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COREA DEL NORD:

UNA SUCCESSIONE DALLE CONSEGUENZE


IMPREVEDIBILI

8 gennaio 2011

di Gisella Ligios

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Gli ultimi giorni di settembre hanno visto lo svolgersi del primo congresso del Partito del Lavoro
della Corea del Nord a distanza di trenta anni dall’ultimo conclave. Quella che si riteneva una
lotta intestina in atto fra le varie fazioni del regime di Pyongyang avrebbe trovato una soluzione
nella nomina di Kim Jong un alla successione del Caro Leader Kim Jong il.
La questione della successione in Corea del Nord riveste particolare importanza se correlata alle
varie problematiche poste dalla repressiva dittatura alla Comunità internazionale. In particolare,
occorrerà capire che impatto potrà avere questo cambio al vertice sulla attuale questione nucleare,
sulle prospettive di riforma economica e sociale interna, e più in generale sulle relazioni fra il
regime e il mondo esterno.

Kim Jong- un e una gestione del potere condivisa

Ad un primo sguardo, la scelta del regime è inaspettata e di difficile interpretazione. Kim Jong-un è
infatti il terzogenito del dittatore nordcoreano, e le scarse notizie che si hanno di lui in Occidente lo
descrivono un giovane privo di esperienza nelle faccende politiche e militari. Le ipotesi relative ad
un periodo di studio in Svizzera darebbero corpo all’idea che egli abbia vissuto a lungo lontano dal
suo Paese, circostanza che lo priverebbe di una sufficiente conoscenza della situazione interna. Gli
osservatori sudcoreani e occidentali hanno tracciato svariate ipotesi sulla successione politica,
accelerata dal peggioramento delle condizioni di salute del Caro Leader.
Per comprendere appieno cosa stia avvenendo a Pyongyang, occorre tener presente che fin dalla sua
fondazione, la Corea del Nord, che risponde alla peculiare definizione di “monarchia comunista”, è
stata governata rispettando determinati equilibri di potere. Più precisamente, la forza del regime è
concentrata nelle mani dell’esercito, ritenuto il vero detentore del potere. Il culto della personalità
espresso dalla figura del Grande Leader è stato a lungo un collante per Pyongyang, che si presenta
come una società fortemente gerarchizzata. L’egualitarismo promesso dal regime comunista non si
è mai realizzato, trattandosi di un Paese caratterizzato da forti diseguaglianze economiche e sociali.
Ad uno sguardo più approfondito emerge una rigida stratificazione sociale di tipo piramidale, al cui
vertice siedono i funzionari governativi di alto livello. Seguono poi le forze dell’ordine e il

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personale di sicurezza, e poi, in ordine gerarchico, i lavoratori delle unità industriali, gli altri
lavoratori e i residenti, infine i contadini. I contadini rappresentano la componente che ha
maggiormente subìto il contraccolpo di scelte economiche disastrose; si tratta dell’ultimo gradino in
questa scala sociale costituita da compartimenti chiusi, attraverso i quali ci si sposta solo in base a
requisiti di fedeltà al regime.
All’interno di ogni dittatura, il ricambio al vertice rappresenta un momento di grande tensione e di
intensa lotta per il potere. Si può dunque supporre che nell’imminenza di una successione di Kim
Jong-il, gli alti ranghi militari avvertano il rischio di una perdita di controllo sul Paese. A questo
proposito, il Congresso del Partito del Lavoro tenutosi a settembre assumerebbe una valenza
particolare, in vista del potenziale tentativo del Partito di contestare il potere detenuto dall’Esercito.
Tuttavia pare impensabile che tali tendenze in atto possano portare all’erosione dell’autorità dei
vertici militari. Essi si identificano infatti con i detentori del potere politico, e proprio questo
complesso intreccio politico-militare rende particolarmente complicato modificare gli attuali
rapporti di forza.
Un esempio emblematico della supremazia militare è rappresentato dalle modalità della successione
di Kim Jong-il a Kim Il-sung, avvenuta nel lungo spazio di quindici anni fra il 1980 e il 1994. Il
Caro Leader infatti assunse la guida delle forze armate nel 1991, e proprio questa sua funzione fu
finalizzata a scongiurare il rischio di una debole legittimità quale erede politico. Il potere militare,
in Corea del Nord, è dunque ancora oggi la cartina tornasole della legittimità politica. A confermare
il fatto che l’autorità militare sia tutt’altro che in pericolo, occorre inoltre segnalare l’importanza
degli eventi più recenti.
In primo luogo, il Congresso è stato occasione per la nomina di importanti cariche all’interno
dell’esercito. Il giovane Kim Jong-un, oltre alla investitura ufficiale quale erede, è infatti assurto al
rango di “Daejang”, ovvero generale militare quattro stelle dell’Esercito del Popolo Coreano. Egli è
stato inoltre promosso alla Commissione Centrale Militare del Partito, e, evento più rilevante, ha
assunto una delle due cariche di vice presidente della Commissione Nazionale di Difesa. Queste
cariche vanno a sommarsi a quella di membro del Comitato Centrale del Partito, un importante
organo politico. Nel contempo, sempre nell’ambito del Congresso, non si può ritenere casuale il
ruolo assunto da due figure chiave ai fini della successione: la nomina a generale di Kim Kyong-hui,
sorella del Caro Leader e moglie di Chang Song-taek, è perfettamente coerente con la volontà di
accentrare il potere in mano a figure vicine a Kim Jong-il.
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Non ultimo, è utile sottolineare il ruolo di Chang Song-taek quale membro della Commissione di
Difesa Nazionale. Proprio questo personaggio potrebbe acquisire un peso sempre maggiore alla
guida del Paese. A questo proposito, è opportuno sottolineare la sua già riconosciuta influenza al
fianco di Kim Jong-il, del quale è oggi considerato il più fedele consigliere. Gran parte delle
decisioni del Caro Leader si ritiene siano infatti da lui condivise e sostenute, sebbene occorre
ricordare che la capacità di Chang Song-taek di raccogliere consenso e di costruire solide alleanze
ha comportato nel 2004 un periodo di allontanamento e di quarantena politica. Si ritiene che egli sia
stato infatti obbligato a una sorta di isolamento rieducativo, per riacquisire visibilità al fianco di
Kim Jong-il solo nel marzo 2006. Sembra indubbio che, a fronte della ineluttabilità della
successione, egli sia oggi rientrato a pieno titolo nelle preferenze del dittatore coreano, che lo
avrebbe scelto per guidare e monitorare la formazione del giovane Kim Jong-un.
In ultima analisi, il Congresso ha reso evidente che il mantenimento dello status quo in questa fase
delicata passi anche dal ruolo delle figure di Song-taek e Kyong-hui. Sembra infatti che si stia
delineando una gestione del potere condivisa, apparentemente condotta dal giovane delfino Kim
Jong-un, ma nella pratica coadiuvata dai due zii.
Una ulteriore conferma della volontà di considerare l’esercito un attore politico centrale emerge da
due ulteriori eventi succedutisi all’inizio di ottobre. Uno di questi è la prima apparizione pubblica di
Kim Jong-un accanto a suo padre in occasione di una manifestazione militare, in data 5 ottobre.
Simbolicamente più importante, invece, è quella che può essere considerata la presentazione
ufficiale dell’erede, avvenuta nella capitale di fronte a un immenso pubblico e alle più alte cariche
del regime il 10 ottobre. Un particolare rilevante in questa occasione è stata la presenza di una
piccola delegazione di giornalisti occidentali, invitati a testimoniare l’avvenuto passaggio di
consegne al vertice del regime, con l’evidente intenzione di notificare alle potenze straniere l’evento.
Sembra dunque che, nonostante le pressioni della Cina, la ristretta cerchia alla guida del Paese abbia
voluto smentire l’eventualità di una rivoluzione in atto ai vertici del potere, ribadendo al contrario la
sempre solida posizione della componente militare. Tutto questo può ricondurre, inoltre, ad una
precisa volontà di Pyongyang di ribadire al mondo le proprie aspirazioni nucleari.

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Le aspettative

Il Congresso e la conseguente nomina ufficiale di Kim Jong-un non mancano di destare curiosità e
apprensione tanto in Occidente quanto in Asia. In particolare, occorre ricordare che nell’ambito dei
Colloqui a Sei, Pechino ha rivestito il ruolo di mediatore fra la Comunità internazionale e il regime
del Caro Leader. Ad oggi la Cina resta dunque l’unico paese a poter esercitare una certa influenza
su di esso, in virtù degli ingenti aiuti che creano una vera dipendenza economica della Corea del
Nord da Pechino.
Il legame fra Pechino e Pyongyang viene costantemente rinnovato anche da periodiche visite di
Kim Jong-il in Cina. Nell’ambito della visita precedente al Congresso, avvenuta nell’agosto 2010, si
può supporre che il presidente Hu Jintao abbia caldeggiato l’adozione di riforme sociali ed
economiche che renderebbero il Paese più solido dal punto di vista economico e meno dipendente
dall’aiuto esterno.
Pechino ha dunque un duplice interesse: da un lato preservare la posizione privilegiata quale
potenza influente e riconosciuta da un regime imprevedibile e pericoloso. Si tratta, questa, di
una carta che la Cina gioca favorevolmente già da tempo nelle relazioni con i Paesi occidentali e in
particolare con gli Stati Uniti. Dall’altro lato, deve garantirsi il mantenimento della stabilità nella
penisola, in modo da scongiurare la sempre più verosimile eventualità di un collasso economico che
comporterebbe enormi costi in termini di assistenza economica e assorbimento dei profughi.
Pechino potrebbe dunque accontentarsi della piccola trasformazione in atto e rinunciare e ben più
alti stravolgimenti, in quanto l’obiettivo irrinunciabile rimane preservare la stabilità politica
nell’area.
Oltre Pechino, anche a Washington si attende con ansia l’esito dell’operazione politica in corso nel
Paese asiatico. La prospettiva di un complicato processo di successione preoccupa gli Stati Uniti fin
dal 2008, quando iniziarono a circolare ipotesi sul peggioramento di salute del Caro Leader.
Con la ufficializzazione dell’investitura di Kim Jong-un al Congresso di settembre, la Casa Bianca
si interroga circa l’impatto della successione sulle relazioni con la Corea. L’incertezza maggiore è
certamente legata alla durata della transizione, e dunque alla eventualità di una lenta stabilizzazione
del regime o di una sua implosione.
A tal proposito gli Stati Uniti potrebbero preferire la prima opzione, ovvero un processo graduale di
avvicendamento atto a scongiurare il rischio di una lotta tra fazioni dall’esito incerto. Nel caso in
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cui la transizione avvenisse senza intoppi secondo la direttive di Kim Jong-il, vi sarebbe certamente
una prima fase inevitabile di postura assertiva. Tuttavia in seguito questa potrebbe lasciare spazio
ad una maggiore apertura della nuova leadership, che potrebbe mostrarsi più affidabile in ambito di
negoziazioni.
Al contrario, una mancata stabilizzazione e la conseguente lotta interna aumenterebbero il rischio di
una egemonia dell’Esercito, una componente fortemente oltranzista. Il risultato potrebbe essere in
tal caso lo stallo definitivo dei negoziati per la denuclearizzazione, circostanza poco auspicabile
vista la recente aggressione militare mossa verso l’isola sudcoreana di Yeonpyeong.
Fin quando il processo di successione non sarà completato e non sarà emersa una fisionomia chiara
della nuova leadership, è probabile aspettarsi un approccio fermo ma allo stesso tempo attendista da
parte degli Stati Uniti, nel proseguimento di quella che è stata definita “pazienza strategica”.
L’Amministrazione Obama, a fronte di ulteriore ostruzionismo politico o di nuovi atti di guerra
come quello del 23 novembre, renderà più visibile la propria presenza militare nell’area del Mar
Giallo.
L’ipotesi di una delega della questione nordcoreana a Pechino è dunque da accantonare. A seguito
delle azioni intraprese da Pyongyang nell’ultimo anno, gli Stati Uniti hanno rafforzato il loro ruolo
nell’area, ormai reso stabile dalla presenza di 28.500 soldati statunitensi di stanza in Corea del Sud.
A seguito dell’attacco a sorpresa a Yeonpyeong, inoltre, le esercitazioni dell’artiglieria sudcoreana
sono state condotte con la presenza di personale militare statunitense. L’impegno americano nei
confronti di Seoul si è intensificato ulteriormente con l’arrivo della portaerei USS George
Washington nelle acque del Mar Giallo, che si è unita alle forze sudcoreane per un’intensa serie di
esercitazioni congiunte e per rispondere all’elevato stato d’allerta nell’area. Si tratta di un segnale
forte e chiaro diretto a Pyongyang e a Pechino, quest’ultima criticata informalmente dagli Stati
Uniti di non avere assunto una posizione coerente a fronte dei ripetuti atti di aggressione
nordcoreani.
Una delle potenze coinvolte nella complessa questione coreana è certamente Mosca. La
Federazione Russa, tuttavia, ha da sempre rivestito un ruolo marginale nell’ambito dei Colloqui a
Sei, a causa della mancata elaborazione di una politica nordcoreana autonoma. Alla base di questa
inerzia politica vi è l’incapacità di definire le sue priorità nell’area, delegando il lavoro diplomatico
a Stati Uniti e Cina.

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La Russia di Putin prima, e ora quella di Medvedev, ha apparentemente rinunciato ad avere una
voce propria, nonostante la stabilità dell’area euroasiatica implicherebbe un ruolo maggiormente
attivo. In realtà occorre notare che, recentemente, Mosca ha provato a emanciparsi mantenendo una
equidistanza sia dalle azioni avventate di Pyongyang che dalla linea dura richiesta dagli Stati Uniti.
Infatti, già prima dell’impasse dei Colloqui a Sei, Mosca addebitava a Washington l’inefficacia
della intransigenza politica americana, che richiedeva un completo smantellamento delle capacità
nucleari senza fornire alla Corea del Nord né adeguati incentivi né garanzie di sicurezza.
Attualmente, il Presidente Medvedev sottolinea l’interesse prioritario da attribuire alla sicurezza
globale, e non ha mancato di esprimersi anche contro Pyongyang e la sua scarsa propensione
diplomatica.
Si può dunque dedurre che Mosca stia dando prova di maggiore realismo politico rispetto a
Washington? Certamente al Cremlino è forte la consapevolezza dell’impossibilità di concertare
azioni di forza volte a denuclearizzare Pyongyang, in un contesto di insufficiente coesione e in
mancanza di una struttura di sicurezza collettiva nell’area asiatica. La difficoltà di far convergere
l’indecisione di Pechino e la volontà sanzionatoria americana rendono impensabile una soluzione
condivisa.
In conclusione, sebbene le provocazioni nordcoreane incontrino la netta condanna da parte del
Cremlino, la Russia non intende assumere un ruolo maggiormente proattivo. Ciò è rafforzato dalla
visione secondo cui una condizione di inoffensività della Corea del Nord non produrrebbe alcun
vantaggio strategico per Mosca, che non ha alcun interesse a favorire uno sbilanciamento di forze
né in favore degli Stati Uniti né in favore della Cina.
Si può dunque ritenere che nell’ipotesi di una successione foriera di crisi o nel caso di nuove
tensioni sulla penisola coreana, Mosca potrebbe limitarsi ad aderire a nuove sanzioni stabilite in
seno alle Nazioni Unite. Difficilmente la Russia si impegnerà a dare propulsione diplomatica
all’iniziativa dei Colloqui a Sei, e potrebbe anzi disimpegnarsi progressivamente dalla questione
coreana laddove la situazione di attuale stallo si protraesse.

Quali saranno le prossime mosse di Seoul?

Il Governo di Lee-Myung Bak è allineato senza riserve a Washington. Più correttamente,


Washington è importante per Seoul quanto Seoul lo è per Washington.
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Il regime di Pyongyang è infatti da sessanta anni la spina nel fianco dei vari governi sudcoreani,
poiché nonostante l’armistizio del 1953 le due Coree, ad oggi, sono ancora formalmente in stato di
guerra. Le frequenti schermaglie sul confine marittimo del Mar Giallo, dove corre la linea divisoria
imposta dalle Nazioni Unite e mai accettata dalla Corea del Nord, sono la più concreta evidenza di
questo perenne conflitto. L’attacco alla nave da guerra sudcoreana dello scorso marzo e
l’aggressione all’isola di Yeonpyeong a novembre sono infatti solo i più recenti atti intimidatori da
parte di Pyongyang. Si può ritenere che le frequenti azioni di sconfinamento in acque territoriali
sudcoreane, gli atti di sperimentazione delle capacità offensive nucleari e i colpi di artiglieria, siano
funzionali alla necessità di mantenere la pressione su una sempre più allarmata Comunità
internazionale. Si tratterebbe di una guerra psicologica, sostitutiva di quella guerra reale che la
Corea del Nord non si spinge ancora a sostenere. La presenza militare statunitense finora ha infatti
frenato la Corea del Nord dallo scatenare un conflitto di ampia portata.
Le necessità di sicurezza di Seoul trovano dunque una convergenza con quelle a più ampia scala di
Washington, e Washington resta per Lee Myung-bak l’unica certezza difensiva. Occorre precisare
che dopo l’abbandono della “Sunshine Policy”, la politica di distensione e riconciliazione condotta
da Seoul fra il 1998 e il 2008, l’attuale governo ha imboccato la strada della linea dura, ponendo la
totale denuclearizzazione come “condicio sine qua non” per una normalizzazione delle relazioni
nord-sud. L’intransigenza mostrata non ha dato luogo alla flessione sperata nella condotta della
Corea del Nord, che, al contrario, ha optato per una postura sempre più minacciosa in attesa di una
contromossa diplomatica da parte di Seoul.
La Corea del Sud, già decisa a non aprirsi a ulteriori concessioni in termini di dialogo e di aiuti
economici, ha deciso di irrigidire ulteriormente le sue posizioni dopo gli eventi di novembre.
Tuttavia, allo stesso modo emerge a Seoul la consapevolezza che la soluzione al processo di
armamento nucleare non potrà essere data dalla forza militare, a causa della divergenza di posizioni
nell’ambito del Consiglio di Sicurezza. A questo proposito, però, Washington continua a dialogare
con le altre potenze, al fine di creare un fronte sufficientemente coeso.
Un processo da articolarsi a piccoli passi, il primo dei quali consisterebbe nel togliere a Pyongyang
la certezza della impunità di fronte agli atti di aggressione coi quali essa è solita richiamare
l’attenzione. Seoul attende inoltre i prossimi mesi per misurare l’assertività del successore di Kim
Jong-il e sondare le possibilità di un rinnovato dialogo bilaterale.

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Nel teatro asiatico un’altra potenza è pienamente coinvolta nella questione coreana e ha molto da
guadagnare da un cambiamento di equilibri nella regione: il Giappone. Il Governo di Naoto Kan è
alla ricerca di una propria direzione nella politica nordcoreana. Fin dalla istituzione degli Accordi a
Sei, infatti, il Giappone ha tentato di ritagliarsi una propria voce e di delinearsi come contrappeso
alla Cina nelle relazioni fra la Comunità internazionale e Pyongyang. I rapporti fra Corea del Nord e
Giappone sono storicamente complicati a causa di una serie di problematiche, prima fra tutte quella
inerente ai cittadini giapponesi rapiti negli anni settanta e ottanta al fine di insegnare la lingua
nipponica ai servizi segreti coreani.
Sono sempre più forti le necessità di sicurezza rivendicate da Tokyo, il cui Governo si dice
profondamente preoccupato della capacità nucleare acquisita dal regime, soprattutto dopo il test
nucleare condotto nel 2009. Sia l’attacco alla nave da guerra Cheonan che l’aggressione a
Yeonpyeong non hanno fatto che confermare i timori già espressi dal Giappone, secondo cui la
Corea del Nord rappresenta un pericolo per la propria sicurezza nazionale, e come tale va
contrastato da una azione a livello multilaterale, oltre che dalla messa in opera di una nuova
strategia difensiva nazionale.
Negli ultimi anni Tokyo ha tuttavia utilizzato con Pyongyang un approccio ambivalente,
perseguendo da un lato il multilateralismo entro la cornice degli Accordi a Sei e dall’altro provando
a porre le basi per un miglioramento delle relazioni bilaterali. È infatti chiara da tempo l’importanza
della partita che si gioca nella penisola coreana, se è vero che già nel 2002 l’allora Primo Ministro
giapponese Koizumi si è recato a Pyongyang per il primo storico incontro al vertice fra i due Paesi,
risultato poi nel modesto accordo della “Japan-North Korea Pyongyang Declaration”. Da
quell’incontro emerse solamente l’impegno relativo alla risoluzione della impasse nucleare e della
questione dei rapimenti dei cittadini giapponesi. In cambio, Tokyo promise un rafforzamento delle
relazioni, che sarebbe sfociato in un ingente aiuto economico. Tutto ciò non ha poi avuto risultati
concreti, e non si è verificata una convergenza fra i reciproci interessi. Se da un lato il Giappone ha
scorto una possibilità di emergere in veste di attore regionale al fianco della Cina, la Corea ha
invece mostrato la chiara intenzione di considerare Pechino e Washington gli unici interlocutori sul
disarmo, relegando dunque Tokyo a un ruolo da comprimario.
Il Giappone si è quindi recentemente rassegnato ad agire entro la cornice del multilateralismo, con
un ulteriore interessante tentativo di rivitalizzare il dialogo a tre con Seoul e Pechino. Inoltre,
secondo fonti diplomatiche, a seguito della vicenda di Yeonpyeong il Giappone potrebbe essere
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coinvolto nelle esercitazioni militari già condotte in maniera congiunta da Seoul e Washington. Si
potrebbe supporre che Tokyo, nella attuale contingenza, ritenga particolarmente impellenti le
proprie esigenze di sicurezza, ma l’eventuale emergere di una leadership più radicale di quella
attuale potrebbe avere anche un risvolto inaspettato. Infatti, in tale ipotesi, il Giappone potrebbe
sfruttare la sindrome di accerchiamento al fine di migliorare la propria capacità militare col
benestare statunitense. In conclusione, si può ritenere che la politica nordcoreana di Tokyo sia in un
momento di stasi, nella impossibilità di ritagliarsi uno spazio definito nel complesso gioco
diplomatico.
Occorre sottolineare che tutte le potenze coinvolte nell’obiettivo di denuclearizzare la penisola
coreana hanno a lungo provato a cooperare mantenendosi entro una prospettiva di interesse
nazionale. Quest’ultimo varia notevolmente per tutti gli attori in gioco. Per una buona riuscita del
processo di pace occorrerebbe che i reciproci interessi divenissero una variabile sullo sfondo, e non
la cornice dalla quale partire. Tutti gli attori dei Colloqui a Sei dovrebbero muovere dall’unico
obiettivo comune, ovvero la soluzione pacifica alla vicenda nucleare.

23 novembre 2010: un sguardo più approfondito sulla crisi di Yeonpyeong

Il 2010 è stato dunque un anno particolarmente intenso per la penisola coreana; in particolare il
mese di novembre ha segnato il picco più alto di tensione. Pochi giorni dopo l’annuncio
dell’esistenza di una nuova struttura di arricchimento dell’uranio, che ha gettato nuove ombre sulle
ambizioni nucleari di Pyongyang, il regime ha portato la Comunità internazionale a un passo dalla
crisi con l’aggressione all’isola di Yeonpyeong, avvenuta il 23 novembre.
Le forze militari nordcoreane hanno aperto il fuoco su Yeonpyeong, l’isola maggiore di un piccolo
arcipelago situato di poco al di sotto del Northern Limit Line. I colpi di artiglieria sono stati 170, ed
hanno provocato la morte di due militari e due civili, oltre che il ferimento di diverse persone. La
Corea del Sud ha sparato in risposta circa 80 colpi di artiglieria, ma ha evitato una rappresaglia
massiccia che avrebbe portato allo scoppio di una guerra.
L’azione di Pyongyang riconduce alla precisa volontà di mantenere viva la questione coreana
nell’agenda di Washington e delle altre potenze. Con questa aggressione, la Corea del Nord ha
inteso assicurarsi che gli Stati Uniti e Seoul percepiscano la risolutezza del regime. Si è trattato di

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un vero atto di guerra, corredato da motivazioni contrastanti con la realtà dei fatti. Il regime ha
infatti giustificato l’attacco come una risposta ad una provocazione militare già in atto da parte di
Seoul, che avrebbe sparato per prima all’interno delle acque nordcoreane. Tale circostanza è stata
però immediatamente smentita da fonti diplomatiche sudcoreane, specificando che gli spari
denunciati dalla controparte rientravano in una abituale esercitazione militare preventivamente
segnalata al Nord e avvenuta entro le acque sudcoreane. Si può dunque parlare con certezza di un
atto di “primo colpo” da parte della Corea del Nord, fatto che potrebbe avvalorare alcune ipotesi.
Per comprendere le ragioni sottese ad un attacco così duro, occorre infatti ragionare sul legame fra
questo evento e la visita dello scienziato statunitenense Hecker all’impianto di arricchimento
dell’uranio avvenuta il 12 novembre. Il lasso di tempo intercorso fra le due circostanze è di appena
undici giorni, e ciò induce a inquadrare queste circostanze all’interno di una strategia intimidatoria
ormai esasperata da parte di Pyongyang.
Sebbene gli impianti mostrati agli scienziati americani siano ufficialmente adibiti alla produzione di
combustibile nucleare, l’attacco a Yeonpyeong esprime la prontezza ad utilizzare le tecnologie
nucleari a scopi militari. Inoltre, si presume che a guidare le operazioni del 23 novembre sia stato
proprio l’erede Kim Jong-un, e se ciò venisse confermato costituirebbe un ulteriore segnale della
impellenza con la quale si intende legittimarne il ruolo. Dunque, occorre leggere l’attacco a
Yeonpyeong sotto due diversi profili. In ottica interna, il regime avrebbe mosso questo attacco al
fine di rafforzare le credenziali militari di Kim Jong-un, mentre sul piano esterno, l’aggressione
servirebbe ad aumentare la pressione sulla amministrazione Obama. Se tale strategia funzionasse, la
Corea del Nord sarebbe chiamata a riprendere i negoziati da una posizione di forza, otterrebbe
nuovi aiuti economici e alimentari, ma soprattutto resterebbe una variabile importante nella politica
estera americana.
Le reazioni immediate all’atto di guerra di Pyongyang hanno ribadito le posizioni già espresse nel
corso delle recenti schermaglie fra le due Coree. Si è infatti rivelata l’unitarietà di Washington,
Seoul e Tokyo, mentre la Cina ha espresso nuovamente prudenza. Si è già fatto riferimento
all’intensificarsi delle attività militari congiunte sudcoreane e americane, ma è importante
sottolineare che gli Stati Uniti si sono mostrati favorevoli alla futura partecipazione delle forze
militari giapponesi. Tuttavia, nei primi giorni di dicembre l’attività diplomatica della casa Bianca si
è concentrata molto anche su Pechino, nel tentativo di spronare la Cina ad assumere una posizione
netta contro il regime protetto.
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Secondo fonti diplomatiche, Pechino si sarebbe limitata a sottolineare l’urgenza di riaprire i
colloqui con Pyongyang, ma le altre tre potenze avrebbero fatto muro sancendo la propria ferma
opposizione a qualsiasi concessione.
La Corea del Sud, a seguito degli eventi a Yeonpyeong, vive certamente un momento di forte unità
nazionale, e il grave attacco subito ha creato una perfetta convergenza fra le politiche governative di
Lee Myung-bak e l’opinione pubblica coreana, che chiede ora una risposta dura al regime del Nord
(tuttavia è da notare la critica dell’opinione pubblica per l’impreparazione dell’esercito e le
susseguenti dimissioni del Ministro della Difesa Kim Tae-young). Il Governo sudcoreano, che ha
mostrato una notevole capacità di mantenere la fermezza pur evitando di cadere nella trappola
dell’escalation diplomatica e militare, si è guadagnato il sostegno sempre più solido da parte
statunitense. Si può dunque prevedere che nei prossimi mesi, e presumibilmente fino alla fine del
mandato di Myung-bak, verrà posta molta enfasi sulle necessità di sicurezza nazionale. Washington,
con il coinvolgimento di Tokyo, continuerà a perseguire la cosiddetta “strategic patience”. Il che
significa che difficilmente esso concederà al regime l’apertura del dialogo, a meno che Pyongyang
non dia sufficienti garanzie in termini di disarmo e consenta finalmente le ispezioni permanenti
della IAEA nelle sue strutture.
Difficile dire se la Cina ammorbidirà le sue posizioni per allinearsi alla Comunità internazionale.
Ciò non avverrebbe in seguito delle pressioni di Obama, ma solamente in virtù di un cambiamento
di priorità nazionali. Ovvero, nella remota ipotesi che la Corea del Nord cessi di essere una carta
strategica della politica estera di Pechino, da utilizzare come moneta di scambio nelle relazioni con
gli altri Paesi.
L’unica previsione che si può stilare è relativa all’atteggiamento di Washington. Come già detto, se
agli atti provocatori del regime è spesso seguito un atteggiamento di apertura al dialogo da parte
delle altre potenze, questo ha avvalorato un quadro strategico sperimentato con successo da
Pyongyang. Per tale ragione, l’unico antidoto al ripetersi di simili eventi sarà creare un cortocircuito
entro questo meccanismo, negando qualsiasi concessione per evitare l’innalzamento della posta in
gioco da parte della Corea del Nord. Washington, e l’intera Comunità internazionale, dovranno
iniziare col pretendere il controllo delle attività nucleari a Pyongyang, e solo poi, eventualmente,
ritornare al tavolo dei Colloqui a Sei.

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Un mutamento nelle relazioni con la Comunità internazionale?

Recentemente il Caro Leader ha sottolineato l’importanza del 2012, data simbolicamente


fondamentale in quanto ricorrerà il centenario della nascita del fondatore della patria Kim Il-sung e
anno che dovrà corrispondere al raggiungimento dello status di potenza nucleare. Il riconoscimento
di tale status dovrà sposarsi con l’obiettivo di divenire una nazione forte e prospera da un punto di
vista della stabilità politica, della capacità militare e dell’economia. Soprattutto in ambito
economico, il nodo da sciogliere sarà relativo alla riforme per l’apertura economico-commerciale.
Tale scelta implicherebbe però un compromesso, in virtù del quale alla apertura verso l’esterno, e
quindi ad una prospettiva di crescita economica, corrisponderebbe un indebolimento del concetto
del Juche, l’ideologia ufficiale del regime. L’ideologia Juche (Chuch’e), elaborata nel 1955,
legittima la superiorità della comunità rispetto all’individuo, ponendo grande importanza sul senso
di appartenenza comunitaria. Gli elementi costitutivi sono quelli della auto sufficienza o “capacità
di fare da sé” senza dipendere da interferenze esterne. Si tratta dunque di una ideologia capace di
assicurare la stabilità del regime attraverso la coesione nazionale.
La transizione viene dunque preparata con la precisa volontà di preservare e consolidare il potere
della dinastia del Caro Leader. La famiglia spera di avere il tempo necessario a formare Kim Jong-
un prima dell’uscita di scena di suo padre, al fine di renderlo politicamente riconosciuto e
legittimato.
Se il giovane generale sarà capace di creare una rete di alleanze sufficientemente stabile all’interno
del Partito e dell’Esercito, egli potrà riattualizzare il culto della personalità dei suoi due
predecessori e assicurare così continuità al dominio della monarchia, garantendo l’attuale status
quo. L’alternativa potrebbe invece condurre a scenari imprevedibili. Qualora infatti la scomparsa
del Caro Leader si verificasse prima del previsto, potrebbe crearsi un vero e proprio vuoto di potere
in seno al quale si scatenerebbe la vera lotta fra i militari e il Partito del Lavoro. In tal caso, è
difficile dire se a prevalere sarebbe quest’ultimo, nella speranza cinese di una lenta strada di riforme
verso il “capitalismo guidato”. Ciò che si può prevedere con certezza sarebbe l’aprirsi di un focolaio
di instabilità che potrebbe affossare in via definitiva la possibilità dei negoziati sul nucleare.
È difficile tracciare ipotesi relative all’approccio che Kim Jong-un adotterà nel relazionarsi coi
vicini asiatici e con gli Stati Uniti. Come già sottolineato, è probabile l’aprirsi di una prima fase in
cui la nuova leadership vorrà mostrare risolutezza nel perseguire il programma nucleare, che sarà
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definito un cardine irrinunciabile di progresso e sviluppo nazionale. Per il giovane erede e per i suoi
collaboratori sarà necessario inviare un segnale chiaro, volto a chiarire che il regime non intende
tornare al tavolo delle trattative se non da una posizione di parità strategica con gli altri partner.
La successione e il momento di fragilità istituzionale che potrà derivarne spingerà quindi Kim Jong-
un a ispessire le posizioni già espresse dal suo predecessore, ritenendo inoltre importante
proiettare una immagine di coesione della leadership sulla questione nucleare.
La Corea del Nord, d’altro canto, è consapevole di non poter più rinunciare agli aiuti internazionali
(sia umanitari che finanziari, questi ultimi ottenuti dalla Cina), dunque continuerà ad offrire
aperture illusorie al fine di tenere aperta la prospettiva di una risoluzione della crisi, senza peraltro
fermare il processo di sviluppo degli armamenti. Secondo la prassi ormai consolidata della “politica
del rischio calcolato”, ad una nuova fase di dialogo seguirebbe inevitabilmente la chiusura di un
regime che, mutato nella dirigenza, difficilmente muterà nella sostanza. È altresì possibile che, in
cambio di un grande sforzo diplomatico da parte della Comunità internazionale e di sufficienti
garanzie di sicurezza e sviluppo, si possa giungere ad un congelamento del programma stesso.
Rimane però impensabile che Pyongyang rinunci in via definitiva all’unico strumento di pressione
in grado di garantirgli un buon grado di potere contrattuale con gli Stati Uniti e gli altri Paesi.
Qualsiasi strategia venga adottata dalla nuova leadership di Pyongyang, sarà necessario porsi ad
essa rivendicando la assoluta inscindibilità del binomio normalizzazione – denuclearizzazione.

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