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LA RESISTENZA

LA RESISTENZA ITALIANA, NEL QUADRO DELLA PIÙ AMPIA LOTTA


EUROPEA CONTRO IL NAZIFASCISMO, EBBE ORIGINE DAL
DISASTRO PROVOCATO DALLA SECONDA GUERRA MONDIALE, MA
DIEDE ALL'ITALIA L'OPPORTUNITÀ DI LIBERARSI DEL PESO DI UN
VENTENNIO DI DITTATURA. GLI ANTIFASCISTI E I GIOVANI CHE SI
TRASFORMARONO IN PARTIGIANI IMBRACCIANDO LE ARMI
COMBATTERONO PER UN FUTURO ALTERNATIVO. COME HA
SCRITTO UNO DEI PROTAGONISTI DI ALLORA, VITTORIO FOA,
DALL'8 SETTEMBRE 1943 AL 25 APRILE 1945 PRESE FORMA "IL
PROPOSITO DI RICOSTRUIRE L'IDENTITÀ NAZIONALE PERDUTA".
FURONO VENTI MESI DI LOTTA E SPERANZA, SOFFERENZA E
CORAGGIO.
VANNA VACCANI, partigiana combattente di Savona. Ecco cosa raccontò tornata
in Patria nel 1976
Mi trovavo in carcere ad Albenga, quando il 24 aprile, attraverso l’inferriata della
cella mi giunsero all’orecchio e si protrassero per ore, rumori di motori, vocii,
urla, ordini; capii che stava accadendo qualcosa di grosso, Ci fu silenzio, poi una
voce anonima gridò: «i fascisti sono scappati su per il Cisano, liberiamo i
prigionieri!».
Il cigolio della porta della mia cella che si apriva era in quel momento una musica
meravigliosa che risuonava alle mie orecchie e soprattutto nel mio cuore. Quel
giorno di primavera, 24 aprile, uscivo dalla prigione con su di me i segni terribili e
indelebili morali e fisici del mio periodo di carcere. Ritornavo libera infettata dalla
scabbia, martoriata ed angosciata nell’animo; partivo da Albenga sulla canna
della bicicletta di un mio amico pompiere e assieme a lui che mi aveva aperto la
cella mi avviavo verso Savona.
Dopo un viaggio svoltosi sotto una violenta sparatoria giungevo a Savona, alla
mia casa. Dentro di me c’era timore e tristezza perché sapevo ciò che vi avrei
trovato ed infatti la mamma stava seduta su una sedia (la rivedo come fosse
oggi) senza parole al di là del dolore, ferita a morte indelebilmente dal crudele
assassinio del mio caro fratello Franco di 18 anni (alla sua memoria fu poi
concessa la Medaglia d’Argento al valor Militare – ndr). Nella mia casa non si poteva
gioire della riconquistata liberta […]. Attraverso la finestra mi giungevano i canti
della Liberazione e l’aria che profumava di libertà. Quel 25 aprile io ero
idealmente nella piazza felice e partecipante benché di persona vivevo
un’atmosfera di angoscia e di disperazione.
Dopo due giorni incominciai ad assolvere ad un altro triste incarico: il recupero
delle salme dei miei compagni Caduti.
RENZO GHIGLIANO, Comandante di distaccamento e ispettore della 4ª
Divisione «Alpi» delle Formazioni Autonome Militari. È stato Segretario
dell’ANPI provinciale di Cuneo.
Nella notte fra il 25 e il 26 aprile, il Comando della 4ª divisione «Alpi»,
ottemperando alle disposizioni di effettuare il «piano E.27» pervenute dal
Comando zona, dà ordine alle brigate «Val Mongia», «Val Casotto» e «Val
Tanaro» di scendere a fondo valle. L’ordine di insurrezione generale, captato
via radio, con la notizia che Milano è insorta e Genova è stata liberata, viene
subito diramato a tutti i distaccamenti. Il mio ha l’ordine di occupare la zona di
S. Michele Mondovì, presidiata da un forte contingente di «Cacciatori degli
Appennini» agli ordini del tristemente noto tenente Rizzo.
La zona da occupare è attraversata dalla «statale 28» proveniente dalla Liguria
verso la pianura padana. Su di essa transitano in continuazione, e fin dal 22
aprile, forti contingenti tedeschi. Si parla di quattro divisioni, perfettamente
armate ed equipaggiate, forti, fra l’altro, di notevoli mezzi corazzati. Il nostro
compito è estremamente difficile, non solo per la sproporzione delle forze in
campo ma per le possibili conseguenze sulla popolazione. Già nella notte del
26 aprile trattiamo, unitamente a reparti della brigata «Val Casotto», con il
presidio repubblichino di Torre Mondovì. Quando sembra disposto ad
arrendersi sopraggiunge un notevole contingente in loro aiuto dalla vicina S.
Michele Mondovì. Sono un centinaio di uomini con mortai e cannoni da 47/32.
Noi siamo appena una cinquantina e non siamo in grado, almeno sul
momento, di contrastarli vittoriosamente. La «statale 28» è un’arteria
indispensabile per la ritirata delle truppe tedesche ed è protetta con tante
forze.
Il giorno 28 il distaccamento cui appartengo – un contingente della brigata «Val Casotto» – decide
l’occupazione, ad ogni costo, di Torre Mondovì. Tutti i repubblichini si arrendono. È il primo mattino, tra le ore 6
e le 7.
La notte del 28 aprile, anche S. Michele Mondovì è liberata dopo un reiterato, e sempre più debole, tentativo di
resistenza da parte della retroguardia tedesca. Ma i reparti nazisti in fuga non smentiranno la loro ferocia
infierendo su inermi popolazioni. Tra S. Michele Mondovì e la citta di Mondovì, vi è l’abitato che sorge attorno al
famoso Santuario di Vicoforte. L’ennesima efferatezza viene qui compiuta con la strage di un’intera famiglia.
Probabilmente delatori fascisti hanno contribuito al massacro. La famiglia Prato, della quale il padre e la figlia
partigiani erano momentaneamente in casa, viene sorpresa nella propria abitazione. Il padre ha 50 anni, la
madre ne ha 44, la figlia ha da poco compiuto i 23 anni ed il figlio ne ha appena 14. Prelevati con la brutalità
propria dei tedeschi, vengono spinti nello spazio antistante la loro casa, allineati fra insulti e percosse e
trucidati a raffiche di mitra. È il 29 aprile, verso le 3 del mattino, che avviene la strage.
La mattina del 29 a Genola, tra Fossano e Savigliano, la retroguardia tedesca al solo scopo di provocare il
terrore rastrella a caso (neppure qui è esclusa la delazione fascista) quindici cittadini, tra cui un povero
burattinaio ambulante di passaggio. Quattro vengono trucidati all’ingresso del paese; gli altri vengono rinchiusi
in una casa che viene data alle fiamme. Periscono tutti senza che alla popolazione sia permesso di intervenire.
Naturalmente quel «momento» storico eccezionale non è «contenibile» in questa breve testimonianza. Troppi
nomi, troppi stati d’animo devono essere lasciati all’intelligenza del lettore.
Molte aspettative (dopo la Liberazione – ndr) non si sono però completamente avverate. Innanzitutto quella
«giustizia» alla quale la nostra speranza legava il rinnovamento totale del Paese, non sempre ha funzionato,
spesso è andata a rilento. La stessa Costituzione repubblicana è rimasta, sovente, carta stampata. Resta il fatto,
tuttavia, che la libertà e la democrazia conquistate duramente, e che dalla Resistenza hanno preso linfa e
slancio a volte contrastati ma sostanzialmente vivi e insopprimibili, sono a tutt’oggi la base perché il nostro
Paese possa uscire dalla crisi che lo travaglia.
Lettere di condannati a morte della
Resistenza italiana
Albino Abico
Di anni 24 – operaio fonditore – nato a Milano il 24 novembre 1919 -. Prima dell’8
settembre 1943 svolge propaganda e diffonde stampa antifascista – dopo tale data è
uno degli organizzatori del GAP, 113a Brigata Garibaldi, di Baggio (Milano), del quale
diventa comandante -. Arrestato il 28 agosto 1944 da militi della "Muti", nella casa di un
compagno, in seguito a delazione di un collaborazionista infiltratosi nel gruppo
partigiano – tradotto nella sede della "Muti" in Via Rovello a Milano – torturato –
sommariamente processato -. Fucilato lo stesso 28 agosto 1944, contro il muro di Via
Tibaldi 26 a Milano, con Giovanni Aliffi, Bruno Clapiz e Maurizio Del Sale.

Carissimi, mamma, papà, fratello sorella e compagni tutti,


mi trovo senz’altro a breve distanza dall’esecuzione. Mi sento però calmo e muoio sereno e con l’animo
tranquillo. Contento di morire per la nostra causa: il comunismo e per la nostra cara e bella Italia.
Il sole risplenderà su noi "domani" perché TUTTI riconosceranno che nulla di male abbiamo fatto
noi.
Voi siate forti come lo sono io e non disperate.
Voglio che voi siate fieri ed orgogliosi del vostro Albuni che sempre vi ha voluto bene.
Franca Lanzone
Di anni 25 - casalinga - nata a Savona il 28 settembre 1919 -. Il 1°ottobre 1943 si
unisce alla Brigata "Colombo", Divisione "Gramsci", svolgendovi attività di informatrice
e collegatrice e procurando vettovagliamento alle formazioni di montagna -.
Arrestata la sera del 21 ottobre 1944, nella propria casa di Savona, da militi delle
Brigate Nere - tradotta nella Sede della Federazione Fascista di Savona -. Fucilata il I°
novembre 1944, senza processo, da plotone fascista, nel fossato della Fortezza ex
Priamar di Savona, con Paola Garelli e altri quattro partigiani.

Caro Mario,
sono le ultime ore della mia vita, ma con questo vado alla morte senza rancore delle ore vissute.
Ricordati i tuoi doveri verso di me, ti ricorderò sempre
Franca
Cara mamma, perdonami e coraggio. Dio solo farà ciò che la vita umana non sarà in grado di
adempiere. Ti bacio. La tua
Franca
Ugo Machieraldo (Mak)
Di anni 35 - ufficiale in Servizio Permanente Effettivo - nato a Cavaglià (Vercelli) il 18 luglio 1909 -. Maggiore di
Aeronautica Ruolo Navigante, quattro Medaglie d'Argento al Valor Militare, due proposte di Medaglia d'Argento al
Valor Militare - dall'autunno del 1943 si collega all'attività clandestina in Milano - nel 1944 si unisce alle formazioni
operanti in Valle d'Aosta, dapprincipio come partigiano semplice, poi come ufficiale di Stato Maggiore della 76' Brigata
Garibaldi operante in Valle d'Aosta e nel Canavese -. Catturato la notte tra il 29 e il 30 gennaio I945 in località Lace
(Ivrea), in seguito a delazione, da militari tedeschi - incarcerato a Cuorgnè (Torino) -. Processato dal Comando Militare
tedesco di Cuorgnè -. Fucilato il 2 febbraio 1945 contro la cinta del cimitero di Ivrea, con Riccio Orla e Piero Ottinetti -.
Medaglia d'Oro al Valor Militare.

Mia cara Mary,


compagna ideale della mia vita, questa sarà l'ultima lettera che tu avrai dal tuo Ugo! Ed io spero che sappia portarti
tanto conforto. Il tribunale militare tedesco di Cuorgnè mi ha condannato a morte mediante fucilazione ed io attendo
con altri due patrioti (Orla Riccio di Borgofranco e Ottinetti Piero di Ivrea) di passare da un momento all'altro a
miglior vita. Sono perfettamente sereno nell'adempiere il mio dovere verso la Patria, che ho sempre servito da soldato
senza macchia e senza paura, sino in fondo. So che è col sangue che si fa grande il paese nel quale si è nati, si è vissuti e
si è combattuto. Come soldato io sono sempre stato pronto a questo passo ed oggi nel mio animo è grande più che mai la
forza che mi sorregge per affrontare con vera dignità l'ultimo mio atto di soldato. Bisogna che tu, come compagna
ideale e meravigliosa del tuo Ugo, sappia come lui sopportare da sola con la nostra cara Nena il resto della tua vita che
porterà il tuo Ugo nel cuore.
Vado ora a morire ma non posso neanche finire, ti bacio forte forte con Nena, tuo
Ugo
FEDERICA FALCO
LAVORO SVOLTO DA:

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