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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

Di qualche tecnica di raccolta delle virgole per


fare il punto sugli scritti di Gianni-Emilio
Simonetti

1. "Dalla causa alla cosa della rivoluzione"

Gianni-Emilio Simonetti ha accompagnato questi


ultimi decenni con una ricca e variegata
produzione poligrafica non facilmente
classificabile. Non ha mai nascosto l'ambizione
di imporsi come teorico di "matrice"
situazionista, sebbene proprio dai situazionisti
(ma non soltanto) sia stato minacciato a causa di
tali velleità. Tuttavia questa non è stata l'unica
sua ambizione, dato che Simonetti era stato, ed è
attivo tuttora in altri e svariati ambiti e progetti
"intellettuali": da quello artistico (Fluxus), a
quello editoriale, dalla musica contemporanea
alla moda, dalla gastrosofia alla clinica
psichiatrica, prescindendo dai diversi altri che
inevitabilmente ci saranno stati e che non mi
sono noti.
In questa breve rassegna, non essendo in grado di
ripercorrere sistematicamente la cronologia e le
tappe di una così multiforme attività tuttora non
conclusa, proverò a rileggere alcuni testi,
probabilmente tra i più significativi, del

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

poliedrico autore, ponendone in rilievo qualche


aspetto più suggestivo, perché, il più possibile,
essi parlino e si commentino da sé.
Gianni-Emilio Simonetti è stato, in una delle sue
molteplici imprese, direttore editoriale di "Arcana
Editrice". Per queste edizioni, nel 1971, curò la
pubblicazione del volume "... ma l'amor mio non
muore", che gli valse una certa notorietà. In
quell'occasione, organizzando quel collage
parecchio composito di materiali diversissimi, se
gli era riuscito di confezionare un plateale
oltraggio al "senso comune" dell'epoca, minori
erano state le preoccupazioni di ordine "teorico".
Esse trovarono sfogo, due anni dopo (nel 1973),
nel volume (edito da "Arcana", nella collana
"Nuova critica") intitolato "Dalla causa alla cosa
della rivoluzione". Il sottotitolo recitava:
"Soggettività della cultura alternativa giovanile e
movimento reale del proletariato".

Lo scritto prende le mosse, apparentemente in


medias res, con queste parole:
"Quell'identità fra produzione e consumo, che
Marx lega con l'immediatamente anche, e la sua
reciprocità: il consumo è produzione, salva nella
sua unità immediata la loro immediata dualità.

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

Ecco perché là dove più nulla sfugge al mercato


il tema dialettico non è più la produzione, ma
innanzi tutto la distruzione materiale."
In questo esordio si richiamano in nota due
passaggi di "Per la critica dell'economia politica"
di Marx.
Il testo continua così:
"Infatti, in un momento come quello che
attraversiamo, caratterizzato dallo scontro
violento di classe, la teoria diventa 'produttiva'
nella misura in cui è critica e non affermativa,
capace d'inceppare la logica totale dello sviluppo
e di produrre un'azione pratica ad essa conforme:
un'azione, cioè, radicale nel senso della
separazione definitiva dalla società della
separazione."
Attraverso questo passaggio il lettore, posto di
fronte a una fuorviante "apparente ingenuità", si
renderà conto che è necessario essere
"circospetti, pedanti di fronte a quello che sembra
il destino storico del pensiero".
Lo scritto dunque, in poche righe, pone già delle
fatali questioni. Ma, per nostra fortuna, "il fatto
che Marx ci mostri i frutti dei processi di
reificazione come un dato assolutamente reale,
non vuol dire che essi siano, solo per questo,
irreversibili". Infatti, "non siamo di fronte ad una
realtà naturale, ma ad una realtà 'storica' del
dominio di classe, dunque ad una realtà

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transitoria". Questo passo è segnato da una nota


che rimanda alla tesi n. 78 di "La società dello
spettacolo" di Guy Debord in cui si dice che tutte
le correnti teoriche del movimento operaio
rivoluzionario sono uscite da un confronto critico
con il pensiero hegeliano. L'accenno ad Hegel si
spiega anche con la citazione dalla
"Fenomenologia dello spirito" che introduce il
primo capitolo dello scritto di Simonetti,
citazione che afferma: "Similmente, la diversità è
piuttosto il limite della cosa; essa è là dove la
cosa cessa, o è ciò che questa non è".
Lo scopo che si propone Simonetti è subito
individuato nella seconda tesi dove afferma che
"la negazione del mondo della merce (...) ha
condotto l'universo spettacolare della cosiddetta
cultura alternativa giovanile a sottovalutare la
truffa che persa la coscienza di classe, la
percezione storica del reale, l'esistenza della
classe venga di fatto confutata, dimenticando che
essa resta là, come limite, dove la intransigenza
del mondo materiale borghese riafferma la ferrea
logica dei rapporti di produzione."
Da qui si evince il compito che si dà il teorico:
"Da qui il nostro compito di misurare il peso che
la soggettività della cultura giovanile ha nella
realtà di quel movimento esecutore testamentario
più che semplice 'erede della filosofia tedesca', in
altre parole denunciare lo scaltrito conformismo
giovanile così come esso appare di fronte allo

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spettacolo del generale collasso della società


borghese".
Il teorico ha dunque individuato nella cultura
giovanile underground una falsa opposizione alla
società borghese. La cultura giovanile è un
Kulturalgebeite ("un frutto tipico
dell'avanguardia borghese", qualcosa come delle
"baruffe ideologiche con la società borghese").
"Il generale collasso della società borghese" però,
nella tesi n. 5 del primo capitolo, si manifesta,
"con le parole di Lukàcs" e "ad un esame più
preciso", come "un mero potenziamento della
quantità e dell'intensità della vita quotidiana della
società borghese". Non solo: "di fronte al trionfo
dello scambio, alla degradazione di ogni rapporto
a merce noi sappiamo che l'apologia
dell'immediatezza diventa essa stessa menzogna,
ideologia". Peccato, perché le prime parole dello
scritto di Simonetti invocano, proprio con una
simile "immediatezza", la "distruzione
materiale", che rientra verso la fine del volume
come apologia del gesto.
"Il progetto non sono le barricate della cultura,
ma la 'cultura' delle barricate, tale da incidersi
profondamente nella coscienza di tutti come la
definitiva separazione dal mondo della
separazione. Altrimenti ha buon gioco perfino
l'ironia di Adorno per le aspirazioni festaiole
dell'SDS quando ricordava agli studenti tedeschi
come 'contro coloro che detengono e

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amministrano le bombe i barricamenti sono


inutili'. La nostra ironia non stupisca (...)".
"La 'cultura' delle barricate", scrive Simonetti,
deve giungere a tutti, altrimenti l'ironia di
Adorno, e per mezzo di essa l'ironia dello stesso
Simonetti, avranno buon gioco... Troppa ironia,
decisamente.
"I giovani sono l'avanguardia priva di coscienza
di una nuova coscienza", cioè "non si può colpire
l'alienazione sotto forme alienate a loro volta o
surrogatizie".
Quindi bisognerà dare ai giovani ciò che non
possiedono. Inoltre Simonetti scrive che
"dobbiamo rilevare un rapporto dialettico molto
stretto fra l'aspirazione alla libertà dei giovani e il
carattere puramente formale di questa libertà".
"Per colmo d'ironia" aggiunge l'autore "la
difficoltà di cogliere il presunto rapporto fra
questo status giovanile e il movimento reale del
proletariato è proprio nell'immediatezza", e il
distacco è "metafora di quell'amaro distacco dal
business che solo il business rende possibile". A
queste considerazioni seguono delle deduzioni
che vorrebbero suggerire l'analisi della
trasformazione della società primitiva in "Per la
critica dell'economia politica" di Marx al
commercio delle soft-drugs e di magazines e
posters. "L'aridità del nostro discorso non
sorprenda" ripete Simonetti, evidentemente

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

preoccupato (e più che mai desideroso) di stupire


il lettore.
Simonetti giostra fra Hegel, Marx, Lukàcs,
Adorno ed altri ancora, seguendo un movimento
ternario che procede in questo modo:
a) prima un richiamo all'autore ed al testo, come
in questo esempio: "Vale la pena, a questo punto,
ricordare il Marx della Critica là dove ha cura di
sottolineare come la produzione non produce solo
l'oggetto del consumo, ma anche il modo di
consumo, essa produce non solo oggettivamente,
ma anche soggettivamente con la conseguenza
che la produzione fornisce non solo un materiale
al bisogno, ma anche un bisogno al materiale";
b) poi la giustapposizione creativa delle fonti in
un nuovo ordine: "(...) Infatti, noi sappiamo che
l'unicità del sistema borghese è fittizia e che solo
arretrando all'autoconoscenza di sé come merce
si può mettere in crisi la sua apparente
contraddizione per la quale la coscienza di sé
come un 'essere in sé' è generatrice di quella
convinzione che intensifica la produttività e il
consumo e che sembra reagire dialetticamente al
reale livellamento autoritario dello scambio";
c) infine il rientro, con la citazione di un altro
maestro: "E questo è anche il senso morale di
quell'aforisma adorniano che recita: nella
fungibilità universale la felicità e legata - senza
eccezioni - a ciò che non è fungibile".

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

Il procedimento si ripete, con qualche variante,


per tutto il libro:
a) Se Hegel poteva ancora dire di fronte ad una
ipotesi di storicità che l'idea come tale è la realtà
(Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia) a noi,
oggi, non resta che sottolineare l'ironia di una
realtà che come tale è soltanto un'idea;
b) infatti di fronte alla storicità che s'allontana, il
quotidiano diventa il facile terreno delle
istituzioni che concatenano e stratificano il reale
fino a livello di spettacolo, uno spettacolo che
poggia su un edificio che non ha più nulla a che
fare con la storia.
c) Sarebbe come paragonare Palazzo Pitti ad un
grattacielo di New York (H. Lefebvre, La fine
della storia).
Il rituale delle citazioni assume le sembianze di
un gioco piuttosto sfacciato, ed infinitamente
replicato:
"Con le parole di Lukàcs ...".
"Glossando il Marx dei Manoscritti noi possiamo
dire ...".
"Con quella cautela che qualche anno fa Fortini
descriveva come l'astuzia della colomba, il
candore della serpe".

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

"Nell'ambito strumentale che Adorno acutamente


ha intravisto quando scriveva ...".
"Perfino l'apologia del furtarello nel
supermercato, cantata da Abbie Hoffman ...".
"Di nuovo dobbiamo fare ricorso ad Hegel".
"Come emerge in modo straordinariamente
chiaro dall'ultimo Hegel".
"Facciamo nostre le supposizioni del Korsch".
"Ancora più decisa è la presa di posizione del
Gombin".
"Già il Marx dell'Ideologia tedesca se la prende
con simili boutades".
"Alla luce dell'avviso contenuto nell'Ideologia
tedesca ...".
"Già nell'intuizione marxiana dell'hegelismo
appare ...".
"Cadere nell'equivoco significa abdicare alla
logica di quel processo che fa dire a Marx ...".
"Quella intuizione geniale che Hegel fa risalire a
Lessing di una educazione del genere umano ...".
"Con le parole di Hyppolite che glossa Hegel
attraverso Marx ...".
"La chance di raggiungere la verità
(Fenomenologia dello spirito) è già modello di

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quel barrage che in Lukàcs perfeziona le 'armi


spirituali' della propria lotta".
Come scrive Lukàcs, i problemi della legalità e
dell'illegalità sono soltanto mere accidentalità nel
progetto rivoluzionario dei comunisti".
Nel libro capita che Vaneigem ed Hegel
spieghino simultaneamente il leninismo:
"Di nuovo, il leninismo non è altro che 'la
révolution expliquée à coups de fusil aux marins
de Cronstadt et aux partisans de Makhno. Une
idéologie' (Traité de savoir-vivre à l'usage des
jeunes générations). O con Hegel: 'ciò che lo
spirito vuole è raggiungere il suo proprio
concetto, ma esso stesso se lo oscura, si
inorgoglisce e gode di questo estraniarsi a se
stesso' (Lezioni sulla filosofia della storia)".
Nel libro ricorrono svariate puntualizzazioni
(come quelle già riportate in cui si invita il lettore
a non stupirsi), tra le quali ne scelgo alcune che
cominciano con lo stesso avverbio:
"Qui non si sta facendo l'apologia della
deduzione; di fatto il problema si riallaccia, sia
pure nell'ottica particolare della condizione di
marginalità, al tema generale di quel 'progresso'
che rischia di diventare una chimera se soltanto si
perde di vista il carattere contradditorio che
questo progresso può prendere, anche lì dove,
l'individualità, può riuscire menomata dal fatto
che qualcuno prenda partito per se stesso".

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

"Qui sotto accusa è quella soggettività che per


quieto vivere si è lasciata trascinare nella logica
di regole di gioco che si vorrebbero arbitrarie
solo per poter governare con una prassi che è già
routine della storia borghese".
"Come dice Lacan, qui non stiamo riprendendo il
commercio della paccottiglia, smerciata per
nietzscheana, della menzogna della vita, in questa
condizione - condizione in cui principi e lacchè
concorrono uniti - la menzogna intenzionale non
viene sbattuta fuori dalla porta della storia
semplicemente volendolo".
"Qui si invoca la capacità del lettore di non
rimanere vittima della propria debolezza: la
narrazione di ciò che è la vita deve smettere di
risolversi in un falso ciclo d'avventure!"
Nel libro sono presenti tuttavia alcune
fiammeggianti e concise espressioni (si tratta
perlopiù di citazioni altrui, come questa di
Adorno: "scaltrezza ed oscurantismo sono ancor
sempre la stessa cosa"), ma ce ne sono alcune
senza virgolette, come le seguenti:
"La finzione della libertà è la massima ingiuria a
cui siamo sottoposti".
"Di nuovo il tema è il salto qualitativo, nel quale
solo il proletariato sa riconoscersi ...".
"Il proletariato che reclama onorari esagerati: la
vita ...".

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La rabbia proletaria, che si va generalizzando,


addita la prigionia come il rovescio della sua
debolezza".
"Dunque, che fare? (...) diventare bandito!
Quest'ultima frase (il botto finale) arriva a
conclusione del libro, che aveva acquisito una
sua fisionomia più marcata della semplice
denuncia dell'ideologia giovanilista, proprio
rincorrendo l'apologia della delinquenza, ma
sempre in compagnia di Hegel e di Lukàcs :
"Il teppismo e in specie il teppismo giovanile, sia
esso di recupero o nuovo, è la trincea violenta e
soggettiva di quell'avanguardia giovanile che
vede nel proprio vandalismo creativo le
condizioni attuali per contrastare la liquidazione
forzata dell'individuo sotto la spinta prepotente
dell'oggettività dello sviluppo storico borghese e
delle condizioni infami che esso detta
universalmente".
"Come l'operaio è il prodotto del capitale così la
criminalità è l'operaio che si sottrae al capitale".
"La rivoluzione proletaria è, invece, la
rivoluzione brutta, scomposta, selvaggia, 'perché
al posto della frase è subentrata la mostruosità
della cosa' (Internazionale Situazionista n. 1)".
"Bisogna saper leggere con attenzione dietro la
sete di rapina del proletariato perché se da una
parte essa esprime l'immediatezza radicale del 'ad

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ognuno secondo i suoi bisogni', dall'altra parte


specifica criticamente 'la soluzione che Marx
indica nelle sue tesi su Feuerbach: la conversione
della filosofia nella praticità' (Lukàcs, Storia e
coscienza di classe)".
"Qui siamo, allora, proprio nell'occhio del tifone,
siamo di fronte al riconoscimento di una nuova
caratteristica della lotta contro il capitale: la
spontaneità criminale".
"Contrariamente ai piccoli-borghesi che
scambiano la rivoluzione con quella beatitudine
che sottrae le forze alla realizzazione, i proletari
sanno bene che la cosa 'sporca' che essi
producono con il loro 'lavoro' sulla storia è di per
sé la violenza che non lascia spazio agli ideali;
osserva acutamente Hegel: l'unità stessa degli
individui è violenza, violenza sul mondo
borghese".
"La cosa della rivoluzione 'è il passaggio da
questa (moderazione) nella opposta
determinatezza, ed è infine un'effettualità la quale
è data per coscienza' (Hegel, Fenomenologia
dello spirito)".
"Lo zelo con il quale abbiamo difeso la 'causa'
non è l'entusiasmo disinteressato di colui che
prende le parti di quanti stanno andando in rovina
e allo stesso tempo nasconde - forte del suo ruolo
tecnico di intellettuale, per quello che può valere,
poi, una tale miserabile condizione! - dietro la

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

costante esortazione all'insurrezione 'il tacito


richiamo alla strapotenza dei collettivi e dei
gruppi con cui nessuno ha interesse di guastarsi'
(Adorno, Minima Moralia)".
"Possiamo valutare il rischio e assumerlo
personalmente nell'indicarlo ai 'pollicini' della
storia, perché fino a quando la realtà del mondo
borghese sussiste ciò che la nega parla anche per
la verità, e di fronte alla menzogna generale
dell'ideologia diventa un correttivo la menzogna
che la denuncia, nella misura in cui, oggi, il
funzionamento dell'apparato economico esige
anche una direzione delle masse che non sia in
alcun modo disturbata dall'individuazione. La
Volante Rossa; le rappresaglie contro la Fiat del
partigiano Danilo, figlio della barriera
industriale; la banda Cavallero, con il delirio
lucido e intelligente del suo leader, le Brigate
Rosse, la banda XXII Ottobre e Mario Rossi,
l'Arancia Meccanica, sono solo i punti di
passaggio che testimoniano dell'irrazionalità
dell'adattamento sociale e assiduo alla realtà, che
diventa - nel suo stupore - agli occhi degli
uomini, se non è combattuto, più ragionevole
della ragione".
Quest'ultima sequela è doppiata da una nota
esplicativa piuttosto ampia. Le note, a piè di
pagina, sono molto numerose, ed in molte delle
quali si trovano degli spunti suggestivi, come
nella nota sulla "Gemeinwesen": "La
Gemeinwesen marxiana è la comunità che si

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

realizza nel fatto pratico della distruzione della


'comunità fittizia' del capitale e del suo modo di
manifestarsi: l'economia". Ma ce ne sono così
tante altre che non è possibile soffermarvisi,
senza finire per riscriverne tutta la costellazione
nell'opera di Simonetti. Ancora una, la nota su
Comontismo: "L'estremismo radicale dei
Comontisti, spesso sfociato in quelle che si
chiamano azioni esemplari, ha di recente
sollevato la velenosa critica di alcuni scellerati
autodefinitisi 'marxisti-leninisti' che, incapaci di
operare dei distinguo al di là delle miserabili
categorie ideologiche della politica, li hanno
accusati di avventurismo e d'infamie varie,
alcune delle quali, tutto sommato, tornano ad
onore e vanto di questo come di ogni estremismo
coerente".
Sulla "cultura" si sofferma Simonetti in un
capitolo dell'opera, e per spiegarsi bene egli cita
Adorno esplicitamente (la stessa citazione
compare senza virgolette altrove nel testo, e l'ho
già riportata):
"Per dissolvere l'eventuale dubbio di un'abitudine
retorica nell'uso di questa parola diciamo che
ogni eventuale utilizzazione in senso riflessivo,
cioè verso noi che scriviamo, può essere intesa -
nei limiti di una discreta approssimazione -
nell'ambito strumentale che Adorno ha intravisto
quando scriveva: 'se chiamiamo realtà materiale
il mondo del valore di scambio e cultura tutto ciò
che rifiuta di accettare il suo dominio, questo

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

rifiuto è senza dubbio apparente finché quella


realtà sussiste: ma poiché il libero ed equo
scambio è di per sé menzogna, ciò che lo nega
parla anche per la verità: e di fronte alla
menzogna del mondo delle merci diventa un
correttivo la menzogna che lo denuncia' (Minima
Moralia)".
È singolare che un testo del genere non abbia
ricevuto una risposta adeguata al suo sforzo di
provocazione? Non credo. Si può pensare che
l'ingombrante e sferragliante massa di citazioni e
l'aggrovigliata matassa dell'esposizione siano
riuscite a distrarre o a stordire il lettore, anche il
più malevolo.

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

2. "Contro l'ideologia del politico"

Attribuirò i testi firmati con lo pseudonimo


"Bernard Rosenthal" a Gianni-Emilio Simonetti,
e a lui soltanto. Mi è di conforto l'introduzione di
Carlo Romano ad "Agguati", una breve raccolta
di articoli pubblicata da Graphos di Genova.
Carlo Romano afferma che i testi firmati con lo
pseudonimo Bernard Rosenthal sono del solo
Simonetti, anche se attorno a Simonetti gravitava
un gruppo (tra cui lo stesso Carlo Romano e
Pinni Galante e Pasquale Alferj ed altri ancora)
che costituiva il polo italiano della rivista
francese "Errata", e sempre con Simonetti questo
gruppo collaborava per alcuni testi pubblicati per
"Arcana Editrice", e questo gruppo fece
pubblicare qualche libro all'editore La Pietra.
Bernard Rosenthal risulta come l'autore di una
raccolta di pamphlet usciti "all'insegna di una
'fronda' che ha stormito fra l'autunno del 1974 e
la tarda primavera del 1976"; così è scritto
nell'introduzione a "Miseria della politica", il
volume edito da "La Pietra" nel 1978, che
raccoglie questi pamphlet.
Di seguito si trova scritto che i testi sono "purgati
dalle polemiche". Vi era stata polemica perché
Gianni-Emilio Simonetti aveva aperto il primo di
questi pamphlet ("Contro l'ideologia del
politico") "giustapponendo una frase del delatore

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

Girotto, detto 'fratello mitra', a un passo" di


"Cronaca di un ballo mascherato" di Giorgio
Cesarano, Piero Coppo e Joe Fallisi. Cesarano
scriveva (in una nota del gennaio 1975 a "Ciò che
non si può tacere" scritto con Paolo Faccioli) che,
in questo modo, "Simonetti vorrebbe schiacciare
la critica sul terreno della delazione" e inoltre "la
medesima vocazione alla politica della calunnia
spinge impudentemente Simonetti ad esquiparare
il concetto di specie (Gattung) con quello di razza
(mai sfiorato, ovviamente, in alcuno dei nostri
scritti se non nella congrua denotazione
negativa". Si può notare che Cesarano non si
riferisce mai allo pseudonimo Bernard Rosenthal.
Bernard Rosenthal è universalmente noto come
personaggio de "La cospirazione" di Paul Nizan,
ma per non tralasciare un effimero indizio
bisognerebbe interpretare cosa suggeriscono le
iniziali, ammesso che qualcosa vogliano
suggerire.
Sempre nell'introduzione alla raccolta edita da La
Pietra, Simonetti accenna a un "nonnulla di
entusiasmo" che conforta l'autore ("chi li ha
scritti"), "per i loro effetti pratici, o se si
preferisce, per la loro veggenza". Tuttavia questi
non sono la stessa cosa.
L'autore si smarca dall'obiezione di "scrittura
difficile", giustificandosi con queste parole:

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

"Noi ci rivolgiamo contro un dominio capitale


con le sole armi della ragione dialettica, anche
per conto di coloro che non possono scrivere,
senza pretendere nessun mandato. Allora che
ognuno si ritrovi! Perché questa apparente
difficoltà di lettura misura la profondità di una
offensiva (oppure, ridete, di una sconfitta) che
non deve mettere a disagio - anche se poco
c'importa - il 'movimento', quanto l'avversario
con il quale ci fronteggiamo".
Chi scrive contro il dominio non scrive "per
conto di coloro che non possono scrivere" senza
voler porre la propria candidatura alla loro guida,
e non fa ricorso alla retorica della preterizione. E
poi, perché mai un'apparente difficoltà di lettura
dovrebbe misurare la profondità di un'offensiva?
E perché mai l'avversario sarebbe messo a
disagio da quest'apparente difficoltà di lettura?
Perché non ne capirebbe le intenzioni o gli
obbiettivi?
Inoltre B. Rosenthal giustifica (giustificazione
"non necessaria") la pena che si è dato di
cavalcare i due secoli fra la furia giacobina e la
fenomenologia hegeliana, ecco perché "la storia
francese, più di altre storie civili, e la filosofia
tedesca s'affacciano ad ogni pagina". Questo
incessante affacciarsi va inteso dunque "contro
quelli che temono la violenza della ragione più
dell'astuzia armata della piazza: gli sbirri e i loro
mandanti". Osserviamo un eroico Bernard
Rosenthal misurarsi con le armi della ragione

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

dialettica contro il dominio capitale: "Sappiamo


bene che il sogno di ogni ministro di polizia è di
schiaffare all'Asinara chi legge!"
Per il resto, a conclusione dell'introduzione,
Rosenthal scrive, con gusto del paradosso, che
"la nostra debolezza fa ridere perché sorprende
l'avversario per il suo rigore", si tratta di "lasciare
dei segnali perché qualcun altro si ritrovi
riconoscendoci". Ma dice anche di saper bene che
"l'altro non c'è", e che quest'assenza brillerà fino
a quando non sarà l'atto a brillare, cioè fino a
quando la critica "non diventa atto esemplare".
"Così, la critica tesse la sua tela, e questa è la sua
autonomia". Intanto, "le cronache poliziesche non
si nutrono che delle disavventure di reclute
ubriache". Ecco che B. Rosenthal trasfigura gli
ingenui! Stravolta la loro ingenuità dall'essere
nient'altro che "reclute ubriache"; perduti in
disavventure, perché reclute, perché ubriache!
Cesarano, nel passo citato in precedenza,
scriveva invece di "epigoni, votati, dall'ingenuità
stessa della loro passione catturata, a un dramma
che non cessa di incrementare l'atrocità" e di un
Simonetti che giustifica "l'apologia dei terroristi".
In nota all'introduzione alla raccolta dei
pamphlet, Simonetti scrive: "L'anonimato (che il
protagonista della 'Cospirazione' di Nizan ci ha
assicurato e che qui conserviamo in virtù della
sua trasparenza) ci salvò dalle vendette
dell'apparato".

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

"Contro l'ideologia del politico" (datato ottobre


1974) comincia stabilendo che la critica "tace
sulla rivoluzione come su ciò di cui non si può
parlare". La critica non è "speranza progettuale di
alcunché". "La condizione umana non ha un
progetto di specie o di razza" (qui si deve
cogliere l'allusione alla razza nel passo di
Cesarano).
"La critica insegna che nulla può durare (sulla
carta o nella realtà fa lo stesso) per cui dobbiamo
abbandonare l'idea di poter mettere al riparo delle
verifiche le asserzioni critiche che essa produce".
Immediatamente falsa è l'illusione di una
'certezza senza precedenti storici' come
indicavano Cesarano-Coppo-Fallisi;
immediatamente falsa è dunque, nella
"cartografia ideologica", "l'autogestione
generalizzata". "Estremo sogno di cui s'invoca il
topos, ma si spara sulle tendenze rivoluzionarie
dei suoi abitanti, giacché le Brigate Rosse altro
non rappresentano!"
Immediatamente dopo la frase sopra menzionata
sugli "abitanti" del "topos", segue una battuta di
Totò, tratta da "Fifa e Arena", che accompagna un

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

deturnamento del celebre stratega prussiano: "la


guerra non è finita, è sospesa".
Proseguo, collezionando una serie di passi del
pamphlet:
"Il furto è solo la risposta sommaria e disarmata
alla meccanica dello scambio. La sua naturalezza
non ci tragga in inganno: è di fatto, se non altro,
poco pratico!" Di questo giudizio, mi incuriosisce
la particella pronominale proclitica, cioè il "non
ci tragga in inganno". Nei due libri esaminati
finora, Simonetti usa costantemente la prima
persona plurale, il "noi". Dunque è lui ad essere
tratto in inganno? Rammentava a se stesso di non
farsi più ingannare da questa "naturalezza"? Da
questa naturalezza "poco pratica"?
"Esiste, a tutt'oggi, una vistosa coupure fra lo
sviluppo critico dell'investigazione sul reale e le
sue conclusioni. Come abbiamo compreso, esse
non possono essere che provvisorie". Nella stessa
tesi, Rosenthal cita di R. Garaudy, "L'itinéraire
d'Aragon", questa frase: "Tutte le volte che il
proletariato si volge a considerare criticamente il
passato, immediatamente egli anticipa nella sua
quotidianità le speranze dell'89: il terrore subito!"
"Che senso ha rappresentare la forma raggiunta
del comunismo ancora come conseguenza di un
'fatto' che è la rivoluzione? può la critica
anticipare nel 'dire' ciò che non si è ancora

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

manifestato nel fatto? Chi garantisce la qualità di


questa rappresentazione?"
"Lo ripetiamo, ieri, la critica delle armi delle
Brigate Rosse o della Rote Armee Fraktion
esprimeva il meglio dello strumento del politico
come conclusione della politica e lo esprimeva
proprio là dove il terrorismo interpreta la qualità
negativa dell'universo spettacolarizzato, oggi la
complessità del reale ha concluso con questi
residui, la critica restituisce la lotta ai soggetti
che si riconoscono in essa, e questo manifestarsi
della critica, qui, non è altro che un fare i conti
con il senso dei modelli antropometrici finiti
della società borghese e con il loro uso". In
questa frase Cesarano ravvisava la pericolosa
volontà di Simonetti di compiacere "a tutti i
clienti" ("l'infamia gli si ritorce contro"),
l'impazienza o semplicemente la volontà di non
fare i conti con il terribile disastro che si andava
profilando, con "la potenzialità più tossica del
terrorismo quale modello operativo
generalizzabile" (Cesarano, "Ciò che non si può
tacere").
"Compito della critica è quello di spezzare questa
conseguenzialità fra il fatto della rivoluzione e il
manifestarsi del comunismo come avveramento
del fatto stesso, in un certo modo. Ciò era
contenuto anche nell'analisi marxiana prima che
diventasse marxismo. Così come nell'Ideologia
tedesca, anche qui il metodo della critica è
negativo, meglio, apagogico".

23
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

"Questa qualità, nella fattispecie dell'accadere


della lotta in atto intorno a noi, è la violenza".
"Infatti la violenza esprime in modo empirico nel
fittizio ciò che nel reale realmente nega".
"Le teorie sull'autogestione postulano un mondo
migliorato, la critica afferma soltanto che sarà
diverso (un altro)".
"La nostra critica è qui la critica di questo esito
come di qualcosa che possa essere pre-visto nelle
intenzioni che la lotta manifesta accadendo
(forma di misticismo diffusa fra gli anarchici), e
critica della forma di questo esito come un
riflesso condizionato, una forma d'invarianza,
proiezione irrigidita della coscienza degli
individui, eccetera, o al limite risposta in cui sono
sospese tutte le questioni che albeggiano
all'orizzonte della metafisica".
"Insomma. Ciò che la mano sinistra ha voluto
affermare in queste pagine è la raggiunta
presunzione che la critica non deve nulla ai suoi
modelli anteriori". Allora, che cosa avrà voluto
affermare la mano destra?
"Se si vuole, facciamo nostre le parole di Saint-
Just: la rivoluzione è raggelata. Tutti i suoi
principi sono indeboliti, non rimangono che
berretti rossi portati dall'intrigo. Da questo
momento tutto è ancora da giocare".

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

"Nell'abbandonare l'autogestione rivendichiamo


l'autonomia". Ecco indicata quell'autonomia, già
menzionata nell'introduzione alla raccolta dei
pamphlet pubblicata da La Pietra. Ma questa
autonomia, era solo compiacenza verso la più
celebre, coeva, "Autonomia" operaista?
"Noi affermiamo solamente la complessità della
cosa del mondo giacché vogliamo prendere
l'abitudine - qui, ora - a tessere la lingua dei fatti
che realmente sappiamo far av-venire". Di quali
fatti parla l'autore che non cessa di dire "noi"?
Diversi sono i riferimenti in "Contro l'ideologia
del politico" a Toni Arno, principale estensore
della rivista "Errata":
1) "Sottolinea Arno" che "la tentazione di parlare
del proletariato con gli strumenti che indicano la
compiutezza classista della borghesia è forte".
2) ... "il significato deliberativo dell'evidenza che
Arno pone all'uscita della trappola sulla
debolezza presente che è intorno a noi".
3) "Questa evidenza è indicata nelle 'Linee
Generali' della rivista 'Errata' come l'autonomia
finalmente raggiunta dalla questione sociale dopo
essere stata a lungo prigioniera dell'economia e
della politica".
4) ... "usando le parole di Toni Arno" ...

25
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

5) "Questo bisogno di comunismo, ha scritto


Arno, si conosce là, come comprensione della
situazione, dove la storia lo permette, e provoca
in modo insistente la scoperta del vero".
6) "Alla Lip - ha scritto 'Errata' - le trombette
dell'autogestione hanno coabitato senza
imbarazzo con le rivendicazioni del lavoro
salariato sotto gli occhi del padrone compiaciuto
di questi operai capaci di sbrogliarsela con le
proprie mani".

Già nel precedente "Dalla causa alla cosa della


rivoluzione" si poteva leggere, in una nota, un
passo di Toni Arno, tratto da un "testo
manoscritto" del 1972, dal titolo "Que sont les
amants devenus". Sempre in una nota allo stesso
volume (le note raddoppiano il volume, e si può
praticare una sorta di deriva tra di esse) si trova
una citazione dalla "Sacra Famiglia" di Marx. Un
passo interessante: "Agli occhi della quiete del
conoscere, l'amore è una passione astratta; si
intende secondo l'uso del linguaggio speculativo,
per il quale il concreto si chiama astratto e
l'astratto concreto. Per l'astrazione, l'amore è la
fanciulla straniera, senza passaporto dialettico, e
viene perciò espulsa dalla polizia critica del
paese". In "Contro le ideologie del politico", tra

26
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

le frequenti note retoriche che inframmezzano gli


scritti di Simonetti, si legge: "Ci sia dato atto: noi
non sottovalutiamo le anfibolie ...".

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

3. "La critica, ein anderer schauplatz"

Il secondo pamphlet inserito nella raccolta


"Miseria della politica", porta questo titolo: "La
critica, ein anderer schauplatz" (datato novembre
1974, gennaio 1975).
Con questo testo la prosopopea di Simonetti
raggiunge nuovi traguardi.
Fin dalle prime righe: "Torniamo al nostro
manuale dei nodi, ai gorghi della vita corrente.
Un garbuglio sciolto dalla critica sul quale è
inciampata la teoria è quello che fa di questa
maskara un atteggiamento vissuto ...".
Ma poco oltre si trova un piccolo capolavoro sui
generis: "O per dirla col gergo dei liceali: il
limite di f(x) per x che tende a c - dove c è la
teoria e x la socialità in quanto argomento della
funzione. Vediamo che solo assegnando a x un
particolare valore noi verifichiamo la legge di
corrispondenza di cui la critica riconosce la sua
proponibilità, ma non garantisce la sua
rigorosità".
Un altro cameo è il passo dedicato alla
storpiatura del cognome Vaneigem in
"Vaneigam" dalla casa editrice De Donato,
quando pubblicò le "Banalità di base": " ... Su
questa copertina il desiderio di castrazione supera
lo stesso desiderio omosessuale dei suoi redattori

28
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

(la pluralità che diventa singolare femminile),


infatti la 'e' della copula (e si tenga a mente
quell'accento che c'è ma non si vede) divenuta
forma del complemento di moto a luogo dice
della distanza dal talamo della critica che costoro
non hanno mai avuto il coraggio di coprire. Fuori
di metafora, e una volta tanto ci conforti il
linguaggio dei militari che la chiamano così, la
copertina è la coperta sulla quale costoro, non
osando accopularsi nella passione, hanno fatto
nella regressione come il bambino del racconto
freudiano che nel tagliare un rametto si era
tagliato il dito e con esso, fino al giorno
dell'analisi, i coglioni. Non ci sono altre parole
per dire di quel tacere che è subentrato -
ammettiamolo - al refuso tipografico ...".
Altri exploits, qualcuno tra i tanti:
"Perché se è vero che la prima metà della mela è
morsa dalla scienza dei positivisti, la seconda
metà è la manna della metafisica".
"Qui siamo andati paro-paro con Adorno, ma la
mano che scrive saltella per lo sghignazzo
sull'imprévu".
"Intanto sia chiaro come il soggetto che ha
liquidato in sé le ideologie del vissuto fittizio fa
di questa liquidazione (ideologica) il supporto dei
propri fantasmi, supporto che fa maturare
l'ontologismo come un bisogno, il morto nel
transfert del bridge lacaniano che rende legittime

29
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

alcune strategie, ma che irrigidisce mortalmente


ogni tattica. L'impotenza della vecchia guardia
radicale oramai fa da proverbio alle scatole di
cioccolatini".
"La prova engelsiana del budino (rinviata sine
die) ...".
"... questo seme è il Kant che s'accapiglia con
Platone: gli opposti reali e positivi che
riaffermano il loro maggiorasco agli opposti
negativi della dialettica platoniana, che già li vide
irreali (Undinge)".
"Per dirla come si canta, sulla scia della
negazione Marx pose la classe operaia nei
Grundrisse, un 'non' la cui natura è il tutto
capitalistico".
"Con furbizie da scientologhi, pasticciando
coll'analisi matematica, risolvono con il tratto di
penna del 'più' e del 'meno' avanti e indietro le
lettere dell'alfabeto il galop dell'opposizione ...".
"Intanto crollano le impalcature della
ridondanza".
In mezzo a questi (ed altri) exploits (con le stesse
parole di B. Rosenthal: "nel suo parlar-lapsus il
giudizio come conclusione addivenuta a un senso
finale"), si possono leggere alcune affermazioni
più nette ("La scrittura parla più del dovuto"):

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

"Tanto per raccapezzarci, che cosa produce la


critica? Il bisogno di comunismo, la socialità".
"L'oro della critica è l'eredità dei diseredati".
"La critica, nella trama, si rinnova (là dove le
teorie si sviluppano) per propria forza e (a
dispetto di quelle) per attrito con ciò con cui si
misura. Ecco il perché dei suoi bagliori che
incendiano le città a tratti. Qui il piombo non è il
tema, ma il tessuto".
"Ecco perché lo spirito (o in famiglia: il
proletariato) guadagna la sua verità solo a patto
di ritrovare sé nell'assoluta devastazione".
"La critica vive del rischio che è rifiuto della
stasi, della passività diplomatica della politica e
si pone realmente come la chiarezza nella quale
si produce il crollo della realtà spettacolarizzata".
"L'eccesso - valga come denuncia fino all'estrema
conseguenza del teppismo: la politica - è il
primato dell'avvenire su ciò che sta intorno a noi
con il predicato di corrente, il quotidiano inteso
nella sua forma storica. In ciò è il tradimento
concreto della vita come fondo inalienabile della
questione per il comunismo".
"La critica evacua le antiche promesse ...".
"La critica si sviluppa nella sua epifania, appare
divenendo, diviene dentro la vita corrente, fa
brillare la socialità".

31
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

Le ultime parole del pamphlet sono queste: "...


l'assioma della critica è la violenza, anche".
Queste parole ripetono un messaggio che
compariva già all'inizio dello scritto, e che
richiama un contenuto espresso altrove e in
precedenza da Simonetti: "Abbiamo già visto
come l'epifania della critica è - nelle condizioni
attuali - anche immediatamente offensività".

Un pizzico di romanticismo eroicizzante


rosenthaliano: "L'aurea (il colore lo ha già deciso
il coltello) che accompagna la solitudine dei
radicali significa che di reale nel suo processo la
critica non incontra che l'impossibile". E
comunque "la realtà, di per sé, è assente", e la
critica ha spaccato "il fenomeno del mondo" in
due parti: "realtà e reale".
Ma nell'introduzione alla raccolta dei pamphlet
Rosenthal aveva scritto: "noi amiamo l'incontro
perché questo - valga ai duri d'orecchio - è
proprio il secondo fine della critica". Ma forse
soltanto il terzo, il quarto, o il decimo: "Essere
ignorati da tutti gli altri è il nostro sogno di
enragés". Sarebbe stato semplice esaudire il
desiderio - bastava non sognare di pubblicare
pamphlet.

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

La polemica con Cesarano, Coppo e Fallisi si


ripropone anche in questo pamphlet. Di seguito
eccone due accenni, ma ce ne sono altri:
- la "sventura dei teorici", "quelli dalla tendenza
icariana a volare nel futuro della qualità delle
proprie proiezioni paranoiche: la specie da farsi
(in questo caso il volo è il nuotare del feto),
l'autogestione, la passione, la vita quotidiana
ridotta a isterica ideologia del sedicente vissuto".
- nota n. 9: "Si allude alla perla ciclostilata di un
quidam autore del testo 'Preliminari ad una
psicopatologia del non vissuto quotidiano', e in
particolare alle pagine 10 e 11". Il "quidam" è
Piero Coppo.

33
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

4. "Le mani di Karl Radek"

Una questione di vocali marca una ripetizione tra


il terzo pamphlet ("Le mani di Karl Radek",
datato aprile 1975) della raccolta edita da La
Pietra e il secondo ("La critica, ein anderer
schauplatz").
In "Le mani di Karl Radek" si legge:
"Diversamente dalla differance, dove la 'a' si
scrive ma non si pronuncia, nel penis di Adamo
c'è tutta la poena (chi ci ascolta la immagini nella
grafia latina) per quella 'o' che non si pronuncia
ma si legge: la prima vocale di ogni sovversione,
l'Opposizione ...".
Nel precedente pamphlet si leggeva invece:
"(Noti il culturame borghese, come la 'differanza'
di Jacques Derrida è proprio questa differenza
pratica che chiamiamo vita, giacché
nell'apposizione dei termini noi abbiamo fatto
diventare la 'a' una 'o': un'opposizione reale)".
Il "penis di Adamo" richiama un'impressione
visiva nell'osservare la volta della Cappella
Sistina: "ci pare di poter dire che Eva sedotta dai
consigli della donna-serpente a cui tende la mano
sinistra s'appresta a fellicare il pene di Adamo".
D'altronde con una specie di fantasma si apre il
testo di Simonetti, quel fantasma di Radek, di cui
si vedono solo le mani, rievocato da Franco
Fortini in un suo saggio: "Come per le mani di

34
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

Radek anche la fellatio di Eva è cancellata dalle


pagine del significato facendosi sintomo di un
clivaggio tra l'esprimibile e ciò che appare".
"Queste mani parlano: sono il supporto del
sintomo dentro il quale la furia del negativo - con
infantile crudeltà - il diverso che l'opposizione
mostra nel suo divenire".
Il problema è il rapporto tra la critica e la
scrittura. L'astuzia del dominio, dice Simonetti,
trasforma il dire della critica in "una trama
artificiale che vanamente anela all'opposizione e
a fatica diviene antipatia".
"Nella trama della scrittura il rerale si condensa".
"Presa alla lettera, l'opposizione deve essere
difesa nella sua esperienza contro l'esperienza del
mondo che l'ha preceduta".
"Rischiamo di finire alla tavola dei freudo-
marxisti dove ogni rimosso è rimesso. Vomitato".
Già negli altri pamphlet si poteva cogliere, in
alcune scelte lessicali, e nelle citazioni stesse,
l'importanza della lettura di Lacan, che traspare
da queste righe, scelte come esempio e che non
esauriscono di certo i numerosissimi rimandi a
Lacan e alla psicoanalisi presenti nel pamphlet (e
pensare che Simonetti scrive che la critica deve
colpire "l'aurea" della psicanalisi, quando di
quest'aurea è impregnata ogni frase del suo
testo!):

35
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

1) "Siamo ancora lontani, dunque, dalla lacaniana


promessa di poter intendere la formula
dell'inconscio che è il discorso dell'Altro".
2) "La psicanalisi oggi rilancia la politica".
3) "Invece, le mandrie di pseudolacaniani che da
Bari a Padova s'accapigliano sul verbo del padre,
recuperano nell'immondezzaio dell'ideologia, nel
processo, il soggetto e i suoi precedenti biografici
come l'oggetto privilegiato, una chincaglieria sul
banco del negozio di scambio".
4) "... alla golosità dei giovani psicanalisti ...".
5) "Qui psicanalisi e critica imboccano strade
differenti: per la psicanalisi è il luogo della
Spaltung, per la critica questo è il ritorno della
vita corrente nell'alveo della socialità".
6) "... l'aneddoto che vuole prima del maggio '68
Lacan dire a bassa voce che 'il reale è
l'impossibile', ma dopo il maggio costringe uno
dei suoi favoriti, il Leclaire, a rivendicarglielo
come uno slogan".
7) "Ancora, che cosa vuol dire che una certa
psicanalisi si spaccia come politica? Niente altro
che ora essa si sente matura come ideologia".
8) "... quella limpida argomentazione che vuole
simboliche le strutture del reale dentro le quali
l'individuo cosiddetto normale trova conforto alle
condotte reali".

36
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

9) "Qui s'invera il pactum sceleris con la


psicanalisi".
10) "Invece, restituendo il protagonista alla
politica la psicanalisi ne avvalora la funzione e si
rende complice di quel tacere che è l'altra faccia
del dire".
11) "Dalla biologia alla furbizia lacaniana della
latenza pulsionale, stallo dell'io ...".
12) "Ricordiamo ai pedanti che applicando il
principio d'identità diremo contro Freud e con le
parole di Lacan che la misura del suo genio è
nell'aver riconosciuto sotto il nome di 'istinto di
morte' la pulsione dell'io".
13) "È in questo senso che la critica si muove
contro la psicanalisi e s'ingegna a colpire, prima
ancora che le sue terapie, la sua aurea".
14) "Il contenuto rimosso di una rappresentazione
o di un pensiero, scrive Freud nel suo saggio
sulla Verneinung, può penetrare nella coscienza a
condizione di farsi negare".
15) "La formula che conclude, nello spazio in
esame, che la differenza è il discorso dell'altro
spezza, per dirla con un lacanismo, il panne
dell'opposizione che condivide la menzogna dello
stallo del sociale".
16) "Questo mostrarsi del puro altro dell'A si
mostra solo per dileguarsi".

37
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

17) "Lo stesso Freud ha sottolineato come una


rimozione è qualcosa d'altro di un giudizio che
rigetta e sceglie".
18) "Il protagonista, insomma, è l'oggetto
finalmente in questione".
19) "Questo mutare della sostanza individuale,
metafora militare della metafora del diventar
altro lacaniano dell'avversario".
20) "Nel cerchio dell'ideologia (lo abbiamo
sperimentato sulla pelle, sia nella politicità che
dentro i meandri del weberismo) il soggetto
fittizio è spinto dalla civiltà a vivere al di sopra
dei suoi mezzi. Questi, ben inteso, nota Lacan,
sono mentali".
21) "Al congresso di Bonneval Lacan disse, a
questo proposito: lo sviluppo della psicologia (e,
noi, aggiungiamo, anche di certo psicanalismo)
illustra il suo progresso".
In questa orgia lacaniana si salvano, in quanto
autori citabili, i soliti Hegel e Adorno.
Come testimonianza sulla retorica di Simonetti si
può segnalare questo passo: "In questo boudoir,
ma solo qui, si può sostenere l'astuzia
dell'opposizione che rischia i peccati di gola della
contraddizione. Come se l'ideologia non avesse,
di fatto, da tempo, falsificato il principio di
contraddizione. 'A' è 'B' e 'A' non è 'B' diventano
entrambi veri. inutilmente la dialettica ha messo

38
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

in guardia su questo affaire. La contraddizione è


il non-identico sotto l'aspetto dell'identità, dice
Adorno, il primato del principio di
contraddizione nella dialettica misura
l'eterogeneo rispetto al pensiero basato
sull'unità".
Ma c'è anche dell'altro, che si fa interessante
(come denegazione):
"Il sogno che è un rebus, ha scritto Freud,
bisogna prenderlo alla lettera, proprio come la
rivoluzione che non è la notte in cui tutte la
vacche sono grigie"
"La dialettica aveva mostrato alla critica la
struttura aporetica del soggetto".
"La vita corrente vuole troppo perché ha lasciato
dietro di sé tutte le manque".
"Che dedurne? Che l'impossibile e dunque il
reale, invece, è soltanto il prodotto giorno per
giorno, atto per atto, dentro la vita corrente".
"Nella defezione della vita corrente la socialità
non migliora, anzi, di fatto svanisce".
"La cultura, per esempio, come la confrontiamo
nella tradizione della modernità fino ai nostri
giorni è sempre stata omogenea con il dominio.
Essa è sopravvissuta come ideologia dentro la
Kultur e come Kultur dentro le ideologie".

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

"... non c'è più nessun 'io' da difendere".

Una "metafora da giardiniere": "Con il lavoro del


negativo, infatti, vengono annullati soltanto il
contenuto riflesso dell'opposizione dialettica, le
sue scorie, le ridondanze, la gramigna (se si vuole
una metafora da giardiniere), non certo - allora -
le platonacee difese dall'anticrittogamico della
critica". Ma le "platonacee" (che ritornano anche
in seguito, nell’espressione figurata: “la tenacia
filosofica delle platonacee”), naturalmente, sono
state scelte come esempio perché nel testo
compare anche il filosofo greco:
a) "Per dirla con Platone ...".
b) "... come apprendiamo da Platone ...".

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

5. "Bannalità di base"

Di questo pamphlet, il quarto della raccolta


(datato dicembre 1975), il titolo è stato oggetto di
un refuso di stampa. Appare scritto, nel volume,
"Banalità" invece del corretto "Bannalità", sia
nell'indice che a pagina 65, come titolo del
saggio. Nell'Errata corrige si legge: "Una
banalità: nel titolo a pag. 65 si legga 'bannalità'
che è tutt'altra cosa". Ma vi è una dimenticanza:
l'indice.
"Tenga conto il lettore dei nodi che l'analisi taglia
per arrivare a conclusione ...". Questo avviso
richiama alla mente il "nostro manuale dei nodi"
che apre "La critica, ein anderer schauplatz".
"L'espandersi rapidissimo dell'ideologia politica
ha depistato le spinte insurrezionali fuori dal loro
alveo storico, dalla loro conclusione: la
rivoluzione sociale".
"Un'osservazione sul '48. A Parigi gl'insorti
impararono a proprie spese cosa vuol dire passare
da 'eroi' a 'barbari' nel giro di una notte".
"L'emergere della bannalità, il diventare politico
della rivoluzione sociale sconvolge le attese
insurrezionali del cuore degli uomini. Delira il
reale, fantasma la società".
"La farsa dentro le lacrime".

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

"Ma la critica insegna che la rivoluzione non è


soltanto il souper fraternel delle dolci notti del
maggio, la realizzazione fittizia di un
cambiamento qualsiasi, bensì lo sbocco del
processo radicale della storia che non si compie
al di là degli uomini e dei loro desideri, ma a
partire da questi e fra gli uomini. In tal senso la
critica è il terrore all'ordine del giorno, la lanterna
che illumina la strada e al tempo stesso serve da
forca a chi si oppone al cambiamento radicale".

Spigolatura: Un lungo passo, recintato da


un'altrettanto lunga parentesi, che comincia con
questo pseudo-avvertimento: "Non occorre
cadere nella trappola dell'estremismo", termina
con queste parole: "Nel cozzo, le scintille
incendiano i covoni dell'immaginazione: sotto il
Terrore un popolano di Parigi si confezionò un
paio di baffi con i peli della fica della principessa
di Lamballe. Forse doveva l'ispirazione all'invito
di Diderot d'impiccare la nobiltà con le budella
degli ecclesiastici. Eccesso d'immaginazione, si
dirà, o di terrore? Basterebbe un giorno a Wall
Street o a Las Vegas per fare baffi e barbe di tal
genere per un'intera compagnia d'attori".

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

La presunzione di B. Rosenthal: "Le nostre idee


nella testa di tutti: i saccheggi di massa che
accompagnano la nascita dell'economia della
penuria non sono una fuga dalla realtà, ma una
fuga nella realtà". Nella prima proposizione il
verbo è implicito (così crede di intendere il
lettore), ma effettivamente non c'è (ed è una
misura di protezione individuale); nel periodo
che segue il lettore deve pensare che le "idee"
(entrate) "nella testa di tutti" siano i "saccheggi di
massa", ma in realtà ciò che si legge è una
questione che riguarda soltanto delle diverse
ipotesi, se la "fuga" avvenga "dalla" o "nella
realtà".
"Quale socialità? Nel Kunsthistorisches Museum
di Vienna è conservata la tempera su tavola di
Pieter Brueghel, Giochi di fanciulli.
ottantaquattro giochi diversi, ci avviciniamo ...".
("Ci avviciniamo" era uno slogan di The Angry
Brigade).
"La politica chiama ciechi e irresponsabili i gesti
(spontanei) di rivolta, le insurrezioni disperate,
perché deve negare la chiaroveggenza della vita
corrente".
"La politica si fa avanti a colmare il vuoto della
socialità".

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

"Ai caduti il nostro canto d'amore con il sangue


agli occhi. Da Rosa a Margherita, onore a la fleur
recisa per il comunismo".
"La critica può cominciare come una psico-
analisi del dominio. Questo sogno diventa
leggibile nella scrittura. Rimuovere il rimosso,
delirare il dominio, in-scriverlo, dargli un corpo.
Assaggiarlo, infine. Giustiziarlo".
"La critica rifiuta tutta l'eredità delle passate
teorie della politica, anche se considera aurorali
alcune esperienze: in primis, alle nostre spalle,
quella dell'I.S.".
"La critica, da parte sua, è contro tutte le
interpretazioni e le neutralità della vita corrente,
in cui (af)fonda, non naufraga".
"Ma nell'epoca dello spettacolo generalizzato che
cos'è la festa? (Fargli la festa?)".
Rileggendo i pamphlet di "Miseria della politica"
non sembra del tutto fantasioso riconoscere, in
controluce, nella "vita corrente", nella "socialità",
nella "critica" e nelle "conclusioni" le generalità
estreme di un'apologia sotterranea, ma non del
tutto nascosta ed occulta, del terrorismo, quando
contemporaneamente la critica radicale
situazionista (Guy Debord, Gianfranco
Sanguinetti) invece riconosceva, nella cosiddetta
"lotta armata", la riuscita manipolazione del
nemico, la spettacolarizzazione del confronto,
l'irreggimentamento delle sensibilità,

44
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

l'incarcerazione delle passioni, l'annientamento


delle differenze.
B. Rosenthal si dipinge come la Sibilla, mal
ripagata dalla canaglia rissosa: "Non a caso il
moltiplicarsi delle teorie rivoluzionarie indica a
chiare lettere l'horror vacui che si nasconde dietro
la politica ridotta a rappresentazione della
differenza. La rissosità canagliesca a cui siamo
fatti costantemente cenno è che da tempo la
critica non dà neppure il soldino bucato per il
ramo d'oro della Sibilla".
"Rovesciare l'astratto: (Le teorie incitano
all'imitazione, la più fedele possibile, dei loro
modelli di sviluppo. La critica incita
semplicemente all'invenzione). La critica è oltre
la varietà delle forme insurrezionali, ma non le
rinnega".
Tante idee confuse: il compito della critica. Ecco
la rivelazione: "La scrittura critica, del resto, è
difficile da comprendere dal punto di vista della
politica, nonostante, come dice Alice, riempia la
testa di idee. Non riesco a capire quali siano,
comunque, qualcuno ha ucciso qualcosa, questo è
chiaro".
Lo spettacolo corrente: "Così, si constata, davanti
agli emblemi dello spettacolo l'unica immagine
che per reazione si consolida è quella della vita
corrente".

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

"Chi esita a colpire (per capovolgere) i rapporti di


produzione denuncia la sua fedeltà alle ideologie
che lo ritengono impossibile".
"Da nessuna parte è dimostrato che la critica
debba trovarsi in armonia con il reale, anzi,
l'attrito aumenta con l'accentuarsi della sua
complessità".
"Una vita appassionata non ha nulla a che vedere
con la passione della vita". Si dovrebbe dedurne
che una vita "appassionante" sia prerogativa dello
spettacolo, versione popolare.
Bernard Rosenthal, il post-censore: "Quando la
critica afferma la propria contrarietà al
terrorismo, di fatto riafferma la qualitas del
negativo: il terrore". Nella pagina precedente B.
Rosenthal scriveva che "censori e brigatisti"
stanno di lato alla "pietra angolare dell'unica
utopia possibile: il comunismo", ed essi sono "il
suo passato prossimo". Ecco come Bernard
Rosenthal avrebbe voluto liquidare "Censor", e in
quale compagnia.

"... il materialismo dialettico sorregge l'umanità


con una premessa morale: la socialità. La
prossima volta sarà peggio!"

46
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

I primati dell'arte
(non solo le scimmie dipingono ...)

"Il caso dell'arte moderna è paradossale, è più


facile farla che scriverne, ma tutti si ostinano ad
affermare il contrario". Così si legge nell'Esergo
de "L'arte moderna dopo le avanguardie storiche"
di Gianni-Emilio Simonetti (testo datato
dicembre 1994). Nella tesi n. 54 si legge inoltre
che "oggi gli artisti sono dappertutto, ma non ci
sono più gli uomini per portare a compimento il
destino dell'arte". Di quest'autore, artista e
poligrafo, proverò a presentare qualche passaggio
(pochi) tratto da alcuni testi dedicati all'arte e ad
alcuni suoi facitori marginali (non artisti,
dunque).

47
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

1. L'insensato
Nell'opera citata si sommano e si accumulano,
sovrapponendosi, numerose asserzioni
sull'insensato che, se nelle fiabe i sassolini, le
molliche, i fili di lana consentono di ripercorrere
un tracciato labirintico, qui l'insieme delle
affermazione costituisce, è, il labirinto, ed esse
conducono ad un altro effetto, a cercarlo tra le
figure retoriche, come d'iperbole, risonante come
un fragore martellante, di certo eccessivo.
Elencherò buona parte di queste asserzioni, ma
non tutte! Si deve dire che, spesso, esse si
presentano nelle forme elementari di soggetto
(l'insensato, of course), copula e nome del
predicato, oppure predicato verbale e
complemento oggetto:

"L'insensato, questa percezione soggettiva che il


senso comune ha dell'arte moderna, non è di per
sé astratto".
"L'insensato appare veritiero nelle sue parti nello
stesso movimento per il quale è falso di per sé".
"L'insensato accentua la distanza dell'arte
moderna da quella antica".

48
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

"Per il fatto di apparire per ciò che l'insensato è,


l'arte moderna ha un senso che esclude ogni
risvolto dialettico".
"La degradazione dell'esperienza da parte
dell'insensato deprime da un lato la riflessione,
dall'altro la sensazione con il risultato
d'impoverire il linguaggio e la percezione
cosciente del mondo".
"Uno degli aspetti propri dell'azione
dell'insensato sulle arti è costituito dalla
banalizzazione delle contraddizioni della
sensibilità individuale".
"All'arte moderna è riservato il compito di
sottomettere gli individui all'insensato nello
stesso modo con il quale l'economia politica
falsifica i loro desideri e li sottomette all'imperio
delle sue merci".
"L'insensato può apparire un carattere arcaico
dell'arte se lo consideriamo come un'espressione
tesa a sormontare il reale, di fatto è il più
moderno nel suo servile adattamento agli stilemi
della forma spettacolo".
"L'insensato tende ad accumularsi, come le
merci".
"L'insensato si legittima sempre più a misura in
cui cresce ciò che lo spettacolo esige per la sua
liturgia".

49
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

"L'insensato è l'astrazione che si fa concretezza


per ricomporre l'unità del reale sotto il segno
dello spettacolo".
"L'insensato fiorisce sulla disintegrazione delle
forme anteriori della socialità e del vissuto e si
rafforza con il collasso di ciò che un tempo
appariva sensato all'esperienza del mondo".
"L'arte moderna, sotto l'apparenza compiuta
dell'insensato, sembra restituire agli individui più
di quanto essi abbiano investito in essa".
"L'insensato, di per sé, non è che dettaglio e
accumulo di dettagli che si fanno immagine".
"Con l'insensato l'arte, dopo le avanguardie
storiche, ha mostrato - senza pudori - il mondo
com'è".
L'oppio dell'insensato nutre i consumatori di
merci astratte nello stesso tempo in cui si
acuiscono tutte le loro privazioni reali".
"L'insensato è molto di più di un riflesso della
banalizzazione del mondo reale".
"L'insensato concorre a gerarchizzare i consumi
culturali".
"Come l'analfabetismo è stato superato azzerando
la cultura sui nuovi standard della conoscenza
mediale, così il gusto è stato svaporato

50
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

azzerandolo sull'insensato, ben sapendo che


conoscenza e gusto si deteriorano insieme".
"Dell'arte, di cui si è perso da tempo il senso, è il
consumo che basta a se stesso, in un contesto nel
quale la massa delle merci in circolazione,
diventando sempre più insensata, fa sì che ciò
che è già di per sé insensato diventi una merce
privilegiata".
"Mediante il consumo dell'insensato si attua un
immaginario consenso che sospende ogni
divisione reale tra realtà e arte moderna".
"L'impostura del godimento estetico è ciò che
rende impudente l'insensato".
"L'insensato si perpetua riproducendosi, senza
contraddirsi".
"Nell'incessante movimento dell'insensato si
sgretola ogni ordine statico ed ogni illusione di
un tempo vissuto, esso non sopravvive alle
credenze che l'hanno suscitato, di conseguenza
deve essere continuamente riciclato".
"L'insensato, come sovrastruttura della
glaciazione storica, irride ogni ricerca di un senso
dell'essere e di un suo compimento per suo
tramite".
"L'insensato è un enunciato dichiarativo che non
può essere ricondotto che a se stesso, ostile ad
ogni pensiero che vuole diventare prassi".

51
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

"L'insensato è anche il sembiante visibile di una


utopia che pretende che l'arte sia separata dalla
storia e al di sopra del movimento del tempo".
"C'è da osservare che da qualche tempo i veri
poteri non si disperano più dei loro cattivi
risultati, piuttosto, s'indispettiscono del fatto che
essi possono diventare visibili. L'insensato
concorre a rimediare a questo fastidio".
"Con l'insensato nulla più è memorabile. Nulla ha
più né mensura, né spessore".
"La natura di merce dell'arte moderna consente
all'insensato di essere contemporaneamente
prodotto e materia prima di nuove opere d'arte
che s'impongono a loro volta sul mercato come
sua espressione. Una produzione di merci a
mezzo di merci sempre più scadenti".
"C'è, tuttavia, qualcosa che la cultura
dell'insensato non riesce a realizzare a dispetto di
quello che molti pretenderebbero da essa: una
nuova monumentalità in grado di commemorare
le sue tragiche vittorie sul passato che essi hanno
distrutto".
"L'insensato non è una espressione particolare del
consumo dell'arte, ma del consumo in tutta la sua
estensione".
"L'insensato appare come una paralisi storica
della memoria che orienta la coscienza del tempo
vissuto, una sua banalizzazione che fa regredire

52
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

questo tempo ad uno stadio prelogico, simile a


quello geometrizzante della schizofrenia".
"Nel contesto urbano della modernità i musei
sono divenuti luoghi di consumo concentrato di
non-senso".
"Più l'insensato diventa una espressione della
coscienza reificata più squillanti diventano i
colori dell'arte moderna, più grande la distanza
dalla vita corrente, più inutile il suo povero
linguaggio".
"L'insensato, espressione di una società che non
ha una storia vissuta, non ha barriere
assiologiche".
"Il consumo dell'insensato è facilitato dalle
abitudini che lo spettatore ha contratto
nell'ambito più generale dei consumi della società
dello spettacolo".
"La critica d'arte moderna è, nel migliore dei
casi, una apologia dell'eccedenza descrittiva del
negativo. prolifera parassitariamente
sull'insensato e sa mostrarsi indignata di ogni
buon senso che la deplora con ciò che essa
difende".
"Il segreto dell'insensato è condiviso da tutti".
"La pretesa onestà dell'insensato sostenta
l'illusione dell'arte moderna di poter essere
considerata razionale in sé".

53
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

"Il concetto di non-senso che racchiude l'arte


moderna nell'ambito della forma spettacolo va
ben oltre la banale constatazione di una crisi
delle arti".
"Per svuotare di senso il concetto critico
d'insensato basta volgarizzarlo in una
qualsivoglia poetica nella quale esso appare
come una astrazione che spiega tutto".
"Nell'insensato svaniscono tutti i nomi e i generi
che sopravvivono soltanto come etichetta
mercantile".
"Da una parte le ideologie, come volontà astratta
dell'universale, si materializzano nell'insensato.
Dall'altra, l'evidenza, fa svanire dall'insensato
ogni traccia particolare di esse".
"L'evidenza dell'insensato nell'arte moderna - che
fa della rappresentazione una illusione
nell'illusione - non può farci dimenticare che esso
domina dappertutto la cultura e la unifica nella
forma spettacolo".

*
L'insensato, che pare la cifra dominante ovunque
su tutto e tutti, si presenta in effetti non soltanto
come un concetto eccessivo, ma eccessivamente,
nel testo citato. Nelle "Glosse a l'arte moderna
dopo le avanguardie storiche" (datato agosto

54
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

1995), dopo il tuonare fragoroso delle citazioni


precedenti, e sebbene il fracasso si faccia appena
meno ossessivo, del cosiddetto concetto
d'insensato, si può dire che, se non si manifesta
come buco nero, non è meno torbido e vischioso
di prima. Ecco ancora alcune (non tutte!) delle
citazioni dell'insensato:
*

"L'insensato è il risultato di questo processo in


cui l'espressione come effetto della sensazione -
lungi dall'inverare la rappresentazione - viene
mutilata in modo da rendere evanescente ogni
autonomia del soggetto per suo tramite e volgersi
in fatalismo".
"L'insensato agisce sull'espressione riducendo la
sua adeguatezza e la sua resistenza all'abisso
dell'immediatezza".
"Il tutto e il contrario di tutto sono la stessa cosa".
"Molti alibi favoriscono l'insensato".
"L'insensato non solo ha eliminato i generi, le
tecniche e la filogenesi dell'opera, ma anche le
categorie. Dissolvendo il vero nel falso,
sull'esempio dello spettacolo, l'insensato ha
determinato la scomparsa di ogni ragione
estetica".

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

"Non si deve credere che l'insensato sia una


negazione dell'arte".
"La povertà espressiva dell'insensato non può
essere valutata qualitativamente né essere
considerata una crisi".
"Per lo storicismo hegeliano l'insensato è un esito
contraddittorio del romanticismo".
"La pedagogia dell'insensato si comprende
appieno se si considera che là dove la società non
è ancora totalmente integrata alla forma
spettacolo l'idea sola di questa libertà spaventa".
"L'insensato si manifesta sempre come un
eccedere perché costituisce una risposta ad un
bisogno fittizio".
"L'insensato, infatti, confonde deliberatamente il
vero nel falso affinché l'illusione raggiunga il suo
colmo, capovolgendo il reale".
"Nell'arte moderna l'insensato occupa il posto di
quello che una volta era definito il significato
metafisico dell'arte".
"Lo spettacolo è la Gestalt dell'insensato".
"L'inconsistenza espressiva dell'insensato -
spesso in contrasto con la grandiosità surrettizia
dell'opera d'arte - è una prova in negativo che la
forma spettacolo è tutt'altro di un abuso del

56
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

mondo visivo che deve rientrare nei suoi


termini".
"L'esserci dell'insensato non è propriamente in
ciò che le opere d'arte moderna rappresentano,
ma in quello che occultano".
"Nella divulgazione dell'insensato gli specialisti
mantengono accuratamente lontano da ogni
discussione la circostanza che l'arte moderna non
è più di per sé veridica e che ciò che annuncia
come evoluzioni fondamentali non sono di più di
una incessante circolazione, senza storia, di
pittoresche inezie mercantili sempre uguali".
"L'arte moderna favorita dalla velocità di
riproduzione dell'insensato non solo ha falsificato
buona parte dei documenti che costituiscono le
ragioni storiche delle avanguardie che hanno
inaugurato il ventesimo secolo, ma è riuscita a
spacciarsi come un progresso da queste".
"L'insensato è un pensiero proiettivo che risulta
estraneo al postulato della coerenza e quindi alla
realtà che in esso si riflette".
"L'insensato induce ad una comprensione astratta
dei rapporti sociali concorrendo a far sparire la
loro essenza nell'arbitrio e a sconnetterne il fine
pratico".
"L'insensato può monopolizzare il significato in
una società in cui lo spettacolo monopolizza il
reale".

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

"L'insensato gioca il ruolo di garante formale di


ogni avanguardia avendo acquisito il diritto di
sussumere la creatività soggettiva come una
propria essenza".
"Le ideologie del nonsenso tendono a far
collimare le esasperazioni della soggettività con
le teorie estetiche del loro tempo".
"Nella società dello spettacolo l'insensato è anche
una compensazione mercantile dell'alienazione".
"Proprio perché nello spettacolo si nasconde il
nulla l'insensato non nasconde nulla".
"L'insensato lusinga la condizione artistica e la
inganna fino al punto di farle credere, per il fatto
di sembrare d'avanguardia, di essere
rivoluzionaria".
"L'insensato induce alla convinzione di una
soggettività artistica espressa da un'arte dalla
quale l'artista deduce il possesso di una totalità
esclusiva".
"Nell'arte moderna l'insensato ha tra le sue
deleghe d'impedire il formarsi di una teoria
capace di cogliere la totalità del suo stesso
oggetto, così che ogni suo possibile divenire è
lacerato sul nascere".
"L'insensato ingenera l'illusione di poter
comprendere i caratteri definitivi del vero a

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

livello della prassi derivandola dall'ideologia


delle scienze".
"Negli spazi interiori della modernità il nonsenso
è ora diventato una fenomenologia del decoro".
"L'insensato è divenuto una forma eccessiva
dell'evidenza che la necessità del senso obbliga a
vedere come qualcosa d'altro".
"Nello spettacolo l'insensato capovolge
l'impotenza formale dell'arte in potenza
dell'immaginario, una impotenza forzosa che
accentua la separazione reale tra significato e
realtà".
"Alla lunga l'insensato tende ad essere costrittivo
perché l'arte moderna è dominata sempre più
dall'occasionalità che comprime le condizioni che
la rendono credibile".
"All'insensato si chiede ora di giustificare sotto il
profilo formale la perdita di peso dei generi e
delle opere nella determinazione del valore di
fronte alle risorse immateriali dello spettacolo".
"L'insensato lungi dall'esiliare l'arte moderna
nell'altrove dei privilegi di un'élite è un
dispositivo che concorre alla globalizzazione
dello spettacolo integrato".
"Gestire l'insensato non significa solo gestire
l'ordine simbolico che struttura e somma i
frammenti sparsi della vita corrente, ma gestire il

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

loro movimento, l'alterazione che li struttura in


eventi ed episodi dominati dalla tautologia".

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

2. Le scimmie pittrici
Se le scimmie dipingono (e bene), gli umani non
sanno che farsene dei pastelli di cera (se non
mangiarseli). L'episodio avviene nel 1980 in una
scuola elementare di Harlem. Nel tempo
impiegato dal maestro a distribuire i fogli ed a
spiegare cosa dipingere, un terzo della classe
aveva provato ad assaggiare i pastelli e cinque li
avevano ingeriti. La grande stagione della pittura
delle scimmie è stata quella compresa tra il 1950
e il 1964 (il suo apogeo nel 1957 , con
l'esposizione a Londra, presso l'Institute of
Contemporary Art, di Paintings by
Chimpanzees), scrive Simonetti in "La pittura e le
scimmie pittrici" (datato ottobre 1993). Forse fu
colpa dell'action painting o dell'espressionismo
astratto se una trentina di scimmie conquistarono
un posto nella storia dell'arte. Simonetti riporta il
giudizio di Dalì, per il quale la mano di Jackson
Pollock non era all'altezza di quella degli
scimpanzé. Nel decimo paragrafo dell'articolo
citato, Simonetti descrive i tre stadi in cui evolve
la pittura degli scimpanzé, ma se egli ne parla
("la loro pittura è un affare che riguarda
esclusivamente la nostra cultura"), sbrigata la
curiosità personale sull'argomento, l'obiettivo del
discorso si presume che sia il deteriorarsi di
"conoscenza e gusto" ("ogni pretesa di giudizio,
che non sia quella degli esperti prezzolati, appare
adesso come una stravaganza"), ovvero la crisi
dell'arte moderna dove "il vero è soltanto una

61
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

fastidiosa tautologia del niente". La cosiddetta


arte può solo educare al falso.

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

3. Il principio attivo
Nello "Schizzo su un particolare progresso
dell'alienazione sociale" (1998), nella tesi 5.1 si
legge che la pratica di controllare lo stato della
mente raggiunge il suo culmine nel 1952 con
l'introduzione in psichiatria della cloropromazina
e qualche anno dopo delle benzodiazepine. "Le
benzodiazepine rappresentano in assoluto il
farmaco di cui più si abusa nel mondo, tanto che
la storia della follia non può più essere
raccontata, né in teoria, né in pratica, senza
queste sostanze che ne sono parte integrante. Con
esse il controllo è uscito dall'istituzione totale e si
è diffuso nel territorio. Negli Stati Uniti nel 1955
gli internati nei manicomi erano circa
seicentomila, vent'anni dopo si erano ridotti a
poco più di centocinquantamila, di contro, la
popolazione che fa uso di psicofarmaci è
aumentata di venti volte e il suo tasso di crescita
non tende a diminuire".

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

4. Trou
Simonetti, in "Quando la scuola incontra
l'affezione mentale: il buco di Matisse" (1998),
scrive che, davanti al fait pictural, i soggetti
inconciliabili, e resi uguali da "un'antropologia
totalitaria", sono "il fanciullo, il folle e il
primitivo". Egli riferisce che a Roma una
bambina, alla mostra di Matisse, rivolgendosi alla
maestra chiedeva perché ci fosse un buco nel
quadro. Ritrovare l'oggetto perduto è ritrovare la
chose, das Ding ed essa è rappresentata da un
buco, da un vuoto. La totalità abita nel buco
(Simonetti cita Lacan in francese: "si la totalité
n'est pas pensable, du moins ne serait-elle pas
inimaginable et le trou serait son lieu"). La
bambina rimane senza risposta e Lacan
perentorio dice: "Personne ne sait ce que c'est, ce
trou". Ma Simonetti forse lo sa.

2 giugno 2005

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

La vivibilità del negativo:


Qualcosa su Riccardo D'Este

Se si fosse mai costituito un Club degli


Incorreggibili (vedi nota), Riccardo D'Este ne
avrebbe fatto parte, per quella parte tenuta con
coerenza nelle file dell'opposizione più
intransigente. Senza averlo mai frequentato, mi
propongo, con questa nota, di presentare qualcosa
di ciò che scrisse a vantaggio della critica
radicale.

Insieme con Gabriele Pagella, Riccardo D'Este


firmò nel gennaio del 1993 un pamphlet dal titolo
Quel ramo dell'ago di Narco (ed. 415). La tesi
prima dell'argomentazione era la seguente:
“La droga è una merce al più alto livello di
concentrazione economica e spettacolare”.
Nel libello si affrontavano, tra gli altri, i temi del
proibizionismo, della legalizzazione e della
liberalizzazione, ma infine:
“La droga è palesemente una merce, come tutto è
palesemente una merce. L'ipotesi savia a cui ci
rifacciamo è proprio questa: considerarla per ciò
che è ed è perciò che, considerandola una merce,
le si vuole togliere quell'eccellenza specifica
assegnatale dal proibizionismo, dagli interessi
alla sua supervalorizzazione, dalle ideologie e
dalle cosiddette morali. Sostenere, come

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

sosteniamo, che le droghe andrebbero vendute,


tutte, liberamente in drogherie ed affermare
risolutamente che questo solo fatto risolverebbe
molti dei problemi accessori determinati dal suo
attuale status, e che abbiamo analizzato sopra,
non significa affatto che noi amiamo il libero
mercato, né il mercato tout court, né la società
del capitale che fonda il mercato, né che ci siamo
convertiti ad una qualche ideologia liberista.
Significa semplicemente dire le cose come stanno
e porre i presunti riformatori di fronte alle loro
responsabilità.
Nessuna battaglia, almeno da parte nostra, per il
trionfo della merce. Ma una battaglia durissima
contro tutti coloro che pretendono che la droga
sia e continui ad essere una merce eccellente, con
i guasti che tutti conosciamo.
Se la libertà reale sarà la fuoriuscita dal mondo
dominato dalla merce, è pur vero che la schiavitù
reale sta nel non chiamare le cose con il loro
nome.”

Comunque sia, l'esito del pamphlet di Pagelle e


D'Este era già stato espresso nella “Premessa”,
con queste parole chiarissime:
“Questo è un pamphlet di battaglia, per la libertà
e per la liberazione. Continuando nel tracciato
inesausto ed inesauribile del DIFENDERE E
DIFFONDERE LA LIBERTA' OVUNQUE.”

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

Sarà forse superfluo, ma va ricordato che D'Este


non era nuovo all'argomento citato giacché, nel
1990, insieme con altri compagni, aveva curato
per le edizioni Nautilus, la pubblicazione di
Intorno al Drago. La droga e il suo spettacolo
sociale.

Se, ovviamente, non ho la pretesa di svolgere un


panegirico della libertà che ne comprenda e
sciolga la varietà dei significati - tanto meno da
contrapporre ad un'opinione, altra e diversa (?),
della libertà, come quella, implicita ed esplicita,
nel discorso di D'Este -, non trovo tuttavia
necessario condividere le sue conclusioni sul
drago. Se a lui e a Pagella appariva conveniente
che la merce-droga fosse desacralizzata - perché
si svestisse di quell'ipervalorizzazione ideologica
che soprattutto nel proibizionismo si rivela,
perché diventi finalmente ciò che è, cioè una
merce qualunque nel mercato delle merci -, dico
ed affermo che questa storica impressa la
compiano, da soli, i modernizzatori del capitale,
ma non i suoi affossatori.

D'altronde non mi sogno di chiedere la


liberalizzazione completa della vendita delle armi
da fuoco, per un'altra desacralizzazione in nome
della libertà.
In nome dell'ovvio, invece, rimarrà da farsi,
secondo me, qualche distinzione, perché ci sono
sul mercato, legale o nero, merci e merci.

67
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

Lo ripeto: la liberalizzazione del mercato è un


obiettivo che riguarda i gestori della
decomposizione planetaria, ma la guerra contro
l'universalità della merce, contro l'essere-merce
delle cose, delle idee (e delle persone) e contro la
nihilazione del pianeta pertiene alla critica
radicale.

In una società liberata, saranno forse tutti liberi di


fare qualunque cosa? Non lo penso proprio. Per
questo non mancheranno dei futuri censori, e le
antinomie della libertà, prima o poi, si
presenteranno, e presenteranno il conto a furbi e
ingenui, e bisognerà rifletterci sopra, per tempo.

In un altro testo (Abolire il carcere, ovvero


come sprigionarsi, Nautilus, Torino, 1990)
Riccardo D'Este scriveva:
“D'altronde è assai arduo, anche teoreticamente,
ipotizzare una società che sia del pari una a-
società, una comunità, quale che sia, che non si
dia delle leggi o delle regole per la convivenza
dei molti e che, dunque, non presupponga,
almeno concettualmente, dei trasgressori, ed è
assolutamente ridicolo costruire un castello
ideologico fondato su idee del tutto improbabili
come quello della bontà intrinseca dell'uomo
(quando sappiamo che ogni uomo è il precipitato
di determinate composizioni sociali) o della forza
della Natura e della sua capacità di
autoregolamentarsi, quando, se vogliamo essere
onesti, manco sappiamo più cosa voglia dire

68
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

natura, al di là delle elegie nostalgiche, però assai


moderne ed amministrative, tinte di verdognolo.”

In quel testo, sul carcere, D'Este conclude


scrivendo:
“Mai mi si sentirà dire che, in Italia, la legge di
riforma detta Gozzini sia giusta e bella, anzi
sempre da me si sentiranno delle critiche radicali.
Nello stesso tempo faccio quel poco che posso
affinché tutti i detenuti ne usufruiscano il più
possibile e, se vi sono spazi effettivi, essa venga
migliorata, il che vuol dire s/peggiorata. Mai
nessuno mi vedrà in campo a favore delle
riforme, ma sempre mi si vedrà in azione affinché
le riforme già promulgate vengano estese al
massimo.”

Ma, secondo me, battersi per l'abolizione del


carcere non è la stessa cosa che battersi per la
liberalizzazione del drago. Da una parte ci sono
delle vite imprigionate e dall'altra una merce da
s/valorizzare e gettare sul mercato libero della
concorrenza.

Nel testo citato, D'Este affermava anche:


“Credo che questa società vada scossa dalle sue
fondamenta - economiche, sociali, ambientali,
mentali, strutturali - e che questa trasformazione
radicale la si possa metaforizzare come non il
rovesciamento di un guanto (comunque
protezione da qualcosa, seppure con il segno
rovesciato). Credo, peraltro, che un'associazione

69
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

societaria, come si è storicamente determinata,


non sia inevitabile, mentre è impossibile
prescindere, anche in via ipotetica, da comunità
umane, di soggetti, in qualche modo in rapporto
tra di loro o federate. Credo, infine, che queste
comunità possano fare a meno di leggi nella
misura in cui esprimono una effettiva dialettica
tra le diversità. Ma tutto questo è di là da venire e
la vecchia talpa sembra stanca di scavare.”

Il terreno sociale “oltre le leggi” è tutto da


inventare, perché l'accenno a una effettiva
dialettica tra le diversità fa pensare ad una
individuazione coerente delle sanzioni che sia
altra cosa da quella somministrazione di pena in
seguito a giudizio e applicazione di leggi, che
tutti conosciamo. Ma la talpa dovrà ricominciare
a scavare e i dominati a riflettere sull'uscire dalla
gabbia economica.

In un altro testo, firmato, tra gli altri, anche da


Riccardo D'Este, ma precedente quelli citati
sopra, perché risale al 1983, si possono leggere
queste frasi:
“Abbiamo già detto che la liberazione è per noi
un percorso, un processo che va tentato e
praticato da subito. Aggiungiamo che non può
trattarsi di un percorso lineare, ma di una serie di
salti, di rotture, anche di forzature: di più che la
possibile realizzazione futura di legami liberi di

70
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

comunità passa necessariamente attraverso la


forza di sperimentazione attuale, l'intelligenza di
sapersi situare fuori e contro i valori dominanti,
addirittura oltre ad essi; nessun utopismo però,
nessuna idea di falansterio (tanto meno nelle
miserabili versioni moderne di volontari ghetti
che mai depassano la ragione codificata e
l'accettazione supina dell'esistente) e quindi
nessuna isola felice: se di isola si tratta,
cerchiamo l'isola non trovata, anzi pretendiamo
di inventarla! Quello che si intende per
sperimentazione concreta di libertà e di comunità
é tutto dentro la dinamica dell'opposizione
ostinata all'esistente societario. La libertà, infatti,
può essere sperimentata solo attraverso le forme
di negazione materiale dell'illibertà sociale o
comunque introiettata individualmente; la
comunità reale può essere pre-vissuta come
comunità di intenti, di tensioni, di agire. Ciò non
è permesso. Per questo la trasgressione assume
valenza positiva, seppur degna di smitizzazione e
soprattutto di non fissazione. La trasgressione in
sé non porta valori comunque umani, ma ne nega
altri codificati; se essa, però, si trasforma in
riaffermazione differente di ciò che prima ha
rifiutato non é altro che forma recuperata,
produttiva di comportamento sociale
controllabile. La trasgressione cui noi ci
riferiamo è quella che contiene tanto la negazione
del presente quanto l'allusione al futuro. Non ci
interessano certo i ladri che si fanno banchieri né
i banchieri che diventano ladri! La trasgressività

71
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

è quanto, pur prodotto dalla società, tende ad


affermare caratteri diversi, antagonici, di
comunità. Quando si contrappone il concetto di
comunità reale a quello di società - come che si
sia storicamente manifestata - non è certo per
riprodurre una sorta di guerra di tutti contro tutti,
l'homo homini lupus di lontana memoria, né tanto
meno per ricordare nostalgicamente le società-
comunità primitive (poiché allora effettivamente i
due termini si confondevano tra di loro).
L'appartenenza reciproca, il riconoscimento delle
differenze e la loro corretta valutazione, il
superamento di appiattimenti egualitarizzanti, la
riscoperta dell'originalità singola e collettiva
contro il processo di identificazione: ecco i
caratteri dell'essere-vivere comunità, ecco quanto
è stato sottomesso e soggiogato dalla forma-
società. Perché, siamo chiari, la società umana,
se può apparire concetto fascinoso, è d'altronde
storicamente e concettualmente falso. Società è
patto, regolamentazione, insieme di diritti-doveri,
accettazione sì delle possibili diversità ma, nel
contempo, loro codificazione, sicché solo
alienando parte di sé e del proprio interesse
l'uomo può addivenire alla convenzione
societaria.
L'anticipazione dei caratteri di comunità non è
utopistica seppur, letteralmente, appare utopica,
nel senso che oggi non esiste in alcun luogo. Ma
anche questo è solo parzialmente vero; non esiste
in nessun luogo in modo codificato o
istituzionalizzato, proprio perché la sua natura è

72
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

ribelle al codice e alle istituzioni; è esistita invece


sul filo del tempo, nei tentativi rivoluzionari della
storia, ed esiste, ancorché sommersa, nelle
esperienze di ri-aggregazione liberatoria che
contengono grossi elementi di disgregazione del
già-costituito, del già formalizzato.
L'anticipazione di cui parliamo è di natura
duplice: da un lato si evidenzia come eccesso,
come negazione di ciò che esiste e disaffezione
originale ad esso; dall'altro si esprime come
innovazione della qualità dei rapporti tra i
soggetti implicati in questa forma di ostilità
all'esistente. Le relazioni umane che si
determinano nella terra di nessuno sottratta al
controllo possono divenire effettiva anticipazione
dei caratteri sopra detti. Attenzione però, questo è
possibile solo quando la trasgressione,
l'affermazione di sé nuova e la capacità di
comunicare il vissuto si intrecciano strettamente
tra loro. (...)
L'anticipazione di cui parliamo è presto definita:
è la pratica di agire libertà dentro le chiusure
imposte. Ciò avviene in modi volta a volta
singolari dentro i territori del capitale - e tutti lo
sono - e soprattutto quel potente veicolo di
controllo sociale, ma nel contempo di sua
possibile negazione, che è la metropoli, la città
che invade con i suoi nessi ed i suoi rapporti tutti
gli spazi circostanti. (...)
La soluzione sociale che vogliamo proporre è
tutta dentro questa pratica dell'anticipazione,

73
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

questo prodursi di tensioni tra vari segmenti


sociali e, soprattutto, riguardo la vettorialità
rivoluzionaria che in molte lotte, ancorché
limitate o scomposte, è visibile da lettori attenti.”
(le frasi citate sono tratte da Ogni uomo deve
avere delle buone ragioni per alzarsi al
mattino, che è inserito in Italia 1983 prigionieri
politici, processi, progetti, Edizioni
Cooperativa Apache - gli autori, che si
trovavano a Fossombrone nel febbraio-marzo
1983, sono ANGELO MONACO, BRUNO
PEIROLO, CESARE MAINO, CLAUDIO
WACCHER, DARIO CORBELLA, ERMANNO
COLLEDA, GRAZIANO ESPOSITO, JUAN
SOTO PAILLACAR, LUCA FRASSINETI,
MASSIMO DOMENICHINI, RICCARDO
D'ESTE)
Quello su cui dissento è sostanzialmente il tono,
perché fa riferimento ad un'ideologia
dell'eccesso, e oltre a ciò a una generale
trasgressività, ad un antagonismo bellicoso, che
costituiscono più un limite che un punto di forza
per un reale progetto di superamento di questa
società, che si deve smettere di presentare come
un affare esclusivo di guerrieri.
Quando Riccardo D'Este concludeva il suo
Qualcosa (il testo è datato 3 novembre 1994 – in
Italia è stato pubblicato dal centro di
documentazione porfido), dava queste
indicazioni:

74
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

“Che cosa fare, dunque, contro l'iterazione del


nulla, contro la dominazione dell'inorganico,
contro l'assenza di un qualche centro (tutto è
necroticamente diffuso, anche se effettivamente
ci sono soggetti specifici che si incaricano di
dirigere e controllare la necrosi) contro cui
scagliarsi? La domanda, in apparenza senza
possibilità di risposta, una qualche risposta
invece ce l'ha: la rivolta dell'organico (dei corpi)
in ogni situazione possibile, la massima
resistenza, in ogni campo, al neomoderno e
nessuna collaborazione con qualsivoglia
espressione di esso, l'attacco virulento al Nihil
organizzato, costruendo senso e sua
comunicazione. Non si possono fornire delle
indicazioni più precise. Ma alcune ipotesi sono
già fin d'ora chiare:
* rifiutarsi di assumere i termini della politica
comunemente intesa e della democrazia come
costitutivi di una qualche azione sovvertente o
trasformativa;
* respingere ogni possibile lusinga della
partecipazione alla cosiddetta società civile:
purtroppo ci siamo già dentro quando lavoriamo,
quando pensiamo di godere del tempo libero,
quando giocoforza sopportiamo il dominio;
* cominciare, o continuare, a vivere
smodatamente usando questa categoria come
criterio.”
Ritengo che queste indicazioni siano
condivisibili, a parte quell'avverbio

75
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

(“smodatamente”) perché il vivere la propria vita,


sono affari miei, e tuoi: lettrice o lettore.

1 luglio 2006

Nota
Il nome Club degli Incorreggibili era una delle
firme pensate dal gruppo di detenuti, autore del
testo sopra citato, Ogni uomo deve avere delle
buone ragioni per alzarsi al mattino, che così
ricorda la questione della firma collettiva, poi, a
dire il vero, rifiutata “per l'estrema varietà dei
soggetti” firmatari:
“Tra un bicchiere e l'altro, ne avevamo trovate
anche di buone. Da un irridente e sorridente club
degli incorreggibili - incorreggibili nel tentare
innovazioni e sperimentare intelligenza, a
dispetto di tutto, art. 90 compreso - ad un più
enigmatico ma, svelato il mistero, simpaticissimo
gli amici del solitone (chiamasi solitone un'onda
che, a differenza delle consorelle, non si infrange
né si spezza o interrompe, continuando a
riprodursi a lungo, quasi inesauribilmente, pur
modificandosi. Il fenomeno fu rilevato per la
prima volta da un gentiluomo inglese dell'800
che, cavalcando lungo un canale, si accorse di
questa onda curiosa, desueta ed ostinata; oggi,

76
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

per la miseria utilitaristica della scienza, le leggi


del solitone sono studiate da molti matematici e
fisici e trovano implicazioni nelle onde
elettromagnetiche nonché applicazioni nel campo
delle fibre ottiche e del laser).
Diciamo la verità: queste ed altre possibili sigle
ci divertivano parecchio, e divertirci per noi è
molto!”

77
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

La tiepida sopravvivenza

Né apocalisse né rivoluzione

Quasi un'allegoria, così è da intendere la "figura"


che dà il titolo al presente articolo, già una storia
quella che l'allegoria raffigura (ma che non sarà
l'oggetto di questo articolo). Mi riferisco qui al
testo di Francesco "kuki" Santini, "Apocalisse e
sopravvivenza", il cui sottotitolo recita:
"Considerazioni sul libro Critica dell'utopia
capitale di Giorgio Cesarano e sull'esperienza
della corrente comunista radicale in Italia".
Non so se altri testi affrontino con uguale
intensità intrinseca la questione cruciale
dell'esperienza di organizzazioni, di gruppi, di
persone, in un rapporto direttamente bruciante
con un autore ed i suoi libri.
Il narratore di "Apocalisse e sopravvivenza"
parla al plurale, il soggetto singolare-plurale dice
“noi”; questo noi ha curato la pubblicazione
della "Critica dell'utopia capitale" di Giorgio
Cesarano, questo noi ha fondato l'Accademia dei
Testardi e ha pubblicato tre numeri della rivista
“Maelström”, questo noi appartiene al Centro
d'Iniziativa Luca Rossi; di questo noi viene
tracciato un percorso, narrata una storia.
“In questo testo ci proponiamo d’inquadrare
l’attività di Cesarano nel suo periodo storico,
contribuendo a una delimitazione critica
dell’ambiente collettivo di cui egli faceva parte.
Ciò al fine di collocare meglio noi stessi nel

78
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

presente, chiarendo il nostro rapporto con


l’esperienza rivoluzionaria del recente passato,
arma teorica necessaria per affrontare la
situazione che ci circonda, che richiede la
capacità di resistere e durare in condizioni
complessivamente ostili, in un modo per alcuni
aspetti simile a quello dei rivoluzionari dei primi
anni Settanta.”
Ma quanto è cambiata la situazione nel periodo in
cui scrive Santini (“luglio 1994”)?
“L’orizzonte storico che abbiamo davanti è
talmente cambiato rispetto agli anni Sessanta e
Settanta, che l’esperienza rivoluzionaria di allora
è ormai storica.”
E a chi scrive? Santini, parlando al plurale,
dichiara di voler stabilire una dialettica “con tutte
le presenze rivoluzionarie (peraltro assai
circoscritte) che ci circondano”.
Ma, infine perché scrivere, perché indirizzarsi a
quelle presenze ormai assai circoscritte?
Perché,dice l'autore, “i contenuti che essa [la
“corrente comunista radicale”] ha sviluppato
nella sua breve storia vanno studiati, integrati e
approfonditi, anche allo scopo di dare una
delimitazione storica definitiva al suo apporto.
Anche se il bilancio di questa esperienza critica è
per noi, ora, largamente positivo, i conti col
passato vanno chiusi.” In questa breve citazione
compaiono in corteo la storia (due volte, come

79
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

sostantivo e come aggettivo), il passato e


l'esperienza.
Questa insistenza marca in modo indelebile il
testo con una connotazione, con una marca
affettiva che potrebbero ostacolare,
intrecciandovisi, il progetto di storicizzazione
dell'esperienza vissuta. Si tratta di provare a
rispondere come potrebbe essere altrimenti.
Qualcuno dovrà provarci.
Il momento da cui si diparte (da cui si il
problema si annoda, verrebbe invece da dire)
l'analisi di Santini è individuato nel suicidio di
Giorgio Cesarano: “All’epoca del suicidio, la sua
attività teorica era in pieno svolgimento. La sua
ricerca era aperta e fu troncata di netto dalla
morte, mentre si svolgevano dure polemiche ed
erano ancora possibili fruttuose collaborazioni e
nuovi incontri.”
A ribadire la percezione di un dramma (e,
sottintesa, di una colpa) nella morte di Cesarano,
serva questo breve passaggio: “Gli anni Settanta
sono spezzati in due dal suicidio di Giorgio
Cesarano.”
Ma che accadeva in quel periodo? “Nella
primavera del ’75, i giovani di Quarto Oggiaro
erano già impegnati nelle piazze (insieme alla
nascente Autonomia Operaia); a Milano
riapparivano, anche se solo per pochi giorni, le
barricate. Per tutto il ’75, e il ’76, si
manifestarono, in vari episodi, aggregazioni

80
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

spontanee di radicali, che già costituivano un


punto di riferimento per numerosi giornalini
apparsi in quel periodo in varie città d’Italia. Ai
reduci del lungo ciclo di lotte degli anni Sessanta
si sommava finalmente un buon numero di
giovani; la corrente radicale tornava a farsi
sentire, attraeva inoltre parecchi scontenti
dell’Aut. Op., nelle università, nelle assemblee e
nelle piazze; alla vigilia del ’77 si apprestava a
essere nuovamente una presenza critica centrale
che godeva di una diffusa rete di contatti.”
In quella situazione, scrive Santini, “la mancanza
di Cesarano si fece sentire: alla crescita numerica
non corrispose una crescita teorico-critica”.
Secondo Santini, il completamento e la
pubblicazione della “Critica dell'utopia
capitale” (se il suo autore fosse rimasto in vita)
avrebbero costituito un valido antidoto alla
diffusione dell'ideologia francese che imperversò
nel 1977. Il discorso di Santini salda, come si
notava programmaticamente già a partire dal
sottotitolo, degli eventi collettivi, in un certo
modo epocali, al destino singolare di un
individuo (Giorgio Cesarano), ma quell'intreccio
e questa influenza erano effettivamente
(corrispondono ad un'analisi realistica?) così
vincolanti nello svolgimento dei fatti propri di
quell'epoca? Che cosa fa ritenere all'autore che
quegli eventi avrebbero potuto svolgersi
diversamente e produrre un altro esito? Il
problema è propriamente radicale, nel senso che

81
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

investe dall'interno la prospettiva individuata


dall'autore, il punto di vista del narratore.
Il punto di vista adottato da Santini è quello di
una piccola, circoscritta, comunità (la corrente
comunista radicale), in nome della quale egli
parla, e dalla quale egli non manca mai di
ricordare che Cesarano (per quanto una singola
molecola) era riconosciuto come l'esponente
teorico principale.
Secondo questa prospettiva, si deve dare per
scontato che la presenza di Cesarano fosse
decisiva. Ma così diventa altrettanto decisivo (e
fatale) il gesto del suicidio, che priva una
generazione di rivoluzionari del suo leader (la
qual cosa per una corrente che non dovrebbe
avere né padri né maestri in materia di rivolte
risulta essere probabilmente una contraddizione).
Si finisce per colpevolizzare la scelta estrema di
Cesarano, per toglierle quella libertà che il gesto
in sé orgogliosamente rivendicava pur nella
innegabile sconfitta che, al tempo stesso,
denunciava. Santini così inquadra la questione:
“Al di là della sua vicenda individuale, questo
atto disperato è radicato nei limiti di una corrente
che poco tempo dopo avrebbe dimostrato la
propria crisi”. Ma sono gli stessi giudizi presenti
nella riflessione di Santini a mostrare come gli
interni e profondi limiti del milieu radicale
vengano raddoppiati allo specchio della fragilità
del suo maître-à-penser e quindi a rivelare come
quella vicenda individuale non sia stata affatto

82
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

superata (come d'altronde i diversi numerosi


accenni muti a varie altre vicende personali,
soltanto implicite nel discorso, indicano che esse
pure non siano state affatto superate).
La crisi della corrente radicale sembra essere
inscritta dall'autore in una “biologica” (oggi si
direbbe “genetica”) inadeguatezza a vivere
secondo i tempi e i ritmi della vita quotidiana, e
quella intima (quella più interiore proprietà che
contraddistingue il milieu) fragilità non consente
di riuscire a vivere nell'epoca della
controrivoluzione (del riflusso). In questo lungo
passo è espressa quell'impossibilità a durare:
“Nel suo insieme, ponendo al centro dei suoi
interessi la critica della vita quotidiana e la
sperimentazione di possibilità che conducessero
in modo diretto all’estasi, la corrente radicale ha
dovuto pagare un prezzo altissimo alla
controrivoluzione, subendo inesorabilmente
l’autodistruzione degli individui più appassionati,
che più autenticamente avevano assaporato la
vita e meno potevano adeguarsi al grigiore senza
speranza della quotidianità del capitale. A
differenza di altre correnti coeve, e allora nostre
«nemiche», la tendenza comunista radicale non è
stata massacrata dalla repressione, né ha
annoverato nelle sue file infami e dissociati, nel
complesso non ha rinnegato se stessa. A parte
pochissimi che hanno «tradito», passando anche
formalmente a collaborare con le ideologie e le
organizzazioni politiche del capitale, la maggior

83
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

parte di noi ha abbandonato la prospettiva


rivoluzionaria per inerzia e conformismo, o per
risentimento accumulato (verso il proletariato che
non vuole diventare rivoluzionario o verso i
compagni più brillanti e ammirati in cui si
riponeva fiducia e che troppo spesso non hanno
saputo far seguire alla propria critica
intransigente, a volte spietata, dell’esistente, fatti
adeguati ad armare di efficacia la loro rabbia).
Ma tutti coloro per i quali la passione
rivoluzionaria era una forza «biologica»,
un’energia radicata profondamente nel loro
essere, hanno continuato a tessere la tela di
Penelope della teoria, e a sperimentare le precarie
soluzioni che consentissero di sopravvivere e
sottrarsi comunque all’invadenza del presente,
appiattito e mistificante. Alcuni si sono buttati in
«romantiche» peripezie in Paesi esotici – anche lì
tallonati dall’ideologia dell’avventura turistica –
altri hanno soddisfatto la propria nostalgia col
crimine. Molti sono morti, altri in carcere, quasi
tutti comunque «finiti male», come doveva
succedere a individui non dotati di ricchezze
patrimoniali né di «saper vivere» accumulato, e
comunque mai interessati ad aver successo in
questo mondo. Per la corrente radicale il peso
della repressione diretta è stato relativamente
secondario, rispetto all’autentico massacro
causato dall’autodistruzione o da forme poco
appariscenti di liquidazione sociale (routine
poliziesca e terapeutica; regolamenti di conti in
seno alla famiglia; emarginazione coatta e

84
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

omologazione alla malavita; assassinio della


passione). Da questa vicenda c’è una lezione di
vitale importanza da estrarre, tanto più in
un’epoca spietatamente cinica e nichilista come
l’attuale, che esalta in modo brutale e diretto i
valori del capitale, in cui i rivoluzionari sono
sottoposti a un martellamento ideologico
ossessivo che li spinge a considerare con
amarezza e pessimismo la propria inattualità.”

C'è un tocco di romanticismo (e di qualche suo


addentellato meno fascinoso) in questa diagnosi,
giacché non ci sono da una parte i rivoluzionari e
dall'altra i “normali” (cioè i mediocri) esseri
umani (loro sì capaci di adattarsi al nichilismo e
al cinismo correnti); e gli errori, o comunque li si
voglia chiamare, e l'erranza, come possono
toccare questi e quelli, quelli e questi ne
subiranno le conseguenze con analoga
imperturbabilità somministrate. Quella che si
sconta vivendo è la stessa vita di tutti, come si
dovrebbe ricordare sempre, altrimenti ricompare,
al bivio, l'homunculus.

Riannodando in una digressione vari episodi


della storia recente del movimento
rivoluzionario, Santini scrive:
“Il punto centrale nel quale si possono
identificare i contenuti caratteristici della corrente
comunista radicale è la convinzione di essere
entrati in un’epoca in cui lo sviluppo delle forze
produttive è tale da consentire un’affermazione

85
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

diretta del comunismo, finalmente al di là dei


problemi della transizione e del socialismo: lo
sviluppo della scienza, della tecnica, del
macchinismo e dell’automazione sono tali da
consentire una radicale liberazione dal lavoro. La
ricchezza accumulata dal capitale rende possibile
una realizzazione immediata del comunismo.
Questo contenuto centrale ben corrisponde al
senso generale del movimento che «rivoluziona i
rivoluzionari», scuote i limiti della loro vita e li
apre a una prassi che non segue più in alcun
punto gli schemi tradizionali di tattica/strategia,
lotta economica/lotta politica, sindacato/partito.”

La questione dell'affermazione diretta del


comunismo, nei tempi attuali, o è veritiera o non
lo è. Se fosse vera sarebbe stata verificata dalla
prassi, oppure dalla prassi sarebbe stata verificata
la sua falsità. Santini non differenzia sempre
azione sociale e vita quotidiana rivoluzionata, ma
se non è impossibile bypassare alcune mediazioni
organizzative, ufficiose e no, almeno per un certo
periodo, le amarezza della vita quotidiana non
consentono salti qualitativi che prevedano
l'estasi nei rapporti umani (“la sperimentazione di
possibilità che conducessero in modo diretto
all’estasi”, scrive Santini), durevolmente, intendo
dire.
L'autore scrive che, ad un certo punto, all'inizio
degli anni '70: “Solo la prossima ripresa del
movimento avrebbe riproposto le questioni
dinamicamente nella loro reale dimensione. Nel

86
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

frattempo si trattava d’investire con la critica


l’interiorità che tendeva a essere colonizzata dal
capitale, e tutte le sfere discrete e private,
sequestrate dal capitale totale che si stava
impossessando degli individui. Di fronte al
prossimo riapparire della rivoluzione, era
necessario essere pronti avendo forgiato le armi
teoriche non più della negatività, ma
dell’affermazione e della fondazione teorica del
comunismo. La possibilità concreta era quella di
arricchire immensamente le nostre armi con
l’apporto della tradizione marxiana e
bordighiana. Ma da una parte la tendenza
immediatista si sarebbe ostinata nella sua utopia,
creando Comontismo; dall’altra Cesarano
avrebbe prodotto lo sforzo teorico più intenso,
assumendo su di sé, vivendole nel suo percorso
teorico-pratico, le contraddizioni di tutta la
corrente.”
In queste parole mi pare di avvertire non soltanto
una certa sopravvalutazione del compito della
teoria, come se la realtà attendesse di essere
descritta da qualche teorico prima di svelare le
forme originali del cambiamento, oppure che, per
essere percepita come novità, qualcuno (il
teoreta) ne debba descrivere quegli abiti nuovi
che altrimenti nessun altro avrebbe potuto
distinguere, ma anche la sensazione di una
sventurata provvidenzialità nell'ultima
incarnazione di questa teoria.
Santini così scrive:

87
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

“La forza e i limiti di Cesarano stanno nell’aver


prodotto una sintesi potente e unitaria della teoria
di tutta un’epoca, creando una complessa
macchina critica, contenente però anche le
contraddizioni di fondo del movimento di cui era
espressione. Egli stesso rimase profondamente
coinvolto nell’impasse generale. Bruciandosi tutti
i ponti alle spalle abbandonò anche la prospettiva
collettiva che sarebbe stata necessaria proprio in
quel momento. Rinviando a un movimento futuro
impregiudicato la soluzione dei problemi
incombenti – benché Critica dell’utopia
capitale fosse il prodotto e il rispecchiamento di
quella situazione –, Cesarano non si pose in
modo esplicito e dichiarato il problema
dell’attraversamento di una fase di riflusso.
L’astrattezza di certe conclusioni di Cesarano è
dunque da ricercarsi nella crisi dei comunisti
radicali di fronte alla nuova fase di arretramento.
La stessa profondità e ricchezza, per contro, del
suo pensiero possono offrire gli elementi per
spiegare e demistificare il crollo di tutta la
corrente, di fronte alle possibilità e alle prove del
ciclo di lotte successivo.”
Nel rispecchiamento reciproco delle rispettive
mancanze, sembra che, non avendo Cesarano
affrontato il tema dell'attraversamento della fase
di riflusso, questo inevitabile riflusso abbia
travolto molti radicali, trascinando nel crollo
tutta la corrente.
Parlando dell'organizzazione, in uno dei paragrafi
più interessanti di “Apocalisse e

88
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

sopravvivenza”, vengono confrontati, come


modelli opposti, “Comontismo” ed “Invariance”.
Le conclusioni di Santini appaiono nette:
“Abbiamo qui esposto due modi di vedere
l’organizzazione tipici dell’inizio degli anni
Settanta, che possono essere respinti senza
rimpianti, a maggior ragione senza alcuna
mitizzazione da parte di elementi più giovani.
Il primo, quello comontista, è il modello della
comunità umana-partito storico-banda di
delinquenti. Benché stimabile su di un piano
umano (come lo è il suo attuale epigono: il
gruppo francese Os Cangaceiros), e sovente
interessante per le soluzioni pratico-
organizzative-abitative che propose (i
rivoluzionari devono vivere «come se» il
comunismo fosse già realizzato e possono
affrontare solidalmente la terribile lotta per la
sopravvivenza, per loro doppiamente dura) è
fondato sul risentimento: il proletariato non è
rivoluzionario, perciò «noi» (piccolo gruppetto)
siamo il proletariato; siamo la comunità umana
già realizzata. Ciò porta a valutare
dogmaticamente e ideologicamente il proprio
operato di setta e a offrire gli sbocchi più
disastrosi: dal terrorismo sempre incombente
dell’autocritica imposta a ogni gesto e parola, al
feticcio della coerenza; dalla sempre possibile
regressione politica, causata soprattutto dal
fascino dell’azione, alla trasformazione pura e
semplice in banda di delinquenti. Il tutto fondato
sul ricattatorio feticcio-totem della «pratica», sul

89
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

disprezzo ideologico per la teoria e l’azione


lucida.
L’altro, quello invariantista, estesosi poi a gran
parte della corrente radicale, è il modello dei
rapporti tra «teorici». In questo caso l’enorme
feticcio-totem della teoria nasconde l’unilateralità
di rapporti limitati a una ridottissima élite di
«critici». Questo atteggiamento, ora che sono
scomparse le illusioni sulla rapida e abbondante
«produzione dei rivoluzionari», sarebbe puro e
semplice individualismo. In compenso non
farebbe altro che appiattirsi sulla realtà in cui i
rivoluzionari sono già isolati. Aumentare ancor
più la loro attuale impotenza con una tale presa di
posizione contro l’organizzazione non avrebbe
senso. Il possibile sbocco di chi continuasse
ancor oggi, in piena e angosciante atomizzazione
dei rivoluzionari, a insistere nella fobia anti-
rackettistica o nella esclusività dei rapporti tra
pochi eletti (sempre che riuscisse ancora a trovare
qualcuno) al livello più alto (e poi: più alto di
che?) della teoria, non sarebbe particolarmente
stimabile.
Mentre oggi è palese che ogni rinascenza
dell’attivismo e del militantismo conduce di
volata al ritorno nella politica, d’altra parte deve
essere chiaro che il feticcio della teoria separata
dall’efficacia e dalla pratica collettiva, se
possibile organizzata, non offre una prospettiva
per niente allettante. I princìpi comunisti,
unitamente a una teoria critica vivificata dal
confronto con la produzione teorica dell’ultimo

90
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

ventennio e al principale risultato del recente


passato – e cioè l’istanza di una rivoluzione della
e per la vita, la messa in discussione dei limiti
dell’Ego e dell’identità personale (di cui l’opera
di Cesarano costituisce un’esauriente ed
entusiasmante denuncia), l’esperienza vissuta
della rivoluzione nella rivoluzione –, sono le
uniche garanzie contro la degenerazione
rackettistica, cui non si sfugge con l’isolamento
autovalorizzante e tantomeno attraverso vie
originali e personali a una presunta creatività.”

Le conclusioni a cui giunge l'autore, nella loro


invariata amarezza, conducono sempre allo stesso
quadro, alla medesima scena, in cui l'identico
eroe è raffigurato solitario (o quasi), sviando lo
sguardo però, all'ultimo momento, da quelle
manchevolezze che contribuivano (anche esse!) a
farne un punto di riferimento esemplare di una
fase storica della teoria radicale, di una corrente
rivoluzionaria e dunque lo specchio per gli tutti
gli altri:
“Cesarano fu l’unico a muoversi davvero al più
alto livello, producendo una teoria chiara ed
esplicita del tutto anti-esoterica, cercando
vanamente uno sbocco umano in questo ambiente
pseudo-intellettuale, contraddistinto da una
fragilità assoluta e da una formidabile incoerenza
(se si escludono Piero Coppo e Joe Fallisi, gli
unici tra i suoi collaboratori ad aver mantenuto la
coerenza rivoluzionaria, senza peraltro aver mai

91
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

nutrito pretese di superiorità derivanti dal


possesso della teoria).”
Ma se questo frammento di comunità umana (i
cosiddetti radicali, comunisti, rivoluzionari), se
questa provvisoria Gemeinwesen, frammentata,
asfittica e circoscritta com'era, risulta così tanto
deludente, perché allora si deve continuare
guardare solo ad essa, e solo ad essa rivolgere
parola? Infatti Santini riferendosi ad una precisa
fase storica del movimento di un ambiente
rivoluzionario che “in quanto tale è troppo
asfittico”, scrive che appare come “una parodia
nostalgica di quello che fu”. Al tempo stesso,
come le cause della delusione si mostrano
irrisolte se non irrisolvibili, neppure l'ipotesi di
una fuoriuscita dalla segregazione della
prospettiva in un ambiente fallimentare appare se
non risolutiva nemmeno concepibile, se poi
l'autore, imperterrito, come se nulla avesse
affermato prima, prosegue a narrare le vicende
successive di quel milieu, e di quello soltanto.

Quando parla della rivoluzione biologica di


Cesarano e Collu (cioè di Apocalisse o
rivoluzione), l'autore di Apocalisse e
sopravvivenza così conclude:
“Nei primi anni Settanta, la consapevolezza che
la catastrofe del capitale minaccia realmente la
sopravvivenza dell’umanità e del pianeta, e la
scommessa disperata e passionale sulla vitalità
della specie che ha dato già prova di sé nel ciclo
di lotte appena conclusosi, è una caratteristica

92
Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

forte, di fondo, che può giustamente costituire


una sintesi delle posizioni, pur diversificate, di
tutta la corrente radicale all’alba della nuova
epoca. La forza dell’alternativa, la vita contro la
morte, invece che proletariato contro capitale, è
segno della relativa vitalità teorica, ma è anche
segno di difficoltà a fondare le proprie ragioni
nella contraddizione specificamente sociale. Nel
disconoscimento del dato di fatto che a produrla è
stato un ben preciso movimento sociale, si
annuncia anche l’insterilirsi di tutta la corrente,
che, illusoriamente, allucinatoriamente, «alza la
posta» delle proprie affermazioni, ma si appresta
a vivere il proprio declino e tramonto nel giro di
pochi anni.”
Su questo punto ci sarebbe un che da dire, e cioè
che l'indicazione immediata e prospettica di una
rivoluzione biologica non poteva essere lanciata
altrimenti che per abbandonare definitivamente
l'orizzonte politico-sociale delle concezioni
rivoluzionarie precedenti, e che, con quelle,
questa non aveva più niente a che spartire,
nessuna eredità e nessun debito. Ma una
prospettiva di liberazione della specie umana,
quindi non più politica né sociale, non la si
rafforzava attardandosi a contare i morti sul
terreno disprezzato e abbandonato della politica,
non si elaborava una strategia globale unendo il
proprio destino alle disavventure degli ultimi
soldati dispersi delle concezioni burocratico-
militari del passato, sventolando ancora le lacere
bandiere di quelle feroci illusioni. Quella che

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

Cesarano e Collu avevano cominciato ad


elaborare non era una parata nostalgica di vecchie
glorie (ed orribili misfatti) e da quell'intuizione
poco più che germinale e che stentava a muovere
i primi passi doveva seguire un lavoro collettivo
di grande impegno e di più vasta diffusione.
Questo non fu fatto. Sostanzialmente, le novità
che provenivano da Cesarano e Collu non ebbero
alcun seguito.
Santini rievoca le piste (di cui rimanda il
racconto, la storia) di una sperimentazione
collettiva:
“Nei primi anni Settanta vi fu un grande
allargamento della prospettiva e delle fonti
teoriche dei rivoluzionari, corrispondente anche a
una notevole ricchezza esistenziale e alla
sperimentazione di nuove dimensioni. La volontà
di realizzazione pratica immediata non trovava
più sbocco nelle lotte sociali, e vi era il tentativo
di mantenere una dimensione radicale nella vita
quotidiana. Le teorie immediatiste trovavano un
vasto terreno di applicazione: criminalità, follia,
sperimentazioni sessuali corrispondevano alla
verità pratica di molti di noi. Sotto forme
comunitarie o come avventure individuali,
esclusa ormai totalmente dai nostri interessi la
«politica», si cercò di passare a una dimensione
creativa, affermativa, che corrispondesse alla
esigenza teorica prevalente: quella di fondare il
comunismo. La ricchezza di queste esperienze
sfugge in gran parte alla ricostruzione a

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

posteriori, giacché si tratterebbe di discutere


peripezie individuali che non sono state mai
raccontate. Un notevole peso ebbero anche i
movimenti di liberazione sessuale, femministi,
omosessuali. Nell’insieme, malgrado i rischi, e le
cadute, la portata dell’esperienza complessiva di
quegli anni ci pare molto ricca e nel complesso
degna del movimento che l’ha preceduta, tanto da
meritare, all’occasione, una trattazione a parte.”

Forse quei tentativi (e la ricchezza di quelle


esperienze) furono più velleitari che fruttuosi, e
quella presunzione che incarnavano - di cui
l'immediatismo era la conseguenza -, di
travolgere decine di secoli di addomesticamento
in un batter di ciglia, avrebbe dovuto essere il
primo degli obiettivi di una critica radicale
conseguente.
In questo senso un inciso di Santini
(autobiografico ed autocritico) sul senso e sullo
scopo della teoria è, in qualche modo,
illuminante:
“Poiché la teoria è previsione o non ha ragione di
essere, le profezie, fondate su calcoli accurati dei
cicli di crisi, formulate da Bordiga negli anni
Cinquanta, divennero spontaneamente tra di noi
un «articolo di fede» semiserio, in quanto
risolvevano tutti i dubbi teorici: una profezia
faceva riferimento al ’75, un’altra, maggiormente
precisa e specifica, indicava nel ’77 la data di una
crisi e di una violenta convulsione del

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

capitalismo: per noi, tout court, la data della


rivoluzione.”

Santini, nel passo seguente, piuttosto esteso,


durante il panegirico dell'autore di Critica
dell'utopia capitale, si scopre a parlare in realtà
dell'impazienza di Cesarano, mentre scorre
l'ampiezza del suo scontro con le invasive e
concorrenti ideologie del dominio sull'uomo:
“Al rifiuto netto e reciso di continuare la lotta nei
modi della «politica rivoluzionaria», che
inevitabilmente ci avrebbe integrati all’essere del
capitale, non corrispondeva alcun cedimento sul
piano individuale. La critica dell’ideologia
quotidianista, dell’«ideologia della critica della
vita quotidiana», non deve trarre in inganno. Essa
non corrispondeva affatto a un ripiegamento nel
«privato» o nella dimensione dimessa del
«teorico» rivoluzionario. La tensione individuale
restava fortissima. Anzi. La «pratica
dell’isolamento» costituì una radicalizzazione
estrema della dimensione rivoluzionaria, che si
sottraeva a ogni compromesso. E continuava a
sperimentare l’avventura della passione
individuale, del sovvertimento dei rapporti
familiari e borghesi, dell’ampliamento in ogni
direzione e con ogni mezzo della coscienza. Di
questa dimensione Critica dell’utopia capitale
costituisce un’esemplificazione cristallina.
Nell’opera di Cesarano è assolutamente evidente
la tensione cui si sottopone l’individualità stessa
del rivoluzionario: il tono drammatico esprime

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

come non si tratti certo «solo» di «teoria».


L’attacco contro l’identità fittizia è portato a
fondo. La critica mette in discussione l’Ego
«rivoluzionario» stesso, le sue maschere
autovalorizzanti, e i diversi ruoli che deve
forzatamente interpretare nella dimensione
irreale della sopravvivenza. La vera guerra è una
dimensione di cui, sottolineando la natura
«biologica» della rivoluzione, si chiarisce, al di là
di ogni possibile equivoco, la materialità.
È «guerra d’amore»: di carne, sangue, sofferenza
ed estasi.
Ciò che, di questa dimensione soggettiva
specifica, può, dopo tanti anni, e tante disfatte,
sfuggire al rivoluzionario che legga oggi Critica
dell’utopia capitale è l’esigenza, quasi
preliminare, di Cesarano di sfuggire a ogni nuova
ideologia. Infatti, mentre lottava a fondo contro
la riconciliazione, sotto qualsiasi forma, con la
società del capitale, egli doveva mantenere una
critica intransigente di quella neo-precettistica
rivoluzionaria, di quei nuovi modelli di «stile di
vita», che proprio in quegli anni erano ben
presenti nell’ambiente a lui più vicino.
Ricapitolando, la lotta di Cesarano doveva
svolgersi simultaneamente su vari piani: da una
parte la critica concreta, la vera guerra,
l’affermazione della dimensione più profonda del
comunismo, risoluzione di tutte le contraddizioni
dello sviluppo della preistoria, «affermazione
della specie umana», della vera Gemeinwesen
dell’uomo, affermazione «a titolo umano», ma

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

che non prescinde assolutamente dalla


contraddizione vivente che la sostanzia:
l’individuo rivoluzionario, «sospeso» sull’ignoto,
ma in movimento con una direzione ben precisa
verso l’estasi, l’avventura, la passione, messo alla
frusta dalla sua fame di nuovo e di autentico:
armato solo di capacità critiche e di creatività,
privo di esperienze storiche prefabbricate,
incontrava sul suo cammino trappole sempre più
numerose. Per cui Cesarano doveva evitare ogni
possibile ricaduta in una precettistica della
radicalità, in quell’intransigenza formalizzata di
cui aveva già potuto constatare gli effetti. Nello
stesso tempo aveva ben presente lo stemperarsi
del movimento rivoluzionario nella sua
dimensione più ampia, mondiale, nelle nuove
ideologie fornite dal recupero dello «stile dei
Sixties». Se, per esempio, fino al ’67, l’esperienza
degli hippies statunitensi aveva costituito un
aspetto nuovo e autentico del movimento
rivoluzionario, già all’inizio degli anni Settanta il
capitale aveva fatto saldamente propria
l’ideologia «trasgressiva» degli «alternativi»
californiani, e la stava diffondendo su tutti i
mercati dell’ideologia.
Cesarano affermava il profondo contenuto
«individuale» della rivoluzione, la critica
implacabile di tutte le forme della quotidianità
alienata incorporata definitivamente dalla
rivoluzione a partire dagli anni Sessanta; negava
l’autonomizzarsi della teoria in dogmatismo
terroristico, in quella sorta di falloforia del

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

negativo che aveva preso, attorno a lui, la forma


di ideologia dell’«illegalità», di elogio del
teppismo e del furto; e attaccava la diffusione
ormai generalizzata di frammenti di critica della
vita quotidiana da parte delle centrali culturali
direttamente sottoposte al capitale, che
coinvolgeva ampi settori di movimento giovanile
già contestatari.”

Un aspetto del panegirico di Santini riguarda il


rapporto tra la teoria di Cesarano e l'uso
dell'LSD.
A partire da questo passo:
“La partenza non può essere che l’intuizione
folgorante, e in questo senso concretamente e
vitalmente iniziatica, del punto di vista della
totalità. Questa frase sorprendente balza fuori
dalle pagine del libro e dà la dimensione
dell’esperienza di Cesarano. Se nelle restanti
pagine di questo nostro scritto, per scelta, non si
parla di lui se non come singola molecola di un
movimento storico e, all’interno di quest’ultimo,
come esponente della corrente più radicale e
portatrice del più ricco e innovativo apporto
teorico, per un momento vogliamo sottolineare la
singolarità di Cesarano. «Intuizione folgorante
[…] del punto di vista della totalità»! Come non
pensare, immediatamente all’LSD?”
“Varie volte [Cesarano] rimanda all’esperienza-
prova dell’acido lisergico”, scrive Santini, che
afferma (non pare ironicamente) che Cesarano “si
temprava con l’acido lisergico”.

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

Uno dei “riferimenti chiarissimi all’LSD” è il


seguente, citato dallo stesso Santini (il passo è
tratto da “Critica dell'utopia capitale”, pag.31):
«Per denaro si “vive” morendo asserragliati nelle
case, per vivere si spende sangue sui marciapiedi
del denaro. Di stupefacenti sarebbero, secondo i
sapienti, avvelenati i selvaggi. Infatti, la droga
guadagna spazio, mentre sulla droga guadagna il
capitale. Ma la droga allucinogena, quella per
intenderci che libera dall’allucinazione della
“vita”, con l’abbassare la soglia che filtra cioè
economizza le percezioni, attacca direttamente
l’economia che impoverisce ciascuno
inchiodandolo alla scheda perforata delle
percezioni programmate per lui dalle gerarchie
del sapere, e, con il consentirgli finalmente di
vedere ciò che non aveva mai visto prima, lo
dischioda dal “reale”, gli restituisce la verità che
gli pertiene. Non può essere, tale verità, che
atroce: umiliante e terrifica. Ma definitiva,
indimenticabile. Lo strappo non è reversibile, si
lamentano i sapienti. Terrorizza, sgomenta,
inselvatichisce. Ciò che terrorizza, ciò che
sgomenta e ciò che, nei migliori dei casi,
inselvatichisce non è, al contrario, che la visione
della loro “verità”, di colpo denudata.»

Santini ha contrapposto l'apologia dell'eroina da


parte dei Comontisti a quella dell'LSD da parte di
Cesarano (ma per farne che, di questa
polarizzazione?).

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

Su questa china si può notare anche il ricorrere


terminologico dell' “estasi” (e della ricerca dell'
“esperienza estatica”) nell'autore di Apocalisse e
sopravvivenza. Quando, per esempio, esaltando
la rivoluzione biologica, scrive che essa “è
«guerra d’amore»: di carne, sangue, sofferenza
ed estasi.” Quanti dubbi possono scaturire da una
sola parola, quando si legge che “la rivoluzione
moderna si affaccia sull’abisso degli istinti,
dell’inconscio, del rimosso, per spiccare il volo
alla ricerca dell’estasi” (!) .
Quando Santini squarcia i veli del significato da
questa espressione (inquietante) ecco che ne salta
fuori:
“Il decennio ’67-’77 ha modificato
irreversibilmente la soggettività rivoluzionaria e
il suo modo di percepirsi. In questo senso torna
sul cammino delle tradizioni religiose e della
magia, per svelare conoscenze che nei secoli
sono state sequestrate dall’esoterismo delle caste
dominanti precapitaliste.”

Infine, secondo Santini, che cosa è stato recepito


della teoria di Cesarano? E in che modo?
Non molto e male. Già il titolo del
diciassettesimo paragrafo: “Esaurimento della
corrente radicale nel periodo di riflusso” non
brilla per ottimismo.
La citazione che segue è tratta da quel paragrafo:
“Si potrebbero ripercorrere tante vicende
individuali, ma sostanzialmente quel che importa
sottolineare è l’indebolimento generale della

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

corrente rivoluzionaria. In questo senso fu


possibile fare un uso «controrivoluzionario»
dello stesso Cesarano. Tipica fu la cantonata di
coloro che pervennero alla «critica della politica»
proprio nel momento in cui – dal ’75 in poi – la
situazione sociale cominciava a riaprirsi. Il
sabotaggio di «Puzz» fa parte di questo percorso
(cfr. i due numeri pubblicati di «Provocazione»).
In parte anche come reazione al cripto-gruppo
comontista che collaborava con «Puzz»
(Comontismo, benché sciolto, continuò a esistere
informalmente fino al 1977), alcuni degli
animatori della rivista imitarono l’atteggiamento
d’«Invariance»: distruzione di ogni forma
organizzativa, ancorché informale, nonché di
ogni espressione collettiva, per non parlare di
azione pratica o d’intervento a fianco dei
movimenti sociali di più ampia portata che
cominciavano a manifestarsi. Proprio quel
rinascere dell’effervescenza sociale che aveva
tanto appassionato Cesarano alla fine della sua
vita, fu liquidato in quanto «politica» o
«nichilismo», una tipica scoperta dei neofiti della
teoria radicale.”

Nel diciottesimo paragrafo, Santini accenna al '77


, al riaccendersi della protesta giovanile e alla
complessiva debolezza degli elementi radicali al
suo interno:

“Si dovette constatare che l’esperienza collettiva


di cui avevamo fatto parte, si era esaurita, non

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

aveva retto al logoramento del quinquennio


precedente.
In alcuni aveva prevalso un atteggiamento
risentito verso la classe che non aveva «voluto»
essere rivoluzionaria. Da cui l’analisi che
rinnegava totalmente la concezione della lotta di
classe, considerava il proletariato come
controrivoluzionario, ed elogiava
l’immediatismo, purché aggressivo, violento,
folle. Grosso modo è questo atteggiamento
psicologico-teorico che avrebbe dato il via al
nichilismo attivo, armato. La sfiducia nella classe
rivoluzionaria – non più tradita ma traditrice –
produsse la sostituzione del proletariato da parte
dell’avanguardia rivoluzionaria stessa, che
provvedeva a prendere direttamente le armi in
prima persona. Questa tendenza provò a ricattare
tutti col senso di colpa verso le vittime che ben
presto la repressione statale fece nelle sue fila,
diffondendosi nelle metropoli dove lo scontro era
più duro. Ma ebbe breve durata, dato il suo
scarso respiro organizzativo. Più che altro brillò
di luce riflessa delle imprese degli stalinisti delle
Brigate Rosse.
In altri, invece, il ruolo privilegiato assunto dalla
teoria generò l’equivoco d’identificare la
rivoluzione con la produzione di qualche
pamphlet in cui criticare tutto e tutti. Questa
tendenza, che aveva i suoi precedenti nel
nichilismo passivo già descritto prima, ebbe
l’effetto più disastroso: alla passione
rivoluzionaria si sostituirono grottesche

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

ambizioni intellettualistiche. Tale atteggiamento


ebbe la sua più tipica diffusione in paciose realtà
di provincia, dove un certo atteggiamento saputo
poteva produrre risultati autovalorizzanti. Oppure
in altre realtà, al primo affievolirsi del
movimento, mancando le occasioni per criticare
il gauchisme degli autonomi, la «teoria» dei
radicali finì con l’isterilirsi da sola per mancanza
di oggetto, e la pratica con l’esaurirsi nel solito
isolamento compiaciuto dalla realtà della volgare
plebaglia rossa.
Entrambe queste tendenze avrebbero potuto
trovare il loro antidoto nelle opere di Cesarano,
se lo avessero capito. Tra l’altro egli aveva
fornito tutti i dati per una critica dei processi di
autovalorizzazione dell’Ego e per il rifiuto senza
appello delle putride piste dell’arte e della
cultura, e in Cronaca di un ballo mascherato –
testo scritto insieme a Piero Coppo e Joe Fallisi –
aveva prodotto per tempo una critica esauriente
dello sviluppo e del destino del lottarmatismo.”

Una voce isolata (come quella di Cesarano) non


poteva essere un antidoto ad alcunché (come
analogamente, in quello stesso periodo, non
furono ascoltati Debord, Sanguinetti o Capa).
Come prima di loro non furono ascoltati Bordiga
(i “mitici Bordiga e Vercesi - Ottorino Perrone -”)
o Pannekoek o molti altri ancora.
Delle due tendenze isolate da Santini, la prima,
quella affascinata dal lottarmatismo, era la più
frastornata e debole, la meno avvertita riguardo

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Dalla cosa alla causa (della rivoluzione)

alla falsa posizione in cui veniva a trovarsi,


quella che più superficialmente aveva orecchiato
i discorsi di Cesarano o di Invariance o di Puzz-
Provocazione.
Della seconda, il minimo che si può dire è che
non ebbe sufficienti capacità per far avanzare di
un passo le intuizioni di Cesarano e per iniziare
ad inserirle in quel puzzle (sterminato) che
l'autore di Critica dell'utopia capitale aveva in
mente (per averne un'idea, basta scorrere l'elenco
delle letture e le note, gli appunti che
compongono quel libro).
Eppure, che nella distruzione delle forme
ideologiche e organizzative del passato si
conservasse il cuore di un'embrionale
comprensione della posta in gioco offerta dalla
teoria di Cesarano non può essere escluso senza
barare con essa. Proprio in quel rifiuto e non
altrove. Ma questo non significava certamente
che ci si dovesse fermare a quel punto. Inoltre ci
voleva grande pazienza, e ce ne vorrà ancora
tanta, affinché prosegua il duro lavoro del
negativo e ci si avvicini all'obbiettivo che
Cesarano credeva di avere davanti agli occhi,
come se fosse a portata di mano.

25 luglio 2007

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