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In una polis sempre più lontana dalle origini, la necessità di formulazioni ideologiche andò

via via diminuendo, e con essa anche il tema del genos che era invece centrale nella
produzione eschilea.
La tragedia di Sofocle contrappose il tramonto del "teatro delle idee" di Eschilo, per lasciar
spazio a grandi personaggi, tanto articolati da imporre nella scena le proprie azioni e le
proprie idee, talvolta entrando in contrasto con l'etica comune.
Aiace, Antigone, Edipo, Eracle, Elettra e Filottete sono tutti personaggi strutturati per essere
protagonisti, figure consapevoli della propria singolarità e preponderanti sulla scena, tanto
da rimanere il fulcro della narrazione anche quando ne sono esclusi.
Il "contrasto" che porta la tragedia sofoclea ad essere definita tale è definito dall'incontro e
dallo scontro dei valori e della mentalità eroica ridimensionati in una realtà che eroica non è:
i protagonisti delle tragedie di Sofocle si ritrovano dunque in un problematico rapporto con il
contesto nel quale essi sono sviluppati, permettendo la nascita di un conflitto interiore e di
una devastazione tipici del genere tragico. Fondamentali per la caratterizzazione tragica
delle scene Sono anche le diverse Innovazioni drammaturgica apportate da Sofocle, al fine
di amplificare la singolarità del protagonista (contrapposta all'importanza che Eschilo
attribuiva al coro): ricordiamo ad esempio l'introduzione del tritagonista o lo spazio lasciato
dal drammaturgo ai canti amebei e alla rhsis.
La vita
Traiamo le informazioni sulla vita di Sofocle principalmente da una biografia di età
ellenistica, accompagnata da alcune informazioni cronologiche dal Marmor Parium e dalla
Suda.
Sofocle nacque nel 497 a.C. da una famiglia benestante del demo di Colono e ricevette
un'educazione di impronta ginnico-musicale.
Stando alle fonti, fu scelto per guidare il peana che celebrò la vittoria di Salamina nel 480.
Sofocle fu attivo non soltanto come tragediografo, ma anche come politico: fece parte, forse
addirittura come presidente, del collegio dei tesorieri della Lega delio-attica nel 442, mentre
nel 441 fu Stratego con Pericle contro Samo, ottenendo la carica forse a causa del successo
riscosso l'anno precedente con l'Antigone.
Secondo Plutarco, tra il 426 e il 415 fu stratego con Nicia e fu probabilmente membro del
collegio del probuli nel 413, dopo la sconfitta in Sicilia.
La morte di Sofocle avvenne nel 406/405 in quanto egli era ancora vivo alla morte di
Euripide nel 406, ma che figura morto nelle Rane di Aristofane del 405. Dopo la morte gli fu
attribuito l'epiteto Deixion, "ospitale", per aver accolto in casa una statua del dio Asclepio.
Le opere
Le varie fonti attestano l'esistenza di circa 130 drammi di Sofocle, ma la critica ha voluto
fissare il numero esatto a 123.
Di un ventaglio così ampio di tragedie ce ne sono pervenute integre solo 7: Aiace, Antigone,
Trachinie, 'Edipo re, Elettra, Filottète, 'Edipo a Colono; grazie a un fortuito ritrovamento
conosciamo anche circa ¾ del dramma satiresco
I cercatori di orme.
Alle competizioni teatrali Sofocle fu spesso secondo, mai terzo, riportando invece un numero
che si aggira intorno alle 20 vittorie.
Della carriera teatrale di Sofocle ricordiamo per certo solo alcune date. Esordì nel 468 con il
Trittòlemo, sconfiggendo Eschilo; l'Antigone risalirebbe al 442.
Nel 448 e nel 431 precedette Euripide che presentò rispettivamente l'Alcesti e la Medea.
Vinse poi nel 409 con il Filottete e poi con l'Edipo a Colono, inscenato dopo la morte dal
nipote nel 405 o nel 401. Non siamo invece riusciti a determinare una datazione per le altre
tragedie.
L'Aiace è stato assegnato al decennio tra il 456 e il 446, le Trachinie intorno al 438, l'Edipo
re tra il 429 e il 425, L'Elettra è collocabile sia nel 420 che nel 409.
Tra altre opere minori ricordiamo diverse elegie e peani: in particolare ci sono pervenuti il
frammento di una peana per Asclepio e l'inizio di un'elegia dedicata all'amico Erodoto del
442. Infine, attribuiamo a Sofocle lo scritto teorico Perì Corou (Sul coro).

La drammaturgia
Al fine di conferire un maggiore risalto alla grandezza e alla solitudine dell'eroe o eroina
protagonista, Sofocle apportò numerose modifiche ed innovazioni strutturali e
drammaturgiche allo schema canonico della tragedia.
La prima grande innovazione fu l'abbandono della trilogia legata: fatta eccezione per la
trilogia dedicata a Telefo, la cosiddetta Telefeia, Sofocle compose unicamente drammi
autonomi, che si riunivano in gruppi solo per la convenzione degli agoni di presentare i
drammi in tetralogie.
L'ideologia di Sofocle poneva l'eroe come protagonista unico e assoluto del dramma, che
portava con sé nuovi dilemmi etici, una nuova immagine degli dei e una diversa
problematizzazione del mito. Queste caratteristiche infrangevano lo schema di Eschilo
basato sulla stirpe, struttura portante della società arcaica, annullando così la necessità di
una trilogia legata e concentrando invece l'individualità dell'eroe in un'unica tragedia che
confrontasse gli ideali eroici con i valori etico-religiosi e socio-politici dell'epoca di Sofocle.

Un'innovazione sofoclea la troviamo poi solo nell'Aiace, nell'Antigone e nelle Trachinie, ed è


quella della struttura "a dittico": la trama di queste tragedie è profondamente stravolta dalla
precoce morte del protagonista, cambiando per così dire le carte in tavola e conferendo una
drammaticità ancora maggiore.
Da un punto di vista puramente estetico, queste tragedie sono state valutate negativamente
rispetto alle altre: ciò è dovuto alla visione "moderna" dell'intera tragedia concentrata
unicamente sul personaggio. Analizzando la tragedia per la drammaticità della narrazione
nel complesso, avviene il contrario: con Sofocle la valutazione etica si estende e spesso
prepondera nelle scene che precedono l'ingresso in scena del personaggio e in quelle che
seguono la sua morte. La bipartizione della tragedia va dunque considerata come un altro
strumento per evidenziare il destino tragico e solitario dell'eroe protagonista.

Altre innovazioni che contribuiscono a costruire la figura del grande eroe sono le strutture
della rhesis e del canto amebeo. Già presenti in Eschilo, questi discorsi sono ora espressi in
maniera del tutto differente, adattate anch'esse alla dimensione individuale del protagonista.
La rhesis, che prima rappresentava il resoconto pronunciato da un messaggero, diventava
con Sofocle un lungo monologo dell'eroe, inserito nel vivo del dramma, permettendo all'eroe
stesso di esprimere la sua solitudine, come nell'Aiace dove questo, nel pieno della tragedia
recita ben quattro rheseis consecutive.
La dimensione emotiva del grande eroe è espressa ulteriormente grazie all'analoga funzione
dei canti amebei, che si differenziano da quelli eschilei per la varietà del metro utilizzato: i
trimetri giambici del corifeo sono contrapposti ai metri lirici del personaggio, sottolineando la
sua solitudine e l'incomprensione della sua vicenda emotiva, la cui etica non è condivisa da
chi lo circonda.
Le innovazioni e modifiche apportate da Sofocle investirono ogni sfera della
rappresentazione così da adattarla e renderla funzionale alla singolarità del protagonista.
A queste modifiche fu soggetto anche il coro, i cui membri da 12 passarono a 15: l'ipotesi più
diffusa sulla ragione di questa modifica fu la possibilità di dividere il nuovo numero di coreuti
in due semicori da sette membri, ciascuno diretto da un parastàtes, così da permettere al
corifèo di intervenire più liberamente durante la narrazione, interagendo maggiormente con
gli attori e divenendo lui stesso un attore che partecipava attivamente alla vicenda.
Allo stesso tempo però, Sofocle organizzava il coro e i suoi interventi sempre in virtù della
solitudine dell'eroe: ricordiamo ad esempio il confronto di Dione Crisostomo tra il Filottete di
Sofocle e le omonime tragedie perdute di Eschilo ed Euripide: mentre nelle ultime due il coro
era composto dagli abitanti dell'isola di Lemno, in Sofocle questa è disabitata, sottolineando
ulteriormente la solitudine di Filottete, e il coro è formato dai marinai di Neottolemo.

Proprio a causa della volontà di Sofocle di incentrare l'intera narrazione sull'emotività del
protagonista, il tragediografo non assegnò mai una funzione specifica al coro, che
precedentemente era stato definito "portavoce del poeta", "spettatore ideale", o ancora
"occhio divino".
Il coro di Sofocle varia la sua funzione di tragedia in tragedia e, talvolta, all'interno del
dramma stesso: nell'Elettra e nelle Trachinie il coro ha una funzione consolatoria, esortatoria
nell'Aiace, complice nel Filottete; i vecchi dell'Edipo re mostrano solidarietà, i Tebani
dell'Antigone agiscono da mediatori tra Antigone e Creonte, mentre il coro dell'Edipo a
Colono medita tristemente sulla tragica sorte del protagonista. Dunque, come si poteva ben
immaginare, il fulcro sulla base del quale cambia la funzione del coro è ancora una volta
l'eroe.
Caratteristiche ricorrenti del coro dei drammi sofoclei sono invece alcuni interventi, nominati
dagli studiosi "ipocherma", che consistono in appassionati canti di gioia intonati dai coreuti
quando la vicenda sembrava stare per risolversi per il protagonista. In realtà, questi canti di
gioia corrispondevano con la presenza della cosiddetta ironia tragica: Sofocle dava per così
dire delle "false speranze" agli spettatori, convincendoli che quella volta l'eroe si sarebbe
salvato, per poi far piombare all'improvviso la totale e definitiva rovina di questo,
sottolineando l'instabilità e la precarietà della condizione umana.
Le innovazioni di Sofocle riguardo chi accompagnava il protagonista nell'arco della
narrazione non si limitarono certo al coro. Il poeta introdusse infatti il tritagonista, terzo attore
che permette alla scena di prendere colore e significato, portando sul palco un nuovo
elemento al quale contrapporre la natura estranea e singolare del protagonista.
In tutte le tragedie di Sofocle che ci sono pervenute sono presenti scene a tre, anche se in
quelle più antiche la sua funzione scenica è piuttosto limitata: nell'Aiace ad esempio uno dei
tre attori tende a rimanere in disparte, mentre nell'Antigone la scena con Creonte, Antigone
e Ismène è strutturata in dialoghi separati.
Le vere e proprie scene a tre si trovano invece nelle Trachinie e nell'Edipo Re (quando il
terzo attore è impiegato nella scena del riconoscimento di Edipo, dove uno scambio di
battute a tre emerge lentamente la terribile verità). Di grande tensione è anche la scena a tre
dell'Elettra, dove il pedagogo, annunciando la finta morte di Oreste, provoca reazioni
contrastanti di soddisfazione e dolore in Elettra e Clitemnestra. Troviamo numerose scene a
tre anche nel Filottete e nell'Edipo a Colono, che presentano una dinamica drammatica
ancor più sviluppata che nelle altre tragedie.
La Poetica di Aristotele attribuisce a Sofocle anche altre innovazioni minori, prima tra tutte
l'introduzione della skenographia, che secondo alcuni corrisponderebbe agli scenari e gli
sfondi di palcoscenico dipinti, oppure della pittura fissa della skenè, ricorrente durante
l'intero agone.
Troviamo poi altre innovazioni delle quali non abbiamo alcuna prova se non alcune
affermazioni di storici antichi, come l'introduzione del modo frigio, proprio del ditirambo, e
l'invenzione dei leukai krepìdes (calzari bianchi) per attori e coreuti.
Etica e Religione
Le interpretazioni sulla visione etico-religiosa di Sofocle sono diverse e spesso divergenti:
ciò è dovuto alla stessa natura di tale pensiero, ambiguo e involuto.
Secondo molti Sofocle avrebbe continuato il pensiero eschileo, riprendendo la fede nella
giustizia di Zeus, su un dolore dalla funzione positiva e didattica e infine sulla relazione
ubris-ath nella prospettiva del genos.
Tuttavia tra Eschilo e Sofocle ci sono più differenze che fattori in comune. Al contrario
dell'ottimistica teodicea adottata dal pensiero di Eschilo, sul motivo dell'eterna crudeltà e
ingiustizia del mondo, Sofocle non riesce a darsi una risposta. Anche la figura di Zeus,
assoluto garante di giustizia e altamente celebrato in Eschilo, è invece appena descritto
nelle tragedie sofoclee.
Inoltre, se Eschilo indagava le cause del male, identificandole nella ubris, Sofocle del male
mostra solo gli effetti: l'uomo è secondo Sofocle incapace di comprendere il fine del dolore
ed è condannato a subire la volontà divina senza poterla identificare.
Allo stesso modo, Sofocle scompone anche il rapporto tra colpa e responsabilità, che
Eschilo considerava legate, è invece modificato da Sofocle, che non individua nella ubris la
causa del male, né nell'ereditarietà del genos. Ad esempio nell'Edipo a Colono, Edipo
dichiara non di aver compiuto parricidio e incesto, ma di averli subiti, in quanto ignaro di ciò
che faceva.
Potremmo dunque dire che da Eschilo a Sofocle si ha un passaggio dalla concezione
dell'uomo che agisce (espressa dal verbo draw) a quella dell'uomo che subisce (espressa
dal verbo paskw).
Un altro concetto tipicamente eschileo rinnegato da Sofocle è quello del pathei mathos: la
sofferenza non porta alla conoscenza del limite, ma ad un'amara consapevolezza del male.
Così come avverrà successivamente con Euripide, Sofocle rimprovera l'assidua ricerca della
conoscenza applicata dai sofisti: nell'Edipo re, ad esempio, la ricerca della conoscenza da
parte dell'uomo porta solo ad uno smarrito ripiegamento su sé stesso, che non porterà mai a
un equilibrio interiore, bensì ad una tragica coscienza dei limiti della umana.
Il mondo divino e quello umano sono per Sofocle scissi, e la sua incertezza sull'argomento
porta ad una rappresentazione degli dèi blanda e senza fiduciosi collegamenti: le divinità
hanno il massimo controllo e il loro volere circoscrive l'esistenza umana a uno spazio di
dolore e di fragilità. L'immagine del divino proposta da Sofocle è quella di figure distaccate
dall'essere umano, se non dichiaratamente ostili a questo, abbandonandolo al suo disperato
destino; ma dell'indifferenza divina Sofocle non si cura, non componendo alcuna invettiva
verso di essa e anzi rappresentando gli interventi divini come misteriosi e contrari ad ogni
aspettativa umana.
Chiaramente questa visione porta Sofocle a concentrarsi sulla rappresentazione della
condizione umana, compresa la sua distanza da quella divina. Il suo modo di definire l'uomo
però si alterna tra una rappresentazione eroica del protagonista che resiste al dolore e lotta
contro il destino, e la pessimistica visione della sua disfatta, solo parzialmente alleviata dalla
compassione e solidarietà generata in coloro che assistono alla disfatta dell'eroe.
Potremmo dunque dire che il tema principale della tragedia sofoclea sia la fragilità e la
solitudine dell'uomo, e dunque l'infelicità del vivere. Le decisioni degli umani hanno effetti
ignoti sul destino, che costituisce un continuo e arbitrario avvicendarsi di gioie e di lutti, privi
di relazioni, rendendo l'unica vera virtù eroica quella dell'accettazione del dolore, condizione
necessaria e ineludibile del vivere.
L'infelicità umana è enfatizzata dallo stato di emarginazione degli eroi sofoclei rispetto al
gruppo di appartenenza: Aiace e Filottete appartengono all'Esercito, Antigone ed Elettra
derivano dalla loro stirpe, Edipo dalla Polis, Eracle come discendente dell'umanità in
generale. La loro solitudine, anche scenica, è incolmabile: da un lato il dolore è volontario e
vissuto come disprezzo del comune buon senso, dall'altra è subìto e sofferto come
conseguenza del fatto che l'eroe non riesca a mediare con una realtà inaccettabile.
Troviamo un tema molto discusso delle tragedie sofoclee anche nell'organizzazione della
polis.
A differenza di altri suoi contemporanei, Sofocle non propone nuovi modelli di istituzione
politica, ma accetta quelli vigenti.
La visione politica di Sofocle escludeva ogni forma di radicalismo, risultando in un
conservatorismo egualmente distaccato sia dalle tentazioni assolutistiche che dalle
tendenze progressiste, al suo tempo rappresentate dai tanto criticati sofisti (anche se il
poeta non ci pensò due volte ad esprimere la concezione del progresso umano secondo
Protagora).
Di originalità politiche in Sofocle non se ne trovano: la vera riforma propagata dalle tragedie
sofoclee era la scoperta di una dimensione esistenziale desolata e opposta alla corrente di
pensiero ottimista portata avanti, ad esempio, da Pericle, anche considerando che questa
stessa filosofia, se così possiamo chiamarla, deriva da una piatta accettazione della realtà
contemporanea, sia culturale che politica.
Lingua e stile
Per quanto riguarda lo stile di Sofocle, le fonti, ed in particolare Plutarco, individuano nel
trattato Perì xorou di Sofocle 3 fasi dell'evoluzione stilistica dello stesso: una prima fase
influenzata dalla solennità eschilea (in greco onkos), una seconda caratterizzata da uno stile
più artificioso e complesso, ed una terza concentrata sul rappresentare il carattere dei
personaggi (in greco èthikotaton). Secondo la maggioranza degli studiosi, le sette tragedie
pervenuteci apparterrebbero tutte all'ultima fase, in quanto concentrate evidentemente
sull'evidenziare l'etica personale dell'eroe protagonista: molti studiosi descrivono questa
grande abilità descrittiva di Sofocle, di cui anche nella Vita si dice che sapesse
"rappresentare il carattere di tutto un personaggio con un breve mezzo verso o una sola
parola".
Un mezzo particolare dello stile sofocleo è l'utilizzo delle parole polisemiche al fine dell'ironia
tragica: con l'utilizzo di termini riconducibili a più significati, ciò che il protagonista affermava
aveva per l'osservatore (che in quanto tale aveva una visione più ampia e profonda degli
eventi accaduti) un significato opposto: in questo modo Sofocle permetteva al personaggio
ignaro di figurarsi nella tragica fine alla quale era destinato.
L'audacia di Eschilo nell'utilizzo di tecniche stilistiche non venne però ripresa da Sofocle, che
nel rappresentare i caratteri dei suoi personaggio assunse nella sua composizione duttilità e
naturalezza; figure retoriche e tecniche stilistiche tipiche di Eschilo sono ossimori, antitesi e
parallelismi che contribuiscono a definire lo spacco presente tra l'etica del protagonista e la
realtà a lui avversa; vanno invece a perdersi elementi che in Eschilo avevano un alto valore
semantico, come la metafora. Frequenti sono infine i colloquialismi, ovvero i termini e modi
di dire proprio della lingua quotidiana, particolari proprio perché inaspettati da un
tragediografo che ricerca la purezza e la misura: questi colloquialismi inoltre non
appartengono solo alla cerchia di personaggi di rango inferiore; talvolta infatti questi sono
utilizzati anche da personaggi di alto rango, specialmente nelle situazioni di tensione, per
permettergli di adattarsi a queste ultime.
L'unica categoria nella quale Sofocle inizialmente si "abbandona" allo stile di Eschilo è quella
della metrica, di cui riprende la severità e la compattezza. Troviamo ad esempio due passi
assai simili per scansione nella parodo dattilica dell'Edipo re e dell'Agamennone.
Sofocle si distaccherà nuovamente da Eschilo nelle sue ultime tragedie, per le quali
prenderà invece spunto da Euripide, con canti che presentano una polimorfia ritmica sia per
i cori che per i canti monodici e i duetti, ed una metrica mossa e articolata, che si distacca
dalla rigidità presentata nelle tragedie precedenti.
Fortuna
Dall'inizio della sua carriera, Sofocle ebbe un successo immediato, come possiamo
constatare dalle sue vittorie, fino a guadagnarsi l'ammirazione di Aristotele, che nella Poetica
individua ed esamina il genere tragico soprattutto a partire dalle sue tragedie. Anche secoli
dopo la sua morte Sofocle continuava a riscuotere successo, venendo ripreso dagli autori
latini di età arcaica e da Seneca, che ne ampliarono però l'elemento retorico e patetico
caratteristico invece di Euripide.
Troviamo numerosi ammiratori anche nel Cinquecento e nel Seicento, quando guadagnò,
conseguentemente con la Poetica di Aristotele, una grande fama e ammirazione, più degli
altri due tragici, soprattutto per l'Edipo re che fu scelta come dramma per l'inaugurazione del
teatro Olimpico di Vicenza. Fu inoltre ripreso e analizzato anche da numerosi scrittori, anche
se principalmente nella versione di Seneca.
In età moderna invece Sofocle fu ripreso come un esempio: Lessing pone l'Edipo re come
archetipo del teatro moderno, il Filottete un capolavoro assoluto ed elaborò sempre sulle
tragedie sofoclee il concetto di tragico.
Nel Novecento i temi di Sofocle furono imitati da numerosi drammaturghi, che però
aggiunsero numerosi valori, quali l'aggressività passionale, espandendo il motivo della gioia
della vendetta.
Ultimo grande riferimento a Sofocle fu fatto da Sigmund Freud, che definì "complesso di
Edipo" il rapporto di rivalità con la figura del padre, visto dal bambino come un rivale
nell'amore verso la madre.