prendiamo in considerazione quattro, a partire da un’edizione molto
insolita: quella della Silvio Berlusconi Communication, tradotta da
Lucio Caracciolo, con prefazione di Lucio Colletti.

Lucio Colletti

Filosofo di formazione marxista, Colletti in seguito aderì al


PSI e abbandonò il marxismo stesso per divenire, infine, divenne
ideologo di Forza Italia. In un primo tempo, negli anni ‘60, si schierò
158 MarxVentuno n. 1-2/2018

insieme a coloro che cercavano di far valere un Marx scienziato ed


economista contro un Marx profeta e filosofo. Per quanto oggi possa
apparire una discussione futile e perfino paradossale, in realtà la
sua portata era internazionale, segno dell’egemonia culturale
del marxismo nel suo complesso: ad esempio, in Francia, filosofi
strutturalisti come Althusser cercarono di sbarazzare Marx delle
proprie radici hegeliane, nel tentativo di autoaffermazione di una
nuova generazione di intellettuali in un’accademia ancora molto
influenzata dalla filosofia di Sartre – Cfr. Dosse (1997)15. In Italia,
invece, chi dava letture anti-hegeliane di Marx tendeva a riscoprirne
le radici kantiane, a partire dall’insegnamento di Galvano Della
Volpe, che di Colletti fu maestro16. In realtà già nel 1985 Colletti
aveva pubblicato una prefazione del Manifesto per Laterza. Quando,
nel 1998, la Silvio Berlusconi communication tenta una operazione
di accaparramento rispetto ad un classico della letteratura politica
di ogni tempo, affida il lavoro al suo ideologo di punta. Si tratta di
una operazione di egemonia politica attraverso la quale la destra
fornisce la propria interpretazione del pensiero marxiano, quel
pensiero al quale i suoi avversari, gli inetti ed indegni epigoni del
PCI, avevano, come si è visto, rinunciato. Nella sua prefazione,
Colletti contrappone ancora il Marx scienziato al profeta. Lo scien-
ziato ha previsto il fenomeno della globalizzazione: una tesi che
ritorna in tutte le prefazioni del Manifesto del ‘98, di destra e di
sinistra. È il Marx ripreso da sociologi come Weber ed economisti
liberali come Schumpeter e Keynes. D’altro canto il Marx profeta è
quello hegeliano. Secondo Colletti, la radice del male consisterebbe

15 Per completezza dovremmo ricordare il pensiero della differenza, anti-


dialettico, rappresentato da autori come Deleuze, e la sua convergenza con
l’anti-hegelismo espresso dall’operaismo italiano in una figura emblematica
come Antonio Negri. È difficile far rientrare queste posizioni nell’alveo del
marxismo, sia pure eterodosso.
16 Le continuità tra Kant, Hegel e Marx sono state indagate più di recente
da Burgio (2000), secondo il quale i tre condividono l’idea di una storia
come progresso ed effetto dello sviluppo di forze immanenti.
Francesco Galofaro - Le prefazioni italiane del Manifesto 159

ovviamente nella convinzione hegeliana che la storia abbia un


proprio fine, e che tale traguardo finale non possa che consistere
nella società di eguali, senza classi e senza proprietà privata. Il che,
evidentemente, per la Silvio Berlusconi communication sarebbe
stato un grave danno. Questo anti-Marx avrebbe dato origine a
Lenin e all’Unione sovietica, una prospettiva fallimentare. Come
vediamo, le argomentazioni di Colletti non sono troppo distanti
da quelle di Zangheri; tuttavia, per lo meno, la destra riconosce un
ruolo positivo al Marx scienziato ed economista, mentre la sinistra
del periodo, ansiosa di accreditarsi nella City, ne rifiuta in toto
l’eredità.

La prefazione di Sanguineti

Ancora nel 1998 Sanguineti pubblica una prefazione al Manifesto


per un piccolo editore coraggioso di Roma, ovvero Meltemi17. La
pubblicazione suscitò una polemica, perché venne “scomunicata”
dall’Unità18 con la paradossale accusa di dogmatismo. Certo è stra-
no che un Bruno Gravagnuolo qualsiasi si sia assunto il rischio
di criticare la prefazione di un grande poeta come Sanguineti: la
storia della letteratura finisce inevitabilmente per sbeffeggiare
questo genere di pincopalli. In realtà è una prova del terribile sforzo
dispiegato dal PDS nei dieci anni successivi alla caduta del muro di
Berlino per sradicarsi da sé.
In primo luogo, Sanguineti critica violentemente il dibattito
accade-mico sulla scientificità del Manifesto. Siamo alla fine degli anni
Novanta, era appena scomparso Popper e i suoi orecchiabili slogan
sulla scienza stavano conoscendo un revival. Le tesi del Manifesto

17 Il lettore perdonerà una nota biografica: Meltemi fu il mio primo


editore. Luisa Capelli non aveva timore nel proporre esordienti assoluti.
Lavorava insieme all’autore su ogni volume. Una figura molto lontana
dal consumismo imperante sull’odierno mercato librario, che soffoca sul
nascere ogni ricambio culturale.
18 “L’Unità scomunica il Marx di Sanguineti”, 20 ottobre 1998.
160 MarxVentuno n. 1-2/2018

venivano dunque suddivise in “falsificate” e “infalsificabili”.


Alla luce del percorso compiuto fin qui, è interessante porsi una
domanda: non è strano che alcune tesi del Manifesto siano state
considerate “verificate” negli anni ‘50 e “falsificate” negli anni ‘90?
Probabilmente qualcosa nel criterio della falsificabilità andrebbe
riveduto, a partire dal fatto che Popper si propone di misurare la
scienza politica col metro della fisica. Un concetto di scientificità
molto lontano da quello che abbiamo apprezzato in Togliatti,
per cui le teorie politiche sono valide in base alla loro capacità di
trasformazione del reale.
Ad ogni modo, nota Sanguineti, in quel periodo la massima lode
concessa dagli intellettuali al Manifesto riguardava la sua efficacia
retorica, con lo scopo di venire citati nella quarta di copertina. Il
riferimento polemico, qui, è ovviamente ad Umberto Eco (1998).
Sanguineti nota come negli anni Novanta si affermi un’ideologia che
nega la lotta di classe perché nega l’esistenza stessa del proletariato,
il quale si sarebbe ormai felicemente proiettato nell’ideale borghese
per scordare le proprie frustrazioni. Una tesi, quella della fine del
proletariato, diffusa anche nella sinistra più radicale, in ambito
post-operaista, e che infine sarà perfino fatta propria dal segretario
di Rifondazione comunista Fausto Bertinotti, come vedremo.
Anche Sanguineti vaglia la tesi che vede il Marx scienziato
contrapposto al Marx profeta. Ad accostare marxismo e religione
non è solo, spregiativamente, Popper, ma anche un altro filosofo
di riferimento della destra come Augusto Del Noce. Sanguineti
riconosce una componente profetica e teologica nel materialismo
e concorda con Benjamin nell’ascriverla alla radice ebraica del
pensiero di Marx. Tuttavia – chiarisce – in Marx è il materialismo a
servirsi della teologia per i propri scopi, non viceversa: l’obiettivo di
Marx è fondare una teoria scientifica, non una pseudo-religione. La
profezia azzeccata del Manifesto e la sua attualità consistono proprio
nell’affermazione planetaria del capitalismo, nella globalizzazione,
nel Weltmarkt. Con la globalizzazione, il disastro prodotto dalle
contrapposizioni tra borghesie nazionali rischia di riproporsi a
Francesco Galofaro - Le prefazioni italiane del Manifesto 161

livello di interi continenti. Secondo Sanguineti, la sconfitta stessa


del movimento dei lavoratori è in qualche modo già inscritta nella
violenza trasformatrice del Capitalismo. Tuttavia ciò non comporta
la fine delle forme del lavoro fordista; lungi dallo scomparire, esse
vengono al contrario estese al lavoro intellettuale, dello scienziato,
del direttore della cassa di risparmio e perfino del ministro e del
cardinale. Qui leggiamo un riferimento polemico nei confronti
delle profezie del post-operaismo nei primi anni ‘80 circa il lavoro
intellettuale e la “liberazione” operata dal personal computer19.
Secondo Sanguineti quel che si rende davvero necessario è un
nuovo “Che fare”. Dissolta la sinistra, ad occuparsi dei poveri
rimane solo la Chiesa. Sanguineti nota come la sostituzione dell’op-
posizione ricchi/poveri a borghesia/proletariato non sia affatto
neutrale: la seconda non allude all’organizzazione sociale, ma ad
una sorta di sfortuna, frutto della modernità, e presuppone uno
sguardo nostalgico al feudalesimo e alla teocrazia. La critica della
Chiesa alla modernità è dunque reazionaria, non progressiva.
Al contrario, nel Manifesto, lo sbarazzarsi dei valori del passato è
sempre un fenomeno positivo. Parliamo ad esempio dei valori
della famiglia tradizionale, che prevedono la sottomissione della
donna; che portano al controllo sull’erotismo femminile e alla
prostituzione; che in epoca moderna sono abbattuti da lotte sul
divorzio, sull’aborto, sulla contraccezione20. Se l’interesse di classe
si nasconde dietro a valori obsoleti come l’amor di patria, chi vuole
abolire le classi ha interesse a demistificare questi valori. Per questo
la critica del Manifesto ad alcuni socialismi reazionari, che agitano la

19 Ricordiamo come questo tipo di posizioni abbiano portato chi le sosteneva


a vedere nel precario il nuovo soggetto rivoluzionario che avrebbe sostituito
la figura dell’operaio, trascurandone la vulnerabilità, la ricattabilità e la
parcellizzazione delle lotte nel nome di una sorta di pauperismo i cui toni
esagitati ricordavano quelli dei predicatori medioevali.
20 Oggi potremmo aggiungere alla lista le lotte sulla fecondazione etero-
loga, sul riconoscimento delle coppie omosessuali, sull’adozione del figlio
del coniuge da parte del partner.
162 MarxVentuno n. 1-2/2018

bisaccia del mendicante, è sempre di attualità. Sanguineti rivendica


anche di aver criticato per questi stessi motivi gli atteggiamenti di
Pasolini. Ancora negli anni Novanta i progetti di ricostruzione di
un Partito comunista si annacquavano e si diluivano in prospettive
pauperiste, poetiche, che guardavano a un passato remoto inconta-
minato e lo trasformavano in proposta economica, come le teorie
della decrescita. La forza del Manifesto è dunque fornire strumenti
di critica al movimento operaio per resistere a mode, fascinazioni,
teorie pseudoscientifiche21.

La prefazione di Hobsbawn

Il ‘98 è anche l’anno della prefazione di Hobsbawn, edita in Italia


da Rizzoli. Si tratta di una ricostruzione scientificamente molto
interessante della storia del Manifesto e del suo successo, e fin qui ce ne
siamo serviti ampiamente. La seconda parte della sua introduzione
è dedicata agli elementi che hanno reso presto inattuale il Manifesto:
come si è detto, il fallimento delle rivoluzioni del ‘48 e il mutato
contesto politico, l’evoluzione del dibattito socialista e i cambiamenti
nel lessico della politica. Gioca un ruolo anche la maturazione delle
idee di Marx e di Engels: nel ‘48 l’argomentazione non è ancora
pienamente economica, ma di carattere storico. Ciò che colpisce
dell’economia capitalista è la sua forza, il suo potenziale di sviluppo
e di trasformazione sociale. Secondo Hobsbawn, gli effetti di lungo
periodo di tali trasformazioni si ritrovano nella nostra modernità:
se la distruzione della famiglia ad opera della borghesia descriveva
bene gli anni ‘60, negli anni ‘90 i processi di globalizzazione planeta-
ria stavano conoscendo un’accelerazione inedita, smentendo teorie
altermondiste che in precedenza consideravano la divisione tra
nord e sud del mondo il vero esito del capitalismo su un piano
storico e geopolitico. In questo senso, anche se Hobsbawn non lo
dichiara, la formazione degli stati socialisti sembra quasi una devia-

21 Vedi le critiche alla teoria della decrescita mosse da Pellerey (2015: 1245-
197).
Francesco Galofaro - Le prefazioni italiane del Manifesto 163

zione rispetto alla teoria standard marxiana: un curioso contrasto


con la visione di Togliatti. Ma a dire il vero non vediamo qui
contraddizioni logiche vere e proprie: là l’apparizione di una forma
di stato socialista mostra la forza trasformatrice della teoria; qui
il crollo di un sistema economico riporta la storia su binari noti e
pericolosi. Hobsbawn si spinge anche oltre, portando argomenti per
sostenere che Marx ed Engels non prevedevano affatto l’avvento
di una società socialista e di una rivoluzione. La reale previsione
riguarda semmai il peso storico crescente che il proletariato avrebbe
esercitato nel corso del Novecento attraverso le sue organizzazioni
politiche tanto rivoluzionarie quanto riformiste. L’argomento
centrale di Marx è che il proletariato non avrebbe potuto liberare se
stesso senza liberare anche il resto della società. Che poi ci riuscisse
o meno, non era detto allora e non è detto ora: Marx si limitava
ad auspicarlo. Tutt’altro che determinista in politica, il Manifesto
suggerisce strategie, tattiche, prevede la possibilità di arretramenti
e sconfitte. La prefazione di Hobsbawn si chiude con l’interrogativo
su un futuro lontano dall’ottimismo dell’epoca di Togliatti e con
l’alternativa tra socialismo e barbarie.

La prefazione di Losurdo

Nel 1999 è la volta dell’introduzione di Domenico Losurdo, per


Laterza. Questa edizione mantiene elementi di attualità ed è ancora
ristampata ai giorni nostri; è perfino sopravvissuta a prefazioni
successive. Si tratta di uno scritto in sintonia con le ricerche di
quest’autore che lo hanno portato, in seguito, alla Controstoria
del liberalismo - Losurdo (2005): opera straordinaria che viene qui
in parte anticipata. È interessante come nell’età del liberalismo
trionfante e indiscutibile Losurdo ritorni sull’opposizione tra
comunisti e liberali per ribadirne le ragioni di fondo. Ripensarle
sembrava indispensabile nei vent’anni precedenti la crisi del 2007,
quando a sinistra gli elementi più radicali recuperavano piuttosto,
con Toni Negri, il liberalismo delle origini e la guerra civile inglese:
164 MarxVentuno n. 1-2/2018

una mitologia politica le cui batterie dovrebbero essere, chissà


perché, meno esauste delle rivoluzioni novecentesche22.
Losurdo mostra con citazioni dai classici del pensiero liberale, da
Tocqueville a Stuart Mill a Constant, i tratti più crudi dello stato
liberale, fondato su una ristrettissima base censitaria per cui qualche
centinaio di migliaio di persone avevano il potere su masse di milioni
di individui. Una stridente contraddizione, che i liberali risolvevano
relegandola a sfere rigorosamente non politiche: individuale
(incontinenza sessuale del proletariato) e sociale (contrattuale).
Secondo Losurdo, Marx opera una rivoluzione epistemologica nel
riconsegnare la contraddizione di classe alla sfera politica.
Il pensiero liberale contemporaneo sottolinea, con Isaiah Berlin,
l’importanza della libertà negativa, ovvero della libertà individuale
da ogni costrizione. Losurdo sostiene che questa dimensione è a tutti
gli effetti presente in Marx sotto la forma di libertà dal dispotismo di
fabbrica, contro i suoi critici di destra. In realtà, la libertà negativa di
Berlin è solo libertà dell’individuo dallo Stato: perché ciò avvenga,
l’individuo deve poter decidere nella propria sfera privata senza
interferenze. Tale sfera dunque si estende all’insieme delle sue
proprietà, ovvero alla fabbrica dove l’individuo instaura un ordine
dispotico. Dunque è proprio la dimensione negativa della libertà a
creare la gerarchia criticata da Marx. D’altro canto, i liberali imputano
al pensiero di Marx l’assenza di questa dimensione (libertà dallo
Stato). Tale assenza porterebbe allo Stato totalitario sovietico, o così
almeno pensano costoro. In questo essi aderiscono completamente
all’epistemologia pre-marxiana: sono teorie più arretrate come il
liberalismo, il radicalismo, l’anarchismo, il socialismo utopistico, a
identificare Stato e Potere; la rivoluzione di Marx consiste proprio
nell’aver colto la dimensione sociale della lotta di classe23.

22 Apologia di un mito pericoloso, che ne ignora il fondamento razzista:


sulla comparsa della guerra tra le razze come fondamento del discorso
sulla sovranità nel XVII secolo e in partic. nell’Inghilterra dei Levellers si
veda Foucault (1997) pp. 46-59.
23 Ovvero, diremmo con Labriola, la sua dimensione morfologica: la lotta
Francesco Galofaro - Le prefazioni italiane del Manifesto 165

Cosa è attuale nel Manifesto, secondo Losurdo? Ancora una volta,


la globalizzazione. Un processo che ai tempi di Marx era in realtà
già in corso, dato che una prima globalizzazione in qualche modo si
compie con la prima guerra mondiale – abbiamo ritrovato la stessa
convinzione in Togliatti. Marx intuisce la forza del capitalismo
come modello economico, in grado di travolgere altri modelli
sociali (nelle colonie) imponendo ovunque la propria forma24. Marx
ed Engels non avevano visto nei popoli colonizzati il potenziale
rivoluzionario che al contrario Lenin seppe intuire. Invece, già Marx
ed Engels denunciavano il pericoloso nesso tra globalizzazione e
guerra, che oggi è di drammatica attualità.

La prefazione di Bertinotti

A rischio di terminare questa rassegna con un anticlimax, devo


citare la prefazione di Fausto Bertinotti per le edizioni Alegre, 2005.
Letta oggi, l’interpretazione dell’allora segretario di Rifondazione
comunista risulta profondamente inattuale: solo dieci anni ci
separano da quel periodo, e tuttavia la crisi economica appare come
uno spartiacque che pone fine al trentennio aperto dalle politiche
neoliberiste di Reagan e della Tatcher. La prefazione di Bertinotti si
colloca dopo la stagione dei movimenti contro il G8, alla vigilia del
secondo governo Prodi, che avrebbe segnato la fine di Rifondazione
comunista e del resto della “sinistra alternativa” dal punto di vista
dell’efficacia politica.
Nel 2005 Bertinotti si rammaricava di come il pensiero di Marx
non fosse più di moda, a paragone della reputazione di cui godeva
presso gli intellettuali francesi e statunitensi. In Italia una destra
e una sinistra retriva lo consideravano entrambe superato. A dire
il vero, neppure i giovani altermondisti e pacifisti dell’epoca lo

di classe è la forma stessa della società.


24 Ci concediamo una analogia: il capitalismo ricorda la malattia dei
prioni, che al contatto con molecole sane le forzano ad assumere la propria
geometria spaziale, e in questo modo si replicano.
166 MarxVentuno n. 1-2/2018

leggevano; tuttavia, con il consueto gusto del paradosso, Bertinotti


dichiara che quei giovani avevano cominciato a riscrivere i classici
del marxismo e li proclama eredi del movimento operaio del
Novecento. Certamente all’epoca questa fascinosa tesi poteva perfino
suonare convincente, visto che quei movimenti apparivano vitali ed
agguerriti. Come la storia seguente avrebbe presto dimostrato, si
trattava di un errore di valutazione.
Secondo Bertinotti, l’attualità del pensiero di Marx consiste nella
critica dell’economia politica, della quale costituisce il momento più
alto; in questo modo Bertinotti cancella d’un tratto tutto il pensiero
marxista successivo. Ad ogni modo, senza il prezioso strumento
critico fornito da Marx non è possibile conciliare sviluppo economico,
preservazione dell’ambiente, assenza di guerre e terrorismo: il
Manifesto presenterebbe la teoria nella sua versione più radicale.
Questo giudizio è mutuato da Franco Rodano: Bertinotti strizza
l’occhio ai cattolici di sinistra, al mondo delle marce per la pace
di Assisi e delle manifestazioni no-global. Tuttavia, è opportuno
precisare che Bertinotti circoscrive la forza del Manifesto al genere
della propaganda: il Marx teorico si esprime altrove. Nonostante
questo limite, il Manifesto è un’opera che ha cambiato il modo in
cui l’uomo guarda a se stesso, insieme alla Lettera ai Romani di San
Paolo, al Contratto sociale di Rousseau, e all’Origine della specie di
Darwin. In proposito, Bertinotti compendia alcune tesi che abbiamo
già incontrato sulla presa di consapevolezza del proletariato che si
fa soggetto della storia.
Bertinotti entra poi in un dibattito che in effetti animava la sinistra
di quegli anni e si rifletteva anche nel suo partito. Una posizione,
che abbiamo già reperito in Sanguineti, sosteneva che il proletariato
fosse vivo e vegeto e che la tesi della fine del lavoro in seguito alla
terziarizzazione fosse ideologica e infondata25. Per convincersene,
bastava uscire dal piccolo perimetro dell’Occidente post-industriale,
e guardare al mondo, alle sue periferie, ad economie come quella
indiana, cinese, latino-americana, economie che già in quel periodo

25 Per essere onesti, chi scrive all’epoca sosteneva proprio questa tesi.
Francesco Galofaro - Le prefazioni italiane del Manifesto 167

discutevano l’egemonia occidentale sul pianeta. Contro questa tesi


Bertinotti fa valere i Grundrisse di Marx. In questo modo strizza
l’occhio all’altra anima di Genova, che vedeva in Impero di Negri
e Hardt il proprio riferimento ideologico26. Ad ogni modo, secondo
Bertinotti, se la forma di produzione della fabbrica si estende alla
totalità del corpo sociale, a maggior ragione la figura dell’operaio
perde di centralità rispetto al precario, al lavoratore flessibile, al
disoccupato. La classe operaia si presenterebbe allora frammentata
e non più accomunata dai metodi tayloristi. Una conclusione che
sembra un non-sequitur: al contrario, il taylorismo si estende grazie
a nuove tecnologie che permettono l’intensificarsi del ritmo di
lavoro e della sua produttività – Head (2014); si tratta di un controllo
pervasivo che entra perfino tra le mura domestiche abolendo le
differenze tra spazio di lavoro e spazio privato. Come è possibile
che Bertinotti e altri con lui abbiano compiuto tale errore e che non
abbiano visto ciò che si stava compiendo sotto i loro occhi? Il punto
è l’incapacità di cogliere gli elementi strutturali che accomunano
lo sfruttamento della forza-lavoro, soffermandosi sulla sua varia
fenomenologia, sul colore della tuta.
Come i suoi illustri predecessori, anche Bertinotti trova attuale
il Marx profeta della globalizzazione, ammirato dalla forza del
capitalismo di imporre le sue forme ovunque sul pianeta. Tuttavia,
secondo Bertinotti, quella forza non si è manifestata in maniera
lineare nella storia, dato che l’imperialismo ha creato un nord ed
un sud del mondo: una tesi altermondista che, come si è visto, già
Hobsbawn trovava superata. In realtà Bertinotti prende le distanze
dall’idea marxiana che lo sviluppo capitalista costituisca in qualche
modo un progresso rispetto alle forme sociali precedenti – pensiamo

26 Mi soffermo su questo punto perché disgraziatamente queste tesi sono


ancora diffuse tra la sinistra radicale; le forniscono una base ideologica
che spesso è usata per distinguersi identitariamente dal comunismo nove-
centesco; in realtà in passato tale presa di distanza fintamente radicale ha
coperto l’interesse materiale a compromessi improbabili con forze politiche
moderate.
168 MarxVentuno n. 1-2/2018

al feudalesimo. Secondo Bertinotti, progresso e sviluppo non


coincidono più nella nostra contemporaneità, portando solo alla
distruzione dell’ambiente, alla guerra, alla catastrofe. Aver creduto
in una nozione lineare di progresso costituisce il peccato della terza
internazionale, scientista e positivista. Come abbiamo visto le cose
in realtà non stanno precisamente in questi termini: con Lenin e
Gramsci i comunisti portano nuova linfa al marxismo rivalutando
il ruolo della dialettica nella storia, contro le visioni positiviste della
seconda internazionale. Ma a Bertinotti non interessa una filologia
del marxismo, quanto piuttosto interrompere una tradizione per
rincorrere mode più recenti: espiantare Marx dal marxismo, in
particolare quello di matrice leniniana e gramsciana. Il socialismo
può nascere solo se trova un altro modello di sviluppo, di economia
e di relazione tra persone, sessi, popoli. Secondo Bertinotti, la sinistra
antagonista ha dunque di fronte l’obiettivo della ricomposizione
di classe e della costruzione di un “nuovo soggetto” in grado di
costruire una alternativa anticapitalista e antiliberista. Bertinotti è
il mitografo di un marxismo eterodosso che diverrà una ossessione
nei suoi epigoni, ma che porta inevitabilmente ad una pratica del
tutto inefficace e priva di radici nella propria contemporaneità.

Qualche conclusione

Come abbiamo visto, il Manifesto è stato letto in diversi modi


in corrispondenza a periodi storici differenti: nella prima fase
dei movimenti socialisti spingeva le masse all’azione; in seguito,
servì come strumento di lotta su un piano teorico. Al loro primo
affacciarsi sulla storia i movimenti politici se ne appropriano, alla
ricerca di radici: più sono nuovi, più hanno bisogno di inventarsi
una tradizione allo scopo di legittimarsi. Vale per gli anarchici, per
i socialisti, per i comunisti e per la sinistra altermondista di Genova
e di Porto Alegre.
Il confronto con il Manifesto ha anche una seconda funzione,
quella di trarre un bilancio del movimento dei lavoratori: così in
Francesco Galofaro - Le prefazioni italiane del Manifesto 169

Labriola, a mezzo secolo dal ‘48; così nel secondo dopoguerra, quan-
do la sua forza travolgente sembra inarrestabile, perché esistono
forme di stato socialiste vincenti; così infine nel 150o anniversario,
laddove occorre fare i conti con la sconfitta e con il reflusso e
cercare alternative. A seconda della fase, l’attualità del Manifesto
consiste nell’aver descritto la forza trasformatrice del socialismo,
in grado issare il proletariato a soggetto del fare storia; oppure
del capitalismo, in grado di travolgere il socialismo stesso e, data
la portata globale della trasformazione e i rischi di guerra ad essa
connessi, di pregiudicare perfino l’esistenza della vita sulla Terra.
Come abbiamo visto, l’eredità di Marx interessa anche i nemici del
marxismo, a sinistra come a destra. Gli oppositori di sinistra ne
dichiarano più o meno apertamente l’inattualità e ne apprezzano
il valore retorico; la destra tende al contrario a rivalutare il Marx
economista: un processo ancora in atto, dato che dopo la crisi si
sono moltiplicate le letture liberali del Capitale.
Inoltre, possiamo contare almeno quattro fasi nell’attualizzazione
del pensiero marxiano. In origine consisteva nell’aver predetto e
favorito dal punto di vista teorico la nascita di movimenti socialisti.
In una seconda fase, i movimenti si erano fatti “Stato”. La terza fase
è invece quella della crisi di movimenti e stati: Marx diviene allora
profeta della globalizzazione.
Vi è poi una quarta fase, non presente nel nostro corpus, sul quale
vorrei spendere qualche parola conclusiva: Marx è infatti il teorico
della crisi economica. È incredibile il fatto che ancora nel 2005, alle
soglie della più devastante crisi economica capitalista che si sia
veduta, questa parola fosse del tutto assente dalle considerazioni
sul Manifesto. È vero che l’analisi di Marx ed Engels è ancora acerba,
ma il tema è descritto in termini apocalittici:

Nelle crisi commerciali viene regolarmente distrutta una grande


parte non solo dei prodotti ma persino delle forze produttive già
costituite. Nelle crisi scoppia un’epidemia sociale che in tutte le
altre epoche sarebbe stata considerata un controsenso: l’epidemia
della sovrapproduzione. La società si trova improvvisamente
170 MarxVentuno n. 1-2/2018

ricacciata in uno stato di momentanea barbarie; una carestia, una


guerra di annientamento totale sembrano sottrarle ogni mezzo
di sussistenza; l’industria, il commercio appaiono distrutti, e
perché? Perché la società ha incorporato troppa civiltà, troppi
mezzi di sussistenza, troppa industria, troppo commercio. Le
forze produttive di cui essa dispone non servono più allo sviluppo
della civiltà borghese e dei rapporti borghesi di proprietà; al
contrario, esse sono diventate troppo potenti per quei rapporti,
ne sono frenate, e non appena superano questo ostacolo gettano
nel caos l’intera società borghese, mettono in pericolo l’esistenza
della proprietà borghese. I rapporti borghesi sono diventati
troppo angusti per contenere la ricchezza che essi stessi hanno
prodotto. Come supera le crisi la borghesia? Da una parte con
l’annientamento coatto di una massa di forze produttive; dall’altra
conquistando nuovi mercati e sfruttando più a fondo quelli vecchi.
In che modo, insomma? Provocando crisi più generalizzate e più
violente e riducendo i mezzi necessari a prevenirle.

L’assenza della crisi è a nostro modo di vedere indicativa del


trionfo dell’egemonia cultuale liberista negli ultimi quarant’anni.
Il liberismo ha garantito prospettive di crescita e un modello che
pare inarrestabile perfino ai suoi più fieri avversari. Le ragioni per
criticarlo divengono esplicitamente di natura etica ed escatologica:
si tratta di un modello che produce miseria, fame, sfruttamento e
che porta il pianeta sull’orlo della catastrofe. Non che non sia vero,
ma queste critiche non colgono più il nocciolo del funzionamento
del sistema che è il vero punto di forza dell’argomentazione
marxiana: la storia di ogni società finora esistita è storia di lotte di
classi. Hobsbawn aveva forse intuito che il crollo degli stati socialisti
aveva riportato la storia alle sue regole ottocentesche. Così, il
riacutizzarsi dell’offensiva liberista ed il tentativo di riassoggettare
la classe operaia riporta l’economia ad uno stato molto simile a
quello descritto da Marx, e rende nuovamente possibili devastanti
crisi cicliche, a partire dal crollo della borsa del lunedì nero del
1987, che secondo alcuni fu causato proprio dal debutto di quelle
Francesco Galofaro - Le prefazioni italiane del Manifesto 171

tecnologie informatiche che costituiscono le autostrade della globa-


lizzazione finanziaria. Crisi ulteriori si sono avute con il caso Enron
e con l’esplosione della bolla speculativa legata ad Internet, cui
Bush jr. ha risposto aumentando la spesa militare, dichiarando
guerra all’Iraq e finanziando a pioggia ogni genere di impresa pri-
vata americana impegnata nella ricostruzione. Bush pose fine ad
un periodo di laissez-faire e inaugurò un tentativo di rispondere
alla crisi ampliando la spesa dello Stato in termini rigorosamente
militari. In seguito le crisi si son fatte sempre più frequenti fino
all’attuale recessione continua, di lungo periodo e senza orizzonti.
Forse ci troviamo in quel che l’economista sovietico Kondratiev
(1935) chiamava l’autunno di un’onda lunga. E se pensiamo ai
possibili esiti in occidente del rallentamento cinese, a quanto pare
l’inverno si approssima. E dunque, cosa possiamo fare, se non
lavorare di nuovo ad una prospettiva comunista? Ancora una volta,
non abbiamo da perdere che le nostre catene. E abbiamo un mondo
da guadagnare.

Riferimenti bibliografici

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Angelo Baracca - Attualità dell’eredità di Marx 175

Attualità dell’eredità di Marx

Che cosa possiamo dire di nuovo sulla Scienza


dal punto di vista del Materialismo Storico di Marx?

Angelo Baracca1

Abstract
È interessante considerare il punto di vista del materialismo storico sul-
la scienza e sul rapporto tra l’essere umano, come essere sociale, e la natura.
Innanzitutto occorre rilevare il rifiuto engelsiano di considerare la natura
come un mero “serbatoio” inerte di risorse da sfruttare; in secondo luogo,
è necessario rifiutare la tesi della presunta neutralità della scienza e anzi
riconoscere e anzi i suoi legami strutturali con gli interessi della classe
capitalistica.
È importante riprendere una critica integrale della scienza, che rifiuti i
concetti astratti di “progresso” e di “sviluppo” della scienza e renda ragio-
ne di come piuttosto le svolte epistemologiche e scientifiche siano sempre
legate alle trasformazioni dei rapporti di produzione, alla necessità della
classe capitalista di massimizzare i profitti attraverso nuove acquisizioni
tecniche, di sfruttare con la massima efficacia la classe operaia. La Scienza
ha evidentemente accresciuto il potere dell’Uomo sulla Natura, ma sempre
in stretta complicità con gli interessi del Capitale contro il lavoro. Questo
asservimento strumentale della “corporazione” o “casta” scientifica agli
interessi delle classi imprenditoriali dominanti deve essere sottoposto a
critica con gli strumenti del materialismo storico, e ciò è di massima im-
portanza in un momento storico in cui il ciclo produttivo capitalistico ha
accresciuto come non mai la sua nocività verso la natura e la salute umana.

1 Già professore universitario di Fisica all’Università di Firenze, impegnato


nel movimento contro la guerra.
176 MarxVentuno n. 1-2/2018

Nella ricorrenza del bicentenario della nascita di Marx si stan-


no ovviamente moltiplicando le iniziative a livello internazionale,
nazionale e locale. Non devo certo esprimere la mia convinzione
che dall’elaborazione di Marx ci siano ancora tantissimi insegna-
menti da trarre. La vera sfida è di trarre spunti fecondi sui temi più
scottanti oggi sul tappeto. Non ho l’ambizione di fare questo, ma
vorrei dare un contributo su un campo che probabilmente non sarà
al centro dei temi che verranno trattati, ma sul quale mi sono perso-
nalmente impegnato per quattro decenni e che ritengo sempre più
cruciale oggi: il tema della Scienza. Intendo la Scienza Capitalistica,
quella cioè che venne fondata (schematizzo brutalmente) nei secoli
XVII-XVIII e divenne con il decollo della Rivoluzione Industriale
del XVIII secolo uno dei cardini, sempre più imprescindibili, della
Società Industriale e del capitalismo. E qui sono convinto che ci sia
ancora moltissimo da trarre da Marx.
La Scienza, in tutte le sue manifestazioni, informa sempre più tut-
ti gli aspetti non solo della produzione e della distribuzione, ma del-
la vita sociale e individuale. Questi sviluppi sempre più radicali e
pervasivi sembrano avere anestetizzato la maggior parte delle per-
sone le quali, nell’illusione di acquisire attraverso tecnologie sem-
pre più sofisticate capacità e poteri eccezionali, non si rendono più
conto di essere (anche) strumenti sempre più passivi e dipendenti
dalla prossima innovazione che verrà introdotta, e per la quale vie-
ne sapientemente costruita l’aspettativa. Inutile dire che in questo
meccanismo ha assunto un ruolo esorbitante la pubblicità, che per-
vade in modo incontenibile tutti gli aspetti della nostra vita, utiliz-
zando molto frequentemente slogan che non hanno nessun fonda-
mento, quando non sono palesemente in-fondati. Non può sfuggire,
anche ad una riflessione superficiale, l’eclatante contraddizione fra
l’esaltazione della Scienza e della tecnica e dei loro successi, e que-
sto frequente ricorso ad affermazioni palesemente infondate, alle
quali non avrebbe abboccato la maggior parte delle persone sensa-
te che vivevano un secolo fa. Questa divagazione mi porterebbe in
un campo, la pubblicità, che esula dalle mie conoscenze, ma non è
Angelo Baracca - Attualità dell’eredità di Marx 177

estranea al tema che intendo trattare. Perché la Scienza se un lato


viene incorporata in modo sempre più sostanziale nelle merci e nei
prodotti ipertecnologici, dall’altro è celata in essi in modi che sfug-
gono ormai completamente agli utenti inevitabilmente sprovveduti
(ma a volte anche a chi non ne è digiuno, data la specializzazio-
ne esasperata dei campi tecnico scientifici). In questa situazione la
Scienza nella mentalità comune diventa sempre più un “feticcio”.
Non trovo di meglio di questo uso ardito del temine marxiano, che
certo in questo caso non maschera il lavoro incorporato e il rapporto
subordinato di sfruttamento ma, usando le parole di Marx, è “un’a-
nalogia... nella regione nebulosa del mondo religioso… [dove] i pro-
dotti del cervello umano [in questo caso della Scienza] paiono figure
indipendenti, dotate di vita propria, che stanno in rapporto fra di
loro e in rapporto con gli uomini”. Le innovazioni tecnico scientifi-
che incorporate (e celate) nelle merci appaiono figure indipenden-
ti, si materializzano come proprietà e capacità che hanno quasi del
magico, dato che la loro base è talmente complessa e sofisticata che
risulta quasi impossibile ricostruirne il funzionamento. La Tecnica è
da tempo una “seconda natura” artificiale che lungi dall’avvicinare
all’Uomo la Natura costituisce un diaframma che si interpone alla
Natura, che ci separa da essa. Ma l’innovazione scientifico tecnica
smodata sta addizionando a mio parere un carattere magico, di ca-
pacità che appaiono soprannaturali.

Marx e le Scienze della Natura

Ho solo in parte divagato, o generalizzato, perché il tema del rap-


porto fra l’Uomo, come essere sociale, e la Natura l’avevo già posto
una quarantina di anni fa (insieme ad Arcangelo Rossi) come cru-
ciale per estendere all’analisi delle Scienze della natura il metodo
storico materialista che Marx aveva sviluppato per la critica dell’e-
conomia politica2. Credo che la fecondità di quella impostazione sia

2 Angelo Baracca e Arcangelo Rossi, Marxismo e Scienze Naturali, Bari, De


178 MarxVentuno n. 1-2/2018

stata confermata dai risultati del lavoro successivo, di cui porto solo
una parte del merito.
In Marx non si trova una concezione generale delle Scienze della na-
tura. Si trovano preziose osservazioni in tanti scritti, soprattutto gio-
vanili, con Engels, sul concetto di Natura, che criticano radical-men-
te il punto di vista, che giudico “grossolano” (ma ahimè tutt’altro che
morto), della Natura come “serbatoio” inerte al quale l’Uomo attinge i
propri mezzi e le proprie conoscenze, divenute scientifiche con la “Ri-
voluzione scientifica” del capitalismo. Questa concezione “grossolana”
rimane il fondamento della concezione della neutralità della Scienza.
D’altronde ai tempi di Marx era ancora molto forte nelle Scienze l’im-
postazione del positivismo, e l’idea che il requisito di rigore della Scien-
za richiedesse di basarsi sui soli dati d’esperienza: il che voleva dire
appunto trarre dalla Natura i dati senza (o evitando il più possibile) di
sovrapporre ad essi delle interpretazioni. Quando Marx morì (1883) era
ancora decisamente minoritaria la svolta inaugurata nel campo della
fisica e della chi-mica negli anni Settanta dell’Ottocento che ricorreva
a modelli matematici per interpretare i processi naturali ed estrarne
le leggi che li regolano. Era stato Engels piuttosto ad occuparsi delle
Scienze naturali, ma (so bene di urtare le opinioni degli engelsiani, non
sto affatto sminuendo il suo ruolo e il suo pensiero) il materialismo dia-
lettico che egli aveva adottato era ben diverso dal materialismo storico.
Del resto, anche se Engels sopravvisse 12 anni a Marx (1895), egli dif-
ficilmente avrebbe potuto conoscere gli sviluppi matematici estrema-
mente complessi della fisica e della chimica post-positiviste. Peraltro è
noto l’interesse di Marx per le concezioni di Charles Darwin, scienziato
che solo grossolanamente può venire collocato nel solco del positivismo
(ma fu soprattutto Engels ad esserne entusiasta), che Marx cita anche
nel Capitale, ma con la significativa raccomandazione di non dedurne
un “materialismo astrattamente modellato sulle scienze naturali, che
esclude il processo storico”3.

Donato, 1976.
3 Mentre è da ridimensionare un presunto entusiasmo di Marx per le idee
di Darwin (idea a cui aveva contribuito l’orazione funebre pronunciata
Angelo Baracca - Attualità dell’eredità di Marx 179

Marx ispiratore del ‘68: il materialismo storico


e la concezione delle Scienze

Prima di venire specificamente al valore e all’attualità del pensie-


ro di Marx per le Scienze ritengo opportuno un cenno brevissimo ad
alcuni sviluppi degli ultimi quattro decenni. La giovane generazione
degli scienziati italiani che si erano laureati attorno al 1968 e aveva-
no vissuto direttamente la contestazione studentesca e le lotte ope-
raie, si fece carico di dare contenuti concreti alla contestazione della
Scienza, che era stata soprattutto ideologica (termine con il quale
non intendo affatto sminuirne la portata). Ho ricostruito dettaglia-
tamente quelle vicende in uno scritto recente4. È superfluo dire che
gran parte dei giovani scienziati italiani si scontrò duramente con gli
intellettuali del PCI, e il tema della cosiddetta non neutralità della
Scienza era uno degli aspetti scottanti. Ma una parte, soprattutto dei
giovani fisici e matematici, si propose di rintracciare le radici delle
scelte di fondo della Scienza moderna ricostruendone lo sviluppo
storico in relazione alle trasformazioni cruciali del capitalismo. Ver-
so la metà degli anni ‘70 uscirono le prime opere che proponeva-
no una concezione storico materialistica della Scienza capitalistica
(nel 1976 il famoso L’Ape e l’Architetto5 e il saggio Marxismo e Scienze

da Engels), in particolare è falsa la tesi che Marx avesse offerto a Darwin


di dedicargli Il Capitale e che questi avesse declinato: rimando per brevità
a un articolo di Aldo Natoli pubblicato su “La Repubblica” il 31 gennaio
1982 (dal quale ho ripreso anche il passo del Capitale) e riprodotta da Sal-
vatore Lo Leggio, http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2013/06/marx-
e-darwin-sono-un-vostro-sincero.html.
4 Angelo Baracca e Flavio Del Santo, La giovane generazione dei fisici e il
rinnovamento delle scienze in Italia negli anni Settanta, ALTRO 900, n. 34,
ottobre 2017, http://www.fondazionemicheletti.it/altronovecento/
Default.aspx?id_articolo=34.
5 Giovanni Ciccotti, Marcello Cini, Michelangelo De Maria, Giovanni
Jona-Lasinio, con contributi di Elisabetta Donini e Dario Narducci, L’Ape
e l’Architetto. Paradigmi Scientifici e Materialismo Storico, Feltrinelli, 1976 (il
volume è stato ripubblicato con il corredo di vari commenti degli autori e
180 MarxVentuno n. 1-2/2018

Naturali che ho citato nella nota 1). Su queste basi (pur con le ar-
ticolazioni delle diverse impostazioni personali) venne sviluppato
un lavoro collettivo che ritengo ancora di grande valore, volto alla
ricostruzione dello sviluppo della Scienza dalla fine del secolo XVIII
collegando su basi storico-materialistiche le svolte e le innovazioni
cruciali alle esigenze poste dalle diverse fasi dello sviluppo del ca-
pitalismo e dalle sue contraddizioni interne.
Se gran parte di quelle elaborazioni sembra oggi dimenticata, bi-
sogna riconoscere il fatto di fondo che (non certo per merito unico,
e neanche principale, degli scienziati-storici che vi dedicarono gran
parte delle loro carriere) oggi l’idea della “non neutralità” della
Scienza, dei suoi legami strutturali con gli interessi del Capitale, è
in larga misura passata nella mentalità comune: anche, e forse so-
prattutto, per le tantissime lotte di movimenti popolari in tutto in
mondo contro prodotti o progetti nefasti fondati su presunti criteri
scientifici, dei quali i movimenti contestavano invece la subordina-
zione alla logica del profitto.
Tuttavia queste lotte e queste contestazioni si sono basate e si ba-
sano soprattutto sulle vertenze concrete, più che legittime. Non vi è
dubbio che esse hanno prodotto, e producono, un grande patrimo-
nio di cultura e di elaborazioni scientifiche alternative, che antepon-
gono l’interesse generale a quello dei gruppi di potere o finanziari.
Si è però appannata, a parere di chi scrive, quella tensione ideale
che sviluppava la critica radicale alla struttura stessa della Scienza
moderna, che è alla base della sua funzionalità agli interessi capita-
listici. Così, mentre da un lato si diffondono il disincanto e l’oppo-
sizione a progetti disastrosi spacciati per scelte tecnico-scientifiche,
e cresce una forte critica ai concetti di “progresso” e di “sviluppo”,
vi è d’altro lato una grande curiosità verso i contenuti delle teorie
scientifiche sempre più complesse e formali, e riscuotono notevole
interesse saggi di “divulgazione scientifica”, spesso indubbiamente
pregevoli ma certo tutt’altro che critici degli indirizzi della ricerca

di altri nel 2011).


Angelo Baracca - Attualità dell’eredità di Marx 181

scientifica avanzata. A me sembra di vedere una sorta di dissocia-


zione tra la valutazione di quello che la Scienza capitalistica porta a
fare nella pratica, e suscita forti contestazioni, e la fascinazione eser-
citata dalle sue concezioni (estremamente formali e complesse, delle
quali la “divulgazione” rende di solito un’immagine ideologizzata,
e inevitabilmente parziale).
Ben diverso era il progetto che si era sviluppato negli anni ‘70
del secolo scorso nel quale, riconoscendo la separazione abissale dei
formalismi astratti della Scienza dalla cultura e la mentalità comuni,
si mirava piuttosto a una comprensione integrale dello sviluppo e
dell’assetto delle Scienze ricostruendo le motivazioni materiali, gli
interessi di classe – questi sì largamente accessibili – che avevano
sotteso le svolte metodologiche della Scienza, l’uso delle sue acqui-
sizioni come forze produttive finalizzate all’aumento dei profitti e
allo sfruttamento della forza lavoro degli operai; anche quando que-
sto era mediato dal potere ideologico della Scienza. L’esplicitazione
di questi moventi rendeva esplicite le scelte sempre più formali e
lontane dall’intuizione, aprendo la possibilità di una comprensione
integrale (non solo formale), storico-sociale, delle Scienze, fornendo
inoltre gli strumenti per valutare gli indirizzi dello sviluppo scien-
tifico, cioè criteri e strumenti di controllo da parte dei movimenti
operai e popolari.
È qui che rimane importante rifarsi al materialismo storico di
Marx per riprendere una critica integrale, di classe, della Scienza,
che fornisce sempre più un supporto allo sviluppo devastante della
società capitalistica, allo sfruttamento sconsiderato delle risorse e
alla mercificazione della natura.

L’ideologia scientista, la svendita del lavoro


e la mercificazione della Natura

Molte delle cose che dirò si potrebbero quasi considerare scontate,


ma credo che non sia inutile ribadirle nella fase storica che stiamo vi-
vendo, intanto perché non mi sembrano davvero ovvie, e soprattutto
182 MarxVentuno n. 1-2/2018

perché possono riannodare il legame tra le lotte pratiche su temi con-


creti, che sono quelli che giustamente la gente sente sulla propria pel-
le, e l’impostazione della Scienza, che è dominio degli specialisti ma
dispensa appunto pubblicamente il proprio fascino alimentando una
forte ideologia. Come sempre è stato, è necessario supportare l’azione
pratica con una solida base ideologica. Tanto più che la resa senza
condizioni della sinistra storica all’ideologia scientista e sviluppista è
stata un fattore tutt’altro che secondario della svendita del lavoro e dei
suoi diritti (e della sua subalternità alla mercificazione della natura).
Dietro questa capitolazione non vi è stato un vuoto di teoria, bensì
una teoria opposta, ancorché implicita, subalterna all’ideologia e agli
interessi dominanti. La concezione del ruolo trainante delle forze pro-
duttive (in tutte le accezioni: mercato, tecnologia, ecc.) concepite come
neutrali rispetto ai rapporti di produzione, delle tecnologie “avanza-
te” (si ricordi il cieco sostegno del PCI e dei Sindacati ai programmi
nucleari), tanto più “progressive” quanto più garantiscono l’esclusio-
ne del lavoro vivo e lo sfruttamento della forza lavoro impiegata, ha
costituito un elemento portante della politica della sinistra storica. Ne
ha determinato la venerazione dello “sviluppo”, inteso come necessa-
rio e unico, e la monocultura (la miseria ideologica) del Pil. Tutta que-
sta concezione si è coniugata con un’interpretazione della Scienza e
della Tecnica come assolutamente oggettive, intrinsecamente progres-
sive, dotate della capacità taumaturgica di risolvere tutti i problemi.
Questa interpretazione fornisce la giustificazione ultima di qualsi-
asi tipo di intervento sulla natura, purché attuato con metodi “scien-
tifici”, quantitativi e “rigorosi” (ma inevitabilmente parziali): l’uomo
diviene così l’«apprendista stregone», pretende di sostituirsi alla
Natura stessa, ai suoi meccanismi ed equilibri, in un delirio di onni-
potenza dogmatico e cieco (e la deleteria pubblicità, come ricordavo,
diviene una forma di persuasione occulta, che tutte le forze politiche
e sociali subiscono passivamente, trascurano o pensano di utilizzare
per i propri fini). Salvo poi inventarsi la foglia di fico dello sviluppo
sostenibile, vero ossimoro di comodo: si mistificano ormai televisioni
o automobili “ecologiche”, come se nascessero sugli alberi, e non ci
Angelo Baracca - Attualità dell’eredità di Marx 183

si vergogna di sparlare di sviluppo sostenibile perfino per un paese


come il nostro che importa il 90% delle risorse energetiche, depredan-
do ovviamente altri paesi con il pagamento di royalties ridicole, non
certo alle popolazioni ma a classi politiche corrotte.
Di fronte a questi, che non sono “sbandamenti” ma un vero passag-
gio nel campo avverso (tanto più pericoloso e ingannevole se operato
da forze che mantengono un legame storico con la “sinistra”), occorre
reagire recuperando non solo un’incisiva capacità di azione e di ag-
gregazione, ma anche una chiara base teorica di classe.

Il rapporto storicamente e socialmente determinato


fra l’Uomo6 e la Natura

Credo che sulla concezione della Natura vi sia ancora oggi una
profonda confusione, avvalorata dalla “corporazione” scientifica
(termine che rende il concetto preciso al posto di quello di “comu-
nità”). Penso che domini ancora, nonostante tutto, l’idea naif di una
separazione netta fra l’Uomo e la Natura, e che la Scienza indaghi e
descriva (rispecchi) fenomeni e processi le cui caratteristiche sono
indipendenti dall’azione umana.
Marx, come dicevo, non ha scritto, né avrebbe potuto, sulle Scienze
della Natura (lo ha fatto per la Scienza Economica), ma insieme a En-
gels aveva formulato concetti molto chiari sulla Natura, insistendo
in modo particolare sul fatto che essa non si può concepire indi-
pendentemente dall’azione sociale dell’Uomo. Non è questa la sede
per snocciolare citazioni, basti riprendere quella piuttosto nota con
Engels nell’Ideologia Tedesca (Roma, Editori Riuniti, 1958, pp. 16, e
38), quando essi criticano Feuerbach perché “non vede come il mon-
do sensibile che lo circonda sia non una cosa data immediatamente
dall’eternità sempre uguale a se stessa, bensì il prodotto dell’indu-
stria e delle condizioni sociali; e precisamente nel senso che è un

6 Penso che sia superfluo specificare che il termine “Uomo” non è usato in
questa analisi nella valenza di genere, ma in termini generali come “essere
umano”, che è un essere squisitamente sociale.
184 MarxVentuno n. 1-2/2018

prodotto storico”. “Il rapporto dell’uomo con la natura [nella filoso-


fia borghese] è quindi escluso dalla storia, e con ciò è creato l’anta-
gonismo fra natura e storia”.
Nello studio del 1976 citato nella nota 1, “Marxismo e Scienze
Naturali”, un punto cardine è il concetto del rapporto Uomo Na-
tura7, che riprendo brevemente perché lo ritengo basilare, quanto
purtroppo poco familiare. La Natura, come tale, non è mai data in
modo “immediato” (cioè senza mediazioni) per l’esperienza uma-
na. L’Uomo, piuttosto, quale componente di una specifica forma-
zione economico sociale, si rapporta alla Natura con modalità sto-
ricamente e socialmente determinate, che definiscono il contesto
delle sue forme e del suo livello di conoscenza della Natura, oltre
che del livello del suo sfruttamento. Scriveva molto efficacemente
Alfred Schmidt8: “Gli uomini… nella loro produzione non hanno
mai a che fare con la materia in quanto tale, bensì sempre soltanto
con i suoi concreti modi di esistenza, determinati quantitativamente
e qualitativamente”. “Le questioni relative all’essere pre-umano e
pre-sociale della natura non si possono porre ‘astrattamente’; esse
presuppongono già di volta in volta un grado determinato di ap-
propriazione teoretica e pratica della natura. Ogni presunto sostrato
assolutamente primo è sempre già affetto da ciò che ne deve risulta-
re, e quindi non è assolutamente primo”.
L’Uomo ha ovviamente sempre attinto alla Natura per le proprie
necessità materiali (come del resto fa ogni specie vivente), ai primor-
di aveva una concezione religiosa dei fenomeni naturali, che non
controllava, ma con l’evoluzione dei rapporti sociali il suo concetto
della Natura andò mutando, egli acquisì un distacco dai fenomeni
naturali, cominciò a oggettivarli e a sviluppare metodi sempre più
sofisticati per sfruttarli, finché lo sviluppo del Capitalismo lo por-
tò a mercificarli, facendone anzi uno strumento per intensificare lo

7 Quell’analisi del 1976 riprendeva, sia pure rivedendolo, il concetto


di “astrazione storicamente determinata” di Galvano Della Volpe, per
ancorare l’analisi al concreto contesto storico materiale.
8 Alfred Schmidt, Il Concetto di Natura in Marx, Bari, Laterza, 1973, pp. 29, 33.
Angelo Baracca - Attualità dell’eredità di Marx 185

sfruttamento della forza lavoro9. Il modo di percepire e concepire la


Natura è cambiato radicalmente nelle diverse epoche storiche ed è
diverso nelle diverse strutture sociali. Oggi nessuno di noi concepi-
sce più la Natura come un congegno meccanico, come avveniva nel
XIX secolo. I cinesi (schematizzando brutalmente) hanno concepito
la profonda unità dei fattori naturali. I popoli indigeni dell’America
Latina concepiscono la Natura come Pacha Mama.
Che si tratti dei medesimi processi naturali è un problema ontolo-
gico che qui non ci riguarda: il punto è che essi sono dati all’Uomo,
come essere sociale, in modi storicamente determinati. Che senso
ha rimanere attaccati all’idea che “la Scienza tratti fenomeni ogget-
tivi che esistono indipendentemente da noi”, quando è evidente che
in ogni formazione sociale storicamente determinata essi sono stati
rappresentati e trattati secondo i modi specifici, e profondamente
diversi, in cui essi venivano percepiti, concepiti e utilizzati? Ben più
fecondo è il punto di vista che quello che la Scienza tratta non sono
i fenomeni in sé, ma il modo in cui essi sono concepiti in un’epoca
storica e in una formazione sociale specifiche: nel XIX secolo pre-
valeva l’idea di un meccanismo, anche se molto complesso, poi la
meccanica quantistica ha completamente distrutto questa visione,

9 Anche se può essere superfluo per molti, ricordo che Marx scrive nella
Critica al Programma di Gotha: “Il lavoro non è la fonte di ogni ricchezza. La
natura è fonte dei valori d’uso (e di tali valori consiste la ricchezza reale!)
come il lavoro” (Critica al Programma di Gotha, Samonà e Savelli, Roma,
1968, p. 31). Premettendo che la vera ricchezza è costituita dai valori d’uso,
Marx contesta quindi che il lavoro sia sempre la sola fonte della ricchezza: è
necessario cioè definire le condizioni e i rapporti in cui il lavoro si esplica.
Infatti, se l’uomo entra in rapporto con la natura come proprietario (sia dei
mezzi di produzione che del prodotto) ciò è vero. “Solo in quanto l’uomo
si ritiene, fin da principio, proprietario della natura, fonte principale di
tutti i mezzi e oggetti di lavoro e li tratta come cosa che gli appartiene, il
suo lavoro diventa fonte dei valori d’uso, dunque anche di ricchezza”. Se
invece l’uomo (lavoratore) è proprietario solo della propria naturale forza-
lavoro mentre il resto appartiene ai capitalisti, allora il lavoro produce
povertà per gli uni e ricchezza per gli altri. Il rapporto con la Natura, e
l’impatto su di essa, sono quindi strettamente legati, in ultima analisi, al
modo di produzione.
186 MarxVentuno n. 1-2/2018

oggi la teoria dei sistemi complessi ha riportato in auge la profonda


interconnessione tra fenomeni diversi.
Mi sembra importante osservare che le trasformazioni delle
con-dizioni storiche e sociali non portano l’Uomo solo ad avere una
diversa percezione della Natura, ma anche della “propria Natura”.
Come scrive Marx nel Capitale10: “In primo luogo il lavoro è un
processo che si svolge fra l’uomo e la natura, nel quale l’uomo, per
mezzo della propria azione produce, regola e controlla il ricambio
organico fra se stesso e la natura: contrappone se stesso, quale una
fra le potenze della natura, alla materialità della natura… Operan-
do… sulla natura fuori di sé, e cambiandola, egli cambia allo stesso
tempo la natura sua propria”.
Nessuno si è mai sognato di affermare, e neanche di pensare, che
la Scienza sia un “prodotto sociale”, anche se questa era la critica
che veniva mossa (spero solo) in passato. Tanto meno si cadeva
nell’idealismo. Non sono i processi naturali in sé a dipendere dai
rapporti sociali [“la natura fuori di se”], ma i modi in cui tali pro-
cessi sono rappresentati. La concezione del rapporto Uomo Natura,
come due poli distinti ma profondamente interconnessi – dal pro-
cesso di lavoro – fornisce un fondamento storico materialistico al
processo di produzione della conoscenza scientifica. Oggi poi i cam-
biamenti climatici rendono sempre più drammaticamente evidente
quanto gli stessi processi naturali vengano modificati dall’azione
sociale dell’Uomo!

Scienza e sfruttamento.
La corporazione scientificacomplice del potere
In questa impostazione diventa subito chiaro il motivo per cui la
Scienza ha tremendamente aumentato il potere dell’Uomo sulla Na-
tura: ma anche sulla forza lavoro impiegata da chi detiene la pro-
prietà dai mezzi di produzione.
La Scienza moderna, quantitativa e matematica, è stata un prodot-

10 Roma, Editori Riuniti, 1970, Libro I, cap. 5, p. 194.


Angelo Baracca - Attualità dell’eredità di Marx 187

to della società occidentale nella sua fase di sviluppo capitalistico,


e ha sussunto nella propria struttura e nei propri metodi la logica
di sfruttamento della Natura e della forza lavoro umana propria del
capitalismo11. La Scienza capitalistica ha, simultaneamente, ampliato
enormemente il potere dell’Uomo sulla Natura – ma solo di quel-
la classe sociale che (riprendendo la citazione di Marx in nota 8) “si
ritiene, fin da principio, proprietaria della natura” – mentre con le
conoscenze che ha messo a disposizione ha consentito alla classe ca-
pitalistica di intensificare enormemente lo sfruttamento della forza
lavoro salariata.
Gli scienziati si configurano ed operano socialmente come una
“corporazione”, forse anche una “casta”, che si proclama depositaria
di un sapere superiore, inaccessibile alle persone comuni, e sfrutta
l’enorme potere che da tale sapere le deriva. In tutte le epoche sto-
riche, fin dall’antichità, la categoria sociale depositaria di un sapere
esclusivo – riconosciuto o imposto come quello ufficiale, la “verità”
– ha tratto da questo ruolo un enorme potere (come le caste sacerdo-
tali dell’antichità). La Scienza moderna, quantitativa, ha aggiunto a
questo sapere un enorme ed esclusivo potere pratico.
La “casta” degli scienziati si è formata, e si è connotata storica-
mente (con poche, ma lodevoli eccezioni12) come complice del potere.
Nel senso che in ogni fase storica dello sviluppo capitalistico essa si

11 Non mi soffermo in questa sede sul fatto che altre formazioni sociali, pur
avendo prodotto in precedenza conoscenze scientifiche molto avanzate,
non ebbero la necessità di sviluppare approcci quantitativi simili. Valga
per tutti l’esempio della scienza cinese tradizionale, in relazione in
particolare alla struttura sociale del “mandarinato”, studiata a fondo da
un biochimico britannico di ispirazione marxista, J. Needham (1900-1995)
nella monumentale opera: Scienza e Civiltà in Cina, Einaudi, Torino 1981 e
sgg. Si può vedere il più agile saggio Scienza e Società in Cina, Bologna, Il
Mulino, 1973.
12 Ricordiamo scienziati quali Giulio Maccacaro o Renzo Tomatis, che
assumevano il sapere operaio come elemento di rottura del mistificante
e arrogante sapere accademico (come Basaglia riconduceva le istituzioni
segreganti ai criteri di emarginazione dell’ordine sociale costituito).
188 MarxVentuno n. 1-2/2018

è posta l’obiettivo di:

• aumentare lo sfruttamento della forza lavoro umana e delle


forze naturali, secondo le esigenze delle classi imprenditoria-
li dominanti;
• superare i problemi e le contraddizioni dello sviluppo capita-
listico, nelle fasi di difficoltà o di crisi, mediante nuove solu-
zioni scientifiche, tecniche e produttive.

Il secondo aspetto mi sembra comunemente poco apprezzato. Sap-


piamo bene che lo sviluppo del capitalismo è tutt’altro che lineare, è
animato da una spietata lotta all’interno della classe capitalista che
lascia sul suo cammino una tragica scia di vittime, e spesso di vero e
proprio sangue: non solo quello di illustri “capitani d’industria” che
il fallimento economico porta al suicidio, ma perché la competizio-
ne capitalistica fra le borghesie di diversi paesi è stata all’origine dei
conflitti più sanguinosi. In tutti questi casi la corporazione scientifica
che era al servizio della classe capitalistica del proprio paese ha por-
tato contributi decisivi.
Sulla complicità della Scienza con i fini della classe capitalistica si
potrebbero discutere innumerevoli esempi. Senza dilungarmi, nella
seconda metà del XIX secolo furono le radicali innovazioni sviluppa-
te dagli scienziati e dai tecnici tedeschi – sottese dalla profonda svolta
scientifica che in rottura col primo positivismo ricorreva a modelli, svi-
luppati matematicamente per rappresentare i fenomeni e individuare
proprietà e processi nuovi – consentì alla Germania di superare in po-
chi decenni la tecnologia inglese, dando vita a una Seconda Rivolu-
zione Industriale (è l’occasione per sottolineare che non si attribuisce
affatto agli scienziati tedeschi una intenzionalità esplicita di superare
l’Inghilterra, la differenza fu il dinamismo innovatore della forma-
zione economico sociale della Germania del tempo, che informò e pla-
smò tutte le manifestazioni della società, dall’economia, alla cultura,
alla Scienza e la tecnica13). Ma l’intenzionalità esplicita si manifestò

13 Rimando per chi voglia approfondire a un saggio del 1979 nel quale
Angelo Baracca - Attualità dell’eredità di Marx 189

comunque in alcuni esponenti di punta, come il Premio Nobel per la


Chimica Fritz Haber il quale nella preparazione del conflitto mondia-
le diresse il programma tedesco degli aggressivi chimici, che furono
poi tragicamente inaugurati a Ypres (programma a cui collaborò an-
che un altro Premio Nobel, Walther Nernst). Ed è molto significativo
che dopo la battaglia di Ypres si siano immediatamente sviluppati in
tutti i paesi in conflitto le ricerche per lo sviluppo, e poi l’uso, di armi
chimiche, con orrende carneficine14.
L’ideologia della Scienza come libera indagine della Natura ha
mascherato e occultato questa compromissione intrinseca della “cor-
porazione” scientifica con la struttura e la logica del capitalismo. Sia
chiaro, io non nego in alcun modo che la Scienza abbia un valore
conoscitivo, ma sono stati, e sono, i momenti di svolta della storia
umana e dei conflitti di classe a trasformare le modalità del rapporto
dell’Uomo con la Natura, e di conseguenza i modi di considerarla e
rappresentarla, e pertanto le rappresentazioni scientifiche. Si potreb-
be rispolverare la distinzione marxiana fra struttura e sovrastruttura,
senonché la Scienza non è solo una sovrastruttura, ma è un aspetto
del rapporto fra l’Uomo e la Natura. Si può essere legittimamente
affascinati dai costrutti e le rappresentazioni delle teorie scientifiche
(non dimenticando che storicamente esse sono sempre state superate
da quelle successive), la cosa importante a mio avviso è mantenere
chiaro che al di là di queste rappresentazioni vi sono livelli sempre
più profondi di sfruttamento della Natura e della forza lavoro, anche
quando questi non appaiono chiaramente.
La “corporazione” scientifica si è adoperata, direi sistematicamen-

questi processi sono sviluppati in grande dettaglio (come esempio anche


del concetto diverso da quello della “divulgazione” scientifica che si
perseguiva): A. Baracca, S. Ruffo e A. Russo, Scienza e Industria, 1848-1915,
Bari, Laterza, 1979.
14 Tutta questa storia è stata recentemente ricostruita in un ottimo volume:
B. Friedrich, D. Hoffmann, J. Renn, F. Schmaltz, M. Wolf (Editors), One
Hundred Years of Chemical Warfare: Research, Deployment, Consequences,
Springer Open, 2017.
190 MarxVentuno n. 1-2/2018

te, per contribuire, con l’innovazione tecnologica e la trasformazione


delle condizioni di lavoro, ad intensificare lo sfruttamento della forza
lavoro, e corrispondentemente a svuotare le conquiste della classe
operaia e gli strumenti che questa aveva acquisito per intervenire sul
ciclo produttivo (si pensi al leggendario “salto della scocca” alla ca-
tena di montaggio a Mirafiori): cioè per riaffermare e rafforzare la
subalternità della forza lavoro al ciclo capitalistico e le sue condi-
zioni di sfruttamento e l’estrazione del plusvalore. Nelle fasi di crisi
del modo di produzione capitalistico gli scienziati e i tecnici hanno
contribuito in modo sostanziale a sviluppare quelle innovazioni che
hanno consentito di ristrutturare e rimettere in moto il ciclo produt-
tivo, superando i colli di bottiglia (per l’esempio precedente, la bru-
tale ristrutturazione post-fordista). L’uscita del sistema capitalistico
dalla recessione seguita al Grande Crollo del 1929 fece ricorso ad un
nuovo ruolo della Scienza e della Tecnica, chiamate a promuovere
un processo di innovazione continua che riuscisse ad evitare le fatali
crisi di sovrapproduzione: anche se il New Deal roosveltiano riuscì
a rimettere realmente in moto il sistema capitalistico solo quando si
inserì nell’impresa militare della seconda guerra mondiale.
Non è di solito la classe politica o imprenditoriale che progetta
nuovi ritrovati o soluzioni: sono proprio gli scienziati che si fanno in
quattro per tradurre i loro sogni in pratica! La ricerca esasperata di
innovazioni scientifiche e tecnologiche ha fornito un contributo deci-
sivo al recupero e all’estensione dei margini di profitto, e agli approdi
estremi dello sfruttamento del lavoro, e della Natura. Il famigerato
glifosato (assurto alle cronache per la recente sentenza di condanna
di un tribunale americano) è un tipico prodotto della ricerca scienti-
fica al servizio della Monsanto, come furono ritrovati scientifici l’a-
mianto, il DDT, il non meno famigerato Agente Orange con il quale
venne devastato il Vietnam, ecc. Per non parlare dei colossali interes-
si dell’industria farmaceutica e del grande apparato scientifico di cui
si avvale.
Non fu certo il presidente Reagan a concepire nel 1983 il folle pro-
getto delle “Guerre Spaziali”: esso venne elaborato dalla lobby degli
Angelo Baracca - Attualità dell’eredità di Marx 191

scienziati dei grandi laboratori militari e delle università ad essi col-


legati, interpretando come meglio non si poteva le più avveniristiche
aspettative della classe politica e militare statunitense.
I colossali laboratori di ricerca militare (statali e di imprese private)
che impiegano decine di migliaia di scienziati e tecnici in tutti i paesi
(ma perché di solito neanche si citano quando si fanno quadri e bilan-
ci della ricerca scientifica?) sono impegnati a sviluppare tecnologie
sempre più mostruose e inumane per le prossime guerre: e non di
rado sono proprio le nuove armi sviluppate dai laboratori militare
che stimolano metodi di guerra nuovi! Altro che Scienza “neutrale”!
Quando si rivendica la “libertà della ricerca” (di solito ad uso e con-
sumo degli scienziati) vorrei che, almeno per coerenza, si esigesse
in primo luogo la “liberazione” di queste migliaia di scienziati da
questo giogo.

Crisi ambientale o crisi del capitalismo?

Fino dagli albori dell’ambientalismo in Italia fui fra coloro che si


contrapposero all’ideologia che connotava le formazioni dei Verdi
sostenendo un punto di vista marxista. Non si può mancare di ri-
conoscere che le esperienze storiche del “Socialismo” hanno costi-
tuito esempi disastrosi di devastazione dell’ambiente, e il motivo
di fondo mi sembra sia l’avere assunto un’accezione del marxismo
nella quale l’Uomo si contrappone alla Natura e ne utilizza le risor-
se (Soviet più elettrificazione) per sviluppare le forze produttive,
concepite come intrinsecamente progressive sulla strada radiosa del
Sol dell’Avvenire, neutre rispetto ai rapporti di produzione.
Ovviamente questo snaturava il pensiero di Marx. Ben diversa,
e feconda, è l’accezione che sto discutendo del legame profondo e
indissolubile tra sfruttamento dell’Uomo e sfruttamento della Natu-
ra, come due facce di uno stesso problema. Il capitalismo ha messo
in contraddizione la forza lavoro umana con le forze naturali, e ha
sferrato una guerra alla Natura, per la necessità intrinseca di sfrut-
tarne selvaggiamente le risorse: una guerra che diviene sempre più
brutale mano a mano che queste diventano sempre più scarse. In
192 MarxVentuno n. 1-2/2018

questo senso la contraddizione dell’Uomo con la Natura è subordi-


nata alla contraddizione principale, tra capitale e lavoro.
I problemi ambientali, la violenza che in modo sempre più pro-
fondo e irreversibile viene esercitata sulla Natura (compresa quella
umana) sono non solo una conseguenza, ma un meccanismo essen-
ziale che alimenta e sostiene la logica del profitto esasperato.
Dietro il paravento di una Scienza talmente avanzata da rivaleg-
giare con i meccanismi della Natura (la pretesa di “far meglio, e pri-
ma”, della Natura), la presunzione riduzionista degli apprendisti
stregoni, al servizio (diretto o indiretto) delle multinazionali, modi-
fica impunemente i meccanismi naturali più profondi, “giustifican-
do” appunto tali interventi per il metodo “scientifico”, “rigoroso”
della Scienza: ma la Natura è più complessa di qualsiasi nostra co-
noscenza, inevitabilmente parziale e limitata, per cui punisce ine-
vitabilmente la presunzione dell’apprendista stregone con reazioni
che la scienza riduzionista non aveva saputo, o voluto, prevedere
(quando, pur conoscendole, non le aveva occultate per garantire gli
interessi capitalistici: come dimostrano gli studi sugli effetti nocivi
di diversi prodotti o processi, in cui quelli “assolutori” sono pagati
dalle stesse ditte che fanno profitti e inquinano).
Non si può negare che la gravità della crisi climatica è stata de-
nunciata con grande fermezza da una componente molto autore-
vole della comunità scientifica accademica, che si è resa ben conto
delle drammatiche conseguenze che deriveranno per le condizioni
del Pianeta e della stessa società umana. Questo non può tuttavia
farci dimenticare la componente non meno importante degli scien-
ziati che o lavorano per il complesso militare e l’industria bellica, o
studiano e realizzano sostanze micidiali per l’ambiente e la salute
umana per i fini di profitto delle multinazionali.
E c’è anche una corrente che si adopera addirittura per fornire
supporti “scientifici” alle procedure di spoliazione della Natura e
delle sue risorse: si tratta della perversa logica delle “compensazio-
ni”, detto in termini banali “Io inquino o devasto qui, ma compenso
creando un’oasi ‘equivalente’ là”. Non può sfuggire che la logica
Angelo Baracca - Attualità dell’eredità di Marx 193

è sempre la stessa, la rapina e la mercificazione della Natura. Ieri


era la compensazione delle quote di CO2, oggi è la compensazione
della biodiversità. È stato introdotto perfino il concetto di “capitale
naturale”, nella “Dichiarazione sul Capitale Naturale”15 dell’Institute
for Sustainable Development (ti pareva che non si tratti di svilup-
po “sostenibile”?), dove viene definito come il capitale che “com-
prende i beni naturali della Terra (il suolo, l’aria, l’acqua, la flora e
la fauna) ed i relativi servizi ecosistemici che rendono possibile la
vita sul nostro pianeta”. Non potevano mancare le dichiarazioni di
prammatica su “integrare le considerazioni del capitale naturale nel
processo decisionale di tutti i prodotti finanziari e i servizi”, l’assun-
zione dei “Principi degli Investimenti responsabili” ed altri stabiliti
dall’Onu, nonché l’applicazione di “principi olistici”. Il concetto non
poteva mancare sul sito del Ministero dell’Ambiente16, e la Legge 28
dicembre 2015 n. 221 ha istituito all’Art. 67 il “Comitato per il capi-
tale naturale”17. Sotto l’insegna della “green economy” si punta alla
creazione di mercati per i servizi ecosistemici, e ovviamente al loro
valore economico. Insomma, un’economia “green” ma orientata al
dogma della “crescita” (il fallimento della Rivoluzione Verde, ormai
ampiamente riconosciuto sarebbe un aspetto importantissimo, che
qui non analizzo).
Come per il caso delle quote di CO2 non poteva mancare la “com-
pensazione della biodiversità” (biotechnology offsetting), il patri-
monio naturale più prezioso e più a rischio con l’aggravarsi della
crisi climatica e ambientale. Inutile dire che ci sono gli “esperti” in
materia, al soldo delle imprese che intendono realizzare progetti
molto impattanti, i quali pretendono di paragonare quantitativa-

15 The Natural Capital Declaration, http://www.naturalcapitalfinance-


alliance.org/the-declaration.
16 Capitale naturale e servizi ecosistemici, 23 aprile 2018, http://www.
minambiente.it/pagina/capitale-naturale-e-servizi-ecosistemici.
17 http://www.minambiente.it/sites/default/files/archivio/normativa/
legge_28_12_2015_221.pdf.
194 MarxVentuno n. 1-2/2018

mente ed equiparare un pezzo di ambiente naturale ad un altro.


Senza contare che spesso i progetti causano ingenti danni alle popo-
lazioni locali, che vedono limitare l’accesso alla pesca o alle foreste
senza essere state prima adeguatamente informate e consultate18.
Così la Environment Bank presenta un “Impact calculator” per
“calcolare quanti crediti di compensazione sono necessari per com-
pensare gli impatti causati da un particolare sviluppo”19 (e per pu-
dore c’è un’avvertenza che “questa informazione si basa sui certe
assunzioni”!). E c’è anche un “Calcolatore del pagamento delle
compensazioni”20, perché i crediti si possono compensare oppure
pagare. I governi, e la Banca Mondiale, sono attivamente impegnati
a sviluppare simili progetti21, che ovviamente vengono presentati
come “scientifici” (Science-based). Basti qui un’osservazione per
denunciare l’infondatezza in generale di considerazioni di questo
tipo, considerando che la maggior parte delle specie viventi è anco-
ra oggi sconosciuta22.

18 Un esempio eloquente è il progetto delle attività minerarie dell’impresa


Rio Tinto in Madagascar, L’inganno del biodiversity offsetting, il caso
Rio Tinto, Re:Common, 14 aprile 2016, https://www.recommon.org/
linganno-del-biodiversity-offsetting-il-caso-rio-tinto/. Una discussione
generale è sviluppata in “La truffa del biodiversity offsetting, Ovvero come
distruggere il Pianeta e passare per amico della natura”, Re:Common,
dicembre 2016, https://www.recommon.org/la-truffa-del-biodiversity-
offsetting/ (file scaricabile).
19 http://www.environmentbank.com/impact-calculator.php.
20 The offsets payment calculator, https://www.environment.nsw.gov.
au/biodiversity/paymentcalculator.htm.
21 Ad esempio, per il Regno Unito “Biodiversity offsetting in
England, Consultation outcome”, https://www.gov.uk/government/
consultations/biodiversity-offsetting-in-england; la “No net loss initiative”
della UE, http://ec.europa.eu/environment/nature/biodiversity/
nnl/index_en.htm ; “Biodiversity offsets: a user guide”, The World Bank,
http://documents.worldbank.org/curated/en/344901481176051661/
Biodiversity-offsets-a-user-guide.
22 L’86% delle specie è ancora da scoprire, National Geographic, 25 agosto
Angelo Baracca - Attualità dell’eredità di Marx 195

Siamo dunque ricondotti al nodo vero: dalla crisi ambientale agli


interessi economici forti, il nucleo duro del sistema e del modo di
produzione capitalistico; in ultima analisi di nuovo la contraddizio-
ne capitale-lavoro, anche se mediata da molti passaggi. Se non si
intaccheranno profondamente e si cambieranno i meccanismi eco-
nomici, non vi sarà rimedio alle sfide del 21o secolo, che denotano
ormai la crisi del sistema capitalistico.

Il ciclo produttivo capitalistico è distruttivo per la salute umana

Vi è un aspetto che collega in modo più diretto la crisi climatica al


ciclo produttivo capitalistico, la nocività del ciclo produttivo capitali-
stico, dei suoi processi e dei suoi prodotti. Mentre vengono diffusi gli
allarmi climatici dell’IPCC, la gente è tenuta all’oscuro dell’allarme
dell’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) sulla diffusione di
una vera “epidemia di tumori”, che potrebbero aumentare del 50%
di qui al 202023. Ma concentrarsi solo sul cancro è riduttivo, il proble-
ma è ben più generale, una minaccia globale alla salute umana, che
conferma il rapporto indissolubile e la contrapposizione tra Uomo
e Natura generata dal capitalismo. E conferma anche il ruolo degli
scienziati subalterno agli interessi capitalistici.
Quello che è sotto accusa è il paradigma prevalente che è alla base
della medicina ufficiale, che sottostima ampiamente gli effetti dei
fattori ambientali sulla salute, e che fornisce chiaramente un forte
supporto agli enormi interessi dell’industria farmaceutica24. È urgen-

2011, http://www.nationalgeographic.it/natura/2011/08/25/news/
vita_sulla_terra_l_86_delle_specie_ancora_da_scoprire-479962/.
23 World Health Organization Press release: “Global cancer rates could
increase by 50% to 15 million by 2020”, Ginevra, 2 Aprile 2003, http://
www.who.int/mediacentre/news/releases/2003/pr27/en/.
24 Una discussione sistematica di questi problemi si trova in una monografia
di Ernesto Burgio, Ambiente e Salute. Inquinamento, interferenze sul genoma
umano e rischi per la salute, Ordine Provinciale dei Medici Chirurghi e degli
Odontoiatri di Arezzo, 2013, http://www.omceoar.it/docs/cesalpino/
196 MarxVentuno n. 1-2/2018

te sviluppare un approccio radicalmente diverso, che è in nuce ma


ovviamente stenta ad affermarsi (anche per conservatorismo della
categoria dei medici), basato sulle nuove scoperte delle scienze biolo-
giche che stanno rivoluzionando le concezioni che per mezzo secolo
si sono fondate sul cosiddetto “dogma centrale” della biologia (il ter-
mine stesso di “dogma” la dice lunga su quanto esso fosse scientifica-
mente fondato e non invece, a lungo andare, un preconcetto). Secon-
do questo “dogma” l’informazione genetica può fluire solo dal DNA
verso il fenotipo, attraverso le istruzioni per la sintesi delle proteine,
ma non può fluire in senso opposto. Si sta sviluppando in contrap-
posizione una nuova concezione sistemica epigenetica di un genoma
dinamico, plastico e interattivo, come un reticolo nel quale il DNA
contiene il programma genetico potenziale (una specie di hardware)
plasmato nel corso di milioni di anni di evoluzione biologica, circon-
dato da una rete estremamente complessa di molecole (una specie di
software) che è in continuo cambiamento in risposta e adattamento
alle informazioni e stimoli esogeni dall’ambiente (esterno ed interno
all’organismo). Questi cambiamenti reattivi/adattativi inducono la
concreta espressione e l’attualizzazione fenotipica dell’informazione
potenziale pluripotente contenuta nel DNA (per inciso, non è questo
un cambiamento, sostanziale, del modo di concepire la Natura, e del
rapporto dell’Uomo con la Natura?).
In questo contesto nuovo i profondi e rapidi cambiamenti (locali e
globali) prodotti dalla “civilizzazione” umana nell’ambiente devono
necessariamente avere effetti diretti e permanenti sulle condizioni di
salute, sebbene essi siano stati ignorati o gravemente sottostimati dal-
la comunità dei medici. Non solo i bambini sono ovviamente i sog-
getti più esposti, ma si sta accumulando anche un forte evidenza che
questi effetti si producano già nel feto, le cui cellule e i cui organi sono
in formazione e in rapido cambiamento; ma non solo, questi effetti
risultano trasmissibili alle generazioni future (transgenerazionali).
In questo contesto, che qui ho solo potuto accennare, nasce una vi-

AMBIENTE%20E%20SALUTE.pdf. Da questa monografia sono tratti i


concetti e le citazioni del presente articolo.
Angelo Baracca - Attualità dell’eredità di Marx 197

sione completamente nuova dello stato di salute e della sua evoluzio-


ne. Sulla base di una crescente evidenza è stato proposto il concetto
di Transizione/Rivoluzione Epidemiologica del 20o – 21o secolo. Sta
cioè avvenendo un cambiamento radicale caratterizzato da un lato
da una drammatica riduzione delle patologie acute, infettive e pa-
rassitiche che hanno devastato la vita umana per millenni, plasman-
do il nostro sistema immunitario; ma per l’altro verso si assiste negli
ultimi decenni a un aumento rapido e consistente (e accompagnato
da un’insorgenza sempre più precoce) di malattie cronico-degenera-
tive, infiammatorie e neoplastiche – dapprima in Nord Europa e Stati
Uniti, e successivamente a livello globale – che costituiscono attual-
mente le cause di morte di gran lunga prevalenti. Infatti un secolo fa
circa 45-50% dei decessi erano dovuti a patologie infettive (tuberco-
losi 10%, malattie respiratorie 20%, diarrea e patologie gastroente-
riche acute 5%, altre patologie infettive 13%), a fronte di circa 13%
dovuti a patologie cardiovascolari, e solo il 2% per tumori25. Dopo
un secolo la situazione epidemiologica appare rovesciata, almeno nel
Nord del Pianeta, o meglio in proporzione con il livello di sviluppo26:
i decessi per patologie cardiovascolari ammontano a circa il 30%, e
quelle dovute a tumori hanno la stessa tendenza, mentre si sta ab-
bassando l’età della loro insorgenza (cfr. nota 21); invece le patologie
infettive “classiche” sono quasi scomparse (anche se gli esperti e le
autorità sanitarie chiamano l’attenzione sulle nuove emergenze infet-
tive – dengue, virus del Nilo occidentale, Chikungunya, ebola – e ad
orthomyxovitus influenzali potenzialmente pandemici). Per di più la
maggior parte dei dati recenti mostra un aumento drammatico delle
patologie endocrino-metaboliche (pandemie di obesità e di diabete) e
neuro-degenerative (Alzheimer), allergiche, dello sviluppo neurolo-
gico (autismo) e neuropsichiatriche.

25 Mc Michael Tony, Human Frontiers, Environments and Disease. Past


Patterns, Uncertain Futures, “Global Change and Human Health”, 2 (2),
2001, p 119.
26 WHO 2010, Global status report on noncommunicable diseases, http://
www.who.int/nmh/publications/ncd_report_full_en.pdf
198 MarxVentuno n. 1-2/2018

Nel novembre 2006 un articolo su “The Lancet” di un pediatra e


un epidemiologo della Harvard School of Public Health27 denunciava,
tra l’indifferenza generale, una possibile connessione fra il continuo
rilascio in atmosfera di molecole e agenti potenzialmente neurotos-
sici e una “pandemia silenziosa” di danni neuro-psichici nel 10% dei
bambini del cosiddetto Primo Mondo (a dire il vero, un problema
che alcuni ricercatori avevano denunciato fin dagli anni Sessanta).
Per non menzionare le frodi alimentari e l’impiego (legale) di so-
stanze artificiali negli alimenti, in particolare nelle “merendine” dei
bambini.
I criteri e le metodiche standard di valutazione dei rischi (risk
assessment) epidemiologici e tossicologici non sono sufficienti per
capire la rivoluzione epidemiologica in corso, e inevitabilmente sot-
tostimano gli effetti sulla salute. La tossicologia considera soprattutto
gli effetti sulla salute di agenti singoli, mentre siamo esposti simul-
taneamente agli effetti sinergici di innumerevoli contaminanti. Per
di più è sempre più evidente che molti agenti risultano tossici anche
in dosi infinitesime, a causa dei loro meccanismi d’azione (compresi
in particolare quelli epigenetici cumulativi), mentre dosi più eleva-
te danneggiano seriamente le cellule innescando meccanismi che ne
provocano la morte28. L’epidemiologia è stata concepita come disci-

27 Grandjean Philippe, Landrigan Philip J., Developmental neurotoxicity of


industrial chemicals, “Lancet”, vol. 368: 2167-2178, 2006, http://www.ncbi.
nlm.nih.gov/pubmed/17174709.
28 Una situazione analoga sussiste per gli effetti delle piccole dosi di
radiazioni ionizzanti. I modelli adottati dall’ICRP (International Commission
on Radiological Protection) sono riferiti alle alte contaminazioni derivanti
dalle esplosioni nucleari, e sottovalutano gli effetti delle piccole dosi, come
contesta un parte degli scienziati. Il 3 dicembre 2003 fece scalpore (a dire
il vero presto dimenticato) una lettera inviata dal notissimo specialista
Ernest Sternglass al Segretario per l’Energia degli USA Steven Chu nella
quale egli denunciava “un tragico errore dei medici e dei fisici… [per
avere assunto] che l’esposizione a piccole dosi di radiazioni dai test e dalle
centrali nucleari non avessero conseguenze significative sulla salute…
[causando] un enorme aumento di tumori e di diabete”: Letter from Dr.
Ernest Sternglass to Energy Secretary Steven Chu: On health dangers from
Angelo Baracca - Attualità dell’eredità di Marx 199

plina soprattutto per valutare gli effetti di esposizioni massicce acci-


dentali, e appare inadeguata per valutare una situazione di esposi-
zione collettiva, giornaliera e soprattutto indiretta (transplacentare
e transgenerazionale) – agente principalmente su particolari sogget-
ti, come i bambini – a un’enorme varietà di agenti artificiali chimici
e fisici che per la maggior parte non sono mai stati adeguatamente
testati per i possibili effetti sulla salute.
Del resto si pensi agli allarmi che si susseguono da anni sul nu-
mero spaventoso di decessi precoci causati dall’inquinamento at-
mosferico: ma i decisori pubblici e i politici (in maggioranza, i casi
virtuosi non fanno la regola) non osano ostacolare gli interessi delle
case automobilistiche, delle compagnie petrolifere e dei palazzinari
per proteggere la salute pubblica con provvedimenti radicali. E non
sembra esserci stata qualche presa posizione generalizzata e forte
della “corporazione” scientifica.

Scienza e guerra: un confine sempre più labile

Mi dilungherò un po’ su aspetti non molto noti, e ancor meno dibat-


tuti, sui rapporti fra Scienza e guerra, perché sono molto significativi
del ruolo che giocano gli scienziati, anche quelli che non si “sporcano
le mani” con le ricerche belliche, per il livello di compromissione che
il capitalismo sfrenato e famelico ha creato con la Scienza avanzata.
Arrivato a manipolare le molecole fondamentali per la regolazione
dei viventi, l’Apprendista Stregone, “bio-Stranamore”, rischia davve-
ro di innescare trasformazioni che nessuno potrebbe essere in grado
di controllare29. Sono stati denunciati i legami tra le ricerche sulle

ingested and inhaled radiation, https://healfukushima.org/2014/12/03/


letter-from-dr-ernest-sternglass-to-energy-secretary-steven-chu-on-
health-dangers-from-ingested-and-inhaled-radiation/. Chi sia interessato
a una discussione approfondita può vedere il capitolo specifico a firma di
Ernesto Burgio nel libro di A. Baracca e G. Ferrari, SCRAM, ovvero La Fine
del Nucleare, Milano, Jaca Book, 2011.
29 I riferimenti specifici per le considerazioni che seguono sono studi di
200 MarxVentuno n. 1-2/2018

armi biologiche e le pandemie ricorrenti30: “La genetica oggi può


accelerare enormemente l’evoluzione in laboratorio creando virus
e batteri che non sono mai esistiti in tutti i miliardi dell’evoluzione
biologica sulla Terra”.

Il vero pericolo oggi è che una guerra biologica globale defla-


gri senza che si riesca a impedirla, piuttosto che per la deliberata
volontà di qualcuno. […] [É impossibile] distinguere tra usi di-
fensivi e offensivi delle ricerche sui microrganismi e, almeno a
partire dagli anni ’80, con gli enormi interessi economici collegati
al nuovo settore delle biotecnologie genetiche31.

Mentre, nel 1972, veniva firmata la Convenzione sull’interdizione


delle armi biologiche32
proprio in quegli stessi anni, e proprio nei laboratori ameri-
cani, si stava realizzando la rivoluzione tecnologica che avrebbe
sconvolto il mondo della genetica e fornito agli scienziati gli stru-

cui raccomando vivamente la lettura anche da parte dei profani: 1o) scritti
e seminari di Ernesto Burgio, Bioterrorismo e Impero Biotech: armi biologiche
e guerra (infinita) al Pianeta, “Mosaico di Pace”, 15 luglio 2010 (apparso
originariamente su “l’Ernesto” il 01/07/2003), https://www.peacelink.
it/mosaico/a/32122.html . 2o) Gli studi curati da Susan Wright, Biological
Warfare and Disarmament: New Problems/New Perspectives (Rowman &
Littlefield, 2002); oltre alle referenze che seguono.
30 La grande “biotecnologa pentita” malese Mae Wan Ho ha denunciato
con forza questi pericoli, si veda ad esempio la decisa denuncia dei legami
tra il bioterrorismo e l’epidemia di SARS: “Bioterrorism and SARS”,
Institute of Science in Society, 16 aprile 2003, http://www.kurzweilai.net/
articles/art0561.html?printable=1 ; inoltre Mae-Wan Ho, Living with the
fluid genome, London, UK, Penang, Malaysia, Third World Network, 2003;
Mae-Wan Ho, Sam Burcher, Rhea Gala e Vejko Velkovic. Unraveling AIDS:
the independent science and promising alternative therapies, Ridgefield, CT:
Vital Health Pub., 2005.
31 Susan Wright, Biological Warfare and Disarmament, cit.
32 Ernesto Burgio, Bioterrorismo e Impero Biotech, cit.
Angelo Baracca - Attualità dell’eredità di Marx 201

menti necessari a trasformare innocui microrganismi in micro-


scopiche bombe intelligenti, più potenti di qualsiasi altra arma
mai costruita.
Da quel momento la legge del profitto condizionò pesantemen-
te le strategie di ricerca e le scelte normative... Quando arrivaro-
no i primi brevetti concernenti gli esseri viventi (1980), fu chiaro
che fermare la sperimentazione bio-genetica sarebbe stata un’im-
presa disperata… [per] la difficoltà di distinguere tra usi offen-
sivi e difensivi della ricerca biotecnologica e l’enorme business
derivante dalla rivoluzione biotech. Ma anche e soprattutto per
la quasi impossibilità di porre un confine netto tra la ricerca bio-
tech finalizzata alla messa a punto di vaccini e di altri importanti
presidi terapeutici e le sue applicazioni in campo militare: […]
i controlli in questo campo sarebbero non solo inaccettabili per
migliaia di laboratori di ricerca e per le multinazionali che hanno
investito miliardi di dollari in questo settore, ma praticamente
impossibili, visto che la produzione del “nucleare dei poveri”
non richiede particolari strutture (un bioreattore per la costru-
zione di germi micidiali ha dimensioni estremamente ridotte, al
punto che potrebbe essere trasportato in un furgone) […] vista la
facilità con cui è oggi possibile acquistare (per corrispondenza!)
microrganismi patogeni e indurre in essi micidiali modifiche.
Abbiamo sottolineato il probabile ruolo svolto dalla Big Phar-
ma e dalle imprese biotech nel cambiamento di strategia che
avrebbe indotto gli USA a boicottare la Convenzione sulle armi
biologiche. Nel caso della SARS (e dell’Aids) il problema è ana-
logo: se le guerre biologiche non possono essere fermate perché
comandano la Big Pharma e la Monsanto, le epidemie rischiano
di dilagare perché comandano le Corporations in genere […] da
quando gli esperimenti su virus e altri vettori genetici sono di
routine nei laboratori di tutto il mondo, le malattie da nuovi vi-
rus sono diventate un problema drammatico ed enormemente
sottovalutato.
202 MarxVentuno n. 1-2/2018

La grande “biotecnologa pentita” Mae Wan Ho ha sottolineato


con forza

La pericolosità di simili manipolazioni, oggi di routine in mi-


gliaia di laboratori, in grado di creare in pochi minuti milioni di
particelle virali mai esistite nei quattro miliardi di anni di evolu-
zione che ci hanno preceduto e in grado di ‘saltare’ da un ospite
all’altro. […] sul banco degli imputati è l’ingegneria genetica in
quanto ‘tecnologia finalizzata a trasferire orizzontalmente i geni
tra specie non destinate a incrociarsi tra loro’. Il che equivale a
dire che i pericoli per l’intera biosfera, non derivano da un cattivo uso
del biotech, e cioè dal bioterrorismo e dalle guerre biologiche, ma da una
tecnologia che infrange deliberatamente le barriere specie-specifiche che
la Natura ha costruito a difesa delle singole specie viventi.” [corsivo
mio]
[…] Se ciò che rende più invasive e pericolose di tutte le altre
le armi biologiche, e in particolare i virus geneticamente modifi-
cati è il loro essere semplici frammenti di codice genetico circo-
lanti e, quindi, la loro capacità di parassitare gli esseri viventi, di
competere con essi e, in taluni casi, di inserirsi nel loro genoma
modificandolo, è evidente che l’inquinamento genetico del pia-
neta, da parte di centinaia di varietà di organismi geneticamente
modificati (Ogm) è già in atto da anni e rappresenta una vera
guerra non dichiarata all’intera biosfera. Un pericolo immenso,
forse il maggiore pericolo mai corso dall’umanità e del tutto non
prevedibile, almeno in tempi brevi.

In definitiva, stiamo arrivando all’ultimo stadio, assolutamente


incontrollabile, di un progetto esasperatamente scientista, con il
quale possiamo arrivare a perdere del tutto il controllo su quei pro-
cessi naturali che il progetto si prefiggeva di controllare e manipo-
lare a piacimento!

Nessuno può oggi affermare con sicurezza che gli effetti e i


prodotti delle biotecnologie con finalità sulla carta ‘buone’ non si
Angelo Baracca - Attualità dell’eredità di Marx 203

rivelino, specie nel medio-lungo periodo, altrettanto pericolose


di quelle con finalità ‘cattive’. [corsivo mio] […] Le Life Science
Industries, la Big Pharma e le grandi corporation hanno investito
miliardi di dollari nel biotech, nella convinzione che gli scienziati
abbiano ormai le conoscenze, gli strumenti e i mezzi necessari a
trasformare la biosfera e la società mondiale a propria immagine
e somiglianza. Il programma era ed è quello di mettere le mani
sul codice stesso della vita, per correggerne i ‘difetti’ e giunge-
re ad una nuova creazione ‘perfetta’, cioè adattata alle nostre o
meglio alle loro esigenze: […] un vero e proprio ‘delirio di onni-
potenza’ […] da progetto di bio-dominio globale, il progetto dei
biotech-scientist e delle corporation […] rischia di trasformarsi
in una global-bio-war combattuta da un nemico infinitamente
sfuggente, elusivo, pervasivo […] un esercito di organismi gene-
ticamente modificati che, messo a punto in migliaia di laboratori,
distribuito in ospedali, farmacie, supermercati e mercati dei sei
continenti. sta colonizzando il pianeta.

Se la tecnica è venuta a costituire una “seconda natura” artificiale,


un diaframma rispetto alla Natura, le biotecnologie costituiscono

una “Nuova Creazione”, una sorta di neo-biosfera sempre più


artificiale, popolata di organismi creati in laboratorio, selezionati
per fini di profitto e brevettati: una realtà povera (sul piano bio-
logico) e quindi fragile, squilibrata e priva di quei fondamentali
meccanismi di autoregolazione e feed-back che ne hanno garan-
tito per miliardi di anni l’esistenza e l’evoluzione.

Queste considerazioni sono certamente insufficienti, ci sarebbero


tanti altri aspetti da analizzare: il punto che mi interessa sottolineare
è che esse confermano l’importanza di tenere fermo il riferimento al
rapporto fra l’Uomo e la Natura, proprio quando l’Uomo-scienzia-
to, in ossequio ad interessi capitalistici ben precisi e ai poteri forti, si
attribuisce capacità di super-Uomo e si arroga prerogative proprie
della Natura, intervenendo sui suoi meccanismi più profondi e de-
licati con la presunzione di poterli piegare ai propri scopi (di profit-
204 MarxVentuno n. 1-2/2018

to). E proprio quando il fine è sempre più l’appropriazione da parte


di quella classe sociale che “si ritiene, fin da principio, proprietaria
della natura” (di nuovo citazione di Marx in nota 8), è fondamenta-
le mantenere ferma la caratterizzazione del rapporto Uomo Natura
nei termini dei rapporti di classe nella società.
In un momento storico nel quale l’incubo di un’Apocalisse nu-
cleare è più drammatico che in tutta la storia umana passata, e si
intreccia con disastri umanitari, fiumane migratorie bibliche, sfrut-
tamento selvaggio del lavoro e della Natura, crisi climatica globale,
mi sembra che i richiami alla sensibilizzazione e mobilitazione sui
singoli problemi rischino di rimanere succubi delle fobie securitarie
dilaganti e della settorializzazione delle lotte, e che solo un risveglio
pieno (per quanto poco verosimile) della coscienza di classe sarebbe
in grado di costruire un’alternativa collettiva capace di contrastare
efficacemente la tendenza autodistruttiva.
E qui l’eredità di Marx rimane di estrema attualità e importanza.
Marcos Aurélio da Silva - Domenico Losurdo. Filosofo della storia 205

Domenico Losurdo. Filosofo della storia,


geografo dell’anticolonialismo1

Marcos Aurélio da Silva2

Domenico Losurdo, l’eminente filosofo italiano che tante volte ha


visitato il Brasile e qui è stato ampiamente pubblicato, ci ha lasciato
la mattina del 28 giugno scorso. Assieme alle lacrime per la perdita di
un intellettuale di tanta levatura, ci possiamo però felicitare per l’e-
norme eredità che Losurdo ci ha lasciato attraverso le sue molte ope-
re. Da queste possiamo ricavare molti insegnamenti su come leggere
la storia e prendere posizione nel dibattito delle idee volte a superare
questo mondo “grande, terribile e complicato”, come scriveva Gram-
sci3. Quel Gramsci che fu una delle principali fonti di ispirazione di
Losurdo e del quale fornì un’interpretazione rigorosa e di grande in-
teresse.
Infatti per Losurdo il grande autore marxista italiano è anzitutto
consapevole che “l’assorbimento della parte vitale dell’hegelismo”
nel materialismo storico è “un processo storico ancora in movimen-
to”4. Un Gramsci, dunque, sempre attento alla categoria di “svilup-

1 Pubblicato nella rivista telematica “Gramsci oggi”, n° 3, luglio 2018.


2 Professore dell’Università Federale di Santa Catarina (Brasile). Dottore in
Geografia Umana per la FFLCH-USP, con stage di post dottorato in Filoso-
fia Politica all’Università degli Studi di Urbino.
3 Antonio Gramsci, Lettere dal carcere, Sellerio, Palermo 1996, p. 421.
4 Q. 10 II, § 10, p. 1248. N.B. Per le citazioni dai quaderni del carcere di
Gramsci ci siamo riferiti all’edizione critica italiana dell’Istituto Gramsci
a cura di Valentino Gerratana e pubblicata da Einaudi nel 1975. Useremo
la notazione Q. per il numero del quaderno e § per il paragrafo rispettivo.
206 MarxVentuno n. 1-2/2018

po storico”, come Alberto Burgio, non per caso il primo alunno di


dottorato di Losurdo, ha sottolineato in un’opera dedicata a questo
argomento5. Questo è un punto di partenza cruciale se si vuol capire
il modo in cui, esercitando sempre una filologia esigente nella citazio-
ne dei testi di Gramsci, Losurdo presenta una lettura del comunista
italiano molto diversa da quella a cui è stato a lungo associato. Non
un Gramsci distaccato dalla rivoluzione bolscevica, ma un autore che
identifica il “livello più avanzato raggiunto dal marxismo” proprio
nel “processo rivoluzionario russo”6. Come si vede, qui non c’è nulla
che ricordi la lettura di Gramsci di Norberto Bobbio al noto Congres-
so Internazionale di Studi Gramsciani, tenutosi a Cagliari nel 1967:
solo un teorico delle sovrastrutture occidentali, fondamentalmente
un interprete degli organismi della società civile, letti senza alcuna
relazione con la storia della lotta di classe.
Ciò non vuol dire che Gramsci non offra elementi per interpretare
l’Occidente. Si ricorda che i termini Est e Ovest, Nord e Sud, nono-
stante riferimenti che “corrispondono a fatti reali”, sono, in Gramsci,
costruzioni “storico-culturali”, “sovrastrutture”, che alla fine espri-
mono “relazioni tra complessi di civiltà diverse”, e in particolare “il
punto di vista delle classi colte europee”, che “attraverso la loro ege-
monia mondiale le ha fatte accettare ovunque”7. Vale a dire, che sono
in una intricata connessione nel processo che mette in moto la storia
degli uomini. E questa, quando la storia interviene come partner del-
la geografia, è la lettura di forte accento hegeliano che Losurdo ci
offre di Gramsci e del materialismo storico. O, ancora meglio, quando
la filosofia della storia interviene nella sua dimensione geografica, a
rigore geopolitica, di una geopolitica popolare.
Si tratta di una chiave interpretativa che è ben consapevole della

5 A. Burgio, Gramsci Storico. Una lettura dei Quaderni del carcere, Laterza,
Roma, 2002.
6 D. Losurdo, Antonio Gramsci, dal liberalismo al “Comunismo critico”, Gam-
beretti, 1997.
7 Q. 11, § 20, p. 1419-20.
Marcos Aurélio da Silva - Domenico Losurdo. Filosofo della storia 207

categoria di traducibilità di Gramsci, ma senza dissociarla da quella


di catarsi, con la quale mantiene le relazioni necessarie. Stiamo par-
lando della “elaborazione superiore della struttura nella sovrastrut-
tura”, un processo che coincide “con la catena di sintesi che deriva
dallo sviluppo dialettico”8. Ed è indispensabile qui anche la categoria
hegeliana di Wirklichkeit, come quella presentata da Losurdo in Hegel,
Marx e la tradizione liberale9. Quella che si riferisce alla nozione di real-
tà in un senso forte e strategico, la realtà non è in alcun modo simile
al puro empirismo così caratteristico di Ippolit Ippolitič, il folcloristi-
co professore di storia e geografia dipinto da Cechov, che “parlava
solo di quello che tutti già sapevano”10. Sebbene la dimensione em-
pirica della realtà non sia, in Hegel, un semplice “non-essere”, è la
Wirklichkeit che figura come l’asse centrale della filosofia hegeliana
che raggiunge Marx e il marxismo. Molto presente nei Quaderni di
Gramsci, anche nel trattamento dei termini geografici sopra menzio-
nati11, è quello che ci permette di osservare le tendenze fondamentali
del processo storico, cioè la relazione tra il reale e il razionale, una
relazione capace di esprimere la sempre maggiore realizzazione della
libertà formale e reale, termini non antitetici in Hegel. Ed è così che
Losurdo ci rimanda ad Engels, che nota l’affiliazione di Hegel alla
rivoluzione francese: “la monarchia francese era diventata così irre-
ale nel 1789, così priva di ogni necessità, così irrazionale che doveva
essere distrutta dalla grande rivoluzione, della quale Hegel parla con
sempre maggior entusiasmo. In questo caso la monarchia era l’irre-
ale e la rivoluzione il reale”12. Il reale che acquista espressione nello
Stato come comunità etica, lo Stato non solo occupato con i diritti di
proprietà, ma col supporto al benessere delle persone, col diritto al

8 Q. 10 II, § 10, p. 1248, p. 1244.


9 D. Losurdo, Hegel, Marx e la tradizione liberale, Editori Riuniti, 1998.
10 O Professor de letras. O assassinato e outras histórias, trad. R. Figueiredo.
São Paulo: Cosac & Naify, 2002, p. 27.
11 Q. 11, § 18, p. 1417; § 20, p. 1420.
12 Hegel, Marx e la tradizione liberale, op. cit.
208 MarxVentuno n. 1-2/2018

lavoro, col diritto alla vita, vale a dire con la libertà non solo formale,
ma oggettiva, reale.
Ed ecco che Losurdo ci offre la chiave per leggere la rivoluzione
del 1917, è lo stesso movimento progressivo della storia che parte
dagli esiti del processo lanciato nel 1789. Per inciso, si comprende ora
il significato della ricerca monumentale di Losurdo su Niestzche. Il
filosofo di Röcken (Sassonia) è un critico aspro del ciclo rivoluziona-
rio che va dal 1789 al 1848 e “dei movimenti proto socialisti fino alla
Comune di Parigi”, così come dell’apparato teorico lasciato da questa
tradizione: la categoria di “uomo come tale”, di “progresso storico”,
di “égalité”13. In particolare, per Nietzsche, la tesi della “razionalità
del reale” non rappresenterebbe altro che il “culto della maggioranza
numerica che si esprime nella democrazia e nella crescente presenza
e pressione delle masse e dei servi” nella vita sociale e politica che
godrebbero così di un “riconoscimento inaccettabile sul piano della
filosofia della storia grazie a una visione che esclude a priori di retro-
cedere dai risultati del mondo moderno”14.
Infatti, è aggiornando, o meglio ancora, traducendo le numero-
se bandiere che fondano la modernità nel ciclo che si apre nel 1789,
che la Rivoluzione del 1917 trova una soluzione (reale e razionale) al
grande disordine in cui si era trovata la Russia zarista. E questo non
solo per quanto riguarda il catalogo dei diritti umani di cui sopra, ma
anche e soprattutto per quello che costituisce il punto più alto di que-
sti diritti, vale a dire il diritto alla pace: “la Rivoluzione d’Ottobre è la
prima rivoluzione con i tratti della lotta contro la guerra, impugnan-
do ancora una volta l’ideale di pace della rivoluzione francese”15.
È chiaramente molto apprezzata in Losurdo la dimensione geopo-
litica della filosofia della storia. Ma è consapevole del fatto che si trat-
ta di una geopolica totalmente diversa da quella di estrazione classica

13 Nietzsche e a crítica da modernidade, Ideias e Letras, São Paulo 2016, p. 49.


14 Passim, p. 27-28.
15 A revolução, a nação e a paz, “Estudos Avançados”, n° 62, jan.-abr., 2008,
p. 16.
Marcos Aurélio da Silva - Domenico Losurdo. Filosofo della storia 209

fornita dal geografo Rudolf Kjellén. Si riferisce prima alle elaborazio-


ni che emergono dai movimenti di liberazione nazionale socialista,
come si erano sviluppati dopo la seconda guerra mondiale nei partiti
comunisti, dall’Unione Sovietica, dalla Cina, dal Vietnam e persino
dall’Italia16, visibilmente sulla scia delle riflessioni di Gramsci, che nei
Quaderni cercavano sempre di associare al “complesso problema dei
rapporti delle forze interne”, i “rapporti delle forze internazionali” e
la “posizione geopolitica di un dato paese”17. Così, mentre per Han-
nah Arendt, la grande esponente della filosofia liberale del XX secolo,
“non sono mai gli oppressi che aprono la strada”18, in Losurdo come
in Gramsci l’emancipazione parte dalla condizione subalterna. Un
processo che è sociale, ma anche spaziale, rigorosamente geografico.
Quello che si può concludere, osservando la tesi di Losurdo secondo
cui la dialettica del maestro e dello schiavo di Hegel, presentata nel
capitolo 4 della Fenomenologia dello Spirito, è innanzitutto una dia-
lettica che diviene coscienza della lotta anticolonialista e anti schiavi-
sta dei giacobini neri di Haiti19. A rigore è già una dimensione della
lotta per la pace.
Ed ecco la critica di Losurdo agli interpreti del liberalismo borghe-
se. Locke il loro capo, sempre indicato come azionista di società di
colonizzazione, ma non meno Nietzsche, il filosofo che “giustifica (o
celebra) ‘la barbarie dei mezzi’ impiegati dai conquistatori ‘in Congo
o altrove’”20. Curiosamente, è anche questo, sebbene senza le tinte
reazionarie del liberalismo, il fallimento del marxismo occidentale.
È il problema della dominazione colonialista o neocolonialiasta con

16 A. Abdel-Malek, Geopolitics and national movements: an essay on the dialects


of imperialism, “Antipode”, 9 (1), 1977.
17 Q. 10, § 61, p.1360.
18 La lotta di classe. Una storia politica e filosofica, Laterza, Roma-Bari 2013,
p. 281.
19 Hegel e la liberta dei moderni, Vol. 2, La scuola di Pitagora, Napoli 2011,
p. 695.
20 Nietzsche e a crítica da modernidade, op. cit., p. 78.
210 MarxVentuno n. 1-2/2018

le loro inerenti tensioni geopolitiche, che appare negli autori di que-


sta tradizione come il grande assente, il riassunto della sua ultima
opera21. Queste tensioni geopolitiche includono la seconda guerra
mondiale, che Losurdo legge allontanandosi dalla periodizzazione
convenzionale cara alla storiografia occidentale. Sulla scia delle let-
ture fatte dalle direzioni dei PC che resistevano all’ignominiosa ag-
gressione, questo è un episodio che non inizia solo nel settembre del
1939, quando il Reich invade la Polonia, ma già all’inizio degli anni
30, quando l’aggressione del Giappone si lanciava contro l’Asia. Pas-
sando per l’intervento italo-tedesco in Spagna nel 1936 o allo smem-
bramento della Cecoslovacchia nel 193822. Infatti, dal momento che la
Prima Guerra non si era conclusa con un trattato di pace, significando
con ciò che tutti i Capi di Stato avevano coscienza dell’imminenza
della recrudescenza del conflitto, questo ciclo deve essere compreso
fin dal secondo decennio del ventesimo secolo23.
E che dire del processo storico che seguì la vittoria sul nazismo?
La geopolitica di matrice popolare che parte dalla vittoria dell’URSS
sul Reich e dà significato ai movimenti di liberazione nazionale che
culmineranno nei processi di decolonizzazione, è anche quella che
viene richiamata per spiegare il ciclo di emancipazione e riconosci-
mento che si apre nelle democrazie occidentali del dopoguerra. E di
nuovo c’è un’opposizione al liberalismo del nostro tempo e al marxi-
smo occidentale. Se per raggiungere la libertà Hannah Arendt mette
tutte le speranze sulla tecnologia, o Habermas preferisce parlare nella
pacificazione sociale nel contesto dello stato sociale, Losurdo met-
te al centro di questo dibattito la lotta di classe insistendo, anche su
questioni come il razzismo e l’emancipazione femminile, sul ruolo
positivo svolto dalla rivoluzione del 1917 e sulle lotte anticolonialiste

21 D. Losurdo, Il marxismo occidentale. Come nacque, come morì, come può rina-
scere, Laterza, Bari-Roma, 2017.
22 Il marxismo occidentale, op. cit., p. 51.
23 D. Losurdo, Stalin. Storia critica di una leggenda nera, Carocci, 2008.
Marcos Aurélio da Silva - Domenico Losurdo. Filosofo della storia 211

che vengono dal Sud24. E non sarebbe troppo per dire che anche qui
c’è un Gramsci di estrazione hegeliana che appare come l’ispirazio-
ne principale. Ricordiamo la critica di Gramsci a Croce che cercava
di “scrivere (concepire) una storia dell’Europa del XIX secolo senza
trattare organicamente la Rivoluzione Francese e le guerre napole-
oniche”25. Ma anche, se ricordiamo che questo è stato un processo
che non ha sempre comportato il socialismo, nella tesi che nel “mo-
vimento storico non si torna mai indietro e non ci sono restaurazioni
«in toto»”26.
Sicuramente per Losurdo questo non è un movimento già finito
e senza contraddizioni. Nonostante la progressività del movimento
storico, anche presente, per esempio, il rifiuto di identificare l’Unio-
ne europea come uno stato imperialista27, è un processo non ancora
completato, se non altro perché ha davanti a sé la lotta contro una
filosofia necessarista della storia, la stessa contro la quale si sollevò la
rivoluzione giacobina, e poi il materialismo storico28. Vale a dire, la fi-
losofia sostenuta dall’impero planetario statunitense, che si presenta
coi colori del darwinismo sociale per proclamarsi “la nazione eletta”
per essere “il modello per il mondo”29. Una cantilena che ha origine
nel Destino Manifesto, refrain ideologico per la conquista dell’Oc-
cidente e l’annientamento dei pellerossa, ma che oggi è ripreso dai
Clinton e Obama. Ma il movimento non è ancora completato perché
il processo di sviluppo storico (e anche qui le influenze di Gramsci)

24 La lotta di classe, op. cit.


25 Q. 10 I, § 9, p. 1227.
26 Q. 13, § 26, p. 1619.
27 Esiste oggi un imperialismo europeo? in “L’Ernesto”, settembre, 2004.
28 Intervista a S. G. Azzarà in: “L’humanité commune: dialectique hégélienne,
critique du liberalisme et reconstruction du matérialisme historique chez Domeni-
co Losurdo” Delga, Paris, 2012.
29 Revolução de Outubro e Democracia no mundo, trad. M. A. da Silva, in: “100
anos da Revolução Russa. Legados e lições”, F. M. Grabois e Anita Garibal-
di, São Paulo 2017.
212 MarxVentuno n. 1-2/2018

è complesso e soggetto a tempi lunghi, il che significa che le lotte


per l’emancipazione devono, contro ogni impazienza e dogmatismo,
concepirlo come un difficile e tortuoso processo di apprendimento.
Ed è così che viene messa davanti a noi l’esperienza cinese, l’e-
spressione odierna di una geopolitica popolare, una geopolitica an-
ticolonialista e di liberazione nazionale, che tanto ha interessato Lo-
surdo. Un esperimento che ha così spesso indicato come esempio di
una costruzione socialista che è stata in grado di allontanarsi da una
visione messianica per posizionarsi di fronte alla propia storia (la Ri-
voluzione Culturale, il Grande Balzo in Avanti) e alla storia del mo-
vimento comunista internazionale (la difficoltà di organizzare uno
stato di diritto socialista nell’ex Unione Sovietica) con l’esigenza della
critica e della legittimità. Un processo in grado di concepire lo svilup-
po storico in chiave rigorosamente dialettica, cioè come Afhebung,
categoria centrale della filosofia hegeliana che invita a pensare la ne-
gazione e la deposizione dell’ordine esistente come eredità simulta-
nea dei punti più alti dell’ordinamento politico e sociale politico e
sociale negato e rovesciato30.
Un pensiero così rigoroso, critico e allo stesso tempo altamente so-
fisticato mancherà indubbiamente nella lotta “per l’unificazione cul-
turale del genere umano”, cui invitava Gramsci31. Ma come si diceva
all’inizio di questo testo, questa mancanza, e anche la nostalgia che
lascia negli amici, compagni, studenti e lettori, possono, almeno in
parte, essere riempiti con lo studio dedicato della fertile e vasta opera
di elaborazione storico-filosofica che questo gigante della tradizione
materialista storica ci ha lasciato.

Mimmo Losurdo, Presente!

30 Il marxismo occidentale, op. cit., p. 28.


31 Q. 11, § 17, p. 1416.
Luciana Santos, Renato Rabelo - La ricca opera di Losurdo 213

La ricca opera di Losurdo continuerà a


illuminare la lotta per il socialismo1

Luciana Santos2, Renato Rabelo3

Il PCdoB e la Fondazione Mauricio Grabois hanno rilasciato una nota in oc-


casione della morte del filosofo italiano Domenico Losurdo, nella pienezza della
sua produzione intellettuale. La nota sottolinea la lunga amicizia di Losurdo
con il Partito Comunista del Brasile e le collaborazioni con Grabois attraverso
seminari, interviste, saggi e edizioni nazionali dei suoi libri.

Le forze rivoluzionarie, progressiste, e in particolare il movimen-


to comunista internazionale, hanno perso giovedì uno dei più rile-
vanti pensatori marxisti contemporanei. L’eminente filosofo mar-
xista Domenico Losurdo è morto in Italia all’età di 77 anni. Egli ha
tradotto bene il motto del suo maestro Karl Marx: “Più importante
che interpretare il mondo è trasformarlo”. Losurdo associava il la-
voro intellettuale inarrestabile e fecondo con la sua militanza comu-
nista e antimperialista.
Oltre a onorare la vita e l’eredità teorica e politica di Domenico Lo-
surdo, il PCdoB porge le sue condoglianze alla sua famiglia, in par-
ticolare alla moglie Hute e al figlio Federico, ai suoi compagni e al
popolo italiano.
Losurdo ha studiato a Tubinga (Germania) e Urbino (Italia). È di-
ventato presidente della Hegel-Marx International Society for Dia-
lectical Thought e membro fondatore dell’associazione Marx XXI

1 A rica obra de Losurdo seguirá iluminando a luta pelo socialismo, Portal Ver-
melho, 28/06/2018, http://www.vermelho.org.br/noticia/312569-1. Tra-
duzione di Mauro Gemma.
2 Presidente del Partito Comunista del Brasile – PcdoB.
3 Presidente della Fondazione Mauricio Grabois.
214 MarxVentuno n. 1-2/2018

e della Gramsci International Society (IGS). Ha insegnato Filosofia


della storia all’Università di Urbino. Autore prolifico, ha scritto doz-
zine di opere essenziali di filosofia, storia e scienze politiche, nelle
quali ha affrontato temi e dibattiti importanti volti a rafforzare il
movimento rivoluzionario e trasformatore. Molti di questi lavori
sono stati pubblicati in Brasile.
Uno dei suoi grandi obiettivi era quello di demolire i miti crea-
ti dal liberalismo. Tra questi c’era il fatto che l’instaurazione della
democrazia politica e dei diritti umani, senza distinzione di sesso,
età o razza, sarebbe stata una conseguenza dello sviluppo pacifico e
non conflittuale del liberalismo borghese. Losurdo dimostra la fal-
sità di questa tesi. La schiavitù e il liberalismo hanno vissuto molto
bene per oltre un secolo. L’Inghilterra fu arricchita dalla tratta degli
schiavi, e gli Stati Uniti furono un paese schiavista fino al 1865, e
anche in seguito continuarono a escludere i neri dai diritti civili e
politici. Nessuno di questi paesi e i loro ideologi liberali hanno in-
quadrato nel concetto di umanità i popoli sotto il giogo del colonia-
lismo, considerati “razze inferiori” incapaci di autogoverno. Gran
parte delle conquiste democratiche e sociali sono state ottenute dal-
la lotta della classe operaia.
Losurdo è stato un difensore dei processi di costruzione del so-
cialismo del ventesimo secolo, sebbene fosse critico nei confronti
degli errori commessi. Sapeva che, nonostante i numerosi problemi
e le carenze presentate, l’equilibrio del primo ciclo del socialismo
ha portato grandi risultati per gli operai e l’umanità. Per lui, non
si potevano capire i progressi democratici e i movimenti di eman-
cipazione che si sono verificati negli ultimi cento anni, ignorando
l’esistenza dell’Unione Sovietica e del movimento comunista inter-
nazionale. Hanno incentivato decisamente la liberazione dei popoli
dominati, la lotta contro il nazismo, il razzismo e il sessismo. Per
questo motivo, la sinistra non dovrebbe capitolare di fronte all’of-
fensiva ideologica liberal-borghese che cerca di demolire quelle
esperienze complesse e contraddittorie, presentandole in modo ri-
duzionistico come totalitarie.
Come ha scritto, riferendosi ai partiti marxisti che capitolavano di
Luciana Santos, Renato Rabelo - La ricca opera di Losurdo 215

fronte all’offensiva ideologica neoliberale, “se l’autocritica è il pre-


supposto della ricostruzione dell’identità comunista, l’autofobia è
sinonimo di capitolazione e rinuncia ad un’identità autonoma”. E
continua: “la classe dominante consolida il suo dominio, privando
le classi subalterne non solo della prospettiva del futuro, ma anche
del proprio passato (...). La memoria storica è, quindi, uno dei mo-
tivi fondamentali su cui si sviluppa la lotta ideologica di classe “.
Losurdo ha anche seguito con attenzione – e molto ottimismo –
le esperienze di costruzione del socialismo al giorno d’oggi, spe-
cialmente in Cina. Ammirava l’esempio di quella grande nazione
orientale che ha spezzato i legami del colonialismo, sviluppato le
sue forze produttive ed è divenuta una potenza mondiale e un rife-
rimento per altri paesi che cercano alternative per lo sviluppo al di
fuori del dogma neoliberista dettato dall’imperialismo.
Infine, si è stabilita un’amicizia reciproca tra Domenico Losurdo e
il Brasile. Gran parte del suo lavoro è stato tradotto e pubblicato nel
Paese da diversi editori. È uno degli autori marxisti più letti nel pae-
se. Gli piaceva scherzare sul fatto che fosse più conosciuto e letto tra
i brasiliani che in Europa. Ogni anno veniva in Brasile e ha viaggiato
in diversi stati, partecipando a presentazioni di libri e a conferenze.
C’è stata una grande amicizia tra Losurdo e il Partito Comunista
del Brasile (PCdoB). Amicizia di oltre un decennio. Ha partecipato a
numerosi eventi organizzati dalla Fondazione Mauricio Grabois in
varie città del paese, tra cui segnaliamo la sua presenza, come rela-
tore principale nel 2017, al seminario sul centenario della rivoluzio-
ne russa e per il 95° anniversario della fondazione del Partito comu-
nista brasiliano. Grabois, in collaborazione con la casa editrice Anita
Garibaldi, ha pubblicato quattro libri di Losurdo. Saggi importanti
sono stati pubblicati anche in altri libri, così come dense interviste
sono state concesse alla rivista “Princípios” e al portale “Grabois”.
Losurdo è stato ricevuto più volte dalla dirigenza nazionale di
PCdoB, quando si è evidenziata una grande affinità nella sfera delle
idee, tra cui la necessità di articolare la lotta nazionale e antimperia-
lista con la lotta per la conquista del socialismo.
Domenico Losurdo è scomparso, ma ha lasciato in eredità un
216 MarxVentuno n. 1-2/2018

lavoro ricco e imprescindibile che continuerà a nutrire il cammino


dell’emancipazione nazionale e sociale della classe operaia e dei po-
poli. Viva la sua memoria e la sua eredità!

San Paolo, 28 giugno 2018.


Salvatore Tinè - La scomparsa di Domenico Losurdo 217

La scomparsa di Domenico Losurdo:


una perdita enorme per il pensiero critico

Salvatore Tinè1

Se ne va Domenico Losurdo. È un grande dolore per tutti i marxi-


sti e i comunisti, per chi come lui in tutti questi anni si è battuto con-
tro il dominio capitalistico e l’imperialismo; per noi di “Marxismo
Oggi online”, che abbiamo trovato in lui un punto di riferimento fin
dall’inizio del nostro percorso. Ma è anche una grave perdita per la
cultura italiana e mondiale. Mimmo è stato un grande studioso, che
ha combattuto strenuamente, non solo scendendo in piazza e facen-
do politica direttamente nei partiti e nei gruppi politici, ma anche
nel tanto tempo della sua vita che ha trascorso chiuso nel suo studio
tra i suoi tanti libri, a lavorare e a scrivere con il rigore dello studio
e dell’impegno scientifico. Quel rigore che solo alimenta una auten-
tica passione politica. Quel rigore che è proprio dei veri comunisti,
consapevoli del nesso inscindibile che lega sempre teoria e prassi,
scienza e azione.
Ferma è stata sempre nella sua ricerca e nel suo pensiero, la pro-
spettiva mondiale di quel grande processo di emancipazione uma-
na, delle classi oppresse e dei popoli che ha scandito la storia del
Novecento e di cui il movimento comunista internazionale è stato
parte organica e avanguardia dirigente. L’idea che alla base di tale
processo vi fosse stato e vi fosse ancora l’unità in un unico fronte
mondiale del proletariato internazionale e dei popoli e delle nazioni
oppresse è stato il nucleo teorico più profondo, tenacemente, testar-
damente rivendicato in tutto il corso dell’evoluzione della sua opera

1 Ricercatore di Storia moderna presso il Dipartimento di Scienze umani-


stiche dell’Università di Catania.
218 MarxVentuno n. 1-2/2018

e del suo pensiero, di quel “marxismo-leninismo” da cui aveva pre-


so le mosse sin da giovane e al quale restò sempre legato.
La coerenza con questa ricerca e questa ispirazione non fu mini-
mamente scalfita dallo sgretolarsi del campo socialista e dal crollo
dell’Unione Sovietica, che pure fu certo una tragedia per lui come
per tutti i comunisti nel mondo. Nel corso della nuova fase storica
che si aprì dopo quel crollo, scandita da una drammatica ripresa
dell’offensiva dell’imperialismo americano e dei suoi piani di guer-
ra, Mimmo ha tenuto sempre ferma l’idea che il processo di emanci-
pazione dei popoli oppressi dal dominio imperialistico iniziato nel
Novecento sull’onda della Rivoluzione d’Ottobre fosse ben lungi
dall’essersi definitivamente arrestato. Il tremendo e grandioso “se-
colo breve” si era certo chiuso, per lui con una sconfitta, certo tale
da “fare epoca”, ma non con un fallimento. Nella spettacolare asce-
sa economica e politica della Cina popolare egli avrebbe visto la
conferma più clamorosa di quella prospettiva di lotta e di avanza-
mento del movimento comunista che non si era stancato di additare
come possibile e probabile anche nei momenti più difficili, in cui la
terribile offensiva non solo politico-militare ma anche ideologica e
culturale dell’imperialismo finiva per apparirci perfino inarrestabi-
le. Questa prospettiva ideale e politica lo avrebbe portato in quegli
anni a definire la sua ricerca teorica in termini sempre più contigui
con la riflessione e la ricerca storiche.
A partire dal grande saggio sul revisionismo storico, straor-
dinaria critica delle tesi storiografiche di Nolte e di Furet, volta a
mostrarne la sostanza tutta ideologica e mistificatrice, la ricerca di
Losurdo mira a stabilire una sostanziale continuità del processo di
emancipazione umana scaturito dall’Ottobre sovietico con quella la
tradizione rivoluzionaria che aveva preso le mosse dalla Rivoluzio-
ne francese e dal giacobinismo a aveva attraversato la storia delle
rivoluzioni europee e non solo nel corso dell’Ottocento, sino alla
Comune di Parigi.
Il pensiero e l’opera rivoluzionari di Marx si collocano completa-
mente per Losurdo dentro questa tradizione, continuandola e svi-
luppandola, esprimendo nel modo più compiuto e scientificamente
Salvatore Tinè - La scomparsa di Domenico Losurdo 219

rigoroso quella ispirazione universalistica, ovvero volta alla costru-


zione di un nuovo ordine mondiale fondato sulle idee di liberta e
di eguaglianza tra i popoli e non solo tra gli individui, che era ad
essa profondamente immanente. Rispetto a questa prospettiva di
unificazione del genere umano, di cui il pensiero di Marx prima e
la storia del movimento comunista mondiale dopo sono stati l’e-
spressione più alta e avanzata, la tradizione del liberalismo appare
a Losurdo sostanzialmente volta in senso conservatore e regressivo,
legata ad una idea “aristocratica” ed elitaria di libertà, estranea in
radice alle idee e alla esperienza della Rivoluzione francese. Di qui
l’impegno di Losurdo nella critica dei filoni reazionari della cultura
europea dell’Ottocento e del Novecento, da Nietzsche ad Heideg-
ger, destinati a conoscere paradossali letture e interpretazione di
“sinistra” proprio negli anni della più dura controffensiva ideolo-
gica borghese. Con straordinario rigore storico e filologico, Losurdo
mostrava, non a caso, la frequente contiguità o convergenza di al-
cuni temi e motivi di tali filoni con le posizioni teoriche e politiche
delle correnti liberali più ostili all’allargamento del suffragio alle
classi popolari come al superamento della discriminazione razzia-
le sia nelle metropoli capitalistiche come che nelle colonie. Rove-
sciando la tesi caratteristica del “revisionismo storico” secondo cui
le forme “totalitarie” del Novecento sarebbero sorte in risposta alla
minaccia del “totalitarismo” sovietico, Losurdo mostrava le profon-
de radice storiche di quelle forme nella barbarie del colonialismo e
negli orrori della “guerra totale” in cui era sfociato il conflitto tra le
grandi potenze imperialiste nel 1914. La teoria del “totalitarismo”,
caratteristica delle posizioni del revisionismo storico di ispirazione
liberale degli anni ’90, si rivelava così in tutta la sua sostanza non
solo conservatrice ma perfino reazionaria.
In questo impietoso confronto tra l’ideologia liberale e la storia
reale del liberalismo è il senso stesso del lavoro storico di Losurdo.
Ma con altrettanto rigore e passione, in ossequio al medesimo me-
todo storico-filosofico teso a individuare sempre di là dalla “ideo-
logia” le vicende e i processi reali in essa spesso solo trasfigurati o
dissimulati, Losurdo si è impegnato in tutti questi anni a ricostruire
220 MarxVentuno n. 1-2/2018

nei suoi passaggi essenziali, ma anche nei suoi momenti più dram-
matici e controversi la complessa vicenda sovietica e quella ad essa
strettamente intrecciata del movimento comunista internazionale.
Il drammatico passaggio storico degli anni ’30, la “questione” di
Stalin, e in particolare il ruolo fondamentale di quest’ultimo prima
nella costruzione del primo Stato proletario della storia e poi nella
straordinaria vittoria “patriottica” di quello stato nella guerra con-
tro il nazismo sono stati al centro di una riflessione permanente, co-
erente, certamente coraggiosa e contro-corrente in cui la gigantesca
ma ingombrante figura di Stalin appare spesso, fino a un grande
libro a lui dedicato, come quella che più di lucidamente e profon-
damente di ogni altro leader comunista del Novecento aveva capito
il carattere di processo di lunga durata, terribilmente complesso e
contraddittorio della “rivoluzione mondiale”, di là dai troppi facili
e schematici schemi degli anni ’20. Una riflessione guidata da un
robusto realismo storico, formatosi negli anni della sua formazione,
nel continuo rapporto con i grandi testi di Kant e di Hegel.
La sua formazione filosofica così limpidamente “classica” legata
al magistero di grandi studiosi della filosofia classica tedesca come
Arturo Massolo e Livio Sichirollo ha continuato a guidare e ispira-
re anche la sua ricerca più strettamente storica degli ultimi venti
anni. L’ispirazione internazionalistica che sempre ha caratterizzato
la sua concezione del marxismo e del comunismo aveva in fondo
una profonda matrice nel “cosmopolitismo” etico-politico di Kant,
un filosofo cui non a caso aveva dedicato un libro sul finire degli
anni ’80 implicitamente polemico con un certo “anti-kantismo” del-
la tradizione comunista e teso a scorgere nella stessa concezione
kantiana della storia i primi germi di quella di Hegel destinata a
superare l’ancora troppo rigido apriorismo del pensatore di König-
sberg, verso una visione più ampia e complessa del divenire stori-
co. Il suo Hegel, pensatore della Rivoluzione francese come rottura
storico-mondiale, in grado di aprire una nuova tappa nella storia
come storia dell’unificazione del genere umano, era anche il grande
teorico della “questione nazionale”, che non aveva cessato di pensa-
re in tutta la sua vita ed opera come la rivoluzione “mondiale” solo
Salvatore Tinè - La scomparsa di Domenico Losurdo 221

iniziata in Francia dovesse continuare in modi e forme peculiari in


Germania. Nell’affermazione di Lenin che così spesso amava citare
secondo cui l’universale è tale solo se comprende la particolarità
possiamo così vedere condensati insieme al leninismo di questo
grande pensatore comunista, la sua profonda ispirazione filosofica
kantiana ed hegeliana.
222 MarxVentuno n. 1-2/2018

Abstracts

Andrea Catone
Changes in the world scenario. Trump, the EU, Italy

We are witnessing a tough fight within the USA ruling class, before and
after Trump’s election. Almost 30 years after the collapse of the Soviet
Union, the “American project for the new century” of being the world
unopposed superpower (unipolarism) has failed. The extraordinary rise
of China, the restructuring of Russia under the leadership of Putin, the
emergence of new subjects on the world stage are making that project fail.
Trump changes policy, not to accept a real multipolar world, but in the at-
tempt to establish the American supremacy on a more solid basis. He does
not dismantle the military and industrial compound, but he strengthens
it (the expenditure is going to increase in 2019), and he doesn’t even de-
commission the system of military bases and alliances under the strict
control of USA, first of all the Nato. In the same time, he aims to relaunch
the industrial system, weakened during the last decades, by a protection-
ist policy and a tough trade war against not only China but even against
capitalistic countries – from EU to Canada to Japan – which formed, after
1945, the “Western Bloc”. Trump wants to break all the organisms of in-
ternational cooperation, so as to negotiate from a strong position with ev-
ery single country. EU is living today a deep political, moral and project
crisis. Trump’s action, openly against EU, fits into this crisis. The collapse
of EU would have today strong right-wing features – as evidenced by the
significant increase of League in Italy – and would brought every single
European country under the USA control.

Samir Amin
The Return of Fascism in Contemporary Capitalism

It’s not by chance that the title of this paper links the comeback of fas-
cism on the political stage with the crisis of contemporary capitalism.
Fascism is not a synonym of an authoritarian police state rejecting all
the uncertainties of the electoral parliamentary democracy. Fascism is a
specific political response to the challenges that the management of the
Abstracts 223

capitalistic society has to face in specific circumstances.

Samir Amin
Revolution or Decadence? Thoughts on the Transition between Modes of Pro-
duction on the Occasion of the Marx Bicentennial

Starting with Marx and Engels, through the experiences of German so-
cial democracy and the Russian Revolution, the workers’ and socialist
movement has argued that a series of revolutions would occur from the
advanced capitalist countries. However, in the last 75 years history has
radically changed the scenario: today, the revolutionary perspective
seems very remote in the center of the world economic system and more
likely in the less developed peripheries. An analysis of the contempo-
rary imperialist system and previous epochs must be based on the con-
cept of unequal development and on a comparative study of the crisis
and the transition between modes of production. From the fall of the
Roman Empire to the current crisis of the capitalist system, in the study
of the transitions from one mode of production to another in different
epochs, one can draw a line of demarcation between historical “dec-
adent” and “revolutionary” phases. Is the socialist revolution we are
dealing with in our time, which was born from the peripheries but from
which the centre is not necessarily immune, decadent or revolutionary?

Andrea Catone
To Samir Amin

Samir Amin
Reflections on China after the 19th Congress of the Communist Party

China is engaged in a double project that aims, on the one hand, to


build a complete, coherent and articulated industrial production sys-
tem on the renewal of peasant agriculture and, on the other hand, tries
to take advantage of its being included in contemporary capitalist glo-
balization. This project is conflictual by nature, but if the decision-mak-
ing power of the CCP and the State take measures sharply, it becomes
possible to overcome the contradiction in question. But for this it is
necessary that the power preserves and strengthens its capacity to con-
224 MarxVentuno n. 1-2/2018

trol the insertion of China in the imperialist globalization and that it


respects and also favors the capacity of the popular classes to resist the
devastations of capitalism. In this regard, reading the documents of the
19th Congress reassures the author.

Francesco Maringiò
Chinese socialism enters a new era. Notes on Marxist teachings in Xi Jin-
ping’s political report to the 19th Congress of the CCP

A new phase opens for the history of China and the development of the
key ideology of the CCP, socialism with Chinese characteristics. The
Xi report marks the theoretical turning point of the 19th National Con-
gress. “China will continue to carry out a development project that puts
the human being at the center, setting as a strategic objective the search
for a better life for its population. Xi speaks a very important language
that is also attractive within the West: there is an alternative to liberal
capitalism that causes insecurity for ordinary people all over the world.
The first turning point is in the economy, where one passes from an
impetuous growth of the GDP to a new model called the “new normal”
(xin changtai). It is a paradigm shift, the conversion from a production
oriented towards quantity to one oriented towards quality and inno-
vation. The challenge is to transform from an “imitating” country to
an “innovative” one. The second turning point lies in political reforms.
The fight against corruption has made the party stronger, putting it at
the centre of everything, and the relationship with the masses has been
strengthened. “The theme of the Congress is: to remain faithful to our
original aspiration and to keep our mission firmly in place”.

Gaio Doria
Chinese Socialism in the New Age and its main contradiction

The 19th Congress of the Chinese Communist Party is of unprecedented


historical importance. The conquest of the position of the second largest
economy in the world has transformed China into an industrial power.
The age of backwardness of the productive forces is definitively over. For
this reason, Xi Jinping theorized: “What we are now facing is the con-
tradiction between an unbalanced and inadequate development and the
growing needs of the people for a better life”. The redefinition of China’s
Abstracts 225

main contradiction may be the most important point of the 19th Congress.

Zhang Boying
The central role of popularisation in Marxism with Chinese characteristics

There is an inseparable link between the popularization of Marxism


and Marxism with Chinese characteristics. Academic research in this
area has started, but it still needs to be developed. The present paper
takes the popularization of Marxism as starting point to analyze Marx-
ism with Chinese characteristic and examine in depth the knowledge of
the relation between them.
Chinese intellectuals and communists initially accepted Marxism,
which originated in the West, in order to survive and overthrow the
“three mountains” of imperialism, feudalism and bureaucratic capital-
ism, which oppressed the people. During the popular revolution, the
CPC gradually understood that copying Marxist theory to the letter and
without considering Chinese national conditions would not be possi-
ble. The universal principles of Marxism must be combined with the
concrete reality of the country for success of the revolution. Marxism
with Chinese characteristics has written a new chapter in Marxist the-
ory. The popularisation of contemporary Chinese Marxism must also
have a global perspective. The dissemination of the theoretical results of
contemporary Chinese Marxism enriches the general Marxist theories.

Vladimir F. Gryzlov
Unforgettable my Soviet Union...
Methodical advice to propagandists, teachers, speakers

This paper traces the history of USSR from its birth in the aftermath
of October Revolution. The newborn Soviet Union had to face a heavy
inheritance: the national issue, which was rode from the beginning by
the nationalist bourgeoisies to undermine the newborn soviet power
and fragment the country. The constitution and the administration of
several republics and peoples within the Union required an imagina-
tive effort and the country saw a dynamic development in the spirit of
friendship between peoples and of international unity, which culmi-
nated in the joint effort of the Great Patriotic War.
The persistence of the national issue was part of the complex frame-
226 MarxVentuno n. 1-2/2018

work of the crisis and the collapse of the Soviet Union in 1991 and in
the following decades. When the “democrats” came to power, the State
of the Union was destroyed also by socio-economic changes, while the
spread of the bourgeoisie market has encouraged the emergence of na-
tional and regional markets, proceeding at the same time to disrupt
vertically the state bodies and the social organizations.
Today the comprehension of the direction of development of the nation-
al issues on the ground of the former USSR is hugely important in order
to work out the strategy of the communist parties and the patriotic pop-
ular organizations. There are two main trends today: one toward re-in-
tegration and another toward disintegration. The main role in the mass
movement for re-integration is played by the proletariat, that’s why the
involvement and the attention of the communist parties are needed.

Dmitrij G. Novikov
The causes of the disintegration of the USSR.
An overview of the debate in Russia

The disintegration of the USSR was possible thanks to the combina-


tion of numerous and varied factors. There is a widespread view that
the decline of the Soviet state is due to the economic model based on
planned economy and management principles. It is claimed that the
USSR’s economy did not withstand Western competition and that by
the mid-1980s it had been using its resources. This conclusion about
the lack of vitality of the national socialist economy is not confirmed
by objective data. The idea that the main cause of the crisis was the
ill-considered economic reforms promoted by M. Gorbačëv in the years
1985-1990 is much more well-founded. The most important cause of
the dissolution of the Soviet Union was the subversive action of the
Western secret services. The infiltration of contradictions between the
nations of the USSR became one of the main causes of disintegration.

Francesco Galofaro
The Italian prefaces of the Manifesto.
A glance on the development of Marxism in Italy

The paper presents a survey on some historical Italian prefaces to Marx


and Engels’ Communist Manifesto. The purpose is to underline how, in
Abstracts 227

each historical period, the preface draws a balance on the history of the
workers’ movement, actualizing the Manifesto and orienting the read-
er in the context of the Marxist debate at the time and the consequent
political choices. Starting from the first anarchist preface by Pietro Gori,
the paper considers Engels’ own preface, Labriola’s one, and then read-
ings by Togliatti, Zangheri, Colletti, Sanguineti, Hobsbawn, Losurdo,
and Bertinotti.
According to our interpretation, after the birth of every new political
movement (anarchist, socialist, communist, new left, post-colonial, and
even neoliberal forces) a new reading of the Manifesto is functional to
search for roots – or to invent it. This is done by underlining every
time the still current features of Marx and Engels’ Weltanschauung :
during the rise of the Workers’ forces, till the Fifties, forewords focused
on their power to reshape the world; after the fall of the mainstream
Socialist states, social-democratic forces abandon Marx while liberalist
movements rediscover him as an economist, and radical forces portrait
him as the prophet of the globalization and the crisis.

Angelo Baracca
Actuality of Marx’s legacy. What can we say again about Science from the
point of view of Marx’s Historical Materialism?

It is interesting to consider the historical materialism point of view about


science and the relation between man, as a social being, and nature.
Firstly, we have to observe Engel’s refusal to consider nature as a mere
inactive “tank” of resources to be exploited; secondly, we have to reject
the thesis of the presumed neutrality of science, and to recognize its
structural relation with the interests of the capitalistic class.
It is important to resume an integral critic of science, refusing the
abstract concepts of “progress” and “development” of science and
accounting for scientific and epistemological twists and their being
always linked to the transformation of production conditions, to
the need of the capitalistic class to maximize the profits through
new technical innovations, to exploit the working class with the
maximum effectiveness. Clearly science has increased the power of
Man upon Nature, but always in strict complicity with the interests of
Capital against Work. This instrumental subjugation of the scientific
“association” or “caste” to the interests of the business ruling classes
has to be judged with the tools of historical materialism. This is hugely
228 MarxVentuno n. 1-2/2018

important in a historical period in which the capitalistic production


cycle has grown as never before in harmfulness for nature and human
health.

Marcos Aurélio da Silva


Domenico Losurdo.
Philosopher of history, geographer of anti-colonialism

Luciana Santos, Renato Rabelo


The rich work of Losurdo will continue
to enlighten the struggle for socialism

Salvatore Tinè
The disappearance of Domenico Losurdo:
a huge loss for critical thinking

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