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Testo n°1

Platone, Fedone, 117 c-e


Nel racconto platonico degli ultimi momenti della vita di Socrate le forme verbali all'imperfetto e
al presente descrivono il dolore dei discepoli, che rappresenta un elemento di continuità in tutta la
scena e ne costituisce lo sfondo; i verbi all'aoristo evidenziano i momenti cruciali della
narrazione, mentre le forme di perfetto rimarcano le irreversibili conseguenze del gesto con cui
Socrate assume, serenamente, il veleno.

Socrate beve la cicuta


Kai\ a#m 0 ei0pw\n tau=ta e0pisxo/menoj kai\ ma/la eu0xerw=j kai\ eu0ko/lwj e0ce/pien. Kai\ h9mw=n oi9
polloi\ te/wj me\n e0pieikw=j oi{oi/ te h} s an kate/xein to\ mh\ dakru/ein, w9j de\ ei!domen
pi/nonta/ te kai\ pepwko/ta, ou0ke/ti, a0ll 0 e0mou= ge bi/a| kai\ au0tou= a0stakti\ e0xw/rei ta\
da/krua, w#ste e0gkaluya/menoj a0pe/klaon e0mauto/n < ou0 ga\r dh\ e0kei=no/n ge, a0lla\ th\n
e0mautou= tu/xhn, oi#ou a0ndro\j e9tai/rou e0sterhme/noj ei!hn. 9O de\ Kri/twn e!ti pro/teroj
e0mou=, e0peidh\ ou0x oi{oj
/ t 0 h}n kate/xein ta\ da/krua, e0cane/sth. A
0 pollo/dwroj de\ kai\ e0n tw=|
e!mprosqen xro/nw| ou0de\n e0pau/eto dakru/wn, kai\ dh\ kai\ to/te a0nabruxhsa/menoj kla/wn
kai\ a0 g anaktw= n ou0de/na o#ntina ou0 kate/klase tw= n paro/ n twn plh/ n ge au0tou=
Swkra/touj. 0Ekei=noj de/ "Oi{a, e!fh, poiei=te, w} qauma/sioi. 0Egw\ me/ntoi ou0x h#kista
tou/tou e#neka ta\j gunai=kaj a0pe/pemya, i#na mh\ toiau=ta plhmmeloi=en: kai\ ga\r a0kh/koa
o#ti e0n eu0fhmi/a| xrh\ teleuta=n. A
0 ll 0 h9suxi/an te a!gete kai\ karterei=te".

E appena dette queste cose, portatosi la coppa alle labbra con grande calma e di buon animo
bevve fino in fondo. Fra noi i più fino ad allora erano stati in grado di trattenersi
convenientemente dal piangere, quando però lo vedemmo che stava bevendo e poi che aveva
terminato di bere, non fu più possibile trattenersi, ma anche contro la mia volontà le lacrime
scorrevano abbondantemente, così che nascosto il volto nel mantello piangevo su me stesso -
non certo su di lui, infatti, ma sulla mia sorte, considerando di quale amico io fossi rimasto
privo. Critone, ancora prima di me, poiché non riusciva a trattenere le lacrime, balzò in piedi
allontanandosi. Apollodoro poi anche nel tempo precedente non smetteva di piangere, ma in
particolare in quel momento, scoppiato in singhiozzi, versando lacrime e gemendo gettò nello
sconforto tutti i presenti, nessuno escluso, eccetto lo stesso Socrate. E quello disse: "Che cosa
fate mai, miei curiosi amici! Invero soprattutto per questo io congedai le donne, perché non
compissero tali atti sconvenienti; infatti ho sentito dire che bisogna terminare la vita con
parole di buon augurio. Su, state calmi e fatevi forza."
Testo n° 2
Diodoro Siculo XV 87, 5-7
Nel brano si può notare innanzitutto il valore risultativo delle forme di perfetto, utilizzate per
presentare gli esiti della battaglia; i verbi all'aoristo evidenziano invece la solennità dei gesti e
delle affermazioni di Epaminonda.

Morte di Epaminonda
E
0 pameinw/ndaj e!ti zw=n ei0j th\n parembolh\n a0phne/xqh, kai\ tw=n sugklhqe/ntwn i0atrw=n
a0pofhname/nwn, o#ti pa/ntwj, o#tan e0k tou= qw/rakoj e0caireqh=| to\ do/ru, sumbh/setai kai\
to\n qa/naton e0pakolouqh=sai, eu0yuxo/tata th\n tou= bi/ou katastrofh\n e0poih/sato.
Prw=ton me\n ga\r to\n u9paspisth\n proskalesa/menoj e0phrw/thsen, ei0 diase/swke th\n
a0spi/da. Tou= de\ fh/santoj kai\ qe/ntoj au0th\n pro\ th=j o9ra/sewj, pa/lin e0phrw/thse,
po/teroi nenikh/kasin. 0Apofainome/nou de\ tou= paido\j o#ti Boiwtoi\ nenikh/kasin: "Wra,
fhsi/n, e0sti\ teleuta=n" kai\ prose/tacen e0kspa/sai to\ do/ru. A
0 nabohsa/ntwn de\ tw=n
paro/ntwn fi/lwn kai\ tinoj ei0po/ntoj o#ti "Teleuta= j a!teknoj, 0Epameinw/nda" kai\
dakru/santoj, "Ma\ Di/a me/n, fhsi/n, a0lla\ katalei/pw du/o qugate/raj, th\n te e0n
Leu/ktroij ni/khn kai\ th\n e0n Mantinei/a|". Kai\ tou= do/ratoj e0caireqe/ntoj a!neu taraxh=j
a0ne/pneusen. 9Hmei=j d 0 ei0wqo/tej tai=j tw=n a0gaqw=n a0ndrw=n teleutai=j e0pile/gein to\n
i!dion e!painon, ou0damw=j a9rmo/tton h9gou/meqa paradramei=n a0ndro\j thlikou/tou th\n
teleuth\n a0nepish/manton.

Epaminonda fu portato nell'accampamento mentre ancora respirava e, poiché i medici


convocati dichiararono che certamente, nel momento in cui la lancia fosse stata estratta dalla
corazza, sarebbe accaduto anche che ne sarebbe conseguita la morte, finì la sua vita molto
nobilmente. Per prima cosa infatti, fatto venire lo scudiero, gli chiese se avesse riportato salvo lo
scudo. Quando quello rispose affermativamente e pose lo scudo davanti ai suoi occhi, chiese
ancora quale dei due schieramenti fosse risultato vincitore. Poiché il ragazzo gli assicurava che
i Beoti avevano ottenuto la vittoria, disse: "E' tempo ora di morire" e ordinò di estrarre la lancia.
Poiché gli amici presenti proruppero in grida di dolore e uno gli disse: "Te ne vai senza figli,
Epaminonda!" e scoppiò in lacrime, egli rispose: "No, per Zeus, lascio invece due figlie, la
vittoria di Leuttra e quella di Mantinea." E essendogli stata estratta la lancia, senza turbamento
spirò. E noi che abbiamo la consuetudine di far seguire alla narrazione della morte dei grandi
uomini l'elogio che a ciascuno spetta, riteniamo che sarebbe assolutamente sconveniente trattare
sbrigativamente la morte memorabile di un tale uomo.
Testo n° 3
Isocrate, Elena, 54
Nel brano appare predominante l'uso del tempo presente, dal momento che il retore esamina
atteggiamenti e tendenze che considera connaturati all'uomo e quindi costanti. In questo tessuto
temporale-aspettuale piuttosto uniforme risaltano le forme di aoristo e di perfetto. I verbi
all'aoristo sottolineano azioni che rappresentano punti di svolta sul piano conoscitivo (gnw=nai,
gnoi& h n) o del comportamento (tuxei= n , a) n agka& s wsin, i) d o& n tev); le forme di perfetto
evidenziano invece la condizione di persone o cose che dall'influsso della bellezza (o al contrario
dall'assenza di essa) hanno ricevuto un'impronta profonda e una caratterizzazione permanente.

Il fascino della bellezza


Ka/lloj semno/taton kai\ timiw/taton kai\ qeio/taton tw=n o!ntwn e0sti/n. 9Ra/|dion de\
gnw=nai th\n du/namin au0tou=: tw=n me\n ga\r a0ndri/aj h@ sofi/aj h@ dikaiosu/nhj mh\
metexo/ntwn polla\ fanh/setai timw/mena ma=llon h@ tou/twn e#kaston, tw=n de\ ka/llouj
a0pesterhme/nwn ou0de\n eu9rh/somen a0gapw/menon a0lla\ pa/nta katafronou/mena, plh\n o#sa
tau/thj th=j i0de/aj kekoinw/nhken, kai\ th\n a0reth\n dia\ tou=to ma/list 0 eu0dokimou=san, o#ti
ka/lliston tw=n e0pithdeuma/twn e0sti/n. Gnoi/h d 0 a!n tij ka0kei=qen o#son diafe/rei tw=n
o!ntwn, e0c w{n au0toi\ diatiqe/meqa pro\j e#kaston au0tw=n. Tw=n me\n ga\r a!llwn w{n a@n e0n
xrei/a| genw/meqa, tuxei=n mo/non boulo/meqa, peraite/rw de\ peri\ au0tw=n ou0de\n th=| yuxh=|
prospepo/nqamen: tw=n de\ kalw=n e!rwj h9mi=n e0ggi/gnetai, tosou/tw| mei/zw tou= bou/lesqai
r9wm/ hn e!xwn o#sw| per kai\ to\ pra=gma krei=tto/n e0stin. Kai\ toi=j me\n kata\ su/nesin h@ kat 0
a!llo ti proe/xousin fqonou=men, h@n mh\ tw=| poiei=n h9ma=j eu} kaq 0 e9ka/sthn th\n h9me/ran
prosaga/gwntai kai\ ste/ r gein sfa=j au0tou\j a0nagka/swsin: toi=j de\ kaloi=j eu0qu\j
i0do/ntej eu}noi gigno/ m eqa kai\ mo/nouj au0tou\j w#sper tou\j qeou\j ou0k a0pagoreu/omen
qerapeu/ontej.

La bellezza è la più ammirabile, la più preziosa e la più divina delle cose. Ed è facile giungere a
comprendere la sua potenza: infatti risulterà evidente che le realtà che pure non hanno in sé una
parte di virtù o di sapienza o di giustizia sono apprezzate più di ciascuno di questi valori,
mentre riscontreremo che delle realtà che sono rimaste prive di bellezza nessuna è amata, ma
tutte sono disprezzate, eccetto quante siano entrate in contatto con questa forma ideale, e
riscontreremo anche che la virtù è così rinomata soprattutto per il fatto che è la più bella fra tutti
gli oggetti di dedizione. Ancha a partire da un altro punto di vista si potrebbe comprendere
quanto la bellezza si distingua dagli altri beni, considerando cioè gli atteggiamenti che noi
assumiamo verso ciascuno di essi. Infatti, degli altri beni di cui ci troviamo ad aver bisogno, noi
vogliamo soltanto entrare in possesso, ma non ne restiamo più a lungo toccati nell'animo.
Invece delle cose belle sorge in noi un amore, che è dotato di forza di desiderio tanto più
grande, quanto più pregevole è l'oggetto d'amore. Inoltre nei confronti di coloro che si
distinguono in intelligenza o in qualche altra caratteristica noi proviamo invidia, a meno che
essi beneficandoci di giorno in giorno non ci attraggano a sé e non ci costringano ad amarli;
invece nel momento stesso in cui vediamo delle persone belle diventiamo ben disposti nei loro
confronti e soltanto a loro, come a divinità, non ci esimiamo dall'attribuire venerazione.