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COMUNICAZIONE DIRETTA E INDIRETTA

Søren Aabye Kierkegaard, pensatore di matrice cristiano-luterana, visse durante la cosiddetta «età
d’oro» della Danimarca (1800-1850) – un periodo di grande sviluppo culturale e artistico che vide,
tra i suoi maggiori protagonisti, lo scrittore Hans Christian Andersen, il teologo, poeta, storico e
pedagogo Nicolai F.S. Grundtvig, lo scultore Bertel Thorvaldsen, il pittore Christoffer W.
Eckersberg, l’architetto Christian F. Hansen, il filosofo hegeliano e critico letterario Johan L.
Heiberg e il poeta Adam Oehlenschläger. Con la sua attività di scrittore egli si pose fin dall’inizio
un obiettivo ben preciso: reintrodurre il cristianesimo in una cristianità ormai ridiventata pagana.
Per rendere nuovamente «attenti al cristianesimo» tutti coloro che ritenevano di «essere» cristiani
semplicemente perché erano nati in un paese cristiano, bisognava, però, puntare a suo giudizio non
tanto su una comunicazione «diretta» della verità cristiana, quanto su una comunicazione
«indiretta», che consiste nel «condurre con l’inganno al vero». Annunciare «direttamente» che cos’è
il cristianesimo a individui che presumono di saperlo già, non sortirebbe infatti alcun effetto, anzi li
indurrebbe soltanto a chiudersi di fronte a ogni 2 2 filosofica tentativo di risvegliarli dal loro sonno
dogmatico. Lo scrittore religioso deve invece adottare la tecnica maieutica socratica. Invece di
rivendicare per sé la patente di cristiano autentico e rimproverare gli altri di non-essere
autenticamente cristiani, deve muoversi per così dire in «incognito», non solo ammettendo
socraticamente di non sapere (che cos’è il cristianesimo) e di non essere un sapiente (cioè un
cristiano), ma adottando altresì il loro modo di pensare e di vivere, in modo da entrare così in
sintonia con loro e farseli amici, per poi porre a un certo punto il problema dell’essere-cristiani ed
evidenziare le contraddizioni insite nel «comodo» cristianesimo borghese predicato dai
rappresentanti ecclesiastici del suo tempo, che di quello originario è solo una caricatura. Ciò spiega
perché Kierkegaard abbia pubblicato col proprio nome solo quelle opere che muovono da una
prospettiva chiaramente religiosa e/o cristiana, mentre si sia servito di tutta una serie di personaggi
fittizi da lui appositamente creati per presentare modi di esistenza da cui voleva prendere più o
meno decisamente le distanze (cfr. il seduttore Johannes e il magistrato Guglielmo, Constantin
Constantius e Frater Taciturnus) o per tematizzare aspetti centrali e decisivi del suo pensiero in
maniera indiretta (cfr. Johannes de Silentio e Vigilius Haufniensis, Johannes Climacus e Anti-
Climacus). In realtà Kierkegaard, descrivendo la visione del mondo e la psicologia dei protagonisti
o degli autori delle sue opere pseudonime, ha presentato aspetti o lati della sua complessa e
multiforme personalità seguendo una tecnica adottata da molti altri scrittori. Egli è riuscito a
immedesimarsi nei personaggi delle sue opere pseudonime, perché ne condivideva la psicologia e le
esperienze. Dopo essere stato da giovane un libertino (vita estetica), ad un certo punto si era
fidanzato con Regine Olsen, ma, dopo un anno, decise di troncare il rapporto e di non sposarsi più
Kierkegaard 2 3 (vita etica), per dedicarsi a «reintrodurre il cristianesimo» in una cristianità ormai
ritornata pagana (vita religiosa). Considerato il progenitore o l’antenato del pensiero esistenzialista
novecentesco, che è, almeno in parte, il risultato di una rinascita-riscoperta del suo pensiero,
Kierkegaard ha decisamente influenzato non solo molti filosofi (György Lukács, Ferdinand Ebner,
Martin Buber, Ludwig Wittgenstein, Theodor W. Adorno) e scrittori (Heinrich Ibsen, Reiner Maria
Rilke, Franz Kafka, Thomas Mann, Max Frisch) del Novecento, ma anche i principali
rappresentanti della teologia protestante (Karl Barth, Emil Brunner, Friedrich Gogarten, Rudolf
Bultmann e Paul Tillich).

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