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Un recinto di identificazione: le mura sacre della città.

Riflessioni su Firenze dall'età


classica al Medioevo
Author(s): Silvia Mantini
Source: Archivio Storico Italiano , aprile-giugno 1995, Vol. 153, No. 2 (564) (aprile-giugno
1995), pp. 211-261
Published by: Casa Editrice Leo S. Olschki s.r.l.
Stable URL: https://www.jstor.org/stable/26221938

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MEMORIE

Un recinto di identificazione:
le mura sacre della città.

Riflessioni su Firenze dall'età classica al Medioevo1

Raccontano gli antichi, Varrone, Plutarco e altri che i passati


loro erano soliti di disegnare le mura delle città con religione, e
ordini sacri. Perciocché, havendo prima presi lungamente gli Augu
ri, messi ad un giogo un Bue, e una vacca, tiravano uno aratolo
di Bronzo, e li faceva il primo solco, con il quale disegnavano il
circuito delle Mura [...]. I vecchi Padri che doveano habitare la
Terra, seguitavano lo Aratro e rimettevano nel sesso, le smosse
e sparze zolle: e rassettandovele dentro, acciò non se ne spargesse
alcuna; quando arrivavano a luoghi delle porte, sostenevano lo ara
tro con le mani acciò ché la soglia della porta rimanesse salda e
perciò dicevano che eccetto le porte, tutto il cerchio, e tutta l'ope
ra era cosa sacra, e non era lecito chiamare le porte sacre. A tempi
di Romulo, dice Dionisio di Alicarnasso, che i Padri antichi, nel
principiare le Città, erano soliti, fatto il sacrificio di accendere
il fuoco dinanzia a loro Alloggiamenti. E per esso far passare il
Popolo, acciò che nel passare per le fiamme, gli huomini si purifi
cassero e si purgassino: et pensavano che a così fatto sacramento,
non dovessino intervenire quelli, che non erano puri e netti.2

Le mura separano la città, definendola nella sua diversità


e nella sua peculiarità di universo sociale autonomo. La loro

1 Saranno presentate, nelle pagine che seguono, alcune riflessioni relative so


prattutto all'immagine simbolica delle mura, con particolare attenzione al contesto
fiorentino. Per quel che riguarda lo studio delle diverse tipologie costruttive in Ita
lia e in Europa, e un'analisi diacronica di queste si veda AA.VV., La città e le mura,
a cura di C. De Seta e J. Le Goff, Roma-Bari, 1989.
2 L. B. Alberti, De re aedificatoria, tr. C. Bartoli, Firenze, 1560, p. 79.

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costruzione è un atto politico, prima che militare, perchè


queste costituiscono un segno tangibile del potere urbano.
D'altronde, di contro, la loro distruzione era l'annientamen
to dell'identità del corpo sociale, in esse racchiuso; sconfitta,
la città medievale veniva punita ed umiliata proprio con la
distruzione delle mura e la conseguente degradazione a vì
cus.}
Ecco perché la cittadinanza era chiamata, attraverso uno
sforzo finanziario enorme, a contribuire alla costruzione del
le mura perimetrali che l'avrebbero protetta dai pericoli ester
ni, consolidata nella sua identità e segregata, tuttavia, in un
cerchio di clausura nel quale entrare e dal quale uscire erano
azioni soggette a profondi controlli. Dal terzo tocco della
campana de mete, a quello dell'alba che suonava prima, la
città era raccolta in sè, quasi immobile, isolata dall'esterno,
protetta dal suo «sacro» recinto: solo il suono del tempo del
l'alba avrebbe permesso di attraversare le porte a tutti colo
ro che, arrivati con anticipo o di notte, attendevano fuori
dagli ingressi, di penetrare nelle vie e nelle piazze, adesso
animate dai rumori e dai colori della vita diurna.4
Come elemento di separazione tra uno spazio chiuso in
cui la comunità si riconosce e l'esterno apaerto, le mura han
no lo stesso significato del solco tracciato per i riti di fonda
zione, che delimitano il territorio di appartenenza del grup
po sociale.5 Varrone stesso fornisce un'etimologia assai in

3 M. Sanfilippo, Le città medievali, Torino, 1973, p. 43: «È col Comune che


si dà ovunque mano alla ricostruzione, al riattamento dell'antica cerchia, alla fonda
zione di una nuova [...]. Le mura viterbesi sorgono nel 1099 «ex precepto consulum
et totius populi», ricorda una lapide più recente; quelle della seconda cerchia fioren
tina, del 1172-1173 vengono innalzate dopo l'aperta ribellione all'impero e la di
struzione del castello di Montegrossoli, base strategica imperiale tra il Chianti e
il Valdarno. Dieci anni prima, al contrario, Milano aveva visto le sue mura distrutte
dall'imperatore».
4 S. Mantini, Per un'immagine della notte fra Trecento e Quattrocento, «Archi
vio Storico Italiano», 143, 1985, pp. 565-594.
5 A. Magnaghi, Dalla cosmopoli alla città di villaggi, in La città e il limite,
a cura di G. Paba, Firenze, 1990, p. 29: «Le mura non proteggono solo dall'esterno,

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teressante per il termine urbs, e cioè da orbis (circolo) ed


urvare (arare intorno). Un elemento che ricorda l'attribuzio
ne sacra conferita alle mura è rappresentato anche dalla tra
dizione etrusca, che prevedeva la presenza di tombe e urne
cinerarie nelle mura e, successivamente, dall'uso alto-medievale
di murare reliquie nella struttura perimetrale o di costruire
a ridosso di questa il tempio del Santo Patrono.
Nel percorso di formazione di una coscienza cittadina
l'immagine paradigmatica della città viene sicuramente a rap
presentare l'amalgama per la costruzione dell'identità collet
tiva dei soggetti in essa racchiusi: e questa è, spesso, emble
maticamente l'immagine delle sue mura o la rappresentazio
ne della città recintata, depositata nel palmo della mano del
suo Santo protettore. Numerosissimi e noti sono poi gli esempi
in cui l'urbis custos6 compare a difesa della città in momen
ti di pericoli incombenti (guerre, assedi, carestie e pestilen
ze), in piedi sulle mura o fuori da queste.7 Basti ricordare
la statua di Celestino V, di Girolamo da Vicenza, in origine
sulla facciata della Basilica di S. Maria di Collemaggio a L'A
quila, che tiene in mano il modellino della città (è importan
te ricordare che il santo patrono di L'Aquila è S. Massimo,
ma i cittadini furono sempre legati alla protezione e al culto
di Celestino e di Bernardino); e ancora i dipinti dei santi
Massimo e Bernardino di G. C. Bedeschini (sec. XVII), con
servati nel Museo del Castello Cinquecentesco a l'Aquila,
che mostrano tra le mani il modellino della stessa città; ed
anche l'immagine di S. Ercolano, di Meo di Guido da Siena,
in cui la città di Perugia appare nella sua struttura medievale
trecentesca. Ma moltissimi altri potrebbero essere gli esempi

ma dal non luogo, dal non essere. Si è soltanto dentro le mura. Il limite divide
il territorio di Dio da quello di Satana».
6 A. M. Orselli, L'idea e il culto del Santo patrono nella letteratura cristiana
antica, Bologna, 1965; H. C. Peyer, Stadt und Stadtpatron in Mittelalterlicben Italien,
Zurich, 1955.
7 G. Kaftal, Saints in Italian Art, 3 voli., Florence, 1952, 1965, 1978.

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di raffigurazioni di urbis custos. Significativo, a questo ri


guardo, è il dipinto di Bicci di Lorenzo, San Nicola da To
lentino protegge Empoli dall'ira divina, in cui il Santo, che
poggia un piede sulle mura della città, raccoglie nelle sue
mani gli strali inviati dal cielo. Un altro aspetto del ruolo
protettivo e apotropaico di santi, patroni o della Vergine
è costituito dalla posizione rispetto alla cinta muraria. In
un significativo dipinto del Tiepolo possiamo osservare S.
Tecla che, adagiata sugli spalti delle mura, implora per la
liberazione di Este dalla pestilenza. E ancora nel dipinto Gon
falone della Madonna della Mercede di Benedetto Bonfigli,
nella Chiesa di S. Francesco al Prato a Perugia, possiamo
notare la Vergine che camminando processionalmente fuori
dal recinto perimetrale, protegge con il suo mantello la città
degli strali lanciati dalla Peste. Grande interesse hanno su
scitato i temi del ruolo protettore della Vergine, del signifi
cato simbolico del mantello e dell'ubicazione delle sue icone
e di quelle dei santi cittadini, che vigilano, severi, sulla sicu
rezza della città; temi che, in questi anni, sono stati oggetto
di ricerche specifiche e studi approfonditi.8 «Una nuvila
bianca scendendo dal cielo aver coperto et abbracciata tutta Sie
na, né fuore dal circuito delle mura essersi ponto distesa; onde
nel popolo s'ha per costante la gloriosa Vergine madre di Dio
essere in quella nuvila discesa»,9 così la Vergine protettrice
e fondatrice della città di Siena circonda il Champo col suo
mantello protettore, «poggiandolo» sui confini delle antiche
mura altomedievali, che saranno poi i percorsi degli itinerari
delle processioni mariane senesi.10

Se lo spazio sacro della città racchiude così l'identità col


lettiva della comunità raccolta al suo interno ed amplifica

8 J. Delumeau, Rassurer et protéger: Le sentiment de sécurité dans l'Occident


d'autrefois, Paris, 1989.
9 G. Tomassi, Historie di Siena, Bologna, 1574, p. 323, in S. Pietrosanti,
Sacralità medicee, Firenze, 1991, p. 17.
10 S. Pietrosanti, Sacralità cit., p. 19.

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il luogo del «buon governo», lo spazio fuori della città è


quello dell'espulsione, del non riconoscimento, della non iden
tità, in cui sono confinate le visioni infamanti o i corpi infa
mati.11 Infatti attraverso le porte della cerchia muraria pas
savano, non a caso, le processioni dei condannati a morte,
che venivano accompagnati nei luoghi dell'esecuzione capita
le situati, nella maggior parte dei casi, fuori dalle porte.12
I condannati a morte, in quanto peccatori esposti, attraverso
il «viaggio», al pubblico ludibrio, ma anche all'espiazione (data
dalla morte imminente, che dovevano accogliere con accetta
zione attraverso il «conforto»), si configurano come perso
naggi che si stanno purificando. Il loro percorso ricorda vi
vamente quello di Cristo verso il Calvario: le soste, le edico
le lungo il cammino, costituite da tondi in ceramica che
richiamavano le scene della passione di Gesù, avvicinano que
sti individui al Corpo Santo per eccellenza, durante la sua
Via Crucis. Figure liminali tra la vita e la morte, (sono vivi
che stanno morendo, o quasi morti ambulanti, che non pos
sono tornare indietro) tracciano un itinerario che, dentro lo
spazio sacro della città, è in parte fedele agli antichi perime
tri di fondazione, ma che deve terminare al di fuori di que
sto tessuto urbano, sul patibolo esterno alle mura, in cui
si compirà l'esecuzione. Solo successivamente, quando questi
uomini non apparterranno più a questo regno, ma saranno
diventati anime pentite e purificate dal giudizio, potranno
essere riammessi a partecipare dello spazio sacro dell'urbe
e trovare sepoltura in terra santa, chiaramente all'interno
del recinto delle Compagnie preposte a tale compito. Il loro
corteo segue le tappe dei luoghi della loro storia: a Firenze

11 A. Prosperi, Lo spazio nella chiesa tridentina. Qualche domanda, in La Cor


te e lo spazio: Ferrara estense, a cura di G. Papagno e A. Quondam, Roma, 1982,
pp. 83-92.
12 Nel dipinto del Beato Angelico, La decapitazione dei SS. Cosma e Damiano,
conservato al Museo del Louvre, possiamo osservare l'esecuzione dei due martiri,
uccisi insieme ad altri tre compagni, fuori dalle mura della città, che espone, sullo
sfondo le sue possenti mura.

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parte dal Bargello, «decorato» dalle pitture infamanti, che


ricordavano i crimini commessi,13 attraversa piazza della Si
gnoria, quindi gira intorno al Duomo, poi incrocia il cardo
romano, dove, alla colonna dell'Abbondanza, venivano com
minate le pene minori e, infine, imbocca Borgo Albizi, fino
alle mura della città, che saranno oltrepassate in direzione
del patibolo, posto fuori dalla Porta alla Croce;14 accanto
a questa era situata la sede della Compagnia della Croce al
Tempio,15 i cui affiliati, insieme a quelli della Compagnia
dei Neri,16 si occupavano del conforto dei morituri, soprat
tutto durante l'ultima notte del condannato e durante il cor
teo che assumeva, il più delle volte, i caratteri di uno spetta
colo di folla con attori e pubblico.17 Sembra, comunque,
che il percorso abbia subito un mutamento, soprattutto, in
seguito ai lavori fatti fare in vista delle fortificazioni cinque
centesche delle mura perimetrali. Infatti lo spostamento del
la Porta alla Giustizia, che era la porta che inizialmente ospi
tava il patibolo, verso il fiume determinò un arretramento
della sona prescenta come luogo delle esecuzioni, che comin
ciarono ad essere eseguite nei pressi della Porta alla Croce.
In epoca medievale, dunque, c'è da supporre che il per
corso dei condannati andasse dal Bargello, via del Proconso
lo, Borgo Albizi, quindi via de' Benci, S. Croce e, come
ultimo tratto ancora all'interno dello spazio sacro, via de'

13 S. Edgerton, Pictures and punischment. Art and criminal persecution during


the Fiorentine Renaissance, «Ithaca», 1985, pp. 91-237; G. Ortalli, La pittura infa
mante nei secoli XIII-XVI, Roma, 1979, pp. 131-177; R. Davidson, Storia di Firenze,
Firenze, 1966, IV, pp. 422-425.
14 Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, (da ora in poi BNCF), Poli
grafo Gargani (f. 604): «A Bettone Cini, gonfaloniere in aprile e maggio 1343, il Duca
d'Atene gli fece cavar la lingua e lo cacciò fuori della porta»-, e ancora BNCF, ms.
Magliabechiano, XXV, cod. 27: «A dì 30 settembre andò a morire al solito patibolo
fuori della Porta alla Croce Maddalena di Biagio da Montepulciano per aver ammazzato
un suo figlio».
15 G. Richa, Notizie istoriche delle Chiese fiorentine, 1754, II, pp. 124-127.
16 Davidsohn, Storia cit., pp. 602-627.
17 V. Paglia, La morte confortata. Riti della paura e mentalità religiosa a Roma
nell'età moderna, Roma, 1982, pp. 123-133.

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Malcontenti, proprio perché questa strada era testimone del


le lamentazioni e delle angosce dei soggetti che andavano
incontro alla morte. Riguardo all'ubicazione del patibolo, è
interessante sottolineare che, evidentemente, in età medie
vale non esisteva un luogo preciso per l'esecuzione; bastava
che fosse rispettata la disposizione degli Statuti del 1325,
che indicava la distanza di mille braccia dalle mura come
necessaria per mettere in atto una condanna a morte; chiaro
segno, quindi, di espulsione, estraniazione pubblica dalla co
munità del colpevole, che ricordava l'uso romano di porre
il patibolo alla prima pietra miliare della città.
In ogni caso a Firenze il luogo, anche se non precisamen
te definito durante l'età medievale, fu sempre posto nell'a
rea dell'attuale piazza Beccaria, come si può notare anche
nella famosa carta della Catena.18
Un'ampia iconografia permette di osservare scene di ese
cuzioni, corpi pendenti dalle forche nella campagna antistan
te le mura della città. Questi stessi suppliziati, se impeniten
ti, venivano sepolti fuori dagli spazi comunitari (espulsi cioè
dal territorio urbano), come pure gli eretici, gli ebrei e, a
volte, le meretrici a sottolineare che neppure la morte, spes
so, serviva a purificare sufficientemente l'anima per far par
te, in spiritu, della terra degli uomini di «questo mondo».

All'interno della città murata, altri recinti chiudono e se


parano luoghi e realtà: come un sistema di scatole cinesi si

18 Sul tema dei condannati a morte si rimanda ai lavori di: F. Fineschi, La


rappresentazione della morte sul patibolo nella liturgia fiorentina della Congregazione
dei Neri, «Archivio Storico Italiano», 150, 1992, pp. 805-846; A. Prosperi, Il san
gue e l'anima. Ricerche sulle Compagnie di giustizia in Italia, «Quaderni storici», 51,
1982, pp. 959-999; Id., Esecuzioni capitali e controllo sociale nella prima età moder
na, in La pena di morte nel mondo, «Atti del Convegno Internazionale di Bologna
del 28-30 ottobre 1982», Casale Monferrato, 1982, pp. 92-95; I. Rosoni, Le notti
malinconiche. Esecuzioni capitali e disciplinamento nell'Italia del XVII secolo, in La
Notte, a cura di M. Sbriccoli, Firenze, 1991, pp. 94-126; G. Rondoni, I «Giustizia
ti» di Firenze dal sec. XV al sec. XVIII, «Archivio Storico Italiano», serie V, 28,
1901, pp. 209-256; per una lettura interpretativa si veda anche G. Goffman, La
vita quotidiana come rappresentazione, Bologna, 1969, p. 34.

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configurano i luoghi gerarchicamente ordinati per i valori


simbolici e reali che rappresentano e si configurano anche
gli spazi dell'esclusione e della separatezza. Il recinto dello
spazio sacro è, così, il lìmen che separa dalla/nella società
i luoghi dei folli,19 degli ebrei, dei poveri, dei lebbrosi.
Il lebrosario è proprio un recinto, una divisione nella quale
le forme e gli spazi assumono l'immagine di 'anti-città'. Il
suo spazio interno è composto, infatti, da tutti gli elementi
costitutivi lo spazio cittadino di quel momento storico con
le sue mura, gli alloggiamenti, la piazza e la chiesa: si pensi
addirittura che il Concilio Laterano nel 1179 decise appunto
la creazione di un edificio di culto in ogni lebbrosario, san
cendo così, la creazione di un luogo santo all'interno della
comunità isolata.20
Simile discorso può essere fatto per il ghetto ebreo, che
sottolinea, con la sua stessa esistenza, la realtà di uno spazio
sacro nel sacro, con orari e confini, insula di separazione
e di riservatezza, custode gelosa delle sue regole e dei suoi
principi:

Dì gennaio 1570 il signor principe di Firenze Francesco de'


Medici cominciò a far murare il luogo dove abitano gli giudei, avendo
prima compero case, magazzini e postriboli e botteghe et altre abi
tazioni dove erano state le pubbliche meretricie e mecaniche, gran
dissimo tempo. E vi fe' fare tutte le abitazioni e botteghe che
al presente si veggono in piazza giudea: che in su detta piazza
di qua e di là erano le botteguzze, e stanzuzze delle meccanichissi
me meretrice, e si levorno e si murorno le stanze che vi sono;
[...]. E si serrorno ogni sera, e più tardi e più a buon ora secondo
i tempi; e la mattina a buon ora si aprono.21

19 M. Foucault, Histoire de la folte à l'age classìque, Paris, 1961.


20 M. Degani, A. Gorla, A. Mastinu, Recinti, macchine e altri disegni. Spa
zio e territorio delle istituzioni, Milano, 1982, p. 17.
21 A. Lapini, Diario fiorentino dal 1252 al 1569, a cura di O. Corazzini, Fi
renze, 1900, p. 171.

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Allo stesso carattere di separazione ed espulsione dallo


spazio della città rispondeva l'obbligo, solo recentemente abro
gato, di seppellire in luoghi appartati e sconsacrati dei nostri
cimiteri i suicidi e i non battezzati: «I pagani debbono esse
re allontanati dai luoghi dei santi» tuonava l'arcivescovo di
Canterbury.22
E ancora oggi a Firenze possiamo osservare che il cimite
ro ebreo, nel popolare quartiere di S. Frediano, è situato
fuori dalla porta, quasi a ridosso delle mura e rigorosamente
al di fuori del recinto della città.

Difendere le mura, difendere la città. - Se è vero


che le mura sono il simbolo di uno spazio «sacrale» da deli
mitare, è vero anche che la loro difesa esprime la volontà
di vivere della città: a Verona gli Scaligeri, per assicurare
la propria Signoria nella città la circondarono di possenti
mura; la fortificazione muraria di Lucca fu il simbolo della
difesa della libertà dei suoi cittadini; La Rochelle, con la
sua forte cinta, cercò di difendere anche la propria fede.
Non a caso l'abbattimento delle mura segna la distruzione
della città o la sua sottomissione: Federico Barbarossa, quan
do entrerà trionfalmente a Milano il primo di marzo del 1162,
dopo averla sottomessa in seguito a lungo assedio, ne di
struggerà le mura, cospargendole, dice la leggenda, ritual
mente di sale.
Facendo un breve exursus indietro nei secoli, si può ri
cordare forse la più famosa distruzione di città dell'epopea
classica, quella di Troia, in cui il vincitore Achille purificò
(lustravit) la città vinta, trascinando per tre volte intorno alle
sue mura il cadavere dell'eroe sconfitto Ettore.23 E ancora:
quando Scipione conquistò Cartagine, dopo aver preso e di

22 S. Bertelli, II corpo del re. Sacralità del potere nell'Europa medievale e mo


derna, Firenze, 1990, p. 210.
23 J. Rykwert, L'idea di città, tr. it., Torino, 1981, p. 68.

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strutto la città, ordinò che il sito fosse arato, o meglio «disa


rato», cioè percorso da un aratro in senso orario, quindi op
posto a quello con cui il fondatore aveva tracciato il solco.24
Tornando all'età moderna, Alfonso il Magnanimo, il 26
marzo del 1443, entrò a Napoli e, in segno di totale vittoria
e per sottolineare la presa di possesso della città, fece il suo
ingresso non per portas sed fracto muro iuxta portami cioè
attraverso una breccia realmente e simbolicamente aperta per
il suo ingresso. In questo modo la «ferita» aperta nelle mura
assume un forte significato di sottomissione da parte dei cit
tadini e di potere da parte del vincitore: «Alfonso d'Arago
na era il conquistatore, così come un conquistatore andrà
considerato dieci anni più tardi Francesco Sforza ingrediente
in Milano attraverso un'altra breccia; Ferdinando d'Aragona
sbarcando a Napoli nel 1507 e trovando parte del muro di
cinta del porto abbattuta; Leone X entrando in Firenze nel
1515 per Porta Romana, il cui rivellino era stato smantellato
e la porta tolta dai gangheri. Così ancora l'ingresso di Carlo
V in Siena (1536) avvenne "non per l'entrata dell'antiporto
dove passava la Signoria, ma per il rotto muro fatto a tempo
di guerra"».26 Queste fratture e distruzioni provocate, così
pure la consegna delle chiavi, sono il gesto di sottomissione
della popolazione vinta al vincitore, atto simbolico di devo
zione e riconoscimento della condizione di inermi di fronte
al dominante, volto ad indurre questi alla pietas e non alla
persecuzione della barbarie e della vendetta.
Uguale valore semantico, abbiamo detto, era rappresenta
to dall'offerta delle chiavi delle porte, chiavi che erano vigi
late da un'apposita magistratura urbana. E attraverso le por
te — unico punto desacralizzato, come ricorda Leon Battista

24 Ibid.
25 A. Pinelli, Feste e trionfi: continuità e metamorfosi di un tema, in Memorie
dell'antico nell'arte italiana, II. I generi e i temi ritrovati, a cura di S. Settis, Torino,
1985, pp. 279-350; p. 325.
26 Bertelli, Il corpo cit., p. 65.

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Le mura sacre della città 221

Alberti — che normalmente si accede all'interno della città.


Ma questi ingressi, in momenti di particolare solennità (Ad
ventus) erano sottolineati con un aumento di passaggi (gli
archi trionfali) o con un prolungamento prossemico dell'in
gresso (incontro del notabile fuori dalle mura, un miglio o
più, a sottolineare l'importanza del personaggio ricevuto).
Tra gli studi sui rituali pubblici quelli di Richard
Trexler27 e di Eduard Muir28 permettono di evidenziare i
percorsi dei cortei civili e religiosi a Firenze e a Venezia
nei secoli XV e XVI: in molti casi si può osservare come
questi coincidessero proprio con gli antichi perimetri di fon
dazione a sottolineare la scelta di un itinerario sovrapposto
al solco primigenio e quindi a ricordare la presa di possesso
della città.
Tuttavia alcune processioni, essenzialmente di tipo reli
gioso, non si limitavano a ripercorrere l'antico perimetro,
ma lo attraversavano per raggiungere le chiese «fuori le mu
ra». E attraverso le porte che avviene questo contatto città
campagna, con il passaggio del corteo che, se condotto in
occasione delle festività del Santo Patrono,29 sanciva nuo
vamente la sottomissione dei borghi extra-moenia, che dove
vano adottare il protettore della città, pur avendone, loro,
uno proprio.30 D'altronde la nascita di una coscienza col
lettiva opposta alla campagna sarà uno dei fenomeni salienti
dell'età tardocomunale e della prima età moderna, che si espri
merà anche attraverso il culto del Santo Patrono: «protetto
re e quindi custode della città: e poiché la difesa della città
era riposta nelle sue mura ecco che il Santo Patrono diverrà

27 R. Trexler, Public life in Renaissance Florence, New York, 1980.


28 E. Muir, Civic ritual Renaissance Venice, Princeton, 1981.
29 A. Benvenuti Papi, Pastori di popolo. Storie e leggende di vescovi e dì città
nell'Italia medievale, Firenze, 1988; Culto dei santi, istituzioni e classi sociali in età
preindustriale, a cura di S. Boesch Gajano, L. Sebastiani, L'Aquila, 1984; Luoghi
santi e spazi della santità, a cura di S. Boesch Gajano, L. Scaraffia, Torino, 1990.
30 S. Bertelli, Il potere oligarchico nello stato-città medievale, Firenze, 1978,
p. 150.

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222 Silvia Montini

in modo specifico il protettore delle mura e il suo corpo,


o una sua reliquia, sarà inumato direttamente nelle mura o
immediatamente a ridosso di queste».31 A Perugia S. Erco
lano difese strenuamente la città durante l'assedio di Totila
e per questo fu decapitato dall'alto delle mura. I concittadi
ni lo seppellirono ai piedi delle mura stesse, dove dopo mol
to tempo, fu riesumato e trovato intatto a causa della sua
santità. Quasi ruolo apotropaico sembra avere S. Tecla nel
già citato dipinto del Tiepolo, in cui dall'alto delle mura
difende Este dai pericoli della Peste. Come pure la Vergine
Maria, nel dipinto di Benedetto Bonfigli, La Madonna del
Gonfalone, camminando fuori dalle mura di Perugia, cerca
di proteggere la città dai pericoli del contagio dello stesso
morbo. D'altronde sono le mura che distinguono Viti dal
Yout, che «fanno» il tessuto urbano: «la città - un insieme
di case, di monumenti, di mura — s'innalza sul suolo, s'op
pone alla campagna e questa opposizione viene dalle sue mu
ra, tanto che l'attributo araldico delle città è la corona di
mura che la cinge [...]. La città medievale comincia con la
costruzione della prima cinta di mura e finisce con la distru
zione dell'ultima».32
Nel Rinascimento, nei trattati d'architettura, le mura so
no sentite come il confine del corpo, come la membrana che
avvolge la città antropomorfa: «Parmi di formare la città,
rocca e castello a guisa del corpo umano è cche el capo colle
corrispondenti membra abbi conferente corrispondenzia e' cche
el capo a rocca sia, le braccia le sue apricate e ricinte mura,
le quali circulando essa ricigni '1 resto di tuto el corpo, an
prissima città, sì come Denocrate manifestamente a Lessan
dro in figura mostrò».33 Se è vero che dalla piazza, cuore

31 Bertelli, II potere cit., p. 151.


32 Y. Renouard, Le città italiane dal X al XIV secolo, a cura di R. Perelli
Cippo, Milano, 1975, pp. 12-16.
33 Francesco di Giorgio Martini, Architettura civile e militare, in Trattati di
Architettura, ingegneria e arte militare, a cura di C. Maltese, Milano, 1967, III, 3.

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Le mura sacre della città 223

della città rinascimentale, si dipartono tutte le principali ar


terie, così come nell'ormai nota immagine del centro dell'uo
mo, dal quale si propagano le direttrici che convergeranno
negli arti periferici, è vero anche che queste si arresteranno
lì dove il confine interviene a contenerle, dove si innalza
il recinto che separa questo spazio ordinato da ciò che, al
di fuori, attende di esserlo.

La fondazione e le mura nell'antichità. - È stato


detto che lo spazio urbano si definisce, perché racchiuso in
un recinto, in un confine che ne evidenzia la peculiarità ri
spetto a ciò che è al di là. E noto come l'antico sistema
normativo del mondo romano e germanico fosse puntuale
e severo in questo campo, tanto che «una legge attribuita
al (mitico) re Numa Pompilio condannava colui che arava
fraudolentemente sopra una pietra terminale ad essere sacri
ficato agli Dei dell'ade. "Termino sacra faciebant, quod eius
tutela fines agrorum esse putabant. Denique Numa Pompi
lius statuit, eum, qui terminum exarasset, et ipsum et boves
sacros esse" [da Festus]».34
I greci ritenevano intoccabili le orni (le pietre terminali),
che credevano fossero sotto la protezione divina; ma queste
non erano per loro oggetti di culto come per i romani. Nel
l'antica Roma, infatti, la tradizione culturale presentava dif
ferenti caratteri, che possono essere ricondotti a due princi
pali motivazioni: nei resti di un vecchio culto della pietra
e nel concetto religioso della santità dei confini. I termini,
cippi, lapides, cioè le pietre terminali, erano considerate dai
contadini romani sante. Quando era stata effettuata la termi
natio, cioè era stato stabilito un confine, si posava la pietra
terminale con una cerimonia rituale. Questa consisteva, co
me descrive Siculus Flaccus35 nel Corpus agrimensorum scrit

34 D. Werkmùller, Recinzioni, confini, segni terminali, in Atti del Convegno


di Studi su 'La città nell'Alto Medioevo', Spoleto, 1974, pp. 641 e sgg.
35 Werkmùller, Recinzioni cit., p. 646.

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224 Silvia Mantini

to nel II sec. d.C., nel deporre, nella fossa predisposta per


il rito, vino, frutta varia, miele, sangue e le ceneri di un
animale precedentemente sacrificato, prima di posare la pie
tra, che era stata unta e incoronata.36 Il 23 febbraio di ogni
anno, quello che secondo il calendario romano era l'ultimo
giorno dell'anno, si celebravano i terminatici e si ripeteva,
quindi, la consacrazione delle pietre terminali, con la loro
incoronazione, unzione e sacrificio. E in base a questo che
la già nominata legge di Numa Pompilio dichiarava sacer,
cioè escluso dalla comunità, colui che alterava un confine
e che diventava res nullius: poteva cioè essere ucciso da chiun
que. Nel suo studio suìYexiliutn romano Giuliano Crifò ri
corda la definizione di Festo secondo la quale «homo sacer'
è quem populus iudicavit ob maleficium' e la cui immo
lazione è nefas».37 Nella coscienza medievale l'alterazione del
confine ebbe un carattere anche più severo di quello delle
fonti del diritto romano e germanico precedente. Un aspetto
interessante è quello della «protezione preventiva dei confi
ni» contro l'alterazione dei segni terminali.38 Si ponevano,
cioè, sotto la pietra liminale dei testimoni segreti, quali cio
toli spaccati, che potevano essere riuniti, oppure vetro o car
bone, ossa o piombo: inoltre il materiale e la sua disposizio
ne era un segreto custodito da giuramento. Un altro passo
della tradizione relativa alla protezione preventiva dei confi
ni è quello relativo alle processioni annuali che tutta la co
munità faceva lungo il perimetro del suo territorio (circuitus,
ambitus), forse un'usanza di origine indogermanica, traman
data da tutte le tribù del periodo franco fino all'età moder
na. Sappiamo, d'altronde, che le delimitazioni terminali, so

36 Corpus agrimensorum romanorum, recensuit C. Thulin, voi. I, fase. I, Opu


scula agrimensorum veterum, Lipsiae, 1913, p. 104: «[...] unde aut diversa aut nulla
signa inveniuntur, cum enìm terminos disponerent, ipsos quidem lapides in solidam ter
ram rectos collocabant proxime ea loca, in quibus fossis fractis posituri eos erant, et
unguento velaminibusque et coronis eos coronabant».
37 G. Crifò, L'esclusione dalla città, Perugia, 1985, p. 35.
38 Werkmùller, Recinzioni cit., p. 656.

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Le mura sacre della città 225

no, oltre che confini di diritto, gli unici elementi che confe
riscono «territorialità». Infatti i confini del territorio di
appartenenza non sono fissi: a seconda delle condizioni socio
politiche e dei rapporti intercomunitari, questi si estenderan
no dal villaggio alla regione, dalla regione alla nazione, dalla
nazione addirittura a più nazioni, territorialmente e psicolo
gicamente appartenenti al medesimo Stato. Ma confine non
è solo ciò che si materializza in un elemento architettonico,
quale ad esempio il perimetro di cinta; infatti ciò che fa
limen può essere anche semplicemente una linea, un solco,
un recinto ideale, purché questo sia stato reso simbolicamen
te rappresentativo attraverso un rito.
Oppida condebant in Latio Etrusco ritu multi... et oppida quae
prius erat circumducta aratro ab orbe et urvo urbes; ideo coloniae
nostrae omnes in litteris antiquis scribuntur urbis, quod item con
ditae ut Roma, et ideo coloniae et urbes conduntur, quod intra
pomerium ponuntur:

così Marco Terenzio Varrone, nel De Lingua Latina (V, 143),


evidenziava il termine pomerium, come elemento fondante
il concetto stesso di città. La definizione che ne dà Livio
arricchisce di elementi la configurazione del termine, aggiun
gendo spunti importanti per comprendere le varianti inter
pretative e le differenze che incisero sull'andamento storico
del concetto:

Pomerium, verbi vim solam intuentes, postmoerium interpre


tantur esse: est autem magis ricamoerium, locus, quem in conden
dis urbibus quondam Etrusci, qua murum ducturi erant, certis cir
ca terminis inaugurato consecrabant, ut neque interiore parte aedi
ficia moenibus continuarentur, quae nunc volgo etiam coniungunt
et extrinsecus puri aliquid ab humano cultu pateret soli. Hoc spa
tium, quod neque habitari neque arari fas arat, non magis quod
post murum esset, quam quod murus post id, pomerium Romani
appellarunt, et in urbis incremento semper, quantum moenia pro
cessura erant, tantum termini hi consecrati proferebantur {Ab urbe
condita, I, 44, 3).
2

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226 Silvia Mantini

Secondo Livio, dunque, il pomerio era lo spazio inaugu


rato dall'approvazione divina per la costruzione delle mura:
ecco perché le mura erano considerate sacre. La definizione
di pomerio si fonda sul proposito di costruire le mura (due
turi come sostiene Livio) e non nella loro stessa edificazio
ne.39 Le caratteristiche fondamentali del pomerio erano che
doveva cingere la città senza interruzione ed essere unico,
perché era considerato il confine àzWurbs, sia da un punto
di vista giuridico che divino. Ecco perché tutta una serie
di azioni erano considera extra urbem quando erano extra po
merium.40
Avvicinandoci all'età moderna, nel 1506 il testo di un
«Weistum» tedesco, la procedura giudiziaria di Herrenbrei
tingen, riportava: «Chi consapevolmente sposta una pietra
terminale, sarà interrato fino al collo. Poi quattro cavalli,
non usi al lavoro dei campi, saranno attaccati ad un aratro
nuovo e si arerà verso il collo del condannato fino a staccar
gli la testa».41 E probabile che nell'alto medioevo l'altera
zione dei segni terminali non fosse più un crimine contro
il culto, come nell'antica epoca romana: c'è da chiedersi, dun
que, che cosa spinse gli scabini di Herrenbreitinger a emet
tere una sentenza così grave e insolita. Tale esecuzione, si
chiede Dieter Werkmuller, aveva forse un carattere simboli
co? e si può presupporre che derivasse da un delitto contro
il «culto dei tempi lontani», prova di una continuità ininter

39 P. Catalano, Pomerio, in Novissimo Digesto Italiano, XIII, Torino, 1966,


pp. 268-271: «La definizione di Pomerio si fonda sul proposito di costruire le mura
(iducturi come sostiene Livio) e non già nella costruzione stessa delle mura. Bisogna
tenere ben distinte due azioni: L'inaugurazione che rende il luogo adatto alla co
struzione delle mura, e la costruzione di queste: è la prima azione che costituisce
il pomerio. Onde si apiega che in alcuni casi vi fosse il pomerio senza il muro e
in altri il muro senza il pomerio».
40 Catalano, Pomerio cit., p. 271: «Una volta fondata Yurbs per modificare
il tracciato del pomerio era necessaria l'inaugurazione della modifica. Poteva chie
dere agli augures tale inaugurazione solo chi avesse lo ius proferendi pomerih.
41 J. Grimm, Weischumer, v. Ili, Gottingen, 1842, p. 590.

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Le mura sacre della città 227

rotta?42 Quando Remo prese a deridere suo fratello Romo


lo, che stava scavando il fossato in cui sarebbe sorto il muro
di cinta della città, ad ostacolarne il lavoro e ad oltraggiarlo,
santando poi al di là del confine tracciato, non prevedeva,
forse, che questo sarebbe stato per lui un gesto fatale: ucciso
da Romolo, come tramanda la leggenda e come ricorda Plu
tarco nella Vita di Romolo, passerà alla storia come l'autore
di uno dei gesti più dissacranti che un uomo possa compiere.
D'altronde, considerando anche solo alcuni tra i più famosi
episodi di fondazioni, possiamo notare che spesso questi riti
sono «sanciti» proprio da spargimenti di sangue: Eneo, dio
del vino, uccide Toxeo, suo figlio, che aveva saltato il solco
fatto dal padre intorno alla vigna; Poimandro uccide per sba
glio Leucippo scambiandolo per suo padre Policrito, l'archi
tetto che in segno di spregio aveva saltato le nuove mura
della città fortificata.43 Il solco sacro, che stabiliva il trac
ciato del pomerìum, delimitava il territorio della nascente città
e imponeva, quindi, il religioso rispetto all'area in, rispetto
a quella out, posta al di fuori del sacro spazio. La ritualità
connessa a questa cerimonia, con ogni probabilità, era stata
ereditata presso i Romani dagli Etruschi, dato che molti au
tori latini fanno riferimento a questo evento; qualsiasi città
aspirasse al titolo di urbs era legata alla necessità di tale rito
di fondazione o rifondazione.44 La cerimonialità dell'evento

42 Werkmùller, Recinzioni cit., p. 642.


43 J. Rykwert, L'idea di città, Torino, 1981, p. 10.; D. Mazzoleni, Napoli
e il rituale di fondazione in La città e il limite cit., p. 140: «'Il taglio', 'l'individuazio
ne', la 'nascita' costituiscono, possiamo dire, le componenti separative del confine.
A questo segue la violazione del confine, cioè il desiderio o la minaccia della refusio
ne di ciò che è stato separato. Un evento che, nella tradizione mitologica, si risolve
va con un duello. Si pensi al caso di Romolo e Remo: il fratello separativo è il
fratello fusivo, quello che individua la città e quello che nega questa individuazione.
La città può nascere solo a prezzo di una violazione, di una esorcizzazione del dram
ma attraverso un sacrificio. E non a caso la quadripartizione della città, scandita
dall'incrocio tra platèiai e stenòpoi, ovvero cardines e decumani, rappresenta in modo
simbolico esattamente questo sacrificio. La quadripartizione della città rappresenta
infatti lo squartamento del corpo della vittima sacrificale».
44 M. T. Varrone, De lingua latina, V, 143 (ed. Riganti, Bologna, 1978).

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228 Silvia Mantini

era codificata in un corpus di libri, sostanzialmente di deri


vazione etrusca, costituito da tavolette d'osso o di bronzo
o da rotoli di lino, custoditi dal collegio dei pontefici. Que
ste preghiere avevano l'aspetto di formule rituali, prescrizio
ni e inni rivolti alle potenze divine.
Rituales nominantur Etruscorum libri in quibus perscribitum
est quo ritu condantur urbes, arae, aedes sacrentur, qua sanctitate
muri, quo iure portae, quomodo tribus, curiae, centuriae distri
buantur, exercitus constituantur, ordinentur, ceteraque eiusmodi
ad bellum ac pacem pertinentia:45

in questo modo Festo sottolineava l'importanza del rito di


fondazione, presente con simili formule anche in Plutarco,
Livio e molti altri autori latini. Questi cerimoniali sono rac
colti nei Libri Tagetici (da Tagete folletto saltato fuori dal
l'aratro del lucumone Tarcone), che riguardavano l'interpre
tazione dei presagi e degli auruspici, e i Libri Vegoienses,
che contenevano istruzioni per la lettura dei fulmini e di
altri fenomeni naturali.46 Ab urbe condita, cioè dalla fonda
zione della città; è a partire da questo momento che comin
cia la storia di Roma. D'altronde spesso proprio i riti di
fondazione forniscono la chiave per conoscere la storia di
quella città: se ne possono capire i caratteri peculiari, l'anti
ca forma urbana, le tradizioni religiose e le leggende legate
al fondatore e al luogo della sua sepoltura, come pure alle
reali e alle mitiche ragioni della scelta del sito.

45 Sexti Pompei Festi Rituales in De verborum significatu quae supersunt cum


Pauli Epitone, ed. W. M. Lindsay, Lipsiae, 1913, p. 358.
46 Rykwert, L'idea cit., p. 259: «La data di celebrazione del rito doveva es
sere calcolata, come del resto era abituale a quei tempi, da un astrologo, in modo
che coincidesse con un giorno di buon auspicio. Quando Alessandro de' Medici fece
costruire a Firenze la Fortezza da Basso, tanto odiata dal popolo, e che forse fu
causa indiretta della sua uccisione, la complicata cerimonia della posa della prima
pietra e quella della consegna si svolsero nel preciso momento determinato dagli
astrologi. Nel corso della prima cerimonia, l'altare portatile su cui il vescovo offi
ciante aveva appena finito di celebrare la messa fu calato nello scavo di fondazione,
in attesa che due astrologhi (che in quell'occasione mancarono di sincronizzare i
loro strumenti) dessero il segnale di posare la pietra».

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Le mura sacre della città 229

Il luogo magico: la scelta del sito. - È cosa impor


tante individuare con premura ed attenzione un sito che ga
rantisca un clima temperato per la città, essendo la salubrità
il primo dei requisiti; così Vitruvio, nel De architectura (I.
IV.8),47 sottolinea il peso di una delle valutazioni fonda
mentali da effettuare prima di fondare una città, fornendo
altresì le caratteristiche indispensabili per una migliore edifi
cazione dell'urbe. «Non meraviglia quindi che un intero ca
pitolo, il IV, venga riservato alla scelta del luogo dove fon
dare la città, con il logico corollario che tale sito sia igienica
mente idoneo: 'In ipsis vero moenibus ea erunt principia: primum
electìo loci saluberrimi' (I, IV, 1); condizione ottenuta rispet
tando tanto gli insegnamenti della scienza alessandrina quan
to le credenze dell'aruspicina etnisca».48 Infatti consiglia di
costruire strade non parallele, affinché la furia dei venti, in
trecciandosi nei vicoli, non funesti la città stessa; e questo
contrariamente a quanto sosteneva Oribasio, revisore di Ga
leno, che suggeriva come migliore costruzione del tessuto ur
bano, strade parallele e lineari che garantissero una più ade
guata areazione e salubrità, anche attraverso la luce e la cir
colazione. In realtà, al di là delle motivazioni climatiche,
ambientali, geografiche ed anche militari e commerciali la
scelta del sito era un fatto molto importante, da cui dipen
deva il destino del popolo ed era per questo sempre affidata
al volere divino. Probabilmente se Romolo fosse stato un
greco avrebbe consultato l'oracolo di Delfi; mentre se fosse
stato un sannita avrebbe seguito il lupo o il picchio, animali
sacri. Ma essendo un latino, vicino agli Etruschi e consape
vole dei principi della scienza augurale, chiese agli dei di
rendere palese il loro disegno attraverso il volo degli uccel

47 Vitruvii De Architectura, ed. F. Krohn, Lipsiae, 1912, p. 15.


48 G. Morolli, Vitruvio e la città dei venti regolari, in Architettura militare nel
l'Europa del XVI secolo, «Atti del Convegno di Firenze 25-28 novembre 1986»,
a cura di C. Cresti, A. Fara, D. Lamberini, Siena, 1988, p. 305.

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230 Silvia Mantini

li:49 in questo modo avveniva una delle forme di inaugura


no, (preghiera, descrizione di segni, individuazione del sito),
che era seguita poi dalla conregio (disegno dello schema ur
bano fatto a terra con il lituus, bastone ricurvo), dalla con
spicio (in cui l'augure abbracciava con lo sguardo il territorio
definito) e dalla cortumìo (con la quale l'augure leggeva l'e
vento verificatosi come auspicio).
Come il templum anche la città si presenta, spesso, di
forma circolare (a volte quadrata), tagliata in quattro parti
dal cardo e dal decumano, anch'essi calcolati con precisi stru
menti di orientazione. Per quanto riguarda l'accampamento
romano, e le città derivanti da tali accampamenti, quale Fi
renze, si sa che erano preferibilmente scelti terreni pianeg
gianti, anche se risultava assai complesso poter dare una ve
ra definizione planimetrica. Per ciò che riguarda l'orienta
zione questa si basava su vari sistemi di agrimensura; tra
questi il più attendibile è considerato quello descritto da Vi
truvio {De archìtectura, I, 6.6-7): infatti, dopo aver preso uno
sciòtherum (asta di bronzo usata per questa operazione) si
collocava questo al centro di un cerchio su una tavoletta
di marmo. E interessante notare tali elementi proprio perché
perfettamente rintracciabili nell'affresco sulla fondazione di
Firenze che il Vasari eseguì nella volta del Salone dei Cin
quecento in Palazzo della Signoria, segno evidente quindi
del desiderio di «recuperare» le origini romane della città.
Venivano così calcolati il cardo e il decumano, in base alle
estremità dell'ombra disegnata sul cerchio prima e dopo il
mezzogiorno e collegate tra loro.50 Questo asse corrispon
deva al decumano, mentre il suo asse, calcolato in base al
centro del cerchio, costituiva il cardo. Se si legge la pianta
fiorentina si possono ben individuare questi punti di riferi
mento: infatti il cardo maggiore risulta essere sull'attuale as

49 N. D. Fustel De Coulanges, La cité antique, (ed. or. Paris, 1880), tr. it.
Firenze, 1972, p. 153.
5° Vitruvii De Architectura cit., p. 22.

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Le mura sacre della città 231

se di congiunzione tra via Larga e, passando davanti al Bat


tistero, via Roma e Calimala, mentre il decumano maggiore
si situa sull'attuale asse di via Strozzi - via del Corso, che
termina sulla colonna dell'Abbondanza, in piazza del Merca
to Vecchio, possibile umbilicus, rappresentante il punto di
intersezione tra gli assi maggiori ed anche il mundus, cioè
il luogo ove era stata scavata la fossa concava sacra agli dei
degli inferi,31 successivamente diventato il Foro e il Cam
pidoglio. La croce risultante da quest'intreccio era il cuore
del quadrato dell'accampamento romano primitivo, che esclu
deva il sito della cattedrale. Fondamentale ai fini della scelta
del sito era, come si è già detto, consultare gli àuguri, fare
cioè l'auruspicina: «per scegliere una zona in cui stabilire
una città o un quartiere militare, i nostri antenati sacrifica
vano agli dèi alcuni capi di bestiame che pascolavano in quel
luogo e ne osservavano il fegato. Se esso si presentava livido
e corrotto, per verificare se questo fatto fosse dovuto a qual
che malattia o alla cattiva alimentazione, sacrificavano altre
vittime. [Solo] dopo aver effettuato più tentativi... disloca
vano i loro insediamenti».52 In questo modo scelto il sito,
era necessario predisporlo ad essere occupato, per fare ciò,
come ricorda Dionigi di Alicarnasso e, riprendendo lui, Leon
Battista Alberti, venivano accesi dei fuochi dislocati nello
spazio prestabilito ed era imposto a coloro che sarebbero
stati i futuri cittadini di saltare al di sopra di questi, affin
ché nell'entrare in città si purificassero delle loro impuri
tà.53 In questo modo lo spazio della città era garantito in
tutta la sua verginità e in tutta la sua sacralità.

Il castro romano. — Per i Romani organizzare un ac


campamento non era soltanto un evento militare, ma rispon
deva a un rituale che prevedeva precise norme di cerimonia

51 M. Lopes Pegna, Firenze dalle origini al Medioevo, Firenze, 1962, p. 63.


52 Vitruvii De Architectura, i, 4.9, p. 15.
53 Rykwert, L'idea cit., p. 55.

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232 Silvia Mantini

lità. Per prima cosa si impiantava il vexillum del comandan


te, che serviva da orientamento per la direzione del cardo
maximus (asse maggiore che conduceva verso la porta preto
ria, cioè la porta principale) e del decumano maximus.™ Una
volta stabilito l'impianto ortogonale, su questo venivano trac
ciate le strade in modo parallelo e intersecante, in modo
da creare l'idea di un quadrato ideale, simmetricamente se
zionato dai quadrati corrispondenti all'incrocio delle strade,
tagliate ad angolo retto. Dionigi di Alicarnasso afferma che
Romolo tracciò un quadrato intorno al Palatino, lasciando
il tempio di Vesta al di fuori di questo confine.55 Questo
potrebbe far pensare alla ragione per cui spesso il tempio
non è incluso nel quadrato del recinto romano che esclude,
inoltre, anche le chiese «fuori le mura». Il problema della
pianta ortogonale di molte realtà urbane italiane non è esclu
sivamente derivante da un rituale etrusco, come spesso so
stenevano i romani stessi, riconducendolo ai loro illustri pre
decessori. Infatti la disposizione quadrata si trova in Ameri
ca meridionale, in Cina, in India, in Egitto e in Italia a
partire dalla fine del VI secolo avanti Cristo.56 E probabile
che la stessa desinenza inglese chester, derivante dal latino
castrum, e presente in molti nomi di città come Winchester,
Manchester, Chester sia proprio frutto del ricordo della con
suetudine romana di fondazione dell'accampamento militare.
Ma perché Roma quadrata e perché l'immagine ortogonale,
solo parzialmente opposta a quella circolare, resteranno quel
le riassuntive di una forma ideale e simbolicamente rappre
sentate la perfezione urbana, come possiamo notare poi nelle
raffigurazioni anche delle città divine e di quella celeste per

54 Anche questi sono simboli importanti e ben evidenti nel già citato affresco
della «Fondazione di Firenze» rappresentata nel Salone dei Cinquecento, in Palazzo
della Signoria, ad opera del Vasari.
55 Dionisio Halicarnaseo, Delle cose antiche della città di Roma, tr. di F. Ven
turi, Venetia, 1545, II, 65.3.
56 Rykwert, L'idea cit., p. 80.

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Le mura sacre della città 233

eccellenza, Gerusalemme? A questo proposito Joseph Riyk


wert ricorda che «il rito di fondazione di una città richiama
una delle grandi forme ricorrenti dell'esperienza religiosa. La
costruzione di qualsiasi dimora umana o edificio è sempre
in un certo senso urianàmnesis, una rievocazione della divina
«istituzione» di un centro del mondo. Perciò il sito in cui
si costruisce non può essere scelto arbitrariamente, e neppu
re «razionalmente» dai fondatori, ma deve essere «scoperto»
attraverso la rivelazione di un mediatore divino; e una volta
avvenuta la scoperta, occorre assicurare, la permanenza della
rivelazione di quel sito. Il dio o l'eroe raggiungono il centro
dell'universo o la sommità della montagna cosmica dopo aver
superato epicamente certi ostacoli; i comuni mortali possono
trovare lo stesso luogo per anagogia, con la mediazione di
un rito, che [...] sarà quello dell'orientazione».57 Meraviglia
relativamente, dunque, il fatto che, come gli àuguri organiz
zassero ritualmente il templum in quadrati scanditi dal cardo
e dal decumano, così pure i fondatori dividessero la città
in modo analogo e i successivi rivelatori adoperassero il me
desimo metodo di suddivisione del terreno in lotti. Tre dif
ferenti modalità di organizzare la medesima esperienza spa
ziale. I confini, infatti, erano sempre riferiti ad un ordine
cosmico e questo intento resterà costante nei secoli: i decu
mani sono paralleli al corso del sole e i cardines hanno la
stessa direzione dell'asse celeste. Molti scrittori antichi, co
me Frontino, Igino e Varrone,58 ricordano che con l'atto
del tracciare la croce all'interno del cerchio, stando sull'alto
della collina sovrastante il sito, l'àugure si poneva al centro
del mondo sacro; gli abitanti del luogo, quindi, venivano
a trovarsi all'interno dello spazio che aveva subito questo
atto divinatorio e che inevitabilmente sanciva le proprie di

57 Rykwert, L'idea cit., p. 102.


58 Corpus agrimensorum Romanorum cit., 1913.

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234 Silvia Mantini

rettrici fondamentali sulle linee corrispondenti agli assi della


croce stessa.

U«imago urbis». — Le mura sono il simbolo per


lenza dell'ideogramma urbano. Basti pensare alla p
rassicurante e forte di quelle senesi, rappresentate ne
Governo, di Ambrogio Lorenzetti in cui i bastioni e l
appaiono come diaframma dialettico tra città e cam
da un lato le abitazioni, la piazza, la società urbana
tro i campi, il lavoro agrario, la wìldemess, la nat
Sappiamo che l'immagine della città che riusciam
gere nelle rappresentazioni tardo-medievali delle topo
urbane non è certo quella reale. Ai fini di una compr
della realtà urbana appare però altrettanto signifi
simbologia con cui la città è rappresentata, spesso sin
ta nei suoi essenziali elementi informatori: le mura
ma della realtà terrena, la cattedrale, emblema della s
zione di tale realtà. In questo modo l'imago urbis
proiezione imperfetta e corrotta del mondo ultraterr
sì come la città viene ad essere il simbolo di una realtà sa
crale che la trascende: le mura, recinto sacro di uno spazio
definito, e la chiesa, tempio terreno del divino, diventano
sufficienti a definire la morfologia della città. E proprio que
sto, infatti, che si può osservare nel disegno di Baldassarre
Peruzzi (1481-1536), che, pur non essendo la più antica rap
presentazione di Firenze, nella sua essenzialità offre l'imma
gine della città come uno spazio evidenziato dalla cinta mu
raria con le sue porte, attraversato dal fiume con i suoi pon
ti, e rappresentato unicamente dal duomo e dal battistero.
Tra le prime raffigurazioni di Firenze si possono ricordare
quella del Bigallo e quella nell'affresco nella volta della sala
delle udienze, nella sede dell'Arte dei Giudici e Notai in
via del Proconsolo.
La prima, Civitas Florentie — particolare dell'affresco della
Madonna della Misericordia, attribuita ad Antonio da Bar
berino — , risale all'inizio del Trecento ed è forse la più

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Le mura sacre della città 235

antica piazza di Firenze. In questa raffigurazione si può no


tare come, nonostante le norme adottate nel tredicesimo se
colo per la riduzione di tutte le torri, l'area del centro della
città fosse ancora caratterizzata da uno sviluppo visibilmente
verticale dell'edilizia, con l'assenza dei «vuoti» e con la pre
senza di strade molto strette. Nel secondo affresco, invece,
ci troviamo di fronte a qualcosa di notevolmente diverso.
La struttura politica di Firenze si rispecchia in una comples
sa figura formata da cerchi e composta di elementi araldici:
nel centro abbiamo gli emblemi del Comune, della parte Guel
fa, del Popolo e delle comunità di Firenze e di Fiesole; nel
secondo cerchio vi sono gli stemmi dei quartieri e dei gonfa
loni; nel terzo, le immagini dei Santi Patroni delle Arti; nel
quarto, gli stemmi delle Arti e alcuni elementi architettonici
quali le mura della città, come cerchio più esterno della figu
ra.39 La prima lettura di questo affresco ci porta subito a
considerare la gerarchia spaziale riflessa nella raffigurazione,
la prossemica presente nella distribuzione delle distanze dai
poli di importanza e la connotazione simbolica delle princi
pali rappresentanze politiche della Firenze di allora. Ma se
si osservano con maggiore attenzione i particolari della for
ma prescelta dall'autore dell'opera, cioè quella circolare, si
è costretti a fare alcune considerazioni sul significato della
circolarità come adozione di schema rappresentativo nelle raf
figurazioni urbane: infatti il concetto riporta all'ideale anti
co della città cosmica, come proiezione terrena della realtà
celeste,60 affiancato e, in alcuni casi opposto, alla città qua
drata. Citando Platone, L'Orange ricorda come la città co
smica, costruita da Zeus sull'Acropoli, fosse circondata da
un circuito di mura e divisa in dodici parti, che sancivano
una suddivisione interna in dodici sezioni relative agli spazi,

59 G. Fanelli, Firenze, Bari, 1988, p. 55.


60 H. P. L'Orange, Studies on the Iconography of cosmic Kingship in the An
cient world, Oslo, 1953, p. 9.

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236 Silvia Montini

ai tempi e ai suoi abitanti divisi in clan. Tra i Medi, i Per


siani, gli Abassidi e altre popolazioni antiche orientali, que
sto schema ideale di circolarità si affermò non solo per la
fondazione delle città, ma anche per la collocazione del pa
lazzo reale e la distribuzione degli spazi interni, che preve
deva la collocazione dell'edificio residenziale reale al centro
dell'area urbana, all'incrocio tra gli assi che si intersecavano
all'interno del cerchio. E singolare, quindi, che l'ideale di
città adottato dall'anonimo autore del dipinto fiorentino nel
la Sala dei Giudici e Notai abbia una morfologia circolare,
ben strutturata nelle sue suddivisioni interne esattamente come
secondo i parametri esposti da Platone nella rotonda città
dell'Oriente antico. Questa idea di circolarità contrasta in
parte con la simbologia adottata dal campo quadrato dell'ac
campamento romano che instaura, invece, una tradizione dif
ferente nell'ambito delle città di fondazione romana, deri
vanti dall'antico castro militare. Immutata è comunque la
quadripartizione interna: «four quadrants wich reflect the four
quarters of the world [...]: to the imagination of the Middle
Ages this ground-plan constitutes a sort of ideal city — as
shown in a Norwegian 13th century design of Holy Jerusa
lem».61
Nella Sala dei Giudici e Notai, Firenze appare raffigura
ta secondo l'ideale medievale della città cosmica, come anda
va affermando la tradizione dell'oriente cristiano, che sarà
poi la Gerusalemme celeste. Nel '400 le fonti iconografiche
si fanno più numerose e ricche di particolari. Tra le più fa
mose e suggestive sicuramente è da collocare la veduta «ber
linese» o della Catena (1472), attribuita a Francesco Rosselli
e risalente al 1471 circa. In questa compare un quadro det
tagliato del panorama fiorentino del momento: le zone mag
giormente edificate e quelle vuote, gli assi di riferimento
viario (direttrice di via Faenza, di via S. Gallo, di via della

61 L'Orange, Studies cit., p. 13.

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Le mura sacre della città 237

Vigna Nuova e per l'Oltrarno di Ponte Vecchio, S. Felicita,


palazzo Pitti, S. Felice, Porta Romana), i poli organizzativi
intorno alle principali chiese, i palazzi pubblici e quelli pri
vati, gli edifici ecclesiastici e assistenziali. Momento di pas
saggio tra la veduta della Catena e il tipo di rappresentazio
ne del secolo precedente possono considerarsi le piante con
tenute nei Tolomei Vaticani (cod. Vat. lat. n. 5699 e cod.
Vat. Urbinate n. 277) datate l'una 1469 e l'altra 1472.
In queste vedute (codici Tolemaici), il ruolo delle mura
è determinante per l'individuazione della forma generale del
la città ed è evidente il valore attribuito alla porta come
tramite sia reale che simbolico tra lo spazio interno urbaniz
zato e quello esterno. Se le piante vaticane sono così rias
suntive dello scenario urbano, la veduta berlinese è sicura
mente molto più descrittiva. Infatti propone un nuovo modo
di percezione della città; con l'emergere della nuova borghe
sia legata all'attività bancaria e commerciale l'immagine del
l'urbe diventa elemento di propaganda, tentativo di contrab
bandare un'idea di potenza, di ricchezza e di floridità eco
nomica, che non sempre fa fede al reale. Di tutt'altro genere
è l'immagine delle porte urbane che si trova nella Deposizio
ne del Beato Angelico, conservata nel Museo di S. Marco
a Firenze e datata 1435. Si tratta della raffigurazione di una
città ideale, nella quale l'Angelico vede la città terrena volta
ad incarnare la città celeste.62

62 Archivio di Stato di Firenze (da ora in poi ASF) Manoscritti, 119, cc.
29r-31r: in questo noto documento, che qui si riporta per permettere di confrontare
gli elementi citati, la descrizione elogiativa del Dei può affiancarsi alle raffigurazio
ni pittoriche e grafiche: «Florentie bella à retto nella sua signoria a libertà anni
millecinquecientoquarantacinque infino a oggi questo dì sanza mai mutare segnio
o moneta o bandiera, perch'ella fu edifichata, chominciata e posta anni 72 inanzi
all'avenimento di Christo, come se mostra chiaro e testimonianza vera lo duomo
di San Giovanni del batesimo, lo quale era e fu il tempio di Marte, avanti che'
Fiorentini fussino christiani [...]. Florentie bella à 3600 palazzi fuori della città a
miglia cinque, e qua palazi sono murati e achonci di pietre vive e chonci ischarpella
ti, adorni di posessioni e di bestiame da lavorargli [...]. Florentie bella è drento
alla città chiese 108, le qua' s'uficiano e mattina e sera, e sono a ordine e 'n punto

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238 Silvia Mantini

Ma è sicuramente con la descrizione di Benedetto Dei


che troviamo la piena rappresentazione di Firenze in tutti
i suoi angoli e piazze e, soprattutto, nell'atmosfera serena
della sua floridezza, che l'autore ha voluto far trapelare.63
Del 1520 è la pianta del Peruzzi, di cui si è già parlato,
che illustra schematicamente lo stato delle fortificazioni fio
rentine questa precede di pochi anni la relazione di Machia
velli Del fortificare Firenze e l'avvio degli interventi cinque
centeschi sul circuito murario, il cui fatto più appariscente
sarà l'abbattimento delle torri. Il salto qualitativo, nelle rap
presentazioni della città del giglio, è sicuramente rappresen
tato dalla pianta eseguita nel 1584 da Stefano Buonsignori,
monaco olivetano e celebre cartografo dei granduchi France
sco I e Ferdinando I, in cui Firenze appare nel suo assetto
definitivo cinquecentesco ed in cui chiare si dimostrano le
scelte urbanistiche operate nel corso del XVI secolo, oltre
che le definizioni delle aree di riferimento socio-politiche.

L'evoluzione delle piante fiorentine. — Non è possi


bile affrontare un discorso globale sulle trasformazioni di uno
spazio urbano, senza preliminarmente ripercorrere le vicende
alterne del suo perimetro. Come un organismo vitale, la cit
tà cresce, si espande, ma anche si ritira, a seconda delle

meravigliosamente chon chiostri e chapitoli e rifettori e 'nfermerie e sagrestie e li


brerie e chanpane e chanpanili e reliquie e chroci e chalici e argienterie assai e piene
di paramenti d'oro e d'argiento e veluti e domaschini, chome lo sanno benissimo
li frati forestieri, li chuali venghono le chuaresime a predichare a Fiorenza [...].
Florentie bella à 23 palazzi drento alla città, là dove sono e signori e ufiziali e chan
cellieri e chamarlinghi e proveditori e notai e donsegli e famigli, e là dove sono
le ventitre arte intere, le quale sono sopra la terra e quelle che bisogniano a una
città perfetta [...]. Florentie bella à 50 paze drento alla città, nominate e in su 'n
ogni piazza v'è chiese ed evvi palazzi e chase d'intorno de' principali cittadini de'
reggimento, e piene di merchanti e di botteghe al bisognio [...]. Florentie bella à
drento alla città 365 chasati e poarentele, che v'è chasato e parentado là dove sono
200 cittadini o più da portare arme [...].
63 G. Villani, Cronica di Giovanni Villani a miglior lezione ridotta coll'aiuto
de' testi a penna, a cura di F. Dragomanni, Firenze, 1884-85, L. Ili cap. II pp.
137-140.

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Le mura sacre della città 239

vicende storiche, che restano sedimentate nella memoria dei


suoi abitanti e che presto si trasformano in mito. E il caso
del racconto di molti cronisti fiorentini, primo tra tutti Gio
vanni Villani:

San Piero maggiore, al modo di Roma, e da quella porta segui


rono le mura inverso il duomo, come tiene oggi la grande ruga
che va a S. Giovanni infino al vescovado; e ivi avea un'altra porta
che si chiamò porta del duomo, e chi la chiamò porta del vescovo;
e di fuori da quella porta fu edificata la chiesa di San Lorenzo,
al modo che è in Roma San Lorenzo fuor le mura; e dentro a
quella porta è San Giovanni, siccome in Roma San Giovanni in
Laterano. E poi conseguendo, come a Roma, da quella parte fecero
Santa Maria Maggiore; e poi da San Michele Berteldi infino alla
terza porta di San Brancazio, ove sono oggi le case de' Tornaquin
ci, e san Brancazio era fuori della città, e appresso san Paolo, a
modo di Roma, dall'altro lato della città incontra san Piero, come
in Roma. E poi dalla detta porta di san Brancazio conseguendo
ov'è oggi la chiesa di santa trinità ch'era fuori delle mura, e ivi
presso, ebbe una postierla chiamata porta rossa [...]. E poi si vol
gieno le mura ove sono oggi le case degli Scali per la via di Terma
infino in porte sante Marie, passato alquanto Mercato nuovo, e
quella era la quarta mastra porta [...], e di sopra alla detta porta
era la chiesa di santa Maria chiamata Sopra porta [...] E il borgo
di santo Apostolo era di fuori della città, e così santo Stefano al
modo di Roma; e di là da santo Stefano [...] fecero e edificarono
uno ponte con pile di macigni fondato in Arno, che poi fu chiama
to ponte vecchio, ed è ancora; e fu assai più stretto che non è
ora, e fu il primo ponte che si facesse a Firenze. E dalla porta
di santa Maria seguieno le mura infino al castello Altafonte, ch'era
in sul corno della città sopra il fiume d'Arno; seguendo poi dietro
alla chiesa di san Piero Scheraggio, che così si chiamava per uno
fossato, ovvero fogna, che ricoglieva quasi tutta l'acqua piovana
della città ch'andava in Arno, che si chiamava lo scheraggio; e
dietro alla chiesa di san Piero Scheraggio avea una postierla che
si chiamava porta Peruzza, e di là seguivano le mura per la grande
ruga infino alla via del Garbo, e ivi avea un'altra postierla; e poi
dietro alla Badia di Firenze ritornavano le mura alla porta di san
Pietro. E di così piccolo sito si rifece la nuova Firenze con buone

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240 Silvia Mantini

mura e spesse torri, con quattro porte mastre, ciò sono dette porta
san Piero, porta del Duomo, porta san Brancazio, e porta santa
Maria, le quali erano quasi in una croce; e in mezzo della città
era santo Andrea al modo com'è in Roma, e santa Maria in Campi
doglio; e quello ch'è oggi Mercato vecchio, era il mercato di campi
doglio, al modo di Roma. E la città era partita in quartieri, ciò
sono dette le quattro porte; ma poi quando si crebbe la città, si
recoe a sesti, siccome a numero perfetto, che si aggiunse in sesto
d'Oltrarno dapoiché si abitò [...].64

Villani non è certo un archeologo; quello che qui riferi


sce deve essere considerato piuttosto la codificazione di una
tradizione orale, non sappiamo quanto antica. Ciò che di
certo risulta è che la colonia romana di Vlorentia nasce, come
detto, intorno al 59 a.C. e si colloca all'interno della centu
riazione nell'area a Nord dell'Arno, sull'asse della via Cas
sia. L'aspetto quadrangolare obbedisce alla consuetudine sa
crale di fondazione, che prevedeva il castrum orientato in
modo cosmico nella direzione dei punti cardinali. Il pome
rium circondava l'area urbana divisa in quattro parti dall'in
crocio del cardo (asse Nord-Sud) e del decumano (asse Est
Ovest) nel Forum. Rispetto all'Arno Florentia era situata a
poche decine di metri a Nord e ne controllava il porto e
il ponte (Vecchio). Il perimetro periferico si sviluppava per
circa 1800 metri con una lunghezza laterale, quindi, di circa
450 metri per ciascuno dei lati.65 Quasi a metà di ogni la
to, in corrispondenza dell'uscita degli assi viarii principali,
erano edificate le quattro porte: quella a Nord, contra Aqui
lonetn, era situata nell'odierna via Roma all'incrocio con via
dei Cerretani. Quasi a metà di via de' Banchi il tracciato
murario aveva una rotazione di circa 90° e si inseriva nel

64 Lopes Pegna, Firenze cit., 1962.


65 Relazioni degli ambasciatori veneti al senato, a cura di A. Sega rizzi, III, Bari,
1916, p. 39 (Relazion fatta per Marco Foscari nell'Eccellentissimo Conseglio di Pregadi
della Legazione de Fiorenza, con qualche cosa adiuncta da lui nel scrivere essa legazio
ne, 1527).

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Le mura sacre della città 241

l'attuale via Tornabuoni; lì, all'incrocio con via Strozzi e


via della Vigna Nuova, era posta la porta Principalis sinistra.
Proseguendo verso Nord e il ponte S. Trinità, le mura vol
gevano nuovamente verso Est, fino al lato Sud-Ovest di piazza
S. Firenze. A metà di questo tracciato c'era la Porta Decu
mana, all'imbocco di via Vacchereccia; infine da piazza S.
Firenze il percorso murario proseguiva in via del Proconsolo
a metà della quale, all'inizio di via del Corso, c'era la Porta
principalis dextra. Infatti la torre sulla quale si appoggia il
palazzo del Bargello sembra sia una delle torri dell'antica
cinta. Fino al V secolo, Firenze, posta in un punto nevralgi
co per i traffici lungo la valle dell'Arno, godrà di una note
vole floridità e di un discreto prestigio legato anche al suo
essere sede vescovile. La decadenza si avrà nel secolo succes
sivo, in seguito alle guerre gotiche. I Bizantini, che governa
vano allora la città, per opporre una valida resistenza alle
truppe del re Totila, dovettero ridurre il perimetro delle mu
ra romane.

Questo momento storico verrà ricordato, n


to, dall'ambasciatore veneto Marco Foscari, n
lazione al Senato: «Da poi, saccheggiata e mez
ma da Totila re de' Goti, Fiorenza anco fu m
de' muri dal predetto Totila, e per 300 anni
cittadini. Ma in capo de' anni 300, che fu d
Magno imperatore instaurò Fiorenza e la circon
di modo che ritornorno cittadini ad abitarla».66 Benché lo
dividano centinaia di anni dai fatti che riassume, Marco Fo
scari sa bene il valore di quell'annotazione. «Senza mura»
equivale per lui a «senza cittadini»: il recinto di confine coin
cide infatti, lo si è già rilevato, col perimetro di identifica
zione dello spazio di appartenenza della comunità, ciò che
distingue dall'anonima realtà esterna. Il senso giuridico, co
me è noto, rispettava questa differenza, conferendo il diritto

66 Davidsohn, Stona cit., i, p. 1089.

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242 Silvia Mantìni

di cittadinanza a tutti coloro che appartenevano alla comuni


tà e vagliando attentamente la richiesta di coloro che chiede
vano di entrare a far parte di essa. Marco Foscari ricorda
che Firenze, privata delle sue mura, era res nullius, terreno
senza una sua identità, senza suoi concittadini: ristabilito
il confine tornò ad essere città ricca dei suoi cittadini.
Il tracciato di questa seconda cerchia aveva le mura set
tentrionali che, partendo dal Campidoglio (incrocio via Corsi
via de' Vecchietti), attraversavano via Tosinghi e via delle
Oche: a metà del lato, all'incrocio con via Roma, c'era la
Porta Settentrionale, mentre quella Orientale era situata a
metà delle mura orientali che correvano lungo via dei Cer
chi, all'incrocio con via del Corso. Le mura meridionali, in
vece, attraversavano piazza della Signoria per giungere in
via delle Terme: a metà di questo tragitto si apriva la Porta
Meridionale in corrispondenza di Por S. Maria. L'ultimo la
to delle mura, quello occidentale, percorreva via de' Sasset
ti, via de' Vecchietti e tornava in Campidoglio, dopo aver
oltrepassato la Porta Occidentale situata a metà dell'attuale
via Strozzi. La ragione di questa riduzione dell'area urbana
fu probabilmente anche il risultato di una contrazione demo
grafica, che avrà un trend ascendente, invece, nella successi
va erà carolingia, quando la popolazione appare in discreto
aumento.
La tradizione ha molto valorizzato l'edificazione della ce
chia carolingia, sia legando il gesto di Carlomagno al ritr
mento della statua di Marte in Arno, sia all'arrivo in c
di alcune reliquie provenienti dalla Terrasanta e in partic
re quelle di Genesio e di Eugenio: spiegazione profana
prima, cristiana la seconda. Il tracciato delle mura carolin
ripercorse ad Ovest e ad Est il perimetro della città rom
mentre a Nord conservò quello bizantino, avvicinando
l'Arno nella direzione meridionale. A settentrione, qui
il lato viene ad essere: Campidoglio, via de' Tosinghi,
delle Oche con nel mezzo la porta contra Aquilonem, a
crocio tra via Roma e via Tosinghi. Il lato orientale pe

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Le mura sacre della città 243

reva via del Proconsolo, piazza San Firenze, via de' Leoni
e giungeva nei pressi di via de' Neri, con la Porta Orientale
all'inizio di via del Corso. Il lato meridionale, invece, da
via de' Neri andava verso via Lambertesca, il Castello d'Ai
taf onte (sulla cui area sorge oggi il Palazzo de' Giudici), fino
a Borgo SS. Apostoli e l'attuale piazza S. Trinità. All'incro
cio di via Lambertesca e via Por S. Maria era situata la
Porta ad Pontem. Era questa la nuova area inclusa nel peri
metro rispetto alla zona interna all'antico perimetro romano.
Il lato occidentale andava da piazza S. Trinità a piazza Anti
nori attraverso via de' Tornabuoni, intervallata dalla Porta
Occidentale all'incrocio con via Strozzi.
Nel 1078 la contessa Matilde, per difendere Firenze da
gli attacchi esterni, pensò di circondare la città di una nuova
cerchia di mura, chiamata appunto 'matildina' o «cerchia an
tica di Cacciaguida», perché risalente al periodo del trisavolo
dantesco. Questa quarta cerchia ristabilirà, allargandoli ri
spetto a quelli bizantini, gli antichi confini romani, dando
un assetto all'area urbana più o meno definitivo anche ri
spetto ai successivi aggiustamenti tardo medievali. Non a ca
so sarà questo perimetro quello ricorrente, come si vedrà
più tardi, nei percorsi processionali medievali e rinascimen
tali. Il lato Nord di questo tracciato era rappresentato, fino
al Duomo, da via dei Cerretani, a metà della quale, all'altez
za di Borgo S. Lorenzo, sorgeva la Porta del Vescovo. Pro
seguendo, all'angolo con via de' Servi c'era la postierla dei
Visdomini, dopo la quale il tracciato piegava di novanta gra
di, proseguendo fino al Castello d'Altafonte passando, die
tro al Duomo, per via del Proconsolo. A metà di questo
percorso, all'incrocio con Borgo Albizi era situata la porta
San Piero. Il lato meridionale prevedeva un rientro nella di
rezione in via Lambertesca e Borgo SS. Apostoli fino a S.
Trinità. A metà di questo tragitto era situata la Porta Santa
Maria, all'angolo con Por S. Maria. Il lato occidentale, par
tendo da S. Trinità, si indirizzava verso via de' Tornabuoni
e via Rondinelli, per ricongiurgersi con il lato settentrionale

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244 Silvia Mantini

in via de' Cerretani, nei pressi della postierla dell'Alloro.


A metà di via de' Tornabuoni si apriva la Porta San Pancra
zio, nel punto d'incrocio con via della Vigna Nuova e via
della Spada. La popolazione racchiusa nelle mura matildine
pare si aggirasse intorno alle ventimila unità. L'aumento del
la popolazione aveva causato, la formazione di molti borghi
davanti a tutte le nuove porte, mentre il terreno disponibile
compreso fra il primo e il secondo cerchio si era rapidamen
te coperto di case».67 Nel 1172 il Comune decise di inclu
dere all'interno del perimetro di cinta tutti i sobborghi che
nel frattempo si erano ingranditi, diventando zone di vasta
densità demografica. Il fenomeno tuttavia implicò lo sposta
mento degli assi viarii e dell'orientazione stessa della città,
che subì una rotazione di circa quarantacinque gradi rispetto
al quadrato romano, orientato sui punti cardinali. Il lato oc
cidentale andava dall'attuale piazza Goldoni al Canto de' Nel
li, in piazza S. Lorenzo. Su questo lato, tra via Palazzuolo
e via de' Fossi c'era la Porta S. Paolo; il tracciato settentrio
nale, invece, percorreva l'itinerario dal Canto de' Nelli fino
all'attuale piazza Salvemini, passando per via de' Pucci e
via S. Egidio; su questo lato le porte erano quelle di S.
Lorenzo, su via de' Ginori, e la Porta di Balla tra via de'
Servi e via de' Pucci. Per ciò che riguarda il lato orientale
il percorso prevedeva l'asse piazza Salvemini - via Verdi -
via de' Benci, fino al Corso de' Tintori, per poi voltare ver
so piazza de' Giudici; su questo lato c'erano le Porte S.
Piero, Ghibellina e de' Buoi. Infine il lato meridionale anda
va da piazza de' Giudici fino a Piazza Goldoni, passando
attraverso Borgo S.S. Apostoli: all'incrocio con Por S. Maria
c'era la Porta di S. Maria. La popolazione che abitava que
st'area si aggirava più o meno intorno alle quarantamila unità.
Le cinque cerchie fin qui descritte precedono l'ultima cer
chia di mura (la terza medievale, seconda comunale), quella

67 F. Sznura, L'espansione urbana di Firenze nel Dugento, Firenze, 1975, p. 70.

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Le mura sacre della città 245

che, al di là dei numerosi aggiustamenti, arriverà invariata


fino all'Ottocento. Di particolare valore appare il manoscrit
to, conservato presso la Biblioteca Nazionale di Parigi, attri
buito a Zanobio Lioni e risalente all'incirca al 1575, in cui
sono descritte tutte le configurazioni murarie e sono accen
nate alcune notizie relative alla fondazione della città:

La Serenissima Città di Firenze secondo la oppenione comune


et [c. 2f] volgare fu principiata nel piano ove ancora oggi risiede
magnificamente da i mercatanti per amor che i Fiesolani ne faceva
no i loro mercati et le loro fiere. Ma secondo la copiettura che
si piglia da Ercole che ella portò già [c. 2r] per suggello, et dal
Lione che essa ancora oggi porta per una delle sue insegne essa
fu principiata da Ercole. Il Primo cerchio di mura le fu fatto dai
soldati dei Triumviri settanta anni prima della nascita di Cristo
Gesù ciò è milleseicento quarantacinque anni or sono. Il secondo
cerchio le fu fatto dai propri cittadini, per la unione dei Fiesolani
10 anno mille settantotto, imperando Arrigo terzo, [c. 3t>] Il quarto
cerchio le fu fatto lo anno milledugento novantotto imperando Adulfo
[...]. [c. 4v] Il centro della città di Firenze è la casa dell'Arte della
Lana perché dalla Porta alla Croce alla porta al prato è quattromi
lacinquecentocinquantabraccia, et dalla Porta a S. Gallo a quella
di S. Piero Gattolini è braccia cinquemila. La onde dividendo la
città il punto del centro viene à essere la suddetta casa [...] (cc.
2t>-31 r).

Negli anni del Primo Popolo, cioè fra il 1250 e il 1260,


11 movimento immigratorio dalle campagne accrebbe in mo
do considerevole la popolazione e intensificò la necessità di
adeguare l'assetto urbano alle mutate esigenze della città.
I borghi extra moenia, in prossimità delle Porte, diventavano
sempre più numerosi e intensamente popolati, tanto da ren
der necessario un ampliamento del circuito perimetrale, che
prevedesse l'inclusione dei suburbio,.68 Anche gli insediamen
ti degli ordini mendicanti, che avevano collocato i loro com

68 Rykwert, L'idea cit., p. 10.

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246 Silvia Mantini

plessi in modo diametralmente opposto, scegliendo i domeni


cani Santa Maria Novella e i francescani Santa Croce, ri
chiedevano ampie zone antistanti i loro complessi atte per
le grandi assemblee di predicazione e imponevano, insieme
agli altri nuovi soggetti emergenti, una distribuzione precisa
dello spazio della città.

L'ultima cerchia e la disposizione delle porte

«... lo sono la porta; se qualcu


no entra per me sarà salvato, ed en
trerà e uscirà e troverà pastura»
Giovanni X 1-2 e 9

Già Plutarco si era chiesto perché mai i Romani conside


rassero sacre ed inviolabili le mura della città, ma non le
sue porte: «forse — come ha sostenuto Varrone — dobbia
mo considerare sacre le mura perché gli uomini siano pronti
a dare generosamente la vita per difenderle... mentre non
sarebbe possibile consacrare e benedire le porte, attraverso
le quali si fanno passare molte cose necessarie».69 I Luper
cali, le antiche processioni di purificazione che ripercorreva
no, il 15 di febbraio di ogni anno, le mura di fondazione,
sancivano l'importanza del rito di lustrazione e si imponeva
no quale cerimonia che si ripeterà nei secoli successivi. E
chiara, quindi, la sacralità attribuita al confine perimetrale,
così come invece ne sembrano chiaramente escluse le porte
della città. Ma la questione è controversa: infatti se il sito
dell'ingresso è più soggetto alla contaminazione con le cose

69 G. Gullino, Uomini e spazio urbano. L'evoluzione topografica di Vercelli tra


X e XIII secolo, Vercelli, 1987 p. 48: «Le porte della perimetrazione antica rappre
sentarono [...] settori ben precisi dell'insediamento e costituirono una ripartizione
del territorio di popolamento che andava progressivamente crescendo sia con l'ag
gregazione di altri nuclei di stanziamento, sia con la prosecuzione dei lavori di co
struzione della cinta comunale».

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Le mura sacre della città 247

impure di questa terra, come dice Plutarco, è vero anche


che è attraverso la porta che si compie il rito di passaggio
dall'esterno «altro» all'interno consacrato e che quindi stabi
lisce implicitamente un patto solenne con chi si trova all'in
terno. In ogni città le grandi porte del perimetro esterno
regolavano il traffico degli ingressi e delle uscite: ma non
era certo solo questa la loro funzione.70 Infatti spesso le
porte affiancavano le chiese che le proteggevano, vegliando
in questo modo sulla città da difendere, come ad esempio
S. Maria Sopraporta a Firenze. Se le porte proteggono dai
pericoli, rappresentati dagli uomini, che possono venire dal
l'esterno, queste difendono anche dalle paure legate ai rischi
che il mondo extra moenia può riservare alla città recintata,
come la peste: l'8 giugno 1481 a Firenze si chiuse la Porta
a Faenza «perché la moria faceva gran danno di fuori di
detta Porta, e in Firenze c'era in 3 o 4 case».71 Sempre a
Firenze tre sestieri corrispondevano a tre delle principali porte
della riva destra: Porta S. Pancrazio, Porta Duomo, Porta
S. Piero. Queste porte furono le principali mète delle grandi
battaglie di strada: nel 1260, quando i Ghibellini cacciarono
di nuovo i Guelfi dalla città, i combattimenti avvennero sia
presso il Palazzo del Popolo che, e soprattutto, presso Porta
S. Piero a Est e presso Porta del Duomo a Nord:72 chiaro
è il segno del desiderio di scacciamento della parte avversa
dallo spazio di possesso della città, attraverso la Porta, con
fine di demarcazione tra lo spazio di identificazione del gruppo
vincente e l'esterno anonimo.
Secondo la tradizione le porte dovevano essere tre, dedi
cate a Giove, Giunone e Minerva, cosa che mal si concilia
con la divisione della città in quattro parti scandite dal car

70 L. Landucci, Viario fiorentino dal 1450 al 1516, Firenze, 1883, p. 38.


71 J. Heers, Les partis et la vie politique dans l'occident médievale, Paris, 1981,
p. 86.
72 Rykwert, L'idea cit., p. 160.

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248 Silvia Montini

do e dal decumano che stabilirebbe, invece, una suddivisio


ne in almeno quattro porte principali.73 Tutte, comunque,
erano dedicate al dio protettore per eccellenza delle porte
e cioè Giano, che con le sue due fronti poteva estendere
la sua benevolenza (e malevolenza) sulle zone interne e su
quelle esterne all'ingresso. Le porte delle città «terrestri»,
così come quelle delle città celesti e del mondo sotterraneo,
erano quasi sempre custodite da statue o simboli di divinità
protettrici o di mostri con funzione apotropaica. Ancor più
carico di valore simbolico sacrale era il seppellimento di vit
time sacrificali o di reliquie di martiri e di santi nel pome
rìum o sotto le mura di cinta, spesso in corrispondenza delle
porte. Di notevole interesse a questo riguardo è proprio il
già citato dipinto di Benedetto Bonfigli, in cui è rappresen
tato il ritrovamento delle integre spoglie di Ercolano, vesco
vo, sotto le mura della città di Perugia, durante l'assedio
da parte di Totila. In questo senso, il ruolo delle porte, co
me elemento determinante semanticamente una sacralizzazione
che viene a coincidere con la sacralizzazione stessa dello spa
zio da queste racchiuso, sarà presente in molte cerimonie
pubbliche in età medievale e moderna: per Firenze si pensi,
ad esempio, alla processione della Madonna dell'Impruneta,
di cui si parlerà più avanti, che in uno dei suoi molteplici
arrivi «perlustrerà» il perimetro di cinta, toccando tutte le
porte, senza, in quell'occasione, entrare in città. E ancora
si pensi alla presenza dei conventi femminili accanto alle porte
di Firenze, quasi offerta di purezza per la città «impura»,74
o anche alle numerose immagini della Vergine, sempre sugli
archi degli ingressi, a sottolineare la necessità di vigilare sul
punto di entrata in città.
Il numero delle porte era corrispondente, solitamente, a

73 Trexler, Public life cit., 1980.


74 S. Puccetti, Note sulla simbologia del Monastero, in AA.VV., Iconografia
di S. Benedetto nella pittura della Toscana, Centro d'incontro della Certosa di Firen
ze, Firenze, 1982, p. 392.

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Le mura sacre della città 249

quattro o ad un multiplo di quattro fino a dodici a seconda


della rappresentazione della pianta ortogonale della città. La
relazione con tale numerazione aveva probabilmente oltre che
valore reale, riferito al richiamo con la città quadrata roma
na, sicuramente un forte valore simbolico, relativo alla Ge
rusalemme celeste chiusa nel suo recinto dalle dodici porte,
come è descritto anche nell'Apocalisse. In una miniatura dei
Vangeli, detti dei Celestini, della metà del secolo IX, con
servata nel manoscritto 1171 della Bibliothèque de l'Arsenal
di Parigi, si può notare la figura di san Matteo nel recinto
della Gerusalemme celeste; in questo le porte sono disposte
nei punti cardinali della pianta che ha una forma classica
mente ortogonale. Identica raffigurazione della Gerusalem
me celeste abbiamo nella miniatura di Lamberto di Saint
Omer nel Liber Floridus della seconda metà del secolo XII,
in cui la città appare nel suo recinto (ortogonale), interrotto
da ben visibili porte, una delle quali, probabilmente la prin
cipale, è osservata in primo piano dallo spettatore. Sappiamo
che tra i numeri più cari al simbolismo cristiano c'è sicura
mente il tre, il numero perfetto dei pitagorici, il simbolo
della Trinità: ma «anche il quattro è particolarmente carico
di significati nella trascrizione cristiana "Dio creò e dispose
tutte le cose secondo numero, misura e peso, dovendo ogni
cosa venire all'esistenza al tempo stabilito, e squadrò tutto
l'universo, disponendo in precedenza i limiti con elementi
quadripartiti" e per questo il quattro è il numero dell'uomo
inteso come microcosmo, composto da quattro elementi e
sviluppantesi attraverso quattro età, la cui anima, costruita
anch'essa in forma quadrata, è paragonata da Ugo di Fouil
loy ad un chiostro in cui i lati sono le quattro virtù teologa
li, a forma di un cubo simbolo della costanza della virtù».75
Non è un caso che il numero dodici, come simbolo delle
porte della città celeste, e della città terrestre che di questa

75 Villani, Cronica cit., t. II, p. 173.

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250 Silvia Mantinì

è rappresentazione, sia un multiplo sia del tre che del quat


tro. La Porta, cerniera solida tra l'esterno e l'interno, è sim
bolicamente il segno sia di ciò che è da espugnare, che di
ciò che è difficile difendere. E per questo che la bellezza
di una Porta possente e ricca rappresenta la forza stessa del
la città, così come il suo abbattimento segna la distruzione
fisica e morale degli abitanti della comunità da questa pro
tetta. Giovanni Villani ricorda quando le truppe imperiali
di Enrico VII, discendendo in Italia, nel secondo decennio
del quattordicesimo secolo, si trovarono alle porte di Firen
ze, racchiusa nella sua angoscia della conquista o dell'asse
dio: «(i fiorentini) erano smarriti per tema della loro cavalle
ria, quasi come sconfitti, che se lo 'mperadore o sua gente
in sulla subita venuta fossono venuti alle porte, le trovavano
aperte e male guernite; e per li più si crede che avrebbe
presa la città». Presupponendo la catastrofe e consapevoli
della debolezza delle loro strutture difensive i cittadini ac
corsero presso i cantieri per rafforzare le mura e le torri,
i magistrati si inpegnarono nell'opera di mediazione e il pa
store intervenne a simboleggiare la città raccolta: «el vesco
vo di Firenze s'armò, e trasse alla difensione della porta di
santo Ambrogio e de' fossi, e del tutto il popolo con lui,
e serraro le porte, ordinarono i gonfalonieri e loro gente
su per gli fossi alle poste alla guardia della città di di' e
di notte».76 Se la porta è il punto più vulnerabile della cin
ta, è vero anche che proprio per questo è il punto maggior
mente rafforzato: diversi elementi architettonici, infatti, ne
contraddistinguono i caratteri protettivi quali gli avamporti,
i contrafforti, le torri laterali. E per questo che assume par
ticolare importanza il controllo delle porte, compito affidato
spesso ad un'apposita magistratura. In caso d'assedio o in
periodi di particolare tensione politica e, quindi, di un acuir
si del fenomeno del fuoriuscìtismo il timore del tradimento

76 Villani, Cronica cit., t. II, p. 282.

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Le mura sacre della città 251

aleggia costante ed insistente proprio tra coloro che sono


preposti al servizio di vigilanza del confine. La sorveglianza
delle porte diviene, attraverso tutta la letteratura politica,
e non solo politica, una grande e sempre presente preoccupa
zione. Nell'agosto del 1323 un gruppo di "sbanditi" fioren
tini, che stavano tramando per poter rientrare in città con
il complotto più che con la forza, marciano numerosi verso
la porta «che va verso Fiesole»; ma contemporaneamente nella
città, avvolta nel buio, l'allarme si diffonde e i difensori
si svegliano e si organizzano: «dubitandosi il popolo non tanto
degli sbanditi di fuori che piccolo podere era il loro alla
potenza della città, quanto di tradimento dentro si facesse
per gli grandi»; si rinforzano tutti i punti di sorveglianza
e «gli sbanditi ch'erano di fuori, veggendo la grande guardia
e luminare sopra le mura, e che nullo rispondea loro dentro,
si partirono in più parti e così per la grazia di Dio e di
messer santo Lorenzo iscampò la città di Firenze di grande
pericolo».77 L'apertura delle porte e l'offerta delle chiavi se
gna, d'altro canto, uno dei gesti di maggiore sottomissione
all'entrante. L'abbattimento dell'antiporto o addirittura l'a
pertura di una breccia nella cinta muraria saranno il simbo
lo, come si vedrà più avanti, di uno dei gesti di maggiore
onore e di più grande ossequio possibili nei confronti di per
sonalità illustri nel corso delle grandi entrèes. Con la conse
gna delle chiavi della Porta principale, la città affidava al
l'augusto ospite anche il proprio destino.
L'anno 1284; vale a dire 206 anni dopo l'edificazione del co
munemente detto cerchio secondo; trovandosi i Fiorentini in buo
no, e pacifico stato, ed essendo cresciuta assai la popolazione, e
muratisi i Borghi intorno alla Città, si deliberò nel mese di Feb
braio di rinchiudere i detti Borghi nella Città, ampliandola in tal
guisa, e rendendola capace della cresciuta popolazione. Di questo
terzo Cerchio fu Architetto il celebre Arnolfo di Lapo, che non

77 V. Follini, M. Rastrelli, Firenze antica e moderna, i, Firenze, 1789, p.


245.

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252 Silvia Mantini

ebbe pari in quei tempi nella sua professione, ma non visse tanto
da vederle terminate perché il lavoro non fu fatto di seguito, ma
in diversi tempi dall'anno 1284, suddetto, fino al 1327».78

L'aumento della popolazione, imponente attorno alla fine


del XIII secolo per una forte ondata immigratoria, e la ne
cessità di inglobare le estese aree degli ordini mendicanti,
spinse la Signoria ad avviare la costruzione di nuove mura.
Il progetto, secondo la tradizione, fu affidato ad Arnolfo
di Cambio nel 1284 e vide la sua realizzazione nel 1333
a pochi anni dalla peste nera, che nel 1348 avrebbe inflitto
un colpo durissimo alla città, fermandone definitivamente
la crescita. Furono allora inclusi nell'area urbana i complessi
di Santa Maria Novella, Santa Croce, la Chiesa d'Ognissan
ti, San Marco, la Santissima Annunziata. L'area così realiz
zata ospitò, prima dell'epidemia, fino ad ottantamila perso
ne. Proprio perchè la peste stravolse il quadro demografico,
possiamo considerare questo perimetro quello definitivo, sal
vo alcune modifiche dovute alle successive fortificazioni cin
quecentesche. Ciò che resta attualmente di quelle antiche
mura — salvo un breve tratto a Sud, da S. Niccolò per
via di Belvedere sino a piazza Tasso lungo il giardino di
Boboli — è ancora individuabile nel tracciato degli attuali
viali di circonvallazione di fine Ottocento, del Poggi. Il lato
settentrionale andava dall'attuale piazza Vittorio Veneto fi
no a piazza della Libertà, percorrendo il viale Fratelli Ros
selli, il viale Filippo Strozzi e il viale Spartaco Lavagnini:
su questo tracciato c'erano la Porta al Prato, la Porta a Faenza
(poi inglobata nella Fortezza da Basso), la Porta San Gallo.

78 R. Manetti, M. C. Pozzana, Firenze: le porte dell'ultima cerchia di mura,


Firenze 1979, pp. 42-54: «La città nuova colloca nel cuore dell'antica i propri centri
vitali (la cattedrale, il palazzo dei Priori e quello del popolo, le sedi dei centri di
potere economico), ma trova i propri nuclei propulsori, generatori di aggregazione
e di organizzazione urbana, nei nuovi insediamenti religiosi sorti all'esterno della
vecchia cerchia: Santa Maria Novella, la S. S. Annunziata, S. Croce, S. Spirito,
il Carmine; sono questi i nuovi poli effettivi attorno ai quali si articola e si sviluppa
la città nuova, secondo direttrici radiali che trovano il loro centro comune nel cuore
antico della città».

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Le mura sacre della città 253

Il lato orientale andava dalla Porta al Prato a Porta alla Giu


stizia, percorrendo gli attuali viale Matteotti e viale Gram
sci: su questo tracciato si incontravano la Porta a Pinti, Por
ta alla Croce e Porta alla Giustizia, quest'ultima non lontana
dall'Arno e sulla quale si attestava via dei Malcontenti (così
chiamata, per atroce ironia, visto che proprio i «malconten
ti» condannati a morte la percorrevano per giungere al pati
bolo). Il lato meridionale andava dalla sponda del fiume op
posta alla Porta alla Giustizia, nell'Oltrarno, partendo da
Porta S. Niccolò sino a Porta S. Miniato, per poi salire al
Forte Belvedere in Porta S. Giorgio e ridiscendere a Porta
Romana. Da qui partiva l'ultimo lato, quello occidentale, che
si ricongiungeva in piazza Vittorio Veneto, passando dai via
li Petrarca ed Ariosto fino al fiume, in Porta S. Frediano,
e poi riprendere da piazza Ognissanti fino in piazza Vitto
rio. Queste mura erano alte circa dodici metri e larghe un
paio: le intervallavano torri di rinforzo in prossimità delle
postiere e delle porte principali. Sulla cresta correva un cam
minamento che permetteva agli uomini della ronda di vigila
re e percorrere a piedi il tratto delle mura a loro affidato
per la custodia. Ogni porta maestra aveva un'antiporta, ne
cessaria per una maggiore protezione, un Giglio del Comu
ne, senza scudo, e, nei due stemmi posti fra questo ed i
cibori dei leoni, da una parte la croce del popolo e dall'altra
l'insegna della casa d'Angiò, protettrice della parte guelfa.
Immediatamente sopra si trovavano le statue dei santi pro
tettori, documentabili però solo per la porta Romana e per
la porta S. Gallo; al centro sempre la Vergine con il Bambi
no in braccio, ed ai lati due gruppi di santi. Sappiamo che
sulla porta Romana erano S. Giovanni e S. Niccolò, da una
parte, e S. Pietro e S. Paolo, dall'altra; sulla porta S. Gallo,
invece, da una parte S. Giovanni e S. Reparata, dall'altra
S. Pietro e S. Lorenzo.79 Sulle porte erano, dunque, scoi

79 F. Cardini, Le mura di Firenze: un profilo storico, in F. Bandini, Su e giù


per le antiche mura, Firenze, 1983, p. 23.

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254 Silvia Mantini

piti o dipinti i santi patroni e i simboli del potere politico,


quasi ad ostentare, con valore apotropaico, dimostrazione di
forza e al tempo stesso minaccia rispetto all'esterno. Ecco
perché spesso si incontrano sugli architravi il Giglio del Co
mune, o il Marzocco, (più tardi anche le chiavi papali); men
tre l'immagine della Vergine, protettrice della città con il
suo manto, e quella del santo patrono simboleggiavano il bi
sogno degli uomini di quel tempo di voler contare anche
su forze non di questa terra. Questa ultima cerchia rimase
a lungo, e soprattutto dopo la Peste del 1348, come un abito
troppo largo addosso alla città: gli spazi vuoti erano molti,
in particolar modo le aree vicine alla Porta al Prato e alla
Porta S. Frediano, come si può ben osservare nella pianta
della Catena. Osserva Franco Cardini che siamo in possesso
di varie notizie relative al suo finanziamento: a partire dal
1298 chiunque facesse testamento era obbligato a lasciare
un contributo alla costruzione delle mura, e più tardi una
lunga contesa fra il Comune e il clero fiorentino al quale
era stata imposta per lo stesso motivo una pesante somma
da pagare, costituì un intoppo nei rapporti fra il governo
cittadino e il papa.80 Le forme di finanziamento, adottate
per la costruzione delle mura, furono di vario genere:81 dal
la tassazione comunale,82 alle confische dei terreni, all'ob
bligo di lasciti nei testamenti.83 L'aspetto relativo alla con
fisca dei terreni, poneva problemi non sempre di facile solu
zione, dato che bisognava tener conto delle private esigenze
dei singoli soggetti colpiti, che richiedevano adeguate forme
di risarcimento:

essendo stata fatta una deliberazione dal Comune di Firenze a nor


ma d'una domanda fatta dai seguenti Padri di Camaldoli, Rettore

80 ASF, Provvisioni (19 settembre 1299), 10, c. 103r.


81 ASF, Provvisioni (11 giugno 1298), 7, c. 50t>.
82 ASF, Provvisioni (23 dicembre 1299), 10, c. 103?*
83 G. Lami, Lezioni di antichità toscane, e spezialmente della città di Firenze,
Firenze, 1766, p. 149 e sgg.

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Le mura sacre della città 255

della Chiesa di Verzaia, Monache di Monticelli, Priore e Capitolo


di Santo Stefano al Ponte, Abbadessa e Monache di Santa Felicita
e Spedale di San Sepolcro a Ponte a motivo d'indennizzare i detti
luoghi pii dell'occupamento dei loro rispettivi terreni per la costru
zione delle nuove mura, torri, fossi e strade, fatta dal fiume Arno
alla porta di Verzaia (S. Frediano) e di lì alla porta Sanese, San
Pier Gattolini, ed essendo stata fatta una deputazione di cittadini
per esaminare e misurare di terreni, spettanti a ciascuno per la
loro rata, si trova, che le terre occupate, e che detto monastero
deve essere reintegrato per il prezzo equivalente. Tutto questo af
fare è compreso in quattro istrumenti, tutti uniti insieme, uno è
del 9 ottobre 1332.84

La costruzione delle mura e la fortificazione e l'ultima


zione dei tratti già iniziati era un problema davvero pressan
te, se talvolta si rendeva necessario devolvere i fondi stan
ziati per altre costruzioni verso questo obiettivo: è quanto
testimoniano alcune provvisioni, in cui si delibera di deviare
il flusso di certi capitali, destinati ad altre opere, alla costru
zione di alcuni tratti di mura, spesso, già iniziati o da ulti
mare.85 Tornando alla ricognizione delle zone della città nel
periodo dell'edificazione del terzo cerchio di mura si può
ricordare che per ciò che riguarda l'Oltrarno, indubbiamen
te, uno dei luoghi più importanti era il Mons Florentinus ove
San Miniato aveva subito il martirio nel III secolo e dove,
nel 1018, sorgerà la Chiesa in suo onore. Nella stessa area
esisteva probabilmente un cimitero protocristiano, nella zo
na che fu poi occupata da S. Felicita, la chiesa più antica
di Firenze insieme a S. Lorenzo, anch'essa extra moenìa. An
dando avanti per la direttrice che va da S. Felicita verso
Ponte vecchio c'era tutta la zona di S. Frediano, che alla
fine del XII secolo era il borgo più popoloso e importante
dell'Oltrarno. Pare che il monastero di S. Miniato, con le

84 ASF, Provvisioni (25 ottobre 1368), 58 e 59.


85 ASF, Provvisioni (3 agosto 1294), 4, c. 56v.

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256 Silvia Montini

sue concessioni di edificazione, avesse molto influito sull'ur


banizzazione delle zone dell'Oltrarno orientale. In queste aree
si insediarono alcuni Ordini Mendicanti alla fine del Due
cento: i carmelitani nella Chiesa del Carmine, gli eremitani
nella Chiesa di S. Spirito. La costruzione del Ponte alla Car
raia nel 1218 e del Ponte Rubacontis nel 1237 sottolineano
l'importanza crescente dell'Oltrarno nell'assetto urbanistico
della città e la necessità di creare canali di collegamento sem
pre più solidi tra le due parti.86 Alla fine del XIII secolo
un'altra importante arteria segna il collegamento tra le due
zone e cioè la via Maggio, che unirà il ponte S. Trinità
a S. Felice in piazza: questa si sarebbe unita a quella che
da S. Felice portava alla Porta S. Piero Gattolino, venendo
a costituire, così, uno dei più importanti itinerari di Firenze,
che sarà utilizzato trionfalmente anche per i solenni ingressi.

Firenze come Gerusalemme.

Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cie


lo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo [.
Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, co
me pietra di diaspro cristallino. La città è cinta da un grande
alto muro con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici ange
e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d'Israele. A Orie
te tre porte, a Settentrione tre porte, a Mezzogiorno tre por
e ad Occidente tre porte. Le mura della città poggiano su dod
basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici Aposto
dell'Agnello. Colui che mi parlava aveva una canna d'oro per misu
rare la città, le sue porte e le sue mura. La città è a forma
quadrato, la sua lunghezza è uguale alla larghezza. [...] Le mur
sono costruite con diaspro e la città è di oro puro, simile a terzo
cristallo. Le fondamenta delle mura della città sono adorne di og
specie di pietre preziose [...] E le dodici porte sono dodici per

86 J. Smith, ]erusalem: the city as Palace, in Id., Civìtas religious ìnterpretation


of the City, Atlanta, 1986, p. 25.

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Le mura sacre della città 257

ciascuna porta formata da una sola perla. E la piazza della città


è di oro puro, come cristallo trasparente» (Giovanni, Apocalisse
XXI, 10-24).

Sia nella tradizione cristiana, che in quella giudaica la


città è uno spazio sacro, delimitato dalle mura, confine del
Yurbs e confine della civitas. La Gerusalemme celeste, tutta
d'oro, scende dal cielo a fondere su questa terra una città
a sua immagine, con le sue porte, con le sue mura: nella
tradizione ebraica l'Eden ha un sacro confine dal quale l'uo
mo viene espulso per il peccato, così come lo è la Gerusa
lemme nella quale Gesù entra da re la domenica delle Palme
e come, quindi, lo sarà la Gerusalemme celeste. Il recinto
discrimina, divide, separa il bene dal male, la sicurezza dal
l'insicurezza, l'ordine dal disordine.
La visione di Giovanni ebbe viva influenza nell'arte e
nella sensibilità culturale cristiane. Per questo, a partire dal
l'arte paleocristiana fino a quella romana, l'Apocalisse ha si
curamente fornito alcuni dei temi maggiori nel mosaico, nel
la pittura, nella miniatura. La straordinaria fortuna della rap
presentazione della nuova Gerusalemme trova spazio, in
particolare, in età tardo-medievale: la Città di Dio, infatti,
è legata alla ricreazione cosmica di «un nuovo cielo e una
nuova terra» seguiti all'ultimo Giudizio.87 Questa città, che
è la nuova terra degli eletti, è un quadrato perfetto, di cui
l'Apocalisse ci fornisce precisamente anche le misure. Anche
se Giovanni descrive infatti un cubo perfetto, la tradizione
ne conserverà la forma quadra. La querelle sulla forma, qua
drata o circolare, della città celeste fu lunga e di non rapida
soluzione. In realtà la nuova Gerusalemme, fondata da Co
stantino attorno al Santo Sepolcro, aveva forma circolare e
per questo le due facies convissero nell'immaginario medie
vale, senza che l'una si sostituisse all'altra. La nuova Geru
salemme è ad un tempo celeste e terrestre, perché il quadra

87 E. Konigson, Les fetes de la Renaissance, Paris, 1975, p. 79.

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258 Silvia Montini

to e il cerchio simbolizzano entrambi il cosmo: segnati dagli


assi cardinali della croce, il quadrato è la terra, il cerchio
è il cielo.88 Il passaggio dal quadrato al cerchio segna una
trasformazione nella concezione stessa della Gerusalemme dei
tempi a venire, in cui l'aspetto celeste si affermerà su quello
terrestre. Il modello della Gerusalemme celeste non rappre
sentò solamente un ideale teorico, ma fu sentito molto in
tensamente nel mondo reale; infatti il concetto della Civitas
Dei fu il più possibile ravvisato negli elementi concreti delle
città, nelle strutture architettoniche, nei caratteri istituzio
nali.89 Com'è noto uno dei più celebri incunaboli dell'Oc
cidente è il De Civitate Dei di S. Agostino, stampato nel
1467 a Subiaco. In questo si osserva l'immagine del vescovo
di Ippona sormontata da due putti sorreggenti una ghirlan
da, e affiancata a destra da un angelo, a sinistra dall'immagi
ne di una città cinta da mura: la città di Dio. L'iconografia
riprendeva un'illustrazione piuttosto diffusa nei manoscritti
medioevali e affermò una visione sempre più elaborata della
città divina. L'opera agostiniana non era circoscritta certo
alla sola descrizione della città ideale, che sarebbe divenuta
poi il simbolo della chiesa di Cristo, tuttavia quasi sempre
questa divenne l'immagine introduttiva delle prime pagine
dell'opera.90 Ma quali erano gli elementi emergenti in que
sto simbolismo urbano e quale era il peso che veniva ad
assumere la rappresentazione fisica della città raffigurata? A
Firenze gli Statuti del 1339 parlavano della città come aven
te dodici porte. Nella realtà l'ultima cerchia muraria, del 1333,
aveva quindici ingressi. La discrepanza potrebbe essere do
vuta proprio al desiderio, in quei testi ufficiali, di far coinci
dere le mura fiorentine col sacro numero di dodici previsto

88 L. Puppi, Verso Gerusalemme, «Arte Veneta», 32, 1978, p. 73.


89 A. Chastel, Un épisode de la simbolique urbaine au XV siécle, Florence et
Rome cités de Dieu, in Urbanisme et architecture, études écrites et publiés en l'hon
neur de P. Lavedan, Paris, 1954, p. 75.
90 C. Frugoni, Una lontana città, Torino, 1983, p. 26.

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Le mura sacre della città 259

dal disegno della Gerusalemme celeste.91 Certo è che il pa


rallelismo costituitosi tra Firenze e Gerusalemme a partire
dal XIV secolo è molto più carico di valori simbolici degli
analoghi fenomeni che contemporanemente esistevano per altre
città. Molto interessante, a questo riguardo, risulta un esem
plare del De Civitate Dei eseguito a Firenze tre anni più
tardi dell'incunabolo di Subiaco, attualmente conservato presso
la Public Library di New York. L'iniziale della prima pagi
na, una grande «G» miniata in stile fiorentino, su un fondo
blu, ha nel suo interno la figura del vescovo d'Ippona, sedu
to allo scrittoio, col capo sollevato verso il cielo, in ammira
zione della città celeste, che si configura come un'isola dalla
struttura ben distinta. In questa, all'interno delle mura di
cinta e al di sopra delle torri più alte, è distinguibile una
cupola poligonale, intervallata da finestre simili a occhi di
gigante, sormontata da un tamburo a pannelli regolari. Que
sta forma e altri dettagli, portano a pensare al solo monu
mento che, nel 1470, poteva suggerire questa immagine: la
cupola di Santa Maria del Fiore, la cattedrale di Firenze.92
L'unicità dell'opera del Brunelleschi la rendeva immediata
mente simbolo della città di Firenze. Guidati da questa iden
tificazione, potremmo spingerci oltre, identificando nella mi
niatura altri edifici fiorentini: la chiesa di Or San Michele,
la torre del Bargello e quella della Signoria. Sicuramente,
comunque, si può dire che questa illustrazione ha voluto da
re alla Città di Dio il volto della Firenze contemporanea.
Sin dalla fine del medioevo si era diffuso in miniatura il
gusto del paesaggio urbano: sia le scene delle storie sacre,
che quelle della vita dei santi diventano occasioni per raffi
gurare le città e i loro monumenti. Chastel ricorda come
questa intrusione della vita urbana nell'arte religiosa desse
a questa un'attualità nuova. Se è vero che, dopo Giotto,

91 Chastel, Un épisode cit., p. 76.


« Ibid.

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260 Silvia Montini

Pinturicchio, Ghirlandaio e Masaccio rappresenteranno ve


dute di città, è anche vero che questa caratteristica era stata
fino a quel momento appannaggio dell'arte fiamminga:
L'imagination médiévale est hantée, par l'idée de cité: tous les
aspects de l'univers, le ciel et l'enfer mème, sont des cités: Dante,
d'étage en étage, d'enceinte, les parcours come des villes. Et, la
cité parfaite etant naturellement ronde, dans Bèatrice décrira la
muraille ronde du paradis: vedi nostra città quant'ella gira (Paradi
so XXX, 130). Le pian circulaire l'emporte décidément sur le pian
carré de la Jérusalem céléste présenté dans l'Apocalypse (XXI
10-27).93

Per tutto il medioevo, fino e oltre la prima metà del


XV secolo, la rappresentazione della Città di Dio aveva qua
si sempre corrisposto alla raffigurazione dell'Urbe per eccel
lenza: Roma. E probabile che su tale simbologia avesse gran
de influenza l'immaginazione dantesca di quella Roma onde
Cristo è romano (Purg. XXII, 102). Ne possono essere d'e
sempio alcune miniature, tra cui quella decorata da Giacomo
da Fabriano (1456 Bibl. Vat. n. 1882) o quella copiata da
J. Gobelin de Linz nel 1459 (Paris, Bibl. S. Geneviève, ms.
lat. 218) in cui la città pontificia appare rappresentata nei
suoi principali monumenti dopo la renovatio di Nicola V.
Resta da chiedersi perché, in successive miniature, si vada
perdendo la consuetudine di raffigurare i più importanti sim
boli dell'architettura romana e la città di Dio non proponga
più in modo esplicito la facies dell capitale della cristia
nità.
In questo senso appare di particolare valore che il minia
turista fiorentino, nonostante l'esiguo spazio dell'iniziale, abbia
voluto porre la cupola della sua cattedrale al centro della
Città di Dio. La sostituzione di Roma con Firenze evidenzia

93 E. Caldarini, La città ideale nel Medio Evo: realtà, retorica, immaginazione,


«Studi di letteratura francese», 192, 1985, p. 15.

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Le mura sacre della città 261

la tensione religiosa maturata dopo l'esperienza del concilio


e l'emulazione della parva Roma con la sua più grande madre.
Il modello di Firenze come Gerusalemme celeste sarebbe
tornato, in piena età savonaroliana, nella crocefissione di Bot
ticelli oggi al Fogg Museum of Art della Harvard Universi
ty. La città sullo sfondo, inondata dalla luce che proviene
dal libro tenuto aperto dal Padre Eterno sull'alto del cielo,
e sulla quale piovono dal cielo scudi crociati (il simbolo della
Parte guelfa), sarà di nuovo Firenze — come denotano la
cupola brunelleschiana, il campanile di Santa Maria dei Fio
re e il Palazzo della Signoria, distintamente riconoscibili. Tutto
il dipinto è basato sulla predicazione savonaroliana e attesta
la persistenza del mito.
L'immagine di Firenze, la città che aveva scelto Cristo
come proprio signore, rex regum dominus iominantum, (come
si legge sul portone d'ingresso del palazzo della Signoria),
eretta a prototipo della città ideale, ebbe sicuramente una
lunga fortuna. Il movimento piagnone l'avrebbe conservata
intatta sino all'ultima repubblica, in opposizione ad una Ro
ma che sempre più stava trasformandosi in Babilonia, sotto
la spinta della predicazione ereticale. La persistenza dell'im
magine è documentata ancora nel 1515, quando si allestì l'ap
parato trionfale per l'ingresso di Leone X: di nuovo i dodici
archi eretti rimandarono alle dodici porte celesti e tutta la
disposizione della città ricordò in pieno l'immagine della cit
tà santa.

Silvia Mantini

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