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LO ZEN DEI SAMURAI

Takuan insegnò che lo spadaccino non dovrebbe “ localizzare” ( concentrare a


livello conscio) la mentre, ovverossia il centro d’attenzione, in nessun punto
preciso del corpo, neppure nell’ hara. Per esempio, un’ uomo gli disse: “ metto la
mia mentre appena sotto l’ombelico e non la lascio vagare. In questo modo sono
in grado di cambiare a seconda delle azioni del mio avversario”. Ma Takuan
controbattè: “ Se si pensa di porre la mente sotto l’ombelico per non farla vagare,
la mente sarà soggiogata dal fatto di pensare a questo stratagemma. In tale
modo non si avrà alcuna abilità nel movimento e si sarà eccezionalmente
vincolati”. Allora in quale parte del corpo dovrei “ porre la mente “, domandò a
Takuan lo spadaccino. Egli replicò che se si “ pone “ la mente in qualsiasi parte
del corpo, si viene soggiogati da quest’ ultima.. Il metodo corretto è non porla in
nessun luogo, “ e la tua mente permeerà ogni parte del tuo corpo estendendosi
per tutta la sua interezza”. Allora e solo allora ciascuna parte del corpo adempirà
alla sua funzione correttamente, vale a dire spontaneamente e istintivamente.
Suggerì Takuan: “ Dal momento che è così, lascia da parte pensieri e
discriminazioni, allontana la mente dal corpo, non fermarla qui o là e quando
accorrerà nelle diverse parti, guiderà le azioni senza errore.” Secondo l’opinione di
Takuan, questa è la disciplina dello spadaccino che si ispira allo zen. Lo zen, come
disciplina spirituale che governa tutta la vita, si oppone coerentemente alla
rigidità, sia che si manifesti in dottrine, credenze e rituali inviolabili, sia in schemi
intellettuali, comportamentali, istituzionali che non lasciano spazio. Qualsiasi
forma assuma, questa non è la mente di Buddha, ma una mente di rigidità
spirituale e di morte. Ciò si applica in generale a ogni aspetto dell’esistenza: la
rigidità è morte; la fluidità è vita. E’ questo che lo zen intende quando parla di
non mente, sostiene Takuan:

La non mente è pari alla mente corretta. Non si congela e non si fissa in un
punto….La non mente non è in alcun luogo…….Quando questa non mente è stata
ben sviluppata, niente la tratterrà e di nulla essa risentirà priva. E’ come l’acqua
che non necessita di altro che di sé per esistere, che non deve contenere nulla al
di fuori di sé. [ e, cosa che ancor più si adatta allo spadaccino] la non mente c’è
nel preciso istante in cui è necessaria la sua presenza [ quando cioè ci si trova a
combattere all’improvviso].

Takuan esemplifica la tecnica di non mente, fluida e ininterrotta, dello spadaccino


zen in una situazione pratica di combattimento:

Per esempio, supponi di trovarti di fronte dieci uomini, pronti, uno dopo l’altro a
colpirti con la spada. Non appena ti sei sbarazzato di uno di loro, passerai a un
altro, senza consentire alla mente di “ fermarsi” su nessuno di essi. Qualunque sia
la rapidità con cui si susseguono i colpi, non lasciare spazio a nessun intervento
tra l’uno e l’altro. Così tutti e dieci saranno sistemati , uno dopo l’altro e con
successo. Ciò può avvenire solo quando la mente si sposta da un’ oggetto all’altro
senza che venga fermata o bloccata da alcunché. Se la mente è incapace di
muoversi in questo modo, perderà sicuramente in un momento compreso tra due
scontri.

Takuan fa un altro paso nel tratteggiare la mente dello spadaccino in azione, un


passo che contiene implicazioni di vasta portata. L’obiettivo della non mente è
realizzare in ogni azione quel Nulla che è forse la “ realtà suprema” del buddismo
zen, sorgente dell’azione e dimora finale di tutto ciò che è, apparenza e realtà. A
uso dello spadaccino, la esprime in questo modo:

Tornando alle arti marziali, si può dire che la mente non deve essere occupata
dalla mano che sfodera la spada. Si deve, invece, colpire e trafiggere l’avversario
dimenticandosi completamente della mano. [ l’avversario è perciò completamente
disumanizzato, spersonalizzato, come probabilmente in ogni combattimento].
L’avversario deve essere simile al Vuoto. Noi siamo il Vuoto. La mano che
impugna la spada, la spada stessa è il Vuoto. Occorre comprendere questo, ma
non si può permettere che la mente sia occupata dal Vuoto stesso [ come
concetto, oggetto dell’attenzione].

Lo spadaccino addestrato allo zen


Odagiri Ichiun servendosi del principio della “Spada della non dimora” affida la
scherma

Alla Natura Primordiale, secondo quanto essa ritiene adatto alla situazione, che è
soggetta attimo per attimo al cambiamento. Lo spadaccino non deve far mostra di
un coraggio sconveniente, né deve sentirsi intimidito. Sarà anche a malapena
consapevole della presenza del nemico, e di sé stesso di fronte a qualcuno. Si
comporterà come se stesse sbrigando gli affari quotidiani, per esempio come se
stesse piacevolmente facendo colazione. Si faccia in modo che lo spadaccino
maneggi la spada come se stesse adoprando i bastoncini per prendere il cibo e
portarlo alla bocca….Se pretende di fare di più non è un seguace della scuola.

Allo stesso modo egli accantona anche ogni pensiero cosciente sui metodi adatti,
sulle strategie e sui tranelli da usate. Egli avanzerà semplicemente con
indifferenza, “ ignaro”, o non-consapevole, e colpirà quando il sé più profondo,
imprevedibilmente glielo comanderà, quando il sé avrà assunto il comando della
spada. Con una certa incoerenza rispetto a quanto affermato finora. Lo
spadaccino zen deve serbare in cuore la convinzione: “ Sono l’unico spadaccino a
non avere eguali al mondo”, proprio come il Buddha neonato dichiarò alla sua
nascita di essere il solo venerabile! La massima fiducia assicura il successo senza
nemmeno pensarci, garantisce la vittoria ignorandola! Tale, dunque, è la mente
zen quando si rivolge in particolare alla scherma. Ma, considerati i risultati della
“zennificazione” della coscienza da parte dello spadaccino, la scoperta del sé e dei
suoi poteri subconsci, o addirittura inconsci, fino a quel momento sconosciuti,
quali sono gli aspetti specifici e il meccanismo di questa nuova scherma diretta
dall’interno? Egli deve, prima di tutto, essere esclusivamente, intensamente e
oggettivamente cosciente dell’occupazione che lo impegna al momento. E qual è
questa occupazione? Secondo uno scrittore citato dall’Hagakure: “ L’essenza della
scherma consiste nel darsi interamente al compito di abbattere l’avversario”. E
Suzuki aggiunge: “ Fintanto che vi preoccuperete della vostra incolumità, non
vincerete mai un duello”. Lo spadaccino deve avere l’atteggiamento del neonato
che sta prendendo coscienza del mondo. Il neonato vive nel “presente assoluto”
senza consapevolezza, né quindi interesse, per nient’altro se non l’oggetto o la
situazione immediatamente presenti. E quell’attenzione è estremamente
focalizzata. Pertinente in questo contesto è una lettera di Takuan citata da Suzuki:

Lo spadaccino perfetto non ha alcuna cognizione della personalità ( o della


personificazione ) del nemico, come non ne ha della propria. E’ uno spettatore
indifferente del dramma fatale della vita e della morte in cui lui stesso è il
partecipante più attivo. A dispetto dell’interesse che prova o che dovrebbe
provare, egli è al di sopra di sé stesso, trascende la comprensione dualistica della
situazione, e tuttavia non è un mistico contemplativo, ma si trova impegnato fino
in fondo in un duello mortale.

In una situazione così spersonalizzata la preoccupazione per l’io personale deve


essere accantonata. “ Questa è la ragione per cui allo spadaccino si consiglia
sempre di liberarsi dal pensiero della morte o dall’ansia per l’esito del duello.
Fintanto che permane un “ pensiero”, di qualsiasi natura, si dimostrerà
certamente nefasto”. Tale atteggiamento ha un che di paradossale, dato che “
implica il problema della morte in modo immediato e particolarmente minaccioso.
Se l’uomo fa una mossa falsa è condannato per sempre”. Combatte per salvarsi la
vita, ma deve provare indifferenza, oppure morirà di certo. Cosa bisogna dunque
fare per raggiunger3 il distacco emotivo totale dalla situazione necessario al “
successo”, vale a dire, a salvare la vita e l’onore? Lo ripetiamo: ogni cosa deve
essere affidata alla consapevolezza viscerale subconscia/inconscia. Qui non c’è nè
spazio né tempo per il pensiero. Tesshu Yamaoka, che fù uno spadaccino e un
discepolo zen, faceva lavorare i suoi discepoli fino al punto dello sfinimento, e
dunque dell’assenza di ogni pensiero, per poi assegnargli nuovi compiti che “
avrebbero inaspettatamente attinto a una nuova fonte di energia fino a quel
momento totalmente nascosta dentro di loro”. ( Somiglia forse alla storia di quel
boscaiolo bianco inseguito dagli indiani che, correndo per salvarsi la vita, fece un
balzo di sette o otto metri su un abisso, stabilendo il record di salto in lungo dei
suoi tempi! Gli indiani intagliarono sul posto l’immagine di un tacchino volante. O
forse è un caso analogo a quello di una nonna “ debole” che per salvare il
nipotino dimostra una forza prodigiosa). Riguardo allo spadaccino zen, Suzuki
osserva:

Quando il solo istinto, soprattutto nella sua condizione puramente ontologica


( vero sé, personalità profonda), agisce senza alcuna interferenza concettuale,
non c’è nulla che ne ostacoli la virilità originaria. Ma quando le idee lo avviluppano
e lo condizionano , esso esita, si guarda intorno ed evoca la sensazione di paura
nelle sue varie forme, e la cieca incontrollabilità istintiva è tenuta a freno o
fortemente indebolita.

Per lo spadaccino schierato in battaglia, “ le idee che lo avviluppano” significano la


morte. Ne distruggono la tempestività. Egli deve far sì che le sue “facoltà
spontanee agiscano in una coscienza libera da pensieri, da riflessioni e da
sentimenti di ogni genere. Questo stato mentale è noto anche come assenza
dell’io” o non mente. E

Quando le azioni sono direttamente collegate al problema della vita e della morte,
bisogna abbandonare ( i ricordi e le anticipazioni) affinché non interferiscano con
la fluidità dell’attività e con la fulminea rapidità dell’azione. L’uomo deve
trasformarsi in una marionetta nelle mani dell’inconscio. L’inconscio ( e
l’istintività) deve soppiantare il conscio. Metafisicamente parlando, questa è la
filosofia del sunyata ( il vuoto).

Non si deve ovviamente presumere che Suzuki o il maestro di spada abbiano


consegnato ogni cosa all’istinto, viscerale, spontaneo, ignorante e privo di
istruzione. Non è l’apoteosi della dottrina “ confida nel tuo fegato”. Tutto il
contrario. Lo spadaccino fa affidamento su un subconscio/inconscio addestrato in
modo superlativo; il suo è un fegato educato. Una scuola di scherma Yagyu
insegnava: “ Si dice che vi siate impadroniti dell’arte quando la tecnica opera nel
corpo e nelle membra come se fosse indipendente dalla mente conscia”. E
ancora: “ L’inconscio ( designato anche come non mente o vuoto) deve essere
portato alla luce e messo in condizione di occupare l’intero campo dell’ attività, in
modo che l’irresistibile energia istintiva lì contenuta possa attingere liberamente
alla conoscenza che è stata accumulata consciamente. Questo è l’esercizio della
Spada del Mistero di Yagyu. Suzuki riassume questo aspetto della scherma
influenzata dallo zen:

Per quanto un uomo posa essere ben addestrato all’arte, uno spadaccino non
sarà mai padrone delle sue conoscenze tecniche a meno che gli ostacoli della
psiche non siano stati rimossi ed egli sappia mantenere la mente nello stato di
vuoto, purgata anche di qualsiasi tecnica appresa. Tutto il corpo, compresi gli arti,
sarà capace di dar prova per la prima volta e al massimo grado dell’arte acquisita
nell’addestramento di molti anni. Gli arti si muoveranno quasi automaticamente,
senza nessuno sforzo consapevole da parte dello spadaccino. Le sue azioni
saranno un modello perfetto di abilità e di arte d maneggiare la spada. Tutto
l’addestramento è presente, ma la mente ne è totalmente inconsapevole.

Questo dunque è il pieno sviluppo di quella “ piattaforma interiore, stabile, di


controllo mentale, dalla quale agire o reagire. Qui sta la “ fusione dei suoi poteri
mentali di percezione, di sensibilità e concentrazione con i poteri fisici di
esecuzione”. Benché questo percorso verso la perfezione dello spadaccino nella
propria arte sia esclusivamente giapponese e zen, esistono percorsi equivalenti in
aree più familiari. Si prenda come esempio la situazione di chi suona il pianoforte
( o altri strumenti solisti). Si possono distinguere tre aspetti o stadi nella
preparazione di un concerto, collegati tra loro. La parte più visibile della
preparazione è l’intensa pratica manuale che, per così dire, fa penetrare la
musica nei nervi e nei muscoli.( Lo spadaccino praticava incessantemente i colpi e
le tecniche). Poi, deve esserci una memorizzazione completa della musica stessa,
della partitura e del suono. Infine, deve esserci anche una padronanza
intellettuale ed emotiva del contenuto della musica. Cosa sta cercando di “dire” la
musica? Come verranno espresse suonando tute le sfumature del suono e del
sentimento? Il musicista deve consegnarsi alla musica diventandone l’espressione,
la voce, e deve riecheggiarne completamente gli stati d’animo. Quando tutti
questi processi sono definitivamente e pienamente fusi in un’unità psichica e
fisica, la musica e il musicista sono pronti per il concerto. Il musicista esperto
diventa “immemore” durante il concerto( il momento della verità), vale a dire,
totalmente al di là del pensiero cosciente che sceglie le note da suonare, le dita
da usare, l’energia o la delicatezza con cui affrontare le note successive. Sono
tutti elementi che da molto tempo si sono radicati nella mente e nei muscoli. La
musica diventa una cosa vivente, intellettuale e viscerale al tempo stesso, che
fluisce dalla fusione di mente e muscoli, dall’unità dei sentimenti e della loro
articolazione fisica. C’è un altro aspetto di centrale importanza nella scherma
collegata allo zen a cui abbiamo solo accennato en passant : come vincere la
paura della morte. Il, samurai, in quanto soldato professionista il cui dogma
comportamentale di guerriero comportava la disponibilità a morire in ogni
momento coraggiosamente, non riteneva di certo la prospettiva di una morte in
battaglia un’eventualità imprevista. Come ogni soldato professionista, sapeva che
faceva integralmente parte della sua occupazione. Milioni di uomini nella lunga
storia mondiale di guerre e conflitti armati hanno optato per una vita del genere,
la cui conclusione era spesso la morte. Eppure deve esserci stata, e
presumibilmente c’è sempre, una sensazione di rincrescimento all’idea della
morte, un sottrarsi mentalmente, emotivamente e persino fisicamente al carattere
definitivo della morte imminente. Non possiamo ritenere che il samurai, a tale
riguardo, fosse diverso dagli altri uomini di qualsiasi razza o cultura.
Naturalmente, la fede religiosa ha spesso avuto una funzione di sostegno nelle
prodezze militari. Il musulmano impegnato nella jihad considera la morte in
battaglia una Porta per il Paradiso. Allo stesso modo il crociato del medioevo
cristiano che combatteva contro gli infedeli dava per scontato il suo ingresso nei
cieli, avesse egli trovato la morte in battaglia. Anche il buddismo fornì al samurai
la stessa speranza consolatoria? Al cuore del buddismo c’è sempre stata la
convinzione dell’indistruttibilità del flusso continuo della forza vitale individuale in
una forma o nell’altra ( essere umano, spirito,animale), fino all’ “uscita” definitiva
nel Nirvana, grazie alla continuità dei propri sforzi o alla grazia di un Buddha
Amida. Al’epoca in cui fù scritto l’Heike Monogatari, sembra che fossero usuali le
aspettative di una vita oltre la morte in qualche inferno temporaneo, o come
rinascita in una forma umana ( con la speranza, in qualche caso, di reincarnarsi al
servizio della famiglia dell’attuale signore) o, immeritatamente, nel Paradiso della
Terra Pura di Amida. Lo zen è sempre stato meno esplicito su tale questione di
altre forme di Buddismo, e alcuni seguaci contemporanei negano l’esistenza di
simili credenze; per loro è la vita presente. Tuttavia nel corso della storia la
maggior parte dei seguaci ha creduto nel potere “ infinito” della forza karmica di
proiettare l’individuo in una nuova esistenza, fino al conseguimento della
liberazione della schiavitù per mezzo dell’illuminazione. Tale era sicuramente il
sentimento prevalente in Giappone nelle epoche dei guerrieri e ei samurai. Ma
quando si tratta dello zen, ci sono se4mpre due o tre fattori condizionanti. Uno è il
fatto che lo zen attribuisce grande importanza all’ “eterno presente” del momento
attuale. Il momento attuale è il solo che l’essere umano abbia parzialmente sotto
controllo; è la realtà sostanziale dell’esistenza umana. Secondo,lo zen ha sempre
sottolineato l’essenziale identità o, meglio ancora, l’intimo legame tra la comparsa
e la scomparsa, la vita e la morte, in una catena ininterrotta. La morte deriva
dalla vita e la vita emerge dalla morte o dalla non esistenza. Qual è la vera realtà?
Così scrisse uno sconosciuto poeta zen:

Certi credono che colpire sia colpire:


Ma colpire non è colpire, così come uccidere non è uccidere
Chi colpisce e chi e è colpito
Non sono altro che un sogno privo di realtà.

Pare che questo sia il modo zen di ricapitolare la “ vita”. In che maniera si applica
alla scherma?

Nessun pensiero, nessuna riflessione


Perfetta vacuità:
Eppure là dentro qualcosa si muove,
Seguendo il proprio corso(…)

La vittoria arride a chi,


anche prima di combattere,
non pensa a sé
dimorando nella mente della Grande Origine.

Ecco cosa domandò un guerriero a un maestro zen:

“ Quando un uomo è al crocevia tra la vita e la morte, come si deve comportare?”


Rispose il maestro: “ Recidi il dualismo e lascia che l’unica spada si stagli serena
contro il cielo”. L’assoluta, “ unica spada” non è la spada della vita e non è la
spada della morte, è la spada da cui emana il mondo delle dualità e nel quale
tutte le dualità esistono, è il Buddha Vairocana in persona. Prendine possesso e
saprai come agire quando le strade si dividono. Qui la spada rappresenta la forza
dell’immediatezza intuitiva o istintuale(…) Avanza a passo di marcia senza
guardarsi indietro o ai fianchi.

Sembra però che alcuni maestri zen abbiano suggerito l’esistenza di una realtà
superiore alla dualità vita-morte che il guerriero si trova ad affrontare nel
momento della battaglia. Kenshin Uyesugi grande generale dei secoli di guerre, fu
anche uno studente zen. Lasciò questo consiglio:

Chi si aggrappa alla vita muore, chi sfida la morte vive. La cosa essenziale è la
mente. Guarda in questa mente, prendine saldamente possesso e capirai che c’è
qualcosa in te al di sopra di nascita-morte, che non annega nell’acqua e non
brucia nel fuoco(…) Chi è riluttante ad abbandonare la vita e ad abbracciare la
morte non è un vero guerriero.

In ultima analisi, forse è difficile dire se si tratta di una semplice dichiarazione


della disponibilità a morire del guerriero o di una affermazione in un certo qual
modo sofisticata dell’orgogliosa superiorità dello spirito umano, nella sua massima
espressione, sulle vicissitudini dell’umana esistenza, compresa la morte; una sorta
di “Invictus” giapponese. Oppure si tratta forse della credenza secondo cui,
quando si trascendono i limiti di quel potere intellettivo che crea tutte le dualità e
impone all’uomo le sue false distinzioni di buono-cattivo, interno-esterno, uomo-
mondo, vita-morte, si vive in una sorta di immortalità? Nelle interpretazioni di cui
parleremo in seguito, Suzuki sembra suggerire questa seconda ipotesi; l’esistenza
intuitiva che si ottiene grazie all’illuminazione zen consente di trascendere la
dicotomia vita-morte perché si è penetrati nella Realtà stessa. Detto ciò, l’uso
vero e proprio che dello zen fecero i samurai, e il modo in cui maestri zen come
Takuan ne applicarono i principi, fu utilitaristico e di portata limitata. Per lo meno
il succo dello zen dei guerrieri, compreso quello indicato dai maestri zen, era
semplice e brutale: in che modo lo zen può trasformare un samurai in un
guerriero assolutamente impavido in battaglia, mai trattenuto dalla paura della
morte, capace perciò di raggiungere la massima efficienza nell’uccidere gli
avversari? Due brani esemplificheranno tale aspetto predominante. Parafrasando
o condensando alcune parole di Masahiro Adachi, fondatore di una scuola di
scherma alla fine del XVIII secolo, Suzuki scrive:

Mentre si addestra nell’arte, l’allievo deve essere sempre attivo e dinamico. Ma


nel combattimento vero e proprio, deve mantenere la mente calma e
imperturbata. Deve avere la sensazione che non stia accadendo nulla di grave(…)
Egli cammina con passo fermo e i suoi occhio non fissano irosamente il
nemico(…)Il suo comportamento non differisce minimamente da quello di tutti i
giorni. Non si produce nessun cambiamento di espressione: Non c’è nulla che
tradisca il fatto che ora è impegnato in un duello mortale.

E che cosa potrebbe turbarlo di più del pensiero, della preoccupazione della
morte?

Non c’è dubbio che tra gli spadaccini dell’epoca feudale ce ne furono molti che
dedicarono la vita allo studio dello zen, allo scopo di ottenere uno stato di non
mente in connessione con la loro arte. Come è stato menzionato altrove, il
pensiero della morte si dimostra lo scoglio maggiore per l’esito di un
combattimento all’ultimo sangue. Per trascendere il pensiero che rappresenta un
potente fattore d’inibizione all’esercizio libero e spontaneo della tecnica acquisita,
il modo migliore per lo spadaccino è disciplinarsi nello zen.

Lo zen diede quindi il suo contributo all’abilità militare del samurai. Spalancò le
porte del regno del subconscio e dell’istintivo,fondato sull’hara, perché il guerriero
lo usasse in combattimento. Ad alcuni diede sicuramente un’idea dell’identità con
la Realtà Suprema, il Vuoto, la Non Mente. La descrizione romanzata del duello tra
Musashi e Ganryu, interpreta proprio in questo modo lo stato mentale di Musashi
nel momento culminante del duello. La sua “ spiritualità” superiore, influenzata
dallo zen, o mise in grado di trionfare sulla tecnica superiore di Ganryu. Ma,
ovviamente, Musashi non apparteneva alla truppa dei samurai; era un maestro di
spada, uno dei migliori del suo tempo, uno che insegnava ad altri. Non si può
certo dare a intendere che la sua esperienza fosse quella della media dei samurai.
Per il samurai addestrato allo zen nei secoli di guerra la disciplina della
meditazione zen serviva principalmente ed essenzialmente a rafforzare le basi di
quella “ piattaforma interiore, stabile, di controllo mentale” su cui cercava di
reggersi nel momento della battaglia, rendendola immune alle scosse prodotte da
distrazioni di ogni tipo: fattori puramente accidentali, il desiderio della vittoria,la
brama della fortuna e della fama, e soprattutto la paura della morte. L’ardimento
professionale del samurai in battaglia doveva essere forgiato nell’acciaio del
disprezzo per la morte, grazie all’intesa pratica della meditazione zen e
all’assorbimento degli insegnamenti zen sulla vacuità della distinzione tra vita e
morte e sulla realtà del momento presente e vivo dell’azione. In effetti, secondo
alcuni studiosi, l’attrazione essenziale che la meditazione zen esercitava sul
samurai era costituita dall’aiuto che gli forniva per vincere la paura della morte, di
quella morte che era parte integrante della sua professione di guerriero. Per
quanto la meditazione sul koan e la disciplina meditativa migliorassero la sua
abilità nel maneggiare la spada, ciò che desiderava principalmente ricavarne era il
rafforzamento della sua volontà di morire quando e se si fosse reso necessario.
Tale funzione della meditazione è stata descritta in questo modo:

La determinazione a morire, la forza e l’intensità del suo impegno, si rafforza


costantemente tramite la meditazione, che rende tale decisione il punto focale
dell’esistenza del bushido. E’ il cuore della mentalità del bushi dal momento della
decisione fino all’attimo del compimento. E’ un fermo proposito che deve essere
totale e immediato, e che si ottiene solo con la contemplazione e l’affermazione di
quel singolo principio. In breve, “ la morte” diventa il significato sostanziale della
vita.

Se tale risultato andava a genio al samurai, era conveniente anche per il suo
signore. I samurai addestrati a tenersi pronti a morire erano i guerrieri più
valorosi. In ultima analisi, sembra improbabile che la media dei samurai abbia
sperimentato una sostanziale trasformazione spirituale, che siano diventati cioè “
buddisti devoti” nel senso comune del termine, o che abbiano raggiunto
l’illuminazione grazie alla pratica dello zen, anche se l’atmosfera e l’ambiente
buddista esercitarono indubbiamente una certa influenza su di loro. ( Bisogna
naturalmente tener presente la tesi di Suzuki, secondo cui lo zen ha poco o nulla
a che fare con le strutture ordinarie e con i valori della religione e dei sistemi
morali intellettualizzati, dato che lo zen è qualcosa di diverso e di più profondo di
tutto ciò!). Il samurai poteva, naturalmente, invocare l’aiuto degli dei ( kami ), in
particolare Hachiman, il dio scintoista della guerra, o quello di un bodhisattva
buddista, senza per questo tradire il buddismo. Se potesse usare, o usasse, lo zen
a scopi meramente “pratici” ( vale a dire psicologici ) continuando a cercare
rifugio religioso nella misericordia di Amida tramite la ripetizione del nembutsu,
per esempio, è meno certo. Molto probabilmente, gli bastava una sola forma di
buddismo (lo zen). Vale la pena ripeterlo: per il samurai, il,pregio della pratica
meditativa zen era il condizionamento psicologico della sue capacità di
combattente nel momento dell’azione decisiva, quando era in gioco la vita.Di certo
lo scopo principale che i suoi superiori speravano di ottenere inviandolo in un
monastero zen ad addestrarsi non era quello di farne venir fuori un santo
buddista, ma di aumentarne al massimo l’efficienza di combattente. Forse è
questa la ragione per cui non si ha notizia di una vasta diffusione della
meditazione nel periodo Tokugawa; a quell’epoca il samurai era più preoccupato
di levare la polvere e la ruggine dalla spada inutilizzata che di usarla in
combattimento per la vita o per la morte.