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Paola Busonero

Maria Antonietta Casagrande Mazzoli Luciana Devoti

Ezio Ornato
Materiali per la storia del libro nel tardo medioevo
EZIO ORNATO

Introduzione 9

PAOLA BUSONERO

La fascicolazione del manoscritto nel basso medioevo 31

1. Introduzione 33

1.1. Definizione del corpus. Scelta delle variabili. Ideazione di


una scheda 39

1.2. Variabili 42

1.3. Analisi dei dati 44

2. L'evoluzione della fascicolazione 47

2.1. Il corpus 47

2.2. Quadro diacronico generale 48

2.3. Quadro specifico per paesi 50

2.3.1. Inghilterra (p. 50).

2.3.2. Francia . 51) (p.

2.3.3. Italia (p. 53).

2.3.4. Germania (p. 54).

2.3.5. Paesi Bassi (p. 55)


2.4. Conclusioni 55

3. Fascicolazione e altri parametri 61

3.1. Fascicolazione e supporto 61

3.2. Fascicolazione e formato 68

3.3. Fascicolazione e tipologia testuale 71

3.3.1. Inghilterra (p. 71).

3.3.2. Francia (p. 73).

3.3.3. Italia (p. 74).

3.3.4. Bibbie (p. 75)

3.4. Fascicolazione e impaginazione 77

3.4.1. Inghilterra (p. 78).

3.4.2. Francia (p. 80).

3.4.3. Italia 80) (p.

3.5. Fascicolazione e taglia 81

3.6. Conclusioni 82

Tabelle 88

Grafici 109

Appendice 1. Cataloghi utilizzati 120

Appendice 2. Protocollo di rilevamento 123


Appendice 3. Specimen di una scheda di rilevamento compilata
127

Note 129

LUCIANA DEVOTI

Un rompicapo medievale: l'architettura della pagina nei manoscritti e


negli incunaboli del codex di Giustiniano 141

1. Testo ed apparato 145

2. Il libro giuridico 149

3. Il corpus dei manoscritti e degli incunaboli 152

4. La mise en page 154

5. Gerarchia dimensionale e correlazione 158

6. La variabilità 162

7. Pagine affrontate e sovrapposte 167

8. I settori esterni ed interni e l'adeguamento testo/ glossa in


pagine affrontate e sovrapposte 170

9. L'adeguamento testo/glossa all'interno della pagina 178

Grafici 187

Note 199

MARIA ANTONIETTA CASAGRANDE MAZZOLI EZIO


ORNATO

Elementi per la tipologia del manoscritto quattrocentesco dell'


Italia centro-settentrionale 207
1. Impostazione generale della ricerca 209

1.1. Ambito della ricerca e corpora utilizzati 209

1.2. Scheda descrittiva 213

1.3. Composizione del corpus 215

2. Il codice «monastico» e il codice umanistico 215

3. I codici «monastici» tra il XIV e il XV secolo 240

3.1. La pergamena 241

3.2. La fascicolazione 244

3.3. Schemi e tecniche di rigatura 244

3.4. Segnature erichiami 245

3.5. Sfruttamento dello spazio 246

4. I codici umanistici 251

4.1. Livelli di esecuzione 252

4.2. Aspetti perigrafici 265

Appendice 1. Protocollo di osservazione 271

Appendice 2. Lista dei codici analizzati 273

Note 279

Riferimenti bibliografici 289


I tre lavori riuniti in questa Fabbrica del codice non sono il frutto
di un'iniziativa preorganizzata, ed il loro raggruppamento in un unico
volume non obbedisce di fatto ad alcuna necessità particolare.
Questa affermazione crudamente perentoria potrebbe stupire per la
sua franchezza un po' controcorrente: è ormai pratica diffusa,
purtroppo (fortunatamente meno in Italia che altrove), simulare
un'unità che non esiste, occultando ad esempio gli Atti di un
Colloquio - ove confluiscono necessariamente, e senza che vi sia
nulla da vergognarsi, relazioni assai ineguali per lunghezza,
contenuto e interesse - dietro una raccolta di saggi dal titolo tanto
allettante quanto generico. Ma più ancora, essa potrebbe apparire
inesatta a chi rimanesse colpito dall'omogeneità formale che
caratterizza i contributi, tutti e tre riccamente corredati (ma c'è chi
direbbe "irrimediabilmente sfigurati") da grafici e tabelle.

Tuttavia, la concinnitas metodologica non può essere


trionfalmente presentata come un criterio unificatore: nell'ambito
delle scienze esatte, la totalità delle ricerche - che si avventurano in
terreni vastissimi e disparati - si avvale del metodo sperimentale,
largamente tributario della matematica e della statistica, e nessuno
si sogna di trasformare questa necessità in un filo conduttore.
L'accorpamento in un unico volume di tre saggi accomunati
dall'etichetta programmatica "codicologia quantitativa" ha potuto
trovare valide motivazioni nel passato a causa della novità
dell'iniziativa nelle discipline che trattano del libro medievale, e trarre
vantaggio proprio dalla diversità delle tematiche in essi affrontate;
ma ciò che conta realmente - e che contava già allora - è il titolo dei
tre saggi quantitativi": Pour une histoire du livre manuscrit au Moyen
Age.
Malgrado la loro veste comune, i tre articoli che compongono La
fabbrica del codice non si prefiggono, dunque, di illustrare la
pertinenza di una metodologia, e ancor meno la sua superiorità
rispetto ad altre, ma si inscrivono risolutamente in una prospettiva di
"promozione" del libro tardomedievale come centro di interesse e
fulcro di un'attività storiografica di tipo sistematico. Se la matrice
metodologica è effettivamente di tipo quantitativo, non è per partito
preso, ma per semplice necessità, in quanto la natura stessa delle
indagini intraprese richiedeva l'analisi di popolazioni intere di
"individui" ed il ricorso alle procedure statistiche.

È vero, infatti, che dal punto di vista delle potenzialità di


osservazione, il basso medioevo può essere considerato come
un'epoca relativamente fortunata, anzi, sfacciatamente fortunata
rispetto ad altre: gli "individui" esistono ancor oggi in gran copia,
anche se la decimazione è stata imponente e se la selettività del
processo di perdita è fonte continua di spinosi problemi e di
trabocchetti interpretativi. La possibilità, e in certi casi la necessità, di
trarre profitto dalla quantità è fondata proprio su questa solida e
obiettiva "virtù" delle cose, la quale, sorda agli interessi e alla
sagacia degli studiosi, fa purtroppo difetto per le epoche più antiche.

Non è certo colpa di storici ed eruditi se la scarsezza dei cimeli


tende a ridurre la storia dei primi secoli del libro e della scrittura
occidentale ad un serie di ipotesi contraddittorie e incessantemente
contraddette, ove la base stessa del ragionamento induttivo - la
datazione e la localizzazione dei volumi, per non parlare dei
frammenti - poggia raramente su valutazioni unanimi o, se non altro,
sufficientemente consensuali. Né va considerato come un demerito
se la storia dei primi secoli del libro e della scrittura occidentale è
spesso confinata alla sua dimensione diacronica, alla ricostituzione
di un percorso lineare fatto di influssi e di derivazioni, così come la
storia dei primi millenni dell'Umanità si riduce, per forza di cose, al
confronto quasi sempre enigmatico di qualche osso nel tentativo di
formare una catena, e alla ricerca affannosa di nuove ossa che, al
momento stesso in cui la arricchiscono di nuovi anelli, suscitano
inevitabilmente nuovi garbugli.

Non si può neppure rimproverare alla storiografia del libro e della


scrittura ciò che costituisce in fondo il lotto comune a tutta l'attività di
ricerca, e non solo nelle scienze umane: la preferenza che viene
spesso manifestata per i problemi più ardui e meno suscettibili di
osservazioni sperimentali - e le epoche lontane ce ne offrono legioni
- come se la rarità degli indizi ne acuisse di per sé l'interesse,
l'indecifrabilità del messaggio ne rendesse il sorriso più affascinante;
e come se, soprattutto, lo scioglimento di un mistero che ha sfidato i
decenni, se non i secoli, elevasse il merito del ricercatore e ne
assicurasse la "gloria". Il ritrovamento dell'anello mancante dopo
anni di sforzi metodici, la scoperta genialmente casuale della legge
nascosta o dell'elemento decisivo che stava sotto gli occhi di tutti
sono mito tenace che accomuna ricercatori e profani, alimentandone
più spesso di quanto si creda l'immaginazione creatrice e dando vita
a paradigmatiche leggende.

La penosa quotidianità del riflettere, del compulsare e dello


scavare viene naturalmente esaltata, ma soprattutto in negativo,
quando finisce con l'essere inopinatamente sopraffatta da una verità
accecante e, soprattutto, elegante: l'ingenua agiografia della vasca
da bagno di Archimede, della mela di Newton, dei margini del libro di
Fermat, delle mura di Troia e, in ambito paleografico, del telefono di
Jean Mallon, suscita l'ammirazione degli "ignari" cui si contrappone -
ma solo in apparenza - la bonaria ironia degli iniziati. Tutti sanno
quanto lungo e tortuoso sia in realtà il cammino della ricerca, quanta
complessità si celi dietro l'eleganza lapidaria della "verità", quanta
approssimazione sia stata sacrificata per tenere in piedi un modello
interpretativo della storia, così come il povero sa quanto sia aspra,
scoscesa e dirupata la via che conduce alla ricchezza; ma anche gli
studiosi sognano sempre, in fondo, di vincere alla lotteria. Esempi
eloquenti non sono rari persino nelle scienze sperimentali: i virgulti
apparentemente vigorosi e promettenti della fusione fredda e della
sopraconduzione sono ben presto ingialliti come le foglie d'autunno
... e i fogli dei giornali.

Se la difficoltà dei problemi ha da sempre, e giustamente,


stimolato l'attenzione di chi cerca, più specifica alle discipline che
studiano il patrimonio culturale del passato è l'attrazione per il
trinomio rara, novissima, curiosa, immancabilmente accompagnata
da una ripugnanza istintiva per il trinomio crebra, notissima,
taediosa. Come se la storia fosse fatta soltanto di innovazioni o di
anomalie; come se solo risultati sorprendenti e inaspettati
meritassero lunghe e faticose ricerche, e la "riscoperta dell'acqua
calda" fosse la più grande fonte di ridicolo obbrobrio per uno
studioso.

Abbandonando il terreno dell'epistemologia spicciola, dozzi nale


e supponente, è doveroso riconoscere che, al momento di affrontare
l'anonimato della folla, l'uniformità annoia ed il numero,
paradossalmente, fa paura; ed è anche per questo che, tralasciando
le masse brulicanti nelle piazze, lo sguardo del paleografo e del
codicologo preferisce spontaneamente arrestarsi sui rari e scintillanti
monumenti che emergono al disopra delle teste. Eppure, interrogare
"a tappeto" la folla dei libri è innegabilmente l'unico mezzo di cui si
dispone per ricostituire e smontare nei suoi meccanismi più profondi
la dialettica oscura della pratica quotidiana della trasmissione dei
testi: quella del diligente professionista del manoscritto che non ha i
mezzi né materiali né intellettuali per creare e si accontenta di
riprodurre abilmente i modelli esistenti; quella del dilettante che ha
imparato qualche regola del mestiere e si limita ad applicarla, magari
a torto o a traverso; quella, insomma, di chi, privo al tempo stesso di
genio, di mecenati e di passione, passa le giornate ad arrabattarsi
tra una miriade di difficoltà per arricchire la propria biblioteca con libri
fatti in casa; o, all'estremo opposto, di chi, legato da un contratto, si
applica a trascrivere, aderendo pedissequamente e faticosamente
alla tradizione, poderose summae riccamente allestite e destinate a
trascendere le generazioni, assicurando in tal modo la propria
sopravvivenza e quella dei suoi cari.
Di tutto questo nascere, scorrere, convivere e deperire continuo
di iniziative e di prassi diverse - ripetitive o innovanti - ci rimangono
innumerevoli testimonianze. Ciò non basta, tuttavia, per "far di virtù
necessità": se lo studio paleografico e codicologico degli ultimi tre
secoli del medioevo merita di essere ampiamente rivalutato, lo
stimolo ad approfondire le nostre conoscenze non viene tanto
dall'abbondanza del materiale conservato (anche se essa consente
di far poggiare le costruzioni ipotetiche su un terreno più solido),
quanto dal fatto che, all'apogeo della produzione manoscritta e alla
prima aurora della rivoluzione tipografica, l'attività culturale diventa
sempre più complessa e la produzione libraria sempre più ricca,
multiforme e affascinante.

Dal XIII al XV secolo, infatti, in seguito allo spostamento nelle


città dei centri di produzione e di trasmissione del sapere e alla
differenziazione progressiva del tessuto culturale, il sistema di
produzione del libro subisce profondi cambiamenti in un contesto
ove, salvo eccezioni locali e temporanee, la quantità di libri
disponibili (che non va confusa con la quantità di libri prodotti) cresce
continuamente. Nasce, innanzitutto - o meglio, rinasce, dopo molti
secoli - la proprietà individuale del manoscritto. Proprietà individuale
significa innanzitutto libertà di suscitare ma anche, al tempo stesso,
necessità di finanziare l'allestimento dei codici che verranno
individualmente utilizzati. La committenza privata provoca
spontaneamente lo sviluppo di mestieri legati alla fabbricazione di
libri, i cui rappresentanti (pergamena!, copisti, miniatori, legatori)
tengono bottega o affittano, per vivere, la loro forza lavoro ... e
pretendono di essere remunerati. Poiché i costi di fabbricazione
gravano ormai sui singoli individui, i fattori economici condizionano in
maniera sempre più pesante le scelte dei committenti e degli
artigiani nel momento dell'allestimento.

Col deperimento del ciclo di produzione autarchica in circuito


chiuso, il libro, dal momento che è stato pagato in moneta sonante,
acquisisce, accanto al valore d'uso, anche un valore di scambio. La
proprietà individuale del libro implica, fra l'altro, la libertà di alienarlo.
Nasce così un fiorente mercato del manoscritto; non un mercato nel
senso editoriale del termine - popolazione di lettori potenziali,
anonimi e dal comportamento imprevedibile, alla massa dei quali si
vorrebbe smerciare una gran quantità di esemplari di uno stesso
testo fabbricati a bella posta - ma un mercato che coinvolge
individualmente, nei luoghi più importanti di trasmissione della
cultura, molti possessori di poche copie di opere differenti, già
allestite e utilizzate in precedenza; mercato che non può comunque
fare a meno di intermediari - i librai - che si incaricano, almeno in
parte, di centralizzare la domanda e l'offerta e di regolarizzarne gli
eventuali squilibri.

Nel corso del processo spontaneo di evoluzione del sistema, il


libraio viene ben presto investito di una nuova prerogativa: a coloro
che vendono i libri vengono logicamente affidati gli exemplaria,
autenticati dall'autorità universitaria, da affittare di volta in volta ai
numerosi committenti di manoscritti dei testi più richiesti. In tal modo
il libraio, luogo geometrico di regolarizzazione del mercato, viene a
svolgere anche il ruolo di "stazionario", luogo geometrico di
regolazione di un inedito sistema di copia - detto comunemente della
pecia - perfettamente adeguato, nella teoria, ai ritmi elevati di
allestimento dei libri che caratterizzano le città ove risiedono
centinaia di maestri e di studenti.

Libertà di alienare il libro, non significa soltanto venderlo, darlo in


pegno o scambiarlo, ma anche trasmetterlo ai propri discendenti,
sotto la spinta di un'illusione di perennità che a ben guardare, fino
all'avvento del libro a stampa, non fu poi così lontana dalla realtà.
Lodevole e disinteressato intento è quello che consiste nel
risparmiare ai propri nipoti e pronipoti investimenti estremamente
onerosi, e non di rado addirittura insostenibili, al fine di favorirne
l'ascesa nella scala sociale. Lodevole e disinteressato intento,
anche, è quello che consiste nell'alimentare l'istituzione da cui si è
stati - e non solo intellettualmente - nutriti, grazie alla trasmissione
postmortem del proprio patrimonio librario. In Francia e in Inghilterra,
la fondazione di qualche decina di collegi, tra cui la celeberrima
Sorbona, consente ad un certo numero di borsisti, non sempre
"raccomandati di ferro", di intraprendere gli studi superiori e
conseguire i più alti gradi universitari. Parallelamente, il continuo
accrescimento delle biblioteche collegiali, razionalizzando l'accesso
alla lettura, contribuisce ad alleggerire l'impegno finanziario di
ciascuno.

Le biblioteche delle istituzioni universitarie hanno dunque un


impatto positivo sugli aspetti economici dell'acquisizione del sapere,
il cui costo viene ad essere in buona parte socializzato. Ma l'impatto
non è altrettanto positivo, ovviamente, sulla produzione di libri: le
opere meno recenti, già largamente diffuse in precedenza, formano,
sul mercato e nelle biblioteche, un volano di inerzia che paralizza,
per poco che la popolazione studentesca cessi di aumentare,
l'allestimento di nuove copie. Ma non vanno trascurati gli addentellati
culturali del fenomeno: mentre l'accrescimento delle biblioteche
monastiche e delle biblioteche private obbedisce ai bisogni
immediati dei fruitori contemporanei, l'accumulazione dei libri nelle
istituzioni universitarie e conventuali corrisponde a bisogni che
furono di fatto, molto tempo prima, quelli dei morti.

Il sistema non può quindi funzionare che in situazioni ove la


dinamica di rinnovamento del tessuto culturale è ridotta al minimo.
La Francia della seconda metà del XIV secolo, decimata dalla Peste
nera e dalla guerra dei Cent'anni, offre, in effetti, un buon esempio di
stasi, se non di regresso. Ma ci si domanderà, allora, se il
funzionamento stesso del sistema non abbia in sé qualcosa di
perverso, in quanto contribuisce a rafforzare la circolarità, o peggio
ancora la spirale negativa, di una cultura sempre più ripiegata su se
stessa. L'assimilazione ripetuta dei medesimi testi trova il suo
perfetto corrispettivo nel riciclaggio ininterrotto dei medesimi libri: il
costo di funzionamento del sistema è così ridotto al minimo, ma il
funzionamento stesso, ormai svuotato di qualsiasi pulsione
innovativa, si raggrinzisce definitivamente - e paradossalmente con
la più grande soddisfazione dei più - nella riproduzione pura e
semplice di ciò che esiste.
La rivoluzione culturale urbana ed universitaria, generatrice di un
riassetto completo dei circuiti di fabbricazione del manoscritto, non
poteva non ripercuotersi a tutti i livelli sull'oggetto, e ciò
dall'infrastruttura più intrinseca alla sovrastruttura più superflua.
L'oggetto deve infatti adattarsi, gradualmente o bruscamente, ad
esigenze del tutto nuove e riassestarsi incessantemente su equilibri
diversi; compito difficile, poiché le esigenze si moltiplicano nella
sincronia e si succedono sempre più rapidamente nel tempo;
spesso, d'altronde, in reazione alle prassi e alle mode
precedentemente in vigore.

Non sempre è facile per lo studioso, dinanzi a tutti questi


sommovimenti, identificare in ogni circostanza l'elemento motore e
valutare il peso rispettivo dei diversi fattori. Il libro infatti, creato per
essere la realizzazione sul piano materiale di un determinato
obiettivo culturale, è invece trascinato in direzioni opposte da cavalli
focosi e animati da profonde contraddizioni, ciascuno dei quali
rivendica ostinatamente la propria legittimità: il cavallo funzionale,
cui poco importa che il libro sia ricco e bello, purché l'oggetto sia
durevole, il testo strutturato e organizzato, il tracciato grafico
uniforme e privo di ambiguità; il cavallo estetico, cui poco importa
che il libro sia letto, purché la sua presentazione sia regolare,
armoniosa e, se possibile, sfarzosa; il cavallo economico, che fa
immancabilmente a calci con gli altri due, ma che bisogna
assolutamente riuscire in qualche modo ad addomesticare se si
vuole che il libro esista.

Fino alle soglie dell'avvento della stampa, il divenire del


manoscritto tardomedievale è quindi contrassegnato dal succedersi
di avvenimenti e di fermenti innovativi, che finiscono spesso con il
diffondersi più o meno rapidamente su scala europea; avvenimenti
non tutti ugualmente spettacolari nelle loro manifestazioni visibili e le
loro conseguenze, ma tutti importanti per le loro motivazioni e le loro
implicazioni nascoste. Alcuni di essi investono le fondamenta
materiali del libro, altri le caratteristiche della pagina nel suo assetto
geometrico, grafico e perigrafico; altri ancora sembrano ristrutturare
il libro, almeno in apparenza, da cima a fondo.

I tre saggi riuniti nella Fabbrica del codice riflettono, ciascuno alla
sua maniera, la preoccupazione di affrontare lo studio di alcuni fra
questi fenomeni basilari, osservandoli non nella loro fase prototipica
o embrionale, ma soprattutto a partire dal momento in cui essi si
sviluppano come savoir-faire accettato, e talvolta egemonico, presso
la koinè degli artigiani del libro; industriandosi ad evidenziare e ad
approfondire aspetti che sono finora sfuggiti agli studiosi, non perché
particolarmente occulti o perché dispersi in testimoni rari e poco
accessibili, ma, al contrario, perché onnipresenti e troppo banali per
essere oggetto di una qualsiasi curiosità descrittiva e interpretativa.

Se è giocoforza riconoscere che queste problematiche non


possiedono molti addentellati comuni, esse si presentano
comunque, proprio nella loro varietà, ricche di numerose, profonde e
stimolanti implicazioni, che non potevano non suscitare, presso
l'autore di queste pagine introduttive, una più vasta riflessione sulle
tappe più importanti della storia del libro durante gli ultimi secoli del
medioevo. Rivelatesi troppo ampie per poter essere contenute entro
i limiti "naturali" di una presentazione, le considerazioni di chi scrive
saranno più opportunamente approfondite in un opuscolo separato,
programmaticamente (ma non polemicamente) intitolato Apologia
dell'apogeo.

La prima di queste problematiche - la fascicolazione - è


veramente onnipresente nell'oggetto libro (ma non nella storiografia),
in quanto è intrinseca alla struttura del codice e connaturata alla sua
stessa definizione. Essa è stata affrontata da Paola Busonero
prescindendo dalla sua dinamica - cioè dalla maniera di ricavare i
bifogli da una pelle animale o da un foglio di carta, e di assemblarli in
unità che, rese solidali da una cucitura, costituiranno il volume -
soffermandosi invece sul suo aspetto "statico", quello della struttu ra:
in sostanza l'indagine verte su quella proprietà che, con termine
preso a prestito dal linguaggio matematico ove designa il numero di
elementi che compongono un insieme, potremmo chiamare il
cardinale del fascicolo.

Da un lato, pochi concetti, in ambito codicologico, sono


altrettanto sprovvisti di ambiguità e di frange di interferenza, e di
conseguenza classificabili con altrettanta facilità; ma dall'altro, nulla
di più "dimesso" di questo parametro che, per quanto indispensabile
all'esistenza di un libro come lo è la palafitta per un'abitazione
lacustre, non faceva parte dell'universo visivo del lettore del passato,
e che anche per questo (ma non soltanto) è stato finora trascurato
dallo studioso contemporaneo.

Tuttavia, se la definizione del cardinale di un singolo fascicolo si


impone con immediatezza, questa situazione privilegiata viene meno
non appena si tratta di definire il cardinale dei fascicoli di un singolo
libro. È evidente che l'unica definizione operativa per la storia del
libro in generale è quella che non lo è affatto per la storia di un libro
particolare: si tratta del cardinale maggioritario, cioè della struttura
che sarebbe stata quella di tutti i fascicoli se l'artigiano non fosse
stato indotto a modificarla, in taluni casi, da contingenze specifiche
alla genesi del libro in corso di allestimento.

Questa definizione riduttrice non fa parte dell'universo intellettivo


dei fruitori dei cataloghi, il cui accesso a tale strumento di lavoro è di
solito sporadico e limitato a un solo volume o a un gruppo ristretto di
volumi giudicati particolarmente pertinenti ai fini di una ricerca
particolare. Per il fruitore "ordinario" - che si interessa piuttosto
raramente alla struttura dei fascicoli - il solo parametro che potrebbe
rivelarsi promettente è il cardinale di ciascun fascicolo, le cui
irregolarità potrebbero segnalare l'esistenza di anomalie significative
nella fabbricazione di un codice e nella trasmissione del testo in
esso contenuto. Purtroppo, la collazione completa dei fascicoli
richiede una buona dose di tempo e fatica, spesso sproporzionata
rispetto alle disponibilità del catalogatore "ordinario", e ciò spiega
perché il dato in questione sia troppo raramente presente nei
cataloghi, e non di rado trascurato anche nei contributi più recenti.
Questo stato di cose gioca evidentemente a scapito del fruitore
"straordinario" che, dal canto suo, vorrebbe utilizzare i cataloghi
come vere e proprie banche di dati. Le scelte preferenziali
nell'ambito della fascicolazione costituiscono, infatti, una tematica
che non è metodologicamente corretto affrontare accontentandosi di
sondaggi "leggeri", ma che sarebbe assurdo, al tempo stesso,
cercare di chiarire attraverso l'esame autoptico di migliaia di
manoscritti. È questa una delle rare situazioni in cui il ricorso
all'informazione di seconda mano appare non solo necessario ma, a
priori, anche del tutto privo di pericoli.

Per questa ragione, è difficile non rammaricarsi del magro bottino


del ricercatore, costretto ad esaminare parecchie centinaia di
cataloghi per poter costituire a gran pena un corpus informatizzato
che arriva a poco meno di 3500 unità. Cifra altissima in sé, che
rende implicitamente conto della massa del lavoro svolto; magro
bottino, invece, se il risultato degli spogli viene commisurato non
solo all'ampiezza del "serbatoio" virtualmente disponibile, ma anche
alle esigenze dell' elaborazione statistica.

Bilancio quantitativamente deludente, quindi, e ciò non solo a


causa dell'assenza pressoché abituale del parametro
"fascicolazione" nei cataloghi, ma anche per la difficoltà di servirsene
anche quando esso vi figura. Difficoltà inerenti alla scarsa precisione
delle datazioni, quasi sempre ridotte all'indicazione del secolo; al
mutismo persistente sulle localizzazioni, circoscritte, nel migliore dei
casi, al livello geografico più vago e macroscopico; alla capricciosa
variabilità dei rilevamenti per ciò che riguarda i parametri da
incrociare con la fascicolazione, unita al quasi unanime silenzio (una
delle poche caratteristiche comuni alla stragrande maggioranza dei
cataloghi ...) che avvolge le modalità dei protocolli di osservazione e
che rende impossibile - o perlomeno alquanto difficile e pericolosa -
l'interconnessione fra i dati provenienti da cataloghi differenti.

La disastrosa mancanza di sistematicità delle fonti secondarie,


che si manifesta anche all'interno di iniziative di catalogazione
recenti, fondamentalmente valide e apparentemente unitarie,
meritava di essere sottolineata. Fortunatamente, l'enorme "rumore"
generato da tutti questi ostacoli non ha assunto proporzioni tali da
sovrastare irrimediabilmente l'informazione utile. Così, alla domanda
più semplice - «qual è stata l'evoluzione delle scelte preferenziali
degli artigiani?» - l'indagine è stata in grado di fornire risposte
inedite, chiare ed inconfutabili, sulla cui natura e articolazione si
rimanda, ovviamente, al testo del contributo. I contorni del panorama
così delineato sono estremamente nitidi per quanto attiene alla
ricostituzione del "come": variazioni più o meno coerenti della
fascicolazione non solo sul piano cronologico e geografico, ma
anche in rapporto alla natura del supporto, alla tipologia testuale e
anche ad altre caratteristiche, come ad esempio l'impaginazione.

Diverso è il discorso quando si desidera passare dal "come" al


"perché" (o piuttosto ai "perché"), cioè quando, a partire dall'esame
delle coordinate spazio-temporali e dei fattori concomitanti, si pone il
problema di costruire un modello esplicativo che renda conto delle
motivazioni soggiacenti al fenomeno.

Finché la produzione del libro rimane grosso modo confinata


all'interno degli scriptoria monastici, il cardinale dei fascicoli
presenta, anche nell'Occidente medievale, una stabilità pressoché
granitica, che contrasta, d'altronde, con l'evoluzione progressiva del
sistema grafico carolino o di altri elementi della presentazione, quali
le tecniche di rigatura. Le prime oscillazioni nelle scelte relative alla
fascicolazione coincidono con l'urbanizzazione della produzione del
manoscritto e con la rivoluzione culturale introdotta dallo sviluppo
delle Università.

Tuttavia, la fascicolazione appartiene senza ambiguità alla sfera


materiale del libro e dipende essenzialmente da problematiche che
le sono associate, come dimostrano, nel manoscritto, le variazioni
legate alla sostituzione "a denti stretti" delle pergamena con la carta
- ritenuta incapace di resistere al tempo - e, nel libro a stampa, i
cambiamenti indotti dalla mutazione radicale del contesto
tecnologico e dalle nuove esigenze di produttività. È difficile, quindi,
immaginare come le preoccupazioni di ordine intellettuale abbiano
potuto influire direttamente sulle caratteristiche più strutturanti del
codice, ed è altrettanto difficile individuare parametri o fenomeni che
abbiano potuto funzionare come "mediatori" fra due sfere i cui punti
di contatto, a quel livello, sono praticamente inesistenti.

A quali fattori bisogna far risalire, nei codici pergamenacei, la fine


dell'egemonia del quaternione; la progressione temporanea del
senione; l'ascensione al tempo stesso trionfale e geograficamente
limitata del quinione; la "rivincita" del quaternione sul senione do po
la metà del XIV secolo? A queste domande - e a molte altre ancora -
è ancora prematuro rispondere, e non è detto che tutte le risposte
siano implicite nei pochi parametri rilevati più o meno
frequentemente dai cataloghi. E certo, invece, che l'analisi
esauriente presentata nella Fabbrica del codice costituisce già fin
d'ora una tela di fondo indispensabile al proseguimento della ricerca
e, al tempo stesso, un dato di fatto con il quale qualsiasi modello
esplicativo dovrà necessariamente confrontarsi.

Con il contributo di Luciana Devoti sulla mise en page nel libro


giuridico - manoscritto e a stampa - l'attenzione si sposta dalle
profondità più recondite agli aspetti del codice più appariscenti e più
direttamente legati alla sua funzione culturale. La problematica
affrontata è precisamente quella che le prime ricerche sulla mise en
page avevano accantonato. Quale che fosse l'angolo di approccio -
la costruzione geometrica o lo sfruttamento dello spazio - era
necessario, infatti, in un primo tempo, evidenziare l'esistenza di
scelte artigianali ragionate e sistematiche e identificare le leggi
tendenziali della leggibilità che, limitando il "rendimento" della
pagina, condizionano in maniera pesante la libertà di chi la
costruisce e di chi la riempie. È naturale che in questa prima tappa
della ricerca l'indagine si focalizzasse unicamente sui casi più
semplici (che sono poi anche di gran lunga i più diffusi), ove la
contraddizione principale oppone la massa testuale allo spazio
disponibile, il principio di economia alle esigenze estetiche o
funzionali, disegnando una linea ideale fra due estremi opposti - lo
spreco e l'ipersfruttamento - lungo la quale vengono a disporsi le
singole soluzioni di compromesso. In tale prospettiva, tutta la
problematica si articola intorno ad un numero ristretto di variabili,
quali le dimensioni della pagina, il numero di fogli, la superficie
relativa dello specchio di scrittura, l'impaginazione a piena pagina o
a due colonne, l'altezza delle righe e l'ingombro della scrittura.

Nell'Europa tardomedievale - e soprattutto nell'Italia


settentrionale - il libro giuridico costituisce ciò che potremmo definire
un «prodotto professionale canonizzato» di alto livello, scritto in
littera textualis o, come avveniva nella capitale mondiale del diritto,
nella sua variante rotunda: due colonne di testo disposte
centralmente sono circondate da una corona di glossa,
generalmente caratterizzata da un modulo di scrittura ridotto. Nella
fabbricazione del libro giuridico, la contraddizione fra la massa
testuale e lo spazio disponibile è globalmente attenuata tramite la
costruzione di pagine di grandi dimensioni, che consentono di
contenere l'insieme testo / glossa, senza sforzi eccessivi, entro limiti
ragionevoli di spessore (intorno a 300 fogli).

Risolta a livello globale, la contraddizione fra la massa testuale e


lo spazio riemerge, estremamente riacutizzata, sulle singole pagine:
in effetti, una pagina di superficie costante deve necessariamente
contenere una quantità di testo variabile - e capricciosamente
variabile - in quanto porzioni di testo di identica lunghezza sono
corredate da una quantità capricciosamente variabile di lemmi, a loro
volta di lunghezza capricciosamente ineguale.

Il compito dello scriba è reso ancora più complicato da due altri


fattori: innanzitutto, il problema dello sfruttamento dello spazio non
va considerato soltanto in termini di compressione o rarefazione, ma
anche, e soprattutto, in termini di connessione, in quanto va
comunque preservata la possibilità di un collegamento rapido ed
univoco fra i due testi. In secondo luogo, il problema
dell'interconnessione non è soltanto funzionale, ma anche estetico,
dal momento che la variabilità del flusso testo / glossa costringe
quasi ad ogni passo a violare il "principio di regolarità" - tutte le
pagine devono essere geometricamente identiche e comportare lo
stesso numero di righe - che ha sempre rappresentato un obiettivo
ideale per gli artigiani del libro occidentale.

Poiché i principi estetici e i principi funzionali appaiono


intrinsecamente contraddittori, le pagine dei testi commentati si
configurano come l'arena di una sfida permanente: nessuno dei due
principi può essere deliberatamente sacrificato in maniera totale e
spettacolare; di conseguenza, l'arte del compromesso, che pervade
comunque qualsiasi realizzazione grafica su un supporto materiale
di superficie limitata, deve per forza elevarsi, nel caso specifico, a
livelli di raffinatezza eccezionali. Si tratta, in sostanza, da un lato di
dissimulare l'irregolarità distribuendola sulle zone della pagina ove
essa è meno percepibile all'occhio del lettore e, dall'altro, di
assorbirla per quanto possibile senza scosse, modulando
sapientemente l'ingombro della massa testuale grazie ad espedienti
grafici e/o perigrafici.

Il contributo di Luciana Devoti si prefigge, per l'appunto, di


individuare le diverse strategie messe in pratica dagli artigiani e di
valutarne l'efficacia rispettiva: la strategia migliore sarà ovviamente
quella che minimizza la variabilità dimensionale delle diverse zone
del testo e della glossa e, al tempo stesso, lo sfasamento, sulla
pagina scritta, fra l'ubicazione del testo e quella dei lemmi che gli
corrispondono. Senza dilungarci sui dettagli, l'indagine dimostra che
sono soprattutto i copisti bolognesi (e certo non a caso) che hanno
saputo conciliare in maniera ottimale le opposte esigenze; ma essa
dimostra anche che i migliori risultati si riscontrano nell'incunabolo,
ove la diversità del contesto tecnologico, al tempo stesso più rigido e
più flessibile, impone peraltro l'adozione di procedure differenti.

Sul piano metodologico, la scelta di circoscrivere l'indagine ad


un'unica opera - il Codexgiustinianeo - ha reso certo più laboriosa la
costituzione di un corpus di effettivo sufficientemente elevato, ma si
è rivelata indispensabile per eliminare i fattori parassiti indotti dalla
variabilità del testo. Il protocollo di osservazione concepito ad hoc -
assai più ricco rispetto alla quantità di dati effettivamente elaborati
nel corso di questa indagine iniziale - è il primo (ma altri, ancora
inediti, hanno seguito e seguiranno) che abbia previsto l'esame
sistematico e mirato di una gran quantità di parametri di diversa
natura su un'identica porzione di testo. Il confronto simultaneo e
globale di tutte le realizzazioni grafiche analizzate consentirà di
aprire, in un secondo tempo, una sorta di "galleria di ritratti" di un
segmento testuale - tutti simili tra loro ma ben lungi dall'essere
identici - che contribuirà all'identificazione di ciò che, nel savoir-faire
del copista tardomedievale, va interpretato come l'aderenza ad un
obbligo, l'espressione di una preferenza, la manifestazione di una
tendenza spontanea, l'osservanza di un divieto o, al contrario,
l'esplosione del più sfrenato libero arbitrio.

Questa proiezione sull'avvenire dimostra implicitamente quanto


lo studio della simbiosi opera / esegesi si riveli promettente per la
storia del libro - e, perché no? della scrittura - nell'arco degli ultimi
secoli del medioevo. La pagina commentata va infatti considerata
come un luogo geometrico di estrema tensione, ove le diverse e
svariate contraddizioni che pesano abitualmente sulla
materializzazione di un messaggio su un supporto, aggravate dalla
coabitazione sulla pagina di due testi la cui gerarchia è inversamente
proporzionale alla mole rispettiva, costringono l'artigiano / copista a
dar fondo a tutte le risorse della sua professionalità.

Tale considerazione è valida ben aldilà del caso particolare del


libro giuridico. È evidente, dunque, che la problematica deve essere
approfondita estendendo le ricerche ad altre aree, epoche e tipologie
testuali, nonché ad altri tipi di articolazione testo / glossa. Ma
preliminare ad ogni ulteriore sviluppo si rivela, innanzitutto, la
necessità di una riflessione teorica che censisca tutti gli elementi
potenzialmente utili all'analisi dell'articolazione testo / commento e li
traduca, sul piano concreto, in parametri osservabili. Una prima
messa a punto, focalizzata sul codice bizantino ma applicabile a tutti
gli altri casi, sarà ben presto disponibile, e vi è da sperare che il
Colloquio parigino dell'autunno 99, dedicato al commentario in
generale, fornirà l'occasione di portare avanti sia la riflessione che lo
studio di situazioni particolari, in reciproca sinergia.

Nella prospettiva così definita, è naturale che la ricerca si


estenda da un lato verso i comportamenti dello scriptor (copista o
compositore tipografico), e dall'altro verso l'universo culturale che
determina le modalità della nascita, della fabbricazione e della
fruizione del testo commentato. Analizzare i comportamenti del
copista, significa, in sostanza, "pedinarlo" passo passo durante
l'esecuzione del suo lavoro; penetrare, in un certo senso, nella sua
boutique mentale, osservando praticamente in fieri l'interazione fra il
bagaglio di regole da applicare e le situazioni, sempre differenti, che
ne favoriscono o, più spesso, tendono ad ostacolarne l'applicazione.

Nel caso della trascrizione di un testo giuridico commentato - ma


l'osservazione è valida, ovviamente, per altre situazioni -
l'interazione assume configurazioni sottilmente complesse, che
rendono particolarmente difficile il compito dello scriptor
"tardogotico", paragonabile, per intenderci, a quello di un tassista
cairota all'ora di punta: le regole da rispettare sono innumerevoli,
come innumerevoli sono gli intoppi inattesi. Innanzitutto vi è l'obbligo
di esercitare una forma di "macrocontrollo" sull'articolazione testo /
glossa, predisponendo adeguatamente su una pagina o gruppo di
pagine i blocchi rispettivi secondo un piano prestabilito. Durante
l'esecuzione del piano è necessario, invece, esercitare una forma di
"microcontrollo": verifica continua o periodica che l'ingombro di cia
scun lemma e l'agganciamento fra il testo principale e l' esegesi si
mantengano effettivamente entro i limiti prefissati.

Nel perseguire tali finalità, lo scriptor deve tener conto del fatto
che una scrittura più piccola non è necessariamente la riduzione
omotetica di una scrittura più grande; che esiste una contraddizione
fra la continuità del flusso testuale e la segmentazione della pagina
in righe, acuita dal fatto che le righe dei bracci laterali della glossa
sono anormalmente corte; che è doveroso rispettare le regole
perigrafiche - non tutte banali e appariscenti - e in particolare quelle
che riguardano l'uso oculato degli allografi; che il campo di
applicazione del sistema abbreviativo è assai più strettamente
regolato di quanto si creda. Fortunato - in apparenza - il compositore
tipografico, che dispone almeno di caratteri prefabbricati. Sfortunato
- in realtà - se si considera che l'assenza di malleabilità dei segni
grafici costituisce in realtà un nuovo handicap da sormontare, e che
le pagine tipografate non vengono più composte in sequenza
naturale.

Dalla boutique mentale dello scriptor alla boutique ben reale del
libraio e dello stazionario ... Ciò che caratterizza il libro giuridico
rispetto ad altre realizzazioni materiali sulle cui pagine coesistono
due testi è il suo statuto di tipo scolastico: il libro giuridico è di fatto
un «prodotto confezionato in conformità alle leggi vigenti» assai
ampiamente diffuso, che si inserisce in un sistema di copia
puntigliosamente controllato - quello della pecia - nato apposta per
garantire la possibilità a diversi copisti di accedere simultaneamente
a un modello unico, autenticato dalle autorità universitarie.

L'interazione fra le diverse strategie di disposizione dei due testi


e le necessità inerenti al corretto funzionamento del sistema della
pecia non può che irrigidire la flessibilità già scarsa delle modalità di
trascrizione, complicando ulteriormente il compito del copista. Già
legato al datore di lavoro da un contratto che prevede
espressamente ritmi di copia da rispettare, il prestatore d'opera
viene ad essere, per così dire, doppiamente incalzato dalle esigenze
di produttività del sistema; nel tempo, dal ritmo di rotazione dei
fascicoli che compongono 1' exemplar, nello spazio di lavoro dalle
rotture, sempre possibili, della sequenza di scrittura, imposte
dall'indisponibilità del fascicolo giusto al momento giusto. Ma il
sistema della pecia condiziona ancora più rigidamente l'articolazio
ne testo / glossa, nel senso che gli obblighi inerenti al principio di
condivisione del modello impediscono nei fatti la trascrizione
simultanea del testo e del commento. Decisamente, nella storia del
libro, tout se tient.

Malgrado il titolo del saggio, gli Elementi per la tipologia del


manoscritto quattrocentesco (M.A. Casagrande Mazzoli e Ezio
Ornato) non vorrebbero essere interpretati come un semplice
confronto tipologico, ridotto alla sua dimensione puramente
descrittiva, fra due diverse concezioni della fattura del libro e della
presentazione della pagina scritta: da un lato la prassi innovativa,
quella del manoscritto umanistico; dall'altro la prassi conservativa,
quella del manoscritto definito "monastico"; termine, questo,
inattaccabile sul piano formale (si tratta di manoscritti eseguiti in
ambiente - o per un ambiente - conventuale) e ideologico (si tratta
dell'ambiente spontaneamente più retrivo ai nuovi fermenti culturali),
ma innegabilmente non del tutto felice, nella misura in cui esso si
riferisce di solito, nella mente degli studiosi, ad una realtà ben
diversa da quella degli ultimi due secoli del medioevo.

Lo scopo dell'indagine non è quello di insistere sulla diversità


delle due tipologie: basta dare un'occhiata, anche distratta, alla
prima pagina di due volumi qualsiasi per rendersi conto che si ha a
che fare con due mondi fondamentalmente diversi. In realtà, la
problematica soggiacente all'operazione di confronto presenta
aspetti assai più ricchi e dialettici, e ci si deve domandare se il
carattere sfacciatamente vistoso delle divergenze visibili non finisca
con l'occultare interrelazioni meno appariscenti.

La formazione della scrittura textualis e il configurarsi del libro


"gotico" rappresentano la fase finale di un processo graduale e
collettivo durato due secoli, nel quale è pressoché impossibile
differenziare le mutazioni dettate dalla spontaneità del ductus dai
piccoli ritocchi estetici o funzionali escogitati consapevolmente ad
hoc. Lo sviluppo del libro e della scrittura umanistica all'inizio del XV
secolo, invece, benché affondi le sue radici abbastanza indietro nel
tempo, costituisce un fenomeno repentino e volontaristico, nato fin
dall'inizio come reazione esplicita al sistema grafico dominante.
In che cosa consiste questa reazione? Semplicemente - e i
risultati dell'indagine lo dimostrano ampiamente - in un rovescia
mento della nozione di funzionalità della pagina scritta: una
funzionalità basata sul riempimento e sulla compressione viene
recisamente rifiutata dagli umanisti, in nome della leggibilità e
dell'eleganza, in favore di una funzionalità basata sull'aerazione e la
rarefazione. Se i due orientamenti, indipendentemente dalla validità
dei giudizi, appaiono risolutamente antitetici, compressione e
aerazione non rappresentano, di fatto, la manifestazione di due
opposti ideali. La compressione delle righe, della scrittura e del testo
che accompagna la canonizzazione e la generalizzazione del libro
"gotico" non rappresenta un ideale funzionale, ma il sottoprodotto
inevitabile di un'esigenza di economia - ben presto, naturalmente,
coagulato in tradizione e sovraccaricato, negli esemplari più ricchi, di
connotazioni estetiche che con l'economia non hanno più nulla a che
vedere - che proviene dall'esterno. Viceversa, nel libro umanistico,
l'aerazione si identifica con un ideale volontariamente perseguito dai
fautori dei nuovi fermenti culturali, di cui lo "spreco" costituisce, in
definitiva, un sottoprodotto bene accetto.

Naturalmente - e queste considerazioni vanno al di là


dell'impostazione prettamente "materiale" del saggio contenuto nel
volume - entrambe le concezioni della pagina scritta sono
inseparabili dai loro addentellati sociologici. Nel mondo "gotico", il
venir meno del sistema di produzione comunitario e autarchico che
caratterizzava l'epoca monastica. L'emergenza di una vera e propria
rielaborazione dello scibile, che si è concretizzata in opere nuove,
lunghe, complesse e corpose, da diffondere in gran copia partendo
da zero. La necessità di formare in breve tempo un gran numero di
copisti, cui ben si addiceva una scrittura fatta di pochi tratti
elementari e per questo, purtroppo, "monotona" e scarsamente
ridondante.

Nel mondo umanistico, invece, la sostituzione dell'ideale dell'


Universitas studiorum con quello della communitas studiorum: una
fitta rete composta da una élite intellettuale, consapevole di
appartenere all'avanguardia e provvista, nella maggior parte dei
casi, di un'esperienza diretta della scrittura e della fattura del libro.
La rivalutazione di una cultura basata su opere antiche, non di rado
commisurate alla capienza dei rotoli papiracei, e quindi di lunghezza
relativamente modesta. Opere in parte perdute, e quindi da ritrovare;
spesso dimenticate, e quindi da riesumare; certamente corrotte nel
corso dei secoli, e quindi da emendare e diffondere con scrupolosa
esattezza, in una veste grafica e perigrafica che favorisca la fluidità
del percorso di lettura e rifugga da qualsiasi ambiguità. Una
situazione sociale, infine, non sempre di grande agiatezza, ma
comunque protetta dall'indigenza: ideale per dotare la propria
biblioteca di un gran numero di libri, scevri da qualsiasi ostentazione
di ricchezza, ma anche affrancati da qualsiasi preoccupazione
relativa alla quantità e alla qualità del materiale scrittorio.

Irruzione subitanea e deliberata nel territorio tradizionale del


libro, il manoscritto umanistico non è, e non vuole presentarsi, come
un'" invenzione", ma come un ritorno alla chiarezza e all'eleganza
dell'antico. A ben guardare, l'umanista che si sforza di far rivivere i
modelli carolini non si trova in una situazione molto differente da
quella del musicista che si industria, inseguendo il mito della verità
storica, a riprodurre scrupolosamente la musica barocca utilizzando
(o addirittura ricostruendo) gli strumenti dell'epoca. In entrambi i
casi, si tratta di ripercorrere a ritroso il flusso del tempo ... ma il
tempo è comunque trascorso: nuovi strumenti hanno visto la luce,
altri hanno subito un'evoluzione, talvolta considerevole. Il problema
viene dal fatto che non sempre la creazione e l'evoluzione degli
strumenti è legata alla necessità di adattarli ad una musica diversa:
in molti casi, si ha semplicemente a che fare con perfezionamenti
destinati a migliorare le loro qualità meccaniche e ad accentuarne
l'espressività sonora, facilitando il compito dello strumentista e
permettendo, al tempo stesso, secondo i "modernisti", di portare
pienamente alla luce le potenzialità più recondite dell'opera e di
ricevere virtualmente la gratitudine postuma dell'autore. Tradizione o
tradimento? Di qui l'emergenza di un annoso ed irrisolto dibattito.
Va sottolineato, tuttavia, che, presso l'umanista del XV secolo,
l'impulso del ritorno all'antico non obbedisce a preoccupazioni di
natura prettamente storica e, al limite, archeologica, ma a
motivazioni estetiche e funzionali che confluiscono nella
fabbricazione di un oggetto di uso corrente. L'indagine presentata
nella Fabbrica del codice si inserisce, in gran parte, precisamente in
questa prospettiva: bisognerà proprio pensare che il codice
umanistico si sia accanito a fare tabula rasa di tutto ciò che è
"gotico", oppure che esso sia addivenuto, e più spesso di quanto
non sembri, a compromessi nascosti? La risposta è implicita nella
domanda.

Nel medesimo ordine di idee, bisognerà proprio pensare che il


manoscritto umanistico abbia miracolosamente acquisito la facoltà di
prescindere da tutte le contraddizioni e da tutte le leggi tendenziali
che avevano condizionato fino ad allora la pagina scritta? La
risposta fornita dall'indagine comparativa è naturalmente negativa: le
leggi - regolarità, proporzionalità, ma soprattutto "rendimento" della
pagina - sono sempre le stesse; solo viene spostato il punto di
applicazione principale sul vettore che va dallo spreco
all'ipersfruttamento e, quando la massa testuale è abbastanza
consistente da poter pesare sull'equilibrio finale, il codice umanistico
si ricorda opportunamente che il suo "antimodello" aveva saputo, a
suo tempo, escogitare accorgimenti perfettamente adeguati alla
soluzione del problema.

Bisognerà proprio pensare, ancora, che il codice umanistico,


simbolo per eccellenza della sobrietà che impregna profondamente il
mondo dei dotti, abbia avulso ipso facto le pagine dei libri da tutte le
connotazioni di tipo sociale, rinunciando a modulare in conseguenza
i livelli esecutivi? Anche in questo caso gli elementi finora raccolti
consentono dare una risposta che non può essere positiva. Il codice
umanistico, in quanto elemento di base della biblioteca ideale
preconizzata dagli umanisti, si fa infatti di buon'ora il portavoce di
nuovi modelli ideologici destinati ad "infiltrare" le classi dominanti. In
questo processo, esso non può che sottostare ai diktat
dell'impregnazione sociale degli oggetti, ove ogni dettaglio
dell'esecuzione viene accuratamente inscritto in una scala
gerarchica correlata al rango del lettore: solo viene spostato, nel
senso di un'apparente modestia, il punto di applicazione principale
sul vettore che va dalla sobrietà alla vistosità.

Infine, bisognerà proprio pensare che i promotori del codice


umanistico siano riusciti ad abolire la frontiera che separava fino ad
allora le pagine da leggere, destinate ai dotti, dalle pagine da
guardare, destinate ai ricchi? La risposta crudamente fornita dalle
tabelle è ancora una volta negativa: una volta ammesso negli scaffali
dei potenti, il libro umanistico riesce a preservare l'ideale di
eleganza, ma trascura sistematicamente i dispositivi tendenti a
migliorare la leggibilità; ed è forse questa la sua sconfitta più occulta
e più cocente.
Negli ultimi decenni si è dedicata un'attenzione sempre
crescente agli aspetti materiali del codice. La codicologia, ovvero «la
discipline qui étudie le livre manuscrit en tant qu'objet matériel», ha
raggiunto notevoli risultati in vari campi:' in questa sede vorremmo
soffermarci su un elemento in particolare, la struttura del fascicolo,'
la cui importanza nell'ambito dell'archeologia del libro non può
sfuggire. Ogni codice infatti nasce da un insieme di elementi
strettamente correlati tra di loro, pertanto la scelta di un certo tipo di
fascicolazione risulta intimamente legata alle altre componenti
costitutive del libro manoscritto come, tanto per citare la più
facilmente intuibile, il supporto.

Lo studio della fascicolazione, a dire il vero, si può affrontare in


relazione a molteplici finalità: nel quadro di ricerche ad ampio raggio,
incentrate ad esempio sulla storia del codice o su qualche tipologia
particolare di manoscritto;' nel corso di trattazioni ad hoc, volte a
studiare la composizione dei fascicoli di determinati manoscritti ben
individuati come origine ed epoca oppure nell'ambito di indagini
focalizzate sulla costruzione del fascicolo stesso.' In molti casi la
struttura di un codice viene presa in esame soprattutto per cercare di
risolvere problemi di tradizione testuale.

Prima di fornire qualche ragguaglio sull'evoluzione della


fascicolazione dalla nascita del codice fino al XII secolo, in modo da
ricongiungerci al periodo oggetto della nostra ricerca, ci sembra
opportuno far riferimento ad alcuni lavori dedicati al fascicolo inteso
come prodotto materiale e perciò osservato nella sua valenza di
manufatto che ha origine in seguito ad una serie di scelte tecni che
ben precise. Le prime ricerche in questo campo sono legate alla
figura di Léon Gilissen, il quale ha proposto un'ipotesi di costruzione
dei fascicoli mediante piegatura delle pelli: in sintesi lo studioso
sostiene che il quaternione, cioè il tipo di fascicolo più diffuso tra i
codici in pergamena, trae origine da una pelle piegata tre volte per il
formato in octavo e da due pelli piegate ognuna due volte per il
formato in quarto.5 A evidenziarne l'iniziale solidarietà starebbero
alcune irregolarità - presenti anche in carte non contigue - quali
striature, fori e così via, la cui osservazione permetterebbe di risalire
al modo in cui le pelli sono state manipolate e piegate al fine di
costruire il fascicolo.

In effetti tale ipotesi della previa piegatura delle pelli, come è


stato dimostrato da Bozzolo e Ornato, non solo non contraddice, è
anzi perfettamente compatibile con l'andamento della taglia e della
proporzione nei codici latini 6 che «variano infatti in modo tale da
collocarsi nei loro valori medi intorno a punte corrispondenti
sostanzialmente alle variazioni in altezza e larghezza apportate
all'unità originaria del supporto scrittorio dalle successive
piegature».7

La sequenza dei movimenti mediante i quali si giunge


all'allestimento del fascicolo secondo la ricostruzione di Gilissen è
stata oggetto di una verifica sperimentale da parte di Bozzacchi e
Palma,8 che ne ha messo in luce alcuni punti deboli. Considerando
comunque valido l'assunto di partenza per cui un fascicolo è formato
da una coppia di pelli,' i due studiosi hanno ipotizzato che la serie di
movimenti giudicati più naturali rispetto a quelli immaginati da
Gilissen fosse preceduta dall'anticipazione del taglio della
pergamena 10 - effettuato in senso perpendicolare all'asse maggiore
- in modo da ottenere subito i due bifolii. Tale accorgimento pur
rispettando la formula di piegatura ideata da Gilissen consentirebbe
di svolgere con maggiore facilità le operazioni di preparazione del
fascicolo alla scrittura (rigatura e foratura).

Al supporto - la pergamena - in quanto elemento costitutivo del


fascicolo, quindi del codice e come tale legato a scelte qualitative
che coinvolgono la fattura del codice stesso, è dedicata una serie di
studi compiuti da Frank M. Bischoff," che saranno esaminati tra
breve. Lo stesso Bischoff in collaborazione con Marilena Maniaci ha
recentemente intrapreso un'indagine sulle dimensioni delle pelli e sui
formati che ne derivano, nonché sui metodi di piegatura che portano
alla costruzione dei fascicoli.`

Finora si è parlato di archeologia del fascicolo dal punto di vista


sperimentale, ma per collocare lo studio della fascicolazione
nell'ambito di un contesto storico dobbiamo fare riferimento agli studi
compiuti da Bozzolo e Ornato, i quali per primi hanno esaminato la
variabile fascicolazione sotto l'aspetto quantitativo mettendola in
rapporto con altri parametri. Abbiamo già citato il loro contributo alla
verifica dell'ipotesi della piegatura delle pelli per la costruzione dei
fascicoli, ma in realtà tale verifica è stata effettuata anche per i
manoscritti in carta.` In particolare essi hanno dedicato uno studio ad
hoc alla costituzione dei fascicoli nei codici cartacei francesi, i cui
risultati verranno menzionati e discussi nell'ambito della sezione
dedicata al rapporto tra fascicolazione e formato?'

Il tentativo di tracciare un panorama della fascicolazione dalla


nascita del codice all'inizio del basso medioevo può sicuramente
prendere avvio, per quel che riguarda i primi secoli della produzione
manoscritta, dalle osservazioni di Turner al quale, nell'ambito di una
vasta ricerca sui più antichi codici in papiro e pergamena, si deve un
quadro delle varie tipologie di fascicolazione presenti nel periodo che
va dal II al VI secolo d.C.

Da tale quadro generale si evince quanto la scelta dei


quaternioni si presenti fin dai primi secoli come privilegiata - 14
attestazioni in papiro e 8 in pergamena -, anche se i quinioni «are in
the early period a strong rival to fours» 15 - 8 attestazioni in papiro e
3 in pergamena -, mentre i senioni farebbero la loro comparsa dal III
secolo d.C. in poi. Secondo Turner il quaternione, ad un certo
momento, diviene la struttura standard per l'allestimento dei
codici,16 tanto è vero che quasi tutti i codici dal IV al VI secolo
compresi nelle liste dei CLA 17 sono composti di quaternioni. Questa
predominanza però si manifesta con il passare del tempo: dai suoi
dati infatti non emerge un manoscritto strutturato interamente in
quaternioni prima del IV secolo d.C.
In effetti Lowe, nella prefazione al primo volume dei CLA,'S
fornendo alcuni ragguagli sulle voci che compaiono nella descrizione
dei codici, a proposito della fascicolazione afferma che, nel periodo
da lui esaminato, la regola è il quaternione. La struttura in quinioni
compare solo in alcuni codici classici 19 molto antichi e in codici
prodotti nei centri insulari.`

Per quanto ci riguarda abbiamo effettuato uno spoglio dei CLA al


fine di verificare quanti sono i codici che presentano una struttura
diversa dal quaternione: ne sono risultati 36 esempi di quinioni e 6 di
senioni.

A questi si aggiungono: 23 codici che hanno come fascicolazione


prevalente il quaternione, ma in cui compaiono anche quinioni o
senioni o entrambi; 20 codici che non hanno una fascicolazione
maggioritaria, ma presentano, nella gran parte dei casi, quaternioni e
quinioni assieme. Come si può ben vedere, a prescindere da una
certa quota di quinioni che proviene in massima parte, secondo
quanto già ricordato, o da qualche codice molto antico o dall'ambito
insulare, il panorama è piuttosto uniforme e la fascicolazione in
quaternioni risulta la soluzione di gran lunga più adottata.

Le osservazioni di Jean Vezin, presenti nel saggio La réalisation


matérielle des manuscrits latin pendant le haut Moyen Age, sono
sostanzialmente in accordo con quanto finora esposto. In particolare
a proposito dei senioni lo studioso precisa che tale tipo di fascicolo
verrà frequentemente adoperato dal XIII secolo in poi, attribuendo
questo incremento del numero dei fogli per fascicolo - fino ad
arrivare ai ventiquattro delle bibbie - all'impiego di una pergamena
meno rigida e più fine.` I quaternioni d'altronde saranno utilizzati fino
all'affermarsi del libro a stampa.

La storia della manifattura del codice dal IX all'XI secolo - almeno


per ciò che è inerente alla fascicolazione - non sembra soggetta a
particolari mutamenti. In merito alla fine dell'alto medioevo possiamo
basarci su quanto è emerso da La structure matérielle du codex
dans les principales aires culturelles de l'Italie du XT siècle, una
ricerca volta ad indagare le caratteristiche materiali dei codici
prodotti in Italia nell'XI secolo.

Su un campione composto da 326 codici (11 bibbie atlantiche,


100 beneventani, 94 carolini, 61 greci e 60 in romanesca) il
quaternione risulta la regola nel 95,06% dei casi, senza apprezzabili
differenze tra un gruppo e l'altro o nei sottoinsiemi - ottenuti
suddividendo l'effettivo in base a certi parametri come la taglia, lo
spessore e così via - del medesimo

Per avere un'ulteriore scorcio della situazione dell'XI secolo e del


XII, il cosiddetto secolo della "rinascita",23 sempre in relazione alle
scelte di manifattura che presiedono alla produzione del codice, è
utile richiamarsi al noto lavoro di Munk Olsen, L'étude des auteurs
classiques latin aux XT et XI! siècles, per il periodo in questione. La
rassegna, oltre ad offrire un validissimo punto di riferimento per chi
voglia compiere studi filologici, consente una serie di osservazioni
concernenti le caratteristiche fisiche dei codici, in quanto per ognuno
di essi - intero o parte che sia - viene fornita una descrizione
codicologica. In questa sede a noi interessa sottolineare che la gran
parte dei manoscritti ivi descritti presenta ancora una fascicolazione
in quaternioni.

Con queste ultime osservazioni siamo praticamente giunti alle


soglie di quello che è l'ambito della presente ricerca: il quadro delle
tecniche di manifattura del libro si prospetta abbastanza uniforme
per tutto il XII secolo, sebbene tale periodo sia denso di stimoli in
campo culturale e presenti una nuova facies per quanto riguarda le
istituzioni che gestiscono la cultura superiore. Nel corso di questo
secolo infatti avviene una rivoluzione nell'organizzazione del sapere
e dell'apprendimento che vede il sorgere delle prime università e
quindi lo spostamento, se così si può definire, della produzione del
libro dagli scriptoria monastici alle città. Tale movimento vedrà i suoi
più tangibili risultati nel XIII secolo, che segna una svolta decisiva
nella produzione e fruizione della conoscenza, comportando anche
sostanziali mutamenti nelle tecniche di manifattura e allestimento del
codice: basti solo pensare al sistema della pecia. Il libro diventa
sempre più uno strumento di lavoro indispensabile e perciò soggetto
a logiche di produzione assai diverse da quelle dell'alto medioevo.

La nuova valenza assunta dal codice e le modificazioni che ciò


comporta nelle sue varie componenti - testuali, grafiche, materia -
sono state, sotto molteplici angolature, ampiamente studiate; nel
corso del presente lavoro si cercherà di approfondire la conoscenza
della fascicolazione, un aspetto particolare del codice, circoscritto
ma non del tutto secondario, in quanto investe la presentazione
stessa del manufatto-libro. Chiunque infatti si interessi di archeologia
del libro è a conoscenza di come, nel XIII e XIV secolo, la struttura
del codice subisca alcune modificazioni: a fianco dei quaternioni
infatti compaiono, ed in misura assai rilevante, differenti tipi di
fascicoli quali il quinione e il senione - il quinione risulterà
indissolubilmente legato al codice umanistico del XV secolo 25 - ed
altri ancora. In effetti in vari studi - non ultimi in quelli che abbiamo
appena esaminato - è possibile rintracciare alcune indicazioni
riguardanti l'allestimento dei codici nel basso medioevo o, più in
particolare, la fascicolazione di un certa tipologia di manoscritti. Ciò
che però sembra mancare è un quadro d'insieme del fenomeno che
renda conto dell'evoluzione della fascicolazione nei vari paesi
d'Europa,` in rapporto anche alle altre componenti del codice.
Partendo da queste considerazioni ci siamo posti le seguenti
domande:

a. Come si articola il panorama della fascicolazione in Europa dalla


fine del XII secolo a tutto il XV?

b. Quando e dove - vale a dire in quali paesi - si è verificato il


passaggio dal quaternione ad altri tipi di fascicoli? Ed
eventualmente, perché? 27

c. Qual è il ruolo di alcune tipologie assai diffuse come il quinione e il


senione?
d. La fascicolazione interagisce - e in che misura - con determinate
variabili quali il supporto, la tipologia testuale ed altre ancora?

Per rispondere a questo genere di domande è stato necessario


articolare la ricerca su un campione piuttosto cospicuo di manoscritti,
anzi il più cospicuo possibile, in modo tale da ottenere un quadro
sufficientemente esaustivo della situazione sia in sincronia sia in
diacronia. Di conseguenza il metodo che in questa occasione è
sembrato più confacente - proprio per la sua particolare adattabilità a
trattare ed interrogare corpora di grandi dimensioni - alle necessità
del presente lavoro, è quello quantitativo, sebbene l'oggetto della
ricerca, a ben guardare, appaia connotato maggiormente sotto il
profilo qualitativo 28 ed anche l'analisi che qui viene condotta non
richiede l'utilizzazione dei ben noti parametri statistici 29 che di solito
sono alla base delle indagini quantitative."

1.1. Definizione del corpus. Scelta delle variabili. Ideazione di una


scheda 31

Dato lo scopo che ci siamo proposti, è evidente che il corpus di


manoscritti da esaminare dovrebbe comprendere - potenzialmente -
tutti i codici in pergamena o carta, prodotti in Inghilterra, Francia,
Italia, Germania e Paesi Bassi tra la metà del XII e il XV secolo. Un
tale campione - immaginabile solo in via teorica - non è comunque
alla portata di un singolo ricercatore che intenda concludere la sua
indagine in un arco temporale accettabile, per cui, volendo
comunque contemperare sia l'esigenza di fornire una risposta ai
quesiti appena formulati - senza peraltro rinunciare alla possibilità di
operare su un corpus sufficientemente consistente e
rappresentativo, in quanto solo così esso risulta adatto agli scopi che
intendiamo perseguire - sia l'opportunità di contenere la ricerca entro
un orizzonte temporale circoscritto, si è dovuti ricorrere a dati di
seconda mano, cioè ad informazioni tratte da cataloghi di
manoscritti.
In effetti la rinuncia all'autopsia del materiale non è stata
accettata senza rimpianti, dal momento che solo l'esame de visu dei
codici è in grado di garantirci la rilevazione di «tutte le variabili
giudicate pertinenti alla ricerca, seguendo un protocollo univoco di
rilevazione fissato preliminarmente»,32 in modo tale da avere un
campione di dati omogenei e confrontabili tra di loro. In questa prima
fase si è preferito quindi sacrificare la possibilità di indagare in
maniera più completa ed esaustiva il fenomeno - cogliendone quindi
tutti gli aspetti che apparissero a priori degni di nota -, al fine di
ottenere un quadro complessivo della situazione che servisse da
sfondo per ogni ulteriore ipotesi o approfondimento.

Una volta accolta l'opzione "cataloghi" come unica via


percorribile per individuare e analizzare un campione sufficiente e al
tempo stesso accessibile di manoscritti, il secondo passo compiuto è
consistito nella selezione delle opere da spogliare: tale cernita ha
avuto come presupposto la determinazione delle variabili che si
reputano indispensabili - o utili - alla ricerca, poiché solo in base alla
presenza o meno delle medesime si può operare la scelta.

Il criterio discriminante per procedere ad una prima ricognizione


del materiale utilizzabile è stato, ovviamente, l'indicazione della
fascicolazione, espressa sia in forma completa - cioè fornendo la
composizione di ogni singolo fascicolo del codice - sia come
fascicolazione maggioritaria.

Da un primo sondaggio, compiuto su alcune centinaia di unità,


sono emersi circa 190 cataloghi che presentano tale requisito
essenziale.` Come effettuare un'ulteriore scrematura al fine di
enucleare il corpus definitivo su cui lavorare? È evidente che il
principio in base a cui compiere la selezione è consistito
esclusivamente nella maggiore o minore ricchezza delle descrizioni
dei cataloghi rispetto alle informazioni considerate indispensabili o
perlomeno pertinenti alla presente indagine, cioè a dire rispetto alle
variabili che si presume possano essere utilmente correlate alla
fascicolazione.
Questa considerazione implica naturalmente la necessità sia di
approntare una scheda di rilevamento che accolga le variabili in
questione sia di stilare un protocollo di osservazione che ne
determini le modalità di acquisizione. Come abbiamo già
sottolineato, un codice è un insieme di elementi intimamente legati
tra di loro, per cui a ben guardare - almeno a priori - non si dovrebbe
trascurare o omettere nessuna variabile, dato che tutti i parametri
potrebbero potenzialmente interagire con la fascicolazione. Si è
pertanto deciso di includere nella scheda il maggior numero
possibile di variabili, compatibilmente sempre con il tipo di
informazioni che si può ragionevolmente supporre di trovare in un
catalogo; nel senso che un parametro come la foratura potrebbe
anche apparire estremamente interessante, ma le possibilità di
indagarlo senza un esame autoptico del materiale sarebbero,
comunque, assai modeste.

Tra le variabili esiste evidentemente una gerarchia d'importanza


e, al pari della menzione della fascicolazione, si è ritenuto
assolutamente indispensabile che i cataloghi fornissero sia
l'indicazione del paese d'origine del codice sia una datazione
circoscritta almeno alla metà del secolo.34

In realtà la messa a punto di una scheda di rilevamento e del


relativo protocollo può sembrare - teoricamente - un compito che
non presenti eccessive difficoltà, ma nei fatti si è rivelato piuttosto
complicato, tanto che, pur avendo cercato di prevedere tutti i casi
possibili, non sono mancati aggiustamenti e revisioni anche in corso
d'opera.

Riportiamo qui di seguito un quadro sommario delle variabili


contemplate nella scheda, in quanto per uno specimen compilato
nelle sue varie voci e per il protocollo di osservazione si rimanda
all'appendice.`

a. Notizie generali sul codice (segnatura, catalogo, supporto,


formato)
b. Indicazioni utili a collocare il codice nel tempo e nello spazio
(datazione, localizzazione, copista)

c. Indicazioni riguardanti il testo e la lingua (tipologia testuale, autore


principale, testo principale, lingua del testo, prosa o versi)

d. Caratteristiche materiali (numero delle carte, dimensioni del foglio


e dello specchio scrittorio, tipo di impaginazione, numero di linee,
fascicolazione, richiami, segnature, tecnica di rigatura)

e. Indicazioni sul tipo di scrittura e sulla decorazione (presenza di


iniziali, illustrazioni, cornici ecc.)

f. Storia del codice (committente, destinatario, primo possessore)

g. Osservazioni.

Il corpus definitivo dei cataloghi da utilizzare è composto quindi


da quegli elementi che presentano una maggiore rispondenza ai
parametri appena enucleati. Come abbiamo sottolineato già in altra
sede 36 tra i criteri che hanno guidato la scelta compaiono anche
un'equilibrata presenza dei paesi presi in esame, una certa varietà di
tipologie di manoscritti, una buona rappresentazione dell'intero
periodo - dalla metà del XII a tutto il XV secolo - considerato.

Non potendo ovviamente pretendere che ogni singolo catalogo


ottemperasse a tutte le richieste, si è cercato che vi si conformasse il
campione nel suo insieme.`

Una volta individuato il corpus da esaminare e trasferita la


scheda di rilevamento su un database,` si potrebbe pensare che la
fase successiva - cioè quella di acquisizione dei dati stessi - sia
piuttosto meccanica, in quanto consistente semplicemente
nell'applicare con cura il protocollo di osservazione. In realtà il
processo di estrapolazione dei dati dai cataloghi è sottoposto ai limiti
derivanti dal presupposto di partenza, cioè dalla scelta di utilizzare
informazioni di seconda mano, che provengono quindi da fonti
estremamente diverse e rilevate seguendo criteri e modalità non
univoci.

1.2. Variabili

Le difficoltà che possono presentarsi sono grosso modo di tre


tipi:

Variabili indicate assai raramente (per es. il formato della carta - in


folio, in quarto ecc. - o la rigatura).

Variabili rilevate con modalità di descrizione estremamente


eterogenee (per es. il tipo di scrittura, la decorazione, i richiami,
le segnature).

Variabili rilevate non sistematicamente all'interno dello stesso


catalogo (per es. i richiami, le segnature, la rigatura).

Questa suddivisione ha solo carattere illustrativo, in quanto le tre


possibilità nella realtà si presentano assai sovente frammiste tra di
loro.

Volendo chiarire quanto detto mediante un caso concreto,


possiamo soffermarci sulla rigatura. Questo parametro in alcuni
cataloghi non compare affatto,39 in altri, sebbene venga
menzionato, non sempre si specifica - nel caso siano indicate due
tecniche differenti - quale modalità si riferisce alle rettrici e quale alla
giustificazione. Nei quattro cataloghi di Ker, che figurano senza
ombra di dubbio tra gli strumenti più utili per questa ricerca, la
tecnica di rigatura viene rilevata regolarmente solo per il periodo in
cui avviene il passaggio dalla rigatura a secco alla rigatura a colore.
Anche i richiami e le segnature sono indicati da Ker esclusivamente
in determinati casi: i richiami vengono menzionati per il periodo della
loro introduzione, che va all'incirca dal 1100 al 1150. Da quel
momento in poi, secondo lo studioso, il loro uso diventa talmente
generalizzato che un'eventuale assenza è imputabile solo ad un
incidente meccanico come l'eccessiva rifilatura.4o
Le segnature sono riportate da Ker soprattutto per il lasso di
tempo che abbraccia la metà del XII fino al XIV secolo: è ovvio che
sia in questo caso sia nel precedente le scelte dell'autore sono
determinate da considerazioni storiche e paleografiche sicuramente
valide, ma purtroppo non applicabili o perlomeno non sfruttabili per
uno studio sistematico dei fenomeni, basato su metodi statistici che
richiedono termini di confronto rilevati regolarmente e
"asetticamente", cioè senza operare una scelta a priori.

In generale sia i richiami sia le segnature non figurano tra le voci


regolarmente presenti nei cataloghi e qualora siano indicati, ciò
avviene secondo modalità estremamente eterogenee: si va infatti
dalla semplice menzione della esistenza - in Mynors, Balliol si legge
catchwords and signatures - a descrizioni più accurate, come quelle
che compaiono nei M.C.L.B.P.F., dove si segnala esplicitamente non
solo la presenza, ma anche l'assenza di tali parametri. Per poter
studiare i fenomeni e la loro evoluzione operando le opportune
distinzioni - sia in sincronia sia in diacronia - sarebbe necessario
conoscere per i richiami almeno la posizione nel margine,` per le
segnature la specificazione del tipo (segnature dei fascicoli, a
registro e così via).42

Un discorso a parte - che poi verrà ripreso in sede di analisi dei


dati - merita la decorazione: in effetti l'apparato decorativo di un
codice, qualora esso ne sia dotato, è descritto praticamente in ogni
catalogo. Purtroppo non è facile desumere da tali descrizioni dati
comparabili in quanto il lessico non solo non è univoco, ma sotto la
medesima definizione - ad esempio quella di "iniziali ornate", che si
trova frequentemente utilizzata in descrizioni sintetiche - si corre il
rischio che si celino situazioni assai diverse.` Nel caso anche di
tipologie meglio caratterizzate come le istoriate, la casistica di fronte
a cui ci troviamo è senz'altro vasta, e comunque, pur in presenza di
descrizioni molto accurate, rimane difficile stabilire criteri validi a
priori in base ai quali raggruppare le varie tipologie. In realtà, a
seconda di quello che si richiede alla variabile decorazione - come
ad esempio rivelare il maggiore o minore pregio di un codice -,
conviene stabilire di volta in volta parametri di confronto coerenti, la
cui applicazione però richiede, con ogni evidenza, un esame
autoptico del materiale." In questa sede, dovendo far fronte a
situazioni estremamente diverse e per giunta non gestibili
direttamente, si è fatto ricorso - come risulta dal protocollo di
osservazione - a raggruppamenti dettati da una forzata
semplificazione sia per quanto riguarda le iniziali 45 sia per i restanti
parametri dell'apparato decorativo, in modo da non perdere le
informazioni almeno nella fase dell'acquisizione.

1.3. Analisi dei dati

L'esigenza che ogni tipo di indagine quantitativa presenta, cioè di


basarsi su dati omogenei e confrontabili, comporta inevitabilmente la
necessità di omogeneizzare le informazioni - il che significa
praticamente cercare di ricondurle alla griglia di voci che compaiono
nella scheda - nel caso in cui esse non risultino direttamente
utilizzabili così come vengono fornite dai cataloghi.

In altre parole vi sono alcune variabili come le dimensioni del


foglio o dello specchio che, nel caso in cui compaiono, sono
sicuramente fruibili nella forma in cui si presentano,46 mentre altre,
come quelle appena esaminate, richiedono un processo di
semplificazione.

Per citare un esempio possiamo ancora una volta scegliere la


rigatura: le diciture piombo, mina di piombo, mina o matita sono
state riunite sotto l'unica voce piombo.

Una volta conclusa la raccolta del materiale, nel momento in cui


si è passati alla fase successiva che consiste nell'analisi dei dati,
ovvero nel cercare di scoprire le relazioni che legano le singole
variabili tra di loro e queste in modo particolare alla fascicolazione, si
è dovuto procedere ad un ulteriore sforzo di razionalizzazione per
rendere i dati confrontabili e perciò analizzabili.

I principali accorgimenti adottati sono i seguenti:


a. La datazione a cavallo tra i due secoli è stata sempre considerata
come appartenente all'ultimo quarto del secolo precedente.` In
particolare si è scelto sistematicamente il secolo anteriore per
evitare, per quanto riguarda il XII secolo, di introdurre delle
perturbazioni troppo forti nell'effettivo del campione. Invece per il
XIII e il XIV secolo il problema non si pone, in quanto, come
vedremo, gli ultimi decenni del primo ed i primi anni del secondo
sono spesso paragonabili come quantità e modalità di
produzione. Ovviamente sussiste il rischio, così facendo, di
antidatare certi manoscritti e di conseguenza, eventualmente,
alcuni fenomeni, ma questo non invalida i risultati ottenuti.48

b. I paesi presi in considerazione nella presente ricerca sono:


Inghilterra, Francia, Italia, Germania e Paesi Bassi. In effetti
abbiamo inserito nel campione anche codici prodotti in altri paesi,
ma che potessero ciononostante essere assimilati alle medesime
aree di provenienza, in modo tale da non parcellizzare troppo il
corpus ed avere sempre sottogruppi di una certa consistenza.

I paesi sono stati raggruppati nel modo seguente:

e = Inghilterra, Galles, Scozia

f = Francia

i = Italia

pb = Belgio (genericamente inteso, ovvero non distinto in


Fiandre e Vallonia), Fiandre, Olanda, Vallonia.

pg = Austria, Boemia e Moravia, Germania, Slovacchia,


Svizzera.49

c. La tipologia testuale è stata ridotta alle categorie che figurano nel


protocollo. Si sono operate alcune scelte a priori, come quella di
includere nei manoscritti teologici solo gli universitari scolastici, in
quanto molto ben caratterizzati sia dal punto di vista testuale sia
codicologico in senso stretto - tipo di pergamena, dimensioni,
mise en texte, mise en page -, oppure far rientrare un'opera
come la Legenda aurea nella letteratura sacra e non nella
teologia lato sensu, proprio per i motivi suddetti. Nella letteratura
sacra rientrano quindi tutte quelle opere, e di conseguenza quei
codici, che non possono essere ricondotti agli universitari
scolastici.

d. Si è cercato di uniformare il nome e cognome dell'autore/autori


riportandolo, quando possibile, alla forma latina (ad esempio
Torquemada in Turrecremata ecc.).

e. Relativamente alla fascicolazione abbiamo deciso di considerare,


nel caso non vi sia una fascicolazione maggioritaria - ovvero
della metà più un elemento -, il tipo di fascicolo più rappresentato
come preponderante. Questo perché in sede di elaborazione dei
dati è utile avere comunque un termine di riferimento che
rappresenti la scelta favorita anche se non prioritaria. Nel caso di
codici (in genere di carta) con grossi fascicoli irregolari si è scelto
di indicare questo tipo di fascicolazione con A.

f. In merito alla scrittura si è fatto ricorso ad un genere di


accorpamento che potrebbe suscitare molte perplessità, ma che
non ha affatto la pretesa di essere un modello di classificazione
delle scritture, bensì soltanto un mero mezzo per rendere i dati
confrontabili partendo da alcuni assunti. È parso opportuno ri
unire in un solo gruppo, denominato genericamente textualis, tutti
i tipi di textuales posate, che nei cataloghi appaiono sotto varie
diciture, eccetto la rotunda. Nel gruppo textualis corsiva sono
incluse invece tutte quelle scritture che hanno come caratteristica
comune un ductus corsivo, eccetto la mercantesca, che è
considerata a parte. Le scritture umanistiche sono riunite nelle
due grandi categorie di umanistica rotonda e umanistica corsiva.

Si è applicata quindi la seguente tipologia:


textuales, che comprende: gotica, gotica libraria, gotica
francese, gotica italiana, Parisiensis.

rotunda, che comprende: Bononiensis,50 gotica rotunda.

textualis corsiva che comprende: anglicana,` bastarda, business


hands, cancelleresca, corsiva, corsiva libraria, gotica
corsiva, secretaryhands.52

umanistica rotunda che comprende: antiqua, protoumanistica,


umanistica, umanistica libraria.

umanistica corsiva.

mercantesca.

Prima di passare all'esposizione dei risultati raggiunti ci preme


precisare che non tutte le informazioni raccolte al momento di
acquisire i dati sono state utilizzate nella presente ricerca e non di
tutte quelle analizzate verrà dato conto.53

Nel primo caso rientrano le notizie concernenti una


specificazione più circoscritta dell'origine del manoscritto - oltre al
paese compaiono infatti tra le voci richieste anche la zona
geografica (nord, sud ecc.), la regione, la città, l'istituzione - nonché
le informazioni concernenti la storia del codice ovvero il copista, il
committente, il destinatario, il possessore. Tali notizie non sono state
direttamente sfruttate nella fase attuale della ricerca, ma potrebbero
servire come base per ulteriori approfondimenti e per poter
sviluppare in futuro l'indagine in maniera più fine, una volta delineato
il quadro d'insieme.

Nel secondo caso rientrano i richiami, di cui si è semplicemente


conteggiata la presenza o meno: qualsiasi statistica che ha per
oggetto la posizione nel margine non è attuabile, dal momento che
sono troppo pochi i casi in cui viene specificata esplicitamente. Il
parametro così genericamente considerato non si è rivelato
particolarmente significativo in rapporto alla fascicolazione.

Anche per le segnature non abbiamo potuto operare alcun


genere di raffronto perché i dati raccolti si sono rivelati troppo parziali
e disomogenei.

In merito alla scrittura, nonostante i raggruppamenti operati, non


si è riusciti ad ottenere linee di tendenza sufficientemente chiare,
anche perché, nonostante l'elevato numero di codici presi in esame,
questo parametro è presente solo in alcuni cataloghi, per cui il
numero di casi rilevati non è tale da ottenerne partizioni significative
e non dovute ad effetti di struttura.` Inoltre bisogna sempre tenere
presente che la scrittura può dipendere dal tipo di testo, che a sua
volta - come vedremo - appare più direttamente correlato alla
fascicolazione che non la scrittura stessa.

Anche la decorazione non sembra un parametro


immediatamente rapportabile alla fascicolazione, in quanto appare -
e lo è indubbiamente - legato soprattutto al tipo di testo. In effetti per
scoprire se esista un qualche legame tra la fascicolazione e
l'apparato decorativo bisognerebbe essere in grado di isolare tutte le
altre variabili che potenzialmente - o palesamente - interagiscono
con la fascicolazione, in modo da poter dimostrare in che misura i
due parametri abbiano un'influenza reciproca diretta; un compito
questo che ci porterebbe troppo lontano dal nostro obiettivo.

2. L'evoluzione della fascicolazione

2.1. Il corpus

Il corpus di manoscritti sul quale si basa la nostra indagine è


composto di 3410 unità codicologiche. Nella fattispecie la
consistenza per secolo è la seguente:

XII secolo 386 manoscritti


XIII secolo 637 manoscritti

XIV secolo 620 manoscritti

XV secolo 1767 manoscritti

È opportuno tenere presente che in questi totali sono inclusi


alcuni codici - seppure in numero assai limitato - semplicemente
datati al secolo e non al mezzo secolo,55 per cui può verificarsi che,
in sede di analisi, sommando ad esempio le consistenze del XV.1 e
del XV.2, non si ottenga il totale di 1767, ma risultino alcune unità in
meno.

Per un secolo può comparire un effettivo totale inferiore a quello


dato anche nel caso in cui si considerino solamente certe variabili -
ad esempio codici con fascicolazione esclusivamente in quaternioni,
quinioni e senioni, escludendo le altre - e non la loro totalità.

2.2. Quadro diacronico generale

Il quadro che emerge dall'analisi dei dati riguardanti il XII secolo


conferma nella sostanza quanto precedentemente anticipato: questo
periodo, seppure denso di fermenti in campo culturale e foriero di
grandi mutamenti dal punto di vista della gestione istituzionale della
cultura, non offre particolari novità per quel che concerne l'assetto
materiale del codice. La predominanza del quaternione sulle altre
tipologie di fascicoli è schiacciante (cfr. grafico 1), sebbene sia
presente una minima quota di manoscritti in quinioni, pari al 3% del
campione esaminato.

Il secolo che introduce invece un chiara modificazione nelle


scelte che guidano la fattura del codice è il XIII. La situazione appare
assai differenziata rispetto al periodo precedente: balza agli occhi
infatti sia un netto calo dell'utilizzazione del quaternione, che passa
dal 95% di diffusione a meno del 40%, sia la comparsa di nuove
tipologie di fascicoli (cfr. grafico 2). In particolare si nota una forte
presenza del senione - la cui percentuale di impiego risulta
addirittura superiore a quella del quaternione - accompagnata da
una certa quota di quinioni che copre il 10% dell'effettivo. Il resto
della produzione si incentra su altri tipi di fascicolazioni tra cui
spiccano quelle particolarmente corpose ovvero da otto, da dieci e
da dodici bifolii.

È evidente che ci troviamo in presenza di una specie di


"rivoluzione" che investe le tecniche di fattura dei codici: si passa
infatti dall'assoluta predominanza - nel XII secolo - del quaternione
ad una chiara propensione a favore del senione, un tipo di fascicolo
che, per quanto attestato fin dall'antichità, non era stato utilizzato
fino ad allora se non in maniera sporadica.

Nel XIV secolo la diffusione dei quaternioni e dei senioni appare


pressappoco immutata rispetto al XIII, infatti la distribuzione degli
effettivi si attesta per entrambi i tipi di fascicolazione intorno al 40%
della produzione totale (cfr. grafico 3): si delinea quindi una
condizione di pari utilizzazione. Da notare invece un forte incremento
dell'impiego dei quinioni per i quali risulta quasi il doppio delle
attestazioni rispetto al secolo precedente. Un'analisi più "fine" di
questo periodo, condotta cioè operando una suddivisione per
frazioni di secolo e paesi, ci consentirà tra breve di illustrare meglio il
fenomeno.

' Dall'osservazione dei dati riguardanti il XV secolo (cfr. grafico 4)


emergono chiaramente le seguenti caratteristiche:

a. I quaternioni presentano il medesimo grado di diffusione del


secolo precedente.

b. I quinioni occupano una quota di produzione sempre crescente,


tanto è vero che passano dal 18% del XIV secolo al 31% del XV.

c. Il senione cala visibilmente raggiungendo un effettivo del 26%.

d. Si nota una minima presenza di altre tipologie di fascicoli, tra cui


si distinguono gli ottonioni che coprono una quota di produzione
del 2%.

Ovviamente per il XV secolo - ma anche in parte per il XIV - è


improprio parlare di produzione manoscritta in generale senza
distinguere tra pergamenacea e cartacea,` ma abbiamo preferito
dedicare al supporto e alla sua influenza sulla fascicolazione una
trattazione a parte nell'ambito di un discorso incentrato sui parametri
più nettamente correlabili alla fascicolazione.

A questo punto possediamo un quadro dell'evoluzione diacronica


della fascicolazione - tracciato in base alla semplice lettura dei dati -
a maglie estremamente larghe, in quanto strutturato per secoli e
comprendente l'intera produzione dei paesi in esame. In realtà per
sapere dove, quando ed eventualmente perché si siano verificati
determinati fenomeni è necessario ricorrere ad un'analisi più
dettagliata del nostro corpus di manoscritti, che prevede di esa
minare la situazione di ogni singolo paese suddividendone la
produzione in frazioni temporali più ristrette, quali i cinquantennii.

2.3. Quadro specifico per paesi

2.3.1. Inghilterra

La produzione manoscritta inglese del XII secolo si articola


prevalentemente in quaternioni, sebbene sia da segnalare una certa
diffusione dei quinioni - presenti in circa il 9% dell'effettivo totale - e
due codici strutturati in senioni. In effetti la quota di codici allestita
con fascicoli diversi dai quaternioni è estremamente ridotta, ma pur
sempre consistente rispetto a quella registrata negli altri paesi (cfr.
tabella 1 per la parte riferita all'Inghilterra).

Nella prima metà del XIII secolo si delinea già un mutamento: i


quaternioni sono ancora predominanti in quanto coprono ben più
della metà dell'effettivo totale (56,7%), ma i quinioni ed i senioni
cominciano ad essere un'opzione alternativa sicuramente valida,
tanto è vero che occupano entrambi una quota superiore al 20%.
La produzione della seconda metà del secolo è invece
pienamente orientata a favore del senione che raggiunge una
percentuale di diffusione del 64%. Il tasso di utilizzazione dei
quaternioni scende bruscamente al 14%, ma anche i quinioni
registrano una considerevole flessione, infatti occupano soltanto un
8,2% dell'effettivo totale.

Compaiono nel frattempo nuove tipologie di fascicoli - come si è


rilevato analizzando i dati generali sul XIII secolo - da dieci e da
dodici bifolii (cfr. tabella 2).

È evidente che già nella prima metà del secolo si riscontra una
certa tendenza a utilizzare tipi di fascicoli più consistenti, ma la
scelta sembra coinvolgere in eguale misura sia il quinione sia il
senione. Successivamente l'opzione senione diventa assolutamente
prioritaria non solo rispetto al quaternione, ma anche nei confronti
del quinione.

Nella prima metà del XIV secolo si osserva subito qualche


variazione rispetto al cinquantennio precedente: il senione
rappresenta ancora il tipo di fascicolo più diffuso coprendo quasi il
60% della produzione totale, contemporaneamente però si constata
una netta ripresa del quaternione che triplica la sua diffusione (36%
circa), mentre il quinione diminuisce ulteriormente.

Nella seconda metà del secolo si verifica invece una vera e


propria inversione di tendenza: il quaternione torna ad essere la
scelta prioritaria, tanto da coprire il 56,5% della produzione, mentre il
senione diminuisce il suo effettivo di circa 23 punti percentuali,
evidentemente a favore del quaternione, dato che la quota di
diffusione del quinione non cambia e gli altri tipi di fascicolazione non
raggiungono certo una consistenza degna di nota (cfr. tabella 3).

La prima parte del XV secolo segna una marcata preferenza per


il quaternione che presenta un indice di diffusione pari quasi ai tre
quarti della produzione totale. Il resto dell'effettivo si suddivide tra i
senioni, che occupano una quota del 18,6%, e altri tipi di fascicoli tra
cui quinioni e ottonioni. Nel secondo cinquantennio del secolo il
quadro delle scelte che presiedono alla manifattura dei codici
permane - nelle sue grandi linee - quasi invariato: si rileva una
flessione nell'impiego sia dei quaternioni sia dei senioni a fronte di
una leggera crescita dei quinioni, mentre riappaiono in maniera più
consistente altri tipi di fascicoli con oltre sei bifolii (cfr. tabella 4).

2.3.2. Francia

La Francia del XII secolo rivela una preferenza nettamente


delineata a favore del quaternione che copre infatti più del 97% della
produzione totale, accompagnato da una minima percentuale di
ternioni e quinioni (cfr. tabella 1 per la parte riferita alla Francia).

Nella prima metà del XIII secolo l'opzione quaternione è ancora


largamente predominante, occupa infatti più di tre quarti della
produzione totale, sebbene il senione cominci ad apparire con una
certa consistenza - soprattutto in rapporto alla totale assenza del
secolo precedente - coprendo più del 15% dell'effettivo totale.
Bisogna rilevare inoltre una minima presenza di quinioni e ottonioni.

Nel corso della seconda metà del secolo si verifica anche in


Francia, sebbene in toni più moderati, una decisa affermazione del
senione che raggiunge una percentuale di diffusione superiore al
38%. Il fenomeno è sicuramente meno accentuato che
nell'Inghilterra dello stesso periodo, ma ugualmente non si può non
cogliere una preferenza piuttosto decisa per questo tipo di fascicolo.
La quota di produzione in quaternioni si riduce al 31,6%, mentre
compaiono tipologie di fascicoli assai consistenti, formati da otto,
dieci e dodici bifolii, la cui presenza è stata già evidenziata
tracciando il quadro generale del XIII secolo (cfr. tabella 5 e grafico
2).

La prima metà del XIV secolo vede ricadere le scelte relative alla
fattura dei codici prevalentemente sul senione, che diventa il tipo di
fascicolo maggiormente utilizzato, con una percentuale di diffusione
superiore al 60% della produzione totale. L'effettivo dei quaternioni
registra un ulteriore calo - circa 5 punti - in confronto al periodo
precedente, mentre quello dei quinioni raggiunge il 13,2%. Rispetto
al XIII.2 si rileva la scomparsa delle fascicolazioni da otto e più bifolii,
che coprivano complessivamente quasi un quarto della produzione
totale francese (23,9%) e ben oltre un decimo di quella inglese
(12,6%), in cui peraltro si verifica lo stesso fenomeno (cfr. tabella 6;
per l'Inghilterra tabelle 2 e 3).

Nella seconda metà del secolo si osserva anche in Francia


un'inversione di tendenza: il quaternione accresce il suo effettivo di
circa 28 punti percentuali (54,7%) a paragone del cinquantennio
precedente, mentre il senione scende al 40% della produzione totale
(cfr. tabella 6).

Se questo trend lo si confronta con quello della coeva Inghilterra


si noterà che, in realtà, tra i due paesi non esistono differenze
sostanziali: la percentuale di codici in quaternioni, quinioni e senioni
si aggira su valori largamente paragonabili in entrambe le aree di
produzione (cfr. tabelle 3 e 6).

Anche nella prima metà del XV secolo riscontriamo una


situazione di sostanziale convergenza di scelte tra i due paesi, infatti
la produzione manoscritta francese si articola, in linea di massima,
secondo la stessa ripartizione percentuale di quaternioni e di senioni
che abbiamo già trovato in quella inglese, attestandosi i primi intorno
al 74% della quota totale ed i secondi al 20%. Nel campione di
manoscritti francesi di questo periodo non compaiono i quinioni,
mentre troviamo rappresentate le fascicolazioni con più di sei bifolii,
in particolare gli ottonioni.

Nella seconda metà del secolo i rapporti di forza - se così si


possono definire - tra le varie fascicolazioni permangono quasi
invariati, salvo il fatto che riappare una piccola percentuale di qui
nioni, mentre diminuisce l'effettivo delle fascicolazioni più "corpose"
(cfr. tabella 7).

2.3.3. Italia

Per quanto riguarda la produzione italiana del XII secolo ed


anche per la prima metà del XIII il nostro campione è estremamente
ridotto,` ma la preferenza per il quaternione parrebbe incontestabile.

Nella seconda metà del XIII secolo si delinea invece un quadro


abbastanza singolare in quanto appaiono sostanziosamente
rappresentati tanto i quaternioni quanto i quinioni e i senioni. Anzi
questi ultimi coprono una quota di produzione pari al 41%, mentre i
quaternioni si attestano sul 34,5%. In effetti si potrebbe ipotizzare
che anche l'Italia, nel corso del XIII secolo, venga toccata - forse
proprio in seguito ad un influsso d'oltralpe - da questa "moda" del
senione diffusasi in Inghilterra e in Francia. Non bisogna
sottovalutare però l'effettivo dei quinioni (21,3%), i quali risultano già
ben più utilizzati che negli altri paesi europei (cfr. tabella 8).

A proposito della prima metà del XIV secolo, per quanto l'effettivo
del campione sia piuttosto ridotto, riteniamo ugualmente di una
qualche utilità proporre alcune considerazioni. La quota di codici in
quaternioni, quinioni e senioni presenta un effettivo di simile entità:`
infatti, rispetto al cinquantennio precedente, si rileva una flessione
sia nella percentuale dei quaternioni, sia - soprattutto - in quella dei
senioni, mentre aumenta contestualmente la quota dei codici in
quinioni.

Nella seconda parte del XIV secolo il ruolo primario del quinione
assume ormai contorni precisi, tanto è vero che risulta impiegato in
più del 46% della produzione italiana, mentre i quaternioni
presentano un tasso di diffusione pari a circa il 29% ed i senioni
scendono al 19,4% del totale. Compaiono inoltre fascicoli con otto e
più bifolii, benché la loro quota complessiva non sia molto rilevante
(cfr. tabella 9).
La produzione della prima metà del XV secolo è in gran parte
incentrata sul quinione che copre circa il 64% del totale.
Diversamente che in Inghilterra e in Francia, dove il quaternione ha
ripreso ampiamente piede, in Italia riscontriamo la piena
affermazione del quinione che non solo si consolida come scelta
tecnica prioritaria, ma addirittura aumenta la sua diffusione nella
seconda metà del XV secolo fino a raggiungere una quota del
72,2%.

Per quanto riguarda gli altri tipi di fascicoli nel XV.1 i quaternioni
si attestano al 17% della produzione totale ed i senioni al 15%,
mentre nel XV.2 scendono rispettivamente intorno al 14% e al 9%.
Le percentuali di altri tipi di fascicolazioni - a prescindere dagli
ottonioni che superano il 2% in entrambe le metà secolo - sono
quasi irrilevanti (cfr. tabella 10).

2.3.4. Germania

La Germania del XII secolo, almeno rispetto al campione a


nostra disposizione, sembra totalmente orientata verso il
quaternione (cfr. tabella 1 per la parte riferita alla Germania). Per il
XIII e XIV secolo non abbiamo un effettivo di codici tale J9 da
poterne trarre delle indicazioni attendibili. Dalla mera lettura dei dati
si constata che, nella prima metà del XIII secolo, il quaternione è il
tipo di fascicolo maggiormente impiegato, tanto da totalizzare dieci
attestazioni sulle undici registrate.60 Per la seconda metà del secolo
si nota ancora una prevalenza del quaternione, infatti su 14
manoscritti attribuibili a questo periodo 7 presentano una
fascicolazione in quaternioni, 2 in quinioni, 4 in senioni ed uno in
ottonioni.

Anche per il XIV secolo il campione di codici a disposizione è


veramente ridotto: per quel che concerne la prima parte del secolo
possiamo solo segnalare che, su 5 codici attribuibili a questo lasso di
tempo, 2 sono allestiti in quaternioni, 2 in senioni ed uno in ottonioni,
mentre per la seconda metà su 16 codici 5 sono strutturati in
quaternioni, 4 in quinioni, 6 in senioni ed uno presenta grossi
fascicoli irregolari.

Quanto al XV secolo, grazie invece ad un campione piuttosto


cospicuo, è possibile enucleare alcune linee di tendenza
sufficientemente precise. La Germania presenta infatti, per la prima
metà del secolo, una situazione del tutto diversa tanto rispetto
all'Inghilterra e alla Francia - dove abbiamo assistito alla rimonta del
quaternione -, quanto all'Italia - dove si afferma il quinione -. Si
verifica infatti una predominanza assoluta del senione che occupa il
71,2% della produzione totale, mentre il quaternione e il quinione
coprono rispettivamente il 9,1% e il 15,2%.6' Da segnalare, inoltre, la
presenza di fascicoli con oltre sei bifolii che raggiunge il 4,5%
dell'effettivo. Nella seconda metà del secolo il quadro delle scelte
permane grosso modo invariato, salvo una piccola crescita della
quota di manoscritti in quaternioni che aumenta di circa 5 punti
percentuali arrivando al 14,4% ed un leggero calo (2 punti
percentuali) dei codici in quinioni (cfr. tabella 11).

2.3.5. Paesi Bassi

Nel nostro corpus l'effettivo dei codici prodotti nei Paesi Bassi
raggiunge un livello sufficientemente significativo solamente nel XV
secolo ed in particolare nel secondo cinquantennio. Nella prima
metà di questo secolo la produzione manoscritta si articola
prevalentemente in quaternioni, i quali coprono il 61% circa della
quota totale; compare inoltre una discreto numero di codici in senioni
(28,6%), mentre un decimo circa della produzione opta per i quinioni.
Nella seconda parte del secolo - per cui abbiamo a disposizione un
campione decisamente più rappresentativo - si constata una
situazione pressappoco analoga a quella appena descritta. I
quaternioni aumentano leggermente il loro tasso di diffusione
(64,2%), mentre i quinioni e i senioni perdono una parte della loro
quota, rispettivamente 2,3 e 6,5 punti percentuali. Si riscontra invece
una piccola rappresentanza (2,1% rispettivamente) di codici
composti da ternioni e ottonioni (cfr. tabella 12).
2.4. Conclusioni

È il XIII secolo, con ogni evidenza, che introduce cambiamenti


sostanziali nelle tecniche di allestimento del fascicolo. Il paese guida
in fatto di innovazioni è l'Inghilterra, la cui produzione, già nella prima
metà del secolo, presenta una notevole proporzione di codici allestiti
con fascicoli diversi dal quaternione, cioè a dire quinioni e senioni.
Questa tendenza a privilegiare fascicoli più corposi diviene
dominante nella seconda metà del XIII, ma la scelta - come abbiamo
già sottolineato - ricade sostanzialmente sul senione, la cui
percentuale di diffusione è schiacciante. Nella produzione francese
si avverte la presenza di tipologie di fascicoli di versi dal quaternione
fin dalla prima metà del secolo, è nella seconda metà, tuttavia, che
l'effettivo dei codici in senioni diventa più consistente raggiungendo
quasi i due quinti della produzione totale. La sostanziale
affermazione del senione in Francia si verifica però con il primo
cinquantennio del XIV secolo: in base all'esame di questo trend si
potrebbe supporre che la Francia segua l'Inghilterra nell'innovazione
tecnica del senione con qualche decennio di ritardo; infatti mentre
nella produzione inglese i senioni, pur essendo ancora la scelta
prioritaria, presentano nella prima metà del secolo una leggera
flessione a fronte di una crescita dei quaternioni, in quella francese
raggiungono l'apice dell'utilizzazione.

Nella seconda metà del XIV si verifica un cambiamento dei criteri


in base ai quali si fabbricano i codici, probabilmente dovuto al fatto
che sono mutate le logiche che guidano l'utilizzazione dell'oggetto
libro. Il quaternione riprende ampiamente il sopravvento coprendo
ben più della metà dell'effettivo totale - sebbene la percentuale di
codici in senioni sia ancora piuttosto rilevante 62 - tanto nella
produzione francese quanto in quella inglese che, come abbiamo già
sottolineato, si strutturano grosso modo secondo le stesse quote
proporzionali di codici nelle varie tipologie di fascicoli. Nel XV secolo
la produzione manoscritta inglese e francese si sviluppa ormai in
grande maggioranza - oltre il 70% - in quaternioni, mentre la quota di
codici in senioni è più o meno pari ad un quinto del totale.
La produzione italiana invece segue un andamento peculiare.
Mentre nella seconda metà del XIII secolo si nota una situazione
piuttosto fluida, in quanto la quota di codici in senioni è addirittura
lievemente superiore a quella in quaternioni, dalla prima metà del
XIV si assiste ad un lento affermarsi del quinione, che, già ben
attestato nel cinquantennio precedente (quando occupa più di un
quinto dell'effettivo totale), consolida man mano la sua posizione.
Presenta infatti una percentuale di diffusione crescente con il
passare dei decenni, fino ad arrivare a coprire quasi i tre quarti della
produzione totale nella seconda metà del XV secolo. È quindi
plausibile ritenere che la quota di quinioni rilevata nel quadro
diacronico generale per il XIV e il XV secolo provenga in massima
parte dal territorio italiano.

Riguardo alla produzione di area tedesca del XIII e XIV secolo


non possiamo proporre che semplici osservazioni. La comparsa di
quinioni e senioni si coglie solamente dalla seconda metà del XIII,
ma, considerata l'esiguità dei dati in nostro possesso, non si può
procedere oltre la constatazione di una lieve predominanza dei
senioni nel corso dell'ultimo cinquantennio del XIV secolo. La prima
metà del XV si apre invece con uno scenario tutto a favore del
senione - ormai progressivamente abbandonato come scelta tecnica
negli altri paesi, in cui è relegato ad un ruolo secondario -, che viene
impiegato in gran parte della produzione, sebbene non manchino
codici sia in quaternioni sia soprattutto in quinioni. Nella seconda
metà del secolo le proporzioni rimangono sostanzialmente immutate
se non per un leggero incremento dei codici in quaternioni.

Nei Paesi Bassi la produzione del XV secolo si articola


sostanzialmente secondo le linee individuate per la Francia e
l'Inghilterra (infatti è strutturata prevalentemente in quaternioni),
anche se la quota di codici fabbricati in senioni ammonta a poco
meno di un quarto del totale.

A questo punto siamo in grado di fornire una risposta ad alcuni


dei quesiti che ci siamo posti. Per quanto concerne il passaggio dal
quaternione al senione, possiamo rispondere alle domande su
"quando" e "dove" è avvenuto, mentre rimane assolutamente aperto
il problema del "perché" si è verificato questo notevole cambiamento
nella fattura del codice.

Riguardo al quinione sono chiari i luoghi e le modalità di


diffusione, pur facendo sempre difetto una spiegazione delle
motivazioni che spingono la produzione italiana ad orientarsi in
maniera così decisa verso una data struttura di fascicolo, mentre nel
resto di Europa si scelgono altre vie.

Il periodo di massimo fulgore del manoscritto in senioni va


all'incirca dal 1250 al 1350: esso nasce e si sviluppa in Inghilterra, si
diffonde a stretto giro in Francia, per poi raggiungere l'Italia e la
Germania. In territorio tedesco il senione, per quanto introdotto con
notevole ritardo, non verrà più abbandonato, mentre in Italia a partire
dal XIV secolo comincia l'ascesa dei codici in quinioni.

È evidente che un mutamento di scelta di manifattura che va ad


infrangere un uso ormai consolidato da secoli, cioè la costruzione
del codice in quaternioni, non nasce per un caso fortuito, ma è sicura
mente determinato da logiche, culturali ed economiche, che
provocano uno stimolo verso il cambiamento. Per quanto riguarda il
fenomeno che ci interessa, il periodo di maggiore diffusione del
senione coincide pressappoco con il massimo sviluppo
dell'università, quindi il rapporto tra senione ed ambiente
universitario parrebbe ben plausibile ed anche per il quinione italiano
sembrerebbe innegabile un legame con l'ambiente della cultura
superiore.63 Purtroppo dagli statuti universitari finora studiati - in
particolare ci si riferisce ai casi delle università di Parigi e di Bologna
- non emergono norme relative alla composizione dei codici, mentre,
almeno per Bologna, è molto ben documentato e regolamentato il
sistema di produzione di manoscritti mediante la pecia. In effetti,
come hanno messo in evidenza anche studi recenti sui contratti di
scrittura bolognesi," con il termine pecia o quaternus s'intendono
delle unità di misura del testo - in particolare è il quaternus che
compare come unità di conto sia negli accordi stipulati tra scrittore e
committente, sia nelle liste di tassazione 66 -, ma quale legame esse
abbiano con il manufatto che deriva dal lavoro di copia o meglio con
la sua struttura materiale non è dato sapere. Sicuramente una pecia
non corrisponde esattamente ad una parte determinata di un
fascicolo - ad esempio alla metà, nel caso si tratti di un quaternione
-, tanto è vero che nei manoscritti peciati si riscontrano indicazioni di
pecia anche a metà o a tre quarti di un fascicolo: tutte le ipotesi
riguardanti la relazione che potrebbe intercorrere tra pecia e
quinione o tra pecia e senione rimangono quindi a livello di pura
supposizione.

Per l'area francese i dati riguardanti i compensi dei copisti sono


scarsi e di difficile interpretazione. In molti casi è impossibile
rapportare i prezzi al numero di fogli e/o di linee copiati, oppure,
quando l'unità di conto è il fascicolo, spesso non se ne conosce la
consistenza. Esistono alcune attestazioni di prezzi di copia che
possono ricondursi ad un dato tipo di fascicolo - quaternione o
senione che sia -, ma sono in numero assai limitato e si riferiscono
alla fine del XIV secolo," per cui non ci aiutano a far luce sul
problema.

In realtà è probabile che questa diversa struttura - più


consistente - assunta dal codice tragga origine dal nuovo ruolo che
gli viene assegnato: «Il libro universitario è un oggetto del tutto
diverso dal libro dell'alto medioevo. Esso fa parte di un insieme
tecnico, sociale ed economico affatto nuovo, è espressione di
un'altra ci viltà».67 Con queste parole Jacques Le Goff introduce la
nuova facies del libro bassomedievale, diventato ormai strumento di
studio, veicolo di trasmissione di nuove idee. Il libro cambia formato,
diventa più piccolo e maneggevole ed anche più "povero", con un
apparato decorativo modesto, come nel caso dei libri dei filosofi e
dei teologi, mentre i manoscritti giuridici rimangono sempre piuttosto
lussuosi in virtù del pubblico più ricco a cui sono destinati.
Un'ipotesi che si può avanzare per motivare il cambiamento è
legata ad un fattore tecnico - la capacità di fabbricare una
pergamena più sottile 68 - e ad un'esigenza che potrebbe essere
nata proprio con lo svilupparsi dello studio universitario - la necessità
cioè di racchiudere un certo testo in una unità più consistente. A
parità di densità di scrittura, un fascicolo da sei bifolii contiene una
quantità di testo maggiore e perciò consente di raccogliere più testi
in un numero di unità comunque ridotto e forse per questo più
maneggevole e trasportabile.` Probabilmente anche le operazioni di
confezione dei codici potrebbero risultare meno dispendiose, dal
momento che gli stessi testi richiedono un numero minore di fascicoli
se i codici sono allestiti in senioni anziché in quaternioni. È possibile
che si commerciassero fascicoli già pronti, composti da un numero
più elevato di bifolii proprio per andare incontro a questa particolare
necessità, nata in seguito alla diffusione di molte opere, diventate
ormai tutte un "bagaglio" fondamentale per lo studio universitario.

Naturalmente queste sono semplici supposizioni che potrebbero


- forse - essere verificate solo grazie all'esame autoptico di un
cospicuo numero di codici che consenta di vagliare e porre in
relazione, se possibile, le caratteristiche testuali e materiali dei vari
testimoni. In merito alle seconde, tra i mutamenti più evidenti
possiamo annoverare l'inizio del fascicolo dal lato carne, che si
presenta regolarmente a partire dal 1250 in poi - in concomitanza
quindi con l'affermazione del senione -, nonché la scrittura sotto la
prima linea, che sembra verificarsi quasi contestualmente al
fenomeno precedente.` Un'analisi diretta del materiale
permetterebbe inoltre di puntare l'attenzione non solo su tutte le
variabili che abbiamo classificato come potenzialmente correlabili
alla fascicolazione, ma anche in particolare sullo spessore della
pergamena.

Recenti studi hanno dimostrato come un parametro quale lo


spessore, che a prima vista potrebbe sembrare non particolarmente
determinante nell'economia del libro medievale, rivesta invece un
interesse archeologico non indifferente. Un'indagine condotta su
quattro corpora di manoscritti e documenti, di provenienza e
datazione assai diversa," ha dimostrato che, partendo dalla
rilevazione dello spessore, si può giungere a stabilire - elaborando i
dati mediante determinati parametri statistici - l'omogeneità sia dei
bifolii componenti un fascicolo tra loro, sia di uno stesso bifolio al suo
interno e, basandosi su questi indici, scoprire le differenti tecniche di
fabbricazione - organizzazione dei fascicoli di spessore simile, criteri
d'ordine dei bifolii in funzione dello spessore, modalità di piegatura
delle pelli per costituire i fascicoli e così via - che sono alla base di
manufatti prodotti in luoghi ed epoche diverse.`

In effetti, che lo spessore della pergamena non sia una variabile


del tutto irrilevante per l'artigiano medievale, è stato ampiamente
dimostrato da Frank Bischoff nel corso di vari studi,` tra i quali
ricordiamo un contributo su alcuni evangeliari dell'XI e XII secolo, in
cui si riscontra una netta preferenza ad utilizzare pergamena più
spessa per i bifolii destinati ad ospitare miniature (illustrazioni, grandi
iniziali miniate e così via), in modo tale che i colori non trapelino da
una parte all'altra del foglio.` È palese come una tale costruzione del
supporto del codice sia frutto di una scelta ben precisa che può
comportare tanto perturbazioni evidenti nella disposizione del testo
nei fascicoli, qualora non si sia riusciti a pianificare la struttura del
manoscritto con sufficiente accortezza,75 quanto, più
semplicemente, una modificazione della struttura tipica del fascicolo,
che in linea di massima sembra prevedere uno spes76 sore
maggiore nei bifolii più esterni e minore nei più interni.

Ovviamente queste appena enucleate sono linee di tendenza


che meriterebbero ulteriori approfondimenti e che presentano
sicuramente notevoli eccezioni: ad esempio il Casin. 132," il noto
esemplare cassinese del Rabano Mauro, si discosta ampiamente
dagli standard generali finora appresi, in quanto presenta una
pergamena assai sottile,` molto più fine di quanto il suo imponente
apparato decorativo lascerebbe presupporre, e ben lontana dalla
media attestata in molti codici coevi. La pergamena del Rabano
Mauro risulta infatti di spessore inferiore sia a quello medio
riscontrato in un gruppo di circa 300 manoscritti, studiati nel corso di
un'indagine sulla produzione di origine italiana dell'XI secolo,` sia
allo spessore di codici beneventani di taglia 80 analoga esaminati
nel corso della medesima ricerca.` Non siamo ancora in grado di
fornire un quadro dell'intera produzione cassinese dell'XI secolo, ma
sicuramente dallo studio di una particolare tipologia di manufatti, i
rotoli liturgici degli Exultet, tipici prodotti di area beneventana, si è
appreso come la buona qualità di un prodotto di quel genere non
dipenda dalla sua maggiore o minore sottigliezza, quanto dal livello
medio di omogeneità delle varie parti che lo compongono, sia tra
loro sia considerate singolarmente.`

Questa breve rassegna delle potenzialità che lo studio di una


variabile come lo spessore offre, non mira ad altro se non a
stimolare la curiosità necessaria per proseguire, almeno su questo
versante, l'indagine sulle varie tipologie di fascicolazione e
soprattutto a proporre un'ulteriore chiave di lettura che contribuisca a
spiegare il passaggio dal quaternione a fascicoli più consistenti.

3. Fascicolazione e altri parametri

Uno dei quesiti che ci siamo posti progettando questa ricerca


riguarda il modo e la misura in cui la fascicolazione interagisce con
altre variabili. In questa sede è parso opportuno circoscrivere la
trattazione a quei parametri che si sono rivelati maggiormente
significativi in rapporto alla fascicolazione o perlomeno indicativi ad
un livello tale da consentire di cogliere linee di tendenza
sufficientemente chiare e individuabili. In particolare ci riferiamo a
supporto, formato, tipologia testuale e impaginazione. L'unica
eccezione verrà fatta per la taglia in quanto si ritiene di una qualche
utilità e interesse dare conto dei risultati raggiunti, anche se il
tentativo di confrontare questo parametro con la fascicolazione non
si è dimostrato particolarmente fruttuoso.

3.1. Fascicolazione e supporto


Tra i parametri che appaiono più direttamente correlabili alla
fascicolazione figura sicuramente il supporto, di cui abbiamo già
sottolineato l'importanza tracciando il quadro dell'evoluzione della
fascicolazione nel XIV e XV secolo.

Se operiamo una partizione dei codici attribuibili al XIV secolo in


base al materiale di cui si compongono, nella produzione in
pergamena - data la prevalenza di questo tipo di supporto nel
campione - si riscontra esattamente lo stesso andamento della
fascicolazione che è emerso esaminando il quadro generale: nella
prima metà del secolo, infatti, il senione viene utilizzato ancora in
ben più della metà della produzione, mentre nel secondo
cinquantennio il suo uso diminuisce drasticamente (29,4%) a fronte
di un incremento dell'impiego del quaternione che passa da una
quota di diffusione del 30,2% ad una del 50,1% (cfr. tabella 13).

Il panorama della produzione in carta si configura invece per la


seconda parte del secolo 83 in maniera assai differenziata:
l'adozione del supporto cartaceo comporta scelte di fattura che
seguono logiche palesemente diverse da quelle proprie della coeva
produzione membranacea. Emerge infatti una tendenza
incontrovertibile a privilegiare le fascicolazioni più consistenti, tanto è
vero che i senioni vengono impiegati nel 46,4% della produzione, i
quinioni in circa il 32%, mentre i quaternioni non raggiungono il 9%
della quota totale. Compaiono anche fascicoli con nove e più bifolii
(cfr. tabella 14).

Nella prima metà del XV secolo il fenomeno si evidenzia con


maggiore chiarezza, in quanto i codici in pergamena appaiono
prevalentemente strutturati in quaternioni (68% circa), mentre i
quinioni e i senioni vengono adoperati rispettivamente in poco più
del 18% e del 13% dei casi. La seconda metà del secolo vede una
leggera diminuzione (circa 10 punti percentuali) dei codici in
quaternioni a fronte di una netta crescita dell'uso dei quinioni, che,
come ben sappiamo, è dovuta principalmente all'ambito italiano. Il
senione riveste invece una posizione sempre più marginale
nell'ambito della produzione membranacea (cfr. tabella 15).

La distribuzione della fascicolazione nella produzione cartacea


presenta un andamento di segno opposto. Nel primo cinquantennio
del XV secolo il senione è impiegato in quasi la metà della
produzione (48,3%), i quinioni sono ugualmente ben utilizzati infatti
raggiungono una quota del 37,2%, mentre i quaternioni
rappresentano solo il 7,1% del totale. Riscontriamo nel XV.2 qualche
variazione negli effettivi delle varie tipologie di fascicoli (ad esempio i
quinioni passano dal 37,2% al 32,3%), ma il trend generale rimane
sostanzialmente immutato (cfr. tabella 16).

Per completare il quadro della produzione del XV secolo, non


rimane che prendere in considerazione i codici che presentano un
mélange, più o meno razionalmente strutturato, dei due supporti,
ovvero i codici con fascicoli misti 84 e quelli con alcuni fascicoli in
carta ed altri in pergamena.` Nel nostro campione l'effettivo di
manoscritti allestiti secondo l'una o l'altra modalità non è
particolarmente significativo per la prima metà del secolo.` Tuttavia
si può ugualmente notare come i codici in carta e pergamena siano
composti da fascicoli che vanno dal quaternione al novenione,
mentre per i misti la scelta ricade prevalentemente sul senione. Nel
corso della seconda metà del XV secolo i primi risultano ancora
allestiti utilizzando un ampio ventaglio di tipologie di fascicoli - dal
quaternione all'ottonione - mentre i secondi continuano a preferire il
senione e poi l'ottonione 87 (cfr. tabella 17). I codici con fascicoli
misti tendono quindi a comportarsi come quelli cartacei.

Una volta esaminato l'andamento complessivo della


fascicolazione rispetto al supporto, cerchiamo di scoprire in che
modo si caratterizza il fenomeno a livello locale, o meglio nazionale,
analizzando la produzione di ogni singolo paese nel XV secolo.88

In Inghilterra la produzione in pergamena è incentrata


prevalentemente sul quaternione, la cui diffusione aumenta con la
seconda metà del secolo - passa infatti dal 78,1% del XV.1 all'82,4%
del XV.2 -, mentre la quota di codici in senioni decresce fino ad
assestarsi a poco più di un decimo dell'effettivo complessivo (cfr.
tabella 18).

Nei codici in carta la distribuzione della fascicolazione non


cambia certo radicalmente, in quanto i quaternioni rimangono molto
ben rappresentati - queste considerazioni si riferiscono alla seconda
metà del secolo, dato che l'effettivo del primo cinquantennio è poco
significativo 89 -, infatti coprono circa un quarto della produzione
totale, ma è possibile comunque constatare che più di un terzo dei
codici risulta strutturato in senioni e circa un altro terzo presenta
fascicoli formati da sette e più bifolii (cfr. tabella 19).

In Francia l'allestimento tipico dei codici in pergamena si basa sul


quaternione che arriva a superare il 90% di diffusione nella seconda
metà del secolo, mentre la quota di codici composti da altre tipologie
di fascicoli, tra cui i senioni, è assai limitata (cfr. tabella 20). La
produzione cartacea, per la prima metà del secolo, non è
rappresentata nel nostro campione che da un effettivo piuttosto
ridotto, ciononostante si può ugualmente rilevare una sostanziale
preferenza per il senione che risulta attestato in 7 casi su 12. Nel
secondo cinquantennio la tendenza ad adoperare il senione per i
prodotti cartacei assume una fisionomia ben caratterizzata: l'effettivo
dei codici in senioni supera infatti il 60% del totale, mentre i
manoscritti fabbricati in quaternioni e in quinioni si aggirano entrambi
intorno ad una quota poco inferiore al 12%. Troviamo anche fascicoli
da otto e più bifolii e grossi fascicoli irregolari che sono tipici della
produzione in carta (cfr. tabella 21). La situazione appena delineata,
per la produzione sia membranacea sia cartacea, non fa che
confermare sostanzialmente quanto avevano illustrato Bozzolo e
Ornato nel loro saggio La constitution des cahiers dans les
manuscrits en papier d'origine franpaise et le problème de
1'imposition,90 in cui i due studiosi, nella parte dedicata all'esame
delle varie tipologie di fascicoli, dimostrano come il senione sia di
gran lunga il tipo di fascicolo preponderante nella carta, mentre
risulta quasi assente dall'orizzonte della pergamena che rimane
dominato dal quaternione.91

I codici di origine italiana in pergamena sono strutturati


prevalentemente in quinioni, i quali incrementano la loro presenza
dal 63,1% nel XV.1 al 78,2% nel XV.2, sottraendo, con ogni
evidenza, una quota di produzione ai quaternioni che passano da
una diffusione del 32,3% a circa il 19% (cfr. tabella 22). La
preferenza accordata al quinione si manifesta anche nella
produzione cartacea, infatti nella prima metà del secolo il 65% dei
codici sono fabbricati in quinioni, mentre nella seconda poco meno
del 64%. La differenza sostanziale tra codici in pergamena e codici
in carta si manifesta però nel tipo di fascicolo che copre la quota di
produzione lasciata libera dal quinione: nella produzione cartacea
infatti i quaternioni risultano in numero sensibilmente inferiore,
mentre ricompaiono i senioni in entrambe le metà secolo, con un
indice di diffusione rispettivamente del 23,8% e del 17,9% (cfr.
tabella 23). Si potrebbe quindi supporre che la carta modifichi il
paesaggio della fascicolazione anche in Italia: il quinione è
certamente l'opzione preferita sia nella pergamena sia nella carta,
ma nel primo caso è affiancato dal quaternione, mentre nel secondo
dal senione. Nei manoscritti cartacei sono riscontrabili anche altre
fascicolazioni corpose, come gli ottonioni ed oltre, che per i
pergamenacei non vengono utilizzate.

Dall'esame dei codici di area tedesca emerge una situazione


chiaramente delineata: la produzione manoscritta è incentrata su
manufatti in carta e questi sono strutturati essenzialmente in
senioni.92 Nella prima metà del secolo la quota di manoscritti in
senioni copre l'87% della produzione, i quaternioni quasi non
appaiono, mentre i quinioni raggiungono quasi il 9% della
produzione, per poi arrivare a più di un decimo nella seconda (cfr.
tabella 24). Non appena si abbandona l'orizzonte della carta per
passare a quello della pergamena ecco ricomparire i quaternioni, i
quali risultano la scelta preferita sia nel primo cinquantennio in cui
totalizzano 6 attestazioni su 14,93 sia nel secondo dove occupano
più del 57% della produzione totale. Sono bene rappresentati anche
i quinioni che troviamo in 5 occorrenze su 14 nella prima metà del
secolo, mentre raggiungono un indice di diffusione del 22% circa nel
secondo cinquantennio (cfr. tabella 25). La notevole presenza di
senioni in Germania è legata quindi all'esigenza di produrre codici in
carta, in quanto, non appena si cambia tipo di supporto, i quaternioni
tornano a giocare un ruolo dominante.

Per i Paesi Bassi il nostro campione si compone principalmente


di codici in pergamena - i volumi in carta sono infatti scarsamente
rappresentati -, i quali, come nel resto d'Europa, sono allestiti
essenzialmente in quaternioni (cfr. tabella 26). L'effettivo della
produzione cartacea non è significativo per la prima metà del secolo:
possiamo comunque constatare che gli unici otto codici attestati per
questo lasso di tempo sono tutti composti da senioni. Nella seconda
metà del secolo il grosso della produzione è sempre in senioni
(76,2%), con una quota di quinioni che si aggira intorno al 20%.94

Dall'analisi appena condotta emerge, assai chiaramente, il ruolo


fondamentale svolto dal genere di supporto nel determinare le scelte
di fattura del codice. L'epoca di diffusione del senione - come
abbiamo già sottolineato - si estende all'incirca dal 1250 al 1350: con
la seconda metà del XIV secolo ritorna in auge il quaternione, un tipo
di fascicolo che fin dai primi secoli dopo Cristo si configura come
struttura più consueta per il codice.

Ovviamente le osservazioni or ora proposte si riferiscono alla


produzione manoscritta in pergamena, dato che i codici in carta
sembrano essere concepiti seguendo logiche diverse: la tradizione
del codice in quaternioni non ha presa sul mondo cartaceo, che si
orienta prevalentemente su tipologie di fascicoli più consistenti,
come il senione e l'ottonione, fino ad arrivare ai grossi fascicoli
irregolari.

Quali sono le considerazioni che inducono certe scelte? È


possibile - come hanno illustrato in varie occasioni Bozzolo e Ornato
9' - che la carta venisse considerata alla stregua di un materiale di
secondo ordine, sicuramente poco resistente e assai deperibile se
paragonato alla pergamena, per cui la costruzione di fascicoli più
corposi poteva rispondere ad un'esigenza di maggiore solidità e
durata.

In effetti, se osserviamo questa démarche con l'occhio del


restauratore moderno, perlomeno in riferimento alla solidità e alla
compattezza della legatura, tale ipotesi non sembra totalmente
sostenibile, dato che, quanto più i fascicoli sono consistenti, tanto più
potrebbe risultare difficile assemblarli in un corpo unico, dotato di
una certa resistenza. In realtà non siamo in grado di stabilire con
sicurezza quali ragioni hanno portato a preferire la costituzione di
fascicoli corposi; si potrebbe supporre che un fascicolo composto da
più bifolii desse comunque una garanzia - o forse un'impressione - di
maggiore stabilità e durevolezza, a prescindere dalle difficoltà
comportate dalla rilegatura.`

Non dimentichiamo comunque che il codice in carta si sviluppa


con una fisionomia del tutto diversa, più "povera", rispetto al suo
corrispettivo in pergamena. Nascendo infatti come brogliaccio o
quaderno di appunti risulta svincolato dalle leggi di produzione a cui
è soggetto il manoscritto in pergamena, di uso più nobile e forse,
proprio per questo motivo, più "codificato". Non risente quindi della
tradizione del fascicolo in quaternioni e si acconcia nelle forme che
meglio sembrano adattarsi al tipo di utilizzazione che gli viene
destinata o, forse, alla considerazione di cui gode.

Le riflessioni appena esposte si attagliano alla produzione


cartacea latina, perché, come ben sappiamo, il mondo
grecobizantino rimane sempre legato al quaternione, anche per i
manoscritti in carta, sebbene la comparsa di questo nuovo materiale
contribuisca a determinare una maggiore varietà di scelte di
allestimento. Nel periodo rinascimentale il panorama dei codici greci
- che è prevalentemente cartaceo - presenta anche altre tipologie di
fascicoli, tuttavia il quaternione continua ad essere l'opzione più
diffusa.97 Irigoin ha notato come alcuni copisti greci, attivi in Italia
nel corso del XV secolo, adottino il quinione quando scrivono su
pergamena, mentre ritornano al quaternione per i manoscritti in
carta.98

Una recente indagine sulle caratteristiche e la tipologia dei


manoscritti islamici 99 ha messo in luce come l'Oriente e l'Occidente
musulmano adottino tecniche e materiali diversi per quanto concerne
la produzione del libro."' In particolare in questa sede interessa
sottolineare che una delle divergenze più importanti riguarda la
composizione dei fascicoli dei manoscritti in pergamena: in Oriente
risultano strutturati prevalentemente in quinioni, mentre nell'area
occidentale si compongono di ternioni, un uso che sembra essere
peculiare solamente al codice islamico,` tanto è vero che la
produzione ebraica della stessa area, è caratterizzata dal
quaternione con la sola eccezione di Toledo in cui si producono
codici pergamenacei in ternioni.102 I manoscritti ebraici occidentali
in carta preferiscono invece le fascicolazioni consistenti, infatti
predominano le strutture in senioni o ottonioni, sebbene non
manchino codici con fascicoli da 4, 5, 7, e più bifolii.103 Anche nei
manoscritti arabi d'origine spagnola in carta si riscontra una varietà
notevole di tipologie di fascicolazione,104 che li distingue
nettamente dai manufatti prodotti nell'Africa del Nord, dove, almeno
per i codici del Corano, ci si affida generalmente al quinione.115 In
Oriente la produzione ebraica - tanto in pergamena quanto in carta -
si incentra ugualmente sul quinione, come la produzione islamica, ad
eccezione dei codici originari dell'Iran e dell'Uzbekistan che vengono
allestiti prevalentemente in quaternioni.106 La carta offre quindi
anche nel mondo islamico ed ebraico occidentale un panorama
piuttosto variegato, comunque orientato - la considerazione vale
soprattutto per i manoscritti ebraici, il cui studio è più avanzato -
verso strutture del fascicolo abbastanza consistenti.

L'ipotesi che configura la carta come un supporto più deperibile e


meno affidabile rispetto alla pergamena sembra invece corroborata
dalla creazione dei codici composti da fascicoli misti, ovvero -
ricordiamolo ancora una volta - cartacei, ma con il bifolio interno o
esterno, o con entrambi, in pergamena, allo scopo, probabilmente, di
garantire una maggiore solidità e durabilità al fascicolo.` Gli autori di
Une recherche sur les manuscrits à cahiers mixtes, a proposito della
Francia e dell'Italia - notoriamente la prima preferisce il senione e la
seconda il quinione -, scrivono: «Mais on peut se demander si le
glissement vers le septénions et les octonions constaté chez les
mixtes ne s'explique pas par le fait qu'on a ajouté deux bifolia aux
quinions et sénions de papier des cahiers normaux».105 Questa
ipotesi in realtà non si adatta al senione, infatti: «pour les sénions, il
est plus difficile de choisir une hypothèse parmi toutes celles
possibles».1o9 Un'alternativa potrebbe essere quella di supporre
che si sia inteso creare una specie di senione "rinforzato", per così
dire, ovvero composto da un quaternione in carta, protetto all'esterno
e all'interno da un bifolio di

3.2. Fascicolazione e formato

In questa sezione verrà presa in esame solamente la produzione


cartacea in quanto affrontare lo studio dei formati dei codici in
pergamena senza l'ausilio dell'esame autoptico del materiale ci
sembra poco proficuo.`

Che la carta preferisca le fascicolazioni più corpose lo abbiamo


appena constatato. Ora invece vorremmo indagare quale genere di
relazione intercorra tra tipologia di fascicoli e formato, intendendo
indicare con questa accezione il tipo di plicatura a cui è sottoposto il
foglio per formare i bifolii nell'ambito del fascicolo. A tale scopo
analizzeremo la produzione cartacea del XIV "Z e del XV secolo nel
suo complesso, suddividendola in due sottogruppi distinti: in quarto
ed in octavo da una parte, in folio e grandi in folio 13 dall'altra.

Dall'esame dei dati che si riferiscono alla produzione europea


globalmente considerata emerge che la percentuale di diffusione dei
senioni è la stessa tanto tra gli in-f e gf, quanto tra gli in 4° e in 8°
114 (52,3%). Il quinione invece, pur ben presente nei formati piccoli
(25% circa), risulta sicuramente più utilizzato nei codici di grande
formato (37%). Il quaternione, come abbiamo già rilevato, non
sembra un tipo di fascicolo particolarmente adatto alla carta -
perlomeno in ambito latino -, infatti negli in 4° e in 8° è adoperato nel
12,5% della produzione, mentre negli in-f e gf riduce il suo effettivo
al 3,2%. In entrambi i gruppi sussiste una certa percentuale di codici
composti sia da ottonioni sia da grossi fascicoli irregolari, che
vengono indicati con -1 (cfr. tabelle 27 e 28).

A questo punto conviene verificare in che modo si articola la


produzione nell'ambito di ogni singolo paese,` giacché nel caso del
supporto, ad esempio, si è appurato come la scelta del tipo di
fascicolo non dipenda solo dal materiale in senso lato, pergamena o
carta, ma anche dagli usi locali.`

Nella produzione francese il senione si dimostra di gran lunga il


tipo di fascicolo più utilizzato sia per i formati piccoli (62%) sia per i
grandi (65%), sebbene in questi ultimi il suo indice di diffusione risulti
leggermente superiore. Quel che balza agli occhi è invece l'effettivo
dei quinioni, che si rivelano poco adoperati nei piccoli formati (3%),
mentre appaiono ben attestati nei grandi, dove coprono una quota di
produzione del 19%. Per il quaternione si verifica esattamente la
situazione opposta: viene impiegato nel 20% della produzione di
piccoli formati, mentre svolge un ruolo non particolarmente
significativo negli in-f e gf (3%). Le grosse fascicolazioni irregolari
risultano più diffuse nei piccoli formati che nei grandi,` mentre i codici
composti da ottonioni sono presenti in entrambe le produzioni, anche
se appaiono maggiormente adoperati per gli in-f e gf (cfr. grafici 5 e
6).

Per spiegare una distribuzione siffatta delle varie tipologie di


fascicoli si potrebbe avanzare l'ipotesi che i codici di piccolo formato
vengano allestiti preferibilmente con fascicoli pari, tanto è vero che il
quinione è poco utilizzato per gli in 4° e gli in 8°, mentre proprio nel
loro ambito riappare il quaternione. Una motivazione per questo
genere di scelta la si può forse trovare nel sistema di fabbricazione
degli in 4°, nei quali la costituzione di fascicoli con un numero di
bifolii dispari, ad esempio i quinioni, comporterebbe il taglio di un
foglio di carta in due - per ottenere appunto un quinto bifolio -,
operazione che richiede un tempo maggiore che non la fattura di
fascicoli mediante un numero pari di piegature."`

Nei codici di piccolo formato di origine italiana, il quinione - sul


quale si incentra gran parte della produzione sia in pergamena sia in
carta - risulta essere l'opzione preferita, anche se il quaternione e il
senione raggiungono rispettivamente un indice di diffusione del 14%
e del 24%. Complessivamente quindi le fascicola zioni pari vengono
impiegate nel 38% della produzione totale di piccoli formati. Non è
sottovalutabile neanche l'effettivo delle fascicolazioni più consistenti -
ovvero da sette bifolii in su - che ammonta, globalmente, al 10% 19
(cfr. grafico 7).

I codici di grande formato presentano invece una distribuzione


della fascicolazione alquanto diversa: innanzitutto i quinioni si
dimostrano molto più diffusi, in quanto coprono il 68% della
produzione totale, cioè 18 punti percentuali in più rispetto ai piccoli
formati, mentre l'indice di utilizzazione dei quaternioni diminuisce
fino a toccare il 2%. I senioni al contrario rivelano una percentuale di
diffusione più o meno stabile, corrispondente al 21% dell'effettivo
totale. La presenza di codici con fascicoli formati da otto bifolii è
sempre del 4%, i settenioni passano al 2%, mentre decresce la
quota delle fascicolazioni più consistenti,` che coprono una
percentuale del 3% (cfr. grafico 8).

Si manifesta quindi anche nella produzione italiana una certa


tendenza ad utilizzare le fascicolazioni pari per i piccoli formati,
sebbene il quinione rimanga in ogni caso la scelta preferita per
l'allestimento degli in 4° e in 8°, dove raggiunge pur sempre un
indice di impiego del 50%.

Per i grandi formati si potrebbe operare un'ulteriore suddivisione


tra in-f e gf in modo da ottenere un quadro più puntuale della
distribuzione dei fascicoli, soprattutto nel caso dei quinioni. In effetti
si scopre che il quinione, per quanto assai utilizzato negli in folio,
nella cui produzione raggiunge una percentuale di diffusione quasi
del 61%, appare di gran lunga la struttura privilegiata per i grandi in
folio, tanto da coprire una quota dell'effettivo ben superiore all'80%
(cfr. tabella 29). In particolare ci pare utile segnalare che, nel nostro
campione, su 55 casi di gf in quinioni 46 riguardano manoscritti
giuridici.

In Germania i codici in carta sono strutturati in massima parte in


senioni, tanto nei piccoli formati, dove raggiungono una quota di
diffusione dell'88%, quanto nei grandi, nella cui produzione
occupano l'84% del totale. La percentuale di codici composti da
quaternioni risulta invariata nei due gruppi (2%), come -
pressappoco - quella dei quinioni che è del 10% nei piccoli formati e
dell'11% nei grandi (cfr. grafici 9 e 10). Nell'area tedesca quindi,
almeno per quel che si può evincere dall'analisi di questi dati, non si
manifesta una differenza di strategie di manifattura tra i grandi e i
piccoli formati.

3.3. Fascicolazione e tipologia testuale

Per evidenziare un'eventuale legame tra tipologia testuale e


fascicolazione ci sembra opportuno - almeno in questa prima fase -
limitare l'indagine al XIII e XIV secolo, cioè al periodo in cui l'uso
generalizzato del quaternione decade per lasciare il campo ad altri
tipi di fascicoli, tra cui principalmente il senione e il quinione - il
secondo soprattutto in Italia -.

Illustrare la relazione che intercorre tra tipologie testuali e


fascicolazione è un'operazione piuttosto complessa in quanto la
ripartizione dei tipi di testo non risulta equilibrata né all'interno dello
stesso paese né, tantomeno, tra paesi diversi.` Inoltre, pur
circoscrivendo l'analisi all'ambito nazionale,` la comparsa delle varie
tipologie testuali varia notevolmente a seconda delle frazioni
temporali prese in esame.123 È perciò evidente che in sede di
valutazione dei dati tali disparità possono comportare alcune
difficoltà di interpretazione, anche se nell'ambito di ogni nazione
sono emerse alcune tendenze indiscutibili che riteniamo meritino di
essere messe in luce.'24

3.3.1. Inghilterra

Nella prima metà del XIII secolo in Inghilterra si trova già una
certa percentuale di codici allestiti in senioni, i quali però non
sembrano collegabili ad alcuna determinata tipologia testuale ad
eccezione delle bibbie, che appaiono composte da senioni in poco
meno della metà dei casi.` A partire dalla seconda metà del XIII
secolo il senione si diffonde in tutta la produzione inglese, tanto da
risultare adoperato in codici che veicolano ogni tipo di testo. Nei
codici teologici copre l'84% 126 dell'effettivo totale, mentre nei
liturgici e patristici 127 raggiunge i tre quarti della produzione come
anche negli storici e nei sermoni.` Per quanto riguarda le bibbie,
quasi la metà della produzione è in senioni, mentre l'altra metà
adotta fascicolazioni più corpose ovvero da otto bifolii in su.129
Naturalmente le osservazioni a proposito delle varie tipologie testuali
non rivestono lo stesso valore, dal momento che per alcuni casi
possiamo contare su effettivi consistenti - codici teologici, liturgici,
patristici, biblici - mentre per altri su un campione piuttosto ridotto
che consente di dedurre solamente alcune indicazioni di massima -
raccolte di sermoni, storici.

La prima parte del XIV secolo è segnata da scelte di produzione


che comportano una ripresa del quaternione (36,4% dell'effettivo
totale), sebbene il senione sia ancora il tipo di fascicolo più utilizzato.
La produzione di matrice universitaria - teologici, filosofici, sermoni -
è ancora totalmente strutturata in senioni, come pure i codici
giuridici.131

Per quanto concerne i quaternioni, l'effettivo più consistente 131


si rileva in quei codici che, pur essendo di argomento legislativo -
contengono gli Statuta Angliae 132 -, non si possono far rientrare nei
giuridici stricto sensu, e nei codici liturgici per i quali si adotta quasi
esclusivamente la fascicolazione in quaternioni.

Nella seconda metà del XIV secolo, il grosso della produzione si


orienta ormai a favore del quaternione (56,5% del totale), tuttavia il
senione rimane ancora in uso soprattutto per determinate tipologie di
manoscritti. Notiamo infatti che nei teologici i senioni permangono la
scelta favorita (62,5%) ed anche nelle raccolte di sermoni (57,7%);
inoltre gli unici due codici di argomento filosofico attestati nel
campione per questo periodo presentano una fascicolazione in
senioni.

La parte restante della produzione invece si articola


prevalentemente in quaternioni che raggiungono il 71% del totale nei
liturgici, il 59% nella letteratura sacra, il 77% nei codici contenenti
statuti e testi analoghi, il 54% negli storici, il 66% nei vangeli glossati.

Una riflessione a parte merita la tipologia bibbie che, pur


costituita da un effettivo assai ridotto,` sembra mostrare un deciso
cambiamento di struttura fisica: infatti risulta in quaternioni quasi nel
90% dei casi. Il mutamento di scelte riguardo alla fascicolazione
probabilmente riflette un ambiente di produzione diverso ed una
funzionalità che non è più riferita al singolo, ma ad una comunità.`

3.3.2. Francia

Nella prima metà del XIII secolo la produzione manoscritta


francese è ancora incentrata sul quaternione, anche se compare già
qualche esempio di codice composto da senioni tra i teologici, i
giuridici e le bibbie.

A partire dalla seconda metà del secolo la produzione in senioni


raggiunge, come abbiamo già constatato, quasi i due quinti del
totale: in particolare presentano una struttura in senioni i manoscritti
teologici (71,4%), filosofici (76%) e circa la metà delle raccolte di
sermoni. Anche i volumi di argomento giuridico vengono confezionati
di preferenza in senioni, tuttavia non mancano esempi di allestimenti
in quinioni e quaternioni.

Il libro-bibbia in particolare è organizzato utilizzando strutture


decisamente consistenti che comprendono fascicoli da sei, da otto,
da dieci, ma soprattutto da dodici bifolii.13'

Il quaternione invece è adottato di preferenza per i codici liturgici,


di letteratura sacra, di medicina, classici, di storia, sebbene nelle
prime quattro tipologie citate figurino anche altri tipi di fascicolazioni.`

Per la prima metà del XIV secolo non si dispone di un effettivo


consistente, ciononostante è possibile, a nostro avviso, esprimere
qualche considerazione. I manoscritti di origine universitaria
riflettono la struttura già collaudata nel secolo precedente, infatti i
teologici sono composti da senioni nel 75% dei casi. Nei codici di
letteratura sacra vengono utilizzati in maniera paritaria quaternioni e
senioni, mentre la produzione di codici giuridici sembra privilegiare
sempre i senioni.

Con la seconda metà del secolo riprende l'uso dei quaternioni in


più della metà della produzione: soprattutto per i codici liturgici
questo tipo di costruzione del fascicolo diventa una costante (90%
del totale).137 La letteratura sacra viene prodotta tanto in
quaternioni quanto in senioni come nel cinquantennio precedente:
ovviamente una certa percentuale di manoscritti in senioni
sopravvive in varie tipologie testuali, come per esempio nei classici,
ma in misura più consistente solo nel codice giuridico, costituito da
senioni nel 70% dei casi.

Il senione quindi sia in Francia sia in Inghilterra risulta preci


puamente legato al codice di stampo universitario dove permane a
lungo anche quando mutano le strategie di fattura del libro a livello
più generale. Altre tipologie di codici, come ad esempio i liturgici in
Inghilterra, adottano il senione solamente per un lasso di tempo
limitato, che corrisponde pressappoco al periodo di massima
diffusione, per poi ritornare alla struttura tradizionale, cioè al
quaternione.

3.3.3. Italia

Per la prima metà del XIII secolo l'effettivo del nostro campione
non appare particolarmente rappresentativo, nondimeno, come si è
già sottolineato, si coglie con chiarezza il favore che la produzione
manoscritta italiana accorda al quaternione.

Dalla seconda metà del XIII secolo nelle varie tipologie


incontriamo tanto i quaternioni e i quinioni quanto i senioni, i quali
ultimi peraltro non risultano vincolati ad un genere determinato di
codice, ad eccezione delle bibbie in cui la loro predominanza è
assoluta. Lo stesso discorso vale per i quaternioni i quali, a
prescindere dai codici liturgici in cui risultano essere la
fascicolazione largamente prevalente, figurano in quasi tutte le
tipologie testuali. I quinioni invece, per quanto minoritari nel nostro
campione rispetto ai due tipi di fascicoli appena considerati,
appaiono la soluzione preferita per l'allestimento dei codici giuridici,
tanto da comparire in otto codici su dodici (66,6% del totale).`

Nella prima metà del XIV secolo il numero di occorrenze di codici


in quaternioni, quinioni e senioni è quasi assimilabile; le tre tipologie
di fascicolo si ripartiscono in modo sufficientemente indifferenziato
tra i vari generi testuali, ad eccezione dei codici di argomento
giuridico che sono allestiti prevalentemente in quinioni (7 su 8), ed i
pochi teologici, tutti composti da senioni.

La seconda metà del secolo fa da sfondo alla piena affermazione


del quinione; ancora una volta il codice giuridico in particolare marcia
di pari passo con questo tipo di fascicolazione: 18 volumi su 22 (82%
circa) presentano tale struttura. Nei codici di letteratura profana, nei
teologici e nei liturgici predomina il quinione, che ricopre, da questo
momento in poi, un ruolo basilare nella produzione manoscritta sia in
pergamena sia in carta.
I quaternioni, utilizzati nella produzione di tutte le tipologie
testuali, mantengono un profilo subalterno rispetta ai quinioni,
eccetto nel caso dei codici di letteratura classica in cui risultano
maggiormente impiegati.

Nei codici liturgici, nei giuridici, nella letteratura sacra e profana si


trovano ancora volumi composti da senioni, anche se tale
allestimento non risulta la soluzione preferita da nessuna tipologia in
particolare.

Nella produzione italiana quindi, dopo un periodo di sostanziale


equilibrio nell'utilizzazione dei vari tipi di fascicoli, il quinione diviene
la struttura prioritaria per tutte le tipologie testuali, a cominciare dai
codici giuridici in cui fa la sua prima consistente apparizione.

3.3.4. Bibbie

Nei primi secoli del medioevo fino a tutto il XII la bibbia 139 ha
rappresentato una personificazione della parola di Dio che
funzionava come simbolo dell'identità spirituale di un monastero,
dell'ufficio del vescovo o dei sacri doveri di un sovrano, assumendo
quindi un significato pubblico che si rifletteva nelle sue caratteristiche
fisiche - imponente, multi-volume, illustrata -. Nel XIII secolo
compare invece un nuovo tipo di bibbia - di formato piccolo, con il
testo del Vecchio e del Nuovo Testamento in un unico volume - che
sottende ovviamente una diversa concezione della bibbia stessa,
diventata ormai un libro di uso strettamente personale.` Questo non
vuol dire che non si producessero più bibbie di grande formato, anzi
proprio nel nord della Francia troviamo bibbie di grande formato in
più volumi e bibbie sempre di grande formato, ma in un unico
volume, in Italia. Tra tutti i tipi di bibbie prodotte nel XIII secolo, le
cosiddette pocket Bibles o bibbie tascabili 141 sono senz'altro la
creazione più originale, soprattutto perché sono la manifestazione di
un cambiamento nella concezione della bibbia stessa che da oggetto
simbolico carico di significati extra-testuali diventa oggetto d'uso
personale, libro funzionale alla lettura e al reperimento dei passi. Le
prime bibbie di questo tipo sembra siano comparse
contemporaneamente in Francia ed in Inghilterra verso il 1230 per
poi diffondersi, pochi anni dopo, in Italia e Spagna. 112 Le ipotesi
sulla nascita delle bibbie tascabili, e soprattutto sui proba bili
utilizzatori, toccano sia le università, in quanto il piccolo formato
sembra rispondere all'esigenza di allievi e professori di possedere
un testo facilmente trasportabile, sia gli ordini mendicanti, anch'essi
obbligati ad avere un sussidio di facile consultazione e trasporto.`

Non è questa la sede per trattare un problema di tale portata che


coinvolge non solo la materialità fisica del libro-bibbia in sé, ma
soprattutto la concezione ad esso sottesa. Ciò che si vuole qui
sottolineare è quanto la trasformazione di una rappresentazione
intellettuale - in questo caso della bibbia - porti come conseguenza
cambiamenti materiali nel veicolo stesso di questa rappresentazione,
ovvero l'oggetto libro. Il prodotto più diretto di questa nuova
concezione - se vogliamo prescindere dalla novità della
presentazione del testo sacro in un unico volume, che tocca in pari
misura i grandi e i piccoli formati - è sicuramente la bibbia tascabile.
Quali siano le caratteristiche materiali di questo prodotto è noto a
tutti: un unico volume con un consistente numero di carte, costituito
da pergamena finissima strutturata in fascicoli particolarmente
corposi, vergati di solito in una textualis di modulo molto ridotto, con
un apparato decorativo che varia da volume a volume, ma che può
essere anche estremamente curato.

Questa descrizione - ovviamente non esaustiva - ha solamente la


pretesa di richiamare alla memoria la rappresentazione
dell'immagine che di solito si associa al concetto di pocket Bible.
Tale tipologia annovera nel nostro corpus ben 54 esemplari 144
provenienti da diversi paesi (cfr. tabella 30), che presentano tutti
fascicolazioni abbastanza consistenti:

-5 bifolii 1 (1,8%)

-6 bifolii 15 (27,8%)
-8 bifolii 11 (20,4%)

- 10 bifolii 9 (16,7%)

11 bifolii 1

12 bifolii 17

La nuova finalità della bibbia ha portato con sé la necessità di


concepirla anche materialmente in modo diverso: contenere sia il
Vecchio sia il Nuovo Testamento in un unico volume di piccolo
formato richiede una serie di scelte ben precise che riguardano tanto
la mise en texte e mise en page quanto il supporto che le ospita. La
pergamena infatti deve essere particolarmente sottile proprio per
consentire la possibilità di racchiudere l'intero testo biblico in un solo
elemento.

Probabilmente, proprio la sottigliezza della pergamena si


presenta come una delle ragioni tecniche che hanno consentito la
nascita di questo nuovo tipo di bibbia 146 e allo stesso tempo
potrebbe essere la causa che ha spinto alla scelta di costruire
fascicoli particolarmente corposi, in grado quindi di assicurare una
certa resistenza nel tempo. Non dimentichiamo che, pure per la
carta sono state avanzate ipotesi similari: i fascicoli più corposi
potrebbero essere collegati a materiali considerati meno robusti, vuoi
la carta vuoi la pergamena resa particolarmente sottile.

Ovviamente anche le bibbie di formato maggiore adottano


fascicolazioni consistenti (cfr. la tabella 31 in cui compaiono tutte le
bibbie del XIII secolo presenti nel nostro campione): infatti la bibbia
in un unico volume richiede comunque - sebbene di formato medio o
grande - scelte di costruzione della pagina e di organizzazione del
relativo supporto ben precise.

Il numero di bibbie del XIV secolo reperibili nel nostro corpus è


decisamente esiguo, ciononostante si può agevolmente constatare
come il quaternione torni ad essere il tipo di struttura predominante:`
evidentemente cambiando ancora una volta la concezione del
prodotto bibbia, mutano di conseguenza anche le scelte di
fabbricazione ad esso legate.

3.4. Fascicolazione e impaginazione

In ambito latino è ormai noto che esiste una correlazione tra la


taglia dei manoscritti 148 e la loro proporzione,` nel senso che, con il
trascorrere dei secoli, si assiste ad un tentativo di razionalizzare la
produzione dei codici in modo da ottenere volumi di proporzione
grosso modo costante, indipendentemente dal numero di piegature a
cui la pelle è sottoposta.` La stessa disposizione del testo risulta
legata alla taglia, in quanto l'impaginazione su di una sola colonna è
più frequente - ciò vale per tutte le epoche - nei manoscritti "piccoli",
mentre quella su due colonne nei manoscritti "grandi".`
Probabilmente la correlazione che esiste tra la taglia dei codici e la
disposizione del testo adombra la relazione che unisce quest'ultima
alle dimensioni dello specchio di scrittura e quindi alle dimensioni
stesse dei fogli.`

La proporzione della pagina è dunque correlata alla disposizione


del testo su una o due colonne,` e la scelta dell'una o dell'altra
soluzione sembra dipendere dalle dimensioni dello specchio di
scrittura e dall'unità di rigatura;` in particolare l'adozione
dell'impaginazione a due colonne è tanto più precoce quanto più
l'unità di rigatura è ridotta. A parità di unità di rigatura avrà invece un
certa influenza nell'accelerare il passaggio da una mise en page
all'altra il tipo di scrittura. Ovviamente anche la leggibilità riveste un
ruolo fondamentale a questo proposito: la disposizione del testo su
due colonne consente infatti di conservarne la piena fruibilità senza
sacrificare il rendimento complessivo della pagina.155

In questa sede non ci preoccuperemo del motivo per cui si è


ricorsi ad una certa impaginazione piuttosto che ad un'altra, ma di
scoprire se esiste un legame tra la disposizione del testo e la
fascicolazione, ovvero se un certo tipo di fascicolo risulta più
utilizzato per la piena pagina o per le due colonne.

Anche per questa verifica prenderemo in esame il XIII e il XIV


secolo - le ragioni di questa scelta le abbiamo già esposte a
proposito delle tipologie testuali -, sempre in riferimento alla
produzione di Inghilterra, Francia e Italia.` Premettiamo subito che i
dati relativi al XIII e XIV secolo vanno confrontati con una certa
cautela, perché si riferiscono ad effettivi di consistenza non uguale e,
soprattutto, a tipologie testuali differenti o almeno presenti in
percentuali diverse. 151

3.4.1. Inghilterra

Già nella prima metà del XIII secolo, per quanto l'effettivo dei
codici in senioni non sia elevato, appare evidente il legame tra
questo tipo di fascicolo e la disposizione del testo a due colonne,
tanto che circa il 32% dei codici in questione presenta fascicoli da
sei bifolii. L'arrangiamento in quaternioni è invece la soluzione
preferita per i manoscritti a piena pagina (70,4% del totale), dove la
percentuale di senioni è assai bassa. Il quinione sembra adottato sia
per l'impaginazione ad una sia a due colonne, sebbene in que
st'ultima in percentuale maggiore (cfr. tabella 32). Nella seconda
metà del XIII secolo l'uso del senione è estremamente generalizzato,
tuttavia si nota una qualche differenza a favore delle due colonne
(65%) rispetto alla piena pagina (59,1%). È opportuno qui ricordare
che l'impaginazione a due colonne, sebbene sia stata in uso in tutte
le epoche e fin dall'XI secolo abbia assunto una funzione sempre più
preponderante, viene adottata come scelta tecnica privilegiata
proprio a partire dal XIII secolo.151 I codici a piena pagina, anche se
in numero ben inferiore a quelli a due colonne e, comunque, costruiti
prevalentemente in senioni, sono composti per un 27,3%
dell'effettivo da quaternioni. L'associazione due colonne-senioni
risalta maggiormente nella prima metà del secolo, mentre il legame
tra la piena pagina ed i quaternioni sembra piuttosto solido anche nel
XIII.2, quando l'uso dei senioni è ormai generalizzato (cfr. grafici 12
e 13). Un'ultima osservazione riguarda le fascicolazioni più corpose
(fascicoli da otto, da dieci, da dodici bifolii), che si trovano sempre
collegate alla disposizione del testo su due colonne (cfr. tabella 32 e
grafico 13).'

Nel corso della prima metà del XIV secolo, mentre la


disposizione del testo a piena pagina pare potersi associare tanto ai
quaternioni quanto ai senioni, lo stretto legame esistente tra
impaginazione a due colonne e fascicolazione in senioni (84%)
emerge ancora una volta con estrema chiarezza (cfr. tabella 33 e
grafico 14). Il meccanismo che presiede a quest'ultimo tipo di
associazione non è facilmente individuabile, certo risulta palese che
per i manoscritti a piena pagina - sebbene non si possa negare una
preferenza per il quaternione - la scelta della struttura della
fascicolazione sia più libera. A partire dalla seconda metà del XIV
secolo sappiamo già che avviene un mutamento nelle tecniche di
costruzione del manoscritto che comporta una rinnovata attenzione
per il quaternione, nondimeno pare sempre potersi evidenziare - in
modo sicuramente meno marcato che nei periodi precedenti - una
certa tendenza ad associare il quaternione alla piena pagina e il
senione alle due colonne (cfr. tabella 33 e grafico 15).

3.4.2. Francia

Nella prima metà del XIII secolo la produzione manoscritta


francese è ancora prevalentemente strutturata in quaternioni, che
presentano tanto una disposizione del testo a piena pagina, quanto
a due colonne. Non si può comunque non constatare che quasi tutti i
codici confezionati in senioni ed anche i pochi con fascicolazioni più
consistenti figurano nell'ambito dell'impaginazione a due colonne. A
partire dalla seconda metà del XIII secolo la disposizione del testo
su due colonne diventa la norma ed è associata a tipologie di
fascicolazione estremamente consistenti, da sei, da otto, da dieci, da
dodici bifolii, sebbene non manchi una parte di produzione in
quaternioni (22% circa). L'impostazione della pagina su una sola
colonna prevede quasi sempre i quaternioni (71,4%), salvo alcuni
casi di senioni ed altri tipi di fascicolo (cfr. tabella 34 e grafici 16 e
17).

L'effettivo di codici prodotti nella prima metà del XIV secolo


compresi nel nostro campione non è particolarmente cospicuo ed è
composto in gran parte di codici con impaginazione a due colonne
(31 occorrenze su 38), i quali presentano nella maggior parte dei
casi una struttura in senioni, anche se compaiono esempi di
allestimenti in quaternioni e in quinioni (cfr. tabella 35 e grafico 18).
Dalla seconda metà del XIV secolo il senione è utilizzato in misura
inferiore al quaternione che tende a diffondersi anche
nell'impaginazione a due colonne; nonostante ciò le tipologie di
associazione - disposizione del testo a piena pagina-quaternioni,
disposizione del testo a due colonne-senioni -, già verificate in
precedenza, continuano ad essere rispettate 160 (cfr. tabella 35 e
grafico 19).

3.4.3. Italia

Dalla seconda metà del XIII secolo '' in poi anche la produzione
manoscritta italiana riflette un orientamento che privilegia
l'impaginazione a due colonne anziché ad una. Per quel che
riguarda la fascicolazione i codici con disposizione del testo a piena
pagina vengono strutturati soprattutto in quaternioni, mentre quelli a
due colonne preferibilmente in senioni. Un discorso a parte merita il
quinione che si trova utilizzato tanto nei codici con impaginazione su
una quanto su due colonne, benché in quest'ultima ap paia in
percentuali decisamente più elevate (cfr. tabella 36 e grafico 20).

L'effettivo dei codici a piena pagina appartenenti alla prima metà


del XIV secolo non è rappresentativo, in quanto tale presentazione
del testo è assolutamente penalizzata rispetto all'impaginazione a
due colonne. Una tipologia di fascicolazione in quinioni o senioni
sembra meglio adattarsi - agli occhi degli artigiani del libro e, forse,
dei suoi fruitori - alla disposizione del testo a due colonne, anche se
il quaternione, pur meno utilizzato, mantiene una fascia d'uso pari al
20,7% della produzione (cfr. tabella 37 e grafico 21). Nella seconda
metà del XIV secolo non esiste più una marcata divaricazione tra
l'effettivo dei codici a piena pagina e quelli a due colonne, tanto che
le due possibilità appaiono ugualmente sfruttate, sebbene la
disposizione a due colonne sia ancora prioritaria. Sia i quaternioni
sia i senioni vengano impiegati tanto per l'impaginazione singola
quanto doppia, ma è evidente che il quinione sta diventando
l'opzione tecnica favorita per tutta la produzione manoscritta,
sebbene, per il momento, appaia maggiormente usato
nell'allestimento dei codici a due colonne (cfr. tabella 37 e grafico
22).

3.5. Fascicolazione e taglia

È stato dimostrato che esiste un legame fra la taglia dei


manoscritti e la disposizione del testo 112 - perlomeno fino al XIV
secolo 163 - ed abbiamo già verificato che alcune tipologie testuali si
accompagnano di preferenza a certi tipi di fascicoli, mentre una data
impaginazione si associa più frequentemente ad una determinata
fascicolazione piuttosto che ad un'altra. Non è facile a questo punto
tentare di trovare il bandolo della matassa che "avvolge" la
correlazione tra tipologia testuale, taglia e impaginazione e, per di
più, associarvi la fascicolazione.

Al fine di valutare se e quale legame intercorra fra la taglia e la


fascicolazione ovvero se la seconda subisca modificazioni in
funzione della prima, occorrerebbe poter "neutralizzare" tutti gli altri
parametri, quali l'arco temporale, il paese d'origine, la tipologia
testuale, l'impaginazione, che, come abbiamo constatato, esercitano
un effetto sulla fascicolazione.

Per intenderci, se volessimo sapere quanto influisce la taglia


sulla fascicolazione dovremmo essere in grado - per un dato periodo
- di isolare un campione di codici prodotti in un solo paese,
appartenenti ad un'unica tipologia testuale e con la medesima
disposizione del testo. Pur essendo il nostro campione
complessivamente piuttosto consistente, nel momento in cui lo si va
a suddividere allo scopo di mantenere costanti tutte le variabili
appena elencate, l'effettivo si riduce al punto tale che è molto difficile
trarne qualche conclusione. Senza contare che, probabilmente, le
differenze più cospicue dovrebbero emergere tra i manoscritti grandi
e i piccoli,` i quali risultano sempre difficilmente paragonabili, in
quanto, scegliendo una determinata tipologia testuale in un certo
periodo e per un dato paese, ad esempio codici teologici del XIII
secolo in Inghilterra 166 e in Francia, ci si trova di fronte ad una
taglia più o meno standard.166

3.6. Conclusioni

Con questa ricerca ci siamo proposti di studiare un aspetto


particolare del codice, la fascicolazione, ovvero l'arrangiamento che
assume il supporto, pergamena o carta che sia, per ricevere il testo.
Tale parametro, per quanto possa apparire marginale rispetto al
codice nel suo complesso e al testo che questo veicola, in realtà è
intimamente legato alla concezione stessa del manufatto - codice
universitario, bibbia tascabile o quaderno d'appunti che sia - come
insieme di elementi che concorrono alla creazione di un determinato
tipo di oggetto-libro, concepito per un uso precipuo in quanto
portatore di un dato messaggio.

Lo scopo della ricerca è quindi di fornire un quadro dell'articolarsi


della fascicolazione nel basso medioevo - le motivazioni che ci
hanno indotto alla delimitazione di questo ambito cronologico sono
state già espresse precedentemente - prendendone in esame i
mutamenti che portano a privilegiare ora un tipo di fascicolo ora un
altro a seconda delle epoche e dei contesti - geografici o culturali o
entrambi - in cui ci si muove. All'interno di questo scenario si è
cercato di enucleare quali parametri possano essere più
direttamente correlabili alla fascicolazione e in che misura,
ovviamente puntando l'attenzione su periodi cronologici diversi in
quanto individuati di volta in volta in relazione alle variabili da
studiare.
La panoramica dell'evoluzione della fascicolazione è ampia e
articolata per cui ripercorrerla a brevi tratti non è un compito facile;
riteniamo quindi che, volendo esprimere qualche considerazione, sia
più utile soffermarci soltanto sugli aspetti principali o perlomeno più
caratterizzanti.

Le tecniche di manifattura del libro, in particolare riguardo al


fattore che ci interessa, permangono sostanzialmente invariate fino
al termine del XII secolo, infatti è con il XIII che si assiste ad un
mutamento di scelte di fabbricazione, provocato dal sorgere di nuove
esigenze legate alla fruibilità di determinati testi e quindi all'uso a cui
è destinato il codice. Il primo paese in cui si constatano i sintomi di
questo cambiamento è l'Inghilterra, dove fin dalla prima metà del
secolo cominciano a comparire codici confezionati in senioni, anche
se la vera e propria affermazione di questo tipo di fascicolo si avrà
dal 1250 in poi. In Francia il processo di adozione del senione
comincia qualche decennio dopo rispetto all'Inghilterra, infatti nel
periodo in cui il senione conosce la massima diffusione nella
produzione francese, nella coeva inglese comincia già la sua
parabola discendente. Nella seconda metà del XIV secolo in
entrambi i paesi si verifica un'inversione di tendenza che comporta
un ritorno al quaternione, una scelta che troverà la sua piena
realizzazione nel corso del XV secolo.

Nella seconda metà del XIII secolo la produzione italiana non


manifesta ancora un orientamento marcato nei confronti di una certa
tipologia di fascicolazione, anche se dobbiamo riconoscere che il
senione gioca un ruolo non indifferente, e parimenti il quinione, il
quale risulta molto più rappresentato in Italia che non altrove. A
partire dal secolo seguente l'uso del quinione si diffonde sempre di
più fino a prevalere su ogni altro tipo di allestimento, tanto è vero
che, mentre nel resto d'Europa - ad esclusione della Germania - si
assiste dal XIV secolo in poi alla rinascita della fascicolazione in
quaternioni, in Italia la produzione manoscritta permarrà strutturata
essenzialmente in quinioni fino alle soglie della stampa.
Nel nostro campione l'effettivo di codici prodotti in area tedesca
nel XIII e XIV secolo è piuttosto esiguo e non consente di enucleare
una linea di tendenza; mentre per il XV secolo si registra un grande
exploit del senione che diventa il tipo di fascicolo mag giormente
utilizzato in Germania proprio nel periodo in cui il suo uso decade
nella produzione inglese e francese.

Tornando un passo indietro, e cioè all'affermazione e diffusione


della fascicolazione in senioni nel XIII secolo, è opportuno ricordare
lo stretto legame esistente tra fascicolazione e tipologia testuale. A
prescindere da tutte le ipotesi, tecniche e non, formulate a proposito
delle ragioni che hanno portato a questo cambiamento di struttura
del codice, il senione - che al momento della comparsa in Inghilterra
non sembra vincolato ad un determinato genere di libro - risulta
indissolubilmente legato al codice universitario inglese e francese.`
Nel periodo di massima diffusione (1250-1350 circa) tale fascicolo si
trova impiegato, benché in misura diversa, per quasi tutte le tipologie
testuali, ma è nell'ambiente universitario e più precipuamente nel
codice teologico che continua a tenere campo anche quando il
quaternione torna ad essere l'opzione preferita.

Una riflessione particolare merita il codice giuridico,


principalmente per ciò che concerne l'Italia. Infatti, già nella seconda
metà del XIII secolo, quando ancora il quinione viene utilizzato in
modo ridotto rispetto agli altri fascicoli, il grosso della produzione
giuridica risulta allestito in quinioni: si potrebbe quindi supporre che
l'esordio del fascicolo con cinque bifolii sia legato proprio al
manoscritto giuridico, il quale conserverà questa struttura anche nei
secoli successivi.

Che vi sia un qualche rapporto tra la fascicolazione e


determinate tipologie testuali appare innegabile, anzi nel caso delle
pocket Bibles del XIII secolo potremmo dire che sussiste un
profondo legame tra la funzione di un certo tipo di libro e la sua
realizzazione materiale, tanto che al cambiamento della concezione
della bibbia, diventata funzionale al singolo, corrisponde una
modifica dell'architettura del libro stesso.

Un altro parametro che abbiamo messo in relazione con la


fascicolazione, sempre nel periodo che abbraccia il XIII e XIV
secolo, è la disposizione del testo. Come questa sia collegata ad
altre variabili tra cui la taglia, l'abbiamo ricordato in precedenza; in
questa sede tenteremo di formulare qualche considerazione di
carattere generale premettendo che le osservazioni proposte vanno
sempre comunque confrontate con la realtà di ogni singolo paese in
cui il fenomeno può aver assunto sfaccettature diverse. La relazione
che qui ci interessa evidenziare è la seguente: i senioni vengono
comunemente adoperati per codici con disposizione del testo su due
colonne, mentre i quaternioni sono preferibilmente associati a codici
a piena pagina. Persino in Inghilterra, nella seconda metà del XIII
secolo, quando l'utilizzazione dei senioni è un fatto generalizzato
tanto per i manoscritti con impaginazione su una che su due
colonne, nell'ambito dei secondi la percentuale di fascicoli da sei
bifolii è comunque più elevata. Al contrario, nel momento in cui le
tecniche di manifattura del libro si orientano di nuovo verso il
quaternione - nella seconda metà del XIV secolo -, una qualche
tendenza ad associare preferibilmente quest'ultimo alla piena pagina
ed il senione alle due colonne continua a perdurare. Anche nella
produzione francese, soprattutto dalla seconda metà del XIII secolo
in poi, i codici con disposizione del testo su due colonne presentano
di norma fascicolazioni consistenti, cioè dal senione in su, mentre i
manoscritti a piena pagina appaiono composti essenzialmente da
quaternioni. Nella prima metà del XIV secolo il tipo di codice più
diffuso ha un'impaginazione a due colonne e una fascicolazione in
senioni, a partire invece dalla seconda metà del secolo torna in auge
il quaternione che si accompagna ad entrambi i tipi d'impaginazione,
anche se l'associazione piena pagina-quaternioni e due colonne-
senioni presenta sempre una certa rilevanza.

L'Italia offre un panorama differenziato rispetto agli altri paesi:


infatti, pur rimanendo valida l'opzione di fondo appena ricordata, non
bisogna sottovalutare il ruolo del quinione che, fin dalla prima metà
del XIV secolo, risulta impiegato in un numero di codici non
indifferente soprattutto con impaginazione a due colonne. Peraltro
dalla seconda metà del secolo in poi si riscontra una situazione
affatto particolare: la percentuale di codici a piena pagina in
quaternioni non si discosta molto da quella dei codici a due colonne
e lo stesso discorso vale anche per il senione che si trova adoperato
tanto per i codici con impaginazione a due che ad una colonna. È il
quinione invece che, sebbene sia largamente impiegato in entrambi i
casi, appare maggiormente utilizzato nei codici a due colonne.

Tra le variabili che abbiamo messo in relazione alla


fascicolazione il supporto è quella la cui démarche presenta caratteri
inequivocabili, tanto è vero che già dal XIV secolo emerge una
chiara dicotomia tra produzione in pergamena e produzione in carta:
la prima si incentra sul quaternione - a prescindere dall'Italia in cui il
quinione risulta vincente anche per questo tipo di supporto -, mentre
la seconda preferisce il senione e il quinione o, comunque,
fascicolazioni sufficientemente consistenti. Per il XV secolo abbiamo
esaminato la produzione di ogni singolo paese in quanto, pur
rimanendo ferme le linee di tendenza appena esposte, le scelte non
sono uniformi. In Inghilterra il quaternione è utilizzato sia per la
produzione in pergamena sia per quella in carta, ma è proprio
nell'ambito di quest'ultima che sopravvive il senione, soprattutto nella
seconda metà del secolo. La produzione francese offre a sua volta
un quadro molto ben delineato, in quanto i codici in pergamena sono
in gran parte strutturati in quaternioni, mentre quelli in carta si
orientano decisamente sui senioni o comunque su fascicolazioni di
una certa consistenza. Riguardo all'Italia non possiamo che ribadire
quanto già affermato: il quinione copre largamente tutta la
produzione manoscritta, vuoi in pergamena vuoi in carta, con la
distinzione che, nel primo caso, si accompagna ai quaternioni,
mentre nel secondo - in virtù probabilmente dell' "effetto carta", del
quale abbiamo già discusso - è affiancato da una buona percentuale
di senioni. Anche dall'esame della produzione dei paesi di area
germanica emerge con estrema chiarezza l'associazione
pergamena-quaternioni e carta-senioni: il grosso della produzione
tedesca del XV secolo è cartacea e quindi strutturata
essenzialmente in senioni, tuttavia, non appena si considera la
produzione membranacea, compaiono di nuovo i quaternioni come
opzione favorita.

Nell'ambito della produzione cartacea, inoltre, abbiamo verificato


quale legame sussista tra formato e tipo di fascicolazione.16S
Osservando la situazione europea in generale si constata che il
senione si trova ugualmente distribuito sia nei piccoli sia nei grandi
formati, il quaternione invece è presente nei primi, mentre risulta
quasi assente nei secondi. Il quinione a sua volta, sebbene sia
attestato tanto nei piccoli quanto nei grandi formati, appare più
utilizzato per questi ultimi. Se si esamina la situazione di ciascun
paese,169 si notano ovviamente dei comportamenti peculiari. In
Francia il senione viene adoperato nei piccoli e nei grandi formati
senza particolari differenze, mentre il quinione compare
essenzialmente negli in folio e grandi in folio. Per i quaternioni si
verifica esatta mente la situazione opposta: vengono impiegati nella
fabbricazione di piccoli formati, ma raramente per i grandi. Abbiamo
già ricordato la spiegazione proposta per questo comportamento: la
scelta di utilizzare fascicolazioni pari per gli in quarto può essere
legata a fattori ergonomici, dal momento che costruire formati piccoli
in quinioni comporta un dispendio maggiore di energie.

Tali necessità di economizzare e razionalizzare il processo


produttivo non sembrano avere una particolare presa sul territorio
italiano: pur riscontrando una percentuale più elevata di quinioni nei
grandi formati, dobbiamo constatare che circa la metà della
produzione dei piccoli formati è imperniata su fascicoli di dieci fogli. I
senioni sono utilizzati in maniera quasi paritaria per entrambi i
formati, mentre i quaternioni ancora una volta compaiono
prevalentemente negli in octavo e in quarto. Si noti che in Italia,
considerando separatamente codici in folio e grandi in folio, per la
fabbricazione dei primi, pur svolgendo il quinione un ruolo
preponderante, vengono adoperati anche altri tipi di fascicoli, mentre
per i secondi la percentuale di quinioni supera l'80% e di questi la
maggior parte sono manoscritti giuridici.

L'area germanica non presenta invece quasi alcuna


divaricazione tra le scelte che riguardano la fabbricazione dei piccoli
e dei grandi formati: il senione predomina largamente, la percentuale
di quaternioni è minima in entrambi i gruppi ed anche i quinioni si
attestano su quote più o meno della stessa entità sia per i piccoli sia
per i grandi formati.

Dal quadro finora tracciato risulta evidente una correlazione tra


fascicolazione e tipo di supporto, pergamena o carta che sia, mentre
nell'ambito della seconda anche il formato sembra esercitare una
certa influenza sulle scelte di fabbricazione, che tengono sempre
conto degli usi locali.

Dopo questo breve excursus, certamente non esaustivo, che ha


il solo scopo di rammentare le problematiche affrontate, ponendole
le une accanto alle altre come molteplici aspetti di un unico oggetto
nel suo divenire, non ci rimane che concludere questo lavoro
lasciando ancora molti interrogativi aperti, ma con la speranza di
avere, almeno parzialmente, contribuito a chiarire lo sviluppo storico
di un'importante componente costitutiva del manoscritto, offrendo
uno spunto ad ulteriori ricerche.
Tabelle
EVOLUZIONE DELLA FASCICOLAZIONE

TABELLAI

Secolo Xll.2

TABELLA 2

Inghilterra - sec. XIII


TABELLA 3

Inghilterra - sec. XIV

TABELLA 4

Inghilterra - sec. XV

TABELLA5

Francia - sec. XIII


TABELLA 6

Francia - sec. XIV

TABELLA 7

Francia - sec. XV
TABELLA 8

Italia - sec. XIII

TABELLA 9

Italia - sec. XIV


TABELLA 10

Italia - sec. XV

TABELLA11

Germania - sec. XV
TABELLA 12

Paesi Bassi - sec. XV

SUPPORTO

TABELLA 13

Pergamena - sec. XIV


TABELLA 14

Carta - sec. XIV

TABELLA15

Pergamena - sec. XV
TABELLA 16

Carta - sec. XV

TABELLA 17

Carta/pergamena e misti - sec. XV


TABELLA 18

Inghilterra. Pergamena - sec. XV

TABELLA 19

Inghilterra. Carta - sec. XV


TABELLA 20

Francia. Pergamena - sec. XV

TABELLA 21

Francia. Carta - sec. XV


TABELLA 22

Italia. Pergamena - sec. XV

TABELLA 23

Italia. Carta - sec. XV

TABELLA 24

Germania. Carta - sec. XV


TABELLA 25

Germania. Pergamena - sec. XV

TABELLA 26

Paesi Bassi. Pergamena - sec. XV

FORMATO

TABELLA 27

Secoli XIV e XV. In quarto e in octavo


* La metà del secolo non è specificata.

TABELLA 28

Secoli X/V e XV. In folio e grandi in folio


* La metà del secolo non è specificata.

TABELLA 29

Italia. In folio e grandi in folio - sec. XV


TIPOLOGIA TESTUALE

TABELLA 30

Bibbie tascabili

TABELLA 31

Bibbie - sec. XIII


IMPAGINAZIONE

TABELLA 32

Inghilterra. Impaginazione - sec. XIII


TABELLA 33

Inghilterra. Impaginazione - sec. XIV


TABELLA 34

Francia. Impaginazione - sec. XIII


TABELLA 35

Francia. Impaginazione - sec. XIV


TABELLA 36

Italia. Impaginazione - sec. XIII


TABELLA 37

Italia. Impaginazione - sec. XIV


TAGLIA

TABELLA 38

Inghilterra XIII e XIV secolo - Taglia 320-490


TABELLA 39

Inghilterra XIII e XIV secolo -Taglia 491-670

Grafici

GRAFICO 1
Distribuzione della fascicolazione nel XII secolo

GRAFICO 2

Distribuzione della fascicolazione nel XIII secolo

GRAFICO 3
Distribuzione della fascicolazione nel XIV secolo

GRAFICO 4

Distribuzione della fascicolazione nel XV secolo

GRAFICO 5

Francia in quarto e in octavo (totale codici: 31)


GRAFICO 6

Francia in folio e grandi in folio (totale codici: 31)

GRAFICO 7

Italia in quarto e in octavo (totale codici: 101)


GRAFICO 8

Italia in folio e grandi in folio (totale codici: 171)

GRAFICO 9

Germania in quarto e in octavo (totale codici: 83)


GRAFICO 10

Germania in folio e grandi in folio (totale codici: 153)

GRAFICO 11

Bibbie tascabili
GRAFICO 12

Inghilterra XIII. 1 (64 codici)

piena pagina ■ due colonne ❑

GRAFICO 13
Inghilterra X111.2 (154 codici)

piena pagina ■ due colonne ❑

GRAFICO 14

Inghilterra XI V.1 (66 codici)

piena pagina ■ due colonne ❑


GRAFICO 15

Inghilterra X/V.2 (148 codici)

piena pagina ■ due colonne ❑

GRAFICO 16

Francia XIII. 1 (56 codici)


piena pagina ■ due colonne ❑

GRAFICO 17

Francia X111.2 (151 codici)

piena pagina ■ due colonne ❑


GRAFICI 18

Francia XIV. 1 (38 codici)

piena pagina ■ due colonne ❑

GRAFICO 19

Francia X/V.2 (74 codici)

piena pagina ■ due colonne ❑


GRAFICO 20

Italia Xlll.2 (58 codici)

piena pagina ■ due colonne ❑

GRAFICO 21

Italia XI V.1 (34 codici)


piena pagina ■ due colonne ❑

GRAFICO 22

Italia X/V.2 (117 codici)

piena pagina ■ due colonne ❑


1) Casanatense 1= Catalogo dei manoscritti della Biblioteca
Casanatense. I, a cura di E. Moneti, G. Muzzioli, I. Rossi, M.
Zamboni, Roma, La libreria dello Stato, 1949

2) Casanatense 2 = Catalogo dei manoscritti della Biblioteca


Casanatense. II, a cura di M. Ceresi e E. Santovito, Roma,
Istituto Poligrafico dello Stato, 1956

3) Casanatense 3 = Catalogo dei manoscritti della Biblioteca


Casanatense. III, a cura di M. Ceresi, Roma, La libreria dello
Stato, 1952

4) Casanatense 4 = Catalogo dei manoscritti della Biblioteca


Casanatense. IV, a cura di M. Ceresi, Roma, Istituto Poligrafico
dello Stato, 1961

5) Casanatense 5 = Catalogo dei manoscritti della Biblioteca


Casanatense. V, a cura di A. Moricca Caputi, Roma, Istituto
Poligrafico dello Stato, 1958

6) Casanatense 6 = Catalogo dei manoscritti della Biblioteca


Casanatense. VI, a cura di A. Saitta Revignas, Roma, Istituto
Poligrafico dello Stato, 1961

7) C. G. VI= Catalogue général des manuscrits latin. VI. (3536-3775


B) Bibliothèque Nationale, Paris, 1975

8) C. G. VII = Catalogue generai des manoscrits latin. VII. (3776-


3835) Bibliothèque Nationale, Paris, 1988

9) Clairvaux = La bibliothèque de I'abbaye de Clairvaux du XII au


XVIII siècle. II, Les manuscrits conservés. Première partie.
Manuscrits bibliques, patristiques et théologiques. Notices
établies par J.-P. Bouhot et J.T. Genest sous la direction d'A.
Vernet, Paris, CNRS, Turnhout, Brepols, 1997170

10) Codici latini del Petrarca = Codici latini del Petrarca nelle
biblioteche fiorentine. Mostra 19 maggio - 30 giugno 1991.
Catalogo a cura di M. Feo, Firenze, Casa editrice Le Lettere,
Cassa di Risparmio di Firenze, 1991

11) Colker, Trinity = M.L. Colker, Trinity College Library Dublin.


Descriptive Catalogue of the Mediaeval and Renaissance Latin
Manuscripts. I-II, Scolar Press, Aldershot, 1991 (solo per il XIII e
il XIV secolo)

12) Daneu Lattanzi, Sicilia = A. Daneu Lattanzi, I manoscritti ed


incunaboli miniati della Sicilia, Roma, Istituto Poligrafico della
Stato, 1965

13) Filosofici 1 = Catalogo di manoscritti filosofici nelle biblioteche


italiane. I. Firenze, Pisa, Poppi, Rimini, Trieste, a cura di T. De
Robertis, D. Frioli, M.R. Pagnoni Sturlese, L. Pinelli, E. Staraz, L.
Sturlese, Firenze, Olschki, 1980

14) Filosofici 2 = Catalogo di manoscritti filosofici nelle biblioteche


italiane. 2. Busto Arsizio, Firenze, Parma, Savignano sul
Rubicone, Volterra, a cura di D. Frioli, G.C. Garfagnini, L. Pinelli,
G. Pomaro, P. Rossi, Firenze, Olschki, 1981

15) Filosofici 3 = Catalogo di manoscritti filosofici nelle biblioteche


italiane. 3. Firenze, Pisa, Pistoia, a cura di G.C. Garfagnini, M.R.
Pagnoni Sturlese, G. Pomaro, S. Zamponi, Firenze, Olschki,
1982

16) Filosofici 4 = Catalogo di manoscritti filosofici nelle biblioteche


italiane. 4. Cesena, Fabriano, Firenze, Grottaferrata, Parma, a
cura di G. Avarucci, D. Frioli, G.C. Garfagnini, G. Pomaro, P.
Rossi, A. Velli, Firenze, Olschki, 1982
17) Filosofici 5 = Catalogo di manoscritti filosofici nelle biblioteche
italiane. 5. Cesena, Cremona, Lucca, S. Daniele del Friuli,
Teramo, Terni, Trapani, Udine, a cura di L. Casarsa, D. Ciccarelli,
E. Di Mattia, G. Dotti, D. Frioli, G.C. Garfagnini, M. Gianferrara, 0.
Majeron, R. Nanni, M.R. Pagnoni Sturlese, L. Sturlese, Firenze,
Olschki, 1985

18) Filosofici 6 = Catalogo di manoscritti filosofici nelle biblioteche


italiane. 6. Atri, Bergamo, Cosenza, Milano, Perugia, Pistoia,
Roma, Siena, a cura di G.M. Cao, M. Cortesi, M. Curandai, E. Di
Mattia, G. Italiani, F.W. Lupi, P. Rossi, A.M. Velli, S. Zamponi,
Firenze, Olschki, 1992

19) Filosofici 7 = Catalogo di manoscritti filosofici nelle biblioteche


italiane. 7. Novara, Palermo, Pavia, a cura di G.M. Cao, C.
Casagrande, M.A. Casagrande Mazzoli, D. Ciccarelli, S.
Gavinelli, S. Vecchio, Firenze, Olschki, 1993

20) Frioli, Aldersbach = D. Frioli, Lo scriptorium e la biblioteca del


monastero cisterciense di Aldersbach, Spoleto, Centro italiano di
studi sull'alto medioevo, 1990

21) Ker I = N.R. Ker, Medieval Manuscripts in British Libraries. I.


London, Oxford, Clarendon Press, 1969

22) Ker II = N.R. Ker, Medieval Manuscripts in British Libraries. II.


Abbotsford-Keele, Oxford, Clarendon Press, 1977

23) Ker III = N.R. Ker, Medieval Manuscripts in British Libraries. III.
Lampeter-Oxford, Oxford, Clarendon Press, 1983

24) Ker IV = N.R. Ker, A.J. Piper, Medieval Manuscripts in British


Libraries. IV. Paisley-York, Oxford, Clarendon Press, 1992

25) Kuttner I = S. Kuttner, R. Elze, A Catalogue of Canon and


Roman Law Manuscripts in the Vatican Library. I. Codices
Vaticani latini 541-2299, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica
Vaticana, 1986 (Studi e testi, 322)

26) Kuttner II = S. Kuttner, R. Elze, A Catalogue of Canon and


Roman Law Manuscripts in the Vatican Library. II. Codices
Vaticani latini 2300-2746, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica
Vaticana, 1987 (Studi e testi, 328)

27) Leonardi, Vaticani = Codices Vaticani Latini 2060-2117, recensuit


Claudius Leonardi operam dante Maria Magdalena Lebreton,
indicibus instruxerunt Ambrosius M. Piazzoni et Paulus Vian,
Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1987

28) Maier, Vaticani Burghesiani = A. Maier, Codices Burghesiani


Bibliothecae Vaticanae, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica
Vaticana, 1952 (Studi e testi, 170)

29) M. C.L.B.P.F. = Les manuscrits classiques latin des


bibliothèques publiques de France. I. Agen-Évreux, cat. établi par
C. Jeudy et Y.T. Riou, Paris, CNRS, 1989

30) Mynors, Balli o] = R.A.B. Mynors, Catalogue of the Manuscripts


of the Balliol College Oxford, Oxford, Clarendon Press, 1963

31) Saenger, Newberry = P. Saenger, A Catalogue of the Pre-1500


Western ManuscriptBooks at the NewberryLibrary, Chicago-
London, The University of Chicago Press, 1989

32) Thurn, Wdrzburg 11. 1 = H. Thurn, Die Handschriften aus


benediktinischen Provenienzen. 11. 1, Wiesbaden, Otto
Harrassowitz, 1973

33) Thurn, Wdrzburg 11.2 = H. Thurn, Die Handschriften der


Universitàtsbibliothek Wiirzburg. 11.2, Wiesbaden, Otto
Harrassowitz, 1986
34) Wilmart, Vaticani = A. Wilmart, Codices Reginenses latini. I.
Codices 1- 250, in Bibliotheca Apostolica Vaticana, 1937

35) Wilmart, Vaticani = A. Wilmart, Codices Reginenses latini. II.


Codices 251- 500, in Bibliotheca Apostolica Vaticana, 1945

36) Zamponi, Manoscritti petrarcheschi = S. Zamponi, I manoscritti


petrarcheschi della Biblioteca Civica di Trieste. Storia e catalogo,
Padova, Anteriore, 1984 (Censimento dei codici petrarcheschi, 8)

* Busonero = P. Busonero, teologici

* Devoti = L. Devoti, giuridici

* Notices = Notices

Le ultime tre voci, contrassegnate da un asterisco, non sono


cataloghi a stampa. La prima corrisponde ad un corpus di 18 codici,
teologici o filosofici, tratti dal terzo tomo del Catalogue des
manoscrits datés, il cui esame autoptico è stato effettuato da chi
scrive. La seconda comprende 16 codici giuridici, conservati in
biblioteche sia francesi sia italiane, la cui descrizione è stata
gentilmente fornita da Luciana Devoti, che li ha esaminati
personalmente nell'ambito di una ricerca sul codice giuridico
glossato pubblicata in questo volume. Le Notices sono descrizioni di
manoscritti, ancora in forma di appunto a mano o dattiloscritto,
redatte da vari autori - tra cui citiamo Élisabeth Pellegrin - e
conservate all'Institut de Recherche et d'Histoire des Textes di
Parigi.
A. NOTIZIE GENERALI SUL CODICE

SEGNATURA. Se il codice è composito si segnalano le carte


considerate.

CATALOGO. Si dà l'indicazione abbreviata del catalogo utilizzato.

SUPPORTO. Si menziona il supporto mediante la seguente


tipologia:

C = carta

P = pergamena

MI = misto (fascicolo in carta con bifolio esterno e / o


eventualmente interno in pergamena).

FORMATO. Si menziona il formato dei manoscritti in carta qualora


sia indicato dai cataloghi (in realtà questo dato è stato ricavato
quasi sempre a posteriori - in base alle dimensioni del codice - in
sede di analisi dei dati). 171

B. DATAZIONE, LOCALIZZAZIONE, COPISTA

TIPO DI DATAZIONE. Si indica se la datazione è attestata (= A)


oppure stimata (= S).

SECOLO I. Si indica, in cifre arabe, il secolo a cui risale il codice.

SECOLO 2. Si utilizza per indicare se la datazione del codice è a


cavallo tra i due secoli.

METÀ SECOLO. Si menziona la metà secolo con le cifre 1 o 2.


QUARTO DI SECOLO. Si menziona il quarto di secolo - se
esplicitamente indicato o comunque deducibile - con le cifre 1, 2,
3, 4.

TERMINE A QUO, TERMINE ANTE QUEM. Si indicano gli


estremi cronologici della datazione o, nel caso in cui il codice sia
datato all'anno, si introduce in entrambi i campi la stessa data (ad
es. 1455-1455).

TIPO DI LOCALIZZAZIONE. Si indica se la localizzazione è


attestata (= A) o stimata (= S).

PAESE. Si segnala il paese di origine del codice mediante una


sigla:

A = Austria

B = Belgio

E = Inghilterra

F =Francia

FN = Fiandre172

G = Germania

I = Italia

0 = Olanda

Sc = Scozia

Sv = Svizzera

Tc = Cecoslovacchia

W = Galles.
QUADRANTE. Nord (= N), Sud (= S) ecc.

REGIONE. Si menziona la regione in cui il codice è stato prodotto


nel caso sia espressamente citata dal catalogo o comunque
deducibile.

CITTÀ. Si precisa il luogo di produzione possibilmente nella lingua


madre.

ISTITUZIONE. Si indica l'istituzione (ad es. il monastero di Saint-


Denis) in cui il codice è stato prodotto.

COPISTA ATTESTATO. Si segnala se il copista è attestato (= A) o


dedotto (= D).

NOME DEL COPISTA. Si trascrive il nome del copista


normalizzandolo nella forma latina.

c. TESTO

TIPOLOGIA TESTUALE. La si indica mediante queste sigle:

bi = bibbia

bit = testi biblici glossati (ad es. Epistulae Pauli cum glossa)

cl = classici

fi = filosofici

giu = giuridici

giu2 = codici di argomento legislativo come statuti ecc.

gr = grammatica

lu = letteratura umanistica
li = liturgici

lpr = letteratura profana

lsa = letteratura sacra

me = medicina

pa = patristica

sc = scientifici

se = sermoni

st = storia

te = teologici.

LINGUA DEL TESTO. Viene segnalata la lingua in cui è scritto il


testo ed eventualmente una seconda, se compare. La tipologia è
la seguente:

fr = francese

in = inglese

it = italiano

la = latino

ol = olandese

te = tedesco.

PROSA O VERSI. Si indica con P o V.

D. CARATTERISTICHE MATERIALI

NUMERO CARTE. Numero delle carte escluse le guardie.


ALTEZZA DEL FOGLIO. Si misura in millimetri, come tutte le altre
misure indicate qui di seguito.

LARGHEZZA DEL FOGLIO.

ALTEZZA SPECCHIO.

LARGHEZZA SPECCHIO.

PIENA PAGINA / DUE COLONNE. Si indica con 1 (piena pagina) e


2 (due colonne).

GLOSSA ORGANIZZATA. Indica che il codice è stato predisposto (in


pratica ha ricevuto una rigatura ad hoc) per accogliere la glossa.

NUMERO DI RIGHE SCRITTE.

D.1 FASCICOLAZIONE

FASCICOLAZIONE MAGGIORITARIA. Si segnala qui il tipo


(quaternione, senione ecc.) che rappresenta almeno la metà dei
fascicoli di un codice.

FASCICOLAZIONE 1 Si indicano i tipi di fascicoli minoritari in


ordine decrescente di consistenza o, se non esiste fascicolazione
maggioritaria, i tipi di fascicoli presenti sempre in ordine
decrescente di consistenza.

FASCICOLAZIONE 2

FASCICOLAZIONE3

FASCICOLAZIONE ORGANIZZATA. Nel caso non vi sia una


fascicolazione maggioritaria si precisa qui la disposizione dei
fascicoli:

IRR = irregolare
SUCC = successioni ovvero piccoli gruppi di un tipo di
fascicolo che si susseguono a piccoli gruppi di un altro
tipo

MIS = mischiati, ovvero: a volte piccoli gruppi che si


susseguono, a volte un singolo fascicolo di un tipo che
succede ad uno diversamente costituito.

D.2 ALTRI ELEMENTI

RICHIAMI. Se ne segnala con un sì / no la presenza o assenza


esplicitamente riportata dal catalogo. Nel caso in cui venga fornito
qualche ulteriore ragguaglio sulla posizione o l'orientamento dei
richiami si adotta la seguente tipologia:

ce = centrati

ds = destra

sn = sinistra

ve = verticali.

SEGNATURE FASCICOLI. Si indica con un sì / no se la presenza


o l'assenza è esplicitamente segnalata. Eventualmente - se
deducibile - si dà il numero di Derolez.

SEGNATURE FOGLI. Come sopra.

SEGNATURE AD HOC. Questa specifica si riferisce alla presenza


o meno di una numerazione interna al fascicolo che indica la
sequenza dei bifolii nell'ambito del fascicolo stesso, ma non serve
ad individuare né la posi zione di quest'ultimo nel codice né a
stabilire a quale fascicolo appartengono eventuali bifolii fuori
posto.173
TECNICA DI RIGATURA. Si indica la tecnica di rigatura
principale ed eventualmente la secondaria 174 con queste
sigle:

S = secco

P = piombo

I = inchiostro

C = colore.175

FRAMERULING. Sotto questa voce, indicata con il termine


inglese utilizzato da Ker, si rileva la rigatura del solo specchio
scrittorio definito unicamente da quattro linee - due verticali e
due orizzontali - le quali formano appunto una "cornice" (frame)
che inquadra il testo.

E. SCRITTURA E DECORAZIONE

TIPO DI SCRITTURA. Si menziona in forma abbreviata la


tipologia grafica così come la indica il catalogo.

PRESENZA ILLUSTRAZIONI. Se indicate dal catalogo se ne


segnala la presenza (sì).

PRESENZA CORNICI / BORDI. Come sopra.

LIVELLO MASSIMO DELLE INIZIALI. Si rileva solo la menzione


dell'iniziale e / o del tipo di iniziali più elaborato utilizzando le
seguenti sigle:

ru = rubricate

fi = filigranate

or = ornate (in questa classe - con un evidente forzatura - si


fanno rientrare tutte le iniziali decorate che non sono
istoriate)

is = istoriate. 176

USO DELL'ORO. Se ricordato nella descrizione si scrive sì.

F. STORIA DEL CODICE

COMMITTENTE

DESTINATARIO

PRIMO POSSESSORE. Qui viene indicato il possessore (uomo e


/ o istituzione) più remoto nel tempo.

DATA DI POSSESSO

MEMO. In questo campo, come già detto, trovano spazio


osservazioni riguardo alle varie voci che non possono essere
inserite nelle scheda, quali commenti ecc.
SCHEDA DI RILEVAMENTO

SEGNATURA: Arras B.M. 870 (349)

CATALOGO: M.C.L.B.P.F.

SUPPORTO:p FORMATO:

DATAZIONE, LOCALIZZAZIONE, COPISTA

TIPO DI DATAZIONE: S

SECOLO 1: 13

SECOLO 2:

METÀ SECOLO: 1

QUARTO DI SECOLO:

TERMINE A QUO: TERMINE ANTE QUEM:

TIPO DI LOCALIZZAZIONE: s

PAESE: F

QUADRANTE:

REGIONE:

CITTÀ:

ISTITUZIONE:

COPISTA ATTESTATO:
NOME DEL COPISTA:

TESTO

TIPOLOGIA TESTUALE: cl

AUTORE PRINCIPALE: Solinus

TESTO PRINCIPALE: Collectanea rerum memorabilium

LINGUE DEL TESTO: 1 la 2

PROSA O VERSI: p

CARATTERISTICHE MATERIALI

NUMERO CARTE: 73

ALTEZZA FOGLIO: 305

LARGHEZZA FOGLIO: 230

ALTEZZA SPECCHIO: 175

LARGHEZZA SPECCHIO: 105

PIENA PAGINA / DUE COLONNE: 1

GLOSSA ORGANIZZATA:

NUMERO RIGHE SCRITTE: 18

FASCICOLAZIONE

FASCICOLAZIONE MAGGIORITARIA: 6

FASCICOLAZIONE 1:

FASCICOLAZIONE2:
FASCICOLAZIONE3:

FASCICOLAZIONE ORGANIZZATA:

RICHIAMI: Sì

SEGNATURE FASCICOLO:

SEGNATURE FOGLI:

SEGNATURE AD HOC:

TECNICA DI RIGATURA: 1 Í 2

FRAME RULING:

SCRITTURA E DECORAZIONE

TIPO DI SCRITTURA:

PRESENZA ILLUSTRAZIONI:

PRESENZA CORNICI:

LIVELLO MASSIMO DELLE INIZIALI: lì

USO DELL'ORO:

STORIA DEL CODICE

COMMITTENTE:

DESTINATARIO:

PRIMO POSSESSORE: Arras, Saint-Vaast

DATA DI POSSESSO: 1628

Campo «memo» per le osservazioni


* Questa ricerca è nata come tesi di diploma della Scuola di
specializzazione per conservatori di beni archivistici e librari della
civiltà monastica dell'Università di Cassino (aprile 1995). Un
ringraziamento particolare è dedicato ad Ezio Ornato, che ha guidato
l'impostazione e la progettazione di questo lavoro, e a Marco Palma,
che ne ha ispirato l'ideazione e ne ha seguito la realizzazione in ogni
singola tappa fino al suo compimento.

I. Per uno status quaestionis sugli studi codicologici cfr. Derolez,


La codicologie et les études médiévales, passim.

2. Non si vuole qui entrare nel merito della dibattuta questione se


sia il bifolio l'unità base del codice o il fascicolo. Per una sintesi del
problema cfr. Zappella, Il fascicolo, pp. 17-54 passim.

3. Turner, The Typo1ogy, pp. 55-71; Derolez, Codicologie, I, pp.


33-39.

4. Bozzolo, Ornato, La constitution des cahiers dans les


manuscrits en papier d'origine franpaise et le problème de 1
imposition, in Pour une histoire, pp. 123- 212; Gilissen,
Prolégomènes à la codicologie, passim; Bozzacchi, Palma, La
formazione del fascicolo.

5. Gilissen delinea quattro possibilità di piegatura per gli in


octavo - alle quali corrispondono altrettante formule e due per gli in
quarto - formule A2 e C2.

6. Bozzolo, Ornato, Pour une histoire, pp. 215-351 passim.

7. Bozzacchi, Palma, La formazione del fascicolo, p. i328.

8. Bozzacchi, Palma, La formazione del fascicolo, pp. 325-336.


9. La verifica è stata condotta seguendo la formula AZ
diVGilissen che si riferisce agli in quarto.

10. Secondo Gilissen le carte venivano separate o man mano


che lo scriba ne sentiva la necessità, durante il processo di scrittura,
o addirittura al momento della rilegatura se il fascicolo veniva copiato
mediante la tecnica dell'imposition, cfr. Gilissen, Prolégomènes à la
codicologie, pp. 15-41.

11. Bischoff, Pergamentdicke; Id., Systematische Lagenbrriche;


Id., Observations sur l'emploi.

12. Bischoff, Maniaci, Pergamentgròlie.

13. Bozzolo, Ornato, Pour une histoire, pp. 254-263.

14. Bozzolo, Ornato, Pour une histoire, pp. 123-212.

15. Turner, The Typology, p. 62. Secondo Colette Sirat è


possibile che esista un legame tra l'uso del papiro e la composizione
dei codici in quinioni, cfr. in proposito: Sirat, Pour quelle raison,
passim.

16. Alla parola quaternio verrà infatti attribuita l'accezione


generica di fascicolo. Nel XV secolo invece gli umanisti usavano
indifferentemente i termini quaternio, quaternus, quinternio,
quinternus e sexternus nel senso di fascicolo: cfr. Rizzo, 11 lessico
filologico, pp. 42-47.

17. Un quadro delle "eccezioni" alla fascicolazione in quaternioni


che compaiono nei CLA verrà fornito in seguito.

18. Lowe, CLA I, p. X.

19. Lowe, CLA I 12, 74, 115.

20. Lowe, CLA 178, 87.


21. Tali concetti sono stati brevemente ripresi in Vezin, Les
cahiers, pp. 99- 100.

22. Bianchi et alii, La structure matérielle du codex, pp. 412-413.

23. Haskins, La rinascita, passim. Il XII secolo, tra i tanti e


molteplici aspetti che caratterizzano il fiorire della cultura, rinnova e
sviluppa un interesse precipuo per i classici latini - anche se bisogna
riconoscere che la vera e propria riscoperta del patrimonio classico
ha luogo nel IX secolo - che si concretizza in una produzione
manoscritta abbastanza cospicua di cui l'opera di Munk Olsen
fornisce un dettagliato panorama.

24. Le Goff, Gli intellettuali nel medioevo, pp. 8 7-90.

25. Derolez, Codicologie, I, pp. 33-39.

26. L'indagine ha preso in considerazione principalmente


Inghilterra, Francia, Italia, Germania e Paesi Bassi.

27. In proposito cfr. Derolez, La codicologie etles études


médiévales, p. 377.

28. Pur trattandosi sempre di una quantità ovvero del numero di


bifolii che compongono un fascicolo.

29.La distribuzione della frequenza, la media, la varianza, ecc.

30. In realtà per operare nel campo della codicologia quantitativa


non basta certo la sola applicazione di metodi statistici o
l'utilizzazione di campioni particolarmente cospicui. Riguardo alla
nozione di codicologia quantitativa, agli scopi che essa si pone ed ai
metodi che adotta, cfr. Ornato, La codicologie quantitative, passim.

31. Tali problematiche sono state già affrontate in Busonero,


L'utilizzazione sistematica dei cataloghi, passim.
32. Cfr. Busonero, L 'utilizzazione sistematica dei cataloghi, p.
13.

33. Si fa presente che dal 1994 (la raccolta dei dati è stata
portata a termine in tale anno) il numero di cataloghi pubblicati si è
notevolmente accresciuto e di conseguenza anche la possibilità di
reperire materiale sfruttabile per ricerche di questo tipo. Come
esempio citiamo il catalogo di Clairvaux, di cui si è potuto consultare
in bozza le descrizioni codicologiche dei volumi raccolti sotto le
lettere C, F, I, grazie alla disponibilità degli autori.

34. In un primo momento si era pensato che fosse sufficiente una


datazione al secolo, ma ci si è subito resi conto che essa non
avrebbe consentito di seguire l'evoluzione della fascicolazione in
maniera sufficientemente puntuale. E ovvio d'altronde che non si
pretende che tutte le datazioni presenti in un catalogo siano
circoscritte al mezzo secolo, bensì che il criterio di base sia di
specificarle il più possibile. In sede di acquisizione di dati sono state
considerate - eccetto poche eccezioni che si riferiscono appunto alla
fase iniziale - le datazioni rispondenti a tale requisito.

35. Cfr. Appendici 2 e 3.

36. Busonero, L'utilizzazione sistematica dei cataloghi, pp. 14-15.

37. Cfr. Appendice I.

38. La scheda è stata informatizzata creando un database con il


programma Dbase IV. Una volta raccolti, i dati sono stati trasferiti su
un foglio di calcolo utilizzando il software Excel 5.0, mediante il quale
sono state eseguite le ulteriori elaborazioni.

39. La rigatura non compare ad esempio in Mynors, Balliol ed in


Thurn, Wdrzburg IL 1-2, mentre in Kuttner I e II non è indicata
sistematicamente.

40. Cfr. Ker I, pp. IX-X.


41. Cfr. Kuttner I e II.

42. Descrizioni delle segnature sufficientemente accurate sono


presenti in: Frioli, Aldersbach; MC.L.B.P.P.; Leonardi, Vaticani;
Wilmart, Vaticani.

43. Per una definizione di iniziale ornata cfr. Maniaci,


Terminologia del libro manoscritto, p. 320. Questo termine si trova
usato in modo generico per iniziali di diversa complessità esecutiva
e, a volte, inquadrabili sotto una accezione più specifica.

44. Anche volendo utilizzare casistiche di iniziali più articolate,


ma già codificate - cfr. Maniaci, Terminologia del libro manoscritto,
pp. 317-322 - è comunque necessario un esame diretto del codice.

45. Iniziali rubricate, filigranate, ornate, istoriate.

46. Le misure in pollici del Mynors, Balliol sono state ovviamente


trasformate in millimetri.

47. Nel caso di codici datati tra i due secoli si poteva procedere
infatti in quattro modi:

1) Escludere questo tipo di manoscritti. In tal modo si sarebbe


eliminata alla radice ogni possibilità di errore, ma al contempo
avremmo dovuto rinunciare ad un buon numero di volumi.

2) Tirare a sorte il secolo a cui attribuire il manoscritto. Dal punto


di vista statistico è la soluzione più idonea, comporta infatti una
probabilità di successo del 50%, e, soprattutto, l'assenza di
distorsioni sistematiche.

3) Includere i manoscritti nell'effettivo di due secoli alla volta. Tale


soluzione avrebbe condotto, come appare evidente, a difficoltà in
sede di elaborazione dei dati, principalmente nella fase delle stime
per secolo, in quanto il medesimo codice sarebbe comparso sempre
due volte.
4) Scegliere sistematicamente uno dei due secoli. Questa è la
soluzione adottata: comporta infatti la stessa probabilità di successo
della seconda opzione (50%). Cfr. Bozzolo, Ornato, Pour une
histoire, pp. 234-235.

48. Cfr. Bozzolo, Ornato, Pour une histoire, p. 235. Bisogna


comunque tener presente che la cesura tra i secoli è un fatto
artificioso ed inoltre i codici prodotti nei primi anni di un secolo
dovrebbero, in linea di massima, presentare le stesse caratteristiche
codicologiche e tipologiche dei manufatti del secolo precedente.

49. Nel corso della trattazione adotteremo sia la dicitura paesi di


area tedesca sia Germania riferendoci all'area in generale.

50. Per la possibilità di caratterizzare o meno la littera


Bononiensis nell'ambito più generale della rotonda cfr. Tomiello, Per
un esame della scrittura testuale italiana, passim.

51. Riguardo alla definizione di anglicana cfr. Ker I, p. XI. Questa


corsiva nasce nel XII secolo come «the ordinary hand of
correspondence» e non presenta, al meno in un primo momento,
nessuna caratteristica tale da definirla "inglese". Con il passare del
tempo diviene più uniforme e sviluppa caratteristiche peculiari. Nel
XIV e XV secolo, nelle sue forme posate, viene adoperata al posto
della gotica per scrivere codici: è proprio quest'ultima, la "non-
current anglicana", che Ker indica con l'accezione generica di
anglicana. Per una storia di questo tipo di scrittura cfr. Parkes,
English Cursive.

52. Business hands e secretary hands sono definizioni che


compaiono nei cataloghi Ker I-IV.

53. Non si trattano nel dettaglio i dati che non rivelano linee di
tendenza sufficientemente significative.

54. Le differenze osservate potrebbero dipendere dalla


composizione del campione nelle partizioni - ad es. nel XV secolo
quinioni in carta e quinioni in pergamena scritti in umanistica.

55. Si veda quanto detto in precedenza a proposito delle variabili.

56. Insieme ai codici membranacei e ai cartacei dobbiamo


considerare anche i "misti" - ovvero quei manoscritti composti da
fascicoli in carta, in cui o il bifolio esterno o quello interno o entrambi
sono in pergamena - e quelli strutturati con parte dei fascicoli in
carta, parte in pergamena.

57. In realtà la produzione manoscritta italiana della prima metà


del XIII secolo non è affatto scarsa, bensì è esiguo l'effettivo dei
codici catalogati e, tra questi, il numero di quelli esplicitamente
localizzati e datati al mezzo secolo.

58. In effetti i quaternioni si aggirano intorno a poco meno del


28%, mentre i quinioni ed i senioni si attestano, rispettivamente, sul
33% circa.

59. Dai cataloghi esaminati nella prima fase di questo lavoro è


emerso un numero di codici, attribuibili al XIII e al XIV secolo,
estremamente esiguo.

60. L'undicesimo caso è rappresentato da un codice in senioni.

61. Nella produzione renana del XV secolo si riscontra una


distribuzione della fascicolazione sostanzialmente simile a quella
tracciata in questa sede. Cfr. Bozzolo, La production manoscrite
dans les pays rhénans, p. 232.

62. Per quanto riguarda i senioni in Inghilterra si rileva una quota


del 36,4%, mentre in Francia del 40%.

63. Ritorneremo sull'argomento della nascita del quinione a


proposito del legame che intercorre tra fascicolazione e tipologia
testuale.
64. Per uno studio della problematica legata alla produzione del
libro bolognese ed una bibliografia aggiornata in materia cfr. Devoti,
Aspetti della produzione del libro, passim.

65. Cfr. Devoti, Aspetti della produzione del libro, p. 89.

66. Bozzolo, Ornato, Pour une histoire, pp. 37-40

67. Le Goff, Gli intellettuali nel medioevo, pp. 86-90.

68. Nel XIII secolo lo spessore della pergamena si riduce


notevolmente rispetto al secolo precedente. Sull'evoluzione dello
spessore nei secoli cfr. Bianchi et alii, Facteurs de variation, p. 152 e
Bischoff, Observation surl'emploi, pp. 72-77, in riferimento però a
documenti della cancelleria pontificia.

69. E noto che l'ambiente universitario genera non solo una


grande richiesta di testi, ma induce anche una forte circolazione sia
in loco sia da un'università all'altra. La figura del docente o dello
studente viaggiatore è un topos diffuso.

70. Cfr. Palma, Modifiche, passim.

71. 56 manoscritti giuridici italiani del XIV secolo; 121 codici


prodotti per Malatesta Novello intorno alla metà del XV secolo; 20
codici in quarto datati dal IX al XV secolo; un campione di carte
lucchesi (292 pezzi) dell'VIII-IX secolo insieme al codice 490 di
Lucca ad esse coevo. Cfr. Bianchi et alii, Facteurs de variation, pp.
99-104.

72. Cfr. Bianchi et alii, Facteurs de variation, passim; in


particolare per quanto appena enunciato si veda p. 183. Da
sottolineare inoltre che per le carte lucchesi lo spessore è apparso
strettamente collegato non solo a fattori d'ordine materiale
(dimensioni e tipo di scrittura), ma anche geografici (città,
campagna) e sociali (statuto degli autori e degli scrittori). A proposito
del valore delle sottoscrizioni dei documenti lucchesi cfr. anche
l'opinione di Paola Supino Martini in Le sottoscrizioni testimoniali.

73. Bischoff, Pergamentdicke; Id., Observations surl'emploi.

74. Bischoff, Pergamentdicke, pp. 127-129; Id., Observations sur


l'emploi, pp. 77-82.

75. Bischoff, SystematischeLagenbrdche, p. 92.

76. Bischoff, Pergamentdicke, pp. 129-133; Id., Observations sur


l'empio], pp. 86-89.

77. Le particolari condizioni in cui si è potuto studiare questo


esemplare nonché l'utilizzazione di un micrometro ad induzione
magnetica hanno consentito un'analisi archeologica assai
approfondita, cfr. Di Majo et alii, Nota tecnica, passim.

78. La media dello spessore è 174.01 millesimi di millimetro. Cfr.


Di Majo et alii, Nota tecnica, p. 91.

79. Bianchi et alii, La structure matérielle du codex, p. 390.

80. La taglia di un manoscritto è data dal suo semiperimetro


(L+H).

81. Bianchi et alii, La structure matérielle du codex, p. 393.

82. Palma, Exultet, passim.

83. L'effettivo per la prima metà del secolo non è significativo.

84. Ovvero fascicoli cartacei con il bifolio esterno e/o interno in


pergamena.

85. Per un'analisi approfondita delle problematiche legate ai


codici con fascicoli misti cfr. Bianchi et alii, Une recherche sur les
manuscrits.
86. L'uso dei fascicoli misti è assai raro fino agli ultimi decenni
del XIV secolo, cfr. Bianchi et alii, Une recherche sur les manuscrits,
p. 265.

87. Per una distribuzione delle varie tipologie di fascicoli nei


manoscritti misti latini, greci ed ebraici cfr. Bianchi et alii, Une
recherche sur les manuscrits, pp. 276-280.

88. Per il XIV secolo il campione di manoscritti in carta non è


sufficientemente numeroso al fine di operare una partizione per
paese.

89. Sebbene su 9 codici in carta attribuibili a tale periodo 5, cioè


più della metà, siano in quaternioni, uno in senioni, 2 in ottonioni ed
uno presenti fascicoli da dodici bifolii.

90. Bozzolo, Ornato, Pour une histoire, pp. 124-211.

91. Bozzolo, Ornato, Pour unehistoire, pp. 131-132.

92. Cfr. Bozzolo, La production manuscrite dans lespays


rhénans, pp. 230-232.

93. L'effettivo totale di codici in pergamena attribuibili a questo


periodo è ridotto, ma la prevalenza dei codici strutturati in
quaternioni e quinioni rispetto a quelli allestiti in senioni è innegabile.

94. L'effettivo per questo periodo è di 29 codici.

95. Bozzolo, Ornato, Pour une histoire, pp. 70-72, 133.

96. In effetti l'utilizzazione di rinforzi alla piega in pergamena


nella costruzione dei fascicoli cartacei potrebbe avvalorare l'ipotesi
della stima di poca solidità di cui godeva la carta, cfr. Bozzolo,
Ornato, Pour une histoire, p. 133.
97. Cfr. Canart, Lezioni, p. 77; Bianchi et alii, Une recherche sur
les manuscrits, p. 105, relativamente al sondaggio effettuato su 100
manoscritti Vaticani greci che vanno dal XIII al XVI secolo.

98. Irigoin, Les cahiers, p. 7. Lo studioso esamina, nel corso di


questo contributo, le modalità di allestimento dei fascicoli nei codici
greci in relazione al supporto (pergamena, carta, misti).

99. Orsatti, Le manuscrit islamique.

100. L'Occidente abbraccia le regioni ad ovest dell'Egitto fino alla


Spagna; l'Oriente rimane indifferenziato, per quanto anche in questo
ambito potrebbero essere individuate regioni codicologiche diverse.
Cfr. Orsatti, Le manuscrit islamique, pp. 323-324.

101. Cfr. Orsatti, Le manuscritislamique, pp. 325-326.

102.I manoscritti ebraici in pergamena sono strutturati


essenzialmente in quaternioni in Ashkenaz e in Sefarad, che
comprende appunto anche la Spagna, e a Bisanzio; mentre in Italia
ed in Oriente - ad eccezione della Persia e dell'Uzbekistan - in
quinioni. Cfr. Beit-Arié, Hebrew Codicology, pp. 12-19 (per la
definizione delle aree) e pp. 43-49.

103. Cfr. Beit-Arié, Hebrew Codicology, pp. 41-49 ed in


particolare p. 47: «Paper quires adhere to the same local practice
[ovvero l'uso adottato per la pergamena] in the Orient [5 bifolii] and
Ashkenaz [4 bifolii], while they show a variety of compositions in
Sefarad, Italy and Byzantium: 4-10 and 12 sheets in Sefarad, 5-10
and 12 sheets in Italy, 4-8 sheets in Byzantium».

104. Cfr. Orsatti, Le manuscritislamique, pp. 307-308.

105. Cfr. Orsatti, Le manuscritislamique, pp. 312-313.

106. Cfr. Beit-Arié, Hebrew Codicology, pp. 44 e 48.


107. Irigoin avanza questa spiegazione anche per l'ambito greco,
cfr. Irigoin, Le cahiers, p. 12.

108. Bianchi et alii, Une recherche sur les manuscrits, p. 279. Da


rilevare che lo stesso tipo di ipotesi è stata avanzata anche a
proposito dei manoscritti ebraici: «Tout se passe donc comme si
l'octonion mixte était un sénion de papier auquel on ajoute deux
bifolia de parchemin», p. 278.

109. Bianchi et alii, Une recherche surles manuscrits, p. 279.

110. Nel caso di un solo bifolio di pergamena si potrebbe


ugualmente supporre che si tratti di un quinione in carta rinforzato.

111. Per la problematica relativa ai formati dei manoscritti in


pergamena cfr. Bischoff, Maniaci, PergamentgròBe, passim.

112. La produzione della prima metà del XIV secolo è, nel nostro
campione, quasi irrilevante.

113. La definizione di in folio e grandi in folio presenta in questo


caso un carattere puramente operativo: infatti le due suddivisioni
sono state ricavate in base all'altezza e alla larghezza dei codici,
includendo nel primo gruppo manoscritti fino ad un massimo di
H=340 e L=240, nel secondo tutti quelli di dimensioni maggiori
ovvero con una taglia (H+L) superiore a 560 mm.

114. Adottiamo le seguenti abbreviazioni: in folio = in-f, grandi in


folio = gf, in quarto = in 4°, in octavo = in 8°.

115. In particolare verrà esaminata la produzione di Francia,


Italia e Germania, giacché quella inglese non presenta un effettivo
sufficiente di codici cartacei.

116. La produzione cartacea italiana adotta prevalentemente i


quinioni - come quella membranacea -, mentre nel resto d'Europa la
preferenza si concentra sui senioni.
117. Evidentemente i formati piccoli presentano una percentuale
maggiore di codici non particolarmente curati.

118. Bozzolo, Ornato, Pour une histoire, pp. 145-147.

119. I soli codici in ottonioni raggiungono una quota del 4%.

120. Fascicoli formati da nove, dieci, dodici bifolii.

121. Ciò avviene non solo perché ogni nazione può aver
privilegiato discipline differenti - è notorio infatti che, in quegli anni, la
Francia è teatro di una notevole produzione teologica mentre l'Italia
mantiene il primato in altri settori tra cui spiccano gli studi giuridici -,
ma anche per limiti intrinseci al campione, che, come abbiamo già
sottolineato, è desunto da cataloghi.

122. In ogni paese con il passare del tempo si modificano le


esigenze e perciò stesso il tipo di produzione; inoltre esistono i limiti
intrinseci al nostro campione che abbiamo appena ricordato.

123. XIII.1, XIII.2, XIV.1, XIV.2.

124. La partizione dei codici per tipologia testuale e


fascicolazione non è stata giudicata fattibile per la Germania in
quanto l'effettivo complessivo del campione per il XIII e XIV secolo
non è tale da consentire ulteriori suddivisioni.

125. Su 11 occorrenze 5 sono in senioni.

126. Su 25 occorrenze 2 sono in quaternioni, 2 in ottonioni e 21


in senioni.

127. Nei liturgici su 16 codici 12 sono in senioni mentre nei


patristici 9 su 12.

128. Il numero di occorrenze complessivo per ognuno di questi


due gruppi è inferiore alle 10 unità.
129. Su 38 occorrenze 18 sono in senioni e 18 con fascicoli dagli
otto bifolii in su.

130.In quest'ultimo caso l'effettivo è particolarmente esiguo in


quanto si compone di sole 4 occorrenze, tutte peraltro in senioni.

131. Su 24 occorrenze 14 sono in quaternioni, 9 in senioni ed


una in quinioni.

132. Tali codici sono indicati con la sigla giu2. Per le sigle che
individuano le varie tipologie testuali cfr. Appendice 2, Protocollo di
rilevamento, sotto la voce TIPOLOGIA TESTUALE.

133. Su 9 occorrenze 8 sono in quaternioni ed una in senioni.

134. Bozzolo, Ornato, Pour une histoire, p. 265.

135. Sulla tipologia bibbie ritorneremo più ampiamente in


seguito.

136. Liturgici: su 12 occorrenze 7 in quaternioni, una in quinioni,


4 in senioni; letteratura sacra: su 13 occorrenze 8 in quaternioni, 2 in
senioni, 3 in ottonioni; medicina: su 8 occorrenze 5 in quaternioni,
una in quinioni, 2 in senioni; classici: su 7 occorrenze 5 in
quaternioni e 2 in senioni.

137. Su 20 occorrenze 18 sono in quaternioni e 2 in senioni.

138. Abbiamo anche 2 codici in quaternioni e 2 in senioni.

139. Qui non ci si riferisce ad un particolare tipo di bibbia, bensì


ad un concetto ideale. Cfr. Light, The New Thirteenth-Century Bible,
p. 276: «Before the thirteenth century, the Bible, whether we are
speaking of the great English and French twelfth-century
romanesque Bibles, the Italian giant Bibles of the eleventh and
twelfth centuries, the lavish Ottonian gospel books, or the ninth
century products of the scriptorium at Tours, was an impressive
embodiment of the word of God ... ».

140. Light, The New Thirteenth-Century Bible, passim.

141. Da non confondersi con le "Bibbie parigine", ovvero bibbie


di formato diverso - dal tascabile al monumentale - che presentano
una ben precisa tradizione testuale, nata a Parigi verso il 1230 e
diffusasi in seguito nel resto della Francia ed in Europa: cfr. Light,
French Bibles, passim.

142. Light, The New Thirteenth-Century Bible, p. 277.

143. Light, The New Thirteenth-Century Bible, p. 279.

144. La definizione di bibbia tascabile può essere soggetta a


interpretazioni arbitrarie, ma nel nostro caso si sono definite tali solo
le bibbie che corrispondono alle caratteristiche indicate da Light, The
New Thirteenth-Century Bible, p. 278, cioè non più di 200 mm di
altezza del foglio e 150 mm di altezza dello specchio.

145. Queste percentuali vengono illustrate dal grafico 11 in cui i


valori compaiono arrotondati.

146. «Two technical innovations - extremely thin, almost


translucent parchment, and a minute, very compact gothic book
hand - made possible a Bible which was not only very small in terms
of size of each page, but which was allo not cumbersomely thick
when bound in one volume». Cfr. Light, The New
ThirteenthCenturyBible, p. 278.

147. Su 13 occorrenze 9 sono in quaternioni, una in quinioni, 2 in


senioni ed una in fascicoli da dodici bifolii.

148. Per il termine taglia cfr. n. 80.

149. Con il termine proporzione s'intende il rapporto L/H.


150. Per alcune ipotesi sul funzionamento di questa correlazione
cfr. Bozzolo, Ornato, Pour une histoire, pp. 253-261; Bianchi et alii,
La structure matérielle du codex, pp. 386-390.

151. Ci si riferisce qui a valori più o meno grandi di L+H.

152. Cfr. Bozzolo, Ornato, Por une histoire, p. 322.

153. Cfr. Bozzolo, Ornato, Pour une histoire, p. 326.

154. Cfr. Bozzolo, Ornato, Pour une histoire, pp. 318-330.

155. Cfr. Bozzolo, Coq, Muzerelle, Ornato, Noir et blanc, pp. 215-
221.

156. Per il XIII e XIV secolo non abbiamo nel nostro campione un
effettivo di codici provenienti dalla Germania e dai Paesi Bassi di
consistenza tale da poter essere ulteriormente suddiviso.

157. Abbiamo appena verificato che alcune tipologie testuali


sono legate a determinate fascicolazioni, per cui la presenza più o
meno significativa di codici di un certo argomento può influenzare la
rappresentatività del campione.

158. Per la diffusione dell'impaginazione su due colonne e le


motivazioni che ad essa presiedono cfr. Bozzolo, Ornato, Pour une
histoire, passim.

159. In molti casi si tratta di bibbie tascabili per cui


l'impaginazione a due colonne diventa necessaria al fine di
consentirne la leggibilità.

160. Nella seconda metà del XIV secolo riscontriamo che il


70,3% dei codici a piena pagina è in quaternioni e il 21,6% in
senioni, mentre nell'impaginazione a due colonne i codici in
quaternioni sono il40,5% e quelli in senioni il56,8%.
161. L'effettivo della prima metà del XIII secolo non è
significativo.

162. I manoscritti "piccoli" sono a piena pagina, i manoscritti


"grandi" a due colonne.

163. Dal XV secolo si cominciano a trovare manoscritti di notevoli


dimensioni a piena pagina.

164. Per brevità di esposizione adotteremo la seguente


classificazione: taglia<320 mm = manoscritti piccoli, taglia 320-490
mm = manoscritti medio piccoli, taglia 490-670 = manoscritti medio-
grandi, taglia >670 mm = manoscritti grandi, cfr. Bozzolo, Ornato,
Pour une histoire, p. 268.

165. Per quanto riguarda l'Inghilterra presentiamo a solo titolo di


esempio - giacché le motivazioni del fenomeno sono difficilmente
spiegabili - un esperimento effettuato per i secoli XIII e XIV
utilizzando i codici teologici, filosofici e le raccolte di sermoni con
disposizione del testo a due colonne. I risultati sono sintetizzati nelle
tabelle 38 e 39. A quanto pare, mantenendo stabili tutte le variabili
che abbiamo appena citato, nella seconda metà del XIII secolo
risulta che i manoscritti di taglia medio-grande presentano un
effettivo di senioni più consistente (90%) di quelli di taglia medio-
piccola (50%). Si noti comunque come i primi siano estremamente
più numerosi dei secondi: è evidente che, per quanto si cerchi di
mettere la fascicolazione in relazione alla taglia tentando di isolare
gli altri parametri, questi esercitano sempre una certa influenza. In
questo caso potremmo ipotizzare che i teologici a due colonne
vengano comunque confezionati nella taglia più grande e quindi la
presenza dei senioni sia legata, non tanto alla taglia, ma
all'impaginazione scelta per quella taglia. Riguardo agli altri periodi
non si può aggiungere nulla di più dal momento che non emerge
alcun fenomeno ben caratterizzato.

166. Manoscritti medio-piccoli e medio-grandi, cfr. nota 164.


167. Codici teologici in primo luogo, ma anche filosofici o
giuridici.

168. A tal fine abbiamo suddiviso il nostro campione in due


gruppi: formati piccoli - vale a dire in octavo e in quarto - e formati
grandi - in folio e grandi in folio.

169. Per quanto riguarda l'Inghilterra e i Paesi Bassi la


produzione cartacea presente nel nostro campione non è
sufficientemente significativa per procedere ad alcuna analisi.

170. Le descrizioni codicologiche dei manoscritti raccolti sotto le


lettere C, F, I, sono state consultate in bozze - grazie alla gentilezza
degli autori - nel 1993, durante una visita all'IRHT di Parigi.

171. In questo caso s'intende il numero di plicature subite dal


foglio per formare i bifolii del fascicolo, anche se dobbiamo
riconoscere che la semplice dicitura "formato" può dar adito a dubbi.
Sotto questa voce in effetti si comprendono più significati. Lemaire
nella sua Introduction à la codicologie dice: «Une fois que la feuille
de papier est dégagée de la forme, elle présente les dimensiona
délimitées par le chàssis, c'est-à-dire des mesures que le papetier
peut fixer arbitrairement (alors que les feuilles de parchemin offrent
des surfaces variables selon la nature et la taille de 1'animal). Ces
dimensiona définissent le format du papier suivant le premier sens
que l'ori attribue à ce vocable ... Mais le mot format désigne aussi,
depuis les origines de l'usage du papier, le mode du pliage que l'ori
fait subir aux feuillets pour constituer les cahiers d'un livre, c'est-à-
dire la fa~on dont une feuille est pliée un certain nombre de fois en
deux pour former un cahier (qui comprendra un total de feuillets
équivalents à deux élevé au carré du nombre de pliages) ».
Prosegue proponendo, al fine di evitare fraintendimenti connessi alla
polisemia del vocabolo, le diciture adottate da Charles et Victor
Mortet: «... ont proposé autrefois de réserver le mot format à la
désignation des dimensions du papier transformé en volume,
d'appeler format commercial la dimension-type du papier qui sort de
la forme et format bibliographique la dimension du papier plié pour
composer les cahiers», pp. 34-35. Nel Vocabulaire codicologique di
Muzerelle troviamo per l'accezione "format" due definizioni: a. sotto il
paragrafo pliage: «la fa~on dont une feuille est pliée n fois en deux
pour former 2' feuillets», p. 92; b. sotto il paragrafo dimensions: «les
dimensiona du volume en hauteur et en largeur», p. 100. Gumbert a
sua volta distingue un material format - «the fraction the leaf is of the
whole Sheet» -, un apparent format di un manoscritto - «the way its
leaves are paired» - ed un working format - «the way the material
was, or was not folded upon entering the quire - which is, in
esserice, the sense of "format" familiar to bibliographers» (Sizes and
formats, pp. 227- 244). Derolez a proposito del formato dice: «Le
mot format est employé avec trois significations qu'il faut bien
distinguer. D'abord pour indiquer la taille du livre, c'est-à-dire sa
hauteur et éventuellement sa largeur, exprimables en centimètres ou
millimètres (format absolu); ensuite pour exprimer la proportion entre
la largeur et la hauteur du livre: ainsi ori parle de format étroit, format
large, format carré; nous utiliserons l'expression proportion du
feuillet (PF) pour indiquer ce format relatif, finalement, ori distingue
le format bibliographique (in-folio, in-4°, in-8° etc.), qui indique
comment les bifeuillets des cahiers ont été obtenus par le pliage de
la feuille ou de la peau) », in Codicologie, I, p. 26. Una serie di
definizioni, che comprendono grosso modo i casi fin qui esposti si
trovano nella Terminologia del libro manoscritto di Marilena Maniaci
nel paragrafo "Modalità di piegatura" (p. 127).

172. Vi sono alcuni cataloghi che danno l'indicazione Fiandre,


altri semplicemente Belgio, senza specificare la regione di
provenienza. Al momento dell'immissione i dati sono stati rilevati
così come venivano presentati.

173. Al fine di chiarire il concetto di segnature ad hoc


proponiamo un esempio tratto dal Ker I: nel manoscritto Gray's Inn
16 i primi sei fogli di ogni fascicolo sono contraddistinti dalle lettere
a-f, accompagnate da un segno grafico - nella fattispecie può essere
un tratto verticale precedente o susseguente le segnature dei fogli,
un tratto orizzontale, una C rovesciata ecc. - che indica il fascicolo.
Derolez fa riferimento a questo tipo di segnature indicandole come
type 5 nella sua classificazione delle signatures de feuillets, in
Codicologie, I, p. 48.

174. In alcuni cataloghi sono a volte indicate due modalità di


rigatura, piombo e inchiostro ad esempio, che sono state inserite
nella scheda sotto la dicitura tipo di rigatura 1 e 2. Purtroppo nella
maggior parte dei casi non si chiarisce quale tecnica è stata
utilizzata per le rettrici e quale per lo specchio.

175. Con rigatura a colore s'intende una rigatura effettuata non a


secco bensì facciata per facciata, e di cui non si specifica la natura
(piombo, inchiostro ecc.). Su questo genere di problematiche cfr.
Canart et alii, Recherches préliminaires, pp. 205-225.

176. Per una sommaria suddivisione delle iniziali, come quella


adottata in questa sede, cfr. Pace, Miniatura e decorazione, pp. 91-
101, passim ed in particolare pp. 94-97. Da notare che la categoria
delle iniziali ornate è definita "in negativo" rispetto alle semplici e alle
filigranate da un lato, alle istoriate dall'altro, in quanto comprende
tutto ciò che non rientra in queste classi, come iniziali zoomorfiche,
caleidoscopiche, figurate, abitate ed altre ancora.
L'immagine più ricorrente che viene associata ad un libro
giuridico medievale è rappresentata da un maestro seduto sulla
cattedra in un aula universitaria nell'atto di leggere e commentare il
testo normativo ad un gruppo di studenti, intenti a seguire e ad
annotare lungo i margini dei loro manoscritti quanto si va dicendo
durante la lezione.

Tale accostamento trova un'ampia giustificazione nel fatto che il


libro giuridico è, sotto molti aspetti, un prodotto della cultura
universitaria del XII-XIV secolo, in quanto ne riflette sia i principi di
elaborazione scientifica e i criteri entro i quali le nuove dottrine
vengono ad organizzarsi, sia i meccanismi di riproduzione e di
diffusione promossi e gestiti dai grandi Studia, nelle città presso le
quali le università avevano sede.

Visto in questa ottica, ogni libro di diritto di epoca medievale,


utilizzato per scopi didattici o professionali, costituisce, direttamente
o indirettamente, una testimonianza preziosa e significativa
dell'attività scientifica dell'istituzione accademica. Specifiche
modalità di progettazione e di esecuzione fanno sì che tale codice
rappresenti una tipologia libraria molto ben definita, con
caratteristiche peculiari che ne fanno un interessante e stimolante
oggetto di studio.

Tale premessa è indispensabile per introdurre gli scopi e le


finalità che si propone questa ricerca, volta ad analizzare la struttura
della pagina di un libro giuridico, i criteri che presiedono
all'organizzazione e all'articolazione di tutte le sue componenti,
scritte e non scritte, e alle modalità di sfruttamento e di utilizzazione
dello spazio destinato ad accogliere il testo.

L'interesse rivolto all'architettura della pagina e alla sistemazione


degli elementi che ne determinano il disegno trova una sua
motivazione nella sostanziale omogeneità ed uniformità che
caratterizza, sotto questo aspetto, un codice di diritto. Il testo ed il
commento vengono disposti secondo schemi che risultano
pressocché identici nei vari centri di produzione, nel periodo
compreso tra il XIII e il XV secolo e questo sia per il materiale
manoscritto, sia per quello a stampa. Ciò ha reso giustificabile e
possibile un'indagine sulle strategie adottate dai vari artigiani nel
modellare ed organizzare una determinata quantità di testo in
funzione di uno spazio disponibile. A tale scopo ci si è chiesti se
l'immagine di uniformità generalmente offerta dalle pagine di un libro
giuridico risponda a delle scelte univoche; se, per adattare un testo
al relativo commento, prevalgano soluzioni di tipo funzionale volte a
favorire la vicinanza di passi convergenti per contenuto, o al
contrario, se si concede maggiore rilevanza ad esigenze di tipo
estetico, al fine di ottenere risultati di grande omogeneità visiva;
come e in che misura, infine, all'interno di certi meccanismi,
s'interviene sui settori, scritti e non scritti, della pagina.

L'indagine si è avvalsa delle metodologie di analisi quantitativa,


già ampiamente sperimentate in vari campi della ricerca storica, non
ultimo quello della storia del libro.' Ma se l'approccio di tipo
«sperimentale» agli studi codicologici non rappresenta una novità,
tuttavia sembra esserlo nel caso del libro giuridico, almeno dal punto
di vista dei problemi che ci si è proposti di affrontare.
L'identificazione tra una tipologia libraria con l'ambiente che la
progetta e la realizza e all'interno del quale trova una sua funzione
d'uso e di destinazione, è un motivo da sempre ricorrente nella
tradizione di questi studi.' Così come i meccanismi relativi alla
costruzione della pagina e al rapporto esistente tra le sue
componenti non costituiscono una novità e ad essi si fa spesso
riferimento in sede manualistica e in numerosi contributi dedicati ai
più vari aspetti del libro manoscritto e a stampa. Tuttavia un esame
approfondito e mirato di tali problematiche all'interno di questa
specifica tipologia libraria, non risulta essere stato ancora affrontato?

Per tentare di dare delle risposte a tali quesiti è stato necessario


prima di tutto delimitare il campo della ricerca, da un punto di vista
qualitativo e quantitativo. L'obiettivo che ci si è posti è, infatti, la
formazione di un corpus di testimonianze sufficientemente rappre
sentativo e idoneo a fornire tutte le informazioni necessarie
all'inchiesta. A tale scopo, l'attenzione si è concentrata su un
campione di manoscritti del XIII e XIV secolo e di incunaboli
dell'ultimo quarto del XV, contenenti il Codex di Giustiniano con
glossa ordinaria.

1. Testo ed apparato

Il termine di libro giuridico è una qualifica piuttosto vaga e con


essa ci si riferisce ad un genere letterario che comprende una
varietà notevole di opere. Nel medioevo le due grandi categorie del
diritto canonico e del diritto civile includono i testi normativi di base e
una serie di trattazioni di diversa natura che servono da
complemento ai primi: lecturae, summae, quaestiones, repetitiones,
ecc. Per l'indagine si è ritenuto opportuno orientarsi su una delle due
grandi sezioni, quella del diritto civile, e su una delle sue partizioni
fondamentali, il Codex. Il Codex di Giustiniano è una sezione del
Corpus Iuris Civilis4 particolarmente diffusa e conosciuta all'interno
delle università e fuori di esse; un testo cioè ampiamente utilizzato
sia per l'insegnamento universitario sia ai fini della pratica giuridica.
Da una serie di documenti relativi al commercio librario a Bologna tra
la seconda metà del XIII secolo e il primo trentennio del XIV,
conservate nel fondo Ufficio dei Memoriali dell'Archivio di Stato di
Bologna,' risultano molte testimonianze riguardanti la produzione e
la circolazione del Codex. Il 57% circa dei contratti di compravendita
e di scrittura relativi alle opere del Corpus Iuris Civilis concerne il
testo del Codex, il quale è oggetto anche di altri tipi di transazione,
nella forma di contratti di pegno, prestito e trasporto.'

L'impostazione dei programmi nelle scuole di diritto era diversa a


seconda delle università e facoltà; in ogni caso l'insegnamento del
Codex era ritenuto fondamentale e veniva impartito dai maestri
(doctores) nei corsi cosiddetti ordinaria, che si svolgevano
generalmente la mattina.' Un gruppo di norme relative agli statuti
universitari bolognesi del 1252, i più antichi in nostro possesso, ci
illustrano il sistema d'insegnamento basato sui puncta, ovvero sui
tempi e le modalità di lettura dei testi giuridici. Nel caso del Codex
erano previsti due cicli di lezioni; il primo era ripartito in sette parti di
14 giorni ciascuna, il secondo in nove parti di 12 giorni, per un totale
dunque di 206 giorni, durante i quali venivano letti tutti e nove i libri.'

La lectura rappresenta la forma originaria e duratura


dell'insegnamento universitario. Essa nasce essenzialmente dalla
consapevolezza che è solo sulla base della lettura di testi autorevoli
che la mente s'ingegna alla ricerca della verità. Legere diventa
sinonimo di insegnare e di studiare ed è solo un'opera o
un'interpretazione accreditata, e quindi riconosciuta e garantita, a
fare testo e a porsi come un indiscutibile punto di partenza. La
lettura «devient ainsi une pratique que l'on peut organiser,
déterminer à l'avance; elle se donne pour but la préparation
culturelle et l'activité didactique et scientifique du novel intellectuel
professionel, qu'il soit laic ou religieux: professeur, juriste, médecin,
théologien, notaire».9 Tale metodo, così ampiamente diffuso in ogni
campo del sapere, acquista tuttavia grande rilievo proprio in ambito
giuridico, lì dove la riscoperta dei testi giustinianei e la necessità di
conferire certezza al diritto non nasce da un interesse
esclusivamente intellettuale ma diventa una premessa
indispensabile per una società che si sta organizzando in entità
politiche ed istituzionali nuove rispetto al passato.

Fin dai primi tempi dell'insegnamento universitario la lettura delle


opere di Giustiniano prevedeva sia l'analisi e la spiegazione delle
singole leggi, sia il relativo commento, consistente per lo più nella
citazione di norme corrispondenti per materia al passo esaminato. Si
trattava nella maggioranza dei casi di leggi analoghe o contrarie (loci
similes et contrarir), tutte collocabili all'interno della stessa
compilazione giustinianea, la citazione delle quali si traduceva in
annotazioni ed osservazioni brevi e stringate poste lungo i margini
dei manoscritti. Queste prime glosse costituirono un punto di
partenza, una trama di riferimenti a testi paralleli da ampliare ed
approfondire, per cui, una volta «individuato il frammento da
estrapolare lo si ricopiava e lo si apponeva a mo' di glossa al testo
da spiegare, come nuovo strumento interpretativo per rischiararne il
significato e per svilupparne i contenuti».` Con il tempo tuttavia
l'analisi della legge si fa più complessa, per cui dalla semplice
riutilizzazione di materiale estratto o da estrarre dal Corpus Iuris, si
passa ad un' esegesi più articolata, consistente dapprima
nell'illustrazione del casus, ossia del dato normativo vero e proprio, e
quindi nell'esplicazione di tutta una serie di aspetti problematici
connessi alle diverse interpretazioni.

Il libro diventa così uno strumento indispensabile per produrre


elaborazione scientifica e per fissarne la memoria, «on lit pour écrire
... on lit et on écrit tout ensemble quand on commente et quand on
annote; on écrit en lisant quand on compose, car tout texte est -
nécessairement - fondé sur l' «auctoritas» des prédécesseurs et sur
l'usage permanent de la citation».11

Le glosse erano collegate al testo da un segno di rinvio; nella


fase più antica venivano utilizzati dei simboli, tra i quali era diffuso §,
impiegato anche per indicare l'aggiunta ad una glossa individuale;
più tardi cominciano ad essere usate le lettere dell'alfabeto. Nel caso
dei civilisti, al segno di rinvio seguiva l'incipit del passo.

Gero Dolezalek ha dimostrato che fin dal XII secolo esistevano


manoscritti giuridici glossati.` Si trattava tuttavia di materiale ancora
informe, di annotazioni in progress, anche se di carattere non
occasionale o sporadico, frutto e testimonianza dell'esegesi svolta
nelle scholae dai maestri di diritto." Questi primi manoscritti glossati
costituivano probabilmente i Libri magistrorum,14 vale a dire gli
esemplari appartenuti ai capiscuola, nei quali i maestri riportavano le
glosse proprie o di altri giuristi e che utilizzavano nel corso delle
lezioni. Con il tempo ad annotazioni precedenti se ne aggiungevano
o sostituivano delle nuove a testimonianza dell'evolversi
dell'indagine scientifica in campo giuridico. Per questo motivo
manoscritti del XII secolo, risalenti ad uno stesso `archetipo', ovvero
ad una stessa scuola, possono presentare spesso glosse non
identiche anche se similari. Per rivendicarne la paternità e
distinguerle da annotazioni precedenti, i giuristi cominciano ad
apporre delle sigle (y[rnerius], b[ulgarus], m[artinus], r[ogerius]
ecc.),` che tuttavia spesso non sono sufficienti a conservarne e a
garantirne una circolazione autonoma. Molti manoscritti infatti
vengono erasi per lasciar posto a nuove additiones, alcuni sono
trascritti e in questa fase molte sigle scompaiono volutamente o
casualmente, perché rimaste magari interposte fra le note originarie
e le aggiunte fatte in tempi successivi.` Diventa così complesso
individuare e riconoscere nei manoscritti più antichi insiemi unitari di
glosse, anche se è proprio da questo momento che assume
rilevanza la nozione di `strato', inteso «in riferimento alla tradizione
unitaria di un testo vivo ... connotata dall'avvenuta circolazione».`

Il passaggio immediatamente successivo e storicamente


determinante è rappresentato dal confluire di questi diversi
agglomerati di glosse in un'unica struttura, identificabile con
l'apparato. In esso le glosse vengono disposte ed aggregate in un
ordine fisso e sono perciò individuabili e riproducibili come opera
autonoma e personale del giurista che ha compiuto la scelta.` E qui
che «la figura storiografica strato, come insieme di glosse connotato
nella maniera convenuta, può convergere con la figura storica
apparato; ... nella figura storiografica strato quell'insieme di glosse,
che pure può aver storica consistenza di apparato, viene preso in
considerazione per la sua struttura. Deve perciò dirsi che ogni
apparato è pure strato, ma non ogni strato è pure un apparato ... Si
può dire che da quel momento resta indenne l'originaria struttura
dell'insieme di glosse, ma non il regime circolatorio: questo non è più
il regime proprio d'una scrittura aperta, e diviene il regime d'una
scrittura chiusa».19

Per i testi del diritto civile, i primi apparati standardizzati di glosse


hanno come autori Ugolino e Azzone, anche se l'operazione
completa di raccolta, selezione e riordino delle glosse che si erano
venute accumulando fin dai tempi di Irnerio fu compiuta
definitivamente da Accursio nel corso della prima metà del XIII
secolo20 L'apparato accursiano è nello stesso tempo un'opera
esegetica e compilatoria; l'autore infatti non si è limitato a mettere
insieme il materiale preesistente,21 ma quest'ultimo è stato oggetto
di revisione ed elaborazione, nella forma e nella sostanza, alla luce
di principi, definizioni e classificazioni ormai appartenenti al
patrimonio scientifico delle scuole bolognesi di diritto. Rimane
tuttavia ancora molto complessa l'identificazione del materiale
preaccursiano all'interno della Magna Glossa, dal momento che
sono pochissimi i contributi di precedenti giuristi che hanno
mantenuto intatte le loro sigle, mentre di regola tutte le glosse si
presentano come elaborate da Accursio e recano spesso la sua
sigla (ac. o acc.), anche quando appartengono ad altri.`

Il termine apparatus viene attestato a partire dal XII secolo, e pur


essendo utilizzato con accezioni non identiche, mantiene
sostanzialmente per lungo tempo il significato generico di un insieme
di glosse approntato a scopi didattici. A partire dal XIII secolo esso
viene concepito come un'opera compiuta, avente carattere
compilatorio e realizzata a scopo divulgativo23, la cui natura risiede
essenzialmente nell'essere strettamente legato allo scritto
commentato, dal momento che le singole glosse si riferiscono
normalmente ad un lemma del testo. Secondo un significato più
ampio e generico, si tende a considerare l'apparato come un
insieme di glosse distribuite secondo certe modalità lungo i margini
di un manoscritto, una sorta di intelaiatura continua, ottenuta
modellando il commento inquadrante il testo.24
Tale connotazione, più fisica che interpretativa, restituisce al
termine glossa quella funzione di esegesi riservatale
tradizionalmente dai giuristi; secondo il lessico di questi ultimi, infatti,
essa è un'opera di qualsiasi natura, funzionale all'interpretazione del
testo, indipendentemente dalla sua collocazione sulla pagina`; la
distinzione tra glosse interlineari e marginali è dunque puramente
materiale` e dipende dalle dimensioni del supporto e dall'ampiezza
del commento. Solo quando quest'ultimo sarà diventato
sufficientemente esteso da dover essere disposto sulla pagina
secondo certe regole ed accorgimenti, allora si potrà parlare di
apparato o di apparato di glosse.

2. Il libro giuridico

Il libro giuridico rappresenta un tipo di prodotto particolare e ben


definito sia da un punto di vista strutturale, sia in rapporto all'uso e
alla funzione a cui era destinato.

Indispensabile strumento di studio e di lavoro, esso viene


modellato sulla base delle esigenze di un pubblico colto,
culturalmente omogeneo, fatto di professionisti, maestri e studenti,
una categoria di tecnici intellettuali, 27 protagonisti di quella rinascita
degli studi di diritto affermatasi tra il XII e XIII secolo.

Questi libri hanno un aspetto peculiare, funzionale ai canoni


didattici del tempo: sono libri «da banco»,28 generalmente di grande
formato, con il testo disposto su due colonne e spostato verso il
centro della pagina per lasciar posto agli ampi margini destinati ad
accogliere il commento, scritto in modulo minore, secondo un prin
cipio di gerarchia funzionale che «permet de différencier l'essentiel
de l'accessoire, le général du particulier».29 Un articolato sistema di
rinvii e di richiami permetteva di collegare facilmente passi
convergenti del testo e della glossa, ed entrambi erano impostati in
modo tale da far identificare facilmente singole parti del discorso
grazie all'uso di maiuscole, di iniziali filettate di rosso e turchino, di
rubriche e di segni di paragrafo che ne permettevano anche una più
rapida consultazione e memorizzazione. L'effetto di uniformità dato
dalla gotica testuale, la tipica scrittura scolastica, l'uso di un preciso
vocabolario e l'adozione di un sistema piuttosto complesso ed
esteso di abbreviazioni, che consentivano ad un lettore esperto di
completare mentalmente lo scritto, favorivano l'operazione di
lettura?'

L'uniformità del prodotto si riflette anche nelle modalità di


esecuzione e nelle tecniche di manifattura, basate sul meccanismo
della pecia, un sistema su cui si fonda la nuova editoria universitaria.
I modelli ufficiali dei testi destinati all'insegnamento, gli exemplaria,
erano depositati presso le officine degli stationarii libro-rum e
peciarum ed erano dati in affitto in fascicoli sciolti, le peciae appunto,
e a tariffe fisse per permettere una più rapida e contemporanea
riproduzione delle singole opere.` Il momento della copia
rappresentava solo una delle varie operazioni necessarie alla
produzione del libro, anche se la più lunga e costosa;` le nuove
tecniche determinano infatti una netta separazione delle varie fasi
del lavoro, secondo le specifiche competenze, richiedendo
l'intervento di altri operatori del settore, come cartolai, pergamenarii,
miniatori, rubricatori, i quali pur operando in luoghi separati,
trovavano un punto di raccordo nell'imprenditore librario, lo
stazionario.

Questo modello di codice, nato in ambiente universitario fra XII e


XIII secolo, sopravvive nello stesso ambiente sino a tutto il
Quattrocento e viene riprodotto anche negli incunaboli, i quali ne
imitano la struttura, il formato, l'impaginazione, l'organizzazione del
testo, il sistema di rinvii, la scrittura` e la gerarchia
dell'ornamentazione.

Tale continuità, all'interno di una radicale trasformazione delle


tecniche di produzione del libro, è un principio comunemente
accettato: in effetti a prima vista esiste una grande uniformità tra le
pagine di un incunabolo giuridico del XV secolo e quelle di un ma
noscritto contenente la medesima opera. Tuttavia ci si è chiesti se e
come gli inevitabili e oggettivi cambiamenti introdotti nel passaggio
da un sistema manuale a quello a stampa intervengano su certi
meccanismi di adeguamento del testo alla glossa; se le modalità di
disposizione delle due masse testuali, nel rispetto dei vincoli che le
uniscono, rispondano alle stesse esigenze di funzionalità ed estetica
e se di conseguenza cambiano i criteri di sfruttamento e di
utilizzazione della superficie materiale; a quali principi, infine, sul
piano della proporzionalità e della regolarità, si conformino tutte le
componenti scritte e non scritte di una pagina di un manoscritto e di
un testo a stampa?'

Il sistema di produzione del libro attraverso il meccanismo della


pecia è stato più volte definito come industriale35, anche se in una
fase ancora non evoluta: gli exemplaria del testo e della glossa
circolavano separatamente e in fascicoli sciolti e in questo modo si
garantiva la riproduzione simultanea in più copie di una stessa
opera, dal momento che lo scriba prendendo in affitto una pecia alla
volta, faceva in modo che altri potessero utilizzare le rimanenti. Sia
che le scritture del testo e dell'apparato fossero eseguite
contemporaneamente, sia che avvenissero in tempi diversi, il
processo di riproduzione in serie, scandito dai ritmi della pecia, non
doveva teoricamente alterare l'operazione di copia manuale che
segue, in genere, l'ordine naturale dello scritto e della lettura. Alcune
deroghe sono tuttavia ammissibili, qualora, ad esempio, si verifichino
dei salti nell'affitto e nella trascrizione dei fascicoli rispetto alla loro
disposizione nell' exemplar, il che costringe il copista a bilanciare la
composizione del testo sulla base anche dell'unità materiale su cui
opera, che non necessariamente coincide con quella sulla quale
circola il modello.36

Ciò che può verificarsi nel manoscritto, e cioè l'esecuzione non


sequenziale delle pagine, diviene invece una regola nel libro a
stampa, almeno a partire dal 1473 ca., quando l'introduzione della
pressa a due colpi rende possibile l'impressione di due o più pagine
adiacenti sul foglio.37 Tale procedimento, se da una parte favorisce
l'aumento della produttività dell'operazione di stampa, dall'altra rende
la composizione tipografica più complessa e delicata, poiché
aumentano i problemi relativi al calibratura della massa testuale
all'interno dei fascicoli.38 Tali meccanismi di segmentazione e di di
sposizione di un messaggio scritto prevedono naturalmente la
determinazione anche di altri fattori, quali la dimensione del volume,
la quantità del supporto da utilizzare e la ripartizione di quest'ultimo
in unità di base per la realizzazione del lavoro. La superficie
materiale deve poi essere predisposta ad accogliere il testo,
delimitando al suo interno delle aree suddivise in un certo numero di
righe, sulla base anche della quantità, tipo e grandezza dei segni
grafici impiegati.

La definizione e il controllo di tutte queste operazioni


rappresentano un passaggio obbligato sia per l'allestimento di un
libro manoscritto che per quello a stampa, anche se possono essere
diverse le norme che ne regolano l'esecuzione e la combinazione.

Sarà quindi interessante analizzare se e come si differenzino o si


uniformino le scelte e le soluzioni adottate nei due differenti ambiti di
produzione rispetto ai fenomeni che ci si è proposti di affrontare e si
cercherà di offrirne, nei limiti del possibile, un'interpretazione.

3. Il corpus dei manoscritti e degli incunaboli

Dal momento che uno degli obiettivi della ricerca è volto ad


analizzare il rapporto testo/glossa secondo le diverse modalità di
adattamento dell'una rispetto all'altro sulla pagina, il criterio
principale di selezione del materiale manoscritto e a stampa
utilizzato è stata la presenza di un apparato continuo di glosse,
ovvero di «oeuvre littérairement achevée, due à un auteur, connu ou
non, et qui forme un tout ..., un ensemble voulu et con~u comme tel,
qui est recopié pour lui-méme».39 Molti manoscritti, infatti, pur se
costruiti secondo il canone classico, vale a dire con il testo normativo
collocato al centro circondato da ampi margini destinati ad
accogliere il commento, contengono glosse occasionali o
sporadiche, sparse lungo la cornice esterna o nell'interlinea. In
questi casi è evidente che le annotazioni non hanno carattere di
sistematicità e possono essere collocate facilmente in una qualsiasi
area vicina al passo da interpretare, senza che ciò richieda un
particolare sforzo di coordinamento tra le due unità testuali, essendo
lo spazio disponibile sulla pagina superiore al necessario.

È solo quando ci si trova di fronte ad apparati completi, continui e


non più saltuari che entra in atto un meccanismo di adattamento
delle due masse testuali e quindi dello sfruttamento della pagina in
funzione di tale obiettivo. Nel corso dell'esposizione, i termini
apparato e glossa saranno utilizzati in modo indifferenziato per
indicare la porzione di testo riservata al commento, separata e
distinta dalla parte normativa.

La prima fase della ricerca è stata quindi il censimento dei


manoscritti contenenti il Codex di Giustiniano con glossa; in un
secondo momento si è poi proceduto a selezionare i codici nei quali
l'apparato di glosse rispondesse alle caratteristiche appena
enunciate, che fosse cioè stabile e continuo. A tale scopo si è
utilizzato il repertorio di Gero Dolezalek,40 uno strumento prezioso
che comprende l'elenco di tutti i manoscritti delle opere di diritto
romano giunti fino a noi dalle origini fino al 1600. Il Dolezalek,
nell'illustrare le testimonianze sopravvissute, segnala l'assenza o la
presenza di glosse, di apparati e di additiones (ovvero glosse di
nuovi giuristi aggiunte ad un apparato ordinario) specificandone
l'autore o gli autori indicati con il nome o attraverso la sigla. Le
notizie che il Dolezalek riporta derivano solo in parte da un'indagine
autoptica, mentre nella maggioranza dei casi sono il risultato dello
spoglio effettuato su cataloghi di biblioteche e su un'ampia
bilbliografia attinente all'argomento.

Tutto ciò ha comportato una duplice selezione del materiale utile


alla ricerca, poiché dal campione originario, teorico, configurato sulla
base delle informazioni fornite dal Dolezalek, è stato necessario
eliminare un certo numero di manoscritti con caratteristiche non
rispondenti alle indicazioni del repertorio e quindi privi di alcuni
parametri indispensabili all'indagine.

Complessivamente i manoscritti del Codex di Giustiniano elencati


dal Dolezalek sono 302. In base ad un primo spoglio 190 codici
risultavano adatti alla ricerca, 86 erano da eliminare, perché senza
apparato o provvisti di sole glosse marginali, 26 apparivano incerti.
Dei 68 manoscritti teoricamente presenti nelle biblioteche dei centri
scelti per il rilevamento, Città del Vaticano, Roma, Parigi, Firenze e
Bologna,` se ne sono dovuti escludere 27, in quanto privi di un
apparato continuo. Si è raggiunto così un effettivo di 41 manoscritti,
pari al 25,15% del totale degli idonei, che a questo punto si riduce a
163.42 La glossa è in tutti i casi di Accursio.43

La scelta degli incunaboli è risultata meno problematica. Per una


prima analisi dei fenomeni che ci si è proposti di osservare, ai fini di
un confronto tra il libro manoscritto e a stampa, si è ritenuto infatti
sufficiente operare su un numero limitato di testimoni. Gli incunaboli
esaminati sono 5 e le fonti utilizzate per il loro reperimento sono
state il vol. VII del Gesamtkataloge il vol. III dell'Indice generale degli
incunaboli delle biblioteche d'Italia. Non essendo richiesti particolari
requisiti, se non la presenza di un apparato continuo e che non si
trattasse di ristampe di un'edizione precedente", il criterio di
selezione è stato quello di una maggiore reperibilità.45

La distribuzione cronologica complessiva del campione


manoscritto e la ripartizione cronologica all'interno dei due secoli
maggiormente rappresentati è stata sinteticamente riassunta nei
grafici 1-3. La tabella 1 contiene invece i risultati relativi al
formato,46 alla taglia47 e alla proporzione4S di tutti i volumi.

TABELLAi
4. La mise en page

Lo studio della mise en page, ovvero della «disposition générale


des différents éléments figurant sur une page»49, è stato effettuato
individuando all'interno della pagina 17 settori corrispondenti alle
zone ricoperte dal testo, dalla glossa e dalla superficie non scritta.
Tali settori sono rappresentati dalle due colonne del testo (fig. 1); dai
sei bracci dell'apparato (fig. 2); dai quattro margini (superiore, infe
riore, interno, esterno) (fig. 3); dall'intercolunnio (fig. 4); dai quattro
bracci del fossato (così definito il corridoio interno che separa le due
colonne del testo dai bracci della glossa) (fig. 5).

Figura 1
Figura 2

Figura 3

Figura 4
Figura 5

Le dimensioni di queste sezioni si sono ottenute dalla


combinazione di 16 misure lieneari, 9 orizzontali e 7 verticali, rilevate
secondo lo schema seguente:
Le misure orizzontali sono state effettuate partendo sempre dal
margine esterno, da sinistra verso destra sulle carte verso e da
destra verso sinistra sulle carte recto; per le misure verticali invece si
è proceduto dall'alto verso il basso, iniziando quindi sempre dal
margine superiore di ogni carta.

Le 9 misure orizzontali, indicate sempre con numero cardinale,


corrispondono ai seguenti segmenti:

carte verso
1 = distanza tra il bordo del margine esterno e il braccio
B/colonna a della glossa;

2 = larghezza del braccio B/colonna a della glossa;

3 = distanza tra il braccio B/colonna a della glossa e la colonna a


del testo;

4 = larghezza della colonna a del testo;

5 = distanza tra la colonna a e la colonna b del testo;

6 = larghezza della colonna b del testo;

7 = distanza tra la colonna b del testo e il braccio B/colonna b


della glossa;

8 = larghezza del braccio B/colonna b della glossa;

9 = distanza tra il braccio B/colonna b della glossa e il bordo del


margine interno;

carte recto

1 = distanza tra il bordo del margine esterno e il braccio


B/colonna b della glossa;

2 = larghezza del braccio B/colonna b della glossa;

3 = distanza tra il braccio B/colonna b della glossa e la colonna


b del testo;

4 = larghezza della colonna b del testo;

5 = distanza tra la colonna b e la colonna a del testo;

6 = larghezza della colonna a del testo;


7 = distanza tra la colonna a del testo e il braccio B/colonna a
della glossa;

8 = larghezza del braccio B/colonna a della glossa;

9 = distanza tra il braccio B/colonna a della glossa e il bordo del


margine interno.

Il rilevamento per l'asse verticale della pagina è stato effettuato


una sola volta, lungo la colonna, a o b, che presentava per i bracci A
e C della glossa un più elevato numero di righe e quindi una
dimensione maggiore. Le 7 misure verticali, indicate sempre in
ordinale romano, corrispondono ai seguenti segmenti:

I = distanza tra il bordo del margine superiore e il braccio A della


glossa;

II = altezza del braccio A della glossa;

III = distanza tra il braccio A della glossa e la colonna del testo;

IV = altezza della colonna del testo;

V = distanza tra la colonna del testo e il braccio C della glossa; VI


= altezza del braccio C della glossa;

VII = distanza tra il braccio C della glossa e il bordo del margine


inferiore.

5. Gerarchia dimensionale e correlazione

L'indagine sull'architettura della pagina sulla base della


disposizione e dell'articolarsi degli elementi appena descritti, ha reso
necessaria un'importante operazione preliminare che consiste nella
standardizzazione dei dati.

Standardizzare significa rendere indipendenti i valori relativi ai


singoli segmenti della pagina, sia orizzontali che verticali, dalle
dimensioni, variabili, dei volumi. Esiste infatti nel libro un criterio di
proporzionalità, in base al quale tutte le diverse componenti
costitutive della pagina scritta sono, in genere,` positivamente
correlate alle dimensioni del volume; tale principio risponde
essenzialmente a bisogni di tipo estetico, volti ad armonizzare le
esigenze di trasmissione di un messaggio con le potenzialità e i limiti
del supporto materiale destinato a contenerlo.

Per ottenere questo risultato si sono calcolati la media e lo


scarto51 di ogni segmento orizzontale e verticale all'interno di ogni
manoscritto ed incunabolo; quindi dal valore di ogni segmento si è
sottratta la media e il risultato ottenuto si è diviso per lo scarto: in
questo modo i singoli valori si centrano rispetto alla media e si
riducono rispetto allo scarto.

Nei grafici 4 e 5 relativi ai valori standardizzati dei volumi


orizzontali e verticali della pagina, i valori risultano essere positivi e
negativi rispetto alla media, che corrisponde al valore 0, e sono
quindi espressione della maggiore o minore estensione di ogni
singolo segmento rispetto alla media stessa.

Per quanto riguarda l'area orizzontale della pagina, molto simili


appaiono i segmenti 3/5/7 corrispondenti all'intercolumnio e al
fossato che separa la zona testo dalla zona glossa; i segmenti 4/6
relativi alle colonne del testo sono uguali e, proporzionalmente i più
ampi; dissimili invece i segmenti 2/8, corrispondenti ai due bracci
laterali della glossa ovvero alla zona B della glossa: il segmento 2
tende ad essere decisamente più ampio dello speculare 8; negativi i
valori dei segmenti 1/9, relativi alle aree marginali: il margine interno
risulta inferiore.

Veniamo ora alle misure standardizzate verticali: il margine


superiore ed il primo braccio della glossa, ovvero i segmenti I/II,
sono uguali, così come i segmenti III/V relativi al fossato; la zona più
estesa è ancora una volta quella corrispondente alla colonna del
testo, segmento IV, mentre da osservare è la differenza
relativamente ampia tra i segmenti VI/VII e quella invece più decisa
tra i segmenti II/VI relativi ai bracci superiore ed inferiore della
glossa.

Da questi dati iniziali risulta già abbastanza evidente


un'uniformità caratterizzante l'area interna della pagina, inquadrata
dai bracci dell'apparato e comprendente il fossato, le due colonne
del testo e l'intercolumnio, sia in senso orizzontale che in senso
verticale.

Maggiormente difformi risultano invece le due aree laterali


marginali, per le quali è indicativo un ulteriore confronto tra le misure
medie standardizzate dei singoli segmenti. Sommando i valori dei
segmenti 1/2/3 e dei segmenti 7/8/9, si ottiene una media di - 0,16 e
-1,68. Dal momento che i segmenti 3/7 sono, come abbiamo visto,
sostanzialmente uguali (la differenza tra i due è di 0,019), la
difformità nell'estensione dipenderà essenzialmente dai due bracci
laterali della glossa e in seconda istanza dal corrispondente
margine. A tale proposito, infatti, il segmento 2 risulta sempre più
grande del segmento 8 (diff. seg2-seg8 = 1), così come, ma in
misura minore, il segmento 1 risulta maggiore del segmento 9 (diff.
seglseg9 = 0,49).

Altrettanto difformi le due aree laterali marginali verticali; se si


sommano infatti i valori standardizzati dei segmenti 1/11/111 e dei
segmenti V/VI/VII si ottiene in media, -1,71 e -0,31, ed essendo
pressocché uguali i segmenti III/V (diff. seglII-segV = 0,017), le
differenze tra i volumi vanno ricercate nei segmenti I/II e VI/VII; il
segmento VI risulta sempre maggiore del segmento II (diff.
segVlsegIl = 0,94), così come il segmento VII è più grande del
segmento I (diff. segVll-segI = 0,44).

È interessante a questo punto osservare il tipo di correlazione52


esistente tra i segmenti orizzontali e verticali della pagina (vedi
tabelle 2 e 3).
TABELLA 2

Tavola di correlazione segmenti orizzontali

TABELLA 3

Tavola di correlazione segmenti verticali

Se si osserva la tabella 2 relativa alle misure standardizzate


orizzontali della pagina, risulta evidente la correlazione positiva tra i
segmenti 4/6, le due colonne del testo, i segmenti 3/5/7, i bracci
laterali del fossato e l'intercolumnio, i segmenti 2/8, i bracci laterali
della glossa, i segmenti 1/9, i margini interno ed esterno della
pagina.
Una correlazione negativa esiste invece tra i segmenti 2/8 e i
segmenti 4/6, i due bracci laterali della glossa e le colonne del testo,
a dimostrazione che aumentando l'ampiezza del testo, dimi nuiva la
corrispondente glossa laterale, lasciando inalterate le dimensioni del
fossato.

Per i volumi verticali, invece, il livello di correlazione tra i singoli


segmenti sembra essere meno sistematico (tabella 3). Positivo
risulta il rapporto tra i segmenti III/V, i bracci superiore ed inferiore
del fossato, ad ulteriore conferma dell'uniformità geometrica
riservata a quest'area della pagina, mediamente positivo è il
rapporto tra questi due bracci e la colonna del testo, segmenti
III/IV/V, mentre correlati negativamente risultano gli ultimi tre volumi
verticali della pagina, corrispondenti ai segmenti VNI/VII,
contrariamente alla zona superiore, rappresentata dai segmenti
1/11/111, tra i quali non esiste correlazione.

Da queste prime osservazioni, emergono già chiaramente alcune


tendenze di fondo relative alla costruzione della pagina.

All'interno di uno spazio tendenzialmente oblungo, le dimensioni


della larghezza, inferiori a quelle dell'altezza, tendono ad
irreggimentare lateralmente i volumi, che invece trovano maggiori
occasioni di sviluppo in senso verticale.

L'area più regolare, ovvero quella che mantiene più decisamente


stabili l'ampiezza dei volumi e i rapporti degli stessi volumi tra loro, si
estende dal segmento 3 al segmento 7 e dal segmento III al
segmento V e comprende quindi il fossato, l'intercolunnio e le due
colonne del testo; tale zona inoltre risulta spostata leggermente
verso il margine interno e più nettamente verso il margine superiore
della pagina.

All'esterno, in senso orizzontale, troviamo i due bracci laterali


della glossa ed i margini interno ed esterno, i quali pur se
decisamente più variabili e tendenzialmente disomogenei (segmenti
1+2+3 > segmenti 7+8+9), mantengono sempre uno stretto rapporto
sia tra loro, sia con i volumi interni orizzontali. Lo sfruttamento
orizzontale della pagina ha dunque un andamento piuttosto fisso e
sistematico e l'architettura dei volumi all'interno di tale spazio segue
un ritmo che si fa più regolare e costante man mano che si procede
verso l'interno della pagina.

La costruzione della pagina in senso verticale rispecchia invece


un altro tipo di strategia. Il nucleo centrale, stabile, confina con due
aree (superiore ed inferiore) che il formato oblungo rende meglio
sfruttabili in termini di spazio e che di conseguenza si articolano in
modo più libero e meno sistematico. Tale considerazione riguarda in
special modo l'area inferiore della pagina, dal momento che per
ragioni di ordine tecnico ed estetico insite nella manifattura del
codice medievale, il margine superiore non si estende oltre un certo
limite ed è comunque generalmente ridotto rispetto al margine
inferiore.`

Non esiste, come abbiamo visto, correlazione tra i segmenti I/II


né tra questi ultimi e i corrispondenti volumi inferiori, segmenti VI/VII,
mentre sono correlati, ma negativamente, i segmenti VI/VII. La
somma dei segmenti I/II è inoltre sempre minore della somma dei
segmenti VI/VII. Non esistono livelli di correlazione significativi tra
questi segmenti marginali ed esterni verticali con i volumi interni, ad
eccezione del rapporto negativo tra i segmenti III/V con il segmento
VII (e ciò è dovuto al fatto che mentre il fossato è sostanzialmente
stabile, il margine inferiore, come si vedrà meglio oltre, presenta un
indice di variabilità molto elevato), e del rapporto sempre negativo
tra i segmenti IV e VI.

La strategia geometrica della pagina in senso verticale si


presenta quindi molto più articolata rispetto a quella orizzontale: il
rapporto tra i singoli volumi è molto meno sistematico dal momento
che il livello di interdipendenza è piuttosto basso. Eccezioni
significative sono rappresentate dalle correlazioni positive dei
segmenti centrali, III/IVN e dal meccanismo inversamente
proporzionale che regola le dimensioni dell'ultimo braccio della
glossa con il margine inferiore, segmenti VI/VII, e di questi ultimi con
la colonna del testo, segmento IV: è qui, infatti, che il gioco tra i
volumi si fa più evidente.

6. La variabilità

Se attraverso le misure medie standardizzate si è espressa


l'intensità del fenomeno osservato, nel presupposto che all'interno
della pagina i differenti volumi assumano valori pressocché costanti
nei diversi casi considerati, si è resa necessaria un'ulteriore
elaborazione dei dati per ottenere degli indici che rappresentino le
varie modalità quantitative assunte da tutti i segmenti e quindi la loro
variabilità, sia all'interno di uno stesso manoscritto o incunabolo, sia
tra manoscritti ed incunaboli.

Nel primo caso si è utilizzato un indice di variabilità relativa, il


coefficiente di variazione,54 attraverso il quale si è espressa la
variabilità dei segmenti verticali ed orizzontali all'interno di ogni unità
e quindi la strategia adottata di volta in volta, potremmo dire carta
per carta, per ogni singolo volume dall'artigiano in uno stesso
manoscritto o incunabolo. Si parlerà allora di variabilità intra
codicem.

Nel secondo caso invece, per esprimere la variabilità di ogni


segmento all'interno di tutti i manoscritti ed incunaboli, si è calcolato
lo scarto quadratico medio (s), un indice di variabilità assoluta`, delle
misure medie standardizzate. In questo modo si è osservato il
fenomeno in senso trasversale e si è posta quindi l'attenzione su
come variavano tra di loro le scelte dei diversi artigiani. Si parlerà
allora di variabilità inter codices.

Se si osserva il grafico 6 relativo alle misure della variabilità intra


codicem orizzontale totale, la variabilità risulta massima lungo i
margini esterni, per poi diminuire, ma non con la stessa intensità tra
zona esterna ed interna, man mano che si procede verso l'interno.
Dei due bracci laterali della glossa, segmenti 2/8, è ancora una volta
quello esterno il più variabile, mentre il nucleo centrale, segmenti
3/4/5/6/7, rimane sostanzialmente uniforme, con un indice di
variabilità decisamente basso, specialmente per quanto riguarda le
due colonne del testo.

Per la variabilità intra codicem verticale totale (grafico 7), il


fenomeno si sviluppa su scale di valore nettamente superiori a
quelle dei segmenti orizzontali, come risulta evidente dai livelli assai
più elevati della scala. Chiarissima l'irregolarità del margine inferiore,
segmento VII, rispetto alla parte superiore della pagina, segmenti
I/II/III, così come piuttosto incostante risulta la colonna del testo.

All'interno di tutto il corpus, per le zone orizzontali (vedi grafico 8


relativo alla variabilità inter codices totale) si manifesta una strategia
volta ad articolare maggiormente l'area inquadrante il nucleo
centrale, segmenti 1/2/8/9, specie la parte esterna, segmenti 1/2, ed
in misura minore anche la colonna del testo, segmento 4.

Per la variabilità inter codices verticale totale (vedi grafico 9),


sono l'ultimo braccio della glossa ed il margine inferiore a
diversificarsi maggiormente, segmenti VI/VII, e questo grazie ad un
continuo e costante adattamento di un volume rispetto all'altro.

Distinguendo i manoscritti dagli incunaboli, le differenze di


strategia nella costruzione della pagina si fanno ancora più
significative.

Nel grafico 10 relativo alla variabilità intra codicem orizzontale, è


evidente che i livelli di variabilità negli incunaboli sono nettamente
più bassi rispetto a quelli dei manoscritti.

In ogni caso, accanto ad un nucleo centrale regolarissimo negli


incunaboli e solo leggermente più articolato nei manoscritti, si
distaccano le due aree esterne e marginali, in entrambe le tipologie
librarie molto più articolate, anche se con qualche differenza.
Nell'incunabolo i due bracci laterali della glossa, segmenti 2/8,
pressocché uguali, rimangono costanti al variare invece più evidente
dei due corridoi bianchi che l'inquadrano, segmenti 1/3 e 7/9. Nel
manoscritto, invece, la variabilità si percepisce ancora una volta
lungo la zona laterale, in particolar modo quella esterna.

' Per i volumi verticali (vedi grafico 11) relativo alla variabilità intra
codicem verticale, nell'incunabolo la colonna del testo presenta la
massima variabilità, segmento IV, mentre nel manoscritto
l'irregolarità maggiore si registra nel margine inferiore.

Passando alle misure della variabilità inter codices orizzontali e


verticali (grafici 12 e 13), nel primo caso accanto ad un nucleo
centrale uniforme, anche se leggermente più variabile per gli
incunaboli, si affianca ancora una volta una zona marginale esterna
decisamente più articolata. Per le misure verticali, invece, il massimo
dell'irregolarità viene riservata ai volumi inferiori, segmenti VI/VII.

Nel manoscritto si adotta una strategia di costruzione della


pagina volta ad assicurare la massima rigidità al nucleo centrale ed
ad utilizzare in modo più flessibile le aree esterne e marginali. Ad
una stabilità interna corrisponde una irregolarità esterna che tuttavia
si estrinseca secondo diverse modalità e gradazioni. I segmenti
1/2/VI/VII, corrispondenti ai margini esterno ed inferiore ed ai bracci
esterno ed inferiore dell'apparato, rappresentano i volumi sui quali si
giocava di più, spazi da plasmare con maggiore libertà e legati per
questo, come abbiamo visto, da un rapporto inversamente
proporzionale. Minore flessibilità era riservata al trattamento dei
volumi speculari, i segmenti 1/11/8/9, generalmente inferiori per
estensione e con una tendenza a variare di meno.

Nell'incunabolo il fenomeno, pur muovendosi su scale di valore


nettamente inferiori al manoscritto, assume modalità diverse. I
rapporti dimensionali tra i volumi sono analoghi a quelli presenti nel
manoscritto: margini esterno ed inferiore maggiori dei margini interno
e superiore, bracci superiore ed esterno della glossa maggiori di
quelli inferiore ed interno. Ad un inquadramento esterno regolare,
invece, corrisponde un nucleo centrale più variabile e ciò è dovuto
probabilmente alle tecniche di stampa. All'interno di uno stesso
incunabolo infatti la zona marginale rimaneva fissa' ed era quindi
l'area interna a sostenere di volta in volta gli aggiustamenti necessari
al continuo adattamento delle due masse testuali.

Una delle caratteristiche più significative del movimento dei


volumi all'interno dell'incunabolo, è senza dubbio l'estrema
irregolarità verticale della colonna del testo, segmento IV. Tale
caratteristica è espressione della progressiva sistemazione sulla
pagina della parte normativa rispetto all'apparato; il testo vale a dire
poteva allungarsi o ridursi in un continuo e costante adattamento con
la glossa, che a sua volta cresceva e diminuiva nei volumi inferiori in
una sorta di complesso gioco ad incastro. Nell'incunabolo
l'organizzazione delle due masse testuali sulla pagina dipendeva
ovviamente dalle tecniche di stampa che comportavano la necessità
di programmare la disposizione del testo e della glossa sulla pagina
lungo tutto il volume. Tuttavia la presenza di una colonna di testo
verticalmente variabile in modo sistematico rispetto alla glossa si è
riscontrata anche nel nucleo dei manoscritti di origine bolognese.`
Se si osservano i grafici 14 e 15 relativi alla variabilità intra codicem
verticale dei manoscritti bolognesi e di tutti gli altri, si osserva che nei
primi la variabilità tende a spostarsi verso il centro della pagina e
raggiunge il culmine proprio nel segmento IV, la colonna del testo,
mentre nei secondi l'irregolarità maggiore si concentra nel margine
inferiore, il segmento VII.

Questo significa che se nei manoscritti non bolognesi prevale


una strategia volta a mantenere tendenzialmente fissa la colonna del
testo ed a rendere maggiormente flessibile la parte inferiore del
foglio, nei bolognesi invece tutti i volumi della pagina vengono
coinvolti alla luce di un meccanismo che si fa evidentemente più
complesso. Se in un manoscritto la colonna del testo varia in modo
costante insieme alla glossa, ciò è indice di una programmazione
continua e di un progetto di adattamento delle due masse testuali
che deve attuarsi pagina per pagina. Premessa indispensabile, in
questi casi, è che la scrittura del testo e della glossa procedano in
modo parallelo, anche se poi tale accorgimento non
necessariamente comporta una sistemazione programmaticamente
diversificata dei volumi sulla pagina. Nei manoscritti bolognesi
l'adattamento dei volumi viene quindi tendenzialmente attuato
secondo modalità specifiche, frutto di una tecnica di costruzione
della pagina particolarmente accurata.

Si è già parlato delle ragioni tecniche che sono alla base di una
configurazione della pagina volta a mantenere un inquadramento
esterno più stabile, a fronte invece di un nucleo centrale più
variabile; tuttavia si può considerarla una scelta anche sul piano
estetico? È difficile esprimere un giudizio, dal momento che agli
occhi di un moderno un incunabolo giuridico potrebbe essere
paragonato ad un libro fornito di un ricco apparato di note, le cui
dimensioni variano da una pagina all'altra determinando a seconda
dei casi la compressione o l'espansione del testo, il tutto comunque
all'interno di una cornice sempre identica. L'esempio risulta
pertinente, se si considera che in effetti nei volumi a stampa del
Codex le colonne del testo e i bracci inferiori della glossa sono legati
da un rapporto inversamente proporzionale e risultano i settori
maggiormente variabili, mentre nel manoscritto tale relazione si
stabilisce tra l'ultimo braccio della glossa ed il margine inferiore e,
ma in misura minore, tra il margine esterno e la colonna centrale
dell'apparato, contravvenendo così ad un principio estetico-formale,
quello della omogeneità e della proporzionalità della struttura
marginale, che tuttavia non appartiene esclusivamente alla stampa.`
Il movimento differenziato dei settori inferiori del manoscritto e
dell'incunabolo lungo l'asse verticale della pagina trova in realtà un
punto d'incontro nel nucleo dei codici di origine bolognese, nei quali
la variabilità tende a spostarsi verso il centro della pagina e
raggiunge il culmine proprio al livello delle colonne del testo. Ciò, si è
detto, può essere essenzialmente indice di una programmazione
continua e di un progetto di adattamento delle due masse testuali
attuato pagina per pagina, secondo un principio che ricorda quello
della composizione della stampa. Si potrebbe dunque affermare che
lì dove si verifica una maggiore pianificazione nel determinare il
rapporto tra i settori scritti e non scritti della pagi na, grazie ad una
tecnica di costruzione manuale più accurata, come nel caso dei
manoscritti bolognesi, e una di tipo meccanico, come per gli
incunaboli, la tendenza è quella di articolare maggiormente il testo
con la glossa, la parte grafica quindi, rispettando il più possibile il
principio della gerarchia dei margini.

Per concludere, il fenomeno della variabilità, pur interessando la


pagina nel suo complesso, si manifesta in forma meno intensa lungo
l'asse orizzontale ed in modo più deciso ed articolato nel senso
verticale della pagina. Ad una maggiore stabilità dei volumi
orizzontali corrisponde inoltre una miglior correlazione,
contrariamente a quanto avviene in senso verticale, per i quali, come
abbiamo visto, esiste una più ampia libertà di scelta e di soluzioni.

Nel grafico 16 59 è stata visualizzata la distribuzione globale


delle misure della variabilità lungo l'asse orizzontale e verticale della
pagina all'interno di tutto il campione. Risulta molto evidente come
nella maggioranza dei volumi, i livelli più bassi della variabilità si
concentrano nelle zone orizzontali della pagina, mentre le
percentuali più elevate si attestano all'interno delle verticali.

7. Pagine affrontate e sovrapposte

Dopo aver esaminato i rapporti tra i singoli volumi della pagina, in


termini di gerarchia dimensionale, di correlazione e di variabilità, è
opportuno ampliare il raggio d'azione ed estendere l'analisi dalla
singola pagina a quelle confinanti.

Lo scopo è vedere cioè se e in che misura il trattamento delle


pagine affrontate (verso-recto) e sovrapposte (recto-verso) in un
manoscritto o incunabolo, rispecchia quello adottato per la pagina
singola, se prevale una scelta di tipo estetico-formale atta a favorire
un'esigenza di uniformità geometrica e visiva e se eventualmente
una tale strategia poteva entrare in contrasto con il meccanismo di
adeguamento testo/glossa e quindi con un'esigenza di leggibilità.

L'interrogativo che ci si è posti è se la variabilità della


composizione testo/glossa sia indipendente o meno dalla
disposizione delle pagine (affrontate - sovrapposte) e se l'aspetto
estetico (uniformità della composizione) prevalga sull'aspetto
funzionale (adeguamento testo/glossa).

Ad apertura un codice giuridico offre generalmente un'immagine


di grande regolarità, le carte verso/recto appaiono una il riflesso
dell'altra secondo un disegno che si ripete costante lungo tutto il
volume.

In realtà, come abbiamo visto, tale regolarità risulta per certi versi
solo apparente dal momento che alcune aree della pagina si
presentano particolarmente variabili e quindi tendenzialmente poco
uniformi all'interno di uno stesso codice. Si tratta a questo punto di
verificare in che modo tale irregolarità, insita evidentemente, anche
se con modalità diverse, nella pagina di un codice giuridico, viene
gestita in spazi significativamente vicini come sono le pagine
affrontate e/o sovrapposte, e se quella dinamica che lega i segmenti
dell'area scritta e non scritta di una pagina si ripete per gli stessi
segmenti delle zone adiacenti.

All'interno di questa problematica si potrà poi introdurre il


problema del trattamento del rapporto testo/glossa, se cioè ad una
strategia di uniformità geometrica corrisponde un buon
adeguamento in termini di distanza di un passo del testo dalla
relativa glossa.

Per ogni manoscritto ed incunabolo si è calcolata la differenza tra


le misure di ogni segmento dello specchio scrittorio in pagine
affrontate e sovrapposte, ovvero la differenza del segmento 1 tra
pagine verso/recto e recto/verso, la differenza del segmento 2 tra
pagine verso/recto e recto/verso ecc...., questo sia per per le misure
orizzontali che per le verticali. Successivamente si è calcolata la
media delle differenze di tutti i singoli segmenti tra pagine affrontate
e sovrapposte all'interno di ogni manoscritto ed incunabolo e quindi
tra tutti i manoscritti ed incunaboli.

Se si osservano i grafici 17 e 19 relativi alle differenze delle


misure orizzontali tra pagine affrontate e sovrapposte, le zone che
tendono ad essere trattate con maggiore elasticità sono quelle
laterali, i segmenti 1/2 e 8/9, corrispondenti ai margini ed ai due
bracci centrali della glossa; l'area esterna risulta ancora una volta la
più irregolare; il nucleo centrale mantiene invece una grande
uniformità in tutti i suoi segmenti ed il livello di variazione più basso
riguarda l'intercolumnio. Da notare che il fenomeno si manifesta in
modo simile tra pagine affrontate e sovrapposte, anche se nel caso
delle seconde si muove su scale di valore superiori.

Per la parte verticale (vedi grafici 18 e 20), le maggiori irrego


larità si registrano nella parte inferiore della pagina, i segmenti VINII,
corrispondenti all'ultimo braccio della glossa ed al margine inferiore;
segue la colonna del testo, il segmento IV, quindi l'area relativa al
margine superiore ed al primo braccio della glossa; sostanzialmente
uniforme il fossato, per il quale si registrano i valori più bassi. Anche
in questo caso per le pagine sovrapposte il fenomeno si manifesta in
forma più accentuata.

In generale dunque sia per i volumi orizzontali che per i verticali


le differenze maggiori si riscontrano lungo l'area marginale esterna,
a fronte di un nucleo centrale più uniforme. Il trattamento della
pagine sovrapposte segue un andamento del tutto simile a quello
delle pagine affrontate anche se con valori superiori.
Complessivamente in ogni caso i livelli più elevati di irregolarità si
registrano lungo l'asse verticale della pagina.

A questo punto è interessante osservare come il fenomeno si


manifesta distinguendo i manoscritti dagli incunaboli (vedi grafici 21
e 22).
Tendenzialmente all'interno di ogni manoscritto, per la parte
orizzontale le pagine affrontate e sovrapposte presentano
un'andamento simile. Ciò è indice del fatto che il minore o maggiore
livello di irregolarità nel disporre il testo e l'apparato sulla pagina si
mantiene costante tra pagine affrontate e sovrapposte di uno stesso
manoscritto. La strategia adottata per la sistemazione delle due
masse testuali su pagine affrontate si evidenzia quindi anche per le
sovrapposte.

Nell'incunabolo questa tendenza risulta altrettanto evidente: il


rapporto tra i volumi, che si esprime in forma meno articolata rispetto
al manoscritto, è praticamente identico tra pagine affrontate e
sovrapposte.

Le differenze più rilevanti si colgono, invece, ancora una volta


lungo l'asse verticale della pagina (vedi grafici 23 e 24). Nel
manoscritto il massimo della discordanza tocca gli ultimi due volumi,
i segmenti VI/VII, corrispondenti all'ultimo braccio della glossa ed al
margine inferiore; il fenomeno, ben evidente tra pagine affrontate, si
accentua notevolmente per le pagine sovrapposte. In pratica la
tendenza a sfruttare ed a utilizzare con maggiore autonomia l'area
inferiore della pagina, variando sistematicamente il confine tra la
glossa ed il margine, si applica in modo costante per le pagine
affrontate ed in maggior misura nelle pagine sovrapposte.

Nell'incunabolo invece, dal momento che, come abbiamo già


visto, il margine inferiore rimane fisso, il gioco si sposta lungo i
segmenti IV/VI, ovvero la colonna del testo e l'ultimo braccio della
glossa con modalità pressoché identiche tra pagine affrontate e
sovrapposte.

Il nucleo dei manoscritti bolognesi rispetta sostanzialmente le


strategie globali messe in atto nel manoscritto, con la differenza
tuttavia che presentando una maggiore variabilità nella colonna del
testo, il segmento IV (vedi grafico 14), nel caso delle pagine
sovrapposte, per l'area verticale, il meccanismo di adattamento
coinvolge non più solamente i volumi VI/VII, l'ultimo braccio della
glossa ed il margine inferiore, ma anche la colonna del testo.

La tabella 4 contiene la somma delle differenze tra i valori


assoluti di tutti i segmenti, orizzontali e verticali, delle pagine
affrontate e sovrapposte ed esprime la misura delle irregolarità tra le
varie pagine.

TABELLA 4

8. I settori esterni ed interni e l'adeguamento testo/glossa in pagine


affrontate e sovrapposte

Da questa analisi, volta ad osservare l'ossatura della mise en


page sulla base delle tattiche adottate per la sistemazione di ogni
singolo segmento su pagine affrontate e sovrapposte, è emersa
ancora una volta la tendenza a disegnare un nucleo centrale orizzon
talmente e, ma in misura minore, verticalmente stabile, a fronte di
un'area esterna e marginale più flessibile.

L'attenzione a questo punto si concentra proprio su queste due


zone e quindi da un indagine di tipo di più analitico, per segmenti, si
passerà ad un esame per settori della pagina, interno ed esterno, al
fine di stabilirne le relazioni, sempre operando sulla distinzione tra
pagine affrontate e sovrapposte.
Dal momento che l'area interna, corrispondente ai segmenti 3- 7
e III-V, contiene il testo e quella esterna, relativa ai segmenti 1/2/8/9
e I/II/VI/VII, comprende la glossa, ai rapporti intercorrenti tra le due
aree potranno essere associati i valori dell'adeguamento testuale
della parte normativa con l'apparato e quindi stabilire le modalità di
correlazione tra strategie di uniformità geometrica e esigenze di
leggibilità.

Se si sommano i valori delle differenze dei segmenti dell'area


centrale ed esterna per pagine affrontate e sovrapposte si osserva
che sia per i manoscritti che per gli incunaboli, le differenze più
eclatanti emergono per la zona esterna della pagina e con un
maggior rilievo nel caso delle pagine sovrapposte. La zona interna si
mantiene stabile con un andamento pressoché identico tra le due
tipologie di pagina. Tale andamento, più spiccato nei manoscritti, si
ridimensiona notevolmente negli incunaboli, dove ad esempio in
pagine affrontate la differenza tra le zone centrali è praticamente
nulla (0,84), per raggiungere una misura impercettibilmente più
elevata nel caso delle pagine sovrapposte (v. tabella 5).

TABELLA 5

Il risultato della correlazione tra tutti i valori relativi alle differenze


tra l'area centrale e quella esterna è di 0,145, il che indica as senza
di correlazione. Questo significa che lì dove esiste un'uniformità per
la parte interna della pagina, ad essa non corrisponde
necessariamente una maggiore uniformità per la parte esterna, ma
neanche il contrario.
Applicando la funzione di correlazione tra i valori delle differenze
del nucleo centrale tra pagine affrontate e sovrapposte (34567 affr.;
34567 sovr.) e tra i valori delle differenze dell'area esterna tra pagine
affrontate e sovrapposte (1289 affr.; 1289 sovr.), si ottiene invece
0,919 e 0,799. I due risultati, significativamente positivi, confermano
quanto già rilevato per i singoli segmenti sul foglio e cioè che alle
due aree orizzontali, in pagine affrontate e sovrapposte viene
riservato lo stesso tipo di trattamento.

Se si passa all'asse verticale e si sommano le misure delle


differenze dei segmenti dell'area centrale ed esterna per pagine
affrontate e sovrapposte (vedi tabella 6), la situazione si presenta
alquanto più articolata.

TABELLA 6

Nell'incunabolo il fenomeno segue un andamento costante per la


zona centrale ed esterna all'interno delle due tipologie di pagina: i
valori infatti vanno da un minimo di 45,58 ad un massimo di 49,78.
Ciò è dovuto al fatto che nell'incunabolo i due segmenti più variabili,
come abbiamo visto, sono la colonna del testo e l'ultimo braccio
della glossa, i segmenti IV/VI. Il primo appartiene all'area centrale, il
secondo a quella esterna ed in effetti sono proprio questi due volumi
a conferire un andamento di globale irregolarità alla pagina. Se infatti
si calcolano le somme delle differenze dei segmenti III/V per le
pagine affrontate e sovrapposte e dei segmenti I/II/VII sempre per le
pagine affrontate e sovrapposte, si ottengono rispettivamente 6,37,
4,13, 3,16 e 2,90, valori significativamente bassi che dimostrano,
ancora una volta, come nell'incunabolo per l'asse verticale il
maggiore sforzo di adattamento tra il testo e la glossa gravi sui
segmenti IMI.

Ciò che si evidenzia dalla tabella 6 per l'incunabolo è dunque


una situazione di studiata ed uniforme irregolarità
nell'organizzazione dei volumi dell'area centrale ed esterna, sia per
le pagine affrontate sia per le sovrapposte.

Per il manoscritto invece, ad un nucleo interno maggiormente


stabile nelle affrontate e meno nelle sovrapposte si affianca una
zona esterna marginale più mobile, specie per le pagine
sovrapposte, ad ulteriore dimostrazione del ruolo svolto in questo
senso dai segmenti VI/VII.

Il risultato della correlazione tra tutti i valori relativi alle differenze


tra l'area centrale e quella esterna è di -0,125 che, come nel caso
della parte orizzontale, dimostra l'assenza di una correlazione tra le
due zone della pagina.

Applicando la funzione di correlazione lungo l'asse verticale tra i


valori delle differenze del nucleo centrale tra pagine affrontate e
sovrapposte (III/IV/V affr.; III/IV/V sovr.) e tra i valori delle differenze
dell'area esterna tra pagine affrontate e sovrapposte (I/II/VI/VII affr.;
I/II/VINII sovr.), si ottiene invece 0,484 e 0,479, valori positivi ma non
altrettanto significativi che per la zona orizzontale della pagina.
Anche l'analisi per settori conferma l'esistenza di una maggiore
coordinazione tra i volumi lungo l'asse orizzontale della pagina
rispetto a quello verticale.

Se applichiamo la funzione di correlazione non più tra il nucleo


centrale ed esterno in pagine affrontate e sovrapposte, ma
incrociando le due aree, ovvero 3567 affr. con 1289 affr., 34567 sovr.
con 1289 sovr., III/IV/V affr. con 1/11/VI/VII affr., III/IV/V sovr. con
1/11/VI/VII sovr., si ottengono rispettivamente i valori 0,306, 0,284,
0,223 e -0,170.
Inserendo in una tabella tutti i valori dei coefficienti di
correlazione (C.COR.) ottenuti confrontando tra loro la zona interna
ed esterna delle pagine affrontate e sovrapposte (vedi tabella 7), si
osserva in pratica che le tecniche di uniformità vengono applicate
con costanza tra fogli consecutivi, indipendentemente dal fatto che
siano affrontati o sovrapposti, e che tra fogli consecutivi la
correlazione risulta massima se si considerano le stesse aree della
pagina.

TABELLA 7

Tornando all'asse verticale, si è visto come le modalità di


articolazione dei volumi appartenenti all'area centrale ed esterna
della pagina siano alquanto varie. Confrontando la variabilità dei
segmenti verticali interni (III/IV/V) ed esterni (I/II/VI/VII) si è potuto
individuare una serie di tecniche o strategie volte a dare la misura
della uniformità/difformità geometrica nella disposizione delle due
unità scritte. Per il calcolo della distribuzione delle strategie utilizzate
nel campione, si sono sommati gli scarti in valore assoluto tra tutti i
segmenti verticali, sia delle pagine affrontate che di quelle
sovrapposte; sono stati quindi confrontati, per ciascun tipo di pagina,
i valori ottenuti per la sezione interna e quella esterna. Se i valori
ottenuti sia per le pagine affrontate che per le sovrapposte si
pongono al di sotto di 40-50, ciò equivale ad una strategia u
(uniformità), ovvero regolarità per le affrontate e sovrapposte; se il
valore corrispondente alle pagine affrontate è al di sotto e quello
delle sovrapposte lo supera, si parla di strategia r (regolarità), ovvero
regolarità della composizione nelle prime e irregolarità nelle
seconde; se entrambi superano il valore di 40/50, la strategia è i
(irregolarità), ovvero irregolarità in pagine affrontate e sovrapposte.

La distribuzione delle strategie all'interno del campione è


riportata nelle tabelle 8 e 9:

TABELLA 8

TABELLA 9

Assegnando dei valori numerici alle diverse coppie di strategie


attestate nel campione, secondo un ordine di uniformità
decrescente, ovvero 1= u (interna) u (esterna), 2 = u (interna) r
(esterna), 3 = r (interna) r (esterna), 4 = u (interna) i (esterna), 5 = i
(interna) i (esterna), è possibile mettere in rapporto questi dati con
quelli relativi all'adeguamento testo/glossa.

Per questa sezione del lavoro il rilevamento è stato effettuato


all'interno di un determinato fascicolo contenente un passo scelto del
Codex tale passo, sempre identico, si compone di circa 500 parole
60 ed è relativo al liber III, titulus I (de iudiciis), ]ex 13, paragraphi 1-
2.61 Per l'adeguamento di un passo della glossa dal corrispondente
lemma del testo, si è attribuito, secondo certe modalità, un valore
numerico alla distanza tra i due parametri. Tale valore dipende dalla
zona della pagina nella quale il testo e l'apparato si posizionano. Le
figure 6 e 7 rappresentano due pagine ad apertura di codice; sulla
sinistra abbiamo una carta verso, sulla destra una carta recto.

Figura 6
Figura 7

Le colonne contenenti il testo, sono state divise in tre settori, così


come la glossa, è stata suddivisa nei tre consueti bracci. Se il primo
lemma glossato del brano prescelto si colloca nel settore 1 e la
corrispondente glossa nel settore A, il valore numerico attribuito è 0;
se la glossa è in B, il valore è 1; se la glossa è in C, il valore è 2; se
la glossa è in D, il valore è 4 e così via. Se invece il testo inizia dal
settore 2, il meccanismo è identico, ma si considera nella
valutazione lo scivolamento di un blocco. Per cui se il testo è in 2 e
la glossa si colloca nel settore A, il valore numerico attribuito è 1; se
la glossa è in B, il valore è 0; se la glossa è in C, il valore è 1; se la
glossa è in D, il valore è 2, e così via. Nel passaggio da una carta
verso ad una carta recto viene prevista una penalità di 3 punti, per
cui se il testo inizia nel settore 1 e la glossa è in G, il valore è 9. Il
passaggio dal recto al verso di una carta, invece, determina una
penalità di 6 punti, per cui se il testo inizia sempre in 1, ma la glossa
corrispondente si trova nel settore A nel verso della carta
successiva, il valore è 2 0.62
Nei manoscritti la media è di 2,23, negli incunaboli è 0,77: questo
significa che se nei manoscritti la distanza copre circa due settori
della pagina, negli incunaboli invece è inferiore ad un settore.
L'esigenza di leggibilità, data dal migliore accostamento del testo
alla relativa glossa, emerge quindi molto di più nell'incunabolo che
non nel manoscritto.

Confrontando i valori delle strategie di uniformità con quelli


dell'adeguamento testo/glossa, si evidenzia per entrambe le
tipologie librarie una situazione di tipo negativo. Nel manoscritto il
risultato della correlazione è di -0,480, il che denota una condizione
di contrasto tra l'esigenza di una regolarità geometrica nella
distribuzione dei volumi sulla pagina ed un'esigenza di leggibilità.

Nell'incunabolo il conflitto è ancora maggiore e ciò lo si intuisce


direttamente dai valori medi attraverso i quali i due fenomeni si
manifestano.63 In pratica per l'incunabolo ci troviamo di fronte a due
soluzioni limite rappresentate dal valore di 0,77 per lo sfasamento
testo/glossa e di 5 per le strategie di uniformità. Il primo indica una
massima attenzione per la leggibilità, il secondo corrisponde, come
si ricorderà, alla strategia ii, ovvero ad una situazione di massima
irregolarità.

Se i due fenomeni sono quindi generalmente in opposizione sia


nel manoscritto che nell'incunabolo, è in quest'ultimo che il contrasto
si presenta in forma più spiccata.

Il quadro globale della situazione è espresso in sintesi nella


tabella 10, in cui sono rappresentati i valori medi dello sfasamento in
rapporto al tipo di gerarchia.

TABELLA 10
È evidente il rapporto inversamente proporzionale che lega la
tendenza ad una regolarità con la scelta di una maggiore leggibilità.
Chi privilegia uno stato di costante regolarità per la parte esterna ed
interna tra pagine affrontate, penalizza conseguentemente il livello di
adeguamento testo/glossa e viceversa. La soluzione intermedia e
qualitativamente più significativa è rappresentata dalla tecnica di
affrontamento che riesce a bilanciare entrambi i fenomeni.

Già in precedenza si è visto come i codici bolognesi ricoprano,


sotto certi aspetti, una posizione intermedia tra gli incunaboli e gli
altri manoscritti. E interessante verificare se anche nel fenomeno
dell'adeguamento testo/glossa rispecchino questa tendenza.

Peri bolognesi la media dello sfasamento testo/glossa è di 1,09,


in tutti gli altri manoscritti è di 2,80 e questo significa che se nei primi
la distanza copre circa un settore della pagina, nei secondi si
estende fino a quasi tre settori. Dal momento invece che il valore
dello sfasamento in rapporto al tipo di gerarchia è di 2,93 per i
bolognesi e di 2,74 per gli altri, in pratica i manoscritti bolognesi, pur
mantenendo una gerarchia pari a quella degli altri manoscritti e
corrispondente sostanzialmente al tipo 2 (ur), presentano un buon
livello di adeguamento del testo con la glossa.

9. L'adeguamento testo/glossa all'interno della pagina

L'indagine fin qui effettuata sulla distribuzione dei volumi


corrispondenti al testo, alla glossa e alla parte non scritta della
pagina si è avvalsa delle misure dello specchio scrittorio rilevate,
come si ricorderà, secondo un determinato schema (vedi p. 156).
Tale rilevamento per l'asse verticale della pagina è stato
effettuato una sola volta, lungo la colonna, a o b, che presentava per
i bracci A e C della glossa un più elevato numero di righe e quindi
una dimensione maggiore.

I dati così ottenuti hanno consentito di analizzare le tecniche di


costruzione della pagina applicate su tutti i segmenti dello specchio
scrittorio in termini di estensione, variabilità e correlazione all'interno
di ogni singola tipologia libraria e tra tutti i manoscritti e gli
incunaboli. L'attenzione si è poi focalizzata sulle strategie messe in
atto per gli stessi segmenti in pagine affrontate e sovrapposte e si è
visto come alle diverse soluzioni adottate a favore di una maggiore o
minore regolarità nella disposizione delle due masse testuali sulla
pagina corrispondano differenti modalità di adeguamento
testo/glossa.

Ciò che invece non è stato possibile esaminare attraverso le


misure dello specchio scrittorio è il rapporto tra i due settori, destro e
sinistro, di una stessa pagina, a causa della mancanza dei valori, per
la colonna a e b, dei bracci inferiore e superiore della glossa.

A tale inconveniente si è potuto comunque supplire ricorrendo ai


dati relativi al numero di righe dell'apparato sulla pagina, il cui
rilevamento è stato effettuato, sia per le colonne del testo che per i
tre bracci della glossa, distinguendo la colonna a dalla b.

In ogni caso l'analisi che seguirà prenderà come riferimento solo


i settori A e C della glossa della colonna a e della colonna b, dal
momento che l'estensione del braccio B, pur potendo variare nel
numero di righe, è data sempre dalla somma delle misure dei
segmenti III/IV/V, mentre la quantità di righe delle due colonne del
testo è sempre uguale all'interno di una pagina.

La tabella 11 contiene i valori medi delle differenze nel numero di


righe tra i bracci A e C della glossa all'interno delle due colonne.64

TABELLA 11
Nell'incunabolo tale differenza è minima in tutti i casi, rimanendo
in pratica al di sotto di una riga.

Il manoscritto presenta invece una maggiore, anche se non


elevata, diversificazione tra i due bracci, ravvisabile soprattutto nella,
come sempre, più varia zona inferiore della pagina: la differenza
infatti e di circa una riga e mezzo.

Nella tabella 12 il calcolo del valore medio della differenza nel


numero di righe tra i due bracci della glossa, è stato applicato su
pagine affrontate e sovrapposte.

TABELLA 12

Un primo elemento da notare, è la differenza, abbastanza


marcata, tra i due bracci, A e C, della glossa. Per la parte superiore
della pagina, nel manoscritto la differenza è di quasi due righe,
nell'incunabolo risulta nulla. Per l'area inferiore, lo scarto è invece,
rispettivamente, di circa tre righe e una riga e mezzo. L'andamento
risulta in ogni caso costante per le pagine affrontate e sovrapposte.

Questi dati costituiscono un'ulteriore conferma ed in parte


precisano quanto già detto sul movimento dei volumi all'interno della
pagina. Se la zona inferiore risulta la più instabile, tuttavia i diversi
livelli di variabilità sono da attribuirsi non agli stessi settori sulla
pagina, ma a settori diversi, che come si ricorderà corrispondono ai
segmenti VINII per il manoscritto e ai segmenti IMI per l'incunabolo.

Proviamo a questo punto a mettere a confronto la variabilità del


numero delle righe con alcune delle strategie messe in atto per la
sistemazione dei volumi dell'area esterna e centrale lungo l'asse
verticale della pagina e identificate dalla combinazione delle lettere
u, i, r (vedi p. 175). Come abbiamo visto la strategia qualitativamente
più significativa era rappresentata dal tipo rr, indicante una perfetta
tecnica di regolarità per la parte esterna ed interna delle pagine
affrontate e corrispondente ad un buon livello di adeguamento
testo/glossa.

Il riscontro che s'intende realizzare prevede il calcolo della


differenza media del numero di righe tra i bracci A e C della glossa,
in rapporto alle varie strategie. A tale scopo si sono distinte quattro
classi di strategie. La prima comprende i manoscritti con almeno una
scelta di affrontamento, ur e rr; la seconda e la terza i manoscritti in
cui si attuava una scelta di affrontamento totale, rr, o parziale, ur; la
quarta, infine, comprende tutte le strategie in cui non viene adottata
una tecnica di affrontamento, ui, ii, uu.

Dai risultati contenuti nella tabella 13 si osserva che quando


l'affrontamento è totale, la differenza nel numero delle righe è
minore. In ogni caso una scelta anche parziale di affrontamento
comporta sempre una certa uniformità. Lo scarto maggiore si
registra invece per tutte le strategie alternative a quelle di
affrontamento. Da notare infine che, come di regola, i valori della
zona A sono sempre proporzionalmente inferiori a quelli della zona
C.

TABELLA 13
Il trattamento per le pagine affrontate e sovrapposte è pressoché
identico. La maggiore o minore regolarità che si applica ai due bracci
esterni della glossa in rapporto alle varie strategie si manifesta in
modo costante su pagine consecutive e si muove su valori come
sempre più elevati nel caso dell'area C della glossa (vedi tabella 14).

TABELLA 14

Le differenze di affrontamento tra i due bracci della glossa ci


danno la misura della variabilità di due zone scritte, distinte dal testo,
decisamente flessibili all'interno della pagina. Tale fenomeno è
opportunatamente sfruttabile per analizzare in modo più specifico e
capillare il rapporto tra tecnica di uniformità ed esigenza di leggibilità,
perché permette di mettere in relazione i valori dello sfasamento
testo/apparato con un indice di mobilità della glossa riferibile ad una
stessa pagina.

L'operazione consiste nel calcolo del coefficiente di correlazione


tra gli scarti del numero di righe dei due bracci della glossa e i valori
dello sfasamento testo/apparato: per l'incunabolo il risultato è di
0,697, per il manoscritto invece è di -0,096.

Nel primo caso ci troviamo di fronte ad una situazione


contraddittoria dal momento che, come si ricorderà, nel complesso
esisteva per l'incunabolo un netto conflitto tra scelta di uniformità ed
esigenza di leggibilità, conflitto chiaramente ravvisabile tra il tipo di
strategia con valore più elevato, 5 (ii), e la misura più bassa per
l'adeguamento testo/glossa, 0,77. Dal risultato della correlazione si
evince invece per la pagina una condizione positiva, dal momento
che ad un'uniformità dei volumi esterni della glossa corrisponde una
attenzione al fattore leggibilità. Perché una simile discordanza tra
l'interno di un incunabolo ed una pagina dell'incunabolo stesso?

In realtà il contrasto si chiarisce se si considera il problema da un


punto di vista pratico e cioè se si focalizza l'attenzione su come
materialmente si confezionava un opera giuridica fornita di apparato
e questo all'interno di tecniche diverse come la stampa per
l'incunabolo o la copia manuale per il manoscritto.

A partire dal 1473 ca., grazie a decisive innovazioni sul piano


tecnico,` si cominciò a stampare superfici corrispondenti a fogli interi.
La composizione delle due masse di scrittura avveniva su pagine
solidali e non solidali secondo la sequenza naturale del testo. Tale
fatto imponeva a priori una sistemazione simultanea del testo e della
glossa. Di conseguenza l'adeguamento della parte normativa con
l'apparato era programmaticamente anticipato sulla pagina e
quest'ultima rappresentava, quindi, quello che si può definire indice
o unità di adeguamento.66

Si attuava in pratica un calibraggio del testo, in modo da far


variare la sua lunghezza in corrispondenza all'estensione della
glossa. Dovendo inserire una quantità predeterminata di apparato,
nell'incunabolo si privilegiava la geometria della parte glossata ed
infatti i valori di dissimmetria tra i bracci della glossa sono, come
abbiamo visto, minimi, pur mantenendo su ottimi livelli
l'adeguamento, che infatti di regola è inferiore ad un blocco. Il
controllo dello sfasamento si attuava quindi calibrando di volta in
volta le colonne del testo ai volumi della glossa situati nella parte
inferiore del foglio (segmenti IV/VI). Nell'incunabolo, quindi, l'unità
materiale di adeguamento era rappresentata dalla superficie della
pagina.

Per il manoscritto invece si evidenzia una situazione diversa. Se


infatti all'interno del codice è emerso un conflitto tra strategie di
uniformità ed esigenza di leggibilità, il valore del coefficiente di
correlazione è infatti -0,480, nell'ambito di una pagina tale
coefficiente è, come si è visto, pari a -0,096, il che indica assenza di
correlazione.

La differenza fondamentale rispetto all'incunabolo risiede nel


fatto che nel manoscritto la realizzazione della parte normativa e
dell'apparato avveniva secondo la sequenza naturale del testo.
L'adattamento della glossa, inoltre, all'interno di una determinata
quantità di testo dipendeva sia dal numero dei lemmi da glossare,
sia dalla lunghezza del commento corrispondente ad ogni singolo
passo.

Quando un copista si apprestava alla compilazione di un'opera


giuridica fornita di apparato, possiamo ipotizzare si trovasse di fronte
a due possibilità: che il manoscritto contenesse già il testo o che si
dovessero realizzare entrambi.` In tutte e due i casi probabilmente
all'inizio egli cercava di fare attenzione al livello di adeguamento,
cercando di calibrare il più esattamente possibile le due masse
testuali.

Se nel corso della scrittura si verificavano, per motivi diversi,


fenomeni di sfasamento, alcuni correttivi potevano consentire un
recupero dell'eventuale divario. Dal momento che questo processo
seguiva la successione sequenziale dello scritto, esso poteva essere
predeterminato solo fino ad un certo punto ed inoltre un
adeguamento non programmato non può mai essere completamente
spontaneo.

Risulta evidente quindi che il meccanismo di correzione a favore


di un maggior adattamento tra il testo e la glossa poteva avvenire in
un qualsiasi punto del manoscritto, lì dove la situazione lo rendesse
necessario.

Il fatto che non esista correlazione (-0,096) tra sfasamento ed


uniformità dei volumi esterni di una pagina, mentre tale correlazione
risulta negativa (-0,489) all'interno del manoscritto, indica che se
anche nel codice in senso globale simmetricità e strategie di
leggibilità risultano in contrasto, l'unità materiale di adeguamento in
cui si articola questo meccanismo nel manoscritto non è la pagina.68

Allo stato attuale della ricerca non è possibile indagare


ulteriormente su questo aspetto, poiché le misure del rilevamento
testo/glossa effettuate su un unico passo scelto del Codex di
Giustiniano, pur dimostrandosi idonee per l'incunabolo, si sono
dimostrate insufficienti nel caso del manoscritto.

In quest'ultimo il fenomeno dell'adeguamento della parte


normativa con l'apparato si articola secondo dei ritmi e degli schemi
particolarmente complessi, per i quali s'impongono modalità di
rilevazione più specifiche.

Occorrerà tener presente a tale scopo vari fattori. Al nove nuclei


di testo relativi alla divisione in nove libri del Codex possono essere
associate recensioni diverse della glossa ordinaria di Accursio. Una
prima selezione dovrà quindi essere fatta sulla base dell'apparato al
fine di ottenere classi di manoscritti con uno stato di evoluzione della
glossa pressocché identico. In secondo luogo non si potrà
prescindere dal considerare quelli che erano i meccanismi di
riproduzione delle opere del Corpus Iuris Civilis, basati su modelli, gli
exemplaria, costituiti da fascicoli sciolti e suddivisi al loro interno in
peciae. Gli exemplaria del testo e della glossa, inoltre, circolavano
separatamente e questo fatto rendeva sicuramente più problematico
il loro collegamento sulla pagina.` Una prima analisi dello
sfasamento testo/glossa potrebbe iniziare proprio dai manoscritti
riportanti indicazioni di pecia e quindi scegliere all'interno di una
quantità di testo compreso tra due indicazioni di pecia un passo
determinato sul quale eseguire il rilevamento.

Questa operazione andrebbe attuata in più segmenti del


manoscritto, distribuiti, se possibile, all'interno dei singoli libri. I passi
selezionati costituirebbero poi i modelli chiave su cui applicare il
rilevamento in manoscritti privi di indicazione di pecia.

A tali modalità potrebbero poi associarsene altre, basate non più


su criteri testuali, ma materiali, e quindi procedere ad una serie
casuale di rilevazioni all'interno di un determinato numero di fascicoli
interi o di metà fascicoli del manoscritto.

La combinazione dei due metodi potrebbe fornire dei risultati


significativi sul meccanismo di adattamento della glossa al testo e
permettere di identificare, se possibile, il momento o lo spazio chiave
di questa operazione che abbiamo definito unità di adeguamento.

Da questa prima indagine effettuata su alcuni volumi manoscritti


e a stampa del Codex di Giustiniano con glossa sono emersi alcuni
risultati significativi sulle tecniche e le strategie adottate all'interno
delle due tipologie librarie nel modellare ed organizzare una
determinata quantità di testo in funzione di uno spazio dispo nibile.
La prima importante osservazione da fare è, a nostro avviso,
l'impossibilità di tracciare un confine netto tra il manoscritto e
l'incunabolo, dal momento che le soluzioni messe in atto dagli
artigiani del XIII-XIV secolo e i tipografi del XV, pur dando luogo a
degli esiti in parte diversi sul piano, ad esempio, della gestione dei
vari settori della pagina o della composizione del testo con la glossa,
non possono essere tuttavia interpretate in termini di
contrapposizione. Esiste un'identità di fondo nell'idea e nel tipo di
prodotto che s'intende realizzare, ma non evidentemente nei mezzi e
nelle forme così strettamente legati ai due differenti ambiti di
produzione. La ragione di una tale continuità nel passaggio da una
tecnica di manifattura manuale ad una meccanica risiede
essenzialmente nella forza e nel prestigio di un modello di libro,
quello giuridico, ritenuto ancora funzionale nell'impianto e nella
struttura che una tradizione di secoli aveva fissato; e a ciò vanno poi
ad aggiungersi altri fattori non trascurabili e altrettanto consolidati nel
tempo, quali l'aspetto estetico e delle tendenze di gusto che
difficilmente la stampa avrebbe potuto contrastare. In generale
dunque l'immagine di libro giuridico che la sfera del manoscritto
propone viene sostanzialmente ereditata dalle nuove tecniche,
anche se non in una forma di semplice e pura imitazione; la pagina
di un incunabolo del Codex di Giustiniano non costituisce infatti la
riproduzione fotografica della pagina di un manoscritto contenente lo
stesso passo del testo, tuttavia entrambe sono state progettate allo
stesso modo e al loro interno tutti i settori scritti e non scritti
rispondono ad uno stesso disegno. In che cosa dunque si
differenziano? La differenza risiede essenzialmente nel rapporto che
si stabilisce tra queste componenti, in termini di gerarchia e di
proporzionalità e di conseguenza sui meccanismi che regolano la
composizione delle due unità testuali, il testo e la glossa, alla ricerca
di un difficile compromesso tra un'esigenza funzionale di leggibilità
ed un principio estetico di uniformità e omogeneità visiva. Si è più
volte accennato nel corso della trattazione al ruolo determinante che
i diversi processi di fabbricazione hanno svolto nel definire un certo
tipo di strategia e quindi di come una tecnica di riproduzione
manuale, mediata per di più dai ritmi di copia dell' exemplar in
fascicoli e una di tipo meccanico, interferiscano inevitabilmente sulla
struttura del libro e sulle modalità di combinazione della componente
grafi ca in funzione dello spazio ad essa destinato. È evidente, ed è
forse superfluo ricordarlo, che l'avvento della stampa rappresenta
una frattura sul piano materiale ed economico rispetto all'epoca del
manoscritto, ma è anche vero che tale rivoluzione «tout en
améliorant d'une manière décisive le bilan énergétique global du
système de production, ne peut-elle que déséquilibrer la répartition
des coúts et engendrer ainsi de nouvelles contradictions».70 Fermo
restando la specificità dei due ambiti e gli indubbi vantaggi portati
dall'invenzione della tipografia, quello che si è potuto verificare,
riguardo ai fenomeni osservati, è dunque quanto delle norme in
vigore nel manoscritto, rispetto a determinate esigenze funzionali ed
estetiche, confluisca nell'incunabolo e in che misura, rispetto ai
fenomeni osservati, tradizione ed innovazione convivono.

Grafici

GRAFICO 1

Distribuzione cronologica

GRAFICO 2

Distribuzione cronologica XIII sec.


GRAFICO 3

Distribuzione cronologica XIV sec.

GRAFICO 4

Misure standardizzate orizzontali


GRAFICO 5

Misure standardizzate verticali

GRAFICO 6

Variabilità intracod orizzontale


GRAFICO 7

Variabilità intracod verticale

GRAFICO 8

Variabilità intercodd orizzontale


GRAFICO 9

Variabilità intercodd verticale

GRAFICO 10

Variabilità intracod orizzontale


manoscritti ■ e incunaboli ❑

GRAFICO 11

Variabilità intracod verticale

manoscritti ■ e incunaboli ❑
GRAFICO 12

Variabilità intercodd orizzontale

manoscritti ■ e incunaboli ❑

GRAFICO 13

Variabilità intercodd verticale

manoscritti ■ e incunaboli ❑
GRAFICO 14

Variabilità intracod verticale manoscritti bolognesi

GRAFICO 15

Variabilità intracod verticale altri manoscritti


GRAFICO 16

Variabilità totale orizzontale ■ e verticale ❑

GRAFICO 17

Differenze totali misure orizzontali pagine affrontate


GRAFICO 18

Differenze totali misure verticali pagine affrontate

GRAFICO 19

Differenze totali misure orizzontali pagine sovrapposte


GRAFICO 20

Differenze totali misure verticali pagine sovrapposte

GRAFICO 21

Differenze misure orizzontali pagine affrontate


manoscritti ■ e incunaboli ❑

GRAFICO 22

Differenze misure orizzontali pagine sovrapposte

manoscritti ■ e incunaboli ❑
GRAFICO 23

Differenze misure verticali pagine affrontate

manoscritti ■ e incunaboli ❑

GRAFICO 24

Differenze misure verticali pagine sovrapposte

manoscritti ■ e incunaboli ❑
* Questo lavoro è il frutto di una tesi di specializzazione
dell'Università degli Studi di Cassino (1995). Desidero ringraziare il
prof. Marco Palma e il prof. Ezio Ornato per la costante attenzione e
i suggerimenti, necessari ad affrontare lo studio del libro medievale
attraverso un'ottica diversa e innovativa.

I. La complessità delle motivazioni e delle finalità che sono alla


base di questa metodologia sono stati ampiamente affrontati da
Bozzolo, Ornato, Pour une codicologie; Iid., L'étude quantitative;
Ornato, La codicologie quantitative.

2. Su un simile presupposto si sono fondati i numerosi contributi


rivolti all'analisi di questo modello di libro, sulla base di un indirizzo
inaugurato da Jean Destrez, con la sua fondamentale opera La
pecia. L'autore ha posto l'attenzione su una serie di problemi e di
aspetti nuovi e fino ad allora disattesi, relativi alla produzione del
codice universitario nei quattro grandi centri di Parigi, Bologna,
Oxford e Napoli, con particolare riguardo ai primi due, affrontando
anche temi di tradizione e critica testuale. Nell'opera viene mostrato
un interesse per gli elementi che caratterizzano l'architettura e la
costruzione della pagina e le tecniche che presiedono alla
manifattura dei manoscritti, sempre però nella prospettiva di un
confronto tra le diverse politiche editoriali delle varie università, in
funzione di un'istituzione «qui correspond à cet état de choses
nouveau, créé par l'évolution sociale, institution qui arrivera à sa
pleine perfection dè le milieu du XIIIe siècle, et qui durera jusqu'à la
mise en circulation des premiers livres imprimés: c'est la pecia». La
trattazione del Destrez ha rappresentato un importante punto di
partenza per successive ricerche, la maggioranza delle quali si è
orientata soprattutto verso i temi della produzione e della
commercializzazione del manoscritto universitario. Nuove
acquisizioni di carattere documentario, accompagnate da un
approfondimento e, in certi casi, da una revisione critica delle fonti
già conosciute dal Destrez, hanno contribuito ad arricchire e ad
ampliare il raggio d'azione di queste ricerche. Un importante
momento di verifica dello stato degli studi a quasi cinquant'anni dalla
pubblicazione del La pecia, è stato un simposio tenutosi nel 1983
presso il Collegio di San Bonaventura di Grottaferrata, La production
du livre universitaire. Anche in questo caso l'attenzione al libro
universitario di carattere giuridico, ma non solo giuridico, trae spunto
essenzialmente dalla sempre complessa questione dei meccanismi
di riproduzione e dalle possibilità di ricostruirne i criteri di
funzionamento, sulla base delle testimonianze oggi in nostro
possesso. Anche per quanto riguarda l'incunabolo giuridico si è
sviluppato un grande interesse per l'aspetto della produzione e tra i
contributi più recenti vanno segnalati Coq, Ornato, La production et
le marché, in cui si analizza il fenomeno della produzione
dell'incunabolo giuridico nei principali mercati italiani, francesi e
tedeschi, sulla base di 1200 edizioni comprese tra il 1460 e 1500 e
ripartite nelle tre categorie del diritto romano, canonico e manuali di
pratica giudiziaria, e Thilo, Drucke des Corpus, dove viene compiuta
un'indagine sulla storia della stampa giuridica nei paesi di area
germanica e si fornisce un elenco dei testi del Corpus Iuris Civilis
pubblicati tra il 1400 e il 1800.

3. Di certe tematiche relative alla struttura del libro giuridico si è


trattato, ma solo in parte e in forma prevalentemente descrittiva, in
due contributi di Jacqueline Rambaud, in cui l'autrice prende in
considerazione alcuni testimoni significativi del Decretum Gratiani e
delle Decretales e ne illustra la disposizione del testo e del
commento con particolare riguardo all'uso dell'ornamentazione
all'interno delle varie partizioni dell'opera; cfr. Rambaud, Le Décret e
Les Décrétales. Per una visione d'insieme sulle modalità di sviluppo
di glosse e commenti all'interno di vari generi letterari, cfr. Holtz,
Glosse. Riguardo la codifica di alcuni sistemi d'impaginazione del
testo con il commento, cfr. Powitz, Textus (in particolare le pp. 84-85
dove viene descritto lo schema n. 6, corrispondente a quello del
nostro campione).
4. Il Corpus Iuris Civilis di Giustiniano, secondo la tradizione, era
stato diviso in cinque volumi. I primi tre comprendevano i libri dei
Digesta, divisi tradizionalmente in Digestum Vetus (libri 1-24.2),
Digestum Infortiatum o semplicemente Infortiatum (libri 24.3-38.17),
Digestum Novum (libri 39.1-50.17). L'Infortiatum era a sua volta
diviso in due sezioni; la seconda (35.2-38.17) era indicata con le
parole Tres Partes, con le quali iniziava la legge 82 del libro 35.2. Il
quarto libro comprendeva i primi nove libri del Codex. Il quinto
conteneva tutto il resto ed era conosciuto con il nome di Volumen;
esso comprendeva le Institutiones, le Novellae secondo la versione
della raccolta dell'Authenticum, dette per questo Authenticae o
Authenticum, divise in 9 collationes, i Tres libri, ovvero gli ultimi tre
libri del Codex, i Libri Feudorum e alcune leggi imperiali aggiunte più
tardi come decima collatio. La legislazione giustinianea, estesa
all'Italia nel 554 con la Pragmatica Sanctio, nel corso dell'alto
medioevo tende a disperdersi, tanto che molte raccolte vengono
smembrate e alcune scompaiono del tutto. E nel corso dell'XI
secolo, su iniziativa probabilmente di qualche giurista, che il diritto
giustinianeo viene riscoperto; i primi testi a ricomparire sono le
Institutiones e i libri del Codex. Spetterà poi ad Irnerio e al suo
ambiente il recupero degli altri testi e la loro sistemazione secondo
gli schemi originari e sarà proprio Irnerio, secondo una
testimonianza di Odofredo, a cominciare ad insegnare ed a scrivere
glosse per meglio illustrare le leggi romane. Sulla scomparsa dei
testi di Giustiniano e sulla loro riscoperta e ricomposizione nel corso
del medioevo cfr. Astuti, Lezioni di storia, pp. 57-73, 297-338;
Calasso, Medioevo e più in generale Bellomo, Saggio sull'università,
pp. 7-23.

5. Pubblicate nel Chartularium e in Orlandelli, Il libro a Bologna.

6. Per quest'ultimi, oltre al Chartularium e allo studio


dell'Orlandelli, cfr. in particolare Stelling Michaud, Le transport
international; per i contratti di compravendita e di scrittura cfr. anche
Devoti, Aspetti della produzione del libro, e Devoti, Tristano,
Completus in textu.
7. Oltre al Codex, anche il Digestum Vetus rientrava nei corsi
ordinarli; gli altri testi del Corpus Iuris Civilis venivano invece letti
durante le lezioni pomeridiane, extraordinariae, tenute dai baccellieri.

8. Maffei, Un trattato, pp. 94-96.

9. Petrucci, Lire, p. 610; cfr. anche Saenger, SilentReading, pp.


391-393.

10. Bellomo, Saggio sull'università, p. 67.

11. Petrucci, Lire, p. 610.

12. Dolezalek, La pecia e la preparazione, p. 205.

13. Id., Les gloses des manuscrits.

14. Id., Repertorium manuscriptorum, p. 42.

15. Sella, Sigle e Nuove sigle; Speciale, La memoria del diritto,


appendice C.

16. Dolezalek, Les gloses des manuscrits, pp. 238-241.

17. Caprioli, Convenzione, p. 417; sull'analisi delle tracce d'uso


dei manoscritti glossati del Codex, cfr. Speciale, La memoria del
diritto.

18. La diffusione di apparati ordinari, se da una parte è indice


dell'alto livello scientifico raggiunto dalle scuole bolognesi di diritto,
dall'altra rappresentava per l'istituzione universitaria un insieme
notevole d'interessi di natura economica e ideologica, e questo
grazie all'azione di tutela e di controllo da essa esercitati sulla
produzione e la messa in circolazione dei testi destinati
all'insegnamento.

19. Caprioli, Convenzione, pp. 418-419.


20. Fondamentali i saggi di Astuti, La «glossa accursiana» e
Soetermeer, L 'ordre chronologique.

21. Si è calcolato che le glosse elaborate da Accursio siano


96940, di cui 17814 per il Codex, cfr. Kantorowicz, Accursio, p.43.

22. Accursio mise a punto la Magna Glossa nel corso del primo
quarantennio del XIII secolo La genesi e la successione cronologica
degli apparati rimangono tuttavia una questione ancora aperta. Da
un'indagine compiuta su alcuni manoscritti dei libri ordinaria, il
Codex e il Digestum Vetus, contenenti varie recensioni della glossa
accursiana, il Soetermeer propone il decennio 1220-1230 per la
pubblicazione dell'apparato al Digesto Vecchio e il periodo compreso
tra il 1227 e il 1234 per l'apparato al Codice; cfr. Soetermeer, L'ordre
chronologique, pp. 2879 e 2892.

23. Colli, Termini, pp. 232-233.

24. A tale riguardo è stato messo in rilievo l'aspetto `ipertestuale'


dell'apparato accursiano, un ipertesto ante litteram, che "si
caratterizza per la struttura frammentaria e non lineare e per
l'inscindibile collegamento, anche sul piano fisico, tra glossae e testo
normativo", Speciale, La memoria del diritto, pp. 36-37.

25. Colli, Termini, p. 233.

26. Fransen, Les gloses, p. 134.

27. La definizione è di Petrucci, Il libro manoscritto, p. 499.

28. Id., Alle origini del libro, p. 298.

29. Ornato, Exígences fonctionnelles, p. 10.

30. La struttura stessa del ragionamento doveva essere riflessa


nella struttura fisica del libro, secondo un'architettura della pagina
che non rispondeva solo a criteri pratici, ma era anche il riflesso di
quei nuovi principi in base ai quali la conoscenza umana veniva a
definirsi e ad analizzarsi, dal momento che «the opportunity for
further developments in the presentation of texts came as result of
the drive to reorganize inherited material in a new, systematic way, to
make auctoritates not only accessible but accessible in terms of new
ways of thinking», Parkes, The Influence of the Concepts, p. 117.

31. Sui meccanismi di produzione del libro universitario, così


schematicamente tratteggiati, esiste un'ampia e particolareggiata
letteratura. Si rimanda, a tale scopo, ad alcuni lavori fondamentali,
quali Destrez, La pecia; Fink-Errera, La produzione dei libri; Pollard,
The Pecia-System; La production du livre universitaire; Soetermeer,
De pecia (ora anche in versione italiana, rivista ed ampliata
dall'autore Utrumqueius); Weijers, Terminologie des universités.

32. Cfr. Devoti, Aspetti della produzione del libro.

33. L'uso dei caratteri gotici risulta infatti un elemento


caratterizzante dell'incunabolo giuridico, cfr. Bozzolo, Coq,
Muzerelle, Ornato, Noir et blanc, p. 212.

34. La dinamica del rapporto fra il manoscritto e il testo a stampa,


tra continuità ed innovazione, è stata ampiamente affrontata da
Ornato, Les conditions de production e Id., Exigences fonctionnelles,
pp. 18-31; cfr. anche Bozzolo, Coq, Muzerelle, Ornato, Page
savante, page vulgaire, pp. 121-133, relativo alla mise en page dei
manoscritti e degli incunaboli in latino e in francese prodotti in
Francia nel XV secolo.

35. Non si è completamente d'accordo sull'uso di questo termine,


dal momento che esso prevede una serie di fattori, quali ad esempio
il rapporto tra investimento del capitale e i livelli di produttività,
caratterizzanti in realtà solo il libro a stampa.

36. Una pecia infatti equivaleva alla metà di un quaternus,


mentre in Italia, ad esempio, la fascicolazione prevalente nei
manoscritti giuridici era il quinione; cfr. Busonero, La fascicolazione,
pubblicato in questo libro alle pp. 74-75.

37. Febvre, Martin, La nascita, p. 71; Coq, Ornato, Les


séquences de composition, p. 92.

38. Per i molteplici aspetti legati all'introduzione di questa nuova


tecnica e le pratiche adottate dai tipografi del XV secolo cfr. Ornato,
Exigences fonctionnelles, pp. 20-21, 28-29 e Coq, Ornato, Les
séquences de composition, pp. 90-93.

39. Fransen, Les gloses, p. 137.

40. Dolezalek, Verzeichnis der Handschriften.

41. Il manoscritto 286 della Biblioteca del Collegio di Spagna di


Bologna è stato sostituito con il manoscritto E12 della Biblioteca
Nazionale di Torino, dal momento che non mi è stato consentito
l'ingresso alla biblioteca bolognese.

42. Tale percentuale si ritiene sottostimata, poiché non è certo


che i 122 manoscritti, teoricamente idonei ma non visionati, siano
provvisti di tutte le caratteristiche ritenute necessarie per questo tipo
di ricerca.

43. I manoscritti utilizzati sono i seguenti: Città del Vaticano,


Biblioteca Apostolica Vaticana, Barb. lat. 1462, Borgh. lat. 224,
Borgh. lat. 372, Pal. lat. 757, Pal. lat. 758, Pal. lat. 759, Pal. lat. 760,
Pal. lat. 762, Reg. lat. 1120, Ross. lat. 582, Urb. lat. 165, Vat. lat.
1428, Vat. lat. 1429, Vat. lat. 1430, Vat. lat. 11598; Firenze,
Biblioteca Medicea Laurenziana, Edili 68, S. Croce Plut. 6 sin. 4, S.
Croce Plut. 6 sin. 5; Parigi, Biblioteca dell'Arsenal, 689; Biblioteca
Nazionale, Par. lat. 4521 A, Par. lat. 4521 B, Par. lat. 4521 C, Par.
lat. 4522, Par. lat. 4523, Par. lat. 4524, Par. lat. 4526, Par. lat. 4527,
Par. lat. 4530, Par. lat. 4531, Par. lat. 4532, Par. lat. 4535, Par. lat.
8940, Par. lat. 8941, Par. lat. 14342, Par. lat. 16912, Par. lat. 16913,
Par. lat. 16914; Roma, Archivio di Stato, SS. Salvatore 999;
Biblioteca Casanatense, 230; Biblioteca Vallicelliana, A 12; Torino,
Biblioteca Nazionale, E12. Per un ulteriore approfondimento, oltre al
citato studio del Dolezalek, cfr. anche: Avril, Gousset, Manuscrits
enluminés; A Catalogue of Canon; Dolezalek, Repertorium
manuscriptorum; Id. V erzeichnis der Handschriften; Rota, Un fondo
giuridico; Soetermeer, De pecia; Speciale, La memoria del diritto.

44. Per ristampa infatti s'intende la ripubblicazione identica,


tipograficamente parlando, di un opera. Una tale ricomposizione del
testo prevede il mantenimento della mise en page che non risulta
così indipendente dal modello.

45. Gli incunaboli utilizzati sono i seguenti: Venezia, 4 VIII 1482,


Andrea Torresano (Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana,
Prop. II. 209); Norimberga, 30 I 1488, Anton Koberger (Roma,
Biblioteca Casanatense, 912); Venezia, 8 XII 1488, Battista de Tortis
(Roma, Biblioteca Nazionale Centrale Vittorio Emanuele II,
70.3.G.2.V); Venezia, 3 X 1489, Andrea Torresano (Roma, Biblioteca
Corsiniana, 50.G.12); Venezia, 10 I 1493/94, Battista de Tortis (Città
del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Prop. I1.213). Nel corso
dell'ultimo trentennio del XV secolo Venezia rappresenta il mercato
europeo più importante per la produzione delle antiche opere di
diritto: nel periodo compreso tra il 1481 e il 1490 si assicura il 44%
della produzione dei testi giuridici di base anteriori al 1400,
specialmente di diritto romano, mentre nel decennio successivo tale
percentuale raggiunge il 63%, cfr. Coq, Ornato, La production et le
marché, pp. 314-319. Sui primi incunaboli giuridici prodotti a
Venezia, cfr. Lowry, Nicholas Jenson, pp. 137-172 (capitolo The
Lawyers and the Friars). Per quanto riguarda il Codex di Giustiniano
dei 29 incunaboli presenti nel vol. VII del Gesamtkatalog, 17 sono
stati stampati a Venezia. Nessuno degli incunaboli relativi alle opere
fondamentali del Corpus Iuris Civilis ed elencati nel Cesamtkatalog
risulta invece essere stato prodotto a Bologna, indice probabilmente
di un mercato del libro a stampa ancora troppo esiguo, a conferma
anche di quanto sostiene Curt Bùhler circa la forte presenza a
Bologna nel XV secolo di un attivo commercio di manoscritti ancora
legato all'Università, cfr. Bùhler, The University and the Press, pp.
18-19, 27; cfr. anche Sorbelli, Storia della stampa, pp. 1-75 e
Balsamo, Editoria a Bologna.

46. In questo caso per formato s'intendono le «dimensions du


volume en hauteur et en largeur», Muzerelle, Vocabulaire
codicologique, p. 100 (in edizione italiana, rivista ed ampliata,
Maniaci, Terminologia del libro manoscritto, p. 127). Riguardo alle
diverse accezioni del termine cfr. Lemaire, Introduction, pp. 34-36.

47. Per taglia s'intende la somma delle dimensioni della


larghezza e dell'altezza (L+H), corrispondente al semiperimetro, cfr.
Bozzolo, Ornato, Pour une histoire, p. 217. Negli inventari medievali,
circa le dimensioni dei manoscritti, si parla di forma parva (da
235x173 a 190x135 mm.), mediocris (da 380x250 a 245x165 mm.) e
magna (da 600x390 mm. a 435x305 mm.), Rizzo, Il lessico filologico,
pp. 47-48. Queste misure corrispondono, grosso modo, alla
ripartizione utilizzata da Carla Bozzolo ed Ezio Ornato nello studio
relativo alle dimensioni dei fogli nei manoscritti francesi medievali,
dove si definiscono petits i manoscritti di taglia inferiore a 320 mm.,
petit-moyens quelli con una taglia compresa tra 321 e 490 mm.,
moyen-grands quelli compresi tra 491 e 670 mm. e grands quelli con
taglia superiore a 670 mm., Bozzolo, Ornato, Pour une histoire, p.
218. Il rapporto tra le dimensioni del manoscritto e quelle del
manteriale scrittorio è stato recentemente affrontato da Gumbert,
Sizes and Formats, pp. 227-263.

48. La proporzione di un volume è data dal rapporto tra la


larghezza e l'altezza (L/H). Si parla di proporzione invariante nel
caso della «proportion d'un rectangle dont le rapport du petit cóté est
égal à 1N-2 , et qui a pour proprièté de donner deux moitiés
conservant cette méme proportion lorsqu'on divise en deux le grand
cdté», Muzerelle, Vocabulaire, p. 101 (Maniaci, Terminologia del libro
manoscritto, p. 144). In pratica la proporzione 1/x(0,707) è la sola
che presenta la caratteristica di non cambiare nel corso di più
piegature successive e simmetriche del foglio. Si definisce così
«étroite une proportion inférieure à la proportion invariante; large une
proportion supérieure à la proportion invariante», Bozzolo, Ornato,
Pour une histoire, p. 219.

49. Muzerelle, Vocabulaire, p. 109 (Maniaci, Terminologia del


libro manoscritto, p. 159).

50. Non è da escludere qualche deroga a tale norma, dal


momento che «l'artisan pouvait prendre un certain nombre de
libertés par rapport à ce principe, pourvu qu'elles demeurent noyées
dans l'aspect d'ensemble de la page écrite», Ornato, Exigences
fonctionnelles, p. 10, n. 11.

5 1. Lo scarto o scostamento quadratico medio (a) rappresenta,


all'interno di una distribuzione, la radice quadrata della media dei
quadrati degli scarti, ovvero la radice quadrata della media dei
quadrati degli scostamenti dei termini della distribuzione dalla media.
Vedi anche la nota 54.

52. La funzione di correlazione statistica permette di esprimere il


legame tra due variabili, ovvero se all'aumentare di una diminuisce
l'altra o viceversa, oppure se aumentano o diminuiscono insieme. Se
il risultato è 0, non esiste correlazione, mentre un valore che si
avvicina a +1 o a -1, indica la presenza di una correlazione positiva
o negativa.

53. Dei possibili procedimenti geometrici finalizzati alla


costruzione della mise en page nell'ambito del libro manoscritto e a
stampa si sono occupati diversi autori, tra i quali è opportuno citare:
Biihler, The Margins; Tschichold, NonArbitrary Proportions, Tristano,
Caratteristiche tecnico-formali; Montecchi, Perfezione tecnica e Le
dimensioni del libro; Maniaci, Ricette di costruzione della pagina.

54. Il coefficiente di variazione (CV), è espresso dalla formula 6 /


media * 100, dove 6 rappresenta lo scarto o scostamento quadratico
medio, che è un indice di variabilità assoluta ovvero un indice
espresso nella stessa unità di misura dei termini di una distribuzione.
Dal momento che 6 è di frequente correlato alla media (è normale,
infatti, che all'interno di un medesimo referenziale - come la pagina
di un manoscritto - le superfici più grandi siano affette da variazioni
più cospicue), per esprimere la variabilità di ogni singolo segmento
della pagina all'interno di ogni manoscritto ed incunabolo ed
eliminare tuttavia l'effetto dimensionale, si è ricorsi ad un indice di
variabilità relativa, il CV. L'uso di indici di variabilità relativa si rende
necessario quando le modalità delle distribuzioni sono espresse in
unità di misura diverse; quando tali modalità sono espresse nella
stessa unità di misura, ma le intensità (ovvero il valore, la portata
delle grandezze esaminate) medie delle distribuzioni sono differenti
(come nel nostro caso); quando le distribuzioni a confronto sono
formate da rapporti.

55. Nei dati standardizzati la media è 0; in tal caso non vi è


correlazione tra lo scarto e la media e per di più, la divisione per 0,
necessaria per ottenere il CV, risulta impossibile.

56. Ciò è dovuto probabilmente al fatto che una modifica delle


zone marginali avrebbe richiesto il cambiamento delle dimensioni
della forma, il che comportava un lavoro supplementare.

57. I mss. Borgh. lat 372, E12, Pal. lat. 759, Par. lat. 4521 A, Par.
lat. 4523, Par. lat. 4527, Par. lat. 4530, Par. lat. 4531, Par. lat. 4532,
Par. lat. 4535, Par. lat. 8941, Par. lat. 16913, Laur. S. Croce plut. 6
sin. 4, Urb. lat. 165, Vat. lat. 1430. Tale nucleo costituisce la sola
partizione geografica abbastanza consistente e significativa
enucleabile dal campione e il cui comportamento è stato
ampiamente osservato nei vari settori della ricerca.

58. Ezio Ornato ha formulato alcune ipotesi circa la persistenza


attraverso i secoli del principio di gerarchia e proporzionalità dei
margini. Se infatti non si esclude che costrizioni di tipo materiale
abbiano influito su questo aspetto della struttura del libro, non si
deve tuttavia trascurare l'effetto estetico e di gusto, dal momento che
«tous les phénomènes qui relèvent du goút - notamment dans le
domaine des proportions - comportent une large part d'arbitraire au
départ, et d'habitude par la suite: ce que nous sommes habitués à
voir, devient normal, et ce qui est normal peut se transformer
rapidement en règle qu'il est nécessaire de suivre sous peine de
choquer», Ornato, Exigences fonctionnelles, p. 16.

59. Il grafico si distacca formalmente dai precedenti, in quanto


lungo l'ordinata viene indicato il numero dei volumi, mentre i valori
del CV sono espressi sull'ascissa.

60. Il conteggio è stato effettuato sull'edizione a stampa del


Corpus furis Civilis.

61. La scelta di questo brano del Codexdi Giustiniano non è stata


casuale, dal momento che l'obiettivo era quello di poter disporre di
una quantità di testo sufficientemente estesa e che comprendesse
sia l'inizio di un libro sia tutte le suddivisioni gerarchicamente
importanti, quali il titolo, la legge e il paragrafo.

62. La tabella contiene il risultato di tutte le combinazioni possibili


all'interno di due pagine recto/ verso:

63. Da un punto di vista matematico infatti nell'incunabolo non è


possibile calcolare il coefficiente di correlazione tra la strategia di
uniformità e l'esigenza di leggibilità, poiché il primo dei due fenomeni
assume sempre valore 5, con una variabilità quindi pari a 0.
64. La differenza del numero di righe tra i due bracci della glossa
è stata calcolata in valore assoluto.

65. Vedi nota 37.

66. Per unità di adeguamento s'intende il lasso di spazio


espresso in testo o in unità materiale, entro il quale l'artigiano cerca
di rimediare ad un possibile processo di sfasamento.

67. In effetti questo aspetto accomuna tutti i manoscritti del


corpus, sia quelli in cui la scrittura del testo e dell'apparato è stata
realizzata contemporaneamente, sia quelli che presentano una
divaricazione cronologica tra i due momenti.

68. S'impone per il manoscritto un tipo di rilevamento diverso


dello sfasamento testo/glossa, non limitato solamente ad un solo
passo del testo, ma realizzato in punti diversi anche se non casuali
all'interno di tutto il codice.

69. Soprattutto nei manoscritti di origine bolognese, dove alla


contemporaneità di fattura corrispondeva un buon adeguamento del
testo e con la glossa, vedi p. 178.

70. Ornato, Exigences fonctionnelles, pp. 18-19.


«Pour comprendre le ms. humanistique dans ce qui lui est
particulier, il faudrait faire une enquéte similaire à la nótre
concernant le ms. gothique italien. Cette enquéte ne devrait pas se
limiter au 15e siècle, pendant lequel des contaminations avec l'art du
livre humanistique peuvent s'étre produites, mais devrait englober
aussi les mss. du Trecento. Une telle étude manque, de sorte que le
terrain d'où surgira le codexhumanistique est insuffisamment
exploré».' Così, alcuni anni fa, annotava Albert Derolez nella
conclusione del suo fondamentale studio tipologico sul manoscritto
umanistico: ricerca di grande apertura prospettica, analizzando un
corpus di 1200 esemplari, e di innovativa metodologia,
scomponendo l'oggetto libro in 24 parametri, essenzialmente
dimensionali e qualitativi, rilevati direttamente. Da qui lo stimolo di
partenza per la nostra indagine, che si propone di andare incontro al
desideratum del Derolez con uno specimen numericamente assai
più circoscritto ma più ricco, al tempo stesso, per ciò che riguarda il
campo di osservazione e la finezza dell'analisi.

1.1. Ambito della ricerca e corpora utilizzati

Lo scopo della ricerca è un'indagine comparativa fra i manoscritti


umanistici - innovativi - e i manoscritti dalle caratteristiche fisiche e
grafiche più tradizionali, di impronta «gotica», prodotti e/o circolanti
in ambienti religiosi dell'area lombardo-veneta, e che per questa
ragione verranno designati d'ora in poi con l'etichetta di «monastici».
Dalla natura dei testi in essi contenuti, dal tipo di scrittura,
dall'impaginazione, dalla decorazione e dalla qualità del supporto
risulta evidente la loro «aria di famiglia»: un giudizio, tuttavia, che
resta in superficie e che richiede di essere approfondito mediante
indagini mirate al «come» e al «perché» di tali codici,
determinandone con la maggiore precisione possibile i tratti somatici
e, in misura orientativa, i «meccanismi di funzionamento». Si tratta di
un campo d'indagine quanto mai aperto: infatti, anche per l'area
geografica prescelta, non è emersa finora - o è emersa soltanto in
modo sfuocato e parziale - la fisionomia del libro nella sua interezza,
in quanto le indagini hanno privilegiato di volta in volta l'aspetto
testuale, grafico e decorativo, mentre, per ciò che riguarda gli aspetti
codicologici, esistono solo valutazioni sommarie e sintetiche, per lo
più fondate sull'esperienza maturata dai singoli studiosi e non su
appositi rilevamenti sistematici.

L'analisi è basata su quattro gruppi di codici differenziati


tipologicamente (monastici, umanistici), geograficamente (Italia del
Nord, Firenze) e cronologicamente (secoli XIV e XV). Sul piano della
localizzazione e della datazione, sono stati privilegiati, innanzitutto, i
volumi che contenevano esplicitamente un dato cronico e/o topico; in
assenza di attestazioni, la preferenza è stata accordata ai codici la
cui appartenenza ai secoli e alle aree geografiche definite ai fini
dell'indagine poteva essere determinata - perlomeno in via
probabilistica - tramite criteri esterni (note d'uso, menzioni di
provenienza ecc.). Si è cercato così di ridurre al minimo la quantità
di manoscritti per i quali l'appartenenza non poteva essere stabilita
che attraverso una valutazione soggettiva. L'incrocio fra la tipologia
dei manoscritti, l'origine topica e cronica ha dato luogo a quattro
gruppi principali:

1. Manoscritti monastici dell'Italia del nord, secolo XIV.

2. Manoscritti monastici dell'Italia del nord, secolo XV

3. Manoscritti umanistici dell'Italia del nord

4. Manoscritti umanistici fiorentini.

All'interno dei gruppi principali, sono stati selezionati, là ove


l'operazione era possibile, alcuni sottogruppi che sono emersi come
insiemi ben caratterizzati, rispondendo a differenziazioni
socioculturali e di bottega:
1. Un corpus di 19 manoscritti monastici confezionati per il
convento di Santa Maria Incoronata di Milano (dove gli Agostinia ni
eremitani entrarono nel 1445 allestendovi un'importante biblioteca),
destinati dal cardinale Federico Borromeo, insieme all'intero fondo di
Santa Maria, alla nascente biblioteca, l'Ambrosiana di Milano che a
tutt'oggi li conserva. Fra questi codici, Mirella Ferrari ne ha
individuati 137 riguardanti acquisti di antiquariato, donazioni, prodotti
dello scriptorium monastico o di botteghe cittadine. In seno alla
produzione di bottega, la Ferrari ha isolato due gruppi ristretti: uno
«umanistico», comprendente una ventina di codici cartacei, l'altro -
cui abbiamo rivolto l'attenzione - «monastico», di 18 codici in
pergamena, databili per lo più al terzo quarto del XV secolo. z

2. Un corpus di 22 manoscritti umanistici della biblioteca di


Francesco Pizolpasso, che doveva constare di un'ottantina di libri,
come risulta dall'inventario compilato alla sua morte, nel 1443,3
dopo che i «volumina librorum incathenata» erano stati collocati «in
libraria Capituli ecclesie Mediolanensis» cui il Pizolpasso li aveva
destinati. Nel 1605 Federico Borromeo ne trascelse 54 per la
biblioteca, l'Ambrosiana, dove sono rimasti. Ancora alla nota acribia
di Mirella Ferrari si deve l'identificazione sicura dei volumi superstiti,
una sessantina, e lo studio della formazione della biblioteca
personale del presule, che raccolse libri di seconda mano e altri ne
fece allestire.

Il corpus da noi indagato comprende quasi tutti i volumi eseguiti


per il Pizolpasso. Questi ultimi possono essere datati verosimilmente
al periodo della sua carica milanese, cioè agli anni 14351443, e
sono principalmente di origine lombarda.4 La Ferrari ne offre una
descrizione d'insieme: «I codici che il Pizolpasso si fece fare su
ordinazione costituiscono un gruppo più largo e compatto per la
presenza del suo stemma miniato, per fattura, stile della scrittura e
delle miniature, talvolta per l'identità del copista o del miniatore o del
decoratore, per la presenza ricorrente di uno o due revisori dei testi,
che lavorano puntualmente dall'inizio alla fine dei volumi e sono
persone diverse dai copisti».'
3. Un corpus di 26 manoscritti umanistici di cui Cosimo de'
Medici aveva voluto dotare, a partire dagli anni 60 del XV secolo, la
nascente biblioteca della Badia fiesolana, allestiti nelle botteghe di
Vespasiano da Bisticci e di Zanobi di Mariano. La formazione della
biblioteca fiesolana, patrocinata da Cosimo de' Medici insie me alla
costruzione della Badia - come racconta lo stesso Vespasiano nelle
Vite' - è tracciata da Albinia de la Mare, che si è avvalsa delle fonti
archivistiche, letterarie e naturalmente dei manoscritti stessi.'
Soprattutto le note di pagamento da parte della banca dei Medici ai
librai fornitori permettono di fissare il cammino cronologico delle
acquisizioni librarie, dal 1461 al 1466-1467, con note di pagamento
fino al 1468. L'allestimento della biblioteca fu dapprima
probabilmente affidato a Zanobi di Mariano, fornitore di Fiesole per
le esigenze quotidiane, finché Cosimo, desideroso di portarla
rapidamente a compimento, diede l'incarico a Vespasiano che, a
partire dalla metà del 1462, l'allestì nell'arco di due anni con grande
efficienza imprenditoriale, includendovi anche, contrariamente a
quanto da lui asserito, manoscritti di seconda mano e altri già
predisposti per la vendita nella sua bottega.'

Per il nostro corpus abbiamo trascelto 21 manoscritti dalla lista


degli 88 provenienti sicuramente da Vespasiano, di cui si
conservano le note di pagamento, e inoltre 5 manoscritti dalla lista
dei 19 di Zanobi di Mariano?

4. Un corpus di 25 manoscritti umanistici di gran lusso realizzati


per i Medici, di cui circa metà per Lorenzo il Magnifico.`

Nel lavoro preliminare di selezione dei corpora, ci si è basati in


primo luogo su materiale già edito (monografie e cataloghi). Fra le
monografie, pochi - ma significativi - sono gli studi sull'Italia
settentrionale che, avendo come referente i manoscritti, ne
forniscano sufficienti dati identificativi. Più ricca è invece la
bibliografia sui codici umanistici - in particolare quelli fiorentini. Va da
sé che la lista approntata dal Derolez ha costituito un punto di
riferimento fondamentale, avendo fornito un totale di 55 codici
(corrispondenti al41% del nostro corpus umanistico).

Per ciò che riguarda la catalografia esistente, solo alcuni lavori


recenti, di ambito specialistico, si sono rivelati affidabili. Meno
confortante è invece la situazione dei cataloghi generali, che mirano
a descrivere la totalità dei codici dei diversi fondi. Come ben si sa,
molte biblioteche non dispongono che di antiquati inventari spesso
inediti che, oltre a essere muti nel fornire elementi di localizzazione,
si rivelano devianti per quanto concerne l'altro dato primario, la
datazione. Abbiamo appurato la tendenza a retrodatare di un secolo
nei frequenti casi in cui la scrittura quattrocentesca impiegata fosse
di base gotica.

L'esperienza ci ha mostrato che le ricognizioni dirette dei fondi


sono lunghe, ma incomparabilmente più fruttuose della selezione
compiuta nelle sale di consultazione, seguendo il tenue filo d'Arianna
delle informazioni inventariali. In questa prospettiva, si è proceduto
all'esplorazione di una quindicina di biblioteche, di cui undici hanno
fornito materiale." Tali biblioteche hanno il vantaggio di aver
funzionato, in qualche sorta, come un «bacino di raccolta» dei
manoscritti locali, permettendo così la costituzione di fondi
coerentemente e storicamente stratificati.

All'interno dei corpora delimitati nella fase preliminare, è parso


opportuno introdurre un certo numero di restrizioni:

1. 1manoscritti cartacei, in quanto rappresentano, nella maggior


parte dei casi, una produzione sistematicamente più corrente.
Non per nulla Albert Derolez ha limitato la sua campionatura
umanistica al volume in pergamena, che costituisce «le vrai livre
commercial».12

2. I manoscritti in lingua volgare, in quanto il veicolo peculiare della


cultura degli umanisti e dei religiosi, per i quali sono allestiti i libri
oggetto della nostra indagine, è la lingua latina. È già stato
stabilito, d'altra parte, che la dicotomia linguistica si accompagna
quasi sempre a nette differenziazioni nella fattura 13 libraria.

3. I manoscritti liturgici, in quanto dotati di funzionalità particolari che


esigono di frequente soluzioni specifiche.

4. I manoscritti in versi, per due ragioni: essi presentano, in molti


casi, un'impaginazione ad hoc e, d'altro lato, non si prestano ai
conteggi sulla divisione delle parole in fine riga.

5. I manoscritti provvisti di una glossa a cornice o comunque di una


mise en page speciale.

6. Sono stati eliminati i manoscritti che, all'osservazione, si sono


rivelati incompatibili con le esigenze di un'indagine sistematica
(volumi con meno di cinque fascicoli, privi di specchio di scrittura
o comunque molto irregolari).

1.2. Scheda descrittiva

Come è intrinseco alla ricerca «sperimentale», anche la


codicologia quantitativa è una disciplina in continua evoluzione, con
sempre maggiori aperture d'orizzonte e affinamenti metodologici che
producono protocolli d'osservazione via via più articolati. La scheda
relativa alla presente indagine è stata elaborata alcuni anni orsono;
essa non poteva, ovviamente, essere arricchita di osservazioni la cui
pertinenza è stata accertata solo ulteriormente e d'altro lato, non
essendo il frutto di un'iniziativa collettiva, doveva adeguarsi alla
disponibilità, necessariamente più limitata, di una sola persona. A
posteriori, appare comunque che le osservazioni previste nella
scheda sono sufficienti per un'analisi comparativa rivolta ad
evidenziare analogie e divergenze sugli aspetti fondamentali della
struttura e della presentazione dei codici.

La scheda si articola in cinque sezioni riguardanti:


a) Identificazione del manoscritto e dati generali. Segnatura,
datazione, origine, autore e titolo, nome del copista, presenza di
una o più mani, storia del manoscritto: provenienza, committente,
destinatario, primo possessore, officina.

b) Caratteristiche materiali e strutturali. Legatura, supporto, numero


di carte, struttura dei fascicoli e lato iniziale (carne/pelo), sistemi
di ordinamento, «difetti» della pergamena (fori, cuciture, lisières
14)

c) Preparazione della pagina. Foratura (per lo specchio, per le linee


rettrici, foro/i supplementare/i); rigatura (schemi, tecniche,
strumenti); mise en page (disposizione del testo, dimensioni del
foglio e dello specchio, numero di righe, disposizione della
scrittura sopra / sotto il rigo).

d) Dati grafici e perigrafici. Altezza dei nuclei delle lettere; numero


medio delle parole e dei segni grafici; numero di abbreviazioni;
numero di parole tagliate in fine riga e presenza eventuale di
«trattini di a capo»; numero di «riempitivi» in fine 15 riga.

e) Decorazione. Tipologia e posizione nel volume, presenza di oro,


dimensioni delle iniziali.

I dati raccolti sono stati registrati in un database appositamente


predisposto. Sono risultati 106 parametri relativi a dati generali,
qualitativi, dimensionali, numerici. Per le modalità di osservazione,
alcuni ragguagli sono forniti in appendice.`

1.3. Composizione del corpus

Il corpus complessivo della nostra indagine comprende 227


manoscritti," in parte datati e localizzati, come appare dalla tabella 1:

TABELLAI

Datazione e localizzazione dei codici


Come la tabella 1 visualizza, 203 manoscritti, pari all'89,4%
dell'intero corpus, presentano un'attestazione d'origine esplicita o
deducibile da elementi espressi (corrispondente all'84% per i
«monastici» e al 93,2% per gli umanistici), mentre 150 manoscritti,
pari al 66%, recano una datazione parimenti attestata o dedotta
(36,2% per i «monastici», 87,2% per gli umanistici).

La rappresentazione dei diversi sottogruppi è raffigurata nella


tabella 2, alla pagina seguente.

2. Il codice «monastico» e il codice umanistico

Come è noto, i due tipi di codici si differenziano in quasi tutti gli


aspetti, e spesso si oppongono. Naturalmente, molte di queste
differenze saltano agli occhi e corrispondono all'esperienza intuitiva
dello studioso, ma non è comunque inutile quantificarle; altre, inve
ce, riguardano aspetti finora poco osservati nei codici e meritano di
essere evidenziate. Va sottolineato che per quasi tutte le
osservazioni sarà giocoforza suddividere i due gruppi in funzione
dell'impaginazione la quale, come è già stato dimostrato altrove,` è
legata a un certo numero di parametri ed influisce «a cascata» su
altri. Tale differenziazione è tanto più necessaria in quanto la
ripartizione delle due impaginazioni è assai diversa nei due gruppi
(68,1% a due colonne nei «monastici» contro 10,5% negli
«umanistici»).

TABELLA 2

Ripartizione per gruppi

Gli unici aspetti che accomunano i manoscritti «monastici» e


umanistici sono quelli che si riferiscono alla strutturazione
fondamentale del codice o della pagina: rispetto della regola di
Gregory e della faccia iniziale sul lato carne e, per la pagina,
l'articolazione reciproca dei margini (anche se esistono, su questo
punto, differenze non trascurabili). A ciò va aggiunta la prevalenza
del sistema di segnature a registro di tipo al, a2...19

Già comunque al livello di base appaiono notevoli divergenze.


Innanzitutto per quanto riguarda la fascicolazione:

TABELLA 3

Fascicolazione
In entrambi i gruppi, il quinione è maggioritario ma, ovviamente,
la preponderanza è assai più grande nel gruppo umanistico. Ciò
sembrerebbe confermare che la presenza e la diffusione del
quinione sono un fenomeno non solo caratteristico dell'area italiana,
ma anche una peculiarità del manoscritto umanistico. In realtà, la
situazione è più complessa, in quanto la grande maggioranza dei
codici giuridici di area bolognese sono composti, già nel XIV secolo,
di quinioni.20 La predilezione degli umanisti per il quinione non va
annoverata fra le scelte imposte dall'imitazione del manoscritto
carolino ove, come è noto, veniva impiegato quasi esclusivamente il
quaternione. Ci si chiederà, invece, se la spiegazione non risiede,
almeno in parte, nell'unità di confezionamento del materiale
scrittorio: sappiamo, infatti, che in Italia la carta veniva confezionata
e venduta in risme di 500 fogli, divise in mani di 25 fogli, divise a loro
volta in quinterni.21 E possibile - ma si tratta semplicemente di
un'ipotesi - che le abitudini di chi preparava i codici giuridici abbiano
influito sui modi di confezionamento del materiale, i quali, a loro
volta, avrebbero poi influenzato le abitudini di chi fabbricava codici
umanistici, tanto più se esisteva un commercio di fascicoli
prefabbricati dai cartolai.22

La presenza non trascurabile di quaternioni e senioni nel gruppo


«monastico» - che come vedremo comporta ampie modulazioni - va
collegata alle abitudini tradizionali dell'Italia del Nord; non a caso,
come ha già rilevato il Derolez, la presenza del quaternione nel
codice umanistico è più importante nei volumi originari di quell'area.`

I due gruppi differiscono profondamente anche nelle dimensioni


stesse dei volumi:
TABELLA 4

Semiperimetro medio (mm)

La taglia del codice «monastico» rappresenta circa l'80% di


quella del codice umanistico, e lo scarto è ancora più elevato se si
dividono i codici secondo l'impaginazione (72% per la piena pagina e
68% per le due colonne).24 Se si considera che la taglia del nostro
formato A4 è di circa 500 mm, il valore medio osservato per i codici
«monastici» (408 mm) appare veramente basso, soprattutto se
paragonato con le medie osservate per lo stesso periodo al di là
delle Alpi (488 mm) .25 È evidente che il codice di origine monastica
del tardo medioevo non ha molto in comune, da questo punto di
vista, con i volumi dei secoli XI e XII in quanto, nella maggior parte
dei casi, non svolge più la medesima funzione di «libro da banco»
destinato spesso alla lettura collettiva.26

Il corpus umanistico stupisce invece per le caratteristiche


opposte: la media generale è di 525 mm e raggiunge i 630 mm per i
manoscritti a due colonne. Anche per i codici a piena pagina la
media è elevata (511 mm contro 367 mm per i «monastici»). Le
dimensioni medie dei volumi umanistici a due colonne raggiungono
quasi quelle, abbastanza standardizzate, dei libri giuridici (circa 660
mm). 27

Le stesse considerazioni valgono per il numero di carte:

TABELLA5

Numero di carte
Lo scarto globale è di circa il 22% di carte in più per il codice
umanistico. Esso è tuttavia assai più ampio se viene presa in
considerazione la disposizione del testo (60% per la piena pagina,
48% per le due colonne).ZS

Le due caratteristiche esaminate finora fanno sì che il codice


umanistico si presenta come un volume imponente, addirittura
«pesante» nel senso proprio del termine, proprio mentre alla base
della sua concezione sta al contrario un desiderio di «leggerezza»,
ma questa volta in senso figurato; e non è escluso, comunque, che
la pesantezza del volume sia legata negativamente proprio alla
leggerezza della pagina. Il divario tra i due gruppi rimane un fatto
innegabile, anche se, come vedremo più oltre, le caratteristiche della
campionatura del gruppo umanistico implicano una
sovrarappresentazione dei manoscritti grandi.

Per ciò che riguarda i sistemi di ordinamento del fascicolo e dei


fogli, va notato che il codice umanistico, malgrado la velleità
proclamata di «ritorno all'antico», non rinuncia ipso facto a certi
progressi funzionali acquisiti in epoca più tarda. E questo il caso,
come già si è detto, delle segnature «a registro», abbondantemente
presenti in ambedue i gruppi (66% dei «monastici» e 61% degli
umanistici). All'interno del sistema a registro, il tipo «Derolez 1» (al,
a2, a3 ...) è di gran lunga il più rappresentato. Quanto alla
ripartizione e alla diffusione dei vari tipi, si rimanda - così come per i
richiami - all'ampia esposizione del Derolez, i cui dati, ricavati da un
campione di 1200 volumi, sono ovviamente assai più rappresentativi
dei nostri. Va comunque sottolineato, a questo proposito, che le
tendenze generali sono pressappoco le stesse nei due corpora (v.
tabella 6).
La percentuale di assenza delle segnature - relativamente
elevata nei due gruppi - non è di per sé significativa: è nota, infatti, la
«discrezione» con la quale l'ordinamento dei fogli veniva segnalato
sui margini dei manoscritti, come se il dato fosse praticamente
destinato alla rifilatura.` Diverso è invece il discorso per i richiami - la
cui assenza non può essere che il risultato di una scelta, e
probabilmente di un arcaismo deliberato - e diversa risulta anche la
loro ripartizione tipologica nei due gruppi, dato lo scarso successo
dei richiami verticali nel gruppo «monastico» (v. tabella 7).

TABELLA 6

Tipologia delle segnature

TABELLA 7

Tipologia dei richiami


Va notato, infine, che, non esiste una correlazione fra la
presenza delle segnature ed il numero di carte che compongono un
volume (l'ipotesi in tal senso potrebbe essere giustificata dal fatto
che il pericolo di disordine appare a priori tanto più grave quanto più
sono numerosi i fascicoli da rilegare). Il risultato negativo potrebbe
tuttavia essere spiegato dall'eventualità che buona parte delle
segnature siano state di fatto rifilate, in quanto la correlazione
appare chiaramente, invece, per i richiami (v. tabella 8).

TABELLA 8

Media del numero di carte in funzione dei richiami e delle segnature

La correlazione esiste sia nell'uno che nell'altro insieme di codici,


ma si rivela più forte nel gruppo dei monastici (lo scarto è del 36%
nel primo caso, e del 18% nel secondo) :

TABELLA 8A
Media del numero di carte nei codici monastici

TABELLA 8B

Media del numero di carte nei codici umanistici

L'analisi degli schemi di rigatura mette in luce tendenze assai


diverse nei due gruppi:

TABELLA 9

Frequenza degli schemi di rigatura


A ben guardare, tuttavia, le divergenze risalgono a due
orientamenti opposti: mentre il gruppo «monastico» predilige a
stragrande maggioranza - perlomeno nel corpus oggetto
dell'indagine - gli schemi «spartani», il manoscritto umanistico non
rifugge dalla «giustificazione doppia», nella quale le righe verticali
dello specchio si presentano raddoppiate (v. tabella 10, alla pagina
seguente).
TABELLA 10

Raddoppiamento delle linee verticali dello specchio

Albert Derolez ha già segnalato l'analogia fra il comportamento


dei volumi umanistici e le abitudini in uso all'epoca carolingia.33 Il
fenomeno conferma comunque il fatto che il «ritorno all'antico»
investe essenzialmente la soprastruttura del codice, e cioè i suoi
aspetti più visibili e meno legati alla funzionalità.

Leltecniche di rigatura dei fascicoli presentano divergenze


notevoli:

TABELLA11

Tipologia delle tecniche di rigatura

Se si considerano tutti i tipi di accoppiamento rilevati per la


rigatura dello specchio e delle rettrici, si osserva che
l'accoppiamento «inchiostro-inchiostro» è assai più attestato nel
gruppo umanistico (23% contro 6%), mentre la situazione si inverte
per «inchiostro-piombo» e «piombo-piombo» (rispettivamente 57% e
32% contro 33% e 4%). Alquanto ovvio appare, naturalmente, il fatto
che l'accoppiamento «secco-secco» è esclusivo del gruppo
umanistico, in quanto il fenomeno è dovuto, come è noto, alle scelte
«anticheggianti» che caratterizzano questo tipo di codice. Tali
discrepanze corrispondono a precise distribuzioni cronologiche e
regio nali, e sono anche legate all'impiego di appositi strumenti.
L'indagine su questo aspetto - che abbraccia anche la tipologia della
foratura - è stata approfondita in altra sede.34

La ripartizione dell'impaginazione a piena pagina e a due


colonne nei due gruppi è, per il gruppo «monastico», del 31,9% a
piena pagina e del 68,1% a due colonne. Tale percentuale rispecchia
fedelmente le abitudini specifiche dell'area gotica, e corrisponde a
quella osservata a suo tempo nei manoscritti in pergamena di origine
francese.35 Per ciò che riguarda il gruppo umanistico, invece, la
percentuale di codici a due colonne è maggiore di quella calcolata
dal Derolez (10,5% contro 4%).36 Questo secondo valore è
senz'altro più fedele alla realtà: come già si è accennato, la
campionatura adottata contiene un numero più elevato di questo tipo
di manoscritti.

I valori della proporzione del foglio fanno apparire la predilezione


del gotico per i fogli «larghi» - già riscontrata nei codici francesi -37
mentre i codici umanistici si allineano su valori mediamente
«stretti»:38

TABELLA 12

Proporzione del foglio


La propensione per i fogli «larghi» non dipende
dall'impaginazione, in quanto si manifesta già nei codici a piena
pagina; tuttavia, i volumi a due colonne risultano ancora più «larghi».
La differenza fra le due impaginazioni esiste anche nel gruppo
umanistico, nel quale, però, anche i volumi a due colonne rimangono
relativamente «stretti». Siamo quindi di fronte a due concezioni
diverse della forma esteriore del libro, una più «snella»,39 l'altra più
«massiccia»; le due concezioni rimangono predominanti anche
all'interno del fenomeno di allargamento imposto da un tipo di
impaginazione che si espande lateralmente. Va notato, tuttavia, che
la differenza di trattamento fra i due gruppi potrebbe essere in parte
associata al comportamento «naturale» della pelle: i manoscritti
umanistici infatti - che abbiamo visto prevalentemente più grandi -
sono in maggioranza degli in-folio, e perciò spontaneamente
«stretti», mentre i codici «monastici», di dimensioni alquanto minori,
sono probabilmente degli in-quarto.40 In altri termini, l'applicazione
di principi differenti non va a scapito, nella maggior parte dei casi,
dei principi di ergonomia o di economia.

La proporzione dello specchio di rigatura (comprensivo


dell'intercolunnio nell'impaginazione a due colonne) è
necessariamente correlata a quella del foglio:

TABELLA 13

Proporzione dello specchio di rigatura

Nel codice occidentale è quasi sempre inferiore alla proporzione


del foglio, in quanto, se fosse superiore, i margini laterali
risulterebbero «schiacciati» rispetto al margine di testa e di piede,
con evidenti inconvenienti di ordine estetico e funzionale. I dati della
tabella fanno apparire, non solo, come è ovvio, che la proporzione
dello specchio è più stretta nel gruppo umanistico, ma anche che, in
quest'ultimo, il divario fra le due proporzioni è maggiore (0,084
contro 0,048 a piena pagina; 0,055 contro 0,031 a due colonne, con
uno scarto che si mantiene proporzionalmente costante nelle due
impaginazioni 41): il carattere di snellezza conferito dalla
proporzione del foglio stretta viene quindi accentuato, nel codice
umanistico, dall'adozione di una proporzione dello specchio ancora
più stretta. Un'ulteriore accentuazione proviene dal fatto che
l'intercolunnio è proporzionalmente - anche se di poco - più
sviluppato nel gruppo umanistico, rendendo in tal modo visivamente
più strette le colonne.42

La tabella 14 (alla pagina seguente), che fornisce la media del


rapporto fra ciascuno dei quattro margini e l'altezza del foglio,
mostra che tutti i margini - quale che sia il tipo di impaginazione -
sono proporzionalmente più sviluppati nel gruppo umanistico.

TABELLA 14

Rapporto fra i margini e l'altezza del foglio

Tale considerazione è valida non solo per i margini, ma anche


per l'intercolunnio, che rappresenta il 6,6% della larghezza del foglio
nei codici «monastici» e il 7,1% negli umanistici. Torneremo su
questo punto a proposito del parametro «nero» che definisce, come
è noto, il riempimento della pagina. La sostanziale similarità fra i due
gruppi che si riscontra non nell'ampiezza complessiva, ma nei
rapporti relativi fra i quattro margini mostra, come già si è detto, che
il manoscritto umanistico non si distacca dalle abitudini che
caratterizzano, da questo punto di vista, il mondo medievale latino
(v. tabella 15 alla pagina seguente).

I due margini che potremmo definire «interni alla pelle» 43 - cioè


il margine interno e il margine superiore - tendono verso
l'uguaglianza, mentre il margine esterno - comunque più grande dei
due precedenti - risulta a sua volta più piccolo di quello inferiore."
Ciò detto, similarità non significa identità: si noterà, infatti, che
l'uguaglianza fra il margine interno e quello superiore non è
esattamente rispettata nel codice umanistico, in quanto il margine
interno tende ad essere leggermente più stretto; inoltre, il rapporto
fra il margine esterno ed il margine inferiore, nello stesso gruppo,
tende ad accentrarsi sul valore 4/5 piuttosto che 3/4.

TABELLA15

Rapporto fra i quattro margini


Anche la maniera di «costruire» una pagina a due colonne non
differisce molto nei due gruppi. In entrambi i casi, il calcolo del
rapporto fra la larghezza dello specchio e quella del foglio mostra
che l'inserzione di un intercolunnio è accompagnata soprattutto da
un'espansione della larghezza dello specchio a scapito dei due
margini laterali:45

TABELLA 16

Rapporto fra la larghezza dello specchio e quella del foglio

Il sacrificio dei margini laterali è proporzionale alla loro larghezza


- e ciò sia nei codici monastici sia in quelli umanistici - cosicché il
loro rapporto risulta invariato nelle due impaginazioni (cfr. tabella
15). Va notato, tuttavia, che i margini laterali non sono i soli ad
essere sacrificati, in quanto, se si calcola il rapporto fra l'altezza
dello specchio e quella del foglio, appare che anch'esso è più
grande nei codici a due colonne. L'impaginazione a due colonne è
quindi accompagnata anche da un'espansione dell'altezza dello
specchio:

TABELLA 17

Rapporto fra l'altezza dello specchio e quella del foglio

Questa volta, però, il sacrificio avviene soprattutto a scapito di


uno dei due margini, e cioè di quello inferiore, la cui maggiore
ampiezza consentiva interventi più cospicui (cfr. tabella 15).46
L'espansione verticale dello specchio può rispondere a due diversi
criteri: sul piano estetico, essa preserva la «snellezza» della
proporzione, che la necessaria espansione della larghezza verrebbe
a rendere troppo «tozza»; sul piano dello sfruttamento della pagina,
essa permette inoltre di aggiungere un certo numero di righe,
ricuperando così una parte dello spazio perduto a causa
dell'inserzione dell'intercolunnio. Le due ipotesi non sono
incompatibili fra loro, ma l'analisi dello sfruttamento dello spazio
dimostra comunque che gli artigiani del codice umanistico non
avevano dimenticato i vantaggi specifici dell'impaginazione a due
colonne per ciò che riguarda lo sfruttamento della pagina -
«scoperti» dagli artigiani del basso medioevo 47 - e non imitano, su
questo punto, la «mise en page» dei codici carolini.

La concezione della pagina scritta costituisce l'aspetto sul quale i


due gruppi non solo differiscono, ma si oppongono radicalmente.
Come già si è riscontrato nella ripartizione geometrica dello spazio,
l'opposizione si manifesta sulle scelte di fondo, mentre all'interno di
ciascuna scelta le pratiche artigianali possono anche coincidere.
Alla «snellezza» delle forme, cioè dei rettangoli delimitati dal
foglio e dallo specchio, corrisponde, nel codice umanistico,
un'impressione di «aerazione» della pagina che contrasta, invece,
con la compattezza caratteristica della pagina «gotica». Tre
parametri sono sufficienti per quantificare esattamente ciò che
l'occhio percepisce intuitivamente: il riempimento della pagina, cioè
la quantità di spazio occupata dallo specchio di scrittura («nero»); lo
spazio fra due linee rettrici («unità di rigatura»); la distanza verticale
fra i nuclei della scrittura. Tale distanza può essere misurata
dall'altezza relativa dei nuclei (rappresentati, nel nostro caso, dalla
lettera o) rispetto all'unità di rigatura, che le è correlata.48 Un quarto
parametro - che non è stato misurato nel quadro della presente
indagine - avrebbe potuto rendere conto di un'altra particolarità: lo
spessore dei tratti che, nella scrittura gotica, appare di norma assai
più vistoso.49

Su tutti e tre i parametri fondamentali, le differenze fra i due


gruppi sono estremamente marcate, nel senso che nei codici
umanistici l'unità di rigatura è più grande, il riempimento della pagina
è minore, ma minore è anche l'ingombro verticale della scrittura:

TABELLA 18

Riempimento e sfruttamento della pagina

È perciò presumibile a priori che il «bilancio di sfruttamento»


della pagina sia sfavorevole al codice umanistico. Di quanto ? Il
calcolo può essere effettuato, in via approssimativa, a partire da un
esempio fittizio.
Supponiamo che in una porzione di pagina di un manoscritto
«monastico» siano contenute venti righe di scrittura, e che ciascuna
riga contenga in media cinquanta segni grafici. Tale superficie
contiene perciò 1000 caratteri di scrittura gotica. In un codice
umanistico, la stessa porzione di pagina conterrà meno di venti
righe, in quanto l'unità di rigatura è mediamente più ampia.
Applicando al nostro esempio la differenza osservata nei due gruppi
- circa il 25% - il numero di righe si riduce a 15, cioè a 750 caratteri.
Va notato, tuttavia, che se nel codice «monastico» i nuclei della
scrittura sono relativamente più sviluppati, anche la scrittura risulterà
più larga e occuperà, di conseguenza, uno spazio maggiore. Tale
parti colarità comporta evidentemente un vantaggio, in termini di
sfruttamento, per il codice umanistico. Se si calcola il rapporto fra la
larghezza media dei caratteri 50 e l'unità di rigatura, si osserva che,
a unità di rigatura uguale, la larghezza di un carattere umanistico
costituisce l'88% di quella di un carattere «monastico».11 Di
conseguenza, se una riga contiene 50 caratteri «monastici», essa
conterrà 57 caratteri «umanistici», e la nostra porzione di pagina
comprenderà 855 caratteri.

Come si vede, sul piano strettamente grafico, l'adozione della


scrittura umanistica non può essere assimilata a un «disastro»
economico. La tabella 19, nella quale sono rappresentati per i due
gruppi, in funzione dell'unità di rigatura, i valori dell'ingombro
verticale assoluto e relativo della scrittura (rispettivamente altezza
della o, altezza della o / UR) e dell'ingombro orizzontale (larghezza
media dei caratteri'), rende conto del comportamento dimensionale
delle due scritture e dell'articolazione dialettica tra l'aerazione e il
rendimento della pagina:

TABELLA 19

Ingombro della scrittura in funzione dell'unità di rigatura


Come si vede, nei codici «monastici» l'ingombro verticale relativo
della scrittura (colonne di sinistra della tabella) - che risulta
comunque assai più cospicuo che nei codici umanistici (o/UR =
0,488 contro 0,350) - rimane pressappoco costante col variare
dell'unità di rigatura; nei codici umanistici, invece, tale parametro ap
pare inversamente correlato a quest'ultima.` In altri termini, mentre
l'altezza dei nuclei (cioè della lettera o; colonne centrali) aumenta nel
primo gruppo con la dilatazione verticale della riga, nel secondo
gruppo essa rimane praticamente costante. Questo artificio - non
utilizzato nei pochi volumi a due colonne, la cui unità di rigatura si
mantiene costante su valori più bassi - consente di aerare la pagina,
presentando allo sguardo delle linee più spaziate fra loro, senza
peraltro aumentare l'ingombro orizzontale della scrittura. Le colonne
di destra della tabella fanno apparire, tuttavia, che una parte del
vantaggio derivante dal minor sviluppo verticale dei nuclei viene
sprecata sul piano orizzontale in quanto, per i medesimi valori
dell'altezza dei nuclei, la scrittura umanistica è generalmente più
sviluppata in larghezza di quanto non lo sia la scrittura gotica.`

I due sistemi grafici sembrano quindi obbedire a due strategie


opposte: la scrittura umanistica tende a favorire l'aerazione verticale
della pagina inscrivendosi in un'unità di rigatura più ampia; tuttavia,
mantenendo invariata l'altezza dei nuclei man mano che aumenta
l'unità di rigatura, essa manifesta comunque la preoccupazione di
non sprecare troppo spazio orizzontalmente. La scrittura gotica
tende invece a occupare massicciamente lo spazio nel senso
verticale, ma - più sensibile alle esigenze di economia - si sforza di
ricuperarlo ricorrendo a unità di rigatura piccole e attenendosi, al
tempo stesso, a modelli grafici più «stretti», atti a ridurre l'ingombro
orizzontale. Concezioni estetiche opposte condizionano quindi
differentemente il «funzionamento» delle due scritture e, di
conseguenza, il comportamento dei copisti.

Il bilancio «economico» si rivela ancor più sfavorevole alla


scrittura umanistica se si prendono in considerazione altri fattori.
Non va dimenticato, infatti, che nel manoscritto umanistico le righe
sono più corte, in quanto i margini laterali sono relativamente più
sviluppati. I dati in nostro possesso mostrano che, nel gruppo
«monastico», la somma dei due margini laterali costituisce il 24,8%
dell'altezza del foglio, mentre rappresenta il 30,9% nel gruppo
umanistico. Se si tiene conto della diminuzione della larghezza, la
capienza della riga «umanistica» si riduce a 46 caratteri che,
moltiplicati per 15 righe, fanno 690 caratteri. Il differenziale supera
così 11 30%.

Ancora una volta, il risultato ottenuto non è definitivo, in quanto la


differenza osservata riguarda solo la «densità reale» del testo,` che
non tiene conto della quantità di abbreviazioni in ciascuno dei due
gruppi. Su questo parametro, la differenza fra i codici «monastici» e i
codici umanistici si rivela estremamente elevata.` Applicando ai 1000
caratteri della porzione di pagina «monastica» la percentuale di
abbreviazioni riscontrata nel corpus, la capienza reale della pagina
sale ad almeno 1217 caratteri; almeno, dato che, verosimilmente, il
risparmio ottenuto utilizzando il sistema abbreviativo è certamente
superiore ad un carattere per segno. L'applicazione del medesimo
procedimento ai 690 caratteri della porzione di pagina «umanistica»
introduce invece un risparmio decisamente minore: 17 caratteri, che
aggiunti al totale precedente portano la capienza a 707 caratteri. Se
ne deduce che, su una stessa porzione di pagina, il codice
umanistico contiene circa il 58% di caratteri rispetto al codice
«monastico», e se si considera il fatto che, a causa dell'uso di
contrazioni e di troncamenti - assai poco praticato nel codice
umanistico - la quantità di caratteri sottintesa da un segno
abbreviativo è certamente assai maggiore nei volumi «monastici», è
assai probabile che il rapporto fra i due «rendimenti» della pagina -
prendendo come termine di paragone il «testo virtuale» - si aggiri
intorno al 50%.

La validità della nostra simulazione può essere verificata


misurando un parametro quale la «quantità media di pergamena
utilizzata per la trascrizione di un segno grafico» (mmzperg); questo
parametro tiene conto, implicitamente, di tutti i fattori di riempimento
e di sfruttamento della pagina, eccezion fatta delle abbreviazioni.` Se
la nostra simulazione è esatta, il rapporto fra i valori osservati nei
due gruppi dovrebbe essere pressappoco del 69%, dal momento
che si tratta, in questo caso, di segni grafici «reali» e non «virtuali». Il
rapporto effettivamente calcolato sui due gruppi è invece assai
minore, e cioè del 54%.5'

La spiegazione del fenomeno risiede nella legge del «rendimento


decrescente» della pagina scritta: più una pagina è grande, meno
essa può essere sfruttata. Perché lo sfruttamento fosse costante,
bisognerebbe che l'unità di rigatura rimanesse invariata con
l'aumentare delle dimensioni. Ciò non può avvenire, in applicazione
del «principio di proporzionalità» cui deve necessariamente ade
guarsi la presentazione del manoscritto. In realtà, l'utilizzazione della
pagina obbedisce ad un compromesso: l'unità di rigatura aumenta
se aumentano le dimensioni, ma in proporzione inferiore (nel caso
contrario, una pagina grande non potrebbe contenere più caratteri di
una pagina piccola!). 58

Se lo sfruttamento della superficie scritta viene rappresentato dal


numero di caratteri per dmz (car~, il valore del parametro deve per
forza decrescere coll'aumento delle dimensioni, ed è precisamente
ciò che si osserva nella tabella 20 per ciascuno dei due gruppi.
Tuttavia, se il confronto fra i due gruppi viene effettuato in funzione
delle classi dimensionali, il rapporto fra i due «rendimenti» della
pagina», espressi in car~ si avvicina a quelli calcolati teoricamente.`

TABELLA 20

Numero di segni grafici per dmz

Si noterà che la perdita di rendimento fra la taglia media e la


taglia superiore è assai più ampia per i codici umanistici (da 762 a
700) che per quelli monastici (da 1127 a 1114). La discrepanza è in
parte dovuta al fatto che la tabella 20 non tiene conto
dell'impaginazione: nei codici monastici, infatti, l'impaginazione dei
volumi grandi è sempre a due colonne - e perciò assai più economa
di spazio - mentre ciò non avviene nei volumi umanistici.

Se il differenziale globale di sfruttamento si rivela ancora più


sfavorevole al codice umanistico di quanto non lo sia per ciascuna
delle categorie della taglia, ciò è dovuto al fatto che i volumi
umanistici sono mediamente assai più grandi.` È probabile, perciò,
che l'ampliamento delle dimensioni nel codice umanistico servisse,
almeno in parte, a compensare il minor «rendimento» della pagina:
infatti, se si calcola globalmente e in valore assoluto, non il rendi
mento relativo, ma semplicemente la capienza della pagina,
astrazion fatta delle dimensioni, il bilancio è assai meno sfavorevole
al codice umanistico, la cui pagina media riesce a contenere l'82%
dei caratteri rispetto ad una pagina «monastica». Lo scarto è
pressappoco il medesimo se si considera il numero medio di carte
per volume.
Va notato, quindi, che l'adozione di taglie spesso molto grandi
per i codici umanistici non è soltanto una questione di funzionalità o
di scelte estetiche, ma anche di necessità, e ciò soprattutto quando
si tratta di trascrivere testi copiosi che non si desidera frazionare in
più volumi. L'aumento della taglia non è tuttavia sufficiente per
ricuperare le perdite di rendimento e, per questa ragione, un codice
umanistico dovrà anche, a parità di condizioni, contenere più carte di
un codice «monastico». A questo riguardo, la ripartizione del numero
di carte in funzione della taglia appare eloquente:

TABELLA 21

Numero medio di carte in funzione della taglia

A differenza di quanto accade per il gruppo «monastico»,


l'aumento della taglia - soprattutto per i volumi più grandi - implica
nei codici umanistici un incremento considerevole del numero di
carte. In altri termini, la snellezza e la leggerezza si pagano, e ciò
non solo economicamente - l'allestimento di un codice umanistico
consuma più del doppio di pergamena 61 - ma anche esteticamente:
l'eleganza delle superfici ha come corrispettivo un appesantimento
dei volumi, e non è improbabile che la predilezione per una
proporzione del foglio «snella» costituisse anche un espediente per
alleggerire l'impatto visivo del volume.

Per quanto, come è noto, le scelte operate dagli artigiani del


codice umanistico ricalchino in altri campi il comportamento dei loro
predecessori dell'alto medioevo, in questo nuovo contesto la tenden
za allo «spreco» va interpretata in modo assai diverso. Si tratta, in
questo caso, di opzioni deliberate, e non, come nelle epoche
precedenti, di un'assenza di soluzioni tecniche adeguate ad
eventuali esigenze di economia. Certo, l'unità di rigatura è assai più
ampia che nei volumi monastici, ma permane comunque inferiore a
quella dei manoscritti dei secoli XI e XII.6Z Così, all'interno di
un'opzione di base relativa all'entità dello sfruttamento assai meno
spinta che nel manoscritto tradizionale del tardo medioevo, gli
artigiani del codice umanistico applicano in realtà i medesimi principi.

A riprova di quanto affermato, giova sottolineare che nel gruppo


umanistico la gestione dell'impaginazione a due colonne - per
quanto centrata su livelli di sfruttamento meno intensi - presenta le
stesse caratteristiche che nel gruppo di codici «monastici»: ricupero
dello spazio perduto a causa dell'inserzione dell'intercolunnio,
adozione di unità di rigatura più piccole.

La tabella 22 - che riproduce il «coefficiente di riempimento»


della pagina, e cioè il rapporto fra la superficie dello specchio e
quella del foglio («nero») - mostra che in entrambi i gruppi
l'introduzione dell'intercolunnio non implica necessariamente una
perdita di spazio utile:

TABELLA 22

Rapporto fra la superficie dello specchio e quella del foglio

Sul piano dello sfruttamento della pagina, si nota inoltre che


l'unità di rigatura, a taglia uguale, è sempre minore per le due
colonne e che, per le taglie più elevate, il suo valore per le due
colonne corrisponde pressappoco a quello delle taglie piccole a
piena pagina (valori in neretto nella tabella 23).
Questi risultati lasciano intuire che, a taglia eguale - e per tutte le
classi della taglia - in entrambi i sistemi grafici una «doppia riga
logica»63 a due colonne contiene più caratteri di una «riga fisica» a
piena pagina (v. tabella 24).

TABELLA 23

Unità di rigatura in funzione della taglia

TABELLA 24

Numero di caratteri per riga in funzione della taglia e


dell'impaginazione

La tabella 25 conferma che il rendimento della pagina, espresso


in car~ è superiore, a taglia uguale, per l'impaginazione a due
colonne, anche nel gruppo umanistico:

TABELLA 25

Numero di segni grafici per dm2 in funzione della taglia


Anche in questo caso si osserva che il rendimento della pagina
per le grandi taglie a due colonne corrisponde più o meno nei due
gruppi - anche se, ovviamente, su livelli diversi - a quello delle
piccole taglie a piena pagina. Tuttavia, nella tipologia «monastica»,
la corrispondenza è migliore;" la spiegazione risiede nel fatto che i
volumi a due colonne in umanistica, se mantengono inalterata l'unità
di rigatura, perdono invece terreno sulla scrittura, i cui nuclei sono
proporzionalmente più grandi - perlomeno nell'esiguo campione
rappresentato nel nostro corpus - di quanto non lo sia nei manoscritti
a piena pagina (o/UR= 0,395 contro 0,345).6'

Tutte queste considerazioni sono confermate da un parametro


quale mmzpergcar (superficie di pergamena necessaria, in media,
per la trascrizione di un segno grafico), che sintetizza in un unico
indicatore i dati relativi al riempimento della pagina e allo
sfruttamento della superficie destinata alla scrittura:

TABELLA 26

mm2 di pergamena per segno grafico


In termini globali, il rendimento della «pagina umanistica» per ciò
che riguarda il consumo del materiale scrittorio costituisce, nel
corpus analizzato, poco più della metà di quello della pagina
«monastica» (media «monastici» = 10,62 mmz; media umanistici =
19,82 mmz). Il dislivello è in realtà maggiore, in quanto il consumo di
pergamena è calcolato in base ai segni grafici scritti, e non ai segni
«virtuali» contenuti nel testo ed eliminati tramite l'uso di
abbreviazioni. È difficile, inoltre, determinare in che misura i risultati
ottenuti sul corpus possano essere estrapolati alla totalità delle due
popolazioni: da un lato, va tenuto conto del fatto che la percentuale
dei codici umanistici a due colonne, per quanto esigua, è
sovrastimata nel corpus, il che implica una sopravvalutazione del
rendi mento della pagina; dall'altro, in senso contrario, non va
dimenticato che il corpus contiene un numero cospicuo di volumi
allestiti per i Medici, nei quali il rendimento della pagina era, come si
vedrà più oltre, assai basso.

Manoscritti «monastici» e manoscritti umanistici si oppongono


anche su un particolare «minore», e cioè il trattamento della prima
linea di scrittura, che può essere situata sopra («above») o sotto
(«below») la prima rettrice:

TABELLA 27

Scrittura sopra o sotto la prima rettrice

Se non stupisce la predominanza assoluta del «below» presso il


gruppo dei «monastici» (90% circa di «below»), altrettanto non può
dirsi per il gruppo umanistico, per il quale i risultati ottenuti
confermano i dati enunciati e discussi a suo tempo dal Derolez (circa
43% di «above»):66 è noto, infatti, che la pratica del «below» è
un'innovazione di epoca tarda e comunque posteriore alla
transizione grafica dalla carolina alla textualis.67 Ancora una volta,
gli umanisti mostrano di non ricalcare pedissequamente i modelli cui,
peraltro, essi proclamavano di ispirarsi nella fattura del libro. La
concezione di una pagina «aperta» verso i margini superiori
(scrittura «above») ed esterno (superamento non infrequente del
margine) non riesce a riprendere completamente il sopravvento
sull'innovazione «gotica», che fa della pagina scritta uno specchio
rigorosamente delimitato all'interno della giustificazione." A riprova di
quanto affermato, va sottolineato che la percentuale di «riempitivi» -
cioè dei grafemi non funzionali inseriti in fine riga allo scopo di
raggiungere la linea di giustificazione marginale - non è inferiore nel
gruppo umanistico (2,53%) rispetto a quella che si riscontra nel
gruppo «monastico» (1,10%).69

La scarsità di abbreviazioni nel codice umanistico è un fenomeno


conosciuto, anche se mancavano finora dati numerici al riguardo.

TABELLA 28

Frequenza delle abbreviazioni per segno grafico70

Come appare dalla tabella 28, il corpus esaminato evidenzia uno


scarto assai elevato fra i due gruppi: il gruppo «monastico» contiene
in media un'abbreviazione ogni 4,63 segni grafici, mentre il gruppo
umanistico ne contiene soltanto una ogni 40,36 segni grafici; il
rapporto è quindi, all'incirca, di nove a uno. Tali cifre mostrano che,
nel codice umanistico, non si esprime semplicemente una volontà di
«ridimensionare» un'utilizzazione troppo spinta del sistema
abbreviativo, ma un vero e proprio ostracismo, derivante da scelte
consapevoli; scelte che, ancora una volta, sembrano allontanarsi da
quelle dei modelli grafici carolini." Quanto alla maggior frequenza,
nel gruppo umanistico, delle abbreviazioni nei codici a due colonne,
si tratta di un «effetto di struttura» il cui significato reale verrà
esplicitato più oltre.

Nella misura in cui il suo uso è ridotto al minimo, la funzionalità


dell'abbreviazione nel codice umanistico non corrisponde tanto ad
un'esigenza di «comprimere» la quantità di testo per aumentare la
capienza della pagina scritta, quanto, piuttosto, alla finalità di
regolarizzare la lunghezza della linea di scrittura: la maggior parte
delle abbreviazioni è infatti concentrata sull'ultima parola e, se si
considera unicamente questo dato, si nota che il gruppo
«monastico» ne contiene soltanto il doppio rispetto al gruppo
umanistico (v. tabella 29).72

Per ciò che riguarda un altro fenomeno perigrafico connesso alla


leggibilità, quale il taglio delle parole alla fine della riga, entrambi i
gruppi manifestano una tendenza a limitarne la quantità. Come già è
stato verificato per altre epoche e altri ambienti, la regola è applicata
con maggior rigore sull'ultima riga, quando, cioè, lo sguardo del
lettore deve staccarsi da una pagina per portarsi sulla successiva (v.
tabella 30).73

TABELLA 29

Abbreviazioni sull'ultima parola della riga74

TABELLA 30
Frequenza dei tagli di parole

In entrambi i casi, la tendenza alla limitazione è più accentuata


nei codici «monastici», i quali sono i soli a differenziare, nel caso dei
tagli di parola a fine pagina, il passaggio dal recto al verso e dal
verso al recto, limitando maggiormente i tagli nel primo caso, più
sfavorevole al buon svolgimento del processo di lettura: si contano,
infatti, globalmente, 309 tagli di parola fra recto e verso contro 385
fra verso e recto, e il divario è statisticamente significativo.`

3. I codici «monastici» tra il XIV e il XV secolo

Il passaggio dal XIV al XV secolo non sembra riflettere, a prima


vista, mutazioni radicali - o comunque molto appariscenti - della
struttura e della presentazione del manoscritto di fattura «gotica». Le
impostazioni di base rimangono fondamentalmente le stesse, che si
tratti dell'assetto della «mise en page», con una netta prevalenza dei
codici a due colonne e con il mantenimento delle proporzioni
tradizionalmente adottate per i quattro margini; del riempimento e
dello sfruttamento della pagina stessa, entrambi ampiamente ispirati
a criteri di economia; o ancora della «gestione del testo», ove il
ricorso massiccio al sistema abbreviativo coesiste con l'evidente
preoccupazione di migliorare la leggibilità del messaggio (per
esempio, limitando la quantità di tagli in fine riga).

Malgrado ciò, all'interno dei principi e dei «savoir-faire»


tradizionali, si affermano nuove tendenze - di cui verrà reso conto
qui appresso - che impediscono di considerare la produzione dei due
secoli come un insieme omogeneo. Tuttavia, se è facile fornire una
rassegna completa delle variazioni, più difficile risulta invece la
ricerca delle loro cause: in effetti, è raro, nel manoscritto, che
l'affermarsi di nuove tendenze e l'abbandono progressivo delle
precedenti proceda chiaramente da imperativi ergonomici ed
economici; d'altro lato, i cambiamenti osservati non sono sempre
l'effetto di un'evoluzione strutturale, ma possono risalire, invece, a
mutamenti delle scelte tipologiche (tipo di pubblico, qualità di
esecuzione), che determinano, a loro volta, l'adozione di standard
differenti.

3.1. La pergamena

La qualità della pergamena costituisce un buon esempio di


evoluzione che si rivela al tempo stesso di un'evidenza indiscutibile
e di origine poco chiara. La tabella 31 riproduce la percentuale
media di fogli nei quali la pergamena presenta almeno un foro:76

TABELLA 31

Percentuale di fogli con fori della pergamena

Dal momento che la probabilità di contenere un foro aumenta,


perlomeno in teoria, con la superficie della pagina, e che, come si
vedrà più oltre, si assiste nei due secoli ad un rimpicciolimento della
taglia, la percentuale di «fogli forati» è stata ripartita in funzione delle
dimensioni. Si osserva, in questo modo, che la pergamena usata nel
XV secolo contiene sempre una quantità minore di fori,
indipendentemente dalla taglia."

Per spiegare il fenomeno, tre ipotesi sono in concorrenza: in


primo luogo, il fenomeno potrebbe essere dovuto ad un'elevazione
dei livelli di allestimento del codice «monastico»: nelle istituzioni
collettive, la produzione si sarebbe progressivamente concentrata su
tipologie testuali che esigevano livelli qualitativi più elevati. In
seconda analisi, si potrebbe pensare ad un miglioramento della
qualità generale della pergamena nell'Italia del nord, imputabile ad
un perfezionamento delle tecniche di lavorazione. Infine, non va
trascurata l'ipotesi di un miglioramento generale della situazione
economica della committenza che, mentre il livello qualitativo globale
della pergamena rimaneva costante, avrebbe consentito di eliminare
con maggior severità le pelli difettose al momento dell'uso.

L'analisi delle tipologie testuali predilette dai codici «monastici»


non evidenzia alcun mutamento degno di nota da un secolo all'altro,
e va ricordato, a questo proposito, che i codici liturgici - per
definizione più ricchi e più standardizzati - sono stati
preventivamente esclusi dal corpus. Va sottolineato, inoltre, che i
volumi umanistici coevi e originari della stessa regione presentano
analoghe percentuali di fogli con fori. Infine, va rilevato che un altro
difetto, non della pergamena ma dei fogli - la presenza delle
«lisières» della pelle - si comporta diversamente dai fori e si
mantiene pressappoco costante lungo l'arco dei due secoli:

TABELLA 32

Percentuale di fogli provvisti di «lisières»

Per quanto si tratti in entrambi i casi di difetti, fori e «lisières» non


sono fenomeni strettamente equivalenti: la presenza dei fori è
irrimediabile - anche se è possibile attenuarne gli effetti tramite
palliativi - e possono essere eliminati soltanto scartando i fogli che li
contengono, mentre le «lisières» possono essere soppresse con una
semplice rifilatura dei fogli; operazione che presuppone una certa
mole di lavoro (come del resto il risarcimento dei fori), ma un
sacrificio assai meno cospicuo di materiale. Se la diminuzione della
percentuale di fogli con fori fosse il risultato di un mutamento delle
scelte qualitative, il fenomeno avrebbe dovuto prodursi anche per le
«lisières». La prima ipotesi non pare, quindi, poter essere
corroborata dai fatti.

Il fenomeno è perciò, molto probabilmente, legato a fattori


infrastrutturali, come già è stato osservato per il deterioramento
generale della qualità della pergamena in area bizantina fra l'XI e il
XII secolo.` Va sottolineato, tuttavia, che un peggioramento della
qualità è sempre più facile da spiegare di quanto non lo sia un
miglioramento: in quest'ultimo caso, infatti, non è mai da scartare
l'ipotesi di innovazioni tecnologiche tendenti a migliorare la qualità
del manufatto; nella fattispecie, a produrre pelli meno difettose.

Nello stato attuale delle nostre conoscenze, non esistono indizi


concreti relativi ad un progresso delle tecniche di lavorazione
nell'ambito della pergamena. In assenza di fonti esplicite,
un'indagine su questo punto necessiterebbe di un protocollo di
descrizione minuzioso e approfondito della pergamena elaborato ad
hoc, che dovrebbe ovviamente contemplare l'inclusione di numerosi
parametri (specie animale, dimensioni originali della pelle, colore,
contrasto lato carne / lato pelo, rigidità, spessore, planarità ecc.) non
sempre accessibili all'osservazione non strumentale.

A favore della terza ipotesi - cioè l'eventualità di un


miglioramento generale delle condizioni economiche - milita il fatto
che i livelli di allestimento, misurati dalla percentuale di codici la cui
decorazione comporta l'uso dell'oro in foglia e dall'estensione media
dell'iniziale principale del volume,` accusano un balzo in avanti di
notevole entità:

TABELLA 33
Indicatori di ricchezza dei codici

3.2. La fascicolazione

Un altro mutamento di rilievo nella struttura del codice riguarda la


fascicolazione, per la quale si osserva un netto incremento del
quinione a scapito, essenzialmente, del senione, mentre la
percentuale di quaternioni rimane nel complesso costante:

TABELLA 34

Tipologia della fascicolazione

La rarefazione del senione nel corso del XV secolo (eccezion


fatta per i codici cartacei) rappresenta, come dimostra la ricerca sulla
fascicolazione condotta da Paola Busonero in questo stesso volume,
un fenomeno comune a tutte le aree di produzione europee.

3.3. Schemi e tecniche di rigatura

La tendenza alla semplificazione degli schemi, già sensibile nel


gruppo «monastico» rispetto al gruppo umanistico, sembra
accentuarsi nel XV secolo, ove la giustificazione doppia appare
soltanto nell' 1% dei manoscritti:
TABELLA 35

Raddoppiamento delle linee verticali dello specchio

Va osservato, d'altro lato, un cambiamento delle tecniche di


rigatura le quali, pur rimanendo nell'ambito del «colore», adottano in
prevalenza l'inchiostro, invece del piombo, per le rettrici. Non vi è
luogo di insistere oltre su questo cambiamento importante che, come
viene dimostrato altrove, è legato all'introduzione di nuovi strumenti
di rigatura.`

TABELLA 36

Tipologia delle tecniche di rigatura

3.4. Segnature e richiami

Per ciò che riguarda le segnature, si assiste al tempo stesso ad


una più ampia diffusione del fenomeno (non si vede come
l'incremento della loro presenza che si manifesta da un secolo
all'altro possa essere un effetto di struttura dovuto ad un tasso
inferiore di rifilatura) e ad una concentrazione sul sistema a registro
più «semplice» (al, a2, a3 ...) - il tipo 1 di Derolez -, quello, cioè, che
nel corso del XV secolo si impone in tutta Europa. In particolare,
vengono praticamente a scomparire i sistemi più atipici - e talvolta
piuttosto «barocchi» - non infrequenti nei codici del XIV secolo:82

TABELLA 37

Tipologia delle segnature

Una tendenza opposta si delinea, invece, per i richiami: i tipi 1 e


2 di Derolez - che nel XIV secolo rappresentano il 93% delle
osservazioni - si riducono al 74% nel secolo successivo a causa
dell'emergenza - anche se nettamente minoritaria - di altri tipi (in
particolare, il tipo 5, che corrisponde ai richiami verticali). D'altra
parte, nei tipi maggioritari, si nota una tendenza dei richiami a
spostarsi, nel margine inferiore, da destra (tipo 2) verso il centro
della pagina (tipo 1) :

TABELLA 38

Tipologia dei richiami


3.5. Sfruttamento dello spazio

Se, come già si è detto, ciò che si potrebbe definire l'«armonia


dimensionale» della pagina - proporzione del foglio, dello specchio,
dei margini, riempimento - rimane sostanzialmente invariato da un
secolo all'altro, lo stesso non può dirsi per ciò che riguarda le
dimensioni del foglio, lo spessore dei volumi e lo sfruttamento dello
spazio:

TABELLA 39A

Dimensioni e sfruttamento della pagina

Stupisce constatare che, mentre il «coefficiente di sfruttamento»


della pagina (caratteri per dmj aumenta nel XV secolo, il numero di
caratteri per pagina e la taglia accusano invece una sensibile
diminuzione. Va osservato, tuttavia, che l'analisi degli stessi
parametri in funzione della dicotomia piena pagina / due colonne
mostra che le modalità del fenomeno non sono esattamente le
stesse:
TABELLA 39B

Dimensioni e sfruttamento della pagina secondo l'impaginazione

In entrambi i casi, si assiste ad un aumento dello sfruttamento


dello spazio (caratteri per dm2j, che risulta comunque assai minore
nei codici a piena pagina (10%) che in quelli a due colonne (27%).
Nei volumi a piena pagina, l'aumento delle dimensioni dei fogli
consente di aumentare la capienza assoluta della pagina (circa
14%). Nei volumi a due colonne, invece, la crescita dello sfrutta
mento (27%) è compensata dalla riduzione della superficie del foglio
(-24%), cosicché la capienza assoluta diminuisce del 6% circa.

Dal momento che, in virtù del «principio di rendimento» della


pagina, la densità relativa dei segni grafici non può che diminuire
con l'aumento delle dimensioni e viceversa, giova verificare, in via
preliminare, se l'aumento del coefficiente di sfruttamento nel XV
secolo, lungi dall'essere l'espressione di scelte deliberate e
convergenti, non sia in realtà un semplice riflesso della diminuzione
della taglia media dei codici. La tabella 40 mostra che così non è:

TABELLA 40

Dimensioni e sfruttamento della pagina secondo la taglia


Nel XV secolo, a taglia costante, i due «indicatori» statistici dello
sfruttamento (segni grafici per dm2 e mm2 di pergamena per segno
grafico) sono sempre, rispettivamente, superiori e inferiori a quelli
del secolo precedente. Si tratta perciò di una tendenza strutturale,
anche se essa si esprime all'interno dell'applicazione normale-del.
«principio di proporzionalità».

In che cosa consiste, concretamente, lo sfruttamento più


intensivo dello spazio? Il fattore responsabile del fenomeno va
cercato, innanzitutto, in una diminuzione dell'unità di rigatura,
sensibile so prattutto nella disposizione a due colonne
(rispettivamente -1,2% e - 11% nei due tipi di impaginazione):

TABELLA 41

Unità di rigatura in funzione della taglia


Oltre all'unità di rigatura, diminuisce - per quanto l'altezza media
dei nuclei si mantenga ovviamente su valori assai più elevati che
nella scrittura umanistica - anche l'ingombro verticale relativo della
scrittura, misurato dal rapporto fra l'altezza media della o e l'unità di
rigatura, identico (-13%) per le due impaginazioni:

TABELLA 42

Rapporto o/U R in funzione dell'impaginazione

La congiunzione dei due fenomeni provoca una diminuzione


media del 15% (piena pagina) e del 24% (due colonne) dell'altezza
media dei nuclei (v. tabella 43).

La diminuzione dell'altezza dei nuclei si riflette indirettamente


sulla larghezza media dei caratteri (-6% piena pagina, -11% due
colonne) (v. tabella 44).

Si noterà, non solo che lo scarto fra un secolo e l'altro è


maggiore per i codici a due colonne che per quelli a piena pagina (-
1% circa contro -5%), ma anche che, nell'ambito del medesimo
secolo, lo scarto fra la disposizione a piena pagina e quella a due
colon ne è maggiore per il XV secolo. Il periodo più tardo è perciò
caratterizzato da uno sfruttamento più intenso della pagina in una
parte della produzione, probabilmente legato al bisogno - le cui
motivazioni non appaiono chiare - di allestire codici di dimensioni più
piccole senza spreco di materiale. Va esclusa, a questo proposito,
l'eventualità di un legame tra il maggior sfruttamento e la necessità
di racchiudere in un volume unico di piccole dimensioni dei testi
molto lunghi," in quanto il numero medio di carte per volume si
mantiene costante da un secolo all'altro.

TABELLA 43

Altezza media della o in funzione della taglia

TABELLA 44

Larghezza media dei caratteri in funzione della taglia e


dell'impaginazione

Giova infine vagliare la portata reale di quanto abbiamo finora


osservato nell'ambito dello sfruttamento dello spazio. Se si tiene
conto, infatti, della composizione del nostro campione di codici
«monastici» del XV secolo, e del fatto che vi è stata deliberatamente
introdotta una sottopopolazione omogenea di volumi destinati al
convento di Santa Maria Incoronata di Milano, occorre verificare che
i risultati ottenuti non dipendano dalle caratteristiche particolari di
quei manoscritti.

TABELLA 45

Sottogruppi monastici: larghezza media dei caratteri in funzione della


taglia

La tabella 45 dimostra che i dati non sono influenzati dai codici di


Santa Maria i quali, da questo punto di vista, presentano
caratteristiche più vicine ai codici del secolo precedente. Se si
esclude questo sottogruppo, i risultati corroborano ancor più
chiaramente le nostre osservazioni.

4. I codici umanistici

Dopo aver messo in luce le caratteristiche specifiche del gruppo


«monastico» rispetto a quelle del gruppo umanistico, giova
approfondire l'analisi all'interno di quest'ultimo. Il gruppo umanistico,
come già si è detto, è stato suddiviso in un primo tempo in due
sottogruppi secondo la dicotomia geografica Italia del nord / Firenze.
All'interno di ciascun sottogruppo sono stati individuati degli insiemi
ben delineati di codici di diversi ambienti e committenze: per l'Italia
del nord, i volumi allestiti nella cerchia del cardinale Francesco
Pizolpasso; per Firenze, i manoscritti appositamente prodotti per la
Badia fiesolana e quelli che furono eseguiti in tempi diversi per la
famiglia Medici.

All'interno delle caratteristiche fondamentali che accomunano


tutti i codici umanistici, le analogie e le divergenze rilevate fra i
gruppi e fra i sottogruppi possono dipendere da varie cause: influs
so di pratiche regionali preesistenti o coesistenti (dicotomia Italia del
nord / Firenze); destinazione dei libri (studio / apparato); agiatezza
economica del committente; grado di professionalità (grandi
«botteghe» / piccolo artigianato locale). Non è sempre facile dirimere
i diversi fattori, anche se non manca, a priori, qualche linea direttrice:
le concordanze del sottogruppo «umanistici del nord» con il gruppo
«monastico» vengono a corroborare l'ipotesi di un'«attrazione» a
livello regionale, mentre il comportamento dei due sottogruppi
eterogenei etichettati come «altri» può servire a evidenziare le
pratiche delle grandi botteghe rispetto a quelle del piccolo artigianato
locale, i cui prodotti, contrariamente ai precedenti, vengono a
mescolarsi nei due sottogruppi.

Non ci sembra opportuno, in questa sede, dilungarci su quegli


aspetti della struttura e della presentazione del codice sui quali si
differenziano le pratiche in vigore a nord e a sud della Valle Padana
e che rivelano un influsso non trascurabile sui codici umanistici delle
abitudini preesistenti, caratteristiche dell'ambiente «gotico». Albert
Derolez ha già messo in rilievo, nei centri del nord, la persistenza del
quaternione (da lui attribuita, almeno parzialmente, all'influsso della
cultura francese),S4 la preferenza nei riguardi della rigatura «a
colore» e per gli schemi di rigatura più semplici.

4.1. Livelli di esecuzione

Pare utile invece, in primo luogo, dal momento che il fattore


«ricchezza» costituisce un elemento importante per tutto ciò che
riguarda l'aspetto esteriore del codice, classificare i diversi
sottogruppi in base ai parametri più significativi da questo punto di
vista.
In realtà, il livello di esecuzione è un concetto astratto sotto il
quale viene raggruppato un certo numero di elementi concreti non
solo di diversa natura, ma anche di diverso significato. Tali elementi
possono essere classificati in tre categorie:

1. Elementi la cui presenza non è legata in alcun modo alla


funzionalità del codice o del testo; si tratta di una sovrastruttura
che è linearmente e unicamente correlata all'idea di ricchezza:
illustrazioni, complessità, estensione della decorazione, presenza
di materiali «nobili». Sono, in questo caso, indicatori di ricchezza
che potremmo definire «positivi», dal momento che la ricchezza
del codice è legata alla loro presenza.

2. Elementi meno appariscenti, la cui presenza nel codice costituisce


un difetto di origine o di fabbricazione e andrebbe di
conseguenza eliminata o perlomeno ridotta. Non si tratta di dare
al codice un'impronta visibile - o addirittura spettacolare - di
agiatezza, ma di ridurre le imperfezioni a livelli compatibili con il
rango del committente: sarebbe inutile, infatti, sovraccaricare di
fregi un abito consunto e pieno di strappi. Vanno annoverati in
questa categoria i fori e le «lisières» della pergamena - e in
generale la qualità del supporto -, le deroghe alla regola di
Gregory, tutte le anomalie visibili della sequenza del testo. Questi
indicatori possono essere definiti «negativi», poiché la ricchezza
del codice è legata alla loro assenza.

3. Elementi in qualche modo associati all'estetica e/o alla


funzionalità del codice, la cui conformità a tali principi implica
però uno «spreco» non indifferente di materia prima o una mole
considerevole di lavoro. Rientrano nella categoria, da un lato tutti
i parametri inerenti allo sfruttamento dello spazio e, dall'altro,
tutto ciò che attiene al rispetto del «principio di regolarità interna»
(armonia della mise en page e stabilità all'interno del codice,
regolarità della scrittura ecc.).` Potremmo definire «indiretti»
questi elementi, per il fatto che lo sfoggio di ricchezza o la
preoccupazione di mantenere livelli di esecuzione adeguati al
rango sociale della committenza non costituisce
necessariamente l'unica - né talvolta la motivazione principale -
del loro «comportamento».

Fra gli indicatori «positivi», due erano stati introdotti nel nostro
protocollo di osservazione: la presenza dell'oro nella decorazione e
la superficie relativa dell'iniziale più grande. I risultati dell'analisi sono
raccolti nelle tabelle 46 e 47.

I valori delle due tabelle fanno apparire, da un lato, che la totalità


del gruppo umanistico si assesta su livelli ben superiori a quelli del
gruppo «monastico»;` dall'altro, che la gerarchia è sensibile anche al
suo interno: il sottogruppo «Medici» primeggia da tutti i punti di vista,
mentre il sottogruppo «Pizolpasso» si distacca nel senso opposto.
La posizione del sottogruppo «Fiesole» non è per il momento ben
chiara, in quanto la superficie relativa dell'iniziale è piuttosto ridotta,
mentre l'oro è invece quasi onnipresente. I due sottogruppi «altri»,
data la loro eterogeneità, non possiedono una fisionomia ben
definita, ma non va dimenticato che si tratta, in assoluto, di codici
ricchi.

TABELLA 46

Percentuale di codici con oro nella decorazione

TABELLA 47

Superficie media relativa dell'iniziale più grande


La presenza di fori e di «lisières» è stata analizzata nella tabella
48. La frequenza di tali difetti si distribuisce, all'ingrosso - e ciò non
suscita stupore - come quella dei parametri precedenti, ma la
gerarchia appare più accentuata in coda al plotone: così, il
sottogruppo «Fiesole», la cui decorazione era relativamente ricca di
oro, è caratterizzato da una pergamena piuttosto scadente.

Va notato, tuttavia, che la presenza dell'oro nelle iniziali va


modulata in funzione della loro estensione: minore è la superficie,
minore sarà la quantità di oro utilizzata nella decorazione. Ora, come
si è visto, la superficie relativa dell'iniziale più grande è in
contestabilmente ridotta nei sottogruppi «Fiesole» e «Pizolpasso».
Ma il significato della presenza dell'oro va modulato anche, e
soprattutto, in funzione della frequenza con cui esso compare. Se si
suddivide il parametro «presenza dell'oro» secondo tre modalità:
«ovunque», «all'inizio», «mai», la gerarchia appare molto più
chiaramente (v. tabella 49).

TABELLA 48

Frequenza dei difetti della pergamena


TABELLA 49

Frequenza dell'oro nell'ambito del codice

Come si vede, i sottogruppi «Fiesole» e «Pizolpasso» sono quelli


che manifestano il più alto grado di utilizzazione sporadica dell'oro, il
cui fine è di privilegiare l'impressione visiva più superficiale e più
immediata, ad apertura di codice. Si tratta, insomma, di «falsi ricchi».

D'altro lato, il sottogruppo «Fiesole» (cfr. supra, pp.211-212), non


è del tutto omogeneo al suo interno: in effetti, dei 26 codici presenti
nel nostro corpus, 21 provengono dalla bottega di Vespasiano da
Bisticci, 5 altri dalla bottega di Zanobi di Mariano. Fra i codici di
Vespasiano, 9 sono stati allestiti appositamente per la Badia
fiesolana (qui denominati Vespasiano «Badia»),` mentre i 12
rimanenti erano verosimilmente già predisposti per la vendita (qui
denominati Vespasiano «generici»)."
Malgrado l'esiguità della campionatura, l'analisi più approfondita
del gruppo «Fiesole» si rivela eloquente:

TABELLA 50

Sottogruppi fiorentini: frequenza dell'oro nell'ambito del codice

Mentre i codici «Vespasiano generici» e quelli allestiti da Zanobi


si orientano grosso modo sugli standard degli altri gruppi di codici
umanistici fiorentini, i volumi prodotti per la Badia si allineano su
livelli di esecuzione differenti, e là ove l'oro è assente, esso viene
sostituito dal colore giallo."

L'esame degli altri indicatori di «ricchezza» viene a confermare


l'osservazione precedente (v. tabella 51 alla pagina seguente).

La gerarchia degli indicatori che abbiamo definito «positivi» si


mantiene rigidamente: che si tratti dell'oro o della superficie relativa
dell'iniziale più grande, si osserva l'esistenza di un livello globale
«Fiesole», inferiore a quello della categoria «Medici». All'interno del
gruppo «Fiesole», i codici allestiti appositamente per la Badia
denotano preoccupazioni evidenti di economia (tenendo conto,
naturalmente, degli standard abituali del codice umanistico). Per ciò
che riguarda gli indicatori «negativi», la gerarchia si mantiene assai
netta fra «Medici» e «Fiesole», e rimane comunque visibile, anche
se in forma attenuata, fra «Vespasiano generici» e «Vespasiano
Badia». Va osservato, tuttavia, che tutti i manoscritti fiesolani
mostrano una spiccata indifferenza nei riguardi delle «lisières», e si
noterà anche come i codici allestiti da Zanobi, per quanto ricchi di
oro nella decorazione, si assestano su livelli inferiori - simili a quelli
dei volumi «Vespasiano Badia» - per le altre caratteristiche.

TABELLA51

Sottogruppi fiorentini: indicatori di qualità

La percentuale relativamente elevata di fogli con fori nel gruppo


umanistico - che per molti altri aspetti si mantiene su livelli più ricchi
di quanto non accada nel gruppo «monastico» - non può non stupire:
la pergamena dei codici allestiti per i Medici non è migliore, da
questo punto di vista, di quella dei manoscritti «monastici» coevi,
che non manifestano alcuna propensione allo sfoggio di un lusso
particolare. Una delle spiegazioni possibili potrebbe risiedere nelle
dimensioni dei volumi, di norma assai più cospicue nel gruppo
umanistico. Non si tratta soltanto di una questione di superficie (più
grande è il foglio, più è probabile che la pergamena contenga un
foro) ma anche, e soprattutto, di una questione di formato, cioè di
tipo di piegatura della pelle. I manoscritti umanistici sono per lo più
degli in-folio, i volumi «monastici», date le loro dimensioni, sono in
massima parte degli in-quarto. La presenza di un fo ro indesiderabile
necessitava, dovendo allestire un volume in-folio, l'eliminazione della
pelle intera mentre, dovendo confezionare un in-quarto, bastava
eliminare la metà della pelle.

Tuttavia, la differenza fra codici umanistici e «monastici» è


artificialmente esaltata dalla presenza, nel gruppo umanistico, dei
sottogruppi «Pizolpasso» e «Fiesole», la cui pergamena lascia
alquanto a desiderare. Se i due sottogruppi vengono eliminati, si
osserva che le percentuali di fogli forati nei due ambiti tendono ad
avvicinarsi; in particolare, se vengono presi in considerazione
unicamente i due sottogruppi «altri», che sono certamente i più
rappresentativi del livello generale del manufatto, i valori sono
praticamente gli stessi (3,94% contro 3,96%).

Fra gli indicatori «indiretti», la gerarchia dei livelli è assai meno


percettibile sul riempimento della pagina («nero») che sullo
sfruttamento (mmz di pergamena per segno grafico). Per ciò che
riguarda l'ampiezza globale dei margini, soltanto il gruppo «Medici»
si distingue per un tasso di «aerazione» volontariamente più
importante. Il parametro di sfruttamento, invece, oltre al sottogruppo
«Medici» - ove l'economia di materia prima non costituisce certo la
preoccupazione principale - definisce due sottogruppi caratterizzati
da un tasso di sfruttamento più spinto. Non a caso si tratta di
«Pizolpasso» e di «Vespasiano Badia».

TABELLA 52

Codici umanistici: riempimento e sfruttamento della pagina


Va osservato che, nei parametri di riempimento e di sfruttamento,
il dislivello fra il gruppo più «lussuoso» e quelli più «correnti» è assai
minore di quello che è stato registrato in altri casi. Il fenomeno è
particolarmente evidente per il «nero», ove lo scarto fra il risultato
migliore e quello peggiore non supera il 10%.90 La spiegazione è
semplice: contrariamente allo sfoggio della ricchezza, l'adeguamento
ai principi estetici e funzionali non è assimilabile ad una funzione
lineare e viene ad urtare contro limiti invalicabili. Così, la percentuale
di «nero» non può scendere sotto un certo livello, al di là del quale
l'ampiezza dei margini rischierebbe di apparire eccessiva: non si può
certo affermare che un francobollo su un lenzuolo - a prescindere
dalla conseguente impossibilità di far tenere un testo in un volume di
massa ragionevole - sia il non plus ultra in fatto di buon gusto. Lo
stesso dicasi per l'ampiezza dell'unità di rigatura: non va
dimenticato, infatti, che il «principio di proporzionalità» è anch'esso
uno dei pilastri dell'estetica del libro.`

In sostanza, l'analisi dei parametri direttamente o indirettamente


collegati al livello di esecuzione mette in luce trattamenti differenziati
e ordinati secondo principi gerarchici. Le caratteristiche che
appartengono a ciò che potremmo definire la «panoplia del lusso»
sono accuratamente modulate in funzione dell'agiatezza e del rango
del destinatario: non stupisce, quindi, di constatare che i volumi
allestiti per i Medici sono gli unici che presentino per ogni verso il
livello migliore. Se i due sottogruppi «altri» dell'Italia del nord o di
fabbricazione fiorentina, offrono uno standard che, pur rimanendo
inferiore a quello della categoria più elevata, si rivela di eccellente
fattura, gli insiemi «Vespasiano Badia» e «Pizolpasso» presentano,
invece, molte soluzioni di compromesso, che tendono soprattutto a
preservare l'apparenza della prima facies. Non appena, infatti, si
passa dal primo piano al sottofondo - rappresentato, ad esempio,
dalla qualità della pergamena - ci si accontenta di materiale di
seconda scelta.

Per i parametri relativi allo sfruttamento dello spazio, invece, la


gerarchia è caratterizzata da connotazioni più ambigue, in quanto
l'evoluzione degli indici di riempimento e di sfruttamento non è
parallela: nei due sottogruppi di qualità più corrente - o piuttosto,
meno lussuosa - la percentuale di «nero» non è palesemente supe
riore a quella degli altri codici umanistici (ad eccezione, come già si
è detto, del sottogruppo «Medici») e, nei volumi del Pizolpasso, essa
è persino lievemente inferiore a quella degli altri manoscritti
umanistici dell'Italia del nord; tale particolarità può essere
interpretata come un'esigenza di disporre di margini più ampi a
scopo di studio. Al contrario, negli stessi sottogruppi, il tasso di
sfruttamento risulta sistematicamente più elevato.

In realtà non si tratta di una vera e propria contraddizione. Nel


caso del riempimento, infatti, le preoccupazioni estetiche e funzionali
vanno nel medesimo senso: i margini ampi contribuiscono ad
alleggerire l'aspetto della pagina scritta e, al tempo stesso, offrendo
una vasta superficie da utilizzare ad libitum, agevolano il lavoro del
lettore erudito.` La convergenza dei due principi - unita al fatto che si
ricupera meno spazio ampliando lo specchio di rigatura che
aumentando il numero di righe - riesce ad aver ragione degli
imperativi economici, che spingono ad evitare ogni spreco di
materiale.
Nel caso dello sfruttamento, la situazione è più complessa, in
quanto la nozione «economia di spazio» presenta un duplice
aspetto; da un lato, un fattore finanziario: la possibilità di risparmiare
sul materiale scrittorio; dall'altro, un fattore culturale: la necessità di
aumentare ciò che potremmo definire la «capienza testuale» del
volume. Nell'ambito del codice umanistico, che vede quasi sempre la
luce in un contesto di agiatezza e per il quale il costo dell'oro e della
decorazione supera di gran lunga quello di qualche bifoglio di
pergamena, un incremento dello sfruttamento dello spazio non può
procedere che dalla necessità di aumentare la capienza testuale del
volume. Non è un caso, a questo riguardo, se la disposizione del
testo a due colonne - comunque rara nel manoscritto umanistico e
che abbiamo visto direttamente associata, nel mondo del libro
medievale, ad uno sfruttamento più intenso della pagina - si ritrova
con maggior frequenza nel sottogruppo «Fiesole», e soprattutto nei
codici appositamente allestiti da Vespasiano. La tabella 53 mostra
che, quale che sia il sottogruppo considerato, la quantità globale di
testo, espressa dal numero di segni grafici per volume, è di gran
lunga più rilevante nei codici a due colonne che in quelli a piena
pagina. Anche se la campionatura è nella fattispecie estremamente
esigua, il fenomeno è troppo macroscopico per poter essere messo
in dubbio:

TABELLA 53

Codici umanistici: numero di segni grafici per volume


Il fenomeno è dovuto, non solo al fatto che la densità dei segni
grafici è maggiore nella pagina a due colonne, ma anche al fatto che
le pagine sono più grandi e che il volume è più «spesso», nel senso
che contiene una quantità più elevata di carte. Tutto ciò è ben
visibile nella tabella 54:

TABELLA 54

Codici umanistici: correlazione tra la taglia e il numero di carte


Si noterà che, nel sottogruppo «Medici» - ove non è mai usata
l'impaginazione a due colonne - la media di tutti e tre i parametri è
nettamente più elevata che nei codici a piena pagina degli altri
sottogruppi?' Non si tratta di un'osservazione anodina: se ciò
avviene, è perché, nell'universo del libro umanistico, l'impaginazione
a due colonne - che era in ogni caso sconsigliata, come si deduce
dalla sua rarità - era addirittura «proibita» nei volumi di gran lusso,
anche per quelli di taglia ragguardevole. Il mantenimento della
disposizione a piena pagina nei volumi di grandi dimensioni
implicava una notevole perdita di rendimento,94 e tale inconveniente
costringeva l'artigiano a ricuperare spazio aumentando le dimensioni
del foglio e aggiungendo fascicoli al volume. Come già si è
accennato in precedenza (cfr. supra, p. 234), la prodigalità intrinseca
alla concezione del codice umanistico è responsabile, quando si
trattava di allestire «libri da banco», del suo carattere in generale più
voluminoso e massiccio, a volume chiuso, rispetto a quello della
produzione tradizionale coeva; proprio mentre, a volume aperto,
l'osservatore non può che essere colpito dalla «leggerezza» della
pagina scritta.
Infine, altri due parametri, che a prima vista non sembrano
essere attinenti in alcun modo alla ricchezza di esecuzione dei
codici, rivelano invece stratificazioni gerarchiche insospettate: si
tratta delle tecniche e degli schemi di rigatura. Per ciò che riguarda
le tecniche, la ripartizione all'interno del gruppo umanistico è
rappresentata nella tabella 55 (alla pagina seguente).

Se la fortuna della rigatura a secco è in parte correlata a fattori


geografici (il suo scarso successo al nord è probabilmente dovuto al
persistere della tradizione «gotica» nelle botteghe), la stratificazione
gerarchica è manifesta a Firenze: non a caso la percentuale di
rigature a secco è massima nel sottogruppo «Medici», e minima nei
volumi fiesolani (soprattutto nell'insieme «Badia»).

Un discorso analogo - anche se i dati non sono altrettanto


eloquenti - può essere impostato sugli schemi di rigatura, che
abbiamo preso in considerazione unicamente sotto l'aspetto più
semplice (raddoppiamento eventuale delle linee verticali e/o
orizzontali dello specchio): mentre la predilezione per la
giustificazione semplice nel sottogruppo «altri» del nord riflette
anch'essa l'influsso delle abitudini «gotiche»,95 non stupirà il fatto
che, nel gruppo fiorentino, i codici allestiti da Vespasiano
espressamente per la Badia fiesolana si distinguono per la
preferenza accordata alla giustificazione semplice (v. tabella 56, alla
pagina seguente).

TABELLA55

Codici umanistici: tecnica di rigatura delle rettrici


Allorché i due parametri tecnica di rigatura e schema di rigatura
vengono incrociati - escludendo il sottogruppo del nord, influenzato
dalla tradizione «gotica» - si osserva che la quasi totalità delle
giustificazioni semplici è associata alla rigatura a colore (9
giustificazioni semplici su 24 rigature a inchiostro; una sola su 42
rigature a secco).

TABELLA 56

Codici umanistici: frequenza della giustificazione semplice o doppia


In definitiva, dal nostro corpus di manoscritti - che, a differenza di
quello studiato da Albert Derolez, non è stato scelto con criteri
aleatori, ma è stato organizzato in gruppi specifici ai fini di uno studio
comparativo - emergono due aspetti particolari del libro umanistico:
una produzione di prestigio, destinata ai «principi», e una produzione
meno lussuosa, adattata alle esigenze specifiche dello studio in
biblioteche collettive o private. A questo riguardo, i sottogruppi
«Pizolpasso» e «Fiesole» - e in particolar modo i codici allestiti da
Vespasiano per la Badia - presentano analogie che non possono
essere casuali: esistevano, di fatto, standard omogenei e ben definiti
di ricchezza e di sfruttamento dello spazio, che venivano
consapevolmente applicati a ragion veduta.96 Un esempio ben
caratterizzato, ma non rappresentato nel corpus, è costituito dalla
Biblioteca allestita a Cesena sotto gli auspici di Malatesta Novello.97

4.2. Aspetti perigrafici


Giova chiedersi, a questo punto, se la stratificazione gerarchica
osservata sugli aspetti più legati alla presentazione del codice si
riflette anche sui fenomeni inerenti alla sfera «perigrafica» che, a
priori, più che alla sontuosità dell'esecuzione, sono più direttamente
correlati alla leggibilità del testo.

In primo luogo, va considerato il tasso di abbreviazioni. Già si è


rilevato - ed è cosa notissima - che è questo uno degli aspetti sui
quali il manoscritto «gotico» e quello umanistico presentano le
maggiori divergenze. Se si considera l'esiguità della porzione di
testo sulla quale sono stati effettuati i rilevamenti sui singoli volumi,"
non si rilevano scarti significativi fra i sottogruppi, eccezion fatta per
il sottogruppo «Medici» che si distingue per la scarsissima quantità
di abbreviazioni. Dato il carattere ambivalente del sistema
abbreviativo - che partecipa ad entrambe le dicotomie «economia /
spreco» e «comodità / difficoltà» di lettura - non è agevole dare
un'interpretazione univoca di questo tipo di scelta.

Quel che è chiaro, è che la rinuncia pressoché completa


all'abbreviazione sembra far parte della «panoplia del lusso», o
addirittura del «gran lusso», alla stessa stregua della rinuncia
all'impaginazione a due colonne; e si tratta, probabilmente, della
stessa impronta ideologica: assai più che il ritorno ai canoni carolingi
- i quali, come già abbiamo accennato, non disdegnavano né le
abbreviazioni né le due colonne - la reazione contro la presentazione
generale del libro «gotico». In tale contesto, l'allestimento di un
codice di gran lusso esigeva l'applicazione senza compromessi dei
canoni umanistici.

Stupisce, invece, lo scarso interesse per altri aspetti attinenti alla


leggibilità, come i tagli di parola a fine riga. Se globalmente tutto il
gruppo umanistico, pur non dimostrandosi completamente
insensibile al fenomeno, testimonia un'attenzione inferiore a quella
del gruppo «monastico», non esiste su questo punto alcuna
differenza significativa in seno ai vari sottogruppi, né a favore del
«gran lusso» né, al contrario, a favore della produzione a fini di
studio.` Bisognerà attendere i primordi della stampa in Italia per
osservare con quanta cura, anche nel libro umanistico (ma non si
tratterà di un riflesso spontaneo dei tipografi tedeschi operanti al di
qua delle Alpi?), si tenda ad evitare i tagli sull'ultima riga della pagina
e ci si industri a limitarne il numero altrove.

Anche in questo caso, se si considera con quanta attenzione - e


non di rado con quanta «pignoleria» - gli umanisti si preoccupavano
di preservare l'integrità del testo, sfugge la motivazione di questa
mancanza di professionalità. Una spiegazione plausibile potrebbe
risiedere nella sinergia fra una concezione molto rigida della frontiera
marginale (che si imporrà definitivamente e con rapidità nel libro a
stampa) e il rifiuto di abusare delle abbreviazioni, anche in quanto
semplice «strumento di regolarizzazione»: da un lato, il copista
sarebbe a priori sensibile alla necessità di limitare la divisione delle
parole, ma dall'altro, pur non potendo non aiutarsi con le
abbreviazioni in tale circostanza, eviterebbe di ricorrervi
sistematicamente.

A favore di tale ipotesi, si può invocare il fatto che un altro


«savoir-faire» artigianale, pur essendo un'innovazione del
«famigerato» libro «gotico», viene non solo accolto, ma ancora più
largamente utilizzato nel mondo umanistico: i riempitivi a fine riga
che, da un certo punto di vista, costituiscono l'esatto corrispettivo dei
tagli di parola. Ora, i riempitivi, contrariamente ai tagli di parola,
sembrano far parte dei parametri correlati al livello di esecuzione:

TABELLA 57

Codici umanistici: percentuale media di riempitivi a fine riga


Se si eccettua la situazione inspiegabile del sottogruppo
«Vespasiano Badia», i riempitivi sono più numerosi nei sottogruppi
«ricchi» («Medici», «Firenze altri», «Nord altri») che in quelli
relativamente «poveri» («Pizolpasso», «Vespasiano generici»,
«Zanobi»). Contrariamente al taglio delle parole, il riempitivo è perciò
considerato come un elemento direttamente pertinente alla
«panoplia del lusso». Ciò non stupisce, in quanto la sua
connotazione estetica è evidente, ma è interessante notare come
l'introduzione nella catena grafica di un segno «estraneo» - fattore
senz'altro poco favorevole alla leggibilità - viene privilegiata, nei
manoscritti più ricchi, rispetto ai dispositivi destinati a facilitare la
lettura: quando esiste una contraddizione fra gli obiettivi estetici e le
finalità funzionali, la precedenza viene data all'estetica.

Analizzando comparativamente l'insieme della produzione


umanistica, innovativa, e quella più tradizionale, da noi etichettata
«monastica», abbiamo messo in luce quel poco che accomuna i
rispettivi due corpora, e le divergenze che riguardano pressoché tutti
i parametri, connessi alla fattura materiale, alla preparazione della
pagina, al suo riempimento e sfruttamento, sforzandoci, nel limite del
possibile, di fornire una spiegazione dei fenomeni rilevati: alcuni
nuovi, altri poco osservati, altri ancora che rientrano nel bagaglio
delle conoscenze o meglio delle percezioni, ma che non sono stati
prima d'ora quantificati o misurati e, in ogni caso, inseriti in una
trattazione organica.
Sono emerse così a tutto tondo le due concezioni che
caratterizzano, differenziandolo, il libro umanistico e quello «gotico»,
improntate a criteri estetici, non disgiunti da principi di ergonomia o
di economicità. L'eleganza della pagina umanistica, con la sua
proporzione «stretta», accentuata dall'adozione di uno specchio
ancora più «stretto», e la sua notevole «aerazione» (ciò che l'occhio
percepisce intuitivamente è stato misurato attraverso tre specifici
parametri: la quantità di spazio occupata dalla scrittura, lo spazio
medio tra due linee rettrici, la distanza verticale tra i nuclei della
scrittura) è stata messa in correlazione con la «pesantezza» del
volume, determinata dal rilevante valore della taglia e dal numero
delle carte. Interessante, in proposito, ci pare la simulazione che
abbiamo impostata per indagare il «bilancio di sfruttamento» della
pagina nel codice umanistico in confronto a quello «monastico».

Da un più attento esame funzionale della disposizione a due


colonne sono emersi alcuni rilievi nuovi, che così possiamo
sintetizzare:

1. se ripartiamo i codici per taglia - piccola, media, grande - il valore


dell'unità di rigatura nei manoscritti a due colonne di taglia
grande si avvicina a quello calcolato per i manoscritti a piena
pagina di taglia piccola.

2. In entrambi i sistemi grafici, la «doppia linea logica» contiene più


caratteri della «riga fisica» a piena pagina.

Dopo avere definito -1 caratteri peculiari dei due corpora,


abbiamo fornito una rassegna dei cambiamenti osservabili nel
manoscritto «monastico» del secolo XV rispetto al secolo
precedente, che registrano un migliore livello qualitativo del
manufatto, un netto incremento del quinione, il passaggio dal piombo
all'inchiostro per le rettrici, l'adozione di schemi di rigatura più
semplici e una semplificazione dei sistemi di segnatura. Se tali
fenomeni codicologici sono singolarmente conosciuti (anche se, lo
ripetiamo, non sono stati oggetto di esposizioni sistematiche) del
tutto nuova è l'indagine relativa allo sfruttamento (più intenso nel
secolo XV) dello spazio. Le osservazioni che una pur limitata
campionatura ci ha già consentite, inducono ad auspicare un
approfondimento che scaturisca dallo studio di corpora più ampi e
differenziati.

L'analisi all'interno del gruppo umanistico - affrontata nell'ultima


parte del lavoro - si è giovata del fatto che, a differenza del corpus
studiato da Albert Derolez, il nostro è stato scelto e organizzato in
gruppi ai fini di uno studio comparativo. Sono emersi così due aspetti
particolari del libro umanistico: una produzione di prestigio e una
meno lussuosa, adatta alle esigenze specifiche dello studio in
biblioteche collettive o private (in vetta alla scala gerarchica il
sottogruppo «Medici» e, ai gradini più bassi, due diversi sottogruppi,
«Pizolpasso» e «Fiesole»), che presentano analogie che non
possono essere casuali: esistevano, di fatto, standard omogenei e
ben definiti di ricchezza e di sfruttamento dello spazio, che venivano
applicati consapevolmente, in relazione allo statuto sociale del
committente e/o del destinatario.

In proposito, sono maturate nuove riflessioni sui parametri


pertinenti alla definizione della qualità del codice, ripartiti in tre
categorie:

1. indicatori di ricchezza «positivi», cioè legati alla loro presenza: si


tratta di una sovrastruttura non connessa in alcun modo alla
funzionalità ma all'idea di ricchezza: illustrazioni; complessità,
estensione e frequenza della decorazione; impiego dell'oro.

2. Indicatori di ricchezza «negativi», poiché la ricchezza del codice è


legata alla loro assenza. Si tratta di elementi meno appariscenti,
la cui presenza costituisce un difetto di origine o di fabbricazione,
che l'artigiano accorto riduce: fori della pergamena, «lisières».

3. Indicatori di ricchezza «indiretti»: da un lato tutti i parametri


inerenti allo sfruttamento dello spazio, dall'altro lato tutto ciò che
si adegua al «principio di regolarità interna».

L'analisi dei dati collegati direttamente o indirettamente al livello


di esecuzione ha dunque messo in luce trattamenti differenziati e
scalati secondo principi gerarchici. Abbiamo osservato che rientrano
nella «panoplia del lusso» (o del gran lusso) alcuni parametri che, a
prima vista, non sembrano in alcun modo attinenti alla ricchezza di
confezione dei codici: l'adozione di taglie ragguardevoli,
l'impaginazione a piena pagina, anche per le taglie grandi, le
tecniche e gli schemi di rigatura (che, a Firenze, registrano la
preferenza per la punta secca e per la giustificazione doppia). La
stratificazione gerarchica rilevata negli aspetti più legati alla
presentazione del codice si riflette anche sui fenomeni inerenti alla
sfera «perigrafica», come la quantità di abbreviazioni (scarsissima in
«Medici») e la presenza di riempitivi.

Nel nostro giro d'orizzonte sui sottogruppi di manoscritti


umanistici, ci paiono interessanti gli effetti del fascio di luce puntato
su «Fiesole». Nei volumi della biblioteca della Badia fiorentina,
allestita "chiavi in mano" da Vespasiano da Bisticci per volere di
Cosimo de' Medici, dietro una prima facies uniforme, abbiamo colto
sostanziali differenze che contraddistinguono libri appositamente
preparati e altri verosimilmente già pronti in bottega per la vendita
(da noi etichettati, rispettivamente, «Vespasiano Badia» e
«Vespasiano generici»); nei primi, le opzioni riguardanti l'intera
confezione, dalla scelta del supporto, tecnica e schemi di rigatura,
apparato decorativo fino alla gestione della pagina, sono improntate
all'economia in senso lato, che sottende il profitto dell'impren ditore.
Se, per un maggiore approfondimento, si estendesse l'indagine a
tutti i manufatti identificati come provenienti dalla sua bottega,
crediamo che non muterebbero le linee maestre da noi tracciate.

Un'apertura di ricerca, qui appena accennata e di cui si avverte


l'urgenza, risiede nel ripensare al significato del «ritorno all'antico»
promosso dagli umanisti, che abbiamo osservato investire la
superstruttura del codice, cioè i suoi aspetti più appariscenti e meno
legati alla funzionalità. E, infine, un'ultima considerazione: la nostra
pur limitata campionatura ha rispecchiato le osservazioni del
Derolez, basate su un'indagine ben più ampia; l'immissione nel
nostro database dell'intera sua documentazione (che ci riserviamo di
fare), permetterà non solo e non tanto di arricchire il nostro menu,
ma, incrociando i dati e rielaborandoli, di estenderlo verso direzioni
nuove, quelle direzioni che la presente ricerca lascia ritenere
promettenti.
Dalle sezioni della scheda descrittiva (riportata sopra, 1.2),
estrapoliamo soltanto i parametri che necessitano di chiarimento,
essendo molti ormai consueti nelle procedure codicologiche.'oo

a) Datazione e origine. Si specifica se attestate, dedotte, stimate,


riportando, per la datazione, i termini a quo, ad quem.

b) Legatura. Si fornisce esclusivamente la valutazione di antica,


riutilizzo, moderna.

Numero di carte. Si desume dalla foliazione o dai cataloghi, non


da conteggio diretto.

Fascicolazione. Si individua il tipo di struttura maggioritario e, se


necessario, il secondo tipo numericamente più rilevante.

«Difetti» della pergamena. Si conteggia il numero di carte recanti


fori, cuciture e lisières in tre fascicoli posti rispettivamente
all'inizio del manoscritto (generalmente il secondo fascicolo), al
centro, alla fine (generalmente il penultimo).

c) Mise en page. L'osservazione viene effettuata su un foglio


campione,101 sul quale vengono eseguite le misurazioni delle
dimensioni del codice e della geometria della pagina. Mediante
una rilevazione in senso orizzontale, condotta lungo il margine
superiore, e una in senso verticale, lungo il margine di cucitura, si
forniscono larghezza e altezza del foglio e insieme tutte le misure
separanti le linee successive dello schema di rigatura, secondo
la prassi che si sta diffondendo in lavori catalografici recenti.102

d) Dati grafici e perigrafici. Il conteggio dei segni grafici viene


effettuato su un numero determinato di linee per pagina,
generalmente consecutive a partire dalla seconda linea. Per linea
s'intende la linea fisica dello specchio, che può pertanto essere
frazionata in due colonne. Le linee si intendono «piene»; non
vengono cioè considerate le linee incomplete e quelle che
contengono iniziali.

- Altezza dei nuclei delle lettere. Si misura l'altezza di 5 lettere o


non visibilmente anormali, posizionate in qualsiasi punto della
pagina, tranne che nella prima e nell'ultima linea.

- Numero di parole e di segni grafici. Nel computo vanno


considerati i segni d'interpunzione; i legamenti sono
conteggiati come due segni. I bianchi non vengono
conteggiati (ma il loro numero può essere dedotto tramite il
conteggio delle parole). Il computo si effettua su 5 linee.

- Numero di abbreviazioni. Su 10 linee si contano, da un lato le


abbreviazioni per linea, dall'altro il numero di linee nelle quali
l'ultima parola comporta almeno un'abbreviazione.

Numero di tagli di parola. Si conteggia, su tre pagine, il numero


di linee nelle quali l'ultima parola risulta tagliata. Un conteggio
analogo viene effettuato per l'ultima linea della pagina su tre
fascicoli (gli stessi utilizzati per il conteggio dei difetti della
pergamena), distinguendo le pagine recto dalle pagine verso.

- Riempitivi in fine riga. Vengono conteggiati secondo le stesse


modalità che per i tagli di parola.

Trattini di «a capo». Si annota presenza, assenza, saltuarietà


sulle tre pagine usate per il computo dei tagli di parola e dei
riempitivi.

e) Decorazione

Tipologia e posizione nel volume. Si rileva la presenza, in ordine


decrescente di importanza, di illustrazioni, riquadri, bordure,
stemmi; di lettere iniziali istoriate, ornate, filigranate, rubricate,
spazi riservati. Si specifica se tali elementi appaiono sul
fascicolo iniziale e/o altrove.

- Presenza di oro. Si specifica se l'oro è usato soltanto per


l'iniziale principale o lungo tutto l'arco del codice.

Aspetti dimensionali delle iniziali. Si conteggia il numero di righe


occupato (o riservato) per l'iniziale più importante. Parimenti,
si misurano la larghezza e l'altezza del rettangolo minimo in
cui la lettera si iscrive.
I. Codici monastici

I.1. Codici del XIV secolo

Bergamo, Bibl. civ. A. Mai MA 292

Bergamo, Bibl. civ. A. Mai MA 558

Milano, Bibl. Trivulziana 403

Padova, Bibl. Antoniana 81

Padova, Bibl. Antoniana 98

Padova, Bibl. Antoniana 100

Padova, Bibl. Antoniana 107

Padova, Bibl. Antoniana 338

Padova, Bibl. Antoniana 338

Padova, Bibl. Antoniana 359

Padova, Bibl. Antoniana 440

Padova, Bibl. Antoniana 441

Padova, Bibl. Antoniana 466

Padova, Bibl. Antoniana 491

Padova, Bibl. Antoniana 512

Padova, Bibl. Antoniana 551


Padova, Bibl. Antoniana 555

Padova, Bibl. Capitolare C 54

Padova, Bibl. Univ. 690

Padova, Bibl. Univ. 796

Padova, Bibl. Univ. 949

Padova, Bibl. Univ. 980

Padova, Bibl. Univ. 1082

Padova, Bibl. Univ. 1251

Padova, Bibl. Univ. 1265

Padova, Bibl. Univ. 1424

Padova, Bibl. Univ. 1460

Padova, Bibl. Univ. 1462

L2. Codici del XV secolo

a) Allestiti per Santa Maria Incoronata di Milano

Milano, Bibl. Ambros. A 47 sup.

Milano, Bibl. Ambros. C 66 sup.

Milano, Bibl. Ambros. D 16 sup.

Milano, Bibl. Ambros. D 18 sup.

Milano, Bibl. Ambros. E 2 sup.

Milano, Bibl. Ambros. E 14 sup.


Milano, Bibl. Ambros. E 110 sup.

Milano, Bibl. Ambros. H 6 sup.

Milano, Bibl. Ambros. H 72 sup.

Milano, Bibl. Ambros. I 63 sup.

Milano, Bibl. Ambros. L 55 sup.

Milano, Bibl. Ambros. L 66 sup.

Milano, Bibl. Ambros. L 96 sup.

Milano, Bibl. Ambros. M 3 sup.

Milano, Bibl. Ambros. M 56 sup.

Milano, Bibl. Ambros. N 68 sup.

Milano, Bibl. Ambros. R 14 sup.

Milano, Bibl. Ambros. R 78 sup.

Milano, Bibl. Ambros. S 42 sup.

b) Di altra committenza

Bergamo, Bibl. civ. A. Mai MA 51 (Delta 1,21)

Bergamo, Bibl. civ. A. Mai MA 85 (Delta 7,9)

Bergamo, Bibl. civ. A. Mai MA 109 (Delta 3,27)

Bergamo, Bibl. civ. A. Mai MA 136 (Psi 1,36)

Bergamo, Bibl. civ. A. Mai MA 148 (Psi 2,57)

Bergamo, Bibl. civ. A. Mai MA 238 (Gamma 3,17)


Bergamo, Bibl. civ. A. Mai MA 285 (Delta 5,5)

Bergamo, Bibl. civ. A. Mai MA 352 (Delta 6,37)

Bergamo, Bibl. civ. A. Mai MA 358 (Delta 6,44)

Bergamo, Bibl. civ. A. Mai MA 395 (Sigma 2,16)

Bergamo, Bibl. civ. A. Mai MA 405 (Delta 7,46)

Bergamo, Bibl. civ. A. Mai MA 486 (Gamma 4,12)

Bergamo, Bibl. civ. A. Mai MA 493 (Gamma 4,25)

Bergamo, Bibl. civ. A. Mai MA 498 (Gamma 4,31)

Bergamo, Bibl. civ. A. Mai MA 505 (Gamma 4,40)

Brescia, Bibl. civ. Queriniana A V 22

Brescia, Bibl. civ. Queriniana A V 23

Brescia, Bibl. civ. Queriniana A VI 21

Brescia, Bibl. civ. Queriniana A VI 30

Brescia, Bibl. civ. Queriniana A VII 23

Brescia, Bibl. civ. Queriniana B VI 9

Brescia, Bibl. civ. Queriniana C Il 9

Cremona, Bibl. Statale 34

Cremona, Bibl. Statale 87

Cremona, Bibl. Statale 93

Cremona, Bibl. Statale 104


Cremona, Bibl. Statale 119

Milano, Bibl. Ambros. B 96 sussidi (I)

Milano, Bibl. Ambros. B 96 sussidi (II)

Milano, Bibl. Ambros. D 37 sup.

Milano, Bibl. Ambros. E 27 sup.

Milano, Bibl. Ambros. F 69 sup.

Milano, Bibl. Ambros. F 118 sup.

Milano, Bibl. Ambros. H 86 inf.

Milano, Bibl. Ambros. 112 inf.

Milano, Bibl. Ambros. 0 214 sup.

Milano, Bibl. Ambros. 0 216 sup.

Milano, Bibl. Ambros. Q 53 sup.

Milano, Bibl. Ambros. R 28 sup.

Milano, Bibl. Ambros. R 30 sup.

Milano, Bibl. Ambros. R 38 sup.

Milano, Bibl. Ambros. R 87 sup.

Milano, Bibl. Ambros. S 56 sup.

Milano, Bibl. Ambros. T 119 sup.

Milano, Bibl. Ambros. X 16 sup.

Milano, Bibl. Ambros. Z 71 sup.


Padova, Bibl. Univ. 990

II. Codici umanistici

11 .1. Codici fiorentini

11. 1. 1 Codici allestiti per la Badia di Fiesole

a) Nella bottega di Vespasiano da Bisticci

a) Appositamente perla Badia

Firenze, Bibl. Med. Laur. Fies. 11

Firenze, Bibl. Med. Laur. Fies. 19

Firenze, Bibl. Med. Laur. Fies. 36

Firenze, Bibl. Med. Laur. Fies. 44

Firenze, Bibl. Med. Laur. Fies. 48

Firenze, Bibl. Med. Laur. Fies. 51

Firenze, Bibl. Med. Laur. Fies. 54

Firenze, Bibl. Med. Laur. Fies. 75

Firenze, Bibl. Med. Laur. Fies. 166

R) Allestiti in precedenza

Firenze, Bibl. Med. Laur. Fies. 8

Firenze, Bibl. Med. Laur. Fies. 39

Firenze, Bibl. Med. Laur. Fies. 40

Firenze, Bibl. Med. Laur. Fies. 43


Firenze, Bibl. Med. Laur. Fies. 49

Firenze, Bibl. Med. Laur. Fies. 56

Firenze, Bibl. Med. Laur. Fies. 57

Firenze, Bibl. Med. Laur. Fies. 77

Firenze, Bibl. Med. Laur. Fies. 163

Firenze, Bibl. Med. Laur. Fies. 175

Firenze, Bibl. Med. Laur. Fies. 184

Firenze, Bibl. Med. Laur. Fies. 188

b) Nella bottega di Zanobi di Mariano

Firenze, Bibl. Med. Laur. Fies. 47

Firenze, Bibl. Med. Laur. Fies. 55

Firenze, Bibl. Med. Laur. Fies. 165

Firenze, Bibl. Med. Laur. Fies. 169

Firenze, Bibl. Med. Laur. Fies. 185

II.1.2. Codici allestiti per i Medici

Firenze, Bibl. Med. Laur. Plut. 12,2

Firenze, Bibl. Med. Laur. Plut. 12,4

Firenze, Bibl. Med. Laur. Plut. 12,8

Firenze, Bibl. Med. Laur. Plut. 12,9

Firenze, Bibl. Med. Laur. Plut. 12,11


Firenze, Bibl. Med. Laur. Plut. 12,14

Firenze, Bibl. Med. Laur. Plut. 12,19

Firenze, Bibl. Med. Laur. Plut. 13,2

Firenze, Bibl. Med. Laur. Plut. 14,9

Firenze, Bibl. Med. Laur. Plut. 16,4

Firenze, Bibl. Med. Laur. Plut. 16,26

Firenze, Bibl. Med. Laur. Plut. 17,25

Firenze, Bibl. Med. Laur. Plut. 18,3

Firenze, Bibl. Med. Laur. Plut. 19,1

Firenze, Bibl. Med. Laur. Plut. 19,2

Firenze, Bibl. Med. Laur. Plut. 21,11

Firenze, Bibl. Med. Laur. Plut. 21,17

Firenze, Bibl. Med. Laur. Plut. 45,33

Firenze, Bibl. Med. Laur. Plut. 46,12

Firenze, Bibl. Med. Laur. Plut. 48,8

Firenze, Bibl. Med. Laur. Plut. 48,30

Firenze, Bibl. Med. Laur. Plut. 50,18

Firenze, Bibl. Med. Laur. Plut. 63,2

Firenze, Bibl. Med. Laur. Plut. 65,30

Firenze, Bibl. Med. Laur. Plut. 65,38


II.1.3. Codici di altra committenza

Firenze, Bibl. Med. Laur. Acquisti e doni 300

Firenze, Bibl. Med. Laur. Edili 182

Firenze, Bibl. Med. Laur. Plut. 20,15

Firenze, Bibl. Med. Laur. Plut. 49,6

Firenze, Bibl. Med. Laur. Plut. 63,5

Firenze, Bibl. Med. Laur. Plut. 65,21

Firenze, Bibl. Med. Laur. Plut. 65,23

Firenze, Bibl. Med. Laur. Plut. 65,24

Firenze, Bibl. Med. Laur. Plut. 90 sup.75

Firenze, Bibl. Med. Laur. Strozzi 14

Munchen, Bay. Staatsbibl. Clm 763

Miinchen, Bay. Staatsbibl. Clm 821

Mtinchen, Bay. Staatsbibl. Clm 10261

Miinchen, Bay. Staatsbibl. Clm 11301

Mtinchen, Bay. Staatsbibl. Clm 15731

Miinchen, Bay. Staatsbibl. Clm 18201

11. 2. Codici umanistici dell'Italia del Nord

11. 2. 1. Allestiti per Francesco Pizolpasso

Milano, Bibl. Ambros. A 142 sup.


Milano, Bibl. Ambros. C 67 inf.'

Milano, Bibl. Ambros. C 99 sup.

Milano, Bibl. Ambros. C 131 inf.

Milano, Bibl. Ambros. C 177 inf.

Milano, Bibl. Ambros. C 229 inf.

Milano, Bibl. Ambros. D 11 sup.

Milano, Bibl. Ambros. D 31 sup.

Milano, Bibl. Ambros. D 35 sup.

Milano, Bibl. Ambros. D 88 sup.

Milano, Bibl. Ambros. D 95 sup.

Milano, Bibl. Ambros. D 117 sup.

Milano, Bibl. Ambros. D 543 inf.

Milano, Bibl. Ambros. F 52 sup.

Milano, Bibl. Ambros. F 114 sup.

Milano, Bibl. Ambros. H 89 sup.

Milano, Bibl. Ambros. 1115 sup.

Milano, Bibl. Ambros. L 97 sup.

Milano, Bibl. Ambros. M 04 sup.

Milano, Bibl. Ambros. R 68 sup.

Milano, Bibl. Ambros. S 07 sup.


Milano, Bibl. Ambros. S 75 sup.

11. 2.2. Di altra committenza

Bergamo, Bibl. civ. A. Mai Cassaf. 2,11 (Phi 6,8)

Bergamo, Bibl. civ. A. Mai MA 71 (Delta 2,15)

Bergamo, Bibl. civ. A. Mai MA 73 (Delta 2,17)

Bergamo, Bibl. civ. A. Mai MA 337 (Delta 6,22)

Bergamo, Bibl. civ. A. Mai MA 347 (Delta 7,47)

Bergamo, Bibl. civ. A. Mai MA 363 (Delta 7,3)

Bergamo, Bibl. civ. A. Mai Mab 26 (Psi 2,31)

Firenze, Bibl. Med. Laur. Edili 215

Milano, Bibl. Ambros. A 31 inf.

Milano, Bibl. Ambros. A 76 inf.

Milano, Bibl. Ambros. B 15 inf.

Milano, Bibl. Ambros. B 153 sup.

Milano, Bibl. Ambros. B 154 sup.

Milano, Bibl. Ambros. C 75 sup.

Milano, Bibl. Ambros. C 211 inf.

Milano, Bibl. Ambros. D 3 sup.

Milano, Bibl. Ambros. G 22 sup.

Milano, Bibl. Ambros. G 87 sup.


Milano, Bibl. Ambros. H 3 sup.(S P 30)

Milano, Bibl. Ambros. H 123 inf.

Milano, Bibl. Ambros. I 75 sup.

Milano, Bibl. Ambros. T 102 sup.

Milano, Bibl. Trivulziana 658

Milano, Bibl. Trivulziana 661

Milano, Bibl. Trivulziana 695

Milano, Bibl. Trivulziana 696

Milano, Bibl. Trivulziana 697

Milano, Bibl. Trivulziana 1383

Milano, Bibl. Trivulziana 1430

Padova, Bibl. Antoniana 86

Padova, Bibl. Capitolare B 24

Padova, Bibl. Capitolare C 27

Padova, Bibl. Capitolare C 29

Padova, Bibl. Capitolare C 36

Padova, Bibl. Capitolare D 46

Padova, Bibl. Capitolare E 4

Padova, Bibl. Semin. vesc. 46

Padova, Bibl. Semin. vesc. 96


Padova, Bibl. Univ. 658

Padova, Bibl. Univ. 851

Padova, Bibl. Univ. 1055

Padova, Bibl. Univ. 1274

Padova, Bibl. Univ. 1454

Padova, Bibl. Univ. 1636


I. Derolez, Codicologie, I, pp. 164-165. Cfr. anche gli auspici a
intraprendere nuove ricerche formulati da D. Muzerelle nella
recensione in «Scriptorium», 40 (1986), p.141 e da J. P. Gumbert,
Appel, in «Scrittura e civiltà», 10 (1986), p. 313.

2. Cfr. Belloni, Ferrari, La biblioteca Capitolare di Monza, pp.


LXXVIIILXXX; Ferrari, Un bibliotecario milanese, pp. 229-261; Ead.,
Note di cartari, pp. 310-313, con bibliografia alla nota 14. I codici
pergamenacei sono sinteticamente presentati dalla Ferrari: «Una ...
produzione sistematica e organizzata ... s'individua in una serie di
codici che non recano sottoscrizioni e sono compatti per fattura e per
i testi che recano. Sono codici pergamenacei, di formato medio
piccolo, scritti su due colonne (eccetto uno, tascabile), in semigotica
corrente di stile monastico oppure di gotica quasi formata, con
semplici iniziali alternativamente rosse e blu e, solo in apertura di
volume, più eleganti iniziali miniate di scuola lombarda;
impaginazione, fascicolazione, tipo di pergamena sono uguali per
tutti. Gli stessi copisti si ravvisano in diversi codici» (Un bibliotecario
milanese, p. 255). Inoltre la Ferrari ravvisa in 9 manoscritti alcune
note promemoria del cartaro, e suppone che i volumi fossero stati
rigati dallo stesso (Note di cartari, pp. 311-312).

3. Edito da Paredi, La biblioteca del Pizolpasso, pp. 69-83, cui si


deve il Catalogo: pp. 89-168.

4.. Cfr. Ferrari, Un bibliotecario milanese, pp. 202-221; Ead., La


«littera antiqua», pp. 13-29: 21-29, in particolare nota 54, con
bibliografia e integrazioni alla lista dei codici; Ead., Pizolpasso
Francesco, in Dizionario della Chiesa ambrosiana, V, pp. 2891-2893;
Quilici, Legature del Piccolpasso, pp. 193-245.

5. Un bibliotecario milanese, p. 210.


6. Cfr. Vespasiano da Bisticci, Le Vite, 11, pp. 167-211 (Vita di
Cosimo de' Medici fiorentino): p. 183: «Avendo finito la casa et
buona parte della chiesa pensava in che modo quello luogo avessi a
essere abitato da uomini da bene et literati, et per questo fece
pensiero di farvi una degna libreria, et un dì sendo io in camera sua,
mi disse: che modo mi dai tu a fornire questa libraria di libri? Risposi
che avendogli a comperare sarebbe impossibile perché non se ne
troverebbe. Dissemi: che modo si potrebbe tenere a fornilla? Dissigli
che bisognava fargli iscrivere. Rispuose se io volevo pigliare questa
cura. Rispuosegli essere contento. Dissemi che io cominciassi a mia
posta ché tutto rimeteva in me, et che l'ordine de'danari che
bisognassino dì per dì commisse a don Arcangelo, priore allora del
detto munastero, che facessi le polize al banco lui, et sarebbono
pagati. Cominciata la libraria perché la sua volontà era ch'ella si
facessi cor ogni celerità possibile, et per danari non mancassi, tolsi
in poco tempo quarantacinque iscrittori, et finii volumi dugento in
mesi ventidua, dove si servò mirabile ordine, seguitando quello di
papa Nicola, d'uno ordine aveva dato a Cosimo per uno inventario di
sua mano»; segue la rassegna dei testi, pp. 183-189, e la
conclusione: «Vidi Cosimo finita la libreria di tutto, et gl'inventarii et
l'ordine di detta libreria, che n'ebe assai piacere; et andò questa a
suo modo, con tanta presteza». Per il «canone» di Tommaso
Parentucelli da Sarzana, che divenne papa Niccolò V, cfr. Blasio,
Lelj, Roselli, Un contributo alla lettura, pp. 125-165, con edizione alle
pp. 132-155; Petrucci, Le biblioteche antiche, 11, pp. 547-551.

7. De la Mare, New Research, I, Appendices 1-111, pp. 477-574:


App. II, pp. 555-564; Ead., Vespasiano da Bisticci, pp. 81-96; cfr.
anche Garzelli, Note su artisti, pp. 435-482; per i rapporti con la
Badia, Guidotti, Nuovi documenti, pp. 97-111.

8. Cfr. De la Mare, NewResearch, I, pp. 440-444.

9. Ibid., rispettivamente App. II, la, pp. 555-560; App. 11, 2a, pp.
562-563.
10. Per i 25 manoscritti dei Medici, cfr. principalmente Derolez,
Codicologie, II, 41-57; Ames-Lewis, The Library and Manuscripts
ofPiero di Cosimo de' Medici; De la Mare, NewResearch, I, pp. 452-
453 (per Lorenzo de' Medici), App. I, pp. 479-554; Ead., Cosimo and
his Books, pp. 115-156.

11. Bergamo, Biblioteca civica «Angelo Mai»; Brescia, Biblioteca


civica Queriniana; Cremona, Biblioteca statale; Firenze, Biblioteca
Medicea Laurenziana; Milano, Biblioteca Ambrosiana, Biblioteca
Trivulziana; Padova, Biblioteca Antoniana, Biblioteca Capitolare,
Biblioteca del Seminario vescovile, Biblioteca Universitaria. Un
sondaggio è stato inoltre effettuato alla Bayerische Staatsbibliothek
di Monaco. Ringraziamo i Direttori delle singole biblioteche, che
hanno cortesemente agevolato la consultazione dei codici.

12. Codicologie, I, p. 12. Si tenga comunque presente che,


soprattutto per quanto riguarda i manoscritti «monastici», la scelta
del supporto non è da ritenere così strettamente correlata al livello di
presentazione, come attestano non pochi esemplari cartacei (o a
fascicoli misti) che abbiamo rintracciato, più o altrettanto formali
rispetto ai membranacei.

13. Cfr. Bozzolo, Coq, Muzerelle, Ornato, Page savante, page


vulgaire; per la problematica relativa al libro volgare, cfr. Petrucci, Il
libro manoscritto, pp. 504-524.

14. Con lisières - termine che di per sè non indica


necessariamente un difetto - intendiamo quelle parti del bordo della
pergamena che presentano anomalie come ispessimento,
vetrificazione, lacune luniformi.

15. Il termine designa un segno privo di significato o lettera


annullata con un procedimento qualsiasi (depennata, espunta ...)
impiegati per riempire lo spazio rimasto vuoto alla fine di una linea di
scrittura (cfr. Maniaci, Terminologia del libro manoscritto, p. 197).
16. Cfr. Appendice 1, pp. 271-272. A titolo di confronto, la scheda
elaborata da Albert Derolez prevedeva l'osservazione di 24
parametri.

17. Questo totale include un manoscritto composito, che ha


richiesto ovviamente l'allestimento di due distinte schede.

18. Bozzolo, Coq, Muzerelle, Ornato, Noir et blanc, pp. 215-221.

19. La preferenza accordata a tale sistema è probabilmente di


natura funzionale. Non per nulla esso si generalizzerà nel libro a
stampa.

20. Cfr. Bianchi et alii, Facteurs de variation, p. 101, nota 10. Per
l'evolu zione della fascicolazione in ambito europeo cfr. in questo
volume Busonero, La fascicolazione, pp. 47-55. Per un'esposizione
generale della problematica, cfr. Ead., L'utilizzazione sistematica dei
cataloghi.

21. Rileviamo, a questo proposito, che in Francia, ove non


esisteva il quinione, la pergamena veniva condizionata in «bottes» di
24 (e non 25) o 36 pelli, mentre la risma e la mano di carta
contavano rispettivamente 480 e 24 fogli (cfr. Bozzolo, Ornato, Pour
une histoire, pp. 31-34). L'esistenza di fascicoli con un numero
dispari di bifogli non appare antiergonomica, anche se si accetta
l'ipotesi della fabbricazione dei fascicoli tramite piegature successive
della pelle originaria (cfr. Gilissen, Prolégomènes à la codicologie,
pp. 14-122; Bozzacchi, Palma, La formazione del fascicolo; Bianchi
et alii, Facteurs de variation, pp. 168-175). I manoscritti giuridici, di
grandi dimensioni, erano certamente degli in-folio, e, similmente, i
codici umanistici italiani, anche di dimensioni non notevoli, erano
spesso di tale formato (cfr. Derolez, Codicologie, I, pp. 26- 29;
Bianchi et alii, Facteurs de variation, pp. 100-102).

22. Cfr. Derolez, Codicologie, I, pp. 28, 35, 78. Ai riferimenti


bibliografici del Derolez, aggiungiamo altre fonti quattrocentesche
che documentano operazioni e fasi di confezione e di commercio
librario: Pistarino, Bartolomeo Lupoto, pp. 1-217; Levi D'Ancona,
Miniatura e miniatori a Firenze, pp. 13, 19, 274 (per menzioni di
righatura); Garzelli, Note su artisti, pp. 448-482; De la Mare, New
research, I, pp. 409-410 e nota 96; Ferrari, Note di Cartari, pp. 313-
314; Guidotti, Indagini su botteghe, p. 489, App., pp. 498-499, docc.
7, 8; Scalon, Guarnerio e la formazione della sua biblioteca, pp. 9-
11; Scalon, Produzione e fruizione, p. 130 e n'277,284,396.

23. Derolez, Codicologie, I, pp. 35-39; Id., Datierung und


Lokalisierung, pp. 111-112.

24. Il divario è ancora più grande se, anziché sulla taglia (cioè sul
semiperimetro), esso viene calcolato sulla superficie del foglio.

25. Cfr. Bozzolo, Ornato, Pour une histoire, p. 265.

26. Anche in Francia, la taglia media per questo periodo risulta


alquanto superiore: 525 mm circa.

27. Questi codici serviranno da modello ai cartai per il formato


«reale».

28. Può sembrare paradossale che lo scarto a livello globale sia


inferiore a quello osservato sia per la piena pagina che per le due
colonne. Il fenomeno è spiegabile se si considera che i due tipi di
impaginazione sono assai diversamente rappresentati nei due
gruppi.

29. Per ragioni tecniche, l'atteggiamento dei tipografi risulterà del


tutto differente.

30. I tipi corrispondono alle situazioni seguenti (applicate per


convenzione al caso del quinione): i = al-a5; 2 = la-5a; 3 = al-a5, più
segnalazione di metà fascicolo; 4 = a1-a101, 5 = 1-5; 6 = a1-a5, b6-
b101, 9 = altri sistemi.
31. Ricordiamo che nella codifica del Derolez i tipi 1-4 sono
orizzontali, disposti nel margine inferiore, con 1 al centro; 2 verso
destra, ma al di qua del margine esterno; 3 a cavallo della
giustificazione esterna; 4 al di là della stessa. I tipi 5-8 sono verticali:
5 senso alto-basso, situato all'interno della giustificazione dop pia
oppure tangente esternamente alla giustificazione semplice; 6
tangente esternamente alla giustificazione doppia; 7 nel margine
esterno, al di là della giustificazione; 8 senso basso-alto (non si
capisce se si riferisca ad una sola posizione o a tutte
indifferentemente). Nel nostro corpus, il tipo 5 designa i richiami
verticali, indipendentemente dalla presenza di una giustificazione
doppia. Va notato, a questo riguardo, che lo stesso Derolez nutriva
dubbi sulla pertinenza della sua codifica su questo punto
(Codicologie, I, p. 61) e che, in generale, la classificazione adottata
dallo studioso non è sempre ispirata da principi razionali.

32. Ai «types normaux à quatre lignes verticales» (= 41-44)


rilevati dal Derolez, ne abbiamo aggiunto un altro, da noi numerato
45, che presenta la riga di testa, raddoppiata e la riga di piede,
raddoppiata o semplice, entrambe estese da un bordo all'altro della
pagina; infine abbiamo creato il tipo 57, a 5 linee verticali, con quella
esterna raddoppiata.

33. Derolez, Codico1ogie, I, pp. 100, 108.

34. Casagrande Mazzoli, Foratura.

35. Bozzolo, Ornato, Pour une histoire, p. 318.

36. Derolez, Codicologie, I, p. 68.

37. Bozzolo, Ornato, Pour une histoire, p. 287; Bozzolo et alii,


Page savante, page vulgaire, p. 127.

38. Rammentiamo che 0,707 è la proporzione invariante, che


non cambia nel corso di una o più piegature successive. Per
definizione, vengono considerati «stretti» i fogli la cui proporzione è
inferiore a tale valore; «larghi», quelli la cui proporzione è superiore.

39. Va sottolineato che la proporzione del foglio nel corpus


analizzato da Derolez, Codicologie, I, p. 31, è ancora più stretta
(0,68).

40. Va sottolineato, a questo proposito, che i manoscritti giuridici


dei secoli XIII e XIV - tutti, ovviamente, di grandi dimensioni - sono in
prevalenza assai stretti, malgrado la disposizione a due colonne e la
presenza di una glossa a cornice. È questo il caso del corpus di
quarantasei volumi studiato in questo stesso volume da Devoti (Un
rompicapo, p. 154). Cfr. anche Ead., L'architettura della pagina
glossata.

41. Il rapporto 0,048/0,084 è praticamente identico a


0,031/0,055.

42. Se si misura il rapporto larghezza intercolunnio / larghezza


complessiva delle colonne, esso vale 12,4% nel gruppo umanistico,
contro 10,6% nel gruppo «monastico».

43. Nel caso, beninteso, che il bifoglio venga ricavato da una


pelle piegata in quattro.

44. Sull'esistenza di ricette di «mise en page» medievali e sulla


verifica della loro utilizzazione effettiva nei codici, cfr. Muzerelle,
Normes etrecettes de mise en page; Maniaci, Ricette di costruzione
della pagina, che dimostra come le abitudini differissero nel mondo
bizantino. Per un'ipotesi «funzionale» relativa alla maggiore
ampiezza dei due margini esterni, cfr. Bozzolo, Ornato, Pour une
histoire, p. 264; Ornato, Exigences fonctionnelles, p. 16.

45. Nel mondo bizantino, invece, la costruzione di uno specchio


a due colonne veniva eseguita prevalentemente scavando
l'intercolunnio al centro dello specchio, con una debole espansione
della larghezza dello specchio. Cfr. a questo proposito Maniaci,
Ornato, Intorno al testo.

46. Qualora i codici fossero provvisti di titoli correnti, risultava


ovviamente più difficile guadagnare spazio a scapito del margine
superiore.

47. Cfr. Bozzolo et alii, Noir et blanc, pp. 215-221.

48. Si può considerare, infatti, che allo sviluppo dei nuclei


corrisponda un'atrofizzazione delle aste, e quindi della distanza
verticale fra i nuclei.

49. Nei codici del gruppo «monastico» esaminati, che non


risultano scritti, per la maggior parte, in textualis formata, tale
caratteristica non assume aspetti molto evidenti e può quindi essere
trascurata. Si obietterà che, anche per la textualis formata, lo
spessore medio dei tratti non è poi, in definitiva, di molto superiore a
quello di altre scritture, in quanto a tratti molto «pieni» corrispondono
tratti estremamente sottili. Ciò non va negato, ma va anche
osservato che l'impressione visiva dipende esclusivamente dalla
presenza dei tratti pieni. In questo caso, il concetto di spessore
medio dei tratti sarebbe inoperante, se non fuorviante.

50. Ottenuta dividendo, per ogni volume, la lunghezza della riga


(cioè la larghezza dello specchio) per il numero medio di caratteri in
essa contenuti.

51. Cfr. tabella 19.

52. Nel primo caso, il coefficiente di correlazione lineare è 0,034,


cioè praticamente nullo; nel secondo, il valore è -0,467.

53. Il rapporto modulare (rapporto fra la larghezza e l'altezza


della scrittura) è di 0,93 per la scrittura dei codici «monastici», e di
1,14 per i codici umanistici. Va però osservato che lo scarto è
artificialmente aumentato dal fatto che la larghezza della scrittura è il
frutto di un calcolo e non di una misura diretta, e che il risultato del
calcolo è sensibile alla frequenza di ciascuna lettera nel testo. Ora,
la frequenza della m - la lettera più larga dell'alfabeto - è
significativamente inferiore nei codici «monastici», che comportano
una grande quantità di abbreviazioni (come è noto, nella lingua latina
la m è una delle lettere più abbreviate).

54. Per il concetto, cfr. Bergeron, Ornato, La lisibilité, pp. 166-


16'7.

55. Vedi intra, p. 239. Più precisamente, i «monastici» hanno


un'abbreviazione ogni 4,63 caratteri; gli umanistici, una ogni 40,36
caratteri. Il rapporto è perciò di 8,73 a 1.

56. Esso si ottiene dividendo la superficie di una pagina per il


numero medio di caratteri in essa contenuti.

57. I due valori sono: 10,62 mm per i «monastici» contro 19,82


mm per gli umanistici.

58. Sul principio di proporzionalità, cfr. Ornato, Exigences


fonctionnelles, p. 10; Maniaci, Il libro manoscritto bizantino, pp. 196-
20 1.

59. Esso varia, infatti, dal 67% al 63% per i codici più grandi.

60. Cfr. supra, p. 218.

61. 16,19 mz contro 7,41 m2.

62. Il valore medio nel secolo XII, perlomeno in Francia, è di 7


mm (Bozzolo, Ornato, Pour une histoire, p. 323, nota 193), contro
6,1 mm nel corpus umanistico analizzato dal Derolez, Codicologie, I,
pp. 122-123.

63. La riga logica è l'insieme dei caratteri che vengono letti in


successione prima di «andare a capo». La riga fisica è invece lo
spazio interlineare compreso fra i due margini laterali estremi dello
specchio, indipendentemente dall'impaginazione. Nell'impaginazione
a due colonne, una doppia riga logica corrisponde, per ciò che
riguarda lo sfruttamento della pagina, ad una riga fisica a piena
pagina.

64. Il rendimento dei volumi a due colonne grandi è il 97% di


quello dei volumi a piena pagina piccoli, mentre il rapporto è del 90%
per i codici umanistici.

65. Tale considerazione non implica che il fenomeno sia


intrinseco alla scrittura umanistica, in quanto i due gruppi (codici
piccoli a piena pagina e codici grandi a due colonne) appartengono a
sottogruppi diversi e, di conseguenza, non direttamente confrontabili.

66. Derolez, Codicologie, I, pp. 83-85.

67. Cfr. Ker, From "Above TopLine" to "BelowTopLine"; Palma,


Modifiche.

68. Maniaci, Ornato, Intorno al testo, pp. 183-186.

69. Dal momento che il parametro comporta notevoli variazioni


da un volume all'altro, il test di Student non risulta significativo.

70. I valori della tabella indicano ogni quanti segni grafici, in


media, viene a trovarsi un'abbreviazione. Sapendo che nella lingua
latina la lunghezza media delle parole è di circa 5 segni (cfr. Maniaci,
Alla fine della riga, p. 201), è facile dedurre ogni quante parole se ne
trova una che contiene un'abbreviazione.

71. Secondo i primi risultati dell'indagine sulla transizione dalla


scrittura carolina alla textualis, condotta da Stefano Zamponi,
Antonella Tomiello e Ezio Ornato, la percentuale di abbreviazioni nei
codici del secolo XI - perlomeno nel nord della Francia - è assai più
elevata che nel codice umanistico del secolo XV.
72. Quando la quantità di abbreviazioni è globalmente elevata, è
logico che una parte cospicua di esse appaia comunque sull'ultima
parola. Ciò accade evidentemente nei codici «monastici», il che
spiega che essi contengano più abbreviazioni che i codici umanistici,
anche sull'ultima parola.

73. Per una trattazione del fenomeno nei suoi aspetti teorici e
nelle sue modalità nell'area bizantina, cfr. Maniaci, Alla fine della
riga.

74. Medie calcolate su dieci righe.

75. Il test del xz dà una probabilità dello 0,1%. Lo stesso


fenomeno appare nei codici bizantini (cfr. Maniaci, Alla fine della
riga, pp. 230-231), ma le abitudini sono differenti in altri corpora.

76. Cfr. Bianchi et alii, La structure matérielle du codex, pp. 396-


402, 407409; cfr. anche Maniaci, La qualità della pergamena.

77. Il contrasto eccessivamente ampio fra i due secoli che si


manifesta per le taglie più grandi è dovuto alla scarsezza
dell'effettivo (rispettivamente 4 e 2 volumi); ma il fatto che i codici più
grandi siano alquanto difettosi nel XIV secolo e perfetti, da questo
punto di vista, nel secolo successivo, non è probabilmente casuale.

78. Cfr. Maniaci, La qualità della pergamena.

79. Si tratta generalmente dell'iniziale posta a capo dell'opera.

80. Espressa in percentuale rispetto alla superficie totale della


pagina.

81. Il cambiamento è legato all'introduzione dei pectines ad


rigandum (Ca sagrande Mazzoli, Foratura, pp. 432-440).

82. In sintesi, abbiamo rilevato che i sistemi di segnature per


bifogli sono costituiti da lettere, semplici o raddoppiate e/o da lineette
orizzontali o verticali (o da cerchi, croci et similia), disposti sia in
serie logiche sia in serie casuali. È frequente la segnalazione a metà
fascicolo (fornita da trattini disposti in forma di + o di x; da trattini
accompagnati alla lettera che contrassegna il fascicolo; dalla
numerazione fascicolare data al primo foglio della seconda metà del
fascicolo, per es. VI se il fasc. è un senione). Un ulteriore elemento
distintivo del sistema può essere offerto dall'impiego di differenti
sostanze scriventi (inchiostro «nero» o colorato, generalmente rosso
o azzurro, «mina di piombo») oppure dalla posizione della segnatura
nell'ambito della pagina (per es. quando è esaurita una serie situata,
come avviene normalmente, nell'angolo inferiore destro, la serie
rinascente viene tracciata nella zona centrale del margine esterno).
Per queste tipologie manca ancora uno studio sistematico; la
descrizione di alcuni tipi in uso tra la fine del secolo XIII e l'inizio del
successivo è offerta da Destrez, L'outillage des coplstes, pp. 29-30.

83. L'esempio più palmare di tale necessità è costituito dalle


bibbie «tascabili» del XIII e XIV secolo.

84. Derolez, Codicologie, I, pp. 37-38.

85. Su questo «principio», cfr. Ornato, Exigences fonctlonnelles,


pp. 9-10.

86. Media dei due parametri per il gruppo «monastico»: presenza


oro, 43%; superficie relativa dell'iniziale più grande, 6,54%.

87. Per questi volumi disponiamo di note di pagamento che


recano esplicita menzione della commissione: «fece scrivere a
posta» (Fies. 11), «fato scrivere» (Fies. 19, 36, 44, 48, 51, 54, 75,
166). Inoltre, l'esecuzione dello stemma sul foglio iniziale è
contemporanea all'allestimento del codice.

88. Lo spazio nello stemma, in questi volumi, è vuoto oppure è


stato riempito posteriormente.

89. Cfr. De la Mare, NewResearch, I, 442.


90. Cioè 100 - 0,327/0,361. Nella pagina più aerata, il nero copre
il 32,7% della superficie della pagina; in quella più riempita, il 36,1%.

91. Su questo principio, cfr. supra, nota 58.

92. Questa doppia connotazione è particolarmente evidente nei


manoscritti del Pizolpasso, i cui margini accolgono numerose e fitte
annotazioni; lettore attento e assiduo, il Pizolpasso era solito
aggiungere anche titoli correnti, foliazione e indici che facilitano la
consultazione, e personalizzava i propri libri con l'apposizione, nei
fogli iniziali e finali, di motti sentenziosi.

93. L'eccezione costituita da «Vespasiano Badia» non è


rilevante, in quanto è ridotta ad un unico volume.

94. Cfr. Bozzolo et alii, Noir et blanc, pp. 215-221.

95. Il sottogruppo «Pizolpasso» manifesta invece una spiccata


preferenza per la giustificazione doppia. Ricordiamo, tuttavia, che i
codici del Pizolpasso, alquanto omogenei, sono meno
rappresentativi della produzione regionale di quanto non lo sia il
sottogruppo «altri».

96. Nel caso della Badia, altre circostanze possono aver influito
sulla qualità dei codici, e in particolare il lasso di tempo
relativamente corto di cui Vespasiano dispose per l'allestimento di
una così grande quantità di codici. Infatti, secondo Albinia de la Mare
(New Research, I, p. 444), «to judge from the manuscripts,
Vespasiano was not able to call ori his finest scribes to do his hasty
work - such scribes were probably already heavily committed for
other clients». Il circostanziato resoconto di Vespasiano circa la
fornitura di libri alla Badia (cfr. supra, nota 6), anche se non può
essere preso esattamente alla lettera, è sostanzialmente veritiero e
fornisce eloquenti indicazioni sul «tour de force» al quale egli si era
impegnato. Per quanto concerne la manodopera, il tempo di
allestimento e i ritmi lavorativi - «tolsi in poco tempo quarantacinque
iscrittori [di cui almeno trentotto sono stati identificati dalla de la
Mare] et finii volumi dugento in mesi ventidua» - rispecchia
probabilmente la potenzialità produttiva della bottega. Se sulla scorta
di tale indicazione calcoliamo il ritmo di produzione, otteniamo che
ogni scriba realizzava un manoscritto ogni cinque mesi. Poiché
abbiamo computato che la media dei fogli - assemblati in quinioni - è
di 243 per volume, ipotizzando il mese lavorativo di giorni 26,
otteniamo un ritmo di scrittura di ff. 1,86 al dì e, pertanto, la
produzione di un quinione in giorni 5,37 (ovvero, se consideriamo
trenta giorni per mese, ff. 1,62 al dì, con la confezione di un quinione
in giorni 6,17), dunque circa un quinione alla settimana; e ricordiamo
che il pagamento era normalmente calcolato a fascicolo. Per ciò che
riguarda i tempi di copia - ovviamente assai variabili in funzione di
molteplici fattori - vanno citati i seguenti lavori: Bozzolo, Ornato, Pour
une histoire, pp. 46-48; Shooner, La production du livre parla pecia,
pp. 31-34; Luna, I tempi di copia di due scribi; Frioli, Sui tempi di
copia dell'amanuense medievale; Gullick, How Fast Did Scribes
Write?; Gumbert, The Speed of Scribes; Vezin, L'emploi du temps
d'un copiste; Overgaauw, Fast or Slow.

97. Per i manoscritti di Malatesta Novello, è sufficiente citare in


questa sede Casamassima, Guasti, La Biblioteca Malatestiana: le
scritture e i copisti; Libraria Domini, a cura di Lollini, Lucchi.

98. Dieci linee; valore che nel gruppo umanistico, ove lo spazio è
poco sfruttato, non corrisponde ad un gran numero di segni grafici.

99. L'unica eccezione è costituita dai tagli in fine pagina: i codici


del Pizolpasso presentano una percentuale molto bassa per i
passaggi dal recto al verso del foglio. Dal momento che il dato non si
inserisce in un insieme di scelte coerenti (per gli altri aspetti della
divisione delle parole, le percentuali non si staccano da quelle degli
altri gruppi), esso non può essere interpretato come l'indizio di un
comportamento «dotto» tendente a favorire la leggibilità.

100. Si può fare riferimento allo Schema di protocollo concepito


per il progetto denominato «Italia XI», elaborato nel 1983 e
sperimentato dal 1985 da un'équipe di studiosi, pubblicato in calce a
Bianchi et alii, La structure matérielle ducodex, pp. 446-452.

101. Si sceglie preferibilmente quello centrale del secondo


fascicolo. In ogni caso nelle schede si indica sempre il foglio/i e,
all'interno del foglio, le linee in cui si effettuano i conteggi.

102. Per limitarci a un nostro contributo, si rinvia alle schede


catalografiche approntate per il catalogo Pavia. Biblioteca
Universitaria: fondo Aldini, a cura di Casagrande, Casagrande
Mazzoli, Vecchio, in Catalogo di manoscritti filosofici nelle biblioteche
italiane, 7, pp. 107-272. In modo ergonomico si forniscono così le
dimensioni dei quattro margini, dello specchio, delle colonne,
dell'intercolunnio, della doppia linea di giustificazione, cioè delle
colonnine laterali dello specchio. Il sistema è stato recentemente
adottato nella serie Manoscritti datati d'Italia, di cui sono stati
pubblicati i primi due volumi (I manoscritti datati della provincia di
Trento, a cura di Casagrande Mazzoli et alii; I manoscritti datati della
Biblioteca Riccardiana di Firenze, a cura di De Robertis e Miriello).
Diversa è, invece, l'opzione di Albert Derolez, che offre dimensioni
frazionate in cinque parametri - che costituiscono la media
arrotondata di più valori - e non fornisce le dimensioni dei margini
che, uniche, permettono di posizionare lo specchio entro la pagina.
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