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Riassunto "Levi" Mattioda

Letteratura
Università di Torino
19 pag.

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PREMESSA
• Critici letterari e storici della letteratura hanno dedicato scarsa attenzione all’opera di Levi
mentre questi era in vita. Tra la fine degli anni 80 e gli anni 90, quest’attenzione ha poi
conosciuto un rinnovato vigore, la critica ha letto la sua opera in modo sincronico, come un
tutto unico un cui si poteva trovare una continuità di argomenti, situazioni, richiami. Più
avanti, però, la situazione sta nuovamente mutando: si è iniziato a vedere come nell’opera di
Levi ci siano state stagioni diverse, come egli abbia avuto un’evoluzione intellettuale in
senso scientifico riflessasi nella sua scrittura e come ebbi abbia rinnovato continuamente la
sua analisi della storia del 900. Proprio la comprensione dell’importanza che la sua
preparazione scientifica ha avuto nel formare la sua visione del mondo, con un passaggio
fondamentale dal determinismo alla concezione della storia come sistema complesso, ha
condotto a nuovi risultati.

• Chiunque abbia letto qualcosa di Levi, ha trovato nei suoi scritti molti elementi
autobiografici. Wilhelm Dilthey : “L’autobiografia è il tentativo non di descrivere la
propria vita, ma di giungere a una forma di intendimento della vita in generale”.
Solo nella scrittura di Se questo è un uomo Levi si atterrà scrupolosamente alla propria
esistenza, pur vivificandola con richiami letterari. Levi non spiega com’è organizzato il
lager, le sue gerarchie, il destino dei morti, si “limita” a raccontarci la propria esperienza
vissuta, provando a trasmetterci cosa ha provato e sentito, e può farlo solo attraverso la
letteratura (la costruzione letteraria, le citazioni degli autori, le riprese di topoi della
letteratura carceraria o quella colonialista). In questo senso, Se questo è un uomo è forse la
più grande attestazione novecentesca della funzione fondamentale che la letteratura svolge
nella vita umana

VITA DI UN CHIMICO SCRITTORE


Levi è notoriamente conosciuto come testimone dei lager, ma è stato anche uno scrittore pervaso
dalla profonda vena umoristica; è cresciuto in una società trilingue dove oltre al dialetto piemontese
si affiancavano due lingue: l'italiano e l'ebraico.
Primo Levi nacque a Torino il 31 luglio 1919 (Corso Re Umberto, casa sua per il resto della vita).
Abbiamo più informazioni sul rapporto di levi col padre, la cui perdita avviene negli anni
giovanili del ragazzo, che deve fare i conti con la sua eredità.
• Madre: Ester Luzzati, sopravvissuta al figlio; morirà nel 1991.
• Padre: Cesare, laureato in ingegneria,: fu lui a trasmettergli una buona dose di curiosità per
il sapere. Morto nel 1942.
Duplice cornice: Torino positivista Ottocento-Novecento; cultura ebraica piemontese.
Descritto umoristicamente in Argon [aldilà del registro comico utilizzato, entra nelle poche
righe dedicate al padre (prosciutto) la consapevolezza di essere cresciuto in una società
trilingue, che lo spingerà a recuperare il linguaggio ebraico piemontese e a riflettere sulla
lingua e sull’espressione in generale dell’uomo. Levi riflette sulla lingua e sull' espressione
in generale dell'uomo e giungerà a interpretare questo plurilinguismo attraverso la metafora
degli strati geologici: le lingue si sovrappongono appunto come i livelli geologici in uno
stesso territorio e nelle anime di quelle persone che lo abitano].
Benché sia ebreo, Levi non vive questa come una diversità nella sua infanzia. Non presenta mai se
stesso alle prese col problema della fede (fino al 1938, l’anno delle leggi razziali); piuttosto, è
sempre alle prese con il problema della conoscenza, della spiegazione scientifica delle cose.
Presenta la sua infanzia come caratterizzata da una formazione positivista autodidatta.
• Opposizione cultura umanistica del liceo classico (pervaso cultura neoidealista) e cultura
scientifica.
Opposizione creata più avanti, ne “La tregua”, in cui Levi cercherà di dare di sé
un'immagine complessa: quella del centauro, che possa liberarlo dallo stereotipo del
testimone e farlo accreditare come scrittore a tutti gli effetti.
L’interesse per la scienza come spiegazione del mondo però convive con l’interesse a narrare, find
agli anni della formazione.

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Gli anni del liceo sono fondamentali: di questa educazione impartitagli tra il 30 e il 37 rimarranno
tracce evidenti nella sua scrittura, nei richiami ai classici (costante riferimento a Dante e Manzoni e
richiami a poeti classici come Pindaro e Orazio e poeti italiani come Leopardi)
Per Levi, però, la propria spiegazione del mondo poteva realizzarsi solo attraverso lo studio della
amteria. Fu questa convinzione a spingerlo ad iscriversi al corso di laurea in chimica. L'esperienza
universitaria fu liberatoria, poiché si utilizzava un linguaggio definito essenziale, era una scuola di
pazienza, obiettività, confronto e semplificazione. Apprezzava il fatto di poter lavorare in equipe e
di fare pratica.
Nel 38, l’anno successivo all’iscrizione, il fascismo promulgò le leggi razziali; Levi poté continuare
a terminare gli studi, perché già iscritto. Se da un lato prese atto che il fascismo non lo voleva e lo
considerava un diverso e inferiore, furono proprio le leggi razziali a fargli prendere coscienza del
proprio essere ebreo, di aver dietro le spalle una cultura che aveva teso a dimenticare.
La sua tesi di laurea fu discussa il 12 giugno del 1941. “A P. Levi, di razza ebraica, veniva conferita
la laureain chimica con110 e lode: era dunque un documento acipite, mezzo gloria e mezzo
scherno, mezzo assoluzione e mezzo condanna”.
Il periodo era uno dei meno propizi: il madre stava morendo, le armate naziste dilagavano per
l’Europa e Levi non riusciva a trovare lavoro a causa delle leggi razziali. Dopo aver trovato un
impiego clandestino nella ricerca di nichel in una cava di amianto (episodio secondario se non fosse
che in quest’esperienza sembra aver scritto i primi racconti, inclusi 34 anni dopo nel Sistema
Periodico), nel 42 Levi accetta un impiego a Milano presso una fabbrica svizzera di medicinali.
Nel 1943 Mussolini viene arrestato. Levi entra nella Resistenza e finisce in un gruppo partigiano
attivo in Val d'Aosta; la mattina del 13 dicembre 1943 viene catturato dai fascisti nei pressi di
Brusson, trasferito poi a Fossoli il 26 gennaio 1944 (con le amiche Vanda Maestro e Luciana
Nissim). Il 22 febbraio viene deportato con gli altri 650 ebrei verso la Germania: da quell'episodio
inizia veramente la descrizione che più tardi Levi fece in “Se questo è un uomo”.
Il viaggio dura 4 giorni e 4 notti tra le persone ammassate nei vagoni, senz'acqua e senza servizi
igienici; la novità della condizione promiscua dell' offesa al pudore, alla dignità durante il viaggio
furono i primi segni di quella abbassamento morale che dovrà poi accompagnare alla demolizione,
anche fisica, dell'essere umano nei campi di sterminio.
Fu assegnato al campo di Buna-Monowitz, un sottocampo di Auschwitz gestito dalla IG- FARBEN,
il colosso chimico della germania nazista (che pagava al governo tedesco un compenso per la
manodopera degli schiavi reclutati) . Nonostante fosse distinto dal campo di sterminio, anche qui
venivano fatte le selezioni alla camera a gas per i prigionieri ritenuti non più idonei al lavoro.
Levi riuscì a sopravvivere fino alla liberazione del campo avvenuta nel gennaio 1945. Una felice
imprudenza gli impedì di prender parte alla marcia di evacuazione dei prigionieri del campo
(episodio zuppa): contagiato da scarlattina, rimase salvo perché, nella fuga, i nazisti non eseguirono
l’ordine di sterminare i prigionieri dell’infermeria. La liberazione non rappresenterà una gioia,
l'uomo ero oppresso dalla vergogna di essere vivo, di aver assistito a ciò che l'uomo poteva fare.
Tornerà a casa dopo una lunga peregrinazione il 19 ottobre 1945 (il viaggio di ritorno è narrato ne
“La tregua”).
Da quel momento Primo Levi inizia raccontare e non si ferma più; il suo è un bisogno primario,
come mangiare e respirare. Non si trattava solo di testimoniare, di trasmettere l'esperienza vissuta,
le passioni, le emozioni, i traumi ma doveva far comprendere al mondo l'enormità amorale al
quale umanità ha raggiunto con i campi di sterminio. Ciò si poteva fare solo con la letteratura,
occorreva diventare scrittore per trasmettere ciò che l'uomo aveva fatto, per raccontare
l'abbassamento morale che l'offesa provocava in chi la faceva e in chi la subiva, la tentata
metamorfosi dell'uomo in cosa e la resistenza a quella trasformazione indotta.
Scrivere diventa necessità impellente,ma non si dedicherà soltanto al racconto dell’esperienza nel
campo. Durante un’intervista, Levi raccontò che al 46 risaliva l’idea di un racconto sui suoi antenati
ebrei e sul piccolo yiddish subalpino da loro parlato; sono le idee alla base di Carbonio e Argon , i
racconti iniziale e finale di quel romanzo di formazione indicizzato con tutti i nomi degli elementi
chimici: “Il sistema periodico”, pubblicato nel 1975.
Incontra e si fidanza con Lucia Morpurgo nel 1946 e nello stesso periodo in trovò un impiego
presso la fabbrica di vernici, vicino al lago di Avigliana.

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La scrittura diventa un'operazione di sistemazione del passato, da semplice sfogo divenne
risarcimento, una costruzione coerente, che la sua mente e la sua mano ricreavano ponendo ordine
nel caos.
Emerse in quel momento un'altra concezione scientifica della vita umana, la teoria della
retroazione, che poneva l'uomo tra le due direzioni verticali in su e in giù, in mezzo al quale
trovare la condizione della posizione intermedia, della omeostasi, con dei gradi di variazione nella
quale l’uomo resiste. Per Levi nessun essere umano può vivere costantemente in condizioni limite.
La retroazione permette di risalire quando si è gettati sul fondo, così se il capitolo che descrive
l'ingresso nel campo si intitola Sul fondo, quando Levi narrerà la notizia della partenza per il
rimpatrio, userà la metafora contraria, quella del viaggio all'insù, della risalita. La retroazione ha
avuto luogo, il su risponde al giù, al fondo. Le coppie giù/su nella sua opera non si contano, si
trovano anche nei momenti più impensati. Levi ha sempre avuto cara la Divina Commedia e la cita
spesso all'interno dei suoi scritti: la discesa agli inferi e la risalita corrispondono per lui a questo
movimento di retroazione che simboleggia la vita.
“Se questo uomo” fu il banco di prova di questa visione del mondo. Il testo fu rifiutato da grandi
editori e infine pubblicato dall'editore De Silva nel 1947; quando Einaudi lo pubblica nel 1958, il
libro inizia il suo lungo viaggio nelle mani di tutto il mondo.
L’iniziale rifiuto di pubblicazione sembrò chiudere la carriera di Levi, che nel 47 fu assunto dalla
SIVA (vernici) di Settimo Torinese: fu nominato rapidamente direttore tecnico e poi direttore
generale dell’azienda. Quando, nel 58, Se questo è un uomo fu ripubblicato da Einaudi, Leve
riprese fiducia nelle sue capacità narrative, ricominciò a scrivere racconti scientifici e progettò il
libro del suo ritorno, “La tregua”, che sarà pubblicato 1963, con cui viene pienamente conosciuto
come scrittore.
La definizione di scrittore memorialista gli pesava, le sue narrazione venivano poste nel ghetto della
scrittura di memoria o neorealista, di testimonianza storica. Levi, perciò, cominciò a parlar di se
stesso come di un centauro, cercando in questo modo di imporre un'immagine di sé divisa tra
letteratura e scienza; scrive anche un racconto sui centauri che entra nella raccolta “Storie naturali”
del 1966, con lo pseudonimo di Damiano Malabaila, una raccolta di racconti che prendevano
spunto da esperimenti scientifici o fantascientifici. Anche il libro successivo pubblicato nel 1971
“Vizio di forma” è composto da racconti scientifici: resta il suo libro meno fortunato.
Nel 1975 decide di andare in pensione, la decisione lo proiettava verso l’altra sua metà di scrittore.
Proprio nel 75 appare un altro capolavoro, “Il sistema periodico”, nato da una serie di racconti
scritti in momenti diversi della sua vita che ritrovano coerenza e unità grazie alla disposizione
cronologica, che segue le tappe della vita dello scrittore. Si tratta di una sorta di romanzo di
formazione composto da racconti che prendevano ognuno il titolo da uno degli elementi della
tavola degli elementi periodici di Mendeleev, ma finivano per costruire un percorso di formazione
sotto il segno degli elementi chimici che avevano caratterizzato varie esperienze; soltanto il primo
e l'ultimo racconto Argon e Carbonio (con il richiamo al simbolo della vita) uscivano dalla serie
autobiografica di Levi.
Con questa opera, Levi si impone come grande scrittore, ma la critica italiana non se ne accorge.
Molti anni dopo, gli scienziati del Royal Institution of London avrebbero decretato che quello era il
più importante testo di letteratura scientifica del XXsec.
Nel 1978 uscì “La chiave a stella”, una serie di racconti fondati sul dialogo tra il narratore e il
montatore Faussone, che vive la perdita delle conoscenze tramandati dai suoi avi sulla lavorazione
del rame e lo stagno. Tale perdita viene tradotta in una vita nomade: non accetta il lavoro in
fabbrica, deve poter inventare le modalità del proprio lavoro.
Questo racconto permette allo scrittore di dare testimonianza del gergo italo-piemontese, uno degli
aspetti dei vari interessi, antropologici più che scientifici, che spingeranno Levi a tradurre in
italiano Levi-Strauss.

Nel 1979 tenne un’importante conferenza sull’intolleranza razziale, insistendo sulla necessità di
superare l’approccio deterministico per comprendere fenomeni complessi come quelli storici. A
Levi interessa in fondo la fomanda di sempre: come è possibile spiegare Auschwitz? Se per anni
non era riuscito a dare una spiegazione, vuol dire che l'approccio epistemologico scelto non era

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quello adatto: dal determinismo passa alla teoria del caos. Quando nemmeno questo approccio
sembrò soddisfarlo, mise in crisi i suoi convincimenti più antichi. La chimica era sempre stata per
lui l’arte di separare, distinguere, pesare: durante gli anni Ottanta, Levi iniziò a cercare non più la
divisione degli elementi, la loro separazione per creare ordine; cercò invece i punti di collisione, di
confine fra gli opposti, gli stadi intermedi della complicità, della compenetrazione, fino ad arrivare
a teorizzare l’esistenza della zona grigia ne I sommersi e i salvati.
Nel 1981 Einaudi pubblico “La ricerca delle radici” un'antologia personale: la scelta delle letture
che avevano influito sulla sua vita gli riservò parecchie sorpese. Levi, che come scrittore aveva
sempre presentato il suo lato diurno, scoprì di averne uno notturno, viscerale, profondo e
inesplorato.
“Ad ora incerta”, poesia pubblicata nel 1984, fu il banco di prova del suo nuovo pensiero. Il titolo
è preso da un passo della Ballata del vecchio marinaio di Coleridge esi riferisce a un momento
molto preciso del giorno, in cuin non è l’ora ad essere imprecisa, ma la luce: è il momento fugace
del crepuscolo, il cui lucee oscurià si confondono, in cui gli gli opposti si compenetrano.
Mentre perseguiva questa ricerca del contrasto fra gli opposti, va in frantumi la teoria della
retroazione che l'aveva tenuto in vita: Levi lo enuncia nel 1983 in un saggio dal titolo leopardiano
“Il brutto potere”.
Qui Levi afferma la mancanza di retroazione nel mondo contemporaneo: tutto sembra precipitare
verso la perdita di energia. Contro questa forza che conduce al caos potremmo combattere con il
cervello o con i meccanismi dell’omeostasi e che, attraverso la retroazione, ripristinano l’equilibrio.
Possiamo parlare, come con Leopardi, di pessimismo cosmico, egli non trova più forze dopo la
distruzione del mondo, il ciclo di retroazione si è spento e nessuna forza consente di ristabilire i
parametri di omeostasi; è un pensiero tragico per il quale la lotta contro il caos è una lotta
impossibile e che ha come ultimo grande risultato l'abissale ricerca de I sommersi e salvati, in cui
emerge quella forza negativa che tutto corrode.
L’ 11 aprile 1987 non dovete più trovare ragioni per resistere a tale forza e si gettò dalla tromba
delle scale, senza possibilità di retroazione.

SE QUESTO E’ UN UOMO
Il 19 ottobre 1945 Primo Levi ritorno a casa; il sogno del reduce è il prigioniero che sogna di essere
tornato a casa e di raccontare la sua esperienza, ma gli ascoltatori si defilavano uno a uno
mostrando di non credere o di non essere interessati al racconto.
La necessità di raccontare si scontra con la consapevolezza che l'argomento è difficilmente credibile
per un uomo che ha continuato a vivere nel consorzio civile; già a Auschwitz Levi aveva provato la
necessità di scrivere quell'esperienza, perché scrivendo trovava la pace e si sentiva diventare uomo.
Il primo testo di Levi pubblicato sull'esperienza di Auschwitz è uno scritto scientifico “Il rapporto
sulla organizzazione igienico-sanitaria del campo di concentramento per gli ebrei di Monowitz”
scritto con il compagno di deportazione Leonardo De Benedetti, nel luglio-dicembre 1946.
La costruzione di “Se questo è un uomo” è complessa: la prima parte essere scritta è l’ultima “la
storia dei 10 giorni”, il racconto della sopravvivenza del lager abbandonato dai tedeschi; il libro è
stato scritto in forma dattiloscritta, il testo di 14 pagine, è datato febbraio 1946.
Per Levi scrivere fu un bisogno che lo riportò alla vita, altri deportati reagirono diversamente,
magari cercando di dimenticare, riuscendo a parlarne e scriverne soltanto vari anni dopo. Il caso più
noto è quello dello scrittore spagnolo, ma che scrisse prevalentemente in lingua francese, che ne
“La scrittura e la vita” racconta come si è riuscito veramente a scrivere della sua deportazione a
Buchenvald solo dopo la morte di Primo Levi.
Esiste un quaderno che raccoglie la prima stesura di getto dei capitoli di “Se questo è un uomo”; il
capitolo “Iniziazione” sarà introdotto nella seconda edizione.
Una caratteristica della scrittura di Levi fu quella di non scrivere delle narrazioni continue, ma di
procedere secondo un'ispirazione tipica del racconto breve e unire poi questi racconti come gli
atomi di una molecola. Forse la struttura narrativa non convinse i lettori dell'Einaudi, poiché il libro
non corrisponde ai dettami del romanzo, non possiede una struttura per avanzamento logico-
temporale, è una lunga palude narrativa che vuole rendere l'idea della mancanza di prospettiva
temporale di prigioniero, pochissime sono le determinazioni temporali.

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Franco Antonicelli, editore della casa editrice De Silva, pubblicò nell'ottobre del 1947 “Se questo è
un uomo”;Antonicelli ne comprese subito l'importanza, non solo come testimonianza ma come testo
letterario di altissimo valore; furono stampate 2500 copie, molte restano invendute e durante
l'alluvione di Firenze del 1966 le ultime 600 copie di quell'edizione andarono distrutte.
Nel 1955 fu organizzata a Torino una mostra su resistenza e deportazione, Levi fu invitato a parlare,
i tempi erano cambiati e il volume venne riproposto per l'ennesima volta alla casa editrice Einaudi
che stavolta, grazie anche la presenza di Luciano Foà, accettò di pubblicarlo. Il contratto di
pubblicazione portava la data del 11 luglio 1955, ma per una crisi finanziaria la pubblicazione fu
rinviata fino a giugno del 1958; il libro fu collocato nella collana Saggi, il volume venne presentato
con una testimonianza.
Stampato e tradotto in varie lingue soltanto nel 1963, dopo il successo del “La tregua” il libro sarà
ristampato della collana di narrativa dei Coralli; a partire dal 1965 apparve anche nella collana
letture per la scuola media, diventando così un classico delle letture studentesche.
L’edizione del 58 differisce per vari aspetti della prima edizione del 47, un confronto fra le due
edizioni fu fatto prima da Giovanni Tesio e poi da Marco Belpoliti. Notiamo che nel processo di
revisione Levi lavora per aggiunte e precisazioni, l’aggiunta più cospicua è quella del breve
capitolo Iniziazione, che funge da raccordo tra Sul fondo e le narrazioni successive.
Molto spesso però le aggiunte sono brevi, sono pensieri morali sulla situazione che si inseriscono
nella narrazione e provocano domande, riflessioni; quello di Levi, più che per accumulo, è un
lavoro per precisazione, il lavoro condotto sulle pagine serve a rendere più coerente la narrazione,
prevale la pausa riflessiva, la sosta sull'incontro, il ripensamento sulla condizione.
Pare che sia stato un redattore della De Silva, Renato Zorzi, a suggerire a Franco Antonicelli il
titolo della narrazione, Levi era indeciso tra la citazione dantesca “I sommersi salvati”, che fu
l'intestazione di un capitolo e 40 anni più tardi del libro conclusivo sull'esperienza del Lager.
Il libro non è stato scritto allo scopo di formulare nuovi capi d'accusa, potrà piuttosto fornire
documenti per uno studio pacato di alcuni aspetti dell'animo umano; è proprio questo studio pacato
dell'animo che rischia di passare quasi inosservato e che è invece il punto centrale delle operazioni
di Levi. La sua non è una testimonianza, ma la ricerca delle cause che hanno portato al lager.
Si noti l'oscillazione linguistica tra campo di distruzione e lager: Levi deve inventare le definizioni
per una realtà che non esisteva. Il termine qui proposto da Levi verrà poi superato dall'uso di
“campo di sterminio”, il termine Lager significa soltanto campo.
Ci troviamo subito di fronte a un tema che avrà grande importanza nell'opera di Levi, la funzione
fondamentale di assegnare un nome. Questa importanza è dovuta al fatto che il nome è il principio
di individuazione delle persone e delle cose; i concetti vanno chiariti bene, definiti se si vuole
giunge alla verità. Comprendere quel percorso non è solo doveroso per poter evitare il ripetersi di
quelle esperienze, ma richiede uno sforzo di analisi rigorosa e precisa dei concetti nelle forme.
Ne il capitolo intitolato Il viaggio, integrato nella seconda edizione, Levi da una definizione di se
stesso da giovane, segue un veloce riassunto del suo arresto, del trasferimento a Fossoli e dei primi
giorni nella vita del campo di raccolta, mente giunge la notizia della deportazione.
Iniziano i primi segnali dell'opera di disumanizzazione che i tedeschi vogliono compiere: gli uomini
furono chiamati “pezzi” e, questa riduzione degli uomini a “pezzi”, è un anticipazione narrativa che
collega il momento della partenza al momento dell'arrivo, dov'è possibile vedere l'opera compiuta.
L'uomo disumanizzato dalla metamorfosi indotta, i tedeschi hanno compiuto con le mani
un’operazione di ingegneria genetica e sociale del lager.
Il racconto della deportazione in treno è diventato un topos della letteratura concentrazionaria, basta
pensare un libro come “Il grande viaggio” di Semprun, gli uomini venivano inviati verso l'inferno.
Non a caso emergono richiami danteschi, l'indicazione andiamo “tutti giù” è legata all'idea di
perdita di potenza della materia e anche all'immaginario dantesco.
La parte centrale del libro non presenta lo sviluppo temporale di causa-effetto, ma sarà da notare un
cambiamento del personaggio narrante, che dopo aver recuperato la condizione intellettuale e
lavorativa soddisfacente, aver trovato un aiutante fondamentale per la salvezza nel muratore
piemontese Lorenzo, può riconquistare parte della sua dignità e personalità e nutrire maggiori
speranze di salvezza.
I capitoli da “Iniziazione” ai “Sommersi e salvati” presentano più che altro esperienze del
sopravvivere, i capitoli da “Esame di chimica” all'ultimo presentano la speranza, la resistenza di

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fronte al tentativo di abbassare l'uomo a cosa o a bestia che diventa per Levi l'essenza del lager
“volevano annullarci prima come uomini, per ucciderci poi lentamente”.
Questa è la condizione di quello che di quello che nei campi era chiamato il musulmano, quella
dell'uomo sfruttato fino a essere privo della voglia di pensare, di vivere che sembra già in “Se
questo è un uomo” l'emblema del lager, la riduzione dell'uomo a bestia, il suo abbassamento allo
stadio animale e viene perseguito con metodo scientifico.
Il prigioniero viene privato spesso anche della sua lingua e della possibilità di comunicare con gli
altri prigionieri, oltre che con l'esterno, ma soprattutto gli viene tolto il futuro.
La grande macchina costruita ad Auschwitz-Buna ha come fine ultimo la produzione di manufatti
quanto la distruzione della manodopera; proprio la manodopera viene trasformata in materie prime:
il prigioniero ucciso è distrutto, vengono usati dai resti dei capelli alla cenere.
Egli viene privato del nome, sostituito da un numero inciso sulla pelle, come si fa con gli animali:
la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. Queste
sono operazioni che compie Dio, nel libro della Genesi, per creare il mondo, seguite strettamente
dall' l'operazione, tutto umana, di assegnare i nomi. Per questo, chi cambia nome alle cose o le
persone, confonde le acque, vuole riportare al caos quell'ordine appena creato.
Diventerà una questione essenziale per Levi la privazione del senso del futuro e la rimozione del
passato; recuperare il passato e prevedere un futuro è uno delle due attività mentali che per Levi
salvano il prigioniero, ma c'è un terzo fattore che non è di per sé malvagio, ma che produce una
sensazione di spaesamento e porta alla morte per mancanza di formazione.
Si tratta della barriera linguistica, non capire gli ordini, non comprendere cosa accadeva, dove
veniva distribuito il cibo, costituirono un motivo fondamentale del rapido abbassamento delle
difese, della capacità di resistenza all'interno del lager.
Tutti questi motivi di spersonalizzazione rendono quasi trasparente il prigioniero, che rischia di
perdere la propria personalità, è una sorta di paura di sparire che ritorna anche nei sogni.
Levi usa lo sguardo dell'etologo e gli strumenti intellettuali del naturalista, la tassonomia per
esempio, per trasmettere l'esperienza vissuta del prigioniero, la sua esperienza si eleva al di sopra
perché diventa letteratura, grazie all'applicazione di una visione del mondo strutturata in modo
chiaro.
Lo schema classico della rappresentazione del potere, quello piramidale, è totalmente estraneo alla
rappresentazione di Levi. Bruno Vasari scrive il primo libro pubblicato in Italia da un sopravvissuto
e anche lui sente la necessità di descrivere l'ottusa gerarchia dai nazisti.
Una sola volta Levi rifà una enumerazione dei gradini sociali interni, ma per negarla, per negare la
gerarchia dello Stato totalitario; rifiutare il modello visivo della rappresentazione gerarchica, o
piramidale, significa riappropriarsi di schemi mentali diversi, di schemi mentali liberi.
L'idea della tassonomia, della campionatura è una delle facoltà coordinatrice della mente di Levi:
rifiuto di credere che i Kapos rappresentassero un campione medio del popolo tedesco, ma non ebbe
difficoltà a rappresentare una vera e propria tassonomia dei modi di salvarsi.
Il cerchio, immagine della perfezione, divenne per Levi simbolo del perfezionismo inutile, del
lavoro utilizzato come violenza inutile (lavoro delle donne nei lager di Ravensburger); la mancanza
di principio e di fine toglie al cerchio ogni possibilità di direzione, di movimento laterale destro e
sinistro, verticale giù/su.
Il movimento fondamentale degli schemi visivi adottati da Levi è quello della retroazione, il
movimento di discesa che porta i prigionieri a essere giù “sul fondo” sarà bilanciato dalla risalita
raccontata ne “La tregua”, al posto dello sguardo del sociologo Levi pone quello dell’etologo, di
colui che guarda la società civilizzata ridotta allo stadio animale, le cui leggi fondamentali sono
quelle del potere e della sopravvivenza. Il Lager è una gigantesca esperienza biologica e sociale.
Levi è alla costante ricerca delle cause umane che hanno condotto al Lager e nota che i prigionieri
hanno perso alcune prerogative umane, a causa della regressione allo stato animale
Nel lager eravamo come gli animali, eravamo ristretti al momento presente: sono rari i suicidi e ciò
richiama proprio la condizione animale, poiché il suicidio è dell'uomo e non dell'animale, è un atto
meditato, una scelta non istintiva, non naturale e nel lager c'erano poche occasioni di scegliere, si
viveva come animali, a volte si lasciano morire, ma non si uccidono.
Nell'ultimo capitolo il prigioniero ridiventa uomo e si riappropria del tempo, del futuro, ma anche
del passato. I capitoli del libro furono scritti di getto, ma il lavoro di raccordo di fusione è stato

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svolto sul piano posteriore, tutto ciò ha portato allo sviluppo narrativo del piano della crescita del
personaggio narrante.
Levi apprende di far parte di un grande esperimento biologico, nella quale non valgono le regole
della società civile, ma quelle della lotta degli animali per la sopravvivenza: il capitolo “sul fondo”
chiarisce subito questo atteggiamento di abilità di apprendimento e l'impossibilità di salvarsi per chi
non è in grado di apprendere nuove regole. Questa facoltà di apprendimento caratterizza gli otto
capitoli da “sullo sfondo” a “i sommersi e i salvati”.
Levi sostiene che è sempre possibile comunicare l'esperienza, questa può essere resa con immagini.
Tutta la sua scrittura è il tentativo di rendere dicibile l'esperienza limite del male estremo che
l’uomo ha potuto fare all'uomo.
Nel capitolo successivo “esame di chimica” sembra che l'apprendistato del personaggio sia
terminato e possa elaborare delle strategie per salvarsi; la prima tappa è data dalla sua preparazione
scientifica e con l'esame il personaggio ritrova la fiducia di sé e la necessaria statura morale.
Subito dopo l'esame di chimica giunge la salvazione del sapere letterario che riconduce la statura
morale dell'uomo; il capitolo successivo è infatti quello del “Canto di Ulisse”. Levi viene scelto per
andare a prendere la zuppa per la squadra in compagnia del segretario del capo baracca, Pikolo,
inizia un dialogo con l'altro e gli viene in mente il canto XXVI dell'inferno. Il che è un richiamo a
una vita intellettuale che super la condizione di bruto, è un richiamo per loro stessi alla necessità di
scampare alla distruzione e si manifesta attraverso all'anacronismo del Dio che condanna Ulisse,
senza essersi ancora manifestato al mondo: così probabilmente gli ebrei sono condannati senza
colpa da un potere estraneo.
Il tentativo di evadere mentalmente per recuperare la dimensione intellettuale è un'occasione rara
nel lager e la poesia di Dante può riportare al mondo prima della deportazione, può servire a
verificare le proprietà intellettuali, oltre a fornire gratificazione mentale, era un modo per ritrovare
se stesso.
Levi utilizzò il linguaggio dei classici, la capacità di rappresentare la scelta delle parole precise,
senza orpelli. La sua memoria letteraria e soprattutto la Divina Commedia entrano nella narrazione.
Grazie alla letteratura anche l'esperienza segnata all’oltranza diventa dicibile.
Nel 1962 vi fu una messinscena dialogica per una radio di Stato canadese; Levi fu colpito dalla
riproduzione sonora del multilinguismo di Auschwitz, dala ricostruzione della babele linguistica,
ovvero degli effetti fonici legati al lager: rumori, voci, lingue, silenzi.
Veniva così realizzato un aspetto, quello sonoro, che non era riuscito a rendere pienamente nella
scrittura. Anche la Rai fece un trattamento radiofonico, nel 1964, all'interno di un ciclo dedicato alla
resistenza e seconda guerra mondiale
Venne poi proposta una trascrizione teatrale del testo; il copione teatrale di “Se questo è un uomo”
venne scritto dallo stesso Levi e dall'attore Pieralberto Marchesini, alla regia Gianfranco De Bosio.
Lo Spettacolo fu presentato al Teatro Carignano, con una scenografia composta da tubi per ponteggi
disposti a forma di anfiteatro, dove si trovano gli attori. Ancora una volta ciò che più colpì gli
spettatori fu il plurilinguismo e nel corso della rappresentazione furono rievocati tutti i capitoli del
romanzo, fu presentato nel 1966 per 55 rappresentazioni.
Nel 1976, dopo una lunga esperienza di incontro nelle scuole, Levi decide di aggiungere un
appendice all'edizione scolastica di “Se questo è un uomo” che divenne parte integrante del testo

NASCITA DEL CENTAURO: LA TREGUA E LE STORIE NATURALI


Tra il 1947 e il 1958 pubblicò appena due racconti, che sarebbero apparsi nel volume “Il sistema
periodico” del 1975, con i titolo di Titanio e Zolfo.
Tra il ‘58 e ’63, anno di pubblicazione del suo secondo romanzo “ La tregua”, pubblicò anche 10
racconti sui giornali e riviste, molti dei quali confluiranno in “Storie naturali” del ’66.
Dopo il successo de “La tregua” nel 1963, fu etichettato come scrittore-testimone, cioè scrittore
capace di scrivere soltanto della deportazione e dello sterminio.
Levi reagirà rivendicando in se una doppia natura, di scrittore letterato e di uomo di scienza, in
breve si definirà un centauro, un essere con una doppia natura; ma è una maschera che indosserà
per essere riconosciuto come scrittore e che, quando non avrà più bisogno, se la toglierà.
Levi aveva scritto un racconto sulla figura mitica de “Il centauro Trachi” nel 1961; questo racconto
sarebbe entrato in “Storie naturali” con il titolo “Quaestio de centauris” definendosi un anfibio, un

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centauro, di essere diviso in due. Ma è una maschera che Levi si impose per imporsi come scrittore,
non solo come testimone e che non può funzionare per spiegare l'ultimo Levi che arriverà ad altre
strade elaborando la teoria degli stadi intermedi.
“La tregua” e “Storie naturali” avevano una matrice comune che rinvia alla negazione di Dio e
all'accettazione dell' evoluzione della specie, poiché la creazione da parte di Dio è insostenibile;
Levi ha fatto suo il punto di vista di Giacomo Leopardi, il poeta che accusa la natura di dare false
promesse ai suoi figli che non sa di poter mantenere.
Ne “La tregua” si avverte quel senso di accusa leopardiano verso la natura; fu scritto a mano su un
quaderno scolastico, tra 61 e 62. Il titolo invia l'idea di una tregua del mondo fra le due guerre;
venne pubblicato 1963 e ancora una volta si tratta di un romanzo scritto per segmenti narrativi, il
motivo del viaggio unisce i vari episodi, da continuità alla storia.
E’ il libro più disperatamente pessimistico di Levi; il primo capitolo del romanzo “Il disgelo”
riprende la storia dei 10 giorni che concludeva “Se questo è un uomo”.
Levi ribadisce che la liberazione non portò gioia, ma un altro sentimento la vergogna, la vergogna
per il male introdotto nel mondo dell'uomo stesso. Il male inflitto, subito non si ritorce solo su chi
lo compie ma penetra, infetta chi lo subisce creando altro male: è questo il tema manzoniano e
afferma che “nessuno ha mai potuto meglio di noi cogliere la natura insanabile dell'offesa”.
I primi passaggi narrativi sono contrassegnati dalla ritualità e i padri letterari di questo testo sono da
ricercare nella letteratura maccheronica e in Rabelais.
Narra la storia del bambino Hurbinek, vittima del nazismo e di una società che non solo gli ha
precluso l'amore, ma anche un nome e la parola; si parla anche del Kleine Kiepura, un ragazzino di
12 anni, che era anche lo schiavo sessuale del Kapo.
“Il vento alto”, titolo che Levi voleva dare al romanzo, è quello che Dio invia ad asciugare la terra
dopo il diluvio, che per Levi è la vera creazione, quando le specie, non per creazione ma per
generazione spontanea, si moltiplicano e si confondono fra di loro.
Il problema della comunicazione linguistica è uno dei temi portanti del libro; Levi utilizza per la
prima volta anche il linguaggio dei grafi, la visualizzazione diventa quindi un processo
comunicativo e aggiunge in fondo al libro una carta geografica dell'Europa, con segnato il suo
itinerario. Qui scatta la retroazione rispetto al giù, al fondo di Auschwitz e la partenza diventa essa
stessa direzione simbolica
Il volume “Storie naturali” venne pubblicato nel 1966 con lo pseudonimo di Damiano Malabaila
(cattiva balia) e contiene dodici racconti e tre radiogrammi; vi è un legame con il Lager, racconta le
perversioni che l'uomo produce nella storia contro l'uomo, della distorsione a cui viene sottoposta la
scienza e degli effetti che può avere sull'uomo.
Il titolo della raccolta è ironico, ispirato a una fantasiosa citazione dell'opera di Plinio, richiama il
discorso sulle nascite di essere fantastici ed è legato al racconto dei due centauri, apparso
originariamente il 4 aprile 1961, sul giornale “ Il mondo” col titolo “Il centauro Trachi”.
Levi propone come genesi del centauro una vera e propria storia del mondo, dopo il diluvio, quando
il mondo assiste a una seconda creazione, una descrizione che lega insieme la Torah e le sue
interpretazioni, Dante e presocratici. Questa teoria della generazione coincide storicamente con
l'effimero periodo della tregua, dell'uscita dalla guerra.
Vi è anche il racconto “Angelica farfalla”, il titolo ancora volutamente dantesco; la neotenia e la
capacità di riprodursi lo stato di larva e sarebbe la condizione normale dell'umanità, l'uomo e la
larva dell'angelo e la mutazione dell'uomo in angelo diventa il suo fine, la metà delle sue ricerche e
delle sue sperimentazioni, ma invece di trasformarsi in angelo il uomini erano stati mutuati in un
orribili uccellacci; un altro racconto con il chimico Kleber in “Versamina”, un racconto che prende
il nome della sostanza creata da questo chimico in grado di convertire il dolore in piacere.
All'interno delle “Storie naturali” c'è la storia dell'uomo schiacciato dalla macchina che ha
inventato, una macchina per la realtà virtuale e che trasmette l'emozione registrate sul nastro; la
metamorfosi causata dalla asservimento dalla schiavitù alla macchina e ciò che lega le “Storie
naturali” ai libri precedenti dedicati all'esperienza del lager.
In entrambi l'uomo viene ridotto in schiavitù da una cosa, la cosa nazista e la cosa-cosa: la
riduzione a macchina corrisponde alla codificazione attuata nel lager Auschwitz, dove la
metamorfosi dell'uomo in automa è stata pianificata.

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E difficile stabilire quali siano le fonti esatte di Levi; per gli anni successivi le fonti saranno
rintracciabili nella annate della rivista “Scientific American”.

L'ISPIRAZIONE SCIENTIFICA: DA VIZIO DI FORMA AL SISTEMA PERIODICO


“Vizio di forma”, metafora del linguaggio giuridico, è una raccolta pubblicata nel 1971 che arriva a
tradurre una teoria scientifica che trova parecchia fortuna a partire dagli anni Sessanta, la teoria del
caos deterministico.
Levi rifuggiva dalla rappresentazione gerarchica della società e preferiva la descrizione
tassonomica, ma da “Vizio di forma” inizia a mettere in discussione l'approccio deterministico.
Per quanto riguarda il punto di partenza per impostare i racconti Levi ha lasciato qualche traccia da
dove traeva le fonti d'ispirazione per i racconti scientifici, dalla lettura di una rivista di alta
divulgazione scientifica “Scientific American”; un'altra fonte ispiratrice fu la teoria delle catastrofi
del matematico francese René Thom.
In “Vizio di forma” il racconto finale “Ottima e l'acqua”, titolo probabilmente frutto di una
reminiscenza liceale, è il più interessante; nel racconto si immagina che l'acqua della terra abbia
subito una variazione della viscosità, per Levi la viscosità è sempre un fattore negativo, in questo
racconto ogni forma d'acqua sulla terra, tra cui il corpo umano, conosce l'alterazione di viscosità
(ed è tristemente famosa la teoria della Poliacqua, una delle più grandi cantonate scientifiche del
XX secolo).
Levi scrive con precisione e alcuni colori assumono, nella sua scrittura, un valore simbolico.
Il racconto “Verso occidente” tratta del suicidio di massa dei lemming. Levi in “Se questo è un
uomo” cerca di spiegare la realtà del lager e qui il suicidio in massa dei lemming diventato una
sorta di metafora della morte degli ebrei inermi nel lager, vi è il tentativo di mettere a fuoco il
problema fondamentale, di comprendere le cause che hanno portato il popolo tedesco a progettare
e realizzare lo sterminio degli ebrei.
Nella possibilità di trovare una spiegazione deterministica causa-effetto, per spiegare un sistema
complesso come un processo storico, inizia una polemica contro le spiegazioni appaganti, ma non
fondate sulla verità dei fatti; “Verso occidente” diventa così la rappresentazione allegorica di un
problema teorico: l'incapacità di dare una spiegazione univoca alla soluzione finale applicata nei
confronti della razza ebraica.
In particolare il racconto evidenzia il problema dello scioglimento del racconto, infatti è l'ultima
volta che Levi propone una spiegazione deterministica e il non poter stabilire un rapporto di causa-
effetto per giungere alle soluzione delle narrazioni, troverà in Levi un nuovo modo di pensare, che
oltrepassa la logica causa-effetto, un nuovo atteggiamento che deve affrontare i sistemi complessi,
le variabili e che sembra essere la teoria del caos.
Nel 1975 Levi pubblicò un nuovo libro, una serie di racconti di formazione, un’autobiografia del
mestiere di chimico; i racconti sono indicizzati sotto il nome di alcuni elementi della tavola
periodica degli elementi di Mendeleev che vengono uniti da legami tanto forti, come quelli degli
atomi in una molecola.
I racconti de “Il sistema periodico” hanno una gestazione molto lunga e comprendono alcune delle
prime ipotesi letterari di Levi, anche anteriori all'esperienza di Auschwitz, come il racconto finale
“Carbonio”.
Levi non parlo mai di questo libro come di un autobiografia in senso stretto, ma come
dell'avventura del chimico che affronta la materia. Il libro non è solo il racconto di una formazione,
ma si muove in direzioni diverse, come per il recupero della lingua degli antenati ebrei in “Argon” e
ci sono anche delle storie degli elementi collegati ad Auschwitz.
Levi per il primo racconto ha effettuato una lunga indagine, cercava sempre l'origine delle parole e
tentava di salvare le lingue che stavano scomparendo rielaboro non solo ricordi familiare ma anche
ricordi letterari; dopo il primo racconto il romanzo inizia a prendere in considerazione i rapporti del
personaggio autobiografico con gli elementi, con ciò che sta accadendo intorno in quegli anni,
quelli dell'emanazione delle leggi razziali contro gli ebrei.
Il romanzo di formazione interna diventa formazione politica, ma soprattutto intellettuale
dall’entusiasmo giovanile, dove tenta di signoreggiare la materia, alle sconfitte, al disinganno della
vecchiaia attraverso le prove di Auschwitz, le prove della vita per raggiungere alla contemplazione
della vita stessa simboleggiata dal racconto “Carbonio”.

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Nel racconto “Potassio” racconta delle sue difficoltà per trovare un professore disposto a fargli da
relatore per la tesi sperimentale, in “Nichel” emerge la similitudine trovata da Levi tra il
meccanismo di retroazione e la rappresentazione grafica del viaggio di Dante nella Divina
Commedia.
Il romanzo di formazione continua con le altre esperienze di vita e di lavoro, il racconto “Cromo”
svolge una funzione essenziale nel romanzo di formazione, un punto di svolta, di passaggio dalle
velleità adolescenziali, dai dolori della deportazione al raggiungimento della vita adulta e alla
stabilità economica, alla costruzione della famiglia borghese; il racconto è costruito magistralmente
e unisce la tecnica dell' indagine poliziesca alla palingenesi del personaggio, è un equilibrio che gli
è dato da realizzarsi nell'amore nel lavoro e nella scrittura. Le conquiste, con un espediente
narrativo, vengono fatte coincidere nello stesso momento.
Levi creava la parola giusta, commisurata, breve e forte. Descriveva le cose con il massimo rigore
e il minimo ingombro e gli pareva, scrivendo, di crescere come una pianta.
Il suo sviluppo, come una pianta e lo sviluppo dell' io che, dopo la chiusura di Auschwitz, giunge a
riprendere la strada della formazione interiore per completare la sua maturazione.
Vi è però un segnale linguistico nuovo che appare nel racconto, quella di una particolare storpiatura
dei nomi, dei composti chimici (il cloruro d'ammonio diventa il cloruro demonio) e cambiare il
nome delle cose o le persone è un'operazione pericolosa, che ricorda in modo sinistro il principio
della spersonalizzazione operato ad Auschwitz, quando il nome proprio viene sostituito da un
numero.
Il tema della storpiatura dei nome diventa il leitmotiv della seconda parte del “Il Sistema periodico”,
nel racconto “Vanadio” gli errori di pronuncia, di scrittura diventano centrali, sono anzi il punto
d'arrivo della suspance provocata, una sorta di ricerca poliziesca che fa riscoprire un chimico
tedesco del laboratorio di Auschwitz.
La descrizione poetica della saga di un atomo di carbonio è un'idea nata nella mente del futuro
scrittore prima ancora della deportazione; il libro termina con l'elemento che è la base della chimica
organica, della vita.
Per Levi l'esperienza del lager era dicibile, ma solo grazie alla letteratura; Levi sa benissimo che la
letteratura è l'unico strumento che può trasmettere l'esperienza vissuta dell'uomo stesso, che la
scrittura storica non può trasmettere.

L'ETICA DEL LAVORO E LA SUA LINGUA: LA CHIAVE A STELLA


Ne “La chiave a stella”, pubblicato nel 1978, Levi affronta direttamente un tema a lui molto caro,
quello del lavoro, sono dei dialoghi che il narratore, chimico scrittore, ha con il montatore Libertino
Faussone, un personaggio di invenzione il cui linguaggio è caratterizzato da gli anacoluti e
dall'inserzione di evidenti calchi dal piemontese, con inserzione di tecnicismi di linguaggio delle
officine. Fu quasi uno shock per i lettori di Levi, abituati al suo linguaggio fondato sull’italiano
letterario, dei classici. Levi voleva conferire dignità letteraria a un modo di vivere che la letteratura
di oggi, non solo l'Italia, aveva trascurato e cioè la condizione dell'uomo che si sforza di preservare
la propria libertà e aprite la creatività dentro le maglie alienanti della società industriale industriale.
Fassone non può continuare la tradizione dei suoi antenati dei “magnin”, dei calderai, stagnini e non
ha voluto lavorare al chiuso sotto padrone. Di fronte alla modernità Faussone capisce che quel
mestiere non ha futuro e che occorre uccidere un po' il proprio padre, e se stesso, rifiutandosi di
proseguire la tradizione.
Fondamentale è l'idea del lavoro libero, nel quale il lavoratore inventa ogni volta la risoluzione dei
problemi. Levi dice “ho creato questo personaggio e gli ho dato un nome che corrisponde alla sua
essenza grazie al nome proprio”; ci avviciniamo a uno dei nuclei del pensiero di Levi sul lavoro e
sulla libertà.
Libertino Faussone, che lega lavoro e libertà insieme, è la personificazione fittizia di questa teoria,
forse il tipo di libertà coincide con l'essere competenti del proprio lavoro e quindi provare piacere a
svolgerlo. Il lavoro è visto come un’efficace approssimazione alla felicità sulla terra e per l'uomo il
realizzarsi nel lavoro è soddisfazione duratura. Questo pensiero deriva da una lunga tradizione di
pensiero piemontese, la cui linea prevalente proviene da una cultura materiale, che vede nel lavoro
la realizzazione etica dell'uomo; si tratta di una sorta di filo rosso della cultura della letteratura
piemontese del ‘900, che individua la realizzazione umana nel lavoro.

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L'interpretazione di Levi è quella di condurre non una concezione del lavoro come dovere di
produrre, ma come realizzazione di se stessi; la felicità dello scrivere è rara, ma esiste, è quella
stessa felicità, quella pienezza che Levi ricorda in “Cromo”, quando la scrittura di quello che
sarebbe diventato “Se questo è un uomo” da scrittura caotica di testimonianza, si trasformò in
scrittura organizzata di conoscenza dell'essere umano e il lavoro anche nel lager può essere motivo
di salvezza dell' io.
Levi non usa mai le parole a caso, la parola deve essere precisa, commisurata e la frase deve
rispondere alla legge, quasi matematica, che l'autore si era dato di fornire il massimo
dell'informazione nel minimo ingombro.
Il punto di partenza per la creazione dei personaggi è, oltre a costruire una loro bibliografia e quella
di fornirli di un loro un linguaggio che rispecchia il parlato.
Abbiamo già visto l'interesse nutrito da Levi per le lingue settoriali, per quelle perdute e per
l'etimologia delle parole. Una passione che conduceva l'autore ha essere spesso alle prese con i
dizionari.
In “Se questo un uomo” la sintassi è controllata e segue le norme della lingua scritta, mancano le
strutture del linguaggio informale e l'anacoluto che entreranno nelle opere successive a sottolineare
gli usi linguistici dei parlanti. La struttura è prevalentemente paratattica e questo produce talvolta
inserzioni di brevi incisi oppure di sdoppiamenti racconto/commento.
Altra caratteristica è la frequente presenza di frasi brevi, caratterizzate da una concisione estrema e
non mancano anche i paragoni letterari.
Grazie all'uso del presente storico si produce un effetto di drammatizzazione e di attualizzazione
delle vicende narrate, quasi a voler trasportare il lettore sul luogo delle vicende.
Nelle opere successive si intensificano le inserzioni del linguaggio parlato e vengono introdotte
inflessioni dialettali e stralci da lingue straniere a caratterizzare i parlanti; ogni personaggio creato
ha il suo linguaggio, così come il personaggio Faussone, ha insomma una sua bibliografia e una
sua lingua specifica.

LE RADICI E L'ES
La perdita di fiducia nel determinismo, come strumento conoscitivo, ha prodotto una vera e propria
crisi che, dalla fine degli anni Settanta, si protrasse in Levi fino alla sua morte.
Il problema di spiegare l'esistenza storica e, soprattutto, la possibilità della nascita dei lager non
poteva essere spiegato come un processo deterministico, con un effetto derivato da un'unica causa.
Per comprenderlo occorreva un pensiero diverso e questo gli sembro essere offerto dalla teoria del
caos che poteva essere applicata allo studio di un sistema complesso come la storia, dove le
variabili in gioco sono molte.
In una conferenza dedicata al tema dell'intolleranza razziale, nel 1979, Levi insisteva sul fatto che
l'interpretazione storica non potesse essere ridotta a un principio deterministico.
In Levi emergere una più complessa e pessimistica visione del mondo, che avrebbe compreso la
teoria del caos, il male che infetta gli oppressi e che lo avrebbe portato a riavvicinarsi a Leopardi e
la sua concezione della natura matrigna e del pessimismo cosmico, riletto questo come perdita di
omeostasi a favore di una perdita di energia e dall'emergere di una forza negativa che dominava
l'universo. Questa crisi sarebbe sfociata tra il 1983 e il 1986 e il nuovo approccio epistemologico
sconvolgerà quello a cui Levi si era attenuto durante la propria vita precedente, fondato non sul
momento effimero di contatto fra gli opposti, non sulla situazione di stasi, ma sui momenti di
turbolenza e di congiunzione tra opposti.
Questa teoria che gli inizia a intravedere nel 1979, parlando di una teoria degli stadi intermedi,
verrà precisata nel corso degli anni 80, fino a giungere a una vera e propria teoria dei regni di
mezzo, che lo condurrà infine a teorizzare la zona grigia; il momento fondamentale in questo
percorso sarà però la sconfessione della retroazione e a quel punto il suo pensiero sarà diventato
così pessimistico da coinvolgere l'universo.
A queste conclusioni arriva Levi, nel 1983, in un articolo dal titolo non a caso leopardiano “Il brutto
potere” dove si afferma il suo pessimismo cosmico, fondato sulle nuove teorie scientifiche.
La ricerca della causa deterministica, abbandonata a favore di una teoria dei sistemi complessi, e di
questi l'uomo e la storia umana sono l'esempio per eccellenza sarà una riflessione metodologica

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ribadita ne “I sommersi e salvati”; Levi con la riscoperta dell' ES e di un nucleo non riconducibile
alla razionalità, anche in se stesso, tornare a interrogarsi su Auschwitz.
In un'intervista del 1979 Levi inizia a definire una teoria degli stadi intermedi, cioè al
raggiungimento di un punto di contatto fra bene e male, fra luce e ombra, tra vittima e carnefice e
non è più sufficiente il separare, pesare, distinguere del chimico occorre comprendere le dinamiche
che si instaurano.
Nel 1981 comprare una nuova raccolta di racconti “Lilit” che, a differenza delle precedenti,
presenta un'inedita tripartizione degli argomenti: ogni sezione prende il nome da un tempo, e
magari da un modo verbale, “Passato prossimo”, “Futuro anteriore”, “Presente indicativo”.
La tripartizione è però anche il segnale di una mescita mal riuscita, di un libro che nasce da spunti
diversi e porte in sè diverse anime.
I racconti apparvero su “La stampa” a partire già dal 1976. La prima sezione, riguardante un
passato dichiarato prossimo, contieni i primi sette racconti ispirati alla permanenza del lager; il più
riuscito è forse proprio il racconto che dà il titolo alla raccolta, Lilit, che narra della creazione della
donna da parte di Dio. Nel libro della Genesi la prima donna non sarebbe stata Eva, bensì Lilit che
ribellata si trasforma in una diavolessa.
La seconda sezione, futuro anteriore, è anche più eterogenea; alcune racconti sono ispirati ad
articoli apparsi su “Scientific American”, altri riprendono in vario modo il tema della panspermia
enunciato in “Questio de centauris”. Ritroviamo in questi racconti lo stato d'animo dell’autore, in
cui il tema è quello della natura malefica, richiamando alcuni versi della poesia leopardiana.
In questi racconti Levi applica il principio di asimmetria del linguaggio, creando delle frasi antipodi
o meglio palindrome.
La terza sezione del libro, presente indicativo, presenta ancora congerie di argomenti; nel racconto
“La sfida della molecola” la materia insorge contro le facoltà ordinatrici dell'uomo, rifiuta l'ordine
e si rivolge al caos, alla forza negativa e il caos porta l'uomo alla sconfitta. Prevale la confusione
sull'ordine e la morte indecente sulla vita; la molecola che riporta all'indistinto caos primordiale era
un simbolo che Levi aveva accolto molti anni prima nel capitolo “Le nostre notti” di “ Se questo è
un uomo”.
Nel 1981 Levi pubblica “La ricerca delle radici. Antologia personale” si tratta di una scelta di
letture, di passi di libri che hanno influenzato la preparazione e la formazione dello scrittore; il
volume di Levi fu pubblicato nella collana Gli Struzzi e rimase un “unicum” nel suo genere.
L'antologia personale di Levi raccoglie 30 passi di autori che lo hanno in qualche modo influenzato,
ma questa congerie di autori e i testi disparati avrebbe spaventato e confuso qualsiasi lettore.
Levi preparo delle chiavi di lettura alle quali riuscì anche dare la forma di una visualizzazione
grafica, una mappa. Levi la definì un grafo, oggi forse verrebbe definito un diagramma di flusso.
Il grafo parte da Giobbe e giunge ai buchi neri, all’antimateria, è una raffigurazione, una mappa che
rappresenta quella visione del mondo negativa alla quale Levi era giunto in quegli anni, la
sofferenza umana che porta alla materia oscura, negativa.
Ha disegnato quattro rotte, meridiani che presentano una freccia di direzione verso il nulla; queste
rotte possono essere di diverso tipo; la salvazione del riso, l'uomo soffre ingiustamente, statura
dell'uomo, la salvazione del capire.
Calvino definì questo lavoro di Levi un’enciclopedia più che una antologia; in effetti il grafo, la
pagina più importante del libro, con i suoi meridiani da l'idea di una sistemazione enciclopedica del
mondo.
Levi disse, in più di un'intervista, che dava per scontati Dante e Manzoni e che aveva voluto dare
un'idea delle altre letture che avevano contribuito a formarlo come uomo e come scrittore.
Fino ad allora Levi aveva dato un'impronta strenuamente logica alla sua opera e si era creato una
maschera da razionalista, ma nel 1981 Levi va alla ricerca delle forze, dei meccanismi che
oltrepassano l’atteggiamento razionale; l'emersione di un lato oscuro in se stesso diventa quindi una
sorta di scoperta parallela a quella dell'antimateria.

IL CONFRONTO CON L'EBRAISMO


Nel 1982 Levi pubblica con Einaudi il suo primo vero romanzo “Se non ora quando” (il titolo è una
variazione di un detto rabbinico), la trama segue uno sviluppo causale e cronologico ed è un
romanzo che descrive il viaggio dei partigiani ebrei attraverso l'Europa in guerra.

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Con questo romanzo affronta due argomenti che gli stavano a cuore: il primo è quello contro la
pretesa arrendevolezza degli ebrei davanti al massacro; il secondo tema è quello antropologico, che
gli fece condurre degli studi sulla lingua yiddish e sulla civiltà degli ebrei dell'Europa orientale.
Entrambi i motivi lo condussero a dover condurre degli studi e delle ricerche approfondite per poter
scrivere romanzo.
Il romanzo, accompagnato oltre che dalla carta geografica che, come ne “ La tregua”, indica il
percorso dei personaggi, anche da una bibliografia di riferimento che indica gli studi al quale
l'autore si è basato per costruire la storia.
Durante il viaggio, il protagonista Mendel e i suoi compagni, incontrano delle donne sopravvissute
ad Auschwitz e questa raccontano l'orrore dei lager e delle camere a gas. La narratrice Francine
parla di come si è salvata, grazie all'incontro con la dottoressa francese, che la fa diventare
infermiera e le dà da mangiare; a quel punto Francine introduce il tema della vergogna di essere
sopravvissuta. L’affacciarsi di questo tema creò polemiche: Bruno Vasari, superstite di Mauthausen,
affrontò il problema. Levi gli rispose con un biglietto privato e poi con “Il superstite” la poesia più
bella di Levi, ma il tema non si esaurì e ritornò ne “I Sommersi e salvati”.
Levi non era religioso, aveva fatto a meno di Dio anche nei momenti più difficili, anche durante le
selezioni per andare nelle camere a gas di Auschwitz, negli anni fu però catalogato come scrittore
ebreo. Il fatto di essere stato deportato ad Auschwitz per motivi razziali l'aveva fatto classificare tra
gli scrittori ebrei, anche se egli si sentisse semmai uno scrittore italiano e avesse riflettuto in “Se
questo un uomo” sulla condizione umana, non su quella ebraica in particolare.
Quello di Levi è un ebraismo acquisito intellettualmente attraverso lo studio.

SCONFINAMENTI
Nel 1985 Levi pubblica sempre con l’Einaudi un volume di articoli, apparsi prevalentemente su “La
stampa” e scritti in gran parte del decennio precedente, dal ‘76 all’’85, sulla linguistica, la zoologia,
l'astronomia; questi articoli entrarono a far parte del volume “L'altrui mestiere”.
A questo punto della sua carriera, quando la sua natura di scrittore è ormai acclamata, può rifiutare
la figura del centauro, dell'uomo diviso tra le due culture, la maschera che si era creato.
In questo volume c'è un gruppo di saggi che ritorna in modo compatto sul problema che è
fondamentale per Levi, quello del raccontare e del comunicare.
Il più famoso di questi saggi è intitolato “Dello scrivere oscuro”, una vera e propria dichiarazione di
poetica in favore della chiarezza espositiva; il saggio è del 1976, anteriore alla crisi degli anni ‘80 e
all’ammissione da parte di Levi stesso di avere “uno straccio d’ES”.
Per Levi la scrittura è comunicazione, e privarla di questo scopo fondamentale significa
deufraudare il lettore; inizia a questo punto la polemica diretta contro quelli scrittori che
dell'incomprensibilità hanno fatto loro bandiera.
Parla anche di due poeti tedeschi Georg Trakl e Paul Celan. Proprio nel 1976 uscì Italia la prima
antologia di versi di Celan e il giudizio di Levi si è limitato a quel primo contatto; più tardi avrebbe
inserito la sua “Fuga di morte” nella propria antologia personale “La ricerca delle radici” e,
nonostante dopo il 1981 non abbia più espresso giudizi ufficiali su Celan, è da credere che la
pubblicazione di altre sue poesie in Italia, nel 1983, abbia attirato l'interesse di Levi e che questi
abbia influito su di lui.
In questi articoli Levi propone un atteggiamento razionale e ordinatore: la scrittura deve mettere
ordine nel caos del mondo, non renderlo mimeticamente.
Non mancano poi altri scritti su come si scrive un romanzo, fino ai consigli su come scrivere, ma ci
sono anche altri saggi che riguardano alcuni aspetti particolari della lingua, il modo di assegnare i
nomi e la nascita delle etimologie popolari.
Levi introduce anche il tema del personal computer nel racconto “Lo scriba” del 1984; Levi aveva
acquistato un calcolatore munito di un programma di videoscrittura.
Il primo approccio fu segnato dalla paura dell'ignoto, dal pregiudizio dover sapere tutto della
macchina e della paura di perdere il testo composto. Il computer di allora aveva necessità che il
programma di avvio fosse inserito all'esterno, su supporto di un distacco magnetico: questo fatto
ricordò a Levi di un proprio racconto “Il servo” inserito in “Vizio di forma”, ma anche un altro testo
scritto tanti anni prima tornava in mente a Levi a proposito del computer, ed era il radiogramma “Il
versificatore” dove aveva immaginato una macchina pensante e autoregolantesi che costruiva versi.

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Con l'articolo “Lasciapassare per Babele”, apparso sulla stampa il 5 novembre 1980, Primo Levi
affronta il problema della tradizione, a partire ancora una volta del racconto biblico della Torre di
Babele.
Negli anni successivi avrebbe affrontato le prove più impegnative, da Kafka a Lévi-Strauss, del
tradurre; la casa editrice Einaudi chiese a Levi delle consulenze a proposito del pubblicazione di
testi scientifici e di libri sull'esperienza concentrazionaria.
Levi interrompe però la sua esperienza di traduttore fino al 1975, anno in cui va in pensione come
chimico: la fine del lavoro in fabbrica gli lascia tempo ed energie a disposizione per riprendere un
discorso interrotto e nel quale si getta con avidità intellettuale; a partire dal 1976 inizia a pubblicare
su “La stampa” traduzioni di poesie che saranno poi raccolte nel volume di poesie “Ad ora incerta”.
Giulio Einaudi ha ideato una collana di "Scrittori tradotti da scrittori" che si inaugurerà nel 1983
con “Il processo” Franz Kafka tradotto da Primo Levi.
Sul perché Levi abbia scelto di tradurre questo testo egli stesso ci ha lasciato più di una
testimonianza: il primo motivo è il richiamo al castigo, alla pena inflitta per una colpa non
commessa; il secondo tema è quello della vergogna che si affaccia prepotentemente nel
sopravvissuto, la vergogna che l'uomo prova non solo per le proprie azioni meschine, per le cose
non fatte o non dette, ma per il fatto di essere uomo.

IL BRUTTO POTERE
A partire dal 1983 il modello di lettura del mondo di Levi si tinge di un profondo pessimismo: la
scoperta dell’antimateria, di una forza negativa volta “all’in giù” gli sembra la conferma che il caos
e l’entropia finiscano per prevalere nella natura.
Contro questa forza che conduce al caos possiamo combattere con il cervello o con meccanismi di
difesa, con meccanismi che rientrano nel principio dell’omeostasi e che, attraverso la retroazione,
consentono di ripristinare l’equilibrio; ma spostando il discorso verso la politica e il futuro
dell’uomo, Levi mostra un pessimismo di fondo perché l’uomo è destinato a fallire, poiché il
cervello umano non può governare tutte le variabili.
Il titolo dell’articolo “Il brutto potere” è una citazione da “A se stesso”, un canto di Leopardi; a
livello stilistico non possiamo parlare di leopardismo per Levi, ma possiamo parlare di
“pessimismo cosmico” per l’ultimo Levi, che non trova più forze da opporre alla distruzione; nel
mondo il ciclo di retroazione si è spento e nessuna forza consente di ristabilire i parametri di
omeostasi.
La stupidità, il caos, il groviglio sono intrinseci alla materia. Possiamo cercare di combattere questa
situazione con gli strumenti che il pensiero umano si è creato: “il linguaggio e il pensiero
concettuale”, ma la lotta è impari e l’uomo destinato alla sconfitta. Levi approda a un pensiero
tragico, per il quale la lotta contro l’entropia, il caos e la stupidità è una lotta destinata alla sconfitta.
Questa forza oscura e caotica Levi la rintracciò in se stesso fin dalla “Ricerca delle radici”; ma in
modo analogo, quella forza che la sua parte razionale non riconosceva, affiorava nella sua attività
poetica.
Nel 1984 Garzanti pubblica il suo volume di poesie “Ad ora incerta” e vi sono tre linee poetiche
che Levi insegue: la poesia comica o satirica, la poesia scientifica e la poesia sul male, su
Auschwitz in particolare.
All’interno della produzione poetica si possono trovare vari testi legati alla scoperta
dell’antimateria, dei buchi neri, a es. “Le stelle nere”, del 1974; la linea comico-satirica emerge
soltanto negli anni Ottanta ed è variegata, in cui cerca con decisione una vena comica o parodica,
talvolta è un’autoparodia (es. “Alla musa”, gioco verbale sulla mancata ispirazione), altre volte il
tema diventa violenta satira sociale.
L’altro filone è quello della poesia sull’uomo che soffre ingiustamente, ha la sua esemplificazione
moderna nel campo di sterminio. E’ all’interno di questo filone che riemerge il tema del ritorno del
mussulmano; la poesia “Il superstite” è strettamente legata a “The rime of the Ancien Mariner” di
Coleridge, per quanto concerneva la propria condizione di reduce che raccontava le proprie
esperienze e che egli assimilava a quella del vecchio marinaio che infligge le sue storie di malefici
a chi le incontra.
Nel saggio “Il brutto potere “,del 1983, Levi distrugge la fiducia nella retroazione, quella forza che
nella sua visione del mondo si opponeva al caos e invece mostra fiducia nella teoria del caos, utile

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per spiegare sistemi complessi e lo fa con il saggio del 1985 intitolato “Riprodurre i miracoli”, in
cui mette in forse le capacità della memoria, non a partire dal paranormale, ma a partire da quella
scoperta dell'inconscio non razionalizzabile.
Levi giunge a un altro paradigma con il quale sostituire la teoria del caos, giunge a una teoria degli
stadi intermedi, della zona in cui gli opposti si incontrano, pur stando separati; questa idea, da lui
formulata per la prima volta in un'intervista del ‘79, sarà il nucleo del libro “I sommersi e i salvati”.
Nel libro lo stadio intermedio più rilevante sarà la teoria della zona grigia, la zona della
convivenza, dell'impossibilità di distinguere il bene dal male, ma fin dal 1984 Levi propone nelle
sue poesie questa ricerca di stati intermedi
Questo teoria degli stati intermedi deriva anche da un confronto, già a partire dal 1976, con il poeta
Paul Celan; nella poesia di Celan si scorge una continua ricerca di stadi intermedi. Già soltanto nei
titoli delle sue raccolte poetiche è facile trovare una congiunzione fra gli opposti, si pensi alla sua
prima raccolta riconosciuta “Papavero e memoria” dove sono accumulati due posti, l'oblio
rappresentato dal papavero e la memoria.
Questi momenti di trapasso tra giorno e notte, che si manifestano nella poesia alla ricerca degli stadi
intermedi, affascina Levi che si avvicina ai versi di Coleridge, dello stadio intermedio tra giorno e
notte, tra buio e luce, ed è l'ora del crepuscolo; la poesia “Superstite”, datata 4 febbraio 1984, è
dedicata a Bruno Vasari e si apre proprio con la traduzione dei versi di Coleridge con la
significativa citazione dantesca.
Bruno Vasari ha avuto una lunga discussione epistolare con Levi sul delicatissimo problema della
vergogna del sopravvissuto, la vergogna di aver salvato la vita; Primo Levi risposte poi a Vasari con
un biglietto del 2 luglio dell' 82 e poi con la poesia “Il superstite”, del ’84, segno di una riflessione
prolungata negli anni, che avrebbe trovato l'espressione più completa nel capitolo “La vergogna”
dei “I sommersi e i salvati”
La parte di tenebra che Auschwitz gli aveva lasciato in retaggio continuava probabilmente a
riemergere nel suo lato notturno: anche se non provava più incubi, il senso di colpa, la vergogna di
essere sopravvissuto diventava l'aspetto di quella condanna inflittagli, come all’Ulisse dantesco, da
un potere che non conosceva.
La sua parte più razionale cercò di fare ordine, di annullare criticamente i sensi di colpa, per questo
indagò lo stadio intermedio tra colpa e innocenza; nel definire la zona grigia, Levi, comprese che lo
spazio intermedio separa e unisce allo stesso tempo e giunse così a definire una zona di complicità,
a dare la definizione della zona grigia come elemento che separa e congiunge.
Il punto d'arrivo del pensiero di Primo Levi, al di là della zona grigia, è che rimangono le forze che
portarono al caos e che stanno sopravanzando sulle attività umane, anche quelle più nobili, come la
memoria, Levi giunge a mettere in luce i limiti del lento degrado della memoria, a teorizzare la
vergogna del sopravvissuto, a limitare la portata della figura del testimone e dichiarare che il
testimone perfetto è sommerso, poiché il superstite parla per delega, al posto del sommerso.
Togliere all'uomo la facoltà di comunicare, come i nazisti avevano fatto con i “musulmani”, la
presenta la destituzione estrema dell'uomo, ma anche il principio di individuazione che distingue il
carnefice dalla vittima.
Il volume “Racconti e saggi” fu pubblicato dall'editore “La Stampa” alla fine del 1986, come
raccolta di scritti apparsi sul quotidiano; sembra che Levi volesse intitolarlo “Il fabbricante di
specchi” titolo che è stato assunto nel traduzioni straniere.
Contiene materiali eterogenei per argomento e data di composizione, vi sono racconti sui campi di
sterminio, altri racconti riguardano ricordi d'infanzia oppure l'ispirazione al volo che appare nei
sogni infantili e che resta un'aspirazione di Levi, ci sono anche dei racconti che hanno che fare con
il paranormale.
Levi insinua nella sua mente che la scienza non può rispondere a tutto e che esisto
no dei fenomeni inspiegabili e non riproducibili, che stanno al di fuori delle possibili spiegazioni e
che sono i processi complessi; scrive una serie di racconti che hanno come protagonisti dei
ricercatori che si oppongono al sapere comune e che cercano altre spiegazioni possibili.
Nel racconto “Il passa muri”, del 2 marzo dell' 86, Levi applica alla materia il principio della
fusione di elementi diversi; il racconto è riferito alla compenetrazione di solidi all'interno di una
concezione atomistica.

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TRA LE PIEGHE DEL MALE
Nell'intervista del 1979 Levi annunciò il progetto di un libro, non di testimonianza, ma di
riflessione storica sui lager e sulla loro ricezione del mondo di quasi 40 anni dopo.
La domanda su come avesse potuto svilupparsi una simile officina di distruzione non aveva ancora
trovato risposte soddisfacenti e Levi continuava a pensare ai rapporti interni al lager; il punto di
partenza era una riflessione manzoniana sul male, sul potere che il male ha di corrompere anche chi
lo subisce. Afferma di voler studiare gli stati intermedi che si erano creati dentro il lager poiché,
coloro che erano stati chiamati aguzzini, non erano aguzzini allo stato puro: erano uomini come noi
che sono entrati nel ruolo di aguzzini per qualche motivo e Levi intendeva spiegare questi motivi.
“I Sommersi e i salvati” era l'intestazione di uno dei capitoli di “Se questo è un uomo” ed era ancora
una meditazione sull'amato Dante; l’idea del libro doveva risalire a diversi anni prima, forse al
1975, quando Levi aveva scritto l’appendice all'edizione scolastica di “Se questo è un uomo”; il
capitolo “La memoria dell'offesa” risale almeno al 1983
In un convegno “Il dovere di testimoniare”, voluto dal Consiglio regionale del Piemonte, circa 200
deportati, che mai prima avevano avuto occasione di testimoniare, fecero sentire la loro voce; il
problema. che già l'ora si poneva. era quello della progressiva sparizione dei testimoni: di fronte a
questa situazione a Levi apparivano ancora più insopportabili le tesi negazioniste che ogni tanto
emergevano.
Il libro non fu scritto di getto ma fu pensato per anni e, le poche parti già pubblicate, furono
variamente rimodellate e ripensate da Levi per confluire nel progetto complessivo; il volume “I
Sommersi e i salvati” uscì nel 1986 nella collana “Gli struzzi” di Einaudi.
In questa versione definitiva alla Prefazione seguono otto capitoli e una Conclusione; i capitoli che
cercheremo di analizzare seguendo l'ordine naturale sono: la memoria dell'offesa, la zona grigia, la
vergogna, comunicare, violenza inutile, intellettuale ad Auschwitz, stereotipi, lettere di tedeschi.
La bibliografia su “I sommersi e i salvati” è scarsa, ma questo libro di indagine sull’uomo e sui
meccanismi che usa per interagire con il male e con il dolore, ha ispirato numerose riflessioni sulla
memoria e la testimonianza.
La Prefazione accenna a temi molto dibattuti sui Lager; in primo luogo, come potevano non sapere
i tedeschi dei campi di concentramento? Levi discute anche del fatto che i testimoni perfetti sono
stati resi muti dall’esperienza del Lager e che ha potuto testimoniare chi nel Lager aveva raggiunto,
in qualsiasi modo, una seppure piccola posizione di privilegio e accenna anche alla “decantazione”
dei fatti accaduti e delle deformazioni della memoria. Levi dice anche che nella storia umana i
massacri, i genocidi, i campi di concentramento si sono tristemente ripetuti, ma il sistema
concentrazionario nazista si distingue per la volontà di estirpare un popolo attraverso una macchina
burocratica che sfrutta prima la forza lavoro del prigioniero e poi il suo stesso corpo come
materiale.
Nella memoria dell’offesa il primo tema trattato è la realtà trasmessa dai testimoni, siano essi
vittime o carnefici. La memoria non è fatta solo di registrazioni, ma nel suo meccanismo agiscono
altri fattori ,volontari e involontari, che modificano la registrazione dei ricordi: i traumi, le violenze
fatte e subite, le umiliazioni, le interferenze di altri ricordi, sono cause di distorsione dei ricordi.
C'è anche la forza della natura che porta verso la perdita, verso l'annullamento anche in condizioni
normali, è una lenta degradazione, uno spostamento dei contorni, un oblio per così dire fisiologico.
Ricordare, spesso narrare un ricordo, significa dargli una forma cristallizzata, trasformarlo in uno
stereotipo soddisfacente nel quale esperienza passata viene perfezionata, modificata e questo
racconto abbellito s'instaura al posto del racconto originario; tale meccanismo colpisce la memoria
delle vittime, come degli oppositori, ma non per questo possono essere accomunati, poiché la
vittima ne soffre anche a distanza di decenni e si deve constatare che l'offesa è insanabile.
Levi cerca di comprendere le motivazioni personali e le dinamiche di gruppo che spingono un
uomo ad agire in un certo modo, studia le modifiche, le motivazioni, le giustificazioni che hanno
condotto gli uomini normali a compiere dei crimini contro l'umanità.
Alle domande “perché l'hai fatto?”, “ti rendevi conto di commettere un delitto?” le risposte
ricalcano le stesse linee: il primo impulso è quello di dire che le persone che lo pronunciano sono in
malafede. Il Terzo Reich durò 12 anni e le persone che comandavano i campi di sterminio erano
perlopiù educati attraverso un sistema scolastico diverso, che non prevedeva la propaganda nazista.

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Levi crede che non si tratti di malafede e che la questione sia molto più complessa, entra in gioco la
teoria degli stadi intermedi, l'opposizione netta tra due parti, tra due concetti e una semplificazione
che conduce a non comprendere le cose tra le due posizioni, ci sta una verità di comodo, una verità
che viene costruita nella quale il colpevole finisce per credere, le modificazioni create per ripararsi
dai sensi di colpa e mettersi a riparo dalla giustizia umana.
Da questa reclamata impossibilità di prendere decisioni proprie, Eichmann faceva derivare la
propria impossibilità di assumere la responsabilità delle azioni che compiva, proprio la mancanza
assunzione di responsabilità è uno dei risvolti dello stato totalitario, sfruttando la sua costruzione
gerarchica in modo tale che il colpevole può rimandare le responsabilità agli stadi superiori del
potere. Le argomentazioni di Eichmann non vengono accettate da Levi, non è disposto a
riconoscere la buona fede di chi le ha pronunciate.
La trasformazione dei ricordi ha un naturale nemico: i fatti. Molto più facile è manipolare le
intenzioni, arrivando persino a sopprimere i ricordi sgradevoli; i lavori sporchi venivano demandati
ad altri, oppure ai militari venivano abbruttiti dall'alcol, non mancavano neppure gli eufemismi
linguistici, del tipo “la soluzione finale” per nascondere la verità del massacro.
L’allontanamento dei fatti dalla verità può avere come ultimo conseguenza l'abbandono della realtà.
Una delle preoccupazioni maggiori di Levi riguardava il comprendere, far comprendere l'esperienza
del Lager agli altri comportava delle semplificazioni; la narrazione o la comunicazione devono
ricorrere a degli schemi comunemente accettati e questi possono causare equivoci e fraintendimenti.
Anche la storia tende a ridurre i confini, è una lotta di opposti in cui da una parte ci sono i buoni e
dall'altra i cattivi. Questo desiderio di semplificazione è soltanto un'ipotesi di lavoro utile per
risolvere i casi semplici e che non deve essere scambiata per la realtà, soprattutto per un sistema
complesso. Proprio questa semplificazione eccessiva, questo schematismo dell'approccio non ha
acconsentito di comprendere appieno il fenomeno Lager che non è fatto soltanto di oppressione dei
nazisti verso i prigionieri ma, soprattutto, dalla degradazione del prigioniero che si trasforma in
persecutore dei propri compagni, dell'infezione del male che trasforma la vittima in persecutore dei
suoi simili. Levi approfondisce il concetto della zona di complicità, dell'abbassamento morale del
prigioniero che per giungere a un posto di potere non esita a diventare complice del carnefice e il
modo migliore che quest'ultimo ha per legare a se il traditore è caricarlo di colpe, a quel punto egli
sarà il complice volontario del carnefice stesso. Levi ammettere che la massima parte di colpa grave
ricade sul sistema, sulla struttura stessa dello stato totalitario.
Due sono poi i casi limite presentati da Levi: i Sonderkommando e quello di Chaim Rumkowski,
persona disponibile a collaborare con il potere, si nominò decano del ghetto di Lodz e giunse a
battere moneta, proprio mentre stava per essere sterminato di tutti i suoi abitanti e dopo essere
diventato una marionetta nelle mani di tedeschi e mandato a morire in Lager.
La figura grottesca di esemplare di Rumkowski è esemplare di una sua confusione, di un alterna
identificazione con gli oppressori e con gli oppressi.
Ben più tragica è la condizioni dei prigionieri arruolati nei Sonderkommando: la definizione
significa “Squadra Speciale”, squadre addette ad accompagnare gli altri deportati alle camere a gas,
a estrarne i corpi, togliere loro quel che serviva e bruciare i cadaveri nei forni crematori.
Queste squadre, formate da prigionieri, avevano probabilmente dei privilegi nel vitto e venivano
trattate meglio della media dei deportati; tutto questo, però, aveva un prezzo: per il fatto di essere il
punto di arrivo della macchina distruttrice del Lager ed essere così i testimoni più pericolosi del
male concepito dai nazisti, gli uomini delle squadre venivano periodicamente eliminati e sostituiti
con altri. Alcuni componenti degli ultimi Sonderkommando di Auschwitz riuscirono a nascondersi
tra gli altri prigionieri e a sopravvivere allo sterminio previsto prima dell'evacuazione del campo;
alcuni componenti di altre squadre già massacrate avevano invece sepolto le loro testimonianze
attorno ai forni crematori, testimonianze che furono ritrovate a guerra finita.
L'analisi di Levi riguarda l'abbassamento, l'idea demoniaca di aver reso le stesse vittime, gli stessi
prigionieri ebrei, complici del massacro. Levi sospende il giudizio su questi uomini, in quel caso la
zona grigia è giunta un tale grado di fusione fra bene e male, tra colpa e innocenza, che si può
reclamare la 'impotentia judicandi'.
Il tema della vergogna del sopravvissuto era già emerso nelle pagine di “Se non ora quando?” e
nella poesia “Il superstite”. Il capitolo si apre con la constatazione che il momento della liberazione
non fu un momento di gioia; assaliva il prigioniero un senso di angoscia, di vergogna per quanto

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subito, e insieme un senso di vuoto, di paura del futuro, senso di colpa per non essersi ribellati
oppure per aver mancato di solidarietà verso i compagni
Il senso di vergogna, o meglio il senso di colpa del sopravvissuto, è dovuto ad altro. Chi è rimasto
in vita ad Auschwitz lo ha fatto perché era riuscito ad ottenere una razione alimentare ulteriore,
visto che quella del campo era insufficiente a sopravvivere per più di 3 mesi, dal fatto di aver
raggiunto la posizione di superiorità rispetto al grande numero dei “sommersi”, di coloro che non ce
l'avevano fatta a sopravvivere.
Se Levi fosse stato salvato per deporre di fronte agli uomini, come pretendeva l'amico, sarebbe
comunque stato un testimone imperfetto: solo chi ha raggiunto la condizione finale, di
“muselmann”, solo chi è morto ha raggiunto la conoscenza ultima del Lager; ma chi è giunto a
quella condizione aveva perso da tempo la capacità di osservare e di comprendere.
Levi sostiene il che testimone perfetto non poteva esistere, poiché, come in ogni caso di omicidio
questo coincide con il morto.
L'attenzione di Levi sulla condizione del prigioniero testimone, sugli impulsi che lo spingono ad
attestare della realtà del Lager: gli psicanalisti, che pure “sui nostri grovigli si sono gettati con
l’avidità professionale” non sono stati in grado di spiegare quegli impulsi perché i loro strumenti, le
loro griglie sono fatte per il mondo normale, non per la realtà concentrazionaria.
Bruno Bettelheim che ha scritto “Sopravvivere” ha avuto un esperienza nel lager di pochi giorni, ha
dato interpretazioni approssimative e semplificate, come di chi volesse applicare i teoremi della
geometria piana alla risoluzione dei triangoli sferici.
La condizione dello Haftling era caratterizzata da “un disagio incessante che inquinava il sonno e
che non ha nome”. Solo ciò che è ignoto, estraneo all'uomo, può non avere il nome: è questo il
modo estremo per indicare l’oltraggio ricevuto, quello di non potergli assegnare nome, perché va al
di là dell'esperienza umana.
Dopo i tre saggi dedicati all'analisi interna del lager seguono altri cinque saggi dedicati per lo più ha
problemi di ricezione di quell'esperienza da parte di chi non l'ha vissuta. Il quarto saggio
“comunicare”, riguarda il problema della comunicazione linguistica all'interno del Lager e il fatto
che capire gli ordini urlati in lingua straniera fosse un discrimine per la sopravvivenza di iniziale.
Il quinto saggio riguarda l'analisi della violenza inutile all'interno del lager: ad Auschwitz non solo
incombeva quotidianamente la morte, ma la violenza gratuita era costituita inizialmente della
privazione del pudore, delle più elementari regole igieniche, dalla costruzione a ferree e stupide
regole da caserma, fino al lavoro inutile e vessatorio.
Il settimo saggio stereotipi riguardava alcune false idee sulla liberazione del prigioniero e sui
tentativi di fuga che certi film o romanzi hanno promulgato.
Ci sono però due capitoli, il sesto, L'intellettuale ad Auschwitz, e l'ottavo, Lettere di tedeschi, che
affrontano un altro aspetto: quello del rapporto con i possibili alleati o nemici dei suoi libri su
Auschwitz.
Il primo, in particolare, istituisce un confronto a distanza con Jean Améry (Hans Mayer, di cultura
tedesca, agnostico benché di origine ebraica, cambiò poi il nome in Améry), un filosofo
sopravvissuto ai campi di sterminio e morto suicida nel 1978, dopo aver sostenuto una linea di
intransigenza contro l'oblio dell'offesa.
La loro interpretazione del Lager differisce su alcuni punti e Levi ci tenne a precisarli, benché
Améry fosse morto e non potesse rispondere e ribadire le proprie idee; Améry aveva definito Levi
“il perdonatore”, definizione che Levi non accetta: “non lo considero un'offesa, né una lode, bensì
un' imprecisione”. La distanza tra di loro deriva in parte della diversa impostazione culturale, in
parte dal manzonismo di Levi che cerca di proteggere vittima dalla continuazione della violenza
nella sua anima. Améry aveva una concezione dell'intellettuale esclusivamente come intellettuale
umanista e nella categoria non faceva rientrare chi si occupava di scienze o di ingegneria: la
risposta di Levi è piuttosto risentita, facendo notare come proprio la preparazione scientifica gli
avesse premesso un atteggiamento intellettuale In Lager, gli avesse consentito di comprendere e
agire nel Lager stesso.
La distinzione tra intellettuale umanista e scienziato nel pensiero di Améry si riflettevano in un'altra
opposizione, quella tra etica e biologia nell'approccio alla memoria; nel suo libro “Intellettuale ad
Auschwitz”, Améry istituisce una dicotomia tra tempo morale e tempo sociale-biologico.

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Ii tempo morale conserva il risentimento, mentre una concezione biologico-sociale del tempo
conduce all'oblio, al perdono causato dalla volontà di rientrare nella realtà, di rimarginare le ferite.
Ma esiste una differenza fondamentale fra le due analisi: Levi condanna la memoria di comodo in
quanto usato dei colpevoli per rimuovere la colpa; Améry condanna il tempo biologico-sociale in
quanto viene usato dalle vittime per superare il risentimento.
“Inversione morale del tempo”: il concetto non poteva essere fatto proprio da Levi, che distingue
accuratamente fra tempo e memoria e che accoglie in pieno il fattore biologico come momento
fondamentale delle possibilità della vittima di tornare alla vita.
Quella forza negativa della natura che degrada la memoria e che porta la vita a spegnersi nella
morte è quella che permette alla vittima di allontanare l'offesa e la degradazione, di poter ritrovare
gioia nella parte restante della sua vita. L’oblio, benché parziale, porta ad alleggerire il peso dell'
offesa sulla vittima, a cancellare quel male che l'oppressore fa rinascere continuamente nella vittima
e che impedisce a quest'ultima di vivere. Il fattore biologico aiuta la rimozione del dolore nella
vittima, dolore provocato dal risentimento, ma abbandonare la rivalsa e di sentimento per Levi non
significa perdonare; significa rinviare i colpevoli alla giustizia umana e interrompere il circolo
vizioso di odio e di dolore che la violenza ha provocato e che l'offesa vorrebbe perpetuare. Chi
prova risentimento, infatti, non fa altro che prolungare il gioco degli aguzzini: la lore offesa
continua a far danno, a provocare dolore nell’offeso.
Améry nega che si debba superare il sentimento e vuole che la vittima resti ferma nell'odio, questo
atteggiamento viene criticato da Levi.
Che Levi non fosse “un perdonatore”, ma un uomo che cercava di non essere oppresso dal
risentimento in modo da poter condurre una vita serena, è confermato dal capitolo Lettere di
tedeschi. La prima traduzione tedesca di “Se questo è un uomo” scatena una serie di reazioni da
parte di Levi; il testo stesso, si trasformò allora in “un'arma” perché trovava finalmente il suo
interlocutore diretto, il popolo tedesco (troverà una sola interlocutrice Hety S. a parte il traduttore).
Non bisogna confondere la posizione di Levi con quella di “perdonatore”, spesso interpretazioni del
genere risalgono alla lettura del solo “Se questo è un uomo”: se là l'equilibrio messaggio da Levi
poteva far nascere la speranza di un superamento dell’offesa, i libri successivi hanno mostrato che
tale speranza era impraticabile. Altro pericolo da evitare è quello di interpretare la sua opera alla
luce del suicidio; Levi ha deciso di uccidersi alla luce del pensiero tragico sviluppato negli ultimi.
Un’interpretazione opposta, errata, è quella di rifiutare l'idea che si sia suicidato, perché si
disconosce la portata critica e pessimistica della sua opera almeno dal 1963 in avanti.
Come afferma Todorov da Levi proviene "un raggio di luce": ma non per questo si deve svuotare di
senso il suo percorso intellettuale che sfocia in un pessimismo cosmico.

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