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Come fermare il tempo


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Titolo originale: Notes on a Nervous Planet


Copyright © 2019 by Matt Haig
Published by arrangement with Canongate Books Ltd,
14 High Street, Edinburgh EH1 1TE
Copyright © 2019 by Edizioni e/o

Grafica e illustrazione in copertina/Emanuele Ragnisco


www.mekkanografici.com

ISBN 9788833570860
Matt Haig

VITA SU UN PIANETA NERVOSO

Traduzione dall’inglese
di Silvia Castoldi
Per Andrea

«Totò, ho l’impressione che


non siamo più nel Kansas».
DOROTHY nel film Il mago di Oz
1
UNA MENTE STRESSATA
IN UN MONDO STRESSATO
Una conversazione, circa un anno fa

Ero stressato.
Camminavo in tondo sforzandomi di avere l’ultima parola in una
discussione su Internet. E Andrea mi guardava. O meglio, credo che Andrea
mi guardasse. Era difficile affermarlo con certezza, dato che io guardavo il
cellulare.
«Matt? Matt?».
«Eh?».
«Che c’è?» mi chiese, con quel tono di voce disperato che è il frutto di
anni di matrimonio. O perlomeno, di matrimonio con me.
«Niente».
«È un’ora che non alzi gli occhi da quel telefonino. Continui a girare in
tondo e vai a sbattere contro i mobili».
Il cuore mi batteva all’impazzata. Avvertivo un senso di oppressione al
petto. Combattere o fuggire. Mi sentivo in trappola, minacciato da qualcuno
su Internet. Qualcuno che viveva a migliaia di chilometri di distanza, che
non avrei mai incontrato di persona e che ciò nonostante riusciva a
rovinarmi il fine settimana. «Sto solo rispondendo a un tizio».
«Matt, dacci un taglio».
«Finisco solo...».
Il problema del tumulto interiore è che tante cose che sul breve periodo
ci fanno sentire meglio poi sul lungo ci fanno stare peggio. Ci distraiamo,
quando in realtà avremmo bisogno di conoscerci.
«Matt!».
Un’ora più tardi, in macchina, Andrea lanciò un’occhiata verso di me. Ero
seduto sul sedile del passeggero; non stavo guardando il cellulare ma lo
stringevo forte in mano, per sicurezza, come una suora stringe in mano il
rosario.
«Matt, stai bene?».
«Sì. Perché?».
«Mi sembri perso. Hai la stessa faccia di quando...».
Si trattenne dal dire “di quando eri in depressione”, ma io sapevo a cosa
si riferisse. E poi avvertivo l’ansia e la depressione attorno a me. Non
proprio dentro di me, ma abbastanza vicine. Il ricordo era quasi tangibile
nell’aria soffocante all’interno dell’auto.
«Sto bene» mentii. «Sto bene, sto bene...».
Una settimana più tardi ero sdraiato sul divano, in preda al mio
undicesimo attacco d’ansia.
Sintesi

Avevo paura. Non potevo non averne. L’ansia si basa proprio sulla paura.
Gli attacchi si facevano sempre più frequenti. Ero preoccupato per la
deriva che stavo prendendo. Sembrava che non esistesse un limite alla
disperazione.
Per uscirne ho cercato di distrarmi. Tuttavia sapevo dalle mie precedenti
esperienze che l’alcol era fuori discussione. Perciò ho fatto le cose che in
passato mi avevano aiutato a riemergere dal baratro. Quelle che dimentico
di fare nella vita quotidiana. Ho cercato di seguire una dieta sana. Ho
praticato yoga. Mi sono sforzato di meditare. Mi sdraiavo sul pavimento,
posavo le mani sul ventre e respiravo profondamente, dentro, fuori, dentro,
fuori, prestando attenzione al ritmo irregolare del respiro.
Ma tutto risultava difficile. Perfino scegliere cosa indossare al mattino
riusciva a farmi piangere. Non aveva importanza che avessi già provato in
passato stati d’animo simili. Un mal di gola non è meno doloroso solo
perché non è il primo.
Ho tentato di leggere, ma avevo difficoltà a concentrarmi.
Ho ascoltato podcast.
Ho guardato nuove serie tv su Netflix.
Sono andato sui social network.
Ho cercato di rimettermi in pari col lavoro rispondendo a tutte le email
arretrate.
Mi svegliavo, prendevo in mano il cellulare e pregavo di trovarvi qualcosa
che riuscisse a farmi uscire da me stesso.
Ma (attenzione, spoiler) non ha funzionato.
Ho cominciato a sentirmi peggio. E molte di quelle “distrazioni” avevano
l’unico effetto di spingermi ad altre distrazioni. Proprio come le facce
descritte nei versi dei Quattro quartetti di T.S. Eliot ero «per distrazione
distratto dalla distrazione»1.
Fissavo un’email a cui non avevo ancora risposto, in preda al terrore di
non esserne capace. Poi andavo su Twitter, la mia distrazione digitale
preferita, e sentivo crescere l’ansia. Anche solo limitarsi a scorrere
passivamente la timeline era come riaprire una ferita.
Leggevo articoli su siti di news (un’altra distrazione) e la mia mente non
lo sopportava. Sapere che nel mondo c’era così tanta sofferenza non mi
aiutava a vedere il mio dolore nella giusta prospettiva. Mi faceva solo
sentire impotente. E per di più patetico, al pensiero che i miei mali invisibili
fossero così paralizzanti, quando al mondo esistevano tanti mali ben visibili.
La mia disperazione aumentava.
Perciò ho deciso di fare qualcosa.
Mi sono scollegato.
Ho scelto di non consultare i social media per qualche giorno. Ho
impostato una risposta automatica per la mia casella di posta. Ho smesso di
guardare e leggere i notiziari. Di guardare la tv. I video musicali. Ho evitato
perfino le riviste. (Durante il mio primo crollo nervoso, diversi anni prima,
le vivide illustrazioni dei periodici mi restavano impresse nella mente,
intasandola di sequenze fulminee di immagini febbrili ogni volta che
cercavo di addormentarmi.)
Quando andavo a letto lasciavo il telefonino al piano di sotto. Mi sono
sforzato di uscire più spesso. Sul mio comodino si ammucchiava un caos di
dispositivi tecnologici che non usavo e di libri che in realtà non leggevo.
Perciò ho fatto ordine e ho tolto di mezzo anche quelli.
In casa cercavo il più possibile di rimanere sdraiato al buio, come si fa di
solito durante un attacco di emicrania. Fin da quando, poco più che
ventenne, avevo sofferto per la prima volta di depressione accompagnata da
pensieri suicidi, mi ero sempre reso conto che guarire comportava una
sorta di sintesi della propria vita.
Una sottrazione.
Come afferma il teorico del minimalismo Fumio Sasaki: «In una casa dove
ci sono poche cose, ci può essere la felicità»2. All’inizio della mia prima
esperienza di attacchi di panico le uniche cose che avevo eliminato erano
state l’alcol, le sigarette e il caffè forte. All’epoca di cui vi sto parlando,
invece, tanti anni dopo, ho capito che il problema consisteva in un
sovraccarico di natura più generalizzata.
Un sovraccarico esistenziale.
E di certo un sovraccarico tecnologico. A parte l’automobile e la cucina,
tutta la tecnologia con cui ho interagito durante quest’ultimo processo di
guarigione sono stati i video di yoga su YouTube, che guardavo con la
luminosità regolata al minimo.
L’ansia non è scomparsa per miracolo. Certo che no.
A differenza dello smartphone, non esiste un pulsante di spegnimento
per l’ansia.
Però ho smesso di sentirmi peggio. Mi sono stabilizzato. E dopo qualche
giorno ho iniziato a calmarmi.
Il ben noto percorso di guarigione è iniziato prima del solito. E astenermi
dagli stimolanti, non solo alcol e caffeina ma anche le altre cose nominate
fin qui, è stato parte di quel processo.
Per farla breve, ho ricominciato a sentirmi libero.
Come è nato questo libro

Tutti sappiamo che il mondo moderno può influenzare il nostro


organismo. Che, nonostante il progresso, alcuni aspetti della vita
contemporanea sono pericolosi per il corpo. Incidenti d’auto, fumare,
l’inquinamento, uno stile di vita sedentario, la pizza a domicilio, le
radiazioni, quel quarto bicchiere di merlot.
Anche stare davanti al computer può rappresentare un pericolo.
Rimanere seduti tutto il giorno può provocare disturbi muscoloscheletrici
da sovraccarico biomeccanico. Una volta un oculista mi ha perfino detto che
la mia congiuntivite e l’ostruzione dei dotti lacrimali erano causate dal
fissare a lungo lo schermo. A quanto pare, quando lavoriamo al computer
sbattiamo meno le palpebre.
Perciò, dato che la salute fisica e quella psichica sono collegate, non si
potrebbe dire lo stesso sul rapporto tra il mondo moderno e i nostri stati
mentali? Alcuni aspetti di come viviamo nel mondo moderno non
potrebbero essere la causa di come ci sentiamo nel mondo moderno?
E non sto parlando solo della componente materiale della vita di
oggigiorno, ma anche dei suoi valori. Valori che ci spingono a volere più di
quello che abbiamo. A idolatrare il lavoro e a preferirlo al divertimento. A
paragonare gli aspetti peggiori della nostra personalità a quelli migliori
della personalità altrui. A cadere preda della perenne sensazione che ci
manchi qualcosa.
Mentre miglioravo giorno dopo giorno ho cominciato a concepire l’idea
di un libro: quello che state leggendo in questo momento.
Avevo già parlato della mia salute mentale in Ragioni per continuare a
vivere3. Ma ormai la domanda non era più “Per quale motivo dovrei
continuare a vivere?”. Questa volta la domanda era più ampia: “Come
riuscire a vivere in un mondo folle senza impazzire a nostra volta?”.
Notizie da un pianeta nervoso

Quando ho iniziato le mie ricerche per questo libro ho trovato ben presto
una serie di titoli che miravano a catturare l’attenzione, specchio di
un’epoca basata sul catturare l’attenzione. Naturalmente, gli articoli di
giornale sembrano quasi fatti apposta per stressarci. Se fossero fatti per
mantenerci calmi non sarebbero articoli di giornale. Sarebbero yoga. O
cucciolotti da coccolare. Perciò c’è una certa ironia nel fatto che grandi
testate giornalistiche pubblichino articoli sul problema dell’ansia che, allo
stesso tempo, ci rendono ansiosi.
Comunque, ecco alcuni di quei titoli:

STRESS E SOCIAL MEDIA INNESCANO DISTURBI MENTALI NELLE ADOLESCENTI (The Guardian)

SOLITUDINE CRONICA, L’EPIDEMIA DEI TEMPI MODERNI (Forbes)

FACEBOOK “PUÒ RENDERCI INFELICI”, AFFERMA FACEBOOK (Sky News)

“IMPENNATA” DI AUTOLESIONISMO TRA GLI ADOLESCENTI (BBC)

STRESS SUL LUOGO DI LAVORO: UN PROBLEMA PER IL 73% DEI LAVORATORI DIPENDENTI (The
Australian)

BRUSCA IMPENNATA DEI DISTURBI DELL’ALIMENTAZIONE: COLPA DELLA SOVRAESPOSIZIONE ALLE


CELEBRITÀ? (The Guardian)

I SUICIDI NELLE UNIVERSITÀ E L’OSSESSIONE PER LA PERFEZIONE (The New York Times)

STRESS SUL LUOGO DI LAVORO IN VERTIGINOSO AUMENTO (Radio New Zealand)

I ROBOT LASCERANNO DISOCCUPATI I NOSTRI FIGLI? (The New York Times)


STRESS E COMPORTAMENTI OSTILI IN AUMENTO NELLE HIGH SCHOOL AMERICANE DELL’ERA
TRUMP (The Washington Post)

HONG KONG: BAMBINI EDUCATI A ECCELLERE, NON A ESSERE FELICI (South China Morning
Post)

ANSIA CRESCENTE: AUMENTA L’USO DI PSICOFARMACI PER TENERE A BADA LO STRESS (El País)

UN ESERCITO DI PSICOTERAPEUTI NELLE SCUOLE PER CONTRASTARE L’EPIDEMIA DI ANSIA (The


Telegraph)

INTERNET CI RENDE TUTTI MALATI DI ADHD? (The Washington Post)

È POSSIBILE MANOVRARE LE NOSTRE MENTI: I GURU DELLA TECNOLOGIA TEMONO LA DISTOPIA DA


SMARTPHONE (The Guardian)

ADOLESCENTI SEMPRE PIÙ ANSIOSI E DEPRESSI (The Economist)

INSTAGRAM: IL SOCIAL NETWORK PIÙ DANNOSO PER LA SALUTE MENTALE DEI GIOVANI (CNN)

TASSO DI SUICIDI ALLE STELLE IN TUTTO IL MONDO: PERCHÉ? (Alternet)

Come ho detto, c’è un che di ironico nel sentirsi ansiosi e depressi perché
si legge che il mondo ci stia rendendo sempre più ansiosi e depressi; è un
fenomeno rivelatore quanto i titoli delle notizie stesse.
Lo scopo di questo libro non è affermare che è tutto un disastro e siamo
irrimediabilmente condannati, perché per quello c’è già Twitter. No. E non è
nemmeno sostenere che i problemi del mondo moderno sono peggiori di
quelli del passato. Sotto alcuni, specifici aspetti la situazione è in sensibile
miglioramento. Secondo i dati diffusi dalla Banca mondiale, in tutto il
mondo il numero di persone che vivono in gravi ristrettezze economiche
sta diminuendo radicalmente, e negli ultimi trent’anni più di un miliardo di
individui è uscito dalla condizione di povertà assoluta. Pensate ai milioni di
vite di bambini salvate in tutto il globo dai vaccini. Come ha sottolineato
Nicholas Kristof in un articolo del 2017 sul New York Times: «Se la cosa
peggiore che può capitare a un genitore è perdere un figlio piccolo, oggi la
possibilità che questo accada si è dimezzata rispetto al 1990». Perciò,
nonostante la violenza, l’intolleranza e l’ingiustizia economica così diffuse
nella nostra specie, su scala globale esistono anche motivi di orgoglio e
speranza.
Il problema è che ogni epoca pone una serie di sfide complesse e
particolari. E sebbene molte cose siano migliorate, non tutte lo hanno fatto.
Le disuguaglianze esistono ancora. E sono sorti nuovi problemi. Molti di noi
spesso vivono nella paura, si sentono inadeguati o addirittura coltivano
pensieri suicidi quando in realtà, dal punto di vista materiale, non hanno
mai avuto così tanto.
Sono perfettamente consapevole che l’approccio ormai abusato di stilare
liste dei vantaggi della vita moderna (come salute, istruzione e reddito
medio) non è di nessun aiuto. È come agitare un dito davanti a un depresso
per esortarlo a contare i doni che gli ha concesso la sorte, dato che non è
morto nessuno. Questo libro si sforza di riconoscere che ciò che proviamo è
altrettanto importante di ciò che abbiamo. Che la salute mentale è
altrettanto importante di quella fisica, anzi, ne fa parte. E che, in questi
termini, qualcosa non va.
Se il mondo moderno ci fa stare male, allora non ha importanza quello
che abbiamo, perché stare male fa schifo. E stare male quando ci dicono che
non ne abbiamo motivo, beh, fa ancora più schifo.
Con questo libro voglio contestualizzare i titoli stressanti di notiziari e
articoli, e provare a capire come proteggerci in un mondo potenzialmente
terrorizzante. Perché, a prescindere da ciò che abbiamo, la nostra mente
resta vulnerabile. Molti problemi di salute psichica si stanno diffondendo in
maniera significativa e, se riteniamo che la nostra sanità mentale sia
importante, abbiamo un disperato bisogno di capire quale possa essere la
causa di un simile cambiamento.
I problemi di salute mentale non sono:

Un carro del vincitore su cui salire.


Una moda.
Una mania.
Un vezzo delle celebrità.
Il risultato della crescente consapevolezza in merito ai problemi di salute
mentale.
Facili da discutere.
Gli stessi di sempre.
Yin e yang

Dunque, questo è un racconto di due realtà.


Certo, molti di noi hanno parecchie ragioni di essere grati al mondo
sviluppato. L’aumento dell’aspettativa di vita, il declino della mortalità
infantile, la disponibilità di cibo e abitazioni, l’assenza di grandi conflitti
mondiali. Abbiamo trovato il modo di soddisfare molti dei nostri bisogni
fisici fondamentali. Parecchi di noi vivono una vita quotidiana
relativamente sicura, con un tetto sopra la testa e cibo nel piatto. Ma dopo
aver posto rimedio ad alcuni problemi non ce ne restano forse altri? E il
progresso sociale non ne ha generati di nuovi? Direi proprio di sì.
A volte sembra che abbiamo temporaneamente risolto la questione della
penuria solo per sostituirla con quella della sovrabbondanza.
Da qualunque parte si guardi vediamo persone alla ricerca di modi per
cambiare il proprio stile di vita, per sottrazione. Le diete sono l’esempio più
evidente di questa passione per le restrizioni, ma pensate anche alla moda
di dedicare interi mesi all’anno al veganesimo o all’astinenza dall’alcol, e al
crescente desiderio di “disintossicazione digitale”. Il fatto che mindfulness,
meditazione e stili di vita minimalisti stiano prendendo sempre più piede è
una reazione evidente a una cultura del sovraccarico. Uno yin contro il
frenetico yang della vita nel XXI secolo.
Crollo

Mentre mi lasciavo alle spalle il mio ultimo attacco d’ansia ho cominciato


a dubitare.
Forse questo libro era un’idea stupida.
Ho cominciato a chiedermi se non fosse controproducente soffermarsi sui
problemi. Ma poi mi sono ricordato che è proprio il non parlare dei problemi
a rappresentare di per sé un problema. È per questo che la gente crolla in
ufficio o in classe. È questo che riempie gli ospedali e i centri di
disintossicazione e fa crescere le statistiche dei suicidi. E così alla fine ho
deciso che, per me, conoscere queste cose è fondamentale. Voglio trovare
motivazioni per essere ottimista, e modi per essere felice, ma per farlo
bisogna prima conoscere la realtà della situazione.
Per esempio, personalmente io ho bisogno di sapere perché ho paura di
rallentare, come se fossi l’autobus del film Speed, che esplode se scende
sotto la velocità di cinquanta miglia all’ora. Voglio capire se la mia velocità
dipende dalla velocità del mondo.
La mia motivazione è semplice, e in parte egoistica. Sono terrorizzato al
pensiero di dove potrebbe andare la mia mente, perché so dov’è già stata. E
so anche che alcune delle ragioni per cui mi sono ammalato quando avevo
vent’anni hanno a che fare con il mio stile di vita dell’epoca. Bevevo troppo,
dormivo male, desideravo essere qualcuno che non ero, e subivo le
pressioni della società nel suo insieme. Non voglio tornare mai più in quello
stato, perciò ho bisogno di essere ben consapevole non solo di dove può
spingerci lo stress, ma anche della sua origine. Voglio sapere se uno dei
motivi per cui talvolta mi sento sul punto di avere un crollo è che il mondo
stesso talvolta sembra sul punto di avere un crollo.
“Crollo” è una parola generica, e questo spiega per quale motivo
attualmente i medici evitino di usare l’espressione “crollo nervoso”, ma
fondamentalmente tutti noi ne comprendiamo il significato. Ecco alcune
definizioni tratte dai dizionari: [caduta improvvisa e violenta di una
struttura: il c. di un muro] ≈ cedimento, franamento, rovina, schianto. [il
crollare di una persona sul piano fisico o psichico] ≈ capitolazione,
cedimento, collasso, resa. Oppure: 1. caduta improvvisa e rovinosa: ho
assistito al crollo del ponte | fig., crisi di stanchezza, cedimento psicologico.
E non ci vuole molto per scorgere i segni premonitori di un crollo non
solo all’interno di noi stessi, ma anche del mondo nel suo insieme. Può
sembrare melodrammatico affermare che il pianeta potrebbe essere avviato
verso un crollo. Però sappiamo senza ombra di dubbio che sotto tutti gli
aspetti (tecnologico, ambientale, politico) il nostro mondo sta cambiando. E
in fretta. Perciò, più che mai, abbiamo bisogno di sapere come cambiare il
mondo, in modo che non possa mai farci crollare.
La vita è bella (ma)

La vita è bella.
Anche la vita moderna. Forse soprattutto la vita moderna.
Siamo circondati da miliardi di miracoli istantanei. Possiamo prendere in
mano un dispositivo e contattare gente che si trova a un emisfero di
distanza. Al momento di scegliere dove andare in vacanza possiamo
consultare le recensioni di quelli che hanno alloggiato la settimana scorsa
nell’hotel che ci interessa. Possiamo osservare le immagini via satellite di
tutte le vie di Timbuctù. Quando siamo malati possiamo andare dal medico e
farci prescrivere antibiotici per patologie che un tempo avrebbero potuto
ucciderci. Possiamo andare al supermercato e comprare frutti del Drago
vietnamiti e vino cileno. Se un politico dice o fa qualcosa con cui non siamo
d’accordo, non è mai stato così facile dar voce al nostro disaccordo. Non
abbiamo mai avuto accesso a così tante informazioni, film, libri. Tutto.
Quando, negli anni Novanta, lo slogan di Microsoft ci chiedeva: «Dove
vuoi andare oggi?» si trattava di una domanda retorica. Nell’era digitale, la
risposta è «Ovunque». L’ansia, per citare il filosofo Søren Kierkegaard, può
anche essere «la vertigine della libertà»4, ma tutta questa libertà di scelta è
davvero un miracolo.
Eppure, nonostante le scelte siano infinite, le nostre esistenze si svolgono
su un arco temporale finito. Non possiamo vivere ogni vita. Non possiamo
guardare ogni film o leggere ogni libro o visitare ogni luogo di questa
bellissima terra. Invece di lasciarci bloccare da questa evidenza, dobbiamo
rivedere le scelte che abbiamo davanti. Scoprire cosa va bene per noi e
lasciar perdere il resto. Non è necessario un altro mondo. Tutto ciò di cui
abbiamo bisogno è già qui, se smettiamo di credere di aver bisogno di tutto.
Squali invisibili

Un aspetto frustrante dell’ansia è che spesso è difficile trovarle una


motivazione. Magari non esistono pericoli evidenti eppure ci sentiamo in
preda a un assoluto terrore. È tutta suspense e niente azione. È come Lo
squalo senza squali.
Però spesso gli squali ci sono. Squali metaforici, invisibili. Perché anche
se qualche volta abbiamo la sensazione di essere preoccupati senza motivo,
in realtà i motivi esistono.
«Ci serve una barca più grossa» dice Martin Brody, proprio nel film Lo
squalo.
E forse questo è anche il nostro problema. Non gli squali metaforici, ma la
barca metaforica. Forse riusciremmo ad affrontare meglio il mondo se
sapessimo dove sono quegli squali, e di cosa abbiamo bisogno per navigare
indenni le acque della vita.
Crash

A volte ho la sensazione che la mia testa sia un computer con troppe


finestre aperte. Troppa confusione sul desktop. C’è una metaforica rotellina
arcobaleno che gira dentro di me. Che mi mette fuori uso. Se solo riuscissi a
trovare il modo di chiudere qualche finestra, di trascinare un po’ di file
inutili nel cestino, allora starei bene. Ma quali finestre sceglierei di
chiudere, quando tutte sembrano importantissime? E come faccio a
impedire alla mia mente di andare in sovraccarico quando è il mondo a
essere in sovraccarico? Possiamo pensare a qualunque cosa. E così è
comprensibile che qualche volta finiamo per pensare a tutto. Perciò, in quei
momenti, dobbiamo avere il coraggio di spegnere gli schermi per
riaccenderci. Di scollegarci per poterci ricollegare.
Cose più veloci di quanto
lo erano un tempo

La posta.
Le auto.
I corridori alle olimpiadi.
Le notizie.
La potenza di calcolo.
La fotografia.
Le scene dei film.
Le transazioni finanziarie.
I viaggi.
La crescita della popolazione mondiale.
La deforestazione della foresta pluviale amazzonica.
La navigazione su Internet.
Il progresso tecnologico.
I rapporti umani.
Gli eventi politici.
I pensieri nella nostra mente.
Catastrofe continua

“Preoccupazione” sembra una parolina blanda, qualcosa che si può


tenere sotto controllo. Eppure preoccuparsi del futuro (i prossimi dieci
minuti, i prossimi dieci anni) è l’ostacolo principale che mi ritrovo a
combattere per poter vivere e assaporare il momento presente.
Sono un catastrofista. Non mi limito a preoccuparmi. No, la mia
preoccupazione ha grandi ambizioni. È illimitata. La mia ansia, anche
quando non soffro di Ansia con la A maiuscola, è abbastanza grande da
spingersi ovunque. Ho sempre trovato facilissimo immaginare la peggiore
delle ipotesi e ricamarci sopra.
E sono così da quando ho memoria. Sono andato tante volte dal medico,
convinto di essere in punto di morte per qualche malattia che mi ero
diagnosticato da solo dopo averla cercata su Google. Da bambino, se mia
madre arrivava in ritardo a prendermi alle elementari, mi bastava solo un
minuto per convincermi che probabilmente era morta in un terribile
incidente automobilistico. Non è mai successo, ma il fatto che continuasse a
non succedere non escludeva mai la possibilità che potesse succedere. Ogni
attimo in cui mia madre non c’era era un attimo in cui avrebbe potuto non
esserci mai più.
La capacità di immaginare catastrofi nei più orripilanti dettagli, di
visualizzare il metallo contorto e la pioggia di vetri bianco-azzurri
scintillanti sull’asfalto, mi occupava la mente molto più del concetto
razionale che una simile catastrofe fosse improbabile. Se Andrea non
risponde al telefono non posso fare a meno di pensare che probabilmente è
caduta per le scale, o addirittura che sia rimasta vittima di un processo di
combustione spontanea. Mi preoccupo al pensiero di far arrabbiare la gente
senza volerlo. Mi preoccupo perché non sono abbastanza consapevole dei
privilegi innati di cui godo. Mi preoccupo per quelli che finiscono in galera
per crimini che non hanno commesso. Mi preoccupo per le violazioni dei
diritti umani. Mi preoccupo per i pregiudizi, la politica, l’inquinamento e il
mondo che i miei figli e la loro generazione erediteranno dalla nostra. Mi
preoccupo di tutte le specie animali in via di estinzione per colpa degli
esseri umani. Mi preoccupo per l’impatto che ho sull’ambiente. Mi
preoccupo dei mali del mondo che non sono in grado di impedire. Mi
preoccupo perché penso troppo a me stesso, e questo mi spinge a pensare
ancor di più a me stesso.
Anni prima dell’inizio della mia vita sessuale mi era facile immaginare di
avere l’AIDS, tanto erano convincenti gli spot trasmessi negli anni Ottanta
dal governo britannico per sensibilizzare l’opinione pubblica. Se mangio
qualcosa che ha un sapore un po’ strano, immagino immediatamente di
finire all’ospedale per intossicazione alimentare, anche se mi è capitato una
volta sola in tutta la mia vita.
Non riesco a entrare in aeroporto senza sentirmi pieno di sospetti, e
perciò comportarmi in maniera sospetta.
Ogni rigonfiamento, piaghetta o neo è potenzialmente un tumore, ogni
vuoto di memoria un sintomo di Alzheimer precoce. E così via, e così via. E
questo succede quando mi sento relativamente bene. Quando sono malato
le mie fantasie catastrofiste vanno fuori controllo.
In realtà, ora che ci penso, è questa la principale caratteristica che
assume l’ansia dentro di me. Immaginare continuamente che le cose
potrebbero andare molto peggio. Ed è solo da poco che ho cominciato a capire
fino a che punto il mondo si alimenti di questo. Fino a che punto i nostri
stati mentali, sia in caso di vera e propria malattia psichica, sia quando si
tratta solo di stress, derivino in una certa misura da stati sociali. E viceversa.
Voglio capire cos’è che, in questo pianeta nervoso, interferisce.
C’è un’enorme differenza tra sentirsi un po’ stressati ed essere davvero
malati, eppure, proprio come la fame e l’inedia, le due cose sono correlate,
in quanto il problema all’origine della prima (la mancanza di cibo) è anche
all’origine della seconda. Perciò, quando sto bene ma mi sento stressato, le
cose che mi fanno stare un po’ peggio sono spesso le stesse che mi fanno
stare molto peggio nei periodi in cui sono malato. Quello che impari durante
la malattia su ciò che ti fa male si può applicare anche ai momenti migliori.
Il dolore è un ottimo insegnante.
Altre preoccupazioni oltre a quelle
elencate nel capitolo precedente
(perché ci sono sempre altre preoccupazioni)

– Notiziari.
– Metropolitana. Mentre sono a bordo immagino tutto quello che potrebbe
andare storto. Il treno bloccato nel tunnel. Un incendio. Un attentato
terroristico. Un attacco di cuore. Per essere onesti una volta ho avuto
davvero un’esperienza terrorizzante in metropolitana, a Parigi. Sono sceso a
una fermata e mi sono ritrovato in mezzo a vaporose nubi di gas
lacrimogeni che mi bruciavano la bocca. In superficie era in corso una
battaglia tra i lavoratori dei sindacati e la polizia, che aveva sparato i gas un
po’ troppo vicino all’imbocco della stazione. Ma questo, allora, non lo
sapevo. In quel momento, mentre mi coprivo la faccia con la sciarpa per
riuscire a respirare, ho pensato che si trattasse di un attentato. Non era così.
Ma il solo pensarlo è stato un trauma. Come ha scritto Montaigne: «Chi
teme di soffrire, soffre già perché teme»5.
– Suicidio. Anche se da giovane ho avuto pensieri suicidi, e sono andato
molto vicino a buttarmi giù da una scogliera, negli ultimi tempi la mia
ossessione si è trasformata nella paura, e non più nella volontà, di farlo.
– Altre preoccupazioni legate alla salute. Per esempio: un improvviso e
definitivo arresto cardiaco dovuto a un attacco di panico (un’eventualità
assolutamente improbabile); una depressione talmente distruttiva da
rendermi incapace di muovermi, bloccato per sempre come se avessi
guardato in faccia Medusa; un cancro; una malattia cardiaca (ho il
colesterolo alto, per questioni ereditarie); morire troppo giovane; morire
troppo vecchio; la morte in generale.
– Aspetto fisico. È un mito ormai anacronistico che gli uomini non si
preoccupino del proprio aspetto. Io me ne preoccupavo. Compravo Men’s
Health con puntualità religiosa e seguivo tutti i programmi di allenamento
per cercare di assomigliare al modello in copertina. Mi sono preoccupato
per i miei capelli (il volume, il pericolo di perderli). Mi sono preoccupato del
neo che avevo in faccia. Restavo a lungo fermo davanti allo specchio,
fissandolo come se potessi convincerlo a cambiare idea. Mi preoccupo
tuttora per le rughe, però sto migliorando. Forse può sembrare stranamente
ironico, ma qualche volta la cura contro il timore di invecchiare è proprio
invecchiare.
– Senso di colpa. Nel corso degli anni mi sono sentito in colpa perché non
ero un figlio perfetto, un marito perfetto, un cittadino perfetto, un
organismo umano perfetto. Mi sento in colpa quando lavoro troppo e
trascuro la mia famiglia, e mi sento in colpa quando non lavoro abbastanza.
E tuttavia, non sempre il senso di colpa è motivato. A volte è soltanto un
sentimento.
– Inadeguatezza. Mi preoccupo per qualche mia mancanza e per come
porvi rimedio. A volte avverto dentro di me una sensazione di vuoto
metaforico, che in vari periodi della mia vita ho cercato di riempire in molti
modi: alcol, notti brave, tweet, medicinali, sostanze stupefacenti, attività
fisica, cibo, lavoro, fama, viaggi, spendere soldi, guadagnare più soldi, essere
pubblicato. E naturalmente niente di tutto ciò ha mai funzionato del tutto.
Le cose che ho scagliato nell’abisso spesso non hanno fatto altro che
renderlo più profondo.
– Armi nucleari. Se vengono menzionate nei notiziari, e in questo periodo
sembra succedere sempre più spesso, immagino immediatamente nuvole a
forma di fungo visibili da tutte le finestre. Le parole dell’ex generale
dell’esercito degli Stati Uniti Omar Nelson Bradley risuonano oggi di un’eco
raggelante: «Il nostro è un mondo di superpotenze nucleari con la
consapevolezza etica di un neonato. Sappiamo più di come si uccide che di
come si vive».
– Robot. Sto scherzando solo fino a un certo punto. Il nostro futuro
robotizzato è una legittima fonte di preoccupazione. Io boicotto le casse
automatiche del supermercato, per compiere un gesto di sfida a favore degli
esseri umani. Ma il rovescio della medaglia è che pensare ai robot a volte mi
spinge ad apprezzare l’affascinante mistero di essere vivi.
Cinque motivi di gratitudine per essere
uomini, e non robot senzienti

1. William Shakespeare non era un robot. Emily Dickinson non era un


robot. E nemmeno Aristotele. Euclide. Picasso. Mary Shelley (anche se
avrebbe scritto un romanzo sull’argomento). Tutti coloro che amate non
sono robot. Gli esseri umani sono straordinari agli occhi degli altri esseri
umani. E siamo tutti umani.
2. Siamo un mistero. Non sappiamo perché siamo qui. Dobbiamo creare il
senso della nostra vita. Un robot è progettato per svolgere compiti o
sequenze di compiti. Noi siamo qui da migliaia di generazioni e stiamo
ancora cercando le risposte. Il mistero è affascinante.
3. I nostri non molto lontani antenati hanno scritto poesie, si sono
comportati con coraggio in guerra, si sono innamorati, hanno ballato,
hanno contemplato con malinconia il tramonto. Gli antenati di un robot
senziente del futuro saranno una cassa automatica del supermercato e un
aspirapolvere difettoso.
4. In realtà in questa lista compaiono solo quattro ragioni. È per
confondere la mente dei robot. Ho chiesto a un po’ di amici online per quale
motivo gli esseri umani siano migliori dei robot e ho ricevuto risposte di
ogni genere: autoironia, capacità di amare, pelle morbida e orgasmi,
meraviglia, empatia. E forse un giorno anche un robot riuscirà a sviluppare
caratteristiche simili. Ma per ora tutto questo è un ottimo modo per
ricordare che gli esseri umani sono davvero speciali.
Dove finisce l’ansia e cominciano
le notizie?

Il sensazionalismo catastrofista è irrazionale, eppure ha un grosso potere


emotivo. E non sono solo gli ansiosi a saperlo.
I pubblicitari lo sanno.
I venditori di polizze assicurative lo sanno.
I politici lo sanno.
I direttori dei quotidiani lo sanno.
Gli agitatori politici lo sanno.
I terroristi lo sanno.
In realtà ciò che davvero fa vendere non è il sesso. È la paura.
E al giorno d’oggi non ci serve nemmeno immaginare le peggiori
catastrofi. Possiamo vederle. Nel senso letterale del termine. Le fotocamere
dei cellulari ci hanno trasformati tutti in videoreporter. Quando accade
qualcosa di veramente orribile (un attentato terroristico, un incendio in una
foresta, uno tsunami) c’è sempre gente pronta a filmarlo.
Abbiamo materiale in abbondanza per alimentare i nostri incubi. Ormai
non ci informiamo più come un tempo grazie a un quotidiano o a un
notiziario televisivo scelti con cura. Ci informiamo sui siti Internet, sui
social network e tramite avvisi per posta elettronica. Inoltre, anche i
notiziari televisivi non sono più quelli di una volta. Gli ultima ora sono
incessanti. E più le notizie sono spaventose, più salgono gli indici d’ascolto.
Questo non significa che tutti i giornalisti desiderino dare cattive notizie.
Alcuni sì, a giudicare dai toni faziosi con cui le presentano. Ma anche le
migliori emittenti vogliono alti indici di ascolto. Nel corso degli anni hanno
capito cosa funziona e cosa no, e sono entrati in una concorrenza sempre
più spietata per attirare l’attenzione degli spettatori, il che spiega per quale
motivo a volte i notiziari somiglino alla perenne metafora di un disturbo
d’ansia generalizzato. Tutti quegli split screen, i mezzi busti, i banner con il
loro incessante flusso di informazioni sono la rappresentazione visiva di ciò
che si prova quando si è in preda all’ansia. Chiacchiere e rumori che si
sovrappongono, drammatizzazione e sensazionalismo. Guardare un
notiziario può essere stressante, perfino in una giornata tranquilla. Perché,
in realtà, non esistono più giornate tranquille.
E quando è davvero successo qualcosa di tremendo il flusso incessante di
racconti dei testimoni oculari, le ipotesi, le riprese fatte coi telefonini, non
aiutano per niente. È tutto mirato a destare sensazione, senza nessuna
informazione. Se vi rendete conto che i notiziari peggiorano fortemente il
vostro stato mentale, l’unica cosa da fare è SPEGNERE IL TELEVISORE. Non
lasciatevi invadere dal terrore. Non serve a niente sentirsi paralizzati e
impotenti di fronte a una successione infinita di informazioni.
I notiziari imitano senza rendersene conto il modus operandi della paura:
si concentrano sugli aspetti peggiori, sul catastrofismo, e forniscono un
flusso incessante e ripetitivo di informazioni sullo stesso, preoccupante
argomento. Perciò al giorno d’oggi può essere difficile stabilire dove finisce
il vostro disturbo d’ansia e dove iniziano le notizie vere.
E quindi dobbiamo tenerlo a mente:
Non è una vergogna non guardare le notizie.
Non è una vergogna non andare su Twitter.
Non è una vergogna scollegarsi.
2
IL QUADRO GENERALE

A volte, ad esempio, ci accorgiamo che i pensieri e le emozioni più personali non


sono in realtà nostri. Infatti pensiamo sulla base di lingue e di immagini che non
abbiamo inventato noi ma che ci sono stati trasmessi dalla società.6
ALAN W. WATTS,
Il libro sui tabù che ci vietano la
conoscenza di ciò che veramente siamo
La vita va veloce

Naturalmente, in una prospettiva cosmica, l’intera storia umana è stata


veloce.
Non siamo qui da molto tempo. Il nostro pianeta ha circa 4,6 miliardi di
anni. La nostra peculiare, splendida e problematica specie, l’Homo sapiens,
esiste solo da duecentomila anni. Ed è stato solo negli ultimi cinquantamila
che ha iniziato ad accelerare. Quando abbiamo cominciato a indossare pelli
di animali. Quando abbiamo adottato la pratica di seppellire i morti. Quando
abbiamo elaborato tecniche di caccia più avanzate.
La più antica pittura rupestre è probabilmente indonesiana e risale a
circa quarantamila anni fa. In termini planetari è solo un battito di ciglia.
Eppure l’arte è più antica dell’agricoltura. Quest’ultima, fondamentalmente,
è nata ieri.
Sono solo diecimila anni che coltiviamo la terra. E la scrittura, per quanto
ne sappiamo, risale solo a cinquemila miseri anni fa.
La civiltà, che ha avuto inizio in Mesopotamia (territorio corrispondente
oggi approssimativamente all’Iraq e alla Siria), ha meno di quattromila anni.
E una volta iniziata la civiltà, tutto ha cominciato ad accelerare davvero. È
arrivato il momento di allacciare le cinture. Il denaro. Il primo alfabeto. Il
primo sistema di notazione musicale. Le piramidi. Il buddhismo, l’induismo,
il cristianesimo, l’islam, il sikhismo. La filosofia socratica. Il concetto di
democrazia. Il vetro. Le spade. Le navi da guerra. I canali. Le strade. I ponti.
Le scuole. La carta igienica. Gli orologi. Le bussole. Le bombe. Gli occhiali da
vista. Le miniere. Le armi da fuoco. Armi da fuoco più efficaci. Quotidiani.
Telescopi. Il primo pianoforte. Macchine da cucire. Morfina. Frigoriferi. Cavi
telegrafici sottomarini. Batterie ricaricabili. Telefoni. Automobili. Aerei.
Penne a sfera. Jazz. Giochi a premio. Coca-Cola. Poliestere. Armi
termonucleari. Razzi lunari. Personal computer. Videogiochi. La maledetta
posta elettronica. Internet. Nanotecnologie.
Wow.
Ma questi cambiamenti, perfino all’interno degli ultimi quattromila anni,
non si sono susseguiti lungo una linea retta che puntava uniformemente
verso l’alto, bensì descrivendo una curva sempre più ripida che
spaventerebbe anche uno skateboarder professionista. Il cambiamento può
anche essere una costante, ma la sua velocità no.
Come restare umani
in un mondo che cambia?

Nell’esaminare i fattori scatenanti dei problemi mentali molte volte i


terapeuti individuano come causa primaria un grosso cambiamento nella
vita del paziente. Il cambiamento è spesso legato alla paura. Cambiare casa,
perdere il lavoro, sposarsi, un aumento o una diminuzione del reddito, un
lutto in famiglia, la diagnosi di una malattia, compiere quarant’anni,
qualunque cosa. A volte non ha importanza neppure che il cambiamento sia
apparentemente “positivo”: avere un bambino, ottenere una promozione. È
la sua intensità che può costituire uno shock per l’intero sistema.
Ma cosa succede quando il cambiamento non è solo di natura personale?
Cosa succede quando riguarda tutti?
Cosa succede quando intere società, o l’intera popolazione umana,
attraversano un periodo di mutamenti profondi?
Che fare allora?
Naturalmente queste domande partono da un presupposto, ovvero che il
mondo stia cambiando. E come sta cambiando?
In primo luogo, e con maggiore evidenza, dal punto di vista tecnologico.
Sì, esistono anche altri cambiamenti di natura sociale, politica, economica
e ambientale, ma sono tutti legati alla tecnologia, che ne costituisce il
fondamento, perciò cominciamo da quella.
Naturalmente, in quanto specie, noi esseri umani siamo sempre stati
plasmati dalla tecnologia. È la base di tutto.
Nel senso più ampio del termine, tecnologia può significare anche solo
strumenti e metodi. Oppure il linguaggio. O selci e bastoncini secchi per
accendere un fuoco. Secondo molti antropologi, il progresso tecnologico è il
più importante fattore trainante della società umana.
Invenzioni come il fuoco, la ruota, l’aratro o il torchio tipografico non
sono state importanti solo per i loro esiti immediati, ma anche per l’impatto
globale esercitato sullo sviluppo sociale.
Nel XIX secolo l’antropologo americano Lewis H. Morgan ha dichiarato
che le invenzioni tecnologiche avrebbero potuto innescare nuove ere per
l’umanità. Ha individuato tre fasi dell’evoluzione sociale: lo stato selvaggio,
la barbarie e la civiltà; e ciascuna di esse è sfociata nella successiva a causa
di un balzo in avanti di natura tecnologica. Credo che al giorno d’oggi tutto
questo sembri quantomeno dubbio, perché sottintende un progresso morale
ai nostri occhi sempre più discutibile dall’uomo “selvaggio” a quello
“civilizzato”.
Altri esperti hanno adottato approcci diversi.
Negli anni Sessanta del XX secolo un astrofisico russo a caccia di alieni di
nome Nikolaj Kardašëv ritenne che il modo migliore per valutare il
progresso fosse misurarlo in termini di informazioni. All’inizio esistevano
sostanzialmente solo quelle contenute nei nostri geni. Dopodiché
subentrarono elementi come il linguaggio, la scrittura, la stampa, i libri e,
alla fine, la tecnologia informatica.
Oggi i sociologi e gli antropologi contemporanei sono sostanzialmente
concordi nel ritenere che ci stiamo rapidamente avviando verso una società
postindustriale, e che questo cambiamento si sta verificando più
velocemente che mai.
Ma quanto velocemente?
Secondo la legge di Moore, così chiamata dal nome del cofondatore di
Intel, Gordon Moore, che l’aveva enunciata per primo, la potenza di calcolo
dei computer raddoppia ogni diciotto mesi. Questo raddoppiamento
esponenziale è il motivo per cui il piccolo cellulare che avete in tasca è
molto più potente dei giganteschi computer grandi come un’intera stanza
in uso negli anni Sessanta del secolo scorso.
Ma questa rapida crescita di potenza non riguarda soltanto i chip dei
computer. Riguarda ogni aspetto della tecnologia, dai bit di dati
memorizzati all’ampiezza di banda di Internet. E tutto questo ci fa pensare
che la tecnologia non si limiti semplicemente a progredire: il suo progresso
accelera. Il progresso genera progresso.
Attualmente i computer collaborano alla costruzione di altri computer
più avanzati, con un contributo umano sempre minore. Il che significa che
molti hanno cominciato a temere, o ad auspicare, l’avvento della
“singolarità”. È la sostanza di cui sono fatti i sogni febbrili, o gli incubi. La
singolarità è il momento in cui l’intelligenza artificiale diventa più
intelligente del più intelligente degli esseri umani. Dopodiché, a seconda del
grado di pessimismo o di ottimismo con cui si considera il problema, o
finiremo per fonderci con l’intelligenza artificiale e progredire con essa,
trasformandoci in cyborg immortali e felici, oppure i nostri robot, computer
e tostapane senzienti ci spodesteranno e noi diventeremo i loro schiavi, i
loro animaletti da compagnia o il loro pasto da tre portate.
Chi lo sa?
Eppure ci stiamo muovendo verso una di queste direzioni. Secondo il
parere di Ray Kurzweil, esperto di computer e futurologo di fama mondiale,
la singolarità è ormai vicina. Per sottolineare il concetto ha perfino scritto
un bestseller dal titolo, indovinate un po’, La singolarità è vicina7.
Agli albori degli anni Duemila, Kurzweil ha dichiarato che «nel corso del
XXI secolo non sperimenteremo cent’anni di progresso, ma qualcosa di
simile a ventimila (calcolati alla velocità odierna)». E Kurzweil non è un
eccentrico fuori di testa che ha visto troppi film di fantascienza. Le sue
previsioni hanno l’abitudine di avverarsi. Per esempio, nel lontano 1990
aveva previsto che entro il 1998 un computer avrebbe battuto un campione
di scacchi. Tutti avevano riso. Ma poi, nel 1997, il più grande campione di
scacchi del mondo, Garri Kasparov, perse contro il supercomputer IBM Deep
Blue.
E pensate a cosa è successo nei primi due decenni di questo secolo.
Pensate alla velocità con cui la normalità è cambiata.
Internet ha invaso le nostre vite. Siamo diventati sempre più legati a
smartphone sempre più intelligenti. Esistono macchine capaci di
sequenziare genomi umani a migliaia.
Le casse automatiche sono diventate la norma nei supermercati. Le
automobili che si guidano da sole sono passate da una lontana profezia a un
modello di business mondiale talmente concreto che i tassisti hanno paura
di perdere il lavoro.
Riflettete. Nell’anno 2000 nessuno sapeva cosa fosse un selfie. Google era
appena nato, ma il verbo “googlare” non esisteva ancora. E nemmeno
YouTube, i vlog, Wikipedia, WhatsApp, Snapchat, Skype, Spotify, Siri,
Facebook, i bitcoin, le GIF su Twitter, Netflix, l’iPad; niente “LOL”, ICYMI8,
emoji. Quasi nessuno aveva il GPS, di solito le foto si guardavano negli album,
e “cloud” era solo una parola inglese per indicare una cosa che produceva
pioggia. Perfino mentre scrivo questo paragrafo percepisco quanto
invecchierà in fretta. Di qui a pochi anni ci saranno talmente tante
omissioni imbarazzanti in questa lista, talmente tanti brand e invenzioni
tecnologiche che adesso non esistono ancora. Davvero, pensateci. Pensate a
quanto diventa obsoleta la tecnologia nell’arco di pochissimi anni. Pensate
ai fax, ai vecchi telefoni cellulari, ai compact disc, ai modem, al Betamax e al
VHS, ai primi e-reader, ai motori di ricerca GeoCities e AltaVista.
Perciò, a prescindere dalla mia o dalla vostra opinione rispetto alla
prospettiva della singolarità, non c’è dubbio che: a) le nostre vite stanno
diventando sempre più tecnologiche, e b) la nostra tecnologia sta
cambiando a velocità sempre crescente.
E, dato che la tecnologia è sempre stata alla radice del cambiamento
sociale, la velocità vertiginosa degli attuali mutamenti tecnologici ne sta
innescando altri. Ci stiamo dirigendo verso numerose singolarità
alternative. Numerosi altri punti di non ritorno. Forse ne abbiamo già
superato qualcuno senza nemmeno accorgercene.
Aspetti non del tutto positivi
del fatto che il mondo stia cambiando

Per certi versi il mondo avrà anche conosciuto un rapido progresso, ma la


velocità del cambiamento non invita a mantenere la calma. E alcuni
cambiamenti, in particolare quelli legati alla tecnologia, sono stati più
veloci di altri. Per esempio:

– La politica. La polarizzazione in destra e sinistra, in parte alimentata da


social media che fanno da camere dell’eco e arene gladiatorie, in cui il
compromesso e la ricerca di un terreno comune e della verità oggettiva
sembrano concetti sempre più fuori moda. Un mondo in cui, per usare le
parole della sociologa americana Sherry Turkle, «ci aspettiamo sempre di
più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri»9. In cui abbiamo bisogno di
condividere noi stessi anche solo per essere noi stessi. Questo cambiamento
ha avuto anche aspetti positivi: un gran numero di buone cause, tra cui una
maggiore attenzione ai problemi legati alla salute mentale, hanno acquisito
visibilità grazie alla natura virale di Internet. Ma naturalmente non tutto è
andato così bene. L’aumento del numero di fake news sui social media, di
Twitter bot10 malevoli e di violazioni su larga scala della privacy online ha
già plasmato e deviato il dibattito politico in direzioni strane e irreversibili.
– Il lavoro. Robot e computer ci stanno portando via il lavoro. I datori di
lavoro ci stanno portando via i fine settimana. Lavorare è diventato un
processo disumanizzante, come se gli esseri umani esistessero in funzione
del lavoro, e non il lavoro in funzione degli esseri umani.
– I social network. La socializzazione dei media ha invaso le nostre vite alla
svelta. Per quelli che le usano, le pagine Facebook, Twitter e Instagram sono
un modo di mettersi in copertina. Come può essere sano un fenomeno
simile? Assistiamo sempre più di frequente a violazioni come la raccolta
illecita da parte di Cambridge Analytica dei dati di milioni di profili
psicologici tramite Facebook, e l’utilizzo di tali dati per influenzare i
risultati elettorali. Inoltre sussistono altri problemi, potenzialmente gravi,
di natura psicologica. Non facciamo altro che proporre noi stessi,
infiocchettare noi stessi, come patate che fanno finta di essere chips. Non
facciamo altro che vedere altre persone nella loro versione migliore, intente
a fare cose divertenti che noi non facciamo.
– La lingua. In base a una ricerca condotta dalla University College London
la lingua inglese sta cambiando più in fretta di quanto sia mai avvenuto
nella sua storia. L’uso sempre crescente di SMS, sigle, acronimi, emoji e GIF
per facilitare la comunicazione mostra quanto il progresso tecnologico
influenzi la lingua (pensate anche a come, tanti secoli fa, il torchio
tipografico abbia portato alla standardizzazione dell’ortografia e della
grammatica). Perciò non si tratta solo di quello che le persone si dicono, ma
anche di come lo dicono. Molti milioni di esseri umani ormai conversano
più spesso tramite messaggi di testo che faccia a faccia. È un cambiamento
senza precedenti, che ha avuto luogo nell’arco di un’unica generazione. In
sé per sé non è un fenomeno negativo, ma è senza dubbio un fenomeno.
– L’ambiente. Alcuni cambiamenti, invece, sono senza dubbio negativi. Per
dirla senza giri di parole, orribilmente negativi. I mutamenti ambientali del
nostro pianeta sono talmente gravi da spingere diversi studiosi ad avanzare
l’ipotesi che noi, o la Terra, siamo entrati in una fase completamente nuova.
Nel 2016, durante il Congresso internazionale di scienze geologiche di Città
del Capo, alcuni importanti scienziati hanno dichiarato che stiamo uscendo
dall’epoca geologica dell’Olocene, caratterizzata da dodicimila anni di
stabilità climatica dopo la fine dell’ultima era glaciale, per entrare in
un’altra: l’Antropocene, o “nuova età dell’uomo”. Stando a questi scienziati
l’enorme crescita nelle emissioni di anidride carbonica, l’innalzamento del
livello dei mari, l’inquinamento degli oceani, l’aumento della produzione di
plastica (che secondo il Forum economico mondiale è cresciuta di venti
volte rispetto agli anni Sessanta del secolo scorso), la rapida estinzione di
alcune specie, la deforestazione, l’agricoltura e la pesca intensive e lo
sviluppo urbano indicano che siamo giunti a una nuova fase della storia
della Terra. Perciò, in parole povere, la vita moderna sta lentamente
uccidendo il pianeta. Non c’è da stupirsi, dunque, che una società così
tossica sia in grado di danneggiare anche noi.
Tempo futuro

Quando il progresso avviene in fretta a volte il presente assomiglia a un


futuro continuo. Guardare un video virale in cui un robot grande come un
essere umano fa le capriole all’indietro dà l’impressione che la realtà sia
diventata fantascienza.
E veniamo incoraggiati a desiderare questa situazione. Ad “abbracciare” il
futuro e “lasciarci alle spalle” il passato. L’essenza stessa del consumismo si
basa sul desiderare il prossimo oggetto invece di quello che abbiamo già. È
una ricetta quasi infallibile per l’infelicità.
Non veniamo spinti a vivere nel presente, bensì allenati a vivere da
un’altra parte: nel futuro. Ci mandano alla scuola materna, o all’asilo nido,
che per sua stessa natura ci ricorda quello che sta per piombarci addosso.
Una scuola per prepararci alla scuola. E una volta arrivati alla scuola vera e
propria, fin da un’età ormai sempre più tenera veniamo esortati a lavorare
sodo per prendere voti alti nei compiti in classe. Alla fine quei compiti in
classe si trasformano in esami veri e propri, da cui, lo sappiamo,
dipenderanno importanti scelte future, per esempio se proseguire gli studi
o decidere di trovare lavoro. E anche se ci iscriviamo all’università, le cose
non si fermano lì. Ci saranno altri test, altri esami, altre decisioni
incombenti. Altre domande come “Dove ti vedi tra qualche anno?”. “Quale
percorso lavorativo ti piacerebbe seguire?”. Altre esortazioni come: “Rifletti
bene sul tuo futuro” e “Alla fine ne sarà valsa la pena”.
Durante tutto il nostro percorso formativo ci viene insegnata una sorta di
mindfulness al contrario. Una scienza del futuro in cui, grazie alla
matematica, o alla letteratura, o alla storia, o all’informatica, o al francese,
impariamo a pensare a un tempo diverso da quello che stiamo vivendo. Il
tempo degli esami. Il tempo del lavoro. Il tempo dell’età adulta.
Considerare l’apprendimento non come un fine in sé, ma come un atto
che trae valore da ciò che ne ricaveremo sminuisce lo splendore
dell’umanità. Siamo animali meravigliosi che riflettono, provano
sentimenti, producono arte, sono affamati di conoscenza; che comprendono
se stessi e il proprio mondo attraverso l’apprendimento. Il quale è un fine in
sé e ha molto di più da offrire di quello che possiamo scrivere nel nostro
curriculum. Apprendere è un modo per amare la vita, qui e ora.
Sto cominciando a rendermi conto di quanto fossero sbagliate molte delle
mie aspirazioni. Di quanto fossi tagliato fuori dal presente. Di come abbia
sempre voluto più di ciò che avevo davanti. Devo trovare un modo per
fermarmi, vivere nel presente e, come mi ripeteva sempre la mia tata, essere
felice di quello che ho.
Traguardi

Sarai felice quando prenderai bei voti.


Sarai felice quando andrai all’università. Sarai felice quando andrai
all’università giusta. Sarai felice quando troverai un lavoro. Sarai felice
quando otterrai un aumento. O una promozione. Sarai felice quando
riuscirai a metterti in proprio. Sarai felice quando diventerai ricco. Sarai
felice quando comprerai un oliveto in Sardegna.
Sarai felice quando qualcuno ti guarderà in un certo modo. Sarai felice
quando avrai una storia d’amore. Sarai felice quando ti sposerai. Sarai felice
quando avrai figli. Sarai felice quando i tuoi figli saranno esattamente il tipo
di bambini che vuoi tu.
Sarai felice quando te ne andrai di casa. Sarai felice quando comprerai
una casa. Sarai felice quando finirai di pagare il mutuo. Sarai felice quando
avrai un giardino più grande. In campagna. Con dei vicini simpatici che ti
inviteranno alle grigliate nei sabati soleggiati di luglio, mentre i bambini
giocano insieme nella brezza tiepida.
Sarai felice quando canterai. Sarai felice quando canterai di fronte a un
sacco di pubblico. Sarai felice quando il tuo primo album vincitore di un
Grammy arriverà in vetta alle classifiche di trentadue paesi, compresa la
Lettonia.
Sarai felice quando scriverai. Sarai felice quando verrai pubblicato. Sarai
felice quando verrai ripubblicato. Sarai felice quando il tuo libro diventerà
un bestseller. Sarai felice quando il tuo libro sarà al primo posto nelle
classifiche di vendita. Sarai felice quando ne trarranno un film. Sarai felice
quando ne trarranno un grande film. Sarai felice quando sarai J.K. Rowling.
Sarai felice quando piacerai alla gente. Sarai felice quando piacerai a più
gente. Sarai felice quando piacerai a tutti. Sarai felice quando la gente
sognerà di te.
Sarai felice quando avrai un bell’aspetto. Sarai felice quando farai girare
la testa. Sarai felice con una pelle più liscia. Sarai felice quando avrai la
pancia piatta. Sarai felice quando avrai l’addome scolpito. O meglio ancora
la tartaruga. Sarai felice quando ogni tua foto avrà diecimila like su
Instagram.
Sarai felice quando avrai trasceso le preoccupazioni terrene. Sarai felice
quando sarai tutt’uno con l’universo. Sarai felice quando sarai l’universo.
Sarai felice quando diventerai un dio. Sarai felice quando sarai il re di tutti
gli dei. Sarai felice quando sarai Zeus. Tra le nubi sopra il monte Olimpo, a
dominare i cieli.
Forse. Forse.
Forse.
Forse

Forse la felicità non dipende da noi in quanto individui. Forse non è


qualcosa che ci arriva dentro. Forse la si prova rivolgendosi verso l’esterno,
non verso l’interno. Forse non è qualcosa che meritiamo per il nostro
valore. Forse la felicità non dipende da quello che possiamo avere. Forse
riguarda quello che abbiamo già. Forse dipende da quello che siamo capaci
di dare. Forse la felicità non è una farfalla da catturare con un retino. Forse
non esiste un modo sicuro per essere felici. Forse esistono solo i forse. Se
(come ha detto Emily Dickinson) «degli attimi fuggiti è fatto il sempre»11,
allora forse gli attimi sono fatti di forse. Forse il senso della vita sta nel
rinunciare alla certezza per abbracciare la splendida incertezza
dell’esistenza.
3
UNA SENSAZIONE NON È
IL TUO ASPETTO

È davvero inquietante per i giovani guardare immagini distorte di ciò che


dovrebbero essere.
DAISY RIDLEY, sui motivi che
l’hanno spinta a lasciare Instagram
Bellezze infelici

Mai nella storia umana abbiamo avuto a disposizione un così gran


numero di prodotti e servizi per raggiungere lo scopo di apparire più
giovani e attraenti.
Creme da giorno, creme da notte, creme per il collo, creme per le mani,
esfolianti, creme autoabbronzanti, mascara, sieri antietà, creme
anticellulite, maschere per il viso, correttori, creme da barba, regolabarba,
fondotinta, rossetti, kit per farsi la ceretta a casa, oli per il viso, prodotti
contro i pori dilatati, eye-liner, botox, manicure, pedicure,
microdermoabrasione (che, a giudicare dal suono della parola, sembra uno
strano incrocio tra la moderna esfoliazione e la tortura medievale), fanghi,
impacchi di alghe e chirurgia plastica vera e propria. Esistono apparecchi
per eliminare i peli sul viso, quelli nel naso, quelli pubici. Possiamo perfino
sbiancarci l’ano, se ci va. (È un segmento di mercato molto fiorente.)
In quest’epoca di beauty blog, vlog di consigli per il trucco e preparatori
atletici su Internet, non c’è mai stata una tale sovrabbondanza di consigli su
come essere belli. Siamo bombardati da libri sulle diete, offerte di
abbonamenti a palestre, programmi di esercizi per addominali da sogno, per
un fisico da supereroi, video di “yoga per il viso” disponibili su YouTube. E
abbiamo a disposizione un numero ancora maggiore di app e filtri per
migliorare ciò che i prodotti di bellezza non riescono a correggere. Se
vogliamo possiamo trasformare noi stessi a immagine e somiglianza delle
nostre irrealistiche aspirazioni e creare un divario ancora più grande tra ciò
che vediamo allo specchio e ciò che possiamo ottenere in digitale. Le donne
(e sempre più anche gli uomini) non hanno mai fatto tanti sforzi per
migliorare il proprio aspetto.
Eppure, nonostante i nuovi metodi e trucchi per sembrare più belli, molti
di noi continuano a essere insoddisfatti del proprio fisico. Il più grande
studio a livello mondiale sull’argomento, condotto dalla società di ricerche
di mercato GfK e pubblicato nel 2015 sul settimanale Time, indica che
milioni di persone non si sentono a proprio agio riguardo alla loro
immagine. Per esempio, in Giappone il 38 percento della popolazione è
molto infelice del proprio aspetto. L’elemento interessante della ricerca è
l’aver dimostrato che, sorprendentemente, il rapporto con il corpo dipende
molto più dalla nazione in cui si vive che da altri fattori, come per esempio
il genere. Infatti su scala mondiale le ansie riguardanti l’aspetto fisico
stanno raggiungendo tra gli uomini livelli d’intensità pari a quelli delle
donne.
Se siete turchi o messicani molto probabilmente sarete contenti della
vostra immagine allo specchio, dato che più del 70 percento degli abitanti di
quei paesi se ne dichiara “completamente soddisfatto” o “abbastanza
soddisfatto”. Chi è nato in Giappone, Gran Bretagna, Russia e Corea del Sud
ha probabilità molto maggiori di sentirsi infelice.
E allora, come mai così tanta gente, fatta eccezione per messicani e
turchi, è così insoddisfatta del proprio corpo?
A quanto pare le ragioni sono diverse.

1. Se da un lato abbiamo molte più possibilità di migliorare il nostro


aspetto, dall’altro nutriamo aspettative molto più alte in termini di bellezza.
2. Veniamo bombardati da un flusso costante e senza precedenti di
immagini di individui belli in maniera convenzionale. Non solo in tv, al
cinema o sui cartelloni pubblicitari, ma anche sui social network, dove
ciascuno presenta al mondo l’immagine migliore di sé, la più ritoccata
possibile.
3. Col crescere dei disturbi nevrotici aumentano anche le preoccupazioni
per il corpo. Secondo gli autori di un altro studio (commissionato nel 2017
dall’American National Center for Biotechnology Information) le persone
insoddisfatte della propria immagine manifestavano «aumentati
atteggiamenti nevrotici, stili di attaccamento più ansiosi e insicuri e
trascorrevano più ore davanti alla tv».
4. L’aspetto fisico ci viene presentato come un problema che si può
risolvere spendendo soldi (per cosmetici, riviste di fitness, i cibi giusti,
iscrizione in palestra, e così via). Ma in realtà non è vero. E inoltre, anche
essere dotati di una bellezza convenzionale non pone fine alle
preoccupazioni. In Giappone o in Russia ci sono altrettante persone belle
che in Messico o in Turchia. E naturalmente molte persone belle (per
esempio le modelle) sono più preoccupate del proprio aspetto rispetto a chi
non sfila in passerella per guadagnarsi da vivere.
5. Continuiamo a non essere immortali. Tutti i prodotti destinati a farci
apparire più giovani, splendenti, meno vicini alla morte, non affrontano il
problema alla radice. In realtà non sono in grado di farci ringiovanire.
Clarins e Clinique hanno prodotto tonnellate di creme antietà eppure le
persone che le usano invecchiano lo stesso. Solo che (in parte grazie alle
campagne di marketing da miliardi di dollari che si sforzano di farci
vergognare delle rughe e dell’invecchiamento) se ne preoccupano di più. Il
tentativo di sembrare giovani aumenta la paura di invecchiare. Perciò,
forse, se accettassimo di invecchiare, se accettassimo le nostre rughe e
quelle degli altri, gli esperti di marketing avrebbero a disposizione meno
paure da amplificare e su cui far leva.
L’insicurezza non dipende dall’aspetto

A scuola ero il più alto di tutti, ed ero magro come un chiodo. Ingurgitavo
enormi quantità di cibo e bevevo un sacco di birra per diventare più
robusto. Ora mi rendo conto che probabilmente soffrivo di una lieve forma
di dismorfofobia. Ero infelice dentro il mio corpo. E a causa del mio corpo.
Mi sottoponevo a serie di cinquanta piegamenti, facendo smorfie di dolore,
nel tentativo di assomigliare a Jean-Claude Van Damme. Non è che il mio
corpo non mi piacesse, lo odiavo proprio. Un’autentica, intensa sensazione
fisica di vergogna che spesso si immagina possano provare solo le donne e
le ragazze. Vorrei poter tornare indietro nel tempo e dire a me stesso:
“Smettila. Nulla di tutto questo ha importanza. Càlmati”.
All’epoca detestavo un neo che ho sulla faccia al punto che, da
adolescente, una volta presi in mano uno spazzolino da denti e cercai di
sfregarmelo via. Ma il problema non è mai stato il neo. Il problema era che
vedevo la mia faccia attraverso il prisma della mia insicurezza. Adesso quel
neo mi piace. Non riesco a capire per quale motivo mi preoccupasse tanto,
perché lo fissassi davanti allo specchio desiderando di vederlo sparire.
Come disse Amleto a Rosencrantz: «Non c’è nulla di buono o cattivo al
mondo se il pensiero non lo fa tale»12. Stava parlando della Danimarca. Ma
lo stesso principio si applica pure al nostro aspetto. Può anche darsi che la
società ci spinga a sentirci inadeguati, ma non siamo tenuti a farlo, basta
renderci conto che la sensazione è una cosa diversa rispetto all’oggetto delle
nostre preoccupazioni. Tuttavia, mentre c’è una diffusa e forte
consapevolezza riguardo ai rischi dell’obesità, ce n’è molta di meno rispetto
ad altri problemi legati al fisico. Se ci sentiamo a disagio nel nostro corpo, a
volte il problema che dobbiamo affrontare è la sensazione, non il corpo.
La professoressa Pamela Keel della Florida State University ha dedicato la
propria carriera a studiare i disturbi dell’alimentazione e i problemi
dell’immagine corporea maschile e femminile, e ne ha tratto la conclusione
che cambiare il proprio aspetto non allevia mai l’insoddisfazione che
proviamo. «Cosa ci renderà davvero più felici e più sani?» ha scritto,
all’inizio del 2018, nel presentare i risultati delle sue ultime ricerche.
«Perdere cinque chili o liberarsi degli atteggiamenti nocivi nei confronti del
corpo?». Quando un individuo avverte una minor pressione psicologica nei
riguardi della propria immagine, non è solo la mente a trarne beneficio, ma
anche il fisico. «Se una persona si sente bene nel proprio corpo, è più
probabile che se ne prenda cura, invece di trattarlo come un nemico, o,
peggio, un oggetto. È un’ottima ragione per ripensare a che tipo di propositi
vogliamo fare per l’anno nuovo».
Questo potrebbe spiegare perché i tassi di obesità stiano crescendo in
maniera allarmante. Se fossimo più soddisfatti del nostro corpo lo
tratteremmo meglio.
Proprio come un’ansia eccessiva nei riguardi dei soldi può,
paradossalmente, sfociare in una sindrome d’acquisto compulsivo, allo
stesso modo un’ansia eccessiva per il proprio aspetto non è garanzia di un
aspetto migliore.
La pressione psicologica che spinge a preoccuparsi del look, a mangiare
“sano”, a prestare attenzione a elementi come lo spazio tra le cosce, a
superare la “prova costume” è per tradizione fortemente legata al genere, al
punto che i pubblicitari si rivolgono con molta più insistenza alle donne.
Perfino oggi che un numero sempre crescente di uomini si sente tenuto ad
avere un aspetto diverso da quello naturale della maggior parte degli
individui di sesso maschile, a sfoggiare muscoli definiti grazie alla palestra,
a vergognarsi dei propri difetti fisici, a venire bene nei selfie, ad angosciarsi
se i capelli diventano grigi o cominciano a cadere, la pressione sulle donne
non è mai stata così forte. Invece di tentare di ridurre l’ansia legata al corpo
nelle donne, stiamo aumentando quella negli uomini. Sotto molti aspetti,
seguendo un’idea distorta di uguaglianza, ci stiamo sforzando di rendere
tutti ugualmente ansiosi invece che ugualmente liberi.
Giusto un attimo fa, mentre ero su Twitter, ho visto qualcuno retwittare
un articolo del New York Post il cui sommario diceva: «Le sex doll maschili
con pene bionico saranno sul mercato entro il 2019». C’era anche una foto di
queste “bambole”, del tutto glabre, con corpi di una tonicità impossibile,
complete di capelli che non cadranno mai e peni che non mancheranno mai
un’erezione. Naturalmente, come è ovvio, ci si sta dedicando con impegno
ancora maggiore a produrre modelli sempre più avanzati di sex robot
femminili. Ora, voler somigliare a una modella photoshoppata sulla
copertina di una rivista è una cosa. Ma il prossimo stadio sarà forse il
desiderio di avere un corpo perfetto e anonimo come quello di un androide,
o di un robot? Tanto vale andare a caccia di unicorni.
Alice Walker ha scritto: «In natura niente è perfetto e tutto è perfetto. Gli
alberi possono essere contorti, curvi in modo bizzarro, ma risultare
comunque bellissimi». I nostri corpi non saranno mai sodi, simmetrici e
giovanili come quelli dei robot sessuali bionici, perciò dobbiamo imparare
in fretta a essere felici anche senza essere dotati di quell’irrealistico corpo
“perfetto” che la società ci propone di continuo, e a sentirci un po’ più
soddisfatti del nostro corpo così com’è, se non altro per il fatto che essere
insoddisfatti del proprio aspetto non lo migliora. Serve solo a farci stare
peggio. Noi siamo molto meglio del più perfetto dei robot sessuali bionici.
Siamo esseri umani. Non dobbiamo vergognarci di apparire come tali.
Lettera dalla spiaggia

Salve.
Sono la spiaggia.
Sono stata creata dalle onde e dalle correnti.
Sono il risultato dell’erosione degli scogli.
Esisto accanto al mare.
Esisto da milioni di anni.
Esisto fin dagli albori della vita.
E ho qualcosa da dirvi.

Non me ne importa niente del vostro corpo.

Sono una spiaggia.


Davvero, non me ne frega un cazzo.
Il vostro indice di massa corporea mi è del tutto indifferente.
Non mi fa né caldo né freddo se i vostri addominali sono visibili a occhio
nudo.
Non ci faccio neanche caso.
Voi appartenete a una delle duecentomila generazioni di esseri umani.
Io le ho viste tutte.
E vedrò anche tutte quelle che verranno dopo di voi.
Saranno di meno. Mi dispiace.
Ascolto le voci che mi sussurra il mare.
(Il mare vi odia. “Gli avvelenatori”: è così che vi chiama. Sì, lo so, è un po’
melodrammatico. Però il mare è fatto così. Per lui tutto diventa un
dramma.)
E ho un’altra cosa da dirvi.
Neanche all’altra gente sulla spiaggia importa niente del vostro corpo.
Davvero.
Guardano il mare, oppure sono ossessionati dal proprio aspetto.
Ma anche se stessero pensando a voi, che ve ne importa? Perché gli esseri
umani si preoccupano tanto dell’opinione di perfetti sconosciuti? Perché
non fate come me? Fatevela scorrere addosso. Permettete a voi stessi di
essere ciò che siete.
Siate e basta.
Siate spiaggia.
Come smettere di avere
paura di invecchiare

1. Rendetevi conto che, stando ai risultati di numerosi studi, gli anziani in


realtà non si preoccupano così tanto della vecchiaia. La ricerca più recente
che ho trovato è stata condotta nel 2016 dall’Istituto NORC dell’Università di
Chicago. Il NORC ha interpellato oltre tremila adulti e ha scoperto che gli
anziani sono più ottimisti nei riguardi dell’invecchiamento rispetto ai
giovani: solo il 46 percento degli ultratrentenni ha dichiarato di pensare con
serenità alla vecchiaia, contro il 66 percento degli ultrasettantenni. A
quanto pare, aver paura della vecchiaia è un segno di giovinezza. E il motivo
principale per guardare con ottimismo alla vecchiaia è che i vecchi sono
ottimisti. La resilienza sembra crescere nel tempo.
2. Succede. Invecchiare è un processo che non possiamo impedire.
Possiamo mangiare sano, praticare attività fisica e condurre una vita
morigerata, ma invecchiamo lo stesso. Il nostro ottantesimo compleanno
cadrà sempre nella stessa data. Certo, possiamo aumentare le probabilità di
raggiungere quell’età, ma non possiamo arrestare la ruota del tempo. E
questa certezza in realtà è molto rassicurante. Quando ci troviamo di fronte
a qualcosa di inevitabile il livello di preoccupazione comincia a diminuire.
Nora Ephron ha scritto: «Tutti muoiono. Non ci si può fare niente. Anche se
mangi sei mandorle al giorno»13.
3. I problemi che associate alla vecchiaia potrebbero non essere quelli che
avrete. Non siete Nostradamus. Non potete sapere come sarete da vecchi.
Per esempio, non sapete se la vostra mente comincerà a declinare o se
brillerà ancora più vivida, come quella di Matisse, che ha prodotto alcune
delle sue opere migliori dopo gli ottant’anni.
4. Il futuro non esiste. È un concetto astratto. Il presente è l’unica cosa
che conosciamo. Un presente dopo l’altro. Il presente è il luogo in cui
dobbiamo vivere. Esistono miliardi di versioni diverse del vostro io più
anziano. Ma ce n’è una sola del vostro io attuale. Concentratevi su quella.
5. Rimpiangerete di aver avuto paura. In Vorrei averlo fatto: i cinque
rimpianti più grandi di chi è alla fine della vita14 Bronnie Ware, un’infermiera
che si occupava di assistere malati terminali, ha raccontato le sue
esperienze di dialogo con i pazienti vicini alla morte. Il rimpianto più
grande che li accomunava tutti era la paura. Molti provavano un profondo
dolore e tormento al pensiero di aver trascorso tutta la vita a preoccuparsi.
Intere esistenze consumate dalla paura. Paura di quello che gli altri
pensavano di loro. Una paura che aveva impedito a queste persone di essere
fedeli a se stesse.
6. Accogliete, non opponete resistenza. Sbarazzandovi della paura di
invecchiare forse vi sbarazzerete di tutte le altre. Accettatela, non negatela.
Non combattetela, provatela. Magari evitate di farvi iniezioni di Botox.
Sottoponetevi invece a qualche incruenta operazione di chirurgia mentale.
Riformulate la vostra idea di bellezza. Ribellatevi al marketing. Aspettate
con impazienza di diventare un saggio anziano. Fate vostra la complessa
eleganza di una candela che si scioglie. Siate una mappa con diecimila
strade. L’arancione del tramonto che surclassa il rosa dell’alba. Il voi stesso
che ha il coraggio di essere autentico.
4
CONSIDERAZIONI SUL TEMPO
Paura e tempo

«Sono convinto che se c’è qualcosa da temere è la paura stessa». Questa


frase, pronunciata per la prima volta da Franklin D. Roosevelt nel 1933
durante il suo discorso di insediamento alla presidenza degli Stati Uniti
d’America, è probabilmente quella su cui ho riflettuto di più in vita mia.
Durante i primi episodi di attacchi di panico mi sembrava una
provocazione. È proprio la paura quello che temo, pensavo. Le stesse parole
mi sono tornate in mente anche mentre scrivevo questo libro. Proprio come
“il tempo è la migliore medicina” e tutte le più note frasi fatte, è diventata
tale per un buon motivo: perché ha in sé la potenza della verità.
Quando penso alle mie paure mi rendo conto che per la maggior parte
sono legate al tempo. Ho paura di invecchiare. Ho paura che i miei figli
invecchino. Ho paura del futuro. Ho paura di perdere le persone che amo.
Ho paura di essere in ritardo col lavoro. Perfino adesso, mentre scrivo, ho
paura di non riuscire a rispettare le scadenze. Mi preoccupo del tempo che
ho usato male. Di quello che ho trascorso da malato. E, durante le ricerche
per questo libro, ho cominciato a chiedermi se il nostro concetto di tempo
non sia a sua volta legato al tempo. È cambiato nel corso degli anni? Per
liberarsi dalla paura occorre forse sviluppare un nuovo rapporto con il
ticchettio dei minuti, delle ore e dei mesi? Sento che per capire in che modo
la mia mente, e forse anche la vostra, reagisce al mondo moderno per prima
cosa devo prendere in considerazione il significato del tempo.
Fermare gli orologi

Non abbiamo sempre avuto degli orologi. Per la maggior parte della storia
umana concetti come “le cinque meno un quarto” o “le quattro e tre quarti”
non avevano senso.
Nessuno ha mai trovato una pittura rupestre del Neolitico raffigurante un
uomo in preda allo stress perché non aveva sentito la sveglia e si era perso
la riunione delle nove con la dirigenza. Anticamente esistevano solo due
orari. Due tempi. Il giorno e la notte. La luce e il buio. La veglia e il sonno.
Naturalmente, in realtà ce n’erano anche altri. C’erano quelli dei pasti e
quelli della caccia; c’era il tempo per combattere e quello per rilassarsi,
quello per giocare e quello per baciarsi, ma questi tempi non erano dettati
artificialmente dagli orologi, dai numeri sul quadrante e dalle sue
innumerevoli suddivisioni.
Nel momento in cui iniziarono a diffondersi i primi sistemi di
misurazione del tempo questa struttura dualistica rimase inviolata.
Dopotutto, quando gli antichi Egizi osservavano le ombre proiettate dagli
obelischi per determinare l’ora del giorno, o quando i Romani consultavano
le meridiane, potevano farlo solo alla luce del giorno. Perfino i primi orologi
meccanici sui campanili delle chiese, comparsi in Europa agli inizi del XIV
secolo, erano congegni abbastanza approssimativi. In genere non avevano
la lancetta dei minuti, e la maggior parte delle persone non riusciva a
vederli dalla finestra della propria camera da letto.
Gli orologi da taschino furono inventati durante il XVI secolo e, come
parecchi ambìti beni di consumo, all’inizio erano status symbol molto
esclusivi: novità per la nobiltà. Verso il 1650 un bell’orologio da taschino
costava circa quindici sterline, più di quanto un bracciante agricolo
guadagnava in un anno. Tutti quei soldi per un congegno che non aveva
neanche la lancetta dei minuti. Eppure, a quanto pare, fu proprio quella
nuova invenzione a diffondere l’ansia nei riguardi del tempo e del
trascorrere delle ore. O, perlomeno, l’ansia di controllare l’ora.
Nel suo famoso diario, Samuel Pepys racconta che nel 1665 a Londra,
dopo essersi concesso il lusso di un orologio da taschino, ben presto si rese
conto, come tanti moderni utenti di Internet, che avere accesso a una
maggiore quantità di informazioni ci dà un certo tipo di libertà ma ce ne
toglie un’altra. Il 13 maggio di quell’anno scrisse:

È strano come io possa avere ancora dei momenti di entusiasmo infantile! Sono
andato a casa in carrozza tenendo tutto il tempo l’orologio fra le mani per vedere
l’ora. Mi chiedo come abbia potuto farne a meno fino ad oggi. Eppure mi ricordo
di averne avuto uno prima di questo, e di essermene disfatto ritenendolo una
seccatura.15

Di sicuro chiunque abbia mai posseduto uno smartphone o un account su


Twitter può riconoscersi in un simile comportamento compulsivo.
Controlla, controlla, controlla e controlla ancora, tanto per essere sicuro.
Quando poi la possibilità di controllare si trasforma in un’ossessione, spesso
ci ritroviamo a rimpiangere l’epoca in cui tale possibilità non esisteva.
Il fatto è che l’orologio di Pepys non era nemmeno un granché. Era un
manufatto tecnologico molto scadente che costava un anno di salario. Ma
nel 1665 non esistevano orologi di qualità, o perlomeno la loro qualità non
consisteva nel segnare l’ora. Solo un decennio più tardi, con l’invenzione
della molla a spirale, che controllava la velocità del bilanciere dell’orologio,
fu possibile fabbricarne di vagamente accurati.
Da allora, naturalmente, i nostri metodi di misurazione del tempo sono
progrediti sempre più. Ormai viviamo nell’era degli orologi atomici. Sono
strumenti di un’accuratezza incredibile, spaventosa. Per esempio, nel 2016
in Germania ne è stato costruito uno talmente preciso che non perderà né
guadagnerà un secondo per quindici miliardi di anni. Ormai ai fisici tedeschi
non resta più nessuna scusa per arrivare in ritardo.
Siamo troppo consapevoli del tempo misurato e non abbastanza
consapevoli di quello naturale. È possibile che per migliaia di anni gli esseri
umani si siano svegliati alle sette del mattino. La differenza con gli ultimi
secoli è che adesso ci svegliamo perché sono le sette del mattino. Andiamo a
scuola, all’università o al lavoro a una certa ora del giorno, non perché ci
sembri il momento più naturale per farlo, ma perché quella è l’ora che ci è
stata imposta. Abbiamo consegnato i nostri istinti alle lancette di un
orologio. Sempre più spesso siamo noi a servire il tempo, e non il tempo a
servire noi. Siamo angosciati dal tempo. Ci chiediamo dove sia andato a
finire. Ne siamo ossessionati.
Una telefonata

«Matthew?». È mia madre. È l’unica a chiamarmi Matthew.


«Sì».
«Mi stavi ascoltando?».
«Ehm. Sì. Hai accennato che volevi andare dal medico...».
Con mia grande vergogna, in realtà non la stavo ascoltando. Stavo
fissando un’email scritta a metà. Perciò cambio strategia e le dico la verità.
«Scusami. Sono davanti al computer. Ho molto da fare. In questo
momento non ho proprio tempo...».
Mia madre sospira, e io me ne accorgo subito, anche se è lontana più di
trecento chilometri. «Conosco la sensazione».
Abbiamo già il tempo che ci serve

Il fatto è che di tempo dovremmo averne più che mai. Pensateci. Durante
l’ultimo secolo nei paesi sviluppati l’aspettativa di vita si è più che
raddoppiata. Non solo: il numero di tecnologie e apparecchiature che ci
consentono di risparmiare tempo non è mai stato così elevato.
Le email sono più veloci delle lettere. Le stufe elettriche sono più rapide
dei fuochi nei caminetti. Il bucato in lavatrice è più veloce di quello fatto a
mano, nella vasca o al fiume. Procedimenti in passato complicati, come
aspettare che si asciugassero i capelli, viaggiare per venti chilometri, far
bollire dell’acqua o consultare una serie di dati, attualmente richiedono un
tempo trascurabile. Abbiamo dispositivi tecnologici che ci permettono di
risparmiare tempo e fatica: trattori, automobili, lavastoviglie, linee di
produzione in serie e forni a microonde.
Eppure, per gran parte della nostra vita ci sembra di non avere mai
tempo per niente. Diciamo: «Mi piacerebbe leggere di più, imparare a
suonare uno strumento, andare in palestra, fare un po’ di volontariato,
cucinare, coltivare fragole, incontrare i miei ex compagni di scuola,
allenarmi per la maratona... se solo ne avessi il tempo».
Spesso ci sorprendiamo a desiderare che una giornata contenga più di
ventiquattro ore, ma un pensiero del genere non serve a nulla. È evidente
che il problema non sta nella mancanza di tempo. Sta in un sovraccarico di
tutto il resto.
Da ricordare

Sentire di non avere tempo non significa non averne.

Sentire di essere brutti non significa esserlo davvero.

Sentirsi ansiosi non significa che ce ne sia motivo.

Sentire di non aver realizzato abbastanza non significa non aver


realizzato abbastanza.

Sentire che ci manca qualcosa non ci rende meno completi.


5
IL SOVRACCARICO ESISTENZIALE
Tutto in eccesso

Nel mondo attuale tutto è in eccesso.


Pensate anche a una sola categoria di oggetti.
Per esempio, pensate a quello che avete in mano: un libro.
Ci sono tantissimi libri. Per un motivo qualsiasi avete scelto di leggere
proprio questo, cosa di cui vi ringrazio sinceramente. Ma mentre lo state
leggendo probabilmente sarete anche dolorosamente consapevoli che non
ne state leggendo altri. Non che io voglia stressarvi, ma ce ne sono davvero
tanti altri. Basandosi in gran parte su dati ricavati da Google, il sito Internet
Mental Floss ha calcolato che, secondo una stima prudente, i libri esistenti
al momento di tale calcolo fossero 134.021.533. Ma questo avveniva circa a
metà del 2016. Attualmente ce ne sono molti milioni in più. E comunque,
tecnicamente già 134.021.533 sono davvero tanti.
Non è sempre stato così.
Non abbiamo sempre avuto così tanti libri, e il motivo è evidente. Prima
dell’invenzione del torchio tipografico i libri andavano composti a mano,
scritti su superfici di argilla, papiro, cera o pergamena.
E anche subito dopo l’avvento della stampa non c’era poi così tanta roba
da leggere. Un ipotetico gruppo di lettura dell’Inghilterra dei primi anni del
XVI secolo avrebbe avuto difficoltà, perché a quell’epoca, secondo i dati
attualmente in possesso della British Library, si pubblicavano soltanto circa
quaranta libri l’anno. Un lettore avido non aveva quindi il minimo problema
a tenersi al passo con tutti i libri pubblicati.
«Allora, cosa leggiamo?» avrebbe chiesto un membro ipotetico di
quell’ipotetico gruppo di lettura.
«Quello che c’è, Cedric» sarebbe stata la risposta.
Tuttavia, la situazione cambiò molto in fretta. Già nell’anno 1600 in
Inghilterra si pubblicavano circa quattrocento titoli l’anno, dieci volte di più
di quelli del secolo precedente.
Anche se si dice che il poeta Samuel Taylor Coleridge sia stato l’ultima
persona al mondo ad aver letto tutto ciò che era stato pubblicato, in realtà
questo è tecnicamente impossibile perché Coleridge è morto nel 1834, anno
in cui esistevano già milioni di libri. Tuttavia, il dato interessante è che a
quell’epoca la gente poteva credere che fosse possibile leggere tutto. Oggi
nessuno potrebbe pensare una cosa simile.
Sappiamo che anche se battessimo il record mondiale di velocità di
lettura il numero di libri che leggeremmo resterebbe comunque una
frazione minuscola di quelli esistenti. Siamo sommersi da libri proprio come
siamo sommersi da programmi televisivi. Eppure possiamo leggere un solo
libro e guardare un solo programma per volta. Abbiamo moltiplicato tutto,
ma siamo ancora individui. Ciascuno di noi è una sola persona ed è più
piccolo di Internet. Per goderci la vita forse dovremmo smettere di pensare
a quello che non riusciremo mai a leggere, guardare, dire e fare, e iniziare a
pensare a come goderci il mondo all’interno dei nostri limiti. A come vivere
in una dimensione umana. Forse dovremmo concentrarci sulle poche cose
che possiamo fare, invece che sui milioni di cose che non possiamo fare.
Dovremmo smettere di desiderare vite parallele. Dovremmo trovare una
matematica più piccola. Essere un unicum indivisibile, orgoglioso e
irripetibile.
Attacco di panico su scala mondiale

Il panico è una forma di sovraccarico.


Era questa la sensazione che provavo durante i miei attacchi. Un eccesso
di pensieri e paure. Una mente sovraccarica raggiunge il punto di rottura e
il panico si riversa oltre la breccia. Perché quel sovraccarico ti fa sentire in
trappola. Psicologicamente in gabbia. Ed è per questo che gli attacchi di
panico spesso si verificano in ambienti sovraccarichi di stimoli.
Supermercati, night club, teatri e treni troppo affollati.
Ma cosa succede quando il sovraccarico diventa una caratteristica
fondamentale della vita moderna? Sovraccarico di consumi. Sovraccarico
lavorativo. Ambientale. Di notizie. Di informazioni.
La sfida dei giorni nostri non consiste nel fatto che la vita sia diventata
peggiore rispetto al passato. Sotto molti aspetti gli esseri umani hanno la
possibilità di vivere meglio, più sani e più felici rispetto ad altre epoche. Il
problema è che la nostra vita è ingombra. La sfida è scoprire chi siamo in
mezzo alla folla di noi stessi.
Posti in cui ho avuto un attacco di panico

Al supermercato.
Nel seminterrato senza finestre di un grande magazzino.
A un festival musicale affollatissimo.
In un night club.
In aereo.
Nella metropolitana di Londra.
In un tapas bar di Siviglia.
Nel camerino di BBC News.
Su un treno da Londra a York (è durato per quasi tutto il viaggio).
Al cinema.
A teatro.
In un negozio.
Su un palco (mi sentivo strano di fronte a tutti quei volti che mi
fissavano).
Mentre passeggiavo per Covent Garden.
Mentre guardavo la tv.
A casa, a tarda notte, dopo una giornata intensa, mentre un lampione
brillava di un minaccioso bagliore arancione oltre le tende della finestra.
In banca.
Davanti allo schermo di un computer.
Un pianeta nervoso

«Immagina che il mondo non si limiti a far impazzire la gente» mi ha


detto di recente un amico, dopo che gli avevo parlato del libro che stavo
cercando di scrivere. «Immagina che sia il mondo in sé a essere impazzito. O
perlomeno i frammenti di mondo che interagiscono con noi. Con gli esseri
umani. Davvero, e se fosse così? Io credo che stia succedendo proprio
questo. Penso che la società umana sia sul punto di crollare».
«Sì. Come un paziente sul punto di avere un crollo nervoso».
«Esattamente. Certo, il mondo non è una persona. Però è sempre più
interconnesso, tipo sistema nervoso. Ed è già da un po’ di tempo che è
diventato così. Ho letto di un tizio che nel XIX secolo sosteneva che i cavi del
telegrafo erano una specie di sistema nervoso».
Dopo qualche ricerca ho scoperto che l’uomo cui si riferiva il mio amico si
chiamava Charles Tilston Bright: aveva supervisionato la posa del primo
cavo telegrafico sottomarino e chiamava la rete telegrafica mondiale «il
sistema nervoso elettrico globale».
Ormai non ci serviamo quasi più del telegrafo, perché abbiamo scoperto
che non va molto bene per inviare emoji e video di gattini ninja. Ma il
sistema nervoso globale non è scomparso. Si è evoluto per dimensioni e
complessità, al punto che, dal giugno 2017, in base ai dati dell’Unione
internazionale delle telecomunicazioni dell’ONU (che un tempo si chiamava
Unione internazionale delle comunicazioni telegrafiche) oltre la metà della
popolazione mondiale ha accesso a Internet.
Il numero dei nuovi utenti di Internet è cresciuto vertiginosamente di
anno in anno. È pazzesco pensare che ancora nel 1995 rispetto a oggi quasi
nessuno aveva accesso al Web: solo sedici milioni di persone, lo 0,4 percento
della popolazione mondiale. Dieci anni dopo, nel 2005, la cifra era salita a un
miliardo, ovvero il 15 percento. E nel 2017 si è arrivati al 51 percento.
Nello stesso anno il numero di utenti Facebook attivi (ovvero di coloro
che lo usano almeno una volta al mese) ha toccato i 2,07 miliardi. All’inizio
di questo decennio, nel 2010, neppure Internet nel suo insieme aveva un
simile numero di utenti. Si tratta di un cambiamento davvero veloce,
verificatosi perché molte regioni del mondo si sono “modernizzate” e
hanno modificato rapidamente le proprie infrastrutture per introdurre i
collegamenti a banda larga. Un altro motivo di questa crescita è l’aumento
delle vendite degli smartphone, che hanno reso l’accesso a Internet molto
più facile rispetto al passato.
E non è solo la quantità di utenti Internet che sta aumentando, ma anche
la quantità di tempo che trascorriamo in rete.
Gli esseri umani non sono mai stati così collegati tra loro grazie alla
tecnologia, e questo radicale cambiamento ha avuto luogo in poco meno di
un decennio. Il che, come minimo, sta causando parecchie discussioni in
rete. Come ha scritto Tolstoj nel 1894, nel Regno di Dio è in voi:

Più gli uomini saranno al coperto dal bisogno, più aumenteranno i telegrafi, i
telefoni, i libri, i giornali, le riviste; più cresceranno i mezzi per propagare le
menzogne e le ipocrisie contraddittorie, e più gli uomini saranno disuniti, per
conseguenza infelici, come avviene presentemente.16

E le cose stanno succedendo troppo in fretta per permetterci di fare il


punto della situazione. Di certo più in fretta che all’epoca di Tolstoj. Tutte
queste discussioni. Tutte queste informazioni. Tutta questa connessione
tecnologica. Che il mondo abbia un cervello è una metafora abusata ma
calzante. Noi siamo i neuroni del cervello del mondo, e trasmettiamo noi
stessi a tutti gli altri neuroni. Trasmettiamo il sovraccarico avanti e
indietro. Neuroni sovraccarichi di un pianeta nervoso. Sul punto di crollare.
6
LE ANSIE DI INTERNET

Internet è la prima cosa che l’umanità abbia costruito e che l’umanità stessa non
comprende, il più grande esperimento di anarchia mai tentato.
ERIC SCHMIDT,
ex amministratore delegato di Google

Un ristretto gruppo di individui alle dipendenze di un ristretto gruppo di società


tecnologiche orienteranno grazie alle loro scelte il pensiero di un miliardo di
persone... Non riesco a immaginare un problema più urgente di questo... Sta
cambiando la nostra democrazia, e la nostra capacità di intrattenere le
conversazioni e i rapporti che desideriamo con gli altri.
TRISTAN HARRIS,
ex dipendente di Google
Cose che amo di Internet

Azioni collettive contro l’ingiustizia sociale.


Guardare vecchi video pop che avevo dimenticato.
Guardare i trailer dei film senza bisogno di essere al cinema.
Wikipedia, Spotify, le ricette di BBC Good Food.
Fare ricerche per organizzare un viaggio all’estero.
Goodreads.
Trovare gente che capisca quello che provi quando ti senti giù di corda.
Parlare con lettori che altrimenti non riuscirei mai a raggiungere.
Fare amicizia, cosa che succede abbastanza spesso.
Guardare video di animali che fanno cose incredibili (un gorilla che balla
in piscina, un polpo che apre un barattolo).
Avere la possibilità di raggiungere tanta gente tramite email o messaggi,
cosa che non potrei fare nella vita reale.
I tweet divertenti.
Tenermi in contatto con i vecchi amici.
La possibilità di mettere alla prova le mie idee confrontandomi con altre
persone.
I bravissimi insegnanti di yoga di Austin, Texas, di cui posso seguire gli
esercizi senza vivere a Austin, Texas.
Gli ottimi video di stretching rilassante per chi corre.
Fare ricerche sugli aspetti negativi di Internet tramite Internet.
Cose di cui dovrei fare a meno
su Internet

Scrivere un post su un’esperienza importante quando potrei vivere


un’esperienza importante.
Scrivere tweet esprimendo opinioni che non convinceranno nessuno.
Cliccare su articoli che in realtà non ho voglia di leggere.
Controllare il mio account Twitter quando invece dovrei fare colazione.
Leggere le recensioni dei miei libri su Amazon.
Paragonare la mia vita a quella degli altri.
Fissare le email senza rispondere.
Rispondere alle email quando invece dovrei ascoltare mia madre che mi
parla della sua visita medica.
Assaporare la gioia vana dei like e delle aggiunte ai preferiti.
Googlare il mio nome.
Chiudere il video su YouTube di una canzone che mi piace senza
aspettare che finisca perché ne ho già vista un’altra che mi piace.
Googlare i sintomi su Internet per autodiagnosticarmi malattie (solo
perché sei ipocondriaco non significa che tu non stia morendo davvero).
Cercare qualcosa, qualsiasi cosa su Google (“numero degli atomi di un
corpo umano”, “benefici della curcuma per la salute”, “cast completo di
West Side Story”, “come scaricare foto da iCloud”) dopo mezzanotte.
Controllare i like di un nuovo tweet, di una nuova foto o di un nuovo
status (e continuare a controllarli).
Volersi disconnettere da Internet senza disconnettersi da Internet.
Il mondo diventa sempre più piccolo

Il sovraccarico esistenziale è una sensazione che si origina in parte dalla


contrazione e concentrazione che sembra aver subìto il mondo. Il mondo
umano ha accelerato ed è davvero diventato più piccolo. Si sta facendo
sempre più interconnesso, e lo stesso succede anche a noi. La “mente
alveare”, espressione coniata per la prima volta nel racconto di fantascienza
La seconda notte d’estate17, pubblicato da James H. Schmitz nel 1950, ormai è
realtà. La nostra vita, le informazioni e le emozioni sono collegate tra loro
come mai prima d’ora. Internet unifica anche quando sembra dividere.
Questo rimpicciolimento del mondo non è stato un processo improvviso.
Da secoli gli esseri umani comunicano a distanze superiori rispetto alla
portata della propria voce. Si sono serviti di tutto, dai segnali di fumo ai
tamburi ai piccioni viaggiatori. Una catena di fari di segnalazione da
Plymouth a Londra annunciò l’arrivo dell’Invincibile Armata.
Nel XIX secolo il telegrafo collegò i continenti.
Poi il sistema nervoso globale continuò a evolversi grazie al telefono, alla
radio, alla televisione e, naturalmente, a Internet.
Per molti versi questi collegamenti ci avvicinano ancor di più gli uni agli
altri. Possiamo inviare email, SMS, telefonare con Skype o FaceTime, giocare
online in modalità multiplayer e in tempo reale con persone lontane
diecimila chilometri. La distanza fisica è sempre più irrilevante. I social
media ci hanno permesso di organizzare azioni collettive senza precedenti,
dalle rivolte alle rivoluzioni a risultati elettorali del tutto imprevedibili. La
rete ci ha permesso di unirci per cambiare le cose. In meglio e in peggio.
Il problema è che se siamo collegati a un enorme sistema nervoso la
nostra felicità e infelicità sono più collettive che mai. Le emozioni del
gruppo diventano le nostre.
Isteria di massa

Esistono migliaia di esempi nella storia in cui le emozioni individuali sono


state influenzate da quelle della folla, dai processi alle streghe di Salem alla
Beatlemania.
Uno degli esempi più divertenti, o spaventosi, è il caso di quel convento
francese del XV secolo in cui una suora cominciò a miagolare come un gatto.
Ben presto anche altre consorelle la imitarono. E di lì a qualche mese gli
abitanti del villaggio vicino rimasero sconvolti nell’udire tutte le suore
miagolare a gran voce in coro per diverse ore al giorno. Smisero solo
quando le autorità locali minacciarono di frustarle.
Ci sono altri esempi bizzarri. Come la “piaga del ballo” del 1518, durante
la quale, nell’arco di un mese, a Strasburgo quattrocento persone danzarono
fino a crollare (e in qualche caso a morire) senza una motivazione
comprensibile. E senza che nessuno stesse suonando.
Oppure l’episodio avvenuto durante le guerre napoleoniche, quando,
secondo una leggenda, gli abitanti di Hartlepool, una cittadina inglese, si
convinsero in massa che una scimmia portata a riva dalle onde dopo un
naufragio fosse una spia francese e impiccarono il povero, esterrefatto
primate. Le fake news esistono da parecchio tempo.
E naturalmente al giorno d’oggi siamo dotati di una tecnologia, Internet,
che facilita e rende più probabili i comportamenti di gruppo. Cose molto
diverse tra loro (canzoni, tweet, video di gattini) diventano virali nell’arco
di un giorno, o di poche ore. La parola “virale” è perfetta per descrivere
l’effetto contagioso suscitato dall’interazione tra la natura umana e la
tecnologia. Ovviamente non sono solo i video, i prodotti e i tweet a poter
diventare contagiosi. Ma anche le emozioni.
Un mondo totalmente interconnesso ha in sé il potenziale di impazzire
collettivamente, all’improvviso.
Primi passi

Di nuovo la stessa storia. «Matt, esci da Internet».


Andrea aveva ragione e parlava solo per il mio bene, ma io non volevo
ascoltarla.
«È tutto a posto».
«No, non è tutto a posto. Stai litigando con qualcuno. Vuoi scrivere un
libro su come affrontare lo stress di Internet e ti stai facendo stressare da
Internet».
«In realtà il libro non parla proprio di questo. Sto cercando di capire in
che modo la nostra mente è influenzata dalla modernità. Voglio scrivere un
libro sul mondo in quanto pianeta nervoso. Sull’interconnessione psicologica
tra gli esseri umani. Su tutti gli aspetti di un...».
Lei alzò le mani. «Basta così. Non voglio ascoltare una conferenza sulla
tecnologia».
Sospirai. «Sto solo rispondendo a un’email».
«No, non è vero».
«D’accordo. Sono su Twitter. Ma c’è un punto che devo assolutamente
chiarire...».
«Matt, dipende da te. Ma io credevo che tu stessi scrivendo quel libro per
cercare di capire come fare a non ridurti così».
«Così come?».
«Così coinvolto da questioni in cui non dovresti lasciarti coinvolgere. Non
voglio che ti ammali. Ed è così che ti ammali. Tutto qui».
Andrea uscì dalla stanza. Guardai il tweet che stavo per spedire. Non
avrebbe aggiunto niente alla mia vita. Né a quella di qualcun altro. Mi
avrebbe solo spinto a controllare ancor di più il telefono, proprio come
Pepys con il suo orologio da taschino. Premetti il tasto “cancella” e provai
uno strano sollievo mentre guardavo i caratteri scomparire.
Ode ai social media

Quando la rabbia setaccia la rete


E ti bersaglia con strali di scherno
Ecco il momento di spegner lo schermo
E in un buon libro cercare quiete.
Specchi

I neurobiologi hanno stabilito che il “rispecchiamento” è uno dei percorsi


neurali che si attivano nel cervello dei primati, noi compresi, durante
l’interazione con i propri simili.
In un’era interconnessa come la nostra gli specchi diventano più grandi.
Quando la gente ha paura dopo un evento terrificante, quella paura si
propaga come un incendio digitale.
Quando la gente è arrabbiata, la rabbia si moltiplica.
Persino quando persone che nutrono opinioni opposte rispetto alle
nostre manifestano un’emozione anche noi ne avvertiamo una simile. Per
esempio, se qualcuno si infuria con noi in rete per qualsiasi motivo, è
improbabile che aderiamo alle sue opinioni, ma è molto probabile che ci
lasciamo contagiare dalla sua furia. Lo si vede tutti i giorni sui social
network: gente che litiga, rafforzando così le opinioni opposte
dell’interlocutore, eppure nel contempo rispecchiando il suo stato emotivo.
Ho commesso questo errore molte volte, ed ecco la ragione per cui
Andrea era arrabbiata con me. Mi sono lasciato coinvolgere in discussioni
con individui che mi avevano definito “buonista” o progrescemo, o avevano
proclamato a gran voce che «essere di sinistra è un disturbo mentale» in un
tweet contro di me. So bene che litigare su Internet non è la maniera più
appagante per trascorrere il limitato numero di giornate di cui disponiamo
su questa Terra, eppure l’ho fatto, senza riuscire a controllarmi. Adesso lo
riconosco. E ho bisogno di smettere.
Comunque, quello che mi preme sottolineare è che sebbene abbia idee
politiche molto diverse dalle persone con cui litigo, dal punto di vista
psicologico ciascuno di noi alimenta i sentimenti di rabbia dell’altro.
Contrasto politico ma rispecchiamento emotivo.
Una volta, mentre ero in preda all’ansia, ho twittato una frase stupida.
«L’ansia è il mio superpotere» ho scritto.
Non intendevo affermare che l’ansia fosse un fatto positivo. Volevo solo
dire che si tratta di un sentimento incredibilmente intenso, e che noi che la
proviamo in eccesso attraversiamo la vita come un angosciato Clark Kent o
un tormentato Bruce Wayne, conoscendo il segreto di chi siamo in realtà. E
tutto questo può rappresentare un fardello di pensieri vorticosi,
incontrollabili e disperati, eppure, di tanto in tanto, riusciamo a convincerci
che abbia anche un lato positivo.
Per esempio, personalmente sono grato del fatto che l’ansia mi abbia
costretto a smettere di fumare e a condurre uno stile di vita sano; che mi
abbia aiutato a capire cosa mi facesse bene, chi mi volesse bene davvero e
chi no. Sono felice che mi abbia spinto ad aiutare altre persone che hanno
sperimentato le stesse situazioni mentali, e, nei periodi in cui sto meglio, a
vivere la vita con maggiore intensità.
Fondamentalmente è quello che ho scritto in Ragioni per continuare a
vivere. Ma in quel tweet non avevo espresso molto bene il concetto. E poi,
all’improvviso, mi trovai a ricevere una dose notevole di attenzione.
Decisi di cancellare il tweet, ma ormai molti avevano catturato la
schermata e stavano ingrossando le fila degli arrabbiati di Twitter per
dirigere la propria ira contro di me. «SUPERPOTERE? MA CHE CAZZO DICI!».
«@matthaig1 È TOSSICO». «Cancella il tuo account». «Idiota di merda» e così
via. E tu te ne stai lì, terrorizzato, a guardare quell’enorme schianto creato
da te, mentre la tua timeline si riempie di decine, centinaia di individui
arrabbiati convinti che, dato che stavano toccando un nervo scoperto,
allora avevano ragione. Tra parentesi “toccare un nervo scoperto” è una
frase priva di senso per chi soffre di ansia. Ogni nervo è scoperto.
La rabbia divenne contagiosa: la avvertivo quasi come una forza fisica che
si irradiava dallo schermo. Il mio cuore raddoppiò i battiti. Mi sembrava che
la stanza mi si stesse chiudendo addosso. L’aria si fece rarefatta. Ero stretto
all’angolo. Cominciai ad avere la sensazione che la realtà si stesse
dissolvendo. «Merda, merda, merda». Caddi preda di un breve attacco di
panico. Provai una malsana mescolanza di senso di colpa, paura e rabbia
difensiva e decisi solennemente che non avrei mai più affidato a Twitter le
mie riflessioni su come uscire dall’ansia.
Certe cose è meglio tenerle per sé.
Ma, soprattutto, decisi di trovare un modo per impedire che l’immagine
di me che avevano gli altri diventasse quella che avevo io. Volevo crearmi
una sorta di immunità emotiva. Quando ti lasci coinvolgere troppo i social
network ti danno la sensazione di trovarti dentro una borsa valori in cui la
merce di scambio sei tu, ovvero la tua personalità in rete. E quando gli altri
cominciano a infierire ti sembra che il tuo personale valore di mercato
precipiti. Volevo liberarmi da tutto questo. Volevo scollegarmi
psicologicamente. Volevo diventare, dal punto di vista psichico, un mercato
autosufficiente. Accettare i miei errori, consapevole che ogni essere umano
è più degli errori che commette. Rendermi conto che conosco il
funzionamento della mia mente meglio di un estraneo qualunque. Imparare
ad accettare che qualcuno possa considerarmi una mezza sega senza
sentirmi male per questo. Interessarmi agli altri, ma non alle loro errate
interpretazioni di me all’interno della matrice di pensiero di Internet.
Come rimanere sani di mente su Internet: una lista di comandamenti
utopistici che seguo di rado, perché è molto difficile farlo

1. Praticate l’astinenza. Astinenza dai social network, in particolare.


Resistete a tutti gli eccessi malsani da cui vi sentite attratti. Rafforzate i
muscoli dell’autocontrollo.
2. Non cercate sintomi medici su Google a meno che non vogliate
trascorrere sette ore a convincervi che sarete morti prima di cena.
3. Ricordate che a nessuno in realtà interessa il vostro aspetto. Gli
interessa il loro. Voi siete l’unica persona al mondo che si preoccupa della
vostra immagine.
4. Rendetevi conto che ciò che può sembrare vero a volte non lo è.
Quando nel 1982 il romanziere William Gibson immaginò per la prima volta
in Neuromante il concetto di quello che lui stesso battezzò “ciberspazio” lo
definì una «allucinazione vissuta consensualmente»18. Trovo utile questa
descrizione ogni volta che mi lascio coinvolgere troppo dalla tecnologia,
ogni volta che la tecnologia arriva a influenzare la mia vita non digitale.
L’intera Internet è un passo indietro rispetto al mondo fisico. I suoi aspetti
più potenti sono specchi del mondo fuori dalla rete, ma le copie del mondo
esterno non sono il mondo esterno. Sono la vera Internet, ma nient’altro
che questo. Certo, è possibile stringere vere amicizie in rete. Ma la realtà
non digitale è sempre un ottimo test. Appena vi disconnettete, per un
minuto, un’ora, un giorno o una settimana, è sorprendente constatare la
rapidità con cui Internet scompare dalla vostra mente.
5. Rendetevi conto che le persone sono più di un post sui social network.
Pensate a quanti pensieri in conflitto tra loro vi attraversano la mente in un
giorno. Pensate a tutte le idee diverse e contraddittorie che avete sostenuto
nel corso della vostra vita. Replicate alle opinioni espresse online, ma non
permettete mai a un pensiero postato frettolosamente di definire per intero
un altro essere umano. Il fisico Carl Sagan ha detto: «Se un essere umano
non è d’accordo con voi, lasciatelo vivere. In cento miliardi di galassie non
ce n’è un altro»19.
6. Non perseguitate mai con il vostro odio le persone in rete. Questo è il
mio proposito per l’anno 2018, e finora sta funzionando. Sfogare odio sugli
altri non fornisce un obiettivo alla vostra giusta rabbia. La alimenta.
Stranamente, contribuisce anche a rinforzare la vostra personale camera
dell’eco, dandovi la sensazione che tutte le opinioni diverse dalla vostra
siano estremiste, e la vostra no. Non andate a cercare le cose che vi rendono
infelici. Non misurate il vostro valore paragonandovi agli altri. Non
sforzatevi di definire voi stessi contro. Cercate di definirvi a favore. E poi
navigate di conseguenza.
7. Non cadete nel gioco dei rating. Internet li adora, sia che si tratti di
recensioni su Amazon o TripAdvisor o Rotten Tomatoes, sia che si tratti
degli indici di gradimento di foto, poster e tweet. Like, preferiti, retweet.
Ignorateli. I rating non misurano il valore. Non giudicatevi mai su questa
base. Per piacere a tutti dovreste essere la persona più insignificante della
Terra. William Shakespeare è probabilmente il più grande scrittore di tutti i
tempi. Però su Goodreads il suo punteggio medio è un misero 3,7.
8. Non passate la vita a preoccuparvi di ciò che vi state perdendo. Non
che io voglia fare il buddhista (beh, un pochino sì), però la cosa importante
nella vita non è essere felici di ciò che si fa, ma di ciò che si è.
9. Non rimandate mai un pasto, né l’ora di andare a dormire, solo per
stare su Internet.
10. Restate umani. Resistete agli algoritmi. Non lasciatevi spingere a
diventare una caricatura di voi stessi. Disattivate le notifiche pop-up. Uscite
dalla vostra camera dell’eco. Non permettete all’anonimato di trasformarvi
in una persona che fuori dalla rete vi vergognereste di essere. Siate un
mistero, non una statistica. Siate qualcuno che nessun computer riuscirà
mai a conoscere veramente. Mantenete viva l’empatia. Rompete gli schemi.
Resistete alle tendenze robotiche. Restate umani.
Non perdere se stessi

Tra le sfide che ci attendono nel corso del prossimo secolo, quando
cominceremo a fonderci con la tecnologia secondo modalità sempre più
complesse, una delle più interessanti è forse questa: come facciamo a
restare umani in un ambiente digitale? Come facciamo a rimanere noi
stessi, a non perdere noi stessi?
State molto attenti a ciò che
fate finta di essere

Decenni prima che chiunque avesse un account su Instagram, Kurt


Vonnegut ha detto: «Noi siamo quel che facciamo finta di essere, sicché
dobbiamo stare molto attenti a quel che facciamo finta di essere»20. Questa
affermazione sembra particolarmente vera nell’era dei social network.
Abbiamo sempre presentato noi stessi al mondo, scegliendo di quale gruppo
rock volevamo indossare la T-shirt, quali parole pronunciare e quali parti
del corpo raderci, ma sui social network l’atto di presentare se stessi viene
ulteriormente accentuato. Siamo sempre a un passo di distanza dalla nostra
personalità in rete. Diventiamo mercanzia ambulante. I nostri profili sono
action figures di noi stessi in versione Star Wars.
Il quadro di una pipa non è una pipa, come ci ha insegnato Magritte. C’è
sempre uno scarto tra il significante e l’oggetto significato. Il profilo online
del vostro migliore amico non è il vostro migliore amico. Un update su una
giornata al parco non è una giornata al parco. E il desiderio di raccontare al
mondo quanto siete felici non è quanto siete felici.
Come essere felici

1. Non paragonatevi agli altri.


2. Non paragonatevi agli altri.
3. Non paragonatevi agli altri.
4. Non paragonatevi agli altri.
5. Non paragonatevi agli altri.
6. Non paragonatevi agli altri.
7. Non paragonatevi agli altri.
Un altro clic

Se un topo riceve in premio del cibo ogni volta che preme un


interruttore, continuerà a premerlo. Ma non tanto quanto il topo che preme
l’interruttore e ottiene risultati contrastanti: a volte un premio e altre un
bel niente.
Una volta ero convinto che i social network fossero innocui. Pensavo di
starci perché mi divertivo. Ma poi ho scoperto che continuavo a starci
anche quando non mi divertivo. Ricordo la sensazione. È quella che provi
alle tre del mattino al bar, dopo che i tuoi amici sono tornati a casa.
Gli algoritmi divorano l’empatia

Oggi, grazie ad algoritmi intelligenti, quando facciamo acquisti online ci


vengono proposti una gran quantità di altri articoli che potrebbero piacerci.
Articoli che qualcuno vorrebbe farci comprare.
Se andiamo su Spotify o YouTube per ascoltare musica, ci vengono offerte
playlist quasi identiche al genere di musica che stiamo già ascoltando.
Se andiamo su Amazon, ci vengono proposti altri libri comprati da coloro
che hanno comprato il libro che vogliamo noi.
Se siamo su Twitter, il social network ci suggerisce di seguire altra gente
simile a quella che seguiamo già. Simile a noi.
Veniamo incoraggiati a rimanere nella nostra zona di sicurezza, perché le
società che operano su Internet sanno che in media la maggior parte delle
persone ama ascoltare, leggere, guardare, mangiare, indossare il genere di
cose che ha già ascoltato, letto, guardato, mangiato o indossato. Ma nel
corso della storia non abbiamo avuto la possibilità di farlo. Siamo stati
costretti a uscire allo scoperto, a scendere a compromessi e ad avere a che
fare con persone diverse da noi. Con cose diverse da quelle che ci piacevano.
Ed è stato orribile.
Eppure oggi potrebbe diventare anche peggio.
Oggi potremmo finire con l’odiare mortalmente chiunque non la pensi
come noi. I politici potrebbero non cercare più di raggiungere compromessi
con i propri avversari. La differenza diventa una cosa da temere, da
disprezzare, non da celebrare. Anche individui che hanno idee simili
finiscono col litigare, incapaci di sopportare perfino la minima differenza di
opinioni, fino a ritrovarsi intrappolati in una camera dell’eco limitata a una
sola persona, ridotti a leggere milioni di versioni dello stesso libro, ad
ascoltare sempre la stessa canzone, a ritwittare le proprie opinioni fino alla
fine dei tempi.
Ma siamo esseri umani. Possiamo opporre resistenza a tutto questo.
Possiamo evitare di lasciarci confinare in una minuscola tribù. Possiamo
accogliere la vita in tutta la sua ampiezza di banda. Cerchiamo
continuamente nuovi modi per farlo. Certo, siamo incasinati. Ma il casino è
la nostra forza. Non facciamo una cosa solo perché è sensato farla. E in
questo Internet può essere nostra alleata, non nostra nemica. Internet
contiene un intero mondo. Può essere quello che vogliamo noi. Può portarci
ovunque scegliamo di andare. Dobbiamo solo assicurarci di essere noi a
compiere la scelta, non la tecnologia, né gli ingegneri e i programmatori
capaci di manipolare ogni nostro stato d’animo.
Che cosa pensa dei social network la gente
che frequenta i social network

Nel tentativo di separare la mia mente dal pianeta nervoso ho cominciato


a immaginare cosa avrei provato nell’abbandonare del tutto i social
network. E mentre immaginavo come sarebbe stata la mia vita senza i social
network sono andato sui social network per cercare di scoprirlo. Ho deciso
di porre ad alcuni dei miei follower su Twitter una semplice, grande
domanda: «I social network sono positivi o negativi per il vostro benessere
mentale?». La domanda ha toccato un nervo scoperto. Ho ricevuto oltre
duemila risposte. Naturalmente il quadro che ne risulta è molto complesso.
Tuttavia, tenuto conto che le risposte provengono da persone attive
regolarmente sui social network, nel complesso lo si può definire negativo.
Immaginate di porre una domanda simile a dei lettori forti, o a persone che
vanno spesso al cinema, o ad appassionati di equitazione o di trekking:
sarebbe molto improbabile ricevere risposte così controverse. In ogni caso,
eccovi una selezione rappresentativa:

April Joy @AprilWaterson


I social sono sia un meccanismo di compensazione sia una fonte di ansia.
Quando sono in ansia è bello scorrere i messaggi e leggere qua e là per
distrarmi. Ma, nello stesso tempo, il bisogno incessante di postare status che
al 100 percento verranno giudicati da altri non è esattamente un pensiero
tranquillizzante.

Dean Smith @deansmith7


Negativi. A volte mi ritrovo a paragonare i momenti down della mia vita
(solitudine, ansie ecc.) ai momenti top delle vite altrui (vita sociale, successo
ecc.). So che non è una rappresentazione autentica di quelle vite, però mi
colpisce lo stesso.
Miss R! @Fabteachertips
Quando sono molto giù di corda a volte mi capita facilmente di perdere
ore intere a letto da sola a scorrere post sui social. In realtà non so perché lo
faccio, ci sono tanti altri modi più utili per passare il tempo. Di certo non mi
fa sentire meglio!

Immi Wright @immi_wright


Ho abbandonato Facebook dopo essere arrivata sull’orlo del suicidio... E
ho scoperto di avere più fiducia in me. Credo che spesso Facebook presenti
la personalità ideale di ciascuno. Su Twitter mi limito a seguire le rockstar e
@dog_rates, perciò ho molti meno motivi per preoccuparmi.

Kieran Sangha @kieran_sangha


Positivi, perché è bello entrare in contatto con altre persone che
capiscono cosa stai passando. Lo svantaggio è che così si alimenta una
dipendenza, come quella dalle droghe, che a volte prende il controllo della
tua vita.

Hayley Murphy @hayleym_swvegan


Positivi. Non c’è nessuno, e sottolineo NESSUNO, che mi capisca nella “vita
reale”. È letteralmente un’àncora di salvezza sapere di non essere soli.
Qualunque strumento utilizzato nella maniera sbagliata può diventare
pericoloso, ma se viene usato nella maniera giusta può essere incredibile.

Bonnie Burton @bonniegrrl


Dipende. Positivi perché posso entrare facilmente in contatto con
persone che ammiro e considero una fonte d’ispirazione. Negativi perché i
social media finiscono col diventare una piattaforma per molestare il
prossimo, dato che anche i comportamenti più orribili non hanno
conseguenze.

Shylah Ellis @MsEels


Da bambina, senza social network, pensavo di essere l’unica al mondo a
soffrire di depressione. Mi sentivo sempre isolata e le persone con cui avevo
contatti umani erano un veleno per me. I social network mi hanno
permesso di interagire con gente incredibile in tutto il mondo.
Kyle Murray @TheKyleMurray
Lavoro nei social media e anche se ritengo che abbiano aspetti positivi,
sono convinta che se avessi a disposizione altri modi per tenere i contatti
con gli amici lontani non li frequenterei affatto. Sono stati invasi da persone
orribili. Ho un profilo Facebook dal 2004 e lo mantengo in vita soprattutto
per una questione di nostalgia.

James @james____s
Ecco una citazione che ho letto di recente: «Facebook è il luogo in cui
tutti mentono ai loro amici. Twitter è quello in cui tutti dicono la verità agli
sconosciuti».

Abigail Rieley @abigailrieley


Entrambe le cose. Ho trovato veri amici in rete e se chiedi aiuto il
sostegno che ricevi può essere davvero forte, ma se sei giù di morale e ti
senti inutile Internet può essere una finestra su un mondo da cui sei tagliato
fuori, e aumentare il tuo senso di isolamento.

Kate Leaver @kateileaver


Dipende, però Internet è migliore di quanto la sua reputazione lasci
credere. Sono convinta che sui social network si possano stringere amicizie
vere, il che è di grande aiuto quando non puoi uscire di casa. A volte se ti
senti solo o depresso dare un’occhiata ad altre vite può tirarti su il morale.
Jayne Hardy @JayneHardy_
L’una e l’altra cosa. Devo pormi dei limiti molto precisi, ma quando riesco
a rispettarli i social network per me hanno un effetto positivo.

Gareth L Powell @garethlpowell


Sono uno scrittore freelance, e per me Twitter è come il distributore
dell’acqua. È lì che vado per fare due chiacchiere con amici e colleghi.
Senza, mi sentirei davvero isolato.

Claire Allan @ClaireAllan


Dipende. Sono una scrittrice e lavoro da sola, perciò i social media mi
danno occasioni di interazione sociale, il che aiuta a conservare la salute
mentale. Però credo che Internet metta in risalto il meglio, ma più spesso il
peggio dell’umanità, e questo aumenta la mia ansia.

Yassmin Abdel-Magied @yassmin_a


Come tutte le cose, i social possono essere bellissimi, ma bisogna gestirli
bene perché i vantaggi superino gli svantaggi. Alcuni dei miei nuovi,
migliori amici li ho conosciuti su Twitter.
Hollie Newton @HollieNuisance
Mi piacciono le idee, le notizie e le immagini colorate. Mi piace vedere
cosa stanno facendo i miei amici. Interagire. Ma se resto collegata per più di
qualche minuto comincio a sentirmi inadeguata, una signora nessuno.

Cole Moreton @colemoreton


Non positivi. I social mi sconvolgono, mi trascinano in liti furiose, al
punto che mi viene la nausea e ho voglia di chiudere tutti i miei profili. Poi
il ciclo ricomincia.

Rachel Hawkins @ourrachblogs


Dipende. Instagram a volte mi fa sentire gelosa. Facebook mi provoca
rabbia e Twitter ogni tanto mi stressa.

Kat Brown @katbrown


L’uno e l’altro. Ne ricavo molto (lavoro, risate, amici, contatti) però so che
la mia capacità di concentrazione è cambiata completamente. Spesso ho la
mente fissa su Internet. Cosa succederà? Cosa POTREBBE essere successo?
Notizie e dopamina = argh.

Nigel Jay Cooper @nijay


Ci sono momenti in cui sembra di stare dentro una stanza piena di gente
che si urla contro e non ascolta, perciò mi devo allontanare... Ma i social
network sono davvero utili per entrare in contatto con gli altri, per fornire
sostegno e un senso di appartenenza. (1/2)
Credo che avere lo smartphone “sempre acceso” sia il problema più grave
per me. Devo crearmi dei momenti in cui metterlo da parte e concentrarmi
sul mondo reale che mi circonda invece che su quello virtuale. Per me,
riuscire a fare questo è la chiave per non lasciarmi sopraffare dai social.
(2/2)
Come essere felici (2)

Non paragonate la vostra vera personalità a una personalità ipotetica.


Non annegate in un mare di “e se”. Non sovraccaricate la mente
immaginando altre versioni di voi stessi, in universi paralleli in cui avete
preso decisioni diverse. L’era di Internet incoraggia la scelta e il paragone,
ma non dovete fare questo a voi stessi. «Il paragone è un ladro di gioia» ha
detto Theodore Roosevelt. Voi siete voi. Il passato è il passato. L’unico modo
per avere una vita migliore è partire dal presente. Concentrarsi sui
rimpianti non fa altro che trasformare quel presente in un’altra situazione
in cui avreste voluto agire in maniera diversa. Accettate la vostra realtà.
Siate abbastanza umani da commettere errori. Siatelo abbastanza da non
aver paura del futuro. Abbastanza da essere... abbastanza. Accettare il punto
in cui si è arrivati nella vita rende molto più facile essere felici per gli altri
senza sentirsi orribilmente infelici di se stessi.
7
LO SHOCK DELLE NOTIZIE
L’effetto moltiplicatore

Ci sono buone ragioni per cui questo è un pianeta nervoso. Il mondo a


volte può essere terrificante. La polarizzazione politica, il nazionalismo,
l’ascesa di movimenti autenticamente nazisti e ispirati a Hitler, le élite
plutocratiche, il terrorismo, i cambiamenti climatici, gli sconvolgimenti nei
governi degli Stati, il razzismo, la misoginia, la perdita della privacy,
algoritmi sempre più intelligenti che raccolgono i nostri dati personali per
attirare i nostri soldi o i nostri voti, l’ascesa dell’intelligenza artificiale e le
sue implicazioni, la rinnovata minaccia della guerra nucleare, le violazioni
dei diritti umani, la devastazione del pianeta. E non è solo questione di ciò
che accade. Dopotutto, al mondo sono sempre successe cose terribili. Oggi la
differenza è che, grazie alle fotocamere dei telefonini, ai notiziari a ciclo
continuo, ai social media e al nostro essere perennemente collegati a
Internet, sperimentiamo quello che accade altrove in maniera molto più
diretta, intima e viscerale che in passato. L’esperienza viene moltiplicata, e
filtra da migliaia di angolazioni diverse.
Immaginate, per esempio, se fossero esistiti i social media e i telefonini
dotati di fotocamera durante la Seconda guerra mondiale. Se tutti avessero
visto, a colori sul proprio smartphone, le conseguenze di ogni bomba, o la
realtà di ogni campo di concentramento, o i corpi mutilati e coperti di
sangue dei soldati; l’esperienza psicologica collettiva avrebbe diffuso
l’orrore ben al di là di coloro che lo vivevano in prima persona.
Faremmo meglio a ricordare che la sensazione che proviamo al giorno
d’oggi, ovvero che ogni anno sia peggiore del precedente, in parte è solo
questo: una sensazione. Siamo sempre più collegati in tempo reale alle farse
e agli orrori delle notizie provenienti da tutto il mondo, perciò l’effetto è
deprimente. Una sensazione di disastro globale. E la vera preoccupazione è
che la crescita delle paure che proviamo dentro di noi rischi di peggiorare la
situazione del pianeta.
In qualunque luogo del mondo viviamo, se vediamo il filmato di un
attentato terroristico diventa molto più facile immaginarne un altro, che
potrebbe capitare in ogni momento. Non ha importanza se razionalmente
sappiamo di avere una probabilità molto maggiore di morire di cancro, o di
suicidarci, o di restare vittime di un incidente d’auto; il terrore sensazionale
che abbiamo visto sullo schermo diventa quello che domina i nostri
pensieri. E i politici se ne approfittano, cavalcano le paure e creano ulteriori
divisioni. Che portano a una maggiore instabilità e aumentano le
opportunità a disposizione dei terroristi per ottenere il loro scopo:
seminare il terrore. Così poi i politici o gli agitatori politici cavalcheranno
paure ancora maggiori.
È come se qualcuno che soffre di un disturbo di tipo compulsivo venisse
spinto a rinforzare continuamente le proprie paure: restare in casa, oppure
lavarsi le mani duecento volte al giorno. In realtà questo significa farsi del
male, convinti di proteggersi. Ma stavolta il disturbo non è individuale. È
sociale. È globale.
Shock di sistema

La parola “shock” ricorre sempre più spesso tra i commentatori politici in


televisione. Nel XXI secolo ogni volta che qualcuno guarda, o legge, o fa
scorrere le notizie si sente sottoposto a un bombardamento di shock.
«Oh, merda, e adesso cos’è successo?». Questa diventa la reazione
generale.
Al mattino clicchiamo sul nostro sito preferito e sobbalziamo.
Lo shock può essere un’esperienza sgradevole per un individuo o una
società, ma può anche diventare un utile strumento politico. Chiedete a
chiunque abbia avuto un attacco di panico in piena regola, e vi risponderà
che l’unica cosa a cui riusciva a pensare era la paura. Quando si è sotto
shock ci si sente confusi. Non si riesce a pensare con chiarezza. Si diventa
passivi. Si va dove gli altri ci dicono di andare.
Naomi Klein ha coniato l’espressione “dottrina dello shock”21 allo scopo
di descrivere la tattica cinica che consiste nell’uso sistematico «del
disorientamento di massa provocato da uno shock collettivo» per ricavarne
vantaggi politici o economici. Le compagnie petrolifere per esempio
sfruttano lo shock della guerra per infiltrarsi in un nuovo paese, oppure un
presidente americano sfrutta il terrorismo per emanare una serie di
drastiche misure anti immigrazione.
«Noi non scivoliamo in uno stato di shock quando succede qualcosa di
brutto e grosso, deve essere qualcosa di brutto e grosso che ancora non
comprendiamo»22.
E il problema è che attualmente i notiziari si susseguono ventiquattr’ore
su ventiquattro, e le ultime notizie vengono date in continuazione ma
raramente assimilate. Viviamo in un mondo di notizie, che per sua stessa
natura si limita a sfiorare ogni nuovo attimo, adornandolo di titoloni e frasi
a effetto, ma di rado ci fornisce una visione più pacata e approfondita del
quadro generale.
Lo shock genera emozioni negative ma comprensibili. Paura, tristezza,
impotenza, rabbia. La tentazione di trascorrere la vita a twittare rabbia
contro le ingiustizie del mondo è umana, ma non è sufficiente. In ultima
analisi probabilmente si limita ad aggiungere altre urla all’urlo collettivo di
shock che favorisce chi si trova al potere, o gli estremisti politici, i quali
desiderano distoglierci da altri problemi.
Quando un individuo sperimenta un attacco di panico la reazione
principale, oltre al terrore, è una forte rabbia e la sensazione di non poterne
più. Poi però, durante il processo di guarigione, arriva il momento in cui
occorre raggiungere una forma di comprensione e accettazione. Non perché
non è poi tanto grave. Ma proprio perché è tanto grave.
Ricordo una sera, durante un periodo di depressione, in cui mi sono
messo a fissare il cielo limpido, pieno di stelle. La meraviglia dell’universo.
Arrivato in fondo al pozzo, ho sempre avuto bisogno di costringermi a
trovare la bellezza, la bontà, l’amore, anche se era difficile. Era davvero
difficile. Però dovevo tentare. Il cambiamento non avviene solo
concentrandosi su ciò da cui si vuole fuggire. Avviene concentrandosi su
dove si vuole arrivare. Sostenete i buoni, non limitatevi a dar contro ai
cattivi. Cercate la speranza che già esiste e aiutatela a crescere.
Immaginate

Immaginate una giornata in cui gli esseri umani vengono chiamati


semplicemente “esseri umani”. Non in base alla nazionalità. Non in base alla
religione. Non britannici. Non americani. Non francesi. Non tedeschi. Non
iraniani. Non cinesi. Non musulmani. Non sikh. Non cristiani. Non asiatici.
Non neri. Non bianchi. Non uomini. Non donne. Non l’amministratore
delegato della Coca-Cola. Non membri di una gang. Non madri di tre figli.
Non storici. Non economisti. Non giornalisti della BBC. Non utenti di Twitter.
Non consumatori. Non fan di Star Trek. Non scrittori. Non diciassettenni. O
trentanovenni. O ottantatreenni. Non conservatori. Non liberal. Sostituite
tutte queste parole con “esseri umani”. Allo stesso modo in cui vediamo le
tartarughe come tartarughe. Umani, umani, umani. Costringiamoci a capire
quello che fingiamo di sapere. Ricordiamo a noi stessi che siamo animali di
una stessa specie che vive su questo fragile granellino azzurro sospeso nello
spazio, il quale, per quanto ne sappiamo, è l’unico pianeta a ospitare la vita.
Assaporiamo lo sdolcinato, sentimentale miracolo di tutto questo.
Definiamo noi stessi in base alla pazzesca fortuna non solo di essere vivi, ma
di esserne pure consapevoli. Consapevoli di essere qui, adesso, sul pianeta
più bello che potremo mai conoscere. Un pianeta su cui possiamo vivere,
respirare, innamorarci, mangiare burro di arachidi sul pane tostato,
salutare i cani, danzare al ritmo di una bella musica, leggere Bonjour tristesse,
guardare serie tv a manetta, osservare il contrasto tra la luce del sole e le
ombre nitide sul muro di un edificio, avvertire il contatto del vento e della
pioggia sulla nostra pelle delicata, prenderci cura gli uni degli altri, perderci
nei sogni a occhi aperti e in quelli a occhi chiusi, e dissolverci nel dolce
mistero di noi stessi. Una giornata in cui essere, essenzialmente,
precisamente, umani come chiunque altro.
Sei modi per tenersi al corrente delle
notizie senza andare fuori di testa

1. Ricordatevi che la vostra reazione di fronte a una notizia non dipende


soltanto dalla notizia in sé, ma anche dal modo in cui la ricevete. Internet e i
siti e i canali televisivi di ultima ora danno le notizie in maniera
disorientante. È facile credere che la situazione stia peggiorando, quando
magari sono solo loro a farci sentire peggio. Il medium non è solo il
messaggio, ma anche l’intensità emotiva di quel messaggio.
2. Limitate la quantità di tempo che dedicate ai notiziari. Come ha
commentato di recente la mia amica di Facebook Debra Morse: «Ricordatevi
che nel 1973 ricevevamo le notizie due volte al giorno: la mattina leggendo i
quotidiani e la sera guardando il telegiornale. Eppure siamo riusciti a
sbarazzarci di Nixon».
3. Rendetevi conto che il mondo non è violento come sembra. Molti
studiosi di questo argomento, come il famoso esperto di psicologia cognitiva
Steven Pinker, hanno sottolineato che, nonostante tutti i suoi orrori, la
società di oggi è meno violenta di quella del passato. «Certo, la violenza
esiste ancora» afferma lo storico Yuval Noah Harari. «Vivo in Medio
Oriente, perciò lo so molto bene. Però, facendo gli opportuni paragoni, non
ce n’è mai stata meno in tutta la storia umana. Oggi muore più gente per
colpa di eccessi alimentari che a causa di atti violenti, ed è davvero un
risultato sorprendente».
4. Trascorrete tempo con gli animali. Gli animali non umani hanno un
potere terapeutico, per una lunga serie di motivi. Il primo è che non hanno
notizie da darci. I cani, i gatti, i pesci rossi e le antilopi se ne disinteressano.
Le cose importanti per noi (politica, economia, tutti quei parametri così
fluttuanti) non sono importanti per loro. Eppure la loro vita, proprio come
la nostra, va avanti. Come ha scritto A.A. Milne in Winnie Puh: «Un sacco di
gente parla con gli animali. Però sono pochi quelli che li ascoltano. Ed è
proprio questo il problema»23.
5. Non preoccupatevi di ciò che non potete controllare. I notiziari
traboccano di problemi che non potete risolvere. Concentratevi su ciò in cui
riuscite a fare la differenza: diffondete consapevolezza sui problemi che vi
riguardano, date quello che potete a qualunque causa vi appassioni, e
accettate che ci siano cose che non potete fare.
6. Ricordatevi che se vedete una serie di cattive notizie non significa che
non ce ne siano anche di buone. Ce ne sono ovunque. Perfino in questo
momento. In tutto il mondo. Negli ospedali, ai matrimoni, nelle scuole, negli
uffici, nei reparti maternità, ai gate di arrivo degli aeroporti, nelle camere
da letto, nelle caselle di posta elettronica, per strada, nel sorriso gentile di
uno sconosciuto. Un miliardo d’invisibili meraviglie della vita quotidiana.
Elogio dell’ottimismo

Prima di ammalarmi il mio vecchio io aveva un atteggiamento cinico nei


riguardi dell’ottimismo, delle canzoni allegre, dei tramonti rosa, delle
parole di speranza. Ma quando ero ammalato, nel pieno della sofferenza
interiore, la mia vita dipendeva dalla capacità di abbandonare il lato
pessimistico della mia natura. Il cinismo era un lusso riservato a chi non
nutriva pensieri suicidi. Dovevo trovare la speranza. La creatura alata24. Ne
andava della mia sopravvivenza.
Può sembrare un azzardo collegare la guarigione psicologica a quella
sociale e politica, ma se il personale è politico, allora anche lo psicologico lo
è. Il clima attuale sembra improntato alla divisione, una divisione in parte
alimentata da Internet.
Dobbiamo riscoprire la nostra comune natura di esseri umani. E come
facciamo? Beh, un’invasione aliena forse funzionerebbe, ma non possiamo
contarci.
Il problema della politica è il problema delle tribù. «Quando vi
differenziate per fede, per nazionalità, generate violenza»25 sosteneva il
filosofo Jiddu Krishnamurti.
Una cosa che mi ha insegnato la malattia mentale è che il progresso è una
questione di accettazione. Solo accettando una situazione è possibile
cambiarla. Bisogna imparare a non lasciarsi sconvolgere dallo shock. A non
lasciarsi prendere dal panico di fronte al panico. Cambiare quello che
possiamo cambiare e non lasciarci frustrare da ciò che non possiamo
cambiare.
Non esiste una panacea, o un’utopia: esistono solo l’amore, la bontà e il
tentativo, nel pieno del caos, di migliorare le cose là dove possiamo. E
tenere le menti aperte, spalancate, in un mondo che spesso le vuole
chiudere.
8
UNA BREVE SEZIONE SUL SONNO
La guerra al sonno

Prima del 1879, quando Thomas Edison diede dimostrazione pratica della
lampada a incandescenza, tutte le forme di illuminazione erano alimentate
a gas o a olio. La lampada a incandescenza, fortemente pubblicizzata dalla
Edison & Swan United Electric Light Company, illuminò letteralmente il
mondo. Le lampadine erano comode, piccole, poco costose e sicure, ed
emettevano la giusta quantità di luce; perciò iniziarono a diffondersi nelle
case e negli uffici di tutto il globo.
Finalmente gli esseri umani avevano sconfitto la notte. Il buio, fonte di
tanti dei nostri terrori primordiali, poteva essere annullato semplicemente
premendo un interruttore. Perciò, con la possibilità di illuminare a lungo le
serate, la gente cominciò ad andare a letto più tardi. Questo non era affatto
motivo di preoccupazione per Edison. Anzi, a dire il vero lui lo considerava
un fatto senza dubbio positivo. Nel 1914, ormai diventato un’icona
mondiale, dichiarò che «in realtà non c’è nessun motivo per cui gli uomini
dovrebbero andare a dormire». E si spinse anche oltre: era convinto che
dormire facesse male alla salute, e che dormire troppo rendesse pigri.
Riteneva che la lampada a incandescenza fosse una specie di medicina, e la
luce artificiale fosse in grado di curare le persone «malate e inefficienti».
Naturalmente si sbagliava. Senza dormire non siamo in grado di
funzionare adeguatamente.
Gli esseri umani, proprio come gli uccelli e le tartarughe marine, hanno
un orologio biologico. Ritmi circadiani. Questo significa che il nostro corpo
reagisce in maniera diversa a ore diverse del giorno. Si è evoluto per
funzionare in modo differente di giorno e di notte. Forse tra altre
centocinquantamila generazioni la nostra specie si adatterà alla luce
artificiale, ma attualmente il corpo e la mente degli esseri umani sono
ancora uguali a quelli di coloro che sono vissuti prima che Edison
brevettasse la lampada a incandescenza. In altre parole: abbiamo bisogno di
dormire.
Eppure non riusciamo a soddisfare adeguatamente questo bisogno.
L’Organizzazione mondiale della sanità, la quale ha rilevato un’epidemia di
deprivazione del sonno nelle nazioni industrializzate, consiglia di dormire
tra le sette e le nove ore per notte. Ma non sono in molti a farlo. In base a
una ricerca condotta dalla American National Sleep Foundation, gli
americani, i britannici e i giapponesi dormono in media molto meno di sette
ore per notte, mentre in altri paesi, come la Germania e il Canada, tale
limite viene raggiunto a malapena. E secondo i risultati di un’altra indagine,
questa volta di Gallup, attualmente gli esseri umani dormono in media
un’ora in meno rispetto al 1942.
Tuttavia la luce artificiale non è l’unica causa di tale fenomeno. Gli
studiosi del sonno indicano altri fattori, come l’odierna organizzazione del
lavoro e l’aumento dell’ansia e del senso di solitudine, che stimolano il
desiderio di restare svegli a chattare o a distrarsi dedicandosi a varie forme
di divertimento in un mondo frenetico attivo ventiquattr’ore su
ventiquattro.
Ci sono tantissimi incentivi a restare svegli. Email a cui rispondere.
Episodi delle nostre serie tv preferite da guardare. Shopping online. Aste su
eBay da tenere d’occhio. Notizie da seguire. Account di social network da
aggiornare. Concerti a cui andare, libri da leggere, potenziali partner con
cui chattare, ambizioni da soddisfare. Tantissime persone, discepoli
inconsapevoli di Edison, non vogliono che andiamo a dormire.
Sappiamo tutti che, quando non dormiamo abbastanza, siamo più tristi,
preoccupati, irritabili e apatici. Il sonno è essenziale per il nostro benessere.
Se non dormiamo bene rischiamo gravi conseguenze che compromettono la
nostra salute fisica e mentale. Mentre alcuni effetti della mancanza di sonno
sono tuttora oggetto di discussione, su altri la comunità medica ha
raggiunto un ampio accordo. Per esempio, in base ai risultati sovrapponibili
di numerosi studi, dormire male:

– indebolisce il sistema immunitario


– accresce il rischio di malattie coronariche
– accresce il rischio di ictus
– accresce il rischio di diabete
– accresce il rischio di avere un incidente d’auto
– è associato a percentuali più elevate di tumore al seno, tumore del
colon-retto, tumore alla prostata
– fa diminuire la capacità di concentrazione
– interferisce con la memoria
– accresce il rischio di ammalarsi di Alzheimer
– favorisce l’aumento di peso
– riduce il desiderio sessuale
– fa salire i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress
– accresce le probabilità di ammalarsi di depressione

Come scrive Matthew Walker, uno “scienziato del sonno” che lavora per
l’Università della California, nel suo libro Why We Sleep (Perché dormiamo),
«pare che i principali organi del corpo umano, così come tutti i processi
mentali, siano enormemente potenziati dal sonno... I danni fisici e mentali
causati da una cattiva notte di sonno sovrastano nettamente quelli dovuti a
una equivalente mancanza di cibo o esercizio fisico».
Il sonno è essenziale e apporta benefici straordinari. Eppure, per
tradizione, è sempre stato nemico del consumismo. Mentre dormiamo non
possiamo comprare nulla. Non possiamo lavorare, guadagnare soldi, postare
su Instagram. A parte i produttori di letti, trapunte e tende oscuranti, sono
pochissime le imprese in grado di trarre guadagno dal sonno. Nessuno ha
trovato il modo di costruire un centro commerciale in cui si possa entrare
mentre dormiamo, in cui i pubblicitari possano acquistare spazi nei nostri
sogni, in cui sia possibile spendere soldi in stato di incoscienza.
Poco per volta anche il sonno sta diventando oggetto d’interesse
commerciale. Attualmente esistono cliniche private e centri del sonno in
cui la gente paga per ricevere consigli su come dormire meglio. Esistono gli
“sleep tracker”, braccialetti per monitorare la qualità del sonno registrando
i movimenti notturni, che sono stati oggetto di pesanti critiche (per
esempio in un articolo uscito nel 2018 sul Guardian a proposito del tema
“sonno pulito”) in quanto inaffidabili e controproducenti, dato che servono
solo ad accrescere l’ansia nei riguardi della qualità del proprio sonno.
Ma, fondamentalmente, il sonno rimane uno spazio sacro, immune alle
distrazioni. Il che probabilmente spiega per quale motivo nessuno sembra
in grado di andare a letto presto.
Ai giorni nostri, in questo stadio avanzato del capitalismo, il sonno ha
cominciato a essere considerato non soltanto un elemento che rallenta la
produttività, ma anche un vero e proprio rivale in affari.
L’amministratore delegato di Netflix, Reed Hastings, ritiene che il sonno
(non HBO, non Amazon, non gli altri servizi di streaming) sia il principale
competitor della sua azienda. Nel novembre 2017, durante un convegno di
settore a Los Angeles, ha rilasciato la seguente dichiarazione, citata da Fast
Company: «Pensateci. Quando guardate una serie su Netflix e vi ci
appassionate ne diventate dipendenti, rimanete svegli fino a tardi la sera...
in realtà il concorrente su cui dobbiamo fissare i nostri margini è il sonno. Si
tratta di una grande quantità di tempo».
Dunque è questo l’atteggiamento nei riguardi del sonno: si tratta di
qualcosa di sospetto, perché durante quell’intervallo non siamo collegati,
non consumiamo, non paghiamo. È lo stesso atteggiamento che abbiamo
assunto nei riguardi del tempo: una cosa che non bisogna sprecare
semplicemente riposando, dormendo, limitandoci a esistere. Siamo
dominati dall’orologio. Dalla lampadina. Dallo scintillio dello smartphone.
Dall’insaziabilità che ci incoraggiano a provare. Dalla sensazione di non
avere mai abbastanza. La nostra felicità è proprio dietro l’angolo, a un solo
acquisto, interazione o clic di distanza. Ci aspetta, risplendente come la luce
dall’altra parte di un tunnel di cui non riusciamo mai a raggiungere l’uscita.
Il problema è che non siamo fatti per vivere alla luce artificiale. Non
siamo fatti per svegliarci al suono della sveglia e addormentarci avvolti
dalla luminosità blu del telefonino. Viviamo in una società attiva
ventiquattr’ore su ventiquattro, ma non in un corpo in grado di funzionare
ventiquattr’ore su ventiquattro.
Qualcosa deve cambiare.
Come riuscire a dormire
su un pianeta nervoso

Nel mondo che ci circonda esiste ogni sorta di soluzioni tecnologiche o a


pagamento. Dagli sleep tracker alle lampadine che non emettono luce blu,
dall’ipnoterapia alle mascherine per coprire gli occhi. Ma la maggior parte
di questi prodotti in realtà ha lo scopo di accrescere la nostra ansia nei
riguardi del sonno.
Alla fine i metodi migliori sono quelli più semplici. La maggior parte degli
esperti consiglia di instaurare una routine, astenersi dall’uso di caffeina e
nicotina e dall’assunzione di quantità eccessive di alcol in tarda serata
(posso confermare tutto questo), praticare attività fisica di prima mattina,
evitare le cene troppo abbondanti, rilassarsi prima di andare a dormire e
trascorrere qualche ora del giorno alla luce naturale.
Dieci minuti di yoga molto leggero e respirazione lenta hanno funzionato
benissimo per me durante i periodi di ansia, in cui avevo difficoltà a
dormire.
Ma una delle soluzioni più efficaci, anche se un po’ noiosa, è di una
semplicità disarmante. Secondo il professor Daniel Forger dell’Università
del Michigan, a capo di un team di ricercatori che indaga le abitudini del
sonno in tutto il mondo, ci troviamo nel pieno di una “crisi globale del
sonno” perché la società ci spinge ad andare a letto sempre più tardi. La
soluzione, ha spiegato Forger alla BBC, non è rimanere a letto più a lungo la
mattina. È andare a letto un po’ più presto la sera, perché più tardi si va a
dormire, meno si dorme. Al contrario, l’ora in cui ci svegliamo la mattina
sembra sorprendentemente irrilevante. Ma perfino la decisione di andare a
letto un po’ più presto può richiedere un cambiamento culturale. «Se
consideriamo i paesi in cui si dorme considerevolmente di meno, allora più
che dell’ora della sveglia io mi preoccuperei di quello che fa la gente la sera:
cenano abbondantemente alle dieci? Sono tenuti a tornare in ufficio a
quell’ora?».
Un’altra soluzione è quella di disciplinare il proprio uso del telefonino e
del computer, e sforzarsi di non portarseli a letto, perché la luce blu
influisce negativamente sulla melatonina, l’ormone del sonno.
In ogni caso, mi sono appena accorto che mentre scrivevo queste parole è
passata mezzanotte. Farò meglio a chiudere il portatile. E cercherò di
addormentarmi senza controllare nemmeno il cellulare.
9
PRIORITÀ
Una visita a un rifugio per senzatetto

Anche quando il mondo non sta cercando apertamente di terrorizzarci, il


ritmo e la velocità delle distrazioni offerte dalla vita moderna possono
rappresentare una sorta di aggressione mentale difficile da identificare. A
volte la vita sembra troppo complicata, troppo disumanizzante, e perdiamo
di vista ciò che conta davvero.
Qualche mese fa sono andato a visitare un rifugio per senzatetto. Si
trovava a Kingston upon Thames, un ricco sobborgo di Londra in cui molti
forse ritengono improbabile l’esistenza di un problema del genere.
Ero stato invitato a parlare di libri e salute mentale. Il rifugio, che si
chiama Joel Centre e ha anche vinto un premio, non si basa soltanto
sull’idea di fornire un letto per la notte. Lo scopo è “aiutare le persone a
credere in se stesse”. Un volontario mi ha spiegato il concetto guida
dell’istituzione. «Quello che manca alla gente che viene qui non è solo un
posto per dormire, ma soprattutto un senso di appartenenza. Noi cerchiamo
di darglielo. Il problema non è non avere un tetto, ma non avere una casa. E
quando non hai una casa ti manca qualcosa di più importante di un letto». Il
volontario ha aggiunto che lavorare nel rifugio lo ha spinto a rendersi conto
di quelli che sono i «veri bisogni della vita, al di là di tutte le altre
stronzate».
Perciò gli ospiti del rifugio, oltre a un letto, a un armadio con lucchetto e
alla disponibilità di un bagno e di una lavatrice, hanno anche la possibilità
di sedersi attorno a un tavolo insieme agli altri e mangiare un pasto sano
tutti i giorni. Spesso danno una mano in cucina e partecipano attivamente
alle pulizie, alla cura dell’orto e alla vita della comunità locale.
Il rifugio è loro. Ne fanno parte.
Dopo aver parlato di fronte a tutti dei miei problemi di salute mentale mi
sono messo a chiacchierare con l’uomo seduto accanto a me. Aveva più o
meno la mia età. Sembrava che ne avesse passate parecchie, sia fisicamente
sia mentalmente, però sorrideva. Mi ha raccontato di essere diventato un
senzatetto dopo che la sua relazione sentimentale era finita e lui era caduto
preda di una depressione che aveva cercato di negare, finendo per
diventare alcolizzato. Mi ha spiegato che il centro gli aveva salvato la vita.
Ha fatto un gesto verso la porta e mi ha detto che “là fuori” la vita non
aveva senso. Lui ci si era perso dentro.
Riteneva che il mondo fosse disumanizzante. Ma all’interno del centro
ritrovava le cose più semplici. «Parlare con gli altri, sedersi con loro attorno
al tavolo, lavorare per produrre cose che puoi vedere con i tuoi occhi».
Era proprio questa l’impressione che mi aveva dato il rifugio. Era come
un distillato di ciò di cui la gente ha bisogno nella vita. Ed escludeva
severamente tutto ciò che avrebbe potuto causare danno agli ospiti:
vigevano regole molto severe sull’alcol, la droga e così via. C’era stata una
riflessione approfondita su cosa lasciar entrare e cosa, letteralmente,
chiudere fuori.
Anche se la maggior parte di noi se la passa meglio rispetto agli ospiti del
Joel Centre, le sue sono ottime regole da adottare. E anche di una semplicità
solo apparente. Dare più spazio a ciò che ci fa star bene, tagliare ciò che ci fa
star male e creare un legame autentico col mondo che ci circonda.
È questo, credo, il più grande paradosso del mondo moderno. Siamo tutti
interconnessi ma spesso ci sentiamo estromessi. Il crescente sovraccarico e
la complessità della vita odierna finiscono con l’isolarci.
Inoltre, non sempre sappiamo con precisione cosa ci faccia sentire soli o
isolati. Può essere difficile stabilire dove stiano i problemi. È come cercare
di aprire un iPhone per aggiustarlo da sé. A volte si ha l’impressione che la
società funzioni come la Apple, che non voglia lasciarci prendere un
cacciavite e guardare all’interno per capire da soli che cosa non va. Ma in
realtà è di questo che abbiamo bisogno. Perché spesso identificare un
problema, esserne consapevoli, diventa di per sé la soluzione.
Solitudine tra la folla

È il paradosso della vita moderna: non siamo mai stati più interconnessi e
non ci siamo mai sentiti più soli. La macchina ha sostituito l’autobus. Il
lavoro da casa (o la disoccupazione) ha sostituito quello in fabbrica e,
sempre più spesso, quello in ufficio. La televisione ha sostituito le sale da
ballo. Netflix sta diventando il nuovo cinema. I social network la nuova
versione dell’incontro con gli amici al pub. Twitter sta sostituendo la pausa
davanti al distributore dell’acqua. E l’individualismo ha sostituito il
collettivismo e il senso della comunità. Abbiamo sempre meno
conversazioni faccia a faccia e sempre più interazioni con avatar.
Gli esseri umani sono creature sociali. Il giornalista britannico George
Monbiot ci ha definiti “i mammiferi ape”. Ma i nostri alveari sono
profondamente cambiati.
Col trascorrere degli anni ho notato che il numero dei miei amici virtuali
sta salendo mentre quelli che frequento nella vita reale sono sempre di
meno.
Ho deciso di cambiare questa situazione. Mi sto sforzando di uscire e
socializzare almeno una volta alla settimana, e questo mi fa sentire meglio.
Non ho nostalgia dei vinili e dei compact disc, ma ho nostalgia del
contatto faccia a faccia. Non su FaceTime. Non su Skype. Ma del parlare
davvero con qualcuno, là fuori, sotto il sole o la pioggia, senza nient’altro
che l’aria a separarci. A casa mi sforzo di mettere da parte il computer e
parlare con i miei figli, per evitare che crescano con la sensazione di essere
meno importanti di un MacBook Pro. Mi sforzo di non sottrarmi alle uscite
con gli amici per pura mancanza di voglia.
Ed è una fatica. È davvero difficile. Ci sono giorni in cui per me sarebbe
più facile convincere la Corea del Nord a rinunciare al suo programma
nucleare che convincere me stesso a non controllare i social network
diciassette volte prima di colazione.
Socializzare in rete è facile. È a prova di pioggia. Non richiede un taxi o
una camicia stirata. E qualche volta è stupendo. Anzi, spesso lo è.
Eppure, nel profondo, nei più reconditi recessi della mia anima, mi rendo
conto che quell’ambiente inodore, illuminato artificialmente, digitalizzato,
conflittuale, in mano alle multinazionali, non può soddisfare tutti i miei
bisogni, allo stesso modo in cui il cibo take-away non può sostituire il puro
piacere di mangiare in un bel ristorante. E perciò, pur essendo una persona
la cui ansia un tempo sconfinava nell’agorafobia, mi sto sforzando in tutti i
modi di trascorrere sempre più tempo in quella dimensione caotica e
spazzata dal vento che a volte chiamiamo ancora romanticamente “il
mondo reale”.
Come stare da soli

Avete mai sentito un genitore lamentarsi perché i suoi bambini hanno


bisogno continuamente di essere intrattenuti?
«Da piccolo ero capace di restare seduto per diciassette ore di fila sul
sedile posteriore dell’auto a guardare le nuvole e l’erba fuori dal finestrino,
ed ero contentissimo. Adesso il nostro piccolo Misha non riesce a rimanere
neanche cinque secondi in macchina senza guardare Alvin Superstar 17 o
fare un gioco sul cellulare o scattarsi un selfie in cui sembra un unicorno...».
Discorsi del genere.
Beh, queste parole contengono un’evidente verità. Più stimoli si ricevono,
più è facile annoiarsi.
Ed ecco un altro paradosso.
In teoria, non è mai stato così facile non sentirsi soli. C’è sempre qualcuno
con cui parlare in rete. Se siamo lontani dai nostri cari possiamo chiamarli
su Skype. Eppure la solitudine è un sentimento molto diffuso. Quando
soffrivo di depressione sono stato fortunato, perché ero circondato da
persone che mi amavano. Eppure non mi sono mai sentito più solo di allora.
Credo che la scrittrice americana Edith Wharton sia stata tra coloro che
hanno compreso meglio la solitudine. Era convinta che il rimedio non
consistesse nel cercare di essere sempre in compagnia di altri, ma nel
trovare un modo per essere felici in compagnia di se stessi. Non nel
diventare antisociali, ma nel non aver paura di stare da soli.
Riteneva che la cura per l’infelicità fosse «arredare la propria casa
interiore con tale sfarzo da viverci soddisfatti, lieti di accogliere chiunque
voglia entrare a soggiornarvi, ma altrettanto felici anche negli inevitabili
momenti in cui ci si ritrova soli».
10
LA PAURA DEL TELEFONO
Una seduta di psicoterapia nel 2049

ROBOT TERAPEUTA: Dunque, qual è il problema?


MIO FIGLIO: Beh, credo che abbia a che fare con i miei genitori.
ROBOT TERAPEUTA: Davvero?
MIO FIGLIO: In particolare con mio padre.
ROBOT TERAPEUTA: Che problemi ha avuto con lui?
MIO FIGLIO: Era sempre al cellulare. Mi sembrava che per lui fosse più
importante di me.
ROBOT TERAPEUTA: Sono sicuro che non fosse vero. Molta gente di quella
generazione non era consapevole delle conseguenze di un uso eccessivo del
cellulare. Non si rendevano conto della propria dipendenza. Deve tener
presente che a quell’epoca era un fenomeno abbastanza nuovo. E tutti si
comportavano così.
MIO FIGLIO: Beh, mi ha creato parecchi problemi. Mi chiedevo sempre:
«Perché mio padre trova più interessante Twitter di me? Perché non sono
bello da guardare come lo schermo del telefonino?». Avevo la sensazione di
doverlo distrarre per attirare la sua attenzione. Questo naturalmente
succedeva prima della rivoluzione del 2030.
ROBOT TERAPEUTA: Capisco. Dov’è ora suo padre?
MIO FIGLIO: Oh, è morto nel 2027. È stato investito da un’auto a guida
autonoma mentre cercava una GIF divertente.
ROBOT TERAPEUTA: Molto triste. E allora lei cosa ha fatto?
MIO FIGLIO: Ho comprato un padre robot. Prima ho preso in considerazione
le versioni ologramma, ma volevo un padre da poter abbracciare. E poi l’ho
programmato per non controllare mai le notifiche. È sempre a mia
disposizione quando ho bisogno di lui.
ROBOT TERAPEUTA: Sembra davvero meraviglioso.
Come possedere uno smartphone e
continuare a funzionare come essere umano

1. Non abbiate la sensazione di dover essere sempre presenti. Nei giorni


non così lontani delle lettere e dei telefoni fissi, contattare qualcuno era un
processo faticoso, lento e inaffidabile. Nell’era di WhatsApp e Messenger è
istantaneo, facile e a costo zero. Il rovescio della medaglia è che ci si aspetta
che siamo sempre disponibili. Che rispondiamo al telefono. Ai messaggi.
Alle email. Che aggiorniamo i nostri account sui social network. Ma
possiamo scegliere di non sentire quest’obbligo. Qualche volta possiamo
decidere di lasciarli aspettare. Possiamo rischiare di fare invecchiare i nostri
profili. Se gli amici sono amici veri, capiranno quando abbiamo bisogno di
un po’ di spazio mentale. E se non lo sono, allora perché preoccuparsi di
rispondere?
2. Disattivate le notifiche. È un accorgimento fondamentale. Mi mantiene
(più o meno) sano di mente. Disattivatele tutte. Non ne avete bisogno.
Riprendete il controllo.
3. Trascorrete alcune ore della giornata lontani dal cellulare. D’accordo,
in questo io non sono un granché. Però sto migliorando. Nessuno ha
continuamente bisogno del telefonino. Non abbiamo bisogno di tenerlo
accanto al letto. Non ne abbiamo bisogno quando mangiamo a casa nostra.
Non ne abbiamo bisogno quando usciamo a correre. Ecco una cosa che ho
cominciato a fare: vado a correre senza cellulare. So che sembra ridicolo
presentarlo come un grosso risultato, ma per me lo è stato. È come
l’esercizio fisico. Costa fatica.
4. Non premete il bottone per controllare lo schermo ogni due minuti in
cerca di messaggi. Esercitatevi a resistere quando sentite l’impulso di farlo.
5. Non fate dipendere i vostri livelli di ansia dalla quantità di carica
rimasta nel cellulare.
6. Non imprecate contro il telefonino. Non supplicatelo. Non scendete a
patti con lui. Non lanciatelo contro il muro. Il telefonino è indifferente ai
vostri sentimenti. Se non dà segnale, o è scarico, non è perché vi odia. È
perché è un oggetto inanimato. Per dirla in breve, è solo un telefonino.
7. Non tenete il cellulare vicino al letto. Non che io voglia rimproverarvi.
Molti dormono col cellulare vicino al letto perché non hanno più la sveglia.
Io lo tengo lì quasi tutte le notti. E anche i miei genitori. Tutti quelli che
conosco lo fanno. Forse un giorno il nostro letto sarà il nostro telefonino.
Però, in effetti, io dormo meglio quando non ho il cellulare sul comodino.
Quando lo lascio in un’altra stanza, o anche solo in un’altra parte della
stanza. So che può sembrare irrealistico. Però è un bene nutrire aspirazioni.
Sogni che cerchiamo di realizzare. Fantasticare sul giorno in cui saremo
abbastanza forti da non aver mai più bisogno di tenere il telefonino vicino al
letto. Come ai vecchi tempi. Nel XIX secolo. Nel XX. Nel 2006.
8. Siate minimalisti per quanto riguarda le app. Un sovraccarico di app e
di opzioni aumenta le nostre possibilità di scelta, ma anche lo stress nell’uso
del cellulare. Abbiamo a disposizione una gamma quasi infinita di funzioni
da aggiungere. Ma più scelte comportano più decisioni e quindi più stress.
Quando siete nati non avevate nessuna app sul cellulare. Anzi, non avevate
nemmeno un cellulare. E la vita era bella lo stesso.
9. Non cercate di funzionare in multitasking. Abbiamo smartphone in
grado di fare di tutto, dal leggere una mappa all’accordare una chitarra, ed è
allettante immaginare di poter fare a nostra volta un così gran numero di
cose, tutte contemporaneamente. Per esempio, mentre scrivevo queste
parole ho dovuto costringermi a non controllare la posta elettronica, i
messaggi, i social network. È stato difficile. Secondo il neuroscienziato
Daniel Levitin, in realtà non siamo adatti per il multitasking verso cui ci
spinge l’era di Internet. «Anche se siamo convinti di fare parecchio, è
dimostrabile che il multitasking ci renda ironicamente meno efficienti» ha
scritto, in The Organized Mind: Thinking Straight in the Age of Information
Overload (La mente organizzata: pensare con chiarezza nell’era del
sovraccarico delle informazioni). Il multitasking crea un circolo vizioso di
dipendenza da dopamina, in cui il cervello viene ricompensato per aver
perso concentrazione. Inoltre, può anche aumentare i livelli di stress e
abbassare il quoziente intellettivo. «Invece di ottenere la grossa ricompensa
che deriva da uno sforzo continuo e concentrato, otteniamo una serie di
ricompense insignificanti derivate dal completamento di migliaia di piccoli
compiti edulcorati» conclude Levitin.
10. Accettate l’incertezza. La tentazione di controllare in continuazione il
cellulare è dovuta all’incertezza. È questo che ci rende così dipendenti.
Volete che qualcuno risponda al vostro messaggio, ma non sapete se l’ha
fatto. Sentite il bisogno di verificare. Di vedervi comparire davanti la
promessa e il mistero dei tre cerchietti carichi di speranza. Volete sapere
quanto successo sta avendo la vostra foto o il vostro ultimo status. Ma
perché abbiamo bisogno di saperlo proprio adesso? Perché non possiamo
aspettare dopo il sonnellino, la riunione, la passeggiata, la fine del
programma televisivo, del pasto, della nostra fantasticheria? La gente ha
davvero bisogno di controllare il cellulare durante una riunione, o un
funerale? Forse, se ci rendessimo conto che l’atto di controllare non è mai
pienamente soddisfacente, aspetteremmo. Perché non c’è mai fine
all’incertezza. Non c’è mai fine al controllo. Pensate a quante volte avete
controllato il cellulare ieri. Avevate davvero bisogno di farlo così spesso? Io
no di certo. Ho tagliato di parecchio, ma mi resta ancora molta strada da
percorrere. Quante volte al giorno toccate il cellulare? O lo guardate? Può
essere difficile tenere il conto. Probabilmente la risposta è diverse centinaia.
Perciò, dico a me stesso: immagina di guardare il telefonino, diciamo solo
cinque volte al giorno. Quale catastrofe si verificherebbe?
Bagliore

Da bambino ero ossessionato dal bagliore delle finestre e dei lampioni.


Dal sedile posteriore dell’auto guardavo fuori, verso la luce che filtrava oltre
le tende rosse dietro i vetri, rosa come il petto di ET, e mi sforzavo di
immaginare la vita che si svolgeva al di là di quelle tende. Per me c’è
qualcosa di ipnotico nella luce artificiale. Nel 1983, quando avevo otto anni,
i miei genitori avevano una guida stradale dell’Automobile Association dal
titolo Discover America, con in copertina una doppia immagine notturna
della Las Vegas Strip. «Voglio andare lì» annunciai un giorno a mia madre,
che ne rimase profondamente disgustata. E non mi ci portò mai.
«È tardi» dico ad Andrea.
Leggiamo un po’, poi spegniamo la luce, sempre più tardi di quanto
dovremmo. Ogni volta immagino il quadrato di luce della nostra finestra
che diventa nero agli occhi dei passanti lungo la strada.
«Buonanotte» mi dice Andrea.
«Buonanotte».
Mezzanotte è passata da un po’, e la stanza è buia, a parte la luce
proveniente dallo schermo di un cellulare.
«Matt, hai intenzione di dormire?».
«Ci ho provato. Ho un sacco di pensieri per la testa».
«Metti via quel telefono».
«È solo che ho un acufene molto forte. Mi distrae».
«Beh, così non riesco a dormire neanch’io».
«Va bene, scusami. Adesso lo metto via».
«Lo sai cosa succede se dormi troppo poco la notte».
«Sì, lo so. Buonanotte...».
Chiudo gli occhi, e ancora la mia mente pullula di migliaia di
preoccupazioni, che attirano l’attenzione come le insegne illuminate di Las
Vegas, inquinando i miei sogni in attesa di dissolversi alla luce del giorno.
Come alzarsi dal letto

1. Svegliarsi.
2. Prendere in mano il cellulare.
3. Fissarlo per 72 minuti.
4. Sospirare.
5. Alzarsi.

In alternativa, una volta ogni tanto, sforzarsi di saltare i passaggi dal 2 al


4.
Un problema in tasca

Nei primi mesi del 2018, durante la stesura di questo libro, The Observer mi
ha chiesto di collaborare a un articolo in cui molti scrittori ponevano
domande alla romanziera e saggista Zadie Smith. Ho colto l’opportunità,
anche perché poco dopo la pubblicazione del mio primo libro l’avevo
incontrata in occasione di due party letterari ed ero rimasto muto e
paralizzato dall’ansia, senza trovare il coraggio di andare a parlarle.
Avevo letto del suo scetticismo nei riguardi dei social network, e della sua
rivendicazione del «diritto di avere torto», perciò le ho chiesto: «È
preoccupata dall’effetto prodotto dai social network sulla nostra società?».
Lei non ha misurato le parole, e ha esordito con una critica contro gli
smartphone.
«Non li sopporto e non li voglio nella mia vita, in nessuna forma. Mi
fanno sentire ansiosa, depressa, morta dentro, squilibrata. Ma do il mio
pieno sostegno a chiunque li trovi meravigliosi, e li consideri una grande
risorsa per la propria esistenza».
Sebbene si autodefinisca una “luddista non praticante”, Smith ritiene che
sia arrivato il momento di riflettere su come utilizziamo questa tecnologia.
«Qual è l’effetto prodotto dal piccolo dispositivo che portiamo in tasca sui
nostri rapporti più profondi?» si è chiesta pubblicamente. «Sul nostro
comportamento in quanto membri della società? Forse nessuno! Forse va
tutto a meraviglia. O forse no... Abbiamo davvero bisogno di tenerlo accanto
al cuscino la notte? I nostri bambini di sette anni ne hanno bisogno?
Vogliamo davvero trasmettere loro la nostra dipendenza e le nostre
ossessioni? Occorre riflettere con molta attenzione. Non possiamo
permettere che siano le aziende tecnologiche a decidere per noi».
Uso il mio cellulare molto più di Smith, ma nonostante questo (o forse
proprio per questo) condivido molte delle sue ansie. E a quanto sembra
perfino chi lavora per le aziende tecnologiche comincia a dare segni di
inquietudine, il che significa che dovremmo preoccuparci ancora di più
della direzione in cui ci stanno portando quelle potenti società. Per
esempio, almeno a partire dal 2011, quando la notizia è stata pubblicata sul
New York Times, sappiamo che molti dipendenti di Apple e Yahoo! scelgono
di mandare i figli in scuole che proibiscano l’uso di dispositivi mobili, come
la Waldorf School of the Peninsula di Los Altos.
Molti esperti sono arrivati a lanciare un allarme contro gli oggetti che
hanno contribuito a creare. Justin Rosenstein, l’uomo che ha inventato il
pulsante “Like” su Facebook, ha affermato che le nuove tecnologie creano
una tale dipendenza da spingerlo a installare nel suo cellulare un’opzione
parental-control che gli impedisce di scaricare app e limita il suo uso dei
social network. E, incidentalmente, vale la pena di sottolineare che i like su
Facebook sono quelli che permettono ai data miner di capire chi siamo. I like
che distribuiamo in rete rivelano tutto, dall’orientamento sessuale alle idee
politiche, e possono essere raccolti per influenzarci meglio. Lo abbiamo
visto nel 2018 con lo scandalo Cambridge Analytica, in cui, stando ai servizi
pubblicati su varie testate giornalistiche, cinquanta milioni di utenti di
Facebook hanno subìto una violazione dei propri dati da parte della società
inglese, che aiuta le aziende e i partiti politici a “modificare il
comportamento del pubblico”.
Come un novello Frankenstein, nel 2017 Rosenstein ha dichiarato al
Guardian: «Succede molto spesso che gli esseri umani, animati dai migliori
intenti, sfornino invenzioni che però hanno involontarie conseguenze
negative... Siamo tutti continuamente distratti».
E due dei fondatori di Twitter hanno espresso preoccupazioni simili. Ev
Williams, che nel 2010 ha dato le dimissioni dalla carica di amministratore
delegato, nel 2017 ha confidato al New York Times di essere molto turbato dal
fatto che Twitter abbia aiutato Donald Trump a diventare presidente. «Il
ruolo svolto da Twitter è davvero un fatto negativo».
In un’intervista su Inc. un altro cofondatore di Twitter, Biz Stone, ha
dichiarato di ritenere che la svolta sbagliata abbia avuto luogo quando
Twitter ha permesso a sconosciuti di taggare persone nei loro post, creando
così un ambiente di bullismo dilagante. Stando a quanto sostiene BuzzFeed,
un dipendente di Twitter avrebbe definito il social network “una fogna
piena di stronzi”.
E nei primi mesi del 2018 Tim Cook, amministratore delegato di Apple, ha
dichiarato di fronte a un gruppo di studenti dell’Essex che secondo lui i
bambini (per esempio i suoi nipoti) non dovrebbero andare sui social
network, e neppure usare troppa tecnologia, il che dimostra che non si
tratta semplicemente di preoccupazioni da “luddisti”.
Un gruppo di ex dipendenti di aziende tecnologiche si è spinto oltre e ha
creato il Center for Humane Technology, con lo scopo di “riallineare la
tecnologia con gli interessi dell’umanità” e frenare la “crisi da attenzione
digitale”.
Ora, finalmente, i dirigenti di queste società si riuniscono spesso per
discutere simili preoccupazioni. Per esempio, una conferenza tenutasi a
Washington nel 2018, dal titolo Truth About Tech (La verità sulla
tecnologia), ha visto tra gli oratori Tristan Harris, ex esperto di etica di
Google e attualmente tra i principali critici delle nuove tecnologie, e Roger
McNamee, uno dei primi finanziatori di Facebook. Con loro c’erano anche
politici e gruppi di pressione come Common Sense Media, che si sforzano di
combattere la dipendenza tecnologica tra i giovani. La conferenza ha
sollevato una gran quantità di problemi, per esempio il “dirottamento”
delle menti a opera di Gmail, o lo sfruttamento da parte di Snapchat delle
amicizie tra adolescenti allo scopo di alimentare la dipendenza per mezzo di
funzioni come l’emoji Infuocato, grazie alle quali gli utenti possono vedere
per quanti giorni di seguito hanno avuto interazioni con i propri amici.
Secondo The Guardian, Harris ha paragonato il mondo tecnologico al
selvaggio West, dove il codice di comportamento era “costruisci un casinò
dove ti pare”, mentre McNamee lo ha equiparato alle industrie alimentari e
del tabacco del passato, quando le sigarette venivano reclamizzate come
benefiche per la salute, o i produttori di piatti pronti evitavano di far
presente che i loro cibi erano pieni di sale. La differenza però è che se, per
esempio, siamo dipendenti dalle sigarette, le sigarette non hanno
informazioni su di noi. Non raccolgono i nostri dati. Non possono
conoscerci meglio delle nostre famiglie. Internet, ovviamente, può sapere
tutto di noi: i nostri amici, i gusti musicali, le preoccupazioni mediche, la
vita amorosa, le idee politiche. E le società del Web possono servirsi di
queste informazioni per aumentare il grado di dipendenza generato dai loro
prodotti. E gli esperti di tecnologia ci avvertono che attualmente non ci
sono regole a fermarli.
Un numero sempre recente di ricerche corrobora queste preoccupazioni.
Per esempio, esistono studi che dimostrano che la tecnologia provoca uno
stato di “attenzione parziale continua” in grado di generare dipendenza.
Un’indagine del 2017 condotta dalla McCombs School of Business
dell’Università del Texas ha stabilito che la pura e semplice presenza di uno
smartphone può ridurre le capacità cognitive.
Nel momento in cui sto scrivendo questo libro la comunità medica non ha
ancora riconosciuto ufficialmente che la dipendenza da smartphone o
quella da social network siano disturbi psicologici, anche se il fatto che
l’Organizzazione mondiale della sanità abbia inserito nell’elenco la
dipendenza da videogame fa pensare a un’accresciuta consapevolezza
dell’intensità con cui la tecnologia è in grado di influenzare la nostra salute
mentale. Ma questa consapevolezza ha ancora parecchia strada da fare, e
stenta evidentemente a tenere il passo con la vertiginosa velocità del
cambiamento tecnologico.
E tuttavia le pressioni stanno crescendo. Per esempio, nel 2018 la CNN ha
diffuso la notizia che la potente Unilever ha minacciato di ritirare le proprie
pubblicità da Facebook e Google, a meno che i due colossi del Web non si
impegnino a combattere alcuni gravi problemi tra cui violazioni della
privacy, contenuti controversi e mancanza di protezione nei riguardi dei
bambini; problemi che stanno «minando la fiducia sociale, danneggiando gli
utenti e destabilizzando la democrazia». Ci rendiamo sempre più conto che
dal grande potere delle società del Web derivano, proprio come nel caso di
Spiderman, grandi responsabilità. E tuttavia resta da vedere quanto senso di
responsabilità matureranno i giganti di Internet senza un’autentica
pressione sociale e finanziaria come quella che solo oggi stiamo iniziando a
intravedere. Proprio come per i fast food, le sigarette o i produttori di armi,
ogni società che trae profitti da un’attività è probabilmente la più restia a
vederne i potenziali problemi. Perciò, quando coloro che lavorano al suo
interno si uniscono alle fila di chi lancia l’allarme, dovremmo ascoltarli con
molta attenzione.
11
IL DETECTIVE DELLA DISPERAZIONE

Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine.26


T.S. ELIOT, La terra desolata
Consapevolezza

Quando all’età di ventiquattro anni mi sono ammalato per la prima volta,


quando ho “avuto un crollo”, il mondo è diventato dolorosamente più
nitido. All’improvviso le ombre hanno acquistato un peso, le nuvole si sono
fatte più grigie, la musica più fragorosa. Ho fatto caso a tutto ciò che prima
non notavo. Sono diventato più attento a tutto ciò che mi faceva sentire
male nel mondo moderno. E che probabilmente fa sentire male molti di noi.
Ho avvertito la pressione estenuante della pubblicità, la pazzia frenetica
delle folle e del traffico, la natura soffocante delle aspettative sociali.
La malattia ha parecchio da insegnare alla salute.
Ma quando sto meglio dimentico tutto questo. Il trucco sta nel non
lasciarsi sfuggire questa consapevolezza. Trasformare la guarigione in
prevenzione. Vivere come quando sono malato, anche senza esserlo.
Speranza

Alcuni fattori che influiscono sulla salute mentale sono di natura


genetica, dovuti alla conformazione o alla chimica individuale del cervello.
E non c’è molto che possiamo fare contro le caratteristiche iscritte nel
nostro codice genetico. Quelli più interessanti sono gli aspetti transitori, i
fattori scatenanti che cambiano con il tempo e l’evoluzione della società.
Sono questi gli elementi su cui possiamo intervenire.
Naturalmente anche altre epoche hanno avuto i loro problemi di salute
mentale. Ma il fatto che ogni periodo della storia umana abbia dovuto fare i
conti con problemi specifici non dovrebbe spingerci all’indulgenza nei
riguardi della nostra cultura.
L’aspetto positivo di tutto questo, l’elemento liberatorio, è che se la
nostra ansia è in parte un prodotto della cultura, allora possiamo
modificarla cambiando le nostre reazioni nei confronti di quella stessa
cultura. In realtà non abbiamo nemmeno bisogno di farlo deliberatamente.
Il cambiamento può avvenire anche solo grazie alla consapevolezza.
Quando si tratta della mente, spesso la consapevolezza è già la soluzione.
Il detective della disperazione

Credo che il mondo sarà sempre un casino. E io stesso sarò sempre un


casino. Forse lo siete anche voi. Ma, e questo per me è tutto, credo anche
che sia possibile essere un casino felice. O, se non altro, meno infelice. Un
casino che ce la fa.
«In ogni caos vi è un cosmo» ha detto Carl Jung, «in ogni disordine un
ordine segreto»27.
In realtà il casino va benissimo. Come ormai avrete capito, sto cercando
di scrivere un libro sul disordine del mondo e su quello della nostra mente
scrivendolo in modo volutamente disordinato. O quanto meno, la mia scusa
è questa. Una serie di frammenti che, nelle mie speranze, una volta messi
insieme formeranno in qualche modo un tutto. Mi auguro che questo tutto
abbia un senso. O se non ne ha, che la sua mancanza di senso vi spinga a
riflettere.
Il problema non è che il mondo sia un casino, ma che noi ci aspettiamo il
contrario. Ci hanno messo in testa l’idea che abbiamo il controllo. Che
possiamo andare ovunque ed essere qualunque cosa. Che, in virtù del libero
arbitrio in un mondo fatto di scelte, dovremmo essere in grado di scegliere
non solo dove andare su Internet, o cosa guardare in televisione, o quale
ricetta seguire tra i miliardi disponibili in rete, ma anche quali emozioni
provare. E così, quando non proviamo quello che vogliamo o ci aspettiamo
di provare, ci sentiamo confusi e scoraggiati. Perché non riesco a essere
felice quando ho una tale libertà di scelta? Perché mi sento triste e
preoccupato quando in realtà non ho nessun motivo per esserlo?
La verità è che, quando mi sono ammalato la prima volta, all’inizio non
sapevo nemmeno cosa avessi, figuriamoci cosa l’avesse scatenato. Non
riuscivo a comprendere l’inferno a cui volevo sfuggire, volevo solo
sfuggirgli. Se la tua gamba sta bruciando non conosci la temperatura delle
fiamme. Sai solo di provare dolore.
Più tardi i medici mi hanno offerto una serie di etichette: “disturbo da
panico”, “disturbo d’ansia generalizzato” e “depressione”. Erano etichette
preoccupanti ma anche importanti, perché mi davano qualcosa da cui
partire. Grazie a loro ho smesso di sentirmi un alieno. Ero un essere umano
con una malattia umana, di cui soffrivano altri esseri umani (milioni e
milioni), la maggior parte dei quali era riuscita a superarla oppure aveva
imparato in qualche modo a conviverci.
Anche dopo aver scoperto i nomi delle mie malattie ero convinto che
dipendessero solo da me. Erano lì, proprio come il Gran Canyon, una
caratteristica immutabile della mia geografia psichica contro la quale non
potevo far nulla.
Non sarei mai più stato capace di trarre gioia da un brano musicale, da
una cena, da un libro, da una conversazione. O dal sole, da un film, da una
vacanza. Da niente. Ero marcio fino alla radice, come un... come un... come
un... (non esisteranno mai abbastanza metafore per la depressione) come un
albero malato. Un albero malato a cui la fidanzata e i genitori continuano a
ripetere: «Guarirai. Troveremo il modo, ti faremo guarire».
E naturalmente ho provato diversi tipi di cure. Ho provato il diazepam,
prescrittomi da un medico. Ho provato le tinture suggerite da un omeopata.
Ho provato a seguire i consigli di familiari e amici. Ho provato l’iperico e
l’olio di lavanda. Ho provato i sonniferi. Ho provato a parlare con il telefono
amico. Poi ho smesso di provare. Ho trascorso un periodo da incubo mentre
prendevo il diazepam, e poi un altro quando ho smesso di prenderlo.
Probabilmente avrei dovuto tentare con altri tipi di medicinali ma,
giudicatemi come volete, non l’ho fatto. Non riuscivo a pensare
razionalmente. A complicare la situazione c’era il fatto che avevo paura (in
realtà provavo un terrore che non avevo mai conosciuto prima di allora) di
sperimentare nuove pillole, di cercare ancora aiuto dopo che niente aveva
funzionato.
Quando ho parlato di questo in Ragioni per continuare a vivere qualcuno ha
pensato che la mia fosse una presa di posizione contro gli psicofarmaci,
perciò ora dichiaro qui, con la maggior chiarezza possibile: non ho niente
contro gli psicofarmaci. Certo, l’industria farmaceutica presenta parecchi
aspetti problematici e la ricerca scientifica è tuttora un work in progress
(com’è nella sua natura, del resto), eppure sono consapevole che gli
psicofarmaci hanno salvato molte vite. Conosco persone persuase di non
poter sopravvivere senza. Inoltre, sono convinto che da qualche parte
esistano medicine che probabilmente sarebbero state in grado di aiutarmi.
Solo che non le ho trovate. Non credo che gli psicofarmaci siano la
soluzione definitiva. E ritengo che certe volte, se prescritti in maniera
scorretta, possano peggiorare la situazione. Ma questo vale per tutto.
Possono darti le pillole sbagliate anche per l’artrite, o per una cardiopatia. E
sostenere che le pillole non sono l’unica risposta è puro e semplice
buonsenso. Di rado lo sono. Se soffrite di artrite lo yoga, il nuoto e i bagni di
sole possono esservi di aiuto quanto i medicinali. Non sono opzioni che si
escludono a vicenda. Dobbiamo trovare quello che funziona per noi. Inoltre,
nel mio caso, ero traumatizzato e incapace di pensare con lucidità.
A quell’epoca tentare rimedi che non funzionavano non faceva altro che
peggiorarmi la vita. Come ho già detto, è molto probabile che da qualche
parte esistesse una cura giusta per me, psicologica o farmacologica, ma non
sono stato così fortunato da trovarla. Non sono stato abbastanza coraggioso
da cercarla. Il dolore era tale che riuscivo a malapena a sopportare di
continuare a vivere. Non potevo rischiare di aumentarlo neanche di un
grammo, era questa la mia logica. Ogni giorno mi sembrava una questione
di vita o di morte. Non perché il dolore non fosse abbastanza grave da
spingermi a tornare da un medico, ma perché era troppo grave. Mentre
scrivo mi rendo conto di quanto sembri ridicolo questo atteggiamento, ma a
quell’epoca per me era così. Tutto ciò che avevo sperimentato per
combattere il tumulto nella mia mente aveva fallito. E, per essere onesti, i
medici che avevo consultato non erano stati particolarmente comprensivi.
Credo sinceramente che dall’inizio del nuovo secolo siano stati fatti molti
progressi.
Comunque, eccomi lì, in fondo al baratro, alla disperata ricerca di un
modo di uscirne, mentre ogni via di fuga sembrava chiudersi davanti a me.
E, come scoprono in molti, in situazioni del genere si raccolgono prove,
come un detective che cerchi di risolvere un omicidio. All’inizio non c’erano
indizi, o almeno io non ne vedevo. Ogni giorno in fondo al baratro era un
inferno. Nelle prime settimane e nei primi mesi ogni giorno portava con sé
attimi di dolore emotivo così intenso da soffocare ogni speranza di riuscire
a uscirne. Ma poi ho cominciato a capire che il dolore, pur essendo interno,
spesso era scatenato da fattori esterni. Non avevo trovato nulla che mi
facesse sentire meglio, ma ho compreso che certe cose mi facevano sentire
peggio: bere alcol, fumare, musica a volume troppo alto, le folle. Il mondo
interferisce. Interferisce sempre, sia quando stiamo bene, sia quando stiamo
male. Ma prima di ammalarmi non avevo mai capito come.
Promemoria

Stai calmo. Vai avanti. Resta umano. Continua a provarci. Continua a


desiderare. Continua a perfezionarti. Continua a guardare fuori dalla
finestra. Continua a concentrarti. Resta libero. Ignora i troll. Ignora le
notifiche pop-up e i pensieri pop-up. Continua a rischiare il ridicolo. Resta
curioso. Aggrappati alla verità. Continua ad amare. Continua a concederti il
privilegio umano di commettere errori. Mantieni uno spazio che sia solo tuo
e proteggilo con una staccionata. Continua a leggere. Continua a scrivere.
Tieni il cellulare a debita distanza. Non perdere la testa quando tutti la
perdono attorno a te.28 Continua a respirare. Continua a inalare vita.

Continua a ricordarti dove può portare lo stress.


(Continua a ricordarti quel giorno al centro commerciale.)
Paura al centro commerciale

Ero in un centro commerciale e stavo piangendo.


Avevo ventiquattro anni, ero circondato da una folla di gente e file di
negozi con insegne illuminate, ed ero incapace di affrontare la situazione.
«No» sussurrai, perdendo il ritmo del respiro. «Non ce la faccio».
«Matt?».
Era stato un esperimento. Andare con Andrea, che allora era la mia
fidanzata, a Newcastle, una città del nord dell’Inghilterra vicino casa dei
suoi genitori, a fare un po’ di shopping. Non avevo idea di cosa dovessimo
comprare. Il mio unico scopo era quello di affrontare la gita senza avere un
attacco di panico.
Essere una persona normale.
«Mi dispiace, non ce la faccio...».
Eccomi lì. Patetico. Un ragazzino. In un mondo che aveva continuato a
ripetermi ovunque, dai programmi televisivi ai campi sportivi della scuola,
che essere uomo significa essere forte, duro, tacere di fronte al dolore. Un
mondo che ribadiva che essere giovani significava divertirsi ed essere liberi,
nella luminosa e splendida terra della gioventù. E io ero lì, in quello che
avrebbe dovuto essere l’apice della mia esistenza, a piangere senza motivo
in un centro commerciale. Beh, in realtà non proprio senza motivo.
Piangevo di dolore. E di terrore. Un dolore e un terrore che non avevo mai
provato fino a poco più di un mese prima, quando, mentre lavoravo in
Spagna, avevo avuto un attacco di panico che si era protratto fino a
trasformarsi in un terribile, indescrivibile senso di terrore, inquietudine e
disperazione, che mi era penetrato nella carne e nelle ossa.
La disperazione era stata tale che per poco non mi ero tolto la vita. Mi era
parso che non ci fossero vie d’uscita. Per quanto spaventosa fosse la morte,
vivere nel terrore mi sembrava peggio. Ciascuno di noi ha un limite,
oltrepassato il quale non ce la fa più. E, quasi all’improvviso, io avevo
raggiunto il mio.
«Va tutto bene» mi stava dicendo Andrea, tenendomi per mano. Più
madre o infermiera che fidanzata in quel momento.
«No, non è vero. Scusami. Scusami».
«Hai preso il diazepam stamattina?».
«Sì, ma non sta funzionando».
«Andrà tutto bene. È solo panico».
Solo panico.
Il suo sguardo preoccupato mi faceva sentire peggio. Gliene avevo già
fatte passare tante. Dovevo solo camminare. Camminare, parlare e respirare
come un normale essere umano. Non era un esame di missilistica. Ma in
quel momento era come se lo fosse.
«Non ce la faccio».
Il volto di Andrea si indurì. La vidi contrarre la mascella e stringere la
bocca. Anche lei aveva dei limiti. Era arrabbiata con me e per me. «Sì che ce
la fai».
«No, Andi. No che non ce la faccio. Tu non capisci».
La gente ci guardava, lanciava occhiate di sfuggita nella nostra direzione
mentre ci oltrepassava carica di sacchetti.
«Respira. Respira lentamente».
Mi sforzai di respirare profondamente, ma l’aria non riusciva quasi a farsi
strada oltre la gola.
«Io... Mi manca l’aria».
All’inizio di quella giornata non mi ero sentito così male. Provavo solo un
lieve, persistente senso di disperazione. Sull’autobus che ci aveva portati in
città la paura mi si era insinuata dentro, come se qualcuno mi stesse
lentamente avvolgendo in una coperta che mi dava il prurito.
Ora tutto il mio corpo era invaso dal terrore.
Ero incapace di muovermi. Fermo davanti alla vetrina di un ottico,
circondato di vita eppure solo. Cominciai a deglutire per sforzarmi di
ritrovare la calma. Deglutire in continuazione era uno dei vari, lievi sintomi
ossessivo-compulsivi che avevo manifestato. In quel momento volevo
attivamente richiamare quei sintomi, solo per distogliermi da uno peggiore.
Ma non funzionò.
Non c’era speranza. Non c’era scampo. La vita era fatta per gli altri.
Lo avevo tenuto a distanza, ma ora il mondo mi stava crollando addosso e
la voce di Andrea divenne un suono lontano, l’ultima speranza, che cercava
di raggiungere la persona che non ero più.
Avete una mente sola

Quando ripenso all’esperienza nel centro commerciale, una tra le tante


che a volte mi irrompono nel cervello come flashback del Vietnam ma senza
le scene violente, mi sforzo di sezionarla. Rivivo il passato per accettarlo e
trarne insegnamento. Non solo per imparare a non avere attacchi di panico,
ma anche per capire in che modo la mia mente interagisce con il mondo, e
come fare a essere meno stressato in generale.
Il primo problema è stato che l’attacco ha avuto luogo durante la mia
prima esperienza di ansia e depressione. La prima volta in cui si cade preda
della malattia mentale si immagina che la propria vita andrà avanti così per
sempre. Depressione intervallata da attacchi di panico: le cose non
cambieranno. Era un pensiero terrificante. Claustrofobico. Sembrava non
lasciare scampo.
Il secondo problema era che non avevo idea di come affrontare un
attacco di panico. Ci avrei messo anni per imparare la lezione.
Il terzo problema era che non capivo il legame tra il mondo esterno e
quello interno. Non sapevo quanto fosse forte il rapporto tra “quello che
provi” e “dove ti trovi”. Non sapevo che il mondo dei negozi, dei saldi e del
marketing non è sempre salutare per la mente. Negli ultimi due anni sono
state condotte parecchie ricerche per indagare gli effetti dell’ambiente
esterno sulla nostra salute. Per esempio, uno studio commissionato nel 2013
dall’organizzazione senza scopo di lucro Mind e condotto dall’Università
dell’Essex ha messo a confronto l’esperienza di visitare un centro
commerciale con una passeggiata nel Belhus Woods Country Park
dell’Essex. Anche se sappiamo che camminare, sia al chiuso che all’aperto,
migliora il tono dell’umore, il 44 percento di quelli che hanno passeggiato
nel centro commerciale hanno dichiarato di aver sperimentato una
diminuzione dell’autostima. Al contrario, quasi tutti quelli che hanno fatto
una passeggiata nel bosco (per la precisione il 90 percento) hanno sentito
crescere la propria autostima. Come riferirò più avanti, assistiamo a un
costante incremento degli studi sugli effetti benefici della natura per la
nostra mente. Ma all’epoca non sapevo niente di tutto ciò. In realtà la
maggior parte di queste ricerche non erano state ancora effettuate.
È comprensibile che i centri commerciali non siano luoghi facili in cui
stare. Sono ambienti volutamente stimolanti, progettati non per calmare o
tranquillizzare, ma solo per spingerci a spendere soldi. E dato che l’ansia è
spesso un fattore scatenante che spinge al consumo, probabilmente sentirsi
calmi e soddisfatti sarebbe contrario agli interessi di un centro
commerciale. L’idea è che la calma e la soddisfazione siano mete da
raggiungere comprando. Non che siano già lì.
Il quarto problema era il senso di colpa. Mi sentivo in colpa per disturbi
che in realtà non consideravo davvero sintomi di una malattia, ma sintomi
di me stesso.
Un’altra lezione che sto ancora cercando di capire fino in fondo (e
scrivere questo libro mi aiuta) è che la distrazione non funziona. I centri
commerciali sono ambienti volutamente carichi di distrazioni, ma non
servivano a farmi uscire da me stesso. Riuscivano solo a farmi sprofondare
ancor di più dentro me stesso. Le folle intorno a me non mi aiutavano a
collegarmi al resto dell’umanità. Tra quella massa di gente mi sentivo più
solo di quando mi trovavo in compagnia di una persona e basta, o stavo per
conto mio.
Era una mia ben nota tattica, ormai: tentare di distrarmi da una
sofferenza cercandone un’altra. Anni prima di Twitter e del bisogno
compulsivo e stordente di controllare in continuazione i profili sui social
network, provavo un bisogno disperato di distrazione. Ma non serviva. I
sintomi si aggravano di più quando li si combatte anziché accoglierli. La
distrazione è un tentativo di fuga che di rado funziona. Non si spegne un
incendio ignorando le fiamme. Bisogna ammettere la presenza del fuoco.
Non si può sfuggire al dolore grazie a comportamenti compulsivi, che siano
deglutire, twittare o bere troppo. Si arriva a un punto in cui si è costretti ad
affrontarlo. Ad affrontare se stessi. In un mondo pieno di milioni di
distrazioni voi avete comunque una mente sola.
I manichini che infliggono dolore

Quando ripenso adesso a quel particolare attacco di panico mi viene in


mente il modo in cui il mondo ha interferito. Perfino a quell’epoca avevo
una percezione istintiva, anche se non totalmente consapevole, dei fattori
scatenanti che mi circondavano. Compresi i manichini nella vetrina di un
negozio.
Ero lì dentro, in quello spazio commerciale chiuso, affollato e artificiale.
Avevo superato il punto di non ritorno. Ero di fronte alla mia personale,
assoluta unicità. E, mentre guardavo Andrea, alla consapevolezza razionale
che, come tante altre volte, stavo di nuovo rovinando la nostra giornata.
Chiusi gli occhi per sfuggire agli stimoli del centro commerciale e non
vidi altro che mostri e demoni: un archivio mentale di creature e immagini
peggiori di qualunque idra o ciclope, il mio inferno personale che in quel
momento si trovava solo a un battito di ciglia o a un pensiero di distanza.
«Avanti, puoi farcela. Respira lentamente».
Mi sforzai di fare come diceva lei, di respirare lentamente, ma l’aria non
sembrava aria. Non sembrava niente. Il mio io non sembrava niente.
Mi strofinai gli occhi.
Di fronte all’ottico c’era un negozio di abbigliamento. Non ricordo
l’insegna. Quello che ricordo, stampato nella memoria con tutto il peso del
trauma che lo accompagna, è che c’erano dei manichini in vetrina. Teste
grigie, prive di capelli, e lineamenti che imitavano in astratto nasi e occhi,
ma senza bocca. Avevano pose contorte, innaturali.
Sembravano profondamente malevoli. Esseri senzienti che non solo
conoscevano il mio dolore, ma ne facevano parte. Ne erano in parte
responsabili.
In realtà questa sarebbe diventata una caratteristica fondamentale della
mia ansia e depressione nel corso dei mesi e degli anni successivi. La
sensazione che una parte del mondo racchiudesse una malevolenza segreta
puntata verso l’esterno e in grado di entrarti dentro con un peso
insopportabile di dolore e disperazione. Spuntava dal viso sorridente sulla
copertina di una rivista patinata. Dallo sguardo rosso e diabolico dei fari
posteriori di un’auto. Dal bagliore troppo intenso dello schermo di un
computer.
E, sì, anche dall’eco sinistra di umanità contenuta nei manichini della
vetrina di un negozio.
Un giorno, quando fossi stato pronto ad affrontare il mio dolore, questa
estrema sensibilità mi sarebbe tornata utile. Mi avrebbe aiutato a capire che
se nel mondo esterno esistevano oggetti in grado di esercitare un impatto
negativo, allora ce n’erano anche altri capaci di averne uno positivo. Ma in
quel momento avevo paura di essere sul punto di impazzire.
Ero convinto di non essere fatto per il mondo reale. E, in un certo senso,
avevo ragione. Non ero fatto per il mondo. Come chiunque altro ero fatto dal
mondo. Dai genitori, dalla cultura, dalla tv, dai libri, dai politici, dalla scuola
e forse perfino dai centri commerciali.
Perciò, o avevo bisogno di un nuovo io, oppure avevo bisogno di un
nuovo pianeta. E non sapevo ancora come trovare né l’uno né l’altro. Ecco
perché nutrivo pensieri suicidi.
«Devo uscire di qui» dissi in quel momento, asciugandomi gli occhi come
un bambino piccolo che si era perso in un supermercato.
Quel “qui” era abbastanza ampio da includere qualunque cosa, da “la mia
testa” a “il pianeta”. Nell’immediato, naturalmente, “qui” era il centro
commerciale.
«Va bene, va bene, va bene» disse Andrea. Era al mio fianco. Ma era anche
lontana migliaia di chilometri. Si guardò intorno, in cerca dell’uscita più
vicina. «Da questa parte».
Uscimmo alla luce naturale, e tornammo a casa dei genitori di lei. Mi
sdraiai sul letto in cui Andrea dormiva da bambina e spiegai ai suoi che
avevo un po’ di mal di testa, perché un mal di testa era più facile da capire
di quel ciclone invisibile. Comunque, continuai a sentirmi male, in maniera
più o meno grave, per molte settimane e mesi, ma alla fine iniziai a guarire
e, meglio ancora, a capire.
Un desiderio

Vorrei tanto poter spiegare un po’ di cose al mio me stesso più giovane.
Vorrei potergli dire che non era solo per causa mia. Che c’erano cose che
avrei potuto fare. Perché la mia ansia, la mia depressione, non arrivavano
dal nulla. Come una ferita, anche una malattia spesso nasce in un contesto.
Quando ricado in uno stato mentale frenetico o disperato, e mi sento
invadere da pensieri molesti che non riesco a rallentare, spesso si tratta del
risultato di una serie, una sequenza di fattori. Ogni volta che faccio troppe
cose, penso troppo, assorbo troppo, mangio troppo male, dormo troppo
poco, lavoro troppo, mi lascio logorare troppo dalla vita, ecco che accade.
Uno sforzo ripetuto danneggia la mente.
Come vivere nel XXI secolo senza avere
un attacco di panico

1. Tenetevi d’occhio. Siate amici di voi stessi. Siate genitori di voi stessi.
Siate gentili con voi stessi. Tenete traccia di quello che fate. Avete proprio
bisogno di guardare l’ultimo episodio di quella serie, che viene trasmesso
dopo mezzanotte? Avete proprio bisogno di quel terzo, o quarto, bicchiere
di vino? È davvero nel vostro interesse?
2. Sgombrate la mente. Il panico è il prodotto di un sovraccarico. In un
mondo sovraccarico abbiamo bisogno di filtri. Dobbiamo semplificare le
cose. Qualche volta dobbiamo scollegarci. Smettere di fissare in
continuazione il cellulare. Creare momenti in cui non pensiamo al lavoro.
Una sorta di feng shui mentale.
3. Ascoltate suoni che vi calmano. Meno stimolanti della musica. Le onde,
il vostro respiro, la brezza che stormisce tra le foglie, le fusa di un gatto, e,
meglio di tutto, la pioggia.
4. Lasciatevi andare. Se sentite il panico montarvi dentro la reazione
istintiva è altro panico. Farvi prendere dal panico perché siete presi dal
panico. Il meta-panico. Il trucco è sforzarsi di provare panico senza che
questo vi causi altro panico. È quasi, anche se non del tutto, impossibile. Io
ho sofferto di disturbo da panico, una malattia che non consiste
semplicemente in un attacco occasionale, ma in una serie di attacchi
frequenti e nella continua, infernale paura del prossimo. Dopo averne avuti
centinaia ho cominciato a ripetere a me stesso che li volevo. Naturalmente
non era vero. Però mi sforzavo il più possibile di indurre il panico, come un
test, per vedere come me la sarei cavata. Più cercavo di richiamarlo, meno
lui aveva voglia di arrivare.
5. Accettate le vostre sensazioni. E rendetevi conto che sono soltanto
questo: sensazioni.
6. Non afferrate la vita per la gola. «La vita deve essere toccata, non
strangolata»29 ha detto lo scrittore Ray Bradbury.
7. Va benissimo esprimere la paura. La paura si sforza di dirvi che è un
sentimento necessario, e vi sta proteggendo. Sforzatevi di accettarla in
quanto sentimento, e non come informazione valida. Bradbury ha detto
anche: «Imparare a cedere qualcosa dovrebbe venire prima che imparare a
stringerla»30.
8. Siate consapevoli di dove vi trovate. Siete in un ambiente iper
stimolante? C’è un luogo più calmo dove potete spostarvi? Un paesaggio
naturale che potete guardare? Alzate lo sguardo. Nei centri delle città le
cime degli edifici sono uno spettacolo meno intenso delle vetrine dei negozi
che vedete ad altezza d’uomo. Anche il cielo aiuta.
9. Fate stretching ed esercizio fisico. Il panico è una condizione fisica
quanto mentale. Per me fare yoga e andare a correre sono la cosa più utile
in assoluto. Lo yoga, in particolare. Dopo ore trascorse curvo davanti al
computer il mio corpo si contrae, e lo yoga lo distende.
10. Respirate. Profondamente, con calma, a ritmo regolare. Concentratevi
sul respiro. È il ritmo su cui regolate la vostra vita. Il ritmo della vostra
canzone. È un modo per tornare al centro delle cose. Al centro di voi stessi.
Quando il mondo cerca di trascinarvi in tante altre direzioni. Respirare è la
prima cosa che avete imparato a fare. La più essenziale, la più semplice.
Essere consapevoli del proprio respiro significa ricordarsi di essere vivi.
12
IL CORPO PENSANTE
I quattro umori

Un tempo, nell’antica Grecia, i medici spiegavano il funzionamento del


corpo umano con la teoria dei “quattro umori”. Ogni problema di salute
poteva essere attribuito a un eccesso o mancanza di uno di questi quattro,
distinti fluidi corporei: bile nera, bile gialla, flegma e sangue.
Nell’antica Roma l’evoluzione della teoria dei quattro umori portò alla
formulazione di quattro, distinti temperamenti. Per esempio, chi era
soggetto ad attacchi di rabbia soffriva di un eccesso di bile gialla, l’umore
del fuoco. Il che significa che quando si dice a qualcuno di calmare i bollenti
spiriti non si sta facendo altro che ripetere un consiglio medico dell’antica
Roma.
Chi si sentiva depresso o malinconico soffriva di un eccesso di bile nera.
In effetti, la parola “melancolia”, forma desueta di “malinconia”, deriva,
tramite il latino, dalle due parole del greco antico μέλας, “nero”, e χολή,
“bile”, e significa letteralmente “bile nera”.
Questo sistema oggi sembra ridicolo e molto poco scientifico. Ma almeno
sotto un certo aspetto era piuttosto avanzato. Non stabiliva una separazione
tra la salute fisica e quella mentale.
Il filosofo Cartesio è il massimo responsabile di questa separazione.
Riteneva che le menti e i corpi fossero completamente distinti. Negli anni
Quaranta del XVII secolo formulò la teoria che il corpo funzionasse come una
macchina priva di pensiero e che la mente, per contrasto, fosse un’entità
immateriale.
A molti l’idea piacque. Fu un successo. Ed esercita ancora un profondo
impatto sulla società.
Ma questa separazione non ha molto senso.
La salute mentale è intrinsecamente legata a quella di tutto il corpo. E
quella di tutto il corpo è intrinsecamente legata a quella mentale. Non si
può tracciare un confine tra corpo e mente, sarebbe come cercare di
tracciare una linea di separazione tra gli oceani.
Sono entità strettamente intrecciate.
È noto che l’esercizio fisico ha un impatto positivo su problemi mentali di
ogni genere, dalla depressione al disturbo da deficit di attenzione e
iperattività. E anche le patologie fisiche condizionano la mente. Quando
abbiamo l’influenza a volte ci vengono le allucinazioni. Se ci diagnosticano
un cancro possiamo ammalarci di depressione. L’asma può causare attacchi
di panico. Un infarto può provocare un trauma psicologico. Se soffrite di
mal di schiena o di acufene, o di dolori al petto, o di un abbassamento delle
difese immunitarie, o vi fa male lo stomaco, e tutto questo a causa dello
stress, si tratta di una patologia mentale o fisica?
Io credo che dovremmo smetterla di considerare la dimensione fisica e
quella mentale come due realtà che si escludono mutualmente, e
interpretarle invece come una situazione mista. Non c’è differenza. Siamo
creature mentali. Siamo creature fisiche. Non siamo divisi in due sezioni
prive di rapporti reciproci. Non siamo un grande magazzino esistenziale.
Siamo ogni cosa nello stesso momento.
Viscere

Il cervello è un’entità fisica.


E inoltre, i pensieri non sono solo un prodotto del cervello. Nel suo libro
Intelligence in the Flesh (Intelligenza nella carne) lo scienziato cognitivo Guy
Claxton scrive: «Il corpo, i visceri, i sensi, il sistema immunitario, quello
linfatico, interagiscono con tale rapidità e in maniera così complessa con il
cervello che non siamo in grado di tracciare una linea di separazione
all’altezza del collo e dire: “Quella sopra è la parte intelligente e quella sotto
la parte non intelligente”. Non abbiamo corpi. Siamo corpi».
Poi c’è il problema del “sistema nervoso enterico” o “secondo cervello”,
una rete di cento milioni di neuroni situata nello stomaco e nell’intestino.
D’accordo, non si avvicina neanche lontanamente agli ottantacinque
miliardi di neuroni del “cervello principale”, ma non è cosa da poco. Cento
milioni di neuroni sono tutti quelli che ha in testa un gatto.
Quando ci sentiamo le “farfalle” nello stomaco prima di un colloquio di
lavoro, o quando sentiamo fame perché tardiamo a pranzare, è il secondo
cervello che parla col primo.
Perciò, in altre parole, tutto questo fa pensare che l’idea di “salute
mentale” separata dal corpo fisico sia sorpassata quanto l’assurda parrucca
di Cartesio.
Eppure subiamo ancora gli effetti di quella separazione. Suddividiamo il
mondo del lavoro in lavori di concetto e lavori manuali. “Lavori qualificati”,
i quali richiedono quelle che generalmente vengono considerate
intelligenza e “istruzione superiore”, e “lavori non qualificati”, reputati di
minor valore, e che in genere sono per l’appunto lavori manuali. Colletti
bianchi e colletti blu.
C’è intelligenza nei movimenti. Nella danza. Nello sport. Eppure noi, con
noncuranza, dissezioniamo le persone fin dall’età scolare, decidendo se
qualcuno è uno sportivo o un accademico, o meglio, come in Breakfast Club,
un mister muscolo o un secchione. E questo determina il percorso formativo
degli studenti, il quale a sua volta sfocerà in un lavoro manuale pagato
meno, o in un lavoro cosiddetto “intellettuale” pagato di più, che consisterà
nel rimanere seduti a fissare un foglio Excel. Allo stesso modo, dividiamo la
cultura in “alta” e “bassa”. I libri che ci fanno ridere o ci danno le
palpitazioni vengono considerati di minor valore rispetto a quelli che ci
spingono a “pensare”.
Più la osserviamo con attenzione e più la linea di demarcazione tra menti
e corpi risulta priva di senso, eppure su di essa è basato tutto il nostro
sistema sanitario. E non solo. Anche la nostra personalità e la società in cui
viviamo. È arrivato il momento di cambiare tutto questo. Di riunire le due
parti. Di accettare la nostra natura umana come un tutto.
Nota a margine sullo stigma

Non veniamo incoraggiati a parlare della nostra salute mentale finché


non ci ritroviamo a soffrire di una malattia mentale conclamata, come se
fossimo tenuti a far finta di essere sempre mentalmente sani al 100
percento. Lo stress non viene preso abbastanza sul serio. Oppure viene
preso così sul serio che le persone si vergognano di parlare delle brutte
giornate in cui non si sentono mentalmente bene. In ogni caso, questo
aumenta il numero di coloro che non sono solo stressati, ma addirittura si
ammalano.
E quando ci ammaliamo e ne parliamo ci troviamo di fronte a un nuovo
stigma.
Troppo spesso consideriamo la malattia mentale come un prodotto della
persona che ne soffre, cosa che non facciamo con altri generi di patologie.
Dato che la malattia mentale viene vista come qualcosa di intrinsecamente
diverso, ne parliamo in termini diversi, più scandalizzati. Pensate alle
parole utilizzate per descriverla.
I giornali e le riviste a volte scrivono di celebrità che “confessano” di
soffrire di depressione, ansia, disturbi alimentari, dipendenze, come se si
trattasse di crimini. E troppo spesso molti crimini veri e propri sono
considerati il prodotto di una malattia mentale: sparatorie di massa o abusi
sessuali vengono frequentemente inseriti in un contesto di “problemi di
salute mentale” o “dipendenza” invece che di terrorismo e crimini sessuali.
In realtà le persone che soffrono di problemi mentali hanno molte più
probabilità di restare vittime di un crimine che di perpetrarlo.
Inoltre, non siamo davvero capaci di parlare del suicidio. In inglese si usa
l’espressione “to commit suicide” ovvero “commettere suicidio”, e il verbo
“commettere” porta con sé varie sfumature di significato legate ai tabù e
alla criminalità, un’eco dei tempi in cui il suicidio era in effetti considerato
un crimine. (Di recente ho provato a dire “morte per suicidio” ma
l’espressione mi suona sempre un po’ falsa e forzata quando la pronuncio.)
Molte persone fanno fatica a tollerare l’idea stessa del togliersi la vita, e, nel
caso in cui si consideri il suicidio una scelta, la ritengono quasi un oltraggio
contro tutti noi, perché qualcuno ha scelto di rinunciare alla vita, quel dono
così sacro e prezioso, fragile come l’uovo di un uccellino. Ma personalmente
so che il suicidio non è una scelta così ben definita. Può essere qualcosa che
ci terrorizza ma verso cui ci sentiamo trascinati per via del dolore legato al
fatto di vivere. Perciò parlarne ci riempie di disagio. Eppure dobbiamo farlo,
perché un’atmosfera di vergogna e silenzio impedisce a chi ne ha bisogno di
ottenere il giusto aiuto e può contribuire ad aumentare il tormentoso senso
di solitudine. Detto in breve, può essere fatale.
Il suicidio è la principale causa di morte tra uomini e donne dai venti ai
trentaquattro anni. È anche il principale killer degli uomini sotto i
cinquanta, per lo meno nel paese in cui vivo, il Regno Unito. Altre nazioni
europee presentano cifre ugualmente cupe. Negli Stati Uniti, dove il libero
commercio delle armi da fuoco contribuisce ad aumentare queste
deprimenti statistiche, il suicidio è la decima tra le principali cause di morte
tra individui di ogni età e di entrambi i sessi, anche se, come in Europa, in
Canada e in Australia, un uomo ha il triplo delle probabilità di togliersi la
vita rispetto a una donna. Molto spesso queste morti possono essere evitate.
Ecco perché dobbiamo ignorare le esortazioni a “essere uomini”, e trovare
invece dentro di noi la vera forza. La vera forza, per uomini e donne, è
quella di parlare.
Gli echi di questa vergogna storica risuonano dappertutto nei nostri
discorsi. Per fare un altro esempio, quando diciamo che qualcuno “combatte
i propri demoni” stiamo rievocando le idee superstiziose dei secoli bui, in
base alle quali la follia era opera del demonio.
E poi il continuo, incessante nominare il coraggio: sarebbe bello se un
giorno un personaggio pubblico rivelasse di soffrire di depressione senza
che i media parlassero di “incredibile coraggio” e “uscire allo scoperto”.
Certo, sono frasi benintenzionate. Ma non dovrebbe esserci nessun bisogno
di confessare, per esempio, di soffrire d’ansia. Dovrebbe essere sufficiente
dirlo e basta. È una malattia. Come l’asma, il morbillo o la meningite. Non è
un segreto colpevole. La vergogna che molti provano aggrava i sintomi. Sì,
certo, spesso la gente è coraggiosa. Ma il coraggio consiste nel convivere
con la propria malattia, non dovrebbe consistere nel parlarne. Ogni volta
che qualcuno mi dice che sono coraggioso mi sento come se dovessi avere
paura.
Immaginate di uscire per fare una tranquilla passeggiata nella foresta, e
che qualcuno vi si avvicini.
«Dove stai andando?» vi chiede.
«Nella foresta» rispondete voi.
«Wow!» esclama l’altra persona, facendo un passo indietro.
«Perché wow?».
L’interlocutore vi guarda con le lacrime agli occhi e vi posa una mano
sulla spalla. «Sei proprio coraggioso».
«Davvero?».
«Hai un coraggio incredibile. Sei davvero una fonte di ispirazione».
E voi trasalite, impallidite e abbandonate per sempre l’idea di addentrarvi
nella foresta.
In aggiunta a tutto questo esiste ancora un’idea velenosa e persistente,
ovvero che le persone parlino delle proprie malattie mentali perché sono in
cerca di “attenzione”.
L’attenzione che queste persone cercano può salvare delle vite.
Ma, come ha affermato in un’occasione C.S. Lewis, «Il tentativo di
nascondere la pena ne aumenta il peso: è più facile dire: “Mi duole un
dente” che: “Mi si spezza il cuore”»31.
Dovremmo darci da fare per rendere il mondo un posto in cui sia più
facile parlare dei propri problemi. Parlare non serve solo ad aumentare la
consapevolezza. Come i vari generi di psicoterapia basati sulla parola hanno
dimostrato nel corso dell’ultimo secolo, può anche avere autentici effetti
curativi. Può davvero alleviare i sintomi. Guarisce chi parla e chi ascolta
grazie all’esternazione del dolore interiore e alla consapevolezza che anche
altri provano gli stessi sentimenti.
Non smettete mai di parlare.
Non permettete mai agli altri di farvi credere che avere un problema di
salute mentale sia indice di una debolezza o di una mancanza insita in voi.
Se soffrite di un disturbo come l’ansia, saprete che non si tratta di una
debolezza. Convivere con l’ansia, darsi da fare e portare a termine i propri
compiti nonostante l’ansia, richiede una forza che la maggioranza di chi
non ne soffre non conoscerà mai. Dobbiamo smetterla di far coincidere il
disturbo con il paziente. Occorre una comprensione più ampia delle
pressioni di varia natura a cui tutti si sentono sottoposti. Entrare in un
negozio può essere una prova di forza se porti con te una tonnellata di peso
invisibile.
Tabella degli psicogrammi

(pg = psicogrammo)

Immaginate se potessimo inventare un sistema per misurare il peso


psicologico avvertito da ciascuno di noi. Non sarebbe utile per collegare tra
loro l’aspetto mentale e quello fisico? Non aiuterebbe a capire quanto sia
reale lo stress? Non ci aiuterebbe ad affrontare meglio quello legato alla vita
moderna? Provate a seguirmi. Chiamiamo questa unità di misura
immaginaria “psicogrammo”.
«Oh, no, non posso controllare la posta elettronica. Oggi ho raggiunto il
mio limite di psicogrammi».

Entrare in un centro commerciale: 1.298 pg


Una telefonata dalla banca: 182 pg
Un colloquio di lavoro: 458 pg
Guardare il telegiornale: 222 pg
La casella piena di email a cui non abbiamo ancora risposto: 321 pg
Un nostro tweet che non piace a nessuno: 98 pg
Il senso di colpa per non essere andati in palestra: 50 pg
Il senso di colpa per non aver telefonato a un parente stretto: 295 pg
Accorgerci di quanto sembriamo vecchi/sovrappeso/stanchi: 177 pg
La paura di perderci una festa che abbiamo scoperto sui social: 62 pg
Accorgerci di aver postato un tweet con un errore di ortografia: 82 pg
Un sintomo preoccupante che abbiamo controllato su Google: 672 pg
Dover tenere un discorso: 1.328 pg
Guardare immagini di corpi perfetti che non avremo mai: 488 pg
Litigare con un troll online: 632 pg
Un appuntamento imbarazzante: 317 pg
Pagare le bollette con la carta di credito: 815 pg
Rendersi conto che è lunedì e bisogna lavorare: 701 pg
Vederci rimpiazzati sul lavoro da un robot: 2.156 pg
Le cose che non abbiamo fatto ma avremmo voluto fare: 1.293 pg

Nota: il peso psicologico è soggetto a grosse variazioni. Gli psicogrammi


sono un’unità di misura soggettiva.
13
LA FINE DELLA REALTÀ

Sono convinto che nessuno […] ha potuto evitare di patire profondamente il


contrasto tra l’immagine che aveva di sé e la sua realtà. E allora ci sono due soluzioni
possibili: affrontare il contrasto e sforzarsi di diventare ciò che si è veramente, o
battere in ritirata e sforzarsi di restare ciò che si credeva di essere, ma è un’illusione
di cui non si può non perire.32
JAMES BALDWIN,
Nessuno sa il mio nome
Sono quello che sono quello che sono

A volte c’è bisogno di tornare indietro per poter andare avanti. Bisogna
affrontare il dolore. Quello più profondo. E poco tempo fa mi sono sentito
pronto.
Ho bisogno di tornare indietro.
A prima del centro commerciale.
A una stanza di un bianco ospedaliero.
«Chi sono?» chiesi nel Centro medico spagnolo, durante la fase iniziale
del mio primo crollo mentale.
Naturalmente, quando sto bene e sono calmo, la domanda non è
altrettanto spaventosa. Chi sono io? Non esiste un “io”. Non esiste un “tu”.
O meglio, ci sono milioni di io. Milioni di tu. “Io” è la parola più grande di
tutte.
Dietro ogni tu esiste un altro tu, e poi un altro, e un altro ancora, come in
una matrioska. Esiste un tu originario? Un io originario? Oppure le nostre
identità non sono matrioske ma solo spirali senza fine? L’identità è forse un
universo di cui non è mai possibile raggiungere la fine, ma che potrebbe
riportarci al punto di partenza?
Dato che sto abbastanza bene, mi diverte l’assurdo filosofeggiare
contenuto in simili domande. Perché secondo me in realtà esiste un “io”
ben definito che le pone. Ma quando ero malato le mie non erano solo
preoccupazioni astratte. Erano misteri carichi di disperazione da risolvere,
come se ne andasse della mia vita. Perché davvero la mia vita dipendeva da
questo. Il mio senso di identità era scomparso, era stato cancellato da una
folla di “io”, e avevo la sensazione che sarei rimasto intrappolato in quell’io
infinito, fluttuando silenzioso in preda al panico, senza nessun luogo dove
atterrare.
La realtà e i supermercati

Spesso gli attacchi di panico si verificano all’interno dei supermercati.


Conosco una persona che ne ha avuto uno solo in tutta la sua vita. Ed è
successo in un supermercato.
Negli anni Duemila, quando avevo l’abitudine di setacciare i primi forum
su Internet in cerca di suggerimenti su come affrontare l’ansia, il concetto
di attacco di panico dentro un supermercato era quello che emergeva più
spesso. In questo momento sto rileggendo un thread che comincia con le
parole: «Per quale motivo gli attacchi di panico spesso colpiscono mentre
uno fa la spesa al supermercato?».
Il panico è lì per aiutarci. Come per tanti altri animali, il panico manifesta
la nostra mente e il nostro corpo che ci esortano a fare qualcosa. Fuggire o
combattere. Fuggire dal predatore oppure affrontarlo. Ma un supermercato
non è un orso, un lupo o un guerriero cavernicolo. Non si può combattere
un supermercato. Si può senza dubbio scappare da un supermercato, ma
questo non farà altro che aumentare la probabilità di avere un nuovo
attacco di panico la prossima volta che dovremo andarci. E potrebbe anche
non essere lo stesso punto vendita. Se uno comincia ad adottare una serie di
tattiche per evitare determinate situazioni, ben presto i supermercati
potrebbero diventare un fattore scatenante. Poi tutti i negozi. Poi il mondo
esterno.
Chi non ha mai attraversato periodi in cui è stato costretto a convivere
con l’ansia e il panico non capisce che la realtà del proprio io è a tutti gli
effetti un sentimento, che si può perdere. La gente la dà per scontata.
Nessuno si alza la mattina, si spalma il burro di arachidi sul pane tostato e
pensa: «Ah, bene, il mio senso di identità è intatto, e il mondo esiste ancora.
Adesso posso affrontare la giornata». È lì e basta. Finché all’improvviso non
c’è più. Finché non ti ritrovi nella corsia dei cereali per la colazione in preda
a un terrore inspiegabile.
Quando si cerca di spiegare cosa si prova durante un attacco di panico è
facile parlare dei sintomi più evidenti: pensieri che si rincorrono
all’impazzata, palpitazioni, senso di oppressione al petto, difficoltà di
respirazione, nausea, sensazione di formicolio dentro il cranio, o nelle
braccia e nelle gambe. Ma esiste un altro sintomo, più complicato, che mi
assaliva spesso. Un sintomo che, me ne sono reso conto solo col tempo, in
realtà sta al cuore della vera causa dei miei attacchi di panico. Il nome
rivelatore di quel sintomo è “derealizzazione”.
Quando ero in preda a un senso di derealizzazione sapevo ancora di
essere me. Solo che non sentivo di essere me. Provavo una sensazione di
disintegrazione. Come una scultura di sabbia che crolla.
E questa sensazione contiene in sé un paradosso. Perché si presenta come
una percezione estremamente intensa di se stessi, e nel contempo come
un’assenza assoluta di sé. Un senso di non ritorno, quasi che all’improvviso
avessimo perso qualcosa di cui non sapevamo di doverci prendere cura, e
quella cosa, di cui dovevamo prenderci cura e che abbiamo perso, fossimo
noi.
E sono convinto che il motivo per cui i supermercati rappresentano un
fattore scatenante così potente è che sono già derealizzati. Come i centri
commerciali, anche loro sono luoghi completamente innaturali. Ormai
sembreranno fuori moda, quasi pittoreschi, in quest’era di shopping online,
ma sono comunque molto più moderni della nostra biologia.
La luce non è quella naturale. Il ronzio dei frigoriferi risuona come la
minacciosa colonna sonora di un film horror con pretese artistiche. Il
numero di scelte possibili è superiore a quello che la nostra natura si è
evoluta per affrontare. La folla e gli scaffali sono iperstimolanti. E molti dei
prodotti in vendita sono a loro volta innaturali. Non sto parlando del fatto
che quasi tutti contengono additivi chimici, anche se pure questo ha la sua
importanza. Mi riferisco al fatto che il loro aspetto è stato alterato. Il pesce
in scatola, le buste di insalata, le confezioni di riso soffiato e dolcificato, i
medaglioni di pollo impanati, gli insaccati, le pillole di vitamine, i vasetti di
aglio tritato, i pacchetti di patatine dolci al peperoncino. Non sono cose
naturali. E in un ambiente innaturale, quando l’ansia e già abbastanza acuta,
c’è il rischio di sentirsi innaturali a propria volta. Separati da se stessi
quanto un rotolo di carta igienica da un albero. Per me, durante i miei
attacchi di panico dentro i supermercati, gli oggetti sugli scaffali
assumevano un aspetto sinistro. Sembravano alieni. E in un certo senso lo
sono davvero. Sono stati separati dal loro luogo d’origine. Io reagivo a
questo. E ritengo che sia la radice di tutto. Mi sentivo estraneo. Mi sembrava
impossibile trovare un posto in un ambiente così innaturale e sovraccarico.
L’unica cosa che percepivo di me stesso era la paura. E tutti quegli oggetti
infinitamente ripetuti sugli scaffali peggioravano la situazione.
«Gli oggetti sono cose che non dovrebbero commuovere, poiché non sono
vive» sostiene Sartre, nella Nausea: un brano scritto evidentemente durante
una brutta settimana. «E a me, mi commuovono, è insopportabile. Ho paura
di venire in contatto con essi proprio come se fossero bestie vive»33.
Inoltre, gli oggetti all’interno di un supermercato non sono oggetti
normali. Sono prodotti a marchio. Mentre i prodotti vivono in uno spazio
fisico, i marchi sono alla ricerca del nostro spazio mentale. Tentano di
entrarci nella mente. In molti casi le aziende assumono psicologi
specializzati in marketing per ottenere proprio questo risultato. Per
manipolarci e spingerci a comprare. Per giocare con la nostra mente.
Cavernicoli

Immaginate una cavernicola rimasta congelata per cinquantamila anni.


Immaginate che si chiami Oni.
Immaginate che il blocco di ghiaccio in cui è rimasta congelata si sciolga
improvvisamente di fronte al supermercato del vostro quartiere.
Oni entra. Le porte automatiche si chiudono magicamente dietro di lei. La
luce, i colori e la folla la spaventano. I carrelli della spesa sembrano strane
bestie metalliche, addomesticate dagli esseri umani che le spingono. Gli
scaffali scintillanti di beni avvolti nella plastica la confondono. Le casse
automatiche sono sconcertanti. I sacchetti della spesa sembrano strane
sacche di pelle bianca.
«Articolo non identificato nell’area sacchetti» ripete la voce robotica.
«Articolo non identificato nell’area sacchetti... Articolo non identificato
nell’area sacchetti...».
Oni comincia a entrare nel panico. Cerca di correre fuori e va a sbattere
contro i vetri.
Inizia a urlare. «Owagh! Agh! Ug-aggh!».
Altri rumori.
Ed ecco la svolta finale di questa storia.
(Rullo di tamburi.)
Oni in realtà è Noi.
(Sospiro ironico.)
Oni è tutti noi. È solo che siamo un po’ più abituati ai supermercati.
La nostra biologia non è cambiata negli ultimi cinquantamila anni.
Ma la società sì, e parecchio. E ci si aspetta che noi siamo grati per il
cambiamento. Dopotutto, se non fosse rimasta congelata, probabilmente
Oni sarebbe finita calpestata a morte da un branco di cinghiali selvatici
all’età di ventidue anni, o magari sacrificata durante un rituale all’età di
sedici. In effetti siamo davvero fortunati. Non esiste fortuna maggiore che
essere un esemplare di Homo sapiens vivo del XXI secolo invece di un uomo
del Neolitico morto.
Ma, a causa di questa fortuna, abbiamo bisogno di tenere in gran conto la
vita che abbiamo. E se riusciamo a sentirci non solo fortunati ma anche
calmi, felici, sani, allora perché no? Perché non sapere quali effetti può
avere il mondo su di noi? Questo sapere può aiutarci.
Oggi aiuta me quando vado al supermercato. O al centro commerciale. O
all’Ikea. O quando sono davanti al computer. Quando mi trovo in una strada
affollata o in una camera d’albergo vuota. Ovunque. Mi aiuta sapere di
essere solo un cavernicolo in un mondo che è cambiato più in fretta di
quanto la nostra mente e il nostro corpo si aspettassero.
Offuscamento

Due giorni fa ho vacillato. Ho avvertito lo strano dolore psichico dei cieli


grigi. Mentre andavo a prendere mia figlia dopo la lezione di danza ho avuto
la sensazione di sprofondare dentro il marciapiedi. Ho cominciato a
deglutire compulsivamente e ad avvertire la mia vecchia agorafobia che si
preparava per una replica indesiderata.
Ma adesso sono un po’ più consapevole di un tempo. Ho capito che non
avevo dormito bene. Avevo lavorato troppo. Mi ero preoccupato troppo per
questo libro. Mi ero preoccupato troppo per milioni di piccole cose stupide.
Perciò ho smesso di lasciarmi ossessionare dalle email, ho chiuso questo
documento Word, ho guardato e seguito le indicazioni di un video di “yoga
per il sonno”, ho mangiato in maniera sana e ho cercato di scollegarmi. Ho
portato il cane a fare una lunga passeggiata in riva al mare.
E mi sono detto: non ha importanza. Smettila di essere nevrotico.
Nessuno dei motivi per cui ero preoccupato avrebbe mai potuto produrre
cambiamenti importanti. Comunque fossero andate le cose, avrei sempre
potuto portare a spasso il cane. Guardare il mare. Passare il tempo con le
persone che amo.
L’ansia è indietreggiata, come un criminale sotto i riflettori della polizia.
14
VOLERE

Forse quando ci troviamo a volere tutto è perché siamo pericolosamente vicini a non
volere nulla.
SYLVIA PLATH
Il pozzo dei desideri

Mentre scrivo queste pagine, aprendo la schermata di Google e inserendo


come chiave di ricerca le parole “come faccio a diventare”, i primi cinque
suggerimenti per completare la frase sono:

– ricco
– famoso
– una modella
– un pilota
– un attore
Trascendenza

Ci vendono l’infelicità perché è con quella che si fanno i soldi.


Gran parte di ciò che ci viene proposto è l’idea che potremmo essere
migliori di ciò che siamo se cercassimo di diventare qualcos’altro.
Pensate alle riviste di moda.
Lucinda Chambers è stata caporedattrice di Vogue UK per venticinque
anni. Poco dopo aver lasciato il lavoro ha emesso un verdetto di condanna
contro il settore che aveva abbandonato. Ha dichiarato che, nonostante
tutti i discorsi sull’autoaffermazione, ben poche riviste fanno sentire i
lettori più sicuri di sé. «Per lo più li lasciano in preda a un’ansia assoluta» ha
detto in un’intervista alla testata Vestoj, che ben presto è diventata virale.
«Perché non abbiamo organizzato la cena giusta, non abbiamo
apparecchiato la tavola nel modo giusto o non frequentiamo la gente
giusta». Inoltre, lo spazio dato dalle riviste di moda ad abiti dal costo
proibitivo per la maggior parte dei lettori non fa altro che aumentare il
senso di infelicità, spingendoli a sentirsi poveri.
«Nella moda sproniamo in continuazione la gente a comprare cose di cui
non ha bisogno» ha proseguito Chambers. «Non abbiamo bisogno di altre
borsette, camicie o scarpe. Perciò lusinghiamo e maltrattiamo chi legge per
indurlo a continuare a comprare».
Le riviste di moda, i siti Web e gli account sui social network vendono una
sorta di trascendenza. Una via d’uscita. Una fuga. Ma il più delle volte tutto
ciò è malsano, perché per spingere le persone a desiderare di trascendere se
stesse per prima cosa bisogna renderle insoddisfatte di se stesse.
Sì, spesso c’è chi compra un manuale di diete perché spera di ottenere lo
stesso corpo della modella che lo pubblicizza, o un profumo per somigliare
di più all’immagine della celebrità che ha messo il nome sulla bottiglia, ma
tutto questo ha un prezzo che non è solo finanziario. Chi compra potrà
anche sentirsi meglio al momento dell’acquisto, ma sul lungo periodo simili
comportamenti non fanno altro che alimentare il desiderio di diventare
qualcun altro: più affascinante, più attraente, più famoso. Siamo spinti a
uscire da noi stessi, a voler vivere altre vite. Vite non più reali della pentola
d’oro alla fine dell’arcobaleno.
Forse il segreto di bellezza che nessuna rivista vuole svelarci è che il
modo migliore per essere soddisfatti del nostro aspetto è accettare l’aspetto
che già abbiamo. Viviamo in un’era di Photoshop e chirurgia estetica e ben
presto entreremo in un’era di robot di design. Probabilmente è il momento
ideale per accettare le nostre umane peculiarità invece di mirare alla
perfezione impersonale di un androide.
Possiamo pensare: ho bisogno di apparire in un certo modo per attrarre
le persone. Oppure: in realtà non c’è modo migliore di filtrare le persone
non adatte a me che apparire ed essere me stesso.
Essere insoddisfatti del proprio aspetto non riguarda il proprio aspetto:
quando le modelle soffrono di disturbi dell’alimentazione non è perché
sono brutte o sovrappeso. Certo che no.
In tutto il mondo numerosi indicatori ci dicono che i disturbi
dell’alimentazione sono in aumento. Nel 2017 l’organizzazione senza scopo
di lucro Eating Disorder Hope ha rilevato che questi problemi tendono a
crescere con l’occidentalizzazione e l’industrializzazione, e ha fornito una
panoramica completa degli studi svolti a livello internazionale. In Asia, per
esempio, paesi come Giappone, Hong Kong e Singapore presentano
percentuali più alte rispetto a Filippine, Malesia e Vietnam, ma anche in
questi ultimi le percentuali stanno crescendo con rapidità insieme al
“progresso” e alla “occidentalizzazione”.
Un altro esempio significativo è quello delle isole Figi. Uno studio ha
rilevato che i disturbi dell’alimentazione hanno cominciato a diffondersi a
metà degli anni Novanta, quando per la prima volta la tv ha fatto la sua
comparsa in questo stato insulare del Pacifico meridionale. Nel 1999 The
New York Times è stato il primo a riferire che nelle Figi i disturbi
dell’alimentazione erano quasi sconosciuti prima che la televisione
indicasse come esempi da seguire le modelle magre che comparivano in
serie tv di successo mondiale come Melrose Place e Beverly Hills 90210.
Addirittura, “hai messo su peso” era considerato un complimento, prima
che la tv americana fornisse alle ragazze e alle giovani donne altri ideali
fisici.
Nel Regno Unito i dati di NHS Digital per il 2018 mostrano che i ricoveri
ospedalieri dovuti a disturbi del comportamento alimentare sono quasi
raddoppiati in meno di un decennio, e che le fasce di popolazione più a
rischio sono le adolescenti e le donne poco più che ventenni. All’indomani
della pubblicazione di quei dati Caroline Price, dell’organizzazione
britannica senza scopo di lucro Beat, nata per occuparsi di disturbi
alimentari, ha dichiarato al Guardian che sebbene i disturbi del
comportamento alimentare siano «complessi» e dovuti a molteplici fattori,
la cultura moderna ha parecchie responsabilità.
«Questi disturbi sono in aumento anche a causa delle sfide poste dalla
società moderna» ha detto. «Tra cui i social network e la pressione
psicologica di esami scolastici e universitari».
Anche se gli esperti, come Price, riconoscono che questi fattori non sono
l’unica causa del problema, di sicuro lo aggravano nelle personalità già
predisposte a disturbi del comportamento alimentare. Secondo il NCED, il
National Centre for Eating Disorders del Regno Unito, il fenomeno è
innescato da molteplici elementi, tra cui fattori genetici, genitori con
problemi di comportamenti legati al cibo, essere presi in giro perché grassi,
essere stati trascurati o aver subìto maltrattamenti durante l’infanzia, altri
traumi infantili, relazioni familiari difficili, avere amici che soffrono di
disturbi alimentari e, ultimo ma non meno importante, la “cultura”.
Particolarmente problematica è una cultura in cui c’è sempre una nuova
dieta da provare, e dove, secondo le parole riportate sul sito Web del NCED,
«un individuo vulnerabile interiorizza le immagini idealizzate e impossibili
che vede in televisione e sulle riviste e non fa altro che paragonarsi
sfavorevolmente a tali immagini».
Inoltre «quelli che sono capaci di ammirare una bella modella e di dire
“non potrei mai assomigliare a lei ma la cosa non mi disturba
particolarmente” sono anche le persone che hanno la minor probabilità di
essere vittime di problemi alimentari». Forse questa è una lezione per tutti
noi: bisogna saper scollegare le immagini che vediamo da quello che siamo.
Abbiamo bisogno di costruirci una sorta di sistema immunitario mentale,
che ci permetta di assorbire il mondo attorno a noi senza lasciarcene
infettare.
Come essere più gentili con voi
in merito a voi stessi

1. Pensate alle persone che avete amato. Ai vostri rapporti più profondi.
Alla gioia che avete provato nel vedere queste persone. Al fatto che quella
gioia non aveva niente a che fare con il loro aspetto, se non per il fatto che
quello era il loro aspetto, e voi eravate ben contenti di vederle. Siate amici
vostri. Siate contenti di riconoscere la persona che sta dietro la vostra
faccia.
2. Cambiate il modo in cui guardate le vostre foto. Ogni vostra immagine
davanti alla quale pensate: oh, sembro vecchio, un giorno sarà un’immagine
davanti alla quale penserete: oh, sembravo giovane. Invece di sentirvi
vecchi dal punto di vista del vostro io più giovane, sforzatevi di sentirvi
giovani dal punto di vista del vostro io più vecchio.
3. Amate le imperfezioni. Mettetele in risalto. Sono quelle che vi
distinguono dagli androidi e dai robot. «A cercar la perfezione, non si sarà
mai contenti» dice Natalia, la moglie di Lvov, in Anna Karenina.34
4. Non cercate di assomigliare a qualcuno che esiste già. Godetevi la
vostra differenza.
5. Non preoccupatevi quando non riuscite simpatici agli altri. Non potete
essere simpatici a tutti. Meglio risultare antipatici perché siete voi stessi,
piuttosto che risultare simpatici perché siete qualcun altro. La vita non è
un’opera teatrale. Non continuate a provare la parte di voi stessi. Siate voi
stessi.
6. Non permettete mai all’opinione negativa di un estraneo su di voi di
diventare la vostra opinione negativa su di voi.
7. Se vi sentite insoddisfatti di voi stessi, state lontani da Instagram.
8. Ricordate, nessun altro si preoccupa del vostro aspetto tranne voi.
9. Durante la giornata dedicatevi a qualcosa che non abbia niente a che
fare col lavoro, o con gli obblighi, o con Internet. Ballate. Giocate a pallone.
Preparate burritos. Ascoltate musica. Giocate a Pac-Man. Accarezzate un
cane. Imparate a suonare uno strumento. Telefonate a un amico. Assumete
la posizione yoga del bambino. Uscite. Fate una passeggiata. Assaporate il
vento sulla faccia. Oppure sdraiatevi sul pavimento, sollevate le gambe
appoggiandole contro un muro e limitatevi a respirare.
Nota sul volere

Va benissimo volere qualcosa: la fama, sembrare giovani, diecimila like,


addominali scolpiti, ciambelle; ma volere indica anche una mancanza.
Perciò dobbiamo stare attenti a ciò che vogliamo, per evitare che questi
desideri aprano troppi fori dentro di noi; altrimenti la felicità scorrerà via
come acqua da un secchio bucato. Volere significa essere insoddisfatti. Più
vogliamo, più finiremo per prosciugarci.
Se andaste già bene così per cosa diavolo
spendereste i vostri soldi?

La felicità non fa bene all’economia.


Siamo continuamente spinti a essere un po’ insoddisfatti di noi stessi.
I nostri corpi sono troppo grassi, troppo magri o troppo flaccidi.
La nostra pelle deve essere sufficientemente abbronzata oppure
sufficientemente chiara. È deprimente che il business dei prodotti
schiarenti per la pelle valga miliardi di dollari e cresca anno dopo anno.
Si tratta di un esempio particolarmente inquietante, ma l’idea
fondamentale di non sentirsi all’altezza è quella che l’industria cerca di
sfruttare quasi ovunque. A volte sembra che l’unico scopo del marketing in
quanto tale sia farci sentire insoddisfatti di noi stessi.
Per esempio, ascoltiamo le parole di Robert Rosenthal, autore di
Optimarketing: Marketing Optimization to Electrify Your Business
(L’ottimizzazione del marketing per stimolare la propria attività). Nel 2014
ha scritto sulla rivista Fast Company che per avere successo il marketing ha
bisogno di pensare in termini di benefici del prodotto, e non di
caratteristiche. Sembra un’affermazione abbastanza innocente, giusto?
Ma poi aggiunge che i benefici hanno spesso una «componente
psicologica». «Paura, incertezza e dubbio vengono spesso, legittimamente,
utilizzati da aziende e organizzazioni per spingere i consumatori a
soffermarsi a riflettere e poi a cambiare comportamento. Si tratta di un
insieme di fattori così potenti da essere in grado di sbaragliare la
concorrenza».
Per i guru del marketing il successo della campagna è tutto. Il fine
giustifica i mezzi. Che importa se così facendo milioni di esseri umani
diventeranno più ansiosi del necessario?
Ma anche quando una campagna pubblicitaria non sta cercando
apertamente di suscitare la paura, può ugualmente avere effetti psicologici
negativi. Se ci vendono l’idea che per essere cool bisogna comprare un certo
paio di calzoni, avvertiamo inconsciamente una pressione psicologica a
raggiungere e mantenere tale coolness. Il desiderio per l’oggetto di rado
viene placato dalla soddisfazione di ottenerlo. Perciò desideriamo altro. E il
ciclo si ripete. Siamo spinti a desiderare cose che avranno l’unico risultato
di spingerci a desiderarne altre.
In poche parole, siamo spinti a diventare dipendenti.
Mai abbastanza

Niente è mai abbastanza.


Sono sempre stato dipendente da qualcosa. Quel qualcosa cambia, ma non
la sensazione di bisogno.
Un tempo era il bere. Non facevo altro che bere in continuazione.
Quando lavoravo in un palazzo di uffici e vendevo spazi pubblicitari sui
media sotto i cupi cieli di Croydon, sognavo solo di fuggire. Le tre pinte che
bevevo tutte le sere, seguite da una vodka cola, attutivano il colpo della
serata solo per renderlo ancora più forte quando mi risvegliavo al mattino.
Qualche anno dopo il mio crollo nervoso all’improvviso mi è venuto facile
smettere di bere. E di fumare. E dare un taglio a tutto il resto. Ho eliminato
tutte le sostanze stimolanti. Perfino il caffè, il tè e la Coca-Cola. Ero in preda
a un dolore e a una sofferenza continui, e avrei fatto qualunque cosa per
distogliermi dalla mia stessa mente, ma ormai sapevo che l’alcol non
funzionava. E ritenevo che neanche i medicinali avrebbero funzionato. Mi
ero convinto che evidentemente andavano bene per altri, ma io ero uno
degli sfortunati a cui non erano di alcuna utilità. Inoltre sapevo di aver
avuto in passato una predisposizione alla dipendenza. È stato più difficile
capire che ce l’avevo ancora, ma che mi stavo rivolgendo verso dipendenze
“positive”. Per esempio, correre, come mi aveva consigliato mio padre. Lo
yoga. La meditazione. Il lavoro. Il successo.
Anni dopo, quando stavo un po’ meglio, ricominciai a bere. Non bevevo
tutti i giorni, e nemmeno tutte le settimane, ma quando capitava lo facevo
in maniera irresponsabile. La differenza era che ormai capivo in che modo
l’alcol influenzasse la mia mente. Come funzionasse il ciclo. Mi sentivo un
po’ male (non in preda ad attacchi di panico, ma solo a una depressione
generica di basso livello), bevevo e il mio umore migliorava. Poi, quando
arrivavano i postumi, mi sentivo in colpa. E quel sentimento indugiava
dentro di me minando la mia autostima, il che a sua volta creava un
ulteriore bisogno di distrazioni. Di bere. Otto pinte e un gin cocktail. Ma era
pericoloso. Mi era impossibile essere un buon marito, un buon padre, un
bravo scrittore quando ero perennemente in preda ai postumi di una
sbornia, e l’ironia era che quella sensazione di inadeguatezza e disprezzo di
sé rendeva più probabili le sbornie future. Ho imparato che, per quanto
forte possa essere il bisogno, il senso di colpa che ne consegue sarà sempre
più forte. Però è difficile. E provo una sconfinata solidarietà per coloro che
hanno cercato di annegare la propria inesorabile disperazione in un mare di
alcol. E per di più hanno subìto la condanna di chi non ha mai provato in
vita sua quel doloroso bisogno di sfuggire a se stesso.
Quando si sostiene che i pregiudizi contro le malattie mentali stanno
diminuendo, forse questo vale per chi soffre di depressione o attacchi di
panico. Ma probabilmente non per l’alcolismo, l’autolesionismo, le psicosi, il
disturbo borderline di personalità, quelli del comportamento alimentare, i
comportamenti compulsivi o la dipendenza dalle droghe. Sono tutte cose
che mettono a dura prova la capacità di accettazione di tutti noi, anche dei
migliori. È questo il problema della malattia mentale. È facile non giudicare
qualcuno perché soffre di una malattia; è molto più difficile non giudicarlo
per il modo in cui di tanto in tanto quella malattia lo spinge a comportarsi.
Perché gli altri non ne capiscono il motivo.
Ricordo un concerto di quel genio così raro e unico che era Amy
Winehouse. Avevo le lacrime agli occhi mentre la folla, a sua volta in gran
parte sbronza, rideva e la scherniva quando parlava con voce impastata tra
un brano e l’altro e, ubriaca com’era, si sforzava disperatamente di
ricomporsi. Mi sentivo avvampare di rabbia e vergogna. Mi sono sforzato
(una reazione ridicola, imbarazzante) di inviarle messaggi telepatici. Va
tutto bene. Andrà tutto bene. È solo che loro non capiscono.
Ora, mentre scrivo queste parole e il sole brilla fuori dalla finestra, sto
pensando a una caipirinha. Il cocktail nazionale brasiliano. Cachaça, lime,
zucchero. Il paradiso dentro un bicchiere. Ricordo di averla bevuta in
ombreggiate piazze spagnole, e il mio desiderio è in parte il desiderio di
tornare a essere uno spensierato ventunenne. Però so che sarebbe una
pessima idea. Sono costretto a ricordare a me stesso per quale motivo la
desidero e cosa potrebbe succedere. Devo ripetermi che non sarebbe un
bicchiere solo. Che già in passato il desiderio di un unico, innocente
bicchiere dopo una rispettabilissima riunione di lavoro pomeridiana è
sfociato in una telefonata a casa da Victoria Station alle sei del mattino,
perché avevo perso il portafogli. Devo ricordare la successiva spirale
discendente verso una violenta ricaduta di ansia e depressione, quel genere
di ricadute in cui uno finisce per scoppiare in lacrime fissando il cassetto dei
calzini, e in cui la vista delle nuvole grigie o della copertina di una rivista
suscita un sentimento di infinita disperazione. Ricordare tutto questo,
essere consapevole delle cause e delle conseguenze, rende molto più facile
resistere. Una serata di paradiso dentro un bicchiere non controbilancia un
mese di inferno dentro una gabbia.
E con questo non mi riferisco solo all’alcol. Riguarda il fatto che lo
schema della dipendenza (insoddisfazione, soluzione temporanea, maggiore
insoddisfazione) rappresenta il modello di gran parte della cultura
consumistica. Ed è anche il modello che governa molti dei nostri rapporti
con la tecnologia. I pericoli di un suo uso eccessivo non sono mai stati così
chiari. Nel 2018 l’amministratore delegato di Apple, Tim Cook, ha
cominciato a parlarne.
«Non credo che un uso eccessivo sia consigliabile. Non sono tra coloro
che affermano che abbiamo raggiunto il successo se utilizzate in
continuazione i nostri dispositivi. Non sono assolutamente d’accordo».
Il problema è che non usare troppo la tecnologia spesso è più facile a dirsi
che a farsi.
In The Organized Mind Daniel Levitin scrive: «Sia chiaro: controllare in
continuazione la posta elettronica, Facebook e Twitter rappresenta una
dipendenza neurologica». Ogni volta che controlliamo i social media «e
troviamo un contenuto nuovo, ci sentiamo più collegati a livello sociale (in
una sorta di bizzarra e impersonale modalità cibernetica) e otteniamo
un’altra, robusta dose di ormoni della ricompensa, i quali ci dicono che
abbiamo “ottenuto qualcosa”». Ma, come avviene per ogni forma di
dipendenza, questo senso di soddisfazione è inaffidabile. «È la componente
più stupida del cervello, quella sempre in cerca di novità e che governa il
sistema limbico, a provocare tale sensazione di piacere, e non i più evoluti
centri del pensiero della corteccia prefrontale, capaci di pianificare e
organizzare».
Proprio come per chi abita a Ibiza, o fa parte di una setta religiosa, è
difficile capire quali sono i nostri problemi se tutti intorno a noi li
condividono. Se tutti trascorrono ore e ore con in mano il cellulare a
controllare messaggi e timeline, questo diventa un comportamento
normale. Se tutti si alzano troppo presto la mattina e si fermano in ufficio
per dodici ore di fila a fare un lavoro che odiano, allora perché mettere in
discussione tale modo di agire? Se tutti si preoccupano del proprio aspetto,
allora vuol dire che è giusto preoccuparsene. Se tutti sforano il massimale
della carta di credito per pagare cose di cui in realtà non hanno bisogno,
allora non può essere un problema. Se l’intero pianeta sta avendo una sorta
di crollo nervoso collettivo, allora i comportamenti malsani combaciano
perfettamente con il quadro generale. Quando la follia diventa normalità
l’unico modo per ritrovare la sanità mentale è osare essere diversi. Oppure
osare essere il se stesso che esiste al di là di tutta la paccottiglia fisica e i
detriti mentali dell’esistenza moderna.
Un paradosso

C’è un paradosso nel cuore della nostra moderna società tecnologica e


consumistica. È una società che sembra promuovere l’individualismo,
eppure nel contempo non ci incoraggia, ma al contrario ci proibisce di
pensare da individui. Ci proibisce di distoglierci dalle distrazioni, com’è
invece necessario per chi soffre di una grave dipendenza e vuole
riappropriarsi della sua vita, e chiedersi: cosa sto facendo? E perché
continuo a farlo se non mi rende felice? Stranamente, questo è più facile se
si sceglie un comportamento compulsivo socialmente inaccettabile, come la
dipendenza dall’eroina, e più difficile se tale comportamento viene
considerato socialmente accettabile, per esempio stare ossessivamente a
dieta, twittare di continuo, fare shopping compulsivo o lavorare
incessantemente. Se la follia è collettiva e la malattia è culturale può essere
difficile diagnosticarla, figuriamoci curarla.
Anche quando la marea della società ci sta trascinando in una certa
direzione, se tale direzione ci rende infelici deve essere possibile imparare a
nuotare controcorrente. Nuotare verso la propria, personale verità, che
forse le distrazioni ci nascondono. Potrebbe andarne addirittura della
nostra vita.
Non siete solo consumatori

Non permettete a niente e a nessuno di convincervi che non valete


abbastanza. Non pensate di dover ottenere di più per essere accettati. Siate
felici di ciò che siete, senza sentire il bisogno di migliorarvi. Smettetela di
sognare mete immaginarie e traguardi da raggiungere. Accettate quello che
il marketing non vuole permettervi di vedere: andate bene così. Non vi
manca nulla.
15
DUE LISTE DI COSE DA RICORDARE
IN MERITO AL LAVORO

Quanti giovani laureati abbracciano lavori impegnativi in aziende molto importanti,


ripromettendosi di lavorare sodo per guadagnare presto tanti soldi e ritirarsi a
trentacinque anni per dedicarsi alle cose che davvero li appassionano? Solo che, al
momento in cui raggiungono quell’età, hanno pesanti mutui da pagare, i figli che
vanno a scuola, una casa nei sobborghi residenziali che costringe la famiglia ad
avere almeno due automobili e la sensazione che la vita non valga la pena di essere
vissuta senza un buon vino a tavola e costose vacanze all’estero. Cosa si suppone che
decidano di fare a questo punto? Tornare a dissotterrare radici commestibili? No,
raddoppieranno i loro sforzi e continueranno a lavorare come schiavi. 35
YUVAL NOAH HARARI,
Da animali a dèi: breve storia dell’umanità

Io voglio dire, in tutta serietà, che la fede nella virtù del lavoro provoca grandi mali
nel mondo moderno, e che la strada per la felicità e la prosperità si trova invece in
una diminuzione del lavoro. 36
BERTRAND RUSSELL, Elogio dell’ozio
Il lavoro è tossico

1. Siamo ormai lontani da ciò che storicamente era il lavoro. In quanto


individui, di rado consumiamo quello che produciamo. Spesso non
riusciamo a ottenere una mansione adeguata alle nostre qualifiche. A poco a
poco il lavoro umano viene sostituito da quello delle macchine. Casse
automatiche nei supermercati. Linee di produzione robotizzate. Segreterie
telefoniche al posto dei centralinisti.
2. Inoltre, il mondo dell’economia è ingiusto. Sì, certo, stiamo facendo
qualche progresso. Secondo i dati forniti dalla Banca mondiale il numero di
individui in condizione di povertà estrema diminuisce anno dopo anno. Ma
altre forme di disuguaglianza aumentano. In base a una ricerca del 2017
condotta da Oxfam gli otto miliardari più ricchi del mondo possiedono una
ricchezza pari a quella dei 3,6 miliardi di persone che costituiscono la metà
più povera del pianeta. E un’altra indagine, questa volta di Credit Suisse, ci
dice che la classe media occidentale si sta assottigliando, mentre cresce il
divario tra ricchi e poveri. La meritocrazia è un mito a cui è difficile
aggrapparsi.
3. Il mobbing prospera negli ambienti lavorativi. La loro natura
competitiva alimenta una forma di rivalità aggressiva che può facilmente
sfociare nella manipolazione e nel bullis-mo. Un’indagine condotta
dall’Università di Phoenix ha rivelato che il 75 percento dei lavoratori
americani è stato coinvolto in episodi di bullismo, o in quanto vittima o in
quanto testimone. Ma le vittime non sono sempre quelle che ci aspettiamo.
Secondo il Workplace Bullying Institute spesso non si tratta degli elementi
più deboli di un team di lavoro, ma di individui più qualificati e competenti
di chi li bullizza: lavoratori esperti in grado di rappresentare una minaccia.
E uno studio realizzato dal Trades Union Congress in collaborazione con
l’Everyday Sexism Project ha appurato che il 52 percento delle donne
dichiara di essere stata molestata sessualmente sul luogo di lavoro.
4. In casi estremi lo stress da lavoro può risultare fatale. Per esempio, tra
il 2008 e il 2009, e poi ancora nel 2014, la società telefonica francese Orange
ha rilevato due ondate di suicidi tra i suoi dipendenti. Dopo la prima,
durante la quale trentacinque lavoratori si sono tolti la vita in pochi mesi, i
dirigenti hanno liquidato il fenomeno come una questione di “moda”, e
questo nonostante un rapporto ufficiale citato dal Guardian attribuisse la
colpa a un clima di «molestie manageriali» che aveva «minato
psicologicamente il personale danneggiandone la salute fisica e mentale».
5. La cultura della valutazione è tossica. Il belga Paul Verhaeghe,
professore di psicanalisi, ritiene che l’attuale organizzazione del lavoro
all’interno della nostra società, dove supervisori supervisionano altri
supervisori e chiunque è sempre oggetto di osservazione e valutazione, sia
velenosa. Perfino chi ancora non lavora subisce un’analoga, infinita serie di
verifiche. Come scoprono anche i bambini in età scolare, questo flusso
continuo di esami e valutazioni è fonte di stress, perché ci spinge a pensare
con angoscia al futuro invece di vivere con tranquillità il presente.
6. La cultura del lavoro può provocare una diminuzione del livello di
autostima. Siamo spinti a credere che il successo sia il risultato del nostro
lavoro, che dipenda dal singolo individuo. Perciò, non c’è da sorprendersi
che quando abbiamo la sensazione di fallire (il che avviene quasi di
continuo in una cultura dell’ambizione che basa il proprio successo su un
continuo innalzamento dell’asticella della felicità) lo interpretiamo come un
fatto personale. E pensiamo che dipenda da noi. Non veniamo incoraggiati a
considerare il contesto.
7. Lavorare ci piace. Ci dà uno scopo. Ma può anche essere dannoso per la
salute fisica. Nel 2015 l’Istituto finlandese per la salute sul lavoro ha
pubblicato uno studio, il più ampio mai condotto sull’argomento, che
considerava il legame tra superlavoro e alcolismo. Lo studio ha raccolto dati
relativi a oltre trecentotrentatremila lavoratori di quattordici paesi diversi
ed è arrivato alla conclusione che più cresce il numero di ore lavorate, più
aumenta il consumo di alcol.
8. È difficile mettere in discussione l’ossessione culturale per il lavoro. I
politici e i dirigenti d’azienda continuano a sostenere l’idea che lavorare in
continuazione sia una virtù morale. Parlano con finta commozione e una
buona dose di ruffianeria della “brava gente che lavora” e delle “famiglie di
gran lavoratori”. Abbiamo accettato la settimana lavorativa di cinque giorni
come se fosse una legge di natura. Spesso siamo spinti a sentirci in colpa
quando non lavoriamo. Ripetiamo a noi stessi le parole di Benjamin
Franklin: «Il tempo è denaro», e dimentichiamo che il denaro dipende
anche dalla fortuna. Un sacco di gente lavora parecchie ore al giorno e ha
molti meno soldi di altri che non hanno mai lavorato in tutta la loro vita.
9. Lavoriamo sempre di più ma questo non garantisce una maggiore
produttività. Un esperimento svedese condotto su un gruppo di infermiere
di Göteborg, alle quali è stata assegnata una giornata lavorativa di sei ore,
ha dimostrato che le persone coinvolte si sentivano più felici e cariche di
energia di quando lavoravano otto ore al giorno. Si assentavano meno per
malattia, lamentavano meno disturbi fisici quali dolori alla schiena e al
collo, e la loro produttività era aumentata.
10. La nostra cultura del lavoro è spesso disumanizzante. Dobbiamo
capire se il nostro lavoro ci fa ammalare o ci rende infelici, e in caso
affermativo cosa possiamo fare per rimediare. Quanta pressione stiamo
attualmente esercitando su noi stessi, solo perché il nostro modo di
lavorare ci fa sentire continuamente indietro, come se la vita fosse una gara
che stiamo perdendo? Nel nostro sforzo continuo di tenerci in pari non
abbiamo il coraggio di fermarci a riflettere su quello che è bene per noi.
Dieci modi per lavorare senza avere
un crollo nervoso

1. Cercate di fare qualcosa che vi piace. In questo modo lavorerete meglio.


Non vi sembrerà nemmeno di lavorare. Sforzatevi di considerare il lavoro
un gioco produttivo.
2. Non cercate di fare di più. Cercate di avere meno cose da fare. Siate
minimalisti del lavoro. Il minimalismo consiste nel fare di più con meno.
Gran parte della vita lavorativa sembra ruotare intorno al fare di meno con
più. Essere attivi spesso non è la stessa cosa che ottenere un risultato.
3. Stabilite dei limiti. Momenti della giornata e della settimana liberi dal
lavoro, dalla posta elettronica, dalle scocciature.
4. Non stressatevi per le scadenze. Questo libro è già in ritardo, però lo
state leggendo lo stesso.
5. Rendetevi conto che la vostra casella di posta non sarà mai vuota.
Accettatelo.
6. Ogni volta che è possibile cercate di lavorare in maniera tale da
migliorare un po’ il mondo. Il mondo ci plasma. Migliorare il mondo
migliora noi stessi.
7. Siate buoni con voi stessi. Se gli aspetti negativi del lavoro superano
quelli positivi della paga, non fatelo. Se qualcuno si serve del suo potere per
bullizzarvi o molestarvi, non permetteteglielo. Se odiate il vostro lavoro e
avete la possibilità di filarvela durante la pausa pranzo, allora filatevela
durante la pausa pranzo. E non tornate mai più.
8. Non attribuite un’importanza eccessiva al lavoro. Come ha detto
Bertrand Russell: «Uno dei sintomi di un prossimo crollo nervoso è la
convinzione che il proprio lavoro sia tremendamente importante»37.
9. Non fate il lavoro che gli altri si aspettano da voi. Fate il lavoro che voi
volete fare. Avete una vita sola. È sempre meglio viverla restando fedeli a se
stessi.
10. Non siate perfezionisti. Gli esseri umani sono imperfetti. Il lavoro
umano è imperfetto. Siate meno robot e più umani. Siate più imperfetti.
L’evoluzione avviene grazie agli errori.
16
PLASMARE IL FUTURO
Il progresso

Affermare che il progresso tecnologico è soltanto un fatto negativo


verrebbe considerato un atteggiamento folle, conservatore e reazionario.
Quasi nessuno di noi rinuncerebbe alla tecnologia che abbiamo a
disposizione oggi per tornare a vivere come cent’anni fa. Chi
abbandonerebbe un mondo di automobili, navigatori satellitari,
smartphone e computer portatili, lavatrici, Skype e social media,
videogame, Spotify e radiografie, cuori artificiali, sportelli bancomat e
shopping online? Io no di certo.
Nello scrivere questo libro mi sono sforzato di considerare il costo umano
del mondo in termini psicologici osservando l’unica realtà psicologica che
conosco davvero: la mia. Ho scritto di come tutti noi, in quanto individui,
possiamo sforzarci di rimanere sani in un mondo che ci fa impazzire. Aver
sofferto di una malattia mentale, anche se è stato un incubo, mi ha
insegnato a riconoscere i fattori scatenanti e le sofferenze legate al mondo
moderno.
Quello che ho difficoltà a capire, però, è cosa possiamo fare tutti insieme
in quanto società. Non possiamo riportare indietro le lancette dell’orologio.
Non possiamo trasformarci improvvisamente in individui non tecnologici, e
neppure lo vorremmo. Ma allora come facciamo, collettivamente, a creare
un mondo migliore in cui vivere?
Una delle persone più degne di stima che abbia mai cercato di rispondere
a questa domanda è Yuval Noah Harari, professore di storia presso
l’Università ebraica di Gerusalemme, che nei suoi testi fondamentali,
Sapiens. Da animali a dèi: breve storia dell’umanità38 e Homo deus: breve storia del
futuro39, si interroga su cosa ci renda umani e su come la tecnologia non solo
stia riplasmando il nostro mondo, ma anche ridefinendo il concetto stesso
di umanità. Ha descritto lo scenario da incubo di un mondo futuro in cui gli
esseri umani potrebbero essere surclassati dalle macchine che loro stessi
hanno costruito, e la sua cupa conclusione è che «l’Homo sapiens così come
lo conosciamo scomparirà entro circa un secolo».
Dopo aver letto le opere di Harari mi sono chiesto come mai gli esseri
umani si incamminino con tanto entusiasmo verso un futuro che poco per
volta li renderà superflui. Mi è tornata in mente un’altra opera che mi ha
ispirato quando ero più giovane: Cani di paglia, del filosofo John Gray40, in
cui si esplora senza mezzi termini l’idea che il progresso della società
umana sia un mito pericoloso. Dopotutto, per quanto ne sappiamo, noi
siamo gli unici animali ossessionati dall’idea di progresso. Se tra le
tartarughe esistono storici intenti a congratularsi con i loro antenati per la
creazione di una società tartarughesca più illuminata, noi non li
conosciamo.
In un articolo per The Guardian ho chiesto a Harari se a suo avviso occorre
cercare di opporre resistenza all’idea che il futuro debba coincidere
inevitabilmente col progresso tecnologico. Dovremmo forse creare una
futurologia di tipo diverso?
«Non è possibile fermare il progresso» mi ha risposto lui. «Anche se un
paese smettesse di condurre ricerche sull’intelligenza artificiale, altri
continuerebbero a farlo. La vera domanda è cosa fare della tecnologia. La
stessa tecnologia può essere utilizzata per scopi sociali e politici molto
diversi tra loro».
Naturalmente Internet è il caso attualmente più ovvio. Ma quella che un
tempo era famosa come “World Wide Web” rappresenta anche un esempio
di eventi che iniziano spinti da ideali utopistici e ben presto si trasformano
in distopie.
«Considerando il XX secolo» ha proseguito Harari, «ci accorgiamo che
grazie alla stessa tecnologia che ci ha dato l’elettricità e i treni è possibile
creare una dittatura comunista o una democrazia liberale. E un principio
analogo vale per l’intelligenza artificiale e la bioingegneria. Perciò, non
credo che ci si debba concentrare su come fermare il progresso, perché è
impossibile. La domanda, invece, dovrebbe riguardare l’uso che vogliamo
fare delle nuove tecnologie. Abbiamo ancora il potere di influenzarne la
direzione».
Perciò, come in molte cose, per risolvere un problema bisogna per prima
cosa essere consapevoli della sua esistenza. In altre parole: la risposta alla
domanda su come rendere più sani e più felici la nostra mente e il pianeta è
essenzialmente la stessa. L’affermazione di Harari che è possibile servirsi
della stessa tecnologia per scopi molto diversi vale naturalmente sia sul
micro livello degli individui sia sul macro livello delle società. Essere
consapevoli dell’influenza esercitata su di noi dal nostro modo di utilizzare
la tecnologia significa indirettamente essere consapevoli dell’influenza
esercitata dalla tecnologia sul pianeta. Non è solo il mondo a plasmarci.
Anche noi lo plasmiamo in base a come scegliamo di vivere la nostra vita.
E qualche volta, quando noi e le società in cui viviamo prendiamo una
direzione malsana, dobbiamo fare la cosa più difficile e coraggiosa di tutte.
Cambiare.
Il cambiamento può assumere forme diverse. Può significare utilizzare
una tecnologia per aiutare la mente, per esempio un’app che limita l’uso dei
social network; oppure l’acquisto di un dimmer; può voler dire camminare
di più, o comportarci in maniera più rispettosa con i nostri interlocutori in
rete, o scegliere un’auto che inquini di meno. Essere gentili con noi stessi ed
esserlo col pianeta è in ultima analisi la stessa cosa.
«Progresso» ha scritto C.S. Lewis, «significa avvicinarci al luogo dove
vorremmo essere. E se abbiamo sbagliato strada, andare avanti non ci porta
più vicino alla meta»41.
Credo che questo sia davvero un ottimo approccio. La spinta ad andare
avanti, sia a livello individuale sia a livello sociale, non è di per sé una cosa
buona solo perché si va avanti. Qualche volta spingiamo le nostre vite nella
direzione sbagliata. Qualche volta le società si spingono nella direzione
sbagliata. Se abbiamo la sensazione che tutto questo ci renda infelici, allora
forse «progredire significa fare dietrofront e tornare sulla strada giusta»42.
Ma non dobbiamo mai pensare, sia individualmente sia a livello culturale,
che esista un’unica versione inevitabile del futuro.
Il futuro lo plasmiamo noi.
Spazio

Per plasmare il nostro futuro gli spazi sono essenziali. Dobbiamo


assicurarci che esistano spazi per essere liberi. Per essere noi stessi. Sia
spazi fisici, sia spazi psicologici.
Le nostre città stanno diventando luoghi che ci vogliono consumatori, più
che individui. Il che rende ancora più importante dare valore agli spazi
minacciati, quelli dove è ancora possibile limitarsi a essere, senza alcun
valore economico. Foreste, parchi, musei e gallerie d’arte finanziati dallo
Stato, biblioteche.
Le biblioteche, per esempio, sono luoghi splendidi attualmente a rischio.
Molti uomini di potere le considerano irrilevanti nell’era di Internet. Questo
significa non cogliere il punto. Ci sono molte biblioteche che usano Internet
in maniera innovativa, consentendo l’accesso ai libri e alla rete stessa.
Oltretutto, le biblioteche non sono importanti solo per i libri che
contengono. Sono uno dei pochi spazi pubblici ancora disponibili che non
preferiscano a noi il nostro portafogli.
Ma oggi esistono anche altri spazi minacciati.
Spazi non fisici. Quelli del tempo. Quelli digitali. Alcune società che
operano su Internet sono sempre più inclini a violare il nostro spazio
personale, a considerarci non tanto esseri umani quanto organismi pieni di
dati da raccogliere o da vendere.
Esistono spazi nell’arco della giornata e della settimana che vengono
continuamente erosi in nome del lavoro o di altre responsabilità.
Ormai esistono perfino spazi mentali minacciati. Lo spazio per pensare
liberamente, o quantomeno con calma, sembra sempre più difficile da
trovare. Il che forse spiega l’aumento non solo dei disturbi d’ansia ma anche
di abitudini di vita controbilancianti, come lo yoga e la meditazione.
La gente non ha bisogno solo di spazi fisici, ma anche dello spazio per
essere mentalmente libera. Uno spazio privo di distrazioni indesiderate che
ci ingombrano la testa come finestre pop-up mentali in un mondo già
frenetico. Tale spazio esiste ancora. Solo che non possiamo darlo per
scontato. Dobbiamo cercarlo consapevolmente. Potremmo dover stabilire
orari fissi per leggere, praticare yoga, immergerci in un lungo bagno caldo,
cucinare il nostro piatto preferito o uscire a fare una passeggiata. Potremmo
dover spegnere il cellulare. Chiudere il portatile. Potremmo doverci
scollegare, per ritrovare una sorta di versione alleggerita, acustica di noi
stessi.
La narrativa è libertà

I libri possono rappresentare un modo per recuperare spazio. Le storie. I


romanzi.
Quando avevo undici anni ero senza amici e facevo fatica a inserirmi a
scuola: ho letto I ragazzi della 56a strada, Rusty il Selvaggio e Il giovane Tex di
S.E. Hinton, e all’improvviso sono tornato ad avere degli amici. Erano i libri,
i miei amici. I personaggi erano i miei amici. Amici veri, perché mi
aiutavano. Proprio come, in altri momenti, Winnie the Pooh, Scout Finch,
Pip43 e il Cécile di Bonjour tristesse erano miei amici. E le storie da loro
abitate erano luoghi in cui potevo nascondermi. E sentirmi al sicuro.
In un mondo che pretende troppo, e in cui stiamo esaurendo lo spazio
mentale, i mondi della fantasia sono essenziali. Certo, possono
rappresentare una fuga dalla realtà, ma non dalla verità. Direi piuttosto il
contrario. Nel mondo “reale” facevo fatica a inserirmi, per i codici che
bisogna seguire, le bugie che si è costretti a raccontare, le risate false che
bisogna esibire. La narrativa non mi sembrava una fuga dalla verità, bensì
una fuga nella verità. Anche se si trattava di una verità abitata da mostri
oppure orsi parlanti, era sempre dotata di una forma di autenticità.
Un’autenticità grazie alla quale era possibile rimanere sani di mente, o
perlomeno rimanere se stessi.
Per me leggere non è mai stata un’attività antisociale. Al contrario era
profondamente sociale. La forma di socializzazione più profonda che esista.
Un forte legame con l’immaginario di un altro essere umano. Un modo per
entrare in contatto senza i numerosi filtri normalmente pretesi dalla
società.
Spesso leggere viene considerato importante per via del suo valore
sociale. È un’attività legata all’istruzione, all’economia eccetera. Ma così
non si coglie il senso fondamentale della lettura.
Leggere non è importante perché aiuta a trovare lavoro. È importante
perché fornisce uno spazio per esistere al di là della realtà che ci è data. È
così che gli esseri umani si fondono. Le menti si collegano. Grazie ai sogni.
All’empatia. Alla comprensione. Alla possibilità di fuga.
Leggere è amore in azione.
Non è necessario che si tratti per forza di libri. Però abbiamo bisogno di
trovare quello spazio.
Spesso siamo spinti a desiderare le esperienze più estreme ed eccitanti.
Ad agire in base a un impulso inebriante verso l’azione. “Just Do It”, fallo e
basta, ci abbaiava contro lo slogan della Nike, con la voce di un sergente
istruttore in un video di auto-aiuto. Come se lo scopo più autentico della
vita fosse vincere una medaglia d’oro, o scalare l’Everest, o essere la star
principale del festival di Glastonbury, o avere un orgasmo totale mentre ci
si lancia con il paracadute sopra le cascate del Niagara. Un tempo anch’io la
pensavo allo stesso modo. Volevo perdermi nelle esperienze più intense,
come se la vita fosse soltanto una tequila da mandar giù in un sorso solo. Ma
non si può sempre vivere così. Se si vuole raggiungere una felicità duratura,
bisogna calmarsi. Non basta fare, bisogna anche essere.
Ci riempiamo la vita di attività perché in Occidente è opinione diffusa che
la felicità e la soddisfazione si raggiungano per acquisizione, cogliendo
l’attimo, o “afferrando” la vita per le corna. Forse qualche volta faremmo
meglio a considerare la vita non come qualcosa da afferrare, o da
conquistare, ma come qualcosa che abbiamo già. Se ci liberiamo delle
cianfrusaglie mentali potremo sicuramente godercela di più.
Nella Scintilla del risveglio: lo Zen e l’arte del potere il monaco buddista Thích
Nhât Hanh scrive che mentre «molti scambiano l’eccitazione per felicità» in
realtà «quando si è eccitati, però, non si è in pace; la vera felicità si basa
sulla pace»44.
Personalmente non vorrei mai una vita di neutrale, assoluta pace
interiore. Di tanto in tanto mi piace sperimentare momenti di euforia e di
sfrenata intensità. Fa parte di me. Ma più di ogni altra cosa desidero quella
pace e quell’accettazione.
Per essere a proprio agio con se stessi, conoscere se stessi, bisogna creare
uno spazio interiore in cui trovare se stessi, lontani da un mondo che spesso
ci incoraggia a perderci.
Abbiamo bisogno di ritagliarci nel tempo un momento per noi, grazie ai
libri, o alla meditazione, o alla contemplazione del panorama fuori dalla
finestra. Un luogo in cui non lavoriamo, non ci preoccupiamo, non
pensiamo troppo, non avvertiamo bisogni e desideri. Forse nemmeno
speranze. Un luogo in cui siamo regolati sul neutro. Dove possiamo limitarci
a respirare, a essere, a crogiolarci nella semplice soddisfazione animale di
esistere, e non desiderare niente oltre a ciò che abbiamo già: la vita stessa.
Scopo

Vivere ogni momento, ignorare il domani, disimparare ogni


preoccupazione, rimpianto o paura suscitati dal concetto di tempo. Essere
capaci di camminare senza pensare ad altro che all’atto di camminare.
Restare sdraiati a letto, senza dormire, e senza preoccuparsi di dover
dormire. Limitarsi a essere lì, immersi in una dolce felicità orizzontale,
incuranti delle preoccupazioni passate e future.
17
LA VOSTRA CANZONE
Sicomori

Mentre scrivevo questo libro mia madre ha dovuto subire un’operazione


importante. Un intervento chirurgico a cuore aperto per sostituire la
valvola aortica malfunzionante. L’operazione è riuscita e lei è guarita, ma la
settimana che ha trascorso in terapia intensiva è stata una specie di
ottovolante, con medici e infermiere costretti a monitorarle in
continuazione i livelli d’ossigeno nel sangue, che a un certo punto si erano
abbassati in maniera preoccupante.
Io e Andrea avevamo preso alloggio in un hotel vicino all’ospedale. Sono
rimasto insieme a mio padre al capezzale di mia madre, immersa in un
continuo dormiveglia. Ho dato una mano a imboccarla e ho portato
sacchetti della spesa pieni di frullati confezionati e giornali per papà. La mia
preoccupazione per lei ha spazzato via tutto il resto. Mi sentivo
terribilmente in colpa per averla ascoltata a malapena quando mi aveva
parlato della sua prima visita dal medico.
In quel momento non mi importava niente delle email urgenti a cui non
avevo risposto. Non provavo la minima tentazione di controllare i social.
Qualunque evento mondiale sembra solo un dettaglio irrilevante sullo
sfondo quando ti trovi in un reparto di terapia intensiva e ascolti le grida di
dolore dei parenti dietro una tenda sottile, mentre il paziente del letto
accanto se ne va.
I reparti di terapia intensiva sono luoghi cupi, ma a volte quelle camere
sterili piene di gente sospesa tra la vita e la morte possono risultare anche
cariche di speranza. E le infermiere e i medici erano fonte di grande
incoraggiamento.
È davvero un peccato, immagino, che sia necessario un evento così
importante nella propria vita, o in quella dei propri cari, per vedere
finalmente le cose in prospettiva. Immaginate se riuscissimo a conservare
quella prospettiva. Ad avere ben chiare le vere priorità, anche nei periodi
felici in cui stiamo bene. Immaginate se riuscissimo a pensare sempre a
coloro che amiamo con l’intensità di quando sono gravemente malati. A
mantenere di continuo quell’amore, che in realtà è sempre presente, vicino
alla superficie. Immaginate se riuscissimo ad avvertire costantemente
quella bontà, quella dolce gratitudine verso l’esistenza.
Ora, ogni volta che la mia vita diventa sovraccarica di ciarpame inutile e
stressante, mi sforzo di ricordare quella stanza d’ospedale. Dove i pazienti
erano grati semplicemente di poter guardare fuori dalla finestra. Di poter
guardare il sole e i sicomori.
Dove la vita, pura e semplice, era tutto.
Amore

Solo l’amore ci salverà.


Psicogrammi negativi
(cose che fanno sentire più leggeri)

Immaginate che, oltre agli psicogrammi, esistano anche cose che


alleggeriscono la mente. Potremmo chiamarli psicogrammi negativi, o -pg.

Il sole che sbuca all’improvviso da dietro una nuvola: 57-pg


Un medico che ti dice che va tutto bene: 320-pg
Essere in vacanza in un luogo senza Wi-Fi (dopo il primo momento di
panico): 638-pg
Portare a spasso il cane: 125-pg
Una sessione di yoga: 487-pg
Perdersi in un bel libro: 732-pg
Arrivare a casa dopo un tremendo viaggio in treno: 398-pg
Essere circondati dalla natura: 1.291-pg
Ballare: 1.350-pg
Un parente stretto che guarisce dopo un’operazione: 3.982-pg

E così via.
Sri Lanka

Mi avevano invitato a visitare la bella città fortificata di Galle, sulla costa


sudoccidentale dello Sri Lanka, per partecipare al locale festival di
letteratura e tenere un discorso sulla salute mentale. Si trattava di un
evento molto speciale, perché lo Sri Lanka è ancora una nazione in cui
parlare di malattie mentali è spesso un tabù. Ed è stato emozionante
ascoltare storie di ansia, depressione, disturbo ossessivo-compulsivo,
disturbo bipolare e schizofrenia in un contesto in cui di solito non se ne
discute in pubblico. Era come avvertire lo stigma dissolversi in tempo reale.
Ma ciò che ricordo con maggior chiarezza non è l’evento, è il giorno
successivo. Sulla spiaggia di Hikkaduwa, tra gli abitanti del posto e i
saccopelisti, ho dato da mangiare alghe alle tartarughe di mare giganti,
direttamente dalla mia mano. C’erano anche Andrea e i bambini. È stato uno
di quei momenti che non avrei mai immaginato di poter vivere quando ero
un ventenne che soffriva di agorafobia ed era convinto che non sarebbe
arrivato ai trent’anni perché aveva allontanato tutti coloro che amava. E
poi, a quaranta, nell’emisfero australe, eccomi lì, accanto a coloro che
amavo, su una spiaggia idilliaca, davanti a quei grandi e antichi rettili.
Sembravano così calmi e assennati nella loro longevità. Mi chiesi quale
segreta saggezza possedessero. E desiderai che gli esseri umani avessero la
possibilità di porre domande alle tartarughe.
Perciò, quando la depressione si insinua dentro di me, chiudo gli occhi,
entro nell’album dei ricordi dei miei giorni più belli e ripenso al sole, alle
risate e alle tartarughe. E mi sforzo di tenere a mente che a volte
l’impossibile è possibile.
Un approccio anfibio alla vita

«Ciao, tartaruga».
«Ciao».
«Hai qualche consiglio sulla vita?».
«Perché lo chiedi a me?».
«Perché sei una tartaruga».
«E allora?».
«Le tartarughe sono sopravvissute milioni di anni. Centocinquantasette
milioni, per la precisione. Più di settecentomila volte la durata dell’Homo
sapiens. Di sicuro saprete qualcosa, come specie».
«Stai confondendo la durata dell’esistenza con l’ampiezza della
conoscenza».
«Sono solo gli esseri umani ad aver incasinato il mondo. Le tartarughe
no».
«Lo so. Siamo sull’orlo dell’estinzione per colpa vostra».
«Mi dispiace. Sono un essere umano. È anche colpa mia».
«È vero».
«Già».
«Comunque, se davvero vuoi saperlo, il consiglio che ti do è di smetterla».
«Smettere cosa?».
«Tutto. Affannarsi dietro al niente. Gli esseri umani sembrano avere una
fretta terribile di sfuggire dal luogo in cui si trovano. Perché? È per via
dell’aria? Non vi sostiene abbastanza bene? Forse dovreste trascorrere più
tempo in mare. Io direi: smettetela. Non limitatevi a riprendervi il tempo,
siate il tempo. Potete muovervi lenti o veloci, ma ricordate che vi porterete
sempre dietro voi stessi. Accontentatevi di pagaiare lentamente nelle acque
dell’esistenza».
«D’accordo».
«Guarda la mia testa. È piccola. Il rapporto tra la massa del mio corpo e
quella del cervello è imbarazzante. Però in realtà non ha importanza,
capisci. Se prestate attenzione alla vita, allora riuscirete a concentrarvi. A
essere ciò che avete bisogno di essere. Ad avere un approccio anfibio
all’esistenza. A essere tutt’uno con i ritmi della terra. Bagnato e asciutto.
Potrete sintonizzarvi con l’acqua e il vento. Con voi stessi. È davvero
splendido, sai, essere una tartaruga».
«Scommetto proprio di sì. Grazie, tartaruga».
«Adesso posso avere un altro po’ di alghe?».
Invertire il circolo vizioso

L’ansia si autoalimenta. Quando ne soffrite in forma patologica diventa


un circolo vizioso di disperazione. L’unico modo per uscirne è smettere di
metapreoccuparsi, di preoccuparsi di preoccuparsi, il che è quasi
impossibile. A volte il trucco è trovare un circolo vizioso che funzioni in
senso inverso. Io lo faccio accettando di vivere questo stato di non
accettazione. Trovandomi a mio agio nel mio essere a disagio. Accettando di
non avere il controllo.
È un luogo comune ma è anche vero: non possiamo arrivare dove
vogliamo senza prima accettare dove siamo. Il mondo si sforza di
convincerci a non accettare noi stessi. Ci spinge a desiderare di essere più
ricchi, più belli, più magri, più felici. A desiderare di più. Questo è
doppiamente vero quando ci ammaliamo, eppure è proprio quello il
momento in cui abbiamo più bisogno di accettare noi stessi, accettare quel
momento di sofferenza, per poi lasciarla andare. Lasciarla andare
lentamente, nel mondo da dove è venuta.
Il cielo è sempre il cielo

Un attimo fa ho guardato fuori dalla finestra e mi sono sentito più calmo.


La luna è davvero incantevole stasera, dietro un velo di nubi azzurrine. Il
cielo è spettacolare. Nessuna foto riuscirebbe a rendergli giustizia.
E questo mi ha ricordato una cosa. Circa dieci anni fa, quando ho vissuto
un lungo periodo di depressione, la peggiore dopo il mio crollo nervoso a
vent’anni, una delle poche consolazioni che riuscivo a trovare era guardare
il cielo. Abitavamo nello Yorkshire, perciò l’inquinamento luminoso era
basso e il firmamento limpido e sterminato. Portavo fuori la spazzatura,
guardavo il cielo notturno e mi sentivo rimpicciolire, insieme al mio dolore.
Restavo lì per un po’, a godermi l’aria fresca, e fissavo le stelle, i pianeti e le
costellazioni. Respiravo profondamente, come se fosse possibile inalare il
cosmo. Qualche volta mi posavo una mano sul ventre e sentivo il mio
respiro troppo rapido e irregolare che cominciava a calmarsi.
Spesso mi sono chiesto, e me lo chiedo ancora, per quale motivo il cielo,
specialmente quello notturno, abbia un tale effetto su di noi. Un tempo
pensavo che fosse una questione di dimensioni. Quando osserviamo il
firmamento non possiamo fare a meno di sentirci minuscoli. Di avvertire la
nostra piccolezza non solo nello spazio ma anche nel tempo. Perché,
naturalmente, quando guardiamo il cielo quello che vediamo è storia antica.
Stiamo fissando le stelle com’erano, non come sono. La luce viaggia. Non
compare davanti a noi all’istante. Si muove a poco meno di trecentomila
chilometri al secondo. Sembra veloce, eppure la luce della stella più vicina
alla Terra dopo il Sole ci mette più di quattro anni per arrivare fin qui.
Ma alcune stelle visibili a occhio nudo si trovano a oltre quindicimila anni
luce di distanza. Il che significa che la luce che raggiunge il nostro occhio ha
iniziato il suo viaggio alla fine dell’era glaciale. Prima che gli esseri umani
imparassero a coltivare la terra. Contrariamente a una credenza molto
diffusa, la maggior parte delle stelle che vediamo non sono morte. A
differenza di noi, vivono molto a lungo. Ma tutto questo accresce, invece di
diminuire, il valore terapeutico della maestosità del cielo notturno. Il nostro
splendido ma brevissimo ruolo nel cosmo è quello del più raro di tutti gli
oggetti galattici: un organismo cosciente, che vive e respira.
Quando guardiamo il cielo tutte le nostre preoccupazioni di uomini del
XXI secolo acquistano la loro corretta prospettiva cosmica. Il cielo è più
grande delle email, delle scadenze, dei mutui e dei troll su Internet. È più
grande della nostra mente, e delle malattie di cui soffre. Più grande di nomi,
nazioni, date e orologi. Tutte le nostre preoccupazioni terrene sono
terribilmente effimere se paragonate al cielo. Per l’intera nostra vita,
durante ogni singolo capitolo della storia umana, il cielo è sempre stato il
cielo.
E naturalmente, quando guardiamo il cielo non stiamo guardando
qualcosa di esterno rispetto a noi stessi. Stiamo guardando, letteralmente, il
luogo da cui proveniamo. Come ha scritto il fisico Carl Sagan nel suo
capolavoro, Cosmo: «L’azoto del DNA, il calcio dei denti, il ferro del sangue
vengono tutti dall’interno di stelle in fase di collasso. La stoffa di cui siamo
fatti viene dalle stelle»45.

Il cielo, proprio come il mare, può rappresentare un’àncora. «Ehi» ci dice,


«va tutto bene. Fai parte di qualcosa di più grande della tua vita, qualcosa di
(letteralmente) cosmico. È una cosa bellissima. E tu devi fare come gli alberi
e gli uccelli, e di tanto in tanto sentirti parte del grande ordine naturale. Sei
incredibile. Non sei niente, e sei tutto. Sei un singolo istante e sei tutta
l’eternità. Sei l’universo in movimento.
«Ben fatto».
La natura

È stato dimostrato che il cielo ci calma.


Nel 2018 una ricerca condotta dal King’s College di Londra ha appurato
che guardare il cielo migliora la salute mentale. E non solo. Anche guardare
gli alberi, ascoltare il canto degli uccelli, stare all’aperto e sentirsi in
contatto con la natura.
I partecipanti allo studio avevano ricevuto istruzioni di prendere nota dei
loro stati mentali in luoghi diversi. Il dato interessante della ricerca era il
suo carattere sfaccettato, perché teneva conto anche del rischio individuale
di sviluppare disturbi mentali, calcolato grazie ad alcuni test preliminari
svolti sui partecipanti per valutarne la tendenza a comportamenti
impulsivi.
Lo studio aveva un titolo accattivante: “Urban Mind: Using Smartphone
Technologies to Investigate the Impact of Nature on Mental Wellbeing in
Real Time” (La mente urbana: utilizzare le tecnologie dello smartphone per
indagare in tempo reale l’impatto della natura sulla salute mentale). I
risultati hanno rivelato che stare all’aperto e a contatto con la natura fa
bene a chiunque, ma soprattutto a chi è maggiormente predisposto a
problemi mentali come le dipendenze, il disturbo da deficit di attenzione e
iperattività, il disturbo antisociale di personalità e quello bipolare.
«Anche brevi periodi trascorsi a contatto con la natura esercitano effetti
benefici quantificabili sulla salute mentale» ha concluso il dottor Andrea
Mechelli, uno dei direttori della ricerca.
L’ecoterapia, o “ortoterapia”, è in ascesa. Molte fattorie comunali e orti
cittadini vengono utilizzati nell’ambito di progetti di salute mentale volti a
diminuire lo stress e alleviare ansia e depressione. Naturalmente per molti
versi si tratta solo di seguire il vecchio consiglio: «Esci a prendere una
boccata d’aria fresca». Nel 1859, nelle sue Notes on Nursing (Note
sull’assistenza ai malati), Florence Nightingale scrisse che «dopo la
prolungata permanenza al chiuso, ciò che fa soffrire maggiormente [i
pazienti] è un ambiente scarsamente illuminato» e dichiarò che «[i pazienti]
hanno bisogno non semplicemente della luce, ma della luce solare diretta».
Finalmente abbiamo le prove di tutto questo.
Il problema è che attualmente oltre la metà della popolazione mondiale
risiede in grandi città. Nel 1950 più dei due terzi degli abitanti del pianeta
vivevano in insediamenti rurali. Ormai gran parte degli esseri umani si è
stabilita in aree urbane. E, dato che non abbiamo mai trascorso così tanto
tempo al chiuso, è evidente che stiamo troppo poco in mezzo ai boschi e
non abbiamo sufficienti occasioni per vedere il cielo.
È arrivato il momento di rendersi conto che i verdi e gli azzurri della
natura possono aiutarci. E possono anche migliorare la vita dei nostri
bambini. Più aria fresca e luce solare diretta, e magari, se siamo fortunati,
una passeggiata per campi e boschi di tanto in tanto. E forse, sulla base delle
prove raccolte, dovremmo anche cercare di rendere gli spazi urbani in cui
abitiamo un po’ più verdi e piacevoli, in modo che tutti possano trarre
beneficio dal contatto con la natura, e non solo pochi fortunati.
Il mondo interiore

E dunque, certo, la bellezza della natura ha un potere terapeutico. Però a


Ibiza, nel 1999, ero fermo in cima a una scogliera vicino alla villa in cui
abitavo, posizionata in uno degli angoli più tranquilli nella parte est
dell’isola, e cercavo di convincermi a saltar giù.
Non riuscivo letteralmente più a sopportare (o almeno, non riuscivo a
capire come farlo) il dolore e la confusione mentale che stavo vivendo, e
avrei voluto non avere nessuno al mondo che mi volesse bene, per poter
mollare tutto e scomparire senza grosse conseguenze.
A volte ripenso a quella scogliera. All’erba stentata sotto i miei piedi, al
mare scintillante sotto il mio sguardo, alla costa di pietra calcarea che si
estendeva davanti a me. In quel momento nulla di tutto ciò mi era di
consolazione. È stato dimostrato che la natura ci fa bene, ma nel momento
della crisi niente è in grado di aiutarci. Nessun panorama al mondo avrebbe
potuto farmi sentire meglio in quel momento di estremo dolore invisibile.
In vent’anni quel luogo non è cambiato molto. Eppure adesso sono in grado
di tornarci e percepirne la bellezza, e provare sentimenti molto diversi da
quelli del giovane terrorizzato che sono stato un tempo.
Il mondo ha un impatto su di noi, ma non coincide con noi. Esiste uno
spazio interno indipendente da ciò che vediamo e da dove ci troviamo. Il
che significa che possiamo provare dolore anche in un contesto in cui
regnano la bellezza e la pace. Ma il rovescio della medaglia è che possiamo
sentirci calmi in un mondo invaso dalla paura. Possiamo coltivare la calma
dentro di noi, la calma che vive e cresce e ci aiuta ad andare avanti.
Uno dei luoghi comuni sulla lettura è che ci sono tanti libri quanti sono i
lettori. Il che significa che ogni lettore ha il proprio approccio personale nei
riguardi di un libro. Cinque persone potrebbero leggere La mano sinistra delle
tenebre di Ursula K. Le Guin e avere cinque reazioni completamente diverse,
e altrettanto giustificate. Il problema non è cosa leggiamo, ma come lo
leggiamo. Lo scrittore può dare inizio a una storia ma ha bisogno di un
lettore per renderla viva, e ogni volta la storia diventa viva in un modo
diverso. Non si tratta mai solo delle parole. È anche l’atto della lettura. Ed è
questa la variabile. È qui che opera la magia. Lo scrittore può solo fornire il
fiammifero, possibilmente non bagnato. È il lettore che deve accendere la
fiamma.
Anche il mondo funziona così. Ci sono tanti mondi quanti sono gli
abitanti. Il mondo esiste dentro di voi. La vostra esperienza del mondo non
è quel dato oggettivo e immutabile che viene chiamato “il mondo”. No. La
vostra esperienza del mondo è la vostra interazione con esso, la vostra
interpretazione di esso. Entro certi limiti, ciascuno di noi crea il proprio
mondo. Lo legge a modo suo. Ma d’altro canto, entro certi limiti, ciascuno
può scegliere cosa leggere. Dobbiamo capire cosa nel mondo ci fa sentire
tristi e spaventati, confusi e malati, o invece calmi e felici.
Dobbiamo trovare, all’interno di questi miliardi di mondi umani, quello in
cui noi vogliamo vivere. Quello che, senza noi a immaginarlo, non
esisterebbe mai.
E allo stesso modo dobbiamo capire che, anche se il mondo influenza i
nostri sentimenti, tuttavia non è i nostri sentimenti. Possiamo sentirci calmi
dentro un ospedale o sofferenti in cima a una scogliera spagnola.
Possiamo contraddirci. Possiamo contraddire il mondo. Qualche volta
possiamo perfino realizzare l’impossibile. Possiamo continuare a vivere
quando la morte sembra inevitabile. E possiamo continuare a sperare dopo
aver scoperto che la speranza è svanita.
Voi in versione acustica

A volte la vita sembra una canzone con troppi effetti sonori, gravata dalla
cacofonia di centinaia di strumenti che suonano contemporaneamente. A
volte la canzone riesce meglio ridotta solo a chitarra e voce. A volte, quando
in una canzone succede troppo, diventa difficile sentirla.
E, proprio come quella canzone sovraffollata, a volte anche noi ci
sentiamo un po’ persi.
La nostra natura originaria non è cambiata in queste decine di migliaia di
anni, e dovremmo ricordarcene a ogni nuova app, smartphone, piattaforma
di social network o arma nucleare che progettiamo. Dovremmo ricordare la
canzone dell’essere umani. Pensare all’aria quando ci sentiamo bloccati
sott’acqua. Trovare un momento di calma in un’epoca di marketing ormai
saturo, di ultima ora continui, di milioni di sussulti prodotti
quotidianamente da Internet. Non aver paura di avere paura. Essere noi
stessi, intelligenti, autentici, belli, fragili, carenti, imperfetti, animali,
mortali, meravigliosi, intrappolati nello spazio e nel tempo, resi liberi dalla
nostra capacità di fermarci, in qualsiasi momento, trovare qualcosa (una
canzone, un raggio di sole, una conversazione, un bel graffito) e avvertire
l’assoluta, improbabile meraviglia dell’essere vivi.
18
TUTTO CIÒ CHE SIETE
È GIÀ ABBASTANZA

C’è un solo cantuccio dell’universo che uno può esser certo di rendere migliore, e
questo è il proprio io.46
ALDOUS HUXLEY,
Il tempo si deve fermare
Cose che esistono quasi da sempre

Scogliere. Felci arboree. Cameratismo. Cielo. L’uomo della luna. Il


romanticismo di albe e tramonti. Amore eterno. Lussuria vertiginosa.
Progetti abbandonati. Rimpianto. Limpidi cieli notturni. Lune piene. Baci
del buongiorno. Frutta fresca. Oceani. Mari. Maree. Fiumi. Laghi calmi come
specchi. Volti pieni di amicizia. La comicità. Le risate. Storie. Miti. Canzoni.
Fame. Piacere. Sesso. Morte. Fede. Fuoco. La profonda, silenziosa felicità
della mente che osserva. La luce resa più vivida dal buio che la circonda.
Sguardi che si incontrano. Ballare. Conversazioni prive di significato. Silenzi
carichi di significato. Sonno. Sogni. Incubi. Mostri fatti d’ombra. Tartarughe.
Pesci sega. Il verde tenero dell’erba umida. Il viola livido delle nubi al
crepuscolo. Le onde che si infrangono sugli scogli erodendoli lentamente.
Lo scintillio scuro e lucido della sabbia umida. Il sollievo travolgente del
calmare la sete. La terribile, allettante consapevolezza di essere vivi. Gli
attimi fuggiti di cui è fatto il sempre. La possibilità della speranza. La
promessa di sentirsi a casa.
Cosa mi dico quando tutto diventa troppo

1. Va tutto bene.
2. Anche se non va bene, se non è qualcosa che puoi controllare, non
cercare di controllarlo.
3. Ti senti incompreso. Tutti sono incompresi. Non preoccuparti che gli
altri ti comprendano. Cerca di comprendere te stesso. Dopodiché,
nient’altro avrà importanza.
4. Accettati per come sei. Se non riesci a essere soddisfatto di come sei,
perlomeno accetta quello che sei in questo momento. Non puoi cambiare te
stesso se non conosci te stesso.
5. Non essere freddo. Non cercare mai di essere freddo. Non preoccuparti
di quello che pensa la gente fredda. Rivolgiti alle persone calde. La vita è
calore. Sarai freddo quando sarai morto.
6. Trova un buon libro. Siediti e leggilo. Ci saranno momenti nella tua vita
in cui ti sentirai sperduto e confuso. La via per tornare a se stessi è la
lettura. Voglio che te lo ricordi. Più leggi, più imparerai a ritrovare la strada
nei momenti difficili.
7. Non cercare di definirti. Non lasciarti accecare dalle implicazioni del
tuo nome, del tuo sesso e orientamento sessuale, della tua nazionalità, o del
tuo profilo Facebook. Sii qualcosa di più di un insieme di dati da raccogliere.
«Quando lascio andare quello che sono» ha detto il filosofo cinese Lao Tzu,
«divento quello che potrei essere».
8. Rallenta. Ancora Lao Tzu: «La natura non ha fretta, eppure tutto si
compie».
9. Goditi Internet. Non usarla quando non te la stai godendo (niente è mai
sembrato così facile ed è mai stato così difficile).
10. Ricordati che sono in molti a provare i tuoi stessi sentimenti. Puoi
perfino andare in rete a cercarli. Questo è uno degli aspetti più terapeutici
dell’era dei social network. La possibilità di trovare un’eco del proprio
dolore. Potrai sempre rintracciare qualcuno che ti capirà.
11. Più o meno come ha detto Yoda, non puoi provare a essere. Provare è
il contrario di essere.
12. Le cose che ti rendono unico sono i tuoi difetti. Le imperfezioni.
Accoglili. Non cercare di filtrare la tua natura umana.
13. Non permettere al marketing di convincerti che la felicità è una
transazione commerciale. Come ha affermato una volta il cowboy Cherokee-
americano Will Rogers: «Troppa gente spende soldi che non ha per
comprare cose che non vuole, pur di fare impressione su persone che non
stima».
14. Non saltare mai la colazione.
15. Cerca di andare a letto prima di mezzanotte quasi tutte le sere.
16. Anche nei momenti più frenetici (Natale, riunioni di famiglia, periodi
di superlavoro, festività) trova qualche attimo di pace. Di tanto in tanto
ritirati in camera da letto. Aggiungi una virgola alla tua giornata.
17. Compra meno.
18. Fai yoga. È più difficile essere stressati se il tuo corpo e il tuo respiro
non lo sono.
19. Nei periodi di crisi cerca di seguire una routine.
20. Non paragonare gli aspetti peggiori della tua vita agli aspetti migliori
di quella degli altri.
21. Valuta di più tutte le cose che rimpiangeresti maggiormente se non
esistessero.
22. Non cercare di definirti a tutti i costi. Non pretendere di capire una
volta per tutte chi sei. Come ha affermato il filosofo Alan Watts: «Cercare di
definire se stessi è come cercare di mordersi i denti».
23. Fai una passeggiata. Vai a correre. Balla. Mangia un toast al burro di
arachidi.
24. Non sforzarti di provare sentimenti che non provi. Non sforzarti di
essere ciò che non puoi essere. Lo spreco di energia ti sfinirà.
25. Collegarsi al mondo non ha niente a che fare con il Wi-Fi.
26. Non esiste il futuro. Pianificare il futuro significa solo pianificare un
altro presente in cui starai pianificando il futuro.
27. Respira.
28. Ama adesso. Ama subito. Se hai qualcosa o qualcuno da amare, fallo
immediatamente. Ama senza paura. Come ha scritto Dave Eggers:
«Aspettare di amare non è un modo di vivere»47. Dài amore
disinteressatamente.
29. Non sentirti in colpa. Di questi tempi, a meno di non essere
sociopatici, è quasi impossibile non avvertire almeno un po’ di senso di
colpa. Siamo soffocati dalla colpa. Quella che abbiamo appreso da bambini
all’ora dei pasti: mangiare sapendo che nel mondo c’è gente che muore di
fame. La colpa del privilegio. La colpa ecologica di guidare un’auto o volare
in aereo o usare oggetti di plastica. La colpa di comprare oggetti che
potrebbero essere stati prodotti in maniera non etica senza che noi ne
siamo consapevoli. La colpa di desideri illegittimi o inconfessati. La colpa di
non essere quello che gli altri vogliono da noi. La colpa di occupare spazio.
La colpa di non essere capaci di fare cose che gli altri sanno fare. La colpa di
ammalarsi. La colpa di vivere. Tutta questa colpa è inutile. Non aiuta
nessuno. Sforzati di comportarti bene adesso, senza annegare nel male che
puoi aver compiuto in passato.
30. Considerati al di fuori dei meccanismi del mercato. Non partecipare
alla competizione. Resisti al senso di colpa del non agire. Trova lo spazio
non mercificato dentro di te. Lo spazio autentico. Quello umano. Lo spazio
che non potrà mai essere misurato in termini di numeri, denaro o
produttività. Lo spazio che l’economia di mercato non riesce a vedere.
31. Guarda il cielo. (È stupendo. È sempre stupendo.)
32. Passa un po’ di tempo con un animale non umano.
33. Non vergognarti di essere noioso. Essere noiosi può risultare salutare.
Quando la vita diventa difficile cerca le emozioni più banali.
34. Non valutare te stesso col metro che gli altri usano per te. Come ha
detto Eleanor Roosevelt: «Nessuno può farci sentire inferiori senza il nostro
consenso».
35. Il mondo a volte è triste. Ma ricordati che solo oggi sono avvenuti un
milione di atti di bontà passati inosservati. Un milione di atti d’amore. La
silenziosa bontà degli uomini continua a vivere.
36. Non flagellarti perché sei incasinato. Va bene così. L’universo è
incasinato. Le galassie si allontanano alla deriva in tutte le direzioni. Sei
semplicemente in sintonia con il cosmo.
37. Se ti senti male dal punto di vista mentale, curati come faresti per
qualunque problema fisico. Asma, influenza eccetera. Fai quello che ti è
necessario per star meglio. E non vergognartene. Non continuare a
camminare con una gamba rotta.
38. Non c’è niente di male nel piangere. Le persone piangono. Le donne
piangono. E gli uomini piangono. Sono dotati di dotti e ghiandole lacrimali,
proprio come ogni altro essere umano. Un uomo che piange non è diverso
da una donna che piange. È una cosa naturale. I ruoli sociali sono tossici
quando non permettono di esprimere il dolore. O qualunque forte
emozione. Piangi, essere umano. Piangi tutte le tue lacrime.
39. Permetti a te stesso di fallire. Di sentirti vulnerabile. Di cambiare idea.
Di essere imperfetto. Di resistere al dinamismo. Di non sfrecciare attraverso
la vita come un dardo che accelera di proposito.
40. Cerca di volere meno. Un desiderio è un buco. Una mancanza. Per
definizione. Quando il poeta Byron scrisse «Ho bisogno di un eroe»48
intendeva dire che non ne aveva nessuno. Desiderare cose che non ci
servono ci spinge ad avvertire una mancanza che non esiste. Tutto ciò di cui
abbiamo bisogno è già qui. Un essere umano è completo per il solo fatto di
essere umano. Noi siamo la nostra destinazione.
Rendimenti decrescenti

Il pianeta Terra è unico. Per quanto ne sappiamo, è l’unico luogo della


grande arena cosmica dell’universo in cui esiste la vita. È un posto
incredibile. Già da solo ci dà tutto ciò che serve agli esseri umani per
sopravvivere.
E anche voi siete incredibili. Allo stesso modo. Lo siete fin dal giorno in
cui siete nati. Siete tutto fin dal giorno in cui siete nati. Nessuno guarda un
neonato e pensa: “Oh, accidenti, manca un sacco di roba”. Le persone lo
guardano e hanno la sensazione di contemplare la perfezione, ancora
incontaminata dalla complessità e dal fardello della vita che l’aspetta.
Veniamo al mondo completi. Forniteci da bere, da mangiare e un riparo,
cantateci una canzone, raccontateci una storia, dateci qualcuno con cui
parlare e a cui voler bene, di cui innamorarci, ed è fatta. Una vita.
Ma a un certo punto lungo il percorso abbiamo alzato la soglia di quello
che ci serve, o che pensiamo ci serva, per essere felici.
Siamo spinti a comprare per essere felici, perché le aziende sono spinte a
guadagnare più soldi per avere più successo. Anche questo crea dipendenza.
Non perché ci rende felici, ma perché non ci rende felici. Compriamo
qualcosa, ne siamo contenti per un po’ (perché è nuova) ma poi ci abituiamo
ad averla, diventiamo assuefatti e allora abbiamo bisogno di qualcos’altro.
Abbiamo bisogno di quel senso di cambiamento, di varietà. Qualcosa di
nuovo, migliore, più avanzato. E ancora si ripete lo stesso ciclo.
E col tempo ci abituiamo ad avere sempre di più.
E questo si applica a tutto.
L’utente di Instagram che si diverte a ottenere un sacco di like per i suoi
selfie ben presto ne vorrà ancora di più, e resterà deluso se il loro numero
rimarrà lo stesso. Lo studente da dieci e lode si sentirà un fallito se una volta
gli capiterà di prendere nove. L’imprenditore divenuto ricco cercherà di
guadagnare ancora più soldi. L’appassionato di palestra che ama il proprio
nuovo corpo dai muscoli scolpiti vorrà allenarsi di più, sempre di più. Il
dipendente che ottiene la promozione che voleva ben presto ne desidererà
un’altra. A ogni nuovo traguardo, conseguimento o acquisto l’asticella si
alza.
Una volta pensavo che sarei stato felice per sempre se fossi riuscito a far
pubblicare i miei articoli. Poi a pubblicare un libro. Poi un altro libro. Poi un
bestseller. E poi un altro. Poi a pubblicare un libro che arrivasse primo in
classifica. Poi a vendere i diritti cinematografici. E così via. E, proprio come
tanti altri, sono stato felice per poco ogni volta che raggiungevo un nuovo
scopo, ma ben presto la mia mente si abituava a quel trionfo e si prefiggeva
un altro obiettivo. Perciò, più ottenevo e più avevo bisogno di ottenere, solo
per restare allo stesso livello.
Più “successo” raggiungiamo, più è facile restare delusi quando non
otteniamo qualcosa. L’unica differenza è che ormai nessuno si dispiace più
per noi.
Qualunque cosa compriamo, qualunque obiettivo realizziamo, la
soddisfazione non dura. Un campione sportivo vorrà sempre vincere
ancora. Un milionario vorrà sempre un altro milione. La star affamata di
celebrità ne vorrà sempre di più, proprio come un alcolizzato vuole un altro
drink e un giocatore d’azzardo un’altra puntata.
Ma il rendimento sarà sempre decrescente.
Il bambino che ha cento giocattoli giocherà sempre meno con quelli
nuovi.
Pensateci. Se poteste permettervi una vacanza dieci volte più costosa
dell’ultima che avete fatto, vi sentireste dieci volte più rilassati? Ne dubito.
Se poteste passare dieci volte più tempo a controllare il vostro account
Twitter, sareste dieci volte più informati? Certo che no. Se trascorreste il
doppio del tempo al lavoro fareste il doppio delle cose? Una serie di studi fa
pensare di no. Se poteste comprare un’auto dieci volte più costosa di quella
che avete adesso vi porterebbe dal punto A al punto B dieci volte più in
fretta? Niente affatto. Se compraste più creme antietà invecchiereste di
meno a ogni nuovo acquisto? Anche in questo caso, no.
Siamo condizionati a volere di più. Spesso questo condizionamento
proviene da aziende a loro volta condizionate collettivamente a volere di
più. Volere di più è l’impostazione predefinita.
Ma proprio come c’è un solo pianeta, dotato di risorse finite, anche voi
siete una persona sola. E anche voi avete una risorsa finita: il tempo. E,
guardiamoci in faccia, non possiamo moltiplicare noi stessi. Un pianeta
sovraccarico ci spinge a una vita sovraccarica ma, in ultima analisi, non
possiamo giocare con tutti i giocattoli. Non possiamo usare tutte le
applicazioni. Non possiamo andare a tutte le feste. Non possiamo fare il
lavoro di venti persone. Non possiamo essere sempre al corrente di tutte le
notizie. Non possiamo indossare i nostri undici cappotti tutti in una volta.
Non possiamo guardare ogni imprescindibile programma televisivo. Non
possiamo vivere in due posti contemporaneamente. Possiamo comprare di
più, ottenere di più, lavorare di più, guadagnare di più, sforzarci di più,
twittare di più, guardare di più, volere di più, ma dato che lo sballo ogni
volta diminuisce arriva il momento in cui siamo costretti a chiederci: a che
serve tutto questo?
Quanta felicità in più sto ottenendo? Perché voglio molto di più rispetto a
ciò di cui ho bisogno?
Non sarei più felice se imparassi ad apprezzare quello che ho già?
Idee semplici per un nuovo inizio

– Consapevolezza. Siate consapevoli del tempo che trascorrete al telefono,


dell’effetto prodotto dalle notizie sulla vostra mente, del cambiamento nei
vostri atteggiamenti rispetto al lavoro, della quantità di pressioni che
subite, e di quante di esse hanno origine dai problemi della vita moderna,
dal collegamento col sistema nervoso mondiale. La consapevolezza diventa
una soluzione. Proprio come essere consapevoli di aver appoggiato la mano
su un fornello caldo significa poterla spostare, essere consapevoli degli
squali invisibili della vita moderna aiuta a evitarli.
– Completezza. Le manchevolezze che siamo spinti a sentire, che la società
sembra volerci convincere ad avvertire, non sono necessarie. Siete nati già
come dovevate essere, e siete rimasti così. Non sarete mai nessun altro,
perciò non provateci nemmeno. Non avete un sostituto. Siete voi quello che
è qui per essere voi. Perciò non paragonatevi agli altri, non giudicatevi in
base alle opinioni di gente che non è mai stata voi.
– Il mondo ha una realtà oggettiva, ma il vostro mondo è soggettivo. Cambiare
la vostra prospettiva cambia il pianeta. Può cambiare la vostra vita. Una
versione della teoria del multiverso afferma che ogni volta che prendiamo
una decisione creiamo un nuovo universo. A volte è possibile entrare in un
universo migliore semplicemente non controllando il cellulare per dieci
minuti.
– Meno è meglio. Un pianeta sovraccarico genera una mente sovraccarica.
Spinge a far tardi la notte e a dormire male. A preoccuparsi delle email a cui
non abbiamo ancora risposto quando sono le tre del mattino. In casi
estremi, provoca attacchi di panico nella corsia dei cereali. Non è solo
questione di «Mo Money Mo Problems» (Più soldi, più problemi), come nella
canzone di The Notorious B.I.G. È “più tutto, più problemi”. Semplificatevi
la vita. Eliminate il superfluo.
– Sapete già cosa sia importante. Le cose importanti sono evidentemente
quelle di cui sentireste davvero, profondamente la mancanza se non ci
fossero più. È a quelle che dovete dedicare il vostro tempo, quando potete.
Persone, luoghi, libri, cibi, esperienze, quello che è. E qualche volta, per
goderle di più, bisogna spogliarsi di altre cose. Bisogna liberarsi.
Le cose importanti

Una settimana fa ho portato un bel po’ di roba che avevo accumulato da


tempo in un negozio di beneficenza e l’ho data via. È stato bello. Non solo
un atto caritatevole, ma anche una forma di purificazione. Ho svuotato la
casa di un sacco di cianfrusaglie. Vestiti che non mettevo mai, dopobarba
che non mi ero mai spruzzato, due sedie su cui non si sedeva nessuno,
vecchi DVD che non guarderò mai più, perfino (accidenti!) libri che non
leggerò mai.
«Sei sicuro di voler dare via tutta questa roba?» mi aveva chiesto Andrea,
osservando la distesa di sacchi pieni nel corridoio d’ingresso. Perfino lei,
che ha sempre avuto l’abitudine di eliminare il superfluo, era rimasta
sconcertata.
«Sì. Credo di sì».
Il punto è che, mentre decidevo cosa buttar via, ho finito per dare
maggior valore a quello che avevo. Per esempio, mentre scartavo quei
vecchi DVD ne ho ritrovato uno che non solo volevo tenere, ma anche
rivedere. La vita è meravigliosa. E l’ho riguardato due sere più tardi.
Non voglio certo suscitarvi l’angoscia di esservi persi qualcosa, e
comunque di sicuro non si tratta di un film particolarmente alla moda, ma
se non avete mai visto La vita è meravigliosa allora fatelo. Non è sdolcinato. È
intenso e commovente, certo, ma è anche un film onesto. È sincero. Ha una
potenza incredibile. Parla della grande importanza delle piccole vite. Del
motivo per cui noi siamo importanti. Del modo in cui una vita può fare la
differenza. Delle ragioni per cui continuare a vivere. Quel film non è mai
una perdita di tempo. Aiuta a dare valore al tempo.
E questo è solo un esempio di come eliminare la robaccia mediocre che
ingombra il vostro tempo e il vostro soggiorno aiuti a mettere in luce la
roba buona. Allo stesso modo, autolimitarvi l’accesso ai notiziari vi aiuta a
capire, quando vi rimettete in pari, cosa sia davvero importante. Lavorare
meno aiuta a essere più produttivi. E così via. Fate un bel repulisti. Una
sintesi nella vostra vita.
Eppure, a dir la verità, fare piazza pulita in realtà era la parte più facile. È
facile dimezzare il numero di abiti nell’armadio. È facile applicare un filtro
migliore alle email e disattivare le notifiche. È facile essere più gentili con
gli altri in rete. È abbastanza facile andare a letto un po’ più presto. È
abbastanza facile essere più consapevoli del proprio respiro e trovare il
tempo per una mezz’ora di yoga al giorno. È abbastanza facile mettere in
carica il telefono la sera fuori dalla camera da letto. (D’accordo, questa è
ancora difficile, però ci sto provando.)
La parte davvero difficile è cambiare i propri atteggiamenti interiori.
Quelli come si fa a revisionarli?
Gli atteggiamenti impressi dentro di voi dalla società. Le idee su cosa
dovete essere e fare per essere stimati. Su come dovreste lavorare, quanto
dovreste guadagnare, o consumare; su cosa dovreste guardare, su come
dovreste vivere. L’idea che la salute mentale sia separata da quella fisica.
Tutte le paure indotte in voi dai politici e dagli uomini marketing. Tutte le
manchevolezze e i bisogni che dovete provare per mantenere in funzione
l’ordine economico e sociale.
Già. Non è facile. Ma il fattore chiave è l’accettazione.
Accettare chi siamo. Accettare quello che la società è, ma anche cosa
siamo noi, e non sentirci incompleti. È questo sentimento di incompletezza
che riempie le nostre case e le nostre menti di paccottiglia. Cercate di
restare fedeli alla versione integrale di voi stessi. Un essere umano intero,
completo, che è qui con l’unico scopo di essere se stesso.
«L’importante è liberare il proprio io» scrisse Virginia Woolf, sforzandosi
nel tentativo di farlo. «Lasciare che trovi le sue dimensioni, che non abbia
vincoli»49.
Tra parentesi, mentirei se dicessi di esserci già arrivato. Ne sono ben
lontano. Più vicino di prima, ma neppure vagamente in vista del traguardo.
Dubito che ci arriverò mai del tutto, a quella condizione di beatitudine e
Nirvana al di là del mondo nervoso della tecnologia, del consumismo della
distrazione, con la mente limpida come un ruscello di montagna. Non esiste
una linea del traguardo. Non si tratta di essere perfetti. In realtà,
autopunirsi perché non si è perfetti fa parte del problema. Perciò, accettare
il punto in cui sono arrivato (migliore di prima ma ancora imperfetto) è un
compito perenne, ma anche estremamente gratificante.
Sapere cosa ci fa male rende molto più facile proteggersi.
Lo stesso vale per cibi e bevande. Se sapete che le barrette di cioccolato e
la Coca-Cola vi fanno male, non significa che non dovete mai nemmeno
assaggiarli. Ma forse significa che potreste doverne consumare di meno, e
magari, quando lo fate, goderveli di più, perché quelli diventano momenti
speciali.
Perciò, invece di guardare la televisione per cinque ore di fila adesso
cerco di guardare un programma alla volta.
Invece di passare un intero pomeriggio sui social, di tanto in tanto vi
trascorro una decina di minuti, annotando sempre l’ora segnata dal
computer quando mi collego, in modo da tenere traccia del trascorrere del
tempo. Ogni volta che posso cerco di essere gentile e compiere buone
azioni. Nulla di eroico, le solite cose: fare qualche donazione agli enti di
beneficenza, parlare con i senzatetto, aiutare le persone che hanno
problemi di salute mentale, cedere il posto in metropolitana. Piccoli atti di
microgentilezza. Non solo per non essere egoista, ma perché compiere
buone azioni ha un effetto terapeutico. Fa sentire bene. È una sorta di
repulisti psicologico. La bontà è la pulizia di primavera dell’anima. E forse
rende questo pianeta nervoso un po’ meno nervoso.
È un processo continuo. Mi sforzo di essere a mio agio con me stesso. Di
non avere l’impressione di dover lavorare, spendere o fare esercizio fisico
per accettare me stesso. Di non pensare che devo essere forte e
invulnerabile per essere un vero uomo. Di non credere di dovermi
preoccupare di quello che gli altri pensano di me. E anche quando mi sento
debole, anche quando vengo assalito da tutte le paure e i pensieri
indesiderati, da tutto quello spam mentale, mi sforzo di restare calmo. Mi
sforzo di non sforzarmi nemmeno. Mi sforzo di limitarmi ad accettare il
modo in cui sono fatto. Di accettare quello che provo. E allora riesco a
comprenderlo, e a cambiare la mia modalità di interazione con il mondo.
Il mondo è dentro di voi

Voi siete parte del pianeta. Ma allo stesso modo il pianeta è parte di voi. E
potete scegliere come reagire nei suoi riguardi. Potete modificare le parti
che interferiscono. Sì, in un certo senso è facile capire che il mondo
presenta sintomi simili a quelli di un individuo che soffre di un disturbo
d’ansia. Ma non esiste una sola versione del mondo, ce ne sono sette
miliardi. Lo scopo è trovare quella che si adatta di più a voi.
E ricordate.
Tutto ciò che di speciale hanno gli esseri umani, la capacità di amare,
l’arte, l’amicizia, le storie e tutto il resto, non è un prodotto della vita
moderna, è un prodotto dell’essere umani. E perciò, anche se non possiamo
districarci dallo stress frenetico e caduco della vita moderna, possiamo
porgere l’orecchio alla nostra essenza umana (o alla nostra anima, se
preferite chiamarla così) e ascoltare il silenzio tranquillo dell’essere. E
capire che non abbiamo bisogno di distrarci da noi stessi.
Tutto ciò di cui abbiamo bisogno è già lì. Tutto ciò che già siamo è
sufficiente. Non abbiamo bisogno di una barca più grossa per affrontare gli
squali invisibili che ci circondano. Siamo noi la barca più grossa. Come dice
Emily Dickinson, «è più vasto del cielo il cervello»50. E nel diventare
consapevoli dei sentimenti suscitati in noi dalla vita moderna, nel
riconoscere questa realtà e nel mantenere una mente abbastanza aperta da
essere capaci di cambiare quando un cambiamento è salutare, possiamo
interagire con questo splendido mondo senza aver paura che ci rubi quello
che siamo davvero.
Inizio

Guardo l’orologio del computer.


Ho preso l’abitudine di farlo per tener traccia della quantità di tempo che
passo a fissare lo schermo. Il solo fatto di saperlo ti spinge a trascorrerne di
meno. Immagino che sia questa la chiave: essere consapevoli.
Un’altra consapevolezza. Sono consapevole del cane, che in questo
momento è accucciato accanto ai miei piedi.
E sono anche consapevole del panorama.
Il sole brilla fuori dalla mia finestra. Vedo il mare in lontananza. Una
centrale eolica al largo, stagliata contro l’orizzonte, linee sottili di speranza.
Un reticolo di cavi telefonici divide la scena, come righe su un quadro
astratto. Tetti e ciminiere puntano verso un cielo che osserviamo di rado.
Guardo il mare, e mi calma. Sto cercando di sintonizzarmi su ciò che in
questo mondo ci fa sentire bene. È così che possiamo vivere nel presente. È
così che ogni singolo istante si trasforma in un inizio. Bisogna essere
consapevoli. Disfarsi di quello che non ci serve per capire di cosa il nostro io
ha davvero bisogno. E a partire da questa consapevolezza possiamo trovare
un modo per mantenerci fedeli a noi stessi e continuare ad amare il mondo.
È questa l’idea. È difficile. Tremendamente difficile. Ma è anche meglio della
disperazione. E se evitiamo che diventi un nuovo motivo per convincersi di
aver fallito, se accettiamo il nostro caos, le manchevolezze e gli insuccessi
come un fatto naturale, allora diventa molto più facile.
Più tardi andrò in un centro commerciale. Non mi piacciono i centri
commerciali, ma non ho più attacchi di panico quando ci vado. La chiave
per sopravvivere ai centri commerciali, ai supermercati, ai commenti
negativi in rete o a qualunque altra cosa non è ignorarli, o sfuggirli, o
combatterli, ma accettare la loro esistenza. Accettare di non avere alcun
controllo su di loro, ma solo su noi stessi.
«Perché dopotutto» ha scritto il poeta Henry Wadsworth Longfellow, «la
cosa migliore da fare quando piove è lasciar piovere». Sì. Lasciar piovere.
Lasciare che il pianeta sia quello che è. Non abbiamo scelta. Ma anche,
essere consapevoli dei nostri sentimenti, buoni e cattivi. Sapere cosa
funziona per noi e accettare ciò che invece non funziona. Una volta
compreso che la pioggia è pioggia, e non la fine del mondo, tutto diventa
più facile.
Ma in questo momento non sta piovendo.
E perciò, un attimo dopo aver terminato questa pagina, salverò il
documento, spegnerò il computer e uscirò di casa.
Fuori, all’aria aperta, sotto il sole.
Nella vita.
Persone che vorrei ringraziare

Vorrei ringraziare tutte le persone che ho conosciuto negli ultimi anni,


nella vita reale o in rete, e che hanno trovato il coraggio di parlare della
propria salute mentale. Più ne parliamo, più incoraggiamo altri a fare lo
stesso.
Sebbene i libri abbiano stupidamente un solo nome in copertina, di solito
sono il risultato di un lavoro di squadra, e questo più di tanti altri. In primo
luogo ho un infinito ed eterno debito di gratitudine nei riguardi della mia
splendida, affettuosa, impavida e instancabile agente, Clare Conville, e di
tutti i suoi collaboratori presso C+W e Curtis Brown.
Devo anche ringraziare la mia stupenda e pazientissima editor, Francis
Bickmore di Canongate, e tutti gli altri intelligenti lettori delle prime
stesure, tra cui i miei due straordinari editori d’oltreoceano, Patrick Nolan
di Penguin Random House negli Stati Uniti e Kate Cassaday di HarperCollins
Canada. Inoltre, questo libro non sarebbe potuto arrivare alla pubblicazione
senza gli occhi acuti di Alison Rae, Megan Reid, Leila Cruickshank, Jo
Dingley, Lorraine McCann, Jenny Fry e del gran capo di Canongate, Jamie
Byng. Grazie anche a Pete Adlington per la sua spettacolare copertina, e a
tutta la squadra di Canongate, che ha lavorato con grande impegno sia su
questo sia sugli altri miei libri; in particolare grazie ad Andrea Joyce,
Caroline Clarke, Jess Neale, Neal Price, Alice Shortland, Lucy Zhou e Vicki
Watson.
Grazie a tutti gli amici sui social network che mi hanno dato il permesso
di citarli.
E, naturalmente, grazie ad Andrea per essere stata la mia prima e più
onesta lettrice, e per la sua capacità di rendere meno snervante la vita su
questo pianeta nervoso. E tante scuse a Pearl e a Lucas, perché per ironia
della sorte a causa di questo libro ho trascorso più tempo del solito con gli
occhi fissi sullo schermo del portatile.
Infine, grazie a voi per aver scelto proprio questo libro tra le schiere
infinite di altri libri là fuori. Significa molto per me.
NOTA SULL’AUTORE

Di Matt Haig (Sheffield, 1975) le Edizioni E/O hanno


pubblicato nel 2018 Come fermare il tempo. Autore prolifico e
versatile, è apprezzato in tutto il mondo per la narrativa per
adulti e per l’infanzia, nonché per le sue opere di saggistica.
NOTE

1 «Su facce tirate prigioniere del tempo / per distrazione distratte dalla distrazione». T.S. Eliot,
Quattro quartetti, traduzione di Raffaele La Capria, Enrico Damiani Editore, Brescia 2013, pag. 29.
2 Fumio Sasaki, Fai spazio nella tua vita. Come trovare la felicità con l’arte dell’essenziale, traduzione di
Giuseppe Forzani, Rizzoli, Milano 2017, edizione digitale.
3 Matt Haig, Ragioni per continuare a vivere, traduzione di Elisa Banfi, Ponte alle Grazie, Milano 2015.
4 Søren Kierkegaard, Le grandi opere filosofiche e teologiche, traduzione e cura di Cornelio Fabro,
Bompiani, Milano 2013, pag. 439.
5 Michel de Montaigne, Saggi, a cura di Fausta Garavini e André Tournon, Bompiani, Milano 2012,
pag. 2043.
6 Alan W. Watts, Il libro sui tabù che ci vietano la conoscenza di ciò che veramente siamo, traduzione di
Fabrizio Pregadio, Ubaldini, Roma 1976, pag. 53.
7 Ray Kurzweil, La singolarità è vicina, traduzione di Virginio B. Sala, Apogeo Education, Milano 2014.
8 “In case you missed it”, ovvero, “nel caso te lo fossi perso”, acronimo usato sui social per
ricordare e ribadire una notizia, un concetto, ecc.
9 Sherry Turkle, Insieme ma soli. Perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri,
traduzione di Susanna Bourlot e Lorenzo Lilli, Codice edizioni, Torino 2012.
10 Un bot è un programma che accede alla rete attraverso lo stesso tipo di canali utilizzati dagli
utenti umani. Un Twitter bot è un bot che controlla un account Twitter.
11 Emily Dickinson, F624, traduzione di Silvio Raffo, in Tutte le poesie, a cura di Marisa Bulgheroni e
Massimo Bacigalupo, Mondadori, Milano 2004, pag. 705.
12 William Shakespeare, Amleto, Atto II, Scena II, traduzione di Nemi d’Agostino, Garzanti, Milano
2016.
13 Nora Ephron, Non mi ricordo niente, traduzione di Katia Bagnoli, De Agostini, Novara 2011, pag.
148.
14 Bronnie Ware, Vorrei averlo fatto: i cinque rimpianti più grandi di chi è alla fine della vita, traduzione di
Katia Prando, Mylife, Coriano di Rimini 2012.
15 Samuel Pepys, Diario di un peccatore, traduzione di Milli Dandolo, Club degli Editori, Milano 1972,
pag. 91.
16 Lev Nikolaevič Tolstoj, Il regno di Dio è in voi, traduzione di Sofia Behr, Publiprint – Manca
Editrice, Trento 1988, pag. 358.
17 James H. Schmitz, La seconda notte d’estate, traduzione di Vittorio Curtoni, in Astronavi & avventure,
Urania 1402, Mondadori, Milano 2000.
18 William Gibson, Neuromante, traduzione di Giampaolo Cossato e Sandro Sandrelli, Mondadori,
Milano 2003.
19 Carl Sagan, Cosmo, traduzione di Tullio Chersi, Mondadori, Milano 1981, pag. 339.
20 Kurt Vonnegut, Madre notte, traduzione di Luigi Ballerini, Feltrinelli, Milano 2009, pag. 5.
21 Naomi Klein, Shock economy: l’ascesa del capitalismo dei disastri, traduzione di Ilaria Katerinov,
Rizzoli, Milano 2012.
22 Naomi Klein, Shock politics: l’incubo Trump e il futuro della democrazia, traduzione di Giancarlo
Carlotti, Feltrinelli, Milano 2017, pag. 15.
23 Citato in Benjamin Hoff, Il Tao di Winnie Puh, traduzione di Eva Kampmann, Ugo Guanda Editore,
Parma 1993, pag. 35.
24 Il riferimento è al verso di Emily Dickinson: «È la speranza una creatura alata», F254, traduzione
di Silvio Raffo, in Tutte le poesie, op. cit., pag. 267.
25 Jiddu Krishnamurti, Libertà dal conosciuto, traduzione di Anna Guaita, Ubaldini, Roma 1973, pag.
39.
26 T.S. Eliot, La terra desolata, traduzione di Alessandro Serpieri, Rizzoli, Milano 2017, pag. 133.
27 Carl Gustav Jung, Gli archetipi dell’inconscio collettivo in L’analisi dei sogni; Gli archetipi dell’inconscio
collettivo; La sincronicità, traduzioni di Lucia Personeni, Silvano Daniele, Elena Schanzer e Antonio
Vitolo, Bollati Boringhieri, Torino 2011, pag. 129.
28 Il riferimento è ai primi versi di Se, di Rudyard Kipling, cura e traduzione di Tommaso Pisanti,
Newton Compton, Roma, edizione digitale 2012.
29 Ray Bradbury, Addio all’estate, traduzione di Giuseppe Lippi, Mondadori, Milano 2008, pag. 123.
30 Ibidem.
31 C.S. Lewis, Il problema della sofferenza, traduzione di Luciana Vigone, Morcelliana, Brescia 1957,
pag. 162.
32 James Baldwin, Nessuno sa il mio nome, traduzione di Giancarlo Cella e Vittorio Di Giuro,
Feltrinelli, Milano 1965, pag. 119.
33 Jean-Paul Sartre, La nausea, traduzione di Bruno Fonzi, Einaudi, Torino 2014, pagg. 22-23.
34 Lev Nikolaevič Tolstoj, Anna Karenina, traduzione di Leone Ginzburg, Einaudi, Torino 2014, pag.
745.
35 Yuval Noah Harari, Sapiens. Da animali a dèi: breve storia dell’umanità, traduzione di Giuseppe
Bernardi, Bompiani, Milano 2014, edizione digitale.
36 Bertrand Russell, Elogio dell’ozio, traduzione di Elisa Marpicati, Longanesi, Milano 2007, edizione
digitale 2014, capitolo I.
37 Bertrand Russell, La conquista della felicità, traduzione di Giuliana Pozzo Galeazzi, TEA, Milano
2009, pag. 64.
38 Yuval Noah Harari, Sapiens. Da animali a dèi: breve storia dell’umanità, op. cit.
39 Yuval Noah Harari, Homo deus: breve storia del futuro, traduzione di Marco Piani, Bompiani, Milano
2017.
40 John Gray, Cani di paglia: la vera natura dell’uomo messa a nudo dal pensiero filosofico, traduzione di
Stefania Coluccia e Marcello Monaldi, Ponte alle Grazie, Milano 2017.
41 C.S. Lewis, Il cristianesimo così com’è, traduzione di Franco Salvatorelli, Adelphi, Milano 2011,
edizione digitale 2016.
42 Ivi.
43 Scout Finch e Pip sono i protagonisti, rispettivamente, del Buio oltre la siepe e di Grandi speranze.
44 Thích Nhât Hanh, La scintilla del risveglio: lo zen e l’arte del potere, traduzione di Diana Petech,
prefazione di Pritam Singh, Mondadori, Milano 2010, pag.74.
45 Carl Sagan, Cosmo, op. cit., pag. 233.
46 Aldous Huxley, Il tempo si deve fermare, traduzione di Edoardo Bizzarri, Baldini & Castoldi, Milano
2001, pag. 82.
47 Dave Eggers, Erano solo ragazzi in cammino: autobiografia di Valentino Achak Deng, traduzione di
Giuseppe Strazzeri, Mondadori, Milano 2008, pag. 397.
48 George Gordon Byron, Don Giovanni, traduzione di Simone Saglia, Zanetto, Brescia 1997, pag. 23.
49 Virginia Woolf, Diario di una scrittrice, traduzione di Giuliana De Carlo, Mondadori, Milano 1980,
pag. 280.
50 Emily Dickinson, F632, traduzione di Silvio Raffo, in Tutte le poesie, op. cit., pag. 717.

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