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La Democrazia (cap 1)

-Dahl I paesi del mondo si dividono in 3 categorie:

 Non democratici: come arrivare alla democrazia?


 Con democrazia recente: come rinforzare e consolidare le istituzioni democratiche in modo da
resistere al tempo, al conflitto politico e alla crisi?
 Democrazie antiche: perfezionare e approfondire il sistema.

Sostenere che la democrazia sia nata in Grecia è falsa, poiché dopo essersi affermata in Grecia e a Roma è
decaduta e scomparsa e non potrebbe essere rappresentata con una linea regolare e ascendente; inoltre, è
sbagliato collocare la sua nascita in punto preciso, poiché la sua espansione è spiegabile attraverso la
diffusione di idee democratiche, dunque alla creazione di condizioni favorevoli (come per esempio la
democrazia primitiva delle tribù prima di dedicarsi all’agricoltura e al commercio).
Madison cercò di distinguere tra democrazia (società fondata da un piccolo n° di cittadini che si riuniscono
in assemblee e amministrano personalmente il governo) e repubblica (governo in cui viene impiegato lo
schema della rappresentanza), ma questa distinzione non è veritiera, poiché l’unica reale differenza è
l’origine del nome, greco e latina.

La democrazia può essere reale o ideale. È bene considerarla secondo entrambi gli aspetti, in modo da
avere una visione completa con le istituzioni della democrazia reale e i principi e criteri della democrazia
ideale. Teorizzare un sistema di democrazia ideale, non realizzabile, offre un metodo di valutazione,
confronto, e un obiettivo di miglioramento della democrazia reale.
Il divario tra le due forme di democrazia costituisce una sfida al miglioramento nell’attuale concezione
positiva della democrazia.

Secondo Dahl vi sono 2 tipi di giudizi, i quali sono correlati ai 2 tipi di democrazia:

 Il giudizio empirico è il migliore che si possa formulare in


una situazione di incertezza estrema, basato su prove
empiriche e assenza di esse (come la legge della gravitazione
universale di Newton.
 Il giudizio di valore è basato quasi esclusivamente sui valori
degli individui e tenta di bilanciare i benefici che vanno a
un’entità a discapito di un’altra.

In particolare, sono così correlati:

La democrazia ideale
1) Cos’è la democrazia?
Affinchè un sistema sia compiutamente una democrazia esso dovrà soddisfare nella propria costituzione
(insieme di regole e le modalità con cui si prendono le decisioni) 5 criteri:

1. Partecipazione effettiva: ogni membro deve avere pari ed effettiva opportunità per comunicare
agli altri le proprie opinioni a riguardo, prima che una decisione venga adottata.
2. Parità di voto: ogni membro deve avere un’opportunità di voto effettiva e uguale agli altri, tutti i
voti devono essere considerati pari.
3. Diritto all’informazione: ogni membro deve avere effettive e pari opportunità di conoscere le
principali alternative strategiche e le loro probabili conseguenze.
4. Controllo dell’ordine del giorno: ogni membro deve avere la possibilità di decidere le priorità e di
inserire argomenti nell’ordine del giorno. Così le strategie dell’associazione sono sempre passibili di
cambiamento.
5. Universalità del suffragio (o criterio della piena inclusione): tutti gli adulti che risiedono in
permanenza nel territorio dovrebbero godere pienamente dei diritti indicati dai primi 4 punti.

Questi criteri sono applicabili, ma nessuno stato potrà aderirvi completamente: sono uno standard per
valutare l’efficienza e le possibilità del governo democratico.

2) Perché la democrazia?
Vi sono alcune ragioni di portata universale. Si tratta di vantaggi che una democrazia ha maggior possibilità
di offrire rispetto alle alternative non democratiche, inoltre sono nettamente superiori ai difetti.
Le 10 buone ragioni a favore della democrazia sono:

1. Ostacola la tirannia: la democrazia allontana il rischio dell’instaurarsi di governi autocratici, crudeli


e iniqui.
2. Diritti essenziali: la democrazia garantisce ai suoi cittadini numerosi diritti fondamentali che i
sistemi non democratici non possono garantire (opinione, associazione, partecipazione, diritti ecc.).
3. Libertà generale: la democrazia garantisce ai suoi cittadini una più vasta gamma di libertà personali
rispetto a ogni altra possibile alternativa.
4. Autodeterminazione: la democrazia coordina gli individui nella tutela dei loro diritti fondamentali.
Solo un governo democratico può fornire agli individui il massimo dell’opportunità di esercitare
l’autodeterminazione, ossia di vivere sotto leggi scelte da loro stessi (diritto
dell’autodeterminazione).
5. Autonomia morale: solo un governo democratico può fornire la massima opportunità di esercitare
la responsabilità morale: rende più capaci di essere responsabili il fatto di partecipare alle decisioni
di leggi sotto le quali si dovrà poi vivere.
6. Progresso umano: la democrazia favorisce lo sviluppo umano più pienamente di ogni altra
alternativa.
7. Tutela di interessi personali essenziali: la dem. aiuta gli individui a tutelare i loro interessi
fondamentali.
8. Uguaglianza politica: criterio fondamentale che solo un governo democratico può favorire un
grado relativamente alto di uguaglianza politica.
9. Tendenza alla pace: le democrazie rappresentative moderne tendono a non farsi la guerra tra loro
(dato di fatto, sviluppata da democratic peace)
10. Prosperità: i paesi democratici tendono ad essere più ricchi e floridi dei paesi che non lo sono
(favorendo l’istruzione cittadini più consapevoli, informati, partecipi).

Bisogna adottare il principio dell’uguaglianza intrinseca: la vita, la libertà e la felicità di una persona non
sono intrinsecamente superiori o inferiori a quelli di qualcun altro. Vi sono 4 motivi principali per i quali
accettare questo principio:

i. Motivi etici e/o religiosi: è un principio coerente con le convinzioni e i principi etici della maggior
parte delle religioni, considerato come valore essenziale della società. (Non ovunque è così, vedi
induismo e le caste indiane).
ii. Debolezza di un principio alternativo: non troverebbe molto assenso da parte della popolazione
iii. Prudenza: se tutti hanno pari diritti si evita il malcontento sociale che rischierebbe di mettere in
pericolo la democrazia stessa.
iv. Accettabilità: un sistema che garantisce uguale considerazione per tutti a più probabilità di
assicurarsi il consenso.

Secondo la teoria dei Custodi il governo dovrebbe essere affidato a persone esperte dedite a governare il
bene comune e superiore agli altri nella conoscenza dei mezzi per raggiungerlo.
Chi sostiene questa tesi nega che le persone comuni siano competenti per governare; non si afferma che gli
interessi dei custodi siano intrinsecamente superiori agli interessi degli altri, ma che persone esperte nel
governo sarebbero superiori nella loro conoscenza del bene generale e dei mezzi migliori per realizzarlo.
Vi sono però diversi argomenti contrari:

i. Delegare certe decisioni subordinate agli esperti equivale a cedere il controllo finale sulle decisioni
più importanti: va bene richiedere l’aiuto di esperti, ma non va bene dare a un élite il potere di
decidere leggi e politiche a cui tutti i cittadini saranno sottoposti.
ii. Le decisioni personali non sono equivalenti alle decisioni del governo dello Stato.
iii. Per governare bene è richiesto, oltre alla conoscenza scientifica, anche la capacità di formulare un
giudizio etico. Inoltre, tutte queste decisioni (politiche, di governo) richiedono sempre giudizi di
transazione, ossia un compromesso tra fini diversi in quanto in spesso le risorse sono limitate e
spesso contese tra questi fini.
iv. Per governare bene servono anche incorruttibilità, ferma resistenza alle enormi tentazioni del
potere, dedizione continua e inflessibile al bene pubblico.
v. Bisogna essere in grado di confrontarsi con la moltitudine di problemi pratici (perché proporre
un’utopia è facile…), come istituire il sistema, decidere chi scrive la costituzione, come metterla in
pratica ecc.

Si giunge alla conclusione che nessuno è a tal punto meglio qualificato degli altri a governare; se si accetta il
principio dell’uguaglianza intrinseca allora ogni adulto che sia soggetto alle leggi dello stato dovrà essere
considerato competente a partecipare al processo democratico di governo: ogni cittadino ha la competenza
minima per esprimersi (votare/fare partito). Ovviamente l’aiuto degli esperti è molto utile poiché nessun
governo è in grado di prendere decisioni soddisfacenti senza esso. È, infine, necessario cercare e adottare
forme adatte affinchè i cittadini possano acquisire le competenze necessarie attraverso l’istruzione.
C’è da ricordare che nessuna democrazia, nel reale, rispetta tutti i criteri proposti da Dahl, poiché è
nell’ambito ideale, quindi utopistico.

La democrazia reale.
3) Quali istituzioni servono alla democrazia reale?

1. Amministratori eletti: il controllo sulle decisioni politiche del governo è garantito


costituzionalmente da amministratori eletti dai cittadini. (Dahl qui consiglia la democrazia
rappresentativa, unica soluzione praticabile su larga scala). Partecipazione effettiva, controllo
ordine del giorno.
2. Libere, eque e frequenti elezioni: gli amministratori sono scelti attraverso votazioni libere, eque e
ricorrenti. Parità di voto, controllo ordine del giorno.
3. Libertà di espressione: i cittadini hanno il diritto di esprimersi politicamente senza rischiare
ritorsioni. Diritto all’informazione, partecipazione elettiva e controllo ordine del giorno.
4. Accesso alle fonti alternative di informazione: i cittadini hanno il diritto di attingere a fonti di
informazione alternative e indipendenti, le quali devono esistere e non devono essere sotto il
controllo del governo. Partecipazione effettiva, diritto all’informazione, controllo ordine del giorno.
5. Autonomia associativa: i cittadini hanno il diritto di formare associazioni o organizzazioni
indipendenti, tra cui partiti politici e gruppi di pressione per prendere parte alla politica.
Partecipazione effettiva, diritto all’informazione, controllo ordine del giorno. In Italia art. 49,39
(sindacati).
6. Cittadinanza allargata: a nessuno che risieda stabilmente su un territorio e che sia soggetto alle
leggi di quel territorio possono essere negati i diritti di cui godono gli altri cittadini. Partecipazione
effettiva, diritto all’informazione, controllo ordine del giorno, universalità del suffragio.

--
Non esiste una definizione univoca di democrazia; in ogni caso vi sono diversi approcci:

 Approccio elitista/realista:
o Sartori: è un sistema politico-etico nel quale l’influenza della maggioranza è affidata al
potere delle minoranze concorrenti;
o Bobbio: caratterizzata da un insieme di regole, primarie o fondamentali, che stabiliscono
chi è autorizzato a prendere le decisioni collettive e con quali procedure;
o Shumpeter: assetto istituzionale per giungere a decisioni politiche, i singoli ottengono il
potere tramite una lotta competitiva per il voto popolare.
o Dahl: aggiunge una più ampia protezione dei diritti civili e garanzie istituzionali
o Il momento del voto definisce la democrazia; il metodo elettorale è lo strumento con cui la
leadership concorre per il comando. Il ruolo dell’elettore è quello di scegliere
periodicamente il leader.
 Critiche agli elitisti/teorici della dem. Partecipativa:
o Riduzione della democrazia a semplice competizione elettorale;
o L’assegnazione di una delega a governare è affidata ad una squadra di persone con un
potere enorme e non controllabile per tutta la durata della loro carica.
o Svolta della democrazia partecipativa: anni ’60, i cittadini dovrebbero partecipare
continuativamente, intensamente e attivamente alle produzioni delle decisioni politiche a
tutti i livelli.
o Il cittadino partecipa attivamente, mentre il suddito lascia il diritto di voto ad altri; una
dem. Funzionale necessita di cittadini informati capaci di esercitare influenza sulle decisioni
pubbliche e attivamente impegnati.
o La “formula” democratica: partecipazione + istituzioni ricettive= democrazia + vera

Nel 1997 Collier e Levitski sostengono che il termine da solo non riesca a racchiudere la sua essenza.
Individuano diverse tipologie:

 Rappresentativa: basata su regole e istituzioni della rappresentanza, prevedere elezioni libere,


frequenti e competitive, strutture rappresentative (parlamento) e decisionali (governo). Non
prevede la partecipazione diretta se non con il voto: il popolo delega il potere decisionale.
 Diretta: prevede (oggi) referendum, leggi di iniziativa popolare, assemblee. Rousseau critica la
rappresentativa sostenendo che è la negazione stessa di libertà, poiché i cittadini, tra un’elezione e
l’altra, sono schiavi.
 Partecipativa: critica alla rappresentativa nell’aspetto della delega affidata ad una squadra di
persone con un potere enorme e non controllabile per tutta la durata della loro carica; da sola non
basta e va integrata con una costante vigilanza attiva da parte dei cittadini. I cittadini dovrebbero
partecipare continuativamente, intensamente e attivamente alle produzioni delle decisioni
politiche a tutti i livelli (voto, scelte elettorali).
 Elettorale/minima (Shumpeter): requisito base per un regime democratico: elezioni libere, regolari,
frequenti e competitive.
 Liberale: democrazia elettorale + presenza dei requisiti (anche minimi) dello stato di diritto: sistema
giudiziario indipendente, in cui i diritti degli individui sono effettivamente garantiti e tutelati.
 Parlamentare (Italia): il governo è emanazione del parlamento; i cittadini non votano direttamente
il potere esecutivo (governo).
 Presidenziale (USA): l’esecutivo è in mano ad un presidente direttamente eletto dai cittadini.
 Semipresidenziale (FR): modello misto; 2 poteri esecutivi: Presidente della Repubblica (eletto dal
popolo) e 1° ministro (emanazione del parlamento).
 Illiberale/di facciata*: regime ibrido, democrazia che nella forma presenta i requisiti minimi della
dem. elettorale, MA di fatto non hanno le caratteristiche di uno stato di diritto che lo rende al 100%
democratico
 Elettronica*: come luogo alternativo per il confronto; guarda alle potenzialità offerte dalle nuove
ICT in ambito dei processi democratici, questo perché i partiti non sono più il luogo di incontro.
 Consensuale e Maggioritaria (Lijphart): Il discrimine fondamentale dei due modelli citati è come e
quanto è diffuso il potere al loro interno.
o Democrazia consensuale: sistema multipartitico dove il potere è + diffuso, basato sul
compromesso. Miglior outcome, + gentili nei confronti delle minoranze.
o Democrazia maggioritario: sistema bipartitico, prevale la maggioranza.
Rispondono a 2 modelli polari che ispirano le loro forme istituzionali rispondendo a 2 principi:
o Principio consensuale: le decisioni politiche sono determinate dal compromesso, accordo
tra le parti, ricerca di un consenso più ampio. Non implica l’unanimità.
o Principio maggioritario: le decisioni politiche sono determinate dal principio di
maggioranza.

Lijphart individua due dimensioni democratiche, ma in particolare la dimensione esecutivo-partiti


che prevede:

o Concentrazione del potere;


o Relazioni tra governo e parlamento;
o Sistema dei partiti;
o Sistema elettorale;
o Sistema degli interessi.

Le differenze particolari applicate ai due


modelli

L’obiettivo di Lijphart è quello di dimostrare che


le democrazie consensuali non sono di qualità inferiore a quelle
maggioritarie, anzi: nel loro rendimento sono superiori perché + miti e serene. Infine le diverse
istituzioni del paese dicono qualcosa della sua democrazia, poiché non sono neutrali.

Le istituzioni descritte da Dahl sono dei criteri che consentono di stabilire una soglia la di sotto della quale
un regime non è considerato democratico.
Gli elementi per una definizione minima di democrazia:

1. Suffragio universale maschile e femminile;


2. Elezioni libere, competitive e ricorrenti;
3. Pluralità dei partiti e di fondi di informazione;
4. Separazione dei poteri.

Il vantaggio fondamentale di questa definizione minima è che è controllabile empiricamente.


Ma com’è possibile “misurare” la democrazia? Si ricorre a due studi:
 Polity IV: studio che presenta un’analisi del regime di 167 paesi dal 1800 al 2015. Presenta un
indice di democrazia, basato sulla concettualizzazione minima di democrazia. Misura alcuni
elementi relativi alla struttura istituzionale dei singoli paesi, verificando quanto presentano al loro
interno elementi autocratici e/o democratici. Misura aspetti formali, non sostanziali. È basato su 3
dimensioni:
o Modalità di selezione del governo: quanto sono elettive le elezioni, quanta opportunità ha
chi non appartiene alle élite.
o Limiti e vincoli ai poteri del governo: quanto è vincolata l’autorità del governo
nell’esercitare le sue funzioni?
o Partecipazione politica: sono presenti strutture che garantiscono l’espressione politica?
Quante opportunità di organizzarsi o associarsi politicamente
A ciascuna dimensione è assegnato un punteggio che porta alla costruzione di due scale (da 0 a 10),
una per la democraticità, l’altra per l’autoritarismo.
L’indice finale (polity score) si basa su grado democrazia- grado autorità. La scala complessiva ha 21
punti:
- Da 6 a 10  democrazia
- Da -5 a +5  regime ibrido
- Da -10 a -6  generalmente dittatura o autocrazia

I dati sono accompagnati da una narrativa per ogni paese analizzato che riassume le principali
caratteristiche, eventi storici rilevanti, principali protagonisti politici, caratteristiche strutturali e
culturali che contraddistinguono l’esperienza politica.

 Freedom House: indice di democrazia che presenta anche l’elemento dei diritti civili di cui godono o
meno i cittadini, misurando il grado di tutela delle libertà. Vi è una concettualizzazione sostanziale
(come realizzare il bene comune) della democrazia: le istituzioni sono necessarie ma non sufficienti
per caratterizzare i regimi. Ovviamente i diritti devono essere garantiti anche nella pratica, non solo
in modo formale. L’indice è composto, basato su 2 macroaree:
o Diritti politici: voto, elezioni, competere a incarichi pubblici, eleggere rappresentanti;
o Diritti civili: informazione, associazione, pensiero, privacy, autonomia ecc.
Queste sono misurate su una sola scala da 1-7; la media dei due punteggi determina se il paese è:
o Libero: 1-2.5;
o Parzialmente libero: 3-5.5
o Non libero: 5.5-7

Regimi non democratici (cap. 3)


Il sistema politico presenta 3 componenti che agiscono, interagiscono e mutano: autorità (detengono il potere
legittimo. Mutano in modo prevedibile e determinato), comunità (su cui agiscono le autorità e coloro che le scelgono. Mutano
tramite annessioni e successioni), regimi (le norme, regole, procedure e istituzioni attraverso le quali le autorità e le comunità
politiche agiscono e interagiscono. Mutano le leggi, regole e procedure.). Vi sono 3 regimi: totalitario e autoritario (non
democrazie) e democratico.
Il regime autoritario: secondo Linz presenta i seguenti caratteri:

 Pluralismo politico limitato;


 Mancanza di un’ideologia dominante;
 Opposizione soppressa o ridotta ai minimi termini;
 Bassa mobilitazione;
 Presenza di un leader o gruppo ristretto predominante;
 Parlamento e istituzioni inesistenti o ridotte a procedure cerimoniali.
Possono essere:

 Militari: presenza delle forze armate; può essere di 3 tipi (secondo Nordlinger):
o Moderatori: i militari hanno il veto sulle leggi (Sud-America);
o Guardiani: obiettivi di tutela dell’ordine e controllo sul governo (Turchia ’70);
o Governanti: controllano e fanno parte delle istituzioni (Siria)
 Civili-militari: fondati su alleanze tra civili e militari (e burocratiburocrazia miliare);
 Corporativi:
o Includente: obiettivo è mantenere l’equilibrio stato-società per includere gruppi importanti
nel nuovo assetto politico;
o Escludente: escludere tramite coercizione, smobilitazione
 Populismo: leader carismatico il cui rapporto con la popolazione non è mediato in modo
organizzato; volontà popolare identificata con la giustizia.
 Esercito-partito: instaurazione tramite colpo di stato militare; vi è esercito e un partito unico.
 Regimi civili/di mobilitazione:
o Mobilitazione;
o Fondato su ordine, stabilità, crescita economica;
o Sostegno al regime dalle classi medie;
o Elezioni anche con più di un partito
o  nazionalista: lotta per l’indipendenza, il capo fa del partito il veicolo principale per la
mobilitazione; i militari sono secondari.
o  comunisti: partito unico, stato-partito, i militari sono garanti del regime. Ideologia
marxismo-leninismo, titoismo, maoismo. Qualche grado di ideologia dominante, minore
mobilitazione.
o  fascista: leader carismatico, partito con tendenze totalitarie. Ideologia nazionalista,
imperialista, antiliberale ecc. Aggressione, solidarietà e uso della violenza.
o  su base religiosa;
o  pseudodemocrazie: regimi autoritari che presentano le forme più esteriori del regime
democratico.

I regimi ibridi/ di transizione:

 Freedom House: partially free


 Diamond (2000):
o Democrazia elettorale (si vota e basta)
o Autoritarismo competitivo (competizione elettorale)
o Regime ambiguo
 Rouquile (1975): Democrature.

I regimi ibridi possono essere regimi democratici che tendono verso l’autoritarismo o viceversa: è una fase
molto lunga di transizione (in ogni caso). Sono “incompleti”, poiché sono nella fase di transizione, una
condizione di passaggio, ma possono comunque esserci delle limitate aperture (es.) alle opposizioni (con
elezioni semi-competitive) o regole/procedure che limitano fortemente l’accesso di molti partiti.
In generale, le caratteristiche comuni sono: non ha i requisiti minimi di democrazia, non sono (ancora)
regimi autoritari, né democrazie. Sono regimi misti, nel continuum politico tra democrazia e dittatura.
Classificazioni:

 In base a:
o Legami (legacy) con il passato;
o Processi di cambiamento dei criteri che definiranno il loro regime come ibrido
o Risultati ottenuti: quali caratteristiche presentano?
 Freedom House differenzia tra:
o Democrazie semi-consolidate;
o Regimi ibridi o di transizione;
o Autoritarismi semi-consolidati;
 Croissant e Merkel definiscono i regimi ibridi partendo dalle democrazie incomplete:
o Dem. escludenti: limitano i diritti politici;
o Dem. dominante: dove i gruppi controllano l’autonomia dei leader eletti;
o Dem. illiberali: diritti civili solo parziali.
 Morlino identifica le seguenti categorie:
o Dem. protetta: quando il regime è controllato da militari o forze esterne;
o Dem. limitata: diritti civili non sono garantiti, non vi è opposizione partitica, lo stato ha il
monopolio dei mezzi di informazione.
o Dem. senza legge: diffusa illegalità, assenza del processo elettorale libero e diritti civili,
“stato debole”.
o Regime ibrido: se vi è carenza di stato.

Come nascono i regimi ibridi? Innanzitutto, regime ibrido si diventa in una situazione di cambiamento che
presenta alcune oscillazioni. Vi è una rottura (del partito/governo), una divisione interna della popolazione,
una spinta interna (manifestazioni di partecipazione spontanea) o spinte esterne (intervento di paesi
esteri). Si avrà del pluralismo e una fase di grande incertezza o instabilità; durante questa incertezza
intervengono i veto players, coloro che pongono il veto alla transizione che non vogliono che si compia
completamente (preferiscono lo status-quo), rendendo difficile la transizione.
Generalmente, se queste transizioni durano almeno 10 anni, si parla di regimi ibridi stabilizzati, poiché si
stabilizzano come tali.
Le ipotesi per le fasi di transizione:

 Stabilizzazione del regime ibrido;


 Stabilizzazione di un regime democratico transizione democratica;
 Stabilizzazione di un regime totalitario;
 Assenza di stabilizzazione: incertezza che può portare alla democrazia o autoritarismo.

Mutamenti della democrazia (cap. 4)


Vi è crisi democratica quando insorgono limiti e condizionamenti alla precedente espressione dei diritti
politici e civili, ossia quando si ha una limitazione della competenza politica e/o della potenziale
partecipazione in quanto si è incrinato o rotto il compromesso democratico che ne è alla base; si ha crisi
della democrazia quando si ha un insieme di fenomeni che alterano dei meccanismi tipici del regime. È
necessario distinguere tra:

 Crisi nella democrazia: arresto del funzionamento di alcune norme, strutture, meccanismi,
processi cruciali del regime. Distacco o cattivo funzionamento del rapporto società-partiti e
gruppi-strutture.
 Crollo: i caratteri fondamentali del regime saltano e una diversa democrazia o regime
autoritario vengono instaurati in seguito a un colpo di stato, guerra, invasione.

Fasi di svolgimento della crisi democratica:

 Prima fase:
o Crescita di radicalizzazione degli attori;
o Crescita di polarizzazione del confronto politico;
o Crescita di frammentazione (aumento n° partiti) e frazionalizzazione (frantumazione interna) dei
partiti;
o Calo della partecipazione istituzionale  aumento di quella non istituzionale
o Instabilità governativa;

Le conseguenze sono: aumento dell’inefficacia decisionale, ineffettività e illegittimità che


portano ad un circolo vizioso. È comunque recuperabile.

 Seconda fase:
o Rottura degli elementi di compromesso;
o Crescente violenza;
o Politicizzazione dei poteri neutrali (magistrature, eserciti, presidenti).

Oggi è più probabile una crisi senza il crollo; i sintomi di malessere democratico oggi:

 Calo di partecipazione elettorale;


 Svuotamento del centro politico;
 Polarizzazione: affollamento di partiti “anti-sistema” sulle ali estreme;
 Calo di iscritti ai partiti politici;
 Aumento volatilità elettorale (% di elettori che tra un’elezione e l’altra cambia il voto);
 Sfiducia dilagante nei confronti delle istituzioni.

Questi sintomi non indicano necessariamente il rifiuto della democrazia; possono indicare anche nuove
strade e percorsi per riattivare la partecipazione e rafforzare la democrazia.
Oggi è più probabile anche il sovraccarico democratico: teorizzato da Crozier et al. La tesi è che i governi
hanno sempre più difficoltà nel governare: questa crescente difficoltà è dovuta da

 Moltiplicazione dei compiti dello stato;


 Moltiplicazione degli interessi e delle domande dei cittadini;
 Crescente inter-dipendenza produttiva, commerciale, finanziaria tra stati (crescente n° di vincoli)
 Crescente partecipazione, nelle sue molteplici forme;
 Crescenti livelli educazione;
 Nuovi valori da incorporare nel sistema;

Rappresenta una difficoltà nel gestire e soddisfare le numerose domande: è inevitabile la distanza tra
promesse dei governi e le realizzazioni.
Le sfide ai governi contemporanei prevedono la globalizzazione economica e finanziaria, l’impatto delle ICT
e delle scoperte scientifiche, questioni ambientali, percorsi di crescita e sviluppo disuguali con l’aumento
dei fenomeni migratori, l’espansione quantitativa delle funzioni di governo (aumento delle funzioni
pubbliche, da stato minimo (guerra, pace, tesoro) a stato produttore (interventi in economia e servizi base) e stato
sociale (politiche pubbliche e interventi sociali)).
Lo stato si adatta e affronta queste sfide riducendo le proprie responsabilità politiche su tutti i processi.
Questo processo di sopravvivenza si muove secondo 3 direzioni:

1. Tecnocrazia e istituzioni non maggioritarie: decisioni e responsabilità vengono devolute a enti


“tecnici”, non elettivi, che decidono sulle base di criteri tecnici e non politici (aifa, banche centrali,
istituzioni giudiziare – governo dei Custodi)
2. Multi-level governance: gli stati diventano nodi di una rete più ampia dove si sviluppano
interdipendenze istituzionali tra entità sovra-statali.
3. Rimercificazione: servizi e funzioni sono sottratti al bene pubblico/statale e devoluti al mercato
tramite privatizzazioni.

E-democracy – democrazia elettronica


Vi è un rinnovato interesse nei confronti della democrazia elettronica per 3 motivi: innanzitutto, vi è una
crisi di legittimità dei partiti politici come corpi intermedi credibili, in secondo luogo vi è una richiesta di
maggiore partecipazione da parte dei cittadini, che sperimentano con un deficit di rappresentanza. Infine,
vi è uno sviluppo straordinario delle ICT che facilitano le forme di partecipazione dirette da parte dei
cittadini.
Rappresenta una nuova fase che vede le tecnologie dell’informazione e della comunicazione dare forme
inedite alle politica, creando sfere pubbliche distinte da quelle costruite attraverso i canali tradizionali della
politica.
Secondo Gometz, la definizione di democrazia digitale: << l’interazione coi rappresentanti o le istituzioni
politiche via ICT, la discussione politica digitalmente mediata, l’uso delle tecnologie informatiche da parte
del governo per migliorare l’efficienza, l’equità e la qualità della partecipazione democratica, l’accesso per
via digitale a varie categorie di dati pubblici o di pubblico interesse, varie tecniche per rilevazioni statistiche
su temi politici condotte con strumenti informatici, il televoto e i referendum a distanza, l’espansione delle
tecnologie interattive della comunicazione a diversi settori della vita socio-politica, e, all’interno di essi, i
cambiamenti prodotti dalla digitalizzazione nei modi di comunicare, di esprimere le opinioni, di intendere
l’azione politica, di comporre alleanze politiche e di interagire con le istituzioni>>
Le definizioni di e-democracy:

 Le ICT come medium nella democrazia: esercizio della democrazia tramite il digitale: il sostegno e il
potenziamento della democrazia tradizionale tramite le ICT.
L’uso delle ICT da parte di attori politici nei processi politici già presenti nelle democrazie
rappresentative. L’uso di internet come medium per la selezione democratica dei leader politici,
politiche pubbliche o entrambi:<< la democrazia elettronica può intendersi con l’uso delle ICT come
mezzo per lo svolgimento di procedure a loro volta strumentali all’adozione di decisioni collettive
generalmente vincolanti>> (Gometz);
 Le ICT come medium per la democrazia: uso di procedure e piattaforme elettroniche allo scopo di
incrementare la partecipazione democratica dei cittadini, mediante il loro coinvolgimento nei
processi decisionali e la promozione di meccanismi per monitorare il loro funzionamento. Implica il
rivoluzionare le modalità di partecipazione dei cittadini, da recettori passivi ad attori attivi. Così è
possibile migliorare la qualità delle politiche pubbliche, aumentare la fiducia nelle amministrazioni
e contribuire al rafforzamento della democrazia.
 Le ICT come rivoluzione della democrazia: le nuove tecnologie trasformano la natura della
comunicazione rendendola orizzontale, paritaria e consentendole di procedere dal basso verso
l’alto per fare anche a meno di tradizionali mediatori sociali.

Qual è il ruolo delle nuove tecnologie nella democrazia? I new media stanno contribuendo a ridefinire i
comportamenti collettivi nelle società occidentali, ma gli studiosi sono poco concordi sulla direzione che
questo processo imprime alla parabola della democrazia. Dalla fine degli anni ’80 si sono susseguite diverse
interpretazioni, tra chi vede il preludio di una nuova stagione più democratica (gli ottimisti), chi,
riconoscendo virtù e limiti dei mutamenti (scettici), propone una lettura più critica e disincantata. Chi,
infine, enfatizzando e possibilità di controllo, prefigurava l’avvento di nuove forme autoritarie di governo
(pessimisti). Secondo Barnett le nuove tecnologie rafforzano i componenti fondamentali di qualsivoglia
ordinamento democratico: rende l’opinione pubblica informata, aumenta la partecipazione, il dibattito
razionale è favorito.
Il potenziale democratico dei nuovi media risiede solo nella loro disposizione a modificare i processi di
produzione e di accesso alle informazioni, ma anche nella capacità di ricostruire in parte un corpo politico
libero da costrizioni di spazio e tempo. In questo modo i cittadini hanno nuove possibilità di accesso alle
dinamiche democratiche. In particolare, è possibile, con relativa facilità:

 Creare gruppi organizzati intorno ad interessi comuni;


 Manifestare le proprie preferenze;
 Accedere ad un’informazione configurabile e personalizzata;
 Deliberare su argomenti di interesse generale e comune.

Non sempre le nuove tecnologie sono democratiche; il processo di sviluppo e diffusione delle nuove
tecnologie produce esiti controversi che non sempre ampliano i confini degli ordinamenti democratici.
Rodotà (2007) sottolinea che i limiti che viziano le società digitali non paiono molto diversi da quelli che
caratterizzano i sistemi democratici tradizionali, poiché presentano anche esse:

 Disuguaglianza;
 Sfruttamento commerciale e abusi informativi;
 Rischi per la privacy;
 Disintegrazione delle comunità;
 Plebisciti istantanei e dissoluzione della democrazia;
 Tirannia di chi controlla gli accessi.

Secondo Pitteri, sono 3 le principali contraddizioni che caratterizzano questo processo:

1. Esperienze partecipative dal basso fino ad esperimenti di socialismo informatico (risorse open
source) VS colonizzazione commerciale di internet;
2. Sviluppi di tecnologie che rendono possibili forme più inclusive di partecipazione VS forti resistenze
da parte dei mediatori politici tradizionali nel definire nuovi modelli di cittadinanza.
3. Sviluppi di tecnologie che rendono possibili forme più inclusive di partecipazione VS effettiva
capacità, possibilità e volontà dei cittadini di aumentare e migliorare la propria partecipazione alla
vita politica.

La democrazia elettronica, nelle sue applicazioni concrete ha il coinvolgimento del cittadino come obiettivo
fondamentale. Il Rapporto OCSE sottolinea la necessità per i governi democratici di rafforzare il
coinvolgimento dei cittadini e individua 3 livelli di coinvolgimento dei cittadini:

1. Livello informativo: relazione one way in cui il governo produce e rilascia informazioni perché i
cittadini le possano usare. Comprende sia l’accesso “passivo”, su loro richiesta, sia tutte le azioni
per disseminare “attivamente” l’informazione (pubblicazione di informazioni su servizi, politiche,
documenti per la valutazione e monitoraggio dei servizi, agende e calendari di lavoro ecc.)
2. Livello consultivo: relazione two way, in cui i cittadini forniscono feedback al governo. Si basa sulla
pre-definizione che i governi fanno delle tematiche su cui i cittadini sono chiamati ad esprimersi
(raccolta feedback, risposte ai quesiti, sondaggi commenti ecc.).
3. Livello di partecipazione attiva: relazione basata sulla collaborazione con il governo, in cui i
cittadini attualmente prendono pare al processo decisionale. Si basa sul riconoscimento del ruolo
dei cittadini nel proporre opzioni politiche e dar forma al dibattito, benché la responsabilità delle
scelte finali o delle politiche prodotte resti al governo (incontri pubblici periodici, promozione di
spazi autogestiti; riprende alcune delle caratteristiche di dem. ideale di Dahl).

Le conclusioni del Rapporto OCSE sostengono che le applicazioni si fermano al 1° e 2° livello <<la tecnologia
è un elemento abilitante, ma non la soluzione al problema della partecipazione. Non è sufficiente
aumentare la qualità e quantità dell’informazione per favorire la partecipazione, ma bisogna puntare con
politiche attive al coinvolgimento di cittadini nel policy making.>>
Nell’ultimo decennio le riflessioni si sono dedicate maggiormente ad approfondire i cambiamenti che l’uso
esteso delle nuove tecnologie ha prodotto sulle pratiche politiche e partecipative, individuando come
precisato da Mosca e Vaccari, 3 distinti filoni:

1. Eguagliamento (teoria della mobilitazione): il web renderebbe effettivo il principio di uguaglianza,


permettendo l’accesso al campo politico anche ad attori normalmente marginali (privi di sostegno
di un partito, risorse economiche, notorietà).
2. Normalizzazione: mantenimento del divario sociale online, poichè nel medio-lungo periodo il web
si limiterebbe a riprodurre gli equilibri e i rapporti di forza presenti offline.
3. Rafforzamento: gli attori politici tradizionali possono usare internet, a livello organizzativo e
comunicativo, come risorsa aggiuntiva per perseguire in maniera + efficace i propri obiettivi.

Il digital divide: quanti riescono ad accedere ai device? Quanti cittadini sono online?
È il divario tra chi ha un accesso adeguato a internet e chi non lo ha; nel 2005 in Italia solo il 23% della
popolazione era un internet user, nel 2015 lo era il 60-69%.
Oggi, secondo rapporti ISTAT e DESI, il rapporto annuale attraverso il quale la Comunità Europea monitora
la competizione digitale tra gli stati membri. L’ultima edizione del DESI ha descritto un impietoso scenario
da <<Medioevo Digitale>> per l’Italia, con l’aggravante di uno <<stallo recidivo>> per quanto riguarda le
performances digitali monitorate negli stati UE dal 1° report nel 2015.
DESI: indice di digitalizzazione dell’economia e della società; prevede 5 dimensioni:

 Connettività (possibilità di accesso, connessione, presenza banda larga);


 Capitale umano (capacità d’uso degli strumenti, della rete, analfabetismo digitale);
 Uso dei servizi internet (n° transazioni e attività online);
 Integrazione delle tecnologie digitali (e-commerce, business);
 Servizi pubblici digitali (PA, app IO).

In Italia la rete c’è, mancano le dotazioni informatiche adeguate, le quali sono anche distribuite in modo
diseguale. La connettività è fortemente correlata allo status socioeconomico.

Newell (2011) ritiene che gli attori politici possano usare internet per differenti funzioni:

 Information provision: informare su aspetti organizzativi e politici;


 Campaigning: campagna elettorale;
 Partecipation: stimolare la partecipazione;
 Networking: creare reti interne ed esterne;
 Resource generation: reperimento delle risorse materiali (soldi, fundraising) e umane (iscritti,
attivisti).

In Italia, rispetto ad uno studio comparato con l’UK, i partiti politici si fermano al 1° punto: sono delle
vetrine commerciali.
La politica (cap. 1)
Bisogna distinguere tra 2 concezioni di politica:

CONCEZIONE ANTICA CONCEZIONE MODERNA


L’uomo è un animale sociale, in quanto tale tende ad La politica come potere
aggregarsi con altri individui e a costituirsi in società
Politica come dimensione intrinseca della vita e della La politica non è più caratterizzata da orizzontalità,
comunità ma ha una dimensione verticale, poiché relativa al
potere
Indistinzione tra politica e società La politica non è più finalizzata al bene collettivo,
bensì alla potenza del principe dello stato.
Politica è il dispiegarsi quotidiano del vivere collettivo Il potere come elemento fondante della politica
Orizzontalità La politica persegue l’ordine sociale attraverso l’uso
del potere

Definizioni moderne di politica:

 Max Weber: è aspirazione (a partecipare) al potere, sia tra gli Stati, sia all’interno di uno Stato;
 David Easton: distribuzione imperativa di valori (materiali e simbolici) nell’ambito di una comunità;
 G. Sartori: la sfera delle decisioni collettivizzate, sovrano, coercitivamente sanzionabili, prese da
personale collocato in sedi politiche.

La politica non è solo potere; per mantenere l’ordine sociale essa deve anche tenere basso il grado di
incertezza di una collettività e cercare di risolvere problemi collettivi.

 Hugh Heclo: la politica trova le sue risorse non solo nel potere, ma anche nell’incertezza, quando le
collettività si chiedono come fare. I governi non solo “esercitano il potere”, ma cercano anche di
risolvere puzzle collettivi. Il policy making è una forma di soluzione di puzzle collettivi per conto
della società.

La politica, quindi, ha una doppia natura: lotta o esercizio del potere, attività di problem solving.

La politica in prospettiva empirica è stata analizzata da Lasswell, il quale esamina in particolare 4 questiti:
chi, come, dove, perché.

 Chi? I professionisti a tempo pieno, coloro che eletti ricoprono cariche pubbliche. Anche altri attori
(funzionari amministrativi, giornalisti, opinion makers, cittadini, professionisti, manager ecc.)
 Come? Le forme in cui si esprime la politica sono numerose e diverse:
o Modus operandi non violento, basato sul dialogo;
o Decisioni imposte dall’autorità;
o Ricorso a valutazioni di interesse pubblico;
o Carattere pluralistico.
 Dove? La politica ha molte sedi:
o Polis;
o Spazio circoscritto nelle comunità (città-stato, regno, impero, stato
o L’attività politica oltre lo Stato (multi-level governance).
o Sartori parla di “decisioni prese in sedi politiche”;
o La dem. partecipativa parla di “politica come sfera che appartiene alla società”.
 Perché? La politica ha diversi obiettivi:
o Mantenimento dell’ordine sociale;
o Riduzione dell’incertezza;
o Dare risposte a problemi collettivi;
o Obiettivi aggregati e singoli dei vari attori (cittadini, partiti, gruppi di interesse);

La definizione di politica <<Insieme di attività svolte d auno opiù soggetti individuali o collettivi (chi),
caratterizzate da comando, potere e conflitto, ma anche da partecipazione, cooperazione e consenso
(come), riguardanti una collettività nella quale sia promosso il controllo della violenza e distribuiti costi e
benefici, materiali e non (perché).>>

La politica ha 3 facce: politics, polity, policy.


La politics riguarda la sfera del potere politico ed è lo studio per la competizione per il potere politico, della
rete istituzionale, in cui esso si formalizza e delle dinamiche del processo politico. Ci si riferisce allo studio
del potere inteso come capacità di influire sulle decisioni prese dagli individui. Presenta 2 aspetti: le
architetture del potere (regimi politici) e gli attori e i processi del potere (partiti, cittadini, movimenti). Vi
sono 2 approcci diversi: statico (focus sulla struttura interna dei regimi politici, sulle caratteristiche di attori,
individuali, collettivi, istituzionali e nelle loro interazioni; focus anche sui processi in cui gli attori dei regimi
sono coinvolti) e dinamico (focus sui cambiamenti delle caratteristiche, architetture e processi di un
regime).

La polity riguarda la comunità politica organizzata entro un ambito delimitato; la definizione dell’identità e
dei confini della comunità politica organizzata attraverso l’individuazione degli aspetti territoriali,
organizzativo-istituzionali, socioculturali. Nella politica moderna spesso coincide con lo stato nazione, ma i
suoi confini non sono un dato “naturale” e incontestabile. Inoltre, il ritorno dei nazionalismi in Europa fa sì
che si pensi sempre all’aggregazione politica in termini di comunità nazionali; è sempre bene ricordare che
le identità nazionali sono sempre costruzioni artificiali e che è destinato a finire, risultato di processi politici
ben identificabili. Un cambiamento si vede con il processo di integrazione europea: comunità d’intenti;
divario tra stati nazionali e spinte regionaliste.

La policy rappresenta le politiche pubbliche; lo studio dell’intero processo che precede e segue la presa di
una decisione e attuazione delle politiche pubbliche intese come provvedimenti rivolti a individui gruppi o
interi settori di una comunità politica. Guarda ai “programmi d’azione” e questo studio risponde alla
domanda “cosa fa il governo per risolvere i problemi?”. È la faccia della politica più presente nel quotidiano
poiché ha anche una vasta materia di applicazione di diversa importanza e portata. Le policies differiscono
per la loro natura: molte delle dinamiche della politics hanno come fine ultimo (output) le politiche
pubbliche. Altre definizioni:

 Qualsiasi cosa un governo scelga di fare o non fare (Thomas Dye)


 Un programma di azione proiettato al futuro che si basa sull’individuazione di determinati obiettivi
di valore e prevede procedure finalizzate al loro raggiungimento (Laswell and Kaplan 1950)
 Un insieme di decisioni interrelate, prese da un attore politico o un gruppo di attori, sulla selezione
degli obiettivi e dei mezzi atti al loro raggiungimento all’interno di una situazione specifica in cui gli
attori hanno, in linea di principio, il potere di prendere tali decisioni” (Jenkins)
 Norma formulata da qualche autorità governativa, con l’intenzione di influenzare il comportamento
dei cittadini attraverso l’uso di sanzioni positive e negative (Lowi 1999).

Una definizione sintetica è: programma di azione pubblica che si compone di molti provvedimenti, promana
da autorità pubbliche, ha un valore normativo, si riferisce ad un determinato ambito di problemi sociale e si
compone anche di processi a monte e a valle delle decisioni.
Le politiche pubbliche si classificano in base a 2 criteri: l’impatto sui cittadini e gli strumenti usati per
raggiungere i loro obiettivi. Spesso si ricorre alle tipologie di Lowi, basate su 2 variabili: referenti (chi riceve
la politica) e probabilità di coercizione (quanto è possibile che venga esercitato un controllo rispetto alle
politiche adottate). Vi sono 4 tipologie:
1. Politiche distributive: ne beneficiano un singolo gruppo e fanno ricadere il costo su tutta la
popolazione; chi lo riceve non è noto, quindi non essendovi un confronto, non vi sarà un conflitto;
2. Politiche ridistributive: si crea un conflitto per via di uno s/vantaggio tra gruppi conclamato;
3. Politiche regolative: standard implementati dal governo che comportano una limitazione dei
comportamenti degli individui (termosifoni);
4. Politiche costituenti: regole sui poteri.

La scienza politica e lo studio delle politiche:


Le politics determinano la policy: le politiche pubbliche sono
output del sistema politico; Le policy determinano le politics: le
politiche pubbliche hanno un potenziale politico a loro volta
(politicizzazione dei gruppi, path dependence).

Come cambia la politica? 3 principali evoluzioni hanno contraddistinto la politica moderna negli ultimi 200
anni:

 Emergere e consolidarsi della democrazia (polity): si parla anche di crisi della democrazia, nel ruolo
fiduciario tra politica e cittadini e tra chi sta a metà tra il mondo civile e le istituzioni;
 Costruzione dello Stato (politics): la collettività si identifica in uno stato nazione, ma questo è
sempre più sotto pressione per via di stati sovranazionali e molteplici compiti passati a stati
subnazionali (con spinte autonomiste);
 Lo Stato sociale (welfare state, policy): l’intervento dello stato in economia è in ripensamento (dagli
anni ’80) per i vari tagli (economia e istruzione in primis).

La scienza politica.
I temi studiati dalla scienza politica sono quelli “dentro il potere”, studi sui partiti politici, studi elettorali,
forme di governo, struttura decisionale, ecc. Alcuni ritengono che debba solo spiegare in moto
teoricamente convincente i fenomeni politici, altri assumono che il suo obiettivo primario sia quello di
prescrivere le migliori soluzioni istituzionali, procedurali ed organizzative per ottenere una “buona politica”.
Alcuni ancora sostengono serva per entrambi gli scopi: offrire ai cittadini e ai decisori una visione dei
fenomeni, delle loro cause e dei potenziali effetti in modo “de-ideologizzato” e educare alla democrazia,
“svelando” come davvero funziona la politica, facendo emergere vizi e problemi.
Gli obiettivi della scienza politica sono: descrivere accuratamente i fenomeni politici (dispregiata!), spiegare
le cause di un fenomeno, prevedere un evento o risultato politico, prescrivere comportamenti finalizzati
all’ottenimento di un risultato politico o normativamente desiderabili, interpretare comportamenti ed
eventi politici, capire le ragioni profonde degli attori/fenomeni presi in esame.
È quindi la disciplina che studia i fenomeni politici al fine di comprenderne la natura e spiegarli
(chi/come/dove/perché) mediante l’adozione delle metodologie proprie delle scienze empiriche (Bobbio); è
empiricamente orientata.
I precursori sono: Mosca, Pareto e Michels; affrontano il tema del potere in un periodo di trasformazioni
politiche estremamente rilevanti per l’Europa occidentale (estensione del suffragio, emergere delle
democrazie parlamentari).

 Mosca: afferma che il compito della scienza politica è capire e descrivere le leggi che regolano gli
ordinamenti politici. La scienza politica nasce distaccandosi dal diritto costituzionale e nasce come
studio delle istituzioni e di concentra sulla dimensione del potere. Le gerarchie e i rapporti di potere
sono orientati in verticale. Vi è una dicotomia governati-governanti.
Ogni regime politico è governato da minoranze organizzate a scapito delle maggioranze
disorganizzate. I governi riescono a giustificare il proprio potere grazie a una formula politica
elaborata dalle élite stesse. <<Non è la formula politica che determina il modo di formazione della
classe politica, MA il contrario: è questa che sempre adotta la formula che più le conviene>>.
 Pareto: la teoria delle èlites «Piaccia o non piaccia a certi teorici, sta di fatto che la società
umana non è omogenea, che gli uomini sono diversi fisicamente, moralmente, intellettualmente. La
diseguaglianza tra gli uomini è accresciuta dal fatto che in ogni ramo dell'attività umana vi sono
alcuni che hanno indici più alti e altri che hanno indici più bassi di capacità. Coloro che hanno gli
indici più alti costituiscono, in ogni ramo di attività, la classe eletta, ovvero la élite. Ogni società,
dunque, è composta da élites e non-élites.» Come avviene questa relazione? «Una classe dirigente
si mantiene al potere finché riesce a rigenerarsi con le energie intellettuali e morali degli elementi
migliori dei ceti inferiori…» «quando questo processo di circolazione delle élites si interrompe, si
hanno le grandi crisi dell'equilibrio sociale, dal momento che l'aristocrazia al potere ha esaurito la
sua funzione e un'altra si appresta a prenderne il posto». È un elemento costitutivo della natura
umana.
 Michels: osserva l’evoluzione organizzata da un partito socialdemocratico tedesco e nota
l’insorgenza di un’élite di potere: questo processo è inevitabile e caratterizza tutte le
organizzazioni. La legge ferrea dell’oligarchia: <<chi dice democrazia dice organizzazione, chi dice
organizzazione dice oligarchia, chi dice democrazia dice oligarchia.>> Tutte le organizzazioni
tendono alla centralizzazione e verticalizzazione dei processi decisionali. Questa analisi è usata con
riferimento agli studi sui partiti politici.

Vi sono diversi approcci della scienza politica:

 Istituzionale tradizionale: attenzione rivolta alle istituzioni formali della politica (politics e polity) e
al loro funzionamento. (Stato, quadro istituzionale, forme elettorali ecc.)
 L’influenza americana: il grande salto: anni ’50-’60; accento posto sulla necessità di analizzare e
osservare i comportamenti concreti degli attori politici (voto, comportamento elettorale,
identificazioni di partito).
 Empiricismo: quantificazione, rapporto tra la teoria e i dati; ricorso a tecniche specifiche (interviste,
sondaggi ecc.)
 Approccio sistemico: la politica e il potere politico non possono rimandare solo al concetto di Stato:
vi è la politica anche nella società senza Stato, partiti, sindacati ecc. Questo approccio sostituisce
allo Stato il concetto di <<sistema politico>>: <<un sistema di interazione attraverso le quali i valori
vengono assegnati in modo imperativo per una società.>>.
Poggia su alcuni capisaldi:
 la vita politica è un sistema di comportamento;
 Il sistema politico fa parte di un <<ambiente>>: è distribuito dall’ambiente
circostante ma è aperto ad esso (interagisce);
 Idea di risposta: variazioni all’interno di un sistema possono indicare sforzi
alternativi per fronteggiare crisi/gestire domande interne/esterne;
 Nozione di retroazione: il feedback.
È un modello input-conversione-output-feedback.
 Approccio alla scelta razionale: gli assunti di base sono:
o Comportamento utilitarista degli individui;
o Preferenze stabili;
o Informazioni ottimali;
Il comportamento umano può essere considerato composto da individui che partecipano al fine di
massimizzare le proprie utilità su un insieme di preferenze stabili, informazioni ottimali. È usato per
spiegare il comportamento di attori politici, competizione fra partiti, motivazione al voto ecc.
 Neoistituzionalismo: riportare l’attenzione sullo Stato e sulle istituzioni, intese come insieme di
regole del gioco, routine e abitudini, norme, procedure ecc. Le istituzioni danno forma ai
comportamenti.
 Pluralismo teorico: la scienza politica si caratterizza per una nota pluralità di approcci teorici, cioè
di modi con cui possiamo <<vedere le cose>> e interpretare i fenomeni politici. Ciascuno di essi
focalizza l’attenzione su determinate dimensioni del fenomeno politico.

Partecipazione politica e movimento sociali (cap.5)


Le forme di partecipazione politica.
Secondo Milbrath (1965) i 14 punti; le forme convenzionali/tradizionali/ortodosse:

0. Non partecipare;
1. Esporsi a sollecitazioni politiche;
2. Votare
3. Avviare una discussione politica;
4. Cercare di convincere qualcuno a votare in un certo modo;
5. Portare un distintivo politico;
6. Avere contatti con un funzionario o con un dirigente politico;
7. Versare offerte in denaro a un partito o candidato;
8. Partecipare a un comizio o a un’assemblea politica;
9. Contribuire con il proprio tempo a una campagna politica;
10. Diventare membro attivo di un partito politico;
11. Partecipare a riunioni in cui si prendono decisioni politiche;
12. Sollecitare contributi in denaro per cause politiche;
13. Diventare candidato a una carica elettiva;
14. Occupare cariche pubbliche o di partito.

Questi punti hanno una cosa in comune: sono attività che riguardano la sfera delle istituzioni (processi
elettorali, rapporti con partiti e candidati).

Con la rivoluzione partecipativa del 1968 si ha una maggiore mobilitazione dei cittadini; Barners e Kaase
espandono l’inventario delle forme di partecipazione politica non convenzionali/nuove/eterodosse:

 Propagandare astensione o scheda bianca;


 Prendere parte a manifestazioni pacifiche;
 Scioperare;
 Bloccare il traffico;
 Sit-in, autoriduzione dell’affitto/tasse, occupazione degli edifici;
 Aderire ad un boicottaggio.

Queste forme di partecipazione devono essere incluse nell’inventario: vanno al di là dell’istituzione, sono
attività extra-istituzionali e non sono necessariamente un pericolo per la democrazia; sono forme
alternative di partecipazione attraverso le quali i cittadini fanno pressione e manifestano il loro desiderio di
cambiare lo status-quo. Esiste una correlazione significativa tra le due forme di partecipazione: chi
partecipa a quelle convenzionali tenderà a partecipare anche con le forme non convenzionali e viceversa.
Non sono sostituite, non creano fatture con le istituzioni della politica, ma sono forme aggiuntive.

Definizioni:

 Insieme di quei comportamenti dei cittadini orientati ad influenzare il processo politico (Axford ’97)
 Il coinvolgimento dell’individuo nel sistema politico a vari livelli di attività, dal disinteresse totale
alla titolarità di una carica politica (Rush ’92);
 Quell’insieme di comportamenti e atteggiamenti che mirano ad influenzare in maniera + o – diretta
e + o – legale le decisioni dei detentori del potere nel sistema politico o in singole organizzazioni
politiche, nonché la loro stessa selezione, nella prospettiva di conversare o modificare la struttura
del sistema di interesse dominante (Pasquino 2002).

Quantificare la partecipazione.
Le attività politiche riguardano un n° ridotto di cittadini; le democrazie convive con tassi bassi di
partecipazione:
Verba e Nie (’73) distinguono tra i cittadini:

 Totalmente passivi 22%;


 Si limitano a votare 21%;
 Localisti (si interessano solo a questioni locali) 20%;
 Parrocchiali (si interessano solo di ciò che li tocca direttamente) 4%;
 Contendenti (si mobilitano su specifiche campagne) 15%;
 Attivisti globali (si interessano a tutte le questioni) 18%.

Secondo Milbrath/rispetto ai suoi 14 punti di forme di partecipazione politica:

 Gladiatori (spesso attivi in politica) 7%/ 0;


 Spettatori (impiegati a livello minimo) 60%/ 1-5;
 Apatici (completamente disinteressati) 6-14;

Salendo il grado di impegno richiesto si riduce sensibilmente il n° delle persone coinvolte; aumenta
anche il grado di selettività della partecipazione.
Secondo lo studio di “Cittadinanza Attiva” di eurostat, in Italia solo il 6,8% partecipa (in qualsiasi forma)
quando la media Europea è dl 12%.
Secondo Norris, sono aumentate le forme di partecipazione non convenzionali, è quindi necessario “tener
d’occhio” queste nuove forme e vedere come si svolgono e durano nel tempo. L’attivismo politico tramite
queste forme non convenzionali rigenera la democrazia. Quasi tutte le voci relative alle forme di
partecipazione non convenzionali sono triplicate o raddoppiate: si ha una partecipazione in forma
tradizionale in calo, ma crescono enormemente le forme nuove processo di arricchimento della
democrazia.

Chi partecipa?
È un fenomeno selettivo: i livelli più alti di partecipazione sono associati a un più alto status
socioeconomico: tanto è + alto lo status sociale di un individuo, tanto + egli tende a partecipare.
Partecipano di più i settori “centrali” della società (istruiti del ceto medio, uomini, fasce di età intermedie,
sposati, etnia maggioritaria, membri di associazioni). Lo statu sociale è un forte predittore del livello di
mobilitazione (poiché sono necessarie risorse materiali (denaro) e simboliche (prestigio) ):

 Chi ha più denaro e tempo lo può usare in politica;


 Chi ha più prestigio ha maggiore influenza, quindi ha maggiori possibilità di successo;
 Chi ha uno status più alto sa come partecipare (è + istruito)
 Infine, vi è il vantaggio psicologico (fiducia in se stessi)

Le determinanti istituzionali della partecipazione politica sono il grado di partecipazione elettorale (che
anche tra le democrazie varia considerevolmente) e le principali caratteristiche istituzionali che
influenzano il grado di partecipazione elettorale, caratterizzato da:

 Sistema elettorale: la partecipazione è più alta dove il sistema elettorale è di tipo


proporzionale, è più bassa dove è maggioritario. Questo fenomeno è spiegato tramite
gli effetti <<indiretti o psicologico>> dei sistemi elettorali: le possibilità di incidere sul
voto nei maggioritari è minore di quanto non lo sia nel proporzionale.
 Procedure d’iscrizione alle liste elettorali: la partecipazione elettorale è più alta dove
l’iscrizione alle liste elettorali avviene automaticamente.
Uno studio del 2012 sulle % di iscritti alle liste elettorali USA ha rilevato che il 24% dei
cittadini aventi diritto al voto non era iscritto il 24% (51 milioni);
In Italia: al compimento dei 18, automatico; in UK: al 18 devi iscriverti una volta sola; in
USA: per ogni elezione.
 “Livello” delle elezioni: alcune elezioni sono percepite più importanti di altre;
 Obbligatorietà del voto: maggiore partecipazione rafforza la legittimità del governo; vi
è un effetto di educazione e socializzazione politica; sollecita un senso di responsabilità
collettiva. D’altro canto, la democrazia è associata alla libertà, non all’obbligo; un dato
empirico: dove il voto è obbligatorio è più alto il n° di schede bianche/nulle; fenomeno
del <<random voting>>: la legittimità non è davvero rafforzata.
In Italia vi era obbligo fino al ’93, quando è stato abrogato (e prevedeva sanzioni
monetarie e influiva sulla buona condotta per 5 anni).

I movimenti sociali.
Sono nuove forme di partecipazioni politiche, è un fenomeno recente. Il concetto di movimento sociale si
riferisce a:

 Reti di interazioni (individuali o organizzazioni, in cui ciascun elemento sociale è compreso in un


gruppo/rete che non presenta un portavoce o leader);
 Prevalentemente informali (non sono presenti regole definite sul come le interazioni tra attori
devono avvenire. Non si ha uno statuto);
 Basate su credenze condivise e solidarietà (danno vita a identità collettivehanno un motivo di
mobilitazione comune);
 Che si mobilitano attorno a tematiche politicamente e culturalmente conflittuali (cercano di
promuovere o arrestare un determinato cambiamento sociale, determinando una linea guida.
Possono mobilitarsi contro leggi, determinate politiche -policy- e tematiche culturali.)
 Attraverso l’uso frequente di varie forme di protesta.

Vista la crescente espansione dei movimenti sociali, gli studiosi si sono interrogati su quali siano le principali
caratteristiche di queste forme <<non convenzionali>> di partecipazione politica:

 Teoria della privazione (Gurr): riguarda l’ambito della psicologia sociale (fenomeni di comportamenti
collettivi spiegati guardando alla psicologia individuale); le forme di protesta e forma d’azione collettiva
scaturiscono da sentimenti di malcontento e frustrazione di una parte della popolazione, una
discrepanza tra ciò che gli uomini sentono di meritarsi (aspettative di valore) e ciò che si aspettano
di poter effettivamente ottenere con i loro mezzi a disposizione (capacità di valore). Lo scarto tra le
aspettative di valore e le capacità di valore è detto deprivation: maggiore è la deprivation,
maggiore è il potenziale di protestariato nella società, poiché nella popolazione si creano delle
aspettative di avanzamento sociale e collettivo che rimangono, però, disattese. Il senso di
frustrazione che ne deriva scaturisce in forme di azioni collettive (e aggressività). Questa teoria non
spiega perché si forma tutto ciò!
 Teoria della mobilitazione delle risorse: propone una lettura che si contrappone all’immagine dei
movimenti sociali come fenomeni irrazionali (come sopra). I movimenti sono attori razionali,
propositivi e organizzati. Si concentrano su quelle condizioni che favoriscono il loro emergere:
o Risorse materiali (denaro, spazi);
o Risorse non materiali (esperienza, leadership);
o Risorse socio-organizzative (relazioni sociali, rapporti di vicinato, reti volontariato);
o Risorse culturali (conoscenza dei modelli organizzativi, abilità comunicative con/attraverso i media;)
Un ruolo molto importante nel coordinare queste risorse (e ridurre i costi di azione ecc.) è
svolto dagli imprenditori politici.

 Post-materialismo (Inglehart ‘77): il cambiamento


generazionale ha determinato l’emergere di nuovi valori nelle
società occidentali: i valori materiali (benessere economico,
sicurezza personale e collettiva) sono stati sostituiti dai valori post-
materiali, orientati all’affermazione del sé (secondo la gerarchia
dei bisogni di Maslow). Quando i bisogni “primari” sono
soddisfatti, l’individuo tende a voler soddisfare i bisogni del sé
(post-materiali). I temi delle mobilitazioni riguardano aspetti
post-materiali (non come il salario minimo). In questo periodo
si formavano nuovi partiti/movimenti (verdi in EU).
 Modernizzazione: è stato osservato come la società occidentale, dagli anni 60, sia cambiata
radicalmente (urbanizzazione, scolarizzazione, espansione dei mass-media, ambiente ecc.).
Tutto questo ha determinato importanti conseguenze sul piano politico: da società stabili a
società in movimento crescente individualizzazione della società, eterogeneità e libertà da
identità precedentemente stabilite, sociali, culturali, politiche.

La partecipazione si intensifica quando si aprono accesso alle istituzioni, che portano a sperare in un
successo d’azione collettiva: le opportunità (a livello di istituzioni):

 Decentramento territoriale: tanto + sono distribuiti i poteri, tanto + è aperto, tanto


maggiori sono le possibilità di accesso al sistema decisionale; è un’apertura alle spinte
dei movimenti dal basso;
 Separazione dei poteri: tanto più è aperto, quanto è maggiore la divisione dei 3 poteri,
soprattutto quello giudiziario, poiché tanto è + indipendente, + aumentano le possibilità
di accesso dei movimenti.
 Strategie prevalenti: procedure che i membri di un sistema adoperano quando hanno a
che fare on gli sfidanti. Possono essere esclusive (repressione dei conflitti) o inclusive
(cooptazione delle nuove domande);

A livello di sistema:

 Di alleanza: fornisce risorse e crea opportunità politiche per gli sfidanti; vi sono meno
attori politici che sostengono i movimenti;
 Di conflitto: tendono a peggiorare le condizioni precedenti; vi sono meno oppositori ai
movimenti.

Le conseguenze dei movimenti sociali sono diverse, ma innanzitutto vi è la difficoltà metodologica nel
misurarle, per via di diversi fattori:

 Eterogeneità dei movimenti (essendo <<reti di relazioni>>);


 Pluralità delle domande (essendovi diversi attori e un <<cambiamento sociale/politico>>);
 Pluralità degli obiettivi (domande rivolte a chi? A quali livelli?);
 Dilemmi di attribuzione causale (dai movimenti di F4F alla carbon tax; dal Chernobyl all’abolizione
del nucleare in Italia)
I movimenti sociali, nel loro evolversi, seguono dei cicli di mobilitazione, in cui sono coinvolte le risorse
della partecipazione politica che, specie se non formalizzate, non sono finite.

Blumer (1951) Tarrow (1989)


1. Fermento sociale; 1. Stadio embrionale;
2. Definizione degli obiettivi; 2. Crescita di supporto;
3. Formalizzazione; 3. Massima visibilità;
4. Istituzionalizzazione 4. Declino del supporto;
5. Sparizione o radicalizzazione o
istituzionalizzazione dei diversi gruppi (uno dei
possibili esiti).
Le proteste dei movimenti sociali possono essere viste come pericolo per la democrazia, poiché la crescita
della partecipazione non istituzionale è un sintomo della crisi nella democrazia (sovraccarico democratico);
ma può essere anche vista come stimolo per la democrazia, poiché ciascuna organizzazione è soggetta nel
tempo a un qualche tipo di calo di prestazione (performance e qualità). Coloro che si interfacciano con tali
organizzazioni possono rispondere in 2 modi:

 Exit (defezione): sciolgono il legame con l’associazione;


 Voice (protesta): danno voce alla loro insoddisfazione, contribuendo a identificare il problema
specifico;

La scelta di uno o dell’altro modo dipenderà dalla variabile intermedia, ossia la loyalty (lealtà): maggiore
sarà la loyalty, maggiore è la probabilità he si verifichino reazioni di voice. L’analogia del consumatore è
applicabile a tutte le organizzazioni: l’aumento di voice è un segno di ottima salute, poiché con molta
loyalty è più facile individuare eventuali problematiche.

I partiti politici (cap. 7)


<<I partiti politici hanno creato la democrazia; le moderne democrazie sono impensabili senza i partiti>>
(Schatisneider ’42). I partiti politici sono gli attori fondamentali delle democrazie rappresentative,
indispensabili ma spesso screditati: secondo alcuni, non svolgerebbero più le loro tradizionali funzioni, in
particolare risultano deboli dal punto di vista delle loro capacità rappresentative.
Alcune definizioni:

 Sartori: <<è qualsiasi gruppo politico identificato da un’etichetta ufficiale che si presenta alle
elezioni, ed è capace di collocare attraverso le elezioni (libere o meno) candidati alle cariche
pubbliche.>>. Sono partiti anche quelle società politiche presenti nei regimi autoritari. Questa
definizione viaggia nello spazio e nel tempo: funziona sempre. La caratteristica fondamentale (che li
distingue dai movimenti) è la partecipazione al momento elettorale e che sono ufficiali. Questa
definizione evita la “trappola funzionalista”: identifica solo i tratti minimi, senza specificare cosa un
partito debba fare o meno.
 Weber: <<associazioni fondate sull’adesione libera, costituite al fine di attribuire ai propri capi una
posizione di potenza all’interno di un gruppo sociale, e ai propri militanti attivi le possibilità per il
perseguimento di fini oggettivi o di vantaggi personali o per entrambi. Scopo: influenzare
l’ordinamento e la conquista delle cariche pubbliche.
 Downs: <<una compagine di persone che cercano di ottenere il controllo dell’apparato governativo
a seguito di regolari elezioni.>> Gli obiettivi strategici sono: voti, coprire cariche pubbliche,
realizzare politiche pubbliche.
Le funzioni secondo Bartolini e Meyer:

Rappresentative Istituzionali/governative
Socializzazione ed educazione politica Formazione delle politiche pubbliche
Aggregazione degli interessi della cittadinanza Reclutamento della classe dirigenziale
Articolazione degli interessi della cittadinanza Organizzazione della campagna elettorale
Partecipazione nelle attività di parlamenti e di
governi
Svolgono ancora le funzioni istituzionali, ma sono meno “capaci” di svolgere funzioni legate alla
rappresentanza dei cittadini. Si parla di età dell’oro dei partiti politici, quando essi svolgevano
efficientemente entrambe le funzioni (“formula magica”). Oggi si parla di reductio ad electionem (bene
nelle funzioni istituzionali, scarsi in quelle rappresentative).

La nascita dei partiti politici.


I partiti differiscono per base sociale e ideologia. Ware (’96) distingue tra insiemi di partito (famiglie
spirituali) accomunati da una concezione del mondo analoga (liberali, democristiani, conservatori ecc.).
Lipset e Rokkan (’67) sviluppano la teoria delle fratture sociali: gli autori si soffermano su due grandi
rivoluzioni del 19° secolo: nazionale e industriale; queste hanno prodotto 4 grandi fratture (o linee di
conflitto) che hanno determinato la nascita dei partiti in EU occidentale.

Secondo gli autori è importante guardare ai processi in prospettiva storico-comparata; i partiti in Europa
occidentale sono nati da fratture, conflitti e divisioni che hanno luogo all’interno delle società:
 la costruzione dello Stato italiano ha determinato una forte rottura tra Stato e Chiesa nascita del Partito Popolare
Italiano;
 La rivoluzione industriale ha determinato l’emergere di una forte frattura tra imprenditori e lavoratori nascita del
Partito dei Lavoratori Italiani.

Alcune di queste fratture sono però così profonde da aver influenzato i sistemi di partito per tutto il 1900 in
Europa: la tesi del congelamento. Lipset e Rokkan notano anche che i partiti formatisi attorno a quegli assi
di conflitto sono in buona parte sopravvissuti fino al tempo in cui scrivono (1967). In ciascun paese
l’insieme dei partiti presenti negli anni ’60 <<riflette ancora la struttura della frattura degli anni ’20. Le
alternative di partito sono più vecchie della maggioranza degli elettori nazionali. Per molti cittadini dei paesi
occidentali, i partiti attualmente attivi fanno parte del panorama politico sin dalla loro infanzia.>> non
solo i partiti sono rimasti uguali, ma è anche rimasta inalterata e stabile la loro forza.
Le implicazioni del congelamento sono diverse:

 Longevità delle organizzazioni di partito;


 Maggiore stabilità dei sistemi di partito: bassa volatilità elettorale e stabilità nella distribuzione del
voto;
 Incapsulamento del conflitto sociale: conflitti sono incapsulati all’interno delle regole del gioco che
riducono le possibilità di esplosioni violenteda voce al conflitto e lo istituzionalizza.
Oggi… verso uno scongelamento?

 Perdita di rilevanza delle fratture sociali: declino elettorale dei partiti politici;
 Attivazione di nuove linee di divisioni: formazione di nuovi partiti politici (ecologisti, anti-europa);
 Riattivazione di fratture latenti: la frattura centro-periferia (es. declino dei partiti confessionali e
social-dem.)

L’ingresso di nuovi partiti: l’emergere di nuove temtiche e linee di conflitto incentrati su valori post-
materialistici (pro/anti establishment, immigrazione, globalizzazione ecc.)

Il riemergere di fratture antiche (esempi di nuovi conflitti tra centro e periferia)

 Il proliferare dei partiti etno-regionalisti (movimenti socio-politici, che, in forme organizzative diverse, quasi
sempre però nelle vesti di partito politico, vogliono rappresentare e difendere caratteri etnici, linguistici e storici, in una
parola culturali, di una popolazione che occupa un territorio all’interno di uno stato nazionale), orientati a
riorganizzare la struttura degli Stati-nazione per ottenere maggiore autonomia;
 La geografia elettorale («effetto ZTL»): analisi del voto dimostrano come vi sia un forte scollamento
tra città e periferie, con maggiore supporto per partiti ‘protestatari’ in zone periferiche (ex
industriali) e al contrario, voto per partiti tradizionali (social-democratici, confessionali, verdi) nelle
città.

Il declino dell’identificazione con i partiti tradizionali.


Fenomeno di crisi o sintomo di una crescente maturità dell’elettorato, sempre più capace a giudicare i
partiti sulla base delle loro performances invece che del giudizio ideologico?

 Riduzione del n° degli iscritti ai partiti politici;


 Crescita di volatilità dei partiti;
 Perdita della fiducia nei partiti.

Sartori critica questa interpretazione per eccessivo “sociologismo”: a suo avviso, i partiti svolgono ruolo
attivo nell’attivare le linee di conflitto. <<I partiti non solo traducono, ma svolgono un ruolo attivo nel
plasmare determinati conflitti sociali.>>. La nascita dei partiti richiede un intervento attivo delle élites
politiche/imprenditori/leader che rendono palesi conflitti sociali latenti.

Le famiglie di partito di Ware.

 Liberali e radicali: <<cuore a sinistra, portafoglio a destra>>; favorevoli ai diritti civili, ma


contrastano il subentro dello Stato in economia (libertà delle imprese) +EU, radicali.
 Conservatori: in difesa dei proprietari terrieri (1800-1900); Oggi: partito del ceto medio, non
appoggiano i diritti civili, ma sono concordi ai liberali sulla questione economica;
 Socialisti e socialdemocratici: mobilitazione della classe operaia in difesa dei loro diritti, favorevoli
ai diritti civili e all’intervento dello stato in economia.
 Democristiani: opposizione alla secolarizzazione, contraria ai diritti civili, a favore della Chiesa
 Comunisti: (primo 20 anni 1900) scissione dei socialisti, favorevoli ad un rovesciamento degli
assetti produttivi, contro il capitale e a favore di un forte intervento statale nell’economia.
 Agrari: nati per proteggere i proprietari terrieri;
 Etno-regionalisti: movimenti socio-politici, che, in forme organizzative diverse, quasi sempre però
nelle vesti di partito politico, vogliono rappresentare e difendere caratteri etnici, linguistici e storici,
in una parola culturali, di una popolazione che occupa un territorio all’interno di uno stato
nazionale (Caciagli);
 Destra radicale: ex fascisti, xenofobia e razzismo;
 Ecologisti: sviluppo rinnovabile, a favore dell’ambiente;

Le trasformazioni dei partiti politici:

1. Partiti di élites (19° secolo): partiti borghesi, presenti nella fase del parlamentarismo della fine del
19° secolo. Rappresentano limitati gruppi di elettori. L’unità organizzativa è il comitato elettorale:
tali partiti si attivano in occasione delle elezioni. Nessuna vera e propria organizzazione; no iscritti.
2. Partiti di massa (fine 19°, metà 20° con suffragio universale): si formano in seguito all’allargamento
del suffragio, affermandosi come i protagonisti della fase della <<democrazia dei partiti>>.
Svolgono una funzione di <<integrazione sociale>>, favoriscono la partecipazione degli iscritti che
costituiscono la loro fonte principale di finanziamento. Sono radicati nel territorio e al contempo
burocratizzati; forte mobilitazione delle risorse.
3. Partiti elettorali (seconda metà 20°, inizio 21°): hanno strutture organizzative leggere e
intermittenti. La partecipazione degli iscritti diventa meno importante a fronte del finanziamento
pubblico. Operano in società sempre meno ideologizzate e accettano le leggi del mercato politico.

Le varianti dei partiti elettorali:

 Partito piglia-tutti: a fronte della crescente de-ideologizzazione della società dovuta ai


numerosi cambiamenti sociali in corso, i partiti perdono le loro forti connotazioni ideologiche e
aprono a una rappresentanza + variegata. È un partito interclassista, teso ad “acchiappare”
tutti quanti, + elettori possibili e di ogni ceto sociale. Il successo elettorale diventa il principale
obiettivo. (Kirchheimer);
 Partito professionale-elettorale: aggiunge un ulteriore tassello all’analisi precedente, notando
il trasferimento di potere e di influenza, dai burocrati e dai funzionari di partito, ai consulenti e i
professionisti della comunicazione e del consenso. Questi ultimi inoltre svolgono un ruolo
preminente nel definire quale comportamento si adatti meglio alle opinioni e agli umori
dell’elettorato. Sono coloro che fanno marketing, sondaggi ecc. (Panebianco)
 Partito di cartello: i partiti si distanziano sempre più dalle loro basi sociali e sono sempre più
ancorati allo Stato. Le loro risorse derivano principalmente dai finanziamenti pubblici,
riducendo il bisogno della partecipazione di attivisti e militanti e assicurando al contempo
l’autoconservazione delle organizzazioni di partito indipendentemente da essi. I partiti si
accordano tra loro per aumentare il gettito dei finanziamenti a loro vantaggio al fine di
escludere gli outsider. (Katz e Mair).

----- Pirate Party: Sono denominati Partito Pirata (PP) una serie di movimenti politici e partiti diffusi in numerosi Paesi. Nel programma hanno in
comune il rafforzamento dei diritti civili, maggiori istituti di democrazia liquida, la riforma del diritto d'autore e dei brevetti, la libertà di circolazione della
conoscenza, la protezione dei dati personali, maggiore trasparenza e libertà d'espressione, l'educazione libera. Il primo nato è stato lo svedese all'inizio del
2006. ---
I sistemi di partito.
Sono costituiti dalla somma dei partiti politici e dalle caratteristiche delle loro interazioni, in particolare dal
grado di competizione/cooperazione che intercorrono tra i loro membri.

Duverger distingue tra i sistemi:

 Monopartitici: caratteristici dei regimi autoritari, partito unico (Cina);


 Bipartitici: alternanza al potere di 2 partiti (UK, Malta, Usa)
 Multipartitici: compresenza di più di 2 partiti.

Sartori propone dei “correttivi”: per definire una tipologia di sistema di partito occorre incrociare 2 criteri:

1. Il grado di polarizzazione ideologica dei partiti all’interno di un determinato sistema; la distanza


ideologica tra gli estremi del sistema partitico; è la collocazione degli elettori sull’asse dx-sx. Maggiore è la
distanza tra i poli, maggiore è il livello di polarizzazione ideologica.
2. Il n° dei partiti politici, conteggiato con un conteggio intelligente:
a. Il criterio iniziale è basato sulla grandezza elettorale (scegliere soglia di rilevanza);
b. Il secondo criterio è il peso strategico di un partito (basta che sia confermato uno dei due sotto):
i. Potenziale di coalizione: partecipa a coalizioni di governo? È necessario per
determinare la maggioranza governativa?
ii. Potenziale di ricatto/intimidazione: la sua esistenza influenza le tattiche della
competizione tre partiti? Influenza l’offerta politica e le posizioni dei governi?

I sistemi di partito secondo Sartori:

 Monopartitico:
o A partito singolo: un solo partito è legale (Cina);
o A partito egemonico: altri partiti esistono ma non vi è competizione leale (Siria);
o A partito predominante: altri partiti competono in un contesto di elezioni libere eque e
frequenti, ma non riescono a vincere.
 Bipartitico: due partiti sono in grado di competere per la maggioranza assoluta dei seggi (es.
governi monocolore). La competizione è verso il centro dove si presume vi siano gli elettori
fluttuanti.
 A multipartitismo moderato: da 3 a 5 partiti rilevanti; presenza di governi di coalizione. La
competizione è verso il centro;
 A multipartitismo polarizzato: più di 5 partiti rilevanti; presenza di partiti anti-sistema; opposizione
si due estremi dello spettro politico; alta polarizzazione ideologica (Italia).

In Italia:

 Pluralismo polarizzato (Sartori): fino ’70 inclusi; presenza di


o partiti anti-sistema (PCI e MSI volevano un approccio alternativo al sistema di governo);
o opposizioni bilaterali;
o occupazione del centro (DC);
o articolazione a 3 poli (MSI DC PCI);
o competizione sulle ali estreme dello spettro politico;
 Bipartitismo imperfetto (Galli)
o 2 partiti egemoni (PCI e MSI);
o Nessuna alternanza alla guida delle istituzioni (per 40 anni DCI dal 48 al 94);
 Pluralismo centripeto (Farneti): dagli ‘80
o Competizione convergente al centro dello spettro politico;
o Tendenza alla moderazione delle forze politiche agli estremi del sistema;
 Dal 1994 al 2008: Sistema di partito tendenzialmente bipolare <<pluripartitismo bipolarizzato>>
costruito sull’alternanza di due coalizioni (centro-destra e centro-sinistra). L’indice di bipolarismo è
la somma dei voti/seggi delle coalizioni più forti % congiunta di voti somma dei singoli partiti nelle coalizioni
Questo per via di:
o Crollo del muro di Berlino; fine del PCI e nascita PDS e Rifondazione Comunista
o Svolta di Fiuggi: fine del MSI e nascita di AN
o Successo della Lega Nord nel 1992 (8,6%) e di Forza Italia nel 1994 (21%) e avvio
dell’erosione dei partiti politici tradizionali
o Referendum elettorale 1993: abrogazione del sistema proporzionale e adozione del sistema
elettorale misto (75% ripartito con sistema maggioritario; 25% con sistema proporzionale;
sbarramento al 4%)
 2013 la fine del bipolarismo
o Il M5S ottiene, al suo esordio, il 25,6% di voti (unicum nella storia dell’EU occidentale)
o 3 partiti ottengono più del 20% dei voti (unicum in Italia repubblicana): PD 25,4%,
PDL:21,6%, M5S:25,6;
 2018: M5S: 32,7; PD 18,7; Lega 17,4; Turbolenza, instabilità o tripolarismo?

Tendenze internazionali.

 Il ‘sovraffollamento’ del pluripartitismo moderato: nella maggior parte delle democrazie i partiti
antisistema sono scomparsi e hanno moderato i loro programmi. Non vi sono più casi caratterizzati
da doppia presenza di partiti anti-sistema ai due estremi;
 Aumento dei tassi di frammentazione partitica; (crisi?)
 Indistinzione programmatica dei partiti politici tradizionali.

La comunicazione politica
È un campo interdisciplinare (sociologia, scienze del linguaggio ecc.); la comunicazione politica è
strettamente connessa a processi più ampi come le trasformazioni della società e dei valori sociali, il
progresso tecnologico e della comunicazione, crisi dell’ideologie, mutamenti politici, globalizzazione ecc.
I precursori:

 Lasswell: analizza le tecniche di propaganda impiegate durante la I guerra mondiale; la forza del
linguaggio e propaganda;
 Lippmann: rapporto tra comunicazione e potere, tra giornalismo e opinione pubblica e democrazia;
osserva il ruolo dei media nella creazione di stereotipi nell’opinione pubblica.
 Lazarsfeld: analizza gli efetti dei media sul comportamento politico.

La comunicazione politica è il prodotto dell’interazione tra 3 attori: il sistema politico (istituzioni, partiti,
candidati), sistema dei media (imprese di comunicazione, giornalisti) e cittadino/elettore.
Vi sono 3 fasi della comunicazione:

1. Party-dominated communication system (2° dopo guerra – ’60):


Il contesto:
a. Età dell’oro dei partiti politici: i partiti di massa;
b. Il sistema politico è strettamente connesso alle fratture presenti nella società;
c. Gli elettori si relazionano alla politica grazie a forme di identificazione partitica + o – salde e
di lunga durata: <<voto di appartenenza>>;
d. Alto livello di fiducia nelle istituzioni;
e. I temi del dibattito pubblico sono definiti dal sistema politico che detiene un monopolio
della rappresentanza politica e della socializzazione.
Le caratteristiche:

a. La maggior parte della comunicazione politica è caratterizzata da messaggi politici concreti


(programmi, posizioni ecc.);
b. La maggior parte di questi messaggi ha un accesso abbastanza diretto ai mass media
dell’epoca (giornale di partiti/radio di partito);
c. La risposta dei cittadini è caratterizzata da selettività e da rafforzamento delle opinioni e
degli atteggiamenti che manifestano attraverso una forte adesione di appartenenza.

Il paradosso:

a. Pochi cittadini capaci o interessati a seguire i temi dell’agenda politica, tendendo, invece, a
votare sulla base di identificazioni di partito;
b. Gli elettori fluttuanti non sono raggiunti da questo tipo di interazione politici-media-
cittadini poiché rappresentano la media di partito. I messaggi concreti aumentano la fiducia
nei partiti, che è cieca.
2. Tv-dominated c—s---: (’60’80)
Il contesto:
a. Età della centralità della TV: si diffonde ovunque;
b. Fase di progressivo allentamento delle tradizionali fedeltà politiche fondate sulle linee di
frattura tradizionali;
c. Calo dell’identificazione partitica: dal voto di appartenenza, al <<voto di opinione>>;
d. Adesione da parte dei partiti alla legge del mercato elettorale (catch-all people party);

Le caratteristiche:

a. Attenzione del meccanismo di selettività nell’esposizione del cittadino-telespettatore alla


comunicazione politica. Questo avviene perché comincia a diminuire l’importanza di
giornali, associazioni legate ai partiti, aumentano, invece, gli spazi comunicativi “aperti”
(per via della proliferazione dei canali tv).
b. La persuasività della tv rende possibile il raggiungimento di segmenti di elettorato che si
erano sottratti alla comunicazione dei partiti (prima era impensabile).
c. Il canale tv cambia i parametri della politica: i suoi formati e linguaggi cominciano ad
esercitare un rilevante impatto sui tempi della politica, sui linguaggi, modi di presentazione
dei leader e altri soggetti politici. Per far fronte a questa pressione mediatica e alla
necessità di parlare a pubblici più vasti si adottano tecniche e trucchi per sfruttare il mezzo
televisivo.

Il paradosso: in una fase in cui buona parte dei cittadini ha cominciato a essere più aperta,
flessibile e meglio predisposta ad interessarsi alle differenti soluzioni che si prestano
nell’agenda pubblica, viene loro servita una dieta comunicativa più leggera e “- sostanza” per
adeguarsi alla tv che non comprende approfondimenti reali.

3. Fase dell’abbondanza comunicativa (’90 – in poi): caratterizzata da:


a. Abbondanza dei mezzi di comunicazione;
b. La loro pervasività in ogni aspetto della vita sociale individuale;
c. Velocità con cui viaggiano le info;

È una fase più complessa delle precedenti: più che una tendenza univoca di cambiamento si
assiste a una mutazione genetica, secondo 5 principi:

a. Fusione tra contenuti dei media e informazione politica: molte info. Giornalistiche sono
sempre + attente al business, moda, pettegolezzo per la crescente commercializzazione dei
sistemi di comunicazione. I media cambiano la loro visione della politica: aumento dei talk-
show con passerelle politiche (infotainment);
b. Consumo occasionale di comunicazione politica: la politica è sempre + diluita nella
programmazione TV, in una specie di contaminazione con gli altri.
c. Populismo: i media puntano sempre più sui sentimenti, sul privato, popolarizzano anche la
politica, con lo scopo di renderla più conforme ai gusti e alle mode correnti.
d. Comunicazione centrifuga: la moltiplicazione dei canali e la frammentazione dei pubblici
permette agli attori politici di confezionare e indirizzare i propri messaggi a determinate
<<nicchie destinatarie>>. Una comunicazione per conquistare il consenso delle fasce di
elettori distratti dai media nazional-popolari. Contribuiscono a queste forme le indagini di
mercato, l’individuazione dei profili degli elettori, posta elettronica e info. Via siti web;
e. Professionalizzazione del rapporto con l’opinione pubblica: l’arte del governare si
trasforma nell’arte del gestire l’informazione pubblica. Partiti sempre più dipendenti dagli
esperti in comunicazione (spin doctor, speech-writer) che hanno plasmato e mediato le
identità dei politici (almeno in parte).

I cambiamenti delle campagne elettorali.


Norris ha studiato i processi di modernizzazione delle campagne elettorali; ha individuato 3 fasi storiche:

1. Pre-moderne (metà 1800-’50):


a. forme di comunicazione diretta tra cittadini-candidati;
b. organizzazione di partito a livello territoriale e contatti faccia a faccia (riunioni, assemblee);
c. stampa di partito agisce da intermediario tra partiti-cittadini;
d. importanza dell’organizzazione a livello territoriale (attivismo);
e. senso di attaccamento partitico forte: elettorato fortemente ancorato all’identificazione e
adesione ai partiti;
2. Moderne (’60-’80):
a. Coordinamento centralizzato delle campagne elettorali: esperti in marketing politico;
b. Ruolo chiave dei mass media (tv);
c. Cala identificazione partitica;
d. Spot tv è l’emblema delle campagne moderne (dibattiti!);
e. Grazie al linguaggio tv dell’immagine la persona del candidato scalza velocemente il partito
dal centro della comunicazione.
3. Post-moderne (’90 – oggi):
a. Cresce il ruolo dei professionisti delle campagne elettorali: professionalizzazione di tutte le
attività di pianificazione e gestione della comunicazione;
b. Informazione è più frammentata;
c. L’elettore target è molto più distaccato con l’identificazione: è più fluttuante e
influenzabile;
d. Maggiore interazione tra cittadini e rappresentati attraverso i nuovi canali di
comunicazione.

La mediatizzazione della politica.


L’azione politica avviene nello spazio mediale e dipende dall’azione dei media. La mediatizzazione della
politica non è solo la massiccia ricorrenza ai media, ma un processo che modifica le forme e la sostanza
della comunicazione tra 3 attori: candidato-elettore, dibattito intra e interpartitico, rituali, simboli e
linguaggi politici, narrazione giornalistica, agende elaborazione dell’offerta ecc. La capacità da parte
dell’ambiente mediale di incidere in maniera sostanziale su forme e contenuti stessi della comunicazione: i
media impongono i propri linguaggi e i propri formati alla comunicazione degli attori politici.
Vi sono 2 modelli per spiegare l’interazione politica-cittadini:
 Modello pubblicistico – dialogo: l’azione dei media va a sommarsi
all’azione dialogica dei cittadini politici. I 2 attori mantengono la
propria autonomia di comunicazione (spazio di comunicazione
immediata). A queste interazioni ricorsive si aggiungono le interazioni
con il sistema dei media. Questo modello non rispecchia la realtà
contemporanea.
I 3 attori sono sullo stesso piano.
 Modello mediatico dal ’70 in poi (Internet!): il ruolo dei media, nella
realtà, è preponderante. Il sistema dei media non è solo uno degli attori
che interagiscono, ma è l’attore principale. La politica e la sua
comunicazione è diventata dipendente dalle dinamiche di
funzionamento dei mass-media: mediatizzzazione dei media.

La mediatizzazione ha diversi effetti:

 Politici:
o Personalizzazione: origini antiche, si consolida nell’età moderna. <<Questa ha una forte
origine mediale>>, è fortemente correlata alla <<propensione dei mass media a leggere la
politica attraverso i suoi attori in carne ed ossa>> (Mazzoleni);
o Leaderizzazione/verticalizzazione: la leaderizzazione ha diverse origini tra cui «innanzitutto
i fattori che promuovono la individuazione; la disgregazione delle comunità locali in città e
campagna, e quella delle classi sociali tradizionali, la crescita media dell’istruzione e
dell’informazione. Fenomeno cui contribuisce lo sviluppo tecnologico e, in particolare dei
media» (Mazzoleni). Questo quadro si accompagna ad una radicalizzazione del rapporto
verticale tra leader e pubblico rafforzando il vuoto della dimensione intermedia;
 Mediatici:
o Professionalizzazione: la crescente rilevanza dei media e lo sviluppo tecnologico
determinano la necessità di una nuova categoria di professionisti della politica, le cui
competenze di formano fuori dalla politica e spaziano dalla comunicazione al marketing;
o Spettacolarizzazione: <<la politica ha sempre posseduto una dimensione teatrale e
spettacolare>> ma oggi <<non solo nessuno politico può comunicare senza passare dai
media, ma nessun politico può comunicare efficacemente senza modulare il suo messaggio
sugli schemi linguistici della comunicazione di massa.>> (Mazzoleni);
o Semplificazione: la cosiddetta media-logic porta con sé l’idea che un personaggio semplice
e ripetuto, realizzato con i criteri della comunicazione pubblicitaria, sia più efficace perché
più immediato e memorizzabile (slogan).

Movimenti sociali e media


Per quanto riguarda i movimenti sociali, l’attenzione si basa ad un tipo di comunicazione politica
posizionata fuori dalle istituzioni e che non si esaurisce ella ricerca di visibilità da parte delle organizzazioni
di movimento.
Il repertorio della comunicazione è l’insieme di pratiche mediali che le organizzazioni di movimento
concepiscono come possibili e praticabili al fine di comunicare con diversi tipi di pubblico durante le diverse
fasi della politica. Il loro pubblico è sia interno che esterno; le fasi della protesta vanno dalla latenza alla
mobilitazione e cambia a seconda dell’ambiente mediale in cui ci si trova.
Gli ambienti mediali in cui i movimenti agiscono e interagiscono sono diversi e cambiano nel tempo:

 1450 meccanizzazione: stampa meccanica;


 1830 elettrificazione: media basati su tecnologie a trasmissione elettrica, telegrafo, radio, tv;
 1969 digitalizzazione: media basati su tecnologie digitali per la presenza diffusa di internet;
 Oggi dataficazione: presenza pervasiva di algoritmi che lavorano con i big data prodotti tramite i
social media, tecnologie digitali indossabili, internet of things;

Le caratteristiche dell’ambiente mediale odierno:

 Convergenza: verso le nuove tecnologie;


 Ibridità: dei formati e delle logiche dei media che si intersecano;
 Ubiquità: di accesso ai media attraverso i vari dispositivi;

L’interconnessione tra movimenti sociali e media produce forti asimmetrie tra i 2 attori; la creazione di
media gestiti direttamente dai movimenti (media alternativi), infine, l’adesione dei movimenti alle logiche
di produzione dell’informazione che caratterizzano i mass media (ricerca di un leader, predilezione per la
violenza/spettacolo) {quando la carta stampata e mass media sono al centro dei processi di informazione}.

 Movimenti studenteschi (’60-’70; USA): {quando i media digitali diventano più pervasivi} le asimmetrie tra
movimenti e media si riducono; i media alternativi esistono e hanno più ampia diffusione; internet
e il web facilitano i processi organizzativi su scala mondiale. Viene meno la centralità degli attori
collettivi per organizzare le proteste;
 Movimento per una globalizzazione dal basso (fine ’90): {quando i media sociali diventano più pervasivi} i
media alternativi si moltiplicano anche su piattaforme commerciali, si creano nuove gerarchie nei
movimenti (admin delle piattaforme). Diffusione della protesta molto rapida ma leggera; forme di
controllo più pervasiva da parte dei governi autoritari;
 Occupy Wall Street: (2011) {quando gli algoritmi e i big data diventano centrali} nuove forme di attivismo che
mette al centro l’analisi dei flussi di dati per capire come orientale le proprie proteste (analytics
activism). Necessità di sviluppare nuove conoscenze per affrontare nuove asimmetrie (algoritmi). I
big data riportano al centro il lavoro che i movimenti svolgono sui dati per promuovere le proteste
(data activism).

Per capire come i media e i movimenti si intersecano è necessario capire il contesto dove avviene
l’intersezione. Più i media diventano pervasivi più le dimensioni dei movimenti con cui vanno ad
intersecarsi aumentano. I movimenti non sono utilizzatori passivi: se ne appropriano, li modificano e li
creano. Le nuove tecnologie si sommano alle precedenti nuove opportunità e sfide per tutti.

I sistemi elettorali (cap. 8)


Le elezioni <<sono un meccanismo per scegliere i comportamenti di organi monocratici o collegiali>>.
Hanno 3 funzioni:

1. Strumento di selezione dei titolari di cariche monocratiche o collegiali;


2. Strumento della rappresentanza e del controllo popolare dei governanti;
3. Strumenti di ritualizzazione e “addomesticamento” del conflitto politico;

I caratteri fondamentali delle elezioni democratiche sono:

 Competizione: offerta politica plurale e genuina concorrenza;


 Libertà: la scelta degli elettori è caratterizzata da sufficienti informazioni ed è al riparo da minacce;
 Rilevanza: i risultati delle elezioni hanno un peso significativo sui processi decisionali di governo;

Per la regolamentazione vi sono 6 elementi chiave del processo elettorale:

 Legislazione sulle elezioni; election law: comprende la regolamentazione dei primi processi
elettorali in senso ampio:
o Tempi e la convocazione delle elezioni: le cariche elettive hanno durata temporale
limitata; le elezioni devono essere ricorrenti;
 costituzione art. 60  Camera e Senato eletti per 5 anni, può essere prorogato solo in caso di guerra
con una legge apposita; ù
 costituzione art. 88 il Presidente della Repubblica sentiti i presidenti di Camera e Senato può
scioglierle (non se sono i suoi ultimi 6 mesi di mandato)
o Elettorato attivo: tutti coloro che hanno il diritto a partecipare alle elezioni
 costituzione art. 48 suffragio universale dopo 18°anni;
 costituzione art. 58  suffragio universale dopo 25°anni per Senato;
o Elettorato passivo: chi si può candidare e con quali modalità; le candidature <<il giardino
segreto della politica>> è un terreno poco regolamentato; il compito di selezionare e
presentare i candidati è assunto dai partiti. Nel tempo le procedure sono cambiate verso un
<<selettorato>> sempre più ampio.
 Costituzione art. 56Camera 400 deputati, tra cui 8 nelle commissioni estere. + 25 per essere
candidati;
 Costituzione art. 57Senato 200 eletti tra cui 4 nelle commissioni estere.
 Costituzione art. 58 Per essere candidato a senatore +40.

Si parla di grado di inclusività per quanto riguarda le candidature.

o La campagna elettorale: Regole riguardanti la propaganda da parte di partiti e candidati:


accesso ai media, equilibrio di presenza, finanziamento delle campagne elettorali.
 Legge elettorale, electoral law: riguardano solo l’aspetto del sistema elettorale, quel meccanismo
che consente la conversione del voto popolare in seggio.
o Sistema elettorale (modalità e valutazione del voto): meccanismo di conversione dei voti in
seggi: come esprimere il voto e come si passa da questo alla determinazione di coloro che
ricopriranno le cariche pubbliche.

Vi sono comunque delle limitazioni: «È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. In
deroga all’articolo 48, sono stabilite con legge, per non oltre un quinquennio dall’entrata in vigore della Costituzione, limitazioni
temporanee al diritto di voto e alla eleggibilità per i capi responsabili del regime fascista. (XII disposizione transitoria, Costituzione
della Repubblica Italiana) »

Il sistema elettorale prevede 3 principali famiglie:

1. Sistema e. maggioritario: privilegiano l’orientamento della maggioranza, il partito più forte nel
singolo collegio vince il seggio in palio. Prevede 2 forme:
a. A turno unico: dove per vincere è richiesta la maggioranza relativa <<first past the post>>;
in ciascun seggio in gioco è assegnato al candidato che supera tutti gli altri.

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Semplicità È un sistema disproporzionale
Assunzione di responsabilità diretta tra La riduzione del n° di partiti politici in
rappresentante eletto e cittadino (legame parlamento non è sempre positiva; Per
fiduciario) Lijphart si riduce la rappresentanza delle
posizioni diversificate (++ governabilità)

Riduzione della frammentazione politica Disincentiva la partecipazione elettorale


Produce maggioranze governative chiare e Sistema non rappresentativo
opposizioni coerenti
Favorisce la stabilità governativa Molti voti vanno “persi” o sprecati

Non elimina comunque lo spirito delle


forze politiche non rappresentate in
parlamento
b. A doppio turno: se si richiede una maggioranza assoluta dei voti, il sistema elettorale
prevede la possibilità di doppio turno: nei casi in cui nessuno dei candidati raggiunge la
maggioranza assoluta gli elettori tornano al voto.

Piace Non piace


Produce un effetto aggregante Problemi della rappresentanza, vedi sopra;
Effetto riduttivo sul n° dei partiti in
parlamento
Effetto riduttivo sui partiti estremisti
Favorisce la stabilità
 Sistema proporzionale: i seggi in palio nelle circoscrizioni (plurinominali) sono suddivisi tra i partiti
in proporzione alle quote di voto ottenute. Questi sistemi possono variare molto a seconda del
livello di sproporzionalità. La distorsione delle proporzionalità dipende da diversi fattori:
o Soglie di rappresentanza (o elettorali): soglie legali o esplicite o implicite determinate
dall’ampiezza dell’organo da eleggere e della circoscrizione (+ ampia, + n° seggi, + favoriti i
partiti minori)
o Eventuale premio di maggioranza:
 Legge Acerbo (’23): al partito più votato con almeno il 25% va 2/3 dei seggi;
 Legge truffa (’53): al partito (o insieme di liste) che riesce a superare il 50% va il
65% dei seggi;
 Porcellum (2005): alla coalizione con più voti vanno 340 seggi (su 630 parlamento);
 Italicum (2015): alla lista che supera il 40% va il 54% dei seggi.

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Produce assemblee legislative più Produce governi di coalizione (potenziale
rappresentative instabilità governativa)
Facilità di accesso delle minoranze alle cariche Effetto di frammentazione partitica
pubbliche
Evita i voti persi/sprecati Partiti estremisti in parlamento
Stimola la partecipazione elettorale Costringe a una politica di alleanze con partiti
minori con forte potere di veto (<<dittatura
della minoranza>>)
 Sistemi misti: le regole elettorali sono ibride; una parte dei seggi è attribuita con regole
maggioritarie, l’altra parte con lo scrutinio proporzionale.
In Italia:
o Mattarellum (’93 – 2005): 75% maggioritario, 25% proporzionale;
o Rosatellum (2017 - ????): 1/3 eletti in circoscrizioni uninominali: ogni partito/coalizione
può presentare un solo candidato, ed è eletto il più votato; 2/3 parlamentari eletti con voto
proporzionale in base al n° di voti che ottiene.

Vi è la questione del <<redistricting>>: il ridisegno dei confini. In UK il Boundary commission


stabilisce i confini dei collegi in base al principio di uguaglianza (i voti pesano tutti allo stesso modo)
effettuando un rapporto costante tra collegi del n° di eletti e la popolazione del collegio. È un
aspetto cruciale: è un’operazione molto delicata, poiché diverse forze politiche potrebbero usarlo a
proprio vantaggio (manipolazione; il <<gerrymandering>> disegnare strumentalmente per fini
politici i confini dei collegi per le elezioni).

Gli effetti dei sistemi elettorali.


Non esiste un legame deterministico tra sistema elettorale e partitico perché sono molte le variabili in
gioco. Vi sono fattori esterni ai sistemi elettorali che possono ridurre i loro effetti attesi, nulla si può
risolvere cambiando il sistema elettorale. Se è vero che sarebbe un errore pensare che esiste un legame
deterministico tra sistemi elettorali e partitici, è altrettanto vero che i <<sistemi elettorali, una volta
insediati, diventano fattori costanti che producono a loro volta le loro conseguenze>> (Sartori). I sistemi
elettorali sono strumenti di ingegneria politica e producono <<cambiamenti non casuali: nei
comportamenti e nelle strutture politiche>>.
Secondo Duverger

 Distinzione di 2 tipi di effetti:


o Effetti meccanici (o diretti): effetti immediati sull’assegnazione dei seggi. La maggiore o
minore disproporzionalità influenza il n° dei partiti politici che accedono al parlamento.
o Effetti indiretti (o psicologici): condizionano anche i comportamenti degli attori in gioco
(elettori, candidati e partiti);
 Le “leggi” o “formule” sulla relazione causale tra sistema elettorale e n° di partiti in parlamento:
o Il sit. maggioritario a turno unico tende al dualismo dei partiti;
o Il sist maggioritario a doppio turno e la rappresentanza proporzionale tendono al
multipartitismo.

Sartori applica alcuni correttivi:

 Il formato bipartitico è associato a 2 condizioni necessarie:


o Strutturazione dei partiti politici su scala nazionale;
o Dispersione omogenea del voto sul territorio;

Se è presente anche solo una delle due condizioni il sistema maggioritario mantiene un potere
riduttivo sui partiti minoritari, ma non può eliminare tutti quei partiti che possono contare su
sacche elettorali maggioritarie (partito concentrato in modo forte in una parte del territorio).

 I sistemi proporzionali non moltiplicano il n° dei partiti, semmai <<fotografano la realtà esistente>>:
dal momento che i proporzionali sono sempre stati approssimazioni imperfette della
proporzionalità (per via delle soglie elettorali); possono semmai avere un effetto riduttivo sul n° dei
partiti politici in parlamento (vedi Spagna e Paesi bassi).
 Gli effetti indiretti: differenti sistemi elettorali possono anche condizionare i comportamenti degli
attori:
o Elettori (nel maggioritario): voto strategico (<<utile>>) o espressivo?; astensionismo
strategico;
o Candidati e partiti: formare coalizioni o meno?; opportunità di profilarsi in modo radicale o
meno;
Il parlamento (cap. 9)
Il parlamento come istituto bifronte:
è espressione della società e delle sue domande, è l’istituto fondamentale della rappresentanza politica.
Nei sistemi parlamentari è l’unica istituzione democraticamente eletta.
È anche il luogo dove si esercita il potere decisionale, qui sono discusse, elaborate e approvate le leggi
dello Stato.

Gli antecedenti storici.


Un n° sempre maggiore di attori coinvolti;
 e di poteri (funzione meramente consultiva a funzioni deliberative e di controllo dell’operato sovrano).

I caratteri distintivi dei parlamenti premoderni:

1. Legittimazione dualistica: due principi contrapposti legittimavano le assemblee parlamentari


premoderne: quello dei monarchi (ereditario) e quello dei membri del parlamento (elettivo).
2. Rappresentanza corporativa o di ceto: membri del parlamento erano rappresentati dei territori,
commercianti, professionisti e aristocratici.
3. Disuguaglianza interna: non tutti i membri del parlamento erano uguali e non tutti svolgevano le
stesse funzioni.
4. Assemblee poco istituzionalizzate: non avevano un carattere permanente.

I caratteri distintivi dei parlamenti moderni:

1. Natura assembleare: i parlamenti moderni hanno una forma collegiale paritaria.


2. Permanenza dell’istituzione rappresentativa: i parlamenti moderni sono istituzionalizzati e
permanenti.
3. Il mandato temporaneamente definito dei componenti: i parlamentari sono soggetti a rinnovo, a
scadenze temporalmente ravvicinate.
4. Pluralismo interno: nei parlamenti moderni devono poter coesistere orientamenti politici plurali.
5. Natura rappresentativa: deve essere garantito un collegamento organico con i processi della
rappresentanza politica.

Definizione minima di parlamento democratico: basata sui suoi caratteri strutturali:


 <<Assemblea rappresentativa pluralistica e permanente, ma rinnovata nella sua composizione tramite
elezioni a scadenza regolari.>>

A favore del bicameralismo: due camere si controllano a vicenda, si garantisce un maggior controllo sul
potere esecutivo (governo). Nella 2° camera, più piccola della prima, è possibile discutere le questioni in
modo più tecnico e meno polarizzato.
Contro il bicameralismo: si rallenta in modo ingiustificato, il processo decisionale <<se la 2° camera è
d’accordo vuol dire che la 1° è superflua, altrimenti è dannosa.>>

In Europa gli stati monocamerali sono 16 (dimensioni piccole e stati unitari), quelli bicamerali sono 12
(grandi dimensioni, stati federali). Vi sono 2 criteri: ragioni storiche o esigenze di affiancare una camera
nominale e una elettiva (come in UK).
In generale la camera bassa ha più potere rispetto alla camera alta. NON in Italia, dove vi è il bicameralismo
paritario (ridondante).
Poteri simmetrici Poteri asimmetrici

Base I II
rappresentativa Bicameralismo forte Bicameralismo
diversa o bilanciante debole

Base III IV
rappresentativa Bicameralismo Bicameralismo a
uguale ridondante base funzionale

Le commisioni parlamentari nascono per esigenze operative/forme di decentramento e svolgono funzioni


legislative. Ogni disegno di legge, presentato alla Camera secondo regolamento, è prima esaminato da una
Commissione (parlamentare) poi dalla Camera che lo approva articolo per articolo e con voton finale;
queste commissioni sono coposte in modo da rispettare la proporzione dei gruppi parlamentari (articolo 72
della costituzione).
 Diverse commissioni hanno differenti livelli di importanza, a seconda della specializzazione e del grado di
continuità dei componenti.

Le funzioni del parlamento: come per i partiti, bisogna separare l’elemento normativo da quello empirico
(<<separare quello che è da quello che vorremmo che fosse>> Sartori)
La 1° classificazione è di Bagehot (1867):

1. Elettiva (controllo del governo): designazione del personale di governo;


2. Espressiva (f. rappresentativa): dare voce alle opinioni e agli orientamenti popolari;
3. Educativa (f. rappresentativa): contribuire alla crescita della nazione;
4. Informativa (f. rappresentativa): informare i cittadini dei loro diritti e dei loro doveri;
5. Legislativa: elaborazione approvazione delle leggi.

Funzioni di controllo sul governo: un governo per poter svolgere le sue funzioni deve poter godere della
fiducia delle Camere (funzione <<elettiva>>). La funzione <<di controllo>> effettiva da parte del legislativo
sul governo avviene tramite strumenti come:

 Question time: domande direttamente rivolte ai responsabili della condizione del governo;
 Audizioni e commissioni d’inchiesta;
 Azioni di sindacato ispettivo
o Interrogazione: domanda rivolta al Governo con scopo informativo, per avere notizie su un
fato. La risposta può essere scritta o orale.
o Interpellanza: domanda scritta rivolta al Governo per conoscere l’intenzione politica o le
motivazioni del comportamento del governo in riferimento ad un dato fatto o determinata
situazione.

Funzioni rappresentative: il parlamento è la sede per eccellenza della rappresentanza. I parlamenti e gli
individui che lo compongono sono espressione del processo rappresentativo (nonostante i mutamenti delle
funzioni dei partiti). Il parlamento è la sede del pluralismo sociale ed è proiezione delle differenti visioni
presenti in una società, MA:

1. Questo dipenderà da un insieme di regole istituzionali che aprono o chiudono gli spazi della
rappresentanza facendo sì che certe visioni presenti nella società saranno rispecchiate o meno
(sistemi elettorali e regolamentazione);
2. L’idea di parlamento “specchio” della società on è condivisa da tutti: rappresentanza o
governabilità? (i due modelli di dem di Lijphart).
Divieto di vincolo di mandato:

Art 67 Costituzione italiana: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue
funzioni senza vincolo di mandato»
Art 7 Costituzione francese del 1791: « I rappresentanti eletti nei dipartimenti non saranno rappresentanti
di un dipartimento particolare, ma della nazione intera, e non potrà essere conferito loro alcun mandato».
 I membri del parlamento devono rappresentare tutta la Nazione e non solo gli elettori che li hanno.
Implica che i parlamentari non possono essere revocati dall’incarico né se non rispettano le promesse fatte,
né se cambiano partito o gruppo parlamentare.

Funzione legislativa.
Compito essenziale di un parlamento, esprimere la volontà politica del Paese, trasfondendola in norme
giuridiche che prendono il nome di legge. La Costituzione stabilisce che la funzione legislativa è esercitata
collettivamente dalle due Camere (art. 70). Ciò significa che per divenire legge un progetto deve essere
approvato nell'identico testo da Camera e Senato.
L’emanazione delle leggi avviene attraverso iter legislativo specifico:

 fasi di iniziativa: prerogativa di ciascun membro delle Camere ma anche del governo, dei consigli
regionali, del Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro (CNEL), di 500.000 elettori.
 Esame: testi, distinti per materia, passano alle Commissioni parlamentari che discutono le proposte
di legge
 Approvazione: quando richiesto da 1/5 dei componenti della Commissione o 1/10 dei
rappresentanti di ciascuna Camera, il progetto di legge torna in assemblea per votazione dei singoli
articoli o votazione finale. Il testo approvato deve essere identico nelle due Camere.
 promulgazione: da parte del Presidente della Repubblica;
 pubblicazione: in Gazzetta Ufficiale

L’iter legislativo, in caso di bicameralismo perfetto può dar luogo alla <<navetta parlamentare>>: L’iter
prevede che ogni legge sia votata almeno due volte: una alla Camera e una al Senato, ma, se nel secondo
passaggio l’aula modifica il testo, il provvedimento viene rispedito all’altro ramo per una nuova votazione.
Questo meccanismo continua fino a quando entrambe le aule non votano lo stesso testo. La situazione in
cui Camera e Senato rimbalzano modifiche allo stesso testo si chiama in gergo “navetta parlamentare” e
uno degli intenti della riforma costituzionale era cancellare questo meccanismo.

Si può parlare di una funzione ridimensionata?


«Nel secondo dopoguerra, tutte le democrazie occidentali hanno cercato di neutralizzare la tendenza alla
paralisi decisionale del parlamentarismo tradizionale, ridimensionando il legislativo e rafforzando
l’esecutivo» (Fabbrini e Vassallo, 1999)
Funzione legislativa del parlamento indebolita a vantaggio dell’esecutivo:

- Iniziativa legislativa del governo (DDL)

- Decreti-legge: parte da un atto del governo ma deve essere convertito in legge entro 60 gg
altrimenti decade

- DPCM: atto amministrativo emanato dal Presidente del Consiglio dei ministri, è di rango inferiore
(nella gerarchia giuridico-istituzionale) rispetto alla legge. Riguarda questioni tecniche, sono
coinvolti degli esperti per l’emanazione. Non passa per il parlamento (non è rappresentativo, es,
nei confronti dell’opposizione)
Il governo (cap. 10)
La politica non sfugge al problema dell’esercizio dell’autorità; il governo è uno snodo istituzionale centrale
in tutti i regimi. Il governo indica un’attività/funzione e al tempo stesso un soggetto politico/istituzionale.
Il governo contemporaneo è l’organo responsabile delle funzioni esecutive.
Definizione: <<Un’istituzione all’interno del quale agiscono attori politici come i leader legittimati dalla
vittoria elettorale e il personale politico selezionato dai partiti e altri soggetti istituzionali rilevanti, i quali
esercitano la funzione di comando, ovverosia influenza i processi decisionali vitali per la democrazia
stessa.>>.

Le funzioni minime sono:


la tutela della comunità politica verso l’esterno (guerra e pace);
 mantenimento dell’unità della comunità politica verso l’interno (ordine, contenimento delle spinte
disgregative interne)
MA sono mutate nel tempo:

 Variazioni quantitative: crescita significativa del bilancio pubblico nel tempo da 10-15% a fine 1800
fino a 35-50% a fine 1900.
 Variazioni qualitative: Rose distingue in 3 fasi: stato minimo (funzioni tradizionali), stato produttore
(primi interventi in economia, <<amministrazione parallela>>), stato sociale (<<espansione
qualitativa e quantitativa del governo>>)… una quarta fase?

Le forme di governo più comuni:

PARLAMENTARISMO PRESIDENZIALISMO SEMI PRESIDENZIALISMO

Separazione tra funzioni di Capo Fusione tra funzioni di Capo di Separazione tra le funzioni di
di Stato e Capo di Governo Stato e Capo di Governo Capo di Stato e Capo di Governo.
«Esecutivo bicefalo»: capo di
Stato condivide potere esecutivo
con il Primo Ministro. Possibile la
coabitazione (se entrambi di
colori diversi
Esecutivo poggia su Esecutivo ha legittimazione Legittimazione dell’esecutivo
«legittimazione indiretta» del diretta determinata dal voto duplice, sia diretta, che indiretta:
parlamento (la «fiducia»); il popolare Capo di Stato eletto
parlamento media tra elettori e direttamente dai cittadini;
governo Governo risponde al legislativo
Durata della carica di Capo Durata della carica di Capo Durata della carica del capo
dell’esecutivo: incerta (vedi dell’esecutivo: predeterminata dell’esecutivo: sia
«sfiducia» o «fiducia correttiva»: (tranne in caso di impeachment) predeterminata, nel caso del
si ha un nuovo nome del 1° Presidente della Repubblica, sia
ministro e si boccia il determinata, nel caso del Primo
precedente) Ministro
La struttura dell’esecutivo:

 Monocratica: status qualitativamente distinto da quello degli altri componenti e chiaramente


sovraordinato. Il paradosso: continuità dei regimi pre-democratici?
 Collegiale: capo del governo e ministri si collocano sostanzialmente sullo stesso piano (capo
dell’esecutivo come primus inter pares)… nei fatti non è mai paritaria per davvero.

I governi nazionali alla prova dell’internazionalizzazione


Visti i margini di manovra sempre più ristretti, specie nel campo della politica economica, importa ancora
quale sia il colore politico dei governi? Hanno ancora un significato le elezioni a livello nazionale?
Mair (2009):

 governo responsabile («responsive»): lo sono se si comportano bene, rispettano le regole e gli


accordi, perdendo però volontà popolare
 governo rappresentativo («representative»): seguono la rappresentatività dei cittadini, MA sono
in disaccordo con le norme e i vincoli dell’internazionalizzazione.

L’ambiente internazionale come nuova arena di influenza della politica nazionale: se i governi vedono
ridotta la loro influenza: l’ambiente internazionale apre nuovi canali di influenza sovranazionale.