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UNIVERSALE

o
C ORR l ERE DEL LA SERA
STORIA UNIVERSALE
Volume9

© 2004, RCS Quotidiani Spa, Milano


Edizione speciale per il Corriere della Sera
pubblicata su licenza della Gius. Laterza & Figli Spa, Roma-Bari

Cyril Mango
La civiltà bizantina
Titolo d�li'edizione originale Byzantium. The Empire ofNew Rome
·

©1900, '\�rril Mango


© 1191, ()ius. Laterza & Figli Spa, Roma-Bari, per l'edizione italiana,
curata da Paolo Cesaretti

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Art: Marco Pennisi & C.
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Le Grandi Opere del Corriere della Sera


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Sede Legale: Via Rizzoli2- Milano

Finito di stampare: settembre 2004


ISSN 1824-4580
Nuovo Istituto Italiano d'Arti Grafiche Spa - Bergamo

Tutti i diritti di copyright sono riservati


LA CIVILTÀ
BIZANTINA

CYRIL MANGO
LA CIVILTÀ BIZANTINA
PRESENTAZIONE

di CARLO BERTELLI

Per ragioni difensive, l'impero romano si era dato varie capita­


li: Milano, Treviri, Sirmium. Ma erano, per così dire, capitali d 'e­
mergen za. Con Bisanziofu diverso. Facendo di questa antica città
sul Bosforo una nuova residenza imperiale, Costantino volle che
fosse una vera Roma Secunda, una vera capitale con il foro, le
basiliche e le statue, il circo e il palazzo imperiale, un senato. Alla
colonna eretta in suo onore altre se ne sarebbero aggiunte, che per
secoli avrebbero definito il profilo romano della città così come oggi
ne segnano quello islamico i numerosi minareti. Rum: per i con­
quistatori turchi la città era ancora l'impero dei Romani.
Concepire le due città come una sola doveva apparire non me­
no problematico che accettare le definizioni della Trinità, o delle due
nature di Cristo. Finché Teodorico inviò a Costantinopoli le inse­
gne imperiali e si ebbe così una sola capitale, un solo impero, che
continuò a dirsi romano. I dissensi teologici, invece, si fecero sem­
pre più acuti. Giustiniano cercò di sedarli per sempre, d 'autorità, e
il credo niceno entrò nel codice delle leggi dello Stato. Il dissenso con­
tinuò a manifestarsi per tutti i secoli della storia bizantina, ali­
mentato dalla rete dei monasteri, protetto dove l 'impero non aveva
più potere, pronto a mescolarsi al disagio sociale, nel Trecento, con
il misticismo degli hesychastoi. I monasteri sopravvissero all'im­
pero. Un monastero come Chilandari, sul Monte Athos, mantenne
viva la tradizione della santa regalità dei Serbi. E fu così che Bi­
sanzio continu ò dopo Bisanzio. Bisanzio, non Roma.
Tuttavia ha avuto pienamente ragione l'esperto conoscitore del
mondo bizantino, Cyril Mango, a dare alla sua ricchissima sinte­
si il titolo ancipite: Byzantium. The Empire of New Rome.
Come lo stesso autore o sserva, mancò agli uomini di Bisanzio,
ai vari livelli, una chiara percezione del passato. La dimostrazio­
ne di questa a sserzione si trova nelle grandi come nelle piccole cose.
Dai titoli dei funzionari del Palazzo, che spesso rimasero latini o
appena grecizzati, all'uso, per esempio, di non indicare l'anno nel­
le iscrizioni tombali, come se la memoria non dovesse durare un
tempo più lungo del ricordo dei viventi. Persino il crollo del 1453
non fu percepito come l'atto definitivo. Fiorirono le profezie sul ri­
torno dell'imperatore e del clero in Santa Sofia.
Era l 'impero cristiano. Si confrontava con l 'eternità. La sua
dottrina religiosa era stata fissata nei concili, a partire da quello di
Nicea del 32 5.
Si trattava di concetti astru si per i più. Ma la dottrina divenne
parte della vita quotidiana, dove si esplicò in gesti rituali più con­
vincenti di qualunque dimostrazione o disputa teologica. E così le
due candele allusero alla duplice natura del Cristo, e tre alla con­
sustanzialità ed uguaglianza tra le persone della Trinità. Le me­
tafore si facevano realtà nell'esercizio.
L'inesplicabilità dei dogmi, tuttavia, affascinava. Uno degli in­
ni in onore della Vergine, che è tuttora intonato nelle chiese orto­
dosse, si apre pieno di stupore: «Noi vediamo tanti orato'ri muti co­
me pesci davanti a Te, Madre di Dio, poiché non riescono a spie­
garsi come Tu sia rimasta vergine e tuttavia capace di dare vita a
un nato. Ma noi, ammirati di tanto mistero , con fede gridiamo al­
to. . . ».
Nel timore di un fraintendimento, nel 692 il concilio detto «in
Trullo », o anche Quinisesto, vietò la rappresentazione del Cristo
sotto forma di agnello e richiese che fosse ra ffigurato come una per­
sona vera. Dietro gli altari, si dipinge ancora oggi il piccolo Gesù
nel calice eucaristico, ma l'immagine ha conservato il nome di
«agnello» divino.
Vi fu però un momento, nella lunga storia di Bisanzio, in cui
le distinzioni teologiche furono così nette da non essere comprese più
soltanto dai dotti e divenn ero chiare per tutti: e questo avvenne gra­
zie all'interdizione del culto, all'espo sizione e alla produzione delle
zmmagznz sacre.
Il decreto contro le icone, nel 730, non era stato il risultato di
un concilio. Fu l'iniziativa diretta del potere politico, di Leone III.
Il patriarca vi si oppose e fu deposto. Il nuovo patriarca , Niceforo,
era un laico. Agì con prudenza, ma scontentò l'imperatore e fu an­
eh 'egli deposto. Il patriarca Tarasio, che promosse il concilio del
787, che doveva sancire la nuova teologia dell'immagine, fu scelto
dall'imperatrice tra i laici. Ma prima di indire il concilio fu neces­
sario che la sovrana si dimostrasse vittoriosa contro gli Slavi e ri­
prendesse l'offensiva contro gli Arabi. Le icone- pensavano gli ico­
noclasti - contraddicevano la legge biblica, e non era per questa
violazione che l'impero era ora assediato dai nemici?
Dal punto di vista teologico, la questione era se fosse possibile
definire, ovvero circoscrivere, l'infinito che è il divino. Non si pote­
va produrre un 'immagine del Cristo senza cadere nella contraddi­
zione di attribuirgli una sola natura divina o una sola umana. In
termini giuridici, il divieto era già nella Bibbia. O le immagini era­
no forme senza anima oppure, se l'avessero avuta, sarebbe stata
diabolica. Il timore dell'idolatria poteva essere giustificato dall'as­
sedio di popolazioni pagane nell'attuale Bulgaria e la presenza di
pagani tra gli Slavi insediati nel Peleponneso e in Tracia. Oppure
dal con fronto con il nuovo, vittorioso e aniconico, mondo arabo.
Dentro le frontiere, l'editto imperiale che proibiva il culto, l'e­
sposizione e la con fezione delle icone, scuoteva sentimenti profondi,
una fiducia forse pre-cristiana, ma che era divenuta un ponte si­
curo fra l'uomo e il divino. Del resto, lo stesso concilio del692 ave­
va posto efficacemente le icone in un rapporto diretto con la realtà
spirituale e teologica.
Il divieto invadeva i focolari domestici, dove incontrava l'oppo­
sizione, soprattutto, delle donne. Tanto più perché la rigidità teolo­
gica del divieto coincideva con un intollerante moralismo che limi­
tava l'autonomia delle donne.
Per due volte, a Bisanzio, il culto delle icone tornò ad essere au­
torizzato e incoraggiato. Tutte e due le volte sedeva sul trono impe­
riale una donna. L'imperatrice !rene, la prima a restituire il culto,
aveva rischiato quando suo marito, Leone Iv, aveva scoperto che
nascondeva le icone nel suo stesso cubicolo.
Le giuste osservazioni di chi ordina in un quadro interpretati­
va la complessa civiltà bizantina - come riesce mirabilmente a
Man go, con una stupefacente dovizia di documenti conosciuti di­
rettamente - si chiariscono se, come da tempo fanno gli storici, si
divide in fasi il tempo della lunga durata dell'impero.
La prima fase, dal IV al V secolo, è quella che ha impresso alla
civiltà bizantina i suoi caratteri indelebili. È l'età dell'elaborazione
teologica, dell'organizzazione della Chiesa, dei contrasti tra le di­
verse dottrine, e quindi dei concili, del consolidamento della teoria
dell'impero cristiano, in uno sforzo enorme di superare la tradizio­
ne e il pensiero ellenistici al confronto con l 'acquisizione della vi­
sione semitica introdotta dai due Testamenti.
Non a caso il libro di Man go si organizza su tre temi di fondo:
la società, la visione del mondo, l'eredità di Bisanzio.
Il millennio bizantino- è la tesi di Mango- non è l'elaborazione
delpassato ellenistico, bensì l 'uscita verso il Medioevo condizionata
da quella rottura col passato che era stata elaborata nella primissi­
mafase dell'impero cristiano. Cade così un 'affermazione che è stata
cara alla storiograjia del XX secolo, la quale ha associato Bisanzio
a un supposto «ellenismo perenne». Quell'ellenismo morì con la mor­
te delle città, quando, tra il IV e il V secolo, con le invasioni si ruppe
la rete delle città che era stata la base della civiltà ellenistica.
In seguito, i monasteri non ebbero una funzione educativa ver­
so la comunità, la scuola di palazzo ebbe funzione tecnica e non fu
fucina di poeti. Eppure il numero di quanti erano in grado di leg­
gere e scrivere non aveva confronti con il difuso f analfabetismo del­
l'Occidente. E l'impero funzionò con una burocrazia numerica­
mente limitata, ma vigile sulle deleghe ai privati. Ovviamente le
concessioni divennero pericolose per lo Stato quando se ne appro­
priarono Genovesi, Veneziani o Catalani.
Le basi poste nella fase di fondazione ebbero una notevole soli­
dità, malgrado le prove cui furono sottoposte. La peste bubbonica
comparve nel 5 4l e durò fino al 747. Le città superstiti si chia­
marono kastra, perché erano castelli piuttosto che centri di vita ur­
bana. Costantinopoli stessa fu minacciata: da gli Avari e dai Per­
siani nel626, dagli Arabi nel678 e nel 718.
Ma il mare e le mura impedirono che la grande città fosse con­
quistata. Intanto l'esercito era stato riorganizzato. I temi difende­
vano le province, i themata erano invece unità mobili pronte al­
l'emergenza e capaci di muoversi all'offensiva. I soldati erano pa­
gati in moneta, ma nei temi ricevevano anche pezzi di terra. Era
un esercito di contadini, ma anche un numero rilevante di gente
che faceva circolare le monete, anche i piccoli nomismata inven­
tati per i rapporti minuti. Il sistema non impediva le ribellioni, che
erano anch'esse nella tradizione romana.
Fu intorno al 780 che si apri una fase nuova, dalla quale l'im­
pero uscì con piccole annessioni in Tracia, premessa delle conqui­
ste future nei Balcani. Simbolo della ripresa di Bisanzio è la fon­
dazione, nel 783, di una grande chiesa, dedicata alla Santa Sa­
pienza (Aghia Sophia), a Salonicco, la seconda grande città del­
l'im pero, posta alla frontiera con il mondo degli Slavi e dei Bulga­
ri. E anche l'ultima chiesa di grandi dimensioni dell'architettura
bizantina.
Nonostante l'insorgenza dell'iconoclasmofra 1'815 e 1'843, l'im­
pero ha trovato la propria unità spirituale. La raccolta sistematica
di testi della Scrittura e della Patristica, a giustificazione del culto
delle immagini, ha stimolato la rilettura e la copiatura dei testi, la
formazione di monaci eruditi, come Teodoro Studita, di dotti pa­
triarchi, come Fazio. Nasce la scrittura minuscola, la quale non sol­
tanto è più rapida della capitale e occupa meno spazio, ma, so­
prattutto, contiene gli spiriti e gli accenti, e quindi rende leggibili i
testi antichi, che si basavano sulla quantità delle vocali e che era­
no scritti senza interruzioni tra le parole.
Su queste basi l'impero poté pro::.perare, raggiun gere il culmine
della potenza nel XII secolo, con la dinastia dei Comneni, assicu­
rarsi con il proselitismo una solidarietà ortodossa estesa dal lago di
Ocrida agli Urali.
Antemio di Tralle e Isidoro di Mileto sono i soli nomi legati ad
un'architettura bizantina, l'insuperata Santa Sofia di Costanti­
nopoli. In seguito gli architetti bizantini, rimasti senza nome, non
aspirarono alla monumentalità, alla quale i committenti preferiro­
no, dal IX secolo, una pianta invariata e di piccole dimensioni,
con una cupola maggiore tra quattro minori. Vifu anzi una ricer­
ca di grazia dovuta proprio alle piccole proporzioni. In pittura, i
soli nomi che possediamo sono dei maestri cuifurono affidate le mi­
niature del Menologio dell'imperatore Basilio II. I grandi mosaici­
sti di Hosios Lukas, Daphni, della Karie Cami a Istanbul non
hanno nome.
Moltissimo è andato perduto. Quanto rimane, per esempio il
mosaico pavimentate d'un peristilio del Grande Palazzo di Co­
stantinopoli, è così ricco di reminiscenze classiche da lasciare anco­
ra aperto il dibattito sulla sua datazione. L'arte figurativa bizan­
tina trovò un insuperato equilibrio fra un 'urgenza spirituale
profonda e la necessità di non allontanarsi da una rappresenta­
zione comprensibile della realtà. Per questa seconda esigenza seppe
tradurre in schemi tendenzialmente astratti i modi del naturalismo
antico, in parte conservandolo, così come i copisti bizantini ci han­
no conservato i testi dei poeti e dei filosofi dell'antichità. Per questo
suo successo l'arte bizantina s'impose all'Occidente come il model­
lo attraverso cui risalire all'antichità perduta.
INDICE DEL VOLUME

Introduzione 3

PARTE PRIMA ASPETTI DI VITA BIZANTINA

I. Popoli e lingue 17
Geografia politica -Invasioni e migrazioni - L'ellenizza-
zione-L'idea di <<romanitas>>

II. Società ed economia 43


L'imperatore- La <<militia>>- La nobiltà- La Chiesa-Ric-
chi e poveri- La classe media- Il sistema fiscale-Le rifor-
me dopo il IX secolo- L'evoluzione della società-Primi
sintomi di <<feudalizzazione>> -Rinascita dell'economia ur-
bana-L'XI secolo

III. Scomparsa e rinascita delle città 87


L'aspetto delle città- La vita nelle città- Segnali di crisi -
I dati archeologici - Costantinopoli - Crisi e decadenza
della capitale-Ripresa dello sviluppo urbano

N. I dissenzienti 128
Ortodossia ed eresia-I pagani -Gli ebrei- Le sette ereti-
che-I monofisiti - I barbari - Gli iconoclasti - I paulicia-
ni- Le ragioni del dissenso

v. Il monachesimo 155
Diffusione del fenomeno-Monachesimo eremitico e mo-
nachesimo cenobitico -I rapporti con la Chiesa istituzio-
nale - Forme di vita monastica - Il monachesimo a Co­
stantinopoli-V e VI secolo- La resistenza all'iconoclastia
-Le proprietà monastiche-Due esempi di vita monastica:
Machairas e san Neofito

VI. L'istruzione 1 83
I tre gradi del sistema educativo-L'Università di Costan­
tinopoli- La posizione della Chiesa-Il declino del VII se­
colo-La rinascita degli studi-Il X secolo-Gli eruditi del­
l'XI secolo-La Scuola Patriarcale

PARTE SECONDA IL MONDO CONCETTUALE


DI BISANZIO

VII. Il mondo invisibile del bene e del male 219


L'immaginario cristiano-Il culto degli angeli-Il culto dei
santi- I demoni-La lotta tra bene e male

VIII. L'universo fisico 243


La narrazione del Genesi -Tentativi di spiegazione scien­
tifica- L'interpretazione di san Basilio -L'esegesi della
Scuola di Antiochia- L'opinione del popolo

IX. Gli abitanti della terra 258


Le specie animali - Le razze umane - Conoscenze etno­
grafiche ed interpretazione religiosa - La diffusione del
Cristianesimo -Pagani e cristiani

x. Il passato dell'umanità 274


Il sistema delle indizioni - Altri sistemi di datazione -
L' <<annus mun di>> -Calcoli cronologici - La cronaca uni­
versale

XI. Il futuro dell'umanità 290


L'Apocalisse - L'avvento dell'Anticristo - Il ruolo di Co­
stantinopoli-L'interpretazione degli eventi contempora­
nei-Le Apocalissi provinciali-La venuta degli Arabi-Co­
stantinopoli come nuova Gerusalemme -Altre profezie -
Il Secondo Avvento
XII. La vita ideale 314
Regole per la vita in società- L'autorità dell'imperatore­
Magistrati, funzionari, membri del clero -Gli strati infe­
riori della società-Cristianesimo e rapporti sociali-I mo­
naci -Il codice morale-Il matrimonio -La vita urbana

PARTE TERZA L'EREDITÀ

XIII. La letteratura 335


La letteratura greca bizantina-Lingua dei classici e lingua
parlata-Il greco <<ecclesiastico>> -Lettori e libri - Lo stile
-La storiografia: Procopio di Cesarea e Michele Psello -
L'agiografia: le Vite dei Santi-La letteratura in vernacolo:
i <<romances>> cavallereschi-La conservazione dei classici

XIV. L'arte e l'architettura 367


Problemi di interpretazione - L'arte cristiana -Cambia­
menti di stile -Lo stile bizantino- Lo stile <<iconico>> -Il
naturalismo ellenico-L'arte nel periodo iconoclasta-Dal
IX al XII secolo-Il rapporto con l'arte classica- La rina­
scenza macedone-Evoluzione dell'arte bizantina -La ri­
nascenza paleologa-Considerazioni conclusive

A P PA R ATI

Bibliografia 407

Cronologia 437

Indice analitico 445

Referenzefotografiche 453
LA CIVILTÀ BIZANTINA
INTRODUZIONE

Stando alle definizioni della maggioranza degli storici,


l'impero bizantino sarebbe nato con la fondazione della
città di Costantinopoli o Nuova Roma nel324 d.C. e sarebbe
finito con la resa della medesima città ai Turchi Ottomani
nell 453. Nel corso di questi undici secoli l'impero bizanti­
no conobbe profonde trasformazioni; di qui l'uso di divide­
re la storia bizantina in almeno tre unità principali - il primo
periodo bizantino cui succedono il medio e il tardo periodo.
Può rientrare nella prima unità l'epoca che giunge sino alla
metà del settimo secolo e cioè sino all'insorgenza dell 'Islam
e alla definitiva installazione degli Arabi lungo le coste orien­
tali e meridionali del Mediterraneo; il medio periodo può
giungere sino all'occupazione turca dell'Asia Minore (in­
torno al 1 070) oppure - con minor fondamento - sino alla
presa di Costantinopoli da parte dei Crociati ( 1 204) ; il tardo
periodo, da una qualunque di queste date sino al 1 453.
Per quanto arbitraria possa apparire, ci sono buone ra­
gioni per mantenere tale definizione. Quanto poi all 'ag­
gettivo 'bizantino' , potrebbero sollevarsi serie obiezioni,
come spesso è accaduto, in merito alla questione se sia pa­
rola adeguata o meno. Comunque sia, alla lunga questo
termine si è imposto, e sarebbe pedante rifiutarlo fin tan­
to che comprendiamo che si tratta semplicemente di una
comoda etichetta. Nel mondo reale non è certamente mai
esistita alcuna entità detta ' impero bizantino ' . Ciò che esi­
steva era uno Stato romano che aveva il suo centro a Co­
stantinopoli. I suoi abitanti si definivano Rhomaioi o sem-
CORSICA@,
.�ARDEGNA

Estensione territoriale dell'Impero


prima delle conquiste giustinianee

Fig. l. L 'impero bizantino sotto Giustiniano l.


Arabi
Lakhmidi
plicemente Cristiani; e chiamavano RJwmania il loro pae­
se. Ci si poteva definire un Byzantios solo se si era nati a Co­
stantinopoli e non se si proveniva da qualsiasi altra regio­
ne dell ' Impero. Per gli europei d' Occidente la parola ' ro­
mano' aveva una connotazione completamente diversa;
pertanto identificavano i 'bizantini' come Graeci. Affine il
termine impiegato dagli Slavi ( Greki) , laddove per Arabi e
Turchi essi erano Rum, vale a dire 'romani'. L'impiego del
termine Byzantinus quale designazione dell'Impero e dei
suoi abitanti non si impose fino al Rinascimento. Nessun
tentativo di sostituirlo con goffi equivalenti del tipo ' ro­
mano-orientale ' o 'cristiano-orientale' ha incontrato il
consenso generale.
Guardando la storia bizantina in modo cursorio e da lun­
gi - qui non possiamo fare altrimenti - dobbiamo dire che
il primo periodo bizantino è senz'altro il più importante
dei tre che abbiamo indicato. Quel periodo appartiene an­
cora all'antichità, di cui forma l'ultima propaggine in am­
bito mediterraneo. Certo, l'impero romano aveva progres­
sivamente perduto le sue province settentrionali, ma conti­
nuava ad estendersi da Gibilterra sino alle acque dell'Eu­
frate, oltre le quali lo fronteggiava il suo nemico tradizio­
nale: la Persia dei Sassanidi. La base politica che sottostava
al periodo in questione era costituita dal confronto/ equili­
brio tra queste due grandi potenze. Al di fuori di Roma e
della Persia, con pochi stati minori alle loro rispettive peri­
ferie, non c'erano che le fluttuazioni di un oceano di po­
polazioni barbariche.
Non fu solo in termini di estensione geografica e di po­
tere politico che lo Stato bizantino del primo periodo si
mostrò incomparabilmente maggiore che nel medio o nel
tardo periodo. Il discorso vale anche per i suoi esiti cultu­
rali. Seppe integrare il Cristianesimo all'interno della tra­
dizione greco-romana; definì il dogma cristiano e stabilì le
strutture della vita cristiana; creò una letteratura e un'arte
cristiana. In tutta la panoplia bizantina non c'è quasi isti-
tuzione o idea che non abbia le sue origini nel primo pe­
riodo.
Non è facile sovrastimare la catastrofica frattura awenuta
nel settimo secolo. Chi leggesse la narrazione di come gli
eventi si succedettero non mancherebbe di essere colpito
dalle calamità che afflissero l 'Impero: dall'invasione persia­
na subito a inizio secolo sino all'espansione araba una tren­
tina di anni dopo, fu una serie di rovesci che privarono l ' Im­
pero di alcune delle sue province più prospere (Siria, Pale­
stina, Egitto, poi il Nord Mrica) riducendo lo a meno di metà
di ciò che era prima, sia per estensione sia per numero di abi­
tanti. Ma la lettura delle fonti di narrazione storica non dà
che una pallida idea della profonda trasformazione che si ac­
compagnò a questi eventi. Per comprendere le dimensioni
del crollo bisogna considerare l'evidenza archeologica pro­
veniente da numerosi si ti. Per l'area bizantina quel crollo se­
gnò la fine di un modo di vita - la civiltà urbana del mondo
antico - e l 'inizio di un mondo assai diverso, decisamente
medievale. In un certo senso la catastrofe del settimo secolo
è dunque l'episodio centrale della storia bizantina. Come
nell'Europa d' Occidente tutto il Medioevo fu dominato dal­
l'ombra della Roma imperiale, così il miraggio dell'impero
cristiano di Costantino, Teodosio e Giustiniano rimase per
Bisanzio un ideale da perseguire ma giammai realizzato. So­
no questi fatti a spiegare in massima parte la natura retro­
spettiva della civiltà bizantina.
Se il primo periodo bizantino può interpretarsi quale
equilibrio tra due grandi potenze, il medio periodo può ap­
parentarsi a un triangolo con un lato maggiore (l'Islam) e
due lati minori (rispettivamente Bisanzio e l 'Europa occi­
dentale) . Il mondo islamico assorbì l 'eredità sia di Roma sia
della Persia e unendo in un solo grande ' mercato comune'
l'area che si estendeva dalla Spagna ai confini dell'India
seppe produrre una civiltà urbana d'inconsueta vitalità.
Quanto allo Stato bizantino, ancorché escluso dalle princi­
pali vie del commercio internazionale e costantemente ves-
sato dai suoi nemici, seppe mostrare grande iniziativa e re­
cuperare parte del terreno perduto. Ma ora doveva guar­
dare altrove - non più verso le regioni ' classiche' ma verso
i barbari del Nord e dell' Ovest: i Balcani, ora sede di Slavi
e altri nuovi inquilini; lo Stato cazaro, lungo la costa set­
tentrionale del Mar Nero; infine, ciò che nel corso del no­
no secolo divenne lo Stato russo. Si dischiudevano nuovi
scenari; l'influsso bizantino, che nell'attività missionaria
aveva la sua punta di diamante, poté irradiarsi fino alla Mo­
ravia e al Baltico. In una più ampia prospettiva storica può
ben dirsi che quest'ultimo sia stato il maggior contributo
del periodo medio bizantino.
Anche il periodo tardo può essere considerato come un
triangolo - ma un triangolo dalla diversa configurazione.
Sia il mondo bizantino sia il mondo arabo sono ora in di­
sarmo, laddove l'Europa occidentale è in ascesa. I princi­
pali sviluppi che diedero inizio a questa fase furono la per­
dita della maggior parte dell'Asia Minore, passata ai Turchi
Selgiuchidi, simultaneamente alla cessione dei traffici ma­
rittimi alle repubbliche marinare italiane. Per i cento anni
successivi Bisanzio riuscì ancora a mantenere la sua unità e
almeno parte del suo prestigio, ma a partire dalll 80 l' edi­
ficio cominciò a creparsi dappertutto. La frammentazione
che ne risultò - la presa di Costantinopoli da parte dei ca­
valieri della Quarta Crociata, lo stabilirsi dei principati lati­
ni nel Levante, la formazione di frammenti di Stati greci a
Trebisonda, a Nicea, in Epiro, il ricostituirsi di una pallida
somiglianza dell'Impero di Costantinopoli nel l 26 1 - dà vi­
ta a una storia fin troppo complessa e curiosa. Tuttavia, non
può dirsi che questo periodo della storia bizantina abbia un
significato universale; i centri principali del potere e della
civiltà si erano spostati altrove.
Tali, con quanta più sintesi è possibile , le fasi principali
della storia bizantina. Il soggetto della nostra indagine ha
pertanto una lunga estensione cronologica e un contesto
geografico sempre mutevole. Nel primo periodo abbiamo
' l
a che fare con pressoché tutto il bacino mediterrane6; nel
periodo medio l 'Occidente scompare dalla nostra prospet­
tiva, eccezion fatta per l 'Italia meridionale e la Sicilia, lad- ·

dove il principale nucleo d 'interesse è in Asia Minore e nei


Balcani; alla fine non ci resta che Costantinopoli e un con­
tinuo sparpagliarsi di terre sia in Asia Minore sia in Grecia.
Diversità di sito implica anche diversità di popolazione. Bi­
sogna sottolineare con vigore che non è mai esistita una
' nazione' bizantina. Questo tema sarà più distesamente
trattato nel primo capitolo, ma occorre segnalare sin dal
principio che qualunque tentativo di imporre le attuali ca­
tegorie di nazione al mondo bizantino non può che con­
durre a un fraintendimento dei fatti.
Un'ulteriore restrizione è da avanzarsi a questo punto.
La nostra conoscenza di ogni civiltà del passato si basa su
documenti, si tratti di documenti scritti o di monumenti.
Dove la documentazione scritta è copiosa, i monumenti
vengono relegati a una posizione di rincalzo; e dunque pos­
siamo studiare l'età vittoriana senza mai posare lo sguardo
sull'Albert Memoria! (e tuttavia, contenendoci così, possia­
mo perderne aspetti importanti ) . La documentazione mo­
numentale o archeologica si fa tanto più importante quan­
to più i documenti scritti risultano inadeguati. Da questo
punto di vista la posizione dell'impero bizantino è piutto­
sto speciale. A prima vista, la quantità di materiale scritto
che ci ha trasmesso risulta assai considerevole. Ma qual è la
natura di questo materiale?
Il primo fatto che colpisce l 'osservatore è la penuria di
materiale documentario o d'archivio. La sola parte dell'Im­
pero ove si è serbata una certa quantità di tale materiale è
l ' Egitto fino alla conquista araba - ma ci viene detto sovente
che l 'Egitto non era affatto una provincia rappresentativa,
che non valgono per altre aree dell'Impero le informazioni
sulla vita quotidiana che deduciamo dai papiri scoperti in
Egitto. Possediamo altresì una modesta quantità di papiri
connessi a Ravenna, che era parte dell' Impero ancor più
marginale . Per il resto non abbiamo che qualche archivio
monastico, per lo più attinente al Monte Athos o all'Italia
meridionale, più due o tre ascrivibili all'Asia Minore. Gli ar­
chivi in questione si limitano a questioni di godimento dei
suoli e non contengono materiali datati prima del decimo
secolo. E questo è tutto. I documenti del governo centrale ( e
va ricordato che l ' impero bizantino era l o Stato burocratico
per antonomasia), quelli dell'amministrazione provinciale,
della Chiesa, dei padroni delle terre, dei loro affittuari, dei
mercanti, dei negozianti - sono spariti, tutti. Il risultato è che
siamo senza cifre attendibili in merito all'entità della popo­
lazione, senza registri di nascite, matrimoni e decessi, senza
cifre sui commerci e sulle tasse - in pratica senza tutto ciò che
può essere oggetto di calcolo e valido ai fini statistici. Questo
significa che non può scriversi storia economica dell'impe­
ro bizantino provvista di un minimo di senso. Per il vero, vi
sono stati storici che hanno ceduto all'odierna passione per
l'economia e la statistica, cercando di applicare all'impero
bizantino i medesimi metodi impiegati con tanto successo
per altri periodi - solo per cadere sul medesimo ostacolo: la
mancanza di documentazione.
Il materiale scritto a nostra disposizione può essere ge­
nericamente chiamato materiale letterario, nel senso che si
è conservato in libri manoscritti. A contare solo i mano­
scritti in greco, nelle varie biblioteche ne sopravvivono cir­
ca cinquantamila; la metà circa sono di epoca medievale.
Un'ampia parte di questo materiale è liturgica, teologica,
devozionale e via dicendo, ma certo lo storico dell' impero
bizantino non può lamentarsi di non avere abbastanza testi
da leggere; al contrario, ne ha fin troppi.
Tuttavia questi testi hanno una qualità stranamente opa­
ca; e quanto maggiore l 'eleganza stilistica, tanto più opachi
diventano. Ciò non significa che le loro informazioni siano
scorrette; al contrario, storici e cronisti bizantini si rivelano
essere piuttosto veritieri. Ma essi ci rendono soltanto l ' in­
volucro esteriore degli avvenimenti pubblici, ed è senza
frutto che cerchiamo la soggiacente realtà della vita. Se ci
volgiamo all'epistolografia, genere assiduamente coltivato
lungo tutta l ' esistenza dell'Impero, restiamo ancor più de­
lusi: sono clichés eruditi quelli che ci vengono offerti, non
osservazioni personali. Solo raramente viene levato il sipa­
rio - e questo accade con autori di cultura relativamente
grezza. Ricadono in questa categoria alcune Vite di santi
sfuggite alla ' cura di bellezza' stilistica operata nel decimo
secolo da Simeone Metafraste; alcuni paterica, owero rac­
colte di aneddoti su monaci; qualche testo eterogeneo co­
me il cosiddetto Strategiean di Cecaumeno (undecimo seco­
lo). Per qualche istante ci troviamo dinanzi alla vita qual
era, in qualche villaggio della Galazia, nel deserto egiziano,
nelle terre di un gentiluomo della Grecia centrale. Ma dal
grande corpus della letteratura bizantina la realtà rimane
estraniata. Mi diffonderò maggiormente al proposito nel
capitolo tredicesimo.
Per lo storico della civiltà bizantina i limiti imposti dalla
natura del materiale scritto comportano notevoli implica­
zioni. Il solo modo di superare tali limiti consiste a mio av­
viso nello studio dei resti materiali: in altre parole nell'ar­
cheologia. Purtroppo ben poco è stato fatto finora in que­
sto campo. Certo, si è scavato in un buon numero di città
classiche delle province orientali; di esse, molte mostrano
di essere state abitate senza soluzione di continuità sino al­
l'inizio del settimo secolo. Pertanto, sebbene vi sia ancora
molto da apprendere, siamo piuttosto bene informati in
merito all'aspetto materiale della vita urbana nel corso del
primo periodo bizantino. Ma i siti in questione di solito evi­
denziano una frattura drammatica nel settimo secolo: tal­
volta essa assume forma di drastica riduzione, talvolta di
quasi abbandono. Ma che cosa accadde dopo? Per il perio­
do medio bizantino e per il periodo tardo le nostre cono­
scenze rimangono assai frammentarie. Il solo tipo di mo­
n umento che sia sopravvissuto in quantità considerevoli e
sia stato oggetto di studio sistematico è la chiesa. Comun-
que, la chiesa è stata studiata da storici dell'arte il cui ap­
proccio - ancorché indubbiamente importante per altri
storici dell 'arte - risulta di rado rilevante per lo storico del­
la civiltà. Possiamo trarre talune deduzioni interessanti an­
che dalle chiese , ma ciò che ci serve - e che difficilmente
potremo avere nel prossimo futuro - è l'investigazione si­
stematica di città e villaggi, castelli e fattorie, opere idrauli­
che e viarie nonché installazioni industriali nelle differenti
province dell'impero bizantino. Solo dopo aver fatto ciò
potremo parlare con qualche sicurezza del livello della ci­
viltà bizantina e della sua portata.
Questa grave lacuna non sempre è stata percepita; cer­
tamente non ha impedito a un buon numero di specialisti
di scrivere libri sulla civiltà di Bisanzio. C'è almeno una doz­
zina di libri di tal genere che merita di essere ricordata con
onore (vedi infra, Bibliografia) . Come era inevitabile, an­
che io ho dovuto in gran parte muovermi su terreni già oc­
cupati da miei predecessori, ma ho adottato una disposi­
zione della materia in qualche modo diversa dalla tradizio­
nale. Il mio libro è stato concepito come un trittico. Nella
prima 'tavola' ho delineato taluni aspetti della vita dei bi­
zantini - certamente non tutti i suoi aspetti significativi ma
soltanto quelli che a mio awiso hanno esercitato un influs­
so notevole sul 'prodotto' culturale bizantino. Data l 'enor­
me estensione della materia ho dovuto tralasciare molto
d'importante. Per esempio ho parlato poco della vita mili­
tare, nonostante che tutto il corso della storia bizantina sia
stato dominato dalle guerre. Né ho potuto dire molto del­
l 'economia bizantina e delle comunicazioni per via di terra
e di mare: due aspetti interconnessi che per ora rimango­
no conosciuti in modo assai imperfetto. In termini crono­
logici, ho privilegiato il primo periodo e il periodo medio
bizantino, spesso a scapito del periodo tardo. I lettori dota­
ti di acume critico troveranno senz'altro ulteriori lacune.
La seconda tavola del trittico è dedicata a ciò che Nor­
man Baynes ebbe a chiamare 'mondo concettuale della
Roma d' Oriente ' . Ho qui cercato di descrivere nella sua
compattezza e relativa stabilità quel corpus di credenze che
può specificamente chiamarsi bizantino. Così facendo mi
sono imposto di scegliere il livello concettuale del bizanti­
no ' medio ' : come egli intendeva la sua posizione in rap­
porto alle potenze sovrannaturali del bene e del male, il suo
posto nella natura, il suo posto nella storia (passata e futu­
ra) , il suo atteggiamento nei confronti degli altri popoli,
che cosa infine riteneva essere 'vita buona' e ' uomo ideale' .
Non si tratta necessariamente di posizioni condivise da tut­
ti gli intellettuali bizantini ma, come avremo a spiegare det­
tagliatamente in seguito, gli intellettuali - almeno dopo il
settimo secolo - costituivano una cerchia ridottissima e non
esercitavano apprezzabile influsso sul più vasto pubblico.
Nell'ultima tavola del trittico mi sono provato a descri­
vere ciò che Bisanzio ci ha trasmesso. Data la loro natura co­
sì altamente tecnica, ho tralasciato la legge e la teologia bi­
zantine per !imitarmi a letteratura e arte. Qualunque cosa
possa essere stata ai suoi tempi la civiltà bizantina, in ultima
analisi è dalla sua espressione letteraria e artistica che il no­
stro apprezzamento deve dipendere.
PARTE PRIMA

ASPETTI DI VITA BIZANTINA


CAPITOLO PRIMO

POPOLI E LINGUE

Tutti gli imperi hanno governato popoli diversi. Sotto


questo aspetto l'impero bizantino non ha fatto eccezione.
Se la popolazione che lo costituiva si fosse bene amalgama­
ta, se si fosse unita nell'accettazione della civiltà dominan­
te dell'Impero - allora non sarebbe stato necessario dedi­
care un capitolo a questo argomento. Accadde invece che
ancor prima dell'inizio del periodo bizantino le varie na­
zioni poste sotto l 'autorità di Roma tendessero a rifuggirla
per separarsene, asserendo così la loro individualità: inve­
ro, il grande edificio di Roma cominciò a mostrare le sue
prime crepe verso la fine del secondo secolo d.C. L'insor­
genza della religione cristiana, lungi dal comporre questa
frattura introducendo una sorta di fedeltà universale, non
fece che accentuarla. Dobbiamo pertanto cominciare con
una domanda: chi erano i 'bizantini'? Per provarci a ri­
spondere dovremo intraprendere un rapido viaggio nel­
l ' Impero, badando nel nostro procedere sia alle popolazio­
ni delle varie province sia alle lingue parlate. Per questo
viaggio ho scelto gli anni intorno al 560, poco dopo che
l'imperatore Giustiniano aveva riconquistato ampi territori
in Italia e nell'Mrica del Nord - ma parecchi decenni pri­
ma dei grandi mutamenti etnografici che dovevano ac­
compagnare il disintegrarsi dell'assetto tipico dello Stato
bizantino nel primo periodo.
Se il nostro viaggiatore immaginario non vorrà allonta­
llarsi troppo dai centri urbani gli basterà conoscere due so-
a
<()Cù

Greco

Greco e lingue locali

Latino

Latino e lingue locali

Aramaico

Copto

Caucasico

Fig. 2. Mappa linguistica dell'impero di Giustiniano l intorno a/560.


le lingue, il greco e il latino. I confini che marcavano le ri­
spettive aree d'influsso non erano rigidi dappertutto. Può
comunque avanzarsi la seguente approssimazione, che la
frontiera linguistica attraversasse la penisola balcanica lun­
go una linea est-ovest tracciata da Odessos (Varna) sul Mar
Nero a Dyrrachium (Durazzo) sull'Adriatico; a sud del Me­
diterraneo, la frontiera linguistica separava la Libia dalla
Tripolitania. Ad eccezione delle regioni balcaniche, dove si
aveva una certa commistione linguistica, la metà occiden­
tale dell'Impero era di espressione decisamente latina e la
metà orientale di espressione decisamente greca, nel senso
che rispettivamente latino e greco erano le lingue dell'am­
ministrazione e della cultura. Pressoché tutte le persone di
cultura che vivevano a Oriente sapevano parlare greco, co­
sì come tutte le persone colte a Occidente parlavano latino,
ma un grande numero di persone comuni non parlava né
l'una né l ' altra lingua.
Il nostro viaggiatore avrebbe avuto non pochi problemi
a procurarsi una guida aggiornata. Avrebbe potuto ricorre­
re a una nuda enumerazione di province e città chiamata
Synecdemus di Ierocle1 oppure a taluni itinerari di più remota
data, che fornivano le distanze intercorrenti tra le varie sta­
zioni di posta ubicate lungo le principali vie di comunica­
zione. Per informazioni utili ma antiquate avrebbe potuto
attingere a un libretto noto come Expositio totius mundi et
gentium2 che fu composto a metà del quarto secolo; se poi
avesse voluto un trattato sistematico, tale da combinare geo­
grafia ed etnografia, avrebbe dovuto includere nel suo ba­
gaglio una copia di Strabone. Se anche fosse stato in grado
di reperire il trattato geografico (ora perduto) opera del
mercante alessandrino Cosma Indicopleuste3, ne avrebbe
probabilmente derivato ben poco beneficio pratico. Imma­
giniamo dunque che il nostro viaggiatore si accontentasse
di una documentazione così imperfetta e che, muovendo
da Costantinopoli, intendesse viaggiare in senso orario at­
traverso l'Impero.
Costantinopoli, come ogni grande capitale, era un cro­
giuolo di elementi eterogenei; stando a una fonte con­
temporanea, erano in essa rappresentate tutte le settanta­
due lingue note all'uomo4• Genti di ogni provincia vi si
erano stabilite o comunque la visitavano per ragioni di ca­
rattere commerciale o ufficiale. Tra gli schiavi molti erano
i barbari. Un altro elemento straniero veniva dalle unità
militari che nel sesto secolo erano costituite o da barbari
(Germani, Unni, altri ancora) o dai provinciali di maggior
nerbo: Isaurici, Illirici, Traci. Si legge che settantamila sol­
dati gravassero sugli abitanti di Costantinopoli durante il
regno di Giustiniano5. Dalla Siria, dalla Mesopotamia, dal­
l'Egitto si riversavano nella capitale monaci che parlavano
poco o punto greco: avrebbero così goduto della prote­
zione dell'imperatrice Teodora e destato stupore tra gli
abitanti della capitale con le loro bizzarre imprese asceti­
che. Onnipresente, l 'ebreo si guadagnava da vivere in qua­
lità di artigiano o mercante. Costantinopoli era stata fon­
data quale centro di latinità in Oriente e continuava ad
annoverare tra i residenti non pochi illirici, italiani, afri­
cani di madrelingua latina come lo stesso imperatore Giu­
stiniano. Inoltre, numerose opere di letteratura latina ven­
nero composte a Costantinopoli: la celebre grammatica di
Prisciano, la cronaca di Marcellino, il panegirico di Giu­
stino II dovuto all'africano Corippo. Il latino continuava a
essere necessario per il ruolo legale e per talune branche
dell'amministrazione, ma la bilancia stava pendendo ine­
sorabilmente a favore del greco. Alla fine del sesto secolo,
come asserisce papa Gregorio Magno, nella capitale del­
l' Impero non era facile trovare un buon traduttore dal la­
tino al greco6.
Dinanzi a Costantinopoli si para quella grande massa di
territorio che è l'Asia Minore e che è stata paragonata a una
banchina attaccata all'Asia e rivolta verso l 'Europa. Le sue
parti più sviluppate erano sempre state le estremità costie­
re e soprattutto quel lato che gentilmente declina verso Oc-
cidente, favorito da un clima temperato e adorno di città fa­
mose. La striscia costiera del Mar Nero è molto più stretta
e discontinua mentre la parte meridionale non conosce ri­
lievi montuosi moderati, eccettuata soltanto la pianura del­
la Panfilia. Ai tempi di Giustiniano le aree costiere - fatta
salva la parte montagnosa della Cilicia ( Isauria) , dove la ca­
tena del Tauro avanza fin sulle sponde marine - erano sta­
te ellenizzate ormai da più di un millennio. Lungo il Mar
Nero il limite dell'area di espressione greca corrispondeva
a ciò che è l 'attuale frontiera tra Turchia e Unione Sovieti­
ca. Ad est di Trebisonda e di Rizaion (Rize) abitavano vari
popoli di origine caucasica, come gli Iberi (Georgiani) e
poi, appena sfiorati dai missionari cristiani, i Lazi e gli Aba­
sgi (Abkhazi) . L'Impero possedeva anche un avamposto el­
lenizzato lungo la costa meridionale della penisola di Cri­
mea il cui altopiano era invece abitato da Goti.
Diversissimo dalle aree costiere d'Asia Minore era l'ele­
vato pianoro interno dal clima rigido e dal terreno per lo
più inadatto all 'agricoltura. Sia nell'antichità sia nel Me­
dioevo il pianoro rimase poco popolato e lo sviluppo della
vita urbana fu relativo. Le città più importanti erano situa­
te lungo le principali vie di comunicazione, quali la cosid­
detta Via Regale che collegava Smirne e Sardi a Melitene
passando per Ancira e Cesarea, la via che collegava Costan­
tinopoli ad Ancyra attraverso Dorileo, la via meridionale
che toccava Efeso, Laodicea, Antiochia in Pisidia, !conio,
Tiana e dopo le Porte di Cilicia giungeva a Tarso e Antio­
chia in Siria. La composizione etnica del pianoro non ave­
va subito alcun mutamento importante per i circa sette­
cento anni anteriori al regno di Giustiniano. Era uno stu­
pefacente mosaico di popolazioni indigene e di enclaves di
immigrati 'storici' : Celti di Galazia, Ebrei spostati in Frigia
e altrove nel corso dell'età ellenistica, gruppi persiani di an­
cor più antica origine. Risulta chiaro che molte delle lingue
di origine continuavano a essere parlate nel corso del pri­
mo periodo bizantino: il frigio doveva esistere ancora, com-
parendo in iscrizioni datate al terzo secolo d.C.; esistevano
ancora il celtico in Galazia e il cappadoce più a est. Gli Isau­
rici, dalla caratteristica indisciplinatezza ( dovettero essere
domati con le armi intorno al 500; molti si sparpagliarono
per l'Impero quali militari di carriera o muratori itineran­
ti) , erano un popolo a sé che parlava il suo dialetto, spesso
a esclusione del greco7• Vicino a loro, comunque, nella pia­
nura di Cilicia, il greco si era decisamente imposto, forse
con la sola eccezione delle tribù dell'interno.
A est della Cappadocia e attraverso una serie di alte ca­
tene montuose c 'erano talune province armene che erano
state annesse all' Impero solo nel 387, quando il regno d'Ar­
menia venne spartito tra Roma e la Persia. Ancorché di vi­
tale importanza strategica, esse erano rimaste praticamen­
te intatte dalla civiltà greco-romana; continuarono a essere
governate da satrapi locali finché Giustiniano non impose
loro una nuova forma di amministrazione militare. Nel
quinto secolo gli Armeni ebbero il loro alfabeto e comin­
ciarono a costituire una letteratura di traduzioni dal greco
e dal siriaco che rafforzò i loro sentimenti di identità na­
zionale. Per il vero gli Armeni - cui sarebbe più tardi spet­
tato un ruolo cruciale nella storia bizantina - si dimostra­
rono molto resistenti all'assimilazione, analogamente ad al­
tri popoli caucasici.
Il confine tra Armenia e Mesopotamia corrispondeva ap­
prossimativamente al fiume Tigri. In Mesopotamia i tre se­
coli di occupazione partica (dalla metà del secondo secolo
a.C. sino alla conquista romana intorno al l 65 d.C.) aveva­
no cancellato quasi ogni traccia di quell'ellenizzazione che
i re macedoni avevano così faticosamente tentato di im­
porre. Nel periodo che ci interessa la Mesopotamia parlava
c scriveva siriaco. Il siriaco letterario rappresentava il dia­

letto di Edessa ( Urfa) ed era in quella ' città benedetta' - co­


me anche ad Amida (Diyarbekir) , a Nisibi (Nusaybin) e a
Tur 'Abdin - che un vigoroso movimento monastico di fe­
de monofisita alimentava il successo di quella lingua. La
Mesopotamia era un distretto di frontiera: il confine tra Ro­
ma e Persia si trovava poco a sud-est della città-fortezza di
Dara, laddove Nisibi era stata ingloriosamente ceduta ai
Persiani dall' imperatore Gioviano nel 363. L'emarginazio­
ne culturale della Mesopotamia non era certamente di aiu­
to al governo imperiale in un 'area così delicata.
Il predominio dei dialetti aramaici tra i quali rientrava il
siriaco si estendeva sino ai confini d'Egitto, attraversando
Siria e Palestina. Assistiamo qui a un fenomeno di conside­
revole interesse. Quando, dopo la morte di Alessandro Ma­
gno, si fondarono i regni ellenistici, la Siria venne divisa tra
Tolomei e Seleucidi. I Tolomei, che ottennero la parte me­
ridionale del paese, non fecero molto per impiantarvi co­
lonie greche. Per i Seleucidi invece la Siria settentrionale
era di cruciale importanza e dunque vi svolsero un'intensa
opera di colonizzazione. Fondarono un certo numero di
nuove città: Antiochia sull' Oronte, Apamea, Seleucia, Lao­
dicea; nelle città già esistenti all'epoca inserirono un ele­
mento greco, come awenne ad Aleppo. Da allora in poi tut­
ta la Siria rimase costantemente sottoposta a un'ammini­
strazione di lingua greca. Tuttavia, dopo circa nove secoli,
troviamo che l'uso del greco non solo è limitato alle città,
ma proprio alle città che erano state fondate dai re elleni­
stici. In genere le campagne e le città di origine non greca
quali Emesa (Homs) non si discostano dal loro aramaico
d 'origine.
Non è probabile che l'uso del greco sia stato più diffuso
in Palestina che nella Siria settentrionale, fatta eccezione
per un fenomeno artificiale: lo sviluppo dei ' luoghi santi ' .
A partire dal regno di Costantino il Grande quasi non vi fu
sito di rinomanza biblica che non divenne - come direm­
mo oggi - attrazione turistica. Ci si riversava in Palestina da
ogni angolo del mondo cristiano, chi quale pellegrino di
passaggio, chi per soggiorni più lunghi. Monasteri di ogni
nazionalità spuntavano come funghi nel deserto prossimo
al Mar Morto. Così la Palestina era una babele linguistica,
ma la popolazione del posto - e dobbiamo ricordare che es­
sa comprendeva due gruppi etnici distinti, i Giudei e i Sa­
maritani - parlava aramaico come sempre. La pellegrina
Egeria, testimone alle funzioni di Pasqua in Gerusalemme
intorno al 400, ha questo da dire:

Visto che in quel paese parte della popolazione conosce sia il


greco sia il siriaco, parte solo il greco, altra parte solo il siriaco, e
dato inoltre che il vescovo, quantunque edotto in siriaco, parla
sempre greco e mai siriaco, c'è sempre accosto a lui un prete sì
che quando il vescovo parla greco possa tradurre le sue osserva­
zioni in siriaco e ognuno possa capirle. Il medesimo avviene per
le letture che si svolgono in chiesa; poiché devono essere lette in
greco, c'è sempre qualcuno a tradurle in siriaco per il beneficio
del popolo, che possa riceverne istruzione. Quanto ai Latini che
ivi si trovano - quelli cioè che non conoscono né greco né si ria­
co - c ' è un 'interpretazione anche per loro, per non dispiacergli;
vi sono infatti fratelli e sorelle esperti sia in greco sia in latino che
danno spiegazioni in latinoH.

Un altro elemento della popolazione di Siria e Palestina


consisteva di Arabi che si erano spinti a nord sino in Meso­
potamia. Alcuni di loro, come i Nabatei di Petra e i Palmi­
reni, erano divenuti stanziali perdendo così la loro lingua
di origine. Altri battevano i deserti siccome briganti o qua­
li vassalli dell ' Impero: loro dovere era proteggere le aree
abitate e vigilare sulle migrazioni dei nomadi. Non dobbia­
mo comunque immaginare che la conquista araba del set­
timo secolo abbia introdotto in quelle province un ele­
mento straniero: gli Arabi vi erano stati da sempre, il loro
numero era in crescita e nel regno di Giustiniano avevano
sempre più assunto il ruolo di guardiani della pace del­
l'imperatore. Per esempio, quando i Samaritani inscenaro-
1 1 0 una sanguinosa rivolta, nel 529, fu un capitano arabo ­
Abukarib - a domarla.
Strettamente legata alla Siria per la sua particolare posi­
lione geografica era l'isola di Cipro. Qui si era parlato gre-
co sin da età preistorica, ma c 'era anche una ragguardevo­
le colonia di Siriaci, come dimostra il favore incontrato dal­
l ' eresia monofisitica (vedi infra, capitolo quarto) . Sant'Epi­
fania, il più famoso vescovo di Salamina di Cipro (circa 3 1 5-
403) , era di origine palestinese. Di lui si riporta che cono­
scesse cinque lingue: greco, siriaco, ebraico, egizio, latino9.
Forse è un'esagerazione, ma resta comunque un dato indi­
cativo di quel multilinguismo che già allora caratterizzava i
più intraprendenti tra i levantini.
Separata dalla Palestina da un'area desertica era la ricca,
antica terra d'Egitto. Anche qui la distribuzione geografica
della lingua greca era diretta erede dell'età ellenistica. La ca­
pitale, Alessandria, era una città prevalentemente greca, ma
veniva ufficialmente descritta quale Alessandria ad Aegyp­
tum, non in Aegypto, a marcarne l 'alterità rispetto a quel pae­
se; e quanto più ci si allontanava da Alessandria tanto meno
greco si parlava. Eccettuata la capitale, i Greci avevano fon­
dato due sole città: Naucrati nel delta nilotico e Tolemaide
in Tebaide. L'ellenizzazione non aveva fatto molti progressi
sotto l'amministrazione romana. Tralasciando la colonia
ebraica (che nel primo secolo d.C. doveva ammontare a cir­
ca un milione) il nucleo della popolazione, ancorché am­
ministrato in lingua greca, continuava a parlare quella egi­
ziana e cioè il copto. Ci sono segni che nel primo periodo bi­
zantino il copto guadagnasse terreno, tanto è vero che nel se­
sto secolo vi furono addirittura taluni atti ufficiali pubblica­
ti nella lingua del posto. Dopo tutto, il copto era la lingua del
Cristianesimo egiziano laddove il greco veniva a identificar­
si con la gerarchia straniera imposta dal governo imperiale.
La parte abitata dell'Egitto era praticamente limitata al­
la valle del Nilo e al suo delta. Le tribù barbariche la mi­
nacciavano da ogni lato. Da est provenivano le scorrerie sa­
racene; a sud erano particolarmente pericolosi i negri N6-
bati e Blemmi; l ' ovest era aperto alle incursioni dei Berbe­
ri, come del resto anche la Libia, regione unita all'Egitto
dal punto di vista amministrativo. San Daniele, monaco a
Scete, non molto lontano da Alessandria, fu rapito dai bar­
bari per ben tre volte e riuscì a fuggire solo uccidendo il suo
rapitore: per questo peccato fece penitenza per tutto il re­
sto della sua vita10. Nella seconda metà del sesto secolo quel
monaco itinerante che fu Giovanni Mosco visitò i monaste­
ri egiziani raccogliendo molte storie di saccheggio per ma­
no sia di barbari sia di briganti indigeni. Alcuni monasteri
erano divenuti praticamente deserti 1 1 .
Con la Libia perveniamo al limite delle province di
espressione greca. Più a ovest incontriamo la striscia costie­
ra della Tripolitania, poi tre importanti regioni dette Byza­
cena, Proconsularis, Numidia e infine le due regioni di
Mauretania, estese sino allo Stretto di Gibilterra. Erano sta­
te tutte intensamente romanizzate; le aree più floride, cor­
rispondenti alla moderna Tunisia, nei periodi migliori po­
tevano contarsi tra le parti più sviluppate e più prospere
dell'Impero. Fino a che punto fosse giunta l'assimilazione
della popolazione indigena resta incerto, né è del tutto
chiaro se il vernacolo locale (sant'Agostino lo chiama 'pu­
nico' ) fosse erede dell'antico fenicio, come sembra più pro­
babile, o piuttosto fosse berbero. Il nostro viaggiatore del
560 si sarebbe comunque imbattuto in una situazione ab­
bastanza diversa da quella incontrata dal vescovo di Ippona
un secolo e mezzo prima: infatti l'Mrica era stata da poco
recuperata (533) , sottraendola ai Vandali che l'avevano oc­
cupata in piena autonomia per un secolo. I Vandali non
erano stati abbastanza numerosi per marcare significativa­
mente l'etnografia della popolazione, ma la loro intrusione
aveva portato all'insurrezione di varie tribù berbere che ora
minacciavano seriamente le aree abitate.
Non dobbiamo occuparci della Spagna, sebbene Giusti­
niano avesse riconquistato a spese dei Visigoti parte della
sua costa meridionale, che poi restò in mani bizantine per
un settantennio. Possiamo così condurre il nostro viaggia­
tore in Italia, dove l 'autorità di Giustiniano era stata da po­
co ristabilita dopo grande spargimento di sangue ma su ba-
se piuttosto instabile. Tutto il paese era allora in uno stato
pietoso. Il continuo stato di guerra tra Bisanzio e gli Ostro­
goti - durò dal 535 al 562 portò alla distruzione di Mila­
-

no con una perdita di vite umane stimata in trecentomila


maschi abili alle armi12, al virtuale spopolamento di Roma
che ebbe a patire tre assedi, a diffuse carestie nelle campa­
gne. «In ogni suo sito l'Italia è divenuta ancor più spopola­
ta della Libia>> , scrisse Procopio13: forse non esagerava trop­
po. Quanto alla composizione della popolazione ci sono
pochi dubbi che gli Italiotai, come li chiamava Procopio,
fossero sostanzialmente latini; anche nella capitale impe­
riale di Ravenna, che aveva stretti legami con l'Est e nume­
rosi abitanti di origine orientale, il latino era il normale
mezzo di comunicazione. Qualche modesta isola linguisti­
ca greca poteva forse sopravvivere nella parte meridionale
della penisola e certo si continuava a parlare greco lungo la
costa orientale di Sicilia. C'erano altre minoranze, come
quella ebraica, o gli Ostrogoti, di più recente arrivo: questi
ultimi raggiungevano a stento le centomila unità. Molte al­
tre ondate di invasori e di nuovi abitanti sarebbero giunte
in seguito, senza però alterare il carattere fondamental­
mente latino della popolazione.
Attraversando l'Adriatico il nostro viaggiatore avrebbe po­
tuto sbarcare a Durazzo e seguire la Via Egnatia fino a rien­
trare a Costantinopoli. Le regioni che avrebbe incontrato
erano allora desolate quasi come l'Italia. Per citare ancora
una volta Procopio,

l 'Illirico e tutta la Tracia e cioè tutta l ' area dal golfo ionico [l 'A­
driatico] ai sobborghi di Bisanzio, Grecia e Chersoneso inclusi,
subirono quasi ogni anno le scorrerie di Unni, Slavi e Anti dac­
ché Giustiniano ascese al trono; inenarrabili strazi furono ap­
portati agli abitanti di quelle regioni. Credo infatti che ciascuna
invasione comportasse la morte o la cattura di più di duecento­
mila Romani; la zona finì per diventare tutta un vero e proprio
'deserto scitico' 1 4.
Procopio omette di ricordare qui che alcune tra le più
rovinose invasioni della penisola balcanica erano awenute
prima dell'epoca di Giustiniano, in particolare ad opera dei
Goti nel 378, degli Unni nel 441-47, degli Ostrogoti nel 479-
82, dei Bulgari a partire dal 493. È fuor di dubbio che i di­
sastri causati da queste e da successive invasioni furono im­
mani; resta però difficile valutare il loro effetto sull' etno­
grafia delle aree in oggetto. Le popolazioni indigene erano:
Illiri ad ovest, Traci e Daco-Misi a est e certamente Greci a
sud, ma solo uno storico spavaldo potrebbe azzardarsi a di­
re <<chi viveva dove>> , e in che numero, intorno alla metà del
sesto secolo. Avevano già avuto inizio gli insediamenti degli
Slavi, soprattutto nell'area compresa tra Nis e Sofia, come
dimostra certa toponomastica presente in Procopio15, e
possiamo ben figurarci che la prolungata presenza di trup­
pe gotiche o comunque di origine barbarica abbia lasciato
qualche traccia. Per quanto attiene alle lingue, già abbiamo
accennato alla frontiera tra latino e greco. Dell'illirico (il
cui rapporto con il moderno albanese è controverso) si sa
ben poco, ma il trace e in particolare il besso erano ancora
assai vitali nel sesto secolo.
Tali, in sintesi, popoli e lingue dell'impero di Giustiniano,
e se ho particolarmente sottolineato gli elementi nativi è sta­
to per correggere le distorsioni delle nostre fonti letterarie e
narrative. Limitiamoci a un esempio, quello di Libanio, reto­
re del quarto secolo nato ad Antiochia, dove passò la maggior
parte della sua vita. I suoi scritti occupano undici volumi a
stampa e sono una miniera di informazioni utili. Ora, Liba­
nio si limita a menzionare l'esistenza della lingua siriaca. Tut­
tavia è un fatto incontestabile che Antiochia, dove si parlava
greco, era un'isola in un mare di siriaco. Gli autori colti, sem­
plicemente, non badavano a fenomeni così uncivilized. Nep­
pure le iscrizioni risultano particolarmente illuminanti.
Chiunque componesse un'iscrizione - quand'anche fosse
non più che una lapide tombale - usava naturalmente la lin­
gua più prestigiosa della sua area. Inoltre, molti vernacoli lo-
cali non erano scritti. È principalmente in ambiente mona­
stico che può capitare di trovarsi dinanzi alla gente comune,
priva di istruzione, e di cogliere qualche barlume di quel che
parlavano. Com'è da aspettarsi, si tratta del dialetto nativo. Di
qui l'abitudine di fondare monasteri 'nazionali' . Altri, co­
munque, erano multinazionali: quello degli Insonni (Akoime­
toi) era suddiviso per lingue in quattro gruppi (latino, greco,
siriaco, copto) 16• Il monastero fondato in Palestina da san Teo­
dosio Cenobiarca offriva scelta tra greco, besso, armeno17. Sul
Monte Sinai, nel sesto secolo, si poteva udire latino, greco, si­
riaco, copto, besso18• Nel 5 1 8 il superiore di un monastero co­
stantinopolitano non poté apporre la propria firma a una pe­
tizione perché ignaro di greco19. È agevole moltiplicare esem­
pi analoghi.
La nostra rassegna sarebbe stata assai più istruttiva se fos­
simo stati in grado di esprimere in cifre l'importanza rela­
tiva dei vari gruppi etnici. Purtroppo, come già si è indica­
to nell ' Introduzione, non abbiamo cifre attendibili a nostra
disposizione. Ciò nonostante un eminente studioso ha az­
zardato l'ipotesi che l ' impero di Giustiniano non superasse
i 30 milioni di abitanti (comprese le riconquistate province
occidentali) 20. Se non si considerano le perdite causate dal­
la grande pestilenza del 542, questa stima sembra essere
troppo bassa; saremmo più vicini al vero postulando 30 mi­
lioni per la sola metà orientale dell'Impero. In termini mol­
to approssimativi, la distribuzione potrebbe essere stata co­
sì: 8 milioni di persone in Egitto, 9 tra Siria, Palestina e Me­
sopotamia, l O in Asia Minore, 3 o 4 milioni nei Balcani. Se
queste cifre si accostano un poco alla realtà, la conseguen­
za sarebbe che coloro che parlavano greco dalla nascita rap­
presentavano meno di un terzo del totale della popolazio­
ne: diciamo 8 milioni, escludendo le popolazioni ' non assi­
milate' d'Asia Minore e i parlanti latino o trace nei Balcani.
Gli elementi greci, copti e aramaici si sarebbero così trova­
ti su un piede di quasi parità. Rispetto alla diffusione del la­
tino in Gallia e in Spagna, va ammesso che la lingua greca
aveva compiuto ben pochi progressi tra il terzo secolo a.C.
e il sesto secolo d.C. La ragione di ciò sta senz'altro nel fat­
to che l'ellenizzazione si basava principalmente sulle città.
Circa un secolo dopo la conquista araba il greco si era pra­
ticamente estinto sia in Siria sia in Egitto - il che può signi­
ficare soltanto che non aveva sviluppato radici profonde.
La nostra rassegna ci consente di avanzare un'ulteriore
osservazione. Nonostante la crescente insicurezza che per­
meava pressoché ogni regione dell 'Impero, la maggior par­
te dei sudditi di Giustiniano continuava a vivere nella sua pa­
tria tradizionale. La diaspora dei Greci, quella degli Ebrei e
- sia pure a un livello inferiore - quella dei Siriaci erano epi­
sodi trascorsi ormai da secoli. Pertanto dal punto di vista et­
nografico, come del resto sotto molti altri aspetti, l 'età di
Giustiniano rappresenta il limite estremo dell'antichità.
Sarebbe tedioso descrivere qui tutti i mutamenti etno­
grafici cui l 'Impero dové assistere dopo il sesto secolo, ma
dobbiamo spendere qualche parola per il mutamento mag­
giore, che ebbe inizio qualche decennio dopo la morte di
Giustiniano. Il suo primo segno stette nei grandi insedia­
menti slavi nella penisola balcanica. Gli Slavi vennero in più
ondate; diversamente dai precedenti invasori, vennero per
restare. In un brano fin troppo citato Giovanni di Arnida
(noto anche come Giovanni d'Efeso) riporta che nel 58 1

un popolo maledetto, chiamato Slavi, si riversò per tutta la Gre­


cia e per le terre dei Tessalonicesi e per tutta la Tracia; assoggettò
le città, espugnò numerose fortezze, devastò, bruciò, ridusse la
gente in schiavitù, e s'impadronirono di tutta la regione, e vi s'in­
sediarono con la forza e l' abitarono come se fosse stata la loro . ..

E a tutt' oggi [584 d.C.] ancora sono colà accampati e là abitano,


e vivono in pace nei territori romani senza ansia o timore; e an­
cora imprigionano, uccidono, bruciano2 1 •

Un'altra fonte, l a cosiddetta Cronaca d i Monemvasia, ri­


porta che nel 587-88 gli Avari di origine turca, cui gli Slavi
solevano allearsi,
catturarono la Tessaglia tutta e tutta la Grecia, l'Antico Epiro,
l'Attica, l'Eubea. In verità attaccarono il Peloponneso e lo prese­
ro con la forza; e dopo espulse e distrutte le native genti elleni­
che vi s' insediarono. Chi poté scampare alle loro mani omicide
venne disperso per ogni dove. Così i cittadini di Patrasso mosse­
ro verso il distretto di Reggio nella Calabria, gli Argivi verso l'i­
sola detta Orobie, i Corinti verso quella di Egina . . . Sola la parte
orientale del Peloponneso - da Corinto a Capo Malea - restò in­
tatta dagli Slavi per la natura aspra e inaccessibile del territorio22.

Sussistono alcuni dubbi in merito alla data precisa di


questi avvenimenti, ma resta innegabile che alla fine del se­
sto-inizio del settimo secolo, con il crollo completo della
frontiera danubiana, pressoché tutta la penisola balcanica
venne sottratta al controllo imperiale, ad eccezione soltan­
to di qualche avamposto costiero come Mesembria sul Mar
Nero, Tessalonica, Atene, Corinto. Altrove gli abitanti ori­
ginari cercarono rifugio in qualche isola remota (è quanto
accadde a Monemvasia) oppure emigrarono in Italia. L'a­
rea controllata dai barbari giunse fino alle difese esterne di
Costantinopoli, le cosiddette Lunghe Mura di Anastasio,
che descrivevano un ampio arco dal Mar Nero a Selimbria
( Silivri) sul Mar di Marmara: presto anch 'esse dovettero es­
sere abbandonate.
L'ultimo rilevante insediamento slavo fu quello dei Ser­
bi e dei Croati che durante il regno di Eraclio occuparono
le terre dove vivono tuttora. Poi, nel 680, arrivarono i Bul­
gari di origine turca che conquistarono i territori che an­
cora portano il loro nome; nel corso del tempo vennero as­
similati dali' elemento slavo. Solo verso la fine dell'ottavo se­
colo cominciò a rovesciarsi questa barbarizzazione dei Bal­
cani - ma per quell'epoca i suoi effetti erano ormai divenuti
permanenti.
Contemporaneamente alla perdita dei Balcani l 'Impero
ebbe a soffrire un'amputazione più seria, giacché venne
privato delle sue province orientali e meridionali. Tale pro-
cesso ebbe due fasi. Dapprima, tra il 609 e il 619, i Persiani
conquistarono interamente Siria, Palestina e Egitto. Ven­
nero quindi sconfitti dall'imperatore Eraclio e si ritirarono
nelle loro terre. Ma solo pochi anni dopo quelle stesse re­
gioni furono invase dagli Arabi e stavolta perse definitiva­
mente. Anche tutta la costa nordafricana dové soccombere
all'invasore. L'impero mediterraneo di Roma, insomma,
cessò di esistere, e lo Stato bizantino si trovò limitato all'A­
sia Minore, alle isole dell'Egeo, a parte della Crimea e alla
Sicilia.
Attaccando Costantinopoli dall'Asia Minore i Persiani
non si limitarono a causare enorme panico - diedero altre­
sì inizio a un altro processo che avrebbe avuto importanti
conseguenze demografiche. lnvero, quando gli Arabi suc­
cedettero ai Persiani e si impadronirono di tutti i territori
fino ai monti del Tauro, anch'essi attaccarono l'Asia Mino­
re, e non una o due volte, ma praticamente ogni anno e
continuamente per quasi due secoli. Molte loro spedizioni
arrivarono poco oltre la frontiera, ma alcune giunsero fino
al Mar Nero e all'Egeo e certe pervennero fino alla stessa
Costantinopoli. Il risultato fu che gli Arabi non riuscirono
mai a costituirsi una vera base nel pianoro anatolico; però,
ogni volta che avanzavano, la popolazione locale si rifugia­
va in quelle inaccessibili roccaforti di cui l'Asia Minore è co­
sì generosamente prowista. Gli Arabi avanzavano tra una
fortezza e l ' altra, prendendo prigionieri e bottino, laddove
i Bizantini bruciavano i raccolti per privare di prowiste il
nemico e costringerlo a restare in movimento. E facile im­
maginare le conseguenze di un prolungato processo di que­
sto genere: gran parte dell'Asia Minore restò devastata e
spopolata in guisa pressoché irreparabile.
Venne in tal modo a crearsi un enorme gap demografi­
co. Ben presto l'Impero si trovò ad avere bisogno di conta­
dini così come aveva necessità di soldati. A tal fine dové ri­
correre a ingenti trasferimenti di popolazione. Fu in parti­
colare l 'imperatore Giustiniano II ad applicare questa poli-
tica su ampia scala. Buona parte della popolazione di Cipro
fu da lui spostata nella regione di Cizico, sulla costa meri­
dionale del Mar di Marmara. Fu un chiaro fallimento: mol­
ti immigranti perirono nel corso del viaggio, e quanti arri­
varono a destinazione chiesero in seguito di venire rimpa­
triati23. Giustiniano II spostò altresì <<Una grande moltitudi­
ne» di Slavi in Bitinia. Ancora una volta, non fu molto for­
tunato, giacché i trentamila soldati che poté arruolare en­
tro questo gruppo per combattere gli Arabi passarono al
nemico. Per tale ragione l'imperatore inflisse crudeli rap­
presaglie alle loro famiglie24. Come che fosse, leggiamo che
nel settimo decennio dell'ottavo secolo ben 208.000 Slavi
andarono a vivere in Bitinia di loro spontanea volontà25.
Nell'ottavo secolo si parla più volte di un insediamento or­
ganizzato di Siriaci in Tracia26.
Tra i nuovi immigrati, comunque, i più significativi fu­
rono gli Armeni, molti dei quali giunsero all'Impero senza
alcuna costrizione. Si trattava di soldati eccellenti - proprio
ciò di cui l'Impero aveva disperato bisogno, privato qual era
della sua base di reclutamento in Illiria. Di fatto, l'immi­
grazione armena aveva avuto inizio nel sesto secolo, e a par­
tire dal regno di Maurizio gli Armeni costituirono la spina
dorsale dell'esercito bizantino. La penetrazione armena
nell ' Impero perdurò per molti secoli. Molti si insediarono
in Cappadocia e in altre aree dell'Asia Minore orientale,
nelle vicinanze della loro madrepatria; altri in Tracia; altri
nella regione di Pergamo. Non è possibile avanzare una
stima - neanche per approssimazione - del loro numero.
Diversamente dagli Slavi, comunque, gli Armeni seppero
rapidamente avanzare sino a posizioni di rilievo, sino allo
stesso trono imperiale; e dominarono l ' establishment mili­
tare nel corso del periodo medio bizantino.
Così, se ci poniamo intorno all 'epoca in cui l'Impero
diede inizio al suo lento recupero - diciamo verso la fine
dell'ottavo secolo - troviamo nella popolazione un rime­
scolamento così radicale che risulta difficile dire, dato un
gruppo etnico, quale ne fosse l'ubicazione e quale l'entità
numerica. Si è spesso asserito che la perdita - sia pure do­
lorosa - dei suoi principali elementi non ellenofoni (Siria­
ci, Egizi, Illiri) sia stata fonte di maggiore omogeneità per
l'Impero. Si è altresì sostenuto che i non Greci vennero gra­
dualmente assimilati o ellenizzati grazie alla mediazione
della Chiesa e dell'esercito; questo sarebbe valso in parti­
colare per le popolazioni indigene d'Asia Minore nonché
per gli Slavi nel Peloponneso e in altre regioni della Grecia.
Il lettore attento va awertito - trattare queste generalizza­
zioni con cautela. È inoppugnabile che a seguito della
scomparsa del latino il greco divenne unica lingua ufficiale
dell'Impero; conoscerlo era obbligatorio per scopi di car­
riera o per svolgere affari. Né l'idioma armeno né lo slavo
poterono mai soppiantarlo quali mezzi di comunicazione
diffusi. È vero inoltre che nel corso del tempo lo slavo ven­
ne a estinguersi sia in Grecia sia in Bitinia; e se mai a me­
moria d'uomo si è parlato armeno in Tracia, non è stato da
parte dei discendenti dei coloni là trapiantati nell 'ottavo se­
colo. Ma è anche ben noto che in tutta l'Asia Minore il gre­
co soprawisse continuativamente nel solo Ponto e in pic­
cola parte della Cappadocia, laddove giunse praticamente
a estinzione nella parte occidentale di quel subcontinente
sino alla sua reintroduzione da parte degli immigrati del di­
ciottesimo e del diciannovesimo secolo. Da quest'ultima os­
servazione non dobbiamo necessariamente inferire che la
parte occidentale dell 'Asia Minore non fosse prevalente­
mente ellenofona nel corso del Medioevo. Resta che la pro­
spettiva di lungo periodo - per quanto possa risultare illu­
minante da alcuni punti di vista - non aiuta lo storico di Bi­
sanzio a risolvere i problemi specifici che gli si parano di­
nanzi. Per esempio: l'ellenizzazione era un obiettivo consa­
pevole del governo imperiale? Se sì, come venne persegui­
ta, e con quale successo? E se riuscì nel Medioevo, perché
non riuscì nel mondo antico con ben diverse condizioni di
vita urbana e più alti livelli di civiltà?
Quando volgiamo l 'occhio alle nostre poche fonti, com­
prendiamo che la formulazione di queste domande non
corrisponde al modo di pensare dei bizantini. In primo
luogo, la stessa designazione di «greco>> - quella che noi
usiamo così liberamente oggi per descrivere i bizantini che
non appartenevano ad alcun gruppo etnico estraneo - ri­
sulta del tutto assente nella letteratura del periodo. Un
abitante della Grecia a sud della Tessaglia si sarebbe defi­
nito un Helladikos (nome già frequente nel sesto secolo
d.C.) , ma avrebbe potuto trattarsi di uno slavo almeno
quanto di un <<greco>> . Lo stesso discorso vale per altre re­
gioni i cui abitanti si definivano in base ai nomi delle loro
rispettive province: è il caso dei Paflagoni o dei Tracesi
(dal ' tema' Thrakesion nell'Asia Minore occidentale) .
Dunque, dal momento che non vi era idea alcuna di <<gre­
cità>> , è difficile scorgere come avrebbe potuto esservi qual­
che idea di <<ellenizzazione>> . L'unico brano a me noto che
possa comportare una nozione affine dice che l'imperato­
re Basilio I convertì al Cristianesimo le tribù slave dalla lo­
ro vecchia religione e <<avendole grecizzate (graikosas) le
assoggettò ai governatori secondo il costume romano, le
onorò del battesimo, le liberò dall'oppressione dei loro so­
vrani>>27. Si è comunque dibattuto a lungo sul significato
del termine <<grecizzÒ>> in questo contesto. Quel che ci vie­
ne continuamente ripetuto è la conversione di vari popo­
li al Cristianesimo ortodosso - si tratti di Slavi pagani o di
musulmani abitanti di Creta - unitamente alla creazione
di un'organizzazione ecclesiastica. Ecco come la Cronaca
di Monemvasia descrive l'attività dell'imperatore Niceforo
I nel Peloponneso: <<Costruì de novo la città di Lacedemo­
ne e vi installò una popolazione mista, vale a dire Kafiri,
Tracesi, Armeni e altri, raccolti da diversi luoghi e città; re­
se Lacedemone sede vescovile>>28. Certamente né i Kafiri
(si tratta forse di un termine generico per indicare i con­
vertiti dall 'Islam) né gli Armeni avranno contribuito al­
l ' ellenizzazione della Laconia. L'intento dell'imperatore si
limitava all'installazione di una popolazione cristiana e al­
la fondazione di una sede vescovile.
Non possono esserci molti dubbi sul fatto che l' evange­
lizzazione dei popoli non cristiani stanziati nell'Impero ve­
nisse svolta in greco. Ciò può destare sorpresa nel caso de­
gli Slavi, dacché l'alfabeto slavo fu invenzione di un bizan­
tino, san Cirillo, presumibilmente nel settimo decennio del
nono secolo. Tale invenzione, comunque, non meno che la
successiva traduzione dei testi cristiani più importanti, era
destinata a un remoto paese slavo, la Moravia; e fu un frut­
to del caso se la missione di Cirillo e Metodio, dopo un fal­
limento iniziale, trovò terreno fertile in un paese cui non
era inizialmente rivolta, vale a dire il regno di Bulgaria. Per
quanto sappiamo, non vi furono mai tentativi di evangeliz­
zare in lingua slava gli Slavi insediati in Grecia; analoga­
mente, l'uso liturgico del greco venne imposto alla Bulga­
ria dopo la conquista a partire dal l 0 1 8. Tutto ciò avrà cer­
tamente contribuito alla diffusione del greco: ma si doveva
a una scelta politica? Non è più probabile che la mancanza
di un clero con competenze linguistiche, la relativa inac­
cessibilità delle Scritture in slavo, la natura composita della
popolazione - tutto ciò abbia congiuntamente contribuito
a rendere l'uso del greco la scelta più agevole?
Per quanto efficace possa essersi dimostrata l ' imposizio­
ne liturgica del greco, va ammesso che l 'assimilazione del­
le enclaves barbare fu un processo assai lento. Nell'ultima
parte del decimo secolo è attestata la presenza di Slavi pa­
gani poco a sud di Sparta29: sono passati circa duecento an­
ni dai primi tentativi di conversione. Parimenti significati­
vo il caso degli Slavi in Bitinia. Abbiamo veduto che vi fu­
rono trapiantati in numero assai considerevole alla fine del
settimo secolo e intorno alla metà dell'ottavo. Circa due­
cento anni dopo, nel 949, le forze bizantine che erano sta­
te raccolte nel tentativo di conquistare Creta comprende­
vano un contingente di <<Slavi stabiliti in Opsikion>> ( tale la
designazione amministrativa di una parte della Bitinia) , sot-
toposti a loro ufficiali30. Chiaramente questi Slavi conti­
nuavano a formare un gruppo distinto. Nel secolo successi­
vo Anna Comnena fa riferimento a un villaggio in Bitinia
«ivi chiamato Sagoudaous>>31 , presumibilmente dalla tribù
dei Sagoudatai, attestata in Macedonia nel settimo secolo.
Poco dopo l'elemento slavo in Bitinia venne accresciuto
dall'imperatore Giovanni II Comneno che stabilì nei pres­
si di Nicomedia un buon numero di prigionieri serbi32• Vil­
laggi serbi continuano a essere menzionati in quelle regio­
ni fin nel tredicesimo secolo. In altre parole, è possibilissi­
mo che gli Slavi di Bitinia (o almeno una loro parte) siano
stati assimilati dai Turchi ottomani senza essere mai stati
«grect>> .
D a questi e d a molti altri casi va tratta una conclusione
owia, e cioè che l 'impero medio bizantino non fu in nes­
sun modo uno Stato pienamente greco. Oltre agli Armeni
e agli Slavi, c'erano molti altri elementi stranieri come i
Georgiani e i Valacchi balcanici. Il forte influsso dei Siriaci
e di altri cristiani d 'Oriente seguì l'espansione a est del­
l'Impero, alla fine del decimo secolo; quando poi, nel l 0 1 8,
la frontiera dell'Impero venne nuovamente riportata al
Danubio, giunse a comprendere vaste aree dove mai era sta­
to parlato greco - o dove si era estinto da molto tempo. Se
gli ellenofoni costituissero all'epoca maggioranza o mino­
ranza degli abitanti dell' Impero è solo una supposizione
che non vorrei azzardare.
Non è assolutamente facile definire il sentimento di so­
lidarietà (se c'era) che teneva insieme gli abitanti di quel­
l 'impero multinazionale. Nel sesto secolo lo slogan Gloria
Romanorum continuava a comparire, sia pure a intervalli,
sulle monete battute dall' Impero; ma è probabile che nel­
le province orientali l 'idea di Romanitas non suscitasse par­
ticolare devozione. Inoltre il tema della lealtà a Roma e del­
l'ammirazione per la sua antica grandezza era stato ricor­
rente nei polemisti pagani, laddove la Chiesa difendeva la
posizione che i cristiani erano anzitutto cittadini della Ge-
rusalemme Celeste; così facendo, essa probabilmente inde­
boliva la coesione dell' Impero. Ciò non significa dire che la
storia bizantina non conosca esempi di lealtà nei confronti
dello Stato, è semmai vero il contrario. Basta ricordare la di­
sperazione degli abitanti di Nisibi quando la loro città ven­
ne ceduta ai Persiani (363) , la dimostrazione di sentimenti
filoromani a Edessa nel 449 in un contesto di lotta tra fa­
zioni e molti altri casi simili. Ma dobbiamo ricordare che al­
l'epoca l'unica alternativa a una vita condotta sotto il do­
minio romano era una vita sotto dominio persiano, gene­
ralmente peggiore. La gente oppressa dal carico della tas­
sazione era spesso tentata di passare al nemico o addirittu­
ra di unirsi a qualche tribù barbara che non imponeva tas­
se - ma non era una scelta per chi godeva di un ragionevo­
le livello di vita. Perciò sembra difficile che il sentimento
della Romanitas possa essere stato un fattore determinante.
Per quanto possiamo giudicare, i principali legami di so­
lidarietà erano due: regionali e religiosi. La gente si identifi­
cava con il villaggio di appartenenza, con la sua città o pro­
vincia molto più che con l 'Impero. Quando qualcuno si al­
lontanava da casa era uno straniero, spesso trattato con so­
spetto. Un monaco proveniente dalla parte occidentale del­
l ' Asia Minore entrò in un monastero del Ponto e fu <<deni­
grato e maltrattato come uno straniero>>33. Corollario della
solidarietà regionale era l 'ostilità tra regioni. Incontriamo
molte affermazioni dispregiative sul <<siriaco astuto>> dalla vo­
ce roca, sul rozzo paflagone, sul cretese bugiardo. Gli abi­
tanti di Alessandria destavano il riso in quel di Costantino­
poli. Gli Armeni erano quasi sempre descritti in termini of­
fensivi. Anche i demoni, come vedremo nel capitolo settimo,
provavano intensi sentimenti di affiliazione locale e non vo­
levano associarsi ai loro pari della provincia vicina.
Spesso l ' identità religiosa era sentita con ancor più vigo­
re dell'identità regionale. Se la Chiesa fosse stata meno in­
l ollerante, forse i diversi gruppi religiosi avrebbero potuto
vivere in pace l 'uno accanto all'altro, ma di solito c 'era
qualche zelante vescovo o monaco che incitava al pogrom;
così incominciava la lotta. Non deve sorprendere il fatto
che sia gli Ebrei sia i pochi superstiti adepti di culti pagani
si siano costantemente dimostrati gli elementi meno leali
nei confronti dell'Impero. Nell'ambito della Chiesa, co­
munque, religione e regionalismo si sovrapponevano in
buona misura. Sta qui, forse, la chiave per intendere quei
raggruppamenti 'eretici' che saranno dettagliatamente de­
scritti nel quarto capitolo. Invero, ciò che sembra avere mo­
tivato il monofisita siriaco o egiziano non è stato tanto la fe­
de in qualche astruso punto dottrinario ma la lealtà nei
confronti della sua Chiesa, del suo vescovo, dei santi del suo
circondario. Ogni qual volta un gruppo cristiano scissioni­
sta aveva una base territoriale fermamente stabilita, tutti i
tentativi di imporgli un'uniforme ortodossia imperiale si ri­
solvevano in fallimento.
Se dunque nel primo periodo bizantino l'idea di Roma­
nitas aveva ben poco vigore, ancor meno ne aveva nel pe­
riodo medio bizantino - quando la vecchia capitale del­
l 'Impero si era ridotta a un <<deserto scitico>> e la lingua la­
tina era stata dimenticata. Anche in caso di conflitto inter­
nazionale il concetto emotivamente trainante era quello di
identità cristiana anziché di identità romana. Quando, nel
922, Romano I Lecapeno esortò gli ufficiali del suo eserci­
to a combattere con ogni forza per difendere l 'Impero da
Simeone di Bulgaria, essi giurarono di morire «per i Cri­
stiani>> - e questo nonostante il fatto che all'epoca anche i
Bulgari erano, almeno di nome, cristiani34• È comunque si­
gnificativo che nessun nuovo termine sia emerso per de­
scrivere l'identi tà dell'Impero nel suo complesso. Non che
ce ne fosse grande bisogno a livello di vita quotidiana.
Quando (inizio del nono secolo) san Gregorio Decapolita,
originario dell'Asia Minore meridionale, fece scalo al por­
to di Ainos in Tracia, fu subitamente arrestato dalla polizia
imperiale e dové subire l 'ingiuria del bastone. Non ci viene
detto il perché; forse le sue fattezze somigliavano a quelle
di un arabo. Poi gli venne domandato: <<Chi siete, e quale
la vostra religione?» . La risposta fu: <<Sono cristiano, il tale
e la tale i miei genitori; sono di fede ortodossa>> 35• Religio­
ne e origine locale costituivano il suo passaporto. Non pen­
sò di descriversi come romano.

NOTE

1 Le Synekdèmos d 'Hiéroklès et l 'opuscule géographique de Georges de Chypre, ed. E.


Honigmann, Bruxelles 1 939.
2 Ed. J. Rougé, Parigi 1 966.
3 Cfr. Cosma Indicopleuste, Topografia cristiana, prologo (ed. W. Wolska-Co-
nus l, Parigi 1968, pp. 255-5 7 ) .
4 PJ . Alexander, The Omcle oJBaalbek, Washington, D . C . , 1967, p. 14.
5 Procopio, Storia segreta, XXIII 24.
6 Gregorii I Registrum npistularurn, VII 27 ( Monumenta Germaniae Historica,
Epist., I l , Berlino 1 887, p. 474) .
7 La Vie ancienne de S. Syméon Stylite le jeune, cap. 189 (ed. P. Van der Ven, I,
Bruxelles 1962, p. 1 68 ) .
8 Itinerarium Aetheriae, XLVII 3 sg. (ed. H. Pétré, Parigi 1948, pp. 260-62) .
9 Gerolamo, Arlversus Rufinurn, II 22; III 6 (PL XXIII 446A, 462A) . [Per que­
sta e le altre abbreviazioni utilizzate nelle note si veda p. 407.]
1 0 L. Clugnet, Vie et récits de l'abbé Daniel de Scété, in ROC, V, 1 900, p. 7 1 .
1 1 Praturn .\pirituale (PG LXXXVII/3, 2884, 2909, 2976, 3004, 301 7) . Cfr. Eva-
�rio, Historia ecclesiastica, I 7 (ed. J. Bidez - L. Parmentier, Londra 1 898, p. 1 3) .
1 2 Procopio, Guerre, VI 2 1 , 39.
13 Id., Storia segreta, XVIII 13.
14 lvi, XVIII 20 sg.
15 Id., Edifici, IV 4, 3.
1 6 Vie d 'Alexandre l 'Acéméte, parr. 27, 43 (ed. E. de Stoop , PO VI 678, 692) .
17 Vita Theodosii Coenobiarchae IX (PG CXIV 505C) .
18 Antonino da Piacenza, Itinerarium, par. 37 (ed. P. Geyer, Itinera hierosoly­
m.itana, Vienna 1 898, p. 1 84) .
19 Acta Conciliorum Oecumenicorum, ed. E. Schwartz, III, Berlino 1 940, pp. 70,
1 46, ecc.
�o E. Stein, Introduction à l 'histoire et aux institutions byzantines, in «Traditio»,
VII, 1 949-5 1 , p. 1 54. Per delle stime della popolazione di Egitto, Siria e Asia Mi­
nore vd. A.C. Johnson - F.M. Heichelheim - T.R. S. Broughton in An Economie Sur-
111) ofAncient Rome, a cura di T. Frank, II, Baltimora 1936, pp. 245 sgg.; IV, 1938,
pp. 1 58, 815 sg.
� 1 The Thirrl Part of the Ecclesiastical History offohn Bishop of Ephesus, trad. i ngl.
di R. Payne Smith, Oxford 1 860, pp. 432 sg.
n P. Lemerle, La chronique irnproprernent dite de Monemvasie, in REB, XXI,
l '163, pp. 9 sg.
�3 Teofane, Chronographia, A. M. 6183 (ed. C. de Boor, Lipsia 1 883, p. 365 ) .
24 Id., A. M. 6180, 6 1 84 ( ivi, pp. 364-66) .
25 Niceforo Patriarca, Opuscula historica, ed. C. de Boor, Lipsia 1880, pp. 68 sg.
26
lvi, p. 66; Teofane, op. cit., A. M. 6237, 624 7, 6270 (ed. ci t., pp. 422, 429, 452) .
27 Leone VI, Tactica, PG CVII 969A.
28 P. Lemerle, op. cit., p. 10.
29 Vita di san Nicone 'Metanoeite ; ed. S. Lampros, in «Neos Hellenomnemon»,
III, Atene 1906, p. 1 94.
1° Costantino Porfirogenito, De Cerimoniis, CSHB, l, pp. 666, 669.
3 1 Anna Comnena, Alessiade, XV 2, 4 (ed. B. Leib, III, Parigi 1945, p. 192 ) .
32 Niceta Coniate, Historia, ed. J.-L. van Dieten, Berlino 1975, p . 16.
33 Giovanni Climaco, Scala Paradisi, PG LXXXVIII 721 .
34 Leone Grammatico, Chronographia, CSHB, pp. 307 sg.
35 La Vie de S. Grégoire le Décapolite, ed. F. Dvornik, Parigi 1926, p. 54.
CAPITOLO SECONDO

SOCIETÀ ED ECONOMIA

Leggiamo che un abate del sesto secolo così si rivolse a


un nOVIZIO:

Se l' imperatore terrestre volesse nominarvi patrizi o cubicola­


ri, darvi un rango nel suo palazzo che svanirà come ombra o so­
gno, forse che non trascurereste tutte le cose vostre e ben presto
vi rechereste presso di lui? Non accettereste di sottostare a ogni
fatica, ogni sforzo, fino alla morte, pur di vedere il giorno in cui
l ' imperatore al cospetto del suo senato vi riceverà e vi ammetterà
al suo servizio? 1

Pochi bizantini, per quanto possiamo immaginare, si sa­


rebbero comportati diversamente, giacché la caratteristica
più evidente della vita civile bizantina consisteva nella pre­
ponderanza del potere del governo centrale. A parte la ri­
bellione, non c 'era contrappeso effettivo a tale potere se
non nel ritardo, nell'inefficienza, nella corruzione o sem­
plicemente nella distanza. Questa realtà rimase tale sino al­
l a graduale disgregazione del governo centrale che possia­
mo approssimativamente situare nell'undicesimo secolo.
In teoria l'autorità imperiale non conosceva limiti che
11 o n fossero quelli imposti dalle leggi divine. N el dodicesimo
capitolo considereremo la definizione ideale di imperatore
bizantino: qui ci interessa la realtà pratica, e in pratica l'im­
peratore era un uomo che abitava nel palazzo imperiale di
< :ostantinopoli, lungi dallo sguardo del pubblico e circon­
dato dalla sua corte. Sovente - ma non necessariamente -
egli doveva tale posizione a un principio ereditario, non for­
mulato ma generalmente rispettato; in alternativa, poteva
essere stato cooptato al trono dal suo predecessore o scelto
da un gruppo influente; oppure doveva il suo trono a una ri­
bellione riuscita. È piuttosto strano che lo Stato bizantino
non abbia mai sviluppato una teoria della successione im­
periale. Un uomo diveniva imperatore per volontà divina;
segnale della sua elezione era l'acclamazione da parte del­
l' esercito e del senato; a confermarla, a partire dal quinto se­
colo, era un'incoronazione religiosa svolta dal patriarca di
Costantinopoli. A un osservatore esterno tale sistema dove­
va sembrare curiosamente instabile e mal definito: taluni
scrittori arabi ritenevano che l'imperatore romano dovesse
la sua posizione alle sue vittorie e che venisse rimosso in ca­
so di sconfitta2. Ma quali che fossero le circostanze dell'a­
scesa al trono imperiale, l 'imperatore non poteva governare
da solo. I suoi ministri principali venivano scelti secondo i
suoi desideri e gli effettivi poteri che esercitavano non erano
espressi dai loro titoli. Alcuni imperatori - i più vigorosi - as­
sunsero un ruolo preponderante nella gestione degli affari
dello Stato; ad altri bastò affidarla a un parente oppure a uno
o più ufficiali. Si riteneva generalmente che l'imperatore
avesse il dovere di guidare il suo esercito in battaglia3, ma
molti imperatori non fecero così - per incapacità personale
o per timore di ribellioni nel corso della loro assenza dalla
capitale. Tale e tanto lo spazio per le variazioni nella pratica
che sembra più corretto parlare di governo da parte del pa­
lazzo imperiale più che da parte dell'imperatore.
La società che aveva l ' imperatore a suo capo doveva esse­
re governata dal concetto di ordine. Le sue parti costitutive
sono variamente descritte nelle nostre fonti. A volte trovia­
mo una triplice divisione: l'esercito, il clero, i contadini4• Al­
trove ci viene detto che l 'esercito costituiva il capo del corpo
politico·� oppure che le occupazioni essenziali erano la col­
tivazione della terra e l 'attività militare, giacché i contadini
nutrivano i soldati mentre i soldati proteggevano i contadi-
ni6. Il sesto secolo ci ha lasciato una classificazione del com­
ponente civile della società molto più elaborata, con una
suddivisione in dieci gruppi e cioè:
l . il clero;
2. il ruolo giudiziario;
3. i consiglieri (senatori?) ;
4. addetti alla finanza;
5. professionisti e tecnici;
6. commercianti;
7. addetti all'approwigionamento di materie prime;
8. subordinati e servi;
9. inutili (in altre parole: anziani, infermi, malati di men­
te) ;
l O. addetti ai divertimenti (aurighi, musici, attori) 7.
Per quanto interessanti possano risultare, tali classifica­
zioni manualistiche non ci rivelano il funzionamento della
società bizantina. Prima di potercene costruire un modello
più rispondente al vero, dovremmo cominciare con il pri­
mo periodo e considerare brevemente i servizi dello Stato,
il governo municipale, la Chiesa, i commerci e le profes­
sioni urbane e infine il mondo contadino.
Ogni servizio reso all'Impero - militare o civile che fosse
- era designato dal termine militia ( strateia in greco) . L' eser­
cito costituiva qui il gruppo più ampio; verso la fine del quar­
to secolo, a comprendere insieme le forze d ' Oriente e quel­
le d'Occidente, si giungeva a un totale di 650.000 uomini cir­
ca. Si tratta di un numero che può non colpirci, che può non
sembrarci spropositato a fronte di un ammontare totale del­
la popolazione di circa 40 milioni; ma data la bassa redditi­
vi tà dell'economia tardo romana esso costituiva un carico da
non trascurare. A seguito delle riforme di Costantino l' eser­
cito venne composto di due corpi principali: una forza mo­
bile - i comitatenses - e una milizia di frontiera - i limitanei.
Nella parte orientale dell'Impero essi ammontavano rispet-
1 ivamente a circa 1 00.000 e 250.000 unità. I comitatenses non
;tvevano campi base permanenti; di solito venivano acquar-
tierati nelle città, dove potevano anche essere convocati per
espletare funzioni di polizia ( l 'Impero non aveva una forza
di polizia regolare) . Il risultato di questa riorganizzazione,
lamentavano taluni, fu che i soldati si rammollirono, impo­
nendo stenti insostenibili a città che non avevano alcun bi­
sogno di protezioné. I limitanei, dal canto loro, erano con­
tadini reclutati su base locale che presidiavano le fortezze di
frontiera quando non avevano da badare alla coltivazione
dei loro campi. Non erano considerati particolarmente effi­
caci. Lo storico Agazia rileva che negli ultimi anni del suo re­
gno Giustiniano - il più grande conquistatore bizantino ­
poteva contare su non più di 1 50.000 uomini sotto le armi,
divisi tra le varie province; la difesa dell'Impero ne richiede­
va quattro volte tanti9. Questa cifra, comunque, non sembra
includere i limitanei; può pertanto rappresentare una stima
più per eccesso che per difetto. Nel contempo, dobbiamo ri­
cordare che il nerbo di una spedizione ammontava in gene­
re a 1 0.000-25.000 unità; un'armata di 50.000 uomini, quale
poteva a volte inviarsi contro la Persia, era considerata inso­
litamente grande.
Il servizio militare era un' occupazione a vita. Nelle in­
tenzioni, doveva essere bene remunerata. Tuttavia, destava
ben poco entusiasmo nelle parti più civilizzate dell' Impero;
l 'evasione era diffusa. All'epoca di Giustiniano il recluta­
mento era divenuto volontario e dipendeva ormai in mas­
sima parte dalle province più rozze, dove la vita militare era
una tradizione: Illirico, Tracia, Isauria. Si ricorreva ampia­
mente anche ai barbari: Goti, Unni, Sciti, che potevano es­
sere 'allevati in casa' o presi da tribù confinanti, alleate del­
l'Impero: i foederati. Non sempre si poteva giurare sulla
lealtà di questi ultimi.
Nel primo periodo dell'impero bizantino comando mili­
tare e comando civile erano generalmente separati, ma nel­
la seconda metà del sesto secolo cominciarono a confon­
dersi in alcune province insicure (principalmente in Mrica
e in Italia) . Si aveva dunque una gerarchia dei comandi mi-
litari, che culminava in un certo numero di magistri militum,
e una gerarchia civile preposta alla giustizia, alle finanze, al­
lo svolgimento di vari servizi che andavano dalla posta pub­
blica ( cursus publicus) alla polizia di Stato congiuntamente
con i servizi segreti ( magistriani o a gentes in rebus) e così via.
L'amministrazione delle province era commessa ai prefetti
del pretorio, privati ora della loro precedente competenza
militare; da essi discendeva ai vicarii delle diocesi e ai gover­
natori delle province. Costantinopoli, analogamente a Ro­
ma, aveva un'amministrazione separata sotto un prefetto ur­
bano. Va segnalato che chi occupava i livelli intermedi e
quelli bassi dell'amministrazione statale era pressoché sicu­
ro di mantenerli a vita, era quasi irremovibile; i livelli più al­
ti erano invece conferiti solo per un breve periodo.
Alcuni storici hanno sostenuto che il tardo impero ro­
mano sia stato strangolato dalla burocrazia, eppure, alme­
no secondo standard moderni, il numero degli impiegati
statali era assai ridotto; si è calcolato che intorno al 400 d.C.
non ce n'erano in tutto più di 30.000-40.000, sia in Oriente
che in Occidente. Il motivo è che le città sbrigavano i loro
affari grazie ai consigli municipali o curiae, composti dai più
importanti possidenti terrieri del posto. Questi ultimi, chia­
mati solitamente decurioni, costituivano una classe piutto­
sto numerosa. Supponiamo che fossero circa 200 per città:
nel solo Oriente il loro numero sarebbe giunto vicino alle
200.000 persone. La loro importanza per la storia della ci­
viltà supera comunque di gran lunga la loro entità numeri­
ca: membri della classe dei decurioni formavano l 'élite in­
tellettuale dell'Impero, si dedicavano alle professioni libe­
rali, occupavano i livelli più alti della gerarchia ecclesiasti­
ca o erano addetti in gran numero all'amministrazione del­
lo Stato. Dobbiamo pertanto esaminarli più da vicino.
Lo stato di declino della piccola nobiltà municipale è un
luogo comune della storia tardo romana. Dobbiamo certa­
mente ammettere che i lamenti dei membri di quella clas­
se ( Libanio ne è l'esempio più citato) portavano il marchio
dell'interesse personale; resta il fatto che da Costantino a
Giustiniano i decurioni compirono crescenti sforzi per
sfuggire alle loro responsabilità, sempre più apertamente
considerate oneri. Dal punto di vista legale tutti i proprie­
tari terrieri la cui proprietà era stata ratificata erano tenuti
al servizio nei consigli municipali, e lo stesso valeva per i lo­
ro eredi. Erano collettivamente responsabili per tutte le
opere municipali, per la riparazione di edifici pubblici, ac­
quedotti e fortificazioni, per la nettezza urbana, per l ' alle­
stimento degli spettacoli, per la sorveglianza sul mercato,
per il funzionamento della posta e per tutti i doveri straor­
dinari imposti dallo Stato: l 'acquartieramento dei soldati,
gli acquisti forzati delle provviste, la leva per l 'esercito in
epoca di coscrizione obbligatoria e così via. Le città posse­
devano risorse provenienti da dazi terrieri e commerciali
che servivano a coprire le spese necessarie, ma ciò nono­
stante i decurioni dovevano spesso tirar fuori del loro. Non
deve meravigliare il fatto che sfruttavano ogni scappatoia
pur di evitare onori così onerosi, ancorché rispettabili. Di
norma l ' esenzione poteva attenersi entrando nel pubblico
impiego o nel senato di Costantinopoli ( nonostante le mol­
te leggi contrarie che erano state escogitate) , o anche nel­
la Chiesa; oppure, diventando un pubblico insegnante. Ci
fu chi non si sposò mai in modo da non lasciare eredi le­
gittimi. Altri, più semplicemente, se ne andarono. Il risul­
tato di questa continua pressione fu che la classe curiale
esplose; i suoi membri più poveri scomparvero, i ricchi di­
vennero ancora più ricchi a spese dei loro vicini. Si trasfor­
marono in magnati che angariavano i loro concittadini; le
loro entrature a corte erano tali che nell' amministrazione
dell'Impero potevano procurarsi posti che li esentassero
dai loro doveri di tipo municipale. Intorno alla metà del se­
sto secolo i consigli municipali si erano praticamente estin­
ti. Giovanni Lido, nato a Filadelfia nel 490, poteva ancora
ricordare i giorni in cui erano i consigli ad amministrare le
città, e i loro membri vestivano la toga10.
Il vuoto che si creò a livello di provincia venne colmato
in parte dai governatori locali, in parte - e sempre di più ­
dai vescovi. E stato giustamente evidenziato che la Chiesa
bizantina non costituiva un'organizzazione sui iuris; in ter­
mini moderni potremmo descriverla come un dicastero di
salute pubblica. Il compito di prowedere agli indigenti, ai
forestieri, alle vedove, agli orfani era un impegno evangeli­
co assunto dalla Chiesa nel quarto secolo. Con il declino dei
consigli municipali i vescovi assunsero una sempre mag­
giore varietà di funzioni extrareligiose. Li troviamo intenti
ad amministrare la giustizia, a sorvegliare sui mercati, a re­
golare pesi e misure, a riparare ponti e costruire granai. Là
dove c'era un governatore provinciale insediato, il vescovo
era suo pari; nelle altre città il vescovo divenne la figura più
eminente, l'equivalente di un governatore. Il vescovo era in
tal modo un amministratore, designato all'interno della
piccola nobiltà locale sia per le sue funzioni di rappresen­
tanza sia perché doveva possedere esperienza manageriale.
Era perfettamente normale che un laico - magari non par­
ticolarmente religioso - venisse direttamente ordinato ve­
scovo. Abbondano gli esempi in tal senso: uno sarà suffi­
ciente. All'inizio del sesto secolo un certo Harfat veniva da
una famiglia di ricchi proprietari terrieri. Quando i suoi ge­
nitori morirono Harfat e un parente ereditarono la pro­
prietà e in più circa cinquemila pezzi d'oro. Allora venne
offerta ad Harfat la sede vescovile di Arsamosata in Arme­
nia, ma declinò l'offerta, che venne però ripetuta al suo pa­
rente <<con l'allettamento delle ricchezze e del rango>> - e
quegli, che viene descritto come persona dal carattere di­
sonesto, accettò 1 1 . Ci sono anche molti esempi di laici che
si dimostrarono eccellenti vescovi: Sinesio di Cirene nel
quarto secolo oppure san Giovanni l'Elemosiniere, patriar­
ca di Alessandria all'inizio del settimo secolo.
Nel primo periodo bizantino la Chiesa divenne estrema­
mente ricca; oppure, per metterla altrimenti , enormi risor­
se presero la strada della Chiesa. Oltre a ricevere un sussi-
dio dallo Stato, possedeva una sua dotazione permanente
sotto forma di terre e di proprietà commerciali nei centri
urbani. Era sempre pronta a ricevere donazioni dai più ab­
bienti e riservava speciali attenzioni alle ereditiere. Se era­
no vedove, le esortava a non risposarsi; se erano nubili, le
incitava a sposare il santo stato di verginità per maggior glo­
ria di Dio e a beneficio dei forzieri ecclesiastici. Ma se gran­
di erano le entrate, rilevanti erano anche le spese. Alla fine
del quarto secolo la Chiesa di Antiochia provvedeva a tre­
mila vedove e vergini oltre che a invalidi, forestieri, prigio­
nieri e mendicanti. Quel che è più, lo faceva senza spende­
re il suo capitale12. Gli emolumenti del clero e le spese di
manutenzione degli edifici ecclesiastici erano ulteriori voci
del budget ecclesiastico.
Un esempio concreto ci viene fornito dalla Chiesa di
Alessandria quale la descrive la Vita di san Giovanni l 'Ele­
mosiniere13. San Giovanni era un laico cipriota di famiglia
eminente che era rimasto vedovo: l 'imperatore Eraclio lo
designò patriarca nel 6 1 0 per affrontare la situazione, allo­
ra particolarmente convulsa, della Chiesa d'Egitto che, qua­
si non bastassero le sue endemiche sollevazioni, era passa­
ta pressoché interamente nelle mani del partito monofisi­
tico. Sembra che san Giovanni si dimostrò un successo. Ave­
va la generosità e l ' alta coscienza di sé del grand seigneurpur
rimanendo, se possiamo prestar fede al suo biografo, uomo
di perfetta umiltà. Umile o meno che fosse, san Giovanni si
trovò alla testa di una enorme burocrazia. Anche a trala­
sciare il clero di provincia, l'establishment di Alessandria
annoverava qualche centinaio di dipendenti. C'era un
buon numero di amministratori delle finanze ( oikonomoi) ,
un tesoriere, un cancelliere, un addetto alla distribuzione
delle elemosine ; e poi notai, segretari, consulenti legali.
C'erano ufficiali con mansioni disciplinari che potevano in­
fliggere punizioni corporali ai membri del clero la cui con­
dotta non fosse confacente - per esempio, un monaco che
si mostrasse in compagnia di una ragazza - oppure metter-
li agli arresti. Sottoposti all'autorità del vescovo erano an­
che gli addetti alla vigilanza di mercato e taverne. Messi e
uscieri erano legione (a un certo momento ne vengono
menzionati venti) , come anche i gentiluomini della came­
ra da letto del patriarca ( cubicularii) . Infine c'era il clero ve­
ro e proprio, dal protopresbitero all'arcidiacono e poi giù
giù fino ai titolari dei gradi inferiori, che sovente praticava­
no un 'altra professione, per esempio quella di calzolaio. Il
patriarca teneva corte di giustizia dove si dibattevano cause
di ogni genere, non limitandosi agli affari ecclesiastici. In
linea generale, il patriarca trattava su piede di parità con il
governatore d' Egitto ( dux augustalis) , che era, tra l ' altro,
cugino dell'imperatore.
La nostra fonte non menziona alcuna delle proprietà
terriere che una Chiesa avrebbe potuto possedere: Ales­
sandria era priva di territorio rurale. Peraltro, vi si parla di
un certo numero di taverne dalle quali la Chiesa riscuoteva
pagamenti per il fitto e altre imposte. Inoltre essa possede­
va una flotta costituita da una quindicina di grandi imbar­
cazioni da trasporto che effettuavano commerci con l'Eu­
ropa occidentale. Leggiamo che una volta vennero sorpre­
se da una tempesta nell'Adriatico e dovettero così sbaraz­
zarsi di tutto il loro carico gettandolo in mare. Il valore era
di 3.400 libbre d'oro. Pie donazioni affluivano verso la
Chiesa, se vi fu una donna che le lasciò 500 libbre d'oro e
un laico che si era sposato due volte offrì in tempo di care­
stia ben 200.000 moggi di grano e 1 80 libbre d' oro pur di
essere ordinato diacono - ma la sua richiesta non venne
esaudita. Leggiamo che nei suoi otto anni di patriarcato san
Giovanni avrebbe raccolto dalle sole donazioni un totale di
1 0.000 libbre d'oro che andavano ad aggiungersi alle 8.000
da lui trovate nel tesoro della Chiesa. Non deve pertanto
stupire che la Chiesa di Alessandria agisse quale banchiere
dello stesso mondo degli affari. Nel contempo il patriarca
avrebbe avuto ben 7.500 mendicanti cui prowedere. Co­
struì ospizi per loro - slanciati edifici a volta, completi di
panche in legno, stuoie e lenzuola per la notte. Edificò
ostelli per i monaci in visita e quando Gerusalemme cadde
in mano persiana ( nel 6 1 4) inviò grandi somme di denaro
per la ricostruzione delle chiese e il riscatto dei prigionieri.
Gli altri tre patriarcati orientali (quelli di Costantinopoli,
Antiochia e Gerusalemme) potevano fruire di risorse para­
gonabili a quelle di Alessandria. Gerusalemme, in particola­
re, trasse straordinario profitto dal boom immobiliare nella
Città Santa e ottenne in via eccezionale il permesso di ven­
dere con enorme guadagno alcune delle sue proprietà urba­
ne14. I vescovati di provincia erano, certo, meno ricchi ma in
generale se la passavano abbastanza bene. Sappiamo, per
esempio, di un vescovo egiziano che poteva permettersi di
spendere 30 libbre d 'oro per certa posateria d'argento che
costituisse il suo servizio da tavola personale15. Intorno al­
l'anno 600 il vescovo di una piccola città come Anastasiou­
polis in Galazia fruiva di un'indennità di 365 solidi all'anno
per la sua tavola; la spesa effettiva ammontava a soli 40 solidi1 6•
La documentazione archeologica offre una stupefacen­
te conferma della ricchezza della Chiesa nel periodo che va
dal quarto al sesto secolo. Lungo tutto il Mediterraneo so­
no state trovate basiliche a ogni piè sospinto. Ancorché
standardizzate dal punto di vista architettonico, erano edi­
fici di grandi dimensioni: lunghi trenta, quaranta metri o
anche più, sontuosamente decorati con colonne di marmo
d 'importazione, sculture, mosaici. Non ci fu città dove non
si costruisse chiesa su chiesa, fino a circa la metà del sesto
secolo, quando l 'attività edilizia cominciò a segnare il pas­
so per poi arrestarsi del tutto. C'era veramente bisogno di
tanti luoghi di culto? Dal punto di vista pastorale la risposta
non può che essere negativa. Dato però che erigere chiese
era considerato un atto degno di lode, che dava soddisfa­
zione alla vanità dei donatori, che nel contempo creava po­
sti in più per il clero, probabilmente per un certo tempo si
continuò a costruire anche senza servire più ad alcuna ne­
cessità reale.
Risulta chiaro che la Chiesa svolgeva un'importante fun­
zione sociale. Il suo era un ruolo di ridistribuzione, dato
che prendeva ai ricchi e assicurava riparo, cibo, assistenza
medica ai bisognosi. Non può essere messo in dubbio che
la Chiesa svolgeva queste attività più efficacemente di quan­
to non sarebbe stato possibile allo Stato o al governo mu­
nicipale, giacché la Chiesa poteva fare appello al versante
emotivo dei donatori: tentarli con il Paradiso, minacciarli
con l 'Inferno. Resta difficile immaginarsi abbienti vedove
con le lacrime agli occhi che andassero a offrire il loro oro
al dux augustalis o al comes Orientis. Ma nel deflusso del de­
naro giù per la scala sociale una buona parte ( anche a la­
sciar perdere i fondi dedicati alle attività edilizie) veniva de­
stinata all'establishment ecclesiastico. E ancora: dato che
una carriera nella Chiesa poteva essere assai comoda, oltre
a conferire prestigio sociale, ecco l'espansione numerica
del clero. All' inizio del settimo secolo, per esempio, la cat­
tedrale di Costantinopoli aveva uno staff amministrativo di
88 persone, 525 membri del clero e 75 portieri 1 7 - e questo
dopo che Giustiniano aveva congelato a un livello notevol­
mente più basso il numero delle ordinazioni 1 8• Un secolo
prima, la Chiesa di Antiochia si era trovata in ristrettezze fi­
nanziarie a causa della crescita numerica del clero19.
Prima di passare a descrivere gli abitanti delle città e quel­
li delle campagne può essere d'ausilio considerare il sistema
monetario dell'Impero e come si computavano i guadagni e
le spese. La base di tutto era il solidus aureo ( nomisma in gre­
co) : una libbra d'oro corrispondeva a 72 solidi. Circolavano
anche emissioni auree di minor valore, come il mezzo solidus
( semissis) e il terzo di solidus ( tremissis) , ma fino al settimo se­
colo non vi furono emissioni in argento. Le monetine erano
in bronzo; dopo la riforma dell'imperatore Anastasio ( 498)
divennero d'uso comune valori di 5, 1 0, 20 e 40 nummi: que­
st'ultimo era noto come follis. Il rapporto tra oro e bronzo
era fluttuante, ma in teoria un solidus equivaleva a 1 80 jòlles
o a 7.200 nummi. L'osservatore moderno resterà colpito dal-
la scomoda mancanza di valori intermedi tra Jollis e tremissis.
Ma dato che il sistema monetario era ancorato allo standard
dell'oro, prezzi e salari rimanevano abbastanza stabili, tran­
ne che in tempi di penuria dovuta a siccità, guerra o ad altre
calamità. E invero fu così, dal quarto all'undicesimo secolo,
quando il solidus cominciò ad adulterarsi.
In merito all' ammontare delle fortune personali, i red­
diti, i costi dei generi di prima necessità e/ o quelli di lusso,
i prezzi pagati per animali di fattoria e schiavi, le informa­
zioni in nostro possesso ci portano a una serie di owie con­
clusioni. In primo luogo, la disparità tra ricchi e poveri era
enorme. In secondo luogo, gli incarichi di governo nor­
malmente consentivano di accumulare ricchezze conside­
revoli. In terzo luogo, deve esserci stata una grande quan­
tità di persone che di norma viveva al livello della pura sus­
sistenza, giacché i lavoratori con poche o scarse qualifiche
professionali ricevevano compensi assai bassi. In quarto
luogo, il prezzo dei manufatti - soprattutto nel campo de­
gli articoli di vestiario - era relativamente alto. Se vogliamo
cominciare a considerare il fondo della scala sociale, ri­
scontriamo un ragionevole accordo delle fonti sul fatto che
un semplice lavoratore con impiego fisso guadagnasse tra i
l O e i 20 solidi l ' anno. Al termine del quarto secolo san Gre­
gorio di Nissa desiderava costruire una chiesa. Gli venne of­
ferta una squadra di operai al prezzo di un trentesimo di so­
lidus al giorno più il vitto - costo che il santo trovò esorbi­
tante20. A Gerusalemme nel sesto secolo un lavoratore edi­
le riceveva un ventesimo di solidus al giorno, vale a dire 9 Jol­
les21 . Ad Alessandria, all'inizio del settimo secolo, un lavo­
ratore occasionale riceveva pressoché la medesima paga
(un ventiquattresimo di solidus) 2 2• Quando l'imperatore
Anastasio costruì la città di Dara in Mesopotamia quale ba­
se strategica contro i Persiani (505-507) , offrì ai muratori la
paga - altissima - di un sesto di solidus al giorno, addirittu­
ra un terzo di solidus per chi disponesse anche di un suo asi­
no: il risultato fu che «molti divennero ricchi e agiati>>23. Il
prezzo di uno schiavo non specializzato, circa 20 solidi, era
allineato agli stipendi medi. Consideriamo ora i prezzi dei
generi di prima necessità. Le verdure che servivano a una
famiglia per un giorno costavano 5 folle$24, il che significa
un po' più di l O solidi l'anno; una libbra di pesce costava 6
Jolle$25, una pagnotta 3 Jolles, sia pure in tempi di penuria26.
Il lenzuolo più a buon mercato non costava meno di un
quarto di solidus27, un mantello di seconda mano costava un
solidu$28, un mulo dai tre ai quattro solidi. Ovviamente un
semplice lavoratore o un muratore, quand'anche a pieno
impiego, vivevano appena al livello di sussistenza se non
erano asceti capaci di sopravvivere con una porzione di lu­
pini al giorno (prezzo: un follis) .
All'altra estremità della scala sociale troviamo che il ve­
scovo Porfirio di Gaza ( tardo quarto secolo) , discendente
di una nobile famiglia di Tessalonica, alla morte dei suoi ge­
nitori ereditò 3.000 solidi, più altri 1 .400 di provenienza non
specificata, nonché vesti e suppellettili argentee. Tutto ciò
non era che una parte dei beni di famiglia, giacché Porfirio
aveva anche dei fratelli minori29. Abbiamo già ricordato
l ' armeno Harfat, le proprietà dei cui genitori ammontava­
no a 5.000 solidi più la terra. Va segnalato che queste non
erano affatto fortune eccezionali, si trattava di quanto era
ragionevole aspettarsi da un decurione abbiente. Un ma­
gnate dell' Impero aveva incommensurabilmente di più.
Quando Belisario, il generale di Giustiniano, perse il favo­
re del suo imperatore, la parte dei suoi beni che venne con­
fiscata ammontava a 2 1 6.000 solidi; gli fu consentito di te­
nere il resto30.
Dedichiamo ora la nostra attenzione a un ufficiale in­
termedio dell'Impero. Giovanni Lido, cui dobbiamo il trat­
tato Sulle ma gistrature dello Stato romano nonché altre opere
del genere antiquario, arrivò a Costantinopoli nel 5 1 1 con
l'obiettivo di proseguire gli studi superiori e quindi entrare
nell'amministrazione. Fortunatamente per lui, un suo com­
patriota di nome Zotico fu proprio allora nominato prefet-
to del pretorio. Con l'aiuto di quel magnate Giovanni ot­
tenne un posto nella cancelleria prefettizia, dove già era im­
piegato un suo cugino, e nel volgere di un anno guadagnò
'onestamente ' , come egli stesso dice, mille solidi per le sue
commissioni. Lieto di tanta fortuna scrisse un breve pane­
girico in onore del suo protettore e fu ricompensato con un
solidus al verso - attinti naturalmente alle casse dello Stato.
Quel che è più, Zotico trovò anche una sposa al suo pro­
tetto: una dama di insormontabile castità che gli portò in
dote cento libbre d'oro (7.200 solidi) 3 1 • Vero è che la desti­
tuzione di Zotico ebbe ripercussioni negative per la carrie­
ra di Giovanni. Ciò nonostante egli rimase al servizio della
prefettura per un'altra quarantina d'anni, fino a giungere
al vertice del suo grado e ritirarsi con il titolo di conte di pri­
ma classe. Il caso è interessante non solo per quanto attie­
ne ai guadagni di un ufficiale dell' Impero ma anche perché
bene illustra l 'importanza sia dei protettori sia dei legami
geografici.
Sfortunatamente non sappiamo quasi nulla dei redditi
della classe media urbana. In una sua omelia ad Antiochia
san Giovanni Crisostomo dice che un decimo della popola­
zione era ricco, un altro decimo affatto indigente32• Non
dobbiamo prendere questi dati alla lettera, perché è l' auto­
re medesimo a contraddirli nella frase successiva. Il numero
dei bisognosi che dipendevano completamente dalla carità
era probabilmente inferiore al l O per cento se c'è almeno un
poco di verità nella cifra precedentemente ricordata di
7.500 mendicanti a carico della Chiesa d'Alessandria - ben
al di sotto del 5 per cento della popolazione locale. Ritengo
però che non possiamo neanche concludere che 1'80 per
cento degli abitanti di Antiochia fossero agiati. Già abbiamo
visto che i prestatori d 'opera manuale erano estremamente
poveri; la stessa considerazione valeva senz' altro per altre oc­
cupazioni umili, dai venditori ambulanti ai piccoli nego­
zianti. Gli artigiani, generalmente organizzati in corpora­
zioni, stavano più in su dei negozianti; alcune attività com-
merciali, quali per esempio il gioielliere o il cambiavalute
( argyroprates) , potevano arrecare profitti notevoli. Ma per
quanto lunghe siano le liste di occupazioni urbane in nostro
possesso, non è possibile disporle in ordine ascendente.
L'impressione generale che si ricava è che la condizione dei
commercianti e degli artigiani non fosse tale da consentire
loro guadagni elevati. Un uomo di tale classe poteva aspira­
re a possedere la sua casa, comprare uno schiavo, avere co­
perte adeguate sul suo letto e un certo numero di suppellet­
tili in bronzo. Erano questi gli articoli che davano uno status
( schema) e venivano spesso acquistati a costo di ferree eco­
nomie sui generi più essenziali33•
Tra le occupazioni che potevano condurre a una certa
ricchezza subito si offre alla mente quella di mercante. La
Expositio totius mundi (quarto secolo) fornisce un quadro
piuttosto roseo delle attività commerciali. In Mesopotamia,
sostiene, Nisibi ed Edessa erano assai ricche perché il com­
mercio con la Persia passava attraverso di loro. In Siria era­
no particolarmente prosperi i porti di Tiro e di Laodicea.
Ascalona e Gaza, in Palestina, esportavano vini in Siria e in
Egitto. Scitopoli, Laodicea, Biblo, Tiro e Berito [Beirut]
erano famose per i loro tessuti. Il nostro testo dice che tut­
te queste città dipendevano dal commercio e che i loro abi­
tanti erano ricchi, eloquenti e virtuosi. Per la sua vicinanza
al mondo persiano e al mondo arabo un altro centro im­
portante era Bostra. Rinomato per la sua fertilità, owia­
mente, era l'Egitto. Ad eccezione dell'olio (e, aggiunge­
remmo, del vino di qualità) esso produceva tutto; Alessan­
dria, poi, era il porto più grande dell' Impero. In merito ad
altri luoghi il nostro autore sembra informato più per sen­
tito dire che per esperienza personale. Nella provincia d'A­
sia (Asia Minore occidentale) scorge una produttrice di vi­
no, olio, riso, porpora e spelta; altre regioni costiere d'Asia
Minore sono da lui considerate per la loro produzione agri­
cola, laddove identifica il contributo dei distretti dell'inter­
no in poco più che tessuti e pelli grezze. In merito ai Bal-
cani è meno entusiasta; la Tracia era semplicemente fertile;
la Macedonia aveva ferro, ricami, pancetta e formaggio; la
Grecia non poteva nemmeno badare alle sue necessità, e
l'unico prodotto della Laconia era il marmo. Tuttavia Co­
rinto aveva un porto attivo.
Certamente il commercio con terre lontane era assai svi­
luppato nel tardo impero romano: commercio di olio e di
vino, di pesce sotto sale, di uova di pesce, di schiavi, di spe­
zie orientali, di tessuti, di vesti, ceramiche, metalli preziosi.
Ciò nonostante, tale commercio non portò al costituirsi di
grandi fortune. Quella del magnate commerciale o finan­
ziario non fu mai una figura tipica della società bizantina e
forse l'unico mercante registrato negli annali della lettera­
tura bizantina fu l'alessandrino Cosma Indicopleuste nel
sesto secolo. Di sicuro egli viaggiò a lungo in paesi remoti
ma non sappiamo se guadagnò molto denaro. Il fatto che il
commercio non fosse molto profittevole dipendeva da mol­
te cause interconnesse tra loro: il basso potere d'acquisto
del pubblico, l'autosufficienza della maggior parte delle re­
gioni per ciò che atteneva ai generi di prima necessità, i ri­
schi dei viaggi in terre lontane. Frequenti erano i naufragi
e i mesi invernali erano ritenuti inadatti alla navigazione,
sicché buona parte dell'anno era perduta dal punto di vista
degli affari. Altissimi erano anche i tassi d 'interesse per i
prestiti di tipo commerciale. Un altro fattore importante
era che lo Stato (in potenza, il cliente maggiore) non ri­
correva a intermediari privati. L'approwigionamento delle
città capitali e dell'esercito era ciò che noi diremmo ' na­
zionalizzato' . I prodotti - dal grano egiziano alla cera alla
lana e via dicendo - erano prelevati direttamente in natura
e trasportati da una corporazione navale di Stato, i navicu­
larii, legati a questo servizio su base ereditaria. Lo Stato pos­
sedeva anche fabbriche d'armi e opifici tessili dove si pro­
ducevano le uniformi; deteneva inoltre il monopolio del­
l 'attività estrattiva. Di conseguenza, il ruolo del mercante
privato era ridotto. Nel settimo secolo un agente commer-
ciale, l 'ebreo Giacobbe, venne incaricato della consegna di
vesti (il valore era 1 44 solidi, non propriamente una gran
somma) da vendere in Africa e Gallia. La sua provvigione
ammontava a 1 5 solidi l'anno: non meraviglia il fatto che de­
fraudò il suo datore di lavoro34.
La prima fonte della ricchezza nonché della tassazione
era l 'agricoltura. Generalmente si ritiene che il 'sistema'
del primo periodo bizantino fosse basato su grandi pro­
prietà terriere su cui lavoravano gli schiavi, ma, in senso
stretto, questo non è vero. Le prestazioni d'opera servile sui
campi non erano molto frequenti: per la maggior parte si
limitavano ai servizi domestici. Anche san Giovanni Criso­
stomo, che pur disapprovava l'ostentata accumulazione di
schiavi, ammetteva che un uomo nato libero non potesse
prepararsi il cibo da sé35. Di conseguenza, la maggior parte
degli schiavi (e non abbiamo idea di quale fosse la loro in­
cidenza percentuale sul totale della popolazione) viveva
nelle città. Quanto alle grandi proprietà terriere, esisteva­
no senz'altro, ma non dobbiamo rappresentarcele come
enormi distese di terreno, senza soluzione di continuità;
dobbiamo semmai pensare a una grande quantità di ap­
pezzamenti diversi posseduti da un medesimo proprietario.
In linea generale, la frammentazione del territorio era no­
tevole; era normale che un proprietario terriero - si trat­
tasse di una persona fisica, della Chiesa o della Corona -
avesse le sue proprietà in più province. Alcuni esempi ben
noti di ricchi proprietari terrieri (per esempio la famiglia
degli Apioni in Egitto) non devono nascondere ai nostri oc­
chi la presenza di molti liberi proprietari di più ridotta o di
modesta entità, sovente raggruppati in comuni autonomi.
L'esplorazione archeologica del Massiccio Calcareo nella
Siria settentrionale - regione che conseguì grande prospe­
rità grazie alla produzione dell'olio d 'oliva - non si è limi­
tata a mostrare che tenute grandi e piccole coesistevano; ha
altresì indicato la tendenza generale del periodo compreso
tra il quarto e il sesto secolo alla frantumazione delle pro-
prietà più grandi e allo sviluppo di villaggi costituiti da agri­
coltori indipendenti e relativamente agiati36• Probabilmen­
te la situazione del Massiccio Calcareo non può essere assi­
milata a quella del resto della Siria, per non parlare di altre
zone dell'Impero; serve comunque a sottolineare quale pe­
ricolo sia voler trarre conclusioni generali solamente da te­
sti di natura letteraria e legislativa.
Se in generale lo schiavo era assente dal paesaggio rura­
le, il fittavolo ( colonus) ne era invece un elemento impor­
tante. Uomo dallo statuto degradato e anomalo, era in teo­
ria libero, in pratica invece legato al suo appezzamento di
terreno. Nelle parole di una legge del 393, il colonus era
«schiavo della terra>>37• La sua condizione era ereditaria; la
sua libertà di contrarre matrimonio ristretta; non poteva
neppure arruolarsi nell'esercito. Il padrone della terra pre­
levava da lui le tasse e aveva facoltà di metterlo in catene se
cercava di fuggire. Era apertamente ammesso dal governo
che non c 'era molta differenza tra lo status di schiavo e
quello di colonus38• Non che le autorità fossero animate da
mero sadismo ad amputare le libertà del fittavolo; quel che
più loro premeva era che le tasse fossero raccolte secondo
i registri prestabiliti. Perché se mai ci fu un' istituzione che
lasciò un marchio indelebile sul modo di vivere tardo ro­
mano e poi bizantino, questa fu senz'altro la tassazione.
L'imposizione di tributi ordinari e straordinari - in natura
al fittavolo, in denaro al mercante e all'artigiano - ambiva
all'equità; alla prova dei fatti, essa colpiva invece la popola­
zione agricola più duramente di quella urbana, e i poveri
molto più dei ricchi. Le tasse sottraevano circa un terzo del
raccolto allo sventurato colonus, che doveva pure pagare
l 'affitto al proprietario della terra. Fu l 'esorbitante carico
della tassazione che spinse molti Romani a passare al ne­
mico, nell'undicesimo secolo39 come già nel quarto e nel
quinto; che costrinse i contadini ad abbandonare i campi;
che riempì i monasteri e impoverì i decurioni. La indictio, o
imposizione di tassa sulla base di un ciclo quindicennale,
divenne la più diffusa forma di computo cronologico nel­
l'impero bizantino.
Via via che passiamo in veloce rassegna la storia sociale
ed economica dello Stato bizantino nel suo primo periodo
vediamo come un cerchio di coercizioni, interconnesse tra
loro, che si restringe sempre di più. L'introduzione di un'e­
conomia pianificata da parte dell'imperatore Diocleziano
nell'ultimo decennio del terzo secolo fu probabilmente un
passo necessario, senza il quale forse lo Stato non sarebbe
sopravvissuto. Un'economia pianificata consentiva qualco­
sa che non era mai esistito prima: un budget dello Stato. Co­
me si sarebbe altrimenti potuto fronteggiare i costi dell 'e­
sercito, che erano sì mutevoli, ma comunque enormemen­
te cresciuti? Un budget comportava un sistema razionaliz­
zato di tassazione, il che comportava un censimento, che
comportava a sua volta un'espansione del ruolo della bu­
rocrazia. Il risultato delle riforme di Diocleziano fu che il
mondo romano si trovò pieno di burocrati, e già nel quar­
to secolo si poteva dire, senz'altro con notevole esagerazio­
ne, che i beneficiari superavano in numero coloro che pa­
gavano le tasse4°. Come che fosse, tutti noi ben sappiamo
che ogni burocrazia genera i suoi impulsi specifici e che le
tasse tendono piuttosto ad aumentare che a diminuire. In­
negabile è il fatto che a partire dal quarto secolo le super­
fici coltivate decrebbero costantemente ed è più che pro­
babile che la principale causa di tale fenomeno fu la tassa­
zione. A fronte di tale diminuzione dell'introito fiscale i bu­
rocrati, armati dei loro registri, non poterono che applica­
re misure più repressive: dall 'umile colonus al decurione,
tutti dovevano essere tenuti a bada. Ma le ruote del gover­
no giravano lentamente, le distanze erano considerevoli, e
c ' era ampio spazio per frodi ed evasioni. Venne così a por­
si al centro della scena la figura del patrono, ' quello che
mette tutto a posto ' , l'uomo che conta; e il suo successo fu
tale che persino il culto dei santi cristiani venne reso visiva­
mente in termini di patronato, come vedremo in un capi-
tolo successivo. Abbiamo già ricordato il caso del viaggiato­
re d'affari ebreo Giacobbe. La sua storia ha un seguito. Che
fece il principale di Giacobbe a Costantinopoli quando ap­
prese di essere stato defraudato? Fece forse ricorso alla leg­
ge? Niente affatto. Si recò in visita dal suo patrono, ciam­
bellano del palazzo imperiale; il ciambellano inviò 'il suo
uomo' a Cartagine per arrestare Giacobbe, che nel frat­
tempo aveva abbracciato la fede cristiana41 .
La rigidità della struttura socio-economica del primo pe­
riodo bizantino poteva essere pur sempre elusa per vie tra­
verse. Qualunque cosa fosse prescritta da leggi che non c'è
ragione di ritenere sistematicamente applicate, una perso­
na intraprendente in genere poteva trovare il modo di riu­
scire nella vita. Esistevano sicuramente mezzi riconosciuti
di ascesa sociale, in primo luogo le carriere nell'esercito e
nell'amministrazione. Vi sono molti esempi di semplici sol­
dati saliti a posti importanti, persino al trono imperiale, o
di figli di salumieri divenuti grandi ministri dello Stato. E
una volta fatta fortuna, essa tendeva a rimanere nella stessa
famiglia per molte generazioni, a meno che non venisse
confiscata. Mentre non c 'era l 'istituzione di un'aristocrazia
ereditaria, il ruolo burocratico portava denaro e il denaro
assicurava posizioni di comando. Ma c'erano anche altre vie
di mobilità sociale. Dell'eretico Aezio (quarto secolo) leg­
giamo che la sua carriera incominciò quale colonus in un vi­
gneto. Riuscì poi a diventare fabbro, fu quindi arrestato per
frode, si mise a pratica da un guaritore finché divenne me­
dico a pieno titolo e si segnalò all'attenzione del cesare Gal­
lo, fratello di Giuliano; alla fine della sua vita era un famo­
so teologo42. La storia può ben essere maliziosa, ma dimo­
stra che questo tipo di carriera era possibile. 'Rigidità tem­
perata dal sotterfugio' può così risultare una descrizione
adatta alla struttura sociale del primo periodo bizantino.
Forse può applicarsi ugualmente bene ad altre economie
pianificate.
Il crollo dell'assetto tipico dello Stato bizantino nel suo
primo periodo coincise con gli anni in cui lo sfortunato
Giacobbe venne rispedito da Cartagine a Costantinopoli e
non poté non causare profondi riaggiustamenti sociali.
Purtroppo non abbiamo documentazione tale da consen­
tirci di seguirli in dettaglio. Quando il sipario di tenebra co­
mincia a levarsi, nel nono secolo, percepiamo che è un
mondo alquanto diverso quello che è venuto a costituirsi
nel frattempo, ma sappiamo pochissimo del processo in­
termedio.
Ciò che possiamo vedere con maggior chiarezza è che
l 'intero meccanismo del governo imperiale era stato posto
su basi diverse. I grandi dicasteri dello Stato come le prefet­
ture del pretorio e i grandi comandi militari dei magistri mi­
litum erano stati aboliti. Al loro posto troviamo un assai ac­
cresciuto numero di cariche, tutte direttamente responsabi­
li nei confronti dell'imperatore e non disposte in piramide
gerarchica. La natura del cambiamento, secondo la defini­
zione di J.B. Bury43, fu <<sostituire il principio di coordina­
mento a quello di subordinazione e moltiplicare le cariche
supreme anziché riporre immensi poteri nelle mani di po­
chi>> . La cosa più stupefacente fu la ristrutturazione del­
l'amministrazione provinciale avviata, a quanto sembra, dal­
l'imperatore Eraclio. Le vecchie province raggruppate in
diocesi furono rimpiazzate da un certo numero di grandi
unità chiamate themata, ' temi ' , ciascuna governata da uno
stratégos (generale) le cui competenze comprendevano affa­
ri sia militari sia civili. Questa riforma venne dapprima ap­
plicata in Asia Minore e successivamente estesa alle provin­
ce europee man mano che queste ultime venivano gradual­
mente liberate dai barbari; nel contempo i temi più grandi
perdevano le loro dimensioni originarie, venendo suddivisi
in temi di minore estensione. Il termine ' tema ' , di cui non è
a tutt'oggi chiaro donde derivi, denotava in primo luogo un
corpo d'armata militare e per estensione il distretto in cui
era di guarnigione. Stabiliti una prima volta i militari, di cui
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Fig. 3. Il sistema dei 'temi ' nell'XI secolo.


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Sidone
spesso i 'temi' prendevano il nome, il reclutamento sembre­
rebbe essersi in seguito svolto su base locale, sicché venne a
costituirsi un esercito permanente indigeno. Ovvia è la so­
miglianza con il vecchio sistema dei limitanei, solo che ora è
tutto il territorio dell' Impero a essere divenuto zona per co­
sì dire di frontiera. Taluni studiosi ritengono che fu questa
riforma radicale a consentire all'Impero di salvarsi nel corso
della sua lunga lotta contro gli Arabi. Tali studiosi ritengono
inoltre che sin dall'inizio i soldati (stratù5tai) dei temi rice­
vettero elargizioni di terre vincolate alla prestazione di ser­
vizio militare su base ereditaria, per cui coltivavano i campi
quando non servivano lo Stato in guerra. Questo quadro di
strenui soldati-contadini intenti alla difesa dei loro focolari
contro l'invasore viene infine contrapposto alla società ' de­
bosciata' dell'epoca precedente, che passava giornate inte­
re a teatro e pagava mercenari barbari perché fossero loro a
combattere.
Non può essere messo in dubbio che l'istituzione dei
' temi' comportava una radicale militarizzazione dell'Impe­
ro, tale da corrispondere alle dure realtà della vita a quei
tempi; non è però affatto chiaro come il sistema abbia fun­
zionato nei primi due o tre secoli della sua esistenza né qua­
li fossero le condizioni sociali cui venne a sovrapporsi. L'o­
pinione comunemente accettata è che la riforma dei temi
si accompagnò a una generale frammentazione delle gran­
di proprietà che erano invece tipiche (o almeno ritenute ti­
piche) del primo periodo bizantino, per cui nella società
rurale dell'Età Oscura sarebbero state le libere comunità di
piccoli o medi proprietari terrieri a predominare. Dato che
a quell'epoca vennero a stabilirsi entro l 'Impero grandi
quantità di immigranti - come già abbiamo visto nel primo
capitolo - necessariamente si dovettero trovare terre per lo­
ro. Non possediamo documentazione sul problema se tali
terre fossero demaniali o invece appartenessero ai magna­
ti di un tempo. Né ho mai trovato accenno alcuno a pro­
prietari che venissero spossessati delle loro terre a favore
degli immigrati o dei soldati dei ' temi' . Ad ogni modo, se
veramente vi fu una tendenza che privilegiava le tenute pic­
cole a scapito delle grandi, il suo impatto deve essere stato
relativo. Da un lato, infatti, non è assolutamente certo che
i latifundia fossero in precedenza stati la norma nelle pro­
vince orientali; dall'altro, grandi proprietà terriere sono be­
ne attestate nell'ottavo e nel nono secolo, come risulterà
chiaro tra poco. Più che una rivoluzione, potremmo scor­
gere qui un cambiamento di grado.
C'è un documento che viene spesso introdotto in questo
contesto - la cosiddetta Legge Agraria44. Si tratta di un do­
cumento pittoresco, ritenuto datare dal tardo settimo o dal­
l'inizio ottavo secolo. Esso regola in termini assai semplici
le dispute che nascono in una piccola comunità di villaggio.
I contadini vengono qui rappresentati come proprietari di
campi e bestiame, liberi di andare e venire a loro piaci­
mento. Di essi, alcuni possiedono schiavi o impiegano man­
driani per il lavoro. Ci sono anche agricoltori caduti in di­
sgrazia che abbandonano la loro terra: in questo caso l'im­
posta che grava sulla terra ricade sulla comunità. In taluni
casi, però, un agricoltore non residente continua a dover
far fronte ai suoi doveri dinanzi al Tesoro, mantenendo pie­
no possesso della sua proprietà, coltivata o meno che sia.
Esistono terreni comunali che vengono suddivisi a volte, ed
esistono zone boschive facili a raggiungersi dal villaggio.
Orti e vigneti sono protetti da fossati o recinti; non così i
campi, dove spesso va a sconfinare il bestiame. Le greggi so­
no attaccate dai lupi; i cani si battono ma a volte hanno la
peggio; i contadini si rubano l 'un l'altro gli strumenti di la­
voro. Dure e spesso barbare sono le punizioni inflitte ai tra­
sgressori - amputazione di mano o di lingua, accecamento,
impalatura, rogo. Nonostante la sua brevità, la Legge Agra­
ria presenta un quadro vivace della vita di villaggio. Possia­
mo tuttavia essere certi che descrive una situazione vera­
mente tipica della vita di campagna bizantina dell'epoca?
Se essa tace in merito ai coloni, dobbiamo dedurne che non
esistevano più o al massimo erano un fenomeno eccezio­
nale, nonostante il fatto che essi ricompaiano con il nome
di paroikoi all'inizio del nono secolo al più tardi? Oppure la
Legge Agraria vale per un particolare tipo di comunità la
cui maggiore o minore diffusione noi non siamo in grado
di stabilire? Infine , qual è il rapporto tra Legge Agraria e si­
stema dei ' temi ' ? In essa non leggiamo menzione alcuna
del servizio militare e neppure del suo possibile collega­
mento con la concessione di terre.
Che le grandi proprietà terriere continuarono a esistere
è dimostrato da un buon numero di casi concreti. Non vo­
glio insistere su quello, così sovente citato, del paflagone
san Filareto (morto nel 792) ; di lui si dice che avesse 48 pro­
prietà terriere, 1 2.000 pecore, 600 buoi e altro ancora che
da lui venne tutto distribuito ai bisognosi45. Un esempio più
credibile viene fornito da san Teofane Confessore, autore
di una famosa cronaca. Nato nel 760, figlio del governato­
re del ' tema' del Mare Egeo, rimase orfano a tre anni. La
sua giovinezza fu quella di un ricco e sposò una donna di
pari estrazione. Possedeva ampie proprietà terriere in Biti­
nia e molti schiavi, di sesso maschile e femminile; tra co­
storo egli contava anche un suo orefice privato. Entrò al ser­
vizio dell 'Impero quale strator (attendente) e fu designato
supervisore alla ricostruzione della fortezza di Cizico. Tale
compito egli assolse a proprie spese. Sarebbe salito molto
più in alto nella gerarchia dell ' Impero se non avesse deci­
so di farsi monaco, rinunciando a tutte le sue proprietà. An­
che allora seppe raccogliere capitali sufficienti alla costru­
zione di un monastero di primaria importanza46. Un caso
ancor più estremo è quello della vedova Danelis di Patras­
so, che aiutò Basilio il Macedone (il futuro imperatore Ba­
silio I ) quando questi non era che un giovane sconosciuto.
Danelis viene descritta come proprietaria di <<non piccola
parte del Peloponneso>> . Nelle sue successive due visite a
Costantinopoli compì il viaggio assisa su una portantina tra­
sportata da squadre alternate di giovani schiavi, per un to-
tale di trecento unità. I suoi beni, che ella volle lasciare in
eredità all 'imperatore Leone VI, «Superavano la fortuna di
ogni privato ed erano di poco inferiori a quelli di un sovra­
no» ; tra essi, 80 possedimenti terrieri e più di tremila schia­
vi che l'imperatore inviò quali coloni nell'Italia meridiona­
le47. Possiamo ricordare che il Peloponneso venne reso ' te­
ma' intorno all'anno 8 1 0 , dopo che venne recuperato al­
l'Impero a scapito delle tribù slave indipendenti. Alla luce
della teoria comunemente accettata, avrebbero dovuto in­
sediarvisi gli agricoltori-soldati. Eppure le grandi proprietà
di Danelis vennero a costituirsi proprio a quest'epoca;
quando incontrò Basilio per la prima volta, nel sesto de­
cennio del nono secolo, ella era già una grande plutocrate.
A me sembra che la verità stia nel fatto che gli storici han­
no cercato nella direzione sbagliata. Partendo dal presup­
posto di una continuità della vita urbana durante le Età
Oscure, hanno cercato di scoprire una rivoluzione agraria.
Di fatto era stata la vita urbana a crollare, come vedremo nel
prossimo capitolo, laddove la situazione delle campagne po­
trebbe non avere subito mutamenti strutturali. Assai sempli­
cemente, l 'Impero si ruralizzò. Da un lato l ' assenza di gran­
di popolazioni urbane da sfamare, dall'altro l 'infusione di
forza lavoro fresca nelle campagne: questa situazione deter­
minò l'abbondanza di generi alimentari a basso prezzo atte­
stata per l'ottavo secolo. Nel contempo il costo dell'esercito
da mantenere diminuì notevolmente, allorché venne a ces­
sare il reclutamento su ampia scala dei mercenari barbari. Il
risultato di tutti questi processi che possiamo distinguere so­
lo a grandi linee fu la possibilità di semplificare le comples­
se costrizioni del primo periodo bizantino. Se i contadini ri­
conquistavano un qualche grado di libertà era perché ce n ' e­
rano abbastanza in rapporto alle esigenze del Tesoro.
Il crollo delle città ebbe profonde ripercussioni anche
sulla Chiesa. Il vescovo di provincia del periodo medio bi­
zantino non era che una pallida ombra dei suoi predeces­
sori. Il Concilio dell'869, che cercò di ristabilirne la dignità,
ci può fornire almeno una vaga idea del suo status sociale.
Il Concilio decretava che il vescovo non deve allontanarsi
troppo dalla sua chiesa per incontrare uno stratègos o un al­
tro dignitario laico; non deve smontare precipitosamente
dal suo cavallo o dal suo mulo né affrontare il predetto di­
gnitario con timore e tremore; neppure deve pranzare in
compagnia di un dignitario, temendosi che l ' ecclesiastico si
trovi costretto a mostrargli indebita deferenza48• Se i vesco­
vi erano così terrorizzati dai governatori locali, non deve
sorprendere la loro totale acquiescenza ai desideri dell'im­
peratore - anche quando capitava che l 'imperatore fosse
eretico. Cento anni dopo, l'ambasciatore d'Occidente Liut­
prando osservava che i vescovi bizantini avevano pochi do­
mestici e mobilia senza pretese, che comperavano e vende­
vano, che erano gli uscieri di sé medesimi49• L'investitura
vescovile poteva essere acquistata a poco prezzo; quella di
Sebaste (Sivas) , nell'Asia Minore orientale, valeva 1 00 solidi
all'inizio del decimo secolo50. Consideriamo a confronto
un titolo di corte , quello di protospatharios, che comportava
una rendita annua del 2,5 per cento. Nello stesso periodo,
era possibile acquistarlo pagando 40 libbre d'oro, vale a di­
re quasi 3.000 solidi. Ma non fu solo l'eclissi della vita urba­
na a provocare il declino delle fortune della Chiesa; un al­
tro fattore importante fu che le donazioni venivano sempre
più dirette ai monasteri, che tendevano così ad acquisire
uno status indipendente (lo vedremo nel quinto capitolo) .
Ai vescovadi così non restavano che le proprietà terriere (su
cui dovevano pagare la tassa minima) , tutte le piccole im­
poste che potevano esigere dai monasteri, e infine quanto
dovuto per ordinazioni, battesimi, matrimoni e via dicen­
do. In altre parole, erano posti alla pari con i proprietari
terrieri privati e in genere agivano come tali, trascurando la
sfera della 'salute pubblica'. Inoltre la vita in una sede ve­
scovile di provincia era estremamente tediosa; per una per­
sona istruita e avvezza agli svaghi di Costantinopoli doveva
risultare equivalente a una sentenza d'esilio. Non deve stu-
pire il fatto che i vescovi indugiassero nella capitale il più a
lungo possibile con i più vari pretesti; spesso occorreva fa­
re pressioni perché ritornassero alle loro rustiche greggi.
Lo sviluppo della società nel corso del periodo medio bi­
zantino è caratterizzato da due tendenze contraddittorie:
da un lato, il continuo movimento verso una sorta di feu­
dalesimo; dall'altro, la timida crescita di una borghesia ur­
bana. Gli storici hanno dedicato assai più attenzione alla
prima che alla seconda tendenza.
I sommovimenti del settimo e dell'ottavo secolo sem­
brano avere cancellato definitivamente le famiglie guida
del periodo precedente. La loro rovina era probabilmente
dovuta, dopo tutto, a ragioni economiche. Risulta inoltre
dalle fonti che un certo numero di imperatori - Foca, Giu­
stiniano II, Leone III - abbiano deliberatamente persegui­
tato le classi più alte. Quale che sia il grado di verità di as­
serzioni di tal genere, le figure eminenti che incontriamo a
partire dall'ottavo secolo sembrano relativamente 'nuovi
arrivati' - molti senz'altro di origine straniera. Nonostante
il fatto che l'evidenza prosopografica a nostra disposizione
sia assai scarsa, possiamo comunque citare qualche caso di
famiglie eminenti emerse nell'ottavo o nel nono secolo e
soprawissute per molto t�mpo dopo. Abbiamo detto che
san Teofane Confessore (nato nel 760) era figlio di uno
stratégos chiamato !sacco (nome infrequente tra i Greci)
che deve essere nato dunque intorno al 720-730. Quanto a
Teofane, non ebbe figli, ma un ramo della sua famiglia de­
ve essere ben continuato se Costantino VII , imperatore dal
9 1 3 al 959, ne rivendicava la parentela per parte di madre,
l'imperatrice Zoe5 1 ; e abbiamo ancora modo di sapere che
il bisnonno di Zoe, attivo nel terzo decennio del nono se­
colo, era stratégos del ' tema' anatolico52. Un altro esempio
viene fornito dalla stirpe di Rentakios o Rendakis. Dappri­
ma incontriamo il patrizio Sisinnio Rendakis nel 7 1 9 in
qualche parte della Macedonia53. Nell'867 un Rentakios
era ciambellano al palazzo imperiale54; un altro Rentakios,
descritto tale a ignorante Helladikos (vale a dire originario
della Grecia) , venne messo a morte per i suoi complotti con
i Bulgari nel 92055. Quest'ultimo, per inciso, era parente
del patrizio Niceta, deriso per la sua «furba faccia da slavo>> ;
sua figlia Sofia sposò Cristoforo Lecapeno (morto nel 9 3 1 ) ,
figlio dell'imperatore Romano I56. Nel decimo secolo i Ren­
takioi ormai erano proprietari terrieri solidamente basati in
Beozia57.
Più importanti, comunque, furono le grandi famiglie
emerse nell'Asia Minore orientale nel corso del nono e del
decimo secolo: i Phokades (il singolare è Phokas [Foca] ) ,
gli Skleroi [Scleri] , i Maleinoi, i Doukai . . . e altre ancora. In
parte o soprattutto di origine armena e strettamente inter­
connesse l'una all'altra per vincoli matrimoniali, deteneva­
no il quasi monopolio degli alti comandi militari. I Phoka­
des cappadoci, il cui primo membro conosciuto fu un oscu­
ro ufficiale di metà nono secolo, ascesero al trono imperia­
le con Niceforo Foca; l'imperatore successivo, l'armeno
Giovanni Zimisce, apparteneva al clan dei Kourkouas che
aveva dato all 'Impero tutta una serie di brillanti generali; gli
Skleroi, nemici dei Phokades, sfiorarono il trono come an­
che i Doukai (nel 9 1 3) con Costantino Doukas, di cui non
è chiaro il rapporto con la famiglia imperiale dei Doukai
dell'undicesimo e del dodicesimo secolo. Questi ed altri
grandi clan portarono un nuovo ideale aristocratico a Bi­
sanzio. Grandi estimatori di antichi lignaggi, fabbricavano
genealogie fittizie: i Phokades rivendicavano discendenza
dai Fabii di Roma58, i Doukai da un mai esistito cugino di
Costantino il Grande59, persino l'imperatore Basilio I -
che aveva oscure ascendenze armene - venne ingegnosa­
mente apparentato alla sovrana dinastia degli Arsacidi.
«Noi veniamo dal tema di Anatolia, da nobili romani. No­
stro padre è disceso dai Kinnamoi, nostra madre è una
Doukas, della famiglia di Costantino. Tra i nostri cugini e
zii ci sono dodici generali ( strategoi) >> ; così parlano gli zii
dell'eroe epico Digenes Akrites, le cui imprese esempli-
ficano gli ideali di valore e di cavalleria dell'aristocrazia
orientale6°.
L'ascesa materiale dei grandi proprietari terrieri è docu­
mentata al meglio in una raccolta di decreti imperiali del pe­
riodo compreso tra il 927 circa e il 99661• La loro causa di­
retta fu la grave carestia del 927-28 che costrinse molti agri­
coltori a vendere le loro terre a prezzi assurdamente bassi. Il
disagio dei 'poveri ' venne sfruttato dai 'potenti' ( dynatoi)
che riuscirono così ad assorbire i possedimenti di contadini
e soldati e ad infiltrarsi nelle comunità indipendenti di vil­
laggio. Fu questa la tendenza che gli imperatori del decimo
secolo tentarono di frenare; la frequenza dei loro decreti di­
mostra però che non arrise loro il successo. Ma chi erano
esattamente i 'potenti'? Piuttosto interessante è che non
vengano definiti in termini economici ma in termini di in­
flusso e di rango. Potenti erano coloro che direttamente o
per il tramite di intermediari riuscivano a terrorizzare chi
aveva bisogno di vendere o a subornarli promettendo pro­
tezione. Più precisamente si trattava di magistri e patrizi, di
ufficiali di altre dignità civili e militari, di membri del senato
imperiale, di magistrati delle province, di vescovi, di abati, di
altri ecclesiastici, di responsabili di istituti di carità o di ter­
reni demaniali. I pubblici dipendenti di livello minore (sek­
retikoi) e i militari della Guardia (scholarii) formavano la fa­
scia più alta della classe dei 'poveri' . Tali militari della Guar­
dia erano tuttavia considerati più influenti dei soldati (stra­
tiOtai) , così come i pubblici dipendenti erano ritenuti supe­
riori a chi non detenesse alcun impiego nell 'amministrazio­
ne. Nella campagna bizantina esisteva pertanto una com­
plessa gerarchia sociale, e se una persona qualunque certo
poteva salire tutta la scala sociale, resta che tale ascesa era di­
sapprovata. Gli imperatori decretavano che tutte le persone
di umile origine che <<per qualche misteriosa via» fossero
ascese alle posizioni più alte dovevano essere immediata­
mente riportate alla loro condizione di partenza. Un esem­
pio particolare fu quello di un tal Philokales, il paesano che
ascese al rango di pr6tovestiarios e così facendo acquisì tutte
le terre della comunità in cui viveva. Non solo venne desti­
tuito ma anche gli splendidi edifici che aveva costruiti per sé
vennero rasi al suolo. L'abile Philokales dové riprendersi dal
colpo giacché il suo nome veniva portato da una famiglia as­
sai eminente nell'undicesimo e nel dodicesimo secolo.
La preoccupazione con cui il governo imperiale repri­
meva la «insaziabile avidità» dei potenti aveva ragioni in
parte militari, in parte fiscali. All'epoca (ma non sappiamo
esattamente a partire da quando) il servizio militare era su­
bordinato alla proprietà di terre che valessero almeno 4 lib­
bre d'oro, e tale rimase il livello fino al regno di Niceforo II
Foca che lo elevò a 12 libbre data l'introduzione di un'ar­
matura più pesante62• Come è chiaro, se gli agricoltori-sol­
dati fossero stati costretti a vendere le loro proprietà i ran­
ghi dell'esercito sarebbero rimasti completamente sguarni­
ti. Le considerazioni di carattere fiscale non sono così age­
voli: è presumibile che le terre annoverate nei registri del­
le tasse mantenessero un medesimo status indipendente­
mente dal fatto che i proprietari fossero 'poveri' o 'poten­
ti' . L'ipotesi da cui partire sembra essere che mentre i po­
veri pagavano le loro tasse i potenti avessero modo di eva­
derle. Il diritto di immunità ( exkousseia) , di cui è nota l'esi­
stenza già prima del decimo secolo e che divenne sempre
più frequente nell'undicesimo e nel dodicesimo, era pro­
babilmente tra le scappatoie a portata delle persone in­
fluenti. L'immunità da qualche o da ogni tassa - applicabi­
le alla terra non meno che ai fittavoli residenti - era soven­
te concessa ai monasteri e ad altri istituti di carità, ma an­
che a singoli individui in cambio dei servizi resi allo Stato e
forse sulla base delle conoscenze personali. Inoltre gli ispet­
tori del Tesoro erano volentieri corruttibili ed anche i giu­
dici delle province, <<più per necessità che per inclinazio­
ne>> , potevano essere indotti a mostrare che non erano pri­
vi del tipico espediente bizantino detto oikonomia ovvero
compromesso63.
Il consolidamento di un'aristocrazia terriera che acqui­
siva titolo su titolo nella gerarchia imperiale e nutriva una
naturale propensione per gli alti comandi militari; il gra­
duale sottrarsi delle sue grandi proprietà al diretto con­
trollo del governo; l 'ineluttabile regressione dei piccoli
proprietari terrieri: tali sembrano essere le caratteristiche
della società bizantina nel decimo secolo. Siamo ancora
molto lontani da tutto ciò che è legittimo definire feudale­
simo, anche a intendere 'feudalesimo' non nel suo preciso
significato istituzionale (che è applicabile solo all'Europa
occidentale e particolarmente agli Stati discendenti dal­
l 'impero carolingio) ma in un senso più vasto, tale da in­
cludere una struttura di dipendenza personale, diritti sulla
proprietà che corrispondessero a tale dipendenza, fram­
mentazione dell'autorità politica. Tuttavia una tendenza al­
la 'feudalizzazione' è senz'altro evidente nella società bi­
zantina. Abbiamo assistito ai suoi esordi; il suo ulteriore svi­
luppo è nel periodo dei Comneni e si estende fino a quel­
lo dei Paleologhi.
Sono state in particolare due istituzioni ad attirare l'at­
tenzione in questo contesto. La prima è la pronoia, che cor­
risponde a grandi linee al beneficio o al tenimento degli
Occidentali. Dapprima attestata durante il regno di Alessio
I, era la concessione a un cavaliere di terre nonché dei ser­
vi ivi residenti (paroikoi) , subordinata al servizio militare. La
pronoia non era ereditaria e chi ne beneficiava era chiama­
to semplicemente ' soldato' (stratù5tes) , così come in Occi­
dente un vassallo veniva talvolta designato come miles. Par­
lando del regno di Manuele I e ricorrendo, purtroppo, a un
linguaggio assai fiorito, lo storico Niceta Coniate riferisce
che quell'imperatore tratteneva la paga dei soldati e li ri­
compensava invece <<con le cosiddette assegnazioni di pa­
roikoi, abusando di un sistema che era stato istituito dai pre­
cedenti imperatori>> . Il risultato fu un grande afflusso di
aspiranti soldati; chi contribuiva con un cavallo, chi con
una somma in oro, e ricevevano in cambio <<diplomi impe-
riali che loro concedevano iugeri di terre ombreggiate,
campi onusti di grano e Romani che pagavano tasse, questi
ultimi per servirli a mo' di schiavi, per cui poteva accadere
che un Romano di venerando sembiante e ben versato nel­
l 'arte della guerra pagava tasse a qualche parvenu semibar­
baro che neppure conosceva la natura di una formazione
militare»64• Evidentemente si procedeva a tali concessioni
su ampia scala; la loro conseguenza, agli occhi di Coniate,
era che le terre dei bizantini diventavano preda e proprietà
di stranieri - invero taluni dei cavalieri in questione erano
latini e cumani.
Il secondo sviluppo importante riguarda la crescita del
séguito personale. Si può sostenere che non si trattava di
niente di nuovo per Bisanzio, che già nel tardo impero ro­
mano esistevano bande private di soldati - i buccellarii - e
che nel periodo medio bizantino abbiamo testimonianze
sparse in merito a gentiluomini circondati da un loro cir­
colo di seguaci. Tuttavia non è sicuramente casuale che a
partire dall'undicesimo secolo abbiamo sempre più notizie
in merito a siffatta sorta di séguito, che consisteva non solo
di schiavi e di parenti ma anche di guardie armate, spesso
in numero considerevole. Emerge anche l 'esistenza di vin­
coli di dipendenza tra grande e piccola nobiltà. Rivolgendo
al figlio i suoi consigli, Cecaumeno gli prospetta la possibi­
lità di servire un signore ( archon) , distinguendo chiara­
mente tale servizio da quello prestato all'imperatore: «Se
servi un signore, servilo non come signore o uomo ma qua­
le imperatore e dio. Quand' anche fosse ignorante e inca­
pace e tu invece avessi copia di conoscenza, sapienza, de­
strezza, non sdegnarlo per tema che ti rovini>> . Cecaumeno
consiglia anche estremo riserbo nei confronti della propria
'signora' ( «Se ella si mostra festosa con te, ritìrati, mantieni
le distanze>> ) e gentilezza verso i propri 'uomini' (indica qui
gli uomini del proprio séguito) 65. Circa nello stesso perio­
do un piccolo gentiluomo, Eustazio Boilas, ci parla dei suoi
quindici anni di servizio reso all'armeno Michele Apokapes
(Apokaub) , duca di Edessa, dal quale ricevette molti bene­
fici; e anche se questo servizio era reso nell'ambito del­
l'amministrazione imperiale, va osservato che Boilas consi­
derava i due figli di Michele come suoi <<signori»66.
La nostra difficoltà a descrivere la crescita del 'feudale­
simo' bizantino deriva dal fatto che non venne mai forma­
lizzato in legge e non acquisì un vocabolario tecnico. I bi­
zantini erano certamente consapevoli delle istituzioni del
feudalesimo occidentale; trattando con cavalieri e principi
franchi l'imperatore otteneva sovente da loro un giura­
mento di fedeltà. Il termine lizios (uomo ligio, vassallo)
poté così farsi strada nella lingua greca, ma rimase riserva­
to a stranieri. Leggiamo che il suo equivalente bizantino era
«servo e soggetto» ( oiketes kai hypocheirios) 67, e può ben es­
sere che queste ed affini parole greche assai spesso presen­
ti nelle nostre fonti si riferiscano talvolta al vassallaggio, ma
solo di rado il contesto è abbastanza chiaro per stabilire la
distinzione. Mentre possiamo garantire, pertanto, che mai
ebbe a svilupparsi in Bisanzio una struttura coerente di re­
lazioni feudali, dobbiamo ammettere che vi si sviluppò un
sistema per la massima parte non formulato che assomi­
gliava da molti punti di vista al feudalesimo. Una dispersio­
ne dell'autorità centrale ne era sia la causa sia l'effetto.
Mentre venivano a stabilirsi relazioni di tipo quasi feuda­
le, una tendenza contraria pervadeva il mondo bizantino.
Come spiegheremo più dettagliatamente nel prossimo ca­
pitolo, la vita urbana - che si era praticamente estinta con le
calamità del settimo e dell'ottavo secolo - cominciò a ride­
starsi. Tra le possibili cause di questo fenomeno possiamo se­
gnalare l 'accresciuta sicurezza e l 'apertura di nuove vie com­
merciali. La minaccia musulmana andava scemando. In Asia
Minore l 'esercito bizantino andava all 'attacco - un attacco
che infine doveva portarlo oltre le montagne del Tauro, in
Cilicia e in Siria. Nella regione del Mar Nero i nuovi arrivati
russi, presto convertiti al Cristianesimo ortodosso, crearono
le possibilità di commerci remoti che passassero diretta-
mente da Costantinopoli. La Bulgaria scese a più miti consi­
gli dopo la morte del terribile zar Simeone (927) e venne to­
talmente sottomessa nel 1 0 1 8. La navigazione nel Mare
Egeo, che era ancora molto pericolosa nella prima metà del
decimo secolo, venne resa sicura con la riduzione della base
araba a Creta (961 ) . Poco per volta, miglioravano le condi­
zioni per la rinascita di un'economia urbana.
Non può dirsi che il governo imperiale mostrò indebita
fretta di trarre profitto dalle nuove opportunità. Possedia­
mo due documenti importanti del 900 circa connessi con
l'attività economica, ed entrambi mostrano un atteggia­
mento diffidente e conservatore. Il primo è il testo di due
trattati conclusi tra i bizantini e i vichinghi di Russia68. Ap­
prendiamo qui che a Costantinopoli (per essere più preci­
si poco più a nord nel Bosforo, al suburbio di San Mamas,
oggi Be�ikta�) si era stabilita una colonia commerciale rus­
sa. La principale preoccupazione delle autorità imperiali
era di tenere i russi sotto stretta sorveglianza anziché trarre
il massimo profitto da questo contatto. Venivano registrati
i nomi dei mercanti russi cui veniva poi consentito di en­
trare in città da una porta soltanto, in gruppi di cinquanta
unità, con la scorta di un ufficiale del governo. D'altro can­
to ricevevano assegnazioni di generi alimentari e vino per
un periodo fino a sei mesi ed era loro consentito di con­
durre i loro affari senza pagare alcuna imposta doganale. I
trattati contengono clausole valide per le navi bizantine che
dovessero naufragare nelle vicinanze dei russi - in altre pa­
role lungo la costa del Mar Nero - ma non abbiamo notizia
di alcuna attività di mercanti bizantini a Kiev o più a nord.
In breve, i bizantini erano soddisfatti di starsene a casa loro
e di aspettare che fossero i commercianti stranieri a render
loro visita.
L'altro documento che dobbiamo considerare è il Libro
de/ Prefetto, risalente al regno di Leone VI (886-9 1 2 ) 69. Il te­
sto in nostro possesso è forse incompleto così come noi lo
leggiamo; esso regola le attività di ventidue corporazioni
professionali che erano controllate dal prefetto di Costan­
tinopoli. Il legislatore mirava anzitutto a mantenere ciascu­
na professione entro gli stretti limiti di sua competenza,
concentrata in una sola località dove fosse facile prowede­
re alla sua supervisione; a proibire profitti indebiti; a pre­
venire l 'esportazione di talune merci di lusso. Ancorché de­
primente per chiunque creda nella libera iniziativa, un at­
tento esame del Libro del Prefetto fornisce un quadro dawe­
ro interessante della vita commerciale nella capitale. Le
merci importate comprendevano materie prime - per
esempio cera per candele - ma anche prodotti finiti: gli un­
guenti arrivavano dalla via di Trebisonda, i lini provenivano
dalle regioni dello Strimone (Struma) e del Ponto, mer­
canti siriaci portavano seco le sete di Siria. Questi mercan­
ti erano confinati nei loro mitata (qualcosa di simile al fon­
daco italiano o allo han turco) e non potevano rimanere nel­
la capitale per più di tre mesi. Particolare attenzione era de­
dicata al commercio dei tessuti. Esso comprendeva sei di­
verse occupazioni, vale a dire i vestiopratai che trattavano le
stoffe preziose, i prandiopratai specializzati nelle importa­
zioni dalla Siria, i metaxopratai commercianti di seta grezza,
i katartarioi che lavoravano la seta, i sérikarioi che tessevano
le stoffe acquistate presso i metaxopratai e infine gli othonio­
pratai, commercianti in lini. Ognuna di queste occupazioni
era strettamente confinata nel suo specifico campo di atti­
vità; tutte le transazioni di valore superiore ai dieci solidi do­
vevano essere dichiarate al Prefetto; particolare attenzione
era dedicata a che le cosiddette <<merci proibite>> - e cioè so­
prattutto le vesti in porpora - non lasciassero la capitale e
giungessero alle nazioni barbariche. Interessante è notare
che ai metaxopratai non era concesso acquistare le loro mer­
ci al di fuori della città; del pari, non era loro consentito
venderle a mercanti di stirpe giudaica che le rivendessero
all'estero. Restrizioni analoghe erano imposte ad altre pro­
fessioni: i macellai, sia di ovocaprini sia di suini, dovevano
acquistare gli animali vivi in certi punti prestabiliti della
città, poi macellarli e venderli sul posto. Non potevano usci­
re dalla città e acquistare le bestie direttamente da alleva­
tori e pastori. Nel periodo di Quaresima ogni compraven­
dita di carne era proibita. I pescivendoli non potevano la­
sciare la città per comprare il pesce dai pescatori; dovevano
incontrarli presso le banchine del porto. Chiunque con­
trawenisse a queste e molte altre disposizioni poteva essere
espulso dalla sua corporazione nonché fustigato, tonsura­
to, bandito.
Il sistema era chiaramente concepito in modo tale da
scoraggiare l 'iniziativa privata e l'accumulazione di ric­
chezza; si giustificava riferendosi all'ordinamento naturale
dell'universo creato da Dio. Deve anche avere portato a una
bilancia commerciale passiva. Possiamo comunque imma­
ginare che il Libro del Prefetto abbia avuto sorte non dissimi­
le dal resto della legislazione bizantina - che cioè le sue di­
sposizioni siano state derise più che osservate. Troviamo al­
tresì che membri dell'aristocrazia - cui era vietato impe­
gnarsi negli affari - cominciarono a investire parte dei loro
beni acquistando negozi dai quali potevano aspettarsi una
rendita intorno al 5 per cento annuo. Un curioso docu­
mento del medesimo periodo registra un certo numero di
acquisti di tal genere. Al Foro un negozio di lino che occu­
pava lo spazio compreso tra due colonne del portico aveva
un costo di 720 solidi e produceva una rendita di 38; parte
di un negozio che vendeva stoffe siriane valeva 432 solidi e
ne rendeva 1 5 e così via70.
L'apertura della società bizantina alle opportunità del
commercio e la parallela crescita di una classe di professio­
nisti sono particolarmente notevoli nel secolo undecimo. Al­
la morte dell 'imperatore Basilio II ( 1 025) l 'Impero si era
nuovamente espanso fino ai suoi confini 'ideali' , il Danubio
da un lato e l'Eufrate dall'altro; se ancora gli restava qualche
piccola aggiunta per il futuro (il regno armeno di Ani, Edes­
sa, la costa orientale della Sicilia) , ingrandimenti ulteriori
non erano considerati né necessari né praticabili. Per un cer-
to periodo non si presentarono vere minacce lungo le fron­
tiere e così si giunse a un cambiamento della società, che
poté passare da una situazione di permanente preparazione
militare a una di pace. A livello istituzionale il cambiamento
venne riflesso nel graduale smantellamento dei ' temi' e dei
loro eserciti; nella crescente importanza delle magistrature
civili nelle province e nella centralizzazione del comando
militare nelle mani di due Domestici delle Scuole, uno per
l 'Oriente, l'altro per l 'Occidente; in altre parole si ebbe più
o meno un ritorno al sistema del primo periodo bizantino.
L'abbinamento <<possesso di terre-servizio militare» venne
gradualmente eliminato e l 'obbligo di servire nell'esercito
fu tramutato in una tassa, usata - ancora come nel primo pe­
riodo - per arruolare mercenari stranieri, che erano ora
scandinavi, russi, franchi, arabi, cumani e altri ancora. Sul
versante monetario si osserva una leggerissima adulterazio­
ne dell'oro nel regno di Costantino IX ( 1042-55) e un'ac­
cresciuta circolazione di argento e rame: chiaro segno di una
maggiore attività economica e dello sviluppo di un'econo­
mia urbana. Sul versante demografico può ipotizzarsi che vi
sia stato un trasferimento di popolazione dalla campagna al­
le città, cosa che non fu esente da pericoli. Infine l'elemen­
to forse più significativo: la classe dei commercianti e degli
artigiani si sottrasse alla camicia di forza delle precedenti di­
sposizioni restrittive e poté assumere un ruolo politicamen­
te importante. Ascesero al vertice uomini nuovi, che non di­
scendevano dalle illustri famiglie dell'Asia Minore, centrale
o orientale, bensì dalla capitale e dalle città costiere dell'E­
geo. Abbiamo molte indicazioni in merito a questa tenden­
za. Per esempio, quando l'imperatore Michele V cercò di
sbarazzarsi della stagionata imperatrice Zoe ( l 042) , egli pro­
fuse onori sulla <<plebaglia di piazza e su chi esercitava le ar­
ti manuali» , ma invano; la gente delle professioni era così
leale alla dinastia legittima che giunse ad assediare il palaz­
zo imperiale, sicché Michele venne deposto a forza dal tro­
no. Tremila persone rimasero uccise nei tumultF 1 . L'impe-
ratore successivo, Costantino IX, <<ammise al Senato presso­
ché tutta la gente di piazza>> , come osserva con dispiacere
Psello, nonostante che appartenesse anch'egli alla classe de­
gli 'uomini nuovi'72. !sacco Comneno ( l 057) e Niceforo Bo­
taniate ( 1078) poterono accedere al trono con l'aiuto degli
addetti ai commerci e delle corporazioni professionali, men­
tre Costantino X ( 1 059-67) giunse al punto di abolire ogni
distinzione tra senatori e comuni cittadini, elevando <<arti­
giani>> alle più alte cariche73• Non per niente Cecaumeno
aveva proweduto consigli di questo tipo: <<Presta la massima
attenzione a ciò che accade nella capitale, sì che nulla possa
sfuggirti. Munisciti di spie in ogni corporazione e ovunque,
sì che tu possa sapere tutto ciò che viene complottato>> 74•
Una delle più grandi tragedie della storia bizantina è che
la crescita economica e sociale del secolo undecimo sia sta­
ta amputata prima di poter raggiungere qualsiasi risultato
duraturo, eccettuato forse il campo artistico e letterario. La
causa immediata fu certamente politica e militare: l 'inva­
sione pecenega dei Balcani, la perdita improwisa di tanta
parte dell'Asia Minore a vantaggio dei Turchi Selgiuchidi,
la guerra con i Normanni, l ' effetto negativo delle Crociate.
Questi rovesci sarebbero stati evitati se l 'Impero avesse
mantenuto la sua precedente struttura 'sana' , quella basata
sui ' temi' e su un esercito indigeno? Facile è criticare gli im­
peratori ' civili' del secolo undecimo per la loro scarsa pre­
veggenza, come ha fatto la maggior parte degli storici; più
difficile è discernere le cause profonde del crollo seguito
agli anni a cavallo del 1 070. Una causa può essere stata la
smilitarizzazione; un'altra fu senz'altro l 'espansione prece­
dentemente conseguita dall' Impero - non entro i suoi
' confini nazionali' , come si sono espressi taluni studiosi, ma
ben oltre ogni ragionevole confine, su paesi e popolazioni
che mai ebbero affinità o simpatia di sorta con il governo di
Costantinopoli.
Il 'salvatore' chiamato a rimettere insieme i pezzi di uno
Stato che si sgretolava, Alessio I Comneno, fu posto dinan-
zi a un compito assai duro. Probabilmente egli fece del suo
meglio, ma secondo il suo giudizio; purtroppo vedeva le co­
se in modo limitato e reazionario. Membro di una famiglia
minore di proprietari terrieri in Asia Minore, non nutriva
simpatie per la nuova classe commerciale; il suo più grande
errore fu nel concedere a Venezia (correva il l 082 o il l 092)
agevolazioni commerciali a Costantinopoli e in trentadue
altre città, dall'Adriatico alla costa di Siria, con la completa
esenzione dal pagamento di alcuna tassa doganale. In que­
sto modo il futuro economico dell'Impero venne compro­
messo una volta per tutte. La presenza dei veneziani e di al­
tri commercianti italiani significava certo che le città bi­
zantine conservavano una parvenza di animazione, solo
che i profitti maggiori venivano deviati tutti in Occidente.
Così il centro di gravità dello Stato comneno ritornò a es­
sere la terra: ora ce n'era molta di meno a disposizione, e
una quantità considerevole era riposta nelle mani di pochi
grandi proprietari. La crisi politica si accompagnò al crollo
monetario: nell'ottavo decennio dell'undecimo secolo il va­
lore della divisa bizantina precipitò, con una perdita supe­
riore alla metà del valore iniziale; non si riprese mai più. Il
continuo bisogno di pagare mercenari stranieri con i for­
zieri dello Stato vuoti costrinse Alessio I a confiscare i teso­
ri delle Chiese, un espediente provvisorio che destò molte
critiche sfavorevoli. Una soluzione a più lungo termine fu
il sistema della pronoia, di cui abbiamo già parlato; il prezzo
fu un'ulteriore diminuzione della rendita delle tasse.
Dividere l 'Impero stava diventando una possibilità assai
chiara. Venne suggerita ad Alessio dal cognato Niceforo
Melisseno prima della sua ascesa al trono; venne conside­
rata da Giovanni II con riferimento alle sole province su­
dorientali; divenne una realtà effettiva a partire dal penul­
timo decennio del dodicesimo secolo, con la secessione di
Cipro, di alcune parti dell'Asia Minore occidentale e infine
di Trebisonda. Forse è un miracolo che lo Stato dei Com­
neni sia riuscito a sopravvivere per un secolo e persino a nu-
t ri rc sogni di gloria pur essendo divenuto in gran parte un
a f h l re di famiglia. Alessio I e i suoi successori epurarono le
l'ile della vecchi a aristocrazia e si circondarono dei loro pa­
renti, fossero in trinseci per nascita o acquisiti per vincolo
matrimoniale. I loro titoli pomposi, di fresca invenzione, ri­
flettevano il loro livello di parentela con l'imperatore re­
gnante; tutti ricevevano ampie assegnazioni di terre ed
esenzione dalle tasse. La riforma comnena contraddistin­
gue l'ultima trasformazione significativa della società bi­
zantina; ciò che i Comneni fecero i Paleologhi continuaro­
no a fare, ma su scala ridotta.

NOTE

1 Leonzio di Neapoli, Vita di san Simeone salos, ed. L. Rydén, Uppsala 1 963, p.
1 28 [cfr. Leonzio di Neapoli - Niceforo prete di Santa Sofia, I santifolli di Bisanzio.
Vite di Simeone e Andrea, a c. di P. Cesaretti, Mondadori, Milano 1990, pp. 47 sg. ] .
2 Ibn-Khurdadhbih, i n Bibliotheca geographorum arabicorum, ed. M J . de Goeje,
VI, Leida 1 889, p. 8 1 ; V. Minorsky, Marvazi on the Byzantines, in «Annuaire de l ' In­
st. de Philol. et d'Histoire Orientales et Slaves» , X, 1950, p. 460.
3 Cfr. H. Ahrweiler, Un discours inédit de Constantin VII Porphyrogénète, in TM,
II, 1 967, p. 399.
4 Geoponica, pref. 6 (ed. H. Beckh, Lipsia 1 895, p. 2 ) .

5 Costantino VII, Nov. VIII, pref. (in Zepos, Jus, I, p. 222) .


6
Leone VI, Tactica, PG CVII 796A.
7 Anonimo, Sulla strategia, I-III, in Griechische Kriegsschrijìsteller, ed. H. Kochly

- W. Rustow, II/2, Lipsia 1 885, pp. 42 sgg.


8 Zosimo, Historia nova, II 34.

9 Agazia, Historiae, V 1 3, 7 (ed. R. Keydell, Berlino 1 967, p. 1 80) .


1 0 Giovanni Lido, De magistratibus, ed. R. Wunsch (Lipsia 1 903) , I 28.
11 Giovanni d'Efeso, Vite dei santi orientali, ed. E.W. Brooks, PO XVII 1 58 sg.

1 2 Giovanni Crisostomo, In Matth. Rom. LXVI (PG LVIII 630) .


13 Léontios de Néapolis: Vie de Syméon le Fou et Vie de Jean de Chypre, ed. A.:J.
Festugière, Parigi 1 974, pp. 255 sgg.
14 just. Nov., XL, pref. l .

1 " Léontios de Néapolis ci t. , p . 378.


16
Vie de Théodore de Sykéon, I, ed. A.:J. Festugière, I, Bruxelles 1970, cap. 78.
17
Heraclii Nov. in Zepos Jus, I, pp. 28-30.
,

18 Just. Nov., III, l .


1 9 The Sixth Book ofthe Select Letters ofSeverus Patriarch ofAntioch, I 8, I 1 7 ( trad.

ingl. di E.W. Brooks, II l , Londra 1 903, pp. 43 e 64 sg. ) .


20 Gregorio Nisseno, Epist. XXV (ed. G. Pasquali, Berlino 1925, p. 79) .
2 1 Giovanni Mosco, Pratum spirituale, PG LXXXVII/3, 2998C.
22 Léontios de Néapolis cit., p. 387.
23 The Syriac Chronicle Known as that of Zacharias of Mitylene, VII 6 ( trad. ingl.
di FJ. Hamilton - E.W. Brooks, Londra 1 899, p. 1 66 ) .
24 Léontios de Néapolis c it . , p. 392.
2s Cod. Theod., XIV 20.
26 Chronicon Paschale, CSHB, l, p. 593.
27 Léontios de Néapolis ci t., p. 367.
28 Giovanni Mosco, op. cit., PG cit., 2980D.
29 Marco Diacono, Vita di Porfirio, cap. 6 (ed. H. Grégoire - M.-A. Kugener,
Parigi 1 930, p. 6 ) .
30 Procopio, Storia segreta, I V 3 1 .
3 1 Giovanni Lido, op. cit., III 26-8.
32 Cfr. supra, n. 12.
33 Giovanni Crisostomo, De inani gloria e t de educandis liberis, ed. A.-M. Malin­
grey, Parigi 1972, parr. 1 3-5.
34 Doctrinajacobi nuper baptizati, ed. N. Bonwetsch, in «Abh. Kòn. Ges. d. Wiss.
Gòttingen», Phil.-hist. Klasse, N. F., XII/3, 1910, p. 90.
35 Giovanni Crisostomo, op. cit. (cfr. supra, n. 33) , par. 70.
36 G. Tchalenko, Villages antiques de la Syrie du nord, I, Parigi 1953, pp. 377 sgg.
37 Cod. just. , XI 52, l .
38 lvi, XI 48, 2 1 .
39 Cecaumeno, Strategicon, par. 2 0 (ed. G.G. Litavrin, Sovety i rasskazy Kekav-
mena, Mosca 1 972, p. 152).
40 Lattanzio, De mortibus persecutorum, VII, ed.J. Moreau, Parigi 1954, pp. 84 sgg.
41 Doctrina]acobi ci t., pp. 90 sg.
42 Gregorio Nisseno, Contra Eunomium, PG XLV 260 sg.; Sozomeno, Historia

ecclesiastica, III 15, 8 (ed. J. Bidez - G.C. Hansen, Berlino 1 960, pp. 1 26 sg.) .
43 J.B. Bury, The Imperia! Administrative System in the Ninth Century, Londra
1 9 1 1 , p. 20.
44 Ed. W. Ashburner in <journal ofHellenic Studies», XXX, 1 9 1 0, pp. 85-108;
XXXII, 1 9 1 2, pp. 68-95.
45 M.-H. Fourmy - M. Leroy, La Vie de S. Philarète, in «Byzantion», IX, 1934, p.
1 13.
46 Methodii Vita S. Theophani Confessoris, ed. V.V. Latys ev, «Mémoires de l 'A-
cad. d es Sciences de Russie», VIlle sér., Classe hist.-philol., XIII/ 4, 1 9 1 8, pp. 3 sgg.
47 Teofane Continuato, CSHB, pp. 227 sg.; 3 1 6-21 .
48 Canone 1 4 in joannou, Discipline, 1/ 1 , p . 3 1 6.
49 Legatio Constantinopolitana, LXIII (ed.J. Becker, Hannover e Lipsia 1 9 1 53,
pp. 2 1 0 sg. ) .
50 Vie de S. Luc le Stylite, ed. F . Vanderstuyf, P O X I 208.
51 Costantino Porfirogenito, De administrando imperio, cap. 22/79, ed. Gy. Mo-
ravcsik - RJH. Jenkins, Washington, D.C., 1 967, p. 98.
52 Teofane Continuato, CSHB, p. 76.
53 Teofane, Chronographia, A. M. 62 1 1 (ed. C. de Boor, Lipsia 1 883, p. 400 ) .
5 4 Pseudo-Simeone, Annali (con Teofane Continuato, cit., p. 684) ; Giorgio
Monaco, ivi, p. 836.
55 Teofane Continuato, cit., p. 399.
56 Costantino Porfirogenito, De thematibus, ed. A. Pertusi, Città del Vaticano
1952, p. 9 1 .
57 N.G. Svoronos, Le cadastre de Thèbes, in <<Bulletin de correspondance hel-
lénique», LXXXIII, 1959, pp. 74 sg.
58 Michele Attaliate, Historia, CSHB, pp. 2 1 8 sgg.
59 D.l. Polemis, The Doukai, Londra 1968, p. 3.
60 Digenes Akrites, I 265 sgg. (ed. J. Mavrogordato, Oxford 1 956, p. 1 8 ) .
6 1 I testi sono in Zepos,jus, I 1 98 sgg., 222 sgg., 240 sgg., 249 sgg., 262 sgg.
62 lvi, p. 256.
63 lvi, p. 215.
64 Niceta Coniate, Historia, ed. J.-L. van Dieten, Berlino 1 975, pp. 208 sg.
65 Cecaumeno, op. cit., parr. 4, 6 (pp. 1 24-6, 1 30) .
66 P. Lemerle, Cinq études sur le Xl' siècle byzantin, Parigi 1 977, pp. 49 sgg.
67 Anna Comnena, Alessiade, XII 12, l (ed. B. Leib, III, Parigi 1 945, p. 1 25 ) .
68 The Russian Primary Chronicle, trad. ingl. di S.H. Cross - O.P. Sherbowitz-
Wetzor, Cambridge, Mass., 1 953, pp. 64 sgg.
69 Le Livre du Préfet, ed. J. Nicole, Ginevra 1 893, trad. ingl. E.H. Freshfield, Ro­
man Law in the Later Roman Empire, Cambridge 1 938, rist. entrambi in To epar­
chikon biblion, ed. I. Dujcev, Londra 1970.
70 N. Oikonomides, Quelques boutiques de Constantinople au X' siècle, in DOP,
XXVI, 1 972, pp. 345 sgg.
7 1 Cfr. Michele Psello, Chronographia, ed. S. Impellizzeri et al. [Imperatori di Bi­
sanzio ( Cronografia) ] , Fondazione Lorenzo Valla - A. Mondadori Editore, Milano
1 984, I, pp. 202 sgg., 2 1 4 sgg.
72 Cfr. ivi, I, pp. 276 sgg.
73 Cfr. ivi, II, pp. 306 sg.
74 Cecaumeno, op. cit., par. 3 (p. 1 24) .
CAPITOLO TERZO

SCOMPARSA E RINASCITA DELLE CITTÀ

Nel sesto secolo l 'Impero concepiva se stesso quale ag­


gregato di città. Il manuale di Ierocle enumera - o meglio:
enumerava, quando era completo - 935 città. Tuttavia, non
includendo Ierocle l'Italia né le province riconquistate del
Nord Mrica, in totale vi saranno state più di 1 .500 città du­
rante il regno di Giustiniano. Dobbiamo ricordare che in età
antica il termine <<città>> (polis o civitas) non designava in sen­
so stretto ciò che noi chiamiamo città; valeva semmai per
un'unità dotata di propria amministrazione, e c'era una dif­
ferenza enorme tra 'città' come Alessandria o Efeso da un la­
to e un oscuro buco come Zeldepa in Scizia dall'altro. Tutta­
via con 'città' si intendeva di norma un vero centro abitato
provvisto di un territorio rurale e così anche noi intendere­
mo il termine nella discussione che qui si presenta.
Per la maggior parte le città del sesto secolo erano di ori­
gine antica. In Oriente alcune erano state fondate durante
il periodo romano, un numero maggiore datava dai sovra­
ni ellenistici, molte altre avevano avuto una storia continua,
risalente all'antichità più remota. Se è asserire una verità di­
re che nel corso del primo periodo bizantino si accrebbe
l ' area in cui il modello urbano prevalse, resta il fatto che il
numero delle città fondate dagli imperatori cristiani era re­
lativamente esiguo e che nessuna di tali città si sviluppò tan­
to da divenire un centro importante. Non dobbiamo im­
maginarci che l'anno 324 (o qualsiasi altra data possiamo
scegliere per l 'inizio del periodo bizantino) segnò muta-
menti di rilievo per gli abitanti delle città o tanto meno del­
le campagne. La vita andava avanti come prima. C'erano al­
cune trasformazioni graduali in corso, ma non abbastanza
repentine da spingere chicchessia a pensare di trovarsi al­
l'alba di una nuova era.
L'aspetto fisico delle città del primo periodo bizantino
può essere agevolmente visualizzato grazie ai loro resti che
ancora sono sparsi tutt'intorno al Mediterraneo. Di norma
erano cinte da mura; talune fortificazioni risalgono a data
molto an tica, altre all'epoca della minaccia barbarica nel ter­
zo secolo d.C., altre ancora sono del quarto secolo. All' in­
terno della cerchia muraria l 'assetto viario tendeva a ripe­
tersi per quanto consentito dal terreno. Sovente le due arte­
rie principali (il cardo e il decumanus dei Romani) si incon­
travano ad angolo retto per terminare alle porte della città.
Erano strade piuttosto ampie ( di qui il termine greco che le
designava: plateia) , costeggiate da colonnati dove trovavano
sede i negozi. Dove le due vie principali si intersecavano, o
altrove, era il Foro, circondato da vari edifici pubblici rag­
gruppati insieme: un centro religioso, le terme, una camera
di consiglio, una basilica adibita a scopi giudiziari o ad altro
uso, eccetera. Di norma c'era un teatro risalente a età più an­
tica; meno frequentemente c'era un anfiteatro (invenzione
romana che non si diffuse più di tanto nelle province orien­
tali) e nelle città più grandi un ippodromo. Le esigenze più
basilari erano soddisfatte dai granai, dagli acquedotti, dalle
cisterne. Gli edifici pubblici e le piazze avevano decorazioni
più o meno sontuose a seconda delle circostanze: statue, di­
pinti, fontane. Per il vero le città andavano assai fiere dei lo­
ro monumenti: Cesarea in Palestina aveva un famoso te­
trapylon come del resto Bostra in Arabia; Alessandria vantava
il suo Faro, il Serapeo e il Cesareo; Nicea in Bitinia era cele­
brata per la 'regolarità' dei suoi edifici 1 .
I l passaggio dal paganesimo al Cristianesimo fu ovunque
lento. Se molti templi pagani vennero chiusi alla fine del
quarto e all'inizio del quinto secolo, resta che in altri luo-
N

..··

o
il

100 200 m

Fig. 4. Pianta di Efeso.


ghi continuarono a funzionare. La loro trasformazione in
chiese, quando si realizzò, non fu affatto repentina, tanto
più che i cristiani li consideravano infestati da demoni ma­
ligni. Per esempio ad Atene (che per comune consenso era
città dalle forti propensioni al paganesimo) i templi risul­
tano essere stati sconsacrati solo verso la fine del quinto se­
colo, e fu solo nel settimo che il Partenone, l 'Eretteo, il
Tempio di Efesto divennero chiese. La chiesa cristiana più
importante veniva di solito costruita in un sito lasciato in­
tatto dalle vecchie religioni, spesso un poco lontano dal
centro della città, e veniva circondata da un complesso di
edifici residenziali e amministrativi usati dai vescovi. Via via
che il Cristianesimo metteva sempre più profonde radici,
un sempre maggior numero di chiese veniva costruito: per
rendere onore a questo o quel martire o semplicemente
quale atto di pietà. Consideriamo nuovamente il caso di
Atene: sono documentate quattordici chiese del quinto e
del sesto secolo, e ve ne erano senz'altro molte di più. Al­
l 'epoca di Giustiniano c'era ovunque una tale abbuffata di
chiese che la loro manutenzione, come abbiamo visto, sta­
va diventando un serio onere. Un monastero urbano era
ancora una rarità, ma già cominciavano le prime infiltra­
zioni dalle campagne circostanti. Altre tendenze dell'urba­
nesimo tardo antico - per esempio l ' abbandono dei ginna­
si - non erano connesse con l'awento del Cristianesimo. Al
di fuori delle mura si estendevano ampi cimiteri ( era seve­
ramente proibito seppellire i morti intra muros) , orti, ville e
talvolta il sobborgo ebraico con la sinagoga.

In base ai nostri standard le città del primo periodo bi­


zantino erano piuttosto piccole. Dopo Costantinopoli e
Alessandria la terza città dell'impero d'Oriente era Antio­
chia; ebbene, nel sesto secolo la superficie compresa entro
le mura era di circa 650 ettari. Laodicea in Siria, con i suoi
220 ettari, era grande se posta a confronto con altre città di
provincia. Forse un esempio più rappresentativo può esser-
Porto di Porto di Porto di Porto di
Teodosio Eleuterio Giuliano Boucoleon

PROPONTIOE D Bisanzio al tempo di Settimio Severo


( 1 93-2 1 1 1
1§3 Costantinopoli al tempo di Costantino
(330-337)
D Costantinopoli al tempo di Teodosio Il
(408-450)

Fig. 5. Le espansioni di Costantinopoli a partire dalla Bisanzio del III secolo.


ci fornito da Nicea le cui mura, del terzo secolo, tuttora esi­
stono. L'area racchiusa dalle mura ha un'estensione massi­
ma di 1 .450 metri nelle due direzioni nord-sud ed est-ovest.
Dara in Mesopotamia, fondata dall'imperatore Anastasio
nel 505-507 e considerata una delle più importanti roc­
caforti sulla frontiera orientale, misurava circa 1 .000 per
750 metri. Purtroppo non esiste una formula che ci con­
senta di convertire le misurazioni di superficie in numeri di
abitanti: tra le variabili che non possiamo ponderare stan­
no la quantità di spazio occupata da edifici pubblici, strade,
piazze e orti; il tipo degli edifici d'abitazione, se a uno o a
più piani; l'estensione dei sobborghi. Né le cifre fornite dal­
le fonti antiche sono attendibili. In via del tutto ecceziona­
le sappiamo l'esatto ammontare dei cadaveri raccolti a Ge­
rusalemme dopo la presa della città da parte dei Persiani
nel 6 1 4: il totale è di 66.5092. Non conosciamo tuttavia il
rapporto di questa cifra con il totale della popolazione di
Gerusalemme, per non parlare del fatto che in tempo di cri­
si gli abitanti delle campagne circostanti tendevano a cer­
care la protezione offerta da una città cinta da mura. Ad
ogni modo non saremo troppo lontani dal vero supponen­
do che una grande città di provincia come Laodicea possa
avere avuto una popolazione di circa 50.000 abitanti; una
normale città di provincia sarà rimasta nell'ordine dei
5.000-20.000 abitanti. Si è supposto che Antiochia avesse
circa 200.000 abitanti e che Costantinopoli nel quinto se­
colo ne avesse probabilmente più di 300.000.
La distinzione tra vita di città e vita di campagna era fon­
damentale per la mentalità degli antichi. A proposito della
città di Caputvada, fondata in Africa da Giustiniano, Pro­
copio si esprime così, scrivendo nella sua maniera più tra­
dizionale: <<Un muro è stato eretto e con esso una città: la
condizione agricola è improwisamente cambiata. I villici
hanno abbandonato l 'aratro e vivono al modo della città.
Passano il giorno nella piazza del mercato, si riuniscono per
discutere gli argomenti che sono loro necessari, intreccia-
no commerci reciproci e fanno tutto ciò che si adegua alla
dignità della città>>3. Possiamo ben domandarci quanti tra i
nuovi cittadini di Caputvada passassero il loro tempo nella
camera assembleare deliberando su questioni di pubblico
interesse, ma su una cosa non può esserci dubbio alcuno:
era la città, e la città soltanto, a fornire quelle amenità che
erano considerate parte essenziale di una vita civile. Uomi­
ni, donne, bambini e anche il clero si recavano con regola­
rità ai pubblici bagni e passavano parecchio tempo nel ri­
tuale del bagno. Tale rituale solitamente si svolgeva duran­
te le ore lavorative, poiché sappiamo che i bagni erano de­
serti a mezzodì e di sera4• Il teatro e l 'ippodromo erano
straordinariamente popolari e anch'essi occupavano buo­
na parte del giorno; le recite teatrali avevano inizio a mez­
zogiorno per durare sino alla sera. Per le persone più colte
c'erano le esibizioni dei retori; noi le chiameremmo pub­
bliche conferenze, solo con l'awertenza che l'accento bat­
teva più sull'abilità letteraria della presentazione che sulle
informazioni in sé e per sé. C 'era infine il piacere di in­
contrare gli amici, chiacchierare all'ombra dei colonnati,
stare seduti in taverna. La vita di città era molto pubblica.
Il teatro, la lotta delle bestie feroci, l'ippodromo: questi i
principali bersagli dell'invettiva ecclesiastica. <<Il teatro è col­
mo>> , grida Giovanni Crisostomo, <<tutta la popolazione è as­
sisa nelle file più alte. A volte persino il tetto è coperto di per­
sone, sicché risulta, impossibile scorgere tegole o lastre in
pietra - nient' altro che volti e corpi d 'umani>>5. Sappiamo as­
sai poco in merito al contenuto delle rappresentazioni: se
mai vi furono opere teatrali scritte all'epoca, nessuna è so­
prawissuta. Sappiamo comunque che alcune erano del tipo
tradizionale: recitate da attori mascherati, avevano perso­
naggi immaginari - sovrani, generali, medici, sofisti. Data la
sua finalità moralistica Crisostomo sottolinea il fatto che gli
attori erano gente volgare: magari cordai, o pescivendoli, o
addirittura schiavi6. C 'era poi la pantomima che compren­
deva danze e musiche e talvolta, a quanto sembra, una va-
riabile quantità di nudo: <<Quando vi sedete a teatro e i vostri
occhi si pascolano delle membra ignude di una donna, per
una volta siete appagati ma poi che febbre violenta avete ge­
nerato! Riempita che vi siete la testa di questi spettacoli e del­
le canzoni che li accompagnano, continuerete a pensarci an­
che in sogno» 7. Singhiozza il nostro predicatore: se solo fos­
se possibile abolire il teatro! Esso era fonte di disordini civi­
li, adulterio, stregoneria, disprezzo per la donna; dato poi
che non fu possibile abolirlo restava possibile almeno evi­
tarlo8. Fu sicuramente il diavolo a costruire i teatri nelle città.
La gente giungeva ad abbandonare commerci e negozi per
riversarsi al teatro e quando gli attori dicevano qualcosa di
indecente l 'insensato pubblico rideva anziché lapidarli.
<<Non volete vedere una donna nuda nella piazza del merca­
to e nemmeno a casa vostra, eppure bramate recarvi a teatro.
Che differenza fa se la spogliarellista è una prostituta? Il cor­
po è il medesimo di una donna libera. Perché tali cose sono
lecite quando siamo tutti riuniti insieme e invece disdicevo­
li se stiamo per i fatti nostri? In verità meglio sarebbe spal­
marci il volto di fango che assistere a spettacoli siffatti>>9.
Denunciando la vergognosa licenziosità del teatro tardo
antico gli storici hanno seguito ciecamente i Padri della
Chiesa. A prescindere dal grado di indecenza delle rappre­
sentazioni (che erano forse relativamente innocue, almeno
in base a uno standard moderno) , il punto importante è che
i Padri scorgevano nel teatro un pericoloso concorrente: di­
stoglieva dalle chiese il loro pubblico e attirava danaro che
avrebbe altrimenti potuto riversarsi nei forzieri ecclesiastici.
L'accusa di indecenza non era comunque applicabile all'Ip­
podromo che attraeva moltitudini ancora maggiori e ai cui
spettacoli assisteva regolarmente l 'imperatore. Gli si poteva
obiettare soltanto il fatto che era occasione di disordini e di
pratiche di stregoneria. Di più: non era uno scandalo che la
gente conoscesse pedigree, razza, età, nome dei propri ca­
valli favoriti, o sapesse quale auriga partito da quali sbarre e
alla guida di quale cavallo avrebbe vinto la gara, quando que-
sta stessa gente non era in grado di menzionare le Lettere di
san Paolo?10 Sembra che buona parte della popolazione ur­
bana si desse ben poca cura di denunce di tal genere. Lo sto­
riografo Menandro Protettore, parlando della propria gio­
vinezza dissoluta durante il regno di Giustino II (565-78) , di­
ce di avere trascurato i suoi studi di legge a favore delle cor­
se dell'Ippodromo, delle danze di pantomima e delle gare
di lotta1 1 .
Dalle grandi capitali di Antiochia e Costantinopoli qua­
li ce le dipinge Giovanni Crisostomo possiamo spostarci in
una città provinciale, appena ellenizzata: Emesa ( Homs) in
Siria. La Vita del santo Simeone il Folle ce ne fornisce un
ritratto datato alla metà del sesto secolo12• Simeone era un
emarginato ed aveva soprattutto a che fare con gli strati più
bassi della società, ma pure manteneva qualche contatto
con persone più rispettabili: invero il suo migliore amico e
protettore era un certo diacono Giovanni, uomo agiato. In­
contriamo anche un ricco che batteva i suoi schiavi e che
una volta venne derubato di cinquecento pezzi d'oro dal
suo coppiere, nonché un mercante recatosi in pellegrinag­
gio a Gerusalemme. L'artigianato è rappresentato unica­
mente da un vetraio ebreo presso il cui forno solevano ra­
dunarsi i mendicanti per riscaldarsi. Le numerose taverne
erano in qualche modo differenziate tra loro, per cui il ta­
vernaio ( kapélos) non era esattamente lo stesso dell'oste
(phouskarios) che vendeva una miscela di vino andante ed
acqua (latino posca) insieme a lupini e ceci che facevano da
snack. Incontriamo anche un pasticciere la cui bottega re­
stava aperta persino durante la Settimana Santa, mentre i
venditori di pasticceria sciolta esponevano i loro vassoi di­
nanzi alla chiesa principale. C 'erano medici in città, ma an­
che fattucchiere che fabbricavano amuleti. Le provviste
giungevano in città dalla campagna circostante e incon­
triamo un mulattiere che ogni mattina esce di città per ac­
quistare il vino direttamente dai contadini e che a tempo
debito apre una taverna di sua proprietà. La gente usciva di
città anche per lavarsi le vesti nel fiume Oronte, che scor­
reva circa un miglio a ovest.
Gli strati più bassi della società comprendevano mimi e
prestigiatori che si esibivano a teatro e una grande quantità
di prostitute, ballerine, mendicanti. Quanto a condotta mo­
rale, sembra vigessero costumi piuttosto rilassati: il figlio del
diacono Giovanni aveva fornicato con una donna sposata,
un ricco era stato infedele alla moglie; e il santo poté predi­
re di un gruppo di ragazzette che cantavano le loro canzoni
per strada che, una volta cresciute, sarebbero divenute le più
licenziose donne di Siria. Parimenti bassi erano gli standard
igienici: al di fuori della porta d 'ingresso in città era un cu­
mulo di rifiuti sul quale era posato un cane morto; né il san­
to esitò a sgombrarsi il ventre nel bel mezzo della piazza del
mercato. C'erano comunque terme pubbliche, sia maschili
sia femminili, e i ragazzi avevano una scuola. Non è menzio­
nato nella Vita alcun istituto di istruzione superiore.
Se le donne rispettabili stavano in casa, la vita degli uo­
mini si svolgeva in pubblico. Nell'ambito del proprio quar­
tiere tutti conoscevano tutti, ma bastava spostarsi in un
quartiere diverso per tornare sconosciuti. I giovani indu­
giavano nei luoghi pubblici, ballavano, bevevano nelle ta­
verne e si accompagnavano alle prostitute. Giocavano an­
che un qualche gioco in campo aperto al di fuori della cin­
ta muraria: due squadre opposte dovevano incontrarsi, e il
gioco comprendeva delle 'porte ' . Emesa non aveva ippo­
dromo e per questo non vengono menzionati aurighi né si
fa parola dell'usuale rivalità tra sostenitori dei Verdi e so­
stenitori degli Azzurri. Anche la contesa tra le diverse con­
fessioni religiose sembra come assopita, sebbene la popola­
zione comprendesse cristiani ortodossi, giacobiti ed ebrei.
Possiamo ricordare qui che il maggiore innografo bizanti­
no, Romano il Melodo, ci viene presentato come un ebreo
di Emesa convertito.
Nelle sue grandi linee il tipo di vita urbana che abbiamo
descritto continuò nelle province orientali sino alla metà del
sesto secolo e, nonostante qualche piccola restrizione, an­
che sino alla metà del settimo. C 'erano naturalmente varia­
zioni tra una regione e l'altra. Nei Balcani la condizione di
vita urbana venne seriamente intaccata dagli Unni di Attila
nel 441-47 e nuovamente dagli Ostrogoti di Teodorico nel
479. Caddero le più grandi città dell' interno: Singiduno
(Belgrado) , Naisso ( Nis ) , Sirmio (Sremska Mitrovica) , Mar­
cianopoli, Serdica (Sofia) . Nel 449 Naisso era spopolata 1 3 e
cent'anni dopo, quando Giustiniano la rifortificò, era anco­
ra in rovine14. Sia Stobi sia Heraclea Lyncestis dovettero soc­
combere agli Ostrogoti. Certo, alcuni dei danni vennero ri­
parati in seguito, ma si trattò al massimo di un restauro par­
ziale che non durò a lungo, giacché tutto venne spazzato via
dalle invasioni di Avari e Slavi. Tuttavia in altre regioni non
vi furono cambiamenti così radicali durante il quinto seco­
lo. Alcune città si espansero, altre persero importanza. Sap­
piamo per esempio che Scitopoli in Palestina era in declino,
come anche Pergamo in Asia Minore. Identica la sorte di
Cyrrhus (Siria settentrionale) , dove la curia municipale si era
disfatta e non si poteva più trovare nemmeno un fornaio de­
coroso15. Le cause di un tale declino erano senz'altro com­
plesse. In Siria è documentata una notevole crescita dell'at­
tività artigianale nei villaggi, sicché i contadini non doveva­
no più recarsi in città per vendere i loro prodotti o compra­
re le provviste loro necessarie. Questa fuga degli artigiani
verso le campagne è ben attestata nella legislazione impe­
riale. Ulteriore contributo a questo processo può essere ve­
nuto dalla crescita dei monasteri, che assorbivano sia arti­
giani sia contadini. Resta tuttavia prematuro affermare che
tutte le città piccole andarono declinando e tutte le città
grandi si congestionarono nel periodo tra il quarto e il sesto
secolo. Abbiamo bisogno di una maggiore quantità di infor­
mazioni prima di poter distinguere tendenze così generali.
Via via che ci accostiamo all'anno 500 cominciano ad
apparire taluni segnali di disturbo. Puramente fortuito il
primo: il periodo in questione dovette assistere a una no-
tevole successione di siccità, invasioni di locuste, terremo­
ti e altre calamità. Ora, bisogna porre mente al fatto che
l 'approvvigionamento di una città antica era assai accura­
tamente bilanciato. Una città di norma era nutrita dai pro­
dotti agricoli del suo territorio. Più denso era il reticolo di
città, più piccoli erano i loro rispettivi territori. La situa­
zione dell'Egitto era affatto unica in tutto l'Oriente, di­
sponendo esso di un grande surplus agricolo che era co­
munque destinato tutto all'approvvigionamento di Co­
stantinopoli e degli eserciti imperiali. Inoltre il trasporto
stradale era estremamente lento e costoso. Una città co­
stiera poteva venire a capo di una temporanea mancanza
di rifornimenti, ma quando era una città dell'interno a es­
sere colpita da una calamità e le scorte accumulate si esau­
rivano, allora la gente doveva patire la fame. Che cosa ciò
significasse in pratica è vividamente illustrato dal caso di
Edessa ( Urfa) . Dopo taluni terremoti e dopo l 'insorgenza
di un'epidemia sopravvenne - correva l'anno 500 - un'in­
vasione di locuste che attaccavano le messi in una vasta
area che andava dal Mediterraneo ai confini dell'Armenia
passando per la Mesopotamia settentrionale. Ridotti in mi­
seria, i contadini dovettero vendere campi e bestiame per
un'inezia ed emigrare in città per vivere d 'elemosina. Il
prezzo della farina salì tanto che con un solidus se ne po­
tevano acquistare solo quattro moggi anziché trenta; quan­
to all' orzo, si passò dai cinquanta ai sei moggi. Lungo tut­
to l 'inverno la gente moriva di fame per le strade di Edes­
sa, fino a 1 30 persone al giorno; tutte le tombe disponibi­
li vennero presto colmate. Data la situazione nient'affatto
igienica scoppiò una pestilenza che si diffuse da Nisibi ad
Antiochia. Il raccolto del 501 fu scarso, sicché il prezzo in­
flazionato della farina rimase pressoché stazionario. Fu so­
lo nel 502 che discese a 1 2 moggi per solidus: sempre più
del doppio del normale. Il catalogo dei disastri registrati
dal cronista di Edessa comprende anche il crollo per cau­
sa sismica di Nicopoli ( Emmaus) , di Tolemaide (Acri) , di
metà di Tiro e Si don e nonché l 'espugnazione persiana di
Amida, dove ottantamila morti uscirono dalle porte della
città16. Ci sarebbero voluti molti anni - qualche genera­
zione, davvero - per riprendersi appieno da una siffatta
combinazione di sciagure. Ma una tregua di tal sorta non
fu concessa a molte province orientali.
Un altro sintomo di disintegrazione fu la violenza urba­
na. Può sicuramente sostenersi che i tumulti non erano una
novità e che nei due secoli precedenti non ne erano man­
cati per ragioni ora di approvvigionamento alimentare, ora
religiose, ora legate al mondo del teatro. Comunque a par­
tire dal regno di Anastasio vi fu una escalation di violenza
sempre più centrata sull'Ippodromo. Le due fazioni prin­
cipali, gli Azzurri e i Verdi, passavano regolarmente alle vie
di fatto e giunsero infine ad appiccare incendi. L'elenco di
questi disordini è molto lungo; alcuni causarono enormi
danni, come il grande pogrom del 507 ad Antiochia e la fa­
mosa rivolta Nika a Costantinopoli (532) di cui leggiamo
che lasciò trentamila cadaveri e ridusse in cenere il centro
della città. Quando Antiochia venne pressoché completa­
mente distrutta da un terremoto nel 526 ( bilancio dichia­
rato delle vittime: 250.000 persone) le fazioni in lotta giun­
sero a una riconciliazione, ma solo per breve tempo17. Par­
ticolarmente agghiacciante (ancorché senz'altro esagera­
ta) la descrizione dataci da Procopio dei criminali dell'Ip­
podromo: lo storico asserisce che l'imperatore Giustiniano
aveva loro concesso licenza assoluta di rapina e omicidio,
stupro ed estorsione - con il risultato che i cittadini rispet­
tabili non osavano più uscire di casa la sera18. Alla luce del­
le nostre esperienze non abbiamo problemi a rappresen­
tarci visivamente quelle torme di giovinastri con lunghe
barbe e baffi, chiome incolte e abbigliamento volutamente
«alla barbara» impegnate nella guerra per bande quando
non aggredivano persone innocenti. Né abbiamo difficoltà
a prestare fede a ciò che tutte le fonti bizantine ci dicono,
e cioè che si trattava solamente di hooliganism senza senso.
Come è stato recentemente dimostrato19, né gli Azzurri né
i Verdi avevano obiettivi poli tici, non erano portatori di spe­
cifiche rivendicazioni di classe né avevano precisa identità
religiosa. Ma se non c ' è filosofia nello hooliganism, nessuno
negherà che esso è un sintomo - di decadenza urbana o di
perdita di valori o di una struttura sociale eccessivamente
statica e irreggimentata.
Mentre le città bizantine pativano gli effetti combinati
della penuria di cibo, delle calamità naturali e della violen­
za tra le fazioni, un colpo affatto inaspettato si abbatté su di
loro. La peste bubbonica del 541-42 - la prima di questo ti­
po attestata in tutta la storia - fu sotto ogni aspetto un disa­
stro di portata senza precedenti. Partita dall'Etiopia, la peste
si diffuse dall'Egitto via linee di comunicazione marittima in
tutte le parti del mondo mediterraneo, dalla Spagna a occi­
dente sino alla Persia a oriente. A Costantinopoli l 'epidemia
di peste esplose nella primavera del 542 e imperversò per
quattro mesi. Stando a Procopio, testimone oculare degli av­
venimenti, il numero delle vittime giunse prima a cinque­
mila e poi superò le diecimila persone al giorno20• Una vol­
ta colmate le tombe esistenti, mancando il tempo per sca­
varne di nuove, i cadaveri venivano ammucchiati sulla spiag­
gia oppure gettati nelle torri di Sycae ( Galata) , onde un fe­
tore maligno prese a spandersi sulla città. Inoltre vi furono
numerosi altri attacchi d'epidemie a seguire il primo, si trat­
tasse ancora di peste o di altri imprecisati morbi; ne vengo­
no registrati nel 555, 558, 561 , 573-74, 591 , 599 e all'inizio
.
del settimo secolo. Antiochia fu colpita quattro volte dalla
peste bubbonica, a intervalli di quindici anni circa. Lo stori­
co Evagrio ne fu infettato da bambino e per sua ragione eb­
be poi a perdere la moglie, qualche figlio e un grande nu­
mero di schiavi e mezzadri; più tardi, nella quarta occorren­
za della peste, perse figlia e nipote21 .
Calcolare il numero delle vittime è impossibile. Quando
Procopio ci dice che <<pressoché l'intera stirpe umana ven­
ne annientata>>22 o che la metà di coloro che erano soprav-
vissuti a precedenti calamità naturali morirono a causa del­
la peste23, egli senz'altro cede all'esagerazione retorica. Re­
sta comunque possibile che da un terzo a metà della popo­
lazione di Costantinopoli sia perita nel 542. Sappiamo inol­
tre che alcune città rimasero pressoché deserte ; altre inve­
ce subirono danni minori. Il fatto - bene attestato - che era­
no particolarmente esposti al morbo gli adulti ancor giova­
ni, combinato con il ciclo quindicennale della recrude­
scenza, deve avere prodotto conseguenze demografiche de­
vastanti. Non meno gravi gli effetti economici: interruzione
di tutte le normali attività, prezzi delle merci triplicati o
quadruplicati, insorgenza di carestie, campi lasciati deserti;
e i contadini rimasti si trovarono gravati da tasse aggiuntive
per le terre non produttive dei loro vicini scomparsi24.
Possono esserci pochi dubbi sul fatto che le epidemie del
sesto secolo, combinate con una sequenza senza preceden­
ti di disastri naturali, furono un fattore - forse il fattore de­
terminante - del crollo della vita urbana. Infatti è una
realtà, nonostante molti storici si ostinino a non ricono­
scerla, che tutt'intorno il Mediterraneo le città quali erano
esistite nel mondo antico subirono dapprima una contra­
zione per poi praticamente sparire. Ciò accadde con tempi
diversi nelle diverse province, solitamente sotto l'immedia­
to effetto di un'invasione dall'esterno. La facilità con cui
città cinte di mura cedevano a un nemico che sovente non
era molto numeroso né dotato nell'arte dell'assedio bellico
insieme all'assenza di qualsivoglia rinascita urbana dopo la
ritirata del nemico: tutto ciò mostra che le ostilità militari
non erano che l 'ultimo colpo inferto a un edificio già tra­
ballante per farlo cadere. Dato che le nostre fonti storiche
cominciano a diminuire dopo il regno di Giustiniano per
ridursi a nulla più di un rivolo dopo il 602 è difficile ren­
dere conto di questo processo sulla base della parola scrit­
ta. Ci si limita a laconiche relazioni di varie calamità e a va­
ghi echi di un generale crollo della legge e dell'ordine. Do­
po la morte dell'imperatore Maurizio nel 602 la contesa ci-
vile proruppe <<in tutto l 'Oriente, in Cilicia, Asia, Palestina
e persino a Costantinopoli>>. Scene di uccisioni a catena nel­
la piazza del mercato, di case violate, di donne, bambini e
vecchi precipitati giù dalle finestre, di rapine e d'incendi.
L'onda dei tumulti si diffuse nelle province balcaniche e fu
solo grazie al miracoloso intervento di san Demetrio che
Tessalonica restò risparmiata25• È tra queste scene di disor­
dine che cala il sipario.
L'evidenza relativa al crollo delle città è soprattutto ar­
cheologica. Va sottolineato qui che nonostante molti scavi
siano stati condotti in diverse parti dell'Impero, relativa­
mente pochi sono quelli svolti con sufficiente metodo. La
sovrapposizione di città moderne a siti antichi ha anch'es­
sa ostacolato la ricerca in alcuni centri che sarebbero della
massima importanza per noi, in particolare Costantinopoli
e Tessalonica. Comunque le informazioni a disposizione,
pur non risultando particolarmente uniformi, sono suffi­
cienti a che possano trarsene talune conclusioni. Ecco qual­
che esempio tratto da province diverse.
Nei Balcani, come già abbiamo detto, la vita urbana ven­
ne severamente colpita a metà del quinto secolo. La rico­
struzione della prima metà del sesto secolo non fu partico­
larmente estesa e restò destinata a sopravvivere non più di
qualche decennio. Sirmio, già capitale imperiale, non si ri­
prese più dopo il saccheggio perpetrato dagli Unni e rima­
se completamente abbandonata dopo la sua resa agli Avari
( 582) . Se ci spostiamo più a sud, a Sto bi, capoluogo di pro­
vincia, troviamo considerevole evidenza di attività edifica­
toria nella prima metà del quinto secolo e ancora dopo il
saccheggio compiuto dagli Ostrogoti nel 479, mentre man­
ca qualsiasi attività edificatoria dopo il sesto secolo e non si
trovano monete posteriori al settimo secolo. A Heraclea
Lyncestis, dove gli scavi sono soltanto parziali, il quadro è
pressoché identico: la chiesa vescovile venne ricostruita al­
l 'inizio del sesto secolo e la più recente moneta pubblicata
è di Giustino II. La cittadina di Bargala in Macedonia Se-
cunda (vicino alla moderna S tip) risulterebbe trasferita in
una posizione di più agevole difesa nel quinto secolo; cessò
di esistere poco dopo il 585. Se ci spostiamo a est, verso l 'at­
tuale Bulgaria, troviamo che Serdica ai suoi inizi (regno di
Marco Aurelio) era una piccola città fortificata, che conob­
be una grande espansione all'inizio del quarto secolo (for­
se sotto Costantino) per poi ritirarsi entro il suo vecchio nu­
cleo (superficie: quindici ettari) nel sesto secolo; da allora
non ne abbiamo più notizie. Nicopolis ad Istrum, fondata
da Traiano, risulterebbe abbandonata nel sesto secolo; al­
cuni dei suoi abitanti forse si spostarono a sud, in cima a un
colle, a Veliko Turnovo. A Filippopoli (Plovdiv) la superfi­
cie urbana venne scavata a metà del sesto secolo, dopo di
che la città venne distrutta. Ne sentiamo parlare nuova­
mente all'inizio del dodicesimo secolo, allorché vi abitava,
in mezzo alle antiche rovine, una popolazione di eretici ar­
meni e bogomili26.
Il medesimo panorama di abbandono è visibile in Gre­
cia. Ad Atene gli scavi dell'Agorà hanno appurato che vi fu­
rono devastazioni diffuse nel penultimo decennio del sesto
secolo, cui seguì un periodo di esistenza precaria che durò
fino alla seconda metà del settimo secolo. In seguito l ' area
dell'Agorà venne completamente abbandonata e l 'insedia­
mento umano si ritirò sull'Acropoli e su una piccola area
fortificata, situata immediatamente più a nord. Quanto a
Corinto, molti abitanti ne fuggirono intorno al 580 per re­
carsi sull'isola di Egina, mentre una presenza bizantina ve­
niva mantenuta nell'inaccessibile fortezza dell'Acrocorin­
to. Nel resto del Peloponneso tutte le città vennero cancel­
late. Quanto alla Grecia continentale l'evidenza a nostra di­
sposizione è molto scarsa. A Tebe in Beozia non c ' è segno
alcuno di vita urbana tra il sesto secolo e la seconda metà
del nono. Tebe in Ftiotide (Nea Anchialos) venne distrutta
alla fine del sesto o nel settimo secolo per essere stata pro­
babilmente occupata da invasori slavi; non tornò più in vi­
ta. Potremmo aggiungere che - eccettuata Tessalonica e l'i-
sola di Paros - in tutta la Grecia non rimase in piedi una so­
la chiesa paleocristiana; né abbiamo evidenza di alcuna at­
tività edificatoria tra il 600 circa e l 'inizio del nono secolo.
Tessalonica, sede del prefetto dell'Illiria, rimase in mani
bizantine durante tutti i secoli oscuri. Le sue mura, costrui­
te verisimilmente intorno al 450, cingevano una superficie
considerevole: circa 1 .750 metri da est a ovest e 2. 1 00 metri
da nord a sud. Una moltitudine di romani, profughi «dalla
zona del Danubio, dalla Pannonia, dalla Dacia, dalla Dar­
dania e dalle altre province>>27 cercò la protezione di que­
ste mura e del patrono celeste della città: san Demetrio. As­
sediata cinque volte da Slavi e Avari, ripetutamente colpita
da peste e carestia, Tessalonica riuscì a sopravvivere quale
modesta enclave bizantina, circondata da una popolazione
aliena e spesso ostile. Le comunicazioni via terra con la ca­
pitale erano tagliate: nel 698 l 'imperatore Giustiniano II
dovette combattere per raggiungere Tessalonica28• Pur­
troppo non abbiamo documentazione archeologica relati­
va alla città a quest'epoca. A giudicare in base ai pochi testi
disponibili, gli abitanti erano ridotti a un'esistenza semi-ru­
rale, poiché leggiamo che una volta gli Avari e gli Slavi in
avanzata verso la città sorpresero molti tessalonicesi intenti
a lavorare i campi fuori le mura29• All'inizio del nono seco­
lo l'ecclesiastico adibito alla distribuzione della carità ai po­
veri ricevette in dono allo scopo tre maiali - il che non è se­
gno di un'economia urbana sviluppata30• A est di Tessalo­
nica risulta essere stata abbandonata la città di Filippi; co­
munque, non c ' è colà segno di alcuna attività fino alla se­
conda metà del secolo decimo.
Di particolare importanza per la nostra ricerca è la sorte
delle città in Asia Minore. Incredule sono state le reazioni
dinanzi all'asserzione del geografo arabo lbn-Khurdadhbih
(840 circa) sull'esistenza di sole cinque città in Asia Mino­
re all'epoca, precisamente Efeso, Nicea, Amorio, Ancyra e
Samala ( ? ) oltre a un considerevole numero di fortezze3 1 ;
pure, possiamo oggi capire che egli probabilmente non era
250 500 750 ,OOO m

�\

Fig. 6. Pianta di Tessalonica.


lontano dalla verità. Prendiamo qualche esempio. In Biti­
nia, la provincia asiatica più vicina a Costantinopoli, solo
Nicea sembra essere sopravvissuta. Nicomedia, già grande
capitale dell' Impero, era prostrata in rovina nel nono se­
colo. Cizico, capitale della provincia d 'Ellesponto e grande
città del periodo romano imperiale, era rimasta mezza di­
strutta nel terremoto del 543 e cessò di esistere nel corso
del settimo secolo. Le sue imponenti rovine vennero desti­
nate a cava nel corso del Medioevo, mentre un piccolo in­
sediamento nacque sul versante occidentale della penisola
di Cizico, ad Artake (Erdek) .
Per l 'Asia Minore occidentale l'evidenza archeologica è
piuttosto abbondante. Debitamente menzionata da lbn­
Khurdadhbih, Efeso sopravvisse, ancorché su scala assai ri­
dotta. L'antico centro urbano venne abbandonato, forse al
tempo dell 'invasione persiana all'inizio del settimo secolo;
venne costruita una nuova cinta muraria che racchiudeva
un'area di circa novecento metri, dal porto alla cima del Pa­
nayir Dag. Poco più a est sorse una fortezza a sé stante, cen­
trata sulla basilica di San Giovanni Teologo (Aia Soluk) .
Leggiamo che al volgere dell'ottavo secolo il mercato di
Efeso rendeva al fisco un centinaio di libbre oro32 e se ciò
corrisponde a verità è indizio di un notevole giro d'affari
commerciale. Tuttavia gli scavi hanno messo in luce una mi­
nima attività edificatoria, eccettuata una chiesetta destina­
ta a rimpiazzare l'anteriore e assai più grande basilica di
Santa Maria. A Sardi, capitale della Libia, il cambiamento
fu ancor più drammatico. Probabilmente a causa dell'inva­
sione persiana la città bassa venne pressoché abbandonata
e solo la fortezza in vetta al colle continuò a funzionare nel
Medioevo. A Mileto la città medievale era almeno quattro
volte più piccola della città antica. A Pergamo il disastro ar­
rivò nel settimo secolo e, come a Sardi, l ' unico sito che ri­
mase fortificato fu l'acropoli. Della sorte di Smirne non sap­
piamo nulla di preciso, ma a Magnesia, nella valle del
Meandro, la città medievale ricopriva solo un'esile porzio-
ne della città antica - una superficie di circa 300 per 250
metri. Altri siti su cui sono state svolte ricerche, come Nysa
e Laodicea, raccontano sostanzialmente la stessa storia,
mentre Colosse fu abbandonata a favore della fortezza di
Chonae, famosa per il suo tempio di san Michele.
Dell'Asia Minore interna sappiamo molto meno. Amo­
rio, in Frigia, nell'ottavo e nel nono secolo era considerata
centro di vitale importanza; grande fu la costernazione
quando cadde in mano araba (838) , con perdite dichiarate
nell'ordine dei trentamila uomini e molte migliaia di pri­
gionieri. Purtroppo non sono mai state svolte ricerche ad
Amorio, ma le sue rovine sono tuttora visibili e mostrano
che doveva trattarsi di un posto ben piccolo. Ad Ancyra la
città bassa sembra essere stata abbandonata dopo il sac­
cheggio persiano del 622 circa; solo la fortezza in vetta so­
pravvisse. Era vigorosamente fortificata, consistendo di una
recinzione doppia, quella interna della misura di circa 350
per 1 50 metri e quella esterna di approssimativamente 500
per 300 metri. Che questa fosse considerata la 'città' di
Ancyra è suggerito dall'iscrizione apposta dall'imperatore
Michele III intorno all'859 sopra la porta della fortezza:
«Coloro che entrano da questa porta in città . . . >>33•
Un altro fatto dovrebbe essere menzionato in questo
contesto, giacché fu esso a offrire ad alcuni storici il primo
indizio del drammatico declino delle città bizantine. Si trat­
ta della brusca riduzione nel numero delle monete bronzee
circolanti. Nei siti che sono stati scavati sistematicamente -
Atene, Corinto, Sardi e altri ancora - si è accertato che di
emissioni bronzee (delle monetine usate per le transazioni
di ogni giorno) c'era stata grande abbondanza per tutto il
sesto secolo e, a seconda delle circostanze locali, anche per
parte del settimo; segue una scomparsa pressoché totale,
poi un leggero aumento nel nono secolo, ma non si ritorna
a una vera abbondanza sino all'ultima parte del decimo se­
colo. A Sardi, per esempio, il secolo e un quarto che va dal
491 al 6 1 6 è rappresentato da 1 .0 1 1 monete in bronzo; il re-
sto del settimo secolo da circa 90 monete; l'ottavo e il nono
secolo insieme non superano le nove monete34. Mutatis mu­
tandis, risultati analoghi sono stati ottenuti da quasi tutte le
città delle province bizantine. Sembra che nella sola Co­
stantinopoli il declino nella quantità del bronzo circolante
non sia stato così catastrofico. Si sa anche che nelle zone ri­
maste sotto controllo bizantino cessò l'attività delle zecche
locali: a Nicomedia dopo il 627, a Cizico e Tessalonica dopo
il 629. Non risulta che a Cherson sia stata battuta moneta tra
l'inizio del settimo e la seconda metà del nono secolo.
Ora, è vero che il governo centrale mai cessò di emette­
re monete, in oro, argento, bronzo; e possiamo sapere che
durante i secoli oscuri l'esercito continuò a essere pagato in
oro (ciascun soldato riceveva dai dodici ai diciotto solidi per
anno) . Il fatto significativo, tuttavia, è che di norma l' eser­
cito veniva pagato una volta ogni tre anni, quando non ca­
pitava che venisse pagato una volta ogni quattro, cinque o
sei anni35. Difficile capire, pertanto, come i soldati potesse­
ro far fronte alle loro spese quotidiane in termini moneta­
ri. Più in generale: l'esistenza stessa di un'economia urba­
na non è concepibile senza un 'adeguata scorta di monete
di piccolo taglio. Alla luce delle precedenti considerazioni,
non possiamo che concludere che le transazioni monetarie
erano ridotte al minimo e probabilmente rimpiazzate da
qualche forma di baratto.
Se l'impero bizantino del primo periodo era un aggre­
gato di città, nel periodo medio esso può descriversi quale
aggregato di kastra (fortezze) . Anche nella lingua di ogni
giorno il termine polis restò sempre più limitato a Costanti­
nopoli, mentre un posto come Ancyra o Efeso sarebbe sta­
to designato quale kastron. Ora, capita che la maggior par­
te delle città antiche d 'Asia Minore e Grecia fossero co­
struite intorno a una cittadella posta su una collina. In tali
casi, come abbiamo visto più volte, l 'insediamento poteva li­
mitarsi al kastron, che diventava in tal modo la sede delle au­
torità ecclesiastiche o amministrative che fossero presenti.
Il kastron fungeva da luogo di rifugio provvisorio in caso
d'invasione nemica, ma era troppo angusto e spesso troppo
inaccessibile per fornire una sede alla vita urbana. Le città
ubicate in pianura venivano sovente abbandonate, con po­
che eccezioni: tra queste Nicea, che era abbastanza lontana
dal nemico. Altrove, come nel caso di Tessalonica, non c'e­
ra la possibilità fisica di ritirarsi nella cittadella senza con­
temporaneamente perdere contatto con il porto: perciò la
vecchia cinta muraria, ancorché troppo estesa per le ne­
cessità correnti, andava conservata.
Se vi fu nell'Impero un punto dove la vita urbana conti­
nuò, fu a Costantinopoli. <<Oh, essere nella Città ! >> , escla­
mava ogni bizantino colto che per una ragione o per l'altra
si trovasse nelle province. Niceforo Urano, governatore di
Antiochia intorno all'anno 1 000, volentieri avrebbe muta­
to vita e abbracciato quella di Calipso pur di annusare il fu­
mo di Costantinopoli36. «Oh terra di Bisanzio, oh Città tre
volte benedetta, occhio dell'universo, ornamento del mon­
do, stella che brilla da lungi, faro del mondo di quaggiù,
vorrei essere teco e goderti appieno ! Non allontanarmi dal
materno tuo petto>> . Questi i sospiri di un autore bizantino
del dodicesimo secolo costretto ad assentarsi da Costanti­
nopoli per una missione diplomatica37.
Dobbiamo ora volgere la nostra attenzione alla capitale
e tracciarne brevemente lo sviluppo. Purtroppo la docu­
mentazione archeologica per ora è piuttosto esigua, ma ab­
biamo una grande massa di materiale letterario sulla base
del quale possiamo costruire un 'profilo' della città.
La fisionomia di Costantinopoli fu determinata sin dal­
l'atto della sua fondazione. Sotto questo aspetto Costanti­
nopoli assomiglia alle altre capitali create dall'esercizio ar­
bitrario dell'autorità: San Pietroburgo, Ankara, Brasilia. Ma
non fu costruita tutta de novo. Allorché - dopo debita con­
siderazione di altri possibili siti - Costantino scelse di fissa­
re la propria residenza a Bisanzio (era il 324) , aveva dinan­
zi a sé una città piuttosto grande, che occupava la Punta del
Serraglio fino approssimativamente all'attuale ponte di Ga­
lata. Bisanzio esisteva già mille anni prima di Costantino,
ma il suo passato greco venne presto dimenticato; ne resta­
rono solo vaghi miti sull'eroe eponimo Byzas, sulla moglie
Phidaleia, su Io trasformata in giovenca che varcava il Bo­
sforo a nuoto per scampare al tafano che la perseguitava.
Sembra che la città quale si mostrava nel 324 dovesse meno
agli antichi fondatori megaresi che alla munificenza degli
imperatori Settimio Severo e Caracalla. Il suo centro citta­
dino si stringeva intorno a un'agorà che è oggi rappresen­
tata dallo spazio aperto dinanzi a Santa Sofia. Qui i Roma­
ni costruirono un ippodromo e le pubbliche terme di
Zeuxippo, mentre un'ampia strada a colonnato si estende­
va dall'agorà in direzione ovest, verso le porte della città.
Costantinopoli possedeva anche due porti fortificati dal la­
to del Corno d'Oro; un teatro; un anfiteatro; non pochi
templi. L'estensione della superficie urbana ammontava a
circa settecento ettari (approssimativamente la medesima
area di Antiochia) ; un muro la cingeva dal lato terra. Il vec­
chio centro cittadino venne mantenuto; si ingrandì l 'ippo­
dromo e nei suoi paraggi, su un sito in lenta discesa verso
la Propontide, si costruì un grande palazzo imperiale che
sarebbe stato la residenza degli imperatori bizantini per gli
otto secoli avvenire. La vecchia strada con colonnato venne
estesa ancora più a ovest, sì da diventare la principale arte­
ria cittadina (Mesè) , scandita a intervalli da pubbliche piaz­
ze. Tra queste, della massima importanza un Foro ricurvo
in mezzo al quale si ergeva una colonna di porfido sor­
montata da una statua di Costantino in guisa di dio solare
- Apollo Helios. Qui si trovavano anche il palazzo del Se­
nato, due archi, una fontana monumentale. Ulteriore or­
namento di strade e piazze era un grande numero di anti­
che statue prelevate nelle città delle province orientali.
Contrariamente a ciò che è la comune opinione, il pro­
gramma urbano di Costantino non poneva particolare ac­
cento sulla religione cristiana, che aveva da poco adottato.
Delle molte chiese attribuitegli da una tradizione posterio­
re ben poche possono aspirare a questo onore; forse la chie­
sa della Pace ( Sant'Irene, ancora visibile quale è stata rico­
struita nel sesto e nell'ottavo secolo) e quella del martire
del posto, sant'Acacia; quasi sicuramente la chiesa dei San­
ti Apostoli, che doveva fungere da mausoleo per Costanti­
no e per i suoi successori. Nei suoi monumenti pubblici
probabilmente Costantinopoli assomigliava alle altre capi­
tali dell'Impero nel periodo tetrarchico: Treviri, Sirmio,
Tessalonica, Nicomedia.
Nei decenni che seguirono la sua inaugurazione ( 330)
Costantinopoli conobbe una notevole espansione. Conti­
nuo era l'afflusso di nuovi abitanti, attratti dalle elargizioni
di pane gratis nonché dalle prospettive di impiego che ve­
nivano dalla vicinanza alla corte dell'Impero. Nel 359 la
città era abbastanza sviluppata da avere diritto a un prefet­
to urbano, come Roma. I rifornimenti di acqua potabile do­
vettero essere accresciuti. Dalla sua nuova cattedrale della
Santa Sapienza (completata nel 360) il vescovo di Costanti­
nopoli cominciava a superare sia per influsso sia per ric­
chezza i responsabili delle più antiche sedi apostoliche.
Teodosio I e i suoi successori intrapresero un ulteriore pro­
gramma di costruzione urbana: un grande nuovo porto,
che dovette notevolmente potenziare le capacità commer­
ciali della città, nuovi depositi, il Foro di Teodosio e quello
d'Arcadia, altri fastosi monumenti. Le dame della dinastia
regnante erano in reciproca competizione nell'acquisto dei
terreni più invitanti e nella costruzione di dimore cittadine.
Nel 4 1 3 il circuito fortificato venne nuovamente ingrandi­
to con la costruzione di una doppia cinta muraria che rese
Costantinopoli un bastione inespugnabile come nessun al­
tro. Lo spazio urbano potenziale era aumentato raggiun­
gendo circa 1 .400 ettari e la popolazione era probabilmen­
te salita alle 300.000-400.000 unità. Ora Costantinopoli era
più grande di Roma, ormai in declino - più grande anche
di Alessandria e di Antiochia.
Un breve documento in lingua latina, noto come Notitia
urbis Constantinopolitanae38, ci fornisce dati statistici relativi
alla città nel secondo .quarto del quinto secolo. La Notitia
classifica le quattordici regioni in cui Costantinopoli, come
già Roma, era stata divisa. Ecco alcuni dei totali: 5 palazzi im­
perial i e 9 palazzi principeschi; 8 bagni pubblici e 1 53 priva­
ti; 4 Fori; 5 granai; 2 teatri oltre l 'Ippodromo; 322 strade;
4.388 domus (case di persone agiate ) ; 52 portici; 20 forni
pubblici e 1 20 privati; 1 4 chiese. Ai servizi di amministrazio­
ne e di polizia urbana prowedevano, sotto la direzione del
prefetto, 1 3 curatores (uno per regione) , 65 guardie nottur­
ne, 560 vigili del fuoco e altri ancora. Nel complesso la pre­
fettura impiegava circa mille persone. Sebbene la Notitia sia
stata redatta dopo la costruzione delle mura teodosiane, es­
sa si concentra solo sulla città costantiniana più due sobbor­
ghi: Sycae ( Galata) e la Regione Quattordicesima, oltre il
Corno d'Oro (probabilmente vicino alla moderna Eyiip) .
L'ampia striscia di terreno che andava dalla cinta costanti­
niana, che non venne smantellata, alle mura teodosiane non
era evidentemente considerata zona urbana e rimase poco
densamente popolata per tutto il Medioevo. Si estendevano
qui ampi cimiteri; qui vennero eretti alcuni dei primi mona­
steri. Invero può ben sospettarsi che la costruzione delle mu­
ra teodosiane fosse dovuta non tanto all'incremento della
popolazione quanto a considerazioni di carattere difensivo
nonché alla necessità di includere all'interno dell'area for­
tificata vaste riserve di acqua.
La rapida crescita della capitale nel quarto e nel quinto
secolo deve avere creato notevoli problemi di approvvigio­
namento. Come già abbiamo osservato, la produzione agri­
cola del mondo antico non era strutturata in modo tale da
fornire all 'istante il surplus bastevole a soddisfare i voraci
consumi di una nuova città da circa trecentomila bocche.
Nella vicina Tracia si produceva buona quantità di grano e
verdure, ma non era che una goccia nel mare. Tanto più
che la Tracia era cronicamente soggetta ad attacchi barba-
rici: pericolo cui il governo si provò ad ovviare costruendo,
nel corso del quinto secolo, le Lunghe Mura. Esse descri­
vevano un immenso arco dai pressi di Selymbria (Silivri)
sulla Propontide al Mar Nero, a una distanza di circa 65 chi­
lometri dalla capitale. La costa occidentale dell'Asia Mino­
re doveva nutrire le sue città, che erano molto popolose.
C'era una sola area in grado di rifornire di pane Costanti­
nopoli: l 'Egitto. Già sotto Costantino la produzione dell' E­
gitto era stata stornata da Roma a favore della nuova capi­
tale, sì da formare la base dell' annona ( distribuzione di pa­
ne gratis) . La quantità in oggetto era dapprima ottantami­
la razioni al giorno, il che farebbe stimare la popolazione
nell'ordine del doppio circa. All'epoca di Giustiniano il
contributo dell'Egitto era cresciuto a otto milioni di artabae
(misura corrispondente a tre moggi o stai ) : sufficiente a nu­
trire una popolazione di circa mezzo milione di abitanti.
Non è questa la sede indicata a discutere i molti problemi
posti da queste cifre, ma è importante segnalare la com­
plessità e la potenziale precarietà del sistema. Il raccolto
egiziano dipendeva anzitutto dall'annuale inondazione del
Nilo. Il prodotto doveva poi essere raccolto, misurato dagli
ispettori governativi e trasferito nei granai di Alessandria
entro il l O settembre di ogni anno. Da Alessandria ciò che
era chiamato il <<felice trasporto» prendeva il largo per Co­
stantinopoli. Andavano presi in considerazione i rischi del
viaggio via mare, in particolare il passaggio dei Dardanelli
se soffiava un vento contrario. Per proteggersi da questa
eventualità vennero costruiti ampi granai nell'isola di Te­
nedo: il grano vi veniva scaricato e si costituivano le riserve,
come accadeva a Ostia per le necessità di approvvigiona­
mento di Roma. Se il raccolto egiziano non era sufficiente
o se qualche altra parte del meccanismo non funzionava a
dovere la popolazione di Costantinopoli rischiava la fame e
andavano attivate misure d'emergenza. Sappiamo che nel
409 una carestia portò a una sollevazione con spargimento
di sangue nonché a una riorganizzazione delle spedizioni.
In un'altra occasione si dovette procedere in Tracia, Bitinia
e Frigia a una requisizione forzosa a prezzi artificialmente
bassi; dato poi che da quelle regioni a Costantinopoli non
c'era un sistema di trasporto già allestito, furono i produt­
tori stessi a essere gravati dell 'onere aggiuntivo di traspor­
tare il loro grano nella capitale39. Considerando quante
erano le cose che potevano andare male, nel complesso
l 'approvvigionamento di Costantinopoli funzionò con ap­
prezzabile efficienza stante l'alta priorità riservata al com­
pito dal governo. Comunque è chiaro che l'esistenza stessa
di Costantinopoli quale grande città dipendeva da un siste­
ma di rifornimento marittimo perfettamente registrato.
Difficile è determinare, sia pure approssimativamente,
in che data la popolazione di Costantinopoli sia giunta al
massimo. Potrebbe essere accaduto intorno al 500. A parti­
re da allora sentiamo parlare sempre meno di costruire
grandi opere pubbliche e sempre più di erigere chiese. Giu­
stiniano fu senz'altro un grande edificatore ma i suoi in­
tenti principali erano destinati al settore ecclesiastico e a
quello imperiale. La situazione della capitale forse era già
in declino quando la peste del 542 fece precipitare il nu­
mero degli abitanti. Non c ' è ragione di supporre che quel
che fu perso venne recuperato. La pestilenza, come abbia­
mo visto, continuò a ripresentarsi a intervalli per tutto il re­
sto del secolo e ulteriori calamità incombevano. Nel 6 1 9 , a
seguito della conquista di Alessandria da parte dei Persiani,
l 'importazione del grano egiziano cessò. Se Costantinopoli
fu in grado di trovare altre fonti di approvvigionamento, la
ragione fu semplicemente che c'erano assai meno bocche
da sfamare. Nello stesso periodo è registrata anche una pe­
stilenza. Nel 626 la Città venne assediata e poco mancò che
venisse catturata dagli Avari che devastarono completa­
mente la Tracia, con ulteriore impoverimento delle fonti di
cibo disponibili. Negli anni 674-78 Costantinopoli fu sog­
getta a blocco da parte degli Arabi. Nel 698 ci fu un'altra
pestilenza. Nel 7 1 4-15, aspettandosi un altro attacco arabo,
l'allora imperatore Anastasio II espulse dalla Città tutti co­
loro che non erano in grado di provvedere autonomamen­
te ai propri rifornimenti per almeno tre anni, e possiamo
immaginarci che la maggioranza non era in grado di farlo.
Nel 7 1 7- 1 8 vi fu il secondo assedio arabo e un'altra deva­
stazione della Tracia. Nel 747 vi fu una pestilenza di così
straordinaria gravità che la Città rimase, come si esprime
una fonte, <<pressoché spopolata>>40. <<Data l 'estrema neces­
sità>> , scrive un cronista,

si trovò modo di porre assi sopra animali sellati, a mo' di panieri


squadrati, e portare via i morti o così o ammucchiandoli gli uni
sugli altri nei carri. Allorché tutti i cimiteri urbani e suburbani
vennero colmati, e del pari le cisterne vuote e i pozzi asciutti, e
molte vigne furono scavate e persino gli orti entro le mura vec­
chie [le mura costantiniane] , solo allora si seppe soddisfare al bi­
sogno4 1 .

L'anno 747 rappresenta probabilmente il punto più bas­


so della storia di Costantinopoli nel Medioevo.
Non siamo in grado di rendere dettagliatamente conto
dell'impatto di questo rapido declino sulla vita quotidiana
della capitale, ma sembrerebbe realistico dire che nel corso
del settimo secolo venne mantenuta qualche parvenza di
una condizione di vita urbana. Un testo curioso, intitolato
Miracoli di sant 'Artemio e redatto poco dopo il 659, ci fornisce
una vivida ancorché parziale descrizione della realtà della vi­
ta nel corso della prima metà del secolo42. Artemio era un
santo guaritore di dubbia ascendenza (era stato governato­
re d'Egitto nel 360) , specializzato in tumori - specialmente
in quelli che colpivano gli organi genitali. La sua chiesa era
ubicata in un'area abitata soprattutto da operai, approssi­
mativamente nell'attuale zona del Gran Bazaar; i suoi clien­
ti erano gente comune. La guarigione era ottenuta grazie a
un processo di incubazione: vale a dire che i pazienti dormi­
vano nella chiesa e negli edifici annessi, talvolta anche per
qualche mese, nella speranza di essere visitati dal santo in so­
gno o in visione. C'era anche un'associazione di membri lai­
ci che partecipavano alle veglie notturne e fornivano i fondi
necessari all'acquisto dei ceri; le quote erano raccolte da un
tesoriere. Tra le persone di cui viene riferita la miracolosa
guarigione, non poche venivano da aree remote: incontria­
mo un africano, qualche abitante di Alessandria, un paio di
rodio ti e un mercante di Chio. Tra gli alessandrini uno era il
guardiano di un granaio e leggiamo che doveva rimanere sul
posto giorno e notte: la conseguenza era che non poteva dor­
mire nella chiesa di sant'Artemio. <<Sono vecchio>> , disse al
santo, <<non posso abbandonare il granaio per stare con te.
Se lo lascio metteranno un altro in vece mia e perderò insie­
me alloggio e lavoro>> . Un altro alessandrino - questa vicen­
da risale al regno di Eraclio - era un saltimbanco o buffone
professionista, impiegato presso la dimora di un patrizio:
leggiamo infatti che <<i dignitari si compiacciono delle esibi­
zioni degli attori>> . Le sue specialità erano la prontezza di spi­
rito e un buffo modo di parlare, come del resto tutti gli ales­
sandrini. Tra gli altri non-costantinopolitani c 'erano un uo­
mo di Amastri, un frigio e un artigiano del rame, originario
della Cilicia, che esercitava la sua professione non lontano
dalla chiesa e che come tutti i suoi compatrioti aveva un tem­
peramento irascibile. Il posto più distante che il testo men­
zioni è la Gallia: verso di essa prese il largo un carpentiere
addetto alle riparazioni di bordo su una nave. Tra le profes­
sioni ricordate dai Miracoli di sant'Artemio troviamo marinai,
il candelaio che teneva bottega aperta fino a tarda sera, un
fabbricante d ' archi, un conciatore, un mercante di vini, una
padrona di bagni e parecchi cambiavalute o banchieri la cui
professione è detta essere stata disonesta. Rivali come sono
di sant'Artemio, se i medici vengono presentati è per riceve­
re qualche critica; leggiamo che si facevano pagare dagli ot­
to ai dieci solidi per curare il figlio di una povera donna, e la
somma corrispondeva alle entrate annuali di un operaio
non specializzato. I bagni pubblici erano parte importante
della vita quotidiana; ne era cliente abituale , tra gli altri, un
diacono di Santa Sofia. Era, questi, uomo di certa estrazione
sociale ( era riluttante a dormire nella chiesa di sant'Arte­
mio) nonché poeta accreditato della fazione degli Azzurri ­
in altre parole, avrà composto canti e acclamazioni. Piutto­
sto interessante il fatto che nient'altro venga detto delle fa­
zioni. Il loro ruolo nella vita quotidiana dei cittadini sembra
essere declinato: leggiamo persino che una stalla in cui era­
no stati precedentemente tenuti i cavalli da corsa era ormai
dismessa. Dei teatri, nessuna menzione.
L'impressione che ricaviamo dalla lettura dei Miracoli di
sant 'Artemio è che Costantinopoli sia rimasta un centro di at­
tività commerciale e artigianale ( anche se forse su scala ri­
dotta) in un'epoca in cui, come abbiamo visto, stava ces­
sando di esistere vita urbana in Asia Minore e nei Balcani.
La grande crisi nella storia della capitale soprawenne a mio
parere nella prima metà del secolo ottavo. Abbiamo parec­
chie indicazioni indirette al proposito. Quando, nel 740, le
mura della città vennero gravemente danneggiate da un
terremoto, la popolazione locale non fu in grado di rico­
struirle e l'imperatore dovette imporre una tassa speciale,
verisimilmente per poter ricorrere a una forza lavoro ester­
na43. Dopo la peste del 747 l 'imperatore Costantino V do­
vette effettivamente ripopolare la città facendovi insediare
abitanti provenienti dalla Grecia e dalle isole egee, in altri
termini da zone che erano esse stesse sottopopolate, e in
non lieve misura44. Interessante è notare che l 'acquedotto
di Valente - l 'acquedotto principale della città - andò fuo­
ri uso nel 626, quando venne distrutto dagli Avari, e non
venne riparato fino al 766, undici anni dopo il ripopola­
mento. La riparazione fu peraltro dovuta solo a una siccità
particolarmente grave. Ancora una volta si dovette impor­
tare la forza lavoro necessaria a quest'opera: dal Ponto mil­
le muratori e duecento stuccatori; dalla Grecia e dalle isole
cinquecento ceramisti (forse per le condutture in argilla) ;
dalla Tracia cinquemila operai e duecento mattonai45. Ciò
che più colpisce in queste cifre è che non si potevano tro­
vare sul posto nemmeno i lavoratori non specializzati. Dato
il fatto che Costantinopoli e i suoi paraggi sono tutt'altro
che ricchi di fonti d'acqua potabile, non si può che con­
cludere che la popolazione doveva essersi ridotta enorme­
mente per vivere ben 1 40 anni senza l'acquedotto princi­
pale. Probabilmente declinò ben al di sotto della soglia del­
le 50.000 persone, forse arrivò alla metà di quella cifra.
Un fioco lume sull'aspetto della città intorno al 760 ci
viene fornito da un testo particolarmente confuso che si in­
titola Brevi note storiche (Parastaseis syntomoi chronikai) 46. Ope­
ra di un autore tanto ignorante quanto supponente, vor­
rebbe essere una sorta di guida alle 'vedute memorabili'
della capitale. Il quadro che evoca è di abbandono e di ro­
vina. Ci viene ripetuto continuamente che vari monumen­
ti (statue, palazzi, terme) erano esistiti un tempo, ma erano
ormai distrutti. Quel che è più, i monumenti rimasti (mol­
ti dei quali datavano dal quarto o dal quinto secolo) non
venivano più intesi per ciò che erano. Avevano acquisito
connotazioni magiche e - più in generale - nefaste. I disa­
stri ancora tenuti in serbo per la città erano preannunciati
nei vari rilievi e nelle varie iscrizioni ancora visibili su ogni
lato. I 'filosofi' capaci di interpretarli erano costernati. «Sa­
rebbe cosa buona>> , disse uno, <<Se non vivessimo tanto da
vedere quel che dovrà avvenire! Quanto a me, sarei stato
più felice se non avessi letto quell'iscrizione » .
Nonostante s ì cupi pronostici, Costantinopoli avviò nel
755 un processo di assai graduale recupero che sarebbe
continuato sino all'epoca delle Crociate. Nell'ottavo secolo
non vi fu attività edificatoria, eccettuate opere di fortifica­
zione e di riparo dei danni causati dai terremoti. Nel nono
secolo vi furono nuove intraprese edilizie, di carattere però
diverso da quelle del primo periodo bizantino: non c'era
più richiesta di piacevolezze urbane, sicché le nuove co­
struzioni si concentrarono soprattutto all'interno del pa­
lazzo imperiale che acquisì un'aria da mille e una notte. I
propagandisti delle corti di Michele III e di Basilio I colti­
varono uno spirito di ' rinnovamento' che significava ripa­
razione di ciò che era andato in rovina più che creazione di
qualcosa di nuovo. Particolarmente istruttivo è l'elenco de­
gli edifici voluti da Basilio I. Esso mostra che praticamente
tutte le più importanti chiese della capitale erano decadu­
te, alcune giungendo prossime all'estinzione. Così Basilio
procedette al rinnovamento di più di venticinque chiese in
città e di altre sei nei sobborghi. Tutte le sue costruzioni
nuove erano nel palazzo imperiale47.
In breve, se si potesse tracciare un grafico relativo alla
sorte di Costantinopoli, si scoprirebbe che il suo punto più
basso sarebbe pressoché coevo alla quasi ' linea zero' delle
città provinciali. Né le modalità di ripresa furono molto dis­
simili tra capitale e province. All'inizio del nono secolo ri­
tornò un poco di vita a Corinto; ci si reinsediò a Patrasso e
Lacedemone nel Peloponneso48• Poco più tardi vennero
rifortificate Selymbria e Ancyra. Il movimento acquistò im­
portanza nel decimo secolo per giungere all'apice nell'un­
dicesimo e nel dodicesimo. Dal punto di vista archeologico
il recupero è ben documentato a Corinto e Atene, un poco
meno bene in Asia Minore. Tuttavia è importante osserva­
re che questi nuovi insediamenti non avevano niente del ca­
rattere monumentale della tarda antichità. Case e negozi
erano poveramente costruiti, stipati l 'uno addosso all'altro
lungo strade tortuose. Appena possibile, le rovine ancora in
piedi venivano incorporate all' interno dei nuovi edifici, ma
per il resto non vi era alcuna continuità d 'assetto - il che
presuppone una fase intermedia di totale abbandono. Per
ora abbiamo ben poca evidenza di centri urbani quali li co­
nosciamo dall'Italia medievale: la piazza confinante con il
duomo e con il palazzo imponente e magari merlato del si­
gnore del posto. Invero quasi non c ' è traccia di cattedrali.
Qua e là si rabberciò qualche chiesa paleocristiana in rovi­
na nell'undecimo secolo: è quanto accadde a Serre, Verria,
Kalambaka e forse a Ocrida. Nella maggior parte dei casi, a
quanto sembra, la vita urbana si frammentava nei quartie­
ri, ciascuno con la sua chiesetta. Frequenti i monasteri ur­
bani, al riparo dei propri recinti; essi sembrano avere at­
tratto risorse finanziarie più ampie dell'organizzazione ve­
scovile. Per esempio ad Atene la più grande chiesa medie­
vale sopravvissuta (la Panagia Lykodemou, che è al mo­
mento la chiesa russa) era di monaci. La scarsa qualità del­
l' edilizia abitativa ne spiega la successiva scomparsa; e là do­
ve le case bizantine del Medioevo sono state scavate e stu­
diate si è trovato che esse erano munite di ampi vasi conte­
nitori di prodotti agricoli - segno di una vita strettamente
legata alla campagna.
L'evidenza archeologica trova sostegno nella documen­
tazione scritta. Forse l'elemento della vita media bizantina
che più colpisce, a porla in confronto con il periodo prece­
dente, è il suo carattere privato. Scomparsi i teatri, le sale as­
sembleari, le basiliche cittadine, i portici che costituivano il
luogo di aggregazione della gente. L'ippodromo sopravvis­
se nella sola Costantinopoli, ma per funzionare non più che
qualche giorno all'anno per il dispiegamento, minuziosa­
mente orchestrato, del cerimoniale imperiale. Nella Vita di
san Basilio il Giovane, che ci dà un'idea di come era la situa­
zione a Costantinopoli nel secolo decimo, è notevole il fatto
che tutta l'azione si svolge in interni. A parte le fiere, quan­
do c'erano, l'unico luogo di pubblico raduno era ormai la
chiesa. Quando l 'imperatore Basilio I vide che in caso di
brutto tempo i vari venditori che esponevano le loro merci
al Foro di Costantino non avevano dove andare, si decise a
costruire una chiesa per loro49. Ma persino la chiesa, a quan­
to pare, era da molte persone considerata un luogo troppo
pubblico. I ricchi - ma anche i non così ricchi - si costruiva­
no cappelle private e, se potevano permetterselo, mantene­
vano sacerdoti di famiglia. Tale pratica venne specificamen­
te consentita dall'imperatore Leone VI sulla base del fatto
che altrimenti la gente sarebbe rimasta privata dei santi mi­
steri e le cappelle sarebbero cadute in disuso. Fu del pari per-
messo il battesimo degli infanti in cappelle private - cosa che
era stata proibita dal precedente diritto canonico50. Questo
carattere insieme diffidente e privato trovò la sua più elo­
quente espressione nel cosiddetto Strategicon di Cecaumeno,
un generale dell'undicesimo secolo. Non ospitare mai un
amico in casa, avverte Cecaumeno: l'amico potrebbe sedur­
ti la moglie. Sistemalo altrove e fagli avere il cibo che gli sia
necessario. Rinchiudi le figlie come se fossero criminali. Evi­
ta tutte le feste. Se non sei al servizio dell'imperatore resta a
casa con i tuoi servi fidati, ammucchia scorte e bada agli in­
teressi della tua famiglia51•
Come abbiamo visto nel capitolo precedente, la risor­
genza delle città si accompagnò alla crescita di una piccola
borghesia. Per un vivido quadro degli agi concessi alle clas­
si professionali costantinopolitane al tempo dei Comneni
possiamo volgerei a un testo satirico in versi attribuito a tal
Teodoro Ptocoprodromo. L'autore, che si rappresenta qua­
le chierico caduto in miseria, era stato obbligato dal padre
a farsi un'istruzione. <<Figlio mio>> , il padre gli diceva,

istruisciti più che puoi. Guarda quell'uomo laggiù, figliolo. Sole­


va camminare a piedi e ora ha un mulo grasso e ben bardato. E
questo: quand'era studente soleva andare a piedi nudi, ma guar­
dalo ora con le sue calzature a punta! Quest' altro da studente
non si pettinava mai: ora è ben pettinato e fiero dei suoi riccioli.
Nei suoi dì da studente quell'altro mai vide da lungi la porta di
un bagno, ora fa il bagno tre volte a settimana. Quell'altro anco­
ra era pieno di pidocchi grandi come mandorle; ora ha la borsa
piena di pezzi d'oro con l'effigie di Manuele imperatore.

Così Ptocoprodromo si fece una cultura, ma a che pro?


Il suo armadio non conteneva altro che pile di carta e non
c'era niente da mangiare. Così egli mette a confronto la sua
indigenza con l'abbondanza in cui vivono i suoi vicini.
Quello che lavora nella filatura dell' oro ha la dispensa col­
ma di pane e vino, di tonno in conserva e sgombro essicca­
to. Quando si desta al mattino, il calzolaio manda il suo ra-
gazzo ad acquistare trippa e cacio valacco; comincia a lavo­
rare solo dopo mangiate queste leccornie per colazione.
Quando è l'ora del pasto serale scosta le forme delle scarpe
e gli altri utensili per farsi servire dalla moglie un pranzo di
tre ghiotte portate. Con attenzione ossessiva per ciò che
ognuno ha da mangiare Ptocoprodromo si confronta con
gli apprendisti di altre professioni, anche le più umili - il
sarto che ha anche la casa di proprietà, l'aiuto del fornaio,
il venditore di yoghurt, il venditore ambulante di vestiti e
macinapepe, il macellaio. Tutti costoro hanno la pancia
piena. A che servono allora Omero e Oppiano?52
Siamo così avvezzi a considerare i Greci una nazione di
commercianti che ci riesce difficile immaginare che i bi­
zantini erano tutto il contrario - terragni, diffidenti, privi di
iniziativa. Così non furono bizantini ma stranieri a trarre
profitto dallo sviluppo urbano. Abbiamo già ricordato la
presenza di mercanti russi e italiani a Costantinopoli nel de­
cimo secolo e la decisiva importanza dei privilegi commer­
ciali garantiti a Venezia dall' imperatore Alessio I. In un bre­
ve arco di tempo il basileus scoprì di non essere più il pa­
drone di casa propria. Nel 1 1 26 Giovanni II Comneno si
provò a sospendere i privilegi dei Veneziani: fu costretto
dalla forza delle armi a desistere dal suo tentativo. Nel l l 48
venne ingrandito il quartiere veneziano (si trovava tra i due
ponti moderni che racchiudono il Corno d ' Oro ) . Il nume­
ro dei Veneziani residenti a Costantinopoli sembra essere
giunto a ben 20.000 persone; le loro ricchezze erano im­
mense. In linea teorica erano soggetti all 'Impero e pertan­
to sulle prime vennero posti sotto la giurisdizione di uffi­
ciali imperiali; a poco a poco, però, si resero virtualmente
autonomi. Non è questa la sede adatta a raccontare la tor­
tuosa storia dei rapporti tra l 'Impero e Venezia, le rivalità
tra gli italiani dei diversi gruppi, i vani tentativi attuati dagli
imperatori perché si escludessero a vicenda. Basta notare
che le varie concessioni ' latine' occuparono i migliori ter­
reni a uso commerciale della città, lungo la costa del Cor-
no d'Oro; e che il numero degli occidentali residenti poté
ammontare sino a un quinto circa del totale degli abitanti,
che giunsero a 200.000-250.000.
Nelle strade di Costantinopoli risuonava una babele di
lingue straniere. Il poeta Giovanni Tzetze, che scriveva in­
torno alla metà del secolo dodicesimo, ce ne dà un quadro
divertente ancorché in parte oscuro:

Tra Sciti [Tzetze si riferisce a una delle tribù di origine turca


insediate a nord del Mar Nero] troverete in me uno Scita, un La­
tino tra Latini; tra ogni altra stirpe, come se la razza loro fosse
mia! Quando saluto uno Scita, così a lui mi rivolgo: Salamalek al­
ti . . . salamalek altugep. Pure ai Persiani [cioè ai Selgiuchidi] mi ri­
volgo in persiano: Asan hais kourouparza hantazar harantasi. Ai La­
tini parlo in lingua latina: Bene venesti, domine, bene venesti, Jrater.
Unde es et de quale provincia venesti ? Quomodo, frater, venesti in istan
civitatem ? Pedone, cavallarius, per mare, vis morari ? Agli Alani mi ri­
volgo nella loro lingua: Tapanhas mesfili hsina korthin . . Agli Ara­
.

bi dico in arabo: 'Ala aina tamurr min, én ente sitti maulaje sabah.
Anche ai Russi mi rivolgo secondo l'uso loro: Sdra, brate, sestrica e
dobra deni. Quanto ai Giudei, così propriamente loro parlo in
ebraico: Memakomene vithfajj;i Beelzebul timée . Così a ciascuno io
. .

rivolgo adeguate, acconcie parole, ben sapendo che questo è trat­


to del comportamento migliore53.

Da vero levantino Tzetze sapeva dire qualche parola in


più lingue e anche se un purista avrebbe avuto da ridire sul
suo latino era probabilmente quello l'idioma straniero che
Tzetze conosceva meglio.
In breve: Costantinopoli sotto i Comneni non era dissi­
mile da Istanbul antecedentemente alla Prima Guerra
Mondiale, quando la maggior parte della vita economica
della città era nelle mani degli stranieri del posto ( greci, ar­
meni, ebrei) e la maggioranza ottomana si sentiva ridotta
allo stato di cittadini di seconda classe. Stretta anche la cor­
rispondenza tra i privilegi concessi alle colonie italiane dal­
l'impero bizantino e il regime delle ' capitolazioni' che pre-
valse in quello ottomano. Nell'uno come nell'altro caso la
situazione portò a tensioni esplosive. Ma mentre la Turchia
moderna è stata in grado di espellere o almeno di neutra­
lizzare gli elementi estranei di Istanbul, Bisanzio si mostrò
inerme dinanzi ai suoi sfruttatori italiani. L'arresto di tutti
i Veneziani residenti nell'Impero con la confisca delle loro
proprietà nel 1 1 7 1 , il massacro di altri latini (per lo più Pi­
sani e Genovesi) a Costantinopoli nel 1 1 82 non servirono
che ad accelerare la tremenda punizione richiesta dall'Oc­
cidente.
Quando gli armati della Quarta Crociata si arrestarono
dinanzi a Costantinopoli nel giugno del 1 203, riuscivano a
stento a prestare fede ai loro occhi: mai avevano veduto una
città così grande e potente, così ricca, così piena di palazzi
e di chiese54. Altresì ignoravano che il loro arrivo avrebbe
significato la rovina della grande capitale. Il terribile in­
cendio che scoppiò nell'agosto dello stesso anno e che de­
vastò almeno mezza città dopo avere infuriato per otto gior­
ni non era che un presagio delle vicende awenire. Presa dai
Crociati, sistematicamente saccheggiata per quasi un ses­
santennio, svuotata dei suoi abitanti, Costantinopoli non di­
venne che l'ombra di ciò che era. Non ci proveremo qui a
tracciarne la malinconica storia nel corso dei due secoli suc­
cessivi, ripetendo essa la situazione coloniale già prevalen­
te sotto i Comneni. L'ambasciatore spagnolo Clavijo, che vi­
de Costantinopoli nel 1 403, dice che lo spazio entro le mu­
ra consisteva di un certo numero di piccoli agglomerati, se­
parati da campi di grano e orti. Soltanto le zone costiere
avevano una certa densità di popolazione, in particolare l ' a­
rea commerciale del Corno d'Oro. Per contrasto la colonia
genovese di Calata, ancorché piccola per superficie, era as­
sai popolosa e fitta di dimore di pregio55. Quando, nel
1 453, cedette ai Turchi, il numero degli abitanti di Costan­
tinopoli era ben sotto i 50.000.
A Istanbul oggi cerchiamo invano le tracce delle case bi­
zantine. Anche l 'assetto della città è stato modificato al di
là di ogni possibile ricostruzione. Parte della Mese soprav­
vive ancora nel Divanyolu; Ippodromo, Augustaion, Foro di
Teodosio sono ancora spazi aperti; ma su tutte le altre piaz­
ze bizantine si è costruito. Soprattutto non c ' è più indica­
zione alcuna di una griglia stradale regolare, quale sicura­
mente sarebbe stata tracciata dagli architetti di Costantino.
L'espansione della città in età ottomana e la frequenza de­
gli incendi, dei terremoti, delle ricostruzioni vanno proba­
bilmente ritenute responsabili della creazione di quel tor­
tuoso labirinto di strade presentatoci dalle mappe di Co­
stantinopoli prodotte - non senza attenzione - nei secoli di­
ciottesimo e diciannovesimo. Tuttavia può ben essere che le
trasformazioni urbane siano awenute molto prima e che la
Costantinopoli dei Comneni si rapportasse alla Costanti­
nopoli di Giustiniano con differenze analoghe a quelle evi­
denziate dalla Corinto comnena rispetto alla Corinto del
primo periodo bizantino.
Per farci un'idea di una città tardo bizantina dobbiamo
recarci a Mistrà, nel Peloponneso. Nonostante venga spes­
so chiamata la 'Pompei bizantina ' , Mistrà è stata di fatto
fondata dai Franchi. Il suo Palazzo dei Despoti è tutto occi­
dentale; le dimore sono chiuse al mondo esterno e spesso
munite di torri merlate. Persino in alcune delle chiese vi so­
no tracce dell'influsso gotico. Quanto Mistrà assomigliasse
alle altre città bizantine del tredicesimo e del quattordice­
simo secolo è questione aperta alle ipotesi. Tuttavia una co­
sa è certa: Mistrà non è in alcun modo discesa da una polis
tardo antica.

NOTE

' Expositio totius mundi, XXVI, XXXV, XXXVIII, XLIX.


2 La prise dejérusalem par les Perses, a cura di G. Garitte, Lovanio 1 960, pp. 50-3.
3 Procopio, Edifici, Vl 6, 1 4-6.
4 Miracula S. Artemii, ed. A. Papadopoulos-Kerameus, Varia graeca sacra, San
Pietroburgo 1909, p. 26.
5 Giovanni Crisostomo, De inani gloria et de liberis educandis, ed. A.-M. Malin-
grey, Parigi 1972, par. 4.
6
Id., De Lazaro, II, PG XLVIII 986; VI, ivi, 1034 sg.
7 Id., In epist. I ad Thess., V, PG LXII 428.
8 Id., In Matth. hom. XXXVII, PG LVII 427.
9 Id., In Matth. hom. VI, ivi, 71 sg.
10 Id., In illud, Salutate Priscillam, PG LI 1 88.
11
Fr. l , in Fragmenta historicorum graecorum, ed. C. Miiller, IV, Parigi 185 1 , pp.
201 sg.
12 Ed. L. Rydén, Uppsala 1963 [ u·ad. it. cit., n. l al cap. 2 ] .
1 3 Prisco, fr. 8 , i n Fragmenta c it . , IV , p. 78.
14 Procopio, op. cit. , IV l, 3 1 .
1 5 Teodoreto, Epist. VII, XV, XXXIII (XXIX) , ecc. (ed. Y. Azéma, Parigi 1955,
79, 86, 98, ecc. ) .
16
The Chronicle ofjoshua the Stylite, trad. ingl. W. Wright, Cambridge 1 882, pp.
1 7-43.
1 7 Giovanni Malala, Chronographia, CSHB, p. 422.
1 8 Procopio, Storia segreta, VII.
19 A. Cameron, Circus Factions, Oxford 1976.
20 Procopio, Guerre, II 23, l .
21 Hist. eccles., IV 29.
22 Procopio, Guerre, II 22, l .
23 Id., Storia segreta, XVIII 44.
24 lvi, XXIII 19-2 1 .
25 Miracula S. Demetrii, I 1 0 , P G CXVI 1 2 6 1 sgg.
26 Anna Comnena, Alessiade, XIV 2 sg. (ed. B. Leib, III, Parigi 1945, p. 1 78 ) .
2 7 Miracula S. Demetrii, cit., 1 337A.
28 Teofane, Chronographia, A. M. 6 1 80 (ed. C. de Boor, Lipsia 1883, p. 364) .
29 Miracula S. Demetrii, II 2, § 199, ed. P. Lemerle, Lesplus anciens recueils, I, p. 1 85.
3° F. Dvornfk, La Vie de S. Grégoire le Décapolite, Parigi 1926, p. 59.
31 Ibn-Khurdadhbih, in Bibliotheca geographorum arabicorum, ed. MJ. de Goeje,
VI Leida 1889, pp. 77-80.
32 Teofane, op. cit., A. M. 6287 (p. 469) .
33 H. Grégoire, Inscriptions historiques byzantines, in «Byzantion», IV, 1 927-
1928, p. 438.
34 G.E. Bates, Byzantine Coins, Archaeological Exploration of Sardis, Mono-
graph l , Cambridge, Mass., 1971, pp. 6 sg.
3·' Ibn-Khurdadhbih, op. cit., p. 84.
36 Epist. 47, inJ. Darrouzès, Epistoliers byzantins du X' siècle, Parigi 1960, p. 246.
37 K. Horna, Das Hodoiporikon des Konstantin Manasses, in BZ, XIII, 1904, p. 339.
38Notitia dignitatum, ed. O. Seeck, Berlino 1876, pp. 229-43.
39 Procopio, Storia segreta, XXII 17.
40 Niceforo, Dpuscula historica, ed. C. de Boor, Lipsia 1880, p. 64.
41 Teofanc, op. cit., A. M. 6238 (p. 423) .
42 Miracula S. Artemii, cit., p. 26.
43 Teofane, op. cit. , A. M. 6232 (p. 4 1 2 ) .
4 4 lvi, A . M. 6247 (p. 429) .
45 lvi, A. M. 6258 (p. 440 ) .
46 Scriptores originum Constantinopolitanarum, ed. Th. Preger, I, Lipsia 1 90 1 ,
pp. 1 9 sgg.
47 Teofane Continuato, CSHB pp. 321 sgg.
48 P. Lemerle, La chronique improprement dite de Monemvasie, in REB, XXI,
1963, p. 10.
49 Teofane Continuato, CSHB, p. 339.
50 Les Novelles de Léon VI le Sage, e dd. P. Noailles - A. Dain, Parigi 1 944, novel­

la 4, novella 15 (pp. 21 sgg., 59 sgg. ) .


5 1 Cecaumeno, Strategicon, parr. 3 , 39, 5 1 (ed. G.G. Litavrin, Sovety i rasskazy
Kekavmena, Mosca 1972, pp. 1 24, 202, 220 ) .
52 Poèmes prodromiques en grec vulgaire, edd. D.-C. Hesseling - H . Pernot, Am­

sterdam 191 0, pp. 72 sgg.


53 G. Moravcsik, Barbarische Sprachreste in der Theogonie desjohannes Tzetzes, in
«Byzantinische-neugriechische jahrbiichero•, VII, 1928-29, pp. 352 sgg.; ristam­
pato in Id., Studia byzantina, Budapest 1 967, pp. 283 sgg.
54 Villehardouin, La conquete de Constantinople, ed. E. Farai, I, Parigi 1 938,
capp. 1 28, 1 92 (pp. 1 3 1 , 1 95) .
55 Embassy to Tamerlane, trad. ingl. di G. le Strange, Londra 1 928, pp. 87 sgg.
CAPITOLO QUARTO

I DISSENZIENTI

Un decreto imperiale del 380 che venne in seguito po­


sto in apertura del Codice di Giustiniano così proclama:

Nostro volere è che tutti i popoli che sono governati dal­


l ' amministrazione della Nostra Clemenza pratichino la religio­
ne che il divino apostolo Pietro trasmise ai Romani [ ] Cre­
. . .

deremo nella singola divinità del Padre, del Figlio e dello Spi­
rito Santo in forma di pari maestà e di Santa Trinità. Coman­
diamo che le persone che seguono questa legge abbraccino il
nome di cristiani cattolici. Quanto agli altri, che giudichiamo
dementi e folli [ dementes vesanosque] , essi porteranno l ' infamia
legata ai dogmi eretici. I luoghi ove essi s'incontrano non ri­
ceveranno il nome di chiese e saran no puniti in primo luogo
dalla vendetta divina, in secondo dalla punizione di Nostra ini­
ziativa, che dispenseremo secondo il giudizio divino 1 .

U n solo Dio, u n solo Impero, una sola religione: queste


le pietre angolari del pensiero politico bizantino. La reli­
gione era definita dai concili ecumenici della Chiesa sulla
base della Sacra Scrittura e dell'esegesi dei Padri, ma era
dovere dell'imperatore - di fatto, il suo più alto dovere -
farne valere l'osservanza universale. Infatti, per citare un 'al­
tra legge imperiale, <<Ben sappiamo che il Nostro Stato è so­
stenuto più dalla religione che dai doveri ufficiali e dalla fa­
tica e dal sudore fisico>>2• Scrisse l'imperatore Giustiniano:
<<Se con ogni mezzo ci adoperiamo a far rispettare le leggi
civili, il cui potere Iddio nella Sua bontà ha a noi commes­
so per la sicurezza dei Nostri sudditi, quanto più accanita-
mente dovremo prodigarci per far rispettare i santi canoni
e le leggi divine che sono state enunciate per la salvezza del­
le nostre anime l >>3•
Il significato letterale di 'ortodossia' non era tanto 'retta
fede' quanto ' retta dottrina' e consisteva anzitutto nel <<ret­
tamente professare e glorificare il Padre, Cristo Figlio di
Dio e lo Spirito Santo>>4. In altre parole, tutti i sudditi del­
l'Impero erano assai energicamente costretti non solo a es­
sere cristiani ma anche a sottoscrivere un 'unica e assai com­
plessa dottrina che definiva natura e rapporti delle tre per­
sone della Trinità: anche la minima deviazione da tale dot­
trina era considerata eresia5. Non dobbiamo certamente
immaginarci che quel particolare corpus dogmatico che in­
fine divenne l ' Ortodossia con la o maiuscola fosse destina­
to sin dagli inizi ad assumere quella posizione. Ci furono
periodi in cui interpretazioni del Cristianesimo diverse da
essa si garantirono l'attivo supporto del potere temporale.
Gli imperatori Costanzo II e Valente, per esempio, sosten­
nero la causa dell'arianesimo; Anastasio I stava dalla parte
dei monofisiti; Eraclio profuse le sue energie per imporre
il compromesso monotelita e tutta una sequenza di impe­
ratori dell'ottavo e del nono secolo furono iconoclasti. Per­
sino il grande Giustiniano, il più convinto assertore dell'u­
niformità religiosa, morì sotto la nube dell'eresia dei giu­
lianisti. Risulta facile immaginarsi il trionfo dell'una o del­
l'altra di queste dottrine in conflitto. Di una cosa, comun­
que, possiamo essere certi: quale che fosse la setta infine vit­
toriosa, sarebbe stata intollerante nei confronti delle sette
rivali come lo fu l'ortodossia. Possiamo contare sulle dita di
una mano gli esempi di dichiarata tolleranza religiosa nel
corso dell'età bizantina.
Rimane comunque il fatto indiscutibile che non tutti i
sudditi dell'Impero erano cristiani cattolici. Il numero di co­
loro che il governo considerava <<dementi e folli>> era estre­
mamente alto nel primo periodo bizantino - forse tanto da
costituire la maggioranza della popolazione. Tale numero
OCEANO
ATLANTICO

Fig. 7. La diffusione del Cristianesimo nel IV secolo.


)
DACIA
decrebbe nel periodo medio per divenire minimo nel pe­
riodo tardo. Questo capitolo si occuperà dei dissenzienti: di
quei gruppi che per una ragione o per l'altra non accettaro­
no il prevalere dell'ortodossia.
C'erano anzitutto i pagani antichi, di qualsiasi natura. La
scomparsa del paganesimo fu un processo lento che andò
dal quarto secolo sino - in certi luoghi - alla fine del sesto.
Eccettuate alcune città come Gaza, di cui leggiamo che in­
torno al 400 la maggioranza era ancora pagana6, e Carre
( Harran) , dove il paganesimo sopravvisse ben oltre la con­
quista araba7, la maggior parte dei centri urbani aveva ac­
cettato il Cristianesimo sin dal quarto secolo. Per un para­
dosso curioso la vecchia religione si mantenne alle due estre­
mità opposte della scala sociale: da un lato presso l 'aristo­
crazia municipale per cui il paganesimo era questione non
solo di tradizione ma anche di fedeltà allo Stato romano; dal­
l'altro presso i contadini. Gli insegnanti di professione, co­
me vedremo nel sesto capitolo, offrivano anch'essi un rifu­
gio al paganesimo. Non ripeteremo qui la storia risaputa del­
la protratta oppressione e persecuzione dei pagani da parte
del governo imperiale, di vescovi e monaci locali: andò dal­
le feroci ma in gran parte inefficaci misure del quinto e se­
sto decennio del sesto secolo fino alle ultime inquisizioni sot­
to Giustiniano. Si tratta di una storia malinconica scandita
dalla soppressione dei templi ( 39 1 ) , dal saccheggio del Se­
rapeo di Alessandria, dal linciaggio di lpazia, dalla chiusura
delle scuole filosofiche, per non parlare della distruzione di
innumerevoli tesori dell'arte antica. Tuttavia continuarono
a esistere per lungo tempo pagani, non solo nei consigli lo­
cali e nelle scuole, ma anche ai più alti livelli dell'ammini­
strazione imperiale. Essi non sbandieravano la loro religio­
ne: la praticavano in privato (a volte dietro una finta parete)
e speravano che nessuno li denunciasse alle autorità.
Abbiamo molte informazioni in merito ai pagani più
eminenti; molto meno sappiamo circa le popolazioni rura­
li. Un caso senz'altro tipico riguarda le attività missionarie
del monofisita.Giovanni di Arnida, che fu nominato vesco­
vo titolare di Efeso durante il regno di Giustiniano. Nel cor­
so di trentacinque anni (542-76) questo zelante cristiano
convertì circa ottantamila persone nei distretti montani di
Asia, Frigia, Caria e Lidia; ne distrusse anche i templi, in cui
vece costruì novantanove chiese e dodici monasteri. I nuo­
vi convertiti vennero semplicemente battezzati in massa e a
ciascuno fu dato un terzo di solidus dai fondi imperiali8. Ci
si può ben domandare quale fosse l 'efficacia di conversioni
di questo tipo. Una storia narrata dallo stesso Giovanni può
fare un poco di luce sulla questione. Riguarda una remota
area montana nei pressi di Melitene, a est dell'Eufrate, do­
ve gli abitanti si definivano cristiani ma usavano la loro chie­
sa di villaggio per riporvi la legna, non avevano preti e mai
avevano udito menzione delle Scritture. A un monaco ze­
lante, di nome Simeone il Montanaro (che era anch'egli
monofisita) , capitò di perdersi in quell'area, e rimase col­
pito dall'apatia della popolazione locale. I suoi sforzi mis­
sionari incontrarono una notevole opposizione ma egli sep­
pe rafforzare presso gli indigeni il suo credo operando un
miracolo. Istituì quindi una scuola per ragazzi e ragazze che
costrinse a imparare la Bibbia. Lavorò a questo compito per
ventisei anni, finché i suoi discepoli non divennero «lettori
e figlie dell'Alleanza>>9• Un'assiduità di tal sorta era senz'al­
tro eccezionale. Era generalmente riconosciuto che il clero
rurale fosse fiacco e dedito all'ubriachezza. Ai giovani pii
toccava spesso lasciare il distretto nativo per trovare un
mentore adeguato10.
Un tempo andava di moda affermare che il paganesimo
venne assorbito dalla religione cristiana e che le divinità an­
tiche riemersero nelle vesti dei santi, che Helios venne tra­
mutato in sant'Elia (il profeta) , che Demetra divenne san
Demetrio, Bacco san Ticone e via dicendo1 1 . Collegamenti
così semplicistici al giorno d'oggi non ci convincono più,
ma è difficile negare che la frettolosa conversione di ampie
fasce della popolazione non poteva cambiare tutt'a un trat-
to radica te consuetudini e convinzioni. Alla fine del settimo
secolo uomini e donne ancora danzavano in onore di falsi
dei; si continuava a invocare il nome di Dioniso al tempo
della vendemmia; per la luna nuova la gente accendeva il
fuoco dinanzi a casa e vi saltava sopra; imperversava ogni ti­
po di stregoneria12. Non c ' è bisogno di spingersi molto
avanti nella lettura delle Vite dei santi per scoprire che il
Cristianesimo popolare ereditò e in parte razionalizzò un
vasto corpus di superstizioni pagane.
Dopo i pagani venivano gli ebrei. Nel primo capitolo ab­
biamo notato la continuità della loro presenza in Palestina
nel corso del primo periodo bizantino; comunque la mag­
gioranza degli ebrei era sparsa per tutto l 'Impero, soprat­
tutto nelle città. Grazie a una lunga tradizione di legge ro­
mana, gli ebrei fruivano di uno status particolare: l ' esisten­
za della loro setta era consentita; le loro sinagoghe non era­
no soggette a confisca; essi designavano il loro clero e nei
processi di diritto civile potevano fare appello ai loro tribu­
nali. Nel contempo era loro vietato il proselitismo, il pos­
sesso di schiavi cristiani o la costruzione di nuove sinago­
ghe. In altre parole c'era una politica di contenimento de­
gli ebrei e veniva loro messo in chiaro che erano per pro­
pria scelta cittadini di seconda classe. Non avevano onorifi­
cenza alcuna; progressivamente esclusi dal servizio nella
polizia di Stato, dalle guardie palatine, dall'esercito, essi
erano d'altra parte costretti ad adempire - se appena rien­
travano nella categoria appropriata - gli oneri dei curiali,
senza però fruire di alcuno dei privilegi che ne derivavano.
Dice una legge di Giustiniano: <<Quanto alle loro fortune,
che essi stiano nella medesima turpitudine che hanno scel­
to per le loro anime [sint in turpitudine fortunae, in qua et
animam volunt esse] >> 13. La fraseologia è tipica e deliberata: i
documenti ufficiali fanno sempre riferimento agli ebrei in
termini di denigrazione e disprezzo.
Perché gli ebrei furono così ostinati, perché si rifiutaro­
no di scorgere le superiori verità del Cristianesimo, quan-
do queste stesse verità erano annunciate nei loro libri sacri?
Giustiniano, che voleva legiferare su ogni argomento, cercò
di arrivare al cuore anche di questo problema. Egli decise
che si sarebbe dovuto far leggere l 'Antico Testamento agli
ebrei in modo tale che prestassero attenzione alle profezie
che esso conteneva anziché cavillare sui termini. Per facili­
tare siffatto e più produttivo approccio, venne loro specifi­
camente consentito dall'imperatore di utilizzare nelle loro
sinagoghe i Settanta o qualsiasi altra adeguata traduzione
anziché la Bibbia ebraica; laddove veniva loro negata la Mi­
shnah che oscurava il significato del testo sacro14. Si spera­
va con questa misura di proteggere le congregazioni ebrai­
che dagli inganni perpetrati dai loro rabbini che ricorreva­
no a un linguaggio ieratico e quanto mai incomprensibile
per presentare interpretazioni fuorvianti. Possiamo sospet­
tare che a questo intervento di Giustiniano arrise scarso
successo - come a quei polemisti cristiani autori di una tra­
fila di trattati antigiudaici che continuavano a ruotare in­
torno ai medesimi brani dell'Antico Testamento. Possono
sì esservi state alcune conversioni, ma il nucleo giudaico ri­
mase pemcace.
Il mutamento che portò da una strategia di tolleranza a
denti stretti alla conversione e alla persecuzione forzata
sembra essere stato causato da eventi di carattere politico.
Gli ebrei si dimostrarono sleali nei confron ti dell ' Impero.
Un esempio della loro attività sovversiva riguarda gli svi­
luppi avvenuti in un paese lontano e cioè nel regno degli
IJimyariti (che corrisponde allo Yemen attuale) . L' Impero
aveva importanti interessi nel sud della penisola arabica e
come al solito cercò di promuoverli con l ' aiuto delle mis­
sioni cristiane. Anche gli ebrei stavano svolgendo attività di
proselitismo in quelle aree e con maggiore successo stante
il fatto che per un certo tempo i sovrani J::rimyariti furono
guadagnati alla religione ebraica. L'ultimo di questi sovra­
ni ( Diì-Nuwàs il suo nome) mise l'embargo sul commercio
con l'Impero, che intervenne militarmente; Diì-Nuwàs ri-
spose comandando un massacro di cristiani in Yemen (520
circa) . Due anni dopo venne piegato e il suo paese passò
sotto il controllo del cristiano regno d'Etiopia. Ciò che qui
ci riguarda è il coinvolgimento in questi episodi dell 'ebrai­
smo bizantino: Du-Nuwas prese le sue misure repressive
con il pretesto che <<i Romani di fede cristiana maltrattano
gli ebrei nel loro paese e ogni anno ne uccidono una mol­
titudine>> 15. C'era anche il piano di fare pressione su Du­
Nuwas imprigionando i rabbini di Tiberiade1 6.
Poi vi furono le rivolte dei samaritani che ebbero inizio
nel 484 per culminare in quella, terribile, del 555. Si com­
prese, certo, la distinzione esistente tra i samaritani e gli
ebrei; tuttavia questi ultimi parteciparono alla sollevazione
del 555 che mirava alla creazione di uno Stato indipen­
dente. Infine la cosa più importante, che gli ebrei si schie­
rarono a fianco del nemico quando Asia Minore e Palesti­
na vennero invase dai Persiani. Negli anni 609- 1 0 gli ebrei
di Cesarea in Cappadocia si sottomisero all 'invasore men­
tre gli abitanti cristiani abbandonarono la città1 7. A Geru­
salemme, che cadde nel 6 1 4, gli ebrei presero prigionieri
cristiani e li misero a morte; inoltre appiccarono il fuoco
a chiese cristiane18. Altrove in Palestina unirono le loro
forze ai saraceni per saccheggiare i monasteri e uccidere i
monaci19•
Una volta restaurata l 'autorità bizantina, si fece in modo
che gli ebrei pagassero cara la loro collaborazione con il ne­
mico. Non solo vennero banditi da Gerusalemme per il rag­
gio di tre miglia; intorno all'anno 634, leggiamo, l 'impera­
tore Eraclio ordinò che tutti gli ebrei dell'Impero venisse­
ro battezzati20. Si trattava della prima decisa misura di que­
sto tipo contro gli ebrei, sebbene possano esservi state leg­
gi di validità regionale a precederla. Essa giunse, comun­
que, in un'epoca in cui il problema ebraico stava per esse­
re risolto con altri mezzi: un risultato delle conquiste arabe
fu che la grande maggioranza degli ebrei si trovò al di fuo­
ri dell'Impero.
Non sappiamo quanti ebrei rimasero. L'esempio di Era­
clio fu imitato anche in seguito da altri zelanti imperatori.
Leone III ordinò nuovamente che gli ebrei venissero bat­
tezzati; a coloro che obbedirono venne dato il titolo di
<<nuovi cittadini>> - solo che obbedirono in malafede, men­
tre altri, a quanto sembra, si trasferirono presso gli Arabi21 .
I l fallimento d i questa misura venne riconosciuto dal Con­
cilio del 787 che decretò che i convertiti insinceri non fos­
sero accettati; preferibile che vivessero secondo le loro abi­
tudini e rimanessero soggetti alle vecchie interdizioni22• Un
tentativo del tutto nuovo venne intrapreso da Basilio I: si
convocavano gli ebrei a dispute teologiche e se non erano
in grado di dimostrare che la loro religione era veritiera do­
vevano essere battezzati. Le ricompense offerte compren­
devano esenzioni fiscali e la concessione del rango di di­
gnitari: ma anche così, dopo la morte dell 'imperatore, la
maggior parte dei convertiti <<tornò al proprio vomito, co­
me fanno i cani>>23. L'ultimo caso di conversione forzata che
si ricordi fu sotto Romano I, ma non riuscì che a far emi­
grare molti ebrei nella terra dei Cazari, a nord del Mar Ne­
ro. A partire da allora i pochi ebrei rimasti furono lasciati
vivere relativamente in pace; ci fu addirittura una loro con­
tromigrazione - dall'Egitto all ' Impero - alla fine del deci­
mo e nell'undicesimo secolo.
La rinascita della vita urbana diede un impulso alle co­
munità ebraiche. Nel l l 68, quando Beniamino di Tudela si
imbarcò per il suo lungo viaggio, riuscì a entrare in contat­
to con gruppi di suoi correligionari a ogni scalo, da Corfù
a Cipro e Antiochia. A Tebe egli trovò duemila famiglie
ebree, <<in tutta la Grecia i più abili artefici nelle sete e nel­
le vesti di porpora>> , a Tessalonica ne trovò cinquecento che
anche qui lavoravano la seta, a Costantinopoli duemilacin­
quecento, tra le quali molte erano di ricchi mercanti. Tut­
tavia nella capitale gli ebrei vivevano in un ghetto oltre il
Corno d' Oro, dovevano subire frequenti pestaggi da parte
dei cristiani, non avevano il permesso di andare a cavallo
(eccettuato il medico - ebreo - dell'imperatore) . Le cifre
fornite da Beniamino testimoniano di una certa espansio­
ne dell'ebraismo bizantino ma va segnalato che le cifre re­
lative a città musulmane come Aleppo e Mosul sono assai
più elevate ( rispettivamente cinquemila e settemila) 24• Né
può dirsi che agli ebrei bizantini, indipendentemente dal
loro contributo alla vita economica dell'Impero, sia mai sta­
to consentito sviluppare inclinazioni letterarie ed erudite.
Mentre gli ebrei costituivano solo una piccola parte dei
sudditi dell'imperatore, i cristiani eretici erano assai nu­
merosi. Talvolta essi vengono divisi in due gruppi: da un la­
to le 'sette ' , per lo più di origine pre-bizantina, dall'altro i
seguaci delle er�sie 'nobili ' come l 'Arianesimo, le cui dif­
ferenze dal Cattolicesimo attenevano solamente a questio­
ni di definizione della natura della Trinità. Tale distinzione,
tuttavia, non era prodotto originario dei bizantini, che ten­
devano a inglobare sotto il nome di eresia ogni 'falsa' dot­
trina, passata e presente, quale ne fosse l'origine. Il nume­
ro di queste dottrine era prodigioso: nel suo Panarion, com­
posto tra il 377 e il 380, Epifanio ne descrisse ottanta, men­
tre san Giovanni Damasceno nell'ottavo secolo superò il
centinaio e faticò non poco a dimostrare che erano tutte di­
scendenti da quattro aberrazioni originarie: barbarismo,
scitismo, ellenismo, giudaismo25. Mentre gli ecclesiastici ca­
talogavano e descrivevano, il governo imperiale fulminava
in tutte le direzioni. Il Codice Teodosiano contiene non
meno di sessantasei leggi dirette contro gli eretici e pre­
scrive varie sanzioni: diniego del diritto di assemblea; con­
fisca dei luoghi di riunione; proibizione della nomina di sa­
cerdoti; rogo dei libri; multe. Alcuni eretici dovettero esse­
re espulsi dalle città e puniti con l ' infamia, che comportava
la perdita del diritto di fare testamento e trasmettere le pro­
prietà per via ereditaria. La pena di morte era riservata ai
manichei soltanto26• Vero è che nessun eretico era specifi­
camente obbligato a diventare cattolico, ma gli incentivi
erano così forti che si trattava praticamente della stessa co-
sa. E anche se la legislazione imperiale veniva applicata a ca­
saccio (come certamente accadeva) , essa non poteva non
generare un'atmosfera di sospetto e diffidenza. Si incorag­
giavano gli informatori; le corporazioni erano ritenute re­
sponsabili del credo dei loro membri e i padroni lo erano
del credo dei loro schiavi. Chi possedeva immobili correva
il rischio di essere severamente punito per l ' uso cui veniva­
no adibite le sue proprietà.
Tra le varie sette quella che ispirava il più grande timore
era la setta dei manichei, per l'erronea convinzione che es­
si oltre a nutrirsi di pericolose dottrine fossero anche agen­
ti del nemico. Vero è che Mani (data di morte 277) visse nel­
la Mesopotamia dei Persiani, ma egli si considerava un apo­
stolo cristiano, per non dire il Paracleto in persona: e fu die­
tro ordine del clero zoroastrico che venne messo a morte. I
suoi seguaci furono perseguitati in Persia non meno che
nell'Impero di Roma. La teologia di Mani, con la sua tra­
smigrazione delle anime, i suoi innumerevoli 'eoni ' , le sue
cinque ipostasi di Dio e i cinque 'arconti' della Tenebra, do­
vette risultare ridicola per non poca gente, ma il richiamo
che esercitava era, evidentemente, vasto. La dottrina dei
principi antitetici del bene e del male in reciproco avvicen­
damento; la convinzione che la materia fosse tutta maligna,
che l'uomo necessariamente peccasse, che la salvezza stes­
se nell'ascetismo, nell'astinenza da carne vino e rapporti
sessuali - queste erano idee che toccavano molte corde fa­
miliari e sembravano trovare conferma nelle realtà della vi­
ta quotidiana. Più radicale del Cristianesimo, incontamina­
to dal difficile compromesso con le Scritture ebraiche cui i
cristiani dovettero giungere, il Manicheismo era inoltre as­
sai vigoroso nelle sue attività missionarie. Nel quarto seco­
lo si era già diffuso in praticamente tutte le province roma­
ne; la prima misura imperiale contro di esso è del 29727 .
Perché in seguito esso abbia perso vigore è difficile da spie­
gare, ma era ancora vivo ai giorni di Giustiniano: del pre­
fetto del pretorio Pietro Barsime si diceva che fosse un aper-
to sostenitore dei manichei28• L'area dei loro successi più
grandi doveva essere comunque nell'Asia centrale - da Sa­
marcanda alla Cina.
Il destino di tutte le sette messe fuorilegge era di ritirar­
si in campagna, dove non erano soggette alle stesse coerci­
zioni che dovevano subire in città. Alcune, certo, nacquero
in campagna e sempre rimasero associate a una particolare
area geografica. Tale fu il Montanismo frigio, la cui ultima
menzione è nell' ottavo secolo: l'imperatore Leone III or­
dinò che tutti i montanisti rimasti si convertissero, ma essi
preferirono incenerirsi nelle loro chiese, come già avevano
fatto ai tempi di Giustiniario29• Soltanto da riferimenti ca­
suali ci viene sovente rammentato che continuava a esiste­
re la tale o la talaltra setta antica. Così nell'867 riappaiono
inaspettatamente i Quartodecimani (Tessareskaidekatitai) ,
la cui principale colpa stava nel computo 'giudaico' della
data in cui cadeva la Pasqua e che avevano avuto grande im­
portanza antecedentemente al Primo Concilio di Nicea
(325) . Nell'867 il patriarca Fozio ne radunò un certo nu­
mero e ne promosse la riammissione nella Chiesa30. Data
l 'oscurità che awolge il mondo delle campagne bizantine,
è pressoché impossibile determinare la diffusione di varie
sette eretiche ; possiamo solo supporre che dovevano gode­
re di particolare fortuna in aree come la Frigia e la Galazia.
La più grande sfida al Cristianesimo di Stato comunque
non venne dalle sette ma da una eresia 'nobile ' : il Monofi­
sismo. Alcuni studiosi addirittura esitano a chiamarlo 'ere­
sia' , preferendo designarlo quale 'scisma' . I monofisiti, che
contavano sullo straripante sostegno dell'Egitto e della Si­
ria, si opponevano al Concilio di Calcedonia ( 45 1 ) perché
a loro avviso divideva la persona di Cristo in due nature. Es­
si credevano nell'unità del Cristo incarnato: un'unità che
derivava dalle ( da: greco ek) due nature, umane e divine. Ek
per i monofisiti, en (in) per i cattolici: la differenza stava in
una lettera. Lo storico Evagrio, contemporaneo alla con­
troversia, osserva giustamente che la prima posizione pre-
suppone la seconda. Tuttavia, aggiunge, la gente conside­
rava il problema così primario, <<tanto era legata alla sua
idea di Dio>> , che preferiva morire piuttosto che addivenire
a un accordo31 . Se poi la disputa avesse ragioni più profon­
de Evagrio, che certo sarebbe stato in grado di conoscerle,
non ne era al corrente.
Va detto a credito del governo imperiale che tentò più
volte un'azione mediatrice. Nel 482 l'imperatore Zenone
promulgò l'Editto dell' Unione (Henotikon) , rivolto al clero
e alla popolazione dell'Egitto, dove faceva appello alla fe­
deltà dei sudditi ricordando loro che tanto la vittoria sul ne­
mico quanto i doni celesti della pace, della clemenza del
tempo, dell'abbondanza del raccolto dipendevano dal con­
corde culto della divinità. Zenone poi biasimava gli estre­
misti dell'una e dell'altra parte, confermava i primi tre con­
cili ecumenici, menzionava appena Calcedonia e procla­
mava la sua fede nell'unità di Cristo32. L'appello cadde nel
vuoto. Imperatori successivi optarono per approcci diversi:
Anastasio sostenne apertamente i monofisiti mentre Giu­
stino I li perseguitò. Giustiniano alternò dibattito e perse­
cuzione mentre sua moglie Teodora diede attivo aiuto ai
pervicaci orientali. Giustino II tentò un nuovo compro­
messo e lo stesso fece Eraclio. Il risultato finale fu un nien­
te di fatto, se non per la creazione di una nuova eresia: l'e­
resia monotelitica, nata dalla formula di conciliazione di
Eraclio.
Sulle prime i monofisiti non miravano a creare una lo­
ro Chiesa separata. La prima gerarchia monofisitica risale
all'epoca di Severo, patriarca monofisitico di Antiochia
(5 1 2-1 8 ) , e consiste di vescovi dalla nomina affatto regola­
re. Fortissimo nella diocesi di Antiochia, il credo monofi­
sitico si estese anche nell'Asia Minore orientale e meri­
dionale; ma dopo la deposizione e il bando di questi ve­
scovi ( 5 1 9 ) e soprattutto dopo la morte dell ' imperatrice
Teodora (548) sembrò non esservi altra soluzione se non
la creazione di una Chiesa a sé, costituita da vescovi titola-
ri che per la maggior parte non poterono mai visitare le
loro sedi. Tale Chiesa divenne nota come Chiesa giacobi­
ta, da Giacomo Baradeo (data di morte 578 ) , che fece la
maggior parte delle ordinazioni. Interessante è osservare
che i 'vescovati-fantasma' di Giacomo non si limitavano al­
le province dove il Monofisismo era più forte ma si esten­
devano anche a centri greci quali Efeso, Smirne, Pergamo,
l 'isola di Chio; dal che può dedursi che i suoi intenti non
erano affatto nazionali.
Pochi dubbi possono nutrirsi sul fatto che la controver­
sia monofisitica facilitò la conquista delle province orienta­
li prima da parte dei Persiani e poi degli Arabi. L' esperien­
za della persecuzione, dei vescovi tratti in esilio, delle chie­
se negate alle congregazioni, dei monasteri distrutti con la
forza delle armi metteva sotto cattiva luce il governo cen­
trale - un prepotente e un estraneo. Così scrive uno storico
siriaco:

Eraclio non ammise gli ortodossi [ cioè i monofisiti] alla sua


presenza e non accolse le loro proteste circa le chiese di cui era­
no stati privati. Fu per questo che il Dio di vendetta, che solo è
onnipotente . . . vedendo la malvagità dei Romani che nei territo­
ri in loro dominio crudelmente saccheggiavano le nostre chiese
e monasteri e senza pietà ci condannavano, portò dal Sud i figli
d'Ismaele per liberarci dalle mani dei Romani. E se invero qual­
che danno abbiamo patito, giacché le chiese parrocchiali che a
noi erano state sottratte e date ai seguaci di Calcedonia [cioè ai
cattolici] sono rimaste in loro possesso, dato che, quando le città
si sottomettevano agli Arabi, costoro garantivano a ogni confes­
sione quali templi esse avevano all' epoca . . . fu tuttavia non pic­
colo vantaggio per noi essere liberati dalla crudeltà dei Romani,
dalla loro ira, dal fervore della loro durezza contro di noi, e tro­
varci in pace33•

Ciò non significa che i monofisiti rappresentassero ten­


denze nazionalistiche o che desiderassero l'occupazione
straniera. Ma era difficile aspettarsi che combattessero con
entusiasmo per un imperatore detestato e lontano. In Egit­
to, in Siria, in Mesopotamia la Chiesa ortodossa era in lar­
ga misura imposta dall'esterno; senza più presenza impe­
riale essa si ridusse o sparì.
La disfatta del settimo secolo mutò drasticamente la
mappa del dissenso all'interno dell' Impero. I pagani di un
tempo si erano estinti, eccettuata qualche minuscola sacca
in aree arretrate: per esempio gli abitanti di Mani nel Pelo­
ponneso, che vennero cristianizzati solo durante il regno di
Basilio P4. La grande maggioranza degli ebrei e dei mono­
fisiti venne a trovarsi sotto il dominio arabo . Continuava a
esistere qualche comunità di siriani giacobiti lungo il con­
fine orientale; alcuni vennero insediati in Tracia durante
l 'ottavo secolo, dopo di che non abbiamo più molte notizie
di loro35. Un più importante elemento monofisitico era co­
stituito dagli Armeni, dei quali abbiamo già notato il ruolo
cruciale nel periodo medio bizantino. Varie sette continua­
rono a vegetare oscuramente in Asia Minore; cominciaro­
no ad apparire i musulmani, quali prigionieri di guerra, e
venne loro persino concesso di avere una moschea a Co­
stantinopoli. C'era, comunque, un assai cospicuo elemen­
to di nuovi pagani: gli Slavi e gli Avari che avevano invaso
pressoché interamente la penisola balcanica. Piuttosto stra­
no è il fatto che le fonti bizantine non ci dicano pratica­
mente nulla circa la religione di questi popoli; resta co­
munque la supposizione che per circa due secoli ( e in qual­
che zona anche per tre) vasti territori nominalmente im­
periali tornarono al paganesimo, e che Perun, divinità del
fulmine, vi fosse venerato al posto di Gesù Cristo. Un testo
siciliano di dubbia storicità (ottavo secolo?) ci parla di un
corpo di Avari - <<nazione malvagia, affatto ignara di lingua
greca» - che abitavano le regioni di Durazzo e di Atene e
adoravano immagini di rettili e quadrupedi nonché l'ac­
qua, il fuoco e le loro spade36. La prima spedizione bizanti­
na che penetrò nella Grecia continentale e nel Peloponne­
so fu nel 783: quelle regioni vennero trattate come territo-
rio nemico37. In seguito gli Slavi furono gradualmente
evangelizzati, ma fu un processo lento, che durò più di un
secolo. Né va dimenticato che a nord di Tracia e Macedo­
nia si estendeva il giovane regno di Bulgaria, che fu pagano
e addirittura militante pagano fino alla sua conversione no­
minale al Cristianesimo (864) . Così, sul versante europeo,
Bisanzio era fronteggiata da una distesa a perdita d'occhio
di paganesimo primitivo.
Mentre questi barbari continuavano a sguazzare nelle lo­
ro superstizioni native, Bisanzio venne scossa da un'altra
tempesta religiosa. Può essere in parte esagerato trattare l ' I­
conoclasmo come un'eresia, ma esso fornisce un interes­
sante esempio del ruolo decisivo dell'imperatore nell'am­
bito religioso. L'Iconoclasmo condusse inoltre a una situa­
zione curiosa, in cui la maggioranza degli abitanti dell' Im­
pero si trovò a risultare dissenziente. La questione riguar­
dava più l 'osservanza della religione che il dogma: era leci­
to offrire la propria venerazione a immagini ( icone) di Cri­
sto e dei santi? Indipendentemente dalle discussioni teolo­
giche, è chiaro che le icone avevano acquisito un posto mol­
to importante nella pietà popolare e che erano considera­
te numinose. Per un bizantino medio sarebbe forse stato
difficile spiegare la sua posizione intellettuale sull'argo­
mento, ma egli certamente credeva che l'icona fornisse per
così dire un luogo al santo che rappresentava. Se il santo ri­
siedeva nell'icona, poteva parlare per mezzo suo e operare
miracoli con la sua mediazione. La differenza tra un'icona
e un idolo pagano era che la prima rappresentava un vero
santo, un attivo membro della corte celeste di Dio, laddove
l 'idolo era effigie non tanto di un'entità inesistente quanto
di un demone.
Sembra che i disastri militari del settimo secolo spinsero
molte persone a credere che venivano deliberatamente pu­
nite da Dio per qualche grave mancanza in come lo adora­
vano. Resta incerto se vi fossero gruppi eretici che in ciò
giocassero un ruolo, e se sì quale. Sappiamo comunque che
Imperatori romani assistiti da due ordinamento: l'impero si ritrovò
d'Oriente Cesari. Alla morte l'equivalenza e la sconvolto da feroci
Nel I I I secolo d.C. degli Augusti il loro compattezza dci lotte per la
Diocleziano ideò la potere sarebbe quattro sovrani uniti successwne.
cosiddetta passato ai Cesari. nell'abbraccio.
'tetrarchJa' : il potere La scultura dei In realtà il sistema ITl I 'lètrarchi.
supremo doveva Tetrarchi rende con di successione non Porfido di probabile
essere diviso fra due semplicità e ebbe un buon esito provemenza s1nana.
Augusti, uno immediatezza il e, a un anno 300-305 d.C.
preposto all'Oriente, messaggio alla base dall'abdicazione Venezia, Basilica
l'altro all'Occidente, del nuovo di Diocleziano, di San Marco.
[Il Testa di Costantino. del Bosforo, sul sito giro di pochi decenni
330 d.C. dell'antica Bisanzio, fu di palazzi, chiese
Roma, Musei Capitolini. fondata nel 330 d.C. e monumenti, divenendo
Nella colossale testa è Costantinopoli, la 'seconda il centro verso
universalmente riconosciuta Roma'. Sull'esempio della cui confluiva tutta la vita
la figura di Costantino. capitale d'Occidente, commerciale, intellettuale
Per suo volere sulle rive Costantinopoli si arricchi nel e artistica dell'impero.
W Il Trionfo di Giustiniano. Grazie alla sua accorta trionfante sul suo cavallo,
Rilievo detto 'Avorio politica riuscì a mantenere l'imperatore sovrasta una
Barberini'. l'equilibrio e a dare spazio figura femminile
500-550 d.C. a svariate imprese edilizie. - la rappresentazione
Parigi, Museo del Louvre. A Costantinopoli, della 1èrra - , è benedetto
Al nome di Giustiniano è per suo volere, furono in alto da Cristo
legata la prima grande edificate trentatré chiese. e omaggiato nel registro
fioritura dell'arte bizantina. Nell'Avorio Barberini, inferiore dai barbari.
Vita a corte m L'imperatore
La vita privata Giustiniano e il suo
dell'imperatore seguito.
e della sua famiglia Mosaico nella
era accessibile Chiesa di San Vitale
soltanto ai servi, ai a Ravemu.
ministri più fidati e a VI secolo d.C.
una ristretta corte. Giustiniano e
L'apparizione Teodora recano
dell'imperatore in preziosi doni in
pubblico seguiva un ollerta alla chiesa;
complesso e rigido hanno l'aureola, in
cerimoniale a cui quanto emanazione
tutta la corte e il del potere divino
popolo dovevano sulla Terra, e
attenersi. vestono il manto
color porpora a loro
nservato.
Giustiniano è
scortato dalle
guardie e
accompagnato dai
suoi ministri e
dall'arcivescovo della
città, Massimiano.

m L'imperatore
Giustiniano.
Particolare
dei mosaici.
[]]

[]] L: imperatrice a corte era garantito


Teodora e il suo dai possedimenti
seguito. della sovrana.
Mosaico nella A sinistra sono
Chiesa di San Vitale raffigurati due
a Ravenna. funzionari eli sesso
VI secolo d.C. maschile a cui era
La storia bizantina concesso di servire
è ricca eli d01me la sovrana
di corte che ebbero e di accompagnare
un ruolo importante le donne: si tratta
nelle controversie di due eunuchi
religiose, riconoscibili
nella politica, per la mancanza
nella diplomazia, della barba.
protagoniste o
complici di complotti W L:imperatrice
e lotte per il potere. 1èodora.
Teodora ebbe Particolare
un'influenza dei mosaici.
significativa
sulla vita politica
dell'impero.
Nel mosaico
ravennate
l'imperatrice è
accompagnata in
corteo dalle donne
del suo seguito,
il cui mantenimento w
n palazzo imperiale il l938. del palazzo imperiale ingrandite grazie
n palazzo era il Oltre a rappresentare di Giustiniano. a Giustiniano
simbolo stesso del aspetti di vita VI secolo d.C. nel 532 d.C.
potere, uno spazio quotidiana, quali la lstanbul, Museo V acqua proveniente
sacro che incuteva caccia e i giochi, i dei Mosaici. dalle vicine
timore e rispetto. mosaici riproducono montagne era
Di questo luogo anche elementi [iQ] Le cisterne di destinata
mitico non resta simbolici, come Yerebatan Sarayi a principalmente
alcuna traccia. Fanno l'aquila, emblema Istanbul. al palazzo imperiale,
.
eccezJOne 1 mosmc1 VI secolo d.C.
. . .

del potere imperiale. che occupava


pavimentali del Costruite sotto un'area vastissima,
peristilio riportati [I] [Q] Particolari Costantino I, le quasi una città
alla luce tra il l935 e dei mosaici cisterne furono nella città.
L'ippodromo
Equivalente del circo
a Roma, l'ippodromo
di Costantinopoli
fu inaugurato
da Costantino
nel 330 d.C.
Qyi si celebravano
gli avvenimenti
principali della vita
politica :
dall'acclamazione
dell'imperatore al
trionfo sui nemici
sconfitti. Teodosio
vi fece erigere un
grande obelisco.

lill L'obelisco
di Teodosio
a lstanbul.
IV secolo d.C.

[j]] Particolare
della base
dell'obelisco
di Teodosio.
IV secolo d.C.
Nei rilievi si riconosce
l'imperatore con
la sua famiglia
all'interno della
loggia imperiale
che comunicava
direttamente
con il palazzo:
circondato dalla corte,
Teodosio riceve
l'omaggio dei sovrani
barbarici.
La Chiesa volte secondarie !!ID Veduta dell'esterno
di Santa Sofia che conferiscono della Chiesa di Santa Sofia
Voluta da Giustiniano, Santa all'edificio a Istanbul.
Sofia presenta delle un aspetto maestoso. VI secolo d.C.
straordinarie soluzioni Per costruire la cupola
architettoniche nell'enorme furono utilizzati mattoni
eupola centrale (31 metri leggerissimi appositamente
di diametro) e nel sistema di fabbricati sull'isola di Rodi.
1!!1

La Vergine grandi imperatori:


in trono con Costantino porta
Giustiniano in dono un modello
e Costantino. della città, mentre
Mosaico del Giustiniano offre
vestibolo sud. un modello
986-994 d.C. della Chiesa
Negli edifici sacri, di Santa Sofia.
come in quelli civili ,
il mosaico aveva una !!m Particolare
funzione decorativa di un capitello.
fondamentale.
Per la sua materia, !ill Interno della
fissava le figure Chiesa di Santa
per l'eternità Sofia.
e quindi La cupola centrale è
si addiceva appieno circondata da una
a illustrare gli corona di 24 finestre.
insegnamenti della Da qui la luce entra
religione e le glorie nella chiesa e si
della monarchia. riverbera sull'oro
Assisa in trono dei mosaici, sui
con Gesù bambino, colori dei marmi
Maria, protettrice e sui delicati giochi
della città, riceve chiaroscurali dei
!!m le offerte dei due capitelli.
V investitura divina
dell'imperatore
Nella società bizantina
tutto dipendeva dal
sovrano, dalla sua
protezione, dalla sua
provvidenza, dai suoi
consigli e dai suoi
ordiru.
Più che a Roma, a
Bisanzio la figura
dell'imperatore fu
sacralizzata. n suo
potere discendeva
direttamente
da Dio. Ricoprendo
la più alta autorità
ecclesiastica, egli era
considerato il garante
dell'ordine universale,
la guida morale della
cristianità.

I!Zl Cristo incorona


imperatore Costantino
VII Porfirogeruto.
Avorio.
X secolo.
Mosca, Museo
Nazionale di Belle Arti
Puskin.
L'imperatore, con il
capo inclinato in
atteggiamento di
sottomissione, riceve la
corona imperiale
direttamente da Cristo.

11&1 La corona
di Costantino IX.
Oro, smalti e pietre
preziose.
XI secolo.
Budapest, Museo
Nazionale.
[j]] L'imperatore Basilio II consegnatagli
trionfante. dall'arcangelo Michele;
Miniatura dal codice l'arcangelo Gabriele gli
Psalmi cum catena. porge una corona di
X-XI secolo. gemme, mentre Cristo
Venezia, Biblioteca protende la corona del
Marciana. potere imperiale.
L'imperatore, in abiti Ai suoi piedi, i sudditi
militari, regge nella mano si prostrano in totale
destra la lancia sottonusswne.
Le icone comunicazione con Dio. bizantini si schierarono a
Nella civiltà bizantina Dall'inizio dell'VIII secolo favore degli iconoduli
le icone ebbero un ruolo d.C. l'impero fu travagliato ('adoratori di immagini').
rilevante. da una controversia
Attraverso le immagini religiosa nota con il nome � La Crocifissione.
sacre, dipinte su pannelli di iconoclastia, ossia Icona su legno.
di legno di dimensioni la lotta contro il culto XIII secolo.
ridotte e facilmente delle immagini, causa Atene, Museo Bizantino.
trasportabili, la religione di ignoranza e superstizione
assumeva un aspetto tra il popolo. !ID San Giorgio.
concreto, rispondendo La disputa si protrasse sino Icona a rilievo su legno.
al bisogno dei fedeli alla metà del IX secolo d.C., XIII secolo.
di una tangibile quando gli imperatori Atene, Museo Bizantino.
Santi asceti morte, su una colonna alta suo sguardo sulle donne
17 metri in Siria. tentatrici.
� San Simeone Stilita. Molte leggende avvolgono
Placca in argento e oro la sua persona. � La colonna
dal Tesoro di Ma'arrat Seduto sulla sua colotma, stilita di Umm
el-Numan, Siria. è visitato da un serpente er-Rassas
V-VI secolo d.C. che gli chiede di curare in Giordania.
Parigi, Museo del Louvre. la sua femmina. VI secolo d.C.
San Simeone Stilita, famoso La rappresentazione Su queste torri-colonna
eremita del IV secolo d.C., dell'aneddoto simboleggia i monaci stiliti trascorrevano
visse per trent'anni, fmo alla il rifiuto del santo a posare il la loro vita in ascesi.
Santi
evangelizzatori

� Pagina in cirillico
dali'Evangeliario
del principe Miroslav.
1 180- 1 1 90 .
Belgrado, Museo
Narodni.

'L �Jt w e: H r: e3 n� roHt


.d-t N H, Y l Tllf.f · fìf(Ufi
11 1Tì� l ìf\ 1 1 1rD'fu;t·H
ì!NJ (j!Tll;tCII't'rtY,Wo

� I santi Cirillo e Metodio.


XII secolo.
Castello di Kreuzenstein,
Austria.
Ai fratelli Cirillo e Metodio si
deve la cristianizzazione delle
popolazioni slave e la
traduzione della Bibbia in
paleoslavo, mediante la
creazione di un nuovo
alfabeto, il cirillico.
Biblioteche e libri

� Karyie Camii,
Monastero di San
Salvatore di Chora a
Istanbul.
V secolo d.C.,
ristrutturato nel XIV
secolo.
n monastero, oggi
trasformato in
museo, ospitò dalla
fme del XIII secolo,
e per tutto il
successivo, una delle
biblioteche più
importanti della
capitale.

� Il Grande
Logoteta Teodoro
Metochites offre un
modello della chiesa
da lui restaurata.
Mosaico di Karyie
Camii, Istanbul.
XIV secolo.
� Pagina miniata Rossano, in Calabria, Matteo e Marco, con 1 4
dal Codex Purpurr:us. da un monaco orientale. pagine miniate.
VI secolo d.C. In pergamena purpurea, Qyesta pagina raffigura
Rossano, Museo Diosesano. il manoscritto si compone l'ultima cena, il lavaggio
Il Codex Purpureus fu di 188 fogli contenenti il dei piedi e il tradimento
probabilmente portato a testo greco dei Vangeli di di Giuda.
L'arte della guerra di Giovanni Scilitze. l@ I Bizantini conquistano
Nella seconda metà XIII secolo. Siracusa.
dell'XI secolo, l'alto Madrid, Biblioteca Miniatura dalla Cronaca
funzionario Giovanni Scilitze Nazionale. di Giovanni Scilitze.
scrisse una storia dell'impero n fuoco greco, una rinomata
bizantino dal IX all'XI arma bizantina, era una sorta @Il I Bizantini assediano
secolo. di lanciafiamme applicato Messina.
alla prua delle navi che Miniatura dalla Crona.ca
� Il fuoco greco. sp �geva liquido incendiario di Giovanni Scilitze.
Miniatura dalla Cronaca su1 nen11c1.
L'arte della seta
Ai tempi di
Giustiniano
l'introduzione del
baco da seta in Asia
Minore permise lo
sviluppo
dell'artigianato della
seta a
Costantinopoli.
I bizantini
continuarono
comunque a
importare tessuti
dalle province
dell'impero,
soprattutto dalla
Siria.

� Cacciatori Siria. � Cristo circondato Oro, argento e seta.


di leoni. VII secolo d.C. da angeli. XIV secolo.
Tessuto in seta Londra, Victoria Sudario ricamato da Monastero di
proveniente dalla and Albert Museum. Antonio da Eraclea. Studenica, Serbia.
L'arte del lusso
Nella società bizantina,
amante del lusso e del
fasto, circolavano
numerosi oggetti di
oreficeria. I molti
esemplari conservati
fino ai nostri giorni
attestano l'abilità degli
artigiani orientali nella
lavorazione dei metalli e
delle pietre preziose.

dell'imperatore
Costantino.
IV secolo d.C.
Londra, British
Museum.
n solido aureo,
raffigurante Costantino,
incastonato in un
pendente ottagonale, è
circondato da sei busti
maschili e femminili che
potrebbero
rappresentare filosofi e
muse di origine greca.
� Cucchiai in argento
da un tesoro rinvenuto a
Lampascus (antica Lapeski) ,
Turchia.
VI secolo d.C.
Londra, British Museum.
Uno dei cucchiai riporta una
scritta in latino: « O bella
gioventù, non credere
troppo nella bellezza»,
mentre sul manico
un'iscrizione in greco
aggiunge: «Non puoi essere
bello senza soldi».

@Q] Orecchini e pendente.


Oro smalto e pietre
,
preziOse.
IV-V secolo d.C.

Arte sacra
L'uso della tecnica a
smalto, di cui i Bizantini
furono maestri, fu
adottata per creare
disegni
e originali effetti
cromatici.

1m Pendente.
Oro e smalto.
XII secolo.
Mosca, Museo
Armoury.

@ID Pendente a croce.


Oro e smalto.
X secolo.
La Vergine Maria,
a figura intera, è
affiancata dai santi
Basilio e Gregorio
Taumaturgo.
� San Nicola. manna, uno su·ano liquido
Medaglione smaltato. che sgorgava dalla tomba
X secolo. del santo e che, per comune
Madrid, Museo Lazaro credenza, aveva il potere
Galdiano. miracoloso di guarire coloro
Morto nel 333-334 d.C., che se ne ungevano.
san Nicola fu deposto Nel l087 le reliquie furono
in una tomba situata trafugate e portate
in una basilica a metà strada a Bari, dove furono
fra Mira e A.ndriache, in conservate e dove sono
Turchia. tutt'oggi venerate sia
Qui i pellegrini giungevano dalla Chiesa ortodossa
attratti dal miracolo della che da quella cattolica.
vi fu una certa agitazione popolare prima che l'imperatore
Leone III, siriano di Germanicea ( Marash) , decretasse nel
730 che le icone andavano eliminate. L'imperatore avreb­
be voluto avere il patriarca dalla sua, ma poiché il patriarca
si rifiutava di obbedire ne fu designato un altro in sua vece.
Quei pochi che mostrarono aperta resistenza all'imperato­
re vennero puniti. Non si sentiva il bisogno immediato di
ottenere l'assenso di tutta la Chiesa. Rientrava nei diritti
dell'imperatore purificare la fede dei suoi sudditi e gli even­
ti che si svolgevano sul fronte di battaglia erano la prova del­
la sua ortodossia. Fu solo nel 754 che il successore di Leo­
ne, Costantino V, convocò un concilio di 338 vescovi - tut­
to l'episcopato dell'Impero - e, qualunque cosa provassero
in cuore, tutti accettarono senza riserve le sue posizioni.
Per quanto possiamo giudicare, l'Iconoclasmo non ebbe
mai dalla sua molto sostegno popolare. Vi fu un solo grup­
po che lo sposò apertamente: l 'esercito mobile indottrina­
to da Costantino V e da lui costretto sotto giuramento a os­
servarlo. Quando, nel 786, l'imperatrice !rene cercò di con­
vocare un concilio a Costantinopoli al fine di reintrodurre
il culto delle icone, i suoi piani vennero frustrati dai solda­
ti. Bisogna anche dire che nel settimo decennio dell'ottavo
secolo la popolazione della capitale partecipò attivamente
alla persecuzione dei monaci iconofili, trascinandoli per
strada, ricoprendoli di sputi nell'Ippodromo; ma all 'epoca
Costantino V era un imperatore assai popolare e possiamo
immaginare che i monaci recalcitranti fossero presentati
quali suoi nemici. Per il resto non possiamo segnalare al­
cuna dimostrazione di massa né pro né contro. Fu la vo­
lontà del governo a ordinare la soppressione dell'Iconocla­
smo nel 787, la sua rintroduzione nell ' 8 1 4 e la sua definiti­
va liquidazione nell'843. Né mai vi fu alcuna pubblica per­
secuzione su vasta scala. Il clero regolare in generale si man­
teneva sottomesso e fu solo un certo numero di monaci (as­
solutamente non tutti i monaci) a insorgere per le icone e
a subirne le conseguenze. La persecuzione sotto l 'impera-
tore Teofilo (quarto decennio del nono secolo) fu di por­
tata assai limitata.
Il patriarca Fozio, che presiedette alla liquidazione delle
ultime tracce dell ' Iconoclasmo, asserì forte l'opinione che
tutte le eresie erano state sconfitte una volta per sempre. Il
concilio da lui convocato nell'867 avrebbe dovuto segnare
«il trionfo su tutte le eresie>> ; il patriarca proclamò fiducio­
so che «nessuna sorta d'empietà parlerà liberamente d'ora
in avanti>> 38. Non c 'era dubbio in lui che la dottrina reli­
giosa fosse ora stata definita completamente, e questo mo­
do di vedere infine prevalse nella Chiesa ortodossa. Più nul­
la poteva essere aggiunto o tolto, come decise il concilio fo­
ziano dell'879-80 nella sua sesta seduta. L'imperatore Leo­
ne VI era del pari convinto che ogni eresia fosse stata abo­
lita. In tempi lontani, disse, si proibiva la celebrazione del
battesimo in cappelle private perché si temeva un rito ere­
tico; un pericolo siffatto non esiste più39• Vero è che nessu­
na eresia importante si sarebbe ripresentata nella Chiesa
orientale, ma la fioritura delle sette continuava: anche
quando Fozio e Leone VI esponevano le loro ottimistiche
prospettive.
Tra queste sette la più sovversiva nei confronti dell'ordi­
ne costituito era quella dei pauliciani, i cui possibili legami
con il Manicheismo non sono stati completamente chiariti.
Il centro dei pauliciani era in Armenia, al di qua e al di là
della frontiera bizantina. Sembra che sia nato nel settimo
secolo. La dottrina pauliciana, per quanto ne sappiamo, era
fondata sull'opposizione tra Dio - uno e trino - e il malva­
gio Demiurgo creatore del mondo materiale. I pauliciani
accettavano il Nuovo Testamento a eccezione del libro del­
l'Apocalisse e delle due Lettere di Pietro; nutrivano parti­
colare devozione per san Paolo; rifiutavano invece, analo­
gamente ai manichei più ortodossi, l 'Antico Testamento.
Ritenevano che Cristo avesse preso corpo in Cielo, sicché
non era veramente nato dalla Vergine Maria né era vera­
mente morto sulla Croce. Pertanto non tributavano onore
alcuno alla Croce; del pari, disdegnavano sia le icone sia il
culto dei santi. Analoghi anche in questo ai manichei, non
avevano clero o liturgia regolare ma solo una classe di ini­
ziati. La loro indifferenza ai sacramenti non li rendeva co­
munque ostili all' accettazione del battesimo e di altri riti di
osservanza esteriore. In questo modo riuscivano a non es-
·

sere smascherati facilmente.


Sebbene leggiamo che i due primi leader pauliciani ven­
nero uccisi dietro ordine imperiale, non sembra che la set­
ta abbia subito gravi repressioni sinché il santo patriarca Ni­
ceforo fece sì che dall'imperatore Michele I ( 8 1 1-1 3) ve­
nisse decretata la pena di morte contro i suoi seguaci. Il ri­
sultato di questa mossa sconsiderata fu che i pauliciani var­
carono il confine e cercarono la protezione dell'emiro ara­
bo di Melitene (Malatya) , che garantì loro una base opera­
tiva cui potevano appoggiarsi per depredare il territorio bi­
zantino. Questa aperta ostilità allo Stato bizantino distingue
i pauliciani da altre sette eretiche, anche se va notato che il
loro leader Sergio (rinominato Tychikos) , nato da buona
famiglia bizantina, non approvava azioni di tal sorta40. I due
leaders pauliciani successivi a Sergio erano semplici milita­
ri: Karbeas, ex ufficiale bizantino, insediò i suoi seguaci nel­
la roccaforte di Tefrice (Divrigi) , fondando così ciò che poi
risultò uno Stato indipendente; il suo successore Chryso­
cheir intraprese audaci razzie che si spinsero sino a Efeso,
Nicea e Nicomedia e osò domandare che gli venisse cedu­
ta tutta l'Asia Minore. Ci vollero molte difficili campagne
perché gli eretici venissero domati e Tefrice fosse distrutta
(878?) . Molto tempo dopo, obliato il loro sfondo paulicia­
no, Karbeas e Chrysocheir compaiono nel poema epico Di­
genes Akrites come valorosi capitani musulmani, rispettiva­
mente con i nomi di Karoes e Chrysocherpes (o Chryso­
berges) : quest'ultimo viene addirittura rappresentato co­
me nonno di Digenes.
La caduta di Tefrice non significò la scomparsa dei pau­
liciani dall'Asia Minore. Nel decimo secolo continuavano a
essere numerosi nella regione del Ponto41 e nello stesso pe­
riodo li incontriamo nella parte occidentale del subconti­
nente anatolico. Il loro principale centro di azione si era co­
munque spostato nei Balcani dove un corpo di pauliciani
già si era insediato nell'ottavo secolo. La popolazione ete­
rogenea e ancora non completamente evangelizzata di Tra­
eia, Macedonia e Bulgaria offriva all'eresia un terreno di
coltura ideale. L'eresia ora emerse con il nome di Bogomi­
lismo, dal prete Bogomil, di cui non sappiamo se non che
visse in Bulgaria al tempo dello zar Pietro (927-69 ) . Al mo­
vimento arrise un rapido successo. Intorno alla metà del de­
cimo secolo le autorità ecclesiastiche erano preoccupate e
nel secolo successivo, se non prima, il Bogomilismo venne
nuovamente esportato in Asia Minore, dove i suoi seguaci
acquisirono il bizzarro nome di Phoundagiagitai. Un grup­
po importante si formò anche a Costantinopoli. Alcune
chiavi del successo del Bogomilismo ci vengono fornite dal
trattato ( Slovo) del prete Cosma, che si ritiene sia stato com­
posto intorno al 972. I seguaci della setta vengono rappre­
sentati quali conformisti apparenti, la cui più owia distin­
zione dagli ortodossi sta nella loro vita più pura e più rigo­
rosa. Ma agli occhi di Cosma tutto ciò non era che finzione
bella e buona: tanto più che i pauliciani non solo sbaglia­
vano della grossa in campo dogmatico, avversavano matri­
monio e procreazione, ma giungevano a opporsi al lavoro
manuale. « Insegnano a chi aderisce alla loro setta a non sot­
tomettersi alle autorità; denigrano i ricchi, detestano l'im­
peratore, irridono i superiori, insultano i signori, ritengo­
no che Dio abbia in abominio quanti lavorano per l'impe­
ratore e premono su ogni servo perché non lavori per il suo
padrone>>42. Qui troviamo infine un motivo ' sociale' , com­
prensibile per la mentalità moderna. Per Cosma i bogomi­
li erano pacifici hippies che minavano alle radici l'ordine
costituito; ma l'accusa viene poi direttamente ritorta contro
l'Ortodossia. Erano gli ortodossi stessi a negligere i doveri
del matrimonio, ad abbandonare mogli e figli, a entrare e
uscire dai monasteri con il pretesto di quanto era difficile
badare a una famiglia servendo un proprietario terriero o
sottomettendosi alle violenze dei padroni43. Erano i mona­
ci ortodossi a vivere nell'ignavia impicciandosi degli affari
profani. Erano i preti e i vescovi ortodossi a negligere i do­
veri pastorali. Pochi ecclesiastici del tempo hanno dipinto
un quadro parimenti vivido dell'apatia e del lassismo della
vita cristiana.
Qualcuno ha osservato che Cosma non prescrive alcuna
misura violenta contro i bogomili. Invero il periodo dal 950
al l 050 fu caratterizzato da un generale rilassamento della
persecuzione . Ma i tempi cambiavano e l'atteggiamento uf­
ficiale cominciò a indurirsi, in ispecie dopo l 'arrivo al pote­
re della dinastia comnena. Il mutamento è particolarmente
awertibile nel cosiddetto Synodicon dell ' Ortodossia. Il Sy­
nodicon originale, destinato a essere letto in tutte le chiese
la prima domenica di Quaresima, venne composto poco do­
po 1'843: era una condanna dell'Iconoclasmo. Per i due se­
coli successivi non vi furono aggiunte, ma a partire dal l 050
circa cominciarono ad aggiungervisi nuove condanne e
nuovi anatemi. La prima vittima fu un tal Geronzio di Lam­
pe ( altrimenti sconosciuto) che si definiva l 'Unto e che «vo­
mitò a Creta il veleno della sua detestabile eresia>> . Fu poi la
volta del filosofo Italo, di cui parleremo ancora nel sesto ca­
pitolo. Venne poi il monaco calabrese Nilo, che nutriva biz­
zarre idee circa la divinizzazione della natura umana di Cri­
sto; quindi Eustrazio, ex professore, metropolita di Nicea, i
cui errori vertevano all'incirca sullo stesso tema; alla metà
del secolo dodicesimo toccò al patriarca eletto di Antiochia,
Soterico Panteugene, che cadde sulla questione se il sacrifi­
cio eucaristico veniva offerto solo al Padre o a tutta la Tri­
nità44. Vero è che la maggior parte di questi 'errori' era di na­
tura puramente accademica e che molti avrebbero avuto dif­
ficoltà a capirli; nondimeno la Chiesa ambiva affermare la
sua autorità e farlo vedere. Per questo lodevole fine anche
l 'imperatore prodigava il suo potere. Nel l l l 4 Alessio I en-
trò in contatto con bogomili e pauliciani a Filippopoli (Plov­
div) , città pressoché interamente ' manichea ' ; leggiamo che
disputò personalmente con gli eretici per giorni e giorni,
con il risultato finale che molte migliaia vennero convertite
all'Ortodossia45. Il male aveva comunque raggiunto Costan­
tinopoli, dove una grande quantità di persone - anche tra le
famiglie migliori - avevano ceduto all'eresia. Alessio catturò
il leader della setta, un tal monaco Basilio, e ricorrendo al­
l'astuzia lo convinse a confessare i suoi errori. Basilio si ri­
fiutò di fare ammenda e fu condannato al rogo; i suoi disce­
poli posero fine ai loro giorni in prigione. Una grande pira
venne accesa nell'Ippodromo; una volta che i carnefici vi
gettarono l'eretico, non ci fu odore di carne bruciata né fu­
mo - niente se non una sottile linea di vapore, perché gli ele­
menti stessi si sollevarono per confondere gli empi. Tale fu
l 'ultimo atto pubblico del mirabile imperatore, che morì po­
co dopo. Il Bogomilismo invece continuò a prosperare. Si
espanse in Serbia e in Bosnia, in Italia e nella Francia del sud.
Superò anche le barriere del Monte Athos e sopravvisse al­
l'Impero di Bisanzio nei Balcani.
Pressoché tutto il dissenso bizantino prese forma di ere­
sia religiosa. Gli storici hanno cercato ovunque cause di ti­
po nazionale e sociale - cause 'reali' , di cui l'eresia non sa­
rebbe stata che la maschera - ma nel complesso i loro sfor­
zi non sono stati ricompensati. Tra gli esempi che abbiamo
passato in rassegna ben pochi possono essere associati a
tendenze di separatismo nazionalistico: possono forse rica­
dere nella categoria i Samaritani del quinto e del sesto se­
colo e gli armeni monofisiti. Se poi i pauliciani ebbero uno
Stato indipendente per una ventina d'anni, questo non fu
che il risultato di circostanze tutte particolari, che non ave­
vano niente a che fare con il dualismo in quanto tale. Co­
me abbiamo visto, i bogomili erano affatto pacifici di com­
portamento e per quanto sappiamo non avevano aspirazio­
ni politiche. La loro maggioranza era senz'altro slava, ma
seppero farsi un seguito tra molte altre nazioni.
La ricerca delle cause sociali si è dimostrata del pari in­
concludente. Non c'è caso in cui possiamo stabilire una
chiara connessione tra un'eresia e una classe sociale. Sap­
piamo che nel novero dei manichei c 'erano molti mercan­
ti, ma anche intellettuali, aristocratici, gente comune. I
pauliciani attrassero un considerevole numero di soldati. I
bogomili risulterebbero prevalentemente attingere alla
classe dei contadini, ma comprendevano anche i ranghi più
bassi del clero e - se va prestata fede ad Anna Comnena -
membri di alcune delle migliori famiglie di Costantinopo­
li. Può senz'altro sostenersi che talune eresie, quelle duali­
stiche in particolare, avessero implicazioni sociali quando e
se scoraggiavano matrimonio e procreazione. Data la cro­
nica mancanza di forza lavoro che affliggeva l'Impero, il go­
verno si sarà ben preoccupato di queste dottrine - ma an­
che se ebbe a preoccuparsi, non lo esternò mai. Tanto più
che il monachesimo cristiano, avvezzo a godere della più al­
ta stima, produceva il medesimo effetto demografico.
La verità sull'argomento è che il termine 'eresia' copre
fenomeni diversi che non sarebbero mai stati considerati
insieme se non ci fosse stata l'Ortodossia di Stato ad acco­
munarli. C'erano sette dal carattere giudaizzante, come i
Quartodecimani o gli Athingani, le cui origini risalivano ai
primi giorni del Cristianesimo: bastava loro vegetare nei di­
stretti rurali dell'Asia Minore. La loro 'deviazione' era in
massima parte dovuta a questioni di rituale . C'erano poi le
eresie 'nobili' che erano il frutto di una speculazione teo­
logica più avanzata; alcune differivano dall'Ortodossia per
pure questioni terminologiche. Se concediamo il fatto che
alcune parole chiave come 'natura' , 'essenza' , 'persona'
non erano sempre intese nello stesso senso, è difficile tro­
vare qualcosa di fondamentalmente sbagliato nella dottri­
na di un Nestorio o di un Severo d 'Antiochia, per non ri­
cordare un teologo eminente come Teodoro di Mopsuestia
che fu ingiustamente quanto inutilmente condannato nel
corso del Quinto Concilio. La storia delle eresie 'nobili'
può essere pervasa d'intrighi politici, ma in sé non mirava­
no a essere sowersive. E una volta che si era formata una
Chiesa separata, aderire a essa diveniva questione di lealtà
ereditaria. Una persona nata monofisita restava monofisita,
se non sotto tortura; e non so di alcun cattolico convertito­
si al Monofisismo per mostrare la propria ostilità allo Stato.
Solo nel caso delle eresie dualistiche ci troviamo su un
terreno un poco diverso. Descrivendo episodi che cono­
sceva benissimo poiché riguardavano la sua città natale ( Ce­
sarea in Palestina) , Procopio dice questo dei Samaritani co­
stretti da Giustiniano ad abbracciare il Cristianesimo: <<La
maggior parte, risentiti perché costretti a cambiare le cre­
denze avite per legge anziché per loro libera scelta, imme­
diatamente passarono ai manichei e ai cosiddetti politei­
sti»46. Una testimonianza più tarda riguarda i soldati messi
in congedo nel 786 dall'imperatrice !rene a causa del so­
stegno da essi accordato all'Iconoclasmo: anch'essi ingros­
sarono le fila dei manichei o pauliciani47. Non deve sor­
prendere che il dualismo abbia attratto elementi in preda
allo scontento, presentandosi detto dualismo quale movi­
mento di riforma radicale volto a riguadagnare quelle ve­
rità del Cristianesimo che erano state deliberatamente
oscurate dal clero mantenuto dallo Stato48. Il richiamo
esercitato da un atteggiamento di tal sorta può essere evin­
to dal fatto che il dualismo fu l'unica forma di eresia bi­
zantina che ebbe diffusione agevole al di là dei confini et­
nici e geografici.
Il vero 'cattivo' della storia è ovviamente l' Ortodossia di
Stato. <<Sappiamo», scrive Giustiniano, <<che nulla più com­
piace Iddio misericordioso dell'unanimità di credo da par­
te di tutti i cristiani in materia di vera e immacolata fede>>49.
Né l'unanimità di credo bastava: con l 'andare del tempo di­
venne parimenti se non più importante l'uniformità della
pratica liturgica, dei giorni di festa e di digiuno, dell'abbi­
gliamento e dell'acconciatura. Se era impossibile giungere
a una completa tolleranza, si sarebbe almeno potuto evita-
re la persecuzione. Anche un chierico rigido come Teodo­
ro Studita proclamò che compito della Chiesa era di istrui­
re gli eretici, non di ucciderli50. Lo Stato, identificato con
la Chiesa Ortodossa, spesso pensava altrimenti. Fu un di­
retto risultato della sua intolleranza se milioni di potenzial­
mente leali sudditi dell'imperatore si tramutarono in ereti­
ci e quindi in nemici.

NOTE

1 Cod. Theod. , XVI l , 2; Cod. .Just., I l , l .


� Cod. Theod., XVI 2, 16.
� just. Nov., CXXXVII, pref.
4 Confessio rectaefidei, PG LXXXVI 1 0 1 3A. Cfr. Cod. .Just., I l , 5.

,; Cod. Theod., XVI 5, 28.


6 Marco Diacono, Vita di Por firio, capp. l l , 19 ( edd. H . Grégoire - M.-A. Ku­
gener, Parigi 1930, pp. 1 1 , 1 6) .
7 Vd. J.B. Segai, Pagan Syriac Monuments in the Vilayet of Urfa, in «Anatolian
Studies», III, 1953, pp. 1 07-1 12.
8 Giovanni d'Efeso, Vite dei santi orientali, PO XVIII 681 ; Michele Siro, Crona­

ca, ed. J.-B. Chabot, II 2, Parigi 1 902, pp. 207 sg.


9 Giovanni d'Efeso, Vite dei santi orientali, PO XVII 229 sgg.
10 Vd. per es. Callinico, Vita di sant 'lpazio, ed. GJ.M. Bartelink, Parigi 1971,
pp. 74, 80.
11
Così per es. J.C. Lawson, Modern Greek Folklore and Ancient Greek Religion,
Cambridge 1 9 1 0.
1 2 Concilio Trullano, canoni 6 1 , 62, 65, in joannou, Discipline, I/ l, pp. 1 96
sgg., 203.
1� .Just. Nov., XLV, pref. La legislazione anteriore è reperibile in Cod. Theod. ,
XVI 8.
1 4 .Just. Nov., CXLVI.
15 Giovanni Malala, Chronographia, CSHB, p. 433; The Chronicle of.John, BishofJ

ofNikiu, trad. ingl. di R.H. Charles, Londra-Oxford 1 9 1 6, p. 1 42.


16
Si veda al proposito l. Shahid, The Martyrs of Najran, Bruxelles 1971.
1 7 Sebeo, Histoire d'Héraclius, trad. F. Macler, Parigi 1 904, p. 63.
IH
La prise de.Jérusalem par les Perses, a cura di G. Garitte, Lovanio 1 960, pp.
17 sg.
1 9 S. Georgii Chozebitae Vita, in AB, VII, 1 888, p. 1 34.
2° F. Dolger, Regesten der Kaiserurkunden des ostromischen Reiches, I , Monaco­
Berlino 1934, n. 206.
21 Teofane, Chronographia, A. M. 6214 (ed. C. de Boor, Lipsia 1 883, p. 401 ) ;
Michele Siro, op. cit., I I 3 , pp. 489 sg.
22 Canone 8, injoannou, Discipline, l/ l , pp. 261-63.
2� Teofane Continuato, CSHB, pp. 341 sg.
''' 'f 'he Itinerary of Benjamin of Tudela, trad. ingl. di M. N. Adler, Londra 1907,
pp. l O sgg.
25 De haeresibus, PG XCIV 677 sgg.
26 Cod. Theod., XVI 5, 9.
27 A. Adam, 1ì!xte zum Manichiiismus, Berlino 1 954, n. 56.
28 Procopio, Storia segreta, XXII 25.
29 Teofane, op. cit., A. M. 6214 (p. 40 1 ) .
30 The Homilies ofPhotius, trad. di C. Mango, Cambridge, Mass., 1 958, pp. 279
sgg.
�1 Evagrio, Historia ecclesiastica, II 5 (edd. J. Bidez - L. Parmenùer, Londra
1 898, p. 53) .
"� lvi, III 14 (pp. 1 1 1 sgg.) .
"" Michele Siro, op. cit., II 3 , pp. 412 sg.
34 Costanùno Porfirogenito, De administrando imperio, cap. 50, edd. Gy. Mo­
ravcsik - RJ.H. Jenkins, Washington, D.C., 1967, p. 237.
35 Teofane, op. cit., A. M. 6270 (p. 452) .
36 Vita S. Pancratii (ed. A.N . Veselovskij, Iz istorii romana i povesti, in «Sbornik
Otdel. Russk. Jazyka i Slov. l m per. Akad. Nauk», XL/2, 1 886, p. 90) .
37 Teofane, op. cit., A. M . 6275 (pp. 456 sg. ) .
38 Vd . The Homilies of Photius, c it . , pp. 302 sgg.
39 Les Novelles de Léon W le Sage, edd. P. Noailles - A. Dain, Parigi 1944, novel­
la 15 (pp. 59-6 1 ) .
40 Pietro d i Sicilia, i n Ch. Astruc et al., Les sources grecques pour l 'histoire des Pau·
liciens d 'Asie Mineure, in TM, IV, 1 970, p. 59, par. 1 57.
41 J. Darrouzès, Epistoliers byzantins du X' siècle, Parigi 1 960, p. 275.
42 Le Traité contre les Bogomiles de Cosmas le Pretre, a cura di H.-Ch. Puech - A.
Vaillant, Parigi 1 945, pp. 85 sg.
43 lvi, pp. 93 sg.
44 J. Gouillard, Le Synodicon de L 'Orthodoxie, in TM, Il, 1 967, pp. 1 83 sgg.
45 Anna Comnena, Alessiade, XIV 8 (ed. B. Leib, III, Parigi 1 945, pp. 1 77 sgg. ) .
46 Procopio, Storia segreta, XI 26.
47 Niceforo, Antirrheticus III, PG C 501B.
48 Pietro di Sicilia, op. cit., p. 53, par. 1 39.
49 Confessio rectaefidei, cit., 993C.
50 Teodoro Studita, Epist. II 155, PG XCIC 1481-85.
CAPITOLO QUINTO

IL MONACHESIMO

Su nessun altro aspetto della vita bizantina siamo am­


piamente documentati come sul monachesimo. Possedia­
mo centinaia di biografie di santi monaci, un 'infinità di ri­
flessioni, epistole, sermoni, esortazioni e giustificazioni at­
tinenti alla condizione monastica. Abbiamo inoltre un
buon numero di regolamenti, canoni disciplinari, editti im­
periali, persino un considerevole corpus di materiale d 'ar­
chivio. E tuttavia, nonostante questa sovrabbondante docu­
mentazione scritta, non è cosa facile rendere conto del mo­
nachesimo bizantino in termini che ci riescano oggi com­
prensibili.
Un punto va chiarito sin dall'inizio: il monachesimo era
un movimento laico. Era affine a certi raggruppamenti di
cristiani che conducevano una vita particolarmente dedita
all'austerità senza per questo ritirarsi dal mondo; forse ne
era uno sviluppo. Tali cristiani erano noti come spoudaioi
(zelanti o seri) o come philoponoi (industriosi) , mentre nel­
le province di espressione siriaca erano chiamati 'i figli del­
l 'Alleanza' ; avevano una qualche forma di organizzazione
di cui, purtroppo, sappiamo molto poco. Se consultiamo la
Vita di sant'Antonio, considerato il padre del monachesi­
mo, scopriamo che diede inizio alle sue intraprese spirituali
(era circa il 270) seguendo i precetti degli spoudaioi che in­
contrava e apprendendo da loro 'i vantaggi dello zelo
[ spoudel e dell'esercizio [ askésis] ' . In quei giorni, leggiamo,
non esistevano ancora monasteri regolari in Egitto, né vi
erano eremiti che vivevano nel deserto, <<ma chiunque de-
siderava badare a se stesso si esercitava da solo non lontano
dal proprio villaggio>> 1 . Il passo decisivo preso da Antonio ­
e potrebbe non essere stato il primo a prenderlo - fu quel­
lo di allontanarsi, avendo come meta dapprima una tomba
vuota, poi il deserto. L'abbandono del villaggio, o la fuga
( anach6resis) , erano stati fenomeni comuni in Egitto a par­
tire dal primo secolo d.C.: vi ricorrevano quanti, impoveri­
ti, non erano in grado di pagare le tasse2• Nessun motivo del
genere può essere ascritto ad Antonio che era un agiato
agricoltore liberatosi delle sue proprietà volontariamente:
è però possibilissimo che la rapida diffusione del movi­
mento monastico non fosse priva di collegamenti con la
pratica invalsa dell' anach6resis quale fuga dagli oneri della
vita quotidiana.
Invero il monachesimo si dimostrò un successo imme­
diato. Non sappiamo con precisione come ciò sia potuto ac­
cadere, essendo noi assai scarsamente informati circa i pri­
mi ottanta-novanta anni del movimento. Le più antiche
fonti attendibili in nostro possesso risalgono a circa la metà
del quarto secolo; all'epoca il monachesimo si era diffuso
in molte parti del mondo romano e vantava seguaci nel­
l' ordine delle decine di migliaia. Se è vero, come general­
mente si crede, che il monachesimo cominciò in Egitto, fu
in un periodo assai breve che raggiunse Palestina, Siria e
Mesopotamia. Lo troviamo stabilito nell'Asia Minore set­
tentrionale prima del 340 e già intorno al 350 c 'erano mo­
naci anche nell'Europa d'Occidente.
Fu a uno stadio assai antico del suo sviluppo in Egitto che
il monachesimo assunse le due forme che sarebbero dive­
nute classiche, persistendo lungo tutto il periodo bizantino
- monachesimo eremitico e monachesimo comunitario.
Sant'Antonio fu il modello della prima forma. La sua aske­
sis consisteva essenzialmente di isolamento, preghiera, di­
giuno. Se è vero che sovente rinunciava al sonno, non si la­
vava mai e mai ungeva d 'olio il suo corpo, Antonio non si
impose mai nessuna di quelle penitenze bizzarre che tro-
viamo nei periodi successivi. I suoi awersari erano i demo­
ni che lo tentavano, dapprima con i pensieri delle comodità
e della famiglia che aveva prima, poi con desideri lascivi, in­
fine con terrificanti visioni di bestie feroci: dobbiamo ri­
cordare che per gli Egiziani il deserto era una zona spa­
ventosa, popolata di mostri. Quando, a cinquantacinque
anni ( 306 circa) , Antonio emerse vittorioso dalla sua vo­
lontaria reclusione, apparve per così dire trasfigurato: non
era invecchiato fisicamente laddove aveva acquisito fer­
mezza spirituale, il dono di ammaestrare, la capacità di cu­
rare i malati. Fu allora che persuase molte persone a opta­
re per la vita eremitica; <<così vennero fondati monasteri
nelle montagne e il deserto fu abitato da monaci che ave­
vano lasciato le loro case>>3. I seguenti cinquanta anni della
sua vita - morì nel 356, a 1 05 anni - li passò più in pubbli­
co. Persone eminenti vollero ricorrere ai suoi poteri di gua­
ritore; filosofi pagani disputarono con lui; persino l'impe­
ratore Costantino gli scrisse una lettera che Antonio non
volle ricevere sinché non gli fu assicurato che l'imperatore
era cristiano - un punto che Antonio sembrava ignorare.
Nel complesso, una carriera notevole per un contadino egi­
ziano che non imparò mai il greco e che rimase analfabeta
sino all'ultimo suo giorno.
La forma comunitaria (cenobitica) del monachesimo
venne fondata nell'Egitto Superiore da un contemporaneo
di Antonio, ma di lui più giovane, di nome Pacomio ( data
di morte 346) . Dopo avere prestato servizio militare nell ' e­
sercito imperiale e avere fatto apprendistato presso un ere­
mita, Pacomio decise che il modello militare era più adatto
alla vita monastica. Il suo istituto di Tabennèsi - riva destra
del Nilo - era stato concepito tale a campo murato, netta­
mente diviso in ' convitti ' , ciascuno sotto un ufficiale co­
mandante. I monaci venivano raggruppati nelle diverse ca­
se a seconda delle loro occupazioni o dei loro mestieri; mol­
to tempo veniva trascorso in attività manuali; in comune era
il lavoro, il culto, il desinare. Particolare accento veniva po-
sto sull'obbedienza: i monaci comuni e rano sottoposti al ca­
po della loro casa che a sua volta riferiva all'abate. Il giorno
della sua morte Pacomio era ormai divenuto il leader di
una catena di circa dodici monasteri maschili e tre conven­
ti femminili. In totale vi sarà stato qualche migliaio di in­
quilini.
Fu detto che un angelo del Signore rivelò a Pacomio una
regola owero una serie di dettagliati regolamenti iscritti in
una tavoletta di bronzo. Non abbiamo necessità di doman­
darci se fu Pacomio stesso o fu uno dei suoi successori l'au­
tore di questo documento che fu tradotto dal copto in gre­
co e dal greco in latino. La più completa versione a noi per­
venuta è la traduzione latina di Gerolamo, risalente al 4044.
Essa tratteggia il quadro di un monastero circondato da un
muro e comprendente una cappella, un refettorio, un lo­
cale per gli ammalati e una foresteria. I monaci dormivano
in celle individuali senza serratura; non era loro concesso
disporre di proprietà alcuna se non di un pagliericcio per
dormire, due vesti senza maniche, una cocolla e poche al­
tre cose di prima necessità. Né i digiuni (due volte per set­
timana) né le preghiere erano eccessivi. Si richiedeva qual­
che conoscenza delle Scritture e un minimo di alfabetismo
( etiam nolens legere compelletur) , ma non si sentiva il bisogno
di maggiore istruzione. Qualunque cosa facessero, i mona­
ci dovevano tenersi distanti almeno un cubito l'uno dall'al­
tro; non potevano rivolgere la parola ad alcuno se era buio,
non potevano lasciare l'area del monastero senza permes­
so (e in tal caso solo in coppia) e al ritorno non potevano
raccontare nulla di ciò che avessero udito fuori. Possiamo
ben domandarci in che cosa consistesse l 'attrazione di que­
sta vita irreggimentata verso cui pure sciamavano migliaia
di uomini e donne. Ma chiaramente Pacomio non aveva
pretese eccessive nei confronti di chi entrava e sembrava in­
tento a crearsi un séguito il più ampio possibile di gente co­
mune cui offriva oltre che il cameratismo anche un minimo
livello di sicurezza materiale. La Regola si mostra consape-
vole del pericolo di ammettere criminali o schiavi fuggia­
schi5, ma le procedure di accertamento erano rudimentali
e possono esserci pochi dubbi sul fatto che un buon nume­
ro di rapinatori, debitori e malfattori di ogni sorta cercaro­
no l 'anonimato al riparo delle mura conventuali.
Sia nella sua forma eremitica sia in quella cenobitica il
monachesimo costituiva una minaccia per la Chiesa istitu­
zionale. Il monaco, va ripetuto, era un cristiano laico che se­
guiva alla lettera l 'ingiunzione di Cristo <<Se vuoi essere per­
fetto, va' , vendi ciò che possiedi e avrai un tesoro nei Cieli>>
(Matteo 1 9,2 1 ) . Cercava di essere il cristiano perfetto, di tor­
nare alla semplicità dei tempi apostolici quando « tutti i cre­
denti erano insieme e tutto ciò che avevano era in comune;
e vendevano i loro possessi e i loro beni e ne distribuivano il
prezzo tra tutti>> (Atti 2,44 sg. ) . Il monaco riteneva che vi fos­
se una sola morale, una sola askèsis, quella del Vangelo, e che
in termini ideali ogni cristiano dovesse farsi monaco. Signi­
ficativo, tuttavia, che il monaco cercasse la perfezione non
entro la Chiesa ma al di fuori di essa. Anche sant'Antonio
giunse alla santità senza alcun ricorso al clero e nei suoi
vent'anni di reclusione non sentì alcun bisogno di comuni­
carsi. Tutto il suo modo di vivere era un'implicita condanna
della Chiesa ' nel mondo' . Laddove Origene aveva racco­
mandato una segregazione morale più che fisica da tutto ciò
che era profano, il monaco proclamava la virtuale impossi­
bilità di conseguire la salvezza senza ritirarsene fisicamente.
Il ministero della Chiesa, la sua liturgia, ciò che essa predi­
cava risultavano pressoché irrilevanti.
L'allarme awertito da alcuni membri dell'episcopato ri­
sulta evidente nei Canoni del Concilio di Gangra (34 1 cir­
ca) che incidentalmente costituiscono uno dei più antichi
documenti sul monachesimo di cui disponiamo. Il proble­
ma era stato causato da un certo Eustazio che aveva acqui­
sito considerevole seguito nella provincia del Ponto. Se
dobbiamo credere ai vescovi riunitisi a Gangra, le pratiche
incoraggiate da Eustazio erano le seguenti: egli scioglieva
matrimoni, insegnando che le persone sposate non aveva­
no speranza di salvezza; non teneva in alcun conto le chie­
se, organizzando servizi ecclesiastici suoi propri; Eustazio e
i suoi seguaci andavano stranamente abbigliati e costringe­
vano le donne a indossare vesti maschili e tagliarsi i capelli
(proprio quei capelli che Iddio ha dato alle donne quale
memento della loro sottomissione agli uomini) ; egli stor­
nava a proprio vantaggio le offerte dei fedeli; incoraggiava
gli schiavi ad abbandonare i propri padroni; costringeva i
ricchi a rinunciare a tutte le loro proprietà; non riconosce­
va i preti sposati; disprezzava il fasto della Chiesa e aveva in
abominio il consumo alimentare di carne6. Eustazio stava
chiaramente sowertendo proprio quell'ordine sociale da
cui dipendevano sia l'autorità morale sia la sopravvivenza
materiale della Chiesa; tuttavia non fu bollato come eretico
ma giunse a conseguire la dignità vescovile ed esercitò un
considerevole influsso su san Basilio che è universalmente
ritenuto un pilastro della Chiesa.
Il prestigio di sant'Atanasio, vescovo di Alessandria, con­
tribuì ad appianare l'opposizione tra Chiesa e monachesi­
mo. Fosse per convinzione personale o per astuzia di cal­
colo, egli seppe ergersi quale pubblico campione del movi­
mento monastico7. La sua Vita di Antonio fu il manifesto in
cui Atanasio sottolineò il rispetto (vero o presunto che fos­
se) nutrito dall'eremita nei confronti del clero secolare.
Certamente si servì di Antonio quale strumento utile per le
sue dispute dottrinali con gli eretici. Molti altri vescovi agi­
rono nello stesso spirito, con il risultato che si giunse a un
compromesso. Laddove un Eustazio aveva asserito che la
perfezione cristiana non era conseguibile restando nel
mondo, e anche san Basilio pensava che era difficile rag­
giungere tale obiettivo8, invalse l'accettazione delle ' due
vie' : il monachesimo era la strada maestra per il Cielo, ma
la vita nel mondo, purché debitamente regolata dalla Chie­
sa, offriva la possibilità di giungere alla stessa destinazione,
sia pure in modo meno diretto. Non una medesima askésis
per tutti i cristiani, ma una più dura per i monaci e una più
rilassata per i laici. Si sosteneva inoltre che l'esistenza dei
monaci era assai benefica per tutti, su vasta scala; persino
per la prosperità e la sicurezza dello Stato. A forza di abne­
gazione e cordoglio il monaco addiveniva infatti a uno sta­
to di libertà dalle passioni ( apatheia) affine a quello degli
angeli che gli procuravano familiarità (parrhesia) con Dio.
Le sue preghiere erano pertanto particolarmente efficaci.
Se il Signore era stato pronto a risparmiare Sodoma per la
salvezza di dieci giusti, non si sarebbe mostrato propizio a
uno Stato che albergava in sé migliaia di santi monaci?
La storia del monachesimo orientale dopo Antonio e Pa­
comio è una storia di espansione geografica, adattamento lo­
cale ed evoluzione inconscia più che di riforma program­
mata. Il modello cenobitico e quello eremitico si combina­
rono in una grande varietà di modi. Sappiamo per esempio
che in Palestina il monachesimo venne introdotto proprio
all' inizio del quarto secolo da parte di sant'Ilarione, disce­
polo di sant'Antonio: colà si sviluppò uno speciale tipo di
monastero conosciuto come lavra, che raggruppava un cer­
to numero di celle individuali, o di grotte, intorno a una ca­
sa comune. Le celle erano abitate da semi-eremiti che si ra­
dunavano insieme per il culto del sabato e della domenica.
Il prestigio della Terra Santa servì da stimolo per uno svilup­
po monastico dalla forte connotazione internazionale: scor­
rendo i nomi dei grandi monaci legati alla Palestina trovia­
mo che san Gerasimo - famoso per il suo leone addomesti­
cato - era di origine licia, mentre sia san Teodosio Ceno­
biarca sia san Saba erano cappadoci. Quale che ne fosse l'o­
rigine nazionale, decine e decine di monasteri sorsero
tutt'intorno a Gerusalemme e a Betlemme, tra il Giordano e
il Mar Morto: almeno centoquaranta sono noti dall'eviden­
za testuale. Non minori successi venne a mietere il mona­
chesimo in Siria e in Mesopotamia dove, a quanto sappiamo,
comparve per la prima volta durante il regno di Costantino
e prevalentemente in forma anacoretica; colà presto per-
venne a straordinari eccessi di automortificazione. Alcuni
eremiti scelsero di vivere come bestie selvagge, rifiutando
persino di usare il fuoco e nutrendosi di vegetazione spon­
tanea: costoro erano noti come 'erbivori' ( boskoi) . Altri si ca­
ricavano di catene o si rinchiudevano in gabbie, laddove san
Simeone Stilita (morto nel 459) conseguì celebrità interna­
zionale stando ritto su una colonna la cui altezza venne gra­
dualmente aumentata fino ai quaranta cubiti, così rimar­
cando la propria ascesa verso Dio. L'unico santo bizantino
' dendrita' fu David di Mesopotamia che si recò a Tessaloni­
ca per là appollaiarsi su un albero, pari a un uccello.
Nel 357 il giovane san Basilio, che fu tratto alla vita mo­
nastica dall 'esempio della devozione di madre e sorella, in­
traprese un viaggio in Mesopotamia, Siria, Palestina ed Egit­
to per osservare vari tipi di askesis e scegliere il più adatto.
Basilio pervenne alla conclusione che l 'anacoresi alla ma­
niera di sant'Antonio, sebbene ammirevole sotto parecchi
aspetti, aveva il grave svantaggio di non offrire spazio alcu­
no alla carità fraterna e nessuna possibilità di osservare tut­
ti i comandamenti del Signore; inoltre, ognuno necessita di
correzione per via di esempio o di consiglio - qualcosa cui
non è possibile pervenire nell'isolamento. Basilio optò per­
tanto a favore del cenobitismo; ma giustamente giudicò i
'convitti' pacomiani troppo grandi per una supervisione
adeguata. La comunità che Basilio fondò ad Annesi (Pon­
to) una volta tornato dai suoi viaggi era un cenobio di pro­
porzioni più modeste, che divennero la norma lungo tutto
il periodo bizantino. Come si è spesso osservato, non è mai
esistito nella Chiesa greca un ' ordine basiliano' , né è pe­
raltro mai esistito alcun tipo di 'ordine' monastico; ma il
rango di Basilio tra i più grandi Padri della Chiesa portò di
fatto a una diffusa accettazione del suo ideale monastico
che egli dettagliatamente espose in due opere note come
Regulae fusius tractatae e Regulae brevius tractatae9 .
Comunque, fu dalla Siria che il monachesimo raggiunse
Costantinopoli. Sembra che vi fu introdotto dal siriaco Isac-
co, che si rese famoso predicendo all'imperatore Valente ­
un eretico - che sarebbe stato sconfitto dai Goti (378 ) . Il
monastero che !sacco fondò intorno al 382 venne a essere
conosciuto con il nome del suo successore Dalmato, an­
ch'egli orientale e già ufficiale della guardia imperiale. Il se­
condo monastero in ordine cronologico venne fondato da
un altro originario della Siria: Dios. Terzo fu forse quello di
Rufinianae, fondato dal prefetto del pretorio Rufino ( 392-
95) nei pressi della sua villa suburbana: là egli stabilì un
gruppo di monaci egiziani che tuttavia partirono presto. Il
celeberrimo monastero degli 'Insonni' (Akoimetoi) fu an­
ch' esso una fondazione siriana ( 420 circa) ; gli Insonni ce­
lebravano una dossologia che non cessava mai, con tre
squadre di officianti che si alternavano.
L'attrazione esercitata dalla capitale sui monaci d'O­
riente può ben percepirsi in un documento particolar­
mente curioso, la Vita di san Daniele Stilita (morto nel
493) 10. Daniele, che era nato nella zona di Samosata, entrò
in un monastero vicino al suo villaggio nativo all'età di do­
dici anni e infine ne divenne l'abate. A quell'epoca Simeo­
ne Stilita era all'apice della sua fama; Daniele evidente­
mente comprese tutti i vantaggi che avrebbe potuto conse­
guire ricorrendo a questa nuova e spettacolare forma di
askésis. Per arrivare al massimo della popolarità non c 'era
posto come Costantinopoli. L'idea colpì Daniele nel corso
di un pellegrinaggio a Gerusalemme. Senza riguardi per la
comunità alla cui direzione era stato eletto, egli l'abban­
donò per recarsi presso la 'seconda Gerusalemme ' , nono­
stante non sapesse parlare greco. Al suo arrivo a Costanti­
nopoli si scelse un luogo adeguato sulla costa europea del
Bosforo, in un villaggio di nome Anaplo - sufficientemen­
te vicino alla capitale per attrarre l'attenzione. All'inizio eb­
be qualche problema con gli abitanti del luogo, ma seppe
ben consolidare la sua reputazione affrontando i demoni in
un tempio pagano abbandonato e curando da una malattia
il patriarca Anatolio. Venne poi un colpo di fortuna: alla
morte di Simeone Stilita un monaco siriano di nome Ser­
gio arrivò nella capitale per offrire in regalo all'imperatore
la cappa di pelle del grande asceta. Non riuscendo a otte­
nere udienza Sergio si stabilì presso il suo conterraneo Da­
niele. I tempi erano maturi per tentare l 'espediente della
colonna. Con l ' aiuto di un ufficiale di palazzo venne eretta
una colonna abbastanza bassa (il doppio dell'altezza di una
persona normale) nei pressi di una vigna che apparteneva
a un altro siriano, addetto - guarda caso - alla tavola impe­
riale. In questo modo Daniele si segnalò all'attenzione de­
gli alti dignitari e della famiglia imperiale. Uscivano tutti a
rimirare la nuova attrazione; l 'imperatrice offrì a Simeone
di sistemarsi nelle sue proprietà qualora decidesse di spo­
starsi, cosa che lui rifiutò; l'ex prefetto Ciro celebrò la me­
raviglia siriaca in un'iscrizione elegiaca. Daniele, seguendo
l 'esempio di Simeone, montò su una seconda colonna, più
alta della prima; poi su una terza, le cui fondamenta ven­
nero gettate dall'imperatore in persona, cui Simeone aveva
predetto la nascita di un figlio. Congiuntamente alla co­
lonna, che ne era il centro, venne costruito un complesso
monastico; un martyrium venne dedicato a san Simeone, le
cui reliquie furono fatte giungere da Antiochia e deposita­
te con la massima pompa. Non si può non concordare sul
fatto che la vita di Daniele non fu tutta rose e fiori; tra­
piantando sulle sponde del Bosforo lo ' stilitismo' origina­
rio del più mite clima di Siria egli dovette fare i conti con
le nevicate invernali e una volta poco mancò che morisse as­
siderato. Si trattava comunque di un rischio legato alla pro­
fessione. Daniele conobbe un enorme successo in vita e Co­
stantinopoli era felicissima di avere uno stilita tutto per sé.
I primi monasteri non vennero fondati nella città vera e
propria ma al di fuori delle mura costantiniane; del resto il
medesimo accadeva generalmente anche altrove. La pre­
senza dei monaci nelle città era infatti proibita da una leg­
ge promulgata da un imperatore devoto come Teodosio I,
che ordinava loro di abitare <<luoghi deserti e desolate soli-
tudini>> . La legge si dimostrò controproducente e dopo due
anni venne abrogata1 1 . Ma anche così era sentimento co­
mune che non ci fosse posto per i monaci nel mezzo delle
tentazioni e del trambusto delle città: ad Antiochia veniva­
no derisi e strattonati per strada - da parte di cristiani12 . In
campagna, al contrario, il monaco era una figura familiare
e se per caso era rinomato per il suo ascetismo rispondeva
a un vero scopo sociale: curava le malattie della gente e del
bestiame , scacciava i demoni e ' disinfettava' , se così posso
dire, i luoghi resi pericolosi dai loro rapporti con il paga­
nesimo. In breve, era una sorta di stregone. Quanto fosse
importante nell'ambito del suo distretto rurale e quanta de­
ferenza gli rendesse la popolazione locale può vividamente
vedersi nella Vita di san Teodoro di Sicione13 e in molti al­
tri testi. Allora: poteva forse negarsi un medesimo ruolo per
il monaco nelle città? Nel sesto secolo si giunse ad accetta­
re che un asceta esercitato e a prova di ogni tentazione del­
la carne potesse debitamente svolgere il suo ministero in
città a patto di nascondere la sua vera identità. E così ven­
ne a costituirsi una curiosa categoria di santi, vale a dire i
'santi folli'. L'idea della simulazione di follia in sé non era
nuova, ma quando si presentò per la prima volta, nel quar­
to secolo, era in un contesto cenobitico; l'intento di tale
esercizio era di accrescere le proprie umiliazioni in terra sì
da raccogliere più grande ricompensa in Paradiso. Diverso
il motivo che sembrerebbe avere ispirato il più famoso 'san­
to folle ' attivo in un contesto urbano, san Simeone di Eme­
sa (metà del sesto secolo) 1 4: egli era volto alla riforma spi­
rituale dei più disprezzati elementi della società, quali le
prostitute e gli attori, e alla conversione degli ebrei e degli
eretici. Facendolo incongruamente e come per scherzo egli
simulava di essere un povero lunatico; accettava strani la­
vori nelle taverne, si accompagnava a donne di malaffare, si
comportava indecorosamente in chiesa, deliberatamente
violava i digiuni cristiani pur praticando in segreto l' askésis
più rigorosa. San Paolo non aveva forse detto <<Se qualcuno
tra voi si stima sapiente secondo il secolo, divenga stolto per
diven i re sapiente>> (Prima ai Corinti 3 , 1 8 ) ? Per ovvie ragio­
ni san Simeone non trovò molti imitatori, ma la tradizione
de l l a 'follia per Cristo ' non si estinse mai nel mondo bi­
zan tino per passare infine alla Russia.
Il quinto e il sesto secolo segnano l'apice del movimen­
to monastico in Oriente. Corteggiati da aristocratici e im­
peratori, incoraggiati dai vescovi, i nuovi 'filosofi' cristiani
si beavano di quella notorietà che avrebbero dovuto evita­
re. Venivano raccolti e avidamente letti gli aneddoti relati­
vi a fatti, miracoli, predizioni e detti memorabili dei mona­
ci. Per l'Egitto abbiamo la Historia monachorum ( 400 circa)
e la Storia Lausiaca di Palladio ( 4 1 9-20) , per la Siria la Hi­
storia religiosa di Teodoreto ( 444 circa) . Oltre a queste fa­
mose opere e alle singole Vite dei santi monaci più impor­
tanti, in tutte le lingue del Vicino Oriente circolavano infi­
nite storie - spesso stereotipate e intercambiabili - che in­
fine en trarono a far parte delle raccolte dette paterica (libri
dei Padri ) . Comunque la più eloquente testimonianza del
prestigio del monachesimo è sicuramente l 'enorme com­
plesso di Qal'at Sim'an, costruito per iniziativa imperiale
quale centro di pellegrinaggio a Simeone Stilita. La civiltà
non avrebbe potuto pagare alla bigotteria un tributo più
grande.
Dalla loro originaria condizione di emarginati volontari
della società i monaci divennero pertanto eroi popolari e
membri dell'establishment. Veniva loro chiesto di pagare
un prezzo che consisteva nell'accettazione delle regole im­
poste dalle autorità ecclesiastiche, cui dovevano sottomet­
tersi. Già nel quinto secolo troviamo che i monaci di una
diocesi vengono controllati da un 'vescovo di villaggio' ( chò­
repiskopos) o da un ispettore (periodeutes) o altrimenti posti
sotto l 'autorità di un esarca. Giustiniano provò a spingersi
ancora più innanzi: pur riconoscendo l 'eccezionale santità
della vita monastica, dispose che non si potesse fondare mo­
nastero alcuno senza il consenso del vescovo e che l ' abate
fosse designato dal vescovo. Decretò inoltre che tutti i po­
stulanti affrontassero un tirocinio di tre anni; che tutti i mo­
naci di un dato monastero, eccettuati gli anacoreti, dor­
missero nel medesimo edificio sì da controllarsi l'un l'altro
più da vicino; che li si scoraggiasse con ogni mezzo a mutar
luogo di residenza1 '-'. Non dobbiamo supporre che tale or­
dinanza venisse pienamente rispettata. Il monachesimo era
troppo fluido, troppo diffuso e troppo importante per sot­
tostare a regole di tal sorta. Stava anche cominciando ad ac­
quistare un notevole peso economico. Il prosieguo della
storia bizantina dimostra che esso seppe mantenere la sua
indipendenza dinanzi all 'establishment della Chiesa.
Mentre l'impero bizantino del primo periodo stava an­
dando in pezzi, un monaco della Cilicia che morì profugo
a Roma nel 634 - Giovanni Mosco il suo nome - dipinse
un quadro memorabile del monachesimo orientale quale
egli l ' aveva conosciuto: lo chiamò !L Prato1 h. Nella tradizio­
ne degli antichi paterif'a, è una serie di aneddoti edificanti
raccolti da Mosco nel corso dei suoi viaggi . Il mondo che
gli era familiare, quello del monachesimo orientale, già si
era dileguato, a causa dello scisma monofisita: centrato
sulla Palestina, si estendeva a sud fino al Monte Sinai e ad
Alessandria senza troppo penetrare in Egitto, a nord e a
ovest raggiungeva la Cilicia, Cipro e alcune isole greche.
Questo mondo era illuminato da una costellazione di asce­
ti la cui fama si spargeva per via orale. Essi coltivavano con­
tinenza, povertà, silenzio, carità. Tra loro c 'era qualche sti­
lita e qualche 'erbivoro' , ma le forme di mortificazione più
estremistiche erano generalmente evitate . C ' era un forte
spirito competitivo nel conseguimento della virtù, ma si av­
vertiva anche che l'età eroica del monachesimo era ormai
passata. Se Mosco mai si dimostra intollerante è nei con­
fronti dei monofisiti , .ma la sua benigna esposizione ci per­
mette a malapena di sospettare che a fianco del suo mon­
do - potremmo definirlo l'internazionale del monachesi­
mo ortodosso - esisteva un mondo parallelo di monaci
monofisiti, perseguitati, che coltivavano (forse con qual­
che eccesso occasionale) pressoché le medesime virtù,
operavano gli stessi miracoli e ottenevano gli stessi segni
dal cielo. Per entrare in questo altro mondo il lettore può
ricorrere alle Vite dei santi orientali di Giovanni d'Efeso1 7.
Tra tutte le classi sociali quella monastica fu forse la me­
no vulnerabile alla catastrofe del settimo secolo. Certo, al­
cuni monaci vennero massacrati; altri fuggirono in Occi­
dente - a Cartagine, in Sicilia, a Roma, dove già li troviamo
ben rappresentati nel Concilio Laterano del 649. Ma anche
sotto la dominazione araba i monaci ortodossi seppero con­
servare i loro principali insediamenti in Palestina (vennero
soppressi solo all'inizio del nono secolo) e al Monte Sinai.
San Giovanni Damasceno fu il più celebre ma non l'ultimo
rappresentante del monachesimo ortodosso in Palestina.
Inaspettatamente, più che sotto gli infedeli fu nell'im­
pero bizantino che venne inflitto al monachesimo il colpo
più duro. Quando gli imperatori isaurici fecero dell 'Icono­
clasmo la dottrina ufficiale dello Stato, l 'opposizione del
clero secolare non fu granché, come già abbiamo notato;
furono i monaci a organizzare un movimento di resistenza.
Che essi facessero così non significa che avessero un parti­
colare interesse ' da monaci' a difendere la 'superstizione'
o che ricavassero un beneficio materiale dal culto delle ico­
ne, come è stato suggerito da alcuni storici. Fu semplice­
mente che la loro naturale autorità dinanzi al popolo li re­
se campioni naturali della tradizionale osservanza religiosa.
Inoltre erano assai meno soggetti alle pressioni del gover­
n ò di quanto non fossero i vescovi. Quando venivano scac­
ciati da un posto potevano andare in un altro, anche al di
là delle frontiere dell'Impero, dato che la rete dei loro col­
legamenti si estendeva sino in Palestina a est e in Italia a
ovest. Come che fosse, allorché nel settimo decennio del­
l'ottavo secolo proruppe l'aperta persecuzione degli ico­
nofili, i monaci ne furono le vittime principali. L'impera­
tore Costantino V nutriva una particolare ostilità nei loro
confronti e li chiamava ' innominabili' . Li costrinse a spo­
sarsi; li espose al pubblico ludibrio; secolarizzò alcuni dei
più famosi monasteri costantinopolitani. A quanto leggia­
mo, nell'Asia Minore occidentale la persecuzione fu ancor
più severa dato lo zelo del governatore locale Michele La­
chanodrakon. Egli radunò a Efeso tutti i monaci e tutte le
monache della sua provincia e disse loro: «Chiunque desi­
dera obbedire all'imperatore e alla mia persona indossi una
veste bianca e si prenda qui una moglie. Chi si rifiuta di agi­
re così sarà abbacinato e mandato esule a Cipro>> . Fu dato
immediato seguito all' ordine e molti si dimostrarono mar­
tiri quel giorno mentre altri, aggiunge desolato il nostro
cronista, infransero i loro voti e persero le loro anime18.
Fu un grande giorno per i monaci quando l'ultimo im­
peratore isaurico, Leone IV, morì. Era il 784. Fu un giorno
ancora più grande quando l'Iconoclasmo venne ufficial­
mente condannato dal Settimo Concilio Ecumenico ( 787) ,
dove i monaci erano assai ben rappresentati - presenziaro­
no alle sedute emissari provenienti da 1 32 monasteri ubi­
cati per lo più a Costantinopoli e in Bitinia. A partire da al­
lora e per circa trent'anni vi fu una grande ripresa del mo­
nachesimo, seguita da un secondo periodo di tribolazioni
quando venne reintrodotto l'Iconoclasmo ( 8 1 5-43) . Anco­
ra una volta furono i monaci a guidare la resistenza. Ora
erano meglio organizzati, specialmente grazie all'infatica­
bile attività di san Teodoro Studita. Disceso da un'eminen­
te famiglia di funzionari statali, Teodoro aveva una buona
istruzione e buone conoscenze ed era soprattutto un uomo
pratico con un forte senso della disciplina. Desiderava rifor­
mare il monachesimo infondendogli lo spirito dei Padri an­
tichi. Non gli interessava la contemplazione mistica bensì il
duro lavoro, la povertà e l'obbedienza. Insisteva sul fatto
che i monaci non dovevano possedere schiavi né femmine
di animali ( abuso, questo, che riteneva particolarmente di­
sdicevole) ; che non dovevano uscire dal monastero senza
necessità; che non dovevano contrarre alcun vincolo fami-
liare con i laici, neanche se si trattava di fare da padrini; che
dovevano avere ogni cosa in comune e distribuire ai poveri
qualsiasi guadagno risultasse eccedente rispetto alle loro
necessità19. L'ideale di Teodoro era piuttosto simile a quel­
lo di Pacomio, cui assomigliava anche per il fatto di essere
a capo di una confederazione di monasteri che ammonta­
va complessivamente a un migliaio di monaci circa. Per rag­
giungere i suoi scopi Teodoro dovette istituire una gerar­
chia di comando (assistente all'abate, amministratore, assi­
stente all 'amministratore, magazziniere, ufficiali di disci­
plina e così via) e persino una sorta di carcere dove i mo­
naci che avevano peccato di disubbidienza o d'incuria ve­
nivano sottoposti a una dieta a pane e acqua (la frusta co­
me strumento di correzione non si addiceva che ai laici) 20.
Dobbiamo essere grati a Teodoro perché tra le altre occu­
pazioni manuali egli sottolineò l 'importanza della copiatu­
ra di libri, contribuendo così alla creazione del famoso
scrittorio presso il monastero di Studio .
I l monachesimo emerse assai rafforzato dalle disordinate
vicende legate all ' Iconoclasmo. Al calendario della Chiesa
d 'Oriente esso aveva aggiunto una nuova serie di martiri e di
confessori; si era anche dimostrato la voce riconosciuta del­
la coscienza religiosa, laddove i vescovi erano stati costretti
al compromesso su questioni di dottrina o di disciplina. Il
primo patriarca di Costantinopoli dopo il ' trionfo dell' Or­
todossia' , Metodi o ( 843-4 7) , era un ex monaco, analoga­
mente al suo successore Ignazio (847-58) . Abbiamo ampia
dimostrazione del fatto che fondazione di nuovi monasteri
e ampliamento di quelli preesistenti andarono di pari passo
nel nono-decimo secolo e nei seguenti - a tal punto che do­
po un po' il governo imperiale entrò in stato di allarme. Nel
935 Romano I Lecapeno decretò che era vietato ai monaste­
ri acquisire le terre dei contadini, neanche se si trattava di
donazioni21 ; la stessa proibizione venne ripetuta da Costan­
tino VII nel 947. Nel 964 Niceforo Foca si spinse oltre. In un
celebre atto di quell'anno22 criticò aspramente l ' establish-
ment monastico per la sua insaziabile avidità, per l 'acquisi­
zione di ampie zone di terreno, di edifici superbi, di innu­
merevoli capi di bestiame. Niceforo ricordava che non era
questo il modo in cui erano vissuti i Padri del deserto. Giun­
geva quindi a decretare che nessun nuovo monastero dove­
va essere fondato. Suggeriva invece di restaurare i vecchi mo­
nasteri decaduti - ma non donando loro terre. Persino i mo­
nasteri in rovina avevano campi in abbondanza: ciò che loro
mancava era la manodopera e gli animali che rendessero
produttiva la terra. Le sole scappatoie consentite da Nicefo­
ro riguardavano i monasteri che avevano perso le loro terre
per cattiva gestione (e questi casi dovevano essere investiga­
ti da ispettori governativi) e la fondazione di celle e di !avrai,
a patto che non acquistassero terre. Ora, Niceforo era un fer­
vido ammiratore della vita monastica e non possono essergli
imputati sentimenti anticlericali. Il principale obiettivo del­
la sua legge era di rendere produttive le terre dei monaci e
nel contempo arrestare la costante erosione della proprietà
contadina.
Ulteriori regolamenti, introdotti da Basilio II nel 996, ri­
velano come operava il monachesimo al livello del villaggio.
Dice Basilio: un contadino si faceva monaco, costruiva una
cappella e ad essa cedeva la sua terra. Magari altri due con­
tadini si univano a lui: alla loro morte il vescovo locale si im­
padroniva della proprietà con il pretesto che si trattava di
un monastero e la teneva per sé o la attribuiva a qualche ma­
gna te laico. L'imperatore disponeva pertanto che tali cap­
pelle non avessero lo status di monasteri e ritornassero alla
comunità di villaggio; il ruolo del vescovo doveva limitarsi
alla supervisione della condotta dei monaci residenti. Era
proibito al vescovo di esigere alcuna tassa da loro. Il nome
di 'monastero' doveva essere limitato agli istituti monastici
con un minimo di otto-dieci monaci. Costoro sì sarebbero
ricaduti sotto la giurisdizione del vescovo, libero di cedere
loro le terre a suo piacimento - ma a patto che essi non ne
acquistassero ancora23•
Per afferrare la complessità della situazione dobbiamo
tenere presenti alcuni fatti. Primo: un monastero bizantino
era di norma una azienda agricola che, debitamente ammi­
nistrata, produceva un profitto che andava ad aggiungersi
alle contribuzioni presentate dai nuovi entrati e alle altre
donazioni. Secondo: le proprietà di un monastero erano
inalienabili per diritto sia civile sia canonico: ciò significa
che o rimanevano quelle che erano o aumentavano. Terzo:
chi era proprietario di monasteri poteva appartenere a di­
versi corpi sociali: alcuni monasteri erano imperiali, altri pa­
triarcali o episcopali; alcuni erano proprietà di privati per
linea di discendenza ereditaria dal fondatore o per altre ra­
gioni; altri monasteri erano affatto indipendenti. Possiamo
ritenere che in ogni caso il proprietario trattenesse tutto il
surplus prodotto dal monastero e fosse in posizione tale da
esercitare un influsso considerevole sugli affari interni del­
l 'istituto. Il gioco degli interessi era pertanto assai comples­
so. Se il monastero non era indipendente ( autodespoton o au­
texousion) i monaci non ne erano i beneficiari principali.
Certo, il loro modo di vita poteva arrivare a essere piuttosto
confortevole ma in sostanza essi restavano sorveglianti a
metà strada tra il proprietario e i lavoratori agricoli.
Verso l'ultima parte del decimo secolo troviamo ancora
un' altra forma di amministrazione monastica. Come già se­
gnalato da Basilio Il, un convento poteva essere ceduto a un
patrono laico ( noto come charistikarios) che acquisiva il
completo controllo delle sue proprietà e dei suoi proventi
fin tanto che era in vita; tutto ciò poteva essere occasionai­
mente trasmesso per via ereditaria, ma non oltre la terza ge­
nerazione. Gli abusi che tale sistema poteva generare erano
ovvi: il patrono poteva saccheggiare il monastero, e questa
era spesso la realtà. Il filosofo Michele Psello - non meno
astuto di Voltaire nei suoi affari di finanza - acquisì diritti
su più di una dozzina di monasteri. E che succedeva se il pa­
trono era un uomo di scarso livello morale o, peggio anco­
ra, uno straniero? Alcune voci indignate si levarono a pro-
testare24, ma la Chiesa non pensò a prendere prowedi­
menti per l'abolizione di tale sistema che giunse al suo api­
ce nell'undicesimo secolo per poi declinare alquanto ma
restare comunque in vigore sino alla fine dell' Impero. La
ragione può essere stata che la Chiesa semplicemente non
era in grado di seguire l 'enorme numero di monasteri sot­
to la sua giurisdizione nominale e riconosceva che, quali
che fossero gli abusi commessi, restava sempre meglio ave­
re i monasteri amministrati da laici influenti piuttosto che
non averli amministrati affatto.
Abbiamo molte informazioni in merito alle proprietà
monastiche a partire dall'undicesimo secolo e ancor più ne
avremo una volta che gli archivi del Monte Athos saranno
pubblicati integralmente25. C'è anche la testimonianza dei
monumenti architettonici. Di sicuro non è un caso che i più
splendidi edifici religiosi del periodo medio bizantino sia­
no edifici monastici. Proviamo a limitarci alla Grecia: tutte
le più importanti chiese soprawissute a partire dall' 850 ap­
partenevano ai monasteri: Skripou, Hosios Loukas, la Nea
Moni di Chio, Daphni e via dicendo, sino alla fine dell' Im­
pero. Non troviamo pari splendore e ostentazione in alcu­
na chiesa episcopale o parrocchiale.
Se Giovanni Mosco avesse potuto lasciare l'aldilà per vi­
sitare i monasteri bizantini dell'undicesimo o del dodicesi­
mo secolo sicuramente sarebbe rimasto sorpreso e non po­
co rattristato. Tuttavia in superficie nulla era mutato. Si per­
seguivano visibilmente i medesimi ideali; si applicavano (o
più probabilmente non si applicavano) i medesimi canoni
disciplinari; i predicatori sostenevano la medesima defini­
zione della vita monastica. C'erano, come prima, eremiti,
stiliti, cenobi e persino !avrai sul modello palestinese. Cer­
to, la geografia del monachesimo era assai mutata. I mona­
steri erano sparsi per tutti i territori bizantini, comprese
adesso anche le città, ed era nato un buon numero di cen­
tri importanti. Il più notevole, a partire dall'ottavo secolo,
era in Bitinia: l'Olimpo (oggi Uludag) con la campagna che
lo circondava. Là vissero san Platone, zio di Teodoro Studi­
ta; Teodoro medesimo; san Metodio, poi divenuto patriar�
ca; san Teofane Confessore; san Ioannicio il Grande; san
Metodio, il futuro apostolo degli Slavi - e tutta una schiera
di santi minori la cui ora di gloria coincise con la seconda
persecuzione iconoclastica. L'altro grande centro, a partire
dalla fine del secolo decimo, fu il Monte Athos che con l'an­
dare del tempo eclissò tutte le altre montagne sacre. Il Mon­
te Latmos ( Latros) , vicino a Mileto, acquistò importanza
prima del decimo secolo e il Monte Galesio, vicino a Efeso,
nell'undecimo. Tra i centri minori possiamo menzionare il
Monte Kyminas ai confini della Bitinia e il Monte Ganos in
Tracia. Piuttosto rimarchevole è il fatto che l'Asia Minore
centrale e orientale - eccettuato il Ponto - facciano ben po­
ca figura negli annali del monachesimo bizantino. In Cap­
padocia sono certamente esistiti molti monasteri, ma non
hanno lasciato pressoché alcuna documentazione scritta.
C 'era sicuramente spazio per una riforma del monache­
simo orientale, soprattutto nell' undicesimo secolo, quando
la struttura della società subì mutamenti importanti. Vi fu­
rono taluni fermenti nei circoli monastici; una figura si sta­
glia su tutte, quella di Simeone il Nuovo Teologo. Vissuto
dal 949 circa al l 022, egli fu un mistico e non un riforma­
tore, ma esercitò un considerevole influsso sotto almeno
due aspetti. Probabilmente per reazione al vuoto materiali­
smo dei monasteri del suo tempo egli asserì che proposito
della vita spirituale era una trasformazione interiore che
portasse a una visione diretta di Dio, manifestato in guisa di
luce ineffabile. Insisté anche sull'importanza della totale
ubbidienza a un mentore spirituale la cui autorità di 'lega­
re e sciogliere ' , provenendo da Dio, era superiore a quella
di qualsiasi prete designato dagli uomini. Certo, Simeone
apparteneva a una corrente mistica che aveva lontani ante­
cedenti nella Chiesa Orientale, una corrente che possiamo
far risalire sino a san Massimo il Confessore ed Origene: ma
ciò che è particolarmente rimarchevole nel presente con-
testo è la franchezza con cui attaccò il clero istituzionale. Si­
meone sosteneva che vescovi e preti con la loro indegna
condotta avevano perduto il dono della grazia ricevuta da­
gli apostoli per diventare non migliori dei laici. Del sacer­
dozio restavano solo le pretese e l' aspetto esteriore, mentre
il dono spirituale era passato ai monaci - ma non certo a
tutti, solo a coloro la cui virtù era resa visibile da segni. Era­
no questi i soli veri cristiani, successori degli apostoli26•
Come è comprensibile, Simeone destò considerevole ir­
ritazione nelle autorità ecclesiastiche e fu persino bandito
dalla capitale. Simeone aveva comunque la fortuna di ap­
partenere a una famiglia eminente e di vivere in un perio­
do tutt'altro che intollerante; gli sarebbe altrimenti toccata
una sorte ben più dura, specialmente dato che la sua dot­
trina sembrava risentire gli influssi dei messaliani. E se fos­
se stato meno entusiasta Simeone si sarebbe probabilmen­
te reso conto che il monachesimo era divenuto inerte qua­
si come il clero secolare. lnvero, !ungi dall'agire quale voce
della coscienza ortodossa, il monachesimo stava per subire
l 'attacco dei vescovi. Possiamo fermarci per esaminare l'ac­
cusa ai monaci formulata da Eustazio di Tessalonica al vol­
gere del secolo dodicesimo27.
Eustazio non era un asceta e ammetteva che i monaci
avevano il diritto di vivere bene, a patto che sapessero farlo
con gusto. Eustazio racconta la storia dell 'imperatore Ma­
nuele I Comneno che una notte decise di allestire un ban­
chetto per le nozze di un gentiluomo. Nel palazzo a così tar­
da ora non si poterono trovare i cibi necessari. Allora fu in­
viato un emissario presso il vicino monastero di San Gio­
vanni in Petra. Sebbene fosse la settimana della Tirofagia,
precedente la Quaresima, i bravi monaci non ebbero pro­
blemi a fornire diversi tipi di pane, vino secco e vino dolce,
frutta, olive, formaggio, pesce fresco e in salamoia nonché
caviale rosso e nero (importato, quest'ultimo, dal Don) .
Agli occhi di Eustazio questo era un lodevole esempio di ab­
bondanza monastica. Il problema dei monaci con cui egli
ebbe a che fare - forse quelli del Monte Athos - è che era­
no insieme rozzi e avidi. Provenivano dagli strati più bassi
della popolazione: tessitori, sarti, calderai, conciatori, men­
dicanti, ladri. Risultato: erano pressoché analfabeti, non
leggevano mai un libro (al contrario: vendevano i libri del­
le biblioteche monastiche) , non volevano ammettere in
monastero nessuna persona istruita. Anziché 'far filosofia'
nei loro monasteri passavano la maggior parte del tempo
nella piazza del mercato ed erano esperti a comprare a
buon prezzo e vendere caro. Ottenevano rendite esorbi­
tanti dai loro fittavoli; defraudavano deliberatamente i do­
natori ricchi; falsificavano gli atti di proprietà; andavano a
caccia; portavano armi. Molti di loro mantenevano le loro
proprietà personali e giungevano ad accrescerle: alcuni si
impegnavano nel commercio e nell'usura. Per colmare la
misura: i monaci disprezzavano il clero. Davano continui fa­
stidi al vescovo e provocavano danni calcolati alle terre ve­
scovili, ora chiudendo strade, ora stornando i corsi d'acque.
Vescovi e monaci si ritorcevano le loro accuse, ma la vita
nei monasteri continuava come prima. Per illustrarne l'an­
damento ho scelto due esempi pressoché coevi tra loro ed
entrambi appartenenti alla medesima provincia: Cipro. Il
primo, quello del monastero di Machairas, è certamente il
più tipico. Il secondo, quello di san Neofito, ci rivela una
personalità di spicco e quale sorte arrise ai suoi sforzi.
Conosciamo la storia di Machairas dal typikon del mona­
stero28. Intorno alla metà del dodicesimo secolo un eremita
palestinese, Neofito (da non confondersi con il suo più fa­
moso omonimo che abbiamo or ora menzionato) , lasciò il
deserto presso il fiume Giordano e giunse a Cipro dove si pre­
parò una capanna su un ripido monte; erano i contadini a nu­
trirlo. Lo accompagnava un discepolo, Ignazio. Alla morte di
Neofito, Ignazio si prese un nuovo compagno. I due comin­
ciarono a nutrire progetti più ambiziosi e così andarono a Co­
stantinopoli per presentare una petizione all'imperatore.
Manuele I garantì loro montagna e circondario senza alcun
costo - anzi, con una rendita annua di cinquanta pezzi d 'oro.
Decretò inoltre l 'assoluta indipendenza del monastero. Ciò
consentì a Ignazio di fondare una cappella, di predisporre al­
cune celle e di organizzare una comunità di cinque-sei mo­
naci. Finora la storia è del tutto normale.
Nel 1 1 72 entrò nella comunità l 'energico Nilo: sembra
che fosse anch'egli di origine palestinese. Si rese utile dap­
prima procurando provviste alimentari dalla Cilicia in tem­
po di carestia; poi divenne anche abate. Il suo passo suc­
cessivo fu di sollecitare donazioni dai fedeli, sotto forma di
terreni e di animali da fattoria. Il successo arrise alla sua im­
presa; riuscì poi a costruire una chiesa, un refettorio e un'a­
la residenziale. Il complesso era circondato da un fossato.
Il monastero venne consacrato dal vescovo locale, cui ven­
ne fatto intendere che il suo solo diritto stava nel sanziona­
re l'elezione dell'abate. Una seconda delegazione fu man­
data a Costantinopoli per ricevere dall'imperatore !sacco II
( 1 185-95) la concessione di un orto demaniale a Nicosia e
un'esenzione fiscale di dodici pezzi d'oro. A ciò seguì una
crisobolla dell'imperatore Alessio II ( 1 1 95-1 203) che diede
al monastero la completa e perpetua esenzione dalle tasse
sulle sue terre e su ventiquattro fittavoli (paroikoi) . Entram­
bi gli imperatori potevano permettersi di essere generosi
giacché nessuno di loro aveva dominio su Cipro che, dive­
nuta principato indipendente nel 1 1 85, fu conquistata da
Riccardo Cuor di Leone nel 1 1 9 1 . Ma anche se Nilo non
trasse profitto reale da questi privilegi, le proprietà accu­
mulate erano più che sufficienti. Per il 1 2 1 0, anno cui risa­
le la redazione della versione finale del typikon, nella vicina
città di Tamasos Nilo aveva anche fondato un convento fem­
minile cui spettava 1'8 per cento delle entrate nette del mo­
nastero. Oltre a tale 8 per cento i preti officianti nel pre­
detto convento dovevano essere pagati ventiquattro pezzi
d'oro all'anno. Se supponiamo che il salario dei preti am­
montasse a un quarto della dotazione del convento (pro­
babilmente era di meno) , scopriamo che il totale delle en-
trate per anno era di 1 .200 pezzi d'oro, somma più che rag­
guardevole per l 'epoca nonché assai lontana dai cinquanta
pezzi di qualche decennio prima.
Le norme del typikon sono particolarmente dettagliate in
materia di amministrazione. La comunità cui il typikon si ri­
ferisce era di notevoli dimensioni e non doveva essere ulte­
riormente ingrandita; si elargivano comunque incentivi
speciali per l 'ammissione di persone eminenti (periphaneis) ,
che potevano essere sottoposti a tonsura dopo un noviziato
di sei mesi, laddove la gente comune - secondo la legisla­
zione giustinianea - doveva aspettare tre anni, da dedicarsi
ai lavori più umili. In linea di principio l 'ammissione non
aveva costi, ma le donazioni non erano scoraggiate; una vol­
ta elargite, non erano recuperabili. Oltre all'abate il perso­
nale comprendeva un primo e un secondo oikonomos, un sa­
crestano, due addetti al vestiario ( docheiarioi) , due o più ma­
gazzinieri, un ispettore di disciplina e via dicendo. Tutti i
prodotti dovevano essere attentamente misurati in presen­
za di testimoni; dovevano tenersi conti regolari, i magazzi­
ni andavano controllati, le vesti nuove dovevano essere ce­
dute ai monaci solo dietro ricevuta delle vecchie. Possiamo
dubitare che all'epoca esistesse a Cipro un'impresa agrico­
la dall'organizzazione più efficiente del monastero di Ma­
chairas. Su un solo argomento Nilo ha pochissimo da dirci
ed è l'istruzione. Nilo specificamente proibisce che fan­
ciulli laici siano ammessi nel monastero a tale scopo. Pote­
vano entrare solo i ragazzi che intendevano farsi monaci: in
tal caso avrebbero imparato il Salterio e il servizio divino in
una cella a parte. Chiaramente il monastero di Machairas
non era un centro di cultura.
Qualche decennio prima un altro cipriota, Neofito, era
ispirato da ideali più rigidi. Veniva da una famiglia conta­
dina e quando - aveva diciotto anni - entrò nel monastero
di San Crisostomo, vicino a Nicosia (era il l 1 52) , non sape­
va leggere né scrivere. Così per cinque anni dové badare al­
le vigne della comunità; in quel periodo acquisì i primi ru-
dimenti dell'alfabetismo e apprese a memoria il Salterio. Il
desiderio della vita eremitica lo consumava: gli venne allo­
ra permesso di andare in Palestina per cercarsi un mento­
re adatto, ma la ricerca non fu soddisfacente. Di ritorno a
Cipro, decise di continuare per il Monte Latmos nei pressi
di Mileto. Si diresse allora a Pafo, sperando di trovare una
nave, ma venne arrestato perché sospetto di fuga; perse an­
che tutto il suo denaro (due pezzi d'oro) . Rimasto comple­
tamente all'asciutto, prese a vagabondare nei sobborghi
sinché non trovò la spelonca dove avrebbe poi passato il re­
sto della sua lunga vita (morì dopo il l 21 4 ) .
La sua successiva ascesa alla fama si deve in gran parte al
vescovo di Pafo, Basilio Cinnamo, che, a giudicare dal nome,
doveva essere un aristocratico d'Asia Minore o di Costanti­
nopoli. Fu lui a ordinare Neofito presbitero e a persuaderlo
a trovarsi una comunità. Ma l'eremita era affatto dissimile
dall'astuto Nilo. I suoi sforzi mirarono a mantenere il mona­
stero piccolo, a resistere all'acquisizione di proprietà terrie­
ra. Solo dopo la conquista latina ( 1 1 9 1 ) , quando il cibo co­
minciò a scarseggiare e la comunità ad accrescersi per gli in­
flussi stranieri - solo allora Neofito, pur ritenendoli mali ne­
cessari, acconsentì a che si acquistasse un poco di terra ara­
bile, una vigna, qualche capo di bestiame.
Seduto solo nella sua grotta ( enkleistra) , Neofito si dedicò
alle sue imprese letterarie. Certo, la sua cultura non era
molto approfondita, limitandosi alla Bibbia, a qualche Pa­
dre della Chiesa, a qualche Vita di santo. Tuttavia, se consi­
deriamo la sua estrazione sociale, Neofito aveva letto pa­
recchio; quel che è più, aveva acquisito una notevole pa­
dronanza, se non proprio dell'ortografia, certo del greco
ecclesiastico. Neofito amava anche collezionare libri. In un
passo ci dice di avere cercato per trentasette anni in tutta
l 'area occidentale di Cipro una copia dello Hexaémeron di
san Basilio, ma invano. Ammissione interessante: si trattava
di un'opera assai comune. Comunque sia, Neofito riuscì a
mettere insieme una biblioteca di una cinquantina di volu-
mi: numero rispettabile per un monastero di provincia.
L'attività letteraria originale di Neofito ammonta a sedici
opere di contenuto religioso che l'autore si compiace di
enumerare nel suo typikon. A volte Neofito scriveva anche
in versi. E tuttavia la maggior parte della sua produzione let­
teraria, che era non solo edificante ma anche accessibile a
un pubblico di modesta cultura, non venne letta. Parecchie
sue opere sono sopravvissute in esemplari unici: gli stessi
che il santo in persona depositò nella biblioteca del suo mo­
nastero. Là rimasero ad accumulare polvere sinché, nel se­
colo diciassettesimo, vennero acquistati da agenti del go­
verno francese29•
Il monastero di san Neofito ha continuato a vivere fino al
giorno d 'oggi e non si può dire che l'occupazione latina gli
abbia causato privazioni. Al contrario, abbiamo le tracce di
una certa prosperità. Al volgere del quindicesimo secolo la
rendita annua era di duecento ducati veneziani e si erigeva­
no nuovi edifici, tra i quali un'ambiziosa chiesa. Tuttavia il
monastero non produsse figure rilevanti in campo spiritua­
le o letterario. L'espresso desiderio del fondatore che l'aba­
te, seguendo il suo esempio, fosse un eremita, venne presto
trascurato. Lungi dal diventare centro di virtuoso ascetismo
l 'Enkleistra si trasformò in un comune koinobion - un'im­
presa agricola uguale a tutti gli altri monasteri di Cipro.
Nel corso della sua lunga esistenza il monachesimo bi­
zantino non si scostò mai dalla sua matrice originaria. L'u­
nica possibilità di riforma stava nel ritorno a un'interpreta­
zione più rigida dei Padri del deserto o in un ripiegamento
interiore, nel senso di un misticismo che solo pochi pote­
vano condividere. Così l'eredità di Simeone il Nuovo Teo­
logo venne raccolta, nel quattordicesimo secolo, dagli esi­
casti del Monte Athos. Le controversie relative alla 'luce in­
creata' del Monte Tabor nonché al metodo di consegui­
mento della beatifica visione trattenendo il respiro duran­
te la recitazione della 'preghiera di Gesù' appartengono al­
la storia della spiritualità più che alla storia del monachesi-
mo come istituzione. Possiamo notare, comunque, che il
' manifesto' di Gregorio Palamas ( 1 340) formalmente ap­
provato dalla Chiesa Greca caratterizza esplicitamente i mo­
naci quali esseri provvisti di visione spirituale, cui i misteri
del mondo awenire erano rivelati proprio come ai profeti
dell'antico Testamento era stato concesso conoscere le ve­
rità del Cristianesimo30. Resta però difficile immaginare
che i bravi monaci di Vatopedi, che combattevano a suon di
bastonate i loro vicini di Esphigmenou per il possesso di
qualche pezzo di terra, quando non si passava a incendiar­
si reciprocamente gli alberi31, fossero gli stessi monaci che
reclamavano per sé una posizione così eminente nel gran­
de disegno di Dio.
Con la loro lunga tradizione di testardaggine unita alla
capacità finanziaria i monasteri bizantini erano ben prepa­
rati a sopravvivere sotto dominazione straniera. Quelli del
Monte Athos ottennero benefici considerevoli passando
sotto il re di Serbia Stefano Dusan. Quando, pochi decen­
ni dopo, i Turchi Ottomani apparvero per la prima volta in
Europa, i monasteri dell'Athos neppure aspettarono l'ini­
zio del dominio turco. Andarono direttamente dal sultano,
offrirono la loro sottomissione e ottennero la conferma dei
loro diritti di proprietà terriera ( 1 372 circa) 32• Negli anni
di confusione che seguirono essi riuscirono addirittura ad
ampliare i loro possedimenti e a impegnarsi in altre van­
taggiose attività. Certo, non possiamo dire lo stesso di tutti
i monasteri, ma quelli che sopravvissero alla conquista non
se la passarono affatto male durante i cinque secoli di do­
minazione turca. Così il monachesimo bizantino soprawis­
se all' impero bizantino.

NOTE

1 Vita S. Antonii, capp. 3 sg., PG XXVI 844 sg.


2 Vd. per es. The O:ryrhynchus Papyri, Il, Londra 1 899, nn. 251-53.
� Vita S. Antonii, cap. 14 (ci t., 865 ) .
4 A. Boon, Pachomiana latina, Lovanio 1 932, pp. 3 sgg.
5 Praecepta, par. 49 (ivi, p. 25) .
6 J.B. Pitra, luris ecclesiastici graecorum historia et monumenta, l, Roma 1 864, pp.
487 sgg.
7 Epistula Ammonis, par. 2, in S. Pachomii vitae graecae, ed. F. Halkin, Bruxelles
1 932, p. 97.
8 Regulae fusius tractatae, PC XXXI 925C.

9 lvi 905 sgg.


,

10 H. Delehaye, Les saints stylites, Bruxelles 1923, pp. 1-94.


1 1 Cod. Theod., XVI 3, l sg.
1 2 Giovanni Crisostomo, Adv. oppugnatores vitae monast. , PC XLVII 320-22.
13 Vie de Théodore de Sykéon, ed. A.:J. Festugière, 2 voli., Bruxelles 1970.
1 4 Se ne veda la Vita, edita da L. Rydén [per la trad. i t. vd. n. l al cap. 2] ; Eva­
grio, Historia ecclesiastica, IV 34 (ed. J. Bidez - L. Parmentier, Londra 1898) .
15 just. Nov., V.
1 6 Testo (insoddisfacente) in PC LXXXVII/3, 2852 sgg. Trad. frane. di M.:J.
Rouet de Journel, Le Pré Spirituel, Parigi 1946.
1 7 Ed. E.W. Brooks, PO XVII, XIX.
18
Teofane, Chronographia, A. M. 6262 (ed. C. de Boor, Lipsia 1883, p. 445 ) .
1 9 S i veda i n particolare i l suo Testamentum, P C XCIX 1 8 1 7 sgg.
2o Hypotyposis, par. 25 ( ivi, I 7 1 3A) .
2 1 Zepos,jus, I, p. 2 1 3 .
22 lvi, pp. 249 sgg.
23
lvi, pp. 267-69.
24 Vd. in particolare Giovanni d'Antiochia, De monasteriis laics i non tradendis,
PC CXXXII 1 1 1 7 sgg.
25 Vd. Archives de l'Athos, fondati da G. Millet, a cura di P. Lemerle et al., Pa­
rigi 1937.
26 Vd. in particolare il Trattato sulla Confessione in K. Holl, Enthusiasmus und
Bussgewalt beim griechischen Monchtum, Lipsia 1 898, pp. I lO sgg.
27 De emendanda vita monachica, in Eustathii opuscula, ed. T.L.F. Tafel, Fran­
coforte s. M. 1832 (rist. Amsterdam 1 964) , pp. 215 sgg.
28
Kypriaka typika, ed. I.P. Tsiknopoullos, Nicosia 1969, pp. l sgg.
29 Neofito, Typikon, ivi, pp. 69 sgg. Per un esame della sua vita vd. C. Mango
- EJ.W. Hawkins, 17le Hermitage ofSt. Neophytos and its Wall Paintings, in DOP, XX,
1 966, pp. 1 22 sgg.
30 Hagioreitikos tomos, in Orégoriou tou Palama syngramata, ed. P. Chrèstou et al.,
II, Salonicco 1 966, pp. 568 sg.
31 Actes d 'Esphigménou Archives de l 'A thos, VI, ed.J. Lefort, Parigi 1973, n. 1 2,
=

pp. 89 sg.
32Vd. N. Oikonomidès, Monastères et moines, lors de la conquéte ottomane, in «Sud­
ost-Forschungen», XXXV, 1 976, pp. l sgg.
CAPITOLO SESTO

L'ISTRUZIONE

Quando, nel quarto secolo, il Cristianesimo trionfò sul


paganesimo, in tutto l 'Impero esisteva un modello di istru­
zione liberale che non aveva subìto cambiamenti fonda­
mentali a partire dall'età ellenistica per un arco di cinque­
cento anni circa. Dobbiamo cominciare descrivendone gli
elementi essenziali.
L'educazione dei ragazzi comprendeva tre stadi, come
accade ancora oggi: livello elementare, livello secondario e
livello superiore. A partire circa dal settimo anno di età, i
ragazzi (e a volte anche le ragazze) venivano mandati da un
maestro elementare (grammatistes) che inculcava in loro la
conoscenza dell'alfabeto, la lettura ad alta voce, lo scrivere
e il far di conto. Si trattava di operazioni assai elementari e
il grammatistes, che era di solito un libero professionista sen­
za qualifiche formali, aveva uno status sociale piuttosto bas­
so - a malapena superiore a quello di un artigiano. Per una
notevole parte del pubblico l 'istruzione si fermava al livello
elementare, lasciando indelebili ricordi delle punizioni in­
flitte dal maestro, di un'infinità di ripetizioni e di esercizi
mnemonici. Del livello successivo o secondario rispondeva
un insegnante non solo diverso ma anche assai meglio pa­
gato: il grammatikos, che spiegava non tanto la 'grammatica'
nella nostra accezione del termine (faceva anche questo)
quanto un numero scelto di autori 'classici ' , principalmen­
te poeti e soprattutto Omero. Conosciamo piuttosto parti­
colareggiatamente il metodo seguito dal grammatikos nel
periodo tardo antico; per ciascun testo studiato esso preve-
deva quattro operazioni, vale a dire la correzione ( diorthO­
sis) , la lettura ad alta voce ( anagnosis) , la spiegazione ( exege­
sis) e la critica ( krisis) . Tutto ciò può sembrare molto for­
male e di fatto lo era. Come ' correzione' si intendeva il con­
fronto del testo del maestro con quello degli studenti per
accertarsi che fossero identici, cosa che non poteva darsi
per scontata. Il testo veniva quindi recitato con l ' intonazio­
ne adatta, e questo andava fatto perché in età antica le pa­
role erano scritte senza separazione e senza punteggiatura.
Una volta letto ad alta voce, il testo doveva essere spiegato,
dapprima linguisticamente (in genere la lingua di Omero
e degli altri poeti antichi non veniva capita) , poi storica­
mente, nel senso che i nomi dei vari personaggi mitologici
e anche i nomi geografici dovevano essere identificati e ap­
presi a memoria. Infine la krisis, attinente non tanto alla cri­
tica letteraria quanto all'identificazione delle lezioni mora­
li che potevano essere estratte dai testi antichi.
Allo studio dei poeti si accompagnava quello della gram­
matica, di solito nel manuale di Dionisio Trace (primo seco­
lo a.C.) che godé di enorme prestigio nel corso di tutta l'età
bizantina. Era poco più di una classificazione del linguaggio:
vocali e consonanti, quantità delle vocali (in altre parole se
erano lunghe, brevi o adiafore) , dittonghi, le otto parti del
discorso, il numero, declinazione, coniugazione e via dicen­
do. Ricco di questo equipaggiamento lo studente doveva af­
frontare un certo numero di esercizi (progymnasmata) se­
condo un debito criterio di progressività e definizione. I pri­
mi quattro o cinque tipi erano svolti nella scuola secondaria,
il resto toccava allo stadio d 'istruzione superiore. Nell'im­
portante manuale di Ermogene (secondo secolo d.C.) ven­
gono elencati i seguenti dodici esercizi:
l . La favola ( di solito sugli animali) .
2. Il racconto ( diegema) , definito come ' esposizione di
qualcosa che è accaduto o che sarebbe potuto accadere' .
3 . L a massima p regnante ( chreia) .
4. Il detto gnomico (gnomi) , diverso dalla chreia perché
quest'ultima poteva contenere un elemento di azione (per
esempio un breve aneddoto) , laddove la gnome era limitata
a un'enunciazione generale volta a scopi di incoraggia­
mento o dissuasione.
5. La confutazione ( anaskeué) o la confermazione ( kata­
skeué) di una data proposizione.
6. Il luogo comune ( koinos topos) , vale a dire l ' elabora­
zione di una tesi generale, per esempio pro o contro una
data classe di persone (campioni di valore o criminali) la
cui eccellenza o colpevolezza era fuor di dubbio.
7. La lode ( enkomion) di una data persona o animale o
qualità astratta o città e via dicendo, o il suo opposto e cioè
l'invettiva (psogos) .
8 . La comparazione ( synkrisis) .
9. Lo schizzo di carattere ( éthopoiia) , normalmente sotto
la forma di un breve discorso che qualche figura famosa
avrebbe potuto pronunciare in una data occasione, mirato
a comunicare lo stato d ' animo (felicità o dolore) e la natu­
ra (uomo o donna, giovane o vecchio) del parlante.
1 0. La descrizione ( ekphrasis) di un oggetto, un luogo, ec­
cetera.
1 1 . La discussione di un tema generale ( thesis) , tipo ' Ci
si deve sposare ? ' . Le questioni scientifiche andavano evita­
te poiché rientravano nelle competenze dei filosofi.
1 2 . La proposta di una legge o di un provvedimento ( no­
mou eisphora) 1 .
Tali esercizi venivano minuziosamente distinti l'uno dal­
l ' altro e suddivisi: per esempio una thesis veniva ritenuta di­
versa da un koinos topos perché riguardava un punto sog­
getto a discussione; inoltre, poteva essere semplice ( 'Ci si
deve sposare? ' ) , semplice con una applicazione particolare
('Deve un sovrano sposarsi? ' ) , duplice ( ' Si deve gareggiare
nei giochi atletici o lavorare la terra? ' ) e via dicendo. Per
ogni esercizio erano stabiliti temi standard e predisposta
una struttura invariabile. Nel caso della chreia, per esempio,
il tema poteva essere il detto di Isocrate <<Amara la radice
dell'apprendere, dolce il suo frutto» . Allora l'allievo dove­
va comporre il suo esercizio in forma tripartita: l . Elogiare
Isocrate per la sua sapienza; 2. Parafrasare la sua massima;
3. Giustificarla in termini positivi ( ' Ciò che più è meritevo­
le può essere conseguito solo con lo sforzo, ma una volta
conseguito arreca piacere' ) o negativi o con un esempio.
Gli studi letterari detenevano un ruolo preponderante
nell'istruzione secondaria, ma c 'erano anche quattro ma­
terie scientifiche (il quadrivium medievale) e cioè aritmeti­
ca, geometria, astronomia e teoria musicale a costituire, al­
meno in linea di principio, ciò che si definiva enkyklios pai­
deia owero istruzione generale o completa. Il termine com­
pare frequentemente nei testi bizantini ma è difficile dire
se i beneficiari di siffatta istruzione avessero veramente stu­
diato tutte o almeno qualcuna delle materie scientifiche in
oggetto o se semplicemente avessero frequentato una scuo­
la superiore. Quest'ultima alternativa è la più probabile e
sembra che già ben prima dell'età bizantina le scienze fos­
sero sempre più confinate nell'istruzione superiore e per­
tanto destinate soltanto a coloro che desideravano impa­
dronirsene.
Dell'istruzione superiore abbiamo già descritto in buona
parte il curriculum. Era il retore o sofista a impartirla e ciò
poteva awenire solo nelle grandi città. Il retore/sofista con
una cattedra fissa veniva designato dal consiglio cittadino e
riceveva un suo salario, come pure aveva il beneficio di talu­
ne esenzioni. Nella pratica riceveva anche pagamenti o do­
ni dai suoi allievi. Se invece si trattava di un libero professio­
nista (e molti lo erano) dipendeva interamente dalle rette
che faceva pagare agli allievi. C'era così una competizione
interna tra docenti che poteva anche sfociare in duelli o nel
rapimento degli studenti. I ragazzi solitamente cominciava­
no ad affrontare l 'istruzione superiore a quindici anni e con­
tinuavano per quanto tempo consentissero le circostanze o
i desideri: un corso completo richiedeva circa cinque anni,
ma molti abbandonavano gli studi dopo due o tre anni. Co-
me è naturale, la maggior parte degli studen ti proveniva dal­
le agiate famiglie dei decurioni, dei funzionari imperiali e
degli awocati. Non abbiamo modo di valutare il numero de­
gli studenti, ma potremmo essere nel giusto dicendo che nei
centri maggiori essi erano nell' ordine delle centinaia piut­
tosto che delle migliaia. Libanio, che era il più eminente so­
fista di Antiochia nella seconda metà del quarto secolo, di
norma aveva una cinquantina di studenti nel suo istituto; c'e­
rano quattro assistenti ad aiutarlo. Dato che la sua attività
d'insegnante ad Antiochia durò per più di un quarantennio,
se consideriamo che un corso di durata media avrà richiesto
tre anni circa, possiamo calcolare che furono circa 700 gli
studenti passati per le sue mani. E Libanio non era l 'unico
sofista della capitale di Siria2.
Oltre alla retorica, che costituiva il contenuto standard
dell'istruzione superiore, si poteva accedere ad alcune altre
materie più tecniche. La filosofia (compreso, almeno in li­
nea di principio, ciò che oggi intendiamo per 'scienza ' ) fio­
riva ad Atene e ad Alessandria; la medicina ancora ad Ales­
sandria, a Pergamo e altrove; gli studi di legge a Beirut. Co­
munque non c' era nulla nel mondo antico che corrispon­
desse a un'università nel senso di un consorzio riconosciu­
to di docenti di varie discipline che offrisse un corso di stu­
di che poi portava a un diploma. La Scuola di Alessandria
o quella di Costantinopoli (ne parleremo in seguito) si av­
vicinano maggiormente al nostro concetto di università, ma
anche lì, e lo vedremo, la gamma delle materie insegnate
era assai limitata. L'erudito in erba era pertanto costretto a
non pochi spostamenti. Ultimata la scuola secondaria nel­
la sua cittadina doveva recarsi in un centro più importante,
quale Antiochia o Smirne o Gaza per studiare con un reto­
re eminente; ma se era la filosofia ad attrarlo, doveva tra­
sferirsi ad Alessandria o ad Atene. Ricerca dell'erudizione
e viaggi andavano di pari passo. Il tutto era costoso: il gio­
vane doveva non solo mantenersi per anni in città a lui stra­
niere ma anche pagare i suoi insegnanti. Alla mobilità de-
gli studenti corrispondeva quella dei docenti: per esempio
Libanio aveva insegnato a Nicomedia, Nicea e Costantino­
poli prima di sistemarsi nella sua città natale, Antiochia.
Tale, in breve, si presentava il mondo dell'istruzione for­
nita dalla metà orientale dell'Impero nel corso dei primi se­
coli; né era diverso nella metà occidentale se non per il fat­
to che al posto del greco si usava il latino. Tralasciamo per
il momento l ' atteggiamento della Chiesa: non possiamo
non domandarci se un sistema siffatto rispondesse alle ne­
cessità della vita di allora. Sicuramente è un paradosso che
un'istruzione in gran parte orientata verso l'arte del parla­
re in pubblico in assemblee di cittadini (ci si sarà accorti
che l 'esercizio più avanzato prescritto da Ermogene era la
proposta di una misura legale ) risultasse predominante in
un'epoca di estinzione della democrazia. Difficile immagi­
nare che le comuni questioni dibattute nei consigli muni­
cipali (dagli scarichi fognari ali' offerta di pubblici spetta­
coli) richiedessero fughe retoriche sublimi come quelle di
Demostene o di Isocrate. Tanto più che la retorica era in­
segnata in greco attico: ormai una lingua morta sotto ogni
aspetto. Si è calcolato che tra i numerosi studenti di Liba­
nio che possiamo identificare circa il 40 per cento entrò
nella burocrazia statale, il 30 per cento si dedicò alle pro­
fessioni liberali (principalmente all'avvocatura, che all' e­
poca non richiedeva un tirocinio legale) , il 20 per cento ri­
tornò al dovere ereditario di decurione e il iO per cento de­
gli studenti divennero insegnanti3. Solo di quest'ultimo e
più piccolo gruppo può dirsi che seppe impiegare a fini
pratici la propria istruzione. Per gli altri si trattava di un al­
lenamento intellettuale, della capacità di vergare un'epi­
stola elegante se le circostanze lo richiedevano e soprattut­
to di un comune repertorio di clichés che costituivano la
' cultura ' .
Non è del tutto anacronistico domandarci s e i l sistema
rispondesse alle necessità della vita giacché sappiamo che il
governo burocratico istituito da Diocleziano ed elaborato
dai suoi successori creava dawero la domanda di talune
competenze che l'istruzione liberale non era in grado di
fornire. Si trattava dello studio del latino nelle province
orientali e dell'acquisizione di capacità notarili quali la ste­
nografia e la contabilità. La violenta opposizione di Libanio
a questi studi illiberali dimostra che egli sentiva minacciata
la sua professione. Al vedere una grande quantità di stu­
denti optare per la scuola di legge a Beirut egli reagì come
oggi farebbe un professore di letterature classiche abban­
donato dai suoi studenti per gli studi di business administra­
tion. La conoscenza di quella lingua barbara che era il lati­
no non si limitava a diventare requisito indispensabile per
intraprendere gli studi legali; il suo impiego a scopi ammi­
nistrativi stava crescendo nel quarto secolo (si trattò co­
munque di un fatto solo temporaneo) . Quanto al tirocinio
notarile, agli occhi di Libanio si addiceva a schiavi e non a
gentiluomini. Tuttavia erano i ' tecnocrati' ad ascendere ai
posti più alti dell'amministrazione statale.
L'organizzazione della 'Università' di Costantinopoli
( 425) può mostrarci quali fossero i desideri del governo nel
campo dell'istruzione. Certo anche in precedenza era stato
possibile accedere all'istruzione superiore in Costantino­
poli; se non a partire dai tempi di Costantino, almeno da
Costanzo II. Dalla vicinanza alla corte c'erano da aspettarsi
molti vantaggi, e tali aspettative non mancarono di attrarre
nella nuova capitale un buon numero di retori eminenti,
compreso, come si è visto, Libanio, che non vi rimase a lun­
go, e Temistio (morto nel 388) che fece una brillante car­
riera e ascese al rango di senatore e divenne persino pre­
fetto della città nonostante fosse pagano. L'imperatore lo
apprezzava perché elevava il livello culturale della città che
grazie a lui divenne «comune ostello di cultura>>4• In altri
termini, nonostante le sue origini recenti Costantinopoli si
stava awiando a diventare una 'città universitaria' . Sembra
comunque che dopo qualche tempo il governo si sentì in­
soddisfatto del modello d ' istruzione tradizionale: di qui la
creazione di una università statale. Una delle molte norme
emanate nel 4255 incomincia regolando lo status degli in­
segnanti che lavoravano da liberi professionisti. Essi pote­
vano continuare i loro corsi a patto di farlo privatamente;
non potevano usare pubblici auditori. Per converso, i pub­
blici insegnanti non potevano impartire lezioni private. La
composizione del corpo insegnante di Stato prevedeva tre
oratores e dieci grammatici per il latino, cinque sofisti e dieci
grammatici per il greco; gli 'studi più approfonditi' veniva­
no rappresentati da un professore di filosofia e due di leg­
ge. Norme ulteriori riguardavano l'area assegnata all 'uni­
versità (sistemata nel Campidoglio) nonché il rango cui po­
tevano aspirare i professori: dopo un ventennio di servizio
soddisfacente e di condotta irreprensibile potevano essere
ricompensati con il titolo di comes di prima classe, analoga­
mente a un funzionario statale di medio livello6.
Come è evidente, l'università non era sorta per un disin­
teressato desiderio di promozione delle arti ma specifica­
mente per formare funzionari dello Stato. Ce lo dimostra la
quasi parità tra greco e latino, la presenza degli studi di leg­
ge, il fatto che i professori erano designati dal prefetto della
città operante in nome dell'imperatore. Quel che comun­
que risulta ancor più rimarchevole è che la maggioranza del
corpo insegnante (venti docenti su trentuno) consisteva di
grammatici, ovvero docenti di scuola secondaria. In altri ter­
mini, stiamo parlando di un 'istituzione che cumulava in sé
le funzioni di scuola superiore e di college sotto la diretta su­
pervisione dello Stato. Difficile dire se vi sia riuscita bene.
Conosciamo i nomi di alcuni dei suoi professori. Nel terzul­
timo decennio del quinto secolo c 'era Pamprepio, di origi­
ne egiziana: un pagano con qualche tratto del mago; nel se­
sto secolo l ' archetipo del funzionario statale, Giovanni Lido,
che insegnava latino - lingua che forse non conosceva bene.
Non possiamo però segnalare alcun fermento intellettuale,
alcun progresso erudito, alcun corpus di produzione dotta
originario dell' università di Costantinopoli, e se non fosse
per il decreto del 425 neppure avremmo saputo della sua esi­
stenza. Sebbene alcuni storici abbiano affermato che Co­
stantinopoli divenne la capitale intellettuale dell' Impero già
a partire dal regno di Costanzo II, è difficile menzionare per
tutto il quarto, il quinto e il sesto secolo uno studioso o uno
scrittore che fosse nativo di Costantinopoli o fosse prodotto
del suo apparato educativo.
Lo Stato compì qualche tentativo perché il sistema sco­
lastico rispondesse alle esigenze dei tempi; ma che dire del­
la Chiesa? Nessuno vorrà negare che nel mondo antico l'i­
struzione avesse in ultima analisi una prospettiva pagana e
che in senso più immediato fosse basata sullo studio di au­
tori pagani, ma è forse esagerato dire che c 'era ancora mol­
to di ' colpevole ' nei miti pagani di Omero e di Esiodo, lo­
gorati quali erano ormai da secoli di noiosi esercizi di scuo­
la. E tuttavia i cristiani più rigidi trovavano in essi una fon­
te di scandalo. Le Costituzioni apostoliche (quarto secolo)
non conoscono compromessi sotto questo aspetto:

Si evitino tutti i libri dei Gentili. Che bisogno c'è infatti di scrit­
ti e leggi aliene, di falsi profeti che distolgono i frivoli dalla fede?
Dove è manchevole la Legge di Dio per cui si debbano cercare le
favole dei Gentili? Se si desidera leggere storie, c'è il Libro dei
Re; per scritti retorici e poetici vi sono i Profeti, Giobbe, i Pro­
verbi, dove si troverà sapienza superiore a quella di ogni poesia e
sofistica, perché quelle sono parole del nostro Signore che solo
è sapiente. Se si desiderano canti, ci sono i Salmi, c'è il Genesi per
le antiche genealogie; per libri di leggi e precetti, la gloriosa Leg­
ge del Signore. Si evitino dunque strenuamente tutti i libri alieni
e diabolici 7.

Voci siffatte si levarono lungo tutta l'età bizantina. Che bi­


sogno aveva il cristiano d 'insozzarsi la mente con i disgusto­
si racconti di divinità che in realtà erano demoni o anche con
le vanità della sapienza profana, se il suo unico interesse le­
gittimo stava nella salvezza? I pagani lasciano le loro terre e
solcano i mari per apprendere le belle lettere, ma noi non
dobbiamo andare all'estero per guadagnare il Regno dei
Cieli: così parlò sant'Antonio. E ancora, che cosa veniva per
primo, la mente o le belle lettere? Dato che chiaramente ve­
niva prima la mente, chiunque fosse sano di mente non ave­
va bisogno di belle lettere8. Che Cristo abbia vanificato la cul­
tura pagana, che i santi analfabeti del Cristianesimo abbia­
no confutato i filosofi sono luoghi comuni della letteratura
bizantina. Si prenda un esempio tra mille, l'Inno Acatisto an­
cora recitato dalla Chiesa Ortodossa:

Vediamo retori magniloquenti muti come pesci dinanzi a te,


Madre di Dio, perché incapaci di spiegare come rimanesti vergi­
ne pur generando. Ma noi, colmi di stupore dinanzi al mistero,
con fede gridiamo:
Salve, strumento della sapienza di Dio !
Salve, tesoro della Sua provvidenza!
Salve, tu che dimostrasti ignoranti i sapienti!
Salve, tu che ammutolisti i sofisti!
Salve, poi che gli abili controversisti son divenuti stolti!
Salve, poi che i poeti di favole son sfioriti!
. Salve, tu che squarciasti le ragnatele verbali d'Atene !
Salve, tu che colmasti l e reti dei pescatori!
Salve, tu che ci sollevasti dall'abisso dell'ignoranza!
Salve, tu che molti illuminasti di conoscenza!9

Il rifiuto dell ' istruzione nel suo complesso non era co­
munque un'opzione praticabile pur con tutta l ' illumina­
zione che poteva essere fornita dalla Theotokos. In teoria
esisteva una possibilità meno drastica, vale a dire la crea­
zione di scuole specificamente cristiane , proprio come gli
Ebrei della diaspora avevano istituito scuole rabbiniche con
il curriculum basato sulla Bibbia ebraica e sui relativi com­
menti . Si sarebbe anche potuta considerare la possibilità di
mantenere la struttura tradizionale dell'istruzione sosti­
tuendo testi cristiani ai testi pagani. Non era una soluzione
semplice perché anche tra cristiani si considerava la Bibbia
redatta in un greco particolarmente inelegante, laddove
non esisteva (almeno nel quarto secolo) un adeguato cor­
pus di letteratura cristiana da mettere davanti ai giovani per
la loro formazione grammaticale e retorica. Tuttavia si con­
siderò l 'idea di allestire un siffatto materiale. Nel 362 l'im­
peratore Giuliano, pagano, proibì ai cristiani di detenere
incarichi di insegnamento nelle scuole secondarie e supe­
riori sulla base del fatto che non dovevano professare ciò
che era contrario alle loro convinzioni. Allora il grammatikos
cristiano Apollinare con il figlio, suo omonimo, traspose
l'Antico Testamento in versi impiegando tutte le forme me­
triche classiche, laddove il Nuovo Testamento fu da essi vol­
to in dialoghi platonici. Questo nobile sforzo non portò a
nulla ed è interessante osservare che uno storico cristiano
ne ascrisse il fallimento proprio alla Provvidenza divina 10•
Perché? La ragione, spiega, è che Cristo e gli apostoli non
condannarono né approvarono la cultura ellenica. Le Sa­
cre Scritture non insegnavano l'arte del ragionamento, co­
sì indispensabile per difendere la vera fede; di qui la per­
fetta legittimità - se non la necessità - di studiare i testi pa­
gani per sconfiggere il nemico con le sue stesse armi, tene­
re esercitata la mente e progredire in eloquenza. Anche un
moralista rigido come san Giovanni Crisostomo non con­
danna che si frequentino le scuole normali; al contrario, lo
dà per scontato. Consiglia ai genitori cristiani di racconta­
re ai figli semplici episodi della Bibbia nel tempo lasciato li­
bero dalle lezioni (per esempio la storia di Caino e Abele) ;
e se, prosegue, il figlio è disposto ad accettare un' enuncia­
zione mitica del tipo 'Venne reso semidio' senza conoscere
il significato di 'semidio' , sarà parimenti pronto a credere
nella risurrezione. Quel che è più, Giovanni Crisostomo
raccomanda che la dottrina cristiana della punizione - con
la storia del Diluvio, di Sodoma, dell'esilio in Egitto - e tut­
to il Nuovo Testamento siano insegnati al giovane cristiano
solo dopo il quindicesimo anno d'età, preferibil mente in­
torno al diciottesimo; in altre parole, una volta portati a ter­
mine gli studi secolari 1 1 .
La posizione più famosa sull'argomento, comunque, è
quella di san Basilio1 2 , nella forma di una breve allocuzio­
ne ai nipoti, che sembrerebbero giunti al termine dell'i­
struzione secondaria quando fu steso l'opuscolo. Possiamo
immaginare che ste�sero per imbarcarsi nella loro forma­
zione retorica. A salvaguardia delle loro anime immortali lo
zio pone la domanda di come si possa trarre profitto dalla
letteratura ellenica. Capziosa la domanda e trita la risposta:
bisogna estrarre dalla letteratura antica tutto ciò che con­
duce alla virtù e tralasciare ogni esempio di licenza; in par­
ticolare vanno rifiutati tutti i racconti relativi ai disaccordi
tra gli dei e alle loro avventure amorose. L'esempio di Mo­
sè che apprese la sapienza degli Egizi prima di accostarsi al­
la contemplazione della Verità fornisce un utile preceden­
te. I giovani cristiani devono analogamente trarre profitto
da una cultura che non è interamente aliena. Possiamo no­
tare il presupposto che gli scritti cristiani siano inadatti a
esercitare la mente e che le più profonde dottrine del Cri­
stianesimo siano al di là della comprensione dei giovani.
Ben più interessante dell'argomentazione di san Basilio è la
forma della sua allocuzione: un pezzo ben levigato di prosa
atticistica costellato di riferimenti, espliciti e impliciti, ad
autori classici come Platone e Plutarco, Omero ed Esiodo,
Solone, Teognide e altri ancora. Se Basilio scriveva in que­
sto stile, era perché amava la letteratura 'bella' come qual­
siasi altra persona colta del quarto secolo. Al legislatore del
monachesimo orientale, semplicemente, non si presentò
l'idea di rifiutare l 'eredità pagana.
Una volta dato dai Padri cappadoci l 'autorevole bene­
stare alla conservazione della cultura classica, la questione
era risolta una volta per tutte. La Chiesa non eliminò dal
curriculum i testi pagani, né allestì un sistema d'istruzione
parallelo. Fu, questo, uno sviluppo della massima impor­
tanza. I giovani cristiani continuarono ad andare dallo stes­
so grammatistés, dallo stesso grammatikos e dallo stesso rhétor
dei giovani pagani studiando Omero e acquisendo familia-
rità con le storie dell 'antica mitologia. Alcuni di loro di­
vennero insegnanti e - possiamo immaginare - trasmisero
le medesime conoscenze ai loro allievi. Per circa due seco­
li cristiani e pagani vissero fianco a fianco nelle scuole in
tutta tranquillità. Non era un segreto che il professorato
fosse l'ultima spiaggia dei pagani colti, ma essi avevano da
insegnare qualcosa che i cristiani erano ansiosi di appren­
dere. Possiamo qui osservare un altro paradosso: fu il Cri­
stianesimo a dare alla retorica l'applicazione che le manca­
va e cioè il sermone. Tutti gli accorgimenti di composizio­
ne e persuasione imparati a scuola potevano ora essere usa­
ti per un degno proposito. Non ci sono migliori esempi di
eloquenza tardo antica dei sermoni dei Padri cappadoci e
di san Giovanni Crisostomo.
Grazie alla Vita di Severo (il patriarca monofisita di An­
tiochia) , opera del suo amico Zaccaria Retore 1 3 , possiamo
intravedere qualcosa della vita studentesca nel corso del
primo periodo bizantino, il che non capita spesso. Severo
veniva da un'eminente famiglia cristiana della Pisidia, ma
sulle prime non era particolarmente religioso e gli bastava
restare catecumeno: al suo paese si usava posporre il batte­
simo fino a età relativamente avanzata. Il padre, che era un
curiale, lo mandò insieme ai due fratelli maggiori a studia­
re grammatica e retorica, greche e latine, ad Alessandria,
dove Severo incontrò Zaccaria che veniva invece da Gaza.
All' epoca Alessandria era probabilmente il maggior centro
universitario dell' Impero. Il nostro testo nomina nove pro­
fessori in attività tra grammatici, sofisti e filosofi. Sembra
che insegnassero tutti nel medesimo edificio, ma il venerdì
la maggior parte dei professori era solita disquisire a casa
propria, eccettuati i filosofi che continuavano i loro corsi
regolari a scuola. Il corpo insegnante era in massima parte
pagano e i docenti non venivano molestati, ma tra studenti
pagani e cristiani c 'erano segni di tensione. Tra i cristiani si
segnalavano certi attivisti che facevano parte di associazio­
ni di zeloti laici (ad Alessandria li chiamavano philoponoi) ,
avevano le loro entrature nei monasteri e giungevano per­
sino a denunciare alle autorità i casi più sfacciati di culto
pagano. Uno di tali attivisti (Paralio il suo nome) risultò co­
sì offensivo nelle sue invettive contro il paganesimo (per in­
segnante aveva il pagano Horapollo) che venne picchiato
dai suoi condiscepoli. L'incidente venne sfruttato con suc­
cesso dai cristiani con il risultato che Horapollo dové darsi
alla macchia; con l'aiuto degli studenti venne scoperto un
grande deposito segreto di idoli; persino il prefetto d'Egit­
to si trovò in una posizione imbarazzante.
Da Alessandria sia Severo sia Zaccaria proseguirono per
Beirut dove studiarono legge. Era un corso lungo e fatico­
so, di quattro o cinque anni, ma i giovani gentiluomini di
norma avevano parecchie opportunità per rilassarsi dalle
sgobbate quotidiane: andare a teatro o al circo, giocare a
dadi la sera o bere con le prostitute. Al loro arrivo le matri­
cole ( dupendii) erano molestate dagli studenti più avanzati.
Anche a Berito gli attivisti cristiani erano in grande eviden­
za: reclutavano studenti per le confraternite religiose, li
esortavano ad andare in chiesa tutte le sere, ad evitare spet­
tacoli e bagni ( il capogruppo si lavava una volta per anno) .
Parecchi di loro (Severo, finalmente battezzato, era tra que­
sti) infine divennero monaci. Beirut, pur trattandosi per
tradizione di una città di piaceri, era più profondamente
cristianizzata di Alessandria; ma dato che gli studenti veni­
vano da tutte le parti dell'Impero alcuni tra loro erano pa­
gani. In un caso ci fu un brutto scandalo per questioni di
magia. Ancora una volta gli attivisti cristiani sfruttarono al
massimo l 'incidente: l 'imputato principale ebbe la casa per­
quisita e i suoi grimoires furono confiscati; i complici venne­
ro denunciati al vescovo e vi fu un pubblico rogo di libri ma­
gici. Una delle persone coinvolte nello scandalo, tal Cri­
saorio di Tralle, cercò di darsi alla fuga: affittò una nave, vi
caricò i suoi libri di legge e di magia, il suo servizio da ta­
vola in argento, la concubina e i figli che gli aveva dato, ma
ovviamente la nave affondò e Crisaorio perì. Osserviamo
qui che non sappiamo se tutti gli studenti fossero ricchi co­
me lui; certo molti avevano un seguito di schiavi che si era­
no portati dalla loro città natale.
Alla fine del quinto secolo la vita universitaria stava co­
minciando ad assomigliare a quella della Germania nazista,
ma il peggio doveva ancora venire. Giustiniano, in partico­
lare, era deciso a imporre uniformità di credo a tutti i suoi
sudditi. Si ricorda sovente, a prova della sua intolleranza,
l'editto del 529 che ordinava la chiusura dell'Accademia di
Atene - ma va segnalato che l'Accademia continuò a fun­
zionare, sia pure a un livello ridotto, per qualche decennio
dopo quella data, e che ad Alessandria la filosofia continuò
a essere insegnata dal pagano Olimpiodoro sino a dopo il
565 ( anno della morte di Giustiniano) . Si trattava comun­
que di eccezioni. Per quanto la legge del 529 che vietava
l 'insegnamento a pagani, eretici ed ebrei14 forse non ven­
ne applicata su larga scala, non ci sono dubbi sulla sistema­
tica persecuzione dei pagani nello stesso anno; e ancora nel
546, allorché <<Una moltitudine di grammatici, sofisti , avvo­
cati e medici» venne trascinata dinanzi ali 'inquisitore Gio­
vanni d'Efeso (eretico a sua volta) e punita con flagellazio­
ni e incarceramenti15; e nel 562, con il rogo di libri paga­
ni16. Ci si può agevolmente immaginare l 'effetto di tali mi­
sure sul morale del mondo accademico - morale ulterior­
mente abbassato dal fatto che i sussidi statali non vennero
più concessi agli insegnanti 1 7. Non ci sorprende molto con­
statare che alla fine del sesto secolo la tradizione degli stu­
di superiori era sopravvissuta solo a Costantinopoli, Ales­
sandria e Beirut.
Su Giustiniano grava la pesante responsabilità dell'inde­
bolimento del sistema educativo, ma il crollo che seguì fu
indubbiamente dovuto alla scomparsa delle città. Tutto
quel che rimase nelle province, per quanto possiamo giu­
dicare dalla scarsissima documentazione in nostro posses­
so, si limitò a una qualche forma di insegnamento scolasti­
co elementare. Sembra che fu in quei secoli oscuri che si
sviluppò l'abitudine di usare il Salterio quale primo libro di
lettura del bambino; l'abitudine rimase saldamente radica­
ta nel periodo successivo. Se è vero che Giorgio Cherobo­
sco, autore di un popolarissimo testo di grammatica basato
sul Salterio18, fiorì dopo la metà dell'ottavo secolo19, il suo
lavoro ben rientrerebbe in un processo di questo genere; e
se è vero che insegnò a Costantinopoli, bisognerebbe con­
cluderne che siffatto impiego del Salterio si era diffuso nel­
la capitale. Tutto quel che rimaneva dell'istruzione secon­
daria e di quella superiore (e resta controverso se fossero
ancora separate) era ora concentrato a Costantinopoli.
Sembra però che l'università fosse scomparsa. L'ultimo
professore attestato è un commentatore di Aristotele, Ste­
fano di Alessandria, chiamato nella capitale dall'imperato­
re Eraclio (pertanto, dopo il 6 1 0) . A lasciare da parte Che­
robosco, nessun altro nome viene ricordato sino alla metà
del nono secolo.
Un canone poco studiato del Concilio Trullano (692) in­
dica che all'epoca continuavano a esistere studi di legge: vi
si decreta che gli studenti di diritto civile non dovevano se­
guire usanze pagane , frequentare teatri, portare vesti spe­
ciali o fare capriole (se è questo il significato dell 'enigma­
tico termine kylistra) né all'inizio né alla fine del 'seme­
stre'20. Il fatto che vengano menzionati solo gli studenti di
legge può indicare una loro particolare turbolenza come
pure che a livello universitario non esistevano studenti di al­
tro tipo. Eppure, quando venne promulgata la raccolta di
leggi degli imperatori Leone III e Costantino V (l'Ecloga) ,
probabilmente nel 726, la stesura risultava essere opera del
quaestor sacri palatii, di due patrizi e di un certo numero di
dignitari dello Stato, ad esclusione di qualsiasi professore;
e i compilatori ammettevano con franchezza che il signifi­
cato della legislazione precedente era divenuto affatto
oscuro e «per il vero del tutto incomprensibile a certuni,
specialmente coloro che stavano al di fuori della nostra
Città imperiale protetta da Dio>>21 . E se anche nel cronista
Teofane concordemente si scorge un testimone prevenuto,
forse egli non era troppo lontano dal vero quando regi­
strava per l ' anno 726 <<l'estinzione delle scuole>>22.
L'autobiografia di Anania di Sirak (l'erudito armeno che
introdusse nel suo paese le scienze della matematica, del
computo cronologico e della cosmografia) ci fornisce un'in­
teressante interpretazione del declino dell 'istruzione supe­
riore nel settimo secolo. Anania non riusciva a trovare in Ar­
menia chi gli insegnasse la 'filosofia' ; si recò allora nella ' ter­
ra dei Greci' , intenzionato a proseguire fino a Costantino­
poli, quando gli giunse notizia che un dottissimo insegnan­
te di nome Tychikos operava a Trebisonda, attirando a sé an­
che studenti che provenivano dalla capitale . Anania mosse
pertanto verso Trebisonda dove studiò con Tychikos per ot­
to anni. Apprese l'aritmetica e altre scienze e in linea di mas­
sima poté soddisfare la sua sete di conoscenza: il maestro ave­
va una biblioteca ricca di libri cristiani e pagani. Ora, questo
Tychikos era nato a Trebisonda e aveva iniziato la sua carrie­
ra nell'esercito, ma dopo una ferita in battaglia decise di di­
ventare un erudito. Andò ad Alessandria dove studiò per tre
anni; poi a Roma, per un anno; infine a Costantinopoli do­
ve per un certo tempo divenne discepolo di un famoso filo­
sofo ateniese (Anania non ne fa il nome ) . Nonostante le
pressioni su di lui operate per trattenerlo nella capitale, Ty­
chikos decise di fare ritorno a Trebisonda. Pochi anni dopo
il filosofo ateniese morì e nessuno dei suoi studenti fu rite­
nuto degno della successione. Così l 'imperatore (deve esse­
re stato Eraclio) convocò Tychikos a Costantinopoli, ma l 'in­
vito fu declinato - e a partire da allora gli studenti affronta­
vano il viaggio da Costantinopoli a Trebisonda per acquisire
conoscenza, presumibilmente nelle materie scientifiche23.
Quale che sia il fondo di verità della storia, essa dimostra con
ogni evidenza la crescente scarsità di professori qualificati,
anche nella capitale.
Sarebbe esagerato asserire che la tradizione delle belle
lettere subì un'interruzione nell'Impero bizantino, ma si ri-
dusse certamente a un esilissimo rivolo dopo il regno di
Eraclio. Si può giungere a sospettare che in Siria e in Pale­
stina, nonostante la dominazione araba, il serbatoio della
cultura greca e dei libri greci fosse maggiore che a Costan­
tinopoli. Il maggiore erudito in lingua greca dell'ottavo se­
colo fu san Giovanni Damasceno ( morto intorno al 750) ;
due generazioni più tardi il più eminente specialista di sto­
ria fu il monaco palestinese Giorgio Sincello (morto intor­
no all ' 8 1 4) .
La rinascita degli studi letterari nella capitale cominciò
assai lentamente nell'ultima parte dell'ottavo secolo. Tutto
quel che possiamo dire con una qualche certezza è che in
quell'epoca apparve un gruppo di persone - quasi tutte
connesse con i gradi più alti della pubblica amministrazio­
ne - che senza essere grandi esempi di dottrina quanto me­
no possedevano una convenzionale formazione retorica e
qualche dimestichezza con la filosofia. Tali i futuri patriar­
chi Tarasio (morto nell '806) e Niceforo ( 758-828) nonché
Teodoro Studita (759-826) . Sembra che tutti costoro ab­
biano avuto un'istruzione privata, poi trasmessa in maniera
parimenti informale alla generazione successiva. Tarasio,
per esempio, non era un insegnante di professione, eppu­
re risulta che fu lui a iniziare il suo futuro biografo, il dia­
cono Ignazio (morto dopo 1'843) , alle regole della praso­
dia antica24. Certamente all ' epoca un esiguo numero di
grammatikoi era attivo in Costantinopoli; tali il futuro pa­
triarca iconoclasta Antonio I Kassimatas (821-37? ) 25 e forse
il suo successore Giovanni VII ( 83 7?-43) , poi ricordato con
il nomignolo di Grammatikos e ritenuto uomo di grande
dottrina - persino un mago. Fu in questo ambiente che ven­
ne introdotto un importante sviluppo tecnico: mi riferisco
alla scrittura minuscola, o corsiva, al posto dell' onciale
(maiuscola) a scopo di produzione libraria. Ciò che forse è
più rimarchevole in quest'innovazione è la lentezza con cui
essa arrivò a Bisanzio: cinquanta anni di ritardo rispetto al­
l 'Europa occidentale. Nel mondo antico i libri erano scrit-
ti su papiro egiziano, ma la disponibilità di tale materiale
deve essere andata perduta - o quanto meno deve essersi
assai ridotta - dopo la caduta di Alessandria in mano araba
( 642 ) ; la pergamena, che ne prese il posto, era nel con­
tempo poca e costosa. Date le circostanze, era ovvio che vi
fosse necessità di una forma di scrittura più compatta; tan­
to più che non c 'era nemmeno bisogno di inventarla, dato
che l a minuscola altro non era che la corsivà notarile pre­
cedentemente usata per scopi commerciali. Tuttavia fu so­
lo intorno al 790, per quanto possiamo supporre, che a Bi­
sanzio si cominciò a produrre libri in minuscola. Il più an­
tico esempio sopravvissuto - il cosiddetto Vangelo Uspen­
skij - è datato 834, dal che possiamo dedurre che sino al vol­
gere dell'ottavo secolo non venne a presentarsi una suffi­
ciente domanda di libri.
Il primo vero professore che incontriamo a Costantino­
poli quando incomincia la rinascita degli studi è Leone il
Matematico. Merita ripetere la romantica tradizione rela­
tiva a questo personaggio perché fa luce, sia pure fortuita­
mente, sullo stato dell'istruzione all 'epoca26. Fu nella ca­
pitale che venne impartita a Leone l'istruzione di livello
secondario (grammatica e 'poetica' ) , ma non era possibi­
le compiere ulteriori progressi in Costan tinopoli; così Leo­
ne si trasferì nell'isola di Andros dove un dotto gli insegnò
i rudimenti della retorica, della filosofia e dell'aritmetica.
Ma neppure questo studioso seppe soddisfare la curiosità
di Leone. Leone prese allora a vagare nell'interno dell'i­
sola, visitando monasteri e studiando gli antichi mano­
scritti che in essi erano conservati. Giunto così all 'apice
della conoscenza - «la filosofia e le sue sorelle e cioè l'a­
ritmetica, la geometria e l'astronomia, e sì, anche la fa­
mosa musica>> - Leone fece ritorno a Costantinopoli dove
fondò una scuola in una casa senza pretese; là egli inse­
gnava qualsiasi disciplina l'allievo scegliesse. Molti anni
passarono e gli studenti di Leone pervennero al successo
òascuno nel suo campo. Uno di loro, studioso di geome-
tria, div ' I l I l e segretario di un governatore militare e fu cat­
turato dagli Arabi. Il califfo Mamfm ( 8 1 3-33) era un ap­
passionato cultore di 'studi ellenici' , soprattutto di geo­
m t. ria. Quando venne a sapere del giovane prigioniero lo
m ise al cospetto dei suoi matematici e, come era prevedi­
bi le, il bizanti no stupì tutti tante erano le sue conoscenze.
Quando il cal iffo apprese che un tal luminare era solo uno
studente lo rispedì immediatamente a Costantinopoli con
la seguente missiva per il maestro: «Abbiamo riconosciuto
l'albero dai suoi frutti, il maestro dall'allievo! Poi che tu,
così em inente scienziato, rimani oscuro tra i tuoi compa­
trioti e non ricevi ricompensa per la tua sapienza e cono­
scenza, degnati di venire presso di noi e darci il beneficio
del tuo insegnamento. Se ciò sarà, l'intera nazione sarace­
na si piegherà dinanzi a te e tu riceverai più ricchezze di
quante uomo abbia mai ricevuto>> . Offerta allettante per
un povero accademico - ma Leone aveva timore a riceve­
re una comunicazione dal nemico e così la portò al mini­
stro degli Esteri. Anche l 'imperatore Teofilo venne infor­
mato della faccenda e così Leone venne in qualche modo
riconosciuto. Gli venne data una somma in denaro e fu in­
sediato quale pubblico insegnante nella chiesa dei Qua­
ranta Martiri. Il califfo, deluso, rinnovò la sua offerta: due­
mila libbre d'oro stavolta, se Leone fosse venuto anche so­
lo per una breve visita. L'imperatore rifiutò anche questo,
adducendo che era insensato comunicare a stranieri quel­
la scienza «per cui la nazione romana è da tutti ammirata
e onorata>> . Qualche tempo dopo Leone venne designato
metropolita di Tessalonica, ma occupò quel posto, che gli
era poco congeniale, per tre anni soltanto ( dall'840
all'843) . Deposto perché la sua nomina era di marca ico­
noclasta, fece ritorno a Costantinopoli e per l'incitamento
di Barda (zio del giovane imperatore Michele III) venne
messo a capo di una scuola di nuova creazione: Leone de­
teneva la cattedra di filosofia, il suo ex studente Teodoro
quella di geometria, un tal Teodegio quella d'astronomia,
un certo Cometa quella di grammatica. Non sappiamo
quando Leone morì, ma fu dopo 1'869.
Difficile prestare fede a taluni dettagli della storia, per
esempio che vi fossero manoscritti scientifici nei remoti
monasteri di Andros; anche la cronologia non è del tutto
soddisfacente. Se comunque la riteniamo vera, almeno per
sommi capi, dobbiamo osservare che veniva nuovamente
creata a Costantinopoli un'istituzione di insegnamento su­
periore finanziata dallo Stato. La sede era alla Magnaura, si­
to c erimoniale del palazzo imperiale - invero era alla Ma­
gnaura che gli imperatori ricevevano gli ambasciatori stra­
nieri. Rispetto all' università del 425 qui il corpo insegnan­
te era ben più ridotto e l'insegnamento decisamente mira­
to sulle scienze con esclusione degli studi di legge e ovvia­
mente del latino - una scuola per tecnici, quindi, più che
per funzionari dello Stato. Tale struttura era stata ispirata
dallo stesso Leone o era la risposta del governo ai progres­
si scientifici degli Arabi? Non lo sappiamo, come non pos­
siamo valutare l 'influsso della scuola: non poté essere insi­
gnificante perché cent'anni dopo le si riconobbe il merito
di avere creato una tradizione di cultura27. E tuttavia non
possiamo neppure essere certi che sia sopravvissuta a Barda
(morto nell'866) e alla prima generazione d 'insegnanti.
Tra gli accademici colleghi di Leone il solo Cometa ci è
altrimenti noto: sappiamo che preparò una nuova edizione
di Omero, probabilmente con traslitterazione in scrittura
minuscola28• Lo stesso Leone ha qualche parte nella tradi­
zione del testo di Platone; tra i numerosi manoscritti scien­
tifici che possedeva figurano un Tolomeo e un Euclide.
Sembra che si sia dilettato d'astrologia e abbia fatto predi­
zioni. Uno dei suoi studenti, un certo Costantino di Sicilia,
rimase così impressionato dall'insegnamento di Leone che
dopo la sua morte lo giudicò degno dell' Inferno perché vi
bruciasse per tutta l'eternità insieme ai pagani tali a lui: Pla­
tone, Aristotele, Socrate, Epicuro, Omero, Esiodo, Arato e
tutta la loro stirpe dannata29•
Non c ' è dubbio che il nono secolo testimoni di una vi­
gorosa ri presa della filologia, ma è piuttosto strano che rie­
sca difficile collegare questa ripresa con l'università della
Magnaura o con qualsiasi altra istituzione d'insegnamento
superiore. Fozio, il più grande erudito di quel tempo, fece
carriera nella pubblica amministrazione prima di essere
elevato al patriarcato di Costantinopoli (858) ; non detenne
mai la posizione d'insegnante. Non sappiamo come acqui­
sì la sua istruzione. Nascendo intorno all ' 8 1 0 (come oggi ri­
tengono alcuni studiosi) o anche intorno all' 820 sarebbe
stato ormai adulto quando venne fondata l'università. La fi­
gura di erudito più rappresentativa della generazione suc­
cessiva fu Areta, arcivescovo di Cesarea, nato intorno
all '850. Era un collezionista di testi classici: molti dei suoi
manoscritti, vergati con bellissima grafia, sono sopravvissu­
ti sino ad oggi. Quanto a lui, scriveva in uno stile così pre­
zioso e involuto da risultare praticamente incomprensibile.
Anche nel suo caso non disponiamo di collegamenti dimo­
strabili con alcuna università o scuola. Tutto ciò che possia­
mo dire è che la cultura letteraria, di cui era stata così rile­
vante l'assenza dalla corte degli imperatori iconoclasti,
tornò a guadagnare importanza nelle più alte sfere. Sebbe­
ne Basilio I fosse un contadino armeno analfabeta, il figlio
Leone VI ebbe in Fozio il suo insegnante privato e si dedicò
alla composizione letteraria. Scrisse un buon numero di
omelie, piuttosto noiose, e si cimentò negli inni religiosi.
Ma fu il figlio di Leone, Costantino VII Porfirogenito, a in­
carnare pienamente l 'ideale dell'imperatore erudito. Della
sua attività letteraria parleremo nel capitolo tredicesimo;
qui dobbiamo esaminare il suo operato nel campo dell'i­
struzione superiore. Ciò che leggiamo è che egli trovò che
le arti liberali e le scienze erano rimaste neglette; nominò
pertanto un certo numero di eminenti professori: un tal
Costantino, allora mystikos (capo dell'ufficio che trattava gli
affari riservati) , ebbe la cattedra di filosofia; Alessandro me­
tropolita di Nicea quella di retorica; il patrizio Niceforo
quella di geometria; il segretario imperiale Gregorio quel­
la di astronomia. L'imperatore era prodigo di attenzioni
con gli studenti, che spesso invitava a partecipare alla sua
tavola. Dopo laureati (se possiamo usare questo termine)
reclutava tra loro giudici, segretari deli 'ufficio legale ( anti­
grapheis) e metropoliti3°. In altre parole, qui ci troviamo di­
nanzi a una scuola di palazzo con il medesimo programma
dell 'università di Barda e con l ' esplicito proposito di for­
mazione del personale giudiziario (pur senza il beneficio di
una cattedra di legge ! ) ed ecclesiastico. Dei quattro profes­
sori or ora menzionati l'unico altrimenti noto è Alessandro
di Nicea, commentatore di Luciano e autore di un certo nu­
mero di epistole, sopravvissute a tutt'oggi. Gli altri erano di­
gnitari che si trovavano a possedere qualche competenza
culturale. Nessuno tra loro risulta essere un erudito di pro­
fessione.
Siamo un po' meglio informati circa lo stato dell'istru­
zione secondaria a Costantinopoli nella prima metà del de­
cimo secolo grazie all' epistolario di un anonimo maestro di
scuola3 1 • Egli risulta essere stato persona piuttosto irascibi­
le, dal modesto tono di vita; attivo di tanto in tanto quale
copista e curatore di testi, nondimeno aveva i suoi collega­
menti con il mondo delle alte cariche pubbliche. I suoi al­
lievi erano di tutte le età; quelli più avanti negli studi gui­
davano i principianti. La materia d'insegnamento era il gre­
co antico: grammatica, prosodia, retorica, in altri termini il
repertorio tradizionale del grammatikos; scopo dell'insegna­
mento, formare gli aspiranti a posti di burocrate o di ec­
clesiastico. Le rette non erano fisse; se e quando erano pa­
gate, venivano pagate irregolarmente, causando non poche
ansie al maestro che doveva oltretutto competere con altri
concorrenti. La sua scuola era indipendente ma sembra
che ricevesse un sussidio dal patriarcato e che fosse sogget­
ta a una sorta di controllo da parte delle autorità ecclesia­
stiche e municipali. Intorno alla stessa epoca (940 circa)
sappiamo dell'esistenza di un 'presidente delle scuole' , un
maestro professionista che svolgeva altresì un compito di
supervisione su altri istituti d 'insegnamento, forse sul mo­
dello delle corporazioni commerciali. Abraamio di Trebi­
sonda (poi divenuto sant'Atanasio Athonita) frequentò a
Costantinopoli la scuola diretta da tale ' presidente' e si di­
mostrò così portato agli studi che venne presto nominato
assistente e poi maestro a pieno titolo in un'altra scuola32•
Forse il ruolo del presidente indica che vi fu una riforma
dell'istruzione secondaria, ma le informazioni in nostro
possesso sono troppo scarse per portarci ad alcun tipo di
conclusione definitiva.
Quasi nulla sappiamo delle sorti dell'istruzione bizanti­
na nel periodo che va da Costantino Porfirogenito a Co­
stantino IX Monomaco e cioè dal 940 circa al l 040 circa. La
lacuna è sorprendente ove si considerino le vaste imprese
enciclopediche laboriosamente perseguite e promosse dal­
l'imperatore nato nella porpora. La connotazione ' accade­
mia' non può non venire in mente quando si vogliano de­
scrivere gli Excerpta, i Geoponica, gli Hippiatrica e special­
mente quell'enorme enciclopedia nota con il criptico no­
me di Souda: e tuttavia nessuna di queste opere può essere
messa in collegamento con un istituto di istruzione. Non
possiamo neppure provare che l 'accumulazione di tanta e
tanto composita sapienza sia servita a nutrire e ispirare le
successive generazioni di studiosi. Dopo la morte di Co­
stantino VII il patrocinio imperiale agli studi svanì per es­
sere ripreso soltanto da Costantino IX, in uno spirito assai
diverso.
L'undicesimo secolo fu caratterizzato da un clima in­
tellettuale più vivace che può essere messo in rapporto con
l 'intensificazione della vita urbana e la nascita di una nuo­
va borghesia. Il secolo venne dominato dalla versatile sa­
pienza di Michele Psello e del gruppo di eruditi cui egli
era legato - Giovanni Mauropode (il più anziano) , Gio­
vanni Xifilino, Costantino Licudi, Niceta. Queste figure
rappresentano un nuovo inizio oppure ci si presentano al-
l 'orizzonte perché Psello scrisse opere tanto voluminose su
una gamma d 'argomenti così grande? Dal punto di vista
istituzionale l'unica novità evidente fu l'istituzione ( 1 047
circa) di una scuola di legge a patrocinio statale, presie­
duta da Xifilino, cui era affidata la formazione dei futuri
giudici, avvocati e notai33. Si è dibattuto se sia stata con­
temporaneamente istituita una 'facoltà di filosofia' sotto la
guida di Psello, che portava il pomposo titolo di ' console
( hypatos) dei filosofi ' , qualunque cosa ciò significasse con
esattezza. Ma anche se fu istituita non durò a lungo, né
durò a lungo la scuola di legge. Al livello degli studi se­
condari, abbiamo notizia di molte più scuole nell'undice­
simo che nel decimo secolo - non solo istituti privati, ma
istituti permanenti, collegati alle chiese, probabilmente
nello stesso modo in cui la madrasa è collegata alla mo­
schea. Tali istituti o almeno alcuni tra essi erano control­
lati dal patriarca, sebbene non proponessero un menu di­
verso da quello del grammatikos. Difficile dire se questa fos­
se una creazione del secolo undecimo. Non è comunque
al livello istituzionale che possiamo apprezzare l'origina­
lità del periodo; è piuttosto nel fatto che emersero intel­
lettuali che erano in primo luogo insegnanti e che acqui­
sirono grande notorietà, persino posizioni di rilievo a cor­
te e nella Chiesa grazie al loro insegnamento e alla loro
erudizione. Certo, non dobbiamo sopravvalutare questo
fatto. Come si è visto, il collegamento tra mondo erudito
e mondo della funzione pubblica era tradizionale a Bisan­
zio. Mauropode pose fine ai suoi giorni quale metropolita
di Euchaita (nei pressi di Amasia) , Xifilino divenne pa­
triarca di Costantinopoli, Psello ricoprì un buon numero
di posti nell'amministrazione, compreso quello di primo
segretario imperiale (protoasekretis) . E tuttavia possiamo di­
re di tutti e tre che furono anzitutto docenti e intellettua­
li e che la loro erudizione era molto più di un primo pas­
so per la carriera. Dobbiamo anche ricordare che il movi­
mento da essi rappresentato non durò più di cinquanta
anni. Se gli fosse stato consentito di svilupparsi Bisanzio
avrebbe potuto produrre il suo Abelardo e fors'anche una
vera università come quelle che sarebbero sorte nel seco­
lo successivo in Occidente.
Psello non era una figura di grande originalità quale
pensatore e invero è difficile chiamarlo filosofo nel vero
senso della parola. Era però un uomo di curiosità senza li­
miti, che cercava di abbracciare tutti i campi della cono­
scenza. Anche il suo insegnamento ricopriva un'area assai
vasta, che andava dai rudimenti della grammatica e della re­
torica alle scienze naturali, alla filosofia, persino alla legge.
Non c ' è ragione di pensare che qualcuno di questi inse­
gnamenti risultasse sowersivo nei confronti dell'ordine co­
stituito, anche se è vero che le sue ricerche lo condussero
in qualche zona oscura. Era certamente attratto dall'occul­
to, dalle cosiddette dottrine caldee - astrologia e demono­
logia - e in campo filosofico le sue preferenze andavano a
Platone e ai Neoplatonici. Che sia egli stesso a parlarci dei
suoi studi:

Avendo trovato estinta la filosofia nei suoi cultori, la rawivai


da me solo. Non avevo incontrato maestri degni di menzione, né
avevo scoperto - nonostante una completa indagine - germe al­
cuno di sapienza in Grecia o tra i barbari. Ma poi che sentivo di­
re che a grandi cose era pervenuta la Grecia in filosofia [ . . . ] la­
sciai perdere quanti disquisiscono pedantemente al proposito e
cercai di trovare qualcosa di meglio. Letti alcuni commentatori
di questa dottrina, ne appresi la via della conoscenza: l'uno mi ri­
conduceva all ' altro, il minore al maggiore [ . .. ] e così infine ad
Aristotele e Platone. Questi ultimi elessi a punto di partenza e poi
descrissi una sorta di circonvoluzione pervenendo sino a Plotino,
Porfirio e Giamblico; dopo di loro mi spinsi fino al mirabile Pro­
do dove sostai come in un vasto golfo: ne attinsi tutta la scienza
e l'esatta conoscenza delle nozioni. Dopo, ero sul punto di ascen­
dere alla filosofia superiore, a essere iniziato alla scienza pura; co­
minciai con lo studio degli oggetti incorporei in ciò che è detto
matematica.
Dal l 'aritmetica Psello passò alla geometria, quindi alla
musica e all'astronomia e a tutte le scienze che ne deriva­
no, <<non tralasciandone neppur una>>. All'apprendere che
esisteva una sapienza al di là della dimostrazione, si im­
merse in certi libri di mistica e ne trasse quanto profitto po­
teva. Ammette: <<Di avere compiuta conoscenza al proposi­
to di me stesso non potrei dirlo, né crederei ad altri che per
sé la rivendicasse>> . Dopo spiegato che il suo amore della fi­
losofia non comportava il rifiuto della retorica, Psello pro­
segue così:

E poi che esiste, superiore a questa, un'altra filosofia, ovvero


quella che consiste nel mistero della nostra religione [ . . ] la stu­
.

diai con ancor maggiore applicazione dell'altra, seguendo in par­


te le sentenze dei grandi Padri , in parte mettendovi del mio. Lo
dico in tutta sincerità e senza artificio: se qualcuno desidera elo­
giarmi per la mia cultura, non lo faccia [ ] perché ho letto mol­
. . .

ti libri (non m ' inganna la vanità) [ ] ma perché quel poco di sa­


. . .

pienza che ho raccolto non l'ho attinto a fonte corrente: ostrut­


te io trovai le sorgenti, ma fui io a dissuggellarle, io le purificai e
con grande sforzo ne feci sgorgare le acque che stavano giù nel
profondo34.

Psello non era certo celebre per la sua modestia e pre­


sentando questo quadro un po' abbellito del suo sviluppo
intellettuale non poté astenersi dal menzionare le sue
escursioni nei campi - potenzialmente pericolosi - del Neo­
platonismo e dell'occulto. Del resto, non aveva forse acqui­
sito tutta la conoscenza? E tuttavia egli badò bene a genu­
flettersi debitamente dinanzi alla superiore filosofia dei Pa­
dri cristiani, proprio come non troppo tempo fa gli studio­
si sovietici cercavano di ingraziarsi il censore inchinandosi
quanto più possibile davanti ai classici del marxismo-leni­
nismo. Sebbene si fosse fatto molti nemici, Psello non ven­
ne mai accusato d'empietà o di corruzione intellettuale dei
suoi studenti. Tale esperienza fu tenuta in serbo per il suo
successore.
Giovanni Italo era il figlio di un mercenario normanno e
proveniva dall'Italia meridionale. Giunse a Costantinopoli
intorno al l 050, studiò filosofia sotto la guida di Psello, inse­
gnò per un certo numero di anni e alla fine divenne 'conso­
le dei filosofi' succedendo a Psello. Sebbene il suo greco non
fosse molto elegante, sembra che Giovanni abbia avuto lar­
go seguito tra gli studenti e abbia goduto della protezione
della potente famiglia dei Doukai. Nell'anno 1 076-77, sotto
l 'imperatore Michele VII Doukas, venne accusato di em­
pietà ma l'accusa contro di lui venne accantonata. Venne ri­
presa nel l 082, poco dopo l'accessione al trono di Alessio I.
Stavolta Italo venne accusato dinanzi a un tribunale compo­
sto di dignitari sia ecclesiastici sia laici; la sua professione di
fede venne giudicata insoddisfacente e un delatore fornì
informazioni compromettenti circa le opinioni da lui soste­
nute. Ci fu persino una dimostrazione 'spontanea' del livo­
re popolare contro il filosofo, che riuscì appena a scampare
a una morte violenta arrampicandosi sulla cupola di Santa
Sofia e nascondendosi in un pertugio. Gli venne inflitto l ' a­
natema; gli fu proibita un 'ulteriore attività d'insegnamento;
fu relegato in un monastero per non ricomparire mai più35.
Ci sono buoni motivi per ritenere che il processo a Gio­
vanni Italo avesse ragioni politiche e che le accuse contro
di lui fossero in qualche modo inventate. Sembra che le al­
te sfere del clero nutrissero notevole simpatia per ltalo, ma
nessuno osò prendere le sue parti. Cinque suoi studenti,
tutti diaconi, vennero convocati dinanzi a un'assemblea di
vescovi; si dissociarono dal loro precedente maestro e furo­
no giudicati innocenti. Le misure prese contro Italo danno
pertanto l ' impressione di essere state prese solo ad perso­
nam; e per conferire maggiore solennità alla sua condanna
venne aggiunto al cosiddetto Synodicon dell' Ortodossia un
capitolo speciale, con l 'anatema a Italo per avere applicato
la dialettica al mistero ineffabile dell'incarnazione di Cri­
sto, per avere introdotto le dottrine cosmologiche dei pa­
gani e in particolare quella dell'eternità del mondo, per
avere ammesso la trasmigrazione delle anime umane e il ca­
rattere reale delle idee di Platone, per aver messo in dub­
bio i miracoli di Cristo e dei santi e molto altro ancora36.
Era dai giorni di Giustiniano che un accademico bizan­
tino non riceveva condanna formale e punizione per il con­
tenuto del suo insegnamento: la questione è diversa rispet­
to a un leader religioso. Da questo punto di vista il proces­
so a Giovanni Italo merita un posto negli annali dell'intol­
leranza. Continua a non essere molto chiaro fino a che pun­
to le accuse contro di lui (che sono assai incoerenti) si ba­
sassero su opinioni da lui effettivamente sostenute, ma al­
meno una cosa possiamo dire: questo barbaro arrogante e
litigioso, quale Anna Comnena ce lo descrive37, prendeva
sul serio la sua filosofia. Diversamente da Psello, non era
anzitutto un uomo di lettere e non aveva degustato <<il net­
tare della retorica». In breve, si trattava di un fenomeno
nuovo sulla scena intellettuale bizantina. Possiamo solo
avanzare speculazioni su quello che sarebbe stato il corso
seguito dall'establishment culturale se non ci fosse stato il
vigoroso intervento di Alessio I, ma avremmo il sospetto
che gli altri studiosi nel loro complesso fossero privi della
serietà d'intenti che sola avrebbe reso fruttuoso il nuovo in­
segnamento. I circoli eruditi disdegnavano Itala siccome
straniero e rozzo, né retore né filosofo38•
Fu forse in seguito all'affare Itala che la Chiesa, e cioè il
patriarcato di Costantinopoli, compì un passo fondamenta­
le assumendo il diretto controllo dell'istruzione, almeno re­
lativamente a coloro che sembravano destinati alla carriera
ecclesiastica. Come già abbiamo osservato, esistono alcuni
indizi che già nel decimo e certamente nell'undecimo seco­
lo la Chiesa partecipasse in qualche modo al funzionamen­
to delle scuole secondarie, ma è solo a partire dal l l OO circa
che troviamo un sistema integrato d'istruzione secolare e re­
ligiosa. Si trattava di una rete di scuole secondarie a Costan­
tinopoli - ne vengono specificamente menzionate sei, tutte
in collegamento con delle chiese - e culminava in un corso
di esegesi biblica condotto da tre professori, quello del Sal­
terio, quello delle Epistole e quello del Vangelo; quest'ulti­
mo portava il titolo di ' maestro universale' ( oikoumenikos di­
daskalos) . La Chiesa manteneva anche un 'maestro di retori­
ca' , la cui prima attestazione è nel fatidico anno l 082. Il per­
sonale insegnante di più alto livello, integrato nella gerar­
chia patriarcale39, di solito terminava la carriera con il rango
vescovile in sedi importanti. Siamo in grado di conoscere i
nomi di trentaquattro insegnanti della Scuola Patriarcale
nel dodicesimo secolo e gran parte della loro produzione let­
teraria e pedagogica è conservata. Uno di loro, Eustazio, il
grande commentatore di Omero che poi divenne arcivesco­
vo di Tessalonica, sta a sé. Quanto agli altri, difficile immagi­
nare una più arida moltitudine di pedanti.
La Scuola Patriarcale sembrerebbe avere dominato il pa­
norama dell'istruzione a Costantinopoli fino al 1 204. La fi­
losofia non era compresa nel curriculum; in che misura si
continuasse a insegnare questa disciplina in ambito secola­
re non è certo. Sappiamo che Italo ebbe almeno un suc­
cessore, un certo Teodoro di Smirne che è principalmente
ricordato come gourmet, dopo di lui non abbiamo notizia di
altri 'consoli dei filosofi' fino a circa il 1 1 66, allorché Mi­
chele, nipote del vescovo di Anchialo e futuro patriarca egli
stesso ( 1 1 69-77) , ricoprì quel posto. A giudicare dalla sua
allocuzione inaugurale4°, non era un grande filosofo.
Nel campo dell'istruzione il dodicesimo secolo rappre­
senta il culmine di un conflitto le cui origini, come abbia­
mo visto, risalgono all'inizio dell'Impero cristiano. Si può
trovare sorprendente che la Chiesa non abbia affermato la
sua autorità in precedenza. La ragione sta forse nella natu­
ra intermittente e generalmente innocua dell'insegnamen­
to filosofico. Solo nell'undicesimo secolo, con l'insorgenza
di uno spirito secolare, il pericolo si fece acuto e la specu­
lazione filosofica nelle scuole - la 'nuova ricerca' ( nea zété­
sis) condannata dal Synodicon - dové essere repressa. Non
seguiremo qui la storia posteriore dell'istruzione bizantina
a Nicea, a Costantinopoli, a Trebisonda: una storia certo
non priva di dignità, eppure confinata nei modelli tradi­
zionali. Ci proveremo invece a formulare qualche osserva­
zione di carattere generale.
Sarà risultato evidente al lettore che a partire dal settimo
secolo la distinzione tra studi secondari e studi superiori co­
minciò a sparire. Abbiamo osservato qualche isolato tenta­
tivo del governo per istituire una sorta di università, con il
cesare Barda, con Costantino Porfirogenito, con Costanti­
no Monomaco: ogni volta questi progetti, con tutte le loro
buone intenzioni, portarono a ben pochi risultati. Così non
vi fu una tradizione continua di studi superiori. Il motivo ri­
corrente della ' riscoperta della cultura', di solito grazie al­
l 'illuminato patrocinio di un dato imperatore, va preso con
un grano di sale; tuttavia non è senza rapporti con la realtà.
Se Leone il Matematico era almeno in parte giustificato nel
ritenere di aver recuperato la cultura dall'oblio più profon­
do, pari ragione più tardi aveva anche Psello. Le sole tradi­
zioni continue furono l'insegnamento di legge nell'ambito
della corporazione dei notai e quello di grammatica con re­
torica da parte del grammatikos. Entrambi gli insegnamenti
erano reperibili solo a Costantinopoli.
Quel che più è evidente nell'insegnamento del gramma­
tico è il suo carattere estremamente conservatore. Quando
scopriamo che Niceforo Basilace , insegnante della Scuola
Patriarcale, nel dodicesimo secolo componeva 'schizzi di ca­
rattere' su argomenti come <<Che cosa avrebbe potuto dire il
navigante che avesse veduto Icaro volar nell'aere e Dedalo
sfiorar la superficie marina con le punte dell'ali sue» o come
<<Che cosa avrebbe potuto dir Pasifae colta d ' amore per un
toro>>41 , non possiamo sfuggire all'impressione che il tempo
si sia fermato per un millennio. Né possiamo fare a meno di
domandarci che utilità avessero Icaro e Pasifae per il futuro
funzionario statale, che non avrebbe condotto alcuno dei
suoi affari in greco attico. Il massimo che si possa dire è che
una certa dimestichezza con la grammatica e la retorica de-
finiva una certa classe professionale. Ora, è stato calcolato
che nel decimo secolo il totale dei ragazzi e dei giovani che
fruirono dell' insegnamento grammaticale a Costantinopoli
(e pertanto in tutto l 'Impero) non superò i due o trecento42.
Conseguenza: quale che sia il periodo che si vuol prendere
in esame, il totale delle persone provviste di questa espe­
rienza superava a stento il centinaio. Per quanto approssi­
mative siano, queste cifre ci danno una prospettiva senza la
quale non c ' è discorso sull'istruzione bizantina che abbia
senso. Immaginiamoci dunque un gruppo di un migliaio di
persone di buona famiglia, spesso nipoti di vescovi o figli di
pubblici funzionari: in breve, uomini impegnàti in carriere
che richiedevano dimestichezza con la parola scritta. Essere
in grado, secondo necessità, di stilare un'elegante epistola,
o di pronunciare un'allocuzione dopo il pranzo al cospetto
dell'imperatore, era cosa che non poteva non destare favo­
revole attenzione. Di qui Icaro e Pasifae. E dato che lo scopo
di tutto l'esercizio stava nell'essere apprezzati dai propri pa­
ri, che ragione c'era per cambiare un sistema educativo che
designava il tale o il talaltro come uomini di cultura? Sono
evidenti gli effetti di questo sistema di cose sulla letteratura
bizantina e li esploreremo in un capitolo successivo.
Un'osservazione finale. Non è mai esistita a Bisanzio un'i­
struzione monastica che sia andata oltre il livello più ele­
mentare. Sin dal tempo di Pacomio alcuni dei monasteri più
grandi cominciarono a prowedere all'istruzione dei novizi
analfabeti che sovente erano ragazzi. Veniva loro insegnato
il servizio divino, il Salterio e il Nuovo Testamento (passi
scelti) , preferibilmente da parte di un monaco anziano cui
era richiesto di usare a tal uopo una camera separata, sì da
proteggere i confratelli da tentazioni sessuali. Il Salterio e gli
altri più importanti libri della Bibbia venivano normalmen­
te imparati a memoria, sì da ridurre il bisogno della familia­
rità con la scrittura. L'istruzione dei 'fanciulli laici' nei mo­
nasteri era considerata inopportuna già da san Basilio43 e
venne scoraggiata per tutta l'età bizantina.
NOTE

1 Hermogenis opera, ed. H. Rabe, Lipsia 1 9 1 3, pp. l sgg.


2 Vd. L. Peti t, Les étudiants de Libanius, Parigi 1957.
3 lvi, p. 1 70.
4 Orazione per Costanzo (355 d.C. ) , 20d-2l a, in Temistio, Orationes, edd. G.
Downey - A. F. Norman, III, Lipsia 1974, p. 1 25. Vd. anche G. Downey, Education
and Public Problems as Seen by Themistius, in «Trans. Arner. Philol. Assoc.», LXXX­
VI, 1 955, p. 295.
5 Cod. Theod. , XIV 9, 3 Cod. Just., XI 19, l .
=

6 Cod. Theod. , XV l , 53; VI 2 1 , l .

7 Const. apost., I 6, in Didascalia et Constitutiones apostolorum, ed. F.X. Funk, Pa­


derborn 1 905, pp. 13-5.
8 Vita S. Antonii, capp. 20, 73, PG XXVI 873, 945.
9 Fourteen Early Byzantine Cantica, ed. C.A. Trypanis, Vienna 1968, pp. 36 sg.

(strofe 1 7 ) .
1 0 Socrate, Hist. eccles. , III 1 6; cfr. Sozomeno, Hist. eccles., V 18.
1 1 Giovanni Crisostomo, De inani gloria et de liberis educandis, ed. A.-M. Malin-

grey, Parigi 1972, parr. 39, 52.


1 2 On the Value oJ Greek Literature, ed. N.G. Wilson, Londra 1 975.
1 3 Ed. M.-A. Kugener PO II 7 sgg.

14 Cod. just., I 5, 18, 4; cfr. I 1 1 , 10, 2.

15 F. Nau, L 'histoire ecclésiastique dejean d 'Asie, in ROC, Il, 1 897, pp. 48 1 sg.

16 Giovanni Malala, Chronographia, CSHB, p. 49 1 .

1 7 Procopio, Storia segreta, XXVI 5.


1 8 Georgii Choerobosci dictata, ed. T. Gaisford, III, Oxford 1 842.
19 Vd. W. Buhler - C. Theodoridis, johannes von Damaskos terminus post quem
fiir Choiroboskos, in BZ, LXIX, 1976, pp. 397 sgg.
2° Canone 7 1 , in joannou, Discipline, 1/ l , pp. 208 sg.
21 Collectio librorum juris graeco-romani ineditorum, ed. Zacharia von Lingenthal,

Lipsia 1 852, p. l l .
22 Teofane, Chronographia, A. M. 621 8 (ed. C. de Boor, Lipsia 1 883, p. 405 ) .

2 3 H. Berbérian, Autobiographie d 'A nania Sirakaci, i n « Revue des études armé­


niennes», N. S., l, 1964, pp. 1 89-94.
24 Vita Tarasii, ed. I.A. Heikel, «Acta Societatis Scientiarum Fennicae» , XVII,
Helsinki 1 899, p. 423.
25 Scriptor incertus de Leone (insieme a Leone Grammatico) , CSHB, p. 350.
26 Teofane Continuato, CSHB, pp. 1 85 sgg.
27 Genesio, CSHB, p. 98.
28 Anthol. Palatina, XV 36-8. Cfr. R. Aubreton, La translittération d 'Homère, in

«Byzantion», XXXIX, 1969, pp. 1 3-34.


29 Anecdota graeca, ed. P. Matranga, Roma 1 850, pp. 555 sg.
30 Teofane Continuato, CSHB, p. 446. .
31 R. Browning, The Correspondence of a 1ènth-Century Byzantine Scholar, in «By­

zantion», XXIV, 1 954, pp. 397-452; Id. - B. Laourdas, To keimenon ton epistolon tou
k6dikos B. M. 36749, in «Epeteris Hetaireias Byzantinòn Spoudòn» , XXVII, 1957,
pp. 151-2 1 2.
32 Vd. P. Lemerle, La Vie ancienne de S. Athanase l 'Athonite, in «Le Millénaire
du Mont Athos, 963-1 963», I, Chevetogne 1 963, pp. 59 sgg.
33 Per la novella di Costantino IX: Iohannis Euchaitorum metropolitae quae . . . su­
persunt, ed. J. Bollig - P. de Lagarde, Gottingen 1 882, n. 1 87, pp. 1 95-202; Novel­
la constitutio saec. Xl medi, ed. A. Salac, Praga 1 954.
34 Psello, Chronographia [cfr. trad. it. cit., n. 71 al cap. 2, vol. I, pp. 282 sgg.] .
35 F.I. Uspenskij, Deloproizvodstvo po obvineniju Ioanna Itala v eresi, in «Izvestija
Russk. Arkheol. Instit. v Konstantinopole>>, Il, 1 897, pp. 1-66.
36 J. Gouillard, Le Synodikon de l'Orthodoxie, in TM, II, 1 967, pp. 57-61.
37 Anna Comnena, Alessiade, V 8 (ed. B. Leib, II, Parigi, pp. 32 sgg.) .
38 Pseudo-Luciano, Timarione, parr. 43 sg. (ed. R. Romano, Napoli 1 974, pp.
88 sg. ) .
39 J . Darrouzès, Recherches sur les 'offikia ' de l'Eglise Byzantine, Parigi 1 970, pp.
71 sgg.
40 R. Browning, A New Source on Byzantine-Hungarian Relations in the Twelfth
Century, in <<Balkan Studies>>, Il, Salonicco 196 1 , pp. 1 73-21 4.
41 A. Pignani, Alcuni progimnasmi di Niceforo Basi/ace, in «Rivista di studi bi­
zantini e neoellenici>>, N. S., VIII/IX, 1971-72, pp. 295-315.
42 P. Lemerle, Elèves e t professeurs à Constantinople a u X• siècle, Acad. des Inscr.
et Belles-Lettres, Lecture faite dans la séance ... du 28 Nov. 1 969, p. 1 1 .
43 Regulae brevius tractatae, questione 292, PG XXXI 1 288.
PARTE SECONDA

IL MONDO CONCETTUALE DI BISANZIO


CAPITOLO SETTIMO

IL MONDO INVISIBILE DEL BENE E DEL MALE

Per l'uomo bizantino, come del resto per ogni uomo del
Medioevo, il soprannaturale esisteva in modo molto reale e
familiare. L'altro mondo non si limitava a venire a contatto
continuo con la vita di ogni giorno; costituiva anche quella
realtà superiore e senza tempo di cui l'esistenza terrena
non era che un breve preludio. Una qualsiasi esposizione
della 'visione del mondo' dei bizantini deve necessaria­
mente cominciare con il soprannaturale.
Dato che i bizantini erano cristiani, la loro concezione
di questo mondo superiore non può non esserci familiare,
almeno per sommi capi; e tuttavia a livello popolare (che
è altra cosa dal livello teologico) esistono taluni elementi
distintivi che richiedono spiegazione. Cosa della massima
importanza e del tutto naturale, i bizantini immaginavano
Dio e il regno dei cieli come una replica su grande scala
della corte imperiale costantinopolitana. Se fossero stati
interrogati su questo punto, avrebbero probabilmente
espresso il rapporto in termini inversi, dicendo che la cor­
te dell'imperatore era un attenuato riflesso della corte ce­
l este. Quale dei due fosse l'archetipo e quale la copia (se
così possiamo dire) , la reciproca rassomiglianza era data
per scontata - e ciò spiega molte manifestazioni della reli­
giosità bizantina.
Prima di sviluppare le conseguenze di questo postulato
può essere utile illustrare come veniva visualizzato il regno
dei cieli. Un buon numero di testi che noi saremmo porta­
ti a definire 'apocrifi' forniscono adeguate descrizioni, e se
i dettagli variano dall'uno all'altro testo, gli ingredienti di
base rimangono gli stessi. Ho scelto, data la sua relativa bre­
vità, la «Prodigiosa ed edificante visione del monaco Co­
sma>> . Era questi il ciambellano dell'imperatore Alessandro
( 9 1 2-1 3) ; poi si ritirò dal mondo e nel 933 o intorno a quel­
l'anno divenne l ' abate di un monastero sul fiume Sangario
nell'Asia Minore nordoccidentale. Dopo qualche tempo
cadde gravemente ammalato. Passarono cinque mesi e poi
un mattino andò in trance: gli occhi erano spalancati sul
soffitto della cella, dalla bocca uscivano in sussurri parole
incomprensibili. Cosma rimase in questo stato per sei ore,
ma il giorno dopo riuscì a descrivere la sua visione ai con­
fratelli della sua comunità. Quella che segue è più una pa­
rafrasi che una traduzione letterale.

Ero a letto e mi parve di vedere alla mia sinistra una moltitu­


dine di piccoli uomini dai volti anneriti [i demoni apparivano
sempre a sinistra o in direzione ovest] . Erano tutti orrendi, in di­
versi modi: chi aveva la faccia deforme, chi gli occhi iniettati di
sangue, chi le labbra livide e tumescenti. I demoni riuscirono a
trascinarmi fino a una rupe terribile. La parete incombeva su un
abisso che arrivava giù fino al Tartaro e lungo la parete correva
un sentiero tanto stretto che vi si poteva appena poggiare il pie­
de. I demoni mi spinsero lungo questo sentiero finché giungem­
mo a una grande porta. Sedeva qui un gigante, terribile, la faccia
tutta nera, le narici fumanti, la lingua sporgente dalla bocca per
un cubito. Il braccio destro era paralizzato ma il sinistro era spes­
so come il fusto di una colonna e con esso afferrava le sue vittime
per scagliarle giù nel precipizio. Quando il gigante mi vide urlò:
<<Questo è amico mio ! >> , e stava per afferrarmi quand' ecco ap­
parvero due vegliardi dal venerando aspetto nei quali riconobbi
gli apostoli Andrea e Giovanni: assomigliavano alle rappresenta­
zioni delle icone. Il gigante arretrò atterrito e gli apostoli mi fe­
cero varcare la porta. Attraversammo una città per giungere a
una bella pianura. Nel mezzo era una valletta erbosa con un ve­
gliardo seduto, che una moltitudine di bimbi circondava. I miei
compagni mi dissero: <<Questo è Abramo. Tu hai sentito parlare
del seno di Abramo». Gli feci riverenza; poi andammo in un gran-
de uliveto. Sotto ogni ulivo era una tenda e in ogni tenda un gia­
ciglio sul quale riposava un uomo. Tra costoro riconobbi molti
che avevano servito a Palazzo, molti costantinopolitani, qualche
villico e qualche membro del nostro monastero - tutti già passa­
ti a miglior vita. Mi stavo domandando che fosse quell'uliveto
quando gli apostoli mi ricordarono le «molte dimore>> che erano
nella casa del Signore.
Giungemmo a una città di bellezza inenarrabile. Le mura era­
no costrutte di dodici corsi e [anziché di mattoni] ciascuno era
di una diversa pietra preziosa; le porte erano d' oro e d'argento.
Entro le mura trovammo dorato il terreno, dorate le case, dora­
te le ville. La città era empita d'una luce ignota e d'un soave pro­
fumo , ma nell' attraversamento non incontrammo una sola per­
sona o animale o volatile. In vetta alla città giungemmo a un pa­
lazzo mirabile ed entrammo in un salone vasto quanto può arri­
vare un tiro di pietra. Dall'una all'altra estremità si estendeva una
tavola in porfido e attorno ad essa molti ospiti s'appoggiavano .
Da u n angolo partiva una scala a chiocciola che portava a una log­
gia interna. Due eunuchi fulgidi come la folgore apparvero alla
loggia e dissero ai miei compagni: <<Che anch'egli s'appoggi alla
tavola>> . Mi fu mostrato un posto mentre gli eunuchi se ne parti­
vano per un'altra camera che sembrava essere oltre la loggia e ri­
masero assenti per qualche ora. In quel mentre riuscii a ricono­
scere molti degli ospiti miei pari: alcuni erano monaci del nostro
monastero, altri pubblici funzionari. Infine gli eunuchi tornaro­
no e dissero ai due apostoli: <<Che sia ricondotto indietro, poi che
i suoi confratelli sono in grande afflizione per lui. L'imperatore
acconsente a che faccia ritorno alla vita monastica. Conducetelo
per un diverso sentiero e al suo posto sia qui portato il monaco
Atanasio del monastero di Traiano>> . Gli apostoli mi portarono
via. Passammo per sette laghi dove era sottoposta a tormenti una
grande moltitudine di peccatori: un lago era colmo di tenebra,
uno di fuoco, un altro di maleolente vapore, un altro ancora di
vermi, e via dicendo. Ben presto riincontrammo Abramo che ci
offrì vin dolce in una tazza dorata. Quindi ritornammo alla por­
ta esterna. Il gigante digrignò i denti e mi disse con rabbia: «Sta­
volta mi sei sfuggito, ma sappi che mai cesserò di tramare .contro
te e il tuo monastero>> . Fin qui i miei ricordi; come ripresi co­
scienza non saprei spiegare .
Quando Cosma finì di narrare la sua storia, si inviò un
messaggero al vicino monastero di Traiano e questi trovò
che il monaco Atanasio era morto proprio durante la visio­
ne di Cosma 1 •
Cosma fu ciambellano prima che monaco e questo può
spiegare perché la descrizione del palazzo celeste è così vi­
vida. La grande sala o triclinium, i cubicula, la scala a chioc­
ciola ( kochlias) , la loggia ( hèliakon) , la tavola in porfido, gli
attendenti eunuchi: sono tutti elementi familiari del palaz­
zo imperiale. La sola differenza è che in Paradiso tutto è
molto più grande e più splendido. L'equivalenza palazzo
terreno palazzo celeste, comunque, è un luogo comune
=

del pensiero bizantino. Tra i molti testi che possiamo citare


a sostegno di quest'affermazione uno basterà. Quando Gio­
vanni Mauropode, letterato bizantino del secolo undecimo,
fu per la prima volta presentato a corte durante il regno di
Michele IV ( 1 034-4 1 ) , scrisse un componimento poetico
encomiastico dove esprimeva il desiderio di continuare a
essere accolto con favore. Giovanni Mauropode simulava il
timore che gli «angeli alati>> dell'imperatore lo respinges­
sero alle porte del palazzo; ma se fosse stato in grado di su­
perare l'ostacolo e fosse riuscito ad accostarsi al trono, i
cherubini non l ' avrebbero colpito con la loro spada fiam­
meggiante? Giovanni evitò il cattivo gusto di paragonare a
Cristo il rozzo Michele IV; nondimeno suggerì che Cristo
avrebbe potuto essere presente nel palazzo: come infatti
era stato accanto ai tre giovani ebrei nella fornace, così ora
avrebbe potuto unire la sua presenza a quella del terzetto
imperiale formato da Michele, dalla sposa Zoe e dalla so­
rella di quest'ultima, Teodora2•
Il séguito di Dio era costituito anzitutto dalle schiere de­
gli angeli che in linea teorica erano rigorosamente stratifi­
cate e differenziate. Gli angeli avevano numero infinito e
costituivano l 'esercito di Dio con tanto di truppe regolari,
ufficiali e generali. Fungevano anche da emissari speciali,
proprio come facevano sulla terra i magistriani; inoltre for-
mavano il cubiculum celeste, owero il corpo dei ciambella­
ni. Sulla terra adempivano varie funzioni a seconda del lo­
ro rango; proteggevano individui, chiese, altari, città e per­
sino nazioni. Non può però dirsi che i bizantini abbiano
mai elaborato un sistema angelologico coerente e general­
mente accettato. L'insegnamento biblico al proposito, co­
me è notorio, può disorientare; e quanto alla Gerarchia cele­
ste dello pseudo-Dionigi ( 500 circa) , si trattava certo di
un'opera ritenuta autorevole per la sua attribuzione all'età
apostolica, ma era dawero troppo astrusa perché il più va­
sto pubblico potesse intenderla. I bizantini avevano suffi­
ciente familiarità con i serafini e i cherubini quali vengono
descritti nelle visioni di Isaia e di Ezechiele . Erano sovente
invocati nella liturgia e rappresentati nelle decorazioni del­
le chiese, anche se va riconosciuto che si faceva spesso con­
fusione in merito ai loro tratti distintivi. Sui Troni, le Pote­
stà, le Dominazioni e i Principati le idee dei bizantini non
erano chiare. Quanto agli arcangeli, solo due (Michele e
Gabriele) avevano un posto sicuro nella devozione popola­
re; quanto agli altri ( Raffaele e Uriele compresi) compaio­
no soprattutto in preghiere e incantesimi legati all' occulto.
San Michele era il comandante in capo (l' archistrategos) del­
le schiere celesti; gli erano consacrati molti centri di culto
in Asia Minore, il più famoso dei quali a Chonai (Colossai)
in Frigia, dove era stato proprio Michele ( così si credeva) a
fendere la roccia e deviare il corso di un torrente.
La Chiesa delle origini si era risolutamente opposta al
culto degli angeli. Già san Paolo, scrivendo (e già questo è
significativo) ai Colossesi, aveva lanciato questo ammoni­
mento: <<Nessuno prenda partito contro di voi, a suo ca­
priccio, con finta umiltà o culto degli Angeli>> (Lettera ai
Colossesi 2 , 1 8) . Il Concilio di Laodicea in Frigia, tenutosi
nel quarto secolo, si spinse ancor più innanzi: «l cristiani
non devono abbandonare la Chiesa di Dio e uscirne invo­
cando gli angeli per nome e organizzandone il culto, che è
proibito. Chi venga scoperto essere dedito a questa idola-
tria nascosta sia anatema»3. Nel secolo successivo Teodore­
to di Ciro osservava che «Questo morbo era invalso a lungo
in Frigia e in Pisidia» e che «a tutt'oggi possono vedersi
chiese di san Michele tra queste popolazioni e i loro .vici­
ni>>4. Le condanne si dimostrarono di scarso profitto: il cul­
to di san Michele continuò non solo nell'Asia Minore occi­
dentale ma in tutto l 'Impero. A Costantinopoli gli erano de­
dicate non meno di ventiquattro chiese.
In merito alla natura degli angeli si sostenevano due opi­
nioni che presentavano leggere divergenze. La prima e for­
se più antica era che gli angeli non fossero puro spirito ma
consistessero di una materia finissima visibile soltanto a uo­
mini di particolare santità <<i cui occhi ha aperto Iddio>>5.
Tuttavia l'opinione più diffusa era che gli angeli fossero im­
materiali ma capaci di assumere forma corporea - il che,
per inciso, li rendeva soggetti quantomai adatti a esser rap­
presentati. Quando si rendevano visibili, solitamente gli an­
geli assumevano le sembianze di giovinetti eunuchi. Un te­
sto popolare descrive l ' angelo rimasto guardiano perma­
nente di Santa Sofia quale <<eunuco awolto in veste bianca,
di bell'aspetto, come un emissario del Palazzo>>6. Nella Vita
di sant'Andrea il Folle un angelo viene a cucinare la zuppa
per un giovinetto di grande santità dal nome di Epifania.
L'essere celestiale viene rappresentato come <<un giovane di
bell'aspetto e mirabile statura, dal volto che brillava più del
sole: una veste divina lo cingeva - bianco misto a oro dal col­
lo al petto e dal petto a fianchi e ginocchia risplendeva tale
a erba verde e cedro» 7 . Altrove san Michele appare <<con
ampio seguito e porta la veste del praepositus»8•
Tutto questo è perfettamente sensato. Gli angeli, esseri
asessuati che agiscono quali attendenti di Dio, avevano il lo­
ro più prossimo corrispondente terreno negli eunuchi del
palazzo imperiale. A capo degli eunuchi era il praepositus sa­
cri cubiculi la cui posizione era pertanto analoga a quella di
san Michele. Inoltre la mentalità bizantina non vedeva in­
congruenza alcuna in un eunuco che occupasse la posizione
di comandante militare perché questa era pratica comune.
Per !imitarci a un esempio: Narsete, uno dei più brillanti ge­
nerali di Giustiniano, era un eunuco.
Oltre agli angeli la corte di Dio comprendeva anche i
santi. Un posto sempre rilevantissimo, paragonabile a quel­
lo della famiglia dell'imperatore, spettava alla Madre di Dio
- la Theotokos, come veniva solitamente chiamata - e a san
Giovanni Battista. Questi due personaggi appaiono insieme
a Cristo in uno dei più diffusi tipi di icona bizantina, quel­
lo che noi identifichiamo come Deésis: Cristo è al centro (in
piedi o assiso in trono) mentre sua Madre e il Precursore
stanno ai suoi fianchi, entrambi con il capo leggermente
piegato e le mani protese in un gesto d'intercessione per il
genere umano. Analoga posizione quella in cui appaiono
nel Giudizio Universale9.
Sarebbe superfluo diffondersi qui sul primato della Ver­
gine Maria nel pantheon cristiano; per i bizantini ella poi
aveva un ruolo particolarmente importante in quanto pa­
trona e protettrice di Costantinopoli10. Assunse questo com­
pito in virtù di due reliquie assai venerate che riuscirono ad
arrivare nella capitale - il Cinto e il Velo. Il Cinto (zoné) era
conservato alla basilica di santa Maria al Mercato del Rame
( Chalkoprateia) che era ritenuta essere una fondazione del­
l 'imperatrice Pulcheria ( 450) ; le rovine dell'abside sono tut­
tora conservate poco lontano da Santa Sofia, verso ovest.
Stando a una tradizione fu Giustiniano a portare la reliquia
a Costantinopoli da Zela, località posta a sud di Amasia, nel­
l'Asia Minore orientale; per una diversa tradizione fu l 'im­
peratore Arcadio a portarla da Gerusalemme 1 1 .
Più famoso del Cinto era i l Velo ( maphorion) conservato
in una speciale cappella prossima alla basilica di santa Ma­
ria delle Blacherne (vertice settentrionale della capitale) . Si
diceva che la reliquia venne scoperta a Cafarnao dai patrizi
Galbio e Candido durante il regno di Leone I ( 457-74) . Ap­
parteneva a una ebrea che la teneva in un'arca di legno, ma
i patrizi seppero venirne in possesso sostituendola con
Fig. 8. Il Mediterraneo medievale.
un'altra arca esattamente delle stesse dimensioni; poi por­
tarono il Velo a Costantinopoli. I suoi miracolosi poteri si
manifestarono in alcuni dei più gravi momenti della storia
della capitale: fu il maphorion a salvare Costantinopoli dagli
Avari e dai Persiani nel 626 e dai Russi nell'86012.
A parte san Giovanni Battista, che marca il passaggio dal­
la Legge alla Grazia (e che nella sola Costantinopoli aveva
trentacinque chiese a lui dedicate) , i profeti, i sacerdoti, i
patriarchi dell'Antico Testamento ebbero un ruolo minore
nella devozione bizantina. Tra i santi della Nuova Alleanza
gli apostoli erano, se così si può dire, al vertice della gerar­
chia; il culto loro tributato era considerevole, e tuttavia non
possiamo descriverli in assoluto come i più popolari tra i
santi. I più popolari possono a prima vista sembrare una
banda piuttosto strana: molti - invero, la maggior parte -
erano figure vaghe, di cui non sappiamo nulla di preciso; e
se si indagano le ragioni della loro popolarità, si finisce per
scoprirle non già in qualche tratto del carattere storico o
dell'operato dei santi in questione, ma semmai nell'esi­
stenza di un culto locale che pervenne a una certa fama.
Si prenda il caso di san Nicola di Mira13• Non sappiamo
nulla di preciso su questo vescovo che dovrebbe essere vis­
suto nel quarto secolo e avere partecipato al Concilio di Ni­
cea del 325 (quest'ultimo dato è assai dubbio) . Nel sesto se­
colo il suo nome cominciò ad associarsi ad alcune storie:
avrebbe salvato da condanna a morte tre cittadini di Mira e
poi ripetuto l 'impresa liberando tre generali di Costantino.
Giustiniano costruì a Costantinopoli una chiesa in onore di
san Nicola. Qualche tempo dopo il vescovo di Mira venne
confuso con un omonimo, Nicola di Sion (monastero in Li­
eia) , morto nel 564: un buon numero di miracoli accredi­
tati al secondo ( come per esempio saper placare le tempe­
ste) vennero trasferiti al primo. Nel nono secolo questo san
Nicola 'accresciuto' emerge ormai come uno dei grandi
dottori della Chiesa Ortodossa. A Santa Sofia, la sua rap­
presentazione in mosaico va ad accostarsi a quelle di san
Giovanni Crisostomo, san Basilio e altri grandi Padri. Diffi­
cile dire il perché di questo innalzamento. Ad ogni modo
san Nicola aveva il vantaggio di un culto locale ben stabili­
to e di una tomba miracolosa che emanava un olio santo.
Può essere che la sua fama si sia diffusa dapprima tra i ma­
rinai bizantini che attraccavano al porto di Mira e sia così
venuta a moltiplicarsi nelle altre parti dell'Impero - sinché
la figura di questo amabile vegliardo dalla corta barba ton­
deggiante divenne una delle più familiari nel repertorio
iconografico. La traslazione delle sue reliquie a Bari ( 1 087)
contribuì a un' ancor più ampia diffusione del suo culto nel­
la Cristianità.
Oppure si consideri il caso di san Demetrio di Tessaloni­
ca 14• Anch'egli era una figura dai contorni incerti - forse una
vittima della persecuzione di Diocleziano. Inoltre non era
originariamente venerato a Tessalonica ma a Sirmio. Quan­
do ( 442-43) la capitale della prefettura dell'Illirico venne
trasferita a Tessalonica, per maggior protezione dagli attac­
chi degli U nni, emigrò anche il culto di Demetrio. Poco do­
po venne eretta in suo onore una splendida basilica che an­
cora esiste nonostante i severi danni causati dall'incendio
del l 91 7. Quanto all'assenza delle reliquie (ancora non esi­
stevano nel settimo secolo) , era questione che si dimentica­
va o su cui si sorvolava. Poi apparve la tomba; non solo: gra­
zie a un sistema di condutture nascoste si compì la frode di
far sì che emettesse un olio santo; così Demetrio poté con­
dividere con Nicola l 'invidiabile epiteto di myrobletes. Tra­
sformato in santo militare (originariamente era un diaco­
no) , figura di giovinetto dalle chiome arricciate, Demetrio
ripetutamente 'difese' la sua città dagli attacchi dei barbari.
Osservazioni in gran parte analoghe potrebbero avan­
zarsi per altri santi popolari: san Teodoro, san Giorgio, san
Mamas, san Spiridione. Diversa dalla mentalità moderna, la
mentalità medievale non provava interesse per la loro sto­
ricità: ciò che contava era l ' esistenza di un culto locale che
forniva al santo una 'base di potere'. Per gli abitanti di Tes-
salonica san Demetrio era un concittadino che stava vici­
nissimo all'Onnipotente e poteva dedicare particolari at­
tenzioni alle richieste che provenivano dalla sua città; ave­
re lui in Paradiso era ancor meglio di avere un altro tessa­
lonicese in un posto eminente al servizio dell'imperatore.
Il carattere vago del santo non costituiva un ostacolo per il
suo ruolo; era semmai un vantaggio; così gli si potevano at­
tribuire tutte le virtù immaginabili - il che non sarebbe sta­
to possibile se egli avesse posseduto una personalità storica
ben definita.
Il bizantino medio riteneva che ciascun santo risiedesse
anzitutto nella sua chiesa principale; in grado minore (o
forse più a intermittenza) in altre chiese a lui dedicate; inol­
tre nelle sue reliquie e nelle sue icone, dovunque fossero.
Di qui la desiderabilità dei pellegrinaggi. Giovanni Mosco
(600 circa) ci narra di un anacoreta che viveva presso Ge­
rusalemme e che nutriva tale affetto per i martiri da intra­
prendere lunghi viaggi: a Efeso per san Giovanni, a Eu-.
chaita (nel Ponto) per san Teodoro, a Seleucia (in Cilicia)
per santa Tecla, a Resafa (in Siria) per san Sergio15. Stando
al dettato del nostro autore, l'anacoreta non visitava le chie­
se di questi martiri; semplicemente, egli andava da san Gio­
vanni, da san Teodoro e via dicendo, come per un incontro
di carattere personale. Un esempio ancor più illuminante
ci viene fornito da un tale Gregorio, biografo di san Basilio
il Giovane (decimo secolo) . Quest'uomo possedeva una fat­
toria a Rodosto in Tracia (moderna Tekirdag) , dove era so­
lito recarsi in estate per il raccolto. Una volta, prima di par­
tire da Costantinopoli (sua residenza abituale) , si ritirò nel­
la chiesa di Santo Stefano, nel suo quartiere: e lì pregò im­
petrando un viaggio sicuro per terra e per mare. Ma una
volta giunto a Rodosto cadde nelle grinfie di una giovane
donna - che era una strega. Gregorio seppe resistere alle
sue lusinghe, ma quella si vendicò facendogli venire la feb­
bre. L'uomo cadde in coma; allora si ricordò di invocare
santo Stefano: «Santo protomartire Stefano, apostolo di
Cristo, non ho forse implorato il tuo aiuto alla mia parten­
za dalla Città? Ecco, me ne vado, mai più mi vedrai e più
non potrò continuare a servirti - lo so per certo, poi che so­
no prossimo alle porte della morte». <<Quale il tuo cruccio,
amico mio?>>, rispose santo Stefano. <<Non ero qui. Ho chie­
se in tutto il mondo e le ho visitate come fa ogn'altro san­
to. Non biasimarmi pertanto, sono arrivato or ora>> . Santo
Stefano fece recitare a Gregorio una preghiera (una di
quelle vecchie preghiere magiche contenenti invocazioni
ai serafini, ai cherubini e a tutte le schiere celesti) e l'in­
cantesimo della strega fu spezzato16.
Abbiamo visto che Gregorio svolgeva ' servizi' apprezzati
da santo Stefano, rendendosi in tal modo persona grata. Era
l'istituto del patronato a fornire il modello adatto a prati­
che di questo tipo e ci sono testi assolutamente espliciti al
proposito. Nel settimo secolo un anziano che aveva fatto
parte per tutta la vita della confraternita laica di sant'Arte­
mio (un santo guaritore) si trovò nondimeno affetto da
un'ulcera. Osservò con amarezza: <<Se mi fossi messo a ser­
vizio di un uomo di questa terra avrei ricevuto maggiore e
più sollecito sostegno! >> . Un altro cliente deluso di sant'Ar­
temio esclamò: <<Che razza di patronato è questo? Il santo è
un impostore ! >>17• E infatti come il patrono 'umano' faceva
valere il suo influsso tra le persone autorevoli, così si rite­
neva che il santo avesse collegamento diretto con l 'autorità
celeste. La parola chiave al proposito è parrhésia. In greco
antico significava 'libertà di parola' - la prerogativa del cit­
tadino di esprimere con franchezza le sue opinioni. Ma in
età bizantina parrhésia acquisì una diversa gamma di con­
notazioni: pur mantenendo talvolta il significato di 'libertà
di parola' o di ' temerità' (generalmente intesa quale ' sfac­
ciataggine' ) , venne sempre più a designare quella sorta di
familiarità o di 'accesso' che il signore concede al cortigia­
no favorito18. Analogamente il santo aveva parrhésia al co­
spetto di Dio e poteva così ottenere favori per i suoi clienti.
Il concetto è espresso da Gregorio con ogni evidenza: <<Os-
serviamo sovente il medesimo anche riguardo all'impera­
tore terreno, che per la mediazione dei suoi amici più stret­
ti perdona la punizione dovuta per crimini e colpe della
maggior gravità». Certo, si poteva conseguire la salvezza per
la via più difficile, con il digiuno e le privazioni: ma non tut­
ti ne erano capaci. Di qui, continua il nostro autore, l 'im­
portanza di cattivarsi molti santi, e se non molti almeno
qualcuno e se non qualcuno almeno uno. Se il santo è vivo,
ogni risorsa sia impiegata pur di contribuire alle sue neces­
sità e al suo benessere; se si è poveri, siano l'assistenza, l ' ub­
bidienza, l'umiltà a propiziarcelo. Se è morto, contribuite
il più possibile alla sua chiesa con olio, ceri, incenso oppu­
re, se siete ricchi abbastanza, sfamando i poveri e vestendo
gli ignudi. In questo modo, quando verrà l 'ora della dipar­
tita, il santo vi accoglierà lassù e intercederà per voi quan­
do sarà il giudizio del Signore. Non disse Cristo stesso <<Co­
lui che riceve un giusto da giusto riceverà la ricompensa del
giusto» (Matteo 1 0,41 ) ?19
Strette in una lotta continua ancorché impari con le for­
ze della luce erano le forze della tenebra, le innumerevoli
schiere dei demoni. Sarebbe un errore trascurarle quali
semplici prodotti di superstizione, indegni della considera­
zione dello storico. Per l'uomo bizantino i demoni erano
una realtà, ed egli interpretava tutta la sua vita quale terre­
no di battaglia tra forze del bene e forze del male. Ciò vale
in modo particolare per il monaco, che era abituato a usa­
re una fraseologia militare per quanto atteneva ai demoni:
le parole polemos (guerra) e polemeisthai (subire un attacco)
ricorrono costantemente a denotare la lotta spirituale con­
tro di essi.
Nella categoria dei demoni i bizantini comprendevano
una grande varietà di spiriti, ciascuno dei quali aveva una
funzione o un'ubicazione ben precisa. Al livello più primi­
tivo troviamo gli spiriti maligni della natura, che è difficile
far rientrare nella concezione del mondo cristiana. Una
preghiera esorcistica particolarmente dettagliata, falsa-
men te attribuita a san Basilio, ne dà la seguente enumera­
zione:

Spaventatevi andatevene fuggite partite demoni impuri [ ... ]


dovunque voi siate [ . ] che abbiate forma di serpente o ceffo be­
. .

stiale o siate tali a vapore o a volatile [ . . ] che vi mostriate al mat­


.

tino o a mezzo il giorno o a mezzanotte o a qualche altra ora an­


zitempo o all'alba [ ... ] che siate nel mare o in un fiume o sotto
terra o in un pozzo o presso una rupe o in un fosso o in un lago
o in un canneto o in una foresta [ ... ] o in un bosco o boschetto o
in un albero o in un uccello o nel tuono o sul tetto del bagno o
in una polla d'acqua, e che noi sappiamo o che noi non sappia­
mo donde venuti voi siete [ . . . ] partite per una terra deserta
senz'acque mai arata, dove nessuno abita20.

Le Vite dei santi traboccano di riferimenti a demoni che


perseguitano chi sta all' aperto, e qualche esempio lo di­
mostrerà. Nel sesto secolo san Nicola di Sion, che già ab­
biamo menzionato, venne chiamato a risolvere i problemi
causati da un grande cipresso abitato da un demone che
terrorizzava la regione circostante, uccidendo chiunque vi
si accostasse. Dinanzi a una grande assemblea il santo inco­
minciò a vibrare colpi d'ascia all'albero che oscillò e (natu­
ralmente dietro istigazione diabolica) prese a cadere sulla
folla; ma Nicola, da solo, riuscì ad afferrarlo e lo fece cade­
re in direzione opposta. Allora il demone ammise la sua
sconfitta e 'se ne partì21• Demoni si celavano nei luoghi de­
serti, demoni erano appostati là dove si guadavano fiumi e
torrenti; particolarmente numerosi erano sottoterra. Chi
usciva di casa dopo fatto buio correva il rischio di venir pos­
seduto. Uno scavo intrapreso senza cautele - soprattutto in
un sito segnato da resti di antichità pagana - poteva mette­
re in libertà una moltitudine di demoni che poi avrebbero
preso possesso d'esseri umani e animali da fattoria.
La Vita di san Teodoro di Sicione (in Galazia) , morto nel
613, ci offre un assortimento particolarmente variato di sto­
rie sui demoni. Quando il santo era ancora un ragazzo si al-
zava nel cuore della notte e si metteva in cammino diretto
a una chiesa sacra a san Giorgio, posta in cima a una colli­
na nei pressi del villaggio di Sicione. Mentre camminava nel
buio veniva attaccato da demoni che prendevano forma di
lupi e di altre bestie feroci. Un sito posto a distanza di otto
miglia da Sicione era infestato - soprattutto a mezzodì - da
«Artemide, come è chiamata, con una moltitudine di de­
moni», sicché non v'era chi potesse accostarvisi; un altro si­
to era a tal punto infestato di spiriti immondi che non v'e­
ra uomo o animale che potesse farglisi vicino, specialmen­
te a mezzogiorno e dopo il tramonto. Il santo si era fatto sca­
vare una grotta laggiù e vi dimorava da Natale alla Dome­
nica delle Palme, in digiuno e preghiera. Chi lo visitava po­
teva udire gli accenti di lamento degli spiriti, scacciati dalla
presenza del sant'uomo. Accadde infine che il luogo non si
limitò a essere purificato ma giunse ad acquisire una pecu­
liare santità, tanto che una manciata di quella terra, se mi­
schiata a cibo o bevanda, poteva curare malattie d'uomini
e d'animali. In un villaggio ubicato nel territorio della Gor­
diene gli abitanti costruivano un ponte su un torrente. Il
progetto era quasi completo quando gli operai, rimasti sen­
za pietre, decisero di estrarre qualche lastrone da una col­
lina nelle vicinanze. Fu fatto e dalla collina uscì una molti­
tudine di spiriti immondi che possedettero uomini e don­
ne del villaggio; altri occuparono siti posti lungo la pubbli­
ca via e ai confini dell'area del villaggio, dove molestavano
animali e passanti. Fu chiamato san Teodoro e al suo acco­
starsi i demoni cominciarono a gridare: «Perché sei venuto
dalla Galazia in Gordiene? Non devi varcare i confini. Sap­
piamo perché sei venuto ma non ti obbediremo come i de­
moni di Galazia, perché resistiamo meglio di loro>> . Non
servì a niente: Teodoro poté espellere i demoni dagli uo­
mini e dalle donne che avevano posseduto; poi radunò gli
spiriti che si occultavano in campagna e per strada (pote­
vano essere veduti in forma di mosche, di lepri o di ghiri) e
li riportò nello scavo che infine venne richiuso22.
I n un'altra occasione un ricco di Eraclea Pontica (oggi
Karadeniz Ereglisi) scavò un fosso vicino a casa sua e ne
uscirono spiriti immondi; attaccarono membri della sua fa­
migli a e altri abitanti della città. In un villaggio della regio­
ne di Lagantine era un sarcofago in marmo che conteneva
i resti mortali di alcuni pagani, sorvegliati dai demoni. I vil­
lici spostarono il coperchio del sarcofago per usarlo come
abbeveratoio: diedero così via libera ai demoni. Un inci­
dente simile, avvenuto a Germia in Galazia, causò notevole
scompiglio. Il vescovo locale praticò un grande scavo mi­
rando a costruire una cisterna. Così facendo venne intac­
cato un antico cimitero e i demoni che si occultavano nel­
le tombe ne uscirono per possedere gli abitanti, ricchi o po­
veri che fossero. E mentre i ricchi, in preda alla vergogna,
tenevano rinchiusi i loro familiari colpiti, i poveri si recava­
no in chiesa. Si ricorse a Teodoro che cominciò col porre
sotto interrogatorio i demoni. Questi ultimi mossero criti­
che al vescovo. A loro bastava starsene in quelle tombe, ma
quando il vescovo, punto dall'ambizione, li fece uscire dai
loro umili alloggi, li prese la rabbia - e sarebbe stato meglio
per loro che questo non succedesse, poiché operava a quel
tempo un esorcista rinomato come san Teodoro. Mfluì un
gran numero d'ecclesiastici, persino di ebrei e di eretici, e
in loro presenza Teodoro compì il suo rituale. I demoni che
avevano posseduto i poveri vennero radunati tutti insieme,
ma subito cominciarono a protestare: «Molti dei nostri»,
gridavano, <<Stanno in corpi che si nascondono nelle case
dei ricchi e negli ostelli. Si facciano venire an eh' essi prima
di mettere al confino noi ! » . Teodoro non acconsentì. <<Se
ciò è accaduto perché rispettabili cittadini erano in preda
alla vergogna, perché esporli al pubblico ludibrio? Tutti gli
spiriti nascosti, siano in case o in ostelli, saranno fatti usci­
re dalle schiere angeliche e portati qui» . E così avvenne.
C'erano però due donne che erano state possedute già da
prima e i cui demoni lamentavano, non senza ragione:
«Non rinchiuderei qui . . . Non siamo di questa compagnia;
siamo venuti dalla regione di Cappadocia prima che si fa­
cesse lo scavo>> . Teodoro acconsentì ad occuparsi di loro in
un'altra circostanza. Quanto al resto dei demoni egli ot­
tenne, per salvaguardare la decenza, che uscendo dai corpi
delle loro vittime non ne lacerassero completamente le ve­
sti, in modo che gli uomini potessero restare almeno in mu­
tandoni e le donne serbassero le loro tuniche. I demoni
vennero così ricondotti nel loro buco che venne poi rico­
perto di terra. Via via che le vittime si riprendevano, riferi­
vano le loro esperienze: chi si era veduto uscire di bocca un
serpente, chi un ghiro, chi una lucertola23•
Queste storie, così ingenuamente narrate, ci forniscono
l'opportunità di avanzare un certo numero di osservazioni.
In primo luogo possiamo notare il forte sentimento 'loca­
le' dimostrato dai demoni: quelli della Gordiene si ritene­
vano più forti di quelli della Galazia; i demoni originari del­
la Cappadocia rifiutavano di essere confinati a Germia, e la
loro supplica era considerata ragionevole da san Teodoro.
In secondo luogo i demoni erano legati alle reminiscenze
del paganesimo antico. L'identificazione 'dèi pagani =de­
moni' è un luogo comune del pensiero cristiano antico e
infatti negli esempi che abbiamo citato Artemide appare
con un séguito di demoni. Ma le divinità antiche erano già
morte, non avevano lasciato che una vaga memoria o un'au­
ra di maleficio. Come che fosse, le campagne continuavano
a essere coperte di resti dell'antichità greco-romana. I gran­
di sarcofagi marmorei con le rappresentazioni di banchet­
ti funerari e di altre strane figure erano troppo preziosi per
non essere all'occorrenza utilizzati quali abbeveratoi o fon­
tane, e tuttavia anch'essi sembravano avere un che di fune­
sto. Anziché lasciar liberi i demoni che li sorvegliavano era
spesso ritenuto più saggio non toccarli - e per questo gli ar­
cheologi possono essere grati.
I demoni erano sempre pronti a penetrare nei corpi de­
gli esseri umani e degli animali domestici dove, attratti dal
calore e dall'umido, potevano abitare per lunghi anni, tali
a parassiti. Così facendo erano causa di vari morbi oltre che
di disturbi dei sensi. Certo, non tutte le malattie si doveva­
no ai demoni; alcune rispondevano alle cure mediche o al­
le acque curative e tuttavia molte erano il risultato della pos­
sessione; come tali, stavano ben oltre le competenze del
medico. Era solo l'esorcista a poter dare aiuto e i suoi me­
todi non erano teneri. Spesso doveva colpire al petto il pa­
ziente o scagliarlo a terra e pestargli il collo. Il demone non
voleva mai andarsene; potevano esserci fenomeni di levita­
zione; e una volta espulso causava le convulsioni al pazien­
te, lo forzava a lacerarsi le vesti, poi lo lasciava privo di co­
scienza. Ma la cura, se riusciva, era completa.
Oltre ai demoni 'di truppa' c 'era anche la categoria degli
ufficiali, con funzioni specializzate. Sentiamo spesso parlare
del demone della fornicazione o del demone della noia o
dell'accidia ( akédia) , ai cui attacchi i monaci erano partico­
larmente vulnerabili. Il demone della sonnolenza si occupa­
va di far addormentare i fedeli che assistevano alla celebra­
zione liturgica in chiesa24• Alcuni di costoro occupavano un
rango militare nella gerarchia infernale - erano a capo di al­
tri cento o di altri mille demoni. Il demone dell'Ippodromo
apparteneva a quest'ultima categoria ed era ancora attivo
nel decimo secolo, quando i giochi dell'Ippodromo erano
decaduti al rango di un rituale infrequente25.
Diversamente dal Satana di Milton, il diavolo dei bizan­
tini non era un fiero ribelle: al contrario, era messo piutto­
sto male, come del resto lo immaginava anche Dostoevskij .
Di solito assumeva le sembianze di un negro di bassa statu­
ra, oppure di serpente, di cane nero, di scimmia, corvo o to­
po. Poteva comunque apparire anche diversamente - per
esempio come mercante arabo o come vecchia. Era codar­
do e bugiardo ed emanava cattivo odore. Come ben sape­
vano i monaci, la sua tattica favorita stava nel suggerire pen­
sieri sconci o un senso di noia. Se questo approccio falliva,
il diavolo spaventava la sua vittima prendendo forma di be­
stia feroce o di gigante; se del caso, poteva ricorrere alla vio-
lenza fisica. Spessissimo avanzava predizioni, non perché
conoscesse il futuro, ma perché, essendo uno spirito, riu­
sciva a muoversi velocissimo e poteva così annunciare even­
ti svoltisi lontano oppure trame deduzioni probabili. Per
esempio, se c 'erano state grandi piogge presso le sorgenti
del Nilo, il diavolo stava sul sicuro se prediceva inondazio­
ni in Egitto. Più santo era un uomo, più il diavolo lo invi­
diava e cercava di insidiarlo. Ma il sant'uomo di solito pos­
sedeva <<il dono del discernimento degli spiriti>> . Egli pote­
va per così dire fiutare il demonio da lungi e metterlo in fu­
ga con il segno della croce oppure recitando il Salmo 68:
«Sorga Iddio e siano dispersi i suoi nemici; dinanzi a Lui
fugga chi Lo odia>>. Infatti, in ultima analisi, i demoni non
avevano potere: come già segnalato da sant'Antonio, giun­
sero a chiedere il permesso del Signore anche per entrare
nei porci dei Gadareni. E per quale altra ragione assume­
vano la forma di vili animali?26
La vita sulla terra veniva in tal modo vissuta su due livel­
li, il visibile e l 'invisibile: quest'ultimo era di gran lunga il
più significativo. I comuni mortali non erano consapevoli
della disputa che continuamente si combatteva per la loro
salvezza, ma i sant'uomini potevano veramente vedere e fiu­
tare le cose dello spirito, buone o cattive che fossero. L'at­
to finale della disputa era al momento della morte di ogni
uomo e poco dopo. Infatti quando un mortale stava per esa­
lare l 'ultimo respiro una moltitudine di demoni accorreva
al suo capezzale sperando di entrare in possesso della sua
anima; a costoro si opponeva l ' angelo custode individuale.
Una volta che l ' anima si era dipartita dal corpo doveva viag­
giare nell'aria e fermarsi a un certo numero di 'posti di do­
gana' o 'gabellini' ( telonia) occupati da demoni che ne esa­
minavano l 'operato in terra. All'anima era consentito di
procedere solo dietro pagamento di adeguata tassa calco­
lata in opere buone; altrimenti veniva catturata all'istante.
Già nella Vita di sant'Antonio troviamo un'allusione a que­
sta curiosa credenza, probabilmente di origine egiziana27.
Due o tre secoli dopo leggiamo di san Simeone, il santo fol­
le di Emesa, che con questi accenti pregò per la salvezza del­
la madre appena scomparsa: <<Concedile Signore una scor­
ta di angeli che protegga la sua anima dagli spiriti maligni
e dalle bestie spietate dell'aria che si provano a inghiottire
tutto quel che passa»28•
Stando a un testo del decimo secolo29, c'erano ventuno
' case dei gabellieri' , ciascuna rappresentando uno dei se­
guen ti peccati: maldicenza, violenza carnale, invidia, men­
zogna, ira, superbia, vaniloquio (con inclusione di: risa,
scherzi, oscenità, portamento provocante, canzoni licen­
ziose) , usura mista a frode, accidia mista a vanità, avarizia
(quest'ultima coperta da una fittissima nube di tenebra) ,
ubriachezza, rancore, stregoneria e magia, gola (con in­
clusione del consumo di cibi proibiti durante le feste) , ido­
latria ed eresia, omosessualità maschile e femminile, adul­
terio, omicidio, furto, fornicazione e infine spietatezza. Ci
viene spiegato che la gran maggioranza delle anime veni­
va a cadere nei gabellini dell'adulterio e della fornicazio­
ne- un interessante commento alla vita bizantina. Ciò che
particolarmente è notevole, comunque, è che i demoni re­
sponsabili dei gabellini erano in possesso di registri ( ko­
dikes) assai dettagliati, dove ogni specifica trasgressione
veniva annotata con la data precisa e il nome dei testimo­
ni. Le voci venivano cancellate dal registro solo dietro pie­
na confessione ed espiazione del peccato in terra. Il cari­
co della burocrazia imperiale e la paura dell'esattore del­
le tasse non avrebbero potuto trovare rappresentazione
più vivida.
Va riconosciuto alla Chiesa Ortodossa di non avere mai
approvato questa bizzarra nozione dei telonia. Il destino del­
l ' anima dopo la morte e prima del Giudizio Universale, per­
tanto, era questione rimasta in sospeso. L'abitudine delle
preghiere per i defunti e delle offerte portate in chiesa al
terzo, al nono e al quarantesimo giorno dopo la morte pre­
supponevano la possibilità di modificare o almeno allevia-
re il verdetto. In alcune zone si riteneva che sino a quaran­
ta giorni dopo la morte l ' anima senza più il corpo rivisitas­
se i luoghi della sua vita terrena, prendesse visione delle de­
lizie del Paradiso e dei tormenti infernali e dopo essersi sot­
tomessa al Signore ricevesse un sito in cui soggiornare30.
Quando venne consultato sull'argomento Gennadio Scola­
rio - primo patriarca di Costantinopoli dopo la conquista
turca - la guardinga risposta che egli rese fu la seguente: do­
po la morte le anime dei giusti ascendevano direttamente
al cielo; del pari, le anime dei peccatori impenitenti anda­
vano direttamente all'inferno o in qualche altro sito tene­
broso e spiacevole; quanto al resto, alle anime 'medie' , si
davano tre possibilità: o la relegazione temporanea nel pa­
radiso terrestre o, come pensavano gli occidentali, in un
purgatorio situato nei pressi del limite convesso dell'aria o
ancora la sequenza dei telònia. Scolario considerava que­
st'ultima possibilità la più verisimile, tanto più che c'era un
considerevole corpus di tradizione a confermarla. Sembra
comunque che avesse in mente non tanto un passaggio di­
retto delle anime per i vari gabellini quanto un lento sog­
giorno o uno ' smistamento' continuo che servisse a ricor­
dare all'anima le sue mancanze e quindi a purificarla31 •
Il ruolo dei demoni nell'esistenza di ciascun uomo veni­
va a concludersi con l 'esame postumo dell'anima. Come in
terra così nella sfera soprasensibile il fato dell'uomo veniva
deciso dalla burocrazia degli angeli e dei demoni. Divise iri
classi, le anime dei dipartiti ora attendevano il Giudizio
Universale che non era affatto un giudizio ma semmai una
sorta di grande corteo imperiale nel corso del quale le sen­
tenze già in essere diventavano permanenti. Ne parleremo
in un capitolo successivo.

NOTE

1 Synaxarium ecclesiae Constantinopolitanae, ed. H. Delehaye, Propylaeum ad Ac­


ta Sanctorum Novembris, Bruxelles 1 902, pp. 1 0 7 sgg.
2 Iohannis Euchaitorum metropolitae quae ... supersunt, ed. ]. Bollig - P. de La-

garde, Gottingen 1 882, p. 3 1 .


3 Canone 35, injoannou, Discipline, 1/ 2 , pp. 1 44 sg.
4 lnterpret. epist. ad Coloss., PG LXXXII 6 1 3.
5 Così per es. Pseudo-Cesario I 48 (PG XXXVIII 9 1 7) .
6 Scriptores originum Constantinopolitanarum, ed. Th. Preger, I, Lipsia 1901, p . 86.

7 PG CXI 692 [ cfr. trad. it. cit., n. l al cap. 2, pp. 1 33 sg. ] .


8 Pantoleone diacono, Miracula s. Michaelis, in Inédits byzantins d'Ochrida, Can­
die et Moscou, ed. F. Halkin, Bruxelles 1963, p. 1 50.
9 Vd . C . Walter, Two Notes on the Deesis, in REB, XXVI, 1 968, pp. 3 1 1-36.
w Vd. N.H. Baynes, The Supematural Defenders of Constantinople, in AB, LXVII,

1949, pp. 1 65 sgg. ; rist. in Byzantine Studies and Other Essays, Londra 1955, pp. 248
sgg.
11 Vd. J . Ebersolt, Sanctuaires d e Byzance, Parigi 192 1 , pp. 5 4 sgg.
1 2 Vd. N.H. Baynes, TheFinding of the Virgin's Robe, in «Annuaire de l'Inst. de
Philol. et d'Hist. Orient. et Slaves» , IX, 1949, pp. 87 sgg.; rist. in Byzantine Studies
ci t., pp. 240 sgg.
13 G. Anrich, Hagios Nikolaos, 2 voli . , Lipsia 1 9 1 3-17.
14Vd. H. Delehaye, Les légendes grecques des saints militaires, Bruxelles 1909, pp.
1 03 sgg.; Id., Les origines du culte des martyrs, Bruxelles 1933, pp. 228 sg.; P. Le­
mede, Saint-Démétrius de Thessalonique, in «Bulletin de correspondance helléni­
que», LXXVII, 1 953, pp. 660 sgg.; M. Vickers, Sirmium or Thessaloniki?, in BZ,
LXVII, 1974, pp. 337 sgg.
t5 PG LXXXVII/3, cap. 1 80, col. 3052.
16 Vita S. Basilii iunioris, ed. S. G. Vilinskij, «Zapiski Imp. Novorossijskago Uni­
versiteta» , VII, Odessa 1 9 1 1 , pp. 318 sgg.
17 Miracula S. Artemii, ed. A. Papadopoulos-Kerameus, Varia graeca sacra, San

Pietroburgo 1 909, pp. 19, 29.


18 Vd. E. Peterson, Zur Bedeutungsgeschichte von parresia, in «R. Seeberg Fest­
schrift>>, I, Lipsia 1929, pp. 283 sgg. ; GJ.M Bartelink, Quelques observations sur
.

parresia dans la littérature paléo-chrétienne, in «Graecitas et latinitas christianorum


primaeva», suppl. 3, Nimega 1970, pp. 5 sgg., 155 sgg.
19 Vita S. Basilii iunioris, ci t. , pp. 344 sg.
2 0 ]. Goar, Euchologion sive rituale graecorum, Parigi 1647, pp. 730 sg.
21 G. Anrich, op. cit., I, pp. 1 2 sgg.
2 2 Vie de Théodore de Sykéiìn, I, ed. A.:J· Festugière, I, Bruxelles 1970, parr. 8,
1 6, 26a, 43.
23 lvi, par. 44 ( cfr. 1 1 4-6) , 1 1 8, 1 6 1 .
2 4 Vita S . Andreae sali, par. 90, PG CXI 732 [cfr. trad. it . c it., n . l a l cap. 2, p .

158].
2 5 Vita S. Basilii iunioris, ed. A. N. Veselovskij, i n «Sbornik Otdel. Russk. Jazyka
i Slov. Imper. Akad. Nauk» , LIII, 1 89 1 , suppl. 7.
2 6 Vita S. Antonii, par. 9, 28 (PG XXVI 857, 888) .
27 lvi, par. 65 (col. 935 ) .
2 8 Vita di san Simeone salos, ed. L. Rydén, Uppsala 1963, p. 1 4 1 [cfr. trad. it.
ci t. , n. l al cap. 2, p. 61]. Cfr. A.:J. Festugière, Vita di san Giovanni Elemosiniere, Pa­
rigi 1 974, pp. 395 sg. e note; pp. 61 3-7.
29 Vita S. Basilii iunioris, ed. A. N. Veselovskij, in <<Sbornik Otdel. Russk. Jazyka

i Slov. Imper. Akad. Nauk», XLVI, 1889, suppl., pp. 19 sgg.


30 Pseudo-Macario d'Alessandria, De sorte animarum, PG XXXIV 388 sgg.
31 Oeuvres complètes de Georges Scholarios, edd. L. Peti t - X.A. Sideridès - M. Ju­
gie, I, Parigi 1 928, pp. 505 sgg. Cfr. Simeone di Tessalonica, R.esponsa ad Gabrie­
lem Pentapolitanum, PG CLV 841 sg.
CAPITOLO OTTAVO

L'UNIVERSO FISICO

Non dobbiamo farci sviare dall'asserzione - che pure è


almeno parzialmente vera - che i bizantini ereditarono la
speculazione scientifica degli antichi Greci. Certo, in alcu­
ni periodi piuttosto che in altri vi fu qualche membro del­
l' élite intellettuale di Bisanzio che si dedicò allo studio del­
la cosmologia e della geografia antica. Vennero copiati e
commentati testi di Aristotele, Tolomeo, Strabone e altri
autori; e se dobbiamo essere grati in eterno agli eruditi bi­
zantini che hanno salvaguardato per noi questa eredità,
sbaglieremmo a supporre che le loro fatiche avessero un
apprezzabile impatto sul più vasto pubblico. Al bizantino
medio non faceva certamente difetto l'interesse per il mon­
do che lo circondava, ma ai suoi occhi i problemi di scien­
za naturale rientravano nell'esegesi biblica e potevano es­
sere risolti dalle autorevoli discussioni incentrate sui Sei
Giorni della Creazione ( hexaemeron) . Il testo chiave era il
primo capitolo del Genesi che, nonostante la sua brevità,
contiene un buon numero di incongruenze. C'era qualche
altro passo della Bibbia (soprattutto dal libro dei Salmi e da
Isaia) da prendere in considerazione, ma l 'attività princi­
pale era l'interpretazione del Genesi che poneva molte dif­
ficoltà sia per le sue enunciazioni sia per le sue omissioni.
Dobbiamo cominciare cercando di comprendere queste
difficoltà.
Leggiamo che il primo giorno Iddio creò il cielo e la ter­
ra, quest'ultima ancora invisibile e priva di forma. La tene­
bra ricopriva l'abisso e lo Spirito di Dio si muoveva sulla su-
perficie delle acque. Dio creò anche la luce e la separò dal­
la tenebra e chiamò la luce ' giorno' . Il secondo giorno creò
il firmamento per separare le acque sopra il firmamento da
quelle sotto al firmamento, e chiamò il firmamento ' cielo ' .
Fin dall'inizio i l candido lettore resta perplesso. Al ve­
dere che sole e luna vennero creati solo il quarto giorno,
come può essere che vi erano stati tre giorni prima, ognu­
no con la sua mattina e la sua sera? Di che luce si trattava,
se non era del sole, e che buio era, se ancora non era stato
creato? Abisso e acqua erano la stessa cosa? Ancor più im­
portante: che cosa era quel firmamento diverso dal cielo e
purtuttavia chiamato 'cielo' , e che cosa erano le acque al di
sopra del firmamento?
Il terzo giorno Dio disse: «Si radunino tutte le acque che
sono sotto il cielo in un solo luogo e appaia l'Asciutto>> . E
chiamò l 'Asciutto ' terra' e la raccolta delle acque la chiamò
'mari' . Dal momento che l ' acqua scorre naturalmente ver­
so il basso, come si spiega che non si comportò in questo
modo il primo giorno, anziché aspettare il comando di
Dio? Perché la Bibbia si riferisce ora a un solo mare che oc­
cupa uno spazio dato e ora a molti mari? Infine, perché Dio
ha creato erba e alberi da frutto il terzo giorno, quando il
sole ancora non esisteva?
I due grandi corpi luminosi, insieme alle stelle, vennero
creati il quarto giorno. Il testo dice chiaramente che erano
«nel firmamento>> o «nel firmamento del cielo>> . Non viene
specificato se la luna venne creata piena, ma questo dettaglio
riguardava più la cronologia che la struttura dell'universo.
La creazione di pesci, uccelli e altri animali terrestri non
causò alcuna particolare difficoltà. Ma come interpretare le
parole di Dio alla creazione dell'uomo? Perché disse << Creia­
mo l'uomo a nostra immagine, secondo nostra somiglian­
za>>? A chi si rivolgeva, e che cosa significa <<a nostra imma­
gine>>?
Enigmi ulteriori, stavolta di natura geografica, venivano
posti dalla descrizione del paradiso terrestre nel secondo
capitolo del Genesi. Il paradiso terrestre era posto in una
regione orientale e quattro fiumi ne nascevano: il Fison
«che circonda tutta la regione di Havilah, dove è l'oro»; il
Ghiho n «che abbraccia tutta l'Etiopia»; il Tigri (così i Set­
tanta) che scorre a est dell'Assiria; l'Eufrate. Anche se i bi­
zantini non avevano le idee chiare in merito al Fison e alla
terra di Havilah, gli altri tre fiumi erano ben conosciuti: il
Ghihon non poteva essere che il Nilo, il Tigri e l 'Eufrate
conservavano i loro nomi. Ci si era anche. resi generalmen­
te conto che gli ultimi due nascevano nell'Armenia persia­
na, laddove le sorgenti del Nilo stavano molto lontane da
quella regione e si trovavano da qualche parte in Etiopia.
Come poteva essere allora che questi tre fiumi, per tacere
del problematico Fison, partivano tutti dallo stesso luogo ­
dal paradiso?1 Non si poteva allora raggiungere il paradiso
risalendo il corso di questi fiumi? E se il paradiso terrestre
continuava ad esistere, come la Bibbia sembra supporre,
dove si trovava esattamente, e perché più nessuno l'aveva
veduto dacché Adamo ne venne espulso?
Queste erano alcune delle principali difficoltà connesse
con il testo del Genesi. C 'era anche un'omissione impor­
tante: nulla viene detto della creazione degli angeli, men­
tre il libro di Giobbe ( 38, 7) afferma - e queste sono vere pa­
role del Signore pronunciate in mezzo al turbine - che
«quando nacquero le stelle tutti i miei angeli cantavano le
mie lodi>> . Quindi gli angeli esistevano già il quarto giorno.
E se il serpente tentatore di Eva era il diavolo, quando era
stata la caduta di Satana?
Il compito quasi impossibile di riconciliare il testo bibli­
co con le concezioni del mondo generalmente accettate
nell'antichità era stato intrapreso già prima dell'inizio del­
l' età bizantina, nella linea di pensiero che va da Filone Ales­
sandrino nel primo secolo a.C. a Teofilo d'Antiochia nel se­
condo d.C., Origene nel terzo, san Basilio nel quarto. Non
la seguiremo qui in dettaglio se non per notare che i primi
esegeti fornirono talune risposte che poi divennero definì-
tive. Così Filone risolse l'enigma della creazione dell'erba e
degli alberi prima della creazione del sole. Ciò accadde, di­
ce Filone, perché gli uomini non avessero ad ascrivere la
crescita della vegetazione all'azione del sole: in altri termi­
ni, quale argomentazione contro l'idolatria. Filone inter­
pretava 'correttamente' anche il riferimento di Genesi 1 , 1 4
ai corpi celesti che servivano «per distinguere segni e sta­
gioni>> sostenendo che si voleva così indicare che annun­
ciavano i cambiamenti meteorologici, consentendo in tal
guisa agli uomini di avanzare talune predizioni indispensa­
bili - e non si trattava di una giustificazione dell'astrologia.
Peraltro la più geniale idea di Filone - la sua interpretazio­
ne del primo giorno della Creazione come riferimento a un
mondo ideale illuminato da una luce intellettuale - non in­
contrò favore2.
Il contributo di Teofilo d'Antiochia3 si rivelò più durevo­
le perché era più terra�terra. Per Teofilo il cielo creato il pri­
mo giorno non era quello a noi visibile, ma un altro e più in
alto, di foggia simile a quella di un tetto o di una volta (rife­
rimento a Isaia 40,22 nella versione dei Settanta: <<Dio creò
il cielo come una volta e lo dispiegò come una tenda per abi­
tare>> ) . Teofilo interpreta la terra come una base o fonda­
mento; l'abisso è per lui la moltitudine delle acque. Metà
delle acque, dice, venne elevata al di sopra del firmamento
per fornire piogge, temporali, rugiade; l' altra metà venne
lasciata sulla terra per i fiumi, i mari, le sorgenti. Teofilo era
stato di men te piuttosto corta a collegare la pioggia con le ac­
que al di sopra del firmamento: questa parte della sua teoria
venne ben presto abbandonata; si mantenne invece la sua in­
terpretazione della rugiada, che compare senza l'intervento
delle nubi. Teofilo introdusse anche un certo numero di
comparazioni simboliche ben presto divenute standard: la
luna calata e poi rinata si riferiva all'uomo; i grandi pesci e
gli uccelli carnivori erano un riferimento alle persone avide
e a quelle che trasgredivano le leggi; i quadrupedi, agli uo­
mini privi di nozione di Dio. Ancor più importante la sua in-
terpretazione della forma plurale di «Creiamo l'uomo>> : per
lui era rivolta al Logos e cioè al Figlio.
Tralasciamo qui Origene, le cui sottili interpretazioni ri­
masero marginali, e giungiamo alle omelie di san Basilio
sullo hexaemeron, un testo che risultò estremamente popo­
lare ed influente in tutta l'età bizantina4• La posizione di
san Basilio può così definirsi:
l . Rifiuto di tutte le teorie pagane sull' universo date le
contraddizioni reciproche. Non c'è pertanto necessità di
confutarle; si eliminano da sole. Qual è lo scopo di tutta que­
sta aritmetica e geometria, dello studio dei solidi, persino
della rinomata astronomia? Tutto è <<faticosa vanità>> . Come
dice san Paolo ( testo di importanza centrale per questo pro­
blema) <<Si sono perduti nei loro vani ragionamenti e la loro
mente insensata si è ottenebrata. Affermando di essere sa­
pienti so n divenuti stolti>> (Lettera ai Romani l , 2 1 sg. ) .
2 . La certezza, di cui sono così dolorosamente privi i pa­
gani, viene fornita da Mosè (ritenuto autore del Genesi) le
cui qualifiche accademiche erano eccellenti siccome allie­
vo di sapienti egiziani che passò quaranta anni in contem­
plazione. Così munito egli vide Iddio vis-à-vis e gli venne di­
rettamente detta la verità. Che bisogno c'è dunque di por­
gere orecchio agli argomenti degli uomini?
3. La Bibbia deve essere intesa letteralmente e non alle­
goricamente. Se essa tace su qualche argomento è perché
esso non deve riguardarci.
4. L'universo ha uno scopo morale: è una scuola dove le
anime dotate di ragione vengono istruite e guidate verso
l' alto, fino alla contemplazione dell'invisibile. Pertanto lo
s tudio del mondo deve essere condotto da uno spirito af­
fatto purificato dalle passioni carnali, libero dalle cure quo­
tidiane e sempre in cerca di un 'adeguata nozione di Dio.
Così in linea di principio. Scendiamo ora ai particolari. In
primo luogo Basilio stabilisce che il mondo non è eterno; ha
avuto un inizio e avrà una fine, perché <<cielo e terra passe­
ranno>> (Matteo 24,35 ) . Sembra che prima della creazione
del mondo ci fosse una sorta di sua condizione precedente
illuminata da una luce spirituale e non soggetta al tempo, ma
Basilio non è molto dettagliato su questo punto. La creazio­
ne del tempo coincide con quella del cielo superiore che è
fatto di una sostanza leggera, qualcosa di simile al fumo. C'è
Isaia ad asserirlo (51 ,6) e non servono ulteriori indagini. An­
cora Isaia, come abbiamo visto, spiega che il cielo è stato
creato simile a una volta. Quanto alla terra, è parimenti stol­
to domandarsi su che mai riposa. Se riposa sull'aria, perché
l ' aria non indietreggia per il peso? Se sull'acqua, perché la
terra non affonda? Inoltre: su che mai riposerà l'acqua? La
discussione diventa infinita e la risposta migliore è fornita
dal Salmista (Salmo 94,4 nella versione dei Settanta) : «Nel­
le mani di Dio sono le estremità della terra» . Fino a questo
punto Basilio ha discusso un mondo che ha un punto più al­
to e un punto più basso. Aggiunge, comunque, che alcuni
naturalisti hanno una teoria diversa: a loro modo di vedere
la terra è immobile perché è esattamente al centro dell'uni­
verso. Basilio non vuole prendere posizione su tale dottrina:
se il lettore la trova plausibile, ammiri la sapienza di Dio; in
caso contrario, possa la semplicità della fede prevalere sulle
argomentazioni logiche!
Per Basilio il firmamento deve essere distinto dal cielo
che venne creato il primo giorno. Come indica il nome stes­
so, è composto. di una sostanza piuttosto ferma e resistente,
ma Basilio rifiuta di precisare se sia affine al ghiaccio, al cri­
stallo di rocca o alla mica. Giunge a definirsi disposto ad am­
mettere l'esistenza di un terzo cielo, come attesta san Paolo
( Seconda Lettera ai Corinti 1 2,2) , o anche di più cieli (Sal­
mo 1 48,4) . Ma che dire delle acque al di sopra del firma­
mento? Alcuni critici avevano avanzato l'obiezione che se la
forma del firmamento era a cupola, allora le acque sarebbe­
ro necessariamente fluite giù lungo la sua superficie con­
vessa. Niente affatto, risponde san Basilio; infatti se anche
l 'interno è concavo, non ne consegue che l 'esterno sia con­
vesso. L'esterno può ben essere in piano, come spesso acca-
de n ei bagni dotati di volte a cupola all' interno e di tetto in
piano all 'esterno. Quanto alle acque, sono per così dire un
agente di raffreddamento. Infatti il fuoco è una necessità vi­
tale, ma il fuoco consuma l'acqua. Alla fine sarà il fuoco a
prevalere (come attestato da Isaia 44,27) , ma la sapienza di
Dio ha calcolato la durata del mondo e ha disposto in modo
che vi fossero acque a sufficienza per controbilanciare l'a­
zione del fuoco.
Abbiamo già menzionato le difficoltà causate dalla 'rac­
colta' delle acque il terzo giorno. In risposta alla prima obie­
zione - perché cioè l ' acqua non fluì spontaneamente verso
il basso, nel luogo che le era stato assegnato - Basilio ri­
sponde che noi siamo abituati alle proprietà dell'acqua così
come esse sono oggi; ma non possiamo sapere se l'acqua
avesse la medesima proprietà di fluire verso il basso prima
del terzo giorno della Creazione. Era stato l 'ordine divino a
determinare la natura o l 'inclinazione dell' acqua: in prece­
denza doveva esserne priva. Quanto all'esistenza di uno o
più mari, Basilio è pronto ad ammettere che vi sono invero
molti laghi, ma per lui c'è soltanto un mare. Il Caspio, che ta­
luni autori eminenti ritenevano privo di sbocchi al mare, de­
ve pertanto comunicare con l'oceano. Inoltre il mare ha il
suo posto assegnato. Non importa quanto possa agitarsi: vie­
ne comunque a frangersi sul lido, e una sostanza soffice co­
me la sabbia è abbastanza per contenerlo. Se non fosse stato
tenuto a freno dal Creatore, sarebbe stato agevole per il Mar
Rosso inondare l'Egitto che si trova a un livello più basso5.
Bastano questi esempi per illustrare l'approccio di Basi­
lio. Nonostante la sua ricerca di certezza, di certezza che so­
lo la Bibbia poteva fornire, Basilio si accontentava di sorvo­
lare su alcuni dei grandi problemi della cosmologia. Era
molto più a suo agio quando descriveva le lezioni morali de­
sumibili dall'osservazione degli animali - su questo argo­
mento torneremo nel prossimo capitolo. Forse era un uo­
mo troppo colto per adottare le ingenue conclusioni che
erano l 'ineluttabile conseguenza di un'interpretazione let-
terale del testo biblico; si rifugiò così in una sorta di indif­
ferentismo. San Giovanni Crisostomo perseguì un approc­
cio di tipo allegorico su questi problemi ma neppure lui riu­
scì a soddisfare interamente un pubblico che voleva rispo­
ste semplici a questioni fondamentali. Questo pubblico si
rivolse pertanto a una diversa scuola esegetica, solitamente
chiamata Scuola d'Antiochia, che ebbe il coraggio di co­
struire un sistema interamente biblico. I suoi maestri, dopo
Teofilo d'Antiochia, furono Diodoro di Tarso, Teodoro di
Mopsuestia, Severiano di Cabala e infine Cosma Indico­
pleuste.
Diodoro era contemporaneo a san Basilio. Purtroppo la
sua opera intitolata Contro il fato è andata perduta, ma ne
abbiamo una lunga analisi da parte del patriarca Fozio6. Ri­
sulta evidente da tale riassunto che Diodoro aveva una buo­
na ragione per rifiutare l'idea di un universo sferico quale
lo concepivano i filosofi naturalisti: se infatti si riteneva che
le sfere celesti fossero composte di un quinto elemento e
fossero dotate di moto perpetuo, si stava a metà strada tra
astrologia e paganesimo. Fu dunque con lo scopo di sov­
vertire il fondamento stesso dell 'astrologia che Diodoro de­
lineò la 'vera' natura dell'universo. Per lui «esistono due
cieli: uno, più alto del cielo visibile, venne a esistere con­
temporaneamente alla terra [nel senso che furono creati
entrambi il primo giorno] ; l'altro è il cielo visibile. Il primo
svolge funzione di tetto; il secondo si contiene analoga­
mente rispetto alla terra e nel contempo funge da fonda­
mento e da base per il cielo sovrastante. La terra è una. Lo
spazio celeste è stato assegnato alle potenze superiori, lo
spazio posto sotto il cielo agli esseri visibili. Il cielo non è
sferico ma ha forma di tenda o di volta. A sostegno di que­
st'idea» , scrive Fozio, «egli ritiene di poter presentare testi­
monianze della Scrittura non solo riguardo la forma del­
l'universo ma anche sul tramontare e sorgere del sole. Spie­
ga anche la variabile lunghezza dei giorni e delle notti e in­
vestiga dappresso altri soggetti analoghi che, a mio modo di
vedere , non ne sono necessaria conseguenza, ancorché
coincidenti con la Sacra Scrittura». Ci è agevole riconosce­
re qui il sistema di Teofilo.
Circa vent'anni dopo Diodoro incontriamo Severiano di
Cabala, un predicatore assai apprezzato alla corte di Co­
stantinopoli nonostante il suo roco eloquio siriaco. Nelle sue
omelie sullo hexaèmeron7 vengono esposte le consuete teorie
antiochene, con un certo numero di piccole modifiche. L'u­
niverso viene paragonato da Severiano a una casa a due pia­
ni; il solaio che li separa è il cielo visibile o firmamento, com­
posto di ghiaccio, sì da sostenere la metà delle acque e con­
trobilanciare il fuoco degli astri luminosi. Quest'acqua è co­
sì abbondante che parte ricade a terra in forma di rugiada.
Il giorno del Giudizio quest'acqua superiore verrà ritirata; il
firmamento si scioglierà; le stelle cadranno. Questa stessa ac­
qua adempie un altro scopo: riflette verso il basso la luce del
sole e della luna che altrimenti sarebbe solo ascesa in alto. La
struttura dell'universo viene a ripetersi in quella del corpo
umano. La porzione superiore, al di là del firmamento, è si­
mile al cervello il cui operato è invisibile; dalla bocca lo se­
para il palato ( ouraniskos) , il cui nome ricorda, come è giu­
sto, quello del cielo ( ouranos) .
Severiano spiega la 'raccolta' delle acque più ingegno­
samente di san Basilio. Il primo giorno, dice, la terra venne
creata piatta: pertanto era interamente coperta dalle acque.
Ma il terzo giorno il Signore modellò la terra creando mon­
tagne e awallamenti tali che l'acqua poté fluire verso il bas­
so per formare il mare. L'osservazione di montagne e isole
rocciose dimostra che un tempo erano unite.
Sole e luna vennero creati indipendentemente dal cielo
e in seguito gli vennero apposti, proprio come un artista di­
pinge un quadro e poi lo appende al muro. Il sole venne fis­
sato a oriente, la luna a occidente. L'idea pagana per cui il
sole passerebbe sotto la terra durante la notte viene rifiuta­
ta: in realtà esso attraversa le regioni settentrionali, nasco­
sto da una sorta di muro, e le acque oscurano il suo corso.
Ciò è confermato dal libro dell'Ecclesiaste 1 ,5 sg. : «Il sole
sorge e il sole tramonta e anela al suo luogo; quando ne sor­
ge va verso sud e poi prende a nord» (così la versione dei
Settanta) . La variabile durata del giorno dipende dalla lun­
ghezza del viaggio del sole, dato che non sempre sorge nel
medesimo posto. La luna che cala, muore e rinasce è sim­
bolo della vita umana e garanzia della nostra risurrezione.
Incidentalmente Severiano spiega molte difficoltà del te­
sto sacro. La creazione degli angeli non è menzionata nel
Genesi perché il libro venne composto da Mosè dopo l ' e­
sodo, in un'epoca in cui gli Ebrei erano ancora avvezzi al­
l'idolatria che avevano imparato in Egitto: il legislatore non
voleva fornire un pretesto perché tornassero ai loro errori.
Quanto al silenzio della Bibbia in merito ai quattro ele­
menti, non deve sorprendere: cielo e terra presuppongono
l'esistenza di acqua, fuoco e aria. Inoltre fuoco e aria sono
strettamente legati. Le potenze superiori sono ignee, di un
fuoco celeste e immateriale e tuttavia non senza relazione
con il nostro, come dimostra il fatto che possiamo 'mutua­
re ' il fuoco dal sole - cosa non possibile se la natura dei due
fuochi fosse diversa. Inoltre, se non ci fosse stato fuoco nel­
la terra, come si spiega che possiamo produrre la scintilla
da una pietra o da un pezzo di legno?
Sembra che il pubblico di Severiano restasse piuttosto an­
noiato da queste lezioni di scienza naturale. <<Teologia vo­
gliamo imparare e non physiologia! » , gridavano. Il predica­
tore ribatteva che la critica era fuorviata poiché dopo la teo­
logia era lo studio della natura a fornire il più sicuro fonda­
mento della religione. Se la 'fisiologia' fosse stata da mette­
re al bando, al bando avrebbero dovuto andare anche tutti i
profeti e gli apostoli che ne avevano parlato. San Paolo e sì,
persino il Salvatore avevano disquisito di scienza naturale.
Le idee di Severiano, insieme a qualche idea di san Ba­
silio, Diodoro e altri, vennero riprese nel sesto secolo da un
autore anonimo che chiamiamo Pseudo-Cesario8. La sua
opera (Dialoghi) prese la comune forma domanda-risposta
e costituì una piccola summa di conoscenze utili, sia in cam­
po teologico sia in campo scientifico. Nonostante la diffi­
coltà dello stile l'opera godette di vasta popolarità. Citata
nei florilegi e nelle cronache bizantine, fu tradotta in slavo
nel secolo decimo e in arabo nell'undecimo. Lo Pseudo-Ce­
sario riproduce in gran parte il sistema di Severiano, ma ag­
giunge un certo numero di riflessioni che possono ben es­
sere sue. Accetta l 'idea che la forma dell'universo sia simi­
le a una casa a due piani e che il firmamento di ghiaccio so­
stenga una metà delle acque. Aggiunge al proposito un'os­
servazione interessante. Il Fison, dice, uno dei quattro fiu­
mi del Paradiso, è il fiume chiamato Danubio (altrove af­
ferma che Indo e Danubio sono la stessa cosa! ) . D'inverno
questo fiume è coperto da uno strato di ghiaccio così resi­
stente da sostenere decine di migliaia di barbari a cavallo,
invasori del territorio romano diretti verso l ' Illirico e la Tra­
eia. Questo strato viene bagnato dall'acqua sottostante, e
talvolta piove sul ghiaccio: pure, l'acqua che sta sopra il
ghiaccio non si mescola all'acqua che sta sotto . Il firma­
mento non viene sciolto dal calore del sole, che è piccolis­
simo al confronto - come una flebile luce in una grande ca­
sa. Se si prende un grande piatto di portata e gli si mette sot­
to una candela, il piatto non va a liquefarsi. Questa, per in­
ciso, è anche la ragione del continuo movimento del sole;
se fosse rimasto fermo avrebbe danneggiato il firmamento.
Su un punto lo Pseudo-Cesario dissente da Severiano, cioè
sul rapporto tra sole e firmamento: anziché intendere il so­
le attaccato al firmamento, lo Pseudo-Cesario lo vuole so­
speso a mezz'aria per la leggerezza della sua sostanza. Ma
allora, domanda l'interlocutore, perché non viene smosso
dal vento? Risposta: perché il vento soffia molto più giù, vi­
cino alla superficie terrestre. Inoltre il vento non riesce a
s muovere pietre o case; come potrebbe spostare un corpo
della grandezza del sole? Se sole e luna fossero stati attac­
cati al firmamento avrebbero, tra l'altro, graffiato con il lo­
ro movimento la superficie della volta celeste . Quanto al
tragitto del sole, l ' autore precisa che durante la notte esso
è nascosto dai terreni scoscesi della Cappadocia o dal mas­
siccio del Tauro; ciò implica, sia detto incidentalmente, che
l'autore scriveva a sud dell'Asia Minore. Nella regione set­
tentrionale che sta al di là della Cappadocia i raggi del sole
sono schermati dalle acque e dalla vegetazione e vengono
riflessi obliquamente dal firmamento, come avviene quan­
do un lume è posto sotto uno schermo.
Lo Pseudo-Cesario deve essere vissuto circa nella stessa
epoca di quel mercante alessandrino a riposo che noi chia­
miamo Cosma Indicopleuste e che è l'autore della Topogra­
fia cristiana9 • Le principali idee da lui esposte in quel libro
con tutto il fervdre dell'autodidatta sono le stesse che abbia­
mo descritto qui, ma Cosma ebbe il merito di sistematizzar­
le, illustrandole con grafici e vivacizzandole con i ricordi del­
le sue esperienze personali. Anche se non sembra che si spin­
se fino in India, Cosma viaggiò certamente lungo il Mar Ros­
so, visitò l 'Etiopia e l'isola di Socotra nonché altri paesi. Pur­
troppo una precedente opera geografica di Cosma è andata
perduta; in essa descriveva <<più compiutamente tutta la ter­
ra, quella che sta oltre l 'Oceano e questa e tutti i paesi: le re­
gioni meridionali, da Alessandria all' Oceano meridionale,
cioè il fiume Nilo con le contrade adiacenti e tutte le razze
dell'Egitto e dell'Etiopia, e ancora il Golfo Arabico con i suoi
paesi e i loro abitanti, sino allo stesso Oceano, e del pari la
terra che sta tra fiume e golfo, con città distretti popoli che
la abitano» 10. Se non vado errato, è questa l ' unica opera geo­
grafica basata sull'esperienza personale che sia stata prodot­
ta durante tutta l ' età bizantina.
L'universo di Cosma aveva forma di scatola rettangolare
con coperchio a volta e assomigliava, come ebbe a dire un
commentatore d'età vittoriana, <<a uno di quegli enormi
contenitori in cui le viaggiatrici d'oggidì ripongono i loro
abiti>> . La terra, rettangolare anch 'essa, formava la base del­
la scatola; la circondava da ogni lato l 'Oceano, non naviga­
bile. Ma al di là dell'Oceano c 'era uno stretto lembo di ter-
rala cui parte orientale conteneva il paradiso terrestre. Era
a q uesto lembo che si saldavano le quattro pareti dell'uni­
verso . A metà della loro altezza le pareti sostenevano un sof­
fitto che altro non era che il firmamento con le acque so­
vrastanti. Le pareti poi si curvavano all'interno per cingere
il Regno dei Cieli. La superficie terrestre era inclinata da
nord a sud con il risultato che se si voleva viaggiare verso il
nord si dovevano affrontare salite. Cosma comunque non
spiega perché le acque dell'Oceano non fluivano tutte ver­
so sud. In qualche zona del Nord c'era anche una grande
montagna - la stessa che abbiamo incontrato nello Pseudo­
Cesario - dietro la quale nottetempo si nascondeva il sole.
Un postulato fondamentale del sistema di Cosma è che l'u­
niverso era riprodotto con somma esattezza dal Tabernaco­
lo di Mosè: era anch'esso diviso in due spazi grazie al Velo,
laddove la terra era simboleggiata dalla Tavola del Pane di
Presentazione, lunga il doppio della sua larghezza e dispo­
sta da oriente a occidente nel senso della lunghezza. Que­
st'idea può ben suonarci comica, eppure dobbiamo ricor­
dare che la teoria di una terra rettangolare non solo non
era senza antecedenti nella scienza greca ma tendeva anche
a ricevere conferma dall'esperienza dei viaggiatori antichi:
essi sapevano di poter compiere traversate assai più lunghe
in direzione est-ovest che da nord a sud. Cosma stesso cal­
colò in dodicimila miglia circa la distanza tra la Cina e Gi­
bilterra, laddove la dimensione della terra da nord a sud era
di sole seimila miglia.
Il sistema di Cosma aveva talune debolezze anche all'in­
terno dei suoi termini di riferimento. La sua idea, per esem­
pio, che gli astri luminosi del cielo fossero azionati dagli an­
geli non aveva alcun supporto nella Bibbia. Cosma non riu­
scì neppure a dare una spiegazione soddisfacente in meri­
to ai fiumi del paradiso terrestre: li costrinse a fluire in
qualche modo al di sotto del braccio orientale dell'Oceano
prima di farli emergere dal suolo. Nonostante queste pec­
che dobbiamo riconoscere che Cosma riuscì a elaborare un
sistema assai coerente, in grado di soddisfare le esigenze
della Bibbia, le rivendicazioni della simbologia e l ' espe­
rienza di prima mano del viaggiatore. Quel che è più, le sue
idee ebbero considerevole diffusione nei secoli successivi
nonostante il fatto che la Topografia cristiana, contenendo
un centinaio di illustrazioni necessarie alla comprensione
del testo, certo non poté essere trascritta molto frequente­
mente. Nel nono secolo venne letta da Fozio che da intel­
lettuale qual era la trovò ridicola1 1 ; si è a tutt'oggi conser­
vata la riproduzione del testo nello splendido manoscritto
Vaticanus graecus 699. La Topografia venne anche tradotta in
slavo, forse nel decimo secolo, e continuò a essere letta in
Russia quale autorevole libro di testo fino al secolo dicias­
settesimo12.
Pochi dubbi possono sussistere sul fatto che la conce­
zione antiochena dell'universo, nell'esemplificazione da­
tane da Cosma, rifletteva le opinioni del bizantino medio
al riguardo. Quando un santo bizantino aveva una visione
del Regno dei Cieli o del Giudizio Universale, pensava
sempre a un universo quadrangolare coperto da un soffit­
to al di là del quale Dio teneva la sua corte e dove gli elet­
ti avrebbero infine goduto una felicità eterna13. Le illu­
strazioni della Creazione nei manoscritti dell'Antico Te­
stamento seguivano più o meno lo stesso modello, e nella
misura in cui una chiesa bizantina era copia simbolica del
kosmos anch'essa presupponeva un mondo di forma somi­
gliante a una scatola14•
Sembra che solo nell'undicesimo secolo si fece un ten­
tativo per diffondere nuovamente le dottrine cosmologiche
degli antichi. Nel suo opuscolo enciclopedico De omnifaria
doctrina15 Michele Psello trattò con una certa ampiezza la
struttura dell'universo. Fece qualche concessione al Cri­
stianesimo tradizionale riconoscendo che il mondo non era
eterno (questo era un punto molto importante) e che era
Dio la causa dei terremoti, come asserito dal Salmo 1 03,32;
ma per il resto, pur denunciando <<la vana sapienza elleni-
ca>> , si limitò a tornare all'universo sferico. Il De omnifaria
doctrina venne dapprima dedicato all'imperatore Costanti­
no IX e poi, in forma riveduta e corretta, a Michele VII
Doukas. A giudicare dal numero dei manoscritti rimasti,
l'opera godé di una notevole popolarità negli ultimi secoli
dell ' età bizantina. Non si trattava comunque di un'opera
che la persona comune potesse capire e possiamo dubitare
che il suo impatto sulla coscienza del pubblico fosse rile­
vante. Il bizantino medio porgeva orecchio ai suoi predica­
tori e guardava le pitture che adornavano le pareti della sua
chiesa. Tutta la cosmologia di cui aveva bisogno era stata già
messa per iscritto dal più grande di tutti gli scienziati - il
profeta Mosè.

NOTE

1 V d. Filostorgio, Hist. eccles., III 9 sg.


2 De opificio mundi, ed. R. Arnaldez, Parigi 196 1 , parr. 15 sg., 29, 45 sg., 56, 58.
3 Ad Autolycum, I I 13 sgg.

4 Ed. S. Giet, Parigi 1950.


5 Le origini di questa erronea opinione possono rintracciarsi già in Aristote-
le, Meteorologica, 352b.
6 Bibliotheca, cod. 223, ed. R. Henry, V, Parigi 1965, in particolare le pp. 42 sg.
7 PG LV1 429 sgg.
8 PG XXXVIII 852 sgg. Cfr. R. Riedinger, Pseudo-Kaisarios, Monaco 1 969.
9 Ed. W. Wolska-Conus, 3 voli., Parigi 1968-73. Vd. anche Ead., La Topographie
Chrétienne de Cosmas Indicopleustès, Parigi 1962.
10 Ed. W. Wolska-Conus, l, pp. 255-57.
1 1 Bibliotheca, cod. 36, ed. R. Henry, I, Parigi 1959, pp. 21 sg.
12
Vd. E.K.Redin, Khristianskaja Topografzja Koz 'my lndikoplova po greleskim i
russkim spiskam, l, Mosca 1 9 1 6.
13 Il rapporto tra Cosma lndicopleuste e l'iconografia bizantina del Giudizio
Universale è discusso in D.V . Ainalov, The Hellenistic Origins of Byzantine Art, trad.
ingl. di E. Sobolevitch - S. Sobolevitch, New Brunswick, NJ., 1961 , pp. 33 sgg.
14 Vd. A. Grabar, Le témoignage d 'une hymne syriaque sur l 'architecture de la cathé­
drale d 'Edesse, in «Cahiers archéologiques» , II, 1 947, pp. 54 sgg.
15 Ed. L.G. Westerink, Nimega 1 948, parr. 1 20 sgg.
CAPITOLO NONO

GLI ABITANTI DELIA TERRA

La terra è abitata da animali e da esseri umani. La diffe­


renza tra i due è che gli esseri umani possiedono un'anima
razionale e gli animali no. Tutto ciò è indicato dal Levitico
( 1 7, 1 1 ) : «L'anima di ogni carne è nel sangue>> , vale a dire
che il principio vitale di tutti gli animali è di natura mate­
riale. La stessa distinzione viene stabilita nel libro del Ge­
nesi; creando gli animali del mare e della terra Dio disse in­
fatti: «Brulichino le acque di una moltitudine di esseri vi­
venti e volino gli uccelli>> (Genesi 1 ,20) ; ciò significa che la
vita è contenuta nell'animale, laddove nel caso dell'uomo
Iddio dapprima formò il suo corpo e poi <<alitò nelle sue na­
rici il soffio della vita>> (Genesi 2, 7) , indicando così la diffe­
renza tra corpo e anima. Lo spirito dell'animale muore in­
sieme al suo corpo mentre l'anima umana vivrà per sempre.
Dio creò dapprima gli animali acquatici per mostrare che
la vita comincia con il battesimo. Il Genesi raggruppa insie­
me uccelli e pesci perché i primi nuotano nell'aria più che
camminare1 . C'è anche una lieve distinzione tra il comando
di Dio relativo ai pesci, <<Producano le acque creature mobi­
li, dotate di vita>> , e quello relativo agli animali terrestri: <<Pro­
duca la terra creature viventi secondo la loro specie>> . Gli ani­
mali acquatici hanno un'esistenza imperfetta: debole in lo­
ro la vista e l'udito, sono privi di memoria e d'immaginazio­
ne e non riconoscono alcuna creatura familiare, laddove gli
animali terrestri hanno sensi più penetranti2• La natura di
ogni specie animale è stata stabilita dal comando di Dio; il
trascorrere del tempo non potrà alterarla. Ogni specie ha le
sue caratteristiche particolari: il leone è altero, il bue calmo,
il lupo selvaggio. Gli animali più facili da catturare sono an­
che i più prolifici (conigli, capre e via dicendo) .
Gli animali sono stati creati per ubbidire all'uomo, come
indica il loro nome - ktenos, bestia, era fatto fantasiosamen­
te derivare da ktema, possesso - e come testimoniato dal fat­
to che fu Adamo a imporre i nomi, stabilendo così la sua au­
torità su di loro, proprio come quando si viene arruolati
nell'esercito imperiale e si viene marcati dal sigillo impe­
riale3. Che Adamo sia riuscito a inventare migliaia di nomi
dimostra quanto grande era la sua intelligenza prima del
Peccato Originale. Gli animali adempivano un triplice sco­
po. Alcuni erano stati creati per essere mangiati, e si tratta
degli stessi animali che continuano a essere macellati. Altri
erano stati creati per trasportare carichi, come i cavalli e i
cammelli. Il terzo tipo consta di animali 'imitativi' creati
per divertire l'uomo che era da solo nel paradiso. Alcuni di
questi, per esempio le scimmie, imitano i gesti; altri, come
i pappagalli, imitano i suoni. In origine il serpente era gran­
de amico dell'uomo e questo spiega perché il diavolo lo
scelse quale strumento. A quel tempo il serpente poteva
camminare in posizione eretta, facendo roteare veloce­
mente la sua coda. Ancor oggi, quando è irritato, il serpen­
te cerca di sollevare il capo, ma ben presto torna a striscia­
re perché non può resistere alla forza della condanna di
Dio. Non bisogna comunque immaginare che gli animali
abitassero il paradiso più di quanto i servi abitino il palazzo
dell'imperatore. Venivano convocati solo quando il loro si­
gnore aveva bisogno di loro4•
Un'altra ragione per cui gli animali vennero creati è che
possono darci insegnamenti morali e fornirci simboli teo­
logici. Il pesce più grande mangia il pesce più piccolo: noi
facciamo il medesimo quando opprimiamo i più deboli.
Nella sua astuzia il granchio attende che l 'ostrica si di­
schiuda al sole per immettervi un sassolino che impedisca
la chiusura delle valve e così divora la sua preda. Anche noi
ci comportiamo come il granchio se ci lanciamo sui beni
del nostro prossimo. La dissimulazione del polipo che cam­
bia colore a seconda di quel che lo circonda è imitata dai ti­
rapiedi dei ricchi e dei potenti: tali uomini sono infatti mo­
derati o libertini solo a seconda di quanto richiesto dalle
circostanze. Anche l 'osservazione degli abitanti delle pro­
fondità marine può dare insegnamenti ammirevoli. Non
c'è alcun confine naturale a separarli, eppure ogni specie è
contenta di starsene nel suo territorio. Così le balene, gran­
di come montagne, sono state naturalmente assegnate al­
l 'Oceano Atlantico che è privo di isole e non è delimitato
da alcun continente dall'altro lato. Diverso quel che acca­
de tra noi: noi spostiamo costantemente <<gli antichi confi­
ni posti dai padri>> (Proverbi 22,28) , continuiamo a divide­
re le terre, aggiungiamo casa a casa e campo a campo pri­
vandone il prossimo. La ributtante vipera si unisce all'an­
guilla che seppur controvoglia si sottomette: analogamente
devono le mogli sopportare i mariti, quand'anche siano vio­
lenti, ubriachi, sgradevoli. Ma anche per i mariti c'è una le­
zione da tenere a mente: la vipera sputa il veleno prima di
quell'unione; rinuncino analogamente i mariti alle manie­
re rudi. Oppure, a interpretarla diversamente, l'unione di
vipera e anguilla è adulterina: gli uomini che disturbano i
matrimoni altrui sappiano quale rettile imitano5.
Gli animali ci insegnano anche lezioni più elevate, atti­
nenti al governo e alla religione. Le api sono governate da
un re (noi diremmo da una regina) che esercita una su­
premazia naturale e che seppur munito di pungiglione ri­
nuncia a usare quest'arma. Il re non è scelto dai suoi sud­
diti, non è estratto a sorte, né giunge al potere per diritto
ereditario - tre principi che sovente portano ai peggiori ri­
sultati. La superiorità del re è superiorità di natura. La tra­
sformazione subita dal baco da seta - prima bruco, poi lar­
va, poi farfalla - ci insegna a credere nel cambiamento che
proveranno i nostri stessi corpi al momento della Risurre­
zione. E così pure l'awoltoio che si riproduce senza avere
copulato ci dà motivo di prestare fede alla nascita di Cristo
da una vergine6. Fu soprattutto un'opera chiamata Fisiolo­
[O, che godé di pari popolarità in Oriente e in Occidente, a
contribuire a disseminare l'interpretazione teologica di
esempi di comportamento animale, e così il leone che dor­
me a occhi aperti simboleggia il Cristo crocifisso, la cui di­
vinità rimane desta; il giovane pellicano che è ucciso dai ge­
nitori e poi torna alla vita il terzo giorno è anch'esso sim­
bolo di Cristo e via dicendo7.
Come tutti gli uomini del Medioevo anche i bizantini
provavano un forte interesse per gli animali esotici, reali o
immaginari che fossero. Uno storico della Chiesa, Filostor­
gio8, parlando del paradiso terrestre afferma che gli ani­
mali più grandi si trovano nelle regioni orientali e meri­
dionali della terra nonostante il fatto che siano le più espo­
ste al caldo. Filostorgio enumera l'elefante, il bufalo india­
no da lui visto nel territorio dei Romani, draghi lunghi no­
vanta piedi e larghi come un tronco d'albero (ne aveva vi­
sta la pelle) , la giraffa, la zebra, la fenice, il pappagallo e cer­
ti uccelli chiazzati detti Garamantes. A Costantinopoli Filo­
storgio aveva veduto un unicorno dipinto: aveva testa di
drago, corno a spirale, barba, collo lungo, corpo simile a
quello del cervo, zampe di leone. Quanto alle scimmie, ce
n 'erano migliaia, di diverse varietà, delle quali molte im­
portate nell'impero dei Romani. Una si chiamava Pan: ave­
va capo e zampe di capra ma per il resto era una vera scim­
mia. Una volta il Re dell'India ne mandò un esemplare a
Costantino il Grande, ma la scimmia morì lungo il viaggio
e arrivò a Costantinopoli mummificata. Filostorgio pensa
che questa scimmia venne deificata dagli Elleni - la stessa
sorte che toccò al satiro e alla sfinge. Quest'ultima, l ' aveva
veduta egli stesso: il suo petto, nudo, era come quello di
una donna; il volto era rotondo, la voce simile a quella uma­
na, ma non articolata e come stizzita. Era una bestia molto
selvaggia. Una bestia del genere doveva essere stata portata
a Tebe in età antica. La leggenda rappresentava la sfinge
alata perché saltava velocemente; quanto al fatto che prof­
ferisse enigmi, si doveva alla sua voce indistinta. Anche Co­
sma Indicopleuste dedica una digressione agli animali eso­
tici9. Descrive con sobrietà il rinoceronte, da lui visto in
Etiopia, il bufalo, la giraffa, lo yak, il bue muschiato, il 'por­
cocervo' di cui aveva gustato la carne e l 'ippopotamo, i cui
denti aveva venduto ad Alessandria. Ammette di non avere
veduto l'unicorno ma lo tratteggia sulla base di quattro sta­
tue osservate in Etiopia. L'unicorno, spiega Cosma, è diffi­
cile da catturare. Quando lo si insegue salta giù dalle rupi,
compie una giravolta in volo e atterra sul corno che serve
ad attutire l'impatto. La sua esistenza è inoltre confermata
dalle Sacre Scritture.
Poi che Dio ha creato due sole specie dotate di ragione
(angeli e uomini) non si deve credere che i draghi assuma­
no forma umana e portino via le donne. I draghi esistono
ma non sono che serpenti. Non è vero che ascendono alti
nell'aria e poi vengano uccisi dal tuono, come crede qual­
che ignorante10• Analoga l'argomentazione del generale
Cecaumeno (undecimo secolo) a proposito dei satiri 1 1 . Di­
ce Cecaumeno: se i satiri esistessero, come sostiene la Vita
di san Paolo da Tebe12, e fossero creature razionali, come si
spiega che Cristo non si recò da loro? Qual mai profeta o
apostolo venne mai mandato a istruirli? Perché non c'è al­
cun vangelo destinato ai satiri? I Padri del deserto, conti­
nua, videro vari strani animali che vivevano in quelle regio­
ni: draghi, aspidi, basilischi, unicorni, alla cui esistenza si
può prestare fede; a quella dei satiri no.
Per il vero i santi monaci avevano un rapporto tutto spe­
ciale con il regno animale. Molti di loro si dimostrarono
particolarmente gentili con gli animali. Leggiamo che un
monaco di Alessandria 1 3 provvedeva al vitto quotidiano dei
cani del suo monastero, dava farina alle formiche più pic­
cole, grano a quelle più grandi, biscotti ammorbiditi nel­
l'acqua agli uccelli. Santo Stefano Sabaita (morto nel 794)
addirittura sfamava i più indifesi vermetti neri del deser-
td4 . La storia più famosa e più istruttiva è comunque quel­
la del leone di san Gerasimo, poi trasferita a san Gerolamo.
Il santo aveva estratto una spina dalla zampa del leone e
quello rimase a servirlo, addirittura a portargli i pesi, nean­
che fosse stato un asinello. Alla morte di Gerasimo anche il
leone morì, di dolore. <<Tutto questo accadette>> , scrive Gio­
vann i Mosco, <<non perché il leone avesse anima razionale,
ma perché Iddio voleva glorificare coloro che Lo glorifica­
vano e dare dimostrazione dell'ubbidienza che gli animali
avevano reso ad Adamo>> 15• La potestà sugli animali perdu­
ta da Adamo con il Peccato Originale poteva così essere ri­
conquistata dal santo.
L'idea che le diverse specie animali avessero le loro ca­
ratteristiche distintive e immutabili - caratteristiche non so­
lo fisiche ma anche morali: l'orgoglio del leone, la calma
del bue - si applicava anche alle razze umane e ai popoli.
Ciò rientrava in una vecchia argomentazione contro l'a­
strologia che troviamo in Diodoro di Tarso1 6 e più tardi nel­
lo Pseudo-Cesario17. L'argomentazione mirava a dimostra­
re che popoli con abitudini e istituzioni diversissime vive­
vano nelle stesse aree geografiche, per cui le loro peculia­
rità non potevano essere ascritte agli influssi astrali. Così,
Bramani e Indiani vivono nella stessa regione astrale, e tut­
tavia i Bramani sono i più virtuosi tra gli uomini, laddove gli
Indiani vivono come maiali. Caldei e Babilonesi praticano
l 'incesto e non solo nel loro paese ma anche se abitano al­
l ' estero e «continuano a praticarlo>> tra i Medi, i Parti, gli
Elamiti, gli Egizi, i Frigi e i Galati, <<vivendo la loro vita cor­
rotta in certi villaggi>> . Simili esempi di depravazione ses­
suale possono osservarsi anche in altre parti della Terra, per
esempio in Britannia, dove molti uomini giacciono con una
sola donna e molte donne con un solo uomo. Gli Slavi, chia­
mati anche Danubiani, divorano i seni delle donne che al­
lattano e ne scagliano gli infanti contro la roccia, laddove
altre tribù che pure abitano la stessa regione si astengono
da ogni sorta di carne. E quanto alcuni tra loro sono ribel-
li, massacratori dei loro capi, mangiatori di volpi, gatti sel­
vatici e verri, e si chiamano l'un l'altro ululando come lupi,
altri sono astemi e docili. Se il nostro carattere fosse deter­
minato dalla posizione delle stelle al momento della nasci­
ta, e se fosse vero che la congiunzione di Mercurio e Vene­
re nella casa di Mercurio produce scultori e pittori, laddo­
ve la medesima congiunzione nella casa di Venere produce
profumieri, attori e poeti, come si spiega che tali attività so­
no completamente assenti tra Saraceni, Libici, Mori, Ger­
mani, Sarmati, Sciti e in generale tra tutti coloro che vivo­
no a nord del Mar Nero?
La diversità dei popoli veniva spiegata dalla divisione del­
le terre tra i figli di Noè e la successiva moltiplicazione delle
lingue durante la costruzione della Torre di Babele; infatti
prima di allora l 'umanità non conosceva distinzioni interne
e parlava una sola lingua: l'ebraico. Il capitolo l O del Gene­
si forniva l'elenco base dei popoli. Nella versione dei Set­
tanta questo elenco contiene un certo numero di nomi che
possono essere interpretati in senso etnico e altri che sono
chiaramente etnici. Così tra gli otto figli di Jafet troviamo
Iouan (che fa pensare agli Ioni) e Thiras o Tharsis che asso­
miglia sia ai Traci sia ai Keti (si pensi a Cizio, città cipriota) e
ai Rodi. Tra i quattro figli di Cam, Misraim si riferisce chia­
ramente all'Egitto (Misr) , laddove Canaan generò Sidone, i
Gebusei, gli Amo rei, gli Arvadei (da Arado in Siria) , i Sama­
rei e gli Amate i (dalla città cipriota di Amathos) e così via.
All'identificazione di questi nomi forestieri attese per pri­
mo Giuseppe Flavio18, cui premeva dimostrare la priorità
della Bibbia sulle tradizioni pagane. Dei vari popoli, dice, ta­
luni hanno mantenuto i loro originali nomi ebraici, altri li
hanno perduti a causa dei Greci (o Macedoni) . Infatti quan­
do costoro ascesero al potere diedero alle nazioni nomi che
potessero capire, creando così la falsa impressione che quel­
le nazioni fossero di discendenza greca. A Giuseppe Flavio si
deve anche una divisione geografica della Terra tra i figli di
Noè, divisione in seguito adottata dalla tradizione cristiana.
I discendenti di Jafet, dice, cominciarono con l 'abitare il
Tauro e l 'Amano (catena montuosa tra Siria e Cilicia) , poi
avanzarono in Asia fino al fiume Tanais (il Don) e in Europa
fino allo stretto di Gibilterra; tutte quelle regioni erano allo­
ra disabitate. I figli di Cam mantennero la costa della Feni­
cia e la Palestina fino all'Egitto, e di qui tutta l 'Mrica setten­
trionale sino all'Oceano Atlantico. Infine i figli di Sem rice­
vettero la maggior parte dell'Asia fino all'Oceano Indiano.
Qualche tempo dopo, ma comunque prima del quarto
secolo, venne composto un elenco più sistematico, noto co­
me La divisione della Terra1 9 • Questo testo non ci è pervenu­
to nella sua versione originale ma ha goduto di ampia dif­
fusione in tutto il Medioevo, non solo nell'area ellenofona
(compare in tutte le cronache bizantine) ma anche in Oc­
cidente, in Siria, in Armenia e così via. Questo breve tratta­
to di geografia e di etnografia comprende settantadue na­
zioni ( tale il numero delle lingue costituitesi al tempo del­
la costruzione della Torre di Babele) . La divisione della Ter­
ra tra i figli di Noè corrispondeva più o meno a tre zone pa­
rallele, da est a ovest: la progenie dijafet aveva tutto il Nord,
lungo una linea che andava dalla Media a Gibilterra; la pro­
genie di Sem la zona intermedia; quella di Cam il Sud, lun­
go una linea che passava dal punto di congiunzione tra Pa­
lestina ed Egitto. L'anonimo autore aggiunge anche un
elenco dei popoli dotati di alfabeto nonché dei principali
fiumi e delle più importanti isole e grandi città.
Questo, che è il più completo elenco di popoli noto alla
tradizione bizantina, a est non si spingeva oltre l'impero
persiano. Laddove l'esistenza dell'India era generalmente
nota, gli altri paesi dell'Asia centrale e orientale erano av­
volti nel mistero. Il sempre popolare romanzo di Alessan­
dro forniva alcuni mirabili dettagli circa i popoli e gli ani­
mali che abitavano quelle esotiche regioni. Tra i molti testi
legati alla leggenda di Alessandro circolava un Itinerario dal
paradiso alla terra dei Romani20. L'opera ci informa che nei
pressi del paradiso terrestre stava il paese dei Macarini (o
Camarini) , donde scorre un grande fiume che si divide in
quattro rami. I Macarini sono buoni e devoti. Non cono­
scono il fuoco e non cucinano cibo alcuno ma si sostenta­
no con la manna che scende dal cielo, bevendo una misce­
la di miele selvatico e pepe. Le loro vesti sono così imma­
colate che non conoscono macchia. Non ci sono malattie
tra loro e vivono sino a un'età compresa tra i 1 1 8 e i 120 an­
ni. Conoscono in anticipo l'ora della loro morte e ad essa si
preparano mettendosi a giacere in un sarcofago di legno
aromatico. Sono privi di governo, vivendo in un regime di
perfetta concordia. Tutte le pietre preziose vengono dal lo­
ro paese. Vicino ai Macarini vivono i Bramani che sono an­
ch'essi straordinariamente virtuosi, ma via via che si proce­
de verso ovest si assiste a un graduale deterioramento. Si co­
mincia a raccogliere le messi nel paese di Nebo, il quinto
venendo da est, che è anche il primo paese governato da an­
ziani. Incontriamo per la prima volta i guerrieri ad Axum,
il decimo paese; viene poi l'India Minore, che nutre molti­
tudini di elefanti, e infine la Persia, che è prospera ma mal­
vagia. I bizantini sembrerebbero avere compiuto assai mo­
desti tentativi per far rientrare queste popolazioni orienta­
li in ambito biblico, ma si affermava che le virtuose nazioni
dell'Estremo Oriente erano cristiane.
Il principale problema che i popoli della Terra poneva­
no alla mentalità bizantina era il loro posto nel progetto
della divina Prowidenza. Il Vangelo proclama l' eguaglian­
za tra gli uomini, poiché Dio «da un solo sangue ha fatto
uscire tutto il genere umano, per popolare tutta la faccia
della Terra, avendo determinato la durata dei tempi e i con­
fini della loro dimora; Egli ha voluto che gli uomini cercas­
sero il Signore, e si sforzassero di trovarlo, come a tastoni,
quantunque non sia lontano da ciascuno di noi>> (Atti degli
Apostoli 1 8,26 sg. ) . E tuttavia sembrava che questi vari po­
poli non fossero stati oggetto di pari sollecitudine da parte
del Signore. Non c 'erano problemi in merito al periodo ini­
ziale, i circa 2.900 anni che andavano dalla Creazione alla
divisione delle lingue. Ma che dire dei successivi 2.600 an­
ni, fino all ' Incarnazione? I profeti erano stati inviati agli
Israeliti soltanto, laddove gli altri popoli erano rimasti nel­
l'ignoranza di Dio. E il periodo successivo all'Incarnazione?
Per quanto si fosse diffusa la predicazione del Vangelo, non
si era estesa a tutta la terra. E infine qual era il ruolo delle
nazioni pagane nello schema della Provvidenza divina?
A siffatte questioni non troviamo che risposte sporadi­
che e parziali. Dato che gli uomini venivano tutti <<da un so­
lo sangue>> , l'antica maledizione di Noè continuava a in­
combere sui discendenti di Canaan, figlio di Cam: <<Male­
detto sia Canaan ! , sia servo dei servi dei suoi fratelli. Bene­
detto sia il Signore Dio di Sem, e sia Canaan il suo servo ! Id­
dio estendaJafet, e abiti nelle tende di Sem; e sia Canaan il
loro servo ! >> (Genesi 9,25 sgg. ) . Si riteneva che questa ma­
ledizione fosse dovuta non solo al fatto che Canaan aveva
visto le nudità di suo padre ma che anche valesse quale an­
ticipazione della cupidigia da Canaan nutrita per l'invasio­
ne di Palestina e Fenicia, terre appartenenti a Sem. Gli Mri­
cani venivano in questo modo 'retrocessi' a causa del loro
peccato ancestrale; Noè poteva altresì predire la gloriosa
sorte della progenie di Jafet, poiché era tra quest'ultima
chè il Cristianesimo sarebbe maggiormente progredito21 •
U n altro modo di soddisfare i n qualche misura i non cre­
denti vissuti prima dell'awento di Cristo era stato fornito da
san Pietro, che affermò che il Signore era <<andato a predi­
care agli spiriti in carcere che erano stati un tempo incre­
duli>> (Prima Lettera di Pietro 3 , 1 9 sg. ) . Si disse persino che
san Giovanni Battista, morto prima di Cristo, aveva comin­
ciato a predicare agli spiriti dell'Ade e che la sua predica­
zione era ormai completata quando all'Ade discese il Si­
gnore. A conferma di ciò si riferiva che una volta un awo­
cato ebbe a maledire Platone. La notte dopo il filosofo gli
apparve in sogno e disse: <<Smetti di maledirmi. Non nego
di avere vissuto da peccatore, ma quando Cristo è disceso
all'Ade io sono stato il primo a credere in Lui>> . Da ciò non
consegue che i morti avranno un'altra opportunità di pen­
timento: si trattava di un'occasione unica22•
Se dunque era possibile recuperare in questo modo tut­
ti coloro che. erano morti prima della Crocifissione, la dif­
ficoltà successiva riguardava l ' universalità della predicazio­
ne cristiana. Ciò comportava un punto di particolare im­
portanza. Quando san Pietro diceva che <<Gli è accetto co­
lui che Lo teme e osserva la giustizia, di qualunque nazione
sia>> (Atti degli Apostoli 10,35 ) , parlava in un 'epoca in cui
il Vangelo non si era ancora sparso per ogni dove; ma non
era più così23• Se la situazione fosse stata diversa, i membri
delle ' nazioni' - gli ethnikoi - e cioè i non cristiani avrebbe­
ro potuto sperare in una salvezza proveniente dalle sole
opere buone. Di qui la necessità di dimostrare che la Buo­
na Novella era stata effettivamente portata a tutti i paesi ­
mito sostenuto dagli Atti degli Apostoli apocrifi. Si narrava
che prima di partire per le loro rispettive missioni gli apo­
stoli si erano raccolti a Gerusalemme per spartire tra loro
tutte le regioni del mondo abitato. San Pietro si prese la re­
sponsabilità degli Ebrei circoncisi, Giacomo e Giovanni
quella dell'Oriente, Filippo l 'Asia e la Samaria, Matteo la
Partia, Tommaso l 'Armenia e l 'India, Andrea la Bitinia, La­
cedemone e l 'Acaia, e così via. L'area geografica affidata al­
l 'attività di ciascun apostolo varia grandemente da un testo
all'altro. Giungiamo a trovare Matteo nella terra degli An­
tropofagi, Filippo e Bartolomeo nella <<terra degli Ofiani e
nel deserto delle dragonesse>>24• Dopo Tommaso, che
operò nella remota India, chi si dimostrò grande viaggiato­
re fu Andrea che evangelizzò la Scizia, fondò chiese (com­
presa quella di Bisanzio) lungo la costa meridionale del
Mar Nero e infine si recò in Acaia dove patì il martirio25.
Queste leggende occultano una realtà che rimane solo
parzialmente conosciuta, vale a dire lo sviluppo delle mis­
sioni cristiane. Nel primo periodo bizantino il Cristianesi­
mo conobbe una notevole espansione geografica. Lo stori­
co ecclesiastico Sozomeno, scrivendo nel quinto secolo, an-
notava la conversione di tutte le popolazioni occidentali
comprese tra il Reno e l'Oceano Adantico, quelle degli Ar­
meni e dei Georgiani, e descriveva il progresso della vera fe­
de tra i Persiani26• Un secolo dopo, il continuatore di Zac­
caria di Mitilene parlava della missione che era stata invia­
ta tra gli Unni orientali, al di là delle Porte del Caspio, e del­
la traduzione delle Scritture nel dialetto locale27. Cristo
non aveva detto «Fatevi coraggio! , io ho vinto il mondo>>
(Giovanni 1 6,33 ) ? E ancora: <<Le porte dell'inferno mai pre­
varranno contro la mia Chiesa>> (Matteo 1 6, 1 8 ) . Il compi­
mento di queste profezie era stato lucidamente compreso
da Cosma Indicopleuste. C'erano chiese cristiane, scrive,
persino a Ceylon, a Malabar e nell'isola di Socotra.

E così del pari tra i Battriani, gli Unni, i Persiani, tra gli altri In­
diani, i Persarmeni, i Medi e gli Elamiti, e in tutta la terra dei Per­
siani non c'è limite al numero delle chiese con i loro vescovi, alle
grandi comunità dei cristiani, al numero dei martiri, ai monaci
anche eremiti. Così anche in Etiopia e ad Axum e in tutta l'area
circostante, tra gli abitanti dell'Arabia Felice che sono ora chia­
mati Omiriti, in tutta l'Arabia e in Palestina, in Fenicia, in tutta la
Siria, ad Antiochia e fino in Mesopotamia, tra i Nubiani, i Gara­
manti, in Egitto, in Libia, nella Pentapoli, in Mrica e Mauretania
e fino a Gadeira a sud [Tangeri in Mrica] , ovunque si trovano le
chiese dei cristiani, e vescovi, martiri, monaci ed eremiti là dove il
Vangelo di Cristo viene proclamato. Così del pari ancora in Ciii­
eia, Asia, Cappadocia, Lazica, Ponto e nei paesi settentrionali oc­
cupati da Sci ti, Ircani, Eruli, Bulgari, Elladici [Greci] e Illirici, Dal­
mati, Goti, Ispanici, Romani, Franchi e altre nazioni fino a Gadei­
ra sull'Oceano a nord [Cadice] , vi sono credenti e predicatori del
Vangelo che professano la resurrezione dai morti; così vediamo le
profezie compiersi nel mondo intero28.

Per il vero a un osservatore del sesto secolo poteva giu­


stamente sembrare che ben poco ulteriore territorio an­
dasse conquistato. Il solo grande ostacolo era la Persia, do­
ve comunque il Cristianesimo aveva già compiuto progres-
si assai notevoli. Si riferiva comunque che addirittura il re
di Persia, sotto l'influsso del suo medico cristiano e del ne­
storiano Catholicos, avesse smesso di mangiare la carne de­
gli animali impuri e avesse costruito un ospizio per stranie­
ri - qualcosa assolutamente inaudito prima d'allora29•
Il sogno di una oikoumene interamente cristiana venne
quasi a realizzarsi quando Eraclio conquistò l'impero per­
siano e quel sogno poteva certo essere parte importante del
progetto politico di quell'imperatore. Ma il catastrofico ro­
vescio che il Cristianesimo dové patire immediatamente do­
po era totalmente inatteso e potrebbe dirsi che il pensiero
bizantino non vi si adeguò mai. Fu in particolare nel setti­
mo secolo che il successo degli ethnikoi pose un problema
tormentoso. Era per volontà divina che l'empio nemico in­
fliggeva un tale danno ai cristiani? Gli ecclesiastici poteva­
no solo replicare che quelle calamità accadevano proprio
per volontà divina, perché i cristiani venissero castigati per
i loro peccati. La fortuna dei senza Dio non si doveva co­
munque alla loro virtù. «Il nemico empio e senza legge che
ubbidisce alla malvagità insita in lui ci infligge queste cala­
mità che dispiacciono a Dio e per tutto questo il nemico sof­
frirà certamente la punizione eterna30. >> Ad alcuni osserva­
tori sembrò persino che gli ethnikoi fossero più sani dei cri­
stiani, tra i quali era diffusa la gotta, la lebbra, l 'epilessia e
altre malattie; che i cristiani avessero una sorta di inferio­
rità fisica. L'idea che Dio infliggesse le malattie ai cristiani
perché li amava non risultò molto convincente. Anastasio
Sinaita tentò pertanto una diversa spiegazione. Secondo
Anastasio le malattie si diffondono anche (cioè, oltre che
per volontà di Dio) per ragioni ereditarie o per via dell'a­
ria, di un clima umido e variabile, di eccessi nell'assunzio­
ne di cibi e bevande. Che la qualità dell'aria avesse di que­
sti effetti è provato dal fatto che gli abitanti di Aila (Aqaba)
non soffrono mai di gotta. L'importanza di una buona die­
ta è dimostrata dagli Ebrei che vengono da una regione sec­
ca e dunque sana; avvezzi come sono a un eccessivo consu-
mo di carne, vino e salse, hanno giocoforza tante malattie
quante i cristiani. L'idea che l 'epilessia o la possessione de­
moniaca potessero essere imputabili a cause fisiche restò
del tutto estranea al modo di pensare bizantino; eppure era
stato proprio Cristo a dire del demonio che <<Questa specie
non si può scacciare se non con la preghiera e il digiuno»
(Marco 9,29) . Se dunque il demonio poteva esse re espulso
digiun ando, poteva anche - certo, con il permesso di Dio ­
penetrare in un corpo per la sua ghiottoneria. Né bisogna
stupire del fatto che stranieri senza Dio sembrino talvolta
possedere facoltà soprannaturali, per esempio i Saraceni,
che sanno predire chi cadrà sul campo di battaglia. Riesco­
no nell'impresa osservando certi segni fisici - fatto confer­
mato dagli esperti di medicina che affermano anzitutto che
la Provvidenza ha posto nel corpo umano, specialmente ne­
gli occhi, alcuni segnali segreti che annunciano l 'approssi­
marsi della morte; poi, che questi segnali vengono osserva­
ti dai demoni che quindi ingannano la gente con le loro
predizioni corrette. Inoltre è risaputo che pagani ed ereti­
ci possono operare miracoli con l'ausilio dei demoni. Per
esempio dice Anastasio che c'era una volta un vescovo ere­
tico di Cizico capace di sradicare un ulivo che ostruiva la fi­
nestra della sua chiesa o di far parlare i cadaveri - il tutto
recitando una formula. Alla sua morte vi furono varie ap­
parizioni e allucinazioni sopra la tomba, tutte operate con
il concorso dei demoni. L'unico modo per distinguere un
miracolo vero da uno falso - tra i cristiani e i senza Dio - so­
no i risultati cui pervengono: <<dai loro frutti li riconosce­
rete>>31 .
La fortuna dell'apostasia dopo la conquista araba indi­
cava forse che le spiegazioni della Chiesa non erano uni­
versalmente accettate. Eppure in tutta l'età bizantina il suc­
cesso degli ethnikoi venne spiegato esattamente come l'ave­
va spiegato Anastasio. Il medesimo ragionamento fu appli­
c ato agli Avari, agli Arabi, ai Bulgari, ai Russi, ai Latini e in­
fin e ai Turchi. Nell '860, durante l'assedio russo di Costan-
tinopoli, il patriarca Fozio dichiarò pubblicamente che
<<Mentre il popolo di Dio si rafforza e trionfa sui suoi nemi­
ci grazie all'alleanza con Lui, il resto delle nazioni, la cui re­
ligione è in fallo, non cresce in potenza per le proprie buo­
ne azioni ma perché sono cattive le nostre>>32. Nel secolo
quindicesimo, come molte altre volte prima, venne posta la
stessa domanda: come si spiega che i Turchi sono vittoriosi
e noi siamo nello scompiglio? Forse perché non abbiamo
accettato la superiore rivelazione di Maometto, proprio co­
me gli Ebrei sono stati puniti per non avere accettato quel­
la di Cristo? - No, risponde l'imperatore Manuele II Paleo­
logo. In primo luogo noi non possiamo essere paragonati
agli Ebrei che dal tempo della caduta di Gerusalemme più
non hanno avuto re né capitale né tempio. In secondo luo­
go si sono affermati e poi sono scomparsi molti imperi i cui
successi non possono attribuirsi a superiorità religiosa: per
esempio l'impero degli Assiri, quello dei Persiani, quello di
Alessandro il Macedone, che era chiaramente empio, poi­
ché sacrificava ai demoni. Inoltre - e qui finalmente in­
contriamo un accento di novità - esistono in Occidente
molti Stati cristiani che sono più potenti di quello dei Tur­
chi. Rimane solo poco tempo prima della fine del mondo:
chi sa quali mutamenti potranno ancora awenire?33

NOTE

1 Basilio, Homil. VIII, in Hexaemeron, ed. S. Giet, Parigi 1950, p. 440; Severia-
no di Cabala, De mundi creatione orat. IV, PG LVI 458.
2 Basilio, op. cit. , pp. 431 sgg.

3 Severiano, op. cit., orat. V (PG LVI 48 1 ) .

4 Id., op. cit. , orat. VI ( ivi, 484) .

5 Basilio, Homil. VII, in op. cit., pp. 402 sgg.


6 Id., Homil. VIII, in op. cit., pp. 446 sgg.
7 Ed. F. Sbordone, Milano 1936, parr. l , 4, ecc.
8 Hist. eccles., III l l .
9 Vd . Cosma Indicopleuste, Topografia cristiana, ed. W . Wolska-Conus, III, Pa­
rigi 1973, pp. 3 1 5 sgg.
10
Giovanni Damasceno, De draconibus, PG XCIV 1600.
1 1 Cecaumeno, Strategicon, ed. G.G. Litavrin, Sovety i rasskazy Kekavmena, Mo­
sca 1 972, p. 678.
12 J. Bidez, Deux versions grecques inédites de la Vie dePau l de Thèbes, Recueil de tra-
vaux publiés par la Fac. de Philos. et Lettres de Gand, fase. 25, 1 900, pp. 1 2 sgg.
13 Mosca, Prato spirituale, cap. 1 84, PG LXXXVII/3, 3056.
1 4 Acta Sanctorum, Luglio, III ( 1 723) , 605 sg.
1 5 Mosca, op. cit. , cap. 1 07 , PG LXXXVII/3, 2965 sgg.
1 6 Fozio, Bibliotheca, cod. 223.
1 7 PC XXXVIII 980 sgg.
18 A ntiquitates judaicae I 5 sg.
1 9 L a versione più completa è in Chronicon Paschale, CSHB, I 46 sgg. V d. an­
che Epifania, Adversus haereses, PG XLII 1 60; Id., Ancoratus, par. 1 1 3, PG XLIII
220 sgg.; Cosma Indicopleuste, op. cit. , l, Parigi 1 968, pp. 329 sgg.; Giorgio Sin­
celio, CSHB, I, pp. 82 sgg. Cfr. A. von Gutschmid, Kleine Schriften, V, Lipsia 1 894,
pp . 240 sgg., 585 sgg.
20 Expositio totius mundi, ed. J. Rougé, Parigi 1 966, pp. 1 1 0 sgg. Un testo gre­
co affin e è la Hodoiporia apo Edem tou Paradeisou achri ton Rhomaion, ed. A. Klotz,
in «Rheinisches Museum fùr Philologie», LXV, 1 9 1 0, pp. 606 sgg. Per la versio­
ne georgiana vd. Z. Avalichvili, Géographie et légende dans un récit apocryphe de S. Ba­
sile, in ROC, XXVI, 1 927-28, pp. 279 sgg.
2 1 Cosma Indicopleuste, op. cit. , Il, Parigi 1 970, pp. 1 33 sgg.; Giorgio Sincel-
lo, CSHB, l, p. 94.
22 Anastasio Sinaita, Quaestiones, PG LXXXIX 764.
23 Ivi, 708.
24 Acta apostolorum apocrypha, ed. R.A. Lipsius - M. Bonnet, Il/ l , Lipsia 1898,
pp. 46 sg., 65; 11/2 ( 1903 ) , pp. 37, 1 00.
25 Vd. F. Dvornik, The Idea ofApostolicity in Byzantium and the Legend ofthe Apo­
stle Andrew, Cambridge, Mass. , 1 958, pp. 1 38 sgg.
26 Evagrio, Hist. eccles., ed. Bidez - Parmentier, Londra 1 898, II 6-14. Sull'ar­
gomento vd. W.H.C. Frend, The Missions of the Early Church, 1 80- 700 AD, in Reli­
gion Popular and Unpopular, Londra 1 976, VIII.
27 The Syriac Chronicle known as that of Zachariah ofMitylene, XII 7, trad. ingl. di
FJ. Hamilton - E.W. Brooks, Londra 1 899, pp. 329 sgg.
28 Cosma Indicopleuste, op. cit. , l, Parigi 1968, pp. 503 sgg.
29 The Syriac Chronicle ci t., XII 7, pp. 331 sg.
30 Anastasio Sinaita, Quaestiones, PG LXXXIX 484.
31 lvi, 52 1 , 732 sg.

32 Vd. The Homilies ofPhotius, trad. ingl. di C. Mango, Cambridge, Mass. , 1958,
p. 1 07.
33 Manuele II Paleologo, Dialoge mit einem 'Perser', ed. E. Trapp, Vienna 1 966,
pp. 55 sgg.
CAPITOLO DECIMO

IL PASSATO DELL'UMANITÀ

Il bizantino medio, come ogni altra persona semplice,


aveva scarsa consapevolezza del succedersi degli anni. Se
mai poneva mente a questi problemi, calcolava gli anni con
il sistema delle indizioni. Un'indizione era un ciclo di quin­
dici anni, inizialmente introdotto a scopo di accertamento
fiscale - ma quando ci si riferiva, per esempio, alla 'quinta
indizione', si intendeva il quinto anno (inizio anno: primo
settembre) di un qualsiasi ciclo, non il quinto ciclo. Nel suo
Prato spirituale Giovanni Mosco riferisce una storia assai ca­
ratteristica. In Cilicia, nelle colline antistanti la catena mon­
tuosa dell'Amano, aveva incontrato due anziani che gli dis­
sero di avere osservato, sette anni prima, un fuoco acceso di
notte in cima alla montagna. Di giorno la scalarono per ac­
certarsene ma non trovarono nulla. Il fuoco continuò a bril­
lare nella tenebra per un periodo di tre mesi. Infine deci­
sero di tentare l'ascensione nottetempo. Individuarono la
luce e rimasero sul posto fino al mattino, allorché scopri­
rono una spelonca dove era il cadavere di un eremita che
stringeva un Vangelo. Vicino a lui stava una tavoletta con
iscritte le seguenti parole: «lo, l'umile Giovanni, morto nel­
la quindicesima indizione>> . Allora i due uomini comincia­
rono a computare gli anni (forse con le mani) e comprese­
ro con stupore che erano passati sette anni dalla dipartita
dell'anacoreta, nonostante sembrasse che fosse morto pro­
prio quel giorno1.
L'annotazione del monaco in merito alla propria morte
era di fatto tipica degli epitaffi bizantini del primo periodo.
A noi ciò può sembrare sorprendente, poiché scorgiamo
nella pietra tombale una testimonianza destinata a soprav­
vivere per molti secoli, se non per sempre; ma a un bizanti­
no solitamente bastava incidere sulla pietra un'iscrizione di
questo tenore: <<Il servo di Dio Teodoro è morto il giorno
1 3 del mese d'agosto, domenica, indizione tredicesima».
Era come se l'informazione fornita dall'epitaffio fosse inte­
ressante solo per pochi anni - per uno o due cicli di indi­
zione al massimo.
Il motivo principale di questa negligenza nei confronti
di date ' assolute' sta nella mancanza di una forma di cro­
nologia generalmente riconosciuta. All'epoca in cui Mosco
scriveva (intorno al 600) i documenti ufficiali continuava­
no a essere datati in base ai consoli in carica, come aweni­
va in e tà romana; ma dacché quest'istituzione non divenne
altro che una vuota formula e fu l'imperatore ad assumere
la carica di console, con intervalli irregolari e a diversi mo­
menti dell'anno, si doveva essere quasi degli specialisti per
trovare un senso nel sistema2• L'anno di regno, con il qua­
le sovente si identificava il consolato, destava minor confu­
sione - solo che si doveva conoscere non solo l'anno, ma
anche il giorno e il mese dell'accessione al trono dei vari
imperatori. C'era poi una gran moltitudine di ere locali, so­
prattutto nelle province orientali. I Siriaci solitamente cal­
colavano gli anni in base all'era dei Seleucidi (nota anche
come ' era dei Greci' ) , che cominciava il primo ottobre 3 1 2
a. C. Ad Antiochia però si usava un'era che aveva inizio il 49
a.C. e a Bostra un'altra che cominciava nel 1 06 d.C.; a Ga­
za, in Palestina, gli anni venivano calcolati a partire dal 6 1
a.C. Ad Alessandria s i usava l 'era d i Augusto (inizio i l 30
agosto a.C.) ma anche quella di Diocleziano ( ' era dei Mar­
tiri') con inizio nel 284 d.C. e via dicendo. Non si ricorreva
ancora all'an nus mundi quale comune sistema di datazione
e comunque c'erano - lo vedremo - notevoli divergenze in
merito al modo di calcolarlo. Esso cominciò a comparire
sporadicamente nell'ottavo secolo e poco per volta guada-
gnò terreno; ma anche nei periodi medio bizantino e tardo
bizantino, quando l ' annus mundi si era ormai consolidato,
il ricorso alle date nelle iscrizioni, nei manoscritti, negli edi­
fici e via dicendo rimase eccezione più che regola.
L'interesse dell' annus mundi per i nostri scopi è che esso
rifletteva nella sua globalità la concezione del passato del­
l'uomo elaborata dai cristiani in età tardo antica e bizanti­
na - una concezione 'storica' e simbolica a un tempo, che
doveva pure considerare taluni fattori di tipo astronomico.
Questo sistema veniva custodito in un tipo di libro noto
quale 'cronaca universale' o - come lo chiamavano i bizan­
tini - ' cronaca a partire da Adamo' . Quando il bizantino
medio voleva informazioni sul corso della storia passata, era
a questo tipo di libro che si volgeva. Il risultato fu che le cro­
nache universali godettero di ampia circolazione e, desti­
nate come erano al lettore comune, vennero redatte in una
lingua semplice. Con il passare del tempo le cronache ven­
nero integrate con il resoconto degli awenimenti più re­
centi. Erano trattate infatti non come opere letterarie ma
come manuali o almanacchi che richiedevano revisioni pe­
riodiche. Questa circostanza ha causato non poche diffi­
coltà agli studiosi desiderosi di identificare i successivi stra­
ti di queste compilazioni. Qui, comunque, ci interessano
non tanto i problemi particolari delle attribuzioni quanto il
genere nel suo complesso e le idee che contiene.
La prima impressione che le cronache bizantine produ­
cono sul lettore è un'impressione di naiveté, ma anche se
gran parte del loro contenuto è triviale ciò non deve oscu­
rare ai nostri occhi l'estrema complessità della loro struttu­
ra concettuale. Sono infatti il prodotto di una lunga evolu­
zione e di un grande sforzo erudito; dobbiamo fermarci
brevemente per esaminarne i principi. La storia che rac­
contano non è di una sola nazione, ma del mondo intero
quale era conosciuto all' epoca. Il filo principale di tale sto­
ria è fornito dalla Bibbia, ma molti altri fili - l'Assiria, l'E­
gitto, la Grecia, Roma - sono venuti a intrecciarvisi. La sin-
cronizzazione di queste storie separate richiese una strut­
tura di riferimento cronologico generale. Elemento della
massima importanza: le cronache ambivano a spiegare l'o­
perato della divina Provvidenza; dato che Dio agisce con or­
dine anche la storia deve esprimere non solo il Suo intento
morale ma anche la simmetria del Suo disegno. In base a
quale processo venne dunque a costituirsi questo vasto pa­
norama?
Cominciamo con l 'elemento cronologico. Dobbiamo
notare che molto tempo prima che nascesse una storiogra­
fia cristiana gli Ebrei ellenizzati si erano assai preoccupati
di dimostrare l'antichità e dunque la rispettabilità della lo­
ro religione, in contrasto con la natura confusa e non sto­
rica delle tradizioni greca e romana. Già nel primo secolo
d.C. Giuseppe Flavio scrisse diffusamente su questo argo­
mento e dimostrò non solo che i dati storici ebraici si
estendevano lungo un periodo di cinquemila anni ma an­
che che erano più attendibili delle storie contraddittorie
narrate dagli storici greci3. L'eredità degli apologisti ebrai­
ci fu avidamente raccolta dai cristiani che dovevano fron­
teggiare le medesime critiche da parte dei loro avversari pa­
gani e che, poco più tardi, ebbero l'ulteriore compito di
combattere gli Ebrei con le stesse armi di questi ultimi. Per
quanto sappiamo, il primo autore cristiano che elaborò un
computo cronologico dettagliato sulla base dell'Antico Te­
stamento fu Teofilo d'Antiochia (fine del secondo secolo
d.C.) . Utilizzando la versione dei Settanta, che differisce
notevolmente dalla versione ebraica nelle questioni di cro­
nologia, Teofilo calcolò che la Creazione ebbe luogo intor­
no al 55 1 5 a.C.4• Ammetteva egli stesso che le sue cifre era­
no approssimative, con un margine di errore di circa due­
c ento anni al massimo. Ma quel che è più interessante per
noi è che Teofilo riuscì a collegare la cronologia biblica con
quella del mondo greco-romano sulla base del Libro se­
c ondo delle Cronache (36,21 sg. ) , dove leggiamo che la fi­
ne della cattività babilonese (anno 4594 dalla Creazione, se-
condo i suoi calcoli) coincise con il primo anno di Ciro re
di Persia. Da allora in avanti Teofilo andava in discesa: era
noto infatti che Ciro regnò per ventotto anni e che la sua
morte fu contemporanea all'ascesa al trono di Tarquinio il
Superbo a Roma; stando ai manuali di cronologia, da quel
tempo alla morte di Marco Aurelio ( 1 80 d.C.) erano passa­
ti 7 1 3 anni. In questo computo l 'incarnazione di Cristo non
ha ruolo alcuno, né interessa a Teofilo stabilire una crono­
logia relativa tra storia biblica e storia dei gentili - compito
lasciato a eruditi cristiani di età posteriore e in particolare
ad Mricano ( terzo secolo d.C.) ed Eusebio di Cesarea.
A questa evidenza 'storica' si aggiungeva una considera­
zione mistica. I cristiani delle origini credevano che come
la Creazione richiese Sei Giorni così il mondo sarebbe du­
rato sei millenni: era scritto infatti che mille anni sono co­
me un giorno agli occhi di Dio (Salmi 90,4) . Dato ciò, sa­
rebbe stato particolarmente soddisfacente se l' Incarnazio­
ne fosse avvenuta esattamente nell'anno 5500, a metà del
sesto giorno cosmico; tanto più che le dimensioni dell'Ar­
ca dell'Alleanza, a considerare tutti i tre sensi, ammontava­
no a cinque cubiti e mezzo (Esodo 25, 1 0) . Tutti i sistemi pa­
leocristiani e poi bizantini, ad eccezione di quello di Euse­
bio, tentano di accostarsi il più possibile a questa cifra.
Il terzo aspetto del problema era connesso con l 'aggiu­
stamento dei calendari lunare e solare. Dato che Cristo era
risorto dai morti intorno al periodo del Passaggio o Pasqua
ebraica (quattordicesimo giorno del mese di Nisan ) , si ri­
teneva che il primo giorno della Creazione fosse caduto ver­
so la medesima data, sempre di domenica; una domenica
che inoltre avrebbe dovuto essere un 25 marzo, data del­
l' equinozio di primavera secondo il calendario giuliano. Si
trattava in effetti di un calcolo analogo a quello impiegato
per determinare la data della Pasqua - un problema che po­
se gravi preoccupazioni alla Chiesa delle origini. A quell'e­
poca gli Ebrei avevano già abbandonato un calendario pu­
ramente lunare e avevano adottato un anno lunisolare di
354 giorni (dodici mesi di ventinove giorni e mezzo) e quin­
di di undici giorni più breve dell'anno solare, con l'ag­
giunta, ogni tre anni, di un mese aggiuntivo o embolico. In
questo modo la data del Passaggio, anziché vagare per tut­
to l'anno solare (come fanno le feste musulmane) , poteva
restare in primavera. I cristiani per parte loro, adottando
l'anno giuliano, già nel terzo secolo avevano scelto un ciclo
di otto anni per computare la data della Pasqua. Il motivo
era che otto anni solari (compresi due anni bisestili) signi­
ficavano 2922 giorni, assai vicino a 99 mesi lunari (cinque
anni di dodici mesi più tre anni di tredici mesi) che signifi­
cavano 2923 giorni e mezzo. Questo ciclo forniva otto date
possibili per il Passaggio e nel nono anno si poteva tornare
allo stesso giorno del mese del primo anno; ma non si riu­
sciva a ottenere il medesimo giorno della settimana. Per
rendere giustizia a entrambi i fattori bisognava moltiplica­
re 8 x 7 = 56: dopo 56 anni la festa del Passaggio sarebbe tor­
nata a cadere lo stesso giorno, oltre che del mese, anche
della settimana. La più antica tabella pasquale conservata,
quella di Ippolito, in effetti utilizza un ciclo di 1 1 2 anni (56
x 2 ) . Continuava certo a persistere un gap di un giorno e
mezzo ogni otto anni - difetto cui si ovviò più tardi, con ci­
cli più precisi.
La tabella di Ippolito, comunque, è sufficiente a illustra­
re il principio in oggetto. Come abbiamo detto, il primo
giorno della Creazione fu un 25 marzo, domenica. Dato
che la luna venne creata il quarto giorno e venne creata pie­
na (tutte le opere di Dio sono perfette) , il primo 1 4 Nisan
sarà stato un mercoledì 28 marzo se la luna venne creata di
mattina e un giovedì 29 marzo se venne creata di sera. Stan­
do al canone di Ippolito le date possibili per il 1 4 Nisan era­
no le seguenti: 18, 2 1 , 25, 29 marzo; 2, 5, 9, 1 3 aprile. La
scelta cadde pertanto su giovedì 29 marzo. Il sincronismo,
stando al medesimo canone, si realizzò nel 266 e nel 322
d. C. Contando a ritroso, la data della Creazione più la data
d. C. meno uno (non esiste infatti un anno zero) doveva es-
sere un multiplo di 1 1 2 . Il risultato, dovendo cadere il più
possibile vicino al 5500 a.C. , era il 5503 (5503 + 322 - l =

5824 1 1 2 x 52) .
=

La discrepanza tra calendario solare e calendario !uni­


solare che troviamo in Ippolito - un giorno e mezzo ogni
otto anni - portò, come si è detto, all'invenzione di cicli più
accurati. Quello che venne a prevalere in Oriente fu un ci­
clo di 19 anni, il che comportò la necessità di ricalcolare la
data della Creazione, ora ritenuta cadere nel 5492. Questa
è la cosiddetta era alessandrina; cronisti quali Giorgio Sin­
cella e Teofane continuavano a usarla all'inizio del nono se­
colo. A quell'epoca, comunque, era già stata introdotta la
normale era bizantina con inizio nel 5508 a.C., sì da pren­
dere in conto anche il ciclo dell'indizione. Fu questa era bi­
zantina a prevalere sino a che l 'Impero finì5.
Questa discussione, forse un po' arida, era necessaria al­
la spiegazione dello scheletro cronologico dell'interpreta­
zione bizantina della storia. La struttura di base della cro­
naca universale venne eretta nel terzo secolo, perfezionata
da Eusebio all'inizio del quarto e successivamente sistema­
rizzata nel quinto dai due alessandrini Panodoro e Annia­
no. L'opera di questi pionieri ci è giunta solo in frammen­
ti. La più antica cronaca bizantina conservata - quella di
Giovanni Malala - è datata sesto secolo; è seguita dalla 'Cro­
naca Pasquale ' nel settimo, da Giorgio Sincello e Teofane
all'inizio del nono, da Giorgio Monaco verso la metà del no­
no, dalle varie versioni di Simeone Logoteta nel decimo e
via dicendo. La tradizione della cronaca universale conti­
nuò ancora dopo la caduta di Costantinopoli in mano tur­
ca e costituì il materiale di lettura storica del popolo greco
fino alla rivoluzione del 1 82 1 .
Esponiamo qui di seguito a grandi linee il contenuto del­
la cronaca universalefi. Il racconto del periodo antecedente
il diluvio non poneva difficoltà particolari siccome basato
sulla Bibbia e sugli apocrifi dell'Antico Testamento . Possia­
mo comunque notare che questo lungo periodo (2362 anni,
stando ad alcuni calcoli) era marcato da un processo com­
prendente fasi di ' nominazione ' e di invenzioni pratiche,
sebbene molta della conoscenza accumulata andò poi per­
duta a causa del Diluvio Universale. Adamo diede i nomi a
tutti gli animali; Caino inventò la misurazione del terreno; i
tre figli di Lamec scoprirono rispettivamente l 'allevamento
del b estiame, gli strumenti musicali, la forgiatura dell'otto­
ne e del ferro. Il più grande sapiente di quell'epoca remota
fu comunque Seth: egli inventò l'alfabeto ebraico, scoprì la
successione di anni, mesi, settimane, diede i nomi alle stelle
e ai cinque pianeti. I nomi che impose ai pianeti - il sole e la
luna avevano già ricevuto i loro nomi da Dio - furono, cosa
curiosa, i seguenti: Crono, Zeus, Ares, Mrodite, Hermes; e
dunque non è che i pianeti ripetano i nomi di dèi pagani, so­
no semmai gli dèi (che in realtà erano uomini) che molto
più tardi presero il nome dei pianeti. Seth, divinamente av­
vertito del Diluvio, fu così sollecito da scrivere i nomi delle
stelle su un lastrone di pietra che sopravvisse al Diluvio e con­
sentì a Canaan di elaborare un'astronomia. Sembra anche
che prima del Diluvio vennero inventate certe lettere caldee
da parte dei cosiddetti Vigilanti, analoghi a quei misteriosi
figli di Dio che sposarono le figlie degli uomini in Genesi 6,2;
tali lettere venivano usate per esprimere qualche forma di sa­
pienza magica. Vennero più tardi scoperte da Salah che do­
po essersi specializzato in questa pericolosa conoscenza la
trasmise ad altri.
Il Diluvio, che distrusse tutta l 'umanità a eccezione di
Noè e della sua famiglia, rivestì un ruolo importante per la
determinazione di una cronologia relativa sia della storia
ebraica sia di quella dei gentili. Tra le varie tradizioni na­
zionali della tarda antichità, solo la tradizione assira (alme­
no, così si credeva) menzionava un diluvio universale. Il di­
luvio di Deucalione ( mitologia greca) veniva considerato
realtà locale più che universale; quanto agli Egizi, mai ave­
vano avuto contezza di diluvio alcuno. La conseguenza di
tutto questo era che solo gli Assiri o Caldei avevano avuto
una storia che giungesse tanto indietro nel tempo da supe­
rare il Diluvio. Stando alle informazioni in loro possesso, vi
erano stati dieci re anteriori al Diluvio: l'ultimo, Xisuthrus,
seppe scamparvi. Ne consegue che Noè e Xisuthrus erano
la stessa persona e che storia caldea e storia ebraica si iden­
tificavano. Quanto agli Egizi, che non avevano memoria di
diluvio alcuno e tuttavia pretendevano che la loro storia da­
tasse da circa trentamila anni addietro, non si poteva che
concludere che il loro sistema di computo non era accura­
to. Evidentemente la storia egizia cominciava dopo il Dilu­
vio e il loro primo sovrano era stato Misraim, nipote di Noè.
La divisione della terra tra i figli di Noè (ne abbiamo già
parlato) e il moltiplicarsi delle lingue che ne seguì forniva­
no i naturali punti di partenza per la storia di varie popola­
zioni dei ' gentili' . Ora, uno dei discendenti di Cam era
Nemrod, il grande cacciatore che regnò su una qualche re­
gione nota come terra di Sennaar (Genesi 1 0 , 1 0) , eviden­
temente in Assiria o in Persia, anche se quella parte del
mondo sembrerebbe essere stata assegnata a Sem. La Bib­
bia omette di dire che Nemrod inventò anche la magia e l'a­
strologia, che insegnò ai Persiani, e che alla sua morte ven­
ne deificato e diventò una stella nel cielo, come Orione.
Nemrod era pertanto una sorta di gigante e non era inna­
turale che venne a succedergli un altro gigante, Crono, fi­
glio di un certo Urano e di Mrodite. Questo Crono sotto­
mise tutta la Siria e la Persia e divenne il primo tra i sovra­
ni. Sposò Semiramide - che gli Assiri chiamano Rea - ed eb­
be due figli, Nino e Zeus (chiamato anche Pico) e una fi­
glia, Era, che Zeus sposò. Per rendere la situazione ancora
peggiore, quando Crono morì fu Nino a succedergli e que­
sti sposò la propria madre, Semiramide; in tal guisa l'im­
monda pratica dell'incesto si instaurò tra i Persiani. Nono­
stante i suoi peccati, la progenie di Crono era ora lanciata
nel suo viaggio nella storia. Nino costruì - cosa doverosa ­
Ninive, e dopo di lui regnò un certo Thouras cui venne mu­
tato il nome in Ares e che venne adorato dagli Assiri con il
nome persiano [sic] di Baal. Quanto a Pico Zeus, riuscì in
qualche modo a diventare re d'Italia - parte del mondo che
all'epoca non aveva né città né governo, poiché era sem­
plicemente la stirpe di Jafet ad abitarla. Questo Zeus era
piuttosto incline alle awenture amorose e generò numero­
sa progenie dalle sue concubine. Il suo successore Fauno
(nome poi mutato in Hermes) dové vedersela con le trame
della sua settantina di fratelli e infine riparò in Egitto dove
venne ricevuto con tutti gli onori, avendo portato con sé
gran quantità d'oro; sapeva anche predire il futuro. Infine
Hermes divenne re dell'Egitto. Fu lo zoppo Efesto a succe­
dergli; venne ricordato per due realizzazioni: primo, intro­
dusse una legge che esigeva la pratica della monogamia dal­
le donne egizie; secondo, grazie a una preghiera mistica ri­
cevette dal cielo un paio di tenaglie che gli consentirono di
forgiare armi di ferro; in precedenza infatti gli uomini ave­
vano combattuto con le clave e le pietre. Possiamo inci­
dentalmente osservare che certe caratteristiche degli dèi
olimpici continuano a essere in qualche modo riconoscibi­
li in questo cumulo di sciocchezze, eppure la loro origine
greca è stata dimenticata. La progenie di Crono viene rap­
presentata come assira o persiana per nazionalità; Zeus re­
gnò in Italia; Hermes ed Efesto sono associati all'Egitto.
Gli dèi pagani e i loro discendenti vennero così inseriti
nel periodo (circa mezzo millennio) che andava dalla co­
struzione della Torre di Babele ad Abramo, periodo sul
quale la Bibbia non ha quasi niente da dire se non una nu­
da genealogia (Genesi 1 1 ) . Era questa l'epoca della 'antica
idolatria' inventata da un tal Sarug della tribù di Jafet, e
durò fino a Tare, padre di Abramo nonché scultore. L'ido­
latria ( hellènismos) derivava dall'abitudine di erigere statue
di uomini eminenti e si diffuse in Egitto, a Babilonia, in Fri­
gia per poi giungere in Grecia, dove ricevette il suo nome -
da un tale Hellen figlio di Pico Zeus.
Con Abramo giungiamo a uno dei punti nodali che han­
no caratterizzato il corso della storia universale, perché fu
lui a introdurre la vera conoscenza di Dio, distruggendo gli
idoli del padre. Caldeo per nascita, diede inizio alla storia
del popolo ebraico. Fu anche una figura importante per la
storia della scienza: esperto d'astronomia per la sua origine
caldea, insegnò questa disciplina agli Egizi. Fu dai Caldei,
inoltre, che apprese l'uso delle lettere e lo trasmise ai Feni­
ci dai quali in seguito i Greci mutuarono il loro alfabeto. Fu
inoltre contemporaneo di Melchisedec, il sacerdote-re di
stirpe 'gentile' che fondò Gerusalemme e fu il prototipo di
Cristo. Il regno di Sicione - il più antico della Grecia - ven­
ne fondato nella stessa epoca.
Lo stadio successivo del processo della storia si lega a Mo­
sè, il più grande di tutti i profeti anteriori a Giovanni Batti­
sta nonché, incidentalmente, primo tra tutti gli storici.
L'importanza di Mosè non sta tanto nel fatto che liberò il
suo popolo dalla cattività in Egitto ma nella superiore rive­
lazione che gli fu concessa e nei 'segni' che accompagna­
rono tutta la sua carriera. Analogamente a Cristo, Mosè
scampò da infante all'omicidio che venne invece perpetra­
to su tutti i maschi appena nati della sua stirpe; come Cri­
sto anche Mosè si ritirò nel deserto - non per quaranta gior­
ni, ma per quaranta anni. Quando separò le acque del Mar
Rosso, lo colpì con un movimento a forma di croce e anche
quando gettò un albero nelle acque amare di Mara, anche
allora quel gesto fu un'allusione alla vivifica Croce. Le do­
dici fonti d'acqua e le settanta palme di Elim stavano per i
dodici apostoli maggiori e i settanta apostoli minori. La
manna raccolta nei sei giorni della settimana e rimasta buo­
na per il sabato prefigurava il corpo di Cristo. Infine, no­
nostante che Mosè morì e fu sepolto, nessuno vide la sua
tomba. Il codice religioso stabilito da Mosè era certamente
provvisorio, adeguato al fatto che il suo popolo non aveva
perfetta intelligenza e le sue abitudini erano idolatriche -
era un'ombra della realtà avvenire. A confronto, comun­
que, con i popoli 'gentili' del suo tempo (Mosè era gene­
ralmente ritenuto contemporaneo di Inaco, primo re argi-
vo) , Mosè era figura di dottrina insuperata: un' osservazio­
ne che serviva a dimostrare una volta di più che tutta la co­
noscenza pagana, e particolarmente quella greca, non era
che uno sviluppo posteriore e derivativo.
Il successivo grande sapiente della tradizione israelita fu
il re Salomone, nonostante che il suo debole per le donne
fosse deplorevole. Egli acquisì conoscenza di tutto ciò che
è in natura e scrisse libri sulle piante e sugli animali. Scris­
se anche vari rimedi e incantesimi contro i demoni. Questi
libri, che furono plagiati dagli 'iatrosofisti' greci, vennero
poi distrutti per ordine di Ezechia allorché vide la gente
usarli per scopi medici anziché supplicare da Dio la guari­
gione. Venne concesso particolare riguardo al Tempio di
Salomone, che meritava speciale venerazione perché era al­
l'epoca l ' unico tempio del vero Dio. Le rappresentazioni
dei cherubini in esso contenute furono spesso citate per
giustificare l'uso delle icone. Quanto all'Arca dell'Alleanza,
che venne posta nel sancta sanctorum, non solo essa denota­
va la forma dell'universo ma imitava anche la forma di un
tempio misterioso che era stato mostrato a Mosè in cima al
Monte Sinai - un tempio, possiamo bene immaginare, che
assomigliava a una chiesa cristiana. Salomone visse pochi
anni dopo la guerra di Troia la cui storia, quale ci è narra­
ta nelle cronache bizantine, deriva non già da Omero ma
dalle favole di Ditti.
La storia degli Israeliti successiva a Salomone era tutta in
decadenza e non meritava che scarsa attenzione, eccezion
fatta per i profeti che tentarono invano di correggere le abi­
tudini del Popolo Eletto. Al centro dell'interesse vengono
ora i regni 'gentili' , primo tra tutti quello degli Assiri che pre­
sero Gerusalemme e distrussero il Tempio, poi quello dei
Persiani, che non consentirono agli Ebrei di tornare in pa­
tria. Siamo ora dinanzi a un accelerarsi del tempo [in italiano
nel testo, N.d.C.] della storia universale e il profeta Daniele
rivela il momento esatto dell'Incarnazione. Il regno persia­
no viene distrutto da Alessandro che si awicina al culto del
vero Dio; rese offerte a Gerusalemme egli poi parte per la sua
marcia verso l'Oriente. Appare lontana all'orizzonte l'India
con il 'fiume Oceano' che circonda tutta la terra e con i vir­
tuosi Bramani. Viene poi a dividersi l'impero di Alessandro;
Antioco Epifane profana il Tempio che era stato restaurato
e vuole immettervi 'l'abominazione della desolazione' se­
condo la profezia di Daniele. I regni successivi si combatto­
no l ' un l'altro sinché non vengono conquistati da Roma.
L'Incarnazione di Cristo, evento centrale di tutto il pro­
cesso storico, corrisponde al regno di Augusto, primo sovra­
no che si trovò a dominare il mondo intero e quindi appor­
tatore di pace universale. Inoltre, dato che l'impero romano
è il quarto regno delle profezie di Daniele, esso ben si presta
ad accogliere l ' avvento del Creatore dei quattro elementi.
La fine delle sette 'settimane ' di Daniele viene inoltre a con­
nettersi con la soppressione dei grandi sacerdoti degli Ebrei
- gli 'unti'. Gli imperatori romani successivi ad Augusto ven­
gono soprattutto considerati dal punto di vista del Cristia­
nesimo. La Crocifissione di Cristo avviene sotto Tiberio. Es­
sa cade di venerdì perché l ' uomo è stato creato il sesto gior­
no e Adamo mangiò il frutto dell'albero proibito alla sesta
ora del giorno. La Resurrezione ripete la Creazione. Pilato
riferisce a Tiberio i miracoli di Cristo e l'imperatore conce­
de libertà completa alla predicazione cristiana, tanto che tut­
ta la terra ne viene riempita. Il regno del malvagio Caligola
è testimone della conversione di san Paolo e del martirio di
Stefano, quello di Claudio della fondazione del monachesi­
mo a opera di san Marco. Sotto Nerone, primo persecutore
dei cristiani, vengono messi a morte Pietro, Paolo, Giacomo
e Luca. Nel contempo gli Ebrei avevano ricevuto quaranta
anni di tempo a partire dall'Ascensione per pentirsi. Il risul­
tato del loro mancato pentimento è il sacco di Gerusalemme
e la distruzione del Tempio. Questa è la quarta cattività de­
gli Ebrei e non avrà fine, né gli Ebrei avranno altri profeti. I
loro successivi tentativi di ricostruzione del Tempio verran­
no soprannaturalmente vanificati.
Con la diffusione del Cristianesimo cominciano ad ap­
parire le prime eresie: quelle di Basilide, Valentino, Tazia­
no, Bardesane. Cade in errore anche il dotto e morigerato
Origene - errore che più tardi sarà riportato in vita da Ario.
Appare poi un falso Cristo nella persona di Mani, seguace
di u n tal Budda. Mani rifiuta l'Antico Testamento e profes­
sa che Gesù Cristo era uno spettro. La sua orribile dottrina
ispira una gran moltitudine di eresie cristiane. Siamo ora
giunti verso la fine del terzo secolo e gli imperatori Diocle­
ziano e Massimiano portano un ultimo attacco al Cristiane­
simo, per morire entrambi di morte violenta [sic] . Infine di­
venta imperatore Costantino. Cade malato, vede in sogno
san Pietro e san Paolo, papa Silvestro lo cura e Costantino
accetta il battesimo insieme alla madre, Elena. Il Cristiane­
simo trionfa; a Nicea si tiene il Primo Concilio e la capitale
dell'Impero si trasferisce nella Nuova Roma che è anche la
Nuova Gerusalemme. Viene così inaugurata l'ultima fase
della storia universale. Tutto ciò che rimane da fare prima
del Secondo Avvento è l'eliminazione delle eresie e la pre­
dicazione del messaggio cristiano fino ai più remoti angoli
della terra.
Tale , in breve, l 'interpretazione del passato che troviamo
nelle cronache bizantine - un panorama insieme ampio e
oscuro. Cerchiamo invano un qualche coerente sviluppo
della storia o un qualche segno dell'interesse di Dio alla sal­
vezza di tutto il genere umano. La storia guidata dalla Prov­
videnza ha portata universale fino al Diluvio e alla Torre di
Babele, poi si riduce a un esile rivolo sino alla Pentecoste,
quando - almeno in teoria - torna a essere universale. Il pe­
riodo intermedio (circa 2700 anni: quasi metà della storia
anteriore all' Incarnazione) rimane nell'ombra, se non per
le sorti degli Ebrei. Ma che dire degli altri popoli, di cui Eu­
sebio forniva i succinti annali in colonne parallele? Erano
evidentemente affidati da Dio agli 'angeli delle nazioni' che
più per inefficacia che per malvagità (dovevano resistere ai
furiosi attacchi sferrati dai demoni) non seppero fare di
meglio che introdurre il culto degli astri; esso poi degenerò
in volgare idolatria7.
L'operato della divina Provvidenza si manifestava nell'a­
dempimento delle profezie e - più misteriosamente - in
corrispondenze numeriche, come è di un motivo astratto in
un tappeto orientale. In modo ancor più oscuro le dottrine
della Trinità e della nascita da vergine sembrano essere sta­
te proclamate in enigmi dall'oracolo di Apollo e dalle Si­
bilie e trascritte qua e là su lastre di pietra. Quando, per
esempio, durante il regno di Leone I ( 457-74) si procedet­
te alla trasformazione di un antichissimo tempio pagano a
Cizico in chiesa della Vergine Maria, su un lato si trovò l'i­
scrizione di un oracolo che aveva esatta corrispondenza ad
Atene. Si trattava in entrambi i casi di risposte alla seguen­
te domanda posta dai cittadini: «Profeta Febo Apollo pro­
fetizzaci di chi questa casa sarà». Il dio rispose: «Tutto ciò
che a ordine e virtù conduce voi potete fare. Per parte mia
proclamo un solo Dio e trino che in alto regna e il cui eter­
no Verbo sarà concepito da semplice fanciulla. Tale a frec­
cia di fuoco egli traverserà l'universo mondo e lo prenderà
e in dono al Padre lo offrirà. Casa di lei, Maria il suo nome,
questa sarà>>8. Possiamo provare dubbi assai fondati in me­
rito all'autenticità di siffatte iscrizioni ma resta il fatto che
alcuni bizantini tentarono, sia pur goffamente, di mostrare
che nell'antichità più remota anche i pagani avevano avuto
qualche possibilità di porgere orecchio al messaggio cri­
stiano.
Il profilo di storia universale schizzato dai bizantini si de­
gradò a causa delle continue riformulazioni subite ma mai
perse le caratteristiche che gli vennero attribuite tra il se­
condo e il quinto secolo d.C. L'elemento favolistico e im­
preciso a un tempo del contenuto 'profano' si doveva al fat­
to che i primi estensori di cronache cristiane dovettero ne­
cessariamente basarsi su qualsiasi compendio popolare ri­
sultasse loro disponibile, specialmente quelli che fornivano
elenchi e date dei varì sovrani delle varie nazioni - Beroso
per l 'Assiria, Manetone per l 'Egitto, Castore per l 'Assiria, la
Grecia e Roma e via dicendo. Gli storici seri del mondo an­
tico non si prestavano allo scopo. Per gli standard moderni
le attività di ricerca storica svolte da Mricano, da Eusebio e
dai l oro successori possono certamente apparire piuttosto
scadenti, ma non possiamo negare che si trattò di un'intra­
presa assai considerevole. Si trattò inoltre di un'intrapresa
non ripetibile nel prosieguo dell'età bizantina perché gran
parte della documentazione necessaria nel frattempo era
andata perduta. In campo storiografico, analogamente a
quanto accadde nella maggioranza degli altri campi del sa­
pere, il bizantino medio restò limitato all'eredità del perio­
do cristiano delle origini.

NOTE

1 Giovanni Mosco, Pratum spirituale, cap. 87, PG LXXXVII/3 2944 sg.


2 Sulla fine della datazione secondo il criterio 'consolare' vd. E. Stein, Post-
consulat et autokratoreia, in «Mélanges Bidez», Bruxelles 1933-34, pp. 869 sgg.
3 Vd. in particolare il suo Contra Apionem.
4 Ad Autolycum, III 24 sgg.
5 Su questo argomento vd. V. Grume!, La chronologie, Traité d'études byzan­
tines, ed. P. Lemerle, I, Parigi 1 958.
6 Ciò che segue è stato desunto da varie cronache, in particolare da quelle
di Giovanni Malala, Sincello e Giorgio Monaco.
7 Giorgio Monaco, ed. C. de Boor, Lipsia 1904, pp. 87 sg., 224 sgg. Cfr. Eu­
sebio, Demonstratio evangelica, IV 8, l .
8 K. Buresch, Klaros. Untersuchungen zum Orakelwesen des spiiteren Altertums, Li­
psia 1889, pp. l l 1 sg.
CAPITOLO UNDICESIMO

IL FUTURO DELL'UMANITÀ

«Bambini, è l ' ultima ora, e , come avete sentito, l 'Anti­


cristo viene, e al presente son molti gli anticristi: da questo
possiamo capire che è l ' ultima ora>> . Così scrisse l 'apostolo
Giovanni (Lettera prima di Giovanni 2, 1 8 ) , che non era
lontano dal credere che sarebbe vissuto tanto da vedere il
Secondo Awento. Non aveva forse il Signore detto di lui,
parlando a san Pietro: <<Se voglio che egli resti finché io
venga, a te che importa?>> (Giovanni 2 1 ,22) .
Credere che la fine del mondo fosse imminente era un
punto fondamentale del Cristianesimo delle origini; anche
se all'inizio dell'età bizantina erano già passati tre secoli
dacché Gesù Cristo ascese in Cielo, non si trattava di una
credenza facile da eliminare. Infatti senza il Secondo Av­
vento l'interpretazione cristiana della storia perdeva ogni
senso. Inoltre, e questo punto va sottolineato, non c 'era ra­
gione teologica, simbolica o anche soltanto numerica per
cui questo evento dovesse venire posposto in qualche inde­
finito e distante futuro. Un ritardo di tal sorta avrebbe pri­
vato di equilibrio e simmetria l 'ordinato piano divino; e
inoltre, per dirla un po' alla buona, non c 'era abbastanza
'materiale' per riempire un periodo d'attesa più lungo del
necessario.
Il 'materiale' in questione - e cioè gli elementi di base
della visione escatologica - derivava dalla Bibbia e dagli
apocrifi. Particolarmente autorevole, perché profferita pro­
prio dalle labbra di Cristo, era la 'apocalisse sinottica' (Mat­
teo 24; Marco 1 3; Luca 2 1 ) . Essa prevedeva dapprima un
periodo di guerra tra regni e nazioni, «carestie e pestilenze
e terremoti in diversi luoghi» che avrebbero annunziato «il
principio dei dolori>> (o, più alla lettera, delle doglie) .
Avrebbe allora imperversato ogni sorta di iniquità, molti
falsi profeti sarebbero sorti, eppure «il vangelo del regno>>
sarebbe stato predicato al mondo intero; <<e poi sarebbe ve­
nuta la fine>> . «L'abominazione della desolazione, come è
detta dal profeta Daniele>> sarebbe stata posta nel luogo san­
to, e grande sarebbe stata la tribolazione e il lamento; ma
in grazia degli eletti quei giorni sarebbero stati abbreviati.
Allora sole e luna avrebbero perso la loro luce, le stelle sa­
rebbero cadute dal cielo e il Figlio dell'Uomo sarebbe ap­
parso nelle nubi con il potere e la gloria. Gli eletti doveva­
no prestare dovuta attenzione ai segni; infatti, nonostante
che l' ora precisa del Secondo Avvento non fosse nota nep­
pure agli angeli, ma al Padre soltanto, «non passerà questa
generazione prima che tutto questo avvenga>> .
L'apocalisse di Cristo era parte integrante della grande
ondata di speculazione escatologica che imperversò sul
mondo ebraico tra il secondo secolo a.C. e il primo secolo
d.C. Non è questo il luogo per esaminare nel dettaglio le va­
rie idee che vennero espresse a quell'epoca, ma possiamo
isolare alcuni dei motivi che avrebbero avuto un ruolo im­
portante nel corso dell'età bizantina. Particolarmente po­
tente fu il mito dell'Anticristo, menzionato nel brano di
Giovanni che si è citato all'inizio di questo capitolo. Già
adombrato nel libro di Daniele, «l'uomo del peccato>> o «il
figlio della perdizione>> assume forma più concreta nell'in­
segnamento di san Paolo. Costui sarebbe apparso nell' epo­
ca dell'apostasia, poco prima del Secondo Avvento; si sa­
rebbe assiso nel tempio di Dio, si sarebbe atteggiato a Dio
e avrebbe operato miracoli, ma il vero Signore l ' avrebbe di­
strutto «con il soffio della sua bocca>> (Lettera seconda ai
Tessalonicesi 2 ) . Si riteneva inoltre che l 'Anticristo sarebbe
venuto dalla stirpe di Dan; che avrebbe incontrato l'oppo­
sizione di Elia (oppure di Elia e di Enoc: questi probabil-
mente i due testimoni menzionati dal libro dell'Apocalisse)
e l'avrebbe ucciso; il suo regno sarebbe durato tre anni e
mezzo, e via dicendo. Dal libro di Daniele veniva anche l'i­
dea dei quattro regni o delle quattro bestie; di esse l'ultima
- quella con i denti di ferro e dieci corna, la bestia che «di­
vorerà tutta la terra e la calpesterà e la farà a pezzi» - veni­
va generalmente identificata con l'impero romano, nono­
stante il fatto che per l'autore avesse chiaramente denotato
il regno seleucidico. Il regno della quarta bestia sarebbe sta­
to seguito direttamente dal Giudizio Finale (Daniele 7) . Di
origine ancora anteriore, e cioè del libro di Ezechiele
(capp. 38 sg. ) , il tema di Gog e Magog (o, più corretta­
mente, Gog del paese di Magog) , le nazioni settentrionali
che avrebbero combattuto con Israele negli ultimi giorni. Il
tema venne ripreso nel libro dell'Apocalisse e venne asso­
ciato alla «breve stagione>> in cui Satana sarebbe stato <<li­
berato dalla sua prigione>> , dove era stato confinato per un
millennio (Apocalisse 20,8) . I bizantini trovavano qui un in­
dizio in più dei loro predecessori: Gog viene infatti descrit­
to come <<principe di Rosh>>, che la versione dei Settanta
rende come <<Rhos>> - lo stesso nome portato dai Russi.
Il confuso corpus di queste e di altre credenze bibliche
e parabibliche aveva già subito una trasformazione signifi­
cativa allorché venne trasmesso ai bizantini: lungi dall'ap­
plicarsi al futuro della sola nazione ebraica, come era stato
in passato, il suo significato era stato esteso sì da abbraccia­
re tutti gli uomini, i cristiani in particolar modo. Il ruolo
dell'impero romano nel quadro delle 'cose ultime' era ri­
conosciuto, sia che Roma fosse considerata il nemico (co­
me nel libro dell'Apocalisse) , sia al contrario che in essa si
scorgesse il potere di posporre l'awento dell'Anticristo.
Inoltre, la credenza pagana dell 'eternità di Roma era con­
fermata dall'identificazione di Roma con il Quarto Regno
destinato a durare fino alla fine dei tempi. Si poteva far
rientrare nello schema apocalittico anche la conversione
dell'Impero al Cristianesimo, dato che Cristo stesso aveva
profetizzato che la predicazione del Vangelo a tutto il mon­
do sarebbe stato il necessario preludio alla catastrofe fina­
le. Una circostanza tuttavia non era stata prevista: il trasfe­
rimento della capitale a Costantinopoli. Il contributo dei bi­
zantini fu un ulteriore adattamento dello schema, sì da por­
re Costantinopoli al centro della scena universale.
Data la natura frammentaria della documentazione ri­
sulta difficile accertare il processo di questo adattamento.
Un testo sibillino risalente alla fine del quarto secolo e dal
contenuto ricostruibile con una certa sicurezza non solo
non assegna particolare importanza a Costantinopoli ma
giunge a predire che la nuova capitale non durerà più di
sessant'anni. Quando il medesimo testo venne revisionato,
all' inizio del sesto secolo, da un autore operante in Siria, il
60 venne trasformato in 1 80, ma il tono irrisorio dell'an­
notazione venne mantenuto: «Non essere arrogante, città
di Bisanzio! Non regnerai tre volte sessant'anni ! >> 1 . In un al­
tro testo coevo (500 circa) e cioè nella Settima Visione di
Daniele (che sopravvive solo in una versione armena) a Co­
stantinopoli è assegnato un ruolo più cruciale, sì, ma deci­
samente maligno. Viene rappresentata come <<Babilonia
dai sette colli>> che si è arricchita alle spese di altre terre e si
è colmata di ogni sorta d'ingiustizia. L'autore prova un ve­
ro piacere a esporre dettagliatamente le calamità che pre­
sto sarebbero venute ad abbattersi sulla malvagia capitale:
le mura crollate, gli abitanti condannati a una morte lenta
sinché alla fine dei tempi più non ne resterà traccia. Allora
la gente guardandone il sito dirà <<Dawero qui c'era una
città?>>2.
Il regno dell'imperatore Anastasio, quando vennero
composti questi oracoli, sembra essere stato un'epoca di in­
tensa speculazione escatologica. La ragione è facile da ca­
pire. Già a partire dal terzo secolo, se non da prima, era in­
valsa l'opinione che il mondo era destinato a durare seimi­
la anni, analogamente ai Sei Giorni della Creazione. Non
era forse stato espressamente enunciato dal Salmista che
mille anni erano come un giorno agli occhi di Dio (Salmo
90,4) ? Ora, dato - come si è visto - che la Creazione era ap­
prossimativamente datata 5500 a.C., ne conseguiva che l 'in­
carnazione di Cristo era avvenuta esattamente a metà del­
l ' ultimo 'giorno' ; la fine sarebbe pertanto arrivata intorno
al 500 d.C. La data esatta dipendeva ovviamente dal sistema
di computo adottato. Supponiamo di usare la cosiddetta
era alessandrina (quella di Anniano) : la fine del mondo sa­
rebbe stata attesa per il 508. Ma poiché la fine del mondo
non ci fu, bisognò trovare un po' di margine per far torna­
re i conti. Che in certi ambienti si fece proprio così è testi­
moniato da un curioso aneddoto, assai popolare all'epoca.
Si diceva che poco prima della morte ( 5 1 8) Anastasio ebbe
un sogno: dinanzi a lui appariva un angelo con un libro, e
sfogliate cinque pagine lesse il nome dell'imperatore e dis­
se: « Guarda, tale la tua avidità che io cancello quattordici
[anni] >> . Terrorizzato dalla visione, Anastasio convocò il suo
indovino e venne informato che presto sarebbe morto. E
davvero cadde malato poco tempo dopo e morì durante un
terribile temporale3. Anastasio aveva ottantotto o novanta
anni quando morì ed è arduo immaginare che un qualsia­
si osservatore razionale si aspettasse da lui che vivesse altri
quattordici anni. Il senso della storia è che se Anastasio
avesse riscosso meno tasse sarebbe sopravvissuto sino alla fi­
ne del mondo, nel 532, ma è difficile dire in che modo si
arrivò a quest'ultima data. Forse il computo cronologico
partiva dalla data della Passione di Cristo.
Nonostante gli stenti causati dalle misure finanziarie di
Anastasio e nonostante l'opposizione destata dal sostegno
da lui concesso alla causa monofisitica, era sicuramente dif­
ficile considerare quel sovrano assai competente che fu
Anastasio alla stregua di un re apocalittico. Diverso il caso
di Giustiniano, la cui sfrenata ambizione comportò la per­
dita di tante vite umane. L'aspetto di quest'uomo imper­
scrutabile ricordava l 'infame imperatore Domiziano; c 'era
chi a tarda notte l ' aveva veduto trasformarsi in un fantasma
senza testa; a volte la faccia gli si trasformava in un ammas­
so di carne informe; Giustiniano sicuramente poteva essere
considerato il Principe dei Demoni o l 'Anticristo in perso­
na. Tale, almeno, la conclusione tratta da Procopio nella
Storia segretct!. Inoltre il regno di Giustiniano era stato pie­
no d 'infinite guerre, di terremoti, di pestilenze e di cala­
mità di ogni altra forma. In una di queste occasioni, quan­
do Costantinopoli venne scossa da un tremendo terremoto
(nel 557) , la voce dell'approssimarsi della fine del mondo
guadagnò ampio credito; a soffiare sul fuoco si distinsero i
'santi folli ' , che asserivano di avere ricevuto soprannaturali
annunci in merito al futuro. Il panico si sparse tra la popo­
lazione; vi fu chi scappò nei monti per farsi monaco, altri
diedero denaro alle chiese, i ricchi distribuirono l' elemosi­
na ai poveri e persino i magistrati rinunciarono per un po­
co alla loro corruzione5.
La crisi del tardo sesto e poi del settimo secolo, con il
continuo peggioramento della situazione, non poté non
esercitare un simile influsso sulla mente della popolazione.
Il virtuoso imperatore che fu Tiberio II ricevette assicura­
zione da un angelo del Signore che il tempo dell 'empietà
apocalittica non sarebbe soprawenuto durante il suo re­
gno. Con questo conforto poté morire in pacefi. Le aspet­
tative di terribili calamità vennero decisamente soddisfatte
durante il regno del tiranno Foca (602-10) , cui seguì la fu­
riosa lotta tra impero romano e impero persiano e l ' assedio
avaro di Costantinopoli (626) . Tutti i segni indicavano la ca­
tastrofe finale. Una profezia attribuita al re persiano Cosroe
II proclamava che la supremazia 'babilonese' sui Romani
sarebbe durata per tre 'ebdomadi' a partire dall'anno 59 1
(e quindi fino al 6 1 2 ) , dopo di che, nella quinta 'ebdoma­
da' (619-26) i Romani avrebbero sconfitto i Persiani; «e una
volta compiuto tutto ciò, sorgerà per gli uomini un giorno
senza sera>> 7. Ulteriore coincidenza: le campagne di Eraclio
contro la Persia durarono sei anni, come i Sei Giorni della
Creazione. Il suo trionfale ritorno nella capitale, che corri-
spondeva al sabato divino8, venne seguito da ciò che non
può non essere interpretato quale atto deliberatamente
apocalittico: il viaggio di Eraclio a Gerusalemme per ren­
dere grazie a Dio e restituire al Golgota la reliquia della Ve­
ra Croce, miracolosamente 'ritrovata' . Ma non doveva re­
starei per molto.
Chiunque fu a mettere in circolazione la profezia di Co­
sroe II, non sapeva che la sua quinta 'ebdomada' corri­
spondeva in effetti a un avvenimento di portata cosmica:
l'anno dell'Egira. Il vittorioso avvento degli Arabi non era
stato esplicitamente previsto nella precedente letteratura
apocalittica, ma quando il califfo 'Ornar entrò a Gerusa­
lemme con la sua sozza veste di pelo di cammello e chiese
di essere condotto sul sito del Tempio di Salomone per po­
ter costruirvi sopra la dimora di preghiera della sua 'em­
pieta', il patriarca Sofronio non poté trattenersi dall'escla­
mare <<Davvero questa è l 'abominazione della desolazione
posta in luogo santo, come afferma il profeta Daniele ! >>9•
L'Anticristo era apparso, e se anche non era della tribù di
Dan era comunque un discendente d'lsmaele. Gli Arabi
erano un popolo biblico inviato da Dio perché si compisse­
ro le calamità degli 'ultimi giorni' . Certo, si era visto il loro
dominio durare più a lungo dei tre anni e mezzo che ci si
aspettava, ma non poteva durare a lungo. L'unica doman­
da era: quanto a lungo?
Non molto a lungo, perché la fine è vicina «e non molto
tempo rimane>> . Così scrisse, nel terzo quarto del settimo
secolo, un monaco mesopotamico autore della cosiddetta
Rivelazione di Melodia di Patara10. Questo testo, originaria­
mente composto in siriaco e presto tradotto in greco e in
latino, era destinato a esercitare un profondo influsso sul
pensiero escatologico medievale; per il vero possiamo rin­
tracciarne l'impatto sin nel secolo diciannovesimo; e ciò
nonostante il fatto che la Rivelazione sia il prodotto di un 'a­
rea sperduta del mondo e miri a rispondere alla crisi della
Chiesa giacobita sotto la dominazione musulmana. L'auto-
re era scandalizzato dall'atteggiamento di molti suoi corre­
ligion ari che avevano cercato un accomodamento con gli
Arabi ed erano giunti al punto di rinnegare la loro fede. Al­
cuni di loro, a quanto sembra, fondavano le loro speranze
sul re d'Etiopia (che all'epoca era l 'unico sovrano indipen­
dente di fede monofisitica) , non senza riferimento al Sal­
mo 68,32: «L'Etiopia si affretterà a tender le mani a Dio>> .
Si ammetteva tuttavia che l a possibilità di un intervento
etiope in Mesopotamia era assai remota; piuttosto che
aspettare che questo accadesse, il nostro autore preferì im­
pegnarsi a dimostrare che la salvezza sarebbe venuta da Bi­
sanzio che era per così dire la stessa cosa dell'Etiopia. Que­
sta sorprendente opinione veniva giustificata da tutta una
serie di considerazioni: Filippo di Macedonia aveva sposato
Cluseth (alias Olimpiade) , figlia di Phol re d'Etiopia. Alla
morte di Filippo Cluseth era tornata a casa dove venne da­
ta sposa a Byzas re di Bisanzio. Ebbero una figlia di nome
Byzantia che sposò Romolo Archelao (o Armaleio) , re di
Roma, e ricevette quella città per dono di nozze. Romolo e
Byzantia ebbero tre figli: Archelao (o Armaleio) che regnò
a Roma, Urbano che regnò a Bisanzio, Claudio che regnò
ad Alessandria. Così veniva a dimostrarsi l'origine etiope
dell'impero dei Romani e dei Greci, ed era quello l 'Impe­
ro che avrebbe visibilmente <<teso le mani a Dio>> .
Dopo avere fornito questa dimostrazione e qualche altro
episodio della storia universale il nostro autore passa a de­
scrivere le devastazioni causate dalla conquista araba e assi­
mila le miserie del suo tempo all'apostasia predetta da san
Paolo. Ma una volta che il dominio arabo fosse durato 77 an­
ni (o forse sette volte sette anni?) sorgerà <<un imperatore dei
Greci, cioè dei Romani>> che <<si sveglierà come dal sonno, co­
me un eroe dall'ebbrezza del vino>> (Salmo 78,65) ; sconfig­
gerà gli Arabi e imporrà loro un giogo pesante. Ognuno tor­
nerà allora a casa sua, sia in Cilicia, in Isauria, in Mrica, in
Grecia o in Sicilia; l 'Arabia verrà devastata e l 'Egitto dato al­
l e fiamme. Regnerà allora la pace; si ricostruiranno le città;
OCEANO
ATLANTICO

D L'lslam al 740 circa c:J Impero bizantino


.... Direttrici dell'espansione sotto i primi quattro califfi (632-650)
• ·• Direttrici dell'espansione sotto g l i Omayyadi (656-740)

Fig. 9. L 'espansione dell 1slam fino al 740 circa.


la gente mangerà e berrà, si sposerà e darà in moglie. Ma non
per molto: ora Gog e Magog irromperanno dalle Porte del
Caspio e devasteranno tutte le regioni orientali sino a Giaf­
fa, dove li sconfiggerà l 'arcangelo del Signore. Allora l'im­
peratore romano si recherà a Gerusalemme dove rimarrà
per dieci anni e mezzo; e apparirà l'Anticristo, uomo nato a
Corazin e cresciuto a Betsaida (cfr. Matteo 1 1 , 2 1 ) . L'impe­
ratore salirà sulla pietra del Golgota e deporrà la sua corona
sulla Vera Croce, e la Croce ascenderà in cielo. All'Anticristo
si opporranno Elia ed Enoc, che quegli ucciderà, ma sarà a
sua volta distrutto dal Signore. Infine apparirà il Figlio del­
l 'Uomo per il Giudizio.
Per un certo periodo la speranza che nel settimo secolo
l 'impero arabo crollasse sembrò prossima a realizzarsi. A
conferma di ciò potevano considerarsi la guerra civile ara­
ba (661-65) , il fallimento dell'attacco a Costantinopoli
(674-78) , le devastanti incursioni dei Mardaiti in Siria e in
Palestina. Gli Arabi dovettero accettare la pace alle sfavore­
voli condizioni imposte dall'imperatore Costantino IV e al­
lora, stando alle parole di un cronista, «vi fu grande tran­
quillità sia in Oriente che in Occidente>> 1 1 . Ben presto, tut­
tavia, gli Arabi tornarono all'offensiva. Non sappiamo nei
dettagli come questa nuova situazione potesse esser fatta
rientrare nella visione apocalittica; sappiamo solo che la du­
rata prevista dell' impero arabo venne gradualmente estesa:
alla fine del secolo ottavo il periodo della sua prosperità e
potenza aveva assegnato un arco di 152 anni12• Intorno
all'820 un profeta siciliano si limitò a rielaborare lo Pseudo­
Metodio ma introdusse un tocco di novità e cioè che l'ulti­
mo imperatore si sarebbe rivelato a Siracusa. Avrebbe in­
viato i suoi emissari <<nelle regioni interne di Roma e avreb­
be domato le stirpi bionde e insieme avrebbero dato la cac­
cia a Ismaele>> . A Roma l'imperatore avrebbe trovato tesori
nascosti, sufficienti per pagare le sue truppe, e poi avrebbe
marciato via terra sino a Costantinopoli. Poi sarebbe ap­
parso l 'Anticristo, eccetera13• Un lato interessante di questa
profezia è che assegna un posto ai popoli germanici entro
lo schema escatologico. Le «stirpi bionde>> erano destinate
a ricoprire un ruolo importante nelle successive profezie bi­
zantine, dove sarebbero state identificate ora con gli occi­
dentali, ora con i Russi.
Le apocalissi provinciali che abbiamo discusso finora non
riflettono adeguatamente il mutato e più importante ruolo
di Costantinopoli sul terreno mistico. Questo cambiamento
di statuto, confermato dal trasferimento della Vera Croce
nella capitale, deve essere accaduto nel corso dei secoli oscu­
ri: Costantinopoli appariva ora come la Vera Gerusalemme,
depositaria delle più preziose reliquie del Cristianesimo. Per
un'esposizione di questa mutata prospettiva volgiamoci alla
Vita di sant'Andrea il Folle che io sarei incline ad attribuire
all'inizio dell'ottavo secolo nonostante venga solitamente
datata nono o decimo secolo. Sant'Andrea apparteneva alla
classe dei beati dementi e il testo ne fa un personaggio vis­
suto nel quinto secolo, ma è altamente improbabile che An­
drea sia mai veramente esistito; né è chiaro quale intento ab­
bia ispirato la composizione della sua lunga Vita. Ad ogni
modo, il testo venne a godere di immensa popolarità, in gran
parte a ragione della sezione escatologica in esso contenuta.
Essa si presenta sotto forma di conversazione tra Andrea e il
suo discepolo Epifania. Senza fornirne una traduzione let­
terale, ne riassumeremo i punti principali14.
Il discepolo dà inizio alla conversazione domandando:
«Ditemi, vi prego, in che modo verrà la fine di questo mon­
do? In base a che segno gli uomini capiranno che la con­
clusione è prossima e come trascorrerà via questa Città, la
Nuova Gerusalemme, e che ne sarà delle sante chiese che
sono qui, le croci, le venerabili icone, i libri, le reliquie dei
santi?>> .
Il santo rispose:

Quanto alla nostra Città, sappi che sino alla fine dei tempi non
dovrà temere alcun nemico. Nessuno potrà espugnarla, non sia! ,
poi che è stata commessa alla Madre di Dio e nessuno la strap­
perà dalle sue mani. Molte genti ne attaccheranno le mura ma vi
si spezzeranno le corna e dovranno dipartirsene vergognosi lad­
dove noi guadagneremo molte delle loro ricchezze.
Ascolta adesso 'il principio dei dolori' e la fine del mondo. Ne­
gli ultimi giorni il Signore desterà un imperatore dalla povertà e
quegli incederà in giustizia; porrà fine a ogni guerra, arricchirà i
poveri e sarà come ai tempi di Noè. Gli uomini saranno ricchi, vi­
vranno in pace, mangeranno, berranno, si sposeranno e daran­
no in moglie. Poi l 'imperatore si volgerà a Oriente e umilierà i fi­
gli di Agar [gli Arabi] , perché il Signore sarà adirato per la loro
empietà. L'imperatore li annichilirà e ne brucerà i figli con il fuo­
co. Riconquisterà l'Illirico all'impero dei Romani, e nuovamen­
te l'Egitto porterà il suo tributo. E stenderà la sua destra sul ma­
re e sottometterà le genti bionde e umilierà tutti i suoi nemici. E
il suo regno durerà trentadue anni. In quei giorni tutto l'oro na­
scosto sarà rivelato per desiderio di Dio e l'imperatore lo distri­
buirà tra i suoi sudditi con la pala e tutti i suoi nobili saranno ta­
li a imperatori in ricchezze e i poveri tali a nobili. Con grande ze­
lo perseguiterà i Giudei e non si troverà un solo ismaelita in que­
sta Città. Non ci saranno suonatori di lira o citaredi o cantanti e
nessuno commetterà turpitudine; tutti gli uomini siffatti egli li
avrà in abominio e li sradicherà dalla Città del Signore. E ci sarà
grande gaudio, come al tempo di Noè prima del Diluvio.
Finito il suo regno sarà 'il principio dei dolori ' . Allora si leverà
il Figlio dell'Iniquità e regnerà in questa Città tre anni e mezzo,
e sarà operatore di iniquità quali mai si commisero sin dal prin­
cipio del mondo. Promulgherà che i padri si giacciano con le fi­
glie e le madri con i figli e i fratelli con le sorelle e che sia puni­
to con la morte chi si opporrà. Marciume e abominio si leveran­
no sin dinanzi al Signore e sarà amara la sua ira e comanderà a
tuono e folgore suoi d'annientare la terra. Molte città saranno
bruciate e molti uomini paralizzati dal terrore.
Poi un altro imperatore regnerà su questa Città e rinnegherà
Gesù Cristo. Leggerà gli scritti dei pagani e al paganesimo si con­
vertirà. Darà fuoco alle chiese, chiamerà 'patibolo' la vivifica Cro­
ce. In quei giorni ci saranno i più terribili tuoni nel cielo e violen­
ti terremoti raderanno al suolo le città. Nazione si leverà contro
nazione, re contro re, e tribolazione e dolore saranno sulla terra.
All a fine di quest'empio regno verrà un imperatore dall'Etio­
pia e regnerà dodici anni in pace, e ricostruirà le chiese dei san­
ti distrutte. Poi un altro imperatore verrà dall'Arabia e un anno
regnerà. Durante il suo regno si riuniranno i frammenti della Ve­
ra Croce e gli saranno dati. Si recherà a Gerusalemme dove de­
positerà la Croce e sopra vi deporrà la corona - poi renderà l ' a­
nima sua.
Poi sorgeranno in questa Città tre giovani stolti e regneranno
in pace per centocinquanta giorni, dopo di che concepiranno re­
ciproca ira e scateneranno la guerra civile. Il primo andrà a Tessa­
Ionica e arruolerà tutti i suoi abitanti dai sette anni in su, anche
preti e monaci. Costruirà navi grandi e andrà a Roma e arruolerà
le stirpi bionde. Il secondo giovane andrà in Mesopotamia e nelle
Cicladi e anch'egli arruolerà preti e monaci. Andrà all'ombelico
del mondo o come altri dicono ad Alessandria e là aspetterà i suoi
so dali. Il terzo arruolerà esercito in Frigia, Caria, Galazia, Asia, Ar­
menia, Arabia, ed entrerà nella città di Silaio [costa meridionale
dell'Asia Minore] che mai sarà conquistata da alcuno sino alla fi­
ne dei tempi. Quando tutti e tre s'incontreranno combatteranno
grande battaglia l'uno contro l'altro e si faranno a pezzi l'un l ' al­
tro come è delle greggi al macello. I tre re saranno uccisi e scor­
rerà a fiumi il sangue dei Romani e nessuno sopravvivrà. Allora
ogni donna sarà vedova; sette donne cercheranno un solo uomo
e non lo troveranno. Beati coloro che serviranno il Signore nelle
montagne e nelle grotte e non vedranno questi mali.
Nessun uomo della nobiltà sarà rimasto, e sorgerà nel Ponto
una vile donna e regnerà sulla Città. In quei giorni ci saranno
complotti e stragi in ogni strada e casa; i figli uccideranno i pa­
dri, le figlie le madri. Nelle chiese sarà turpitudine e spargimen­
to di sangue, musica, danza, giochi, quali mai uomo prima vide.
Quest'impura regina farà di sé una divinità e combatterà contro
il Signore. Insozzerà di sterco gli altari, e radunerà tutte le sacre
suppellettili e le icone dei santi e le croci e i vangeli e ogni libro
scritto e ne farà un grande cumulo e lo brucerà. Cercherà le re­
liquie dei santi sì da distruggerle ma non le troverà; il Signore le
trasporterà invisibilmente via da questa Città. Distruggerà l'alta­
re di Santa Sofia e si volgerà a Oriente e queste parole leverà al­
l 'Altissimo: <<Tu cosiddetto Dio, ho forse indugiato a cancellare il
Tuo volto dalla terra? Guarda quel che Ti ho fatto, e non sei sta-
to capace di toccare un solo capello del mio capo. Aspetta anco­
ra e farò discendere il firmamento e vi salirò sopra per venire a
Te, e allora vedremo chi è più forte>>.
Allora il Signore nella Sua ira stenderà la Sua mano. Con la
falce della Sua potenza reciderà il terreno che sta sotto la Città e
darà ordine alle acque d'inghiottirla. Con grande frastuono le ac­
que sgorgheranno e solleveranno la Citta a grande altezza facen­
dola ruotare come fa un mulino, poi la precipiteranno giù e la
affonderanno nell'abisso. Così sarà la fine della nostra Città.

Successivamente Andrea considera il problema se una


volta distrutto il regno dei gentili gli Ebrei saranno tutti ra­
dunati a Gerusalemme e potranno regnare sino a che il set­
timo millennio finirà. Andrea è incline a credere che gli
Ebrei saranno sì radunati ma per essere puniti anziché ri­
compensati. Epifania comunque non è interessato alla sor­
te degli Ebrei. «Tralasciate questo» , dice, «e ditemi, padre,
se Santa Sofia sarà inghiottita insieme alla Città o se come
taluni affermano sarà sospesa in aria da una forza invisibi­
le» . <<Che dici, figliolo?>> , risponde il santo. <<Se tutta la Città
affonda, come può Santa Sofia rimanere? Chi mai ne avrà
bisogno? Certo, Iddio non abita in templi manufatti. L'u­
nica cosa a restare sarà la colonna del Foro, perché contie­
ne i Santi Chiodi. Le navi attraccheranno a questa colonna.
Per quaranta giorni ci sarà compianto per la Città, poi l 'Im­
pero sarà affidato a Roma, Silaio e Tessalonica, ma solo per
breve tempo, perché imminente sarà la fine. Lo stesso an­
no Iddio aprirà le Porte del Caspio e le nazioni impure -
settantadue regni - si diffonderanno per tutta la terra. Man­
geranno carne umana, berranno sangue umano; con gusto
si ciberanno anche di cani, topi, rane. Gli abitanti d'Asia
fuggiranno poi nelle Cicladi e là saranno seicentosessanta
giorni di lamento. Infine si leverà l 'Anticristo dalla tribù di
Dan. Non nascerà secondo natura ma Iddio lo rilascerà dal­
l 'Inferno e per lui modellerà un corpo di turpitudine. Il suo
awento sarà annunciato da Elia, Enoc e san Giovanni Evan-
:V area balcanica Proprio amaverso la religione, [4Q] La Crocifissione.
Regione periferica e turbolenta Bisanzio riuscì a esercitare su Affresco della
per la presenza di popolazioni queste popolazioni un forte Chiesa della Vergine
barbariche, l'area balcanica fu ascendente anche quando fra il nel Monastero di
inglobata nell'orbita dell'impero VII e l'XI secolo si resero Studenica, Serbia.
grazie all'opera di conversione al politicamente indipendenti XIII secolo.
cristianesimo operata dai monaci formando i regni bulgaro, croato
evangelizzatori. e serbo.
l!ll Affresco della Chiesa di � Chiesa di San fi1l Chiesa di San Giorgio
Arilje, Serbia. Pantaleone a Nerezi a Staro Nagoricino,
XIII secolo. (nei pressi di Skopie) , Macedonia.
L'affresco rappresenta il re Macedonia. XIV secolo.
Dragutin che mostra un XII secolo. La Chiesa di San Giorgio è
modello della chiesa una delle quarantadue chiese
accompagnato dal fratello fondate dal re Milutin.
(e suo successore) re Milutin
con la consorte Katelina.
La Grecia di guardia verso l'entroterra aggiungere l'attività dei
La Grecia fu oggetto di balcanico e verso il monaci che trovarono qui
continue e particolari Mediterraneo. Numerose un teneno fertile e
attenzioni da parte di furono quindi le opere di operarono da tramite io un
Bisanzio: per la sua carattere difensivo e religioso gioco di ioflussi reciproci fra
posizione geografica, infatti, promosse dagli imperatori l'arte e la civiltà bizantina e
essa costituiva un avamposto bizantini. A ciò si deve quella greca.
lEI La Trasfigurazione. � Interno della Chiesa
Mosaico della Chiesa monasteriale di Hosios
monasteriale di Daphni. Loukas.
XI secolo. XI secolo.
!!ID Chiesa di Santa
Sofia a Mistrà.
XIII-XIV secolo.

1!ZJ Chiesa di Santa


Maria Odigitria
a Mistrà.
XIV secolo.
Suddivisa in città alta
e in città bassa, Mistrà
rappresentò all'epoca
dei Paleologi uno dei
maggiori centri
dell'ane bizantina.
L'architettura e la
pittura murale sono
ampiamente
documentate da una
serie di chiese
conventuali e dai loro
ciel i di affreschi.
Per la ricchezza
degli edifici
conservatisi fmo ai
nostri giorni, la
cittadina di Mistrà
viene definita la
'Pompei d'Oriente'.

!!ID Affreschi
all'interno della
Chiesa di Santa Sofia
a Mistrà.
XIV secolo.
Cipro !iill Il Monastero
L: isola di Cipro di Stavrovouni.
possiede una delle IV secolo d.C.
magg10n n monastero,
concentrazioni di ancora oggi animato
chiese e di monasteri da una fiorente
di tutto il territorio comunità di monaci,
dell'impero è abbarbicato su una
bizantino. Piccoli vetta a 689 metri
monasteri e di altezza.
imponenti affreschi
testimoniano la � Cristo
varietà dell'arte pantocratore.
bizantina. Affreschi della
cupola della Chiesa
di Panagia
Tou Araka.
XII secolo.
Gli affreschi
della Chiesa
di Panagia
Tou Asinou,
proclamata
dall'Unesco
Patrimonio
Mondiale
dell'Umanità, e
quelli della Chiesa
di Panagia Tou
Araka sono
considerati fra i più
importanti esempi
di arte bizantina
dell'isola.

lill Particolare
degli affreschi
della Chiesa
di Panagia
Tou Asinou.
XII secolo.
L'Asia Minore fine dell'XI secolo, evangelizzata, � Chiesa
L'Asia Minore, sede quando i Turchi quest'area fu uno di Santa Sofia
di una florida civiltà selgiuchidi dei centri maggiori a Trebisonda,
già in età ellenistica occuparono buona del cristianesimo. Turchia.
e romana, fu il cuore parte della zona XII secolo.
pulsante dell'impero orientale.
bizantino fino alla Precocemente
[§] Santa Eudochia
imperatrice di Bisanzio
dalla Chiesa monasteriale di
Lips, Turchia.
Intarsio marmoreo
policromo.
X-XI secolo.
lstanbul, Museo
Archeologico Nazionale.
La santa imperatrice
Eudochia è raffigurata
in atteggiamento orante,
con le mani e le braccia
aperte.

� Croce bizantina
in bronzo
da Aphrodisias, Turchia.
� Chiesa di Santa in Cappadocia, Le immagini al repertorio
Barbara a Goreme, è nota per le chiese che decorano utilizzato
Turchia. rupestri ricche la Chiesa di Santa dagli artisti
Xl secolo. di affreschi Barbara si ispirano, nel periodo
La valle di Goreme, di notevole qualità. per buona parte, iconoclasta.
Medio Oriente: la Siria
Posta a stretto contatto
da un lato con
il Mediterraneo,
dall'altro con l'Asia
centTale e con la Persia,
la Siria subi, sotto lo
stimolo del cristianesimo,
un forte processo
di trasformazione
che portò l'arte e
l'architettura a elaborare
forme nuove, lontane
dal particolarismo
etnico che aveva
dominato la regione
fmo al IV secolo d.C.

� Basilica di San Sergio


a Sergiopolis (odierna
Rasafa) , Siria.
V-VI secolo d.C.

l@ Calice
dal Tesoro di Kaper
Karaon, Siria.
Argento.
VII secolo d.C.
Londra, British Museum.
Medio Oriente: con1u1lltà u1nane, i monaci X secolo.
la Palestina costruivano edifici Il Wadi Kelt è una profonda
Olu·e ad amarre pellegrini abbarbicati sulle rocce gola che corre fra
cristiani per la presenza di in punti difficilmente Gerusalemme e Gerico.
numerosi luoghi santi legati accessibili e trascorrevano
alla vita di Gesù, la regione la loro vita meditat-iva in � Particolare del mosaico
palestinese costituiva un sito piccoli gruppi. pavirnentale
perfetto per il monachesimo. del Monastero della Vergine
In questi territori remot-i e � Il Monastero di San Maria a Beth-Shean, Israele.
deserti, lontani dalle Giorgio nel Wadi Kelt, Israele. VI secolo d.C.
[fiil] Particolare del mosaico di Madaba', mosaico nei luoghi sorti intorno
pavimentate dalla cosiddetta pavimentate nella Chiesa alla memoria di Mosè
'Cappella del prete di San Giorgio sul Monte Nebo
Giovanni'. a Madaba, Giordania. e nella vicina Madaba.
VI secolo d.C. VI secolo d.C. Nella carta di Madaba
Madaba, Giordania. Tra le testimonianze sono rappresentate
Museo del Monte Nebo. artistiche più rilevanti le caratteristiche fisiche
della Palestina è possibile del territorio abitato
l@ � n fiume Giordano annoverare 1 mosa.Icl dalle dodici tribù
e la città di Gerusalemme. di due botteghe attive, di Israele, con circa
Particolari della 'carta nel VI secolo d.C., 150 località.
TI Sinai e l'Egitto

� Mosè riceve i Dieci


Comandamenti.
Trittico su legno
dal Monastero di Santa
Caterina nel Sinai, Egitto.
XII-XIII secolo.
Durante il periodo
iconoclasta moltissime
icone andarono perse.
Il Monastero di Santa
Caterina, uno dei maggiori
e più antichi centri
di produzione, conserva Manchester, Whitworth della fondazione
ancora oggi molti Art Gallery. di Costantinopoli,
esemplari superstiti. L'Egitto mantenne la lavorazione dei tessuti
sempre v1ve conservò una sua originalità
� L'autunno. le sue tradizioni, riconoscibile nei tratti
Lana su tela di lino. anche nella tessitura. e nei motivi della
N secolo d.C. Nota ben prima decorazione copta.
!ii5l La scala di Giacobbe. diventa in questa icona pregano per la salvezza dei
Icona su tavola dal una rappresentazione della loro fratelli. Lungo la scala
Monastero di Santa Caterina faticosa ascesa morale dei molti cadono, cedendo
nel Sinai, Egitto. monaci. In alto, Cristo e una all'assalto di neri demoni
XII-XIII secolo. schiera angelica attendono le armati di archi e di lacci che
n soggetto della scala che anirne pie, mentre in basso i trascinano i peccatori
unisce il Cielo e la Terra n1onaci ancora in vita nell'oscuro pozzo infernale.
Ravenna bizantina

[iiij] La Teoria delle Vergini 1ii7J Particolare Agnello in sostituzione


e il Corteo dei re Magi. della Teoria delle Vergini. della preesistente
Mosaici della navata I mosaici con la Teoria decorazione musiva
centrale della Chiesa delle Vergini e il Corteo che raffigurava
di Sant'Apollinare Nuovo. dei re Magi furono fatti i dignitari della corte
VI secolo d.C. realizzare dall'arcivescovo ostrogota.
i!iiD Pavone. Dopo la riconquista da parte Chiesa di San Vitale,
Particolare dei mosaici di Giustiniano, la città i cui mosaici dimostrano
della Chiesa di San Vitale. rimase intimamente legata a l'altissimo livello raggiunto
525-550 d.C. Bisanzio, mantenendo dalla tradizione musiva
Ravenna aveva vissuto un comunque sempre vive le ravennate che seppe fondere
momento di grande fioritura tradizioni locali. L'edificio repertori di tradizione
artistica al tempo del regno più rappresentativo orientale con modelli
ostrogoto di Teodorico. dell'epoca bizantina è la occidentali.
Echi bizantini e monaci basiliani che nella pianta a croce greca
in Italia meridionale abitarono le sue grotte inscritta in un quadrato
e costruirono questa le forme tipiche
� La Cattolica a Stilo. chiesetta considerata dell'architettura bizantina.
X secolo. un gioiello dell'architettura All'interno, tracce
Il borgo di Stilo fu bizantina in Italia. di affreschi nelle absidi
il principale centro Edificata interamente e alle pareti dimostrano
bizantino della Calabria in mattoni, con tre absidi e che anche le decorazioni
meridionale. cinque cupolette dai tamburi dovevano richiamarsi
Nel X secolo accolse eremiti cilindrici, la chiesa ricorda all'arte di Costantinopoli.
17iJ1 La Basilica di edifici riservati ai costruzione della ampiamente
San Nicola a Bari. funzionari imperiali Basilica impegnò materiali
1087-1300 circa. che avevano poteri operai e artisti locali appartenenti a
La Basilica di San civili e militati su cresciuti e formatisi costruzioni
Nicola sorge sugli tutta l'Italia durante il periodo precedenti e non
spazi che sotto il meridionale. Avviata bizantino che, per rirmegarono forme e
dominio bizantino poco dopo l'arrivo ragioni economiche tecniche decorative
furono la 'corte dei dei Normanni in e di gusto, legate a quel
catapani', ossia gli terra di Puglia, la utilizzarono periodo.
gelista. L'Anticristo li ucciderà e scatenerà contro Iddio una
guerra terribile. Beati coloro che soffriranno per la fede in
quei giorni>> . Naturalmente l'Anticristo sarà sconfitto e
nuovamente trascinato all'Inferno. Suonerà la tromba, Dio
apparirà a Sion e potrà svolgersi il Giudizio.
Tali le agghiaccianti previsioni enunciate da sant'Andrea
il Folle. Si tratta di un pot-pourri di elementi che saranno
ormai divenuti familiari al lettore. Tralasciamo vari tocchi
tipici della mentalità bizantina (disapprovazione di musica
e giochi, orrore per i rapporti sessuali e particolarmente
per l'incesto) per osservare che gli Arabi sono considerati
il nemico principale senza però evidentemente essere gran­
ché temuti. Sant'Andrea non prevede un periodo di supre­
mazia araba; al contrario, gli Arabi saranno presto sconfit­
ti. Però assoggettare l'awersario non basta a spalancare un
periodo di felicità e tranquillità. Il totale degli anni di pro­
sperità che aspettano la terra arriva a quarantacinque in tut­
to; il resto è racconto di inesausta strage e distruzione. Pos­
siamo anche osservare quanto è limitato l'orizzonte geo­
grafico di Andrea; pur consapevole che gli abitanti di alcu­
ne città periferiche - Roma, Tessalonica, Silaio - sapranno
sottrarsi alle calamità che accadranno all' epicentro della
narrazione, essenzialmente egli è interessato al destino di
Costantinopoli soltanto. E a Costantinopoli sono le reliquie
dei santi e della Passione, più delle chiese o delle icone, a
costituire il principale oggetto delle cure di Dio.
Siamo stati abituati a ritenere che la seconda metà del de­
cimo secolo segni l'apogeo di Bisanzio medievale; eppure in
quei giorni di successo militare molti rimanevano assai pes­
simisti. Lo storico Leone Diacono aveva deciso di narrare a
vantaggio dei posteri tutte le cose terribili di cui era stato te­
stimone, ma non era sicuro che ci sarebbero stati dei poste­
ri; Dio avrebbe potuto decidere di arrestare in qualsiasi mo­
mento la <<nave della vita>> 15. Poco più tardi Niceta David il
Paflagone era riuscito a dimostrare con un calcolo piuttosto
oscuro che il mondo sarebbe finito nel l 028. Della 'settima-
na cosmica' solo sei ore e otto minuti restavano; l'assunto
che la fine dei tempi fosse imminente era così ovvio che non
necessitava di dimostrazioni, e lo confermavano la follia de­
gli imperatori, la corruzione dei magistrati, l 'assoluta inde­
gnità di vescovi e monacil6. Ma la gente comune non faceva
calcoli cronologici. Guardava semmai gli enigmatici monu­
menti dell'l sua città, le statue, gli archi e le colonne trionfa­
li ove erano dipinte scene di battaglia e di prigionia. Era con­
vinta che si trattasse dell'opera di antichi 'filosofi' che ave­
vano così predetto la caduta di Costantinopoli e la fine del
mondo. Giunse a pensare per un certo tempo (verisimil­
mente dopo l'incursione di Igor, nel 941 ) che la Città fosse
destinata a essere catturata dai Russil7.
Non è necessario seguire qui punto per punto i successi­
vi sviluppi del pensiero escatologico bizantino. In età com­
nena si affermò che Costantinopoli non sarebbe arrivata ai
mille anni e sarebbe dunque caduta prima del 1 324, comin­
ciando a contare dalla data di fondazione18• Nel medesimo
periodo si produsse una serie di profezie di carattere dina­
stico che poi circolarono con il nome dell'imperatore Leo­
ne il Saggio (886-9 1 2 ) ; sarebbero poi servite da prototipo al­
le profezie sul Papato attribuite a Gioacchino da Fiore. Si
profetizzava in quei testi una successione di cinque impera­
tori che sarebbe stata seguita dalla divisione dell'Impero e
poi dalla sua rinascita19• Alla fine del secolo dodicesimo ci si
concentrò sempre di più sulla figura del 're liberatore' che
già abbiamo incontrato nella Vita di sant'Andrea il Folle - il
re destinato a regnare trentadue anni e a sconfiggere gli
Ismaeliti: !sacco II Angelo ( 1 1 85-95) si identificò fantasiosa­
mente con questa figura20• Come è comprensibile, allorché
Costantinopoli cadde nelle mani dei Crociati e l 'Impero
venne a smembrarsi, il mito del 're liberatore' assunse im­
portanza ancora maggiore: è un motivo costante nella gran­
de fioritura di letteratura oracolare che caratterizza l'ultima
parte del secolo tredicesimo, almeno parzialmente quale ri­
sposta al tradimento della fede ortodossa perpetrato dal-
l'imperatore Michele VIII Paleologo al Concilio di Lione
( 1 274) . Ecco una tipica profezia di quest'epoca, a dimostra­
re come, ancora una volta, elementi tradizionali siano stati
reinterpretati e adattati a una realtà mutata:

Così disse il Signore Onnipotente: <<Guai a te, Città dei sette


colli, quando lo scettro degli angeli [da interpretarsi come 'di­
nastia degli Angeli' ] regnerà in te! Costantinopoli sarà circonda­
ta dagli accampamenti e cadrà senza resistere [ 1 203] . In Città re­
gnerà allora un infante [il giovane Alessio IV] . Stenderà la sua
mano sui sacri santuari e ai figli della perdizione darà i vasi sacri
[Alessio fu costretto a confiscare suppellettili ecclesiastiche per
pagare Crociati e Veneziani] . Allora il serpente addormentato si
desterà, colpirà l'infante e ne prenderà la corona. Le genti bion­
de regneranno a Costantinopoli sessantacinque anni [in realtà
cinquantasette] .

Fino a questo punto si trattava di storia passata; ora co­


mincia la profezia. Le nazioni settentrionali marceranno
verso il Sud per combattere una grande guerra contro le na­
zioni meridionali. Le strade di Costantinopoli saranno
inondate di sangue. Questa punizione sarà ritenuta suffi­
ciente; allora verrà rivelato un anziano dalle vesti malconce
nella parte destra di Costantinopoli (forse è un riferimen­
to all'imperatore legittimo in prigione, Giovanni IV Lasca­
ris ) . Gli angeli lo incoroneranno in Santa Sofia e gli daran­
no una spada dicendo: <<Fatti coraggio Giovanni e vinci il
nemico ! » . Sconfiggerà gli Ismaeliti e li caccerà via sino
all"albero isolato' (o:vvero sino all' ultimo limite del mon­
do) . Al suo ritorno verranno rivelati i tesori della terra e tut­
ti gli uomini diverranno ricchi. Regnerà trentadue anni (in
alcune versioni dodici) . Predirà la propria morte, andrà a
Gerusalemme e a Dio rimetterà la sua corona. Dopo di lui
regneranno i suoi quattro figli, uno a Roma, uno ad Ales­
sandria, uno a Costantinopoli e uno a Tessalonica . Si com­
.
batteranno l 'un l ' altro e verranno distrutti. Regnerà poi a
Costantinopoli una donna di turpitudine. Costei profanerà
le chiese; per punizione la Città verrà sommersa dai flutti.
Solo il Colle Secco (lo Xerolophos, o settimo colle) verrà la­
sciato emergere dalle acque. Allora sarà Tessalonica a re­
gnare per breve tempo ma anch'essa verrà sommersa, co­
me del resto Smirne e Cipro. Allora regnerà l 'Anticristo per
tre anni e mezzo; esalterà gli Ebrei e ricostruirà il Tempio
di Gerusalemme. Iddio tratterrà la pioggia e la terra bru­
cerà fino a tredici cubiti sotto il suolo. I cieli si apriranno e
Cristo verrà nella gloria21 .
C'era ancora una data rimasta da parte per la fine del
mondo, e cioè la fine del settimo millennio; in base al com­
puto cronologico bizantino si trattava del 1 492. Poiché gli
abitanti di Costantinopoli potevano assistere alla regolare
avanzata dei Turchi Ottomani, non potevano fare a meno di
credere che stavolta tutti i segni indicavano inequivocabil­
mente la catastrofe finale. Su questa nota volle particolar­
mente insistere tra gli altri il popolare predicatore Giovanni
Briennio. Il leader del partito antilatino a Costantinopoli,
Gennadio Scolario, era convinto che il mondo sarebbe fini­
to nel 1 493-94 (il suo computo cominciava nel 5506 a.C. ) ; fu
probabilmente per questa convinzione che dové accettare
da Maometto il Conquistatore il ruolo di capo della comu­
nità ortodossa. Infatti, poco mancava alla fine della lotta ter­
rena ed erano in vista i premi celesti. La sola cosa importan­
te adesso era mantenere intatta la propria fede. Beati coloro
che preservano la fede durante le tribolazioni finali22.
Perché la Città era caduta? Questo lo straziante interro­
gativo che i Greci sopravvissuti continuavano a porsi men­
tre disperatamente tentavano di riscattare i loro parenti e
di stabilire efficaci relazioni con i nuovi padroni. Il 29 luglio
1 453 - esattamente due mesi dopo il disastro - un ecclesia­
stico scrive a un amico nella città di Ainos (moderna Enez)
la seguente richiesta: <<Ti prego, mio buon Signore, di in­
viarmi il libro di san Metodio di Patara se l 'hai, sia una co­
pia vecchia o una nuova trascrizione. Ti prego di non di­
menticartene perché ne ho grande bisogno. Ti prego an-
che di farmi avere un poco di bottarga>>23• Il fatale anno
1 492 venne, passò e il mondo continuava a esistere.
L'atto finale della storia umana, che Iddio «nel Suo im­
perscrutabile giudizio>> continuava a posporre, doveva esse­
re il Secondo Awento; possiamo fermarci per studiare in
che modo ci si attendeva che si svolgesse. Seguiremo qui la
dettagliata visione di questo evento contenuta nella Vita di
Basilio il Giovane (decimo secolo) , il cui discepolo Grego­
rio venne trasportato .in cielo per ricevere una speciale -
chiamiamola così - 'anteprima' . Dal suo punto di osserva­
zione in alto Gregorio per prima cosa vide una città fatta
d'oro e di pietre preziose. Era grande come il cerchio del
firmamento; le mura erano alte trecento cubiti; aveva do­
dici porte, tutte ben chiuse. Questa città era la Nuova Sion
che Cristo aveva costruito dopo l'Incarnazione quale luogo
di riposo per i Suoi apostoli e profeti. Dopo che gli angeli
avevano proweduto a certi preparativi si dischiudeva un'a­
pertura nei cieli e una colonna di fuoco discendeva sulla
terra. Nel contempo un angelo veniva inviato presso Sata­
na (l'Anticristo) che aveva regnato per tre anni sulla terra.
L'angelo reggeva un rotolo infuocato dove era iscritta una
missiva del Signore che ordinava a Satana di fare piazza pu­
lita di tutto il male e di tutta la corruzione che aveva causa­
to e poi di partirsene per l'Inferno. Allora l 'arcangelo Mi­
chele e altri dodici angeli suonavano le loro trombe; si de­
stavano i morti. Sembravano tutti uguali; in altri termini,
non c 'era differenza fra uomini e donne, non c'era traccia
di età, anche gli infanti erano trasformati in adulti. Però al­
cuni avevano il volto che risplendeva e iscrizioni luminose
sulla fronte che esprimevano le loro rispettive qualità, men­
tre i peccatori erano ricoperti di sporco e sterco, di fango e
cenere, delle squame della lebbra, ciascuno secondo il suo
peccato. Ce n 'erano anche alcuni che assomigliavano ad
animali - erano gli idolatri che mai avevano avuto contezza
di Cristo o di Mosè. Analogamente ai giusti, anche i pecca­
tori erano identificati da iscrizioni; tra costoro erano gli ere-
tici: Ariani, Manichei, Pauliciani, Iconoclasti, Giacobiti e
molti altri. A quel punto era pronto il trono del Signore:
non posava sulla terra ma ondeggiava nell'aria e al suo fian­
co era posta una croce il cui solo aspetto aveva colmato di
terrore Giudei e Ismaeliti. Quattro contingenti di angeli
prendono posizione ai quattro punti cardinali e altri quat­
tro contingenti ai quattro angoli della terra. Poi appare Cri­
sto in una nube; ai giusti spuntano le ali e Lo incontrano
nell'aria. Non appena Cristo si siede sul trono la terra è rin­
giovanita e il firmamento fatto nuovo; svaniscono le stelle,
poiché il loro posto viene ora preso dai santi, sparisce il so­
le poiché è Cristo il nuovo sole. Anziché l'oceano c'è un fiu­
me di fuoco a scorrere tutto intorno. Poi gli angeli posti a
occidente radunano tutti gli idolatri e chiunque fosse sen­
za conoscenza di Dio, e li gettano nel fiume di fuoco. Ri­
mangono da giudicare gli israeliti, i cristiani e quei membri
delle ' nazioni' che non avevano venerato gli idoli. I giusti
vengono ora posti alla destra di Cristo e i peccatori, che for­
mano un gruppo assai più grande, alla Sua sinistra. Dai tem­
pi di Adamo ai tempi di Abramo si salva solo una persona
ogni ventimila o quarantamila; da Abramo all'Incarnazione
uno su mille o anche su diecimila; dopo la predicazione di
Cristo, uno su tre o quattro.
Cristo ora scorta in processione tutti i giusti verso la Città
Celeste. Per prima viene la Vergine Maria, poi Giovanni
Battista, gli apostoli, i martiri e confessori, i profeti e i buo­
ni re d'Israele, e via dicendo. Tra i maggiori gruppi di giu­
sti sono i poveri di spirito, gli afflitti, i misericordiosi, gli
operatori di pace, coloro che erano stati perseguitati e
quanti avevano serbato verginità. I gruppi più piccoli com­
prendono membri delle 'nazioni' vissuti prima dell'avven­
to di Cristo, santi folli, giudici giusti, quanti non avevano
contaminato il loro matrimonio.
Ora è tempo di parlare dei peccatori. Erano separati pri­
ma per periodi ( da Adamo al Diluvio, da Noè a Mosè e via di­
cendo ) , poi per categorie. Ancora una volta, le varie catego-
rie vengono elencate con l'indicazione della loro incidenza
relativa - un commento interessante sulla vita bizantina. Il
gruppo più grande, formato sia da ecclesiastici sia da laici,
era quello dei dissoluti ( asOtoi) : si trattava di chi soleva caval­
care cavalli e pingui muli, comprava molte vesti, investiva in
dimore lussuose e in proprietà di campagna, degli ubriachi,
dei fornicatori e degli adulteri. Erano seguiti da molti mo­
naci che avevano dimostrato indifferenza, pigrizia, avarizia
e disubbidienza - e di fatto veniamo informati che pressoché
l'intera razza dei monaci era naufragata in un disperato de­
clino nelle ultime fasi della storia umana. Altri grandi grup­
pi erano i magi, i pederasti e sodo miti, i ladri (quasi infiniti
di numero) , gli iracondi, i pettegoli e ovviamente gli eretici
e i Giudei (con l'eccezione di quelli che avevano seguito la
legge di Mosè prima dell'Incarnazione) . Grazie all'inter­
vento della Vergine Maria, all'ultimo momento due gruppi
di media grandezza vennero salvati dalla dannazione per ri­
cevere dimora non già nella Gerusalemme Celeste ma in
suoi meno ambiti sobborghi. Si trattava dei bimbi di genito­
ri cristiani morti prima di ricevere il battesimo e di coloro
che non erano stati né buoni né cattivi.
Il passo successivo era l'investitura dei giusti, condotti da
Cristo in un'enorme chiesa posta entro la Città Celeste. Ai
santi venivano conferiti troni, corone, vesti di porpora allo
stesso modo che l 'imperatore di Bisanzio assegnava le di­
gnità ai suoi ufficiali. L'investitura era seguita da un servi­
zio liturgico e questo a sua volta da un banchetto spiritua­
le. Infine tutti i giusti si sistemavano nella loro nuova ed
eterna routine. Ad ovest della Città si stabiliva un ' regno su­
periore' che fungeva da abitazione di Cristo, della Vergine
Maria, di Giovanni Battista e di quei santi che avevano ali
sufficientemente forti per arrivare in volo fin lassù; il resto
rimaneva nella Città che era provvista di case, chiese, cap­
pelle, giardini e altre amenità. In breve: non tanto una Nuor
va Gerusalemme quanto una Nuova Costantinopoli24.
Il profilo qui fornito circa le idee bizantine sul futuro del-
l'umanità e sul Secondo Awento dimostra che nonostante
tutte le graduali trasformazioni subite esse rimasero note­
volmente vicine alle loro origini bibliche. Sarebbe un erro­
re confinare queste idee nel campo della fantasia e dei rac­
conti delle vecchie zie; infatti, eccettuata la sola Scrittura,
non c'era altra categoria letteraria cui le persone comuni si
dedicassero più avidamente dei testi oracolari. Essi forni­
scono una chiave di comprensione della mentalità bizantina
e come tali sono degni dell'attenzione dello storico. Inse­
gnano anzitutto a non attendersi in terra alcuna durevole fe­
licità o soddisfazione. L'intento degli 'ultimi giorni' era di
sottoporre i cristiani a una serie di crudeli prove, sì da sepa­
rare gli eletti dai peccatori. E poiché il Messia già era venu­
to, non ci poteva essere alcuna età messianica nel futuro.
L'Apocalisse di san Giovanni, l'unico libro biblico che pre­
vedesse un millennio di felicità prima della fine del mondo,
non era considerato testo canonico a Bisanzio e pertanto
non era preso in considerazione per questi fini. C'è un altro
elemento che colpisce nelle profezie bizantine e riguarda
l'assenza di qualsiasi senso nazionale. Certo, la portata geo­
grafica degli oracoli tendeva a ridursi finché non venne pra­
ticamente a limitarsi ai destini di Costantinopoli, ma era sol­
tanto un segno di miopia. Preoccupati per i loro problemi,
gli abitanti di quello Stato bizantino ridotto non guardaro­
no abbastanza lontano da abbracciare tutta l ' umanità. L'a­
dempimento dei loro desideri consisteva nella distruzione
simultanea degli occidentali e degli Ismaeliti (ora identifi­
cati con i Turchi) . Ma anche così il 're liberatore ' non avreb­
be introdotto un periodo di reviviscenza nazionale; vendi­
cando le sofferenze patite dai bizantini avrebbe dato inizio
alla fine del mondo. Fu solo dopo la caduta di Costantino­
poli, dawero molto tempo dopo, che il liberatore, l'impera­
tore 'che si era addormentato' o 'trasformato in marmo' , as­
sunse il ruolo dell' eroe nazionale che avrebbe scacciato da
Costantinopoli i Turchi, avrebbe posto nuovamente la croce
sulla cupola di Santa Sofia e fondato uno Stato greco.
NOTE

1 P J. Alexander, The Oracle ofBaalbek, Washington , D.C., 1 967, pp. 14, 25, 53-5.
2 F. Macler, Les apocalypses apocryphes de Daniel, in « Rev. de l 'histoire des reli­
gions», XXXIII, 1 896, pp. 288 sgg.
3 Giovanni Malala, Chronographia, CSHB, pp. 408 sg.; Chronicon Paschale,
CSHB, l, pp. 6 1 0 sg.; Giovanni Mosco, Pratum spirituale, cap. 38 (PG LXXXVI/3,
2888 sg. ) .
4 VIII 1 3 ; XII 1 9-32. Cfr. B . Rubin, Der Fiirst der Damonen, i n BZ, XLIV,
1 95 1 , pp. 469 sgg.; Id., Der Antichrist und die 'Apocalypse' des Prokopios von Kaisareia,
in « Zeitschr. der Deutschen Morgenlandischen Gesellschaft•• , CX, 1 9 6 1 , pp. 55
sg.
5 Agazia, Historiae, V 5, ed. R. Keydell, Berlino 1 967, pp. 1 69 sg.
6 Teofilatto Simocatta, Historiae, I 2, ed. C. de Boor, Lipsia 1 887 (rist. Stoc­
carda 1972 ) , p. 43.
7 lvi, V 1 5 (pp. 2 1 6 sg. ) .
8 Teofane, Chronographia, A . M . 6 1 1 9 (ed. C . de Boor, Lipsia 1883, pp. 327
sg. ) .
9 lvi, A . M . 6 1 2 7 ( p . 339 ) .
1 0 Testo greco: Otkrovenie Mefodija Patarskago i apokrificéskija Videnija Daniila,
ed. V.M. Istrin, Mosca 1 897, Testi, pp. 5 sgg. Versione latina: Sybillinische Texte
und Forschungen, ed. E . Sackur, Halle 1 898, pp. 57 sgg. Cfr. M. Kmosko, Das Riit­
sel des Pseudomethodius, in <<Byzantion » , VI, 1 93 1 , pp. 273 sgg.
1 1 Teofane, op. cit., A. M . 6 1 69 (p. 356) .
12 H. Usener, De Stephano Alexandrino, in <<Kleine Schriften», IV ( rist. Osna­

brùck 1965) , p. 276.


1 3 Prima Visione di Daniele, in Anecdota Graeco-byzantina, ed. A. Vassiliev, Mo­

sca 1 893, pp. 33 sgg.


1 4 PG CXI 852 sgg. [cfr. trad. i t. ci t., n. l al cap. 2, pp. 236 sgg. ] ; L. Rydén,

The Andreas Salos Apocalypse, in DOP, XXVIII, 1974, pp. 197 sgg.
1 5 Leone Diacono, Historia, CSHB, p. 4.
16 L.G. Westerink, Nicetas the Paphlagonian on the End of the World, in <<Essays
in Memory of B. Laourdas» , Salonicco 1 975, pp. 1 7 7 sgg.
17 Scriptores originum Constantinopolitanarum, ed. Th. Preger, II, Lipsia 1 907,
par. 47; cfr. anche parr. 50, 73, 79.
1 8 Giovanni Tzetze, Epistulae, ed. P.A.M. Leone, Lipsia 1 972, p. 88; Id., Histo­
riae, ed. P .A.M. Leone, Napoli 1 968, pp. 370 sg.
19 PG CVII 1 1 29 sgg.; cfr. C. Mango, The Legend of Leo the Wise, in <<Zbornik
radova Vizantoloskog Instituta», VI, Belgrado 1960, pp. 59 sgg.
20 Niceta Coniate, Historia, ed. J.-L. van Dieten, Berlino 1975, p. 355.
21 Otkrovenie Mefodija Patarskago cit., pp. 135 sgg. Cfr. Anecdota Graeco-byzanti­
na, ci t. , pp. 43 sgg.
22 Oeuvres complètes de Georges Scholarios, ed d. L. Peti t - X.A. Sideridès - M.Jugie,
IV, Parigi 1 935, pp. 5 1 1 sg. Cfr. ivi I, 1928, p. 2 1 1 ; III, 1 930, pp. 94, 288, 383, ecc.
23 J. Darrouzès, Lettres de 1 453, in REB, XXII, 1 964, p. 9 1 .
24 Vita S. Basi/ii iunioris, ed. A .N . Veselovskij, i n <<Sbornik Otdel. Russk. Jazyka
i Slov. Imper. Akad. Nauk», XLVI, 1 889, suppl. , pp. 1 2 sgg.
CAPITOLO DODICESIMO

LA VITA IDEALE

Come bisognava condurre la propria vita sulla terra in vi­


sta dell'imminente fine del mondo? A seguito dell' awento di
Cristo il genere umano era pervenuto alla maturità; ciò si­
gnificava che rispetto al periodo precedente le regole di com­
portamento erano divenute più severe. Ai tempi dell'Antico
Testamento un pizzico di licenza era consentito. Noè sarà an­
che stato un uomo giusto e perfetto per la sua generazione:
ora non è più possibile ritenerlo perfetto. Allora era suffi­
ciente l'osservanza della Legge; ora l'ammissione in Cielo
non è consentita se non si sa superare in giustizia gli scribi e i
farisei (Matteo 5,20) . Non più soltanto l'omicidio, come in
precedenza: persino adirarsi o usare un linguaggio offensivo
sono ora causa di perdizione; non solo commettere adulte­
rio, ma anche posare occhi lascivi su una donna; non solo
spergiurare, ma anche giurare un qualsiasi giuramento1.
Per conseguire la perfezione un uomo doveva vendere
tutto ciò che aveva, distribuire i suoi averi ai poveri e ri­
nunciare al mondo, sia materialmente che spiritualmente:
in breve, diventare monaco. Ma dato che la maggior parte
degli uomini era troppo debole o troppo indolente per se­
guire questa difficile strada, si stabilì un metodo per vivere
in società. Il suo principio base era il principio dell'ordine
( kosmos, taxis, eutaxia) . Dio compose l 'universo con ordine
ed era Suo desiderio che la vita umana avesse a condursi in
modo analogo2• Osservando - sia nelle relazioni sociali sia
nella sfera del privato - il principio di un ordine divina-
mente eletto noi veniamo a conformarci all'armonia del­
l'universo; la vita sulla terra, pur con tutte le imperfezioni
che le si accompagnano, viene in qualche modo ad assomi­
gliare alla vita in Cielo.
Come l 'universo è governato monarchicamente da Dio,
così il genere umano è governato dall'imperatore romano.
L'Incarnazione di Cristo, come già abbiamo segnalato, ven­
ne provvidenzialmente al momento opportuno, sì da coin­
cidere con l 'affermazione dell'impero romano che pose fi­
ne a dissensi e guerre e cioè al disordine causato dalla divi­
sione del potere tra più Stati autonomi (polyarchia) 3• Dio
non si limitò a disporre l'esistenza dell'Impero, Egli scelse
anche ogni singolo imperatore, e questa è la spiegazione
della mancanza di regole umane formulate per la sua ele­
zione. Ciò non significa che l'imperatore sia sempre una
brava persona: nella Sua sapienza Iddio può deliberata­
mente scegliere un cattivo imperatore sì da punire l'uma­
nità per i suoi peccati4• Le alternative al legittimo governo
imperiale erano l'usurpazione ( tyrannis) e l'anarchia. Il ty­
rannos era una persona che cercava di diventare imperato­
re in opposizione alla volontà di Dio e necessariamente fal­
liva; ma se riusciva nel suo intento allora Dio era dalla sua
parte e quegli pertanto cessava di essere un usurpatore.
L'assenza di un'unica autorità ovvero il governo della mas­
sa ( démokratia) equivaleva alla confusione.
Dio governa l'umanità ispirando timore dell'Inferno e
promettendo ricompensa in Cielo5; in altri termini, con il
bastone e la carota. Del pari l'imperatore governa i suoi
sudditi con il terrore: i suoi nemici vengono messi in pri­
gione o al bando, vengono ridotti a mite consiglio dalla fru­
sta, vengono privati della vista o della vita. Anche gli inno­
centi «lo servono tremando>> : possono essere mandati in
battaglia o possono avere affidata qualche mansione poco
piacevole, ma non v'è chi osi disubbidire6. Certo è preferì­
bile per l 'imperatore governare su sudditi ben disposti nei
suoi confronti; per ottenere ciò egli deve manifestare certe
qualità che vengono condivise anche da Dio. Anzitutto de­
ve amare il suo prossimo, essere cioè philanthropos. Pur re­
stando ' terribile' per la sua autorità, deve farsi amare eser­
citando la beneficenza. Specialmente generosità e clemen­
za si addicono all'imperatore, ma egli deve anche insistere
sulla debita osservanza della legge ( eunomia) . Quanto a sé,
deve essere capace di autocontrollo e di circospezione ma
anche risoluto nell'agire e lento nell'adirarsi. La sua specia­
le posizione viene comunque a definirsi anzitutto per il suo
rapporto con Dio, l'unica entità di cui egli ha reale bisogno.
Il suo più grande ornamento è pertanto la pietà ( eusebeia) 7.
Egli è, per definizione, fedele di Cristo (pistos en Christo) e
amante di Cristo (philochristos) : attributi, questi, espressi
nella titolatura, come anche il suo carattere vittorioso
( nikétés, kallinikos) , poiché la vittoria gli era concessa a pre­
mio della sua pietà.
L'imperatore era santo ( hagios) e nei ritratti soleva esse­
re rappresentato con l 'aureola. Del pari sacro era il suo pa­
lazzo, una domus divina, circondata da una zona protettiva
che stava a sé ( nam imperio magna ab universis secreta deben­
tur) 8. Le sue apparizioni in pubblico erano regolate da un
cerimoniale che rifletteva l'armonioso lavorio dell'univer­
so ed era esso stesso sinonimo di ordine ( taxis) 9 • I suoi sud­
diti comunicavano con lui per mezzo di acclamazioni che
erano ritmiche e ripetitive come nella divina liturgia; quan­
do erano ricevuti in udienza si prostravano al suolo. Ciò che
l'imperatore era per i sudditi Iddio era per l 'imperatore, e
pertanto a partire dal settimo secolo troviamo rappresenta­
zioni dove l'imperatore terrestre compie quel medesimo
gesto ( adoratio o proskynésis) dinanzi a Cristo in trono.
L'imperatore era anche un sacerdote - un secondo Mel­
chisedec? Bisogna ammettere che all'epoca della conver­
sione di Costantino la sua posizione nei confronti della
Chiesa non era stata elaborata chiaramente e che rimase
piuttosto ambigua sino alla fine: non si tracciò una precisa
linea di demarcazione tra imperium e sacerdotium, fatto che
spesso portò a conflitti di competenze. Possiamo comun­
que affermare che l 'imperatore non esercitò mai la funzio­
ne sacerdotale dell'offerta del sacrificio eucaristico e che di
norma non definì il dogma religioso, ma venne considera­
to quale responsabile ultimo del compito di mantenere la
purezza della fede, di convocare i Concili ecumenici della
Chiesa e di procurare la conversione degli eretici. Proba­
bilmente l 'enunciazione più enfatica dell'autorità episco­
pale rispetto a quella dell'imperatore attestata in un docu­
mento bizantino ufficiale è da trovarsi nella raccolta legi­
slativa di Basilio l, che si ritiene ispirata dal patriarca Fozio.
Il patriarca di Costantinopoli viene qui descritto come «vi­
vente immagine di Cristo>> , e il suo fine è la salvezza del po­
polo ortodosso, la conversione degli eretici e finanche l 'in­
citamento agli infedeli perché divengano 'imitatori' della
vera fede10. Tuttavia Leone VI, il successore di Basilio, legi­
ferò su questioni di pura pertinenza ecclesiastica e giunse a
rimproverare il suo patriarca perché assumesse un ruolo
più attivo nelle vicende che lo riguardavano 1 1 .
I n teoria l'imperatore governava s u tutti gli uomini o al­
meno su tutti i cristiani ortodossi. L'esistenza di sovrani pa­
gani non contravveniva a questo postulato: fintantoché i pa­
gani restavano non convertiti, erano al di fuori della sfera
principale della Provvidenza divina; se però abbracciavano
il Cristianesimo ortodosso, ipsofacto riconoscevano che l'au­
torità ultima era dell'imperatore. Tutto ciò può essere sta­
to una plausibile approssimazione alla verità nel primo pe­
riodo bizantino, quando si elaborò la struttura dell'ideolo­
gia imperiale; divenne sempre meno difendibile con il sor­
gere di altri Stati cristiani indipendenti nel corso del Me­
dioevo. Venne allora messa in circolazione e debitamente
promossa dalle prescrizioni del cerimoniale di corte la fin­
zione della 'famiglia dei principi' , dove l'imperatore bizan­
tino occupava una posizione di primato. A curioso com­
mento dell'incapacità bizantina di ripensare i propri prin­
cipi valga il fatto che il mito imperiale continuava a essere
propugnato alla fine del quattordicesimo secolo, quando
l'Impero era limitato al territorio di Costantinopoli.
L'autorità dell'imperatore si trasmetteva ai magistrati ( ar­
chontes) che egli stesso designava. Merita osservare che il ter­
mine archOn, che non ha un preciso equivalente in inglese,
denotava tutte le persone investite di responsabilità di co­
mando - militare, civile , in qualche caso anche ecclesiastico.
Il dovere dei sudditi di obbedire ai loro archontes era esplici­
tamente enunciato nella Bibbia: «Poiché non c'è autorità
che non venga da Dio, e quelle che esistono, sono disposte
da Dio; perciò chi si oppone all'autorità resiste all 'ordine
stabilito da Dio» (Lettera ai Romani 1 3 , 1 sg. ) . I Padri della
Chiesa sottolinearono la necessità di siffatta obbedienza, in
nome dell'ordine ( eutaxia) e in omaggio a colui che desi­
gnava il magistrato e che era in ultima analisi Dio operante
per il tramite dell'imperatore12. Inoltre tutti sapevano che i
potenti erano tali ai pesci grossi che divoravano i pesci pic­
coli; non c'era niente da guadagnare a opporsil3.
La posizione del clero e particolarmente dei vescovi nel­
lo schema della vita ideale comportava oneri e onori. Con­
sacrato, come già Giosuè, con l 'imposizione delle mani, so­
lo il sacerdote aveva facoltà di ministrare il battesimo, per­
donare i peccati, offrire il sacrificio eucaristico. Suo compi­
to era istruire il suo gregge e proteggere i poveri, istruendo
non solo per mezzo di parole ma anche con l 'esempio. Sic­
come servo di tutti, doveva essere umile; poiché tutti pote­
vano vedere le sue mancanze, la vita che doveva condurre do­
veva essere senza macchia. Doveva avere pazienza, esperien­
za, vigilanza; sapere chi andava spronato e chi frenato, chi
elogiato e chi biasimato. La sua dignità veniva esaltata, per­
ché come lo spirito sorpassa il corpo così il sacerdozio è più
grande dell'autorità terrena; eppure doveva ricordare che
alla fine avrebbe reso conto del suo servizio poiché correva
il rischio della dannazione eterna come ogni altro uomo14•
Dopo il clero, posti di particolare responsabilità erano
occupati da giudici, insegnanti e medici. Il giudice era qua-
si un archOn, perché determinava la sorte dei contendenti
nel suo tribunale. Necessitava di adeguato tirocinio e di
grande intelligenza. Doveva soprattutto tenere in mente
l'immagine della vera giustizia come fa il tiratore che sca­
glia la freccia verso il bersaglio, e trattare ognuno allo stes­
so modo, fosse amico o estraneo, ricco o povero - qualcosa
che purtroppo non succedeva di frequente. Senza curarsi
delle apparenze doveva guardare nei più riposti si ti del cuo­
re e poteva far mostra della sovrana virtù della misericordia
(philanthropia) , temperando il timore con la clemenza15. Al­
l'insegnante, come al vescovo, si richiedeva di dare il buon
esempio. Aveva un dono ed era tenuto a elargirne gran co­
pia a quanti desiderassero imparare - ma così facendo do­
veva sovente ricorrere al bastond6. I medici sembrerebbe­
ro esser stati considerati assai meno bene: le Vite dei santi
traboccano di riferimenti alla loro inutilità e cupidigia, e si
ammetteva apertamente che i medici anziché curare i pa­
zienti spesso ne peggioravano la salute. Eppure il dottore
esperto aveva un ruolo necessario che era fisico e morale a
un tempo; sapeva come dosare opportunamente la cura sì
da trarne il miglior risultato, come ministrare un farmaco
amaro in un calice cosparso di miele, come indurre abitu­
dini d'igiene anche nelle persone sane limitandosi a far ve­
dere i terribili strumenti della sua professione17.
Tra i comuni membri della società, i più utili erano sol­
dati e contadini. Il ruolo dei soldati era di mantenere la pa­
ce; per questo erano ben ricompensati con adeguati dona­
tivi. Loro dovere, come sottolineato da san Giovanni Batti­
sta (Luca 3 , 1 4) , era accontentarsi della loro paga e non cau­
sare disordini 18• La vita del soldato non era difficile come
quella del contadino cui toccava costante fatica al caldo e al
freddo, che doveva lasciare il suo letto di mattina presto e
difendere la sua capanna isolata. Il suolo che arava era so­
vente arido e pietroso, ma se riusciva a far sì che desse frut­
to la gioia sua era più grande che se avesse coltivato un cam­
po fertile19. I mercanti dal canto loro attendevano a una
professione che facilmente portava a compiere atti illeciti.
Nella compravendita c'era ampio spazio per la disonestà,
laddove l 'interesse nelle operazioni di prestito era un male
assoluto. Nostro dovere era non volgere le spalle a chi de­
siderava un prestito da noi (Matteo 5,42 ) , ma esigere inte­
ressi era proibito. Chi aveva l 'onere di un debito non gioi­
va della vita e il suo sonno non dava riposo. Vedeva il cre­
ditore in sogno, odiava i giorni e i mesi che lo avvicinavano
alla data della restituzione. I debiti erano causa di menzo­
gna, ingratitudine, spergiuro. Accontentarsi di quel che si
aveva - poco importa se si era in miseria - era infinitamen­
te meglio che ricorrere al denaro altrui20• Quanto agli arti­
giani, praticavano certe tecniche utili che erano state in­
ventate una volta per tutte, e non tanto dalla mente umana
quanto grazie all'aiuto divino. Era cosa vana darsi pena nel
tentativo di migliorarle21.
Gli schiavi erano il più basso elemento della società. Ave­
vano un dovere assoluto, che la Bibbia enunciava ripetuta­
mente: obbedire ai loro padroni, anche se erano crudeli.
Che esistesse la schiavitù era un male intrinseco, conse­
guenza della colpa di Cam (Genesi 9,25 ) , ed era elogiabile
affrancare gli schiavi che si erano ricevuti in eredità; pure,
vivere completamente senza schiavi era cosa ardua a farsi.
Un gentiluomo era certo capace di lavarsi i piedi e di esse­
re, in generale, autosufficiente. Non aveva bisogno di un
servo che gli porgesse le vesti o lo accompagnasse al bagno,
ma era inconcepibile che un uomo libero cucinasse22• D'al­
tra parte era sconveniente che una persona normale com­
prasse uno schiavo solo per farlo vedere. In generale i pa­
droni venivano ammoniti a trattare i loro schiavi con uma­
nità e a non percuoterli.
Non può mettersi in dubbio che il Cristianesimo abbia
introdotto almeno un poco di mitezza nei rapporti sociali,
soprattutto per quanto riguardava la schiavitù. Le Vite dei
santi ripetutamente sottolineano il fatto che tutti gli uomi­
ni erano fatti della stessa argilla e biasimano i padroni cru-
deli. A volte si levano suppliche per la ridistribuzione delle
ricchezze. Così nel sesto secolo Agapeto osserva che ricchi
e poveri «patiscono simile danno da dissimili circostanze;
questi scoppiano d'abbondanza, quelli sono distrutti dalla
fame>> . Pertanto esorta l'imperatore a prendere una parte
del surplus dei ricchi per darlo ai poveri e in tal modo ad­
divenire a maggiore uguaglianza23• Con la sua continua in­
sistenza sull'obbligo del cristiano all'elemosina la Chiesa ot­
tenne identico risultato più efficacemente e su più ampia
scala di quanto sarebbe stato possibile a qualsiasi interven­
to del potere centrale. Nel contempo va osservato che non
si invocava alcuna riforma fondamentale della società: tan­
to più che il merito stava solo nell'azione volontaria. Se la
ricchezza in sé fosse un male allora perché noi tutti deside­
reremmo trovare requie nel seno d'Abramo, che era stato
ricco, padrone di trecentodiciotto servi?24 Certo, all'origi­
ne della disuguaglianza nella distribuzione stava l 'ingiusti­
zia: Dio dava a tutti in egual misura così come era disponi­
bile a tutti il pubblico demanio imperiale. Non c 'erano di­
spute o contese in merito all'uso di bagni, strade o piazze
mentre costanti erano i conflitti dovuti alla proprietà pri­
vata. Ma dato che la ricchezza si tramandava di padre in fi­
glio e che era impossibile rintracciare l'atto d'ingiustizia
originario da cui essa veniva, tutto quel che importava era
che chi si trovava a possederla la usasse saggiamente e ne fa­
cesse partecipare i bisognosi25.
A tutti si raccomandava la liberalità ma ciò non signifi­
cava che si dovesse modificare l 'ordine sociale in cui ognu­
no aveva un suo posto ben definito. Due testi biblici veni­
vano continuamente citati al proposito: « Ognuno resti nel­
la stessa condizione in cui era quando fu chiamato>> (Lette­
ra prima ai Corinti 7,20) e «Non spostare i confini antichi,
posti dai tuoi padri>> (Proverbi 22,28) . Il rivoluzionario, co­
lui che ambiva a sowertire l'ordine ( neOteristès) , attirava su
di sé universale condanna. Inoltre i ricchi e i potenti erano
sufficientemente puniti dai mutamenti della fortuna, sco-
nosciuti ai poveri; e una definitiva uguaglianza veniva a rea­
lizzarsi con la morte: «Quando vediamo un archon morire
allora osserviamo un grande mistero. Colui che tutti i con­
dannati solevano temere, quegli è ora portato via come un
condannato; colui che soleva incatenare i prigionieri, come
un prigioniero viene ora giudicato>>26.
Un gruppo speciale all'interno della società, indipen­
dente da tutte le classi sociali, era quello dei monaci. Istrut­
tivo, a questo proposito, esaminare la scelta di citazioni bi­
bliche che per san Giovanni Damasceno si applicavano alla
vita monastica27: erano tutte rivolte alla comunità cristiana
nel suo complesso, per esempio <<Chiunque di voi non ri­
nunzia a quanto possiede non può essere mio discepolo>>
(Luca 1 4,33) , <<Non potete servire Dio e mammona>> (Luca
1 6, 1 3 ) , <<Nessuno che si sia dato al servizio delle armi s'in­
teressa degli affari della vita civile>> (Lettera seconda a Ti­
moteo 2,4) , eccetera. Come già abbiamo evidenziato nel
quinto capitolo, il monaco era un laico. Era il perfetto cri­
stiano, il vero filosofo; il che significa che idealmente tutti i
cristiani avrebbero dovuto farsi monaci. Perché dunque era
loro necessario ritirarsi dal mondo? Perché la vita quoti­
diana era colma di distrazioni (perispasmoi) e disturbi che
oscuravano lo specchio dell'anima e la rendevano incapace
di riflettere la luce divina; perché l'anima disturbata non
poteva giungere a quella libertà dalle cure ( amerimnon) che
era il segno della perfezione. Ne conseguiva che la vita in
solitudine era preferibile alla vita in comune. Si richiedeva
quiete ( hesychia) per purgare l'anima; serviva a placare de­
siderio, rabbia, dolore, paura, rendendo queste 'bestie sel­
vagge' riconducibili al potere della ragione. Ma per uno
strano paradosso il monaco si rendeva tanto più vulnerabi­
le agli attacchi del diavolo quanto più era, del diavolo, il
principale nemico. Era solo il monaco che <<Si rivestiva del­
l'armatura di Dio>> e muoveva in battaglia <<non contro la
carne e il sangue ma contro i principati, contro le potestà,
contro i dominatori della tenebra di questo mondo, contro
la nequizia spirituale nelle regioni celesti» (Lettera agli Efe­
sini 6, 1 1 sg. ) . Ma se il monaco aveva vanificato le sue pas­
sioni personali, doveva avere la forza di resistere a tutti gli
assalti dei demoni.
Possiamo ora capire perché la questione della 'utilità so­
ciale' del monaco non venne mai a porsi nel mondo bizan­
tino. Era assolutamente ovvio che colui che era riuscito ad
acquisire signoria sulle potenze della tenebra e si era guada­
gnato la confidenza di Dio era il più utile membro della co­
munità e garantiva la salute non solo della sua zona ma del­
l 'Impero nel suo complesso. La sua missione era anzi tutto in­
terna, non esterna; e solo dopo avere vinto la sua lotta spiri­
tuale era in posizione tale da poter adempire il suo scopo
maggiore. Possiamo aggiungere che un prete indegno era
ciò nonostante in grado di svolgere i suoi doveri sacerdotali,
ma un monaco indegno era assolutamente inutile.
Un medesimo codice morale valeva per monaci e laici.
Sarebbe esagerato dire che si scorgeva la virtù soltanto in
termini negativi, ma è innegabilmente vero che il mondo
tardo antico e buona parte di quello medievale vennero ca­
ratterizzati da un' ossessiva awersione per il mondo mate­
riale - e questo accadde non solo tra i cristiani. Come può
altrimenti spiegarsi il successo dei manichei? Si visualizzava
l'anima umana come una cittadella che doveva essere at­
tentamente sorvegliata da attacchi esterni. I suoi punti più
deboli erano le porte, cinque di numero, corrispondenti ai
cinque sensi. La prima porta - quella del linguaggio - do­
veva essere rinforzata con le sbarre e le travi consistenti nel­
la costante recitazione della Sacra Scrittura; in questo mo­
do si sarebbe escluso l'ingresso di qualsiasi visitatore inde­
siderato. La seconda porta era quella dell'udito; era essen­
ziale che non ne passasse alcun vano pettegolezzo o alcun­
ché di sconveniente. Terza porta, odorato: doveva chiuder­
si dinanzi a ogni soave profumo che avrebbe avuto l 'effetto
di indebolire la 'tensione ' dell'anima. Particolarmente
esposta era la porta della vista; di qui l'importanza di vede-
re quante meno donne possibile e di evitare il teatro. La
funzione propria della vista stava nel contemplare le bel­
lezze della natura. La quinta porta, quella del tatto, doveva
essere salvaguardata da vesti soffici, letti comodi, contatti
con altri corpi umani. Ma non bastava tener d'occhio le
porte; i cittadini che vivevano all 'interno della cittadella
dell'anima dovevano osservare «leggi severe e terribili» e
obbedire ai loro «magistrati>>28. Parimenti negative le pre­
scrizioni applicate alla moralità del corpo. I maschi dove­
vano astenersi da fornicazione, ubriachezza e gola; le fem­
mine dall'uso di profumi e ornamenti artificiali. Il corpo
non richiedeva più cure di quanto fosse necessario per
mantenere la salute29•
Tra i molti vizi e le molte mancanze cui sono inclini gli
esseri umani, alcuni erano disapprovati con un'energia che
a noi può apparire bizzarra. Non deve forse sorprendere
che i peccati di gola venissero considerati gravi in un' epo­
ca generalmente priva di scorte alimentari, ma non è così
evidente che si tratti della strada che porta ai desideri im­
puri, alla licenziosità e in ultima analisi a tutti i mali. Eppu­
re l'opinione prevalente era questa, e si riteneva che come
il fumo tiene lontane le api così il goloso allontana da sé la
grazia dello Spirito Santo30• Anche un linguaggio troppo
franco (parrhesia) era considerato grande mancanza, ana­
logamente al peccato cui erano particolarmente soggetti i
monaci, l'indifferenza annoiata dell'accidia ( akedia) . D'al­
tro lato era considerato virtuoso stare afflitti (penthos) , il che
era particolarmente necessario per i monaci, ma racco­
mandabile per chiunque. La cosa fra tutte più strana è la
condanna del riso: «<n generale ridere è proibito ai cristia­
ni, soprattutto se monaci>>31• Sembra che Cristo non abbia
mai riso. Tutt'al più ci si poteva concedere un sorriso, come
fece il santo siriaco Giuliano Saba quando ebbe notizia del­
la morte di Giuliano l 'Apostata32•
L'antifemminismo fu un elemento fondamentale del
pensiero bizantino sino al dodicesimo secolo circa, quando
vi fu la sporadica introduzione di idee occidentali di amo­
re romantico. Vedere una donna, leggiamo, è come una
freccia awelenata; più il veleno resta nell'anima, più cor­
ruzione produce33. Esisteva certamente la donna virtuosa
ed era colei che mai mostrava il volto a estranei34. Ma in ge­
nerale la donna era un verme strisciante, figlia della men­
zogna, nemica della pace. Il catalogo dei suoi vizi e delle sue
debolezze è infinito; era frivola, loquace , licenziosa. So­
prattutto, era dedita al lusso e alle spese. Si caricava di
gioielli, si incipriava il volto, si tingeva di rosso le guance, si
profumava le vesti e così si trasformava in una trappola mor­
tale, pronta a sedurre i giovani in ciascuno dei loro sensi.
Non c'erano ricchezze abbastanza per soddisfare i desideri
di una donna. Di giorno e di notte non pensava ad altro che
a oro e pietre preziose, vesti di porpora, ricami, unguenti,
profumi. Se non fosse per il desiderio sessuale, nessun uo­
mo sano di mente vorrebbe condividere la sua casa con una
donna e subire i disagi a ciò connessi, nonostante i servizi
domestici da lei svolti. Ecco perché Iddio, conoscendo
quanto fosse spregevole la natura di lei, la munì fin dall'i­
nizio dell'arma della sessualità35.
Dimentichi dei dolori che li aspettavano, i bizantini con­
tinuarono a sposarsi: in questo essi avevano il sostegno, sia
pure forzato, di san Paolo. Agli albori della storia umana,
quali li descrive l 'Antico Testamento, il matrimonio era ri­
volto alla procreazione, tanto apprezzata dagli Ebrei. Ma
ora che <<tutto stava svanendo e raggiungeva la sua ultima fi­
ne>> considerazioni di questo genere non valevano più36.
Inoltre la terra era sufficientemente popolata; l'idea che la
razza umana sarebbe venuta a estinguersi a motivo dell'u­
niversale castità non aveva sufficienti giustificazioni. La
moltiplicazione della specie si doveva unicamente a Dio;
nel solo caso che comportò la pressoché totale estinzione
della specie (il Diluvio) tutto accadde per l 'opposto della
castità e cioè per una sfrenata licenza. La procreazione non
era più essenziale; il principale intento del matrimonio sta-
va pertanto nella protezione del genere umano dalla pro­
miscuità. Si voleva scorgere nel matrimonio il 'porto della
castità', una banchina che frangesse le onde del desiderio.
Era necessario per i deboli ma era un ostacolo per i forti che
sapevano come domare la furia della natura ricorrendo a
digiuni e veglie. E quindi se tale era il lodevole fine del ma­
trimonio, era necessario che i genitori facessero sposare i
loro figli il prima possibile; in ogni caso, prima che andas­
sero avanti nella carriera o che ottenessero un posto al ser­
vizio dell'imperatore. Infatti se il matrimonio veniva posti­
cipato il giovanotto si sarebbe rivolto alle prostitute e avreb­
be sviluppato il gusto per la risata, per la battuta imperti­
nente, per il comportamento indecoroso. Una donna di
buona famiglia si sarebbe rifiutata di soddisfare queste vo­
glie e il risultato sarebbe stato che lo sposo avrebbe inco­
minciato a trascurarla dopo un paio di notti37.
Indipendentemente dalle precauzioni osservate, il ma­
trimonio era comunque una fonte di infinito tumulto. Era
una sorta di mutuo asservimento; se poi gli sposi erano di
diverso censo non poteva che andar peggio. Distruggeva la
tranquillità con la presenza dei figli e con le preoccupazio­
ni finanziarie. Se si cercava una via di scampo impegnan­
dosi nelle attività civili, era inevitabile essere macchiati dal
peccato: ci si sarebbe irritati con i concittadini, ci sarebbe­
ro stati insulti da sopportare, si sarebbe dovuto fare ricorso
a gesti insinceri. I mali causati da un secondo matrimonio
sarebbero stati necessariamente maggiori; sconveniente di
per sé, esso creava discordia in famiglia, a tal punto che per­
sino le ceneri della moglie passata a miglior vita sarebbero
divenute fonte di rancore.
Per rendere più tollerabile una situazione già non buo­
na, alla conduzione della casa dovevano applicarsi regole ri­
gorose. Nessuno spreco di sentimentalismo per i bambini,
che fin dal principio dovevano essere immuni dal vizio del­
la vanità. Andava piuttosto male che le ragazze si adornas­
sero di gioielli, ma era assolutamente abominevole che i ra-
gazzi avessero capelli lunghi o portassero collane oppure
orecchini. Il bambino modello, tale da poter diventare san­
to in futuro, aveva la gravità di un vecchio (puer senex) ; non
giocava mai a nessun gioco e non si accompagnava mai ai
condiscepoli suoi pari per timore di essere contaminato
dalle loro malvagie indoli. L'autorità del padre in casa era
assoluta, ma veniva ammonito a non abusarne picchiando i
figli; più efficace era la severità nelle parole e nei rimpro­
veri. L'unica ragione valida per disubbidire al padre era la
determinazione a rispondere a una vocazione più elevata;
se un ragazzo decideva di diventare monaco e pertanto si
sottraeva a un matrimonio combinato, si doveva giustificar­
lo. Infatti la verginità stava al matrimonio come il Cielo sta­
va alla terra e come l'angelo stava all'uomo. La sua supe­
riorità era provata dal fatto che c 'era la sola Chiesa cristia­
na ad apprezzarla; gli Ebrei la evitavano, i pagani la consi­
deravano con stupore. Certo, praticavano la verginità an­
che eretici come i manichei, ma <<la castità degli eretici è
peggiore di ogni dissolutezza>>38. Analogamente al digiuno,
la verginità non era in sé un bene assoluto; erano le nostre
intenzioni a renderla tale. Svilita dalla presenza di cure ter­
rene, ci richiedeva di essere puri sia nel corpo sia nello spi­
rito. Era il mezzo più sicuro di ascendere al di sopra del fan­
go della vita quotidiana.
La famiglia era dunque la cellula di base dell'esistenza
umana, ma certi quesiti venivano posti anche dalla comu­
nità, che era spesso una città. Abbiamo già commentato gli
attacchi al vetriolo lanciati dagli ecclesiastici contro uno dei
principali svaghi della vita urbana nel mondo tardo antico e
cioè il teatro. La loro disapprovazione non si limitava però a
quell'istituzione: era la città nel suo complesso che era un
male. Consultiamo ancora una volta san Giovanni Damasce­
no: scopriamo che la sezione della sua antologia dedicata al­
la città si intitola <<Sulle città colme di empietà>> e che è inte­
ramente costituita da brani di critica, dal Salmo 55, 1 0 ( <<Vio­
lenza e discordia io vedo nella città>> ) fino al biasimo espres-
so da Nahum, Sofonia, Osea, Isaia, Geremia, Ezechiele, san
Basilio e san Gregorio di Nazianzo39. Non una buona parola
per la polis. La città era la sede delle danze e dei lazzi, di ta­
verne, bagni e postriboli. Le donne camminavano a volto
scoperto. Tutto in loro era indecente; le parole, i gesti, le ve­
sti, le acconciature, il movimento dei fianchi, gli sguardi obli­
qui che lanciavano. Anche i giovani, quali potevano vedersi
in città, simulavano effeminatezza e si lasciavano crescere
lunghi i capelli40. Invero la gente si spingeva a tal punto da
decorare le proprie calzature. E che dire della piazza del
mercato, con l'oro e le merci preziose che sciorinava?41 An­
che Gerusalemme, la Città Santa, non era migliore delle al­
tre, poiché in essa era presente ogni sorta di tentazione; ac­
campamenti militari, prostitute, mimi, buffoni, e una tal
moltitudine di gente d'ambo i sessi che «quel che altrove
puoi in parte evitare, qui sei costretto a patirlo tutto inte­
ro>>42. Se la virtù era scarsa in città, ce n 'era maggiore ab­
bondanza in campagna. <<Quanti contadini indigeni>> , osser­
va san Simeone il Folle, «ho spesso veduto venire a comuni­
carsi in città, ed erano puri più dell'oro: ingenui, semplici,
che mangiano il pane con il sudore della fronte>>43.
Che cosa poteva dunque fare un cristiano che viveva in
città? Se aveva bisogno di svago poteva camminare in un
giardino, lungo un corso d'acqua o un lago; poteva presta­
re orecchio al canto delle cicale o visitare il tempio subur­
bano di un martire, rimettendo in salute il corpo ed edifi­
cando l 'anima. E nonostante tutto ciò che si è detto prima
poteva anche provare a godersi la famiglia. Non venne for­
se una volta osservato da certi barbari che i Romani aveva­
no inventato i piaceri del teatro perché non avevano né mo­
gli né figli?44 Soprattutto e sicuramente un cristiano poteva
e doveva andare in chiesa - non solo la domenica e le altre
festività ma il più spesso possibile e almeno due ore al gior­
no. In verità che cosa poteva essere più piacevole dello sta­
re in chiesa? Anziché canti diabolici e prostitute danzanti la
chiesa offriva i gorgheggi dei profeti, i canti dei serafini, le
parole del Vangelo. Cristo era lì, sull'altare; c'era lo Spirito
Santo presente. La chiesa era come un porto calmo in mez­
zo al tumulto. E tuttavia bisognava adescare la gente perché
ci andasse. Si giudicava noiosa la liturgia e solo la fama di
un celebre predicatore avrebbe richiamato in chiesa le mol­
titudini. Ma dopo avere applaudito il sermone, come a tea­
tro, non ci si preoccupava nemmeno di restare per la litur­
gia dei fedeli.
Camminare nei giardini, ascoltare il canto delle cicale,
andare in chiesa: si poteva fare tutto questo tanto in un vil­
laggio quanto in una città. Nonostante il fatto che la ecclesia
Christi attingesse dalle città le sue risorse, i suoi capi, la sua
retorica, resta che il suo messaggio era essenzialmente an­
tiurbano. Detestava non solo teatri e bagni, musica e dan­
ze, camere di consiglio e tribunali, ma proprio il fatto che
la gente si radunasse in pubblico anziché starsene a casa, co­
me avrebbe dovuto. Così con il crollo delle città si sarebbe
dovuto realizzare il sogno della Chiesa. Se san Basilio aves­
se potuto tornare in vita e vedere il kastron di Cesarea nel
nono o nel decimo secolo, non vi avrebbe trovato teatri né
mimi o buffoni e neppure donne che camminassero a vol­
to scoperto. Avrebbe visto tutti rimanere a casa e riunirsi so­
lo per andare in chiesa. Non era neppure necessario un fa­
moso predicatore per radunarli laggiù; con ogni probabi­
lità non c'erano predicatori di sorta. San Basilio avrebbe
dovuto compiacersi - ma poi forse i suoi occhi penetranti
gli avrebbero detto che le opere del demonio continuava­
no a fiorire nonostante le mutate circostanze.
Tante e tante volte ci hanno spiegato che il Cristianesi­
mo si compenetrò d'ellenismo che tendiamo a trascurare
un fatto molto basilare: lo schema della vita cristiana, qua­
le lo esposero i Padri del quarto secolo e quale poi si man­
tenne nel corso di tutta l'età bizantina, era proprio l 'anti­
tesi dell'ideale ellenico della polis. Profondamente radicato
nella Bibbia qual era, lo schema cristiano era anche un ri­
flesso dell'ordine autoritario e irreggimentato del tardo Im-
pero. Si fondava sulla monarchia, sull'impermeabilità tra le
classi sociali, sulla schiavitù. Il suo atteggiamento nei con­
fronti del mondo materiale - il mondo della carne - era di
orrore quasi manicheo. Rispecchiava inoltre l'instabilità
dei tempi con la similitudine tra l'uomo virtuoso e la citta­
della fortificata. Ora, non dobbiamo immaginarci che il bi­
zantino medio vivesse in assoluta conformità alla propa­
ganda della Chiesa, ma non possono esserci dubbi sugli ef­
fetti di un messaggio ripetuto da secolo a secolo. Un esame
della letteratura bizantina ne rivelerà le tracce sotto più di
un aspetto.

NOTE

1 Giovanni Crisostomo, De virginitate, par. 83, PG XLVIII 594.


2 Libro del Prefetto, proemio, ed. J. Nicole, Ginevra 1 893, p. 1 3 .
3 Eusebio, Praeparatio evangelica, I 4 , 3 sgg.
4 Anastasio Sinaita, Quaestiones, PG LXXXIX 4 76.
5 Giovanni Crisostomo, De inani gloria et de liberis educandis, ed. A.-M. Malin-
grey, Parigi 1972, par. 67.
6 Teodoro Studita, Parva catechesis, ed. E . Auvray, Parigi 1 89 1 , p. 1 6 .
7 Agapeto, Capita admonitoria, P G LXXXVI/ l , l l 64 sgg.
8 Cod. Theod., XV l , 47.
9 Costantino Porfirogenito, De Cerimoniis, proemio, ed. A. Vogt, I, Parigi
1 935, pp. l sg.
1 0 Epanagoge, tit. 3, in Zepos,Jus, II p. 242.
1 1 Les Novelles de Léon VIle Sage, e dd. P. Noailles - A. Dain , Parigi 1 944, novel­
la 1 7, pp. 63 sgg.
1 2 Vd. le citazioni raccolte da Giovanni Damasceno, Sacra Parallela, ed. M. Le­
quien, alpha, tit. 2 1 , Parigi 1 7 1 2 , II 358 sg.
1 3 Antioco Monaco, Pandectes, cap. 37, PG LXXXIX 1 549.
1 4 Giovanni Damasceno, op. cit. , epsilon, titt. 17 sg., II, pp. 509 sgg.; Parallela
Rupefucaldina, ivi, 779 sgg.
15 lvi, delta, titt. 1 8 sg., pp. 440 sgg.
1 6 lvi, delta, tit. I l , p. 435.
17 lvi, iota, tit. 5, p. 557.
18 lvi, sigma, tit. 1 5, p . 668.
1 9 lvi, gamma, tit. 5, p. 405.
20 lvi, delta, tit. 9, pp. 430 sgg.
21 Diodoro di Tarso, cit. da Fozio, Bibliotheca, cod. 223, ed. R. Henry, IV 34,
Parigi 1965.
22 Giovanni Crisostomo, op. cit. , par. 70.
23 Agapeto, op. cit. , par. 16 (col. l l 69 ) .
24 Giovanni Crisostomo, In inscriptionem altaris, par. 2, PG LI 69.
25 Id., In epist. I ad Timoth: hom. XII, PG LXII 562 sg.
26 Anastasio, Per i defunti, in Fourteen Early Byzantine Cantica, ed. C.A. Trypa-

nis, Vienna 1 968, p. 63.


27 Giovanni Damasceno, op. cit., mi, tit. 1 0 , II, pp. 609 sgg.
28 Giovanni Crisostomo, De inani gloria ci t., parr. 23 sgg.
29 Id., In epist. I ad Timoth. hom. IV, PG LXII 524.

30 Antioco Monaco, op. cit., cap. 4 (col. 1 444 ) .


31 lvi, cap. 95, col. 1 72 1 . Vd. discussione in l. Hausherr, Penthos, Orientalia
Christiana Analecta, 1 32, Roma 1944, pp. 1 09 sgg.
32 Teodoreto, Historia religiosa, II 14, edd. P. Canive t - A. Leroy-Molinghen, l,
Parigi 1 977, pp. 224-26.
33 Antioco Monaco, op. cit. , cap. 1 7 (co1. 1 480) .
34 Giovanni Mosco, Pratum spirituale, cap. 78, PG LXXXVII/3, 2933.
35 Giovanni Crisostomo, Contra eos qui subintroductas habent, par. 5 , PG XLVII
502.
36 Eusebio, Demonstratio evangelica, I 9, 1-4.
37 Giovanni Crisostomo, In epist. I ad Thess. hom. V, PG LXII 426; Id., De ina-
ni gloria ci t. , par. 8 1 .
38 Id., De virginitate, par. 5 , P G XLVIII 537.
39 Giovanni Damasceno, op. cit, pi, tit. 3 1 , II, pp. 670 sg.
40 Giovanni Crisostomo, In Matth. hom. XXXVII, PG LVII 426.
4 1 Id., In Kalendas, PG XLVIII 954, 960.
42 Gerolamo, Epist. LVIII, PL XXII 582.

43 Leonzio di Neapoli, Vita di san Simeone salos, ed. L. Rydén, Uppsala 1 963,
p. 1 67 [ cfr. trad. it. cit., n. l al cap. 2, p . 89) .
44 Giovanni Crisostomo, In Matth. hom. XXXVII, ci t. ( 428 ) .
PARTE TERZA

L'EREDITÀ
CAPITOLO TREDICESIMO

LA LETTERATURA

Come abbiamo indicato nel primo capitolo, l'impero


multinazionale della Nuova Roma non si espresse solo in
greco. Molti suoi abitanti parlavano e scrivevano altre lin­
gue. Se pertanto noi definissimo la letteratura bizantina co­
me letteratura di un dato Impero e di una data civiltà, do­
vremmo far rientrare sotto questa etichetta non solo il com­
ponente greco, che è il principale, ma anche un conside­
revole corpus di testi in latino, siriaco, copto, slavo eccle­
siastico e anche armeno e georgiano. Qui non faremo così,
ma è utile ricordare che !imitandoci al greco trascureremo
un intricato modello di influssi reciproci che si manifestò
non solo nella migrazione di testi ma anche in convenzioni
linguistiche e mentali.
La letteratura greca bizantina, in altri termini tutto ciò
che è stato scritto in greco tra il quarto e il quindicesimo se­
colo, ci colpisce anzitutto e semplicemente per la sua mole.
Sembra che nessuno abbia mai calcolato quali siano esatta­
mente le sue dimensioni. Proviamo a dire che ad una valu­
tazione assai approssimativa essa dovrebbe riempire dai
duemila ai tremila volumi di dimensioni normali. Un a sua
parte - ma si tratta ormai di una parte non molto grande né
molto interessante - rimane ancora inedita, il che significa
che è disponibile solo nei manoscritti; una sua notevole
porzione è andata perduta: parecchio del primo periodo bi­
zantino, meno del periodo medio, decisamente poco del­
l 'ultimo periodo.
Sarebbe interessante conoscere i contenuti della lettera­
tura bizantina in termini percentuali, ma anche questo cal­
colo non è ancora stato fatto. Che la sua massa straripante
sia di natura religiosa è immediatamente chiaro; la sola
agiografia prevede almeno 2500 voci1 . Dopo l'agiografia
possiamo collocare i sermoni, i libri liturgici (ivi inclusa la
poesia religiosa) , la teologia, i trattati devozionali, i com­
menti sulla Bibbia e sui Padri e molto altro ancora. Per con­
trasto, l'elemento profano è assai contenuto. Tutti gli stori­
ci potrebbero stare in un centinaio di volumi e lo stesso va­
le per gli epistolografi. I lessici e gli altri compendi, i com­
menti sugli autori antichi, i trattati scientifici e pseudo­
scientifici potrebbero complessivamente giungere ad altri
duecento volumi. Quanto alla poesia profana, starebbe pro­
babilmente in trenta volumi. La maggior parte delle di­
scussioni relative alla letteratura bizantina sono state basa­
te su campioni assai limitati del prodotto totale.
Non sarebbe corretto giudicare la letteratura bizantina
con il criterio del piacere estetico che essa concede al let­
tore moderno. Se essa non ci cattura o non ci commuove è
perché il nostro gusto letterario è diametralmente opposto
a quello dei bizantini colti. Noi apprezziamo l'originalità e
quelli apprezzavano il cliché; noi non sopportiamo la reto­
rica e quelli ne erano appassionati; ci piace la concisione,
laddove quelli avevano naturale inclinazione a quanto fos­
se elaborato e verboso. Per il momento sospendiamo il giu­
dizio e cerchiamo di giungere a una prima comprensione
della letteratura bizantina nel suo contesto storico. Per far­
lo ci sono molti fattori da tenere in considerazione.
Il primo fattore riguarda lo sviluppo della lingua greca.
Al normale filologo classico il greco appare congelato in
due stadi, l'epica (Omero, Esiodo) e l 'attico letterario del
quinto e del quarto secolo a.C. La sua evoluzione successi­
va, incluso ciò che è solitamente definito greco neotesta­
mentario, è considerata fase di decadenza. Ma come ogni
lingua viva il greco subì uno sviluppo continuo nella fono-
logia, nella morfologia, nella sintassi e nel vocabolario; il
passo decisivo fu in età ellenistica, quando divenne un mez­
zo di comunicazione internazionale. Non è questa la sede
per descrivere dettagliatamente tali cambiamenti, ma dob­
biamo notare un fattore che avrebbe avuto conseguenze
durature: la scomparsa della quantità delle vocali (lunghe
o brevi per natura o per posizione) , cui si sostituì l'accento
tonico. Il risultato fu che gli schemi prosodici sui quali si era
basata l'antica poesia greca erano divenuti inintelligibili.
Nel contempo, o poco dopo, molti altri cambiamenti era­
no avvenuti: i dittonghi non venivano più pronunciati; il
duale, il medio, l'ottativo, il dativo non erano più d'uso co­
mune, eccetera. Per quanto sappiamo, il normale greco
parlato d'età bizantina era molto più vicino al greco mo­
derno che al greco antico.
Nonostante la disapprovazione dei filologi classici, non
c'era niente di intrinsecamente negativo in questi cambia­
menti. Sebbene fosse priva di molte delle sfumature del
greco antico, la lingua parlata avrebbe potuto essere eleva­
ta a un livello letterario. Tanto più che molti ecclesiastici si
erano fatti attivi propugnatori dell'uso di un linguaggio
senza pretese, rifiutando <<il bello stile degli Elleni>> , che pa­
ragonavano al miele stillante dalle labbra della prostituta di
cui parlano i Proverbi. Asserivano che coltivare i metri epi­
ci e giambici era peggio che infantile - era un insulto a Cri­
sto e agli apostoli2. A tale ammonimento non si diede peso.
Bene o male, la tradizione scolastica prevalse. E si sviluppò
non tanto una diglossia (lingua duplice) quanto una serie di
livelli linguistici. L'attico era riservato alle belle lettere. Non
era più l 'attico del quinto secolo a.C. ma era l 'attico degli
atticisti del periodo imperiale romano, e tanto meglio
quanto più era ricercato. C'era poi la lingua della Bibbia e
la liturgia che corrispondeva alla koiné d'età ellenistica. In­
fine c'era la lingua comune che già si era assai discostata
dalla koiné. Tra questi tre livelli di base erano possibili infi­
nite gradazioni. L'autore raffinato poteva scivolare natural-
mente in usi non classici se non teneva costantemente alta
la guardia. L'autore middle-brow spesso tentava - non im­
porta con quanti insuccessi - di elevare il tono per rag­
giungere chi era migliore di lui. L'autore low-brow si prova­
va a emulare l'idioma della Chiesa. Il caos linguistico era
ancora peggiore di quel che possiamo immaginare, giacché
le edizioni che usiamo sono state sottoposte a un processo
di correzione. Solo quando ci volgiamo ai manoscritti di
opere che non erano considerate 'classiche' possiamo ca­
pire quanto spazio ci fosse per le variazioni.
Generalmente si ammetteva che uno stile classico non
portava di per sé alla chiarezza e doveva necessariamente
essere abbandonato nei trattati tecnici, sebbene si fosse so­
liti esigere scuse al riguardo. Così Costantino Porfirogenito
nell'introduzione al suo De administrando imperio trova ne­
cessario dire: «Non mi sono provato a fare esibizione di bel­
lo scrivere né di stile atticizzante, turgido di sublimità ed
elevatezza; piuttosto, ho badato a insegnarvi con un'esposi­
zione comune e colloquiale tutto ciò che io penso voi non
dovreste ignorare»3. Analogamente, nella prefazione al Li­
bro delle cerimonie: «Mirando a che il testo riuscisse chiaro e
intelligibile abbiamo usato uno stile popolare e semplice e
proprio quelle parole e quei termini che nell'uso comune
sono invalsi da tempo per ogni cosa»4• Non dobbiamo cer­
care migliore illustrazione dell'atteggiamento bizantino
nei confronti della lingua e dello stile. Dire pane al pane e
vino al vino poteva essere necessario talvolta, ma non era
elegante; ricorrere a termini classici arrecava piacere di
gran lunga maggiore. C'era un posto per la letteratura di
'esibizione' e un posto per scrivere normalmente. Il subli­
me e l' elevato stavano esclusivamente nel primo.
Dato che l'attico era una lingua morta, continuare a
usarlo aveva una dimensione sia sociale sia letteraria. Sul
versante letterario tutto quel che va detto è che pochissimi
autori bizantini riuscirono a trattarlo creativamente (Psello
è una considerevole eccezione) . Gli altri aspiranti all'attico
ebbero da affrontare una dura lotta con ottativi e piucche­
perfetti, senza mai essere veramente sicuri di come andas­
se formato l ' aumento, di che fare con la particella an, se
usare il doppio sigma o il doppio tau. Può forse sorprende­
re che nel complesso siano riusciti a cavarsela così bene ma
è inutile cercare meriti letterari nell'artificio delle loro
composizioni. Quel che forse è più significativo in prospet­
tiva storica è che la conoscenza dell'attico fosse il segno di­
stintivo di una élite - non necessariamente l 'élite dei ricchi
e dei potenti, né sempre quella della corte imperiale, ma
comunque di un'élite. Come abbiamo spiegato nel sesto ca­
pitolo, l ' accesso alla lingua antica dipendeva da un'educa­
zione retorica che dopo il disastro del settimo secolo restò
limitata a un piccolo gruppo di aspiranti funzionari civili ed
ecclesiastici. La letteratura da essi prodotta era la letteratu­
ra di una consorteria; nessun altro poteva capirla.
Non possono esserci dubbi sul fatto che il greco 'eccle­
siastico' fu il principale mezzo di comunicazione della let­
teratura bizantina non bellettristica; in un modo o nell'al­
tro, ne ricopre 1'80 per cento. Poiché era usato in chiesa,
doveva essere comprensibile a un considerevole segmento
della popolazione; tuttavia non venne mai modellato sì da
divenire un sensibile strumento espressivo. In esso c 'era
qualcosa di ineliminabilmente grossolano e prosaico. Gli
scrittori middle-brow che cercavano di ottenere effetti più ric­
chi tendevano ad accumulare aggettivo su aggettivo, ad al­
lineare 'stringhe' di espressioni pressoché sinonimiche o
anche a complicare la costruzione, con risultati comici co­
me questo: hosoi . . . ten apotagen tauten dia tes pros tous en te ka­
ta Christon helikia proekontas ebebaiosan hypotages (alla lettera,
«coloro che questa rinuncia tramite la verso quanti nella se­
condo Cristo statura [sono] eminenti hanno confermato
sottomissione>> ) ; con questa congerie di parole Gregorio
Palamas tentava di descrivere quei monaci che avevano
confermato la loro rinuncia al mondo con la sottomissione
ai loro padri spirituali5. L'alta incidenza delle costruzioni
paratattiche - che il greco sembrerebbe avere ereditato dal
mondo semitico - produceva una monotonia pervasiva, e
considerevole era l 'ambiguità causata dall'uso indiscrimi­
nato del pronome personale (o dall 'aggettivo) di terza per­
sona. Quando Teofane scrive dell'imperatore Niceforo che
<<avendo montato un cavallo quanto mai domestico e man­
sueto, per divina dispensazione lo gettò e ruppe il suo pie­
de destro»6, risulta piuttosto arduo capire chi ha fatto cosa
a chi. Ma che senso dobbiamo dare a questa frase della Vi­
ta di san Pacomio: <<prendendo da lui il pane, il custode a lui
lo diede sì da ristorarlo in base al suo comando che potes­
se essere guarito»?7
Quanto alla quotidiana lingua della gente, purtroppo
non era ritenuta degna di venire trascritta. Per il primo e
per il medio periodo bizantino la conosciamo solo da alcu­
ni frammenti di dialogo come quello tra i fans del circo e
l'araldo di Giustiniano8, da qualche verso di poesia popo­
lare e dalla documentazione fornitaci da papiri e iscrizioni.
Come presto vedremo, per entrare nella letteratura il de­
motico ebbe da aspettare sino al secolo dodicesimo.
Il secondo fattore da considerare è uno cui già abbiamo
alluso, vale a dire l 'esistenza di un pubblico letterario. Nel
primo periodo bizantino la classe curiale delle città di pro­
vincia costituiva un pubblico di questo genere, ancorché in­
dubbiamente in diminuzione, e Procopio poteva ancora
proclamare di essere letto in tutto l'Impero9. Ma con il de­
clino delle città svanì anche il pubblico dei lettori. Non è
certamente un caso che cessò la produzione di belle lette­
re. Grande è il nostro debito nei confronti della piccola cer­
chia di colti funzionari civili ed ecclesiastici che presiedet­
tero alla trasmissione dell' eredità antica nel nono e nel de­
cimo secolo, ma non possiamo descriverli come se si fosse
trattato di una tribuna sufficiente alla produzione di una
letteratura che mirasse a divertire e a piacere. Solo quando
le città rinacquero, intorno all'undicesimo secolo, vennero
nuovamente a ripresentarsi condizioni più favorevoli: ciò è
pienamente confermato dagli scritti che sono arrivati fino
a noi. Si prenda ad esempio il romanzo erotico, un genere
antico morto nel terzo secolo d.C. e poi improvvisamente
riapparso nel periodo comneno. Certo, i quattro esempi in
nostro possesso10 sono incredibilmente noiosi, ma ora non
ci interessano i loro tenui meriti letterari. La considerazio­
ne importante è che queste opere, che unicamente mira­
vano a divertire e a solleticare, ricominciarono a essere
composte, e da poeti eminenti. Che si rivolgessero a un
pubblico colto risulta owio sia dallo stile adottato sia dalla
grande abbondanza di reminiscenze colte che introduce­
vano, a volte per scherzo; e che ebbero successo è dimo­
strato dal numero dei manoscritti che conservano questi ro­
manzi. Forse erano destinati in primo luogo alla recitazio­
ne orale nei salotti letterari la cui esistenza a Costantinopoli
è attestata nei secoli undicesimo e dodicesimo. Come che
fosse, il mondo delle belle lettere era in espansione; non
più limitato a una piccola cerchia di professionisti, rag­
giungeva ora un segmento dell'aristocrazia. Alla stessa stre­
gua vanno considerati gli sforzi intrapresi da Michele Psel­
lo per mettere la cultura a disposizione di vari nobili per­
sonaggi, e riuscirei in una forma gustosa, spesso in versi.
Non dobbiamo certamente immaginarci che questo nuovo
pubblico fosse ampio, né che andasse molto al di là dei cen­
tri maggiori (Costantinopoli e Tessalonica) . Una volta crea­
to, comunque, non cessò di esistere sino alla fine dell'Im­
pero, e formò lo sfondo sul quale va interpretata la lettera­
tura bizantina tarda.
C'è un terzo fattore da tenere presente e riguarda la di­
sponibilità di libri. Già abbiamo alluso, nel capitolo sesto, al­
l ' alto costo e alla scarsità della pergamena, il materiale sul
quale vennero normalmente scritti i libri bizantini a partire
dal settimo secolo, con la fine dell'accessibilità della risorsa
costituita dal papiro egiziano. Ma anche prima che l ' Impero
perdesse l 'Egitto un libro non era affatto un articolo da po­
co. Un aneddoto narrato da Giovanni Mosco riguarda un po-
venss1mo monaco palestinese che ambiva possedere un
Nuovo Testamento. Un collega gli offrì una copia gratis, ma
il monaco non voleva accettare regali; così andò a lavorare a
Gerusalemme. La paga era di 9 folles al giorno; non spen­
dendo quasi nulla per il vitto, dopo qualche tempo il mona­
co poté mettere da parte 3 solidi, che era il prezzo del Nuovo
Testamento1 1 • Dato che un solidus equivaleva a 1 80 folles, il
nostro monaco avrebbe dovuto lavorare 60 giorni, a non
considerare le spese quotidiane. In termini moderni, il prez­
zo di un Nuovo Testamento sarebbe risultato superiore a due
milioni di lire italiane . Per la stessa somma, come abbiamo
visto, si poteva comprare un asino - probabilmente, il più im­
portante investimento per un povero.
Produrre un manoscritto più lungo - soprattutto, un ma­
noscritto che andasse copiato su commissione - era senz'al­
tro faccenda assai più costosa. Per citare un solo esempio,
il famoso codex Clarkianus di Platone, commissionato da
Areta di Cesarea, un manoscritto di puona qualità di 424 fo­
gli, costava 13 solidi per la trascrizione e 8 per la pergame­
na: l'equivalente di due anni di stipendio per un lavorato­
re manuale (in termini moderni, più di venti milioni di li­
re italiane) . Poco importa come traduciamo in equivalenti
moderni queste cifre: è owio che possedere libri era possi­
bile solo a gente ricca e a istituzioni ben sowenzionate. Un
agiato gentiluomo poteva avere diciamo una ventina di vo­
lumi; qualcosa in più se aveva la fortuna di ereditare una bi­
blioteca di famiglia che si arricchiva di generazione in ge­
nerazione. Il monastero fondato nell'undicesimo secolo da
Michele Attaliate, persona di mezzi e di cultura, ricevette
inizialmente ventotto libri che poi divennero settantanove
alla morte del fondatore12. Il famoso monastero di San Gio­
vanni a Patmos all'apice della sua prosperità ( nel 1 20 l ) pos­
sedeva 330 volumi, e questo era il risultato di più di un se­
colo di collezionismo librario da parte di un establishment
che all' epoca annoverava 1 50 monaci ed era stato benefi­
ciario di ripetute elargizioni imperiali13.
Il costo dei libri era direttamente connesso con l'uso cui
erano destinati. Un filologo di professione doveva spesso ri­
correre al prestito; le sue necessità comprendevano un cer­
to numero di libri di testo scolastici nonché di esempi di
prosa e poesia antica cui attingere per abbellire i suoi pro­
pri scritti. A un normale gentiluomo agiato gli autori paga­
ni servivano ben poco; preferiva un po' di letteratura patri­
stica o forse qualche libro tale da soddisfare le sue curiosità
in merito alla meravigliosa struttura del Creato (per esem­
pio il Fisiologo) , una o due cronache, e certamente un testo
di interpretazione dei sogni. Leggere era cosa complicata e
il suo scopo primario non era il divertimento ma l'edifica­
zione. Ecco i consigli che Cecaumeno, generale in pensio­
ne, dà a un giovane destinato alla carriera militare:

Quando sei libero e i tuoi doveri di comandante non ti occu­


pano, leggi i libri: storia e scritti ecclesiastici. Non dire <<A che gio­
vano i libri ecclesiastici per un soldato?>>, perché ne trarrai gran­
de profitto. Se saprai prestare loro sufficiente attenzione ne de­
riverai non solo dottrina e storie edificanti ma anche precetti
gnomici, morali, militari. Invero pressoché tutto l'Antico Testa­
mento si occupa di strategia. Anche dal Nuovo Testamento l'at­
tento lettore saprà trarre molti precetti per l'intelletto.

Ancora: <<Leggi molto e molto imparerai. Persevera an­


che se non capisci; quando avrai letto un libro più volte ri­
ceverai discernimento da Dio e lo capirai» . E di nuovo:

Una volta preso un libro, leggilo per conto tuo. Dopo che hai let­
to un poco, non cominciare a contare le pagine o a scegliere i bra­
ni che preferisci e leggere quelli soltanto. Perché sì, tu devi comin­
ciare dal principio, là dove comincia il testo, e leggere il libro senza
tralasciare una sola parola; così ne trarrai profitto grande. Perché è
tratto di persona superficiale non leggere un libro intero due o tre
volte ma estrapolarne frammenti a scopo di conversazione14.

Sarebbe probabilmente un errore ritenere che il conte­


nuto di una biblioteca privata (eccettuata quella di un filolo-
go di professione) differisse segnatamente da quello di una
biblioteca monastica. A conferma di ciò possiamo posare lo
sguardo sul testamento del gentiluomo cappadoce Eustazio
Boilas ( l 059) che già abbiamo avuto occasione di menziona­
re. Boilas costruì una chiesa privata nell'area di Edessa e le de­
dicò vari pezzi d'argenteria oltre che una raccolta di libri sor­
prendentemente ampia: in tutto ottanta volumil5• Possiamo
analizzarli come mostra la seguente tabella:

Testi biblici 10
Testi liturgici 33
Testi patristici 12
Padri del Deserto 3
Apocrifi ( Testamento dei dodici patriarchi) l
Testi agiografici 4
Miscellanee cristiane (Pandektés, Melissa) 2
Diritto canonico 3
Testi secolari (una raccolta di leggi; un libro di sogni;
un Esopo; un Giorgio di Pisidia; un romanzo
di Alessandro; un Achille Tazio; una grammatica;
un testo di Persica) 10
Altri testi 2

Si tratta di un elenco istruttivo, soprattutto perché rife­


rito a una provincia remota. Purtroppo non sappiamo co­
me Boilas poté acquistare questi libri. Di suo, Boilas non era
un uomo di cultura e possiamo pertanto sospettare che
questa fosse una biblioteca di famiglia, accumulata lungo
l ' arco di più generazioni e in massima parte destinata a sod­
disfare i bisogni di una chiesa privata. Forse in precedenza
vi fu un Boilas che si recò a scuola a Costantinopoli: di qui
la grammatica, Esopo, Achille Tazio. Merita particolarmen­
te osservare due caratteristiche. La prima: con la sola ecce­
zione di Giorgio di Pisidia (probabilmente il poema De opi­
ficio mundi) , non c ' è un solo autore bizantino h igh brow che
-
sia rappresentato qui. La seconda: praticamente non c'è
una sola opera recente, eccettuata la Melissa (una miscella­
nea di brani edificanti che si ritiene risalga al secolo undi­
cesimo) e la Vita di san Michele Maleinos (morto nel 961 ) .
Questa disattenzione nei confronti della letteratura con­
temporanea o quasi contemporanea è tipjca del mondo bi­
zantino.
Qual era dunque lo scopo del comporre opere lettera­
rie? Nessun autore bizantino ebbe certo la pretesa o l'am­
bizione di eguagliare i classici, e qui intendo non tanto i
classici dell'antichità pagana quanto i classici cristiani: san
Giovanni Crisostomo, i due Gregori, Basilio, Sinesio. Essi
stavano su un podio speciale e a giudicare dal numero dei
manoscritti conservati erano letti più degli altri autori. Il
compito degli epigoni era di esporre gli avvenimenti più re­
centi, sì da evitare che cadessero nell'oblio (preoccupazio­
ne, questa, sovente espressa) ; di riferire le vite dei santi con­
temporanei; di assimilare la dottrina e l 'insegnamento mo­
rale dei Padri; di produrre ogni sorta di manuali utili. Non
deve quindi sorprendere che i bizantini provassero poco in­
teresse per la loro letteratura e nessuno per le biografie dei
loro scrittori - ecco perché sappiamo tanto poco sul loro
conto. Si riteneva sufficiente dire nel titolo che tizio o caio
era stato diacono di Santa Sofia, o vescovo di Sinada, o pro­
tospatharios, in altri termini dargli un posto nella gerar­
chia16. Il ruolo della letteratura 'bella' si limitava all'esibi­
zione retorica, e il nostro capitolo sull'istruzione dovrebbe
averlo già suggerito. Sembra che gran parte di questa ela­
borata produzione fosse destinata alla recitazione orale;
non solo i discorsi e i sermoni ma anche le lettere, le Vite
dei santi scritte in stile 'alto ' , forse addirittura qualche ca­
pitolo di storiografia. Terminata la recitazione, l ' autore ve­
niva applaudito dai suoi amici e il testo era pronto a essere
dimenticato a meno che l'autore in persona o qualche
membro della sua cerchia si assumesse il compito di co­
piarlo quale esemplare degno di essere imitato. Ma anche
se veniva copiato, non aveva ampia circolazione. La mag­
gior parte di questi testi sono circolati in un unico mano­
scritto. Ciò rende conto della 'atemporalità' della lettera­
tura bizantina, nel senso che ogni generazione di scrittori
non costruiva sull'esperienza e sulle idee della generazione
precedente ma piuttosto si poneva costantemente in rap­
porto con i suoi lontani modelli. La prova, come ben sa
ogni studioso di filologia bizantina, è che ogni testo che
non sia saldamente attribuito a un autore identificabile o
che sia privo di chiari riferimenti storici risulta pressoché
impossibile da datare. Gli esempi sono numerosi e spesso
imbarazzanti; non parlo qui soltanto di pastiches come i dia­
loghi pseudolucianei o quelle orazioni contro Leptine che
per lungo tempo vennero considerate di Elio Aristide (se­
condo secolo d.C.) e che ora sappiamo essere opera di
Tommaso Magistro (quattordicesimo secolo) 1 7 . Lettere di
Isidoro di P elusio (quinto secolo) sono state attribuite da
uno studioso insigne a Fozio (nono secolo) , ed è tuttora
controverso se la versione greca del Barlaam e Ioasaf sia di
san Giovanni Damasceno (ottavo secolo) o se, come sem­
bra più probabile, risalga all'undicesimo secolo. Si è persi­
no asserito che un testo storico quale La presa di Tessalonica
di Giovanni Caminiate sia stato composto non già poco do­
po il 904 come tutti pensavano, ma all'inizio del secolo
quindicesimo18• Tali incertezze non sarebbero state possi­
bili se lo stile della letteratura bizantina avesse evidenziato
sviluppi apprezzabili.
Dopo queste osservazioni preliminari vogliamo conside­
rare tre generi letterari, ciascuno legato a un diverso livello
linguistico. Forse dobbiamo scusarci se la nostra rassegna
omette di trattare la poesia liturgica. Nessuno negherà che
gli inni di Romano il Melode anzitutto e quelli di Cosma di
Maiuma, di Giovanni Damasceno e di Andrea di Creta in
grado minore testimonino tutti di una felicità d' espressio­
ne e di una profondità di sentimenti che generalmente
mancano in tutte le altre opere della poesia bizantina. Tut-
tavia sarebbe fuorviante trattarli in termini puramente poe­
tici. Per comprendere l'innografia è necessaria una certa
conoscenza