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ENZO CARIOTI A VILLA CROCE

"Come un gioco. Come un rito. In fondo è la stessa cosa. Travestirsi, cercare materiali e forme, come nel
gioco. Utilizzare simbologie, evocare gesti antichi o azioni possibili, come nel rito".
In queste frasi, riportate nella scheda informativa di "Viaggio di macchine immaginarie", una delle sue
ultime performances, si riflette il senso della ventura artistica di Enzo Carioti, cui a tre anni dalla prematura
scomparsa il Museo di Villa Croce dedica un'ampia retrospettiva.
Il gioco silenzioso dell'arte, condotto attraverso l'ambiguità del segno grafico, in bilico fra verità ed illusione;
attraverso una pittura dissimulata nel collage di carte trasparenti o nelle minuziose costruzioni
tridimensionali, si completa nel ritmo talora travolgente di una esperienza teatrale volta "non tanto al
cervello quanto piuttosto ai sensi dell'uditorio per raggiungere profondità inesplorate" (Trovato).
Con proprietà quindi l'allestimento lega la produzione visiva dell'artista al suo impegno di oltre un
quindicennio (1979-1992) nei gruppi del "Teatro alla ricerca del p(h)anico" (nel cui nome si legge la
sottolineatura di una radice surrealista e, insieme, la ricerca della visione) e del "Teatro del secondo fuoco",
documentato attraverso fotografie, programmi, costumi, video, progetti di scenografie.
Un legame che si coglie anche nell'affiorare di una figura chiave come quella di Francis Bacon sia all'origine
del percorso visivo, sia in diverse fasi della vicenda teatrale (da "Homage to Francis B.", Galleria d'Arte
Moderna, Bologna, e Galleria Unimedia, Genova, 1981 a "Francis bacon sono io", Sala Garibaldi, Genova
1991).
L'esordio pittorico di Carioti (1973, Galleria La Tana), evocato in catalogo da Guido Giubbini, si pone infatti
sotto il segno della deformazione della figura, attuata tramite "fitte sbavature orizzontali del pennello che
(...) in realtà corrispondono ad una vera e propria cancellazione" in cui emerge forse anche la suggestione
delle immagini di Irving Petlin, esposto in quel medesimo torno di tempo all'Accademia Ligustica.
A questo, segue un lungo periodo nel quale, soprattutto attraverso il disegno, l'artista medita e assorbe le
poetiche contemporanee: da un illusionismo quasi gnoliano alla lezione concettuale di Giulio Paolini,
soffermandosi in particolare sul minimalismo poetico di Richard Tuttle.
Sgorga da questa complessa incubazione l'equilibrio fragile e miracoloso dei "Disegni di carta" (1982),
esposti l'anno successivo presso la Galleria San Marco dei Giustiniani, con il contrappunto dei versi di
Maurizio Cucchi, incantato dai "trepidi cenni" che scorge nei profili ritagliati, elusivi al punto da non lasciar
intravedere "dietro mille / volti nessun volto".
Al procedimento di schermatura dell'immagine di fondo con materiali semi-trasparenti che ne fissava
l'inattingibilità, Carioti sostituisce - nella fase calda della sua produzione, fra l'85 e l'89 - una vivacissima,
perfetta sequenza di quinte architettoniche o teatrali, popolate di scritte e d'oggetti, per passare quindi ad
animare immagini tratte dalla storia dell'arte, come i "Trionfi" del Mantegna o la "zolla" di Dürer.
Nell'ultimo tratto del suo operare affiora una vena di "metafisica e angosciosa allucinazione" (Giubbini)
espressa nella rappresentazione di scorci urbani attraversati da enormi tubature che si legano ad un
progetto elaborato alla fine degli anni '80 per una mostra (poi non realizzata) da allestire nella chiesa
milanese di San Carpoforo con Piergiorgio Colombara e Riccardo Laggetta: una sorta di gigantesca
"macchina inutile" che costituisce il pendant greve ed inquietante di quelle costruzioni lievissime ed aeree,
delle "diecimila superfici di carta e di vento" dietro le quali l'artista ha dissimulato la sua "imprendibilità
assoluta".

(1997)