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Riassunto documento

"Giudeo-romanesco. L'ebreo
stregone e il teatro delle
lingue nelle Nozze in sogno
(1665)
Storia della lingua italiana
Università di Pisa
3 pag.

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“Le nozze in sogno” andò in scena nel maggio del 1665, musicato da Antonio Cesti e scritto
da Pietro Susini, dedicato al cardinal Carlo de’Medici. Il Cesti aveva fatto parte della piccola
corte medicea di Innsbruck, si esibì a Firenze nei teatri della Pergola e del Cocomero e du
chiamato a musicare le Nozze in sogno per il Teatro degli Accademici Infocati.
Il dramma si svolge a Livorno, divenuta città grazie a Ferdinando I che attirò popolazione
dalle aree limitrofe concedendo con esenzioni fiscali e cancellazione dei debiti e immunità
per i delitti commessi. In particolare gli ebrei agli ebrei espulsi dalla penisola iberica e
passati nell’impero ottomano, oppure rimasti in Portogallo, le Lettere Patenti garantirono la
libera residenza a Pisa e Livorno. A Livorno si intrecciarono quindi presenze di mercanti
europei, ebrei e delinquenti.

Il testo del Susini vuole riprodurre questo intrecci di nazioni,lingue e ceti, quasi una Babele.
Nell’opera abbiamo due giovani inglesi: Lelio e la sorella Lucinda, un giovane da Palermo
Flammiro, che si innamora di Lucinda, mentre Lelio s’invaghirà di Flammiro, travestitosi da
donna. I personaggi usano l’italiano aulico degli “amorosi”. I mercanti Teodoro e Pancrazio, i
servi Fronzo e Scorbio, hanno un linguaggio che rinvia alla tradizione comica fiorentina,
l’italiano toscaneggiante e ribobolaio di testi rusticali o teatrali legati alla corte medicea.
Nel continuum linguistico toscaneggiante i mercanti tendono a collocarsi su un livello medio
ma segnato da vari riboboli. I due servi si collocano verso registri più bassi e demotici, con
detti proverbiali noti alla tradizione comica. I due servi attingono anche ai gerghi storici.
Anche Fronzo fa uso della lingua ionadattica, basata sulla sostituzione di certe parole con
altre di identica sillaba iniziale: rama invece di rabbia; ria invece di ubbia.

“Le Nozze in sogno” prendono molto anche dalla Commedia dell’Arte. Ad esempio: Fronzo,
dovendo organizzare per conto di Pancrazio una serenata ad Emilia, e vedendo giungere
“maschere diverse”, chiede di cantare “qualche Napoletana/o pur una graziosa Siciliana”,
allora Coviello intona un’ottava siciliana. Filandra comincia a tirare sassi alla compagniata
cantante e Fronzo scappa. Emilia chiede a Filandra di adoperare ogni mezzo, compresa la
magia. . Fronzo, alla ricerca di un rifugio, si imbatte in un tipacci che gli chiede di unirsi a lui
usando un dialetto calabrese, a tratti ipercaratterizzato, a tratti mascherato da “parlar
tuscanoso”. Il personaggio è “iangurgolo Impetazza da Cutrona”, maschera di origine
settentrionale, fissatasi dagli inizi del ‘600 come “il Calabrese”. Il Calabrese spiega a Fronzo
la loro missione: l’immagine di “ser Iacodino che concia e tira le cuoia per rifare gli scarpini a
Tentennino£ riprende il riferimento alle attività di conciatori degli ebrei, allude a metafore
toscane per “morire”, ma indica anche uno stretto rapporto tra l’ebreo e Tentennino, il
diavolo. Arriva Gianguigolo e grida: “Ieh, cumpagnuni/’ncafognamoce dintu all’infrascuni”
mentre Fronzo si nasconde in una “sepoltura” e “scende pian pian dal popol d?Israel” (la
scena si svolge nel cimitero ebraico).

Nella scena XXIII Filandra, incaricata di “far fare ad un Ebreo l’impiastro” per recuperare ad
Emilia il perduto amore di Lelio, giunge alle residenze ebraiche a “chiamar l’Ebreo a dirittura:
-Ser Mosè, ser Mosè!”. Questi entra in scena: nel dialogo Susini ripropone il tema degli Ebrei
che gabbano i gentili, vendendo per nuove cose vecchie; e il tema del rispetto del sabato.
Dal punto di vista lessicale, l’impronta giudeo-italiana è garantita da numerosi ebraismi,
alcuni noti e diffusi: “Sciabà” da ebr. Shabbat (sabato, festa); “goi” da ebr. goy (gentile,
cristiano); altri, invece, hanno un’aria esotica e criptica:

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Zaù: per “quattrini, denaro” da ebr. postbiblico “zahuv” (moneta d’oro)
Callà: sposa, fidanzato, da ebr. kallà;
Cacam: sapiente, saggio, dall’ebr. chakhàm (rabbino);
Argato: ucciso, dall’ebr. haràg (uccidere);
Camiciàm: moneta di poco valore, dall’ebr. chamishà (cinque);
Maccà: colpo, dall’ebr. makkà;
Chiluf: scambio dall’ebr. postbiblico chiullùf (scambio.

Il brano trova, quindi, corrispondenze lessicali nel giudeo-livornese o bagitto, e in altre


varietà giudeo-italiane, ma specialmente nel giudeo-romanesco. Anche il bagitto condivide
col giudeo-romanesco e con altre varietà i tipici plurali femminili in -i, invece che in -e, i clitici
in -e invece che in -i, l’articolo det. m. plu. “li” invece di “i”, le desinenze -amo, -emo, -imo,
invece di -iamo. Sono ignoti al giudeo-livornese, e presenti nel giudeoromanesco medievale
e rinascimentale, l’assimilazione centro-meridionale ND che diventa NN (domanna, annati,
mannate), e anche tratti più meridionali in parte noti al romanesco antico, come lo sviluppo
metafonetico di “e” chiusa in “i”; l’esito j- di J-/DJ in Iacodin.
La desinenza in -ti delle II plurali che non è condivisa dal romanesco di “prima fase”.
Accertata così l’identità linguistica di Mosè possiamo dire che il repertorio linguistico offerto
nell’opera comprende: l’italiano aulico, toscano comico, gergo, lingua ionadattica, siciliano,
calabrese e giudeo romanesco.
Il tipo di schema a coppie della Commedia dell’Arte e l’assegnazione stereotipa dei registri
linguistici ai personaggi sono integrati o superati, tramite l’inserimento di varietà eccentriche
o molto marcate quali il calabrese e il giudeo-romanesco e tanto più stravagante dato il
contesto toscano.

La parte più significativa è posta alla fine dell’Atto I, al centro del dramma. Il Susini sciorina
una serie di nomi ebraici e chiude con la bastonatura degli ebrei, l’episodio si incentra sul più
scabroso tema magico. Troviamo riferimenti alle più diffuse tecniche di divulgazione. In
questi riti si invocano santi e angeli, la magia più potenti si legano al mondo ebraico, al suo
alfabeto e ai suoi teonimi.
Lo stregone ebreo, oltre queste pratiche di magia popolare usa le magie di massima
potenza a cui si associa una forte carica antiliturgica. Da qui l’identificazione degli ebrei col
maiale.
L’operazione estrema è il prelievo del “cor umano” di un ebreo morto, simili operazioni
rimandano ad Apuleio o al Basile che, in una novella parla di una magia con “lo core de no
drago marino”. Difficile non vedere in questa scena l’immagine dei perfidi ebrei che
infieriscono sui corpi umani.

Le “Nozze in sogno” riflettono l’equivoco intreccio di mercanti, schiavi e lingue di Livorno, la


diffusione di pratiche magiche e il fatto che se gli ebrei erano considerati maghi e
negromanti, proprio in conseguenza di questa fame i cristiani si rivolgevano a loro in caso di
bisogno di esperti e mediatori di maia.
D’altra parte l’opera è dedicata a un Medici, non estraneo alla religiosità popolare, ed ebrei
convertiti che degradarono la religiosità ebraica a superstizione e magia connessa a potenze
diaboliche.

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Le Nozze in sogno si rivolgono ad un’accademia di cavalieri, ma la questione non poteva
essere ignorata e viene trattata nell’avvertenza Al Lettore:
“La scena vigesimasesta ed ultima dell’Atto primo si è messa per scherzo, che del resto non
s’intende volere esercitare incantesimi o fattucchierie, che sono contrarie alla nostra Santa
Fede ed a’ buoni costumi. Vivi felice.”

Nelle Nozze in sogno lo stregone ebreo è sconfitto da una sorta di resurrezione, operata non
da un papa ma dal servo scaltro Fronzo, dominus dei registri linguistici e delle situazioni:
mentre lo stregone ne “cava dalla sepoltura” il corpo e sta per estrargli il cuore, egli salta su,
grida “o perfido Giudeo e maledetto” e “dà un pugno all’Ebreo”. Questo colpo dissolve i
dubbi che la scena suscitava agli spettatori.

Perché l’ebreo stregone di Livorno parla in giudeo-romanesco?


Altri teatranti precedenti e coevi avevano fatto del giudeo-romanesco una lingua associata
alla maschera dell’ebreo. Questa tradizione doveva essere nota al cardinale dedicatario che
aveva studiato ebraico e dall’altro intratteneva rapporti con gli ebrei romani.
Ma come mai il Susini, per una satira antiebraica ambientata a Livorno non usa una varietà
giudaizzante associata a tale città?
Se il bagitto è nato tra fine XVII e XVIII secolo, dall’interferenza tra lingue sefardite e varietà
centromeridionali degli ebrei italiani, dovevano esserci giudeo-lingue di base italiana
suscettibili di parodia.
C’erano inoltre le lingue dei sefarditi di Pisa e Livorno, il giudeo-portoghese, dei documenti
ufficiali, il giudeo-spagnolo delle omelie e il castigliano per composizioni poetiche.
Per il Susini,capace di simulare diverse lingue e di tradurre o adattare Lope e Calderòn,
sarebbe stato facile colorire in tal senso la parlata del mago Mosè che invece è priva di
iberismi capaci di alludere ai sefarditi.
In un documento del 1593 “Privilegi” si vuole tutelare le sinagoghe e i riti ebraici da disturbi,
le autorità granducali punivano le molestie recate in pubblico agli ebrei da adulti o minori. A
Pisa e a Livorno dalla fine del ‘500 e tutto il ‘600, “Nazione ebrea”, ebrei residenti ed ebrei
migranti, costituivano realtà istituzionali diverse e in conflitto.
Se già all’arrivo dei primi mercanti lavantini e ponentini, gli ebrei pisani si trovarono
discriminati, i sefarditi si opposero all’estensione dei privilegi a loro riservati agli altri
immigrati ebrei, specie romani, usando il controllo selettivo degli accessi alla Nazione, e
dall’altro le espulsioni.
Nel 1596 i Parnassim o Massari della Nazione di Pisa, allora titolari della ballottazione anche
per Livorno, chiedevano a Ferdinando I che nemmeno fossero accolti certi ebrei romani, e
nel nel 1599 respingevano di nuovo gli ebrei “di Roma et altri luoghi” in quanto “non sono
mercanti”.
In questo contesto l’assegnazione all’ebreo stregone delle Nozze in sogno di un’”ingrata
favella”, tipica degli ebrei romani, e non di quelli tutelati dal granduca, poteva avere diverse
finalità e funzioni: si prevenivano eventuali proteste che i sefarditi livornesi avrebbero rivolto
ai granduchi; inoltre si indicava che i pericoli per il buon ordine dello stato provenivano non
dai sudditi toscani, ma da elementi di altri stati italiani come da ebrei romani e i calabresi.
Infine si poteva proiettare sulla scena l’ostilità contro gli ebrei romani immigrati a Livorno che
gli atti coevi delle stesse autorità sefardite dimostrano.

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