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AGENDA 2030

LA VITA SOTT’ACQUA
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Cuntrò Tania Giovanna


V DL liceo E. Boggio Lera - Scienze- Educazione Civica
a.s. 2020/21

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L'Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile non è una vera e proprio agenda “fisica” ma
una lista creata il 25 settembre 2015 dai capi di Stato di 193 paesi durante un
incontro delle Nazioni Unite (Onu). L’agenda
2030 è composta da 169 obiettivi, di cui 17 di
sviluppo sostenibile. L'obiettivo generale da
raggiungere entro il 2030 è uno sviluppo
sostenibile in tutti i paesi del mondo, grazie alla
collaborazione di tutti i governi. L'Agenda 2030
ha il compito di migliorare l’aspetto economico,
sociale e ambientale, ovvero il benessere
economico delle persone, l'attenzione alla salute
delle persone e la cura del pianeta.
Questa è la prima collaborazione tra gli stati
componenti dell’ONU nel quale vengono fissati
degli obiettivi di una certa importanza che
interessano tutti. Infatti tengono conto delle
realtà specifiche di ogni paese e del loro livello di
sviluppo.
A 10 anni dalla scadenza, nonostante l’impegno
di molti Paesi nel sostenere una transizione
verso dei modelli più sostenibili, nella maggior parte dei casi i punti fissati sono lontani
dall’essere raggiunti.
Ogni paese del mondo è chiamato a dare il suo contributo per intraprendere questo
percorso verso la sostenibilità attraverso un'organizzazione o meglio una strategia
personale per lo sviluppo sostenibile, per questo ogni paese possiede un organo a cui
spetta il compito di monitorare l'andamento verso gli obiettivi prefissati.
In Italia nasce la Cabina di regia “Benessere Italia”, diretta da Filomena Maggino,
la quale ha il compito di sostenere e coordinare le politiche e le iniziative del governo
italiano per il Benessere Equo e Sostenibile (BES) e per la Strategia Nazionale per
lo Sviluppo Sostenibile (SNSvS), nell’ambito degli impegni sottoscritti dall’Italia
per l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite.
Ogni paese viene monitorato dalle Nazioni Unite tramite la High Level Political
Forum (HLPF) che si riunisce ogni anno sotto la supervisione del Comitato Economico
e Sociale (ECOSOC) dell’ONU, mentre ogni quattro anni si tiene l'Assemblea Generale.

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1-Agenda 2030
Uno degli eventi più recenti è stata l’approvazione del decreto del Green Deal per gli
stati membri Europei, avvenuto il 14 Gennaio 2020. Questo decreto consiste in un
piano d’azione volto a promuovere l'uso efficiente delle risorse passando a un'economia
pulita e circolare, ripristinare la
biodiversità e ridurre l'inquinamento,
andando a contrastare il problema
maggiore che è quello delle emissioni
di CO2. Il Green Deal mostra gli
investimenti e gli strumenti di
finanziamento che servono per garantire
una transizione equa e inclusiva. In
Italia, ad esempio, la quota assegnata
verrà utilizzata per affrontare il piano
di decarbonizzazione dell’ex ILVA di
Taranto.
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L’Obiettivo 14 dell’Agenda 2030 punta a proteggere e utilizzare in modo sostenibile
le risorse di oceani e mari. L’immensa distesa d’acqua degli oceani, in particolare,
costituisce il più grande ecosistema del
nostro pianeta. Un sistema che contribuisce
a regolare il clima, fornisce circa la metà
dell’ossigeno necessario alla vita e assorbe
più di un quarto del biossido di
carbonio. I mostri che continuano ad
attaccare il pacifico mondo del mare, sono
tre: la pesca, l’inquinamento e la plastica.
Gli oceani ricoprono il ruolo di “spugne”:
assorbono il 30% dell’anidride carbonica
prodotta dall’uomo, rimuovendola così
dall’atmosfera. L’aumento dell’acidità degli
oceani è provocato dall’incremento di
quest’ultima nell’atmosfera e dal
conseguente aumento delle temperature.
Tornando al fenomeno dell’aumento della
temperatura, hanno scoperto che il riscaldamento dell’atmosfera, provocato
dall’inquinamento, è stato assorbito soprattutto dagli oceani. Questo ha provocato un
forte aumento della temperatura delle acque marine con gravi conseguenze per gli
ecosistemi e la fauna
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acquatica: ad esempio, nel nostro emisfero alcune specie si sono estinte e altre hanno
dovuto migrare verso nord, verso acque più fresche. Ma non si limita a questo, sembra
strano ma con l'aumento della temperatura delle acque marine, aumenta anche la
possibilità di formare uragani: esso si alimenta con il calore che incontra sulla
superficie del mare, raccogliendo umidità e rinforzando così i propri effetti distruttivi.
Tutto ciò ha delle gravi conseguenze sull’ecosistema marino: riduce la capacità

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dell’oceano di assorbire CO2 e mette in pericolo la vita marina. Le sostanze assorbite
però alterano la loro composizione chimica, rendendoli più acidi. L’acidificazione
degli oceani è un fenomeno del quale l’uomo non si accorge tanto, ma che gli animali
marini percepiscono, infatti una delle tante conseguenze è la morte dei coralli, già
parecchio in difficoltà per l’aumento delle temperature oceaniche, e rende più difficile la
formazione dei gusci di molluschi e crostacei, che senza queste protezioni faticano a
sopravvivere.
Delle ricerche hanno portato alla luce che l’aragonite, il minerale utilizzato nella
costruzione delle conchiglie degli organismi

marini, stenta a formarsi e si dissolve,


impedendo ai piccoli organismi di
sopravvivere e causando danni a tutto il processo alimentare negli oceani. Tra i soggetti
a rischio anche le comunità di plancton, alcune delle quali sono in grado di esercitare la
fotosintesi (fitoplancton), producendo il 50% dell’ossigeno che respiriamo.
L’acidificazione degli oceani non solo minaccia gli organismi viventi e destabilizza il
clima, ma mette in pericolo anche la sicurezza alimentare, danneggiando la pesca e
l’acquacoltura. Incide anche sulla protezione delle coste indebolendo i coralli delle
scogliere, che proteggono la costa, e danneggia il turismo.

3-Agenda 2030
4-Agenda 2030
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Un altro aspetto preoccupante per la vita degli oceani è la drastica riduzione della
fauna ittica causata dal fenomeno dell’overfishing ovvero della pesca eccessiva o
condotta con tecniche distruttive che impedisce il rinnovamento delle popolazioni
marine poiché si pesca in acque poco profonde e si rischia di esaurire la fauna marina,
soprattutto perché si pescano anche i pesci piccoli e non si lascia il tempo necessario per
la riproduzione. Altro fenomeno
è l'overhunting nel caso di
mammiferi marini come balene,
delfini e foche.
In Italia i piani di intervento
significativi non sono ancora
stati intrapresi, anche se
esistono delle proposte di
intervento. Secondo alcuni è
utile non tanto limitare le quote
del pescato, per il fatto che è
difficile controllare le catture e

far rispettare le quote imposte. Meglio allora


limitare i periodi di pesca durante l'anno e, al limite, diminuire il numero delle
imbarcazioni e proibire completamente la pesca in alcune aree costiere per
salvaguardare gli esemplari giovanili e consentir loro di arrivare alla maturità.
La cattura eccessiva di esemplari giovanili è indicata come growth overfishing, che si
contrappone al termine recruit overfishing, l'eccessiva cattura di esemplari adulti nel
pieno delle loro capacità riproduttive. Le specie in pericolo in Italia e nel Mediterraneo
in generale, sono diverse. Una di queste è il tonno rosso che un tempo era numeroso in
Adriatico durante le migrazioni stagionali.

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Un problema ancora maggiore è dato dai miliardi di oggetti di plastica dispersi nel mare.
Secondo alcuni dati del WWF emerge che:
● il 75% di tutta la plastica prodotta è diventata un rifiuto;
● l’80% della plastica negli oceani proviene da fonti terrestri;
● il 70% della plastica in mare è composta da prodotti monouso, che tutti noi
utilizziamo comunemente ogni giorno;
● 103 tonnellate di plastica rischiano di finire negli oceani entro il 2030.
Ma come ci arriva tutta questa plastica in mare?
Molto spesso capita quando sulle spiagge si lasciano rifiuti che successivamente
vengono poi portati via dalle onde del mare, ma in parte deriva anche dalla spazzatura
che viene scaricata nei fiumi e nel mare.
La plastica è molto pericolosa per le varie specie marine che vedendoli come soggetti di
cui cibarsi rimangono intrappolati. Molto spesso capita che le tartarughe rimangano
intrappolate in sacchetti poiché, una volta in acqua, somigliano alle meduse, oppure
ingoiano pezzi di plastica scambiandoli per pesci di piccola taglia. Ma non finisce qui,
poiché la plastica, con il
tempo, deteriorandosi, si
rompe in pezzi sempre
più piccoli, a volte
minuscoli, che vanno a
formare le
microplastiche, ovvero
frammenti di plastica più
piccoli di 2 millimetri
che vengono ingeriti
dalle diverse specie
marine (poiché si
confondono con il
plancton, la base di tutta la catena alimentare negli ecosistemi marini), entrando
direttamente nella catena alimentare fino a noi.
Il problema dell’inquinamento dei mari a causa dei rifiuti plastici non è di facile
soluzione, ma è possibile evitare di peggiorare la situazione, consentendo un lento ma
necessario processo di pulizia e di bonifica dei fondali.
Quello che bisogna fare, quindi, è ridurre la produzione e la vendita di prodotti plastici,
sensibilizzare l’opinione pubblica e obbligare le industrie produttrici a prendere parte
attivamente al processo di cambiamento.
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Le tonnellate di rifiuti marini, con la forza delle correnti, si accumulano in zone
specifiche. Immensi accumuli di plastica sono poi concentrati nelle diverse “isole” di
spazzatura presenti in tutti gli oceani, dette isole di plastica. Non si tratta altro che di
vere e proprie concentrazioni di rifiuti e detriti che rimangono intrappolati in vortici
acquatici che non si limitano alla superficie ma si estendono in profondità dove il loro
deterioramento è ancora più difficile. La più grande isola di spazzatura, estesa per

6-Agenda 2030
chilometri e chilometri quadrati, la
più grande al mondo, si trova nel bel
mezzo dell’Oceano Pacifico,
precisamente tra la California e le
Hawaii. Questa massa di plastica ha
raggiunto le dimensioni di due volte
l'Italia, si è creata perché in
corrispondenza del vortice oceanico
subtropicale del Pacifico del nord,
dove le correnti convergono l’una
verso l’altra trascinando con sé i
detriti che si ammassano gli uni sugli altri continuando a vorticare e ad aumentare di
anno in anno. Tutto questo è stato scoperto per la prima volta nel 1988 dai ricercatori
della National Oceanic and
Atmospheric Administration
(NOAA) degli Stati Uniti. Una decina
di anni dopo Charles Moore si
ritrovò nel bel mezzo di questo mare
di plastica con la sua barca a vela, e
portò la sua testimonianza sotto gli
occhi di tutto il mondo. Le persone
iniziarono così a rendersi conto di
dove la loro immondizia poteva andare a finire.Studi recenti hanno verificato che quasi
la metà (46% circa) degli scarti che compongono il Garbage Patch sono reti e
attrezzature da pesca, mentre per il resto è formato da metalli leggeri, plastica
proveniente dalle nostre case e microplastiche.

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La tecnologia può venirci in aiuto nella missione di proteggere i mari.
Negli ultimi anni sono state proposte alcune soluzioni creative e ingegnose, come
sparpagliare nei porti e vicino alle coste cestini della spazzatura galleggianti che riescano
a inghiottire i rifiuti di plastica, o deviare i rifiuti di plastica che scorrono nel corso dei
fiumi prima che arrivino in mare, attraverso barriere galleggianti o bolle d’aria che non
ostacolino lo scorrimento dell’acqua e il passaggio dei pesci. Ma potremmo sfruttare
anche “l’appetito” di plotoni di batteri ghiotti di plastica, che aiutino a degradare
rapidamente sacchetti e bottiglie. Non dobbiamo però aspettarci che la tecnologia, da
sola, ci salvi: per risolvere il problema dell’inquinamento dei mari dobbiamo

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modificare prima di tutto i nostri modelli di consumo.

L’Agenda 2030 ha perciò stabilito diversi traguardi da raggiungere:


● ridurre l’inquinamento marino, anche proveniente dalla terraferma;
● regolare la pesca, dicendo STOP a quella eccessiva e anche a quella illegale, in
modo da ricostituire le riserve di pesce;
● aiutare invece i piccoli pescatori locali;
● aumentare la ricerca scientifica sui problemi del mare;
● creare aree marine protette su almeno il 10% delle zone costiere.

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