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Analisi poesia Il ciocco di

Giovanni Pascoli
Linguistica
Accademia di belle arti di Bologna
21 pag.

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La Spina Federico
Matricola: Y38000119
Gruppo 6

ANALISI DEL TESTO POETICO “IL


CIOCCO”

Parafrasi (vv.225-264)

E il fuoco le bruciava con un breve rumore, quel rumore non arrivava al nostro
orecchio, più che le solitarie cime dell'Appennino e le acuminate alpi Apuane, situate
in cerchio, con le aeriformi caverne investite dal profondo strepito del vento, sentano
il rumore di un piccolo fuoco che brucia là in fondo forse un villaggio con i suoi
boschi; un punto, un punto rosso ora si ora no. E non vedevano nemmeno la folla là,
che periva, gli uomini dalla poderosa voce e le enormi macchine filatrici: gli uomini
che reggevano bicchieri di vino, mentre le loro compagne con un movimento
continuo, tra un insieme di nubi, sfioravano le grigie nuvole del cielo. Ma la gente in
fin di vita non vedeva le divinità assise intorno alla loro morte, caratterizzate
dall'assenza di luce: vedeva, probabilmente al vertice della smisurata ombra del nulla,
su, su, su, dove riecheggiava il suono della loro voce, nelle fronti aggrottate,
rischiarate dall'aurora della notte, apparire i lampi e brillare le stelle. E lo Zio Meo
parlò. Disse: <<Formiche! Lo scorso anno ho piantato l'erba lupina. Quando arrivò la
pioggia non spuntò nemmeno un filo (d'erba). Passarono i giorni e il terreno
sembrava non arato. Un giorno che ci sono andato, ho visto sul margine della collina
un ammasso di chicchi uno sopra l'altro. Ho guardato dappertutto. In ogni luogo c'era
un cumulo di cose ammassate. Erano i semi, i semi d'erba lupina. Avevano frugato
poco? Nemmeno un chicco, che fosse uno, era rimasto! Avevano mangiato tutto le
formiche! E sebbene vi avevo anche passato un attrezzo provvisto di denti, e sopra il
regolo, per livellare bene tutte le strisce di terreno, mi facevano andare di qua e di là,
come uno fa quando attraversa l'Oceano.

STORIA DEL TESTO

Il Ciocco è un poemetto di carattere didascalico articolato in due canti, pubblicato all'interno

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della raccolta pascoliana I Canti di Castelvecchio, nel 1903.
Il progetto di raccogliere in volume poesie già pubblicate in riviste e opuscoli si sviluppò,
nella mente dell'autore, come la costruzione di uno schema naturalistico, basato
sull'alternanza delle stagioni. Pascoli consegnò in numerose epistole del 1902 i suoi progetti
in merito alla raccolta che intendeva pubblicare: la sistemazione dei Canti, infatti, intendeva
riproporre l'alternanza delle stagioni occupando l'intero corso di un anno. A questo
proposito, le lettere dell'1 e del 7 agosto 1902, inviate all'amico Caselli, forniscono
testimonianza del progetto organico.

« Ho concepito e abbozzati quattro poemi, pur essi in isciolti, in forma didascalica, che
superano le dimensioni delle poesie solite […] »1

« Ora faccio il 1° dei quattro poemi didascalici, o più di lì, per i Canti. E il primo è
particolarmente difficile; quindi c'è un po' d'arresto. Ma sono pronto, o quasi. Un po' di
pazienza. C'è, vedrai, nei Canti, un ordine latente, che non devi rivelare: prima emozioni,
sensazioni, affetti d'inverno, poi di primavera, poi d'estate, poi d'autunno, poi ancora un po'
d'inverno mistico, poi un po' di primavera triste, e finis. […] »2

La raccolta doveva dunque cominciare con l'inverno e concludersi con la "primavera triste",
ma in realtà i Canti di Castelvecchio a noi pervenuti comprendono un arco cronologico
naturale che va dalla stagione autunnale per concludersi nuovamente con l'autunno
successivo. La terza edizione, pubblicata nel 1905, reca infatti i componimenti autunnali che
fungono da apertura e da chiusura dell'intera raccolta: si comincia con la Partenza del
boscaiolo e si conclude con In ritardo. La quinta edizione, pubblicata nel 1910, reca come
lirica conclusiva ancora una volta un componimento autunnale, Diario autunnale, aggiunto
proprio in occasione della ristampa del 1910. Simbolicamente l'alternanza delle stagioni
corrisponde all'eterno rinnovarsi della natura, che prevede l'alternarsi di vita e morte, e
dunque il loro incessante ritorno, che si pone in netto contrasto con l'inevitabile caducità
dell'esistenza di ogni singolo essere vivente.
Il poemetto didascalico Il Ciocco si articola in due canti che presentano caratteristiche
tematiche e stilistiche molto diverse. Nel primo canto del Ciocco, infatti, Pascoli ricorre ad
un fitto lessico di arti e mestieri della campagna toscana, che conferisce un gusto
vernacolare alla prima parte del poemetto, in contrasto con lo stile alto e universale adottato
nel secondo canto. Le scelte stilistiche dell'autore, per l'appunto, si adattano all'esposizione
di tematiche ben diverse nel primo e nel secondo canto.
A tal proposito il primo canto ruota attorno alla rappresentazione di una veglia attorno al
fuoco, durante quale i concittadini, prendendo spunto dall'arsione di un ciocco - un grosso
pezzo di legna da ardere, all'interno del quale si trova un nido di formiche - iniziano a
riflettere sulle abitudini e attitudini di questi particolari insetti, il tutto alla presenza sia del
poeta stesso che dello Zi Meo. Ciò rappresenta una sorta di premessa, di
contestualizzazione, poiché l'ambiente e lo scenario astrale darà modo di poter ragione,
riflettere, su quello che sarà poi il tema centrale del poemetto: la contemplazione delle stelle,
che osservano in silenzio dall’alto le sofferenze degli esseri viventi e la conseguente
consapevolezza della finitezza di questi: anche se in alto brillano astri splendenti e
affascinanti, nulla potrà sottrarci dal triste destino che ci attende. Si susseguono quindi
riflessioni "astronomiche", ipotesi che tuttavia non serviranno a dissolvere il sentimento

1 Giovanni Pascoli, Canti di Castelvecchio/Giovanni Pascoli; introduzione e note di


Giuseppe Nava, Milano, Biblioteca universale Rizzoli, 1983, p. 139.
2 Ibidem

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d'angoscia del poeta.

GENERE TESTUALE

Si tratta di un poemetto didascalico composto da due canti, ciascuno costituito a sua


volta da vv. 264 e medesima partizione interna.
Il brano analizzato appartiene al canto primo ed è in endecasillabi sciolti.
Il secondo canto, invece, alterna endecasillabi sciolti ad endecasillabi ritmati (vv.
107-220 in tensione, ABA BCB, con un endecasillabo conclusivo ogni sei terzine; vv.
221-248 in quartine ABAB).
La partizione interna del canto primo, preso in esame, è la seguente:
• vv. 1-104 introduzione;
• vv. 105-106 raccordo;
• vv. 107-220 parte centrale, suddivisa in sei gruppi di vv.19 ciascuno, costituiti
dai discorsi dei contadini;
• vv. 221-248 sorte delle formiche;
• vv. 249-264 conclusione, affidata ai discorsi dello Zi Meo.

ISTITUTI RETORICI

Figure di suono
• Allitterazioni

(225) e il fuoco le sorbiva con un breve crepito

(227) più che l'erme vette

(228) d'Appennino e le aguzze alpi Apuane

(229-230) con l'aeree grotte intronate dal cupo urlo del vento

(231-232) odano lo stridor d'un focherello ch'arde laggiù laggiù forse un villaggio

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(233) con le sue selve; un punto, un punto rosso or sì or no

(238-240) i mostri che reggean concavi laghi di sangue ardente, mentre le


compagne con moto eterno, tra un fischiar di nembi, mordean le bigie nuvole del
cielo

(241-242) Ma non vedeva il popolo morente gli dei seduti intorno alla sua morte;

(244-248) forse in cima all'immensa ombra del nulla, su, su, su, donde rimbombava
il tuono della lor voce, nelle occhiute fronti, da un'aurora notturna illuminate,
guizzare i lampi e scintillar le stelle.

(250) L'altr'anno seminai l'erba lupina.

(251) Venne la pioggia: non ne nacque un filo.

(253-254) Un giorno che v'andai, vidi sul ciglio del poggio un mucchiarello alto di
chicchi.

(258) Non un chicco, ch'è un chicco, era rimasto!

(259) Aveano fatto, le formiche, appietto!

(262) e su la staggia, per tutte bene pianeggiar le porche.

(263-264) mi facev'ir di qua di là, come uno fa, nel passaggio, in mezzo all'Oceàno

• Isocolo

- nessuna occorrenza

• Rima

• La poesia è in endecasillabi sciolti

- Verbi onomatopeici

(245) rimbombava

Figure di significato

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• Metafore

(237-238) i mostri che reggean concavi laghi di sangue ardente

(241-242) Ma non vedeva il popolo morente gli dei seduti intorno alla sua morte

- Similitudini

(263-264) mi facev'ir di qua e di là, come uno fa, nel passaggio, in mezzo
all'Oceàno>>

• Metonimie:

- nessuna occorrenza

• Sineddoche

(252) Vennero i soli, il campo parea sodo


• Ironia

(256-259) Erano i semi, i semi d'erba lupina. Avean rumato poco? Non un chicco,
ch'è un chicco, era rimasto! Aveano fatto, le formiche, appietto!

Figure di pensiero e di costrutto

• Apostrofe

• nessuna occorrenza

• Anafora

(226) crepito, né quel crepito giungeva;

(235) i mostri dalla ferrea voce e le gigantesse filatrici: i mostri che reggean concavi

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laghi

(241-243) Ma non vedeva il popolo morente gli dei seduti intorno alla sua morte, fatti
di lunga oscurità: vedeva...

(254) del poggio un mucchiarello (…) Ad ogni poco c'era un mucchiarello

(258) Non un chicco, ch'è un chicco, era rimasto!

• Climax

• nessuna occorrenza

• Epanalessi

(232) ch'arde laggiù laggiù forse un villaggio con le sue selve;

(233) un punto, un punto rosso or sì or no.

(254) su, su, su, donde rimbombava il tuono della lor voce;

(256) Erano i semi, i semi d'erba lupina.

• Anadiplosi
(224-225) coi figli, e c'era d'ogni intorno il fuoco;
e il fuoco le sorbiva con un breve crepito

• Chiasmo

• nessuna occorrenza

- Ipotiposi

(253-262) Un giorno che v'andai, vidi sul ciglio del poggio un mucchiarello alto di
chicchi. Guardai per tutto. Ad ogni poco c'era un mucchiarello. Erano i semi, i semi
d'erba lupina. Non un chicco, ch'è un chicco, era rimasto! E ben si che v'avevo anco
passato l'erpice a molti denti, e su la staggia, per tutte bene pianeggiar le porche;

• Enjambement:

(225-226) breve crepito

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(227-228) vette d'Appennino

(229-230) grotte intronate

(234-235) vedea la gente là


(235-236) ferrea voce

(237-238) laghi di sangue

(245-246) il tuono della lor voce

(256-257) i semi d'erba lupina

(263-264) come uno fa

• Anastrofe

(234) ne pur vedea la gente là

(260-261) E ben si che v'avevo anco passato l'erpice a molti denti

(262) per tutte ben pianeggiar le porche

• Iperbato

(241-242) Ma non vedeva il popolo morente gli dei seduti intorno alla sua morte

(243-244) vedeva, forse in cima all'immensa ombra del nulla (…) guizzare i lampi e
scintillar le stelle.

(253) Un giorno che v'andai, vidi sul ciglio del poggio un mucchiarello;

(259) Aveano fatto ,le formiche, appietto!

- Asindeto

(247) da un'aurora notturna illuminate

- Per l'analisi delle figure retoriche ho consultato: B. Mortara Garavelli, Manuale di


retorica, Bombiani, Milano, 1989

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GRAFIA E FONETICA

Vocalismo Tonico

• Uso regolare del dittongo -UO

fuoco – una occorrenza (225)

- Monottongo

focherello – una occorrenza (231) (Serianni, p.51)

Vocalismo atono

• Alternanza tra er/ar intertonici

mucchiarello – 2 occorrenze (254-256)

LIVELLO FONOGRAFEMICO

Apocope

-Sillabica (Serianni, p.103)

nessuna occorrenza

-Vocalica (Serianni, p.108)

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stridor – una occorrenza (231)

pur – una occorrenza (234)

reggean – una occorrenza (237)

fischiar – una occorrenza (239)

mordean – una occorrenza (240)

lor – una occorrenza (246)

scintillar – una occorrenza (248)

Zi – una occorrenza (249)

pianeggiar – una occorrenza (262)

- Sincope

reggean – una occorrenza (237)

mordean – una occorrenza (240)

Aferesi

- nessuna occorrenza

Elisione

(231) d'un
(232) ch'arde
(250) l'altr'anno
(253) v'andai
(258) ch'è
(260) v'avevo
(263) facev'ir

Epitesi

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- nessuna occorrenza

- Consonanti scempie e doppie (Serianni, p.69)

- nessuna occorrenza

L'accento: sistoli e diastoli

- Diastoli: Oceàno – una occorrenza (264). Forma attestata in Monti, Foscolo,


Leopardi, Praga, Prati, Camerana, D'annunzio e Pascoli. (Serianni p.127)

LIVELLO MORFOLOGICO

Preposizioni sintetiche e analitiche

Sintetiche:

• nessuna occorrenza

Analitiche:

(233) con le sue selve

Pronome personale soggetto di terza persona

• nessuna occorrenza

Pronomi personali obliqui

1 uso di le (225)

Pronome clitico

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(263) mi facev'ir di qua di là

Verbo:

Imperfetto indicativo con dileguo della labiodentale

(234) vedea

(252) parea
(257) avean

(259) aveano

LESSICO

Regionalismi

(257) Avean rumato poco!

GDLI sv.4 Rimescolare un liquido o un impasto. Anche rovistare, frugare. Giannini-


Nieri 54; Pascoli 165; Soffici IV-155.

Fanfani: Frugare

(259) Aveano fatto, le formiche, appietto!

GDLI sv.1 Interamente. Fare appietto: Finire completamente qualcosa. Pascoli ,485.

(252) Vennero i soli, il campo parea sodo.

GDLI sv.8 Terreno non dissodato, non lavorato, incolto. Testi fiorentini 234;
Sacchetti 53-122; Strozzi I-52; Gozzi 5-85; D'Annunzio II-404.

Fanfani: Sodi: Si dicono i terreni incolti e non lavorati

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Aulicismi

(239) mentre le compagne con moto eterno, tra un fischiar di nembi;

GDLI sv.1 Piovasco improvviso e di breve durata che si abbatte con violenza su un
territorio. Gozzi I-170; Foscolo Sep.37; Manzoni Pr. Sp.36(641); Leopardi 38-II;
Carducci III-30-185.

(254) vidi sul ciglio del poggio un mucchiarello alto di chicchi.

GDLI sv.1 Elevazione del terreno di modesta altitudine, per lo più inferiore a quella
della collina e maggiore di quella del colle, tondeggiante, con versanti in debole
pendenza. Dante, XLIV-24; Petrarca 142-4; Sacchetti VI-31; Bembo 5-4, Tasso I-76;
Foscolo Gr.78; Manzoni II-626; Leopardi 24-20; Pascoli 113; D'annunzio V-I-375.

(227-228) più che l'erme vette d'Appennino e le aguzze alpi Apuane

GDLI sv.1 Isolato, appartato, remoto, inaccessibile, disabitato, deserto, solitario,


lontano dalla comunità umana. Petrarca 304-4; Bembo I-51; Monti X-3-428;
Manzoni 232; Leopardi I-2; Carducci 32; Pascoli 84.

(229-230) assise in cerchio, con l'aeree grotte intronate dal cupo urlo del vento;

GDLI sv.1 Posto a sedere, seduto. Dante, Purg. 4-124; Ariosto, Sat. 2-156; Tasso
17-33; Marino 252; D'annunzio IV-I-611

(227) né quel crepito giungeva al nostro udito;

GDLI sv.1 Percepire con l'udito suoni, rumori, ecc; avere la facoltà di udire. Chiaro
Davanzati I-25; Dante Purg 8-5; Tasso 3-6; Parini 227; D'annunzio I-II-465; Montale
2-18.

(231) odano lo stridor d’un focherello;

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GDLI sv.1: Rumore acuto e stridente per lo più prodotto da un attrito o da uno
sfregamento. Lancia I-167; Dominici 4-158; Boiardo 2-6-12; Tasso 7-42; Parini I-
IV-38; Monti 10-259.

(225) e il fuoco le sorbiva con un breve crepito

GDLI sv.1: Il crepitare, scoppiettio. Nievo 480; D’annunzio II-96; Pascoli 450.

Tecnicismi

(260-261) E ben sì che v'avevo anco passato l'erpice a molti denti;

GDLI sv.1 Macchina agricola usata per i vari lavori di erpicatura. Crescenzi volgar
3-15; Machiavelli 907; Pascoli 485; D'Annunzio III-I-891; Bacchelli 9-66.

(262) per tutte bene pianeggiar le porche;

GDLI sv.1 Striscia di terreno sopraelevata sul livello normale del campo e compresa
tra due solchi paralleli. Palladio volgar 3-25; Crescenzi volgar 6-23; Soderini II-14;
Redi 16: II-224; Sacchetti I-202; Pascoli 265; D'annunzio IV-603;

(260-261) E ben si che v'avevo anco passato l'erpice a molti denti, e su la staggia

GDLI sv.1 Asta o pertica di legno usata per lo più come elemento di sostegno, come
collegamento fra organi meccanici o anche come segnale per effettuare rilievi e
misurazioni. Fibonacci volgar 39; Vasari I-3-96; Magi 38; Sabbatini 15; De Marini
154; Pascoli 485.

FRASEOLOGIA

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Polirematiche:

- nessuna occorrenza

Idiomatismi:

- nessuna occorrenza

SINTASSI

-Paratassi 30%
-Ipotassi 70%

Paratassi:

- Coordinazione

(226-227) né quel crepito giungeva al nostro udito;

(228-230) assise in cerchio, con l'aeree grotte intronate dal cupo urlo del vento;

(239) con moto eterno, tra un fischiar di nembi;

Ipotassi e grado di subordinazione

1° grado di subordinazione

(227-228) più che l'erme vette d'Appennino e le aguzze alpi Apuane odano lo stridor
d'un focherello

(235) che moriva

(238-240) mentre le compagne mordean le bigie nuvole del cielo

(243) fatti di lunga oscurità

(245-246) su, su, su, donde rimbombava il tuono della lor voce, nelle occhiute fronti,

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da un'aurora notturna illuminate;

(262) per tutte ben pianeggiar le porche

2° grado di subordinazione

(232) ch'arde laggiù laggiù forse un villaggio con le sue selve;

(263) mi facev'ir di qua di la;

3° grado di subordinazione

(263-264) come uno fa nel passaggio in mezzo all'Oceàno

CHE POLIVALENTE

(253-254) Un giorno che v'andai, vidi sul ciglio del poggio un mucchiarello alto di
chicchi. (con valore temporale)

(260-261) E ben si che v'avevo anco passato l'erpice a molti denti, e su la staggia per
tutte bene pianeggiar le porche; (con valore consecutivo)

CHE PRONOME RELATIVO:

(237-238) i mostri che reggean concavi laghi di sangue ardente;

CI ATTUALIZZANTE

• nessuna occorrenza

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Analisi del periodo

E il fuoco le sorbiva con un breve crepito, (proposizione principale)

né quel crepito giungeva al nostro udito (coordinata per polisindeto copulativa


esplicita)

più che l'erme vette d'Appennino e le aguzze alpi Apuane odano lo stridor d'un
focherello (subordinata di I grado comparativa esplicita)

assise in cerchio, con l'aeree grotte intronate dal cupo urlo del vento, (coordinata per
asindeto copulativa esplicita)

ch'arde laggiù laggiù forse un villaggio con le sue selve; (subordinata di II grado
relativa esplicita)

Un punto, un punto rosso or sì or no (proposizione principale).

Nè pur vedea la gente là, i mostri dalla ferrea voce e le gigantesse filatrici:
(proposizione principale)

che moriva (subordinata di I grado relativa esplicita)

i mostri che reggean concavi laghi di sangue ardente, (proposizione principale)

mentre le compagne mordean le bigie nuvole del cielo. (subordinata di I grado


temporale esplicita)

con moto eterno tra un fischiar di nembi (coordinata per asindeto copulativa)

Ma non vedeva il popolo morente gli dei seduti intorno alla sua morte, (proposizione
principale)

fatti di lunga oscurità: (subordinata di I grado dichiarativa esplicita)

vedeva, forse in cima all'immensa ombra del nulla, guizzare i lampi e scintillar le
stelle (proposizione principale)

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su, su, su, donde rimbombava il tuono della lor voce, nelle occhiute fronti, da
un'aurora notturna illuminate, (subordinata di I grado locativa esplicita)

E lo Zi Meo parlò. (proposizione principale)

Disse: << Formiche! (proposizione principale)

L'altr'anno seminai l'erba lupina (proposizione principale).

Venne la pioggia: (proposizione principale)

non ne nacque un filo. (proposizione principale)

Vennero i soli: (proposizione principale)

il campo parea sodo. (proposizione principale)

Un giorno vidi sul ciglio del poggio un mucchiarello alto di chicchi (proposizione
principale)

che v'andai (subordinata di I grado temporale esplicita)

Guardai per tutto. (proposizione principale)

Ad ogni poco c'era un mucchiarello. (proposizione principale)


Erano i semi, i semi d'erba lupina. (proposizione principale)

Avean rumato poco? (interrogativa diretta)

Non un chicco, ch'è un chicco, era rimasto! (proposizione principale)

Aveano fatto, le formiche, appietto! (proposizione principale)

E ben sì che v'avevo anco passato l'erpice a molti denti, e su la staggia (proposizione
principale)

per tutte ben pianeggiar le porche, (subordinata di I grado finale implicita)

mi facev'ir di qua di la (subordinata di II grado dichiarativa implicita)

come uno fa, nel passaggio, in mezzo all'Oceàno>> (subordinata di III grado
comparativa esplicita).

POETISMI

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Il poetismo è una categoria fonomorfologica individuata da Luca Serianni, per
definire una tipologia di scelta poetica. Il poetismo è una citazione di forma arcaica,
ha un intento retorico ed ha la funzione di nobilitare la poesia.

• vedea (185)

- parea (252)

• avean (257)

• aveano (259)

• anco (260)

• facev'ir (263)

• or (234)

Poetismi fonetici

• Dittongo/monottongo

- nessuna occorrenza

Aferesi

- nessuna occorrenza

Apocope

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Sillabica:

anco – una occorrenza (260) (Serianni, p.170)

Vocalica:

or - 2 occorrenze (234) (Serianni, p.112)

Avean – una occorrenza (257) (Serianni, p.184)

ir – una occorrenza (263) (Serianni, p.205)

Sincope

Avean – una occorrenza (257) (Serianni, p.185)

Aveano – una occorrenza (259) (Serianni, p.185)

Epitesi

- nessuna occorrenza

Morfologici

Preposizione articolata scissa

• (261) su la staggia (Serianni, p.135)

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Cui oggetto

• nessuna occorrenza

Presenti polimorfici

• nessuna occorrenza

BIBLIOGRAFIA

§B.Mortara Garavelli, Manuale di retorica, Bompiani, Milano, 1989

§Remo Ceserani, Il testo poetico, Bologna, Il Mulino, 2005.

§Luca Serianni, Introduzione alla lingua poetica italiana, Roma, Carocci, 2001

§Giovanni Pascoli, Canti di Castelvecchio/Giovanni Pascoli; introduzione e note di


Giuseppe Nava, Milano, Biblioteca universale Rizzoli, 1983, p. 139.

§Giovanni Pascoli, Canti di Castelvecchio, a cura di Nadia Ebani, Scandicci: La


Nuova Italia, 2001,

Fonti lessicografiche e strumenti di consultazione

§GDLI 1961-2001= Salvatore Battaglia, Giorgio Barberi Squarotti,

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Grande dizionario della lingua italiana, Torino, UTET
§RIGUTINI- FANFANI 1875= Giuseppe R. e Pietro F, Vocabolario
italiano della lingua parlata, Firenze, Cennini

§DE MAURO 2007 = Tullio De Mauro, Grande dizionario italiano dell’uso,


Torino, UTET

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