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INCORPORARE LA NATURA

Storie ambientali del 900 – Simona Neri Serneri


PARTE PRIMA : RISORSE PER LO SVILUPPO
IL “MONDO NUOVO”. INDUSTRIA E AMBIENTE NELL’EUROPA
DELL’OTTOCENTO
Storia della civiltà è anche il difficile rapporto tra uomo e natura. Gli uomini hanno affidato
la propria sopravvivenza alla capacità di adattarsi agli ambienti più diversi e di sfruttarne lòe
risorse. Vedi agricoltura, allevamento, impianti idraulici, opere edili. Spesso hanno
accelerato l’evoluzione naturale fino a provocare vere e proprie crisi ecologiche (terreni
aridi, disboscamenti). Nell’Ottocento l’Europa fu trasformata radicalmente
dall’industrializzazione. Le innovazioni tecnologiche ebbero effetti importanti, consentivano
di ampliare enormemente le risorse energetiche utilizzabili → una svolta epocale del
rapporto tra uomo e natura, bastava avere le (apparentemente) illimitate materie prima
per avere tutto. Esemplare fu l’impiego della macchina a vapore che migliorò la resa
energetica del combustibile esistente e facilitò l’estrazione di uno più ricco, il carbone.
Presto fu chiaro quanto l’industria avrebbe mutato il rapporto uomo – natura.

1.1 Industria e risorse naturali


I processi produttivi restano profondamente inseriti nel contesto ambientale. Nella prima
fase crebbe la domanda delle risorse energetiche: legno, carbone, acqua ( fine Ottocento
sviluppo dell’industria idroelettrica). Il percorse delle acque venne ridisegnato sotto la
pressione concorrenziale degli industriali, degli agricoltori e degli acquedotti cittadini.
A valle del processo produttivo l’industria riversava nell’ambiente gli scarti e i residui delle
lavorazioni. Altrettanto dannosi erano gli scarichi dispersi nell’aria e gli scarichi liquidi
(acque inquinatissime)

1.2 L’inquinamento
L’inserimento dell’industria nell’ambiente si realizzò sulla base di una duplice
contraddizione:
- tra l’interno della fabbrica dove si realizzava un processo produttivo e l’ambiente esterno
da cui si traevano le materie prime e si scaricavano i residui
- tra città e campagna perché le attività industriali sottraevano risorse soprattutto energetiche
a quelle agricole sia perché si tendeva ad allontanare le fabbriche dalle città (per sicurezza e
igiene) danneggiando le campagne.
Non conoscevano come valore in sé la tutela del patrimonio ambientale. Nacquero
regolamenti ma le contromisure furono limitate in quanto le conoscenze scientifiche
ambientali non coglievano la specifica dimensione del problema e restavano comunque
subalterne alla priorità ideologica ed economica dello sviluppo industriale. Le
preoccupazioni dominanti erano igienico-sanitarie mentre mancava ogni attenzione per
l’ambiente naturale e il suo equilibrio.

1.3 Un nuovo paesaggio


Le attività industriali si moltiplicarono e spinsero a costruire infrastrutture (strade, porti,
ponti, dighe) e indussero a una nuova formidabile urbanizzazione da cui derivano le città
moderne. Ciò comportò un peggioramento delle condizioni di vita dei ceti popolari
(condizioni igieniche precarie, insufficiente potabilità delle acque, infezioni respiratorie,
sovraffollamento). Il problema più grave divenne l’approvvigionamento di acqua
l’eliminazione dei rifiuti e dei liquami.

1.4 L’ideologia della natura


Il nuovo paesaggio industriale (macchine e progresso scientifico e tecnologico) pareva
grandioso e terrificante agli occhi dei contemporanei.
Treno: simbolo della inarrestabile avanzata della modernità ed evocazione della forza
luciferina del fuoco. Come se da una parte ci fosse la “natura madre” e dall’altra la “natura
matrigna”. Letterati scrissero delle città come invase da fumi e polveri, sporche, affollate di
macchinari ma anche della città razionale, luminosa, vagheggiata da progressisti.
Negli ultimi decenni dell’Ottocento sempre più forte si fece l’aspirazione al “ritorno alla
natura”. Come quegli stessi tentativi di ritorno alla natura stavano ad indicare, tra natura e
industria si era aperto un solco destinato a farsi sempre più profondo.

IL CASO ITALIANO

2.1 Industria e ambiente


Per storia dell’uso sociale delle risorse naturali si deve intendere storia delle modalità sociali
di appropriazione, controllo, distribuzione e trasformazione delle risorse naturali.
L’uomo è parte della natura ma il “mondo naturale” non esiste svincolato dall’azione
umana, non esiste una natura allo stato proprio, sottratta e sottraibile all’azione dell’uomo.
L’industrializzazione ha mutato radicalmente il rapporto tra produzione e natura,
quindi di conseguenza anche quello tra riproduzione e natura. La dimensione sociale
non è affatto marginale alla storia ecologica. In questo senso la natura è anche un
“manufatto sociale”.

2.2 La periodizzazione
- anni 80 dell’800 : incremento del tasso di industrializzazione e della crescita demografica
urbana. Si diffonde in Italia la cultura igienista: leggi che disciplinavano le attività
industriali e le loro emissioni. Vennero costruiti acquedotti e fognature “moderne” nelle città
pe questioni igieniche (numerose epidemie). Ciò ridusse il conflitto tra emissioni industriali
ed esigenze pubbliche perché l’acqua di buona qualità veniva reperita lontano dalle aree
urbane e inoltre aumentò la domanda e di conseguenza la competizione per le risorse
idriche.
-Nacquero, promotrici di questi interventi, le aziende elettriche. Il conflitto tra le industrie
delle aree urbane periferiche e delle attività agricole delle aree rurali era stato ridotto.
-Dopo la prima guerra mondiale non bastava più arginare le fabbriche nelle campagne, ma
era l’industria a plasmare il proprio territorio. Le soluzioni della cultura igienista
cominciano a mostrare la loro inadeguatezza di fronte ai primi preoccupanti segnali di “crisi
ambientale” Ci vorranno altri due decenni perché in Italia si palesino.

2.3 Le peculiarità italiane


Nel caso italiano bisogna tenere presente il condizionamento esercitato dalle fratture
territoriali. Anche la natura e l’opera del regime fascista condizionò le modalità d’uso e la
competizione delle risorse naturali.
LA PRIMA INDUSTRIALIZZAZIONE

3.1 Un’ipotesi di periodizzazione


L’impatto ambientale delle attività industriali cominciò ad assumere rilevanza anche in Itali
dagli anni Ottanta dell’800. Nei primi decenni del secolo ci fu un’espansione del sistema
industriale: affermazione della meccanica, chimica avanzata e industria idroelettrica. Negli
anni Trenta si conclude la “prima industrializzazione”, con conseguente espansione di alcuni
settori tecnologicamente avanzati.

3.2 Industrie “insalubri”


La legge sanitaria emanata nel 1888 dal governo Crispi fu un punto di svolta, perché
introdusse anche in Italia una regolamentazioni delle industrie insalubri ovvero nocive alla
salute pubblica. Esse quindi miravano alla tutela della salute pubblica, considerando le
risorse naturali solo come potenziali veicoli di fattori di nocività, perciò erano da tutelare
solo qualora in cui erano destinati a essere direttamente e immediatamente utilizzati dalla
collettività. Non erano considerate un bene in sé. Vennero allontanate quindi le industrie
nocive (erano lontane dalla popolazione e i fattori nocivi venivano dispersi nell’ambiente).
La legge imponeva un apprezzabile controllo delle acque pur nella finalità esclusiva della
tutela dell’igiene.

3.3 L’amministrazione pubblica


Le norme delle industrie insalubri rimasero pressoché immutate fino agli anni Sessanta. Era
lasciata piena discrezione di intervenire o no sulla valutazione dei danni alle autorità.
- Autorità centrali: intervenivano soltanto al termine di un eventuale ricorso, tendevano a
scegliere in modo abbastanza fedele allo spirito della legge
- Prefetti: avevano più ampio spettro di comportamento, su di loro dipendeva l’applicazione
della legge per l’insieme delle industrie operanti sul loro territorio
- Amministrazioni comunali: classificavano gli stabilimenti e verificavano le condizioni ma
riscontravano evidenti difficoltà pratiche e finanziarie.

3.4 Il territorio delle industrie


Effetti che ha prodotto la normativa delle industrie insalubri:
- favorì la dispersione delle industrie nocive sul territorio
- gli stabilimenti erano distanti ma mai del tutto isolati, se leemissioni nocive non
ricadevano direttamente sulla popolazione, vi erano danni alle coltivazioni, alle acque per
abbeverare gli animali.
Negli anni Venti fu promulgata la prima legge di tutela dei “monumenti naturali” = tutela
dei siti naturali.
Nelle zone limitrofe alle città proprio per effetto della legge si crearono luoghi di
concentrazione delle industrie nocive → il criterio dell’isolamento si rivelava aleatorio e
incentivava un processo di degradazione ambientale del territorio funzionale all’ulteriore
sviluppo incontrollato dell’industrializzazione → già negli anni Venti lo sviluppo industriale
e urbano stava travolgendo la possibilità di governare l’impatto igienico e ambientale
dell’industrializzazione

3.5 La tecnica aiuta?


Nella dimensione tecnica del controllo delle emissioni nocive si distinguono tre approcci:
- negazionista : giungeva a elogiare la funzione antisettica dei vapori acidi e la qualità
balsamica delle acque contenenti residui resinosi
- esternalista : visione minimizzatrice e riduttiva dell’impatto delle attività industriali sulle
altre attività economiche e sull’ambiente naturale
- tecnologico : l’unico che tentava di modificare i processi produttivi, ricercando
accorgimenti per ridurre le emissioni, in particolare la ricerca di meccanismi di riduzione
degli agenti inquinanti.

3.6 Bilancio provvisorio


Le zone industriali create negli anni Trenta furono almeno 7(Venezia, Livorno, Bolzano,
Apuania, Ferrar, Palermo, Roma), tutte fuori dal “triangolo industriale” perché finalizzate a
incentivare ed estendere l’industrializzazione del paese, sorsero con motivazioni diverse, ma
tutte condivisero il criterio di coniugare una serie di agevolazioni con un piano regolatore
delle attività industriali.
Sul piano scientifico si cominciano ad individuare criteri meno aleatori di misurazione e
tolleranza delle emissioni industriali.

FABBRICHE E TERRITORIO

4.1 Localizzazione delle industrie e impatto ambientale


Al Sud prevaleva l’economia agricola. Al Nord un sistema più stratificato di centri urbani
con nuove strutture industriali. Il processo di industrializzazione fu largamente correlato a
quello di urbanizzazione. Nel 1911 la popolazione attiva nell’industria risultava concentrata
in alcuni grandi centri. Il “triangolo industriale” (Lombardia, Piemonte, Liguria) si era
accresciuto → concentrazione territoriale nelle grandi aree regionali e nelle città industriali.
Quindi il numero delle industrie insalubri resta un indicatore approssimativo, ma eloquente
della distribuzione territoriale delle industrie inquinanti.

4.2 Fabbriche e città nel primo novecento


Questo era il quadro del primo impatto tra industria e strutture urbane. Dal punto di vista
ambientale questo quadro era quello su cui si era basata la politica di regolamentazione
avviata dalla cultura igienista e i crescenti conflitti che avevano imposto che anche in Italia
fossero disciplinate le cosiddette “industrie insalubri”. La legge del 1888 dispose una
duplice classificazione delle industrie insalubri e quello della seconda classe potevano
rimanere nell’abitato pur adottando speciali cautele per non recare danni al vicinato.
Tuttavia se le prime avessero adottato nuovi metodi o speciali cautele potevano essere
tollerate nei centri abitati. Tale legge contribuì indubbiamente ad allontanare dalle aree
centrali alcune attività tradizionali (concia delle pelli, estrazione di olio..). Questa legge
consentiva che le industrie più nocive rilasciassero le emissioni inquinanti senza restrizione
alcuna alla condizione che fossero da ritenersi lontane dai centri abitati e che non
danneggiassero corsi d’acqua ad uso alimentare. Conseguenze:
1 - allontanamento di attività tradizionali dai centri urbani notevolmente offensive, ma allo
stesso tempo indusse a non ricercare contenuti tecnologici che ne riducessero la nocività
2 - le industrie nocive si allontanavo dal centro abitato quel giusto in modo da non recar
danno immediato e diretto alle abitazioni, quindi spesso erano distanti solo poche centinaia
o addirittura bastava una ferrovia o una strada trafficata.
3 – le campagne circostanti ai centri urbani furono i primi bersagli della nocività industriale
Da questi processi ne derivò la formazione di aree peri-urbane in sui si concentravano
industrie tradizionali e nuove e in cui sorgevano nuovi quartieri di abitazione popolare →
non si raggiunse l’isolamento delle industrie nocive ma si ebbe la formazione di un territorio
non ben definito dal carattere urbano-industriale.

4.3 Le fabbriche si concentrano


In Piemonte si concentravano attorno a Torino e Novara le industrie meccaniche e chimiche,
i due settori di maggiore sviluppo. Il polo milanese procedette in modo simile, anche se
pareva più concentrato territorialmente e più dotato delle industrie avanzate della meccanica
e della chimica. La polarizzazione territoriale delle attività industriali procedette secondo
più direttrici:
- l’espansione delle grandi città industriali (Torino, Milano, Genova) e il rafforzamento delle
città a vocazione industriale ( Savona, Bergamo, Piacenza)
- condensazione delle attività industriali in alcune aree a forte specializzazione produttiva.
In queste aree l’industrializzazione aveva modificato gerarchie territoriali, ad esempio fiumi
non più sfruttati come fonti di energia ma come comodi canali di scarico dei rifiuti.
- strutturarsi di nuove aree territoriali a carattere industriale dove prelavevane le produzioni
“moderne”

4.4 L’apparente compatibilità tra industria e città


Negli anni tra le due guerre l’impatto ambientale delle industrie si fece meno eclatante: più
tolleranza sociale, redistribuzione funzionale delle aree urbane con la riaffermata
separazione delle zone industriali da quelle residenziali. Tuttavia emissioni nocive, danni e
proteste non mancavano. Aumento delle industrie → gli stabilimenti urbani erano inseriti
nel tessuto urbani e abitativo, sostanzialmente svincolati da ogni regolamentazione circa la
loro collocazione, spesso erano vicini ai centri di scambio stradale, ferroviario o portuale
condizionando l’espansione del tessuto urbano. D’altronde in questi anni maturò il criterio
dello zoning, volto a riordinare e pianificare l’uso dei territori in base all’accorpamento
degli insediamenti aventi le analoghe funzioni. Era l’inizio di un’apparente possibile
convivenza tra attività industriali e vita urbana, però se le emissioni sembravano meno
dannose era anche perché lo sviluppo delle infrastrutture urbane aveva rimosso gli effetti più
gravosi delle emissioni liquide.

4.5 Le “nuove zone industriali”


Nel corso degli anni Trenta lo zoning andò intensificandosi, perché aiutava i risolvere
problemi igienici e ambientali e perché favorito dalle autorità politiche che promossero la
nascita delle cosiddette “zone di intensa industrializzazione”. Le zone industriali create
negli anni 30 furono almeno 7 (Venezia, Livorno, Bolzano, Ferrara, Apuania, Palermo,
Roma): fuori dal triangolo industriale, tutte condividevano il criterio di coniugare una serie
di agevolazioni con un piano regolatore delle attività industriali che prevedeva agevolazioni
economiche, qualifica di opere pubbliche, fornitura di infrastrutture e servizi. Queste aree
industriali funsero rapidamente da polo di attrazione, anche di edilizia abitativa, e
condizionarono lo sviluppo urbanistico. Negli anni 30 nacque quindi una fittizia separazione
tra territorio industriale e territorio urbano, che sembrava la soluzione ma più tardi un
“corto.-circuito ambientale” ne avrebbe dimostrato la pericolosa inconsistenza.

GOVERNARE LE ACQUE
Il governo delle acque fu parte della messa in atto di nuove modalità di incorporazione
sociale delle risorse naturali, ovvero di nuove modalità di integrazione di porzioni di
ecosistema nei processi produttivi e riproduttivi. Questa questione gioca un ruolo
determinante nella ridefinizione del limite tra città e natura.
In Italia le scelte decisive per la modernizzazione del sistema urbano furono compiute nei
quattro decenni a cavallo del 1900, ciò produsse crescita demografica e industrializzazione e
la trasformazione delle attività produttive → di conseguenza gli assetti dell’antico regime
furono messi in crisi e sollecitarono una politica di riforma. Il 2progresso dell’igiene” non fu
solo frutto della cultura progressista ma scaturì largamente dalle nuove urgenze dello
sviluppo urbano.

5.1 La crisi idraulica nelle città di antico regime


La crisi scaturì con le epidemie di colera, tifo e malattie gastro-intestinali. Pozzi e
condutture degli acquedotti erano sovente batteriologicamente inquinati, i sistemi
tradizionali entrarono in crisi funzionale di carattere quantitativo (troppa la domanda) e
qualitativo. Fattore scatenante della crisi fu l’inquinamento dei pozzi potabili, i pozzi “neri”
non erano impermeabili e non erano svuotati regolarmente quindi inquinavano il terreno da
cui pescava pure il pozzo potabile. Altro fattore altamente importante erano gli scarichi
liquidi delle sempre più numerose attività industriali.

5.2 Acque per la città moderna


La crisi idraulica si manifestò maggiormente nelle città dove la trasformazione urbana era
più accelerata. Si ricercarono 3 obiettivi: recuperare porzioni di suolo utile per abitazione,
attività produttive; reperire acqua in quantità adeguata alle esigenze alimentari e igieniche
domestiche; assicurare le risorse idriche alle attività produttive e agli usi civici. → bonifica
dei suoli umidi, nuova infrastrutture (come acquedotti), realizzazione di sistemi di drenaggio
(rete fognaria in grado di tutelare la viabilità e l’igiene). Si realizzò anche una svolta
culturale → sviluppo urbano come esito di un progetto pianificato, questo piano avrebbe
controllato il rapporto tra natura e ambiente ma in realtà i due sistemi furono integrati
tramite una subordinazione funzionale del sistema naturale e quello urbano.

5.3 Tecnologie di adduzione e crescita della domanda idrica


La costruzione dei nuovi sistemi idrici si dispiegò dagli anni 80 ai primi anni 30 del 900. Le
fonti disponibili per addurre acque migliori erano 4:
- sorgenti più o meno distanti, ma spesso c’erano conflitti con altri utenti locali
- pozzi pescanti nel sottosuolo, ma con limitata resa quantitativa
- gallerie e pozzi filtranti alimentati dal subalveo dei fiumi, presto dimostratisi
igienicamente insicuri
- bacini di raccolta di acque pluviali e superficiali, la fonte meno affidabile dal punto di vista
igienico
Andavano prendendo piede vari metodi innovativi: filtraggio diretto delle acque superficiali,
pozzi di profondità (detti artesiani), il ravvenamento (pompaggio di acque superficiali). La
ricerca di nuovi metodi era in primis dettata dalla quantità più che dalla qualità delle acque
da reperire. Si doveva passare da un sistema di distribuzione lineare e uno reticolare ma
ancora le società di gestione privata non ne erano in grado.

5.4 Chiudere il cerchio


Negli anni Ottanta dell’800 era ancora aperta l’alternativa tra i cosiddetti metodi “statici”
(trattenere i liquami domestici e le componenti solide presso le abitazioni, in pozzi neri) e
“dinamici” (flusso d’acqua che allontana immediatamente le acque luride).
In conclusione, in Italia nei decenni a cavallo del 1900 la costruzione delle città moderne
richiese un radicale rinnovamento delle modalità tecniche di incorporazione delle acque, tali
da renderle adeguate alle esigenze funzionali del sistema urbano-industriale. Per il governo
delle acque la conseguenza generale più rilevante fu che la costruzione di quel nuovo
sistema idraulico urbano fu perseguita e realizzata attraverso una riorganizzazione radicale
dei nessi tra le acque urbane e la rete idraulica territoriale e delle relazioni con l’ecosistema
giacché furono investiti sia il suolo sia il mare.

L’INCORPORAZIONE DELLE ACQUE MILANESI

6.1 1880-1940: sviluppo e risorse


Dagli anni 80 dell’800 si ha un significativo incremento dell’urbanizzazione dovuto alla
crescita demografica, la crisi agraria provocata dalla “grande depressione” e la prima fase
dell’industrializzazione. Non in tutta Italia questi fenomeni avvennero in contemporanea ma
sicuramente nelle aree del triangolo industriale si fecero sentire. Le città erano ancora
caratterizzate da tratti di ancien regime che al tempo stesso ne tradivano l’inadeguatezza a
fronte della pressione demografica e delle sollecitazioni delle nuove attività economiche.
Nel 1888 ci fu il colera e la conseguente legislazione sanitaria. Dal 1880 al 1940 si
costruirono grandi infrastrutture.

6.2 Milano, le acque e gli uomini


Il caso più interessante di costruzione dell’ambiente urbano-industriale fu Milano.
(Riassume gran parte delle questioni e delle scelte poi affrontate nelle altre città). In quel
periodo divenne la prima città d’Italia per abitanti e anche il maggior centro industriale e
perché quella trasformazione implicò trasformazioni profonde delle modalità di
incorporazione delle risorse idriche del sistema urbano. La storia e la fortuna di Milano
furono determinate dalla posizione centrale della città in un complesso sistema territoriale e
idrico. Da sempre la rete idrica compenetrò profondamente il tessuto cittadino → i navigli.
Nel 1873 il comune di Milano inglobò quello dei Corpi Santi (abitato da allevatori e
lavoratori artigiani). Il territorio si ampliava e la popolazione cresceva.

6.3 Il circuito idraulico tradizionale


L’assetto idraulico cittadino appariva in parte inadeguato, in parte inutile. Si basava su due
grandi sottocircuiti:
1 – domestico, costituito da pozzi per acqua potabile profondi al max 6-7 metri e dai pozzi
neri → in questo circuito il problema maggiore era l’inadeguatezza qualitativa
dell’approvvigionamento idrico
2 – Navigli, in particolare il “Naviglio interno” che circondava quasi per intero il centro
cittadino, contribuiva al complesso sistema di regolazione delle piene, riceveva le acque
pluviali e gli scarichi di numerose attività industriali. La presenza di residui chimici nel
Naviglio Grande fu denunciata ripetutamente, arrivando a decidere per la prima volta un
tetto massimo per sostanze inquinanti. Alla fine degli anni 80 finirono per sommarsi diverse
esigenze: riordinare e ammodernare il sistema separato della cerchia dei Navigli, sistemare i
124 canali scoperti esistenti nell’area esterna, raccogliere le acque cloacali e pluviali nelle
aree di recente edificazione e raccordarle adeguatamente con la rete di canali più esterni,
smaltire le acque reflue industriali.

6.4 L’acquedotto e la fognatura


Urgente apparve la questione delle acque reflue. Si decise di dotare rapidamente l’intera
città di un sistema fognario “misto” a canalizzazione continua dove sarebbero confluite sia
le acque piovane sia le cloacali. Questa soluzione era unitaria e adeguata per l’area al di qua
e al di la del Naviglio interno.
L’acquedotto comunale si sviluppò assecondando la crescita demografica e urbanistica.

6.5 Circuito cittadino e circuito territoriale


Difficoltà e contrasti preannunciavano l’attrito evidente tra il sistema “misto” cittadino e il
circuito idraulico territoriale emerso negli anni Trenta. Questa tensione palesava la difficoltà
di governare un sistema idraulico ormai fortemente integrato ma sovraccarico,
quantitativamente instabile e qualitativamente alterato (allagamenti, inquinamento
batterico..). In conclusione le modalità di incorporazione delle acque nel sistema urbano
industriale milanese erano ben lungi dal realizzare una forma di governo sostenibile delle
risorse idriche.

ACQUE PER LE INDUSTRIE, ACQUE PER LE CITTA’

7.1 Risorse idriche


Industrializzazione e urbanizzazione determinarono l’uso di sempre maggiori quantità
d’acqua a fini domestici e industriali e la costruzione di sistemi idraulici meccanici sempre
più ampi. L’uso dell’acqua fu la modalità più eclatante di trasformazione dell’ambiente e
l’inquinamento idrico fu la sua più visibile e dannosa conseguenza. Alla lunga l’approccio
igienista nei confronti dei problemi dell’inquinamento si dimostrò incapace proprio perché
ignorava le implicazioni ambientali non solo igieniche dell’uso dell’acqua. Nel decennio
della prima industrializzazione si dovette affrontare perciò un duplice problema:
l’insufficiente approvvigionamento e la depurazione degli scarichi, problemi d’altro canto in
notevole misura connessi.

7.2 Un circolo vizioso: addurre acqua buona e abbondante


In Italia si affannavano amministratori e ingegneri per ricercare acqua sempre più
abbondante. La crescita di questo periodo impose di creare gli impianti laddove ancora non
esistevano o di ampliare la portata di quelli esistenti. L’interesse maggiore andava alle
soluzioni che stavano adottando le maggiori città europee: adduzione di acque sorgive,
raccolta di acque di falda, trattamento di acque superficiali. Subito l’adduzione fu la via più
facile. La depurazione fu adottata invece dalle città più piccole perché ne serviva meno e si
rivelò una buona soluzione.

7.3 Un circolo vizioso: depurare le acque


L’altra metà del circolo vizioso delle acque riguardava tecnici, medici igienisti e biologi
impegnati nella ricerca e nella sperimentazione di efficaci metodi di depurazione delle
acque. Si preferiva insistere sulla sterilizzazione delle acque superficiali e preoccupava di
più l’inquinamento batteriologico di quello chimico.
Circolo vizioso: alla crescente quantità di acque movimentate non corrispondeva alcun
adeguato sistema di smaltimento delle acque di scarico. Difficoltà nel cogliere i presupposti
ambientali del problema igienico: l’inquinamento non era semplicemente l’effetto di
inadeguate misure di difesa igienica ma dell’eccezionale incremento dell’uso delle acque
per fini economici.

7.4 Una legislazione igienista inquinante


Le autorità periferiche erano considerate responsabili della qualità delle acque pubbliche ma
tali compiti si riducevano al reperimento più o meno difficoltoso di acque “pure”. La
conseguenza era che l’acqua e le risorse naturali non erano protetti in quanto tali e i
provvedimenti di tutela non miravano a salvaguardare il ciclo riproduttivo o l’equilibrio
ambientale generale. Allontanare le acque dagli abitati o dalle aree di captazione era il
primo unico scopo delle infrastrutture fognarie, laddove esistevano.

7.5 Competizione, conflitti, inquinamento


La movimentazione delle acque riguarda principalmente gli anni 30. Si cominciò a
utilizzarla per uso industriale, soprattutto per uso idroelettrico. Questo sviluppo condizionò
fortemente gli assetti idrogeologici e gli equilibri produttivi. L’uso idroelettrico non era che
l’aspetto più vistoso di quella competizione per lo sfruttamento di risorse idriche tra soggetti
pubblici e privati.
Ovviamente non mancavano conflitti nel campo agricolo-industriale laddove
l’inquinamento colpiva le attività ittiche.
Già negli anni Trenta quindi erano percepibili le dimensioni territoriali dell’inquinamento
ambientale e la tendenza alla saturazione dei circuiti di riproduzione delle risorse,
innanzitutto quelle idriche.

7.6 Modernizzazione del paese e crisi ambientale?


Rapido incremento quantitativo delle acque utilizzate → sempre più diffuse manifestazioni
di inquinamento idrico. I danni più eclatanti investivano la fauna ittica e le attività agricole,
ma verso gli anni Cinquanta le preoccupazioni maggiori riguardavano le possibili
conseguenze sul sistema complessivo di approvvigionamento idrico. Fine anni Sessanta:
nuovo approccio → si guardava alla tutela del patrimonio idrico. Nel 1976 fu emanata la
legge Merli volta a formulare criteri generali per l’utilizzo delle acque, l’azione di controllo
da parte di pubblici servizi, le opere di risanamento, il rilevamento sistematico delle
caratteristiche dei corpi idrici.

PARTE SECONDA: CULTURE E POLITICHE

NATURA, INDUSTRIA E SOCIALISMO


I mutamenti indotti dall’industrializzazione nei rapporti con la natura sono un punto di
osservazione fecondo per rileggere in una prospettiva più ampia la storia delle società
contemporanee, delle classi popolari e del movimento socialista.

8.1 Appunti di metodo


Per la storia ambientale l’industrializzazione costituisce una formidabile soluzione di
continuità: la trasformazione dalla società agricola a quella industriale si è infatti formata in
virtù di innovazioni tecnologiche che hanno radicalmente mutato il rapporto uomo-natura.
Conseguenze: i processi produttivi si emancipano dal mondo naturale perché svolgono un
ciclo “artificiale”; l’economia industriale pare possedere possibilità apparentemente
illimitate di espansione. Si realizza così l’assoggettamento della natura al processo
produttivo in quanto questo è capace di trasformare in misura potenzialmente illimitata
porzioni crescenti della natura stessa. Analogamente anche nella sfera sociale si passa dal
mondo contadino a quello industriale. Compito della storiografia è indagare gli effetti sulle
condizioni morali e materiali della vita sociale nei principali processi produttivi e nei grandi
sistemi infrastrutturali.

8.2 Lavoro e bonifiche


Il movimento operaio e socialista fu infatti oggetto e soggetto dell’industrializzazione.
Oggetto→ esiste grazie ad essa; Soggetto → contribuì a progettarne e determinarne il corso.
Possiamo rileggere la storia dei fatti in altra luce: rendere visibile la dimensione ecologica
nella storia del mondo socialista. Gli obiettivi generali del movimento operaio e socialista
(tutela delle classi lavoratrici, difesa dell’occupazione e lo sviluppo del sistema produttivo)
comportavano evidenti sollecitazioni alle trasformazioni ambientali e spingevano al
contenimento del degrado ambientale indotto dall’industrializzazione.
Prendiamo come esempio il rapporto con l’acqua che può essere allo stesso tempo fattore di
salubrità che di morbilità, una risorsa produttiva e un impedimento all’utilizzo di altre
risorse. Nel XIX secolo in pianura padana si estendono le coltivazioni risicole (→ prime
aziende capitalistiche) e in questo caso l’acqua rappresentava sia un fattore produttivo che
un agente di insalubrità. Ci furono numerose lotte di tipo socialista poiché estendere le
superfici allagate significava ampliare l’ambiente malarico, ma allo stesso tempo chi
denunciava le pessime condizioni di lavoro era chi beneficiava del poter lavorare in quel
territorio e poter contribuire al << bilancio domestico >> quindi si pronunciava contro
l’abolizione della risaia. In altre parti d’Italia invece si chiedeva la bonifica dei terreni
acquitrinosi e i socialisti erano i più solleciti sostenitori, il movente era di tipo produttivo →
aumentare i terreni coltivabili. Tuttavia si dimostrò difficile far convergere obiettivi
economici con esigenze ambientali.
1- mancato coordinamento tra montagna e natura → la noncuranza nei confronti della
montagna da parte dei socialisti fece si che col tempo si spopolasse portando al degrado
degli equilibri ambientali fondati sulla tradizionale presenza antropica.
2- in pianure le nuove bonifiche non instaurarono un nuovo assetto produttivo (come era
auspicabile) ma la conseguenza fu la semplificazione colturale o comunque il rallentamento
della diversificazione; fu mancato l’obiettivo del passaggio dall’agricoltura estensiva a
quella intensiva.
3- nell’Italia meridionale si cercò di regimentare le acque per sfruttarle per generare
elettricità, ma anche questi progetti elettroirrigui confermavano come non potesse darsi un
reale dicotomia tra natura e società, costituendo ogni intervento trasformatore degli equilibri
ambientali un processo di “riproduzione sociale della natura”.

8.3 Risorse idriche e industrializzazione


L’acqua andava trasformata in preziosa fonte energetica disponibile per generare elettricità.
Le grandi potenzialità e le riserve calcolabili rendevano nel nostro paese l’energia
idroelettrica largamente preferibile a quella generata termicamente per i costi minori, perché
comoda, silenziosa. Rimaneva però aperta la divergenza tra chi spingeva alla
nazionalizzazione e chi riteneva opportuno affidarsi ai capitali privati.
Il sostegno dell’industria idroelettrica costituì forse il primo organico intervento di
trasformazione ambientale per fini industriali. La generazione idraulica ebbe un fortissimo
impatto diretto sul territorio (dai boschi alla derivazione delle acque, bacini di
contenimento, strade di accesso..).
8.4 Acque per l’igiene urbana
L’altro polo cruciale dell’acqua era nelle città. L’aumento della popolazione aveva impedito
un effettivo miglioramento delle condizioni igieniche (dimostrato dall’aumento della
morbilità). La soluzione fu individuata nella radicale riorganizzazione del ciclo urbano
dell’acqua attraverso la costruzione di acquedotti e fognature. La gestione e la realizzazione
di questi servizi dovevano essere garantite dalle autorità pubbliche, questa richiesta
comparve in testa ai programmi delle municipalizzazioni. I socialisti individuarono nella
realizzazione degli acquedotti e della distribuzione generalizzata di acqua potabile ,
nelle città e nelle campagne, una condizione essenziale per il miglioramento delle
condizioni di vita delle classi popolari e sollecitarono in questo senso sia le
amministrazioni localo sia il governo sociale. La municipalizzazione consentiva di ottenere
al contempo purezza batteriologica, riduzione dei costi e ampliamento dell’utenza: si
assecondava la tendenza di creare grandi sistemi unitari di canalizzazione per avere al
contempo acqua pulita e più acqua. Dominava però l’idea che la manipolazione dell’acqua
non intaccasse la pretesa “naturalità” del suo ciclo. Un insieme di ragioni alimentava quindi
la tendenza ad ampliare la raccolta di acqua trascurando l’intervento sugli scarichi.

8.5 Dalla “vita naturale” all’igiene sociale


Erano gli anni dell’igiene sociale alimentata dalle recenti acquisizione della chimica, della
batteriologia e dell’epidemiologia. Le abitazioni delle classi popolari solitamente erano
ambienti insalubri e altamente popolati dove si diffondevano facilmente morbilità e
patologie respiratorie, nei luoghi di lavoro a queste fattori si aggiungevano gli effetti
patogeni delle condizioni di lavoro e le sostanze impiegate nelle lavorazioni. Le case
operaie e le fabbriche dovevano disporre acqua in abbondanza per permettere lavaggi
frequenti dei locali/indumenti/corpi. Così come dovevano predisporre latrine. Un altro
agente di pulizia era l’aria.
La difesa immediata del lavoro costringeva ad accettare un ambiente insalubre e a rinunciare
a una difesa sul lungo periodo. Il movimento socialista accantonò l’idea iniziale di
riconoscimento di alcune malattie professionali più gravi e insistette per l’introduzione di
un’assicurazione obbligatoria contro tutte le malattie. Questa assicurazione obbligatoria
avrebbe costituito quindi il riconoscimento della natura patogena e del costo sociale
dell’ambiente di lavoro. Si cominciò a criticare l’obbligo di trasferire industrie insalubri
nelle campagne perché inutile per la salute dei lavoratori, ma al contrario si proponeva di
riclassificare le industrie insalubri in base alla pericolosità degli addetti, in sostanza
riducendo il problema delle patologie professionali.

8.6 Mondo cittadino e mondo naturale


Attorno alle industrie nacquero nuovi quartieri operai. Il problema cacciato dalle ciminiere
rientrava, letteralmente, nelle finestre delle case operaie; si confondevano ulteriormente gli
spazi abitativi e quelli lavorativi. E’ noto che i socialisti dedicarono grande attenzione ai
problemi delle abitazioni operaie e all’urbanistica. Il condizionamento della città-fabbrica
denunciata da Engels accentuava ma non inficiava la percezione delle radicali
trasformazioni urbanistiche indotte dall’industrializzazione. E’ da ricordare anche
l’intervento pubblico a tutela dell’igiene morale e materiale delle classi popolari (case
operaie, asili, mense, sistemi di trasporto..).

8.7 La natura immaginata


Si utilizzava parte del tempo libero per allontanarsi dal mondo urbano, per tonificare mente
e corpo, venivano organizzate colonie elioterapiche, escursioni, attività sportive.

EMERGENZE AMBIENTALI IN TOSCANA

Ambiente: porzione di natura valorizzata per le attività umane, culturali, domestiche e


produttive.
Evocare l’emergere della questione ambientale significa significa indagare tempi e
modalità con cui storicamente si afferma la consapevolezza che l’assetto vigente dello
scambio tra sistema sociale ed ecosistema si trova a fronteggiare la percezione che nelle
correnti modalità d’uso delle risorse naturali si verifica uno squilibrio rilevante tale da
minacciare la riproduzione e la disponibilità di quelle risorse.
La crisi ambientale è l’effetto interattivo e cumulativo di numerosi eventi di appropriazione
delle risorse singoli e localizzati.

9.1 Allarmi
In Lombardia primi segni di crisi ambientale si ebbero negli anni 30. In Toscana negli anni
50. Si segnalavano in particolare alcune aree : attorno a Pisa fiumi inquinati dagli scarichi di
numerose concerie locali, attorno a Firenze per lo scarico in Arno di acque inquinate da
residui delle industri tessili pratesi. Si aggiungeva l’inquinamento dei fumi, le polveri dei
cementifici, gli scarichi aerei. In pochi anni la situazione toscana divenne una delle più gravi
dopo quella toscana.

9.2 Dall’inquinamento diffuso alla “crisi ambientale”


Verso metà degli anni 60 il susseguirsi dei segnali di allarme aveva lasciato il posto a una
“crisi ambientale” conclamata: occorreva ormai prendere atto che il problema degli scarichi
andava ormai saldandosi con quello dell’approvvigionamento idrico.
Le aree di crisi identificabili erano tre:
1- la fascia costiera → interessava sia le acque marine che quelle fluviali e lacustri, si
segnalavano l’inquinamento batterico dovuto agli scarichi fognari e la lattescenza delle
acque
2- l’area pisano-lucchese → rete di canali che servivano alla potabilizzazione dell’acqua che
vennero contagiati da scarichi industriali, idem per altre zone paludose e fiumi
3- l’area fiorentino-pratese → l’emergenza ambientale scaturiva dall’interazione di fattori
diversi, primo dei quali la consistente crescita della domanda idrica in atto sia a Firenze sia a
Prato. L’acquedotto cittadino si approvvigionava dall’Arno che era inquinatissimo. In area
pratese tale questione era stata fronteggiata ricorrendo al pompaggio delle acque sotterranee
con il risultato di provocare l’abbassamento della falda.
Proprio il concatenarsi di questi fattori di crisi evidenziava come la pressione sulle risorse
fosse aumentata cospicuamente in termini quantitativi e non fosse più esercitata in modo
localizzato bensì gravasse ormai su aree sempre più vaste della regione.

9.3 Affrontare l’emergenza


Caratteristico della gestione della crisi ambientale fu il nuovo ruolo acquisito dagli enti
pubblici: da meri arbitri della competizione delle risorse essi divennero, in pratica, i gestori
delle risorse. L’agire dei soggetti pubblici impone tre livelli di analisi: quello tecnico
(obiettivi individuati, efficacia con cui furono perseguiti); quello politico ( mediazioni tra
gli interessi in campo); quello istituzionale (modalità dei processi decisionali e delle
procedure di controllo). Il soggetto nuovo era anche quello di maggio rilievo: la Regione,
nella fattispecie del Consiglio ma soprattutto della giunta. Nel 1972 la <regione Toscana
avviò una mappatura dei fenomeni di inquinamento, in primo luogo idrici. 1976: legge
Merli → sostegno alla costruzione di depuratori. Si affermò dagli anni 70 una strategia
basata sul criterio di lasciare ai più redditizi usi insediativi le aree di fondovalle e di creare
un sistema di sbarramenti e di invasi nelle valli laterali, abbandonate dalla deruralizzazione
e perciò adesso utilizzabili ai fini dello sviluppo delle aree di pianura.

9.4 Quale politica ambientale?


Queste linee di intervento hanno guidato la politica ambientale relativa alle risorse idriche
nella Toscana degli anni 80. Almeno fino ai primi anni Novanta la crisi nell’uso sociale delle
risorse idriche si configurò per lo più come tendenza a ripristinare il ciclo delle acque per
usi antropici. Assai meno si guardò all’ambiente come porzione di natura valorizzata per le
attività umane (e quindi ripristinare l’equilibrio dell’ecosistema).

POLITICHE AMBIENTALI E GOVERNO DEL TERRITORIO

Le politiche di governo del territorio e dell’ambiente per loro intrinseca natura erano parse
destinate ad assumere un ruolo centrale nella costruzione del “governo regionale”. Si
individuava in quest’ultimo una dimensione ottimale per raccordare le direttrici dello
sviluppo nazionale e i crescenti processi di integrazione internazionale con l’esigenza di
ricomporre la varietà dei percorsi di sviluppi locali, orientare la crescita delle aree trainanti e
promuovere l’inserimento delle aree rimaste marginali nelle dinamiche di sviluppo.

10.1 Programmazione e squilibri territoriali


La Regione Toscana individuò tra le proprie finalità principali la protezione della natura,
della salute e delle generazioni, promuovendo un giusto rapporto tra città e campagna; si
impegnò a difende il suolo e le foreste, regolare le acque per prevenire e eliminare le cause
di inquinamento, concorrere alla difesa del paesaggio. C’era la necessità di articolare e
differenziare gli interventi di sostegno secondo specificità territoriali e settoriali. La politica
urbanistica pareva acquisire autonomia e sistematicità di scopi e di obiettivi. Quel che è da
notare è come la questione territoriale fosse andata consolidandosi e articolandosi attorno a
diversi nuclei tematici. Progetto 80 (1969) : annoverò tra le finalità la protezione
dell’ambiente fisico e artistico, il suo arricchimento estetico, l’assetto artistico della città;
denunciando i danni ambientali causati dall’intenso sviluppo dei decenni precedenti
specificò come la creazione di un equilibrato rapporto tra uomo e il suo ambiente costituisca
una finalità della programmazione. Non mancavano azioni concrete come un’Agenzia per la
difesa del suolo, l’ampliamento del demanio forestale, la redazione di piani regolatori dei
bacini idrografici, il riconoscimento delle risorse naturali come beni collettivi.
Tuttavia la tacita divaricazione tra tutela ambientale e sviluppo metropolitano confermava la
difficoltà ad adottare una visione unitaria del territorio e la scala regionale come spazio
privilegiato per ricomporre progettualità politica e processi di sviluppo. Tutto ciò calcava la
lacerante tensione tra sviluppo socio-economico e tutela delle risorse ambientali.

10.2 La Toscana
Al percorso culturale, politico e metodologico della programmazione nazionale si era
accompagnato dagli anni 60 un analogo percorso regionale.
Punto di partenza era tradurre in una proiezione territoriale il paradigma di “riequilibrio”
che guidava la programmazione nazionale. Da il dibattito sullo sviluppo locale emergevano
tre nodi di rilievo: la zonizzazione regionale, il ruolo delle infrastrutture e il rapporto tra
urbanistica e governo del territorio.

10.3 L’impianto del governo regionale


Le norme statuarie erano l’approdo di un percorso politico-culturale che istituivano una
precisa ripartizione di competenze. Ritornava l’intento di realizzare un ordinato assetto
territoriale meglio rispondente agli interessi regionali perché mirato a risolvere squilibri
territoriali attraverso una ridistribuzione più razionale della popolazione e delle attività
produttive. L’intento complessivo restava quello di delineare un modello di assetto
territoriale strutturato in direttrici di espansione al fine di superare gli squilibri sociali e
territoriali. Si pensava a una rete infrastrutturale nel territorio regionale e una
differenziazione degli impieghi sociali del territorio in riqualificazione, valorizzazione e
sostegno. Era nella politica urbanistica che il baricentro si spostava verso i Comuni, soggetti
abilitati a definire in larga misura gli obiettivi di quella politica. L’ente regionale si era
costituito forgiando il proprio carattere politico e la propria legittimazione sulla capacità di
rappresentare e mediare tra i pre-esistenti ambiti di governo e gli interessi locali. Era
indispensabile acquisire il pieno sostegno dei soggetti locali.
L’avvio delle politiche regionali nonostante tutto fu così permeato di incertezza, per la
frammentarietà e l’indeterminatezza del contesto normativo e per il conseguente prevalere
di sollecitazioni contingenti dettate da istanze politiche e pratiche.

10.4 Il governo dell’urbanistica


L’illustrazione sommaria delle politiche di governo del territorio e dell’ambiente comporta a
una serie vasta e disparata di atti di governo, ciò discende sia dalla frammentazione di
competenze si che gli innumerevoli provvedimenti avevano poi ricadute sull’assetto
territoriale e ambientale. E’ possibile considerare il territorio come lo spazio naturale e
sociale dove si realizza lo sviluppo locale e l’ambito dive sono prodotte le risorse materiali
consumate in quello sviluppo. Su questa base si possono individuare quattro nodi tematici:
1. la questione urbana
2. le risorse per lo sviluppo
3. le aree di “riequilibrio”
4. le infrastrutture
La frammentazione delle competenze accelerò la crisi della pianificazione territoriale e di
conseguenza la frammentazione normativa alimentarono una diversificazione degli approcci
culturali e politici e sminuì la coerenza delle finalità programmatiche.
La crisi della pianificazione territoriale fu innescata dal fatto che la delega in materia
urbanistica era sostanzialmente limitata all’approvazione degli strumenti urbanistici
comunali. Anziché investire le molteplicità di materie attinenti l’assetto del territorio la
delega riduceva l’urbanistica regionale a mero assetto e incremento edilizio dei centri
abitati, il resto rimanendo di competenza statale. La Regione allora optò per una
convergenza operativa con gli enti locali, creando quel coordinamento che il governo
centrale pareva non vole ricercare con le Regioni.
La politica urbanistica si configurò come la disciplina dell’uso del territorio comprensiva di
tutti gli aspetti conoscitivi, normativi e gestionali riguardanti le operazioni di salvaguardia e
trasformazione del suolo, nonché la protezione dell’ambiente.
10.5 Pratiche di governo
La criticità della condizione ambientale riguardava soprattutto le risorse idriche. Si
invitarono sindaci e presidenti a imporre che gli affluenti domestici e industriali prima del
loro versamento in acque pubbliche o canali e fognature avessero determinati valori chimi e
fisici. Questo anticipava quello che sarebbe stata la legge Merli.
La risoluzione collegava l’urgenza di un risanamento alla prospettiva di un nuovo sviluppo
economico che deve avere come punto di forza la sistemazione idrogeologica del territorio,
legata a sua volta al rimboschimento, alle opere di difesa del suolo e a una mutata politica
urbanistica e di adeguamento infrastrutturale (per prima cosa impianti di depurazione).La
Regione oltre alle funzioni amministrative aveva a carico le responsabilità inerenti le opere
igieniche di interesse locale. Toscana: la Regione sostenne i Comuni e procedette di
iniziativa propria avviando un piano di finanziamenti per programmi di opere per il
reperimento delle risorse idriche e per lo smaltimento. Nonostante le limitate disponibilità
finanziare e le poche capacità di alcuni enti locali, il sostegno regionale permise di avviare
un consistente programma di opere. Nell’aprile 1980 fu impostato e redatto il Piano di
risanamento delle acque. Questo documento evidenziò un persistente e diffuso
inquinamento in tutta la fascia costiera. In più i Comuni riscontravano difficoltà a fronte di
interessi imprenditoriali ed economici largamente inadempienti nei confronti della
normativa. Finalità ed entità della tutela delle risorse erano così da definirsi in base ai costi e
ai benefici e in relazione agli obiettivi dello sviluppo regionale. Si rese importante
salvaguardare parchi e aree protette, a ciò si coniugò la tutela del patrimonio forestale,
perseguita con il finanziamento di opere idraulico-forestali, di interventi di prevenzione ed
estinzione degli incendi boschivi e il potenziamento del demanio e del patrimonio agricolo-
forestale regionale. Sul finire degli anni 70 si passava da un’originaria cultura della
programmazione basata sul presupposto della disponibilità di risorse a una politica definita
ambientalista perché diretta alla valorizzazione ottimale di risorse naturali limitate.

10.6 Bilanci
Inizio anni 80: avviato riordino delle modalità di gestione e valorizzazione di alcune risorse
naturali; avviato coordinamento delle politiche territoriali subregionale.

AMBIENTALISMI IN MOVIMENTO

Tra i movimenti collettivi degli anni 70 quello ambientalista fu forse il meno appariscente
ma si mostrò il più composito, vitale e forse il più capace di permeare positivamente la
società italiana e di dare risposte concrete.

11.1 Protezionismo e naturalismo


Nacquero in Italia enti a protezione dell’ambiente come la Società botanica italiana, il Club
alpino italiano, il Touring club, il WWF → quindi si diffondono nell’opinione pubblica
nuove sensibilità. Questione ambientale → tra i temi principali dell’agenda politica italiana.

11.2 Lotte “per la salute” e questione ambientale


A partire dalle lotte per la “salute operaia” e le mobilitazioni contro la “nocività del lavoro”
l’attenzione si sposta dall’ambiente di fabbrica ai quartieri e al territorio e poi alla società
nel suo complesso. Fu l’avvio di un percorso culturale e politico che procedette sospinto dal
confronto fra i tecnici, gli organismi operai e sindacali e gli enti a vario titolo coinvolti
nell’opera di tutela della salute e di gestione del territorio. Si giunse ad affermare la
centralità politica e sociale della questione ambientale.
11.3 Il movimento “antinucleare”
La politica ambientalista fino a quel momento non aveva ancora trovato una propria
visibilità ma si era espressa all’interno della cultura e delle strategie dei movimenti sociali.
Si ebbe un vero e proprio spostamento di baricentro di rilevante portata con l’esplodere
della questione nucleare. La mobilitazione contro il nucleare funse da catalizzatore delle
tensioni connesse all’emergere di un movimento ambientalista. Vicenda di Montalto:
volevano costruire una centrale nucleare ma nacquero schieramenti antinucleari, questi
movimenti avevano intenti diversi: chi faceva dell’opposizione centrale un momento di una
più generale rivolta contro l’instaurazione di una società controllata e chi si mobilitava
temendo alterazioni irreversibili degli assetti paesaggistici e produttivi. Si ricorse ad un
referendum. L’opzione antinucleare enfatizzava le valenze rafforzative di un democrazia dei
cittadini. Alla fine però il referendum venne abolito.

11.4 Bilancio di una stagione


La mobilitazione antinucleare finì con esiti parziali (venne poi ripresa con l’incidente di
Cernobyl) tuttavia aveva dato per la prima volta visibilità e legittimità ai temi ambientali sia
nell’opinione pubblica che in quella politica. Al tempo stesso aveva costituito una “scuola di
militanza” ecologista. In Italia l’ambientalismo nacque gradualmente dalla lunga ondata di
mobilitazione collettiva innescato dalla rottura del 68. Negli anni 70 con la questione del
nucleare impose al movimento ambientalista di selezionare obiettivi e strategie. Man mano
si arrivò a coinvolgere di più i cittadini.

11.5 Verso il “movimento ambientalista”


Dopo la mobilitazione antinucleare si ebbe un momento di latenza per il movimento
ambientalista. Venuta a meno la questione nucleare si assistette a una sorta di decentramento
spaziale e tematico dell’azione ambientale. D’altro canto si registrò anche un notevole
ampliamento del numero e della tipologia delle iniziative ambientaliste locali, dalla tutela
naturalistica all’opposizione alle grandi opere infrastrutturali. Questa stagione silenziosa di
crescita favorì l’elaborazione di nuovi codici culturali e la sperimentazione di nuove forme
di comunicazione e di azione politica e soprattutto consentì all’ambientalismo una diffusa e
duratura sedimentazione in una pluralità di forme organizzative. Nel 1980 nasce
Legambiente → presto poté ambire a proporsi come la più accreditata mediatrice tra le varie
culture politiche dell’ambientalismo. Dalla rifondazione culturale, politica e organizzativa
dei primi anni 80 scaturì quello che poté definirsi a pieno titolo un “movimento
ambientalista”, dominato da due tendenze generali: l’associazionismo protezionista e
conservazionista, l’ecologia politica.

11.6 Tra sistema politico e “società civile”


Nella prima metà degli anni 80 il movimento ambientalista era diventato dotato di un
patrimonio culturale caratterizzato e consolidato, alla stesso tempo fluido e plurale al
proprio interno, perché animato da una molteplicità di istanze e pratiche, capaci di interagire
e talora di contaminarsi proficuamente. I valori elaborati da tale movimento si traducevano
nella domanda di nuovi equilibri tra natura e società, ovvero nelle richieste di conservazione
del patrimonio culturale, di tutela della salute individuale e collettiva, di contenimento dei
consumi. Queste richieste investivano questioni centrali per l’assetto delle società
industriali: ruolo della scienza e della tecnologia, equilibrio tra sicurezza e libertà, tra
autorità e libertà, tra risorse, benessere e consumi. Nel contesto italiano la
“politicizzazione” del movimento valse a palesare la valenza generale dell’ambientalismo
(a differenza dell’Inghilterra dove l’effetto fu contrario) anche a proposito delle relazioni tra
società e sistema politico. Il movimento ambientalista dei primi anni 80 espresse il tentativo
di formulare modalità di azione politica originali e nuovi equilibri tra società civile e
sistema politico.

LE GENERAZIONI CHE VERRANNO


La storia dell’uomo scorre dentro la storia della natura. Quale natura lasceremo alle
generazioni future?

12.1 La “Madre-Terra”
La terra-natura è la madre di tutti gli uomini, l’eterna nutrice da cui traggono vita gli
uomini. Se le generazioni nascono e muoiono e pe rciò creano la storia, la natura pare
collocarsi prima della storia. La sorte delle generazioni dipende dalla natura e gli uomini
non appaiono in grado di minacciare le generazioni future, impedendo allla natura di essere
madre.

12.2 Con Malthus, oltre Malthus


Tesi di Malthus: divaricazione inevitabile tra crescita esponenziale della popolazione e
crescita via via meno sostenuta delle risorse → destinata a risolversi in una catastrofe.
Malthus aveva sollevato una questione destinata a restare aperta nei giorni nostri: esiste un
limite alle risorse naturali e, nel caso, qual è? Come è possibile mantenere l’equilibrio tra il
ritmo riproduttivo della specie umana e quello del suo ecosistema?
Il conservatore Malthus volle denunciare il carattere illusorio della ricchezza creata dalle
industrie e la conseguente pericolosa alterazione di quell’equilibrio.

12.3 Risorse per le generazioni future


Alla metà del secolo erano chimici, geografi e naturalisti a denunciare il carattere distruttivo
e irreversibile delle azioni umane → si schieravano contro la disciplina dell’economia che
invece sosteneva le attività produttive in primis. A partire dal carbone e poi il legno
(nell’800), uno destinato ad esaurirsi e l’altro che venne fermato da una “economia
forestale” rivolta alla protezione dei boschi, si cominciò a pensare alla questione della
“conservazione” delle risorse naturali per le generazioni future. Così dal 1877 la tutela del
patrimonio forestale, connessa a quella del suolo e delle acque, tornavano ad essere
considerate priorità economiche e politiche. La tutela della natura acquisiva anche una
colorazione umanistica: la natura era il posto dove l’uomo poteva farsi ispirare da valori
superiori, trovare la vita spirituale → nostalgia per una “natura primordiale”.

12.4 Bomba atomica e bomba industriale


Il mondo era cambiato all’indomani della seconda guerra mondiale, i nuovi equilibri
geopolitici, il rapido sviluppo dell’economia internazionale, il progresso scientifico e i
consumi di massa ridefinirono profondamente le prospettive delle risorse future. Con lo
sviluppo di nuove tecnologie, come il nucleare, cominciarono nuove preoccupazioni
sull’impatto sull’ambiente → il progresso tecnologico minacciava direttamente l’ambiente
in cui avrebbero dovuto vivere le generazioni future. Minaccia chimica e minaccia nucleare
→ “fondamentali problemi della nostra epoca”. Nuovi interventi e nuovi studi portarono a
un cambiamento di prospettiva: al destino delle nuove generazioni non si guardava più
principalmente preoccupati per la scarsità di risorse, bensì enfatizzando la complessità del
sistema ambientale e quindi il rischio del deterioramento più o meno rapido della globalità
delle condizioni di vita fino all’alterazione catastrofica dell’equilibrio del sistema stesso.
Nuovo allarme: la “bomba demografica” →convergenza catastrofica tra crescita
esponenziale della popolazione mondiale, disponibilità di risorse naturali e intensità
dell’inquinamento. E’ assai probabile che la repentina alterazione delle condizioni
climatiche e il rapido impoverimento del patrimonio genetico avrebbero grazi e molteplici
ricadute sulle condizioni di vita dell’intero pianeta. Per questo si va sostituendo a una
impostazione monocausale un approccio ai problemi ambientali volto a rallentare i
mutamenti, per lasciare alle future generazioni la massima varietà possibile di alternative di
sviluppo.

12.5 Costruire il futuro


La formulazioni di criteri orientativi dello sviluppo si è basata sul concetto di
“sostenibilità”, ovvero sulla determinazione del complesso di requisiti necessari a garantire
alle generazioni future la possibilità di sviluppo possedute da quelle attuali = conservare la
globalità e varietà delle condizioni ambientali.
Sviluppo sostenibile: lascia inalterato il capitale naturale e quindi assicura il mantenimento
nel tempo delle qualità delle risorse naturali e dei servizi da esse ricavabili.
Ormai la questione ambientale non è più proiettata al futuro ma è al centro dell’agenda
politica odierna: è ormai intimamente connessa alle più cruciali questioni economiche e
sociali su cui si concentra l’attenzione della comunità internazionale.
Ambiente, popolazione e risorse nel secolo venturo non saranno semplici variabili di una
qualche equazione della sopravvivenza della specie umana, ma i termini di una politica
sociale e ambientale chiamata e promuovere sviluppo sostenibile e riduzione delle
ineguaglianze sociali su scala planetaria.