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Troverai più nei boschi che nei libri


DI ALESSANDRO MAZZI • MAGGIO 31, 2021

Esiste la città ed esiste il bosco. Regno di fate, elfi, gnomi e folletti, tana di draghi, streghe,

maghi e popoli nascosti, bioma vivissimo sospeso tra spore e popolato da alberi, funghi,

coleotteri e muschi. Il bosco è stato immaginato come una realtà ignota legata agli altri mondi,

la sua immaginazione a noi più nota viene dalla selva oscura in cui Dante iniziò il suo viaggio

verso l’altro mondo, o dal bosco magico senza confini di Shakespeare, in cui i due amanti Ermia

e Lisandro fuggono per finire vittima del sovrano delle fate Oberon e di Puck. Nei boschi delle

fiabe dei fratelli Grimm, il bosco è un luogo tetro e pericoloso, di notte vi si annidano briganti,

incantatori e fiere che osservano ogni nostro movimento, alcune intenzionate a nuocerci, altri

invece ospitano animali saggi o guide benevole che ci insegnano a percorrerne le vie.

C’è una strana quiete che circonda il bosco. Qui il sole non colpisce severo coi miraggi del

deserto, la selva ci racchiude tra i suoi alberi rispetto alla vastità esposta della savana, mantiene

un clima temperato e raccolto a differenza della tundra, eppure nonostante la percezione

dell’ignoto, nel bosco fiorisce un volto placido che ancora non esplode nell’osannante reliquia

esotica della giungla. Il bosco non è né troppo né troppo poco, i suoi corsi d’acqua, per quanto

agitati, non perdono mai il raccoglimento dell’oasi. Immergersi nei boschi praticando lo

shinrin-yoku è l’apoteosi di questo sentire, a patto di abbandonare la visione egocentrica che

vorrebbe il bosco a nostro consumo. I tronchi e le calotte degli alberi si stagliano in

un’architettura arborea, fonte d’ispirazione per cattedrali e colonne. «Larghi come torri» sono i

giganteschi tronchi secolari del Bosco Frusciante ne La Storia Infinita, mentre in Etiopia sono

prominenti le chiese foreste, veri e propri giardini dell’Eden curati in mezzo al deserto, perché

dice un detto locale ortodosso, «una chiesa, per essere una chiesa, dovrebbe essere racchiusa in

una foresta».

Hansjörg Küster traccia l’intera storia del rapporto tra umani, boschi e foreste in Storia dei

boschi. Küster rompe il mito del bosco immutabile, ricordando che su scale temporali diverse i

boschi crescono e variano, grazie ai viventi che li abitano e all’attività culturale umana, al punto

che oggi sono pochi i boschi veramente pristini. In Europa Centrale molti boschi sono stati

piantati a ridosso delle città, rendendo di fatto la selva parte integrante dell’area civilizzata. Le

regolamentazioni delle aree boschive esistono fin dal mondo antico, accentuandosi nell’Alto

Medioevo passando per l’urbanizzazione dell’XI secolo e il monachesimo, che sfruttarono i

boschi per il legname, il carbone e le colture, operando selezioni arboree in base alla qualità del

legno ricercato e alla produzione di mangime. Si rovescia l’immagine del bosco selvaggio e

naturale con quello artificiale, perché nel tempo le selve piantate un tempo dall’uomo per le

risorse si sono inselvatichite.

Rifarsi al bosco porta Küster a sostenere che ogni società non può

evitare di agire ecologicamente.

Le mosse del nuovo governo gli danno ragione, dopo che Draghi ha istituito il Ministero per la

transizione ecologica per mettere l’Italia sugli stessi parametri ambientali europei. La pandemia

ha reso chiaro anche allo Stato che concentrarsi sull’ecologia è una questione endemica, perciò

il nuovo ministero unisce lo sviluppo ambientale con la politica energetica, la gestione delle

infrastrutture di reti e trasporti, il passaggio alle energie rinnovabili e la messa in pari con la

neutralità climatica richiesta dal Green Deal europeo per il 2050. Il ministero valorizza la figura

del Dottore Forestale, per promuovere una supervisione efficiente del territorio rurale. Per

quanto sia assodato che l’impronta umana sul clima debba essere ridotta e l’azione industriale

regolata e convertita a un’economia circolare, la transizione ecologica, invece di rendere lo Stato

un’entità ibrida tra umani e altri viventi, sfrutta il discorso ambientale per assolutizzare ancora

di più il controllo sulla geografia spontanea, mantenendo la frattura tra governo umano e

mondo vivente. Le espressioni usate nell’articolo evidenziano questo problema nella formazione

dei dottori e delle scienze ambientali, «L’uomo che conosce la natura interviene

consapevolmente su di essa e la protegge, pur sfruttandone razionalmente i beni che vi si

possono ricavare», e anche se l’auspicio è «ristabilire l’armonico equilibrio tra uomo e natura»,

di fatto ciò è impossibile in quest’ottica ecologica. Si resta bloccati in un paradigma

interventistico vecchio quanto la Bibbia ed erede di una religiosità coloniale del deserto che

concepisce l’idea di natura come un albero sparuto circondato dalla sabbia, da preservare a tutti

i costi. Nel terrore della desertificazione, l’uomo imprenditore del creato si comporta come

vittima e carnefice. Serve cambiare la nostra percezione del luogo naturale e l’idea stessa di

ecologia.

L’età industriale ha alienato gli uomini dai boschi, accentuando una

visione utilitaristica delle selve.

Heidegger ricordava nella Questione della tecnica che il bosco era diventato solo un deposito di

legname. Per questo ancora oggi la distruzione delle foreste e dei boschi continua

indiscriminata: persino quando li si vuole preservare, l’ecologia riduce il bosco a risorsa o luogo

da salvaguardare. Timothy Morton ha voluto cambiare la concezione geografica di un luogo

circoscritto, definito, controllabile, che ci faccia sentire a casa, proponendo al contrario una

dark ecology. «È l’“Occidente” a essere ossessionato dal luogo, a pensare che ci sia questa cosa

chiamata “luogo”, che è solido, reale e indipendente, e che è stato progressivamente minato

dalla modernità, dal capitalismo, dalla tecnologia o da quel che vi pare. La fissazione sul luogo

ostacola un’autentica visione ecologica».

Circoscrivere le riserve di boschi risolve il problema solo in parte, mentre l’ecologia ha bisogno

di ammettere anche una vastità impossibile da contenere, come il cielo notturno degli altopiani

tibetani. Nella nuova ecologia Morton incita a «Dislocare, dislocare, dislocare». La sua ecologia

oscura è progressista, «grande, non piccola; spaziosa, non situata; globale, non locale (se non

universale)». Il bosco riacquisisce la sua dimensione immaginaria, quasi aliena. Entrarvi è una

scoperta, uscirne è una rinascita, viverci è un’inabissamento costante con l’ignoto.

Heidegger in realtà intende lo stesso quando parla dei sentieri interrotti nel bosco, di un

segnavia. Esserci è come vagare in una foresta, dove ognuno percorre i vari sentieri che si

dipanano nel fitto degli alberi. Può capitare di imboccarne uno che si interrompe all’improvviso,

perché per il visitatore incauto un sentiero vale l’altro, ma la saggezza dei frequentatori abituali

della foresta, tagliaboschi e legnaioli, per Heidegger consiste proprio nel vagare senza aspettarsi

ogni volta di raggiungere una meta. Si può tracciare un sentiero, ma non è necessario. È

l’aspetto più taoista del suo insegnamento, che Morton condividerebbe.

Morton incenerisce il concetto di natura e ridona al bosco la sua sfera misterica. Morizot ne

Sulla pista animale si convince all’inizio che la parola “natura” va abbandonata per lo stesso

motivo. Quando la si usa commettiamo «una forma di violenza nei confronti di quei territori

viventi su cui si fonda la nostra sussistenza, di quelle migliaia di forme di vita che abitano la

terra con noi, e a cui vorremmo dare un ruolo diverso da quello di risorse, di esseri nocivi, o

indifferenti, o di graziosi esemplari da osservare con il binocolo». Dove andiamo allora quando

andiamo in quella che chiamavamo natura? La risposta è il bush, la macchia selvaggia, il

sottobosco dove brulicano vermi, api e formiche, «là dove non ci sono sentieri segnati. Là dove,

quando ce ne sono, non determinano i nostri spostamenti. Perché noi andiamo a seguire le

tracce». Così ci inforestiamo, smettiamo di essere umani che devono restaurare

escatologicamente un equilibrio perduto. La separazione tra dentro e fuori cade. Il vuoto taoista

diventa estasi arborea, la traccia di un lupo nel fango. La magia del bosco e delle tracce è che

apre alla poesia, stimola l’immaginazione spirituale.

Contro lo sfruttamento tecnico e la tirannia burocratica, il Trattato del ribelle di Ernst Jünger ci

porta nel bosco, luogo fisico e spirituale dove ci si libera dalla costrizione della società. La critica

mossa alle politiche dittatoriali è oggi più viva che mai, contro la presenza opprimente

dell’estrema destra e del conservatorismo patriarcale.

La selva è il terreno ignoto di una tribù poetica.

Il libro si apre con l’imperativo «Passare al bosco», uscire dai «confini della meditazione» per

ribellarsi «all’universo controllato e dominato dalla statistica». Il Ribelle si differenzia dal

Lavoratore, l’uomo schiavo della performance, perché sceglie il bosco, «spazio d’azione per

piccole élites consapevoli delle necessità del tempo, e non di queste soltanto», «luogo della

libertà». Lupi tra i monti, i Ribelli fanno branco.

Nel nostro stato attuale, per la nostra generazione azzoppata, le parole di Jünger suonano

profetiche: anche se l’uomo «tende a rimettersi agli apparati» pure quando «dovrebbe attingere

alle proprie intime risorse», è più saggio non confidare negli apparati sociali perché questi

«abbandonano l’essere umano a se stesso» e finiscono per «precludergli ogni via di scampo».

Come nella corsa alle campagne in seguito alla pandemia, «le catastrofi provano fino a quale

profondità uomini e popoli sono radicati nel terreno originario», e come oggi molti stanno

lasciando le città metropolitane per spostarsi nei borghi di periferia, l’uomo che preserva un

barlume di saggezza passa al bosco per ritrovare se stesso e prendere posizione.

Dalla poesia nasce la ribellione. Il bosco di Jünger è l’origine remota di ogni azione creativa e

spirituale. Il suo ecosistema apre le porte a una convivenza originaria tra gli elementi dell’arte e

dell’anima. L’anima del Ribelle è tuttuno con il bosco, «qui, purché in lui sopravviva qualche

purezza, tutto diventa semplice». La purezza dell’anima, cioè l’innocenza di purificarsi da ogni

individualità, trascende le distinzioni nella rotondità degli alberi e si inebria di ispirazioni. Si

accendono ardori nuovi appena mettiamo piede tra le foglie cadute, potremmo dire che invece

di una geografia stiamo camminando tra sinfonie, «immaginazione e lirica appartengono di

diritto al passaggio al bosco». Henry D. Thoreau gli darebbe ragione. Abbandonando la città per

andare a vivere in una capanna nei boschi vicino al lago di Walden, in Massachusetts, Thoreau

fu uno degli ultimi che potè godere di un mondo senza inquinamento luminoso diffuso su tutto

il pianeta, senza plastica negli oceani o nelle placente, rifiutandosi di alimentare un sistema

capitalista allora in crescita.

Per due anni condusse il suo “esperimento”, costruendosi una capanna in un territorio arboreo

di proprietà del filosofo Ralph Waldo Emerson (già allora esisteva la perversione della proprietà

sui boschi). Lì si dedicò all’osservazione degli animali, alla convivenza nel silenzio della

meditazione, soprattutto alla semplicità, la stessa degli eremiti o dei villaggi comuni. Scrive in

Walden che nelle notti invernali poteva ascoltare «la vera lingua vernacula dei boschi» quando

sentiva un gufo chiurlare, «hu hu hu, hura hu si sentiva echeggiare sonoramente, e le prime tre

sillabe accentate somigliavano un poco a co-me-va?, o a volte era solo hu hu». Gli abitanti del

bosco dibattono spesso fra loro o con il nuovo venuto, «ho spesso notato la curiosità degli

uccelli» per la sua presenza, o anche l’incantesimo del picchio dorato che con il suo verso genera

un bosco nuovo, «rianima ciò che era morto. Esso pare infondere vita all’erba avvizzita, alle

foglie secche, ai ramoscelli spogli, e d’ora in poi le giornate non saranno più come sono state».

Riecco la legge superiore, «questa è, assai spesso, l’iniziazione di un giovane alla foresta, nonché

la sua parte più originale. All’inizio ci va come cacciatore e pescatore, finché, alla fine, se ha in

sé i semi di una vita migliore, distingue i suoi veri obiettivi, magari nelle vesti di poeta o di

naturalista, e si lascia alle spalle il fucile e la canna da pesca». Armi che sono anche attitudini

per cambiare noi stessi. Leonardo Caffo riprende Thoreau per questo motivo. La crisi che

viviamo è un’azione da intraprendere nei nostri boschi interiori.

San Bernardo di Chiaravalle disse che «Quello che so della scienza divina

e della Sacra scrittura l’ho imparato nei boschi e campi».

Francesco Boer riprende il più noto degli insegnamenti del santo con il titolo Troverai più nei

boschi. Boer ha composto un manuale curandone il linguaggio immaginario con lo spirito dei

trattati miniati medievali, dove ogni vivente nel bosco si mostra nella sua costituzione in quanto

simbolo.

«L’uomo di animo sensibile entra nel bosco. Lo fa come se entrasse in un tempio a lui proibito.

Cerca un contatto con la natura, ma al tempo stesso porta dentro di sé un senso di colpa, il

misfatto di appartenere a quell’umanità che ha devastato e continua a rovinare la natura», ed è

per sanare l’autopercezione di questo distacco che si racconta il mondo vivente in quanto spazio

ulteriore rivelato dalla sua essenza simbolica, «il simbolo non è solo lì fuori, ma non è nemmeno

una nostra elaborazione mentale. La sua vera essenza è nel rapporto, nell’assonanza che fa

vibrare all’unisono il cuore e il mondo esterno». Ogni albero è un macrocosmo unico, un mondo

abitato da termiti, formiche, ragni e scolitidi che scavano passaggi nel tronco, assumendo le

sembianze di un pianeta brulicante di civiltà. Il frassino, la quercia, il tiglio e il pino, il castagno,

il ciliegio e l’abete hanno ognuno la propria personalità. Andare nei boschi è come viaggiare nel

firmamento siderale, dove ogni albero ci ricopre della sua atmosfera, proteggendoci coi suoi

rami dai temporali (l’uomo inventa l’ombrello per proteggersi dalla pioggia da quando non abita

più gli alberi), proprio come lunghe braccia.

Con frequentazione assidua Boer spinge a risvegliare la compassione silvana. Pure gli alberi

sanguinano, mostrando un’identità che spesso viene dimenticata. Ma proprio come la pelle,

anche i boschi si rigenerano col tempo ad ogni taglio, se gli si lascia il tempo di guarire. Se si

continua a depredarli ostentando i nostri capricci invece, si uccide non solo loro ma anche

l’anima di tutti i viventi. L’auspicio di Boer è ritrovare il legame tradizionale con gli abitanti

delle selve ricordando le loro origini antiche con le forze spirituali della natura e della divinità,

«il fiore della viola è nato dal sangue del dio frigio Attis. Quando troveremo una pigna nel

bosco, ricorderemo che Dioniso la portava sul tirso che usava come scettro».

Di questi miti e di correnti sacre parlano i coleotteri di Tommaso Lisa in Memorie dal

sottobosco. In piena meditazione zen, i segni sul carapace del Diaperis Maculatus, un coleottero

dei funghi, «non portavano alcun significato “altro”, aveva già iscritto in sé il senso, in modo

compiuto», ma sta al nostro occhio «leggere in lui il racconto del quale è naturalmente

portatore». Le memorie del sottobosco si rivelano nei vivai dell’entomologo e risvegliano i

meandri sopiti della selva psichica. Se ci aiuta un abitante dei boschi è più semplice

incamminarsi. I Necrofori che brulicano sotto la pelle di una carcassa di cinghiale e i Dermestidi

che zampettano nell’incavo vuoto degli occhi aprono al Nulla della mistica, «Tutta la vita

sopporta la morte, integra disfacimento e devastazione nell’eccesso di vita, che è poltiglia. Il

panorama della carcassa rossa e nera ricorda la necessità dell’essere. L’essere è ciò che sta per

essere, quel che quasi c’era». Eppure, resta una traccia, il colore dei gusci, il disegno totemico

sulle ali.

Storia dei boschi. Dalle origini a oggi di Hansjörg


Küster

Il bosco non è solo la quintessenza della natura, ma anche il

prodotto della cultura, degli uomini che lo hanno plasmato

curandolo e coltivandolo. Il mito del bosco naturale, selvaggio e

immutabile è, perlopiù, solo una favola: rappresenta sì un

porzione selvatica contrapposta al mondo civilizzato, ma ne è

anche parte integrante. Come il paesaggio, anche il bosco è una

costruzione umana, che subisce i cambiamenti naturali ma,

soprattutto nel continente europeo, deve all’influenza

dell’uomo, oltre alla sua esistenza, la sua evoluzione e la sua

cura.

VISUALIZZA LIBRO

Troverai più nei boschi. Manuale per decifrare i


segni e i misteri della natura di Francesco Boer

Accompagnato da numerose illustrazioni, realizzate da chi,

prima di noi, ha subito l’incanto della bellezza della Terra,

questo libro si ispira alla famosa massima di Bernardo di

Chiaravalle – «Troverai più nei boschi che nei libri. Gli alberi e

le rocce ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà» – e si

rivela un manuale di autoconsapevolezza e riscoperta della

natura e della sua simbologia. Fermiamoci dunque a

contemplare i riflessi del lago che si confondono con la realtà e

scaliamo la montagna, là dove la terra sfiora il cielo, per poi

scendere verso il mare: la spiaggia è un confine dell’anima e

ogni granello di sabbia ha una storia da raccontare.

VISUALIZZA LIBRO

Trattato del Ribelle di Ernst Jünger

Nei primi anni del dopoguerra, mentre si andava delineando

quella integrazione planetaria nel nome della tecnica che oggi è

sotto gli occhi di tutti, Ernst Jünger elaborò questo testo,

apparso nel 1951, oggi più affilato che mai. La figura del Ribelle

jüngeriano corrisponde a quella dell’«anarca», del singolo

braccato da un ordine che esige innanzitutto un controllo

capillare e al quale egli sfugge scegliendo di «passare al bosco»

– dissociandosi, una volta per sempre, dalla società.

VISUALIZZA LIBRO

Walden ovvero Vita nei boschi di Henry David


Thoreau

Come può un libro all'apparenza cosí remoto nel tempo e nello

sguardo sul mondo parlare come pochi altri al nostro presente?

Walden è il diario di due anni, due mesi e due giorni di vita

solitaria trascorsi da Thoreau nella campagna del

Massachusetts, in un capanno sulle rive del lago Walden. A

queste pagine militanti e risolute, oltre un secolo dopo, si

ispireranno i movimenti ecologisti e ambientalisti di mezzo

mondo. Ma Walden è, soprattutto, un inno all'isolamento, il

resoconto di un ritorno alla natura, per arrivare dritti al cuore

smarrito delle cose.

VISUALIZZA LIBRO

Alessandro Mazzi è filosofo e traduttore laureato all'Università di Urbino. Collabora con

diverse testate, tra cui L'Indiscreto e Quaderni d'Altri Tempi. Sue poesie sono apparse tra gli

altri su Anterem e Inverso.

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