Sei sulla pagina 1di 43

IDEA, MONDO E LINGUAGGIO IN T. HOBBES E J.

LOCKE
Author(s): Aldo G. Gargani
Source: Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa. Lettere, Storia e Filosofia , 1966,
Serie II, Vol. 35, No. 3/4 (1966), pp. 251-292
Published by: Scuola Normale Superiore

Stable URL: https://www.jstor.org/stable/24300207

JSTOR is a not-for-profit service that helps scholars, researchers, and students discover, use, and build upon a wide
range of content in a trusted digital archive. We use information technology and tools to increase productivity and
facilitate new forms of scholarship. For more information about JSTOR, please contact support@jstor.org.

Your use of the JSTOR archive indicates your acceptance of the Terms & Conditions of Use, available at
https://about.jstor.org/terms

is collaborating with JSTOR to digitize, preserve and extend access to Annali della Scuola
Normale Superiore di Pisa. Lettere, Storia e Filosofia

This content downloaded from


5.171.121.58 on Sun, 13 Jun 2021 16:06:08 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
IDEA, MONDO E LINGUAGGIO IN T. HOBBES E J. LOCKE

di Aldo G. Gargani

ι. - Sfera concettuale e dimensione linguistica.

Mettendo a confronto la teoria hobbesiana degli universali


dottrina dei termini generali e del linguaggio di J. Locke, Fri
Brandt (') poneva in evidenza la differenza di tali teorie osserva
me la risoluzione hobbesiana degli universali in puri e semplici n
nettesse allo strumento linguistico una funzione di decisiva imp
per il pensiero astratto e per la realizzazione delle procedure log
litiche attraverso le quali si costituisce il sapere formalmente certo
scienza, funzione che è assente nel pensiero dell'altro filosofo in
Assunte tutte le idee ο immagini ο fantasmi della mente come rapp
tazioni di contenuti particolari e concreti, Hobbes doveva far p
necessariamente sui nomi universali la possibilità della costituzi
la scienza dimostrativa. Laddove dunque per Hobbes l'universal
sorge soltanto con il nome, e soltanto il nome è « il veicolo dell
sale », per Locke il nome è semplicemente il segno di un conten
versale previamente costituito sul piano extra-linguistico delle r
tra le idee (2). Confronto e giudizio che erano già stati espressi d
rer, il quale, come più tardi il Brandt, aveva visto venir meno nell'
lockiana quella funzione dei nomi nella formazione delle propo
universali della scienza che era stata affermata prima da Hobbes
sta funzione costitutiva di un sapere certo, che si organizza med
disponibilità di nomi che vengono sommati ο sottratti l'uno d
nelle proposizioni, e sommati nei sillogismi, che Hobbes aveva

(!) Thomas Hobbes' Mechanical Conception of Nature, London, 1928, pp. 234-35.
(2) Cfr. F. Brandt, op. cit.} p. 236.
(3) « Locke si stacca da Hobbes e dalla sua teoria nominalistica del concetto, che altrov
gue fedelmente: i simboli e i segni della matematica sono per lui degli strumenti necessari
moria, ma non già la ragione logica dell'Universalità dei giudizi matematici. I segni debbon
valore oggettivo semplicemente alle idee che essi garantiscono e rappresentano; il criterio p
tezza della conoscenza dovrà quindi alla fine essere cercato soltanto in quest'ultime e n
menti necessari che sussistono tra di esse », E. Cassirer, Storia della filosofia moderna, Tor
vol. II, pp. 290-91.

This content downloaded from


5.171.121.58 on Sun, 13 Jun 2021 16:06:08 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
252 Aldo g. gargànì

sciuto al linguaggio, non


lockiana della conoscenza, in cui l'universalità risulta ascritta alle idee
prima ancora che esse acquistino una dimensione linguistica, e dove l'in
troduzione della facoltà di un'intuizione intellettuale consente di stabilire
rapporti immediati tra le idee, prescindendo dall'impiego di segni lin
guistici e di cifre (per i rapporti di eguaglianza ο di proporzione tra i
numeri), ridotti a strumenti mnemo-tecnici per la registrazione e trasmis
sione delle operazioni sulle idee(4). L'introduzione di questa nozione di
intuizione a partire dall'abbozzo Β dell'-Essay lockiano(5), e che verrà
acquistando una posizione preminente sopratutto nel IV libro di quest'o
pera, intesa come strumento che stabilisce rapporti immediati di concor
danza e discordanza tra le idee complesse dei modi e delle relazioni, senza
passare per una mediazione linguistica, sembra dispensare Locke da
un'indagine su quella che è la matrice linguistica dell'organizzazione teo
rica dell'esperienza. Nell'£ssay cosi « la dimensione linguistica era del
tutto diminuita dal momento che i significati dei nomi di modi e di re
lazioni venivano determinati sulla base di un'intuizione puramente in
tellettuale » (6).
La tematizzazione di questa facoltà intuitiva che può operare senza
servirsi delle parole costituisce indubbiamente il punto estremo di quel
l'arco della riflessione lockiana sul linguaggio che confina quest'ultimo

(4) « ...dalla complessità di queste idee morali segue un altro inconveniente, ossia che la mente
non può con facilità ritenere quelle precise combinazioni con altrettanta esattezza e perfezione quanta
sarebbe necessaria nell'esame delle costanze e delle corrispondenze, concordanze ο discordanze, che
stanno tra l'una e l'altra di quelle molteplici idee... Il grande aiuto contro questo pericolo, che i ma
tematici trovano nei diagrammi e nelle figure, che rimangono inalterabili nei loro disegni, è eviden
tissimo, e spesso la memoria avrebbe grande difficoltà, altrimenti, a ritenerli con tanta esattezza, mentre
l'intelletto esamina passo passo le parti loro per precisare le loro diverse corrispondenze. E sebbene, nel
l'operare sopra una lunga somma, ο nell'addizione, ο nella moltiplicazione, ο nella divisione, ciascuna
parte non sia che un progredire della mente che si rende consapevole delle proprie idee, e ne consi
dera la concordanza ο discordanza; e sebbene la soluzione del problema altro non sia che il risultato
di un tutto composto di quei particolari di cui la mente ha una chiara percezione, — tuttavia, se non
si scrivessero le varie parti con dei segni, i cui significati precisi sono noti, e con dei segni che du
rano, e che rimangono sotto l'occhio anche quando la memoria li ha abbandonati, sarebbe quasi im
possibile ritenere nella mente tante idee diverse senza confondere, ο lasciarsi sfuggire, certe parti del
conto, e con ciò rendere inutile tutta la nostra fatica di ragionamento intorno ad esso. Nel qual caso
le cifre ο i segni non aiutano affatto la mente a percepire la concordanza fra due ο più numeri, co
munque presi, le loro eguaglianze ο proporzioni; tutto questo la mente lo ottiene solo per intuizione
delle proprie idee dei numeri stessi », J. Locke, An Essay Concerning Human Understanding, IV, iii,
19; nelle citazioni in italiano seguo la traduzione di Camillo Pellizzi, Bari, Laterza, 1951. Le sotto
lineature sono mie.

(5) Cfr. J. Locke, An Essay concerning the Understanding, Knowledge, Opinion, and Assent, edi
ted with an Introduction by Benjamin Rand, Cambridge, Harvard University Press, 1931, § 44, pp.
103-04 « ...quando vogliamo pervenire a quella grande certezza che chiamiamo 'dimostrazione', noi
solitamente ricorriamo ai nostri occhi, e non cerchiamo una certezza maggiore di quella che i no
stri occhi ci possono consentire, dal momento che tutta l'evidenza di cui la dimostrazione sembra
fornita non è nulla di più di ciò che la parola 'dimostrazione' naturalmente significa, ossia di mo
strare ogni cosa com'è e farla percepire, così che in effetti ciò che noi veniamo a conoscere in questo
modo non è per prova, ma per intuizione ». Sulla conoscenza intuitiva ntWEssay del 1690, cfr., in
particolare, IV, ii, 1-7 e 9.
(6) C. A. Viano, /. Locke. Dal razionalismo all'illuminismo, Torino, i960, p. 475.

This content downloaded from


5.171.121.58 on Sun, 13 Jun 2021 16:06:08 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
Idea, mondo e linguaggio in T. Hobbes e J. Locke 253

ad un compito subordinato di registrazione e comunicazione di contenut


elaborati in altra sede, e su questo piano 1 'Essay lockiano esprime
atteggiamento assai meno consapevole delle possibilità dello strumen
linguistico di quello che è dato trovare nelle teorie dello Hobbes. N
dimeno, se si assume l'intero àmbito della ricerca lockiana sul proble
del linguaggio e, più in generale, della significazione, si dovrà osserv
in prima approssimazione:

I) La presenza di istanze e esigenze di carattere diverso cui bi


gna ricondurre le oscillazioni e i differenti esiti della teoria lockiana; qu
sta si sviluppa lungo direzioni di ricerca che sono talvolta divergent
come vedremo, da una parte Locke sente la necessità di affrontare
problema del linguaggio per mettersi in grado di formulare un'app
priata teoria della conoscenza umana; la progressione di quest'ultima
articola in funzione di nozioni universali, e quindi risulta strettamen
connessa ai nomi che (eccettuati quelli di persona e di luogo) contengo
sempre un'indice di generalità. La generalità definisce dunque il pian
in cui si incontrano teoria linguistica e teoria epistemologica; dall'alt
questa medesima generalità si costituisce sul piano extra-linguistico dell
operazioni astrattive sulle idee, per cui l'idea universale viene a sosti
re quella funzione generalizzante che per altri aspetti sembra essere
pria dei nomi, e cosi la dimensione epistemologica finisce per assorb
quella linguistica. Ma questa assimilazione di funzioni, per la quale l'
tuizione intellettuale riesce ad avocare a sé stessa, in piena autonom
ogni operazione sulle idee, non dà ragione dell'importanza e della vast
accordata peraltro da Locke al tema del linguaggio nel III libro d
1 'Essay, e di quella classificazione delle scienze nell'ultimo capitolo d
l'opera in cui accanto ad una filosofia naturale, e ad una pratica, vie
affiancata una dottrina dei segni ο Ιημειωίική, ossia una scienza delle p
role che nella circostanza vengono definite, insieme alle idee, « i gra
strumenti della conoscenza » (7).

II) Il complesso rapporto che determinate condizioni e disposiz


ni dell'intelligenza umana, che dirigono gli usi linguistici corretti e sign
ficanti, hanno con l'attitudine metafisica a introdurre essenze ο for
delle sostanze come condizioni dell'unità delle proprietà sensibili delle co
se; da una parte, infatti, la dottrina dei segni deve sostituirsi, come
dremo, alla metafisica delle forme sostanziali, mediante la conversio
del discorso di tipo ontologico nel discorso analitico di natura linguistic
dall'altra, va considerato che quella funzione dell'immaginazione la q
le unifica e cristallizza le proprietà degli oggetti empirici secondo vinco

(7) An Essay Concerning Human Understanding, IV, xxi, 4.

This content downloaded from


5.171.121.58 on Sun, 13 Jun 2021 16:06:08 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
254 ALDO G. GARGANI

sostanzialistici è quella medesim


ontologici della metafisica aristo
bili secondo il metodo delle idee,
per stabilire quelle artificiali co
razione dei generi e specie che so
l'uomo nell'esperienza, per sodd
necessità della vita.

Ili) La possibilità di reperire alcuni risultati di notevole interesse


per una teoria del linguaggio e della formazione del significato, anche se
essi non sono formulati entro una dimensione linguistica, ma vengono
proposti nella forma di un discorso imperniato prevalentemente su con
cetti, idee, e su operazioni e processi mentali.

IV) L'atteggiamento consapevole che Locke manifesta circa la


funzione specifica e precipua del linguaggio nella formazione di alcune
idee complesse.

Di queste condizioni occorre tener conto per giustificare in ogni caso


il fatto che Locke in una fase già avanzata di elaborazione deH'£ss«y
avvertisse il bisogno di affrontare il problema del linguaggio prima di in
contrare il problema della conoscenza umana nel IV libro. Al termine del
II libro Locke manifesta in un passo assai noto l'esigenza di modificare
il progetto primitivo dell'opera che prevedeva un passaggio diretto dal II
libro dedicato alle idee a quello destinato alla conoscenza, e mostra di
essere avvertito della funzione insostituibile del linguaggio nell'elabora
zione e nella formazione delle proposizioni conoscitive (per quanto ciò pos
sa essere smentito altrove dal filosofo inglese in rapporto, fondamental
mente, allo sviluppo della tematica dell'intuizione intellettuale).

« Avendo esposto cosi l'origine, le specie e l'estensione delle nostre idee, con va
rie altre considerazioni su questi strumenti, ο materiali (non so quale dei due nomi si
convenga meglio), della nostra conoscenza, il metodo che mi sono proposto dall'inizio
richiederebbe ora che io procedessi immediatamente a dimostrare quale uso faccia di
esse l'intelletto, e quale conoscenza noi abbiamo per loro mezzo. Nella prima visione
generale che avevo di tale materia, questo era tutto ciò che pensavo mi sarebbe occor
so di fare; ma, da un esame più attento, trovo che c'è un rapporto cosi stretto fra le
idee e le parole, e le nostre idee astratte e le parole generali hanno un rapporto cosi
costante fra loro, che è impossibile parlare in modo chiaro e distinto della nostra co
noscenza, che consiste tutta di proposizioni, senza considerare anzitutto la natura,
l'uso e il significato del linguaggio » (8).

(8) An Essay, cit., II, xxxiii, 19; in una lettera al Molyneux del 1693, Locke scriveva: « Alcune
parti del terzo libro relative alle parole, sebbene i pensieri fossero abbastanza facili e chiari, tuttavia
mi sono costate più fatica per dar loro espressione che tutto il resto del mio Saggio », in The Wor\s
of John LocJ^e, London, 1823 (reprinted by Scientia Verlag, Aalen, 1963, vol. Ill, pp. 527-28).

This content downloaded from


5.171.121.58 on Sun, 13 Jun 2021 16:06:08 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
Idea, mondo e linguaggio in Τ. Hobbes e ]. Locke 255

Se il riconoscimento lockiano della funzionalità e dei poteri de


guaggio tuttavia non si conclude in una valutazione di tipo hobbe
delle procedure linguistiche come strumenti di formazione del sapere
to, la ragione di ciò va ricercata nella diversità dei modelli di sapere
tifico che assumono Hobbes e Locke, i quali determinano nei due filo
una serie di differenti assunzioni e valutazioni delle possibilità de
guaggio.

2. - Modelli differenti del sapere scientifico.


Attraverso le fasi successive di elaborazione e di redazione del De
Corpore (per limitarci all'espressione più matura dell'interpretazione hob
besiana della scienza) Hobbes veniva realizzando il tentativo di un m
dello di teoria scientifica unitario e generale che doveva includere i prin
cipi universali per la deducibilità di ogni forma particolare di sapere; sul
la base di un metodo di deduzione mediato dalla geometria, Hobbes p
poneva un modello meccanicistico di interpretazione che doveva este
dersi dall'indagine dei fenomeni naturali alla psicologia, alla morale e
la politica. La base convenzionale e arbitraristica della Logica nella r
dazione del De Corpore avanti alla rielaborazione del 1651 (9) non co
sentiva la realizzazione di una scienza della natura; l'edizione a stam
dell'opera nel 1655, infatti, introduceva in luogo di definizioni stipulate
ad arbitrio come principi generali del sapere formalmente certo, una
rie di concetti universalissimi non più convenzionali, ma autoevident
come quelli del moto e del corpo, e di principi ο proposizioni fondam
tali come quello affermante la causalità universale del moto, suscettib
di costituire il fondamento di un sapere formalmente certo, ma dotato a
tempo stesso di una validità conoscitiva rispetto al mondo fisico (10).
geometria continuava a costituire la base del metodo della filosofia n
turale ο della fisica sulla base del modello meccanicistico adottato dal fi
losofo inglese, e generalizzato alla stessa geometria, dal momento che la
nozione del punto geometrico è la nozione di un corpo che con il suo mo
vimento genera la linea, e che questa, a sua volta, con il proprio mo
vimento genera la superficie. Con i concetti di moto e di corpo, e con il
principio dell'universale causalità del movimento, Hobbes riconduceva
la possibilità degli enti geometrici a una matrice meccanicistica, e stabi
liva il terreno di incontro della geometria e della scienza della natura,
della geometria e della filosofia civile e morale. Mediante l'asserita riso

(9) Per la ricostruzione delle varie fasi delle teoria hobbesiana della scienza, cfr. l'eccellente lavoro
di A. Pacchi, Convenzione e Ipotesi nella formazione della Filosofìa Naturale di Thomas Hobbes,
Firenze, 1965, particolarmente capitoli VII, Vili e IX.
(10) Cfr. De Corpose, Parte I: Computatio sive Logica, vi, 5-6, in Thomae Hobbes Malmesbu-_
rtensis Opera Philosophica quae latine scripsit omnia, studio et labore Gulielmi Molesworth, Londini,
1839-45, vol. I, pp. 62-63.

This content downloaded from


5.171.121.58 on Sun, 13 Jun 2021 16:06:08 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
25fi ALDO G. GARGANI

lubilità di qualsiasi enunciato scie


mi relativi a concetti autoevidenti
deva ogni dimensione ipotetica
Γ autoevidenza di certi concetti e
dispensava dall'uso delle generali
za; la disponibilità di quei concet
bilità di riportare le varie scienz
dello meccanicistico generalizzat
tera ricerca scientifica hobbesiana risultava cosi unificata sulla base di
quei concetti di corpo, moto e dei relativi principi, da cui si possono d
re le possibilità della geometria, della filosofia del movimento (philos
de motu) che studia gli effetti prodotti dal movimento di un corpo su
un altro corpo, della fisica che concerne la ricerca delle cause dell
sazioni e delle qualità sensibili nei movimenti delle particelle material
e da cui si possono altresì dedurre quei moti dell'animo quali la be
lenza, l'avversione, l'attrazione, ecc. che sono oggetti dell'indagine
rale ; questi oggetti presuppongono la fisica dal momento che « ca
habent in sensu et imaginatione, quae sunt subjectum contemplati
physicae » ("). Geometria, filosofia del moto, fisica, morale risulta
essere cosi discipline collegate in un ordine deduttivo a partire dal
neralità relative al corpo e al moto:
« Haec autem omnia eo ordine quem dixi investiganda esse, ex eo constat quod
physica intelligi non possunt nisi cognito motu qui est in partibus corporum minutis
simis, neque talem motum partium nisi cognito quid sit quod motum efficit in alio,
neque hoc nisi cognito motus simpliciter quid efficiat. Et ex eo quod omnis rerum ad
sensus apparitio determinata, talisque et tantus fit, per motus compositos, quorum
unusquisque certum gradum velocitatis, certamque viam obtinet; primo loco, viae mo
tuum simpliciter (in quo consistit geometria) deinde viae motuum generatorum et ma
nifestorum, postremo viae motuum internorum et invisibilium (quas quaerunt physici)
investigandi sunt. Itaque qui philosophiam naturalem quaerunt nisi a geometria prin
cipium quaerendi sumant, frustra quaerunt » (12).

È noto che Locke orientava la sua teoria della scienza sulla base dei
modelli e delle procedure offerti dalla biologia e dalla medicina, anzich
dalla matematica e dalla fisica (B) ; Locke assumeva un modello scienti

(n) De Corpore, I, vi, 6, p. 64.


(12) De Corpore, I, vi, 6, pp. 64-65. Nella quarta parte del De Corpore e ancor più, successiv
mente, nel De Homine, viene meno lo schema unitario della metodologia scientifica hobbesiana;
metodo geometrico non risulta più estensibile al campo della fisica, che diviene un sapere ipotetico
privo di certezza. La geometria costituisce un sapere certo in quanto relativa ad oggetti generati da
l'uomo, cosi come sarà per la morale e per la politica nel De Homine; laddove il sapere della fisi
è soltanto ipotetico in quanto i suoi oggetti non sono creazioni dell'uomo, cfr. De Corpore, IV, xxv
I, pp. 315-16.
C13) A questo proposito, cfr. P. Romanell, Loc\e and Sydenham·. A Fragment on Smallpox,
(Bulletin of the History of Medicine», XXXII (1958), pp. 293-321, The significance of Locke's

This content downloaded from


5.171.121.58 on Sun, 13 Jun 2021 16:06:08 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
Idea, mondo e linguaggio in T. Iìobbes e ]. Locke 257

co di tipo prettamente descrittivo, di stampo baconiano, impegnat


tanto in un compito di registrazione e classificazione dei dati dell'
vazione empirica, che escludeva la formulazione di principi teoric
ipotesi generali sulla natura. Il rifiuto di ipotesi generali, considerate
lo più incerte, incontrollabili ο addirittura false, veniva ad esclud
possibilità di costruire vasti impianti teoretici per l'esplicazione dei f
meni naturali che richiedevano assunzioni concettuali di carattere uni
versale, e che oltrepassavano le possibilità dell'intelletto e dell'esperienza
sensibile. L'origine di questo orientamento lockiano è da attribuir in gran
parte, come è stato dimostrato, all'incontro del filosofo inglese con Tho
mas Sydenham nel 1667; a Londra Locke aveva assistito il dottor Sy
denham nelle visite, nella pratica clinica, nello studio del vaiolo, e con il
Sydenham aveva collaborato ad un lavoro sull'arte medica (14). In Obser
vations Medicae circa Morborum Acutorum Historiam et Curationem (I5),
Sydenham si era espresso contro l'uso di ipotesi generali speculative e
aveva raccomandato l'assunzione di un modello clinico basato sull'os
servazione accurata, sulla registrazione e classificazione dei sintomi p
tologici :

« Sentio autem nostrae Artis incrementum in his consistere ut habeatur (I.) Hi


storia sive morborum omnium descriptio quoad fieri potest graphica & naturalis; (2.)
Praxis seu Methodus circa eosdem stabilis ac consummata. Sane morbos crasse depin
gere satis obvium est; atqui Historiam eorum ita conscribere, ut evitetur Censura,
quam Clarissimus Verulamius in nonnullos ejusmodi Promissores vibravit, longe majo
ris est negotii : Satis simus (inquit Vir Nobilissimus) haberi Historiam Naturalem, mo
le amplam, varietate gratam, diligentia saepius curiosam » (16).

Sydenham esprimeva l'esigenza di classificare le malattie secondo spe


cie ben definite in analogia agli accurati procedimenti impiegati dai bota
nici nella classificazione delle piante; il nuovo piano di sistemazione e or
dine classificatorio di queste specie doveva essere organizzato secondo le
distinzioni che tra le malattie possono essere introdotte sulla base dell'os
servazione dei diversi sintomi e delle differenti tecniche terapeutiche che
sono richieste di volta in volta;

« —expedit ut morbi omnes ad definitas ac certas species revocentur, eadem


prorsus diligentia ac ακρίβεια, qua id factum videmus a Botanicis scriptoribus in suis

Arte Medica', in Memorias del XIII Congr. Inter, de Filosofia, Mexico, Univ. Nac. Aut. de Mexico,
1964, vol. VI, pp. 127-33; Some Medico-Philosophical Excerpts from the Mellon Collection of Loct^e
Papers, pp. 107-116, in «The Journal of the History of Ideas», XXV (1964); C. A. Viano, op. cit.,
pp. 421-462; D. Givner, Scientific Preconceptions in Locke's Philosophy of Language, in « The Jour
nal of the History of Ideas », XXIII (1962), pp. 340-54.
(14) Locke menziona Sydenham nella Epistle to the Reader ntWEssay-, nella prefazione alle Obser
vationes Medicae Sydenham esprime un apprezzamento su Locke; cfr. su questo punto M. Cranston,
John Loc\e. A Biography, London, 1957, p. 93; P. Romanell, Some Medico-Philosophical Excerpts,
ecc., cit., p. 113.
(15) Cfr. Thomaf. Svdenham, Opera Universa, Editio quarta ab Authore adhuc vivo Emendatior
Auctior Reddita, Londini, 1685.
(16) Observationes Medicae, cit., Praefatio.

This content downloaded from


5.171.121.58 on Sun, 13 Jun 2021 16:06:08 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
258 ALDO G. GARGANt

Phytologiis. Quippe reperiuntur morbi qui


ac quoad nonnulla symptomata sibi invicem consimiles, tamen & natura inter se di
screti diversum etiam medicandi modum postulant » (17).

Ma queste classificazioni di specie dovevano esser liberate dagli sche


mi di ipotesi generali e complessive che ostacolano le distinzioni tra le
diverse malattie riscontrabili sulla base dell'osservazione caso per caso,
e che in luogo di esser introdotte e impiegate in funzione della specificità
dei fenomeni osservati, risultavano subordinate a qualche assunzione spe
culativa sulla natura.

« ....complures esse qui [morbi], licet ab authoribus sub eodem titulo citra ullam
speciei distinctionem tractentur, dissimillima sint indole... Imo etiam ubi distributio
in species reperitur, id fit plerumque ut Hypothesi alicui quae veris Phaenomenis sub
struitur, suus reservetur honos; ac proinde ejusmodi discriminatio non tam ad morbi,
quam ad Authoris ingenium, Philosophandique theoriam accomodata est Porro au
tem in scribenda morborum Historia, seponatur tantisper oportet quaecunque Hypo
thesis Philosophica, quae scriptoris judicium preoccupaverit; quo facto turn demum
morborum Phaenomena clara ac naturalia, quantumvis minuta, per se accuratissime
adnotentur; exquisitam Pictorum industriam imitando, qui vel naevos & levissimas
maculas in imagine exprimunt. Enimvero dici vix potest quot erroribus ansam prae
buerit Hypotheses istae Physiologicae, dum scriptores, quorum animos falso colore
illae inbuerint, istius modi Phaenomena morbis affigant, qualia, nisi in ipsorum ce
rebro, locum nunquam habuerunt, debebant autem in conspectum venire, si Hypo
thesis, quam ipsi pro concessa ac rata habent, constaret Veritas » (18).

Locke generalizzava all'intera estensione del sapere scientifico la me


todologia analitico-descrittiva del Sydenham, che doveva avere il suo esi
to nella costruzione di storie naturali delle malattie. Nella riduzione della
procedura della scienza alla compilazione di storie naturali, Locke, attra
verso la mediazione di Sydenham, riprendeva e recuperava quello che
era stato l'ideale scientifico baconiano, ossia il progetto di redigere quelle
storie delle qualità degli oggetti naturali in cui Bacone ravvisava i « fun
damenta philosophiae verae et activae », nonché una condizione di disci
plinamento della mente, capace di stornare quest'ultima dai pregiudizi,
dalle «vane credenze» e dall'attitudine alle generalizzazioni affrettate (").

(17) Observationes Medicae, cit., ivi.


(18) Observationes Medicae, cit., ivi.
(19) « ...non si omnia omnium aetatum ingenia coivissent aut posthac coierint; non si universum
genus humanum philosophiae dedisset operam aut dederit, et totus terrarum orbis nihil aliud fuisset
aut fuerit quam academiae et collegia et scholae virorum doctorum; tamen absque tali qualem nunc
praecipiemus Historia naturali et Experimenrali, ullos qui genere humano digni sint progressus in
philosophia et scientiis fieri potuisse aut posse. Contra vero, comparata et bene instructa hujusmodi
historia, additis experimentis auxiliaribus et luciferis quae in ipso interpretationis curriculo occurrent
aut eruenda erunt, paucorum annorum opus futuiam esse inquisitionem naturae et scientiarum omnium.
Itaque aut hoc agendum est aut negotium deserendum. Hoc enim solo et unico modo fundamenta
philosophiae verae et activae stabiliri possunt; et simul perspicient homines, tanquam ex profundo
somno excitati, quid inter ingenii placita et commenta ac veram et activam philosophiam intersit, et

This content downloaded from


5.171.121.58 on Sun, 13 Jun 2021 16:06:08 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
Idea, mondo e linguaggio in T. Hobbes e J. Locke 259

L'impostazione del metodo clinico di Sydenham, inteso a classi


le malattie al di fuori di qualsiasi presupposto teorico generale su
tura intima della natura, il rifiuto di ipotesi generali dalle quali d
le manifestazioni dei sintomi patologici, venivano riproposti d
nell'Ars Medica (1669), in cui il filosofo inglese riprendeva la
contro l'impiego di principi e ipotesi generali formulati prima de
vazione delle «operazioni della natura e dell'accadere delle cos
li hanno l'effetto di ostacolare il reperimento di nuovi dati de
zione, ο che di tali dati non tengono conto fintantoché non so
di sussumerli. Questo procedimento è proprio di coloro che si son
cupati « di propagare la conoscenza della fisica e di lasciare le r
la pratica alla posterità » ; costoro hanno cercato di realizzare
giamento proprio della natura dell'intelletto umano che « non con
dosi di osservare l'operazione della natura e l'accadere delle cos
la loro causa, ed è senza posa e inquieto fintantoché su quelle c
discorre esso non si è costruita qualche ipotesi e ha gettato un fo
to su cui edificare tutti i suoi ragionamenti»; ma cosi operand
tori delle ipotesi e delle teorie generali hanno bloccato lo svilu
l'analisi dei sintomi delle malattie e il perfezionamento delle regole
per il loro trattamento entro i limiti angusti stabiliti da una seri
cipi e di ipotesi generali relativi alle « cause nascoste delle mal
l'«arte segreta e ai numerosi strumenti impercettibili con i q
opera ».

« Non vorrei che si credesse che io qui censuri i dotti autori dei tempi passati,
ο che disconosca i vantaggi da loro lasciati alla posterità. Ad essi noi dobbiamo un
gran numero di eccellenti osservazioni e numerosi discorsi ingegnosi, e non c'è alcuna
regola pratica fondata su osservazioni oggettive che io non accolga e a cui io non mi
rimetta con venerazione e riconoscenza; tuttavia penso di poter fiduciosamente affer
mare che l'ipotesi che teneva insieme i lunghi e elaborati discorsi degli antichi, e che
non tollerava che le loro indagini si estendessero più in là di quanto i fenomeni delle
malattie potevano esser spiegati da quelle dottrine e da quelle regole pratiche adattate
ai principi assunti, non ha fatto altro alla fine che limitare e restringere i pensieri
degli uomini, divertire il loro intelletto con eleganti quanto inutili speculazioni, e ha
deviato le loro indagini dalla vera e vantaggiosa conoscenza delle cose... Colui che
nella medicina stabilirà massime fondamentali e, di qui tirando conseguenze e solle
vando dispute, la ridurrà nella forma regolare di una scienza, avrà fatto in realtà qual
cosa per estendere l'arte di parlare e forse avrà stabilito un fondamento per dispute
interminabili, ma se spera di condurre con un tal sistema alla conoscenza delle infer
mità dei corpi umani, della costituzione, della natura dei segni, dei mutamenti e
della storia delle malattie, insieme al sicuro e accorto metodo della loro cura, egli fa

quid demum sit de natura naturam ipsam consulere », F. Bacone, Parasceve ad Historian! Naturalem
et Experimentalem, in The Worlds of Francis Bacon, collected and edited by J. Spedding, R. Leslie
Ellis, D. Denon Heath, London, 1857-74, vol. I, p. 394. Cfr. su questo punto P. Rossi, F. Bacone.
Dalla Magia alla Scienza, Bari, 1957, pp. 494 sgg.

This content downloaded from


5.171.121.58 on Sun, 13 Jun 2021 16:06:08 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
26ο ALDO G. GARGANI

rebbe come chi passeggiasse in su e


allo scopo di prender visione e disegnare una mappa della campagna L'inizio e il
progresso delle arti utili, i mezzi di assistenza della vita umana sono tutti derivati dal
l'industriosità e dalla osservazione. La vera conoscenza sorse dapprima nel mondo
mediante l'esperienza e le operazioni razionali, e, se questo metodo fosse continuato,
e i pensieri di tutti gli uomini fossero stati impiegati a sottoporre alla loro prova le
osservazioni altrui, senza dubbio la medicina, cosi come molte altre arti, sarebbe stata
in una condizione assai migliore di quella attuale » (20).

All'origine della polemica lockiana nei confronti dell'impiego di ipote


si e di principi generali nella scienza della natura non erano solo l'in
contro con Thomas Sydenham e la ripresa dell'ideale baconiano delle
storie delle qualità naturali; una forte riserva nei confronti delle teorie
meccanicistiche formulate da Cartesio e da Hobbes, le quali pretendeva
no di dedurre la spiegazione dei fenomeni naturali muovendo da princi
pi generali evidenti, non suscettibili di modifica ο di correzione sulla base
di ulteriori osservazioni, era stata espressa anche da Robert Boyle (2I). Se
da un lato Boyle accettava l'ipotesi corpuscolare comune a Cartesio, a
Hobbes e a Gassendi, secondo la quale la materia risulta costituita di par
ticelle impercettibili, inosservabili che con il loro movimento danno ra
gione di tutte le trasformazioni fisiche e chimiche degli oggetti, da un al
tro lato egli respingeva la pretesa assolutezza delle teorie atomistiche al
lorquando esse pretendevano di assegnare proprietà rigide e fisse alle par
ticelle materiali ; a questo riguardo Boyle dichiarava di « non essere affat
to convinto dell'esistenza di un disegno della natura per mantenere una
tal particella di materia in un tal stato da essere rivestita proprio di tali
accidenti piuttosto che di qualsiasi altri » (22). Poiché le particelle materia
li non sono entità sperimentabili, e poiché d'altro lato le proprietà osser
vabili non costituiscono le proprietà essenziali delle cose naturali, ma
dipendono dal movimento e dall'interazione delle particelle ο corpuscoli
materiali, ne risulta che non è possibile dedurre proprietà e classificare
specie di sostanze una volta per tutte sulla base dei principi generali della
teoria corpuscolare; un mutamento nel movimento e nell'azione reciproca
tra i corpuscoli materiali ad un certo punto può produrre la trasforma
zione di una sostanza in un'altra, può per esempio trasformare l'oro in
un diverso metallo; senonché, osservava a questo proposito Boyle, la
modalità e il procedimento di questa trasformazione non sono deducibili
dai principi generali della teoria atomistica, ma risultano unicamente con
statabili indirettamente attraverso l'osservazione sperimentale. Boyle di

(20) J. Locke, De Arte Medica, in H. R. Fox Bourne, Ihc Life of John Loc\c, London, 1876,
vol. I, pp. 223-25.
(21) Cfr. su questo punto C. A. Viano, op. eit., pp. 440-443.
(22) Cfr. R. Boyle, The Origin of Forms and Qualities According to the Corpuscular Philosophy,
in The Worlds of the Honourable Robert Boyle, edited by T. Birch, London, 1772, vol. Ill, p. 42.

This content downloaded from


5.171.121.58 on Sun, 13 Jun 2021 16:06:08 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
Idea, mondo e linguaggio in T. Hobbes e J. Locke 261

stingueva esattamente tra il tipo di esplicazione scientifica che si


a enunciare proposizioni sulla natura generale dei fenomeni (e che si
sono considerare come « tipiche regole metodologiche, che non entra
me premesse in nessun ragionamento scientifico ») (a), e il tipo di m
di esplicazione che, fondato sul metodo dell'osservazione empirica
principio della correzione e del controllo in base all'esperienza, fo
indicazioni precise e controllate delle condizioni che producono de
nati effetti naturali. In questo senso, altro è asserire che in generale
effetti seguono dalla forma, grandezza e quantità di movimento dell
ticelle materiali, e altro è asserire da quali precise e specifiche forma,
dezza e quantità di movimento delle particelle derivano i medesim
fetti.

« Ma ammesso che noi non sappiamo con certezza, in generale, che questi feno
meni naturali devono procedere dalla grandezza, movimento e dalle qualità cosi risul
tanti degli atomi, nondimeno possiamo indagare le cause particolari di questo ο di quel
particolare effetto ο evento. Poiché una cosa è essere in grado di mostrare che è possi
bile che i tali effetti procedono dalla diversa grandezza, forma, movimento e aggrega
zioni degli atomi; un'altra cosa è essere in grado di enunciare quali precisi e deter
minati figure, dimensioni e movimenti degli atomi sono sufficienti a produrre i fe
nomeni considerati, senza incongruenze con altri fenomeni qualsiasi che si debbano in
contrare in natura; allo stesso modo che una cosa è per un uomo ignaro di meccanica
rendersi conto che i movimenti dell'orologio di Strasburgo sono prodotti per mezzo di
certe ruote, corde, pesi, ecc. e un'altra cosa è essere in grado di descrivere distintamen
te la grandezza, la figura, la proporzione, il movimento, e, in breve, l'intero congegno
di quella meravigliosa macchina ο di qualche altra capace di realizzare il medesimo
effetto » (24).

Come Boyle, anche Locke aveva accettato la teoria corpuscolare del


la materia, esprimendo un analogo rifiuto delle teorie atomistiche e mec
canicistiche che assumevano la teoria parcellare della materia non come
un'ipotesi metodologica generale sui fenomeni naturali — nel quadro del
la quale si doveva riservare poi all'osservazione e all'esperimento il com
pito di stabilire le proprietà degli oggetti naturali —, ma come la premes
sa teorica dalla quale si pretendeva di dedurre gli specifici fenomeni del
la natura.

« Io posseggo infatti un'idea della figura, mole e situazione di parti solide in


generale, ma non ne ho nessuna della particolare figura, mole, ο combinazione di parti
tra loro, mediante le quali vengono prodotte le qualità sopra indicate ; qualità che
trovo in quella particella particolare di materia che è sul mio dito, e non in un'altra
particella di materia con la quale taglio la penna che mi serve a scrivere » (25).

(23) C. A. Viano, op. cit., p. 442.


(24) R. Boyle, Some Considerations touching the Usefulness of Experimental Natural Philosophy,
Parte I, in The Wor\s of the Honourable R. Boyle, cit., vol. II, p. 45.
(25) An Essay on Human Understanding, II, xxxi, 6.

This content downloaded from


5.171.121.58 on Sun, 13 Jun 2021 16:06:08 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
262 ALDO G. GARGANI

La teoria corpuscolare costitu


te una funzione limite nella c
ti ultimi costitutivi della mate
ticelle materiali, la loro forma,
portata dei nostri sensi e del no
lo fossero, ancora non sapremm
fisiche e la funzione, i poteri ch
recepite dall'intelligenza, ο il rap
che essi sono in grado di produr
dunque, al metodo dell'osservaz
le proprietà degli oggetti natura
labili sull'esperienza. La storia
cone si costruiva su quel piano
poneva si come ipotesi generale
fenomeni naturali, ma che al t
ciare la storia delle proprietà o
delle particelle) si costituiva an
di rappresentazioni (26).
L'irrangiungibilità per l'inte
struttura della materia inducev
confronti della possibilità di una
intorno ai corpi:

« ...sono tentato di dubitare che, p


spingere la filosofia utile e sperime
debba essere per sempre fuori dal ra
idee perfette e adeguate perfino di
getti al nostro comando. Di quelli ch
e che riteniamo di conoscere meglio,
pletissime » (27).

È in rapporto all'impossibilità
dedurre da principi generali una
cismo circa la possibilità di olt
mitato alla classificazione delle
nessi che non si possono presen
valutare la teoria lockiana del l
tematizzazione della dimensione
tivo-descrittiva dell'impiego ling

(2β) Essay, cit., IV, iii, ιι, 12, 13, 14, 16


(27) Essay, cit., IV, iii, 26.

This content downloaded from


5.171.121.58 on Sun, 13 Jun 2021 16:06:08 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
Idea, mondo e linguaggio in Τ. Hobbes e J. Locke 263

tore dell'-Essay ascriveva al sapere scientifico bisogna ricondurre la diff


renza della valutazione lockiana delle possibilità del linguaggio rispett
quella hobbesiana; Hobbes assegnava, infatti, al linguaggio una funzio
fondante della scienza sulla base di un impianto rigorosamente conv
zionalistico-nominalistico del sapere scientifico che si organizza a mez
di equivalenze analitiche a partire da definizioni univoche, scelte arbitra
riamente, dei termini introdotti.

3. - Concetto e nome nella logica di T. Hobbes.

Nella Computatio sive Logica, e particolarmente nei primi cinqu


capitoli di questa prima parte del De Corpore (28), Hobbbes aveva espr
so una teoria della logica e del linguaggio di indirizzo nominalistico e
bitraristico; nel quadro di questa teoria, che, com'è noto, risolveva
funzione dell'universalità nei nomi, che negava che i nomi fossero «
gna ipsarum rerum» (29), che riduceva la nozione di verità ad una p
prietà non delle cose, ma del discorso (30), ad un calcolo ben diretto d
nomi nelle proposizioni e nei sillogismi, Hobbes affermava che le ver
prime da cui viene dedotto il sapere autentico della scienza hanno la loro
origine «nell'arbitrio di coloro che per primi imposero nomi alle cose
e che esse da null'altro dipendono che da definizioni stipulate arbitra
mente. La scienza risultava cosi configurata come un sistema linguist
di proposizioni analitiche derivate da un complesso di assunzioni ling
stiche originarie scelte arbitrariamente (31).

(28) Sulle redazioni del De Cor pore cfr. A. Pacchi, op. cit.
(29) Cfr. De Corpore, I, ii, 5, p. 15.
(30) Cfr. De Corpore, I, iii, 7-8, pp. 31-32.
(31) « Intelligitur hinc veritati et falsitati locum non esse, nisi in iis animantibus qui oratio
utuntur. Etsi enim ammalia orationis expertia, hominis simulachrum in speculo aspicientia simili
affecta esse possint, ac si ipsum hominem vidissent, et ob earn causam frustra eum metuerent,
abblandirentur, rem tamen non apprehendunt tanquam veram aut falsam, sed tantum ut similem
neque in eo falluntur. Quemadmodum igitur orationi bene intellectae debent homines, quicquid rec
ratiocinantur; ita eidem quoque male intellectae debent errores suos; et ut philosophiae decus,
etiam absurdorum dogmatum turpitudo solis competit hominibus... Deduci hinc quoque potest, ve
tates omnium primas, ortas esse ab arbitrio eorum qui nomina rebus primi imposuerunt, vel ab
posita acceperunt. Nam exempli causa verum est hominem esse animai, ideo quia eidem rei duo ill
nomina imponi placuit », De Corpore, I, iii, 8, p. 32. Sulla impostazione terministica della log
hobbesiana e in particolare sul carattere sintattico della teoria della proposizione e del sillogismo, c
Mario Dal Pra, Note sulla logica di Hohbes, in « Rivista Critica di Storia della Filosofia », X
(1962), pp. 424-27. Sulla nozione semantica della verità in Hobbes ha richiamato l'attenzione R.
Martin in On the Semantics of Hobbes, in « Philosophy and Phenomenological Research », XIV (1
54), pp. 205-11. Per Hobbes vero e falso sono proprietà del discorso, non delle cose; vera è la p
posizione in cui il soggetto e il predicato sono nomi aventi il medesimo significato, ossia il no
che funge da soggetto e il nome che funge da predicato sono nomi della stessa cosa: « Quando
nomi sono congiunti in una conseguenza (consequence), ο affermazione, come un uomo è una c
tura vivente, oppure se egli e un uomo, egli è una creatura vivente·, se il secondo nome, creat
vivente, significa tutto ciò che il primo nome significa, allora l'affermazione ο conseguenza è ve
altrimenti è falsa. Infatti vero e falso sono attributi del linguaggio, non delle cose. E dove non

This content downloaded from


5.171.121.58 on Sun, 13 Jun 2021 16:06:08 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
264 ALDO G. GARGANI

« Sunt primae [propositiones] autem nihi


nitionis partes, et hae solae principia demons
loquentium audientiumque factae, et proptere

Il sapere formalmente certo che Ho


tuatamente nominalistica e terministi
redazione del De Corpore degli anni
sviluppo di proposizioni analitiche da
tura convenzionale; condizione indi
disponibilità di nomi universali, la c
terio d'uso non risultano assegnati sul
logici, 0 di entità concettuali ο ideali c
tà. Il linguaggio della scienza è possibil
mi universali, ma questi non si rifer
fissate :

« Νomen autem commune, cum sit plurium rerum sigillatim sumptarum nomen,
non autem collective omnium simul (ut homo, non est generis humani nomen, sed
uniuscujusque, ut Petri, Jobannis et caeterorum hominum seorsimj vocatur ob earn
rem universale. Est ergo nomen hoc universale, non rei alicujus existentis in rerum
natura, neque ideae, sive pbantasmatis alicujus in animo formati, sed alicujus semper
vocis sive nominis nomen » (33).

Per certi aspetti, come vedremo, la dimensione ideativa ο concettuale


sembra essere ammessa da Hobbes al livello di concetti singolari di og
getti particolari: i concetti possono essere solo singolari, laddove i nomi
soltanto possono essere universali; questi ultimi sono categorie linguisti
che sotto le quali si costituiscono classi di oggetti singoli. Il nome uni
versale viene cosi a costituire una distribuzione degli oggetti particolari
entro schemi di classificazione linguistica.

linguaggio, non c'è né verità, né falsità » (Leviathan or the Matter, Form, and Power of a Common
wealth Ecclesiastical and Civil, Parte T, 4. in The English Work.s of Thomas Hohbes of Malmesbury,
now first collected and edited by William Molesworth, London, 1839-1845. voi. Ili, p. 23; nei passi
citati abbiamo quasi sempre seguito la traduzione di Roberto Giammanco, Torino, Utet, 1055); « Vera
[propositio] est cujus praedicatum continet in se subjectum; sive cujus praedicatum nomen est unius
cujusque rei, cujus nomen est subjectum·, ut homo est animai, vera propositio est, propterea quod
quicquid vocatur Homo, idem vocatur quoque Animai » (De Corpore, I, iii, 7, p. 31): cfr. a questo
proposito R. M. Martin, art. cit., p. 207; J. W. N, Watkins, Hobbes's System of Ideas, London,
1965, pp. 144 sgg. Il Martin {art. cit., pp. 208-09) osserva come il concetto di verità di Hobbes (« Con
siderando che la verità consiste nel corretto ordinamento dei nomi nelle nostre affermazioni, un uomo
che cerca l'esattezza della verità deve ricordarsi ciò che significa ogni nome che egli usa e porlo al
suo posto », Leviathan, I, 4, p. 23) poggia su di una definizione dei significati dei termini impiegati
che corrisponde a ciò che Carnap chiama una semantical rule, la quale stipula mediante un assioma
0 una definizione il significato denotato dai segni di un sistema linguistico (cfr. Foundations of Logic
and Mathematics, in « International Encyclopedia of Unified Science », 1939, I, η. 3> Ρ· to).
(32) De Corpore, I, iii, 9, p. 33.
(33) De Corpore, I, ii, 9, pp. 17-18.

This content downloaded from


5.171.121.58 on Sun, 13 Jun 2021 16:06:08 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
Idea, mondo e linguaggio in T. Hobbes e J. Locke 265

« Ita ut cum dicatur animal, vel saxum, vel spectrum, vel aliud quicquam
universale, non intelligendum sit ullum hominem, saxum, &c. fuisse, esse, aut esse
posse universale, sed tantum voces eas animai, saxum, &c. esse nomina universalia.
id est, nomina pluribus rebus communia, et respondentes ipsis in animo conceptus
sunt singularium animalium vel aliarum rerum imagines et phantasmata. Ideoque non
est opus ad vim universalis intelligendam alia facultate quam imaginativa, qua recor
damur voces ejusmodi modo unam rem modo aliam in animo excitasse » (M).

La posizione nominalistica di Hobbes non è peraltro disgiunta, come è


noto, da componenti di tipo concettualistico; numerosi sono i passi, anche
a limitarsi a quei primi cinque capitoli del De Corpore la cui impostazio
ne risalente al 1645-46 doveva rimanere sostanzialmente invariata nell'edi
zione a stampa del 1655 (35), che recano una evidenza in questo senso.
Quel ragionamento 0 calcolo che sembrava per certi aspetti esaurirsi in
operazioni sui nomi, in realtà viene esteso da Hobbes anche all'àmbito
di operazioni puramente ideali ο concettuali;

« Quomodo autem animo, sine verbis tacita cogitatione ratiocinando addere et


substrahere solemus uno aut altero exemplo ostendendum est. Si quis ergo e longiquo
aliquid obscure videat, etsi nulla sint imposita vocabula, habet tamen ejus rei ideam
eandem propter quam impositis nunc vocabulis dicit earn rem esse corpus. Postquam
autem proprius accesserit, videritque eandem rem certo quodam modo nunc uno, nunc
alio in loco esse, habebit ejusdem ideam novam, propter quam nunc talem rem ani
matam vocat. Postremo cum stans in proximo figuram ejus videat, vocem audiat,
aliasque res quae signa sunt animi rationalis perspiciat, habet quoque ideam tertiam,
etiamsi nomen ejus nullum adhuc fuerit; eandem scilicet propter quam dicimus aliquid
esse rationale » j36).

Nel seguito del brano Hobbes illustra questa composizione di concetti


di cui mette in evidenza l'analogia con l'ordine di composizione dei nomi
complessi a partire da nomi semplici :

« Denique quando totam rem ut unam piene jam et distincte visam concipit,
illa idea composita est ex praecedentibus, atque hoc modo componit animus ideas
praedictas, eodem ordine quo in oratione componuntur haec nomina singula corpus,

(34) De Corpore, I, ii, 9, p. 18.


(35) Cfr. A. Pacchi, op. cit., p. 1Q5. Negli Elements of Law Natural and Politics (1640) Hobbes
istituisce una correlazione tra le procedure discorsivo-formali a mezzo di nomi e le sequenze parallele
di concetti; a questo proposito Hobbes introduce il concetto di evidenza come « the concomitance of
a man's conception with the words that signify such a conception in the act of ratiocination » {Ele
ments of Law, edited by F. Tònnies, Cambridge, 1028, 2a ed., I, vi, 3). Il corretto ragionamento
ο calcolo dei nomi non costituisce una condizione sufficiente per il riconoscimento della verità di una
proposizione ο di un sillogismo; occorre il criterio àt\Y evidence come possibilità di riferimento delle
procedure discorsive a delle connessioni concettuali. Cfr. su questo punto F. Brandt, op. cit.y pp.
225 sgg·
(3β) De Corpore, I, i, 3, p. 3.

This content downloaded from


5.171.121.58 on Sun, 13 Jun 2021 16:06:08 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
266 ALDO G. GARGANI

animatum, rationale, in unum nom


Atque his exemplis qualis res sit an
plificatum esse puto » (37).

Numerosi sono i passi nel De


realizzazione concettuale delle
brerebbe conciliarsi con le assuzioni di tipo nominalistico che altrove so
no predominanti; taluni di essi, nei quali Hobbes afferma l'indispensa
bilità dello strumento linguistico, mettono al tempo stesso in evidenza la
presenza di pensieri, di operazioni concettuali dai quali un nominalismo
radicale, la riduzione dell'universale ad un puro nome, sembrerebbero
dispensare (38). Hobbes afferma la necessità per l'uomo di contrassegni
sensibili (monimenta aliqua sensibilia) per fissare stabilmente e riprodur
re quelle « cogitationes » che sarebbero altrimenti « fluxae et caducae », e
per trasmetterle ad altri.

« ....ad philosophiae acquisitionem, necessaria esse monimenta aliqua sensibilia,


quibus et reduci cogitationes praeteritae, et suo quaeque ordine tanquam registra ri
possint. Hujusmodi monimenta sunt quas vocamus notas: nimirum, res sensibiles ar
bitrio nostro adhibitas, ut illarum sensu cogitationes in animum revocari possunt simi
les its cogitationibus quarum gratia sunt adhibitae » C39).
« Nomen est vox humana arbitrata hominis adhibita, ut sit nota qua cogitationi
praeteritae cogitatio similis in animo excitari possit, quaeque in oratione disposita, et
ad alios prolata signum its sit qualis cogitatio in ipso proferente praecessit vel nan prae
cessit » C40).

Nella sezione quinta del capitolo II della Computatio sive Logica, Hob
bes introduce i nomi come « signa conceptuum»; la parola, per esem
pio, « pietra » non è impiegata in funzione della designazione dell'ogget

(37) De Corpore, I, i, 3, pp. 3-4.


(38) Sull'estensione dell'arbitrarismo nominalistico hobbesiano, se esso concerna, cioè, soltanto l'im
posizione dei nomi nelle definizioni, oppure se esso investa le connessioni stesse dei nomi nelle pro
posizioni, i pareri dei critici sono assai discordi; cfr. a questo proposito A. Pacchi, op. cit., p. 151.
(39) De Corpore, I, ii, 1, p. 12.
(40) De Corpore, I, ii, 4, p. 14. Hobbes introduce una distinzione terminologica tra i contras
segni che servono ad un uso privato del linguaggio, i quali hanno la funzione di registrare e con
servare nella memoria i pensieri, e prendono il nome di notae nel De Corpore (I, ii, 2, p. 12) e di
mar\s 0 notes nel Leviathan (I, 4, p. iq), e i contrassegni che servono alla comunicazione tra i par
lanti, e tali sono i signa (De Corpore, I, ii, 2, p. 12) 0 signs (Leviathan, I, 4, p. 20); riferendosi agli
utenti del linguaggio, questa distinzione rientrerebbe, come osserva il Martin (art. cit., p. 210) nella
dimensione pragmatica della semiologia nel senso di C. Morris. Nella funzione originaria delle notae
ο mar\s ο notes e nella loro fondamentalità rispetto ai signs ο signa (se esistesse un sol uomo al
mondo, costui si servirebbe dei primi, ma non dei secondi), Martin Robbe scorge un'interpretazione
idealistica del linguaggio da parte di Hobbes, la quale muove da presupposti individualistici e su
bordina a questi ultimi le condizioni e i bisogni sociali; « Hobbes spiega l'origine del linguaggio
individualisticamente, e non comprende che il linguaggio è sorto come manifestazione sociale di bisogni
sociali » (Martin Robbe, Zu Problemen der Sprachphiìosophie bei Thomas Hobbes, in « Deutsche Zeit
schrift fiir Philosophic », Vili (i960)., pp. 436-39).

This content downloaded from


5.171.121.58 on Sun, 13 Jun 2021 16:06:08 1976 12:34:56 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
idea, mondo e linguaggio in T. Hobbes e ]. Locke 267

to pietra, ma è usata nella comunicazione tra gli uomini come segno di


un'operazione intellettuale avente come suo contenuto la nozione di pietra:

Quoniam autem Nomina, ut definitum est, disposita in oratione, signa sunt con
ceptuum, manifestum est ea non esse signa ipsarum rerum; quo sensu enim intelligi
potest sonum hujus vocis lapis esse signum lapidis, alio quam ut is qui Vocem earn
audisset colligeret loquentem de lapide cogitasse? » (41).

Il conflitto tra questi aspetti del De Cor por e (cosi come anche del Le
viathan) è stato ampiamente discusso dagli interpreti; dire, come ha fat
to il Brandt (42), che « il cambiamento del punto di vista di Hobbes po
trebbe essere attribuito alla controversia con Descartes a proposito delle
Meditationi » non aiuta, come è stato osservato (43), a superare la difficoltà.
Non è possibile qui entrare esaurientemente nel merito di questa comples
sa discussione; tuttavia in linea di approssimazione si può notare che le
diiticoltà presentate dai testi hobbesiani risultano accentuate, e assunte su
di un piano interpretativo talora deformante, quando esse vengono inse
rite entro lo schema di un conflitto tra nominalismo e concettualismo;
termini questi che legittimamente impiegati in sede storiografica per ca
ratterizzare aspetti e fasi della teoria hobbesiana, possono tuttavia risul
tare svisanti quando vengano introdotti come i poli tematici intorno ai
quali si sarebbe sviluppata la riflessione hobbesiana sulla logica e sul
linguaggio. Forzando l'interpretazione della teoria del filosofo inglese en
tro lo schema rigido di una scelta che egli avrebbe dovuto compiere tra
nominalismo e concettualismo, sollecitando risposte nette e univoche dai
testi a questo riguardo, si ottengono in realtà contraddizioni, oscillazioni
e incertezze tanto più accentuate e irrisolte. Si dovrebbe pertanto ripor
tare la discussione sulle difficoltà sopra accennate di interpretazione dei

(41) De Corpore, I, ii, 5, p. 15.


C2) Op. cit., pp. 229-30.
(43) Cfr. A. Pacchi, op. eft., p. 158. Per un'ampia discussione sul problema del rapporto tra le
componenti nominalistiche e concettualistiche della teoria logico-linguistica hobbesiana e particolar
mente sulla questione dell'arbitrarismo dei principi primi della scienza, cfr. l'opera citata di A. Pacchi
(capitoli VI, VII e Vili). Riferendosi, in particolare, ai passi in cui Hobbes fa menzione di una ra
tiocinatio ο cogitatio tacita sine verbis (che discutiamo nel testo), Pacchi esclude giustamente che Hob
bes contemplasse la possibilità di concetti originariamente universali anteriori ai nomi e conseguente
mente la possibilità di una somma di concetti precedente la somma dei nomi; pertanto, osserva Pac
chi, « i concetti si presentano alla mente e si possono sommare solo perché seguono, piti ο meno
adeguatamente, una rete di connessioni create artificialmente con la istituzione dei nomi » (op. cit.,
pp. 162-63). La nostra interpretazione si discosta nella misura in cui essa afferma un parallelismo tra
concetti e nomi universali che invece il Pacchi non sembra ammettere allorché conclude che « se da
un lato i nomi singolari sono preceduti dai concetti singolari, i nomi universali, risultanti a loro
volta dalla somma di nomi singolari, precedono invece e determinano la formazione di concetti (pre
cariamente) universali » (op. cit., p. 163). Come osserviamo nel testo, la precedenza dei concetti sin
golari sui nomi singolari pone le basi del parallelismo affermato sopra, poiché il nome universale
sarebbe lo sviluppo di un contenuto concettuale da una condizione di particolarità ad una condizione
di universalità (cfr. nel testo le nostre osservazioni sui nomi astratti e sugli accidenti, e sull'esempio
hobbesiano del triangolo nel capitolo 4 della parte prima del Leviathan).

This content downloaded from


5.171.121.58 on Sun, 13 Jun 2021 16:06:08 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
268 ALDO G. GARGANI

testi hobbesiani ai problemi e


indirizzassero le risposte del fil
allora che il compito che stava
una precisa e netta linea di di
una dottrina di tipo nominalist
scienza in un semplice calcolo
trina di stampo concettualist
parallela di operazioni concett
dizioni a questo riguardo, rile
del De Corpore e del Leviatha
preoccupazione teorica che in
cerne lo schema conflittuale d
tativo di confutare e eliminare la teoria realistica dei concetti ο universali.
Rispetto a questo compito, nominalismo e concettualismo non risultano
dimensioni necessariamente in conflitto tra loro, ma componenti teoriche
che nel caso specifico possono svilupparsi in modo solidale. Nel senso di
una conciliazione tra nominalismo e concettualismo si è espressa Doro
thea Krook (44). Contestando la priorità teorica del secondo rispetto al pri
mo (45) affermata da J. Laird (4o), la Krook afferma piuttosto il loro pa
rallelismo; il nominalismo hobbesiano, cioè, non verrebbe modificato dal
concettualismo, ma ne sarebbe al contrario rafforzato e confermato. Ri
ferendosi ai passi su lì'evidence negli Elements of Law cui ci siamo rife
riti più sopra, la Krook osserva che « ...dire che 'l'evidenza è la conco
mitanza dei concetti di un uomo con le sue parole ' non è dire che quei
' concetti ' riflettono ο rappresentano ο corrispondono alle ' cose ' da cui
sono derivate... Quei concetti ο 'fantasmi' ο 'apparenze' prodotte dalla
materia in movimento non hanno alcuna relazione con la natura reale
delle cose# (47). L'insistenza di Hobbes sulla concomitanza parola-concet
to non modifica il punto di vista nominalistico hobbesiano, dal momento
che permane l'arbitrarismo dei nomi. Arbitrarismo e nominalismo consi
stono nel fatto che le parole non hanno rapporto con la realtà, con la
struttura delle cose, ma significano unicamente i nostri concetti; in que
sto senso il concettualismo è un elemento di sostegno del punto di vista
nominalistico (48). Mentre però ci sembra corretta la tesi di un paralleli
smo tra nominalismo e concettualismo (49), inadeguata ci sembra la giù

(44) Dorothea Krook, Thomas Hohhes's Doctrine of Meaning and Truth, in « Philosophy », XXXI,
"J56· PP■ 3~22·
(45) D. Krook, art. cit., p. 11.
(46) Hobhes, London, 1934.
(47) D. Krook, art. cit., p. 11.
(48) D. Krook, art. cit., p. 11.
(49) La tesi di un parallelismo tra concettualismo e nominalismo è stata anche espressa da M.
Dal Pra nelle Note sulla Logica di Hohbes, cfr. nota 59.

This content downloaded from


5.171.121.58 on Sun, 13 Jun 2021 16:06:08 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
Idea, mondo e linguaggio in T. Hobbes e J. Locke 269

stificazione e l'argomentazione che di esso reca la Krook; il parallelis


in questione risulterebbe fondato sulla denominazione arbitraria da part
del linguaggio dei fantasmi ο idee ο concetti della mente, non sussistend
inoltre tra questi ultimi e la struttura delle cose una relazione di som
glianza ο di affinità qualsiasi, ma soltanto una relazione di tipo me
nicistico-causalistico che esclude qualsiasi apertura conoscitiva sulla r
tà. Ma il parallelismo tra concettualismo e nominalismo non va fonda
a nostro parere, semplicemente sulla base di una relazione linguistica tr
il concetto ο idea ο fantasma da una parte e la parola dall'altra, sen
spiegare molte altre cose ancora. Un parallelismo cosi fondato potreb
trovare difficoltà a dare conto del passo precedentemente citato, nel qu
si dice che l'universale non è il nome di alcuna cosa esistente in natu
né di alcuna idea 0 fantasma formati nella mente ecc. Alla relazione
guistica di designazione arbitraria dei concetti da parte delle parole,
corre aggiungere, a fondamento del paralleiismo in questione, 1 identità
delle operazioni del calcolo ο ragionamento eseguibili sui nomi e sui c
cetti della mente; il parallelismo tra concettualismo e nominalismo è
fermato anzitutto da Hobbes allorché egli introduce una nozione di corr
spondenza tra i modi di composizione dei nomi complessi e i modi di com
posizione dei concetti ο delle idee composti ,per cui come abbiamo visto,
«la mente compone le idee... nel medesimo ordine con il quale nel d
scorso vengono composti questi singoli nomi corpo, animato, razion
ecc. » (50). In questo senso è possibile conciliare l'afférmazione hobbe
na secondo la quale il nome universale non è il nome di un'idea 0 di
fantasma della mente, con la tesi del parallelismo tra nominalismo e con
cettualismo; i concetti cui corrispondono le procedure discorsive non
no entità 0 oggetti ideali di cui la mente avrebbe una sorta di eviden
intuitiva, ma sono costruzioni, composizioni artificiali della mente reali
zate entro il tessuto delle rappresentazioni particolari e concrete della se
sibilità. In questo senso, le determinazioni concettuali parallele alle o
razioni sui nomi escludono entità ideali universali che siano oggetti
intuizione. Il concettualismo di Hobbes va riportato e interpretato n
quadro operativo di tutta la sua logica; si potrà parlare allora, come
dremo più avanti, anche di concetti universali nella logica di Hobbes
senso di rappresentazioni astratte da oggetti particolari che vengono
piegate nella composizione di idee complesse artificali.
Nei passi hobbesiani in cui sono state osservate contraddizioni e osci
lazioni, si può constatare come la presenza dei motivi concettualistici no
risulti in funzione del compito di una discriminazione tra nominalis
e concettualismo, ma in ragione dell'esclusione di qualsiasi modello l

(50) De Corpore, I, i, 3, p. 4.

This content downloaded from


5.171.121.58 on Sun, 13 Jun 2021 16:06:08 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
270 ALDO G. GARGANI

co-linguistico che assuma la f


stici in rapporto a, ο sulla falsa
In un passo già menzionato (5
per negare che essi siano segn
dei termini universali « pietra
entità universali extra-linguis
denti da operazioni umane. I
come segni di concetti ο idee
sizione di una teoria linguist
funzione linguistica nel deno
Scegliere la seconda di quelle al
la possibilità di una teoria rea
dimensione nominalistica della
in cui Hobbes discorre di una
inglese compiva un'operazion
duzione dei procedimenti di a
cettuale, che altrove Hobbes
tra i due procedimenti è già st
quest'altro passo,

« Atque sic videmus compositionem conceptuum in animo respondere composi


tioni nominum; nam ut in animo una idea sive phantasma alteri supervenit, et huic
aliud, ita nomini uni aliud atque aliud superadditur, et fit ex omnibus unum nomen
compositum. Cavendum tamen est ne putemus eodem modo componi ipsa corpora extra
animum, nimirum, esse in rerum natura corpus sive existens aliquid imaginabile, quod
primo nullam omnino habeat magnitudinem, deinde addita magnitudine fiat quantum,
et pro magna vel parva quantitate apposita densum aut rarum, et rursus adjuncta fi
gura fiat figuratum; et postea injecto lumine vel colore lucidum, et coloratum, quam
quam sint nonnulli qui sic philosophati sunt » (54).

il parallelismo tra composizione dei concetti e composizione dei nomi è


introdotto per sottolineare l'analogia di queste procedure e la loro diffe
renza rispetto al sistema di composizione delle cose reali; anche qui no
minalismo e concettualismo sono categorie che risultano solidali per dif
ferenziare i processi umani di formazione e costituzione dei concetti dagli
assetti ontologici della realtà (55). L'atto del ragionare, interpretato come
calcolo basato sulle fondamentali operazioni dell'addizione e della sottra

(51) De Corpore, I, ii, 5. p. 15, citato a pagina 267 del testo.


(52) De Corpore, I, i, 3, p. 3, citato a pagine 265 del testo.
(53) Cfr. p. 265.
(54) De Corpore, I, ii, 14, p. 22.
(55) Cosi pure, considerando le formulae dei predicamenti dei corpi, delle quantità, delle qualità,
e delle relazioni, in cui ogni nome viene diviso in termini tra loro contraddittori, per esempio, il
corpo in corpo non animato e corpo animato, il corpo animato in non animale e animale, l'animale
in non uomo e uomo ecc. (cfr. De Corpore, I, ii, 15, p. 23), Hobbes mette in guardia (De Corpore,

This content downloaded from


5.171.121.58 on Sun, 13 Jun 2021 16:06:08 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
idea, mondo e linguaggio in T. Hobbes e J. Locke 271

zione, viene presentato da Hobbes come la tecnica di formazione e costi


tuzione di ogni possibile forma di sapere certo, quali che siano le classi
degli oggetti ο entità sulle quali esso si esercita:

« Non ergo putandum est computationi, id est, ratiocinationi in numeris tantum


locum esse, tanquam homo a caeteris animantibus (quod censuisse narratur Pythagoras)
sola numerandi facultate distinctus esset, nam et magnitudo magnitudini, corpus cor
pori, motus motui, tempus tempori, gradus qualitatis gradui, actio actioni, conceptus
conceptui, proportio proportioni, oratio orationi, nomen nomini (in quibus omne phi
losophiae genus continetur) adjici adimique potest » (56).

Mediante l'introduzione e l'estensione del metodo compositivo dei concet


ti, delle parole, dei numeri, Hobbes realizzava la possibilità di dissolvere
la nozione dell'universale come una sorta di entità reale, rigida, sussisten
te in sé, come una realtà che potrebbe essere scoperta, ma che è in sé
stessa preformata, e di configurarla conseguentemente come il risultato di
un'invenzione e di un'operazione umana. Ponendo la matrice degli uni
versali in una elaborazione e in un'articolazione delle possibilità lingui
stico-concettuali che sono disponibili all'uomo, l'universale non doveva
più risultare fondato su di uno schema ontologico preformato, e nemme
no su di un oggetto ideale di cui la coscienza umana avrebbe una sorta
di evidenza intuitiva. In questo senso, la problematica hobbesiana degli
universali non si istituisce entro lo schema del conflitto tra nominalismo
e concettualismo, ma sul piano di un programma critico che intende so
stituire all'interpretazione realistica degli universali un modello di espli
cazione genetico-compositivo fondato sulle operazioni del calcolo media
to dalla scienza matematica.
Entro questo tipo d'impostazione bisogna anche ricondurre l'interpre
tazione del passo già citato, « Est ergo nomen hoc universale, non rei ali
cujus existentis in rerum natura, neque ideae, si ve phantasmatis alicujus
in an'mo formati, sed alicujus semper vocis sive nominis nomen» (57);
l'aspetto più inquietante del passo concerne la negazione dell'universale
come idea ο fantasma della mente ; ma a meno di voler irrigidire una con
traddizione altrimenti insanabile (tenuto conto delle dimensioni concet
tualistiche testimoniate dall'affermazione di una « cogitatio tacita» ecc.),
l'interpretazione più plausibile e coerente con il resto dell'opera, è quella
che assume la negazione hobbesiana dell'universale quale idea ο fanta
sma della mente non come generale e radicale negazione di qualsiasi cor
relato concettuale alla formazione dei nomi universali, ma come la ne

I, ii, 16, p. 25) che tali distinzioni hanno carattere logico-linguistico, e non devono pertanto costituire
argomento per stabilire e esaurire il numero delle cose che esistono in natura ο per stabilire il numero
finito delle specie.
(5β) Corpore, I, i, 3, p. 4.
(57) De Corpore, I, ii, 9, pp. 17-18.

This content downloaded from


5.171.121.58 on Sun, 13 Jun 2021 16:06:08 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
272 aldo g. gargani

gazione soltanto di quel


rato come entità menta
alla operazione intellettu
tualmente presentarsi co
pertura conoscitiva origi
ciò si possono mettere
punti: I) che nel seguito
Hobbes tra universale come nome e universale come concetto ο idea ο
fantasma, bensì tra universale come nome e universale come cosa rea
il passo infatti cosi prosegue : « Ita ut cum dicatur animai, vel sa
vel spectrum, vel aliud quicquam esse universale, non intelligendu
ullum hominem, saxum, &c. fuisse, esse, aut esse posse universal
tantum voces eas animai, saxum &c. esse nomina universalia, id est, no
mina pluribus rebus communia, et respondentes ipsis in animo conceptus
sunt singularium animalium vel aliarum rerum imagines et fantasma
ta » (58) ; II) che proprio perché l'interesse teorico di Hobbes è impegnato
in questa opposizione tra universale come nome e universale come cosa
reale, l'esclusione di un universale come fantasma ο immagine ο concet
to ha la funzione di negare l'universale configurato come idea ο immagi
ne ο concetto di una cosa reale assunta come universale, ο comunque co
me entità ideale intuibile che pertanto non si adatterebbe alle operazioni
di calcolo del sapere formalmente certo. Nominalismo e concettualismo
possono non risultare in conflitto, dunque, quando nel quadro di un pro
gramma critico del realismo degli universali, la loro compresenza signi
fica l'estensione a tutte le operazioni intellettuali umane di una tecnica
compositiva formalmente analoga (59).
Nel capitolo III della prima parte del De Corpore troviamo un altro
nodo problematico che, se visto dall'angolatura del conflitto tra nomina
lismo e concettualismo, minaccia di accentuare le difficoltà di interpreta
zione del testo hobbesiano; si tratta di quella sezione terza del capitolo in
questione nella quale Hobbes introduce la distinzione tra nomi concreti
e nomi astratti. Concreti sono i nomi che designano cose che si suppon
gono esistere C*0) ; astratti sono i nomi che designano la causa del nome

(58) Ivi, p. 18.


(59) Il parallelismo tra nominalismo e concettualismo in Hobbes è stato affermato da M. Dal Pra
nell'articolo citato Note sulla Logica di Hobbes, in un senso diverso da quello della Krook su cui
il Dal Pra esprime alcune riserve. Tale parallelismo si configura nel senso che il concetto semplice,
quale « entità psicologica ο gnoseologica minima » costituisce la base della formazione del nome ar
bitrario universale; « il concetto semplice è quell'entità psicologica ο gnoseologica minima su cui si
ritaglia la configurazione unitaria, per quanto arbitraria, del nome; e cosi tutte le operazioni sui nomi
sono, in fondo, regolate dall'esistenza dei minimi gnoseologici che sono i concetti semplici; in questo
preciso senso si può dire che Hobbes è nominalista perché è concettualista » {art. cit., p. 429).
(60) « Concretum autem est quod rei alicujus quae existere supponitur nomen est, ideoque quando
que suppositum, quandoque subjectum Graece υποκβίμενον appellatur; ut corpus, mobile, motum,
figuratum, cubitale, calidum, frigidum, simile, aequale, Appius, Lentirlus, et similia » (De Corpore,
I, iii, 3, p. 28).

This content downloaded from


5.171.121.58 on Sun, 13 Jun 2021 16:06:08 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
Idea, mondo e linguaggio in T. Hobbes e J. Locke 273

P
concreto (61) ; il nome astratto è la causa del nome concreto in quanto esso
denota una proprietà, ο una potenza, 0 un'azione, ο un'affezione o, se
si vuole, un modo, 0 un accidente nella cosa concepita, in forza dei quali
alla cosa concepita viene attribuito un nome concreto; l'essere esteso,
per esempio, di una cosa è la causa dell'attribuzione del nome corpo ad
una cosa data.

Exempli gratia cum aliquid videamus, vel visibile aliquid animo concipiamus,
apparet ilia res, vel concipitur non in uno puncto, sed ut habens partes a partibus
distantes, id est, ut extensa per spacium aliquod; quoniam igitur rem ita conceptam
voluimus appellari corpus, causa ejus nominis est, esse eam rem extensam sive exten
sio vel corporeitas; sic cum videntes aliquid modo hinc modo inde apparere, vocamus
illud, motum, vel translatum, causa nominis ejus est, moveri eam rem, sive motus
ejus » (62).

In questo capitolo terzo della Computatio sive Logica è introdotta una


teoria dell'astrazione che interessa sia i nomi, sia i concetti; la possibili
tà di quella « sine verbis tacita cogitatio » menzionata precedentemente e
di una corrispondenza tra le procedure discorsivo-nominali e il discorso
mentale a mezzo di connessioni concettuali ο ideali è in rapporto all'astra
zione di proprietà ο accidenti dalle cose singole e concrete, che possono
essere comuni ad una classe di cose e che pertanto possono costituire stru
menti di classificazione e definizione linguistica degli oggetti; conforme
mente al suo nominalismo metafisico, Hobbes afferma l'esistenza soltan
to delle cose singole e particolari; ma l'accidente astratto dalla cosa par
ticolare e singolare può essere comune ad una molteplicità di cose. A que
sto proposito J. W. N. Watkins (63) ha richiamato l'attenzione sul fatto
che nel Leviathan, subito dopo aver detto « .... non essendovi di univer
sale nel mondo altro che i nomi, poiché le cose espresse rappresentano
ciascuno di quelli in senso individuale e particolare », Hobbes aggiunge :
« Si attribuisce un nome universale a molte cose a causa della loro somi
glianza in qualche qualità ο altro accidente; e laddove un nome pro
richiama alla mente una sola cosa, gli universali ne richiamano molte »
« Accidens autem propter quod corpori alicui certum nomen imponimus, sive
accidens, quod subjectum suum denominai, essentia dici solet, ut rationalitas, homi
nis; albedo, albi; extensio, corporis dicitur essentia » (65).

Si può parlare di concetti universali paralleli a nomi universali (di con


cetti universali, beninteso, come vedremo, che non possono sussistere in

(β1) « Abstractum est, quod ir, re supposita existentem nominis concreti causam denotat, ut esse
corpus, esse mobile, esse motum, esse figuratum, esse tantum, esse calidum, esse jrigidum, esse simile,
esse aequale, esse Appium vel Lentulum, et similia » (De Corpose, I, iii, 3, p. 28).
(e2) De Corpose, I, iii, 3, p. 2y.
(β3) J. W. N. Watkins, Hobbes's System of Ideas. London, 1965, pp. 144 e 147-48.
(β4) Leviathan, I, 4, p. 21.
(85) De Corpore, II, vili, 23, p. 104.

This content downloaded from


5.171.121.58 on Sun, 13 Jun 2021 16:06:08 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
^74 aldo g. gargani

dipendentemente dalla pr
del possesso da parte de
fletta una cosa universa
di nozioni ottenute medi
delle singole cose concre
viduazione linguistica, c
tenuto che la nozione d
dell'astrazione non dete
que al di fuori del nome
cepito dalla mente è un a

« Causae autem nominurn


potentia aliqua vel actio, vel a
plerumque autem vocantur Ac

L'astrazione hobbesiana
prietà ο accidenti ο m
bile l'uso dei nomi conc
bilità di nomi e concett
namento ο calcolo delle p
« non potremmo ragiona
corpi a mezzo di nomi c
cosa ha una quantità di
non risulterebbe duplica
le cose calde (67). In quest
to risiede l'uso corretto d
que una funzione operat
sivamente linguistico-con
ti realizza la condizione
base della proprietà reper
cepita dal concetto astr
la possibilità di una den
come Hobbes rivolga i s
minalistica della sua teo
a istituire un parallelism
che le operazioni eseguib
minio extra-linguistico

« Nomina autem abstracta causam nominis concreti denotant, non ipsam


rem » (68).

(ββ) De Corpore, I, iii, 3, p. 29.


(β7) Cfr. De Corpore, I, iii, 4, pp. 29-30.
(β8) De Corpore, I, iii, 3, p. 29.

This content downloaded from


5.171.121.58 on Sun, 13 Jun 2021 16:06:08 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
Idea, mondo e linguaggio in T. Hobbes e ]. Locke 275

L'operazione astrattiva dei nomi e concetti generali che rende


le l'impiego dei nomi concreti può dar luogo infatti ad abusi al
dal piano linguistico-concettuale sia trasposta sul piano delle defi
metafisiche; qui ha luogo l'abuso dei termini astratti: dalla pos
di considerare determinate proprietà fisiche ο mentali, come il colo
esempio, ο il pensiero, prescindendo dai corpi 0 dai soggetti cui
partengono, i filosofi metafisici hanno tratto lo spunto delle loro t
zioni incontrollate sulle sostanze ο essenze separate e dotate di re
tonoma^9). Una ipostatizzazione metafisica delle operazioni e deg
menti linguistico-logici è allo stesso modo alla base delle espressi
lastiche del tipo «essentia», «entitas», « realitas » e simili, che sono
indebitamente ricavate dall'impiego del verbo essere come copula ne
testi proposizionali. Hobbes riconduceva cosi le teorie metafisico-sco
che alle loro matrici linguistiche ; espressioni come « essenza », « en
e simili non sarebbero state introdotte qualora i filosofi metafisici
ro dovuto operare entro un sistema linguistico in cui la funzione
tiva nelle proposizioni non fosse stata realizzata dal verbo essere,
altre espressioni ο mediante la semplice unione di nomi come avvien
so altre popolazioni, che non per questo sono meno idonee a jar filos
Nel capitolo decimo della seconda parte del De Corpore il termine «
za » viene cosi impegnato da Hobbes per designare non una categori
tafisica, ma la ragione di una designazione linguistica :

« Praeter causam efficientem et materialem, duas causas numerant metaphy


nimirum essentiam (quam appellant aliqui causam formalem) et finem, sive
finalem; sunt tamen ambae causae efficientes; dicitur enim essentia rei, cau
tanquam esse rationale esset causa hominis; quod intelligi non potest; idem en
ac si esse hominem diceremus esse hominis causam, quod non recte dicitur. A
cognitio essentiae est causa cognitionis rei, si enim prius cognoverim aliquid
tionale, cognosco inde idem esse hominem » (70).

Definiti e delimitati gli àmbiti delle operazioni linguistiche e co


tuali, determinato il raggio di operatività dell'astrazione contro le p
del realismo metafisico, Hobbes poteva sviluppare quelle che si p
chiamare le dimensioni concettualistiche della sua teoria logica (7
sesto capitolo del De Corpore [De Methodo), troviamo il concetto
sale in posizione preminente rispetto ai concetti particolari delle cos
gole; definito il metodo filosofico come indagine degli effetti a par
cause note, oppure delle cause a partire da effetti noti (72), Hobbes
sta la costruzione del sapere in funzione della risoluzione dei concett

(β») Cfr. De Corpore, I, iii, 4, pp. 29-31.


(?°) De Corpore, II, x, 7, p. 117.
(71) Cfr. A. Pacchi, op. cit., pp. 199 sgg.
(72) Cfr. De Corpore, I, vi, 1, pp. 58-59.

This content downloaded from


ff:ffff:ffff:ffff:ffff:ffff:ffff:ffff on Thu, 01 Jan 1976 12:34:56 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
276 ALDO G. GARGANI

cause degli oggetti singolari nei conc


mità al metodo analitico (73), oppu
sillogismi a partire da « proposizioni
autoevidenti che contengono concett
tà, moto, in accordo al metodo sinte
dal Leviathan, e dalla rielaborazion
la dimensione concettualistica viene
bes risulta interessato alla costruzione di una teoria della scienza e al
l'elaborazione di strumenti logico-linguistici idonei alla conoscenza d
mondo fisico; in questo senso l'introduzione di principi autoevidenti
l'elemento nuovo dell'edizione a stampa del De Corpore rispetto al c
rattere arbitraristico e convenzionale delle proposizioni prime della scien
za che era predominante nelle redazioni precedenti (7S). Prescindendo
questi sviluppi ulteriori del pensiero hobbesiano, resta da osservare
conciliabilità di nominalismo e concettualismo sulla base dell'estensione
di uno stesso apparato operativo del calcolo ο ragionamento ai nomi e ai
concetti; la componente nominalistica non risulta eliminata da quella
concettualistica, dal momento che tra parola e concetto non sussiste una
connessione in qualche modo naturale e necessaria; l'articolazione lingui
stica del pensiero è fondata sulla attribuzione arbitraria e convenzionale
di nomi ai concetti, ai fantasmi, alle idee della mente (76). La varietà delle
lingue, degli usi presso popoli diversi, il nascere di parole nuove e l'an
dare in disuso di altre escludono un qualsiasi rapporto, una qualsiasi con
nessione tra parola e cosa significata che non sia convenzionale (77). Ela
borazione concettuale e articolazione linguistica hanno la loro relazione
nella corrispondenza del calcolo che entrambe eseguono sulle unità costi
tutive dei loro rispettivi domini ; nel Leviathan Hobbes dirà che « da que
sta attribuzione di nomi, alcuni di più vasto, altri di pili angusto signifi
cato, noi risolviamo il calcolo delle conseguenze delle cose immaginate
dalla mente in quello delle conseguenze dei termini usati per definirle » (78).
Ci si può domandare ora se l'esistenza di un dominio di connessioni
concettuali, di una « sine verbis tacita cogitatio » possa dispensare, di fatto,
dal ricorso allo strumento linguistico, se non si possa a questo punto met
tere da parte i nomi e passare alla manipolazione diretta dei concetti posse
duti dalla mente. A questa conclusione sarebbe pervenuto, come vedre
mo, Locke, ma non certamente Hobbes, per il quale il linguaggio offre gli
strumenti e le condizioni non soltanto per fissare e registrare i risultati

C3) Cfr. De Corpore, ί, vi, 4, p. 61.


(74) Cfr. De Corpore, I, vi, 12-13, pp. 71-73.
(75) Cfr. A. Pacchi, op. cit., pp. 194 sgg.
(7β) Cfr. De Corpore, I, ii, 4, p. 14.
(77) Cfr. De Corpore, ivi.
(78) Leviathan, I, 4, p. 21.

This content downloaded from


5.171.121.58 on Sun, 13 Jun 2021 16:06:08 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
Idea, mondo e linguaggio in T. Hobbes e ]. Locke 277

delle operazioni intellettuali, ma la possibilità di estenderli a tutte le cir


costanze che presentano i medesimi dati, in qualche modo, sui quali quell
operazioni sono state originariamente eseguite. Le operazioni intellettual
eseguite per reperire le proprietà di un triangolo osservato, in quanto v
gano fissate linguisticamente diventano suscettibili di essere di colpo est
se all'intera classe delle figure geometriche che prendono il nome di tria
golo, senza bisogno di ripetere in ogni circostanza l'esame delle propriet
di ciascuna figura.
In questo senso, senza linguaggio non vi sarebbero nemmeno co
cetti generali, e il linguaggio è dunque per Hobbes la ragione costitutiva
dell'universalità dei nostri concetti. La proprietà concepita dalla men
in un oggetto particolare (e per il filosofo inglese tutti gli oggetti so
particolari) fintantoché non interviene il nome universale a contrassegn
la e a definirla è ancora un contenuto particolare; investita dal nome,
proprietà osservata da particolare diviene universale. L'universalità d
concetto hobbesiano, nel senso che abbiamo affermato precedentemente
non significa perciò la presenza di un contenuto ideale ο concettuale pos
seduto dalla mente al di fuori del linguaggio (come sarà invece per Locke)
il concetto universale è lo sviluppo di un concetto particolare entro u
dimensione linguistica ; inserita in una trama linguistica, la rappresenta
zione ο idea ο fantasma particolare della mente ottiene una condizione d
generalità. Cosi Hobbes poteva dire, a conclusione del ragionamento s
triangolo, nel quarto capitolo del Leviathan, che in forza dell'intervento
del linguaggio « la conseguenza scaturita da una cosa particolare viene ad
essere formulata e ricordata come regola universale». L'affermazione del
la possibilità di concetti universali nel quadro del De Corpore e del
viathan sulla base del parallelismo nominalismo-concettualismo, non
ve significare la possibilità di un dominio di concetti generali assolut
indipendente dalla elaborazione linguistica; i concetti generali si svil
pano infatti in forza del trattamento linguistico di idee ο concetti parti
lari; ma al tempo stesso essa respinge l'interpretazione che riserva al sol
nome la funzione dell'universalità: in Hobbes sfera linguistica e sfera co
cettuale si compenetrano, e l'universalità è una condizione che risulta da
concorso parallelo di entrambe. In questo senso si possono evitare l
altrimenti inevitabili contraddizioni dei testi hobbesiani, e si può dar ra
gione del fatto, ad esempio, che da una parte Hobbes affermi che di uni
versale c'è solo il nome, e dall'altra introduca, come abbiamo visto so
pra, quelle nozioni di accidenti ο modi delle cose, di quelle somiglian
tra le cose, dalle quali emerge una dimensione di universalità dei concett
(elaborati linguisticamente). Sulla base dell'interpretazione qui sostenu
risulterà che allorché Hobbes parla di una « sine verbis tacita cogitatio »
egli non intende parlare di un dominio originario e a-linguistico di c

This content downloaded from


5.171.121.58 on Sun, 13 Jun 2021 16:06:08 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
278 ALDO G. GARGANI

cetti, ma di una cogitatio che, com


presuppone una previa attribuzione
al tempo stesso che la dimensione di
proprietà dei soli nomi, e che essa si
linguistici con i contenuti ideali ο co
Il linguaggio offre, anzitutto, seco
tecnici senza i quali le elaborazioni
scomparirebbero rapidamente dalla
esservi richiamati «nisi iterato ope
sibilità, mediante l'impiego comune
di trasmettere la scienza agli uomini

« L'uso generale del linguaggio consiste n


discorso mentale, ο nel trasformare la serie
cade per due specie di convenienza. La prima consiste nel fissare le conseguenze dei
nostri pensieri i quali, facili come sono a sfuggire dalla memoria e a costringerci quin
di ad un nuovo lavoro, possono essere cosi ricordati da quelle parole da cui sono stati
contraddistinti, di modo che i nomi vengono usati anzitutto come contrassegni ο qua
lificazioni del ricordo. L'altra specie di convenienza consiste, quando molti usano le
stesse parole, nell'esprimersi reciprocamente mediante la connessione e la disposizione
di quelle, la propria opinione su ciascuna cosa ed anche il proprio desiderio, timore,
ο qualsiasi altro sentimento » (81).

La risoluzione del discorso mentale in discorso verbale non deve si


gnificare che il linguaggio sia per Hobbes la mera registrazione di un p
cesso concettuale che ha luogo nella mente; in quella risoluzione pa
assai di più di una semplice traduzione ο ri trascrizione. Il linguaggio, f
sando nei nomi le proprietà di un oggetto e concepite dalla mente, n
soltanto le tiene ferme nella mente, ma consente di trasferire il discor
mentale e l'elaborazione concettuale relativa a quell'oggetto a tutti i
sibili oggetti che rientrano, in base alle loro proprietà, in una comune
nominazione.

« In methodo inveniendi, usus vocabulorum consistit in eo, ut sint notae, qui


bus quae adinventa sunt revocali in memoriam possint; nam nisi id fiat, quicquid
invenimus perit; neque progredì a principiis uno aut altero syllogismo longius propter
imbecillitatem memoriae possibile est. Exempli gratia, si quis contemplando positum
ante oculos ejus aliquod triangulum, inveniret quod anguli ejus omnes simul sumpti,
aequales essent duobus angulis rectis, idque rem ipsam tacite cogitando sine omni
verborum tam conceptorum quam prolatorum usu, contingeret illi ut in oblato trian
gulo altero, priori dissimili, vel etiam in eodem, sed secundum alium situm conspecto,
utrum ea proprietas inesset ei necne, ignoraret; et proinde ad singula triangula pro
posita, quae multitudine infinita sunt, contemplatio denuo instituenda esset » (82).

(79) Cfr. De Corpore, I, ii, I, p. 12.


(80) Cfr. De Corpore, I, ii, 2, p. 12.
(81) Leviathan, I, 4, pp. 19-20.
(82) De Corpore, I, vi, 11, p. 70.

This content downloaded from


5.171.121.58 on Sun, 13 Jun 2021 16:06:08 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
Idea, mondo e linguaggio in T. Hobbes e ]. Locke 279

Mediante l'assunzione entro uno schema linguistico il discorso ta


mente acquista la possibilità di un riferimento plastico ad un
cità di cose; filtrato attraverso il linguaggio, il concetto ο idea d
te acquista una dimensione di universalità, diviene una condiz
capace di distribuirsi su di una molteplicità di oggetti.

4. - Il linguaggio e i bisogni della vita umana.

Se è vero che anche per Hobbes all'impiego dei nomi si acc


un'articolazione concettuale sulla scena della mente, rimane tu
fonda la differenza tra le valutazioni delle possibilità dello strum
guistico espresse dall'autore del De Corpore e da Locke. Per il
funzione del linguaggio è iscritta nel quadro di una generale t
canicistica che include la possibilità di dedurre l'intero corpo
za della natura da alcuni principi universalissimi relativi alle
moto, di quantità, di corpo. È proprio questo modello di una
nerale della natura che risulta assente in Locke, una volta rifiuta
sunzione di principi e ipotesi generali per la realizzazione di
certo e universale sulla natura dei corpi, e respinta la possibil
matematizzazione del sapere secondo l'ideale galileiano e newtonia
L'assunzione lockiana di proposizioni universali come generaliz
tenute a partire da casi particolari dell'esperienza escludeva il val
strumento dell'ipotesi come condizione teorica da cui sono ricava
ciati suscettibili di verifica empirica. Locke proponeva un mo
pere scientifico che si limitava alla formulazione e composizi
catalogo delle proprietà ο qualità osservabili delle sostanze.
Impegnando il linguaggio in una funzione descrittiva e cla
ria, Locke manifestava l'incontro dei suoi interessi scientific
problemi di nomenclatura, classificazione secondo specie e gen
partire dalla metà del secolo XVI, erano divenuti temi preva
le scienze biologiche (84). La problematica della classificazione
menclatura biologica da un lato, i modi di definizione appro
sintomi patologici da un altro, sono le premesse tematiche della
che Locke andò svolgendo nell'-Essay a proposito delle nozioni
sale e di sostanza. I rapporti di continuità che sussistono tra le
cie di organismi viventi, la presenza di passaggi graduali, sen
dalle une alle altre, la difficoltà di ritagliare classificazioni preci
voche nel tessuto di questa continuità dovevano introdurre l'i
rattere arbitrario, dell'artificialità delle nozioni di genere e spec

(8a) Cfr. a questo proposito Μ. Cranston, op. cit., p. 337; D. A. Givner, art. cit.,
(84) Cfr. A. R. Hall, The Scientific Revolution (1500-1800), London-New York, 19
cfr. An Essay Concerning Human Understanding, III, vi, 7, 12, 22, 27, 29.
(85) Cfr. An Essay, III, vi, 12.

This content downloaded from


5.171.121.58 on Sun, 13 Jun 2021 16:06:08 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
28ο ALDO G. GARGAKI

tesi lockiana dell'impossibilità di


sulla natura delle sostanze, il ri
nelle effettive procedure di rice
to del discorso sulle proprietà d
vazione empirica, il tema della
nere, sono tutte condizioni che
gono a formare un quadro proble
« Non dobbiamo perciò meravigliar
sime proposizioni generali relative al
lità e proprietà ben raramente va olt
essi ci danno notizia. Forse, indagatori
giudizio, potranno spingersi oltre, e,
vazioni, e da accenni opportunamente
ture corrette circa le cose che l'esper
ancora, è un congetturare : non si rid
certezza che si richiede alla conoscenz
sta soltanto nei nostri pensieri, e in alt
nostre idee astratte Ma poiché le ide
cifici rappresentano, ogni volta che a
posseggono una discopribile connessio
tre idee, la certezza delle proposizioni u
e povera, proprio in quella parte che è
e se si parla dei nomi delle sostanze,
pochi saranno, e forse nessuno, quelli
con certezza, che posseggano ο non p
stantemente coesistano con quella dat
que le sostanze si possano trovare » (86)

Poiché i nomi (tranne quelli p


generalità (87), individuando no
nite in schemi classificatorii di g
alcuna condizione di universalit
l'unico contesto conoscitivo dell'u
nomi va ricondotta sul piano de
rali da parte dell'uomo (88). Inolt

(8β) An Essay, IV, vi, 13.


(87) Cfr. An Essay, III, i, 6; III, iii, 1, 2, 3
(88) « ...poiché tutti i nomi (tranne quelli p
ticolarmente questa ο quella cosa singola, ben
successivamente, che cosa siano queste catego
specie e i generi delle cose, in che consistano
menti siano stati ben considerati (come è n
a scoprire il retto uso delle parole, i natur
vrebbero essere usati ad evitare gli inconven
parole: senza di che è impossibile discorrer
ordine; poiché la conoscenza, riferendosi se
universali, avviene che essa sia più connessa
III, i, 6).

This content downloaded from


5.171.121.58 on Sun, 13 Jun 2021 16:06:08 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
Idea, mondo e linguaggio in T. Hobbes e ]. Locke 281

gio, dipendente dall'arbitrarietà dell'imposizione dei nomi alle id


stabilisce la possibilità di una libertà linguistica (90) che deve essere
plinata mediante l'introduzione di criteri d'impiego univoci entr
comune nelle connessioni tra idee e parole. Poiché il significato d
role va ricercato in direzione di idee semplici ο complesse già for
possedute prima che intervenga una loro dimensione linguistica, ne
ta che il problema della formazione dei significati si sposta dal pian
bale a quello della formazione delle idee nella mente. Il problema
linguaggio poneva a Locke era il problema di una condizione di u
salità ο generalità che doveva esser esplicata in rapporto alla fun
dell'intelligenza umana di elaborare schemi di idee di un certo ti
dea generale è ricavata mediante un'operazione d'astrazione dall
particolari dei singoli oggetti d'osservazione, ma questa operazion
elabora propriamente alcun contenuto ideale nuovo:

« ...in tutta questa faccenda dei generi e delle specie, il genere, ossia l'id
comprensiva, non è che una concezione parziale di ciò che sta nelle specie, e l
non è che un'idea parziale di ciò che si trova in ciascun individuo Se vorrem
rettamente considerare che cosa si verifichi in tutti questi generi e specie, ο
troveremo che in essi non vien fatto nulla di nuovo, tranne che dei segni più ο m
comprensivi, mediante i quali ci mettiamo in grado di esprimere con poche sillab
gran numero di cose particolari » (91).

L'idea generale non è che un'idea particolare che acquista una d


sione di generalità una volta che essa venga separata dalle altre r
sentazioni e dagli altri dati sensoriali con i quali si trova associat
cosa esistente (92). Mediante questa operazione d'astrazione, che c

(89) Cfr. An Essay, III, ii, 8.


(90) « ...ogni uomo ha una cosi inviolabile libertà di far che le parole stiano per le id
lui piacciono che nessuno ha il potere di far si che altri abbiano nella mente le stesse ide
lui, quando pur usino le stesse parole che egli usa » (An Essay, III, ii, 8).
(91) An Essay, III, vi, 32.
(92) « ...in verità, a ben considerare la cosa, l'oggetto immediato di ogni nostro ragionam
conoscenza non sono altro che i particolari. Il ragionare e il conoscere di ciascuno non riguar
che le idee che esistono nella sua mente; le quali, in verità, prese una per una sono tutte
particolari; e la nostra conoscenza e ragione intorno ad altre cose si dà solo in quanto esse co
dono a quelle nostre particolari idee. E perciò, la percezione della concordanza ο discordan
nostre idee particolari costituisce il tutto e lo stremo di ogni nostra conoscenza .L'universal
tanto accidentale rispetto ad essa, e consiste solo in questo, che le idee particolari, cui essa si r
son tali che più di una cosa particolare può corrispondere ad esse ed essere da esse rappre
(An Essay, IV, xvii, 8). R. Aaron, nella monografia su Locke distingue tre procedure astr
verse neW Essay, la prima per la quale un'idea generale non sarebbe altro che una idea pa
che rappresenta anche molte altre idee particolari, secondo una posizione assai vicina dunque
di Berkeley; la seconda per la quale l'idea generale sarebbe il risultato di una astrazione rego
l'esperienza e consistente nell'astrarre una parte di un contenuto particolare dell'esperienza o
tutto il resto; la terza, infine, secondo la quale l'idea universale non sarebbe né un partic
una parte di un particolare ottenuta per astrazione, bensì un significato, un gruppo di cara
divisi da un gruppo di particolari della medesima specie (cfr. John Loc\e, Oxford, 19552
201). Questa distinzione ci sembra fittizia perché quelli che Aaron chiama tre diversi model
generale non sono altro che tre diverse modalità della stessa operazione d'astrazione.

This content downloaded from


5.171.121.58 on Sun, 13 Jun 2021 16:06:08 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
28-2 ALDO G. GARGANI

nell'assunzione di un'idea omettendo tutte le altre idee che si trovano


connesse con quella, sì costituisce l'idea universale come modello che con
sente l'applicazione di un nome a tutti gli oggetti che rientrano in u
medesima classe, in un genere ο in una specie. Questa attività astratt
è presupposta dalle operazioni di composizione da parte dell'intellig
za che passa a costruire le idee complesse con i materiali ottenuti app
to dal procedimento astrattivo.
L'investigazione dei nomi e degli usi linguistici, che la tradizion
aristotelico-scolastica presumeva che denotassero le essenze sostanzia
delle cose, aveva condotto Locke a reperire il loro significato nell'e
borazione artificiale di idee astratte da idee particolari dei singoli ogget
della esperienza ordinaria. Le specie, le essenze delle cose non risult
vano per Locke essere altro che schemi classificatori creati dall'uomo
che, contrassegnati con nomi generali imposti ad arbitrio, consentono l
distribuzione degli oggetti empirici entro un sistema di denominazioni
guistiche. Le essenze delle cose acquistavano cosi una realtà e uno st
tuto soltanto nominali (93). E da questa riduzione dei concetti di sost
za, di essenza a realtà nominali si partono alcune linee direttrici di
cerca di grande portata: I) la riconducibilità delle strutture, delle fu
zioni e delle operazioni del nostro linguaggio alle condizioni, ai bisog
della vita umana, nonché ai sistemi e costumi di vita delle comunità um
ne; II) la critica agli impianti teoretici aristotelico-scolastici sui conce
di essenza e di sostanza, e in connessione con ciò, l'introduzione nella
classificazione delle scienze umane di una scienza semiotica ο dottrina
dei segni che subentra in luogo del sapere metafisico; III) la funzione
precipua del nome nella formazione, in particolare, delle idee complesse
dei modi misti e delle relazioni.
È un tema dominante, che circola in tutto 1 'Essay lockiano l'affer
mazione della proporzionalità e dell'adeguatezza delle facoltà umane ai
bisogni e alle necessità della vita comune:
« Mediante i nostri sensi, possiamo conoscere e distinguere le cose, ed esaminarle
in tal modo da poterle applicare agli usi nostri, e, in vario modo, far fronte alle ne
cessità di questa vita.... Siamo provvisti di facoltà (per quanto deboli e opache esse
siano) sufficienti a scoprire nelle creature quanto basta a condurci alla conoscenza del
Creatore, e alla conoscenza dei nostri doveri; e siamo sufficientemente provveduti di
capacità per sopperire alle esigenze del vivere; e tali sono i compiti nostri in questo
mondo » (94).

In questo senso, le conoscenze di cui gli uomini dispongono non


vanno commisurate ad un modello di sapere perfetto, e non devono es
ser valutate rispetto alla molteplicità e alla struttura delle cose, ma van

(93) Cfr. Essay, III, 111,9, IO>TI> Γ3; v>> Τ> IV, vi, 4.
(04) Essay, II, xxiii, 12; cfr. anche IV, xi, 8, 10.

This content downloaded from


5.171.121.58 on Sun, 13 Jun 2021 16:06:08 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
Idea, mondo e linguaggio in T. Hobbes e j. Locke 283

no considerate in rapporto ai bisogni definiti che gli uomini devono sod


disfare nel corso dell'esistenza loro. Le attività intellettuali e l'elabora
zione linguistica non rispondono ai requisiti di un sapere certo, ma alle
condizioni nelle quali l'esistenza è data agli uomini, al « crepuscolo della
probabilità » in cui è confinata la maggior parte delle loro conoscenze, le
quali nondimeno consentono agli uomini un dominio e un controllo del
l'esperienza secondo i loro bisogni. L'interpretazione lockiana del lin
guaggio è largamente dominata da questo atteggiamento anti-intellettua
listico; gli uomini si servono del linguaggio non in direzione dell'acquisi
zione di una conoscenza speculativa della natura delle cose, ma come stru
mento di comunicazione entro il sistema della loro vita associata (9S) ; i
termini generali, di cui si serve l'uso linguistico per classificare le cose,
non sono stati elaborati e formati in funzione della definizione delle strut
ture sostanziali della realtà; il linguaggio non è stato istituito e non è re
golato in funzione delle imprese speculative dei filosofi. Il linguaggio
non è stato invenzione e creazione dei filosofi, ma di « gente illetterata e
ignorante» per contrassegnare gli oggetti della vita comune.

« Ma supponendo che le essenze reali delle sostanze fossero discopribili da coloro


che si applicassero con severità a tale indagine, non potremmo tuttavia ragionevol
mente pensare che la classificazione delle cose sotto nomi generali sia stata regolata
secondo quelle costituzioni reali interne, ο secondo altro che non fossero le loro ap
parenze ovvie : poiché, le lingue, in tutti i paesi, si sono formate assai prima delle
scienze. E perciò non sono stati dei filosofi ο dei logici, ο gente che si sia preoccupata
delle forme e delle essenze, coloro che hanno formato i nomi generali che si trovano
in uso fra le diverse nazioni; invece, quei termini più ο meno comprensivi, per lo più,
e in tutte le lingue, hanno avuto nascita e significato ad opera di gente ignorante e
illetterata, che ha trascelto e denominato le cose in base alle qualità sensibili che in
esse trovava, onde in tal modo significarle, quando non eran presenti, ad altri, sia
che avessero occasione di menzionare una specie oppure una cosa particolare » (%).

La conoscenza e l'articolazione linguistica dell'esperienza rispondo


no fondamentalmente al bisogno pratico di preservare la vita, « non ri
spondendo le nostre facoltà alla piena estensione dell'essere, né ad una
conoscenza perfetta chiara e comprensiva delle cose, libera da ogni scru
polo e dubbio, bensì soltanto alla conservazione di noi stessi, cui sono
state date» (97).
Il riconoscimento lockiano dell'utilità pratica dello strumento lin
guistico riprende con una serie di analogie, pur nella differenza dei ri
spettivi contesti teorici, la valutazione hobbesiana del linguaggio come

(95) Cfr. Essay, III, i, i.


(") Essay, III, vi, 25.
(97) Essay, IV, xi, 8.

This content downloaded from


5.171.121.58 on Sun, 13 Jun 2021 16:06:08 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
284 ALDO G. GARGÀNÌ

«acquisizione di mezzi » (98); il lingu


strumenti per individuare e fissare sch
L'articolazione linguistica delle imma
sti nessi di causalità contribuisce allo
tale dell'uomo, ossia l'acquisizione di
fini. Del resto, le sequenze dei pensie
in un ordine organico e costante escl
zione che viene loro impressa dal des
trare in possesso della cosa desiderat
di una finalità da realizzare, la succes
ganica, disarmonica, casuale, qual è a
mini privi di passioni.

« ...in questo disordinato tumulto della m


direzione di un pensiero e della sua connession
zione intorno all'attuale guerra civile, che c
domandare, come fece qualcuno, quale fosse il valore di una moneta romana? Tutta
via in ciò io trovai una connessione di pensieri. Infatti l'idea della guerra introduceva
quella di consegnare il re ai suoi nemici; e questa faceva pensare al tradimento ope
rato nei confronti di Cristo e questo a sua volta richiamava l'idea dei trenta denari
che furono il prezzo del tradimento, e da qui facilmente derivò quella maliziosa do
manda, e tutto ciò avvenne in un attimo, perché il pensiero è rapido » (").

Anche Locke doveva riporre nella matrice antropologica dei desideri


e delle passioni la funzione direttrice e disciplinatrice delle operazioni in
tellettuali umane; la successione dei pensieri risulta organizzata e orien
tata in forza dei sentimenti di piacere che sono associati ad essi:

« Egli [Dio] ha avuto la bontà di annettere un sentimento di piacere a diversi


pensieri, e a diverse sensazioni. Nulla avrebbe potuto essere ordinato più saggiamente:
poiché se tale sentimento fosse interamente distaccato da tutte le nostre sensazioni
esteriori, e da tutti i pensieri che abbiamo in noi stessi, non avremmo alcun motivo
per preferire un pensiero ad un altro, un'azione ad un'altra: di preferire, per esempio,
l'attenzione all'indifferenza ο il movimento al riposo. E cosi non penseremmo affatto
a mettere in moto il nostro corpo e a far lavorare il nostro spirito, ma, lasciando an
dare i nostri pensieri alla ventura, senza alcuna direzione ο disegno, non riporremmo
alcuna attenzione nelle nostre idee, le quali, dopo di ciò, verrebbero a mostrarsi nel
nostro spirito come altrettante ombre neglette, senza che noi ce ne occupassimo altri
menti » (10°).

Muovendo lungo questa linea di interpretazione, Locke veniva of


frendo un modello di esplicazione dei fenomeni linguistici che faceva ri
ferimento ai condizionamenti pratici, che la forma di società, il costume

(98) leviathan, I, 4, p. 20.


(99) Leviathan, I, 3, pp. 12-13.
(10°) Essay, II, vii, 3; cfr. vii, 2; χ, 3; xx, 6.

This content downloaded from


5.171.121.58 on Sun, 13 Jun 2021 16:06:08 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
Idea, mondo e linguaggio in T. Hobbes e j. Locke 285

di vita degli uomini esercitano sulla formazione e sull'uso del linguaggi


Sulla base di questi condizionamenti, si giustifica per Locke la prese
di determinati moduli d'espressione in certe lingue, e la loro assenz
in altre; cosi la varietà e molteplicità delle espressioni linguistiche
designano modi misti del pensiero e del movimento devono la loro
stenza all'interesse e all'attenzione che, entro la società umana, si costi
tuiscono in generale per la prassi, per l'azione, definita da Locke, « the
great business of mankind», e conseguentemente all'esigenza di discipli
nare i comportamenti pratici degli uomini per mezzo di leggi (im). L'in
troduzione dei nomi appariva a Locke in funzione degli interessi che,
nella loro vita comune, gli uomini hanno a individuare e a fissare lingui
sticamente determinate idee complesse e a trasmetterle tra loro. In que
sto senso, notava il filosofo inglese, si deve interpretare il fatto che espres
sioni designanti rapporti di parentela come padre, fratello, zio e simili
vengano impiegate per esprimere rapporti determinati tra gli uomini, ma
non vengano usate per denotare i medesimi rapporti quando questi sus
sistono tra gli animali. Il disciplinamento dell'uso linguistico sulla base
di ragioni di convenienza, di funzionalità sociale, rende conto del fatto
che determinate collezioni di idee siano raccolte in un'idea complessa
unitaria a differenza di altre che avrebbero però lo stesso titolo ad esser
riunite in idee complesse specifiche (102). La diversità degli assetti e sta
tuti sociali delle comunità umane, le loro trasformazioni costituiscono la
matrice della varietà delle lingue e dei mutamenti di ciascuna di esse.

« La diversità dei costumi, delle abitudini e delle maniere di una data nazione
fa si che varie combinazioni di idee, famigliari e necessarie in essa, presso un altro
popolo non trovino mai alcuna occasione di venir fatte e forse nemmeno rilevate; e
perciò, naturalmente, nella prima di queste nazioni verranno attribuiti a queste com
binazioni di idee dei nomi distinti.... Cosi, όσίρακισμός, fra i Greci, e proscriptio fra i
Romani, erano parole che non trovavano nomi esattamente rispondenti al loro signifi
cato in altre lingue, poiché rappresentavano idee complesse che non erano nello spirito
dei cittadini di altre nazioni. Dove non esisteva quell'uso, non c'era alcuna nozione di
azioni simili; non potevano servire a nulla quelle combinazioni di idee che erano unite
e, per cosi dire, legate insieme da quelle parole : e perciò, in altri paesi, non v'erano
nomi per esse » (1M).

(101) Cfr. Essay, II, xxii, 10.


(102) « ...sebbene dell'uccidere il padre ο la madre si sia fatta una specie distinta dall'uccidere il
proprio figlio ο figlia, tuttavia, in certi altri casi, anche il figlio e la figlia sono considerati, non
meno del padre e della madre: e sono tutti egualmente compresi in una stessa specie, come in quella
dùVincesto. Cosi la mente, nei modi misti, unisce arbitrariamente, a formare idee complesse, ciò che
le conviene: mentre altre idee semplici, che, tutto sommato, hanno fra loro altrettanta unione in
natura, vengono lasciate disperse e mai combinate a formare una sola idea, perché in quei casi gli
uomini non hanno bisogno di un solo nome. È evidente dunque che l'intelletto, di sua libera scelta,
pone un collegamento fra un certo numero di idee, le quali in natura non son più unite fra loro
di quanto lo siano altre, che esso invece lascia fuori » (Essay, III, v, 6).
(103) Essay, II, xxii, 6; cfr. anche xviii, 6-7; xxx, 2, xxii, 7.

This content downloaded from


5.171.121.58 on Sun, 13 Jun 2021 16:06:08 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
286 Aldo g. garganì

5. - La conversione analiti

L'indagine del linguaggi


significati comunicati dai n
delle cose, ma corrispond
genza umana; il reperimen
sociale che disciplinano la
premessa da cui muoveva L
sostanza. L'indagine specif
cava non soltanto un contri
ce sulla natura delle nostre
su basi controllate quel di
dicato il IV libro dell'issa^
messo in luce il fatto che le
no proprietà essenziali del
le idee delle cose che risulta
i bisogni di una comunicaz
cose risultano cosi costituit
darie e terziarie (ossia di i
renti alle cose, ma gli effet
procamente, e sulle facolt
vita umana, la selezione di
scimento delle cose rappre
l'umanità nella costruzione
Il concetto di essenza su
accezioni metafisiche al p
nelle cose ha infatti per s
se non in rapporto agli sche
dell'esperienza. In questo s
proprietà essenziale di un o
questo oggetto sotto la spe
osservabili degli oggetti è
operata delle idee astratte,
stica, devono costituire sch
va la possibilità della distinz
linguistiche artificialment
tive produzioni di idee com

(104) Cfr. Essay, III, viii, i; ix, 21;


(105) Cfr. Essay, II, viii, 23.
(10e) Cfr. Essay, III, vi, 30; ν, 6-8.
(107) Cfr. Essay, III, vi, 4-5.

This content downloaded from


5.171.121.58 on Sun, 13 Jun 2021 16:06:08 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
Idea, mondo e linguaggio in T. Hobbes e J. Locke 287

glesi l'acqua e il ghiaccio costituiscono due specie distinte di cose c


trassegnate con nomi diversi, per l'abitante della Giamaica, il quale
de per la prima volta l'acqua ghiacciata, e che però non dispone di
nome specifico e distinto, quegli oggetti costituiranno una specie uni
e quello che i primi chiamano « ghiaccio », egli chiamerà « acqua in
rita » (108).
L'esame lockiano della funzione dello strumento linguistico gettava
in tal modo un ponte tra l'indagine del mondo delle idee, delle possibi
lità degli oggetti acquisibili alla conoscenza umana da una parte, e la
critica agli schemi metafisici delle sostanze dall'altra. L'esame del signi
ficato dei nomi sulla base dell'indagine delle idee complesse delle sostanze
consentiva a Locke di tracciare quella delimitazione tra termini muniti
di senso e termini privi di senso che era già stata espressa da Hobbes (109).
Tra gli ultimi rientravano i termini coniati dalle « Scuole » e dai metafi
sici (u0), quali essenza della sostanza, forma sostanziale e simili. La na
tura del nesso tra indagine delle idee e indagine del linguaggio da un
lato e critica della metafisica tradizionale dall'altro era stabilita, inoltre,
dal fatto che la pretesa di un sapere metafisico insorgeva sulla base di
un'errata supposizione relativa alla modalità di funzionamento del lin
guaggio, ossia sulla presunzione che i nomi abbiano le condizioni e i
termini del loro significato direttamente nella struttura ontologica della
realtà. Cosi, i concetti della metafisica vengono fatti corrispondere da
Locke ad una sorta di deviazione e di deformazione di quelle stesse ope
razioni intellettuali sulle idee e sui nomi con le quali l'uomo organizza
il mondo della propria esperienza. Schemi e modelli interpretativi intro
dotti ad opera dell'immaginazione hanno l'effetto di assegnare connota
zioni metafisiche a quelle operazioni e procedure linguistiche che peraltro
hanno esclusivamente una funzione pratica per la comunicazione; in vi
sta, infatti, di una comunicazione rapida e funzionale, una serie di idee
viene contrassegnata con un singolo nome, ma questo nome viene assun
to ο immaginato, sulla base di una supposizione metafisica, come il no
me di un'idea semplice, come il simbolo di un'unità rigida, inscindibile,
che sarebbe il sostratum ο vincolo sostanziale delle molte proprietà che
competono alla cosa significata (m). Quel nome che è di fatto impiegato
per designare quella che Locke chiama l'essenza nominale della cosa, e
che è invenzione dell'intelligenza umana, viene destinato nel discorso me
tafisico a esprimere una supposta e immaginata essenza sostanziale che
sarebbe nelle cose(112). In questo senso, concetti incompleti di specie, non

(108) Essay, III, vi, 13.


(ϊοβ) Leviathan, I, 4, p. 27.
(110) Cfr. Essay, III, x, 1-2.
(ln) Cfr. Essay, II, xxiii, 1-2.
(112) Cfr. Essay, II, xxxii, 7-8.

This content downloaded from


5.171.121.58 on Sun, 13 Jun 2021 16:06:08 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
288 ALDO G. GARGANI

esaustivamente definiti, che


tavia una funzionalità nell
me nozioni di essenze spec
filosofi metafisici delle Scuo
were cast and formed » (113
fisica sono originate per L
led and fixed species in natu
na agli schemi sostanzialist
dagine sui nomi che però a
ramente verbale del discor
gando il meccanismo di com
si poteva eliminare alla rad
alle cose sul quale concresc
zioni dell'immaginazione, l
specie fisse riflettenti l'ordi

« Se... non limiteremo i nostr


non vi fossero, ο non potessero
minate e, per cosi dire, prodotte
libertà e minor confusione di q
che esista un certo numero di q
tanti incalchi, sarebbero state gettate e formate, troveremo che l'idea della forma,
moto e vita di un uomo senza ragione è un'idea altrettanto distinta, e ci suggerisce
una specie di cose altrettanto distinta dall'uomo e dalla bestia, quanto l'idea della
forma di un asino dotato di ragione sarebbe diversa cosi da quella dell'uomo come
da quella della bestia, e sarebbe una specie di animale che starebbe a metà tra quelle
due, ο che sarebbe distinta da entrambe » (U5).
« ....si domanderà: se gli idioti sono qualcosa a metà tra l'uomo e la bestia, che
ne sarà di loro nell'altro mondo? Al che rispondo... la forza del quesito di costoro (os
sia: volete privare gli idioti di uno stato futuro?) si fonda su una di queste due sup
posizioni, che sono entrambe false. La prima è che tutte le cose che hanno l'esteriore
apparenza di un uomo debbano essere necessariamente destinate ad un futuro stato
di immortalità dopo questa vita; oppure, come seconda ipotesi, che tutto ciò che è
di nascita umana debba avere quella destinazione. Togliete queste immaginazioni e
vedrete che quelle domande sono infondate e ridicole » (116).

In rapporto ai risultati ottenuti nell'esame del linguaggio nel III li


bro del Γ .Essay, Locke escludeva nel libro successivo la possibilità di un
discorso significante concernente la struttura sostanziale delle cose, e
passava a impostare una definizione della metafisica come indagine re

(113) Essay, IV, iv, 13.


(114) Essay, IV, iv, 16.
(115) Essay, IV, iv, 13.
(ne) Essay, IV, iv, 14-15.

This content downloaded from


5.171.121.58 on Sun, 13 Jun 2021 16:06:08 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
Idea, mondo e linguaggio in T. Hobbes e ]. Locke 289

la ti va alle connessioni tra cose e idee, in quanto a queste ultime


assegnata un'organizzazione e un assetto linguistici. È stata osserv
R, Armstrong (117) la corrispondenza tra lo schema di classificazion
tre tipi di verità, ossia della verità reale come condizione di con
za, fondamentalmente, tra le nostre idee e le cose esistenti in natur
la verità morale come condizione di uniformità delle proposizioni co
archetipi di determinate idee complesse elaborati liberamente da
ligenza (e che quindi prescindono da ogni riferimento esistenziale
verità metafisica che concerne la concordanza con la realtà da parte
idee in quanto queste hanno ricevuto una espressione linguistica (11
lo schema di classificazione delle scienze che si trova nell'ultimo cap
dell'Assai ; questo distingue una fisica ο filosofia naturale relati
conoscenza delle cose, una pratica come disciplina del comporta
morale dell'uomo, e una dottrina dei segni ο semiotica che inda
strumenti con i quali gli uomini acquistano la conoscenza delle co
trasmettono ad altri (119). Alla verità metafisica sembra dunque cor
dere nella classificazione delle scienze la semiotica; è da rilevar
sto proposito il fatto che l'indagine degli oggetti propri della metaf
(Dio, gli angeli, gli spiriti) è ora di competenza della filosofia nat
fisica, insieme all'indagine della materia, dei corpi, delle loro aff
della figura, e del numero (12°).
Il concetto lockiano di verità metafisica non concerne più du
una particolare classe di oggetti, ma propriamente il rapporto tra l
e le cose attraverso la mediazione linguistica; mentre la verità re
che se in questa passa, ma non necessariamente, un'articolazione
stica) si riferisce alle idee complesse in quanto esse trovano un'es
conforme negli oggetti dell'esperienza sensibile (121). La verità met
non ha tanto la funzione di fornire un sapere delle cose, quanto
lire le procedure corrette di riferimento delle idee e dei nomi al
essa risponde, in altri termini, non ad una funzione e ad un'esigenz
culativa, ma ad un'esigenza critico-metodologica di chiarimento dell
dalità d'applicazione degli strumenti di intendimento dell'esperie
questo senso, la verità metafisica corrisponderebbe a quella sci
miotica che investe, in generale, il problema e le condizioni della si
cazione, sia a livello linguistico, sia a livello pre-linguistico di relazi
le idee. L'idea è una significazione della realtà, essendo il medio

(117) John Locke's 'Doctrine of Signs': a new Metaphysics, in « The Journal of the Hi
Ideas » XXVI (1965), pp. 369-82.
(11S) Cfr. Essay, IV, v, 8-11.
(tie) cfr. Essay, IV, xxi, 1-4.
(12°) cfr. Essay, IV, xxi, 2.
(121) Cfr. Essay, IV, v, 8, 11.

This content downloaded from


5.171.121.58 on Sun, 13 Jun 2021 16:06:08 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
290 ALDO G. GARGANÌ

verso il quale le cose possono v


na (122) ; da un altro lato, la par
ne tra gli uomini di quella « sc
di ciascuno (123).

6. - Le idee della mente e la fo

La valutazione lockiana non s


come strumenti di significazion
ma dell'interpretazione lockian
frequente, del filosofo inglese
re direttamente sul piano del co
passare per la mediazione del li
la funzione dello strumento ling
ticolazione dell'esperienza secon
umana, che viene a mancare in
riproponga a livello, appunto, de
quanto Locke toglie con una m
tra alla sfera delle operazioni s
so nella forma, e nel limite be
teoria della significazione com
l'esperienza che costituisce un c
pretazione degli stessi fenomen
suo rivestimento ideistico e tr
linguaggio. Storicamente la fun
sfera delle idee (privilegiandol
in ragione direttamente proporz
le nella scoperta delle relazioni t
alla critica che egli muoveva al
delle cose; qui, fatte le debite di
come già per Hobbes; entrambi
contro la filosofia scolastica dell
il realismo degli universali, ess
concettuale 0 ideistica delle ope

(122) « ...le cose che la mente contempla


l'intelletto., è necessario che qualcos'altro, c
considerata, sia presente allo spirito: e que
(123) Cfr. Essay, IV, xxi, 4; sulla nozione d
cfr. R. Armstrong, art. cit., pp. 381 sgg.
(124) Cfr., ad esempio, Essay, IV, iii, 30.

This content downloaded from


5.171.121.58 on Sun, 13 Jun 2021 16:06:08 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
Idea, mondo e linguaggio in T. Hobbes e ]. Locke 291

per sganciare il linguaggio da qualsiasi riferimento obbligato e in


co alla struttura ontologica della realtà, per restituire al linguagg
diante il ricorso a concetti e idee, la sua matrice umana, il suo carat
di libera, artificiale costruzione dell'intelligenza. Muovendosi entro
po d'impostazione che interpretava il linguaggio come funzione d
notazione di oggetti (quale che fosse la loro natura), la alternati
sibile che si presentava a Hobbes e a Locke era l'interpretazio
linguaggio ο come designazione diretta di oggetti reali ο come d
zione di idee ο concetti 0 fantasmi della mente. Per liberare il lingu
dai condizionamenti esercitati da preconcetti metafisici, per rea
la dimensione nominalistica delle loro teorie sul linguaggio e sulla lo
Hobbes e Locke, pur muovendo da premesse e interessi che sono
delle volte tra loro contrastanti, avevano dovuto sviluppare la di
ne concettualistica ο ideistica delle operazioni logico-linguistiche,
rantire loro una condizione di significanza, senza dover riporre q
tima in un nesso di correlazione tra logica, linguaggio e struttur
logica. Mediante la realizzazione di questa dimensione, Hobbes e
potevano inoltre giustificare la funzione semantica di determinate c
di espressioni che non hanno come loro denotati oggetti reali, l
una teoria che identifichi il significato del nome con l'oggetto reale
tatore del nome, non può dar ragione di termini come « futuro », « n
per esempio, che non designano nessuna esistenza attuale (l25).
Ma Locke avrebbe anche espresso in occasione delle espression
bali che si riferiscono ai modi misti una valutazione del linguagg
più soltanto come strumento mnemo-tecnico ο come strumento
smissione di conoscenze acquisite, non più solo quindi nel suo a
di subordinazione ad un mondo di idee, ma come condizione cost
e formativa di certe idee complesse, come strumento di elaboraz
certi significati. Considerando i modi misti delle idee complesse di «
fo», «coraggio», «gratitudine» e di altre formalmente analoghe,
metteva in evidenza come il significato di queste espressioni non
tasse formato meramente dalla operazione di riunire una serie d
semplici ; questa unione di idee che « non ha alcun particolare fonda
to in natura » —· non avrebbe un significato determinato se non in
nisse la funzione del nome ad assegnare ad essa il significato di u
ο di un processo unitario, a costituire quella condizione in cui ide
plici di origine diversa danno luogo ad una significazione coerent
voca. Laddove non c'è il legame naturale a garantire l'unione dell
come è il caso delle idee complesse delle sostanze, è il nome a str

(125) Cfr. De Corpose, I, ii, 6, p. 15; cfr. Essay, III, iii, 19.

This content downloaded from


5.171.121.58 on Sun, 13 Jun 2021 16:06:08 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms
292 ALDO G. GARGANI

in un significato unitario id
zioni del senso : la nozione,
teplicità di idee di azioni e d
che rimarrebbero slegate e
ni separate nel tempo e tra l
del nome a stabilire la loro c
unitario.

This content downloaded from


5.171.121.58 on Sun, 13 Jun 2021 16:06:08 UTC
All use subject to https://about.jstor.org/terms

Potrebbero piacerti anche