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LA FILOSOFIA NEL MONDO ARABO

Tra l’ottavo e il nono secolo dopo aver spostato la capitale dell’impero da Damascio a Baghdad i califfi della
dinastia abside diedero vita a uno straordinario fenomeno socio-culturale quello della traduzione dal greco
all’arabo di gran parte del patrimonio scientifico e filosofico i motivi di questa traduzione fu la volontà degli
absidi di confrontarsi anche sul piano culturale con i bizantini e di accreditarsi in alternativa a essi come i
veri eredi della civiltà greca il loro obiettivo era quello di presentare la nuova fede islamica come
assolutamente compatibile con la ragione. Il movimento di traduzione fece nascere figure di intellettuali
dediti allo studio della filosofia qualificabili quindi come filosofi. La tendenza generale dei filosofi di lingua
araba fu tuttavia quella di accogliere il patrimonio della filosofia greca come un complesso omogeneo per
smussare quelle divergenze dottrinali che avrebbero potuto mettere in dubbio una pacifica conciliazione tra
la filosofia e i principi dell’islam nacque cosi una tradizione eterogenea in cui vennero a fondersi elementi
tipicamente neoplatonici aristotelici ed esigenze teologiche religiose di matrice islamica. Ciò risulta
evidente a proposito del modo di concepire la Causa prima Dio essa conserva molti tratti dell’uno
neoplatonico: l’assoluta trascendenza, l’ineffabilità e irrappresentabilità ma assumo anche caratteristiche
aristoteliche: quella di essere causa del movimento celeste e quella di essere pensante. Dalla rivelazione
Coranica e dalla fede islamica: l’idea di creazione la causa prima non si limita a donare movimento al
mondo ma gli dona anche l’essere con un atto di instaurazione assoluta, l’identificazione di Dio con l’essere
puro per poter donare l’essere la causa deve coincidere con l’essere, la causa non pensa solo sé stessa ma
pensa anche ciò che da lei dipende il Dio arabo è provvidente e normativo e remuneratore. Una riprova
della commistione tra elementi neoplatonici aristotelici e coranici è offerta da alcune compilazione la cui
origine è collocabile al circolo di Al-Kindi tra queste risaltano la Teologia di Aristotele che in verità è la
parafrasi delle ultime enneadi plotiniane e Il discorso sull’esposizione del Bene puro conosciuto
successivamente come Liber de causis Libro delle cause, esso è una raccolta di proposizioni desunte dagli
elementi di teologia di Proclo risistemate secondo un ordine differente che risente dell’influenza plotiniana.
Nel libro delle cause si ritrovano esplicitamente caratteristiche essenziali della filosofia araba come
‘interpretazione in senso creazionistico dell’azione della causa e l’identificazione di quest’ultima con il bene
puro ai ritrova il principio per cui tutto che viene ricevuto da una causa superiore viene ricevuto secondo il
modo e la misura della cosa ricevente.

Avicenna 980

Il libro della Guarigione si articola in quattro parti

-Logica

-Filosofia naturale

-Matematica

-Metafisica (scienza delle cose divine)

Per quanto riguarda le sezioni filosofiche egli non procede con un commento fedele delle opere di
Aristotele ma propone una diversa e originale organizzazione della materia. Questa diversa impostazione si
nota già a proposito della determinazione del soggetto della metafisica l’ente in quanto ente dato che la
scienza non può dimostrare l’esistenza del suo soggetto questa esistenza o deve essere evidente in se o
essere dimostrata in una scienza diversa l’esistenza di Dio non è evidente in se ne è per Avicenna
dimostrata in una scienza diversa dalla metafisica come le cause dunque il soggetto della metafisica poteva
solo essere l’ente Dio e le cause rientrano nell’ambito delle questioni ovvero di ciò che dovrà essere
ricercato o dimostrato all’interno di questa scienza. Ma come può la metafisica in quanto scienza di ciò che
è separato dalla materia trattare dell’esistente in quanto tale? Anche questa soluzione data da Avicenna è
innovativa il soggetto della metafisica non è immateriale in senso stretto perché allora esso sarebbe
rappresentato dal divino è immateriale nel senso che non richiede la materia per la sua definizione in
quanto precede la stessa distinzione tra materiale e immateriale. Quando facciamo riferimento a Dio e alle
intelligenze intendiamo per immateriale ciò che si dà a condizione di non essere materiale (è necessario
che non sia nella materia) appartiene infatti all’essenza di Dio non essere nella materia quando ci riferiamo
all’ente intendiamo per immateriale ciò che si dà non a condizione di essere nella materia non è essenziale
o indispensabile per l’ente essere nella materia (non è necessario che sia nella materia) L’ente in quanto
ente è ciò che precede e include al sue interno tutte le determinazioni possibili dell’ente esso può essere sia
materiale che immateriale proprio perché in quanto ente è anteriore a questa stessa distinzione e
prescinde da essa. La metafisica del libro della Guarigione contiene un importante trattato dedicato agli
universali in cui Avicenna espone la sua dottrina delle indifferenze delle essenze, per comprendere bisogna
chiarire la differenza tra essenza ed esistenza. Rispetto a ogni ente e ogni cosa io posso pormi due domande
ESISTE O NO? CHE COS’E’? per Avicenna l’essenza di qualcosa non è in sé universale né particolare ma è
soltanto sé stessa per esempio l’essenza di un uomo o di un cavallo è ciò che fa di un determinato ente un
uomo o un cavallo l’umanità o la cavallinità tuttavia l’essenza non gode di un’esistenza separata essa non
rientra mai nell’essenza di qualcosa l’essenza dell’uomo rimane quella di animale razionale sia se considero
Socrate davanti a me sia se considero il concetto di uomo. Avicenna può quindi affermare che essenza ed
esistenza non sono realtà diverse ma intenzioni diverse aspetti di una medesima cosa che non possono
essere separati effettivamente ma che possono essere considerati separatamente. La dottrina
dell’indifferenza delle essenze offre una soluzione al problema degli universali Socrate è un animale
razionale Platone è un’animale razionale e in comune tra loro non c’è nessuna forma reale ma solo il fatto
di rispondere alla medesima definizione. La teoria dell’emanazione delle intelligenze per quel che riguarda
la produzione di cose da parte di Dio Avicenna propone una teoria emanazionista la Causa prima produce
non intenzionalmente ma neanche inconsapevolmente, essa conosce in universale ciò che fluirà da sé
conoscendo la sua stessa bontà. Poiché tuttavia la Causa prima in quanto essere necessario è
assolutamente unica e unitaria anche il suo primo effetto non potrà che essere unico (altrimenti si
dovrebbe ammettere molteplicità) ciò che quest’ultima produce a partire dall’atto con cui conosce la sua
essenza è al prima intelligenza (sostanze separate intermediarie tra dio e il mondo sensibile indentificate
con angeli) al di la della prima intelligenza il resto della creazione non avviene per opera diretta della causa
ma avviene tramite intermediari. Il passaggio dall’unità della causa al molteplice è giustificato dal fatto che
la prima intelligenza ha più cose a cui pensare:

-pensando alla causa prima da cui dipende produce l’intelligenza immediatamente inferiore

- pensando se stessa come in se possibile produce la prima sfera celeste

-pensando se stessa in quanto resa necessaria dalla causa prima genera l’anima della sfera celeste

tale meccanismo si ripete fino alla decima intelligenza responsabile del mondo sublunare da cui dipendono
le forme naturali e le anime umane infatti viene denominata datore delle forme

La conoscenza: i sensi interni la decima intelligenza svolge un ruolo importante nel processo conoscitivo
degli uomini essa coincide per Avicenna con l’intelletto agente di tutta l’umanità unico e separato. Ogni
nostra conoscenza ha sempre origine dai sensi, le impressioni sensoriali ricevute dai 5 sensi esterni
subiscono una riorganizzazione dai sensi interni per esempio il mio occhio vede una goccia d’acqua che
cade lungo una parete i miei occhi vedono e tramettono al cervello immagini scollegate la goccia nel punto
a e la goccia nel punto b

-Fantasia primo dei cinque sensi salda tutte le singole immagini in un continuo percettivo la goccia che
scivola sulla parete e inoltre integra tra loro le informazioni che provengono separatamente dai 5 sensi

-immaginazione immagazzina tutto quello che riceve dalla fantasia in modo che la sensazione possa essere
recuperata anche in assenza di immagini
-potenza cognitiva permette di modificare le immagini che conserviamo e consente di ottenere l’immagine
più semplice e meno particolare all’uomo delle realtà di cui ha avuto sensazione

-potenza estimativa ci permette di dare una prima valutazione degli oggetti delle nostre sensazioni a livello
istintivo essa coglie le intenzioni che colleghiamo subito alla nostra utilità (il fuoco brucia)

-potenza rammemorativa permette di conservare le intenzioni

I gradi dell’intelletto: per superare il livello dell’immagine sensibile e arrivare al pensiero vero e proprio la
conoscenza di tipo intellegibile serve un principio esterno che è la decima intelligenza il suo ruolo è duplice:
a) esso serve a spogliare le immagini sensibili particolari rielaborate dai sensi interni b) supplice alla
mancanza di una vera e propria memoria intellegibile per esempio quando vediamo un uomo vediamo un
bipede eretto con due braccia e due gambe ma il concetto di uomo è animale razionale non è un’immagine
tale concetto è racchiuso già nell’immagine ma a livello potenziale, deve essere liberato da qualsiasi
componente sensibile per emergere nella sua intellegibilità esso illumina le immagini sensibili in modo che
emergano i contenuti intellegibili che saranno chiamati specie intellegibili diventando disponibili per
l’intelletto potenziale RICAPITOLANDO IL PROCESSO DI INTELLIGENZA a) richiede materiale sensibile di
partenza il concorso di due intelletti agente e potenziale b) di questi due intelletti quello agente è separato
e uguale per tutti quello potenziale è individuale c)l’intelletto agente spoglia le immagini quello potenziale
deve pensare in atto i contenuti di tali immagini. L’intelletto agente è una condizione dell’atto di pensare
che però è svolto dall’intelletto potenziale. Apprendere significa per Avicenna essere in grado di ripristinare
velocemente le congiunzioni con l’intelletto agente separato per ritrovare i contenuti intellegibili già
appresi in quanto memoria rammemorativa.

AL-Ghazali l’originale sintesi Avicenniana dominò a lungo gli sviluppi della filosofia araba ma non
mancarono anche delle prese di posizioni critiche come quelle di Al-Ghazali che compose due opere
“’intenzione dei filosofi” dove esponeva le dottrine filosofiche araba soprattutto quelle di Avicenna e
“L’incoerenza dei filosofi” che conteneva le stesse dottrine sottoposte a critica. Le obiezioni riguardavo tre
punti principali del sistema avicenniano:

-L’idea della creazione eterna e limitata da un solo effetto

-la tesi che la Causa prima Dio conosce il mondo solo in universale tramite la conoscenza di se come causa e
non nei particolari

-l’interpretazione in senso razionale o filosofica dell’escatologia eliminando resurrezione dei corpi e di tutti i
premi e castighi

il Dio di AL-Ghazali crea intenzionalmente il mondo nel tempo e lo crea tutto direttamente senza bisogno di
intermediari conosce le sue creature in tutti i minimi dettagli e si prende cura di ciascuna di esse dispensa
premi e castighi in base al comportamento terreno dell’essere umano. Un altro punto importante è la
reinterpretazione della causalità ovvero del rapporto causa effetto secondo AL-Ghazali nega l’esistenza di
veri e propri nessi causali tra le creature tutto ciò che succede nel nostro mondo naturale è il risultato
dell’intervento divino immediato e diretto da dio stesso cio significa che l’unica vera Causa nell’universo è
Dio non esistono cause seconde.

AVERROE’ 1126

Appartiene al califfato di Cordoba (contesto geografico e socio-culturale diverso da Avicenna e Al-Ghazali)


la sua fama è legata ai commenti a tutte le principali opere di Aristotele che faranno di Averroè il
commentatore per eccellenza commentando Aristotele Averroè prende delle decisioni interpretative molto
personali: sulla Dottrina dell’intelletto e della questione del soggetto della filosofia prima. Per Averroè
esso non coincide con l’ente in quanto ente ma con Dio quindi la metafisica diviene una teologia filosofica.
Oltre a criticare il distacco di Avicenna dai testi aristotelici critica anche AL-Ghazali con uno scritto
L’incoerenza dell’incoerenza la posizione di Averroè è molto chiara: se si rinuncia alla filosofia per far posto
a pretese teologiche non sufficientemente fondate si distrugge ogni fiducia nelle possibilità conoscitive
dell’uomo e si cade in uno scetticismo totale che non è di giovamento alla fede ma la distrugge. Filosofia e
religione sono sorelle di latte non sono perfettamente compatibili ma si implicano a vicenda a questo tema
Avicenna ha dedicato un suo scritto il Trattato decisivo sull’accordo di filosofia e religione più che uno
scritto esso è una fatwa che significa risposta di un’autorità giuridico-religiosa a un quesito o a una
consultazione giuridica, il trattato è dunque la risposta del giudice Averroè a un quesito che gli è stato posto
sulla compatibilità della filosofia con la legge islamica. Secondo il diritto islamico tutte le azioni umane si
dividono in

a) atti permessi o leciti


b) atti prescrittivi che si suddividono in obbligatori e raccomandati
c) atti illeciti

in questa griglia la filosofia in quanto considerazione di tutto ciò che esite in quanto è prodotto da Dio
ed è segno di Dio è prescritta dalla legge islamica come meritoria o obbligatoria se non fosse esistita i
mussulmani l’avrebbero dovuta inventare ma dato che è gia stata messa a disposizione lo studio dei
filosofi del passato anche se pagani e non-mussulmani è in qualche modo un obbligo e se si troveranno
errori com’è naturale in tutto ciò che è umano non li si dovrà condannare ma scusare e perdonare.
Secondo Averroè non ci possono essere contrasti reali tra insegnamenti religiosi e filosofici la
rivelazione in quanto tale deve essere vera iin quanto ispirata da dio ma anche la dimostrazione
razionale se condotta adeguatamente religione e filosofia conducono dunque alla stessa verità quindi i
contrasti fra di esse sono solamente apparenti una delle due ipotetiche verità andrà interpretata più
correttamente quale? Seguendo il sillogismo aristotelico qualsiasi dimostrazione filosofica o scientifica
è indubitabile è quindi il testo rivelato a dover essere sottoposto a interpretazione che lo renda
compatibile con la verità filosofica. Il corano a diversi livelli di lettura

-senso letterale o ovvio che è alla portata di tutti i credenti

-metaforico e più profondo accessibile solo alle persone più colte ovvero a coloro che hanno gli
strumenti per interpretarlo cioè i filosofi

Quindi come detto sopra lo studio della filosofia è prescritto dalla legge islamica in quanto permette di
cogliere la verità più profonda del testo rivelato. Questa conclusioni ha due conseguenze: la prima è
che la gente semplice è tenuta ad attenersi esclusivamente al senso letterale della rivelazione e sarebbe
pericoloso se questi provassero ad addentrarsi nel senso profondo senza averne i mezzi si
perderebbero e non troverebbero né la verità nella salvezza. La seconda conseguenza
dall’interpretazione del testo rivelato devono essere esclusi i teologi dato che mancano dei mezzi
necessari.

La dottrina dell’unicità dell’intelletto potenziale fino ad Averroè la teoria dominante nel mondo della
filosofia in lingua araba pone come unico e separato l’intelletto agente e come proprio di ciascun
individuo l’intelletto potenziale ovvero quello con cui effettivamente si pensa la novità di Averroè è
quello di porre come unico e separato anche quest’ultimo in modo da collocare l’intera attività di
pensiero aldi fuori degli individui, per Averroè nessuno possiede una propria anima intellettiva esiste
invece una solo anima intellettiva a cui gli uomini si congiungono ogni volta attraverso le proprie
immagini sensibili l’evoluzione della posizione di Averroè egli ha commentato il De anima di Aristotele
tre volte mutando sempre la propria opinione. Nel Compendio o Epitome la sua posizione è ancora
molto vicina a quella di Alessandro l’intelletto potenziale è una pura disposizione che averroe non
inserisce nel corpo ma nelle immagini sensibili, l’intelletto potenziale non è altro che la capacità o
disposizione delle nostre immagini sensoriali a trasformarsi in contenuti intellegibili. Nel Commento
medio in direzione di Temistio l’intelletto potenziale dev’essere considerato nella sua
complementarietà rispetto all’intelletto agente per cui tale intelletto acquista una sua sostanzialità
nell’essere congiunto all’intelletto agente quindi essi si presentano come voleva Temistio come due
facce della stessa medaglia il primo funge in qualche modo da materia da potenza l’altro che funge da
forma la definitiva soluzione averroista l’unicità dell’intelletto potenziale nel Commento grande
l’intelletto potenziale diviene al pari dell’intelletto agente una sostanza separata che è all’opera in
modo unitario e identico ogni volta che nell’universo c’è qualcuno che offre dei possibili contenuti da
pensare. È dunque unico in sé e molteplice per accidente ovvero in quanto partecipato da una
molteplicità di individui che pensano attraverso di esso il processo del pensiero può essere scritto in
questo modo: ogni individuo elabora a partire dalle sensazioni dalle forme o immagini sensibili cioè i
fantasmi, su tali fantasmi si esercita l’azione astrattiva dell’intelletto agente che li spoglia di ogni
componente particolare o individuale, il prodotto di quest’azione agisce sull’intelletto potenziale nel
senso che si imprime in esso facendosi effettivamente pensiero o concetto. Pensare significa così per
l’uomo ricorrere all’intervento di due principi separati uno di astrazione (intelletto agente) uno di
ricezione (intelletto potenziale) a pensare non è propriamente ogni singolo uomo ma l’intelletto
potenziale mentre l’uomo si limita a fornirgli dei contenuti, gli oggetti da pensare. La tesi di Averroè
sull’intelletto potenziale implica anche la negazione di qualsiasi forma di sopravvivenza individuale
dopo la morte del corpo, l’uomo deve realizzare in questa vita la congiunzione con l’intelletto agente
che coincide con la massima beatitudine possibile per ciascuno di noi. Per essere un vero uomo devi
essere razionale essere pensanti e non tutti sono in grado di esserlo i filosofi secondo Averroè sono più
uomini degli altri uomini.