Sei sulla pagina 1di 444

Questo volume – considerato ormai un classico delle scienze sociali –

contiene saggi scritti da Hayek nei vent’anni successivi alla Seconda guerra
mondiale. Nella prima parte, vengono trattati temi di teoria della
conoscenza, carichi di implicazioni etiche e politiche: il problema dei
fenomeni complessi, la critica del «costruttivismo», la distinzione tra il
razionalismo cartesiano e il razionalismo critico, e così via. Nella seconda
parte, vengono delineati i princìpi di un ordine sociale liberale e si
individuano gli errori di quegli intellettuali che hanno ceduto alla mitologia
collettivistica. La terza parte è invece dedicata al rapporto tra politica ed
economia e a tematiche più specificamente economiche, come per esempio
il pieno impiego e l’inflazione. La consapevolezza dei limiti della ragione è
lo strumento con cui Hayek combatte contro ogni terrorismo intellettuale,
basato sulla «presunzione fatale» di una conoscenza superiore. La nostra
conoscenza, per Hayek come per Popper, è fallibile, ma Hayek sottolinea
un altro grande principio gnoseologico: quello della dispersione delle nostre
conoscenze relative a situazioni particolari di tempo e di luogo.
«Fallibilità» e «ignoranza» diventano in tal modo i fondamenti della libertà
individuale e della società aperta.

2
Friedrich A. von hayek (1899–1992) è stato il maggiore pensatore liberale
del Novecento. Ha studiato a Vienna e New York. Ha poi insegnato nella
stessa capitale austriaca, a Londra, Chicago e Friburgo (i.B.). Ha ricevuto il
Premio Nobel per l’economia nel 1974. Della sua vasta produzione
scientifica, in questa collana sono apparsi: Individualismo: quello vero e
quello falso; La società libera; L’abuso della ragione; La via della
schiavitù; Autobiografia; Liberalismo; Nazionalismo monetario e stabilità
internazionale; Competizione e conoscenza; La denazionalizzazione della
moneta.

3
Classici del pensiero politico ed
economico

4
Friedrich A. von Hayek
Studi di filosofia, politica ed economia
Prefazione di Lorenzo Infantino

5
Friedrich A. von Hayek, Studi di filosofia, politica ed economia

ISBN 978-88-498-3333-1

© 1998-2021 - Rubbettino Editore - Biblioteca Austriaca


88049 Soveria Mannelli - Viale Rosario Rubbettino, 10 - tel (0968)
6664201
www.rubbettinoeditore.it

Titolo originale: Studies in Philosophy, Politics and Economics (Routledge


& Kegan Paul, London 1967)
© 1967, F.A. von Hayek
Traduzione italiana di Marcella Vitale (parte prima), Simona Fallocco
(parte seconda), Fabiano Grasso (parte terza)

© Prima edizione digitale 2021 - Classici del pensiero politico ed


economico

Quest’opera è protetta dalle norme vigenti sul diritto d’autore. È vietata


ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata. È assolutamente vietato
installare questo file su dispositivi appartenenti a terzi, spedirlo via email o
distribuito mediante qualsiasi strumento informatico.

6
Prefazione all’edizione italiana

La libertà, se mai produce qualche male, fa anche in modo di curarlo.

Thomas Gordon

Se un uomo, come disse Cromwell, non sale mai tanto in alto come quando non sa dove
vada, a maggior ragione si può affermare che le comunità lasciano che avvengano le più
grandi rivoluzioni, proprio quando non intendono compiere nessun cambiamento e che i
più sottili uomini politici non sempre sanno dove stanno portando lo Stato con i loro
progetti.

Adam Ferguson

Il pericolo non è dovuto alla mancanza di attitudine a governare di una particolare classe.
Nessuna classe ha attitudine a governare. La legge della libertà tende ad abolire il dominio
di una razza sull’altra, di una fede sull’altra, di una classe sulle altre.

Lord Acton

7
1. Dalla distruzione del capitale alla distruzione della civiltà

I saggi che qui si presentano in traduzione italiana sono stati scritti da


Friedrich A. von Hayek (1899-1992) in un periodo di tempo di poco
superiore ai quattro lustri. Raccolti in volume (sotto il titolo di Studies in
Philosophy, Politics and Economics) dallo stesso Hayek, essi sono una
preziosa testimonianza perché pongono in evidenza alcuni significativi
passi del lungo e vasto itinerario teorico percorso dall’autore.
Hayek era partito da una delle questioni su cui gli esponenti della Scuola
austriaca di economia hanno con più forza richiamato l’attenzione: quella
relativa al «consumo del capitale». Da un punto di vista strettamente
tecnico, tale questione è stata un tema ricorrente della loro trattazione. La
ragione di ciò sta nel fatto che gli «austriaci» si sono subito resi conto che il
«consumo del capitale» è un evento estremamente allarmante, giacché
capace di trasformarsi in una vera e propria tragedia sociale.
Ecco come sull’argomento Hayek si esprime in un saggio del 1932,
scritto a complemento di Prices and Production, la serie di lezioni con cui
egli aveva l’anno precedente esordito alla London School of Economics and
Political Science: «In generale, due tipi di misure [...] sono in grado di
provocare un consumo di capitale così grande da rendere la riduzione dello
stesso capitale un serio problema per l’intera economia. Da un lato, vi sono
gli interventi diretti dello Stato che mirano a convertire il capitale in
reddito, quali le imposte sul patrimonio e quelle di successione. Dall’altro,
vi sono misure che conducono a una situazione in cui l’ammontare dei
redditi spesi per il consumo eccede il prodotto netto dell’economia per un
lungo periodo di tempo, di modo che il capitale viene gradualmente
consumato»1.
Nella stessa circostanza, Hayek aggiunge: «Se i beni capitali vengono
rinnovati solo in parte e non vengono rinnovati affatto, e se i fattori della
produzione vengono usati in processi che producono beni di consumo più
rapidamente [...], allora l’esito non potrà essere altro che quello di una
transizione verso un modello di produzione meno capitalistico. Inoltre, se si
fa un uso minore di macchine i cui prodotti possono essere consumati
soltanto dopo un lungo periodo di tempo, e se il valore dei beni capitali
cade relativamente a quello dei beni di consumo, ciò sta semplicemente a
indicare che il lavoro investito per un futuro più lontano riceve una più

8
bassa valutazione»2. E ancora: «Fin tanto che si consuma più di quanto
viene prodotto e che perciò una parte del consumo avviene a spese dello
stock esistente di capitale, le condizioni dell’economia nel suo complesso
devono continuare a deteriorarsi: infatti, da un lato la spesa corrente in beni
di consumo eccederà la spesa corrente per la produzione di questi beni;
dall’altro lato, però, il contributo corrente dei fattori originari di produzione
non sarà sufficiente a sostituire il valore totale del prodotto consumato, né a
sostituire le risorse che sono state impiegate nel passato e che dovrebbero
essere continuamente reinvestite nel futuro»3.
Accade comunque che molti trovino difficile darsi ragione del consumo
del capitale. Ciò «dipende dal fatto che essi guardano alla dotazione di
capitale esistente soprattutto o esclusivamente da un punto di vista tecnico e
considerano solo la sua capacità tecnica di produzione, non il suo
significato economico, cioè il suo valore. In quasi tutti i casi, tuttavia, una
diminuzione di capitale significa in prima istanza solo una riduzione nel
valore dell’attrezzatura produttiva esistente, che però continua a esistere
immutata per un certo tempo. La sua riduzione in termini fisici si verifica
soltanto nel corso del tempo e come conseguenza della sua perdita di valore
[... ciò] costituisce un’autentica riduzione della nostra ricchezza»4. Fra
l’altro, il consumo del capitale viene sempre accompagnato, com’è ovvio,
da gravi problemi di disoccupazione5.
Ebbene, Hayek percepisce tempestivamente, come del resto prima di lui
avevano fatto Carl Menger (1840-1921), Eugen von Böhm-Bawerk (1851-
1914) e Ludwig von Mises (1881-1973)6, che il consumo del capitale,
generato dall’interventismo tramite la manomissione della sfera della
libertà individuale, si può tradurre nella distruzione della «grande società» e
delle sue istituzioni, nell’annientamento cioè della civiltà occidentale. Di
qui l’esigenza, avvertita in precedenza soprattutto da Menger e da Mises, di
allargare il fronte della discussione e di gettare sulla questione una più
potente luce, alimentata da argomenti provenienti non esclusivamente dal
campo dell’economia in senso stretto.

2. L’ingresso nella metodologia delle scienze sociali

Si può dire che la permanenza di Hayek nell’ambito prettamente economico


si sia prolungata fino al 1941, anno di pubblicazione di The Pure Theory of
Capital, e che la sua fuoriuscita da quel territorio si sia realizzata nel 1944,

9
con l’apparizione di The Road to Serfdom7. Bisogna però aggiungere che,
già prima del 1941, egli aveva compreso l’importanza del problema
metodologico e che, dopo il 1944, continuerà di tanto in tanto a misurarsi
con questioni strettamente economiche.
Hayek ricorda autobiograficamente: «fu solo dopo che lasciai Vienna,
quando mi recai a Londra, che cominciai a pensare sistematicamente a
problemi di metodologia delle scienze sociali e che cominciai a riconoscere
che il positivismo in quel campo era assolutamente fuorviante»8. È qui
necessario un approfondimento.

A) Carl Menger e l’individualismo metodologico. Era stata la lettura dei


Grundsätze der Volkswirtschaftslehre di Carl Menger a trasformare
l’iniziale interesse di Hayek per l’economia in una «vera e propria
passione»9. Accade però che, giunto alla London School of Economics,
Hayek riceva l’incarico di curare la pubblicazione dei Collected Works of
Carl Menger, che incominciano ad apparire nel 1934. Hayek assorbe ora la
lezione metodologica di Menger. Scrive: «Considerate in sé, le
Untersuchungen [über die Methode der Sozialwissenschaften, und der
Politischen Oekonomie insbesondere10] non sono certo di meno dei
Grundsätze [...] quel libro ha fatto forse più di ogni altro per la
chiarificazione delle caratteristiche specifiche del metodo scientifico nelle
scienze sociali, e ha prodotto un’impressione tutt’altro che trascurabile sui
“metodologi” di professione»11.
In particolare, Hayek trova nelle Untersuchungen tre importanti
indicazioni. Anzitutto, la necessità «di un metodo d’analisi strettamente
individualistico»12. Ossia: Menger aveva posto in evidenza che ad agire
sono sempre e solo gli individui e che i concetti collettivi da noi utilizzati
non sono l’espressione di una realtà distinta dall’azione individuale, ma
sono semplicemente strumenti attraverso cui sinteticamente ci riferiamo
all’agire di singoli individui che occupano determinati ruoli sociali; lo
Stato, la nazione, il partito, la classe, ecc., sono termini con cui indichiamo
l’azione umana orientata in base a determinate idee e credenze, ma non
rappresentano soggetti distinti da quelli individuali. Ne deriva che, se
riconosciamo a tali concetti collettivi un contenuto proprio e autonomo,
cadiamo nel «flagrante errore di duplicare» la realtà13.
Hayek trova nelle Untersuchungen di Menger un’altra importante
indicazione. Sottolinea: «Menger coglie l’occasione per spiegare le origini

10
e il carattere delle istituzioni sociali, e lo fa in una forma che ne
consiglierebbe la lettura anche agli economisti e ai sociologi dei nostri
giorni»14. Di che si tratta?
Hayek si riferisce qui all’insistenza con cui Menger parla delle origini
spontanee di gran parte delle istituzioni sociali, considerate «come il
risultato irriflesso, la risultante inintenzionale di attività specificamente
individuali dei membri di una società»15. Cioè, come già rilevato, ad agire
sono sempre gli individui; ma le azioni, oltre agli esiti intenzionali,
producono, variamente combinandosi le une alle altre, una «cascata» di
conseguenze inintenzionali. Molte istituzioni sociali sono nate in tal modo,
per via «irriflessa»; per esempio: il linguaggio, la famiglia, il diritto, la
città, lo Stato, il mercato, la moneta e così via.
Nelle Untersuchungen, Hayek rinviene un ulteriore punto. Menger si era
chiesto non solo come mai possano sorgere istituzioni importanti senza una
«volontà comune orientata alla loro fondazione»16, ma anche come sia
possibile la loro sopravvivenza. E rispondeva che le istituzioni sono
costellazioni di «condizioni» che ci poniamo reciprocamente e tramite cui
co-adattiamo le nostre azioni, rendiamo cioè possibile la cooperazione
seriale; sono, in altre parole, l’«ambiente» normativo che «condiziona» e
rende possibile il perseguimento degli scopi dei singoli attori17. Le
istituzioni create intenzionalmente possono fallire le loro finalità, ma quelle
nate inintenzionalmente resistono proprio perché rispondono alle esigenze
della convivenza, anche se tali esigenze sono a noi sconosciute o non sono
da noi ben comprese. Dentro la vita di tutti i giorni, c’è quindi un profondo
e lungo processo di tipo evoluzionistico che la parzialità della nostra
conoscenza e la presunzione di ritenere noi stessi onniscienti e infallibili ci
impedisce sovente di vedere o di accettare. Attraverso tale processo,
nascono, si sviluppano e decadono molte regole e istituzioni sociali, senza
che in tutto ciò ci sia un nostro consapevole intervento. Che l’agire sia
sempre e solo quello degli individui, che esso produca conseguenze
intenzionali e inintenzionali, che gli esiti inintenzionali alimentino un
processo evoluzionistico da cui dipende la vita di gran parte delle istituzioni
sociali, sono questi i punti cruciali del metodo di Carl Menger, metodo
battezzato da Schumpeter con il nome di «individualismo metodologico»18.

B) I moralisti scozzesi. Come ci spiega Hayek in uno dei saggi contenuti in


questo volume19, la posizione metodologica di Menger è stata fortemente

11
influenzata da Savigny e dalla Scuola storica del diritto. Ma Savigny è stato
influenzato da Burke, e Burke è stato a sua volta potentemente influenzato
dai moralisti scozzesi.
Hume aveva sottolineato che la ragione di per se stessa è «del tutto
impotente [... e che] le regole della morale [...] non sono delle conclusioni
della nostra ragione»20. Aveva posto in evidenza che il diritto «non solo
deriva dalle convenzioni umane, ma sorge gradualmente e acquista forza
attraverso un lento progresso, e in virtù di una reiterata esperienza degli
inconvenienti che discendono dal trasgredirlo»21. E aveva ben capito che
l’intero sistema delle norme sociali, «comprendendo [...] l’interesse di
ciascun individuo, è ovviamente vantaggioso per la società», anche se
coloro che lo accettano non se ne rendono conto22.
Adam Ferguson aveva da parte sua scritto: «Ciascun passo e ogni
movimento della moltitudine, perfino in quelle che vengono definite epoche
illuminate, vengono compiuti con eguale cecità riguardo al futuro; e le
nazioni inciampano in istituzioni che sono il risultato dell’azione umana,
ma non l’esecuzione di un qualche disegno umano. Se un uomo, come disse
Cromwell, non sale mai tanto in alto come quando non sa dove vada, a
maggior ragione si può affermare che le comunità lasciano che avvengano
le grandi rivoluzioni, proprio quando non intendono compiere nessun
cambiamento e che i più sottili uomini politici non sempre sanno dove
stanno portando lo Stato con i loro progetti»23.
Adam Smith aveva a sua volta mandato in frantumi il mito del grande
Legislatore: «L’uomo di sistema [...] tende a presumere d’essere molto
saggio; e spesso è così innamorato della presunta bellezza del proprio piano
ideale di governo che non può tollerare la minima deviazione da qualunque
suo particolare. Egli lo definisce in tutto e per tutto, in ogni sua parte, senza
alcun riguardo per i grandi interessi e per i forti pregiudizi che possono
opporvisi. Sembra immaginare di poter disporre i diversi membri di una
grande comunità così facilmente come la mano dispone i diversi pezzi degli
scacchi sulla scacchiera. Ritiene che i pezzi sulla scacchiera abbiano come
principio di movimento quello che la mano imprime loro, mentre nella
grande scacchiera della comunità umana ogni singolo pezzo ha un proprio
principio di movimento, del tutto diverso da quello che il legislatore può
decidere di imprimergli»24.
Smith aveva aggiunto che, pure a prescindere da ogni altra
considerazione, nessun uomo di Stato o assemblea può sostituirsi al

12
singolo, perché nessun legislatore o senato può mai avere una conoscenza
maggiore di quella posseduta da ciascuno a proposito della propria
«condizione locale»25. Egli aveva inoltre spiegato che, essendo la
realizzazione dei nostri scopi legata alla cooperazione prestataci dagli altri,
il nostro interesse c’impone di servire, sia pure inintenzionalmente
l’interesse altrui26. E aveva messo in evidenza che le nostre maggiori
istituzioni non sono il prodotto della «saggezza» umana, ma il risultato non
programmato di azioni finalizzate ad altri obiettivi27.
Ecco, quel che occorre qui sottolineare è che, occupandosi della
metodologia di Menger, Hayek coglie presto le forti convergenze fra le
posizioni del fondatore della Scuola austriaca di economia e quelle dei
moralisti scozzesi28.

C) Karl R. Popper. Hayek ricorda di aver detto a Gottfried Haberler (1900-


1995), nel corso di un suo breve soggiorno a Vienna, di «essere giunto alla
conclusione che tutto il positivismo alla Mach» non potesse andare bene
per degli esponenti del marginalismo austriaco29. In risposta, Haberler gli
annunzia che c’è un «nuovo libro, appena uscito dal Circolo di Vienna,
scritto da un certo Karl Popper, che riguarda la logica della ricerca
scientifica»30. E Hayek commenta: «Mi resi conto che Haberler era stato
tratto in inganno dall’ambiente in cui il libro aveva fatto la sua comparsa.
Anche se il libro di Popper, formalmente, usciva da quel circolo, esso
rappresentava, in effetti, un attacco a quel sistema. E per me leggere quel
libro fu davvero importante; esso rappresentò una fonte di estrema
soddisfazione, perché confermava quella certa idea che mi ero fatto, a
seguito di un’esperienza molto simile a quella di Karl Popper»31.
Il libro di Popper, a cui Hayek si riferisce, è ovviamente la Logik der
Forschung, apparso a Vienna nell’autunno 193432. Secondo quanto riferisce
Popper, la conversazione fra lo stesso Hayek e Haberler si sarebbe svolta
nel 193533. Sta di fatto che nel 1936 Popper partecipa alla London School of
Economics al seminario diretto da Hayek e da Robbins, dove legge una
prima stesura di The Poverty of Historicism34.
Hayek dirà successivamente di avere avuto bisogno di tempo per
assimilare «sufficientemente» le «argomentazioni contenute» nella Logik
der Forschung35. E tuttavia il punto rilevante non sta nei tempi occorsi ad
Hayek per assorbire gli argomenti specialistici di quell’opera, ma nella
circostanza che il fallibilismo popperiano si coniuga perfettamente con la

13
metodologia dei moralisti scozzesi e della Scuola austriaca di economia,
metodologia incentrata sul sistematico rifiuto di ogni pretesa di onniscienza
e sulla consapevolezza della vasta e lunga «cascata» di conseguenze
inintenzionali prodotta dalle azioni umane intenzionali.
Tale coniugazione trova conferma nel fatto che, passando a occuparsi di
scienze sociali, Popper si è dato come obiettivo quello di «generalizzare il
metodo della teoria economica» austriaca36, accettando l’idea che pure le
istituzioni che «sorgono come risultato di azioni umane coscienti e
intenzionali sono, di regola, i sottoprodotti indiretti, inintenzionali e spesso
non voluti di tali azioni»37.

3. Economia e conoscenza

Nel 1936, Hayek legge al London Economic Club una relazione dal titolo
Economics and knowledge, pubblicata l’anno seguente su «Economica».
Egli giudicherà tale saggio come il suo «contributo più originale»,
l’«evento decisivo» della sua «biografia intellettuale»38. Si tratta di
un’«analisi degli errori metodologici dell’economia»39.
Dice Hayek: dobbiamo fare i conti con «un problema di divisione della
conoscenza, che è totalmente analogo o di almeno pari importanza a quello
della divisione del lavoro. A differenza però di quest’ultimo, che ha sempre
rappresentato uno dei principali argomenti d’indagine fin dall’inizio della
nostra scienza, quello della divisione della conoscenza è stato
completamente trascurato; nonostante ciò, mi sembra che esso costituisca il
problema veramente centrale dell’economia quale scienza sociale»40.
Hayek utilizza subito l’idea della dispersione della conoscenza contro la
teoria dell’equilibrio economico generale. Questa opera con l’ipotesi di un
mercato perfetto, suppone cioè che «tutti i membri della collettività, anche
se non onniscienti in senso stretto», conoscano perlomeno «quanto è
rilevante per le loro decisioni»41; e, se così è, l’equilibrio non è una
situazione che si raggiunge, bensì qualcosa di presupposto: perché, quando
si postula che i «soggetti conoscano tutto», allora essi sanno come
armonizzare le loro azioni, si trovano già in una situazione di equilibrio42.
Ne consegue che un’analisi del genere è «logica pura»43, incapace di
rendere ragione della reale articolazione del processo di mercato.
Come già scriveva Carl Menger, i prezzi sono i «sintomi del livellamento
economico fra le economie umane»44. Ciò significa che i prezzi segnalano

14
un processo in cui i singoli, scambiandosi reciprocamente beni e servizi,
fronteggiano la condizione di scarsità nella quale si trovano. Se ciascuno
disponesse della «conoscenza rilevante», saprebbe immediatamente quali
dei propri piani sono realizzabili e quali devono invece essere abbandonati.
Il che darebbe anche soluzione ai problemi derivanti dalla continua
riformulazione dei progetti individuali, riformulazione conseguente al fatto
che ciascuno permanentemente ridefinisce la propria condizione di scarsità,
modifica cioè le proprie preferenze.
Siamo però privi della «conoscenza rilevante». E il disequilibrio presente
nella vita individuale, da cui viene la spinta all’azione, trova nella
cooperazione sociale solo una parziale e imperfetta risposta. Alimentiamo
perciò un processo sempre inconcluso di ricerca di soluzioni accettabili, che
ci consente solamente di sostituire una situazione di disequilibrio con
un’altra situazione di disequilibrio45.
Ciò rende più chiare le critiche rivolte da Hayek alla teoria dell’equilibrio
economico generale. Questa adotta lo «stratagemma» di «assumere un
mercato perfetto, dove ogni evento è conosciuto istantaneamente da
ciascun individuo»46. Ma in tal modo dà per noto quel che invece
dev’essere «scoperto». Come Hayek dirà più tardi, quella teoria «assume
invariabilmente che esista già quello stato di cose che [...] il processo
concorrenziale tende a realizzare (o ad approssimare)»47. Ossia: «si suppone
che i dati dei diversi individui si siano già tutti pienamente aggiustati gli uni
agli altri, mentre il problema che richiede una spiegazione è quello relativo
alla natura del processo attraverso il quale si realizza questo aggiustamento
reciproco dei dati»48.
Pertanto: «non si risolve nulla assumendo che tutti sappiano tutto»49. La
questione consiste piuttosto nel riconoscere la nostra ignoranza e
nell’individuare un meccanismo attraverso cui mobilitare e rendere note le
conoscenze disperse nella società. Cioè: il riconoscimento della nostra
limitata e fallibile conoscenza produce una teoria dell’uomo in cui nessuno
ha titolo a porsi al di sopra degli altri; dal che discende l’esigenza
dell’uguaglianza giuridico-formale, da cui nasce un processo (la
concorrenza) che permette di «liberare» tutte le conoscenze disponibili e
disperse; una soluzione che sarebbe inutile se ognuno fosse in possesso
della «conoscenza rilevante». Come dire che la teoria dell’equilibrio,
assumendo l’ipotesi di un mercato perfetto, cancella tutto ciò che fa da
presupposto al processo concorrenziale, oscura i problemi a cui la

15
competizione cerca di dare risposta.
Ecco perché Hayek, tornando ancora sull’argomento, scrive che la
soluzione della questione economica è sempre un «viaggio di esplorazione
dell’ignoto»50. E aggiunge: «È difficile difendere gli economisti dall’accusa
di avere discusso della concorrenza, per circa quaranta-cinquanta anni,
partendo da presupposti che, se fossero veri per il mondo reale, la
renderebbero completamente priva d’interesse e inutile. Se tutti fossimo a
conoscenza di ciò che la teoria economica chiama i dati, la concorrenza
sarebbe veramente un metodo molto rovinoso»51. «Ma quali beni siano
scarsi, o quali cose siano dei beni, quanto siano scarsi o che valore abbiano,
sono esattamente queste le cose che la concorrenza deve scoprire»52. La
concorrenza è perciò un «procedimento per scoprire fatti che, senza di essa,
nessuno conoscerebbe, o almeno nessuno utilizzerebbe»53.

4. Ignoranza e libertà

L’attenzione al problema della dispersione della conoscenza all’interno


della società è davvero, come lo stesso Hayek riconosceva, l’«evento
decisivo» della sua «biografia intellettuale». Infatti, parallelamente all’uso
fattone per gettare luce sul significato della concorrenza, Hayek utilizza
quella idea per chiarire il significato da dare alla libertà.
«L’onniscienza non è umana, nessuno può avanzare la pretesa di
sottoporre tutte le forze della società alla direzione di una sola mente
sovrana»54. Chi «riconosce quanto limitati siano i poteri dei singoli» non
può che essere «propugnatore della libertà, sapendo che essa è l’unico
mezzo idoneo a garantire l’attuazione di tutta la potenziale ricchezza del
processo interindividuale»55.
In una pagina di una delle sue maggiori opere, Hayek riesprime tali
concetti nei seguenti termini: «Se esistessero uomini onniscienti, se
potessimo sapere non solo tutto quanto tocca la soddisfazione dei nostri
desideri di adesso, ma pure i bisogni e le aspirazioni future, resterebbe ben
poco da dire a favore della libertà [...]. La libertà è essenziale per far posto
all’imprevedibile e all’impredicibile; ne abbiamo bisogno perché, come
abbiamo imparato, da essa nascono le occasioni per raggiungere molti dei
nostri obiettivi. Siccome ogni individuo sa poco, e in particolare raramente
sa chi di noi sa fare meglio, ci affidiamo agli sforzi indipendenti e
concorrenti dei molti per propiziare la nascita di quel che desidereremo

16
quando lo vedremo»56.
È quindi la nostra ignoranza a imporci di essere liberi; la libertà è cioè lo
strumento attraverso cui cerchiamo di individuare e risolvere problemi,
accrescere la nostra conoscenza e la nostra razionalità57.
Hayek porta però la questione a un maggiore livello di profondità. Scrive:
«La concezione di un uomo già dotato di un intelletto capace di immaginare
la costruzione della civiltà e di crearla è tutta fondamentalmente falsa [...].
L’idea di un uomo che deliberatamente costruisce la sua cultura deriva da
un falso intellettualismo che considera la ragione umana come qualcosa al
di fuori della natura e provvista di una capacità intellettiva e razionale
indipendente dall’esperienza. Ma lo sviluppo della mente umana è parte
dello sviluppo della civiltà; e lo stato della civiltà in qualsiasi momento
determina la portata e le possibilità di fini e valori umani. La mente non
può mai prevedere il proprio progresso»58.
Ci sono qui dei punti che meritano di essere sottolineati. «Prima di tutto
la mente umana è, essa stessa, un prodotto della civiltà in cui si è
sviluppata, ed è ignara di gran parte dell’esperienza che l’ha formata e che
sempre l’aiuta»59. In secondo luogo, «le conoscenze che la mente umana
manipola coscientemente sono solo una piccola parte delle conoscenze che,
all’occasione, contribuiscono al successo dell’[...] azione. Se riflettiamo
sulla quantità di conoscenze di altri individui che costituisce condizione
essenziale per il perseguimento dei nostri scopi personali, l’enormità della
nostra ignoranza delle circostanze da cui dipendono i risultati della nostra
azione appare impressionante»60. In terzo luogo, non è solo il nostro
cervello a essere un «ordine spontaneo», un prodotto di cui siamo
beneficiari, ma la cui crescita non abbiamo programmato: «La vita
dell’uomo in società, o anche quella degli animali socievoli in gruppi, è
resa possibile dal fatto che gli individui agiscono secondo certe regole. Con
lo sviluppo dell’intelligenza queste tendono a svilupparsi da abitudini
inconsce in dichiarazioni esplicite e articolate e, al tempo stesso, a
diventare più astratte e generali. La nostra familiarità con le istituzioni
giuridiche c’impedisce di vedere quale sottile e complesso meccanismo sia
quello che delimita con norme astratte le sfere individuali. Se fosse stato
deliberatamente progettato, meriterebbe di essere annoverato tra le più
grandi invenzioni umane. Ma naturalmente non è stato concepito da una
mente umana più di quanto non lo siano stati la lingua o il denaro o la
maggior parte delle abitudini e delle convenzioni su cui la vita è basata»61.

17
Tutto ciò mostra che il problema di fondo è sempre lo stesso: «riuscire ad
approfittare di questa conoscenza che esiste soltanto dispersa in opinioni
separate, parziali, e a volte antagoniste, di tutti gli uomini»62. Il che è
possibile solo tramite quel processo generale di mobilitazione delle
conoscenze che è la libertà.
Hayek fornisce così gli elementi per capire in che cosa consista il «vero
individualismo». Questo nasce in opposizione a ogni «presunzione»;
riconosce i limiti della ragione umana, e si affida alla «collaborazione
spontanea di uomini liberi» per creare «cose che sono più grandi di quanto
le loro menti individuali avrebbero mai potuto pienamente comprendere»63.
È invece un «falso individualismo» quello che non crede nei limiti della
ragione umana, che anzi «abusa» della ragione, che «presume» di
conoscere, che ritiene possibile plasmare e riplasmare
64
intellettualisticamente le istituzioni umane . Errore in cui cade anche il
collettivista, il quale addirittura assegna a un particolare gruppo sociale il
privilegio di una conoscenza superiore o il monopolio della verità. E qui
Hayek scrive: quando «la verità o la falsità di un’affermazione non si
decide più in base ad argomentazioni logiche e verifiche empiriche, ma in
base all’esame della posizione sociale della persona che l’ha pronunziata;
quando perciò dipende dall’appartenenza a una data classe o razza la
capacità o incapacità di scoprire la verità; e quando [...] si proclama che
l’infallibile istinto di una data classe o di un dato popolo ha sempre ragione,
allora vuol dire che la ragione è stata definitivamente liquidata»65.

5. Ordine astratto e libertà

L’idea della dispersione della conoscenza colpisce alla radice la pretesa di


affermare un «punto di vista privilegiato sul mondo». Nessuno possiede la
Verità, nessuno ha diritto di imporre come bene comune o pubblico le
proprie personali preferenze. E non solo. Il bene comune non può essere
nemmeno una specifica e concordata meta: perché nessuno può prevedere
quale particolare contenuto il processo sociale darà alla nostra vita. Se
l’obiettivo è quello di difenderci dalla nostra ignoranza, il bene comune non
può essere allora che una situazione normativa, che consenta la
massimizzazione dell’«uso della conoscenza»66, che «incrementi quanto più
possibile le opportunità di ognuno – non ad ogni momento, ma solamente
nell’“insieme” e nel lungo periodo»67; dev’essere cioè un «ordine astratto»

18
che, non prescrivendo dei contenuti e limitandosi semplicemente a tracciare
i confini dell’azione, lasci «indeterminato» l’ordine che concretamente si
realizzerà68. È questa un’idea ben compresa da Hume69, Ferguson, Smith, e
che coincide con l’idea dello Stato di diritto e della certezza del diritto.
Si tratta di una situazione normativa che consente l’autonoma scelta dei
fini individuali. E ciò significa – come hanno ripetutamente sottolineato gli
stessi Hume, Ferguson e Smith – che la libertà, prim’ancora di essere un
fatto economico e politico, è un fatto giuridico70; l’habitat di un sistema
politico libero e del mercato non può quindi essere che lo Stato di diritto.
In tale situazione normativa, gli individui agiscono senza dover
sottoscrivere un accordo che riguardi obiettivi da realizzare. Scrive Hayek:
«La scoperta che gli uomini potessero vivere insieme pacificamente e
arrecarsi reciprocamente benefici, senza doversi accordare sugli scopi
individualmente perseguiti, ha portato alla creazione della Grande
società»71. Il che ha per conseguenza che, attraverso lo scambio di beni e
servizi, cooperiamo per fini che ci sono normalmente sconosciuti e che, se
conosciuti, potremmo addirittura disapprovare. Hayek precisa: «È un fatto a
cui non si può ovviare [...]. Che si collabori alla realizzazione degli scopi
degli altri, senza condividerli e senza neppure esserne a conoscenza,
solamente per poter raggiungere i nostri fini, è alla base della forza della
Grande società»72.
Ma c’è di più. La libertà nella scelta dei fini individuali non sarebbe
possibile se all’«astrattezza» delle norme giuridiche non si aggiungesse
l’«astrattezza» del denaro. Questo, non avendo alcun rapporto col singolo
scopo, dà vita alla forma più compiuta di obbligazione generica, che
affranca la relazione da un oggetto specifico o da una persona specifica. E
al pari delle norme giuridiche, che sono norme di «mera condotta», dice
agli individui, attraverso i suoi coefficienti numerici (i prezzi), «che quanto
essi stanno facendo o possono fare è oggetto di maggiore o minore
richiesta»73.
Ebbene, aprendo questa prefazione, abbiamo segnalato l’insistenza con
cui gli esponenti della Scuola austriaca di economia hanno denunziato il
fenomeno del «consumo del capitale», determinato dall’interventismo dello
Stato nell’economia, perché in esso vedevano una minaccia per la stessa
civiltà. Attraverso il suo lungo itinerario teorico, Hayek conferisce a tale
tesi una straordinaria energia, mostra come i comandi specifici dettati dallo
Stato interventista siano basati sulla insostenibile e assurda pretesa di una

19
conoscenza superiore. Ed evidenzia come, con il particolarismo legislativo
ed economico di cui sono portatori, tali comandi alterano e travolgono
l’ordine astratto della Grande società, l’habitat che rende possibile la
libertà, l’esplorazione dell’ignoto e, tramite ciò, la correzione degli errori74.
Sono argomenti che lo stesso Hayek ha utilizzato per sottoporre a
devastante critica il mito del Pianificatore onnisciente e per prevedere con
larghissimo anticipo il crollo dei regimi «costruiti» su quella «presunzione
fatale»75.

Lorenzo Infantino

20
Friedrich A. von Hayek
Studi di filosofia,
politica ed economia

21
A Karl Popper

22
Prefazione

Questo volume contiene una raccolta di saggi derivanti dal lavoro degli
ultimi vent’anni di un economista, il quale ha scoperto che, se avesse
dovuto trarre dalla sua conoscenza tecnica delle conclusioni rilevanti per le
questioni pubbliche del nostro tempo, avrebbe dovuto prendere decisioni su
molte questioni a cui l’economia non fornisce risposta. Per qualificarmi
nella discussione di quei problemi di filosofia della scienza e di politica
derivanti dal mio lavoro in campo economico, credo di aver compiuto uno
sforzo non inferiore a quello fatto per cominciare a scrivere di economia.
Conseguenza di ciò è che adesso sono consapevole di non potermi ancora
considerare un filosofo o uno scienziato della politica completamente
formato più di quanto allora fossi conscio di non essere ancora un
economista completamente qualificato.
La separazione dei vari saggi, in tre parti corrispondenti ai campi indicati
dal titolo del volume, è in qualche misura arbitraria. I problemi di filosofia
della scienza e di filosofia morale che vengono discussi sono sorti tutti dalla
precedente trattazione di problemi di teoria economica, di psicologia e di
politica sociale; e gli studi dei problemi di politica ed economia sono legati
più a questioni in cui le diverse aree di conoscenza si intersecano, piuttosto
che a temi appartenenti a una sola disciplina. Sembrano tuttavia ricadere in
modo naturale nei tre gruppi che giustificano il titolo del volume, titolo che
si rivela migliore di qualsiasi altro a cui potessi pensare per indicare la
gamma di interessi che esso copre.
Sebbene non abbia apportato grandi modifiche ai saggi che sono apparsi
già in passato, li ho riveduti attentamente, non con l’idea di renderli più
aggiornati, ma con l’intenzione di esprimere meglio ciò che intendevo dire
quando li ho scritti.
Non sono ancora sicuro di essermi comportato saggiamente decidendo di
includere due conferenze (capp. 9 e 10) non ancora pubblicate. Poiché però
rappresentano l’inizio e la conclusione di una serie di tentativi a cui ho
dedicato il mio tempo per mettere insieme un gruppo internazionale di
studiosi che fossero interessati agli stessi problemi di cui da allora mi sono

23
principalmente occupato, alla fine ho ritenuto che la loro inclusione
avrebbe potuto fungere da indicatore degli impegni che hanno lasciato il
segno su gran parte delle altre mie opere. La relazione (cap. 11)
recentemente presentata a una riunione della Mont Pélèrin Society può
servire invece a indicare le conclusioni a cui le discussioni all’interno di
quel gruppo mi hanno condotto e, allo stesso tempo, lo scopo dell’opera più
sistematica in cui mi trovo attualmente impegnato.
I lettori di alcuni dei miei scritti precedenti potrebbero notare un lieve
cambiamento nel tono della mia discussione relativa a quell’atteggiamento
che allora chiamavo «scientismo». La ragione di ciò sta nella circostanza
che Sir Karl Popper mi ha insegnato che gli scienziati della natura in realtà
non solo non hanno fatto ciò che molti di loro ci hanno detto di aver fatto,
ma hanno anche spinto i rappresentanti di altre discipline a imitarli. La
differenza tra i due gruppi di discipline si è da allora enormemente sfumata
ed io continuo la discussione solo perché tanti scienziati sociali stanno
ancora cercando di imitare quello che erroneamente considerano il metodo
delle scienze della natura. Il debito intellettuale che ho nei confronti di
questo mio vecchio amico, per avermi insegnato ciò, non è che uno dei
tanti, ed è dunque del tutto opportuno che questo volume venga dedicato a
lui in segno di gratitudine.
Non mi resta che esprimere i miei ringraziamenti ai direttori e agli editori
delle riviste e delle altre pubblicazioni, in cui sono apparsi alcuni dei saggi
qui raccolti, per aver dato il permesso di ristamparli, alla dottoressa Monika
Streissler per avermi aiutato a correggere le bozze e alla signora Eva von
Malchus per aver preparato l’indice.

F.A. von Hayek


Freiburg i. B., luglio 1966

24
Parte prima
Filosofia

25
Das Höchste wäre zu erkennen, das alles Faktische schon Theorie ist.
[Il punto più elevato consiste nel riconoscere che ogni fatto è già teoria].

J.W. von Goethe

26
1.
Gradi di spiegazione*

1.1 La discussione sul metodo scientifico è stata guidata quasi interamente


dall’esempio della fisica classica. La ragione di ciò risiede principalmente
nel fatto che certi aspetti del metodo scientifico possono essere illustrati
molto facilmente da esempi tratti da quel campo, e risiede in parte nella
credenza che, poiché la fisica è la più altamente sviluppata di tutte le
scienze empiriche, essa debba essere imitata da tutte le altre scienze. Quale
che sia la verità contenuta in questa seconda considerazione, essa non deve
tuttavia farci perdere di vista la possibilità che alcune delle procedure
caratteristiche della fisica possano non essere di applicabilità universale, e
che la procedura di alcune delle altre scienze, «naturali» o «sociali»,
possono differire da quelle della fisica, non perché siano meno avanzate,
ma perché la situazione nei loro campi differisce in modo significativo da
quelli della fisica. Più in particolare, ciò che consideriamo come il campo
della fisica potrebbe benissimo essere la totalità di fenomeni in cui il
numero di variabili di diverso tipo1, significativamente connesse, è
sufficientemente piccolo da consentirci di studiarle come se formassero un
sistema chiuso, di cui possiamo osservare e controllare tutti i fattori
determinanti; e potremmo essere stati portati a considerare certi fenomeni
come posti al di fuori della fisica, proprio perché non rientranti in quella
situazione. Se ciò fosse vero, sarebbe certamente paradossale cercare di
introdurre le metodologie rese possibili da quelle speciali condizioni
all’interno di discipline considerate diverse in conseguenza del fatto che nei
loro specifici campi non prevalgono quelle condizioni.
Nel tentativo di portare alla luce certi aspetti del metodo scientifico che
non sono generalmente posti in rilievo, cominceremo dall’interpretazione,
adesso largamente accettata, della scienza teorica come sistema «ipotetico-
deduttivo». Si potrebbe accogliere la maggior parte delle idee di base
sottostanti a tale approccio e pensare tuttavia di poterlo interpretare in un
modo che lo renda inappropriato a certe materie. La sua concezione di base

27
si presta a una stretta interpretazione, stando alla quale l’essenza di tutto il
procedimento scientifico consiste nella scoperta di nuove proposizioni
(«leggi di natura» o «ipotesi»), da cui possono derivare controllabili
predizioni. Tale interpretazione può costituire un serio ostacolo alla
penetrazione della nostra comprensione in campi in cui certamente in
questo momento, e forse per sempre, un procedimento diverso potrebbe
essere il nostro unico effettivo mezzo per avere una guida nel mondo
complesso in cui viviamo.
La concezione della scienza come sistema ipotetico-deduttivo è stata
esposta da Karl Popper in un modo che illustra con chiarezza alcuni punti
molto importanti2. Egli ha chiarito che le scienze teoriche sono tutte
essenzialmente deduttive, che non ci può essere un procedimento logico
quale l’«induzione», che porta in modo necessario dall’osservazione dei
fatti alla formulazione di regole generali, e che queste ultime sono il
prodotto di atti creativi della mente che non possono essere formalizzati.
Egli ha anche sottolineato l’importante punto per il quale le conclusioni a
cui conducono le teorie hanno essenzialmente natura di divieti: esse
«escludono» l’accadere di certi tipi di eventi e non possono mai essere
definitivamente «verificate», ma solo progressivamente confermate da
continui tentativi falliti di dimostrarle false. Nelle pagine seguenti, questa
parte di tale concezione verrà accettata.
Tuttavia, in questo approccio si trova un’altra non meno illuminante idea
che, se accettata troppo letteralmente, si presta a divenire fuorviante. Si
tratta di ciò che Popper ha di tanto in tanto espresso in alcune conferenze3,
dicendo che la scienza non spiega l’ignoto con ciò che è noto, come si
crede comunemente, ma al contrario ciò che è noto con ciò che non lo è.
Questo apparente paradosso sta a significare che l’aumento di conoscenza
consiste nella formulazione di nuove asserzioni che spesso si riferiscono a
eventi che non possono essere direttamente osservati e da cui, assieme ad
altre asserzioni su alcuni particolari, possiamo dedurre asserzioni che
possono essere confutate per mezzo dell’osservazione. Non dubito che sia
importante sottolineare che conoscenze aggiuntive saranno in questi casi
contenute nelle nuove asserzioni (ipotesi o leggi di natura), che formano
parte delle basi della nostra tesi deduttiva; ma non mi sembra che ciò
rappresenti una caratteristica generale di tutte le procedure scientifiche;
potrebbe essere la regola in fisica ed essere valida talvolta anche nelle
scienze biologiche, ma presuppone condizioni che non sono presenti in

28
molti altri campi.

1.2 Persino per quanto concerne le scienze fisiche, l’enfasi sul


procedimento che va dalle ipotesi che devono essere sottoposte a controllo
alle conclusioni che possono risultare false, può portare troppo lontano.
Gran parte del valore di tali discipline deriva senza dubbio dal fatto che,
una volta che le loro ipotesi sono ben accreditate, possiamo fiduciosamente
trarne conclusioni applicabili a nuove circostanze e considerarle vere senza
controllarle. Il lavoro del teorico non è concluso quando le sue ipotesi
sembrano sufficientemente confermate. L’attività di pensiero, con tutte le
sue implicazioni, è senza dubbio un’attività di complessità e difficoltà
enormi, che richiede le più alte forme di intelligenza. Nessuno potrà negare
che sforzi costanti in tale direzione sono parte del regolare compito della
scienza; infatti, tutte le discipline teoriche sono quasi esclusivamente
interessate a tale tipo di attività. La questione relativa all’ambito di
applicazione o alla portata di una teoria, se essa possa dar conto o no di un
certo gruppo di fenomeni osservati, o se gli eventi osservati si trovino
all’interno dell’ambito di ciò che si sarebbe potuto predire tramite essi, se
tutti i dati di fatto rilevanti fossero stati conosciuti e se fossimo stati in
grado di manipolarli adeguatamente, è spesso un problema tanto
interessante quanto quello consistente nel fatto che la conclusione
particolare derivata dalla teoria possa essere confermata; ciò è chiaramente
indipendente da quella questione.
Questi aspetti del lavoro del teorico diventano sempre più rilevanti non
appena si passa dalla teoria «pura» della fisica a discipline come
l’astrofisica o le varie aree della geofisica (sismologia, meteorologia,
geologia, oceanografia, ecc.) che sono talora indicate come scienze
«applicate». Questo nome descrive a stento il particolare tipo di sforzo
richiesto da tali discipline. In questo contesto, essa non è usata per indicare,
come fa la tecnologia, che esse soddisfano particolari bisogni umani, né per
indicare che la loro applicabilità è riservata a particolari zone di tempo e di
spazio. Esse tendono tutte a sviluppare spiegazioni generiche che, almeno
in via di principio, sono significative a prescindere dagli eventi particolari
per cui sono state formulate: gran parte della teoria delle maree, così com’è
sviluppata nell’oceanografia terrestre, potrebbe essere applicabile agli
oceani di Marte. Ciò che è caratteristico di queste teorie è che esse, in un
certo senso, consistono in deduzioni derivate da combinazioni di leggi

29
conosciute della fisica e, rigorosamente parlando, non formulano proprie
distinte leggi, bensì elaborano le leggi della fisica in modelli esplicativi
appropriati al particolare tipo di fenomeni cui esse si riferiscono. Certo, è
pensabile che lo studio delle maree possa portare alla scoperta di una nuova
legge di natura; ma, se lo facesse, sarebbe presumibilmente una nuova
legge della fisica e non dell’oceanografia. L’oceanografia conterrà tuttavia
asserzioni generali che non sono fisica pura e semplice, ma che sono state
elaborate a partire da leggi della fisica, per dare conto degli effetti congiunti
di certe costellazioni tipiche di eventi fisici, ossia modelli specifici
sviluppati per affrontare tipi di situazioni ricorrenti.
È senza dubbio auspicabile che, nell’esaminare tali sistemi deduttivi, le
conclusioni siano, a ogni stadio, messe alla prova dei fatti. Non possiamo
mai escludere la possibilità che persino la legge più accreditata possa
cessare di valere in condizioni in cui non sia stata ancora sottoposta a
controllo. Ma mentre questa possibilità esiste sempre, la sua probabilità, nel
caso di un’ipotesi ben confermata, è così piccola che spesso, in pratica, la
trascuriamo. Le conclusioni che possiamo trarre da una combinazione di
ipotesi ben stabilite saranno dunque preziose anche se non dovessimo
essere in condizione di controllarle.
In un certo senso, una simile argomentazione deduttiva, sviluppata per
rendere conto di un fenomeno osservato, non contiene nuova conoscenza. A
coloro i quali non si occupano abitualmente dell’elaborazione di tali
modelli di spiegazione per tipiche situazioni complesse, il compito di
dedurre unicamente gli effetti combinati di leggi conosciute può sembrare
banale. Ma questo è vero solo nella misura in cui sia vero anche per la
matematica. Il fatto che certe conclusioni siano implicate in ciò che già
sappiamo non significa necessariamente che siamo consapevoli di tali
conclusioni o che siamo capaci di applicarle ogniqualvolta che esse
potrebbero aiutarci a spiegare ciò che osserviamo. Nessuno può infatti
trarre tutte le conseguenze estraibili dalla nostra conoscenza, o estraibili
addirittura da alcune delle più banali e incontestate proposizioni che usiamo
nella vita quotidiana; è spesso sempre un compito eccessivamente difficile
decidere quanto di ciò che osserviamo può essere spiegato con leggi già
conosciute, o potrebbe essere spiegato se possedessimo tutti i dati rilevanti.
Trarre più conclusioni significative possibili da ciò che già sappiamo non è
certo un compito puramente deduttivo: nella scelta dei problemi, esso
dev’essere guidato dall’osservazione. Ma, nonostante sia l’osservazione a

30
sollevare i problemi, la risposta riposa solo sulla deduzione.
Di conseguenza, riguardo alle discipline menzionate, di solito la
questione importante non è se le ipotesi o le leggi usate per la spiegazione
dei fenomeni siano vere, bensì se abbiamo selezionato, dal nostro bagaglio
di teorie accettate, le ipotesi appropriate e se le abbiamo combinate nel
modo giusto. Ciò che sarà nuovo in questa «nuova» spiegazione di alcuni
fenomeni sarà la particolare combinazione di asserzioni teoriche e di
asserzioni relative ai fatti considerati significativi nella particolare
situazione (le «condizioni iniziali» e «al margine»). E il problema non è di
stabilire se un simile modello sia vero, bensì se sia applicabile ai (o vero
dei) fenomeni che esso intende spiegare.
Abbiamo finora parlato principalmente di quelli che vengono definiti
rami della fisica applicata per mostrare che, persino qui, gran parte del
lavoro indubbiamente teorico non mira alla scoperta di nuove leggi o alla
loro conferma, bensì all’elaborazione, a partire da premesse accettate, di
modelli deduttivi di argomentazioni in grado di dare conto dei fatti
complessi osservati. Se in questi casi possiamo parlare di ipotesi che hanno
bisogno di essere controllate, ciò dev’essere fatto con riferimento alla
circostanza che questo o quel modello si adatti a una situazione osservabile,
e non con riferimento alle asserzioni condizionali in cui consiste il modello
esplicativo stesso e che viene assunto come vero. Ci soffermeremo più
ampiamente dopo sulle peculiarità di questo procedimento. Per il momento,
il nostro scopo è esclusivamente quello di evidenziare che, persino nel
progresso delle scienze fisiche, la scoperta di una vera nuova legge di
natura costituisce un evento relativamente raro, e di far notare quanto
possano essere speciali le condizioni in cui possiamo sperare di scoprire
queste nuove leggi di natura.

1.3 Con l’espressione predizione scientifica intendiamo l’uso di una regola


o di una legge al fine di trarre, da certe asserzioni sulle condizioni esistenti,
asserzioni su ciò che accadrà (incluse asserzioni su ciò che troveremo se
cercheremo in un dato punto). La sua forma più semplice è quella di
un’asserzione condizionale o del tipo «se… allora» combinata con
l’asserzione secondo cui le condizioni stabilite in quella antecedente sono
soddisfatte in un dato tempo e spazio. Ciò che al riguardo di solito non
viene esplicitamente considerato è quanto debba essere specifica la
descrizione degli eventi indicati dalla legge, nell’asserzione relativa alle

31
condizioni iniziali e al margine e nella previsione che conferisce a essa il
nome di predizione. Dai semplici esempi tratti comunemente dalla fisica si
arriva alla conclusione che è generalmente possibile specificare tutti quegli
aspetti del fenomeno, al quale siamo interessati, con il grado di precisione
di cui abbiamo bisogno per i nostri scopi. Se rappresentiamo questo tipo di
asserzione con «se u, v e w, segue z», viene spesso tacitamente assunto che
almeno la descrizione di z conterrà tutte le caratteristiche di z che sono
considerate rilevanti per il problema in questione. Qualora le relazioni che
stiamo studiando intervengano tra un numero relativamente piccolo di
grandezze, non sembrano esserci grosse difficoltà.
Tuttavia, la situazione è diversa laddove il numero di variabili
significativamente interdipendenti sia molto grande e solo alcune di esse
possano in pratica essere osservate singolarmente. La situazione sarà
frequentemente che, se già conoscevamo le leggi rilevanti, potevamo
predire che se diverse centinaia di fattori specificati avevano valore x1, x2,
x3, xn, allora si sarebbe sempre avuto y1, y2, y3, … yn. In realtà, ciò che
suggerisce la nostra osservazione può però essere che se x1, x2, x3, e x4,
allora si avrà y1 e y2 o y1 e y3 o y2 e y3 o qualche simile situazione, forse
che se x1, x2, x3, e x4, allora si avrà y1 e y2, tra cui esisterà la relazione P o
la relazione Q. Potrebbe non esserci alcuna possibilità di andare oltre per
mezzo dell’osservazione, perché potrebbe essere praticamente impossibile
controllare tutte le possibili combinazioni dei fattori x1, x2, x3, x4, ... xn. Se
di fronte alla varietà e alla complessità di una simile situazione la nostra
immaginazione non riesce a suggerire regole più precise di quelle indicate,
nessun controllo sistematico ci aiuterà a risolvere il problema.
In situazioni come queste, l’osservazione di fatti complessi non ci
permette però di formulare nuove ipotesi da cui possiamo dedurre
predizioni per situazioni che non abbiamo ancora osservato. Non siamo in
grado di scoprire nuove leggi di natura per il tipo di complesso in
questione, leggi che ci permetterebbero di giungere a nuove predizioni. Il
punto di vista attuale spesso sembra considerare una simile situazione come
posta oltre i limiti di applicazione del metodo scientifico (almeno per lo
stato attuale delle tecniche osservative), e sembra accettare che per il
momento la scienza si fermi qui. Se ciò fosse corretto, sarebbe molto grave.
Non c’è nessuna garanzia del fatto che un giorno saremo in grado,
fisicamente o concettualmente, di trattare fenomeni di ogni grado di
complessità, né del fatto che fenomeni con un grado di complessità

32
superiore a questo limite possano non essere molto importanti.
Tuttavia, se non c’è ragione di ritenere che le condizioni presupposte dal
modello standard della fisica siano soddisfatte da tutti gli eventi che ci
interessano, non c’è bisogno di preoccuparsi circa le nostre prospettive di
imparare almeno qualcosa di importante a proposito dei fenomeni in cui
esse non siano soddisfatte. Ma ciò richiederà l’inverso di ciò che è stato
descritto come la procedura standard della fisica; nelle nostre deduzioni
dovremo procedere non da ciò che è ipotetico o ignoto a ciò che è noto e
osservabile, ma, come si riteneva che fosse la procedura normale, dal noto
all’ignoto. Questa non è una descrizione del tutto soddisfacente della
procedura che dovremo esaminare più avanti, ma è pur sempre vero che la
vecchia concezione, secondo cui si debba spiegare il nuovo con ciò che si
conosce, si adatta a questa procedura meglio della concezione secondo cui
si deve procedere dall’ignoto al noto.

1.4 «Spiegazione»4 e «predizione» certamente non si riferiscono a un


singolo evento, bensì sempre a fenomeni di un certo tipo o di una certa
classe; esse riguardano sempre solo alcune, e mai tutte, le proprietà di un
particolare fenomeno a cui si riferiscono. Inoltre, ogni proprietà affermata
sarà espressa non come unico valore o unica grandezza ma come una
gamma, seppure ristretta, all’interno della quale ricadrà la proprietà. In
ragione dei limiti di precisione delle misure, ciò è vero persino nel caso
delle più esatte predizioni della fisica che, rigorosamente parlando, non
dicono mai più del fatto che la grandezza in questione ricadrà all’interno di
un certo intervallo; ed è evidentemente ancora più vero nel caso in cui la
predizione non è quantitativa.
Siamo comunemente inclini a considerare predizioni solo le asserzioni
che restringono i fenomeni considerati piuttosto da vicino e a tracciare una
distinzione tra predizioni «positive» del tipo «domani ci sarà luna piena alle
5, 22 primi, e 16 secondi» e predizioni puramente negative del tipo
«domani non ci sarà luna piena». Ma questa non è che una distinzione di
grado. Qualsiasi asserzione relativa a ciò che troveremo o non troveremo
entro un intervallo temporale e spaziale stabilito è una predizione e
potrebbe essere enormemente utile: l’informazione secondo cui non troverò
acqua durante un viaggio può essere di gran lunga più importante della
maggioranza di asserzioni positive riguardo ciò che troverò. Persino le
asserzioni che non specificano alcuna singola proprietà particolare di ciò

33
che troveremo, ma che ci dicono solo che disgiuntivamente troveremo x, y
o z devono essere considerate predizioni, e possono essere predizioni
importanti. Un’asserzione che esclude solo uno di tutti gli eventi dalla
gamma di quelli che possono accadere è nondimeno una predizione, e come
tale può essere dimostrata falsa.

1.5 Dove abbiamo a che fare con una situazione in cui l’osservazione
presenta solo regolarità molto limitate, sia nelle scienze «applicate» della
fisica o in biologia o nelle scienze sociali, di solito ci chiediamo in quale
misura la nostra conoscenza delle forze in opera, o delle proprietà di alcuni
degli elementi del complesso, possa darci conto di quel che osserviamo.
Cerchiamo di scoprire se ciò può essere ottenuto con la deduzione da quel
che sappiamo sul comportamento, in condizioni più semplici, di alcuni dei
fattori coinvolti. Ovviamente, non possiamo mai essere certi che ciò che
sappiamo sull’azione di quelle forze in condizioni più semplici varrà per
situazioni più complesse, e non avremo alcun modo diretto per controllare
tale assunto, dato che la nostra difficoltà consiste precisamente nel fatto che
siamo incapaci di accertare per mezzo dell’osservazione la presenza e la
specifica combinazione della molteplicità di fattori che costituiscono il
punto di partenza del nostro ragionamento deduttivo. Né l’assunzione
secondo cui sono presenti fattori del tipo considerato, né certamente la
validità del ragionamento deduttivo, devono dunque ritenersi confutati se le
conclusioni a cui siamo pervenuti non sono scaturite dall’osservazione. Ma,
anche se l’osservazione di tali situazioni complesse non può stabilire se la
nostra proposizione condizionale («se… allora») sia vera, essa ci aiuterà a
decidere se accettarla come spiegazione dei fatti che osserviamo.
Sarà certamente interessante riuscire a dedurre dalle nostre premesse
precisamente quelle parziali regolarità del complesso da cui siamo partiti.
Ma ciò, sebbene possa darci soddisfazione, non aggiunge nulla alla nostra
conoscenza. L’asserzione secondo cui ciò che osserviamo è dovuto a una
certa costellazione di fattori conosciuti, anche se non siamo in grado di
provarlo direttamente, implicherà però conseguenze che possiamo
sottoporre a controllo. Il meccanismo che reputiamo abbia prodotto i
fenomeni osservati sarà capace di produrre risultati ulteriori ma non
dissimili. Ciò significa che, se quello che abbiamo osservato di un dato
insieme di eventi è dovuto al meccanismo assunto, quel complesso
possiederà anche certe altre caratteristiche e non sarà in grado di definire

34
altri tipi di comportamento. La nostra ipotesi esplicativa ci dirà dunque
quali tipi di eventi aspettarci e quali no, e può essere dimostrata falsa se i
fenomeni osservati mostrano caratteristiche che il meccanismo postulato
non può produrre. Ci fornirà quindi nuove informazioni indicandoci la
gamma di fenomeni che dovremo aspettarci. Fornendo uno schema o una
cornice dei possibili risultati, non solo ci aiuta a ordinare la conoscenza
osservativa che già possediamo, ma fornirà anche delle nicchie per nuove
osservazioni che possono presentarsi, e indicherà le direzioni in cui
dobbiamo aspettarci variazioni dei fenomeni. Dunque, non solo i fatti
osservati saranno tali da «avere senso» e «ricoprire il loro posto», ma
saremo in grado di fare predizioni sulle combinazioni di eventi che, se la
nostra spiegazione è corretta, non si verificheranno.
Questa procedura differisce dalla presunta procedura normale della fisica
per il fatto che consiste non nell’inventare nuove ipotesi o nuovi costrutti,
ma semplicemente nel selezionarli in base a ciò che già sappiamo di alcuni
elementi dei fenomeni; di conseguenza, non ci chiediamo se le ipotesi che
abbiamo usato siano vere o se i costrutti siano appropriati, bensì se i fattori
che abbiamo scelto siano realmente presenti nei fenomeni particolari che
vogliamo spiegare, e se siano rilevanti e sufficienti a spiegare ciò che
osserviamo. La risposta dipenderà dal fatto che ciò che osserviamo sia del
tipo che, secondo le nostre deduzioni, accadrebbe se fossero presenti i
fattori postulati.

1.6 Nelle scienze naturali, l’esempio più comune di questo tipo di


«spiegazione di principio»5 è probabilmente fornito dalla teoria
dell’evoluzione, attraverso la selezione naturale dei diversi organismi. Si
tratta di una teoria che non ambisce a predizioni specifiche di eventi
particolari, né è basata su ipotesi, nel senso che ci si aspetti che le numerose
asserzioni da cui prende le mosse siano confermate o confutate per mezzo
dell’osservazione. Sebbene, così come è vero di ogni teoria scientifica,
delimiti una gamma di fatti che essa permette, a fronte di altri che essa
«proibisce», il nostro scopo nell’esaminare i fatti non è di accertare se le
diverse singole premesse da cui parte la teoria siano vere, ma di controllare
se la particolare combinazione di indubitate premesse sia adeguata per
disporre i fatti conosciuti in un ordine significativo, e (ciò che in un certo
senso è la stessa cosa) di mostrare perché possiamo aspettarci solo certi tipi
di eventi, mentre altri sono preclusi.

35
In qualsiasi modo preferiamo formulare le singole premesse da cui
deduciamo la teoria dell’evoluzione, esse saranno tutte di un tal tipo che noi
non dubitiamo della loro verità e non dovremmo ritenerle confutate se le
conclusioni tratte congiuntamente da esse dovessero essere contraddette
dall’osservazione. Possiamo raggiungere distanze considerevoli partendo
dai tre seguenti assunti: (a) gli organismi che sopravvivono allo stadio
riproduttivo producono in media un numero di organismi molto più grande
del proprio; (b) mentre organismi di un qualsiasi tipo producono di regola
solo organismi simili, i nuovi individui non sono tutti completamente simili
ai loro genitori, e ogni nuova proprietà sarà ereditata a turno dalle loro
creature; e (c) alcune di queste mutazioni altereranno la probabilità che gli
individui affetti producano a loro volta delle creature6.
Saranno in pochi a dubitare che queste asserzioni siano vere o a credere
che il problema della teoria dell’evoluzione sia se esse siano vere o no. Il
problema piuttosto è se esse siano adeguate e sufficienti a rendere conto dei
fenomeni che osserviamo e dell’assenza di altri che non si verificano.
Vogliamo sapere cosa può ottenere questo meccanismo di reduplicazione
con variazioni ereditarie e selezione competitiva, e a tale domanda
possiamo rispondere traendo deduttivamente tutte le implicazioni di questi
assunti. Accetteremo le conclusioni derivate dalle premesse e le
considereremo spiegazioni soddisfacenti se, non solo ci permettono di
derivare da esse un processo tramite cui i fenomeni osservati avranno
luogo, ma se la spiegazione indica anche conseguenze nuove (ossia non
ancora osservate) riguardanti ciò che è possibile e ciò che non lo è, che
vengono in seguito confermate dall’osservazione7. In certi casi, una teoria
del genere può in realtà non produrre nuove conclusioni, ma fornisce
esclusivamente un fondamento razionale per far sapere al biologo che «la
natura non opera in quel modo». Sulla teoria dell’evoluzione attraverso la
selezione naturale, è stato persino suggerito che la principale obiezione che
si può sollevare è che essa non può essere confutata, poiché «sembra
impossibile indicare dei fenomeni biologici che la confutino
minimamente»8. Questo è vero solo in un certo, limitato senso. Le singole
asserzioni da cui è tratta sono decisamente difficili da confutare. Ma
l’asserzione secondo cui la differenziazione osservata delle specie è sempre
dovuta all’operare di questi fattori potrebbe essere confutata, per esempio,
se si osserva che, dopo un cambiamento improvviso nell’ambiente, gli
individui allora viventi comincino a produrre creature dotate di una nuova

36
capacità di adattamento al mutato ambiente. E, per come le premesse sono
state poste precedentemente, la loro adeguatezza come spiegazione si è
rivelata in realtà insufficiente dall’ereditarietà di attributi specifici di
membri asessuati di certi tipi di insetti sociali. Per dar conto di ciò, le
premesse devono essere estese fino a includere situazioni nelle quali non
solo le proprietà dell’individuo, ma anche le proprietà degli altri membri
del gruppo, influenzino le opportunità di procreazione riuscita.
Vale la pena esaminare un po’ più a fondo la questione di quanto la teoria
dell’evoluzione spieghi o predica, e di quali siano le cause dei limiti relativi
a ciò che può fare. Può spiegare o predire solo tipi di fenomeni, definiti da
caratteristiche molto generali: il verificarsi, non in un tempo e in uno spazio
strettamente delimitati ma a largo raggio, di cambiamenti di certi tipi; o,
piuttosto, l’assenza di altri tipi di cambiamenti nella struttura degli
organismi successivi. Le controversie che sono sorte nel corso dello
sviluppo della teoria dell’evoluzione si sono dunque significativamente
rivolte non tanto ai fatti quanto all’ipotesi che il meccanismo postulato
possa dar conto dell’evoluzione che si è compiuta nel tempo a disposizione.
E la risposta è pervenuta di frequente non dalla scoperta di nuovi fatti, ma
da argomentazioni puramente deduttive come la teoria matematica della
genetica, mentre «l’esperimento e l’osservazione non stavano al passo con
la teoria matematica della selezione»9. Se possiamo controllare le deduzioni
tramite l’osservazione, tanto meglio: se arriviamo alla conclusione che, per
esempio, i topi di colore appena diverso da quello del terreno hanno meno
probabilità di essere catturati dai gufi, e dunque si moltiplicheranno più
rapidamente di quelli di colore contrastante e alla fine domineranno la
specie, è senza dubbio auspicabile essere in grado di confermare ciò con
l’esperimento (come è stato fatto); poiché è almeno concepibile che una
tale tendenza possa essere contrastata da un’altra, per esempio, dal fatto che
le perdite causate dai gufi stimolino la fecondità delle specie interessate
(così come una volta si credeva che la proporzione dei nati maschi tra gli
esseri umani crescesse in tempo di guerra). Ma, anche se una conferma
diretta di ciò non è possibile attraverso l’esperimento, è ragionevole
accettare, fino a che non vengano confutate, le conclusioni deduttive.

1.7 Il tipo di spiegazione di cui ci occupiamo viene spesso definito modello


esplicativo delle linee portanti di un progetto. Questa espressione non mette
in rilievo la distinzione che ci interessa, dato che persino le più precise

37
predizioni della fisica sono basate sull’uso di «modelli» di tipo materiale o
formale10. Se però il termine modello è usato per indicare che esso mostra
sempre solo alcune ma non tutte le caratteristiche dell’originale (di modo
che la copia esatta di una macchina non potrebbe essere definita
propriamente un modello), ciò in verità mette in evidenza un aspetto
importante posseduto da tutte le spiegazioni anche se in gradi molto diversi.
Questa differenza di grado è bene illustrata dal sospetto con cui il fisico
spesso considera i modelli formali impiegati nelle scienze biologiche e
sociali. Per il fisico, il valore di un modello (specialmente di un modello
matematico rappresentato da una serie di equazioni) di solito consiste nel
fatto che egli può individuare e introdurre le variabili rilevanti e quindi
derivare i valori quantitativi degli eventi che devono essere predetti o
spiegati. Anche nelle discipline sopra richiamate, simili modelli vengono
usati regolarmente, ma i valori delle variabili non possono in realtà essere
accertati, e spesso non c’è alcuna prospettiva di poterli accertare. Malgrado
ciò, nonostante cioè tali modelli non ci permettano di predire che questo o
quell’evento specifico accadrà in un particolare tempo e spazio, a essi viene
dato valore esplicativo. In che cosa allora consiste il loro valore
esplicativo?
La risposta dovrebbe ora essere ovvia. Ogni modello definisce una certa
gamma di fenomeni che possono essere prodotti dal tipo di situazione che
esso rappresenta. Possiamo non essere direttamente in grado di confermare
che il meccanismo causale che determina il fenomeno in questione è lo
stesso di quello del modello. Ma sappiamo che, se il meccanismo è lo
stesso, le strutture osservate devono essere capaci di mostrare certi tipi di
azione e incapaci di mostrarne altri; e se, e fino a quando, i fenomeni
osservati restano all’interno della gamma di eventi indicati come possibili,
fino a quando cioè le nostre aspettative derivate dal modello non sono
contraddette, c’è una buona ragione per considerare il modello come capace
di mostrare il principio che opera nel fenomeno più complesso.
La peculiarità di questi tipi di modelli è che, poiché dobbiamo trarre
deduzioni da ciò che sappiamo di certi fattori che contribuiscono al
fenomeno e non sappiamo nulla di altri, le nostre conclusioni e predizioni
saranno anch’esse riferite solo ad alcune proprietà del fenomeno in
questione, in altre parole, a un tipo di fenomeno piuttosto che a un evento
particolare. Rigorosamente parlando, come abbiamo visto, ciò vale per tutte
le spiegazioni, le predizioni o i modelli. Tuttavia, c’è sicuramente una

38
grande differenza tra la predizione secondo cui girando una manopola
l’indicatore di uno strumento di misurazione sarà in una posizione
particolare e la predizione secondo cui i cavalli non partoriscono ippogrifi o
quella secondo cui, se tutti i prezzi dei prodotti sono fissati per legge e la
domanda successivamente aumenta, la gente non sarà in grado di acquistare
tanti prodotti quanti avrebbe voluto acquistarne a quei prezzi.
Se consideriamo un modello formale costituito da un sistema di
equazioni algebriche o «equazioni proposizionali»11, esso conterrà delle
asserzioni su una struttura di relazioni anche se noi non conosciamo il
valore di nessuna delle variabili e anche se possediamo solo le informazioni
più generali sul carattere delle funzioni presenti: esso escluderà la
possibilità del verificarsi di certe combinazioni di valori in ogni fenomeno
che il modello intende rappresentare12; ci dirà sia quali combinazioni di
variabili possono presentarsi in ogni momento, sia il campo entro cui si
collocano i valori di certe variabili, quando il valore di una o di altre
variabili è conosciuto. Ovviamente, non appena siamo in grado di attribuire
valori più definiti alle variabili, quel campo si restringe fino a raggiungere
il punto in cui il sistema è completamente determinato e la restante
variabile può assumere un solo valore.
Spesso non viene riconosciuto che persino il più formale sistema di
equazioni può essere così usato per fare predizioni, che avrà quindi
contenuto empirico (sebbene questo contenuto sia piccolo), e che fornirà
perciò una spiegazione delle caratteristiche comuni di una larga gamma di
fenomeni, o una spiegazione di principio di questo tipo di fenomeno. Ciò ha
bisogno di essere sottolineato a causa della molto diffusa ed erronea idea
secondo cui il valore di tali modelli riposa interamente sulla nostra abilità di
specificare i valori delle variabili che intervengono in essi e che gli stessi
modelli sono inutili se non riusciamo a compiere tale specificazione. Ma
non è così: tali modelli hanno valore in sé, a prescindere dal loro utilizzo
nella determinazione di particolari situazioni, e persino laddove sappiamo
che non avremo mai le informazioni necessarie per quella specificazione.
Essi ci dicono comunque qualcosa sui fatti e ci consentono di fare delle
prognosi.
Non è vero che il nostro scopo, come è stato detto a proposito delle teorie
fisico-naturalistiche13, dovrebbe essere dovunque quello di formulare
ipotesi che possano essere «falsificate» il più facilmente possibile, vale a
dire che abbiano il più grande contenuto empirico possibile? È senza

39
dubbio uno svantaggio dover lavorare con teorie che possono essere
confutate solo da asserzioni che presentano un alto grado di complessità,
poiché qualsiasi cosa al di sotto di quel grado di complessità è per questo
motivo consentito dalla nostra teoria14. Eppure, è possibile che in certi
campi le teorie più ampie siano le più utili e che ulteriori specificazioni
possano essere di poco valore pratico. Laddove solo i modelli più generali
possono essere osservati in un considerevole numero di esempi, il tentativo
di divenire più «scientifico», restringendo ulteriormente le nostre formule,
può benissimo essere fatica sprecata; lottare per questo in certi campi come
l’economia ha spesso condotto all’illeggittima assunzione di costanti, dove
invece non si ha il diritto di assumere che i fattori in questione siano
costanti.

1.8 Sebbene le nostre conclusioni sembrino più prontamente riferirsi a


quelle discipline che, come la biologia matematica o l’economia
matematica, utilizzano modelli simbolici formalizzati, esse non sono meno
vere di quelle teorie biologiche e sociali che vengono espresse con
linguaggio comune. Tuttavia, mentre sarebbe parimenti errato dire che
queste teorie non portano a predizioni, e mentre il loro valore riposa certo
su ciò che esse predicono, si deve riconoscere che le loro predizioni sono
così diverse nel carattere da ciò che si intende di solito con questo termine
che non solo il fisico, ma anche l’uomo comune possono benissimo esitare
ad accettarle come tali. Esse saranno più che altro predizioni negative del
tipo «questa cosa o quell’altra non succederà» e, più in particolare,
predizioni del tipo «questi e quest’altri fenomeni non accadranno
congiuntamente». Tali teorie ci forniscono degli schemi già pronti, che ci
dicono che, quando osserviamo dati andamenti tipici dobbiamo
aspettarcene determinati altri, non altri ancora. Esse mostreranno il loro
valore attraverso il modo in cui fatti slegati che sono stati individuati
cominceranno ad avere senso, riempiranno le nicchie che la teoria offre e
solo quelle. Per certi versi, tali teorie possono sembrare poco più che
schemi di classificazione, schemi che indicano in anticipo solo quei
fenomeni o combinazioni di fenomeni il cui accadere è permesso dalle
teorie. Esse indicano la gamma di fenomeni che ci si deve aspettare: se lo
schema tassonomico della zoologia non prevede vertebrati alati con più di
due gambe, questo è il risultato di una teoria che reputa improbabile che vi
siano simili organismi. Se l’economia ci dice che non possiamo

40
contemporaneamente mantenere fissi i tassi di cambio delle valute e
controllare a piacere il livello dei prezzi interni di un Paese modificando la
quantità di moneta, il carattere di una simile «predizione» è essenzialmente
lo stesso del caso precedente. È perché le sue predizioni hanno questo
carattere che l’economia, in particolare, sembra così spesso consistere
esclusivamente di variazioni sul tema stando a cui «non si può avere la
botte piena e la moglie ubriaca». Il valore pratico di tale conoscenza
consiste in verità largamente nel fatto che ci previene dal cercare di
raggiungere scopi incompatibili. La situazione nelle altre scienze teoriche
della società, come l’antropologia teorica, sembra essere la stessa: ciò che
esse ci dicono è in effetti che certi tipi di istituzioni non si troveranno
congiuntamente, perché alcune istituzioni presuppongono certi
atteggiamenti da parte degli attori (la cui presenza può spesso non essere
sufficientemente confermata), e solo altri tipi di istituzioni si troveranno tra
gente che possiede un’altra attitudine (che può essere confermata o
confutata per mezzo dell’osservazione).
Il carattere limitato delle predizioni che queste teorie ci consentono di
fare non dev’essere confuso con la questione se esse siano più o meno
incerte delle teorie che conducono a predizioni più specifiche. Esse sono
più incerte solo nel senso che lasciano più incerti poiché dicono meno
riguardo ai fenomeni, non nel senso che ciò che esse dicono è meno certo.
Nella misura in cui possono a volte esserlo, ciò è dovuto a un fattore
diverso a cui non siamo qui interessati: quando ci troviamo davanti a
fenomeni molto complessi, il riconoscimento della presenza delle
condizioni a cui si applica la teoria può spesso richiedere la pronta
percezione di schemi o configurazioni che richiedono una speciale capacità
che pochi hanno. La selezione e l’applicazione dello schema teorico
appropriato diventa qualcosa come un’arte, in cui il successo o l’insuccesso
non possono essere accertati da nessuna prova meccanica15. Il possesso di
un simile schema già pronto di relazioni significative ci rende in qualche
modo sensibili alla fisiognomica di eventi che ci guideranno nella nostra
osservazione dell’ambiente. Ma persino ciò non dà luogo ad altro che a una
differenza di grado rispetto alle scienze fisiche: l’utilizzo di molti strumenti
richiede anche capacità veramente speciali e non c’è altra prova della sua
correttezza che quella dell’accordo della grande maggioranza degli
osservatori più preparati.

41
1.9 Il servizio che ci rende una teoria che non ci dice quali eventi particolari
dobbiamo aspettarci in un dato momento, ma solo quali tipi di eventi
dobbiamo aspettarci all’interno di una certa gamma o in complessi di un
certo tipo, sarebbe forse meglio descritta dal termine orientamento,
piuttosto che da quello di predizione. Sebbene una teoria del genere non ci
dica esattamente cosa aspettarci, ci rende in ogni caso un po’ più familiare
il mondo che ci circonda, in cui poterci muovere con maggiore sicurezza di
non venire delusi, perché siamo almeno in grado di escludere certe
eventualità. Lo rende un mondo più ordinato, in cui gli eventi hanno senso
perché, almeno in termini generali, possiamo dire come essi siano collegati
e siamo capaci di creare un quadro coerente. Anche se non siamo nella
posizione di poter individuare esattamente cosa aspettarci, o addirittura di
elencare tutte le possibilità, ogni fatto osservato ha significato nel senso che
limita le possibilità di ciò che di diverso può accadere.
Nella situazione in cui le nostre predizioni sono quindi limitate a certi
attributi generali, e forse solo negativi, relativi a ciò che potrebbe accadere,
evidentemente abbiamo anche un limitato potere di controllo sugli
sviluppi16. Certo, sapere quali tipi di eventi dobbiamo aspettarci e quali no
ci aiuta comunque a rendere la nostra azione più efficace. Anche se non
possiamo minimamente controllare le circostanze esterne, possiamo
adattare a esse le nostre azioni. E talvolta, sebbene possiamo non essere in
grado di pervenire ai risultati particolari che vorremmo, la conoscenza del
principio su cui una determinata cosa è basata ci consente di rendere le
circostanze più favorevoli ai tipi di eventi che desideriamo. Delle diverse
classi di eventi che dobbiamo aspettarci sotto le varie combinazioni di
circostanze che possiamo produrre, alcune possono includere, con maggiore
probabilità di altre, i risultati sperati. Una spiegazione di principio ci rende
quindi spesso capaci di creare tali circostanze favorevoli, anche se non ci
permette di controllarne il risultato. Queste attività in cui siamo guidati
esclusivamente da una conoscenza del principio su cui è basata una
determinata cosa, potrebbe forse essere meglio descritta dal termine
coltivazione piuttosto che dal corrente termine «controllo», coltivazione nel
senso in cui il contadino o il giardiniere coltiva le sue piante, laddove egli
conosca e possa controllare solo alcune delle circostanze determinanti, e nel
senso in cui il saggio legislatore o statista cercherà probabilmente di
coltivare, piuttosto che di controllare, le forze del processo sociale17.
Se è però vero che in materie di enorme complessità dobbiamo fare

42
affidamento su un largo numero di semplici spiegazioni di principio, non
dobbiamo trascurare certi svantaggi connessi a questa tecnica. Dato che
teorie del genere sono difficili da confutare, l’eliminazione di teorie rivali
inferiori sarà lenta e molto legata alle capacità argomentative e persuasive
di coloro che le usano. Non possono esserci esperimenti cruciali che
decidano tra esse. Ci sarà il rischio di gravi abusi: possibilità di teorie
pretenziose ed elusive che non possono essere confutate da nessuna prova
semplice, ma solo dal buon senso di quelli in uguale misura competenti in
quel campo. Non ci sarà alcuna salvaguardia nemmeno contro la semplice
ciarlataneria. La costante consapevolezza di questi pericoli è probabilmente
l’unica precauzione efficace. Ma non ci è di aiuto opporre a ciò l’esempio
di altre scienze in cui la situazione è diversa. Non è a causa dell’incapacità
di seguire vie migliori che sorgono queste difficoltà, ma a causa della
natura refrattaria di certe materie. Non vi sono basi per ritenere che esse
siano dovute all’immaturità delle scienze interessate. Sarebbe un totale
fraintendimento dell’argomento di questo saggio pensare che si occupi di
una situazione provvisoria e transitoria nel cammino di quelle scienze,
situazione che esse sono costrette prima o poi a superare. Ciò potrà essere
possibile in certi casi, ma in alcuni campi ci sono buone ragioni per credere
che queste limitazioni saranno permanenti, che le spiegazioni dei princìpi
resteranno il massimo che possiamo ottenere, e che la natura della materia
mette per sempre al di là della nostra portata il tipo di spiegazione di
dettaglio che ci renderebbe capaci di fare predizioni specifiche. È certo che
non è di aiuto screditare ciò che può essere l’unico tipo di conoscenza che
possiamo ottenere in questi campi.
Non sembra in verità improbabile che, quando l’avanzamento delle
scienze toccherà fenomeni sempre più complessi, le teorie che forniscono
esclusivamente spiegazioni di principio, o che descrivono solamente una
gamma dei fenomeni che certi tipi di strutture sono in grado di produrre,
diventeranno la regola piuttosto che l’eccezione. Certi recenti sviluppi,
come la cibernetica, la teoria degli automi o la teoria dei sistemi e forse
anche la teoria della comunicazione, sembrano appartenere a questo tipo. E
più ci muoviamo all’interno del regno dell’estremamente complesso, più è
probabile che la nostra conoscenza sia solo di principio, e che fornisca uno
schema significativo piuttosto che i dettagli. Specialmente laddove abbiamo
a che fare con l’estrema complessità delle attività umane, la speranza di
ottenere predizioni specifiche dei particolari appare alquanto vana.

43
Sembrerebbe una evidente impossibilità per un cervello umano specificare
nel dettaglio quel «modo di agire, sentire e pensare canalizzato tramite una
società da un numero e da una varietà infinita di potenziali modi di
pensare», che nelle parole di un eminente antropologo costituisce l’essenza
della cultura18.
Il nostro compito non può qui essere quello di chiederci se ciò che
abbiamo considerato con riferimento alle discipline che, sin dall’inizio,
hanno avuto a che fare con fenomeni relativamente complessi non possa
anche diventare maggiormente vero per la disciplina che almeno è stata in
grado di cominciare con cose relativamente semplici: ossia, se anche la
fisica, appena cessa di occuparsi di pochi eventi connessi come se fossero
sistemi chiusi, e nello stesso tempo si sviluppa in un modo da rendere
necessario definire i suoi termini gli uni in relazione agli altri, con la
conseguenza che solo il sistema teorico per intero, non più in parte, può
essere veramente falsificato19, dovrà affrontare le stesse difficoltà che ci
sono familiari nelle scienze biologiche e sociali. Ciò significherebbe che, a
causa della natura del suo oggetto, la fisica si ritroverà solo in un secondo
momento di fronte allo stesso tipo di ostacoli che le altre discipline hanno
incontrato prima, e queste ultime, lungi dall’imparare dalla fisica su questo
punto, hanno dovuto già lottare per tanto tempo con problemi dello stesso
tipo che i fisici incontreranno solo in un successivo stadio di sviluppo della
loro scienza.
Per concludere, forse andrebbe sottolineato che non può mai esserci
competizione tra le due procedure, perché ciò che abbiamo chiamato
spiegazione di principio ci fornirà sempre solo parte delle informazioni che
una spiegazione completa fornisce, laddove essa può essere raggiunta, ed è
proprio in questo senso che si rivela uno strumento meno potente. Ma è più
potente nel senso che può essere applicata a campi in cui l’altra procedura,
per il momento o permanentemente, non può essere assolutamente
applicata. Sebbene gli scienziati a volte parlino come se non esistessero
campi inaccessibili a ciò che loro considerano il normale metodo
scientifico, campi cioè in cui non si può sperare di stabilire mediante
l’osservazione le leggi dei fenomeni complessi, pochi sosterrebbero
seriamente ciò, dopo aver riflettuto sul fatto che questa credenza implica
che la mente umana debba essere attrezzata per occuparsi dei dettagli
completi dei fenomeni di qualsiasi grado di complessità concepibile. Tutto
ciò può avere qualche plausibilità finché pensiamo esclusivamente al

44
mondo fisico nel senso stretto del termine: diventa altamente dubbio
quando pensiamo ai fenomeni biologici; e sicuramente cessa di essere vero
quando abbiamo a che fare con alcune attività dell’uomo. Specialmente in
quei campi in cui l’oggetto della nostra ricerca, i nostri mezzi di ricerca e di
comunicazione dei risultati, ossia i nostri pensieri, il linguaggio e l’intero
meccanismo di comunicazione tra individui, sono in parte identici e in cui
di conseguenza, discutendo di un sistema di eventi, dobbiamo allo stesso
tempo muoverci all’interno di quel sistema, ci sono probabilmente dei
limiti precisi rispetto a ciò che possiamo conoscere. Questi limiti possono
essere accertati solo studiando il tipo di relazioni che esistono tra ciò che si
può dire all’interno di un sistema dato e ciò che si può dire di quel sistema.
Per giungere a una comprensione di tali problemi, può mostrarsi necessario
coltivare deliberatamente le tecniche della spiegazione di principio, ossia la
riproduzione di un principio su modelli grandemente semplificati; e
relativamente a essi l’uso sistematico di questa tecnica può mostrarsi
l’unica via verso una chiara conoscenza, specialmente dei limiti di ciò che
il nostro pensiero può raggiungere.

45
2.
La teoria dei fenomeni complessi*

1. Modelli di riconoscimento e modelli di predizione

L’uomo è stato spinto alla ricerca scientifica dalla meraviglia e dal bisogno.
Dei due, la meraviglia è stata incomparabilmente più fertile. Per il che ci
sono buone ragioni. Laddove proviamo meraviglia, abbiamo già una
domanda da porre. Ma per quanto urgentemente vogliamo trovare la nostra
strada in ciò che appare assolutamente caotico, fin quando non sappiamo
cosa cercare, persino l’osservazione più attenta dei nudi fatti è inadatta a
renderli più intelligibili. La familiarità con i fatti è certamente importante;
ma l’osservazione sistematica può cominciare solo dopo che sono sorti i
problemi. Finché non abbiamo domande precise da porre, non possiamo
usare il nostro intelletto; e le domande presuppongono che abbiamo
formulato una qualche ipotesi provvisoria o una teoria sugli eventi1.
Le domande sorgono solo dopo che i nostri sensi hanno percepito qualche
schema ricorrente o un certo ordine negli eventi. È la ri-cognizione di una
certa regolarità (o schema ricorrente o ordine) di qualche aspetto simile in
circostanze diverse che ci meraviglia e ci porta a chiederci: «perché?»2. Le
nostre menti sono fatte in modo tale che, quando notiamo una certa
regolarità nella diversità, sospettiamo la presenza di uno stesso agente e ci
viene la curiosità di scoprirlo. È a questa caratteristica della nostra mente
che dobbiamo l’acquisizione di qualsiasi comprensione e padronanza del
nostro ambiente.
Molte di queste regolarità della natura vengono riconosciute
«intuitivamente» dai nostri sensi. Vediamo e percepiamo un numero di
schemi pari ai singoli eventi individuali, senza dover ricorrere a operazioni
intellettuali. In molti casi, tali schemi sono talmente parte dell’ambiente che
diamo per scontato che essi non destino interrogativi. Ma laddove i nostri
sensi ci mostrano nuovi schemi, ciò provoca sorpresa e interrogativi. A tale
curiosità dobbiamo la nascita della scienza.
Per quanto meravigliosa, la capacità intuitiva dei nostri sensi nella

46
ricognizione di schemi è comunque limitata3. Solo certi tipi di
combinazioni regolari (non necessariamente i più semplici) si impongono ai
nostri sensi. Molti schemi della natura possiamo scoprirli solo dopo che
sono stati costruiti dalla nostra mente. La costruzione sistematica di questi
nuovi schemi è compito della matematica4. Il ruolo giocato dalla geometria
con riferimento ad alcuni schemi visivi non è altro che l’esempio più
comune di tutto ciò. La grande forza della matematica è che essa ci
consente di descrivere modelli astratti che non possono essere percepiti dai
nostri sensi, e di individuare le proprietà comuni alle gerarchie o classi di
modelli dal carattere fortemente astratto. Ogni equazione algebrica o
sistema di equazioni definisce in questo senso una classe di modelli, e la
singola manifestazione di questo tipo di modello si particolarizza nel
momento in cui attribuiamo valori definiti alle variabili.
Probabilmente è la capacità dei nostri sensi di riconoscere
spontaneamente certi tipi di modelli che ha portato erroneamente a credere
che se osserviamo abbastanza a lungo, o osserviamo un numero sufficiente
di esempi di eventi naturali, un modello finirà sempre per rivelarsi. Il fatto
che ciò accada spesso significa semplicemente che in quei casi la
teorizzazione è stata già fatta dai nostri sensi. Laddove tuttavia abbiamo a
che fare con modelli per il cui sviluppo non c’è stata alcuna ragione
biologica, dobbiamo prima inventare il modello, per poi poter scoprire la
sua presenza nei fenomeni, o poter essere in grado di controllare la sua
applicabilità a ciò che osserviamo. Una teoria definisce sempre solo un tipo
(o una classe) di modelli, e la specifica manifestazione del modello atteso
dipende da circostanze particolari (le «condizioni iniziali e al margine» che,
ai fini di questo studio, dobbiamo considerare come «date»). Quanto
saremo in grado di predire dipenderà in effetti dalla quantità di quei dati
che possiamo accertare.
La descrizione del modello che la teoria fornisce è di solito considerata
semplicemente come uno strumento che ci consente di predire le particolari
manifestazioni del modello in circostanze specifiche. Ma la predizione
secondo cui in certe condizioni generali apparirà un modello di un dato tipo
è anche una predizione significativa (e falsificabile). Se dico a qualcuno che
se andrà nel mio studio troverà una coperta con un disegno fatto di diamanti
e ricami, costui non avrà difficoltà a stabilire «se quella predizione sia stata
verificata o falsificata dal risultato»5, anche se non ho detto nulla su
disposizione, misura, colore, e così via, degli elementi che formano il

47
disegno della coperta.
La distinzione tra predizione relativa all’apparizione di uno schema di
una certa classe e la predizione relativa all’apparizione di un particolare
campione di tale classe, a volte è importante persino nelle scienze fisiche. Il
mineralogista che afferma che i cristalli di un certo minerale sono
esagonali, o l’astronomo che sostiene che la traiettoria di un corpo celeste
nel campo di gravità di un altro corrisponderà a una delle sezioni coniche,
fanno delle predizioni significative che possono essere confutate. Ma in
generale le scienze fisiche tendono ad assumere che in via di principio sarà
sempre possibile specificare le loro predizioni a ogni grado desiderato6.
Questa distinzione assume tuttavia importanza di gran lunga maggiore
quando si passa dai fenomeni relativamente semplici, di cui si occupano le
scienze naturali, ai fenomeni più complessi della vita, della mente e della
società, dove tali specificazioni possono non sempre essere possibili7.

2. Gradi di complessità

Quando viene riferita alle asserzioni, la distinzione tra la semplicità e la


complessità fa sorgere considerevoli difficoltà filosofiche. Sembra tuttavia
che ci sia un modo piuttosto semplice e adatto a misurare il grado di
complessità di diversi tipi di modelli astratti. Il numero minimo di elementi
di cui deve consistere un caso del modello, per mostrare tutti gli attributi
caratteristici della classe dei modelli in questione, sembra costituire un
criterio non ambiguo.
Ci si è via via chiesti se i fenomeni della vita, della mente e della società
siano effettivamente più complessi di quelli del mondo fisico8. Ciò sembra
largamente dovuto a una confusione tra il grado di complessità
caratteristico di un particolare tipo di fenomeno e il grado di complessità a
cui, attraverso una combinazione di elementi, qualunque tipo di fenomeno
può giungere. In questo modo, i fenomeni fisici possono ovviamente
pervenire a qualsiasi grado di complessità. Eppure, quando consideriamo la
questione dal punto di vista del numero minimo di distinte variabili che una
formula o un modello deve possedere per riprodurre i modelli caratteristici
di strutture appartenenti a campi diversi (o per mostrare le leggi generali a
cui queste strutture obbediscono), la complessità crescente, nel passare da
ciò che è inanimato a ciò che è animato («molto più organizzato»), fino a
giungere ai fenomeni sociali, diviene piuttosto ovvia.

48
Quando ci soffermiamo su un insieme di formule che le esprimono, è
davvero sorprendente quanto appaiano semplici in questi termini, cioè in
termini di numero di variabili distinte, tutte le leggi della fisica e, in
particolare, della meccanica9. Sull’altro versante, persino le componenti
relativamente semplici di fenomeni biologici come i sistemi di feedback (o
sistemi cibernetici), in cui una determinata combinazione di strutture fisiche
produce una struttura globale, che possiede distinte proprietà caratteristiche,
per essere descritte richiedono qualcosa di molto più elaborato di qualsiasi
descrizione nei termini delle leggi generali della meccanica. Infatti, quando
ci chiediamo in base a quali criteri distinguiamo certi fenomeni in
«meccanici» o «fisici», probabilmente troveremo che queste leggi sono
semplici nel senso precedentemente definito. I fenomeni non-fisici sono più
complessi, perché chiamiamo fisico ciò che può essere descritto con una
formula relativamente semplice.
L’«emergere» di «nuovi» modelli, come risultato dell’aumento del
numero di elementi tra i quali esistono relazioni semplici, significa che
questa più ampia struttura possiederà in quanto totalità certe caratteristiche,
generali o astratte, che ricorreranno, indipendentemente dai particolari
valori dei singoli, fintanto che la struttura generale (descritta, per esempio,
da una equazione algebrica) verrà preservata10. Queste «totalità» definite in
termini di alcune proprietà generali della loro struttura, costituiscono per la
teoria oggetti distinti di spiegazione, anche se una teoria del genere può
semplicemente essere un modo particolare di mettere insieme asserzioni
sulle relazioni tra i singoli elementi.
È in qualche modo fuorviante accostarsi a tale compito chiedendosi
principalmente se tali strutture siano sistemi «aperti» o «chiusi».
Nell’universo non ci sono, rigorosamente parlando, sistemi chiusi. Tutto
quello che possiamo chiederci è se, nel caso specifico, i punti di contatto
attraverso cui il resto dell’universo agisce sul sistema che cerchiamo di
isolare (e che diventano i dati per la teoria) siano pochi o siano numerosi.
Questi dati o variabili, che determinano la forma particolare che il modello
descritto dalla teoria assumerà nelle varie circostanze, saranno più numerosi
nel caso di insiemi complessi e saranno molto più difficili da accertare e
controllare rispetto al caso dei fenomeni semplici.
Ciò che scegliamo come insiemi, o il punto che tracciamo come «linea di
confine»11, sarà determinato dal fatto di considerare se possiamo in tal
modo isolare modelli ricorrenti di strutture coerenti di un certo tipo, che

49
effettivamente incontriamo nel mondo in cui viviamo. Molti modelli
complessi, che sono concepibili e che potrebbero presentarsi, non li
consideriamo meritevoli di essere costruiti. Se sia utile elaborare e studiare
un modello di un certo tipo o no dipende dal fatto che la struttura che esso
descrive sia persistente o solamente accidentale. Le strutture coerenti a cui
siamo principalmente interessati sono quelle in cui un modello complesso
ha prodotto proprietà che rendono possibile l’autopreservazione della
struttura che lo evidenzia.

3. Modelli predittivi con dati incompleti

Persino la molteplicità dei minimi elementi distinti richiesti per produrre (e


dunque anche del numero minimo di dati richiesti per spiegare) un
fenomeno complesso di un certo tipo crea dei problemi che dominano le
discipline che si occupano di tali fenomeni e le fa apparire molto diverse da
quelle che si occupano di fenomeni più semplici. Nelle prime, la difficoltà
principale è di fatto quella di accertare tutti i dati che determinano una
manifestazione particolare del fenomeno in questione, difficoltà che in
pratica è spesso insormontabile e a volte lo è anche in assoluto12. Coloro
che sono principalmente interessati ai fenomeni semplici sono spesso
inclini a pensare che in questo caso una teoria sia inutile e che la procedura
scientifica imponga di riuscire a trovare una teoria sufficientemente
semplice che ci consenta di derivare da essa predizioni di eventi particolari.
Per costoro, la teoria, ossia la conoscenza del modello, è semplicemente
uno strumento la cui utilità dipende interamente dalla nostra capacità di
trasformarla in una rappresentazione delle circostanze che producono un
evento particolare. Tutto ciò è in gran parte vero per le teorie relative a
fenomeni semplici13.
Non c’è tuttavia alcuna giustificazione per credere che debba essere
sempre possibile scoprire queste semplici regolarità e che la fisica sia più
avanzata perché è riuscita a fare ciò, mentre le altre scienze non ne sono
state capaci. È piuttosto il contrario: la fisica ci è riuscita poiché si occupa,
nel significato dato qui a tale espressione, di fenomeni semplici. Ma una
teoria semplice di fenomeni per loro natura complessi (o una teoria che, se
si preferisce questa espressione, si occupa di fenomeni caratterizzati da un
maggiore grado di organizzazione) è con tutta probabilità necessariamente
falsa, almeno senza una specifica assunzione coeteris paribus, una volta

50
introdotta la quale la teoria non sarebbe più semplice.
Siamo tuttavia interessati non solo ai singoli eventi, e inoltre non solo le
predizioni di singoli eventi possono essere controllate empiricamente.
Siamo ugualmente interessati all’occorrenza di simili modelli astratti; e la
predizione secondo cui apparirà un modello di un certo tipo in determinate
circostanze è un’asserzione falsificabile (e dunque empirica). La
conoscenza delle condizioni in cui apparirà un modello di un certo tipo, e di
ciò da cui dipende la sua preservazione, può essere di grande importanza
pratica. Le circostanze o condizioni in cui apparirà il modello descritto
dalla teoria sono definite dalla gamma di valori che possono essere
attribuiti alle variabili della formula. Tutto ciò che ci occorre sapere, per
rendere una teoria del genere applicabile a una situazione, è dunque che i
dati posseggano certe proprietà generali (o che appartengano alla classe
definita dalla gamma delle variabili). Oltre a ciò, non ci occorre sapere
nulla dei loro singoli attributi, poiché ci basta semplicemente derivare il
tipo di modello che apparirà e non le sue manifestazioni particolari.
Una teoria del genere, destinata a restare «algebrica»14, giacché in realtà
siamo incapaci di attribuire particolari valori alle variabili, cessa allora di
essere solo uno strumento e diventa il risultato finale dei nostri sforzi
teorici. Una simile teoria sarà di certo, come direbbe Popper15, di piccolo
contenuto empirico, poiché ci consente di predire o di spiegare solo certi
aspetti generali di una situazione, che può essere compatibile con un grande
numero di circostanze. Forse ci permetterà di formulare solo ciò che M.
Scriven ha definito «predizioni ipotetiche»16, ossia predizioni dipendenti da
eventi futuri ancora sconosciuti; in ogni caso la gamma di fenomeni con
essa compatibili sarà vasta, e la possibilità di falsificarla sarà piccola. Ma,
come accade in molti campi, questa è per il momento, o forse per sempre,
tutta la conoscenza teorica che possiamo ottenere e, nonostante tutto, ciò
allargherà la gamma del possibile avanzamento della conoscenza
scientifica.
L’avanzamento della scienza dovrà in tal modo procedere in due
direzioni diverse: mentre è certamente auspicabile rendere le nostre teorie il
più possibile falsificabili, dobbiamo anche spingerci in campi in cui, man
mano che procediamo, il grado di falsificabilità necessariamente
diminuisce. Questo è il prezzo che dobbiamo pagare per un avanzamento
nel campo dei fenomeni complessi.

51
4. L’incapacità della statistica di trattare modelli complessi

Prima di illustrare ulteriormente l’uso di quelle mere «spiegazioni di


principio»17 fornite dalle teorie «algebriche», che descrivono solo il
carattere tipico di livello più alto, e prima di considerare le importanti
conclusioni che discendono dalla visione fornita dalla nostra distinzione,
dei confini della possibile conoscenza, è necessario considerare il metodo
che spesso, ma erroneamente, si ritiene dia accesso alla comprensione dei
fenomeni complessi: la statistica. Poiché la statistica si occupa di grandi
numeri, spesso si ritiene che la difficoltà che sorge dal gran numero di
elementi di cui constano le strutture complesse possa essere superata dal
ricorso alle tecniche statistiche.
La statistica si occupa tuttavia del problema di grandi numeri
essenzialmente eliminando la complessità e trattando deliberatamente i
singoli elementi che studia come se non fossero sistematicamente connessi.
Evita il problema della complessità, sostituendo alle informazioni sui
singoli elementi le informazioni sulla frequenza con cui le loro diverse
proprietà si presentano nelle classi di tali elementi e, sempre
deliberatamente, non considera il fatto che la posizione relativa dei diversi
elementi in una struttura possa essere rilevante. In altre parole, procede in
base all’assunto che le informazioni sulle frequenze numeriche dei diversi
elementi di un insieme sia sufficiente a spiegare i fenomeni, e che non sia
richiesta nessuna informazione sul modo in cui gli elementi si trovano
collegati. Il metodo statistico si usa dunque solo dove ignoriamo
deliberatamente, o non riusciamo a comprendere, le relazioni tra i singoli
elementi con diversi attributi, cioè dove ignoriamo o non riusciamo a
conoscere alcuna struttura in cui essi sono organizzati. In situazioni del
genere, la statistica ci consente di recuperare semplicità e di poter gestire il
lavoro ponendo un singolo attributo al posto dei singoli attributi non
accertabili nell’insieme. Tuttavia, proprio per questo motivo, essa è
irrilevante nella soluzione di problemi in cui ad avere importanza sono le
relazioni tra singoli elementi con attributi diversi.
La statistica potrebbe aiutarci laddove abbiamo informazioni su molte
strutture complesse dello stesso tipo, laddove cioè i fenomeni complessi, e
non gli elementi in cui essi consistono, sono gli elementi dell’insieme
statistico. Può fornirci, per esempio, informazioni sulla frequenza relativa
con cui particolari proprietà delle strutture complesse, diciamo dei membri

52
di una specie di organismi, si presentano insieme; ma presuppone che noi
possediamo un autonomo criterio per identificare le strutture del tipo in
questione. Laddove abbiamo tali statistiche sulle proprietà di tanti individui
appartenenti a una classe di animali, o di linguaggi o di sistemi economici,
esse possono costituire informazioni scientificamente importanti18.
Quanto poco la statistica possa comunque contribuire, persino in questi
casi, alla spiegazione di fenomeni complessi si vede chiaramente se
immaginiamo che i computer siano oggetti naturali che abbiamo trovato in
numero sufficientemente grande e sul cui funzionamento intendiamo fare
delle predizioni. È chiaro che non potremo riuscire a fare ciò, se non
possediamo la conoscenza matematica posta nei computer, se non
conosciamo cioè la teoria che determina la loro struttura. Nessuna quantità
di informazioni statistiche sulla correlazione tra input e output ci porterebbe
più vicini al nostro scopo. Eppure, gli sforzi che di continuo vengono fatti
su larga scala a proposito di quelle molto più complesse strutture che
chiamiamo organismi, sono di quello stesso tipo. Credere che in tal modo
debba essere possibile scoprire mediante l’osservazione delle regolarità
nelle relazioni tra input e output, senza possedere una teoria appropriata,
appare in questo caso persino più futile e ingenuo di quanto potrebbe
esserlo nel caso dei computer19.
Mentre la statistica può occuparsi con successo di fenomeni complessi
come gli elementi della popolazione su cui possediamo delle informazioni,
essa non può dirci nulla sulla struttura di questi elementi. Li considera, per
usare un’espressione alla moda, delle «scatole nere» che si presume siano
dello stesso tipo, ma sulle cui caratteristiche distintive non ha niente da
dire. Nessuno probabilmente può con serietà sostenere che la statistica sia
in grado di gettare luce persino sulle strutture relativamente poco complesse
delle molecole organiche, e pochi affermano che essa può aiutarci a
spiegare la vita degli organismi. Eppure, quando si arriva a dar conto del
funzionamento delle strutture sociali, quel tipo di credenza è largamente
diffuso. Il che è ovviamente la conseguenza dell’aver frainteso lo scopo
della teoria nel campo dei fenomeni sociali, che è tutt’altra cosa.

5. La teoria dell’evoluzione come esempio di modello predittivo

Forse la migliore illustrazione di una teoria dei fenomeni complessi che ha


grande valore, nonostante descriva esclusivamente un modello generale i

53
cui dettagli non possiamo mai individuare, è la teoria darwiniana
dell’evoluzione attraverso la selezione naturale. È significativo che questa
teoria sia sempre apparsa come un ostacolo per la concezione dominante
del metodo scientifico20. Di certo non corrisponde ai criteri ortodossi di
«predizione e controllo» che caratterizzano il metodo scientifico. Eppure,
non si può negare che essa si sia posta con successo alla base di gran parte
della moderna biologia.
Prima di esaminare le sue caratteristiche, dobbiamo sgombrare il campo
da un diffuso malinteso circa i suoi contenuti. Essa è stata spesso presentata
come consistente in un’asserzione sulla successione di particolari specie di
organismi che si mutavano gradualmente uno nell’altro. Questa non è
tuttavia la teoria dell’evoluzione, bensì una applicazione della teoria a
eventi particolari che hanno avuto luogo sulla terra durante gli ultimi due
miliardi di anni21. La maggior parte delle applicazioni scorrette della teoria
evoluzionistica (in particolare nell’antropologia e nelle altre scienze sociali)
e i suoi vari abusi (per esempio, nell’etica) sono dovuti a questa errata
interpretazione del suo contenuto.
La teoria dell’evoluzione per selezione naturale descrive un tipo di
processo (o di meccanismo) che è indipendente dalle particolari circostanze
in cui esso ha avuto luogo sulla terra, che è ugualmente applicabile a un
corso di eventi in circostanze molto diverse, e che potrebbe portare alla
produzione di una classe di organismi completamente diversa. La
concezione di base della teoria è estremamente semplice, ed è solo nella sua
applicazione a circostanze concrete che si manifesta la sua straordinaria
fertilità e la gamma di fenomeni di cui può rendere conto22. L’idea di base
che comporta una implicazione di tale portata è che un meccanismo di
reduplicazione con mutazioni trasmissibili e selezione competitiva di quelli
che dimostrano di avere maggiori possibilità di sopravvivenza produrrà nel
tempo una grande varietà di strutture adattate ai continui aggiustamenti
all’ambiente e le une alle altre. La validità di questa proposizione generale
non dipende dalla verità delle applicazioni particolari che sono state fatte
prima: se, per esempio, dovesse risultare che, a dispetto della loro
somiglianza strutturale, l’uomo e la scimmia non sono discendenti di un
antenato comune relativamente vicino, ma sono il prodotto di due
convergenti elementi provenienti da antenati molto diversi tra loro (così
come è vero per i tipi di marsupiali e carnivori placentati che sono molto
simili esteriormente), ciò non confuterebbe la teoria generale

54
dell’evoluzione di Darwin, bensì solo la sua modalità di applicazione al
caso particolare.
Una teoria del genere, come del resto è vero per tutte le teorie, descrive
esclusivamente una gamma di possibilità. Così facendo, esclude altri
possibili corsi di eventi e quindi può essere falsificata. Il suo contenuto
empirico consiste in ciò che essa proibisce23. Se venisse osservata una
sequenza di eventi che non è collocabile nel suo schema, come per esempio
se i cavalli d’un tratto cominciassero a partorire cuccioli con le ali, o se il
taglio delle zampe posteriori dei cani portasse in successive generazioni al
risultato di cani nati senza le zampe posteriori, allora dovremmo ritenere la
teoria confutata24.
La gamma di ciò che è permesso dalla teoria è innegabilmente vasta.
Tuttavia, qualcuno potrebbe anche ritenere che sia solo la limitazione della
nostra immaginazione a precluderci di diventare più consapevoli di quanto
sia più vasta la gamma delle esclusioni, ovvero di quanto sia infinita la
varietà delle forme di organismi concepibili che, grazie alla teoria
dell’evoluzione, sappiamo che nel futuro prevedibile non appariranno sulla
terra. Il senso comune potrebbe dirci di non aspettarci nulla di molto
diverso da ciò che è già conosciuto. Ma quali tipi di variazioni siano
esattamente all’interno della gamma di possibilità, e quali no, può dircelo
solo la teoria dell’evoluzione. Pur non essendo in grado di stendere una
lista esaustiva di possibilità, saremo capaci di rispondere, in via di
principio, a qualsiasi domanda specifica.
Per i nostri scopi attuali, possiamo trascurare il fatto che per certi aspetti
la teoria dell’evoluzione è ancora incompleta, poiché sappiamo ancora poco
sul meccanismo di mutazione. Ma assumiamo di conoscere con precisione
le circostanze in cui (o almeno la probabilità che in date condizioni) ci sarà
una particolare mutazione e, allo stesso modo, di conoscere anche i precisi
vantaggi che ciascuno di queste mutazioni, in un particolare tipo di
ambiente, conferirebbe a un individuo di una specifica costituzione. Ciò
non ci consentirebbe di spiegare perché le specie esistenti o organismi
abbiano le strutture particolari che possiedono, né di predire quali forme
nuove deriveranno da esse.
La ragione di ciò è l’effettiva impossibilità di accertare le circostanze
particolari che, nell’arco di due miliardi di anni, hanno determinato
l’emergere delle forme esistenti, o persino l’impossibilità di accertare le
circostanze che, nei prossimi secoli, determineranno la selezione dei tipi

55
che sopravviveranno. Anche se cercassimo di applicare il nostro schema
esplicativo a una singola specie formata da un numero conosciuto di
individui, tutti osservabili, e seppure assumiamo di essere capaci di
accertare e registrare ogni singolo fatto rilevante, il loro semplice numero
sarebbe tale da non consentirci di manipolarli, ossia di inserire questi dati
negli spazi appropriati delle nostre formule teoriche e quindi di risolvere le
«equazioni assertorie» così determinate25.
Quel che abbiamo detto sulla teoria dell’evoluzione si applica a gran
parte della biologia. La conoscenza teorica della crescita e del
funzionamento degli organismi può portare solo raramente a predizioni
specifiche di ciò che accadrà in un caso particolare, perché non possiamo
quasi mai accertare tutti i fatti che contribuiscono a determinarne il
risultato. Pertanto, «predizione e controllo, solitamente ritenuti criteri
essenziali della scienza, sono meno affidabili in biologia»26. Questa ha a
che fare con forze costruttrici di modelli, la conoscenza delle quali è utile
per creare le condizioni favorevoli alla produzione di certi tipi di risultati,
ma solo in pochi casi sarà possibile controllare tutte le circostanze rilevanti.

6. Teorie delle strutture sociali

Adesso non dovrebbe essere difficile riconoscere le similari limitazioni che


riguardano le spiegazioni teoriche dei fenomeni della mente e della società.
Uno dei risultati principali finora raggiunti dal lavoro teorico in questi
campi mi sembra che sia la dimostrazione del fatto che i singoli eventi di
regola dipendono da così tante circostanze concrete che noi non potremo
mai realmente essere in condizione di accertarli tutti; e che di conseguenza
non solo gli ideali di predizione e di controllo rimangono ampiamente al di
là della nostra portata, ma resta illusoria anche la speranza di poter scoprire
attraverso l’osservazione connessioni regolari tra i singoli eventi. La stessa
comprensione, dovuta alla teoria, che per esempio quasi ogni evento
nell’arco di vita di un uomo può avere degli effetti su quasi ognuna delle
sue azioni future rende impossibile tradurre la nostra conoscenza teorica in
predizioni di eventi specifici. Non esiste alcuna giustificazione della
credenza dogmatica secondo cui, se si vuole una scienza che si occupi di
tali questioni, una simile traduzione deve essere possibile e secondo cui gli
studiosi di tali scienze non sono ancora riusciti in ciò che la fisica ha fatto,
scoprire cioè semplici relazioni tra le poche osservabili. Se le teorie che

56
abbiamo già acquisito ci dicono qualcosa, questo qualcosa è proprio che
non ci dobbiamo aspettare tali semplici regolarità.
Non considererò in questa sede il fatto che, nel caso in cui la mente tenti
di spiegare i dettagli del lavoro di un’altra mente dello stesso ordine di
complessità, sembra esistere, oltre agli ostacoli puramente «pratici» e
nondimeno insormontabili, anche una impossibilità assoluta: perché
concepire una mente che spieghi completamente se stessa implica una
contraddizione logica. Di questo ho parlato altrove27. E qui non è
importante, poiché i limiti pratici determinati dall’impossibilità di accertare
tutti i dati rilevanti sono così logicamente evidenti che essi hanno poca
rilevanza per ciò che noi possiamo effettivamente fare in realtà.
Nell’ambito dei fenomeni sociali, solo l’economia e la linguistica28
sembrano essere riuscite a costruire un corpo teorico coerente. Illustrerò qui
la tesi generale con riferimento alla teoria economica, anche se gran parte
di ciò che ho da dire potrebbe sembrare ugualmente riferibile alla
linguistica.
Schumpeter ha ben descritto il compito della teoria economica, quando
ha scritto che «la vita economica di una società non socialista consiste di
milioni di relazioni o flussi tra singole imprese e singole economie
domestiche. Possiamo stabilire alcuni teoremi su di tali relazioni, ma non
possiamo mai osservarle tutte»29. A ciò bisogna aggiungere che la maggior
parte dei fenomeni che ci interessano, come la concorrenza, non possono
assolutamente accadere se il numero dei diversi elementi coinvolti non è
piuttosto grande, e se la struttura complessiva che si forma non è
determinata dal comportamento significativamente diverso dei vari
individui, con la conseguenza che la difficoltà di disporre di dati rilevanti
non può essere superata trattandoli come elementi di un collettivo statistico.
Per questa ragione, la teoria economica è destinata a descrivere tipi di
modelli, che si presenteranno se verranno soddisfatte certe condizioni
generali, ma raramente, se non addirittura mai, potrà derivare da tale
conoscenza la predizione di fenomeni specifici. Ciò si nota più chiaramente
se consideriamo quei sistemi di equazioni simultanee che dal tempo di
Léon Walras vengono largamente utilizzate per rappresentare le relazioni
generali tra i prezzi e le quantità di tutti i prodotti acquistati e venduti. Esse
sono così strutturate che, se fossimo capaci di riempire tutti i vuoti, ossia se
conoscessimo tutti i parametri di queste equazioni, potremmo calcolare i
prezzi e le quantità di tutti i prodotti. Ma, come perlomeno i fondatori di

57
questa teoria hanno chiaramente capito, il suo scopo non è «di arrivare a un
calcolo numerico dei prezzi», poiché sarebbe «assurdo» pensare di poter
conoscere tutti i dati30 .
La predizione della formazione di questo tipo generale di schema si basa
su certi assunti fattuali molto generali (come quello che la maggior parte
delle persone svolge la propria attività per guadagnare un reddito, che
preferisce un reddito maggiore a uno minore, che non viene loro precluso di
intraprendere qualunque tipo di attività essi desiderino, ecc., assunti che
determinano la gamma di variabili ma non i loro particolari valori); la
predizione non dipende comunque dalla conoscenza delle circostanze più
particolari che dovremmo conoscere per essere in grado di prevedere i
prezzi o le quantità di prodotti particolari. Nessun economista è ancora
riuscito a fare fortuna acquistando o vendendo prodotti sulla base della sua
predizione scientifica dei prezzi futuri (anche se alcuni lo hanno fatto
vendendo le loro predizioni).
Al fisico sembra spesso strano che l’economista debba darsi pena di
formulare quelle equazioni, pur sapendo che non c’è alcuna possibilità di
determinare i valori numerici dei parametri che gli consentirebbero di
derivare i valori delle singole grandezze. Persino molti economisti
sembrano restii ad ammettere che quei sistemi di equazioni non
costituiscono un passo verso predizioni specifiche di singoli eventi, bensì il
risultato finale dei loro sforzi teorici, solamente cioè una descrizione del
carattere generale dell’ordine che troveremo in condizioni specificabili,
descrizione che tuttavia non può mai essere tradotta in una predizione delle
sue manifestazioni particolari.
Ciononostante, le predizioni di un modello sono sia controllabili che utili.
Poiché la teoria ci dice sotto quali condizioni generali si formerà un
modello di tale tipo, essa ci consente di creare le condizioni e di vedere se
apparirà un modello del tipo previsto. E poiché la teoria ci dice che questo
modello in un certo senso assicura una massimizzazione dell’output, ci
permette anche di creare le condizioni generali che assicureranno una
simile massimizzazione, anche se non conosciamo molte delle circostanze
particolari che determineranno il modello che apparirà.
Non è sorprendente che la spiegazione di un tipo di modello possa essere
estremamente importante nel campo dei fenomeni complessi, ma di scarso
interesse nel campo dei fenomeni semplici come quelli della meccanica. Il
fatto è che negli studi dei fenomeni complessi i modelli generali sono tutto

58
ciò che è caratteristico di quegli insiemi che costituiscono l’oggetto
principale del nostro interesse, poiché un numero di perduranti strutture ha
in comune tale modello generale e nient’altro31.

7. L’ambiguità delle pretese del determinismo

Il fatto di capire che a volte siamo capaci di dire che i dati di una certa
classe (o di certe classi) produrranno un modello di un certo tipo, ma che
non siamo in grado di conoscere gli attributi dei singoli elementi che
determineranno quale forma particolare il modello assumerà, ha
conseguenze di notevole importanza. La prima parte di ciò sta a significare
che, quando asseriamo di sapere come viene determinato qualcosa,
l’affermazione è ambigua. Potrebbe significare che sappiamo
semplicemente quale classe di circostanze determina un certo tipo di
fenomeni, senza essere in grado di specificare le circostanze particolari che
determinano quale componente della prevista classe di modelli apparirà;
oppure potrebbe significare che possiamo spiegare anche queste ultime.
Possiamo perciò ragionevolmente ritenere che un certo fenomeno sia
determinato da forze naturali conosciute e ammettere, allo stesso tempo, di
non sapere precisamente come esso sia stato prodotto. La nostra pretesa di
spiegare il principio in base a cui opera un certo meccanismo, anche se
poniamo in evidenza che non siamo in grado di dire con precisione cosa
esso farà in un particolare luogo e momento, non è in verità invalidata. Dal
fatto che sappiamo che un fenomeno è determinato da certi tipi di
circostanze non segue che dobbiamo essere in grado di conoscere, persino
in un caso particolare, tutte le circostanze che hanno determinato tutti i suoi
attributi.
Potrebbero ben esserci obiezioni filosofiche valide e più gravi contro la
pretesa che la scienza possa dimostrare un determinismo universale; e
tuttavia, sul piano pratico, i limiti derivanti dall’impossibilità di accertare
tutti i dati particolari richiesti per giungere dalle nostre teorie a conclusioni
dettagliate sono probabilmente molto più rilevanti. Anche se l’affermazione
di un determinismo universale avesse senso, difficilmente ciascuna delle
conclusioni solitamente tratte potrebbe avere luogo. Nel primo dei due
significati che abbiamo sopra indicato, potremmo per esempio essere in
grado di stabilire che ogni singola azione di un essere umano è il risultato
necessario della ereditata struttura del suo corpo (in particolare del suo

59
sistema nervoso) e di tutte le influenze esterne di cui è stato oggetto sin
dalla nascita. Potremmo addirittura essere in grado di andare oltre e
affermare che, se il più importante di questi fattori è, in un caso particolare,
piuttosto simile a quello di altri individui, una classe particolare di
influenze avrà un certo tipo di effetto. Ma questa sarebbe una
generalizzazione empirica basata su una assunzione coeteris paribus che
non potremmo nel caso particolare sottoporre a controllo. Il fatto principale
continuerebbe a essere, a dispetto della nostra conoscenza del principio in
base a cui lavora la mente umana, che non siamo in grado di stabilire
l’insieme completo di fatti particolari che fanno sì che l’individuo faccia
una cosa particolare in un momento particolare. La personalità individuale
per noi resterebbe un fenomeno unico e imprevedibile, che possiamo
sperare di influenzare in una direzione desiderabile attraverso delle pratiche
sviluppate empiricamente quali l’encomio e il biasimo, ma di cui non
possiamo predire né controllare gli effetti specifici, poiché non siamo in
grado di ottenere informazioni su tutti i fatti particolari che determinano la
stessa personalità.

8. L’ambiguità del relativismo

Lo stesso tipo di fraintendimento si trova dietro le conclusioni derivate dai


vari tipi di «relativismo». Nella maggior parte dei casi, le posizioni
relativistiche su questioni di storia, cultura o etica derivano da
interpretazioni errate della già considerata teoria evoluzionistica. Ma la
conclusione di base secondo cui tutta la nostra civiltà e tutti i valori umani
sono il risultato di un lungo processo di evoluzione, nel corso del quale i
valori, una volta che l’attività umana crea finalità diverse, continuano a
cambiare, alla luce della nostra conoscenza attuale sembra inevitabile.
Probabilmente siamo anche autorizzati a concludere che i nostri valori
attuali esistono solo come elementi di una particolare tradizione culturale, e
hanno significato solo all’interno di una certa fase evolutiva più o meno
lunga, sia che tale fase includa alcuni dei nostri antenati pre-umani, sia che
venga limitata a certi periodi della civiltà umana. Non abbiamo motivo di
attribuire a essi un’esistenza eterna più di quanto ne abbiamo di attribuirla
alla stessa razza umana. C’è quindi un solo possibile senso in cui possiamo
legittimamente considerare relativi i valori umani e parlare della probabilità
della loro ulteriore evoluzione.

60
C’è però molta distanza tra questa visione generale e quanto viene
affermato dal relativismo etico, culturale, storico o dall’etica
evoluzionistica. Per dirla in breve: anche se sappiamo che tutti quei valori
sono relativi a qualcosa, non sappiamo a cosa siano relativi. Possiamo
essere in grado di indicare la classe generale di circostanze che li hanno resi
quello che sono, ma non conosciamo le condizioni particolari a cui sono
dovuti i valori che possediamo, e non sappiamo quali sarebbero i nostri
valori se le circostanze fossero state diverse. Molte delle conclusioni
illegittime sono il risultato di quell’errata interpretazione che presenta la
teoria evoluzionistica come l’affermazione empirica di una tendenza. Non
appena riconosciamo che essa non ci offre niente di più che uno schema di
spiegazione che, se conoscessimo tutti i fatti che hanno operato nel corso
della storia, potrebbe essere sufficiente a spiegarci particolari fenomeni,
diventa evidente che le pretese dei vari tipi di relativismo (e di etica
evoluzionistica) sono infondate. Sebbene possiamo significativamente dire
che i nostri valori sono determinati da una classe di circostanze definibili in
termini generali, finché non riusciamo a stabilire quali circostanze
particolari hanno prodotto i valori esistenti, o finché non riusciamo a
stabilire quali sarebbero i nostri valori in un determinato insieme di
circostanze diverse, dall’asserzione non segue alcuna conclusione
significativa.
Merita un breve cenno notare quanto siano radicalmente opposte le
conclusioni pratiche che derivano dallo stesso approccio evoluzionistico se
si assume che possiamo o non possiamo in realtà conoscere le circostanze
al punto da trarre conclusioni specifiche dalla nostra teoria. Mentre
l’assunto di una conoscenza sufficiente dei fatti concreti produce
generalmente una sorta di tracotanza intellettuale che ingannevolmente fa
credere che la ragione possa giudicare tutti i valori, la percezione
dell’impossibilità di una tale completa conoscenza induce a un
atteggiamento di umiltà e rispetto nei confronti di quell’esperienza del
genere umano nel suo complesso, di cui i valori e le istituzioni della società
esistente sono un precipitato.
Dobbiamo aggiungere qualche osservazione sull’ovvio significato delle
nostre conclusioni nella valutazione dei vari tipi di «riduzionismo». Nel
caso della prima delle distinzioni che abbiamo ripetutamente fatto, nel caso
della descrizione generale, l’asserzione secondo cui i fenomeni biologici o
mentali non sono «nient’altro che» certi complessi di eventi fisici, o certe

61
classi di stutture di tali eventi, quelle affermazioni sono probabilmente
difendibili. Ma nel secondo caso, ossia quello della predizione specifica,
che giustificherebbe le pretese più ambiziose del riduzionismo, esse sono
completamente prive di fondatezza. Una riduzione completa si otterrebbe
solo se fossimo capaci di porre, al posto di una descrizione di eventi in
termini biologici o mentali, una descrizione in termini fisici che comprenda
una enumerazione esaustiva di tutte le circostanze fisiche che costituiscono
condizione necessaria e sufficiente dei fenomeni biologici o mentali in
questione. In effetti, questi tentativi consistono sempre, e possono
consistere solo, nell’enumerazione illustrativa di classi di eventi, di solito
con l’aggiunta di «eccetera», che potrebbero riprodurre il fenomeno in
questione. Tali riduzioni caratterizzate dall’«eccetera» non sono riduzioni
che ci consentono di fare a meno delle entità biologiche o mentali, o di
porre a loro posto una descrizione di eventi fisici, sono mere spiegazioni di
carattere generale del tipo di ordine o modello di cui conosciamo le
manifestazioni specifiche solamente attraverso la nostra esperienza
concreta di essi32 .

9. L’importanza della nostra ignoranza

Forse è naturale che, nel clima di esaltazione generato dai progressi della
scienza, le circostanze che limitano la nostra conoscenza fattuale e la
conseguente restrizione dello spazio relativo all’applicabilità della
conoscenza teorica siano stati pressocché trascurati. È giunto il momento
tuttavia di prendere più sul serio la nostra ignoranza. Come Popper e altri
studiosi hanno evidenziato, «quanto più impariamo sul mondo, e tanto più
profondo è il nostro apprendimento, tanto più sarà consapevole, specifica e
articolata la conoscenza di ciò che non sappiamo, la conoscenza della
nostra ignoranza»33. In molti campi, abbiamo in verità imparato abbastanza
per sapere che non possiamo conoscere tutto ciò che dovremmo sapere per
ottenere una spiegazione completa dei fenomeni.
Questi limiti possono non essere assoluti. Sebbene di certi fenomeni
complessi non potremo mai sapere tanto quanto possiamo sapere dei
fenomeni semplici, potremo almeno in parte ridurre il limite coltivando
deliberatamente una tecnica che miri a obiettivi più ristretti, come la
spiegazione non degli eventi individuali ma esclusivamente dell’apparire di
certi modelli o ordini. Non ha importanza se le chiamiamo mere spiegazioni

62
di principio, o mere predizioni di modelli oppure teorie di livello superiore.
Una volta riconosciuto esplicitamente che la comprensione del meccanismo
generale che produce modelli di un certo tipo non è solamente uno
strumento per predizioni specifiche, ma è importante in sé, e può essere una
rilevante guida all’azione (o talvolta essere un indicatore dell’opportunità di
non agire), possiamo sicuramente concludere che questa conoscenza, pur
essendo limitata, ha grande valore.
Ciò di cui dobbiamo liberarci è l’ingenua superstizione che presenta il
mondo in modo tanto organizzato da far ritenere che sia possibile scoprire,
attraverso l’osservazione diretta, semplici regolarità tra tutti i fenomeni e
che ciò sia un presupposto necessario per l’applicazione del metodo
scientifico. Quel che abbiamo sin qui scoperto a proposito
dell’organizzazione di molte strutture complesse dovrebbe essere
sufficiente a insegnarci che non c’è ragione di aspettarci una cosa del
genere e che, se vogliamo avanzare in questo campo, i nostri obiettivi
dovranno essere in qualche modo diversi da quelli perseguiti nel campo dei
fenomeni semplici.

10. Post scriptum sul ruolo delle «leggi» nella teoria dei fenomeni
complessi34

Forse bisogna aggiungere che le considerazioni precedenti gettano qualche


dubbio sul punto di vista largamente accettato, secondo cui lo scopo della
scienza teorica è quello di formulare delle «leggi», perlomeno se il termine
«legge» viene usato nel modo comunemente accettato. La maggior parte
delle persone probabilmente accoglierebbe come definizione di «legge»
quella stando alla quale «una legge scientifica è la regola che collega un
fenomeno a un altro, secondo il principio di causalità, ossia di causa ed
effetto»35. E si dice che persino un’autorità come Max Planck abbia insistito
sul fatto che una legge scientifica deve poter essere espressa da una singola
equazione36.
L’affermazione secondo cui una certa struttura può assumere solo uno
degli (infiniti) stati definiti da un sistema di molte equazioni simultanee è
un’affermazione scientifica (teorica e falsificabile) perfettamente valida37.
Ovviamente, se lo vogliamo, possiamo chiamare «legge» un’affermazione
del genere, sebbene alcuni potrebbero giustamente pensare che ciò fa
violenza al linguaggio; ma l’adozione di tale terminologia ci farebbe

63
probabilmente trascurare una distinzione importante: infatti, dire che una
simile affermazione descrive, come una normale legge, una relazione tra
causa ed effetto sarebbe estremamente fuorviante. Sembra dunque che il
concetto di legge, nel senso comunemente accettato, trovi modesta
applicazione nella teoria dei fenomeni complessi, e che perciò anche la
descrizione delle teorie scientifiche come «nomologiche» o «nomotetiche»
(o come, usando il tedesco, Gesetzeswissenschaften) sia appropriata solo
per quei problemi a due o forse a tre variabili, a cui si può ridurre la teoria
dei fenomeni semplici, ma non per la teoria dei fenomeni che si presentano
solo oltre un certo livello di complessità. Se ammettiamo che tutti gli altri
parametri di un sistema di equazioni che descrive una struttura complessa
siano costanti, possiamo di certo ancora chiamare «legge» la dipendenza di
una dall’altra e descrivere il cambiamento nell’una come «la causa» e il
cambiamento nell’altra come «l’effetto». Ma una «legge» del genere
sarebbe valida solo per un particolare insieme di valori di tutti gli altri
parametri e varierebbe a ogni variazione di uno di essi. Evidentemente,
questa non sarebbe una concezione molto utile di «legge» e l’unica
affermazione generalmente valida circa le regolarità della struttura in
questione è l’insieme completo di equazioni simultanee da cui, se i valori
dei parametri variano continuamente, potrebbe essere derivato un numero
infinito di leggi particolari, che mostrano la dipendenza di una variabile da
un’altra.
In questo senso, possiamo certamente giungere a una teoria molto
elaborata e del tutto utile su un certo tipo di fenomeno complesso e,
malgrado ciò, dobbiamo ammettere che non conosciamo una singola legge,
nel senso comunemente accettato del termine, a cui tale tipo di fenomeno
obbedisca. Credo che ciò sia in larga misura vero per quanto riguarda i
fenomeni sociali: sebbene possediamo teorie relative a strutture sociali, ho
dei dubbi sul fatto che conosciamo delle «leggi» a cui obbediscono i
fenomeni sociali. Ne deriva allora che la ricerca volta alla scoperta di leggi
non è un appropriato marchio di garanzia della procedura scientifica, ma
solamente una caratteristica delle teorie dei fenomeni semplici, così come li
abbiamo definiti in precedenza; e, nel campo dei fenomeni complessi, il
termine «legge», allo stesso modo dei concetti di causa ed effetto, non è
applicabile senza una modifica che la privi del suo ordinario significato.
Per certi versi, l’enfasi prevalente sulle «leggi», ossia sulla scoperta di
regolarità nelle relazioni a due variabili, è probabilmente il risultato

64
dell’induttivismo poiché, prima che un’ipotesi o una esplicita teoria sia
stata formulata, è probabile che solo una così semplice covarianza di due
grandezze colpisca i sensi. Nel caso dei fenomeni più complessi, è più
ovvio che, prima di poter stabilire che le cose vanno effettivamente secondo
la teoria, dobbiamo essere in possesso di essa. Probabilmente, se la scienza
teorica non fosse stata identificata con la ricerca di leggi intese come
semplice dipendenza di una grandezza da un’altra, molta confusione
sarebbe stata evitata. Si sarebbe evitato un errore come quello, per esempio,
della teoria biologica dell’evoluzione, che ha proposto una certa «legge
dell’evoluzione» come una legge del necessario susseguirsi di determinati
stadi o di determinate forme. Ovviamente, non ha fatto nulla del genere, e
tutti i tentativi di fare ciò riposano sul fatto di avere frainteso la grande
conquista di Darwin. E il pregiudizio secondo cui, per essere scientifici,
bisogna produrre delle leggi dà prova di essere una delle concezioni
metodologiche più dannose. Avrebbe potuto essere in parte utile per la
ragione data da Popper, secondo cui «le asserzioni semplici [...] devono
essere apprezzate di più delle asserzioni meno semplici»38 in tutti i campi in
cui le asserzioni semplici sono significative. Ma a me sembra che ci
saranno sempre dei campi in cui può essere mostrato che tutte queste
asserzioni semplici devono essere false e dove di conseguenza anche il
pregiudizio a favore delle «leggi» è dannoso.

65
3.
Regole, percezione e intelligibilità* 1

1. Azione guidata da regole

L’esempio più impressionante del fenomeno da cui prenderemo le mosse è


l’abilità dei bambini piccoli di usare il linguaggio secondo regole
grammaticali e idiomatiche di cui sono completamente inconsapevoli.
«Forse c’è – ha scritto trentacinque anni fa Edward Sapir – «un molto
profondo insegnamento nel fatto che persino un bambino può parlare la
lingua più difficile con facilità idiomatica, mentre è necessario un tipo non
comune di mente analitica per definire i semplici elementi di
quell’incredibilmente sottile meccanismo linguistico che non è altro che un
giocattolo nell’inconscio del fanciullo»2.
Questo fenomeno è molto esteso e include tutte quelle che chiamiamo
abilità. L’abilità di un artigiano o di un atleta che in inglese viene chiamata
«saper fare» (scolpire, andare in bicicletta, sciare o fare un nodo) appartiene
a questa categoria. Una caratteristica di queste abilità è che di solito non
siamo capaci di formulare esplicitamente (discorsivamente) il modo di
agire che vi è sotteso. Un ottimo esempio è dato a questo proposito da M.
Friedman e L.J. Savage:

Consideriamo il problema relativo alla previsione, prima di ogni tiro, della traiettoria di
una palla da biliardo colpita da un giocatore esperto. Sarebbe possibile elaborare una o
più formule matematiche in grado di fornire le traiettorie capaci di conquistare dei punti
e di indicare, tra queste, quella (o quelle) in grado di lasciare le palle da biliardo nella
posizione migliore. Certo, le formule potrebbero essere estremamente complicate, dato
che dovrebbero necessariamente tener conto della reciproca posizione delle palle, del
tappeto e dei complicati fenomeni indotti dalla tecnica «all’inglese». Ciononostante, non
sembra affatto irragionevole che predizioni eccellenti possano essere ottenute attraverso
l’ipotesi che il giocatore di biliardo tiri come se, conoscendo le formule, potesse stimare
accuratamente a occhio le angolazioni, ecc., descrivendo la posizione delle palle, potesse
derivare dalle formule calcoli fulminei e potesse dunque indirizzare la palla nella

66
direzione indicata dalle stesse formule3.

(Un essere dotato di poteri intellettuali di ordine più elevato probabilmente


descriverebbe tutto ciò dicendo che il giocatore di biliardo ha agito come se
potesse pensare).
Se siamo capaci di descrivere il carattere di tali abilità, dobbiamo farlo
indicando le regole che guidano le azioni di cui gli attori non sono
usualmente consapevoli. Sfortunatamente l’uso dell’inglese moderno
generalmente non consente di impiegare il verbo «potere» (nel senso del
tedesco können) per descrivere tutti quegli esempi in cui un individuo «sa»
solamente «come» fare una cosa. Negli esempi finora riportati, apparirà
probabilmente subito scontato il fatto che il «know how» consiste nella
capacità di agire secondo regole che possiamo essere in grado di scoprire,
ma che non abbiamo bisogno, per obbedire a esse, di essere in grado di
formulare4. Il problema è tuttavia di portata più vasta di quanto si possa a
prima vista ammettere. Se ciò che è chiamato Sprachgefühl [senso della
lingua] consiste nella nostra capacità di seguire regole non ancora
formulate5, non c’è alcuna ragione per cui, per esempio, il senso di giustizia
(Rechtsgefühl) non dovrebbe anch’esso consistere nella capacità di seguire
regole che non conosciamo, nel senso perlomeno di riuscire a formulare6.
Da questi esempi in cui l’azione è guidata da regole (schemi di
movimento, princìpi ordinatori, ecc.) che l’attore non ha bisogno di
conoscere esplicitamente (non ha bisogno cioè di essere in grado di
specificare, di descrivere discorsivamente, o di «verbalizzare»)7, e in cui il
sistema nervoso sembra, per così dire, agire come un «esecutore di modelli
di movimento», dobbiamo passare ad analizzare i corrispondenti e non
meno interessanti esempi in cui l’organismo è capace di riconoscere delle
azioni conformi a quelle regole o a quei modelli, senza essere consapevole
degli elementi di quegli schemi, e perciò si deve presumere che possieda
anche un tipo di «rivelatore di modelli di movimento».

2. Percezione guidata da regole

La capacità del bambino di capire i diversi significati di frasi espresse


mediante una appropriata struttura grammaticale costituisce l’esempio più
classico della capacità di percezione guidata da regole. Le regole che non
riusciamo a formulare non guidano quindi solo le nostre azioni. Guidano

67
anche le nostre percezioni e, in particolare la percezione delle azioni degli
altri. Il bambino che parla in modo grammaticalmente corretto, senza
conoscere le regole della grammatica, non solo capisce tutte le sfumature di
significato che gli altri esprimono seguendo le regole grammaticali, ma può
anche essere in grado di correggere un errore di grammatica presente nel
discorso degli altri.
Questa capacità di percepire regole (o regolarità, o schemi) nell’azione
degli altri è un fenomeno molto generale e importante. È un esempio di
percezione gestaltica, ma di una percezione di un tipo particolare di
configurazioni. Mentre negli esempi più comuni siamo in grado di
specificare (esplicitamente o di descrivere discorsivamente, o di spiegare)
le configurazioni che vengono riconosciute come identiche, e siamo quindi
capaci di riprodurre deliberatamente la situazione di stimolo che produrrà la
stessa percezione in diverse persone, tutto quel che spesso sappiamo negli
esempi che ci riguardano e che saranno argomento principale di questo
saggio è che una particolare situazione viene da diverse persone
riconosciuta come una situazione di un certo tipo.
A queste classi di strutture di eventi che non sono «conosciuti da
nessuno, e capiti da tutti»8 appartengono, in primo luogo, gesti ed
espressioni facciali. È significativo che la capacità di rispondere a segni di
cui non siamo consapevoli diminuisce non appena ci allontaniamo
dall’ambito della nostra cultura e ci accostiamo a culture diverse, ed è
significativo che in una certa misura esista anche nelle nostre relazioni
reciproche con (e anche tra) gli animali superiori9. Negli ultimi anni, tale
fenomeno è stato largamente indicato con il nome di «percezione
fisiognomica»10; sembra tuttavia che esso si manifesti più comunemente di
quanto il termine possa in un primo momento suggerire. Non solo guida la
nostra percezione di espressioni, ma ci fa anche riconoscere un’azione
come diretta a uno scopo o finalizzata11 e caratterizza anche la nostra
percezione di fenomeni non umani e inanimati. Ci porterebbe troppo
lontano considerare qui gli importanti contributi alla conoscenza di questi
fenomeni dati dall’etologia, in particolare dagli studi sugli uccelli fatti da
O. Heinroth, K.Z. Lorenz e N. Tinbergen12, sebbene le loro descrizioni del
carattere «contagioso» di certi tipi di movimenti e dell’«innato meccanismo
scatenante» come «funzione percettiva» siano estremamente rilevanti. Nel
complesso, dovremo rivolgerci ai problemi dell’uomo, occupandoci solo di
tanto in tanto degli altri animali superiori.

68
3. Imitazione e identificazione

La principale difficoltà da superare nel dare conto di questi fenomeni si


vede più chiaramente nel fenomeno dell’imitazione. L’attenzione che gli
psicologi hanno rivolto a essa è stata molto fluttuante e, dopo un periodo in
cui è stata minima, sembra essere diventata nuovamente considerevole13.
L’aspetto di cui ci stiamo occupando non è stato ancora formulato più
chiaramente di quando è stato messo in rilievo per la prima volta, alla fine
del Diciottesimo secolo, da Dugald Stewart14. Tale aspetto riguarda una
difficoltà comunemente trascurata, poiché l’imitazione è molto di frequente
trattata con riferimento al linguaggio, laddove è quantomeno plausibile
affermare che i suoni emessi da un individuo sono da lui percepiti come
simili a quelli prodotti da un altro.
La posizione è tuttavia molto diversa nel caso di gesti, atteggiamenti,
andatura e altri movimenti, in particolare nel caso delle espressioni facciali,
in cui i movimenti del proprio corpo vengono percepiti in modo diverso da
quello in cui sono percepiti i corrispettivi movimenti di un’altra persona. A
tale proposito, a prescindere da quali possano essere le capacità di un neo-
nato15, non c’è alcun dubbio che gli esseri umani imparano subito a
riconoscere e a imitare non solo modelli complessi di movimento, ma anche
che le varie forme di «contagio», che si verificano in tutte le forme di vita
di gruppo, presuppongono una certa identificazione dei movimenti
osservati di altri con i propri movimenti16. Che sia l’uccello a essere spinto
a volare (o a lisciarsi le penne, grattarsi, scrollarsi, ecc.) per averlo visto
fare ad altri uccelli, o che sia l’uomo a essere spinto a sbadigliare o a
stirarsi per aver visto altri fare lo stesso, o che si tratti della più deliberata
imitazione praticata nella mimica o nell’apprendimento di un’arte, quel che
succede in tutti questi esempi è che un movimento osservato viene
direttamente tradotto nell’azione corrispondente, spesso senza che
l’individuo che osserva e imita sia consapevole degli elementi in cui
consiste l’azione, oppure (nel caso dell’uomo) senza che sia capace di
formulare ciò che osserva e compie17.
La nostra capacità di imitare l’andatura, l’atteggiamento o le smorfie di
qualcuno non dipende certamente dalla nostra capacità di descrivere tutto
ciò a parole. Siamo di frequente incapaci di farlo, non solo perché ci
mancano le parole giuste, ma per la ragione che non siamo consapevoli
degli elementi di cui sono fatti questi modelli, né del modo in cui essi sono

69
collegati. Possiamo benissimo avere un nome per tutto l’insieme di cose18,
o a volte usare dei paragoni mutuati dai movimenti degli animali (come
«strisciante», «feroce») e simili, o descrivere dei comportamenti come
espressioni di un attributo del carattere come «furtivo», «timido»,
«determinato», od «orgoglioso». In un certo senso, sappiamo ciò che
osserviamo, ma in un altro senso non sappiamo cos’è ciò che osserviamo.
Certo, l’imitazione è solo un esempio particolarmente ovvio dei tanti in
cui riconosciamo le azioni degli altri come appartenenti a un tipo
conosciuto, a un tipo comunque che siamo in grado di descrivere solo
indicando il «significato» che queste azioni hanno per noi, ma di cui non
siamo in grado di individuare gli elementi che portano a tale significato.
Quando concludiamo che un individuo è di un certo umore o agisce
intenzionalmente, di proposito o senza sforzo, sembra aspettarsi19 qualcosa
o minacciare o confortare qualcuno, ecc., generalmente non sappiamo, e
non saremmo in grado di spiegare, come facciamo a saperlo. Eppure, in
genere agiamo con successo sulla base di questa «comprensione» del
comportamento degli altri.
Tutti questi esempi fanno sorgere un problema di «identificazione»,
intesa non nello speciale significato psicoanalitico, ma nel significato
comune del termine, il significato in cui un nostro movimento (o un
atteggiamento, ecc.) che viene percepito attraverso un senso, viene
riconosciuto come facente parte dello stesso tipo di movimenti di altre
persone che percepiamo attraverso un altro senso. Prima che sia possibile
l’imitazione, dev’essere raggiunta l’identificazione, ossia la corrispondenza
stabilita tra modelli di movimento che sono percepiti attraverso diverse
modalità sensorie.

4. Il trasferimento di regole apprese

Il riconoscimento di una corrispondenza tra schemi fatti di elementi


sensoriali differenti (appartenenti alla stessa o a diverse modalità sensoriali)
presuppone un meccanismo di trasferimento del modello sensoriale, ossia
un meccanismo per il trasferimento della capacità di distinguere un ordine
astratto o una combinazione di elementi tratti da diversi ambiti. Che una
simile capacità esista sembra plausibile, dato che un simile trasferimento di
apprendimento nella sfera motoria è un fatto ben stabilito: abilità apprese
con una mano vengono prontamente trasferite all’altra, e così via20.

70
Recentemente è stato anche dimostrato che, per esempio, scimmie
ammaestrate a rispondere a differenze nei semplici ritmi di segnali luminosi
(aprire una porta dopo due segnali di uguale durata e non aprirla dopo due
segnali di diversa durata) hanno subito trasferito questa risposta ai
corrispondenti ritmi di segnali sonori21. Nell’ambito della percezione, molti
fenomeni gestaltici, come la trasposizione di una melodia, implicano anche
l’intervento dello stesso principio. I prevalenti punti di vista sulla natura
della percezione non ci forniscono tuttavia un rendiconto adeguato di come
possa aver luogo un simile trasferimento22.
Un meccanismo del genere non è difficile da concepire. Il punto
principale da tenere presente è che, affinché due diversi elementi sensoriali
(«qualità sensoriali elementari» o percezioni più complesse) siano capaci di
occupare la stessa posizione in uno schema di un certo tipo, essi devono
avere certi attributi in comune. Se entrambi non possono variare lungo una
scala (come grande: piccolo, forte: debole, di lunga durata: di breve durata,
ecc.), non possono figurare nella stessa posizione come elementi di schemi
simili. La più importante di queste proprietà comuni di tipi diversi di
sensazioni che permettono loro di occupare lo stesso posto in uno schema
di un certo tipo è la loro comune struttura spazio-temporale: mentre le
sensazioni visive, tattili, cinestesiche ed auditive possono avere lo stesso
ritmo e le prime tre formano anche gli stessi schemi spaziali, ciò non è
possibile per le sensazioni dell’odorato e del gusto23.
Questi attributi comuni, che le sensazioni separate devono possedere per
potere formare gli stessi schemi astratti, devono evidentemente avere dei
nessi neurali distinti (impulsi in particolari gruppi di neuroni che li
rappresentano), poiché solo così essi possono avere, per certi versi, lo
stesso effetto sui nostri processi mentali e sulle nostre azioni: se sensazioni
diverse ci portano a descriverli come «vasti» o «intensi» o «lunghi», gli
impulsi a essi corrispondenti devono, a un certo livello dell’ordine
gerarchico di valutazione (classificazione)24, raggiungere le stesse vie.
Comunque, quando riconosciamo che, per possedere attributi simili, le
sensazioni causate da impulsi nervosi diversi devono possedere certi
elementi identici tra la «sequenza»25 che determina la loro qualità, il
problema del trasferimento di uno schema, che è stato appreso in un campo
sensoriale, a un altro non presenta serie difficoltà.
Se un certo ordine o una certa sequenza di elementi sensoriali aventi dati
attributi ha acquisito un’importanza decisiva, questa importanza sarà

71
determinata dalla classificazione come equivalente degli eventi neurali che
indicano quegli attributi e si applicherà perciò automaticamente a essi,
anche quando sono evocati da sensazioni diverse da quelle in relazione alle
quali lo schema è stato dapprima appreso. Oppure, in altre parole, le
sensazioni che hanno attributi comuni potranno formare elementi dello
stesso schema, e questo schema sarà visto come uno dello stesso tipo, anche
se non è mai stato esperito prima in connessione con gli elementi
particolari, poiché le altrimenti qualitativamente diverse sensazioni
avranno, tra gli impulsi che determinano le loro qualità, alcuni che
determinano unicamente l’attributo astratto in questione; e ognivolta che
viene acquisita in un campo la capacità di riconoscere una regola astratta
che segue la combinazione di questi attributi, lo stesso modello di base sarà
utilizzato se i segnali per quegli attributi astratti saranno evocati da un
insieme di elementi diversi. È la classificazione della struttura delle
relazioni tra questi attributi astratti che fa riconoscere i modelli come uguali
o diversi.

5. Modelli di comportamento e modelli di percezione

Nel corso del proprio sviluppo26, ogni organismo acquista un grande


repertorio di modelli percettivi con cui può dare specifiche risposte e,
nell’ambito di questo repertorio di modelli, alcuni tra i primi e tra i più
tenacemente fissati saranno quelli dovuti alla registrazione cinestetica di
modelli di movimento del proprio corpo, modelli di movimento che in
molti casi saranno guidati da un’organizzazione innata e saranno
verosimilmente diretti dall’apparato subcorticale, tuttavia riportati e
registrati a livelli più alti. Il termine «modello di movimento» suggerisce
con difficoltà la complessità e la varietà degli attributi dei movimenti
coinvolti. Esso non solo include movimenti relativi di corpi rigidi e
movimenti pieghevoli o elastici di corpi flessibili, ma anche continui e
discontinui, cambiamenti di velocità ritmici e aritmici, ecc. L’aprirsi e il
chiudersi di mascelle o becchi, o i caratteristici movimenti degli arti sono
esempi relativamente semplici di tali modelli. Essi possono generalmente
essere analizzati nei vari movimenti separati, che insieme producono il
modello in questione.
L’animale giovane per cui ogni giornata comincia con la vista dei suoi
genitori e dei suoi fratelli che sbadigliano e si stiracchiano, si ripuliscono e

72
defecano, esplorano l’ambiente e così via, e che impara presto a riconoscere
questi schemi di base come propri modelli innati di movimento, connessi a
certe disposizioni (o atteggiamenti), tenderà a porre in queste categorie
percettive tutto ciò che approssimativamente vi si può collocare. Questi
modelli offrono i modelli maestri (modelli di base, schemi, o Schablonen)
nei cui termini percepiremo molti altri fenomeni complessi oltre a quelli da
cui sono derivati i modelli. Ciò che in un primo momento può iniziare con
un modello di movimento innato e piuttosto specifico può perciò diventare
un modello appreso e astratto per classificare gli eventi che vengono
percepiti («classificare» qui si riferisce ovviamente a un processo di
canalizzazione, di apertura o di «chiusura» degli impulsi nervosi, così da
produrre una disposizione o un atteggiamento particolare)27. L’effetto di
percepire che certi eventi accadono secondo una regola sarà perciò il fatto
che un’altra regola verrà imposta sul corso ulteriore dei processi nel sistema
nervoso.
Il mondo fenomenico (sensoriale, soggettivo o comporta-mentale)28 in cui
vive tale organismo sarà perciò ampiamente fatto di modelli di movimento
caratteristici del proprio tipo (specie o gruppo allargato). Questi saranno tra
le più importanti categorie attraverso cui esso percepisce il mondo e in
particolare la maggioranza delle forme di vita. La nostra tendenza a
personificare gli eventi che osserviamo (o ad interpretarli in termini
antropomorfici o animistici) probabilmente è il risultato di una applicazione
di schemi forniti dai movimenti del nostro corpo. Sono essi a rendere, se
non proprio intelligibili, almeno percepibili (comprensibili o dotati di
senso) complessi di eventi che, senza questi schemi percettivi, non
presenterebbero alcuna coerenza o alcun carattere d’insieme.
Non sorprende che l’evocazione esplicita di queste interpretazioni
antropomorfiche sia divenuta uno dei maggiori strumenti di espressione
artistica con cui il poeta o il pittore può fare apparire il carattere delle nostre
esperienze in una maniera particolarmente vivida. Espressioni come quella
di una nube temporalesca che si staglia minacciosamente davanti a noi, o di
un paesaggio sereno, ridente, sobrio o selvaggio, sono qualcosa di più che
semplici metafore. Descrivono attributi veri delle nostre esperienze per
come esse si manifestano. Ciò non significa che questi attributi
appartengono agli eventi oggettivi, se non nel senso che noi li ascriviamo
intuitivamente a quegli eventi. Nondimeno, essi sono parte dell’ambiente
per come lo conosciamo e per come determina la nostra condotta. E, come

73
vedremo, se le nostre percezioni in quei casi non ci aiutano a capire la
natura, il fatto che a volte quei modelli che leggiamo (o proiettiamo) nella
natura sono tutto ciò che conosciamo e che determina le nostre azioni, lo
rende un dato essenziale per i nostri sforzi tesi a spiegare i risultati
dell’interazione umana.
La concezione secondo cui spesso percepiamo dei modelli senza essere
consapevoli degli elementi di cui sono composti (o persino senza percepirli
affatto) confligge con la credenza fortemente radicata stando alla quale ogni
riconoscimento di forme «astratte» è «derivata» dalla nostra precedente
percezione del «concreto»: è l’assunto per cui dobbiamo innanzitutto
percepire i particolari in tutta la loro ricchezza e nel loro dettaglio, prima di
imparare ad astrarre da essi quegli aspetti che sono comuni ad altre
esperienze. Ma, anche se esiste una certa prova clinica del fatto che
l’astratto spesso dipende dal funzionamento dei centri nervosi superiori e
che la capacità di formare concezioni astratte può essere persa mentre
immagini più concrete vengono trattenute, di certo non è sempre così29. Né
ciò proverebbe che il concreto viene cronologicamente prima. È
quantomeno altamente probabile che spesso percepiamo solo gli aspetti
molto astratti, ossia un ordine di stimoli che individualmente non vengono
assolutamente percepiti o, per lo meno, non vengono identificati30.

6. Modelli specificabili e non specificabili

È stato spesso notato il fatto che a volte percepiamo dei modelli che non
siamo in grado di specificare, ma questo fatto non ha occupato il giusto
posto nella concezione generale delle nostre relazioni con il mondo esterno.
Sarà perciò utile rendere espliciti i due modi più familiari in cui i modelli
rivestono un ruolo nell’interpretazione di ciò che ci circonda. L’esempio a
tutti noto è quello della percezione sensoriale di modelli, come le figure
geometriche, che possiamo descrivere anche esplicitamente. Tuttavia, il
fatto che l’abilità di percepire intuitivamente e quella di descrivere
discorsivamente un modello non siano la stessa cosa è divenuto evidente
con l’avanzamento della scienza, che ha progressivamente portato
all’interpretazione della natura in termini di modelli che possono essere
costruiti dal nostro intelletto, ma che non possono essere immaginati
intuitivamente (come i modelli nello spazio multidimensionale). La
matematica e la logica sono largamente impegnate a creare nuovi modelli,

74
che la nostra percezione non ci mostra, ma che dopo possono o no essere
adatti a descrivere relazioni tra elementi osservabili31.
In un terzo caso, che è quello che più ci interessa, la relazione è inversa: i
nostri sensi riconoscono (o meglio: «proiettano» o «leggono» nel mondo)
modelli che in realtà non siamo capaci di descrivere32 discorsivamente e
che forse non riusciremo mai a specificare. Che esistano esempi in cui
riconosciamo intuitivamente simili modelli, molto prima di poterli
descrivere, è sufficientemente dimostrato dal solo esempio del linguaggio.
Tuttavia, una volta dimostrata l’esistenza di alcuni di questi casi, dobbiamo
essere preparati a scoprire che essi sono più numerosi e importanti di
quanto possiamo in un primo momento pensare. Se in tutti questi esempi
siamo capaci, sia pure in via di principio, di descrivere esplicitamente le
strutture che i nostri sensi considerano spontaneamente come esempi dello
stesso modello, è ciò che vedremo alla fine di questo saggio.
Il fatto che riconosciamo modelli che non riusciamo a specificare non
significa ovviamente che tali percezioni possano legittimamente servire da
elementi di spiegazione scientifica (sebbene possano offrire le «intuizioni»
che di solito precedono la formulazione concettuale)33. Ma, anche se tali
percezioni non forniscono una spiegazione scientifica, esse non sollevano
solo un problema di spiegazione; nella spiegazione degli effetti delle azioni
umane, dobbiamo pure tenere conto del fatto che esse sono guidate da
percezioni di questo tipo. Torneremo su tale problema più avanti. Qui
bisogna semplicemente evidenziare che è del tutto coerente, da un lato,
negare che gli «insiemi» che vengono percepiti intuitivamente dallo
scienziato possano legittimamente apparire nella sua spiegazione e,
dall’altro, insistere sul fatto che la percezione di questi insiemi, da parte
delle persone le cui interazioni sono oggetto di ricerca, debbano costituire
un dato dell’analisi scientifica. Vedremo che percezioni di questo tipo, che i
comportamentisti radicali desiderano ignorare, perché gli stimoli
corrispondenti non possono essere definiti in «termini fisici», sono tra i
principali dati con cui devono essere costruite le nostre spiegazioni delle
relazioni tra individui34.
In un certo senso, è in generale vero che il requisito, stando al quale i
termini in cui si articola una spiegazione devono essere completamente
specificabili, si applica solo alla teoria (alla formula generale o al modello
astratto) e non ai dati particolari che devono essere messi al posto degli
spazi vuoti per renderla applicabile ai singoli casi. Per quanto concerne il

75
riconoscimento delle condizioni particolari a cui si può applicare
un’asserzione teorica, dobbiamo sempre basarci sull’accordo
interpersonale, sia che le condizioni siano definite in termini di qualità
sensoriali, come «verde» o «amaro», sia che esse siano definite in termini
di punti che coincidono, come nel caso della misurazione. In questi ben noti
esempi, in genere non sorge alcuna difficoltà, non solo perché l’accordo tra
diversi osservatori è molto forte, ma anche perché sappiamo come creare le
condizioni in cui diverse persone possono provare le stesse percezioni. Le
circostanze fisiche che producono queste sensazioni possono essere
deliberatamente manipolate e generalmente assegnate a regioni spazio-
temporali definite, che sono dall’osservatore «riempite» con la qualità
sensoriale in questione. In generale, troveremo anche che ciò che sembra
simile a persone diverse, avrà lo stesso effetto su altri; e riteniamo
un’eccezione piuttosto sorprendente il fatto che ciò che a noi sembra simile
appaia diverso ad altri soggetti, o che ciò che a noi sembra diverso appaia
simile ad altri35. Eppure, possiamo fare esperimenti con gli stimoli a cui
sono dovute tali percezioni, e sebbene in ultima istanza l’applicabilità del
nostro modello teorico riposi anche sulla concordanza delle percezioni
sensoriali, possiamo spingerle, per così dire, a ritroso quanto vogliamo.
La situazione è diversa laddove non riusciamo a specificare le strutture di
elementi che la gente in realtà considera come uno stesso modello e chiama
con lo stesso nome. Anche se in un certo senso la gente in quei casi sa cosa
percepisce, in un altro senso non sa cosa sia ciò che percepisce. Mentre tutti
gli osservatori possono effettivamente concordare sul fatto che una persona
sia felice, o agisca deliberatamente o goffamente, o si aspetti qualcosa, ecc.,
non possono dare a persone che non sanno cosa significhino questi termini
ciò che a volte in maniera fuorviante si chiama definizione «ostensiva»,
perché non sanno indicare le parti dell’ambiente osservato in cui quegli
attributi sono riconoscibili.
L’intelligibilità delle comunicazioni che devono essere capite (o la
comprensione del loro significato) sulla base delle percezioni delle regole
che esse seguono è esattamente l’esempio più cospicuo di un fenomeno di
molto più vasta portata. Ciò che percepiamo nel guardare altra gente (e in
una certa misura anche guardando altri esseri viventi)36 non sono tanto i
movimenti particolari, ma uno scopo, o un umore, o un’attitudine
(disposizione o atteggiamento) che riconosciamo senza sapere da cosa. È da
queste percezioni che deriviamo la maggior parte delle informazioni che ci

76
rende intelligibile la condotta degli altri. Il riconoscimento di un’azione
volta a uno scopo avviene seguendo una regola con cui abbiamo familiarità,
ma che non conosciamo esplicitamente. Allo stesso modo, che l’approccio
di un’altra persona sia amichevole oppure ostile, che questa stia giocando o
stia cercando di venderci dei prodotti o intenda fare l’amore, lo capiamo
senza sapere da cosa. In generale, in questi esempi non conosciamo ciò che
gli psicologi chiamano «indizi» (o «soffiate»), da cui gli uomini
riconoscono ciò che per loro è l’aspetto importante della situazione; e nella
gran parte dei casi non ci sono effettivamente indizi specifici nel senso di
singoli eventi, ma c’è semplicemente un modello di un certo tipo che per
loro ha un significato.

7. La catena multipla di regole

Abbiamo dato al fenomeno di cui ci stiamo occupando il nome di


«percezione delle regole» (benché «percezione delle regolarità» sarebbe
forse più appropriato)37. Tale espressione presenta dei vantaggi rispetto a
termini come «percezione di modelli», perché suggerisce più efficacemente
che simili percezioni possono essere di qualsiasi grado di generalità o
astrattezza e perché include chiaramente ordini sia temporali che spaziali,
ed è compatibile con il fatto che le regole a cui si riferisce interagiscono in
una struttura complessa. È anche utile per mettere in evidenza la
connessione tra le regole che guidano la percezione e quelle che guidano
l’azione38.
Non cercheremo qui di dare una definizione di «regola». Bisogna tuttavia
notare che, nel descrivere le regole con cui un sistema funziona, almeno
alcune di queste regole prenderanno la forma di imperativi o di norme,
ossia la forma «se A, allora fai B», anche se una volta stabilita una
intelaiatura di simili imperativi, al suo interno regole indicative del tipo «se
A, allora B» possono essere usate per determinare le premesse delle regole
imperative. Ma, mentre tutte le regole indicative potrebbero essere
riformulate come regole imperative (precisamente nella forma «se A, allora
fai B»), non è vero il contrario.
Le regole inconsce che guidano la nostra azione sono spesso
rappresentate come «costumi» o «usi». Questi termini tuttavia sono un po’
fuorvianti, poiché di solito vengono adoperati per far riferimento ad azioni
molto specifiche o particolari. Ma generalmente le regole di cui stiamo

77
parlando controllano o circoscrivono solo certi aspetti di azioni concrete,
fornendo uno schema generale che viene poi adattato alle circostanze
particolari. Esse spesso determinano o limitano solamente la gamma di
possibilità entro cui la scelta è consciamente effettuata39. Eliminando certi
tipi di azione e offrendo allo stesso tempo certi modi routinari di conseguire
lo scopo, esse restringono semplicemente le alternative su cui è necessaria
una scelta consapevole. Le regole morali, per esempio, che sono diventate
parte della natura di un uomo stanno a significare che certe pur concepibili
scelte non appariranno affatto tra le possibilità di chi sceglie. Anche
decisioni che vengono attentamente ponderate saranno quindi in parte
determinate da regole di cui la persona che agisce non è consapevole. Come
per le leggi scientifiche40, le regole che guidano l’azione di un individuo
sono più adatte a determinare cosa non farà, piuttosto che ciò che farà.
I rapporti tra regole di percezione e regole di azione sono complessi. Per
quel che riguarda la percezione di azioni di altri individui, abbiamo visto
che la percezione dei modelli di azione propri offre i modelli principali
mediante cui vengono riconosciuti i modelli di azione degli altri individui.
Ma riconoscere un modello di azione come rientrante in una classe
determina solamente che esso ha lo stesso significato di altri della stessa
classe, ma non indica che significato ha. Quest’ultimo risiede nel modello
di azione successivo, o nell’insieme di regole che, in risposta al
riconoscimento di un modello come quello di un certo tipo, l’organismo
impone alle sue ulteriori attività41. Ogni percezione di una regola negli
eventi esterni, così come ogni singolo evento percepito o qualsiasi bisogno
che sorge dai processi interni dell’organismo, aggiunge perciò o modifica
l’insieme di regole che governano le ulteriori risposte a nuovi stimoli. È il
totale di queste regole attivate (o di condizioni imposte all’azione ulteriore)
a costituire ciò che viene chiamato atteggiamento (disposizione)
dell’organismo in ogni momento particolare, e l’importanza dei nuovi
segnali ricevuti risiede nella maniera in cui essi modificano questo
complesso di regole42.
La complessità del modo in cui queste regole possono essere sovrapposte
e interrelate è difficile da esporre in breve. Dobbiamo assumere non solo
che, dal lato percettivo, esiste una gerarchia di classi sovrapposte, ma che
parimenti anche dal lato motorio non solo semplicemente disposizioni ad
agire secondo una regola, ma disposizioni a cambiare disposizioni e così
via, daranno luogo a catene straordinariamente lunghe. In verità, in vista

78
delle interconnessioni tra gli elementi sensoriali e quelli motori a tutti i
livelli, diventa impossibile distinguere chiaramente tra una branca
ascendente (sensoriale) e una discendente (motoria) del processo;
dovremmo piuttosto concepire l’insieme come una corrente continua in cui
la connessione tra un qualunque gruppo di stimoli e un qualunque gruppo di
risposte è influenzata da molti archi di diversa misura, con i più lunghi che
non solo controllano i risultati dei più corti ma sono a loro volta controllati
dai processi in atto nei centri più alti attraverso cui passano. Il primo passo
nella classificazione successiva degli stimoli deve perciò essere visto come
il primo passo in una successiva imposizione di regole all’azione e, allo
stesso tempo, la specificazione finale di una azione particolare come il
passo finale di molte catene di successive classificazioni di stimoli, secondo
le regole cui corrisponde la loro combinazione43.
Da ciò sembrerebbe seguire che il significato (ossia la connotazione,
l’intenzione) di un simbolo o di un concetto sarà normalmente una regola
imposta su ulteriori processi mentali che non hanno bisogno di essere
consapevoli o specificabili. Ciò implica che un concetto del genere non
abbia bisogno di essere accompagnato da un’immagine o di avere un
«referente» esterno: aziona semplicemente una regola che l’organismo
possiede. Questa regola imposta a processi ulteriori non dovrebbe
ovviamente essere confusa con la regola attraverso cui il simbolo o l’azione
che ha significato viene riconosciuta. Né dobbiamo aspettarci di trovare una
semplice corrispondenza tra la struttura di un qualsiasi sistema di simboli e
la struttura del significato: ciò con cui abbiamo a che fare è una serie di
relazioni tra due sistemi di regole. Gran parte delle attuali filosofie del
«simbolismo» sembrano a questo proposito essere in errore, per non parlare
del paradosso di una «teoria della comunicazione», che crede di poter dare
conto della comunicazione ignorando il significato o il processo di
comprensione.

8. ΓυῶσιϚ τoῦ ὁμoίoν τῷ ὁμoίῳ.*

Dobbiamo considerare più da vicino il ruolo che deve giocare la percezione


del significato dell’azione di altre persone nella spiegazione scientifica
dell’interazione umana. Il problema che qui sorge è conosciuto nell’ambito
della metodologia delle scienze sociali come quello del Verstehen
[comprensione]. Abbiamo visto che la comprensione del significato delle

79
azioni è dello stesso tipo della comprensione della comunicazione umana
(ossia dell’azione volta a essere compresa). Include ciò che gli autori del
Diciottesimo secolo descrivevano come «simpatia» e ciò che più di recente
è stato studiato sotto il nome di «empatia» (Einfühlung). Poiché dobbiamo
principalmente occuparci dell’uso di tali percezioni come dati per le scienze
sociali teoriche, ci concentreremo su ciò che talvolta viene chiamato
comprensione razionale (o ricostruzione razionale), ossia sugli esempi in
cui riconosciamo che le persone di cui ci interessano le azioni basano le
loro decisioni sul significato di ciò che percepiscono. Le scienze sociali
teoriche non considerano tutte le azioni di una persona come un insieme
inspiegabile e impossibile da specificare ma, nei loro sforzi tesi a rendere
conto delle conseguenze inintenzionali delle azioni individuali, tentano di
ricostruire il ragionamento dell’individuo dai dati che gli vengono forniti
dal riconoscimento delle azioni degli altri come insiemi dotati di senso.
Indicheremo questa limitazione parlando di intelligibilità del significato
dell’azione umana, piuttosto che di comprensione44.
La questione principale da considerare riguarda cosa, e quanto, dobbiamo
avere in comune con altre persone per reputare le loro azioni intelligibili o
dotate di senso. Abbiamo visto che la nostra capacità di riconoscere che
l’azione segue delle regole e ha significato risiede sul fatto che noi stessi
siamo già provvisti di queste regole. Questa «conoscenza attraverso la
familiarità» presuppone dunque che alcune regole in termini delle quali
percepiamo e agiamo sono come quelle attraverso cui viene guidata la
condotta delle azioni che interpretiamo.
L’opinione secondo cui l’intelligibilità dell’azione umana presuppone
una certa somiglianza tra l’attore e l’interprete della sua azione ha portato al
fraintendimento che ciò significhi, per esempio, che «solo uno storico
bellicoso può occuparsi di Genghis Khan o di Hitler»45. Il che ovviamente
non è ciò che quell’opinione suggerisce. Non abbiamo bisogno di essere
completamente simili oppure di avere un carattere simile a coloro di cui
comprendiamo le comunicazioni o altre azioni, ma dobbiamo essere fatti
con gli stessi ingredienti, per quanto diversa la mistura possa essere nei casi
specifici. Il requisito della somiglianza è dello stesso tipo presente nella
comprensione del linguaggio, sebbene in quest’ultimo caso la specificità
dei linguaggi aggiunga a particolari culture un requisito ulteriore, che non
serve per l’interpretazione del significato di molte altre azioni. Nessuno ha
bisogno di essere frequentemente, o addirittura sempre, fortemente

80
arrabbiato per riconoscere la rabbia o per interpretare un temperamento
collerico46. Né c’è assolutamente bisogno di essere come Hitler per capire il
suo ragionamento, allo stesso modo in cui non si possono capire i processi
mentali di un imbecille. Né a qualcuno devono piacere le stesse cose che
piacciono a un altro per capire cosa significa «piacere»47. L’intelligibilità è
sicuramente una questione di grado, ed è un luogo comune il fatto che le
persone che sono più simili si capiscono meglio. Ciò però non cambia il
fatto che persino nel caso limite della comprensione ristretta che si verifica
tra uomini e animali superiori, e ancora di più nella comprensione tra
uomini di diverso retroterra culturale o di carattere diverso, l’intelligibilità
delle comunicazioni e di altri atti riposa su una somiglianza parziale della
struttura mentale.
È vero che non c’è alcuna procedura sistematica attraverso cui siamo in
grado di stabilire in un caso particolare se la nostra comprensione del
significato dell’azione altrui sia corretta, ed è anche vero che per questa
ragione non possiamo mai essere sicuri di questo tipo di fatti. Ma di ciò
coloro che guidano la loro azione grazie alle percezioni fisiognomiche sono
generalmente anche consapevoli, e il grado di sicurezza che attribuiscono
alla loro conoscenza del significato dell’azione di un altro uomo è
anch’esso un dato, come il significato stesso, grazie al quale essi si
orientano, e deve di conseguenza rientrare allo stesso modo nel nostro
calcolo scientifico degli effetti della interazione fra molti individui.

9. Regole sovra-consce e spiegazione della mente

Finora il nostro ragionamento si è basato unicamente sull’incontestabile


assunto che non siamo in effetti capaci di specificare tutte le regole che
guidano le nostre percezioni e le nostre azioni. Dobbiamo ancora
considerare se sia mai concepibile trovarci nella posizione di poter
descrivere discorsivamente tutte queste regole (o almeno una a nostro
piacimento), o se l’attività mentale debba essere sempre guidata da alcune
regole che, in via di principio, non siamo in grado di specificare.
Se dovesse risultare che è fondamentalmente impossibile enunciare o
comunicare tutte le regole che guidano le nostre azioni, incluse le nostre
comunicazioni e affermazioni esplicite, ciò implicherebbe una limitazione
della nostra possibile conoscenza esplicita e, in particolare, l’impossibilità
di spiegare sempre e in modo esaustivo una mente complessa come la

81
nostra. Eppure, anche se non posso fornire una prova rigorosa, mi sembra
che questo sia ciò che segue dalle nostre precedenti considerazioni.
Se tutto ciò che possiamo esprimere (enunciare, comunicare) è
intelligibile agli altri solo perché la loro struttura mentale è guidata da
regole come le nostre, ne deriva che queste stesse regole non possono mai
essere comunicate. Ciò sembra implicare che in un certo senso sappiamo
sempre non solo più di quanto sappiamo enunciare deliberatamente, ma
anche più di quello di cui siamo consapevoli o che possiamo
deliberatamente provare; e ciò che facciamo con successo dipende da
presupposti che sono al di fuori della gamma di ciò che possiamo enunciare
o che può essere oggetto della nostra riflessione. L’applicazione a tutti i
pensieri consci di ciò che sembra evidentemente vero delle asserzioni
verbali pare discendere dal fatto che un pensiero del genere deve
considerarsi, se non stiamo per cadere in un regresso all’infinito, diretto da
regole che, a loro volta, non possono essere consce, ossia da un
meccanismo sovra-conscio48, che opera sui contenuti della coscienza, ma
che non può essere a sua volta cosciente49.
La principale difficoltà nell’ammettere l’esistenza di questi processi
sovra-consci risiede probabilmente nella nostra abitudine di considerare il
pensiero conscio e le asserzioni esplicite come il livello in un certo senso
più alto delle funzioni mentali. Mentre spesso non siamo evidentemente
consapevoli dei processi mentali, poiché essi non hanno ancora raggiunto il
livello di consapevolezza, ma si trovano in quelli che sono (sia
fisiologicamente che psicologicamente) i livelli più bassi, non c’è alcuna
ragione per cui il livello conscio debba essere il livello più alto, e ci sono
vari motivi che rendono probabile che, per essere consci, i processi
debbano essere guidati da un ordine sovra-conscio che non può essere
oggetto delle proprie rappresentazioni. Gli eventi mentali possono perciò
essere inconsci e incomunicabili sia perché procedono su un livello troppo
alto, sia su uno troppo basso.
In altre parole: se «avere significato» vuol dire avere un posto in un
ordine che condividiamo con altre persone, questo stesso ordine non può
avere significato, perché non ha in se stesso un posto. Un punto può avere
un posto preciso in un fascio di rette che lo distingue da tutti gli altri punti
in quel fascio; allo stesso modo, una struttura complessa di relazioni si può
distinguere da tutte le altre strutture simili grazie a un punto in una struttura
più vasta che fornisce un «posto» distinto a ogni elemento della prima

82
struttura e alle sue relazioni. Ma il carattere distintivo di un siffatto ordine
non potrebbe mai essere definito dal suo posto, e un meccanismo che
possiede un ordine del genere, anche se può indicare il significato grazie al
fatto di riferirsi a tale posto, non può mai riprodurre, con la sua azione,
l’insieme di relazioni che definisce questo posto, così da distinguerlo da un
altro simile insieme di relazioni.
È importante non confondere l’ipotesi stando alla quale un sistema deve
agire sempre secondo certe regole che non riesce a comunicare, con
l’ipotesi secondo cui ci sono delle regole particolari che nessun sistema del
genere potrebbe mai formulare. La prima ipotesi significa che ci saranno
sempre delle regole che guidano la mente che essa stessa non riesce a
comunicare, e che, se mai riuscisse ad acquisire la capacità di comunicarle,
ciò presupporrebbe il fatto che abbia acquisito regole molto più complesse
che rendono possibile la comunicazione precedente, ma che sarebbe ancora
possibile comunicare.
Per coloro che conoscono il famoso teorema attribuito a Kurt Gödel,
probabilmente risulterà ovvio che queste conclusioni siano strettamente
collegate a quelle che lo stesso Gödel ha mostrato esistere in sistemi
aritmetici formalizzati50. Sembrerebbe perciò che il teorema di Gödel non
sia che un caso speciale di un principio più generale che si applica a tutti i
processi consci e in particolare a tutti quelli razionali, come il principio
secondo cui tra i loro fattori determinanti devono esserci sempre delle
regole che non possono essere enunciate o che possono persino non essere
consce. Tutto ciò che possiamo dire, e probabilmente tutto ciò a cui
possiamo pensare coscientemente, presuppone perlomeno l’esistenza di una
struttura che determina il suo significato, ossia un sistema di regole che ci
guida, ma che non possiamo enunciare, né avere di esso un’immagine, e
che possiamo semplicemente evocare negli altri nella misura in cui questi
lo possiedono già.
Porterebbe troppo lontano tentare un esame dei processi attraverso cui la
manipolazione di regole di cui siamo consapevoli condurrebbe alla
costruzione di ulteriori regole meta-consce, grazie alle quali potremmo
essere in grado di formulare esplicitamente delle regole di cui prima non
eravamo consapevoli. Sembra probabile che gran parte dei poteri misteriosi
della creatività scientifica siano dovuti a processi di questo tipo che
implicano una ricostruzione della matrice sovra-conscia in cui si muovono i
nostri pensieri consci.

83
Dobbiamo accontentarci di fornire una cornice entro cui il problema del
significato (intelligibilità, importanza, comprensione) possa essere
sensatamente trattato. Andare oltre richiederebbe la costruzione di un
modello formale di sistema causale capace non solo di riconoscere delle
regole negli eventi osservati, e di rispondere a essi secondo un altro insieme
di regole diverse ma collegate alle precedenti, ma anche capace di
comunicare le sue percezioni e le sue azioni a un altro sistema dello stesso
tipo, e infine, la dimostrazione che due sistemi del genere che comunicano
devono essere guidati da un insieme comune di regole che non possono a
loro volta comunicare tra loro. Questo comunque è un compito che
trascende lo scopo di questo saggio e anche le capacità dell’autore.

Bibliografia
1. R. AHRENS, Beitrag zur Entwicklung der Physiognomie- und Mimikerkenntnis, «Z. f.
exp. u. ang. Psychologie», 1954.
2. G.W. ALLPORT, Pattern and Growth of Personality, New York 1961.
3. R.W. BROWN, Words and Things, Glencoe, Ill., 1958.
4. J.S. BRUNER, J.J. GOODNOW, G.A. AUSTIN, A Study of Thinking, New York
1956.
5. F.J.J. BUYTENDIJK, Allgemeine Theorie der menschlichen Haltung und Bewegung,
Berlin-Heidelberg 1956.
5A. ID., Das erste Lächeln des Kindes, «Psyche», 2, 1957.
6. J. CHURCH, Language and the Discovery of Reality, New York 1961.
7. A. FERGUSON, An Essay on the History of Civil Society, London 1767; trad. it.
Saggio sulla storia della società civile, Vallecchi, Firenze 1973.
8. M. FRIEDMAN, L.J. SAVAGE, The Utility Analysis of Choice involving Risk, «J. of
Pol. Econ.», 56, 1948, ripubblicato in G.J. STIGLER, K.E. BOULDING (a cura di),
Readings in Price Theory, Chicago 1952.
9. F.G. FROM, Perception and Uman Action, in H.P. DAVID, J.C. BREUGELMANN (a
cura di), Perspectives in Personality Research, New York 1960.
10 .J.C. GIBSON, The Perception of the Visual World, Boston 1950.
11. K. GOLDSTEIN, The Smiling of the Infant and the Problem of Understanding the
«Other», «J. Psycology », 44, 1957.
12. E.H. GOMBRICH, Art and Illusion, New York 1960.
13. H. GOMPERZ, Über Sinn und Sinngebilde, Verstehen und Erklären, Tübingen 1929.
14. H.F. HARLOW, Social Behavior in Primates, in C.P. STONE (a cura di),
Comparative Psycology, New York 1951.
15. F.A. HAYEK, Scientism and the Study of Society, parte II, «Economica», N.S., 10,

84
1942, ripubblicato in The Counter-Revolution of Science, Glencoe, Ill., 1952; trad. it.
L’abuso della ragione, Seam, Roma 1997.
16. ID., The Sensory Order, London and Chicago 1952 trad. it. L’ordine sensoriale,
Rusconi, Milano 1995.
17. ID., The Theory of Complex Phenomena, in The Critical Approach to Science and
Philosophy. Essays in Honor of Karl Popper, in M. BUNGE (a cura di), New York 1964,
ripubblicato come secondo saggio del presente volume.
18. H. HEDIGER, Skizzen zu einer Tierpsychologie im Zoo und im Zirkus, Stuttgart
1954.
19. F. HEIDER, The Psychology of Interpersonal Relations, New York 1958.
20. O. HEINROTH, Über bestimmte Bewegungsweisen von Wirbeltieren,
Sitzungsberichte der Gesellschaft naturforschender Freunde, Berlin 1931.
21. H. VON HELMHOLTZ, Populäre wissenschaftliche Vorträge, 2, Heft,
Braunschweig 1871.
22. G. HUMPHREY, The Nature of Learning, London 1933.
23. F. KAINZ, Psychologie der Sprache, 4, Band, Stuttgart 1956.
24. G. KIETZ, Der Ausdrucksgehalt des menschlichen Ganges (Beiheft 93 to Zeitschr. f.
ang. Psychologie u. Charakierkunde), Leipzig 1948.
25. H. KLÜVER, Behavior Mechanisms in Monkeys, Chicago 1933.
26. ID., Functional Significance of the Geniculo-Striate System, «Biological Symposia»
7, 1942.
27. W. KÖHLER, The Mentality of Apes, New York 1925.
28. K. KOFFKA, Growth of the Mind, New York 1925.
29. I. KOHLER, Experiments with Goggles, «Scientific American», maggio 1962.
30. A. KORTLANDT, Chimpanzees in the Wild, «Scientific American», maggio 1962.
31. K.S. LASHLEY, The Problem of Serial Order in Behavior, in L. JEFFRESS (a cura
di), Hixson Sumposium on Cerebral Mechanism in Behavior, New York 1951.
32. R.B. LEES, Review of N. Chomsky, Syntactic Structures, «Language», 33, 1957.
33. K.Z. LORENZ, The Comparative Method in Studying Innate Behaviour, in
Physiological Mechanisms in Animal Behaviour, «Symposia of the Society for
Experimental Biology», 4, Cambridge 1950.
34. ID., The Role of Gestal Perception in Animal and Human Behaviour, in L.L.
WHYTE (a cura di), Aspects of Form, London 1951.
35. M. MERLEAU-PONTY, La Structure du comportement, Paris, 1942; trad. it. La
struttura del comportamento, Bompiani, Milano 1963.
36. N.E. MILLER, J. DOLLARD, Social Learning and Imitation, Yale University Press
1941.
37. R.E. MILLER, J.V. MURPHY, I.A. MIRSKY, Non-verbal Communication of Affect,
«J. Clin. Psych.», 15, 1959.
38. L. VON MISES, Epistemological Problems of Economics, New York 1960. In tale

85
volume, il traduttore, G. Reisman, ha reso Begreifen e Verstehen, rispettivamente con
Conception e Understanding; trad. it. Problemi epistemologici dell’economia, Armando,
Roma 1989.
39. ID., Human Action, Yale University Press, 1949; trad. it. L’azione umana, UTET,
Torino 1959.
40. E. NAGEL, JAMES R. NEWMAN, Gödel’s Proof, New York University Press,
1958; trad. it. La prova di Gödel, Bollati Boringhieri, Torino 1992.
41. R.C. OLDFIELD, Memory Mechanism and the Theory of Schemata, «Brit. J. of
Psych.» (Gen. Sect.), 45, 1954.
42. ID., O.L. ZANGWILL, Head’s Concept of the Schema and its Application to
Contemporary British Psychology, «Brit. J. Of Psych.», 1942-3.
43. R.S. PETERS, The Concept of Motivation, London 1958.
44. H. PLESSNER, Die Deutung des mimischen Ausdrucks’ (1925-6), ripubblicato in H.
PLESSNER, Zwischen Philosophie und Gesellschaft, Bern 1953.
45. M. POLANYI, Personal Knowledge, Towards a Post-Critical Philosophy, London
1959; trad. it. La conoscenza personale, Rusconi, Milano 1990.
45a. ID., Knowing and Being, «Mind», 70, 1961.
46. K.R. POPPER, The Logic of Scientific Discovery, London 1959; trad. it. Logica della
scoperta scientifica, Einaudi, Torino 1998.
47. R. REDFIELD, Social Science among the Humanities, «Measure», 1, 1950.
48. G. RYLE, Knowing How and Knowing That, «Proc. Arist. Soc.», 1945-6.
49. ID., The Concept of Mind, London 1949.
50. E. RUBIN, Bemerkungen über unser Wissen von anderen Menschen, in E. RUBIN,
Experimenta Psychologica, Copenhagen 1949.
51. J. RUESCH, W. KEENS, Non-verbal Communication, University of Colorado Press,
1956.
52. E. SAPIR, The Unconscious Patterning of Behaviour in Society (1927), in Selected
Writings of Edward Sapir, a cura di D.G. MANDELBAUM, University of California Press,
1949.
53. P. SCHILDER, The Image and Appearance of the Human Body, London 1936.
54. O.G. SELFRIDGE, Pattern Recognition and Learning, in C. CHERRY (a cura di),
Information Theory, Third London Symposium, London 1956.
55. L.C. STEPIEN, J.P. CORDEAU, T. RASMUSSEN, The Effect of Temporal Lobe and
Hippocampal Lesions on Auditory and Visual Recent Memory in Monkeys, «Brain», 83,
1960.
56. D. STEWART, Elements of the Phylosophy of the Human Mind, in Collected Works,
vol. IV, Edinburgh 1854.
57. T.S. SZASZ, The Myth of Mental Illness: Foundations of a Theory of Personal
Conduct, New York 1961.
58. N. TINBERGEN, The Study of Instinct, Oxford 1951; trad. it. Lo studio dell’istinto,
Adelphi, Milano 1994.

86
59. M.D. VERNON, The Function of Schemata in Perceiving, «Psych. Rev.», 62, 1955.
60. ID., The Psychology of Perception, London 1962.
61. W.S. VERPLANCK, A Glossary of some Terms used in the Objective Science of
Behaviour, supplemento a «Psych. Rev.», 64, 1947.
62. J.W.N. WATKINS, Ideal Types and Historical Explanation, in H. FEIGL, M.
BRODBECK (a cura di), Readings in the Phylosophy of Science, New York 1953; trad. it.
Tipi ideali e spiegazione storica in M.V. PREDAVAL MAGRINI, Filosofia analitica e
conoscenza storica, La Nuova Italia, Firenze 1979.
63. H. WERNER, Comparative Psychology of Mental Development, Chicago 1948.
64. ID. et alii, Studies in Physiognomic Perception, «J. of Phych.», 38-46, 1954-8.
65. V. VON WEIZSÄCKER, Der Gestaltkreis, Stuttgart 1947.
66. L. WITTGENSTEIN, Philosophical Investigation, Oxford 1953; trad. it. Ricerche
filosofiche, Einaudi, Torino 1967.
67. R.S. WOODWORTH, H. SCHLOSSBERG, Experimental Psychology, New York
1955.

87
4.
Note sulla evoluzione dei sistemi delle regole di condotta

(L’interazione tra le regole di condotta individuale e


l’ordine sociale delle azioni)

4.1 Lo scopo di queste note è quello di rendere chiari gli strumenti


concettuali con cui descriviamo i fatti, e non quello di presentare fatti
nuovi. Più in particolare, il loro scopo è di chiarire, da un lato, l’importante
distinzione tra i sistemi di regole di condotta che guidano il comportamento
dei singoli membri di un gruppo (o degli elementi di un ordine) e,
dall’altro, gettare luce sull’ordine o il modello delle azioni che ne risulta
per l’intero gruppo1. A tale fine, non importa se i singoli membri che
formano il gruppo siano animali o uomini2, né se le regole di condotta siano
innate (ossia trasmesse geneticamente) o apprese (trasmesse culturalmente).
Sappiamo che la trasmissione culturale attraverso l’apprendimento si
realizza almeno tra alcuni animali superiori, e non c’è dubbio che anche gli
uomini obbediscono a certe regole di condotta innate. Di conseguenza, i
due tipi di regole spesso interagiscono. Dovrebbe essere abbastanza chiaro
che il termine «regola» è usato per indicare un’asserzione capace di
descrivere una regolarità nella condotta degli individui, a prescindere dal
fatto che tale regola sia «nota» agli individui in un senso diverso da quello
per cui agiscono in base a essa. Qui non prenderemo in considerazione, per
quanto sia interessante, il modo in cui queste regole possono essere
trasmesse culturalmente molto prima che gli individui siano capaci di
formularle a parole e quindi di insegnarle esplicitamente, né prenderemo in
considerazione il modo in cui essi apprendono delle regole astratte «per
analogia» da esempi concreti.
Che i sistemi di regole di condotta individuale e l’ordine delle azioni che
deriva dagli individui che agiscono in base a esse non siano la stessa cosa

88
dovrebbe essere subito ovvio, sebbene le due cose in realtà vengano spesso
confuse (i giuristi sono particolarmente portati a farlo, usando in entrambi i
casi l’espressione «ordine legale»). Non tutti i sistemi di regole di condotta
individuale produrranno un ordine completo delle azioni di un gruppo di
individui; se un dato sistema di regole di condotta individuale produrrà un
ordine delle azioni, e che tipo di ordine, dipende dalle circostanze in cui gli
individui agiscono. Il classico esempio in cui la regolarità del
comportamento degli elementi produce «perfetto disordine» è dato dalla
seconda legge della termodinamica, il principio di entropia. È evidente che
in un gruppo di esseri viventi, molte possibili regole di condotta individuale
possono produrre disordine o rendere impossibile l’esistenza del gruppo.
Una società di animali o di uomini è sempre costituita da un numero di
individui che osservano comuni regole di condotta che, nelle circostanze in
cui vivono, producono un ordine delle azioni.
Per la comprensione delle società animali e umane, la distinzione è
particolarmente importante, poiché la trasmissione genetica (e in larga
misura anche culturale) delle regole di condotta avviene da individuo a
individuo, mentre ciò che potrebbe chiamarsi selezione naturale delle regole
opera sulla base della maggiore o minore efficienza del risultante ordine del
gruppo3. Ai fini di questa discussione, definiremo i diversi tipi di elementi
in cui consistono i gruppi mediante le regole di condotta a cui obbediscono,
e considereremo la comparsa di una «mutazione» trasmissibile di queste
regole di condotta individuale come equivalente alla comparsa di elementi
nuovi, o come un cambiamento progressivo nel carattere di tutti gli
elementi del gruppo.

4.2 La necessità di distinguere tra l’ordine delle azioni del gruppo e le


regole di condotta degli individui può essere ulteriormente mostrata
mediante le considerazioni che seguono.
1. Un particolare ordine delle azioni può essere osservato e descritto
senza conoscere le regole di condotta degli individui che lo realizzano; ed è
quantomeno concepibile che lo stesso ordine delle azioni possa essere
prodotto da diversi insiemi di regole di condotta individuale.
2. Lo stesso insieme di regole di condotta individuale può produrre un
certo ordine delle azioni in certe circostanze, ma non in circostanze esterne
diverse.
3. È l’ordine complessivo delle azioni risultante, e non la regolarità delle

89
azioni dei singoli individui, a essere importante ai fini della preservazione
del gruppo; e un certo tipo di ordine può ugualmente contribuire alla
sopravvivenza dei membri del gruppo a prescindere dalle particolari regole
di condotta individuale che lo producono.
4. La selezione evoluzionistica di diverse regole di condotta individuale
opera attraverso la capacità di sopravvivenza dell’ordine che quelle
producono, sicché date regole di condotta individuale possono risultare
benefiche in quanto parti di una serie di regole o di una serie di circostanze
esterne, e nocive in quanto parti di un altra serie di regole o di circostanze
esterne.
5. Sebbene complessivamente l’ordine delle azioni sorga in appropriate
circostanze come prodotto congiunto delle azioni di molti individui guidati
da certe regole, la produzione dell’ordine complessivo non è certamente lo
scopo intenzionale dell’azione individuale, poiché l’individuo non è
minimamente a conoscenza dell’ordine totale; non c’è quindi alcuna
consapevolezza di ciò che è necessario per preservare o per ristabilire
l’ordine in un momento particolare, perché una regola astratta guiderà le
azioni dell’individuo.
6. L’azione individuale concreta sarà sempre l’effetto congiunto di
impulsi interni, come la fame, di particolari eventi esterni (incluse le azioni
di altri membri del gruppo) che agiscono sull’individuo, e di regole
applicabili alla situazione così determinatasi. Le regole in base a cui
agiscono in un dato momento diversi membri di un gruppo possono
pertanto essere diverse, sia perché le spinte o le circostanze esterne che
operano su di esse rendono applicabili regole diverse, sia perché regole
diverse si riferiscono a individui diversi per età, sesso, status, o per qualche
condizione particolare in cui ciascun individuo si trova in quel momento.
7. È importante ricordare che una regola di condotta non sarà mai di per
sé causa sufficiente di azione, ma che l’impulso per azioni di un certo tipo
proverrà sempre da un particolare stimolo esterno o da una spinta interna (e
solitamente da una combinazione di entrambi), e che le regole di condotta
opereranno sempre solamente come restrizioni su azioni provocate da altre
cause.
8. La regolarità del sistema delle azioni è in generale mostrata dal fatto
che le azioni dei diversi individui saranno tanto coordinate o
reciprocamente coadattate che il risultato di esse rimuoverà lo stimolo
iniziale o renderà inoperativa la spinta che è stata la causa dell’attività.

90
9. La differenza tra la regolarità dell’insieme e la regolarità delle azioni di
una delle sue singole parti è anche mostrata dal fatto che un insieme può
essere ordinato senza che l’azione di un particolare elemento individuale
presenti alcuna regolarità. Ciò può accadere se, per esempio, l’ordine
dell’insieme viene prodotto da una autorità a cui sia demandata la decisione
di ogni particolarizzazione e la scelta a caso, tirando a sorte, degli individui
che devono effettuare una qualsiasi azione in un dato momento. In un
simile gruppo, può benissimo esserci un ordine riconoscibile, nel senso che
certi ruoli sono sempre ricoperti da qualcuno; ma non si può formulare
alcuna regola che guidi le azioni di un individuo (a parte, forse, quella di
una autorità che comandi). Le azioni compiute da un individuo non
deriverebbero da alcuna regola, da nessuna delle sue proprietà o delle
circostanze presenti (tranne che dai comandi dell’organizzatore).

4.3 Gli esempi più facilmente osservati in cui le regole di condotta


individuale danno vita a un ordine complessivo sono quelli in cui tale
ordine consiste in un modello spaziale come quello della marcia, della
difesa o della caccia di un gruppo di animali o di uomini. La migrazione a
forma di freccia delle anatre selvagge, il cerchio difensivo dei bufali o il
modo in cui le leonesse spingono la preda verso il maschio affinché venga
uccisa, sono facili esempi in cui presumibilmente a coordinare le azioni dei
singoli non è la consapevolezza da parte degli individui dello schema
complessivo, ma sono delle regole relative a come rispondere all’ambiente
circostante.
Ancora più istruttivi sono gli ordini astratti e più complessi basati su una
divisione del lavoro che troviamo nel caso di certe società di insetti come
quelle delle api, delle formiche e delle termiti. Forse in questi esempi si è
meno tentati di attribuire i cambiamenti nelle attività dell’individuo a un
comando centrale o a una «visione» da parte del singolo di ciò che in quel
particolare momento è necessario all’insieme. Possiamo avere pochi dubbi
sul fatto che le successive attività che un’ape operaia svolge nei vari stadi
della sua carriera, a intervalli diversi a seconda di quanto richiesto dalla
situazione4 (e apparentemente anche ritornando a stadi già superati qualora
le «necessità» dell’alveare lo richiedano), potrebbero essere spiegate con
relativamente semplici regole di condotta individuale, se solo le
conoscessimo. In maniera analoga, le elaborate strutture costruite dalle
termiti, la cui genetica è stata brillantemente descritta da A.E. Emerson5,

91
devono in ultima analisi essere attribuite a innate regole di condotta
individuale, di cui però non siamo a conoscenza.
Quando ci occupiamo di società umane primitive, d’altra parte, è spesso
più facile individuare le regole di condotta individuale piuttosto che
ricavare da esse l’ordine complessivo e talora molto astratto. Sovente gli
stessi individui sono in grado di dirci qual è l’azione che essi ritengono
appropriata nelle varie circostanze, nonostante siano capaci di farlo solo
relativamente a casi specifici e non sappiano però enunciare le regole in
base alle quali agiscono6; saremo in grado di scoprire le «funzioni» svolte
da tali regole solo dopo aver ricostruito l’ordine complessivo prodotto dalle
azioni poste in essere in accordo con quelli. L’individuo può non avere
alcuna idea di quale sia l’ordine complessivo che risulta dal suo osservare
regole come quelle che riguardano la parentela e il matrimonio, o la
successione nella proprietà, né di quale funzione abbia questo ordine.
Eppure, tutti gli individui delle specie esistenti si comportano in quel modo,
perché i gruppi di individui che lo hanno fatto hanno in tal modo
soppiantato quelli che non lo hanno fatto7.

4.4 L’ordine delle azioni in un gruppo è, per due motivi, qualcosa di più
della totalità delle regolarità osservabili nelle azioni degli individui, e non si
può ridurre per intero a esse. E questo non solo nel senso banale che un
insieme è qualcosa di più della semplice somma delle sue parti, ma anche
che presuppone che quegli elementi siano collegati tra loro in un particolare
modo8. È qualcosa di più anche perché dell’esistenza di quelle relazioni
essenziali per la vita dell’insieme non si può dare completamente conto
attraverso l’interazione delle parti, ma solo mediante l’interazione con un
mondo esterno sia alle parti individuali che a tutto l’insieme. Se esistono
strutture ricorrenti e persistenti di un certo tipo (che mostrano cioè un certo
ordine), ciò è dovuto agli elementi che rispondono a influenze esterne,
affrontate in modo che sia resa possibile la preservazione o il ripristino di
tale ordine; e da ciò, a turno, possono dipendere le opportunità che gli
individui hanno di preservare se stessi.
Da ogni dato insieme di regole di condotta dei singoli elementi sorgerà
una struttura stabile (che mostra un controllo «omeostatico») solo in un
ambiente in cui prevale una certa probabilità di fronteggiare il tipo di
circostanze a cui le regole di condotta sono adatte. Un cambiamento
nell’ambiente può richiedere, se l’insieme deve persistere, un cambiamento

92
nell’ordine del gruppo e quindi nelle regole di condotta degli individui; e un
cambiamento spontaneo delle regole di condotta individuale e dell’ordine
che ne risulta può portare il gruppo a sopravvivere in circostanze che, senza
un simile cambiamento, lo avrebbero portato alla sua distruzione.
Queste considerazioni intendono principalmente mostrare che i sistemi di
regole di condotta si sviluppano come degli insiemi, ovvero che il processo
di selezione evoluzionistica opererà sull’ordine inteso come un tutto; e il
fatto che una nuova regola, combinata con tutte le altre regole del gruppo,
nell’ambiente particolare in cui si trova, aumenti o diminuisca l’efficienza
dell’intero gruppo, dipenderà dall’ordine cui porta la condotta individuale.
Una conseguenza di ciò è che una nuova regola di condotta individuale, che
in una situazione può essere di detrimento, in un’altra può dimostrarsi
benefica. Un’altra conseguenza è che i cambiamenti che avvengono in una
regola possono rendere benefici altri cambiamenti, sia di comportamento
sia di natura somatica, che prima erano dannosi. È perciò probabile che
anche certi modelli di comportamento individuale trasmessi culturalmente
(o i modelli di azione del gruppo che ne risultano) possano contribuire a
determinare la selezione tra i cambiamenti genetici di comportamento o di
tipo somatico9.
È evidente che, nella produzione di un ordine, questa azione reciproca tra
regole di condotta degli individui, le azioni di altri individui e le circostanze
esterne, può essere altamente complessa. Tutto il compito della teoria
sociale consiste in uno sforzo teso a ricostruire gli ordini complessivi che si
sono in tal modo formati, e la ragione per cui serve quell’apparato speciale
di costruzione concettuale costituito dalla teoria sociale è proprio la
complessità di questo compito. È chiaro che tale distinta teoria delle
strutture sociali può fornire solo una spiegazione di alcune caratteristiche
generali e altamente astratte dei diversi tipi di strutture (o solo degli «aspetti
qualitativi»), poiché queste caratteristiche astratte saranno tutto ciò che
hanno in comune tutte le strutture di un certo tipo, e di conseguenza tutto
ciò che sarà prevedibile o che costituisce un’utile guida all’azione.
Tra le teorie di questo tipo, la teoria economica, ossia la teoria dell’ordine
di mercato in società libere, finora è l’unica a essere stata sviluppata
sistematicamente nel corso di un lungo periodo e, insieme alla linguistica, è
forse una delle poche a causa della complessità del proprio oggetto, a
richiedere una tale elaborazione. Eppure, sebbene l’intera teoria economica
(e credo anche la linguistica) possa essere interpretata come nient’altro che

93
un tentativo di ricostruire, a partire dalle regolarità delle azioni individuali,
il carattere dell’ordine che ne risulta, difficilmente si può dire che gli
economisti siano pienamente consapevoli che ciò è quanto essi fanno. La
natura dei diversi tipi di regole di condotta individuale (alcune osservate
involontariamente e persino inconsciamente, altre imposte), presupposta
dalla formazione dell’ordine complessivo, rimane spesso oscura10. Di rado
viene considerata sistematicamente l’importante questione relativa a quale
di queste regole di azione individuale possa essere intenzionalmente e
vantaggiosamente alterata e quali di esse abbiano probabilità di evolversi
gradualmente con o senza le decisioni collettive intenzionali tipiche della
legislazione.

4.5 Nonostante l’esistenza e la preservazione dell’ordine delle azioni di un


gruppo possa essere spiegata solo dalle regole di condotta a cui
obbediscono gli individui, queste regole si sono sviluppate perché gli
individui hanno vissuto in gruppi le cui strutture sono cambiate
gradualmente. In altre parole, le proprietà individuali importanti per
l’esistenza e la preservazione del gruppo, e di conseguenza anche per
l’esistenza e la preservazione degli stessi individui, hanno preso forma
tramite la selezione di quelle provenienti dagli individui viventi in gruppi
che a ogni stadio dell’evoluzione hanno mostrato la tendenza ad agire in
base a regole tali che hanno reso il gruppo più efficiente.
Pertanto, nella spiegazione del funzionamento dell’ordine sociale, le
regole di condotta individuale devono in ogni momento considerarsi date.
Tuttavia, queste regole sono state selezionate e si sono formate sulla base
degli effetti che hanno sull’ordine sociale; se la psicologia non vuole
accontentarsi di descrivere le regole a cui gli individui di fatto obbediscono,
ma intende spiegare perché osservano tali regole, almeno gran parte di essa
dovrà diventare psicologia dell’evoluzione sociale. Oppure, in altre parole,
sebbene la teoria sociale derivi gli ordini sociali dalle regole di condotta
considerate date in ogni momento, queste regole di condotta si sono esse
stesse sviluppate come parte di un tutto più grande, e ad ogni stadio di
questo sviluppo l’ordine complessivo allora prevalente ha determinato
l’effetto avuto da ogni cambiamento delle regole di condotta individuale.
Anche se in questa sede non possiamo analizzare ulteriormente la
questione del rapporto tra psicologia e teoria sociale, un contributo allo
scopo principale di questo saggio sarà dato da alcune considerazioni sulla

94
differenza tra un ordine che scaturisce dal comando di un organo centrale
come il cervello e la formazione di un ordine determinato dalla reciproca
regolarità delle azioni degli elementi di una struttura. Michael Polanyi ha
brillantemente descritto questa distinzione come quella tra un ordine
monocentrico e uno policentrico11. Il primo punto importante da
sottolineare è che il cervello di un organismo, che opera come centro
direttivo per quell’organismo, è a sua volta un ordine policentrico, ossia le
sue azioni sono determinate dalle relazioni e dal reciproco adattamento
degli elementi di cui consiste.
Dato che siamo tentati di assumere che dovunque si trovi un ordine, esso
debba essere diretto da un organo centrale che, se ci riferiamo al cervello,
porterebbe evidentemente a un regresso all’infinito, sarà utile considerare
brevemente il vantaggio che deriva dal fatto che un simile ordine
policentrico sia posto in una parte del tutto per guidare l’azione del resto.
Questo vantaggio consiste nella possibilità di mettere alla prova, dapprima
su un modello, le varie alternative complesse di azioni e di selezionare le
più promettenti prima che l’azione sia intrapresa dall’intero organismo nel
suo insieme. Non c’è alcuna ragione per cui uno di questi modelli
complessi di azioni non debba essere determinato dall’interazione diretta
delle parti, senza che questo modello sia prima formato in un altro centro e
sia poi diretto da esso. L’unico vantaggio del cervello è che può produrre
un modello rappresentativo in cui le azioni alternative e le loro
conseguenze possono essere messe alla prova in anticipo. La struttura che il
cervello dirige può possedere un repertorio così vasto di possibili modelli di
azioni quanto le stesse azioni che il cervello può compiere; ma, se di fatto
ha dovuto intraprendere quella azione prima di metterla alla prova su un
modello, potrebbe scoprire i suoi effetti nocivi solo quando è troppo tardi e,
come conseguenza, potrebbe essere distrutto. D’altra parte, se questa azione
viene prima messa alla prova su un modello in una parte separata dal tutto,
il segnale che quella particolare azione non dev’essere intrapresa sarà
costituito non già dall’effetto reale, bensì da una rappresentazione
dell’effetto.
Non c’è quindi alcun motivo per cui un ordine policentrico, in cui ogni
elemento viene guidato solo da regole e che non riceve ordini da un centro,
non debba essere in grado di produrre un complesso e apparentemente
«finalizzato» adattamento alle circostanze, così come potrebbe essere
prodotto in un sistema in cui una parte viene separata per formare un ordine

95
su un modello prima che esso venga realizzato da una struttura più vasta.
Dato che le forze auto-organizzantesi di una struttura nel suo insieme
portano subito al tipo giusto di azione (o a tentativi di azioni che possono
essere revocate prima che facciano troppi danni), un simile ordine a un
singolo livello non può essere inferiore a un ordine gerarchico in cui tutto
l’insieme esegue solamente ciò che è stato dapprima messo alla prova su
una parte. Un ordine non gerarchico non ha la necessità di comunicare sin
dall’inizio, a un centro comune, tutte le informazioni in base a cui
funzionano i suoi numerosi elementi, e può comprensibilmente rendere
possibile l’uso di un numero di informazioni maggiore di quello che è
possibile trasmettere a un centro e che questo può assimilare.
Ordini spontanei come quelli delle società, anche se spesso producono
risultati simili a quelli che potrebbero essere prodotti da un cervello, sono
organizzati in base a princìpi diversi da quelli che guidano i rapporti tra un
cervello e l’organismo da esso diretto. Sebbene il cervello possa essere
organizzato secondo princìpi simili a quelli in base a cui è organizzata una
società, una società non è un cervello e non può essere rappresentata come
una sorta di supercervello, perché in essa le parti che agiscono e quelle tra
cui si stabiliscono le relazioni che determinano la struttura sono le stesse, e
il compito di dare ordini non è assegnato a nessuna parte in cui è
preformato un modello.

4.6 L’esistenza di strutture ordinate come le galassie, i sistemi solari, gli


organismi e gli ordini sociali, mostrando in numerosi esempi certe
caratteristiche comuni e ponendo in evidenza, osservate come degli insiemi,
delle regolarità che non possono essere complessivamente ridotte alle
regolarità delle loro parti, perché queste dipendono anche dall’interazione
del tutto con l’ambiente che si trovava e continua ad avere parte nell’ordine
necessario allo specifico comportamento dell’insieme, crea delle difficoltà
a una teoria del metodo scientifico che si ponga come obiettivo la scoperta
di «leggi universali di natura». Nonostante sia ragionevole credere che
strutture di questo tipo in un ambiente definito si comporteranno sempre
come fanno, l’esistenza di simili strutture può di fatto dipendere non solo
da quell’ambiente, ma anche dall’esistenza di molti altri ambienti del
passato, in verità da una sequenza definita di tali ambienti che si sono
susseguiti in quell’ordine una sola volta nella storia dell’universo. Le
discipline teoriche che studiano le strutture di questi complessi hanno

96
perciò un oggetto la cui esistenza è dovuta a circostanze (e a un processo di
evoluzione da esse determinato) che, sebbene ripetibili in via di principio,
possono in realtà essere state uniche e non ripresentarsi più. Di
conseguenza, le leggi che regolano il comportamento di questi complessi,
sebbene «in via di principio» universalmente valide (qualsiasi cosa ciò
significhi), si riferiscono in effetti solo a strutture che si trovano in un
particolare settore spazio-temporale dell’universo.
Dato che apparentemente l’esistenza della vita sulla terra è dovuta a
eventi che si sono potuti verificare solo nelle condizioni particolari
prevalenti in una fase precedente della sua storia, analogamente l’esistenza
del nostro tipo di società, e anche degli esseri umani pensanti come noi, può
essere dovuta a fasi dell’evoluzione della nostra specie senza cui né
l’ordine attuale né i tipi esistenti di menti individuali potrebbero essere
sorti, e della cui eredità non potremo mai liberarci completamente.
Possiamo giudicare e modificare i nostri punti di vista e le nostre credenze
solo all’interno di un quadro di opinioni e di valori che, anche se
cambieranno gradualmente, per noi sono un risultato di quella evoluzione.
Il problema della formazione di tali strutture è tuttavia un problema
teorico e non storico, poiché riguarda fattori in una sequenza di eventi in
via di principio ripetibili, sebbene di fatto siano accaduti solo una volta.
Possiamo chiamare la risposta «storia congetturale» (e gran parte della
moderna teoria sociale deriva in verità proprio da ciò che i pensatori del
Diciottesimo secolo chiamavano storia congetturale), essendo però
consapevoli che lo scopo di questa «storia congetturale» non è quello di
dare conto di tutti gli attributi particolari posseduti da un unico evento, ma
solo di quelli che, in condizioni che possono essere ripetute, possono essere
nuovamente prodotti nella stessa combinazione. In questo senso, la storia
congetturale è la ricostruzione di un tipo ipotetico di processo, che potrebbe
non essere mai stato osservato, ma che, se fosse avvenuto, avrebbe prodotto
fenomeni del tipo che osserviamo. L’assunto secondo cui ha avuto luogo un
processo del genere può essere controllato cercando conseguenze ancora
inosservate che derivano da esso e chiedendosi se tutte le strutture regolari
del tipo in questione che troviamo possano essere spiegate da quell’assunto.
Come è stato chiaramente riconosciuto da Carl Menger, nella sfera dei
fenomeni complessi «questo elemento genetico è inseparabile dall’idea
delle scienze teoriche»12. In altre parole, l’esistenza delle strutture
esaminate dalla teoria dei fenomeni complessi può essere resa intelligibile

97
solo attraverso quella che i fisici chiamano cosmologia, ossia una teoria
della loro evoluzione13. Come si sono formate le galassie o i sistemi solari e
quale sia la loro conseguente struttura è un problema più simile a quelli che
devono essere affrontati dalle scienze sociali piuttosto che a quelli della
meccanica; e per la comprensione dei problemi metodologici delle scienze
sociali è di conseguenza molto più istruttivo uno studio dei processi
geologici o biologici, rispetto allo studio della fisica. In tutti questi campi,
le strutture o gli stati costanti che esse studiano, il tipo di oggetti di cui si
occupano, anche se all’interno di una particolare regione spazio-temporale
possono verificarsi in milioni o miliardi di casi, possono essere pienamente
spiegati solo se vengono considerate anche le circostanze che non sono
proprietà delle stesse strutture, ma fatti particolari dell’ambiente in cui esse
si sono sviluppate ed esistono.

4.7 Le società differiscono dalle strutture complesse più semplici per il fatto
che i loro elementi sono essi stessi strutture complesse la cui probabilità di
sopravvivenza dipende (o almeno è favorita) dalla loro appartenenza a una
struttura più vasta. Abbiamo qui a che fare con il problema
dell’integrazione almeno su due livelli diversi14, da una parte con l’ordine
più vasto che aiuta la preservazione di strutture ordinate di livello più
basso, e dall’altra con il tipo di ordine che al livello più basso determina le
regolarità della condotta individuale e che aiuta la sopravvivenza
dell’individuo solo attraverso l’effetto che ha sul complessivo ordine della
società. Ciò significa che l’individuo con una struttura e un comportamento
particolari deve la sua specifica esistenza a una società con una particolare
struttura, poiché solo all’interno di una tale società ha potuto
vantaggiosamente sviluppare alcune sue caratteristiche peculiari, mentre
l’ordine della società è a sua volta il risultato di queste regolarità di
condotta che gli individui hanno sviluppato nella società.
Ciò implica una sorta di inversione della relazione tra causa ed effetto,
nel senso che le strutture che possiedono un tipo di ordine continueranno a
esistere, perché gli elementi fanno ciò che è necessario per assicurare la
persistenza di quell’ordine. La «causa finale» o «scopo», ossia
l’adattamento delle parti alle esigenze del tutto, diventa una parte
necessaria della spiegazione del perché esistono strutture di quel tipo:
siamo costretti a spiegare il fatto che gli elementi si comportano in un certo
modo in base alla circostanza che questo tipo di condotta è la più adatta a

98
preservare il tutto dalla cui preservazione dipende la preservazione degli
individui, che di conseguenza non ci sarebbe se essi non si fossero
comportati in quella maniera. Una spiegazione «teleologica» perciò è del
tutto efficace se essa non chiama in causa un piano formulato da un
creatore, ma implica solamente il riconoscimento che quel tipo di struttura
non si sarebbe perpetuata se non avesse operato in modo tale da produrre
certi effetti15, e che si è evoluta grazie a coloro che hanno prevalso a ogni
stadio.
La ragione per cui siamo riluttanti a descrivere queste azioni come aventi
uno scopo è che l’ordine che si costituirà come risultato di tali azioni non è
in alcun senso «parte dello scopo» o del motivo che ha spinto gli individui
ad agire. La causa immediata, l’impulso che li porta ad agire è qualcosa che
interessa soltanto loro; ed è semplicemente perché, nel fare ciò, essi sono
trattenuti da alcune regole che viene fuori un ordine complessivo, mentre
questo prodotto dell’osservanza di quelle regole è completamente al di là
della loro conoscenza o delle loro intenzioni. Nella classica frase di Adam
Smith, l’uomo «è condotto a promuovere un risultato che non fa parte delle
sue intenzioni»16, proprio come un animale che, nel difendere il suo
territorio, non ha idea del fatto che ciò contribuisce a regolare il numero di
esemplari della sua specie17. Si tratta esattamente di ciò che altrove ho
chiamato le idee gemelle dell’evoluzione e dell’ordine spontaneo18, grandi
contributi di Bernard Mandeville, David Hume, Adam Ferguson e Adam
Smith, che hanno aperto la strada alla comprensione, sia nella biologia che
nella teoria sociale, di quella interazione tra la regolarità nella condotta
degli elementi e la regolarità della risultante struttura. Ciò che quegli autori
non hanno chiarito, e che anche nello sviluppo successivo della teoria
sociale non è stato spiegato con sufficiente chiarezza, è che sono sempre
delle regolarità nel comportamento degli elementi a produrre, in interazione
con l’ambiente, ciò che può essere una completamente diversa regolarità
delle azioni del tutto.
Gli sforzi precedenti, che hanno brancolato verso tale comprensione e che
hanno lasciato le loro tracce nella giurisprudenza moderna, parlavano in
termini di adattamento delle regole di condotta individuale alla natura rei.
Con ciò si intendeva semplicemente l’ordine complessivo che sarebbe stato
influenzato da un cambiamento in ciascuna delle regole di condotta
individuale, con la conseguenza che gli effetti del cambiamento di ogni
singola regola può essere valutato solo in base alla conoscenza di tutti i

99
fattori che determinano l’ordine complessivo. L’elemento vero di tutto ciò è
che le regole normative servono spesso ad adattare un’azione a un ordine
che di fatto esiste. Che al di là delle regolarità delle azioni di ogni individuo
esista sempre un simile ordine, un ordine a cui «tendono» le regole
particolari e al cui interno deve adattarsi ogni nuova regola, è una
prospettiva che solo una teoria sulla formazione di quell’ordine
complessivo può adeguatamente fornire.

4.8 Per concludere, possiamo aggiungere delle osservazioni su certe


peculiarità degli ordini sociali che riposano su regole apprese (ossia
trasmesse culturalmente) oltre che su quelle innate (trasmesse
geneticamente). Tali regole saranno presumibilmente osservate in modo
meno rigoroso e sarà necessaria una continua pressione esterna per
assicurarsi che gli individui continuino a osservarle. Ciò in parte accadrà se
il comportamento in base alle regole costituirà un segno di riconoscimento
dell’appartenenza al gruppo. Se il comportamento deviante si configura in
un rifiuto da parte degli altri membri del gruppo, e se l’osservanza delle
regole è una condizione di cooperazione vantaggiosa tra loro, sarà
mantenuta una pressione efficace per la preservazione di uno stabilito
insieme di regole. L’espulsione dal gruppo è probabilmente la prima e la
più efficace sanzione o «punizione» che assicura la conformità, dapprima
attraverso la semplice ed effettiva eliminazione dal gruppo degli individui
che non si conformano, mentre in seguito, negli stadi più avanzati dello
sviluppo intellettuale, può servire da deterrente la paura dell’espulsione.
Questi sistemi di regole apprese saranno, nonostante tutto, probabilmente
più flessibili di un sistema di regole innate e richiedono qualche altro
commento sul processo attraverso cui possono cambiare. Tale processo sarà
strettamente legato a quello con cui gli individui apprendono per imitazione
come osservare regole astratte; un processo di cui sappiamo pochissimo.
Un fattore che lo influenza sarà la distribuzione del potere all’interno del
gruppo. A una estremità della scala, ci sarà un margine maggiore di
tolleranza per i giovani che si trovano ancora nella fase di apprendimento e
che sono accettati come membri del gruppo, non perché abbiano già
imparato tutte le regole caratteristiche di esso, ma perché, essendo creature
naturali, sono legati a certi membri adulti del gruppo stesso. All’altra
estremità, ci saranno vecchi individui dominanti, che sono fermamente
legati ai loro modi di vita e non hanno intenzione di cambiare abitudini, ma

100
la loro posizione è tale che, se abbracciano nuove pratiche, è più probabile
che vengano imitati piuttosto che espulsi dal gruppo. La posizione sociale è
perciò un fattore indubbiamente importante per determinare quali
alterazioni verranno tollerate o diffuse, anche se non è detto che a dare vita
al cambiamento sarà sempre qualcuno di alto rango19.
Tuttavia, un punto che merita una considerazione maggiore di quanta
solitamente ne riceva è quello che mostra come la preferenza data all’agire
secondo le regole stabilite e la paura delle conseguenze derivanti dalla loro
violazione sono probabilmente più antiche e più profonde dell’attribuzione
delle regole alla volontà di un agente personale, umano o sovrannaturale, o
della paura per la punizione che può essere inflitta da tale agente. La
parziale consapevolezza di una regolarità del mondo, della differenza tra
una parte conosciuta e prevedibile e una parte sconosciuta e imprevedibile
degli eventi dell’ambiente, crea preferenza per i tipi di azioni le cui
conseguenze siano prevedibili e paura nei confronti di quei tipi di azioni le
cui conseguenze siano imprevedibili. Sebbene in un mondo interpretato
animisticamente questa paura possa diventare paura della reazione
dell’agente di cui non si osserva il volere, tale paura dell’azione sconosciuta
o insolita opera molto prima, per far sì che gli individui rimangano sulle vie
già sperimentate. La conoscenza di alcune regolarità dell’ambiente rende
preferibili quei tipi di condotta che producono la fiduciosa attesa di certe
conseguenze, avversione a fare qualcosa di insolito e paura dopo che lo si è
fatto. Ciò crea una sorta di connessione tra la consapevolezza che esistono
delle regole nel mondo oggettivo e la riluttanza a deviare dalle regole
comunemente seguite, e di conseguenza anche tra la credenza che gli eventi
seguano delle regole e il sentimento che ognuno «debba» osservare delle
regole nella propria condotta.
La nostra conoscenza dei fatti (e specialmente del complesso ordine della
società entro cui ci muoviamo, così come facciamo nell’ordine della natura)
ci dice principalmente quali saranno in certe circostanze le conseguenze di
alcune delle nostre azioni. Essa ci aiuterà a decidere cosa fare se vogliamo
raggiungere un particolare risultato o se siamo guidati da un certo impulso,
ma avrà bisogno di essere integrata, in un mondo prevalentemente
sconosciuto, da alcuni princìpi che frenano le azioni verso cui ci potrebbero
portare le nostre spinte interiori ma che sono inappropriate alle circostanze.
Alle regole di fatto che ognuno conosce ci si può affidare solo fino a
quando si agisca secondo le regole, ossia se ciascuno si limita al tipo di

101
azioni le cui conseguenze sono sufficientemente prevedibili. Le norme sono
dunque un adattamento a una regolarità fattuale da cui dipendiamo, ma che
conosciamo solo in parte e su cui possiamo contare solo se osserviamo
quelle norme. Se so che, quando non osservo le regole del mio gruppo, non
solo non sono accettato, e di conseguenza non posso fare la maggior parte
delle cose che voglio fare e che devo fare per preservare la mia vita, ma
posso anche scatenare gli eventi più terribili ed entrare in un mondo in cui
non posso più orientarmi, allora quelle regole saranno una guida necessaria
all’azione, coronata da successo, come regole che mi dicono in che modo si
comporteranno gli oggetti del mio ambiente. La credenza fattuale, che
questa o quella sia l’unica maniera in cui si possa raggiungere un certo
risultato, e la credenza normativa, che questo sia l’unico modo in cui esso
debba essere perseguito, sono strettamente collegate. L’individuo sentirà di
esporsi a pericoli, anche se non c’è nessuno che lo punisca, allorché viola le
regole e la paura di ciò terrà persino gli animali dentro la via abituale.
Tuttavia, una volta che queste regole vengono insegnate intenzionalmente,
e con un linguaggio animistico, verranno inevitabilmente associate alla
volontà del maestro, o alla punizione, o alle sanzioni sovrannaturali che egli
minaccia.
Poiché preferisce le azioni dalle conseguenze prevedibili a quelle dalle
conseguenze sconosciute, l’uomo non ha molto da scegliere. Ciò che più
teme, e che quando succede lo mette in uno stato di terrore, è perdere i
punti di orientamento e non sapere più cosa fare. Anche se tendiamo ad
associare la coscienza alla paura di un biasimo o di una punizione da parte
della volontà di qualcuno, lo stato mentale che essa rappresenta non è, dal
punto di vista psicologico, molto diverso dall’agitazione provata da chi, nel
manipolare un macchinario potente e complicato, tira inavvertitamente le
leve sbagliate e causa quindi movimenti del tutto inaspettati. La sensazione
che stia per succedere qualcosa di terribile, perché qualcuno ha infranto
delle regole di condotta, non è che una forma di panico che si scatena
quando qualcuno si rende conto di essere entrato in un mondo ignoto. La
coscienza sporca è la paura dei pericoli a cui qualcuno si è esposto, avendo
lasciato la via nota ed essendo entrato in un mondo sconosciuto. Il mondo è
abbastanza prevedibile solo fino a quando si aderisce alle procedure
stabilite, ma esso diventa spaventoso quando si devia da esse.
Per vivere tranquillamente e raggiungere i propri obiettivi in un mondo
che si comprende solo in parte, è perciò tanto importante obbedire a certe

102
regole che vietano di esporsi ai pericoli quanto capire le regole in base alle
quali il mondo funziona. I tabù o le regole negative operano attraverso
un’azione paralizzante, che provoca paura; come tipo di conoscenza di ciò
che non si deve fare, esse forniscono delle informazioni sull’ambiente,
importanti quanto qualsiasi conoscenza positiva degli attributi degli oggetti
di questo ambiente. Mentre la conoscenza positiva ci consente di predire le
conseguenze di azioni particolari, quella negativa ci intima di non
intraprendere certi tipi di azioni. Almeno finché le regole normative
consistono in divieti, come è probabilmente avvenuto prima che venissero
interpretate come ordini provenienti dalla volontà di qualcuno, la regola del
tipo «non devi» dopo tutto può non essere così diversa dalle regole che ci
forniscono informazioni su ciò che è20.

103
5.
Tipi di razionalismo*

5.1 Nell’ambito dell’esame critico di alcune credenze dominanti del nostro


tempo, ho a volte dovuto fare delle scelte difficili. Spesso succede che
esigenze alquanto specifiche vengano etichettate con un termine che nel suo
senso più generale descrive un’attività del tutto desiderabile e
comunemente approvata. Le esigenze specifiche a cui trovo necessario
oppormi sono spesso il risultato della credenza secondo cui, se un certo
atteggiamento di solito è positivo, debba esserlo in tutte le sue applicazioni.
La difficoltà che ciò procura alla critica delle attuali credenze è stata da me
incontrata in primo luogo con riferimento alla parola «pianificazione». Il
fatto che dovremmo pensare in anticipo a ciò che facciamo, o che dare un
sensato ordine alle nostre vite imponga di avere un concetto chiaro dei
nostri obiettivi prima di cominciare ad agire, sembra talmente ovvio che
appare difficile credere che l’esigenza di pianificare possa mai essere
sbagliata. In particolare, tutta l’attività economica è costituita da decisioni
che pianificano l’uso delle risorse per fini in competizione. Di conseguenza,
sembrerebbe assurdo per un economista opporsi alla «pianificazione» nel
senso più generale del termine.
Tuttavia, negli anni Venti e Trenta, questa bella parola ha finito per
essere estesamente usata in un senso molto più ristretto e specifico. Essa è
diventata l’accettato slogan non dell’esigenza che ognuno di noi debba
pianificare con intelligenza le sue attività economiche, bensì della necessità
che le attività economiche di tutti debbano essere centralisticamente dirette
in base a un piano unico imposto da un’autorità centrale. «Pianificare» è
venuto così a significare pianificazione centrale collettivistica e la
discussione sul pianificare o non pianificare è stata riferita esclusivamente a
tale problema. La circostanza che la buona parola «pianificazione» sia stata
usata dai pianificatori centrali per i loro disegni particolari, ha causato un
problema delicato a coloro che si sono opposti a quelle proposte. Avrebbero
forse dovuto tentare di riportare la bella parola ai suoi usi legittimi,

104
insistendo sul fatto che una libera economia si basa sui singoli piani di
molteplici individui, e dare in verità all’individuo maggiore spazio per
programmare la sua vita rispetto a quello consentito da un sistema
centralmente pianificato? O forse avrebbero dovuto accettare il senso
ristretto in cui il termine aveva finito per essere usato e dirigere le loro
critiche soltanto contro la «pianificazione»?
Giusto o sbagliato, ho deciso, talvolta causando disagio ai miei amici, che
le cose si erano ormai spinte troppo oltre e che era troppo tardi per riportare
il termine ai suoi usi legittimi. Proprio perché i miei avversari sostenevano
esattamente la pianificazione, intendendo con ciò la pianificazione centrale
di tutta l’attività economica, ho indirizzato tutte le mie critiche esattamente
contro la «pianificazione», lasciando ai miei avversari il vantaggio della
buona parola e assumendosi il compito di fare valere il buon uso della
nostra intelligenza nel porre un ordine alle nostre attività. Credo pure
adesso che, per come le cose erano allora, un simile attacco frontale contro
la «pianificazione» fosse necessario per neutralizzare quella che era
diventata una parola d’ordine.
Più recentemente ho incontrato difficoltà analoghe con il benedetto
termine «sociale». Come «pianificazione», è una delle parole alla moda del
nostro tempo, e nel suo significato originario di appartenente alla società,
potrebbe essere una parola molto utile. Ma nel suo uso moderno, collegato
ad altri termini come «giustizia sociale» (qualcuno avrebbe detto che tutta
la giustizia è un fenomeno sociale!), oppure quando i nostri doveri sociali
sono in contrasto con i doveri puramente morali, è divenuto uno dei termini
più confusi e dannosi del nostro tempo, che non solo è in sé privo di
contenuto e capace di prestarsi a qualunque uso arbitrario gli si voglia
attribuire, ma fa perdere a tutti i termini a cui è affiancato ogni contenuto
definito (come nelle espressioni tedesche soziale Marktwirtsschaft o
sozialer Rechtsstaat). Mi sono perciò sentito in dovere di prendere una
posizione contro la parola «sociale» e di dimostrare che in particolare il
concetto di giustizia sociale non ha alcun significato, poiché richiama un
miraggio fuorviante che le persone acute dovrebbero evitare. Ma questo
attacco contro uno degli idoli sacri del nostro tempo ha fatto sì che molta
gente mi considerasse nuovamente un estremista irresponsabile,
completamente in contrasto con lo spirito del nostro tempo.
Un altro esempio di una parola buona che, se non le fosse stato dato un
significato particolare, avrei prontamente usato per descrivere la mia

105
posizione, ma a cui sono stato costretto a oppormi, è «positivo» o
«positivista». Anche qui il senso speciale che è stato dato alla parola ha
creato una situazione che mi ha fatto sentire obbligato a lasciare questo
termine assolutamente buono ai miei avversari e a considerare me stesso un
«antipositivista», sebbene ciò che difendo è scienza positiva come quella
delle dottrine di coloro che si autodefiniscono positivisti.

5.2 Adesso mi trovo però in un altro conflitto di opinioni in cui non oso fare
la stessa cosa senza fornire un certo numero di spiegazioni. La filosofia
sociale che abbraccio è stata talvolta descritta come antirazionalista, e
almeno con riferimento ai miei principali predecessori intellettuali, Bernard
Mandeville, David Hume e Carl Menger, anch’io come altri ho usato
questo termine qualche volta. Ciò ha fatto tuttavia sorgere così tanti
malintesi che adesso lo considero un’espressione pericolosa e fuorviante,
che dovrebbe essere evitata.
Ancora una volta siamo di fronte a una situazione in cui un gruppo di
pensatori ha avocato a sé l’unico uso appropriato di una buona parola e tali
pensatori sono stati di conseguenza chiamati razionalisti. Era praticamente
inevitabile che quanti dissentivano dai loro punti di vista sull’uso legittimo
del termine ragione dovessero essere etichettati come «antirazionalisti».
Ciò ha dato l’impressione che questi ultimi considerassero la ragione meno
importante, mentre in realtà erano ansiosi di rendere la ragione più efficace
e ritenevano che un uso efficace di essa richiedesse un’appropriata
rilevazione dei limiti entro cui si trova l’uso efficace della ragione
individuale nella regolazione delle relazioni tra tanti esseri dotati di
ragione.
Credo che esista un tipo di razionalismo che, non riconoscendo limiti ai
poteri della ragione individuale, di fatto tende a rendere la ragione umana
uno strumento meno efficace di quanto potrebbe essere. Questo tipo di
razionalismo è un fenomeno relativamente nuovo, anche se le sue radici
risalgono all’antica filosofia greca. La sua influenza moderna comincia
tuttavia solo nel Sedicesimo e nel Diciassettesimo secolo, in particolare con
la formulazione delle principali dottrine del filosofo francese René
Descartes. È stato soprattutto per il suo tramite che il termine «ragione» ha
cambiato significato. Per i pensatori medievali, ragione significava
principalmente la capacità di riconoscere la verità, in particolar modo la
verità morale1, piuttosto che la capacità di ragionare deduttivamente

106
partendo da premesse esplicite. Ed erano consapevoli che molte delle
istituzioni della civiltà non erano invenzioni della ragione ma erano ciò che
loro, in aperto contrasto con tutto ciò che era stato inventato, chiamavano
«naturale», ossia sviluppatosi spontaneamente.
È stato proprio contro questa più vecchia teoria di una legge naturale, che
riconosceva che la maggior parte delle istituzioni della civiltà non sono il
prodotto di un disegno umano intenzionale che il nuovo razionalismo di
Francesco Bacone, Thomas Hobbes e soprattutto di René Descartes ha
affermato che tutte le utili istituzioni umane erano e dovevano essere una
creazione intenzionale della ragione. Questa ragione è stata concepita come
l’esprit géométrique cartesiano, una capacità della mente di giungere alla
verità attraverso un processo deduttivo, partendo da poche premesse ovvie
e indubitabili.
Mi sembra che il nome migliore per questo tipo di razionalismo ingenuo
sia costruttivismo razionalista. È una visione che nella sfera sociale ha
causato da allora, quali che siano stati i suoi grandi successi nella sfera
della tecnologia, danni incommensurabili (se si pensa che chiamando
questa visione «costruttivismo» stia di nuovo presentando i miei avversari
con una buona parola, devo dire che questo termine era stato usato
esattamente in questo senso già da uno dei più grandi liberali del
Diciannovesimo secolo, W.E. Gladstone. Lo ha usato per descrivere
l’atteggiamento per cui in passato non ho trovato espressione migliore di
«mentalità di tipo ingegneristico». «Costruttivismo» mi sembra ora
l’etichetta migliore per l’atteggiamento pratico che di regola accompagna
ciò che nel campo della teoria ho descritto come «scientismo»2).
L’ascendente che questa visione ha avuto nel Diciassettesimo secolo ha
di fatto causato un ritorno a un precedente modo di pensare ingenuo, a una
visione che abitualmente assumeva che, dietro ogni istituzione umana, si
trattasse del linguaggio, della scrittura, del diritto o della morale, ci fosse un
inventore in carne e ossa. Non è un caso che il razionalismo cartesiano sia
totalmente cieco nei confronti delle forze dell’evoluzione storica. E ciò che
esso ha applicato al passato lo ha proclamato programma per il futuro: che
l’uomo, nella piena consapevolezza di quel che stava facendo, dovesse
deliberatamente creare una civiltà e un ordine sociale nel modo in cui il
processo della sua ragione lo metteva in grado di disegnarli. In questo
senso, il razionalismo è la dottrina secondo cui tutte le istituzioni di cui
beneficia l’umanità sono state inventate in passato, e devono essere

107
inventate in futuro, nella piena consapevolezza degli effetti desiderabili che
esse producono; che le istituzioni devono essere approvate e rispettate solo
finché possiamo mostrare che gli effetti particolari che esse producono in
ogni data situazione sono da preferire agli effetti che produrrebbe un altro
tipo di soluzione; che è in nostro potere plasmare le istituzioni in modo che
di tutti i possibili risultati si realizzeranno quelli che preferiamo più degli
altri; che la nostra ragione non dovrebbe mai ricorrere a congegni
automatici o meccanici se la consapevole considerazione di tutti i fattori
rende preferibile un risultato diverso da quello del processo spontaneo. È da
questo tipo di razionalismo sociale o costruttivismo che deriva tutto il
moderno socialismo, la pianificazione e il totalitarismo.

5.3 La nostra discussione può adesso essere volta a chiederci se, come
ritiene il razionalismo cartesiano e tutte le sue derivazioni, la civiltà umana
sia il prodotto della ragione umana o se non sia invece l’inverso, per cui
dovremmo considerare la ragione umana come il prodotto di una civiltà che
non è stata deliberatamente creata dall’uomo, ma che è piuttosto cresciuta
attraverso un processo di evoluzione. Ovviamente, questa è una domanda
del tipo «è nato prima l’uovo o la gallina?», e nessuno negherà che i due
fenomeni interagiscono continuamente. Ma la posizione tipica del
razionalismo cartesiano insiste totalmente sulla prima interpretazione, ossia
su una preesistente ragione umana che progetta istituzioni. Dal «contratto
sociale» alla teoria secondo cui il diritto è una creazione dello Stato,
dall’idea che, poiché abbiamo creato le nostre istituzioni, allora possiamo
anche cambiarle a nostro piacimento, l’intero pensiero dell’età moderna è
permeato dai prodotti di quella tradizione. È anche caratteristico di tale
visione ritenere che non ci sia posto per una vera e propria teoria sociale:
perché i problemi di teoria sociale sorgono dal fatto che gli sforzi
individuali dell’uomo spesso producono un ordine che, sebbene
inintenzionale e imprevedibile, si rivela indispensabile alla realizzazione di
ciò per cui gli uomini lottano.
Bisogna al riguardo porre in evidenza che gli oltre duecento anni di
sforzo da parte dei teorici sociali, e in particolare da parte degli economisti,
stanno ricevendo un aiuto inaspettato dalla nuova scienza dell’antropologia
sociale: le sue ricerche mostrano in svariati campi come ciò che è stato a
lungo considerato invenzione della ragione sia stato in realtà il risultato di
un processo di evoluzione e selezione molto simile a quello che troviamo in

108
ambito biologico. L’ho chiamata nuova scienza, ma in realtà gli antropologi
sociali continuano semplicemente l’opera che avevano cominciato
Mandeville, Hume e i filosofi scozzesi, ma che è stata ampiamente
dimenticata quando i loro successivi seguaci si sono sempre di più chiusi
dentro il ristretto campo dell’economia.
Nella sua forma più generale, il risultato principale a cui quei pensatori
sono giunti è che persino la capacità che l’uomo ha di pensare non è una
dotazione naturale dell’individuo ma un’eredità culturale, trasmessa non
biologicamente ma attraverso l’esempio e l’insegnamento, principalmente
attraverso, e implicito ne, l’insegnamento del linguaggio. La misura in cui il
linguaggio che apprendiamo nella prima infanzia determina il nostro modo
di pensare, la nostra visione e interpretazione del mondo è probabilmente
molto più grande di quanto pensiamo. Non accade semplicemente che le
conoscenze delle generazioni precedenti ci vengono comunicate attraverso
il mezzo del linguaggio; la stessa struttura del linguaggio implica certe
visioni riguardo alla natura del mondo; e, imparando un particolare
linguaggio, acquisiamo una certa raffigurazione del mondo, una struttura
del nostro modo di pensare all’interno del quale ci muoviamo senza
rendercene conto. Come da bambini impariamo a usare il nostro linguaggio
secondo regole che non conosciamo esplicitamente, così con esso
impariamo non solo ad agire secondo le sue regole, ma anche secondo
molte altre regole con cui interpretiamo il mondo e agiamo in modo
appropriato, regole che ci guideranno anche se noi non le abbiamo mai
formulate esplicitamente. Questo fenomeno di apprendimento implicito è
sicuramente una delle parti più importanti della trasmissione culturale, ma
una parte che ancora comprendiamo solo in modo imperfetto.

5.4 Il fatto a cui mi sono riferito probabilmente significa che in tutti i nostri
pensieri siamo guidati (o addirittura messi in moto) da regole di cui non
siamo consapevoli, e che la nostra ragione cosciente può di conseguenza
tenere sempre conto solo di alcune circostanze che determinano le nostre
azioni. È ovviamente da lungo tempo che è stato riconosciuto che il
pensiero razionale è solo uno degli elementi che ci guidano. Ciò è espresso
nella massima scolastica ratio non est judex, sed instrumentum. Ma la
chiara consapevolezza di ciò è venuta solo con la dimostrazione di David
Hume (diretta contro il razionalismo costruttivista del suo tempo), secondo
cui «le regole della morale non sono le conclusioni della nostra ragione».

109
Ciò si applica certamente a tutti i nostri valori, che sono i fini che la ragione
serve ma che non può determinare. Questo non significa che la ragione non
abbia alcuna funzione decisionale nei conflitti di valore – tutti i problemi
morali sono problemi creati dai conflitti di valore. Ma niente riesce a
mostrare il ruolo limitato della ragione meglio di una più ravvicinata analisi
del modo in cui risolviamo tali conflitti. La ragione può solo aiutarci a
vedere quali siano le alternative che abbiamo davanti, quali siano i valori in
conflitto o quali di essi siano veri valori ultimi e quali, come spesso
succede, siano solo valori intermedi che traggono la loro importanza dal
servire altri valori. Tuttavia, una volta esaurito questo compito, la ragione
non può aiutarci ulteriormente. Deve accettare come dati i valori al cui
servizio essa è posta.
Il fatto poi che i valori abbiano una funzione o uno «scopo» che l’analisi
scientifica può essere in grado di scoprire è un’altra questione. Servirà a
distinguere più a fondo tra i diversi tipi di razionalismo esaminare più da
vicino il carattere di questi tentativi volti a spiegare perché abbiamo certi
valori. La più nota di queste teorie che studiano le regole morali è
l’utilitarismo. Si presenta in due forme, che offrono la migliore illustrazione
della differenza tra l’uso legittimo della ragione nella discussione
riguardante i valori e il falso razionalismo «costruttivista» che ignora i
limiti posti ai poteri della ragione.
L’utilitarismo appare nella sua prima forma legittima nell’opera dello
stesso David Hume, che era assolutamente sicuro che «la ragione da sola è
del tutto impotente» a creare regole morali, ma che allo stesso tempo
insisteva sul fatto che l’obbedienza alle regole morali e legali, che nessuno
ha inventato o creato a quello scopo, fosse essenziale per il raggiungimento
degli obiettivi degli uomini nella società. Egli ha mostrato che certe regole
astratte di condotta finivano col prevalere, perché i gruppi che le adottavano
diventavano, come risultato di ciò, più capaci di autosostenersi. Ciò che
Hume sottolineava a tale proposito era soprattutto la superiorità di un
ordine che si produce quando tutti i membri obbediscono alle stesse regole
astratte, perfino senza capirne l’importanza, rispetto a una condizione in cui
ogni azione individuale è decisa sulla base di vantaggi, ossia considerando
esplicitamente tutte le conseguenze concrete di una particolare azione. A
Hume non interessava l’utilità di una particolare azione, ma solo l’utilità di
un’applicazione universale di certe regole astratte, inclusi i casi particolari
in cui i risultati immediatamente noti dell’obbedienza a tali regole non

110
siano desiderabili. Questo perché, a suo avviso, l’intelligenza umana è
completamente inadeguata a comprendere tutti i dettagli della complessa
società umana, ed è l’insufficienza della nostra ragione a creare un ordine
dettagliato che ci impone di accontentarci di regole astratte; inoltre, nessuna
singola intelligenza umana è capace di inventare le regole astratte più
opportune, perché le regole che si sono sviluppate nel processo di crescita
della società incorporano l’esperienza di molti più tentativi ed errori di
quanti riuscirebbe a contenerne qualsiasi mente individuale.
Gli autori che hanno seguito la tradizione cartesiana, come Helvetius e
Beccaria, o i loro seguaci inglesi, Bentham, Austin fino a G.E. Moore,
hanno trasformato questo utilitarismo generico, che cercava l’utilità
incorporata nelle regole astratte evolutesi attraverso generazioni successive,
in un utilitarismo particolarista, che nelle sue ultime conseguenze porta a
richiedere che ogni azione venga giudicata nella piena consapevolezza di
tutti i suoi risultati prevedibili, una visione, questa, che in ultima analisi
tende a eliminare tutte le regole astratte e conduce alla pretesa che l’uomo
possa ottenere un ordine della società desiderabile, combinando
concretamente tutte le sue parti nella piena coscienza di tutti i fatti rilevanti.
Mentre l’utilitarismo generico di Hume riposa sul riconoscimento dei limiti
della nostra ragione e si attende il suo uso più completo da una rigorosa
obbedienza a regole astratte, l’utilitarismo particolarista e costruttivista
riposa sulla credenza che la ragione sia capace di manipolare direttamente
tutti i dettagli di una società complessa.

5.5 Gli atteggiamenti dei diversi tipi di razionalismo nei confronti


dell’astrazione richiedono una discussione più ampia, perché sono fonte di
frequente confusione. Forse la differenza si spiega meglio dicendo che
coloro che riconoscono dei limiti ai poteri della ragione intendono usare
l’astrazione per estenderla, raggiungendo così almeno un qualche grado di
ordine nel complesso degli affari umani, dove sanno che è impossibile
padroneggiare tutti i dettagli, mentre il razionalista costruttivista valuta
l’astrazione solo come uno strumento per determinare i particolari. Per i
primi, come ha detto Tocqueville, «le idee generali non sono prova della
forza, bensì dell’insufficienza dell’intelletto umano», per gli altri sono uno
strumento adatto a darci un illimitato potere sul particolare. In filosofia
della scienza, tale differenza si esprime, stando a chi aderisce alla seconda
visione, nel fatto che il valore di una teoria debba essere giudicato dalla sua

111
capacità di predire eventi particolari, ossia dalla nostra abilità di riempire i
modelli generali descritti dalla teoria con fatti concreti sufficienti a
specificare la sua particolare manifestazione, mentre ovviamente la
predizione secondo cui apparirà un certo tipo di modello è anche
un’asserzione falsificabile. In filosofia morale, il razionalismo costruttivista
tende a disdegnare ogni fiducia in astratte regole meccaniche e a
considerare veramente razionale solo un comportamento basato su decisioni
che giudicano ogni situazione particolare «nel suo merito», e sceglie tra
alternative in base alla valutazione concreta delle conseguenze note delle
varie possibilità.
È piuttosto ovvio che questo tipo di razionalismo debba condurre alla
distruzione di tutti i valori morali e alla credenza che l’individuo debba
essere guidato solo dalla sua valutazione personale dei particolari fini che
egli persegue. Lo stato mentale da ciò prodotto è stato ben descritto in un
saggio autobiografico di Lord Keynes. Illustrando le posizioni che insieme
ai suoi amici aveva abbracciato nei primi anni del secolo, e che egli stesso
ha ammesso di condividere ancora trenta anni più tardi, ha scritto:

Respingevamo completamente ogni responsabilità personale verso le regole generali.


Invocavamo il diritto a giudicare nel merito ogni caso individuale, e la saggezza,
l’esperienza e l’autocontrollo per farlo con successo. Questa era una parte molto
importante della nostra fede, professata con forza e aggressività, e per il mondo esterno
essa era la nostra caratteristica più scontata e pericolosa. Respingevamo del tutto la
morale consuetudinaria, le convenzioni e la saggezza tradizionale. Bisogna dire che
eravamo, nel vero senso della parola, immorali. Le conseguenze derivanti dal fatto di
essere stati scoperti dovevano essere senza dubbio considerate per quel che valevano. Ma
non riconoscevamo nessun obbligo morale su di noi, né alcuna istanza interna a cui
conformarci o obbedire. Dinanzi al cielo ritenevamo di essere giudici del nostro destino3.

Occorre notare che questa affermazione implica non solo il rigetto delle
regole morali tradizionali, ma di ogni impegno verso qualunque tipo di
regole astratte di condotta, morali o di altro genere. Ciò implica la pretesa
che l’intelligenza dell’uomo sia sufficiente a guidare con successo la sua
vita, senza bisogno dell’aiuto derivante da regole generali o princìpi, ciò
implica, in altre parole, la pretesa che l’uomo sia capace di coordinare le
sue attività con successo attraverso una piena ed esplicita valutazione delle
conseguenze di tutte le possibili azioni alternative, e una conoscenza

112
completa di tutte le circostanze. Il che ovviamente implica ancora non solo
una grande presunzione riguardo alle nostre capacità intellettuali, ma anche
un completo fraintendimento del tipo di mondo in cui viviamo. Tratta i
nostri problemi pratici come se conoscessimo tutti i fatti e come se il
compito di fronteggiarli sia puramente intellettuale. Temo che gran parte
della moderna teoria sociale sia priva di valore proprio a causa di tale
assunto. Il fatto cruciale della nostra vita è che non siamo onniscienti,
dobbiamo in ogni momento adattarci a fatti nuovi che prima non
conoscevamo, e di conseguenza non possiamo ordinare le nostre vite
secondo un dettagliato piano precostituito in cui ogni azione particolare
venga preventivamente e razionalmente adattata a ogni altra.
Dato che la nostra vita consiste nell’affrontare tutte le circostanze nuove
e imprevedibili, non possiamo farlo ordinatamente decidendo in anticipo
tutte le azioni particolari che compiremo. L’unico modo in cui possiamo
veramente dare un certo ordine alle nostre vite è quello di adottare certe
regole astratte o princìpi come guida, e quindi aderire rigorosamente alle
regole che abbiamo adottato per fronteggiare le situazioni man mano che si
presentano. Le nostre azioni formano un modello coerente e razionale non
già perché siano state decise come parte di un unico piano precedentemente
pensato, ma perché in ogni decisione successiva limitiamo la nostra gamma
di scelta attraverso le stesse regole astratte.
Nel considerare quanto sia importante questa adesione alle regole per
ordinare le nostre vite, è alquanto curioso che il legame tra queste regole
astratte e il raggiungimento di un ordine complessivo sia stato così poco
studiato. Tutti sappiamo ovviamente che abbiamo imparato ad agire in base
a regole per dare una certa coerenza alle nostre azioni successive, e che
adottiamo regole generali per le nostre vite non solo per evitarci il problema
di riconsiderare certe questioni ogni volta che sorgono, ma soprattutto
perché solo così possiamo produrre qualcosa come un insieme razionale.
Non posso qui discutere in maniera più sistematica la relazione tra le regole
astratte seguite in tutte le decisioni separate e il modello astratto globale che
ne risulterà. Ma c’è un punto importante su cui mi devo soffermare
brevemente. Se vogliamo ottenere un ordine complessivo delle nostre
attività, è necessario che seguiamo la regola generale in tutti i casi e non
solo quando non c’è alcuna ragione speciale per fare altrimenti. Ciò può
implicare il dover mettere deliberatamente da parte la conoscenza di
particolari conseguenze che potrebbero essere causate dall’obbedienza alla

113
regola in quel dato caso. Penso che una vera comprensione dell’importanza
del comportamento secondo regole richieda una adesione a esse molto
maggiore di quella richiesta dai razionalisti costruttivisti, che al più
accettano le regole astratte come sostituti di una valutazione completa di
tutte le circostanze particolari e ritengono questa desiderabile per
allontanarsi dalle regole ognivolta che vi sia una ragione speciale per farlo.
Per evitare di essere frainteso, dovrei dire brevemente che, quando parlo
di aderire rigorosamente alle regole, ovviamente non mi riferisco a singole
regole isolate, ma sempre a un intero sistema di regole, in cui spesso una
regola modificherà le conseguenze che trarremmo da un’altra. Più
precisamente, dovrei parlare di una gerarchia di regole con diversi gradi di
importanza. Ma su questa rilevante questione non posso qui spingermi più
lontano di quanto sia necessario ad evitare il malinteso per cui qualunque
regola isolata sia generalmente sufficiente a risolvere i nostri problemi.

5.6 Quel che ho detto sul bisogno di regole astratte per la coordinazione
delle azioni successive della vita di ciascun uomo, in circostanze sempre
nuove e imprevedibili, vale ancor di più per la coordinazione delle azioni di
molti individui diversi, in circostanze concrete che sono note solo in parte a
ciascun individuo e che divengono a lui note solo quando esse si
presentano. Ciò mi conduce a quello che, nella mia personale ricerca, è
stato il punto iniziale di tutte le mie riflessioni e che può spiegare perché,
da puro e semplice teorico dell’economia, sono stato portato dalle questioni
tecniche dell’economia a tipi di questioni generalmente considerate
filosofiche. Volgendo indietro lo sguardo, tutto sembra essere cominciato
circa trenta anni fa con uno studio su Economics and Knowledge4, in cui
esaminavo quelle che mi sembravano alcune delle difficoltà centrali della
teoria economica pura. La conclusione principale era che il compito della
teoria economica è quello di spiegare come si raggiunge un ordine
complessivo di attività economica, che utilizza in larga misura una
conoscenza che non si trova concentrata in nessuna mente, ma che esiste
solo come conoscenza separata di migliaia o milioni di individui diversi.
C’è tuttavia ancora una lunga strada per giungere da quella posizione a una
adeguata comprensione delle relazioni tra le regole astratte che l’individuo
segue nelle sue azioni e l’ordine complessivo astratto che si forma come
risultato della sua risposta, entro i limiti a lui imposti da quelle regole
astratte, alle particolari circostanze concrete che incontra. È stato solo

114
attraverso un riesame dell’antico concetto di libertà sotto la legge, concetto
base del liberalismo tradizionale, e dei problemi di filosofia del diritto che
ciò fa sorgere, che ho potuto raggiungere ciò che adesso mi sembra
un’immagine accettabilmente chiara della natura dell’ordine spontaneo di
cui gli economisti liberali hanno tanto a lungo parlato.
Diventa un esempio di un metodo generale per creare indirettamente un
ordine in situazioni in cui i fenomeni sono troppo complessi per consentirci
la creazione dell’ordine attraverso la separata collocazione di ogni elemento
al suo appropriato posto. È una specie di ordine sulla cui particolare
affermazione abbiamo scarso controllo, perché è determinato da regole che
determinano solo il suo carattere astratto, mentre i dettagli dipendono dalle
circostanze particolari note solo ai suoi singoli membri. È perciò un ordine
che non possiamo migliorare, ma possiamo solo disturbare tentando di
cambiare una parte di esso con iniziative deliberate. L’unico modo in cui
possiamo effettivamente migliorarlo consiste nel migliorare le regole
astratte che guidano gli individui. Il che è tuttavia un compito
necessariamente lento e difficile, poiché la maggior parte delle regole che
guidano la società esistente non sono il risultato delle nostre azioni
intenzionali, e di conseguenza spesso capiamo solo in modo alquanto
imperfetto ciò che dipende da esse. Come ho accennato precedentemente,
esse sono il prodotto di un lento processo di evoluzione, nel corso del quale
hanno incorporato molta più esperienza e conoscenza di quanto possa fare
una singola persona. Ciò significa che prima di potere sperare di
migliorarle, dobbiamo imparare a comprendere meglio di adesso in che
modo interagiscono le regole fatte dall’uomo e le forze spontanee della
società. Questo richiederà tra gli esperti di economia, diritto, e filosofia
sociale una collaborazione più stretta di quella che abbiamo avuto di
recente; e non solo: anche dopo che avremo ottenuto tutto ciò, tutto quello
che possiamo sperare sarà la lenta sperimentazione di un miglioramento
graduale e non delle opportunità per drastici cambiamenti.
Forse è comprensibile che i razionalisti costruttivisti, nella loro
presunzione di affidare grandi poteri alla ragione umana, si siano rivoltati
contro la richiesta di sottomissione a regole di cui essi non capiscono a
fondo l’importanza, e che producono un ordine che non possiamo
prevedere nei suoi dettagli. Il fatto di non essere pienamente in grado di
plasmare gli affari umani secondo i nostri desideri è andato contro le
generazioni che credevano che con il pieno uso della ragione l’uomo

115
potesse fare di sé l’assoluto signore del proprio destino. Sembra tuttavia che
questo desiderio di porre tutto sotto il controllo della ragione, lungi
dall’essere la massimizzazione dell’uso della ragione, sia piuttosto un suo
abuso basato su una errata valutazione dei poteri della ragione e che alla
fine porta alla distruzione di quella libera interazione fra tante menti, di cui
si nutre la crescita della stessa ragione. La vera comprensione razionale del
ruolo della ragione cosciente sembra in verità indicare che uno dei suoi usi
più importanti è il riconoscimento di giusti limiti del controllo razionale.
Come il grande Montesquieu ha chiaramente sottolineato durante «l’età
della ragione»: la raison même a besoin de limites.

5.7 Vorrei in conclusione spendere qualche parola per spiegare perché ho


scelto questo particolare argomento come mia principale esposizione
pubblica qui in Giappone, ossia nell’Università che mi ha così
benevolmente accolto come uno dei suoi membri. Non credo di essere in
errore se penso che il culto dell’uso esplicito della ragione, che è stato un
elemento così importante per lo sviluppo della civiltà europea negli ultimi
trecento anni, non ha giocato lo stesso ruolo nell’evoluzione giapponese.
Né si può negare che l’uso intenzionale della ragione come strumento
critico sia forse la causa maggiore, nei secoli Diciassettesimo, Diciottesimo
e Diciannovesimo, dello sviluppo più rapido della civiltà europea. È stato
dunque naturale che, quando degli studiosi giapponesi hanno cominciato a
studiare le diverse correnti nello sviluppo del pensiero europeo, siano stati
maggiormente attratti dalle scuole che sembravano rappresentare la
tradizione razionalista nella sua forma più estrema ed esplicita. Per coloro i
quali cercavano il segreto del razionalismo occidentale, lo studio della sua
forma più estrema, che ho chiamato razionalismo costruttivista e che
considero una illeggittima ed errata esagerazione di un elemento
caratteristico della tradizione europea, è apparso come la via più
promettente per la scoperta di quel segreto.
È così avvenuto che, tra le varie tradizioni della filosofia europea, quella
che risale a Platone nell’antica Grecia e che è stata ripresa da Cartesio e
Hobbes nel Diciassettesimo secolo e che, con Rousseau, Hegel, Marx, e
successivamente con il positivismo filosofico e giuridico, ha portato il culto
della ragione sempre più in alto, è stata la più largamente studiata dai
giapponesi. L’obiettivo principale di questa mia esposizione era quello di
rendervi noto che le scuole che hanno portato avanti ciò che potrebbe

116
sembrare il lato più caratteristico della tradizione europea possono essersi
sbagliate tanto quanto quelle che non hanno affatto apprezzato il valore
della ragione cosciente. La ragione è come un pericoloso esplosivo che,
maneggiato con cautela, può essere di grande aiuto, ma se maneggiato
incautamente può far scoppiare una intera civiltà.
Per fortuna, questo razionalismo costruttivista non è l’unica filosofia che
la tradizione europea può offrire, anche se bisogna ammettere che ha
influenzato le visioni di alcuni dei suoi più grandi filosofi, tra cui persino
Immanuel Kant. Tuttavia, perlomeno al di fuori del mondo comunista (in
cui il razionalismo costruttivista ha davvero fatto scoppiare una civiltà) si
trova un’altra tradizione, più modesta e meno ambiziosa, una tradizione che
è meno portata a erigere maestosi sistemi filosofici, ma che probabilmente
ha fatto di più per creare le fondamenta della moderna civiltà europea e in
particolare dell’ordine politico liberale (mentre il razionalismo
costruttivista è stato sempre e dovunque profondamente antiliberale). Si
tratta di una tradizione che risale anch’essa all’antichità classica, ad
Aristotele e Cicerone, che è stata trasmessa alla nostra età moderna
principalmente attraverso l’opera di san Tommaso d’Aquino, e che negli
ultimi secoli è stata sviluppata soprattutto dai filosofi della politica. Nel
Diciottesimo secolo furono principalmente gli avversari del razionalismo
cartesiano, quali Montesquieu, David Hume e i filosofi scozzesi della sua
scuola, in particolare Adam Smith, a costruire una vera teoria della società
e del ruolo della ragione nello sviluppo della civiltà. Dobbiamo molto
anche ai grandi classici liberali tedeschi, Kant e Humboldt, che tuttavia,
così come è accaduto a Bentham e agli utilitaristi inglesi, non sono del tutto
riusciti a sottrarsi all’attrazione fatale di Rousseau e del razionalismo
francese. Nella sua forma più pura, troviamo la filosofia politica di tale
scuola anche in Alexis de Tocqueville e in Lord Acton; le fondamenta di
questa teoria sociale sono state chiaramente ristabilite, per la prima volta
dopo David Hume, nell’opera del fondatore della Scuola austriaca di
economia, Carl Menger. Tra i filosofi contemporanei è soprattutto Karl R.
Popper ad aver fornito nuove basi filosofiche importanti per questo filone
di pensiero. Ha coniato per esso il nome di «razionalismo critico», che a
mio avviso esprime felicemente il contrasto con il razionalismo ingenuo o
costruttivismo. Mi sembra il termine migliore per descrivere la posizione
generale che reputo più ragionevole.
Portare la vostra attenzione su questa tradizione era uno degli obiettivi

117
principali del mio intervento. Credo che esaminandola troverete che in essa
ci sono meno cose nuove e sorprendenti di quelle che le prime generazioni
di giapponesi hanno trovato nel razionalismo estremo della scuola di
Cartesio, Hegel e Marx. Dapprima potrete trovarla meno affascinante e
stimolante, poiché non porta con sé il fascino particolare o addirittura
l’ebbrezza generata dal culto della ragion pura. Spero tuttavia che la
troviate solo più congeniale. Mi sembra che essa, poiché non è
un’esagerazione unilaterale, con le sue radici in una fase particolare dello
sviluppo intellettuale europeo, ma è una vera teoria della natura umana,
possa offrire una base al cui sviluppo la vostra esperienza vi pone nella
condizione di fornire dei contributi importanti. È una concezione della
mente e della società che fornisce uno spazio appropriato per il ruolo che
nello sviluppo viene giocato dalla tradizione e dai costumi. Ci fa vedere
molto dove coloro che sono aggrappati alle crude forme di razionalismo
sono ciechi. Ci mostra che a volte le istituzioni che nessuno ha inventato
possono darci per la crescita culturale un quadro migliore dei disegni più
sofisticati.
Il presidente Matsushita5, in un’altra occasione, mi ha posto una domanda
che va dritta al cuore del problema in questione, ma a cui a quel tempo non
sono stato in grado di rispondere. Mi ha chiesto, se ho ben capito, se un
popolo che per le sue istituzioni si affida ai costumi piuttosto che
all’invenzione non possa talvolta produrre maggiore libertà per l’individuo,
e dunque maggiore spazio per l’evoluzione, rispetto a coloro che tentano di
costruire tutte le istituzioni intenzionalmente, o che cercano di rifarle
secondo i princìpi della ragione. Credo che la risposta sia affermativa.
Finché non impariamo a riconoscere i giusti limiti della ragione nello
svolgimento delle attività sociali, corriamo il grave pericolo che, nel cercare
di imporre alla società ciò che riteniamo un modello razionale, possiamo
soffocare quella libertà che è la condizione essenziale per un graduale
miglioramento.

118
6.
I risultati dell’azione umana ma non dell’umano
progettare*1

La credenza nella superiorità di un disegno e di un piano intenzionale


rispetto alle forze spontanee della società irrompe in modo esplicito nel
pensiero europeo solo attraverso il costruttivismo razionalista di Cartesio,
ma ha le sue fonti in un’errata e molto più vecchia dicotomia, che deriva
dagli antichi greci e costituisce tutt’ora l’ostacolo più grande alla corretta
comprensione dei due compiti separati che hanno la teoria sociale e la
politica sociale. Si tratta della fuorviante divisione di tutti i fenomeni in
«naturali» e «artificiali»2. Già i sofisti del Quinto secolo a.C. avevano
affrontato il problema e avevano stabilito la falsa alternativa secondo cui le
istituzioni e le norme sono dovute o alla natura (physei) o alla convenzione
(thesei o nomo-); attraverso Aristotele, tale divisione è divenuta parte
integrante del pensiero europeo.
Essa è tuttavia fuorviante, perché rende possibile includere un grande
gruppo di fenomeni sia nell’uno che nell’altro dei due termini, a seconda di
come quelle definizioni vengono intese, non essendo esse mai state
chiaramente distinte ed essendo tutt’oggi costantemente confuse. Quei
termini potrebbero essere usati per descrivere il contrasto tra qualcosa che
sia indipendente dall’azione umana e qualcosa che sia invece il risultato
dell’azione umana, oppure per descrivere il contrasto tra qualcosa che è
nato indipendentemente da un disegno umano e qualcosa che invece ne è il
risultato. Questo doppio significato ha reso possibile raggruppare tutte
quelle istituzioni che nel Diciottesimo secolo Adam Ferguson ha alla fine
chiaramente visto come dovute all’azione umana ma non a un disegno
umano, essendo naturali o convenzionali a seconda che venga adottata
l’una o l’altra di quelle distinzioni. Sembra tuttavia che molti pensatori non
siano stati consapevoli della possibilità di due diverse distinzioni.
Né i greci del Quinto secolo a.C., né i loro successori nei quasi duemila
anni successivi hanno sviluppato una teoria sociale sistematica che trattasse

119
in modo esplicito le conseguenze inintenzionali dell’azione umana o che
rendesse conto del modo in cui un ordine o una regolarità possa prendere
forma da azioni che nessuno degli attori intende finalizzare a quello scopo.
Non è mai perciò divenuto chiaro che c’era veramente bisogno di una
divisione tripartita, capace di inserire tra i fenomeni detti naturali, nel senso
di completamente indipendenti dalle azioni umane, e quelli detti artificiali o
convenzionali3, nel senso di essere il prodotto di un disegno umano, una
distinta categoria di mezzo, comprendente tutti quei modelli o quelle
regolarità inintenzionali che vediamo esistere nella società umana e che è
compito della teoria sociale spiegare. Sentiamo ancora la mancanza di un
termine generalmente accettato che descriva questa classe di fenomeni; e,
per evitare che la confusione continui, sembra essere necessario che se ne
adotti uno con urgenza. Sfortunatamente, il termine più ovvio che dovrebbe
essere disponibile a tale scopo, ossia il termine «sociale», per un curioso
sviluppo è venuto a significare quasi l’opposto di ciò che si intendeva con
esso: come risultato della personificazione della società, conseguente al suo
mancato riconoscimento come ordine spontaneo, la parola «sociale» è stata
generalmente usata per descrivere gli obiettivi dell’azione concertata
intenzionalmente. E il nuovo termine «societario» che alcuni sociologi,
consapevoli della difficoltà, hanno tentato di introdurre, sembra avere
scarse prospettive di affermarsi e soddisfare quell’urgente bisogno4.
È comunque importante ricordare che, fino a quando nel Diciottesimo
secolo non è apparsa la moderna teoria sociale, l’unico termine
generalmente usato, con cui si poteva esprimere che certe regolarità
osservate nell’attività umana non erano il prodotto di un piano, era il
termine «naturale». E in verità, fino alla reinterpretazione razionalista, nel
Diciassettesimo secolo, il termine «diritto naturale» è stato usato per
descrivere un ordine o una regolarità che non era il prodotto intenzionale
della volontà umana. Insieme a «organismo», è stato uno dei due termini
generalmente usati per riferirsi alla crescita spontanea, opposta a quella
inventata o progettata. Il suo uso in questa accezione è stato ereditato dallo
stoicismo, è stato poi ripreso nel Dodicesimo secolo5, e infine sotto la sua
insegna gli scolastici spagnoli hanno sviluppato i fondamenti della genesi e
del funzionamento delle istituzioni sociali formatesi spontaneamente6.
È stato grazie al fatto di chiedersi come si sarebbero sviluppate le cose, se
nessun atto legislativo intenzionale avesse mai interferito, che sono poi
emersi tutti i problemi di teoria sociale ed economica in particolare.

120
Tuttavia, nel diciassettesimo secolo, questa vecchia tradizione del diritto
naturale era stata sostituita da un’altra molto diversa, una visione che nello
spirito dell’allora emergente razionalismo costruttivista interpretava il
«naturale» come il prodotto della ragione progettatrice7. È stato infine in
reazione a questo razionalismo cartesiano che i filosofi morali britannici del
Diciottesimo secolo, partendo dalla teoria della common law e da quella del
diritto naturale, hanno creato una teoria sociale che ha fatto dei risultati
inintenzionali delle azioni individuali il proprio tema centrale, e in
particolare ha offerto una completa teoria dell’ordine spontaneo di mercato.
Non c’è dubbio che l’autore a cui più di altri si deve questa reazione
«antirazionalista» sia stato Bernard Mandeville8. Ma il pieno sviluppo si ha
con Montesquieu9 e soprattutto con David Hume10, Josiah Tucker, Adam
Ferguson e Adam Smith. Più tardi, la ridicola incomprensione riversata
sull’espressione «mano invisibile» di Smith, secondo cui «l’uomo è
condotto a promuovere un fine che non faceva parte delle sue intenzioni»11,
ha tuttavia ancora una volta travolto questa profonda visione dell’oggetto di
tutta la teoria sociale, ed è stato solo nel secolo scorso che Carl Menger lo
ha alla fine resuscitato in una forma che adesso, circa ottanta anni più tardi,
sembra essere largamente accettata12, almeno nell’ambito della teoria
sociale vera e propria.
A proposito del rifiuto della formula di Smith, c’erano forse delle
scusanti, perché sarà sembrato che egli desse per scontato che l’ordine
formatosi spontaneamente fosse anche il migliore ordine possibile. Ma il
suo assunto, secondo cui l’estesa divisione del lavoro di una società
complessa, da cui tutti traggono vantaggi, si sarebbe potuta formare solo
attraverso un ordine di forze spontanee e non attraverso un piano, è stato
largamente accettato. Ad ogni modo, né Smith né alcun altro autore
rispettabile che io conosca hanno mai sostenuto che esistesse una originaria
armonia di interessi, a prescindere dalle istituzioni che si erano sviluppate.
Quello che sostenevano, e che uno dei contemporanei di Smith ha espresso
molto più chiaramente dello stesso Smith, era che le istituzioni si erano
sviluppate tramite un processo di eliminazione delle meno efficaci e che ciò
aveva prodotto una riconciliazione degli interessi divergenti. L’opinione di
Josiah Tucker non era che «il motore universale della natura umana,
l’amore per se stessi», riceveva sempre, ma che «avrebbe potuto, in quel
caso (e in tutti gli altri), ricevere una direzione tale da promuovere il
pubblico interesse attraverso gli sforzi fatti per perseguire il proprio»13.

121
Il punto che per molto tempo non è stato completamente compreso,
finché alla fine Carl Menger non lo ha spiegato con chiarezza, è che il
problema dell’origine o della formazione delle istituzioni sociali e quello
del modo in cui funzionano è essenzialmente lo stesso: le istituzioni si sono
sviluppate in un modo particolare, perché la coordinazione delle azioni
delle parti che esse hanno reso possibile si era rivelata più efficace delle
istituzioni alternative con cui, soppiantandole, le prime sono entrate in
competizione. La teoria dell’evoluzione delle tradizioni e dei costumi che
hanno reso possibile la formazione di ordini spontanei si trova dunque in
stretta relazione con la teoria dell’evoluzione di quei particolari tipi di
ordini spontanei che chiamiamo organismi, e ha di fatto fornito i concetti
essenziali con cui quest’ultima è stata elaborata14.
Se però nelle scienze sociali teoriche sembra che tali posizioni si siano
alla fine pienamente affermate, in un’area del sapere di maggiore influenza
pratica, il diritto, esse non hanno ancora alcuna influenza. La filosofia
dominante in questo campo, il positivismo giuridico, è ancora legata alla
visione essenzialmente antropomorfica, che considera tutte le regole
giuridiche come il prodotto di un’invenzione o di un disegno intenzionale, e
si vanta addirittura di essersi sottratto all’influenza di quella concezione
«metafisica» di «diritto naturale», dal cui impiego deriva, come abbiamo
visto, tutta la comprensione teorica dei fenomeni sociali. Ciò può essere
provato dal fatto che il concetto di diritto naturale contro cui ha reagito la
moderna giurisprudenza coincide con l’adulterata concezione razionalistica,
che interpretava il diritto naturale come una costruzione deduttiva della
«ragione naturale» piuttosto che come il risultato inintenzionale di un
processo di sviluppo, in cui l’esame di cosa sia la giustizia non è la volontà
arbitraria di nessuno, bensì la compatibilità con un intero sistema di regole
ereditate ma solo in parte esplicitate. Tuttavia, la paura della
contaminazione da parte di ciò che si considerava una concezione
metafisica non solo ha condotto la teoria giuridica verso finzioni molto
meno scientifiche, ma tali finzioni hanno in effetti privato il diritto di tutti i
legami con la giustizia che avevano reso lo stesso diritto chiaro strumento
di incentivazione di un ordine spontaneo.
Ma l’intera concezione secondo cui il diritto è solo ciò che è stato voluto
da un legislatore e secondo cui l’esistenza dello stesso diritto presuppone
una precedente manifestazione della volontà di un legislatore è fattualmente
falsa e non può nemmeno essere messa coerentemente in pratica. Il diritto

122
non solo è molto più antico della legislazione e persino di uno Stato
organizzato: l’intera autorità del legislatore e dello Stato deriva da
preesistenti concezioni della giustizia, e la stessa validità di ogni sistema
giuridico espresso deve collocarsi all’interno di una struttura di regole di
giustizia generalmente riconosciute ma spesso non esplicitate15. Non c’è
mai stato, né mai ci sarà, un sistema di regole emanate legislativamente che
sia «privo di vuoti» (lückenlos). Non solo la produzione legislativa tende
alla giustizia ma non crea la giustizia, non solo essa non riesce mai a
rimpiazzare tutte le regole di giustizia già riconosciute che sono il suo
presupposto e non riesce neanche a fare a meno di diretti riferimenti alle
concezioni di giustizia non formalizzate; ma l’intero processo di sviluppo,
cambiamento e interpretazione del diritto diventa, se ci rifiutiamo di
accettare l’esistenza di una struttura di simili regole non formalizzate, da
cui prende significato la produzione legislativa, completamente
incomprensibile16. La concezione positivistica del diritto deriva da quella
falsa interpretazione antropomorfica, che vede le istituzioni come il
prodotto di un piano e che si deve al razionalismo costruttivista.
L’effetto più grave del dominio di questa concezione è stato quello di
portare necessariamente alla distruzione di ogni fede in una giustizia che
può essere trovata e non semplicemente decretata dalla volontà di un
legislatore. Se il diritto è il prodotto di un piano intenzionale, qualsiasi cosa
il legislatore voglia che sia legge lo è per definizione, e la legge ingiusta
diventa una contraddizione in termini17. La volontà del legislatore
debitamente autorizzato è allora del tutto priva di vincoli e guidata
esclusivamente dai suoi interessi concreti. Come ha notato il rappresentante
più autorevole del positivismo giuridico contemporaneo, «dal punto di vista
della conoscenza razionale ci sono solo interessi di esseri umani e perciò
conflitti di interessi. La soluzione di questi conflitti può risiedere sia nel
soddisfare un interesse a spese di un altro, sia in un compromesso tra gli
interessi in conflitto»18.
Ma tutto ciò che tale tesi prova è che l’approccio del costruttivismo
razionalista non può giungere a nessun criterio di giustizia. Se
riconosciamo che il diritto non è mai completamente il prodotto di un
piano, ma è controllato e provato all’interno di un sistema di regole di
giustizia che nessuno ha inventato e che ha guidato il pensiero e le azioni
degli uomini persino prima che quelle regole fossero mai espresse a parole,
otteniamo, benché non positivo, un criterio negativo di giustizia, che ci

123
consente, grazie all’eliminazione progressiva di tutte le regole che sono
incompatibili con il resto del sistema19, di avvicinarci gradualmente
(sebbene forse di non giungere mai) alla giustizia assoluta20. Ciò significa
che coloro che hanno tentato di scoprire qualcosa di «naturalmente» (ossia
inintenzionalmente) dato sono stati più vicini alla verità e quindi più
«scientifici» di quelli che hanno insistito nel dire che tutte le leggi erano
state stabilite («poste») dalla deliberata volontà degli uomini. L’obiettivo di
applicare le scoperte della teoria sociale alla comprensione del diritto non è
stato comunque ancora raggiunto, perché un secolo di dominio positivista
ha cancellato quasi del tutto ciò che già era stato compiuto in questa
direzione.
C’è stato in effetti un periodo in cui quelle scoperte della teoria sociale
avevano cominciato a interessare la teoria giuridica; Savigny e la sua
vecchia Scuola storica, ampiamente basata sul concetto di ordine spontaneo
elaborato dai filosofi scozzesi del Diciottesimo secolo, hanno orientato i
loro sforzi verso ciò che adesso definiamo antropologia sociale e appaiono
persino essere stati il canale principale attraverso cui quelle idee hanno
raggiunto Carl Menger e hanno reso possibile la ripresa di quella
concezione dell’ordine21. Che Savigny abbia continuato o ripreso il compito
dei vecchi teorici del diritto naturale è stato celato dal fatto di volgere,
giustamente, la sua teoria contro le teorie razionalistiche del diritto naturale
del Diciassettesimo e Diciottesimo secolo. Ma nonostante egli abbia
contribuito a screditare quella concezione del diritto naturale, la sua unica
preoccupazione è stata quella di scoprire come il diritto sia in gran parte
sorto senza alcun disegno, e persino di dimostrare che attraverso un disegno
è impossibile rimpiazzare adeguatamente il risultato di un tale sviluppo
naturale. Il diritto naturale che egli avversava non era il diritto naturale che
andava scoperto, bensì il diritto naturale che veniva deduttivamente
derivato dalla ragione naturale.
Sebbene la parola «naturale» fosse stata accantonata, diritto e giustizia
erano, per la vecchia Scuola storica, ancora oggetti dati, da scoprire e da
spiegare. L’intera idea del diritto inteso come qualcosa di oggettivamente
dato è stata invece abbandonata dal positivismo, in aderenza a una
concezione che considera il diritto come il prodotto della deliberata volontà
del legislatore. I positivisti hanno rigettato l’idea che certe cose possano
essere oggettivamente date quando, non essendo parte della natura
materiale, sono il risultato delle azioni dell’uomo; e hanno negato che il

124
diritto potesse essere oggetto di scienza solo finché almeno una parte di
esso fosse data indipendentemente da una particolare volontà umana: ciò ha
condotto al paradosso di una scienza che ha esplicitamente negato di avere
un oggetto22. Infatti, se «non ci può essere alcuna legge senza un atto
legislativo»23, i problemi appartengono allora alla psicologia o alla
sociologia, ma non alla scienza del diritto.
Questo atteggiamento ha trovato la sua espressione nello slogan che ha
pervaso l’intero periodo positivista: «quel che l’uomo ha fatto può anche
essere da lui cambiato a proprio piacimento». Tuttavia, ciò è un completo
non-sequitur, se per «fatto» si intende quel che è sorto dalle azioni
dell’uomo senza che ci fosse sua specifica intenzione. Tutta la credenza, di
cui il positivismo giuridico non è che un’espressione particolare, è un
prodotto di quel costruttivismo cartesiano che è costretto a negare che
esistano regole di giustizia da scoprire, perché non c’è posto per qualcosa
che sia «il risultato dell’azione umana ma non di un disegno umano», e
dunque non c’è posto per la teoria sociale. Mentre nel complesso abbiamo
eliminato questa influenza dalle scienze teoriche della società, e abbiamo
dovuto farlo per renderle possibili, le concezioni che al giorno d’oggi
guidano la teoria giuridica e la legislazione appartengono ancora quasi del
tutto a questo approccio prescientifico. E anche se sono stati gli scienziati
sociali francesi a vedere chiaramente prima di altri che dal celebre Discours
de la méthode «il était sorti autant de déraison sociale et d’aberations
métaphysiques, d’abstractions et d’utopies, que de données positives, que
s’il menait à Comte il avait aussi mené à Rousseau»24, sembrerebbe,
almeno agli stranieri, che in Francia, più che altrove, il diritto sia ancora
sotto la sua influenza.

Note supplementari
1. S. GAGNÈR, Studien zur Ideengeschichte der Gesetzgebung, Uppsala 1960, pp. 208 e
242, mostra che il termine «diritto naturale» e «diritto positivo» derivano dall’introduzione
da parte di Gellio, nel secondo secolo d.C., degli aggettivi latini naturalis e positivus, per
rendere il significato delle parole greche physis e thesis. Questo indica che tutta la
confusione legata alla disputa fra il positivismo giuridico e le teorie del diritto naturale
risalgono direttamente alla falsa dicotomia qui discussa, giacché dovrebbe essere ovvio che
sistemi di regole giuridiche (e perciò anche le singole regole che hanno significato solo
come parte di tale sistema) appartengono a quei fenomeni culturali che sono «il risultato
dell’azione umana ma non dell’umano progettare». Vedi su ciò anche il precedente capitolo
quattro.

125
2. Christoph Eucken ha richiamato la mia attenzione sul fatto che la separazione
contenuta nella frase d’apertura delle Storie di Erodoto fra ciò che discende da [le azioni
de] gli uomini (ta genomena ex anthrōpōn] e le loro grandi e stupefacenti opere [erga
megala kai thōmasta] suggerisce che egli fosse più consapevole della distinzione qui fatta
di molti dei successivi compatrioti.

126
7.
La filosofia del diritto e della politica
di David Hume*

È sempre fuorviante etichettare un’epoca con un nome che suggerisca che è


stata guidata da un insieme comune di idee. In particolare, se lo facciamo
con un periodo che si trovava in uno stato di fermento come il Diciottesimo
secolo, se ne falsifica l’immagine. Raggruppare sotto il nome di
«Illuminismo» (Aufklärung) i filosofi francesi, da Voltaire a Condorcet, da
un lato, e i pensatori scozzesi e inglesi, da Mandeville, passando per Hume
e Adam Smith fino a Edmund Burke, dall’altro, significa minimizzare le
differenze che, per l’influenza che questi uomini hanno avuto sul secolo
successivo, sono molto più importanti di ogni superficiale somiglianza che
possa esistere. Per quanto riguarda in particolare David Hume, un molto più
veritiero giudizio è stato recentemente espresso allorché si è detto che «egli
ha rivolto contro l’Illuminismo le sue stesse armi» e si è impegnato «a
sminuire le pretese della ragione, ricorrendo all’uso dell’analisi razionale»1.
L’abitudine di parlare dell’Illuminismo come se esso rappresentasse un
corpo omogeneo di idee in nessun luogo è tanto forte come in Germania; e
c’è una precisa ragione, che ha condotto a tale rappresentazione del
pensiero del Diciottesimo secolo e che ha anche avuto delle conseguenze
molto serie e, a mio avviso, deplorevoli. La ragione è che le idee inglesi del
tempo (che erano state di certo principalmente esposte dagli scozzesi, anche
se non riesco a perdere l’abitudine di dire «inglesi», quando in realtà
intendo «britannici») sono diventate note in Germania soprattutto attraverso
gli intermediari francesi e le loro interpretazioni, spesso arbitrarie. Mi
sembra una delle più grandi tragedie della storia intellettuale e politica il
fatto che in tal maniera i grandi ideali di libertà politica siano diventati noti
sul continente europeo quasi esclusivamente nel modo in cui i francesi,
popolo che non aveva mai conosciuto la libertà, hanno interpretato le
tradizioni, le istituzioni e le idee provenienti da un clima intellettuale e
politico completamente diverso. Lo hanno fatto nello spirito

127
dell’intellettualismo costruttivista, che per brevità chiamerò razionalismo,
uno spirito che era del tutto congeniale all’atmosfera di uno Stato assoluto,
che tentava di disegnare una nuova struttura centralizzata di governo, del
tutto estranea alla più vecchia tradizione che, da ultimo, si era preservata
solo in Gran Bretagna.
Il Diciassettesimo secolo era stato, da entrambe le parti della Manica,
un’era in cui il razionalismo costruttivista aveva dominato. Francesco
Bacone e Thomas Hobbes erano stati portavoce di questo razionalismo non
meno di Cartesio e Leibniz, e persino John Locke non era riuscito a
sottrarsi del tutto a questa influenza. Si trattava di un fenomeno nuovo che
non dev’essere confuso con le linee di pensiero di epoche precedenti che
pure vengono descritte come razionaliste. Per il razionalista, la ragione non
era più la capacità di riconoscere la verità quando egli la trovava espressa,
ma la capacità di giungere alla verità, a partire da premesse esplicite,
attraverso il ragionamento deduttivo2. La tradizione precedente, che era
stata rappresentata dai primi teorici del diritto naturale, era sopravvissuta
principalmente in Inghilterra nelle opere dei grandi giuristi, soprattutto di
Sir Edward Coke e di Matthew Hale (avversari di Bacone e Hobbes), che
erano riusciti a trasmettere una teoria della crescita delle istituzioni, che è
stata altrove sostituita dal dominante desiderio di rifarle intenzionalmente.
Quando però è fallito il tentativo di creare anche in Inghilterra una
monarchia assoluta centralizzata con un suo apparato burocratico, e ciò che
agli occhi continentali sembrava un governo debole è venuto invece a
coincidere con una delle più grandi ondate di forza e prosperità nazionale
noti alla storia, l’interesse per le prevalenti istituzioni «cresciute»
inintenzionalmente ha portato a una ripresa di questo vecchio modo di
pensare. Mentre durante il Diciottesimo secolo il continente era stato
dominato dal razionalismo costruttivista, in Inghilterra è cresciuta una
tradizione che per contrasto è stata talora descritta come «antirazionalista».
Nel Diciottesimo secolo, il primo grande personaggio di questa tradizione
è stato Bernard Mandeville, di origine olandese; molte delle idee che, con
riferimento a David Hume, mi accingo a presentare si possono trovare in
nuce già nelle opere di Mandeville3. Sembra al di là di ogni dubbio che
Hume gli debba molto. Tuttavia, esporrò queste idee nella forma
pienamente compiuta che solo Hume ha dato a esse.
Quasi tutte queste idee si possono già trovare nella seconda parte del
Treatise on Human Nature che Hume ha pubblicato all’età di ventinove

128
anni nel 1740 e che, anche se dapprima è stato quasi completamente
ignorato, è oggi universalmente considerato la sua più grande conquista. I
suoi Essays, che cominciano ad apparire nel 1742, e la sua Enquiry
concerning the Principles of Morals, in cui nove anni più tardi tenta di
riproporre quelle idee in una forma più breve e più semplice, e la sua
History of England, talora contengono miglioramenti nelle formulazioni e
sono state molto più efficaci nella diffusione delle sue idee; ma aggiungono
poche novità alle sue prime affermazioni.
Hume è ovviamente noto soprattutto per la sua teoria della conoscenza e
in Germania è largamente considerato come l’autore che per primo ha posto
i problemi che Immanuel Kant ha poi tentato di risolvere. Ma per Hume
l’obiettivo primario è stato sin dall’inizio quello di proporre una scienza
generale della natura umana, per la quale morale e politica fossero tanto
importanti quanto le fonti della conoscenza. E sembra probabile che in quei
campi, come aveva fatto nell’epistemologia, abbia risvegliato Kant dal suo
«sonno dogmatico». Certamente, Kant e gli altri due grandi liberali
tedeschi, Schiller e Humboldt, hanno conosciuto le opere di Hume meglio
di quanto abbiano fatto le generazioni successive, completamente dominate
dal pensiero francese e in particolare dall’influenza di Rousseau. Tuttavia,
come teorico politico e come storico, Hume non è mai stato adeguatamente
apprezzato nell’Europa continentale. È caratteristico delle fuorvianti
generalizzazioni sul Diciottesimo secolo il fatto che persino oggi tale secolo
venga ancora largamente visto come un periodo privo di senso storico,
affermazione che è sufficientemente vera se riferita al razionalismo
cartesiano che ha dominato in Francia, ma che sicuramente non lo è se
riferita alla Gran Bretagna o almeno a Hume che descriveva le sue come
«l’età storica e la nazione storica»4.
L’aver trascurato Hume come filosofo del diritto e della politica non è un
fatto esclusivo dell’Europa continentale. Persino in Inghilterra, dove ora
finalmente si riconosce che Hume è stato non solo il fondatore della
moderna teoria della conoscenza ma anche uno dei padri della teoria
economica, la sua filosofia della politica e ancor più la sua filosofia del
diritto vengono stranamente neglette. Nelle opere di giurisprudenza
cercheremmo invano il suo nome. Una sistematica filosofia del diritto nasce
in Inghilterra con Jeremy Bentham e John Austin, che erano entrambi
principalmente debitori della tradizione razionalistica continentale
(Bentham doveva molto a Helvetius e Beccaria, e Austin alle fonti

129
tedesche). Ma il più grande filosofo del diritto a cui la Gran Bretagna abbia
prima di Bentham dato i natali e che, detto incidentalmente, aveva studiato
per divenire giurista, in pratica non ha avuto alcuna influenza su quello
sviluppo5.
Tutto ciò diviene ancora più rimarchevole, se si pensa che Hume ci ha
probabilmente dato l’unica completa formulazione di filosofia del diritto e
della politica successivamente nota col nome di liberalismo. Oggi è quasi
generalmente riconosciuto che il programma del liberalismo del
Diciannovesimo secolo conteneva due elementi distinti e per certi versi
addirittura antagonistici, il liberalismo vero e proprio e la tradizione
democratica. Di questi, solo la seconda, la democrazia, è essenzialmente di
origine francese, ed è stata aggiunta nel corso della Rivoluzione francese
alla più antica tradizione individualistica e liberale proveniente
dall’Inghilterra. La difficile coesistenza a cui i due ideali hanno dato luogo
durante il Diciannovesimo secolo non ci porta a ignorare le loro origini e i
loro differenti caratteri. L’ideale liberale di libertà personale era stato
dapprima formulato in Inghilterra che, per tutto il Diciottesimo secolo, era
stata l’invidiata terra della libertà e le cui istituzioni e dottrine politiche
avevano fatto da modello ai teorici di ogni altro Paese. Tali dottrine erano
quelle del partito Whig, ossia le dottrine della Gloriosa Rivoluzione del
1688. Ed è, diversamente da quel che si crede, in Hume e non in Locke, che
pure aveva fornito la giustificazione di quella rivoluzione, che si trova la
formulazione più compiuta di quella dottrina.
Se ciò non è più largamente riconosciuto è in parte conseguenza
dell’erronea credenza che Hume fosse un Tory piuttosto che un Whig. Egli
ha acquistato questa reputazione, perché nella sua History, da uomo
profondamente giusto, ha difeso i capi del partito Tory da molte delle sleali
accuse rivolte contro di loro, e perché, in ambito religioso, ha rimproverato
ai Whigs l’intolleranza che, in contrasto con la loro dottrina, mostravano nei
confronti delle tendenze cattoliche prevalenti tra i Tories. Egli stesso ha
spiegato molto fedelmente la sua posizione quando, con riferimento alla sua
History, ha scritto: «la mia visione delle cose è più conforme ai princìpi dei
Whigs; la mia rappresentazione delle persone ai pregiudizi dei Tories»6. Un
arcireazionario come Thomas Carlyle, che una volta ha descritto Hume
come «il padre di tutti i futuri Whigs»7, ha colto la sua posizione più
esattamente della maggioranza dei liberali del Diciannovesimo e del
Ventesimo secolo.

130
Al comune fraintendimento del pensiero di Hume e al fatto di averlo
trascurato come eminente filosofo della teoria liberale della politica e del
diritto ci sono delle eccezioni. Una di queste è costituita da Friedrich
Meinecke, che nel suo Entstehung des Historismus spiega chiaramente in
che cosa per Hume «consistesse il senso della storia inglese: nel passaggio
da un governement of will a un governement of laws. Rendere perspicuo
questo processo – infinitamente faticoso ed anche odioso, ma che si
concludeva in un bene – in tutta la sua complicazione e in tutte le sue fasi,
era e, più ancora, divenne il suo proposito […]. Una questione
sostanzialmente politica divenne il tema generale dell’opera sua. Solo da tal
punto di vista, è possibile comprendere ciò che è stato finora sempre
trascurato»8.
Non era compito di Meinecke rintracciare questa interpretazione della
storia risalendo all’opera filosofica di Hume, dove ha potuto trovare il
fondamento teorico dell’ideale che aveva guidato lo stesso Hume alla
stesura della sua History. Può essere vero che attraverso quella opera
storica Hume sia riuscito a diffondere questo ideale più che attraverso la
sua filosofia. La History di Hume ha probabilmente concorso a diffondere
nel Diciottesimo secolo il liberalismo dei Whigs in tutta l’Europa, così
come è stato fatto dalla History di Macaulay nel Diciannovesimo secolo.
Ma ciò non toglie che, se cerchiamo un’affermazione esplicita e ragionata
di questo ideale, dobbiamo rivolgerci alle sue opere filosofiche, il Treatise
e l’esposizione più semplice e più elegante che si rinviene negli Essays e
nelle Enquiries.
Non è un caso che Hume abbia sviluppato le sue idee politiche e
giuridiche nelle sue opere filosofiche. Queste sono più intimamente legate
alle sue concezioni filosofiche generali, specialmente alle sue visioni
scettiche sugli «angusti confini della comprensione umana». Il suo interesse
era per la natura umana in generale, e la sua teoria della conoscenza era
intesa principalmente come un gradino verso la comprensione della
condotta dell’uomo come essere morale e come membro della società. Egli
ha creato soprattutto una teoria della crescita delle istituzioni umane che è
divenuta la base della sua affermazione della libertà e il fondamento delle
opere dei grandi filosofi morali scozzesi come Adam Ferguson, Adam
Smith e Dugald Stewart, che oggi vengono considerati i principali antenati
della moderna antropologia evoluzionista. La sua opera ha anche fornito la
base su cui hanno lavorato gli autori della Costituzione americana9 e in una

131
certa misura ha fornito anche la base alla filosofia di Edmund Burke, che è
più vicina e più direttamente debitrice a Hume di quanto venga
generalmente riconosciuto10.
Il punto di partenza di Hume è la sua teoria antirazionalistica della
morale, la quale mostra che, per quanto concerne la creazione delle regole
morali, «la ragione da sola è del tutto impotente» e «le regole della morale
non sono perciò il prodotto della nostra ragione»11. Hume dimostra che le
nostre credenze morali non sono naturali, nel senso di innate, né una
deliberata invenzione della ragione umana, bensì un «artefatto» nel senso
specifico in cui egli introduce questo termine, ossia un prodotto, come
diremmo noi, dell’evoluzione culturale. In tale processo di evoluzione, ciò
che ha condotto a uno sforzo umano più efficace è sopravvissuto, e il meno
efficace è stato sostituito. Come ha acutamente osservato uno scrittore
contemporaneo,
«gli standard di moralità e giustizia sono ciò che Hume chiama «artefatti»; non sono
decretati divinamente, non sono parte integrante della natura umana originaria, non sono
rivelati dalla ragion pura. Sono il risultato dell’esperienza pratica dell’umanità, e l’unico
elemento di valutazione nel lento banco di prova del tempo è l’utilità che ogni regola
morale può mostrare nella promozione del benessere umano. Hume può essere definito
un precursore di Darwin nel campo dell’etica. Infatti, ha proclamato una dottrina della
sopravvivenza delle più adatte istituzioni umane, più adatte in termini di massima utilità
sociale»12.

Tuttavia, è nella sua analisi delle circostanze che hanno determinato


l’evoluzione delle principali istituzioni giuridiche, in cui spiega perché una
civiltà complessa può fiorire solo laddove si siano sviluppati certi tipi di
istituzioni giuridiche, che egli rende uno dei suoi più grandi contributi alla
giurisprudenza. Nella discussione di questi problemi, la sua teoria
economica, politica e del diritto sono intimamente connesse. Hume è in
verità uno dei pochi teorici sociali chiaramente consapevoli del legame tra
le regole a cui obbediscono gli uomini e l’ordine che ne deriva come
risultato.
Il passaggio dal piano della spiegazione a quello degli ideali non lo
spinge comunque a confondere illegittimamente fatti e valori. Nessuno è
stato più critico, o più esplicito di lui, sull’impossibilità di un passaggio
logico dall’essere al dovere essere13, sul fatto che «un principio attivo non

132
può mai fondarsi su un principio inattivo»14. Ciò che egli si impegna a fare
è mostrare che certe caratteristiche che apprezziamo della società moderna
dipendono da condizioni che non sono state create per portare a questi
risultati, anche se quelle sono i presupposti indispensabili di questi. Si tratta
di istituzioni «vantaggiose per il pubblico anche se [...] non sono state
ideate dai loro inventori per quello scopo»15. Hume in effetti mostra che
una società ordinata può svilupparsi solo se gli uomini imparano a obbedire
a certe regole di condotta.
La sezione del Treatise che è dedicata alle «origini della giustizia e della
proprietà» e che esamina «il modo in cui le regole di giustizia vengono
stabilite mediante l’artificio degli uomini»16 costituisce il suo contributo più
importante in questo campo. Parte dal fatto che è solo la vita all’interno di
una società che dà a quell’animale debole, l’uomo, i suoi poteri eccezionali.
Descrive in modo conciso i vantaggi della «separazione dei compiti»17 (che
Adam Smith ha reso celebre con l’espressione di Mandeville «divisione del
lavoro»), e mostra che gli ostacoli verso l’unione in società vengono
gradualmente superati. Tra questi, i principali sono in primo luogo costituiti
dall’interesse predominante dell’individuo per i propri bisogni o quelli dei
suoi compagni più prossimi, e in secondo luogo la scarsità (termine di
Hume!) dei mezzi, ossia il fatto che «essi non si trovano in quantità
sufficiente a realizzare i desideri e le necessità di tutti»18. Pertanto, è «il
concorso di certe qualità della mente umana e della situazione degli oggetti
esterni»19 a creare ostacoli alla collaborazione armoniosa: «Le qualità della
mente sono l’egoismo e una generosità limitata; e la situazione degli
oggetti esterni è data dalla loro facilità di cambiare possessore, e della loro
scarsità rispetto ai bisogni e ai desideri degli uomini»20. Se non fosse per
questi fatti, nessuna legge sarebbe mai stata necessaria, né sarebbe stata
pensata: «se gli uomini fossero forniti di tutto con la stessa abbondanza, o
se tutti avessero per tutti gli altri lo stesso affetto e la stessa tenerezza che
provano per se stessi, la giustizia e l’ingiustizia sarebbero egualmente
ignote all’umanità»21. «A che scopo dividere i beni, se ognuno possiede già
più di quanto è sufficiente? [...] Perché chiamare mio questo oggetto se,
quando un altro se ne impadronisce, mi basta stendere la mano per
impadronirmi d’un oggetto dello stesso valore? La giustizia in tal caso,
essendo del tutto inutile, sarebbe perciò un ozioso cerimoniale»22. È quindi
«solo dall’egoismo e dalla limitata generosità degli uomini, oltre che dalle
insufficienti risorse che la natura ha predisposto per i loro bisogni, che la

133
giustizia trova le sue origini»23.
È pertanto la natura delle circostanze, che Hume chiama «la necessità
della società umana», che fa sorgere le «tre fondamentali leggi di natura»24:
quella della «stabilità del possesso, della sua trasferibilità per consenso e
del mantenimento delle promesse»25, di cui l’intero sistema giuridico è
semplicemente un’elaborazione. Tuttavia, queste regole non sono state
intenzionalmente inventate dagli uomini per risolvere un problema che
avevano individuato (sebbene promuoverle sia diventato un compito della
legislazione). Hume si dà molta pena per mostrare, per ognuna di queste
regole, come l’interesse personale porterà a renderle maggiormente
osservate e infine a renderle obbligatorie. «La regola della stabilità del
possesso – scrive per esempio – sorge gradualmente e acquista forza
attraverso un lento processo e in virtù di una reiterata esperienza degli
inconvenienti derivanti dal trasgredirla»26. Allo stesso modo, «è evidente
che, se gli uomini regolassero la loro condotta [per quanto riguarda il
mantenimento delle promesse] in vista di un particolare interesse, si
ritroverebbero in una confusione senza fine»27. Hume pone in evidenza che,
alla stessa maniera in cui sorgono le regole di giustizia, «anche le lingue si
sono gradualmente stabilite grazie a delle convenzioni umane e senza
alcuna promessa; e analogamente l’oro e l’argento sono diventati le comuni
misure di scambio»28. La legge e la morale, come il linguaggio e la moneta,
non sono, come dire, invenzioni intenzionali bensì istituzioni o
«formazioni» che sono cresciute. Per evitare l’impressione che la sua enfasi
sull’utilità provata significhi che gli uomini abbiano adottato quelle
istituzioni perché avevano previsto la loro utilità, egli sottolinea che in ogni
suo riferimento all’utilità «immagina soltanto che a quelle conclusioni si sia
giunti tutto d’un tratto, mentre in realtà sono sorte quasi impercettibilmente
e per gradi»29.
Regole di questo tipo devono essere riconosciute prima che la gente arrivi
ad acconsentire o a vincolarsi, con una promessa o con un contratto, a
qualsiasi forma di governo. Di conseguenza
«sebbene agli uomini sia possibile far vivere una piccola società incolta senza un
governo, non è tuttavia possibile che una qualsiasi società viva senza la giustizia e senza
il rispetto delle tre fondamentali leggi relative alla stabilità del possesso, al suo
trasferimento mediante consenso e al mantenimento delle promesse. Queste leggi sono
perciò antecedenti al governo, […] sebbene il governo, al suo primo stabilirsi, dovrebbe

134
trarre i suoi obblighi da quelle leggi di natura, e in particolare da quella relativa
all’adempimento delle promesse30.

Altra preoccupazione di Hume è mostrare che è solo l’applicazione


universale delle stesse «regole di giustizia generali e inflessibili» che
assicurerà l’instaurazione di un ordine generale, e che questo (e non
obiettivi o risultati particolari) deve guidare l’applicazione delle regole, se
il risultato dev’essere un ordine. Ogni iniziativa degli individui porterebbe
al completo naufragio di quella meta. È questa una posizione intimamente
legata alla convinzione da parte di Hume che gli uomini siano di vista corta,
che abbiano cioè la propensione a preferire il vantaggio immediato anziché
il guadagno futuro, siano incapaci di farsi guidare dal giusto apprezzamento
del loro vero interesse di lungo termine, se non vengono vincolati da regole
generali e inflessibili, che si applicano al caso particolare senza riguardo
per le conseguenze.
Queste idee, dapprima sviluppate nel Treatise, da cui ho finora tratto le
citazioni, diventano più rilevanti nelle opere successive di Hume, in cui
sono anche più nettamente legate ai suoi ideali politici. La loro
affermazione più chiara si trova nella terza Appendice alla Enquiry
concerning the Principles of Morals31. A tutti coloro i quali volessero
conoscere la filosofia del diritto di Hume consiglierei di cominciare con le
sei pagine (272-278 del secondo volume dell’edizione standard degli
Essays) e di procedere all’indietro fino alle teorie più complete contenute
nel Treatise. Continuerò però a fare citazioni principalmente dallo stesso
Treatise, perché qui le singole affermazioni hanno spesso una freschezza
maggiore, anche se nel complesso l’esposizione risulta a volte piuttosto
prolissa.
La debolezza delle menti degli uomini (o gli «angusti confini della
comprensione umana», come direbbe Hume, o la loro inevitabile ignoranza,
come preferirei dire io) senza regole fisse avrebbe come risultato che gli
uomini
«agirebbero, nella maggior parte delle occasioni, secondo giudizi particolari e
prenderebbero in considerazione i caratteri e le circostanze delle persone, così come la
natura generale della questione. Ma è facile rendersi conto che ciò produrrebbe una
infinita confusione nella società umana, e che l’avidità e la parzialità degli uomini
introdurrebbero rapidamente il disordine nel mondo, se non fossero frenate da alcuni

135
princìpi generali e inflessibili»32.

Tuttavia, le regole della legge


non derivano dal fatto che una certa particolare persona o la società ricaverebbero dal
godimento di certi beni particolari [...]. La giustizia, nelle sue decisioni, non tiene conto
dell’adeguatezza e dell’inadeguatezza degli oggetti alle singole persone, ma procede
tenendo conto di prospettive più ampie»33. In particolare: «La relazione di
appropriatezza ossia di convenienza non deve mai entrare in gioco nel distribuire le
proprietà al genere umano»34. Un atto isolato di giustizia è addirittura «spesso contrario
all’interesse pubblico; e, se dovesse restare isolato, senza essere seguito da altri atti,
potrebbe di per sé risultare molto dannoso per la società.[...]. Né ogni singolo atto di
giustizia, considerato isolatamente, è più orientato all’interesse privato che a quello
pubblico [...]. Ma sebbene singoli atti di giustizia possano essere contrari all’interesse
pubblico che a quello privato, è certo che il piano o lo schema nel suo complesso è
estremamente utile, anzi, assolutamente necessario, tanto come sostegno per la società
quanto per il benessere di ogni individuo35.

Oppure, come scrive Hume nell’Appendice all’Enquiry,

il beneficio che deriva [dalle virtù sociali di giustizia e fedeltà] non è la conseguenza di
ogni singolo atto preso nella sua individualità, ma scaturisce dall’intero piano o sistema,
a cui concorre l’intera società, o la sua maggiore parte [...]. Il risultato degli atti
individuali è, in molti casi, completamente opposto a quello dell’intero sistema di azioni;
il primo può essere estremamente dannoso, mentre il secondo è, quanto mai vantaggioso
[...]. Il suo vantaggio sorge solo dall’osservanza della regola generale; e ciò è abbastanza,
se da ciò derivi un compenso a tutti i mali e gli inconvenienti che discendono dai
caratteri e dalle situazioni particolari36.

Hume si rende chiaramente conto che sarebbe contrario a tutto lo spirito del
sistema se a guidare la giustizia e il governo, anziché regole giuridiche
generali e inflessibili, fosse il merito individuale: dovesse l’umanità
applicare una regola
che assegna maggiore proprietà alla virtù più diffusa, e dare a tutti il potere di fare del
bene in base alle proprie inclinazioni [...] l’incertezza del merito sarebbe talmente
grande, sia per la sua naturale oscurità, sia per l’alta considerazione che ciascun

136
individuo ha di sé, che non ne deriverebbe alcuna precisa regola di condotta e
l’immediata conseguenza sarebbe la dissoluzione totale della società37.

Ciò deriva necessariamente dal fatto che la legge può riguardare solo
«l’adempimento esterno [che] non ha alcun merito. [Mentre], per trovare la
qualità morale, dobbiamo guardare all’interno di ciascuno»38. In altre
parole, non ci possono essere regole per ricompensare il merito, né regole
di giustizia distributiva, perché non esistono circostanze che non possono
influenzare il merito, mentre le regole individuano sempre le sole
circostanze che sono rilevanti.
Non posso qui chiarire ulteriormente il punto in cui Hume elabora la
distinzione tra regole di giustizia generali e astratte, e gli scopi particolari e
concreti dell’azione individuale e pubblica. Spero che ciò che è stato detto
finora sia sufficiente a mostrare quanto sia cruciale questa distinzione per
tutta la filosofia del diritto di Hume, e quanto sia di conseguenza discutibile
il punto di vista prevalente che ho trovato concisamente espresso in una tesi
di dottorato, per il resto eccellente, discussa a Friburgo e secondo cui «la
storia moderna del concetto di legge generale comincia con Kant»39. Quello
che Kant ha detto a quel proposito sembra derivare direttamente da Hume.
Ciò diventa ancora più evidente quando dalla parte più teorica passiamo
alla parte più pratica della esposizione di Hume, specialmente alla sua
concezione del governo della legge, e non degli uomini40, e alla sua idea
generale di libertà sotto la legge. C’è qui la più completa articolazione delle
dottrine dei Whigs o liberali, resa familiare al pensiero continentale da Kant
e dai successivi teorici del Rechtsstaat. Si dice talvolta che Kant abbia
sviluppato la sua teoria del Rechtsstaat attraverso l’applicazione della sua
concezione morale dell’imperativo categorico alle questioni pubbliche41.
Probabilmente è accaduto il contrario; Kant ha sviluppato la sua teoria
dell’imperativo categorico, applicando alla morale il concetto di governo
della legge che aveva trovato pronto.
Non posso occuparmi della filosofia politica di Hume così
dettagliatamente come ho invece fatto con la sua filosofia del diritto. È
estremamente ricca, ma anche in qualche misura più nota di quest’ultima.
Tralascerò completamente la sua importante e specifica discussione su
come ogni governo sia guidato dall’opinione, tralascerò il tema delle
relazioni tra opinione e interesse e quello relativo a come si forma
l’opinione. I pochi punti che considererò sono quelli in cui la sua teoria

137
politica si lega direttamente alla sua teoria del diritto, prenderò – in
particolare – in esame le sue idee sui rapporti tra diritto e libertà.
Nelle sue ultime affermazioni su questi problemi, nel saggio On the
Origins of Government, aggiunto nel 1770 ai suoi Essays, Hume scrive:
il governo che, viene comunemente chiamato libero è quello che ammette una divisione
del potere tra numerose persone, la cui unica autorità, presa nel suo insieme, non è
minore, o è di solito anche maggiore di quella di un qualunque monarca; ma tali persone
nel corso normale dell’amministrazione, devono agire in base a leggi generali e uguali,
previamente note a tutti i membri e a tutti i sottoposti a esse. In questo senso, si deve
riconoscere che la libertà è la perfezione della società civile42.

In precedenza, nella stessa serie di saggi, Hume aveva spiegato che in un


governo del genere è necessario

nutrire un vigile sospetto o gelosia nei confronti dei magistrati, per impedire ogni potere
discrezionale e per rendere sicure la vita e la fortuna di tutti attraverso leggi generali e
inflessibili. Nessuna azione dev’essere considerata un crimine, all’infuori di quella che la
legge ha con chiarezza ritenuto tale43;

e aveva aggiunto:

A tutte le leggi generali si accompagnano degli inconvenienti, quando esse vengono


applicate ai casi particolari; e si richiedono grande acume e lunga esperienza per
accorgersi che questi inconvenienti sono minori di quelli che derivano dai poteri
pienamente discrezionali di ciascun magistrato, e anche per discernere quali leggi
generali, tra tutte, sono accompagnate da minori inconvenienti. Questa è una materia
tanto difficile che gli uomini hanno compiuto dei passi avanti persino nell’arte sublime
della poesia e dell’eloquenza, in cui lampi di genio e immaginazione assistono i loro
progressi, prima di giungere a qualche notevole raffinamento nelle leggi municipali,
dove i miglioramenti sono determinati soltanto da frequenti prove e da diligenti
osservazioni44.

E nella sua History of England, parlando della Rivoluzione del 1688, narra
con fierezza che
non vi era alcun governo al mondo, a quell’epoca, né forse si può ritrovare nelle
testimonianze di alcuna storia, che sia esistito senza la mescolanza di qualche autorità

138
arbitraria, affidata a qualche magistrato; e potrebbe sembrare ragionevolmente dubbio
che una società umana possa mai arrivare a un tale stato di perfezione da riuscire a
reggersi da sola senza alcun altro controllo se non quello delle massime generali e
rigorose del diritto e dell’equità. Ma il parlamento ha giustamente ritenuto che il Re fosse
un magistrato troppo eminente per affidargli un potere discrezionale, che egli avrebbe
potuto usare molto facilmente per distruggere la libertà. E in quella circostanza si è visto
che, sebbene dalla massima di osservare rigorosamente la legge sorgano degli
inconvenienti, i vantaggi sono talmente più numerosi da rendere gli Inglesi infinitamente
grati alla memoria dei loro antenati che, dopo ripetuti contrasti, hanno alla fine istituito
quel nobile principio45.

Non approfitterò della vostra pazienza con ulteriori citazioni, per quanto sia
forte la tentazione di mostrare nei dettagli il modo in cui Hume abbia
tentato di porre nettamente, da un lato,
tutte le leggi di natura che regolano la proprietà e che, come tutte le leggi civili, sono
generali e riguardano soltanto alcune circostanze essenziali del caso, senza prendere in
considerazione i caratteri, le situazioni e le relazioni della persona interessata o le
conseguenze particolari che possono nascere dall’applicazione di queste leggi a ciascun
caso particolare46

e, dall’altro lato, quelle regole che determinano l’organizzazione


dell’autorità47; non indugerò nemmeno sulle correzioni apportate da Hume
al manoscritto delle sue opere, correzioni che mostrano come egli sia stato
attento nel porre le «regole di giustizia» al posto delle «leggi della
società»48, dove ciò è sembrato opportuno per rendere chiaro quel che egli
intendeva dire. Per concludere, vorrei tornare su un altro punto a cui ho
fatto riferimento prima: l’importanza generale del sua spiegazione
«evoluzionistica» della nascita del diritto e delle altre istituzioni.
Ho precedentemente descritto la dottrina di Hume come una teoria della
crescita di un ordine che ha fornito le basi alle sue argomentazioni in favore
della libertà. Ma questa teoria ha fatto di più. Sebbene il suo obiettivo
primario fosse quello di dar conto dell’evoluzione delle istituzioni sociali,
sembra che egli sia stato chiaramente consapevole del fatto che le stesse
argomentazioni potessero essere usate anche per spiegare l’evoluzione degli
organismi biologici. Nei Dialogues on Natural Religion, pubblicati
postumi, Hume allude a una simile applicazione. Egli pone in evidenza che

139
«la materia può essere suscettibile di molte e grandi rivoluzioni, per i
periodi senza fine, di durata eterna. I cambiamenti incessanti a cui è
sottoposta ogni sua parte sembrano suggerire tali generali
trasformazioni»49. Il piano apparente delle «parti negli animali e nei
vegetali e il loro strano adattarsi gli uni agli altri» non sembra a Hume che
abbia bisogno di un pianificatore, poiché «come potrebbe sussistere un
animale se le sue parti non si adattassero reciprocamente? Non vediamo che
esso perisce immediatamente se tale adattamento cessa, e non vediamo che
la sua materia corrompendosi prova nuove forme?»50. «Nessuna forma può
sussistere se non possiede quei poteri e quegli organi necessari alla sua
sussistenza: si deve tentare qualche nuovo ordine o economia, e così via,
senza interferenze finché alla fine si arriva a qualche ordine che possa
sostenersi e mantenersi»51.
Perché mai – continua Hume – l’uomo dovrebbe pretendere di escludersi dagli altri
animali [...] la guerra perpetua che infuria tra tutte le creature viventi»52 ha effetti anche
sulla sua evoluzione. Ci sono voluti altri cento anni prima che Darwin alla fine
descrivesse questa «lotta per l’esistenza.

Ma la trasmissione delle idee da Hume a Darwin è ininterrotta e può essere


tracciata dettagliatamente53.
Vorrei concludere questa discussione sull’insegnamento di Hume, dando
uno sguardo al destino che ha avuto negli ultimi duecento anni. Focalizzerei
l’attenzione in particolare sull’anno 1766, anno in cui Pitt ha difeso per
l’ultima volta gli antichi princìpi dei Whigs in appoggio alle richieste delle
colonie americane, e l’anno prima che il Parlamento, con l’affermazione
della sua pretesa di onnipotenza, non solo conducesse a una brusca fine il
più glorioso periodo dello sviluppo dei princìpi politici, ma producesse
anche la causa della rottura finale con le colonie americane. In quell’anno,
David Hume, che allora aveva essenzialmente completato la sua opera e
all’età di cinquantacinque anni era divenuto uno dei personaggi più
celebrati della sua epoca, con straordinaria bontà, porta dalla Francia
all’Inghilterra un uomo altrettanto famoso, che era solo qualche mese più
giovane di lui, ma che aveva vissuto in povertà e, a suo giudizio, era stato
continuamente perseguitato: Jean-Jacques Rousseau. Questo incontro tra il
filosofo sereno e addirittura placido, noto ai francesi come «le bon David»,
e l’instabile, inaffidabile e mezzo matto idealista, che nella sua vita privata

140
aveva ignorato tutte le regole morali, costituisce uno degli episodi più
drammatici della storia intellettuale. Non poteva che finire in uno scontro
violento, e non può esserci oggi alcun dubbio, per chiunque legga tutta la
storia, su quale dei due fosse la figura intellettuale e morale più grande.
In un certo senso, la loro opera era stata diretta contro lo stesso
razionalismo dominante nella loro epoca. Tuttavia, mentre Hume, per
ripetere una frase che ho già citato, aveva tentato di «ridurre le pretese della
ragione attraverso l’analisi razionale», Rousseau contrapponeva a quella
solo la sua incontrollata emozione. Chi allora, osservando quell’incontro,
avrebbe creduto che sarebbero state le idee di Rousseau, e non quelle di
Hume, a guidare lo sviluppo politico dei due secoli successivi? Eppure,
questo è ciò che è accaduto. Sono state l’idea di democrazia dovute a
Rousseau, e le sue concezioni ancora del tutto razionaliste del contratto
sociale e della sovranità popolare, a sommergere gli ideali della libertà sotto
la legge e del governo limitato dalla legge. È stato Rousseau e non Hume
ad accendere l’entusiasmo delle successive rivoluzioni, rivoluzioni che
hanno creato il governo moderno sul continente europeo e hanno guidato il
declino degli ideali del vecchio liberalismo e l’avvicinamento alla
democrazia totalitaria nel mondo intero. Come si è giunti a tale sviluppo?
Ritengo che la spiegazione risieda in gran parte nell’accusa che, in
qualche misura giustamente, è stata spesso rivolta contro Hume, ossia
l’accusa che la sua filosofia fosse essenzialmente negativa. Da grande
scettico, con la sua profonda convinzione dell’imperfezione di ogni umana
ragione e conoscenza, non si aspettava molti beni positivi
dall’organizzazione politica. Sapeva che i più grandi valori politici, la pace,
la libertà e la giustizia, sono nella loro essenza negativi, sono cioè una
protezione contro il male piuttosto che dei doni positivi. Nessun uomo ha
lottato più ardentemente per la pace, la libertà e la giustizia. Ma Hume
vedeva chiaramente che ogni ulteriore ambizione che volesse stabilire un
altro tipo di giustizia positiva sulla terra costituiva una minaccia per quei
valori. Come ha scritto nell’Enquiry:
I fanatici possono supporre che il potere sia fondato sulla grazia, e che solo i santi
ereditano la terra; ma il magistrato civile molto giustamente pone questi sublimi teorici
sullo stesso piano dei ladri comuni ed insegna loro con la disciplina più severa che una
regola, che dal punto di vista speculativo può sembrare la più vantaggiosa per la società,
può tuttavia rivelarsi in pratica del tutto perniciosa e distruttiva54.

141
Non dalla bontà degli uomini, ma da istituzioni capaci di costringere
l’interesse «anche degli uomini malvagi a rivolgersi al bene pubblico»55
egli si aspettava pace, libertà e giustizia. Sapeva che in politica «si deve
supporre che ogni uomo sia un furfante»; sebbene, come ha aggiunto,
«sembra alquanto strano che una massima falsa di fatto debba essere vera in
politica»56.
Era lontano dal negare che il governo avesse anche compiti positivi.
Come successivamente Adam Smith, sapeva che è solo grazie ai poteri
discrezionali concessi al governo che

vengono costruiti ponti, aperti porti, innalzati bastioni, formati canali, allestite flotte e
addestrati eserciti; e questo sempre grazie a quel governo che, sebbene costituito da
individui soggetti a tutte le debolezze umane, diventa, attraverso una delle invenzioni più
belle e sottili che si possono immaginare, un composto che è, in qualche misura, esente
da tutti quei difetti57.

Tale invenzione consiste nel fatto che, in quei compiti in cui contano gli
scopi positivi e di conseguenza l’opportunità, al governo non venga affidato
alcun potere di coercizione e sia soggetto alle stesse regole generali e
inflessibili, che puntano a un ordine complessivo tramite la creazione delle
sue condizioni negative: pace, libertà e giustizia.

142
8.
Il dilemma della specializzazione*

Nel corso della commemorazione della fondazione di un centro di ricerca


all’interno della nostra Università, i nostri pensieri hanno spesso
inevitabilmente toccato i problemi relativi al rapporto tra ricerca e
istruzione, e dell’istruzione per la ricerca. Di conseguenza, sembra
opportuno dedicare questa ultima serata a una connessa questione, che
preoccupa molti di noi. La ricerca richiede necessariamente
specializzazione, spesso in un ambito molto ristretto. Probabilmente è
anche vero che gli standard elevati richiesti da una fruttuosa opera
scientifica possono essere raggiunti solo attraverso la completa padronanza
di almeno un campo, il che oggi significa che si deve trattare di un campo
ristretto, che deve avere poi i propri standard rigidamente stabiliti. Una
progressiva tendenza alla specializzazione sembra pertanto inevitabile, e
appare destinata a continuare e ad aumentare, sia nella ricerca che
nell’istruzione universitaria.
Ciò vale ovviamente per tutti i settori della scienza, e non è un’esclusiva
peculiarità dello studio della società, che è il nostro particolare interesse. È
un fatto molto significativo che la triste battuta sullo specialista che
conosce sempre di più su sempre di meno sia diventata pressoché l’unica
cosa che tutti pensano di sapere della scienza. Tuttavia, mi sembra che a
questo proposito esistano differenze importanti tra i vari campi e
circostanze specifiche che devono ammonirci a non accettare troppo
frettolosamente nelle scienze sociali una tendenza che gli scienziati della
natura possono ritenere una deplorevole necessità cui sottostare
impunemente. Può essere che il chimico, o il fisiologo, abbia ragione a
ritenere che diventerà un chimico o un fisiologo migliore, se si concentrerà
sulla sua materia a scapito della sua cultura generale. Nondimeno, nello
studio della società, la concentrazione esclusiva su una specialità ha un
effetto particolarmente nocivo: non soltanto ci impedisce di essere una
gradevole compagnia o dei buoni cittadini, ma può indebolire la

143
competenza che abbiamo nel nostro campo, o almeno in alcuni dei compiti
più importanti che dobbiamo svolgere. Il fisico che sia solo un fisico può
essere un fisico di prima classe e allo stesso tempo uno dei più pregevoli
membri della società. Ma nessuno può essere un grande economista, se è
solo un economista, e sono persino tentato di aggiungere che l’economista
che sia solo un economista è probabile che diventi un fastidio se non
addirittura un pericolo.
Non ho intenzione di radicalizzare una differenza che, in ultima analisi, è
sicuramente una differenza di grado; ma essa sembra a me ancora tanto
grande che ciò che in un campo è un peccato veniale, in un altro è un
peccato mortale. Quello a cui siamo di fronte è un vero dilemma impostoci
dalla natura della nostra materia o, dovrei forse dire, dalla diversa
importanza che dobbiamo attribuire al concreto e al particolare rispetto al
generale e al teorico. Sebbene la relazione logica tra la teoria e la sua
applicazione sia ovviamente la stessa in tutte le scienze, e sebbene la teoria
sia del tutto indispensabile nel nostro ambito come in qualsiasi altro, non
c’è nulla che neghi che l’interesse dello scienziato della natura sia
concentrato sulle leggi generali, mentre il nostro interesse in ultima analisi
è principalmente rivolto all’evento particolare, individuale e unico, e in un
certo senso le nostre teorie sono più lontane dalla realtà, richiedono molta
più conoscenza supplementare prima di poter essere applicate a casi
particolari.
Ne risulta che nelle scienze naturali la specializzazione è prevalentemente
ciò che potrebbe definirsi specializzazione sistematica, ossia
specializzazione in una disciplina teorica, mentre almeno nella ricerca delle
scienze sociali la specializzazione su argomenti è più comune. Ancora una
volta questo contrasto non è ovviamente assoluto. L’esperto nella
topografia di Marte, nell’ecologia del Niassa o nella fauna del triassico è
uno specialista su un argomento come qualsiasi altro nelle scienze sociali;
eppure, perfino in quel caso, l’ammontare di conoscenza generale che
qualifica lo specialista nelle scienze naturali è probabilmente maggiore che
in quelle sociali. L’ecologo avrà bisogno di imparare meno quando passa
dal Niassa all’Alaska rispetto all’archeologo che passa da Creta al Perù. Il
primo dei due è già pronto, mentre il secondo richiede almeno una nuova
preparazione.
Un’ulteriore conseguenza è che la disparità tra l’età in cui una mente
lavora al meglio e l’età in cui si può avere accumulato la conoscenza

144
richiesta per essere uno specialista competente diventa sempre più grande,
man mano che dalle materie puramente teoriche passiamo a quelle in cui la
parte preponderante è l’interesse per il concreto. Ognuno di noi
probabilmente vive la maggior parte della sua vita sulla base delle idee che
si è formato quando era giovanissimo. Tuttavia, mentre per il matematico o
per lo studioso di logica ciò significa poter fare la sua scoperta migliore a
diciotto anni, lo storico, all’altro estremo, può giungere alla sua opera
migliore a ottanta anni.
Spero di non essere frainteso se identifico la differenza tra le scienze
naturali e le scienze sociali con quella tra le scienze teoriche e le scienze
storiche. Questo non è sicuramente il mio punto di vista. Non sto
difendendo quella concezione errata secondo cui lo studio della società non
è che storia, ma intendo semplicemente sottolineare che il bisogno di
comprendere la storia sorge in ogni applicazione del nostro sapere. Il grado
di astrazione richiesto nel nostro campo dalle discipline teoriche rende
queste tanto teoriche quanto almeno le scienze naturali, se non di più. Qui
però sta esattamente la fonte della nostra difficoltà. Non solo il singolo
esempio concreto per noi è molto più importante di quanto lo sia per le
scienze naturali, ma il cammino che va dalla costruzione teorica alla
spiegazione del particolare è anche molto più lungo.
Quasi per tutte le applicazioni del nostro sapere a casi concreti, la
conoscenza di una disciplina, e persino di tutto il sapere scientifico che
possiamo consigliare su quella materia, sarà solo una piccola parte delle
basi che sostengono le nostre opinioni. Vorrei parlare innanzitutto del
bisogno di usare i risultati di discipline scientifiche diverse dalle nostre,
anche se ciò va al di là di quel che è richiesto. Che la realtà concreta non sia
divisibile in singoli oggetti corrispondenti alle varie discipline scientifiche è
un luogo comune, ma un luogo comune che limita fortemente la nostra
competenza a pronunciarci come scienziati su ogni evento particolare.
Raramente nella società c’è un singolo fenomeno o evento che possiamo
trattare in modo adeguato senza conoscere molti aspetti di numerose
discipline, per non parlare della necessaria conoscenza di fatti particolari.
Ciascuno di noi non può che sentirsi molto umile, allorché riflette su quanto
avrebbe dovuto veramente sapere per dare conto persino dei processi sociali
più semplici o per essere in grado di dare consigli sensati su quasi ogni
questione politica. Probabilmente siamo così abituati a questa impossibilità
di conoscere ciò che idealmente dovremmo sapere da essere solo di rado

145
completamente consapevoli della vastità delle nostre lacune. In un mondo
ideale, un economista che non conosce il diritto, un antropologo che non
conosce l’economia, uno psicologo che non conosce la filosofia, o uno
storico che non conosce le altre materie risulterebbe inconcepibile; tuttavia,
il fatto è ovviamente che i limiti delle nostre capacità fanno sì che tali
lacune siano la regola. Non possiamo fare nulla di meglio che farci guidare
dalla materia particolare in cui facciamo ricerca e acquisire gradualmente
qualsiasi speciale conoscenza tecnica essa richieda. La maggior parte di
ogni fecondo lavoro di ricerca richiederà in verità una particolare
combinazione di diversi tipi di conoscenza e di doti, e potrebbe essere
necessaria metà della vita prima superare, in tre quarti della conoscenza
richiesta dal compito che ci siamo dati, il livello amatoriale. In questo
senso, una ricerca fruttuosa richiede indubbiamente la specializzazione più
intensa, anzi così intensa che coloro che la perseguono potrebbero presto
cessare di essere all’altezza di insegnare tutto l’insieme di una delle materie
convenzionali. Che di simili specialisti si abbia grande bisogno, che oggi il
progresso della conoscenza dipenda fortemente da loro, e che una
università prestigiosa non possa mai averne abbastanza, è vero tanto nel
nostro campo quanto nelle scienze naturali.
Nondimeno, in modo alquanto curioso, i professori vogliono
preferibilmente studenti impegnati solamente nel lavoro che essi dirigono.
La molteplicità delle specializzazioni di ricerca tende così a produrre una
proliferazione di dipartimenti di insegnamento. Ed è qui che emergono gli
aspetti del nostro problema relativi all’istruzione. Non ogni giustificata
specializzazione di ricerca è ugualmente suscettibile di istruzione
scientifica. Anche se guardiamo a essa complessivamente come istruzione
alla ricerca, è dubbio che la conoscenza multidisciplinare richiesta da un
particolare oggetto empirico debba essere insegnata come un tutto negli
anni decisivi in cui uno studente deve imparare cos’è la vera competenza,
in cui si stabiliscono i suoi standard e si forma la sua coscienza di studioso.
Mi sembra che a questo stadio vada acquisita la padronanza completa di un
campo chiaramente circoscritto, dell’insieme di una materia
sistematicamente coerente. Non può sempre trattarsi, come sarei un po’
incline a desiderare, di un campo teorico, perché alcune delle discipline
descrittive e storiche posseggono ovviamente tecniche altamente sviluppate
che richiedono anni per essere apprese. Dovrebbe invece essere un campo
che abbia i suoi standard rigorosamente stabiliti e dove non sia vero che

146
coloro che vi lavorano, a eccezione di quelli che vi hanno già dedicato tutta
la loro vita, siano inevitabilmente solo amatori.
Vorrei illustrare ciò che intendo, prendendo come esempio una materia
che, per la mia discussione, ha il vantaggio di non essere presente in questa
Università, cosicché non urterò la suscettibilità di nessuno. È la storia
economica antica, che mi è sempre sembrata non solo una materia
particolarmente affascinante, ma anche di grande importanza per la
comprensione della nostra civiltà. Vorrei molto che fosse presente e
insegnata qui. Con ciò non intendo però dire che dovrebbe esistere un
dipartimento separato di storia economica antica, in cui gli studenti sin
dall’inizio della loro carriera universitaria debbano dividere le loro energie
tra una varietà di discipline e adempimenti richiesti da uno storico
competente di storia economica antica. Credo piuttosto che gli uomini che
faranno un buon lavoro in un campo del genere faranno molto meglio se, in
un primo tempo, conseguiranno una preparazione completa sui classici o
sulla storia antica, e in archeologia, o in economia; solo quando saranno
veramente competenti in uno di questi settori, e cominceranno a lavorare
estesamente da soli, potranno incominciare a occuparsi seriamente delle
altre materie.
Anche se sottolineo il bisogno di una forte specializzazione sistematica
durante una certa fase dell’istruzione, non approvo ovviamente il sistema di
corsi o di lezioni obbligatorie che non lasciano allo studente il tempo per
esplorare altro e che spesso gli impediscono di seguire quella curiosità
intellettuale che gli darebbe maggiore preparazione di qualsiasi altra cosa
gli venga formalmente offerta. Se c’è qualcosa di cui sento la mancanza
nelle grandi università americane, è quell’atteggiamento di avventura
intellettuale tra gli studenti, un atteggiamento che li porti, in concomitanza
con il loro lavoro specializzato, a vagare per campi vasti, a provare una
grande varietà di corsi e a pensare che l’università, e non il loro
dipartimento, sia la loro dimora intellettuale. Non credo che ciò sia colpa
degli studenti, quanto dell’organizzazione universitaria che lascia gli
studenti alquanto ignari di quel che succede fuori dai loro dipartimenti,
ricorrendo a tasse supplementari o a orari rigidi, e tendendo addirittura a
frapporre degli ostacoli alle loro inclinazioni. È solo attraverso la più
grande libertà che lo studente scoprirà la sua vera vocazione.
Quello che voglio dire è che nella sua istruzione deve esserci un periodo
o una fase in cui l’obiettivo principale è acquisire totale padronanza di una

147
materia ben definita e in cui imparerà a diffidare della conoscenza
superficiale e di generalizzazioni semplicistiche. Ma sto parlando solo di
una fase necessaria nel processo di istruzione alla ricerca. Il punto che
vorrei mettere in rilievo è che sono vere cose diverse di fasi diverse. Se non
ritengo vero che tutte le specialità di ricerca riconosciute siano ugualmente
valide come preparazione di base, allo stesso modo non ritengo vero che il
lavoro avanzato, che di solito conduce a una tesi di dottorato, debba
inserirsi in una qualsiasi delle specializzazioni di ricerca già stabilite. Sto
dicendo che solo certi tipi di specializzazioni meritano il nome di
«discipline» nel senso originario di discipline della mente, e che perfino
non è tanto importante a quale tipo di disciplina di questo tipo si è
sottoposta una mente che ha provato tutto il rigore e la severità di un tale
insegnamento. Riesco persino a scorgere del merito nella credenza, su cui
era solito basarsi il sistema inglese di istruzione superiore, stando alla quale
un uomo che avesse compiutamente studiato matematica o i classici si
sarebbe potuto ritenere capace di imparare da sé qualsiasi altra materia. Il
numero di vere discipline che oggi raggiungono questo obiettivo potrebbe
essere molto più grande; ma non penso che sia diventato pari al numero
delle specializzazioni di ricerca.
C’è poi un altro aspetto che posso spiegare meglio riferendomi al mio
campo. Ritengo che la teoria economica sia una di quelle vere discipline
della mente, ma temo che la maggioranza di coloro che ricevono una
preparazione di base in teoria economica pura tendano a restare specialisti
in questo campo. Quel che ho detto implica che quelli tra noi che insegnano
queste materie dovrebbero farlo nella consapevolezza e nella speranza, e
persino col deliberato proposito, che coloro che vengono come specialisti
non debbano restare tali, ma debbano usare la loro competenza per qualche
altra specializzazione, empirica o per argomenti che sia. Sarei più contento
di vedere la maggioranza dei teorici dell’economia che noi formiamo
diventare storici dell’economia, o specialisti in economia del lavoro o
dell’agricoltura, anche se devo ammettere di avere dei dubbi sulla capacità
di tali materie di fornire una preparazione di base.
Vi prego di notare che quello che ho detto su queste materie composite
non l’ho detto con l’intento di sminuirle, ma piuttosto apprezzando i grandi
sforzi che esse richiedono alla nostra mente. Ciò che ho detto è basato sul
riconoscimento che, per occuparci di molte delle materie in cui vale la pena
di fare ricerca, dobbiamo essere esperti di più di una materia sistematica, ed

148
è basato sulla credenza che è più probabile riuscirci se useremo il breve
periodo in cui lavoriamo sotto una rigorosa guida con l’obiettivo di
diventare veri maestri di una di esse. Sto anche invocando un tale periodo
di forte specializzazione solo sull’assunto che esso sia preceduta da una
buona cultura generale, cultura che temo le scuole americane forniscano
raramente e che il nostro College si sforza risolutamente di fornire. Ma la
mia enfasi maggiore è sicuramente su quanto siamo ancora lontani, alla fine
di un assolutamente indispensabile periodo di specializzazione, dall’avere
la competenza per affrontare tutti i problemi che sorgono dallo studio della
civiltà umana. Finora ho parlato soltanto degli obiettivi limitati e modesti
che ci possiamo ragionevolmente porre e in cui l’ideale per cui dobbiamo
lottare eccede di gran lunga i nostri poteri. Non ho parlato della necessità di
sintesi, né degli sforzi per comprendere complessivamente la nostra civiltà,
o le altre civiltà, e ancora meno del concetto ancora più ambizioso di uno
studio comparato delle civiltà. Non commenterò ulteriormente questi sforzi,
a parte il fatto di dire che è una fortuna che ci siano ancora, di tanto in
tanto, degli uomini eccezionali che hanno il potere e il coraggio di fare
dell’universo umano la loro città. Più tardi avrete il privilegio di ascoltare
un grande studioso che probabilmente è giunto più vicino di qualunque
altro essere umano a ottenere ciò che sembra impossibile in questo campo1.
Di certo non possiamo che provare ammirazione per lo studioso che
intende correre il serio rischio di ignorare tutti i confini della
specializzazione per avventurarsi in opere in cui forse nessuno può vantare
piena competenza. Mentre condivido il salutare pregiudizio secondo cui lo
studioso che crea un best seller riduce la stima dei suoi pari (e a volte
desidererei che tale pregiudizio fosse ancora più forte in questo Paese),
ritengo che il sospetto delle violazioni di confine non debba giungere a
scoraggiare i tentativi che vanno al di là della portata di qualunque
specialista. Mi spingerei addirittura oltre, sebbene l’economista forse non
sopporti intrusioni nel suo campo, e tenda perciò anche a essere più
intollerante degli altri scienziati sociali. Forse non è errato suggerire che
anche in altre materie c’è un po’ troppo spirito di gruppo tra i
rappresentanti delle specializzazioni riconosciute, spirito che produce
risentimento nei confronti del tentativo di serio contributo persino se questo
viene da un uomo che opera in un campo limitrofo, nonostante l’affinità di
base di tutte le nostre discipline renda più che probabile che le idee
concepite in un campo possano rivelarsi feconde in un altro.

149
I grandi sforzi verso la comprensione di una civiltà nel suo complesso, di
cui ho appena parlato, nel nostro contesto sono importanti soprattutto per
un aspetto: colgono in modo particolarmente chiaro una difficoltà che, a un
livello inferiore, si pone davanti a tutti i nostri sforzi. Finora ho parlato
soltanto del bisogno costante di attingere alle conoscenze che appartengono
a specializzazioni diverse dalla nostra. Ma, sebbene il bisogno di conoscere
tante discipline ci sottoponga a una formidabile difficoltà, esso costituisce
solo una parte del nostro problema. Persino laddove studiamo solo alcune
sezioni o alcuni aspetti di una civiltà di cui facciamo parte noi e tutto il
nostro modo di pensare, ciò significa ovviamente che, se vogliamo
compiere il nostro lavoro, o se anche vogliamo fare cose sensate, non
possiamo dare per scontato molto di quel che nel corso normale della vita
dobbiamo accettare senza farci domande; significa che dobbiamo mettere
sistematicamente in questione tutti i presupposti del nostro agire e che
accettiamo senza riflettere; in breve, significa che, per essere rigorosamente
scientifici, dobbiamo vedere, per così dire, dall’esterno quello che non
possiamo mai vedere come un tutto di cui facciamo parte; e in pratica
significa che abbiamo costantemente a che fare con molte importanti
domande, per le quali non abbiamo alcuna risposta scientifica, e in cui il
sapere da cui dobbiamo attingere è sia il tipo di conoscenza degli uomini e
del mondo che solo un’esperienza ricca e varia può fornire, sia la saggezza
accumulata nel passato, i tesori culturali ereditati dalla nostra civiltà, che
per noi devono essere perciò strumenti che usiamo per orientarci nel nostro
mondo e, allo stesso tempo, oggetti di studio critico. Ciò significa che, nella
maggior parte dei nostri compiti, non solo abbiamo bisogno di essere
scienziati e studiosi competenti, ma dobbiamo anche essere uomini esperti
del mondo e, in una certa misura, filosofi.
Prima di sviluppare questi punti, vorrei brevemente ricordarvi un caso in
cui per noi la specializzazione va meno lontano che nelle scienze naturali:
non conosciamo la netta divisione tra il teorico e colui che fa pratica allo
stesso modo di quella che esiste tra il fisico e l’ingegnere oppure tra il
fisiologo e il medico. Non è un caso né semplicemente uno stadio
precedente di sviluppo, bensì una conseguenza necessaria della natura della
nostra materia. Ciò è dovuto al fatto che il compito di individuare nel
mondo reale la presenza delle condizioni corrispondenti ai vari assunti dei
nostri schemi teorici è spesso più difficile della stessa teoria, ed è un’arte
che sarà acquisita solo da coloro per i quali gli schemi teorici sono diventati

150
quasi una seconda natura. Non possiamo stabilire dei criteri semplici, quasi
meccanici, con cui poter identificare un certo tipo di situazione teorica, ma
dobbiamo sviluppare qualcosa di simile a un senso per la fisiognomica
degli eventi. Pertanto, solo di rado possiamo delegare ad altri l’applicazione
della nostra conoscenza, ma deve trattarsi dei nostri professionisti, sia
medici che fisiologi.
Inoltre, la conoscenza dei fatti, la familiarità con circostanze particolari,
che non possiamo lasciare ai nostri «ingegneri», ma che dobbiamo
acquisire noi, è solo in parte del tipo che può venire accertato da tecniche
stabilite. Sebbene tentiamo di giungere, con sforzo sistematico, alla
conoscenza del mondo e dell’uomo, questo sforzo non può soppiantare, né
rendere inutile, quella conoscenza del mondo che si acquisisce solo
attraverso una lunga esperienza e un’immersione nella saggezza contenuta
nella grande letteratura e in tutta la nostra tradizione culturale.
Non serve dire altro sulla necessità di una conoscenza del mondo nel
senso usuale, della varietà delle situazioni e delle caratteristiche umane con
cui dobbiamo prendere familiarità. Ma devo spendere una parola su ciò che
mi sembra un effetto sgradito della separazione di quelle che adesso
chiamiamo scienze sociali dagli altri studi sull’uomo. Con ciò non mi
riferisco semplicemente a quei risultati paradossali come quelli prodotti da
una disciplina così scientifica come la linguistica, del cui metodo e
approccio dovrebbero fare tesoro le altre scienze sociali, risultati che, per
ragioni puramente storiche, dovrebbero essere annoverati tra gli studi
umanistici. Ciò che ho in mente è soprattutto una questione di clima in cui
prospererà il nostro lavoro; la questione è se l’atmosfera creata dallo studio
delle materie umanistiche propriamente dette, letteratura e arte, non sia
indispensabile quanto l’austerità di quelle scientifiche. Non sono sicuro che
i risultati dell’ambizione di condividere il prestigio, e i fondi, a disposizione
della ricerca scientifica siano stati sempre positivi, e che la separazione
delle scienze sociali dagli studi umanistici, di cui questo edificio è un
simbolo, nel complesso sia stata un vantaggio. Non intendo esasperare
questo punto e ammetto subito che, se mi rivolgessi a un pubblico europeo
piuttosto che americano, potrei sottolineare il punto di vista opposto. Ma,
quando guardiamo indietro ai venticinque anni di esistenza in un ambito
separato, non dobbiamo dimenticare che la separazione delle materie
letterarie da ciò che intendiamo nobilitare col nome di scienze sociali è
forse andata troppo lontano.

151
Dobbiamo ammettere tuttavia che c’è un caso in cui la nostra attitudine è
diversa da quella delle materie umanistiche e che potremmo persino essere
di disturbo e non essere i benvenuti nel loro circolo. Il fatto è che il nostro
approccio nei confronti delle loro tradizioni dev’essere, in una certa misura,
sempre critico e analitico; non c’è alcun valore che non dobbiamo
interrogare e analizzare, sebbene non possiamo ovviamente farlo
contemporaneamente con riferimento a tutti i valori. Dato che il nostro
scopo dev’essere quello di scoprire quale ruolo particolare hanno le
istituzioni e le tradizioni nel funzionamento della società, dobbiamo
costantemente sottoporre al solvente della ragione i valori e le tradizioni
che non sono solo cari ad altri, ma che sono anche il cemento che tiene
insieme la società. Specialmente nello studio di quell’esperienza che non è
preservata come esplicita conoscenza umana, ma che è piuttosto implicita
negli usi e nelle istituzioni, nella morale e nei costumi, in breve, nello
studio di quegli adattamenti del genere umano che operano come fattori
non consci, della cui importanza solitamente non ci rendiamo conto, e che
possiamo non capire mai appieno, siamo continuamente costretti a mettere
in dubbio i fondamenti. Non c’è neanche bisogno di aggiungere che ciò è
ovviamente l’opposto del seguire le mode intellettuali. Anche se deve
essere un nostro privilegio essere radicali, ciò non deve significare
«avanzati», nel senso che pretendiamo di sapere quale sia l’unica direzione
in avanti.
Questa pratica costante è come un vino inebriante che, se non abbinato
alla modestia, potrebbe farci più male che bene. Se non vogliamo divenire
un elemento per lo più distruttivo, dobbiamo essere anche tanto saggi da
capire che non possiamo fare a meno di credenze e istituzioni di cui non
comprendiamo l’importanza e che di conseguenza possono sembrarci prive
di senso. Se la vita deve continuare, dobbiamo in pratica accettare molto di
quello che non riusciamo a giustificare e rassegnarci al fatto che la ragione
non può essere sempre giudice supremo delle umane faccende. Questo,
anche se non è l’unico, è forse il punto principale su cui, che ci piaccia o
no, dobbiamo essere, in una certa misura, filosofi. Per filosofia intendo
innanzitutto non tanto quei problemi che, come quelli di logica, sono essi
stessi già diventati oggetto di discipline altamente specializzate e tecniche,
ma piuttosto il corpo restante di conoscenza iniziale, da cui le singole
discipline si separano solo gradualmente e che è sempre stato competenza
dei filosofi. Ma ci sono anche due rami di filosofia completamente

152
sviluppati a cui non possiamo permetterci di mostrarci come totali
forestieri. I problemi di etica sono costantemente con noi e le questioni del
metodo scientifico sono destinate a essere per noi più problematiche di
quelle in altri campi. Ciò che Einstein ha detto una volta sulla scienza,
«senza epistemologia, per quanto addirittura impensabile, è primitiva e
confusa», vale ancora di più per le nostre materie.
Anziché provare un po’ di vergogna per questo legame, credo che
dovremmo essere orgogliosi della relazione stretta che è esistita per secoli
tra le scienze sociali e la filosofia. Certamente, non è un caso che, per
quanto concerne l’economia, in Inghilterra, nazione che per tanto tempo ha
primeggiato in questa materia, un elenco dei suoi grandi economisti, eccetto
due soli rilevanti personaggi, potrebbe benissimo essere l’elenco dei suoi
grandi filosofi: Locke, Hume, Adam Smith, Bentham, James e John Stuart
Mill, Samuel Bailey, W.S. Jevons, Henry Sidgwick, fino a John Neville
Keynes e John Maynard Keynes: occupano tutti posti d’onore tanto nella
storia dell’economia quanto in quella della filosofia o del metodo
scientifico. Non vedo ragioni per dubitare che altre scienze sociali
potrebbero ugualmente trarre vantaggio, se riuscissero ad attrarre una simile
schiera di talenti filosofici.
Ho però detto abbastanza per descrivere il nostro dilemma e dovrei
affrettare la mia conclusione. Un vero dilemma non ha ovviamente una
soluzione perfetta e il mio punto principale è che ci troviamo di fronte a un
vero dilemma, che il nostro compito ci pone richieste contrastanti che non
possiamo soddisfare. La scelta che ci viene imposta dalle nostre
imperfezioni resta una scelta tra due mali. La conclusione principale deve
probabilmente essere che non esiste un’unica via migliore e che la nostra
speranza maggiore è di fare posto alla molteplicità di sforzi che la vera
libertà accademica rende possibili.
Ma come norma di cultura accademica sembrano emergere alcuni
princìpi generali. Probabilmente siamo tutti d’accordo sul fatto che il
bisogno principale degli studenti che intraprendono la carriera universitaria
è una buona istruzione generale. Ho sostenuto il bisogno di un periodo
successivo di forte specializzazione in un numero in una certa misura
limitato di materie. Ma penso che non debba continuare così sino alla fine
del cammino universitario e, se si accetta la mia opinione secondo cui non
tutte le specializzazioni sono ugualmente valide come preparazione di base,
non sempre ciò può significare sino alla fine. Molti studenti continueranno

153
ovviamente la loro ricerca specializzata nel campo della loro preparazione
di base. Ma gran parte di loro non dovrebbe farlo o essere costretta a farlo.
Almeno per coloro che se la sentono di affrontare un peso ulteriore,
dovrebbero esserci opportunità di lavorare, se possibile sotto la guida di
specialisti competenti, su una opportuna combinazione di sapere.
Dovrebbero esserci opportunità per gli uomini che vogliono indirizzare i
loro nuovi studi su certe nuove combinazioni di specializzazione o altri
problemi di confine. C’è chiaramente urgente bisogno di un luogo
nell’Università in cui possano incontrarsi gli specialismi, un luogo che
fornisca le facilitazioni e il clima per un lavoro che non corra su binari
prestabiliti, e in cui i requisiti siano abbastanza flessibili da poter essere
adattati agli obiettivi individuali. L’intera situazione nel campo che ho
esaminato mi sembra richiedere una specie di College per studi umanistici
avanzati, come parte riconosciuta dell’organizzazione delle scienze sociali
e delle materie umanistiche, una istituzione quale quella che il nostro
Presidente2 ha cercato, con dedizione e coscienza, di fornire con la sua
innovativa creazione della «Committee on Social Thought».

154
Parte seconda
Politica

155
A questa prima e, in un certo senso, unica regola della ragione, secondo la quale bisogna
imparare, desiderando farlo, a non essere mai soddisfatti di ciò che si è già portati a
pensare, segue una massima che merita di essere incisa su tutti i muri della città della
filosofia: Non ostacolare la via della ricerca.

Charles S. Peirce

156
9.
Gli storici e il futuro dell’Europa*

Sarà soprattutto ciò che accadrà negli anni immediatamente successivi a


questa guerra a decidere se, al suo termine, saremo in grado di ricostruire
qualcosa come una comune civiltà europea. È possibile, infatti, che gli
eventi che accompagneranno il collasso della Germania causeranno una tale
distruzione da allontanare, per generazioni o forse permanentemente,
l’intera Europa centrale dall’orbita della civiltà europea. Se ciò si
verificherà, mi sembra improbabile che gli sviluppi potranno essere
confinati all’Europa centrale; e se il destino dell’Europa fosse quello di
ricadere nella barbarie, per quanto alla fine possa emergere da essa una
nuova civiltà, non è verosimile che questo Paese possa sottrarsi alle
conseguenze. Il futuro dell’Inghilterra è legato a quello dell’Europa e, che
ci piaccia o no, il futuro dell’Europa sarà largamente deciso da ciò che
accadrà in Germania. I nostri sforzi dovranno per lo meno essere diretti a
recuperare la Germania a quei valori su cui la civiltà europea è stata
costruita e che soli possono formare le basi da cui si può muovere verso la
realizzazione degli ideali che ci guidano.
Prima di considerare ciò che possiamo fare a questo scopo, dobbiamo
tentare di sviluppare un quadro realistico del tipo di situazione morale e
intellettuale che dobbiamo aspettarci di trovare in una Germania sconfitta.
Se c’è qualcosa di certo, è che, pure dopo la vittoria, non potremo fare in
modo che gli sconfitti pensino come noi vorremmo che facciano; non
saremo in grado di fare nulla di più che aiutare ogni promettente sviluppo; e
ogni goffo tentativo di fare proseliti potrà produrre risultati opposti a quelli
a cui miriamo.
È ancora possibile sentir sostenere due opinioni estreme, che sono
ugualmente semplici e ingannevoli: da una parte, che tutti i Tedeschi sono
corrotti allo stesso modo e che, perciò, solo l’educazione completa, imposta
da fuori, di una nuova generazione può cambiarli oppure, d’altra parte, che
la maggioranza dei Tedeschi, una volta che si sarà liberata dai suoi attuali

157
maestri, abbraccerà in fretta e con facilità opinioni politiche e morali simili
alle nostre. La situazione sarà certamente più complicata di quanto non
suggeriscano ambedue questi punti di vista. Noi troveremo quasi
certamente un deserto morale e intellettuale, ma con molte oasi, alcune
molto belle ma pressoché completamente isolate le une dalle altre. La
caratteristica rilevante sarà l’assenza di una tradizione comune – diversa
dall’opposizione al nazismo e, probabilmente, anche al comunismo –, di
una credenza comune, una grande disillusione riguardo a tutti gli ideali
politici e un certo scetticismo e perfino cinismo su ciò che può essere
positivamente ottenuto grazie all’azione politica. Ci sarà, in primo luogo e
in ogni caso, una certa dose di buona volontà; ma niente è probabilmente
più evidente dell’impotenza delle buone intenzioni, senza l’elemento
unificante di quelle tradizioni politiche e morali comuni, che noi diamo per
scontate, ma che in Germania sono state distrutte, con una precisione che
poche persone possono qui immaginare, da una frattura totale, durata dodici
anni.
Dobbiamo peraltro essere preparati a trovare non solo un livello
intellettuale straordinariamente alto in alcune delle oasi che sono state
preservate, ma anche a vedere che molti Tedeschi hanno imparato lezioni
che noi non abbiamo ancora compreso e che alcune nostre concezioni
appariranno alle loro menti provate dall’esperienza molto ingenue e
semplicistiche. Per quanto sotto il regime nazista la discussione sia stata
ostacolata, non è stata del tutto soppressa; e dai pochi campioni di lavori
tedeschi del periodo della guerra che ho visto (e dalla lista completa di libri
pubblicati in Germania che recentemente ho avuto modo di leggere) ricavo
l’impressione che il livello intellettuale del dibattito accademico sui
problemi politici e sociali non sia stato, durante il conflitto, più basso di
quello svoltosi in Inghilterra – probabilmente perché a molti dei Tedeschi
migliori è stata preclusa la partecipazione diretta alla guerra oppure perché
essi stessi si sono volontariamente esclusi.
Sarà sui Tedeschi che sono andati avanti in questa maniera – non
numerosi in proporzione alla popolazione tedesca, ma abbastanza numerosi
in confronto al numero di persone che pensano autonomamente in qualsiasi
Paese – che devono riposare le nostre speranze, ed è a loro che noi
dobbiamo dare tutto l’aiuto che possiamo. Il compito di trovarli e di
assisterli, evitando di gettare discredito su di essi e sul loro popolo, sarà
quello più delicato e difficile. Se questi uomini devono riuscire a far

158
prevalere le loro opinioni, avranno bisogno di qualche iniziativa di sostegno
morale e materiale da fuori. Ma ne avranno bisogno quasi quanto avranno
bisogno di protezione contro i tentativi ben intenzionati ma insensati di
usarli da parte dell’organizzazione governativa imposta dalle potenze vin-
citrici. Infatti, mentre saranno probabilmente ansiosi di ristabilire i contatti
con, e di ottenere la benevolenza di, persone di altri Paesi con le quali
condividono ideali comuni, essi saranno giustamente riluttanti a diventare,
in qualsiasi forma, strumenti dell’apparato governativo dei vincitori. A
meno che non vengano deliberatamente create delle opportunità di incontro,
su un piede di parità, per persone di entrambe le parti, che condividono
certi ideali di base, è improbabile che tali contatti verranno
immediatamente ristabiliti. Per molto tempo, tali opportunità potranno
essere create solo per nostra iniziativa. E mi sembra certo che si dovrà
passare attraverso lo sforzo di privati individui e non di agenzie
governative, se vogliamo che questi sforzi abbiano effetti benefici.
Ci saranno molti temi su cui potranno essere volutamente ristabiliti, con
effetti positivi, contatti tra individui e gruppi. Questo sarà probabilmente
più facile, e accadrà più in fretta, tra i gruppi politici della sinistra. Ma tali
contatti non dovranno chiaramente limitarsi ai partiti, anzi sarebbe
un’eventualità da ogni punto di vista molto infelice, se essi fossero per
qualche tempo prerogativa di gruppi politici della sinistra. Se in Germania
una visione più cosmopolita dovesse diventare, ancora una volta come è
stato in gran parte vero nel passato, una prerogativa della sinistra, ciò
potrebbe contribuire a guidare di nuovo le ampie formazioni di centro verso
un atteggiamento nazionalista. Sarà un compito più difficile, ma per
qualche verso anche più importante, aiutare la ripresa dei contatti tra quei
gruppi la cui collocazione in politica interna non fornisce immediati
sbocchi. E ci saranno compiti per i quali qualsiasi aggregazione sulle
posizioni dei partiti politici potrebbe essere un chiaro ostacolo, quantunque
un minimo d’accordo su ideali politici sarà essenziale per una qualche
collaborazione.
Questa sera voglio parlare più specificatamente del ruolo che possono
giocare a questo proposito gli storici – dove per storici intendo, in realtà,
tutti gli studiosi della società passata o presente. Non ci può essere alcun
dubbio che in quella che è chiamata la «rieducazione del popolo tedesco»
gli storici avranno nel lungo periodo una parte decisiva, come l’hanno avuta
nel creare le idee che oggi governano la Germania. So che è difficile per gli

159
Inglesi valutare quanto sia grande e diretta l’influenza del lavoro
accademico di questo tipo in Germania e quanto seriamente i Tedeschi
prendano i loro professori – quasi quanto i professori prendono seriamente
se stessi. Difficilmente si può sopravvalutare il ruolo che gli storici politici
tedeschi del Diciannovesimo secolo hanno giocato nel suscitare
l’atteggiamento di venerazione per il potere dello Stato e le idee
espansionistiche che hanno dato vita alla Germania moderna. Infatti, è stato
«quel presidio di illustri storici», di cui Lord Acton ha scritto nel 1886,
«che ha preparato la supremazia prussiana e adesso tiene Berlino come una
fortezza», a creare le idee «per mezzo delle quali la rude forza concentrata
in una regione più insocievole del Lazio è stata impiegata per assorbire e
per rafforzare il sentimento diffuso e lo stranamente impolitico talento dei
diligenti Tedeschi». Non c’era, infatti, per citare ancora Lord Acton,
«probabilmente nessun considerevole gruppo, meno in armonia con i nostri
sentimenti verso la storia di quello [...] rappresentato principalmente da
Sybel, Droysen e Treitschke, con Mommsen e Gneist, Bernhardi e Duncker
al loro fianco», e che hanno dato molto a «quei princìpi il cui
rovesciamento è costato un grande sforzo». E non è stato un caso che Acton
sia stato altresì lo storico che, a dispetto di tutta la sua ammirazione per
molte cose tedesche, ha cinquant’anni fa previsto che quel tremendo potere
costruito da menti molto abili, soprattutto a Berlino, era «il pericolo più
grande che alla razza anglosassone restava da fronteggiare».
Sebbene io non possa tentare qui di indicare in ogni dettaglio le modalità
in cui gli insegnamenti degli storici hanno aiutato a produrre le dottrine che
governano oggi la Germania, voi sarete probabilmente d’accordo con me
che questa influenza è stata molto grande. Anche alcuni degli aspetti più
ripugnanti della ideologia nazista risalgono agli storici tedeschi, che Hitler
forse non ha mai letto, ma le cui idee hanno dominato l’atmosfera in cui
egli si è affermato. Questo è vero soprattutto per tutte le dottrine della razza
che si svilupparono principalmente in Germania, quantunque io creda che
gli storici tedeschi le abbiano all’inizio prese dai Francesi. Se avessi tempo
vi potrei mostrare come, per altri aspetti, anche le cose che studiosi di fama
internazionale come Werner Sombart insegnavano una generazione fa sono
state in effetti le stesse cose insegnate dalle più recenti dottrine naziste. E
potrei farvi vedere, per non addossare tutta la colpa agli storici, come in un
campo correlato i miei colleghi di professione, gli economisti, siano
diventati gli strumenti di estreme aspirazioni nazionaliste, al punto che, per

160
esempio, l’ammiraglio Tirpitz, quando quaranta o cinquanta anni fa ha
trovato i grandi industriali piuttosto indifferenti a prendere in
considerazione la sua politica navale, ha potuto ottenere l’appoggio degli
economisti per persuadere i capitalisti dei vantaggi delle sue ambizioni
imperialistiche1.
Non c’è dubbio, tuttavia, che l’influenza degli storici sia proprio la più
importante; e c’è più di una ragione per cui sembra probabile che in futuro
l’influenza della storia sarà bene o male anche più grande di quanto lo sia
stata nel passato. La totale interruzione nella continuità della maggior parte
delle tradizioni produrrà probabilmente essa stessa un ritorno alla storia,
nella ricerca di tradizioni che diano un fondamento agli sviluppi futuri. Ci
saranno molte pagine di storia da scrivere sul modo in cui tutte le disgrazie
sono accadute, questioni per le quali il pubblico avrà un interesse
appassionato e che sono pressoché destinate a diventare l’argomento di
dispute politiche.
Dal nostro punto di vista, c’è una ragione in più per cui bisogna
desiderare che i Tedeschi giungano urgentemente a riesaminare la storia
recente e a prendere in considerazione certi fatti di cui la maggior parte di
loro è ancora inconsapevole. L’immagine della storia recente, da cui non
solo la maggior parte dei Tedeschi ma quasi tutti in quel Paese prende le
mosse, è infatti l’effetto più difficile da rimuovere della propaganda nazista.
È molto importante ricordare che parecchi avvenimenti, che più hanno
concorso a darci un’idea della responsabilità e del carattere tedesco, sono
sconosciuti alla maggior parte dei tedeschi oppure sono impressi così
lievemente nelle loro memorie da avere poco peso. Sebbene molti Tedeschi
siano inizialmente disposti ad ammettere che gli Alleati hanno ragione a
diffidare di loro e a insistere su precauzioni di grande portata contro
un’altra aggressione tedesca, anche i più ragionevoli fra loro si sentiranno
presto frustrati da ciò che apparirà loro come un’eccessiva restrizione
imposta loro, senza arrivare a rendersi conto del grande danno che hanno
inflitto all’Europa. Dopo l’ultima guerra, l’abisso che separava i punti di
vista delle due parti in conflitto, riguardo ai fatti su cui maggiormente si
muovevano reciproci rimproveri, non è stato in verità colmato.
L’ammirevole volontà di dimenticare, dimostrata almeno dagli Inglesi, ha
fatto sì che, subito dopo l’ultima guerra, quasi tutto ciò che non rientrava
nel «quadro» tedesco fosse liquidato come «storie di atrocità».
Possiamo certo riconoscere che non erano tutti veri i rapporti che sui

161
Tedeschi ci giungevano durante la guerra. Ma questa è semplicemente
un’altra ragione a favore di un attento riesame di tutti i fatti, per una
distinzione fra ciò che si afferma in modo preciso e le mere voci. Seguire la
naturale tendenza a dimenticare il passato e a non riesumare il fango del
periodo nazista potrebbe essere fatale alla prospettiva di una reale intesa
con i Tedeschi. Non si deve permettere di raggiungere il punto in cui i più
spiacevoli dei recenti fatti della storia tedesca siano dimenticati, prima che i
Tedeschi ne abbiano ammessa la verità a loro stessi. L’aria di ingiuriato
innocente, con cui la maggior parte dei Tedeschi ha reagito alla
sistemazione territoriale, dopo l’ultima guerra, è dovuta in gran parte
all’effettiva ignoranza delle colpe di cui erano considerati responsabili in
quel tempo da quasi tutti i Paesi vincitori.
Questi aspetti dovranno essere discussi – e saranno certamente discussi,
da politici male informati e con l’intenzione di recriminare. Ma se, invece
di nuovi motivi di futuro conflitto, emergerà veramente un punto di vista
comune, ciò dipenderà dal fatto che queste materie non saranno lasciate
interamente al dibattito di partito e alle passioni nazionalistiche, ma saranno
considerate in uno spirito più imparziale, da uomini che vogliono
soprattutto trovare la verità. Se, in Germania in particolare, il risultato di
queste discussioni sarà costituito da nuovi miti politici o da qualcosa che si
avvicini alla verità, dipenderà in larga misura dalla scuola di storici che
guadagnerà l’attenzione della gente. Personalmente non posso avere alcun
dubbio che il lavoro che influenzerà l’opinione tedesca nel futuro proverrà
da dentro la Germania piuttosto che da fuori. Il suggerimento, che ora si
può spesso sentire, per cui i vincitori dovrebbero produrre i testi su cui
dovrebbero essere educate le future generazioni tedesche mi sembra
pietosamente stupido. Un tale tentativo produrrebbe sicuramente il risultato
opposto a quello desiderato. Nessun credo ufficialmente imposto, nessuna
storia scritta per compiacere un’altra autorità, al posto di quella nel cui
interesse sono state scritte nel passato così tante pagine di storia tedesca,
tanto meno quella ispirata da governi stranieri (o da emigranti), può sperare
di guadagnare credito o influenza durevole sul popolo tedesco. La cosa
migliore che posso sperare, e per cui tutti noi possiamo utilmente lavorare
dall’esterno, è che la storia che sta influenzando il corso delle opinioni
tedesche sia scritta nel tentativo sincero di tirare fuori la verità, che non
serve nessuna autorità, nessuna nazione, razza o classe. La storia deve
cessare soprattutto di essere uno strumento della politica nazionale.

162
La cosa più difficile da ricreare in Germania sarà la credenza
nell’esistenza di una verità obiettiva, nella possibilità di una storia che non
sia scritta al servizio di un interesse particolare. È qui che io penso che una
collaborazione internazionale, se è collaborazione tra individui liberi, possa
essere d’immenso valore. Si dimostrerebbe la possibilità di accordi
indipendenti dalla fedeltà alla nazione. Sarebbe particolarmente efficace se
gli storici dei Paesi più fortunati dessero l’esempio di non esitare nella
critica dei loro governi, ogni volta che ciò sia necessario. Il desiderio di
riconoscimento e di incoraggiamento da parte di suoi colleghi di altri Paesi
è forse la più forte salvaguardia contro la corruzione dello storico da parte
di sentimenti nazionalistici: maggiori saranno i contatti internazionali,
minore sarà il pericolo – proprio come l’isolamento è quasi certo che
produca l’effetto opposto.
Ricordo benissimo come, dopo lo scoppio della guerra, l’espulsione di
tutti i Tedeschi da certe associazioni culturali e la loro esclusione da certi
congressi scientifici internazionali abbiano dato forza a ciò che ha spinto
molti studiosi tedeschi a collocarsi dalla parte del nazionalismo.
Perciò, anche per quel che riguarda la mera affermazione della verità
nell’insegnamento della storia alle future generazioni tedesche, il
ristabilimento di contatti con altri storici sarebbe importante e qualsiasi
facilitazione possiamo creare a questo scopo avrà una utile funzione da
svolgere. E tuttavia – cosa massimamente importante in quanto strettamente
legata alla verità – non penso che ciò sia sufficiente a salvaguardare la
storia dall’essere pervertita nei suoi insegnamenti. Dobbiamo distinguere
qui tra ricerca storica propriamente detta e storiografia, esposizione cioè
della storia per la gente in generale. Sto per arrivare adesso a un argomento
molto delicato e assai discusso, e sarò probabilmente accusato di
contraddire molto di ciò che ho già detto. Sono però convinto che nessun
insegnamento storico possa essere efficace senza superare giudizi impliciti
o espliciti, e penso che i suoi effetti dipendano largamente dai criteri morali
che esso applica. Anche se lo storico accademico ha tentato di mantenere la
sua storia «pura» e strettamente «scientifica», ci saranno comunque storie
scritte per il pubblico in generale che giudicheranno e che, per quella
ragione, avranno una grande influenza. Penso tuttavia che, se quegli storici
tedeschi che hanno dato valore alla verità sopra ogni cosa, hanno avuto
molta meno influenza dei loro colleghi più politicizzati e che, se anche
l’influenza che hanno avuto i primi è stata in una direzione non molto

163
differente da quella esercitata dai secondi, ciò sia dipeso per lo più dalla
loro estrema neutralità etica che tendeva a «spiegare» – e perciò è sembrato
giustificare – ogni cosa con «le circostanze del tempo» e che temeva
sempre di dire nero al nero e bianco al bianco. Sono stati questi storici
scientifici, tanto quanto i loro colleghi politici, che hanno inculcato nei
Tedeschi la convinzione che le azioni politiche non possano essere misurate
da parametri morali e perfino che i fini giustifichino i mezzi. Non posso
pensare che il rispetto più totale per la verità sia in ogni caso incompatibile
con l’applicazione di standard morali molto rigorosi nel nostro giudizio
sugli eventi storici; e mi sembra che ciò di cui i Tedeschi abbiano bisogno,
e ciò che in passato avrebbe dato loro tutto il bene del mondo, sia una forte
dose di quello che la moda ora chiama «storia whig», storia del tipo di cui
Lord Acton è uno degli ultimi grandi rappresentanti. Lo storico del futuro
deve avere il coraggio di dire che Hitler è stato un uomo malvagio,
altrimenti il tempo che impiega per «spiegare» servirà solo alla
glorificazione dei misfatti da quello commessi.
È probabile che, nella coltivazione di certi standard comuni di giudizio
morale, una collaborazione che attraversi le frontiere possa contribuire
molto – in particolare laddove ci troviamo dinanzi a un Paese in cui le
tradizioni sono state profondamente infrante e gli standard di giudizio tanto
abbassati come in Germania negli anni recenti. Perfino più importante,
comunque, è che la collaborazione sia realizzata solo con quelli – o,
perlomeno, noi dobbiamo essere favorevoli a collaborare solo con quelli –
che sono pronti a sottoscrivere certi standard morali e che nel loro lavoro
abbiano aderito a essi. Ci devono essere certi valori comuni, oltre la santità
della verità: un accordo, per lo meno, in base a cui le regole ordinarie di
decenza morale debbano applicarsi all’azione politica e inoltre un minimo
accordo sugli ideali più generali. Il secondo non ha bisogno probabilmente
di essere niente più che una comune credenza nel valore della libertà
individuale, un atteggiamento favorevole verso la democrazia, senza alcuna
superstiziosa deferenza verso tutte le sue applicazioni dogmatiche, evitando
in particolare di trascurare l’oppressione delle minoranze più di quella delle
maggioranze e, infine, un’eguale opposizione a tutte le forme di
totalitarismo, sia di destra che di sinistra.
Ora, se è vero che nessuna collaborazione è possibile senza essere basata
su un accordo che tocchi tutta una serie di valori comuni, è dubbio che
qualunque programma redatto allo scopo sia adatto a servire questo fine.

164
Nessuna breve relazione, sebbene redatta abilmente, è adatta a descrivere in
modo soddisfacente quella serie di ideali che ho in mente o avrebbe molta
possibilità di unire un gruppo considerevole di studiosi. Molto più efficaci
di qualsiasi programma di questo tipo, formulato ad hoc, sono alcune
grandi figure che incarnano in un livello particolarmente alto le virtù e gli
ideali che una simile associazione dovrebbe servire, e i cui nomi potrebbero
essere utili come bandiera sotto cui potrebbero unirsi le persone che sono
d’accordo.
Credo che ci sia un grande nome che si adatta al progetto tanto bene
come se fosse stato creato a questo scopo: sto parlando di Lord Acton. Il
suggerimento che voglio darvi è infatti che una Acton Society potrebbe
costituire il mezzo più adatto per assistere, nei compiti che ho tentato di
delineare, gli storici di questo Paese, della Germania, e forse di altri Paesi.
Ci sono molte caratteristiche, unite nella persona di Lord Acton, che lo
rendono adatto quasi unicamente come simbolo. Egli è stato, di certo, per
metà tedesco per formazione e più che per metà tedesco per quanto riguarda
la sua crescita come storico; e i Tedeschi, per questa ragione, lo
considerano quasi uno di loro. Nello stesso tempo, forse come nessun’altra
figura recente, egli unisce la grande tradizione liberale inglese con il meglio
che c’è nella tradizione liberale del Continente – sempre usando il termine
«liberale» nel suo vero e ampio significato e non, come è stato detto da
Lord Acton, per indicare «i difensori delle libertà secondarie», ma una
persona per cui la libertà individuale è il valore supremo e «non un mezzo
per un fine politico più alto».
Se Lord Acton qualche volta forse ci appare in errore per l’estremo rigore
con cui applica standard morali universali a ogni tempo e a tutte le
condizioni, ciò dev’essere considerato positivamente, perché l’accordo con
il suo generale modo di pensare è un test di selezione. Non conosco un’altra
figura riguardo a cui possiamo dire con uguale fiducia che, se dopo la
guerra troviamo uno studioso tedesco sinceramente d’accordo con i suoi
ideali, egli è il tipo di Tedesco al quale nessun Inglese avrebbe bisogno di
sentirsi riluttante a stringere la mano. A dispetto di tutto ciò che egli ha
acquisito dalla Germania, credo che si possa dire non solo che è stato privo,
più di un puro Inglese, di tutto ciò che odiamo nei Tedeschi, ma anche che
ha individuato gli aspetti più pericolosi degli sviluppi tedeschi, prima e più
chiaramente della maggior parte delle altre persone.
Prima di dire di più sulla filosofia politica di Acton, lasciatemi citare uno

165
o due vantaggi ulteriori per cui il suo nome sembra adattarsi al nostro
scopo. Il primo è che Acton è stato un cattolico, anzi un devoto cattolico,
uno che nelle questioni politiche ha sempre conservato una completa
indipendenza da Roma, e non si è mai tirato indietro quando si è trattato di
applicare la totale severità dei suoi standard morali per giudicare la storia
dell’istituzione che più ha riverito, la Chiesa cattolica romana. Questo mi
sembra molto importante: perché, se dev’essere incoraggiata una visione
più liberale tra le grandi masse che non sono definitivamente né di «destra»
né di «sinistra», si deve fare qualsiasi sforzo per evitare
quell’atteggiamento ostile verso la religione propria di gran parte del
liberalismo continentale, atteggiamento che ha contribuito molto a portare i
moderati a opporsi a qualunque tipo di idea liberale. E non solo. Ancora più
importante è che nell’effettiva opposizione a Hitler, in Germania i cattolici
hanno giocato una parte talmente importante che nessuna organizzazione
che, senza essere essa stessa cattolica romana, – e che non sia almeno di
tale levatura da rendere possibile la collaborazione a un convinto cattolico –
può sperare di guadagnare influenza tra i gruppi di centro da cui dipenderà
così tanto il successo dei suoi sforzi. Dal poco che si può osservare della
letteratura tedesca degli anni di guerra, sembra quasi che, se qualche
testimonianza di liberalismo può ancora essere trovata in Germania,
dev’essere trovata tra i gruppi cattolici. Per quanto riguarda più
specificamente gli storici, è quasi certamente vero che almeno alcuni storici
cattolici (sto pensando, in particolare, a Franz Schnabel e al suo Deutsche
Geschichte im 19. Jahrhundert) si sono tenuti lontani dal veleno del
nazionalismo e dalla venerazione del potere statale più di molti altri storici
tedeschi.
Un’altra ragione che fa sembrare probabile il fatto che la filosofia politica
di Lord Acton possa avere un grande ascendente su molti Tedeschi, nella
condizione intellettuale in cui essi saranno dopo questa guerra, è legata alla
straordinaria moda di cui, conformemente ad altri segnali, gli scritti di
Jakob Burckhardt stanno godendo in Germania oggi. Sebbene differisca da
Acton per il suo profondo pessimismo, Burckhardt ha molto in comune con
lui, soprattutto l’enfasi sempre ribadita sull’idea del potere come malvagio,
l’opposizione al centralismo e la simpatia per tutti gli stati piccoli e
multinazionali. Potrebbe tuttavia essere opportuno accoppiare al nome di
Acton, benché non nel nome della «associazione» ma nel programma, non
solo Burckhardt ma anche il grande storico francese che ha così tanto in

166
comune con entrambi, Tocqueville. Insieme, questi tre nomi indicano
probabilmente, anche meglio del singolo nome di Acton, il tipo di ideali
politici fondamentali, ispirandosi ai quali la storia potrebbe in futuro
rieducare politicamente l’Europa – forse perché, più di altri, questi tre
uomini hanno prolungato la tradizione del grande filosofo politico che,
come ha scritto Acton, «al suo meglio ha coinciso con l’Inghilterra al suo
meglio» – Edmund Burke.
Se avessi tentato di giustificare compiutamente la mia scelta di Lord
Acton come nome principale sotto cui tentare un tale sforzo, avrei dovuto
darvi un profilo delle sue massime storiche e della sua filosofia politica.
Ma, sebbene questo sia un compito che vale la pena tentare (e che,
significativamente, è stato tentato di recente da uno studioso tedesco) non
può essere compiuto in pochi minuti. Tutto ciò che posso fare, perciò, è
leggervi, dalla mia raccolta personale degli scritti di Acton, alcuni passaggi
che esprimono brevemente poche specifiche convinzioni, benché una tale
selezione non possa darvi che un’idea piuttosto unilaterale e, in senso non
desiderabile, troppo politica.
Posso essere molto breve sul concetto di storia di Acton. «La mia nozione
di storia – egli ha scritto – è analoga a quella di tutti gli uomini, cioè non
suscettibile di essere trattata da speciali ed esclusivi punti di vista». Questo
implica, di certo, non solo l’unicità della verità, ma anche la fede di Acton
nella validità universale degli standard morali. Vi ricordo a questo
proposito il famoso passaggio dalla Lezione inaugurale in cui egli dice che
Il peso dell’opinione è contro di me quando vi esorto a non svalutare il valore morale o
abbassare i livelli di rettitudine ma a cercarne altri attraverso norme finali che governino
le nostre vite e a sopportare che nessun uomo e nessuna causa fuggano l’immortale
punizione che la storia ha il potere di infliggere a un torto. La richiesta di attenuare la
colpa e di mitigare la punizione è perpetua [...]

un argomento che Acton sviluppa, in modo più completo, in una lettera ben
nota ai colleghi storici, che mi piacerebbe citare alla fine, ma da cui posso
leggere soltanto solo una massima o due. In questo caso egli argomenta
contro la tesi che le grandi figure storiche debbano essere giudicate
diversamente dagli altri uomini, assumendo favorevolmente che essi non abbiano nessun
torto. Se c’è qualche presunzione è, al contrario, contro i detentori del potere,

167
presunzione che aumenta come aumenta il potere. La responsabilità storica deve
prendere il posto della mancanza di responsabilità legale. Il potere tende a corrompere e
il potere assoluto tende a corrompere in modo assoluto. I grandi uomini sono quasi
sempre uomini cattivi, anche quando esercitano influenza e non autorità, ancor di più se
voi aggiungete la tendenza o la certezza della corruzione realizzata attraverso l’autorità.
Non c’è eresia peggiore di quella della carica che santifica il suo detentore. Questo è il
punto in cui la negazione del cattolicesimo e del liberalismo si incontrano e giungono
alla loro completa celebrazione.

E conclude: «l’inflessibile integrità del codice morale è, per me, il segreto


dell’autorità, della dignità e dell’utilità della storia».
La mia illustrazione della filosofia politica di Acton dev’essere perfino
meno completa e sistematica, fatta con brani scelti soprattutto per la loro
rilevanza rispetto alla situazione presente e a quel che ho già detto. Farò
poche citazioni senza commento, e spero solo che avranno più freschezza
dei passaggi piuttosto comuni che ho già citato. Forse gli eventi recenti
rendono più facile apprezzare il significato di alcune di queste sue
osservazioni, come la discussione seguente su ciò che noi oggi chiamiamo
«totalitarismo»:

ogni volta che un singolo definito obiettivo viene innalzato a fine supremo dello Stato,
sia esso il vantaggio di una classe, la salvezza o il potere del paese, la felicità più grande
del maggior numero di persone o il supporto a qualunque idea speculativa, lo Stato
diventa, per un certo periodo, inevitabilmente assoluto. Solo la libertà richiede per la sua
realizzazione la limitazione dell’autorità pubblica, perché la libertà è il solo obiettivo che
avvantaggia tutti allo stesso modo e non provoca nessuna sincera opposizione.

O prendere la seguente:
il principio veramente democratico, secondo cui nessuno deve avere potere al di sopra
del popolo, significa che nessuno deve essere in grado di eludere o frenare il suo potere.
Il vero principio democratico, stando al quale le persone non devono fare ciò che non
piace loro, significa che mai deve essere chiesto loro di tollerare ciò che non amano. Il
vero principio democratico, secondo cui la libera volontà di ogni uomo dovrà essere
quanto più possibile senza restrizioni, significa che la libera volontà della collettività non
sarà limitata in nulla.

168
Oppure:
una teoria che identifica la libertà con un singolo diritto, il diritto di fare tutto ciò che hai
l’effettivo potere di fare, e una teoria che assicura la libertà per mezzo di certi diritti non
modificabili e che si fonda sulla verità che gli uomini non inventano né possono abiurare,
non possono essere tutt’e due principi formativi della stessa costituzione. Il potere
assoluto e le restrizioni al suo esercizio non possono esistere insieme. Si tratta di una
nuova versione della vecchia contesa tra lo spirito della vera libertà e il dispotismo nel
suo più abile camuffamento.

E infine:

la libertà dipende dalla divisione del potere. La democrazia tende all’unità del potere. Per
tenere separati gli agenti, si deve dividere la fonte; cioè, si devono mantenere e creare
corpi amministrativi separati. Per sviluppare la democrazia, un ristretto federalismo è il
solo possibile freno alla concentrazione e al centralismo.

Forse l’argomento più importante, troppo lungo da citare, è quello del


saggio sulla nazionalità, dove Acton oppone coraggiosamente alla dottrina
dominante (come espressa da J.S. Mill), secondo cui «è in generale una
condizione necessaria delle istituzioni libere che i limiti di governo possano
coincidere con quelli delle nazionalità», l’opposto punto di vista stando a
cui
la coesistenza di più nazioni nello stesso Stato è un test tanto quanto la sicurezza della
libertà. È anche uno dei principali strumenti di civiltà e, come tale, è nell’ordine naturale
e provvidenziale, e indica un avanzamento più grande dell’unità nazionale, che è l’ideale
del moderno liberalismo.

Chiunque conosca l’Europa centrale non potrà negare che non possiamo
sperare per quei territori una pace durevole o un avanzamento della civiltà,
se tali idee non diventeranno alla fine vincitrici, né si può negare che le più
pratiche soluzioni dei problemi di quella parte del mondo sono
rappresentate da un federalismo del tipo difeso da Acton.
Non bisogna dire che questi ideali sono utopistici e che quindi non vale la
pena lavorare per essi. È in ragione del fatto che sono ideali realizzabili
solo in un futuro più o meno lontano che essi sono il tipo di ideali da cui gli
storici possono permettersi di essere guidati senza il rischio di essere

169
coinvolti in passione di parte. Da insegnante, e lo storico non può non
essere l’insegnante politico delle future generazioni, egli non deve
permettersi di essere influenzato da considerazioni relative a ciò che ora è
possibile; deve occuparsi invece di rendere possibile ciò su cui i moderati
sono d’accordo sia desiderabile, ma che sembra impraticabile alla luce della
situazione dell’opinione attuale. È perché, lo voglia o no, lo storico crea gli
ideali politici del futuro che egli stesso deve essere guidato dai più alti
ideali e liberarsi dalle dispute politiche del giorno. Più sono alti gli ideali
che lo guidano, più egli può rendersi indipendente da movimenti politici
che aspirano a obiettivi immediati, più può sperare a lungo andare di
rendere possibile molte cose per cui il mondo può ancora non essere pronto.
Forse possiamo, perseguendo fini distanti, esercitare una grande influenza,
più del «realista bollito» del tipo che adesso è di moda.
Non dubito che un considerevole gruppo di storici o, direi piuttosto di
studiosi della società, impegnati negli ideali incorporati nel lavoro di Lord
Acton, possa diventare per sempre una grande forza. Ma, vi domanderete,
quale contributo può dare a questo fine un’organizzazione formale, come
l’Acton Society che ho suggerito? La mia risposta a questo interrogativo è,
innanzitutto, che non dovremmo aspettarci tanto dalla sua attività come
struttura, ma moltissimo da essa come strumento per rendere possibile, in
un futuro vicino, la ripresa di numerosi contatti individuali al di là delle
frontiere. Non ho bisogno di sottolineare di nuovo perché è così importante
che quell’aiuto o incoraggiamento che possiamo dare non debba giungere
principalmente attraverso canali ufficiali o governativi. Ma per un lungo
periodo sarà veramente difficile che l’individuo possa fare qualcosa da
solo. Gli ostacoli puramente tecnici di trovare individualmente in altri posti
le persone con cui collaborare sarà anche più grande. In considerazione di
ciò, una associazione del genere (o potrebbe essere piuttosto un tipo di club
con membri scelti) potrebbe essere di grande aiuto.
Tuttavia, sebbene consideri questa facilitazione di contatti tra gli
individui lo scopo più importante e sebbene non sia possibile illustrare in
ogni dettaglio quali potrebbero essere le attività collettive dell’associazione,
credo che non ci sarebbe per queste attività contenuto indegno di essere
considerato, soprattutto nel campo editoriale. Si potrebbe fare molto per far
rivivere e rendere popolari i lavori di quegli scrittori politici tedeschi che
nel passato sono stati i rappresentanti di una filosofia politica in accordo,
più di quella che ha avuto grandissima influenza durante i passati settanta

170
anni, con gli ideali che vogliamo incoraggiare. Anche una rivista dedicata
in gran parte alla normale discussione dei problemi della storia recente,
potrebbe dimostrarsi utile e canalizzare la discussione in una direzione più
vantaggiosa di quella di quanti disputano sulle «colpe della guerra». È
possibile che, sia qui da noi che in Germania, una rivista dedicata non ai
risultati della ricerca storica propriamente detta, ma alla esposizione della
storia al più vasto pubblico, possa dimostrarsi, se diretta da storici
responsabili, nello stesso tempo di successo e avere una effettiva funzione
da svolgere. L’associazione come tale non presumerebbe mai, di certo, di
decidere ogni questione controversa, ma nel fornire un forum per la
discussione e un’opportunità per la collaborazione tra gli storici di
differenti Paesi adempirebbe un servizio molto utile.
Non devo, però, lasciarmi indurre in una discussione di dettaglio. Il mio
scopo non era quello di sollecitare un sostegno a un progetto definito, ma
piuttosto di sottoporre una proposta sperimentale alla vostra critica. Per un
verso, più credo nel vantaggio potenziale che tale associazione potrebbe
arrecare, più sono attratto dall’idea; e tuttavia non mi sembra che valga la
pena perseguirla senza prima averla messa alla prova con altre persone.
Così, se voi mi direte che vale la pena di sostenere alcuni sforzi nella
direzione indicata, e se il nome di Lord Acton vi pare un simbolo adatto
sotto il quale si possa costituire una tale associazione, ciò sarà per me di
grande aiuto nel decidere se perseguire ulteriormente questa idea o porvi
fine.

171
10.
Relazione di apertura alla conferenza
di Mont Pélèrin*

Devo confessare che adesso, mentre giunge il momento che attendevo da


tempo, il mio sentimento di profonda gratitudine verso tutti voi è molto
temperato da una forte sensazione di smarrimento, per la temerarietà con
cui ho messo in moto tutto ciò e di preoccupazione per la responsabilità che
mi sono assunto, chiedendovi di dedicare tanto del vostro tempo e della
vostra energia per qualcosa che potreste aver considerato come un
esperimento avventato. In ogni caso, mi limiterò in questo momento a un
semplice ma profondamente sincero «grazie».
Prima di lasciare la posizione che così immodestamente ho assunto e di
cedervi con piacere il compito di portare avanti quel che circostanze
fortunate hanno permesso a me di cominciare, è mio dovere darvi una
spiegazione un po’ più ampia degli scopi che mi hanno spinto a proporvi
questo incontro e a suggerirne il programma. Tenterò di non mettere troppo
alla prova la vostra pazienza, ma anche il minimo di spiegazione che vi
devo prenderà un po’ di tempo. La convinzione fondamentale che mi ha
guidato in questa fatica è che si deve adempiere un grande compito
intellettuale, se gli ideali, che io credo ci uniscano e per i quali, a dispetto
del grande abuso della parola, non c’è un termine migliore di «liberali»,
devono avere qualche possibilità di rinascita. Questo compito comporta la
necessità di purgare il pensiero liberale tradizionale da certe casuali
aggiunte che si sono unite a esso nel corso del tempo, nonché l’esigenza di
affrontare alcuni problemi reali che un liberalismo troppo semplificato ha
eluso o che sono diventati evidenti solo da quando esso si è trasformato in
un credo statico e rigido.
L’opinione che questa sia la situazione prevalente mi è stata fortemente
confermata dall’osservazione che, in molti differenti campi e in molte
differenti parti del mondo, gli individui che sono stati educati a credenze
diverse e per i quali il liberalismo ha avuto poca attrattiva, stanno

172
riscoprendo da sé princìpi fondamentali del liberalismo e stanno tentando di
ricostruire una filosofia liberale che può superare quelle obiezioni, che
secondo la maggior parte dei nostri contemporanei hanno fatto fallire la
promessa fatta dal primo liberalismo.
Nel corso degli ultimi due anni, ho avuto la grande fortuna di visitare
alcune parti dell’Europa e dell’America e sono rimasto sorpreso dal numero
di uomini, trovati in posti differenti, che isolatamente lavorano sugli stessi
problemi e su linee molto simili. Lavorando da soli o in gruppi molto
ristretti, essi sono tuttavia costantemente costretti a difendere gli elementi
basilari delle loro credenze e raramente hanno l’opportunità di uno scambio
di idee sui problemi più tecnici, che emergono solo se è presente una certa
base comune di convinzioni e di ideali.
Mi sembra che solo tra un gruppo di persone che siano d’accordo sui
princìpi fondamentali, e fra i quali certe concezioni di base non siano messe
in discussione in ogni momento, sono possibili effettivi tentativi di
elaborare i princìpi generali di un ordine liberale. Tuttavia, non solo in
questo momento il numero di coloro che in qualsiasi Paese sono d’accordo
su quelli che a me sembrano i princìpi liberali fondamentali è piccolo, ma
tale compito è uno di quelli veramente enormi, per cui c’è molto bisogno di
attingere a esperienze diversificate quanto più ampie possibili.
A mio parere, una delle osservazioni più istruttive è quella secondo cui,
più ci si muove verso Ovest, verso Paesi in cui le istituzioni liberali sono
ancora comparativamente solide e la gente che professa convinzioni liberali
è ancora al confronto numerosa, meno queste persone sono realmente
preparate a riesaminare le proprie convinzioni e più sono inclini al
compromesso e ad assumere l’accidentale forma storica della società
liberale che hanno conosciuto come lo standard definitivo. Ho trovato,
d’altra parte, che in quei Paesi che hanno sperimentato direttamente un
regime totalitario o lo hanno conosciuto da vicino, pochi uomini hanno
tratto da questa esperienza una concezione più chiara delle condizioni e del
valore di una società libera. Più ho discusso questi problemi con persone di
Paesi differenti, più mi sono convinto che il buon senso non sta tutto da una
sola parte e che l’osservazione della reale decadenza di una civiltà ha dato
ad alcuni pensatori indipendenti del continente europeo delle lezioni di cui
credo si debba far tesoro in Inghilterra e in America, se si vuole che questi
Paesi si possano sottrarre a un simile destino.
Tuttavia, non sono solo gli studiosi di economia e di politica dei vari

173
Paesi a dover trarre vantaggio gli uni dagli altri e a dover, unendo le loro
forze al di là delle frontiere nazionali, fare molto per far progredire la loro
comune causa. Sono stato non meno impressionato da come la discussione
dei grandi problemi del nostro tempo tra, per esempio, un economista e uno
storico o tra un avvocato e un filosofo politico, possa essere, quando si
condividono certe premesse comuni, più fruttuosa della discussione tra
studiosi di una stessa disciplina ma che non condividono gli stessi valori
fondamentali. Di certo, una filosofia politica non può essere mai basata
esclusivamente sull’economia o espressa principalmente in termini
economici. I pericoli che abbiamo di fronte sono infatti il risultato di un
movimento intellettuale che si è espresso e ha toccato ogni aspetto
dell’attività umana. E, per quanto nel proprio campo ognuno di noi possa
avere imparato a riconoscere le opinioni che sono parte integrante del
movimento che conduce al totalitarismo, non possiamo essere sicuri, come
economisti, di non accettare, acriticamente, sotto l’influenza dell’atmosfera
del nostro tempo, le idee che nel campo della storia, della filosofia, della
morale o del diritto sono parte integrante di un sistema che abbiamo
imparato a contrastare nel nostro specifico campo disciplinare.
La necessità di un incontro internazionale di rappresentanti di queste
diverse discipline mi è sembrata particolarmente urgente in conseguenza
della guerra, che non solo ha, per così tanto tempo, interrotto molti dei
normali contatti, ma ha anche inevitabilmente, e nei migliori di noi, creato
un modo di pensare «egocentrico» e nazionalista, che mal si concilia con un
approccio ai nostri problemi sinceramente liberale. Peggio ancora, la guerra
e i suoi esiti hanno generato nuovi ostacoli alla ripresa di contatti
internazionali, ostacoli che, per coloro che si trovano nei Paesi meno
fortunati, sono praticamente insormontabili senza un aiuto dall’esterno e
che pure per noialtri sono abbastanza difficili da superare. Sembra
chiaramente che ci sia l’esigenza per qualche tipo di organizzazione in
grado di favorire il ripristino delle comunicazioni tra persone che hanno un
comune modo di vedere. Se non si crea qualche organizzazione privata, c’è
il serio pericolo che i contatti tra le frontiere nazionali divengano sempre
più il monopolio di quelle organizzazioni che erano legate, in un modo o in
un altro, alle esistenti macchine politiche e governative istituite per servire
le ideologie dominanti.
È stato evidente, fin dal principio, che nessuna organizzazione
permanente di questo tipo possa essere creata senza alcuni incontri

174
sperimentali in cui l’utilità di tale idea possa essere messa alla prova.
Poiché ciò, nelle circostanze attuali, mi è tuttavia sembrato di difficile
organizzazione senza fondi consistenti, mi sono limitato a parlare di questo
progetto a tutte le persone che si sono mostrate disponibili, fino a che, con
mia sorpresa, una fortunata coincidenza ha improvvisamente collocato il
progetto dentro l’ambito delle possibilità. Uno dei nostri amici svizzeri qui
presenti, il Dr. Hunold, aveva raccolto dei fondi per un progetto affine ma
differente, che per ragioni accidentali si è dovuto abbandonare, ed è riuscito
a convincere i finanziatori a devolvere le risorse a questo nuovo scopo.
È stato perciò solo quando si è presentata tale unica opportunità che ho
compreso pienamente quale responsabilità mi fossi assunto e che, per non
perdere l’occasione, mi dovevo fare carico di proporre questa conferenza e,
peggio, di decidere chi dovesse essere invitato. Voi forse converrete
abbastanza con la difficoltà e la natura imbarazzante di tale compito da
rendermi superfluo scusarmi, alla fine, per il modo in cui l’ho
disimpegnato.
C’è solamente un punto che devo spiegare a questo proposito: per come
vedo il nostro progetto, non è sufficiente che i nostri membri abbiano quelle
che si usano chiamare opinioni «sane». Il vecchio liberale che aderisce a un
tradizionale credo semplicemente per tradizione, per quanto ammirevole sia
il suo punto di vista, non è di grande utilità al nostro scopo. Ciò di cui
abbiamo bisogno sono persone che affrontino gli argomenti da un altro
versante, che abbiano lottato con essi e combattuto loro stessi da una
posizione da cui possono nello stesso tempo rispondere criticamente alle
obiezioni e giustificare le loro opinioni. Tali persone sono anche meno
numerose dei buoni liberali nel vecchio senso della parola, anzi ora ce ne
sono piuttosto pochi anche di loro. Quando tuttavia ho iniziato a preparare
una lista, ho scoperto, con mia piacevole sorpresa, che il numero di
persone, che pensavo avesse titolo per esservi incluso, era molto più grande
di quanto mi aspettassi o di quanto potesse essere chiesto alla conferenza.
Per cui la selezione finale è stata inevitabilmente in larga misura arbitraria.
È motivo di grande amarezza per me che, a causa di una mia personale
mancanza, l’insieme dei membri della presente conferenza non sia
equilibrato e che gli storici e i filosofi politici, invece di essere rappresentati
tanto quanto gli economisti, sono in confronto una piccola minoranza.
Questo è dovuto, in particolare, al fatto che i miei contatti personali
nell’ambito di quest’ultimo gruppo sono più limitati, al fatto, inoltre, che di

175
quelli che erano nella lista originale, una grandissima parte di non-
economisti, non sono stati in grado di intervenire, ma soprattutto alla
circostanza che, in questo particolare frangente, gli economisti sembrano
essere forse più consci in generale dei pericoli immediati e dell’urgenza dei
problemi intellettuali che dobbiamo risolvere, se vogliamo avere qualche
possibilità di andare in una direzione più desiderabile. Ci sono sproporzioni
simili anche nella distribuzione nazionale dei membri di questa conferenza,
e mi rammarico in particolare che sia il Belgio che l’Olanda non siano
affatto rappresentati. Non ho alcun dubbio che, a parte questi difetti di cui
sono consapevole, ci siano altri e forse più seri errori che ho
involontariamente commesso, e tutto ciò che posso fare è chiedere la vostra
indulgenza e il vostro aiuto per avere in futuro una lista più completa di
tutti quelli da cui ci possiamo aspettare un partecipato e attivo sostegno ai
nostri sforzi.
Mi ha dato molto incoraggiamento il fatto che tutti quelli a cui ho
mandato l’invito hanno espresso la loro condivisione allo scopo della
conferenza e il desiderio di potervi prendere parte. Se tuttavia alcuni di loro
non sono qui, ciò è dovuto a problemi di salute di un tipo o dell’altro. Vi
farà probabilmente piacere ascoltare i nomi di coloro che hanno espresso il
desiderio di poter essere con noi e il loro consenso agli scopi di questa
conferenza1.
Oltre a citare quelli che non possono essere qui per ragioni contingenti,
devo menzionare anche altri sul cui aiuto avevo contato in modo
particolare, ma che non saranno mai più con noi. Infatti, le due persone con
cui ho discusso molto più diffusamente il progetto di questo convegno non
hanno vissuto abbastanza per vederne la realizzazione. Ho abbozzato per la
prima volta il progetto tre anni fa a Cambridge, davanti a un piccolo gruppo
presieduto da Sir John Clapham, il quale ha manifestato un grande interesse
al riguardo, ma che è morto all’improvviso un anno fa. Ed è passato ora
meno di un anno da quando ho discusso il progetto, in tutti i suoi dettagli,
con un altro uomo che per tutta la vita si è dedicato agli ideali e ai problemi
con cui avremo a che fare: Henry Simons di Chicago. Poche settimane
dopo non c’era più. Se insieme ai loro nomi cito quello di un uomo molto
più giovane, che pure ha manifestato un grande interesse al mio progetto e
che, se fosse vivo, avrei sperato di vedere come nostro segretario
permanente, incarico per cui Etienne Mantoux sarebbe stato idealmente
adatto, voi capirete quanto siano pesanti le perdite che il nostro gruppo ha

176
sofferto anche prima di avere, per la prima volta, un’opportunità di
incontro.
Se non fosse stato per queste tragiche morti, non avrei dovuto agire da
solo nel convocare questa conferenza. Confesso che in un certo momento
queste disgrazie hanno fatto vacillare la mia decisione di portare avanti il
progetto. Ma, quando si è presentata l’opportunità, mi sono sentito in
dovere di fare per essa ciò che avrei potuto.
C’è un altro aspetto, relativo ai membri della nostra conferenza, su cui
vorrei brevemente soffermarmi. Abbiamo tra noi un discreto numero di
regolari collaboratori della stampa periodica; essi non devono fare un
resoconto del convegno, ma hanno la migliore opportunità per diffondere le
idee per le quali siamo impegnati. Ma, per aggregare altri membri, può
essere utile dire, a meno che e fino a che voi non decidiate diversamente,
che questo è stato un incontro privato e presentare tutto ciò che verrà detto,
durante la discussione, come «ufficioso».
Permettetemi ora di passare al programma che ho proposto per questo
convegno. La prima cosa che, ovviamente, voi dovete considerare, e che io
ho bisogno fortemente di dire, è che le proposte che vi ho spedito, e che ora
spiegherò, non sono niente di più che suggerimenti che questo convegno
potrà approvare o non approvare.
Delle tematiche che ho suggerito per un esame sistematico da parte di
questa conferenza, e che la maggior parte dei membri sembra aver
approvato, la prima è quella relativa alla relazione tra ciò che è chiamata
«Libera impresa» e un ordine realmente competitivo. Mi sembra questo il
problema più grosso e per qualche verso più importante e spero che una
parte considerevole delle nostre discussioni siano dedicate al suo esame. È
questo il campo in cui è più importante che noi facciamo chiarezza nelle
nostre menti, per arrivare a un accordo sul tipo di programma di politica
economica che vorremmo vedere accettato in generale. È probabilmente la
gamma di problemi in cui la maggior parte di noi è attivamente interessato
e in cui è più urgente che il lavoro, condotto indipendentemente in direzioni
parallele, in molte parti del mondo, venga portato avanti insieme. Le sue
ramificazioni sono praticamente senza fine, poiché un’adeguata trattazione
coinvolge un programma completo di politica economica liberale. È
probabile che, dopo una ricognizione del problema in generale, voi possiate
preferire di dividerlo in argomenti più specifici da discutere in separate
sessioni. Potremo probabilmente in questo modo trovare uno spazio per uno

177
o più argomenti addizionali, argomenti da me indicati in una delle mie
circolari, oppure per ulteriori problemi, come quello dell’economia a forte
spinta inflazionistica che, come è stato giustamente osservato da più di uno
dei membri, è in questo momento lo strumento principale attraverso cui
nella maggior parte dei Paesi viene introdotto un assetto collettivista. Forse
il miglior progetto è quello di ritagliare, dopo aver dedicato una o due
sessioni all’argomento generale, una mezz’ora o anche di riservare alla fine
di una di queste discussioni uno spazio alla decisione dell’ulteriore corso
della nostra attività. Propongo di dedicare tutto questo pomeriggio e la sera
all’esame generale del nostro argomento; nel pomeriggio, forse mi lascerete
dire qualche parola in più al suo riguardo. Mi sono preso la libertà di
domandare al Professor Aaron Director di Chicago, al Professor Walter
Eucken di Friburgo e al Professor Allais di Parigi di introdurre il dibattito
sul tema e non ho alcun dubbio che avremo perciò spunti a sufficienza per
la discussione.
Per quanto i problemi relativi ai princìpi su cui basare l’ordine economico
siano profondamente importanti, ci sono diverse ragioni per cui spero che,
anche durante la prima parte della conferenza, potremo avere tempo per
alcuni altri argomenti. Siamo probabilmente tutti d’accordo che le radici dei
pericoli politici e sociali che abbiamo di fronte non sono puramente
economiche e che, se vogliamo preservare una società libera, è necessario
andare al di là della revisione delle sole teorie economiche che governano
la nostra generazione. Credo che, per giungere a una rapida inventariazione,
sia utile, durante la prima parte della conferenza, esplorare un campo
piuttosto ampio e osservare i nostri problemi da più angolazioni; e poi
tentare di procedere con gli aspetti più tecnici o con problemi di dettaglio.
Voi sarete probabilmente d’accordo che l’interpretazione e
l’insegnamento della storia è stato, durante le ultime due generazioni, uno
dei principali mezzi attraverso cui si sono affermate concezioni
essenzialmente anti-liberali della vita umana; il fatalismo diffuso che
considera tutti gli sviluppi che di fatto sono accaduti come conseguenza
inevitabile della grande legge del necessario sviluppo storico, il relativismo
che nega qualsiasi standard morale eccetto quelli «di successo» e «non
successo», l’enfasi sui comportamenti di massa in quanto distinti dai
traguardi individuali e, non ultima, la generale enfasi sulla necessità
materiale opposta al potere delle idee di creare il nostro futuro; sono tutte
differenti facce di un problema tanto importante e almeno tanto ampio

178
quanto il problema economico. Ho suggerito come argomento separato per
la discussione semplicemente un aspetto di questa ampia tematica, cioè la
relazione tra storiografia ed educazione politica, ma si tratta di un punto che
ci condurrà presto a un problema più ampio. Sono veramente contento che
la signorina Wedgwood e il Professor Antoni abbiano accettato di aprire il
dibattito su questo argomento.
Credo che sia importante renderci pienamente conto che, nel Continente e
in America più che in Inghilterra, la versione popolare del liberalismo
include molti elementi che, da una parte, hanno spesso spinto i suoi
sostenitori direttamente nelle schiere del socialismo o del nazionalismo e,
dall’altra, hanno reso antagonisti molti di coloro che condividevano i valori
fondamentali della libertà individuale, ma che respingevano il razionalismo
aggressivo, che non riconosce alcun valore eccetto quelli la cui utilità (per
un fine ultimo mai scoperto) può essere dimostrata dalla ragione
individuale e che presume che la scienza sia competente a parlare non solo
dell’essere ma anche del dovere. Personalmente credo che questo falso
razionalismo, che ha acquistato influenza durante la Rivoluzione francese e
che l’ha esercitata durante gli ultimi cento anni, principalmente attraverso i
movimenti «gemelli» del positivismo e dell’hegelismo, sia l’espressione di
una presunzione opposta a quella umiltà intellettuale che è l’essenza del
vero liberalismo, il quale considera con rispetto quelle forze sociali
spontanee attraverso cui l’individuo crea cose più grandi di quel che la sua
conoscenza gli consentirebbe. È questo intollerante e fiero razionalismo a
essere il principale responsabile di quella corrente che, soprattutto nel
Continente, ha spesso spinto persone animate da religiosità fuori dal
movimento liberale, portandole dentro ambienti reazionari nei quali esse si
sono sentite un po’ a casa. Sono convinto che, se la frattura tra il vero
liberalismo e le convinzioni religiose non sarà sanata, non ci sarà alcuna
speranza per la rinascita delle forze liberali. Ci sono oggi in Europa molti
segnali che indicano tale riconciliazione più vicina di quanto non lo sia
stata per lungo tempo, e che mostrano come molte persone vedono in essa
la sola speranza per preservare gli ideali della civiltà occidentale. È stata
questa la ragione per cui ho particolarmente desiderato che il rapporto tra
liberalismo e cristianesimo fosse considerato uno degli argomenti a parte
della nostra discussione; e, sebbene non possiamo sperare di andare lontano
nell’esame di questo tema in un singolo convegno, mi sembra essenziale
porci esplicitamente il problema.

179
I due ulteriori argomenti che ho proposto per il dibattito sono questioni
relative all’applicazione pratica dei nostri princìpi ai problemi del nostro
tempo, piuttosto che questioni riguardanti i princìpi stessi. Ma sia il
problema del futuro della Germania sia quello delle possibilità e delle
prospettive di una federazione europea mi sembravano di una tale
immediata urgenza che nessun gruppo internazionale di studiosi di politica
dovrebbe riunirsi senza prenderli in considerazione, anche se, con i nostri
scambi di opinione, non possiamo sperare di fare nulla di più che un po’ di
chiarezza. Sono entrambe questioni su cui lo stato presente dell’opinione
pubblica, più di ogni altra cosa, è il grande ostacolo a qualsiasi ragionevole
discussione, e sento che è nostro particolare dovere non evitare la loro
trattazione. Anzi, è un sintomo della loro complessità il fatto che io abbia
avuto la difficoltà maggiore nel persuadere qualche membro di questa
conferenza ad aprire la discussione su queste due tematiche.
C’è un altro argomento che mi sarebbe piaciuto vedere discusso, perché
mi sembra centrale rispetto al nostro problema, vale a dire il significato e le
condizioni che rendono possibile il «governo della legge». Se non l’ho
effettivamente proposto, è perché discutere adeguatamente questo tema
avrebbe richiesto di estendere ulteriormente il numero dei partecipanti alla
conferenza e includere gli studiosi del diritto. Anche in questo caso è stato
in larga parte una mia mancanza di conoscenza che ha impedito ciò; lo dico
soprattutto per rendere chiaro quanto lontano noi dobbiamo gettare la nostra
rete se, in una qualche organizzazione permanente, vogliamo essere
adeguatamente capaci di affrontare tutte le differenti incombenze del nostro
compito. E tuttavia il programma che ho proposto è già abbastanza
ambizioso per una sola conferenza, per cui mi è ora necessario mettere da
parte questo punto e passare a una o due altre materie sulle quali dovrò
brevemente fare dei commenti.
Per quanto riguarda la prima, cioè l’organizzazione formale di questa
conferenza, non credo che abbiamo bisogno di porre sulle nostre spalle una
pesante macchina organizzativa. Non avremmo potuto volere una persona
più qualificata del Professor Rappard a presiedere questo nostro primo
convegno, e sono sicuro che voi mi permetterete di ringraziarlo a vostro
nome per avere accettato. Ma non aspettiamoci che egli o qualcun altro
porti questo fardello dal principio alla fine della conferenza. La soluzione
più appropriata consiste probabilmente nel ricorrere a una rotazione sicché,
se voi siete d’accordo, uno degli atti di questa prima riunione sarà quello di

180
scegliere il presidente per le riunioni successive. Se voi siete d’accordo su
un programma relativo almeno alla prima parte della conferenza, dovrebbe
venir fuori un lavoro poco formale fino a che noi non dovremo prendere in
considerazione l’agenda per la seconda parte, agenda che, come ho
suggerito, potrebbe essere articolata durante lo speciale incontro di lunedì
pomeriggio. Sarebbe forse opportuno che, in aggiunta, venisse in quella
occasione istituita una piccola commissione permanente di cinque o sei
membri per completare in ogni dettaglio il programma su cui siamo
d’accordo o per fare qualche cambiamento reso necessario dalle
circostanze. Potremmo decidere anche di nominare un segretario della
conferenza o forse, meglio ancora, due segretari, uno per occuparsi del
programma e un altro per badare agli aspetti organizzativi in generale.
Credo che, in questa fase, ciò possa essere ampiamente sufficiente a
disciplinare le nostre riunioni.
C’è un altro punto dell’organizzazione a cui dovrei probabilmente fare
ora riferimento. Farò certamente in modo che siano tenuti dei verbali veri e
propri delle nostre discussioni. Ma nessun accordo è stato fatto, o è
sembrato praticabile, per ottenere una documentazione dei nostri dibattiti.
A parte le difficoltà tecniche, questo avrebbe anche indebolito il carattere
privato e informale delle nostre discussioni. Ma spero che i membri
vorranno essi stessi prendere qualche appunto dei loro contributi più
rilevanti cosicché, se la conferenza decidesse di raccogliere i suoi risultati
più importanti in qualche tipo di documentazione scritta, sarà facile mettere
su carta il nocciolo delle loro osservazioni.
C’è anche il problema della lingua. Nella mia corrispondenza preliminare
ho tacitamente presunto che tutti i membri avessero familiarità con l’inglese
e, siccome questo è certamente vero per la maggior parte di noi, se sarà
usato principalmente l’inglese i nostri dibattiti saranno facilitati di molto.
Noi non siamo nella fortunata posizione degli organismi ufficiali
internazionali, che hanno a propria disposizione uno staff di interpreti. Mi
sembra tuttavia che la regola dovrebbe essere che ogni membro usi la
lingua in cui può sperare di farsi comprendere da più persone possibili.
Lo scopo immediato di questa conferenza è, di certo, dare un’opportunità
ai partecipanti (un gruppo relativamente piccolo di quanti, in diverse parti
del mondo, stanno lottando per gli stessi ideali) di conoscersi
personalmente, di trarre vantaggio dalle vicendevoli esperienze e anche
forse di incoraggiarsi reciprocamente. Sono però fiducioso che, se anche

181
riusciremo a conseguire solo tali obiettivi, alla fine di questi dieci giorni,
sarete d’accordo sull’utilità di questo convegno. Spero tuttavia che questo
esperimento fatto in collaborazione possa ottenere un tale successo da
volerlo continuare in un modo o in un altro.
Per quanto piccolo possa essere il numero delle persone che condividono
il nostro modo di pensare in generale, gli studiosi più competenti e
attivamente interessati al problema che ho delineato costituiscono un
gruppo maggiore del piccolo numero qui presente. Avrei potuto compilare
una lista due o tre volte più lunga, e con i nominativi già suggeritimi non ho
alcun dubbio che potremmo insieme, senza difficoltà, compilare una lista di
alcune centinaia di uomini e donne, di vari Paesi, che condividono le nostre
stesse idee e che sarebbero disposti a lavorare per esse. Spero che la
compileremo, selezionando i nomi piuttosto attentamente e che
individueremo alcuni mezzi per facilitare dei continui contatti tra queste
persone. Metterò sul tavolo un primo abbozzo di tale lista; e spero che
aggiungerete tanti nomi quanti pensate siano consigliabili, che le
indicherete con le vostre firme e che forse farete pure sapere se qualche
persona che compare nella lista vi sembra non adatta a essere inclusa tra i
membri di un’organizzazione permanente. Non dovremmo probabilmente
includere nessun nome che non riceva l’appoggio di due o tre membri del
nostro gruppo attuale e può essere consigliabile stabilire, nel corso della
conferenza, un piccolo comitato selezionatore per redigere una lista finale.
Immagino che tutti quelli che erano stati invitati alla nostra conferenza, ma
che non sono stati in grado di prendervi parte, saranno inclusi
automaticamente in tale lista.
Ci sono, ovviamente, molte forme in cui possono essere stabiliti dei
regolari contatti. Quando in una delle mie circolari ho usato l’espressione,
qualche volta altisonante, di «Accademia Internazionale di Filosofia
Politica», con il termine «Accademia» intendevo sottolineare un aspetto che
mi sembra essenziale al raggiungimento del nostro scopo: essa deve infatti
rimanere una società chiusa, non aperta a tutti e a chiunque, ma solo alle
persone che condividono con noi certe convinzioni. Questa caratteristica
può essere preservata solo se l’ammissione può essere acquisita tramite
elezione e se trattiamo l’ingresso al nostro circolo tanto seriamente quanto
nelle grandi ed erudite accademie. Non intendo proporre di chiamarci noi
stessi «Accademia». Sarete voi, se deciderete di formare un’associazione, a
scegliere un nome per essa. Sono stato piuttosto attratto dall’idea di

182
chiamarla «Acton-Tocquille Society», e qualcuno ha suggerito che
potrebbe essere appropriato aggiungere Jakob Burckhardt come terzo
«santo patrono». Ma questo è un problema che non c’è però bisogno di
prendere in considerazione già in questa fase.
Al di là dell’importante punto relativo alla necessità che, quale che sarà
l’associazione permanente che costituiremo, essa dovrà essere una società
chiusa (così a me sembra), non ho una precisa idea sulla sua
organizzazione. C’è comunque molto da dire per dare a essa, almeno
all’inizio, la forma più vaga possibile e per renderla forse niente più che un
tipo di associazione di corrispondenza, in cui la lista dei membri non serve
ad altro scopo che a mettere ciascuno in grado di prendere contatto diretto
con gli altri. Se sarà possibile, come temo non sarà, fare in modo che tutti i
membri si forniscano reciprocamente ristampe o copie ciclostilate dei loro
lavori rilevanti, ciò potrà essere per qualche verso una delle cose più utili
che potremo fare. Eviterebbe, da una parte, il pericolo che un giornale
specializzato potrebbe creare, di parlare cioè solo a quelli già convertiti e ci
renderebbe, d’altra parte, informati delle attività complementari e parallele
degli altri. Tuttavia, questi due desideri (che gli sforzi dei membri del
nostro gruppo possano ottenere una vasta udienza, che non siano cioè
confinati a coloro che sono già convertiti e che, nello stesso tempo, i
membri del nostro gruppo siano ampiamente informati dei contributi di
ciascuno) dovrebbero in qualche modo conciliarsi; e noi dovremo almeno
considerare la possibilità di pubblicare presto o tardi un periodico.
Ma può essere che, per qualche tempo, questi vaghi e informali
accorgimenti saranno, come ho suggerito, tutto ciò che potremo fare,
poiché fare di più richiederebbe mezzi finanziari enormemente maggiori di
quelli che siamo in grado di procurarci fra noi. Se ci fossero stati più fondi
a disposizione, si sarebbe potuta aprire ogni sorta di possibilità. Ma, per
quanto possa essere desiderabile, sarò comunque contento di tale modesto
inizio, se ciò è tutto quello che noi possiamo fare senza compromettere in
alcun modo la nostra totale indipendenza.
Questa conferenza stessa, di certo, mostra come il perseguimento dei
nostri scopi dipenda dalla disponibilità di qualche mezzo finanziario, per
cui non possiamo aspettarci di essere spesso così fortunati come siamo stati
in questa circostanza, nella quale abbiamo avuto i fondi necessari
principalmente dalla Svizzera e, per quanto riguarda le spese di viaggio dei
membri americani, da fonti americane, senza che fossero poste condizioni o

183
vincoli all’offerta. Ho voluto alla prima occasione rassicurarvi
esplicitamente su questo punto e allo stesso tempo dirvi quanto dobbiamo
essere grati al Dr. Hunold, che ha procurato i fondi in Svizzera e a Mr.
W.H.Luhnow del William Volker Charities Trust di Kansas City (che ha
reso possibile la partecipazione dei nostri amici americani), per il loro
aiuto. Inoltre, verso il Dr. Hunold, siamo in debito per avere curato tutti i
preparativi locali; anche il comodo e il comfort di cui ora stiamo godendo,
li dobbiamo al suo impegno e alla sua lungimiranza.
Sento che sarà meglio non passare ad alcuna discussione relativa ai
compiti di carattere pratico che ho menzionato, fino a quando non ne
conosceremo meglio qualche altro e non avremo un’esperienza delle
possibilità di collaborazione maggiore di quella che abbiamo adesso. Spero
che, durante i prossimi pochi giorni, ci possa essere un buon numero di
conversazioni private su questi argomenti, e che, nel corso di queste, le
nostre idee possano gradualmente chiarirsi. Quando dopo tre giorni di
lavoro e altri tre giorni di più informale cameratismo riprenderemo le nostre
regolari riunioni, una di esse potrebbe probabilmente essere utilizzata per
un esame sistematico delle possibilità di successo. Rimanderò fino ad allora
qualsiasi tentativo di giustificare il nome che ho suggerito in via
sperimentale per la nostra permanente associazione o qualsiasi discussione
dei princìpi e degli scopi che dovrebbero governare la sua attività.
Per il momento, siamo solo la Conferenza di Mont Pélèrin, a cui dovrete
dare le vostre leggi e il cui sviluppo e destino sono ora interamente nelle
vostre mani.

184
11.
I princìpi di un ordine sociale liberale*

1. Per «liberalismo» intenderò qui l’idea di un ordine politico desiderabile,


sviluppatasi inizialmente in Inghilterra dal tempo dei Vecchi Whigs, sul
finire del Diciassettesimo secolo, fino a quello di Gladstone alla fine del
Diciannovesimo. David Hume, Adam Smith, Edmund Burke, T.B.
Macaulay e Lord Acton possono esserne considerati i tipici rappresentanti
in Inghilterra. È stata la loro idea della libertà individuale sottoposta alla
legge a ispirare originariamente i movimenti liberali dell’Europa
continentale e a divenire la base della tradizione politica americana. Alcuni
dei pensatori più importanti vissuti in quei Paesi, come B. Constant e A. de
Tocqueville in Francia, Immanuel Kant, Friederich von Schiller e Wilhem
von Humboldt in Germania e James Madison, John Marshall e Daniel
Webster negli Stati Uniti appartengono interamente a tale tradizione.
2. Si deve nettamente distinguere tale liberalismo dall’altro, in origine
tradizione dell’Europa continentale, anch’esso definito «liberalismo», di cui
quello che adesso ne rivendica il nome negli Stati Uniti è un diretto
discendente. Quest’ultima versione, sebbene abbia cominciato con un
tentativo di imitare la prima tradizione, l’ha interpretata nello spirito di un
razionalismo costruttivista, prevalente in Francia, e ne ha fatto perciò
qualcosa di molto differente e, alla fine, invece di sostenere la limitazione
dei poteri del governo è giunta a sostenere l’ideale dei poteri illimitati della
maggioranza. È questa la tradizione di Voltaire, Rousseau, Condorcet e
della Rivoluzione francese, che è divenuta l’antenata del socialismo
moderno. L’utilitarismo inglese ha ereditato molto da questa tradizione
continentale e anche il Partito liberale inglese della fine del
Diciannovesimo secolo, venuto fuori dalla fusione dei Whigs liberali e dei
Radicali utilitaristi, è stato un prodotto di questa mescolanza.
3. Liberalismo e democrazia, sebbene compatibili, non sono la stessa cosa.
Il primo è interessato alla limitazione del potere di governo, la seconda si
preoccupa invece di chi deve detenere tale potere. Si coglie meglio la

185
differenza, se consideriamo i rispettivi contrari: l’opposto del liberalismo è
il totalitarismo, mentre l’opposto della democrazia è il governo autoritario.
Di conseguenza, è possibile, almeno in linea di principio, che un governo
democratico possa essere totalitario e che un governo autoritario possa
agire sulla base di principi liberali. Il secondo tipo di «liberalismo», a cui
ho fatto riferimento sopra, è in effetti diventato democraticismo piuttosto
che liberalismo e, chiedendo che il potere della maggioranza sia illimitato,
è diventato essenzialmente anti-liberale.
4. Si dovrebbe in particolare mettere in evidenza che le due filosofie
politiche, che si descrivono entrambe come liberali e che giungono a
conclusioni simili solo su pochi punti, poggiano su basi filosofiche
completamente diverse. La prima si basa su un’interpretazione
evoluzionistica di tutti i fenomeni culturali e mentali e sulla consapevolezza
dei limiti delle capacità della ragione umana. La seconda poggia su quello
che ho chiamato razionalismo «costruttivista», una concezione che porta
alla trattazione di tutti i fenomeni culturali come il prodotto di un deliberato
disegno, e alla credenza che sia nello stesso tempo possibile e desiderabile
riplasmare tutte le esistenti istituzioni secondo un piano predeterminato. Il
primo tipo di liberalismo è, di conseguenza, rispettoso della tradizione e
riconosce che ogni conoscenza e ogni civiltà poggia su di essa, mentre il
secondo disprezza la tradizione, perché ritiene che la ragione, isolatamente
considerata, sia capace di progettare la civiltà (cfr. l’affermazione di
Voltaire: «se volete delle buone leggi, bruciate quelle che avete e fatene di
nuove»). Il primo è, inoltre, un credo essenzialmente moderato, che fa
affidamento sull’astrazione come solo mezzo adatto a estendere i limitati
poteri della ragione, mentre il secondo rifiuta di riconoscere tali limiti e
crede che la sola ragione possa dimostrare la desiderabilità di concrete e
specifiche soluzioni.
(È un risultato di questa differenza il fatto che il primo tipo di liberalismo
non sia per lo meno incompatibile con le credenze religiose e che sia stato
spesso difeso e anche sviluppato da uomini che possedevano forti
convinzioni religiose, mentre il liberalismo di tipo «continentale» è sempre
stato antagonista di tutte le religioni e politicamente in costante conflitto
con le religioni organizzate).
5. Il primo tipo di liberalismo, il solo che d’ora in avanti considereremo,
non è esso stesso il risultato di una costruzione teorica, ma è nato dal
desiderio di estendere e generalizzare gli effetti benefici che sono

186
imprevedibilmente scaturiti dalle limitazioni imposte ai poteri del governo,
a causa della totale diffidenza nei confronti dei governanti. Infatti, solo
dopo che si è scoperto che l’indiscussa maggiore libertà personale, di cui ha
goduto l’Inglese nel Diciottesimo secolo, aveva prodotto un benessere
materiale senza precedenti, si sono fatti dei tentativi per sviluppare una
sistematica teoria del liberalismo, tentativi che in Inghilterra non hanno mai
alterato l’alveo originario, mentre le interpretazioni continentali hanno
cambiato in gran parte il significato della tradizione inglese.
6. Il liberalismo deriva perciò dalla scoperta di un ordine autogenerantesi o
spontaneo della realtà sociale (la stessa scoperta che porta al
riconoscimento che esiste uno specifico oggetto delle scienze sociali
teoriche), un ordine che ha reso possibile utilizzare la conoscenza e le
capacità di ogni membro della società in misura enormemente maggiore di
quanto sarebbe possibile in qualsiasi ordine creato dall’autorità centrale e
che ha condotto al conseguente desiderio di fare il più completo uso di
queste potenti forze che danno origine all’ordine spontaneo.
7. È stato pertanto nel tentativo di rendere espliciti i princìpi di un ordine
già esistente, ma solamente in una forma imperfetta, che Adam Smith e i
suoi seguaci hanno sviluppato i princìpi fondamentali del liberalismo, per
dimostrare i benefici della loro generale applicazione. Nel fare ciò, essi
hanno dato per scontata una certa familiarità con la concezione della
giustizia e con gli ideali della rule of law e del governo sottoposto alla
legge, concezione e ideali ben poco compresi fuori del mondo
anglosassone; con il risultato che non solo le loro idee non sono state
pienamente capite fuori dei Paesi di lingua inglese, ma hanno cessato di
essere del tutto capite perfino in Inghilterra, dove Bentham e i suoi seguaci
hanno rimpiazzato la tradizione giuridica inglese con un utilitarismo
costruttivista, derivato più dal razionalismo continentale che dalla
concezione evoluzionistica della tradizione inglese.
8. L’idea centrale del liberalismo sta nella comprensione del fatto che con
l’applicazione di regole universali di mera condotta, che proteggono una
riconoscibile sfera privata degli individui, si forma un ordine spontaneo
delle attività umane, caratterizzato da una complessità molto maggiore di
quella realizzabile tramite un progetto deliberato, sicché le attività
coercitive di governo devono essere limitate all’applicazione di tali regole,
senza escludere che il governo possa nello stesso tempo rendere altri
servizi, amministrando quelle risorse che sono poste a sua disposizione.

187
9. La distinzione tra un ordine spontaneo, basato su norme astratte che
lasciano gli individui liberi di usare la propria conoscenza per i propri
scopi, e un’organizzazione o un ordinamento, basato su prescrizioni, è di
centrale importanza per la comprensione dei princìpi di una società libera e
sarà spiegata in alcuni dettagli nei paragrafi successivi; si vedrà in
particolare come l’ordine spontaneo di una società libera possa contenere
molte organizzazioni (inclusa l’organizzazione più grande, il governo), ma
che i due princìpi ordinatori non possono essere combinati in qualsiasi
modo si voglia.
10. Il primo vantaggio di un ordine spontaneo è che, usando le sue forze
ordinatrici (le regolarità di comportamento dei suoi membri), si può
conseguire un ordine fra un insieme di fatti molto più complesso di quello a
cui potremmo giungere con una deliberata progettazione e che, giovandoci
della possibilità di realizzare un ordine di dimensione molto più grande di
qualsiasi altro, possiamo nello stesso tempo limitare i nostri poteri sui
dettagli di tale ordine. Possiamo dire che, quando usiamo detto principio,
esercitiamo il potere solo sul carattere astratto ma non sul concreto
dettaglio di quell’ordine.
11. Non meno importante è il fatto che, contrariamente a quanto avviene in
una organizzazione, l’ordine spontaneo non ha uno scopo, né ha bisogno,
per essere desiderabile, che ci sia accordo sui risultati concreti che
produrrà; essendo indipendente da qualsiasi scopo particolare, esso può
infatti essere usato per, e aiuterà nella ricerca di, moltissimi differenti,
divergenti e perfino confliggenti scopi individuali. Perciò, l’ordine di
mercato, in particolare, si basa non su scopi comuni, ma sulla composizione
di scopi diversi per il vantaggio reciproco dei suoi membri.
12. Il concetto di bene comune o di pubblico bene di una società libera non
può quindi essere mai definito come una somma di risultati particolari
conosciuti e da perseguire, bensì solo come un ordine astratto che
nell’insieme non è orientato a un qualche fine particolare concreto, ma che
dà semplicemente a qualunque membro scelto a caso la migliore
opportunità di usare con successo la propria conoscenza per i propri scopi.
Adottando un termine del Professor Michael Oakeshott (Londra), possiamo
chiamare tale società libera una società nomocratica (governata dalla
legge), distinta da un ordine sociale non libero teleocratico (governata da
uno scopo).
13. La grande importanza di un ordine spontaneo o nomocrazia poggia sul

188
fatto che esso estende la possibilità della coesistenza pacifica fra gli uomini,
per il loro reciproco vantaggio, al di là del piccolo gruppo i cui membri
hanno scopi comuni concreti, o che sono soggetti a uno scopo superiore
comune, e ciò rende possibile la formazione della Grande Società o Società
Aperta. Questo ordine, che è cresciuto progressivamente, oltre le
organizzazioni della famiglia, dell’orda, del clan e della tribù, dei principati
e anche dell’Impero o dello Stato nazionale, e che ha dato inizio a una
società mondiale, è basato sull’adozione – senza e spesso contro il desiderio
di un’autorità politica – di regole che hanno prevalso perché i gruppi che le
hanno osservate hanno avuto più successo; ed è esistito e cresciuto a lungo
prima che gli uomini siano stati consci della sua esistenza o ne abbiano
compreso l’operatività.
14. L’ordine spontaneo di mercato, basato sulla reciprocità o sui mutui
vantaggi, è comunemente descritto come un ordine economico; se si tiene
conto del significato popolare del termine «economico», la Grande Società
è in effetti tenuta insieme interamente da quelle che sono comunemente
chiamate forze economiche. È tuttavia eccessivamente ingannevole, ed è
divenuta la principale fonte di confusione e di equivoco chiamare questo
ordine un’economia, come facciamo quando parliamo di un’economia
nazionale, sociale o mondiale. Questa è almeno una delle cause principali
dei moltissimi tentativi da parte dei socialisti di trasformare l’ordine
spontaneo di mercato in un’organizzazione deliberatamente guidata, al
servizio di un sistema stabilito di fini comuni.
15. Un’economia in senso stretto, come potrebbe essere definita una
famiglia, un’azienda agricola, un’impresa o anche l’amministrazione
finanziaria di un governo, è infatti un’organizzazione o l’utilizzazione
deliberata di un dato insieme di mezzi al servizio di un ordine unitario di
fini. Essa poggia su un sistema di decisioni coerenti, in cui prevale un’unica
valutazione dell’importanza relativa dei diversi scopi in competizione,
valutazione che determina il modo in cui usare differenti risorse.
16. L’ordine spontaneo di mercato, risultante dall’interazione di numerose
economie di questo genere, è qualcosa di così fondamentalmente differente
da un’economia propriamente detta che si deve considerare una grande
sfortuna il fatto che esso sia stato indicato con lo stesso termine. Mi sto
convincendo che tale pratica sia un permanente inganno per la gente e che
sia necessario inventare un nuovo termine tecnico. Propongo di chiamare
questo ordine spontaneo di mercato catallassi, in analogia con il termine

189
«catallattica», che è stato spesso proposto come sostituto del termine
«economia» (entrambe le espressioni, «catallassi» e «catallattica», derivano
dall’antico verbo greco Katallattein che, significativamente, vuol dire non
solo «barattare» e «scambiare», ma anche «ammettere nella comunità» e
«diventare amici da nemici»).
17. L’aspetto principale della catallassi è che, in quanto ordine spontaneo,
la sua formazione non si basa su una singola gerarchia di fini e non
assicura, pertanto, che ciò che nell’insieme è importante venga prima di ciò
che è meno importante. Questa è la principale causa della sua condanna da
parte degli oppositori, e si potrebbe dire che la maggior parte delle richieste
socialiste non equivalgono ad altro che alla richiesta di trasformare la
catallassi in un’economia propriamente detta (la trasformazione cioè di un
ordine spontaneo privo di scopi in un’organizzazione orientata in base a
uno scopo specifico), al fine di assicurare che la cosa più importante non sia
mai sacrificata a vantaggio della meno importante. La difesa di una società
libera deve perciò mostrare che, se i membri di tale società hanno buone
possibilità di usare con successo la propria conoscenza individuale per
raggiungere i loro scopi individuali, cosa che di fatto hanno, ciò è dovuto
alla circostanza che non viene imposta una scala unitaria di fini concreti; né
si tenta di assicurare che qualche particolare valutazione di ciò che è più o
meno importante governi l’intera società.
18. L’estensione di un ordine pacifico, al di là delle piccole organizzazioni
orientate a uno scopo specifico, diventa quindi possibile grazie
all’applicazione di regole di mera condotta, indipendenti dallo scopo
(«formali»), alle relazioni che intratteniamo con altri uomini che non
perseguono gli stessi fini concreti, né condividono, a eccezione di quelle
regole astratte, gli stessi valori; le regole non impongono l’obbligo di azioni
particolari (che presuppongono sempre un fine concreto), ma consistono
solamente nella proibizione di invadere il dominio protetto di ognuno, di
cui tali regole rendono possibile la determinazione. Il liberalismo è perciò
inseparabile dall’istituzione della proprietà privata, che è il nome che noi
diamo di solito alla parte materiale di questo dominio individuale protetto.
19. Se da una parte il liberalismo presuppone l’applicazione di regole di
mera condotta e si attende che un desiderabile ordine spontaneo si formi
solo se appropriate regole di mera condotta sono di fatto osservate,
dall’altra esso punta a ridurre i poteri coercitivi di governo all’applicazione
di tali regole di mera condotta, includendo fra esse una norma che prescriva

190
un dovere positivo, vale a dire la regola che richiede ai cittadini di
contribuire, secondo princìpi uniformi, non solo al costo dell’applicazione
di tali regole, ma anche ai costi delle funzioni di servizio non coercitive di
governo, su cui presto ci soffermeremo. Il liberalismo coincide perciò con
la richiesta del «governo della legge» nel senso classico della parola, stando
a cui le funzioni coercitive di governo sono strettamente limitate
all’applicazione di norme giuridiche generali, che significa regole di mera
condotta universalmente applicabili. (Il «governo della legge» corrisponde
qui a ciò che in Germania è chiamato materieller Rechtsstaat, distinto dal
semplice formelle Rechtsstaat, che richiede solo che un atto di governo sia
autorizzato dalla legislazione, indipendentemente dal fatto che questa legge
consista o meno in una regola generale di mera condotta.
20. Il liberalismo riconosce che ci sono cert’altri servizi che, per varie
ragioni, le forze spontanee del mercato non possono produrre o non
possono produrre adeguatamente e che, per questo motivo, è opportuno
mettere a disposizione del governo una quantità di risorse chiaramente
circoscritta, con cui possa rendere tali servizi ai cittadini in generale. Ciò
richiede una netta distinzione tra i poteri coercitivi di governo, in cui le sue
azioni sono strettamente limitate all’applicazione di regole di mera condotta
(e in cui ogni discrezionalità è esclusa), e la fornitura di servizi, per la quale
il governo può usare solo le risorse messe a disposizione per tale scopo,
senza godere di alcun potere coercitivo o monopolio, ma potendo
beneficiare di un’ampia discrezionalità.
21. È significativo che tale concezione di un ordine liberale si sia sviluppata
solo in Paesi in cui, nell’antica Grecia e a Roma non meno che nella
moderna Inghilterra, la giustizia è stata concepita come qualcosa da
scoprire grazie agli sforzi di giudici o di studiosi e non da determinare
tramite la volontà arbitraria di una qualche autorità; il che è quanto ha
sempre incontrato difficoltà a mettere radici nei Paesi in cui il diritto è stato
concepito innanzitutto come il prodotto di una deliberata legislazione, ed è
quanto, sotto l’influenza congiunta del positivismo giuridico e della dottrina
democratica, che non conoscono altro criterio di giustizia al di fuori di
quello della volontà del legislatore, ha subito ovunque un processo di
arretramento.
22. Il liberalismo è in verità l’erede delle teorie di common law e delle più
antiche teorie (pre-razionaliste) del diritto di natura, e presuppone una
concezione della giustizia che ci consente di porre da una parte le regole di

191
mera condotta, che sono implicite nella concezione del «governo della
legge» e che sono necessarie per la formazione di un ordine spontaneo, e
dall’altra tutti i particolari comandi imposti dall’autorità per il
raggiungimento degli scopi dell’organizzazione. Questa distinzione
essenziale è stata resa esplicita dalle teorie giuridiche di due dei più grandi
filosofi dei tempi moderni, David Hume e Immanuel Kant, ma da allora
non è stata adeguatamente riformulata ed è del tutto opposta alle teorie
giuridiche oggi dominanti.
23. I punti essenziali di questa concezione della giustizia mostrano a) che di
giustizia si può sensatamente parlare solo riferendosi all’azione umana e
non a un qualche stato di cose come tale, a prescindere dal fatto che esso sia
stato, o avrebbe potuto essere stato, deliberatamente causato da qualcuno;
b) che le regole di giustizia hanno essenzialmente la natura di proibizioni o,
in altre parole, che l’ingiustizia è realmente il concetto primario e che lo
scopo delle regole di mera condotta è quello di prevenire un’azione
ingiusta; c) che l’ingiustizia da prevenire è la violazione del dominio
protetto di ogni individuo, un dominio che dev’essere reso certo per mezzo
di queste regole di giustizia; e d) che queste regole di mera condotta, che
sono di per sé negative, possono essere sviluppate attraverso la coerente
sottoposizione di qualunque regola che una società abbia ereditato a un test
anch’esso negativo di applicabilità universale, un test che, in ultima istanza,
non è altro che il controllo di coerenza delle azioni che queste regole
permettono, se applicate alle circostanze del mondo reale. Questi quattro
punti cruciali saranno ulteriormente sviluppati nei paragrafi seguenti.
24. Nota a): le regole di mera condotta possono imporre che l’individuo
tenga conto, nelle sue decisioni, solo di quelle conseguenze delle sue azioni
che egli stesso può prevedere. E tuttavia i risultati concreti della catallassi
sono, per le singole persone, essenzialmente non predicibili; e, poiché essi
non sono l’effetto della progettazione o delle intenzioni di qualcuno, non ha
senso descrivere la maniera in cui il mercato distribuisce i beni di questo
mondo tra le singole persone come giusto o ingiusto. Il che è però quanto la
cosiddetta giustizia «sociale» o «distributiva» si propone di fare ed è ciò nel
cui nome l’ordine giuridico liberale viene progressivamente distrutto.
Vedremo più avanti che nessun test o criterio è stato trovato, o può essere
trovato, attraverso cui tali regole di «giustizia sociale» possano essere
imposte e che, di conseguenza, e in contrasto con le norme di mera
condotta, quelle regole vengono affermate tramite la volontà arbitraria dei

192
detentori del potere.
25. Nota b): nessuna specifica azione umana è pienamente determinata
senza uno scopo concreto che si intenda raggiungere. Gli uomini liberi, ai
quali dev’essere consentito di usare i propri mezzi e la propria conoscenza
per il raggiungimento dei propri fini, non devono perciò essere soggetti a
regole che dicano loro ciò che devono fare in positivo, ma solo a regole che
dicano loro ciò che non devono fare; all’infuori dell’adempimento di
obbligazioni che un individuo ha volontariamente contratto, le regole di
mera condotta delimitano, in questo modo, semplicemente una serie di
azioni consentite, ma non determinano le azioni particolari che un uomo
deve intraprendere in un particolare momento (Ci sono alcune rare
eccezioni a questo, come le azioni finalizzate a salvare o proteggere la vita,
a prevenire catastrofi e così via, in cui anche le regole di giustizia ordinano
in effetti qualche azione positiva, o almeno, se l’ordinano, sono accettate in
generale come regole di mera condotta. Tuttavia, discutere qui la posizione
occupata da tali norme nell’ordinamento giuridico ci porterebbe lontano). Il
carattere generalmente negativo delle regole di mera condotta, e il fatto che
l’ingiustizia sia la prima cosa da proibire, è stato spesso posto in evidenza,
ma raramente è stato anche considerato dal punto di vista delle sue logiche
conseguenze.
26. Nota c): l’ingiustizia, che le regole di giusta condotta proibiscono,
costituisce un’invasione nel dominio protetto di altri individui, per cui esse
devono metterci in grado di sapere quale sia la sfera protetta degli altri. Fin
dal tempo di John Locke, è d’uso comune descrivere questo dominio
protetto come «proprietà» (che Locke stesso ha definito come «la vita, la
libertà e il possesso di un uomo»). Questo termine suggerisce, tuttavia,
un’idea troppo ristretta e puramente materiale del dominio protetto, che
include, infatti, non solo i beni materiali ma anche alcune pretese sugli altri
e certe aspettative. Se il concetto di proprietà è però (con Locke) accolto in
un significato ampio, è vero allora che il diritto, nel senso di regole di
giustizia, e l’istituzione della proprietà sono inseparabili.
27. Nota d): è impossibile decidere della giustizia di una qualsiasi regola di
mera condotta, salvo che entro la struttura di un intero sistema di tali
regole, molte delle quali devono a questo scopo essere considerate come
non discutibili: i valori possono essere «testati» solo in termini di altri
valori. Il test di giustizia di una regola è di solito (dal tempo di Kant)
descritto come quello della sua «universabilizzabilità», della possibilità

193
cioè di volere che le regole siano applicate a tutti i casi che corrispondono
alle condizioni da esse poste (l’imperativo categorico). Ciò comporta che,
applicata a una qualsiasi circostanza concreta, una norma non deve
confliggere con nessun’altra regola accettata. Il test è così, in ultima
istanza, quello della compatibilità o non contraddittorietà dell’intero
sistema di regole, non semplicemente in un senso logico, ma nel senso che
il complesso di azioni che le regole permettono non deve dare vita a un
conflitto.
28. Si potrà osservare che solo le regole indipendenti da fini («formali»)
superano tale test, perché tali regole, che originariamente si sono sviluppate
in piccoli gruppi tenuti assieme da scopi comuni («organizzazioni»), si
sono progressivamente estese a gruppi sempre più vasti e si sono infine
universalizzate (in modo da poter essere applicate alle relazioni tra ogni
membro di una Società Aperta, il quale non ha nessuno scopo concreto in
comune e semplicemente si sottomette alle stesse regole astratte); in tale
processo, esse fanno cadere ogni riferimento a scopi particolari.
29. Si può quindi dire che il passaggio dall’organizzazione tribale, in cui
ogni membro serve scopi comuni, all’ordine spontaneo della Società
Aperta, in cui a ciascuno è consentito perseguire le proprie finalità
pacificamente, sia cominciato quando, per la prima volta, un selvaggio ha
portato alcuni beni al confine della sua tribù, nella speranza che qualche
membro di un’altra tribù li trovasse e lasciasse, a sua volta, alcuni altri beni
per assicurare la ripetizione dell’offerta. Dalla prima affermazione di questa
pratica, che ha servito scopi reciproci ma non comuni, è stato portato
avanti, per millenni, un processo che, rendendo le norme di condotta
indipendenti dagli scopi particolari degli scambisti, ha permesso la
diffusione di tali regole a cerchie sempre più ampie di persone
indeterminate e che, alla fine, potrebbe rendere possibile un pacifico e
universale ordine mondiale.
30. Il carattere di queste regole universali di mera condotta, che il
liberalismo presuppone e desidera per migliorarsi quanto più possibile, è
stato oscurato dalla confusione fatta con quell’altra parte del diritto che
definisce l’organizzazione del governo e lo guida nell’amministrazione
delle risorse messe a sua disposizione. È un connotato della società liberale
il fatto che il singolo individuo possa essere costretto a obbedire solo alle
regole del diritto privato e penale; e la progressiva permeazione del diritto
privato da parte del diritto pubblico, nel corso degli ultimi ottanta o cento

194
anni, che sta a indicare la progressiva sostituzione delle regole di condotta
con le regole di organizzazione, è una delle principali vie attraverso cui è
stata realizzata la distruzione dell’ordine liberale. Per questa ragione, uno
studioso tedesco (Franz Böhm) ha recentemente descritto, molto
giustamente, l’ordine liberale come Privatrechtsgesellschaft (società di
diritto privato).
31. La differenza tra l’ordine a cui puntano le regole di condotta del diritto
privato e penale e l’ordine a cui volgono le norme di organizzazione del
diritto pubblico emerge molto chiaramente, se noi consideriamo che le
regole di condotta determineranno un ordine dell’azione solo in
combinazione con la conoscenza e gli scopi specifici degli individui che
agiscono, mentre le regole di organizzazione del diritto pubblico
determinano direttamente tale concreta azione, alla luce di scopi particolari
o, piuttosto, danno a qualche autorità il potere di giungere a ciò. La
confusione tra le regole di condotta e le regole di organizzazione è stata
favorita da un’errata identificazione tra ciò che è spesso definito «l’ordine
della legge» con l’ordine delle azioni, che in un sistema libero non è
completamente determinato dall’ordinamento giuridico e presuppone
solamente tale ordinamento come una delle condizioni richieste per la sua
formazione. Non ogni sistema di regole di condotta che assicura uniformità
di azione (che è il modo in cui l’ordine giuridico è frequentemente
interpretato) può tuttavia assicurare un ordine in cui le azioni permesse
dalle regole non confliggeranno.
32. La progressiva sostituzione delle regole di condotta di diritto privato e
penale con una concezione derivata dal diritto pubblico è il processo
attraverso cui le società liberali esistenti si sono progressivamente
trasformate in società totalitarie. Questa tendenza è stata più esplicitamente
individuata e (sostenuta) dal «giurista penale» di Adolf Hitler, Carl Schmitt,
che coerentemente ha patrocinato la sostituzione della tradizione giuridica
liberale con una concezione del diritto che considera suo scopo «la
formazione di un ordine concreto» (konkretes Ordnungsdenken).
33. Tale sviluppo si è potuto storicamente verificare in conseguenza del
fatto che alle stesse assemblee rappresentative sono state affidate due
funzioni diverse, vale a dire sia quella di formulare regole di condotta
individuale sia quella di stabilire regole e comandi concernenti
l’organizzazione e l’operato del governo. La conseguenza di ciò è stata che
lo stesso termine «legge», che nella più antica concezione della rule of law

195
aveva significato solo regole di condotta universalmente applicabili, è
giunto a comprendere qualsiasi regola di organizzazione e perfino qualsiasi
particolare comando approvato dagli organi legislativi costituzionalmente
stabiliti. Tale concezione del «governo della legge», che richiede
semplicemente che un comando sia posto in essere legittimamente e non
che esso sia una regola di giustizia ugualmente applicabile a tutti (ciò che i
tedeschi chiamano semplicemente formelle Rechsstaat), di certo non
fornisce più alla libertà individuale alcuna protezione.
34. Se è stata la natura del sistema costituzionale prevalente in tutte le
democrazie occidentali a rendere possibile tale sviluppo, la forza guida che
lo ha spinto in una particolare direzione è stato il crescente riconoscimento
che l’applicazione di regole uniformi ed eguali alla condotta di individui, di
fatto molto diversi sotto molteplici aspetti, inevitabilmente produceva
risultati molto differenti per i diversi individui; e che, per conseguire
mediante un’azione di governo una riduzione di queste inintenzionali ma
inevitabili differenze nelle condizioni materiali dei diversi soggetti, si
rendeva necessario trattarli non secondo le stesse regole ma secondo regole
differenziate. Ciò ha dato origine a una nuova e nello stesso tempo diversa
concezione della giustizia, vale a dire a quella concezione che è di solito
descritta come giustizia «sociale» o «distributiva», la quale non si limita a
emanare regole di mera condotta, ma mira a risultati specifici per specifiche
persone e che, perciò, può essere realizzata solo in un’organizzazione
governata da uno scopo e non in un ordine spontaneo indipendente da
qualsiasi fine.
35. I concetti di «giusto prezzo», «giusta remunerazione» o «giusta
distribuzione dei redditi» sono ovviamente molto antichi; è bene tuttavia
ricordare che, nel corso dei duemila anni in cui i filosofi hanno discusso sul
significato di questi concetti, non è stata scoperta una sola regola che ci
possa permettere di determinare ciò che in questo senso è giusto in un
ordine di mercato. Difatti, il gruppo di studiosi che si sono posti più
insistentemente il problema, cioè gli studiosi del tardo Medioevo e
dell’inizio dell’età moderna, sono stati spinti, alla fine, a definire il giusto
prezzo o il giusto salario come quel prezzo o quel salario che si forma in un
mercato in cui siano assenti la frode, la violenza o il privilegio – riferendosi
così di nuovo alle regole di mera condotta e accettando come giusta
qualunque conseguenza venga prodotta dalla corretta condotta degli
individui interessati. Questa negativa conclusione di tutte le riflessioni sulla

196
giustizia «sociale» o «distributiva» è stata, come vedremo, inevitabile,
perché una giusta remunerazione o distribuzione ha significato solo
all’interno di un’organizzazione, i cui membri agiscono, sulla base di
comandi, al servizio di un sistema comune di fini, ma non ha alcun
significato nella catallassi od ordine spontaneo, che non può avere un tale
sistema comune di fini.
36. Uno stato di cose siffatto, come abbiamo visto, non può essere giusto o
ingiusto di per sé. Solo in quanto esso è stato causato intenzionalmente, o
potrebbe esserlo, ha senso chiamare giuste o ingiuste le azioni di coloro che
lo hanno creato o che hanno permesso che sorgesse. Nella catallassi,
l’ordine spontaneo di mercato, nessuno può però prevedere ciò che ogni
membro otterrà e i risultati conseguiti da ciascuno non sono determinati
dall’intenzione di alcuno; né alcuno è responsabile del fatto che particolari
persone ottengano cose particolari. Ci possiamo perciò domandare se una
scelta deliberata a favore dell’ordine di mercato, come metodo per guidare
le attività economiche, con l’imprevedibile e larga incidenza del caso sui
benefici ottenuti, sia una giusta decisione; ma, una volta che abbiamo
deciso di avvalerci della catallassi, non possiamo certo chiederci se i
risultati particolari che essa produce riguardo ai singoli membri siano giusti
o ingiusti.
37. Che il concetto di giustizia sia tuttavia applicato tanto comunemente e
prontamente alla distribuzione dei redditi dipende interamente da una
interpretazione, antropomorfica ed errata, della società, intesa come
un’organizzazione piuttosto che come un ordine spontaneo. Il termine
«distribuzione» è in questo senso totalmente fuorviante come il termine
«economia», poiché suggerisce pure che qualcosa sia il risultato di
un’azione deliberata, mentre invece è il risultato delle forze che danno
origine all’ordine spontaneo. Nessuno, in un ordine di mercato, distribuisce
il reddito (come potrebbe farsi in un’organizzazione) e parlare, con
riferimento al primo, di una giusta o ingiusta distribuzione è perciò un
semplice non-senso. Sarebbe meno fuorviante parlare a tal riguardo di una
«dispersione» piuttosto che di una «distribuzione» dei redditi.
38. Ogni sforzo finalizzato ad assicurare una «giusta» distribuzione
dev’essere quindi diretto alla sostituzione di un ordine spontaneo di
mercato con un’organizzazione o, in altre parole, con un ordine totalitario.
È stata la spinta generata da questa nuova concezione della giustizia ad
aprire la strada tramite cui le regole di organizzazione («diritto pubblico»),

197
adatte a far sì che la gente persegua particolari risultati, sono giunte a
rimpiazzare le regole individuali di mera condotta, indipendenti da scopi
specifici, e sono gradualmente giunte a distruggere le fondamenta su cui
deve poggiare un ordine spontaneo.
39. Tuttavia, l’ideale di servirsi dei poteri coercitivi di governo per
conseguire una giustizia «positiva» (cioè, sociale o distributiva) porta
necessariamente non solo alla distruzione della libertà personale, libertà che
alcuni potrebbero non ritenere un prezzo troppo alto da pagare, ma risulta
inoltre, alla prova dei fatti, un miraggio o un’illusione, non può cioè essere
realizzato in nessuna circostanza, perché presuppone un accordo in merito
all’importanza relativa dei differenti scopi concreti, che non può esistere in
una grande società, i cui membri non si conoscono gli uni con gli altri o non
conoscono gli stessi fatti particolari. Si è talvolta pensato che il fatto che
oggi la maggior parte delle persone desidera la giustizia sociale dimostri
che questo ideale abbia un contenuto determinabile. Ma, sfortunatamente,
ciò che è fin troppo possibile è inseguire un miraggio, e la conseguenza di
ciò è che sempre il risultato dello sforzo sarà completamente differente da
quel che s’intendeva perseguire.
40. Non può esserci alcuna regola che determini quanto ognuno «debba»
avere, a meno che non facciamo di una qualche concezione unitaria dei
relativi «meriti» o «bisogni» dei differenti individui (per i quali non esiste
nessuna misura oggettiva) la base di un’allocazione centralizzata di tutti i
beni e servizi – il che rende necessario che ogni individuo, invece di usare
la sua conoscenza per i suoi scopi, sia obbligato ad adempiere a un dovere
impostogli da qualcun altro e sia remunerato sulla base di quanto ha svolto
bene, secondo l’opinione di altri, il suo compito. Questo è il metodo di
remunerazione appropriato a un’organizzazione chiusa, come un esercito,
ma è un metodo incompatibile con le forze che mantengono un ordine
spontaneo.
41. Si dovrebbe liberamente ammettere che l’ordine di mercato non
produce una stretta corrispondenza tra i meriti soggettivi o i bisogni
individuali e le remunerazioni. Esso opera infatti sulla base del principio di
un gioco combinato di abilità e caso, in cui i risultati ottenuti da ciascun
individuo possono essere determinati tanto da circostanze totalmente al di
fuori del suo controllo, tanto dalla sua capacità o sforzo. Ognuno è
remunerato secondo il valore che i suoi servizi particolari hanno per le
singole persone a cui li rende, e questo loro valore non sta in nessuna

198
relazione necessaria con qualcosa che noi potremmo appropriatamente
chiamare i suoi meriti e ancora meno con i suoi bisogni.
42. Dobbiamo in particolare mettere in evidenza il fatto che, propriamente,
non ha senso parlare, quando ciò che è in questione è il valore di
determinati servizi resi a certe persone in particolare, servizi che possono
essere di nessun interesse per qualcun altro, di un valore «per la società».
Un violinista virtuoso rende servizi a persone completamente differenti da
quelle richiamate da un campione di football, e il fabbricante di pipe serve
persone nell’insieme differenti da quelle che serve il fabbricante di
profumi. L’intera concezione di un valore «per la società» è, in un ordine
libero, un termine antropomorfico tanto illegittimo quanto la sua
descrizione come «un’economia» vera e propria, come una entità che
«tratta» le persone giustamente o ingiustamente o che «distribuisce» tra
esse. I risultati conseguiti dai singoli individui attraverso il processo di
mercato non sono l’esito della volontà di qualcuno, né sono prevedibili da
parte di coloro che adottano le relative decisioni o che sono favorevoli al
mantenimento di questo tipo di ordine.
43. Di tutte le lamentele sull’ingiustizia dei risultati dell’ordine di mercato,
quella che sembra aver avuto il maggior effetto sull’attività politica, e aver
prodotto una progressiva distruzione delle universali regole di mera
condotta e la loro sostituzione con un diritto «sociale» che aspira alla
«giustizia sociale», non è stata però l’affermazione dell’ineguaglianza delle
remunerazioni, né la loro sproporzione rispetto ai riconoscibili meriti,
bisogni, sforzi, sacrifici intrapresi, o qualunque altra cosa posta
principalmente in evidenza dai filosofi sociali, ma la richiesta di protezione
da un immeritato peggioramento della posizione già acquisita. Più che da
ogni altra cosa, l’ordine di mercato è stato alterato dai tentativi di
proteggere alcuni gruppi dalla perdita delle loro posizioni originarie;
propriamente, quando si invoca l’intervento governativo in nome della
«giustizia sociale», ciò ora significa, più di quanto si possa credere,
richiedere la protezione della relativa posizione occupata da qualche
gruppo. La «giustizia sociale» è perciò diventata poco più che una richiesta
di protezione a favore di interessi acquisiti e di creazione di nuovi privilegi,
come quando in nome della giustizia sociale è assicurata all’agricoltore la
«parità» con il lavoratore dell’industria.
44. Quel che è importante, e che bisogna qui mettere in risalto, è che le
posizioni così protette sono state il risultato dello stesso tipo di forze di

199
quelle che adesso ridimensionano la posizione relativa dei soggetti in
questione; bisogna cioè mettere in evidenza che la loro posizione, per la
quale ora chiedono protezione, non è stata più meritata o guadagnata della
posizione inferiore che ora si prospetta loro, e che il mantenimento della
loro attuale collocazione può, nella mutata situazione, essere assicurata loro
solo negando agli altri le stesse opportunità di ascesa a cui essi devono
l’iniziale posizione. In un ordine di mercato, il fatto che un gruppo di
persone abbia raggiunto una relativa posizione non può conferire la pretesa
giuridica di mantenerla, perché quella posizione non può essere difesa da
una regola ugualmente applicabile a tutti.
45. Lo scopo della politica economica di una società libera non può quindi
essere mai quello di assicurare risultati particolari a persone particolari, e il
suo successo non può essere misurato con alcun tentativo di sommare il
valore di tali particolari risultati. Da questo punto di vista, lo scopo di
quella che è chiamata «economia del benessere» è fondamentalmente
errato, non solo perché non si può fare nessuna somma che abbia senso
delle soddisfazioni fornite a persone differenti, ma anche perché la sua idea
di base di un massimo soddisfacimento dei bisogni (o massimo prodotto
sociale) è appropriata solo a un’economia vera e propria, che serve una
singola gerarchia dei fini, ma non lo è nel caso dell’ordine spontaneo della
catallassi, che non ha alcun concreto fine comune.
46. Sebbene sia diffuso credere che la concezione di una politica economica
ottimale (o qualsiasi giudizio sulla semplicità o meno di una politica
economica) presupponga l’idea della massimizzazione del reddito reale
aggregato (che è possibile solo in termini di valore e che pertanto implica
un illegittimo confronto fra le utilità di persone differenti), le cose stanno in
effetti in maniera diversa. Una politica ottimale in una catallassi può
aspirare, e deve aspirare, a incrementare le opportunità di qualunque
membro della società, preso a caso, di poter conseguire un più alto reddito
o, ciò che è lo stesso, l’opportunità che, quale che sia la sua quota rispetto
al reddito totale, l’equivalente reale di tale quota sarà tanto grande quanto
sappiamo renderlo.
47. Ci troveremo tanto più vicini a tale situazione se, noncuranti della
dispersione [«distribuzione»] dei redditi, facciamo in modo che tutto ciò
che è prodotto lo sia da parte di persone o di organizzazioni che possono
farlo a un costo più basso (o per lo meno uguale) di quanti non lo
producono e sia venduto a un prezzo minore di quello a cui potrebbe

200
offrirlo chi in effetti non lo produce (Il che tiene conto delle persone e delle
organizzazioni per le quali i costi di produzione di un bene o di un servizio
sono più bassi di quelli sopportati da coloro che effettivamente forniscono
quel bene o quel servizio e che, invece, producono qualcosa di diverso,
perché il loro vantaggio comparato nel loro ramo di produzione è ancora
maggiore; in tal caso, i costi totali sopportati per produrre la prima merce
dovrebbero includere la perdita connessa a quanto non viene prodotto).
48. Si potrà osservare che questa situazione ottimale non presuppone ciò
che la teoria economica chiama «concorrenza perfetta», ma solo che non ci
siano ostacoli alla possibilità di accedere a qualsiasi attività e che il mercato
abbia la capacità di diffondere le informazioni relative alle varie
opportunità. Si dovrebbe inoltre osservare in modo particolare che questo
modesto e raggiungibile obiettivo non è ancora pienamente realizzato,
perché in ogni tempo e in ogni luogo i governi hanno, da una parte, limitato
l’accesso ad alcune attività e, dall’altra, hanno permesso che persone e
organizzazioni scoraggiassero altri dall’intraprendere attività che per questi
ultimi sarebbero state vantaggiose.
49. Questa concezione dell’ottimo sta a significare che quanto sarà prodotto
di qualsiasi combinazione di beni e servizi sarà in effetti prodotta con tutti i
metodi che conosciamo, perché possiamo, attraverso l’uso del meccanismo
di mercato, mobilitare, meglio che con qualunque altro mezzo, le disperse
conoscenze dei membri della società. Ma ciò sarà conseguito solo se
lasceremo che la quota del reddito totale ottenuta da ciascun membro venga
determinata dal meccanismo del mercato e da tutti i suoi «annessi», perché
è solo attraverso la determinazione dei redditi da parte del mercato che
ognuno è condotto a fare quel che tale risultato richiede.
50. Noi dobbiamo, in altre parole, la possibilità che la nostra imprevedibile
quota del prodotto totale della società rappresenti un aggregato di beni e
servizi tanto grande al fatto che migliaia di altre persone si sottomettono
costantemente agli aggiustamenti a cui il mercato le obbliga; e, di
conseguenza, è anche nostro dovere accettare lo stesso tipo di variazioni del
nostro reddito e della nostra posizione, pure se ciò significa un
peggioramento della nostra condizione abituale e se ciò, inoltre, è dovuto a
circostanze che non avremmo potuto prevedere e delle quali non siamo
responsabili. La concezione secondo cui abbiamo «guadagnato» (nel senso
di moralmente meritato) il reddito ottenuto nel momento in cui siamo stati
più fortunati e che, quindi, ne abbiamo diritto fino a quando ci impegniamo

201
onestamente come prima e fino a quando non avremo alcun preavviso di
cambiare, è completamente errata. Ogni persona, ricca o povera che sia,
deve il suo reddito a un gioco misto di abilità e fortuna, il cui risultato
globale e le cui quote parziali sono alti quanto lo sono, solo per il fatto che
siamo d’accordo a giocare quella partita. E, una volta che siamo d’accordo
a giocare la partita e che ci avvantaggiamo dei suoi risultati, ricade su di noi
l’obbligo morale di accettare gli esiti, anche se non sono più a noi
favorevoli.
51. Non c’è dubbio che nella società moderna tutti, fuorché i più sfortunati
o quelli che in un differente tipo di società avrebbero goduto di un qualche
privilegio legale, debbano all’adozione di quel metodo un reddito maggiore
di quello di cui avrebbero potuto diversamente disporre. Ovviamente, non
c’è alcuna ragione per cui una società che, grazie al mercato, è tanto ricca
quanto moderna non debba assicurare al di fuori del mercato un minimo di
sicurezza per tutti quelli che nel mercato cadono al di sotto di un certo
livello. Il punto che volevamo sottolineare era semplicemente che
considerazioni di giustizia non forniscono alcuna giustificazione per
«correggere» i risultati del mercato e che la giustizia, nel senso di
trattamento in base alle stesse regole, richiede che ognuno prenda ciò che
gli dà un mercato in cui ogni membro si comporta onestamente. C’è solo
una giustizia del comportamento individuale ma non una separata «giustizia
sociale».
52. Non possiamo qui prendere in considerazione i legittimi compiti di un
governo nell’amministrazione delle risorse messe a sua disposizione per la
prestazione di servizi ai cittadini. Con riferimento a tali funzioni, per
l’adempimento delle quali sono date al governo risorse finanziarie, qui
diremo solo che, nell’esercitarle, il governo deve essere sottoposto alle
stesse regole di un privato cittadino, che non deve detenere alcun
monopolio di un particolare servizio, che deve disimpegnare queste
funzioni in modo tale da non disturbare gli sforzi di più vasta portata e
spontaneamente ordinati della società, e che le risorse devono essere
procurate secondo una regola che si applichi uniformemente a tutti (Ciò –
tale è la mia opinione – dovrebbe escludere una completa progressione del
carico impositivo, poiché l’uso della tassazione per scopi ridistributivi può
essere giustificata solo sulla base di argomenti che noi abbiamo già
respinto). Nei restanti paragrafi, ci occuperemo solo di alcune funzioni del
governo, per lo svolgimento delle quali viene a esso conferito non

202
semplicemente denaro, ma il potere di imporre norme di comportamento
privato.
53. La sola parte di queste funzioni coercitive di governo che possiamo
ulteriormente considerare in questo schema sono quelle rivolte alla
preservazione di un funzionante ordine di mercato. Esse concernono
principalmente le condizioni che devono essere garantite dal diritto, per
assicurare il livello di competizione richiesto per un efficace funzionamento
del mercato. Considereremo brevemente tale questione, prima con
riferimento all’impresa, e poi con riferimento al lavoro.
54. Riguardo all’impresa, il primo punto da sottolineare è che il governo,
piuttosto che combatterli, deve evitare di sostenere i monopoli. Se oggi
l’ordine di mercato ingloba solo una parte delle attività economiche degli
uomini, ciò è in gran parte il risultato di deliberate restrizioni della
concorrenza, poste in atto dal governo. Infatti, se questo si astenesse
coerentemente dal creare monopoli e dal sostenerli attraverso tariffe
protettive e con una legislazione del tipo della legge sui brevetti e della
legge sulle corporazioni, è dubbio che ci sarebbe tanto monopolio da
giustificare la richiesta di misure speciali. Ciò che dev’essere
principalmente ricordato in quest’occasione è che, in primo luogo, le
posizioni monopolistiche sono sempre indesiderabili, ma spesso inevitabili
per ragioni obiettive, che noi non possiamo o non desideriamo modificare;
e, in secondo luogo, bisogna rammentare che tutti i monopoli controllati dal
governo tendono a diventare monopoli protetti dal governo, che restano in
vita anche quando la loro giustificazione è venuta meno.
55. Le concezioni correnti di politica anti-monopolistica sono in gran parte
fuorviate dall’applicazione di certe idee sviluppate dalla teoria della
concorrenza perfetta, che sono irrilevanti in situazioni in cui i presupposti
fattuali della teoria della concorrenza perfetta sono assenti. La teoria della
concorrenza perfetta mostra che, se in un mercato il numero di compratori e
venditori è sufficientemente ampio da rendere impossibile che qualcuno di
essi influenzi deliberatamente i prezzi, le quantità saranno vendute ai prezzi
che eguaglieranno i costi marginali. Questo non significa, tuttavia, che sia
possibile, o anche necessariamente auspicabile, creare ovunque uno stato di
cose in cui un gran numero di persone compri e venda la stessa uniforme
merce. L’idea che, in situazioni in cui noi non possiamo, o non vogliamo,
creare un tale stato di cose, i produttori dovrebbero continuare a
comportarsi come se la concorrenza perfetta esistesse o vendere al prezzo

203
che si determinerebbe in un regime di concorrenza perfetta, è senza
significato, perché noi non conosciamo quale sarebbe il comportamento
particolare richiesto o il prezzo che si formerebbe, se la concorrenza
perfetta esistesse.
56. Dove non esistono le condizioni per la concorrenza perfetta, quale
competizione ancora possa e debba essere fatta è comunque molto rilevante
e importante, si tratta cioè delle condizioni descritte nei paragrafi 46-49. È
stato là sottolineato che si tenderà ad avvicinarsi a tale stato, se nessuno
potrà essere ostacolato dal governo o da altri a entrare in qualsiasi attività
od occupazione desideri.
57. Si può giungere, credo, tanto vicini a tale condizione quanto più
possiamo assicurare che a) tutti gli accordi relativi alla limitazione
dell’attività economica siano, senza eccezioni, (non proibiti ma
semplicemente) resi nulli e inapplicabili e che b) tutte le azioni
discriminatorie o di altro tipo dirette contro un reale o potenziale
competitore, con lo scopo di fargli osservare certe regole di condotta di
mercato, siano rese responsabili di molteplici danni. Mi sembra che tale
modesto scopo produrrebbe un diritto molto più efficace delle attuali
proibizioni munite di sanzione, perché non sarebbe necessario introdurre
alcuna eccezione alla dichiarazione che stabilisca l’invalidità o
l’inapplicabilità di tutti i contratti che limitano il commercio, mentre, come
l’esperienza mostra, più ambiziosi tentativi devono essere sottoposti a così
tante eccezioni e divengono così molto meno efficaci.
58. L’applicazione di questo stesso principio, stando al quale tutti gli
accordi per limitare l’attività economica dovrebbero essere non validi e non
applicabili e secondo cui ogni individuo dovrebbe essere protetto contro
ogni tentativo di imporglieli con la violenza o con atti discriminatori, è
anche più importante con riferimento al lavoro. Le pratiche monopolistiche
che minacciano il funzionamento del mercato sono oggi molto più serie nel
settore del lavoro che in quello dell’impresa, e la preservazione dell’ordine
di mercato dipenderà, più che da altre cose, dalla capacità di mettere a freno
le pratiche monopolistiche nel settore del lavoro.
59. La ragione di ciò è che gli sviluppi in questo campo tendono a
costringere il governo, e stanno già forzando molti governi, a ricorrere a
due tipi di misure che sono interamente distruttive dell’ordine di mercato:
vale a dire, a tentativi di determinare autoritativamente i redditi dei vari
gruppi (attraverso quella che è chiamata «politica dei redditi») e agli sforzi

204
di vincere la «rigidità dei salari» attraverso una politica monetaria
inflazionistica. Poiché tuttavia tale fuga dal problema, per mezzo di una
politica monetaria solo temporaneamente efficace, comporta il conseguente
e costante incremento di quelle rigidità, tale politica è un mero palliativo,
che può solo ritardare ma non risolvere il problema centrale.
60. La politica finanziaria e monetaria esula dallo scopo di questo scritto. I
problemi che la riguardano sono stati citati solo per sottolineare che i suoi
fondamenti e, nella attuale situazione, i suoi insolubili dilemmi non
possono essere risolti da qualche mezzo monetario, ma solo da una
restaurazione del mercato come efficace strumento per la determinazione
dei salari.
61. In conclusione, i princìpi fondamentali di una società liberale possono
essere riassunti dicendo che, in una società siffatta, tutte le funzioni
coercitive di governo devono essere guidate dalla considerazione
dell’importanza predominante di ciò che mi piace chiamare i tre grandi
valori negativi: pace, giustizia e libertà. Il loro conseguimento richiede che
il governo, nell’esercizio delle sue funzioni coercitive, si limiti
all’imposizione di tali proibizioni (poste come regole astratte), in maniera
che possano essere applicate uniformemente a tutti, e che si limiti, allorché
decide di rendere altri non coercitivi servizi ai cittadini, con i mezzi
materiali e personali che questi gli mettono a disposizione, a richiedere a
tutti, sotto le stesse uniformi regole, la partecipazione alla copertura dei
costi.

205
12.
Gli intellettuali e il socialismo*

12.1 In tutti i Paesi democratici, negli Stati Uniti anche più che altrove, si
crede fortemente che l’influenza degli intellettuali sulla politica sia
trascurabile. Questo, senza dubbio, è vero per quanto riguarda il potere
degli intellettuali di far sì che le loro particolari opinioni del momento
influenzino le decisioni e per quanto riguarda la misura in cui possono
cambiare il voto popolare su questioni a proposito delle quali hanno idee
diverse da quelle prevalenti fra le masse. Tuttavia, per periodi un po’ più
lunghi, gli intellettuali non hanno probabilmente mai esercitato
un’influenza tanto grande, quanto quella esercitata oggi in tali Paesi. E lo
fanno, plasmando l’opinione pubblica.
Alla luce della storia recente, è piuttosto curioso che ancora questo potere
decisivo dei mercanti di professione di idee di seconda mano ancora non sia
più in generale riconosciuto. L’evoluzione politica del mondo occidentale,
durante gli ultimi cento anni, ne fornisce la dimostrazione più evidente. Il
socialismo non è stato, mai e in nessun luogo, un originario movimento
della classe operaia. Non è affatto un ovvio rimedio per un ovvio male,
necessariamente richiesto dagli interessi di quella classe. È una costruzione
teorica, derivante da certe tendenze del pensiero astratto, con cui per un
lungo periodo solo gli intellettuali hanno avuto familiarità; c’è stato perciò
bisogno di durevoli sforzi, da parte degli intellettuali, prima che la classe
operaia potesse essere persuasa ad adottarlo come suo programma.
In ogni Paese che si è mosso in direzione del socialismo, la fase in cui
esso viene a esercitare un’influenza determinante sulla politica è preceduta,
per molti anni, da un periodo durante il quale gli ideali socialisti dominano
il pensiero degli intellettuali più attivi. In Germania, questo stadio è stato
raggiunto verso la fine dell’ultimo secolo; in Inghilterra e in Francia,
press’a poco nel periodo della Prima guerra mondiale.
Sembrerebbe, all’osservatore occasionale, che gli Stati Uniti abbiano
raggiunto questa fase dopo la Seconda guerra mondiale e che l’attrattiva di

206
un sistema economico pianificato e diretto sia adesso tanto forte tra gli
intellettuali americani quanto lo è sempre stata tra i loro colleghi tedeschi o
inglesi. L’esperienza suggerisce che, una volta raggiunta questa fase, è
semplicemente una questione di tempo, ma le opinioni sostenute dagli
intellettuali diventano la forza che governa la politica.
Il carattere del processo attraverso cui le opinioni degli intellettuali
influenzano la politica del domani è perciò molto di più di un interesse
accademico. Il semplice fatto che vogliamo prevedere il corso degli eventi,
o che vogliamo tentare di influenzarlo, è un fattore di importanza molto più
grande di quanto sia generalmente compreso. Quella che all’osservatore
contemporaneo sembra una lotta tra opposti interessi è stata infatti spesso
decisa, molto tempo prima, in un contrasto di idee svoltosi nell’ambito di
circoli ristretti. Abbastanza paradossalmente, in generale i partiti della
sinistra hanno tuttavia fatto molto per diffondere la credenza secondo cui è
la forza numerica degli interessi materiali in conflitto a decidere gli
obiettivi politici, mentre in pratica questi stessi partiti hanno agito
regolarmente, e con successo, come se avessero compreso la posizione
chiave degli intellettuali. Sia che agissero sulla base di un progetto o guidati
dalla forza delle circostanze, essi si sono sempre sforzati di guadagnare
l’appoggio di questa élite, mentre i gruppi più conservatori hanno agito,
regolarmente ma senza successo, in base a una più ingenua idea della
democrazia di massa e, di solito, hanno invano tentato di raggiungere
direttamente e di persuadere il singolo elettore.

12.2 Il termine «intellettuali», tuttavia, non suggerisce immediatamente una


descrizione esatta dell’ampia categoria a cui ci riferiamo; e il fatto che non
abbiamo un termine migliore, con cui descrivere ciò che abbiamo chiamato
«mercanti di idee di seconda mano», non è la ragione meno importante del
perché il loro potere non sia meglio compreso. Anche le persone che usano
la parola «intellettuale» soprattutto come un termine dispregiativo, sono
ancora inclini a non attribuirlo a molti che esercitano indubitabilmente
quella caratteristica funzione. Non ci riferiamo al caso del pensatore
originale, né a quello dello studioso esperto in uno specifico campo del
pensiero. L’intellettuale tipico non ha bisogno di essere né l’uno né l’altro:
non ha bisogno di possedere una conoscenza specifica di ogni cosa in
particolare, né ha bisogno persino di essere particolarmente intelligente per
svolgere il suo ruolo di intermediario nella divulgazione delle idee. Ciò che

207
lo rende idoneo al suo lavoro è il fatto di saper parlare e scrivere
prontamente su un gran numero di tematiche, nonché di avere una
posizione o abitudini attraverso cui conosce nuove idee, prima di coloro a
cui egli stesso si indirizza.
Finché non si cominciano a elencare tutte le professioni e le attività
ascrivibili a questa categoria, è difficile rendersi conto di quanto essa sia
numerosa, di quanto si allarghi costantemente, in una società moderna, il
campo delle sue attività e di quanto siamo diventati tutti dipendenti da essa.
La categoria non si compone solo di giornalisti, insegnanti, ministri,
conferenzieri, pubblicisti, radiocommentatori, scrittori di romanzi,
cartonisti e artisti, che possono essere tutti maestri della tecnica di
diffondere le idee, ma che di solito sono dilettanti per quanto riguarda la
sostanza di quello che diffondono. Essa include, inoltre, molti professionisti
e tecnici, come scienziati e medici, i quali, grazie all’abituale rapporto con
il mondo della carta stampata, divulgano le nuove idee al di fuori dei propri
ambienti e, per il fatto di conoscere con competenza le tematiche di loro
specifico interesse, sono ascoltati con rispetto in molte altre. È poco quello
che l’uomo comune di oggi apprende in merito ad avvenimenti o idee senza
la mediazione di tale categoria; e, fuori dai nostri specifici campi di lavoro,
siamo, da questo punto di vista, quasi tutti uomini comuni, dipendenti, per
quanto riguarda la nostra informazione e la nostra istruzione, da coloro che
per mestiere tengono al corrente l’opinione pubblica. Sono gli intellettuali,
in questo senso, che decidono quali idee e quali opinioni debbano giungere
a noi, quali fatti siano abbastanza importanti da essere riferiti e in quale
forma e da quale punto di vista ci debbano essere presentati. Dipende
principalmente dalle loro decisioni, se noi apprenderemo mai i risultati del
lavoro dell’esperto e dell’originale pensatore.
Il profano, forse, non conosce del tutto fino a che punto anche le
reputazioni popolari degli scienziati e degli studiosi siano il prodotto di tale
classe e fino a che punto siano inevitabilmente influenzate da opinioni su
temi che hanno poco a che fare con i meriti dei risultati effettivamente
conseguiti. È particolarmente significativo, per il nostro problema, che ogni
studioso possa probabilmente citare alcuni esempi, relativi al proprio
campo d’interesse, di uomini che hanno immeritatamente raggiunto la
reputazione popolare di grandi scienziati, solo perché hanno sostenuto
quelle che gli intellettuali considerano opinioni politiche «progressiste»;
tuttavia, devo ancora incontrare un solo esempio in cui tale reputazione

208
pseudo-scientifica sia stata accordata, per ragioni politiche, a uno studioso
di tendenze più conservatrici. Questa creazione di reputazioni da parte degli
intellettuali è particolarmente importante negli ambienti in cui i risultati di
studi specialistici non sono utilizzati da altri specialisti, ma dipendono dalla
decisione politica del pubblico in generale. Raramente si può trovare una
migliore illustrazione di ciò fuori dall’atteggiamento che gli economisti di
professione hanno assunto nei confronti dello sviluppo di dottrine come il
socialismo o il protezionismo. Probabilmente, in nessun tempo c’è stata una
maggioranza di economisti, riconosciuti come tali dai loro colleghi,
favorevoli al socialismo (o al protezionismo). Con ogni probabilità,
risponde anche al vero affermare che non c’è un altro gruppo simile di
studiosi che contenga una percentuale così alta di membri decisamente
contrari al socialismo (o al protezionismo). Questo è l’aspetto più rilevante,
anche se, in tempi recenti, può darsi, o forse no, che sia stato un iniziale
interesse per i progetti socialisti di riforma a spingere qualcuno a scegliere
l’economia come sua professione. Non sono però le opinioni predominanti
degli esperti, bensì quelle di una minoranza, spesso di importanza piuttosto
dubbia nella propria professione, a essere assorbite e diffuse dagli
intellettuali.
L’onnipervasiva influenza degli intellettuali nella società contemporanea
è rafforzata ancora di più dall’importanza crescente dell’«organizzazione».
È una credenza comune, ma probabilmente errata, che lo sviluppo
dell’organizzazione incrementi l’influenza dell’esperto o dello specialista.
Questo può essere vero per l’esperto amministratore od organizzatore, se ci
sono persone del genere, ma difficilmente per l’esperto in qualsiasi campo
della conoscenza. È invece aumentato il potere del soggetto, che si suppone
abbia una conoscenza generale tale da renderlo idoneo a valutare la
testimonianza dell’esperto e a giudicare tra gli esperti di diversi campi.
Come che sia, il punto che ci interessa è che lo studioso che diventa
presidente di un’università, lo scienziato che assume la direzione di un
istituto o di una fondazione, lo studioso che diventa editore o un attivo
promotore di un’organizzazione che serve una causa specifica cessano
rapidamente di essere studiosi o esperti, e diventano intellettuali nel senso
da noi indicato, persone cioè che giudicano ogni questione non sulla base
del merito ma alla maniera propria degli intellettuali, vale a dire solamente
alla luce di certe idee generali che vanno di moda. Il numero di istituzioni
che allevano intellettuali ed aumentano il loro numero e il loro potere

209
cresce di giorno in giorno. Quasi tutti gli «esperti» nella mera tecnica di
diffondere la conoscenza sono, rispetto all’argomento che trattano,
intellettuali e non esperti.
Nel senso in cui noi stiamo usando il termine, gli intellettuali sono in
effetti un fenomeno storico abbastanza nuovo. Per quanto nessuno
rimpianga che l’istruzione abbia cessato di essere un privilegio delle classi
possidenti, il fatto che esse non siano più quelle meglio istruite e la
circostanza che un gran numero di persone, che devono la loro posizione
alla propria formazione generale, non abbia quell’esperienza del
funzionamento di un sistema economico che si ricava dall’amministrazione
della proprietà, sono importanti per comprendere il ruolo degli intellettuali.
Il Professor Schumpeter, che ha dedicato un illuminante capitolo del suo
Capitalism, Socialism and Democracy ad alcuni aspetti del problema che ci
interessa, ha messo in evidenza, non a torto, che è l’assenza della
responsabilità diretta negli affari pratici e la conseguente assenza di una
conoscenza di prima mano che distinguono il tipico intellettuale dalle altre
persone, che pure esercitano il potere della parola scritta e orale. Tuttavia,
ci porterebbe troppo lontano esaminare ulteriormente, in questa sede, gli
sviluppi di tale categoria, nonché la curiosa pretesa, recentemente avanzata
da uno dei suoi teorici, secondo cui essa è la sola le cui opinioni non sono
decisamente influenzate dai propri interessi economici. Uno dei punti
importanti da esaminare in una discussione di questo genere potrebbe
essere quello relativo a quanto lo sviluppo di questa categoria sia stato
stimolato artificialmente dalla legge sul diritto d’autore1.

12.3 Non sorprende il fatto che il vero studioso o il vero esperto e l’uomo
pratico d’affari spesso provino disprezzo per l’intellettuale, siano riluttanti a
riconoscere il suo potere e siano risentiti quando gli intellettuali lo mettono
in evidenza. Personalmente essi trovano che gli intellettuali siano, per lo
più, persone che non conoscono particolarmente bene niente in modo
specifico e che il loro giudizio sulle materie, che invece essi comprendono,
mostri pochi segni della loro particolare saggezza. Ma sarebbe un fatale
errore sottovalutare il loro potere per questo motivo. Infatti, anche se la loro
conoscenza può essere spesso superficiale e le loro informazioni limitate,
ciò non modifica il fatto che è principalmente il loro giudizio a determinare
le opinioni in base a cui la società agirà in un futuro non troppo lontano.
Non è un’esagerazione dire che una volta che la parte più attiva degli

210
intellettuali sia stata convertita a un complesso di credenze, il processo
attraverso cui queste diventano generalmente accettate è quasi automatico e
irresistibile. Gli intellettuali sono gli organi che la società moderna ha
sviluppato per diffondere conoscenza e idee; le loro convinzioni e opinioni
agiscono come un setaccio attraverso cui tutte le nuove concezioni devono
passare prima di poter raggiungere le masse.
È nella natura del lavoro dell’intellettuale il fatto che egli debba usare la
propria conoscenza e le proprie convinzioni per svolgere il proprio compito
quotidiano. Egli occupa la sua posizione perché ha, oppure ha avuto a che
fare, giorno dopo giorno, con una conoscenza che in generale il suo
utilizzatore non possiede, sicché l’attività dell’intellettuale può essere
diretta da altri solo in misura limitata. E, proprio perché gli intellettuali
sono per lo più intellettualmente onesti, è inevitabile che seguano le loro
convinzioni tutte le volte che ne hanno la possibilità e che diano un
corrispondente orientamento a tutto ciò che passa per le loro mani. Anche
laddove la direzione della politica è nelle mani di uomini di affari di
opinioni diverse, la sua esecuzione è in generale nelle mani degli
intellettuali; e, spesso, è la decisione concreta che determina l’effetto netto.
Troviamo ciò in quasi tutti i campi della società contemporanea. È risaputo
che i giornali di proprietà dei capitalisti, le università guidate da corpi
accademici «reazionari», i sistemi radiofonici di proprietà di governi
conservatori hanno tutti influenzato l’opinione pubblica in direzione del
socialismo, perché questa era la convinzione del loro personale. Il che è
accaduto spesso non solo malgrado, ma forse anche a causa dei tentativi dei
«vertici» di controllare l’opinione e di imporre princìpi di ortodossia.
L’effetto di questo filtraggio delle idee attraverso le convinzioni di una
classe che è, per sua costituzione, portata a certe opinioni è ben lungi
dall’essere limitato alle masse. Fuori del suo specifico campo, l’esperto è
generalmente non meno dipendente da questa categoria e non meno
influenzato dalla selezione da quello operata. Il risultato di ciò è che oggi,
in moltissime parti del mondo occidentale, anche i più determinati
oppositori del socialismo derivano, da fonti socialiste, la loro conoscenza
della maggior parte delle tematiche su cui non hanno una conoscenza di
prima mano. La relazione tra molti dei più generali preconcetti del pensiero
socialista e le loro proposte più pratiche è ben lungi dall’essere subito ovvia
e, di conseguenza, molti uomini, che credono di essere oppositori
determinati di quel sistema di pensiero, diventano di fatto divulgatori

211
effettivi delle sue idee. Chi non conosce l’uomo pratico che, nel suo campo,
denuncia il socialismo come una «pericolosa stupidaggine», ma che,
quando esce fuori del proprio territorio di competenza, declama il
socialismo come un giornalista di sinistra?
In nessun altro ambiente l’influenza predominante degli intellettuali
socialisti è stata sentita, durante gli ultimi cento anni, in modo più
penetrante che nei rapporti tra differenti civiltà nazionali. Andrebbe oltre i
limiti di questo saggio indicare le cause e il significato del fatto,
estremamente importante, che nel mondo moderno gli intellettuali
forniscono quasi il solo approccio alla comunità internazionale. È questo
che spiega principalmente lo straordinario spettacolo per cui, da
generazioni, l’Occidente per così dire «capitalista» presta il suo aiuto
morale e materiale quasi esclusivamente a quei movimenti ideologici dei
Paesi più a oriente, che hanno mirato a indebolire la civiltà occidentale; per
cui, allo stesso tempo, l’informazione che il pubblico occidentale ha avuto
su avvenimenti accaduti nell’Europa centrale e orientale è stata influenzata
quasi inevitabilmente da un pregiudizio socialista. Molte delle attività
«educative» delle forze di occupazione americane in Germania hanno
fornito esempi, chiari e recenti, di questa tendenza.

12.4 È molto importante, perciò, avere una conoscenza esatta delle ragioni
che spingono così tanti intellettuali a muoversi in direzione del socialismo.
Il primo punto, punto che coloro che non condividono il pregiudizio
socialista devono affrontare con franchezza, è che le opinioni degli
intellettuali non sono determinate da interessi egoistici, né da intenzioni
malvagie, bensì, soprattutto, da convinzioni oneste e da buone intenzioni. È
necessario infatti riconoscere che, complessivamente, il tipico intellettuale,
quello guidato da buona volontà e intelligenza, è più probabile che sia un
socialista e, inoltre, che sul piano puramente intellettuale egli sia
generalmente in grado di esporre un caso meglio della maggioranza di
quanti gli si oppongono all’interno della sua categoria. Se tuttavia noi
pensiamo ancora che egli sia in torto, dobbiamo ammettere che può trattarsi
di un errore genuino, che porta le persone intelligenti e ben intenzionate,
che occupano queste posizioni chiave nell’ambito della nostra società, a
diffondere opinioni che ci sembrano una minaccia per la nostra civiltà2.
Nulla può essere più importante del tentativo di comprendere le fonti di
questo errore, in modo da poter essere in grado di opporci a esso. Anche

212
quelli che sono generalmente considerati rappresentanti dell’ordine
esistente, e che credono di comprendere i pericoli del socialismo, sono di
solito molto lontani da una tale comprensione. Essi tendono a considerare
gli intellettuali socialisti nulla di più che un pericoloso gruppo di
intellettuali radicali, senza valutare a pieno la loro influenza, e tendono, con
il loro atteggiamento complessivo, a indirizzarli anche di più verso
un’opposizione all’ordine esistente.
Se dobbiamo comprendere il pregiudizio socialista di un gran numero di
intellettuali, dobbiamo essere chiari su due punti. Il primo è che loro
generalmente giudicano ogni singola tematica esclusivamente alla luce di
certe idee generali; il secondo è che gli errori caratteristici di un’era
scaturiscono frequentemente da qualche nuova autentica verità che è stata
scoperta e, inoltre, che essi sono applicazioni errate di nuove
generalizzazioni che hanno sperimentato il loro valore in altri campi. La
conclusione, a cui saremo portati da una piena considerazione di questi
fatti, sarà che il rifiuto effettivo di tali errori esigerà frequentemente un
ulteriore progresso intellettuale, e spesso avanzerà su punti che sono molto
astratti e che possono sembrare molto lontani dai problemi pratici.
La caratteristica più peculiare dell’intellettuale è forse quella che egli
giudica le nuove idee non in base ai loro meriti specifici, ma in base alla
facilità con cui esse si adattano alle sue concezioni generali, alla visione del
mondo che egli considera moderna o avanzata. È attraverso l’influenza
esercitata su di lui e mediante la sua scelta di opinioni relative a tematiche
particolari, che il potere delle idee, bene o male, cresce in proporzione con
la loro generalità, astrattezza e perfino vaghezza. Poiché egli ha scarse
conoscenze in merito a temi specifici, il suo criterio di scelta dev’essere
conforme alle altre sue opinioni, deve poter combinare tutto in una coerente
visione del mondo. Questa selezione, fatta su una moltitudine di nuove idee
che si presentano in ogni momento, crea comunque il clima di opinione
caratteristico, la Weltanschauung dominante, di un periodo che sarà
favorevole alla ricezione di alcune opinioni e sfavorevole ad altre, e che
renderà gli intellettuali pronti ad accettare una conclusione e a rigettarne
un’altra, senza un’effettiva comprensione delle tematiche.
Sotto alcuni aspetti, l’intellettuale è in verità più simile al filosofo che a
qualsiasi specialista, e il filosofo è, in più di un senso, una sorta di principe
tra gli intellettuali. Nonostante la sua influenza sia ancora più lontana dalle
cose pratiche e corrispondentemente più lenta e più difficile da tracciare di

213
quella dell’intellettuale ordinario, essa è dello stesso tipo e, nel lungo
periodo, anche più efficace di quella del secondo. Si tratta dello stesso
sforzo verso una sintesi perseguita più metodicamente, dello stesso giudizio
su particolari opinioni basato sul fatto che si adattino a un sistema generale
di pensiero piuttosto che sui loro meriti specifici, della stessa spinta verso
una coerente visione del mondo, che per entrambi costituisce la principale
base per l’accettazione o il rifiuto delle idee. Per questa ragione, il filosofo
ha probabilmente un’influenza sugli intellettuali superiore a quella di
qualsiasi altro studioso o scienziato, e più di qualsiasi altro determina il
modo in cui gli intellettuali esercitano la loro funzione di censura.
L’influenza sull’opinione pubblica dello specialista scientifico comincia a
rivaleggiare con quella del filosofo solo quando quello cessa di essere uno
specialista e comincia a filosofeggiare sui progressi della sua materia – e, di
solito, solo dopo che è stato reclutato dagli intellettuali, per ragioni che
hanno poco a che fare con la sua levatura scientifica.
Il «clima di opinione» di un qualsiasi periodo dà perciò vita a una serie di
preconcetti molto generali, mediante cui l’intellettuale giudica l’importanza
dei nuovi fatti e delle nuove opinioni. Questi preconcetti consistono
principalmente di applicazioni di quelli che a lui sembrano gli aspetti più
significativi dei traguardi scientifici, un trasferimento ad altri campi di ciò
che lo ha particolarmente colpito nel lavoro dello specialista. Si potrebbe
fornire una lunga lista di tali mode intellettuali e di slogan, che nel corso di
due o tre generazioni hanno dominato a turno il pensiero degli intellettuali.
Che fosse «l’approccio storico» o la teoria dell’evoluzione, il determinismo
del Diciannovesimo secolo o la credenza nell’influenza predominante
dell’ambiente contro quella della ereditarietà, la teoria della relatività o la
credenza nel potere dell’inconscio – ognuna di queste concezioni generali
ha rappresentato la pietra di paragone con cui sono state sottoposte a prova
le innovazioni verificatesi nei diversi campi. Sembra che meno specifiche o
precise (o meno comprese) sono queste idee, più ampia può essere la loro
influenza. Qualche volta si tratta di nulla di più che di una vaga idea,
raramente espressa a parole, che in tal maniera esercita una profonda
influenza. Tali credenze, come quella secondo cui il controllo deliberato o
l’organizzazione conscia è anche negli affari sociali sempre superiore ai
risultati dei processi spontanei, che non sono diretti da una mente umana, o
come quella secondo cui un ordine basato su un piano progettato
anticipatamente è superiore a uno formatosi attraverso l’equilibrio di forze

214
contrastanti, hanno in questo modo profondamente condizionato lo
sviluppo politico.
Quando si prende in considerazione più propriamente lo sviluppo degli
ideali sociali, il ruolo degli intellettuali è solo apparentemente diverso. In
questo caso, le loro peculiari propensioni si manifestano nel parlare per
astratto, nel razionalizzare ed estremizzare certe ambizioni che scaturiscono
dal normale rapporto degli uomini. Poiché la democrazia è una buona cosa,
più il principio democratico può essere sostenuto, meglio è per loro. La più
efficace di queste idee generali che hanno guidato lo sviluppo politico in
tempi recenti è di certo l’ideale dell’eguaglianza materiale. Esso non è,
tipicamente, una delle convinzioni morali sorte spontaneamente, applicata
fin dall’inizio nei rapporti tra i singoli individui, ma una costruzione
intellettuale originariamente concepita in astratto e di dubbio significato o
applicazione in casi particolari. Nonostante ciò, essa ha fortemente agito
come un principio selettivo tra scelte alternative di politica sociale,
esercitando una pressione continua verso una sistemazione degli affari
sociali che nessuno percepisce chiaramente. Se un particolare
provvedimento tende a produrre una maggiore uguaglianza, ciò giunge a
essere considerato una raccomandazione così forte che di poco altro sarà
tenuto conto. Poiché su ogni particolare questione questo è un aspetto su
cui coloro che guidano l’opinione hanno una convinzione definitiva,
l’ideale di uguaglianza ha determinato un cambiamento sociale perfino più
forte di quello voluto dai suoi difensori.
Tuttavia, non solo gli ideali morali producono risultati del genere.
Qualche volta l’atteggiamento degli intellettuali verso i problemi
dell’ordine sociale può essere la conseguenza di avanzamenti nella
conoscenza puramente scientifica; ed è in tali casi che le loro opinioni
errate in merito a particolari questioni possono, per un certo periodo,
sembrare di avere tutto il prestigio dei risultati scientifici che si trovano
dietro esse. Non è in sé sorprendente il fatto che un autentico progresso
della conoscenza diventi in questo modo, occasionalmente, una fonte di
nuovi errori. Se dalle nuove generalizzazioni non derivasse alcuna falsa
conclusione, quelle sarebbero verità definitive che non necessiterebbero
mai di revisione. Sebbene, di regola, una siffatta nuova generalizzazione
condivida semplicemente le conseguenze false, derivabili da essa in
congiunzione con idee sostenute in precedenza, e pertanto non conduca ad
alcun errore nuovo, è molto probabile che una nuova teoria, proprio nella

215
misura in cui il suo valore è mostrato dalle nuove valide conclusioni a cui
essa porta, produrrà altre nuove conclusioni che un ulteriore progresso
dimostrerà essere errate. Ma, in questo caso, una falsa credenza si
presenterà con tutto il prestigio di ciò che proviene dalla più recente
scoperta scientifica. Sebbene nel campo specifico in cui questa credenza si
applica ogni prova scientifica possa essere contro di essa, tale credenza sarà
tuttavia scelta davanti al tribunale degli intellettuali, e alla luce delle idee
che governano i loro pensieri, come il punto di vista che è più in accordo
con lo spirito del tempo. Gli specialisti che in questo modo raggiungeranno
pubblica fama e grande influenza non saranno così coloro che hanno
ottenuto un riconoscimento dai loro pari, bensì uomini che altri esperti
considerano eccentrici, dilettanti o anche impostori, ma che, nonostante
tutto, per il pubblico in generale sono i più conosciuti esponenti della loro
disciplina.
In particolare, non c’è dubbio che il modo in cui, durante gli ultimi cento
anni, l’uomo ha imparato a organizzare le forze della natura abbia
contribuito in grande misura a far nascere la credenza secondo cui un
analogo controllo delle forze della società favorirebbe un analogo progresso
delle condizioni umane. Il fatto che, con l’applicazione delle tecniche
ingegneristiche, la direzione di ogni forma di attività umana, secondo un
singolo progetto coerente, dovrebbe dimostrare di avere successo nella
società, come lo ha avuto in innumerevoli lavori ingegneristici, è una
conclusione troppo plausibile per non sedurre la maggior parte di coloro
che si entusiasmano per i risultati delle scienze naturali. Si deve in verità
ammettere che ci vorrebbero argomenti efficaci per controbattere la forte
presunzione in favore di tale conclusione, e si deve anche ammettere che
questi argomenti non sono stati ancora adeguatamente formulati. Non è
sufficiente porre in evidenza i difetti delle singole proposte basate su questo
tipo di ragionamento. L’argomento non perderà la sua forza fino a che non
saranno definitivamente mostrate le ragioni per cui ciò che si è rivelato di
grande successo nel favorire progressi in tanti campi vede limitata la sua
utilità e diventa assolutamente dannoso se esteso al di là di quei limiti. Si
tratta di un compito che non è stato ancora realizzato in modo soddisfacente
e che non potrà esserlo prima che questa particolare attrazione verso il
socialismo possa essere rimosso.
Certamente, questo è solo uno dei tanti esempi in cui occorre un ulteriore
progresso intellettuale, se le idee dannose, a tutt’oggi correnti, devono

216
essere rifiutate, e in cui il percorso che noi faremo sarà deciso, in ultima
istanza, dalla discussione di molte tematiche astratte. Non è sufficiente per
l’uomo d’affari essere sicuro, grazie alla sua personale conoscenza di un
particolare campo, che le teorie socialiste, derivate da idee più generali, si
dimostreranno impraticabili. Egli può avere perfettamente ragione, eppure
la sua resistenza sarà sopraffatta e tutte le tristi conseguenze, che egli
prevede, seguiranno, se non sarà sostenuto da un effettivo rifiuto delle idées
mères. Fino a che l’intellettuale coglierà il meglio di un argomento
generale, le più valide obiezioni alla tematica specifica saranno ignorate.

12.5 Tuttavia, questo non è tutto. Le forze che influenzano il reclutamento


nelle file degli intellettuali agiscono nella stessa direzione e contribuiscono
a spiegare perché molti dei più capaci tra loro siano favorevoli al
socialismo. Certamente, tra gli intellettuali ci sono tante differenze di
opinione quante ce ne sono tra altri gruppi di persone; ma sembra che sia
vero che complessivamente gli intellettuali più attivi, intelligenti e originali
sono quelli che più spesso sono favorevoli al socialismo, mentre i loro
oppositori sono spesso di calibro inferiore. Questo è esatto soprattutto con
riferimento alle fasi iniziali dell’infiltrazione delle idee socialiste; in
seguito, sebbene al di fuori dei circoli intellettuali possa essere ancora un
atto di coraggio professare convinzioni socialiste, la pressione dell’opinione
sarà tra gli intellettuali spesso così vigorosamente in favore del socialismo
da richiedere più forza ed autonomia di pensiero per resistere a tali
convinzioni che per unirsi a quelle che i propri colleghi considerano
opinioni moderne. Chiunque, per esempio, abbia familiarità con un gran
numero di facoltà universitarie (e da questo punto di vista la maggior parte
dei professori universitari devono probabilmente essere classificati come
intellettuali piuttosto che come esperti) sa che è più probabile che gli
insegnanti più brillanti e di successo siano oggi socialisti, mentre quelli che
hanno opinioni politiche più conservatrici sono, così spesso, delle
mediocrità. Ciò è ovviamente di per sé un fattore importante, che spinge la
generazione più giovane al socialismo.
Il socialista vedrà sicuramente in ciò semplicemente una prova del fatto
che la persona più intelligente è portata a diventare socialista. Ma questo è
lontano dall’essere la spiegazione necessaria o anche la più probabile. La
ragione principale di questo stato di cose è forse che, per l’uomo
eccezionalmente capace che accetta l’ordine attuale della società, sono

217
aperte un gran numero di altre strade verso l’influenza e il potere, mentre
per l’uomo scontento e insoddisfatto, una carriera intellettuale è la via
all’influenza e al potere, che promette di contribuire di più al
raggiungimento dei suoi ideali. E inoltre: la persona dotata di grandi
capacità (di prima categoria), incline ad accettare idee conservatrici,
sceglierà in generale il lavoro intellettuale (e il sacrificio in termini di
remunerazione materiale che questa scelta di solito comporta) solo come
gratificazione in sé. Egli è di conseguenza più disposto a diventare uno
studioso esperto, piuttosto che un intellettuale nel significato specifico della
parola; mentre, per quello di tendenza più radicale, la ricerca intellettuale è
sovente un mezzo piuttosto che un fine, una via per conseguire esattamente
quella grande influenza che l’intellettuale di professione esercita. È perciò
probabilmente un dato di fatto non che gli uomini più intelligenti siano
generalmente socialisti, ma che una percentuale più alta di socialisti tra le
«menti» migliori si dedichi a quelle ricerche intellettuali che, nella nostra
società moderna, danno loro un’influenza decisiva sull’opinione pubblica3.
La selezione del personale intellettuale è inoltre strettamente connessa
con l’interesse predominante mostrato verso idee generali e astratte. Le
riflessioni in merito a una eventuale ricostruzione totale della società danno
all’intellettuale molto più gusto di quanto glielo diano le considerazioni più
pratiche e a «corto raggio» di coloro che aspirano a un miglioramento «a
spizzico» dell’ordine esistente. In particolare, il pensiero socialista deve il
fatto di suscitare l’interesse dei giovani al suo carattere visionario; il
coraggio a indulgere nel pensiero utopistico è, da questo punto di vista, una
sorgente di forza per i socialisti, che manca tristemente al liberalismo
tradizionale. Questa differenza agisce in favore del socialismo, non solo
perché la riflessione sui princìpi generali stimola l’immaginazione di quelli
che sono privi di una grande conoscenza dei fatti della vita d’oggi, ma
anche perché soddisfa un legittimo desiderio di comprensione della base
razionale di qualsiasi ordine sociale e dà un’opportunità all’esercizio di
quel bisogno costruttivista a cui il liberalismo, dopo aver conseguito le sue
grandi vittorie, ha lasciato pochi sbocchi. L’intellettuale, per sua tendenza,
è disinteressato ai dettagli tecnici o alle difficoltà pratiche. Ciò che lo attira
sono le visioni d’insieme, la speciosa comprensione dell’ordine sociale
come un tutto che un sistema pianificato promette.
Il fatto che i gusti degli intellettuali siano meglio soddisfatti dalle
riflessioni dei socialisti si è dimostrata fatale all’influenza della tradizione

218
liberale. Una volta che le richieste di base dei programmi liberali sono
sembrate soddisfatte, gli esponenti del liberalismo classico si sono rivolti a
problemi di dettaglio e hanno finito per trascurare lo sviluppo della filosofia
del liberalismo, che di conseguenza ha cessato di essere una tematica viva,
capace di offrire un’opportunità alla riflessione generale. Così, per un
periodo superiore a mezzo secolo, sono stati solo i socialisti a offrire un
esplicito programma di sviluppo sociale, una descrizione del tipo di società
alla quale stavano aspirando e una serie di princìpi generali per guidare le
decisioni relative a questioni particolari. Anche se, ammesso che io abbia
ragione, i loro ideali risentono di contraddizioni intrinseche, sicché
qualsiasi tentativo di metterli in pratica produce qualcosa di completamente
differente da ciò che si aspettano, ciò non altera il fatto che il loro
programma di cambiamento è il solo che, in tempi recenti, abbia realmente
influenzato lo sviluppo delle istituzioni sociali. È perché la loro è diventata
la sola esplicita filosofia generale di politica sociale sostenuta da un ampio
gruppo, il solo sistema o teoria capace di far nascere nuovi problemi e di
aprire nuovi orizzonti, che essi hanno avuto successo nell’ispirare
l’immaginazione degli intellettuali.
Gli sviluppi effettivi della società, durante questo periodo, sono stati
determinati non da un conflitto fra opposti ideali, ma dal contrasto tra uno
stato di cose esistente e quell’unico ideale di una possibile società futura,
che i socialisti erano i soli a sostenere davanti all’opinione pubblica. Pochi
altri programmi hanno fornito genuine alternative. La maggior parte è
consistita in meri compromessi oppure in proposte a metà strada tra il
socialismo più estremo e l’ordine esistente. Per rendere qualsiasi proposta
socialista ragionevole a quelle menti «giudiziose» che sono per loro natura
convinte che la verità debba sempre trovarsi a metà tra due estremi, è stato
sufficiente che qualcuno sostenesse una qualche proposta sufficientemente
più estrema. È sembrato che esistesse una sola direzione verso cui
potessimo muoverci e che il solo problema fosse quello di vedere quanto
rapido e quanto lontano il movimento dovesse andare.

12.6 Il significato della speciale attrazione esercitata sugli intellettuali dal


carattere speculativo del socialismo diventa più chiaro se ulteriormente
confrontiamo la posizione del teorico socialista con quella della sua
controparte, vale a dire di un liberale nel vecchio senso della parola. Tale
confronto spinge a trarre qualche lezione dall’adeguata valutazione delle

219
forze intellettuali che stanno indebolendo le fondamenta della società
libera.
Abbastanza paradossalmente, uno dei principali ostacoli che priva il
pensatore liberale dell’influenza popolare è strettamente connesso al fatto
che, fino a che il socialismo non si è effettivamente affermato, egli ha avuto
più opportunità di influenzare direttamente le decisioni relative alla politica
corrente e, di conseguenza, non solo non è stato attratto da quella
speculazione «di lungo periodo» che è la forza dei socialisti, ma è stato in
realtà scoraggiato da essa, perché qualsiasi tentativo di questo tipo sarebbe
stato come ridurre il bene immediato che egli avrebbe potuto fare.
Qualunque potere egli abbia avuto per influenzare le decisioni concrete, era
dovuto alla sua collocazione fra i rappresentanti dell’ordine esistente e, se si
fosse dedicato al tipo di riflessione capace di richiamare gli intellettuali e
che attraverso essi avrebbe potuto influenzare lo sviluppo per periodi più
lunghi, avrebbe messo in pericolo quella sua posizione. Per avere peso fra i
poteri costituiti, bisogna essere «pratici», «sensati» e «realistici». Fino a
che ci si occupa di problemi immediati, si è ricompensati con la possibilità
di esercitare influenza, con il successo materiale e la popolarità, fra coloro
che in una certa misura condividono il proprio punto di vista. Ma questi
uomini hanno poco rispetto per quelle speculazioni sui princìpi generali che
creano il clima intellettuale. In verità, se si indugia seriamente su tali
riflessioni di lungo periodo, si finisce per acquisire la reputazione di
«matto» o addirittura di mezzo socialista, poiché non si è disposti a
identificare l’ordine esistente con il sistema libero a cui si aspira4.
Se, malgrado ciò, i tentativi del pensatore liberale continueranno nella
direzione della riflessione generale, presto scoprirà che è pericoloso
frequentare troppo da vicino quelli che sembrano condividere la maggior
parte delle sue convinzioni e presto sarà portato a isolarsi. Infatti, ci
possono essere attualmente pochi lavori più ingrati di quello essenziale per
sviluppare le basi filosofiche su cui deve poggiare l’ulteriore crescita di una
società libera. Poiché deve accettare buona parte della struttura dell’ordine
esistente, l’uomo che lo intraprende apparirà a molti degli intellettuali più
portati alla speculazione, semplicemente come un timido apologeta
dell’ordine costituito; e, allo stesso tempo, sarà scartato dagli uomini di
affari, perché considerato un teorico poco concreto. Egli non è abbastanza
radicale per quelli che conoscono solo il mondo in cui «i pensieri dimorano
tranquillamente tutti insieme», mentre lo è troppo per quelli che vedono

220
solamente quanto «le cose si scontrano violentemente nello spazio». Se trae
vantaggio dall’aiuto che può trarre dagli uomini d’affari, screditerà quasi
certamente se stesso con quelli da cui dipende per la diffusione delle sue
idee. Allo stesso tempo, avrà bisogno di evitare più attentamente ogni cosa
che somigli a una stravaganza o ad un’esagerazione. Mentre non è mai
avvenuto che alcun teorico socialista abbia screditato se stesso e i suoi
colleghi a causa delle sue proposte anche più stupide, il liberale alla vecchia
maniera danneggerà se stesso per una proposta impraticabile. Per gli
intellettuali, egli non sarà mai abbastanza speculativo o avventuroso; e i
cambiamenti e i miglioramenti nella struttura sociale che egli avrà da
proporre sembreranno limitati, se confrontati con quelli che la loro meno
frenata immaginazione concepisce.
In una società in cui i principali presupposti della libertà esistono già, e
ulteriori progressi devono riguardare aspetti di dettaglio, il programma
liberale non può avere nulla del fascino delle nuove invenzioni.
L’apprezzamento dei miglioramenti che esso può offrire richiede una
conoscenza del funzionamento della società esistente maggiore di quella
che l’intellettuale medio possiede. La discussione di questi miglioramenti
deve procedere su un livello più concreto di quello dei programmi più
rivoluzionari, giungendo così a un livello di complessità che ha poca
attrattiva per l’intellettuale e che lo conduce nell’ambito di elementi che
egli sente direttamente antagonistici. Quelli che hanno più familiarità con il
funzionamento della società attuale sono di solito anche interessati alla
preservazione delle caratteristiche particolari di essa, caratteristiche che non
possono essere difese sulla base di princìpi generali. A differenza della
persona che cerca un ordine futuro interamente nuovo, e che naturalmente
si rivolge per una guida al teorico, gli uomini che credono nell’ordine
esistente di solito pensano anche di comprenderlo molto meglio di qualsiasi
teorico e, di conseguenza, sono portati a rigettare qualunque cosa sia poco
familiare o teorica.
La difficoltà di trovare un aiuto spontaneo e disinteressato a favore di una
politica sistematica per la libertà non è nuova. In un passaggio, a cui mi ha
fatto spesso pensare l’accoglienza di un mio recente libro, Lord Acton ha
messo in evidenza quanto

gli amici della libertà siano stati rari in tutti i tempi e quanto i suoi trionfi li si deve a
delle minoranze che hanno prevalso associandosi con dei gruppi ausiliari i cui obiettivi

221
differivano dai propri scopi; questa associazione, che è sempre pericolosa, qualche volta
ha sortito effetti disastrosi, perché ha dato agli avversari giusti motivi di opposizione»5.

Più recentemente, uno dei più illustri economisti americani viventi ha


lamentato, con una vena simile, che il compito principale di coloro che
credono nei princìpi fondamentali del sistema capitalistico dev’essere
spesso quello di difendere tale sistema dagli stessi capitalisti – in verità, i
grandi economisti liberali, da Adam Smith ai nostri giorni, lo hanno sempre
saputo.
La barriera che più separa gli uomini dediti alla pratica, e che hanno
sinceramente a cuore la causa della libertà, da quelle forze che nel regno
delle idee decidono il corso dello sviluppo è la profonda diffidenza dei
primi nei confronti delle speculazioni teoriche e la loro tendenza
all’ortodossia; questo, più di qualsiasi altro, crea una barriera quasi
invalicabile tra quegli uomini e gli intellettuali che pure condividono la
stessa causa e il cui aiuto, se tale causa deve prevalere, è indispensabile. Per
quanto questa tendenza sia forse naturale tra uomini che difendono un
sistema che si è giustificato sul piano pratico, e per i quali la sua
giustificazione sul piano intellettuale sembra invece senza importanza, essa
è tuttavia fatale alla sua sopravvivenza, perché lo priva del supporto di cui
ha più bisogno. L’ortodossia di qualsiasi tipo, ogni pretesa che un sistema
di idee sia definitivo e che debba essere accettato in toto senza discussione,
è la sola cosa che necessariamente rende ostili tutti gli intellettuali, quali
che siano le loro opinioni in merito a tematiche particolari. Qualsiasi
sistema che giudichi gli uomini in base al fatto che si conformino
perfettamente a un complesso di opinioni stabilite, in base alla loro
«correttezza» o alla misura in cui sono affidabili per mantenere consolidati
punti di vista, si priva di un supporto senza cui nessun complesso di idee
può nella società moderna conservare la sua influenza. La capacità di
criticare un punto di vista consolidato, di esplorare nuovi punti di vista e di
sperimentare nuove concezioni fornisce quell’atmosfera senza la quale
l’intellettuale non può respirare. Una causa che non offre alcuno spazio per
tutto ciò non può aver alcun supporto dall’intellettuale, ed è perciò
condannata in qualsiasi società che, come la nostra, poggi sui suoi servizi.

12.7 Può darsi che una società libera, come noi l’abbiamo intesa, porti in sé
le forze della sua distruzione, può darsi che, una volta che la libertà sia stata

222
raggiunta e data per scontata, cessi di avere valore e che lo sviluppo delle
idee, che è l’essenza di una società libera, abbia come conseguenza la
distruzione dei fondamenti da cui tale società dipende. Non ci può essere
dubbio alcuno che, in Paesi come gli Stati Uniti, l’ideale di libertà abbia
oggi per il giovane un’attrattiva minore di quella esercitata in Paesi in cui le
nuove generazioni hanno imparato cosa significa perdere la libertà. D’altra
parte, ci sono tutti i segnali che in Germania e altrove, per il giovane che
non ha mai conosciuto una società libera, il compito di costruirne una possa
diventare tanto eccitante e affascinante quanto qualsiasi progetto socialista
presentato durante gli ultimi cento anni. È un fatto straordinario, sebbene
uno di cui molti visitatori hanno avuto esperienza, che parlando agli
studenti tedeschi dei princìpi di una società liberale si riscontri un ascolto
più sensibile e persino più entusiasta di quello che si può sperare di trovare
in una qualsiasi democrazia occidentale. Anche in Gran Bretagna, sta già
emergendo tra i giovani un nuovo interesse per i princìpi del vero
liberalismo, un interesse che certamente non esisteva pochi anni fa.
Ciò significa che la libertà ha valore solo quando è perduta, che il mondo
deve passare ovunque attraverso una fase buia di totalitarismo socialista
prima che le forze della libertà possano di nuovo riprendere forza? Può
darsi che sia così, ma spero che non ce ne sia bisogno. Tuttavia, fino a che
le persone, che per lunghi periodi determinano l’opinione pubblica,
continueranno a essere attratti dagli ideali del socialismo, la tendenza
continuerà. Se dobbiamo evitare un tale sviluppo, dobbiamo essere in grado
di offrire un nuovo programma liberale, che faccia appello
all’immaginazione. Dobbiamo fare della costruzione di una società libera
una volta di più un’avventura intellettuale, un atto di coraggio. Ciò che
manca è un’Utopia liberale, un programma che non sembri una mera difesa
delle cose così come sono, né una sorta di socialismo diluito, ma un
radicalismo sinceramente liberale, che non risparmi le suscettibilità dei
potenti (inclusi i sindacati), che non sia troppo severamente pratico e che
non si limiti a ciò che appare oggi politicamente possibile. Abbiamo
bisogno di leader intellettuali che siano preparati a resistere alle lusinghe e
all’influenza del potere e che siano disposti a lavorare per un ideale, per
quanto piccola possa essere la prospettiva di una sua immediata
realizzazione. Essi devono essere uomini che vogliono difendere i princìpi
e combattere per la loro completa realizzazione, seppure remota. I
compromessi pratici dobbiamo lasciarli ai politici. Il libero scambio e la

223
libertà di opportunità sono ideali che possono ancora stimolare
l’immaginazione di un largo numero, ma una «mera ragionevole libertà di
commercio» o una mera «limitazione dei controlli» non è intellettualmente
rispettabile, né adatta a ispirare alcun entusiasmo.
La lezione principale che il vero liberale deve imparare dal successo dei
socialisti è che è stato il loro coraggio di essere utopisti a far guadagnare
loro l’appoggio degli intellettuali e, quindi, un’influenza sull’opinione
pubblica che ogni giorno sta rendendo possibile ciò che solo poco tempo fa
sembrava totalmente remoto. Quelli che si sono occupati esclusivamente di
quel che sembrava praticabile allo stato esistente dell’opinione hanno
costantemente trovato che anche ciò è diventato in fretta politicamente
impossibile, come risultato di cambiamenti nell’opinione pubblica che loro
non hanno fatto nulla per guidare. Se ancora una volta non facciamo dei
fondamenti filosofici di una società libera un tema intellettualmente vivo, e
non rendiamo la sua implementazione un compito che sfidi la genialità e
l’immaginazione delle menti più fervide, l’avvenire della libertà sarà in
verità buio. Se però riusciamo a riguadagnare quella fiducia nel potere delle
idee, che è stata il segno del liberalismo nel suo periodo migliore, la
battaglia non sarà perduta. La rinascita intellettuale del liberalismo è già
avviata in molte parti del mondo. Avverrà in tempo?

224
13.
La trasmissione degli ideali di libertà economica*

Alla fine della Prima guerra mondiale, la tradizione spirituale del


liberalismo era tutto fuorché morta. In verità, occupava ancora la posizione
più elevata nei pensieri di molti autorevoli rappresentanti della vita
pubblica e degli affari, molti dei quali appartenevano alla generazione che
dava per scontato il liberalismo. I loro discorsi pubblici inducevano talvolta
il pubblico in generale a credere che un ritorno all’economia liberale fosse
l’obiettivo fondamentale desiderato dalla maggior parte delle persone
autorevoli. Le forze intellettuali allora al lavoro avevano tuttavia
cominciato a puntare verso una direzione del tutto diversa. Chi avesse avuto
familiarità, trent’anni fa, con il pensiero della generazione che si stava per
affacciare alla ribalta, e specialmente con le opinioni esposte agli studenti
nelle università, avrebbe potuto prevedere sviluppi molto differenti da
quelli ancora sperati da alcuni personaggi pubblici e della stampa di allora.
Non c’era più, in quel tempo, un mondo vivo di pensiero liberale che
potesse accendere l’immaginazione del giovane.
Ciò nondimeno, il corpo principale del pensiero liberale ha superato
quell’eclisse nella storia intellettuale del liberalismo, che è durata per tutti i
quindici o venti anni che hanno seguito la Prima guerra mondiale; in verità,
durante quel medesimo periodo, sono state poste le fondamenta per un
nuovo sviluppo. Ciò si deve, quasi esclusivamente, all’attività di una
«manciata» di uomini, a proposito dei quali voglio dire qualcosa in questa
sede. Senza dubbio, essi non sono stati i soli a lottare per sostenere la
tradizione liberale. Mi sembra, però, che questi uomini, lavorando ognuno
da solo e indipendentemente dagli altri, sono stati i soli ad avere successo,
grazie al loro insegnamento, nella creazione di nuove tradizioni, che più
recentemente sono confluite in una corrente comune. Le circostanze in cui
si è svolta la vita della passata generazione rendono difficilmente
sorprendente il fatto che sia trascorso tanto tempo perché i lavori
ugualmente perspicui di un Inglese, un Austriaco e un Americano fossero

225
riconosciuti come tali e integrati in un fondamento comune per il lavoro
della generazione successiva. Ma la nuova scuola liberale che ora esiste, e
su cui ci sarà da dire di più, si costruisce consapevolmente sul lavoro di
questi uomini.
Il più anziano e forse il meno noto fuori del suo Paese, è l’inglese Edwin
Cannan, che è morto circa vent’anni fa. Il ruolo da lui svolto è poco
conosciuto al di là di una cerchia piuttosto ristretta. La ragione di ciò può
risiedere nel fatto che i suoi principali interessi si siano in realtà trovati
altrove e che egli si sia occupato di questioni di politica economica solo in
scritti occasionali; oppure, forse, sta nel fatto che sia stato più interessato a
dettagli pratici, piuttosto che alle questioni filosofiche di base. Molti suoi
saggi economici, pubblicati in due volumi, The Economic Outlook (1912) e
An Economist’s Protest (1927), meritano anche adesso una rinnovata e più
diffusa attenzione, nonché una traduzione in altre lingue. La loro
semplicità, chiarezza e sano senso comune ne fanno dei modelli per la
trattazione di problemi economici, e anche alcuni di quelli scritti prima del
1914 sono ancora sorprendentemente di attualità. Il merito più grande di
Cannan è stato tuttavia la formazione, per molti anni, di un gruppo di allievi
alla London School of Economics: sono stati loro che, in seguito, hanno
costituito quello che è divenuto probabilmente il più importante centro del
nuovo liberalismo – sebbene, per la verità, in un momento in cui un tale
sviluppo era stato già iniziato dal lavoro dell’economista austriaco di cui
parleremo tra poco. Prima, però, diciamo qualcosa di più sugli allievi di
Cannan. Il più anziano è il noto esperto di finanza, Sir Theodor Gregory.
Per molti anni, durante i quali ha tenuto una cattedra alla London School of
Economics, ha esercitato una grande influenza sui giovani accademici; ha
smesso di insegnare molti anni fa. È stato Lionel Robbins, che tiene la
cattedra di Cannan da ventidue anni, a divenire l’effettivo punto di
riferimento di un gruppo di economisti più giovani, tutti della stessa età, a
emergere alla London School of Economics negli anni Trenta. Essendo egli
dotato di una rara combinazione di talento letterario e di capacità di
organizzare il proprio lavoro, i suoi scritti hanno trovato una diffusione
molto ampia. Il collega di Robbins, Sir Arnold Plant, sta insegnando alla
School più o meno dallo stesso periodo. Egli, anche più dello stesso
Cannan, è solito celare i suoi più importanti contributi in pubblicazioni
occasionali, poco conosciute, e tutti i suoi amici da tempo non vedono l’ora
che pubblichi un libro sui fondamenti e il significato della proprietà privata.

226
Semmai lo dovesse pubblicare, potrebbe diventare uno dei più importanti
contributi alla teoria del moderno liberalismo. Non possiamo elencare qui
tutti gli allievi di Cannan che hanno contribuito alla discussione dei nostri
problemi; giusto per dare un’idea della portata della sua influenza,
lasciatemi aggiungere i nomi di F.C. Benham, W.H. Hutt e F.W. Paish –
anche se quest’ultimo non è stato allievo di Cannan, appartiene alla stessa
cerchia.
Si potrebbe dire, con qualche giustificazione, che Cannan ha
effettivamente preparato, in Inghilterra, l’ambiente per la recezione delle
idee di un più giovane austriaco, che stava lavorando, dagli anni Venti, in
modo più determinato, sistematico e fecondo di qualsiasi altro, alla
ricostruzione di un solido edificio di pensiero liberale. Si tratta di Ludwig
von Mises, che ha lavorato prima a Vienna, poi a Ginevra e che è ancora al
lavoro molto attivamente, in questo momento, negli Stati Uniti. Anche
precedentemente alla Prima guerra mondiale, Mises era noto per il suo
lavoro sulla teoria monetaria. Immediatamente dopo la guerra, il suo
profetico saggio Nation, Staat und Wirstschaft (1919) ha dato avvio a uno
sviluppo che ha raggiunto la sua prima vetta già nel 1922 in Die
Gemeinwirtschaft1, una diffusa critica del socialismo – e in quel tempo, ciò
significava una critica di tutte le ideologie di una certa importanza nella
letteratura di politica economica.
Non c’è spazio, in questa occasione, per elencare la lunga lista degli
scritti, anch’essi importanti, che sono apparsi tra quest’ultimo e il secondo
principale lavoro di Mises, pubblicato a Ginevra nel 1941. Questo è stato
scritto in tedesco e originariamente intitolato Nationalökonomie; l’edizione
americana riveduta di tale opera, Human Action, ha raggiunto un successo
quasi unico per un trattato teorico di tale mole. Il lavoro di Mises, nel suo
complesso, va oltre l’economia in senso stretto. I suoi penetranti studi sui
fondamenti filosofici delle scienze sociali e la sua rimarchevole conoscenza
storica rendono il lavoro di Mises molto più simile a quello dei grandi
filosofi morali del Diciottesimo secolo che agli scritti degli economisti
contemporanei. Fin dal principio, Mises è stato fortemente attaccato a causa
del suo comportamento mai disposto ad accettare compromessi; si è fatto
dei nemici e, soprattutto, fino all’ultimo non ha avuto un riconoscimento
accademico. Tuttavia, il suo lavoro ha avuto un’influenza, che è la più
duratura e la più estesa, malgrado il suo lento inizio. Anche alcuni degli
stessi allievi di Mises sono stati spesso inclini a considerare «esagerata»

227
quella risoluta tenacia con cui egli portava il suo ragionamento alle estreme
conseguenze; ma l’evidente pessimismo, che abitualmente manifestava nel
suo giudizio relativo alle conseguenze delle politiche economiche del suo
tempo, si è rivelato molte volte giusto, tanto che alla fine un numero
sempre più ampio di persone ha finito per apprezzare la fondamentale
importanza dei suoi scritti, che vanno, quasi sotto ogni punto di vista, in
direzione apposta rispetto alla corrente principale del pensiero
contemporaneo. Anche quando si trovava ancora a Vienna, Mises non è
stato privo di attenti allievi, molti dei quali sono ora negli Stati Uniti, come
lo stesso Mises; questo gruppo include Gottfried Haberler (Harvard
University), Fritz Machlup (Johns Hopkins University) e me medesimo. Ma
l’influenza di Mises ora va al di là della sfera personale, in misura maggiore
rispetto a quella delle altre due illustri personalità di cui qui ci interessiamo.
A lui soltanto dobbiamo una trattazione di vasta portata, che va oltre il
campo economico e sociale nel suo complesso. Possiamo essere d’accordo
o meno con lui sui dettagli, ma difficilmente c’è una questione importante
in quei campi, a proposito della quale i suoi lettori non troveranno un
effettivo insegnamento e uno stimolo.
L’influenza di Mises è divenuta importante non solo per il gruppo di
Londra, ma ugualmente per il terzo gruppo, quello di Chicago. Questo deve
la sua nascita al Professor Frank H. Knight dell’Università di Chicago, che
è più giovane di Mises di pochi anni. Come Mises, Knight deve la sua
iniziale reputazione a una monografia teorica; sebbene, al principio, egli
non abbia avuto alcun riconoscimento, il suo successivo lavoro Risk,
Uncertainty and Profit (1921) è alla fine divenuto, e per molti anni ha
continuato a essere, uno dei manuali più autorevoli di teoria economica,
anche se originariamente non era stato destinato a ciò. Knight, da quel
momento, ha scritto molto in merito a problemi di politica economica e
filosofia sociale – soprattutto in saggi, la maggior parte dei quali è stata poi
ripubblicata sotto forma di libro. Il volume più conosciuto, e forse anche il
più caratteristico, è The Ethics of Competition and other Essay (1935).
L’influenza personale di Knight, esercitata attraverso il suo insegnamento,
è persino superiore all’influenza dei suoi scritti. E non è un’esagerazione
affermare che quasi tutti gli economisti americani più giovani, che hanno
realmente compreso e difeso un sistema competitivo, sono stati un tempo
studenti di Knight. Dal punto di vista che qui ci interessa, il più importante
di questi è stato Henry C. Simons, di cui piangiamo la prematura e recente

228
morte. Negli anni ’30 il suo saggio, A Positive Program for Laissez Faire,
ha offerto una base nuova e comune per le aspirazioni dei giovani liberali
americani. Le speranze di avere, da parte di Simons, un lavoro sistematico e
di vasta portata sono state disilluse; tuttavia, egli ha lasciato una collezione
di saggi pubblicata nel 1948 sotto il titolo di Economic Policy for Free
Society. Questo libro ha esercitato una grande influenza per il fatto di essere
ricco di idee e per il coraggio con cui Simons affronta un problema tanto
delicato come quello del sindacalismo. Oggi, il centro di un gruppo di
economisti che condividono le stesse idee – non più confinati a Chicago – è
formato dal più intimo amico di Simons, Aaron Director, e dai due più
giovani teorici americani ben conosciuti, George Stigler e Milton
Friedmann. Director ha pubblicato i lavori di Simons e ha continuato il suo
lavoro.
Peccato! Le buone maniere impediscono di collocare un Capo di Stato di
una grande nazione in una scuola economica particolare2; in caso contrario,
dovrei nominare un quarto scienziato, la cui influenza, nel suo Paese, è
d’importanza paragonabile. Completerò invece la rassegna, passando subito
all’ultimo gruppo che qui ci interessa3. Si tratta di quello tedesco e
differisce dagli altri per il fatto che la sua origine non può essere fatta
risalire direttamente a qualche grande personaggio della generazione
precedente. Esso si è costituito attraverso l’associazione di un numero di
più giovani uomini, riuniti dal comune interesse per un sistema economico
liberale, durante gli anni che hanno preceduto la presa del potere da parte di
Hitler. Non ci può essere alcun dubbio che anche questo gruppo abbia
ricevuto uno stimolo decisivo dagli scritti di Mises. Questo gruppo non
aveva ancora lasciato, nel 1933, la propria impronta nella letteratura
economica; anzi, a quel tempo, alcuni dei suoi membri avevano
abbandonato la Germania. A rimanere in patria è stato uno dei membri più
anziani del gruppo, Walter Eucken, allora come adesso poco conosciuto.
Oggi noi ci rendiamo conto che la sua morte improvvisa, avvenuta poco più
di un anno fa, ha privato la rinascita liberale di uno dei suoi uomini
veramente grandi. Egli era maturato lentamente, si era a lungo astenuto dal
pubblicare, e si era dedicato soprattutto all’insegnamento e a problemi
pratici. Solo dopo il collasso della Germania, è divenuto evidente quanto
sia stata utile e benefica, durante il periodo nazionalsocialista, la sua
tranquilla attività; giacché, soltanto allora, la cerchia dei suoi studenti e dei
suoi amici in Germania si è rivelata come il più importante baluardo del

229
pensiero economico razionale. È stato quello anche il periodo in cui, per la
prima volta, il più importante lavoro di Eucken ha cominciato a esercitare
la sua influenza e, inoltre, quello in cui egli ha avviato l’esposizione del suo
complessivo pensiero economico in molti altri lavori. Il futuro mostrerà
come rimanga ancora da scoprire molto fra le carte che ha lasciato alla sua
morte. La rivista «Ordo», che egli ha fondato, continua a essere la più
importante pubblicazione dell’intero movimento.
La seconda figura fondamentale di questo gruppo tedesco, Wilheim
Röpke, è stato fin da principio in stretto contatto con Eucken. Già nel 1933,
Röpke aveva impresso un tale segno nella vita pubblica che la sua
permanenza nella Germania di Hitler è divenuta immediatamente
impossibile. È andato prima a Istanbul e ora è da molti anni in Svizzera. È
lo scrittore più attivo e più prolifico dell’intero gruppo ed è diventato noto a
un largo pubblico.
Se l’esistenza di un movimento neo-liberale è conosciuta oltre il ristretto
circolo di esperti, il merito spetta soprattutto a Röpke, almeno per quanto
riguarda il pubblico di lingua tedesca.
Si è detto sopra che tutti questi gruppi, costituitisi nel corso dell’ultimo
quarto di secolo, non sono in realtà giunti a conoscersi gli uni con gli altri
che dopo la Seconda guerra mondiale. Possiamo testimoniare che, in
seguito, c’è stato un profondo scambio di idee. Parlare oggi di gruppi
nazionali separati è una questione solamente storica. Per tale ragione, è
forse questo il momento giusto per evidenziare brevemente la crescita che
si è realizzata. È passato il giorno in cui i pochi superstiti liberali andavano
ognuno per la propria strada, soli e derisi; è passato il giorno in cui essi non
trovavano alcuna risposta tra i giovani. Al contrario, essi hanno oggi una
grande responsabilità, perché la nuova generazione chiede che ai grandi
problemi del nostro tempo siano date risposte liberali. Ci viene chiesta
un’integrata struttura del pensiero liberale e la sua applicazione ai problemi
dei diversi Paesi. Questo sarà possibile solo grazie ad un incontro di
«menti» all’interno di un ampio gruppo. Rimangono serie difficoltà, in
molti Paesi, per la divulgazione della letteratura disponibile, perché la
mancanza di traduzione di alcuni dei più importanti lavori ostacola ancora
una più rapida diffusione delle nostre idee. Ma c’è oggi un contatto
personale tra la maggior parte di noi. Già due volte la Svizzera ha ospitato
il gruppo, informale ma coeso, che si è incontrato lì per lo studio comune
dei problemi e il cui nome deriva da una località svizzera. Un altro incontro

230
ha avuto luogo in Olanda nel 1950 e una quarta conferenza in Francia nel
1951.
Il periodo che abbiamo discusso in questo scritto può perciò essere
considerato chiuso. Trent’anni fa il liberalismo poteva ancora avere qualche
influenza tra gli uomini pubblici, ma era quasi scomparso come movimento
spirituale. Oggi, la sua influenza pratica può essere scarsa, ma i problemi
che solleva sono diventati, ancora una volta, la parte viva del pensiero. Noi
possiamo sentirci giustificati, se guardiamo con rinnovata fede al futuro del
liberalismo.

231
14.
Storia e politica*

Opinioni politiche e interpretazioni degli eventi storici sono state sempre e


sempre saranno strettamente connesse. L’esperienza passata è il
fondamento su cui sono principalmente basate le nostre credenze sulla
desiderabilità delle diverse politiche e istituzioni, mentre le nostre opinioni
politiche attuali inevitabilmente influenzano e orientano la nostra
interpretazione del passato. Se l’opinione secondo cui l’uomo non impara
alcunché dalla storia è troppo pessimistica, ci si può tuttavia chiedere se
egli apprende sempre la verità. Mentre gli avvenimenti del passato sono la
fonte dell’esperienza umana, le opinioni degli uomini sono determinate non
dai fatti obiettivi ma dalle testimonianze e dalle interpretazioni a cui essi
hanno accesso. Pochi uomini negheranno che le nostre idee sulla bontà o
sulla malvagità delle diverse istituzioni sono in gran parte determinate da
ciò che riteniamo essere stati i loro effetti nel passato. Raramente si trova
un ideale o un concetto politico che non comporti opinioni in merito a tutta
una serie di avvenimenti del passato, e sono poche le memorie storiche che
non servano come simbolo di qualche obiettivo politico. Tuttavia, le
interpretazioni storiche, che ci guidano nel presente, non sono sempre in
accordo con i fatti; anzi, qualche volta, esse sono persino gli effetti
piuttosto che le cause delle credenze politiche. I miti storici hanno
probabilmente giocato, nel determinare le opinioni politiche, un ruolo tanto
grande quasi quanto quello dei fatti storici. Difficilmente, però, si può
sperare di trarre vantaggio dall’esperienza del passato, se i fatti da cui
deriviamo le nostre conclusioni non sono esatti.
L’influenza esercitata sull’opinione pubblica da coloro che scrivono di
storia è probabilmente più immediata e più vasta di quella esercitata dai
teorici politici che propongono nuove idee. Sembra, infatti, che anche
queste nuove idee raggiungano cerchie più larghe di persone solitamente
non nella loro forma astratta, ma come interpretazione di eventi particolari.
Nell’esercizio di una diretta influenza sull’opinione pubblica, lo storico è

232
più vicino, almeno di un passo, di quanto lo sia il teorico. Molto prima che
lo storico di professione cominci a scrivere, le polemiche in corso sui fatti
recenti avranno però prodotto una descrizione definita, o forse numerose e
diverse opinioni, su questi fatti, che influenzeranno il dibattito
contemporaneo tanto quanto ogni diversità di idee sulla validità di nuove
ricerche.
Questa profonda influenza, che le correnti interpretazioni della storia
esercitano sulle opinioni politiche, è forse oggi meno compresa di quanto lo
sia stata in passato. Ciò dipende probabilmente dalla pretesa di molti storici
moderni di essere puramente scientifici e completamente liberi da ogni
pregiudizio politico. Ovviamente, non può esserci alcun dubbio che questo
sia un dovere imperativo dello studioso impegnato nella ricerca storica,
cioè nell’accertamento dei fatti. Non c’è in verità alcuna legittima ragione
per cui, nel rispondere a questioni di fatto, storici di differenti opinioni
politiche non debbano essere d’accordo. Tuttavia, fin dall’inizio, nella
decisione di quali domande valga la pena porsi, intervengono giudizi
individuali di valore. Ed è assai dubbio che si possa scrivere coerentemente
la storia di un periodo o di una serie di avvenimenti, senza che questi siano
interpretati alla luce non solo di teorie relative alle interrelazioni fra i
processi sociali, ma anche di determinati valori – o almeno è assai dubbio
che una storia priva di ciò sia degna di essere letta. La storiografia, in
quanto distinta dalla ricerca storica, è almeno in parte tanto arte quanto
scienza; lo scrittore che operi senza essere consapevole che il suo compito è
di interpretare i fatti alla luce di determinati valori, riuscirà solo a ingannare
se stesso e diventerà vittima dei suoi inconsci pregiudizi.
Non c’è forse illustrazione migliore del modo in cui, per più di un secolo,
l’intero ethos politico di una nazione e, per un più breve periodo, della
maggior parte del mondo occidentale, è stato plasmato dagli scritti di un
gruppo di storici di quella rappresentata in Inghilterra dall’influenza
dell’«interpretazione Whig della storia». Non c’è probabilmente alcuna
esagerazione nel dire che, per ogni persona che ha avuto diretta conoscenza
delle opere dei filosofi politici che hanno dato vita alla tradizione liberale,
ve ne sono stati cinquanta o cento che l’hanno assorbita dagli scritti di
uomini come Hallam e Macaulay o Grote e Lord Acton. È significativo che
lo storico inglese moderno, che più di ogni altro ha tentato di screditare
questa tradizione Whig, sia in seguito giunto a scrivere che

233
quelli che, forse per un fuorviato assolutismo di gioventù, vogliono scacciare questa
interpretazione whig [...] stanno sgombrando una stanza che, umanamente parlando, non
può restare vuota a lungo. Stanno aprendo le porte a sette demoni che, proprio in quanto
nuovi venuti, sono destinati a essere peggiori del primo1.

E, sebbene egli sostenga ancora che «la storia Whig» è stata una storia
«sbagliata», sottolinea che essa «fa parte del nostro patrimonio» e che «ha
avuto una meravigliosa influenza sulla politica inglese»2.
Se «la storia Whig» sia stata, in ogni senso rilevante, effettivamente
sbagliata è una questione su cui non è stata probabilmente ancora detta
l’ultima parola, ma che qui non possiamo discutere. Il suo benefico effetto
nel creare l’atmosfera fondamentalmente liberale del Diciannovesimo
secolo è indiscutibile e ciò non è certamente derivato da alcuna errata
presentazione dei fatti. Si trattava soprattutto di storia politica e i fatti più
importanti su cui essa si basava erano ritenuti fuori discussione. Forse essa
non regge sotto tutti gli aspetti il confronto con i parametri moderni della
ricerca storica, ma certamente ha dato alle generazioni da essa educate un
vero senso del valore della libertà politica che gli avi hanno conquistato per
loro, e ciò è servito loro come guida nel preservare quella conquista.
L’interpretazione Whig della storia è passata di moda con il declino del
liberalismo. Ma è assai dubbio che l’odierna pretesa della storia di essere
più scientifica la faccia diventare una guida più fidata e sicura in quei
campi in cui esercita una maggiore influenza sulle opinioni politiche. La
storia politica ha in verità perso molto del potere e del fascino che aveva nel
Diciannovesimo secolo; e dubito che qualche lavoro storico del nostro
tempo abbia avuto una diffusione o un’influenza paragonabili, per esempio,
alla History of England di T.B. Macaulay. La misura in cui le nostre
interpretazioni politiche sono influenzate da opinioni storiche non è
comunque di certo diminuita. Come l’interesse si è spostato dal campo
costituzionale a quello sociale ed economico, così le interpretazioni storiche
che agiscono come forze-guida sono ora principalmente interpretazioni di
storia economica. È probabilmente legittimo parlare di un’interpretazione
socialista della storia, che ha governato il pensiero politico delle ultime due
o tre generazioni e che consiste principalmente in una particolare visione
della storia economica. L’aspetto sorprendente di questa interpretazione è
che si è dimostrato, da gran tempo, che la maggior parte delle affermazioni
a cui essa ha dato la dignità di «fatti universalmente noti» non sono

234
assolutamente «fatti»; e tuttavia continuano, al di fuori della cerchia degli
storici economici di professione, a essere accettati, quasi da tutti, come base
di valutazione dell’attuale ordine economico.
Quando si sente dire che le sue convinzioni politiche sono state
influenzate da particolari interpretazioni della storia economica, la maggior
parte della gente risponde che non si è mai interessata a essa e che mai ha
letto un libro sull’argomento. Ma ciò non significa che non ritenga
dimostrate, con tante altre cose, molte delle leggende che, in una occasione
o nell’altra, sono state messe in circolazione da scrittori di storia
economica. Anche se nell’indiretto e tortuoso processo attraverso cui le
nuove idee politiche giungono al grosso pubblico occupa una posizione
chiave, lo storico opera principalmente attraverso numerosi altri canali. E,
solo dopo diversi passaggi, il quadro che egli offre diventa di dominio
pubblico; l’uomo medio acquisisce le sue cognizioni storiche attraverso i
romanzi, i giornali, il cinema, i pubblici dibattiti e, infine, attraverso la
scuola e la conversazione comune. Ma, alla fine, anche quelli che non
hanno mai letto un libro, e che probabilmente non hanno neppure mai
sentito i nomi degli storici dalle cui idee sono influenzati, arrivano a vedere
il passato attraverso le interpretazioni di quelli. Alcune opinioni
sull’evoluzione e gli effetti dei sindacati, per esempio, sul preteso
progressivo sviluppo del monopolio, sulla deliberata distruzione di quantità
di merci come risultato della concorrenza (un evento che, ogni volta che si
è verificato, è stato sempre il risultato del monopolio e, di solito, del
monopolio organizzato dai governi), sulla soppressione di invenzioni
benefiche, sulle cause e gli effetti dell’«imperialismo» e sul ruolo delle
industrie belliche o dei «capitalisti» in genere nello scatenamento delle
guerre, sono diventate parte delle idee popolari del nostro tempo. La
maggior parte delle persone sarebbe molto sorpresa di apprendere che
molte delle cose che essa pensa in merito a tali questioni non sono fatti
saldamente provati, bensì miti lanciati per motivi politici e poi diffusi in
buona fede dalle persone alle cui concezioni generali quelli si confacevano.
Ci vorrebbero parecchi libri, come questo, per mostrare come molto di
quello che comunemente si pensa su questi argomenti, non solo da parte di
radicali ma anche di molti conservatori, non è storia, ma leggenda politica.
Tutto quello che possiamo fare con riferimento a ciò è indicare al lettore
alcuni lavori da cui egli può essere informato sullo stato attuale delle
conoscenze sviluppatesi attorno alle più importanti questioni qui indicate3.

235
C’è tuttavia un mito supremo che, più di ogni altro, è servito a screditare
il sistema economico a cui dobbiamo la nostra attuale civiltà e al cui esame
il presente volume è dedicato. È la leggenda del peggioramento delle
condizioni delle classi lavoratrici in conseguenza del sorgere del
«capitalismo» (o della «manifattura» o del «sistema industriale»). Chi non
ha sentito parlare degli «orrori del primo capitalismo» e non ha avuto
l’impressione che l’avvento di questo sistema abbia arrecato nuove
indicibili sofferenze ad ampie classi sociali, che prima erano passabilmente
soddisfatte e godevano di un certo benessere? Potremo giustamente
disprezzare un sistema al quale si può rimproverare che, anche solo per un
certo periodo, ha fatto peggiorare la condizione delle classi più povere e
numerose della popolazione. La diffusa avversione emotiva al
«capitalismo» è strettamente connessa all’opinione secondo cui l’innegabile
aumento di ricchezza, che l’ordine competitivo ha prodotto, sia stato
ottenuto al prezzo di un abbassamento del livello di vita dei membri più
indigenti della società.
Che le cose, un tempo, stessero in questo modo era in verità largamente
insegnato dagli storici economici. Un più attento esame dei fatti ha portato
a una totale confutazione di questa credenza. E tuttavia, una generazione
dopo la soluzione della controversia, l’opinione popolare rimane inalterata,
come se la vecchia credenza fosse vera. Come questa credenza possa essere
mai sorta e perché continui a determinare l’opinione generale, molto tempo
dopo essere stata confutata, sono problemi che meritano entrambi un serio
esame.
Questo tipo di opinione può essere frequentemente riscontrata non solo
nella letteratura politica ostile al capitalismo, ma anche in opere che, in
genere, sono favorevoli alla tradizione politica del Diciannovesimo secolo.
Ciò è ben esemplificato dal seguente passaggio tratto dalla giustamente
apprezzata Storia del liberalismo europeo di De Ruggiero:
Avviene così che, proprio nel periodo dell’espansione industriale, la condizione
dell’operaio peggiora: cresce a dismisura il numero di ore di lavoro; l’impiego di
fanciulli e di donne nelle fabbriche rinvilisce i salari; la grande concorrenza tra gli stessi
operai, non più vincolati alle loro parrocchie, ma liberi di circolare e di affluire nei
luoghi della maggior richiesta abbassa ancora il livello della mercede; le numerose e
frequenti crisi, immancabili in un’età di crescenza, quando la produzione e il consumo
non riescono ad equilibrarsi, creano volta a volta una larga disoccupazione – una specie

236
di riserva dell’esercito della fame4.

Una tale osservazione era poco giustificabile perfino quando, un quarto di


secolo fa, è stata formulata. Un anno dopo la prima pubblicazione, il più
eminente studioso di storia economica moderna, Sir. John Clapham,
lamentava giustamente:

La leggenda che tutto sia peggiorato per il lavoratore fino a una data non specificata, tra
l’abbozzo della «People’s Charter» e la «Great Exhibition», è dura a morire. Il fatto che,
dopo la caduta dei prezzi del 1820-1, il potere d’acquisto dei salari in generale – non di
certo dei salari di ognuno – sia stato in definitiva maggiore di quanto non sia stato prima
della rivoluzione e delle guerre napoleoniche, si adatta così male alla tradizione che
molto raramente viene menzionato, e gli studi degli statistici sui salari vengono
costantemente trascurati dagli storici sociali5.

Per quel che riguarda l’opinione pubblica in generale, la posizione è oggi


scarsamente migliorata, sebbene i fatti siano stati ammessi anche dalla
maggior parte di quelli che sono stati i principali responsabili della
diffusione della tesi contraria. Pochi autori hanno contribuito di più dei
coniugi Hammond a creare la credenza che l’inizio del Diciannovesimo
secolo sia stato un periodo in cui la condizione dei lavoratori è divenuta
particolarmente critica; i loro libri sono infatti spesso citati per illustrare
tale tesi. Tuttavia, verso la fine della loro esistenza, essi hanno
candidamente ammesso che:
Gli statistici ci dicono che, attraverso l’elaborazione dei dati che hanno potuto
raccogliere, si accerta che i salari sono cresciuti e che uomini e donne sono stati meno
poveri nel periodo in cui questo malcontento è stato gridato a gran voce di quanto non lo
siano stati, nel grigio declinare del diciottesimo secolo, da cui non si è levata alcuna voce
di protesta. La documentazione è ovviamente scarsa e la sua comprensione non troppo
semplice, ma l’interpretazione generale è probabilmente, nelle sue grandi linee, corretta6.

Tale riconoscimento ha però ben poco contribuito a cambiare l’effetto


complessivo che i loro scritti hanno avuto sull’opinione pubblica. In uno
dei più recenti e competenti studi della storia della tradizione politica
occidentale, per esempio, si può leggere che, «come tutti i grandi
esperimenti sociali, l’invenzione del mercato del lavoro è costata cara. Essa
ha in un primo momento comportato un forte e rapido abbassamento del

237
livello materiale di vita delle classi lavoratrici»7.
Stavo qui per aggiungere che tale opinione è ancora quella espressa quasi
esclusivamente nella letteratura popolare, quando mi è capitato tra le mani
la più recente opera di Bertrand Russell, nella quale, a conferma di ciò, egli
asserisce placidamente:

La rivoluzione industriale ha causato un’indicibile miseria, sia in Inghilterra che in


America. Non credo che uno studente di storia economica possa dubitare che la gente sia
stata in media meno felice di cento anni prima e che ciò sia dovuto quasi interamente alla
tecnica scientifica8.

È ben difficile muovere rimproveri al profano intelligente, se crede che


un’affermazione così categorica, da parte di uno scrittore di tale livello, sia
necessariamente vera. Se lo crede un Bertrand Russell, non dobbiamo
sorprenderci che le versioni della storia economica, diffuse oggi in edizioni
tascabili di centinaia di migliaia di copie, siano generalmente del tipo
diffuso da questo vecchio mito. Quando incontriamo un romanzo storico
che rinunci al tocco drammatico della descrizione dell’improvviso
peggioramento della condizione di vari gruppi di lavoratori, ciò costituisce
ancora una rara eccezione.
Il fatto accertato del lento e irregolare progresso della classe lavoratrice,
che ora sappiamo essersi verificato, è ovviamente piuttosto privo di
sensazione e di interesse per il profano. È semplicemente quello che egli ha
imparato ad aspettarsi come normale stato di cose; e difficilmente gli viene
in mente che questo progresso non è affatto inevitabile, che è stato
preceduto da secoli in cui la posizione dei più poveri è rimasta virtualmente
statica, e che noi siamo giunti ad aspettarci un miglioramento continuo solo
grazie ai buoni risultati, sperimentati da diverse generazioni, del
funzionamento di quel sistema che egli crede sia ancora la causa della
miseria dei poveri.
Le discussioni intorno alle conseguenze prodotte dallo sviluppo
dell’industria moderna sulle classi lavoratrici si riferiscono, quasi sempre,
alle condizioni esistenti in Inghilterra nella prima metà del Diciannovesimo
secolo; tuttavia, il grande mutamento a cui si riferiscono era cominciato
molto prima e, a quell’epoca, aveva già una lunga storia e si era diffuso ben
oltre l’Inghilterra. La libertà di iniziativa economica, dimostratasi in
Inghilterra così favorevole alla rapida crescita della ricchezza, è stata

238
probabilmente in un primo momento un quasi accidentale sottoprodotto
delle limitazioni che la rivoluzione del Diciottesimo secolo aveva imposto
ai poteri governativi; e, solo dopo che i suoi benefici effetti sono stati
largamente avvertiti, gli economisti hanno cominciato a spiegarne i nessi e,
in seguito, ad argomentare in favore dell’abolizione dei vincoli residui alla
libertà di commercio. Sotto molti aspetti è ingannevole parlare di
«capitalismo» come se questo sia stato un sistema nuovo e insieme
differente, nato improvvisamente verso la fine del Diciottesimo secolo;
usiamo qui questo termine, perché è il più familiare, ma lo facciamo solo
con grande riluttanza, in quanto, nella sua accezione moderna, esso è per lo
più una creazione di quella interpretazione socialista della storia economica
di cui si diceva. Il termine è particolarmente ingannevole quando, come
spesso accade, è collegato all’idea del sorgere di un proletariato senza
proprietà, che è stato privato, mediante qualche oscuro processo, della
giusta proprietà dei suoi mezzi di produzione.
La reale storia del rapporto tra capitalismo e ascesa del proletariato è
quasi l’opposto di quella suggerita da queste teorie dell’espropriazione
delle masse. La verità è che, in gran parte della storia, per la maggioranza
degli uomini il possesso degli strumenti di lavoro è stato una condizione
essenziale per la sopravvivenza o almeno per il mantenimento di una
famiglia. Il numero di quelli che potevano mantenersi lavorando per gli
altri, senza avere essi stessi l’attrezzatura necessaria, era limitato a una
piccola parte della popolazione. La quantità di terreno arabile e di attrezzi
trasmessi da una generazione a quella successiva limitava il numero
complessivo di coloro che potevano sopravvivere. Esserne privi significava
in molti casi la morte per fame o almeno l’impossibilità di procreare. Fino a
che il vantaggio dell’impiego di manodopera addizionale è stato
principalmente limitato ai casi in cui la divisione dei compiti aumentava
l’efficienza del lavoro del proprietario degli strumenti, ciascuna
generazione ha avuto scarsi incentivi e poche possibilità di accumulare gli
utensili addizionali che avrebbero reso possibile la sopravvivenza di un
maggior numero di persone nella generazione successiva. Solo quando i
maggiori guadagni, derivanti dall’impiego di macchinari, hanno fornito sia
i mezzi che la possibilità del loro investimento, quello che nel passato era
stato un ricorrente eccesso di popolazione, condannata a una morte
prematura, ha avuto in misura crescente la possibilità di sopravvivenza. La
popolazione, che era rimasta in pratica stazionaria per molti secoli, ha

239
cominciato ad aumentare rapidamente. Il proletariato, che il capitalismo
può ben dire di aver «creato», non è stato perciò una parte della
popolazione che avrebbe potuto esistere senza il capitalismo e che questo
ha degradato a un livello più basso: è invece stato una popolazione
addizionale, alla quale è stata data la possibilità di crescere, grazie alle
nuove opportunità di impiego fornite dal capitalismo. Se è vero che la
crescita del capitale ha reso possibile l’apparizione del proletariato, lo è nel
senso che ha aumentato la produttività del lavoro, in modo che un numero
maggiore di coloro, che non erano stati forniti degli strumenti necessari dai
loro genitori, sono stati in grado di mantenersi con il loro solo lavoro; ma si
è dovuto prima fornire il capitale, affinché fossero messi in grado di
sopravvivere, a coloro che poi hanno reclamato il diritto ad averne una
parte. Sebbene ciò non sia di certo avvenuto per spirito altruistico, per la
prima volta nella storia un gruppo di persone ha trovato di proprio interesse
usare, su vasta scala, i propri redditi per procurare nuovi strumenti di
produzione, destinati a essere utilizzati da persone che, senza di essi, non
avrebbero potuto provvedere al proprio sostentamento.
Le statistiche offrono un’evidente dimostrazione dell’effetto del sorgere
dell’industria moderna sull’aumento della popolazione. Che ciò di per sé
basti a smentire nettamente l’opinione comune circa le dannose
conseguenze della nascita del sistema industriale per le grandi masse non è
tuttavia il problema che al momento ci interessa. È sufficiente menzionare
il fatto che, fino a quando l’aumento numerico di coloro che hanno
beneficiato di un prodotto di un certo livello ha condotto a un aumento del
tutto corrispondente della popolazione, il livello dei ceti più poveri non ha
potuto sensibilmente migliorare, anche se il livello medio ha potuto
innalzarsi. L’aspetto di immediata rilevanza è che questo aumento di
popolazione, e in particolare l’aumento della popolazione industriale, si è
verificato in Inghilterra per almeno due o tre generazioni prima del periodo
in cui, come è sostenuto, la popolazione dei lavoratori sarebbe seriamente
peggiorata.
Il periodo a cui ci si riferisce è anche quello in cui il problema della
posizione della classe lavoratrice è divenuto, per la prima volta, di interesse
generale. E le opinioni di alcuni contemporanei sono in verità le fonti
principali delle attuali convinzioni. La nostra prima domanda deve perciò
riguardare le ragioni per le quali una tale idea, contraria ai fatti, ha potuto
diffondersi tra la gente di allora.

240
Una delle ragioni principali è evidentemente stata la crescente
consapevolezza di fatti che prima sarebbero passati inosservati. Lo stesso
aumento di ricchezza e di benessere conseguito ha elevato i parametri di
giudizio e le aspirazioni. Quella situazione che, per lungo tempo, è
sembrata naturale e inevitabile o perfino migliore rispetto al passato, è
giunta a essere considerata incongrua alle possibilità che la nuova era
sembrava offrire. L’indigenza è divenuta più evidente ed è, al tempo stesso,
apparsa meno giustificata, perché il benessere generale stava aumentando
più velocemente di quanto non fosse avvenuto prima. Ma questo,
ovviamente, non prova che la gente, il cui destino stava cominciando a
causare indignazione e allarme, stesse peggio dei suoi genitori o dei suoi
nonni. Infatti, mentre ci sono molte prove che esistesse una grande miseria,
non ce n’è nessuna che dimostri che essa fosse maggiore, o anche solo
altrettanto grande, di quella precedente. Gli agglomerati di abitazioni a
buon mercato dei lavoratori industriali erano probabilmente più brutti delle
pittoresche casette in cui avevano vissuto alcuni agricoltori o domestici; ed
essi erano certamente una fonte di preoccupazione maggiore per il
proprietario terriero o per il patrizio cittadino di quanto non lo fossero i
poveri sparsi per la campagna. Ma, per coloro che si erano trasferiti dalla
campagna in città, ciò rappresentava un miglioramento; e, anche se il
rapido sviluppo dei centri industriali creava dei problemi sanitari, a cui la
gente ha imparato solo lentamente e con grandi sacrifici a far fronte, le
statistiche lasciano pochi dubbi sul fatto che anche la salute in generale ne
traesse, complessivamente, più beneficio che danno9.
Tuttavia, per spiegare il passaggio da un’opinione ottimistica a una
pessimistica circa gli effetti dell’industrializzazione, più importante di
questo risveglio di coscienza sociale è probabilmente il fatto che tale
cambiamento di opinione sembra essere cominciato non nelle zone
industrializzate, che avevano una conoscenza diretta di ciò che stava
accadendo, ma nel dibattito politico della metropoli inglese che era
alquanto lontana dal nuovo sviluppo e a questo partecipava in misura
limitata. È evidente che l’opinione secondo cui le popolazioni industriali
delle Midlands e dell’Inghilterra del Nord si trovassero in condizioni
«terribili» era largamente diffusa, tra il 1830 e il 1840, nelle classi «alte» di
Londra e del Meridione. È stato questo uno dei principali argomenti con cui
la classe dei proprietari terrieri si è opposta agli industriali e alla loro
campagna contro le Corn Laws e a favore del libero scambio. Ed è da

241
queste argomentazioni della stampa conservatrice che gli intellettuali
radicali del tempo, avendo scarsa conoscenza diretta delle regioni
industriali, hanno tratto le idee che sarebbero diventate le armi tipiche della
propaganda politica.
Questa posizione, alla quale possono ricondursi anche la maggior parte
delle odierne opinioni relative alle conseguenze sulle classi lavoratrici della
nascita dell’industria, è bene illustrata da una lettera scritta intorno al 1843
da una signora londinese, Mrs. Cooke Taylor, che aveva per la prima volta
visitato alcuni distretti industriali del Lancashire. La sua relazione delle
condizioni riscontrate è preceduta da alcune osservazioni:

Non è necessario ricordarvi le affermazioni dei giornali sulle miserabili condizioni degli
operai e sulla tirannia dei loro padroni, che mi hanno fatto una tale impressione che ho
accettato con riluttanza di andare nel Lancashire; questi travisamenti sono in verità
abbastanza comuni e la gente li accetta senza conoscerne il perché o il come. Per
esempio: giusto prima di partire, ho partecipato a un grande pranzo, nell’estremità
occidentale della città, e mi sono seduta vicino a un signore che è considerato un uomo
molto abile e intelligente. Nel corso della conversazione, ho detto che stavo andando nel
Lancashire; egli mi ha guardato e mi ha domandato che cosa mai mi potesse condurre là.
Mi ha detto che avrebbe preferito andare a St. Giles* e che quello era un bruttissimo
posto – pieno di fabbriche; che la gente, a causa della fame, dell’oppressione e del
superlavoro, aveva quasi perduto l’aspetto umano; che i padroni delle filande erano una
razza tronfia e viziosa, che sfruttava i bisogni vitali della gente. Gli ho risposto che
questo era un tremendo stato di cose e gli ho chiesto dove avesse visto una tale miseria.
Egli mi ha risposto che non l’aveva mai vista, ma che gli era stato detto che esisteva; e
che, da parte sua, non era mai stato nelle regioni industriali, né mai ci sarebbe stato.
Questo signore era uno del numerosissimo gruppo di persone che diffondono notizie
senza preoccuparsi di indagare se siano vere o false10.

La dettagliata descrizione di Mrs. Cooke Taylor sul soddisfacente stato di


cose, da lei trovato, termina con l’osservazione:
ora che ho visto gli operai della fabbrica al lavoro, nelle loro casette e nelle loro scuole,
non riesco proprio a spiegarmi il clamore sollevato nei loro confronti. Sono meglio
vestiti, meglio nutriti e meglio trattati di molte altre classi di lavoratori11.

Ma anche se, in quel momento, quella stessa opinione, che è stata più tardi

242
adottata dagli storici, era sostenuta a gran voce da uno dei partiti del tempo,
rimane da spiegare perché il punto di vista di un solo partito di quelli di
allora, e non quello dei radicali o dei liberali, ma quello dei Tories, sia
diventato il punto di vista, quasi unanime, degli storici dell’economia della
seconda metà del secolo. Mi sembra che la ragione di ciò sia da ricercarsi
nel fatto che il nuovo interesse per la storia economica fosse esso stesso
collegato all’interesse per il socialismo e che, in principio, una larga parte
di coloro che si sono dedicati allo studio della storia economica propendeva
per il socialismo. Ciò è da imputarsi non semplicemente al grande stimolo
che «l’interpretazione materialistica della storia» di Karl Marx ha
indubbiamente dato allo studio della storia economica; in pratica, tutte le
scuole socialiste hanno avuto una filosofia della storia volta a mostrare il
carattere relativo delle differenti istituzioni economiche e l’inevitabile
succedersi nel tempo di un sistema economico all’altro. Tutte hanno tentato
di provare che il sistema che essi attaccavano, il sistema della proprietà
privata dei mezzi di produzione, rappresenta la degradazione di un
precedente e più naturale sistema di proprietà comune; e, poiché i
preconcetti teorici che le guidava postulavano che la nascita del capitalismo
dovesse essere stata dannosa alle classi lavoratrici, non sorprende che essi
abbiano trovato ciò che cercavano.
Tuttavia, non solo quelli che coscientemente hanno fatto dello studio
della storia economica uno strumento di agitazione politica – come è vero
in molti casi, da Marx a Engels, a Werner Sombart e Sidney e Beatrice
Webb – ma anche molti altri studiosi, che hanno sinceramente creduto di
affrontare i fatti senza pregiudizio, sono giunti a risultati non meno
fuorvianti. Ciò è in parte dovuto al fatto che «l’approccio storico», che essi
hanno adottato, era articolato in contrapposizione all’analisi teorica
dell’economia classica, di cui non si condivideva la valutazione dei rimedi
e dei mali lamentati12. Non è un caso che il più esteso e più influente
gruppo di studiosi di storia economica, nei sessant’anni che hanno
preceduto la Prima guerra mondiale, la Scuola Storica Tedesca, si sia
fregiato anche del titolo di «socialisti della cattedra» (Kathedersozialisten);
o che i suoi eredi spirituali, gli «istituzionalisti» americani, siano stati
principalmente di tendenza socialista. L’atmosfera generale di tali scuole
era tale che un giovane studioso, per non soccombere alle pressioni
dell’opinione accademica, avrebbe dovuto avere un’eccezionale
indipendenza intellettuale. Nessun rimprovero era più temuto, o più fatale

243
alle carriere accademiche, di quello di essere un «apologeta» del sistema
capitalistico e, anche se uno studioso avesse osato contraddire l’opinione
dominante su un determinato punto, stava però attento a salvaguardarsi
contro una simile accusa, unendosi alla generale condanna del sistema
capitalistico13. Trattare l’ordine economico esistente semplicemente come
una «fase storica» ed essere capaci di predire l’avvento di un sistema futuro
migliore, partendo dalle «leggi dello sviluppo storico», è divenuto il
contrassegno di ciò che era allora considerato come l’espressione di uno
spirito veramente scientifico.
La maggior parte dei travisamenti dei fatti da parte dei primi storici
economici derivava, in realtà, direttamente da un genuino sforzo di
guardare a questi fatti senza alcuna teoria. L’idea che si possano
rintracciare le connessioni causali di ogni evento senza usare una teoria, o
l’idea che tale teoria emergerà automaticamente dall’accumulazione di un
numero sufficiente di fatti, è ovviamente una pura illusione. La complessità
degli eventi sociali, in particolare, è tale che, senza gli strumenti di analisi
che una teoria sistematica fornisce, si è quasi portati a interpretarli in modo
errato; e coloro che evitano l’uso cosciente di una esplicita e controllata
costruzione logica, di solito diventano solo vittime delle credenze popolari
del loro tempo. Il buon senso è, in questo campo, una guida ingannevole e
quelle che sembrano spiegazioni «ovvie» spesso non sono altro che
superstizioni comunemente accettate. Può sembrare scontato che
l’introduzione delle macchine produrrà una generale riduzione della
domanda di lavoro. Tuttavia, un esame più approfondito del problema
mostra che tale conclusione è il risultato di un errore logico, che consiste
nel sottolineare un solo effetto del cambiamento e nel trascurare gli altri.
Né i fatti danno qualche conforto a siffatta ipotesi. Chiunque la ritenga vera
è però molto probabile che trovi qualche supporto alla sua credenza. È
abbastanza facile trovare, nei primi anni del Diciannovesimo secolo,
esempi di estrema povertà e trarne la conclusione che ciò sia stato l’effetto
dell’introduzione delle macchine, senza chiedersi se le condizioni
precedenti siano state migliori o forse anche peggiori. Oppure si può
credere che un aumento di produzione debba portare all’impossibilità di
vendere tutto il prodotto e, quando poi si riscontra una stagnazione nelle
vendite, si pensa che questo sia la conferma delle aspettative, sebbene ci
siano molte spiegazioni più plausibili che non una «sovrapproduzione» o un
generale «sottoconsumo».

244
Non ci può essere alcun dubbio che molte di queste errate interpretazioni
siano state compiute in buona fede; e non c’è ragione per cui non
dovremmo rispettare le ragioni di alcuni di quelli che, per destare la
coscienza pubblica, hanno dipinto la miseria del povero con i colori più
neri. Dobbiamo ad agitazioni di questo tipo, che hanno costretto ad aprire
gli occhi su una realtà sgradevole, alcune delle più nobili e generose azioni
di politica generale, dall’abolizione della schiavitù, all’abolizione delle
tasse sull’importazione dei generi alimentari e alla soppressione di molti
privilegi e abusi radicati. Ci sono poi tutte le ragioni per ricordare quanto
sia stata povera la maggior parte delle persone ancora cento o cinquanta
anni fa. Ma non dobbiamo, trascorso ormai molto tempo, permettere che
una distorsione dei fatti, anche se commessa per zelo umanitario, influenzi
la nostra opinione in merito a ciò che dobbiamo a un sistema che, per la
prima volta nella storia, ha reso gli uomini consapevoli che la miseria può
essere evitata. Proprio le rivendicazioni e le aspirazioni delle classi
lavoratrici sono state e sono il risultato dell’enorme miglioramento, reso
possibile dal capitalismo, della loro posizione. Senza dubbio, le persone
che, impedendo agli altri di fare meglio ciò per cui esse erano pagate,
godevano di una posizione privilegiata e della possibilità di assicurarsi un
buon reddito sono state danneggiate dall’affermazione della libera
iniziativa. Vi possono essere varie e ulteriori ragioni per cui lo sviluppo
dell’industria moderna potrebbe essere da alcuni deplorato; certi valori
estetici e morali ai quali le classi alte e privilegiate davano grande
importanza sono stati indubbiamente compromessi da tale sviluppo. Alcune
persone potrebbero anche domandarsi se la rapida crescita della
popolazione o, in altre parole, la diminuzione della mortalità infantile sia
stata un vantaggio. Ma se, e nella misura in cui, si prende come criterio
l’effetto sul tenore di vita della maggior parte della classe lavoratrice, ci
possono essere pochi dubbi sul fatto che questo effetto abbia prodotto una
generale tendenza al miglioramento.
Il riconoscimento di ciò da parte degli studiosi ha dovuto attendere la
nascita di una generazione di storici economici, che non si considerassero
più antagonisti dell’economia, che non fossero intenti a provare che gli
economisti avevano avuto torto, ma che fossero essi stessi economisti
addestrati e si dedicassero allo studio dello sviluppo economico. Tuttavia, i
risultati che la moderna storia economica ha largamente accertato, una
generazione fa, non hanno ancora avuto l’adeguato accoglimento al di fuori

245
dei circoli di esperti. Il processo attraverso cui i risultati della ricerca
diventano alla fine di dominio pubblico ha in questa occasione dimostrato
di essere anche più lento del solito14. I nuovi risultati non sono, in questo
caso, del tipo di quelli che vengono avidamente raccolti dagli intellettuali,
perché si adattano facilmente ai loro pregiudizi generali; al contrario, sono
del tipo che è in conflitto con le loro idee generali. Se però la nostra
valutazione dell’importanza avuta da interpretazioni erronee nella
formazione dell’opinione politica ha qualche fondatezza, è ora che la verità
finalmente elimini la leggenda che così a lungo ha dominato le credenze
popolari. È la convinzione che questa revisione fosse da tempo necessaria
che ha consentito che tale argomento fosse inserito nel programma del
convegno, nel corso del quale sono stati originariamente presentati i primi
tre dei saggi seguenti e poi la decisione che fossero resi accessibili a un più
vasto pubblico.
Il riconoscimento del fatto che la classe lavoratrice abbia tratto
complessivamente beneficio dalla nascita dell’industria moderna è
ovviamente del tutto compatibile con il fatto che alcuni individui o gruppi
di essa, tanto quanto altre classi, possano, per un certo periodo, aver
sofferto per i suoi risultati. Il nuovo ordine ha comportato una crescente
rapidità del mutamento, e il veloce aumento della ricchezza è stato in gran
parte il risultato di una maggiore celerità di adattamento al cambiamento
che lo aveva reso possibile. In quei settori in cui la mobilità di un mercato
altamente competitivo è divenuta effettiva, l’aumentata gamma di
possibilità ha largamente compensato la maggiore instabilità dei singoli
impieghi. Ma la diffusione del nuovo ordine è avvenuto gradualmente e in
modo diseguale. Sono rimasti – e rimangono ancora oggi – settori che,
mentre sono completamente esposti alle vicissitudini dei mercati per i loro
prodotti, sono troppo isolati per beneficiare delle opportunità che il mercato
offre altrove. I vari esempi del declino degli antichi mestieri, che sono stati
sostituiti da un processo meccanico, sono stati ampiamente illustrati al
pubblico (il destino dei tessitori a mano è l’esempio classico, sempre
citato). Ma anche in quel caso non è certo che la quantità di sofferenze
causate si possa paragonare a quella che in qualunque regione una serie di
cattivi raccolti, prima che il capitalismo incrementasse a suo modo la
mobilità dei beni e del capitale, arrecava. L’incidenza su un piccolo gruppo,
inserito in una comunità fiorente, è probabilmente sentita come
un’ingiustizia e una sfida, più di quanto la miseria generale non fosse

246
considerata un destino immutabile nell’epoca precedente.
La comprensione delle vere ragioni delle rivendicazioni e, ancor di più,
del modo in cui si possa, per quanto possibile, dare a esse risposta,
presuppone una comprensione del sistema di mercato migliore di quella
posseduta dalla maggior parte dei primi storici. Molto di ciò che è stato
rimproverato al sistema capitalistico si deve infatti a residui o
sopravvivenze di fenomeni pre-capitalistici: a elementi monopolistici che
erano il diretto risultato di un mal concepito intervento statale o la
conseguenza della mancata comprensione del fatto che, per ottenere un
efficiente funzionamento della concorrenza, è necessario un appropriato
quadro istituzionale. Abbiamo già fatto riferimento ad alcune caratteristiche
e tendenze che vengono solitamente rimproverate al capitalismo e che sono
invece dovute al fatto che viene impedito il pieno funzionamento del suo
meccanismo di base; il problema, in particolare, del perché e in che misura
il monopolio ha interferito nella benefica azione del capitalismo è troppo
ampio per parlarne ulteriormente in questa sede.
Questa introduzione non intende fare nulla di più che indicare il quadro
generale in cui deve essere inserita una più specifica discussione dei saggi
qui raccolti. Spero che questi studi, con la loro concreta trattazione dei
problemi, possano compensare l’inevitabile tendenza di questo saggio
introduttivo a far ricorso a generalizzazioni. Essi prendono in
considerazione soltanto parte della più ampia questione, perché il loro
scopo è di fornire la base fattuale per la discussione che intendevano
avviare. Dei tre interrogativi connessi – Quali sono stati i fatti? Come li
hanno presentati gli storici? E perché? – essi rispondono principalmente al
primo e solo implicitamente al secondo. Soltanto lo scritto di M. De
Jouvenel, che proprio per questo ha un carattere alquanto differente, si
indirizza principalmente alla terza domanda e, in questo modo, solleva
problemi che vanno anche al di là della serie di questioni che sono state qui
abbozzate.

247
15.
«La via della schiavitù» dodici anni dopo*

Se lo avessi scritto avendo in primo luogo presenti i lettori americani,


questo saggio avrebbe potuto essere in qualche modo diverso; esso ha però
ormai assunto un’identità troppo definita, anche se inaspettata, per valutare
l’opportunità di riscriverlo. La sua pubblicazione in una nuova veste
editoriale, dopo più di dieci anni dalla sua prima apparizione, offre
comunque l’occasione appropriata per spiegare il suo scopo originale e per
alcune considerazioni sul successo imprevisto, e per molti versi strano, che
ha riscosso in questo Paese.
Il libro è stato scritto in Inghilterra durante gli anni della guerra, avendo
per destinatari quasi esclusivamente i lettori inglesi. Era in verità
indirizzato soprattutto a una categoria molto speciale di lettori inglesi.
Senza alcun intento ironico l’ho dedicato «Ai socialisti di tutti i partiti».
Questa dedica traeva origine dalle tante discussioni che, durante i dieci anni
precedenti, avevo avuto con amici e colleghi inclini a simpatizzare per la
sinistra; è stato anzi in collegamento con tali discussioni che ho scritto La
via della schiavitù.
Quando Hitler è andato al potere in Germania, stavo insegnando già
all’Università di Londra da diversi anni, ma mi tenevo in stretto contatto
con quanto accadeva nel Continente e sono stato in grado di farlo fino alla
fine della guerra. Quello che avevo visto allora delle origini e
dell’evoluzione dei vari movimenti totalitari mi ha fatto capire che
l’opinione pubblica inglese, in particolare quella dei miei amici che
avevano idee «avanzate» sul piano sociale, si affidava a una interpretazione
completamente fuorviante della natura di questi movimenti. Già prima della
guerra, ciò mi aveva spinto a esporre in un breve saggio quello che è
divenuto l’argomento centrale del libro. Ma dopo lo scoppio della guerra,
mi sono reso conto che questa diffusa incomprensione dei sistemi politici
dei nostri nemici, e presto anche del nostro nuovo alleato, la Russia,
costituiva un serio pericolo, a cui si doveva far fronte con un lavoro più

248
sistematico. Inoltre, era già abbastanza ovvio che l’Inghilterra stessa
avrebbe sperimentato, probabilmente dopo la guerra, lo stesso tipo di
politiche, che ero convinto avessero contribuito così tanto a distruggere
ovunque la libertà.
Perciò, questo libro ha preso gradualmente la forma di un ammonimento
rivolto agli intellettuali socialisti inglesi; con l’inevitabile ritardo della
produzione in tempo di guerra, esso è stato alla fine pubblicato nella prima
parte della primavera del 1944. Questa data spiegherà, incidentalmente,
anche perché abbia percepito che, per farmi ascoltare, dovessi frenare le
mie critiche al regime del nostro alleato al tempo della guerra e scegliere i
miei esempi principalmente dagli eventi che si erano sviluppati in
Germania.
Sembra che questo libro sia apparso in un momento propizio e posso
provare solo gratificazione per il successo che ha avuto in Inghilterra,
successo che, sebbene di tipo molto diverso, non è stato quantitativamente
inferiore a quello che avrebbe poi ottenuto negli Stati Uniti. Nell’insieme, il
saggio è stato accolto nello spirito in cui è stato scritto e le sue
argomentazioni sono state seriamente esaminate da coloro a cui era stato
principalmente indirizzato. A eccezione solamente di certi leader politici
del Partito laburista – che, come fornendo un’esemplificazione alle mie
osservazioni sulle tendenze nazionalistiche del socialismo, hanno attaccato
il libro per il fatto di essere scritto da uno straniero –, è stato veramente
impressionante il modo riflessivo e ricettivo in cui è stato generalmente
esaminato da persone che trovavano le sue conclusioni contrarie alle loro
più forti convinzioni1.
Lo stesso si può dire anche con riferimento agli altri Paesi europei in cui
il libro è stato pubblicato; la sua accoglienza particolarmente cordiale, da
parte della generazione tedesca post-nazista, quando infine alcune copie di
una traduzione pubblicata in Svizzera sono state diffuse in Germania, è
stata una delle gratificazioni inaspettate che mi sono derivate dalla sua
pubblicazione.
Piuttosto differente è stata l’accoglienza avuta dal libro negli Stati Uniti,
quando è stato ripubblicato, pochi mesi dopo la sua apparizione in
Inghilterra. Nello scriverlo, avevo prestato poca attenzione all’eventuale
interesse che per esso avrebbero potuto avere i lettori americani. Erano
allora trascorsi venti anni dall’ultima volta che, come studente ricercatore,
ero stato in America, e durante quel periodo avevo un po’ perso i contatti

249
con lo sviluppo delle idee in America. Non potevo essere sicuro della
rilevanza diretta che le mie argomentazioni avrebbero potuto avere per
l’ambiente americano, e non sono stato per niente sorpreso quando il libro è
stato in effetti rifiutato dalle prime tre case editrici contattate2.
È stato certamente più inaspettato il fatto che, dopo che il libro è stato
pubblicato dall’attuale editore, abbia presto cominciato a vendere a un
ritmo quasi senza precedenti per un’opera di questo tipo, non destinata al
grande pubblico3. E sono stato anche più sorpreso dalla violenta reazione da
parte di entrambe le ali politiche, dal generoso elogio ricevuto dal libro in
alcuni ambienti e dall’intenso odio suscitato in altri.
Contrariamente a quanto avvenuto in Inghilterra, pare che in America il
tipo di persone a cui questo libro è stato principalmente indirizzato lo
abbiano buttato via, considerandolo un attacco malizioso e fraudolento ai
loro ideali più nobili; sembra che non si siano mai soffermati a esaminare i
suoi argomenti. Il linguaggio usato e il turbamento messo in luce da alcune
delle critiche più sfavorevoli, sono stati in verità piuttosto straordinari4. Ma
a mala pena meno sorprendente è stato per me l’entusiastico benvenuto
accordato al libro da molte persone che mai mi sarei aspettato leggessero un
saggio di questo genere – e da molti di più di cui ancora dubito che lo
abbiano mai effettivamente letto. Devo inoltre aggiungere che il modo in
cui è stato occasionalmente utilizzato mi ha fatto comprendere la verità
dell’osservazione di Lord Acton, secondo cui «in tutti i tempi gli amici
sinceri della libertà sono stati rari, e i suoi trionfi sono dovuti a minoranze
che sono prevalse grazie alla loro associazione con ausiliari i cui obiettivi
spesso differivano dagli obiettivi di quelle; e questa associazione, che
sempre è pericolosa, è stata qualche volta disastrosa».
Sembra difficilmente probabile che questa straordinaria differenza,
nell’accoglienza del libro sulle due sponde dell’Atlantico, sia dovuta
interamente a una differenza del carattere nazionale. Mi sono convinto
sempre più che la spiegazione debba ricercarsi nella diversa situazione
intellettuale esistente nel periodo in cui esso è stato pubblicato.
In Inghilterra, e in generale in Europa, i problemi che ho affrontato
avevano cessato da lungo tempo di essere questioni astratte. Gli ideali che
ho esaminato si erano ormai da lungo tempo affermati e anche i più
entusiastici sostenitori avevano già sperimentato concretamente alcune
delle difficoltà e dei risultati imprevisti generati dalla loro applicazione.
Stavo perciò scrivendo di fenomeni di cui quasi tutti i miei lettori europei

250
avevano più o meno diretta esperienza e stavo semplicemente
argomentando in modo sistematico e coerente su quello che molti avevano
già intuitivamente percepito. Riguardo a tali ideali, c’era già una
disillusione, che il loro esame critico rendeva semplicemente più sonante o
esplicita.
Negli Stati Uniti, d’altra parte, questi ideali erano ancora freschi e più
virulenti. Solo dieci o quindici anni prima – non quaranta o cinquanta,
come in Inghilterra – un’ampia parte degli intellettuali era stata da essi
contagiata. E, nonostante l’esperienza del New Deal, il loro entusiasmo per
il nuovo tipo di società costruita razionalmente non era ancora largamente
contraddetto dall’esperienza pratica. Ciò che per la maggior parte degli
Europei era diventato in qualche misura un vieux jeu, per i radicali
americani era ancora una luminosa speranza in un mondo migliore,
speranza che loro avevano fatta propria e alimentata durante gli anni recenti
della Grande Depressione.
L’opinione cambia rapidamente negli Stati Uniti, e adesso è addirittura
difficile ricordare che in un periodo anteriore ma relativamente vicino alla
pubblicazione de La via della schiavitù, il tipo più estremo di pianificazione
economica veniva seriamente invocato e il modello russo proposto per
un’imitazione da parte di uomini che presto avrebbero giocato un ruolo
importante negli affari pubblici. Sarebbe piuttosto facile citare ogni cosa,
ma sarebbe ora odioso indicare delle persone in particolare. Basta
menzionare che nel 1934 il National Planning Board, da poco costituito, ha
dedicato grande attenzione all’esempio di pianificazione fornito da questi
quattro Paesi: Germania, Italia, Russia e Giappone. Dieci anni dopo,
avevamo ovviamente imparato a riferirci a essi come a Paesi «totalitari»,
avevamo combattuto una lunga guerra con tre di questi e stavamo per
cominciare una «guerra fredda» con il quarto. Ma la tesi di questo libro,
secondo cui gli sviluppi politici realizzatisi in quei Paesi avevano a che fare
con le loro politiche economiche, è stata ancora allora rifiutata con sdegno
da parte dei sostenitori americani della pianificazione. Si è
improvvisamente affermata la moda di negare che l’idea della
pianificazione sia giunta dalla Russia e di sostenere, come un mio eminente
critico ha sottolineato, che è «un fatto evidente che l’Italia, la Russia, il
Giappone e la Germania sono arrivate tutte al totalitarismo muovendo da
strade molto differenti».
L’intero clima intellettuale degli Stati Uniti al tempo della pubblicazione

251
de La via della schiavitù era perciò quello in cui il libro doveva
necessariamente scandalizzare o compiacere fortemente i membri di gruppi
nettamente divisi tra loro. Di conseguenza, nonostante il suo apparente
successo, il libro non ha avuto qui il tipo di conseguenze che avrei
desiderato o che ha avuto altrove. È vero che le sue conclusioni principali
sono oggi accettate diffusamente. Se dodici anni fa sembrava a molti quasi
un sacrilegio suggerire che il fascismo e il comunismo sono semplicemente
delle varianti dello stesso totalitarismo, che il controllo centrale di tutte le
attività economiche tende a produrre, ciò è ora diventato pressoché un
luogo comune. Adesso è ampiamente riconosciuto persino che il socialismo
democratico è una condizione molto precaria e instabile, dominata da
contraddizioni interne e che produce ovunque risultati spiacevoli per molti
dei suoi sostenitori.
Questo cambiamento di stato d’animo è dovuto certamente più alla
lezione dei fatti e alle discussioni più popolari del problema che non al mio
libro5. Né la mia tesi generale era, quando il libro è stato pubblicato, come
tale originale. Sebbene avvertimenti simili ma precedenti possano essere
stati largamente dimenticati, i pericoli connessi alle politiche che ho
criticato erano stati sottolineati ripetutamente. Quali che siano i meriti del
libro, essi non consistono nella reiterazione di questa tematica, ma nel
paziente e dettagliato esame delle ragioni per cui la pianificazione
economica produce tali risultati imprevisti e del processo attraverso cui essi
vengono generati.
È per questa ragione che spero che in America il tempo per una seria
considerazione del suo vero contenuto possa essere ora più favorevole di
quanto non lo sia stato quando il libro è apparso per la prima volta. Credo
che ciò che è importante in esso possa ancora essere utile, per quanto
riconosca che il socialismo «caldo» contro cui esso è stato principalmente
diretto – quel movimento organizzato e avente come obiettivo la deliberata
organizzazione della vita economica da parte dello Stato, inteso come
principale proprietario dei mezzi di produzione – è nel mondo occidentale
quasi morto. Il secolo del socialismo così concepito si è probabilmente
concluso attorno al 1948. Molte delle sue illusioni sono state abbandonate
anche dai suoi leader e, ovunque, come pure negli Stati Uniti, il suo nome
ha perso gran parte della sua attrattiva. Senza dubbio saranno fatti dei
tentativi da parte di movimenti meno dogmatici, meno dottrinari e meno
sistematici per recuperare il nome. Ma una discussione riferita solamente a

252
quelle concezioni schematiche di riforma sociale, che caratterizzavano il
movimento socialista del passato, potrebbe sembrare oggi una lotta contro i
mulini a vento.
Tuttavia, anche se il socialismo radicale è probabilmente una cosa del
passato, alcune delle sue concezioni sono penetrate così profondamente
nell’intera struttura del pensiero corrente da giustificare la soddisfazione
dei socialisti. Se sono poche le persone nel mondo occidentale che ora
vogliono rifare la società dalle fondamenta secondo certi progetti ideali,
sono moltissimi quelli che credono ancora in misure che, sebbene non
destinate a rimodellare completamente l’economia, nel loro effetto
aggregato possono sicuramente produrre inintenzionalmente tale risultato.
Ancor di più che nel momento in cui ho scritto questo libro, la difesa di
politiche che, nel lungo periodo, non possono conciliarsi con la
preservazione di una società libera non è più una questione di un singolo
partito. Il miscuglio di ideali mal riuniti e spesso incoerenti, che sotto il
nome del Welfare State ha in gran parte rimpiazzato il socialismo come
obiettivo dei riformatori, richiede una grande attenzione per accertare se i
suoi risultati non siano molto simili a quelli generati dal socialismo vero e
proprio. Ciò non vuol dire che alcuni dei suoi scopi non siano nello stesso
tempo praticabili e lodevoli. Ma ci sono molti modi in cui noi possiamo
lavorare a favore dello stesso obiettivo e, nella situazione attuale, c’è
pericolo che l’impazienza con cui guardiamo ai risultati immediati possa
portarci a scegliere strumenti che, sebbene forse più efficienti per
raggiungere fini particolari, non sono compatibili con la preservazione di
una società libera. La crescente tendenza ad affidarsi alla coercizione
amministrativa e alla discriminazione, laddove una modifica delle norme
giuridiche generali potrebbe, forse più lentamente, raggiungere lo stesso
obiettivo, e la crescente tendenza a ricorrere al controllo diretto dello Stato
o alla creazione di istituzioni monopolistiche, dove invece l’uso giudizioso
di motivazioni finanziarie potrebbe suscitare sforzi spontanei, è ancora una
potente eredità del periodo socialista, che probabilmente influenzerà la
politica per un lungo periodo.
Proprio perché non sembra che l’ideologia politica abbia di mira, per i
prossimi anni, il raggiungimento di un obiettivo chiaramente definito, ma
cambiamenti parziali, una piena comprensione del processo, attraverso cui
certi tipi di misure possono distruggere le basi di un’economia basata sul
mercato e soffocare gradualmente le potenzialità creative di una civiltà

253
libera, è della massima importanza. Solo se comprendiamo perché e come
certi tipi di controlli economici tendono a paralizzare le forze guida di una
società libera, e solo se comprendiamo quali tipi di misure sono
particolarmente pericolose da questo punto di vista, possiamo sperare che il
processo sociale non ci porti in situazioni che nessuno di noi vuole.
Questo libro è inteso come un contributo a tale compito. Spero che,
almeno nell’atmosfera più serena di oggi, sia accolto come lo avevo
concepito e non come un’esortazione a resistere contro ogni miglioramento
o sperimentazione, ma come un ammonimento a non trascurare che
qualsiasi modifica delle nostre istituzioni deve superare certi controlli
(descritti nel capitolo centrale sul «governo della legge»), in modo da
evitare direzioni di marcia da cui può essere difficile tornare indietro.
Il fatto che questo libro sia stato originariamente scritto avendo presente
solo il pubblico inglese non sembra avere seriamente compromesso la sua
intelligibilità per il lettore americano. Ma c’è un punto, relativo alla
fraseologia, che devo spiegare in questa sede, per evitare qualsiasi
equivoco. Uso dal principio alla fine il termine «liberale» nel suo
significato originario del Diciannovesimo secolo, significato ancora
correntemente accettato in Inghilterra. Ma, nell’uso corrente americano,
esso spesso significa quasi l’opposto. Fa parte del camuffamento dei
movimenti di sinistra in questo Paese, aiutati dalla confusione patita da
molte persone che credono realmente nella libertà, il fatto che il termine
«liberale» sia giunto a indicare la difesa di quasi ogni tipo di controllo
governativo. Non capisco ancora perché coloro che negli Stati Uniti
credono sinceramente nella libertà abbiano non solo permesso alla sinistra
di appropriarsi di questo quasi indispensabile termine, ma abbiano essi
stessi utilizzato, fin dall’inizio, tale termine per indicare biasimo. Ciò mi
sembra essere particolarmente spiacevole, a causa della conseguente
tendenza di molti autentici liberali a definirsi conservatori.
Ovviamente, è vero che, nella lotta contro coloro che credono in uno
Stato onnipotente, il vero liberale deve, talvolta, fare causa comune con il
conservatore, ed è vero che, in qualche circostanza, come nell’Inghilterra
contemporanea, difficilmente il vero liberale ha un altro modo per lavorare
attivamente per i suoi ideali. Ma il vero liberalismo resta distinto dal
conservatorismo, ed è pericoloso confondere l’uno con l’altro. Il
conservatorismo, per quanto sia un elemento necessario in qualsiasi stabile
società, non è un programma sociale; nelle sue tendenze paternalistiche,

254
nazionalistiche ed esaltative del potere, esso è spesso più simile al
socialismo che al vero liberalismo; e, con le sue propensioni
tradizionalistiche, anti-intellettualistiche e spesso mistiche, non può mai
riuscire, a eccezione di brevi periodi di disillusione, a suscitare l’interesse
dei giovani e di tutti quanti ritengono che, se questo mondo deve diventare
un luogo migliore, alcuni cambiamenti siano desiderabili. Un movimento
conservatore è costretto, per sua natura, a difendere i privilegi costituiti e a
fare pressione sul potere del governo per la protezione di tali privilegi.
L’essenza della posizione liberale sta invece nel rifiuto di tutti i privilegi, se
privilegio è inteso nel suo proprio e originale significato, cioè come
concessione e protezione da parte dello Stato di diritti non accessibili a tutti
negli stessi termini.
Forse è richiesta qualche parola in più per difendere la mia decisione di
permettere che quest’opera sia ripubblicata in una forma totalmente
immutata dopo un intervallo di dodici anni. Ho tentato molte volte di
revisionarla e ci sono molti punti che mi sarebbe piaciuto spiegare più
diffusamente, o specificare con più cautela, o, ancora, rafforzare con più
illustrazioni e prove. Ma tutti i tentativi di revisione hanno provato
solamente che non potrei mai realizzare di nuovo un lavoro altrettanto
breve con cui coprire gli stessi argomenti; e mi sembra che, sebbene questo
libro possa avere altri meriti, il più grande è la sua relativa brevità. Sono
stato perciò spinto alla conclusione che, qualsiasi cosa io voglia aggiungere,
devo farlo in altri studi. Ho cominciato a farlo in vari saggi, alcuni dei quali
forniscono una discussione più minuziosa di certe tematiche economiche e
filosofiche qui toccate solamente6. Sulla specifica questione relativa alle
origini delle idee qui criticate e del loro legame con alcuni dei più
importanti e imponenti movimenti intellettuali del nostro tempo, mi sono
soffermato in un altro volume7. È da molto che spero di integrare il capitolo
centrale, veramente troppo breve, di questo libro con una trattazione più
estesa del rapporto tra eguaglianza e giustizia8.
C’è un argomento in particolare, tuttavia, su cui il lettore si aspetterà da
me, giustamente, un commento in questa occasione; ma si tratta di un tema
che potrei trattare ancor meno adeguatamente senza scrivere un nuovo
libro. Poco più di un anno dopo la prima pubblicazione de La via della
schiavitù, la Gran Bretagna ha avuto un governo socialista, che è rimasto al
potere per sei anni. E quanto questa esperienza abbia confermato o
confutato la mia preoccupazione è un interrogativo a cui devo tentare di

255
rispondere almeno brevemente. Se non altro, questa esperienza ha
rafforzato il mio interesse e, credo di poter aggiungere, ha consentito, ai
molti per i quali un argomento astratto non sarebbe stato mai convincente,
di afferrare la fondatezza delle questioni da me evidenziate. In verità, molti
degli argomenti che i miei critici americani avevano liquidato come
spauracchi sono divenuti, non molto tempo dopo la conquista del potere da
parte dei laburisti, argomenti centrali della discussione politica in Gran
Bretagna. Presto, anche i documenti ufficiali hanno cominciato a prendere
in esame, con tono grave, il rischio del totalitarismo presente nella politica
di pianificazione economica. Non c’è migliore esempio del modo in cui la
logica intrinseca della sua politica conduca un governo socialista, contro la
sua stessa volontà, al tipo di coercizione che esso avversava del seguente
brano tratto dall’Economic Survey for 1947, presentata dal Primo ministro
al Parlamento nel febbraio di quell’anno:
C’è una differenza essenziale tra pianificazione totalitaria e pianificazione democratica.
La prima subordina tutti i desideri e le preferenze individuali alle richieste dello Stato. A
questo scopo, usa vari metodi di costrizione sull’individuo, che privano quest’ultimo
della sua libertà di scelta. Tali metodi possono essere necessari anche in un paese
democratico, nei momenti di estrema emergenza di una grande guerra. È così che il
popolo inglese ha dato al governo, durante il periodo della guerra, il potere di dirigere il
lavoro. Ma, in tempi normali, i cittadini di un paese democratico non cederanno la loro
libertà di scelta al governo. Un governo democratico deve, pertanto, gestire la sua
pianificazione economica in modo da preservare il massimo possibile di libertà di scelta
per il singolo cittadino.

Il punto interessante a proposito di questa professione di lodevoli intenti è


che, sei mesi più tardi, lo stesso governo si è trovato costretto, in tempo di
pace, a stabilire di nuovo la coscrizione del lavoro con una legge approvata
dal Parlamento. Sottolineare che tale potere non è stato di fatto mai usato
difficilmente attenua il significato di tutto ciò; infatti, benché sia noto che le
autorità non abbiano un potere coercitivo, pochi si aspettano un’effettiva
coercizione. Ma è piuttosto difficile capire come il governo avrebbe potuto
perseverare nelle sue illusioni, quando nello stesso documento si dichiarava
che spetta «al governo dire qual è, nell’interesse nazionale, il miglior uso
delle risorse» e «stabilire gli obiettivi economici di una nazione: si deve
dire quali cose sono le più importanti e quali devono essere gli obiettivi

256
della politica».
Ovviamente, sei anni di governo socialista non hanno prodotto in
Inghilterra niente che somigliasse a uno stato totalitario. Ma quelli che
ritengono che questo abbia smentito la tesi de La via della schiavitù hanno
dimenticato, in realtà, uno dei suoi punti principali: vale a dire che il più
importante cambiamento prodotto dal controllo estensivo del governo è un
cambiamento psicologico, un’alterazione nel carattere della gente. Ciò è
necessariamente una faccenda lenta, un processo che si trascina non per
pochi anni ma forse per una o due generazioni. L’aspetto importante è che
gli ideali politici di un popolo e il suo atteggiamento verso l’autorità
rappresentano tanto l’effetto quanto la causa delle istituzioni politiche sotto
cui esso vive. Questo significa, tra le altre cose, che anche una solida
tradizione di libertà politica non rappresenta una salvaguardia, se il pericolo
sta precisamente nel fatto che le nuove istituzioni e le nuove politiche
gradualmente indeboliranno e distruggeranno tale spirito. Le conseguenze
possono ovviamente essere evitate, se quello spirito viene tempestivamente
riaffermato e la gente non solo ritira il consenso al partito che lentamente
l’ha portata in una direzione pericolosa, ma riconosce anche la natura del
pericolo e cambia risolutamente il suo corso. Non c’è ancora ragione di
credere che quanto detto sia accaduto in Inghilterra.
Tuttavia, il cambiamento subìto dal carattere del popolo inglese, non
semplicemente sotto il governo laburista ma nel corso di un più lungo
periodo, durante il quale si sono godute le fortune di un paternalistico stato
sociale, si è effettivamente verificato. Questi cambiamenti non sono
facilmente dimostrabili, ma sono chiaramente avvertiti da chi vive nel
Paese. Come illustrazione, citerò alcuni significativi passaggi, tratti da una
ricerca sociologica che ha a che fare con l’impatto dell’eccesso di
regolazione sugli atteggiamenti mentali dei giovani. Essa si riferisce alla
situazione esistente prima che il governo laburista andasse al potere, di fatto
al periodo in cui questo libro è stato pubblicato per la prima volta, e pone
principalmente in evidenza le conseguenze di quelle regolamentazioni che
il governo laburista ha reso permanenti:
È soprattutto nelle grandi città che si percepisce lo sgretolarsi della sfera della libera
scelta. A scuola, sul posto di lavoro, nella routine quotidiana degli spostamenti, persino
nell’arredamento e approvvigionamento della casa, molte delle attività normalmente
possibili agli esseri umani non sono o proibite o imposte. Sono state istituite speciali

257
agenzie, chiamate Citizen’s Advice Bureaux, per guidare i disorientati attraverso la selva
delle norme e per indicare ai tenaci i rari spazi ancora esistenti, in cui il privato possa
ancora avere una scelta da compiere. [...] [Il giovane di città] è condizionato a non alzare
un dito senza prima consultare mentalmente il manuale. Il «rollino» di marcia di un
comune giovane di città, per una giornata di lavoro ordinaria, dimostrerebbe che egli
spende gran parte del suo tempo da sveglio per eseguire dei passaggi che sono stati
predeterminati, per lui, da direttive alla cui formazione non ha preso parte, di cui gli
sfugge spesso l’intento e di cui non sa valutare l’utilità [...]. L’affermazione secondo cui
il ragazzo di città ha bisogno di più disciplina e di maggiori controlli è troppo banale. Si
potrebbe dire che egli soffre già di un’overdose di controlli [...]. Guardando i suoi
genitori e i suoi fratelli o sorelle più grandi, li vede vincolati, come lui stesso, a regole. Li
vede tanto acclimatati a quella situazione che essi raramente progettano e portano avanti
una qualche nuova attività o impresa sociale con le proprie forze. Egli in tal modo non ha
davanti alcun tempo futuro in cui una forte assunzione di responsabilità sia di utilità a se
stesso e agli altri [...] [I giovani] sono obbligati a sopportare molti controlli esterni che,
come sembra loro, sono privi di significato e cercano di sottrarsi a ciò e di recuperare
rifugiandosi nella più completa assenza di disciplina9.

È troppo pessimistico temere che una generazione cresciuta in queste


condizioni difficilmente possa liberarsi dei vincoli con cui è stata
abitualmente cresciuta? O quella descrizione non conferma piuttosto
ampiamente la previsione di Tocqueville di un «nuovo tipo di schiavitù»?
Dopo aver preso volta a volta nelle sue mani potenti ogni individuo e averlo plasmato a
suo modo, il sovrano estende il suo braccio sull’intera società; ne copre la superficie con
una rete di piccole regole complicate, minuziose e uniformi, attraverso le quali anche gli
spiriti più originali e vigorosi non saprebbero come mettersi in luce e sollevarsi al di
sopra della massa; esso non spezza le volontà ma le infiacchisce, le dirige; raramente
costringe ad agire, ma si sforza continuamente di impedire che si agisca; non distrugge
ma impedisce di creare; non tiranneggia direttamente, ma ostacola, comprime, snerva,
estingue, riducendo infine la nazione a non essere altro che una mandria di animali timidi
e industriosi, della quale il governo è il pastore. Ho sempre creduto che questa specie di
servitù regolata e tranquilla, che ho descritto, possa combinarsi meglio di quanto si
immagini con qualcosa delle forme esteriori della libertà e che non sia impossibile che
essa si stabilisca anche all’ombra della sovranità popolare10.

Ciò che Tocqueville non ha preso in considerazione è quanto a lungo un

258
tale governo rimarrebbe nelle mani di benevoli despoti, quando sarebbe
molto più facile che sia un qualche gruppo di ribaldi a occupare
indefinitivamente il potere, ignorando tutte le tradizionali forme di decenza
della vita politica.
Forse dovrei ricordare in aggiunta al lettore che non ho mai accusato i
partiti socialisti di mirare deliberatamente a un regime totalitario, né ho
sospettato che i leader dei vecchi movimenti socialisti possano sempre
mostrare tali inclinazioni. Ciò che ho sostenuto in questo libro, e che
l’esperienza inglese mi ha spinto ancora di più a ritenere vero, è che le
conseguenze impreviste ma inevitabili della pianificazione socialista creano
uno stato di cose in cui, se tale politica è perseguita, le forze totalitarie
prenderanno il sopravvento. Ho sottolineato esplicitamente che «il
socialismo può essere realizzato solo con metodi che la maggior parte dei
socialisti disapprova», e aggiungo anche che, a questo riguardo, «i vecchi
partiti socialisti sono inibiti dai loro ideali democratici» e che «essi non
possedevano la spietatezza richiesta per la realizzazione dell’obiettivo che
avevano scelto». Ma l’impressione ricavata sotto il governo laburista è che
tali inibizioni siano tra i socialisti inglesi più deboli di quanto lo siano state
tra i loro compagni tedeschi che venticinque anni prima li hanno preceduti.
Certamente i socialdemocratici tedeschi, negli anni Venti, in condizioni
eguali o più difficili, non si sono avvicinati mai tanto alla pianificazione
totalitaria come ha fatto il governo laburista inglese.
Poiché non posso esaminare ora in dettaglio gli effetti di queste politiche,
citerò piuttosto i giudizi sommari di altri osservatori meno sospettabili di
avere opinioni precostituite. Alcuni dei giudizi più negativi provengono
infatti da uomini che non molto tempo prima erano stati membri del Partito
laburista. Ivor Thomas, in un libro apparentemente finalizzato a spiegare
perché aveva lasciato quel partito, giunge alla conclusione che, «dal punto
di vista delle libertà umane fondamentali, c’è poco da scegliere tra
comunismo, socialismo e nazional-socialismo. Sono tutti esempi di Stato
collettivistico o totalitario [...]; nella sua essenza non solo il socialismo è
come il comunismo, ma non è nemmeno differente dal fascismo»11.
Lo sviluppo più serio è costituito dall’aumento delle misure di
coercizione amministrativa arbitraria e dalla progressiva distruzione del
fondamento dell’amata libertà inglese, la rule of law, esattamente per le
ragioni qui discusse nel capitolo VI. Questo processo era ovviamente
cominciato molto prima dell’avvento del governo laburista e si era

259
accentuato con la guerra. Ma i tentativi di pianificazione economica sotto il
potere dei laburisti lo hanno portato a un punto che rende difficile dire se
«il governo della legge» regna ancora in Inghilterra. Il «nuovo dispotismo»,
in merito a cui un Presidente della Corte suprema ha messo in guardia la
Gran Bretagna venticinque anni fa, non è più, come «The Economist» ha
recentemente osservato, un semplice pericolo ma un dato di fatto12. È un
dispotismo esercitato da una burocrazia del tutto coscienziosa e onesta, in
nome di ciò che essi credono sinceramente sia il bene del Paese. Ma,
nonostante questo, è un governo arbitrario, in pratica libero dall’effettivo
controllo parlamentare; e il suo meccanismo può essere efficacemente
utilizzato per qualsiasi altro scopo piuttosto che per quelli benefici per cui
ora è usato. Dubito che un eminente giurista inglese abbia esagerato,
quando recentemente, in un’attenta analisi di queste tendenze, è giunto alla
conclusione che
oggi in Inghilterra si vive sull’orlo di una dittatura. La transizione sarebbe facile, rapida e
potrebbe realizzarsi nella più completa legalità. Sono stati fatti già tanti passi in questa
direzione, in conseguenza dell’assolutezza di poteri esercitati dal governo attuale e
dell’assenza di qualsiasi controllo effettivo, come i limiti di una costituzione scritta o
l’esistenza di una seconda camera con poteri effettivi, che i passi ancora da compiere
sono in confronto pochi13.

Per una analisi più dettagliata delle politiche economiche del governo
laburista inglese e delle loro conseguenze, non posso fare di meglio che
riferire al lettore del lavoro del Professor John Jewkes, Ordeal by Planning
(Macmillian & Co., London 1948). È la migliore discussione che conosca
di una concreta illustrazione dei fenomeni discussi in termini generali in
questo libro. Essa integra meglio di come potrebbe fare in questa sede la
mia trattazione, e dà una lezione il cui significato va al di là del caso della
Gran Bretagna.
Mi sembra ora improbabile che, anche se un altro governo laburista
andasse al potere in Gran Bretagna, esso possa riprendere quel processo di
nazionalizzazione e pianificazione su larga scala. Ma in Inghilterra, come in
qualsiasi altra parte del mondo, la sconfitta dell’attacco del socialismo
sistematico ha semplicemente permesso a quelli, che sono ansiosi di
preservare la libertà, uno spazio in cui riesaminare le proprie ambizioni e
per respingere tutti quegli aspetti dell’eredità socialista, che rappresentano

260
un pericolo per la società libera. Senza una tale revisione delle nostre
aspirazioni sociali, probabilmente continueremo a dirigerci nella stessa
direzione in cui il vero e proprio socialismo ci condurrebbe un po’ più
rapidamente.

261
16.
L’elemento morale nella libera impresa*

L’attività economica fornisce i mezzi materiali necessari per il


perseguimento di tutti i nostri scopi. Nello stesso tempo, la maggior parte
degli sforzi individuali sono diretti a fornire i mezzi per gli scopi di altri, in
maniera tale che questi possano a loro volta fornirci dei mezzi per i nostri
fini. È solo perché siamo liberi nella scelta dei nostri mezzi che siamo liberi
di scegliere anche i nostri fini.
La libertà economica è perciò una condizione indispensabile per tutte le
altre libertà e la libera impresa è insieme una condizione necessaria e una
conseguenza della libertà personale. Affrontando il tema L’elemento
morale nella libera impresa non mi limiterò quindi a discutere i problemi
della vita economica, ma prenderò in considerazione le relazioni generali
tra libertà e moralità.
Per libertà intendo qui, in aderenza alla grande tradizione anglosassone,
l’indipendenza dalla volontà arbitraria di un altro. Questa è la concezione
classica della libertà sotto la legge, una condizione in cui un uomo può
subire la coercizione solo se questa è prevista da norme giuridiche generali,
ugualmente applicabili a tutti, e non dalla decisione discrezionale delle au-
torità amministrative.
La relazione tra questa libertà e i valori morali è reciproca e complessa.
Dovrò perciò limitarmi a mettere in evidenza i punti salienti in uno stile
telegrafico.
Da una parte, è risaputo che la moralità e i valori morali crescono solo in
un ambiente libero e che, in generale, gli standard morali delle persone e
delle classi sociali sono alti solo dove si è a lungo goduto della libertà – e
sono proporzionali alla quantità di libertà posseduta. Inoltre, da tempo si è
compreso che una società libera funziona bene solo dove l’azione libera è
guidata da forti credenze morali e che perciò godiamo di tutti i benefici
della libertà soltanto laddove la libertà è già ben radicata. A ciò voglio
aggiungere che la libertà, per operare bene, richiede non solo standard

262
morali forti, ma anche standard morali di un particolare tipo, e che in una
società libera è possibile che si affermino standard morali che, se diventano
generali, possono distruggere la libertà e con essa la base di tutti i valori
morali.
Prima di soffermarci su tale punto, che generalmente non è compreso,
devo brevemente approfondire due antiche verità, che dovrebbero esserci
familiari, ma che spesso sono dimenticate. Che la libertà sia la matrice
necessaria per la crescita dei valori morali – infatti, non è semplicemente un
valore tra tanti, bensì la fonte di tutti i valori – è quasi di per sé evidente. È
solo dove ha la possibilità, nonché la relativa responsabilità, di scegliere
che l’individuo ha l’occasione di confermare gli esistenti valori, di
contribuire alla loro ulteriore crescita e di guadagnare merito morale.
L’obbedienza ha valore morale solo dove discende dalla scelta e non dalla
coercizione. È attraverso l’ordine mediante cui disponiamo i nostri
differenti fini che si manifesta il nostro senso morale; nell’applicare le
norme morali generali a situazioni specifiche, ogni individuo è
costantemente chiamato a interpretare e applicare princìpi generali e,
facendo così, a creare valori particolari.
Non ho tempo, in questa sede, per dimostrare come sia di fatto accaduto
che le società libere non solo siano state in generale società che si sono
conformate alla legge, ma siano state, in tempi moderni, la fonte di ogni
grande movimento umanitario che si sia posto l’obiettivo di fornire un aiuto
attivo al debole, al malato e all’oppresso. Le società non libere, invece,
hanno regolarmente sviluppato un disprezzo per la legge, un atteggiamento
insensibile verso chi soffre e perfino una simpatia per il malfattore.
Devo considerare l’altra faccia della medaglia. Dovrebbe essere anche
ovvio che le conseguenze della libertà dipendono dai valori che gli
individui liberi perseguono. È impossibile affermare che una società libera
sviluppi sempre e necessariamente valori che approveremo o anche, come
vedremo, che essa difenda valori che sono compatibili con il mantenimento
della libertà. Tutto ciò che possiamo dire è che i valori in cui crediamo sono
il prodotto della libertà, che i valori cristiani in particolare si sono affermati
attraverso l’azione di uomini che con successo hanno resistito alla
coercizione dei governi e che è al desiderio di poter seguire le proprie
convinzioni morali che dobbiamo l’attuale salvaguardia della libertà
individuale. Forse a ciò possiamo aggiungere che solo le società che
sostenevano valori morali essenzialmente simili ai nostri sono

263
sopravvissute come società libere, mentre nelle altre la libertà è venuta
meno.
Tutto ciò spiega perché è estremamente importante che una società libera
sia basata su forti convinzioni morali, e spiega la ragione per cui, se
vogliamo preservare la libertà e la moralità, dobbiamo fare tutto ciò che è in
nostro potere per diffondere convinzioni morali appropriate. Tuttavia, ciò a
cui sono principalmente interessato è l’errore stando al quale, prima di
garantire loro la libertà, gli uomini devono essere buoni.
È vero che una società libera priva di un fondamento morale è una società
molto brutta in cui vivere. Tuttavia, è senz’altro meglio di una società non
libera e immorale; infatti, essa offre per lo meno la speranza di uno
sviluppo graduale di convinzioni morali che una società non libera rende
impossibili. Da questo punto di vista, temo di essere fortemente in
disaccordo con John Stuart Mill, il quale ha affermato che, fino a che gli
uomini non avranno la capacità di conseguire il meglio tramite il
convincimento o la persuasione, «non ci sarà per loro che un’implicita
obbedienza a un Akbar o un Carlo Magno, ammesso che siano tanto
fortunati da trovarne uno». A questo proposito, credo che T.B. Macaulay
abbia espresso la molto più grande saggezza di una tradizione più antica,
quando ha scritto:
molti politici del nostro tempo hanno l’abitudine di sentenziare che nessuna persona sarà
libera fin quando non sarà capace di usare la sua libertà. La massima è degna del folle,
come racconta una vecchia storia, che decise di non entrare nell’acqua fin quando non
avesse imparato a nuotare. Se gli uomini dovessero aspettare di ottenere la libertà solo
quando ritenuti saggi e buoni, dovrebbero in verità aspettare in eterno.

Ora, però, devo passare da quella che è semplicemente la riaffermazione di


una antica saggezza ad argomenti più critici. Ho detto che la libertà, per
operare bene, richiede non solo l’esistenza di forti convinzioni morali ma
anche l’accettazione di particolari valutazioni morali. Con ciò non intendo
dire che considerazioni moderatamente utilitaristiche contribuiranno ad
alterare le valutazioni morali di specifici argomenti. Né intendo sostenere
che, come ha detto Edwin Cannan,
dei due princìpi, equità e economia, l’equità sia in ultima istanza il più debole [...] il
giudizio dell’umanità su ciò che è giusto è soggetto a cambiamenti, e [...] una delle forze

264
che causa tale cambiamento è la ricorrente scoperta, da parte dell’umanità stessa, che ciò
che era ritenuto veramente giusto ed equo, in alcuni casi specifici è diventato, o forse è
sempre stato, non economico.

Anche questo è vero e importante, sebbene non possa essere raccomandato


a ogni persona. Sono interessato piuttosto ad alcune concezioni più generali
che mi sembrano la condizione essenziale di una società libera, senza cui
questa non può sopravvivere. Mi pare che le due cruciali siano la credenza
nella responsabilità personale e l’accettazione come giusto di un sistema
per cui le remunerazioni materiali siano fatte corrispondere al valore che i
servizi particolari di una persona hanno per i suoi simili, non alla stima in
cui la stessa persona è tenuta per i suoi meriti morali.
Devo essere breve sul primo punto – che trovo molto difficile. Qui gli
sviluppi moderni sono parte della storia della distruzione del valore morale,
distruzione determinata da un errore scientifico di cui mi sono recentemente
interessato – e allo studioso accade che la cosa su cui sta lavorando al
momento tende ad apparirgli come il più importante problema del mondo.
Tenterò, tuttavia, di dire ciò che è pertinente in pochissime parole.
Le società libere sono sempre state società in cui la credenza nella
responsabilità individuale è stata forte. Esse hanno permesso agli individui
di agire in base alla propria conoscenza e alle proprie convinzioni e hanno
trattato i risultati conseguiti come dovuti alle loro azioni. Lo scopo era di
fare in modo che per le persone valesse la pena di agire razionalmente e
responsabilmente e di persuaderle del fatto che i risultati conseguiti
dipendono principalmente dalle loro azioni. Quest’ultima convinzione
senza dubbio non è completamente corretta, ma ha avuto di certo uno
straordinario effetto sullo sviluppo dell’iniziativa e della valutazione delle
conseguenze.
Per una curiosa confusione, si è arrivati a pensare che tale credenza nella
responsabilità individuale sia stata confutata dalla crescente comprensione
del modo in cui gli eventi in generale, e le azioni umane in particolare, sono
determinati da certi tipi di cause. È probabilmente vero che abbiamo
raggiunto una conoscenza crescente dei tipi di circostanze che incidono
sull’azione umana – ma niente di più. Non possiamo certamente dire che un
atto conscio particolare di un uomo qualsiasi è il necessario risultato di
particolari circostanze che possiamo specificare – tralasciando la peculiare
individualità del soggetto, sviluppatasi in tutta una vita. Nel valutare i

265
meriti e i demeriti, possiamo servirci della nostra generica conoscenza di
come l’azione umana possa essere influenzata – cosa che facciamo allo
scopo di fare in modo che le persone agiscano in modo auspicabile. È su
questo limitato determinismo – contenuto nelle proporzioni giustificate
dalla nostra conoscenza – che si basa la credenza nella responsabilità,
mentre solo una credenza in qualche «io» metafisico collocato fuori dalla
relazione di causa ed effetto potrebbe giustificare l’opinione secondo cui è
inutile parlare della responsabilità personale delle azioni.
Tuttavia, la sommaria ed errata idea, ritenuta scientifica e che si oppone
alla responsabilità personale, ha avuto l’effetto molto grave di distruggere il
mezzo principale creato dalla società per assicurarsi un comportamento
decente – la pressione dell’opinione che fa sì che la gente osservi le regole
del gioco. E si è finiti a quel Myth of Mental Illness che un illustre
psichiatra, T.S. Szasz, ha di recente giustamente condannato.
Probabilmente non abbiamo ancora scoperto il modo migliore di insegnare
alle persone a vivere secondo le regole che rendono la vita nella società per
loro e i loro simili non troppo spiacevole. Ma, per quanto oggi ne sappiamo,
sono sicuro che non costruiremo mai una funzionante società libera senza
quella pressione di lodi e rimproveri che assume l’individuo come
responsabile del suo comportamento e che lo sottopone anche alle
conseguenze di un errore anche innocente.
Se però per una società libera è essenziale che la considerazione in cui
una persona è tenuta dai suoi simili dipenda dalla misura in cui la stessa
persona vive secondo quanto richiesto dalla legge morale, è anche
essenziale che la remunerazione materiale non sia determinata
dall’opinione dei suoi simili riguardo ai suoi meriti morali, ma dal valore
che essi assegnano ai particolari servizi che rende loro. Questo mi porta al
secondo punto fondamentale: la concezione di giustizia sociale che deve
prevalere affinché una società libera possa essere preservata. Questo è il
punto su cui i difensori di una società libera e i sostenitori del sistema
collettivistico sono principalmente divisi. E su questo punto, mentre i
difensori della concezione socialista di giustizia distributiva parlano spesso
molto chiaro, i sostenitori della libertà sono senza necessità timorosi di
rendere chiare le implicazioni dei loro ideali.
I semplici fatti sono questi: vogliamo che l’individuo sia libero perché,
solo se può decidere il da farsi può anche usare tutta la sua unica
combinazione di informazione, abilità e capacità che nessun altro può

266
completamente valutare. Oltre a porre l’individuo nelle condizioni di
esprimere le proprie potenzialità, dobbiamo anche consentirgli di agire in
base alle sue valutazioni delle varie possibilità e probabilità. Poiché non
conosciamo ciò che egli sa, non possiamo stabilire se le sue decisioni siano
giustificate; né possiamo sapere se il suo successo o il suo fallimento sia
dovuto ai suoi sforzi, alla sua prudenza o alla buona sorte. In altre parole,
dobbiamo guardare ai risultati, non alle intenzioni o ai motivi, e possiamo
permettergli di agire secondo la propria conoscenza solo se parimenti gli
consentiamo di ricevere ciò che i suoi simili vogliono pagargli per i suoi
servizi, senza riguardo al fatto di ritenere tale ricompensa adeguata al
merito morale che si è guadagnato o alla considerazione in cui lo teniamo
come persona.
Tale remunerazione, che è in accordo con il valore dei servizi resi, è
spesso inevitabilmente molto diversa da ciò che noi pensiamo del suo
merito morale. Questa è, credo, la principale fonte di insoddisfazione verso
il sistema della libera impresa e della richiesta, avanzata con clamore, di
«giustizia distributiva». Non è onesto né efficace negare che c’è una tale
discrepanza tra il merito morale o la considerazione che una persona può
ottenere grazie alle sue azioni e il valore dei servizi per cui lo paghiamo. Ci
poniamo in una posizione completamente falsa se tentiamo di rendere
plausibile questo fatto o dissimularlo. Non abbiamo neppure alcun bisogno
di farlo.
Mi sembra uno dei grandi meriti di una società libera la circostanza che la
remunerazione materiale non dipenda dal fatto che la maggioranza dei
nostri simili abbia simpatia per noi o ci stimi personalmente. Ciò significa
che, fino a che ci poniamo dentro le regole accettate, la pressione morale
può essere esercitata su di noi solo attraverso la stima di quelli che noi
stessi rispettiamo e non attraverso la distribuzione di risorse materiali da
parte di autorità sociale. Fa parte dell’essenza di una società libera il fatto
che possiamo essere ricompensati materialmente non per fare ciò che gli
altri ci ordinano di fare, ma per dare ad alcuni altri ciò che questi vogliono.
Il nostro comportamento dev’essere certamente guidato dal nostro desiderio
di ottenere la loro considerazione. Ma siamo liberi perché il successo dei
nostri sforzi quotidiani non dipende dal fatto che noi siamo graditi a
particolari persone o che graditi siano i nostri princìpi o la nostra religione e
perché possiamo decidere se la ricompensa materiale che gli altri sono
disposti a pagare per i nostri servizi vale i nostri sforzi.

267
Raramente sappiamo se una brillante idea che un uomo concepisce in un
dato momento, e che può rendere grande beneficio ai suoi simili, sia il
risultato di anni di impegno e di investimento preparatorio o se sia
un’improvvisa ispirazione resa possibile da un’accidentale combinazione di
conoscenza e circostanza. Sappiamo però che, dove c’è impegno, non vale
la pena rischiare se la scoperta non permette di avere dei benefici. E, poiché
non sappiamo come distinguere un caso dall’altro, dobbiamo permettere
all’uomo di ottenere un guadagno anche quando il suo successo dipende
dalla fortuna.
Non voglio negare, anzi voglio enfatizzare, che nelle nostre società la
considerazione personale e il successo materiale sono molto strettamente
legati. Dobbiamo essere molto più consapevoli del fatto che, se
consideriamo un uomo qualificato ad avere una alta ricompensa materiale,
questo non significa necessariamente che sia qualificato a ottenere una alta
stima. E, sebbene su tale punto ci sia spesso confusione, ciò non equivale a
dire che questa confusione sia un risultato necessario del sistema di libera
impresa – o che in generale il sistema di libera impresa sia più materialista
di altri ordini sociali. In verità, e questo mi porta all’ultimo punto di cui
voglio parlare, mi sembra per molti aspetti considerevolmente meno
materialista.
Infatti, la libera impresa ha sviluppato il solo tipo di società che, mentre
ci fornisce abbondanti mezzi materiali, se questo è ciò che principalmente
vogliamo, lascia anche l’individuo libero di scegliere tra ricompensa
materiale e non-materiale. La confusione di cui stavo parlando – tra il
valore che i servizi dell’uomo hanno per i suoi simili e la considerazione di
cui è degno per il suo merito morale – può spingere a considerare
materialista una società caratterizzata dalla libera impresa. Ma il modo di
prevenire ciò è certamente non quello di porre il controllo di tutti i mezzi
materiali sotto una singola direzione, di fare della distribuzione dei mezzi
materiali il principale interesse di tutti gli sforzi comuni e perciò di rendere
la politica e l’economia inestricabilmente legate.
Una società caratterizzata dalla libera impresa può almeno essere una
società pluralista, che conosce non una singola gerarchia di fini, ma che ha
molti differenti princìpi su cui la stima è basata; ed è qui che il successo
non è la sola evidenza, né è considerato come prova certa del merito
individuale. Può essere vero che in periodi di crescita molto rapida della
ricchezza, in cui molti godono dei benefici della ricchezza per la prima

268
volta, ci sia la tendenza a considerare predominante l’interesse per il
progresso materiale. Fino a poco tempo fa, molti esponenti delle classi più
agiate erano soliti etichettare come materialistici i periodi economicamente
più attivi, periodi a cui si deve il sostegno materiale che ha reso loro facile
dedicarsi ad altre cose.
Piuttosto che coincidere con essi, periodi di grande creatività culturale e
artistica hanno in generale fatto seguito a periodi di grande crescita della
ricchezza. Penso che questo dimostri non che una società libera dev’essere
dominata da interessi materiali, ma piuttosto che, laddove esiste la libertà, è
il clima morale nel suo più vasto significato, i valori in cui le persone
credono, a determinare la principale direzione delle loro attività. Gli
individui e le comunità, quando sentono che altre cose sono più importanti
del progresso materiale, puntano su quelle. Non è certamente tramite lo
sforzo di rendere la remunerazione materiale corrispondente a tutto il
merito, ma solo mediante il sincero riconoscimento che ci sono altri e più
importanti traguardi del successo materiale che possiamo salvaguardare noi
stessi dal diventare troppo materialisti.
Quando un sistema lascia all’individuo decidere se preferire un guadagno
materiale ad altri tipi di benefici, invece di decidere al suo posto, è
sicuramente ingiusto condannarlo come più materialistico. C’è in verità
poco merito nell’essere idealisti allorché la provvista dei mezzi materiali
necessari per fini idealistici è lasciata ad altri. Una persona merita credito
solo quando può scegliere di fare un sacrificio materiale per un fine non
materiale. Il desiderio di essere sollevato dalla scelta e di ogni altra
necessità di sacrificio personale non mi sembra certo particolarmente
idealistico.
Devo dire che trovo l’atmosfera del Welfare State avanzato in ogni senso
più materialistica di quella di una società basata sulla libera impresa. Se
questa dà agli individui molta più possibilità di servire i propri simili per
mezzo della ricerca di scopi puramente materialistici, essa fornisce loro
anche l’opportunità di perseguire ogni altro scopo considerato più
importante. Bisogna comunque ricordare che il puro idealismo di uno scopo
è discutibile, se i mezzi materiali necessari al suo conseguimento vengono
forniti da altri.
In conclusione, voglio per un momento tornare al punto da cui ho
cominciato. Quando difendiamo il sistema della libera impresa, dobbiamo
sempre ricordare che esso ha a che fare solo con mezzi. Ciò che facciamo

269
della nostra libertà è davanti a noi. Non dobbiamo confondere l’efficienza
nel procurare i mezzi con gli scopi che essi servono. Una società che non
abbia altro parametro che l’efficienza sarà in verità sciupona più che
efficiente. Se gli uomini devono essere liberi di usare le proprie attitudini
per fornirci i mezzi che vogliamo, dobbiamo ricompensarli secondo il
valore che quei mezzi hanno per noi. Nondimeno, dobbiamo stimarli solo
in base all’uso che essi fanno dei mezzi a loro disposizione.
Incoraggiamo l’utilità con tutti i mezzi, ma non confondiamo questa con
l’importanza dei fini che gli uomini perseguono. È motivo di vanto per il
sistema di libera impresa rendere almeno possibile che ogni individuo,
mentre serve i suoi simili, possa farlo per i suoi fini. Ma il sistema è esso
stesso un mezzo e le sue infinite possibilità devono essere usate al servizio
di scopi che esistono a parte.

270
17.
Che cos’è il sociale? Cosa significa?*

Fatta eccezione che per i campi della filologia e della logica, ci sono
probabilmente pochi casi in cui si potrebbe essere giustificati per il fatto di
dedicare un intero articolo al significato di una singola parola. Tuttavia,
qualche volta tale piccola parola non solo fa luce sul processo di evoluzione
delle idee e sulla storia degli errori umani, ma spesso esercita anche un
potere irrazionale che diventa evidente solo quando, attraverso l’analisi,
mettiamo a nudo il suo vero significato. Dubito che esista un esempio
migliore di quello offerto dal ruolo che la parola «sociale» per cento anni
ha giocato – e sta ancora giocando nell’ambito dei problemi politici – della
poco compresa influenza, che può essere esercitata da una singola parola.
Abbiamo una tale familiarità con essa, e la consideriamo così tanto come
una faccenda di ordinaria amministrazione, da essere poco consapevoli di
qualsiasi problema che riguardi il suo significato. L’abbiamo accettata per
tanto tempo come la naturale descrizione di buona condotta e di sincera
riflessione che mi sembra quasi sacrilego perfino domandare cosa significhi
realmente questa parola, considerata da tanti uomini come l’astro che guida
le loro aspirazioni morali. In verità, sospetto piuttosto che la maggioranza
dei miei lettori, sebbene non possa essere sufficientemente sicura del
significato del termine «sociale», abbia pochi dubbi che esso indichi un
ideale a cui tutti gli uomini buoni dovrebbero conformare il loro
comportamento e sospetto anche che sperano che io adesso dica
esattamente cosa significa. Lasciatemi dichiarare subito che, da tale punto
di vista, questo saggio sarà una delusione; la prima conclusione a cui mi ha
condotto un esame meticoloso del termine e del suo significato è che anche
una parola così straordinariamente forte come questa può essere
incredibilmente priva di significato e può non offrire alcuna risposta al
nostro interrogativo.
Generalmente parlando, non sono per niente favorevole al nuovo
passatempo della semantica, che trae particolare soddisfazione dallo

271
sviscerare il significato delle parole che sono a noi tutti familiari. Del pari,
non ho alcun desiderio di rovesciare le posizioni e, per una volta, di usare
contro i concetti dei riformatori radicali la tecnica che è stata usata finora
quasi esclusivamente contro i valori tradizionali del mondo libero. Tuttavia,
vedo nell’ambiguità della parola e nel modo sciatto in cui essa è
normalmente usata un reale pericolo per la chiarezza del pensiero, per la
possibilità di discutere in modo ragionato su un grande numero di nostri
seri problemi. Non è un compito piacevole, lo ammetto, dover scostare il
roseo velo in cui tale «buona» parola è stata capace di avvolgere tutte le
nostre discussioni sui problemi di politica interna; ma è un compito
veramente importante e che deve essere intrapreso. Il fatto che, per tre o
quattro generazioni, sia stata considerata quasi la garanzia per gli uomini
buoni che l’hanno costantemente utilizzata non deve condurre a trascurare
l’altro fatto che molto presto il non usarla sarà inevitabilmente considerato
come una garanzia di chiarezza di pensiero.
È bene che qui spieghi, per quel che mi riguarda, in che modo è accaduto
che un certo disagio, connesso all’uso della parola «sociale» si sia
trasformato in aperta ostilità e mi abbia spinto a considerare tale parola un
reale pericolo. Ciò è dipeso dal fatto che non solo molti miei amici in
Germania la ritenevano adatta (e desiderabile) a trasformare l’espressione
«economia di libero mercato» in «economia sociale di mercato», ma la
consideravano anche idonea per la costituzione della Repubblica Federale
di Germania, che invece di aderire alla limpida e tradizionale concezione di
uno «Stato di diritto», avrebbe dovuto utilizzare la nuova e ambigua
espressione «Stato sociale di diritto». Dubito moltissimo che qualcuno
possa realmente spiegare cosa possa denotare l’aggiunta di questo fronzolo
aggettivale. Ma, in ogni caso, esso ha dato a me molto da pensare, e
l’espressione «Stato sociale di diritto» darà in futuro ai giuristi molte gatte
da pelare.
Come che sia, la conclusione finale che emerge dalle mie riflessioni è che
la parola «sociale» è diventata un aggettivo che priva ogni frase del suo
chiaro significato, la adatta e la trasforma in una frase di elasticità illimitata,
le cui implicazioni, se sono inaccettabili, possono sempre essere alterate, e
il cui uso, come regola generale, serve semplicemente a nascondere la
mancanza di un reale accordo, malgrado il ricorso a una formula su cui
apparentemente si suppone che ci sia accordo. In larga misura, mi sembra
che sia la capacità di mascherare slogan politici, in modo che vadano bene

272
per tutti i gusti, che frasi come «economia sociale di mercato» e simili
devono la loro esistenza. Quando tutti noi usiamo una parola che confonde
sempre le idee, e non chiarisce mai il problema, che pretende di dare una
risposta dove non ne esiste alcuna e che, ancor peggio, è così spesso usata
per celare aspirazioni che certamente non hanno niente a che fare con il
comune interesse, allora è ovviamente arrivato il momento di una radicale
operazione, che ci renda liberi dall’influenza disorientante di questo magico
incanto.
Niente pone in evidenza più chiaramente il ruolo giocato nel nostro modo
di pensare dall’interpretazione del significato del termine «sociale» del
rilevante fatto che, nel corso degli ultimi decenni, questa parola, in tutte le
lingue a me conosciute e a un livello sempre crescente, ha preso il posto
della parola «morale» o semplicemente «buono». Si getta una penetrante
luce sul problema, se ci domandiamo che cosa vogliamo esattamente dire
quando parliamo di sentimento o comportamento «sociale», mentre invece i
nostri nonni o bisnonni avrebbero semplicemente detto che un uomo è un
buon uomo o che la sua condotta è etica. Un uomo era un tempo
considerato buono se obbediva alle norme morali, ed era un buon cittadino
quando agiva in modo conforme alle leggi del suo Paese. Ebbene, che cosa
è implicito in questo nuovo appello rivoltoci dalla destata «coscienza
sociale» e che conduce alla distinzione tra «semplice» moralità e senso
«sociale»?
Per prima cosa, tale distinzione è stata senza dubbio una lodevole spinta a
portare le nostre riflessioni più lontano di quanto avessimo l’abitudine di
fare e una spinta a considerare, nelle nostre azioni e nelle nostre attitudini,
la situazione e i problemi di tutti i membri della nostra società. Tuttavia, per
comprendere a pieno quel che con ciò si voleva intendere, dobbiamo
tornare indietro, a com’era la situazione quando la «questione sociale» è
diventata per la prima volta argomento di discussione pubblica. Nella metà
del secolo scorso, parlando in forma approssimativa, la situazione era tale
che la discussione politica e l’assunzione di decisioni politiche era
confinata a una piccola classe dirigente; e c’erano buoni motivi per
ricordare agli esponenti di questa classe superiore che essi erano
responsabili della sorte dei gruppi più poveri e più numerosi della
comunità, i quali avevano poca o nessuna voce in capitolo nel governo del
Paese. È stato in quel periodo – quando il mondo civilizzato ha scoperto
che esisteva un «sottomondo» che lo stesso mondo civilizzato sentiva di

273
dover «emancipare», per evitare di essere inghiottito da quello, e prima
dell’era della democrazia moderna e del suffragio universale – che il
termine «sociale» ha assunto il significato di provvedere a quelli che sono
incapaci di capire quali siano i loro stessi interessi – un concetto che
sembra piuttosto anacronistico, in un’epoca in cui sono le masse a
esercitare il potere politico.
Accanto alla sfida consistente nell’occuparsi di problemi della cui
esistenza molti erano stati fino ad allora inconsapevoli, c’è stata però
un’altra scuola di pensiero che, pure se affine, ha operato una distinzione
tra la necessità di un pensiero e un comportamento «sociale» e la richiesta
di parametri etici tradizionalmente accettati. Le regole a cui alludevano i
suoi esponenti si riferivano alla situazione concreta e riconosciuta, in cui un
uomo si veniva a trovare, e prescrivevano ciò che egli dovesse fare o
trattenersi dal fare senza riguardo alle conseguenze (un uomo, per esempio,
non deve mentire o ingannare, anche se può essere a lui o a qualcun altro
vantaggioso che lo faccia). La richiesta di un pensiero «sociale» conteneva
invece anche la richiesta di prendere coscientemente in considerazione
anche le conseguenze molto remote delle nostre azioni e di regolare il
nostro comportamento in accordo a ciò.
Da questo punto di vista, la richiesta di una condotta sociale differiva in
modo basilare dalle norme di moralità e giustizia tradizionalmente
accettate, che in via di principio prevedono che un uomo dia la dovuta
considerazione solo a quelle conseguenze delle sue azioni che in normali
circostanze gli appaiono evidenti; da ciò consegue facilmente che un uomo
arrivi a considerare molto desiderabile essere istruito, riguardo a ciò che
deve o non deve fare, da qualche persona dotata di più grande conoscenza e
giudizio di lui. Tutta l’idea di un comportamento sociale è perciò
strettamente legata al desiderio di un progetto di vasta portata, comprensivo
di tutta la scena sociale, e di un codice di comportamento sociale basato su
quello e in accordo con un piano uniforme e ordinato. Implicito in questa
concezione, è anche il desiderio di vedere ogni attività individuale diretta a
definiti scopi e compiti «sociali», subordinati agli interessi della
«comunità». Di tali compiti e fini l’individuo può rendersi conto o no, ma
in ogni caso essi non potranno essere realizzati se egli, pur agendo in modo
conforme alle tradizionali regole di condotta e di giustizia, dedica le sue
attività solamente alla promozione delle sue esclusive aspirazioni.
Quarant’anni fa, il sociologo di Colonia, Leopold von Wiese, ha rivolto

274
la sua attenzione a questa piuttosto particolare interpretazione dell’idea che
si trova dietro la parola «sociale». In un saggio pubblicato nel gennaio del
19191, egli ha osservato:
solo quelli che sono stati giovani nell’«era sociale» – i decenni immediatamente
precedenti la guerra – possono capire quanto sia stata forte la tendenza a considerare la
sfera sociale come sostituto di quella religiosa. In quei giorni, vi è stata una drammatica
manifestazione – quella dei pastori sociali. Anche i filosofi hanno subito il loro
incantesimo. Un gentiluomo particolarmente loquace ha scritto un voluminoso libro,
intitolato The Social Question in the Light of Philosophy [...]. Nel frattempo, in ogni
parte dell’Europa, e particolarmente in Germania, il lavoro sociale è stato incoronato con
l’aureola. Giudicato razionalmente, il valore relativo di tutte le politiche sociali e delle
attività caritatevoli è molto considerevole, ma i suoi limiti devono essere riconosciuti
molto chiaramente. Essere «sociale» non è lo stesso che essere buono o «virtuoso agli
occhi del Signore».

Che l’uso della parola «sociale», utilizzata in sostituzione della più


semplice parola «morale», rappresenti un completo cambiamento, quasi un
totale rovesciamento del suo significato originale, diventa però evidente
solo quando andiamo indietro di circa duecento anni, al tempo in cui il
concetto di società è stato scoperto per la prima volta – o in ogni caso è
diventato per la prima volta argomento di discussione scientifica –, e ci
domandiamo che cosa esattamente si supponeva denotasse. Di certo è stato
introdotto per descrivere quel sistema di relazioni umane che si è sviluppato
spontaneamente in quanto distinto dalla deliberata organizzazione dello
Stato. Usiamo ancora la parola nel suo significato originale, quando
parliamo di «forze sociali» o di «strutture sociali», come il linguaggio o i
costumi, oppure quando parliamo dei diritti che gradualmente sono giunti a
essere riconosciuti e li contrapponiamo ai diritti che sono stati
deliberatamente statuiti; e l’obiettivo di ciò è quello di mostrare che tutto
ciò non è stato la creazione di una volontà individuale, ma il risultato
imprevisto dell’attività casuale di innumerevoli individui e generazioni. Il
sociale vero e proprio è, per sua natura, anonimo, non razionale, non è il
risultato di un ragionamento logico, ma la conseguenza di un processo di
evoluzione e selezione sovra-individuale, a cui l’individuo sicuramente dà
il suo contributo, ma le cui parti componenti non possono essere dominate
da una singola mente.

275
Si è capito che esistono forze operanti in modo totalmente indipendente
dalle aspirazioni del genere umano e che la combinazione delle loro attività
dà origine a strutture che incoraggiano gli sforzi dell’individuo, anche se
esse non sono state consapevolmente progettate; è stata questa la scoperta
che ha portato all’introduzione del concetto di società, in quanto distinta
dallo Stato deliberatamente creato e diretto.
Come il significato del termine sia cambiato in fretta, fino a essere
trasformato quasi nell’opposto di quello originale, diventa chiaro quando
consideriamo ciò che la parola indica nell’espressione, usata molto
frequentemente, «ordine sociale». Questa espressione può, di certo, essere
usata nel senso di qualcosa creato spontaneamente dalla società stessa.
Tuttavia, generalmente la parola «sociale» denota nulla di più che una cosa
o l’altra connessa alla comunità, se non, addirittura, soprattutto il solo tipo
di ordine che tante persone sono capaci di immaginare, cioè una struttura
sociale che è stata imposta da fuori con forza, per così dire sulla comunità.
Sono veramente pochi coloro che oggi comprendono l’affermazione di
Ortega y Gasset, secondo cui «l’ordine non è una forza imposta sulla
società da fuori, ma un equilibrio che si costituisce da dentro»!
Se acconsentiamo a definire «sociali» non solo quelle forze coordinanti
che arrivano a essere il risultato dell’attività indipendente dell’individuo
nella comunità, ma anche ogni altra cosa che abbia in ogni caso a che fare
con la comunità, la differenza essenziale viene completamente cancellata.
Rimane allora poco o niente che non sia «sociale» in un senso o nell’altro e
la parola diventa, a tutti gli effetti, senza significato. Occorre quindi che
questi diversi significati siano separati. Per il momento, manteniamoci
aderenti al significato di «peculiare alla società» o «che scaturisce da un
processo specificatamente sociale» – che è il significato in cui usiamo il
termine quando parliamo di strutture sociali e di forze sociali. È questo il
senso in cui abbiamo un urgente bisogno di detta parola, e il vero
significato che vorrei vedere a essa riservato. Esso è ovviamente abbastanza
differente dal senso in cui la parola è usata in espressioni come
«consapevolezza sociale», «coscienza sociale», «attività sociali»,
«benessere sociale», «politica sociale», «legislazione sociale», ed è
differente dall’altro significato, implicito nelle espressioni «assicurazione
sociale», «diritti sociali» o «controllo sociale». Una delle più sorprendenti,
anche se familiari, combinazioni di questo tipo è l’espressione «democrazia
sociale». Mi piacerebbe molto conoscere di quali finalità di una democrazia

276
si possa dire che non sono sociali e perché. Dico però ciò solo di passaggio.
Il punto realmente importante è che tutte queste combinazioni hanno
poco a che fare con il carattere specifico delle forze sociali e che, in
particolare, la differenza tra quelle che si sono sviluppate spontaneamente e
quelle che sono state deliberatamente organizzate dallo Stato è
completamente scomparsa. Nella misura in cui la parola «sociale» non
significa semplicemente «della comunità», essa non dovrebbe ovviamente
significare neppure «nell’interesse della società» o «in accordo con il volere
della società», cioè della maggioranza, o talvolta forse «un obbligo della
società» nei confronti della relativamente meno fortunata minoranza. Non
propongo qui di discutere la questione del perché la parola piuttosto
indefinita «società» venga preferita a termini precisi e concreti come «il
popolo», «la nazione» o «i cittadini di uno Stato», sebbene essa si riferisca
a questi ultimi. La cosa importante, per me, è che in tutti questi usi la parola
«sociale» presuppone l’esistenza di scopi conosciuti e comuni dietro le
attività di una comunità, ma non li definisce. Si assume semplicemente che
la «società» abbia certi compiti concreti, conosciuti a tutti e ammessi da
tutti, e che la «società» dovrebbe volgere gli sforzi dei suoi singoli membri
alla realizzazione di tali compiti. La «società» assume in tal modo una
doppia esistenza: è, in primo luogo, un’entità collettiva pensante, con
aspirazioni sue proprie, che sono differenti da quelle degli individui che la
compongono; e, in secondo luogo, identificandosi con essi, diventa la
personificazione delle opinioni che certi individui hanno in merito a tali
aspirazioni sociali, individui che esigono di essere dotati di una più
profonda penetrazione o di un più forte senso dei valori morali. Ciascuno
vorrà abbastanza frequentemente che le proprie opinioni e le proprie
aspirazioni siano «sociali», e vorrà che quelle dei suoi oppositori siano
ignorate in quanto «antisociali». Non c’è bisogno, credo, di sottolineare
che, quando la parola «società» è usata nel senso di «servire gli interessi
della società», essa certamente solleva un problema ma non dà alcuna
soluzione. Dà precedenza a certi valori a cui la società dovrebbe aderire, ma
non li descrive. Se fosse rigorosamente usata in questo senso, non ci
sarebbero, credo, obiezioni. In realtà, però, non solo compete sotto
molteplici punti di vista con i valori etici esistenti, ma ne indebolisce anche
il prestigio e l’influenza. In verità, giungo sempre più alla convinzione che
la utilizzazione di questa parola elastica, cioè «sociale», per denotare valori
che abbiamo sempre descritto come «morali», possa essere una delle cause

277
principali della diffusa degenerazione del senso morale nel mondo.
La prima grande differenza, a cui ho già accennato, deriva dal fatto che le
norme di comportamento etico consistono di regole astratte e generali, a cui
siamo chiamati a obbedire, senza riguardo per quali possano essere le
conseguenze e molto spesso anche senza conoscere perché è desiderabile
che si agisca in un modo particolare o nell’altro. Queste regole non sono
mai state inventate e nessuno, finora, è mai riuscito a dare un fondamento
razionale all’intero esistente sistema di comportamenti etici. Per come le
vedo, queste regole sono prodotti genuinamente sociali, il risultato di un
processo di evoluzione e selezione, l’essenza distillata di esperienze di cui
noi stessi non abbiamo alcuna conoscenza. Esse hanno acquistato
generalizzata autorità, perché i gruppi in cui si sono affermate hanno
provato che erano più efficaci di quelle di altri gruppi. La loro pretesa di
essere osservate non è basata sul fatto che l’individuo sia consapevole delle
conseguenze che scaturiscono dal non rispettarle, bensì esemplificano il
riconoscimento del fatto fondamentale che la maggior parte di queste
conseguenze concrete vanno al di là della nostra comprensione e che le
nostre azioni non ci conducono al costante conflitto con i nostri simili solo
quando esse sono orientate da regole che pagano il dovuto rispetto alle
circostanze in cui è previsto che ci affidiamo a esse. È tuttavia contro la
vera natura di tutte queste regole di comportamento etico e di giustizia che
opera quel falso razionalismo, a cui deve la propria origine il concetto di
«interesse sociale». Il razionalismo rifiuta di essere guidato da qualsiasi
cosa che non si sottoponga alla sua totale comprensione; esso riserva a se
stesso il diritto di decidere ciò che è desiderabile in ogni singolo caso,
perché pretende di essere pienamente consapevole di ogni possibile
conseguenza; rifiuta inoltre di obbedire a qualsiasi regola, ma insiste nel
perseguire scopi definiti e concreti. Così facendo, viola però ogni principio
fondamentale di condotta etica, giacché un accordo che riguardi
l’importanza di qualsiasi aspirazione è possibile solo se è raggiunto
all’unisono e in aderenza a regole generali accettate, che sono a loro volta
di difficile razionalizzazione. Perciò, indebolendo il rispetto per le regole e
per il «semplice» comportamento etico, la richiesta di «comportamento
sociale» distrugge le basi su cui essa stessa è costruita.
Lo sganciamento della concezione di ciò che è «sociale» da regole morali
che non sono stabilite esplicitamente, o di cui semplicemente non siamo
consapevoli, è evidenziata nel modo più chiaro dal fatto che porta a

278
un’estensione del concetto di giustizia a campi in cui essa non è
applicabile2. La richiesta di una più giusta ed eguale distribuzione delle
risorse mondiali è diventata oggi una delle principali richieste «sociali». E
tuttavia l’applicazione del concetto di giustizia alla distribuzione esige una
remunerazione in base al merito, e il merito non può essere valutato sulla
base del successo, ma solo sulla base della misura in cui sono state
osservate regole morali conosciute. La remunerazione secondo il merito
presuppone perciò che noi conosciamo tutte le circostanze che ci
conducono a un’azione specifica. Ma in una società libera all’individuo è
permesso di decidere da sé le proprie azioni, perché non conosciamo le
circostanze che determinano quanto meritorio sia il suo successo. In una
società libera, è quindi necessario remunerare gli individui secondo il
valore dei servizi resi effettivamente ai propri simili, un valore che spesso
ha poco a che fare con il merito soggettivo che essi hanno prodotto nel
renderli. Il concetto di giustizia si può applicare solo nella misura in cui
tutti siamo ricompensati secondo il valore dei risultati oggettivi dei nostri
sforzi e non secondo il giudizio espresso da qualcuno sul merito acquisito.
Una tale richiesta, di una remunerazione cioè in base al merito, non ha
spazio in una società libera, perché non si possono conoscere o isolare tutte
le circostanze che determinano il merito personale di una persona. Il
tentativo di una parziale applicazione del principio della remunerazione
secondo il merito può comunque portare a una situazione di ingiustizia
generale, giacché significa che persone differenti sono ricompensate
secondo criteri differenti. Tale abuso del concetto di giustizia conduce alla
fine alla distruzione del senso di giustizia.
In realtà, le cose al riguardo vanno anche peggio. Poiché nei problemi
relativi alla distribuzione non esiste alcun metro di giustizia, quando si
devono prendere delle decisioni, inevitabilmente e inaspettatamente si
insinuano altri e meno nobili sentimenti. Che la parola «sociale» sia in
questo contesto usata così frequentemente solo come un mantello con cui
coprire l’invidia, un sentimento che John Stuart Mill ha giustamente
descritto come la passione più antisociale di tutte3, dovrebbe essere chiaro,
e ciò, anche se presentato nella forma abbellita di una richiesta morale, è
una delle peggiori conseguenze che dobbiamo all’uso sconsiderato della
parola «sociale».
Un terzo prodotto della predominanza dell’idea «sociale» è il suo effetto
anti-etico, la distruzione del senso di responsabilità personale.

279
Originariamente ci si aspettava che l’appello al senso sociale ci conducesse
a una molto più aperta accettazione della responsabilità personale. Ma la
confusione che ha gettato sugli altri scopi a cui l’individuo dovrebbe
aspirare, tra la considerazione delle ripercussioni sociali e i comportamenti
sociali – nel senso di collettivi – e tra gli obblighi morali dell’individuo
verso la comunità e le sue rivendicazioni su di essa, ha gradualmente
minato quel senso di responsabilità personale che è la base di tutta l’etica.
Ogni tipo di movimento intellettuale ha dato a ciò il suo contributo; è un
tema su cui non posso scendere in dettaglio, ma che, come la «psicologia
sociale», naviga nella maggior parte dei casi sotto la bandiera del «sociale».
In verità, mi sembra che ci siano pochi dubbi sull’intero processo, che ha
portato a confondere completamente il problema relativo alla responsabilità
personale, assolvendo da una parte l’individuo da tutte le responsabilità nei
confronti del suo ambiente immediato e attribuendogli, per altro verso,
vaghe e indefinite responsabilità per cose che non sono chiaramente
evidenti; il che, in termini generali, ha condotto a una considerevole
diminuzione del senso di responsabilità personale dell’uomo. Senza
addossare al singolo alcun nuovo e chiaro obbligo a cui debba rispondere
con gli sforzi personali, ciò ha cancellato l’individuazione di ogni
responsabilità e ha avanzato un permanente invito a formulare ulteriori
richieste o a fare del bene a spese degli altri.
In quarto luogo, ponendo l’accento su scopi concreti e su richieste di
vantaggi, questi «movimenti sociali» hanno impedito più che promosso
l’affermazione, veramente essenziale, di genuini princìpi di etica politica.
Tutta l’etica e la giustizia sono basate, sicuramente, sull’applicazione a casi
concreti di princìpi generali astratti; il detto che il fine giustifica i mezzi è
stato a lungo considerato giustamente la negazione di tutto ciò che è etico.
Tuttavia, si ricade proprio in ciò, allorché oggi così frequentemente si
chiede la dovuta considerazione dell’«aspetto sociale». Quanto al genuino
prodotto dell’evoluzione sociale, come la giustizia e l’etica, si pretende,
nell’interesse della volontà sociale del momento, che sia giustificato
trascurare quei princìpi per conseguire scopi immediati.
Sfortunatamente, ho poco spazio per analizzare in ogni dettaglio le
ragioni per cui le regole di etica politica, come tutte le altre regole di etica,
sono, per loro natura, princìpi di lungo termine, e che, per tale ragione, non
devono essere giudicate sulla base degli effetti generati in un singolo caso.
Più importante, dal nostro punto di vista, è il fatto che è solo come risultato

280
di un lungo e incontaminato processo di evoluzione che queste regole sono
in grado di emergere e di acquistare autorità. Solo quando, nella vita di tutti
i giorni, l’adesione a un principio arriva a essere considerata più importante
del successo in un singolo caso, e solo quando riconosciamo che il rispetto
di un obbligo è giustificato solamente perché deriva da princìpi generali e
mai perché è l’espediente per il perseguimento di uno scopo concreto,
possiamo sperare che un principio generale di etica politica giunga a essere
gradualmente accettato da tutti. Qualsiasi codice di etica «sociale»
dev’essere basato su regole che sono legate al comportamento di tutti i
componenti della società, ma mi sembra che oggi siamo lontani, più di
quanto lo fossimo in passato, dal riconoscimento di ciò.
Di certo, c’è stato un tempo in cui la consapevolezza di ciò che era giusto
e corretto ha imposto dei limiti etici all’uso della coercizione da parte della
società per i suoi fini. L’ideale di libertà dell’individuo era uno e, in verità,
il più importante delle regole etiche di comportamento politico che un
tempo godevano di universale riconoscimento. Gli ideali di libertà e di
indipendenza, di essere responsabili verso la propria coscienza e del
rispetto per l’individuo sono andati tutti perduti sotto la spinta dominante
della concezione del «sociale». Accade però che è l’accoglimento delle
forze spontanee della libertà a costituire un effettivo servizio per la
società – ciò che si è sviluppato, in quanto distinto da ciò che è stato
deliberatamente creato – e per l’ulteriore rafforzamento delle forze creative
del processo sociale. Ciò che abbiamo sperimentato sotto la bandiera del
concetto di «sociale» è una metamorfosi che ha trasformato il servizio alla
società nella richiesta di un assoluto controllo della società, si è passati cioè
dalla richiesta di una subordinazione dello Stato alle libere forze della
società alla richiesta di subordinazione della società allo Stato. Se
all’intelletto umano è consentito imporre un modello precostituito alla
società, se alle nostre facoltà raziocinanti è consentito di avanzare la pretesa
di un monopolio dello sforzo creativo (e perciò dell’esclusivo
riconoscimento di risultati premeditati), allora non dobbiamo essere
sorpresi se la società, come tale, cessa di funzionare come una forza
creativa. E in particolare non dobbiamo essere sorpresi se, da una politica
basata sull’ideale dell’uguaglianza materiale, emerge una società di massa,
organizzata sicuramente in modo più completo ma priva di una qualsiasi
articolazione spontanea. Un vero servizio al concetto di «sociale» non è
reso con l’imposizione di un’assoluta autorità o leadership, né esso consiste

281
in uno sforzo comune verso uno scopo comune, ma piuttosto nel contributo
che ognuno di noi e tutti rendiamo a un processo che è più grande di
ciascuno di noi, e da cui emerge costantemente qualcosa di nuovo, qualcosa
di imprevisto e che può prosperare solo nella libertà. Come ultima risorsa,
ci troviamo costretti a ripudiare l’ideale che sta dietro il concetto di
«sociale», perché è diventato l’ideale di coloro che per principio negano
l’esistenza di una vera società e che desiderano ciò che è artificialmente
costruito e razionalmente controllato. In questo contesto, mi sembra che
molte cose che oggi si pretende di considerare come sociali siano, nel senso
più profondo e più vero della parola, interamente e completamente
antisociali.

282
Parte terza
Economia

283
18.
L’economia, la scienza e la politica*

18.1 L’assunzione di nuovi incarichi e il passaggio a una nuova sfera di


attività sono, per un docente universitario, un’occasione salutare per
rendere conto dei risultati dei propri sforzi. Questo è poi certamente più
vero quando, dopo lunghi anni di studio in varie parti del mondo, che sono
stati dedicati più alla ricerca che all’insegnamento, egli parla per la prima
volta dal posto in cui spera, per il resto della sua vita attiva, di trasmettere i
frutti della propria esperienza.
Non so a quale buona stella debba il fatto che per la terza volta nel corso
della mia vita questa facoltà mi ha onorato dell’offerta di una cattedra, che
avrei certamente scelto se una scelta assolutamente libera al riguardo fosse
mai stata possibile. Il trasferimento in questo luogo posto non solo nel
cuore dell’Europa, esattamente a metà strada fra Vienna e Londra, le due
città che mi hanno formato intellettualmente, ma anche in Vorder-
Oesterreich1, dopo aver trascorso una dozzina d’anni nel Nuovo Mondo, è
per me un po’ come tornare a casa, e ciò nonostante il fatto che il mio
arrivo a Friburgo conti solo pochi giorni. Attribuisco inoltre un valore
particolare all’opportunità di insegnare ancora in una facoltà di
giurisprudenza, in un’atmosfera alla quale devo tutto ciò che ho appreso.
Dopo che una persona si è sforzata per trent’anni di insegnare l’economia a
studenti che non possiedono conoscenza alcuna della legge o della storia
delle istituzioni giuridiche, può accadere che tale persona qualche volta
cada nella tentazione di chiedersi se la separazione fra gli studi economici e
giuridici non sia stata forse, tutto sommato, un errore. Per quanto mi
riguarda, sebbene io abbia serbato poca memoria del diritto positivo, sono
in ogni caso sempre stato grato al fatto che, quando ho iniziato lo studio
dell’economia, ciò era possibile solo come parte degli studi giuridici.
Una menzione speciale è dovuta ai rapporti personali con quei colleghi
che per decenni mi hanno consentito di rimanere in contatto con questa
università. Sfortunatamente, questi rapporti sono cessati con la prematura

284
scomparsa di quei miei coetanei ai quali mi aveva avvicinato la stessa
comunanza di convinzioni. Con Adolf Lampe e con il mio predecessore in
questa cattedra, Alfons Schmitt, che purtroppo non ho mai conosciuto di
persona, mi sono tenuto a lungo in contatto, data l’esistenza di comuni
interessi che occasionalmente erano sfociati in uno scambio di vedute
effettuato per corrispondenza. Con Leonhard Miksch ho inoltre condiviso le
fatiche dell’elaborazione di una filosofia economica per una società libera.
Di gran lunga la più importante è stata comunque per me l’amicizia con
l’indimenticabile Walter Eucken, durata molti anni e basata sul più stretto
accordo su problematiche tanto di natura scientifica, quanto di natura
politica. Durante gli ultimi anni della sua vita, questa amicizia aveva
portato a una stretta collaborazione; e mi piacerebbe approfittare di questa
opportunità per raccontarvi della straordinaria reputazione che in quel
periodo Eucken aveva guadagnato di fronte al mondo intero.
Più di quindici anni fa – meno di due anni dopo la fine della guerra – mi
ero impegnato a organizzare una conferenza internazionale di economisti,
giuristi e storici del mondo occidentale, che fossero tutti fortemente
interessati alla preservazione della libertà personale. La conferenza si
sarebbe dovuta tenere in Svizzera e, a quel tempo, non solo era ancora
incredibilmente difficile per un tedesco entrare in Svizzera, ma era anche
per noi fonte di una certa apprensione ed esitazione, per quanto ciò quindici
anni dopo possa fortunatamente sembrare curioso, l’idea stessa di voler fare
incontrare tra loro studiosi che fino a così poco tempo prima erano
appartenuti a campi avversi. I miei amici e io avevamo inizialmente sperato
di far entrare in Svizzera lo storico Franz Schnabel e Walter Eucken, ma
abbiamo superato tutte le difficoltà tecniche solo per quanto riguarda
Eucken, che di conseguenza è stato il solo partecipante alla conferenza di
Mont Pélèrin proveniente dalla Germania. Ebbene, ciò è stato ancora più
significativo in quanto è a lui che si deve il grande successo della
conferenza; la sua statura morale ha avuto una grandissima impressione su
tutti i partecipanti. Egli ha perciò contribuito in misura significativa a
ripristinare in Occidente la credenza nell’esistenza di pensatori liberali in
Germania, ulteriormente rafforzando tale impressione in una successiva
conferenza della Mont Pélèrin Society e in una visita a Londra nel 1950, da
dove egli non ha fatto ritorno.
Voi sapete meglio di me quello che Eucken è riuscito a conseguire in
Germania. Non vi è quindi bisogno alcuno che spieghi ulteriormente quale

285
possa essere il significato del fatto che oggi affermi in questa sede che
considererò come uno dei miei compiti principali quello di riprendere e
continuare quella tradizione che Eucken e i suoi amici hanno creato a
Friburgo e in Germania. Essa è una tradizione di grande integrità scientifica
e allo stesso tempo di aperta convinzione riguardo alle grandi questioni
della vita pubblica. La misura in cui, e le condizioni sotto le quali, questi
due scopi possono essere combinati nel lavoro accademico di un
economista sarà l’oggetto principale delle mie ulteriori osservazioni.

18.2 Nonostante il fatto che almeno la prima metà della mia carriera di
economista sia stata interamente dedicata all’economia pura e dal momento
che da allora in poi ho dedicato molto tempo a temi totalmente estranei al
campo dell’economia, accolgo con estremo favore la prospettiva che in
futuro il mio insegnamento debba riguardare principalmente i problemi
della politica economica. Sono comunque estremamente ansioso di
dichiarare pubblicamente e in modo chiaro, perfino prima che cominci il
mio regolare corso di lezioni, quali mi sembrano essere gli scopi e i limiti
dei contributi della scienza e i compiti dell’insegnamento accademico nel
campo della politica economica.
Nel far questo non indugerò più a lungo del necessario sull’assai dibattuta
questione che si presenta qui in primo luogo e che io non posso
assolutamente trascurare, pur non avendo qualcosa di nuovo da dire al
riguardo: il ruolo dei giudizi di valore nelle scienze sociali in generale e
nella discussione dei problemi di politica economica e sociale in
particolare. Sono ormai passati quasi cinquanta anni da quando Max Weber
ha enunciato gli elementi essenziali di tale questione e, se qualcuno si
trovasse oggi a rileggere le sue attente formulazioni, troverebbe ben poco
da aggiungervi. Forse qualche volta gli effetti delle sue ammonizioni
possono essere andati troppo lontano. Ma noi non dobbiamo essere sorpresi
dal fatto che, in un periodo in cui in Germania l’economia minacciava di
degenerare in una dottrina di riforma sociale e una scuola di pensiero
economico poteva descrivere se stessa come la «scuola etica», egli ha
spinto tale controversia a un punto in cui essa avrebbe potuto essere anche
male interpretata. Purtroppo, ciò ha spesso prodotto una certa paura nei
confronti di qualsiasi giudizio di valore e ha perfino portato a una sorta di
riluttanza a trattare alcuni fra quei più importanti problemi che invece
l’economista dovrebbe apertamente affrontare nel momento in cui insegna.

286
I princìpi generali che noi dovremmo cercare di seguire a questo riguardo
sono in verità molto semplici – comunque difficile possa spesso risultare la
loro applicazione a un caso particolare. È ovviamente un elementare dovere
di onestà intellettuale distinguere chiaramente fra le connessioni di causa ed
effetto, sulle quali la scienza è competente a pronunciarsi, e la
desiderabilità o indesiderabilità di particolari risultati. La scienza in quanto
tale non ha chiaramente nulla da dire sul valore relativo dei fini ultimi. È
poi parimenti ovvio il fatto che la scelta dei problemi da sottoporre
all’analisi scientifica implica già di per sé delle valutazioni e che perciò una
netta distinzione fra la conoscenza scientifica e le valutazioni non può
essere raggiunta semplicemente evitando tutte le possibili valutazioni, ma
piuttosto rendendo chiaro e inequivocabile quali sono i valori fondamentali
a cui si fa riferimento. Sembra ugualmente incontestabile il fatto che il
docente universitario non dovrebbe far finta di essere neutrale o
indifferente, ma piuttosto dovrebbe rendere più semplice per il suo pubblico
il riconoscimento della dipendenza delle sue conclusioni pratiche dal
giudizio di valore, semplicemente presentando come tali i suoi ideali
personali.
A me oggi sembra che, ai tempi in cui ero studente e per un po’ di tempo
dopo, sotto l’influenza della potente critica di Max Weber, noi siamo stati a
questo riguardo molto più frenati di quanto fosse desiderabile. Quando, più
di trenta anni fa e poco più di un anno dopo la mia nomina a professore
presso l’università di Londra, ho tenuto la mia prima lezione inaugurale,
sfruttando tale opportunità per spiegare la mia filosofia economica2, ho
provato un certo compiacimento nello scoprire che gli studenti erano
rimasti sorpresi e delusi quando avevano capito che non condividevo le loro
opinioni prevalentemente socialiste. È pur vero che le mie lezioni fino ad
allora erano rimaste confinate a problemi di pura teoria e che non avevo
avuto alcuna particolare occasione per affrontare esplicitamente problemi
politici. Oggi mi chiedo se, piuttosto che essere orgoglioso della mia
imparzialità, non avrei piuttosto dovuto avere la coscienza sporca nello
scoprire quanto efficacemente fossi riuscito a nascondere quei presupposti
che quantomeno mi avevano guidato nella scelta delle tematiche che
ritenevo essere importanti.
È stata in parte quella esperienza che mi ha spinto a far sì che, nella
presente occasione, la mia lezione inaugurale sia veramente la mia prima
lezione e che mi ha suscitato il desiderio di esprimere in essa certe opinioni

287
che saranno presupposte in molto di quello che avrò da dire in occasione
della discussione di argomenti particolari.
Per quanto riguarda il problema del ruolo dei giudizi di valore e
dell’opportunità di prendere posizione, nell’insegnamento accademico,
riguardo a problematiche politiche particolarmente contestate, voglio
aggiungere due ulteriori osservazioni. La prima è che credo che, se Max
Weber fosse vissuto venti anni di più, egli avrebbe probabilmente attenuato
un po’ la sua enfasi. Quando ai suoi tempi egli descriveva l’onestà
intellettuale come l’unica virtù che un docente universitario dovrebbe
coltivare, può essere sembrato come se tale esigenza non avesse nulla a che
vedere con la politica. Noi invece da allora abbiamo imparato che esistono
sistemi politici che rendono molto difficile persino l’onestà intellettuale,
che è la condizione di base per qualsiasi approccio genuinamente
scientifico. È certamente possibile preservare siffatta onestà nelle
condizioni più difficili. Ma non siamo tutti eroi e, se attribuiamo un grande
valore alla scienza, dobbiamo anche propugnare un ordine sociale che non
renda troppo difficile una tale onestà intellettuale. A me sembra a questo
riguardo che esista una stretta connessione tra gli ideali della scienza e gli
ideali di libertà personale.
La seconda osservazione è che a me sembra un evidente dovere dello
scienziato sociale porre certe domande la cui mera formulazione sembrerà
implicare una presa di posizione politica. Un esempio basterà a spiegare
quello che ho in mente. È probabilmente sufficiente, per additare in molti
circoli uno studioso come nemico della classe lavoratrice, la circostanza
che questi semplicemente chieda se è vero, come è quasi universalmente
ritenuto, che le politiche di rivendicazione salariale delle organizzazioni
sindacali abbiano avuto come effetto quello di far aumentare i salari reali
dei lavoratori a un livello nel complesso più alto di quello che si sarebbe
altrimenti raggiunto. Ci sono infatti non solo buone ragioni per dubitare di
ciò, ma esiste anche una chiara probabilità che sia vero l’opposto e che
come necessaria conseguenza della politica di rivendicazione salariale dei
sindacati i salari reali – o quantomeno il reddito reale – dell’intera classe
lavoratrice siano più bassi di quelli che sarebbero stati senza una tale
azione.
Le considerazioni che portano a questa conclusione, apparentemente
paradossale e di certo generalmente non capita, sono abbastanza semplici e
riposano su teoremi che sono scarsamente dibattuti. Il potere di ogni

288
particolare sindacato nello spingere al rialzo i salari dei suoi membri,
ovvero nel renderli più alti di quelli che sarebbero stati senza l’attività dei
sindacati, riposa interamente nella sua abilità di impedire l’entrata sul
mercato di lavoratori disposti a lavorare a un salario più basso. Questo
comporterà che questi ultimi o dovranno lavorare da qualche altra parte a
salari ancora più bassi o che resteranno disoccupati. È ovviamente in
generale vero che i sindacati saranno forti nel caso di mercati che
prosperano o che crescono rapidamente e meno potenti nel caso di mercati
che ristagnano o sono addirittura in declino. Questo significa che il potere
di ciascun sindacato di far aumentare i salari dei suoi membri si esprime
impedendo l’«emigrazione» dei lavoratori da punti in cui la loro
produttività marginale è bassa a punti in cui la loro produttività marginale è
alta. Il che colpisce la produttività marginale generale del lavoro, sicché il
livello dei salari reali sarà più basso di quello che sarebbe stato altrimenti.
Se rappresentiamo questo come un effetto soltanto probabile e non come
un effetto certo, è perché non possiamo escludere la possibilità che il
guadagno di quel gruppo di lavoratori i cui salari sono spinti oltre il livello
che si sarebbe spontaneamente stabilito in un libero mercato sia più grande
della perdita di coloro i cui salari saranno più bassi di quanto si sarebbe
potuto conseguire se essi avessero avuto accesso alle attività in crescita. Gli
aumentati salari di un gruppo saranno quindi certamente ottenuti al prezzo
di una più grande ineguaglianza e, probabilmente, anche a quello di un più
basso reddito reale della classe lavoratrice nel suo complesso.
Credo che non ci sia bisogno di sottolineare che tutte queste
considerazioni sono da riferirsi solo ai salari reali e non ai salari monetari –
e che il fatto che la politica di rivendicazione salariale delle organizzazioni
sindacali possa portare a una crescita generale dei salari monetari, e quindi
all’inflazione, è la ragione alla base della persistenza dell’illusione che,
grazie all’opera dei sindacati, i salari in generale sono più alti di quello che
potrebbero altrimenti essere.
Voi potrete rilevare che la risposta a questo problema, sebbene
suscettibile di stimolare un’intensa passione politica, non dipende in alcun
modo da giudizi di valore. La risposta che ho abbozzato può essere vera o
falsa – e certamente non è così semplice come una descrizione così
sommaria può far sembrare –, ma la sua verità o falsità dipende dalla
correttezza della teoria e forse da alcuni fatti particolari relativi alla
situazione concreta, e non dalla nostra opinione riguardo alla desiderabilità

289
o indesiderabilità degli scopi che ci prefiggiamo. Il che fortunatamente si
può estendere a gran parte dei problemi di politica economica; credo anzi a
più della maggior parte di essi. E ciò dimostra che, anche dove all’inizio
sembrano esistere contrasti insuperabili relativi a valutazioni di ordine
morale, se le parti coinvolte nella disputa possono trovare un accordo sulle
alternative tra le quali esse devono scegliere, le differenze tenderanno a
scomparire.

18.3 Concedetemi di mostrarvi ciò in modo maggiormente dettagliato,


facendo riferimento al problema centrale su cui socialisti e sostenitori del
libero mercato sono ancora in disaccordo. Parlo di quel che rimane del loro
disaccordo, giacché un argomento che un tempo veniva seriamente
avanzato a supporto del socialismo è stato poi generalmente abbandonato,
in conseguenza della discussione scientifica che ha investito il problema. È
la disputa tendente a stabilire se un’economia pianificata a livello centrale
possa essere più produttiva di una guidata dal mercato. Più tardi, in un altro
contesto, tornerò su tale problema; ne faccio menzione adesso solo al fine
di sottolineare che, pure se la falsità della supposta superiorità produttiva
fosse ammessa, ciò ancora non consente di disfarsi delle tesi in favore del
socialismo. Questo perché, per la maggior parte dei socialisti, la
distribuzione dei beni prodotti è altrettanto importante, se non addirittura
più importante, dell’accresciuta offerta generale di beni. Sarebbe quindi del
tutto coerente, anche se forse non del tutto conveniente dal punto di vista
politico, se un socialista, guidato esclusivamente da considerazioni etiche,
dovesse affermare che perfino una considerevole riduzione del reddito
aggregato sociale reale non sarebbe un prezzo troppo alto da pagare per
conseguire una più equa distribuzione di quel reddito.
Anche il sostenitore di un’economia libera deve ammettere che la
concezione della giustizia che ispira il socialismo può essere realizzata, se
può esserlo, solo in un’economia pianificata a livello centrale. Tuttavia,
resta da considerare se il socialista sia veramente pronto ad accettare tutti
gli effetti che una realizzazione del suo ideale di giustizia produrrebbe,
considerando che fra questi la riduzione della produttività materiale
potrebbe non essere il più importante. Se questo fosse il caso, potremmo in
verità soltanto ammettere una differenza sui valori ultimi che nessuna
discussione razionale potrebbe rimuovere. Ma mi sembra che questo sia
ben lungi dall’essere il caso, e un’analisi un po’ più approfondita delle

290
usualmente vaghe concezioni che le parti coinvolte nella disputa hanno di
quello che loro chiamano «giustizia sociale» presto mostra tutto ciò. Nella
terminologia corrente, sin da Aristotele, possiamo esprimere la differenza
di cui si tratta, dicendo che una libera economia di mercato può sempre
raggiungere soltanto la giustizia commutativa, mentre il socialismo – e in
grande misura l’idea popolare della giustizia sociale – domanda la
realizzazione della giustizia distributiva. In questo contesto, per giustizia
commutativa intendiamo una remunerazione secondo il valore che i servizi
di una persona effettivamente hanno per coloro ai quali egli li rende e che
trova espressione nel prezzo che questi ultimi sono disposti a pagare. Tale
valore non ha, come dobbiamo ammettere, alcuna necessaria connessione
con il merito morale. Se la prestazione è il risultato di un grande sforzo e di
un gravoso sacrificio, se è resa con giocosa facilità o forse addirittura per
proprio divertimento personale o se chi la rende è stato in grado di farlo al
momento giusto come risultato di un’accorta previsione o per puro caso,
sarà esattamente la stessa cosa. La giustizia commutativa non tiene in alcun
conto circostanze soggettive o personali, bisogni o buone intenzioni, ma
tiene conto solo ed esclusivamente di come i risultati delle attività
dell’uomo sono valutati da coloro i quali ne fanno uso.
I risultati della remunerazione in base al valore del prodotto appaiono
fortemente iniqui dal punto di vista della giustizia distributiva. Tale valore
raramente corrisponde a quello che consideriamo come il merito soggettivo
della prestazione. Il fatto che lo speculatore, che per puro caso indovina le
giuste operazioni da porre in atto, possa guadagnare una fortuna in poche
ore, mentre gli sforzi di una vita di un inventore, che è stato anticipato da
un altro di pochi giorni, rimangano senza remunerazione o che il duro
lavoro del contadino, che resta avvinghiato alla sua terra, a stento gli renda
abbastanza da tirare avanti, mentre un uomo che si diverte a scrivere
romanzi polizieschi ne guadagni abbastanza da potersi permettere una vita
piena di lussi, apparirà iniquo alla maggior parte delle persone. Capisco
l’insoddisfazione prodotta dall’osservazione quotidiana di casi del genere e
rendo onore al sentimento che esige una giustizia distributiva. Se esistesse
un fato o qualche potere onnipotente e onnisciente in grado di ricompensare
gli individui secondo i princìpi della giustizia commutativa o di quella
distributiva, noi tutti probabilmente sceglieremmo quest’ultima.
Questo, comunque, non è ciò che accade nel mondo reale. In primo
luogo, non possiamo supporre che, se il sistema delle remunerazioni è del

291
tutto differente, gli individui continueranno a fare quello che essi fanno ora.
In verità, adesso possono decidere da soli quello che vogliono fare, poiché
essi sopportano il rischio delle loro scelte e perché noi li remuneriamo non
secondo il loro sforzo e l’onestà delle loro intenzioni, ma esclusivamente
secondo il valore dei risultati della loro attività. La libera scelta della
professione e la libera decisione di ciascuno riguardo a ciò che vuole
produrre, o a quali servizi vuole rendere sono inconciliabili con la giustizia
distributiva. Quest’ultima è una giustizia che remunera ciascuno in accordo
a come, secondo le opinioni di altri, assolve quei doveri che gli sono propri.
È un tipo di giustizia che può e forse deve prevalere all’interno di
un’organizzazione militare o burocratica, nella quale ogni membro è
giudicato nella misura in cui, secondo l’opinione dei suoi superiori, egli
assolve i compiti che gli sono assegnati; e non può estendersi al di là di
quel gruppo che, perseguendo fini comuni, agisce sotto un’autorità. È la
giustizia di una società e di un’economia diretta dall’alto ed è inconciliabile
con la libertà di ciascuno di decidere quello che preferisce fare.
È, inoltre, inconciliabile non solo con la libertà di azione, ma anche con
la libertà di opinione – perché richiede che tutti gli individui siano asserviti
a una gerarchia unitaria di valori. Infatti, chiaramente, non siamo sempre
d’accordo su ciò a cui si può attribuire un merito maggiore o minore, né
possiamo sempre accertare oggettivamente i fatti su cui è basato un tale
giudizio. Il valore di un’azione è nella sua natura qualcosa di soggettivo e
riposa in larga misura su circostanze che soltanto la persona che agisce può
conoscere e la cui importanza sarà giudicata da individui diversi in modo
estremamente diverso. Costituisce merito più grande superare la ripugnanza
o la sofferenza personale, la debolezza fisica o la malattia? Ognuno di noi
può avere, a livello individuale, risposte molto precise a tali domande, ma
vi è una scarsa probabilità di poter essere tutti d’accordo e, evidentemente,
non c’è alcuna possibilità di dimostrare agli altri che la nostra opinione sia
quella giusta. La giustizia distributiva esige perciò non solo la mancanza di
libertà personale, ma anche l’imposizione di una indiscutibile gerarchia di
valori, in altre parole, un regime rigorosamente totalitario.
Se questa conclusione sia inevitabile è naturalmente, ancora, un problema
di cui si potrebbe discutere a lungo. Ma, per quello che è il mio scopo
attuale, il punto essenziale è che essa dipende esclusivamente dall’analisi
scientifica e non da giudizi di valore. Soltanto dopo che siamo d’accordo
sulle conseguenze generate dall’adozione di uno dei due tipi di giustizia, la

292
scelta fra questi dipenderà dalle valutazioni. Personalmente, mi sembra che
ben difficilmente colui che abbia capito e ammetta che la giustizia
distributiva può essere realizzata in via generale solo in un sistema
caratterizzato dalla mancanza di libertà personale e dall’arbitrarietà sia
propenso a decidere in favore di essa. Ci sono ovviamente molte persone
alle quali la mia tesi non sembra convincente; con loro, la discussione può
essere istruttiva e meritevole di approfondimento. Ma, se qualcuno ne
accetta la conclusione, e afferma che egli continua a preferire un sistema
che realizza un ideale di giustizia distributiva, al prezzo della mancanza di
libertà personale e dell’autorità illimitata di pochi, a un sistema nel quale la
libertà personale è combinata con una giustizia meramente commutativa,
che a lui può apparire come una suprema ingiustizia, davvero la scienza
non ha più nulla da dire.
In effetti, in molti casi, dopo aver messo in evidenza le conseguenze di
decisioni alternative, aggiungere che ora è lasciata all’ascoltatore o al
lettore l’opportunità di scegliere, non solo sembrerà molto pedante, ma
quasi una burla. Già nel primo grande lavoro teorico della nostra scienza,
l’opera di Richard Cantillon, Essai sur la nature du commerce en gènèral,
nella quale questa distinzione era già tracciata chiaramente, è talvolta
difficile non avvertire che l’autore non ha alcun dubbio riguardo alla
risposta quando, per esempio, interrompe la sua dissertazione sul problema
della popolazione con l’osservazione che non può essere compito della
scienza decidere se sia meglio avere una popolazione numerosa e povera
oppure scarsa e ricca. Ma noi probabilmente non dovremmo aver paura di
questo tipo di pedanteria, che viene spesso sdegnata come un tipo di
reductio ad absurdum e che non tende a rendere popolari coloro che la
impiegano.

18.4 È ora necessario passare a un’altra limitazione della possibilità di dare


una giustificazione scientifica a particolari provvedimenti politici; è una
limitazione meno familiare, ma probabilmente più importante. Essa è una
conseguenza della fondamentale difficoltà che si riscontra nel dare una
completa spiegazione a fenomeni altamente complessi, e non nasce
semplicemente da un insufficiente sviluppo della teoria economica.
Sebbene questa teoria sia indubbiamente contrassegnata da molte questioni
rimaste aperte, ritengo che nel complesso sia giunta a un soddisfacente
stadio di sviluppo. La mia opinione è che l’origine delle nostre difficoltà

293
risieda altrove, piuttosto che in uno stadio insufficientemente avanzato della
teoria che, a me sembra, sia stata perfezionata fino a un punto in cui, di
fatto, non può più essere riferita al mondo reale.
Presumo che non ci sia bisogno di difendere in questa sede il punto di
vista secondo cui soltanto la teoria può essere considerata scienza in senso
stretto. La conoscenza dei fatti, in quanto tale, non è scienza e non ci aiuta a
controllare o influenzare il corso delle cose. Ma pure la capacità di
penetrazione teoretica, perfino quando ci pone nelle condizioni di
comprendere in larga misura perché determinati fatti si verificano proprio
in quel modo, non sempre ci rende possibile predire particolari eventi o fare
in modo che le cose prendano la forma da noi desiderata – se noi non
conosciamo anche quei particolari fatti che costituiscono i dati da inserire
nella formula della nostra teoria. Questo è il punto in cui appare il grande
ostacolo che impedisce di giungere a una spiegazione esauriente o ad un
effettivo controllo di fenomeni veramente complessi. A me sembra, con
riferimento a ciò, che gli economisti spesso dimentichino i limiti del loro
potere e diano l’impressione ingiustificata che la loro avanzata capacità di
penetrazione teoretica li renda capaci di predire in casi concreti le
conseguenze particolari di eventi o di provvedimenti dati.
La difficoltà di cui sto per discutere non sorge soltanto in economia, ma
in tutte quelle materie che hanno a che fare con processi che si verificano in
strutture altamente complesse. Essa esiste allo stesso modo nella biologia e
nella psicologia teorica così come in tutte le scienze sociali e, per questa
ragione, merita una considerazione in qualche maniera attenta, in modo
particolare per il fatto che l’esempio delle scienze fisiche ha spesso portato
a un approccio sbagliato.
L’intera teoria consiste nella formulazione di ordini o modelli astratti e
schematici. I tipi di ordini che sono caratteristici, per differenti gruppi di
fenomeni, possono essere relativamente semplici o relativamente
complessi; la qual cosa per me significa che la caratteristica principale che
dà alla classe dei fenomeni il loro distinto carattere può essere mostrata
attraverso modelli che consistono di relativamente pochi elementi o
soltanto da modelli che consistono di un numero relativamente elevato di
elementi. In questo senso, i fenomeni della meccanica sono
comparativamente semplici – o, piuttosto, definiamo meccanici quei
processi i cui princìpi possono essere rappresentati da modelli
relativamente semplici. Questo non significa che in particolari casi quelle

294
semplici relazioni non possano essere combinate in strutture estremamente
complesse. Ma la mera moltiplicazione degli elementi in questo caso non
produce, per quanto difficile possa essere l’applicazione della semplice
teoria ad alcune di quelle complesse strutture, qualcosa di nuovo.
Dal momento che in quei campi le formule teoriche (la descrizione del
tipo caratteristico di ordine o modello) sono relativamente semplici, di
regola sarà anche possibile inserire in esse tutti quei dati concreti che
devono essere conosciuti per rendere possibile la predizione di particolari
eventi. Per il fisico o per il chimico, la teoria, la descrizione generale del
tipo di ordine è di solito, per questa ragione, di interesse solo nella misura
in cui, con l’inserimento di dati concreti, egli può derivare previsioni
specifiche di singoli eventi. E quantunque anch’egli abbia le sue difficoltà
nell’applicare in questo modo la sua teoria, generalmente supporrà che i
dati particolari che deve inserire nelle sue formule matematiche possano
essere considerati certi, con quel grado di esattezza richiesto per effettuare
previsioni corrette. Perciò gli appare spesso alquanto incomprensibile il
fatto che l’economista si preoccupi di costruire teorie che assomiglino
molto a teorie di tipo fisico, che possano magari essere presentate sotto
forma di sistemi di equazioni simultanee, sebbene l’economista ammetta
che non può essere del tutto sicuro di tutti i dati che dovrebbe inserire nelle
equazioni prima di risolverle.
Non è comunque in alcun modo evidente il fatto che la previsione (o la
spiegazione dell’esistenza) di un ordine o modello astratto di un certo tipo
sia utile o interessante soltanto se possiamo anche spiegare la sua
manifestazione concreta. Nel caso di ordini semplici, la differenza tra il
loro carattere generale e la loro manifestazione particolare non è poi di
grande significato. Ma quanto più è complesso l’ordine, e in modo
particolare nel caso in cui diversi princìpi ordinatori sono sovrapposti l’uno
all’altro, tanto più importante diventa tale distinzione. La mera predizione
del fatto che troveremo una certa combinazione di elementi sarà spesso
un’interessante e, soprattutto, una confutabile e perciò empirica previsione,
perfino se noi possiamo dire poco riguardo alle particolari proprietà di
quegli elementi, alla loro grandezza o distanza, e via dicendo. Pure nelle
scienze fisiche possono verificarsi molti casi in cui la nostra conoscenza
giustifica soltanto la predizione di una combinazione generale. Il
mineralogista, per esempio, che sa che una certa sostanza formerà cristalli
esagonali, spesso non sarà in condizione di prevedere quale sarà la

295
dimensione di quei cristalli. Ma quella che nelle scienze fisiche è piuttosto
l’eccezione, è la regola nelle scienze che studiano strutture più altamente
organizzate. Noi spesso sappiamo abbastanza per determinare il carattere
generale dell’ordine che troveremo. La nostra teoria può perfino consentirci
di derivare i particolari eventi che accadranno, ammesso che si ipotizzi che
le circostanze particolari siano conosciute. La difficoltà risiede
semplicemente nel fatto che queste particolari circostanze sono così
numerose che non possiamo mai essere sicuri di tutte esse!
Questo, credo, è vero di una gran parte della biologia teorica,
specialmente della teoria biologica dell’evoluzione, e certamente delle
scienze sociali teoriche. Uno degli esempi più significativi risiede nei
sistemi di equazioni della teoria matematica dei prezzi. Essi mostrano in un
modo impressionante e nel complesso probabilmente vero come l’intero
sistema dei prezzi delle merci e dei servizi sia determinato dai desideri,
dalle risorse e dalla conoscenza di tutti gli individui e di tutte le imprese.
Ma, come gli autori della teoria hanno perfettamente capito, il fine di quelle
equazioni non è quello di giungere alla determinazione numerica di quei
prezzi, dal momento che, come Vilfredo Pareto ha ammesso, sarebbe
«assurdo» ritenere di essere certi di tutti i dati particolari. La finalità è
esclusivamente quella di descrivere le caratteristiche generali dell’ordine
che si verrà a formare. Poiché tale ordine implica l’esistenza di certe
relazioni tra gli elementi, e poiché l’effettiva presenza o assenza di tali
relazioni può essere accertata, la previsione di un tale ordine può essere
dimostrata come falsa e la teoria può così essere empiricamente controllata.
Ma noi saremo sempre capaci di prevedere le caratteristiche generali
dell’ordine e non i suoi dettagli. Per quanto ne sappia, nessun economista
ha ancora avuto successo nell’usare la sua conoscenza della teoria per farsi
una fortuna grazie alla previsione dei prezzi futuri (Ciò si applica anche a
Lord Keynes, che da qualcuno è annoverato fra quelli che ci sono riusciti.
Ma finché egli ha speculato nel campo in cui si pensava che la sua
conoscenza teorica lo avrebbe aiutato, e cioè quello delle divise estere, egli
ha subìto perdite superiori a quel che possedeva; solo in seguito, quando è
passato alla speculazione su merci, dove verosimilmente la sua conoscenza
teorica non era per lui di alcuna utilità, egli ha potuto guadagnare una
notevole fortuna).
Il fatto che la nostra teoria non ci permetta di prevedere particolari prezzi,
ecc., non dice nulla contro la sua validità. Significa semplicemente che noi

296
non conosciamo tutte le particolari circostanze da cui, secondo quella
teoria, i diversi prezzi dipendono. Queste circostanze sono in primo luogo i
desideri e la conoscenza posseduta da tutte le persone che prendono parte al
processo economico.
Che non possiamo mai sapere tutto ciò che le persone sanno e che le loro
azioni determinano la formazione dei prezzi e i metodi e la direzione della
produzione, è ovviamente di decisiva importanza non soltanto per la teoria.
È anche di grande significato per l’azione politica. Il fatto che a formare
l’ordine di un’economia di mercato contribuisca molta più conoscenza di
quanta ne possa essere posseduta da una singola mente o usata da
un’organizzazione è la ragione decisiva per cui un’economia di mercato è
più efficace di qualsiasi altro tipo di ordine economico conosciuto.
Ma prima di cominciare questo argomento voglio ricordare che a me
sembra che l’intero sviluppo di quella che è chiamata teoria
macroeconomica è il risultato dell’erronea credenza che la teoria sia utile
soltanto se ci pone nella posizione di prevedere particolari eventi. Non
appena è apparso ovvio che mai si sarebbe potuto entrare in possesso di
tutti i dati necessari per l’uso della teoria macroeconomica, si è tentato di
superare questa difficoltà ricostruendo la teoria in modo tale che i dati da
inserire nelle sue formule non fossero più costituiti da informazioni relative
a individui, bensì da grandezze statistiche, somme o medie. La maggior
parte di questi sforzi mi sembra fuorviante. Il risultato è semplicemente che
perdiamo più di quello che guadagniamo nella comprensione della struttura
delle relazioni tra gli uomini, e che, in considerazione del fatto che queste
grandezze statistiche ci informano soltanto del passato e non ci forniscono
alcuna giustificazione dell’assunzione secondo cui rimarranno costanti, non
riusciamo ancora a conseguire una predizione di particolari eventi che sia
contrassegnata da successo. A parte forse certi problemi di teoria della
moneta, questi sforzi mi sembrano promettere poco. Essi certamente non
offrono una via d’uscita dalle difficoltà di cui ho detto, perché i prezzi e le
quantità prodotte di particolari beni non sono determinate da alcuna media,
ma da particolari circostanze, la cui conoscenza è dispersa fra centinaia di
migliaia di individui.

18.5 Uno dei principali risultati della teoria dell’economia di mercato è


quindi che in certe condizioni, che non posso ulteriormente considerare in
questa sede, la competizione produce un adattamento a innumerevoli

297
circostanze che nella loro totalità non sono conosciute e non possono essere
conosciute da alcuna persona o autorità, sicché tale adattamento non può
essere ottenuto attraverso la direzione centralizzata di tutta l’attività
economica. Ciò significa in primo luogo che, contrariamente a un’opinione
largamente condivisa, la teoria economica ha da dire cose di grande
importanza riguardo all’efficacia dei differenti tipi di sistema economico,
ovvero riguardo a quei grandi argomenti di discussione dei quali gli
studiosi qualche volta hanno paura, perché sono tanto strettamente legati a
opinioni politiche fra loro in opposizione; e significa che la stessa teoria
economica ha relativamente poco da dire sugli effetti concreti di particolari
misure in circostanze date. Conosciamo il carattere generale delle forze
dell’economia che si autoregolano e le condizioni generali in cui queste
forze funzionano o non funzionano, ma non conosciamo tutte le particolari
circostanze alle quali esse danno adattamento. Ciò è impossibile a causa
dell’interdipendenza di tutte le parti del processo economico, cioè per la
ragione che, al fine di interferire con successo su ogni punto, dovremmo
conoscere tutti i dettagli dell’intera economia, non soltanto del nostro
Paese, ma del mondo intero.
Nella misura in cui vogliamo servirci delle forze del mercato – e non può
esserci dubbio alcuno riguardo al fatto che dobbiamo fare così, se vogliamo
anche approssimativamente preservare il nostro standard di vita –, una
politica economica razionale deve limitarsi a creare le condizioni in cui il
mercato possa funzionare nel miglior modo possibile, ma non deve
considerare come suo compito quello di influenzare o guidare
deliberatamente le attività individuali. Il compito principale della politica
economica sembra quindi consistere nella creazione di una cornice entro
cui non solo l’individuo possa liberamente decidere che cosa di vantaggioso
per se stesso egli vuole fare, ma nella quale anche tale decisione, basata
sulla sua particolare conoscenza, contribuisca per quanto possibile a
sostenere la produzione. Una nostra valutazione di una particolare misura di
politica economica dovrà dipendere non tanto dai suoi particolare risultati,
la totalità dei quali nella maggior parte delle circostanze non conosceremo,
ma dal fatto di essere conforme all’intero sistema (quello che credo W.
Eucken abbia per primo descritto come Systemgerecht). Ciò significa anche
che dovremo spesso lavorare su ipotesi che in realtà sono vere solo nella
maggior parte e non in tutti i casi: un buon esempio di questo è il fatto che
tutte le eccezioni alla regola secondo la quale il libero scambio

298
internazionale beneficia entrambi i partner sono state scoperte da convinti
sostenitori del libero scambio, cosa che non ha impedito loro di continuare
a patrocinare l’universale libero scambio, poiché essi hanno anche capito
che ben difficilmente è possibile riscontrare l’effettiva presenza di quelle
inusuali circostanze che possono giustificare un’eccezione. Forse
addirittura più istruttivo è il caso del defunto Professor A.C. Pigou, il
fondatore della teoria dell’economia del benessere, che, alla fine di una
lunga vita dedicata quasi interamente al compito di definire le condizioni in
cui l’intervento del governo può essere usato per migliorare i risultati del
mercato, ha dovuto ammettere che il valore pratico delle sue considerazioni
teoriche era in qualche modo dubbio, perché raramente ci troviamo nella
posizione di poter verificare se le circostanze particolari alle quali la teoria
fa riferimento esistono effettivamente in ogni data situazione3. A me
sembra che l’economista, non perché sappia così tanto, ma perché sa
quanto dovrebbe sapere per intervenire con successo, e perché sa che non
conoscerà mai tutte le circostanze rilevanti, dovrebbe astenersi dal
raccomandare isolati atti di intervento perfino nelle condizioni in cui la
teoria gli dice che essi potrebbero in qualche caso essere benefici.
Se noi non vogliamo diventare responsabili di misure che faranno più
male che bene, il riconoscimento di questa limitazione della nostra
conoscenza è importante. La conclusione generale che dovremmo trarre mi
sembra che sia quella per cui, nella valutazione di misure di politica
economica, dovremmo permettere a noi stessi di essere guidati soltanto
dalle loro caratteristiche generali e non dai loro particolari effetti su certe
persone o gruppi. Che una certa misura favorisca qualcuno meritevole non
è di per sé una giustificazione sufficiente di essa, se non siamo in generale
preparati a raccomandare misure del tipo in questione.
Questa posizione è probabile che venga criticata come adesione
dogmatica a rigidi princìpi. Ma ciò è un rimprovero che non ci dovrebbe
scoraggiare, che dovremmo invece orgogliosamente accettare, dal momento
che i princìpi sono i contributi più importanti che possiamo offrire a
problemi di politica economica. Non è certo per caso che nella nostra
materia il termine «princìpi» sia usato così spesso nei titoli di trattati
generali. Riferendoci in particolare alla politica economica, i princìpi sono
praticamente tutto il contributo che dobbiamo fornire.
I princìpi sono comunque particolarmente importanti quando il solo
obiettivo politico che possiamo dare per scontato è la libertà personale. In

299
un lavoro recente, ho tentato di mostrare che la ragione ultima per cui la
libertà personale è così importante sta nell’inevitabile mancata conoscenza
della maggior parte delle circostanze che determinano la condotta di tutti
gli altri, da cui nondimeno traiamo costante beneficio. E ho utilizzato la più
recente opportunità che ho avuto di una visita a Friburgo, per spiegare già
in una conferenza4 quanto grandemente questa libertà finisca per essere
costantemente messa in pericolo, se ne nelle nostre decisioni politiche
consideriamo soltanto gli effetti prevedibili, perché gli effetti immediati che
suggeriscono una misura sono necessariamente prevedibili, mentre gli
sviluppi che sono stati impediti dalla restrizione della libertà saranno nella
loro vera natura imprevedibili. Non è necessario perciò che mi dilunghi
ulteriormente su questo punto.

18.6 Vorrei piuttosto usare i minuti rimanenti per prevenire due possibili
malintesi relativi a quanto ho detto finora. Il primo è che la chiara
posizione, che sento tanto appropriata quanto desiderabile, che un docente
universitario dovrebbe assumere verso certi grandi princìpi non implica in
alcun modo che egli debba impegnarsi in particolari questioni correnti di
politica e ancor meno che egli debba legarsi a un partito politico. La
seconda eventualità mi sembra la più indesiderabile e difficilmente
compatibile con i doveri di un docente universitario che insegna scienze
sociali. Capisco bene l’impulso di partecipare alla soluzione dei pressanti
problemi che la politica pubblica affronta quotidianamente e, se particolari
circostanze non mi avessero impedito di farlo, non avrei probabilmente
resistito alla tentazione di dedicare una gran parte delle mie energie a tali
compiti.
Tuttavia, già durante la mia gioventù in Austria, eravamo soliti scherzare
sul fatto che noi eravamo teorici migliori dei nostri colleghi tedeschi,
perché avevamo un’influenza veramente minima sulle questioni pratiche. In
seguito, ho notato la stessa differenza tra gli economisti inglesi e quelli
americani: almeno negli anni Trenta gli economisti inglesi erano
indubbiamente i teorici migliori e allo stesso tempo erano molto meno
coinvolti nella condotta delle politiche correnti. Da allora questa situazione
è in una certa misura cambiata, e non sono sicuro del fatto che nel
complesso l’effetto sia stato benefico per lo stato della scienza economica
inglese.
Se guardo indietro agli ultimi trenta anni, divento estremamente

300
consapevole di quanto debba al fatto che durante la maggior parte di tale
periodo sono stato, nei Paesi in cui ho lavorato, uno straniero e, per questa
ragione, mi è sembrato inopportuno pronunciarmi sui problemi politici di
volta in volta attuali. Se in questo periodo ho avuto successo nel costruire
qualcosa di simile a un corpo di opinioni abbastanza sistematico sulla
politica economica, ciò è non per poco dovuto alla circostanza che per tutto
questo tempo mi sono dovuto accontentare del ruolo di spettatore, e non mi
sono mai dovuto chiedere cosa fosse politicamente possibile, né assistere
qualche gruppo con il quale fossi collegato. Nulla cambierà in futuro.
Il secondo punto riguardo al quale vorrei prevenire possibili
incomprensioni è la mia enfasi sulle limitazioni della nostra conoscenza
teorica. Spero che nessuno di voi abbia interpretato ciò nel senso di
intendere che, dal momento che l’utilità della teoria è così ristretta, noi
faremmo meglio a concentrarci sui fatti. Ciò non è certamente l’idea che
intendevo trasmettere. Sebbene uno dei compiti di un docente universitario
sia quello di mostrare come vadano accertati e interpretati i fatti, la
conoscenza dei fatti non costituisce scienza e quella conoscenza dei fatti di
cui voi un giorno avrete bisogno, al fine di utilizzare la vostra conoscenza
scientifica, la dovrete costantemente ricominciare ad acquisire sul lavoro. Il
guadagno principale dal vostro studio all’università dev’essere la
comprensione della teoria ed è il solo profitto che non potrete guadagnare
da nessuna altra parte. La conoscenza dei fatti particolari, a cui dovrete
applicare la vostra conoscenza scientifica, verrà abbastanza presto. Spero
che non abbia diminuito troppo la mia efficacia di insegnante il fatto che,
per la ragione che ho già esposto, delle particolari condizioni del Paese in
cui insegnavo sapevo meno dei miei studenti, e spero che non resterete
troppo delusi quando presto scoprirete che in ogni caso per un certo tempo
la stessa cosa sarà ancora vera.
Il vero conflitto che oggi sorge nello studio dell’economia – e in questo
caso non mi riferisco a particolari corsi o requisiti d’esame, di cui so poco,
ma agli ideali scopi dello studio – non è tra la conoscenza dei fatti e la
comprensione della teoria. Se questo fosse il problema, non esiterei a
consigliarvi di dedicare i preziosi anni dello studio alla totale
concentrazione sulla teoria e a rinviare l’apprendimento dei fatti concreti al
momento in cui li incontrerete nel vostro lavoro. Nonostante certe riserve
che sto per aggiungere, ciò mi sembra desiderabile almeno per una parte
degli anni spesi da ciascuno all’università. Soltanto coloro che hanno

301
realmente approfondito una scienza – e nonostante tutto il rispetto che ho
per la storia sono propenso a dire una scienza teoretica – sanno che cosa sia
una scienza. La padronanza di una disciplina teorica può comunque essere
oggi acquisita soltanto nel corso di un periodo di rigorosa specializzazione
sui suoi problemi.
Le difficoltà risiedono altrove. Esse sono una conseguenza del fatto che,
al fine di dare risposta a quelle questioni di principio sulle quali, da una
parte, abbiamo molto da dire, la teoria economica è, dall’altra, un
equipaggiamento necessario, ma non sufficiente. Ho detto in un’altra
occasione, e mi sembra abbastanza importante ripeterlo in questa, che colui
che è soltanto un economista non può essere un buon economista. Molto
più che nelle scienze naturali, nelle scienze sociali è vero che ben
difficilmente ci si imbatte in un problema concreto, a cui si possa dare una
risposta adeguata sulla base di un’unica disciplina speciale. Non soltanto la
scienza politica e la giurisprudenza, l’antropologia e la psicologia, e
naturalmente la storia, sono materie delle quali noi dovremmo sapere molto
più di quanto ciascun uomo può sapere. Ancora più che ogni altra cosa, i
nostri problemi toccano questioni filosofiche. Non è certo un caso che nel
Paese che così a lungo in economia ha fatto scuola, l’Inghilterra, quasi tutti
i grandi economisti erano anche filosofi e, almeno in passato, tutti i grandi
filosofi erano anche economisti. Ci sono tuttavia tra gli economisti due
cospicue eccezioni: due dei più grandi: David Ricardo e Alfred Marshall.
Ma non sono sicuro del fatto che ciò non spieghi certe insufficienze nel loro
lavoro. Comunque, se noi lasciamo questi da parte e menzioniamo soltanto
i nomi più importanti, John Locke, George Berkeley e David Hume, Adam
Smith e Jeremy Bentham, Samuel Bailey, James e John Stuart Mill,
William Stanley Jevons, Henry Sidgwick e infine John Neville Keynes e
John Maynard Keynes, una tale lista appare ai filosofi come una lista di
importanti filosofi o logici e agli economisti come una lista di eminenti
economisti.
Sebbene gli esempi di tali combinazioni di filosofia ed economia che da
studente ho incontrato nella letteratura tedesca5 possano essere stati
piuttosto un deterrente, sono arrivato alla conclusione che questo può essere
un terreno veramente fertile – e non credo che questa mia idea sia
semplicemente il risultato di quella propensione spesso riscontrata nei
vecchi di passare dalla loro disciplina particolare alla filosofia. La maggior
parte dei problemi che ho toccato riguardano oggi questioni tanto

302
economiche quanto filosofiche. Mentre è in qualche modo dubbio se una
cosa come una particolare scienza teoretica della società sia possibile, tutte
le scienze della società certamente pongono gli stessi problemi filosofici –
molti dei quali sono problemi che, prima di essere presi in considerazione
da discipline più specialistiche, hanno occupato i filosofi per duemila anni.
I problemi della formazione della nostra civiltà e delle istituzioni sono
strettamente connessi con i problemi dello sviluppo della nostra mente e i
suoi strumenti. L’economista può soltanto guadagnarci se, per esempio,
occasionalmente esamina a fondo il problema della linguistica teorica; i
problemi comuni che poi scopre sono in definitiva problemi filosofici.
Faccio menzione di ciò non solo al fine di giustificare le escursioni
occasionali nella filosofia, per le quali sarò certamente tentato. Ne parlo
anche perché spero di ritrovare questo spirito di generale curiosità
intellettuale e di avventura spirituale che ricordo nei miei giorni di studente
a Vienna e che, se non sconosciuto, è almeno molto più raro nelle
università americane. Anche se la padronanza della disciplina dev’essere lo
scopo principale dello studio, nelle scienze sociali la competenza tecnica in
una materia non dovrebbe essere il solo obiettivo. Per coloro che sentono
che i problemi nel nostro campo sono veramente importanti, lo studio
specializzato dovrebbe essere l’inizio di uno sforzo teso a raggiungere una
completa filosofia sociale – uno sforzo che sarà fruttuoso solo se gli studi di
quella persona gli avranno aperto gli occhi non soltanto di fronte ai
problemi della particolare disciplina da lui coltivata.
Era mio desiderio parlare di questi problemi generali prima di cominciare
il mio regolare corso di lezioni. Sono del tutto consapevole, comunque, del
fatto che una tale confessio fidei fatta pubblicamente, prima di divenire
familiare con l’atmosfera particolare del posto, può comportare certi rischi.
È una lezione che ho imparato, nel mio muovermi da Paese a Paese, il fatto
che le frontiere intellettuali sulle quali uno deve combattere si spostano di
continuo. Mi sono accorto per la prima volta di ciò in quello che era il mio
campo specialistico, la teoria delle fluttuazioni economiche, quando mi
sono trasferito in Inghilterra. Nel dibattito tedesco, ero considerato un
convinto rappresentante della spiegazione monetaria del ciclo economico e
i miei sforzi in verità erano stati diretti all’enfatizzazione del ruolo giocato
dalla moneta in questi processi. Ma in Inghilterra ho incontrato una forma
molto più estrema di spiegazione puramente monetaria, che considerava le
fluttuazioni del livello generale dei prezzi come l’essenza del fenomeno. La

303
conseguenza di ciò è stata che le mie argomentazioni sono state presto
utilizzate contro il tipo dominante di teoria monetaria del ciclo economico e
per evidenziare l’importanza dei fattori reali, contribuendo forse allo
smarrimento di coloro che mi consideravano un tipico rappresentante della
teoria monetaria.
Qualcosa di simile mi accadde nel campo filosofico. A Vienna ero stato
quantomeno vicino al positivismo logico del circolo di Vienna, anche se
non mi sentivo di accettare l’applicazione di alcune delle loro idee alle
scienze sociali. In Inghilterra, e ancora in seguito negli Stati Uniti, ho però
trovato necessario oppormi a certe forme ancora più estreme di empirismo
che ho scoperto essere lì prevalenti. Non dovrei restare sorpreso se una più
accurata conoscenza dell’attuale stato della riflessione in Germania dovesse
mostrare opportuno un cambiamento di fronte. Certo potrò, per esempio,
scoprire che l’enfasi da me oggi posta sull’importanza della teoria non è del
tutto appropriata. La mia impressione generale, comunque, è che le mode
americane si stiano diffondendo così rapidamente che quello che intendevo
dire non è del tutto fuori luogo. Se però la mia enfasi dovesse essere stata
indirizzata a sproposito, vorrei in conclusione almeno ricordarvi la
difficoltà, tutta particolare, che incontra colui che dopo una lunga assenza
ritorna in un ambiente che una volta gli era familiare.

304
19.
Pieno impiego, pianificazione e inflazione*

19.1 Negli anni che sono trascorsi dalla guerra, la pianificazione a livello
centrale, il «pieno impiego» e la pressione inflazionistica sono stati i tre
argomenti che hanno dominato nella maggior parte del mondo la politica
economica. Di questi solo il pieno impiego può essere considerato
desiderabile di per sé. La pianificazione a livello centrale, o l’economia
diretta, o i controlli governativi, comunque la si voglia chiamare, è al
massimo un mezzo che dev’essere giudicato in base ai risultati.
L’inflazione, perfino l’«inflazione repressa», è indubbiamente un male,
sebbene qualcuno potrebbe dire che è un male necessario, se altri obiettivi
desiderabili devono essere raggiunti. È parte del prezzo che paghiamo per
esserci impegnati in una politica di pieno impiego e di pianificazione a
livello centrale.
Il fatto nuovo che ha causato questa situazione non è un desiderio di
evitare la disoccupazione maggiore rispetto a quello che vi era prima della
guerra. È la nuova credenza che un più alto livello di impiego, rispetto a
quello che sarebbe possibile senza di essa, possa essere mantenuto
attraverso la pressione monetaria. Il perseguimento di una politica basata su
tale credenza ha, in una certa misura inaspettatamente, mostrato che
l’inflazione e i controlli governativi sono il suo necessario complemento –
inaspettato non da tutti, ma probabilmente dalla maggioranza dei fautori di
quelle politiche.
Le politiche del pieno impiego, come sono ora interpretate, sono quindi il
fattore dominante di cui gli altri tratti caratteristici della politica economica
contemporanea sono principalmente la conseguenza. Prima che si possa
esaminare ulteriormente il modo in cui la pianificazione a livello centrale, il
pieno impiego e l’inflazione interagiscono, dobbiamo capire chiaramente
che cosa significano precisamente le politiche del pieno impiego come sono
ora praticate.

305
19.2 Il termine «pieno impiego» è venuto a significare il massimo di
occupazione che può essere prodotto nel breve periodo dalla pressione
monetaria. Questo può non essere il significato originale del concetto
teorico, ma era inevitabile che nella pratica dovesse venire ad assumere tale
accezione. Una volta ammesso che lo stato transitorio dell’occupazione
dovesse costituire la principale guida per la politica monetaria, era
inevitabile che ogni livello di disoccupazione che potesse essere eliminato
dalla pressione monetaria avrebbe dovuto essere considerato come una
giustificazione sufficiente per porre in essere una tale pressione. Il fatto che
nella maggior parte delle situazioni il livello dell’occupazione possa essere
temporaneamente accresciuto da un’espansione monetaria è noto da molto
tempo. Se questa possibilità non è stata sempre usata, è perché si pensava
che non solo altri danni sarebbero stati prodotti da tali misure, ma anche
che la stessa stabilità di lungo periodo dell’occupazione avrebbe potuto
essere danneggiata. Ciò che vi è di nuovo nelle credenze attuali è che si
ritiene generalmente che, finché l’espansione monetaria crea occupazione
addizionale, essa sia innocua o almeno causi più benefici che danni.
Mentre però in pratica le politiche del pieno impiego significano
semplicemente che nel breve periodo l’occupazione è tenuta a un livello in
qualche modo più alto di quello che sarebbe altrimenti, è quantomeno
dubbio che in periodi più lunghi esse in realtà non facciano abbassare il
livello dell’occupazione che può essere permanentemente mantenuto senza
una progressiva espansione monetaria. Queste politiche, comunque, sono
costantemente presentate come se il problema pratico non fosse questo, ma
come se la scelta fosse tra il pieno impiego così definito e la duratura
disoccupazione di massa degli anni Trenta.
L’abitudine di pensare nei termini di un’alternativa fra «pieno impiego» e
uno stato dell’economia in cui ci sono disponibili fattori disoccupati di tutti
i tipi è forse l’eredità più pericolosa che noi dobbiamo alla grande influenza
del defunto Lord Keynes. Il fatto che, finché prevale uno stato di
disoccupazione generale, nel senso che esistono risorse inutilizzate di tutti i
tipi, l’espansione monetaria possa essere soltanto benefica, poche persone
lo negheranno. Ma un tale stato di disoccupazione generale è qualcosa di
piuttosto eccezionale e non è in alcun modo evidente che una politica, che
sarà benefica in un tale stato, lo sarà sempre e necessariamente anche nel
tipo di posizione intermedia nella quale un sistema economico si trova per
la maggior parte del tempo, quando una disoccupazione significativa è

306
confinata a certi settori, occupazioni o località.
In un sistema in uno stato di generale disoccupazione, è
approssimativamente vero che l’occupazione fluttuerà in proporzione con il
reddito monetario e che, se avremo successo nell’accrescere il reddito
monetario, nella stessa proporzione accresceremo l’occupazione. Ma non è
affatto vero che tutta la disoccupazione sia dovuta a un’insufficienza della
domanda aggregata e che possa essere permanentemente curata da una
domanda crescente. La relazione causale tra il reddito e l’occupazione non
è una semplice relazione univoca, tale che elevando il reddito di una certa
percentuale possiamo sempre far aumentare l’occupazione nella stessa
misura. È un modo di pensare troppo ingenuo quello di credere che, dal
momento che, se tutti i lavoratori fossero impiegati a salari correnti, il
reddito totale raggiungerebbe tale e tale entità, allora, se noi riuscissimo a
portare il reddito proprio a quel livello, dovremmo necessariamente
conseguire anche il pieno impiego. Dove la disoccupazione non è diffusa in
modo uniforme, non c’è certezza che quella spesa aggiuntiva andrà dove è
possibile creare occupazione aggiuntiva. Senza contare che l’ammontare
della spesa aggiuntiva, che dovrebbe essere effettuata prima che la
domanda relativa al tipo di servizi offerti dai disoccupati aumenti, può
dover essere di una grandezza tale da produrre maggiori effetti
inflazionistici prima di accrescere l’occupazione in modo sostanziale.
Se la spesa è distribuita tra settori e occupazioni in una proporzione
differente da quella nella quale il lavoro è distribuito, un semplice aumento
nella spesa non implica un aumento dell’occupazione. La disoccupazione
può evidentemente essere la conseguenza del fatto che la distribuzione del
lavoro è differente dalla distribuzione della domanda. In questo caso, il
basso livello del reddito monetario aggregato dovrebbe essere considerato
come una conseguenza della disoccupazione piuttosto che come una causa
di essa. Anche se, durante il processo di crescita dei redditi, una quota
consistente della spesa può «traboccare» nei settori depressi e lì curare
temporaneamente la disoccupazione, non appena l’espansione giunge al
termine la discrepanza tra la distribuzione della domanda e la distribuzione
dell’offerta si manifesterà ancora. Dove la causa della disoccupazione e di
bassi livelli di reddito aggregato è una tale discrepanza, solo una
riallocazione del lavoro può, in una libera economia, risolvere il problema
in maniera durevole.

307
19.3 Ciò solleva uno dei problemi più cruciali e difficili dell’intera materia:
è più probabile che una distribuzione inappropriata del lavoro sia corretta in
un clima di sostanziale stabilità monetaria o in condizioni di espansione
monetaria? Il che in realtà richiama due problemi separati: il primo consiste
nello stabilire se le condizioni della domanda durante un processo di
espansione sono tali che, ove la distribuzione del lavoro si adegui alla
distribuzione della domanda esistente in quel momento, si crei
un’occupazione capace di continuare dopo che l’espansione si sarà
arrestata; il secondo problema consiste nel vedere se sia probabile che la
distribuzione del lavoro si adatti più prontamente, in condizioni di stabilità
o di espansione monetaria, a una data distribuzione della domanda, o, in
altre parole, se il fattore lavoro sia maggiormente mobile in condizioni di
stabilità o di espansione monetaria.
La risposta alla prima di queste domande è abbastanza chiara. Durante un
processo di espansione, la direzione della domanda è in una certa misura
necessariamente differente da quella che sarà una volta che l’espansione si
sarà arrestata. Il lavoro sarà attratto da quelle particolari occupazioni nelle
quali la spesa aggiuntiva viene riversata per prima. Finché l’espansione
dura, la domanda correrà verso altri settori, procedendo sempre un passo
avanti rispetto agli aumenti conseguenti di domanda che si verificano
altrove. E, per quanto questo stimolo temporaneo alla domanda porti in
particolari settori a movimenti del fattore lavoro, esso può ben diventare la
causa della disoccupazione non appena l’espansione giunge al termine.
Alcuni possono dubitare dell’importanza di questo fenomeno. A me
sembra la causa principale delle ricorrenti ondate di disoccupazione. Il fatto
che durante ogni periodo di espansione sia attirata verso le industrie che
producono beni capitali una quantità di fattori della produzione più grande
di quella che può esservi permanentemente impiegata, e che come risultato
abbiamo normalmente una proporzione delle nostre risorse specializzata
nella produzione di beni capitali più grande di quella che corrisponde alla
quota di reddito che, nel caso di pieno impiego, sarà risparmiata e resa
disponibile per l’investimento, mi sembra la causa del collasso che
regolarmente segue l’espansione. Ogni tentativo di addivenire al pieno
impiego, attirando i lavoratori in occupazioni dove essi resteranno
impiegati solo finché l’espansione del credito continuerà, crea il dilemma
per cui o l’espansione del credito dev’essere continuata indefinitamente (il
che significa inflazione), oppure, quando questa finisce, la disoccupazione

308
sarà maggiore di quella che sarebbe stata se un temporaneo aumento
dell’occupazione non avesse mai avuto luogo.
Se la causa effettiva della disoccupazione è che la distribuzione del
lavoro non corrisponde alla distribuzione della domanda, il solo modo per
creare stabili condizioni di elevata occupazione che non dipenda da
un’ininterrotta inflazione (o da controlli fisici) è di porre in essere una
distribuzione del lavoro che si armonizzi col modo in cui uno stabile
reddito monetario sarà speso. Ciò ovviamente non dipende soltanto dal
fatto che, durante il processo di adattamento, la distribuzione della
domanda sia approssimativamente quella che resterà, ma anche dal fatto
che le condizioni generali conducano a facili e rapidi movimenti del fattore
lavoro.

19.4 Il che ci porta alla seconda e più difficile parte della nostra questione,
a cui forse non può essere data una risposta certa, sebbene ci sembra che le
probabilità volgano chiaramente verso una direzione. È il problema che ci
impone di vedere se i lavoratori siano nel complesso più propensi a
muoversi verso le nuove occupazioni o verso le nuove località quando la
domanda generale è crescente, o se è probabile che la mobilità sia più
elevata quando la domanda totale è approssimativamente costante. La
principale differenza fra i due casi è che, nel primo, lo stimolo a muoversi è
costituito da un salario più alto conseguibile altrove, mentre nel secondo
caso a esercitare una tale spinta è l’impossibilità di guadagnare i salari a cui
si era abituati o di trovare un impiego nelle precedenti occupazioni. Il
primo sistema è ovviamente il più piacevole, ed è anche usualmente
rappresentato come il più reale. È quest’ultima idea che io sono incline a
porre in dubbio.
Non è di per sé sorprendente il fatto che gli stessi differenziali salariali,
che nel lungo periodo attrarrebbero il necessariamente più grande numero
di nuove reclute verso una certa industria piuttosto che verso l’altra, non
saranno sufficienti a invogliare i lavoratori già stabiliti in quest’ultima a
trasferirsi nella prima. Di regola il trasferimento, da posto di lavoro a posto
di lavoro, richiede spese e sacrifici che non possono essere giustificati da
un mero aumento dei salari. Finché il lavoratore può contare su quel salario
monetario, relativo alla sua occupazione corrente, a cui si è ormai abituato,
sarà comprensibilmente riluttante a muoversi. Perfino se, come sarebbe
inevitabile nel caso di una politica di tipo espansivo mirante a porre in

309
essere l’aggiustamento interamente attraverso l’aumento di alcuni salari e
senza permettere agli altri di diminuire, la costanza dei salari monetari
significasse un salario reale più basso, l’abitudine di pensare in termini di
salari monetari priverebbe tale caduta dei salari reali di gran parte della sua
efficacia. È curioso il fatto che quei discepoli di Lord Keynes, che in altre
circostanze fanno un uso così costante di questa considerazione,
regolarmente omettano di considerarne il significato in questo contesto.
Mirare ad assicurare agli uomini, che nell’interesse della società
dovrebbero trasferirsi altrove, la continuata ricezione dei loro precedenti
salari può soltanto ritardare movimenti che alla fine dovranno aver luogo.
Inoltre, non dovrebbe essere dimenticato che, per continuare a fornire un
impiego, in un’industria in declino, a tutti quegli uomini occupati in
precedenza, il livello generale dei salari di quell’industria dovrebbe
decrescere molto di più di quello che sarebbe necessario se alcuni di quei
lavoratori se ne allontanassero.
Ciò che un profano trova tanto difficile da capire è che proteggere
l’individuo contro la perdita del posto di lavoro può non essere un sistema
per far diminuire la disoccupazione, ma che invece nel corso di periodi di
tempo più lunghi può causare la diminuzione del numero delle persone che
può essere impiegato a salari dati. Se per un lungo periodo di tempo viene
perseguita una politica che pospone e rimanda trasferimenti, che mantiene
nelle vecchie occupazioni persone che dovrebbero trasferirsi altrove, il
risultato sarà che quello che avrebbe dovuto essere un graduale processo di
cambiamento diventa alla fine il problema posto dalla necessità di
effettuare trasferimenti di massa in un breve periodo di tempo. Una reiterata
pressione monetaria, che ha consentito alla gente di guadagnare redditi
immodificati in lavori che avrebbero dovuto avere abbandonati, crea
accumuli di cambiamenti che, non appena la pressione monetaria sarà
cessata, dovranno realizzarsi in un lasso di tempo molto più breve, e da ciò
conseguirà un periodo di disoccupazione di massa che si sarebbe potuto
evitare.
Tutto questo si riferisce non solo a quelle distorsioni nella distribuzione
del lavoro che sorgono nel caso di normali fluttuazioni economiche, ma
ancor di più alla riallocazione su larga scala di cui c’è necessità dopo una
grande guerra o come conseguenza di un grande cambiamento nelle
correnti dei traffici internazionali. Sembra altamente improbabile che le
politiche espansive perseguite in molti Paesi sin dai tempi della guerra

310
abbiano aiutato, e non piuttosto ostacolato, l’aggiustamento nei confronti
delle radicalmente mutate condizioni del commercio mondiale.
Specialmente nel caso della Gran Bretagna, il basso livello di
disoccupazione degli ultimi anni può essere più il segno di un rinvio del
necessario cambiamento che di un vero equilibrio economico.
In tutti questi casi, il vero problema è vedere se una tale politica, una
volta che sia stata perseguita per anni, possa essere ancora mutata in una
politica di segno opposto, senza che questo provochi seri disordini sociali e
politici. Come conseguenza di queste politiche, quello che non molto tempo
fa avrebbe semplicemente significato un livello di disoccupazione
leggermente più alto, ora che l’occupazione di larghe masse è divenuta
dipendente dalla continuazione di tali politiche, può essere invece un
esperimento politicamente insostenibile.

19.5 Le politiche del pieno impiego, quali quelle che vengono attualmente
praticate, tentano la veloce e facile via del dare lavoro agli uomini nel luogo
in cui questi si trovano a risiedere, mentre il vero problema è quello di
porre in essere una distribuzione del lavoro che renda possibile un continuo
alto livello di occupazione senza che vi sia uno stimolo artificiale. Quale
sarà la distribuzione non possiamo saperlo anticipatamente. Il solo modo di
scoprirla è quello di lasciare che il mercato libero da ostacoli agisca in
condizioni tali da creare uno stabile equilibrio tra domanda e offerta. Ma le
politiche del pieno impiego in quanto tali rendono quasi inevitabile il fatto
che si debba costantemente interferire con il libero gioco delle forze del
mercato e che i prezzi vigenti durante una tale politica espansiva, e ai quali
l’offerta si adatterà, non rappresentano una condizione durevole. Queste
difficoltà, come abbiamo visto, derivano dalla circostanza che la
disoccupazione non è mai regolarmente diffusa attraverso tutto il sistema
economico, e che anzi, nel momento in cui si può verificare una
considerevole disoccupazione in alcuni settori, possono parimenti
verificarsi gravi scarsità in altri. Le misure puramente fiscali e monetarie, a
cui si affidano le attuali politiche del pieno impiego, sono comunque di per
se stesse indiscriminate nei loro effetti sulle differenti parti del sistema
economico. La stessa pressione monetaria, che in alcune parti del sistema
può semplicemente ridurre la disoccupazione, produrrà in altre parti ben
determinati effetti inflazionistici. Se non controllata da altre misure, una
tale pressione monetaria può sicuramente instaurare una spirale

311
inflazionistica di prezzi e salari ben prima che la disoccupazione sia
scomparsa e – con l’attuale contrattazione collettiva nazionale – l’aumento
dei salari può minacciare i risultati della politica del pieno impiego perfino
prima che questo sia stato conseguito.
Come è di regola in circostanze del genere, i governi si troveranno poi
costretti ad adottare misure atte a contrastare gli effetti della loro stessa
politica. Gli effetti dell’inflazione devono essere contenuti o «repressi» con
controlli diretti dei prezzi e delle quantità prodotte e vendute: l’aumento dei
prezzi dev’essere impedito con l’imposizione di prezzi massimi e le
risultanti scarsità devono essere fronteggiate con un sistema di
razionamenti, priorità e allocazioni.
La maniera in cui l’inflazione conduce un governo alla costituzione di un
sistema di controlli generali e di pianificazione centrale è ormai troppo ben
nota per richiedere una trattazione. Di solito è un tipo particolarmente
dannoso di pianificazione, perché non pensato in anticipo, ma applicato
frammentariamente quando gli indesiderati esiti dell’inflazione si
manifestano. Un governo che usa l’inflazione come uno strumento di
politica economica, ma che vuole che esso produca solo gli effetti
desiderati, è presto costretto a controllare parti sempre crescenti
dell’economia.

19.6 Tuttavia, la relazione tra inflazione, controlli e pianificazione centrale


non è soltanto a senso unico. Il fatto che l’inflazione induca ai controlli è
oggigiorno ampiamente riconosciuto. Ma il fatto che, una volta che un
sistema economico sia diventato intasato e ostacolato da tutti i tipi di
controlli e restrizioni, sia richiesta un’ininterrotta pressione inflazionistica
per fare in modo che il sistema continui a funzionare non è ancora
generalmente compreso, ma non per questo è meno importante. È anzi un
fatto di cruciale importanza per la comprensione del carattere di
autoperpetuazione ed autoaccentuazione delle moderne tendenze della
politica economica.
Poiché le misure intese a contrastare l’inflazione sono progettate per
soffocare la spinta al rialzo che lo stimolo inflazionistico causerebbe, è
inevitabile che esse debbano anche finire per frenare le forze spontanee che
favoriscono la ripresa economica non appena la pressione inflazionistica sia
allentata. Se la maggior parte delle economie del dopoguerra non mostra
una più grande capacità di recupero e una più grande forza spontanea, ciò è

312
dovuto ampiamente al fatto che esse sono oppresse dai controlli e che, ogni
volta che un miglioramento si annunzia, viene domandata, invece che una
rimozione di tutti quegli ostacoli, una perfino più forte dose di inflazione
che prima o poi porterà a ulteriori controlli.
Questa tendenza dei controlli esistenti a produrre un’ulteriore domanda di
pressione inflazionistica è particolarmente importante in relazione
all’opinione largamente condivisa secondo cui, se soltanto le tendenze
inflazionistiche possono essere messe sotto controllo, le misure restrittive si
mostreranno di conseguenza non necessarie e saranno prontamente rimosse.
Se la relazione tra inflazione e controlli è di tipo reciproco, come qui
suggerito, tale punto di vista mostra di essere erroneo, e agire in obbedienza
a esso conduce necessariamente a un fallimento. A meno che i controlli non
siano rimossi nello stesso momento in cui quell’espansione viene interrotta,
la pressione per la sua ripresa sarà, non appena l’effetto paralizzante dei
controlli si farà sentire, probabilmente irresistibile.
Un’economia paralizzata dai controlli ha bisogno dello stimolo extra
dell’inflazione per andare verso un tendenziale pieno ritmo. Dove i
controlli privano l’imprenditore di tutto il suo campo d’azione, della libertà
di scelta e dell’assunzione di responsabilità, dove il governo decide in
effetti che cosa e quanto quello deve produrre, gli deve almeno assicurare
un certo livello di vendite, per far sì che valga la pena continuare. È perché
gli estesi controlli governativi sono stati sempre accompagnati da
condizioni di maggiore o minore inflazione che essi non hanno
completamente paralizzato l’attività economica, come sembra invece
inevitabile all’osservatore esterno, che viene a sapere del labirinto di
permessi e di licenze attraverso cui ogni produttore che vuole fare qualcosa
deve trovare la sua strada.
A un tale osservatore sembra a prima vista impossibile che un
imprenditore così largamente privato del controllo dei suoi costi e della
natura e della quantità dei suoi prodotti abbia ancora voglia di correre
qualche rischio. La risposta è che in realtà egli è alleggerito del principale
rischio dalla creazione di condizioni nelle quali quasi tutto quello che può
essere prodotto può anche essere venduto. L’inefficienza di una tale
«economia pianificata» è nascosta dagli effetti dell’inflazione.
Ma, non appena la pressione inflazionistica scompare, l’intera forza di
tutti questi impedimenti a una produzione efficiente si fa sentire. Proprio
quei controlli che erano stati imposti in primo luogo per tenere sotto

313
controllo gli effetti dell’inflazione rendono più difficile frenare l’inflazione.
Se, in presenza di controlli, stabili condizioni monetarie venissero
ripristinate, la disoccupazione riapparirebbe all’istante. Viene così creata
l’impressione che un’espansione continuata sia una condizione
indispensabile per mantenere un alto livello di occupazione, mentre in
realtà ciò di cui si ha bisogno è la rimozione dei controlli che ostacolano
l’attività economica, anche se, come risultato, alcuni degli effetti
dell’inflazione finora rimasti nascosti diventeranno evidenti.

19.7 Se queste considerazioni sono corrette, esse non possono fare altro che
farci sentire estremamente pessimisti sulle prospettive relative all’adozione
di una ragionevole politica economica in un prevedibile futuro. Dato
l’attuale stato della pubblica opinione, è molto difficile che vengano
ascoltate. L’abitudine nei confronti dell’inflazione è stata spesso paragonata
all’inclinazione nei confronti di una droga stimolante. Ma la posizione di
una società che si è data alla droga dell’inflazione è perfino peggiore di
quella di un individuo in una situazione analoga. Si deve immaginare una
situazione in cui, per così dire, la somministrazione della morfina a chi
soffre debba essere decisa sotto l’influenza di una psicologia di massa, e
dove ogni demagogo che conosce appena un po’ di più di queste cose di
quanto possa farlo la folla è in grado di offrire un mezzo per alleviare
l’attuale sofferenza, mentre il male più remoto causato da quella medicina è
capito soltanto da pochi.
La rapidità con la quale l’ideologia del pieno impiego ha fatto presa
sull’immaginazione collettiva, la maniera in cui nel tempo un sottile per
quanto probabilmente errato ragionamento teorico è stato modificato in un
dogma sommario, e non ultimo il modo in cui certi bigotti della nuova
dottrina, che rappresentano il problema come se si trattasse della scelta tra
una disoccupazione di massa di lungo periodo e l’applicazione su vasta
scala delle loro prescrizioni, ci rendono talvolta disperati riguardo a una
delle più gravi questioni del nostro tempo: la capacità delle istituzioni
democratiche di manovrare in modo adeguato i tremendi poteri che i nuovi
strumenti di politica economica mettono nelle loro mani.
Se il risultato della politica economica non è nel complesso differente da
quanto desiderato, se non dobbiamo essere carambolati da un espediente
all’altro, la politica economica, perfino più di qualsiasi altra, dev’essere una
politica di ampio respiro, governata meno dalle urgenti necessità del

314
momento, quanto piuttosto dalla comprensione degli effetti di lungo
periodo. È stato certamente saggio, ai tempi in cui il campo d’azione e gli
obiettivi della politica monetaria erano molto più limitati, mettere la sua
direzione nelle mani di organismi non soggetti direttamente al controllo
politico. È comprensibile e forse inevitabile che, una volta accettato il
maggior uso di tali poteri, si giunga a una soluzione maggiormente politica.
E tuttavia è più che dubbio che la natura delle istituzioni democratiche
consenta a governi democratici di imparare a esercitare quella misura che è
l’essenza della saggezza economica e a non usare palliativi per i mali
attuali, palliativi che non solo lasciano al futuro problemi peggiori, ma
riducono costantemente la libertà di ulteriore azione.

315
20.
Sindacati, inflazione e profitti*

Nel campo di quella parte dell’economia che studia i problemi del lavoro,
sono osservabili tendenze che minacciano seriamente la nostra futura
prosperità. Gli sviluppi che potrebbero portare a ciò non sono di data
recente. Questi originano a partire almeno dagli ultimi venticinque anni.
Ma, per la maggior parte di quegli anni, e particolarmente durante il lungo
periodo di grande prosperità attraverso il quale siamo passati di recente,
può forse far credere che gli Stati Uniti siano in grado di superare perfino
quei nuovi ostacoli che solo ad alcuni allarmisti sembrano una cosa seria.
Ci sono però buone ragioni per pensare che le cose presto giungeranno a
una crisi decisiva. Può essere che già nuove richieste sindacali, che in
seguito esaminerò in un certo dettaglio, mostrino che siamo già giunti al
punto critico. Oppure Walter Reuther può decidere che questo non è il
momento favorevole per una prova decisiva di forza e il fatale scontro sarà
rimandato di un po’. Comunque vada, ho ben pochi dubbi riguardo al fatto
che presto dovremo affrontare problemi di fondamentale importanza, che
per tanto a lungo siamo riusciti a evitare, e che non sono diventati più facili
da risolvere, perché le pratiche e le istituzioni che li hanno generati hanno
operato per gran tempo.
Prima di passare ai problemi più specifici sollevati dalle nuove richieste
sindacali, devo spiegare come considero il problema più generale di politica
che viene creato dai poteri delle moderne unioni sindacali e descrivere il
carattere della particolare fase delle fluttuazioni economiche, in cui sembra
che quei problemi dovranno ora essere decisi.
Il primo di questi compiti si divide poi nell’esame di due problematiche
distinte, per quanto strettamente connesse: il carattere che le organizzazioni
sindacali hanno gradualmente assunto e i nuovi poteri che hanno ottenuto,
non come risultato di qualcosa che essi possono fare, ma come risultato
delle nuove concezioni dei compiti della politica fiscale e creditizia.
Relativamente alla prima, sebbene contenga il punto cruciale di tutta la

316
problematica sindacale, sarò molto stringato. I fatti essenziali sono così ben
conosciuti in questa sede che è sufficiente che mi limiti a richiamarne i
punti principali. I sindacati non hanno raggiunto la loro attuale grandezza e
potenza con il semplice conseguimento del diritto di associazione. Essi
sono diventati quelli che sono largamente in conseguenza della garanzia,
legislativa e giurisdizionale, di privilegi unici di cui non gode nessun’altra
associazione o individuo. Essi sono l’unica istituzione con cui il governo ha
significativamente fallito nel suo primario compito, cioè quello di prevenire
la coercizione di uomini da parte di altri uomini – e con il termine
coercizione non intendo in primo luogo la coercizione posta in essere dai
datori di lavoro, ma quella di alcuni lavoratori sui loro colleghi. È solo a
causa di questo potere coercitivo, che i sindacati esercitano su quei
lavoratori disposti a lavorare a condizioni non approvate dal sindacato
stesso, che quest’ultimo è stato in grado di esercitare una dannosa
coercizione sul datore di lavoro. Tutto ciò è diventato possibile perché nel
campo delle relazioni sindacali si è arrivati ad accettare l’idea che i fini
giustifichino i mezzi e che, a causa dell’approvazione pubblica degli scopi
del movimento sindacale, quelle relazioni debbano essere esentate dalle
normali regole imposte dalla legge. L’intero sviluppo moderno del
sindacalismo è stato reso possibile principalmente dal fatto che la politica è
stata guidata dalla credenza che sia nel pubblico interesse che il lavoro
debba essere organizzato nel modo più esteso e completo possibile e che,
nel perseguimento di questo scopo, i sindacati debbano essere vincolati il
meno possibile. Questo non è certamente nel pubblico interesse. Ma tutto
ciò è stato trattato in modo così ammirevole dal professor Sylvester Petro
dell’Università di New York, nel suo recente libro, The Labor Policy of the
Free Society1, che è sufficiente che mi limiti semplicemente a far
riferimento a quell’opera.
Devo spendere invece un po’ più di tempo nel discutere delle particolari
circostanze che hanno reso così pericoloso nel mondo contemporaneo il
potere dei sindacati sui salari. Si dice spesso che una pressione per più alti
salari che sia effettuata dai sindacati e che abbia successo produce
necessariamente inflazione. Come affermazione generale, ciò non è
corretto. È comunque anche troppo vero nelle particolari condizioni in cui
ora ci troviamo. Dal momento che è diventata dottrina generalmente
accettata quella per cui è dovere delle autorità monetarie fornire abbastanza
credito da assicurare il pieno impiego, quale che sia il livello dei salari, e

317
che questo dovere è stato di fatto imposto alle autorità monetarie a livello
costituzionale, il potere dei sindacati di spingere in alto i salari monetari
non può che far condurre a un’inflazione continua e progressiva. È la
benedizione che J.M. Keynes ha fatto discendere su di noi e di cui siamo
beneficiari.
In questa sede, non ci interessano le sottigliezze della sua teoria. Quello
che ci interessa è l’effettiva ipotesi sulla quale riposa la sua intera teoria:
che è più facile privare con l’inganno i lavoratori della remunerazione
ottenuta sotto forma di salario reale mediante una riduzione del valore della
moneta, piuttosto che ridurre i salari monetari; e la sua opinione è che
questo metodo dovrebbe essere usato ogni volta che i salari reali sono
diventati troppo alti per assicurare il «pieno impiego». Dove Lord Keynes
si è sbagliato è nell’ingenua credenza che i lavoratori stessi sarebbero stati
ingannati indefinitamente da questo modo di procedere e che la riduzione
del potere d’acquisto dei salari non avrebbe prodotto subito nuove richieste
di salari più alti – richieste che sarebbero state ancora più irresistibili,
quando si fosse riconosciuto che non si sarebbe a esse permesso di avere
effetto alcuno sull’occupazione.
Quello che abbiamo ottenuto è una divisione di responsabilità in virtù
della quale un gruppo può imporre un livello retributivo senza alcuna
considerazione per gli effetti sull’occupazione e un’altra agenzia è
responsabile della fornitura di qualsiasi ammontare di liquidità sia
necessario per assicurare il pieno impiego a quel livello retributivo. Finché
sarà questo il principio accettato, è vero che alle autorità monetarie non
rimarrà altra scelta all’infuori di quella di perseguire, per quanto poco ciò
possa essere da esse gradito, una politica di un’ininterrotta inflazione. E il
fatto che, viste le idee attualmente dominanti, le autorità monetarie non
possano fare altro, lascia immutata la circostanza che, come sempre, è la
politica monetaria e nient’altro a essere la causa dell’inflazione.
Abbiamo dietro di noi il primo lungo periodo di tale inflazione da costi,
come è stata chiamata. È stato uno dei più lunghi periodi di grande
prosperità mai registrati. Ma, sebbene la tendenza al rialzo dei salari non si
sia ancora fermata, le forze che hanno portato alla prosperità si sono per un
certo tempo affievolite. Probabilmente abbiamo raggiunto il punto in cui
dobbiamo mietere l’inevitabile raccolto di un periodo di inflazione.
Nessuno può essere certo di ciò. Può benissimo essere che un’altra
massiccia dose di inflazione ci faccia ancora più rapidamente uscire dalla

318
recessione. Il che, credo, finirebbe semplicemente per rimandare il giorno
disgraziato e rendere di gran lunga peggiore il risultato finale. La prosperità
nata dall’inflazione non è mai stata e non sarà mai una prosperità durevole.
Dipende da fattori che sono alimentati, non semplicemente dall’inflazione,
ma da un incremento del tasso di inflazione. E, per quanto si possa avere
un’inflazione permanente, chiaramente non possiamo avere per lungo
tempo un’inflazione a tasso crescente.
Una siffatta prosperità, nutrita dall’inflazione, non finisce perché la
domanda finale diventa insufficiente rispetto al prodotto sul mercato, né
può essere perpetuata tenendo semplicemente la domanda finale a un livello
sufficientemente alto. Il declino comincia sempre, e così comincerà in
questo caso, nel campo dell’investimento, ed è soltanto come conseguenza
del declino dei redditi nei settori in cui si producono beni d’investimento
che la domanda finale risulta in seguito coinvolta. È vero che questa
diminuzione indotta nella domanda finale può divenire cumulativa e
tendere a diventare il fattore di controllo; può essere poi che questa
converta quello che altrimenti sarebbe semplicemente un periodo di
recessione e riaggiustamento in una depressione di maggiore gravità. C’è
quindi ogni ragione per contrastare queste tendenze e per prevenire la
possibilità che esse instaurino una spirale deflazionistica. Ma ciò non
significa che, semplicemente mantenendo la domanda finale a un livello
sufficientemente alto, possiamo assicurare un ininterrotto pieno impiego ed
evitare il riaggiustamento e la disoccupazione transitoria resa necessaria dal
passaggio da condizioni inflazionistiche a condizioni di stabilità monetaria.
La ragione di ciò è che l’investimento non è, come spesso ingenuamente si
crede, congiunto in qualche semplice maniera con la domanda finale; un
dato volume di domanda finale non sempre genera un proporzionale, o
forse addirittura più che proporzionale, mutamento nell’investimento nella
stessa direzione. Ci sono altri fattori che operano all’interno della struttura
prezzi-costi che determinano quale tasso di investimento sarà generato da
un dato livello di domanda. È un mutamento di questi fattori a causare in
prima battuta un declino dell’investimento e dei redditi, a cui segue un
declino nella domanda finale.
Non posso qui esaminare in dettaglio questo meccanismo altamente
complesso e molto controverso. Mi limiterò a due considerazioni che
sembrano provare che la teoria predominante della depressione da
«mancanza di potere d’acquisto» è del tutto sbagliata. La prima è il fatto

319
empirico che non solo cadute dell’investimento sono spesso cominciate
quando la domanda finale e i prezzi sono stati in rapida crescita, ma anche
che i tentativi di ridare forza agli investimenti stimolando la domanda finale
sono quasi invariabilmente falliti. La grande depressione degli anni Trenta
è stata in verità la prima occasione in cui, sotto l’influenza di tali «teorie del
potere d’acquisto» sono stati deliberatamente fatti fin dall’inizio degli
sforzi per sostenere i salari e il potere d’acquisto; abbiamo fatto in modo di
farla diventare la più lunga e la più dura depressione mai registrata. La
seconda considerazione è che l’intera argomentazione sulla quale riposa la
teoria del potere d’acquisto soffre di una contraddizione interna. Essa
procede come se, perfino in condizioni di pieno o quasi pieno impiego, un
aumento della domanda relativa ai prodotti finali comporti una deviazione
delle risorse dalla produzione di beni finali alla produzione di beni
d’investimento. In verità, essa suggerisce che, se a un certo punto la
domanda per beni di consumo diventa molto urgente, l’effetto immediato è
che verranno prodotti meno beni di consumo e più beni di investimento.
Penso che questo significhi che, nel caso estremo, poiché la gente vuole con
grande urgenza una maggiore quantità di beni di consumo, non verranno
prodotti beni di consumo, ma soltanto beni di investimento. Chiaramente ci
dev’essere un meccanismo che fa in modo che accada il contrario. Ma a
meno che non si comprenda questo meccanismo, non possiamo essere
sicuri del fatto che questo non possa anche operare in condizioni poste al di
sotto del pieno impiego. Evidentemente, non possiamo su tali problemi
accettare il punto di vista correntemente diffuso, che non solo non offre
risposta alcuna al problema cruciale, ma che, se portato avanti in modo
coerente, conduce all’assurdo.
Vengo ora al tema che per me è di maggiore interesse. La ragione per cui
ho speso così tanto tempo nell’analizzare la situazione economica in cui le
nuove richieste sindacali sono avanzate è da ascriversi in parte alla
circostanza che esse sono presentate sia come non inflazionistiche che
come salvaguardia contro la depressione (o un rimedio contro di essa), ma
principalmente perché nell’attuale situazione una grande pressione verrà
esercitata sui datori di lavoro per evitare una disputa sindacale, che in
questa congiuntura può avere conseguenze molto serie. Tuttavia, le
decisioni che le imprese che si trovano a fronteggiare le nuove richieste
dovranno assumere sono decisioni di principio che possono avere tremendi
effetti di lungo termine; anzi, possono fortemente modellare il futuro della

320
nostra società. Esse dovrebbero essere prese unicamente in considerazione
del loro significato di lungo periodo e non essere influenzate dal desiderio
di uscire dalle nostre difficoltà del momento. Ma, con il potere che i
sindacati hanno acquisito, la capacità delle imprese di resistere alle loro
dannose richieste dipende dal supporto che esse riceveranno dalla pubblica
opinione. È perciò della massima importanza che si capisca chiaramente
che cosa effettivamente comportano tali richieste, che cosa significherebbe
per la futura conformazione della nostra economia il loro accoglimento e
l’accettazione generale del principio che a esse sottostà.
Come si ricorderà, il signor Reuther ha presentato le richieste dello
United Automobile Workers per il 1958 come un programma «a due
pacchetti», consistente in un insieme di «richieste minime di base comuni a
tutti i lavoratori» e di richieste supplementari «in aggiunta al minimo, per
quelle società o compagnie che si trovano in una posizione maggiormente
avvantaggiata» – o, in altre parole, un insieme di richieste che si riferiscono
all’industria automobilistica in generale, e ulteriori richieste rivolte alle
Grandi Tre. Il primo pacchetto costituisce, in generale, soltanto «più di
quello che già si aveva prima» – sebbene si sia detto che sarà il più grande
aumento salariale mai richiesto nella storia dell’industria automobilistica –,
e lo esaminerò molto brevemente, come un esempio di quello che ho già
detto riguardo alla natura inflazionistica di queste richieste e specialmente
riguardo al loro significato nell’attuale fase del ciclo economico. Il secondo
pacchetto solleva nuovi interessanti problemi e, a mio avviso, costituisce
una reale minaccia per il futuro della nostra economia.
Per quanto riguarda la prima parte delle richieste, intendo soffermarmi
soltanto sulle affermazioni secondo cui gli incrementi salariali
proporzionali agli aumenti del prodotto medio pro-capite dei lavoratori non
sono inflazionistici e accrescere «il potere d’acquisto generale» attraverso
aumenti salariali è un mezzo efficace per combattere la depressione. È
molto facile sbarazzarsene. Mutamenti del prodotto pro-capite non sono,
com’è ovvio, mutamenti nella produttività del lavoro. Per capire ciò, in
modo chiaro, dobbiamo semplicemente considerare un caso estremo, ma in
nessun modo impraticabile, quale per esempio la sostituzione delle attuali
centrali elettriche con centrali atomiche altamente automatizzate. Una volta
che una di queste moderne centrali viene costruita, una manciata di uomini
può apparire come la sola forza produttrice di un colossale quantitativo di
energia elettrica e il relativo prodotto pro-capite crescere di centinaia di

321
volte. Ma questo non significa, in un senso significativo per il nostro
problema, che in quell’industria la produttività del lavoro si è accresciuta o
che in quell’industria il prodotto marginale di un dato numero di lavoratori
si sia davvero accresciuto. L’aumento nella produttività media del lavoro
nell’industria è il risultato degli investimenti fatti e non riflette in alcun
modo il valore che il lavoro di un uomo dà a ciò che da lui è prodotto.
Aumentare i salari in proporzione all’aumento della produttività media
registrato in quell’industria significherebbe aumentarli di troppe volte
rispetto al prodotto marginale proprio di altri settori dell’economia. A meno
che non si ipotizzi che quei particolari individui occupati in quell’industria
abbiano un preciso diritto a una quota del prodotto di quell’investimento e
abbiano diritto di guadagnare molto di più di quanto guadagna un
lavoratore con la stessa qualifica impiegato altrove, ciò significa un
aumento generale dei salari monetari, di gran lunga in eccesso rispetto a
quanto può essere pagato senza un aumento generale dei redditi monetari,
cioè, senza inflazione.
Ciò non vuol ovviamente dire che i lavoratori non possano aver successo
nello spingere in alto i salari monetari fino a quel livello, ma vuol dire che
questo risultato sarebbe altamente inflazionistico e non potrebbe
comportare un aumento significativo dei salari reali per i lavoratori di quel
tipo nel loro insieme. Dal momento che l’illustrazione appena fornita getta
molta luce su uno degli aspetti cruciali del potere del moderno monopolio
del lavoro, vi indugerò ancora un po’. Dove a suo tempo sono stati
effettuati investimenti molto grandi e a redditività molto differita, il
proprietario di quegli investimenti si trova oggi quasi completamente alla
mercé di un effettivo monopolio dell’offerta di lavoro. Una volta che tali
impianti sono stati creati, e finché questi possono essere mantenuti in
funzione senza un loro sostanziale rinnovo o un reinvestimento, i lavoratori
sono nella posizione di appropriarsi di quasi tutte le quote di profitto dovute
all’investimento del capitale. La domanda per una definita quota
dell’aumento della produttività media del lavoro dovuta all’investimento
del capitale equivale in realtà a null’altro che a un tentativo di espropriare il
capitale. Non c’è ragione alcuna per cui un monopolio sindacale veramente
potente non debba, finché si trova davanti investimenti irrevocabilmente
destinati a un particolare scopo, avere un largo successo.
Questo è comunque soltanto un effetto di relativamente breve periodo e i
vantaggi che i lavoratori nel loro insieme possono ricavare da tali politiche

322
appaiono in una luce molto diversa, se consideriamo quali effetti tali
politiche hanno, una volta che vengono previste, nei confronti dei nuovi
investimenti. Per quanto mi riguarda, sono convinto del fatto che questo
potere dei monopoli sindacali sia, insieme agli attuali metodi di tassazione,
il principale deterrente nei confronti dell’investimento privato in beni di
produzione. Non dobbiamo essere sorpresi della circostanza che il flusso
dell’investimento privato si inaridisca non appena cresce l’incertezza nei
confronti del futuro; il che avviene dopo che si è creata una situazione in
cui la gran parte del guadagno relativo a un investimento rilevante,
rischioso e coronato da successo va ai sindacati e al governo, mentre ogni
perdita dev’essere sopportata dall’investitore. L’uomo è fatto in modo tale
che in periodi di grande prosperità tende ancora a dimenticarsi di questi
deterrenti. Ma non dobbiamo meravigliarci se, non appena le prospettive si
fanno un po’ scure, queste ragionevoli paure riacquistino tutto il loro vigore
e ci si trovi di fronte a un altro apparente «esaurimento delle opportunità di
investimento», che è interamente il risultato delle nostre stesse follie.
Ciò mi spinge a trattare il secondo aspetto delle richieste generali
avanzate dalla U.A.W.: il loro significato in un periodo in cui si profila una
depressione. Si afferma che un aumento dei salari in questo periodo della
congiuntura determinerà un aumento generale del potere d’acquisto, in
modo tale da invertire la tendenza verso una diminuzione dei redditi. Non
desidero ora negare che, in un periodo in cui c’è il pericolo di entrare in una
spirale deflazionistica, sia desiderabile che si impedisca alla capacità
aggregata di spesa di scendere ulteriormente. Quello che mi domando è se
l’aumento dei salari sia un metodo ragionevole ed efficace per raggiungere
tale risultato. Ciò di cui abbiamo bisogno in primo luogo non è che alcune
persone guadagnino di più, ma che la maggior parte delle persone guadagni
un reddito, e in particolare che l’occupazione si rinvigorisca nelle industrie
di beni capitali. Vi è ogni probabilità che nell’attuale fase del ciclo un
aumento dei salari porti immediatamente a una diminuzione
dell’occupazione nell’industria in questione – anche se questa non è
raggiunta attraverso uno scontro sindacale e un’interruzione nel lavoro –,
che al presente avrebbero ancora più rapidi riflessi sull’occupazione. E
certamente effetti ancora più nocivi sarebbero patiti dall’occupazione nelle
industrie di beni di investimento. Credo che in condizioni di più o meno
pieno impiego un aumento dei salari reali a carico dei produttori finali
possa agire come un incentivo all’investimento – perché, detto

323
sommariamente, induce il produttore a sostituire il lavoro con i macchinari.
Ma ciò non è certamente vero in una situazione in cui una gran parte della
capacità della dotazione di capitale esistente sia inutilizzata. In una tale
situazione, l’investimento dipende solamente da quanta parte del prodotto
finale può essere venduta con un certo profitto, e questa prospettiva,
alzando per prima cosa i costi monetari, può essere soltanto peggiorata.
Non devo comunque dilungarmi ulteriormente sulla prima parte dei
«pacchetti» del signor Reuther, dal momento che, dopo tutto, essi non
sollevano alcun problema con cui non si sia divenuti familiari già da lungo
tempo. Anche se alcune delle affermazioni a cui mi sono riferito non sono
ripetute abbastanza spesso, o enfatizzate in modo abbastanza forte, non c’è
niente di nuovo in esse.
La parte più interessante delle proposte si trova nel secondo «pacchetto»,
le speciali condizioni discriminatorie per le imprese di maggior successo
nell’industria automobilistica. Non è del tutto semplice stabilire quale sia il
loro scopo o che cosa il signor Reuther si aspetti di ottenere grazie a esse.
Ma vale certamente la pena chiedersi quali sarebbero le conseguenze se
dovessero essere accettate.
Si ricorderà certamente che, prima di avanzare questa richiesta, la
U.A.W. aveva chiesto alle Grandi Tre di ridurre il prezzo delle loro
automobili di 100 dollari e aveva promesso che, se questo fosse stato fatto,
essa ne avrebbe tenuto conto nel formulare le sue nuove richieste. Il fatto
che questo suggerimento non sia stato accolto è ora utilizzato come
giustificazione per quanto ora domandato. Non credo che la richiesta di una
riduzione dei prezzi avrebbe dovuto essere presa molto sul serio, andrebbe
più correttamente considerata come un lavoro di pubbliche relazioni –
inteso a preparare l’opinione pubblica per le richieste che sono state in
seguito avanzate. Il sindacato aveva infatti usato la stessa identica tattica
dodici anni prima. Se però esaminiamo per un momento il significato di
quella domanda, ci è più facile capire il problema con cui oggi ci
misuriamo.
Per i fini della discussione ipotizziamo che la General Motors e magari
anche le altre due grandi industrie automobilistiche possano davvero
vendere con profitto le loro macchine a prezzo ridotto e che magari per un
periodo limitato di tempo questo possa tornare anche a loro vantaggio.
Sembra che ci sia ben poco da dubitare sul fatto che questo significherebbe
rapidamente la fine dei restanti produttori indipendenti, col risultato che

324
l’intero settore verrebbe occupato dalle sole Grandi Tre. Se le cose stanno
così, il primo problema sul quale dobbiamo formarci un’opinione è perché
esse non accettino di ridurre i loro prezzi. Una risposta ovvia è che
chiaramente una tale azione li porterebbe probabilmente presto in conflitto
con le autorità antitrust. Abbiamo infatti raggiunto la ridicola posizione per
cui un tentativo di agire in modo competitivo conduce un’organizzazione
particolarmente efficiente a trovarsi di fronte all’accusa di mirare a
costituire un monopolio. Non so quali vantaggi il signor Reuther pensa che
i suoi lavoratori otterrebbero da questo risultato, ammesso che voglia
realmente ciò. Mi limito semplicemente a fare riferimento a questa
circostanza per porre in rilievo il fatto che tutto ciò produrrebbe quasi
certamente risultati che sono contrari a uno degli scopi riconosciuti della
politica pubblica.
In realtà, sembra molto dubbio che le Grandi Tre giudichino realmente di
loro interesse l’eventualità che i produttori indipendenti siano eliminati. Se
una di loro lo ritenesse veramente desiderabile, essa potrebbe rapidamente
forzare le altre in una linea d’azione che avrebbe quel risultato. Ma mi
sembra molto più probabile che un’azienda come la General Motors, che si
affanna così tanto per preservare una competizione attiva fra le sue
divisioni, potrebbe per la stessa ragione considerare nel suo interesse di
lungo periodo quello di salvaguardare la sperimentazione indipendente dei
produttori più piccoli. Dopo tutto, gli uomini che operano all’interno delle
grandi imprese probabilmente capiscono meglio di molti osservatori esterni
che l’eccezionale efficienza di una particolare organizzazione non è
necessariamente il risultato della sua dimensione, e che piuttosto la sua
dimensione è il risultato dell’eccezionale efficienza di una particolare
organizzazione. Essi sanno senza dubbio che tale eccezionale efficienza
non solo non discende automaticamente dalla sua dimensione, o da alcun
altro espediente o modello che può essere stabilito una volta per tutte, ma
unicamente da un costante e sempre rinnovato sforzo di fare meglio di
quanto può essere fatto usando qualsiasi altro metodo conosciuto. Mi rendo
perfettamente conto del fatto che in quest’ambito gli schemi semplificati
che l’economista teorico legittimamente usa nel suo primo approccio, e che
trattano i costi come una funzione della dimensione e si accostano al
problema in termini di economie di scala, sono divenuti un ostacolo alla
comprensione realistica dei fattori importanti. Molte di quelle
caratteristiche individuali e uniche di una particolare impresa, che rendono

325
a questa possibile giungere al successo, sono dello stesso tipo di
caratteristiche che possono essere riscontrate in un individuo; esse esistono
in larga parte come un’intangibile tradizione di approccio ai problemi,
basata su qualcosa che viene tramandato, ma che è anche in continua
modificazione e che, sebbene possa assicurare la superiorità per lunghi
periodi, può essere sfidato in ogni momento da una nuova e perfino più
efficiente personalità societaria. Devo dire che se fossi responsabile del
destino di una di queste imprese, sentirei di agire nel migliore interesse
della società, se sacrificassi il guadagno temporaneo ottenibile dal controllo
di una perfino più grande quota del mercato al fine di proteggere lo stimolo
che per così lungo tempo ha permesso all’organizzazione di essere
all’avanguardia; ma sentirei anche che, nei miei sforzi di prolungare questa
leadership il più a lungo possibile usando a questo scopo parte del
differenziale dei profitti consentiti alla mia impresa da una efficienza
superiore, agirei nell’interesse generale della comunità. Un vantaggio di un
individuo o di una organizzazione, che non può essere duplicato, rimane un
vantaggio per la società anche se altri non lo conseguono; ne dovrebbe
essere fatto largo uso, almeno finché a nessun altro è impedito di migliorare
il risultato grazie a vantaggi differenti e perfino più grandi. Pensare a tali
posizioni negli stessi termini in cui pensiamo ai monopoli, basati sulla
presenza di barriere all’entrata di un settore produttivo, significa accostarsi
in modo complessivamente distorto ai problemi di politica economica.
Sarà utile ricordare ciò, ora che stiamo per passare alle specifiche
richieste dei lavoratori del settore automobilistico rivolte soltanto alle tre
società che hanno una posizione dominante. Non ho la benché minima
difficoltà nel capire quello che il signor Reuther si aspetta effettivamente di
conseguire, da quali richieste egli si aspetta di ottenere un reale beneficio
per i dipendenti e quali richieste sono state avanzate piuttosto per il loro
effetto ottico, per guadagnare cioè il supporto della pubblica opinione. Il
risultato dell’accoglimento di tali richieste dipende da certe decisioni prese
dal management delle società, il cui carattere non è in alcun modo ovvio.
Dovrò perciò considerare le conseguenze del possibile accoglimento di
queste richieste sulla base di differenziate ipotesi sul modo in cui le società
risponderanno alle nuove condizioni.
Le «richieste economiche supplementari» dirette alle Grandi Tre sono
che la metà di tutti i profitti eccedenti il 10 per cento rispetto a quello che è
definito «capitale netto» dovrebbero essere divisi equamente tra dipendenti

326
e consumatori, cosicché un quarto di questi «profitti in eccesso» conseguiti
nell’arco di ogni anno dovrebbero essere dati come rimborso agli acquirenti
di automobili, mentre un altro quarto dovrebbe essere trasferito ai sindacati
consentendo a questi ultimi di farne l’uso che ritengono più opportuno. È
quest’ultima caratteristica che distingue la proposta da tutti gli altri piani di
divisione dei profitti, e particolarmente dal piano di divisione dei profitti
offerto da alcune industrie automobilistiche ai lavoratori e che questi ultimi
hanno respinto. Non è un piano per dare ai singoli lavoratori una
determinata quota della proprietà di un’impresa e perciò dei suoi profitti,
ma piuttosto un piano per dare al sindacato, o ai rappresentanti dei
lavoratori impiegati nell’impresa in un dato momento, il controllo, in primo
luogo, di un quarto dei profitti che eccedono il 10 per cento del capitale
netto.
Ci sono vari motivi per cui sembra attraente l’idea secondo cui ai
lavoratori di un’impresa dovrebbe essere favorita l’opportunità di investire
in essa parte dei propri risparmi, e ci sono anche buone ragioni che
spiegano perché le grandi speranze che alcune persone hanno riposto su tali
piani sono state sempre scarsamente confortate da risultati. Sebbene il
lavoratore possa trovare una più grande soddisfazione nel lavorare per
un’impresa dove abbia diritto a una quota, per quanto piccola, dei profitti, e
possa così essere maggiormente interessato alla prosperità della stessa
impresa, è anche naturale che, se ha qualche risparmio da investire, egli di
norma eviti di rischiarlo investendolo in un’organizzazione dalla cui
prosperità dipende tutto il resto del suo reddito.
Se viene chiesto che all’insieme dei lavoratori impiegati da un’impresa in
un dato momento, che non hanno contribuito al suo capitale, venga
attribuita una quota dei profitti, ci troviamo però di fronte a un problema
del tutto diverso. L’effetto dipenderà in parte da come questa quota è
distribuita tra i lavoratori o altrimenti usata a loro vantaggio. Su ciò la
proposta, così come pubblicata, ci lascia largamente all’oscuro. Ci dice
semplicemente che i lavoratori di ogni impresa «dovrebbero decidere
democraticamente il modo in cui allocare le risorse rese disponibili da parte
delle loro imprese grazie a questo pacchetto supplementare», e aggiunge
una lista di finalità, che si conclude con «ogni altro scopo che essi
giudicano consigliabile». Qualche volta mi chiedo se questa non sia la frase
più inquietante dell’intero documento, poiché lascia aperta la possibilità che
il singolo lavoratore possa ottenere poco, se non proprio nulla, per la sua

327
libera disponibilità, e che il denaro possa essere usato principalmente per
gli scopi collettivi del sindacato, per accrescere cioè ulteriormente il suo
potere.
Per quanto riguarda gli effetti sulla posizione delle imprese interessate,
dobbiamo distinguere fra effetti di breve e effetti di lungo periodo. Nel
periodo relativamente breve, le imprese dovrebbero scegliere tra l’assorbire
la perdita di profitti netti, continuando essenzialmente le stesse politiche di
prezzo di prima, oppure tentare subito di risarcirsi mediante un
aggiustamento nei prezzi. La prima via significherebbe non solo che esse
sarebbero in una posizione più forte sul mercato del lavoro rispetto a quella
dei loro competitori più deboli, ma anche che offrirebbero ai consumatori le
relative riduzioni di prezzo – anche se è dubbio che l’aspettativa di un
incerto e nel migliore dei casi esiguo rimborso alla fine dell’anno possa
influenzare in modo significativo la scelta dell’acquirente. In ogni caso,
fino a quando tali imprese dovessero seguire questa politica, la tendenza
sarebbe necessariamente quella di rafforzare la loro superiorità sulle
imprese meno competitive e accrescere la probabilità di una eliminazione di
queste ultime. Se d’altra parte esse decidessero che non possono
permettersi la riduzione dei profitti, ma che sarebbe invece opportuno
aumentare i prezzi in misura sufficiente da riportarli al loro precedente
livello (per quanto possibile), gli acquirenti di automobili non solo non
avrebbero alcun tipo di vantaggio, ma dovrebbero pagare più di prima,
perché dovrebbero fornire i profitti aggiuntivi necessari per soddisfare le
richieste dei lavoratori.
Nel lungo periodo, comunque, i responsabili delle imprese non avrebbero
una tale scelta. Il signor Reuther in questo caso sta nascondendo il
problema principale definendo «profitti in eccesso» tutti quei profitti che
eccedono il 10 per cento del «capitale netto» prima della tassazione (cioè il
4,8 per cento dopo la tassazione). Non esaminerò in questo contesto le
difficoltà che il vago concetto di «capitale netto» solleva, ma ai fini del
ragionamento ipotizzerò che possa esserne dato un significato
sufficientemente definito. Quale che sia la base di calcolo, è difficile capire
in che modo i profitti effettivamente guadagnati dalle imprese più efficienti
possano essere definiti eccessivi. È vero che sono alti se comparati con
quelli conseguiti da imprese dello stesso settore che stanno lottando per la
sopravvivenza, ma difficilmente lo sono in un altro senso. Le misure di
redditività usate comunemente a malapena suggeriscono che i profitti

328
guadagnati dalle tre imprese siano più di quanto è necessario in un campo
così altamente rischioso per attrarre l’investimento di nuovo capitale: alla
fine dello scorso anno, il valore delle azioni sia della Ford che della
Chrysler era al di sotto del valore d’inventario delle loro attività, e solo il
prezzo delle azioni della General Motors eccedeva il valore d’inventario
delle attività di più della media di tutte le imprese incluse nell’indice Dow-
Jones dei prezzi dei titoli industriali2. Tuttavia, anche se potesse essere
seriamente affermato che i profitti di queste imprese sono stati in qualche
modo «eccessivi», ciò costituirebbe una ragione per la quale, nell’interesse
generale, una maggiore quantità di capitale dovrebbe essere investita nelle
imprese interessate e non una ragione per rendere gli investimenti meno
profittevoli. Oppure, supponendo che vi siano delle basi per affermare che
le grandi imprese dell’industria automobilistica stavano lucrando «profitti
di monopolio», questa mi sembrerebbe la migliore ragione per non
attribuire ai lavoratori un interesse acquisito nella preservazione di tali
profitti.
Questo mi conduce da ultimo al principio generale implicito in queste
richieste, al problema di quale sarebbe la conformazione del nostro intero
sistema economico se il principio soggiacente a tali richieste fosse applicato
in via generale. Questo è un problema che dev’essere esaminato a
prescindere dalle particolari cifre menzionate nei «pacchetti» del signor
Reuther. Se è in qualche modo giusto che i dipendenti di una particolare
impresa debbano ottenere un quarto dei profitti che eccedono il 10 per
cento del capitale netto, la prossima volta sembrerà ugualmente giusto che
essi domandino la metà o che esigano qualsiasi maggiore percentuale di
tutti i profitti. È ovviamente una pratica usuale e troppo spesso coronata da
successo quella di stabilire un nuovo principio, limitandosi ad avanzare
all’inizio quella che può essere considerata una richiesta quantitativamente
non molto importante e solo quando il principio è stato stabilito spingere la
sua applicazione sempre più oltre. Sembra che il signor Reuther non sia
stato molto saggio nel chiedere in prima battuta una cifra pari a un quarto di
quelli che chiama profitti in eccesso. Il rischio di vedere realizzato quello
scopo sarebbe stato probabilmente molto più grande se in prima battuta egli
avesse chiesto un modesto 10 per cento e, solo dopo che il principio fosse
stato stabilito, avesse spinto per una più alta partecipazione. Forse perché
egli alla prima occasione ha chiesto il massimo possibile, il pubblico sarà
più pronto a comprendere quello che significherebbe l’affermazione del

329
principio.
Il riconoscimento del diritto di un lavoratore di un’impresa, in quanto
lavoratore, a partecipare a una quota dei profitti, a prescindere da quale
contributo egli abbia dato al capitale di questa, lo rende parziale
proprietario di quella impresa. In questo senso, la richiesta è puramente
socialista e, oltre a ciò, non è basata su alcuna teoria socialista del tipo più
razionale e sofisticato, ma sul tipo più rozzo di socialismo, conosciuto
comunemente come sindacalismo. È la forma in cui le richieste socialiste
usualmente appaiono per la prima volta, ma che, a causa delle loro assurde
conseguenze, sono state abbandonate da tutti i teorici del socialismo. È per
lo meno possibile intavolare una discussione razionale in favore della
nazionalizzazione di tutto il capitale industriale (sebbene credo che possa
essere dimostrato – ed è confermato da ogni esperienza – che le
conseguenze di una tale politica sono disastrose). Ma non è certamente
possibile fornire un argomento razionale all’opinione che i lavoratori
impiegati in qualsiasi momento in un’impresa o in un’industria debbano
essere collettivamente proprietari dei mezzi di produzione di
quell’industria. Ogni riflessione sulle conseguenze di una tale misura
mostra presto che è totalmente incompatibile con ogni uso razionale delle
risorse della società; essa porterebbe in breve alla completa disarticolazione
del sistema economico. Il risultato finale sarebbe semplicemente, senza
dubbio, che alcuni nuovi gruppi chiusi di lavoratori, già stabilitisi in una
fabbrica, vi si trincerebbero in quanto nuovi proprietari e tenterebbero di
ottenere dalla proprietà di cui si sono impadroniti il maggior beneficio per
essi possibile. L’espropriazione di un gruppo di capitalisti sarebbe stata
raggiunta, ma solo per dare a qualche altro gruppo un diritto egualmente
esclusivo (e probabilmente egualmente temporaneo) nei confronti di
particolari attività.
Questa non è la sede appropriata per dimostrare l’impossibilità di
funzionamento di un sistema economico gestito dai sindacati, né dovrebbe
essere necessario provare a farlo ancora una volta. Quello che invece è
necessario mettere in evidenza è che l’accoglimento della richiesta del
signor Reuther sarebbe un passo verso il sindacalismo e che, una volta che
il primo passo viene compiuto, è difficile prevedere quali ulteriori richieste
nella stessa direzione possano essere respinte. Se l’U.A.W. ha ora il potere
di appropriarsi di parte del capitale di alcune delle più grandi imprese del
Paese, non c’è ragione per cui lo stesso potere la prossima volta non debba

330
essere usato per appropriarsi di qualcosa in più e alla fine di tutto, e non c’è
ragione perché la stessa cosa non debba accadere nelle altre industrie.
Nulla, invece, ci fa capire più chiaramente i pericoli della situazione che
abbiamo lasciato svilupparsi negli ultimi venticinque anni del fatto che è
necessario esaminare seriamente certe richieste, e spiegare a lungo perché
esse non devono per nulla al mondo essere accettate, se vogliamo
conservare inalterati i tratti fondamentali della nostra economia. Spero che
la circostanza che tali richieste non abbiano causato una maggiore
preoccupazione sia dovuta alla circostanza che la maggior parte della gente
crede che in loro favore non verrà esercitata una seria pressione e che,
almeno questa volta, esse sono state avanzate solo come manovra di
mercanteggiamento. Ma temo che tutto ciò avvenga perché il pubblico non
ha ancora capito che la posta in gioco è molto più alta della prosperità di tre
grandi imprese. Quando queste richieste saranno avanzate seriamente, ci
renderemo conto di fino a quale punto ai gruppi organizzati dei lavoratori
dell’industria sia stato permesso di fare uso del potere coercitivo acquisito
per imporre al resto di questo paese un cambiamento nelle istituzioni
fondamentali del nostro sistema sociale ed economico. Questa non è più
una situazione in cui possiamo consentirci il punto di vista disinteressato,
secondo cui in un conflitto di interessi c’è sempre qualcosa che dev’essere
detta a favore di entrambe le parti e secondo cui bisogna ricercare un
compromesso. È una situazione in cui perfino alla paura delle gravi
conseguenze che in questa congiuntura potrebbero essere causate da un
prolungato conflitto sindacale e forse da un lungo arresto della produzione
non dovremmo permettere di avere influenza sulla nostra posizione. Mi
sembra che questo sia un momento in cui tutti coloro che desiderano la
preservazione del sistema di mercato, basato sulla libera impresa, devono
senza ambiguità desiderare e sostenere un aperto rifiuto nei confronti di
queste richieste, senza sottrarsi alle conseguenze di breve periodo che ciò
può comportare.
Molta gente probabilmente crede ancora che le grandi industrie
automobilistiche siano in grado di badare a se stesse e che noi non
dobbiamo preoccuparci dei loro problemi. Non direi che questo sia ancora
vero. Il fatto è che abbiamo consentito l’affermazione di una situazione in
cui i sindacati sono diventati così potenti e nello stesso tempo gli
imprenditori sono stati privati di ogni effettiva difesa; se il signor Reuther,
conformemente alla sua abitudine preferita, sceglie una delle Grandi Tre

331
per l’attacco, dobbiamo essere seriamente preoccupati del risultato.
Abbiamo raggiunto un punto in cui la domanda relativa a come possiamo
rendere una tale impresa effettivamente capace di resistere a richieste che,
se accettate, ci metterebbero direttamente sulla strada del sindacalismo
dev’essere la più importante preoccupazione pubblica. Il signor Reuther
può in verità essere nella posizione di esercitare una pressione molto
pesante non solo su quella impresa, ma anche sul pubblico nel suo insieme,
perché può dipendere da lui se l’attuale declino si trasformerà in una più
grande depressione. Dobbiamo inequivocabilmente capire che la
responsabilità è interamente sua e che nessuna minaccia deve spaventare il
pubblico fino a condurlo a un compromesso che nel lungo periodo potrebbe
rivelarsi perfino più funesto. Mi sembra che in questa situazione
l’economista non debba esimersi dal dovere di parlare chiaramente. Questo
non è un compito piacevole per uno che, in quanto scienziato, deve mirare a
essere imparziale e la cui inclinazione è quella di non prendere le parti in un
particolare conflitto di interessi o, se deve farlo, di favorire la parte nella
quale vi sono quelli che sono relativamente più poveri. Devo ammettere che
ho i miei dubbi sul fatto che sia stata nel complesso benefica la
preoccupazione predominante di così tanti economisti per quello che essi
considerano nel caso particolare come giustizia, piuttosto che per le
conseguenze che un provvedimento può avere sulla struttura di una società.
Sono assolutamente sicuro che tale problema non abbia assolutamente
niente a che vedere con questioni di giustizia tra le singole parti in
contrasto; esso costituisce un problema di principio che dovrebbe essere
deciso alla luce delle conseguenze che la sua generalizzata adozione
avrebbe per la nostra società. Se questo significa che l’economista, il cui
dovere principale è quello di riflettere e di spiegare le conseguenze di lungo
periodo, deve sostenere quello che può essere il punto di vista impopolare,
particolarmente quello in cui è probabile che sia impopolare fra la classe
estesa degli intellettuali ai quali egli appartiene, ebbene sento che diventa
perfino più che suo dovere agire così, senza riserve e inequivocabilmente.
Forse posso concludere con le parole di uno dei più saggi e più
disinteressati fra gli economisti, parole che sono state poste accanto
all’intestazione di un saggio molto conosciuto, intitolato Reflections on
Syndacalism che ora sta dimostrando di essere stato spaventosamente
profetico. Il passaggio di Alfred Marshall che Henry Simons ha citato
nell’intestazione di quel saggio dice quanto segue: «gli studiosi di scienze

332
sociali devono temere l’approvazione popolare; i guai incominciano quando
di essi tutti parlano bene. Se c’è una serie di opinioni grazie alla difesa delle
quali un giornale può incrementare le sue vendite, lo studioso che desidera
lasciare il mondo in generale e il suo Paese in particolare migliore di quello
che sarebbe stato, se egli non fosse nato, è tenuto a insistere sui limiti, i
difetti e gli errori, se ce ne sono, di quel complesso di opinioni: e mai per
difenderle incondizionatamente, addirittura tramite ipotesi ad hoc. È quasi
impossibile per uno studioso essere un vero patriota e avere la reputazione
di essere un uomo del proprio tempo»3. È per uno studioso probabilmente
parimenti impossibile essere oggi un vero amico dei lavoratori e avere la
reputazione di esserlo.

333
21.
L’inflazione risultante dalla rigidità
verso il basso dei salari*

Contrariamente a ciò che comunemente si crede, il risultato fondamentale


della «rivoluzione keynesiana» è la generale accettazione di una ipotesi di
fatto e, quel che è più importante, di un’ipotesi che diventa vera in
conseguenza della sua generale accettazione. La teoria come si è sviluppata
negli ultimi venti anni è diventata un apparato formale, che può o non può
misurarsi con i fatti meglio della teoria monetaria classica; non è questo che
qui ci interessa. L’ipotesi decisiva sulla quale riposava la tesi originale di
Keynes, e che da allora ha dettato le regole della politica economica, è che
sia impossibile ridurre i salari monetari di un grande gruppo di lavoratori
senza causare un’estesa disoccupazione. La conclusione che Lord Keynes
ha tratto da ciò, e che il suo intero sistema teorico intendeva giustificare, è
che, dal momento che i salari monetari non possono in pratica essere ridotti,
ogni volta che i salari diventano troppo alti per permettere il «pieno
impiego», l’aggiustamento necessario deve essere compiuto in base al
contorto procedimento della riduzione del valore della moneta. Una società
che accetta ciò è destinata a un continuo processo inflattivo.
All’interno del sistema keynesiano, la conseguenza non è subito chiara,
perché Keynes e la maggior parte dei suoi seguaci discutono nei termini di
un generale livello salariale, mentre il problema principale si rivela soltanto
se noi pensiamo in termini di salari relativi dei differenti gruppi (distrettuali
o regionali) di lavoratori. I salari relativi dei diversi gruppi sono destinati a
modificarsi sostanzialmente nel corso dello sviluppo economico. Ma, se
non si deve ridurre il salario monetario di alcun gruppo importante,
l’aggiustamento della posizione relativa deve essere conseguita
esclusivamente aumentando tutti gli altri salari monetari. Il risultato è un
continuo rialzo nel livello dei salari monetari che sia più grande
dell’aumento dei salari reali; il che significa inflazione. Per capire quanto
importante possa essere questo fattore, è sufficiente limitarsi a considerare

334
la normale dispersione che si rileva anno per anno nelle variazioni salariali
dei diversi gruppi.
I dodici anni a partire dalla fine della guerra sono stati infatti nell’intero
mondo occidentale un periodo di inflazione più o meno continuata. Non
importa fino a che punto questo sia stato interamente il risultato di una
politica deliberata o il prodotto delle esigenze della finanza governativa.
Certamente è stata una politica molto popolare, poiché è stata
accompagnata da una grande prosperità per un periodo di un’estensione che
probabilmente non ha precedenti. Il grande problema è se la prosperità
possa essere con tali mezzi indefinitamente mantenuta – o se un tentativo
del genere non sia destinato prima o poi a produrre altri risultati, che alla
fine diventeranno insopportabili.
Il punto che nell’attuale discussione tende a essere trascurato è che
l’inflazione agisce come stimolo per l’economia solo fin quando è
imprevista o maggiore di quello che ci si aspetta. Gli aumenti dei prezzi in
quanto tali, come spesso è stato notato, non sono necessariamente una
garanzia di prosperità, i prezzi devono rivelarsi più alti di quelli che ci si
aspettava che fossero. Per produrre profitti superiori al normale, una volta
che un ulteriore aumento dei prezzi viene anticipato con certezza, la
competizione per l’accaparramento dei fattori della produzione spingerà in
anticipo al rialzo dei costi. Se i prezzi non aumentano più di quanto ci si
aspetta, non ci saranno extraprofitti e, se aumentano meno, l’effetto sarà
uguale a quello che ci sarebbe stato se i prezzi si fossero ridotti quando ci si
aspettava che restassero stabili.
Nell’insieme, l’inflazione del dopoguerra è stata inaspettata o è durata più
di quanto previsto. Ma quanto più l’inflazione dura, tanto più ci si aspetta
che continui; e quanto più la gente fa affidamento su un rialzo ininterrotto
dei prezzi, tanto più i prezzi devono salire per assicurare adeguati profitti
non solo a coloro che li guadagnerebbero senza inflazione, ma anche a
quelli che non lo farebbero. Un’inflazione maggiore di quella che ci si
aspetta assicura una prosperità generale, solo perché coloro che senza di
essa non farebbero profitti, e sarebbero costretti a passare a qualche altra
attività, possono continuare a svolgere le loro attuali attività. Un’inflazione
cumulativa, a un tasso progressivo, assicurerà probabilmente la prosperità
per un periodo abbastanza ampio, ma ciò non potrà mai verificarsi con
un’inflazione a tasso costante. Non abbiamo quasi bisogno di chiederci
perché un’inflazione a un tasso progressivo non possa essere proseguita

335
indefinitamente: prima che diventi così veloce da rendere impossibile ogni
ragionevole calcolo sulla circolazione monetaria in espansione e prima che
venga spontaneamente sostituita da qualche altro mezzo di scambio, gli
inconvenienti e l’ingiustizia derivanti dalla rapida caduta del valore di tutti i
pagamenti fissi produrrà irresistibili richieste per un freno – irresistibili,
almeno, quando la gente capisce quello che sta succedendo e comprende
che il governo può sempre fermare l’inflazione (l’iperinflazione successiva
alla Prima guerra mondiale è stata tollerata soltanto perché la gente è stata
indotta a credere che l’aumento della quantità di moneta in circolazione
fosse non una causa, ma una necessaria conseguenza dell’aumento dei
prezzi).
Non possiamo perciò aspettarci che una prosperità generata
dall’inflazione duri indefinitamente. Siamo destinati a raggiungere un punto
in cui la fonte della prosperità, ora costituita dall’inflazione, non sarà
ulteriormente disponibile. Nessuno può prevedere quando questo punto sarà
raggiunto, ma certamente succederà. Poche cose dovrebbero preoccuparci
di più del bisogno di assicurarci un’organizzazione delle risorse produttive
che, quando lo stimolo prodotto dall’inflazione avrà cessato di operare, ci
faccia sperare nel mantenimento di un ragionevole livello di attività e
occupazione.
Tuttavia, quanto più a lungo ci affidiamo a un’espansione inflazionistica
per ottenere la prosperità, tanto più difficile sarà il compito. Ci troveremo di
fronte non soltanto a un grosso accumulo di aggiustamenti rimandati – tutte
quelle attività tenute a galla esclusivamente dall’ininterrotta inflazione.
L’inflazione è anche la causa effettiva della errata «canalizzazione» della
produzione, induce cioè a intraprendere nuove attività che continuano a
essere profittevoli solo finché dura l’inflazione. Specialmente quando la
moneta addizionale diviene in primo luogo disponibile per attività di
investimento, questi cresceranno fino a raggiungere un volume che, una
volta che siano i soli risparmi correnti a essere disponibili per alimentarlo,
non può essere mantenuto.
L’idea che possiamo sostenere la prosperità tenendo la crescita della
domanda finale sempre un passo avanti ai costi si dimostra, prima o poi,
un’illusione, perché i costi non sono una grandezza indipendente, ma sono
determinati nel lungo periodo dalle aspettative relative a quello che sarà il
livello della domanda finale. E, per assicurare il «pieno impiego», anche un
eccesso di «domanda aggregata» sui «costi aggregati» può non essere

336
sufficiente in misura durevole, dal momento che il volume
dell’occupazione dipende largamente dalla grandezza dell’investimento e,
oltre un certo punto, una domanda finale in eccesso può agire come
deterrente piuttosto che come stimolo per l’investimento.
Temo che coloro che credono di aver risolto il problema del pieno
impiego permanente si troveranno di fronte a una seria disillusione. Per non
dire poi dell’inevitabilità di una più grave depressione. Una transizione
verso condizioni monetarie più stabili, facendo in modo che l’inflazione
rallenti gradualmente, è probabilmente ancora possibile. Ma sarà
difficilmente possibile senza un significativo decremento dell’occupazione
di una qualche durata. La difficoltà risiede nel fatto che, date le opinioni
attualmente accettate, ogni percettibile aumento della disoccupazione sarà
subito affrontato con una rinnovata inflazione. Tali tentativi di curare la
disoccupazione mediante ulteriori dosi di inflazione probabilmente
assicureranno un temporaneo successo e possono perfino, se la pressione
inflazionistica è abbastanza potente, essere più volte riproposti. Ma ciò
equivale semplicemente a rinviare il problema e, nello stesso tempo, ad
aggravare l’intrinseca instabilità della situazione.
In un breve studio che copre un periodo di venti anni, non c’è spazio per
considerare il serio problema, essenzialmente tuttavia di breve termine,
relativo a come uscire da un particolare incastro inflazionistico, senza
produrre una più grande depressione. Il problema di lungo termine è quello
di trovare il modo di fermare la tendenza inflazionistica di lungo periodo e
periodicamente accelerata, che continuamente ripropone la questione. Il
punto essenziale è che bisogna ancora una volta capire che quello
dell’occupazione è un problema salariale e che l’espediente keynesiano di
abbassare i salari reali, riducendo il valore della moneta quando i salari
sono diventati troppo alti per il pieno impiego, funzionerà soltanto fino a
che i lavoratori si lasceranno ingannare da questa manovra. Il tentativo di
aggirare quella che è chiamata «rigidità» dei salari può funzionare per un
certo periodo, ma nel lungo periodo è soltanto un ostacolo, più grande di
quanto lo sia stato in passato, a un sistema monetario stabile. È necessario
che si capisca chiaramente che la responsabilità di un livello salariale che
sia compatibile con un alto e stabile livello di occupazione appartiene alle
unioni sindacali. L’attuale situazione, in cui ogni sindacato si preoccupa
soltanto di ottenere il massimo livello dei redditi monetari, senza curarsi
dell’effetto sull’occupazione, e in cui ci si aspetta che le autorità monetarie

337
offrano qualsiasi aumento di reddito monetario sia richiesto per assicurare il
pieno impiego al livello salariale vigente, conduce necessariamente a
un’inflazione continua e progressiva. Stiamo scoprendo che, rifiutandoci di
affrontare il problema salariale e sfuggendo temporaneamente alle
conseguenze grazie all’illusione monetaria, abbiamo semplicemente reso il
problema molto più complesso. Il problema di lungo periodo rimane la
ricostituzione di un mercato del lavoro che riesca a determinare salari che
siano compatibili con una moneta stabile. Questo significa che deve ancora
una volta essere riconosciuta la piena ed esclusiva responsabilità delle
autorità monetarie nei riguardi dell’inflazione. Sebbene sia vero che, finché
si ritiene che sia loro dovere fornire una quantità di moneta sufficiente per
assicurare il pieno impiego a ogni livello salariale, esse non abbiano scelta
e il loro ruolo diventa puramente passivo, è proprio tale concezione che è
destinata a produrre un’inflazione continua. Stabili condizioni monetarie
richiedono che il flusso di spesa monetaria sia il dato fisso al quale devono
adattarsi prezzi e salari, e non il contrario.
Un cambiamento di politica, quale quello che sarebbe necessario per
impedire una inflazione progressiva e per impedire l’instabilità e le crisi
ricorrenti a ciò conseguenti, presuppone però un cambiamento nel modo di
pensare ancora predominante. Sebbene un tasso bancario del 7 per cento,
nel Paese in cui hanno avuto origine e sono stati praticati in modo più
coerente riveli fortemente il fallimento dei princìpi keynesiani, vi sono
tuttavia deboli segnali riguardo al fatto che quei princìpi abbiano perso la
loro influenza sulla generazione che è cresciuta nel momento di loro
massima diffusione. A prescindere dal potere intellettuale che ancora
esercitano, essi hanno contribuito in misura così grande a rafforzare la
posizione di uno degli elementi politicamente più potenti del Paese che il
loro abbandono non è probabile che avvenga senza una dura lotta politica.
Il desiderio di evitare che ciò si verifichi continuerà a spingere i politici a
rinviare tale necessità, ricorrendo ancora una volta alla scappatoia
temporanea che offre l’inflazione come sentiero di minima resistenza.
Probabilmente, solo quando i pericoli di tale scappatoia saranno diventati
più evidenti di quelli che sono adesso, sarà realmente affrontato il problema
fondamentale a essi soggiacente, e cioè il potere dei sindacati.

338
22.
L’impresa societaria in una società democratica:
nell’interesse di chi dovrebbe essere e sarà governata?*

22.1 Nei problemi su cui intendo concentrare la mia attenzione, il


«dovrebbe» e il «sarà» non possono essere separati. Venticinque anni sono
un periodo abbastanza lungo per poter fare in modo che il risultato futuro
dipenda da quello che faremo per porlo in essere. Credo che abbiamo il
potere di evitare alcune delle spiacevoli prospettive che le attuali tendenze
sembrano annunziare. Il nostro successo dipende dalla nostra capacità di
riconoscere chiaramente il problema e di intraprendere un’azione
appropriata. Tutto quello che posso fare in questa sede è cercare di indicare
i canali entro cui dovremmo cercare di dirigere gli sviluppi futuri.
La mia tesi è che, se vogliamo effettivamente circoscrivere i poteri della
grande impresa entro un ambito in cui siano benefici, dobbiamo finalizzarli,
molto più di quello che abbiamo già fatto, a un obiettivo specifico, quello
dell’uso profittevole del capitale affidato dai suoi detentori ai dirigenti.
Devo dire che, proprio la tendenza a permettere e perfino a costringere le
imprese societarie a usare le loro risorse per fini diversi da quelli della
massimizzazione di lungo periodo della redditività del capitale posto sotto
il loro controllo, è ciò che tende a conferire a essi poteri indesiderabili e
socialmente dannosi, sicché la dottrina oggi di moda, secondo cui la loro
politica dovrebbe essere guidata da «considerazioni sociali», è probabile
che produca risultati altamente indesiderabili.
Desidero subito mettere comunque in evidenza che, quando sostengo che
la sola specifica finalità che le imprese societarie dovrebbero perseguire è
quella di assicurare la redditività di lungo periodo più alta possibile, ciò non
significa che nel perseguimento di questo fine esse non dovrebbero essere
frenate da regole generali legali e morali. C’è un’importante distinzione che
dev’essere tracciata tra gli obiettivi specifici e la struttura di regole
all’interno delle quali i fini specifici devono essere perseguiti. A questo
riguardo, certe regole di correttezza e forse addirittura di caritatevolezza

339
generalmente accettate dovrebbero probabilmente essere considerate non
meno cogenti nei confronti delle grandi imprese di quanto possano esserlo
le norme di legge vere e proprie. Tali regole limitano quello che le grandi
imprese possono fare nel perseguimento dei loro scopi concreti, ma ciò non
equivale a dire che esse siano autorizzate a usare le proprie risorse per scopi
particolari che non abbiano nulla a che vedere con il fine a loro proprio.
Potere, nel senso biasimevole del termine, è la capacità di dirigere
l’energia e le risorse di altri verso dei valori che questi non condividono.
L’impresa, che ha come unico compito quello di fare l’uso più profittevole
possibile delle proprie attività, non ha il potere di scegliere tra valori: essa
amministra risorse al servizio dei valori degli altri. È forse del tutto naturale
che i dirigenti desiderino poter perseguire valori che essi ritengono essere
importanti, ed è naturale che abbiano bisogno di ben poco incoraggiamento
da parte dell’opinione pubblica per indulgere in tali scopi «idealistici». Ma
è proprio qui che si annida il pericolo che essi acquisiscano un potere reale
e incontrollabile. Anche la più grande aggregazione di potere potenziale, la
più grande accumulazione di risorse posta sotto il controllo di un singolo, è
relativamente innocua, finché coloro che esercitano tale potere sono
autorizzati a usarlo soltanto per una finalità specifica e non hanno alcun
diritto di usarlo per altri scopi, comunque in se stessi desiderabili. Sostengo
perciò che l’antiquata idea che considera i dirigenti come fiduciari degli
azionisti, e che lascia al singolo azionista decidere se il profitto originato
dalle attività dell’impresa debba essere usato al servizio di più alti valori, è
la più importante salvaguardia contro l’acquisizione da parte delle imprese
societarie di poteri arbitrari e politicamente pericolosi.
Non c’è quasi bisogno che sottolinei quanto, in tempi recenti, la politica
(specialmente la politica fiscale), l’opinione pubblica e le tradizioni che
crescono all’interno delle imprese abbiano teso verso la direzione opposta,
e non c’è bisogno che sottolinei fino a che punto la gran parte del dibattito
sulle riforme sia in realtà volto a fare in modo che le imprese agiscano più
deliberatamente nel «pubblico interesse». Queste richieste mi sembrano
essere radicalmente sbagliate, e mi sembra anche più probabile che il loro
accoglimento possa aggravare, piuttosto che ridurre, i pericoli contro cui
esse sono dirette. E tuttavia non c’è dubbio che l’idea secondo cui le
imprese dovrebbero perseguire scopi pubblici e scopi privati è diventata
così ampiamente accettata, perfino fra i dirigenti, da rendere poco certo che
sia ancora valido il commento di Adam Smith, stando al quale

340
l’ostentazione di trafficare per il bene pubblico «non è molto comune fra i
mercanti e poche parole sono sufficienti a dissuaderli dal farlo».

22.2 Ci sono quattro gruppi a vantaggio dei quali si potrebbe chiedere che
le imprese societarie vengano gestite: i dirigenti, i lavoratori, gli azionisti e
«il pubblico» in genere. Per quanto riguarda i dirigenti, possiamo liquidare
subito il problema con l’osservazione che, sebbene sia forse un pericolo da
cui bisogna guardarsi, probabilmente nessuno sostiene seriamente che sia
desiderabile che le imprese societarie vengano primariamente gestite nel
loro interesse.
L’interesse dei «lavoratori» richiede soltanto una riflessione un po’ più
lunga. Non appena diviene chiaro che non si tratta dell’interesse dei
lavoratori in generale, ma degli speciali interessi dei dipendenti di una
particolare impresa, diviene evidente che non è nell’interesse della
«società» o anche dei lavoratori in generale che l’impresa societaria venga
principalmente gestita a beneficio di un particolare, ristretto gruppo di
persone in essa operanti. Sebbene possa essere nell’interesse dell’impresa
legare a sé i dipendenti nel modo più stretto possibile, tali tendenze danno
origine a serie preoccupazioni. La crescente dipendenza dalla particolare
impresa presso cui una persona è impiegata dà alle stesse imprese un potere
crescente sui suoi dipendenti, un potere contro cui non c’è altra
salvaguardia che la più o meno facile possibilità che l’individuo ha di
cambiare impiego.
Che le imprese societarie tendano a trasformarsi da un’aggregazione di
risorse materiali dirette e fatte funzionare da un gruppo di uomini assunti
per quello scopo in un gruppo che è primariamente tenuto insieme da
esperienze e tradizioni comuni, e che si spinge perfino a sviluppare
qualcosa come una distinta personalità, è un fatto importante e
probabilmente inevitabile. Né può essere negato che alcune delle
caratteristiche che rendono una data impresa particolarmente efficiente non
dipendono esclusivamente dalla dirigenza, ma andrebbero perdute se il
personale operativo nel suo insieme fosse in un dato momento sostituito da
nuove persone. L’andamento e l’esistenza stessa di una impresa è molto
spesso legata alla conservazione di una certa continuità nel suo personale,
la conservazione come minimo di un nucleo interno di uomini veramente
del mestiere, che sono familiari con le sue peculiari tradizioni e i suoi
compiti concreti. L’«azienda in funzione» differisce dalla struttura

341
materiale che ancora esisterà dopo che le operazioni saranno cessate,
principalmente a causa della conoscenza reciprocamente adattata e delle
abitudini di coloro che la fanno funzionare.
Nondimeno, in un sistema libero (cioè in un sistema in cui il lavoro è
libero) è necessario, nell’interesse di un efficiente uso delle risorse, che
l’impresa sia considerata primariamente come un aggregato di attività
materiali. Sono esse e non gli uomini che i dirigenti possono, secondo la
loro volontà, assegnare alle differenti mansioni; esse sole sono i mezzi che
è compito delle imprese utilizzare nel modo migliore, mentre l’individuo
deve in ultima istanza rimanere libero di decidere se il miglior uso delle sue
energie è all’interno di quella particolare impresa o altrove.
Il fatto è che l’impresa, se deve perseguire gli interessi dei consumatori,
non può nel contempo essere condotta nell’interesse di qualche distinto
gruppo permanente di lavoratori. I dirigenti prenderanno le decisioni che
dovrebbero adottare nell’interesse della società solo se la loro prima
preoccupazione consiste nel giusto uso delle risorse che essi controllano per
intero, e su cui pende permanentemente il rischio delle loro decisioni, e se
trattano tutte le altre risorse che comprano o prendono in prestito come
oggetti che devono usare solo fino a quando